In copertina: © foto di Gino Strada.


 

 

Gino Strada

Pappagalli verdi

Cronache di un chirurgo di guerra

 

Prefazione di Moni Ovadia

 

Gino Strada arriva quando tutti scappano, e mette in piedi ospedali di fortuna, spesso senza l'attrezzatura e le medicine necessarie, quando la guerra esplode nella sua lucida follia. Guerre che per lo più hanno un lungo strascico di sangue dopo la fine ufficiale dei conflitti: quando pastori, bambini e donne vengono dilaniati dalle tante mine antiuomo disseminate per le rotte della transumanza, ο quando raccolgono strani oggetti lanciati dagli elicotteri sui loro villaggi. Ι vecchi afgani li chiamano pappagalli verdi. Questo libro ci consegna le immagini più vivide, i ricordi più strazianti, le amarezze continue dell'esperienza di medico sugli scenari di guerra del nostro tempo.

 

 

Gino Strada è chirurgo di guerra e uno dei fondatori di Emergency, l'associazione umanitaria italiana per la cura e la riabilitazione delle vittime di guerra e delle mine antiuomo. Da oltre dieci anni e impegnato in prima linea: ha lavorato in Afghanistan, Perù, Bosnia, Gibuti, Somalia Etiopia e, più di recente, nel Kurdistan iracheno e in Cambogia.

 

Pappagalli verdi ha vinto il premio internazionale "Viareggio Versilia 1999".

Con Feltrinelli ha pubblicato anche Buskashì. Viaggio dentro la guerra (2002).

 

 

 

 

 

Foto in quarta di copertina: © Francesco Acerbis.

 

pag. 157 - euro 5,68


GINO STRADA

PAPPAGALLI VERDI

 

 

Cronache di un chirurgo di guerra

 

 

Prefazione di Moni Ovadia

 

Feltrinelli

 

© Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano

Prima edizione in "Serie Bianca" gennaio 1999

Prima edizione nell' "Universale Economica" maggio 2000

Diciannovesima edizione novembre 2002

 

ISBN 88-07-81606-7

 

Per le carte geografiche si ringrazia Alberto Al magioni

www.feltrinelli.it

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Prefazione

 

 

La litania più ricorrente dei nostri tempi molli e opachi, pancia bassa nella sinusoide dell'alternarsi dell'umana vicenda, è "non ci sono più valori".

Incontriamo questa litania anche nella variante nostalgico/rinunciataria "non ci sono più ideali per cui battersi". Sfruttamento, violenza, guerra, morti, violazioni dei diritti, sopraffazione dei deboli, delle donne e dei bambini, sottomissione dell'uomo e dei suoi valori alle logiche del denaro e del mercato (le uniche ideologie che godono di immunità ideologica) sono sotto i nostri occhi, ma dato che le glorie dello scontro frontale non sono più in offerta speciale, i neurorecettori della sensibilità all'altrui sofferenza paiono essersi atrofizzati.

Ma non era la libertà dell'uomo, la sua irrinunciabile santità, la posta del contendere?

Ε dunque i termini della questione non rimangono in qualche misura radicalmente gli stessi pur nel mutare delle stagioni e delle intemperie?

Alcuni lo sanno anche oggi, conoscono la massima prius vivere, deinde filosofari, si rimboccano le maniche e fanno quello che c'è da fare.

Il chirurgo di guerra Gino Strada, specializzato in prestigiose università (curriculum perfetto per una baronia) è uno di questi "uomini con qualità" che hanno poche idee, forse meno che poche, una: risarcire l'uomo ferito e menomato dalla violenza dei suoi simili.

Α questa idea dedicano il loro sapere, il loro sentire, la loro azione che non si avvale solo delle sofisticate tecniche della chirurgia clinica, ma di quelle meno codificabili ed esplicabili della chirurgia umana per cui il dolore di un altro essere umano, è il loro dolore.

Α me che traffico come posso con l'etica dell'ebraismo, Gino Strada ricorda i principi fondamentali dell'antropologia ebraica: noi tutti discendiamo da un solo uomo perché nessuno possa dire il mio progenitore è meglio del tuo.

Ciononostante siamo tutti diversi l'uno dall'altro perché non siamo la semplice replica di un modello, ma un unicum insostituibile che per questo contiene in sé l'umanità tutta. Dunque, chi salva una vita, salva l'intero universo e così progetta la salvezza di noi tutti.

Le mine antiuomo, paradigma di viltà, strumenti di morte proiettati nel futuro delle giovani generazioni che prediligono i bambini perché sono il futuro delle genti, vengono prodotte e disseminate da uomini "decenti" che siedono nelle assise internazionali e commerciate da insospettabili uomini d'affari con dovizia di illustrazioni sulla loro efficacia.

Questi fiori metallici dell'infinita infamia umana, lacerano, accecano, sbrindellano, cancellano parti di vita, creano voragini di antimateria, progettano il non-uomo.

Ma è proprio in quelle assenze di carne, di vita, di luce, che l'umanità esprime la sua intimità più lancinante.

In quei luoghi umani violati e negati, i Gino Strada costruiscono l'umanità possibile del futuro, l'unica possibile.

Ι veri valori etici possono nascere solo da una prassi di vita che si misura con i limiti, le passioni, le paure, le ritrosie, l'esasperazione del procedere alla ricerca di sé, nell'altro da sé.

Questo ci racconta Gino nel suo libro, con lo stile necessario di chi racconta ciò che fa e ciò che fa è insieme così anomalo eppure così universale, folle e insieme normale, paradigma esemplare di quello che ogni essere umano dovrebbe ricercare in sé.

Ε il racconto sgorga con asciutta sobrietà e commuove perché è il racconto di uno che sa quel che fa perché fa quello che deve.

Leggere le pagine di questo rude chirurgo di poche parole e molti fatti, fa bene alle funzioni sopite di chi si affida alle litanie.

Ι tempi delle palingenesi rivoluzionarie assolute e totalizzanti sono finiti, ma ci sono luoghi di rivoluzione nei posti più impensati: uno di questi luoghi è sicuramente il bisturi di Gino Strada.

18 aprile 1998

 

Moni Ovadia


Cosa vorresti fare da grande? Quando ero un ragazzino, rispondevo "il musicista" o "lo scrittore".

Ho finito col fare il chirurgo, il chirurgo di guerra per la precisione. Ε ho chiuso da tempo con la nostalgia e il rimpianto di non saper suonare uno strumento né scrivere un romanzo.

Così, quando mi è stato proposto questo libro, ho detto semplicemente: "Mi piacerebbe tanto, ma non ne sono capace".

Se alla fine ho deciso di provarci, comunque, lo devo solo all'ostinazione, e alla pazienza, dell'amico Carlo Feltrinelli, che molto più di me ha creduto degne di essere lette le pagine che seguono.

Non essendo scrittore, ho cercato di percorrere l'unica via possibile, quella della memoria, e lasciare che fatti e persone, pensieri e sensazioni, si trasformassero in parole scritte.

Le piccole storie di questo libro non hanno ordine cronologico, né geografico, né tematico. Sono solo dei flash trascritti come ricordi ritrovati.

Non mi illudo certo di avere partorito un libro di valore.

Spero solo che si rafforzi la convinzione, in coloro che decideranno di leggere queste pagine, che le guerre, tutte le guerre sono un orrore. Ε che non ci si può voltare dall'altra parte, per non vedere le facce di quanti soffrono in silenzio.

 

G.S.


 

 

Negli anni ottanta, durante il lungo conflitto Iran-Iraq, la zona di confine vicino a Haji Omran, montagne che superano i tremila metri, è stata, come si usa dire, uno dei più orrendi teatri di guerra.

Molte migliaia di soldati sono morti in quel teatro, attori o più spesso burattini di una guerra spietata.

Ι loro elmetti e i loro fucili sono ancora lì, sui pendii del monte Chiya-i-Girdmand, assieme a bombe e razzi inesplosi. Α ogni ritirata irachena gli iraniani hanno cosparso di mine il territorio conquistato, e lo stesso hanno fatto gli iracheni a ogni ripiegamento del nemico.

È la guerra, o almeno quel che della guerra Iran-Iraq è dato sapere. Ma quando si arriva su quelle montagne, quando si risale la valle costellata di villaggi distrutti, macerie e scheletri di case, quando si attraversano Shivaraz e Rayat, Βinkraw e Choman, ci si accorge che questa è la terra dei curdi, non solo un terreno di battaglia.

Non sta negli atlanti di geografia, il Kurdistan, e occupa poche righe nei libri di storia. Nessun curdo siede nel grande palazzo dell'Onυ, e nessuno parla a nome loro. Come se non ci fossero, rimossi dalla cronaca e dalla politica.

Ma loro esistono, sono qui. Hanno da sempre abitato queste montagne, dall'una e dall'altra parte del confine si parla la loro lingua, si indossano i loro costumi colorati, si danzano le loro musiche, tenendosi per mano e girando in cerchio, con il primo della fila che sventola e fa ruotare un fazzoletto bianco.

Dovevano essere "spettatori" di quel dramma. Invece sono stati sballottati qua e là dai vincitori di turno, hanno dovuto scappare più volte come selvaggina braccata, per sfuggire alle bombe e alle armi chimiche.

Non tutti ce l'hanno fatta. Non ce l'hanno fatta molti degli abitanti dei quattromila villaggi curdi distrutti dall'artiglieria e dall'aviazione. Non ce l'hanno fatta gli ottomila uomini rastrellati nei villaggi delle valli qui intorno, e massacrati chissà dove, le cui donne velate di nero ancora aspettano un ritorno impossibile, vedove senza diritti che da anni si consumano nell'attesa.

Deportati o costretti a scappare, ogni volta, a rifugiarsi tra le montagne.

Ogni volta che hanno potuto impugnare i fucili per difendere le proprie case, lo hanno fatto. Come nel 1991, quando le truppe di Saddam cercarono la soluzione finale del "problema curdo" e si trovarono di fronte a una fiera resistenza armata.

Gli iracheni furono costretti ad andarsene. Ε Saddam ebbe a dire: "Ci siamo spostati, ma il nostro esercito è ancora lì". Alludeva ai milioni di mine antiuomo seminate nella regione, sulle colline e nei campi, vicino alle sorgenti d'acqua e ai cimiteri, nelle case ridotte a macerie. Perché la vita non potesse riprendere.

Ma i curdi sono ancora lì. Anche a Choman hanno ricominciato a costruire, un'altra volta. Delle specie di case di pietra, e per tetto grossi rami legati con paglia e ricoperti di terra.

Hanno ripreso a coltivare, anche dove la terra è piena di mine, pagando spesso un prezzo altissimo.

Economia di sussistenza, la chiamano gli esperti. Dove per cucinare, costruire e riscaldarsi c'è bisogno di legna, dove d'inverno si arriva a venti sottozero, dove per sfamare la famiglia bisogna zappare la terra, dove gli animali devono mangiare per non far morire gli uomini, non c'è alternativa: bisogna salire su quei monti, ogni anno un po' più in alto, a tagliare qualche pianta tra gli elmetti e le bombe inesplose, a cercare un prato vicino a un ruscello dove far crescere il grano. Così si ripete il rito macabro della povera gente fatta a pezzi dall' "esercito invisibile" di Saddam.

Sembra quasi che una maledizione accompagni i curdi. Ogni volta che il lento genocidio sembra placarsi, ogni volta che si intravede uno spiraglio di pace e di vita possibile, succede qualcosa che li ricaccia indietro nel loro ghetto, che uccide la speranza.

Α lungo ignorati, e qualche volta traditi, dai potenti del mondo e dalla diplomazia internazionale, soggiogati da un regime totalitario, decimati ogni volta che è stato possibile, costretti a vivere da fuorilegge sulla loro terra, avevano ricominciato a sperare, ancora una volta, dopo l'insurrezione del 1991.

Dalla Guerra del Golfo erano usciti conquistandosi il safe haven, il rifugio sicuro. "Povera e distrutta, piena di mine e di miseria, ma almeno questa terra è nostra", mi aveva detto un giorno l'amico Faik.

Ma è stato smentito. Il rifugio sicuro è stato violato, profanato da una guerra tra partiti curdi che ha fatto e sta facendo nuovi lutti.

Ogni villaggio è controllato militarmente da uno dei partiti in lotta. Migliaia di uomini che gironzolano per le strade, col kalashnikov in spalla e la sigaretta accesa, o che bivaccano ai tanti posti di blocco, mentre le donne lavorano la terra e camminano curve con montagne di legna sulle spalle.

Si sono creati solchi forse incolmabili, la gente si guarda con sospetto, gli avversari politici diventano nemici da eliminare. Così sembra svanire "la causa dei curdi", quel paese che ancora non esiste è già diviso, il rifugio si fa sempre più piccolo.

Ε in mezzo ci sono i tanti che non sanno che farsene di quei partiti, che vorrebbero lavoro e cibo, scuole e ospedali, e che ora rischiano di rassegnarsi a convivere con la guerra, sempre e comunque.


 

 

4 aprile. Qui sopra Choman c'è un cimitero, pietre aguzze piantate in un prato dove si lasciano crescere papaveri e tulipani, uno stile ancor più sobrio di quello bostoniano. Il cimitero, anche quello, è minato. In molti ci hanno detto che minare le sorgenti d'acqua, e i cimiteri, è stata pratica diffusa da queste parti. Sono luoghi che, si intuisce facilmente, la gente è costretta a frequentare. L'uno ogni giorno da vivi, l'altro tutti i giorni dopo morti, e qualcuno verrà pure a render visita.

Nel cimitero, gli sminatori sono al lavoro da tempo, ma è una cosa lunga. Per la gente del villaggio, le mine e i tanti ordigni inesplosi sono fonte di morte, ma con tragica ironia anche di sopravvivenza. Perché la Valmara 69 per esempio, contiene un cilindro di alluminio leggero, che sul mercato può valere un dollaro. Così ci si mettono in quattro a cercare di disinnescarne una, appena sopra il cimitero.

Un movimento brusco e baang! Ι soccorsi sono rapidi. Il team di sminatori è a poche centinaia di metri, via di corsa verso l'ospedale, lontano solo quattro chilometri.

Jalal, tredici anni, vi arriva già cadavere. Asad e Mohammed, quarantadue e trentasei, vengono operati d'urgenza, il primo al torace, il secondo all'intestino, sforacchiato in dieci punti dai frammenti della Valmara. Omar, sedici anni, ha una gamba amputata e ferite profonde, forse è stato lui a far detonare la mina.

Muore mentre aspetta il suo turno per entrare in sala operatoria.

I due feriti gravi ce la fanno, senza complicanze. Bilancio: due morti per un dollaro. Neppure mille lire per una vita umana, un prezzo inaccettabile, almeno per chi si ostina a ritenerne il valore inestimabile.

 

5 aprile. Arriva in ospedale Haider. Viene da un villaggio di montagna nella valle di Sidikhan, a tre ore di macchina da Choman. C'è un piccolo dispensario lassù, lo avevamo visitato qualche settimana prima, qualche infermiere ma niente medici.

Haider, 14 anni, viene da lì, riconosciamo le bende elastiche e le flebo che avevamo portato a Sidikhan, la gamba destra è fasciata fin sotto il ginocchio. Stava portando un gregge di capre al pascolo sui monti. Ha visto la mina all'ultimo momento, un attimo prima di calpestarla. Lo operiamo subito, ma per quella gamba non c'è niente da fare. Il giorno dopo l'intervento gli facciamo vedere il "catalogo" delle mine che abbiamo messo insieme, come si fa nelle stazioni di polizia con le foto segnaletiche.

Riconosce una vs-50, una delle tante piccole mine di produzione italiana. "Ma non ho visto quel tappo nero al centro", aggiunge. È la placca di gomma che la fa esplodere, se calpestata.

È stato fortunato, probabilmente quella mina era capovolta, per questo non ha visto la placca. Così buona parte dell'esplosione si è scaricata nel terreno, e il ragazzo ci ha rimesso "solo" un piede.

 

12 aprile. Haider sta facendo la fisioterapia, gli abbiamo assicurato che in futuro cercheremo di dargli una protesi, che potrà ancora camminare. Ritornerà sulle sue montagne a pascolare capre, non ha altra scelta. Dovesse capitargli di nuovo, speriamo calpesti la mina con la gamba artificiale.

 

14 aprile. Ore 5.45. Carissimi, vi avevo promesso alcune righe di saluto e di auguri per l'iniziativa di oggi a Milano, per dirvi ancora una volta quanto sia importante la battaglia che state conducendo per porre fine all'orrendo macello delle mine antiuomo e per alleviare le sofferenze di tanti sventurati.

Ora mi è difficile, dopo quel che è successo qui nelle ultime ore.

Alle ore 17 del 13 aprile, nel villaggio di Mortka, vicino a Darbandikhan, quattro bambini, tre fratelli e uno dei cugini, stavano giocando a meno di cento metri dalla loro casa.

Farhad Hamid, 5 anni. Bahjat Majed, 12 anni. Nashat Majed, 8 anni. Rifat Majed, 6 anni.

Si stavano rincorrendo quando uno ha inciampato in una mina italiana, una Valmara 69. La madre dei tre fratelli, che era in casa al momento dell'esplosione, ha portato i primi soccorsi.

Mortka è un piccolo villaggio isolato, non ci sono mezzi di trasporto immediatamente disponibili. Ι bambini arrivano all'ospedale di EMERGENCY dieci minuti prima di mezzanotte.

Per Nashat e Rifat niente da fare, sono già morti all'arrivo in ospedale. Bahjat ha ferite multiple al torace e agli arti, ma non c'è immediato pericolo. Farhad è in stato di shock, lo portiamo subito in sala operatoria. Ι frammenti metallici della Valmara gli hanno perforato la trachea, un polmone, lo stomaco, l'intestino. Finiamo l'intervento alle 3, le sue condizioni sono molto critiche.

Farhad non si è più svegliato, è morto un'ora fa, alle 4.45.

È tutto, la stanchezza e la rabbia mi impediscono di trovare altre parole che non siano: "Basta, basta, basta!". Un abbraccio a tutti voi.

 

Storie di vita e di morte quotidiana. Avrei voluto continuare a tenerlo, questo strano diario. Ma non ce l'ho fatta, perché la scrittura si inaridisce, perché ogni storia assomiglia alla precedente, perché è facile capire cosa ci sarà da scrivere domani, perché le frasi diventano appunti, sigle, termini tecnici.

Alla fine ho scritto un elenco, data, nome, età, sesso, tipo di lesione, e l'ho inviato via fax a Milano.

Ho saputo che quell'elenco è diventato una cartolina: niente "Saluti dal Kurdistan", solo una preghiera accorata perché in un futuro, purtroppo ancora lontano, non se ne debbano più scrivere, di cartoline così.

Ho saputo che un'infinità di persone ha poi inviato quella cartolina al presidente della Repubblica, per chiedere la messa al bando della produzione italiana di mine antiuomo.


 

 

La Pink Ward è un grande stanzone, la più grande corsia dell'ospedale di Quetta, in Pakistan, quaranta letti sempre occupati e la porta come quella dei saloon, dipinta di un rosa disgustoso.

Quella sera di dicembre, usciamo dalla sala operatoria poco prima delle dieci. Con me c'è Peter, bravo anestesista di Copenhagen, alto e allampanato. Aveva accettato volentieri, come sempre, la proposta di un piatto di pasta da me. La pasta è per noi, italiani girovaghi, un'arma preziosa, un mezzo sicuro per socializzare e iniziare a capirsi con gente di altre culture e tradizioni.

Non siamo di guardia, questa notte.

Decidiamo di passare per la Pink Ward, prima di andarcene, per vedere un malato operato il mattino: meglio chiedere all'infermiera di turno se ci sono problemi.

La strada per l'ospedale è la stessa che porta al confine con l'Afghanistan, un centinaio di chilometri più a est. Da lì arrivano i feriti. C'è traffico la sera, su quella strada buia, e si rischia spesso di trovarsi in faccia a un camion che corre veloce a luci spente. Meglio evitare di dover tornare in ospedale mezz'ora dopo.

Anche in corsia le luci sono spente, come sempre. Ma nella Pink Ward c'è qualcosa che attira la nostra attenzione.

Ci avviciniamo.

Il sacchetto di plastica trasparente che avvolge la testa è gonfio d'aria e legato al collo con un tubo da fleboclisi. Peter reagisce subito, strappa il sacchetto, scioglie il nodo, chiama aiuto.

Finalmente una torcia.

È un ragazzino, ha testa e occhi bendati, è cianotico in volto, incosciente, non respira. Arriva una bombola di ossigeno, Peter lo rianima veloce, io sono confuso.

Ricomincia a respirare, Mohammed Abdullah, qualche minuto e riprende conoscenza.

Scorro la sua cartella clinica: era stato operato da noi, tre giorni prima. Shelling injury, tante schegge metalliche, alla testa, al torace e al volto, ferito durante un bombardamento nel suo villaggio in Afghanistan.

Un occhio completamente distrutto, l'altro ci era parso forse recuperabile. "Chiamare l'oculista", c'è scritto in cartella. Ce ne è uno disponibile in zona, passa da Quetta ogni cinque o sei giorni. Poi qualche prescrizione, antibiotici, antidolorifici quando necessari, tutto qui.

Che imbecilli siamo stati!

Abbiamo un ragazzino con gli occhi bendati da tre giorni, e nessuno di noi ha pensato di parlargli, di spiegargli che si riprenderà, che potrà vedere ancora... Magari una mezza bugia lo avrebbe aiutato in quei momenti, magari avrebbe evitato quel gesto folle.

D'accordo, c'è tanto da fare, più di venti feriti arrivano in ospedale ogni giorno, ma non ci sono scuse, è in gran parte colpa nostra, o mia, per essere più precisi.

Non abbiamo più voglia di cenare. Vado a letto presto ma fatico ad addormentarmi, penso a Mohammed.

Cosa avrà provato in questi tre giorni? Era nel cortile di casa quando il razzo è esploso, forse stava giocando. Da allora non ha visto più nulla, e si è ritrovato in un altro paese, al buio, da solo.

Forse ha pensato a lungo ai tanti giorni a venire, tutti bui come quelle notti. Non l'ha accettato, Mohammed. Ε ha deciso di morire, anzi di uccidersi, a dodici anni, ragazzino afgano cresciuto come molti altri in mezzo alla violenza e alla miseria. Uno come tanti che hanno visto spesso morti e feriti tutt'intorno, villaggi e case squarciati dai bombardamenti che durano da decenni.

Se la vita è questa, si sarà detto Mohammed, non ne vale la pena. Ε si lega un sacchetto al collo.

Ma al suo chirurgo, che si crede molto esperto, non viene in mente questa possibile complicazione, ben peggiore del suppurare di una ferita!

Ε come ci è riuscito Mohammed? Come ha fatto, bendato com'era, a trovare quel sacchetto di plastica? È del tipo che usiamo per gli ustionati alle mani, perché possano muoverle liberamente e fare esercizi, con le ustioni protette dall'ambiente esterno. Ε il deflussore per le flebo che ha usato come laccio? Non aveva nessuna flebo, Mohammed.

Li avrà chiesti a un altro paziente, o a un infermiere. Mi viene il sospetto che qualcuno possa averlo aiutato...

Poi diventa un incubo. Sogno un ospedale dove di notte succedono cose che non avremmo mai sospettato, dove i pazienti se ne vanno in giro, indossano un camice, diventano medici e uccidono altri pazienti, o li aiutano a farla finita.

Sogno di essere in una grande corsia buia piena di malati costretti a letto, con le finestre tutte chiuse. Sento che manca l'aria, sento il respiro frequente, pesante, e il sudore che cola dalla fronte...

Due giorni dopo arriverà l'oculista. "Forse l'altro occhio ha qualche possibilità", ha detto dopo la visita, ma non ci è sembrato convinto. Comunque trasferiremo Mohammed in un altro ospedale, per un intervento oculistico.

Se ne va, quel ragazzino magro dai capelli ricci avvolti in un turbante di garze. Un infermiere lo accompagna all'ambulanza. Mi passa vicino. Lui non può vedermi, né io sarei in grado di sostenerne lo sguardo.

 

 

 

 

segue da pag. 22


 

 

Di solito, le dediche stanno all’inizio dei libri.

Le ho trovate talvolta un po’ fastidiose, appiccicaticce, come se non c’entrassero poi molto con quello che veniva dedicato: A Maria con affetto, e a seguire un trattato di zootecnia sulla riproduzione artificiale dei bovini.

Senza alcun disprezzo, sia chiaro, ma mi sono sembrate solo un omaggio, un regalo, comunque qualcosa di esterno, se non di estraneo, a chi lo riceve.

Ho voluto metterla alla fine, questa dedica, perché tutto quello che precede, esattamente tutto, e stato reso possibile dalla generosità, dall’intelligenza, dalla pazienza e soprattutto dall’amore di Teresa.

Così una dedica si è trasformata nella logica conclusione di questo libro che, anche se poca cosa, è interamente suo.

Lei lo ha “scritto” lasciandomi scorrazzare per il mondo, lasciando che togliessi a lei, e a nostra figlia, tempo, dedizione, sostegno, e purtroppo anche amore.

Lei lo ha scritto, sopportando di non sentire mie notizie per mesi pur sapendomi in zone di guerra, sobbarcandosi da sola l’educazione di una figlia e i cento guai di una famiglia, aspettando i miei ritorni, ascoltando ogni volta le mie preoccupazioni, coccolando i miei sogni e le mie follie.

Senza mollarmi mai, anche quando lo avrei capito cento volte...

Non sono mai stato capace di dirgliele di persona fino in fondo, queste cose, per lo stupido orgoglio che è sempre lì a proteggere la mia fragilità.

Ma vorrei che lei sapesse che in ogni momento di questi lunghi anni, anche quando mi sentivo soddisfatto-indipendente-autonomo-realizzato, anche quando... non ho mai smesso di sentire dentro un po’ di tristezza, tanta nostalgia, un sacco di rimorsi. Spesso mi sono sentito un ladro, un truffatore.

Avrei dovuto essere vicino a lei, darle amore e aiuto, partecipare ai suoi problemi, insomma esserci.

E invece ero in giro a occuparmi di me e di gente strana, col turbante o con gli occhi a mandorla, di bambini altrui, di sconosciuti che ho curato perché andava fatto ma forse, innanzitutto, per la mia personale soddisfazione.

A qualcuno sarà stato utile. Che cosa io abbia guadagnato non lo so, so di certo che cosa ho perso.

Tornassi indietro, rifarei quasi tutto. Vorrei solo che al mio fianco, in ognuno dei tanti luoghi pieni di sofferenza che ho visto, ci fosse sempre lei.

A consigliarmi, a impedirmi di sbagliare, a dividere con me momenti importanti, che solo la sua presenza avrebbe potuto rendere irripetibili.

 

A Teresa.


Nei conflitti di oggi, più del novanta per cento delle vittime sono civili. Migliaia di donne, di bambini, di uomini inermi sono uccisi ogni anno nel mondo.

Molti di più sono i feriti e i mutilati.

EMERGENCY nasce nel 1994 a Milano per portare soccorso a queste vittime. Personale medico e tecnici con maturata esperienza di lavoro in situazioni di emergenza si sono uniti per garantire assistenza medica, chirurgica e riabilitazione nelle zone di guerra.

Negli ospedali che costruisce e attiva, EMERGENCY è impegnata anche nella formazione del personale locale, che sarà così in grado di continuare la gestione del Centro quando EMERGENCY lascerà il paese.

Fin dall’inizio, le attività umanitarie di EMERGENCY si Sono concentrate in particolare sul trattamento e sulla riabilitazione delle vittime di mine antiuomo, ordigni disumani dei quali l’Italia è stata tra i maggiori produttori.

EMERGENCY si è impegnata per anni a far sì che il nostro paese mettesse al bando queste armi. Il 22 ottobre 1997 il governo italiano ha approvato la legge n. 374 che impedisce la produzione e il commercio delle mine antiuamo.

Ma i 110 milioni di ordigni disseminati in 67 paesi continueranno a ferire, mutilare, uccidere.

 

 

A EMERGENCY vanno i diritti d’autore di questo libro.

 

 

EMERGENCY

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