| Tratto dall’EDITORIALE di GIANLORENZO MARAKI - RAFFAELE
MORELLI
ALLE RADICI
DELLA MEDICINA
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L’intelligenza
della materia
In realtà la scienza occidentale non è ancora stata
capace di conciliare questi due estremi della stessa matrice: spirito
e materia. Eppure nel mito, nei modi di dire
popolari, nelle leggende, negli archetipi dell’uomo, nella storia delle
religioni tutto rimanda all’unità psicosomatica.
Il mito ci racconta che quando vogliamo in qualche
modo catturare un’essenza, o meglio «un Dio», dobbiamo per forza farlo
vivere in un corpo. Anche la Messa è un rito
teofagico.
Via via le concezioni si
allargano, le teorie si approfondiscono e anche la nostra pratica clinica
è andata alla ricerca di una spiegazione di certi successi terapeutici.
Sembra incredibile ma per molti pazienti i capelli sono investiti di significato
sessuale e trattati alla stessa stregua dei pensieri. Il simbolo ne permette
la mediazione, il passaggio dal materiale (capelli) al cosiddetto immateriale
(pensieri). Per la nostra coscienza, su cui la medicina attuale ha costruito
la sua scientificità, tutto questo è assurdo, per il nostro inconscio
è addirittura ovvio e naturale.
Inoltre per la parte collettiva del nostro inconscio,
dove risiedono le vestigia della nostra storia psichica universale, un
simbolo ha lo stesso valore oggi di qualche secolo fa. Il colitico con
il suo stato cronico di diarrea, tenta di allontanare attraverso l’intestino parti mentali da lui ritenute «sporche» e per questo
più facilmente assimilabili alle feci del corpo. La diarrea allora diviene
un modo di «purificarsi» del materiale ritenuto contaminante.
Appare sorprendente l’analogia con certi rituali
sacri dove il sacerdote per potere incontrarsi con la divinità (sempre
paragonata a «parti mentali purissime») doveva con particolari sostanze
purgarsi il corpo. Anche il colitico è in uno stato cronico di
autopurificazione. Dalle associazioni
di questi pazienti emerge molto spesso il loro bisogno di disfarsi
di elementi mentali aggressivi, o invasivi, o contaminanti l’lo.
La possibilità oggi di discutere in questi termini
è frutto dell’entusiasmo, della tenacia con cui abbiamo combattuto allora
la battaglia contro lo scetticismo e la malafede di certa medicina universitaria
che non bada tanto a ciò che si dice, ma piuttosto a controllare che nuove
idee non contrastino con lo spazio d’azione di
certe cattedre. (Nota di Gandalf: vi ricorda niente questa frase?)
Perché Riza
«Riza» (Rizomata) in greco significa «Radici».
Dal nostro libro «Verso la concezione
di un sé psicosomatico». «Riza (Radici)
è aperta a tutti coloro che, decisi a scendere
sino alle radici di tutte le medicine, siano disponibili a ridiscutere
i facili dogmi su cui si regge la scienza medica attuale. Le radici dell’albero,
più delle fronde e del tronco, sembrano incarnare, farsi
simbolo del discorso psicosomatico così come per noi va inteso.
Le radici, che l’alchimia individua nei quattro elementi “radices”, hanno dei caratteri peculiari: si affondano nell’humus
indistinto della terra, si nascondono alla vista, eppure rappresentano
l’essenza della pianta».
Proponendo un’analogia con l’essere umano potremmo dire con Jung che il sé (selbst)
è radicato nel corpo-terra e precisamente negli elementi chimici di quest’ultimo così come l’essenza delle piante sta a diretto
contatto con le radici a loro volta impiantate nel suolo «inanimato».
Del resto lo studio dell’origine dell’uomo riconduce
in tutte le mitologie e le tradizioni religiose al simbolo dell’albero
e delle sue radici. Il rapporto esistente tra le radici e la pianta rimanda
ad una analogia suggestiva con quella esistente
tra l’inconscio e il corpo.
Mentre la mente cosciente si struttura
sul visibile, l’inconscio si apre su un mondo sotterraneo e oscuro che
giunge alle radici del biologico. Da qui si apre la chiave di comprensione
del discorso psicosomatico. Mentre la tradizione psicanalitica si occupa
di alcuni «aspetti» dell’inconscio (sogni, lapsus, psicopatologia)
noi, recuperando la tradizione della medicina delle origini e di autori
come Reich, Shilder,
Groddeck, ecc. andiamo alla ricerca dei legami
esistenti fra questo recesso nascosto della mente, ed i processi organici.
Si entra in tal modo in un suggestivo terreno
governato dal simbolo, dalla metafora, dal mito, dalle analogie, laddove
la separazione tra corpo e mente non è mai esistita. Una
rivista quindi per parlare del corpo e dei sintomi che lo colpiscono in
modo diverso. In fondo per la medicina attuale
le malattie non sono che fortuiti incidenti che aggrediscono a
caso gli individui; per noi esse sono espressioni dei messaggi simbolici
da decifrare. Con un sintomo ogni malato viene a raccontarci qualcosa
che non sa esprimere altrimenti. Il corpo del paziente diviene in tal
modo la tela sulla quale il malato artista disegna la sua storia, i suoi
disagi, le sue sconfitte, le sue vittorie.
La nostra cultura tende ad espellere da sé, a rifiutare
tutto ciò che non corrisponde ai modelli che si è imposta, il nuovo, il
diverso, vengono quindi banditi e in tal senso
la possibilità di curare con metodologie diverse non viene presa in considerazione
nemmeno dopo reiterati fallimenti. La voce di una rivista aliena da preconcetti
culturali di questo tipo rappresenta il tentativo di aprire nuove strade
e nuove frontiere.
Edizioni RIZA S.r.l. # www.riza.it
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