Indice

 

Prologo. Un sostenitore dell'impero                                           5

1. Ritorno di fiamma                                                               19

2. Okinawa: l'ultima colonia dell'Asia                                      60

3. Imperialismo occulto                                                           102

4. Corea del Sud: il lascito della guerra fredda                       142

5. Corea del Nord: la fine della guerra fredda                          173

6. Cina: lο stato della rivoluzione                                            197

7. Cina: politica estera, diritti umani e commercio                  223

8. Ιl Giappone e l'economia dell'impero americano                   247

9. La fusione economica                                                         271

10. Le conseguenze dell'impero                                              302

Note                                                                                      321

Bibliografia scelta                                                                   335

Indice dei nomi e dei luoghi                                                   345

 

 

 

Prima edizione: aprile 2001

 

Traduzione dall'inglese

di Sergio Minucci

 

Titolo originale dell'opera:

Blowback. The Cost and Consequences of American Empire

 

© 2000 by Chalmers Johnson

 

ISBN 88-11-59708-0

 

© Garzanti Libri s.p.a., 2001

Printed in Italy

 

www.garzantilibri.it

 

 

«La politica mondiale del XXI secolo sarà in tutta probabilità plasmata dal ritorno di fiamma provocato dalla politica mondiale della seconda metà del XX secolo, vale a dire dalle impreviste conseguenze della guerra fredda e dall’esiziale decisione americana di mantenere un atteggiamento da guerra fredda in un mondo post-guerra fredda».

 

* * *

 

La politica estera degli Stati Uniti vive un tragico paradosso. Gli USA sono i «leader del mondo libero», l’unica nazione in grado di intervenire con autorevolezza ed efficacia in tutto il pianeta per prevenire e sedare controversie tra nazioni e per limitare violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale. Tuttavia le azioni delle forze armate e l’impatto dell’impegno finanziario statunitense nel mondo possono avere conseguenze impreviste, che spesso si ritorcono contro gli americani stessi. La CIA definisce questo fenomeno con un termine preciso: «blowback», ovvero contraccolpo. Un tipico esempio sono le imprese attribuite dai media a «terroristi», «cartelli della droga» o «regimi criminali», che spesso rappresentano l’ultima conseguenza di precedenti interventi americani.

Altri episodi hanno causato negli ultimi tempi reazioni d’insofferenza o gravi danni d’immagine:

Ø       la bambina giapponese stuprata dai marines a Okinawa,

Ø       i discutibili interventi nelle crisi finanziarie in Estremo Oriente e in America Latina,

Ø       le vendite indiscriminate di armi,

Ø       l’aereo che trancia il cavo di una funivia uccidendo ventun persone,

Ø       la contaminazione del territorio con proiettili all’uranio impoverito...

 

Secondo Johnson, questi incidenti non rappresentano casi isolati, ma sono la conseguenza inevitabile di una politica eccessivamente ambiziosa. Dopo la fine della guerra fredda gli Stati Uniti hanno allargato troppo la loro sfera d’influenza. Oggi stanno imponendo la globalizzazione secondo le proprie regole, alle proprie condizioni, con le nuove tecnologie, con interventi militari a pioggia, con la forza d’urto del capitale e del cosiddetto libero mercato.

Questo «imperialismo mascherato» sta caricandosi di costi sempre più elevati, che rischiano di diventare insostenibili e di segnare davvero Gli ultimi giorni dell’impero americano.

 

* * *

 

Chalmers Johnson, presidente del Japan Policy Research Institute e professore emerito all’Università della California, ha scritto numerosi libri sul Giappone e sull’Asia, tra cui “MITI and the Japanese Miracle” e “Japan: Who Governs”. Vive nei pressi di San Diego.

 

* * *

 

Prologo

Un sostenitore dell’impero

 

 

 

Anziché smobilitare al termine della guerra fredda, gli Stati Uniti decisero incautamente di mantenere un impero su scala globale. Questo libro è un resoconto del risentimento che le nostre politiche hanno disseminato e di quanto potrebbero ritrovarsi a raccogliere in termini economici e politici, soprattutto in Asia, nel XXI secolo. Prima però di passare ai dettagli a volte desolanti di questo impero, penso che il lettore desideri sapere qualcosa sull'autore. Ιl percorso attraverso cui sono giunto a maturare le idee che illustro in questo libro può infatti contribuire a spiegare perché mi sia deciso a dar loro voce solo ora, dieci anni dopo la fine della guerra fredda.

Cinquant'anni fa, alla vigilia della guerra di Corea, ero uno studente della facoltà di economia alla University of California, Berkeley. L'Asia orientale era ben lungi dai miei pensieri, ma come buona parte degli americani consideravo la rivoluzione comunista in Cina un evento pericoloso e profondamente inquietante nell'ambito del confronto sempre più acceso che andava sviluppandosi tra il nostro paese e quello che allora chiamavamo il «blocco comunista». All'epoca c'era il servizio di leva, e ogni giovane doveva scegliere se entrare nell'esercito - il modo più breve ma più pericoloso, sgradevole ed economicamente frustrante di assolvere l'obbligo militare - oppure arruolarsi in marina ο in aeronautica per una naia più lunga ma fisicamente meno impegnativa.

Scelsi la marina, ο più precisamente mi ci ritrovai dentro in modo del tutto naturale. Mio padre aveva servito in marina. Nella prima guerra mondiale andò in Europa come marinaio semplice sulla vecchia St. Louis. Nell'estate del 1943, durante la seconda guerra mondiale, la sua nave fu affondata da un siluro nipponico a lunga gittata nella baia Iron Sutton, a Guadalcanal. Sopravvisse, ed era nelle truppe di riserva allorché, nel 1950, con l'inizio della guerra di Corea, fu richiamato in servizio attivo e spedito in Giappone. Due miei cugini, più anziani di me, combatterono in marina nel Golfo di Leyte, cosicché l'idea che gli uomini della mia famiglia prestassero il servizio militare nella marina era data più ο meno per scontata.

In qualità di studente universitario, mi arruolai nella Naval Air Reserve, stazione aeronautica della marina di Oakland. Divenni l'aiuto di un meccanico aeronautico e presi a volare sul retro dei vecchi bombardieri Grumman Avenger. Diversamente dall'unità di mio padre, durante la guerra di Corea la mia squadriglia non fu mai chiamata in servizio attivo. Dopo due estati di addestramento e dopo aver conseguito la laurea nel 1953, fui nominato guardiamarina.

Ciò che accadde in seguito cambiò per sempre la mia vita, ma fu anche un evento oltremodo comune negli anni della guerra fredda. Allorché ricevemmo le assegnazioni, restai di sasso nello scoprire che ero stato destinato a una nave che non aveva neanche un nome: la U.S.S. LST-883, un'unità delle forze anfibie di stanza in Giappone. Niente scintillanti portaerei nel Mediterraneo dunque, ma solo un ferrovecchio arrugginito nella Linea grigia. Un ufficiale mio ex istruttore mi disse con voce roca: «Johnson, ancora non lο sai, ma sei stato fortunato. Ι ragazzi che vanno sulle portaerei non sono altro che degli errabondi, mentre tu stai andando su una nave con solo sei ufficiali. Ti verranno assegnati compiti importanti da assolvere in fretta e non starai a perdere un mucchio di tempo a sbattere i tacchi ο a lustrare stivali». Scoprii poi che aveva assolutamente ragione.

Una notte di fine estate del 1953, mi ritrovai a salire la scaletta verticale di una LST ormeggiata nel porto dell'ex base navale giapponese di Yokosuka, allora come oggi quartier generale della settima flotta statunitense. Adibite allo sbarco dei carri armati sulla spiaggia durante gli assalti anfibi, le LST sono navi a fondo piatto e con motori diesel, con portelli di prora. Essendo completamente prive di chiglia, rollano perennemente anche quando si trovano all'ancora, e non sono certo il posto adatto per chi soffre il mal di mare. Salii a bordo della Hachi-hachi-san (883, in giapponese) come ufficiale addetto alle comunicazioni e vi scesi due anni dopo in qualità di ufficiale addetto alle operazioni.

Sebbene aiutassimo le unità dell'esercito e dei marines a eseguire gli sbarchi in Corea e in Giappone e un paio di volte avessimo attraversato il Pacifico alla velocità massima di dieci nodi, i nostri motori diesel si rompevano molto di frequente, costringendo la 883 a lunghi periodi di riparazione nelle basi navali di Yokosuka ο di Sasebo. Se si esclude qualche fine settimana a Tijuana,, quella era la prima volta che lasciavo gli Stati Uniti per un tempo prolungato. Rimasi letteralmente stregato dal Giappone, di cui iniziai a leggere voracemente la storia e la letteratura. Trascorsi il Natale del 1953 a Kyoto, tra gli antichi templi di Higa-shiyama, all'epoca - in quella terra devastata e immiserita dalla guerra - ancora ricoperti di erbacce e abbandonati a se stessi. Iniziai a studiare la lingua con un vecchio ufficiale di marina nipponico, il quale non credeva affatto che uno straniero potesse mai impararla, ma era ben felice di essere pagato per dare comunque delle lezioni.

Ιl Giappone degli anni Cinquanta, uscito sconfitto dalla guerra, era diverso dal Giappone di oggi quanto l'America della grande depressione poteva esserlo dall'odierna «unica superpotenza» del mondo. Chi all'epoca si interessava del Giappone non avrebbe mai immaginato che vent'anni dopo questo paese sarebbe stato l'artefice del primo «miracolo economico» in Asia orientale. Ciò che ci attraeva erano determinati aspetti di una cultura artistica e filosofica da grande potenza che a uno straniero proveniente dagli Stati Uniti come me offriva ricchissimi spunti di meditazione. Sebbene l'occupazione americana fosse terminata un anno prima, davo per scontato che le «Forze ONU» avessero il diritto di viaggiare in vagoni ferroviari riscaldati mentre i nipponici andassero relegati in carrozze gelate, spesso senza finestrini, in coda al treno. Né mi sembrava strano che qualche imprenditore di Yokosuka avesse avuto il buon senso di mettere su una casa di appuntamenti a uso esclusivo degli ufficiali di marina americani.

Davo inoltre per scontato che gli Stati Uniti non avessero altra scelta che opporsi politicamente, militarmente, economicamente e ideologicamente al flagello del totalitarismo comunista; e ritenevo che la guerra fredda in Asia orientale non fosse essenzialmente diversa da quella in atto in Europa. Certo, francesi, britannici e olandesi erano stati terribilmente lenti ad abbandonare le loro colonie asiatiche, ma il sostegno americano agli imperialisti europei era soltanto uno sciagurato effetto collaterale di un indispensabile impegno anticomunista su scala globale. Non nutrivo dubbi sul fatto che il trattato di sicurezza niρρο-americano fosse un'iniziativa assolutamente legittima intesa a riparare il Giappone dalle rivoluzioni scoppiate in altre parti dell'Asia e a fornirgli il tempo necessario per evolversi in un'autentica democrazia.

Nel 1955, tornato al servizio inattivo nella riserva, mi iscrissi come studente laureato a Berkeley. Non avendo alcuna fretta di trovare lavoro, desideravo mettere a frutto le esperienze maturate in Giappone, cosa che potei fare grazie ai proventi della diaria militare. Sebbene fossi tornato a Berkeley per studiare il Giappone moderno, rimasi totalmente ammaliato dall'illustre storico della Cina, Joseph R. Levenson. Forse più di qualsiasi altro studioso dell'epoca, Levenson riuscì a dare alla storia cinese un taglio prettamente culturale, introducendo i rapiti ascoltatori delle sue lezioni nella vasta complessità della civiltà cinese.

Allorché il denaro iniziò a scarseggiare, iniziai a prendere gli studi sulla Cina sul serio, non ultimo perché lì di soldi se ne potevano trovare. Alcuni importanti istituti culturali dell'epoca - in particolare gli organismi governativi di intelligence e di politica estera e la Fondazione Ford - pagavano all'epoca profumatamente per attirare gli studenti laureati allo studio della Cina e, ovviamente, del comunismo cinese. Considerai queste borse di studio non come incentivi a studiare il nemico al servizio dello stato quanto piuttosto come una meravigliosa opportunità. All'epoca non avevo il minimo sospetto che, in quanto studente dell'Asia, sarei diventato un sostenitore dell'impero come lο ero stato della marina.

Ιl mio tutor di facoltà, il docente di scienze politiche Robert Scalapino, aveva da poco acquisito da Ken'ichi Hatano dei microfilm relativi al Consiglio di sviluppo asiatico (Κοain), un ente risalente al periodo bellico e uno dei principali organi attraverso cui il Giappone aveva sfruttato la Cina a esso asservita. Nel 1944 Ηatano, un ex funzionario del Koain, aveva trasferito i propri documenti a casa sua, salvandoli così dal bombardamento di Tokyo. Poiché ero uno studente alla ricerca di un lavoro e in grado di leggere il giapponese, Scalapino mi affidò l'incarico di ordinare quei documenti, all'epoca riservati. Mi ci gettai a capofitto, e venni così a conoscenza della straordinaria storia di come, dopo il 1937, le truppe nipponiche impantanate nelle aree interne della Cina avevano orchestrato campagne di distruzione di massa contro i contadini cinesi, contribuendo in tal modo alla nascita del più monumentale e catastrofico movimento rivoluzionario della nostra storia. La lettura - sprofondato su una sedia, di notte, in una biblioteca universitaria deserta - di questi asettici rapporti degli ufficiali nipponici a Tokyo, il vedere attraverso essi come l'allora minuscolo partito comunista cinese iniziò a organizzare i contadini sopravvissuti alla brutalità nipponica fu un'esperienza rivelatrice e quanto mai emozionante. Mi resi conto di essere testimone, anni dopo, di una storia ancora terribilmente attuale per l'Asia postbellica, dilaniata da rivolte simili contro le forze di occupazione straniere.

Verso la fine degli anni Cinquanta riferii al professor Levenson che gli osservatori occidentali del movimento comunista cinese inviati sul posto dal 1937 al 1945 avevano pressoché uniformemente riferito della straordinaria popolarità goduta dal partito tra i comuni cittadini. Levenson rispose che tutti avevano pagato un caro prezzo per quei reportage: marchiati come filocomunisti e possibili traditori dal senatore Joseph McCarthy ο da qualche altro cacciatore di teste rosse dell'epoca. Le testimonianze di prima mano di Edgar Snow, Evans Carlson, Agnes Smedley, Nym Wales, George Taylor e altri erano ancora considerate prive di valore nell'America di fine anni Cinquanta, provenendo da persone considerate quantomeno ideologicamente inclini a vedere nei comunisti cinesi dei semplici «riformatori agrari».

Avendo ormai letto un'ampia gamma di documenti dell'esercito imperiale nipponico sulla Cina, risposi che avrei potuto fornire commenti riservati sulla popolarità del movimento comunista cinese nel cruciale periodo 1937-1941 provenienti da una fonte assolutamente insospettabile: l'alto comando nipponico in Cina. Levenson osservò che quello sarebbe stato un ottimo argomento per una tesi di laurea e così, nel 1962 la mia dissertazione fu pubblicata con il titolo Nazionalismo agrario e potere comunista: la nascita della Cina rivoluzionaria, 1937-1945.[1] Ιl libro ebbe una notevole influenza sullo studio della Cina moderna. Gli invasori nipponici, vi sostenevo, avevano creato condizioni di barbarie tali, soprattutto nella Cina settentrionale, che le masse contadine sopravvissute alle loro devastazioni presero inevitabilmente a gravitare intorno all'unico gruppo che offriva loro speranza e incitamento alla resistenza: il partito comunista cinese. La storia della Cina illustrava quella che sarebbe presto diventata una grande lezione politica dell'Asia del XX secolo: solo in presenza di circostanze tali per cui l'atto più patriottico è entrare nel partito, un'organizzazione comunista diventa un movimento di massa.

Sul piano personale, il libro mi consentì di evitare i due peggiori riti di passaggio della vita accademica: trovare un lavoro e ottenere una cattedra. Fui infatti assunto dalla mia stessa università. Fui fortunato e lavorai sodo, ma mi trovai anche al posto giusto nel momento giusto. Tra l'uno e l'altro dei miei soggiorni di studio in Giappone e Hong Kong, mi recai per la prima e ultima volta a Saigon nel 1962. Rimasi esterrefatto dalla politica di «ο bere con Ngo Dinh Diem ο affogare» perseguita dal governo americano. Sulla base di tutte le mie cognizioni in materia di guerriglia, politica rivoluzionaria ed eserciti stranieri, consideravo un errore farci ulteriormente coinvolgere in quella che era palesemente una guerra civile vietnamita.[2] Ma allorché a metà anni Sessanta accadde esattamente questo, vedevo troppo chiaramente i tentativi di Μaο Tse-tung di esportare la «guerra del popolo» per non convincermi del fatto che gli Stati Uniti non potessero permettersi di perdere in Vietnam. Anche in questo, ero chiaramente un uomo del mio tempo.

Convincimento che si sarebbe dimostrato disastrosamente errato. Ιl problema era che sapevo fin troppo a proposito del movimento comunista internazionale e non abbastanza sul governo degli Stati Uniti e il suo dipartimento della difesa. In quegli anni provavo anche un'enorme irritazione per i manifestanti pacifisti dei campus universitari, che mi apparivano autoindulgenti e santimoniosi e che ovviamente non avevano compiuto il proprio dovere di servire la patria. Un giorno, al culmine delle proteste, andai nella biblioteca universitaria per vedere cosa fosse disponibile per gli studenti sul comunismo vietnamita, la storia del comunismo in Asia orientale e il movimento comunista internazionale. Rimasi sorpreso nel vedere che tutti i principali testi su questi argomenti erano lì, praticamente intonsi. All'epoca la conclusione mi parve ovvia: quegli studenti non sapevano nulla del comunismo né avevano il benché minimo interesse a colmare la lacuna. Difendevano i comunisti vietnamiti pressoché esclusivamente per il romantico desiderio di contestare le politiche di Washington. Come poi apparve chiaro, tuttavia, essi comprendevano molto meglio di me gli impulsi emotivi di un Robert McNamara, di un McGeorge Bundy ο di un Walt Rostow. Afferravano qualcosa di essenziale sulla natura del ruolo imperiale dell'America nel mondo, qualcosa che io non ero riuscito a percepire. Col senno di poi, avrei voluto partecipare a quel movimento pacifista. A dispetto di tutta la sua ingenuità e anarchia, era nel giusto, mentre la linea politica americana era sbagliata da cima a fondo.

Durante un anno di «osservazione della Cina» (come veniva chiamata all'epoca) da Hong Kong, iniziai ad avere sentore dell'incipiente rivoluzione culturale, e nel 1966 scrissi un lungo pezzo su come l'esercito di liberazione popolare cinese si stesse trasformando nello strumento politico personale di Μaο Tse-tung.[3]

Come avremmo imparato in seguito, Μaο era in effetti in procinto di allearsi con l'esercito al fine di sferrare un attacco contro il partito comunista, la stessa organizzazione che egli aveva iniziato a trasformare in un movimento di massa negli anni di occupazione nipponica. Nessuno, tuttavia, del gruppo di quanti studiavano la Cina immaginò minimamente quello che la rivoluzione culturale sarebbe stata ο quale immane disastro avrebbe provocato, e tutto per il solo desiderio di vendetta di Μaο Tse-tung nei confronti di qualche suo compagno di rivoluzione. Prima che la barbarie avesse termine con la morte di Μaο nel 1976, la cosiddetta rivoluzione culturale aveva finito col somigliare alle purghe staliniane dei tardi anni Trenta, distruggendo quel po' di idealismo che restava sulla promessa del comunismo.

La rivoluzione culturale isolò la Cina dal primo, dal secondo e dal terzo mondo. Divenne uno stato-paria, incapace finanche di fare fronte unito con l'Unione Sovietica a sostegno dei comunisti vietnamiti. Cina e Russia giunsero viceversa pericolosamente vicini alla guerra. L'unica persona sensata sopravvissuta nel gruppo dirigente cinese, il premier Zhou En-lai, cercò di evitare un attacco preventivo sovietico contro il programma nucleare cinese instaurando relazioni diplomatiche con il diavolo in persona: gli Stati Uniti. Ιl presidente Νixon e il suo consigliere per la sicurezza nazionale, Henry Kissinger, colsero l'occasione al volo ed ebbe così luogo il riavvicinamento sino-americano, nonostante i lasciti della guerra del Vietnam, del Watergate e dell'epurazione in Cina di chiunque non coltivasse il culto di Μaο. La visita di Nixon in Cina nel 1972 ravvivò l'interesse dell'opinione pubblica americana per un'eterea Cina fatta di agopuntura e Grande Muraglia, di panda e manufatti artigianali, nello stesso momento in cui la popolazione veniva brutalizzata dal più spregevole regime del XX secolo.

Come altri specialisti di politica cinese stranieri, ero occupatissimo a tentare di capire cosa stesse accadendo, scrivere saggi e partecipare a conferenze sulla Cina. Nel 1967, a trentasei anni, fui nominato presidente del Center for Chinese Studies a Berkeley. Forse l'iniziativa più importante che abbia preso nei cinque anni in cui ricoprii quella carica fu assumere come bibliotecario John Service, uno dei massimi esperti della Cina del dipartimento di stato americano degli anni Quaranta, una delle tante vittime del senatore Joseph McCarthy, che gli aveva troncato la carriera al dipartimento degli esteri. Allorché, dopo la visita iniziale di Kissinger, Zhou En-lai disse ai giornalisti americani che Service era uno degli unici tre americani che i cinesi avrebbero accolto a braccia aperte nel loro paese (gli altri due erano i professori John Fairbank e Owen Lattimore), noi del centro lο aiutammo immediatamente a organizzare il viaggio. Ricordo vivamente che mi chiamò quel giorno del luglio 1971 in cui fu annunciato che il presidente Νixon aveva accettato un invito di Μaο Tse-tung a recarsi in Cina. Per quanto odiasse Νixon, mi disse, doveva dargli atto di essere l'unico presidente capace di cogliere un successo simile.

Ι campus universitari americani dei tardi anni Sessanta e primi anni Settanta non erano il posto ideale per chiunque dubitasse del fatto che Μaο Tse-tung fosse il terrore della burocrazia ο si chiedesse se il suo «libretto rosso» contenesse anche una sola parola sensata. Ιl «maoismo da campus» era ovunque alimentato dalla generale euforia per la Cina scatenata da Νixon e Kissinger (non dimentichiamoci che perfino giornalisti navigati come James Reston e Harrison Salisbury del «New York Times» divennero fanatici della Cina che credevano di vedere).

Personalmente, tuttavia, mi appariva chiaro che la «rivoluzione» cinese fosse degenerata in un horror show di stampo erodiano, assolutamente distruttivo per tutti i cinesi onesti, forse affascinante da studiare, ma non più di grande significato per l'equilibrio globale del potere. In Giappone, per contro, stava accadendo qualcosa di interessante cui nessuno in America sembrava prestare attenzione. Nell'estate del 1972 tornai in un Giappone già ben avviato a diventare la nazione industriale più avanzata della terra. Ιl contrasto con le mie precedenti esperienze in marina ο con il Giappone del 1961, quando mia moglie e io avevamo messo su casa in un sobborgo di Tokyo, era davvero strabiliante. Ιl «miracolo economico» giapponese (un termine coniato dagli occidentali per denotare qualcosa di positivo ma dal loro punto di vista inaspettato) appariva palese. La sua economia cresceva da dieci anni a un ritmo annuo del 10 per cento e i risultati iniziavano a vedersi. Ι giapponesi producevano automobili che i consumatori americani ed estasiatici iniziavano a comprare in grande numero, per la loro economicità di prezzo e di consumi, affidabilità, compattezza nonché per il climatizzatore compreso nel prezzo. Nel campo del design, le loro macchine fotografiche, elettrodomestici, barche e tanti altri prodotti ancora competevano in semplicità ed eleganza con lο stile tradizionale delle loro case e ceramiche.

Agli occhi di uno specialista della Cina disilluso dalle brutalità della rivoluzione culturale, il Giappone appariva un caso senza uguali di socialismo in un solo paese perfettamente riuscito. L'economia era guidata da una burocrazia statale che stabiliva obiettivi sociali ma evitava con cura tratti quali l'errata distribuzione delle risorse, l'assenza di incentivi e l'estrema rigidità che caratterizzavano invece l'economia sovietica e cinese. Come c'era riuscita? La gran parte degli americani si curava ben poco di rispondere a questa domanda, sebbene il surplus commerciale del Giappone iniziasse a irritare Washington. Non li incuriosivano neanche le nuove strutture istituzionali create dal Giappone per stimolare la rapida crescita economica. Continuavamo a considerare il Giappone un «fratellinο» intento a imparare dal suo mentore postbellico e a emularlo. L'idea che il Giappone potesse sperimentare una forma di capitalismo diversa era, se non del tutto improponibile, considerata di certo un'eresia. Il fatto che ci stessero superando nella produzione e commercializzazione di determinati prodotti chiave significava senza alcun dubbio che non stessero facendo un gioco pulito.

Gli americani definivano il Giappone una democrazia organizzata intorno a un'economia di libero mercato, esattamente come gli Stati Uniti. Nelle sue memorie, Edwin Ο. Reischauer - il più noto specialista americano di storia giapponese e ambasciatore in Giappone durante gli anni Sessanta, all'apice del «piano di raddoppio del reddito» lì in atto - non si cura neanche di menzionare l'economia. La cosa davvero strabiliante di tale miopia e supponenza americana nei confronti del Giappone è che si sarebbe perpetuata fino alla fine del secolo, per poi trasformarsi repentinamente in disprezzo proprio a causa di quel suo modello di capitalismo diverso.

Nell'estate del 1972, uno dei miei mentori ed eminente studioso di scienze sociali, il professor Junnosuke Masumi, mi invitò a prendere in debita considerazione l'allora emergente miracolo economico. Gli studiosi americani come me, affermò, tendevano a concentrare l'attenzione sulla politica di sinistra e protestataria in Giappone; praticamente nessuno di noi aveva mai prestato la minima attenzione alle sue élite dirigenti. Esistevano pochissimi studi in inglese sul partito liberaldemocratico, ininterrottamente al potere da quando il paese aveva riconquistato l'indipendenza, nel 1952, e neanche uno sul vasto apparato burocratico statale che sosteneva e guidava l'economia praticamente allo stesso modo in cui il dipartimento della difesa sosteneva e guidava il complesso militar-industriale-universitario negli Stati Uniti.

Parlammo specificamente del Ministero del commercio internazionale e dell'industria (MITI). Tra gli esperti nipponici nella Tokyo di quell'epoca, il MITI era il riconosciuto protagonista del miracolo economico. Così come il professor Levenson mi aveva suggerito di cercare nella Cina sotto occupazione nipponica le radici del successo del partito comunista cinese, il professor Masumi mi suggerì di indagare sulle origini del MITI per individuare le basi del «socialismo vittorioso» del proprio paese. Dedicai il decennio successivo a questo progetto, scrivendo la storia di un ministero economico che pensai potesse interessare un gruppetto di specialisti di politiche pubbliche che non conoscevano il giapponese, oltre alla ristretta cerchia di accademici. All'epoca non mi resi conto che la ricerca mi avrebbe inavvertitamente portato a vedere per la prima volta chiaramente la forma dell'impero che avevo per tanto tempo acriticamente sostenuto.

 

Ho già indicato i principali debiti culturali. Desidero ringraziare le seguenti persone, per il loro contributo nell'ideare e scrivere questo libro, per le idee fornitemi, per avermi detto quando sbagliavo e comunque per essere stati sempre fonti preziose di ispirazione: Sumi Adachi, Kozy Amemiya, Ron Bevacqua, Steven C. Clemons, Bruce Cumings, Jim Fallows, Patrick Lloyd Hatcher, George Hicks, Jim Impoco, Sam Jameson, Andrew Janos, Barry Keehn, Andrew MacIntyre, Gavan McCormack, Yoshihiko Nakamoto, Masahide Ota, Murray Sayle, Tim Shorrock, Patrick Smith, Odete Sousa, Κοji Taira, Norman Thorpe, Chikako Yoshida ed Eiji Yutani. Ι saggi mensili e i vari interventi alle conferenze dei membri del Japan Policy Research Institute di questi ultimi sei anni hanno anch'essi contribuito moltissimo al mio modo di pensare. Sandra Dijkstra, il mio agente, è stata una fondamentale fonte di incitamento a scrivere questo libro. Alla Metropolitan Books, Tom Engelhardt è stato il miglior editor e autore che si possa immaginare, meticoloso nel mettere in discussione e affinare le mie idee e quanto scrivevo; l'editrice Sara Bershtel mi ha incoraggiato con il proprio costante impegno nella realizzazione di questo libro. Sheila Κ. Johnson è stata la mia compagna costante nel tentativo di capire il mondo in cui viviamo.

 

Cardiff, California

luglio 1999

 

1. Ritorno di fiamma

 

 

 

Da molti anni le comunità del nord Italia si lamentavano per i voli a bassa quota degli aerei militari americani. Nel febbraio 1998 l’inevitabile accadde: un Prowler EA-6B del corpo dei marines con quattro uomini a bordo, uno della vasta gamma di caccia e bombardieri americani di stanza in posti come Aviano, Cervia, Brindisi e Sigonella, recise i cavi di una funivia nella località turistica di Cavalese, facendo precipitare per oltre trenta metri una cabina dell’impianto con venti persone dentro prima che si schiantasse sul pendio innevato della montagna. Morirono tutti. Anche se i piloti sono tenuti a rispettare un limite di altitudine di almeno 300 metri (600 secondo il governo italiano), l’aereo in questione aveva tranciato i cavi a un’altezza di 109 metri. Viaggiava inoltre a quasi mille chilometri all’ora, quando il limite di velocità massima consentito è di ottocento. Il pilota stava eseguendo un volo acrobatico a bassa quota, mentre il secondo pilota riprendeva tutto con una telecamera (che in seguito distrusse).

In risposta allo sdegno e alla rabbia dell’Italia e alle richieste di un rigoroso processo contro i responsabili della tragedia, i piloti dell’aereo si giustificarono affermando che le cartine della zona in loro possesso al momento del fatidico volo erano imprecise, che gli altimetri a bordo non avevano funzionato bene e che non avevano consultato le unità dell’aeronautica americana dislocate permanentemente in quell’area sulla presenza di eventuali pericoli. Una corte marziale istituita non in Italia, ma a Camp Lejeune, North Carolina, prosciolse i quattro uomini da qualsiasi responsabilità e definì il tutto un «incidente nel corso di un’esercitazione». Subito dopo, il presidente Bill Clinton presentò le proprie scuse e promise di risarcire superstiti e parenti delle vittime, ma il 14 maggio 1999 il congresso bocciò il relativo provvedimento per l’opposizione sorta nella camera dei deputati e nel Pentagono.[4]

Questo non è stato l’unico incidente provocato da militari americani ai danni di civili nell’epoca postguerra fredda. Dalla Germania alla Turchia, da Okinawa alla Corea del Sud, incidenti simili sono stati molto frequenti, e si sono conclusi sempre allo stesso modo. Il governo americano non ritiene mai i propri politici o alti ufficiali responsabili dell’accaduto e raramente ritiene opportuno fare qualcosa di più che presentare delle semplici scuse formali e offrire, in sporadicissimi casi, un risarcimento economico, spesso di ridicola entità.

Nelle rare occasioni - com’è accaduto per l’episodio verificatosi in Italia - in cui tali tragedie acquisiscono risonanza mondiale, la cosa che più sorprende gli americani è l’ondata di sdegno nazionale suscitata da quello che i mass media statunitensi considerano, nel peggiore dei casi, un incidente isolato, per quanto tragico. Di sicuro, l’unica cosa certa in situazioni di questo genere è che, dieci anni dopo la fine della guerra fredda, centinaia di migliaia di militari americani equipaggiati con le armi più sofisticate del mondo, tra cui spesso anche armi nucleari, sono stazionati in oltre sessantuno basi militari disseminate in diciannove paesi, per limitarci solo a quelle che il dipartimento della difesa definisce «installazioni principali»; se infatti si aggiungessero tutte le strutture che ospitano rappresentanti delle forze armate americane, il numero complessivo ammonterebbe a oltre ottocento.[5] Ovviamente, non esistono basi aeree italiane in territorio americano (un’idea del genere sarebbe ridicola), così come non ci sono truppe tedesche, indonesiane, russe, greche o giapponesi stazionate sul suolo italiano. L’Italia è per di più una stretta alleata degli Stati Uniti e non ci sono nazioni nemiche che minacciano le sue coste.

Quanto detto finora è sin troppo scontato, cosicché non se ne parla quasi mai. Semplicemente non è argomento di discussione, e tanto meno di dibattito, nella patria dell’ultima potenza imperiale. Può darsi che considerazioni di questo tipo siano irrilevanti per qualsiasi impero. Probabilmente per i romani non era affatto strano avere contingenti militari in Gallia, né per i britannici in Sudafrica. Ma le cose di cui non si parla non sono per questo meno vere, né mancano di produrre conseguenze solo perché non sono oggetto di dibattiti interni.

Credo sia ormai ora che tale discussione abbia inizio, che gli americani comincino a chiedersi il motivo per cui abbiamo dato vita a un impero - termine che evitiamo accuratamente - e quali potrebbero essere le conseguenze del nostro atteggiamento imperiale per il resto del mondo e per noi stessi. Non molto tempo fa, il modo in cui presidiavamo il mondo con le nostre truppe poteva essere discusso molto più apertamente e tranquillamente perché il motivo appariva chiaro: l’esistenza dell’Unione Sovietica e del comunismo. Se l’incidente in Italia fosse avvenuto una ventina di anni prima, non sarebbe stato certamente considerato meno grave, ma molti americani avrebbero sostenuto che, con la guerra fredda in atto, eventi simili erano il costo inevitabile della protezione offerta alle democrazie, come l’Italia, contro la minaccia del totalitarismo sovietico. Con la scomparsa di qualsiasi minaccia militare minimamente paragonabile a quella dell’ex Unione Sovietica, questi «costi» sono diventati facilmente evitabili. Gli Stati Uniti avrebbero potuto ritirare già da tempo le proprie forze armate dall’Italia, come da qualsiasi altro paese. Il fatto che ciò non sia successo e che Washington stia viceversa facendo di tutto per perpetuare le strutture della guerra fredda, anche senza avere la giustificazione della guerra fredda, pone queste installazioni militari in un nuova luce. Sono infatti diventate la prova evidente, per chi abbia voglia di aprire gli occhi, di un progetto imperiale che la guerra fredda mascherava adeguatamente. Le conseguenze che tale progetto comporta sono probabilmente destinate a fomentare un risentimento contro tutti gli americani - turisti, studenti, uomini d’affari oltreché membri delle forze armate - dagli esiti potenzialmente esiziali. (Nota di Gandalf: data la mia ignoranza sono andato a consultare lo Zingarelli- Esiziale: che porta grave danno)

Per qualsiasi impero, anche quelli non riconosciuti come tali, c’è una sorta di bilancio patrimoniale che va sviluppandosi nel tempo. Crimini militari, incidenti e atrocità costituiscono solo una delle categorie presenti sul lato delle passività che per Washington - soprattutto a partire dalla fine della guerra fredda - va sempre più gonfiandosi. Per fare un esempio di un tipo di passività completamente diverso, prendiamo il caso della Corea del Sud, alleata di vecchia data. Alla vigilia di Natale del 1997, il paese dichiarò bancarotta e cedette le leve di comando della propria economia al Fondo monetario internazionale, che è fondamentalmente un surrogato istituzionale del governo statunitense. Buona parte degli americani si meravigliarono del crollo economico che sconvolse Thailandia, Corea del Sud, Malaysia e Indonesia nel 1997 e che poi dilagò in tutto il mondo, affossando anche Russia e Brasile. Mai e poi mai si sarebbero immaginati che il loro governo avesse potuto contribuire a provocare queste crisi, benché vari esperti ed economisti americani avessero esplicitamente espresso il proprio compiacimento per questi disastri, che fecero sprofondare milioni di persone nella totale indigenza. Nel peggiore dei casi, gli americani interpretarono il crollo economico di paesi quali Indonesia e Brasile come segnali del fatto che le virtuose politiche di «globalizzazione» sostenute dagli Stati Uniti funzionavano, che stavamo effettivamente aiutando svariate economie in tutto il mondo a farle apparire e funzionare in modo più simile agli Stati Uniti.

Soprattutto, la crisi economica del 1997 fu interpretata come prova del fatto che le teorie dei nostri principali rivali - le economie capitaliste a crescita intensiva dell’Asia orientale - non erano né così competitive né così valide come essi credevano. In un articolo di fine anno l’editorialista Charles Krauthammer osservò: «Il nostro successo è il successo del modello capitalistico americano, il quale si avvicina più di qualunque altro alla visione di libero mercato di Adam Smith. Certamente molto più del paternalistico capitalismo nepotista invalso in Asia che tanto sedusse i critici del sistema americano all’epoca in cui la bolla asiatica - oggi scoppiata - giunse alla ribalta».[6]

Col dilagare della crisi mondiale, la cosa che il nostro governo sembrò temere maggiormente fu il mancato rispetto dei contratti di acquisto delle nostre armi. Nell’inverno di quell’anno, il segretario alla difesa William Cohen si recò a Giacarta, Bangkok e Seoul per persuadere i rispettivi governi a utilizzare le loro sempre più magre scorte di valuta pregiata per pagare gli aerei da combattimento, i missili, le navi da guerra e quant’altro il Pentagono aveva venduto loro prima che scoppiasse la crisi. Fece sosta anche a Tokyo per proporre a un preoccupato governo nipponico di concludere un grosso affare: investire nel programma di difesa missilistica TMD (Theater Missile Defense), un sistema di missili antimissile che il Pentagono stava cercando di vendere al Giappone già da anni. Non si sapeva allora e continuiamo a non sapere oggi se il sistema TMD funzionerà mai (in quindici anni di tentativi di intercettazione solo pochi missili hanno centrato il loro bersaglio nel corso di test peraltro pesantemente manipolati); di sicuro però c’è che è molto costoso, e la vendita di armi è diventata una delle principali attività del Pentagono.

Ritengo che lo spreco dissoluto delle nostre risorse in inutili sistemi di armamenti e il crollo economico dell’Asia, così come l’ininterrotta catena di «incidenti» militari e di attacchi terroristici alle installazioni e ambasciate americane, siano tutti presagi di una crisi che nel XXI secolo si abbatterà sull’informale impero americano, un impero fondato sulla proiezione del potere militare in ogni angolo del mondo e sull’impiego del capitale e del mercato americano per imporre l’integrazione economica globale alle nostre condizioni senza alcun riguardo per il prezzo che ciò comporta agli altri. Prevedere il futuro è un impresa che nessun uomo con un briciolo di buon senso si azzarderebbe a rischiare. È impossibile indovinare quale forma assumerà la crisi del nostro impero da qui a qualche anno, o forse qualche decennio. Ma la storia insegna che per tutti gli imperi questo momento prima o poi arriva, ed è irragionevole pensare che l’America possa miracolosamente sfuggire al proprio destino.

Ciò di cui siamo totalmente privi, tuttavia, è la benché minima consapevolezza di come possiamo apparire agli occhi delle altre nazioni della terra. La gran parte degli americani non è probabilmente a conoscenza dei modi attraverso cui Washington esercita la propria egemonia sul globo, dal momento che gran parte della sua attività viene espletata in relativa segretezza o mascherata sotto edificanti programmi. Molti potrebbero in un primo momento far fatica a credere che la nostra posizione nel mondo sia equiparabile a un impero. Tuttavia, solo considerandoci un paese che trae profitto dall’impero che ha creato ma nelle cui strutture è rimasto al contempo intrappolato possiamo spiegarci molti aspetti del mondo altrimenti destinati a rimanerci oscuri. In mancanza di chiare spiegazioni non è assolutamente possibile produrre politiche in grado di portare pace e prosperità nel mondo post-guerra fredda. Cos’è che non ha funzionato in Giappone dopo mezzo secolo di crescita a guida statale e sotto protezione americana? Perché l’avvento di una Cina forte dovrebbe danneggiare chicchessia? Perché le politiche americane in materia di diritti umani, proliferazione delle armi, terrorismo, droga e ambiente paiono a tanti stranieri l’epitome dell’ipocrisia? (Nota di Gandalf: …… ancora dallo Zingarelli- Epitome: esposizione, trattazione … di un’opera). Le multinazionali possedute e gestite dagli Stati Uniti dovrebbero essere strumenti, beneficiari o avversari della politica estera americana? La libera circolazione dei capitali è davvero importante quanto il libero scambio di prodotti? A tutti questi interrogativi è possibile dare risposta solo dopo aver capito realmente cosa sono davvero gli Stati Uniti.

Diverse sono le risposte a seconda che si consideri l’America il quartier generale di un impero economico-militare mondiale oppure semplicemente una tra le tante nazioni sovrane. Esiste una logica imperiale che è totalmente diversa dalla logica di una nazione, e azioni perpetrate al servizio di un impero ma mai riconosciute come tali tendono a costituire una minaccia per il futuro.

Il termine «ritorno di fiamma», che i funzionari della CIA coniarono per la prima volta per uso interno sta iniziando a diffondersi tra gli studenti di relazioni internazionali. Fa riferimento a tutte le conseguenze involontarie delle politiche e strategie adottate e tenute nascoste all’opinione pubblica americana. Quello che la stampa definisce atti crudeli di «terroristi» o «signori della droga» o «stati-feccia» o «trafficanti illegali di armi» sono in realtà ritorni di fiamma dovuti a precedenti operazioni americane.

È oggi ampiamente risaputo, ad esempio, che l’attentato del 1988 all’aereo della Pan Am a Lockerbie, Scozia, che provocò la morte di 259 passeggeri e 11 persone a terra, fu un atto di rappresaglia per un raid aereo in Libia ordinato dall’amministrazione Reagan durante il quale rimase uccisa la figliastra del presidente Muammar Gheddafi. Qualcuno negli Stati Uniti ha avanzato il sospetto che anche altri eventi possano essere spiegati come conseguenze di atti imperiali. Ad esempio, l’epidemica diffusione di cocaina ed eroina che ha flagellato le città americane in questi ultimi venti anni è stata probabilmente istigata in parte da militari o da politici corrotti centro e sudamericani che la CIA o il Pentagono avevano in passato addestrato o sostenuto e in seguito installato in posizioni chiave del loro governo. Un altro esempio: negli anni Ottanta Washington organizzò in Nicaragua una massiccia campagna contro il governo sandinista di orientamento socialista. Gli agenti americani fecero poi finta di non vedere quando i contras, ribelli militari da essi addestrati, organizzarono la vendita di cocaina nelle città americane per comprare armi e rifornimenti.[7]

Se il ritorno di fiamma della droga è difficile da ricondurre alle sue origini, ben altra cosa sono gli attacchi terroristici alle ambasciate americane in Africa, al World Trade Center di New York o a un complesso residenziale in Arabia Saudita in cui erano alloggiati i soldati americani. A seconda di chi guarda, uno stesso uomo può essere considerato un terrorista oppure un combattente per la libertà, e quelli che i funzionari americani denunciano come attacchi terroristici non provocati contro propri connazionali innocenti, sono in realtà atti di rappresaglia per precedenti azioni imperialistiche americane. I terroristi colpiscono cittadini americani innocenti e indifesi proprio perché i soldati e i marinai americani, che lanciano missili da crociera dalle loro navi e dai bombardieri B-52, o che sostengono da Washington regimi repressivi e spietati, appaiono irraggiungibili. Come i membri del Defence Science Board scrissero in un rapporto del 1997 al sottosegretario alla difesa per l’acquisizione e la tecnologia, «i dati storici mostrano una chiara correlazione tra il coinvolgimento degli americani negli affari internazionali e l’aumento degli attacchi terroristici contro gli Stati Uniti. Inoltre, l’asimmetria militare che nega agli stati la possibilità di intraprendere attacchi diretti contro gli Stati Uniti alimenta il ricorso all’impiego di agenti transnazionali [vale a dire terroristi di un determinato paese che eseguono attacchi in un altro paese]».[8]

Il caso di ritorno di fiamma più ovvio e diretto si verifica spesso quando le vittime reagiscono a un bombardamento segreto americano, o a una campagna di terrorismo di stato sponsorizzata dagli Stati Uniti, o al rovesciamento di un leader politico strafiero architettato dalla CIA. Oggi possiamo vedere come in tutto il mondo siano stati gettati i semi per futuri ritorni di fiamma. Ad esempio, si calcola che dalla guerra del Golfo del 1991 fino al 1998, l’embargo americano nei confronti dell’Iraq di Saddam Hussein abbia contribuito alla morte di mezzo milione di civili iracheni a causa di malattie, malnutrizione e inadeguata assistenza medica. Il consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Clinton, Sandy Berger, ha affermato trionfalisticamente che questo embargo è stato «il più severo in assoluto dell’intera storia mondiale». Ebbene, nel 1999 l’embargo non era ancora riuscito a far cadere Saddam Hussein obiettivo dichiarato degli Stati Uniti, ma di sicuro aveva instillato negli iracheni un fortissimo risentimento contro il governo americano e i suoi cittadini. Allo stesso tempo, l'infiltrazione di «agenti paramilitari clandestini della CIA» nelle squadre ONU incaricate di scoprire i tentativi di Saddam Hussein di sviluppare armi di distruzione di massa, ha compromesso per sempre uno dei più promettenti esperimenti in materia di controllo della non proliferazione degli armamenti.[9]

Un ritorno di fiamma può provocarne altri e innescare una devastante reazione a catena. Un esempio di questa potenziale minaccia è la risposta del governo americano agli attentati dinamitardi del 7 agosto 1998 contro le ambasciate americane a Nairobi e Dar es Salaam, che causarono la morte di 12 americani e 212 kenyoti e tanzanesi e circa 4500 feriti. Washington ne addossò immediatamente la responsabilità a Osama bin Laden, un saudita storico oppositore dei governanti del suo paese e dei loro alleati americani. Il 20 agosto, gli Stati Uniti si vendicarono lanciando quasi ottanta missili da crociera (costo di ciascun missile: 750.000 dollari) contro uno stabilimento farmaceutico di Khartoum, Sudan, e un vecchio accampamento di mujaheddin in Afghanistan (un missile mancò il bersaglio di circa 650 chilometri e atterrò in Pakistan). Entrambi gli obiettivi erano stati identificati dai servizi segreti americani come aziende o aree di addestramento associate a bin Laden o ai suoi seguaci. Ben presto si scoprì tuttavia che i servizi segreti si erano sbagliati in quanto nessuno dei due bersagli era in alcun modo collegato ai presunti autori degli attacchi alle ambasciate americane. Il 2 settembre 1998 il segretario alla difesa americano affermò di non sapere che lo stabilimento di Khartoum producesse medicinali, e non gas nervino, allorché ne aveva ordinato l’attacco, e ammise anche che il nesso tra quest’impianto e bin Laden era, nel migliore dei casi, «indiretto».[10] Ciononostante, il presidente Clinton continuò a sostenere di aver sventato un' «imminente minaccia alla nostra sicurezza nazionale», e il segretario di stato Madeleine Albright definì il Sudan un «nido di vipere pieno di terroristi».

I portavoce del governo continuano a giustificare questi attacchi definendoli azioni di «terrorismo deterrente», nonostante fosse stato dimostrato che gli obiettivi colpiti non avevano alcuna attinenza con i danni provocati a impianti o attrezzature statunitensi. In questo modo, vengono gettati in tutto il mondo i semi di futuri ritorni di fiamma. Questi stessi portavoce ignorano il fatto che il presunto mandante degli attacchi alle ambasciate, bin Laden, è un ex protégé degli Stati Uniti. All’epoca in cui l’America organizzava i ribelli afgani contro l’URSS negli anni Ottanta, bin Laden svolse un ruolo di primo piano nel cacciare l’Unione Sovietica dall’Afghanistan e si volse contro gli Stati Uniti solo nel 1991, allorché considerò lo stazionamento delle truppe americane in Arabia Saudita (suo paese d’origine) durante e dopo la guerra del Golfo Persico, una violazione del suo credo religioso. Così, gli attacchi alle nostre ambasciate in Africa, ove mai siano davvero stati opera sua, sono un esempio di ritorno di fiamma piuttosto che di ingiustificato terrorismo. Anziché bombardare siti in Sudan o Afgharnstan, gli Stati Uniti farebbero meglio a considerare l’idea di ridurre o eliminare la nostra massiccia e provocatoria presenza militare in Arabia Saudita.

Esistono modi più efficaci - e sicuramente meno devastanti - di affrontare la minaccia del «terrorismo» che non l’immediata rappresaglia militare. Nel 1994 continui e pazienti negoziati sfociarono nella consegna da parte del Sudan del terrorista noto col nome di Carlos al governo francese perché fosse processato, e nel settembre del 1998 la Libia acconsentì a consegnare a un tribunale olandese i due uomini accusati di aver fatto saltare in aria l’aereo della Pan Am in Scozia. Quest’ultimo accordo fu il risultato di un multilaterale rispetto del diritto internazionale e di un embargo economico alla Libia ed evitò la spirale di vendette e rappresaglie di cui invece non si vede ancora fine nel caso di bin Laden.

Inutile dire che quello del ritorno di fiamma non è soltanto un problema degli americani. Basta guardare la Russia e i suoi ex paesi satelliti per rendersi conto di quanto possa essere devastante il ritorno di fiamma di una politica imperiale. La crisi degli ostaggi all’ambasciata giapponese a Lima nel 1996-1997, durante la quale un gruppo di rivoluzionari peruviani prese in ostaggio l’intero corpo diplomatico, fu probabilmente un atto di ritorsione per il sostegno offerto dal Giappone alle politiche anti-guerriglia del presidente Alberto Fujimori e per le operazioni condotte dalle multinazionali nipponiche in Perù. Il maggiore problema politico di Israele è la quotidiana minaccia di rappresaglie da parte del popolo palestinese e dei loro alleati islamici per le politiche israeliane di rimozione forzata dei palestinesi dalla propria terra e di repressione di quelli che restano sotto la sua giurisdizione. L’America tuttavia, nella sua qualità di unica potenza imperialistica, di principale organizzatrice di operazioni clandestine e semiclandestine a sostegno di regimi repressivi, nonché di maggiore venditrice di armi di tutti i tipi, è il principale destinatario di possibili ritorni di fiamma.

È tipico di chi vive in uno stato imperiale avere scarsa memoria per le proprie azioni più riprovevoli, ma chi si trova a farne le spese può avere viceversa una memoria da elefante. Tra i casi più eclatanti di ritorno di fiamma a scoppio ritardato ci sono ad esempio i genocidi perpetrati da alcune nazioni in tempi di guerra. Il Giappone sta pagando ancor oggi le conseguenze della propria condotta in Cina durante La seconda guerra mondiale. I reazionari giapponesi sono ancora riluttanti ad affrontare il problema delle atrocità commesse in Cina e Corea: la distruzione di Nanchino, l’aver costretto le donne catturate a prostituirsi per i soldati di prima linea, gli atroci esperimenti medici sui prigionieri, tanto per citarne alcune. Ma visto il tempo ormai trascorso e i risarcimenti pagati, molti cinesi si sarebbero probabilmente accontentati di un loro sincero atto di contrizione per tali episodi. Invece, le truppe nipponiche terrorizzarono e radicalizzarono una popolazione di contadini essenzialmente conservatori favorendo in tal modo l’ascesa al potere del partito comunista cinese, che portò alla morte di trenta milioni di cinesi durante il cosiddetto grande balzo in avanti e alla distruzione della civiltà cinese durante la rivoluzione culturale. Sono molti i cinesi istruiti che non potranno mai perdonare il Giappone per aver contribuito a questi eventi.

Oggi siamo a conoscenza di diversi casi simili. Nella guerra del Vietnam all’inizio degli anni Settanta, il presidente Richard Nixon e il suo consigliere per la sicurezza nazionale Henry Kissinger ordinarono di sganciare nelle aree rurali della Cambogia più bombe di quante ne fossero state lanciate sul Giappone durante la seconda guerra mondiale, uccidendo almeno 750.000 contadini cambogiani e contribuendo a dare legittimità al sanguinano movimento dei khmer rossi di Pol Pot. Nella sua successiva ricerca di vendetta e di purezza ideologica, Pol Pot provvide poi a far ammazzare un altro milione e mezzo di cambogiani, questa volta in maggior parte residenti urbani.

Gli americani sono soliti considerare Pol Pot una sorta di irripetibile mostro autogeneratosi e i suoi «campi della morte» un inspiegabile atavismo del tutto estraneo a qualsiasi forma di civiltà. Ma senza gli atti di barbarie perpetrati dal governo americano al tempo della guerra del Vietnam, Pol Pot non sarebbe mai riuscito a prendere il potere in una cultura come quella cambogiana, così come gli analfabeti contadini di Mao non avrebbero mai conquistato legittimità in Cina senza le devastazioni e le depravazioni di cui si macchiò l’esercito nipponico. Particolare significativo, nella loro istanza di istituire un tribunale internazionale per processare i leader superstiti dei khmer rossi per crimini di guerra, gli Stati Uniti hanno chiesto che il tribunale limitasse la propria indagine al periodo che va dal 1975 al 1979, vale a dire dopo gli anni dei bombardamenti a tappeto e prima che il governo americano iniziasse a collaborare con i khmer rossi contro i comunisti vietnamiti, i quali invasero la Cambogia nel 1978, spodestarono i khmer rossi dal potere e tentarono di restituire una qualche stabilità al paese.

Neanche un impero è in grado di controllare gli effetti a lungo termine delle proprie politiche: e proprio in ciò sta l’essenza del fenomeno del ritorno di fiamma. Prendiamo ad esempio la guerra civile in Afghanistan degli anni Ottanta, con le forze armate sovietiche intervenute direttamente a favore del governo e la CIA impegnata ad armare e appoggiare tutti i gruppi di oppositori. Col passare degli anni, la guerra ha trasformato Kabul, in passato uno dei più importanti centri culturali islamici, in una copia di Hiroshima dopo il bombardamento. Washington contribuì a far sì che l’Unione Sovietica patisse in Afghanistan una sconfitta devastante come quella subita dagli americani in Vietnam. In effetti, la sconfitta destabilizzò talmente il regime sovietico da provocarne il crollo alla fine degli anni Ottanta. Ma in Afghanistan gli Stati Uniti contribuirono anche a portare al potere i taliban, un movimento fondamentalista islamico le cui politiche in materia di trattamento delle donne, istruzione, giustizia e benessere economico ricordano non tanto quelle dell’Iran di Khomeini quanto quelle della Cambogia di Pol Pot. Un gruppo di questi mujaheddin, che solo pochi anni prima gli Stati Uniti avevano armato di missili terra-aria Stinger, decise di reagire alle politiche americane perseguite nella guerra del Golfo e nei confronti di Israele. Nel 1993 fecero esplodere una bomba nel World Trade Center di New York e assassinarono diversi impiegati della CIA fermi a un semaforo rosso a Langley, Virginia. Quattro anni più tardi, il 12 novembre 1997, dopo che il killer dell’attentato in Virginia era stato condannato da un tribunale americano, alcuni sconosciuti uccisero per vendetta quattro contabili americani, che non avevano assolutamente nulla a che fare con la CIA, mentre erano in auto a Karachi, Pakistan.

È probabile che le politiche americane abbiano contribuito a creare situazioni simili in Congo, Guatemala e Turchia e che se ne stia semplicemente aspettando il ritorno di fiamma. Il Guatemala è un esempio particolarmente eclatante delle politiche imperiali degli Stati Uniti nel proprio «giardino dietro casa». Nel 1954, l’amministrazione Eisenhower pianificò e la CIA organizzò e finanziò un golpe militare in Guatemala che rovesciò il presidente in carica le cui moderate politiche di riforma agraria erano ritenute una minaccia per le aziende americane. Il ritorno di fiamma di questa operazione portò negli anni Ottanta a un’insurrezione di guerriglieri marxisti e in seguito al genocidio - avallato dalla CIA e dal Pentagono - dei contadini maya. Nella primavera del 1999, un rapporto sullo stato della guerra civile in Guatemala redatto dalla commissione di indagine storica, sponsorizzata dalle Nazioni Unite, rese noto che «l’addestramento americano del corpo ufficiali in tecniche antinsurrezionali» era stato «un fattore chiave» nel «genocidio. [...] Interi villaggi maya furono attaccati e incendiati, i loro abitanti massacrati per impedire che proteggessero i guerriglieri».[11] Secondo la commissione, tra il 1981 e il 1983 il governo militare del Guatemala - finanziato e sostenuto dagli Stati Uniti - ordinò la distruzione di circa quattrocento villaggi maya in una campagna genocida in cui vennero trucidati circa duecentomila contadini. José Pertierra, legale di Jennifer Harbury, un avvocato americano che tentò per anni di scoprire cosa fosse accaduto al marito «scomparso», il guatemalteco e sostenitore della guerriglia Efraín Bámaca Velásquez, scrisse che il militare guatemalteco che arrestò, torturò e uccise Bámaca era un «bene patrimoniale» della CIA ed era stato pagato 44.000 dollari per le informazioni ottenute dalla vittima.[12]

Durante la sua visita in Guatemala, nel marzo del 1999, subito dopo la diffusione del rapporto, il presidente Clinton dichiarò: «È importante che io dichiari esplicitamente che il sostegno alle forze armate e alle unità dei servizi segreti che hanno fatto ricorso alla violenza e alla repressione di massa è stato un errore, e che gli Stati Uniti non debbano più ripetere tale errore. [...] Gli Stati Uniti non prenderanno più parte a campagne di repressione».[13] Tuttavia, il giorno stesso in cui il presidente promise di smettere di «giocare sporco» in altri paesi, il governo americano rinnovò il proprio sostegno alla Turchia nella sua guerra di repressione contro la minoranza curda.

I curdi sono quindici milioni rispetto a una popolazione turca stimata sui cinquantotto milioni. Altri cinque milioni di curdi vivono nei pressi dei confini turchi in Iraq, Iran e Siria. I turchi conducono una politica discriminatoria nei confronti dei curdi da settant’anni, e dal 1992 portano avanti una campagna genocida ai loro danni, con la distruzione di circa tremila villaggi e agglomerati rurali curdi nell’arretrata parte sudorientale del paese. L’ex ambasciatore americano in Croazia, Peter W. Galbraith, commenta che «i turchi arrestano abitualmente esponenti politici curdi per attività che nei paesi democratici sarebbero considerate del tutto legali».[14] Gli europei hanno finora escluso la Turchia dall’Unione europea per il modo in cui tratta i curdi. Per la sua posizione strategica ai confini con l’ex Unione Sovietica, tuttavia, la Turchia è stata una preziosa alleata degli Stati Uniti e un membro della NATO durante la guerra fredda, e Washington mantiene immutati i rapporti con Ankara anche dopo la scomparsa dell’URSS.

Dopo Israele ed Egitto, la Turchia è il terzo maggior destinatario di assistenza militare da parte degli americani. Tra il 1991 e il 1995, gli Stati Uniti fornirono 4/5 di tutte le importazioni militari della Turchia, che furono tra le più cospicue del mondo. Da parte sua, il governo americano dipende dalla base NATO turca di Incirlik per poter realizzare l’operazione «Provide Comfort» istituita dopo la guerra del Golfo per assistere e proteggere i curdi irakeni dalla repressione di Saddam Hussein (quando poi gli stessi Stati Uniti accettano passivamente le vessazioni inferte dai turchi alla vasta popolazione curda). Un ovvio motivo di tale doppiopesismo è che il benessere economico di comunità quali Stratford e Bridgeport, nel Connecticut, dove vengono fabbricati gli elicotteri Comanche e Black Hawk, dipende dall’ininterrotta vendita su vasta scala di armi a paesi come la Turchia. Durante la guerra del Golfo, un consigliere del primo ministro turco confidò a John Shattuck, segretario di stato aggiunto per i diritti umani: «Se volete porre fine agli abusi sui diritti umani dovete fare due cose: bloccare i crediti del FMI e fare cessare l’assistenza da parte del Pentagono. Ma smettetela di vendere armi e fornire aiuto da un lato e di lamentarvi per la questione curda dall’altro. Non veniteci a parlare di diritti umani quando poi andate vendendo queste armi».[15]

La cattura nel febbraio del 1999 del leader curdo Abdullah Ochalan svelò la natura del coinvolgimento americano con la Turchia, in questo caso grazie a uno stratagemma della CIA che promette un ritorno di fiamma garantito. Il termine usato dalla CIA per questa politica è «disgregazione», con ciò indicando la caccia ai terroristi in tutto il mondo. L’obbiettivo è stanarli dai loro nascondigli cosicché le forze di polizia o i servizi segreti possano arrestarli e imprigionarli. Secondo John Diamond della Associated Press, «la CIA tiene la propria mano nascosta e i paesi stranieri che arrestano concretamente i sospettati di terrorismo celano accuratamente il ruolo degli Stati Uniti, a meno che non finiscano col ritrovarsi dei guai». Non ci sono garanzie di alcun genere contro i casi di errata identificazione dei «sospetti» e «la CIA non manda mai comunicazioni ufficiali al congresso». La strategia di disgregazione viene definita una forma preventiva e offensiva di controterrorismo. A Richard Clarke, capo delle operazioni antiterrorismo, piace perché in questo modo può evitare «le richieste di rapporti informativi da parte del congresso che solitamente accompagnano le operazioni clandestine dirette dalla CIA» e perché «le organizzazioni dei diritti umani non hanno possibilità di individuare un eventuale ruolo della CIA». La CIA ha svolto operazioni di disgregazione in almeno dieci paesi a partire dal settembre del 1998. Nel caso Ochalan, gli Stati Uniti «hanno fornito ai turchi informazioni essenziali su dove si trovasse». Fu questa la prima volta in cui alcuni dettagli di una campagna di «disgregazione» vennero resi pubblici.[16]

In molti altri paesi vengono attuate versioni più moderate o più sottili di questa sorta di operazioni segrete, anch’esse passibili di provocare un ritorno di fiamma. Solo per fare un esempio, il dipartimento di stato americano ha recentemente pubblicato il ventiduesimo volume di Foreign Relations of the United States, 1961-1963, cronaca ufficiale della politica estera americana, dedicata in questo tomo ai rapporti tra America e Cina, Corea e Giappone di trentacinque e più anni fa. Ebbene, il governo si è rifiutato di rendere noti circa il 13,5 per cento dei documenti che avrebbero dovuto essere inclusi nella sezione relativa al Giappone, in particolare il materiale sulle operazioni militari e le basi americane in quel paese. Per la prima volta, la commissione consultiva sui documenti storici diplomatici, responsabile per legge della stesura e pubblicazione di quest’opera, scrisse nella prefazione che il ventiduesimo volume «non costituisce una “raccolta documentaria completa, accurata e affidabile delle principali decisioni di politica estera degli Stati Uniti”». Il dipartimento di stato, di certo su istruzione della CIA e del dipartimento della difesa, prese l’insolita decisione di trattenere documenti chiave - contenenti senza alcun dubbio informazioni, tra l’altro, sui finanziamenti segreti della CIA al conservatore partito liberaldemocratico nipponico e ai suoi leader politici, nonché sulla presenza di armi nucleari nelle basi americane in Giappone - per paura che la loro pubblicazione potesse provocare quel tipo di ritorno di fiamma che un paese povero del terzo mondo come il Guatemala sarebbe incapace di innescare, ma di cui il Giappone sarebbe invece capacissimo.

In un certo senso, ritorno di fiamma è semplicemente un modo diverso di dire che una nazione raccoglie ciò che semina. Sebbene in genere si sappia cosa si è seminato, ben di rado i ritorni di fiamma subiti dall’America vengono interpretati come tali, dal momento che buona parte di quanto i dirigenti dell’impero americano hanno seminato è stato tenuto segreto. La nozione di ritorno di fiamma è ovviamente più semplice da comprendere nelle sue manifestazioni dirette. Le conseguenze impreviste delle politiche e delle azioni americane nel paese X sono una bomba nell’ambasciata americana nel paese Y o l’assassinio di un americano nel paese Z. Sono sicuramente moltissimi gli americani uccisi secondo tale logica, dalle suore cattoliche del Salvador ai turisti in Uganda colpevoli unicamente di essere incappati in scenari imperiali occulti di cui erano totalmente all’oscuro. Il ritorno di fiamma, tuttavia, come questo libro dimostra, non si limita assolutamente a questi esempi di rappresaglia diretta.

Dai gravi danni inferti alle industrie americane dalle politiche economiche giapponesi orientate alle esportazioni alle ondate di profughi che attraversano i nostri confini meridionali per fuggire da quei paesi in cui la repressione sostenuta dagli Stati Uniti ha creato veri e propri genocidi o in cui le politiche economiche appoggiate da Washington hanno provocato un indicibile miseria, il ritorno di fiamma può manifestarsi in modi meno chiari e diretti nonché anche dopo lunghi periodi di tempo. Può anche manifestarsi sul piano interno in modi che spesso non appaiono evidenti anche agli occhi degli originari ideatori o esecutori delle politiche imperialiste.

Poiché viviamo in un sistema internazionale sempre più fortemente integrato, siamo tutti in un certo senso vulnerabili al pericolo di ritorno di fiamma. Sebbene in origine questo termine indicasse soltanto le conseguenze involontarie delle politiche americane per gli americani, ci sono tutti i presupposti per ampliarne significato e portata. Se, ad esempio, le conseguenze involontarie delle politiche americane che hanno favorito e quindi acuito il crollo economico dell’Indonesia nel 1997 difficilmente toccheranno gli Stati Uniti, per gli indonesiani sono state un livello insostenibile di sofferenza, povertà e sfiducia. Allo stesso modo, le conseguenze involontarie dei colpi di Stato sostenuti dagli americani e dei bombardamenti in Cambogia nei primi anni Settanta sono state per i cambogiani, nel corso di quel decennio, caos, morte e distruzione.

Il ruolo degli Stati Uniti nel golpe militare in Cile del 1973, ad esempio, produsse uno scarso ritorno di fiamma per gli americani, ma le conseguenze per liberali, socialisti e comuni cittadini in Cile e altrove furono letali. Sugli obiettivi delle politiche americane in Cile il giornalista Jon Lee Anderson scrive: «Il piano, secondo i documenti diffusi dal governo americano, consisteva nel rendere ingovernabile il Cile di Allende [il presidente socialista eletto dal popolo], provocare il caos sociale e realizzare un golpe militare. [...] Un telegramma della CIA illustrò chiaramente gli obiettivi al capo della polizia di Santiago: “La politica perseguita è di rovesciare Allende attraverso un colpo di stato. [...] Occorre continuare a esercitare la massima pressione utilizzando tutti i mezzi ritenuti idonei a tal fine. È imperativo categorico che queste operazioni siano condotte in clandestinità e nella massima sicurezza in modo da tenerne ben nascosta la partecipazione degli americani e del governo degli Stati Uniti”».[17]

Nessun cittadino americano venne infatti a conoscenza di queste macchinazioni. Il colpo di stato ebbe luogo l’11 settembre 1973, e sfociò nel suicidio di Allende e nella presa del potere da parte del generale Augusto Pinochet i cui militari e seguaci civili nei diciassette anni in cui restò in carica, torturarono, ammazzarono e «fecero sparire» circa quattromila persone. Pinochet collaborò attivamente all’operazione Condor, una missione congiunta con i militari argentini mirante ad assassinare i dissidenti esiliati in America, Spagna, Italia e altrove. È questo il motivo per cui, allorché Pinochet si recò in Inghilterra nell’autunno del 1998 per ricevere cure mediche, la Spagna cercò di estradarlo e processarlo per genocidio, torture e terrorismo di stato contro i cittadini spagnoli. Il 16 ottobre 1998 la polizia britannica arrestò Pinochet a Londra e lo trattenne in attesa di un eventuale estradizione.

Anche se pochi americani furono coinvolti in queste operazioni clandestine, tutto il mondo è oggi a conoscenza del coinvolgimento americano e rimase scandalizzato allorché il segretario di stato Madeleine Albright si oppose all’estradizione di Pinochet sostenendo che occorresse concedere a paesi come il Cile, impegnati in un processo di «transizione alla democrazia», di garantire l’immunità a quanti in passato si erano resi colpevoli di crimini contro i diritti umani al fine di «andare avanti».[18] In tali circostanze, le «mani sporche» dell’America fanno apparire ipocrite anche le sue affermazioni più sincere in materia di diritti umani o terrorismo. Anche quando il ritorno di fiamma colpisce principalmente altre popolazioni, produce comunque effetti distruttivi sugli Stati Uniti in quanto ne mina la credibilità politica e impedisce ai suoi cittadini di prendere sul serio le affermazioni dei loro leader politici. È questa una conseguenza inevitabile non solo del ritorno di fiamma, ma della stessa politica imperiale.

Che dire allora dell’idea stessa di impero americano o, per quel che conta la differenza, di imperialismo americano? I termini «egemonia», «impero» e «imperialismo» sono stati spesso usati come epiteti spregevoli. Li troviamo alla base della condanna del capitalismo da parte di Marx e soprattutto di Lenin. Durante la guerra fredda i comunisti affermarono che l’imperialismo fosse una delle «contraddizioni» del capitalismo, e dunque causa intrinseca di fenomeni quali lotta di classe, rivoluzione e guerra. Tuttavia, questi termini evocano anche l’immagine dell’impero romano e britannico, così come la pax romana e la pax britannica che si dice li avessero accompagnati. L’imperialismo è inoltre associato al razzismo e allo sfruttamento che accompagnarono il colonialismo europeo, americano e giapponese del XIX e XX secolo e alle violente reazioni che ne scaturirono in tutto il mondo non occidentale subito dopo la seconda guerra mondiale.

Quando parlo di «impero americano», tuttavia, non uso il termine nella sua accezione tradizionale. Non mi riferisco all’ex colonia americana delle Filippine o a territori dipendenti quali Portorico. Allo stesso modo, con il termine «imperialismo» non mi riferisco all’espansione del dominio giuridico di uno stato su un altro, né sottintendo che l’imperialismo debba avere origini necessariamente economiche. Gli imperi più moderni a cui mi riferisco sono normalmente nascosti dietro un qualche concetto ideologico o giuridico — comunità, alleanza, mondo libero, Occidente, blocco comunista - che maschera i veri rapporti intercorrenti tra i suoi membri.

Secondo Milovan Djilas, così Stalin descrisse l’origine dì questi nuovi imperi in una conversazione con il maresciallo Tito svoltasi al Cremlino nell’aprile 1945: «Questa guerra non è come in passato. Chiunque occupi un territorio gli impone anche il proprio sistema sociale. Chiunque impone il proprio sistema sociale nella misura in cui il suo esercito gli consente di farlo. Non può essere diversamente».[19] Imporre il proprio sistema sociale è esattamente quanto l’ex Unione Sovietica provvide a fare nei territori da essa occupati in Europa orientale e quanto gli Stati Uniti hanno fatto nei territori occupati in Asia orientale, in particolare Giappone e Corea del Sud. Durante i quarant’anni di guerra fredda questi originari «satelliti» divennero il fulcro degli imperi di nuovo tipo sovietico e americano, dei quali solo uno - il secondo - resta oggi ancora in vita. La natura di quest’impero e come sia cambiato nel tempo sono gli argomenti trattati in questo libro.

Nel 1917 l’Unione Sovietica ereditò un vecchio impero zarista in Europa e in Asia centrale, un’unione multinazionale di popolazioni basata sulla conquista e su una civiltà dominante, simile agli ex imperi asburgico e ottomano. Questo passato imperiale ha senza dubbio plasmato la natura dell’Unione Sovietica allora in via di costituzione, ma quando parlo di impero sovietico nell’epoca della guerra fredda mi riferisco principalmente alle sette «democrazie popolari» in Europa orientale che formarono il fulcro del campo comunista fine al suo crollo nel 1989: Germania orientale, Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Romania, Albania e Bulgaria. Il suo contraltare americano non fu la NATO - la reazione difensiva dell’Europa occidentale, ispirata e sostenuta dagli Stati Uniti, agli imponenti eserciti e armamenti mobilitati dall’Unione Sovietica per sconfiggere il Terzo Reich — ma il sistema di satelliti che gli Stati Uniti crearono in Asia orientale e comprendente in un dato periodo Giappone, Corea del Sud, Thailandia, Vietnam del Sud, Laos, Cambogia, Filippine e Taiwan.

Col passare del tempo e l’inizio della corsa agli armamenti nucleari tra USA e URSS, i due imperi basati sui regimi satelliti creati dopo la seconda guerra mondiale si espansero in due campi ben più vasti fondati su ideologia comune, interazione economica, scambi tecnologici, vantaggi reciproci e cooperazione militare. Per quanto riguarda l’Unione Sovietica, per un breve periodo degli anni Cinquanta questo mondo si estendeva da Mosca fino a Hanoi a est e fino all’Avana a ovest e comprendeva finanche, quanto meno in via formale, la Cina. Per gli Stati Uniti, finì col comprendere il resto del mondo: luoghi in cui gli Stati Uniti si assunsero la responsabilità di mantenere una non meglio definita sorta di ambiente militare «favorevole» (quello che oggi al Pentagono piace definire «stabilità») e a cui imponemmo il libero accesso per le nostre multinazionali e finanziarie (quella che gli economisti oggi chiamano «globalizzazione»).

Credo che a quei tempi le politiche postbelliche di Unione Sovietica e Stati Uniti fossero molto più simili di quanto la gran parte degli americani sarebbe disposta ad ammettere. L’URSS in Europa orientale e gli Stati Uniti in Asia orientale crearono propri sistemi satellite essenzialmente per gli stessi motivi. Durante la guerra fredda, l’URSS intervenne militarmente in Ungheria e Cecoslovacchia per preservare l’unità del proprio impero. Gli Stati Uniti, dal canto loro, intervennero per l’identico motivo in Corea e Vietnam (dove non solo vennero sconfitti, ma uccisero molti più uomini di quanti ne uccise l’URSS nei suoi due vittoriosi interventi).

Il fiore all’occhiello dell’impero sovietico fu la Germania orientale; quello dell’America fu e resta ancor oggi il Giappone. Oggi, come la Germania dell’est prima che il muro di Berlino cadesse, il Giappone resta un economia creata, manipolata e mantenuta grazie alla guerra fredda. La sua popolazione appare sempre più stanca dell’ormai cinquantennale presenza delle truppe americane sul proprio territorio e dell’incolore regime monopartitico che controlla il paese. Gli imbolsiti leader tedesco-orientali, Walter Ulbricht ed Erich Honecker, appaiono addirittura energici se paragonati ai primi ministri nipponici che il partito liberaldemocratico ha messo in carica dal 1955.

Proprio come i due satrapi della Repubblica democratica tedesca seguivano alla lettera gli ordini impartiti da Mosca, ogni neoeletto primo ministro nipponico salta immediatamente su un aereo e vola a Washington. E così come avveniva nell’ex Germania orientale, gli elettori giapponesi hanno da tempo capito che finché continueranno a essere alleati degli Stati Uniti, niente di quello che faranno riuscirà mai a cambiare il sistema politico vigente. Molti cittadini nipponici hanno imparato a evitare la politica come la peste, partecipando solo alle elezioni locali, dove un numero sorprendente di elettori vota comunista sia per protesta sia per la competenza e l’onestà di cui questo partito ha dato mostra. In Giappone, gli idealisti politici tendono a diventare nichilisti, non diversamente dai tedeschi prima del 1989. (Nota di Gandalf: …… sempre dallo Zingarelli- Nichilismo: dottrina simile all’anarchia, che nega ogni valore agli ordinamenti sociali vigenti e mira  ad annullarli).

L’Unione Sovietica iniziò a dar vita a un sistema di paesi satelliti principalmente perché non in grado di competere con i mezzi messi a disposizione dal Piano Marshall per la ricostruzione dell’Europa devastata dalla guerra (ciò riflette ovviamente un fondamentale risultato della seconda guerra mondiale: gran parte dell’Unione Sovietica era stata ridotta in macerie, mentre gli Stati Uniti ne erano usciti indenni). L’URSS riconobbe ben presto che nel conflitto tra democrazia e totalitarismo che andava sviluppandosi nell’Europa postbellica, si trovava dalla parte meno popolare. Non potendo portare al potere propri sostenitori in Europa orientale attraverso libere elezioni, estromise con la violenza i democratici locali, esportando ovunque lo stalinismo, che definì una semplice versione del socialismo.

L’Unione Sovietica aveva bisogno di un cuscinetto difensivo per i propri confini occidentali. Al contrario, dopo la sconfitta del Giappone nessun regime estasiatico era in grado di minacciare gli Stati Uniti, men che mai una Cina devastata dalla guerra e dalla rivoluzione. Abbiamo quindi costruito il nostro sistema di satelliti per motivi più specificamente imperialistici, benché il governo giustificasse i propri sforzi in tal senso adducendo quale motivazione l’intrinseca aggressività del comunismo sino-sovietico e la possibilità che la caduta di un solo paese, per quanto piccolo, nelle mani dei comunisti avrebbe portato altri paesi a ruzzolare anch’essi uno dopo l’altro, come tante tessere del «domino», e che la reazione a catena sarebbe potuta giungere al cuore stesso del capitalismo.

La decisione americana di creare paesi satelliti in Asia orientale fu in parte dovuta allo scoppio della rivoluzione comunista in Cina, il che significò che i progetti americani di costruire un nuovo ordine internazionale in Asia orientale basato sull’alleanza con la Cina, sua cobelligerante in tempo di guerra, non erano più perseguibili. Non essendo intenzionati a entrare in guerra con la Cina comunista per sostenere l’ormai sconfitto leader nazionalista Chiang Kai-shek, decidemmo di invertire la politica in atto nei confronti del Giappone (sotto nostra occupazione), abbandonando l’idea di democratizzarlo e impegnandoci invece a risollevarlo economicamente. Il Giappone, un tempo nostro implacabile nemico, sostituì così la Cina nel ruolo di alleato asiatico degli Stati Uniti. Il governo americano concentrò ora le proprie energie sulla difesa del Giappone e sul fare dei nipponici una valida alternativa in Asia orientale alla rivoluzione cinese. Pur astenendosi dal tentare di «respingere» quella rivoluzione, la decisione del presidente Truman nel 1950 di ordinare alla settima flotta di difendere Taiwan e presidiarne l'omonimo Stretto, e quella del generale Douglas MacArthur di marciare a nord del confine cinese durante la guerra di Corea, ci garantirono l’ostilità dei cinesi per almeno vent’anni.

Inutile dire che gli Stati Uniti si guardarono bene dal consultare il popolo nipponico in merito a queste decisioni o a quella di coltivare rapporti con quanto restava dell’establishment anticomunista nipponico del periodo di guerra. Il nostro sostegno a quelli che in alcuni casi erano veri e propri criminali di guerra - ad esempio, Nobusuke Kishi, ex ministro per le munizioni nel governo bellico di Tokyo, divenuto primo ministro del paese nel 1957 - e a un regime monopartitico finanziato dalla CIA era l’immagine speculare delle politiche sovietiche nell’ex Repubblica democratica tedesca. Tali politiche condussero di fatto a una rivolta antiamericana nel 1960. Nella più imponente manifestazione di massa della storia postbellica del Giappone i dimostranti circondarono l’edificio del parlamento e chiesero che non fosse ratificato il rinnovo del trattato di sicurezza nippo-americano. La situazione divenne talmente tesa che il presidente Dwight D. Eisenhower fu costretto ad annullare la programmata visita a Tokyo. (Il primo presidente americano in carica a recarsi in Giappone sarebbe stato Gerald Ford.) Usando la sua maggioranza manipolata, il partito conservatore impose la ratifica del trattato, cosa che richiese il mantenimento delle truppe americane sul suolo nipponico e fece perdere per sempre la fiducia dell’opinione pubblica nei confronti del proprio sistema politico. Per trent’anni il partito liberaldemocratico evitò con successo qualsiasi alterazione nel potere politico e legittimò lo status del Giappone quale satellite degli Stati Uniti. Sfortunatamente, fece ben poco altro, lasciando la direzione concreta del paese alla burocrazia di stato e limitandosi semplicemente a reprimere sul nascere qualsivoglia spinta all’autogoverno da parte dei cittadini. Negli anni Novanta il Giappone era il secondo paese più ricco del mondo, ma aveva un governo straordinariamente simile a quello dell’ex Germania orientale.

Per proteggere Gran Bretagna, Francia e Olanda dal pericolo che il resto d’Europa «diventasse comunista», gli Stati Uniti tradirono la promessa fatta in tempo di guerra di contribuire a liberare le colonie di queste nazioni e finirono viceversa col sostenere o addirittura sostituirsi agli ex imperialisti in guerre volte a mantenere il controllo dei loro possedimenti prebeilici. Ciò significò che in Asia orientale, eccezion fatta per la nostra colonia, le Filippine, finimmo col ritrovarci dalla parte sbagliata della storia (e anche nelle Filippine, cui concedemmo l’indipendenza formale il 4 luglio 1946, mantenemmo imponenti basi militari finché non venimmo cacciati dai filippini nel 1992).

A differenza di quanto avvenne in Europa, il principale scontro della guerra fredda in Asia orientale e sudorientale non fu quello tra democrazia e totalitarismo, bensì tra colonialismo europeo e movimenti d’indipendenza nazionale. La riluttanza delle maggiori potenze europee ad abbandonare le proprie colonie portò alle guerre di liberazione nazionale in Indocina contro i francesi, in Malesia contro i britannici e in Indonesia contro gli olandesi; tutti scontri nei quali gli Stati Uniti si schierarono dalla parte dell’imperialismo. Gli olandesi furono infine cacciati dall’Indonesia; i britannici, dopo una guerra che durò ben dieci anni, concedettero l’indipendenza alla Malesia prima e quindi a Malaysia e Singapore. Dopo la sconfitta francese in Vietnam, gli Stati Uniti combatterono una guerra incredibilmente lunga e sanguinosa prima di vedersi costretti ad abbandonare anch’essi qualsiasi aspirazione imperiale in quel paese. Gli Stati Uniti condussero anche una lunga guerra antinsurrezionale nelle Filippine contro un movimento di guerriglieri che consideravano il governo post-indipendenza del paese una creatura degli americani. Solo dopo la nostra sconfitta in Vietnam iniziammo ad abituarci all’idea che l’Asia orientale fosse diversa dall’Europa. L’apertura di Nixon alla Cina fu il primo segnale che nella testa dei leader di Washington stesse finalmente iniziando a entrare una qualche cognizione della realtà storica estasiatica.

Il problema dell’America era che i partiti comunisti nazionali avevano colmato un vuoto di potere nell’Asia orientale coloniale. Per evitare che gran parte della regione, e forse anche il Giappone, cadesse sotto l’influenza comunista, il governo americano impiegò occasionalmente gli stessi metodi brutali cui era ricorsa i URSS in Europa orientale per preservare la propria sfera di influenza. L’esempio più chiaro in tal senso fu il ruolo avuto da Washington in Corea del Sud dopo il 1945, una storia che è stata tenuta quasi completamente nascosta negli Stati Uniti.

La Corea del Sud è stata occupata dalle forze americane pressoché costantemente sin dalla fine della seconda guerra mondiale. Fu teatro del più importante conflitto armato dei primi anni della guerra fredda, quando Cina e Stati Uniti entrarono in conflitto diretto e quindi congelarono reciprocamente i rapporti per vent'anni. Grazie agli Stati Uniti e all’Unione Sovietica, che nel 1945 divisero il paese a loro piacimento, cinquant’anni dopo la Corea rimane l’ultimo stato della terra i cui confini sono stabiliti in base al punto in cui gli eserciti della seconda guerra mondiale fermarono la loro avanzata. Il cosiddetto «miracolo economico» sperimentato dalla Corea del Sud negli anni Sessanta e il suo spettacolare crollo finanziario nel 1997 sono eventi direttamente correlati al suo ruolo di paese satellite degli Stati Uniti.

La Corea del Sud fu il primo stato del mondo postbellico in cui gli americani istituirono un governo dittatoriale. Eccezion fatta per il suo presidente, Syngman Rime, era composto in gran parte da ex collaboratori coreani dei colonialisti giapponesi. Nonostante l’opposizione della popolazione coreana, l’esigenza americana di instaurare un regime fortemente anticomunista - alla luce dell’occupazione del Nord da parte dell’URSS - ebbe priorità assoluta. Nel 1960, allorché i coreani assetati di democrazia ebbero spodestato Rhee, il governo americano prese ad appoggiare Park Chung-hee, il primo dei tre generali dell’esercito che governarono il paese dal 1961 al 1993. Gli americani tollerarono quindi il colpo di stato del generale Chun Doo-Hwan nel 1979 e avallarono segretamente i suoi ordini che condussero all’uccisione di molte centinaia, forse migliaia, di civili coreani a Kwangju nel 1980 (un eccidio probabilmente di dimensioni molto maggiori di quello perpetrato dai comunisti cinesi in piazza Tienanmen nel 1989). Per tenere la Corea del Sud sotto stretto controllo, negli anni Ottanta gli americani vi inviarono in successione come ambasciatori due funzionari della CIA, James Lilly e Donald Gregg. In nessun‘altra parte del mondo gli Stati Uniti delegarono in modo così esplicito i rapporti diplomatici a esponenti del proprio principale organismo di intelligence.

La Corea del Sud è oggi probabilmente più vicina a un’autentica democrazia di quanto lo sia qualsiasi altro paese estasiatico, ma certo non grazie al dipartimento di stato americano, al Pentagono o alla CIA. Fu la stessa popolazione coreana, in particolare gli studenti delle principali università del paese, che attraverso manifestazioni e moti di piazza nel 1987 portò alfine la democrazia nel paese. Dopo che il democraticamente eletto governo di Kim Young-sam entrò in carica nel 1993, il presidente Kim si sentì abbastanza sicuro da processare due dittatori superstiti, Chun e Roh Tae Woo, che vennero condannati per terrorismo di stato, sedizione e corruzione. La stampa americana dette ai processi scarsissima rilevanza e il governo degli Stati Uniti li ignorò totalmente, considerandoli una questione interna coreana.

Il governo di Syngman Rhee e dei generali sostenuti dagli Stati Uniti fu soltanto il primo esempio in Asia orientale di sponsorizzazione americana dei regimi dittatoriali. L’elenco è lungo, ma merita di essere riportato, per il semplice fatto che molti negli Stati Uniti dimenticano (ove mai ne siano stati a conoscenza) quello che le popolazioni estasiatiche non possono non considerare parte essenziale del nostro lascito postbellico. I dittatori asiatici sostenuti dall’America includono:

- Chiang Kai-shek e suo figlio Chiang Ching-kuo a Taiwan (Taiwan iniziò il processo di democratizzazione solo negli anni Ottanta dopo aver interrotto tutti i rapporti con l’amministrazione Carter).

- Ferdinand Marcos nelle Filippine (deposto da Corazon Aquino e dal suo movimento Potere popolare dopo che il presidente Ronald Reagan e George Bush lo avevano definito un democratico).

Ngo Dinh Diem (assassinato su ordine degli americani), il generale Nguyen Khanh, il generale Nguyen Cao Ky e il generale Nguyen Van Thieu in Vietnam.

— Il generale Lon Nol in Cambogia.

— I marescialli Pibui Songgram, Sarà Thanarat, Praphas Charusathien e Thanom Kittikachorn in Thailandia (il cui ruolo era essenzialmente quello di portinai delle grandi basi americane di Udorn, Takli, Korat e Ubon).

— Il generale Suharto in Indonesia (salito al potere con l’aiuto della CIA e deposto con l’aiuto della DIA).

 

Molti altri ebbero una carriera troppo breve e oscura per essere ricordati (ad esempio, il generale Phoumi Nosavan nel Laos). Questi uomini appartengono alla stessa categoria di piccoli tiranni con cui l’ex Unione Sovietica riempì i suoi paesi satelliti in Europa orientale dal 1948 al 1989 (sebbene i russi scegliessero solitamente non dei militari ma membri obbedienti del partito comunista locale).

Il governo americano si servì dell’economia e dei regimi autoritari come strumenti per realizzare il proprio impero. Le nostre politiche più efficaci di carattere non militare in Asia orientale sono state l’apertura dei nostri mercati ai prodotti estasiatici in cambio della loro acquiescenza alla presenza a tempo indefinito dei nostri soldati, aerei e navi nei loro paesi. In seguito alla guerra del Vietnam gli Stati Uniti accarezzarono effettivamente l’idea di smantellare il proprio impero in Asia orientale. Il presidente Jimmy Carter sondò la possibilità di ritirare le nostre truppe dalla Corea del Sud, soprattutto in considerazione del fatto che Nord e Sud erano in quel periodo praticamente indistinguibili in termini di abusi dei diritti umani e politiche di Sviluppo in stile staliniano. Venne tuttavia bloccato nel 1979 dall’assassinio del dittatore sudcoreano, il generale Park Chung-hee, nonché dall’imperativo politico di non perdere un paese satellite proprio mentre un altro, l’Iran, andava apertamente ribellandosi agli Stati Uniti. Allorché, negli ultimi giorni dell’amministrazione Carter, l’Unione Sovietica invase l’Afghanistan per sostenere il governo fantoccio insediato da Mosca, qualsiasi idea di smantellare il nostro impero in Asia orientale sfumò del tutto.

Negli anni Ottanta, l’ultimo decennio della guerra fredda, l’analogia tra le politiche degli Stati Uniti e dell’URSS continuò, ma in nuove aree geografiche. Entrambe cercarono di sostenere o creare ex novo dei regimi fantocci in territori confinanti o in regioni adiacenti da tempo ritenute proprie sfere d’influenza: l’URSS puntò sull’Afghanistan, gli Stati Uniti sul Centroamerica. Entrambe utilizzarono la retorica della guerra fredda per giustificare la propria condotta aggressiva contro stati molto più piccoli: anticapitalismo per l’URSS in Afghanistan, anticomunismo per gli Stati Uniti in Guatemala, Salvador, Nicaragua, Panama e l’isola di Grenada, per quanto parlare di capitalismo in Afghanistan e di comunismo in Centroamerica fosse un assurdità. Gli apparati propagandistici negli Stati Uniti e in Unione Sovietica nascosero alle popolazioni locali i veri motivi delle rivolte scoppiate in entrambe le regioni: la rinascita religiosa in Afghanistan, l’opposizione a oligarchie da tempo asservite alle aziende americane in Centroamerica.

Il presidente Reagan e il direttore della CIA, William Casey, affermarono che stavano facendo di tutto per bloccare l’erosione del «mondo libero» successiva alla guerra del Vietnam. Se questa fosse davvero la loro strategia o si trattasse soltanto di mera retorica politica non è mai stato chiaro; ciò che invece è chiarissimo è che nel 1981 gli Stati Uniti lanciarono in Centroamerica una serie di operazioni in puro stile vietnamita, e profusero grandi quantità di denaro, spesso raccolto in modo occulto, per sostenere un'insurrezione in Nicaragua contro un governo sandinista filocastrista. Allo stesso tempo, la distensione tra superpotenze, i colloqui sul controllo degli armamenti e il riavvicinamento sino-americano eliminarono in pratica qualsiasi minaccia concreta di guerra tra campi contrapposti in Europa o in Asia orientale. Per quanto la demonizzazione americana della Cuba castrista salisse alle stelle e il governo andasse proclamando a gran voce che le rivolte ispirate da Cuba costituivano la più grande minaccia dell’emisfero, La guerra fredda era in pratica già terminata. Le superpotenze la fecero continuare solo come copertura propagandistica per le rispettive politiche imperialiste.

Non è necessario illustrare qui in dettaglio le tante operazioni clandestine condotte dagli americani in America Latina. Washington sostenne una serie di attività che vanno dall’impiego diffuso degli squadroni della morte paramilitari in paesi come El Salvador a campagne militari di genocidio in Guatemala, pregiudicando così seriamente per il resto del secolo la credibilità delle tante belle parole sui diritti umani profuse dagli americani. Operazioni simili furono perpetrate per tutti gli anni Ottanta e probabilmente continuano tutt’oggi. Sebbene la CIA abbia fatto tutto quanto in suo potere per nascondere la mano americana in queste azioni imperialistiche, la rivelazione di atrocità sponsorizzate dagli americani - e l’effetto boomerang da esse provocato - ha messo in luce un modello di condotta ben preciso. Un giornale locale americano - il «Baltimore Sun» nel caso degli squadroni della morte in Honduras e il «San Jose Mercury News» nel caso del traffico di cocaina dei nostri controrivoluzionari in Nicaragua, i contras -  pubblica un rapporto basato sulla ricerca di alcuni suoi giornalisti. Il rapporto offre la prova che un ente degli Stati Uniti condonò crimini di guerra perpetrati contro civili in Centroamerica e mentì al congresso allorché gli venne chiesto di fornire informazioni sull’accaduto o chiuse gli occhi dinanzi all’evidenza che «beni patrimoniali» sotto il nostro controllo erano impegnati in attività, quali il traffico di stupefacenti, estremamente deleterie per gli americani. La stampa ufficiale - il «Washington Post», il «New York Times» o il «Los Angeles Times» - accusa i quotidiani regionali di giornalismo spazzatura; il direttore del giornale locale presenta le proprie scuse e licenzia i giornalisti che avevano scritto l’articolo.

Nel frattempo, la CIA ordina al proprio ispettore generale di indagare sulle accuse. Questi scrive un rapporto in cui afferma che nei documenti non è rinvenibile uno straccio di prova a sostegno della storia. Mesi o addirittura anni dopo, un ente di ricerca quale il National Security Archive della Gorge Washington University scopre l’esistenza di un secondo rapporto interno redatto dallo stesso ispettore. Questo rapporto contesta sempre l’articolo del giornale, ma ammette anche che la sostanza delle sue accuse è fondata. Come il comunicato interno della CIA replica all’articolo del «Baltimore Sun» nel guardingo ed eufemistico linguaggio tipico dell’imperialismo, «i rapporti della CIA al congresso nei primi anni Ottanta sottovalutavano il coinvolgimento degli honduregni negli abusi».[20]

Gli Stati Uniti devono oggi affrontare una serie di problemi interamente addebitabili alle attività e operazioni di carattere imperiale - ufficiali e clandestine - condotte a guerra fredda terminata. La giustificazione più comune offerta dal governo per questo costante attivismo imperialista sulla scia del cinquantennale confronto tra superpotenze continua a essere una versione aggiornata della vecchia «teoria del domino» discreditata durante la guerra del Vietnam: le forze armate americane e i suoi agenti clandestini non hanno altra scelta - per il bene del mondo intero - che respingere l’ «instabilità» ovunque questa presenti la propria minaccia. Il Rapporto sulla strategia in Asia orientale del dipartimento di stato del 1998 spiega che le centinaia di migliaia di uomini «dispiegati a scopo preventivo» a Okinawa e in Corea del Sud sono necessari per mantenere la «stabilità» nella regione. Ma l’instabilità, un concetto a dir poco nebuloso, rappresenta il normale stato di cose in un sistema internazionale di stati sovrani. L’instabilità in quanto tale non minaccia la sicurezza degli Stati Uniti, soprattutto quando non esiste nessuna superpotenza rivale pronta ad approfittarsene.

L’intervento militare in brutali guerre civili o in disordini civili in paesi come Somalia, Haiti, Bosnia e Kosovo è stato giustificato come un caso di «deterrenza attraverso l’esempio». Sebbene gli Stati Uniti non abbiano alcun interesse diretto nell’esito delle lotte etniche, religiose o civili in atto in questi paesi, i fautori dell’attivismo militare affermano che l’intervento è necessario per dimostrare ad alleati e avversari che gli Stati Uniti non si fanno «prendere per il naso» o «ricattare» da nessuno. Tali interventi, si afferma, servono a riaffermare la nostra autorità e potenza agli occhi delle altre nazioni e a impedire loro di sprofondare anch’esse in simili scontri sanguinosi. Ma la deterrenza attraverso l’esempio non funziona. Come l’analista di politica estera Barbara Conry afferma, «l’abortito intervento americano a Haiti [...] non produrrà un profluvio di dittature militari più di quanto le decise risposte americane a Manuel Noriega e Saddam Hussein abbiano impedito al presidente serbo Slobodan Milosevic di perseguire i propri obiettivi in Bosnia.[21]

Non solo questi interventi militari sono spesso inefficaci, ma il ricorso alla forza militare in nome della democrazia o dei diritti umani è di per sé una contraddizione in termini. Cosa ancora peggiore, un intervento incauto può innescare minacce prima non esistenti, come avvenne con l’intervento di Truman nella guerra civile cinese e la minaccia ai confini cinesi posta dal generale MacArthur durante la guerra di Corea.

Trent’anni fa, lo studioso di relazioni internazionali Ronald Steel affermo: «A differenza di Roma, noi non abbiamo sfruttato il nostro impero. Al contrario, è stato il nostro impero a sfruttare noi, attingendo pesantemente alle nostre risorse ed energie».[22] I rapporti economici con gli stati satelliti estasiatici hanno ad esempio infiacchito la nostra industria manifatturiera e ci hanno portati a puntare sul capitalismo finanziario, la cui apparizione è stata in passato considerata segno dell’incipiente declino economico di un economia fino a quel momento fiorente. Una situazione analoga ha letteralmente distrutto l’ex Unione Sovietica, che da un lato combatteva una guerra persa in partenza in Afghanistan e competeva con gli Stati Uniti per lo sviluppo di «armi strategiche» sempre più avanzate, e dall’altro non era più in grado di contenere il desiderio represso di indipendenza in Europa orientale.

Lo storico Paul Kennedy ha definito questa condizione «iperespansione imperiale». In un analisi degli Stati Uniti nel suo libro Ascesa e caduta delle grandi potenze, scrisse:

 

Neanche gli Stati Uniti possono evitare di affrontare le due grandi questioni che mettono alla prova la longevità di ogni grande potenza che occupi il «primo posto» negli affari internazionali: se, nel campo militare strategico, riesce a mantenere un ragionevole equilibrio tra le esigenze di difesa avvertite dalla nazione e i mezzi di cui dispone per assolvere a questi impegni; e se, questione intimamente connessa alla prima, è in grado di preservare intatte le basi tecnologiche ed economiche del proprio potere di fronte a modelli di produzione globale in perenne mutamento. Questa prova delle capacità americane sarà tanto più importante perché, al pari della Spagna imperiale del 1600 o dell’Impero britannico del 1900, l’America ha ereditato un’ampia gamma di impegni strategici assunti molti anni prima, quando la sua capacità politica, economica e militare di influenzare le questioni internazionali appariva ben più comprovata.[23]

 

Non credo che questi «impegni strategici» dell’America siano stati in passato il risultato dei tentativi di sfruttare le altre nazioni per un vantaggio economico o semplicemente per dominarle politicamente e militarmente. Per quanto gli Stati Uniti si siano in passato votati allo sfruttamento imperialistico di altre nazioni, in particolare in America Latina, hanno anche cercato in vari modi di liquidare questo fardello. Le radici della «iperespansione imperiale» americana non sono oggi le stesse di quelle degli imperi di una volta e sono invece molto più simili a quelle che hanno causato il crollo dell’Unione Sovietica.

A molti americani non interessa vedere le azioni, le politiche e le situazioni del proprio paese paragonate a quelle dell’Unione Sovietica; alcuni condannano tale paragone perché poggia su una presunta e inesistente «equivalenza morale». Ribadiscono che i valori e le istituzioni dell’America sono molto più umani di quelli della Russia di Stalin. Sono d’accordo. Durante tutti gli anni della guerra fredda gli Stati Uniti rimasero una democrazia funzionante, con diritti civili inimmaginabili nel contesto sovietico (anche se la recente conquista del record per la popolazione carceraria più numerosa del mondo dovrebbe indurre a una maggior cautela nel criticare il sistema di giustizia penale di altre nazioni). I paragoni tra Stati Uniti e Unione Sovietica sono comunque utili, perché questi due paesi egemomi si sono sviluppati contemporaneamente, sfidandosi reciprocamente in campo militare, economico e ideologico. Nel lungo periodo si potrebbe scoprire che, come due scorpioni in una bottiglia, sono riusciti a pungersi a morte l’un l’altro. Le radici di entrambi questi imperi moderni risalgono alla seconda guerra mondiale e al susseguente controllo delle forze scatenate dal conflitto. Un’analisi dei costi della guerra fredda per gli Stati Uniti riconduce inevitabilmente all’eredità lasciataci dal conflitto mondiale. Il ruolo dell’America quale «unica superpotenza» del pianeta - quale leader delle nazioni pacifiste e tutrice di istituzioni quali le Nazioni Unite, la Banca mondiale e l’Organizzazione mondiale del commercio - è reso molto più difficile dalla natura di quanto continuiamo a raccogliere per le operazioni incaute e spesso clandestine intraprese in passato.

Per gli Stati Uniti, il più importante dei lasciti della guerra fredda potrebbe essere in Asia orientale. La ricchezza di questa regione ha oggi significativamente alterato gli equilibri del potere mondiale. Giappone in testa, i paesi estorientali si adattarono al confronto bipolare degli anni della guerra fredda e ne sfruttarono le condizioni per intraprendere un processo di crescita economica sostenuta. Sebbene per alcuni paesi tale processo si sia interrotto o sia crollato del tutto con la crisi del 1997, ciò non altera minimamente lo spostamento di fondo del centro di gravità globale del settore manifatturiero in Asia orientale.

I politici e gli intellettuali americani restano perplessi e contrariati dinanzi ai successi economici degli asiatici, proprio come a suo tempo i sovietici rimasero perplessi e contrariati di fronte ai successi del capitalismo anglo-americano e dell’Europa occidentale. È tempo di capire, tuttavia, che i veri pericoli per l’America oggi non provengono dalla ricchezza dell’Asia orientale ma dalla nostra rigidità ideologica, dal nostro attaccamento alla propaganda nazionale. Come ammoniscono i sociologi Giovanni Arrighi e Beverly Silver, «non ci sono nuove potenze aggressive che possano provocare la fine del sistema mondiale incentrato sugli Stati Uniti, ma gli Stati Uniti hanno una capacità maggiore di quella goduta dai britannici di convertire la loro declinante egemonia in una dominazione opprimente e sfruttatrice. Qualora il sistema crollasse, ciò avverrà principalmente a causa della refrattarietà degli Stati Uniti a conformarsi alla nuova realtà. Per contro, il suo adattamento alla crescente ricchezza economica della regione estasiatica è una condizione essenziale per una transizione non catastrofica a un nuovo ordine mondiale».[24]

Oggi gli Stati Uniti hanno l’assoluta necessità di rianalizzare il proprio ruolo in un mondo post-guerra fredda ed elaborare politiche in grado di evitare un altro grande conflitto, come gli ultimi tre, in Asia orientale. Alcuni dei più significativi cambiamenti futuri in Asia orientale sono già visibili: il crescente tentativo della Cina di emulare le altre economie estasiatiche a crescita intensiva; la riunificazione della Corea; l’imperativo per il Giappone di superare la propria paralisi politica; la confusione dell’America sull’atteggiamento da assumere nei confronti di una Cina nuovamente sicura di sé e di un Giappone indipendente; la crescente importanza dell’Asia sudorientale quale nuovo centro di gravità economica. È necessario che la politica americana venga tenuta alla larga dai pianificatori militari o dai civili con propensioni spiccatamente militariste, compresi quelli della Casa Bianca, che oggi dominano la politica di Washington relativa a quella regione. Gli ambasciatori e i diplomatici americani in Asia dovrebbero avere quanto meno una conoscenza rudimentale della storia, delle lingue e delle aspirazioni dei paesi estasiatici. Nella soluzione delle crisi gli Stati Uniti hanno un disperato bisogno di opzioni che vadano al di là del mero ricorso alle forze armate, ai missili da crociera o al libero movimento dei capitali, così come hanno bisogno di abbandonare la compiacenza e l’arroganza che oggi dominano l’atteggiamento ufficiale degli americani nei confronti dell’Asia.

Il terrorismo, per definizione, colpisce i deboli e gli innocenti per attirare l’attenzione sui peccati degli invulnerabili. Gli innocenti del XXI secolo sono destinati a subire disastrosi ritorni di fiamma dalle azioni imperialistiche degli ultimi anni. Sebbene la maggior parte degli americani non sia a conoscenza di quanto è stato fatto e ancora si sta facendo a loro nome, tutti dovranno probabilmente pagare un prezzo esorbitante - a livello sia individuale sia collettivo - per i reiterati tentativi del loro governo di dominare la scena mondiale. Prima che i danni provocati da incauti atti trionfalistici (e dall’altrettanto trionfalistica retorica che li accompagna) diventino irreversibili è importante aprire un nuovo dibattito sul ruolo globale degli Stati Uniti durante e dopo la guerra fredda. E non c’è area più appropriata dell’Asia orientale per avviare una riconsiderazione delle politiche imperiali americane.

 

 

2. Okinawa: l’ultima colonia dell’Asia

 

 

 

Il 4 settembre 1995, alle otto di sera circa, due marines e un marinaio americani aggredirono una ragazza di Okinawa di appena dodici anni mentre tornava a casa dopo aver fatto delle compere. La legarono, la imbavagliarono e con un’auto presa a nolo la portarono in un luogo lontano e isolato dove la violentarono. Il marine Rodrico Harp e il marinaio scelto Markus Gill confessarono di aver picchiato la ragazza e che il marine Kenndrick Ledet le aveva legato mani e piedi e coperto bocca e occhi con del nastro isolante. Gill, il «carro armato», come ebbe modo di definirlo un conoscente in tribunale, era alto 1,82 m. e pesava 122 kg. Confessò di aver stuprato la ragazza, mentre gli altri due sostennero di averla soltanto rapita e picchiata. Come si legge in un verbale del processo diffuso dalla Associated Press, «l’interprete del tribunale non resse al racconto [di Gill] sulle battute oscene che, insieme ai suoi compagni, aveva pronunciato sulla ragazza sanguinante e ormai priva di sensi».[25] La polizia presentò al processo come prova una busta di plastica trovata in un bidone dell’immondizia, contenente biancheria intima da uomo macchiata di sangue, un quaderno e del nastro isolante.

I tre uomini accusati di stupro - Gill, 22 anni, di Woodville, Texas: Harp, 21 anni, di Griffin, Georgia e Ledet, 20 anni, di Waycross, Georgia - erano persone del tutto normali, simili a tanti altri soldati in servizio sull’isola di Okinawa. Harp aveva una figlia di nove mesi ed era un laureato del programma ROTC (Corpo di addestramento degli ufficiali della riserva dell’esercito) di Griffin. Ledet era stato boy scout e chierichetto. Gill aveva avuto ottimi voti in inglese e aveva vinto una borsa di studio come giocatore universitario di football. Tutti e tre risiedevano a Camp Hansen. Gill raccontò alla corte di aver violentato la ragazza «solo per divertirsi» e di averla scelta a caso, mentre usciva da una cartoleria.

Qualche settimana dopo, dal quartier generale di Peari Harbor, Hawaii, il comandante delle forze armate americane nel Pacifico, l’ammiraglio Richard C. Macke, rese alla stampa la seguente dichiarazione. «Ritengo che [lo stupro] sia stato un atto assolutamente insensato. Per lo stesso prezzo dell’auto noleggiata avrebbero di certo potuto trovare una ragazza».[26] Sebbene questa disinvolta affermazione costrinse in seguito Macke alle dimissioni, non vi fu nessuna inchiesta ufficiale sulla sua direzione del comando del Pacifico, così come nessuno si chiese perché, dieci anni dopo la fine della guerra fredda, gli Stati Uniti mantenessero ancora centomila soldati in Giappone e in Corea del Sud. Ci fu soltanto un’interminabile campagna stampa su come lo stupro di gruppo ai danni di una ragazzina fosse un caso singolo e isolato, benché «tragico», e non una conseguenza della politica americana di insediamento militare, e su come i Asia orientale «avesse bisogno» della forza di pace americana.

Sono ben pochi gli americani che, non avendo mai prestato servizio nelle forze armate in basi estere, hanno una qualche idea della natura o dell’impatto prodotto da una base americana con le sue enormi strutture militari, uffici postali, alloggi per i dipendenti, piscine e campi da golf, nonché i bar, i locali per spogliarelli i bordelli e le cliniche specializzate in malattie veneree che essa fatalmente attrae in una terra come Okinawa. Queste basi possono estendersi per svariati chilometri, dominando intere località e in alcuni casi intere nazioni. In Corea del Sud, ad esempio, sin dai tempi della guerra sono sorti enormi accampamenti militari (kijich‘on) tutt’intorno alle basi americane. Ha scritto Katharine Moon: «Queste basi fungono in un certo senso da vetrina della presenza militare americana in Corea, caratterizzate da viuzze appena illuminate con insegne al neon intermittenti tipo Lucky Club, Top Gun o King Club. Musica country o da discoteca a volume altissimo rimbomba per le vie, dove uomini ubriachi scatenano risse e in cui soldati americani in divisa e truccatissime donne coreane passeggiano avvinghiati palpeggiandosi reciprocamente il sedere».[27] Fino al ritiro delle forze armate americane dalle Filippine nel 1992, la città di Olongapo, adiacente la base navale americana di Subic Bay, non aveva nessuna industria eccezion fatta per quella dell’intrattenimento, con circa 55.000 prostitute e un totale di 2182 strutture registrate, che offrivano «riposo e divertimento» ai militari americani.

Durante la guerra fredda, gli Stati Uniti allestirono una catena di basi militari che partendo da Corea e Giappone toccava Taiwan, Filippine, Thailandia, Australia e arrivava fino in Arabia Saudita, Turchia, Grecia, Italia, Spagna, Portogallo, Germania, Inghilterra e Islanda, in pratica circondando l’Unione Sovietica e la Cina con migliaia di presidi militari. Solo in Giappone, subito dopo la fine della guerra di Corea c'erano 600 installazioni militari americane e circa 200.000 soldati. E ancora oggi, dieci anni dopo la fine della guerra fredda, ci sono circa 800 basi del dipartimento della difesa dislocate al di fuori degli Stati Uniti,da stazioni radio a grandi basi aeree. Agli occhi di quanti ci vivono intorno (e da cui spesso dipendono), i militari di stanza in queste basi potrebbero apparire più occupanti che «garanti di pace». Questo è certamente il caso a Okinawa, una terra la cui gente si è comunque sentita sotto occupazione nipponica sin dal XVII secolo e quindi, a partire dal 1945, americana.

Con i suoi 726 chilometri quadrati di superficie Okinawa è grande pressoché quanto Los Angeles e più piccola dell’isola di Kauai, nell’arcipelago hawaiano. Attualmente conta 39 installazioni militari, dalla base aeronautica di Kadena, la più estesa dell’Asia orientale, all’impianto per le comunicazioni di Sobe, un centro di comunicazione con i sottomarini, intercettazioni telefoniche e operazioni di spionaggio noto in loco come «la gabbia dell’elefante» per via delle sue antenne dalle forme bizzarre. Negli anni Sessanta, quando Okinawa era sotto la diretta amministrazione del Pentagono, c'erano 117 basi militari, 42 all’epoca dello stupro. Sebbene poche di esse siano contigue, occupano complessivamente all’incirca il 20 per cento della fertile fascia agricola dell’area centrale e meridionale dell’isola di Okinawa. Gli Stati Uniti controllano inoltre 29 aree dei mari circostanti e 15 spazi aerei sulle isole Ryukyu. Okinawa, prefettura del Giappone, occupa solo lo 0,6 per cento della superficie totale del paese, ma circa il 75 per cento degli impianti usati esclusivamente dalle forze armate americane stazionate in Giappone sono concentrati lì. Con una densità demografica pari a 2198 unità per chilometro quadrato, è una delle aree maggiormente popolate del mondo. Questi spazi di terra, mare e aria occupati dagli americani esulano dalla giurisdizione sia di Okinawa sia del Giappone.

Gli americani potrebbero far fatica a capire perché un singolo caso di violenza sessuale possa costituire un tale oltraggio per la popolazione locale o mettere in pericolo l’ormai cinquantennale rapporto di pace che lega i due paesi. In parte, il motivo di ciò è che è difficile capire le particolari condizioni di asservimento in cui questa gente vive. Chi volesse farsene un’idea dovrebbe forse trasporre la condizione di ………………………….

 

 

 

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[1] Peasant Nationalism and Communist Power: The Emergence of Revolutionary China, 1937-1945, Stanford University Press, 1962.

[2] Si veda Chalmers Johnson, Civilian Loyalties and Guerrilla Conflict, in “World Politics”, 14, 4 (luglio 1962), pp. 646-661.

[3] Lin Piao's Army and Its Role in Chinese Society, parti I e II, in “Current Scene” (American Consulate General, Hong Kong), 4.13 e 4.14 (1 e 15 luglio, 1966).

[4] Some Aid Canceled for Gondola Deaths, in -Los Angeles Times-, 15 maggio 1999.

[5] Department of Defense, U.S. Military Installations (aggiornato αl 17 luglio 1998), DefenseLINK, on-line su www.defenselink.mil/-pubs/instαllations/foreignsummary.htm; e John Lindsay-Poland e Nick Morgan, Overseas Military Bases and Environment, in ,Foreign Policy in Focus», 3.15 (giugno 1998), on-line su www.foreignpolicy-infocus.org/briefs/νοll 13/v3n15mil.html. Secondo un rapporto, αl momento del crollo dell'Unione Sovietica, nel 1991, gli Stati Uniti avevano 375 basi militari disseminate in tutto il globo per un totale di oltre mezzo milioni di uomini. Joel Brinkley, U.S. Looking for α New Path as Superpower Conflict Ends, in “New York Times”, 2 febbraio 1992.

[6] Charles Krauthammer, What Caused Our Economic Boom?, in “San Diego Union-Tribune», 5 gennaio 1998.

[7] Per delle prove documentarie, inclusi i taccuini di Oliver North, si veda The Contras, Cocaine, and Covert Operations, in National Security Archive Electronic Briefing Book, η. 2, on-line su www.seas.gru.edu/nsarchive. Si veda anche James Risen, C.I.Α. Said to Ignore Charges of Contra Drug Dealing in '80's, in “New York Tines”, 20 ottobre 1998.

[8] Cit. in Ιναη Eland, Protecting the Homeland: The Best Defense Is to Give No Offense, in “Policy Analysis” (Cato Institute), η. 306 (5 maggio 1988), ρ. 3.

[9] Tim Weiner, U.S. Spied on Iraq Under U.N. Cover, Officials Now Say, in “New York Times”, 7 gennaio 1999; Philip Shenon, C.Ι.Α. Was with U.N. in Iraq for Years, Εx-Inspector Says, 23 febbraio 1999; Seymour Μ. Hersh, Saddam's Best Friend, in “New Yorker”, 5 aprile 1999.

[10] Tim Weiner e James Risen, Decision to Strike Factory in Sudan Based on Surmise, in “New York Times”, 21 settembre 1998; Seymour Μ. Hersh, The Missiles of August, in “New Yorker”, 12 ottobre 1998.

[11] Mireya Navarro, Guatemala Study Accuses the Army and Cites U.S. Role, in «New York Times» , 26 febbraio 1999; Larry Rother, Searing Indictment, in “New York Times”, 27 febbraio 1999; Michael Shifter, Can Genocide End in Forgiveness?, in “Los Angeles Times”, 7 marzo 1999; Coming Clean on Guatemala, editoriale, “Los Angeles Times”, 10 marzo 1999; Michael Stetz, Clinton's Words on Guatemala Called "Too Little, Too Late", in “San Diego Union Tribune”, 16 marzo 1999.

[12] José Pertierra, For Guatemala, Words Are Not Enough, in “San Diego Union-Tribune”, 5 marzo 1999.

[13] John Μ. Broder, Clinton Offers His Apologies to Guatemala, in “New York Times”, 11 marzo 1999. Si veda anche Broder, Clinton Visit in Honduras Dramatizes New Attitude, in ,New York Times”, 10 marzo 1999; e Francisco Goldman, Murder Comes for the Bishop in “New Yorker” 15 marzo 1999.

[14] Peter W. Galbraith, How the Turks Helped Their Enemies, in “New York Times”, 20 febbraio 1999.

[15] John Tirmαn, Spoils of War: The Human Cost of America's Arms Trade, New York 1997, ρ. 236.

[16] John Diamond, CIA Thwarts Terrorists with “Disruption”; It's Prevention by Proxy, in "San Diego Union-Tribune”, 5 marzo 1999; e Tim Weiner, U.S. Helped Turkey Find and Capture Kurd Rebel, in “New York Times”, 20 febbraio 1999.

[17] Jon Lee Anderson, The Dictator, in “New Yorker”, 19 ottobre 1998; Peter Kronbluth, Chile and the United States: Declassified Documents Relating to the Military Coup, in National Security Archive Electronic Briefing Book, n. 8, on-line su www.seas.gwu.edu/nsarchive; e Philip Shenon, U.S. Releases Files on Abuses in Pinochet Era, in “New York Times”, 1 luglio 1999.

[18] Michael Ratner, The Pinochet Precedent, in “Progressive Response”, 3.3 (28 gennaio 1999).

[19] Milovan Djilas, Conversations with Stalin, Londra 1962, ρ. 105 (trad. it., Conversazioni con Stalin, Milano 1962).

[20] Tim Golden, C.I.A. Says It Knew of Honduran Abuses, in “New York Times”, 24 ottobre 1998. Si veda anche James Risen, C.I.Α. Said to Ignore Charges of Contra Drug Dealing in '80's, in “New York Times”, 10 ottobre, 1998; National Security Archive, Secret CIA Report Admits "Honduran Military Committes Hundreds ο f Human Rights Abuses" and "Inaccurate" Reporting to Congress, on-line su www.seas.gwu.edu/nsarchive; e Fairness & Accuracy in Reporting, Snow Job: The Establishment's Papers Do Damage Control for the CIA, in “Extra!”, gennaio-febbraio 1997, on-line su www.fair.org/extra/9701/contra-crack.html.

[21] Barbara Conry, The Futility of U.S. Intervention in Regional Conflicts, in “Policy Analysis” (Cato Institute), n. 209 (19 maggio 1994), p. 7. Si veda anche Barbara Conry, U.S. "Global Leadership”: Α Euphemism for. World Policeman, in “Policy Analysis”, n. 267, 5 febbraio 1997.

[22] Ronald Steel, Pax Americana, New York 1967, ρ. 13.

[23] Paul Kennedy, The Rise and Fall of the Great Powers: Economic Change and Military Conflict from 1500 to 2000, Londra 1988, pp. 514-515 (trad. it., Ascesa e declino delle grandi potenze, Milano 1983).

[24] Giovanni Arrighi e Beverly Silver, Chaos and Governance in the Modern World System, Minneapolis, 1999, pp. 288-289.

[25] “Los Angeles Times”, 28 dicembre 1995.

[26] Robert Burns, Associated Press, “San Diego Union-Tribune”, 18 novembre 1995.

[27] Katharine Η.S. Moon, Sex Among Allies: Military Prostitution in U.S.-Korea Relations, New York, 1997, ρ. 7.