in sovraccoperta:
Elaborazione della Gioconda di Leonardo da
Vinci
È
una tranquilla notte parigina e nulla traspare dalla classica, impenetrabile
facciata del museo del Louvre, appoggiato sulla riva della grande Senna. Un
dramma si sta consumando al suo interno, nella Grande Galleria: il vecchio
curatore Saunière, ferito a morte, si aggrappa con un ultimo gesto disperato a
un dipinto del Caravaggio, fa scattare l'allarme e le grate di ferro
all'entrata della sala immediatamente scendono, chiudendo fuori il suo
inseguitore. L'assassino, rabbioso, non ha ottenuto quello che voleva. A
Saunière restano pochi minuti di vita. Si toglie i vestiti e, disteso sul
pavimento, si dispone come l'uomo di Vitruvio, il celeberrimo disegno di
Leonardo da Vinci.
La
scena che si presenta agli occhi dei primi soccorritori è agghiacciante: il
vecchio disteso sul marmo è riuscito, prima di morire, a scrivere alcuni
numeri, poche parole e soltanto un nome: Robert Langdon. Ed è proprio lui, lo
studioso di simbologia, scortato dalla polizia sul luogo dell'omicidio, a
capire immediatamente che l'anziano storico dell'arte ha lasciato un messaggio
oscuro e pericoloso. Di fronte a Langdon si presenta la partita più difficile
della sua carriera: giocare a distanza di secoli, e a rischio della propria
vita, contro il genio stesso di Leonardo da Vinci. La scoperta è sconvolgente:
il grande pittore rinascimentale proteggeva un distruttivo codice segreto. Con
gli enigmi nascosti nei suoi dipinti, con i suoi ingegnosi marchingegni e con
la spaventosa forza di una setta segreta che da secoli ha sempre tentato di
trasformare la storia dell'umanità.
Laggiù,
come un miraggio irraggiungibile, La
Gioconda e L'ultima cena
attendono il nostro geniale e improvvisato detective. Chi era realmente
Leonardo da Vinci? Cosa hanno nascosto per secoli i Templari? Quale chiave dà
accesso al segreto del Santo Graal? L'America intera si è appassionata a questi
interrogativi e ha decretato Dan Brown scrittore dell'anno (al primo posto in
classifica da sette mesi). Il suo romanzo, tradotto in tutti i paesi del mondo,
ha spiegato a milioni di lettori perché, in definitiva, Monna Lisa, nel celebre
ritratto della Gioconda, sorride. Perché?
Prima
di diventare uno dei più acclamati autori di thriller, Dan Brown è stato
insegnante di inglese all'università e storico dell'arte. Da sempre
appassionato di codici segreti, è spesso ospite di trasmissioni televisive e
scrive su parecchie riviste, fra cui "Newsweek" e "The New
Yorker". I suoi libri sono tradotti in molte lingue. Il codice da Vinci è il suo quarto romanzo. L'autore vive nel New
England.
ART DIRECTOR GIACOMO CALLO
GRAPHIC DESIGNER: CRISTIANO GUERRI
Dan Brown
IL CODICE DA
VINCI
Traduzione di Riccardo Valla
MONDADORI
Questo libro è un'opera di fantasia.
Personaggi e luoghi citati sono invenzioni dell'autore e hanno lo scopo di
conferire veridicità alla narrazione. Qualsiasi analogia con fatti, luoghi e
persone, vive e defunte, è assolutamente casuale.
ISBN 88-04-52341-7
COPYRIGHT ©2003 BY DAN BROWN
©2003 ARNOLDO MONDADORI EDITORE S.P.A., MILANO
TITOLO
DELL'OPERA ORIGINALE
THE DA VINCI CODE
I EDIZIONE
NOVEMBRE 2003
XI EDIZIONE
FEBBRAIO 2004
RINGRAZIAMENTI
Innanzitutto
ringrazio il mio editor, il mio amico Jason Kaufman, per avere lavorato così
duramente a questo progetto e per avere sinceramente capito il vero significato
di questo libro. E l'incomparabile Heide Lange, instancabile difensore del Codice da Vinci, agente straordinaria,
amica fidata.
Non
riuscirei mai a esprimere pienamente la gratitudine per l'eccezionale squadra
della Doubleday, per la loro generosità, la fede e la guida illuminata. Un grazie
soprattutto a Bili Thomas e Steve Rubin, che hanno creduto in questo libro fin
dall'inizio. Grazie anche al gruppo iniziale di sostenitori all'interno della
casa editrice, guidato da Michael Palgon, Suzanne Herz, Janelle Moburg, Jackie
Everly e Adrienne Sparks, alle capaci forze commerciali della Doubleday e a
Michael Windsor per la splendida copertina dell'edizione americana.
Per
la loro generosa assistenza nelle ricerche del libro, desidero ringraziare il
Museo del Louvre, il ministero francese della Cultura, il progetto Gutenberg,
La
mia gratitudine va anche al Water Street Bookstore per avermi procurato un gran
numero dei libri che mi servivano per le mie ricerche, a mio padre Richard
Brown — insegnante di matematica e scrittore — per l'aiuto che mi ha dato sulla
proporzione divina e la sequenza di Fibonacci, Stan Planton, Sylvie Baudeloque,
Peter McGuigan, Francis McInerney, Margie Wachtel, Andre Vernet, Ken Kelleher
della Anchorball Web Media, Cara Sottak, Karyn Popham, Esther Sung, Miriam
Abramowitz, William Tunstall-Pedoe e Griffin Wooden Brown.
E
infine, in un libro che si affida così fortemente alla sacralità femminile, non
potrei non ricordare le due donne eccezionali che hanno influenzato la mia
vita. La prima è mia madre, Connie Brown, collega scrittrice, nutrice del mio
spirito, musicista e modello per quel ruolo. E mia moglie Blythe, storica
dell'arte, pittrice, editor di prima linea e senza dubbio la donna più
sorprendentemente dotata di talento che abbia mai conosciuto.
A
Blythe... ancora.
Più
che mai.
PROLOGO
Museo del Louvre, Parigi
ore 22.46
Il
famoso curatore del Louvre, Jacques Saunière, raggiunse a fatica l'ingresso
della Grande Galleria e corse verso il quadro più vicino a lui, un Caravaggio.
Afferrata la cornice dorata, l'uomo di settantasei anni tirò il capolavoro
verso di sé fino a staccarlo dalla parete, poi cadde all'indietro sotto il peso
del dipinto.
Come
da lui previsto, una pesante saracinesca di ferro calò nel punto da cui era
passato poco prima, bloccando l'ingresso al corridoio. Il pavimento di parquet
tremò. Lontano, un allarme cominciò a suonare.
Per
un momento, ansimando profondamente, il curatore rimase immobile per fare
l'inventario dei danni. "Sono ancora vivo." Uscì da sotto la tela,
strisciando, e si guardò attorno, nella galleria simile a una caverna, per
cercare un nascondiglio.
Si
udì una voce, spaventosamente vicina. «Non si muova.»
Il
curatore, che era riuscito a mettersi carponi, si immobilizzò e voltò
lentamente la testa. A soli cinque metri da lui, dietro la saracinesca, si
scorgeva attraverso le sbarre l'enorme silhouette del suo assalitore. Era un
uomo alto, dalle spalle larghe, la pelle pallida come quella di uno spettro, i
capelli bianchi radi. Aveva le iridi rosa e le pupille rosso scuro.
L'albino
prese una pistola dalla tasca e infilò la canna in mezzo alle sbarre,
puntandola contro Saunière. «Non doveva fuggire.» Parlava con un accento
difficile da individuare. «Adesso mi dica dov'è.»
«Gliel'ho
già detto» balbettò il curatore, indifeso e inginocchiato sul pavimento della
galleria. «Non ho idea di che cosa stia parlando.»
«Lei
mente.» L'uomo lo fissò, perfettamente immobile, a parte il luccichio dei suoi
occhi spettrali. «Lei e i suoi compagni possedete qualcosa che non è vostro.»
Il
curatore si sentì percorrere da una scarica di adrenalina. "Da chi può
averlo saputo?"
«Questa
notte ritornerà ai suoi legittimi guardiani. Mi dica dov'è nascosta e le
risparmierò la vita.» L'uomo puntò la pistola contro la testa del curatore. «E
un segreto per cui vale la pena di morire?»
Saunière
si sentì mancare il fiato.
L'albino
inclinò leggermente la testa, prendendo la mira lungo la canna dell'arma.
Saunière
alzò le mani come per difendersi. «Aspetti. Le dirò quello che vuole sapere.»
Poi proseguì lentamente, scandendo con attenzione le parole. La bugia che
raccontò l'aveva già ripetuta molte volte, tra sé e sé... augurandosi ogni
volta di non doverla mai pronunciare.
Quando
il curatore ebbe terminato di parlare, il suo assalitore sorrise con aria
astuta. «Sì. E esattamente quello che mi hanno detto gli altri.»
Saunière
trasalì. "Gli altri?"
«Ho
trovato anche loro» disse il gigantesco albino. «Tutt'e tre. Hanno confermato
quello che lei mi ha raccontato adesso.»
"Non
può essere!" L'identità nascosta del curatore, come quella dei suoi tre sénéchaux, era sacra come l'antico
segreto da loro protetto. Saunière ora comprendeva l'accaduto: i suoi
siniscalchi avevano seguito la procedura e detto la stessa bugia prima di
morire. Faceva parte del protocollo stabilito.
L'aggressore
puntò di nuovo la pistola. «Scomparso lei, sarò il solo a conoscere la verità.»
"La
verità." In un istante, il curatore comprese il vero orrore della
situazione. "Se morrò, la verità andrà persa per sempre."
Istintivamente, cercò di mettersi al riparo.
La
pistola ruggì; il curatore sentì un lancinante bruciore quando il proiettile
gli entrò nello stomaco. Cadde in avanti... lottando contro il dolore. Poi,
lentamente, Saunière si girò su se stesso e guardò il suo assalitore, dietro le
sbarre.
L'albino
puntava ora la pistola contro la sua testa.
Il
curatore chiuse gli occhi. I suoi pensieri erano una tempesta di paura e
rimpianto.
Il
clic del percussore che batteva a vuoto echeggiò nel corridoio.
L'albino
guardò l'arma con espressione quasi divertita. Fece per prendere dalla tasca un
altro caricatore, poi parve cambiare idea e fissò con calma, sorridendo,
l'addome di Saunière. «Qui il mio lavoro è finito.»
Il
curatore abbassò lo sguardo e vide sulla bianca camicia di lino il foro del
proiettile. C'era un piccolo cerchio di sangue, poche dita sotto lo sterno.
"Mi ha ferito allo stomaco." Quasi crudelmente, il proiettile aveva
mancato il cuore. Come ex combattente della Guerre
d'Algérie, aveva già visto molte volte quell'orribile morte prolungata.
Sarebbe sopravvissuto per una quindicina di minuti, mentre i suoi succhi
gastrici filtravano nella cavità toracica, avvelenandolo lentamente
dall'interno.
«Il
dolore è buono, Monsieur» disse l'albino. Poi scomparve.
Rimasto
solo, Jacques Saunière tornò a osservare la saracinesca d'acciaio. Era in
trappola; per riaprire la porta occorrevano almeno venti minuti. Prima che
qualcuno facesse in tempo ad arrivare a lui, sarebbe morto. Eppure, la paura
che adesso l'attanagliava era assai superiore a quella della morte.
"Devo
trasmettere il segreto."
Alzandosi
in piedi a fatica, richiamò alla mente i tre fratelli assassinati. Pensò alle
generazioni venute prima di loro, alla missione affidata a tutt'e quattro.
"Un'ininterrotta
catena di conoscenze."
E
all'improvviso, adesso, nonostante tutte le precauzioni e le misure di
sicurezza, Jacques Saunière era il solo legame rimasto, l'unico guardiano di
uno dei più terribili segreti mai esistiti.
Rabbrividendo,
si rizzò in piedi.
"Devo
trovare un modo..."
Era
intrappolato all'interno della Grande Galleria ed esisteva solo una persona al
mondo a cui passare la fiaccola. Saunière guardò le pareti della sua
ricchissima prigione. La collezione dei più famosi dipinti del mondo pareva
sorridergli come un gruppo di vecchi amici.
Stringendo
i denti per il dolore, fece appello a tutte le sue forze e capacità. Sapeva che
il compito disperato che lo attendeva avrebbe richiesto fino all'ultimo istante
di quel poco di vita che ancora gli rimaneva.
1
Robert
Langdon riprese coscienza lentamente. Un telefono squillava nell'oscurità, uno
scampanellio acuto. Un suono che non gli era familiare. Cercò a tastoni la
lampada sul comodino e la accese. Sollevando le palpebre ancora gonfie per il
sonno, si guardò attorno e scorse una ricca camera da letto in stile, con
mobili Luigi XVI, pareti affrescate e un colossale letto in mogano col
baldacchino.
"Dove
diavolo sono finito?"
L'accappatoio
in tessuto jacquard appeso a una delle colon
ne
portava lo stemma HOTEL RITZ PARIS.
Pian
piano, la nebbia cominciò ad allontanarsi dal suo cervello. Langdon sollevò il
ricevitore. «Pronto?»
«Monsieur
Langdon?» chiese un uomo. «Spero di non averla svegliata.»
Con
la mente ancora confusa dal sonno, Langdon lanciò un'occhiata alla sveglia sul
comodino. Mezzanotte e trentadue. Si era addormentato meno di un'ora prima, ma
si sentiva come un'anima ritornata dal regno dei morti.
«Qui
è la portineria, Monsieur. Mi scusi il disturbo, c'è una persona che chiede di
lei. Insiste che è urgente.»
Langdon
faticava ancora a connettere. "Una persona?" Lesse oziosamente la
scritta su un cartoncino posato sul comodino.
L'UNIVERSITÀ AMERICANA DI PARIGI
È LIETA DI PRESENTARE UNA SERATA CON
ROBERT LANGDON
PROFESSORE DI SIMBOLOGIA RELIGIOSA, HARVARD
UNIVERSITY
Langdon
gemette tra sé. La sua conferenza – una proiezione di diapositive sulla
simbologia pagana nascosta nelle pietre della Cattedrale di Chartres – doveva
avere arruffato il pelo a qualche ascoltatore fondamentalista. Probabilmente
uno studioso di religioni l'aveva seguito fino all'albergo per insultarlo.
«Mi
dispiace» disse Langdon «ma sono stanco e...»
«Mais, monsieur» insistette il portiere
abbassando il tono di voce e sussurrando in fretta: «Il suo visitatore è una
persona importante».
Langdon
non ne dubitava. I suoi libri sull'arte religiosa e sulla simbologia del culto
lo avevano reso, a dispetto delle sue intenzioni, una celebrità nel mondo
dell'arte; inoltre, l'anno precedente, la sua visibilità si era moltiplicata
per cento a causa del suo coinvolgimento in un incidente avvenuto nel Vaticano,
a cui era stata data un'amplissima pubblicità. Da allora il flusso di storici
convinti della propria importanza e di maniaci dell'arte che suonavano alla sua
porta non si era più arrestato.
«Per
favore, mi può usare la gentilezza» rispose Langdon, il quale faticava a non
lanciargli qualche improperio «di farsi lasciare il nome e il numero di
telefono di questa persona, e di dirle che farò del mio meglio per chiamarla
prima di lasciare Parigi, martedì prossimo? Grazie.» E riagganciò, prima che il
portiere potesse protestare.
Seduto
sul letto, Langdon guardò con ira la guida dell'albergo, appoggiata sul
comodino. La copertina vantava: DORMIRE COME UN BAMBINO NELLA CITTÀ DELLE LUCI.
BUON SONNO AL RITZ DI PARIGI. Alzò la testa e fissò lo specchio a parete
davanti a lui. L'uomo che gli ricambiò lo sguardo era un estraneo, spettinato
ed esausto.
"Hai
bisogno di una vacanza, Robert."
L'ultimo
anno lo aveva stancato moltissimo, ma a Langdon non piaceva vederne la prova
allo specchio. I suoi occhi azzurri, di solito acuti e vivaci, erano velati e
gonfi. La mascella forte era coperta dalla barba scura di un giorno e così il
mento, tagliato verticalmente da una fossetta. Sulle tempie, le strisce grigie
si erano allargate, annettendosi nuove aree del suo cespuglio di capelli scuri
e ricciuti. Anche se le colleghe sostenevano che il grigio accentuava il suo
fascino di studioso, Langdon non si faceva illusioni.
"Se
il 'Boston Magazine' mi vedesse ora."
Il
mese precedente, con grande imbarazzo di Langdon, il "Boston
Magazine" lo aveva elencato tra le dieci persone più affascinanti della
città, un discutibile onore che lo aveva reso oggetto di infinite battute da
parte dei colleghi di Harvard. Quella sera, a cinquemila chilometri da casa, il
complimento era tornato ad assillarlo alla conferenza da lui tenuta.
«Signore
e signori» aveva detto la moderatrice, parlando all'aula piena, nel Pavillon
Dauphine dell'Università americana di Parigi «il nostro ospite di questa sera
non ha bisogno di presentazione. È autore di numerosi libri: La simbologia delle sette segrete, L'arte
degli Illuminati, Il linguaggio perduto degli ideogrammi, e quando affermo
che ha scritto il testo fondamentale sulla Iconologia
della religione intendo questa frase alla lettera. Molti di voi usano il
suo volume nei loro corsi.»
Gli
studenti che facevano parte del pubblico avevano annuito con entusiasmo.
«Avevo
pensato di presentarlo ricapitolando il suo impressionante curriculum vitae. Però...» Aveva guardato ironicamente Langdon, che
sedeva accanto a lei. «Una persona del pubblico mi ha appena passato una
presentazione assai più, per così dire... "seducente".»
E
aveva mostrato una copia del "Boston Magazine". Langdon si era
sentito correre un brivido lungo la schiena. "Dove diavolo è andata a
pescarlo?"
La
moderatrice aveva cominciato a leggere alcune frasi scelte, tratte
dall'articolo idiota; Langdon si era sentito sprofondare sempre più nella
sedia. Trenta secondi più tardi, la gente rideva e la donna non dava segno di
volersi arrestare. «"E il rifiuto del signor Langdon di parlare in
pubblico del suo inconsueto ruolo nel conclave vaticano dello scorso anno gli
ha fatto certamente guadagnare qualche ulteriore punto nel nostro
'affascinometro' ".» Come se non bastasse, si era anche messa a pungolare
il pubblico. «Volete saperne di più?»
La
folla aveva applaudito.
"Che
qualcuno la fermi" aveva supplicato Langdon, mentre la donna si tuffava
nuovamente nell'articolo.
«"Anche
se il professor Langdon non ha quella bella presenza palestrata che
contraddistingue alcuni dei nostri giovani prescelti, questo accademico
quarantenne ha dalla sua il fascino dell'erudito. La sua accattivante presenza
è sottolineata da una voce stranamente bassa e baritonale, che le sue
studentesse descrivono come 'cioccolata per le orecchie".»
L'intera
sala era scoppiata a ridere.
Langdon
era riuscito a rivolgere al pubblico un sorriso imbarazzato. Sapeva quel che
veniva ora – un commento ridicolo su un "Harrison Ford in giacca di Harris
Tweed" – e, poiché quella sera gli era sembrato di potere finalmente
indossare senza pericolo un girocollo Burberry e la giacca di Harris Tweed, a
quel punto aveva deciso di passare all'azione. «Grazie, Monique» aveva detto,
alzandosi prima del tempo e costringendola ad allontanarsi dal podio. «Il
"Boston Magazine" è davvero molto abile nelle narrazioni di
fantasia.» Fissò il pubblico e sospirò con imbarazzo. «E se scopro chi ha
portato quel giornale, lo faccio deportare dal consolato americano.»
La
folla aveva riso.
«Bene,
signori, come tutti sapete, questa sera sono venuto a parlare del potere dei
simboli...»
Il
silenzio venne di nuovo interrotto dallo squillo del telefono. Incredulo,
Langdon si lasciò sfuggire un gemito e sollevò il ricevitore. «Sì?»
Come
prevedeva, era di nuovo la portineria. «Signor Langdon, mi scusi di nuovo. La
chiamo per informarla che il suo ospite sta salendo. Pensavo che fosse bene
avvertirla.»
A
quel punto, Langdon era ormai del tutto sveglio. «Ha lasciato salire qualcuno
nella mia stanza?»
«Le
mie scuse, Monsieur, ma un uomo del genere... non ho l'autorità di fermarlo.»
«Ma
chi è, esattamente?»
Il
portiere aveva già riattaccato.
Un
attimo più tardi, qualcuno bussò rumorosamente alla porta.
Insicuro
sul da farsi, Langdon scese dal letto e sentì le dita dei piedi infilarsi
profondamente nel tappeto savonnerie. Si infilò l'accappatoio dell'albergo e si
diresse alla porta. «Chi è?»
«Signor
Langdon? Devo parlare con lei.» L'uomo aveva un distinto accento francese, un
latrato secco, autorevole. «Sono il tenente Jéróççççme Collet. Direction
central Police judiciaire.»
Langdon
rimase interdetto per qualche istante. "La polizia giudiziaria?" La
sua Direzione centrale era qualcosa di molto vicino all'FBI americano.
Senza
togliere la catena di sicurezza, Langdon socchiuse di pochi centimetri la
porta. La faccia che lo guardava era affilata e sbiadita. Il tenente Collet era
eccezionalmente magro e indossava un'uniforme blu dall'aspetto estremamente
serio.
«Posso
entrare?» chiese il poliziotto.
Langdon
era ancora esitante. I suoi dubbi aumentavano a mano a mano che gli occhi
segnati del tenente lo scrutavano. «Di cosa si tratta?»
«Il
mio capitaine richiede la sua consulenza per una questione privata.»
«Adesso?»
cercò di obiettare Langdon. «È mezzanotte passata.»
«È
vero che lei doveva incontrarsi con il curatore del Louvre, questa sera?»
Langdon
sentì bruscamente crescere il disagio. Lui e il famoso curatore Jacques
Saunière dovevano incontrarsi per bere qualcosa insieme, dopo la conferenza
all'Università americana, ma Saunière non si era fatto vedere. «Sì. Come fate a
saperlo?»
«Abbiamo
trovato il suo nome nell'agenda degli appuntamenti di Saunière.»
«Spero
che non sia successo nulla.»
L'agente
trasse un lungo sospiro e infilò nella fessura della porta una polaroid.
«Questa foto è stata scattata meno di un'ora fa. All'interno del Louvre.»
Nel
guardare la bizzarra immagine, Langdon passò dall'iniziale repulsione a un
improvviso accesso di collera. «Chi può aver fatto una cosa simile?»
«Speravamo
che lei potesse aiutarci a rispondere alla domanda, data la sua conoscenza
della simbologia e la sua intenzione di incontrarsi con lui.»
Langdon
continuò a fissare la foto. Al suo orrore si sommava adesso la paura.
L'immagine era raccapricciante e profondamente strana e gli dava un allarmante
senso di déjà-vu. Poco più di un anno prima, lo studioso aveva ricevuto la
fotografia di un altro cadavere e una simile richiesta di aiuto.
Ventiquattr'ore più tardi aveva rischiato di perdere la vita all'interno del
Vaticano. La foto che aveva davanti agli occhi era del tutto diversa, eppure il
luogo in cui era stata scattata aveva qualcosa di familiare.
Il
poliziotto guardò l'orologio da polso. «Il mio capitaine ci aspetta, signore.»
Langdon
lo udì appena. Continuava a fissare la fotografia. «Questo simbolo, e il modo
strano in cui il corpo è stato...» «Messo in posa?» suggerì il poliziotto.
Langdon
annuì e sentì correre un brivido lungo la schiena. «Non riesco a immaginare chi
possa fare qualcosa del genere a una persona.»
L'agente
lo guardò con espressione cupa. «Lei non ha capito, signor Langdon. Quel che
vede nella fotografia...» Si interruppe per un istante. «Monsieur Saunière se
l'è fatto da solo.»
2
A
più di un chilometro di distanza, il gigantesco albino chiamato Silas varcò
zoppicando il portone principale della lussuosa residenza della sua
associazione: un palazzo di arenaria grigia sulla Rue
"Il
dolore è buono."
I
suoi occhi dalle iridi rosse esaminarono in fretta l'atrio mentre entrava nella
residenza. Era vuoto. Salì silenziosamente le scale per non destare nessuno dei
suoi fratelli numerari. La porta della sua camera era aperta; lì le serrature
erano proibite. Entrò e accostò la porta dietro di sé.
La
stanza era spartana: pavimento di rovere, un armadio di abete, una brandina in
un angolo, che gli serviva da letto. Quella settimana, Silas era ospite a
Parigi, ma da molti anni godeva della benedizione di un simile asilo a New York
City.
"Il
Signore mi ha offerto il suo rifugio e mi ha dato uno scopo nella vita."
E
quella sera, finalmente, Silas pensava di avere cominciato a ripagare il suo
debito. Corse all'armadio, recuperò il cellulare nascosto nel cassetto e
compose un numero.
«Sì?»
gli rispose un uomo.
«Maestro,
sono tornato.»
«Parla»
ordinò l'uomo. Pareva soddisfatto di udirlo. «Tutt'e quattro se ne sono andati.
I tre sénéchaux e il Grand-Maître.»
Per
qualche istante, l'uomo non rispose, come se mormorasse una preghiera. «Allora,
penso che tu abbia l'informazione.»
«Tutt'e
quattro hanno detto la stessa cosa. Ciascuno indipendentemente dall'altro.»
«E
tu credi loro?»
«La
concordanza era troppo grande per trattarsi di una coincidenza.»
Un
respiro eccitato. «Eccellente. Temevo che il vincolo alla
segretezza,
tipico di quella fratellanza, l'avesse avuta vinta.» «La prospettiva della
morte è una forte motivazione.» «Allora, figlio mio, dimmi che cosa devo
sapere.»
Silas
si rendeva conto che le informazioni strappate alle sue vittime lo avrebbero
stupito. «Maestro, tutt'e quattro hanno confermato l'esistenza della clef de voûte, la leggendaria
"chiave di volta".»
Sentì
che l'interlocutore traeva bruscamente il fiato; percepì con nettezza l'eccitazione
del Maestro. «La chiave di volta. Esattamente come sospettavamo.»
Secondo
la leggenda, la fratellanza aveva creato una mappa di pietra – una chiave o
pietra di volta – una tavoletta scolpita che rivelava il nascondiglio del
massimo segreto della fratellanza: un'informazione così importante che la sua
protezione era la ragione dell'esistenza stessa della fratellanza.
«Quando
avremo in mano la chiave di volta» disse il Maestro «saremo a un solo passo di
distanza dal nostro obiettivo.»
«Siamo
più vicino di quanto lei non pensi. La chiave di volta è qui a Parigi.»
«Parigi?
Incredibile. Sembra persino troppo facile.»
Silas
riferì gli ultimi avvenimenti della notte; come tutt'e quattro le vittime,
negli istanti precedenti la morte, avessero disperatamente cercato di
ricomprarsi la loro vita senza Dio raccontando il loro segreto. Ciascuno aveva
detto a Silas la stessa cosa: che la chiave di volta era astutamente nascosta
in un punto preciso di una delle antiche chiese di Parigi, quella di
Saint-Sulpice.
«Dentro
una casa del Signore!» esclamò il Maestro. «Quanto si prendono gioco di noi!»
«Come
hanno fatto per secoli.»
Il
Maestro tacque, come per godersi appieno il trionfo di quel momento. Infine
parlò: «Hai reso un grande servizio a Dio. Abbiamo atteso per secoli questo
momento. Devi recuperare la pietra per me. Immediatamente. Questa notte stessa.
Tu sai qual è la posta».
Silas
sapeva che la posta era inestimabile, ma quanto gli chiedeva il Maestro gli
pareva impossibile. «Quella chiesa è una fortezza, soprattutto di notte. Come
faccio a entrare?»
Con
il tono sicuro di sé delle persone importanti, il Maestro gli spiegò che cosa
dovesse fare.
Quando
Silas chiuse la comunicazione, la sua pelle fremeva nell'attesa.
"Un'ora"
ripeté a se stesso, lieto che il Maestro gli avesse concesso il tempo di fare
la necessaria penitenza, prima di entrare in una casa di Dio. "Devo
purgare la mia anima dei peccati di quest'oggi." I peccati da lui commessi
avevano uno scopo santo. Le azioni di guerra contro i nemici di Dio si effettuavano
da secoli. Il perdono era assicurato.
Eppure,
come Silas sapeva, l'assoluzione richiedeva un sacrificio.
Dopo
avere chiuso gli scuri, si spogliò e si inginocchiò al centro della stanza.
Guardando in basso, osservò il cilicio legato alla coscia. Tutti i veri seguaci
della Via portavano quello strumento, una fascia di cuoio irta di uncini
metallici che incidevano la pelle come continuo memento delle sofferenze di
Cristo. Il dolore causato dagli uncini aiutava anche a vincere i desideri della
carne.
Sebbene
Silas, quel giorno, avesse portato il cilicio per più delle due ore richieste,
sapeva che si trattava di una giornata particolare. Prese la fibbia e la
strinse di un foro, serrando i denti quando gli uncini gli entrarono ancora più
profondamente nella carne. Esalando lentamente il fiato, assaporò il dolore
come rito di purificazione.
"Il
dolore è buono" sussurrò fra sé, ripetendo le sacre parole di padre
Josemaría Escrivàààà, il Maestro dei Maestri. Anche se Escrivààààà era morto
nel 1975, la sua saggezza era sopravvissuta, le sue parole erano ancora
sussurrate da migliaia di servitori fedeli, in tutto il globo, quando si
inginocchiavano per terra ed eseguivano la sacra pratica nota come
"mortificazione corporale".
Silas
rivolse ora l'attenzione a una grossa corda annodata, arrotolata con precisione
sul pavimento accanto a lui. La "disciplina". I nodi erano sporchi di
sangue rappreso. Ansioso di giungere alla purificazione attraverso il dolore,
Silas recitò una breve preghiera. Poi, afferrata la corda, chiuse gli occhi e
si sferzò con violenza la schiena, in modo da sentire i nodi ferirgli la pelle.
Una seconda sferzata gli lacerò la carne. Poi un'altra e un'altra.
"Castigo corpus meum."
E
infine sentì scorrere il sangue
3
La
frizzante aria d'aprile sferzava il finestrino aperto della Citroèèèèn zx che
correva a sud dopo avere lasciato Place Vendòòòòòme. Nel sedile del passeggero,
Robert Langdon osservava la città passare veloce accanto a lui e cercava di
chiarirsi i pensieri. Dopo avere fatto una rapida doccia ed essersi rasato, il
suo aspetto era tornato ragionevolmente presentabile, ma le preoccupazioni gli
erano rimaste. La spaventosa immagine del corpo del curatore rimaneva bloccata
nella sua mente.
"Jacques
Saunière è morto."
Langdon
non poteva fare a meno di provare un forte senso di perdita per la morte del
curatore. Nonostante Saunière avesse fama di essere una sorta di recluso, era
facile provare venerazione per lui a causa della sua grande dedizione alle
arti. I suoi libri sui codici segreti celati nei quadri di Poussin e Teniers
erano tra i testi adottati da Langdon per i suoi corsi. Lui aveva aspettato con
ansia l'incontro di quella sera ed era rimasto deluso quando il curatore non
era comparso.
Di
nuovo l'immagine del curatore si presentò alla sua mente. "E stato Jacques
Saunière a ridursi in quel modo?" Langdon si voltò a guardare dal
finestrino, costringendosi a fugare quella visione.
All'esterno
dell'auto, la città cominciava allora a chiudere le sue attività: i venditori
ambulanti portavano via i loro carretti di amandes caramellate, i camerieri
trasferivano sul marciapiede i sacchi di immondizia, una coppia di innamorati
tiratardi si stringeva per riscaldarsi, mentre soffiava il vento profumato di
germogli di gelsomino.
«Le
capitaine era molto lieto, quando ha scoperto che lei era ancora a Parigi»
disse il poliziotto, parlando per la prima volta da quando avevano lasciato
l'hotel. «Una coincidenza fortunata.»
Langdon
si sentiva tutt'altro che fortunato e la coincidenza non era una categoria di
cui si fidasse molto. Avendo trascorso la vita a esplorare i collegamenti
nascosti tra i diversi emblemi e le diverse ideologie, vedeva il mondo come una
rete di storie e di eventi profondamente intrecciati tra loro. "I
collegamenti possono essere invisibili" aveva spesso ripetuto ai suoi
allievi di simbologia a Harvard "ma ci sono sempre, sepolti appena sotto
la superficie." «Suppongo» disse «che sia stata l'Università americana di
Parigi a dirvi dove alloggiavo.»
Il
poliziotto scosse la testa. «L'Interpol.»
"L'Interpol"
pensò Langdon. "Naturalmente." Si era dimenticato che la richiesta,
in apparenza innocua, di tutti gli hotel europei di vedere il passaporto quando
ci si registrava per una camera non era solo una stramba formalità del Vecchio
Continente, ma era un obbligo di legge. Ogni notte, in tutta l'Europa, i
funzionari dell'Interpol potevano individuare con esattezza chi dormisse in
ciascun albergo. Trovare Langdon al Ritz non doveva avere richiesto più di
cinque secondi.
Mentre
«L'ha
mai montata?» chiese il poliziotto.
Colto
di sorpresa, Langdon si augurò di avere capito male. «Scusi?»
«È
bella, vero?» soggiunse il poliziotto, indicando
«No,
non sono mai salito sulla torre.»
«È
il simbolo della Francia. Secondo me è perfetta.»
Langdon
annuì senza compromettersi. Gli studiosi di simboli spesso osservavano come
Quando
raggiunsero l'intersezione con Rue de Rivoli, il semaforo era rosso, ma
Quando
entrarono nei giardini deserti, il tenente Collet infilò la mano sotto il
cruscotto e spense l'assordante sirena. Langdon trasse un lungo sospiro e si
godette per qualche istante l'assoluto silenzio. All'esterno dell'auto, il
pallido raggio dei fari alogeni scivolava sulla ghiaia della strada alberata
del parco e il rumore delle ruote scandiva un ritmo ipnotico. Langdon aveva
sempre considerato le Tuileries terreno sacro. Erano i giardini dove Claude
Monet aveva sperimentato con la forma e col colore e aveva letteralmente
ispirato la nascita del movimento impressionista. Quella sera, però, vi regnava
una strana atmosfera minacciosa.
L'Arc
du Carrousel.
Nonostante
i rituali orgiastici che un tempo si tenevano all'Arc du Carrousel, gli amanti
dell'arte venerano quel luogo per un motivo del tutto diverso. Dalla piazza in
fondo alle Tuileries si possono scorgere quattro dei più importanti musei di
belle arti del mondo, uno per ciascun punto cardinale della bussola.
A
destra e a sud, al di là della Senna e del Quai Voltaire, Langdon vedeva la
facciata scenograficamente illuminata della vecchia stazione ferroviaria, oggi
il rinomato Musée d'Orsay. A sinistra scorgeva invece la cima dell'ultramoderno
Centre Pompidou, che ospitava il museo di Arte moderna. Dietro di lui, a ovest,
sapeva che l'antico obelisco di Ramses si alzava al di sopra degli alberi e
contrassegnava
E
davanti a lui, attraverso l'arco, Langdon poteva vedere adesso il monolitico
palazzo rinascimentale che era divenuto il più famoso museo di belle arti del
mondo.
Il
Musée du Louvre.
Langdon
provò un familiare senso di meraviglia mentre i suoi occhi si sforzavano
inutilmente di cogliere l'intera massa dell'edificio. In fondo a una piazza di
dimensioni enormi, l'imponente facciata del Louvre si stagliava come una
cittadella nel cielo parigino. Il Louvre aveva la forma di un enorme ferro di
cavallo ed era l'edificio più lungo d'Europa, più di tre Torri Eiffel messe
l'una in fila all'altra. Neppure i centomila metri quadri di spazio aperto tra
le ali del museo riuscivano a intaccare la maestosità dell'immensa facciata.
Una volta, Langdon aveva percorso l'intero perimetro del Louvre: una
stupefacente escursione di cinque chilometri.
Per
poter debitamente apprezzare le 65.300 opere d'arte esposte nell'edificio, si
calcolava che un visitatore avrebbe impiegato cinque settimane, ma la maggior
parte dei turisti sceglieva l'esperienza abbreviata che Langdon chiamava il
"Louvre Light": una corsa attraverso il museo per vedere le tre opere
d'arte più famose,
Il
poliziotto prese un walkie-talkie e parlò in un francese rapidissimo: «Monsieur Langdon est arrivé. Deux minutes».
Dall'altoparlante
giunse una conferma indecifrabile, una sorta di gracidio coperto dalle
scariche.
Il
poliziotto infilò il walkie-talkie nel vano della portiera E. si rivolse a
Langdon. «Incontrerà il capitaine all'entrata principale.»
Ignorando
le segnalazioni che vietavano alle auto l'accesso alla piazza, accelerò e
lanciò
Il
nuovo ingresso del Louvre parigino era divenuto famoso quanto il museo stesso.
La controversa piramide di vetro in stile neomoderno, progettata
dall'architetto americano di origine cinese I.M. Pei, suscitava ancora l'odio
dei tradizionalisti che l'accusavano di distruggere la dignità rinascimentale
dell'insieme. Goethe aveva descritto l'architettura come musica congelata; i
detrattori di Pei descrivevano quella piramide come il rumore delle unghie che
graffiano la lavagna. Gli ammiratori progressisti, invece, salutavano la
piramide trasparente di Pei, alta ventuno metri, come un'abbagliante sinergia
di struttura antica e di tecnologia moderna, un legame simbolico tra il vecchio
e il nuovo, che contribuiva a introdurre il Louvre nel millennio appena
iniziato.
«Le
piace la nostra piramide?» chiese il tenente Collet.
Langdon
aggrottò la fronte. I francesi, a quanto pareva, amavano fare agli americani
quel tipo di domande. Naturalmente si trattava di una domanda a trabocchetto.
Se avesse ammesso che la piramide gli piaceva, sarebbe stato giudicato un
americano privo di gusto; se avesse detto che non gli piaceva avrebbe offeso i
francesi.
«Mitterrand
era un uomo di carattere» rispose Langdon, sottolineando la differenza tra
l'opera e il committente. Del vecchio presidente francese che aveva
commissionato la piramide si diceva che soffrisse del "complesso del faraone".
Responsabile d'avere riempito Parigi di obelischi, oggetti d'arte e manufatti
egizi, Frawwwwwois Mitterrand aveva una propensione talmente forte per la
cultura egizia da guadagnarsi il nomignolo di "Sfinge", affibbiatogli
dai suoi compatrioti.
«Come
si chiama il suo capitano?» chiese Langdon per cambiare argomento.
«Bezu
Fache» ripose Collet, mentre si avvicinavano all'ingresso principale. «Noi lo
chiamiamo le Taureau.»
Langdon
lo guardò con sorpresa. Che ogni francese avesse un misterioso soprannome animale?
«Chiamate il vostro capitano "il Toro"?»
Collet
inarcò le sopracciglia. «Il suo francese è migliore di quanto lei non ammetta,
Monsieur Langdon.»
"Il
mio francese fa schifo" pensò Langdon "ma la mia iconografia
zodiacale è ottima." Taurus era
il Toro. L'astrologia era una simbologia costante in tutto il mondo.
Collet
fermò l'auto e indicò un punto tra due fontane: un'ampia porta nel fianco della
piramide. «Ecco l'entrata. Buona fortuna, Monsieur.»
«Lei
non viene?»
«Ho
l'ordine di lasciarla qui. Ho un altro lavoro da svolgere.» Langdon trasse un
sospiro e scese dall'auto. "I registi siete voi e lo spettacolo è
vostro."
Collet
inserì la marcia e ripartì.
Rimasto
solo a guardare le luci posteriori dell'automobile che si allontanava. Langdon
rifletté che poteva ancora ripensarci, uscire dal cortile, prendere un taxi e
tornare in albergo a dormire. Ma qualcosa gli diceva che non sarebbe stata una
buona idea.
Mentre
si muoveva verso le fontane circondate dalla nebbia, lo studioso aveva
l'impressione di avere attraversato una soglia immaginaria e di essere finito
in un altro mondo. Tornava ad affacciarsi l'impressione che aveva avuto
all'inizio, di vivere in un sogno. Venti minuti prima, dormiva in albergo.
Adesso era davanti a una piramide trasparente costruita dalla Sfinge e
aspettava un poliziotto chiamato il Toro.
"Sono
intrappolato in un quadro di Salvador Dalí" pensò.
Fece
qualche passo e arrivò all'ingresso principale, un'enorme porta girevole. Al di
là dei vetri si scorgeva il foyer, vuoto e nell'ombra.
"Che
faccio, busso?"
Si
chiese se qualcuno degli stimati egittologi di Harvard avesse mai bussato
all'ingresso di una piramide e se si fosse aspettato una risposta. Stava per
picchiare sul vetro ma, sotto di sé, vide una figura salire la scala. Era un uomo
massiccio dai capelli scuri, quasi un Neandertal, con una giacca nera a doppio
petto che faticava a contenere le enormi spalle. Saliva con grande sicurezza di
sé; aveva le gambe corte e muscolose. In quel momento parlava al cellulare, ma
terminò la chiamata prima di raggiungere Langdon. Gli fece segno di entrare.
«Bezu
Fache» si presentò quando lo studioso uscì dalla porta girevole. «Capitano
della Direzione centrale di polizia giudiziaria.» Il tono di voce era adatto al
suo aspetto: un brontolio gutturale, come un'incipiente tempesta.
Langdon
gli tese la mano. «Robert Langdon.»
L'enorme
palma di Fache si avvolse attorno alla sua con la forza di una pressa
idraulica.
«Ho
visto la foto» disse Langdon. «Il suo agente ha detto che è stato lo stesso
Jacques Saunière a...»
«Signor
Langdon» lo interruppe Fache, trafiggendolo con due occhi neri come
l'inchiostro. «Ciò che ha visto nella foto è solo l'inizio di quel che ha fatto
Saunière.»
segue … … …
riprende da pag.
6
Dopo
essersi infilato sotto la grata di sicurezza, Robert Langdon si trovava ora
sulla soglia della Grande Galleria e aveva l'impressione di essere
nell'imboccatura di un canyon lungo e profondo.
Da
entrambi i lati le pareti spoglie si alzavano per dieci metri e svanivano
nell'oscurità. Il chiarore rosso dell'illuminazione di servizio conferiva un
innaturale aspetto infuocato a una stupefacente collezione di quadri di
Leonardo, Tiziano e Caravaggio appesi a cavi che scendevano dal soffitto.
Nature morte, scene religiose, paesaggi, con accanto ritratti di nobili e di
politici.
Anche
se la Grande Galleria ospitava i più famosi capolavori d'arte italiana del
Louvre, molti visitatori ritenevano che la più stupefacente caratteristica di
quell'ala fosse il suo famoso pavimento a parquet. Costituito di assi diagonali
di legno di rovere, disposte secondo un disegno geometrico che impediva allo
sguardo di staccarsene, il pavimento creava un'effimera illusione ottica: un
reticolo a molte dimensioni che dava ai visitatori il senso di galleggiare
lungo la galleria su una superficie che cambiava a ogni passo.
Quando
Langdon cominciò a distinguere il pavimento, il suo sguardo si bloccò
bruscamente su un oggetto che giaceva a terra, pochi metri alla sua sinistra,
circondato dal nastro di segnalazione della polizia. Si voltò verso Fache. «Ma
quello sul pavimento... non è un Caravaggio?»
Il
capitano annuì, senza guardare.
Quel
quadro, si disse lo studioso, valeva almeno due milioni di dollari, eppure era
abbandonato sul pavimento come un manifesto vecchio. «Che diavolo ci fa, sul
pavimento?» Fache lo guardò torvo. Chiaramente, non trovava niente di strano
nel fatto che un Caravaggio fosse per terra. «Questa è la scena di un delitto,
signor Langdon. Non abbiamo toccato nulla. Quella tela è stata spostata dal
curatore. Staccandola dalla parete ha attivato il sistema di sicurezza.»
Langdon
tornò a fissare la grata e cercò di immaginare la scena.
«Il
curatore è stato aggredito nel suo ufficio, si è rifugiato nella Grande
Galleria e ha attivato la chiusura di sicurezza staccando quel dipinto dalla
parete. La grata è scesa immediatamente, bloccando tutte le entrate. C'è solo
una porta da cui si accede a questa galleria.»
Langdon
era leggermente confuso. «Il curatore ha catturato il suo aggressore
all'interno della Grande Galleria?»
Fache
scosse la testa. «La grata di sicurezza ha separato Saunière dal suo
aggressore. L'assassino è rimasto chiuso all'esterno e gli ha sparato
attraverso la grata.» Fache indicò un cartellino arancione legato a una delle
sbarre della grata sotto cui erano passati. «La squadra della Scientifica ha
trovato residui di polvere da sparo di una pistola. Ha mirato attraverso le
sbarre. Saunière era solo quando è morto qui dentro.»
Langdon
ripensò alla fotografia del corpo di Saunière. "Mi avevano detto che aveva
fatto tutto da solo." Diede un'occhiata all'immenso corridoio davanti a
loro. «Dov'è il corpo?»
Fache
raddrizzò il fermacravatta a forma di croce e si incamminò. «Come probabilmente
saprà, la Grande Galleria è piuttosto lunga.»
La
lunghezza esatta, se la memoria non l'ingannava, era di circa
quattrocentocinquanta metri. Altrettanto impressionante era la larghezza della
sala, che avrebbe permesso comodamente il transito di un paio di treni
passeggeri affiancati. Il centro della galleria era punteggiato di statue e di
colossali urne di porcellana che servivano come elegante divisorio e a
mantenere un flusso ordinato dei visitatori nelle due direzioni.
Fache
taceva e camminava rapidamente lungo la corsia destra della galleria, lo
sguardo fisso in avanti. Langdon aveva l'impressione di mancare di rispetto a
quei capolavori, passandogli davanti senza dedicare loro neppure un'occhiata.
"Non che si possa vedere molto, con questa luce" si giustificò. Il
bagliore rosso e ovattato evocava purtroppo in lui ricordi dell'ultima volta
che Langdon aveva visto quel tipo di luce, negli archivi segreti del Vaticano.
Era la seconda volta, nelle ultime ore, che gli tornava in mente il rischio
mortale da lui corso a Roma. Il pensiero di quella città richiamò a sua volta
il ricordo di Vittoria. Anche a lei non pensava da mesi. Stentava a credere che
il suo viaggio a Roma risalisse solo all'anno prima, gli sembrava che fossero
passati decenni. "Un'altra vita." Le ultime notizie ricevute da
Vittoria risalivano a dicembre: una cartolina postale in cui diceva di partire
per il mare di Giava per continuare le sue ricerche sulla fisica della
comunicazione, qualcosa che riguardava l'impiego dei satelliti per seguire le
migrazioni delle mantre. Langdon non si era mai illuso che una donna come
Vittoria Vetra potesse essere felice di vivere con lui nel campus di un
college, ma il loro incontro a Roma aveva destato in lui un desiderio che non
aveva mai creduto di poter provare. La sua innata preferenza per la vita di
scapolo e le semplici libertà che gli permetteva era stata in qualche modo
scossa, per essere sostituita da un imprevisto senso di vuoto, che era
aumentato nel corso dell'anno precedente.
Continuarono
a camminare in fretta, ma Langdon non scorse alcun cadavere. «Jacques Saunière
ha fatto tutta questa strada?»
«Il
signor Saunière è stato ferito allo stomaco. È morto molto lentamente. Forse ha
impiegato quindici o venti minuti. Era ovviamente un uomo fisicamente molto
robusto.»
Langdon
si voltò verso di lui, stupefatto. «E la sicurezza ha impiegato quindici minuti ad arrivare fin qui?»
«Naturalmente
no. Il servizio di sicurezza del Louvre ha reagito immediatamente all'allarme e
ha trovato la Grande Galleria chiusa. Attraverso la grata, hanno sentito che
qualcuno si muoveva dall'altra parte del corridoio, ma non sono riusciti a
vedere chi fosse. Hanno gridato, ma non hanno avuto risposta. Pensando che
potesse essere soltanto un criminale, hanno seguito il protocollo e hanno
chiamato la polizia giudiziaria. Noi siamo arrivati nel giro di quindici
minuti.
Quando
siamo giunti sul posto, abbiamo sollevato la barriera quanto bastava per
scivolare sotto, e io ho fatto entrare una decina di agenti armati. Hanno
percorso l'intera galleria per bloccare l'intruso.»
«E
...?»
«Non
hanno trovato nessuno all'interno. Eccetto...» indicò un punto davanti a loro.
«... lui.»
Langdon
sollevò lo sguardo per seguire la mano tesa di Fache. Dapprima pensò che il
capitano indicasse una grande statua di marmo nel mezzo del corridoio.
Proseguendo, però, poté scorgere ciò che c'era dietro la statua. A trenta metri
di distanza, un unico faretto su un treppiede allungabile illuminava il
pavimento, creando un'isola di luce bianca in mezzo alle rade luci rosse della
galleria. Nel centro della zona illuminata, come un insetto sotto il
microscopio, si scorgeva il corpo del curatore, nudo sul pavimento.
«Ha
visto la foto» commentò Fache «e quindi non dovrebbe essere una sorpresa.»
Langdon
si sentì raggelare mentre si avvicinava al cadavere. Davanti a lui c'era una
delle più strane immagini che avesse mai visto.
Il
corpo pallido di Jacques Saunière giaceva sul pavimento esattamente come
gliel'aveva mostrato la fotografia. Mentre, fermo al di sopra del corpo,
socchiudeva gli occhi a causa della luce troppo forte, Langdon si rammentò con
stupore che Saunière aveva consumato i suoi ultimi minuti di vita disponendo il
proprio corpo in quello strano modo.
Saunière
appariva straordinariamente robusto per un uomo della sua età, e la muscolatura
era perfettamente visibile. Si era tolto tutti i vestiti, li aveva posati sul
pavimento, ben ripiegati, e si era sdraiato sulla schiena, nel centro
dell'ampio corridoio, allineandosi perfettamente con l'asse della sala. Aveva
le braccia tese all'esterno e le gambe divaricate come se galleggiasse
sull'acqua del mare facendo il "morto" o, pensiero ancora più
macabro, come un uomo legato a cavalli invisibili per essere squartato.
Poco
sotto lo sterno di Saunière, una macchia di sangue contrassegnava il punto in
cui il proiettile era entrato nella sua carne. La ferita appariva
straordinariamente piccola, e ne era uscita solo una macchia di sangue nero.
Anche
l'indice sinistro di Saunière era insanguinato; a quanto pareva, era stato
tuffato nella ferita per creare l'aspetto più sconvolgente del suo macabro
letto di morte: servendosi del proprio sangue come inchiostro e usando come
carta il proprio addome nudo, Saunière aveva disegnato sulla propria carne un
semplice simbolo, cinque linee rette che si incrociavano in modo da formare una
stella a cinque punte.
"Il
pentacolo."
La
stella di sangue, con al centro l'ombelico di Saunière, dava al suo corpo una
sorta di aria vampiresca o negromantica. La foto che gli era stata mostrata era
già abbastanza raccapricciante, ma adesso, osservando con i propri occhi la
scena, Langdon provava una crescente inquietudine. "E se l'è fatto da
sé."
«Signor
Langdon?» chiese Fache, fissandolo.
«È
un pentacolo» rispose lo studioso. La sua voce suonava più bassa del voluto, in
quello spazio immenso. «Uno dei più antichi simboli al mondo. Già in uso
quattromila anni prima di Cristo.»
«E
che cosa significa?»
Langdon
aveva sempre qualche esitazione a rispondere a quella domanda. Spiegare a
qualcuno il "significato" di un simbolo era come spiegargli ciò che
doveva provare ascoltando un brano musicale: era una sensazione che mutava da
persona a persona. Un cappuccio bianco con i buchi per gli occhi, negli Stati
Uniti faceva pensare al Ku Klux Klan ed evocava immagini di odio e di razzismo,
ma in Spagna richiamava immagini di fede religiosa.
«I
simboli hanno significati diversi a seconda della loro collocazione» disse
Langdon. «Principalmente, il pentacolo è un simbolo religioso pagano.»
Fache
annuì. «Adorazione del diavolo.»
«No»
lo corresse Langdon, pentendosi di non avere scelto termini più chiari.
Oggigiorno,
il termine "pagano" era diventato quasi sinonimo di "adoratore
del diavolo" ma si trattava di un grosso equivoco. La parola derivava dal
latino paganus, che significava "abitante della campagna". I
"pagani" erano i contadini ignoranti che rimanevano fedeli alle
vecchie religioni rurali del culto della natura. Di fatto, così forte era
l'avversione della Chiesa verso coloro che abitavano nelle villae rurali, che
anche il termine innocuo per definire un abitante di un villaggio -
"villano" - aveva finito per assumere un carattere negativo.
«Il
pentacolo» spiegò Langdon «è un simbolo precristiano legato al culto della
natura. Gli antichi vedevano il mondo diviso in due metà, maschile e femminile.
I loro dèi e le loro dee cercavano di mantenere un equilibrio dei poteri, yin e
yang. Quando il principio maschile e quello femminile erano in equilibrio, nel
mondo regnava l'armonia. Quando erano squilibrati, vi regnava il caos.» Langdon
indicò lo stomaco di Saunière. «Questo pentacolo rappresenta la metà femminile
di tutte le cose, un concetto religioso che gli storici delle religioni
chiamano il "femminino sacro" o la "dea divina". Saunière
sapeva queste cose meglio di chiunque altro.»
«Saunière
si è tracciato sullo stomaco un simbolo divino femminile?»
Langdon
dovette ammettere che la cosa era strana. «Nelle sue interpretazioni più
specifiche, il pentacolo simboleggia Venere, la dea della bellezza femminile e
dell'amore sessuale.»
Fache
lanciò un'occhiata all'uomo nudo ed emise un brontolio.
«Le
religioni antiche erano basate sull'ordine divino della natura. La dea Venere e
il pianeta Venere erano una cosa sola ed erano identici. La dea aveva un posto
nel cielo notturno ed era nota con vari nomi: Venere, la Stella dell'Est, Ishtar,
Astarte. Tutti possenti concetti femminili legati alla Natura e alla Madre
Terra. »
A
quel punto, Fache pareva ancora più preoccupato, come se in qualche modo
preferisse l'idea del culto del diavolo. Langdon decise di non dilungarsi sulla
più stupefacente proprietà del pentacolo, l'origine "grafica" del suo
legame con Venere. Da giovane studente di astronomia, Langdon aveva appreso con
stupore che il pianeta Venere tracciava un pentacolo perfetto sull'eclittica
ogni otto anni. Gli antichi che avevano osservato quel fenomeno erano rimasti
talmente stupefatti che Venere e il suo pentacolo erano divenuti i simboli
della perfezione, della bellezza e degli aspetti ciclici dell'amore sessuale.
Come tributo alla magia di Venere, i greci avevano fatto ricorso al suo ciclo
di otto anni per organizzare i giochi olimpici. Oggi poche persone sapevano che
la ricorrenza, ogni quattro anni, delle moderne olimpiadi seguiva ancora un
mezzo ciclo di Venere. E un numero ancora minore di persone sapeva che la
stella a cinque punte stava quasi per diventare il simbolo ufficiale delle
olimpiadi, ma era stato scartato all'ultimo momento: le cinque punte erano
state trasformate in cinque anelli che si incrociavano, per esprimere meglio lo
spirito olimpionico di globalità e di armonia.
«Signor
Langdon» disse all'improvviso Fache. «ovviamente, il pentacolo deve anche
collegarsi al diavolo. I vostri film americani dell'orrore lo mettono bene in
chiaro.»
Langdon
aggrottò la fronte. "Grazie, Hollywood." La stella a cinque punte era
ormai un cliché in tutti i film di serial killer satanici. Di solito era
tracciata sulla parete dell'appartamento di qualche satanista, accanto a
presunti simboli diabolici. Langdon provava sempre un forte senso di
frustrazione quando vedeva il simbolo in quel contesto; in realtà, le vere
origini del pentacolo erano del tutto divine. «Le assicuro che, qualunque cosa
compaia nei film» disse Langdon «l'interpretazione del pentacolo come simbolo
diabolico non è storicamente accurata. Il significato originale femminile è
corretto, ma nel corso dei millenni il simbolismo del pentacolo è stato
distorto: nel nostro caso specifico, con molto spargimento di sangue.»
«Non
credo di capire.»
Langdon
lanciò un'occhiata al crocifisso di Fache e si chiese come formulare la
spiegazione. «La Chiesa, capitano. I simboli sono molto resistenti, ma il
significato del pentacolo è stato alterato dalla Chiesa cattolica romana dei
primi secoli. Come parte della sua campagna per eliminare la religione pagana e
convertire al cristianesimo le masse, la Chiesa lanciò una campagna
denigratoria contro gli dèi e le dee pagani, presentando come diabolici i loro
simboli.»
«Vada
avanti.»
È
una cosa che si verifica in tempi di rivoluzione» proseguì lo studioso. «Una
potenza emergente fa propri i simboli esistenti e li degrada nel tentativo di
cancellarne il significato. Nella lotta tra simboli pagani e simboli cristiani,
i pagani hanno perso: il tridente di Nettuno è diventato il forcone del
diavolo, il cappello a punta della vecchia erborista è divenuto il cappello
della strega e il pentacolo di Venere è divenuto il segno del diavolo.» Fece
una pausa. «Purtroppo i militari degli Stati Uniti hanno contribuito ad
affermare la perversione del pentacolo, che adesso è diventato il nostro principale
simbolo di guerra. Lo dipingiamo sugli aerei da caccia e lo mettiamo sulle
spalline dei nostri generali.» "Con buona pace della dea dell'amore e
della bellezza."
«Interessante.»
Fache indicò il corpo disteso a terra. «E la posizione del cadavere? Che cosa
le suggerisce?»
Langdon
si strinse nelle spalle. «La posizione ribadisce il riferimento al pentacolo e
al femminino sacro.»
Fache
aggrottò la fronte. «Scusi?»
«Duplicazione.
Ripetere un simbolo è il modo più semplice per rafforzarne il significato. Jacques
Saunière si è messo in una posizione che ribadisce il simbolo della stella a
cinque punte.» "Se un pentacolo è utile allo scopo, due lo sono ancora di
più."
Fache
passò lo sguardo sulle cinque punte del corpo di Saunière - braccia, gambe e
testa - e si ravviò i capelli. «Analisi interessante.» Si interruppe. «E la
nudità?» Pronunciò la parola con un lamento; pareva trovare repellente l'idea
di un corpo nudo, maschile, di quell'età. «Perché si è tolto i vestiti?»
"Buona
domanda" pensò Langdon. Se l'era chiesto fin dal primo momento in cui
aveva visto la polaroid. La sua sola ipotesi era che un corpo umano nudo fosse
un'ulteriore allusione a Venere, la dea della sessualità. Anche se la cultura
moderna aveva cancellato gran parte dei collegamenti tra Venere e l'unione
fisica tra maschio e femmina, l'etimologia scorgeva ancora un residuo del
significato originale di Venere nella parola "venereo". Langdon
decise di lasciar perdere. «Capitano Fache, è ovvio che non posso dirle perché
il signor Saunière abbia disegnato quel simbolo sul proprio corpo o perché
abbia assunto questa posizione, ma posso assicurarle che un uomo come Jacques
Saunière avrebbe considerato il pentacolo come un segno della divinità
femminile. La correlazione tra questo simbolo e il femminino sacro è ben nota
agli storici dell'arte e agli studiosi di simbologia.»
«Bene.
E perché ha usato come inchiostro il suo sangue?»
«Ovviamente,
non aveva altro con cui tracciarlo.»
Fache
tacque per un istante. «In realtà, credo che si sia servito del sangue perché
la polizia seguisse certe procedure di medicina legale.»
«Scusi?»
«Guardi
la mano sinistra.»
Langdon
passò lo sguardo sul braccio bianco del cadavere, fino alla mano, ma non vide
nulla. Si avvicinò e si inginocchiò, e allora notò con sorpresa che Saunière
stringeva tra le dita un grosso pennarello.
«Saunière
lo aveva in mano quando lo abbiamo trovato» spiegò Fache, spostandosi di alcuni
metri fino a un tavolino pieghevole, coperto di strumenti investigativi, cavi
elettrici e apparecchiature elettroniche. «Come le dicevo» continuò, frugando
tra gli oggetti sul tavolino «non abbiamo toccato nulla. Conosce questo tipo di
penna?»
Langdon
si abbassò per leggere l'etichetta del pennarello.
STYLO
DE LUMIERE NOIRE.
Sollevò
la testa, sorpreso.
Il
pennarello a luce nera o penna "a filigrana" impiega un particolare
tipo di inchiostro che permette a restauratori, addetti dei musei e poliziotti
di tracciare segni invisibili sugli oggetti: un inchiostro fluorescente, con un
diluente non corrosivo a base di alcol, che risulta visibile solo ai raggi
ultravioletti, o luce nera. Il personale dei musei vi ricorre nelle ispezioni
quotidiane per collocare segni invisibili sulle cornici dei dipinti da
restaurare.
Mentre
Langdon si alzava, Fache raggiunse il faretto e lo spense. La galleria piombò
nell'oscurità.
Momentaneamente
cieco, lo studioso provò un senso di panico. Poi scorse la figura di Fache,
illuminata da una luce rosso violacea. Si avvicinava reggendo in mano una
lampada portatile che lo avvolgeva in quell'alone viola.
«Come
lei forse sa» spiegò il capitano «la polizia usa l'illuminazione a luce nera
per cercare nella scena del crimine il sangue e le altre tracce utili alla
medicina legale. Perciò può immaginare la nostra sorpresa quando...»
Bruscamente, puntò la luce sul cadavere.
Langdon
abbassò lo sguardo e trasalì per lo shock.
Con
il cuore che accelerava i battiti, osservò lo strano messaggio che adesso era
comparso sul pavimento. Scritte in caratteri luminescenti, le ultime parole del
curatore si leggevano nitidamente vicino al corpo. E a mano a mano che leggeva
la scritta di colore rosso brillante, Langdon sentì addensarsi la nebbia che,
nel suo cervello, avvolgeva quell'intera notte.
Lesse
di nuovo il messaggio e fissò Fache. «Che diavolo significa?»
Alla
luce della lampada, gli occhi di Fache che lo fissavano erano bianchi come
quelli di un morto. «Questa, signore» disse il capitano «è esattamente la
domanda a cui lei deve rispondere.»
Non
molto lontano, nell'ufficio di Saunière, il tenente Collet, che nel frattempo
era tornato al Louvre, controllava un radioregistratore posato sull'enorme
scrivania del curatore. A eccezione dello strano modellino - simile a un robot
- di un cavaliere medievale che lo fissava dall'angolo della scrivania, Collet
era solo. Regolò il volume delle cuffie e controllò che il segnale registrato
dall'hard disk fosse abbastanza forte. Tutto era regolare. I microfoni
funzionavano perfettamente e il segnale era chiaro.
"Il
momento della verità" pensò.
Sorridendo,
chiuse gli occhi e si preparò a godersi il resto della conversazione che veniva
registrata all'interno della Grande Galleria.
riprende da pag.
55
Seduta
sul divano accanto a Langdon, Sophie bevve il tè e mangiò una focaccina
imburrata, e presto sentì i benefici effetti del liquido caldo e del cibo. Sir
Leigh Teabing sorrideva e camminava avanti e indietro davanti al focolare.
«Il
Santo Graal» disse, come se recitasse un sermone. «La gente mi chiede sempre
dove si trova. Temo sia una domanda a cui non saprò mai rispondere.» Si voltò
verso Sophie. «Invece, la domanda importante è: "Che cos'è il Santo
Graal?".»
Sophie
sentì una crescente aria di eccitazione accademica scendere su tutt'e due i
suoi compagni.
«Per
capire pienamente il Graal» proseguì Teabing «dobbiamo prima capire la Bibbia.
Quant'è approfondita la sua conoscenza del Nuovo Testamento?»
Sophie
si strinse nelle spalle. «Molto scarsa; in realtà sono stata allevata da un
uomo che adorava Leonardo da Vinci.» Teabing parve sorpreso e insieme
compiaciuto. «Un animo illuminato. Benissimo! Allora lei saprà che Leonardo era
uno dei custodi del segreto del Graal. E ha nascosto indizi nella sua arte.»
«Robert
me l'ha detto, certo.»
«E
quel che pensava Leonardo del Nuovo Testamento?»
«Non
ne ho idea.»
Con
un sorriso, Teabing indicò la libreria dall'altra parte della sala. «Robert, mi
faresti la cortesia? Nello scaffale più basso. La storia di Leonardo.»
Langdon
raggiunse la libreria, trovò il grosso libro d'arte e lo posò sul tavolo
davanti a loro. Voltando il libro perché Sophie potesse leggere, Teabing
sollevò la copertina e indicò una serie di citazioni riportate nei risguardi.
«Dagli appunti polemici e dalle riflessioni di Leonardo da Vinci» disse
Teabing, indicando in particolare una citazione. «Penso che la troverà
illuminante.»
Sophie
lesse le parole.
Molti fanno mercato delle illusioni e dei falsi miracoli,
così ingannando le stupide moltitudini.
LEONARDO DA VINCI
«Ed
eccone un'altra» proseguì Teabing, indicando una seconda frase.
L'ignoranza ci acceca e ci trae in inganno.
O miseri mortali, aprite gli occhi!
LEONARDO DA VINCI
Sophie
sentì un leggero brivido. «Leonardo parla della Bibbia?»
Teabing
annuì. «I sentimenti di Leonardo nei riguardi della Bibbia nascono direttamente
dal Santo Graal. In effetti Leonardo ha dipinto il vero Graal, che adesso le
mostrerò, ma prima dobbiamo parlare della Bibbia.» Teabing sorrise. «E tutto
quel che lei deve sapere sulla Bibbia può essere riassunto con le parole del
grande dottore canonico Martyn Percy.» Si schiarì la gola e declamò: «"La
Bibbia non ci è arrivata per fax dal Cielo"».
«Scusi?»
«La
Bibbia è un prodotto dell'uomo, mia cara, non di Dio. La Bibbia non è caduta
magicamente dalle nuvole. L'uomo l'ha creata come memoria storica di tempi
tumultuosi ed è passata attraverso innumerevoli traduzioni, aggiunte e
revisioni. Nella storia non c'è mai stata una versione finale del libro.»
«D'accordo.»
«Gesù
Cristo è una figura storica di enorme influenza, forse il leader più enigmatico
e seguito che il mondo abbia conosciuto. Come Messia delle profezie, Gesù ha
abbattuto re, ispirato moltitudini e fondato nuove filosofie. Come discendente
dei re Davide e Salomone, aveva diritto a rivendicare il trono di re dei
giudei. Com'è comprensibile, la sua vita è stata scritta da migliaia di suoi
seguaci in tutte le terre.» Teabing si interruppe per bere il tè, poi posò la
tazza sulla mensola. «Più di ottanta
vangeli sono stati presi in considerazione per il Nuovo Testamento, tra cui
quelli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni.»
«Chi
ha scelto quali vangeli includere?» chiese Sophie.
«Aha!» esclamò Teabing con entusiasmo. «Ecco la fondamentale ironia del
cristianesimo! La Bibbia, come noi la conosciamo oggi, è stata collazionata
dall'imperatore romano pagano
Costantino il Grande.»
«Pensavo
che Costantino fosse cristiano» commentò Sophie. «Niente affatto» rispose
Teabing, con un'alzata di spalle. «È stato un pagano per tutta la vita ed è
stato battezzato sul letto di morte, quando era troppo debole per opporsi.
All'epoca di Costantino, la religione ufficiale romana era il culto del Sole:
il culto del Sol invictus, il Sole invincibile, e Costantino era il suo
sacerdote più alto. Purtroppo per lui, Roma era allora agitata da un crescente
tumulto religioso. Tre secoli dopo la crocifissione di Gesù Cristo, i suoi
seguaci si erano moltiplicati in modo esponenziale. Cristiani e pagani
cominciavano a litigare e il conflitto saliva a tali proporzioni da minacciare
di spaccare Roma. Costantino allora pensò di prendere provvedimenti. Nell'anno
325 decise di unificare Roma sotto una sola religione, il cristianesimo.»
Sophie
era sorpresa. «Perché un imperatore pagano avrebbe dovuto scegliere come
religione ufficiale il cristianesimo?»
Teabing
rise. «Costantino era anche un ottimo uomo d'affari. Vedendo che il
cristianesimo era in ascesa, si è semplicemente limitato a puntare sul cavallo
favorito. Gli storici si meravigliano tuttora per il modo brillante con cui ha
convertito al cristianesimo i pagani adoratori del Sole. Fondendo con la
tradizione cristiana ancora in fase di sviluppo i simboli, le date e i rituali
pagani, ha creato una sorta di religione ibrida che risultava accettabile a
tutt'e due.»
«Trasmutazione»
intervenne Langdon. «Le sopravvivenze della religione pagana nella simbologia
cristiana sono innegabili. I dischi solari egizi divennero le aureole dei santi
cristiani. Le immagini di Iside che allatta il figlio Horus, divinamente
concepito, divennero il modello per le immagini della Vergine Maria che allatta
Gesù Bambino. E virtualmente tutti gli elementi del rito cattolico - la mitra,
l'altare, gli inni e la comunione, ossia l'atto di "mangiare Dio" -
sono stati presi direttamente dalle precedenti religioni misteriche pagane.»
Teabing
gemette. «Mai permettere a un esperto di simbologia di cominciare a parlare
delle icone cristiane. Nel cristianesimo non c'è nulla di originale. Il dio
precristiano Mitra - chiamato "Figlio di Dio" e "Luce del
mondo" - era nato il 25 dicembre; quando morì, fu sepolto in una tomba
nella roccia e poi risorse tre giorni più tardi. Tra l'altro, il 25 dicembre è
anche il compleanno di Osiride, Adone e Dioniso. Al neonato Krishna sono stati
offerti oro, incenso e mirra. Anche il giorno di festa dei cristiani è stato
rubato ai pagani.»
«Come
sarebbe a dire?»
«In
origine» spiegò Langdon «il cristianesimo rispettava la festa ebraica del
sabato, ma Costantino l'ha spostata per farla coincidere con il giorno che i
pagani dedicavano al Sole.» Si interruppe e sorrise. «Oggi la gente va in
chiesa la domenica senza neppure immaginare che lo fanno per rendere omaggio al
dio del Sole: del resto, in inglese la domenica, Sunday, è letteralmente Sun
Day, giorno del Sole.»
Sophie
si sentiva girare la testa. «E tutto questo si collega al Graal?»
«Indubbiamente»
rispose Teabing. «Mi segua. Durante questa fusione delle religioni, Costantino
sentì il bisogno di rafforzare la nuova tradizione cristiana, e perciò convocò
una famosa riunione ecumenica nota come concilio di Nicea.»
Sophie
ne aveva sentito parlare soltanto perché vi era stato scritto il Credo, che era chiamato anche
"Credo niceno".
«A
quella riunione» continuò Teabing «si discussero molti aspetti del
cristianesimo, che furono decisi attraverso un voto: la data della Pasqua, il
ruolo dei vescovi, l'amministrazione dei sacramenti e, naturalmente, la
divinità di Gesù.»
«Non
capisco. La sua divinità?»
«Mia
cara» spiegò Teabing «fino a quel momento storico, Gesù era visto dai suoi
seguaci come un profeta mortale: un uomo grande e potente, ma pur sempre un
uomo. Un mortale.»
«Non
il Figlio di Dio?»
«No»
disse Teabing. «Lo statuto di Gesù come "Figlio di Dio" è stato
ufficialmente proposto e votato dal concilio di Nicea.»
«Un
attimo. Lei mi dice che la divinità di Gesù è stata il risultato di un voto?»
«E
per di più un voto con una maggioranza assai ristretta» aggiunse Teabing.
«Comunque, stabilire la divinità di Cristo fu un passo cruciale per l'ulteriore
unificazione tra l'impero romano e il nuovo potere con sede nel Vaticano.
Appoggiando ufficialmente Gesù come Figlio di Dio, Costantino lo ha trasformato
in una divinità che esiste al di fuori del mondo, un'entità il cui potere non
si può contraddire. Questo non solo impediva ulteriori sfide del paganesimo al
cristianesimo, ma adesso i seguaci di Cristo potevano salvarsi solo attraverso
la via che era stata stabilita come sacra: la Chiesa cattolica romana.»
Sophie
lanciò un'occhiata a Langdon, che però le rivolse un cenno d'assenso.
«Fu
tutta una questione di potere» proseguì Teabing. «Cristo come Messia era
indispensabile al funzionamento della Chiesa e dello Stato. Molti studiosi
affermano che questa prima Chiesa ha letteralmente rubato Gesù ai suoi seguaci
originali, sottraendogli il suo messaggio umano e avvolgendolo in un
impenetrabile manto di divinità, e l'hanno usato per aumentare il loro potere.
Ho scritto vari libri sull'argomento.»
«E
penso che i devoti cristiani le mandino tutti i giorni qualche lettera di
insulti» commentò lei.
«E
perché mai?» replicò Teabing. «La grande maggioranza dei cristiani istruiti
conosce la storia della sua fede. Gesù è stato davvero un uomo grande e
potente. Le subdole manovre politiche di Costantino non toccano la maestà della
vita di Cristo. Nessuno dice che Cristo fosse una mistificazione, o nega che
abbia camminato sulla terra e ispirato milioni di uomini verso una vita
migliore. Noi diciamo solo che Costantino ha approfittato dell'influenza e
dell'importanza raggiunta da Cristo e, così facendo, ha dato al cristianesimo
il volto che noi oggi conosciamo.»
Sophie
guardò il libro d'arte davanti a lei, ansiosa di proseguire per vedere il
quadro del Santo Graal dipinto da Leonardo.
«Il
collegamento è questo» continuò lo storico, parlando più in fretta. «Dato che,
quando Costantino aveva innalzato la condizione di Gesù, erano passati quasi
quattro secoli dalla morte di Gesù stesso, esistevano migliaia di documenti che
parlavano della sua vita di uomo mortale.
Per riscrivere i libri di storia, Costantino sapeva di dover fare un colpo di
mano. Dalla sua decisione nacque il momento più importante della storia
cristiana.» Teabing si interruppe e guardò Sophie. «Costantino commissionò e
finanziò una nuova Bibbia, che escludeva i vangeli in cui si parlava dei tratti
umani di Cristo e infiorava i vangeli
che ne esaltavano gli aspetti divini. I vecchi vangeli vennero messi al bando,
sequestrati e bruciati.»
«Ti
faccio notare un aspetto interessante» intervenne Langdon. «Chi sceglieva i
vangeli proibiti invece della versione di Costantino era definito eretico.
L'origine del termine "eretico" risale a quel momento della storia.
La parola latina haereticus deriva da
"scelta". Coloro che sceglievano la storia originale di Cristo furono
i primi eretici del mondo.»
«Fortunatamente
per gli storici» disse Teabing «alcuni dei vangeli che Costantino cercò di
cancellare riuscirono a sopravvivere. I Rotoli del Mar Morto furono trovati
verso il 1950 in una caverna nei pressi di Qumran, nel deserto della Giudea. E
abbiamo anche i Rotoli copti scoperti nel 1945 a Nag Hammadi. oltre a
raccontare la vera storia del Graal, questi documenti parlano del ministero di
Cristo in termini profondamente umani. Naturalmente, il Vaticano, per non
smentire la sua tradizione di disinformazione, ha cercato di impedire la
diffusione di questi testi. Come ci si poteva aspettare. I rotoli evidenziano i
falsi e le divergenze storiche, confermando così che la Bibbia moderna è stata
scelta e corretta da uomini che seguivano un ordine del giorno politico, per
promuovere la divinità dell'uomo Gesù Cristo e usare la sua influenza per
consolidare la base del proprio potere.»
«Però»
osservò Langdon «bisogna anche dire che se la Chiesa moderna vuole sopprimere
quei documenti è perché è convinta della tradizionale visione di Cristo. Nel
Vaticano ci sono molti uomini di profonda fede religiosa, certi che questi
documenti siano testimonianze false.»
Teabing
rise e si sedette di fronte a Sophie. «Come vede, il nostro professore ha il
cuore più tenero del mio, per quanto riguarda Roma. Comunque, ha ragione quando
dice che il clero moderno pensa che quei documenti siano false testimonianze da
attribuire ai suoi nemici dell'epoca. E la cosa è comprensibile. Da secoli la
Bibbia di Costantino è la loro verità. Nessuno è più indottrinato
dell'indottrinatore.»
«Quel
che intende dire» osservò Langdon «è che adoriamo gli dèi dei nostri padri.»
«Quel
che intendo dire» ribatté Teabing «è che quasi tutto ciò che i nostri padri ci
hanno insegnato a proposito di Cristo è falso.
Esattamente come le storie del Santo Graal.»
Sophie
guardò di nuovo la citazione di Leonardo davanti a lei. "L'ignoranza ci
acceca e ci trae in inganno. o miseri mortali, aprite gli occhi!"
Teabing
aprì il libro e sfogliò alcune pagine. «Infine, prima che le mostri il dipinto
del Santo Graal, vorrei che desse una rapida occhiata a questo.» Le mostrò
un'illustrazione che copriva una doppia pagina. «Penso che lei riconosca questo
affresco.»
"Scherza,
spero." Davanti a Sophie c'era il più famoso affresco di tutti i tempi -
L'Ultima Cena -la leggendaria opera di Leonardo da Vinci sulla parete di Santa
Maria delle Grazie a Milano. L'affresco ritraeva Gesù e i discepoli nel momento
in cui Gesù annunciava che uno di loro l'avrebbe tradito. «Lo conosco, certo.»
«Allora
forse mi concederà di fare con lei un piccolo gioco? Chiuda gli occhi, per
favore.»
Leggermente
dubbiosa, Sophie li chiuse.
«Dove
siede Gesù?» chiese Teabing.
«Al
centro.»
«Bene.
E che cibo lui e i suoi discepoli spezzano e mangiano?»
«Pane.»
"Ovvio."
«Eccellente.
E che cosa bevono?»
«Vino.
Bevono vino.»
«Perfetto.
E ora un'ultima domanda. Quanti bicchieri da vino ci sono sul tavolo?»
Sophie
indugiò prima di rispondere; sapeva che era la domanda trabocchetto. "E al
termine della cena Gesù prese la coppa del vino e la condivise con i suoi
discepoli." «Un'unica coppa» rispose. «Il Calice.» "La Coppa di
Cristo. Il Santo Graal." «Gesù passò tra i discepoli un solo calice di
vino, come fanno i cristiani di oggi durante la Comunione.»
Teabing
sospirò. «Apra gli occhi.»
Sophie
obbedì e vide che Teabing sorrideva. Quando guardò l'affresco, notò con stupore
che tutti, al tavolo, avevano un bicchiere di vino, Cristo compreso. Tredici
bicchieri. Inoltre, i bicchieri erano piccoli, senza stelo e di vetro. Non
c'erano calici nell'affresco, nessun Graal.
A
Teabing brillavano gli occhi. «Un po' strano, non le pare, visto che sia la Bibbia
sia le solite leggende sul Graal celebrano questo momento come quello della
comparsa del Santo Graal. Stranamente, Leonardo pare essersi dimenticato di
dipingere la Coppa di Cristo.»
«Certo
gli studiosi devono averlo notato.»
«Si
stupirebbe nel sapere quante anomalie Leonardo ha incluso in questo quadro, che
gli studiosi non vedono o fingono di non vedere. Questo affresco è in realtà la
chiave del mistero del Santo Graal. In esso, Leonardo dice tutto apertamente.»
Sophie
esaminò con attenzione l'affresco. «E ci dice che cosa realmente è il Graal?»
«Non
che cosa è» sussurrò Teabing. «Ma
piuttosto chi è. Il Santo Graal non è una cosa. In realtà è... una persona.»
segue sino a pag. 523