In
sovraccoperta:
Foto
© Per-Anders Pettersson/Getty Images/L. Ronchi
«Ho preso tra le due dita il suo torace
ed ho iniziato il massaggio cardiaco. Sarà stato un miracolo, ma dopo poco più
di un minuto di sforzi inutili, mentre già stavo per controllare le pupille, ho
sentito il cuore del bimbo riprendere a battere da solo, sotto la mia mano...
Ha cominciato a respirare... Allora mi sono messa a ridere come una scema, di
sollievo, di gioia, di entusiasmo, perché non c'è niente di più bello che
"aiutare" una vita. Dico "aiutare" perché quel bambino
certamente è vissuto perché aveva una gran voglia di vivere, e perché aveva un
"angelo custode" discretamente cocciuto e ben deciso a non andare in
pensione appena iniziato il lavoro.»
A ventisei anni, una specializzazione in
ginecologia e ostetricia, Chiara parte per il Nicaragua. Con l'entusiasmo
dei primi passi si dedica a far nascere «niños morenos con tanti capelli
che, quando escono fuori, gridano l'inizio della loro grande avventura, in
questa terra strana, audace. Dove anche sopravvivere è una folle scommessa.
Ma dove vale sempre la pena di scommettere». Α Waslala, fra le montagne
del Nicaragua, diventa per necessità chirurgo di guerra sul fronte dei sanguinosi
scontri fra sandinisti e contras. Ι suoi sogni di giovane donna da poco
sposata e di medico che porta la vita, s'infrangono contro la drammatica realtà
dei morti saltati in aria sulle mine o falciati dalle katiusce. Per sette
anni «Doctora Clarita» si batte per la pace e per la ricostruzione del paese
con dedizione totale e senza arrendersi alle tentazioni di fuga. Terminata
la missione in America Latina, parte per l'Africa, il continente sognato sin
da bambina. L'AIFO, Associazione Italiana «Amici di Raoul Follereau», le affida
la direzione di un ospedale fantasma, abbandonato dai belgi a Kimbau, regione
del Bandundu, nello Zaire, oggi Repubblica Democratica del Congo. È la scoperta
di un'Africa bellissima e terribile, affascinante e sconvolgente nelle sue
contraddizioni e nelle ferite che non si rimarginano mai. Unico medico per
centomila abitanti in una zona di 5.000 kmq, anche dopo la mutilazione del
braccio destro in seguito a un incidente stradale, continua a lottare, per
salvare vite umane e promuovere il diritto alla salute. Nei villaggi dimenticati
della foresta e nell'ospedale con quattrocento ammalati, senza acqua, senza
energia elettrica, con scarsi medicinali, è per tutti «Mama Clara». Quando
scoppia la guerra fra Mobuto e Kabila, le condizioni già difficili del paese
diventano drammatiche. Nelle lettere che scrive a lume di candela sulla vecchia
Olivetti, Chiara grida i massacri, le violenze e le crudeltà, il martirio
di migliaia di persone, l'epidemia di Εbola, il diffondersi della Tbc
e dell'Aids. Sono il corollario inevitabile della povertà e dell'ingiustizia,
delle sopraffazioni e delle violenze, delle complicità e delle responsabilità
dei governi che sfruttano gli scontri etnici per i propri interessi economici
e di potere. Ma Chiara non si arrende. L'accompagnano i ricordi, i volti,
le vicende del Nicaragua che si mescolano alle nuove sfide e alle nuove avventure,
unendo i campesinos dell'America Latina agli abitanti del Congo in
un'unica struggente scommessa: non togliere ai poveri la possibilità di sognare
un futuro diverso.
Chiara Castellani è
nata a Parma nel 1956. Ha lavorato come medico volontario e chirurgo di guerra
in Nicaragua. Dal 1991 è responsabile di un progetto di assistenza sanitaria
nella Repubblica Democratica del Congo. Nel 2001 le viene assegnato, a Saint
Vincent, il Premio Donna dell'anno.
Mariapia Bonanate,
giornalista e scrittrice, vive a Torino. Fra le sue opere Perché il dolore
nel mondo? Il Vangelo secondo una donna, Suore, da cui il regista Dino Risi
ha tratto il film televisivo Missione d'amore, Preti e il recentissimo Donne
che cambiano il mondo.
ART DIRECTOR
GIACOMO CALLO
PROGETTO
GRAFICO – CRISTINA BUZZONI
pag. 220 - €. 15,00
Chiara
Castellani
UNA
LAMPADINA
PER
KIMBAU
Le mie
storie di chirurgo di guerra dal Nicaragua al Congo
raccolte
da Mariapia Bonanate
MONDADORI
ISBN
88-04-52871-0
© 2004
Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano
Ι
edizione maggio 2004
Indice
9 Presentazione
Un
medico di frontiera
Dal
Nicaragua al Congo
27 Passero
con un'ala sola
33 Chirurgo di guerra
(Lettera
a Oriana Fallaci)
37 Il saccheggio
41 Madonna nera
45 Orchidee e farfalle
49 Mine anti-uomo
53 Ritorno a Kimbau
59 Nell'ombelico del mondo
63 Alcatraz
71 Ebola
75 Matagalpa
79 Un «Bambi» nel patio
83 Nella brousse
89 Lo chef Kazundu
95 La mia Macondo
99 Mujer soltera
103 Sognando
l'ambulanza
107 Il
calvario di Odon
113 Mawdi
e gli altri bimbi
119 Il
grido delle donne
123 Vedove
di guerra
127 Ricetta
della felicità
131 «Malembe,
malembe»
135 Manioca
che uccide
139 Una
città martire
143 «Le
capre folli»
147 Pierre
ed Emiliano
151 Violenze
dei «liberatori»
157 La
casa del «rio»
161 Un
santo laico
167 Mia
figlia, Bisewo
171 Victorine
Lutangu
175 L'inferno
dell'Aids
179 Il
«Politico» e Algodón
185 Vita
d'ospedale
191 Sogno
d'amore
195 Dopo
l'uragano
201 Addio
a Waslala
205 L'interrogatorio
211 Morta
e risorta
217 «Non
avere paura!»
UNA
LAMPADINA
PER
KIMBAU
Α
Pierre Grosjean,
Tonino
Soldano, Maria Cavalleri,
dott.
Richard, Rosy Rosara,
Franco
Riparelli
che
hanno percorso con minor
fortuna
il mio stesso cammino
Presentazione
Un
medico di frontiera
Dal
Nicaragua al Congo
Ho scoperto Chiara Castellani nel 1990,
leggendo le sue Lettere di un medico dal fronte, inviate dal Nicaragua
(1983-1990). Avevano vinto per il settore del volontariato internazionale il
premio «Pieve - Terra Nuova», dedicato ai Diari inediti, ed erano state
pubblicate con il titolo Carissimi tutti.[1]
Da allora Chiara è entrata nella mia vita di donna e di giornalista come un
«alter ego», una presenza speculare nella quale in questi quattordici anni ho
cercato e ricercato il senso del vivere e del morire, dell'amare.
Due destini molto diversi i nostri, due
generazioni divise da una robusta manciata d'anni, sedici. Eppure, quando
terminai la lettura del suo epistolario, decisi che non l'avrei più persa di
vista. Condividevamo quelle ragioni del cuore e dell'amore che legano
intimamente da sempre le donne, lontane e vicine nel tempo e nello spazio,
dando loro la sensazione di appartenere a un'unica, comune scommessa. Me lo ha
confermato, poco tempo dopo, la dedica a una copia del libro che Chiara mi
inviò in seguito a un articolo che le avevo dedicato: «Non ci siamo mai
conosciute direttamente, eppure Lei ha saputo interpretare il mio modo di
pensare e di vivere come se mi conoscesse da sempre. Sono contenta che avremo
presto l'occasione di incontrarci e di rendere ancora più intensa quella che oserei
definire una comunione ideale, pur se vissuta in termini diversi e in contesti
diversi».
Incontrai Chiara un anno dopo. Era
rientrata dal Nicaragua, stava per andare in Africa. Da allora ho avuto la
fortuna di essere fra i destinatari delle sue lettere scritte nella savana a
lume di candela, sulla vecchia Olivetti che suo padre le aveva inviato in
America Latina e che l'ha accompagnata, salvandosi con lei, nella avventurosa
vita di medico di trincea e di chirurgo di guerra. Lettere che leggevo e rileggevo
prima di addormentarmi e che spiazzavano tutte le mie certezze. Mi
catapultavano accanto a un'umanità che rendeva piccole e fatue le mie
preoccupazioni di inquilina della società del benessere. Mettevano in crisi i
privilegi della nostra cultura, ripiegata su se stessa, sempre più incapace di
interpretare la grande e la piccola storia. C'era nelle lettere di Chiara un
respiro universale, planetario. Interpretavano fatti e situazioni, raccontavano
storie di bambini, donne, uomini che mi riportavano a quelle parole del Diario
di Etty Hillesum, la giovane ebrea olandese gasata ad Auschwitz nel 1943, che
sono divenute per tanti un viatico: «Allora ho pensato - o piuttosto, in
qualche modo, ho "sentito" - che gli uomini si sono stancati e si
sono rotti i piedi su questa terra di Dio per secoli e secoli, nel freddo e nel
caldo, che anche questo fa parte della vita. Un barlume d'eternità filtra
sempre più nelle mie più piccole azioni e percezioni quotidiane. Io non sono
sola nella mia stanchezza malattia tristezza o paura, ma sono insieme con
milioni di persone, di tanti secoli: anche questo fa parte della vita che è pur
bella e ricca di significato nella sua assurdità, se vi si fa posto per tutto e
se la si sente come un'unità indivisibile. Così, in un modo o nell'altro, la
vita diventa un insieme compiuto; ma si fa veramente assurda non appena se ne
accetta o rifiuta una parte a piacere, proprio perché essa perde allora la sua
globalità e diventa tutta quanta arbitraria».
Il mio legame con Chiara è così divenuto
sempre più intimo. Ricco di emozioni, di scambi di idee, ma anche di sofferenze
e di gioie. Io grata e stupita di partecipare in diretta alla vicenda di amore
e di donazione radicale di una giovane donna che avrebbe potuto, con la sua
laurea in medicina e le specializzazioni brillantemente riportate, fare una
splendida carriera in Italia e aveva invece scelto di lavorare gratuitamente
fra gli ultimi della terra. Lei incoraggiata dalle mie attese a «sciogliere in
parole di carta i nodi che aggrovigliano la mia vita. Per me scrivere è un
bisogno dell'anima e sono felice che tu me ne dia l'occasione». Abbiamo capito
in questo decennale scambio di lettere che il nostro non era stato un incontro
casuale. Faceva parte di un disegno al quale tutte e due crediamo: ogni persona
deve partecipare nei modi e nei luoghi dove è chiamata al processo storico che
la coinvolge, cercando di inventare sempre la speranza, sorretta dal conforto
che «ciò che è impossibile agli uomini è possibile a Dio». Tutto questo alla
luce di un annuncio: sono i protagonisti delle Beatitudini evangeliche a
permetterci di vivere senza disperazione il mistero che ci circonda. Α
rendere meno lacerante l'inquietudine dell'anima di fronte al dolore che
schiaccia la terra e alle sconfitte che superano sempre i successi.
Non mi sentirei autorizzata a scrivere
parole così contrarie al senso comune, così assurde dinanzi agli scenari di
morte che ci circondano, se non le avessi viste, giorno dopo giorno, incarnate
da questa amica che, scrive Ettore Masina nell'introduzione a Carissimi
tutti, ha deciso sin dall'inizio di non nascondere più nulla ai suoi
corrispondenti, «di non dare loro i tranquillanti, ma di gridare forte che c'è
un mondo che soffre e che muore. Un mondo di terribili sofferenze, ma anche di
terribili speranze».
Tutta la vita di Chiara Castellani è bella
e terribile. Un pugno allo stomaco e una struggente dolcezza. Un pianto e un
sorriso. Sogni e ricadute in una realtà drammatica. Verità scomode che cerchi
di rimuovere per non essere disturbato nelle tue certezze e indifferenze,
un'attrazione profonda verso quell'essenza del vivere che ha scintille
d'eternità. Le frontiere che il medico Castellani ha frequentato, e continua a
frequentare, hanno i colori del sangue, quello che irrompe dallo scempio dei
corpi massacrati dalle armi dei «signori della guerra». Ma hanno anche il
colore della felicità e dell'esultanza, quando nasce un bambino e un
adolescente viene rianimato, quando una madre è strappata alla morte e può di
nuovo offrire il seno al figlio.
L'eterna lotta fra il bene e il male.
Chiara ha scelto di stare dalla parte del bene con tutta quella forza e voglia
di amore che, a sette anni, mentre raccoglieva castagne nell'Appennino
tosco-emiliano, con i genitori e le tre sorelle, le fece dire alla madre con
tono solenne: «Appena sarò grande andrò in Africa come medico per amare e
curare chi non ha nessuno che si occupa di lui». Sua madre sorrise e pensò alle
suggestioni infantili di un piccolo libro, Wopsy, di Gerardo Scriven che
raccontava la storia di un angelo custode di un bimbo africano e che la figlia
leggeva e rileggeva ogni sera prima di addormentarsi. Ci ripensò con una certa
profetica inquietudine a Roma, dove la famiglia si era trasferita. Chiara,
liceale, citando sant'Agostino: «Dilige et quod vis fac» («Ama e lascia che sia
l'amore ad essere il motore dei tuoi atti», così lo tradusse) ripeté che un
giorno sarebbe andata nel continente nero come missionaria laica. Alla scuola
di quell'Amore, Chiara Castellani ha imparato a declinare la sua vita come
donna e come medico. Ε vi ha trovato la forza per risorgere dalla sua e
altrui «morte», per non fermarsi mai, nonostante ostacoli che spesso parevano
insormontabili.
Lei, piccola donna, formichina dall'esile
corpo periodicamente saccheggiato dalla malaria, «passero con un'ala sola»,
dopo un drammatico incidente che l'ha mutilata, è divenuta la straordinaria
protagonista di un'epica vicenda al femminile, iniziata nel Nicaragua,
insanguinato dalla guerra fra sandinisti e contras, fra l'utopia rivoluzionaria
di Sandino, nutrita dalle «speranze dei poveri», e le ragioni dei potenti,
sostenuti e finanziati dagli Stati Uniti di Reagan. Ε proseguita durante
l'ultimo decennio nell'Africa travolta da guerre e da stragi, distrutta dalla
fame, dalla miseria, dalla tubercolosi e dall’Aids. Una storia con capitoli che
sembrano uscire dalla fervida fantasia di un grande romanziere (ma non ne è
forse Dio l'autore?) e che invece sono totalmente reali.
Chiara Castellani è nata a Parma nel
1956. Si è laureata nel 1981 in medicina e chirurgia, con il massimo dei voti,
all'Università Cattolica di Roma, dove si è specializzata in ginecologia e
ostetricia. È partita la prima volta per l'America Latina nel 1983 per un
programma di volontariato civile del MLAL, Movimento Laici per l'America
Latina, una Ong (organizzazione non governativa) di cui condivideva ideali e
politica. Era con lei il marito, anche lui medico. Li aveva uniti il sogno
giovanile di sposarsi e di andare nei paesi in via di sviluppo. Un ideale
maturato nelle comunità di base e nello scoutismo. La Chiara che arriva in
Nicaragua continua a essere l'adolescente idealista che «voleva andare là dove
nessuno va, per occuparsi dei più dimenticati» e che aveva imparato, al
catechismo domestico dei genitori, a fare una lettura radicale del Vangelo e
scelte essenziali di vita. («Ι pezzi di pane raccattati durante la mia
infanzia nel cortile di Cannero, "perché il pane non si butta mai",
peseranno sempre sulla mia coscienza», ricorderà con commozione sulle frontiere
delle sue battaglie).
Con il marito inizia a lavorare nell'ospedale
di Matagalpa, cittadina nel cuore del Nicaragua, dove arreda il suo piccolo
«provvisorio nido» e dove gli scontri fra il Frente e i contras, nel
nord del paese, appaiono per il momento lontani. Dopo interminabili ore in sala
parto a vaccinare schiere di bimbi, si diverte a cuocere omelettes alla
francese e a scoprire i sapori della tortilla. L'idillio coniugale e
l'entusiasmo di partecipare accanto alla gente del posto alla costruzione della
pace e della giustizia continuano a Terrabona, una cittadina più a sud, verso
Managua, dove il tempo sembra essersi fermato come nella Macondo di García
Márquez. Nel patio della nuova casetta pascolano i cavalli e le
caprette, la convivenza con altri giovani volontari europei, impegnati in
progetti di ricostruzione e rurali, è allegra. Ι niños infangati e
bellissimi che Chiara visita hanno grandi occhi indios, la zazzera di
capelli neri disordinati e la tradizionale immancabile cuffia di lana.
Un anno di felicità. Nel febbraio del
1984, per tre settimane, Chiara rimane sola. Il marito è partito per le visite
sanitarie nei villaggi della montagna. Da allora le sue assenze per lavoro si
moltiplicano e, il 13 agosto, se ne va definitivamente di casa. Ha un'altra
donna dalla quale aspetta un figlio. Chiara, annichilita dall'angoscia, rientra
in Italia. Quattro mesi di incubi, di odio, di ribellioni che la portano «al
limite dell’autodistruzione». Un'impronta di quei drammatici giorni è rimasta
in alcuni versi di allora:
Eri
davvero tu?
Ti ho
visto questa notte
silenzioso
al mio fianco
con il
volante in mano
gli
occhi fissi a un cammino
di
sassi e di pietre rotte
di
polvere fine e bianca
e ti
chiedevo piano:
«Piero
dove mi porti?».
Mi
dicevi: «Non so,
solo
andiamo lontano
dove
nessuno ci ascolti
dove
finché sarai stanca
di
nuovo ti scalderò
col
mio corpo di uomo
divideremo
in due parti
la tua
angoscia di morte
le
lacrime e la magia
di
questo sogno strano
ti
prego non svegliarti
finché
non tornerò
a
stringerti più forte
per
sentirti ancor mia
e
farti sentire donna
in una
notte di verano».
Poi la lenta, faticosa, risalita e la
decisione di ritornare in Nicaragua. Per capire che cosa era accaduto, per
tenere fede a un impegno ideale e politico, a un progetto che non poteva essere
bruciato da un dramma personale. È l'uscita dolorosa dai sogni della giovinezza
e l'acquisizione di una coscienza adulta che mette in conto sconfitte e
delusioni. Chiara lo dice ancora una volta in versi che sono di congedo dal
marito, anche se difendono la speranza di reincontrarlo un giorno:
Un giorno
sai vorremo rincontrarci
per guardarci
nel fondo degli occhi
con
occhi lavati da ogni falsità
da
mesi di lacrime.
Dimenticheremo
per sempre la paura
né
potremo più farci del male
né
servirà scambiarci un perdono
per il
male passato.
Vivremo
intensamente il presente
guardando
con occhi adulti il futuro
e
vivendo faremo nostra la sfida
che
già mi rese migliore
da
quel giorno che volesti restituirmi
la
libertà di amarti senza certezze
e di cercare
nella certezza di amarti
la
gioia e il senso di esistere.
Perché
solo amando gratuitamente
imparerò
ad essere donna
quando
nella sincerità di un'amicizia
matureranno
le promesse.
Ε
senza più cullarci nel passato
diremo
per sempre addio ai sogni infantili
residui
del mio mondo che fu tuo
finché
la realtà ci insegnò ad uscirne.
«Doctora Clarita» ritorna sul campo come mujer
soltera, qualcosa come una zitella. Ma non più a Terrabona. Per un anno
lavora di nuovo nell'ospedale di Matagalpa. Fra momenti di scoraggiamento e
tentazioni di fuga, continua a far nascere bambini e frequenta un corso di
specializzazione in chirurgia. Nel marzo del 1986 viene mandata dal MINSA,
Ministerio de Salud de Nicaragua, come responsabile dei reparti di Ostetricia,
Ginecologia, Chirurgia d'urgenza e del programma di salute materno infantile
dell'ospedale Fidel Ventura di Waslala, nella Zelaya centrale, una zona di
guerra, assediata dalle bande dei contras, che hanno disseminato il
territorio di mine. È arrivata «in prima linea». Gli scontri fra il Frente e
l'armata controrivoluzionaria lasciano sul terreno ogni giorno morti e feriti,
nel centro sanitario vengono allineate decine di bare di legno. Attorno a
Waslala è cresciuto un poblado, un villaggio, sparso sulle colline, di
ottomila campesinos che hanno dovuto abbandonare le loro case sulle
montagne, per sfuggire agli agguati dei contras. Chiara è sotto il tiro
dei fuochi incrociati e, quando mitragliano l'ospedale, si salva buttandosi per
terra. Le sue giornate trascorrono in sala operatoria a salvare feriti in
condizioni disperate, ad amputare arti a chi è saltato sulle mine, a ricomporre
i corpi sfigurati dai charneles, prima di restituirli alle madri e alle
vedove. Ma «doctora Clarita» via via riconquista una certa serenità. Proprio lì,
donde la vida no vale nada, dove la vita non vale nulla, riscopre la
voglia di vivere e il significato vincente della condivisione che nulla chiede
in restituzione. Nella solitudine affettiva che le morde il cuore, la
vocazione, percepita fin da bambina, di dedizione amorosa verso gli altri ha il
sopravvento. Si consolida in un percorso interiore che le fa sentire sempre più
lontana la «vecchia», «assurda», Europa. La rende partecipe del processo di
pace che il Nicaragua sta cercando faticosamente di realizzare, un processo
molto importante per tutta l'America Latina.
Gli anni di Waslala, microcosmo
emblematico di tante altre realtà nascoste fra le montagne, vedono nascere una
nuova donna, che impara a mettersi a nudo, a contare soltanto su se stessa, a
confrontarsi senza alibi e compromessi con la realtà. Sostenuta dall'affetto
dei familiari e dei tanti amici che la seguono a distanza, riscopre nel proprio
intimo una grande forza. Riscopre in Dio un compagno di viaggio. La sua fede è
speranza più che certezza. Ma la sensazione di non essere sola, l'aiuta a
superare fragilità e delusioni, come quando la pace sembra irraggiungibile
perché continuano gli attacchi della contra e le stragi. Ε invece
nella primavera del 1988 la pace arriva, anche se è ancora precaria e, a volte,
non viene rispettata. Gli accordi di Sapoà confermano che non è più utopia.
Finisce il tempo della paura, scandito
dal suono lugubre delle katiusce. Si può operare senza l'incubo degli allarmi e
l'urgenza di svuotare la sala di chirurgia per accogliere nuovi feriti. La
gente esulta nelle strade, la feria è grande, ci sono di nuovo le corse
dei cavalli e dei tori, le maschere e la birra gelata. Si festeggia
l'elettricità, la luce ritorna a illuminare l'oscurità delle notti e a
esorcizzare la paura. Si ritorna nei villaggi della montagna, senza più
l'angoscia di cadere in un'imboscata, si fanno piani sanitari con i brigadistas
de salud per combattere denutrizione, tubercolosi, epidemie. Chiara lavora
intensamente al progetto di sviluppo integrale del territorio che il MLAL aveva
avviato sin dai primi anni Ottanta, dopo la sconfitta di Somoza, il dittatore
che a Waslala aveva fatto trucidare centinaia di campesinos,
scaricandoli in volo dagli elicotteri. Negli asentamientos, quartieri di
casupole di canne e di fango, nelle cooperative di autodifesa, si ritorna a
guardare al futuro con fiducia, ma la guerra ha distrutto tutto. Chiara lancia
una catena di solidarietà che rimbalza in tutta Italia, attraverso le
parrocchie, i gruppi di volontariato, le comunità di base, le singole persone
che accolgono il suo appello. Il Progetto al quale collabora vuol essere un
tassello nel più vasto processo di pacificazione in atto nel Nicaragua. Ha
vinto una duplice scommessa: su se stessa e sulla rinascita del paese che ha
adottato e che l'ha adottata. Ma sente anche di avere concluso la sua missione.
Altri la continueranno. Waslala con la sua gente, i sopravvissuti e i morti, i
salvati e gli scomparsi, rimarrà sempre nel suo cuore, ma «doctora Clarita»
decide di partire per nuove terre.
Rientra definitivamente in Italia e,
nell'ambito del «Corso Internazionale per Manager di salute pubblica nei Paesi
in via di sviluppo» dell'OMS, va in missione in Ecuador, per la verifica dei
programmi di educazione sanitaria. Ma la insegue il pensiero dell'Africa, il
continente nero che ha sempre esercitato su di lei, sin dall'infanzia, un
fascino misterioso, un richiamo insistente. Incontra Ι'AIFO,
l'Associazione Italiana di Raoul Follereau, gli Amici dei lebbrosi,
Organizzazione non governativa di cooperazione sanitaria internazionale, che ha
sede a Bologna. Non si occupa solo più di lebbra, come nello spirito del fondatore,
ma interviene anche in progetti sanitari e di solidarietà in diverse parti del
mondo. L'AIFO ha ricevuto una richiesta di aiuto dal vescovo di Kenge, nello
Zaire, l'ex Congo Belga, così ribattezzato nel 1971 dal presidente Desiré
Mobutu. La diocesi ha preso in gestione l'ospedale di Kimbau, un villaggio del
Bandundu, nella savana, dove sono rimaste due suore e infermieri locali con
scarsa preparazione professionale. L'associazione decide di collaborare alla
ricostruzione dell'ospedale e di realizzare un progetto di assistenza sanitaria
sul territorio. Offre a Chiara l'incarico di responsabile dell'ospedale e della
supervisione di 22 Centri di Salute rurali, unico medico a servizio di una
popolazione di circa 150.000 persone.
Nell'autunno del 1991 Chiara arriva a
Kimbau che dista 500 chilometri da Kinshasa. L'ospedaletto è fatiscente. Ι
belgi, al momento dell'indipendenza (30 giugno 1960) l'hanno abbandonato precipitosamente,
come tutte le altre strutture sanitarie del paese per le quali non avevano
provveduto a formare personale sanitario e tecnico. È rimasta intatta solo la
struttura esterna dei padiglioni in cemento, dentro non c'è più nulla. Manca
l'acqua e la luce elettrica, pochissimi i medicinali, gli ammalati dormono su
stuoie che si portano da casa. Non esiste telefono, solo un ponte radio della
procura di Kenge che funziona la mattina e la sera. Attorno miseria e
abbandono. «L'Africa è cento volte più tremenda di come me l'aspettavo, ma è
anche più bella» mi scrive Chiara che si adegua subito alle condizioni di vita
della gente. Mangia come loro una volta sola al giorno il fufu, il
piatto nazionale, una specie di polenta, si arrabatta per far funzionare la
poca apparecchiatura rimasta, cerca di ridare almeno un aspetto dignitoso al
vecchio edificio. L'AIFO la sostiene dall'Italia con l'invio di medicinali e
strumenti sanitari per riattivare i servizi essenziali. Arrivano dei volontari
per affiancarla nella ristrutturazione dell'ospedale e lavorare a quello che è
il suo grande sogno, portare l'acqua a Kimbau.
La gente che parla kikongo è subito
conquistata dalla giovane dottoressa che si sforza di parlare nella loro
lingua, porta al collo un sandalo in miniatura e il tau di san Francesco, e, quando
non indossa il camice, veste le tuniche colorate delle donne africane. Nella brousse
del Bandundu, dove non vedevano più un medico da decenni, le madri e i bimbi la
chiamano «mama Clara». Ε lei si sente pienamente felice di poter
rispondere alle attese degli ultimi, più ultimi ancora dei campesinos di
Waslala. Di poter riaccendere una luce di speranza dove sembrava scomparsa per
sempre. Mi scrive: «Sento dentro di me una esplosione d'amore non diretto a una
sola persona, ma all'universo. Mi sento come se avessi ancora sedici anni».
Nell'autunno del 1991 viene rimpatriata d'autorità per i gravi disordini
scoppiati in Zaire, ma appena le è possibile, dopo avere frequentato ad Anversa
un corso per malattie tropicali, nell'ottobre del 1992, ritorna nel suo
ospedaletto della savana. Il 6 dicembre un drammatico incidente, mentre ritorna
da Kinshasa a Kimbau, la priva di un braccio ed è costretta a rientrare di
nuovo in Italia, dove viene ricoverata al Policlinico Gemelli di Roma.
Nel letto d'ospedale dove trascorre le
ore a fare esercizio di scrittura con la mano sinistra, è lei a farmi coraggio.
« L'importante è essere viva. Si vede che Nzambi (Dio in kikongo) ha ancora
bisogno di questa piccola donna. Ciò che più serve per la mia professione è una
testa e un cuore. La testa per fortuna non l'ho battuta e il cuore, anche per
quanto ha fisicamente sofferto, adesso riesce a capire di più le sofferenze
degli altri. Sarò un medico privo di un braccio, ma la mia potenzialità di
essere utile alla gente di Kimbau non si sposta di una virgola. Ricomincerò a
fare con la sinistra quello che facevo con la destra. Tornerò fra i miei
ammalati, il mio posto è là, non posso deludere la gente che in queste
settimane ha pregato tanto per me.» Ho trattenuto a stento le lacrime, lei
sorrideva con la manica del pigiama vuota.
Qualche giorno dopo mi è giunta una sua
lettera: «Non ha senso misurare in tempo "reale" le poche ore che
finora abbiamo trascorso insieme a Torino e ultimamente al Policlinico Gemelli,
ore in cui ci siamo sentite in sintonia per tanta parte di noi stesse. Per
questo ho la certezza che non ci siamo conosciute per un "caso
fortuito". Nulla succede per caso, tutto quanto appartiene a un disegno
coerente la cui Razionalità supera i confini della nostra capacità attuale di
capire. Ma io sono certa che la Mente Suprema, che governa questa serie di
eventi inspiegabilmente concatenati che stanno marcando la mia vita, è diretta a
un Fine Positivo in cui tutto si giustifica, anche la sofferenza, e non solo in
senso catartico... In questi giorni la cosa che più mi angustiava era se sarei
riuscita ancora a scrivere, perché la scrittura è la cosa più importante in
assoluto per cui usavo la mano destra e oggi che riesco a farlo quasi
perfettamente con la mano sinistra, mi sembra che tutto sommato non ho perso un
granché, o forse mi sono accorta che questa sinistra che quasi non usavo, era
semplicemente la "mano di scorta", lasciataci nella sua lungimiranza
dal Padre Eterno: "Scrivo, ergo sum"... Prego ogni giorno Dio di
permettermi di tornare in Zaire e quando qualcuno per un malinteso senso di
protezione cerca di sottrarmi questa prospettiva, cerca di convincermi a
restare "in climi più sicuri", è come se mi mancasse la terra sotto i
piedi. Ho un bisogno vitale di ritornare in Africa, eppure in questo momento di
fronte a Lui assumo soprattutto una posizione di ascolto: "Parla o
Signore" perché non riesco a capire che cosa Lui si attenda da me oggi.
Aspettiamo un poco allora di dividere con altri il vissuto sofferto di questi
mesi, prima devo renderlo mio del tutto, anche nelle parti che sfuggono ancora
dalle mie mani. Anche tu aspetta ancora e con me mettiti in ascolto. Insieme
sarà più facile capire».
Chiara ritorna a Kimbau nel luglio del
1994, dopo avere condotto per FAIFO una missione di valutazione in Mali e
diretto, come medico capo, un progetto sanitario in Angola. Una prolungata
assenza che le è costata molto. Una scelta fatta per prendere confidenza con la
protesi che aveva sostituito l'arto amputato in modo da non essere, al suo
rientro nella diocesi di Kenge, un problema per nessuno. Α cominciare da
se stessa. Ritorna dopo avere capito che non avrebbe mai potuto essere un
burocrate, ma soltanto un medico sul campo. Nel piccolo ospedaletto sempre più
affollato e ancora senza acqua e senza luce, con scarse medicine e pochi
strumenti sanitari, ricomincia le sue battaglie contro la morte. Ricomincia a
lottare per curare chi è privo di soldi e non può pagarsi le cure nei pochi
ospedali del governo, «chi non ha la possibilità di sottrarsi alle sole due
leggi che imperano nello Zaire di Mobutu, quella del mercato e quella della
corruzione». Riprende le sue itinerance in brousse, visitando
centinaia di malati e percorrendo centinaia di chilometri, guadando fiumi e
attraversando foreste, dormendo nelle capanne dei villaggi, patendo la fame
quando non c'è nulla da mangiare e periodicamente prendendosi la malaria.
Un'esistenza difficile, insidiata a volte dallo scoraggiamento dinanzi all'assoluta
mancanza di diritto alla salute, di possibilità di essere curati, che provoca
attorno a lei morte e sofferenza. Ma è anche sempre più innamorata della gente
con la quale ha scelto di vivere e di lottare. Uguale a loro, come loro, senza
alcun privilegio e possesso.
La situazione diviene drammatica quando
la guerra fra Mobutu e Κabila entra nella fase più cruenta. Sono manovrati
dalle grandi potenze del nord del mondo che hanno i loro interessi in un paese
che è fra i quattordici più poveri della terra, ma è ricchissimo di risorse
naturali, di giacimenti di rame, di zinco, di cobalto, di diamanti, di oro. È
la prima e più grande riserva strategica di uranio del pianeta. Gli Stati Uniti
e la Francia si combattono per gestire attraverso le multinazionali queste
sterminate ricchezze e fomentando gli scontri tribali con il mercato delle
armi. Mobutu, che ha imparato subito a mettersi le ricchezze della sua terra in
tasca, instaurando un potere basato sull'abitudine di rubare, in trent'anni di
dittatura ha dissanguato il paese, ma alla Francia fa comodo proteggerlo.
Κabila, il ribelle che si è rifugiato in Ruanda, ha alle spalle gli Stati
Uniti e la sua «guerra di liberazione» si rivela ben presto un alibi per
impossessarsi a sua volta del potere. In mezzo ai due contendenti esplodono gli
odi fra etnie in un crescendo di crudeltà che coinvolgono la gente dei villaggi
e seminano morte, lasciano orfani migliaia di bambini, deturpati a vita altre
migliaia di adulti. Ε con la guerra si aggrava la fame, si moltiplicano le
epidemie, gli stupri, le stragi.
La diocesi di Kenge, che in un primo
momento era stata risparmiata dal conflitto, diventa scenario di morte. Anche
dopo la sconfitta di Mobutu nel 1997 e la salita al potere di Laurent Kabila,
continuano le aggressioni e le prepotenze. Chiara rivive i tempi tragici di
Waslala e, come allora, denuncia con tutte le sue forze le responsabilità delle
grandi potenze che finanziano una guerra di interessi economici, fatta a spese
dei più poveri. Nella piccola Kimbau arrivano i militari che si installano
nell'ospedale e si ripetono, come da vecchio, tragico copione, le violenze e le
morti. Anni drammatici in cui le stesse organizzazioni umanitarie non inviano
più i loro operatori perché la situazione è troppo pericolosa.
Questa volta Chiara decide che nessuno
riuscirà a rimpatriarla. Non può abbandonare i suoi «figli» i quali, più che
mai, hanno bisogno di lei. Come in Nicaragua rimane in trincea, sul fronte
degli scontri. «Vado avanti come se la guerra non esistesse, fa parte della mia
incoscienza» mi scrive nelle lettere dove piange la morte di amici come il
collega dottor Richard, assassinato solo perché apparteneva a una etnia diversa
da quella salita al potere. Non è incoscienza. È dedizione totale, senso etico
della vita, altruismo radicale verso gli altri. È collaborare con quel Dio che,
mi scrive Chiara, «se realmente esiste mi porta in braccio, fa sì che mi senta
triste, ma non angosciata, preoccupata, ma non disperata, perché, anche se
stento a capire oggi il suo disegno, so che Lui sa sempre riservare uno spazio
alla speranza. Nella mia fede traballante sono convinta comunque che, se Dio
esiste, è della povera gente, di chi porta la sua croce e spesso ci crepa
sopra, e non di chi la sua croce se la mette al collo senza sentire come pesa.
Non accuso nessuno in particolare, ma esiste l’ingiustizia di una ricchezza
talmente mal distribuita che, chi vive nel Nord opulento, non può arrivare a
comprendere nemmeno lontanamente la mancanza di tutto di coloro che vivono al
Sud dove la povertà genera guerra e la guerra genera povertà».
Contro questa ingiustizia Chiara combatte
una determinata, personalissima guerra quotidiana. La sua è anche una battaglia
«politica» a favore della giustizia e dell'uguaglianza, della legalità e della
moralità, per il diritto alla salute, allo studio, per la dignità delle donne.
Con queste ultime stabilisce un'alleanza che ha radici in quella solidarietà
femminile che, dai tempi di Waslala, ha dimostrato che si possono superare
frontiere, tribalismi, divari socio-economici nella difesa della vita, nella
lotta quotidiana per «riempire i piatti», per pagare gli studi e l'assistenza
ai figli, per combattere fame, miseria, perdite.
Mentre cura i suoi quattrocento ammalati,
l'impegno di «mama Clara» si muove in altre direzioni, nella formazione degli
infermieri attraverso l’ISTM, l'Istituto superiore di scienze infermieristiche
della diocesi di Kenge, di cui viene nominata direttrice generale dal vescovo
mons. Gaspard Μudiso. «Il progetto dell'ISTM è il progetto più bello che
abbia mai sognato, quello con le potenzialità più grandi perché si tratta di
investire sui nostri giovani, scommettere sulle risorse umane future che
faranno funzionare le strutture sanitarie» spiega, illustrando il suo impegno
per promuovere il senso etico di una professione medica che è «contaminata da
fini economici che escludono dall'accesso all'assistenza sanitaria la fascia
più povera della popolazione».
Quando viene in Italia, una volta all'anno,
percorre la penisola per parlare dei problemi e delle urgenze della sua grande
famiglia africana, ma anche per riflettere insieme a centinaia di amici
sull'urgenza della pace, sulla necessità improrogabile che cessino le violenze,
l'ingiustizia che vede il 20% della popolazione mondiale detenere l’80% delle
ricchezze del pianeta, lo sfruttamento del Nord del mondo nei confronti del
Sud, attraverso un sistema economico e finanziario che sta portando l'Africa e
altri paesi in via di sviluppo alla catastrofe. La sua missione e la sua
testimonianza sono così forti e travolgenti che, chi l'avvicina, ne è scosso.
Nel 2000 viene insignita dalla Presidenza della Repubblica italiana del grado
di Ufficiale della Repubblica, sempre nel 2000 riceve il «Nobel Missionario»
dall'Associazione Cuore Amico di Brescia, nel 2001 le viene assegnato, a Saint
Vincent, il Premio «Donna dell'anno», istituito dalla Regione Valle d'Aosta.
Riconoscimenti che le offrono l'occasione
per insistere che non si parli di lei, ma dei suoi ammalati, dei problemi
drammatici di un'Africa che sta sprofondando nel buio. Che si parli di quegli
«ultimi» che non possono soltanto suscitare una momentanea commozione o mozione
degli affetti, ma che ci chiedono di uscire dalle nostre indifferenze per
camminare tutti insieme verso un futuro di pace e di giustizia. Di recente
Chiara ha sfiorato la morte durante un attacco di malaria che non è riuscita a
tenere sotto controllo. Ma ancora una volta ce l'ha fatta ed è ritornata in
prima linea. Per amore, soltanto per amore. Come diceva il maestro spirituale
della sua giovinezza, sant'Agostino.
ΜΑRΙΑΡΙΑ
ΒΟΝΑΝΑΤΕ
I fatti narrati non seguono l'ordine
cronologico. Gli episodi ambientati in Africa, dove attualmente Chiara
Castellani dirige l'ospedale di Kimbau, si alternano ai ricordi degli anni
trascorsi in Nicaragua come chirurgo di guerra.
Passero
con un'ala sola
È stato quel giorno che sono diventata
«un passero con un'ala sola». Quando la mia vita di donna e di medico è stata
spezzata in due. Quando Nzambi, il mio Dio in kikongo, ha pensato bene di
salvarmi perché continuassi a sognare insieme con Lui e con chi ha una sola
speranza, quella di essere amato dal Padre degli ultimi e degli oppressi. Da
colei che amputava, sono divenuta io, l'amputata. Cambia tutto. Adesso abito
nella terra di coloro ai quali, come chirurgo di guerra, ho dovuto tagliare
gambe e braccia. Cambia veramente tutto.
È il 6 dicembre 1992. Sono felice perché
ho lasciato alle spalle l'inferno di Kinshasa, la capitale dello Zaire, il
grande Congo, che i belgi hanno lasciato di corsa nel 1960. Fra poche ore
arriverò nel mio piccolo regno di Kimbau, nella quiete del villaggio della
savana dove mi aspettano i miei ammalati, ogni giorno più numerosi. Grazie ai
soldi procuratici da Frère Simon, siamo riusciti a fare un carico di medicine
che ci serviranno per tre mesi, di riso per l'ospedale e per il personale e
libri acquistati alla libreria St. Ρaul per la formazione continua.
Mi aspetta un intenso programma di lavoro
che ho preparato con il dottor Mulembakani e che prevede, fin dopo Natale,
uscite sul territorio per lezioni di educazione sanitaria e visite ad ammalati
che non possono essere trasportati. Penso con struggimento alla bambina che
terrò a battesimo fra una settimana e alla quale, parlando in kikongo, darò il
mio nome. Da quando ho messo nel cassetto l'antico sogno di diventare mamma,
tutti i bambini che salvo sono mwana na mono, «un poco figli
miei».
Anche papà Lufua, l'autista, è allegro,
canticchia. Procediamo veloci, forse troppo veloci per quella via crucis di
buche che sono le strade. Abbiamo paura di incontrare, come nell'andata, i
gendarmi e di dover sborsare altri pesanti pedaggi. Tutto accade in una
frazione di secondo. Papà Lufua perde il controllo del veicolo che sbanda più
volte e si rovescia sul mio lato. Cerco un appiglio e istintivamente metto il
braccio sulla testa per proteggerla. Lo sento bruciare, stritolare, maciullare
fra l'asfalto e il peso della Land Rover che finalmente si ferma.
Ho frammenti di vetro fra i denti e un
gusto di salmastro in bocca: è il mio sangue che non so da dove sgorga. Il braccio
è ancora sotto il veicolo, mi sembra che penzoli in un buco senza fine. Ι
miei compagni di viaggio, miracolosamente indenni, piangono come viti tagliate
e armeggiano confusamente attorno alla Land Rover per tirarmi fuori. Cercano di
far trazione sul mio corpo e io urlo, sopraffatta da un dolore lancinante che
mi toglie la vita: «Usate il cric!». Non so come fanno a trovarlo nella jeep
stipata all'inverosimile, ma riescono a liberarmi e mi sdraiano sull'erba umida
di pioggia. Sono disperati, piangono sempre più forte, soprattutto l'autista
che si sente responsabile.
Raccolgo verso di me ciò che resta del
mio braccio. Non lo riconosco più: le dita pendono nere e informi da un
metacarpo completamente denudato, freddo e insensibile. Sollevo appena la testa
e riesco a vedere una massa informe di muscoli, di tendini, di frammenti di
ossa. Capisco che è perduto e, nella stessa frazione di secondo, ne accetto la
perdita. Mi pongo subito un obiettivo più elevato: vivere.
Non riesco a guardare dall'alto
dell'ascella. Se sollevo la testa mi sento mancare. Voglio rimanere presente a
me stessa e cosciente; so che è la sola garanzia per salvarmi. Istintivamente
fletto le gambe contro le cosce che ora sono più in alto della testa. Mi tocco
il cavo ascellare, è umido, ma il sangue non scorre più. Sento dolorosissima la
scossa elettrica del plesso brachiale scoperto. L'omero è in mille frammenti.
L'autista continua a piangere a dirotto. Cerco di consolarlo: «Papà Lufua, non
si senta in colpa, è stata una fatalità». Ma lui è sempre più inconsolabile. Io
mi concentro nuovamente sul mio obiettivo: vivere. Passa finalmente un camion.
Si fermano e scendono tutti, senza bisogno di alcun segnale. Con una dolcezza
commovente mi caricano sull'automezzo. Qualcuno mi solleva la testa e di nuovo
provo la stessa sensazione di mancamento. Chiedo che mi mettano le gambe sul
finestrino e la testa nel buco del cambio. Non voglio perdere conoscenza,
voglio vivere! Uno sconosciuto mi sorregge con delicatezza sulle ginocchia, ciò
che resta del mio braccio è sostenuto dal suo corpo contro il mio corpo. Mi
sussurra in francese, misto a kikongo: «Stai tranquilla, Nzambi è con te, Nzambi
ti salverà». Capisco che le sue parole hanno più valore di una preghiera, per
la fede con cui le ha pronunciate.
Arriviamo a un «Centre de santé». È già
buio. C'è solo un infermiere di quelli che prendono il polso dal lato ulnare.
Ma tanto a che cosa servirebbe, visto che, come tutti i miei infermieri, non
possiede nemmeno l'orologio? In compenso è abilissimo a trovare la vena alla
luce di una lanterna a petrolio che illumina l'unico braccio nel quale si può
canalizzare una vena. Vorrebbero darmi un sedativo, ma io preferisco che non lo
facciano. Non voglio perdere conoscenza, voglio vivere.
Vorrei che l'infermiere mi lavasse il
braccio, mi sono portata appresso tutte le pietruzze e le cacche di vacca della
strada Kenge-Kwango. Ma i miei soccorritori temono che l'emorragia riprenda,
forse hanno ragione. Chiedo di immobilizzarmi, il dolore all'arto è acutissimo
e so che non potrò sopportare i sussulti del veicolo sino a Kinshasa. Mi
avvolgono il braccio in una benda. Il dolore al plesso brachiale scoperto è
terribile, ma almeno sono sicura di non perdere più sangue.
Arriva un agronomo olandese con una jeep
spaziosa sul retro. Subito disponibile, stende un materasso all'interno e al
soffitto un gancio per appendere la fleboclisi. Partiamo per Kinshasa, lui alla
guida, l'infermiere accanto a lui. Il viaggio mi sembra eterno. Quando il
dolore si fa insopportabile, supplico: «Manca molto?». Forse mentono, ma mi
dicono di no. Accolgo con sollievo le luci dell'aeroporto Ν'Gili. Limété
non è lontana. Finalmente arriviamo al Ν'Galiema. L'agronomo olandese mi
rassicura: « È il miglior ospedale di Kinshasa, quello che in un passato ancora
recente era considerato "l'ospedale dei bianchi"». Ora il personale è
tutto zairese. Quando mi ricevono sorridenti, la mia capacità di sopportazione
è allo stremo: «Per piacere operatemi subito; non ce la faccio più, temo che ci
sia da amputare». Mi sorridono, mi tranquillizzano, mi dicono di non
drammatizzare, che un braccio si può sempre salvare. Imploro di tagliare le
bende e di vedere le condizioni di quello che era stato il mio braccio. Leggo
nei loro occhi (dopo che hanno scoperto ciò che resta dell'avambraccio e della
mano, una poltiglia esangue, gelida, insensibile, di muscoli, tendini e ossa)
che condividono la mia diagnosi. La pressione all'arrivo, dopo aver ricevuto in
vena due litri di soluzione fisiologica, è di 70/40. L'emoglobina, lo saprò più
tardi, è a livelli minimi. Ma un'ora dopo entro in sala operatoria. Poi,
finalmente, l'oblio.
Mi risveglio dall'anestesia alle dieci
del mattino, sono trascorse diciassette ore dall'incidente. Anche nello stato
confusionale avverto due grandi cambiamenti rispetto al tremendo calvario
vissuto poche ore prima: non più quella terribile sensazione di mancamento; non
più quell'atroce dolore al braccio. Mormoro: «Grazie, Dio, ce l'abbiamo
fatta!».
Apro a fatica gli occhi, davanti a me c'è
il vescovo Ν'Sanda. Veramente ne vedo tre, ma comunque lui mi sorride e io
gli sorrido: «Mi sento bene, Monsignore». Non sto mentendogli. La coscienza di
essere riuscita, miracolosamente, a sopravvivere e a uscire da quello strazio
con l'aiuto di Nzambi e anche di me stessa, mi ha riempito di una serenità
strana, ignota. È come se cominciassi a vivere solo adesso. Tocco il vuoto dal
lato del mio braccio destro: sono stata amputata appena sopra il gomito. Il
Vescovo sussurra: «Te l'hanno già detto?». Gli rispondo serena e senza un
tremito nella voce: «Lo sapevo già». Ε mentre dico queste parole mi rendo
conto con commozione che ho dato la stessa risposta di quel primo ragazzo, il
primo purtroppo di una lunga serie, al quale in Nicaragua dovetti amputare il
piede perché era saltato su una mina. Υa me di cuenta! (me n'ero
reso conto), mi disse lasciandomi stupita per la sua serenità. Adesso capisco
come si riesca ad accettare una piccola mutilazione, quando l'obiettivo è
infinitamente più alto. È la vita.
Spunta frère Simon, l'avevo già visto di
sfuggita prima di entrare in sala operatoria, con il suo fare da uomo spiccio e
pratico. Quasi burbero per nascondere la commozione, mi dice: «Sto cercando di
mandarti in Italia con il volo di questa sera». «Lo so, è necessario, ma mi piange
il cuore di lasciare tutto in sospeso: si stava lavorando così bene. Voglio
tornare al più presto, la mia vita è qui.» Mi guarda con affetto: «Tornerai, ma
prima dovrai essere perfettamente guarita». Lo so, non voglio essere di peso
per nessuno, mai. Ma faccio a me stessa una promessa: tornerò!
Mezz'ora dopo viene la segretaria
dell'Ambasciata con un passaporto nuovo di zecca, il mio è restato sulla jeep.
Arriva Gabriella, un'amica di Kinshasa, mi aiuta a lavarmi il volto, mi
pettina, mi fa le treccine, mi aiuta a infilare una camicia da notte pulita,
ampia abbastanza per farvi entrare il moncone. Mi appoggio a lei e mi alzo,
riesco ad andare in bagno da sola. Gioisco nel sentirmi ancora la forza di
reggermi sulle gambe per guardarmi anche allo specchio: sì, sono io, sono viva!
La sera ripassa il medico e mi conferma
che verrà con me in Italia suor Luisa, un'infermiera che frère Simon è andato a
prelevare. Non ha fatto difficoltà, ha raccolto quattro cose in una valigia,
alle otto e già in ospedale per prendere istruzioni dal medico. Alle dieci
decolliamo con un volo della Sabena e con una barella che sostituisce quattro
sedili nella cabina più grande. Non potrò mai dimenticare l'estrema dolcezza
con cui tutti mi hanno toccato e trasportato dall'ospedale all'aeroporto.
Arrivati a Fiumicino, dopo due ore di
scalo a Bruxelles, in cui l'ambulanza non ha neanche lasciato la pista per
evitarmi inutili traumi, abbiamo subito la percezione che in Italia qualcosa
non funziona. Mi fanno alzare in piedi perché la barella non entra nella cabina
passeggeri. Per fortuna l'ho già fatto a Kinshasa e so che, se voglio, ce la
faccio. Però mi sembra assurdo che a Fiumicino siano più disorganizzati che in
Congo. Mi pare ancora più assurdo quando sulla barella mi sbatacchiano,
scendendo dalla scaletta. Chiedo di essere trasportata al Policlinico Gemelli,
ma prima mi faccio accompagnare a un telefono a gettoni. Mi regalano una
scheda. La mano mi trema, mentre faccio il numero di casa. Mi risponde la
mamma, ma a lei non ho il coraggio di dire subito la verità. Racconto di avere
avuto un incidente, che sono viva per miracolo e che sto bene: «Mi sono
rovinata un braccio». Α papà riesco a dire tutto, ma ripeto con forza:
«Ringraziate Dio perché sono viva».
Arriva l'ambulanza della Croce Rossa. Il
barelliere è un ragazzo giovane, magro, con riccioli color rame e due occhi
verdi che scrutano con sospetto il velo di suor Luisa. Mi sento serena perché
mi sono finalmente tolta il groppo alla gola di comunicare ai miei quanto è
successo. Per tutto il viaggio ho cercato le parole per quella difficile
telefonata. Parliamo con il ragazzo della situazione che abbiamo lasciato a
Kinshasa dove la gente mangia una sola volta al giorno e a "turno". Il
nostro compagno di viaggio è sempre più curioso, ci fa domande, cerca di capire
chi siamo, s'informa sulla modalità dell'incidente. Gli spieghiamo come
entrambe lavoriamo nel settore sanitario in condizioni estremamente difficili,
ma cerchiamo egualmente di fare tutto ciò che è possibile. Riflette un attimo
perplesso e poi sbotta: «Accidenti a voi, mi avete rimesso in discussione tutta
una serie di convinzioni ben radicate!».
Al Gemelli chiedo di mio padre. Mi
domandano se è «un signore con gli occhiali». Mi sembra una descrizione un po'
riduttiva di papà. Ma poi lo vedo anch'io. Solo, accanto all'ambulanza. Dietro
le lenti gli occhi sono umidi di lacrime, ma mi sorridono. Anche la bocca
sorride: «Papà, ciao papà». Ci baciamo. Sono a casa.
Chirurgo
di guerra
(Lettera
a Oriana Fallaci)
Kenge (Africa), marzo 2003
Non mi trovo in paesi di guerra per
scelta. La motivazione iniziale, che sempre mi ha spinta a partire, è stata
semplicemente quella di servire le popolazioni più povere, emarginate e prive
di servizi del nostro pianeta. La guerra mi segue come un corollario costante e
inevitabile di quella povertà e ingiustizia con cui convivo e contro le quali
mi batto da vent'anni. Dopo avere studiato come ginecologa per dare la vita, mi
sono trovata a lavorare come «chirurgo di guerra». Il bisturi che amavo usare
per i cesarei l'ho dovuto usare per mutilare, per tagliare su carne viva arti
smembrati, divenuti carne morta, spesso carne putrefatta, resa fetida dalla
cancrena in lunghissime ore di viaggio, tra fango, calore e mosche. Tagliare
sempre più in alto, perché la cancrena avanza ben al di là della ferita di arma
da fuoco. Ε, ancor più della ferita, provoca sofferenza estrema. Ho
amputato per ore con una freddezza e un controllo che poi esplodevano
segretamente in pianto. Prima in Nicaragua, adesso nella Repubblica Democratica
del Congo, ex Zaire. Qui a Kimbau, nel mio ospedaletto con quattrocento
ammalati, siamo lontani anni luce dalle moderne tecnologie. Non c'è telefono,
non c'è energia elettrica, non ci sono giornali, non c'è acqua. Non c'è nessuno
che può gridare i massacri e le violenze che si consumano in silenzio. La mia
voce è la sola che possa denunciare. Per questo ho deciso di scrivere e di
parlare. Le immagini dell'11 settembre le ho viste dopo più di un mese, quando
sono passata da Kinshasa, in partenza per la mia visita annuale in Italia. Le
notizie le avevo avute dalla radio a onde corte, unico flebile legame per noi,
esclusi da un mondo tanto distante. Ma anche nel mio isolamento mediatico ho
sofferto terribilmente per quelle morti, forse più di molti altri. Nessuna
televisione potrà mai trasmettere la sofferenza umana con la stessa intensità
di chi la vive in prima persona. Nessuna telecamera potrà mai rendere quel
terribile, osceno odore di carne umana bruciata a cui, dopo più di vent'anni di
esperienza in trincea, non saprò mai abituarmi.
Per quell'odore, per quel dolore di cui
continuo a trovarmi testimone, quando ho visto quelle immagini insieme a quelle
della guerra già in corso in Afghanistan ho reagito, dicendo: «Perché, mio Dio,
un'altra guerra?». Io capisco ben poco di politica, non conosco i volti dei
signori che siedono nei Parlamenti, nel nostro Parlamento. Mi sono ignoti, ma
quando li ho visti votare per la guerra, tacendone le vittime civili che sono
sempre il 90% nei paesi poveri, dove il 100% dei civili soffre la fame e troppo
spesso muore di epidemie, sono rimasta sconvolta. Dal mio mondo di «esclusi»
non so indicare una soluzione alternativa. Odio il terrorismo perché provoca
sofferenza e morte. Ma odio anche la guerra perché anch'essa provoca sofferenza
e morte.
Per questo, carissima Oriana Fallaci,
quando sono venuta in Italia e ho letto i tuoi interventi sulla guerra in
Afghanistan e contro chi s'impegna per la pace sul pianeta, ne sono rimasta
talmente disorientata che sono andata a rileggere quel Niente e così sia
che, adolescente, ricca di ideali, mi aveva così colpita. Avevo soltanto
quindici anni, ma già mi indignavo contro la guerra in Vietnam, come molti
giovani della mia, come della tua, generazione. Credevo allora, leggendo le tue
pagine, che anche tu fossi convinta che non esistano guerre giuste, soprattutto
quando c'è una grande potenza tecnologica che aggredisce un paese a risorse
tecnologicamente limitate. Non ho letto il tuo ultimo intervento sulla guerra
in Iraq, pubblicato sul «Corriere della Sera». Ho letto la risposta che ti ha
dato «Nigrizia»,la rivista dei missionari comboniani che arriva anche nella
Repubblica Democratica del Congo, dove è arrivata anche la bandiera della pace
che ho esposto nei giorni della nuova follia bellica. Ε allora mi è venuta
voglia di scriverti, anch'io. Avevo solo ventisei anni, la tua età di quando
andasti in Vietnam, quando partii per la prima volta per un paese in guerra, il
Nicaragua. La differenza è che io non partii come giornalista, ma come medico.
Sono una ginecologa-ostetrica, amo enormemente il lavoro che ho scelto: aiutare
le donne, come me, a dare la vita. Per necessità sono divenuta «chirurgo di
guerra» nei luoghi più isolati e poveri del pianeta, dove, paradossalmente, si
scatenano gli interessi delle grandi potenze che appoggiano guerre che alcuni
definiscono dimenticate, io chiamo TACIUTE.
Avevo imparato a operare per servire la
vita umana al suo esordio. Troppo presto mi sono ritrovata a essere MUTILANTE.
Ad amputare dapprima militari, quindi sempre più spesso civili, donne, bambini,
in condizioni difficili, con i pochi antibiotici che mi arrivavano da amici
italiani. Ad amputare persone con occhi pieni di angoscia e di dolore, arti
smembrati da mine anti-uomo (ο anti-donna?), putrefatti da giorni di
trasferimento su barelle improvvisate. In questa mia terribile esperienza mi
potrei definire una «pacifista alla Gino Strada», ma con due differenze che ti
voglio sottolineare. La prima è il mio sesso. Sono, come te, una donna
orgogliosa della sua femminilità (di cui accetto anche la fragilità), una donna
che ha scelto di far nascere e non può accettare al contrario di essere
strumento di mutilazione. L'altra differenza con Gino Strada è che per un gioco
del destino (ma forse era un disegno di Dio) nel 1992 è toccato a me. Non fu
una mina antipersona, ma un banale incidente, a sette ore di viaggio
dall'ospedale più vicino. Per cui il mio braccio disarticolato, da tempo
esangue, nero di cancrena, non era poi tanto diverso dagli arti di quei ragazzi,
donne, bambini, che per sette anni avevo amputato in Nicaragua. Fa bene, sai
Oriana, a un medico trovarsi dall'«altra parte del bisturi». Capisci tante cose
che credevi di avere capito e che invece non hai capito per niente: il dolore
fisico tremendo dell'arto morto in carne viva, ma anche quelle speranze ancora
più tremende che mi hanno insegnato i poveri nel cui territorio si combatte, e
con i quali avrei convissuto in Angola e poi nello Zaire, durante la strage di
Kenge nel 1997, sotto le minacce dei mercenari negli anni 1998-1999. Di queste
tremende speranze sono oggi testimone «di parte», coinvolta fino in fondo nella
difesa del solito diritto umano che non ci è ancora stato negato: quello di
sognare. Definendomi «un passero con un'ala soltanto», ho ricominciato a volare
(come direbbe don Tonino Bello), abbracciata a loro e ai loro sogni. Perché
nessuno potrà mai uccidere le speranze dei poveri.
riprende
a pag. 37
Ιl
saccheggio
Kinshasa, settembre 1991
Sono stata costretta ad abbandonare il
mio ospedaletto di Kimbau per frequentare all'Università di Kinshasa un corso
di Medicina tropicale. Pare sia l'unico modo per ottenere l'Art de guerir,
ossia l'autorizzazione legale a lavorare come medico in Zaire. Ma la mattina in
cui dovevo iniziare il corso, sono stata svegliata da colpi di arma da fuoco
sempre più ravvicinati e provenienti da tutte le parti. Ad accendere la miccia
è stata l'Armée, una delle categorie più malpagate, alla quale era stato
ulteriormente tagliato lo stipendio. Nelle prime ore dell'alba questo esercito
di morti di fame, armati di fucile e di rabbia, si è ammutinato, ha preso
l'aeroporto e si è riversato nelle grandi strade commerciali del centro e,
sparando in aria, ha invitato i cittadini al saccheggio. Gli abitanti, i kinois,
affamati da mesi di privazioni hanno risposto all'appello: non un negozio, non
una vetrina, non un solo magazzino, non un solo deposito farmaceutico è stato
risparmiato. Ai buchi delle pallottole si sono aggiunti quelli delle pietre,
mentre anche le case dei bianchi straricchi dei quartieri residenziali sono
state sistematicamente svuotate di ogni genere alimentare e di lusso.
Soltanto le istituzioni religiose, come
per un tacito accordo, sono state risparmiate. Incolumi dietro ai cancelli
della procura missionaria, abbiamo assistito a scene di manzoniana memoria:
madri di famiglia con l'ultimo nato sulle spalle e sulla testa scatole di polli
surgelati, di latte in polvere, di sardine in ………………………………………
riprende
a pag. 38