"Un'indagine
storica sobria e documentata. Un resoconto incisivo e, spesso, sconvolgente che
ricorda atutti come, in certi periodi, la chiesa e la camera delle torture
fossero terribilmente vicine..."
The Sunday Telegraph
"Michael
Baigent e Richard Leigh hanno fatto un'eccellente opera di divulgazione, con
tutti i requisiti per attirare il grande pubblico. Un libro dal ritmo serrato e
accattivante."
The Financial Times
"Una
storia sensazionale! Questo scandalo e durato troppo a lungo."
The Times
Nell'estate
del 1206 il monaco spagnolo Domenico Guzmán, futuro fondatore dell'ordine dei
domenicani e santo, si trovò a viaggiare attraverso il Sud della Francia e
s'imbatté in uno spettacolo, per lui, sconvolgente: l'eresia dei Catari era in
piena espansione e raccoglieva masse di proseliti. Per combattere tale scisma
(che teorizzava la superiorità dell'esperienza diretta del divino da parte di
ogni persona, in aperto contrasto con l'autorità costituita della Chiesa, i
suoi dogmi e i suoi riti), Domenico mise in piedi un'organizzazione che sarebbe
diventata la pietra angolare dell'Inquisizione, inaugurata formalmente da papa
Gregorio IX a partire dal 1231.
Fu
così che ebbe origine una delle istituzioni più discusse che la civiltà
occidentale abbia prodotto: in nome della fede furono torturate e uccise
migliaia di persone, il più delle volte accusate di reati assai improbabili.
Dopo aver raggiunto l'apogeo con Torquemada, nella Spagna del quindicesimo
secolo, e con la Controriforma in Italia, nel secolo successivo, l'Inquisizione
arrivò anche nel Nuovo Mondo e, in realtà, fu dichiarata ufficialmente conclusa
solo nel 1908. Tra le sue vittime, ebrei, arabi, filosofi come Giordano Bruno,
presunte streghe.
Nel
loro sconvolgente resoconto, gli autori dimostrano in maniera documentata come la
Chiesa nel suo insieme si sia appropriata delle istanze dell'Inquisizione (e
anche di alcuni suoi strumenti, dalla scomunica alla messa all'Indice dei libri
scomodi) per controllare e manipolare qualunque informazione in grado di
interferire nella propria sfera d'azione. E le più recenti controversie sui
rotoli del Mar Morto dimostrerebbero che tale atteggiamento è ben radicato
anche nel presente.
Michael Baigent è nato in Nuova Zelanda nel 1948 e dal
1976 vive in Inghilterra, dove ha ottenuto la laurea in Psicologia presso
l'università di Canterbury (Christchurch). È autore di successi come Misteri antichi (Marco Tropea Editore
1999).
Richard Leigh ha studiato alla Tufts University di
Boston, all'università di Chicago e alla State University di New York. È autore
di romanzi e appassionato di esoterismo.
Insieme,
i due autori hanno pubblicato bestseller internazionali. Tra gli altri: il mistero del Mar Morto (1997) e L'élisir e la pietra (1998), entrambi
usciti in Italia per la Marco Tropea Editore; con Henry Lincoln hanno scritto L'eredità messianica (Marco Tropea
Editore 1996; EST 1999).
Michael Baigent
Richard Leigh
L'INQUISIZIONE
Traduzione di Anna Maria Cossiga e Gabri
Passalacqua
Di Michael Baigent
nella Marco Tropea Editore:
Misteri
antichi
insieme a Richard Leigh
Il mistero
del Mar Morto
L'elisir e la
pietra
insieme ^ Richard Leigh e ^ Henry Lincoln
L'eredità
messianica
(ora nella collana EST)
Copyright © Michael Baigent e Richard Leigh, 1999
ù
© 2000 Marco Tropea Editore s.r.l., Milano
Titolo originale: The Inquisition
Realizzazione editoriale: il Paragrafo s.n.c.,
Udine
Gli autori ringraziano con gratitudine la Mary
Evans Picture Library per aver fornito tutte le illustrazioni, tranne la stampa
di John Coustos riprodotta per gentile concessione della Library of the United
Grand Lodge of England.
Marco Tropea
Editore
INDICE
Ringraziamenti 9
Introduzione
11
1.
Un appassionato zelo per
la fede
18
2.
Le origini dell'Inquisizione 32
3.
I nemici dei frati neri
59
4.
L'Inquisizione spagnola
81
5.
Salvare il Nuovo Mondo 103
6.
Una crociata contro
la stregoneria 119
7.
La lotta contro l'eresia protestante 143
8.
La paura dei mistici 164
9.
La massoneria e l'Inquisizione 180
10.
La conquista dello Stato pontificio 203
11.
Ijinfallibilità del papa 218
12.
il Sant'Uffizio 231
13.
i rotoli del Mar Morto 242
14.
La Congregazione per la dottrina della fede 255
15. Apparizioni della Madonna 284
16.
il problema è il papa 302
Note 313
Bibliografia 327
Indice analitico 335
On n'oubliera le hasard
par un coup de dès
et l'orme detachera
le roi des aulnes.
Une cité rosat abritera
les têtes abattues et le
suaire gêne la lumière.
A contrejour sachant
la cellule, la clarté
entrera la garenne.
Les belles éclaircies du vent
poussent le chat à herisser ses poils.
Ils se refugient dans les bruissements
de la haleine de Mélusine.
JEHAN L’ASCUIZ
Mentre
il XV secolo cede il posto il XVI, Cristo fa ritorno. Riappare in Spagna, per
le strade di Siviglia. Non ci sono fanfare a salutare il suo avvento, non cori
di angeli o spettacolari manifestazioni soprannaturali, né fenomeni
meteorologici eccezionali. al contrario, giunge "in sordina" e
"inavvertitamente". Eppure i passanti subito la riconoscono, sono
irresistibilmente attratti verso di lui, lo circondano, gli si accalcano
intorno come un gregge, la seguono. Cristo passa in mezzo a loro con modestia e
un lieve sorriso "d'infinita pietà", tende loro le braccia, li
benedice. Tra la folla, un vecchio, cieco fin dall'infanzia, miracolosamente ritrova
la vista. La gente piange e si mette a baciare la terra su cui cammina. i bambini
gli gettano innanzi fiori, cantano e inneggiano a lui: Osanna!
Cristo
si ferma all'ingresso della cattedrale proprio nel momento in cui recano in
chiesa, fra i pianti, una piccola bara bianca, ancora aperta: c'è dentro, quasi
nascosta dai fiori, una bambinetta di sette anni, unica figlia di un
maggiorente della città. Incitata dalla folla, la madre affranta si rivolge al
nuovo arrivato e la supplica di resuscitare la sua creatura. La mesta
processione si ferma, la piccola cassa viene deposta sulla scalinata ai suoi
piedi. «Fanciullina, svegliati» le ordina con dolcezza e immediatamente la bambina si
mette a sedere e si guarda attorno, sorridendo stupita con gli occhi spalancati
e attoniti. Fra le mani stringe ancora il mazzo di rose bianche con cui stava
adagiata nella bara.
Assiste
al miracolo, mentre passa per la piazza circondato dal manipolo delle sue
guardie del corpo, il cardinale in persona, il Grande Inquisitore, "un
vecchio di quasi novant'anni, alto e diritto, con il viso scarno e gli occhi
incavati, dai quali tuttavia brilla ancora, come una favilla, la sfolgorio
dello sguardo"*. il terrore che suscita è tale che la
folla, nonostante le straordinarie circostanze, cade in un deferente silenzio e
si ritrae per lasciarlo passare. Né alcuno osa interferire quando, a un cenno
del vecchio prelato, le guardie lo prendono e lo portano via.
Così
inizia "Il Grande Inquisitore" di Fëdor Dostoevskij, un racconto che
potremmo definire autonomo, formato com'è da poco più di venti pagine
incastonate nelle quasi ottocento che compongono i fratelli Karamazov, il capolavoro pubblicato per la prima volta a
dispense su una rivista moscovita, tra il 1879 e il 1880. il reale significato
del racconto sta in ciò che segue il drammatico preludio. Perché naturalmente il
lettore si attenderebbe che il Grande Inquisitore rimanesse giustamente
inorridito nello scoprire la vera identità dell'uomo che ha imprigionato, ma
così non sarà.
Quando
il Grande Inquisitore visita la cella di Gesù, è chiaro che sa fin troppo bene
di chi si tratta, ma questa consapevolezza non lo trattiene. Nel corso della
disputa filosofica e teologica che segue, il vecchio resta irremovibile sulle
proprie posizioni. Nelle Scritture, Gesù nel deserto è tentato dal diavolo, che
gli offre potere, autorità terrena, dominio secolare sul mondo. Ora,
millecinquecento anni dopo, si trova ad affrontare le medesime tentazioni. E
poiché non cede, il Grande Inquisitore lo condanna al rogo.
Il
Cristo non ha altra risposta che avvicinarsi al vecchio e sfiorargli le labbra
con un bacio di perdono. Tremante, con quel bacio "che gli brucia in
cuore", il vecchio spalanca la porta della cella. «Va'», gli dice, «e non
tornare più... non tornare più per nessun motivo... mai, mai più! ». Libero, il
prigioniero scivola nel buio e scompare per sempre. il Grande Inquisitore,
seppur nella piena consapevolezza di quel che è appena avvenuto, continua a
rimanere fermo nelle proprie convinzioni, a dominare con il terrore, a
condannare al rogo altre vittime, spesso con ogni evidenza innocenti.
Non
è difficile capire, anche se forse questo sunto è eccessivamente scarno, che il
Grande Inquisitore non è un ingenuo. Al contrario, sa fin troppo bene ciò che sta
facendo. Sa di avere, sulle vecchie spalle, una gravosa, estenuante
responsabilità: quella di mantenere l'ordine pubblico, di tenere alto il
prestigio della Chiesa, fondata nel nome di quell'uomo che solo poco prima era
pronto a condannare a morte. Sa che la Chiesa, emanazione di Cristo, è, in
definitiva, incompatibile con i suoi insegnamenti. Sa che la Chiesa è diventata
autonoma, legge ferrea in se stessa, che non dà più a Cesare ma che usurpa
Cesare, unica detentrice della propria potestà. Sa che glien'è stato affidato
il ruolo di custode e di "esecutore". Sa con certezza che gli editti
e le sentenze che, in quella veste, promulga comporteranno per lui ciò che la
sua stessa teologia prevede essere la dannazione eterna. Sa, insomma, che si sta
martirizzando a vantaggio del male. Perché non ignora che agendo come
rappresentante del potere secolare e tentando Gesù attraverso di esso, si rende
uguale al demonio.
Dalla
prima pubblicazione e traduzione dei Fratelli Karamazov, la figura del Grande
Inquisitore si è impressa con caratteri di fuoco nella nostra coscienza
collettiva, come immagine estrema e incarnazione dell'Inquisizione stessa. È
possibile comprendere il lacerante dilemma del vecchio ecclesiastico, ammirare
la complessità del suo carattere, perfino rispettarlo per il martirio personale
che è disposto ad affrontare, l'autocondanna alla perdizione in nome di
un'istituzione che giudica più grande della sua persona. È anche possibile
provare rispetto per il suo realismo pratico e per il criterio di giudizio
brutalmente cinico che ne sta alla base, quella saggezza mondana che sa
cogliere i meccanismi e le dinamiche del potere temporale.
Qualcuno
certamente potrebbe domandarsi se, nella sua posizione e con le medesime
responsabilità, sarebbe spinto ad agire come lui, ma nonostante tutta la
tolleranza, la comprensione, la comunione di sentimenti e l'indulgenza che
possiamo sforzarci di provare nei suoi confronti, non riusciamo a sfuggire alla
consapevolezza che, secondo i canoni usuali di moralità e rettitudine, si
tratti di una persona intrinsecamente malvagia e che l'istituzione che
rappresenta sia colpevole di una mostruosa ipocrisia.
Ma
quanto è analitico, quanto paradigmatico il ritratto creato da Dostoevskij?
Fino a che punto il personaggio della leggenda rispecchia l'Inquisizione reale
e storica? Se essa, così com'è impersonata dal vecchio prelato dostoevskijano,
certamente può venire identificata con il demonio, fino a che punto l'equazione
può essere estesa alla globalità dell'istituzione ecclesiastica?
Ai
giorni nostri, generalmente, quando si sente parlare di Inquisizione si pensa
subito a quella spagnola. Lo stesso fa Dostoevskij nel cercare il riferimento a
un'istituzione che rispecchi la Chiesa cattolica romana nella sua interezza. Ma
l'Inquisizione, quale si manifestò in Spagna e in Portogallo, era propria di
quei paesi e, in realtà, era sotto la giurisdizione tanto della Corona quanto
della Chiesa.
Con
ciò non si intende suggerire che l'Inquisizione non sia esistita e non abbia
operato anche altrove. Al contrario. Ma l'Inquisizione papale o romana, come si
conobbe prima informalmente e poi ufficialmente, differiva dall'Inquisizione
spagnola: diversamente da essa, e benché attiva nella maggior parte dei paesi
europei, non rendeva conto a nessun potere secolare e la sua fedeltà era
rivolta unicamente alla Chiesa. Creata all'inizio del XIII secolo, non solo
precedette l'Inquisizione spagnola di circa duecentocinquant'anni, ma le
sopravvisse di molto. Mentre l'Inquisizione spagnola e quella portoghese furono
soppresse intorno alla prima metà del XIX secolo, quella papale o romana esiste
e continua a essere attiva ancora oggi. Con il nome edulcorato di Congregazione
per la dottrina della fede, gioca ancora un ruolo saliente nella vita di
milioni di cattolici in tutto il mondo.
Sarebbe
un errore, comunque, identificare l'Inquisizione con la Chiesa nella sua
globalità, perché non sono la stessa istituzione. Per quanto l'Inquisizione sia
stata, e continui a essere, importante nell'ambito del cattolicesimo romano,
essa non rappresenta che uno degli aspetti della Chiesa, che ha avuto nei
secoli, e ha ancora, al suo interno molti altri punti di vista che non
legittimano gli stessi orrori. Questo libro è dedicato all'Inquisizione nei
suoi vari aspetti, alla sua realtà passata e a quella presente. Se essa ci
appare sotto una luce ambigua, è una luce che non deve necessariamente
estendersi sulla Chiesa in generale.
Sin
dal suo nascere, l'Inquisizione fu il prodotto di un mondo brutale, insensibile
e ignorante. Perciò non stupisce che, di conseguenza, essa stessa sia stata
brutale, insensibile e ignorante; alla pari, comunque, di non poche istituzioni
del tempo, sia spirituali che temporali. Come molte cose del passato,
l'Inquisizione fa parte del nostro retaggio collettivo e non possiamo
semplicemente rinnegarla e rimuoverla dalla nostra coscienza. Dobbiamo
affrontarla, imparare a conoscerla, provare a capirla in tutti gli eccessi e i
pregiudizi, per poi integrarla in un nuovo contesto. Lavarsene semplicemente le
mani equivarrebbe a cancellare qualcosa di noi stessi, della nostra evoluzione,
del nostro percorso civile: sarebbe, in tutti i sensi, una forma di
automutilazione. Non possiamo avere la pretesa di giudicare il passato secondo
gli attuali criteri del "politicamente corretto"; se tenteremo di
farlo, tutto il nostro passato risulterà lacunoso. E, a ben vedere, se è il
mondo contemporaneo l'unico punto di partenza della nostra gerarchia di valori,
qualunque essi siano, pochi di noi saranno abbastanza sciocchi da esaltare il
tempo attuale come un ideale perfetto e compiuto. Molti dei peggiori eccessi
del passato furono prodotti da individui che agivano secondo quelle che
reputavano essere, in base alle conoscenze e la morale del tempo, le migliori e
più rispettabili intenzioni. Peccheremmo d'imprudenza se considerassimo
infallibili le nostre migliori intenzioni, se le credessimo incapaci di
produrre conseguenze altrettanto disastrose di quelle che imputiamo ai nostri
predecessori.
L'Inquisizione,
che certo fu sovente guidata da cinismo, corruzione, e da un fanatismo
addirittura maniacale, nelle sue presunte lodevoli intenzioni fu brutale non
più dei tempi che l'avevano prodotta. Ci pare indispensabile ripetere che
l'Inquisizione non può essere identificata con la totalità della Chiesa, tanto
che persino nei periodi del suo infuriare più feroce fu obbligata a combattere
con una parte del mondo ecclesiastico di vedute più umane, con gli ordini
monastici più illuminati, come per esempio i frati francescani, con migliaia di
semplici sacerdoti o di prelati, anche dell'alta gerarchia, che nei loro
giudizi si appellavano al modello della virtù cristiana. Né dobbiamo
dimenticare che l'energia creativa della Chiesa seppe ispirare, nella musica,
nella pittura, nella scultura e nell'architettura una degna antitesi ai roghi e
alle camere di tortura.
Negli
ultimi decenni del XIX secolo la Chiesa fu costretta ad abbandonare anche le
ultime vestigia del potere secolare e politico di cui aveva goduto nelle epoche
precedenti. Per compensare tale perdita, cercò di consolidare la sua influenza
spirituale e psicologica, di esercitare un controllo più rigoroso sul cuore e
sull'intelletto dei fedeli. Di conseguenza, il papato divenne sempre più
centralizzato e l'Inquisizione si trasformò nella sua parola ultima e decisiva.
È questo il ruolo che l'Inquisizione, con il nuovo nome di Congregazione per la
dottrina della fede, svolge attualmente. Eppure, anche ai giorni nostri le sue
decisioni non sempre sono inappellabili e definitive: il suo punto di vista,
infatti, è sempre più sotto assedio, poiché i cattolici di tutto il mondo
acquisiscono, con le nuove e più sofisticate conoscenze, il coraggio di mettere
in dubbio l'autorità dei suoi inflessibili pronunciamenti.
Sono
certamente esistiti e, si potrebbe obiettare, ancora esistono, inquisitori di
cui il racconto di Dostoevskij offre un ritratto veritiero; in alcuni luoghi e
in alcuni periodi storici, personaggi simili hanno senza dubbio rappresentato
l'istituto dell'Inquisizione. Ma questo non è necessariamente un atto d'accusa
contro quella dottrina cristiana che essi, nel loro eccesso di zelo, cercavano
di diffondere. i lettori di questo libro scopriranno che l'Inquisizione è stata
in realtà un'istituzione a un tempo migliore e peggiore di quella descritta
nelle pagine di Dostoevskij.
Un appassionato zelo per
la fede
Ispirandosi all'abilità commerciale di san Paolo,
il cristianesimo ha sempre offerto
scorciatoie per il paradiso. Fu così che riuscì a reclutare adepti anche prima di essere riconosciuto come religione. Attraverso il
martirio, la mortificazione di se
stessi, la meditazione, la contemplazione, la solitudine, la penitenza, la liturgia, la comunione e i sacramenti, attraverso tutte queste vie, le porte del Regno dei Cieli si sarebbero spalancate per i credenti. A ben vedere, alcune di quelle vie d'accesso
potevano nascondere il germe di comportamenti patologici, ma, in gran parte,
erano innocue. E anche quando i cristiani del primo millennio dovevano combattere - come, per esempio, al
tempo di Carlo Martello, e poi di Carlo Magno - lo facevano soltanto per autodifesa.
Nell'anno 1095, però, fu ufficialmente e pubblicamente aperta una
nuova porta che poteva condurre al regno di Dio: martedì 27 novembre, papa Urbano II salì su un palco eretto appena fuori della porta
orientale della città
francese di Clermont e, da quell'eminente tribuna, bandì la crociata,
cioè una guerra condotta in nome della Croce. Secondo il pontefice, uccidere in una
guerra di tal fatta poteva far guadagnare il favore di Dio
e un posto accanto al suo trono.
Il papa, naturalmente, pose dei distinguo: esortò infatti i cristiani a desistere dalla deplorevole, anche se da lungo tempo consolidata, abitudine di uccidersi l'un l'altro, e li spinse a rivolgere le energie omicide verso gli infedeli islamici che occupavano la
città santa di Gerusalemme e il Santo Sepolcro, presunto luogo di sepoltura di Cristo. Allo scopo di riconquistare per la cristianità la
città santa e il Sepolcro, uomini d'armi di tutta Europa furono incoraggiati a intraprendere una guerra sotto
la diretta guida di Dio.
Ma uccidere era solo una delle componenti dell'allettante "affare".
Oltre alla licenza di uccidere, il buon cristiano poteva ottenere la remissione di tutto il tempo
che avrebbe dovuto scontare in purgatorio e delle penitenze che avrebbe dovuto fare in terra. Gli veniva promesso infatti che, se fosse morto
durante la santa crociata, sarebbe stato automaticamente assolto da tutti i peccati e, se fosse sopravvissuto, sarebbe stato protetto dalla punizione temporale per qualunque peccato avesse potuto commettere. Come il monaco o il sacerdote, il
crociato veniva svincolato
dalla giustizia secolare e considerato
soggetto solo a quella spirituale. Se fosse
stato riconosciuto colpevole di un qualunque crimine, gli sarebbe stata semplicemente con-iscata la croce rossa di crociato e
sarebbe stato punito "con la stessa clemenza riservata agli ecclesiastici".
Negli anni successivi, gli stessi benefici sarebbero stati
offerti su più larga scala. Per usufruirne, il cristiano non doveva neppure impegnarsi di persona nella crociata, era sufficiente che si limitasse a fare una semplice donazione in denaro per sostenerla.
A parte i benefici spirituali e morali, c'erano numerosi vantaggi
accessori di cui il crociato poteva godere durante il cammino terreno, anche prima di attraversare la porta del paradiso: poteva rivendicare beni, terre, donne e
titoli nei territori che conquistava; accumulare tutto il bottino e le spoglie che desiderava; qualunque
fosse il suo status sociale d'origine, per esempio quello di figlio cadetto
senza diritto al titolo e alle terre, poteva diventare un potente signorotto,
con una corte, un harem e sostanziose proprietà territoriali. Ecco la messe che
era possibile raccogliere con la semplice partecipazione a una crociata: si
trattava di un "pacchetto" la cui capacità di richiamo farebbe
invidia anche ai moderni assicuratori.
Questa
l'origine delle crociate. Nel 1099, con la prima di esse, venne fondato il Regno
franco di Gerusalemme, prototipo storico di quello che, secoli più tardi,
sarebbe stato considerato l'imperialismo e il colonialismo occidentale. La
Seconda crociata iniziò nel 1147, la terza nel 1189, la quarta nel 1202. In
tutto, se ne ebbero sette. In quegli anni di campagne militari su larga scala,
organizzate e finanziate dall'Europa, lunghi periodi di guerra fra cristiani e
musulmani si alternarono a momenti di pace instabile, durante i quali il
commercio, sia di beni che di idee, prosperò.
Outremer, la terra d'oltremare, così veniva
chiamata, divenne una sorta di principato europeo indipendente nel cuore del
Medio Oriente islamico, sostenuto e difeso dalle armi e dalla manodopera che
provenivano da ogni regno d'Europa. La città di Gerusalemme sarebbe stata
riconquistata dai saraceni nel 1187. Come avamposto della cristianità del
vecchio continente, comunque, Outremer sarebbe sopravvissuto per un altro
secolo. San Giovanni d'Acri, l'unica fortezza rimasta, fu espugnata solo nel
maggio del 1291, quando la sua ultima torre crollò in una cascata di pietre,
macerie e fiamme che seppellirono sia gli assedianti che i difensori.
Se
gli assicuratori dell'epoca siano stati ο meno in grado di onorare le loro
garanzie spirituali di benefici celesti e di un posto alla destra di Dio,
ovviamente, non ci è dato saperlo. È più facile verificare se sono state
mantenute le promesse temporali. Come spesso succede con offerte speciali e
programmi di investimento, anche la crociata si dimostrò un colpo di fortuna
per qualcuno, una disillusione per altri. Un numero incredibilmente alto di
nobili europei, di cavalieri, di soldati, di mercanti, di imprenditori, di artigiani
e di altri ancora, incluse donne e bambini, trovò la morte senza ragione
alcuna, sovente dopo terribili traversie, talvolta servendo da cibo agli
affamati compagni di sventura. Tuttavia, furono numerosi anche quelli che
prosperarono, ottennero terre, titoli, bottini, ricchezze e altre ricompense
materiali, e il loro esempio fu di incentivo. Almeno, era possibile acquisire
esperienza nelle armi, nella tecnica e nella tattica bellica, nell'arte di
combattere e di uccidere; e se la Terra Santa non procurava un adeguato
compenso alle nuove capacità apprese, si poteva sempre portarle con sé in
Europa, e lì renderle produttive.
Santo fratricidio
Nel
1208, mentre in Terra Santa si combatteva ancora e il Regno franco di
Gerusalemme lottava per la sopravvivenza, venne bandita una nuova crociata da
papa Innocenzo III. Ι nemici, questa volta, non erano gli infedeli
musulmani sull'altra sponda del Mediterraneo, ma i seguaci di un'eresia del Sud
della Francia. Gli eretici in questione venivano da alcuni definiti “catari”,
cioè "puri", "perfetti", da altri, nemici compresi, erano
chiamati "albiagiani" ο "albigesi", designazione
derivata dal primo centro delle loro attività, Albi, una città della Francia
meridionale.
Ι
catari, oggi, sono diventati di moda, resi attuali dall'interesse per il misticismo
comparativo e dalla generalizzata febbre millenaristica. Si è giunti ad
ammantarli del romanticismo, della poesia e del fascino che tanto spesso
vengono associati alle cause tragicamente perse. Ma se pure essi non giustificano
del tutto le idealizzazioni più bizzarre di cui sono stati recentemente fatti
oggetto, sono tuttavia da annoverarsi tra le vittime più profondamente
patetiche della nostra storia e meritano di venire considerati i primi bersagli
di un genocidio organizzato e sistematico nella storia della civiltà
occidentale.
Anche
se, in senso lato, possono essere definiti "cristiani" (perché
attribuirono un significato teologico al Cristo), i catari erano strenui
oppositori di Roma e della Chiesa romana. Come avrebbero fatto più tardi le
confessioni protestanti, videro in Roma l'incarnazione del male, la biblica
"prostituta di Babilonia". Nell'ambito delle congregazioni cristiane
organizzate del loro tempo, erano più vicini, per una parte del loro insegnamento,
alla Chiesa bizantina ο greco-ortodossa. Sotto alcuni aspetti -la loro
fede nella reincarnazione, per esempio - avevano elementi in comune con
tradizioni ancora più orientali, come l'induismo e il buddismo.
In
ultima analisi, tuttavia, e nonostante la simpatia accordata loro dagli storici
contemporanei, i catari aderivano a una serie di dogmi che pochi, oggi, in
Occidente, troverebbero congeniali e che più di qualcuno potrebbe ritenere
patologicamente stravaganti. Essenzialmente, i catari erano dualisti: consideravano
tutta la creazione materiale come intrinsecamente malvagia, opera di una
divinità secondaria e inferiore. La carne, la materia, la sostanza dovevano
essere ripudiate e trascese in favore di una realtà esclusivamente spirituale;
ed era solo nel regno dello spirito che risiedeva la vera divinità.
In
questo senso, i catari rappresentavano lo sviluppo successivo di una tradizione
da lungo tempo consolidatasi nell'Occidente cristianizzato. Avevano molto in
comune con gli eretici bogomili dei Balcani, dai quali derivavano un certo
numero di credenze ed echeggiavano la assai più antica eresia manichea, divulgata
dal maestro Mani in Persia. Su ciò avevano trapiantato molti elementi del
dualismo gnostico che era fiorito ad Alessandria e in altre zone nei primi due
secoli dell'èra cristiana, e che probabilmente aveva origine nell'antico
pensiero zoroastriano.
Come
i bogomili, i manichei e i dualisti gnostici, i catari enfatizzavano
l'importanza della conoscenza del divino e del contatto diretto con esso. Si
riteneva che questo contatto costituisse la "gnosi", che significa
"conoscenza" e, più particolarmente, conoscenza del sacro. Insistendo
su questa esperienza personale e senza mediazioni del sacro, i catari, come i
loro predecessori, escludevano la necessità di un clero e di una gerarchia
ecclesiastica. Se la virtù più grande era la conoscenza individuale ed empirica
del soprannaturale, il sacerdote diventava superfluo come custode e interprete
della spiritualità e il dogma teologico diventava irrilevante, perché non
traeva origine dalla rivelazione divina, ma era un mero costrutto intellettuale
prodotto dalla mente arrogante dell'uomo. Una siffatta teoria rappresentava una
sfida non solo agli insegnamenti, ma alla struttura stessa della Chiesa di
Roma.
Certamente,
nella sostanza, anche il cristianesimo è implicitamente dualista, nel momento
in cui esalta lo spirito ripudiando la carne e l'intera "natura non
redenta". Ι catari predicavano ciò che potrebbe essere considerato
una forma estrema di teologia cristiana ο un tentativo di portare la
teologia cristiana alle sue logiche conclusioni. Essi reputavano che la loro
dottrina fosse più vicina agli insegnamenti di Gesù e degli apostoli: e più
vicina di quello che veniva sostenuto allora dalla Chiesa, certamente lo era.
Nella loro semplicità e nel ripudio del lusso terreno, i catari erano più
aderenti del clero romano allo stile di vita abbracciato da Cristo e dai suoi
seguaci nei Vangeli.
Nella
pratica quotidiana, naturalmente, i catari vivevano nella realtà concreta e
dovevano per forza ricorrere alle risorse terrene. Ma era loro proibita
qualunque forma di violenza, per esempio il suicidio come scorciatoia per
liberarsi dalla materialità. Come le più antiche sette dualiste, procreavano e
si moltiplicavano, lavoravano la terra, praticavano artigianato e commercio e,
nonostante la professione teorica di pacifismo, quando era necessario,
ricorrevano alle armi. Secondo la loro liturgia e la loro formazione religiosa,
però, ogni attività pratica doveva essere considerata solo come un banco di
prova, un'arena in cui misurarsi nella sfida contro il male, per vincerlo e
dominarlo. Ci saranno stati, ovviamente, catari "buoni" e
"cattivi", così come ogni fede ha seguaci superficiali ο
rigorosi. Ma, nel complesso, e a prescindere dal loro credo, i catari
apparivano ai contemporanei come uomini di grande rettitudine; sotto molti
aspetti, venivano considerati come lo saranno in epoca più recente i quaccheri.
La loro esistenza virtuosa li metteva al centro del generale rispetto e il clero
romano non usciva molto bene dal confronto. In un'antica deposizione, conservata
oggi nella Biblioteca vaticana, un uomo descrive come, in gioventù, due amici
lo avvicinarono con queste parole:
Ι buoni cristiani sono venuti in
questo paese; seguono la via che hanno seguito san Pietro, san Paolo e gli
altri apostoli; seguono il Signore; non mentono; non fanno agli altri quello
che non vorrebbero fosse fatto a loro.[1]
Lo
stesso testimone riferisce, poi, che a proposito dei catari gli venne detto:
Sono gli unici che seguano la via della
giustizia e della verità che hanno seguito gli apostoli. Non prendono le cose
degli altri. Anche se trovassero per strada dell'oro ο dell'argento, non
lo "solleverebbero", a meno che qualcuno non glielo regalasse. Ci si
guadagna la salvezza nella fede di questi uomini che chiamano eretici più che
in qualunque altra fede .[2]
All'inizio
del XIII secolo nel Sud della Francia il catarismo minacciava davvero di
soppiantare il cristianesimo, e predicatori catari itineranti, che viaggiavano
a piedi nelle campagne, ottenevano sempre nuove conversioni. Questi predicatori
non ricorrevano a estorsioni, non utilizzavano il senso di colpa ο il
ricatto morale, non tiranneggiavano né terrorizzavano con oscure minacce di
dannazione, non esigevano denaro ο donazioni a ogni occasione. Si
distinguevano, proprio come faranno i quaccheri, per i "gentili metodi
persuasivi".
Non
è detto che tutti quelli che si dichiaravano convertiti diventassero poi dei
credenti praticanti; è legittimo il sospetto che molti prendessero la nuova
fede non più seriamente di quanto facessero alcuni cristiani del tempo con il
loro cattolicesimo. Tuttavia, e indubbio che il catarismo risultasse attraente
per molti. Ai cavalieri, ai nobili, ai commercianti e ai contadini del Sud
della Francia, sembrava offrire una consona alternativa alla detestata Chiesa
di Roma: duttilità, generosità, onestà, tolleranza erano qualità non facilmente
reperibili nella gerarchia ecclesiastica istituzionale. Inoltre, in campo
pratico, offriva una via di scampo all'onnipresente clero romano, all'arroganza
clericale e agli abusi di una Chiesa corrotta, i cui latrocini diventavano
sempre più intollerabili.
Non
è un mistero che la Chiesa del tempo fosse vergognosamente corrotta. Nei primi
anni del XIII secolo, il pontefice in persona descriveva i suoi preti come
"peggiori delle bestie che sguazzano nel loro stesso letame";[3] e così si
esprime il maggiore poeta lirico tedesco medievale, Walther νοn der
Vogelweide (1170-1230 ca.):
Fino a quando dormirai, Signore? [...]
Ι tuoi ministri rubano le ricchezze che avevi serbato: in un luogo depredano,
in un altro uccidono. Ε del tuo gregge ha cura pastorale un
1υρο.[4]
Ι
vescovi furono descritti dai contemporanei come "pescatori di denaro e non
di anime, esperti in mille inganni per svuotare le tasche ai poveri".[5] Il legato
papale in Germania lamentò che il clero della sua giurisdizione passava il
tempo fra lussi e gozzoviglie, non osservava i digiuni, praticava la caccia con
il falcone, giocava d'azzardo e si occupava di contrattazioni commerciali. Le
opportunità di corruzione erano enormi e si trovavano ben pochi preti che si
sforzassero seriamente di resistere alle tentazioni. Anzi, molti esigevano denaro
anche per le pratiche religione di rito: i matrimoni e i funerali non venivano
celebrati se il compenso non era stato saldato in anticipo; la comunione veniva
rifiutata se non era preceduta da un'offerta pecuniaria; persino l'estrema
unzione ai morenti era soggetta a balzello. Inoltre, la potestà di concedere le
indulgenze e la remissione dalle penitenze di espiazione procurava un immenso
reddito aggiuntivo.
Nel
Sud della Francia, la corruzione del clero prosperava largamente. In alcune
chiese, addirittura, non si officiava la messa da trent'anni, perché i
sacerdoti trascuravano i parrocchiani e si dedicavano ai commerci ο
all'amministrazione dei loro possedimenti. L'arcivescovo di Tours, notoriamente
omosessuale e che era stato il favorito del suo predecessore, pretese che
l'episcopato di Orléans fosse assegnato al proprio amante. L'arcivescovo di
Narbona non si curò neppure di visitare la città e la sua diocesi. Numerosi
ecclesiastici si dedicavano ai banchetti, mantenevano cortigiane, viaggiavano
in lussuose carrozze, tenevano al loro servizio un seguito enorme di servitori;
conducevano, insomma, uno stile di vita consono più alla grande nobiltà che al
clero, mentre le anime affidate alle loro cure erano abbandonate alle
vessazioni e ridotte in uno stato di degrado e di miseria sempre più profondo.
Non
sorprende, quindi, che una parte rilevante della popolazione, a prescindere da
ogni questione spirituale, volgesse le spalle a Roma e abbracciasse il
catarismo. Né sorprende che Roma, trovandosi di fronte a un numero così alto di
defezioni e, dunque, a un consistente calo nelle proprie rendite, cominciasse a
sentirsi sempre più minacciata. Preoccupazione che non era per nulla
ingiustificata: esisteva, infatti, una realistica possibilità che il catarismo sostituisse
il cattolicesimo come religione predominante nella Francia meridionale. Ε
di lì avrebbe potuto facilmente diffondersi in altre regioni.
Nel
novembre del 1207 papa Innocenzo III scrisse al re di Francia e ad alcuni
nobili di alto rango un'esortazione a sopprimere gli eretici con la forza delle
armi. Come ricompensa, sarebbero state assegnate loro tutte le proprietà
confiscate e concesso lo stesso trattamento di indulgenza dei crociati in Terra
Santa. A quanto pare, questi incentivi non furono di grande stimolo,
specialmente nel Sud della Francia. Ιl conte di Tolosa, per esempio, giurò
che avrebbe sterminato tutti gli eretici del suo feudo, ma in effetti non fece
nulla per mettere in pratica la promessa. Giudicando troppo tiepida la sete di
sangue del conte, il legato papale, Pierre di Castelnau, pretese di
incontrarlo: l'abboccamento degenerò in una lite furibonda, l'emissario del
papa accusò il nobile di appoggiare i catari e lo scomunicò all'istante;
l'altro, che probabilmente aveva aderito lui stesso alla nuova fede, rispose
con sprezzanti minacce.
La
mattina del 14 gennaio, mentre Pierre di Castelnaυ si accingeva ad
attraversare il Rodano, un cavaliere al servizio del conte gli si avvicinò e lo
uccise con un colpo di pugnale. Ιl papa, furibondo, emanò immediatamente
una Bolla indirizzata a tutti i nobili della Francia meridionale, nella quale
accusava il conte di essere il mandante dell'assassinio e gli riconfermava la
scomunica. Ιl pontefice, inoltre, pretese che il conte venisse condannato
pubblicamente dal pulpito di ogni chiesa, cosicché ogni cattolico fosse
autorizzato a dargli la caccia e, naturalmente, anche a confiscare e occupare i
suoi possedimenti.
Ma
non fu tutto: il papa scrisse al re di Francia chiedendogli di iniziare una
"guerra santa" per sterminare gli eretici catari, che dovevano
considerarsi ancor più perniciosi degli infedeli musulmani. Tutti coloro che
avessero partecipato alla campagna militare, per un minimo di quaranta giorni,
sarebbero stati sotto la diretta protezione del papato: esentati dal pagamento
degli interessi sui loro debiti, affrancati dalla giurisdizione delle corti
secolari, assolti da tutti i loro peccati e da tutte le loro colpe.
Così,
papa Innocenzo III bandì la spedizione militare, che venne in seguito ricordata
come la Crociata albigese. Fu la prima interna a un paese cristiano e rivolta
contro altri cristiani (per quanto eretici potessero essere). Oltre ai
dichiarati benefici, la crociata offriva, non c'era bisogno di dirlo, la
licenza di saccheggiare, razziare, depredare ed espropriare proprietà. Ma non
erano gli unici vantaggi: il crociato che avesse preso le armi contro i catari
non doveva neppure attraversare il mare, gli erano risparmiati i disagi e le
spese del viaggio, oltre che la fatica di combattere nel deserto e nel clima
torrido del Medio Oriente. Se fosse incorso in qualche difficoltà, non si
sarebbe trovato isolato in una terra straniera e ostile, ma, al contrario,
avrebbe potuto facilmente rimediare un rifugio sicuro, mimetizzandosi fra la
gente del posto.
Verso
la fine del giugno 1209 un esercito di quindici-ventimila uomini, composto da
nobili del Nord della Francia, da cavalieri, soldati, scudieri, avventurieri e
gente al seguito, si era riunito sul Rodano. Un barone francese di basso rango,
Simon de Montfort, si sarebbe distinto in qualità di comandante militare,
mentre il capo spirituale era il legato pontificio Arnald-Amaury, un fanatico
cistercense, allora abate di Cîteaux.
Ιl
22 luglio l'esercito aveva raggiunto la città strategica di Béziers, la cui
popolazione contava un gran numero di convertiti al catarismo. Dopo che fu
messa a ferro e fuoco e saccheggiata, ad Arnald-Amaury fu chiesto di
distinguere gli abitanti eretici dai cattolici rimasti leali al papa, al che il
legato pontificio rispose con una delle frasi più ignobili di tutta la storia
della Chiesa: "Uccideteli tutti. Dio riconoscerà i suoi".[6] Vennero così
massacrate quindicimila persone, fra uomini, donne e bambini. Con un
trionfalismo che rasentava l'esaltazione, Arnald-Amaury scrisse al papa che
"nessuno era stato risparmiato né per età, né per sesso, né per posizione
sociale".[7]
Ιl
sacco di BézIers gettò nel terrore l'intera Francia meridionale. Mentre i
crociati si radunavano fra le rovine fumanti, giunse una deputazione da
.Narbona con l'offerta sia della consegna di tutti i catari e di tutti gli
ebrei (da sempre "bersagli leciti") della loro città, sia di
rifornire l'esercito di vettovaglie e di denaro. Gli abitanti dei paesi e dei
villaggi vicini abbandonarono le case e si rifugiarono nei boschi. L'obiettivo
dei crociati, però, non era unicamente il ripristino della supremazia del papa,
ma piuttosto lo sterminio totale degli eretici e il saccheggio capillare della
regione; di conseguenza la campagna proseguì.
Ιl
15 agosto, dopo un breve assedio, Carcassonne si arrese e Simon de Montfort
divenne visconte della città. In tutto il Mezzogiorno, gli eretici venivano
bruciati a decine e chiunque tentasse di difenderli veniva impiccato.
Nonostante ciò, i catari, con l'appoggio di molti nobili meridionali che
cercavano di opporsi alle devastazioni delle loro terre, passarono al
contrattacco e numerosi castelli e cittadine cambiarono ripetutamente padrone.
L'accanimento e la dimensione dei massacri crebbero. Nel 1213 il re di Aragona
provò a intervenire in difesa dei catari e dei nobili meridionali, ma il suo
esercito fu sconfitto dai crociati nella battaglia di Muret, dove lui stesso
trovò la morte. Nell'autunno del 1217 i crociati piombarono su Tolosa e ne
seguì un assedio di nove mesi. Ιl 25 giugno 1218 Simon de Montfort morì
sotto le mura della città, colpito da un masso che una donna tra i difensori
aveva lanciato con una catapulta.
Con
la sua morte, l'esercito crociato cominciò a disgregarsi e una pace inquieta
scese sulla devastata regione. Ma essa non durò a lungo. Nel 1224 venne indetta
un'altra crociata contro il Sud, capeggiata da re Luigi VIII in persona, quale
comandante militare, e con il fanatico veterano Arnald-Amaury, ancora una volta
come capo ecclesiastico. Nonostante la scomparsa del re francese, avvenuta due
anni dopo, la campagna proseguì fino a che, nel 1229, l'intera Linguadoca non
fu annessa alla Corona francese. Alcune rivolte di catari contro la nuova
autorità si ebbero ancora nel 1240 e nel 1242. Il 16 marzo 1244 Montségur, la
più importante roccaforte catara ancora inviolata, cadde dopo un lungo assedio
e più di duecento eretici vennero immolati su una pira ai piedi della montagna
su cui sorgeva il castello.
Quéribus,
l'ultima fortezza catara, cadde undici anni più tardi, nel 1255. Solo allora la
resistenza catara organizzata si spense; già molti degli eretici sopravvissuti
erano fuggiti in Catalogna e in Lombardia, dove vennero fondate nuove comunità.
Tuttavia, persino nel Sud della Francia, il catarismo non scomparve del tutto.
Molti eretici si confusero semplicemente con il resto della popolazione e
continuarono a professare il loro credo e a praticare clandestinamente i loro
riti.
Rimasero
nella regione per un altro mezzo secolo almeno, e durante il primo ventennio
del Trecento si ebbe una rinascita catara nel villaggio di Montaillou, nei
Pirenei francesi. Ma ormai, per occuparsi degli eretici, era stata istituita
un'organizzazione sinistra quanto qualunque esercito crociato.
segue ... da pag. 32
* * * *
Gli attacchi contro i
francescani
Quando
l'Inquisizione fu chiamata ad agire contro i templari, aveva già acquisito una
certa esperienza nel contendere contro istituzioni cristiane ufficiali. Per
buona parte del secolo precedente, era stata impegnata in una lunga disputa,
praticamente una faida in atto, con l'ordine che costituiva il principale
rivale dei domenicani per autorità e influenza: quello dei francescani.
L'uomo
che sarebbe stato canonizzato come san Francesco nacque probabilmente nel 1181,
figlio di un ricco mercante di tessuti di Assisi. Se Domenico si dimostrò un
fanatico fin dal primo momento in cui fece la sua comparsa sul palcoscenico
della storia, Francesco si conformò a un modello diverso anche se non
inconsueto. Come sant'Agostino, Francesco spese la sua giovinezza nel
libertinaggio e nella sregolatezza. Anche le biografie più riverenti
riferiscono, seppur con riluttanza, che il suo comportamento era stato quello
comune ai giovani del tempo, e il termine "licenzioso" compare più di
una volta.
Fino
all'età di vent'anni, Francesco lavorò con il padre. Nel 1202 divenne soldato e
combatté in una delle campagne minori in cui Assisi era impegnata contro i
vicini. Fu catturato e tenuto per sei mesi in prigione. Secondo alcune fonti,
più o meno in questo periodo avrebbe sofferto di una malattia piuttosto grave;
alcuni elementi fanno ritenere che la malattia potrebbe essere stata una specie
di esaurimento nervoso.
In
ogni caso, Francesco tornò ad Assisi disgustato della sua precedente mondanità.
Partì per un pellegrinaggio a Roma e, durante il viaggio, scoprì in se stesso
l'amore per la povertà. Tornato ad Assisi, adottò uno stile di vita austero e
semplice, si diede ad assistere i mendicanti e a restaurare una chiesetta
diroccata. Finanziò il restauro sottraendo parte della mercanzia del padre e
vendendola insieme al cavallo su cui l'aveva trasportata. il padre inflessibile
lo diseredò.
Tutto
ciò non era che il preludio della conversione di Francesco, che avvenne una
mattina del 1208, mentre in una chiesa vicino ad Assisi stava ascoltando la
lettura di un testo biblico: le parole sembravano essere state concepite
proprio per lui, erano la voce di Dio che lo chiamava. Subito si liberò delle
calzature e degli abiti, si rivestì di un'ascetica tonaca scura e intraprese la
vita del predicatore itinerante.
Quando
un numero sempre più grande di seguaci cominciò ad ascoltarlo e a seguirlo,
Francesco stilò una Regola per la sua nascente organizzazione. Una delle norme
diceva:
I fratelli non saranno padroni di nulla,
né di case né di terre [...] ma vivranno nel mondo come stranieri e pellegrini,
e chiederanno la carità fidando solo nel Signore.[19]
Francesco
e Domenico furono quasi contemporanei, ma mentre il secondo mirava al potere,
il primo cercava di spogliarsene completamente. Mentre Domenico cercava
avversari esterni per mettersi alla prova combattendoli, Francesco, in modo
assai più cristiano, lottava contro i vizi e le tentazioni del suo animo.
Proprio come gli adepti delle sette giudicate eretiche, Francesco si sforzava
di vivere secondo gli insegnamenti evangelici e il modello delle prime comunità
cristiane; se fosse vissuto nel Sud della Francia, o se i domenicani non
fossero stati già troppo occupati nella persecuzione dei catari locali, molto
probabilmente lui stesso sarebbe stato condannato per eresia. Francesco e
Domenico riflettono due aspetti conflittuali, diametralmente opposti e fin dal
primo momento schizofrenici della Chiesa medievale.
Nel
1209, proprio mentre la Crociata albigese si faceva sempre più sanguinosa, papa
Innocenzo III approvò la Regola che Francesco aveva redatto, fondando l'Ordine
francescano. il santo e i suoi seguaci assunsero il nome di "frati
minori". Tre anni più tardi, nel 1212, una nobildonna di Assisi, in seguito
canonizzata con il nome di santa Chiara, fondò le clarisse, un Ordine
francescano femminile. Francesco, nel frattempo, cominciò a predicare in paesi
lontani, percorrendo gran parte dell'Europa orientale. In seguito si unì a una
crociata e, nel 1219, fu presente all'assedio del porto di Damietta, in Egitto,
sul delta del Nilo.
I
primi francescani erano talmente poveri e malvestiti che, a volte, qualche
domenicano troppo zelante li scambiava per catari o per valdesi. Infatti, fu
per un equivoco simile che cinque di loro vennero giustiziati in Spagna. Come i
primi domenicani, i francescani facevano voto di povertà, non potevano
possedere nulla ed erano costretti a vivere esclusivamente di carità. A
differenza dei domenicani, potevano dedicarsi al lavoro manuale, ma erano loro
preclusi gli svaghi concessi ai colleghi rivali: per esempio, non potevano
istruirsi, ricercare stimoli intellettuali negli studi teologici e filosofici,
né soddisfare eventuali perversioni o desideri sadici perseguitando gli eretici.
Non
sorprende che il rigore della Regola francescana si sia dimostrato eccessivo
per molti aderenti all'ordine e per molti aspiranti. Ancor prima della morte di
Francesco, avvenuta nel 1226, l'istituzione da lui creata cominciò a cambiare.
Mentre il frate di Assisi portava la sua predicazione in Europa orientale e poi
in Egitto, il suo vicario si era dimostrato un abile e astuto politico,
allargando il prestigio e allentando la severità dell'ordine. i francescani,
pur continuando a dedicarsi al lavoro manuale e alla predicazione, e a
interessarsi all'organizzazione di ospedali e di lebbrosari, cominciarono anche
ad accumulare ricchezze. Secondo uno storico
quando l'ordine si diffuse, non sarebbe
stato della natura umana rifiutare la ricchezza che da ogni parte si riversava
abbondante su di esso, e si dovette fare ricorso a una ingegnosa dialettica per
conciliare l'abbondanza di beni posseduti con il rifiuto assoluto della
proprietà prescritto dalla Regola.[20]
Quando
Francesco ritornò dai suoi viaggi, non fece alcun tentativo per riprendere il
controllo dell'ordine, né per riassumere la sua posizione di supremazia.
Ripudiando qualunque interesse per la politica, l'organizzazione e la gerarchia
continuò a seguire il suo stile di vita semplice e sereno. L'Ordine
francescano, pur onorandolo come padre fondatore, proseguì sotto un altro
patrocinio la sua crescita. Già al primo Capitolo generale, nel 1221, cioè
cinque anni prima della morte di Francesco, contava più di tremila frati, un
cardinale e parecchi vescovi. Nel 1256 possedeva quarantanove diversi conventi
nella sola Inghilterra, abitati da 1242 frati, uno dei quali, alla fine del
Duecento, fu il famoso Ruggero Bacone.
Cinquant'anni
dopo la morte di Francesco, il suo ordine era diventato ricco e prospero quanto
qualunque altra organizzazione ecclesiastica. A suo modo aveva persino
cominciato a scoprire l'inebriante contagio del potere e, quale inevitabile
corollario, era diventato sempre più incline alla corruzione. Nel 1257 il frate
francescano che venne in seguito canonizzato come san Bonaventura, fu eletto
Generale dell'ordine. Uno dei suoi primi atti ufficiali fu quello di inviare
una circolare a tutti i conventi, deplorando che il comportamento mondano e la
bramosia di denaro avessero gettato i francescani nel discredito popolare. i fratelli,
scriveva, erano sprofondati sempre più nell'ozio e nel vizio, si erano
abbandonati a dissipazioni vergognose, avevano costruito residenze indegnamente
opulente, avevano estorto lasciti e preteso pagamenti eccessivi per i servizi
funebri. Dieci anni più tardi, niente era mutato, e Bonaventura reiterò le sue
accuse, con anche maggior durezza: "È un comportamento falso, empio e
spregevole predicare [...] la virtù della povertà e poi sottrarsi all'obbligo
di non possedere nulla; andare a chiedere l'elemosina come mendicanti e, a casa,
crogiolarsi nella ricchezza".[21]
Proprio
per avere ceduto ai beni mondani e alla corruzione, alla fine del XIII secolo i
francescani furono lacerati dagli scismi. Alcuni, sedicenti
"mistici", o "spirituali", o "puristi", cercarono
di rimanere fedeli agli insegnamenti del fondatore. Non c'è da stupirsi che una
posizione come la loro, che non ammetteva compromessi, li rendesse invisi
all'Inquisizione gestita dai domenicani. Così, molti vennero processati per
eresia; come, per esempio, nel 1282 Pier Giovanni olivi, il capo dei
"puristi" francescani di Linguadoca, che fu poi scagionato
dall'accusa, anche se le sue opere continuarono a essere censurate.
All'inizio
del XIV secolo i "puristi" francescani erano sempre più in dissidio
con la corrente principale dell'ordine, con l'Inquisizione domenicana e con il
pontefice. Nel 1317 papa Giovanni XII si pronunciò in maniera definitiva contro
i puristi: pena la scomunica, furono condannati a sottomettersi all'autorità
papale e a quella della corrente principale dell'ordine. Molti rifiutarono e si
separarono dai francescani assumendo il nome di "fraticelli". Nel
1318 quattro di essi furono mandati al rogo dall'Inquisizione come eretici.
Nel
1322 una mozione del Capitolo generale dell'Ordine francescano fu improntata a
un'implicita accettazione della posizione dei fraticelli: in essa si sosteneva
che Gesù e i suoi discepoli erano poveri, avevano rinunciato a ogni proprietà
personale e ripudiato la vita mondana, e che essi costituivano il modello
ideale di virtù cristiana. il giudizio era una sfida aperta all'Inquisizione,
che solo poco tempo prima aveva emanato un documento con cui cercava di
giustificare la ricchezza ecclesiastica. Era prevedibile un'immediata reazione.
Un anno più tardi, nel 1323, il papa denunciò la mozione dei francescani come
"eretica". Era un insulto all'intero ordine, che si indignò: molti
accusarono a loro volta il papa di eresia e alcuni passarono nei ranghi dei
fraticelli. Mentre l'attrito aumentava, il Generale dell'ordine in persona
disertò per unirsi agli scismatici. Nei due secoli successivi i rapporti tra
l'Inquisizione e i francescani, sia quelli della corrente principale che i
dissidenti, sarebbero rimasti ostili. Addirittura fino al 1520 i mistici
francescani avrebbero continuato a essere condannati come eretici.
L'ostilità
tra francescani e domenicani raggiunse a volte un livello inaudito di follia,
di puerile capziosità e anche di intransigenza. Come quando, per esempio, nel
1351, un primate francescano di Barcellona concentrò la propria attenzione sul
sangue versato da Gesù Cristo durante la crocifissione. il sangue, secondo il
francescano, cadendo a terra aveva perso la sua divinità in quanto separato dal
corpo di Cristo, perciò non era asceso al cielo insieme a Gesù ma era stato
assorbito dal terreno.
"La
questione" ha osservato uno storico "era piuttosto difficile da
dimostrare",[22] ma le
affermazioni del frate irritarono Nicola Roselli, l'inquisitore domenicano di
Barcellona, che provava del risentimento nei confronti dei f e, adesso, sentiva
di avere nuovi argomenti per ulteriori recriminazioni. Felice di avere
un'opportunità per attaccare l'ordine rivale, inviò al papa un minuzioso
resoconto della controversia.
Anche
il pontefice si sentì offeso dalle affermazioni del francescano e convocò
immediatamente un seminario di teologi perché indagassero sulla questione del
sangue versato da Gesù. il simposio condivise l'indignazione del papa e di
padre Roselli: la teoria del francescano venne sconfessata ufficialmente, a
tutti gli inquisitori furono mandate istruzioni perché venisse arrestato
chiunque si fosse ostinato a divulgarla e il frate che l'aveva concepita fu
condannato a ritrattarla pubblicamente.
Ma
la faccenda non si era conclusa. Sentendosi aggrediti, i francescani,
nonostante il veto papale, continuarono a discettare in privato del sangue
versato da Gesù. Un commentatore scrive a proposito:
I francescani sostenevano, con logica
provocatoria, che era del tutto ammissibile credere che il sangue di Cristo
fosse rimasto sulla terra, dal momento che il prepuzio asportato durante la
circoncisione era conservato nella Chiesa Lateranense e venerato come reliquia
proprio sotto gli occhi di papa e cardinali, e che parti del sangue e del
liquido versati durante la crocifissione venivano esposte ai fedeli a Mantova,
a Bruges e in altre località[23]
Per
buona parte del Quattrocento la disputa continuò in sordina. Poi, nel 1448,
quasi un secolo dopo, un docente francescano dell'università di Parigi portò il
problema all'attenzione della facoltà di teologia. il rinnovarsi della polemica
condusse alla formazione di un consiglio di teologi incaricato dell'esame della
spinosa questione. Alla fine, con grande solennità, furono espresse le conclusioni:
non era contrario all'insegnamento della Chiesa credere nella tesi francescana
secondo cui il sangue versato dal Cristo agonizzante era rimasto sulla terra.
Esaltati
da questa vittoria nella loro personale guerra dei Cento anni, i francescani si
concessero qualche trionfalismo e osarono spingersi ancora più in là. In un
sermone tenuto a Brescia nel 1462, un eminente francescano appoggiò apertamente
la tesi del suo predecessore. Scoppiò di nuovo, violenta, la diatriba.
Controllando a stento la propria indignazione, l'inquisitore domenicano della
città inviò una lettera di educata perplessità al francescano: non poteva
credere, affermava, che realmente fossero uscite dalla sua bocca affermazioni
di quel tenore, certamente il resoconto che aveva ricevuto doveva essere il
frutto di un. fraintendimento; allora, gentilmente, avrebbe potuto lui stesso
rassicurarlo a riguardo? Quando il francescano, in tono altrettanto cortese,
ribadì le proprie idee, fu chiamato a comparire il giorno seguente davanti
all'inquisitore.
Preoccupato
dalla risonanza pubblica che avrebbe avuto un nuovo contrasto fra domenicani e
francescani, il vescovo locale intervenne; riuscì a far ritirare la citazione,
ma solo con la promessa che la questione sarebbe stata sottoposta alla personale
attenzione del papa. Nel frattempo i domenicani non tralasciarono di scagliare
da tutti i pulpiti del mondo cristiano i loro fulmini contro
"l'eresia" francescana. Così, dopo essere rimasta latente e
silenziosa per quasi un secolo, la lite esplodeva ora in modo plateale davanti
agli occhi dei fedeli sconcertati e confusi.
Non
volendo attirarsi l'ostilità di nessuno dei due ordini, il papa si affrettò a
riunire un'altra commissione teologica per giudicare la sempre più molesta
questione. Forse si augurava che si sarebbe ridimensionata semplicemente in
virtù delle complicazioni organizzative e delle lentezze burocratiche. Ma, con
suo gran disappunto, il comitato di studi mostrò più passione del previsto per
la controversia.
Ognuna delle due parti scelse tre
rappresentanti, e per tre giorni, alla presenza del papa e del sacro collegio,
discussero il punto con tanta infuocata veemenza che, nonostante il pungente
freddo invernale, si ritrovarono in un bagno di sudore.[24]
Nessuna
delle fazioni, comunque, riuscì a trarre dal Nuovo Testamento una sola prova
relativa al quesito in discussione, che, di conseguenza, rimase irrisolto. La
polemica fra domenicani e francescani si sarebbe prolungata ed estesa in tutta
la cristianità.
Dopo
un anno, all'inizio d'agosto del 1464, il papa, esasperato al punto da
travalicare la pacatezza consona a un pontefice, emise una Bolla nella quale
stabiliva in modo definitivo che ogni discussione sull'inusitato argomento era
ufficialmente vietata, finché non si fosse giunti a un pronunciamento
definitivo da parte della Santa Sede. Ma il papa morì otto giorni dopo, e la
Santa Sede non ebbe la possibilità di emanare alcun pronunciamento. i cardinali
che si erano dedicati a studiare la questione non riuscirono a raggiungere un
accordo. il nuovo papa fece in modo di rinviare indefinitamente ogni ulteriore
disputa. Per quanto ne sanno gli autori di questo libro, il dubbio se il sangue
di Gesù sia asceso o no al cielo è rimasto irrisolto sino a oggi e ancora
incombe, privo di risposta, sul papato.
* * * *
Antisemitismo e Inquisizione
Nei
metodi e nella procedura, l'Inquisizione spagnola si ispirò ampiamente a quella
medievale, ma se ne differenziò perché non era soggetta al papato, bensì
direttamente alla Corona spagnola. Un altro importante aspetto di diversità era
costituito dal fatto che il principale bersaglio dell'Inquisizione medievale in
Francia e in Italia erano stati gli eretici cristiani, come i catari, i valdesi
o i fraticelli, oppure presunti eretici come i templari; obiettivo primario di
quella spagnola, invece, fu la popolazione ebrea della penisola. Nella
virulenza e nella natura sistematica della sua azione antisemita,
l'Inquisizione spagnola avrebbe anticipato il comportamento patologico del
nazismo nel XX secolo.
Alla
metà del XIV secolo, cento anni prima della creazione dell'Inquisizione
spagnola, la Castiglia era stata travolta dalla guerra civile. Entrambe le
fazioni andavano in cerca di un capro espiatorio e ne avevano trovato uno nella
comunità ebraica, particolarmente numerosa in Spagna grazie alla lodevole
tolleranza dei precedenti regimi islamici. Erano seguiti numerosi pogrom, le
cui fiammate erano state ulteriormente fomentate da zelanti predicatori
cristiani. Le violenze si erano intensificate fino a raggiungere l'apice nel
1391, con il massacro di centinaia, forse migliaia, di ebrei.
Nell'ultimo
decennio del XIV secolo, molti nuclei familiari di religione ebraica,
terrorizzati dalle persecuzioni che li minacciavano, avevano abiurato la loro
fede e abbracciato il cristianesimo, divenendo noti con il nome di conversos.
In parecchi casi, però, la natura coatta di quelle conversioni era risaputa ed
era opinione diffusa che i conversos continuassero clandestinamente a
professare il loro credo originario. Senza dubbio era vero per molti; ma altri
sembravano semplicemente essere diventati tiepidi cristiani proprio come prima
erano stati tiepidi ebrei. In ogni caso, e per quanto fossero cristiani
sinceri, i conversos suscitavano invariabilmente dubbi e diffidenza, e continuavano
a essere nel mirino degli antisemiti. il massimo dell'avversione si riversava
sui cosiddetti "giudaizzanti", convertiti sospetti di praticare
segretamente l'ebraismo o, ancor peggio, di riportare all'ebraismo i
correligionari convertitisi al cristianesimo.
Nonostante
i pregiudizi di cui erano circondate, molte famiglie spagnole di conversos
prosperarono: negli anni successivi, alcuni loro componenti riuscirono a
raggiungere una posizione di rilievo nell'amministrazione del regno, nella
burocrazia cittadina e persino nella gerarchia ecclesiastica. il rabbino di
Burgos, per esempio, che nel 1390 si era convertito al cattolicesimo, avrebbe
terminato i suoi giorni come vescovo della città, legato pontificio e tutore di
un principe della Corona. Non fu l'unico: in alcune delle maggiori città, la
gestione amministrativa era in mano a eminenti famiglie di conversos. Proprio
da una di queste proveniva il tesoriere di re Ferdinando, che era in carica nel
periodo in cui veniva istituita l'Inquisizione spagnola. In Castiglia erano
almeno quattro i vescovi conversos, così come tre dei segretari della regina
Isabella e anche il cronista ufficiale di corte e, incredibile ma vero, uno
degli zii di Torquemada. Persino santa Teresa, tanto amata più tardi per il suo
fervido misticismo, non era "senza macchia": infatti, nel 1485, suo
nonno era stato costretto a fare penitenza per avere conservato alcune pratiche
giudee, il che indica che la santa era lei stessa di discendenza ebraica.
In
generale, nella Spagna del tempo, proprio i conversos e le loro famiglie
risultavano i più istruiti e, mano a mano che acquisivano importanza, tendevano
anche a diventare i più ricchi. Inevitabilmente, il loro status sociale ed
economico suscitò invidia e malanimo e finì per esacerbare l'ostilità
dell'Inquisizione.
Dal
momento della sua istituzione, l'Inquisizione spagnola aveva messo avidamente
gli occhi sulla ricchezza della comunità ebraica e guardava a essa con
irriducibile avversione, semplicemente perché si trovava al di fuori della sua
giurisdizione legale. Secondo il decreto papale originario, era autorizzata a
occuparsi degli eretici, cioè dei cristiani che avevano deviato dalle
formulazioni di fede ortodosse, ma non aveva nessun potere sui fedeli di
religioni diverse, come ebrei e musulmani. In Spagna, le comunità ebraiche e
musulmane erano particolarmente popolose e, di conseguenza, una parte notevole
della popolazione rimaneva al di fuori del controllo dell'Inquisizione. Per
un'istituzione il cui fine principale era esercitare un controllo assoluto sul
paese questa situazione non era più tollerabile.
Il
primo passo dell'Inquisizione fu di. agire contro i cosiddetti
"giudaizzanti": un converso che tornasse all'ebraismo dopo aver
abbracciato il cristianesimo poteva essere convenientemente etichettato come
eretico. Per estensione, ci si poteva regolare allo stesso modo con chiunque lo
avesse incoraggiato nella sua eresia e, con un'imputazione dello stesso tenore,
ci si poteva spingere ancora oltre, fino a includere la totalità degli ebrei.
Ma l'Inquisizione era ancora in credito dovendo presentare, o piuttosto
inventare, le prove a carico di ogni imputato che intendesse portare sotto
processo, e non sempre era facile farlo.
L'Inquisizione
appoggiò con entusiasmo il violento antisemitismo professato da un famoso
predicatore, Alonso de Espina, che odiava allo stesso modo ebrei e conversos e,
facendosi forte del sostegno popolare, propugnava l'estirpazione totale dalla
penisola iberica dell'ebraismo, mediante la loro espulsione o il loro sterminio.
Aderendo al programma di Alonso, l'Inquisizione si dedicò a una personale
propaganda antisemita, usando sistemi simili a quelli adottati circa quattro
secoli e mezzo più tardi da Joseph Goebbels. Per esempio, contro gli ebrei
venivano lanciate e diffuse accuse infamanti, nella consapevolezza che prima o
poi sarebbero state accettate come vere. Facendosi scudo del sentimento
antisemita che era riuscita a instillare nell'opinione pubblica, l'Inquisizione
chiese alla Corona di adottare "adeguate" misure, e avanzò infine la
proposta di espellere gli ebrei dalla Spagna con un documento propositivo
descritto da uno storico come intriso "di inaudita crudeltà" e
"di violento antisemitismo".[25]
Re
Ferdinando capì che la persecuzione contro le comunità ebraiche e i conversos
avrebbe inevitabilmente causato delle ripercussioni economiche negative nel
paese, ma né lui né la regina Isabella riuscirono a resistere alle pressioni
combinate dell'Inquisizione e del sentimento popolare. In una lettera ai nobili
e ai maggiorenti del regno, il re scrisse:
Il Santo Ufficio dell'Inquisizione,
essendo stato testimone della rabbia di alcuni cristiani derivante dal contatto
e dalla relazione con ebrei, ha provveduto perché gli stessi siano espulsi da
tutto il nostro regno e da tutti i nostri territori, e ci ha persuaso a dare a
quest'atto il nostro favore e il nostro appoggio [...] facciamo ciò, nonostante
il grande danno che ce ne deriva, perseguendo e preferendo la salvezza elle
anime al nostro personale profitto [...].[26]
Il
1° gennaio del 1483, cedendo alle richieste dell'Inquisizione, i monarchi
inviarono in Andalusia il decreto di espulsione di tutti gli ebrei che vivevano
nella regione. Lo stesso accadde, il 12 maggio 1486, per vaste zone
dell'Aragona. Ma l'espulsione globale dovette essere, per quel momento,
rimandata perché servivano con urgenza denaro e sostegno da parte di ebrei e
conversos per la campagna militare che era in corso contro i musulmani,
respinti nel sempre più esiguo regno di Granada.
Esistono
prove che fanno pensare a un accordo segreto fra Torquemada, in rappresentanza
dell'Inquisizione, e la Corona spagnola. Sembra che Torquemada abbia accettato
la proroga dell'espulsione di tutti gli ebrei dalla Spagna fino a che il regno
musulmano di Granada non fosse stato definitivamente conquistato. In altre
parole, gli ebrei sarebbero stati lasciati tranquilli finché le loro risorse
economiche non fossero più state necessarie. Nel frattempo, l'Inquisizione si
dedicò a preparare il terreno per il compimento del progetto. Fu così che si
verificò l'episodio tristemente famoso del "Santo Bambino di La
Guardia", un caso montato ad arte, infame quanto quelli perpetrati nel XX
secolo da Hitler o da Stalin.
Il
14 novembre 1491, due settimane prima della caduta di Granada, cinque ebrei e
sei conversos furono condannati al rogo ad Àvila: erano stati riconosciuti
colpevoli di aver profanato un'ostia e di aver crocefisso un bambino cristiano,
a cui, secondo le accuse, avrebbero strappato il cuore. Lo scopo di
quell'orribile gesto sarebbe stato quello di compiere un rituale magico inteso
a neutralizzare il potere dell'Inquisizione e a "far diventare tutti i
cristiani pazzi fino a farli morire". L'Inquisizione diede grande
risonanza al racconto, che fu divulgato di città in città, facendo salire al
culmine la rabbia antisemita.[27]
Due
settimane più tardi, Granada capitolò e l'ultima enclave musulmana in Spagna
cessò di esistere. Nel marzo dell'anno seguente un editto reale ordinò che
tutti gli ebrei accettassero la conversione o lasciassero la Spagna. Chi non
fece né l'una né l'altra cosa divenne legalmente perseguibile
dall'Inquisizione. Come ha efficacemente scritto Carlos Fuentes, la Spagna, nel
1492, messa al bando la sensualità con i mori e l'intelligenza con gli ebrei,
si avviò alla sterilità per i cinque secoli successivi.
Anche
prima di venire definitivamente espulsi, ebrei e conversos erano diventati
vittime dell'Inquisizione in numero molto maggiore che non gli eretici. Dopo il
1492 la persecuzione si limitò a intensificarsi,
rinforzata
dalla nuova parvenza di legalità e legittimità: così, tra tutti i soggetti a
processo da parte dell'Inquisizione, fra il 1488 e il 1505, a Barcellona furono
ebrei o conversos il 99,3 percento; il 91,6 percento, fra il 1484 e il 1530, a
Valenza. Osserva giustamente uno storico:
Il tribunale, in altre parole, non si
occupava dell’eresia in generale, ma di una sola forma di devianza religiosa:
la cosiddetta pratica segreta di riti ebraici.[28]
* * * *
Ι processi per
stregoneria
L'Inquisizione,
armata del Malleus Maleficarum,
instaurò un regno di terrore in tutta l'Europa. Nelle inchieste e negli
interrogatori, la regola che veniva applicata alle prove era semplicissima:
qualunque fatto su cui giurassero due ο tre testimoni veniva accettato
come vero e anche come definitivamente provato. Si faceva largo uso di domande
trabocchetto, escogitate allo scopo di raggirare sia il sospettato che il testimone.
Per esempio, la domanda poteva essere
se credeva ο no che esistesse la
stregoneria, e che si potessero scatenare tempeste ο affatturare uomini e
animali. È da notare che, inizialmente, la maggior parte delle streghe
affermava di no.[29]
Se
la persona imputata negava di crederci, la domanda successiva arrivava con la
violenza di una trappola che scatta: «Allora, le streghe bruciate sono state
condannate ingiustamente? Ε il malcapitato, ο la malcapitata, era
costretto a dare una risposta». Ε neanche importava quale fosse, perché la
colpevolezza era certa, dal momento che non credere nella stregoneria era già
di per sé un'eresia.
Quando
una strega veniva arrestata, si prendevano complicate precauzioni per
neutralizzare i suoi poteri: per negarle il contatto con la terra, e attraverso
di essa con le regioni infernali, veniva trasportata tenendola sollevata su
un'asse di legno oppure in un cesto; quando si trovava davanti al giudice
doveva rimanere voltata di spalle: in tal modo le era impossibile qualunque
tentativo di ammaliarlo con lo sguardo; e sia i giudici che il personale
coinvolti nel processo, "non dovevano lasciarsi toccare da lei e,
particolarmente, dovevano fare in modo di non venire in contatto con le sue
braccia ο le sue mani nude". Ai giudici veniva anche consigliato di
portare al collo, appesi a un laccio ο a una catenella, erbe benedette e
sale consacrato durante la domenica delle Palme, sigillati in una speciale
cera, anch'essa benedetta. Nonostante le ripetute rassicurazioni di immunità,
era sempre meglio non correre rischi.
Il
processo veniva portato avanti con una conoscenza piuttosto sofisticata della
psicologia. Le tecniche impiegate riflettevano la notevole esperienza acquisita
nell'ottenere e nell'estorcere informazioni. Gli inquisitori sapevano che la
mente dell'indagato spesso era il suo peggior nemico, che la paura nasce nella
solitudine e nell'isolamento, e che spesso può produrre risultati soddisfacenti
quanto la violenza fisica. Così, la paura della tortura, per citare l'esempio
più ovvio, veniva provocata e alimentata fino a che non si trasformava in uno
stato talmente parossistico di panico da vanificare la necessità della tortura
stessa. Se l'accusato non confessava subito, gli veniva detto che sarebbe
seguito un interrogatorio sotto tortura, però solo dopo un certo periodo di
tempo. Il Malleus consiglia
che l'accusato sia denudato o, se è
femmina, che venga prima condotta nelle celle penali e lì denudata da donne
oneste e di buona reputazione.[30]
Successivamente,
i giudici potevano "interrogarla con moderazione, senza spargimento di
sangue", ma solo
dopo avere tenuto l'accusata in uno stato
di attesa, rinviando continuamente il giorno dell'interrogatorio, e usando
spesso la persuasione verbale.[31]
L'inquisitore
era incoraggiato a utilizzare una strategia che è oggi ben nota, quella di un poliziotto
"inflessibile" e di uno "malleabile"
che ordini agli incaricati di legarla con
corde a una macchina di tortura; e che essi obbediscano prontamente ma non con
gioia, anzi mostrando di essere turbati dal loro compito. Che venga poi
liberata di nuovo, portata da un'altra parte, e che si provi ancora a
persuaderla; e nel persuaderla, le si dica che può evitare la pena di morte.[32]
Il
Malleus consiglia una palese
doppiezza: a un'accusata si poteva anche promettere la vita, ma la vita sarebbe
stata in carcere, a pane e acqua.
Ε che non le si dica, quando le si
promette la vita, che così sarà messa in prigione; ma venga condotta a credere
che le sarà imposta qualche altra penitenza, come l'esilio.[33]
Comunque,
per ottenere quelle dubbie concessioni, doveva denunciare e rivelare l'identità
di altre streghe. Del resto, si affretta a chiarire il Malleus, la promessa di avere salva la vita non doveva essere
davvero mantenuta: non c'era alcun obbligo di rispettare la parola data a una
strega. Molti inquisitori infatti
pensano che, dopo essere stata messa in
carcere, la promessa di risparmiarle la vita dovrebbe essere mantenuta per un
po', ma dopo un certo periodo la donna dovrebbe essere bruciata.[34]
Ο,
in alternativa,
il giudice può promettere, senza rischi,
la vita all'accusata, ma in modo tale da liberarsi dell'incombenza di
pronunciare la sentenza di morte, deputandola a un altro giudice al posto suo.[35]
Quando
una strega veniva riportata in cella dopo una seduta di tortura, il giudice
doveva assicurarsi che
nel tempo di pausa ci [fossero] sempre
delle guardie con lei, in modo da non lasciarla mai sola, per paura che il
diavolo la [spingesse] a suicidarsi.[36]
In
altre parole, anche un suicidio ο un tentato suicidio, causato dallo
strazio ο dal terrore, veniva interpretato come un'ispirazione del
demonio, e perciò come un'ulteriore prova di colpevolezza. In tal modo, gli
inquisitori discolpavano se stessi. Quando qualche sventurata donna tentava di
suicidarsi infilandosi nella testa gli spilloni con cui fermava sui capelli la
cuffia, dicevano: "L'abbiamo trovata in questo stato, come se avesse
voluto infilarli nelle nostre teste". Anche quei folli atti di
disperazione venivano attribuiti a intenzioni malevole e aberranti, al fine di
produrre prove di colpevolezza.
Ι
suicidi e i tentati suicidi erano ovviamente piuttosto comuni. Il Malleus riferisce di streghe che
"dopo avere confessato i loro crimini sotto tortura, [hanno cercato] di
impiccarsi", oppure che "approfittando della disattenzione delle
guardie, si sono impiccate con i lacci delle scarpe ο con gli abiti".[37]
Se,
nonostante la tortura, la strega si rifiutava ancora di confessare, il Malleus consigliava stratagemmi più
cervellotici. L'accusata, per esempio, poteva essere portata in una casa, i cui
proprietari dovevano "fare finta di partire per un lungo viaggio e di
lasciarla sola". Ε poi
Si faccia in modo che qualcuno di sua
conoscenza [...] vada a trovarla e le prometta che sarà messa in completa
libertà se gli insegnerà come si effettuano certe magie. Ε il giudice
ponga mente che in questo modo molte hanno confessato e sono state condannate.[38]
Come
ultima risorsa, il Malleus consiglia
il più sfacciato e incredibilmente spudorato imbroglio:
Ε che, infine, il giudice entri e
prometta che avrà misericordia, con la segreta, intima intenzione che ciò che
intende è che sarà misericordioso verso se stesso e verso lo Stato; perché
tutto quello che viene fatto per lo Stato è un atto di misericordia.[39]
Ιl diffondersi della
pazzia collettiva
Ai
giorni nostri, abbiamo tutti esperienza di come un qualche "timore"
collettivo possa crescere progressivamente, come per contagio psicologico, e
assumere proporzioni di vera e propria isteria di massa. Durante gli anni
cinquanta, negli Stati Uniti, ci fu l'ossessiva crociata del senatore Joseph
McCarthy per scovare presunti comunisti. Nel dramma Il crogiolo il commediografo Arthur Miller attaccò la campagna di
McCarthy usando, per analogia, la metafora dei processi di stregoneria svoltisi
a Salem nel XVII secolo. Grazie all'opera di Miller l'espressione "caccia
alle streghe" è diventata un diffuso modo di dire moderno, per indicare
qualunque tentativo di snidare presunti nemici instillando e diffondendo la
paura collettiva. Ancora più di recente, abbiamo conosciuto altre forme di
panico di massa. In seguito alle tensioni con la Libia, sotto la presidenza di
Ronald Reagan, parecchi turisti americani hanno modificato i loro progetti di
vacanza per evitare, terrorizzati, i voli internazionali. Si è verificato il
caso, in Gran Bretagna, di intere comunità di cittadini sospettate di avere
compiuto violenza sui minori durante riti satanici, con il risultato che decine
e decine di genitori sono stati allontanati dai figli con la forza. Considerati
questi esempi, è facile capire come la paura della stregoneria potesse avere
raggiunto le proporzioni di una vera e propria epidemia di panico, quando si
consideri che era stata diffusa dalla suprema autorità religiosa del tempo;
anzi, come fosse potuta diventare, a tutti gli effetti, l'equivalente
psicologico della peste. Secondo uno storico:
La paura delle streghe era
sostanzialmente una malattia dell'immaginazione, creata ed eccitata dalla
persecuzione contro la stregoneria. Dovunque un inquisitore ο un
magistrato civile si recasse a cancellarla con il fuoco, intorno a lui spuntava
una messe di streghe.[40]
Parlando
della Chiesa, lo stesso storico osserva:
Qualunque inquisitore decidesse di
combattere la stregoneria, diventava, con la propria azione, un missionario che
ne diffondeva ancora di più il seme.[41]
La
delirante persecuzione contro le streghe cominciò sotto gli auspici
dell'Inquisizione, quando la Chiesa esercitava ancora una supremazia indiscussa
sulla vita religiosa dell'Europa. L'Inquisizione era talmente concentrata sulla
stregoneria, che ben presto si sarebbe lasciata cogliere del tutto alla
sprovvista dall'avvento di una minaccia assai più seria, che avrebbe assunto
l'identità di un monaco apostata di nome Martin Lutero. È comunque giusto
ricordare che, trent'anni dopo la pubblicazione del Malleus Maleficarum,
l'insensata caccia alle streghe avrebbe conquistato anche le giovani Chiese
protestanti.
Nella
seconda metà del XVI secolo, dunque, sia i cattolici sia i protestanti
mandarono al rogo non due ο tre, ma centinaia di donne accusate di
stregoneria: e questo delirio incendiario sarebbe proseguito per più di un
secolo, raggiungendo il suo culmine nella sanguinosa guerra dei Trent'anni,
svoltasi fra il 1618 e il 1648. Fra il 1587 e il 1593 l'arcivescovo di Trevirí
fece giustiziare trecentosessantotto streghe, il che equivale alla media di una
e mezzo alla settimana. Nel 1585 due villaggi tedeschi subirono una tale
decimazione che in entrambi rimase viva una sola donna. Lungo un arco di tre
mesi, cinquecento presunte streghe furono condannate al rogo dal vescovo di
Ginevra. Fra il 1623 e il 1633 il principe e arcivescovo di Bamberga ne fece
morire tra le fiamme più di seicento. Nei primi anni del XVII secolo novecento
persone furono bruciate dal principe e vescovo di Würzburg, tra cui il suo
stesso nipote, diciannove sacerdoti, e alcuni bambini accusati di avere avuto
rapporti sessuali con il demonio. In Inghilterra, nel periodo del
"protettorato", anche Cromwell si servì di un
"generale-scova-streghe", il famigerato Matthew Hopkins. Alla fine
del Seicento l'isterismo si era propagato anche al di là dell'Atlantico, alle
colonie puritane del New England, dando luogo ai tristemente famosi processi di
Salem, quelli che avrebbero fornito lo scenario alla commedia di Arthur Miller.
Tuttavia,
i peggiori eccessi protestanti non riuscirono mai a uguagliare quelli della
Chiesa di Roma, in seno alla quale l'Inquisizione si espresse al massimo delle
proprie potenzialità, vantandosi apertamente di avere bruciato, con un calcolo
approssimato per difetto, trentamila streghe lungo un arco di centocinquant'anni.
La Chiesa aveva sempre manifestato una tutt'altro che piccola tendenza alla
misoginia e l'operazione contro la stregoneria le fornì un mandato su larga scala per una crociata contro le donne e tutto ciò che era femminile.
segue …………
* Tutte le citazioni relative a "Il Grande Inquisitore" sono tratte da Dostoevskij, Fëdor, i fratelli Karamazov, Einaudi, Torino 1981, 2 voll. [N. d. T.]
[1] Le Roy Lαdurie,
Ε., Storia di un paese: Montaillou (1977), Rίzzoli, Milano 1991, pag.
86.
[2] Ιvi, pag. 89.
[3] Lea, H.Ch., Α History
of the Inquisition of the Middle Ages, London 1888, vol. I, pag. 53.
[4] Ivi, pagg. 54-55.
[5] Ivi, pag. 20.
[6] Sumption, J., The
Albigensian Crusade,
[7] Ibid.
[19] Lea, H.,
[20] 11 Ivi, pag. 295.
[21] 12 Ινί,
pag. 296.
[22] Ivi, vol. II, pag. 171.
[23] Ibid.
[24] Ivi, pag. 173.
[25] Κamen, Η., The
Spanish Inquisition, cit., pag. 20.
[26] Ivi, pag. 21
[27] Νetanyahu, Β.,
The Origins of the Inquisition in Fifteenth Century Spain,
[28] Κamen, Η., The
Spanish Inquisition, cit., pag. 57
[29] Ivi, pag. 445.
[30] Ivi, pag. 470.
[31] 31 Ibid.
[32] 32 Ivi, pag. 471.
[33] 33 Ibid.
[34] 34 Ibid.
[35] 35 Ibid.
[36] 36 Ivi pag. 473.
[37] Ivi pag. 230.
[38] Ivi, pag. 483.
[39] Ivi, pag. 482.
[40] Lea, H.Ch., Α History
of the Inquisition of Spain, cit., vol. IV, pag. 206.
[41] LEA, H.Ch., Α History
of the Inquisition of the Middle Ages, cit., vol. III, pag. 539.