GINO STRADA
BUSKASHÌ
Viaggio dentro la guerra
La
buskashì è il gioco nazionale afgano: due squadre di cavalieri si contendono la
carcassa di una capra decapitata. È un gioco violento e senza regole: l'unica
cosa che conta è il possesso della carcassa, o almeno di quello che ne resta,
al termine della gara. È come il tragico gioco a cui partecipano i numerosi
protagonisti del conflitto afgano, una partita ancora in corso, solo che al
posto della capra c'è il popolo dell'Afganistan. Buskashì è la storia di un
viaggio dentro la guerra, che ha inizio il 9 settembre 2001, con l'assassinio
del leader Ahmad Shah Massud, due giorni prima dell'attentato di New York. Un
viaggio "clandestino" per raggiungere l'Afganistan mentre il paese viene abbandonato da tutti gli stranieri e si chiudono i
confini. L'arrivo nella valle del Panchir, l'attraversamento del fronte sotto i
bombardamenti per raggiungere Kabul alla vigilia della disfatta dei talebani,
la conquista della capitale da parte dei mujaheddin dell'Alleanza del Nord, la Kabul "liberata": l'esperienza della guerra
vista dagli unici testimoni occidentali della presa di Kabul.
Gino
Strada è chirurgo di guerra e uno dei fondatori di
Emergency, l'associazione umanitaria italiana per la cura e la riabilitazione
delle vittime di guerra e delle mine antiuomo. Da quasi quindici anni è
impegnato su tutti i fronti di guerra, dall'Afganistan alla
Somalia, dall'Iraq alla Cambogia. Con Feltrinelli ha pubblicato
Pappagalli verdi (1999), che ha vinto il premio internazionale "Viareggio
Versilia 1999" e continua a riscuotere un grande
successo.
In
copertina: immagine di Fabrizio Lazzaretti.
© Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano
Prima edizione in "Serie Bianca"
settembre 2002
Prima edizione nell' "Universale
Economica" maggio 2003
ISBN
88-07-81747-0
Libri
in uscita, interviste, reading,
commenti e percorsi di lettura.
Aggiornamenti quotidiani
“ A mia figlia Cecilia”
Indice
Pag. 9 1. Gafur
11 2.
Notizia di agenzia
16 3.
Sciacalli vecchi e nuovi
20 4.
Scontro di civiltà
24 5.
Fuga da Kabul
28 6.
Consiglieri e alleati
33 7.
Cieli e montagne
39 8.
Weekend a Chitral
44 9.
Clandestini e militari
53 10. Verso il tetto del mondo
58 11. Il doppio confine dell'Hindukush
64 12. La via delle armi
72 13. In Panchir
76 14. Bombardamenti
81 15. Aspettando il mullah
87 16. Charikar e
dintorni
92 17. Ci vediamo giovedì
101 18.
Il fronte
110 19.
Kabul
117 20.
Vuoto di potere
125 21.
Una lunga notte
131 22.
Il giorno dopo
137 23.
Un combattente ferito
143 24.
Il circo
150 25.
Donne e madri
154 26.
In cella
158 27.
A scuola
162 28.
Discorsi afgani...
166 29.
...e sogni
168 Cara Cecilia
171 Nota dell'Autore
173 Dichiarazione universale dei diritti umani
Gafur
Devo
aver dormito profondamente, perché Koko Jalil mi scuote nel letto per
svegliarmi, alle cinque e un quarto del mattino.
"Maris
ast," ci sono feriti.
Apro
gli occhi a fatica e vedo un castoro, con l'ombrellone e la sporta dei panini,
che va allo stagno per il picnic: già, i disegni di Vauro sui muri della
Pediatria, l'ospedale di Emergency a Kabul.
Mi
metto a sedere sul letto per forzare il risveglio, l'angoscia è svanita, anche
lo squalo dai denti aguzzi sulla parete di fronte non fa paura. La notte è
passata.
"Maris
ast!" ripete Koko Jalil.
Usciamo dalla corsia, di fretta verso il
pronto soccorso, l'aria è
fresca e il cielo sereno. A Kabul sarà una giornata di sole, e il sole farà
sciogliere gli incubi e sentire più distanti le raffiche di mitra.
Sulla
rampa del pronto soccorso stanno estraendo feriti da un taxi giallo. Si apre il
cancello dell'ospedale: due persone entrano a passo sostenuto, trasportano a
braccia un altro ferito, che perde sangue in abbondanza. Li aiutiamo.
Ha
circa trent'anni e me lo trovo davanti sdraiato su una barella del pronto
soccorso, la barba folta e nerissima, gli occhi scavati dal panico. È agitato,
scuote la testa e suda, pallidissimo. "Come ti chiami?"
"
Gafur," risponde con un rantolo.
Lo
spogliano, un frammento metallico ad alta velocità lo ha
trapassato, da destra a sinistra.
"Lo
abbiamo trovato qui fuori, in mezzo alla strada."
Dieci
minuti e tutto è pronto per l'intervento, bisogna
fermare l'emorragia.
Ma in sala operatoria le cose non vanno bene. Il fegato ha uno
squarcio esteso, bisogna asportarne una parte, il rene destro è tagliato in due
e anche gli intestini e lo stomaco sono pieni di buchi.
"La
pressione non sale e urina poco. Per quanto ne hai ancora?" mi chiede
Muftakhar, l'anestesista.
"Molto."
Gafur
non sta più perdendo sangue, ha già ricevuto
abbondanti trasfusioni. Ma non migliora.
È
il primo paziente che viene operato, dopo la
riapertura dell'ospedale.
Una pinza emostatica, poi un'altra, tanti
lacci da annodare, per legare decine di piccoli vasi sanguigni. Opero in silenzio, lo strumentista
capisce ogni volta quel che mi serve.
Gafur.
Un civile? Un talebano? Un terrorista? Un mujaheddin?
Soltanto
un uomo.
Che
probabilmente morirà oggi, 13 novembre, prima vittima nella
Kabul "liberata", una delle tante vittime di questa storia
cominciata il 9 settembre 2001.
Notizia di
agenzia
Scorro
i titoli dei quotidiani, affidando al terzo caffè il compito di riportarmi alla
vita di relazione, quando arriva, nella sede di Emergency
a Milano, una notizia di agenzia: "Afganistan: Vivo o morto? mistero su comandante Massud (Ansa) - Islamabad, 10 set. -
Si tinge di giallo la sorte del leader dell'opposizione
afgana ai talebani, Ahmad Shah Massud, ieri vittima di un attentato".
Contattiamo subito il nostro staff in Panchir.
"Non abbiamo notizie sicure, circolano molte voci,"
dice il dottor Afan, "una bomba, sembra."
Un
attentato a Massud? Fatico a crederlo.
Proviamo con l'Alleanza del Nord per avere
notizie di prima mano, raggiungo
per telefono Younus Qanouni, il ministro dell'Interno.
"Hanno
cercato davvero di assassinare il comandante Massud?"
"Sì,
ma non ci sono riusciti, il nostro amico è solo ferito."
Una pausa.
"E come sta?"
"Sta
bene, Gino, non ti preoccupare." "Se
possiamo fare qualcosa..."
"È
già venuto da me uno dei vostri, se ci sarà bisogno ve lo diremo subito. E tu, quando torni in Afganistan?"
"Tra
poco."
"Ti
aspettiamo."
"A
presto, e salutami Massud."
Mi
sento meglio, per tanti motivi. Potrei dire che la situazione
politico-militare in Afganistan si complicherebbe molto con la morte di
Massud, e sarebbe vero. Ma la vera ragione è un'altra:
sono contento che Massud sia vivo.
L'avevo
conosciuto nella primavera del 1999, durante un sopralluogo nel nord
dell'Afganistan per verificare la possibilità di aprire un ospedale nella
regione.
Alto,
dinamico, di poche parole, sguardo magnetico e grandi mani che mi avevano ricordato
quelle di mio padre, Massud era comparso all'improvviso nel piccolo ufficio
dell'Alleanza a Bazarak.
Andava
sempre di fretta, il cappello marrone obliquo sulla testa fino a coprire
l'orecchio, giacca e calzoni militari, scarponi e il sorriso pronto.
Ci
aveva ricevuto con calore, parlando in modo preciso e pacato,
mai toni alti: c'era in lui il carisma naturale del leader, trasmetteva
sicurezza e insieme dava ordini. Ascoltava attentamente, distogliendo lo
sguardo solo per prendere appunti e lasciando sfogo, a volte, a un tic che gli faceva sollevare la spalla e ruotare il
collo.
Non
era stato difficile intendersi con Massud, bastava
essere sinceri e mantenere le promesse.
Ci eravamo lasciati a metà marzo, appuntamento a settembre, per
incominciare i lavori dell'ospedale. Avevamo scelto Charikar, nella piana dello
Shomali, 65 chilometri a nord di Kabul e 25 dalla linea del fronte che divideva
l'Alleanza del Nord dai talebani.
Poi,
a fine luglio del 1999, le forze talebane avevano sfondato le linee nello
Shomali, avanzando fino all'imbocco della valle del Panchir, e i mujaheddin si
erano ritirati.
La
telefonata di Teresa mi aveva raggiunto a Erbil, nel
nord dell'Iraq: "La popolazione sta scappando, ci sono già decine di
migliaia di profughi. È una grande offensiva,
l'Alleanza del Nord si è ritirata in Panchir e sembra in difficoltà a contenere
l'avanzata dei talebani, dobbiamo andare in Afganistan, c'è bisogno
subito".
Messaggio
chiaro, addio vacanze in agosto.
Così
ero partito dall'Iraq, Kate aveva smesso di spalmarsi creme al sole della
Grecia, dove era arrivata tre giorni prima, come
responsabile di Emergency per l'Afganistan; Sergio, anestesista, aveva
rinunciato alle nuotate a Stromboli. Con i nostri amici curdi Hawar e Atta ci eravamo riuniti tutti a Dushambè, l'orrenda capitale del
Tagikistan.
Da
lì, dopo alcuni giorni, con un elicottero dei mujaheddin avevamo raggiunto il
Panchir.
Fu
allora che incontrammo per la seconda volta Ahmad Shah Massud, in una casa
isolata della valle, allora traboccante di sfollati.
Avevamo
tante cose da discutere: come poterci rendere utili, come dare una mano ai
centocinquantamila disperati allo sbando - tanti erano diventati in pochi
giorni - accampati lungo le rive del fiume o sotto i rottami dei carri armati e
dei blindati russi con vent'anni di ruggine.
E l'ospedale, dove costruirlo adesso?
Eravamo
andati a Charikar, per capire la situazione.
A
Jabul Seraj una cinquantina di carri armati del generale Bismullah Khan, tra i
più fidati luogotenenti di Massud, stavano schierati
sul costone, i cannoni verso la pianura.
La
strada per Charikar, una delle poche asfaltate del
paese, che dal Tagikistan scende al passo di Salang per poi piegare verso
Kabul, era stata a lungo martellata dai razzi. Anche il ponte sul fiume presso Matak
era stato colpito, e i mujaheddin avevano costruito un passaggio un po'
precario appena a lato, utilizzando pezzi di veicoli per il trasporto dei carri
armati e rottami di autoblindo.
Avevamo
proseguito non senza ansia, il nostro autista sempre vigile a scrutare il
profilo delle montagne alla nostra destra: "Taleban ungia ast, bum
bum", lassù ci sono i talebani, e sparano.
La
popolazione era scappata da Charikar, troppo esposta ai razzi talebani. Niente da fare, impensabile mettersi a costruire un ospedale sotto
i bombardamenti, in una città fantasma.
Bisognava
riparlarne con Massud.
Era
stato molto contento di saperci lì, in un momento tanto difficile. Il nostro
arrivo lo aveva in qualche modo sorpreso, non si aspettava che avremmo
mantenuto la promessa così presto.
Avevamo
preso il tè e chiacchierato a lungo nel salone di Dolonsan, forse il Comandante
si stava prendendo un attimo di relax. I suoi mujaheddin avevano riconquistato le
posizioni nello Shomali, ma la piana era ormai abitata più da rovine e case
incendiate, da mine e razzi inesplosi, che non da famiglie di contadini.
I
civili, senza cibo né un posto per dormire, avevano invaso la valle, in fuga
dalla guerra.
"L'ospedale
deve essere in un luogo sicuro, all'interno della valle, Anabah andrebbe
benissimo," ci aveva infine consigliato Massud,
poco prima di salutare me e Kate con una stretta di mano e scappare per una
riunione con i suoi comandanti.
Ahmad
Shah Massud, il Leone del Panchir", è un mito per molti afgani, persino
per molti dei suoi nemici: l'attentato deve essere stato un colpo terribile per
la gente del Panchir, e non solo.
Le
notizie dall'Afganistan mi tranquillizzano un po', ma il Comandante ferito mi
evoca spesso ricordi durante la giornata. Erano quasi le dieci di sera, verso
l'inizio di ottobre del 1999, quando era venuto a
trovarci per la prima volta, all'improvviso, nella nostra casa in Panchir.
Stavamo
chiacchierando con alcuni amici afgani, una decina di persone sdraiate sulle
stuoie e i cuscini della sala da pranzo, quando era entrata una delle guardie.
"Tra
un quarto d'ora arriva il comandante Massud,"
aveva detto con una certa emozione.
"Qui?"
"Sì,
qui, ce l'hanno mandato a dire quelli della sicurezza."
Ci eravamo guardati in faccia stupiti, poi era scoppiata una
grande risata.
"Chissà
cosa avranno capito," aveva detto Atiqullah, e
aggiunto: "Massud non ha mai fatto visite private a nessuno, tanto meno a
un'organizzazione di stranieri".
Così
avevamo liquidato la guardia con un "va bene" di compatimento, e
versato un altro goccio di vodka.
Dieci
minuti dopo era comparso Haji Rahim, che conoscevamo per essere un fedelissimo
di Massud, e allora Kate era scattata in piedi e aveva dato la carica: in pochi
minuti la tavola era stata sparecchiata, le finestre spalancate - il Comandante
non tollera il fumo -, i cuscini rimessi in ordine. E poi un
fiore sul tavolo, uvette, acqua di sorgente, ceci secchi e le mandorle
ricoperte di zucchero. In cinque minuti il nostro bivacco era diventato
una sala da tè della Londra d'altri tempi.
"È
arrivato."
Ero
uscito in giardino per andargli incontro, e me lo ero trovato davanti, nella
penombra.
"Al
salam alekkum," la pace sia con te.
"Alekkum
al salam."
"Sono
passato a salutarvi e a vedere come state. Mi hanno detto che la costruzione
dell'ospedale procede bene."
Abbiamo
chiacchierato, discusso, scherzato per quasi due ore. Ed
è stato bello sentire le risate sincere di Massud, divertito da alcune
storielle di peripezie capitateci nei giorni precedenti.
Così
ho cominciato a conoscere, e ad apprezzare, il Leone del Panchir, l'uomo che
aveva sconfitto i sovietici, il leader che aveva combattuto per anni i fanatici
di Hekmatyar, l'ultimo ostacolo a un Afganistan tutto
talebano. Da allora c'è, nel nostro rapporto, stima e simpatia reciproca, una
strana amicizia.
Mi
piaceva starlo ad ascoltare, vedere come era cambiato
Massud dopo vent'anni di guerra, come la pensava adesso sulla società, sul
mondo, sui diritti umani. E sulla guerra.
"Sarebbe
molto bello riuscire a fare qualcosa per le donne di qui. Ma per favore," mi aveva raccomandato un giorno, "non facciamo
chiacchiere sui diritti delle donne: diamo loro lavoro e istruzione." Ero
rimasto di sasso.
Massud
che dice queste cose, che bisogna mettere in pratica, costruire i diritti
umani, anziché chiosarli o declamarli? "Abbiamo assunto una quindicina di
donne per la sartoria dell'ospedale, e si sono presentate già sei infermiere," era stata la replica di Kate. "E in ospedale è
vietato portare il burqa," avevo aggiunto io.
Massud
era scoppiato in una risata: "Bisior khub", molto bene.
Mentre riaffiorano i ricordi tra una riunione e l'altra nella sede
di Milano, sono già le sette di sera. È il 10 di settembre. Prima di uscire,
telefono ancora in Afganistan, al ministro Qanouni.
"Sono
Gino, allora come sta? Le agenzie di stampa sono sempre più confuse e
contraddittorie."
"Meglio,
gli ho parlato al telefono dieci minuti fa."
"Serve qualcosa?"
"Non
per il momento."
"Va bene, ti richiamo domani."
Né
io né mister Qanouni potevamo immaginare che il giorno
dopo ci saremmo risentiti in un mondo diverso.
Sciacalli vecchi e nuovi
Il fumo, le fiamme, la polvere che ricopre
la città, il panico sui volti dei sopravvissuti, il crollo. Il World Trade
Center non c'è più, migliaia di persone spariscono tra
le macerie, mescolate ai mobili degli uffici, ai documenti bancari, alle
macchine foto-grafiche dei turisti.
Resto inchiodato per ore alla Cnn a guardare l'orrore in di-retta.
Chiunque
di noi avrebbe potuto trovarsi lì.
Cecilia
aveva tre anni quando l'ho portata per la prima volta
a New York. In cima al World Trade Center, la tenevo
in braccio a guardare la città dall'alto, incollata alla vetrata da dove anche
i grattacieli sembravano piccoli piccoli. Ci saranno stati molta altri bambini in cima alle torri oggi,
11 settembre 2001. Manhattan colpita a morte, e non è
un film.
Questa
volta ci sono riusciti. Il World Trade
Center, lo stesse obiettivo del 1993. Allora, il piano
dei terroristi era di far cadere con una potente bomba nel garage sotterraneo,
una delle torri addosso all'altra, per provocare - stimavano - ventimila morta nel cuore di New York. Qualche
errore e un po' di "sfortuna": sei morti e un migliaio di feriti.
Adesso,
purtroppo, ce l'hanno fatta.
Mentre
il Boeing 767 della United Airlines trapassa la torre
sud come in un videogioco, mi torna un vago ricordo, avevo letto qualcosa di
simile.
Come
si chiamava quel libro? Ci sono, The New Jackals, nuovi sciacalli. Lo cerco tra i molti volumi
collezionati negli anni scorsi sul terrorismo internazionale, sul mondo
islamico ^ sull'Afganistan. Eccolo qua: i tecnici dei
servizi segreti americani avevano lavorato a lungo - si racconta nel libro -
sul computer di Ramzi Youssuf,
l'organizzatore dell'attentato del '93. Alla fine
erano riusciti a entrare in un file molto protetto, e
avevano scoperto il Bojinka Plot.
Bojinka in serbo-croato significa
"esplosione". Cinque terroristi, agendo indipendentemente, dovevano
mettere bombe su altrettanti aerei di compagnie americane, la
United e la Northwest,
e farli esplodere in volo.
Evidentemente
il piano è stato elaborato, adattato nel corso degli anni. Oggi gli aerei sono
stati usati come missili in attacchi suicidi su New
York e sul Pentagono.
Che cosa starà pensando in questo momento Ramzi
Youssuf, nel carcere dove è rinchiuso da alcuni anni?
"Mi accusate di essere un terrorista. Sì, lo sono,"
aveva detto ai giudici americani durante il processo del 1997, "e ne sono
orgoglioso. Voi avete inventato il terrorismo, e le bombe sono l'unico linguaggio
che capite." (Nota di
Gandalf: ATTENZIONE, l’evidenziazione in “grassetto sottolineato” è mia)
Le
rovine delle torri gemelle stanno ancora fumando, e per la prima volta la Cnn pronuncia il nome che molti stanno aspettando, Osama bin Laden.
"La
risposta degli Stati Uniti non si farà attendere,"
assicurano i portavoce della Casa Bianca nelle prime conferenze stampa.
Neanche
di fronte al macello, alle urla e alle invocazioni di aiuto
di chi sta per morire, la specie umana è capace di fermarsi, di riflettere. Ci
sono ancora persone a brandelli là sotto, non sappiamo ancora quanti stanno
agonizzando tra le macerie di New York, e già c'è chi pensa a
un nuovo macello.
Moriranno
altri innocenti.
Chi
sono le migliaia di sepolti sotto le torri gemelle o
tra le rovine del Pentagono, qual è la percentuale di vittime civili? E qual è stata nei conflitti degli anni precedenti? Quanti
innocenti sono morti a Sarajevo e a Belgrado, a Mogadiscio e a Baghdad, a Tel
Aviv e a Gaza e in tutti gli altri luoghi di guerra del pianeta?
Nove
volte su dieci, in ciascuna delle guerre di oggi, quel
proiettile o quel razzo, quella bomba o quella mina hanno colpito un bersaglio
incolpevole.
Sono
innocenti le vittime sepolte sotto le macerie delle torri. Saranno altrettanto
innocenti le vittime che già si programmano tra gli afgani, colpevoli di essere
stati invasi dai miliziani di Osama
bin Laden.
Ci
sono molti amici in casa, che vanno e vengono fino a notte
fonda. I telefoni non smettono di suonare. Sono teso, stanco. La pietà per le
vittime si mescola alla rabbia quando iniziano i "commenti
televisivi".
Non
sopporto le chiacchiere di molti politici che hanno già capito tutto, individuato buoni e cattivi, e pontificano sul da farsi. So
benissimo, tra l'altro, che per molti di loro Osama
fino a stamattina poteva essere indifferentemente una città del Giappone o una
marca di preservativi.
Eppure sono già in onda, specialisti nell'indignarsi, perfino nel piangere
se conviene farlo, pronti a tutto fuorché a capire. Orgogliosi della guerra,
nostalgici della prima linea, non li sfiora neppure il dubbio che la guerra sia
la più grande vergogna della specie umana, una specie
talmente poco sviluppata da non riuscire ancora a trovare, dopo millenni di
storia, un modo per risolvere i propri problemi che non sia l'autodistruzione.
Una
specie violenta, che benedice la violenza individuale e di stato, che pratica
la violenza come deterrente psicologico, che gode del
proprio essere violenta. Una specie capace di dare dignità di pensiero a
bestialità quali "alla violenza si risponde con la violenza".
Domani,
ne sono certo, i politici leggeranno dieci righe su qualche quotidiano - forse
un box con la mappa del terrorismo islamico - e saranno convinti di conoscerne
abbastanza per poter fare dichiarazioni infuocate,
lanciare anatemi, promettere vendette e, quel che è peggio, prendere decisioni
politiche.
"Li
staneremo col fumo dai loro buchi," tuona Bush. Non si sa chi debba essere
stanato, ma questo è per lui un dettaglio. "Colpiremo i responsabili e gli
stati che li proteggono."
Ci
risiamo, davvero.
L'Afganistan sarà il bersaglio, ne sono certo, o almeno il
primo bersaglio: ne seguiranno altri, forse anche Baghdad finirà bombardata.
Quando la Cnn, a mezzanotte ora italiana,
manda in onda bagliori notturni nel cielo di Kabul, il telegiornalista
si chiede in diretta: "È già iniziata la risposta americana?".
Da
più di vent'anni vi sono esplosioni quasi tutte le
notti, a Kabul, ma lui lo ignora, perché la Cnn non
gliele aveva mai fatte vedere.
In
vent'anni, quasi due milioni di afgani
hanno potuto tranquillamente morire per le bombe o per le mine, per il freddo o
per la fame. Due milioni di morti sono stati un dettaglio
trascurabile per la Cnn, per molti anni non hanno
meritato copertura mediatica. Questa volta, invece, è
interessata a quel che succede in Afganistan.
Basta
mezzora per chiarire l'equivoco: nessuna risposta americana, le esplosioni di
Kabul - in cui con ogni probabilità qualcuno sarà stato fatto a pezzi - non
c'entrano. ^E allora spariscono dai notiziari, per dare spazio al giornalismo
vero, quello che mostra Bush e signora scendere
dall'elicottero con i due cagnolini al guinzaglio, per rassicurare gli
americani che il presidente c'è ancora, che è lì a proteggerli dal nemico.
Basta,
è ora di spegnere la televisione. Cammino avanti e indietro
nel soggiorno, sento lo sguardo di Cecilia.
Mi
bastano poche parole con lei, come sempre ha capito: "Hai già deciso di
tornare subito in Afganistan, vero?".
"Ne
discuteremo domani mattina." Abbiamo convocato una riunione in sede per le
undici.
Prima
di dormire dedico un paio d'ore ^alitigare con
Teresa. Ha paura, dice, non sa bene di che cosa, ma non ne può più. Domattina
però, ne sono certo, sarà lei ^ convincere gli altri che bisogna far presto a
raggiungere i nostri negli ospedali di Kabul e di Anabah.
segue
> > > da pag. 20
spero tu riesca a leggere questa mail. Oggi torno a casa, o almeno
mi metto in viaggio. Mi sembra di essere via da un
tempo lunghissimo, ho bisogno di casa.
È
stato un periodo difficile, passato tra stanchezza, rabbia, paura e soprattutto
tristezza.
La
guerra rende tristi. I morti che non abbiamo potuto vedere, e
quelli che abbiamo visto morire nei nostri ospedali. E
i feriti... quante vite segnate, molte per sempre.
Ci
sarà chi ricorderà questi mesi per aver perso un occhio, o una mano, o
entrambe, e chi non ricorderà niente per quella
maledetta scheggia che gli ha toccato il cervello, e chi ricorderà tutto, ogni
volta che si troverà ad arrancare su una carrozzina.
Molte
famiglie sono in lutto, molte stanno ancora soffrendo e molte sono in rovina, più povere di prima e con una bocca in più
da sfamare. Più numerosi di prima sono gli orfani e le vedove.
Ho
visto le vittime. Vere, reali, ho ancora negli occhi
le loro facce di esseri umani sofferenti.
Non
credere una parola, quando diranno che hanno "sconfitto il
terrorismo". Sono bugie, enormi bugie che difenderanno con i denti per
coprire i propri crimini e i propri interessi.
Ma i morti e i feriti sono lì, se ne trovano i resti e la
memoria, se si ha il coraggio di farlo.
Abbiamo
curato più di duemiladuecento persone, in questi mesi: l'ottantasette per cento
erano civili.
Anche questa volta hanno assassinato migliaia di civili innocenti,
hanno fatto la stessa cosa dei terroristi che dicevano di voler punire.
Non credere una parola, ogni volta che
cercheranno di spiegare come sarà bella la guerra futura, tecnologica, selettiva,
"umanitaria".
Sarà
solo un altro carico di morte e di miserie umane. Venendo qui
abbiamo fatto il nostro dovere, ed è stato utile. In questi mesi all'interno
della guerra abbiamo lavorato molto, rattoppando ferite. E
abbiamo capito che non possiamo tacere di fronte ai crimini, anche quando
compiuti in nome della "civiltà".
Non
ho visto giustizia, in questi mesi, né pietà, non ho visto ragione né umanità.
Forse anche per questo ho bisogno di casa. Sarò sempre contro la guerra, perché
non sarei capace di vivere pensando a te in mezzo
all'orrore. Ti voglio bene, a presto
un bacio
Gino
P.S.: Trovi in allegato la prima stesura del
libro che ho scritto, fanne una copia e tienila da
qualche parte. I computer si rompono a volte, e non ho idea di come sarà il
viaggio. È la storia di quest'ultima esperienza nella
guerra, fai tutti i commenti del caso, e se ti viene in mente un titolo adatto,
visto che il libro è dedicato a te... grazie.
Ho
chiesto all'editore di pubblicare in appendice il testo della Dichiarazione
universale dei diritti umani, firmata a Parigi il 10 dicembre 1948.
Credo sia fondamentale che questo documento
sia letto e meditato da tutti.
Mi piacerebbe, anzi, che ce ne fosse una versione plastificata, di piccolo
formato, da tenere nel portafogli con la carta d'identità e la tessera del
gruppo sanguigno.
Strana
civiltà quella in cui buona parte degli individui e dei popoli non conosce i propri diritti.
Perché
quella dichiarazione, che resta tra le più alte espressioni del pensiero etico,
sociale e politico dell'umanità, ci dice quali sono i
diritti di tutti noi, di ciascuno di noi.
E
ci fa anche vedere, per molti versi, quelli che sono i nostri doveri, e i
doveri di chi ci governa.
A
cinquantaquattro anni dalla prima firma, non c'è un paese che abbia messo in pratica tutti gli articoli che ha firmato.
Il
mondo si trova su una china molto pericolosa, anche perché non sono stati
rispettati quei principi, pilastri della convivenza civile, che pure sono stati
"letti, approvati e sottoscritti".
Forse
anche per questo ci dibattiamo tra guerre e povertà, tra fame e malattie, tra
ingiustizie e massacri, tra violenza e terrori-smo.
Dovremmo
conoscere meglio la Dichiarazione universale, per pretendere che i suoi trenta articoli
siano applicati. Da tutti. Per tutti.
Non
solo un altro mondo è possibile, ma questo mondo, il nostro mondo di oggi, è impossibile, non può resistere, ci sono ferite e
piaghe profonde, da qualsiasi parte la si guardi.
Non
possiamo più permetterci di vivere in un mondo ingiusto e violento.
Il
giorno in cui si iniziasse a mettere in pratica la
Dichiarazione universale dei diritti umani, ci ritroveremmo in un mondo che
finalmente può incominciare a progettare il proprio futuro, anziché, come sta
succedendo, la propria autodistruzione.
Gino Strada
21 giugno 2002