In fondo al viaggio c'è, forse, un lemure bianco
della specie più evoluta. Sgambetta sulle zampe posteriori
eretto, dignitoso come quasi tutti gli esseri umani. Durante il viaggio,
cavallette fritte e mandrie di zebù forniscono la debita punteggiatura al paesaggio
di immense distese di risaie, di giovani in attesa di
un destino qualunque, di bambine costrette α sorrisi da donna forzata, le
labbra colorate con il succo di ibisco, «e la scena è così: il rosso delle
labbra nel marrone del faccino nel verde smeraldo dell'oceano dietro il dolore
più scolorato del mondo».
Sempre attento alle donne quasi «per sottaciuta
committenza» dei maschi che le guardano senza mai riuscire α vederle in se
stesse, lo sguardo di Aldo Busi
va α percorrere le false piste del Madagascar turistico e ne snida i
colori più profondi. Da vero viaggiatore, il solitario con gli occhi ben aperti
doppierà i tentativi delle guide locali di smarrirlo in bellezze indicibili,
converserà con gechi particolarmente simpatici,
ο con conchiglie disposte all'ascolto, e prima di arrivare alla fine avrà
trovato un miraggio d'amore e una canzonetta che fa: «Tu hai bisogno di
qualcuno dentro la tua camicia e sotto la tua veste, hai bisogno di me».
Aldo Busi è nato nel 1948 α Montichiarí,
Brescia, dove ha il domicilio fiscale.
In sοvraccoperta:
camicia dell'Autore, guardaroba
privato.
Aldo Busi
LA CAMICIA DI HANTA
(Viaggio in Madagascar)
Agire
è recitare:
chi
agisce è un attore
Herman Melville, L’impostore
MONDADORI
Nota
Bene
I numeri tra (…) sono il numero della
pagina del libro.
I titoli in MAIUSCOLO sono miei, non
dell’autore.
(14) SFRUTTATO
IN CASA, SFRUTTATORE ALTROVE (nota di Gandalf = hanno detto: il sommo
desiderio dello schiavo non è la libertà, ma – emulandolo in peggio -
sostituirsi al suo padrone)
Eleganti
pargoli indiani, la casta più ricca e più odiata del Madagascar,
(21) ASTENSIONE SESSUALE
Vado lì per via della
leggenda sui due amanti trasformati in sponde perché si potessero
guardare sempre e toccarsi mai. La, versione ritoccata
dai missionari, pedagogia dell’astensione sessuale degli altri... Le chiese a
me mi stanno sui coglioni».
(24) CONTRO LA CONTRACCEZIONE
Mi sembra che qui le
sole creature a non essere incinte o a non aver appena partorito siano gli uomini: la popolazione in dieci anni, aumentando
carestia e siccità, si è quasi raddoppiata; non esiste censimento ma si calcola
che siano fra i dodici e i quattordici milioni di abitanti, di cui sette solo a
Tana, cinque dei quali completamente allo sbando e allo stato brado e senza
risorse di stretta sopravvivenza. Ovviamente il papa, nella sua visita credo
nei primi anni Novanta, si è scagliato, com’è nel suo stile di filibustiere
della morale sessuale animato dalle solite ragioni superiori, contro la
contraccezione e il preservativo, qui se lo ricordano ancora con deliziato
raccapriccio; si sa, il rispetto e l’odio a un tempo
per l’autorità sontuosamente e lindamente vestita,
mostrine militari o greche d’oro non importa... Lo manderei lui, io, a partorire
entro i vent’anni i tre figli di media di ogni
bambina al suo primo mestruo! Anche solo per
immacolata concezione.
(26) DENTRO LA TUA CAMICIA E SOTTO LA TUA
Eppure, dalla radio, ora
una canzone del grande cantante Samoela
dice, «Tu hai bisogno di qualcuno dentro la tua camicia e sotto la tua veste,
hai bisogno di me», e poi, «Tua madre è matta, ha
tolto dal tuo letto la mia foto e al suo posto ha messo un quadro di ammonimenti biblici; non pensare all’aldilà, mia cara,
solo io posso farti felice su questa terra». Tutto è casto e virginale, mai uno
sguardo un po’ malizioso, la malizia è frutto di una civiltà dei sensi, malriposti che siano, qui
impensabile. L’unico desiderio che mi suscitano queste
faccine e questi corpicini è dargli da mangiare e da
dormire e da studiare e da giocare finché non implorano basta, pietà.
(47) TECHE DELL’OBLIO
… … noi siamo teche
dell’oblio, quello che non resta impresso nella memoria da sé non va provocato
a restare a tutti i costi tramite un album di ricordi, uno finisce per non
avere più ricordi veri, sono i suoi ricordi artefatti a
avere lui.
(58 e seguenti) QUELLA RAGAZZA SMESSA COME UN PAIO DI MUTANDE
All’imbocco del sentiero
dell’albergo c’era un occidentale occhialuto, forse un olandese, sui quaranta,
seduto su una pietra in attesa di un qualche mezzo di
trasporto pubblico, ovviamente non per sé, e accanto a lui una ragazza malgascia, di nemmeno vent’anni,
con dei fagotti sotto le gambe, lui guardava davanti a sé e lei, una paesanella senza arte né parte, guardava lui, di sottecchi,
masticando un filo d’erba; non si scambiavano una parola ma era evidente dal
distacco insistito che i due erano... erano stati insieme per qualche tempo e
che ora lei veniva rispedita dove lui l’aveva presa a nolo, sono rimasto su una
roccia circa una mezz’ora a guardare le due schiene, un tempo infinito per uno
così, che graziosamente si piegava a questo fastidio per vederla partire di
persona e sentirsi poi pienamente sollevato; lui non provava il minimo
imbarazzo, secondo me era chiaro a tutti quelli che andavano avanti e indietro
cosa stavano facendo quei due, cosa avevano fatto, cosa stava succedendo a lei
e per volontà di chi; infatti è arrivato un camion con dei sedili, diciamo una
corriera senza capote, e lui ha preso i fagotti della ragazza e glieli ha
passati, ha alzato la destra in segno di stanco saluto e lei è rimasta in piedi
sulla sponda del camion a guardarlo camminare verso l’albergo fino a che la
prima curva non l’ha inghiottita. Fanno così, prendono su una ragazza dove
capita e, dove capita che si sono stufati, la mollano con un po’ di denaro e
magari con un ovulo fecondato in grembo... ho cercato invano il suo sguardo
quando è arrivato all’altezza della mia postazione, macché, era placido e senza
espressione, di quell’alterigia neutrale che mai ha dovuto essere messa in discussione, come se avesse
spedito per posta, e dunque nella maniera più civile, un piccione viaggiatore
azzoppato; ecco, nella mia vita, per esempio, non c’è da registrare un simile,
pacifico crimine, e peggiore di qualsiasi crimine conosciuto perché questo non
è né contemplato né perseguibile e ho invidiato quell’uomo
almeno quanto l’ho disprezzato, anche se il mio sentimento era tutto con la
ragazza in ciabatte e i suoi fagotti che insisteva a sorridere anche una volta
sul camion, tanto che mi sono sentito male dalla pena, brutale, che doveva
accompagnare la vita di quella ragazza smessa come un paio di mutande cui s’è
rotto l’elastico, mentre chiunque direbbe che per lei è normale così, anzi, s’è
presa una vacanza e è stata pure pagata e che è pur sempre un bel cambiamento
rispetto allo stare a masticare fili d’erba sulla soglia di una capanna di
fieno o di cemento armato, come se la ragazza non avesse un sistema
sentimentale solo perché non ha osato sperare di più o come se stare una
settimana con un uomo bianco e straniero che l’ha usata come un reggipalle escluda che lei abbia potuto sentir nascere
nelle sue ingenue viscere una qualche timida adorazione per lui, una speranza
di far parte. Chissà se parlavano una lingua comune, anche se io lo escludo,
per tutto il tempo saranno stati insieme a gesti,
altrimenti almeno una fioca eco di una loro frase adesso mi sarebbe giunta.
Sono sicuro che un tipo
così, biondo e occhi chiari, begli scarponi chiodati, bella cintura di
coccodrillo, bell’abbigliamento di lino, bella
montatura di occhiali, bell’orologio
di marca... e, soprattutto, quella disinvoltura vicina all’indifferenza propria
dell’alta borghesia che non dà spiegazioni né scade nei cosiddetti moralismi
che perdono tempo nell’etica del mutuo baratto... be’,
sono sicuro che un tipo così, corretto, freddo e sanguinano senza averne
l’aria, ha la mentalità giusta per godersi la vita. Ma
io soffro troppo per niente, dove finirà mai tutto il dolore che mi procura il
dolore degli altri? perché mi procura dolore anche
lui, adesso, non solo lei? come mi permetto?
L’importante è non confondere la rabbia, politica, con la cattiveria, umana,
poi non m’importa se provo compassione per un eccesso di sensibilità o di insensibilità. Del resto, sentire senza trasmettere o è
sempre a buon mercato o non costa niente, e spesso è per
facilità prossimo allo scriverne in generale senza comunicarlo di
persona ai diretti interessati. Ma se non fosse che io ho dato a me stesso parecchie prove di essere l’uomo che sono a faccia a
faccia, non avrei alcun rispetto per me scrittore davanti alla faccia inerte di
una pagina bianca che non può ribellarsi nemmeno se lo volesse. Dunque, questa
scorta assurda di dolore non mi riscatta ai miei stessi occhi e nemmeno lo
provo come se mi arrogassi il diritto di considerarlo mio, qui a fare le veci
del dolore che dovrebbe farmi sentire vivo in prima persona e che nessuno di
specifico mi fa sentire; so che è un dolore insensato e scioccamente messianico,
lo tengo a bada, non gli permetto di debordare fuori dai
suoi confini e di diventare me, di sostituirsi a me, uomo senza più un dolore
suo causatogli da un altro uomo; è un dolore vero e falso allo stesso tempo,
come la carta che lo contiene, perché io non ho rincorso quel camion per dare
una parola di conforto a quella ragazza, non ho affrontato di petto il suo
disinvolto sfruttatore, non ho rischiato niente stando seduto su quel masso a
contemplare la precipitazione verso il male casereccio e la malinconia fatale
di un destino, anzi, di due, e quello che sto rischiando adesso, scrivendone, è
troppo poco perché non ne denunci almeno la dubbia integrità intellettuale.
E se non fossi altro che
un imbecille istruito, lì a vedere le altrui tragedie raffinate e mute per
distogliere l’occhio dalla sua così pacchiana e roboante?
Quando vivrò mai io senza importunare le tragedie
altrui che nessuno vede, nemmeno i diretti interessati?
(64) FRATTAGLIE UMANE
… … Angelo mi racconta
di una infamia orribile sul posto dove siamo diretti, Tulear, e a suo dire tutto meno che diceria, secondo la
quale i bambini dei pescatori delle spiagge del Sudovest sono terrorizzati dai vasaha bianchi perché c’è una nave, dotata di sala
chirurgica, che salperebbe dalle isole Comore e di Réunion, calerebbe un vascello a mare e rapirebbe chiunque
al di sotto dei sedici anni per fare incetta di organi da trapianto. Cavano
reni, fegati, occhi, cuori e poi vanno al largo, avvicinandosi alla costa
africana più ricca di pescecani, per sbarazzarsi delle frattaglie umane morte o
ancora mezze vive che siano. La scomparsa di troppi
bambini negli ultimi anni, e resti umani trovati nelle pance dei pescecani, hanno suffragato questa storia, ma le autorità non vi danno
alcun credito, poiché qui nelle campagne e sulle marine nessuno ha la carta
d’identità, nessuno è registrato a un’anagrafe, perciò se scompare non è mai
esistito.
(66) IL FORMAGGIO E I FRANCESI
… … faccio notare a Angelo, sempre impeccabile nelle sue camiciole a manica
corta fino al gomito, come non sia mai apparso il formaggio nei nostri pasti,
strano, con tutto il latte di zebù che devono produrre, no?
«I francesi se ne sono
andati e non ci hanno lasciato niente, non ci hanno insegnato niente, né a amministrare né a cucinare né a preservare i cibi né la
profilassi venereologica né la scuola, niente,
figuriamoci se ci lasciavano la ricetta della produzione dei formaggi. Il
formaggio c’è, se lo vuole, ma tutto d’importazione. Francese. Carissimo, roba
per i ricchissimi.»
(67-68) DOLLAR
Mentre Angelo e
l’autista mi aiutano con i cinque sacchi di plastica
che scoppiano di madreperla, arriva trotterellando una bambina sui dieci anni
seguita da una sua amica; solo quando mi è vicina a un metro mi rendo conto
della vera età, da lontano sembrava una puttana nana: occhi neri e grandi e
resi ancor più grandi dal mascara, labbra imbellettate, unghie rosicchiate ma
smaltate di rosa, un gonnellino azzurro che le arriva sì e no alle chiappette tutte in fuori, una posa da donna di vita come
raramente mi è capitato di vedere in vita mia in una di mestiere; i miei due
attendenti perdono più tempo del necessario dietro l’auto, nascondendosi col
coperchio del bagagliaio; la bimbetta si sarà voluta salvare dalla pessima
educazione impartitale dai missionari o forse sarà una loro creatura preferita?
per adescarmi prova varie frasi in varie lingue,
francese, inglese, italiano e, imbroccato l’italiano, mi chiede se voglio
seguirla lì vicino dietro una tenda del negozio di chincaglieria che ha «una
cosa da farmi vedere, no pelo», l’amica concorrente che si fa più vicina è
accolta con una gomitata nel fianco che la fa rinculare e allontanare
definitivamente, io cerco con gli occhi soccorso ma i due non la finiscono
ancora con la sistemazione delle conchiglie, faccio finta di niente, mi chiede
delle caramelle, delle biro, un quaderno, si gira e si solleva la gonnellina
fino alla vita e con la coda dell’occhio mi guarda e dice senza alcuna malizia,
«Culo solo cinque dollari»,
in italiano, «Allora, vi sbrigate?» grido ai due con quanto panico ho in corpo,
e Angelo dice, «Noi credevamo che...», mi raschio bene
in gola e lo fulmino con uno sguardo di collera arricchita dal moralismo che
non ho affinché capisca bene una volta per tutte che
genere di uomo potrei essere o intendo essere e partiamo, la puttana bambina
non demorde, incolla la faccia al finestrino, mi fa segno di tirare giù, apre
la bocca e fa andare la lingua dentro e fuori in modo inequivocabile, gli occhi
sono come morti, non partecipano all’azione, come trapiantati da una bambola,
sembrano di vetro nero senza riflesso, l’amica la chiama, sta arrivando una
jeep con due uomini bianchi a bordo, le grida, «Dollar!»,
e credo sia proprio il suo nome d’arte.
(95 e seguenti) HANTA
E apparsa così, di prima
mattina, come appaiono gli aquiloni colorati dietro un casamento abbandonato, e
non se ne va via, resta là seduta a ricamare sullo sgabellino
contro il cielo così sereno che sembra lei stessa una sfumatura isolata sulla
cresta del niente che dà prospettiva a un miraggio. È
regale, austera, è semplice e remota, è lì, e è
venuta, seguita dalla madre e da una sorellina non meno belle, a mettere giù la
sua bancarella di cotoni e di conchiglie e statuine di legno. Portava le
conchiglie in una bacinella sulla testa e un secchio per mano e sotto un
braccio stringeva al fianco dei trespoli e altro, avanzava dallo sfondo della
spiaggia, ben oltre il villaggio limitrofo, e non c’era ancora nessuno, io ero
sveglio da un’eternità, in francese ha mormorato «Buongiorno, signore» passando
davanti alla mia sdraio, «Buongiorno, signorina», le
ho risposto fuori tempo dalla sorpresa, ma lei aveva già distolto lo sguardo, e
aveva un modo, una grazia, uno studio diventato naturalezza nel mettere un
piede davanti all’altro che mi ha tolto il respiro, non ho mai visto creatura
umana spostarsi così, massiccia e leggera, dalla caviglia alla cervice passando
per i lombi e le reni e le scapole è un’assonanza di
pura elasticità, come dire, concettuale, è lo spirito fattosi carne fattasi
donna fattasi ritmo, e la voce, il saluto, così netti, tersi, che si fermano
esattamente dove non intendono oltrepassare, di una dolcezza tagliente che non
ammette familiarità, fraintendimenti.
Deposta la bacinella per
terra, per prima cosa si è rassettata i capelli schiacciati e ne è venuta fuori una cascata nera che va a slanciarsi al
rovescio, cadendo dove deve e facendo impazzire gli occhi dei pochi clienti
svegli là in terrazza tanta è la legge di gravità presa in giro con un colpo di
pettine e un paio di mollette. La testa, appena piegata in avanti e come se la
capigliatura prendesse una rincorsa interna, ora, lentissimamente, si solleva,
sbattono le palpebre e lei fissa davanti a sé con una risolutezza che invece di
penetrare accarezza, ma si sente che è una femmina dai vasti disegni istintivi
dove non c’è posto per l’ombreggiatura e le mezze tinte, è solo fiera e pudica,
e uno pensa, adesso fa così col dito e l’oceano si apre in due, invece prende a aprire i trespoli, a sistemare le due assicelle di
compensato, a appendere manufatti di cotone e collanine di pietre colorate e a
svuotare la bacinella, cento volte su e giù da ritta a piegata ma con quei
capelli, ormai convinti con l’inganno, fermi, scolpiti dove e come ha deciso
lei, noi la contempliamo nella nostra assoluta e muta ammirazione, e nella
scollatura della camicetta color arancio, sopra la pelle color cacao, sbatte
una collanina d’oro con un bianco cavalluccio marino, morto, certo, ma, e non
parlo per me, mai così invidiato da uomo vivo. Poi, finita con ogni cura la
disposizione della bancarella e fatti scivolare sulle aste i due lembi della marquise bianco avorio, si toglie camicetta e pareo tinta
unita color sacco e senza fiori, resta in costume da bagno blu un po’ allentato
qui e là attorno alle cosce, forse non suo o perché lei con il pieno sviluppo
ha perso qualche chilo dall’anno scorso, e, rivelando un vitino
da vespa e fianchi generosi, corre sulle sue lunghissime e gran belle gambe a
tuffarsi in acqua e uno pensa, addio acconciatura, addio totem di capelli.
Macché.
E comunque,
quando esce, guardi solo i seni, un po’ sacrificati, perché lì il costume le
tira dappertutto, ma lei tiene compostamente le mani lungo i fianchi, palmi
leggermente in fuori, e piano si dirige verso la bancarella, afferra i suoi
vestiti e poi scompare dietro un alto steccato e un istante dopo il costume blu
plana volando su una siepe di canne di bambù intrecciate di convolvoli rosa, e
schizzano via api a non finire, e l’intervallo senza lei in scena è forse la
parte più mozzafiato dell’azione, fra il flusso delle onde e la corrente del
vento ha il sopravvento un effluvio da fine del mondo e origine di tutto
daccapo: la scomparsa è la vera corda tesa dell’amore di vivere, che lei riappaia o no; poi i pochi clienti al momento senza mogli,
come facendo finta di niente e per tacito accordo di branco, si alzano dalle
sedie e uno dopo l’altro, senza che mai ne arrivino due insieme, strisciano
come ramarri ingrigiti fino alla bancarella, le chiedono quanto costa questo,
quanto costa quello, e se il coso, la roba, il ricamo è fatto a mano. Lei
sospira e infila un’altra cruna con un filo di colore diverso, ha una serie di aghi belli pronti infilzati in una pagina di rivista
missionaria, si sente che glieli infilerebbe volentieri negli occhi, infatti
non comperano niente, passeranno dopo o domani, mentre la madre, ricamando la
sua parte del giorno, fa da vedetta sotto un roveto ombroso e la sorellina la
spola avanti e indietro con gli aghi, provandosi invano a centrare il buco,
sono così piccoli che le sfuggono di mano e poi, con occhio di aquilotto, li
individua all’istante e li raccoglie dalla sabbia. E
mi crea una felicità insensata, quella di aver patito la mia parte ma, infine,
di essere stato qui in questo preciso istante e poter dire in un qualsiasi
momento di sconforto venturo: io le ho viste, e da sole valevano ogni pena.
Alla sorella maggiore
no, non sfugge una cruna, gli aghi lei li sistema
tutti alla prima occhiata e al primo colpo.
Hanta
è la più bella ragazza di Lakana Vezo,
forse dell’intero Madagascar, forse è la più bella ragazza che
io abbia mai visto al mondo, ha un viso dai tratti polinesiani, già visto tante
volte nelle pitture dal calmo esotismo e più sconvolgenti di Gauguin e, malgrado abbia denti bellissimi e bianchissimi,
ride portandosi la mano alla bocca quando le chiedo se è fidanzata e quanto
costa una tovaglia ricamata a mano, lei dice, «Centoventimila
franchi, signore», malgasci, ovvio, e io,
facendo lo stupidino per niente, «Per centoventimila
franchi voglio anche lei, signorina», e lei ride scuotendo la testa, perché la
sfacciataggine spiritosa è il sollievo delle donne, ride di
cuore colta di sorpresa dardeggiando scandalo e zucchero filato dagli
occhi troppo neri, troppo belli, troppo grandi, e poi anche la madre ride e mi
guarda soppesandomi con un’aria sospetta ma, alla lontana, benavente,
da madre premurosa, appunto, accidenti, spero nessuna qui mi prenda in parola,
ma non posso tirarmi del tutto indietro, e così comincio la mia collezione
quotidiana di tovagliette, tovaglioli, fazzoletti,
copricapo, i prodotti più cari in vendita, con tutti quei minuscoli presepi di
pescatori, palme, negretti, ananas, cespi di sisal, lemuri, anatre, delfini,
conchiglie e baobab ricamati da lei sotto i miei occhi; Hanta
parla solo se interrogata e poi, improvvisamente, mi chiede una cosa precisa,
se sono sposato, io le rispondo che sono vecchio, che non mi deve dare retta,
faccio la corte non a lei ma rendo omaggio alla sua bellezza, un modo per
impicciarmi di affari meravigliosi ma non miei, e invece sbatte le lunghe
ciglia come se imprigionasse delle mie parole le più impalpabili sfumature, che
a me sfuggono, faccio il galante per capriccio e per ingannare la mia vera
vita, che improvvisamente mi sembra una bugia accecante ma sopportabile come
qualsiasi altra di qualsiasi altro genere, non faccio il calabrone per illudere
nessuno, ma per fare un nuovo, rivitalizzante male a me, e più le dico che ho
lasciato perdere certe cose e più lei, da lontano, girovaga con lo sguardo attorno
al mio patio, quando fa il cammino di ritorno sono sempre fuori sulla rena, è
un caso, non le stavo facendo la posta, «Buonasera, signore», «Buonasera, Hanta», e questa notte le chiacchiere dei pesci nella rada
non mi hanno fatto chiudere occhio, le murene hanno fatto salotto con le saraghine, poi una piovra, ruffianissima maestra di
cerimonie, mi ha visto appoggiato allo steccato del patio e mi ha gridato, «Si butti, signor
ciambellano, venga a prendere un’acqua pazza da noi! La nostra Regina sta filando
le alghe più smancerose per farle la matassina adatta
al ricamo sul giustacuore!», saranno un centinaio di metri strisciando come una
cozza prima di potermi tuffare, e le triglie hanno fatto le ore piccole che più
piccole non si può, dei veri e propri nitriti a ganasce spalancate, una cagnara equina, e poi dicono “muto come un pesce”! con gli altri, forse, ma con me il pesce non sta mai zitto
la frazione di un’onda e poi, ogni volta che credo di poter tirare finalmente
le reti e schiantare sulla chiglia del letto, sono improvvisamente sveglio a
cavallo di un’orca che grida a crepapelle non appena mi addormento, perché
domani alla bancarella di Hanta potrò comperare
qualcosa che oggi mi è sfuggito, la matassina di fili
colorati dispiegata nel ricamo della specie che mi manca. Potrei chiederle di
confezionarmi una camicia, magari di ricamarmi il taschino, e poi di ricamarci
il suo nome. La vedo già portare la mano alla bocca, ricamare il suo nome! perché? perché lei è un’artista,
mia dolcissima signorina! la sento ridere, forse per
via del “lei” o del “dolcissima”, la faccenda del suo nome ricamato non ha
alcun senso di amor proprio per le sue dita pudibonde; certo, addormentarsi in
questo modo, è un bel cambiamento per uno che non è mai stato con una donna di
sua spontanea volontà, e pazienza, ma per uno che per stringere il discorso,
almeno senza fare entrambe le voci necessarie a ogni esistenza, puntava tutto
su uno sporcaccione di geco sulla trave...
L’indomani scompaio del
tutto, ho alzato gli occhi prima di voltare dietro l’albergo evitando il giro
davanti alla bancarella e lei era là, pronta a
cogliere il mio sguardo, e ci siamo sorrisi, teneva gli occhi un po’ sgranati,
sembrava interrogarmi. Rientro a sera inoltrata santamente avvolto in
un’aureola di coleotteri blu elettrico e farfalline arancio e
lilla, la bancarella riposa accartocciata nel suo telo sullo sfondo del
cielo che ha la luna storta, posso tirare un sospiro di sollievo, ma non è
sollievo, allora che sarà?
(113-114) LA DIETA CONTOURELLE
Comunque
ho già deciso che sarà favolosa la mia (…mancia…), per lui e per Sufulu, l’assente che guida e che, malgrado tutte le mie
proteste, non può né mangiare né dormire negli alberghi dei clienti perché non
è una guida autorizzata e ogni sera trova un riparo di fortuna presso un
parente o un conoscente o si fa il letto accanto al fuoristrada, accende il suo
fornellino da campo, si cucina un uovo, e solo uno ma
ogni sera, e aspetta i miei comodi.
È tanto magro, beato
lui, secondo me dovrebbe divulgare la sua dieta,
farebbe un sacco di soldi con la sua personale scienza dell’alimentazione e del
giaciglio, spiegare per filo e per segno ai soci e alle socie Contourelle come fa a mantenersi così in forma che si
vedono le costole. Però non c’è una vera disciplina e volontà estetica nel suo
fisico scheletrico da fare invidia, perché ogni volta che timidamente mi sono
permesso di portargli un cartoccio con bistecca, formaggio e torta ha pappato
tutto così di gusto e alla svelta da invertire il borghese e quindi logico
ordine di assunzione.
(122-123) CIÒ CHE NON È IN VENDITA
Al
ritorno, …, ho parlato a lungo con la madre di Hanta, mi dava dei mezzi ragguagli, ha saputo dalla figlia
che non sono sposato e che sono sincero, che non sono sposato davvero, dice che
sono un bell’uomo, un uomo come ce ne sono pochi in
giro, che sono gentile, che non offendo, che non voglio comprare «ciò che non è
in vendita», che l’età in un uomo non conta niente (forse perché conta poco
anche lui?), che Hanta quando rientra racconta a tutti
che cosa ho fatto io, se ho cantato o fatto dei balletti sul patio tutto da
solo o le battute che l’hanno fatta ridere, e ha anche riferito che, quando
avrà finito di ricamare la camicia, voglio che a punto erba ricami anche il suo
nome, non gliel’ha mai chiesto nessuno, prima di me, il nome ricamato, la mamma
ha altri cinque figli, li manda tutti a scuola in città, tutto ciò che guadagna
è destinato alla loro istruzione in città, non qui, dove le scuole non valgono
niente, tutti nella sua famiglia sanno leggere e scrivere e taluni parecchio di
più, Hanta è la maggiore, sgobba, senza di lei
farebbero i selvaggi come gli altri e è lei che ha insegnato a leggere e
scrivere a tutti i famigliari, compreso il padre pescatore, Hanta
è libera, è una ragazza difficile alla quale non sta mai bene nessuno del suo
villaggio e non solo non ha figli, data l’età, ma è vergine... Non so perché la
madre mi dica queste cose senza smettere di ricamare la sua parte di cotone.
Come sarebbe improvvisamente la mia vita se in cucina apparisse lei, la mia
cara Hanta, appena scesa dal letto, dal mio letto,
tutta Hanta invece di un quadernetto di appunti malandato tolto dalla sacca da viaggio... Io vado
via, ritorno nella mia libera cella, … … …
(124) SCADE PRESTO
Guarda, mi dico al bar
dove sono costretto a origliare anche non volendolo,
dopo un po’ sarebbe stato come fra quel fighetto
sudamericano, un uruguaiano credo, alto e magro e ossessivo con malgascia dall’aria scornata, presa a cottimo e rivestita
secondo lo standard di accompagnatrice part time in
vacanza, lui che finge di interessarsi a sua figlia e le fa domande sulla
scuola, domande fuori luogo a una morta di fame rimasta incinta chissà da chi,
magari proprio da lui anni fa, lei risponde a monosillabi, lui la sbaciucchia e
la palpa in continuazione, lei sopporta e appena può riporta il discorso su
cosa farà mai quando lui se ne andrà, un uomo e una donna fuori fase che stanno
assieme perché uno compra e l’altra non può non vendersi alla svelta perché sa
che scade presto.
(125) A DOMANI
E una sera che mi sono
messo la sua camicia appena finita e firmata “Hanta”
in filo rosso sotto i miei occhi, lei passa per ritornare a casa,
«Buonasera, signore», «Buonasera, Hanta» e per la
prima volta, come se un ventriloquo in me usurpasse la mia laringe, aggiungo, impostore, «A domani», lei si gira senza fermarsi, fa un
mezzo sorriso, ma è un sorriso un po’ incerto, un po’ incredulo, una
contrazione nervosa, per la prima volta la cesta le traballa sulla testa, forse
sa già tutto, forse sua madre addirittura si è già informata da qualche
inserviente che sa arrivi e partenze, «A domani,
signore», non aggiunge, era sperare troppo, “Sei come tutti gli altri,
signore”, e l’indomani, poco prima delle sette, senza volgere un solo sguardo
al punto della spiaggia da cui compariva alle otto e trenta in punto, parto.
(152) Non posso avere freddo …
…: ho indosso la camicia di Hanta, il calore
di un ricamo.
* * * * *
(da appunti presi su settantadue fogli di
scartafaccio nell'aprile del 1998; nessun senno di poi nell'elaborazione durata
fino al 2002: le considerazioni politiche e di carattere generale sono quelle del momento).