"Un'indagine storica sobria e documentata. Un resoconto incisivo e, spesso, sconvolgente che ricorda atutti come, in certi periodi, la chiesa e la camera delle torture fossero terribilmente vicine..."

The Sunday Telegraph

 

"Michael Baigent e Richard Leigh hanno fatto un'eccellente opera di divulgazione, con tutti i requisiti per attirare il grande pubblico. Un libro dal ritmo serrato e accattivante."

The Financial Times

 

"Una storia sensazionale! Questo scandalo e durato troppo a lungo."

The Times

  

Nell'estate del 1206 il monaco spagnolo Domenico Guzmán, futuro fondatore dell'ordine dei domenicani e santo, si trovò a viaggiare attraverso il Sud della Francia e s'imbatté in uno spettacolo, per lui, sconvolgente: l'eresia dei Catari era in piena espansione e raccoglieva masse di proseliti. Per combattere tale scisma (che teorizzava la superiorità dell'esperienza diretta del divino da parte di ogni persona, in aperto contrasto con l'autorità costituita della Chiesa, i suoi dogmi e i suoi riti), Domenico mise in piedi un'organizzazione che sarebbe diventata la pietra angolare dell'Inquisizione, inaugurata formalmente da papa Gregorio IX a partire dal 1231.

Fu così che ebbe origine una delle istituzioni più discusse che la civiltà occidentale abbia prodotto: in nome della fede furono torturate e uccise migliaia di persone, il più delle volte accusate di reati assai improbabili. Dopo aver raggiunto l'apogeo con Torquemada, nella Spagna del quindicesimo secolo, e con la Controriforma in Italia, nel secolo successivo, l'Inquisizione arrivò anche nel Nuovo Mondo e, in realtà, fu dichiarata ufficialmente conclusa solo nel 1908. Tra le sue vittime, ebrei, arabi, filosofi come Giordano Bruno, presunte streghe.

Nel loro sconvolgente resoconto, gli autori dimostrano in maniera documentata come la Chiesa nel suo insieme si sia appropriata delle istanze dell'Inquisizione (e anche di alcuni suoi strumenti, dalla scomunica alla messa all'Indice dei libri scomodi) per controllare e manipolare qualunque informazione in grado di interferire nella propria sfera d'azione. E le più recenti controversie sui rotoli del Mar Morto dimostrerebbero che tale atteggiamento è ben radicato anche nel presente.

 

Michael Baigent è nato in Nuova Zelanda nel 1948 e dal 1976 vive in Inghilterra, dove ha ottenuto la laurea in Psicologia presso l'università di Canterbury (Christchurch). È autore di successi come Misteri antichi (Marco Tropea Editore 1999).

 

Richard Leigh ha studiato alla Tufts University di Boston, all'università di Chicago e alla State University di New York. È autore di romanzi e appassionato di esoterismo.

 

Insieme, i due autori hanno pubblicato bestseller internazionali. Tra gli altri: il mistero del Mar Morto (1997) e L'élisir e la pietra (1998), entrambi usciti in Italia per la Marco Tropea Editore; con Henry Lincoln hanno scritto L'eredità messianica (Marco Tropea Editore 1996; EST 1999).

 


Michael Baigent

Richard Leigh

 

 

L'INQUISIZIONE

  

Traduzione di Anna Maria Cossiga e Gabri Passalacqua

  

Di Michael Baigent

nella Marco Tropea Editore:

Misteri antichi

 

insieme a Richard Leigh

Il mistero del Mar Morto

L'elisir e la pietra

 

insieme ^ Richard Leigh e ^ Henry Lincoln

L'eredità messianica

(ora nella collana EST)

 

www.saggiatore.it

 

Copyright © Michael Baigent e Richard Leigh, 1999 ù

© 2000 Marco Tropea Editore s.r.l., Milano

Titolo originale: The Inquisition

 

Realizzazione editoriale: il Paragrafo s.n.c., Udine

 

Gli autori ringraziano con gratitudine la Mary Evans Picture Library per aver fornito tutte le illustrazioni, tranne la stampa di John Coustos riprodotta per gentile concessione della Library of the United Grand Lodge of England.

 

 

Marco Tropea Editore


INDICE

  

Ringraziamenti                                                                                         9

 

Introduzione                                                                                          11

 

1.  Un appassionato zelo per la fede                                                        18

2.  Le origini dell'Inquisizione                                                                 32

3.  I nemici dei frati neri                                                                         59

4.  L'Inquisizione spagnola                                                                      81

5.  Salvare il Nuovo Mondo                                                                    103

6.  Una crociata contro la stregoneria                                                   119

7.  La lotta contro l'eresia protestante                                                  143

8.  La paura dei mistici                                                                          164

9.  La massoneria e l'Inquisizione                                                          180

10. La conquista dello Stato pontificio                                                   203

11. Ijinfallibilità del papa                                                                     218

12. il Sant'Uffizio                                                                                231

13. i rotoli del Mar Morto                                                                      242

14. La Congregazione per la dottrina della fede                                    255

15. Apparizioni della Madonna                                                               284

16. il problema è il papa                                                                         302

 

Note                                                                                                     313

 

Bibliografia                                                                                          327

 

Indice analitico                                                                                                335


On n'oubliera le hasard

par un coup de dès

et l'orme detachera

le roi des aulnes.

Une cité rosat abritera

les têtes abattues et le

suaire gêne la lumière.

 

A contrejour sachant

la cellule, la clarté

entrera la garenne.

Les belles éclaircies du vent

poussent le chat à herisser ses poils.

Ils se refugient dans les bruissements

de la haleine de Mélusine.

 

JEHAN L’ASCUIZ

 

 

 

Introduzione

 

 

Mentre il XV secolo cede il posto il XVI, Cristo fa ritorno. Riappare in Spagna, per le strade di Siviglia. Non ci sono fanfare a salutare il suo avvento, non cori di angeli o spettacolari manifestazioni soprannaturali, né fenomeni meteorologici eccezionali. al contrario, giunge "in sordina" e "inavvertitamente". Eppure i passanti subito la riconoscono, sono irresistibilmente attratti verso di lui, lo circondano, gli si accalcano intorno come un gregge, la seguono. Cristo passa in mezzo a loro con modestia e un lieve sorriso "d'infinita pietà", tende loro le braccia, li benedice. Tra la folla, un vecchio, cieco fin dall'infanzia, miracolosamente ritrova la vista. La gente piange e si mette a baciare la terra su cui cammina. i bambini gli gettano innanzi fiori, cantano e inneggiano a lui: Osanna!

Cristo si ferma all'ingresso della cattedrale proprio nel momento in cui recano in chiesa, fra i pianti, una piccola bara bianca, ancora aperta: c'è dentro, quasi nascosta dai fiori, una bambinetta di sette anni, unica figlia di un maggiorente della città. Incitata dalla folla, la madre affranta si rivolge al nuovo arrivato e la supplica di resuscitare la sua creatura. La mesta processione si ferma, la piccola cassa viene deposta sulla scalinata ai suoi piedi. «Fanciullina, svegliati» le ordina  con dolcezza e immediatamente la bambina si mette a sedere e si guarda attorno, sorridendo stupita con gli occhi spalancati e attoniti. Fra le mani stringe ancora il mazzo di rose bianche con cui stava adagiata nella bara.

Assiste al miracolo, mentre passa per la piazza circondato dal manipolo delle sue guardie del corpo, il cardinale in persona, il Grande Inquisitore, "un vecchio di quasi novant'anni, alto e diritto, con il viso scarno e gli occhi incavati, dai quali tuttavia brilla ancora, come una favilla, la sfolgorio dello sguardo"*. il terrore che suscita è tale che la folla, nonostante le straordinarie circostanze, cade in un deferente silenzio e si ritrae per lasciarlo passare. Né alcuno osa interferire quando, a un cenno del vecchio prelato, le guardie lo prendono e lo portano via.

 

Così inizia "Il Grande Inquisitore" di Fëdor Dostoevskij, un racconto che potremmo definire autonomo, formato com'è da poco più di venti pagine incastonate nelle quasi ottocento che compongono i fratelli Karamazov, il capolavoro pubblicato per la prima volta a dispense su una rivista moscovita, tra il 1879 e il 1880. il reale significato del racconto sta in ciò che segue il drammatico preludio. Perché naturalmente il lettore si attenderebbe che il Grande Inquisitore rimanesse giustamente inorridito nello scoprire la vera identità dell'uomo che ha imprigionato, ma così non sarà.

Quando il Grande Inquisitore visita la cella di Gesù, è chiaro che sa fin troppo bene di chi si tratta, ma questa consapevolezza non lo trattiene. Nel corso della disputa filosofica e teologica che segue, il vecchio resta irremovibile sulle proprie posizioni. Nelle Scritture, Gesù nel deserto è tentato dal diavolo, che gli offre potere, autorità terrena, dominio secolare sul mondo. Ora, millecinquecento anni dopo, si trova ad affrontare le medesime tentazioni. E poiché non cede, il Grande Inquisitore lo condanna al rogo.

Il Cristo non ha altra risposta che avvicinarsi al vecchio e sfiorargli le labbra con un bacio di perdono. Tremante, con quel bacio "che gli brucia in cuore", il vecchio spalanca la porta della cella. «Va'», gli dice, «e non tornare più... non tornare più per nessun motivo... mai, mai più! ». Libero, il prigioniero scivola nel buio e scompare per sempre. il Grande Inquisitore, seppur nella piena consapevolezza di quel che è appena avvenuto, continua a rimanere fermo nelle proprie convinzioni, a dominare con il terrore, a condannare al rogo altre vittime, spesso con ogni evidenza innocenti.

Non è difficile capire, anche se forse questo sunto è eccessivamente scarno, che il Grande Inquisitore non è un ingenuo. Al contrario, sa fin troppo bene ciò che sta facendo. Sa di avere, sulle vecchie spalle, una gravosa, estenuante responsabilità: quella di mantenere l'ordine pubblico, di tenere alto il prestigio della Chiesa, fondata nel nome di quell'uomo che solo poco prima era pronto a condannare a morte. Sa che la Chiesa, emanazione di Cristo, è, in definitiva, incompatibile con i suoi insegnamenti. Sa che la Chiesa è diventata autonoma, legge ferrea in se stessa, che non dà più a Cesare ma che usurpa Cesare, unica detentrice della propria potestà. Sa che glien'è stato affidato il ruolo di custode e di "esecutore". Sa con certezza che gli editti e le sentenze che, in quella veste, promulga comporteranno per lui ciò che la sua stessa teologia prevede essere la dannazione eterna. Sa, insomma, che si sta martirizzando a vantaggio del male. Perché non ignora che agendo come rappresentante del potere secolare e tentando Gesù attraverso di esso, si rende uguale al demonio.

Dalla prima pubblicazione e traduzione dei Fratelli Karamazov, la figura del Grande Inquisitore si è impressa con caratteri di fuoco nella nostra coscienza collettiva, come immagine estrema e incarnazione dell'Inquisizione stessa. È possibile comprendere il lacerante dilemma del vecchio ecclesiastico, ammirare la complessità del suo carattere, perfino rispettarlo per il martirio personale che è disposto ad affrontare, l'autocondanna alla perdizione in nome di un'istituzione che giudica più grande della sua persona. È anche possibile provare rispetto per il suo realismo pratico e per il criterio di giudizio brutalmente cinico che ne sta alla base, quella saggezza mondana che sa cogliere i meccanismi e le dinamiche del potere temporale.

Qualcuno certamente potrebbe domandarsi se, nella sua posizione e con le medesime responsabilità, sarebbe spinto ad agire come lui, ma nonostante tutta la tolleranza, la comprensione, la comunione di sentimenti e l'indulgenza che possiamo sforzarci di provare nei suoi confronti, non riusciamo a sfuggire alla consapevolezza che, secondo i canoni usuali di moralità e rettitudine, si tratti di una persona intrinsecamente malvagia e che l'istituzione che rappresenta sia colpevole di una mostruosa ipocrisia.

Ma quanto è analitico, quanto paradigmatico il ritratto creato da Dostoevskij? Fino a che punto il personaggio della leggenda rispecchia l'Inquisizione reale e storica? Se essa, così com'è impersonata dal vecchio prelato dostoevskijano, certamente può venire identificata con il demonio, fino a che punto l'equazione può essere estesa alla globalità dell'istituzione ecclesiastica?

Ai giorni nostri, generalmente, quando si sente parlare di Inquisizione si pensa subito a quella spagnola. Lo stesso fa Dostoevskij nel cercare il riferimento a un'istituzione che rispecchi la Chiesa cattolica romana nella sua interezza. Ma l'Inquisizione, quale si manifestò in Spagna e in Portogallo, era propria di quei paesi e, in realtà, era sotto la giurisdizione tanto della Corona quanto della Chiesa.

Con ciò non si intende suggerire che l'Inquisizione non sia esistita e non abbia operato anche altrove. Al contrario. Ma l'Inquisizione papale o romana, come si conobbe prima informalmente e poi ufficialmente, differiva dall'Inquisizione spagnola: diversamente da essa, e benché attiva nella maggior parte dei paesi europei, non rendeva conto a nessun potere secolare e la sua fedeltà era rivolta unicamente alla Chiesa. Creata all'inizio del XIII secolo, non solo precedette l'Inquisizione spagnola di circa duecentocinquant'anni, ma le sopravvisse di molto. Mentre l'Inquisizione spagnola e quella portoghese furono soppresse intorno alla prima metà del XIX secolo, quella papale o romana esiste e continua a essere attiva ancora oggi. Con il nome edulcorato di Congregazione per la dottrina della fede, gioca ancora un ruolo saliente nella vita di milioni di cattolici in tutto il mondo.

Sarebbe un errore, comunque, identificare l'Inquisizione con la Chiesa nella sua globalità, perché non sono la stessa istituzione. Per quanto l'Inquisizione sia stata, e continui a essere, importante nell'ambito del cattolicesimo romano, essa non rappresenta che uno degli aspetti della Chiesa, che ha avuto nei secoli, e ha ancora, al suo interno molti altri punti di vista che non legittimano gli stessi orrori. Questo libro è dedicato all'Inquisizione nei suoi vari aspetti, alla sua realtà passata e a quella presente. Se essa ci appare sotto una luce ambigua, è una luce che non deve necessariamente estendersi sulla Chiesa in generale.

Sin dal suo nascere, l'Inquisizione fu il prodotto di un mondo brutale, insensibile e ignorante. Perciò non stupisce che, di conseguenza, essa stessa sia stata brutale, insensibile e ignorante; alla pari, comunque, di non poche istituzioni del tempo, sia spirituali che temporali. Come molte cose del passato, l'Inquisizione fa parte del nostro retaggio collettivo e non possiamo semplicemente rinnegarla e rimuoverla dalla nostra coscienza. Dobbiamo affrontarla, imparare a conoscerla, provare a capirla in tutti gli eccessi e i pregiudizi, per poi integrarla in un nuovo contesto. Lavarsene semplicemente le mani equivarrebbe a cancellare qualcosa di noi stessi, della nostra evoluzione, del nostro percorso civile: sarebbe, in tutti i sensi, una forma di automutilazione. Non possiamo avere la pretesa di giudicare il passato secondo gli attuali criteri del "politicamente corretto"; se tenteremo di farlo, tutto il nostro passato risulterà lacunoso. E, a ben vedere, se è il mondo contemporaneo l'unico punto di partenza della nostra gerarchia di valori, qualunque essi siano, pochi di noi saranno abbastanza sciocchi da esaltare il tempo attuale come un ideale perfetto e compiuto. Molti dei peggiori eccessi del passato furono prodotti da individui che agivano secondo quelle che reputavano essere, in base alle conoscenze e la morale del tempo, le migliori e più rispettabili intenzioni. Peccheremmo d'imprudenza se considerassimo infallibili le nostre migliori intenzioni, se le credessimo incapaci di produrre conseguenze altrettanto disastrose di quelle che imputiamo ai nostri predecessori.

L'Inquisizione, che certo fu sovente guidata da cinismo, corruzione, e da un fanatismo addirittura maniacale, nelle sue presunte lodevoli intenzioni fu brutale non più dei tempi che l'avevano prodotta. Ci pare indispensabile ripetere che l'Inquisizione non può essere identificata con la totalità della Chiesa, tanto che persino nei periodi del suo infuriare più feroce fu obbligata a combattere con una parte del mondo ecclesiastico di vedute più umane, con gli ordini monastici più illuminati, come per esempio i frati francescani, con migliaia di semplici sacerdoti o di prelati, anche dell'alta gerarchia, che nei loro giudizi si appellavano al modello della virtù cristiana. Né dobbiamo dimenticare che l'energia creativa della Chiesa seppe ispirare, nella musica, nella pittura, nella scultura e nell'architettura una degna antitesi ai roghi e alle camere di tortura.

Negli ultimi decenni del XIX secolo la Chiesa fu costretta ad abbandonare anche le ultime vestigia del potere secolare e politico di cui aveva goduto nelle epoche precedenti. Per compensare tale perdita, cercò di consolidare la sua influenza spirituale e psicologica, di esercitare un controllo più rigoroso sul cuore e sull'intelletto dei fedeli. Di conseguenza, il papato divenne sempre più centralizzato e l'Inquisizione si trasformò nella sua parola ultima e decisiva. È questo il ruolo che l'Inquisizione, con il nuovo nome di Congregazione per la dottrina della fede, svolge attualmente. Eppure, anche ai giorni nostri le sue decisioni non sempre sono inappellabili e definitive: il suo punto di vista, infatti, è sempre più sotto assedio, poiché i cattolici di tutto il mondo acquisiscono, con le nuove e più sofisticate conoscenze, il coraggio di mettere in dubbio l'autorità dei suoi inflessibili pronunciamenti.

Sono certamente esistiti e, si potrebbe obiettare, ancora esistono, inquisitori di cui il racconto di Dostoevskij offre un ritratto veritiero; in alcuni luoghi e in alcuni periodi storici, personaggi simili hanno senza dubbio rappresentato l'istituto dell'Inquisizione. Ma questo non è necessariamente un atto d'accusa contro quella dottrina cristiana che essi, nel loro eccesso di zelo, cercavano di diffondere. i lettori di questo libro scopriranno che l'Inquisizione è stata in realtà un'istituzione a un tempo migliore e peggiore di quella descritta nelle pagine di Dostoevskij.


1

Un appassionato zelo per la fede

 

 

Ispirandosi all'abilità commerciale di san Paolo, il cristianesimo ha sempre offerto scorciatoie per il paradiso. Fu così che riuscì a reclutare adepti anche prima di essere riconosciuto come religione. Attraverso il martirio, la mortificazione di se stessi, la meditazione, la contemplazione, la solitudine, la penitenza, la liturgia, la comunione e i sacramenti, attraverso tutte queste vie, le porte del Regno dei Cieli si sarebbero spalancate per i credenti. A ben vedere, alcune di quelle vie d'accesso potevano nascondere il germe di comportamenti patologici, ma, in gran parte, erano innocue. E anche quando i cristiani del primo millennio dovevano combattere - come, per esempio, al tempo di Carlo Martello, e poi di Carlo Magno - lo facevano soltanto per autodifesa.

Nell'anno 1095, però, fu ufficialmente e pubblicamente aperta una nuova porta che poteva condurre al regno di Dio: marte 27 novembre, papa Urbano II sa su un palco eretto appena fuori della porta orientale della città francese di Clermont e, da quell'eminente tribuna, bandì la crociata, cioè una guerra condotta in nome della Croce. Secondo il pontefice, uccidere in una guerra di tal fatta poteva far guadagnare il favore di Dio e un posto accanto al suo trono.

Il papa, naturalmente, pose dei distinguo: esortò infatti i cristiani a desistere dalla deplorevole, anche se da lungo tempo consolidata, abitudine di uccidersi l'un l'altro, e li spinse a rivolgere le energie omicide verso gli infedeli islamici che occupavano la città santa di Gerusalemme e il Santo Sepolcro, presunto luogo di sepoltura di Cristo. Allo scopo di riconquistare per la cristianità la città santa e il Sepolcro, uomini d'armi di tutta Europa furono incoraggiati a intraprendere una guerra sotto la diretta guida di Dio.

Ma uccidere era solo una delle componenti dell'allettante "affare". Oltre alla licenza di uccidere, il buon cristiano poteva ottenere la remissione di tutto il tempo che avrebbe dovuto scontare in purgatorio e delle penitenze che avrebbe dovuto fare in terra. Gli veniva promesso infatti che, se fosse morto durante la santa crociata, sarebbe stato automaticamente assolto da tutti i peccati e, se fosse sopravvissuto, sarebbe stato protetto dalla punizione temporale per qualunque peccato avesse potuto commettere. Come il monaco o il sacerdote, il crociato veniva svincolato dalla giustizia secolare e considerato soggetto solo a quella spirituale. Se fosse stato riconosciuto colpevole di un qualunque crimine, gli sarebbe stata semplicemente con-iscata la croce rossa di crociato e sarebbe stato punito "con la stessa clemenza riservata agli ecclesiastici". Negli anni successivi, gli stessi benefici sarebbero stati offerti su più larga scala. Per usufruirne, il cristiano non doveva neppure impegnarsi di persona nella crociata, era sufficiente che si limitasse a fare una semplice donazione in denaro per sostenerla.

A parte i benefici spirituali e morali, c'erano numerosi vantaggi accessori di cui il crociato poteva godere durante il cammino terreno, anche prima di attraversare la porta del paradiso: poteva rivendicare beni, terre, donne e titoli nei territori che conquistava; accumulare tutto il bottino e le spoglie che desiderava; qualunque fosse il suo status sociale d'origine, per esempio quello di figlio cadetto senza diritto al titolo e alle terre, poteva diventare un potente signorotto, con una corte, un harem e sostanziose proprietà territoriali. Ecco la messe che era possibile raccogliere con la semplice partecipazione a una crociata: si trattava di un "pacchetto" la cui capacità di richiamo farebbe invidia anche ai moderni assicuratori.

Questa l'origine delle crociate. Nel 1099, con la prima di esse, venne fondato il Regno franco di Gerusalemme, prototipo storico di quello che, secoli più tardi, sarebbe stato considerato l'imperialismo e il colonialismo occidentale. La Seconda crociata iniziò nel 1147, la terza nel 1189, la quarta nel 1202. In tutto, se ne ebbero sette. In quegli anni di campagne militari su larga scala, organizzate e finanziate dall'Europa, lunghi periodi di guerra fra cristiani e musulmani si alternarono a momenti di pace instabile, durante i quali il commercio, sia di beni che di idee, prosperò.

Outremer, la terra d'oltremare, così veniva chiamata, divenne una sorta di principato europeo indipendente nel cuore del Medio Oriente islamico, sostenuto e difeso dalle armi e dalla manodopera che provenivano da ogni regno d'Europa. La città di Gerusalemme sarebbe stata riconquistata dai saraceni nel 1187. Come avamposto della cristianità del vecchio continente, comunque, Outremer sarebbe sopravvissuto per un altro secolo. San Giovanni d'Acri, l'unica fortezza rimasta, fu espugnata solo nel maggio del 1291, quando la sua ultima torre crollò in una cascata di pietre, macerie e fiamme che seppellirono sia gli assedianti che i difensori.

Se gli assicuratori dell'epoca siano stati ο meno in grado di onorare le loro garanzie spirituali di benefici celesti e di un posto alla destra di Dio, ovviamente, non ci è dato saperlo. È più facile verificare se sono state mantenute le promesse temporali. Come spesso succede con offerte speciali e programmi di investimento, anche la crociata si dimostrò un colpo di fortuna per qualcuno, una disillusione per altri. Un numero incredibilmente alto di nobili europei, di cavalieri, di soldati, di mercanti, di imprenditori, di artigiani e di altri ancora, incluse donne e bambini, trovò la morte senza ragione alcuna, sovente dopo terribili traversie, talvolta servendo da cibo agli affamati compagni di sventura. Tuttavia, furono numerosi anche quelli che prosperarono, ottennero terre, titoli, bottini, ricchezze e altre ricompense materiali, e il loro esempio fu di incentivo. Almeno, era possibile acquisire esperienza nelle armi, nella tecnica e nella tattica bellica, nell'arte di combattere e di uccidere; e se la Terra Santa non procurava un adeguato compenso alle nuove capacità apprese, si poteva sempre portarle con sé in Europa, e lì renderle produttive.

 

 

Santo fratricidio

 

Nel 1208, mentre in Terra Santa si combatteva ancora e il Regno franco di Gerusalemme lottava per la sopravvivenza, venne bandita una nuova crociata da papa Innocenzo III. Ι nemici, questa volta, non erano gli infedeli musulmani sull'altra sponda del Mediterraneo, ma i seguaci di un'eresia del Sud della Francia. Gli eretici in questione venivano da alcuni definiti “catari”, cioè "puri", "perfetti", da altri, nemici compresi, erano chiamati "albiagiani" ο "albigesi", designazione derivata dal primo centro delle loro attività, Albi, una città della Francia meridionale.

Ι catari, oggi, sono diventati di moda, resi attuali dall'interesse per il misticismo comparativo e dalla generalizzata febbre millenaristica. Si è giunti ad ammantarli del romanticismo, della poesia e del fascino che tanto spesso vengono associati alle cause tragicamente perse. Ma se pure essi non giustificano del tutto le idealizzazioni più bizzarre di cui sono stati recentemente fatti oggetto, sono tuttavia da annoverarsi tra le vittime più profondamente patetiche della nostra storia e meritano di venire considerati i primi bersagli di un genocidio organizzato e sistematico nella storia della civiltà occidentale.

Anche se, in senso lato, possono essere definiti "cristiani" (perché attribuirono un significato teologico al Cristo), i catari erano strenui oppositori di Roma e della Chiesa romana. Come avrebbero fatto più tardi le confessioni protestanti, videro in Roma l'incarnazione del male, la biblica "prostituta di Babilonia". Nell'ambito delle congregazioni cristiane organizzate del loro tempo, erano più vicini, per una parte del loro insegnamento, alla Chiesa bizantina ο greco-ortodossa. Sotto alcuni aspetti -la loro fede nella reincarnazione, per esempio - avevano elementi in comune con tradizioni ancora più orientali, come l'induismo e il buddismo.

In ultima analisi, tuttavia, e nonostante la simpatia accordata loro dagli storici contemporanei, i catari aderivano a una serie di dogmi che pochi, oggi, in Occidente, troverebbero congeniali e che più di qualcuno potrebbe ritenere patologicamente stravaganti. Essenzialmente, i catari erano dualisti: consideravano tutta la creazione materiale come intrinsecamente malvagia, opera di una divinità secondaria e inferiore. La carne, la materia, la sostanza dovevano essere ripudiate e trascese in favore di una realtà esclusivamente spirituale; ed era solo nel regno dello spirito che risiedeva la vera divinità.

In questo senso, i catari rappresentavano lo sviluppo successivo di una tradizione da lungo tempo consolidatasi nell'Occidente cristianizzato. Avevano molto in comune con gli eretici bogomili dei Balcani, dai quali derivavano un certo numero di credenze ed echeggiavano la assai più antica eresia manichea, divulgata dal maestro Mani in Persia. Su ciò avevano trapiantato molti elementi del dualismo gnostico che era fiorito ad Alessandria e in altre zone nei primi due secoli dell'èra cristiana, e che probabilmente aveva origine nell'antico pensiero zoroastriano.

Come i bogomili, i manichei e i dualisti gnostici, i catari enfatizzavano l'importanza della conoscenza del divino e del contatto diretto con esso. Si riteneva che questo contatto costituisse la "gnosi", che significa "conoscenza" e, più particolarmente, conoscenza del sacro. Insistendo su questa esperienza personale e senza mediazioni del sacro, i catari, come i loro predecessori, escludevano la necessità di un clero e di una gerarchia ecclesiastica. Se la virtù più grande era la conoscenza individuale ed empirica del soprannaturale, il sacerdote diventava superfluo come custode e interprete della spiritualità e il dogma teologico diventava irrilevante, perché non traeva origine dalla rivelazione divina, ma era un mero costrutto intellettuale prodotto dalla mente arrogante dell'uomo. Una siffatta teoria rappresentava una sfida non solo agli insegnamenti, ma alla struttura stessa della Chiesa di Roma.

Certamente, nella sostanza, anche il cristianesimo è implicitamente dualista, nel momento in cui esalta lo spirito ripudiando la carne e l'intera "natura non redenta". Ι catari predicavano ciò che potrebbe essere considerato una forma estrema di teologia cristiana ο un tentativo di portare la teologia cristiana alle sue logiche conclusioni. Essi reputavano che la loro dottrina fosse più vicina agli insegnamenti di Gesù e degli apostoli: e più vicina di quello che veniva sostenuto allora dalla Chiesa, certamente lo era. Nella loro semplicità e nel ripudio del lusso terreno, i catari erano più aderenti del clero romano allo stile di vita abbracciato da Cristo e dai suoi seguaci nei Vangeli.

Nella pratica quotidiana, naturalmente, i catari vivevano nella realtà concreta e dovevano per forza ricorrere alle risorse terrene. Ma era loro proibita qualunque forma di violenza, per esempio il suicidio come scorciatoia per liberarsi dalla materialità. Come le più antiche sette dualiste, procreavano e si moltiplicavano, lavoravano la terra, praticavano artigianato e commercio e, nonostante la professione teorica di pacifismo, quando era necessario, ricorrevano alle armi. Secondo la loro liturgia e la loro formazione religiosa, però, ogni attività pratica doveva essere considerata solo come un banco di prova, un'arena in cui misurarsi nella sfida contro il male, per vincerlo e dominarlo. Ci saranno stati, ovviamente, catari "buoni" e "cattivi", così come ogni fede ha seguaci superficiali ο rigorosi. Ma, nel complesso, e a prescindere dal loro credo, i catari apparivano ai contemporanei come uomini di grande rettitudine; sotto molti aspetti, venivano considerati come lo saranno in epoca più recente i quaccheri. La loro esistenza virtuosa li metteva al centro del generale rispetto e il clero romano non usciva molto bene dal confronto. In un'antica deposizione, conservata oggi nella Biblioteca vaticana, un uomo descrive come, in gioventù, due amici lo avvicinarono con queste parole:

 

Ι buoni cristiani sono venuti in questo paese; seguono la via che hanno seguito san Pietro, san Paolo e gli altri apostoli; seguono il Signore; non mentono; non fanno agli altri quello che non vorrebbero fosse fatto a loro.[1]

 

Lo stesso testimone riferisce, poi, che a proposito dei catari gli venne detto:

 

Sono gli unici che seguano la via della giustizia e della verità che hanno seguito gli apostoli. Non prendono le cose degli altri. Anche se trovassero per strada dell'oro ο dell'argento, non lo "solleverebbero", a meno che qualcuno non glielo regalasse. Ci si guadagna la salvezza nella fede di questi uomini che chiamano eretici più che in qualunque altra fede .[2]

 

All'inizio del XIII secolo nel Sud della Francia il catarismo minacciava davvero di soppiantare il cristianesimo, e predicatori catari itineranti, che viaggiavano a piedi nelle campagne, ottenevano sempre nuove conversioni. Questi predicatori non ricorrevano a estorsioni, non utilizzavano il senso di colpa ο il ricatto morale, non tiranneggiavano né terrorizzavano con oscure minacce di dannazione, non esigevano denaro ο donazioni a ogni occasione. Si distinguevano, proprio come faranno i quaccheri, per i "gentili metodi persuasivi".

Non è detto che tutti quelli che si dichiaravano convertiti diventassero poi dei credenti praticanti; è legittimo il sospetto che molti prendessero la nuova fede non più seriamente di quanto facessero alcuni cristiani del tempo con il loro cattolicesimo. Tuttavia, e indubbio che il catarismo risultasse attraente per molti. Ai cavalieri, ai nobili, ai commercianti e ai contadini del Sud della Francia, sembrava offrire una consona alternativa alla detestata Chiesa di Roma: duttilità, generosità, onestà, tolleranza erano qualità non facilmente reperibili nella gerarchia ecclesiastica istituzionale. Inoltre, in campo pratico, offriva una via di scampo all'onnipresente clero romano, all'arroganza clericale e agli abusi di una Chiesa corrotta, i cui latrocini diventavano sempre più intollerabili.

Non è un mistero che la Chiesa del tempo fosse vergognosamente corrotta. Nei primi anni del XIII secolo, il pontefice in persona descriveva i suoi preti come "peggiori delle bestie che sguazzano nel loro stesso letame";[3] e così si esprime il maggiore poeta lirico tedesco medievale, Walther νοn der Vogelweide (1170-1230 ca.):

 

Fino a quando dormirai, Signore? [...] Ι tuoi ministri rubano le ricchezze che avevi serbato: in un luogo depredano, in un altro uccidono. Ε del tuo gregge ha cura pastorale un 1υρο.[4]

 

Ι vescovi furono descritti dai contemporanei come "pescatori di denaro e non di anime, esperti in mille inganni per svuotare le tasche ai poveri".[5] Il legato papale in Germania lamentò che il clero della sua giurisdizione passava il tempo fra lussi e gozzoviglie, non osservava i digiuni, praticava la caccia con il falcone, giocava d'azzardo e si occupava di contrattazioni commerciali. Le opportunità di corruzione erano enormi e si trovavano ben pochi preti che si sforzassero seriamente di resistere alle tentazioni. Anzi, molti esigevano denaro anche per le pratiche religione di rito: i matrimoni e i funerali non venivano celebrati se il compenso non era stato saldato in anticipo; la comunione veniva rifiutata se non era preceduta da un'offerta pecuniaria; persino l'estrema unzione ai morenti era soggetta a balzello. Inoltre, la potestà di concedere le indulgenze e la remissione dalle penitenze di espiazione procurava un immenso reddito aggiuntivo.

Nel Sud della Francia, la corruzione del clero prosperava largamente. In alcune chiese, addirittura, non si officiava la messa da trent'anni, perché i sacerdoti trascuravano i parrocchiani e si dedicavano ai commerci ο all'amministrazione dei loro possedimenti. L'arcivescovo di Tours, notoriamente omosessuale e che era stato il favorito del suo predecessore, pretese che l'episcopato di Orléans fosse assegnato al proprio amante. L'arcivescovo di Narbona non si curò neppure di visitare la città e la sua diocesi. Numerosi ecclesiastici si dedicavano ai banchetti, mantenevano cortigiane, viaggiavano in lussuose carrozze, tenevano al loro servizio un seguito enorme di servitori; conducevano, insomma, uno stile di vita consono più alla grande nobiltà che al clero, mentre le anime affidate alle loro cure erano abbandonate alle vessazioni e ridotte in uno stato di degrado e di miseria sempre più profondo.

Non sorprende, quindi, che una parte rilevante della popolazione, a prescindere da ogni questione spirituale, volgesse le spalle a Roma e abbracciasse il catarismo. Né sorprende che Roma, trovandosi di fronte a un numero così alto di defezioni e, dunque, a un consistente calo nelle proprie rendite, cominciasse a sentirsi sempre più minacciata. Preoccupazione che non era per nulla ingiustificata: esisteva, infatti, una realistica possibilità che il catarismo sostituisse il cattolicesimo come religione predominante nella Francia meridionale. Ε di lì avrebbe potuto facilmente diffondersi in altre regioni.

Nel novembre del 1207 papa Innocenzo III scrisse al re di Francia e ad alcuni nobili di alto rango un'esortazione a sopprimere gli eretici con la forza delle armi. Come ricompensa, sarebbero state assegnate loro tutte le proprietà confiscate e concesso lo stesso trattamento di indulgenza dei crociati in Terra Santa. A quanto pare, questi incentivi non furono di grande stimolo, specialmente nel Sud della Francia. Ιl conte di Tolosa, per esempio, giurò che avrebbe sterminato tutti gli eretici del suo feudo, ma in effetti non fece nulla per mettere in pratica la promessa. Giudicando troppo tiepida la sete di sangue del conte, il legato papale, Pierre di Castelnau, pretese di incontrarlo: l'abboccamento degenerò in una lite furibonda, l'emissario del papa accusò il nobile di appoggiare i catari e lo scomunicò all'istante; l'altro, che probabilmente aveva aderito lui stesso alla nuova fede, rispose con sprezzanti minacce.

La mattina del 14 gennaio, mentre Pierre di Castelnaυ si accingeva ad attraversare il Rodano, un cavaliere al servizio del conte gli si avvicinò e lo uccise con un colpo di pugnale. Ιl papa, furibondo, emanò immediatamente una Bolla indirizzata a tutti i nobili della Francia meridionale, nella quale accusava il conte di essere il mandante dell'assassinio e gli riconfermava la scomunica. Ιl pontefice, inoltre, pretese che il conte venisse condannato pubblicamente dal pulpito di ogni chiesa, cosicché ogni cattolico fosse autorizzato a dargli la caccia e, naturalmente, anche a confiscare e occupare i suoi possedimenti.

Ma non fu tutto: il papa scrisse al re di Francia chiedendogli di iniziare una "guerra santa" per sterminare gli eretici catari, che dovevano considerarsi ancor più perniciosi degli infedeli musulmani. Tutti coloro che avessero partecipato alla campagna militare, per un minimo di quaranta giorni, sarebbero stati sotto la diretta protezione del papato: esentati dal pagamento degli interessi sui loro debiti, affrancati dalla giurisdizione delle corti secolari, assolti da tutti i loro peccati e da tutte le loro colpe.

Così, papa Innocenzo III bandì la spedizione militare, che venne in seguito ricordata come la Crociata albigese. Fu la prima interna a un paese cristiano e rivolta contro altri cristiani (per quanto eretici potessero essere). Oltre ai dichiarati benefici, la crociata offriva, non c'era bisogno di dirlo, la licenza di saccheggiare, razziare, depredare ed espropriare proprietà. Ma non erano gli unici vantaggi: il crociato che avesse preso le armi contro i catari non doveva neppure attraversare il mare, gli erano risparmiati i disagi e le spese del viaggio, oltre che la fatica di combattere nel deserto e nel clima torrido del Medio Oriente. Se fosse incorso in qualche difficoltà, non si sarebbe trovato isolato in una terra straniera e ostile, ma, al contrario, avrebbe potuto facilmente rimediare un rifugio sicuro, mimetizzandosi fra la gente del posto.

Verso la fine del giugno 1209 un esercito di quindici-ventimila uomini, composto da nobili del Nord della Francia, da cavalieri, soldati, scudieri, avventurieri e gente al seguito, si era riunito sul Rodano. Un barone francese di basso rango, Simon de Montfort, si sarebbe distinto in qualità di comandante militare, mentre il capo spirituale era il legato pontificio Arnald-Amaury, un fanatico cistercense, allora abate di Cîteaux.

Ιl 22 luglio l'esercito aveva raggiunto la città strategica di Béziers, la cui popolazione contava un gran numero di convertiti al catarismo. Dopo che fu messa a ferro e fuoco e saccheggiata, ad Arnald-Amaury fu chiesto di distinguere gli abitanti eretici dai cattolici rimasti leali al papa, al che il legato pontificio rispose con una delle frasi più ignobili di tutta la storia della Chiesa: "Uccideteli tutti. Dio riconoscerà i suoi".[6] Vennero così massacrate quindicimila persone, fra uomini, donne e bambini. Con un trionfalismo che rasentava l'esaltazione, Arnald-Amaury scrisse al papa che "nessuno era stato risparmiato né per età, né per sesso, né per posizione sociale".[7]

Ιl sacco di BézIers gettò nel terrore l'intera Francia meridionale. Mentre i crociati si radunavano fra le rovine fumanti, giunse una deputazione da .Narbona con l'offerta sia della consegna di tutti i catari e di tutti gli ebrei (da sempre "bersagli leciti") della loro città, sia di rifornire l'esercito di vettovaglie e di denaro. Gli abitanti dei paesi e dei villaggi vicini abbandonarono le case e si rifugiarono nei boschi. L'obiettivo dei crociati, però, non era unicamente il ripristino della supremazia del papa, ma piuttosto lo sterminio totale degli eretici e il saccheggio capillare della regione; di conseguenza la campagna proseguì.

Ιl 15 agosto, dopo un breve assedio, Carcassonne si arrese e Simon de Montfort divenne visconte della città. In tutto il Mezzogiorno, gli eretici venivano bruciati a decine e chiunque tentasse di difenderli veniva impiccato. Nonostante ciò, i catari, con l'appoggio di molti nobili meridionali che cercavano di opporsi alle devastazioni delle loro terre, passarono al contrattacco e numerosi castelli e cittadine cambiarono ripetutamente padrone. L'accanimento e la dimensione dei massacri crebbero. Nel 1213 il re di Aragona provò a intervenire in difesa dei catari e dei nobili meridionali, ma il suo esercito fu sconfitto dai crociati nella battaglia di Muret, dove lui stesso trovò la morte. Nell'autunno del 1217 i crociati piombarono su Tolosa e ne seguì un assedio di nove mesi. Ιl 25 giugno 1218 Simon de Montfort morì sotto le mura della città, colpito da un masso che una donna tra i difensori aveva lanciato con una catapulta.

Con la sua morte, l'esercito crociato cominciò a disgregarsi e una pace inquieta scese sulla devastata regione. Ma essa non durò a lungo. Nel 1224 venne indetta un'altra crociata contro il Sud, capeggiata da re Luigi VIII in persona, quale comandante militare, e con il fanatico veterano Arnald-Amaury, ancora una volta come capo ecclesiastico. Nonostante la scomparsa del re francese, avvenuta due anni dopo, la campagna proseguì fino a che, nel 1229, l'intera Linguadoca non fu annessa alla Corona francese. Alcune rivolte di catari contro la nuova autorità si ebbero ancora nel 1240 e nel 1242. Il 16 marzo 1244 Montségur, la più importante roccaforte catara ancora inviolata, cadde dopo un lungo assedio e più di duecento eretici vennero immolati su una pira ai piedi della montagna su cui sorgeva il castello.

Quéribus, l'ultima fortezza catara, cadde undici anni più tardi, nel 1255. Solo allora la resistenza catara organizzata si spense; già molti degli eretici sopravvissuti erano fuggiti in Catalogna e in Lombardia, dove vennero fondate nuove comunità. Tuttavia, persino nel Sud della Francia, il catarismo non scomparve del tutto. Molti eretici si confusero semplicemente con il resto della popolazione e continuarono a professare il loro credo e a praticare clandestinamente i loro riti.

Rimasero nella regione per un altro mezzo secolo almeno, e durante il primo ventennio del Trecento si ebbe una rinascita catara nel villaggio di Montaillou, nei Pirenei francesi. Ma ormai, per occuparsi degli eretici, era stata istituita un'organizzazione sinistra quanto qualunque esercito crociato.

 

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Pag. 72-80

  

 

Gli attacchi contro i francescani

 

Quando l'Inquisizione fu chiamata ad agire contro i templari, aveva già acquisito una certa esperienza nel contendere contro istituzioni cristiane ufficiali. Per buona parte del secolo precedente, era stata impegnata in una lunga disputa, praticamente una faida in atto, con l'ordine che costituiva il principale rivale dei domenicani per autorità e influenza: quello dei francescani.

L'uomo che sarebbe stato canonizzato come san Francesco nacque probabilmente nel 1181, figlio di un ricco mercante di tessuti di Assisi. Se Domenico si dimostrò un fanatico fin dal primo momento in cui fece la sua comparsa sul palcoscenico della storia, Francesco si conformò a un modello diverso anche se non inconsueto. Come sant'Agostino, Francesco spese la sua giovinezza nel libertinaggio e nella sregolatezza. Anche le biografie più riverenti riferiscono, seppur con riluttanza, che il suo comportamento era stato quello comune ai giovani del tempo, e il termine "licenzioso" compare più di una volta.

Fino all'età di vent'anni, Francesco lavorò con il padre. Nel 1202 divenne soldato e combatté in una delle campagne minori in cui Assisi era impegnata contro i vicini. Fu catturato e tenuto per sei mesi in prigione. Secondo alcune fonti, più o meno in questo periodo avrebbe sofferto di una malattia piuttosto grave; alcuni elementi fanno ritenere che la malattia potrebbe essere stata una specie di esaurimento nervoso.

In ogni caso, Francesco tornò ad Assisi disgustato della sua precedente mondanità. Partì per un pellegrinaggio a Roma e, durante il viaggio, scoprì in se stesso l'amore per la povertà. Tornato ad Assisi, adottò uno stile di vita austero e semplice, si diede ad assistere i mendicanti e a restaurare una chiesetta diroccata. Finanziò il restauro sottraendo parte della mercanzia del padre e vendendola insieme al cavallo su cui l'aveva trasportata. il padre inflessibile lo diseredò.

Tutto ciò non era che il preludio della conversione di Francesco, che avvenne una mattina del 1208, mentre in una chiesa vicino ad Assisi stava ascoltando la lettura di un testo biblico: le parole sembravano essere state concepite proprio per lui, erano la voce di Dio che lo chiamava. Subito si liberò delle calzature e degli abiti, si rivestì di un'ascetica tonaca scura e intraprese la vita del predicatore itinerante.

Quando un numero sempre più grande di seguaci cominciò ad ascoltarlo e a seguirlo, Francesco stilò una Regola per la sua nascente organizzazione. Una delle norme diceva:

 

I fratelli non saranno padroni di nulla, né di case né di terre [...] ma vivranno nel mondo come stranieri e pellegrini, e chiederanno la carità fidando solo nel Signore.[19]

 

Francesco e Domenico furono quasi contemporanei, ma mentre il secondo mirava al potere, il primo cercava di spogliarsene completamente. Mentre Domenico cercava avversari esterni per mettersi alla prova combattendoli, Francesco, in modo assai più cristiano, lottava contro i vizi e le tentazioni del suo animo. Proprio come gli adepti delle sette giudicate eretiche, Francesco si sforzava di vivere secondo gli insegnamenti evangelici e il modello delle prime comunità cristiane; se fosse vissuto nel Sud della Francia, o se i domenicani non fossero stati già troppo occupati nella persecuzione dei catari locali, molto probabilmente lui stesso sarebbe stato condannato per eresia. Francesco e Domenico riflettono due aspetti conflittuali, diametralmente opposti e fin dal primo momento schizofrenici della Chiesa medievale.

Nel 1209, proprio mentre la Crociata albigese si faceva sempre più sanguinosa, papa Innocenzo III approvò la Regola che Francesco aveva redatto, fondando l'Ordine francescano. il santo e i suoi seguaci assunsero il nome di "frati minori". Tre anni più tardi, nel 1212, una nobildonna di Assisi, in seguito canonizzata con il nome di santa Chiara, fondò le clarisse, un Ordine francescano femminile. Francesco, nel frattempo, cominciò a predicare in paesi lontani, percorrendo gran parte dell'Europa orientale. In seguito si unì a una crociata e, nel 1219, fu presente all'assedio del porto di Damietta, in Egitto, sul delta del Nilo.

I primi francescani erano talmente poveri e malvestiti che, a volte, qualche domenicano troppo zelante li scambiava per catari o per valdesi. Infatti, fu per un equivoco simile che cinque di loro vennero giustiziati in Spagna. Come i primi domenicani, i francescani facevano voto di povertà, non potevano possedere nulla ed erano costretti a vivere esclusivamente di carità. A differenza dei domenicani, potevano dedicarsi al lavoro manuale, ma erano loro preclusi gli svaghi concessi ai colleghi rivali: per esempio, non potevano istruirsi, ricercare stimoli intellettuali negli studi teologici e filosofici, né soddisfare eventuali perversioni o desideri sadici perseguitando gli eretici.

Non sorprende che il rigore della Regola francescana si sia dimostrato eccessivo per molti aderenti all'ordine e per molti aspiranti. Ancor prima della morte di Francesco, avvenuta nel 1226, l'istituzione da lui creata cominciò a cambiare. Mentre il frate di Assisi portava la sua predicazione in Europa orientale e poi in Egitto, il suo vicario si era dimostrato un abile e astuto politico, allargando il prestigio e allentando la severità dell'ordine. i francescani, pur continuando a dedicarsi al lavoro manuale e alla predicazione, e a interessarsi all'organizzazione di ospedali e di lebbrosari, cominciarono anche ad accumulare ricchezze. Secondo uno storico

 

quando l'ordine si diffuse, non sarebbe stato della natura umana rifiutare la ricchezza che da ogni parte si riversava abbondante su di esso, e si dovette fare ricorso a una ingegnosa dialettica per conciliare l'abbondanza di beni posseduti con il rifiuto assoluto della proprietà prescritto dalla Regola.[20]

 

Quando Francesco ritornò dai suoi viaggi, non fece alcun tentativo per riprendere il controllo dell'ordine, né per riassumere la sua posizione di supremazia. Ripudiando qualunque interesse per la politica, l'organizzazione e la gerarchia continuò a seguire il suo stile di vita semplice e sereno. L'Ordine francescano, pur onorandolo come padre fondatore, proseguì sotto un altro patrocinio la sua crescita. Già al primo Capitolo generale, nel 1221, cioè cinque anni prima della morte di Francesco, contava più di tremila frati, un cardinale e parecchi vescovi. Nel 1256 possedeva quarantanove diversi conventi nella sola Inghilterra, abitati da 1242 frati, uno dei quali, alla fine del Duecento, fu il famoso Ruggero Bacone.

Cinquant'anni dopo la morte di Francesco, il suo ordine era diventato ricco e prospero quanto qualunque altra organizzazione ecclesiastica. A suo modo aveva persino cominciato a scoprire l'inebriante contagio del potere e, quale inevitabile corollario, era diventato sempre più incline alla corruzione. Nel 1257 il frate francescano che venne in seguito canonizzato come san Bonaventura, fu eletto Generale dell'ordine. Uno dei suoi primi atti ufficiali fu quello di inviare una circolare a tutti i conventi, deplorando che il comportamento mondano e la bramosia di denaro avessero gettato i francescani nel discredito popolare. i fratelli, scriveva, erano sprofondati sempre più nell'ozio e nel vizio, si erano abbandonati a dissipazioni vergognose, avevano costruito residenze indegnamente opulente, avevano estorto lasciti e preteso pagamenti eccessivi per i servizi funebri. Dieci anni più tardi, niente era mutato, e Bonaventura reiterò le sue accuse, con anche maggior durezza: "È un comportamento falso, empio e spregevole predicare [...] la virtù della povertà e poi sottrarsi all'obbligo di non possedere nulla; andare a chiedere l'elemosina come mendicanti e, a casa, crogiolarsi nella ricchezza".[21]

Proprio per avere ceduto ai beni mondani e alla corruzione, alla fine del XIII secolo i francescani furono lacerati dagli scismi. Alcuni, sedicenti "mistici", o "spirituali", o "puristi", cercarono di rimanere fedeli agli insegnamenti del fondatore. Non c'è da stupirsi che una posizione come la loro, che non ammetteva compromessi, li rendesse invisi all'Inquisizione gestita dai domenicani. Così, molti vennero processati per eresia; come, per esempio, nel 1282 Pier Giovanni olivi, il capo dei "puristi" francescani di Linguadoca, che fu poi scagionato dall'accusa, anche se le sue opere continuarono a essere censurate.

All'inizio del XIV secolo i "puristi" francescani erano sempre più in dissidio con la corrente principale dell'ordine, con l'Inquisizione domenicana e con il pontefice. Nel 1317 papa Giovanni XII si pronunciò in maniera definitiva contro i puristi: pena la scomunica, furono condannati a sottomettersi all'autorità papale e a quella della corrente principale dell'ordine. Molti rifiutarono e si separarono dai francescani assumendo il nome di "fraticelli". Nel 1318 quattro di essi furono mandati al rogo dall'Inquisizione come eretici.

Nel 1322 una mozione del Capitolo generale dell'Ordine francescano fu improntata a un'implicita accettazione della posizione dei fraticelli: in essa si sosteneva che Gesù e i suoi discepoli erano poveri, avevano rinunciato a ogni proprietà personale e ripudiato la vita mondana, e che essi costituivano il modello ideale di virtù cristiana. il giudizio era una sfida aperta all'Inquisizione, che solo poco tempo prima aveva emanato un documento con cui cercava di giustificare la ricchezza ecclesiastica. Era prevedibile un'immediata reazione. Un anno più tardi, nel 1323, il papa denunciò la mozione dei francescani come "eretica". Era un insulto all'intero ordine, che si indignò: molti accusarono a loro volta il papa di eresia e alcuni passarono nei ranghi dei fraticelli. Mentre l'attrito aumentava, il Generale dell'ordine in persona disertò per unirsi agli scismatici. Nei due secoli successivi i rapporti tra l'Inquisizione e i francescani, sia quelli della corrente principale che i dissidenti, sarebbero rimasti ostili. Addirittura fino al 1520 i mistici francescani avrebbero continuato a essere condannati come eretici.

L'ostilità tra francescani e domenicani raggiunse a volte un livello inaudito di follia, di puerile capziosità e anche di intransigenza. Come quando, per esempio, nel 1351, un primate francescano di Barcellona concentrò la propria attenzione sul sangue versato da Gesù Cristo durante la crocifissione. il sangue, secondo il francescano, cadendo a terra aveva perso la sua divinità in quanto separato dal corpo di Cristo, perciò non era asceso al cielo insieme a Gesù ma era stato assorbito dal terreno.

"La questione" ha osservato uno storico "era piuttosto difficile da dimostrare",[22] ma le affermazioni del frate irritarono Nicola Roselli, l'inquisitore domenicano di Barcellona, che provava del risentimento nei confronti dei f e, adesso, sentiva di avere nuovi argomenti per ulteriori recriminazioni. Felice di avere un'opportunità per attaccare l'ordine rivale, inviò al papa un minuzioso resoconto della controversia.

Anche il pontefice si sentì offeso dalle affermazioni del francescano e convocò immediatamente un seminario di teologi perché indagassero sulla questione del sangue versato da Gesù. il simposio condivise l'indignazione del papa e di padre Roselli: la teoria del francescano venne sconfessata ufficialmente, a tutti gli inquisitori furono mandate istruzioni perché venisse arrestato chiunque si fosse ostinato a divulgarla e il frate che l'aveva concepita fu condannato a ritrattarla pubblicamente.

Ma la faccenda non si era conclusa. Sentendosi aggrediti, i francescani, nonostante il veto papale, continuarono a discettare in privato del sangue versato da Gesù. Un commentatore scrive a proposito:

 

I francescani sostenevano, con logica provocatoria, che era del tutto ammissibile credere che il sangue di Cristo fosse rimasto sulla terra, dal momento che il prepuzio asportato durante la circoncisione era conservato nella Chiesa Lateranense e venerato come reliquia proprio sotto gli occhi di papa e cardinali, e che parti del sangue e del liquido versati durante la crocifissione venivano esposte ai fedeli a Mantova, a Bruges e in altre località[23]

 

Per buona parte del Quattrocento la disputa continuò in sordina. Poi, nel 1448, quasi un secolo dopo, un docente francescano dell'università di Parigi portò il problema all'attenzione della facoltà di teologia. il rinnovarsi della polemica condusse alla formazione di un consiglio di teologi incaricato dell'esame della spinosa questione. Alla fine, con grande solennità, furono espresse le conclusioni: non era contrario all'insegnamento della Chiesa credere nella tesi francescana secondo cui il sangue versato dal Cristo agonizzante era rimasto sulla terra.

Esaltati da questa vittoria nella loro personale guerra dei Cento anni, i francescani si concessero qualche trionfalismo e osarono spingersi ancora più in là. In un sermone tenuto a Brescia nel 1462, un eminente francescano appoggiò apertamente la tesi del suo predecessore. Scoppiò di nuovo, violenta, la diatriba. Controllando a stento la propria indignazione, l'inquisitore domenicano della città inviò una lettera di educata perplessità al francescano: non poteva credere, affermava, che realmente fossero uscite dalla sua bocca affermazioni di quel tenore, certamente il resoconto che aveva ricevuto doveva essere il frutto di un. fraintendimento; allora, gentilmente, avrebbe potuto lui stesso rassicurarlo a riguardo? Quando il francescano, in tono altrettanto cortese, ribadì le proprie idee, fu chiamato a comparire il giorno seguente davanti all'inquisitore.

Preoccupato dalla risonanza pubblica che avrebbe avuto un nuovo contrasto fra domenicani e francescani, il vescovo locale intervenne; riuscì a far ritirare la citazione, ma solo con la promessa che la questione sarebbe stata sottoposta alla personale attenzione del papa. Nel frattempo i domenicani non tralasciarono di scagliare da tutti i pulpiti del mondo cristiano i loro fulmini contro "l'eresia" francescana. Così, dopo essere rimasta latente e silenziosa per quasi un secolo, la lite esplodeva ora in modo plateale davanti agli occhi dei fedeli sconcertati e confusi.

Non volendo attirarsi l'ostilità di nessuno dei due ordini, il papa si affrettò a riunire un'altra commissione teologica per giudicare la sempre più molesta questione. Forse si augurava che si sarebbe ridimensionata semplicemente in virtù delle complicazioni organizzative e delle lentezze burocratiche. Ma, con suo gran disappunto, il comitato di studi mostrò più passione del previsto per la controversia.

 

Ognuna delle due parti scelse tre rappresentanti, e per tre giorni, alla presenza del papa e del sacro collegio, discussero il punto con tanta infuocata veemenza che, nonostante il pungente freddo invernale, si ritrovarono in un bagno di sudore.[24]

 

Nessuna delle fazioni, comunque, riuscì a trarre dal Nuovo Testamento una sola prova relativa al quesito in discussione, che, di conseguenza, rimase irrisolto. La polemica fra domenicani e francescani si sarebbe prolungata ed estesa in tutta la cristianità.

Dopo un anno, all'inizio d'agosto del 1464, il papa, esasperato al punto da travalicare la pacatezza consona a un pontefice, emise una Bolla nella quale stabiliva in modo definitivo che ogni discussione sull'inusitato argomento era ufficialmente vietata, finché non si fosse giunti a un pronunciamento definitivo da parte della Santa Sede. Ma il papa morì otto giorni dopo, e la Santa Sede non ebbe la possibilità di emanare alcun pronunciamento. i cardinali che si erano dedicati a studiare la questione non riuscirono a raggiungere un accordo. il nuovo papa fece in modo di rinviare indefinitamente ogni ulteriore disputa. Per quanto ne sanno gli autori di questo libro, il dubbio se il sangue di Gesù sia asceso o no al cielo è rimasto irrisolto sino a oggi e ancora incombe, privo di risposta, sul papato.

 

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Pag. 93-99

 

 

Antisemitismo e Inquisizione

 

Nei metodi e nella procedura, l'Inquisizione spagnola si ispirò ampiamente a quella medievale, ma se ne differenziò perché non era soggetta al papato, bensì direttamente alla Corona spagnola. Un altro importante aspetto di diversità era costituito dal fatto che il principale bersaglio dell'Inquisizione medievale in Francia e in Italia erano stati gli eretici cristiani, come i catari, i valdesi o i fraticelli, oppure presunti eretici come i templari; obiettivo primario di quella spagnola, invece, fu la popolazione ebrea della penisola. Nella virulenza e nella natura sistematica della sua azione antisemita, l'Inquisizione spagnola avrebbe anticipato il comportamento patologico del nazismo nel XX secolo.

Alla metà del XIV secolo, cento anni prima della creazione dell'Inquisizione spagnola, la Castiglia era stata travolta dalla guerra civile. Entrambe le fazioni andavano in cerca di un capro espiatorio e ne avevano trovato uno nella comunità ebraica, particolarmente numerosa in Spagna grazie alla lodevole tolleranza dei precedenti regimi islamici. Erano seguiti numerosi pogrom, le cui fiammate erano state ulteriormente fomentate da zelanti predicatori cristiani. Le violenze si erano intensificate fino a raggiungere l'apice nel 1391, con il massacro di centinaia, forse migliaia, di ebrei.

Nell'ultimo decennio del XIV secolo, molti nuclei familiari di religione ebraica, terrorizzati dalle persecuzioni che li minacciavano, avevano abiurato la loro fede e abbracciato il cristianesimo, divenendo noti con il nome di conversos. In parecchi casi, però, la natura coatta di quelle conversioni era risaputa ed era opinione diffusa che i conversos continuassero clandestinamente a professare il loro credo originario. Senza dubbio era vero per molti; ma altri sembravano semplicemente essere diventati tiepidi cristiani proprio come prima erano stati tiepidi ebrei. In ogni caso, e per quanto fossero cristiani sinceri, i conversos suscitavano invariabilmente dubbi e diffidenza, e continuavano a essere nel mirino degli antisemiti. il massimo dell'avversione si riversava sui cosiddetti "giudaizzanti", convertiti sospetti di praticare segretamente l'ebraismo o, ancor peggio, di riportare all'ebraismo i correligionari convertitisi al cristianesimo.

Nonostante i pregiudizi di cui erano circondate, molte famiglie spagnole di conversos prosperarono: negli anni successivi, alcuni loro componenti riuscirono a raggiungere una posizione di rilievo nell'amministrazione del regno, nella burocrazia cittadina e persino nella gerarchia ecclesiastica. il rabbino di Burgos, per esempio, che nel 1390 si era convertito al cattolicesimo, avrebbe terminato i suoi giorni come vescovo della città, legato pontificio e tutore di un principe della Corona. Non fu l'unico: in alcune delle maggiori città, la gestione amministrativa era in mano a eminenti famiglie di conversos. Proprio da una di queste proveniva il tesoriere di re Ferdinando, che era in carica nel periodo in cui veniva istituita l'Inquisizione spagnola. In Castiglia erano almeno quattro i vescovi conversos, così come tre dei segretari della regina Isabella e anche il cronista ufficiale di corte e, incredibile ma vero, uno degli zii di Torquemada. Persino santa Teresa, tanto amata più tardi per il suo fervido misticismo, non era "senza macchia": infatti, nel 1485, suo nonno era stato costretto a fare penitenza per avere conservato alcune pratiche giudee, il che indica che la santa era lei stessa di discendenza ebraica.

In generale, nella Spagna del tempo, proprio i conversos e le loro famiglie risultavano i più istruiti e, mano a mano che acquisivano importanza, tendevano anche a diventare i più ricchi. Inevitabilmente, il loro status sociale ed economico suscitò invidia e malanimo e finì per esacerbare l'ostilità dell'Inquisizione.

Dal momento della sua istituzione, l'Inquisizione spagnola aveva messo avidamente gli occhi sulla ricchezza della comunità ebraica e guardava a essa con irriducibile avversione, semplicemente perché si trovava al di fuori della sua giurisdizione legale. Secondo il decreto papale originario, era autorizzata a occuparsi degli eretici, cioè dei cristiani che avevano deviato dalle formulazioni di fede ortodosse, ma non aveva nessun potere sui fedeli di religioni diverse, come ebrei e musulmani. In Spagna, le comunità ebraiche e musulmane erano particolarmente popolose e, di conseguenza, una parte notevole della popolazione rimaneva al di fuori del controllo dell'Inquisizione. Per un'istituzione il cui fine principale era esercitare un controllo assoluto sul paese questa situazione non era più tollerabile.

Il primo passo dell'Inquisizione fu di. agire contro i cosiddetti "giudaizzanti": un converso che tornasse all'ebraismo dopo aver abbracciato il cristianesimo poteva essere convenientemente etichettato come eretico. Per estensione, ci si poteva regolare allo stesso modo con chiunque lo avesse incoraggiato nella sua eresia e, con un'imputazione dello stesso tenore, ci si poteva spingere ancora oltre, fino a includere la totalità degli ebrei. Ma l'Inquisizione era ancora in credito dovendo presentare, o piuttosto inventare, le prove a carico di ogni imputato che intendesse portare sotto processo, e non sempre era facile farlo.

L'Inquisizione appoggiò con entusiasmo il violento antisemitismo professato da un famoso predicatore, Alonso de Espina, che odiava allo stesso modo ebrei e conversos e, facendosi forte del sostegno popolare, propugnava l'estirpazione totale dalla penisola iberica dell'ebraismo, mediante la loro espulsione o il loro sterminio. Aderendo al programma di Alonso, l'Inquisizione si dedicò a una personale propaganda antisemita, usando sistemi simili a quelli adottati circa quattro secoli e mezzo più tardi da Joseph Goebbels. Per esempio, contro gli ebrei venivano lanciate e diffuse accuse infamanti, nella consapevolezza che prima o poi sarebbero state accettate come vere. Facendosi scudo del sentimento antisemita che era riuscita a instillare nell'opinione pubblica, l'Inquisizione chiese alla Corona di adottare "adeguate" misure, e avanzò infine la proposta di espellere gli ebrei dalla Spagna con un documento propositivo descritto da uno storico come intriso "di inaudita crudeltà" e "di violento antisemitismo".[25]

Re Ferdinando capì che la persecuzione contro le comunità ebraiche e i conversos avrebbe inevitabilmente causato delle ripercussioni economiche negative nel paese, ma né lui né la regina Isabella riuscirono a resistere alle pressioni combinate dell'Inquisizione e del sentimento popolare. In una lettera ai nobili e ai maggiorenti del regno, il re scrisse:

 

Il Santo Ufficio dell'Inquisizione, essendo stato testimone della rabbia di alcuni cristiani derivante dal contatto e dalla relazione con ebrei, ha provveduto perché gli stessi siano espulsi da tutto il nostro regno e da tutti i nostri territori, e ci ha persuaso a dare a quest'atto il nostro favore e il nostro appoggio [...] facciamo ciò, nonostante il grande danno che ce ne deriva, perseguendo e preferendo la salvezza elle anime al nostro personale profitto [...].[26]

 

Il 1° gennaio del 1483, cedendo alle richieste dell'Inquisizione, i monarchi inviarono in Andalusia il decreto di espulsione di tutti gli ebrei che vivevano nella regione. Lo stesso accadde, il 12 maggio 1486, per vaste zone dell'Aragona. Ma l'espulsione globale dovette essere, per quel momento, rimandata perché servivano con urgenza denaro e sostegno da parte di ebrei e conversos per la campagna militare che era in corso contro i musulmani, respinti nel sempre più esiguo regno di Granada.

Esistono prove che fanno pensare a un accordo segreto fra Torquemada, in rappresentanza dell'Inquisizione, e la Corona spagnola. Sembra che Torquemada abbia accettato la proroga dell'espulsione di tutti gli ebrei dalla Spagna fino a che il regno musulmano di Granada non fosse stato definitivamente conquistato. In altre parole, gli ebrei sarebbero stati lasciati tranquilli finché le loro risorse economiche non fossero più state necessarie. Nel frattempo, l'Inquisizione si dedicò a preparare il terreno per il compimento del progetto. Fu così che si verificò l'episodio tristemente famoso del "Santo Bambino di La Guardia", un caso montato ad arte, infame quanto quelli perpetrati nel XX secolo da Hitler o da Stalin.

Il 14 novembre 1491, due settimane prima della caduta di Granada, cinque ebrei e sei conversos furono condannati al rogo ad Àvila: erano stati riconosciuti colpevoli di aver profanato un'ostia e di aver crocefisso un bambino cristiano, a cui, secondo le accuse, avrebbero strappato il cuore. Lo scopo di quell'orribile gesto sarebbe stato quello di compiere un rituale magico inteso a neutralizzare il potere dell'Inquisizione e a "far diventare tutti i cristiani pazzi fino a farli morire". L'Inquisizione diede grande risonanza al racconto, che fu divulgato di città in città, facendo salire al culmine la rabbia antisemita.[27]

Due settimane più tardi, Granada capitolò e l'ultima enclave musulmana in Spagna cessò di esistere. Nel marzo dell'anno seguente un editto reale ordinò che tutti gli ebrei accettassero la conversione o lasciassero la Spagna. Chi non fece né l'una né l'altra cosa divenne legalmente perseguibile dall'Inquisizione. Come ha efficacemente scritto Carlos Fuentes, la Spagna, nel 1492, messa al bando la sensualità con i mori e l'intelligenza con gli ebrei, si avviò alla sterilità per i cinque secoli successivi.

Anche prima di venire definitivamente espulsi, ebrei e conversos erano diventati vittime dell'Inquisizione in numero molto maggiore che non gli eretici. Dopo il 1492 la persecuzione si limitò a intensificarsi,

rinforzata dalla nuova parvenza di legalità e legittimità: così, tra tutti i soggetti a processo da parte dell'Inquisizione, fra il 1488 e il 1505, a Barcellona furono ebrei o conversos il 99,3 percento; il 91,6 percento, fra il 1484 e il 1530, a Valenza. Osserva giustamente uno storico:

 

Il tribunale, in altre parole, non si occupava dell’eresia in generale, ma di una sola forma di devianza religiosa: la cosiddetta pratica segreta di riti ebraici.[28]

 

* * * *

Pag. 135-142

 

 

Ι processi per stregoneria

 

L'Inquisizione, armata del Malleus Maleficarum, instaurò un regno di terrore in tutta l'Europa. Nelle inchieste e negli interrogatori, la regola che veniva applicata alle prove era semplicissima: qualunque fatto su cui giurassero due ο tre testimoni veniva accettato come vero e anche come definitivamente provato. Si faceva largo uso di domande trabocchetto, escogitate allo scopo di raggirare sia il sospettato che il testimone. Per esempio, la domanda poteva essere

 

se credeva ο no che esistesse la stregoneria, e che si potessero scatenare tempeste ο affatturare uomini e animali. È da notare che, inizialmente, la maggior parte delle streghe affermava di no.[29]

 

Se la persona imputata negava di crederci, la domanda successiva arrivava con la violenza di una trappola che scatta: «Allora, le streghe bruciate sono state condannate ingiustamente? Ε il malcapitato, ο la malcapitata, era costretto a dare una risposta». Ε neanche importava quale fosse, perché la colpevolezza era certa, dal momento che non credere nella stregoneria era già di per sé un'eresia.

Quando una strega veniva arrestata, si prendevano complicate precauzioni per neutralizzare i suoi poteri: per negarle il contatto con la terra, e attraverso di essa con le regioni infernali, veniva trasportata tenendola sollevata su un'asse di legno oppure in un cesto; quando si trovava davanti al giudice doveva rimanere voltata di spalle: in tal modo le era impossibile qualunque tentativo di ammaliarlo con lo sguardo; e sia i giudici che il personale coinvolti nel processo, "non dovevano lasciarsi toccare da lei e, particolarmente, dovevano fare in modo di non venire in contatto con le sue braccia ο le sue mani nude". Ai giudici veniva anche consigliato di portare al collo, appesi a un laccio ο a una catenella, erbe benedette e sale consacrato durante la domenica delle Palme, sigillati in una speciale cera, anch'essa benedetta. Nonostante le ripetute rassicurazioni di immunità, era sempre meglio non correre rischi.

Il processo veniva portato avanti con una conoscenza piuttosto sofisticata della psicologia. Le tecniche impiegate riflettevano la notevole esperienza acquisita nell'ottenere e nell'estorcere informazioni. Gli inquisitori sapevano che la mente dell'indagato spesso era il suo peggior nemico, che la paura nasce nella solitudine e nell'isolamento, e che spesso può produrre risultati soddisfacenti quanto la violenza fisica. Così, la paura della tortura, per citare l'esempio più ovvio, veniva provocata e alimentata fino a che non si trasformava in uno stato talmente parossistico di panico da vanificare la necessità della tortura stessa. Se l'accusato non confessava subito, gli veniva detto che sarebbe seguito un interrogatorio sotto tortura, però solo dopo un certo periodo di tempo. Il Malleus consiglia

 

che l'accusato sia denudato o, se è femmina, che venga prima condotta nelle celle penali e lì denudata da donne oneste e di buona reputazione.[30]

 

Successivamente, i giudici potevano "interrogarla con moderazione, senza spargimento di sangue", ma solo

 

dopo avere tenuto l'accusata in uno stato di attesa, rinviando continuamente il giorno dell'interrogatorio, e usando spesso la persuasione verbale.[31]

 

L'inquisitore era incoraggiato a utilizzare una strategia che è oggi ben nota, quella di un poliziotto "inflessibile" e di uno "malleabile"

 

che ordini agli incaricati di legarla con corde a una macchina di tortura; e che essi obbediscano prontamente ma non con gioia, anzi mostrando di essere turbati dal loro compito. Che venga poi liberata di nuovo, portata da un'altra parte, e che si provi ancora a persuaderla; e nel persuaderla, le si dica che può evitare la pena di morte.[32]

 

Il Malleus consiglia una palese doppiezza: a un'accusata si poteva anche promettere la vita, ma la vita sarebbe stata in carcere, a pane e acqua.

 

Ε che non le si dica, quando le si promette la vita, che così sarà messa in prigione; ma venga condotta a credere che le sarà imposta qualche altra penitenza, come l'esilio.[33]

 

Comunque, per ottenere quelle dubbie concessioni, doveva denunciare e rivelare l'identità di altre streghe. Del resto, si affretta a chiarire il Malleus, la promessa di avere salva la vita non doveva essere davvero mantenuta: non c'era alcun obbligo di rispettare la parola data a una strega. Molti inquisitori infatti

 

pensano che, dopo essere stata messa in carcere, la promessa di risparmiarle la vita dovrebbe essere mantenuta per un po', ma dopo un certo periodo la donna dovrebbe essere bruciata.[34]

 

Ο, in alternativa,

 

il giudice può promettere, senza rischi, la vita all'accusata, ma in modo tale da liberarsi dell'incombenza di pronunciare la sentenza di morte, deputandola a un altro giudice al posto suo.[35]

 

Quando una strega veniva riportata in cella dopo una seduta di tortura, il giudice doveva assicurarsi che

 

nel tempo di pausa ci [fossero] sempre delle guardie con lei, in modo da non lasciarla mai sola, per paura che il diavolo la [spingesse] a suicidarsi.[36]

 

In altre parole, anche un suicidio ο un tentato suicidio, causato dallo strazio ο dal terrore, veniva interpretato come un'ispirazione del demonio, e perciò come un'ulteriore prova di colpevolezza. In tal modo, gli inquisitori discolpavano se stessi. Quando qualche sventurata donna tentava di suicidarsi infilandosi nella testa gli spilloni con cui fermava sui capelli la cuffia, dicevano: "L'abbiamo trovata in questo stato, come se avesse voluto infilarli nelle nostre teste". Anche quei folli atti di disperazione venivano attribuiti a intenzioni malevole e aberranti, al fine di produrre prove di colpevolezza.

Ι suicidi e i tentati suicidi erano ovviamente piuttosto comuni. Il Malleus riferisce di streghe che "dopo avere confessato i loro crimini sotto tortura, [hanno cercato] di impiccarsi", oppure che "approfittando della disattenzione delle guardie, si sono impiccate con i lacci delle scarpe ο con gli abiti".[37]

Se, nonostante la tortura, la strega si rifiutava ancora di confessare, il Malleus consigliava stratagemmi più cervellotici. L'accusata, per esempio, poteva essere portata in una casa, i cui proprietari dovevano "fare finta di partire per un lungo viaggio e di lasciarla sola". Ε poi

 

Si faccia in modo che qualcuno di sua conoscenza [...] vada a trovarla e le prometta che sarà messa in completa libertà se gli insegnerà come si effettuano certe magie. Ε il giudice ponga mente che in questo modo molte hanno confessato e sono state condannate.[38]

 

Come ultima risorsa, il Malleus consiglia il più sfacciato e incredibilmente spudorato imbroglio:

 

Ε che, infine, il giudice entri e prometta che avrà misericordia, con la segreta, intima intenzione che ciò che intende è che sarà misericordioso verso se stesso e verso lo Stato; perché tutto quello che viene fatto per lo Stato è un atto di misericordia.[39]

 

 

Ιl diffondersi della pazzia collettiva

 

Ai giorni nostri, abbiamo tutti esperienza di come un qualche "timore" collettivo possa crescere progressivamente, come per contagio psicologico, e assumere proporzioni di vera e propria isteria di massa. Durante gli anni cinquanta, negli Stati Uniti, ci fu l'ossessiva crociata del senatore Joseph McCarthy per scovare presunti comunisti. Nel dramma Il crogiolo il commediografo Arthur Miller attaccò la campagna di McCarthy usando, per analogia, la metafora dei processi di stregoneria svoltisi a Salem nel XVII secolo. Grazie all'opera di Miller l'espressione "caccia alle streghe" è diventata un diffuso modo di dire moderno, per indicare qualunque tentativo di snidare presunti nemici instillando e diffondendo la paura collettiva. Ancora più di recente, abbiamo conosciuto altre forme di panico di massa. In seguito alle tensioni con la Libia, sotto la presidenza di Ronald Reagan, parecchi turisti americani hanno modificato i loro progetti di vacanza per evitare, terrorizzati, i voli internazionali. Si è verificato il caso, in Gran Bretagna, di intere comunità di cittadini sospettate di avere compiuto violenza sui minori durante riti satanici, con il risultato che decine e decine di genitori sono stati allontanati dai figli con la forza. Considerati questi esempi, è facile capire come la paura della stregoneria potesse avere raggiunto le proporzioni di una vera e propria epidemia di panico, quando si consideri che era stata diffusa dalla suprema autorità religiosa del tempo; anzi, come fosse potuta diventare, a tutti gli effetti, l'equivalente psicologico della peste. Secondo uno storico:

 

La paura delle streghe era sostanzialmente una malattia dell'immaginazione, creata ed eccitata dalla persecuzione contro la stregoneria. Dovunque un inquisitore ο un magistrato civile si recasse a cancellarla con il fuoco, intorno a lui spuntava una messe di streghe.[40]

 

Parlando della Chiesa, lo stesso storico osserva:

 

Qualunque inquisitore decidesse di combattere la stregoneria, diventava, con la propria azione, un missionario che ne diffondeva ancora di più il seme.[41]

 

La delirante persecuzione contro le streghe cominciò sotto gli auspici dell'Inquisizione, quando la Chiesa esercitava ancora una supremazia indiscussa sulla vita religiosa dell'Europa. L'Inquisizione era talmente concentrata sulla stregoneria, che ben presto si sarebbe lasciata cogliere del tutto alla sprovvista dall'avvento di una minaccia assai più seria, che avrebbe assunto l'identità di un monaco apostata di nome Martin Lutero. È comunque giusto ricordare che, trent'anni dopo la pubblicazione del Malleus Maleficarum, l'insensata caccia alle streghe avrebbe conquistato anche le giovani Chiese protestanti.

Nella seconda metà del XVI secolo, dunque, sia i cattolici sia i protestanti mandarono al rogo non due ο tre, ma centinaia di donne accusate di stregoneria: e questo delirio incendiario sarebbe proseguito per più di un secolo, raggiungendo il suo culmine nella sanguinosa guerra dei Trent'anni, svoltasi fra il 1618 e il 1648. Fra il 1587 e il 1593 l'arcivescovo di Trevirí fece giustiziare trecentosessantotto streghe, il che equivale alla media di una e mezzo alla settimana. Nel 1585 due villaggi tedeschi subirono una tale decimazione che in entrambi rimase viva una sola donna. Lungo un arco di tre mesi, cinquecento presunte streghe furono condannate al rogo dal vescovo di Ginevra. Fra il 1623 e il 1633 il principe e arcivescovo di Bamberga ne fece morire tra le fiamme più di seicento. Nei primi anni del XVII secolo novecento persone furono bruciate dal principe e vescovo di Würzburg, tra cui il suo stesso nipote, diciannove sacerdoti, e alcuni bambini accusati di avere avuto rapporti sessuali con il demonio. In Inghilterra, nel periodo del "protettorato", anche Cromwell si servì di un "generale-scova-streghe", il famigerato Matthew Hopkins. Alla fine del Seicento l'isterismo si era propagato anche al di là dell'Atlantico, alle colonie puritane del New England, dando luogo ai tristemente famosi processi di Salem, quelli che avrebbero fornito lo scenario alla commedia di Arthur Miller.

Tuttavia, i peggiori eccessi protestanti non riuscirono mai a uguagliare quelli della Chiesa di Roma, in seno alla quale l'Inquisizione si espresse al massimo delle proprie potenzialità, vantandosi apertamente di avere bruciato, con un calcolo approssimato per difetto, trentamila streghe lungo un arco di centocinquant'anni. La Chiesa aveva sempre manifestato una tutt'altro che piccola tendenza alla misoginia e l'operazione contro la stregoneria le fornì un mandato su larga scala per una crociata contro le donne e tutto ciò che era femminile.

 

 

 

 

segue …………



* Tutte le citazioni relative a "Il Grande Inquisitore" sono tratte da Dostoevskij, Fëdor, i fratelli Karamazov, Einaudi, Torino 1981, 2 voll. [N. d. T.]

[1] Le Roy Lαdurie, Ε., Storia di un paese: Montaillou (1977), Rίzzoli, Milano 1991, pag. 86.

[2] Ιvi, pag. 89.

[3] Lea, H.Ch., Α History of the Inquisition of the Middle Ages, London 1888, vol. I, pag. 53.

[4] Ivi, pagg. 54-55.

[5] Ivi, pag. 20.

[6] Sumption, J., The Albigensian Crusade, London 1978, pag. 93.

[7] Ibid.

[19] Lea, H., Ch., Α History of the Inquisition of the Middle Ages, cit., vol. I, pag. 260.

[20] 11 Ivi, pag. 295.

[21] 12 Ινί, pag. 296.

[22] Ivi, vol. II, pag. 171.

[23] Ibid.

[24] Ivi, pag. 173.

[25] Κamen, Η., The Spanish Inquisition, cit., pag. 20.

[26] Ivi, pag. 21

[27] Νetanyahu, Β., The Origins of the Inquisition in Fifteenth Century Spain, New York 1995, pag. 1090.

[28] Κamen, Η., The Spanish Inquisition, cit., pag. 57

[29] Ivi, pag. 445.

[30] Ivi, pag. 470.

[31] 31 Ibid.

[32] 32 Ivi, pag. 471.

[33] 33 Ibid.

[34] 34 Ibid.

[35] 35 Ibid.

[36] 36 Ivi pag. 473.

[37] Ivi pag. 230.

[38] Ivi, pag. 483.

[39] Ivi, pag. 482.

[40] Lea, H.Ch., Α History of the Inquisition of Spain, cit., vol. IV, pag. 206.

[41] LEA, H.Ch., Α History of the Inquisition of the Middle Ages, cit., vol. III, pag. 539.