In sovraccoperta:

Foto © Per-Anders Pettersson/Getty Images/L. Ronchi


«Ho preso tra le due dita il suo torace ed ho iniziato il massaggio cardiaco. Sarà stato un miracolo, ma dopo poco più di un minuto di sforzi inutili, mentre già stavo per controllare le pupille, ho sentito il cuore del bimbo riprendere a battere da solo, sotto la mia mano... Ha cominciato a respirare... Allora mi sono messa a ridere come una scema, di sollievo, di gioia, di entusiasmo, perché non c'è niente di più bello che "aiutare" una vita. Dico "aiutare" perché quel bambino certamente è vissuto perché aveva una gran voglia di vivere, e perché aveva un "angelo custode" discretamente cocciuto e ben deciso a non andare in pensione appena iniziato il lavoro.»

 

A ventisei anni, una specializzazione in ginecologia e ostetricia, Chiara parte per il Nicaragua. Con l'entusiasmo dei primi passi si dedica a far nascere «niños morenos con tanti capelli che, quando escono fuori, gridano l'inizio della loro grande avventura, in questa terra strana, audace. Dove anche sopravvivere è una folle scommessa. Ma dove vale sempre la pena di scommettere». Α Waslala, fra le montagne del Nicaragua, diventa per necessità chirurgo di guerra sul fronte dei sanguinosi scontri fra sandinisti e contras. Ι suoi sogni di giovane donna da poco sposata e di medico che porta la vita, s'infrangono contro la drammatica realtà dei morti saltati in aria sulle mine o falciati dalle katiusce. Per sette anni «Doctora Clarita» si batte per la pace e per la ricostruzione del paese con dedizione totale e senza arrendersi alle tentazioni di fuga. Terminata la missione in America Latina, parte per l'Africa, il continente sognato sin da bambina. L'AIFO, Associazione Italiana «Amici di Raoul Follereau», le affida la direzione di un ospedale fantasma, abbandonato dai belgi a Kimbau, regione del Bandundu, nello Zaire, oggi Repubblica Democratica del Congo. È la scoperta di un'Africa bellissima e terribile, affascinante e sconvolgente nelle sue contraddizioni e nelle ferite che non si rimarginano mai. Unico medico per centomila abitanti in una zona di 5.000 kmq, anche dopo la mutilazione del braccio destro in seguito a un incidente stradale, continua a lottare, per salvare vite umane e promuovere il diritto alla salute. Nei villaggi dimenticati della foresta e nell'ospedale con quattrocento ammalati, senza acqua, senza energia elettrica, con scarsi medicinali, è per tutti «Mama Clara». Quando scoppia la guerra fra Mobuto e Kabila, le condizioni già difficili del paese diventano drammatiche. Nelle lettere che scrive a lume di candela sulla vecchia Olivetti, Chiara grida i massacri, le violenze e le crudeltà, il martirio di migliaia di persone, l'epidemia di Εbola, il diffondersi della Tbc e dell'Aids. Sono il corollario inevitabile della povertà e dell'ingiustizia, delle sopraffazioni e delle violenze, delle complicità e delle responsabilità dei governi che sfruttano gli scontri etnici per i propri interessi economici e di potere. Ma Chiara non si arrende. L'accompagnano i ricordi, i volti, le vicende del Nicaragua che si mescolano alle nuove sfide e alle nuove avventure, unendo i campesinos dell'America Latina agli abitanti del Congo in un'unica struggente scommessa: non togliere ai poveri la possibilità di sognare un futuro diverso.

 

Chiara Castellani è nata a Parma nel 1956. Ha lavorato come medico volontario e chirurgo di guerra in Nicaragua. Dal 1991 è responsabile di un progetto di assistenza sanitaria nella Repubblica Democratica del Congo. Nel 2001 le viene assegnato, a Saint Vincent, il Premio Donna dell'anno.

 

Mariapia Bonanate, giornalista e scrittrice, vive a Torino. Fra le sue opere Perché il dolore nel mondo? Il Vangelo secondo una donna, Suore, da cui il regista Dino Risi ha tratto il film televisivo Missione d'amore, Preti e il recentissimo Donne che cambiano il mondo.

ART DIRECTOR GIACOMO CALLO

PROGETTO GRAFICO – CRISTINA BUZZONI

pag. 220 - €. 15,00


Chiara Castellani

 

 

UNA LAMPADINA

PER KIMBAU

Le mie storie di chirurgo di guerra dal Nicaragua al Congo

raccolte da Mariapia Bonanate

 

 

 

 

 

MONDADORI

 

 

www.librimondadori.it

 

ISBN 88-04-52871-0

 

© 2004 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano

Ι edizione maggio 2004


Indice

 

    9      Presentazione

Un medico di frontiera

Dal Nicaragua al Congo

  27      Passero con un'ala sola

  33      Chirurgo di guerra

(Lettera a Oriana Fallaci)

  37      Il saccheggio

  41      Madonna nera

  45      Orchidee e farfalle

  49      Mine anti-uomo

  53      Ritorno a Kimbau

  59      Nell'ombelico del mondo

  63      Alcatraz

  71      Ebola

  75      Matagalpa

  79      Un «Bambi» nel patio

  83      Nella brousse

  89      Lo chef Kazundu

  95      La mia Macondo

  99      Mujer soltera

103      Sognando l'ambulanza

107      Il calvario di Odon

113       Mawdi e gli altri bimbi

119       Il grido delle donne

123      Vedove di guerra

127      Ricetta della felicità

131       «Malembe, malembe»

135      Manioca che uccide

139      Una città martire

143      «Le capre folli»

147      Pierre ed Emiliano

151       Violenze dei «liberatori»

157      La casa del «rio»

161       Un santo laico

167      Mia figlia, Bisewo

171       Victorine Lutangu

175      L'inferno dell'Aids

179      Il «Politico» e Algodón

185      Vita d'ospedale

191       Sogno d'amore

195      Dopo l'uragano

201      Addio a Waslala

205      L'interrogatorio

211       Morta e risorta

217      «Non avere paura!»


UNA LAMPADINA

PER KIMBAU

 

Α Pierre Grosjean,

Tonino Soldano, Maria Cavalleri,

dott. Richard, Rosy Rosara,

Franco Riparelli

che hanno percorso con minor

fortuna il mio stesso cammino

 

 

 

Presentazione

Un medico di frontiera

 

 

Dal Nicaragua al Congo

 

Ho scoperto Chiara Castellani nel 1990, leggendo le sue Lettere di un medico dal fronte, inviate dal Nicaragua (1983-1990). Avevano vinto per il settore del volontariato internazionale il premio «Pieve - Terra Nuova», dedicato ai Diari inediti, ed erano state pubblicate con il titolo Carissimi tutti.[1] Da allora Chiara è entrata nella mia vita di donna e di giornalista come un «alter ego», una presenza speculare nella quale in questi quattordici anni ho cercato e ricercato il senso del vivere e del morire, dell'amare.

Due destini molto diversi i nostri, due generazioni divise da una robusta manciata d'anni, sedici. Eppure, quando terminai la lettura del suo epistolario, decisi che non l'avrei più persa di vista. Condividevamo quelle ragioni del cuore e dell'amore che legano intimamente da sempre le donne, lontane e vicine nel tempo e nello spazio, dando loro la sensazione di appartenere a un'unica, comune scommessa. Me lo ha confermato, poco tempo dopo, la dedica a una copia del libro che Chiara mi inviò in seguito a un articolo che le avevo dedicato: «Non ci siamo mai conosciute direttamente, eppure Lei ha saputo interpretare il mio modo di pensare e di vivere come se mi conoscesse da sempre. Sono contenta che avremo presto l'occasione di incontrarci e di rendere ancora più intensa quella che oserei definire una comunione ideale, pur se vissuta in termini diversi e in contesti diversi».

Incontrai Chiara un anno dopo. Era rientrata dal Nicaragua, stava per andare in Africa. Da allora ho avuto la fortuna di essere fra i destinatari delle sue lettere scritte nella savana a lume di candela, sulla vecchia Olivetti che suo padre le aveva inviato in America Latina e che l'ha accompagnata, salvandosi con lei, nella avventurosa vita di medico di trincea e di chirurgo di guerra. Lettere che leggevo e rileggevo prima di addormentarmi e che spiazzavano tutte le mie certezze. Mi catapultavano accanto a un'umanità che rendeva piccole e fatue le mie preoccupazioni di inquilina della società del benessere. Mettevano in crisi i privilegi della nostra cultura, ripiegata su se stessa, sempre più incapace di interpretare la grande e la piccola storia. C'era nelle lettere di Chiara un respiro universale, planetario. Interpretavano fatti e situazioni, raccontavano storie di bambini, donne, uomini che mi riportavano a quelle parole del Diario di Etty Hillesum, la giovane ebrea olandese gasata ad Auschwitz nel 1943, che sono divenute per tanti un viatico: «Allora ho pensato - o piuttosto, in qualche modo, ho "sentito" - che gli uomini si sono stancati e si sono rotti i piedi su questa terra di Dio per secoli e secoli, nel freddo e nel caldo, che anche questo fa parte della vita. Un barlume d'eternità filtra sempre più nelle mie più piccole azioni e percezioni quotidiane. Io non sono sola nella mia stanchezza malattia tristezza o paura, ma sono insieme con milioni di persone, di tanti secoli: anche questo fa parte della vita che è pur bella e ricca di significato nella sua assurdità, se vi si fa posto per tutto e se la si sente come un'unità indivisibile. Così, in un modo o nell'altro, la vita diventa un insieme compiuto; ma si fa veramente assurda non appena se ne accetta o rifiuta una parte a piacere, proprio perché essa perde allora la sua globalità e diventa tutta quanta arbitraria».

Il mio legame con Chiara è così divenuto sempre più intimo. Ricco di emozioni, di scambi di idee, ma anche di sofferenze e di gioie. Io grata e stupita di partecipare in diretta alla vicenda di amore e di donazione radicale di una giovane donna che avrebbe potuto, con la sua laurea in medicina e le specializzazioni brillantemente riportate, fare una splendida carriera in Italia e aveva invece scelto di lavorare gratuitamente fra gli ultimi della terra. Lei incoraggiata dalle mie attese a «sciogliere in parole di carta i nodi che aggrovigliano la mia vita. Per me scrivere è un bisogno dell'anima e sono felice che tu me ne dia l'occasione». Abbiamo capito in questo decennale scambio di lettere che il nostro non era stato un incontro casuale. Faceva parte di un disegno al quale tutte e due crediamo: ogni persona deve partecipare nei modi e nei luoghi dove è chiamata al processo storico che la coinvolge, cercando di inventare sempre la speranza, sorretta dal conforto che «ciò che è impossibile agli uomini è possibile a Dio». Tutto questo alla luce di un annuncio: sono i protagonisti delle Beatitudini evangeliche a permetterci di vivere senza disperazione il mistero che ci circonda. Α rendere meno lacerante l'inquietudine dell'anima di fronte al dolore che schiaccia la terra e alle sconfitte che superano sempre i successi.

Non mi sentirei autorizzata a scrivere parole così contrarie al senso comune, così assurde dinanzi agli scenari di morte che ci circondano, se non le avessi viste, giorno dopo giorno, incarnate da questa amica che, scrive Ettore Masina nell'introduzione a Carissimi tutti, ha deciso sin dall'inizio di non nascondere più nulla ai suoi corrispondenti, «di non dare loro i tranquillanti, ma di gridare forte che c'è un mondo che soffre e che muore. Un mondo di terribili sofferenze, ma anche di terribili speranze».

Tutta la vita di Chiara Castellani è bella e terribile. Un pugno allo stomaco e una struggente dolcezza. Un pianto e un sorriso. Sogni e ricadute in una realtà drammatica. Verità scomode che cerchi di rimuovere per non essere disturbato nelle tue certezze e indifferenze, un'attrazione profonda verso quell'essenza del vivere che ha scintille d'eternità. Le frontiere che il medico Castellani ha frequentato, e continua a frequentare, hanno i colori del sangue, quello che irrompe dallo scempio dei corpi massacrati dalle armi dei «signori della guerra». Ma hanno anche il colore della felicità e dell'esultanza, quando nasce un bambino e un adolescente viene rianimato, quando una madre è strappata alla morte e può di nuovo offrire il seno al figlio.

L'eterna lotta fra il bene e il male. Chiara ha scelto di stare dalla parte del bene con tutta quella forza e voglia di amore che, a sette anni, mentre raccoglieva castagne nell'Appennino tosco-emiliano, con i genitori e le tre sorelle, le fece dire alla madre con tono solenne: «Appena sarò grande andrò in Africa come medico per amare e curare chi non ha nessuno che si occupa di lui». Sua madre sorrise e pensò alle suggestioni infantili di un piccolo libro, Wopsy, di Gerardo Scriven che raccontava la storia di un angelo custode di un bimbo africano e che la figlia leggeva e rileggeva ogni sera prima di addormentarsi. Ci ripensò con una certa profetica inquietudine a Roma, dove la famiglia si era trasferita. Chiara, liceale, citando sant'Agostino: «Dilige et quod vis fac» («Ama e lascia che sia l'amore ad essere il motore dei tuoi atti», così lo tradusse) ripeté che un giorno sarebbe andata nel continente nero come missionaria laica. Alla scuola di quell'Amore, Chiara Castellani ha imparato a declinare la sua vita come donna e come medico. Ε vi ha trovato la forza per risorgere dalla sua e altrui «morte», per non fermarsi mai, nonostante ostacoli che spesso parevano insormontabili.

Lei, piccola donna, formichina dall'esile corpo periodicamente saccheggiato dalla malaria, «passero con un'ala sola», dopo un drammatico incidente che l'ha mutilata, è divenuta la straordinaria protagonista di un'epica vicenda al femminile, iniziata nel Nicaragua, insanguinato dalla guerra fra sandinisti e contras, fra l'utopia rivoluzionaria di Sandino, nutrita dalle «speranze dei poveri», e le ragioni dei potenti, sostenuti e finanziati dagli Stati Uniti di Reagan. Ε proseguita durante l'ultimo decennio nell'Africa travolta da guerre e da stragi, distrutta dalla fame, dalla miseria, dalla tubercolosi e dall’Aids. Una storia con capitoli che sembrano uscire dalla fervida fantasia di un grande romanziere (ma non ne è forse Dio l'autore?) e che invece sono totalmente reali.

Chiara Castellani è nata a Parma nel 1956. Si è laureata nel 1981 in medicina e chirurgia, con il massimo dei voti, all'Università Cattolica di Roma, dove si è specializzata in ginecologia e ostetricia. È partita la prima volta per l'America Latina nel 1983 per un programma di volontariato civile del MLAL, Movimento Laici per l'America Latina, una Ong (organizzazione non governativa) di cui condivideva ideali e politica. Era con lei il marito, anche lui medico. Li aveva uniti il sogno giovanile di sposarsi e di andare nei paesi in via di sviluppo. Un ideale maturato nelle comunità di base e nello scoutismo. La Chiara che arriva in Nicaragua continua a essere l'adolescente idealista che «voleva andare là dove nessuno va, per occuparsi dei più dimenticati» e che aveva imparato, al catechismo domestico dei genitori, a fare una lettura radicale del Vangelo e scelte essenziali di vita. («Ι pezzi di pane raccattati durante la mia infanzia nel cortile di Cannero, "perché il pane non si butta mai", peseranno sempre sulla mia coscienza», ricorderà con commozione sulle frontiere delle sue battaglie).

Con il marito inizia a lavorare nell'ospedale di Matagalpa, cittadina nel cuore del Nicaragua, dove arreda il suo piccolo «provvisorio nido» e dove gli scontri fra il Frente e i contras, nel nord del paese, appaiono per il momento lontani. Dopo interminabili ore in sala parto a vaccinare schiere di bimbi, si diverte a cuocere omelettes alla francese e a scoprire i sapori della tortilla. L'idillio coniugale e l'entusiasmo di partecipare accanto alla gente del posto alla costruzione della pace e della giustizia continuano a Terrabona, una cittadina più a sud, verso Managua, dove il tempo sembra essersi fermato come nella Macondo di García Márquez. Nel patio della nuova casetta pascolano i cavalli e le caprette, la convivenza con altri giovani volontari europei, impegnati in progetti di ricostruzione e rurali, è allegra. Ι niños infangati e bellissimi che Chiara visita hanno grandi occhi indios, la zazzera di capelli neri disordinati e la tradizionale immancabile cuffia di lana.

Un anno di felicità. Nel febbraio del 1984, per tre settimane, Chiara rimane sola. Il marito è partito per le visite sanitarie nei villaggi della montagna. Da allora le sue assenze per lavoro si moltiplicano e, il 13 agosto, se ne va definitivamente di casa. Ha un'altra donna dalla quale aspetta un figlio. Chiara, annichilita dall'angoscia, rientra in Italia. Quattro mesi di incubi, di odio, di ribellioni che la portano «al limite dell’autodistruzione». Un'impronta di quei drammatici giorni è rimasta in alcuni versi di allora:

 

Eri davvero tu?

Ti ho visto questa notte

silenzioso al mio fianco

con il volante in mano

gli occhi fissi a un cammino

di sassi e di pietre rotte

di polvere fine e bianca

e ti chiedevo piano:

«Piero dove mi porti?».

Mi dicevi: «Non so,

solo andiamo lontano

dove nessuno ci ascolti

dove finché sarai stanca

di nuovo ti scalderò

col mio corpo di uomo

divideremo in due parti

la tua angoscia di morte

le lacrime e la magia

di questo sogno strano

ti prego non svegliarti

finché non tornerò

a stringerti più forte

per sentirti ancor mia

e farti sentire donna

in una notte di verano».

 

Poi la lenta, faticosa, risalita e la decisione di ritornare in Nicaragua. Per capire che cosa era accaduto, per tenere fede a un impegno ideale e politico, a un progetto che non poteva essere bruciato da un dramma personale. È l'uscita dolorosa dai sogni della giovinezza e l'acquisizione di una coscienza adulta che mette in conto sconfitte e delusioni. Chiara lo dice ancora una volta in versi che sono di congedo dal marito, anche se difendono la speranza di reincontrarlo un giorno:

 

Un giorno sai vorremo rincontrarci

per guardarci nel fondo degli occhi

con occhi lavati da ogni falsità

da mesi di lacrime.

Dimenticheremo per sempre la paura

né potremo più farci del male

né servirà scambiarci un perdono

per il male passato.

Vivremo intensamente il presente

guardando con occhi adulti il futuro

e vivendo faremo nostra la sfida

che già mi rese migliore

da quel giorno che volesti restituirmi

la libertà di amarti senza certezze

e di cercare nella certezza di amarti

la gioia e il senso di esistere.

Perché solo amando gratuitamente

imparerò ad essere donna

quando nella sincerità di un'amicizia

matureranno le promesse.

Ε senza più cullarci nel passato

diremo per sempre addio ai sogni infantili

residui del mio mondo che fu tuo

finché la realtà ci insegnò ad uscirne.

 

«Doctora Clarita» ritorna sul campo come mujer soltera, qualcosa come una zitella. Ma non più a Terrabona. Per un anno lavora di nuovo nell'ospedale di Matagalpa. Fra momenti di scoraggiamento e tentazioni di fuga, continua a far nascere bambini e frequenta un corso di specializzazione in chirurgia. Nel marzo del 1986 viene mandata dal MINSA, Ministerio de Salud de Nicaragua, come responsabile dei reparti di Ostetricia, Ginecologia, Chirurgia d'urgenza e del programma di salute materno infantile dell'ospedale Fidel Ventura di Waslala, nella Zelaya centrale, una zona di guerra, assediata dalle bande dei contras, che hanno disseminato il territorio di mine. È arrivata «in prima linea». Gli scontri fra il Frente e l'armata controrivoluzionaria lasciano sul terreno ogni giorno morti e feriti, nel centro sanitario vengono allineate decine di bare di legno. Attorno a Waslala è cresciuto un poblado, un villaggio, sparso sulle colline, di ottomila campesinos che hanno dovuto abbandonare le loro case sulle montagne, per sfuggire agli agguati dei contras. Chiara è sotto il tiro dei fuochi incrociati e, quando mitragliano l'ospedale, si salva buttandosi per terra. Le sue giornate trascorrono in sala operatoria a salvare feriti in condizioni disperate, ad amputare arti a chi è saltato sulle mine, a ricomporre i corpi sfigurati dai charneles, prima di restituirli alle madri e alle vedove. Ma «doctora Clarita» via via riconquista una certa serenità. Proprio lì, donde la vida no vale nada, dove la vita non vale nulla, riscopre la voglia di vivere e il significato vincente della condivisione che nulla chiede in restituzione. Nella solitudine affettiva che le morde il cuore, la vocazione, percepita fin da bambina, di dedizione amorosa verso gli altri ha il sopravvento. Si consolida in un percorso interiore che le fa sentire sempre più lontana la «vecchia», «assurda», Europa. La rende partecipe del processo di pace che il Nicaragua sta cercando faticosamente di realizzare, un processo molto importante per tutta l'America Latina.

Gli anni di Waslala, microcosmo emblematico di tante altre realtà nascoste fra le montagne, vedono nascere una nuova donna, che impara a mettersi a nudo, a contare soltanto su se stessa, a confrontarsi senza alibi e compromessi con la realtà. Sostenuta dall'affetto dei familiari e dei tanti amici che la seguono a distanza, riscopre nel proprio intimo una grande forza. Riscopre in Dio un compagno di viaggio. La sua fede è speranza più che certezza. Ma la sensazione di non essere sola, l'aiuta a superare fragilità e delusioni, come quando la pace sembra irraggiungibile perché continuano gli attacchi della contra e le stragi. Ε invece nella primavera del 1988 la pace arriva, anche se è ancora precaria e, a volte, non viene rispettata. Gli accordi di Sapoà confermano che non è più utopia.

Finisce il tempo della paura, scandito dal suono lugubre delle katiusce. Si può operare senza l'incubo degli allarmi e l'urgenza di svuotare la sala di chirurgia per accogliere nuovi feriti. La gente esulta nelle strade, la feria è grande, ci sono di nuovo le corse dei cavalli e dei tori, le maschere e la birra gelata. Si festeggia l'elettricità, la luce ritorna a illuminare l'oscurità delle notti e a esorcizzare la paura. Si ritorna nei villaggi della montagna, senza più l'angoscia di cadere in un'imboscata, si fanno piani sanitari con i brigadistas de salud per combattere denutrizione, tubercolosi, epidemie. Chiara lavora intensamente al progetto di sviluppo integrale del territorio che il MLAL aveva avviato sin dai primi anni Ottanta, dopo la sconfitta di Somoza, il dittatore che a Waslala aveva fatto trucidare centinaia di campesinos, scaricandoli in volo dagli elicotteri. Negli asentamientos, quartieri di casupole di canne e di fango, nelle cooperative di autodifesa, si ritorna a guardare al futuro con fiducia, ma la guerra ha distrutto tutto. Chiara lancia una catena di solidarietà che rimbalza in tutta Italia, attraverso le parrocchie, i gruppi di volontariato, le comunità di base, le singole persone che accolgono il suo appello. Il Progetto al quale collabora vuol essere un tassello nel più vasto processo di pacificazione in atto nel Nicaragua. Ha vinto una duplice scommessa: su se stessa e sulla rinascita del paese che ha adottato e che l'ha adottata. Ma sente anche di avere concluso la sua missione. Altri la continueranno. Waslala con la sua gente, i sopravvissuti e i morti, i salvati e gli scomparsi, rimarrà sempre nel suo cuore, ma «doctora Clarita» decide di partire per nuove terre.

Rientra definitivamente in Italia e, nell'ambito del «Corso Internazionale per Manager di salute pubblica nei Paesi in via di sviluppo» dell'OMS, va in missione in Ecuador, per la verifica dei programmi di educazione sanitaria. Ma la insegue il pensiero dell'Africa, il continente nero che ha sempre esercitato su di lei, sin dall'infanzia, un fascino misterioso, un richiamo insistente. Incontra Ι'AIFO, l'Associazione Italiana di Raoul Follereau, gli Amici dei lebbrosi, Organizzazione non governativa di cooperazione sanitaria internazionale, che ha sede a Bologna. Non si occupa solo più di lebbra, come nello spirito del fondatore, ma interviene anche in progetti sanitari e di solidarietà in diverse parti del mondo. L'AIFO ha ricevuto una richiesta di aiuto dal vescovo di Kenge, nello Zaire, l'ex Congo Belga, così ribattezzato nel 1971 dal presidente Desiré Mobutu. La diocesi ha preso in gestione l'ospedale di Kimbau, un villaggio del Bandundu, nella savana, dove sono rimaste due suore e infermieri locali con scarsa preparazione professionale. L'associazione decide di collaborare alla ricostruzione dell'ospedale e di realizzare un progetto di assistenza sanitaria sul territorio. Offre a Chiara l'incarico di responsabile dell'ospedale e della supervisione di 22 Centri di Salute rurali, unico medico a servizio di una popolazione di circa 150.000 persone.

Nell'autunno del 1991 Chiara arriva a Kimbau che dista 500 chilometri da Kinshasa. L'ospedaletto è fatiscente. Ι belgi, al momento dell'indipendenza (30 giugno 1960) l'hanno abbandonato precipitosamente, come tutte le altre strutture sanitarie del paese per le quali non avevano provveduto a formare personale sanitario e tecnico. È rimasta intatta solo la struttura esterna dei padiglioni in cemento, dentro non c'è più nulla. Manca l'acqua e la luce elettrica, pochissimi i medicinali, gli ammalati dormono su stuoie che si portano da casa. Non esiste telefono, solo un ponte radio della procura di Kenge che funziona la mattina e la sera. Attorno miseria e abbandono. «L'Africa è cento volte più tremenda di come me l'aspettavo, ma è anche più bella» mi scrive Chiara che si adegua subito alle condizioni di vita della gente. Mangia come loro una volta sola al giorno il fufu, il piatto nazionale, una specie di polenta, si arrabatta per far funzionare la poca apparecchiatura rimasta, cerca di ridare almeno un aspetto dignitoso al vecchio edificio. L'AIFO la sostiene dall'Italia con l'invio di medicinali e strumenti sanitari per riattivare i servizi essenziali. Arrivano dei volontari per affiancarla nella ristrutturazione dell'ospedale e lavorare a quello che è il suo grande sogno, portare l'acqua a Kimbau.

La gente che parla kikongo è subito conquistata dalla giovane dottoressa che si sforza di parlare nella loro lingua, porta al collo un sandalo in miniatura e il tau di san Francesco, e, quando non indossa il camice, veste le tuniche colorate delle donne africane. Nella brousse del Bandundu, dove non vedevano più un medico da decenni, le madri e i bimbi la chiamano «mama Clara». Ε lei si sente pienamente felice di poter rispondere alle attese degli ultimi, più ultimi ancora dei campesinos di Waslala. Di poter riaccendere una luce di speranza dove sembrava scomparsa per sempre. Mi scrive: «Sento dentro di me una esplosione d'amore non diretto a una sola persona, ma all'universo. Mi sento come se avessi ancora sedici anni». Nell'autunno del 1991 viene rimpatriata d'autorità per i gravi disordini scoppiati in Zaire, ma appena le è possibile, dopo avere frequentato ad Anversa un corso per malattie tropicali, nell'ottobre del 1992, ritorna nel suo ospedaletto della savana. Il 6 dicembre un drammatico incidente, mentre ritorna da Kinshasa a Kimbau, la priva di un braccio ed è costretta a rientrare di nuovo in Italia, dove viene ricoverata al Policlinico Gemelli di Roma.

Nel letto d'ospedale dove trascorre le ore a fare esercizio di scrittura con la mano sinistra, è lei a farmi coraggio. « L'importante è essere viva. Si vede che Nzambi (Dio in kikongo) ha ancora bisogno di questa piccola donna. Ciò che più serve per la mia professione è una testa e un cuore. La testa per fortuna non l'ho battuta e il cuore, anche per quanto ha fisicamente sofferto, adesso riesce a capire di più le sofferenze degli altri. Sarò un medico privo di un braccio, ma la mia potenzialità di essere utile alla gente di Kimbau non si sposta di una virgola. Ricomincerò a fare con la sinistra quello che facevo con la destra. Tornerò fra i miei ammalati, il mio posto è là, non posso deludere la gente che in queste settimane ha pregato tanto per me.» Ho trattenuto a stento le lacrime, lei sorrideva con la manica del pigiama vuota.

Qualche giorno dopo mi è giunta una sua lettera: «Non ha senso misurare in tempo "reale" le poche ore che finora abbiamo trascorso insieme a Torino e ultimamente al Policlinico Gemelli, ore in cui ci siamo sentite in sintonia per tanta parte di noi stesse. Per questo ho la certezza che non ci siamo conosciute per un "caso fortuito". Nulla succede per caso, tutto quanto appartiene a un disegno coerente la cui Razionalità supera i confini della nostra capacità attuale di capire. Ma io sono certa che la Mente Suprema, che governa questa serie di eventi inspiegabilmente concatenati che stanno marcando la mia vita, è diretta a un Fine Positivo in cui tutto si giustifica, anche la sofferenza, e non solo in senso catartico... In questi giorni la cosa che più mi angustiava era se sarei riuscita ancora a scrivere, perché la scrittura è la cosa più importante in assoluto per cui usavo la mano destra e oggi che riesco a farlo quasi perfettamente con la mano sinistra, mi sembra che tutto sommato non ho perso un granché, o forse mi sono accorta che questa sinistra che quasi non usavo, era semplicemente la "mano di scorta", lasciataci nella sua lungimiranza dal Padre Eterno: "Scrivo, ergo sum"... Prego ogni giorno Dio di permettermi di tornare in Zaire e quando qualcuno per un malinteso senso di protezione cerca di sottrarmi questa prospettiva, cerca di convincermi a restare "in climi più sicuri", è come se mi mancasse la terra sotto i piedi. Ho un bisogno vitale di ritornare in Africa, eppure in questo momento di fronte a Lui assumo soprattutto una posizione di ascolto: "Parla o Signore" perché non riesco a capire che cosa Lui si attenda da me oggi. Aspettiamo un poco allora di dividere con altri il vissuto sofferto di questi mesi, prima devo renderlo mio del tutto, anche nelle parti che sfuggono ancora dalle mie mani. Anche tu aspetta ancora e con me mettiti in ascolto. Insieme sarà più facile capire».

Chiara ritorna a Kimbau nel luglio del 1994, dopo avere condotto per FAIFO una missione di valutazione in Mali e diretto, come medico capo, un progetto sanitario in Angola. Una prolungata assenza che le è costata molto. Una scelta fatta per prendere confidenza con la protesi che aveva sostituito l'arto amputato in modo da non essere, al suo rientro nella diocesi di Kenge, un problema per nessuno. Α cominciare da se stessa. Ritorna dopo avere capito che non avrebbe mai potuto essere un burocrate, ma soltanto un medico sul campo. Nel piccolo ospedaletto sempre più affollato e ancora senza acqua e senza luce, con scarse medicine e pochi strumenti sanitari, ricomincia le sue battaglie contro la morte. Ricomincia a lottare per curare chi è privo di soldi e non può pagarsi le cure nei pochi ospedali del governo, «chi non ha la possibilità di sottrarsi alle sole due leggi che imperano nello Zaire di Mobutu, quella del mercato e quella della corruzione». Riprende le sue itinerance in brousse, visitando centinaia di malati e percorrendo centinaia di chilometri, guadando fiumi e attraversando foreste, dormendo nelle capanne dei villaggi, patendo la fame quando non c'è nulla da mangiare e periodicamente prendendosi la malaria. Un'esistenza difficile, insidiata a volte dallo scoraggiamento dinanzi all'assoluta mancanza di diritto alla salute, di possibilità di essere curati, che provoca attorno a lei morte e sofferenza. Ma è anche sempre più innamorata della gente con la quale ha scelto di vivere e di lottare. Uguale a loro, come loro, senza alcun privilegio e possesso.

La situazione diviene drammatica quando la guerra fra Mobutu e Κabila entra nella fase più cruenta. Sono manovrati dalle grandi potenze del nord del mondo che hanno i loro interessi in un paese che è fra i quattordici più poveri della terra, ma è ricchissimo di risorse naturali, di giacimenti di rame, di zinco, di cobalto, di diamanti, di oro. È la prima e più grande riserva strategica di uranio del pianeta. Gli Stati Uniti e la Francia si combattono per gestire attraverso le multinazionali queste sterminate ricchezze e fomentando gli scontri tribali con il mercato delle armi. Mobutu, che ha imparato subito a mettersi le ricchezze della sua terra in tasca, instaurando un potere basato sull'abitudine di rubare, in trent'anni di dittatura ha dissanguato il paese, ma alla Francia fa comodo proteggerlo. Κabila, il ribelle che si è rifugiato in Ruanda, ha alle spalle gli Stati Uniti e la sua «guerra di liberazione» si rivela ben presto un alibi per impossessarsi a sua volta del potere. In mezzo ai due contendenti esplodono gli odi fra etnie in un crescendo di crudeltà che coinvolgono la gente dei villaggi e seminano morte, lasciano orfani migliaia di bambini, deturpati a vita altre migliaia di adulti. Ε con la guerra si aggrava la fame, si moltiplicano le epidemie, gli stupri, le stragi.

La diocesi di Kenge, che in un primo momento era stata risparmiata dal conflitto, diventa scenario di morte. Anche dopo la sconfitta di Mobutu nel 1997 e la salita al potere di Laurent Kabila, continuano le aggressioni e le prepotenze. Chiara rivive i tempi tragici di Waslala e, come allora, denuncia con tutte le sue forze le responsabilità delle grandi potenze che finanziano una guerra di interessi economici, fatta a spese dei più poveri. Nella piccola Kimbau arrivano i militari che si installano nell'ospedale e si ripetono, come da vecchio, tragico copione, le violenze e le morti. Anni drammatici in cui le stesse organizzazioni umanitarie non inviano più i loro operatori perché la situazione è troppo pericolosa.

Questa volta Chiara decide che nessuno riuscirà a rimpatriarla. Non può abbandonare i suoi «figli» i quali, più che mai, hanno bisogno di lei. Come in Nicaragua rimane in trincea, sul fronte degli scontri. «Vado avanti come se la guerra non esistesse, fa parte della mia incoscienza» mi scrive nelle lettere dove piange la morte di amici come il collega dottor Richard, assassinato solo perché apparteneva a una etnia diversa da quella salita al potere. Non è incoscienza. È dedizione totale, senso etico della vita, altruismo radicale verso gli altri. È collaborare con quel Dio che, mi scrive Chiara, «se realmente esiste mi porta in braccio, fa sì che mi senta triste, ma non angosciata, preoccupata, ma non disperata, perché, anche se stento a capire oggi il suo disegno, so che Lui sa sempre riservare uno spazio alla speranza. Nella mia fede traballante sono convinta comunque che, se Dio esiste, è della povera gente, di chi porta la sua croce e spesso ci crepa sopra, e non di chi la sua croce se la mette al collo senza sentire come pesa. Non accuso nessuno in particolare, ma esiste l’ingiustizia di una ricchezza talmente mal distribuita che, chi vive nel Nord opulento, non può arrivare a comprendere nemmeno lontanamente la mancanza di tutto di coloro che vivono al Sud dove la povertà genera guerra e la guerra genera povertà».

Contro questa ingiustizia Chiara combatte una determinata, personalissima guerra quotidiana. La sua è anche una battaglia «politica» a favore della giustizia e dell'uguaglianza, della legalità e della moralità, per il diritto alla salute, allo studio, per la dignità delle donne. Con queste ultime stabilisce un'alleanza che ha radici in quella solidarietà femminile che, dai tempi di Waslala, ha dimostrato che si possono superare frontiere, tribalismi, divari socio-economici nella difesa della vita, nella lotta quotidiana per «riempire i piatti», per pagare gli studi e l'assistenza ai figli, per combattere fame, miseria, perdite.

Mentre cura i suoi quattrocento ammalati, l'impegno di «mama Clara» si muove in altre direzioni, nella formazione degli infermieri attraverso l’ISTM, l'Istituto superiore di scienze infermieristiche della diocesi di Kenge, di cui viene nominata direttrice generale dal vescovo mons. Gaspard Μudiso. «Il progetto dell'ISTM è il progetto più bello che abbia mai sognato, quello con le potenzialità più grandi perché si tratta di investire sui nostri giovani, scommettere sulle risorse umane future che faranno funzionare le strutture sanitarie» spiega, illustrando il suo impegno per promuovere il senso etico di una professione medica che è «contaminata da fini economici che escludono dall'accesso all'assistenza sanitaria la fascia più povera della popolazione».

Quando viene in Italia, una volta all'anno, percorre la penisola per parlare dei problemi e delle urgenze della sua grande famiglia africana, ma anche per riflettere insieme a centinaia di amici sull'urgenza della pace, sulla necessità improrogabile che cessino le violenze, l'ingiustizia che vede il 20% della popolazione mondiale detenere l’80% delle ricchezze del pianeta, lo sfruttamento del Nord del mondo nei confronti del Sud, attraverso un sistema economico e finanziario che sta portando l'Africa e altri paesi in via di sviluppo alla catastrofe. La sua missione e la sua testimonianza sono così forti e travolgenti che, chi l'avvicina, ne è scosso. Nel 2000 viene insignita dalla Presidenza della Repubblica italiana del grado di Ufficiale della Repubblica, sempre nel 2000 riceve il «Nobel Missionario» dall'Associazione Cuore Amico di Brescia, nel 2001 le viene assegnato, a Saint Vincent, il Premio «Donna dell'anno», istituito dalla Regione Valle d'Aosta.

Riconoscimenti che le offrono l'occasione per insistere che non si parli di lei, ma dei suoi ammalati, dei problemi drammatici di un'Africa che sta sprofondando nel buio. Che si parli di quegli «ultimi» che non possono soltanto suscitare una momentanea commozione o mozione degli affetti, ma che ci chiedono di uscire dalle nostre indifferenze per camminare tutti insieme verso un futuro di pace e di giustizia. Di recente Chiara ha sfiorato la morte durante un attacco di malaria che non è riuscita a tenere sotto controllo. Ma ancora una volta ce l'ha fatta ed è ritornata in prima linea. Per amore, soltanto per amore. Come diceva il maestro spirituale della sua giovinezza, sant'Agostino.

 

ΜΑRΙΑΡΙΑ ΒΟΝΑΝΑΤΕ

 

I fatti narrati non seguono l'ordine cronologico. Gli episodi ambientati in Africa, dove attualmente Chiara Castellani dirige l'ospedale di Kimbau, si alternano ai ricordi degli anni trascorsi in Nicaragua come chirurgo di guerra.


 

 

Passero con un'ala sola

 

 

 

È stato quel giorno che sono diventata «un passero con un'ala sola». Quando la mia vita di donna e di medico è stata spezzata in due. Quando Nzambi, il mio Dio in kikongo, ha pensato bene di salvarmi perché continuassi a sognare insieme con Lui e con chi ha una sola speranza, quella di essere amato dal Padre degli ultimi e degli oppressi. Da colei che amputava, sono divenuta io, l'amputata. Cambia tutto. Adesso abito nella terra di coloro ai quali, come chirurgo di guerra, ho dovuto tagliare gambe e braccia. Cambia veramente tutto.

È il 6 dicembre 1992. Sono felice perché ho lasciato alle spalle l'inferno di Kinshasa, la capitale dello Zaire, il grande Congo, che i belgi hanno lasciato di corsa nel 1960. Fra poche ore arriverò nel mio piccolo regno di Kimbau, nella quiete del villaggio della savana dove mi aspettano i miei ammalati, ogni giorno più numerosi. Grazie ai soldi procuratici da Frère Simon, siamo riusciti a fare un carico di medicine che ci serviranno per tre mesi, di riso per l'ospedale e per il personale e libri acquistati alla libreria St. Ρaul per la formazione continua.

Mi aspetta un intenso programma di lavoro che ho preparato con il dottor Mulembakani e che prevede, fin dopo Natale, uscite sul territorio per lezioni di educazione sanitaria e visite ad ammalati che non possono essere trasportati. Penso con struggimento alla bambina che terrò a battesimo fra una settimana e alla quale, parlando in kikongo, darò il mio nome. Da quando ho messo nel cassetto l'antico sogno di diventare mamma, tutti i bambini che salvo sono mwana na mono, «un poco figli miei».

Anche papà Lufua, l'autista, è allegro, canticchia. Procediamo veloci, forse troppo veloci per quella via crucis di buche che sono le strade. Abbiamo paura di incontrare, come nell'andata, i gendarmi e di dover sborsare altri pesanti pedaggi. Tutto accade in una frazione di secondo. Papà Lufua perde il controllo del veicolo che sbanda più volte e si rovescia sul mio lato. Cerco un appiglio e istintivamente metto il braccio sulla testa per proteggerla. Lo sento bruciare, stritolare, maciullare fra l'asfalto e il peso della Land Rover che finalmente si ferma.

Ho frammenti di vetro fra i denti e un gusto di salmastro in bocca: è il mio sangue che non so da dove sgorga. Il braccio è ancora sotto il veicolo, mi sembra che penzoli in un buco senza fine. Ι miei compagni di viaggio, miracolosamente indenni, piangono come viti tagliate e armeggiano confusamente attorno alla Land Rover per tirarmi fuori. Cercano di far trazione sul mio corpo e io urlo, sopraffatta da un dolore lancinante che mi toglie la vita: «Usate il cric!». Non so come fanno a trovarlo nella jeep stipata all'inverosimile, ma riescono a liberarmi e mi sdraiano sull'erba umida di pioggia. Sono disperati, piangono sempre più forte, soprattutto l'autista che si sente responsabile.

Raccolgo verso di me ciò che resta del mio braccio. Non lo riconosco più: le dita pendono nere e informi da un metacarpo completamente denudato, freddo e insensibile. Sollevo appena la testa e riesco a vedere una massa informe di muscoli, di tendini, di frammenti di ossa. Capisco che è perduto e, nella stessa frazione di secondo, ne accetto la perdita. Mi pongo subito un obiettivo più elevato: vivere.

Non riesco a guardare dall'alto dell'ascella. Se sollevo la testa mi sento mancare. Voglio rimanere presente a me stessa e cosciente; so che è la sola garanzia per salvarmi. Istintivamente fletto le gambe contro le cosce che ora sono più in alto della testa. Mi tocco il cavo ascellare, è umido, ma il sangue non scorre più. Sento dolorosissima la scossa elettrica del plesso brachiale scoperto. L'omero è in mille frammenti. L'autista continua a piangere a dirotto. Cerco di consolarlo: «Papà Lufua, non si senta in colpa, è stata una fatalità». Ma lui è sempre più inconsolabile. Io mi concentro nuovamente sul mio obiettivo: vivere. Passa finalmente un camion. Si fermano e scendono tutti, senza bisogno di alcun segnale. Con una dolcezza commovente mi caricano sull'automezzo. Qualcuno mi solleva la testa e di nuovo provo la stessa sensazione di mancamento. Chiedo che mi mettano le gambe sul finestrino e la testa nel buco del cambio. Non voglio perdere conoscenza, voglio vivere! Uno sconosciuto mi sorregge con delicatezza sulle ginocchia, ciò che resta del mio braccio è sostenuto dal suo corpo contro il mio corpo. Mi sussurra in francese, misto a kikongo: «Stai tranquilla, Nzambi è con te, Nzambi ti salverà». Capisco che le sue parole hanno più valore di una preghiera, per la fede con cui le ha pronunciate.

Arriviamo a un «Centre de santé». È già buio. C'è solo un infermiere di quelli che prendono il polso dal lato ulnare. Ma tanto a che cosa servirebbe, visto che, come tutti i miei infermieri, non possiede nemmeno l'orologio? In compenso è abilissimo a trovare la vena alla luce di una lanterna a petrolio che illumina l'unico braccio nel quale si può canalizzare una vena. Vorrebbero darmi un sedativo, ma io preferisco che non lo facciano. Non voglio perdere conoscenza, voglio vivere.

Vorrei che l'infermiere mi lavasse il braccio, mi sono portata appresso tutte le pietruzze e le cacche di vacca della strada Kenge-Kwango. Ma i miei soccorritori temono che l'emorragia riprenda, forse hanno ragione. Chiedo di immobilizzarmi, il dolore all'arto è acutissimo e so che non potrò sopportare i sussulti del veicolo sino a Kinshasa. Mi avvolgono il braccio in una benda. Il dolore al plesso brachiale scoperto è terribile, ma almeno sono sicura di non perdere più sangue.

Arriva un agronomo olandese con una jeep spaziosa sul retro. Subito disponibile, stende un materasso all'interno e al soffitto un gancio per appendere la fleboclisi. Partiamo per Kinshasa, lui alla guida, l'infermiere accanto a lui. Il viaggio mi sembra eterno. Quando il dolore si fa insopportabile, supplico: «Manca molto?». Forse mentono, ma mi dicono di no. Accolgo con sollievo le luci dell'aeroporto Ν'Gili. Limété non è lontana. Finalmente arriviamo al Ν'Galiema. L'agronomo olandese mi rassicura: « È il miglior ospedale di Kinshasa, quello che in un passato ancora recente era considerato "l'ospedale dei bianchi"». Ora il personale è tutto zairese. Quando mi ricevono sorridenti, la mia capacità di sopportazione è allo stremo: «Per piacere operatemi subito; non ce la faccio più, temo che ci sia da amputare». Mi sorridono, mi tranquillizzano, mi dicono di non drammatizzare, che un braccio si può sempre salvare. Imploro di tagliare le bende e di vedere le condizioni di quello che era stato il mio braccio. Leggo nei loro occhi (dopo che hanno scoperto ciò che resta dell'avambraccio e della mano, una poltiglia esangue, gelida, insensibile, di muscoli, tendini e ossa) che condividono la mia diagnosi. La pressione all'arrivo, dopo aver ricevuto in vena due litri di soluzione fisiologica, è di 70/40. L'emoglobina, lo saprò più tardi, è a livelli minimi. Ma un'ora dopo entro in sala operatoria. Poi, finalmente, l'oblio.

Mi risveglio dall'anestesia alle dieci del mattino, sono trascorse diciassette ore dall'incidente. Anche nello stato confusionale avverto due grandi cambiamenti rispetto al tremendo calvario vissuto poche ore prima: non più quella terribile sensazione di mancamento; non più quell'atroce dolore al braccio. Mormoro: «Grazie, Dio, ce l'abbiamo fatta!».

Apro a fatica gli occhi, davanti a me c'è il vescovo Ν'Sanda. Veramente ne vedo tre, ma comunque lui mi sorride e io gli sorrido: «Mi sento bene, Monsignore». Non sto mentendogli. La coscienza di essere riuscita, miracolosamente, a sopravvivere e a uscire da quello strazio con l'aiuto di Nzambi e anche di me stessa, mi ha riempito di una serenità strana, ignota. È come se cominciassi a vivere solo adesso. Tocco il vuoto dal lato del mio braccio destro: sono stata amputata appena sopra il gomito. Il Vescovo sussurra: «Te l'hanno già detto?». Gli rispondo serena e senza un tremito nella voce: «Lo sapevo già». Ε mentre dico queste parole mi rendo conto con commozione che ho dato la stessa risposta di quel primo ragazzo, il primo purtroppo di una lunga serie, al quale in Nicaragua dovetti amputare il piede perché era saltato su una mina. Υa me di cuenta! (me n'ero reso conto), mi disse lasciandomi stupita per la sua serenità. Adesso capisco come si riesca ad accettare una piccola mutilazione, quando l'obiettivo è infinitamente più alto. È la vita.

Spunta frère Simon, l'avevo già visto di sfuggita prima di entrare in sala operatoria, con il suo fare da uomo spiccio e pratico. Quasi burbero per nascondere la commozione, mi dice: «Sto cercando di mandarti in Italia con il volo di questa sera». «Lo so, è necessario, ma mi piange il cuore di lasciare tutto in sospeso: si stava lavorando così bene. Voglio tornare al più presto, la mia vita è qui.» Mi guarda con affetto: «Tornerai, ma prima dovrai essere perfettamente guarita». Lo so, non voglio essere di peso per nessuno, mai. Ma faccio a me stessa una promessa: tornerò!

Mezz'ora dopo viene la segretaria dell'Ambasciata con un passaporto nuovo di zecca, il mio è restato sulla jeep. Arriva Gabriella, un'amica di Kinshasa, mi aiuta a lavarmi il volto, mi pettina, mi fa le treccine, mi aiuta a infilare una camicia da notte pulita, ampia abbastanza per farvi entrare il moncone. Mi appoggio a lei e mi alzo, riesco ad andare in bagno da sola. Gioisco nel sentirmi ancora la forza di reggermi sulle gambe per guardarmi anche allo specchio: sì, sono io, sono viva!

La sera ripassa il medico e mi conferma che verrà con me in Italia suor Luisa, un'infermiera che frère Simon è andato a prelevare. Non ha fatto difficoltà, ha raccolto quattro cose in una valigia, alle otto e già in ospedale per prendere istruzioni dal medico. Alle dieci decolliamo con un volo della Sabena e con una barella che sostituisce quattro sedili nella cabina più grande. Non potrò mai dimenticare l'estrema dolcezza con cui tutti mi hanno toccato e trasportato dall'ospedale all'aeroporto.

Arrivati a Fiumicino, dopo due ore di scalo a Bruxelles, in cui l'ambulanza non ha neanche lasciato la pista per evitarmi inutili traumi, abbiamo subito la percezione che in Italia qualcosa non funziona. Mi fanno alzare in piedi perché la barella non entra nella cabina passeggeri. Per fortuna l'ho già fatto a Kinshasa e so che, se voglio, ce la faccio. Però mi sembra assurdo che a Fiumicino siano più disorganizzati che in Congo. Mi pare ancora più assurdo quando sulla barella mi sbatacchiano, scendendo dalla scaletta. Chiedo di essere trasportata al Policlinico Gemelli, ma prima mi faccio accompagnare a un telefono a gettoni. Mi regalano una scheda. La mano mi trema, mentre faccio il numero di casa. Mi risponde la mamma, ma a lei non ho il coraggio di dire subito la verità. Racconto di avere avuto un incidente, che sono viva per miracolo e che sto bene: «Mi sono rovinata un braccio». Α papà riesco a dire tutto, ma ripeto con forza: «Ringraziate Dio perché sono viva».

Arriva l'ambulanza della Croce Rossa. Il barelliere è un ragazzo giovane, magro, con riccioli color rame e due occhi verdi che scrutano con sospetto il velo di suor Luisa. Mi sento serena perché mi sono finalmente tolta il groppo alla gola di comunicare ai miei quanto è successo. Per tutto il viaggio ho cercato le parole per quella difficile telefonata. Parliamo con il ragazzo della situazione che abbiamo lasciato a Kinshasa dove la gente mangia una sola volta al giorno e a "turno". Il nostro compagno di viaggio è sempre più curioso, ci fa domande, cerca di capire chi siamo, s'informa sulla modalità dell'incidente. Gli spieghiamo come entrambe lavoriamo nel settore sanitario in condizioni estremamente difficili, ma cerchiamo egualmente di fare tutto ciò che è possibile. Riflette un attimo perplesso e poi sbotta: «Accidenti a voi, mi avete rimesso in discussione tutta una serie di convinzioni ben radicate!».

Al Gemelli chiedo di mio padre. Mi domandano se è «un signore con gli occhiali». Mi sembra una descrizione un po' riduttiva di papà. Ma poi lo vedo anch'io. Solo, accanto all'ambulanza. Dietro le lenti gli occhi sono umidi di lacrime, ma mi sorridono. Anche la bocca sorride: «Papà, ciao papà». Ci baciamo. Sono a casa.


 

 

Chirurgo di guerra

(Lettera a Oriana Fallaci)

 

Kenge (Africa), marzo 2003

 

 

Non mi trovo in paesi di guerra per scelta. La motivazione iniziale, che sempre mi ha spinta a partire, è stata semplicemente quella di servire le popolazioni più povere, emarginate e prive di servizi del nostro pianeta. La guerra mi segue come un corollario costante e inevitabile di quella povertà e ingiustizia con cui convivo e contro le quali mi batto da vent'anni. Dopo avere studiato come ginecologa per dare la vita, mi sono trovata a lavorare come «chirurgo di guerra». Il bisturi che amavo usare per i cesarei l'ho dovuto usare per mutilare, per tagliare su carne viva arti smembrati, divenuti carne morta, spesso carne putrefatta, resa fetida dalla cancrena in lunghissime ore di viaggio, tra fango, calore e mosche. Tagliare sempre più in alto, perché la cancrena avanza ben al di là della ferita di arma da fuoco. Ε, ancor più della ferita, provoca sofferenza estrema. Ho amputato per ore con una freddezza e un controllo che poi esplodevano segretamente in pianto. Prima in Nicaragua, adesso nella Repubblica Democratica del Congo, ex Zaire. Qui a Kimbau, nel mio ospedaletto con quattrocento ammalati, siamo lontani anni luce dalle moderne tecnologie. Non c'è telefono, non c'è energia elettrica, non ci sono giornali, non c'è acqua. Non c'è nessuno che può gridare i massacri e le violenze che si consumano in silenzio. La mia voce è la sola che possa denunciare. Per questo ho deciso di scrivere e di parlare. Le immagini dell'11 settembre le ho viste dopo più di un mese, quando sono passata da Kinshasa, in partenza per la mia visita annuale in Italia. Le notizie le avevo avute dalla radio a onde corte, unico flebile legame per noi, esclusi da un mondo tanto distante. Ma anche nel mio isolamento mediatico ho sofferto terribilmente per quelle morti, forse più di molti altri. Nessuna televisione potrà mai trasmettere la sofferenza umana con la stessa intensità di chi la vive in prima persona. Nessuna telecamera potrà mai rendere quel terribile, osceno odore di carne umana bruciata a cui, dopo più di vent'anni di esperienza in trincea, non saprò mai abituarmi.

Per quell'odore, per quel dolore di cui continuo a trovarmi testimone, quando ho visto quelle immagini insieme a quelle della guerra già in corso in Afghanistan ho reagito, dicendo: «Perché, mio Dio, un'altra guerra?». Io capisco ben poco di politica, non conosco i volti dei signori che siedono nei Parlamenti, nel nostro Parlamento. Mi sono ignoti, ma quando li ho visti votare per la guerra, tacendone le vittime civili che sono sempre il 90% nei paesi poveri, dove il 100% dei civili soffre la fame e troppo spesso muore di epidemie, sono rimasta sconvolta. Dal mio mondo di «esclusi» non so indicare una soluzione alternativa. Odio il terrorismo perché provoca sofferenza e morte. Ma odio anche la guerra perché anch'essa provoca sofferenza e morte.

Per questo, carissima Oriana Fallaci, quando sono venuta in Italia e ho letto i tuoi interventi sulla guerra in Afghanistan e contro chi s'impegna per la pace sul pianeta, ne sono rimasta talmente disorientata che sono andata a rileggere quel Niente e così sia che, adolescente, ricca di ideali, mi aveva così colpita. Avevo soltanto quindici anni, ma già mi indignavo contro la guerra in Vietnam, come molti giovani della mia, come della tua, generazione. Credevo allora, leggendo le tue pagine, che anche tu fossi convinta che non esistano guerre giuste, soprattutto quando c'è una grande potenza tecnologica che aggredisce un paese a risorse tecnologicamente limitate. Non ho letto il tuo ultimo intervento sulla guerra in Iraq, pubblicato sul «Corriere della Sera». Ho letto la risposta che ti ha dato «Nigrizia»,la rivista dei missionari comboniani che arriva anche nella Repubblica Democratica del Congo, dove è arrivata anche la bandiera della pace che ho esposto nei giorni della nuova follia bellica. Ε allora mi è venuta voglia di scriverti, anch'io. Avevo solo ventisei anni, la tua età di quando andasti in Vietnam, quando partii per la prima volta per un paese in guerra, il Nicaragua. La differenza è che io non partii come giornalista, ma come medico. Sono una ginecologa-ostetrica, amo enormemente il lavoro che ho scelto: aiutare le donne, come me, a dare la vita. Per necessità sono divenuta «chirurgo di guerra» nei luoghi più isolati e poveri del pianeta, dove, paradossalmente, si scatenano gli interessi delle grandi potenze che appoggiano guerre che alcuni definiscono dimenticate, io chiamo TACIUTE.

Avevo imparato a operare per servire la vita umana al suo esordio. Troppo presto mi sono ritrovata a essere MUTILANTE. Ad amputare dapprima militari, quindi sempre più spesso civili, donne, bambini, in condizioni difficili, con i pochi antibiotici che mi arrivavano da amici italiani. Ad amputare persone con occhi pieni di angoscia e di dolore, arti smembrati da mine anti-uomo (ο anti-donna?), putrefatti da giorni di trasferimento su barelle improvvisate. In questa mia terribile esperienza mi potrei definire una «pacifista alla Gino Strada», ma con due differenze che ti voglio sottolineare. La prima è il mio sesso. Sono, come te, una donna orgogliosa della sua femminilità (di cui accetto anche la fragilità), una donna che ha scelto di far nascere e non può accettare al contrario di essere strumento di mutilazione. L'altra differenza con Gino Strada è che per un gioco del destino (ma forse era un disegno di Dio) nel 1992 è toccato a me. Non fu una mina antipersona, ma un banale incidente, a sette ore di viaggio dall'ospedale più vicino. Per cui il mio braccio disarticolato, da tempo esangue, nero di cancrena, non era poi tanto diverso dagli arti di quei ragazzi, donne, bambini, che per sette anni avevo amputato in Nicaragua. Fa bene, sai Oriana, a un medico trovarsi dall'«altra parte del bisturi». Capisci tante cose che credevi di avere capito e che invece non hai capito per niente: il dolore fisico tremendo dell'arto morto in carne viva, ma anche quelle speranze ancora più tremende che mi hanno insegnato i poveri nel cui territorio si combatte, e con i quali avrei convissuto in Angola e poi nello Zaire, durante la strage di Kenge nel 1997, sotto le minacce dei mercenari negli anni 1998-1999. Di queste tremende speranze sono oggi testimone «di parte», coinvolta fino in fondo nella difesa del solito diritto umano che non ci è ancora stato negato: quello di sognare. Definendomi «un passero con un'ala soltanto», ho ricominciato a volare (come direbbe don Tonino Bello), abbracciata a loro e ai loro sogni. Perché nessuno potrà mai uccidere le speranze dei poveri.

 

 

 

 

riprende a pag. 37


 

 

Ιl saccheggio

 

 

 

Kinshasa, settembre 1991

 

Sono stata costretta ad abbandonare il mio ospedaletto di Kimbau per frequentare all'Università di Kinshasa un corso di Medicina tropicale. Pare sia l'unico modo per ottenere l'Art de guerir, ossia l'autorizzazione legale a lavorare come medico in Zaire. Ma la mattina in cui dovevo iniziare il corso, sono stata svegliata da colpi di arma da fuoco sempre più ravvicinati e provenienti da tutte le parti. Ad accendere la miccia è stata l'Armée, una delle categorie più malpagate, alla quale era stato ulteriormente tagliato lo stipendio. Nelle prime ore dell'alba questo esercito di morti di fame, armati di fucile e di rabbia, si è ammutinato, ha preso l'aeroporto e si è riversato nelle grandi strade commerciali del centro e, sparando in aria, ha invitato i cittadini al saccheggio. Gli abitanti, i kinois, affamati da mesi di privazioni hanno risposto all'appello: non un negozio, non una vetrina, non un solo magazzino, non un solo deposito farmaceutico è stato risparmiato. Ai buchi delle pallottole si sono aggiunti quelli delle pietre, mentre anche le case dei bianchi straricchi dei quartieri residenziali sono state sistematicamente svuotate di ogni genere alimentare e di lusso.

Soltanto le istituzioni religiose, come per un tacito accordo, sono state risparmiate. Incolumi dietro ai cancelli della procura missionaria, abbiamo assistito a scene di manzoniana memoria: madri di famiglia con l'ultimo nato sulle spalle e sulla testa scatole di polli surgelati, di latte in polvere, di sardine in ………………………………………

 

 

 

 

riprende a pag. 38

 



[1] Carissimi tutti, ed. Premio Pieve - Terra Nuova, Roma 1990.