Indice
Prologo. Un sostenitore
dell'impero
5
1. Ritorno di fiamma
19
2. Okinawa: l'ultima colonia dell'Asia
60
3. Imperialismo occulto 102
4. Corea
del Sud: il lascito della
guerra fredda 142
5. Corea
del Nord: la fine
della guerra fredda 173
6. Cina: lο stato della rivoluzione 197
7. Cina:
politica estera,
diritti umani e commercio 223
8. Ιl Giappone e l'economia dell'impero americano 247
9. La fusione economica 271
10. Le
conseguenze dell'impero 302
Note 321
Bibliografia scelta 335
Indice dei
nomi e dei luoghi 345
Prima edizione: aprile 2001
Traduzione dall'inglese
di Sergio Minucci
Titolo originale dell'opera:
Blowback. The Cost and Consequences of American Empire
© 2000 by Chalmers Johnson
ISBN 88-11-59708-0
© Garzanti Libri
s.p.a.,
2001
Printed in
«La politica mondiale del
XXI secolo sarà in tutta probabilità plasmata dal ritorno
di fiamma provocato dalla politica mondiale della seconda metà del XX secolo, vale a dire dalle impreviste conseguenze della
guerra fredda e dall’esiziale decisione americana di mantenere un atteggiamento
da guerra fredda in un mondo post-guerra fredda».
* * *
La politica estera degli
Stati Uniti vive un tragico paradosso. Gli USA sono i «leader del mondo
libero», l’unica nazione in grado di intervenire con autorevolezza ed efficacia
in tutto il pianeta per prevenire e sedare controversie tra nazioni e per
limitare violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale. Tuttavia le
azioni delle forze armate e l’impatto dell’impegno finanziario statunitense nel
mondo possono avere conseguenze impreviste, che spesso si ritorcono contro gli
americani stessi. La CIA definisce questo fenomeno con un termine preciso: «blowback», ovvero contraccolpo. Un tipico esempio sono le
imprese attribuite dai media a «terroristi», «cartelli della droga» o «regimi
criminali», che spesso rappresentano l’ultima conseguenza di precedenti
interventi americani.
Altri episodi hanno
causato negli ultimi tempi reazioni d’insofferenza o gravi danni d’immagine:
Ø la bambina giapponese stuprata dai marines
a Okinawa,
Ø i discutibili interventi nelle crisi finanziarie in Estremo
Oriente e in America Latina,
Ø le vendite indiscriminate di armi,
Ø l’aereo che trancia il cavo di una funivia uccidendo ventun persone,
Ø la contaminazione del territorio con proiettili
all’uranio impoverito...
Secondo Johnson, questi incidenti non rappresentano casi
isolati, ma sono la conseguenza inevitabile di una politica eccessivamente
ambiziosa. Dopo la fine della guerra fredda gli Stati Uniti hanno allargato
troppo la loro sfera d’influenza. Oggi stanno imponendo la globalizzazione
secondo le proprie regole, alle proprie condizioni, con le nuove tecnologie,
con interventi militari a pioggia, con la forza d’urto del capitale e del
cosiddetto libero mercato.
Questo «imperialismo
mascherato» sta caricandosi di costi sempre più elevati, che rischiano di
diventare insostenibili e di segnare davvero Gli ultimi giorni dell’impero
americano.
* * *
Chalmers Johnson, presidente del Japan Policy Research Institute e professore emerito all’Università della
California, ha scritto numerosi libri sul Giappone e sull’Asia, tra cui “MITI
and the Japanese Miracle” e
“Japan: Who Governs”. Vive nei pressi di San Diego.
* * *
Un sostenitore dell’impero
Anziché smobilitare al
termine della guerra fredda, gli Stati Uniti decisero incautamente di mantenere
un impero su scala globale. Questo libro è un resoconto del risentimento che le
nostre politiche hanno disseminato e di quanto potrebbero ritrovarsi a
raccogliere in termini economici e politici, soprattutto in Asia, nel XXI secolo. Prima però di passare ai dettagli a volte
desolanti di questo impero, penso che il lettore desideri sapere qualcosa
sull'autore. Ιl percorso attraverso cui sono giunto a maturare le idee che
illustro in questo libro può infatti contribuire a spiegare perché mi sia
deciso a dar loro voce solo ora, dieci anni dopo la fine della guerra fredda.
Cinquant'anni fa, alla vigilia
della guerra di Corea, ero uno studente della facoltà di economia alla
University of California, Berkeley. L'Asia orientale
era ben lungi dai miei pensieri, ma come buona parte degli americani
consideravo la rivoluzione comunista in Cina un evento pericoloso e
profondamente inquietante nell'ambito del confronto sempre più acceso che
andava sviluppandosi tra il nostro paese e quello che allora chiamavamo il
«blocco comunista». All'epoca c'era il servizio di leva, e ogni giovane doveva
scegliere se entrare nell'esercito - il modo più breve ma più pericoloso,
sgradevole ed economicamente frustrante di assolvere l'obbligo militare -
oppure arruolarsi in marina ο in aeronautica per una naia più lunga ma
fisicamente meno impegnativa.
Scelsi la marina, ο
più precisamente mi ci ritrovai dentro in modo del tutto naturale. Mio padre
aveva servito in marina. Nella prima guerra mondiale andò in Europa come
marinaio semplice sulla vecchia St. Louis. Nell'estate del 1943, durante la seconda guerra
mondiale, la sua nave fu affondata da un siluro nipponico a lunga gittata nella
baia Iron Sutton, a
Guadalcanal. Sopravvisse, ed era nelle truppe di riserva allorché, nel 1950,
con l'inizio della guerra di Corea, fu richiamato in servizio attivo e spedito
in Giappone. Due miei cugini, più anziani di me, combatterono in marina nel
Golfo di Leyte, cosicché l'idea che gli uomini della
mia famiglia prestassero il servizio militare nella marina era data più ο
meno per scontata.
In qualità di studente
universitario, mi arruolai nella Naval Air Reserve, stazione aeronautica della marina di Oakland.
Divenni l'aiuto di un meccanico aeronautico e presi a volare sul retro dei
vecchi bombardieri Grumman Avenger.
Diversamente dall'unità di mio padre, durante la guerra di Corea la mia
squadriglia non fu mai chiamata in servizio attivo. Dopo due estati di
addestramento e dopo aver conseguito la laurea nel 1953, fui nominato
guardiamarina.
Ciò che accadde in seguito
cambiò per sempre la mia vita, ma fu anche un evento oltremodo comune negli
anni della guerra fredda. Allorché ricevemmo le assegnazioni, restai di sasso
nello scoprire che ero stato destinato a una nave che non aveva neanche un
nome: la U.S.S. LST-883,
un'unità delle forze anfibie di stanza in Giappone. Niente scintillanti
portaerei nel Mediterraneo dunque, ma solo un ferrovecchio arrugginito nella
Linea grigia. Un ufficiale mio ex istruttore mi disse con voce roca: «Johnson, ancora non lο sai, ma sei stato fortunato.
Ι ragazzi che vanno sulle portaerei non sono altro che degli errabondi,
mentre tu stai andando su una nave con solo sei ufficiali. Ti verranno
assegnati compiti importanti da assolvere in fretta e non starai
a perdere un mucchio di tempo a sbattere i tacchi ο a lustrare stivali».
Scoprii poi che aveva assolutamente ragione.
Una notte di fine estate
del 1953, mi ritrovai a salire la scaletta verticale di una LST ormeggiata nel porto dell'ex
base navale giapponese di Yokosuka, allora come oggi quartier generale della settima flotta statunitense.
Adibite allo sbarco dei carri armati sulla spiaggia durante gli assalti anfibi,
le LST sono
navi a fondo piatto e con motori diesel, con portelli di prora. Essendo
completamente prive di chiglia, rollano perennemente anche quando si trovano
all'ancora, e non sono certo il posto adatto per chi soffre il mal di mare.
Salii a bordo della Hachi-hachi-san
(883, in giapponese) come ufficiale addetto alle comunicazioni e vi scesi due
anni dopo in qualità di ufficiale addetto alle operazioni.
Sebbene aiutassimo le
unità dell'esercito e dei marines a eseguire gli
sbarchi in Corea e in Giappone e un paio di volte avessimo attraversato il
Pacifico alla velocità massima di dieci nodi, i nostri motori diesel si
rompevano molto di frequente, costringendo la 883 a lunghi periodi di riparazione nelle basi navali di Yokosuka ο di Sasebo. Se si
esclude qualche fine settimana a Tijuana,, quella era
la prima volta che lasciavo gli Stati Uniti per un tempo prolungato. Rimasi
letteralmente stregato dal Giappone, di cui iniziai a leggere voracemente la
storia e la letteratura. Trascorsi il Natale del 1953 a Kyoto,
tra gli antichi templi di Higa-shiyama, all'epoca -
in quella terra devastata e immiserita dalla guerra - ancora ricoperti di
erbacce e abbandonati a se stessi. Iniziai a studiare la lingua con un vecchio
ufficiale di marina nipponico, il quale non credeva affatto che uno straniero
potesse mai impararla, ma era ben felice di essere pagato per dare comunque
delle lezioni.
Ιl Giappone degli
anni Cinquanta, uscito sconfitto dalla guerra, era diverso dal Giappone di oggi
quanto l'America della grande depressione poteva esserlo dall'odierna «unica
superpotenza» del mondo. Chi all'epoca si interessava del Giappone non avrebbe
mai immaginato che vent'anni dopo questo paese
sarebbe stato l'artefice del primo «miracolo economico» in Asia orientale. Ciò
che ci attraeva erano determinati aspetti di una cultura artistica e filosofica
da grande potenza che a uno straniero proveniente dagli Stati Uniti come me
offriva ricchissimi spunti di meditazione. Sebbene l'occupazione americana
fosse terminata un anno prima, davo per scontato che le «Forze ONU» avessero il
diritto di viaggiare in vagoni ferroviari riscaldati mentre i nipponici
andassero relegati in carrozze gelate, spesso senza finestrini, in coda al
treno. Né mi sembrava strano che qualche imprenditore di Yokosuka
avesse avuto il buon senso di mettere su una casa di appuntamenti a uso
esclusivo degli ufficiali di marina americani.
Davo inoltre per scontato
che gli Stati Uniti non avessero altra scelta che opporsi politicamente,
militarmente, economicamente e ideologicamente al flagello del totalitarismo
comunista; e ritenevo che la guerra fredda in Asia orientale non fosse essenzialmente
diversa da quella in atto in Europa. Certo, francesi, britannici e olandesi
erano stati terribilmente lenti ad abbandonare le loro colonie asiatiche, ma il
sostegno americano agli imperialisti europei era soltanto uno sciagurato
effetto collaterale di un indispensabile impegno anticomunista su scala
globale. Non nutrivo dubbi sul fatto che il trattato di sicurezza niρρο-americano fosse un'iniziativa
assolutamente legittima intesa a riparare il Giappone dalle rivoluzioni
scoppiate in altre parti dell'Asia e a fornirgli il tempo necessario per
evolversi in un'autentica democrazia.
Nel 1955, tornato al
servizio inattivo nella riserva, mi iscrissi come studente laureato a Berkeley. Non avendo alcuna fretta di trovare lavoro,
desideravo mettere a frutto le esperienze maturate in Giappone, cosa che potei
fare grazie ai proventi della diaria militare. Sebbene fossi tornato a Berkeley per studiare il Giappone moderno, rimasi
totalmente ammaliato dall'illustre storico della Cina, Joseph
R. Levenson. Forse più di qualsiasi altro studioso
dell'epoca, Levenson riuscì a dare alla storia cinese
un taglio prettamente culturale, introducendo i rapiti ascoltatori delle sue
lezioni nella vasta complessità della civiltà cinese.
Allorché il denaro iniziò
a scarseggiare, iniziai a prendere gli studi sulla Cina sul serio, non ultimo
perché lì di soldi se ne potevano trovare. Alcuni importanti istituti culturali
dell'epoca - in particolare gli organismi governativi di intelligence e di politica estera e la Fondazione Ford - pagavano all'epoca profumatamente per attirare gli
studenti laureati allo studio della Cina e, ovviamente, del comunismo cinese.
Considerai queste borse di studio non come incentivi a studiare il nemico al
servizio dello stato quanto piuttosto come una meravigliosa opportunità.
All'epoca non avevo il minimo sospetto che, in quanto studente dell'Asia, sarei
diventato un sostenitore dell'impero come lο ero stato della marina.
Ιl mio tutor di facoltà, il docente di scienze politiche Robert Scalapino, aveva da poco
acquisito da Ken'ichi Hatano
dei microfilm relativi al Consiglio di sviluppo asiatico (Κοain), un ente risalente al periodo bellico e uno dei
principali organi attraverso cui il Giappone aveva sfruttato la Cina a esso
asservita. Nel 1944 Ηatano, un ex funzionario
del Koain, aveva trasferito i propri documenti a casa
sua, salvandoli così dal bombardamento di Tokyo. Poiché ero uno studente alla
ricerca di un lavoro e in grado di leggere il giapponese, Scalapino
mi affidò l'incarico di ordinare quei documenti, all'epoca riservati. Mi ci
gettai a capofitto, e venni così a conoscenza della straordinaria storia di
come, dopo il 1937, le truppe nipponiche impantanate nelle aree interne della
Cina avevano orchestrato campagne di distruzione di massa contro i contadini
cinesi, contribuendo in tal modo alla nascita del più monumentale e
catastrofico movimento rivoluzionario della nostra storia. La lettura -
sprofondato su una sedia, di notte, in una biblioteca universitaria deserta -
di questi asettici rapporti degli ufficiali nipponici a Tokyo, il vedere
attraverso essi come l'allora minuscolo partito comunista cinese iniziò a
organizzare i contadini sopravvissuti alla brutalità nipponica fu un'esperienza
rivelatrice e quanto mai emozionante. Mi resi conto di essere testimone, anni
dopo, di una storia ancora terribilmente attuale per l'Asia postbellica,
dilaniata da rivolte simili contro le forze di occupazione straniere.
Verso la fine degli anni
Cinquanta riferii al professor Levenson che gli
osservatori occidentali del movimento comunista cinese inviati sul posto dal
1937 al 1945 avevano pressoché uniformemente riferito della straordinaria
popolarità goduta dal partito tra i comuni cittadini. Levenson
rispose che tutti avevano pagato un caro prezzo per quei reportage: marchiati come filocomunisti e
possibili traditori dal senatore Joseph McCarthy ο da qualche altro cacciatore di teste rosse
dell'epoca. Le testimonianze di prima mano di Edgar Snow, Evans Carlson,
Agnes Smedley, Nym Wales, George Taylor e altri erano ancora considerate prive di valore
nell'America di fine anni Cinquanta, provenendo da persone considerate
quantomeno ideologicamente inclini a vedere nei comunisti cinesi dei semplici
«riformatori agrari».
Avendo ormai letto
un'ampia gamma di documenti dell'esercito imperiale nipponico sulla Cina,
risposi che avrei potuto fornire commenti riservati sulla popolarità del
movimento comunista cinese nel cruciale periodo 1937-1941
provenienti da una fonte assolutamente insospettabile: l'alto comando nipponico
in Cina. Levenson osservò che quello sarebbe stato un
ottimo argomento per una tesi di laurea e così, nel 1962 la mia dissertazione
fu pubblicata con il titolo Nazionalismo
agrario e potere comunista: la nascita della Cina rivoluzionaria, 1937-1945.[1]
Ιl libro ebbe una notevole influenza sullo studio della Cina moderna. Gli
invasori nipponici, vi sostenevo, avevano creato condizioni di barbarie tali,
soprattutto nella Cina settentrionale, che le masse contadine sopravvissute
alle loro devastazioni presero inevitabilmente a gravitare intorno all'unico
gruppo che offriva loro speranza e incitamento alla resistenza: il partito
comunista cinese. La storia della Cina illustrava quella che sarebbe presto
diventata una grande lezione politica dell'Asia del XX
secolo: solo in presenza di circostanze tali per cui l'atto più patriottico è
entrare nel partito, un'organizzazione comunista diventa un movimento di massa.
Sul piano personale, il
libro mi consentì di evitare i due peggiori riti di passaggio della vita accademica:
trovare un lavoro e ottenere una cattedra. Fui infatti assunto dalla mia stessa
università. Fui fortunato e lavorai sodo, ma mi trovai anche al posto giusto
nel momento giusto. Tra l'uno e l'altro dei miei soggiorni di studio in
Giappone e Hong Kong, mi recai per la prima e ultima volta a Saigon nel 1962.
Rimasi esterrefatto dalla politica di «ο bere con Ngo
Dinh Diem ο affogare»
perseguita dal governo americano. Sulla base di tutte le mie cognizioni in
materia di guerriglia, politica rivoluzionaria ed eserciti stranieri,
consideravo un errore farci ulteriormente coinvolgere in quella che era
palesemente una guerra civile vietnamita.[2]
Ma allorché a metà anni Sessanta accadde esattamente questo, vedevo troppo
chiaramente i tentativi di Μaο Tse-tung di
esportare la «guerra del popolo» per non convincermi del fatto che gli Stati
Uniti non potessero permettersi di perdere in Vietnam. Anche in questo, ero
chiaramente un uomo del mio tempo.
Convincimento che si
sarebbe dimostrato disastrosamente errato. Ιl problema era che sapevo fin
troppo a proposito del movimento comunista internazionale e non abbastanza sul
governo degli Stati Uniti e il suo dipartimento della difesa. In quegli anni
provavo anche un'enorme irritazione per i manifestanti pacifisti dei campus
universitari, che mi apparivano autoindulgenti e santimoniosi e che ovviamente non avevano compiuto il
proprio dovere di servire la patria. Un giorno, al culmine delle proteste,
andai nella biblioteca universitaria per vedere cosa fosse disponibile per gli
studenti sul comunismo vietnamita, la storia del comunismo in Asia orientale e
il movimento comunista internazionale. Rimasi sorpreso nel vedere che tutti i
principali testi su questi argomenti erano lì, praticamente intonsi. All'epoca
la conclusione mi parve ovvia: quegli studenti non sapevano nulla del comunismo
né avevano il benché minimo interesse a colmare la lacuna. Difendevano i
comunisti vietnamiti pressoché esclusivamente per il romantico desiderio di
contestare le politiche di Washington. Come poi apparve chiaro, tuttavia, essi
comprendevano molto meglio di me gli impulsi emotivi di un Robert
McNamara, di un McGeorge Bundy ο di un Walt Rostow. Afferravano qualcosa di essenziale sulla natura del
ruolo imperiale dell'America nel mondo, qualcosa che io non ero riuscito a
percepire. Col senno di poi, avrei voluto partecipare a quel movimento
pacifista. A dispetto di tutta la sua ingenuità e anarchia, era nel giusto,
mentre la linea politica americana era sbagliata da cima a fondo.
Durante un anno di
«osservazione della Cina» (come veniva chiamata all'epoca) da Hong Kong,
iniziai ad avere sentore dell'incipiente rivoluzione culturale, e nel 1966
scrissi un lungo pezzo su come l'esercito di liberazione popolare cinese si
stesse trasformando nello strumento politico personale di Μaο Tse-tung.[3]
Come avremmo imparato in
seguito, Μaο era in effetti in procinto di allearsi con l'esercito al
fine di sferrare un attacco contro il partito comunista, la stessa
organizzazione che egli aveva iniziato a trasformare in un movimento di massa
negli anni di occupazione nipponica. Nessuno, tuttavia, del gruppo di quanti
studiavano la Cina immaginò minimamente quello che la rivoluzione culturale
sarebbe stata ο quale immane disastro avrebbe provocato, e tutto per il
solo desiderio di vendetta di Μaο Tse-tung
nei confronti di qualche suo compagno di rivoluzione. Prima che la barbarie
avesse termine con la morte di Μaο nel 1976, la cosiddetta
rivoluzione culturale aveva finito col somigliare alle purghe staliniane dei
tardi anni Trenta, distruggendo quel po' di idealismo che restava sulla
promessa del comunismo.
La rivoluzione culturale
isolò la Cina dal primo, dal secondo e dal terzo mondo. Divenne uno
stato-paria, incapace finanche di fare fronte unito con l'Unione Sovietica a
sostegno dei comunisti vietnamiti. Cina e Russia giunsero viceversa
pericolosamente vicini alla guerra. L'unica persona sensata sopravvissuta nel
gruppo dirigente cinese, il premier Zhou En-lai, cercò di evitare un attacco preventivo sovietico
contro il programma nucleare cinese instaurando relazioni diplomatiche con il
diavolo in persona: gli Stati Uniti. Ιl presidente Νixon e il suo consigliere per la sicurezza nazionale, Henry Kissinger, colsero
l'occasione al volo ed ebbe così luogo il riavvicinamento sino-americano,
nonostante i lasciti della guerra del Vietnam, del Watergate
e dell'epurazione in Cina di chiunque non coltivasse il culto di Μaο.
La visita di Nixon in Cina nel 1972 ravvivò
l'interesse dell'opinione pubblica americana per un'eterea Cina fatta di
agopuntura e Grande Muraglia, di panda e manufatti artigianali, nello stesso
momento in cui la popolazione veniva brutalizzata dal più spregevole regime del
XX secolo.
Come altri specialisti di
politica cinese stranieri, ero occupatissimo a tentare di capire cosa stesse
accadendo, scrivere saggi e partecipare a conferenze sulla Cina. Nel 1967, a
trentasei anni, fui nominato presidente del Center for
Chinese Studies a Berkeley. Forse l'iniziativa più importante che abbia preso
nei cinque anni in cui ricoprii quella carica fu assumere come bibliotecario John Service, uno dei massimi
esperti della Cina del dipartimento di stato americano degli anni Quaranta, una
delle tante vittime del senatore Joseph McCarthy, che gli aveva troncato la carriera al dipartimento
degli esteri. Allorché, dopo la visita iniziale di Kissinger,
Zhou En-lai disse ai
giornalisti americani che Service era uno degli unici
tre americani che i cinesi avrebbero accolto a braccia aperte nel loro paese
(gli altri due erano i professori John Fairbank e Owen Lattimore), noi del centro lο aiutammo immediatamente
a organizzare il viaggio. Ricordo vivamente che mi chiamò quel giorno del
luglio 1971 in cui fu annunciato che il presidente Νixon
aveva accettato un invito di Μaο Tse-tung a
recarsi in Cina. Per quanto odiasse Νixon, mi
disse, doveva dargli atto di essere l'unico presidente capace di cogliere un
successo simile.
Ι campus universitari
americani dei tardi anni Sessanta e primi anni Settanta non erano il posto
ideale per chiunque dubitasse del fatto che Μaο Tse-tung
fosse il terrore della burocrazia ο si chiedesse se il suo «libretto
rosso» contenesse anche una sola parola sensata. Ιl «maoismo da campus»
era ovunque alimentato dalla generale euforia per la Cina scatenata da Νixon e Kissinger (non
dimentichiamoci che perfino giornalisti navigati come James
Reston e Harrison Salisbury del «New York Times»
divennero fanatici della Cina che credevano di vedere).
Personalmente, tuttavia,
mi appariva chiaro che la «rivoluzione» cinese fosse degenerata in un horror show di stampo erodiano, assolutamente distruttivo per tutti i cinesi
onesti, forse affascinante da studiare, ma non più di grande significato per
l'equilibrio globale del potere. In Giappone, per contro, stava accadendo
qualcosa di interessante cui nessuno in America sembrava prestare attenzione.
Nell'estate del 1972 tornai in un Giappone già ben avviato a diventare la
nazione industriale più avanzata della terra. Ιl contrasto con le mie
precedenti esperienze in marina ο con il Giappone del 1961, quando mia
moglie e io avevamo messo su casa in un sobborgo di Tokyo, era davvero
strabiliante. Ιl «miracolo economico» giapponese (un termine coniato dagli
occidentali per denotare qualcosa di positivo ma dal loro punto di vista inaspettato)
appariva palese. La sua economia cresceva da dieci anni a un ritmo annuo del 10
per cento e i risultati iniziavano a vedersi. Ι giapponesi producevano
automobili che i consumatori americani ed estasiatici iniziavano a comprare in
grande numero, per la loro economicità di prezzo e di
consumi, affidabilità, compattezza nonché per il climatizzatore compreso nel
prezzo. Nel campo del design, le loro macchine fotografiche, elettrodomestici,
barche e tanti altri prodotti ancora competevano in semplicità ed eleganza con
lο stile tradizionale delle loro case e ceramiche.
Agli occhi di uno
specialista della Cina disilluso dalle brutalità della rivoluzione culturale,
il Giappone appariva un caso senza uguali di socialismo in un solo paese
perfettamente riuscito. L'economia era guidata da una burocrazia statale che
stabiliva obiettivi sociali ma evitava con cura tratti quali l'errata
distribuzione delle risorse, l'assenza di incentivi e l'estrema rigidità che
caratterizzavano invece l'economia sovietica e cinese. Come c'era riuscita? La
gran parte degli americani si curava ben poco di rispondere a questa domanda,
sebbene il surplus commerciale del Giappone iniziasse a irritare Washington.
Non li incuriosivano neanche le nuove strutture istituzionali create dal Giappone
per stimolare la rapida crescita economica. Continuavamo a considerare il
Giappone un «fratellinο» intento a imparare dal
suo mentore postbellico e a emularlo. L'idea che il Giappone potesse
sperimentare una forma di capitalismo diversa era, se non del tutto
improponibile, considerata di certo un'eresia. Il fatto che ci stessero
superando nella produzione e commercializzazione di determinati prodotti chiave
significava senza alcun dubbio che non stessero facendo un gioco pulito.
Gli americani definivano
il Giappone una democrazia organizzata intorno a un'economia di libero mercato,
esattamente come gli Stati Uniti. Nelle sue memorie, Edwin
Ο. Reischauer - il più noto specialista
americano di storia giapponese e ambasciatore in Giappone durante gli anni Sessanta,
all'apice del «piano di raddoppio del reddito» lì in atto - non si cura neanche
di menzionare l'economia. La cosa davvero strabiliante di tale miopia e
supponenza americana nei confronti del Giappone è che si sarebbe perpetuata
fino alla fine del secolo, per poi trasformarsi repentinamente in disprezzo
proprio a causa di quel suo modello di capitalismo diverso.
Nell'estate del 1972, uno
dei miei mentori ed eminente studioso di scienze sociali, il professor Junnosuke Masumi, mi invitò a
prendere in debita considerazione l'allora emergente miracolo economico. Gli
studiosi americani come me, affermò, tendevano a concentrare l'attenzione sulla
politica di sinistra e protestataria in Giappone;
praticamente nessuno di noi aveva mai prestato la minima attenzione alle sue
élite dirigenti. Esistevano pochissimi studi in inglese sul partito liberaldemocratico, ininterrottamente al potere da quando
il paese aveva riconquistato l'indipendenza, nel 1952, e neanche uno sul vasto
apparato burocratico statale che sosteneva e guidava l'economia praticamente
allo stesso modo in cui il dipartimento della difesa sosteneva e guidava il
complesso militar-industriale-universitario negli
Stati Uniti.
Parlammo specificamente
del Ministero del commercio internazionale e dell'industria (MITI). Tra gli
esperti nipponici nella Tokyo di quell'epoca, il MITI
era il riconosciuto protagonista del miracolo economico. Così come il professor
Levenson mi aveva suggerito di cercare nella Cina
sotto occupazione nipponica le radici del successo del partito comunista
cinese, il professor Masumi mi suggerì di indagare
sulle origini del MITI per individuare le basi del «socialismo vittorioso» del
proprio paese. Dedicai il decennio successivo a questo progetto, scrivendo la
storia di un ministero economico che pensai potesse interessare un gruppetto di
specialisti di politiche pubbliche che non conoscevano il giapponese, oltre
alla ristretta cerchia di accademici. All'epoca non mi resi conto che la
ricerca mi avrebbe inavvertitamente portato a vedere per la prima volta
chiaramente la forma dell'impero che avevo per tanto tempo acriticamente
sostenuto.
Ho già indicato i
principali debiti culturali. Desidero ringraziare le seguenti persone, per il
loro contributo nell'ideare e scrivere questo libro, per le idee fornitemi, per
avermi detto quando sbagliavo e comunque per essere stati sempre fonti preziose
di ispirazione: Sumi Adachi,
Kozy Amemiya, Ron Bevacqua, Steven
C. Clemons, Bruce Cumings, Jim Fallows,
Patrick Lloyd Hatcher, George Hicks, Jim Impoco,
Sam Jameson, Andrew Janos, Barry
Keehn, Andrew MacIntyre, Gavan McCormack, Yoshihiko Nakamoto, Masahide Ota, Murray Sayle,
Tim Shorrock, Patrick Smith, Odete Sousa, Κοji Taira, Norman
Thorpe, Chikako Yoshida ed Eiji Yutani. Ι saggi mensili e i vari interventi alle
conferenze dei membri del Japan Policy
Research Institute di
questi ultimi sei anni hanno anch'essi contribuito moltissimo al mio modo di
pensare. Sandra Dijkstra, il mio agente, è stata una
fondamentale fonte di incitamento a scrivere questo libro. Alla Metropolitan Books, Tom Engelhardt è stato il miglior
editor e autore che si possa immaginare, meticoloso nel mettere in discussione
e affinare le mie idee e quanto scrivevo; l'editrice Sara Bershtel
mi ha incoraggiato con il proprio costante impegno nella realizzazione di
questo libro. Sheila Κ. Johnson è stata la mia
compagna costante nel tentativo di capire il mondo in cui viviamo.
Cardiff, California
luglio 1999
Da molti anni le comunità
del nord Italia si lamentavano per i voli a bassa quota degli aerei militari
americani. Nel febbraio 1998 l’inevitabile accadde: un Prowler EA-6B del corpo dei marines con
quattro uomini a bordo, uno della vasta gamma di caccia e bombardieri americani
di stanza in posti come Aviano, Cervia, Brindisi e Sigonella, recise i cavi di una funivia nella località
turistica di Cavalese, facendo precipitare per oltre
trenta metri una cabina dell’impianto con venti persone dentro prima che si
schiantasse sul pendio innevato della montagna. Morirono tutti. Anche se i
piloti sono tenuti a rispettare un limite di altitudine di almeno 300 metri
(600 secondo il governo italiano), l’aereo in questione aveva tranciato i cavi
a un’altezza di 109 metri. Viaggiava inoltre a quasi mille chilometri all’ora,
quando il limite di velocità massima consentito è di ottocento. Il pilota stava
eseguendo un volo acrobatico a bassa quota, mentre il secondo pilota riprendeva
tutto con una telecamera (che in seguito distrusse).
In risposta allo sdegno e
alla rabbia dell’Italia e alle richieste di un rigoroso processo contro i
responsabili della tragedia, i piloti dell’aereo si giustificarono affermando
che le cartine della zona in loro possesso al momento del fatidico volo erano
imprecise, che gli altimetri a bordo non avevano funzionato bene e che non
avevano consultato le unità dell’aeronautica americana dislocate
permanentemente in quell’area sulla presenza di
eventuali pericoli. Una corte marziale istituita non in Italia, ma a Camp Lejeune, North Carolina,
prosciolse i quattro uomini da qualsiasi responsabilità e definì il tutto un
«incidente nel corso di un’esercitazione». Subito dopo, il presidente Bill Clinton presentò le proprie
scuse e promise di risarcire superstiti e parenti delle vittime, ma il 14
maggio 1999 il congresso bocciò il relativo provvedimento per l’opposizione
sorta nella camera dei deputati e nel Pentagono.[4]
Questo non è stato
l’unico incidente provocato da militari americani ai danni di civili nell’epoca
postguerra fredda. Dalla Germania alla Turchia, da Okinawa alla Corea del Sud, incidenti simili sono stati
molto frequenti, e si sono conclusi sempre allo stesso modo. Il governo
americano non ritiene mai i propri politici o alti ufficiali responsabili
dell’accaduto e raramente ritiene opportuno fare qualcosa di più che presentare
delle semplici scuse formali e offrire, in sporadicissimi
casi, un risarcimento economico, spesso di ridicola entità.
Nelle rare occasioni -
com’è accaduto per l’episodio verificatosi in Italia - in cui tali tragedie
acquisiscono risonanza mondiale, la cosa che più sorprende gli americani è
l’ondata di sdegno nazionale suscitata da quello che i mass media statunitensi
considerano, nel peggiore dei casi, un incidente isolato, per quanto tragico.
Di sicuro, l’unica cosa certa in situazioni di questo genere è che, dieci anni
dopo la fine della guerra fredda, centinaia di migliaia di militari americani
equipaggiati con le armi più sofisticate del mondo, tra cui spesso anche armi
nucleari, sono stazionati in oltre sessantuno basi militari disseminate in
diciannove paesi, per limitarci solo a quelle che il dipartimento della difesa
definisce «installazioni principali»; se infatti si aggiungessero tutte le
strutture che ospitano rappresentanti delle forze armate americane, il numero
complessivo ammonterebbe a oltre ottocento.[5]
Ovviamente, non esistono basi aeree italiane in territorio americano (un’idea
del genere sarebbe ridicola), così come non ci sono truppe tedesche,
indonesiane, russe, greche o giapponesi stazionate sul suolo italiano. L’Italia
è per di più una stretta alleata degli Stati Uniti e non ci sono nazioni
nemiche che minacciano le sue coste.
Quanto detto finora è sin
troppo scontato, cosicché non se ne parla quasi mai. Semplicemente non è
argomento di discussione, e tanto meno di dibattito, nella patria dell’ultima
potenza imperiale. Può darsi che considerazioni di questo tipo siano
irrilevanti per qualsiasi impero. Probabilmente per i romani non era affatto
strano avere contingenti militari in Gallia, né per i
britannici in Sudafrica. Ma le cose di cui non si parla non sono per questo
meno vere, né mancano di produrre conseguenze solo perché non sono oggetto di
dibattiti interni.
Credo sia ormai ora che
tale discussione abbia inizio, che gli americani comincino a chiedersi il
motivo per cui abbiamo dato vita a un impero - termine che evitiamo
accuratamente - e quali potrebbero essere le conseguenze del nostro
atteggiamento imperiale per il resto del mondo e per noi stessi. Non molto
tempo fa, il modo in cui presidiavamo il mondo con le nostre truppe poteva
essere discusso molto più apertamente e tranquillamente perché il motivo
appariva chiaro: l’esistenza dell’Unione Sovietica e del comunismo. Se
l’incidente in Italia fosse avvenuto una ventina di anni prima, non sarebbe
stato certamente considerato meno grave, ma molti americani avrebbero sostenuto
che, con la guerra fredda in atto, eventi simili erano il costo inevitabile
della protezione offerta alle democrazie, come l’Italia, contro la minaccia del
totalitarismo sovietico. Con la scomparsa di qualsiasi minaccia militare
minimamente paragonabile a quella dell’ex Unione Sovietica, questi «costi» sono
diventati facilmente evitabili. Gli Stati Uniti avrebbero potuto ritirare già
da tempo le proprie forze armate dall’Italia, come da qualsiasi altro paese. Il
fatto che ciò non sia successo e che Washington stia viceversa facendo di tutto
per perpetuare le strutture della guerra fredda, anche senza avere la
giustificazione della guerra fredda, pone queste installazioni militari in un
nuova luce. Sono infatti diventate la prova evidente, per chi abbia voglia di
aprire gli occhi, di un progetto imperiale che la guerra fredda mascherava
adeguatamente. Le conseguenze che tale progetto comporta sono probabilmente
destinate a fomentare un risentimento contro tutti gli americani - turisti,
studenti, uomini d’affari oltreché membri delle forze
armate - dagli esiti potenzialmente esiziali. (Nota di Gandalf: data la mia ignoranza sono andato a consultare lo Zingarelli- Esiziale: che porta grave danno)
Per qualsiasi impero,
anche quelli non riconosciuti come tali, c’è una sorta di bilancio patrimoniale
che va sviluppandosi nel tempo. Crimini militari, incidenti e atrocità
costituiscono solo una delle categorie presenti sul lato delle passività che
per Washington - soprattutto a partire dalla fine della guerra fredda - va
sempre più gonfiandosi. Per fare un esempio di un tipo di passività
completamente diverso, prendiamo il caso della Corea del Sud, alleata di
vecchia data. Alla vigilia di Natale del 1997, il paese dichiarò bancarotta e
cedette le leve di comando della propria economia al Fondo monetario
internazionale, che è fondamentalmente un surrogato istituzionale del governo
statunitense. Buona parte degli americani si meravigliarono del crollo
economico che sconvolse Thailandia, Corea del Sud,
Malaysia e Indonesia nel 1997 e che poi dilagò in tutto il mondo, affossando
anche Russia e Brasile. Mai e poi mai si sarebbero immaginati che il loro
governo avesse potuto contribuire a provocare queste crisi, benché vari esperti
ed economisti americani avessero esplicitamente espresso il proprio
compiacimento per questi disastri, che fecero sprofondare milioni di persone
nella totale indigenza. Nel peggiore dei casi, gli americani interpretarono il
crollo economico di paesi quali Indonesia e Brasile come segnali del fatto che
le virtuose politiche di «globalizzazione» sostenute
dagli Stati Uniti funzionavano, che stavamo effettivamente aiutando svariate
economie in tutto il mondo a farle apparire e funzionare in modo più simile
agli Stati Uniti.
Soprattutto, la crisi
economica del 1997 fu interpretata come prova del fatto che le teorie dei
nostri principali rivali - le economie capitaliste a crescita intensiva
dell’Asia orientale - non erano né così competitive né così valide come essi
credevano. In un articolo di fine anno l’editorialista Charles
Krauthammer osservò: «Il nostro successo è il
successo del modello capitalistico americano, il quale si avvicina più di
qualunque altro alla visione di libero mercato di Adam Smith.
Certamente molto più del paternalistico capitalismo nepotista invalso in Asia
che tanto sedusse i critici del sistema americano all’epoca in cui la bolla
asiatica - oggi scoppiata - giunse alla ribalta».[6]
Col dilagare della crisi
mondiale, la cosa che il nostro governo sembrò temere maggiormente fu il
mancato rispetto dei contratti di acquisto delle nostre armi. Nell’inverno di quell’anno, il segretario alla difesa William Cohen si recò a Giacarta, Bangkok
e Seoul per persuadere i rispettivi governi a
utilizzare le loro sempre più magre scorte di valuta pregiata per pagare gli
aerei da combattimento, i missili, le navi da guerra e quant’altro
il Pentagono aveva venduto loro prima che scoppiasse la crisi. Fece sosta anche
a Tokyo per proporre a un preoccupato governo nipponico di concludere un grosso
affare: investire nel programma di difesa missilistica TMD
(Theater Missile Defense),
un sistema di missili antimissile che il Pentagono stava cercando di vendere al
Giappone già da anni. Non si sapeva allora e continuiamo a non sapere oggi se
il sistema TMD funzionerà mai (in quindici anni di
tentativi di intercettazione solo pochi missili hanno centrato il loro
bersaglio nel corso di test peraltro pesantemente manipolati); di sicuro però
c’è che è molto costoso, e la vendita di armi è diventata una delle principali
attività del Pentagono.
Ritengo che lo spreco
dissoluto delle nostre risorse in inutili sistemi di armamenti e il crollo economico
dell’Asia, così come l’ininterrotta catena di «incidenti» militari e di
attacchi terroristici alle installazioni e ambasciate americane, siano tutti
presagi di una crisi che nel XXI secolo si abbatterà
sull’informale impero americano, un impero fondato sulla proiezione del potere
militare in ogni angolo del mondo e sull’impiego del capitale e del mercato
americano per imporre l’integrazione economica globale alle nostre condizioni
senza alcun riguardo per il prezzo che ciò comporta agli altri. Prevedere il
futuro è un impresa che nessun uomo con un briciolo di buon senso si
azzarderebbe a rischiare. È impossibile indovinare quale forma assumerà la
crisi del nostro impero da qui a qualche anno, o forse qualche decennio. Ma la
storia insegna che per tutti gli imperi questo momento prima o poi arriva, ed è
irragionevole pensare che l’America possa miracolosamente sfuggire al proprio
destino.
Ciò di cui siamo
totalmente privi, tuttavia, è la benché minima consapevolezza di come possiamo
apparire agli occhi delle altre nazioni della terra. La gran parte degli
americani non è probabilmente a conoscenza dei modi attraverso cui Washington
esercita la propria egemonia sul globo, dal momento che gran parte della sua
attività viene espletata in relativa segretezza o mascherata sotto edificanti
programmi. Molti potrebbero in un primo momento far fatica a credere che la
nostra posizione nel mondo sia equiparabile a un impero. Tuttavia, solo
considerandoci un paese che trae profitto dall’impero che ha creato ma nelle
cui strutture è rimasto al contempo intrappolato possiamo spiegarci molti
aspetti del mondo altrimenti destinati a rimanerci oscuri. In mancanza di
chiare spiegazioni non è assolutamente possibile produrre politiche in grado di
portare pace e prosperità nel mondo post-guerra fredda. Cos’è che non ha
funzionato in Giappone dopo mezzo secolo di crescita a guida statale e sotto
protezione americana? Perché l’avvento di una Cina forte dovrebbe danneggiare
chicchessia? Perché le politiche americane in materia di diritti umani,
proliferazione delle armi, terrorismo, droga e ambiente paiono a tanti
stranieri l’epitome dell’ipocrisia? (Nota
di Gandalf: …… ancora dallo Zingarelli- Epitome:
esposizione, trattazione … di un’opera). Le multinazionali possedute e
gestite dagli Stati Uniti dovrebbero essere strumenti, beneficiari o avversari
della politica estera americana? La libera circolazione dei capitali è davvero
importante quanto il libero scambio di prodotti? A tutti questi interrogativi è
possibile dare risposta solo dopo aver capito realmente cosa sono davvero gli
Stati Uniti.
Diverse sono le risposte
a seconda che si consideri l’America il quartier
generale di un impero economico-militare mondiale oppure semplicemente una tra
le tante nazioni sovrane. Esiste una logica imperiale che è totalmente diversa
dalla logica di una nazione, e azioni perpetrate al servizio di un impero ma
mai riconosciute come tali tendono a costituire una minaccia per il futuro.
Il termine «ritorno di
fiamma», che i funzionari della CIA coniarono per la prima volta per uso
interno sta iniziando a diffondersi tra gli studenti di relazioni
internazionali. Fa riferimento a tutte le conseguenze involontarie delle
politiche e strategie adottate e tenute nascoste all’opinione pubblica americana.
Quello che la stampa definisce atti crudeli di «terroristi» o «signori della
droga» o «stati-feccia» o «trafficanti illegali di armi» sono in realtà ritorni
di fiamma dovuti a precedenti operazioni americane.
È oggi ampiamente
risaputo, ad esempio, che l’attentato del 1988 all’aereo della Pan Am a Lockerbie, Scozia, che
provocò la morte di 259 passeggeri e 11 persone a terra, fu un atto di
rappresaglia per un raid aereo in Libia ordinato dall’amministrazione Reagan durante il quale rimase uccisa la figliastra del
presidente Muammar Gheddafi.
Qualcuno negli Stati Uniti ha avanzato il sospetto che anche altri eventi
possano essere spiegati come conseguenze di atti imperiali. Ad esempio,
l’epidemica diffusione di cocaina ed eroina che ha flagellato le città americane
in questi ultimi venti anni è stata probabilmente istigata in parte da militari
o da politici corrotti centro e sudamericani che la CIA o il Pentagono avevano
in passato addestrato o sostenuto e in seguito installato in posizioni chiave
del loro governo. Un altro esempio: negli anni Ottanta Washington organizzò in
Nicaragua una massiccia campagna contro il governo sandinista
di orientamento socialista. Gli agenti americani fecero poi finta di non vedere
quando i contras, ribelli militari da essi addestrati,
organizzarono la vendita di cocaina nelle città americane per comprare armi e
rifornimenti.[7]
Se il ritorno di fiamma
della droga è difficile da ricondurre alle sue origini, ben altra cosa sono gli
attacchi terroristici alle ambasciate americane in Africa, al World Trade Center di New York o a un complesso residenziale in
Arabia Saudita in cui erano alloggiati i soldati americani. A seconda di chi
guarda, uno stesso uomo può essere considerato un terrorista oppure un
combattente per la libertà, e quelli che i funzionari americani denunciano come
attacchi terroristici non provocati contro propri connazionali innocenti, sono
in realtà atti di rappresaglia per precedenti azioni imperialistiche americane.
I terroristi colpiscono cittadini americani innocenti e indifesi proprio perché
i soldati e i marinai americani, che lanciano missili da crociera dalle loro
navi e dai bombardieri B-52, o che sostengono da
Washington regimi repressivi e spietati, appaiono irraggiungibili. Come i
membri del Defence Science
Board scrissero in un rapporto del 1997 al sottosegretario alla difesa per
l’acquisizione e la tecnologia, «i dati storici mostrano una chiara
correlazione tra il coinvolgimento degli americani negli affari internazionali
e l’aumento degli attacchi terroristici contro gli Stati Uniti. Inoltre,
l’asimmetria militare che nega agli stati la possibilità di intraprendere
attacchi diretti contro gli Stati Uniti alimenta il ricorso all’impiego di
agenti transnazionali [vale a dire terroristi di un determinato paese che
eseguono attacchi in un altro paese]».[8]
Il caso di ritorno di
fiamma più ovvio e diretto si verifica spesso quando le vittime reagiscono a un
bombardamento segreto americano, o a una campagna di terrorismo di stato
sponsorizzata dagli Stati Uniti, o al rovesciamento di un leader politico
strafiero architettato dalla CIA. Oggi possiamo vedere come in tutto il mondo
siano stati gettati i semi per futuri ritorni di fiamma. Ad esempio, si calcola
che dalla guerra del Golfo del 1991 fino al 1998, l’embargo americano nei
confronti dell’Iraq di Saddam Hussein
abbia contribuito alla morte di mezzo milione di civili iracheni a causa di
malattie, malnutrizione e inadeguata assistenza medica. Il consigliere per la
sicurezza nazionale del presidente Clinton, Sandy Berger, ha affermato
trionfalisticamente che questo embargo è stato «il più severo in assoluto
dell’intera storia mondiale». Ebbene, nel 1999 l’embargo non era ancora
riuscito a far cadere Saddam Hussein
obiettivo dichiarato degli Stati Uniti, ma di sicuro aveva instillato negli
iracheni un fortissimo risentimento contro il governo americano e i suoi
cittadini. Allo stesso tempo, l'infiltrazione di «agenti paramilitari
clandestini della CIA» nelle squadre ONU incaricate di scoprire i tentativi di Saddam Hussein di sviluppare armi
di distruzione di massa, ha compromesso per sempre uno dei più promettenti
esperimenti in materia di controllo della non proliferazione degli armamenti.[9]
Un ritorno di fiamma può
provocarne altri e innescare una devastante reazione a catena. Un esempio di
questa potenziale minaccia è la risposta del governo americano agli attentati
dinamitardi del 7 agosto 1998 contro le ambasciate americane a Nairobi e Dar es Salaam, che causarono la morte
di 12 americani e 212 kenyoti e tanzanesi
e circa 4500 feriti. Washington ne addossò immediatamente la responsabilità a Osama bin Laden,
un saudita storico oppositore dei governanti del suo paese e dei loro alleati
americani. Il 20 agosto, gli Stati Uniti si vendicarono lanciando quasi ottanta
missili da crociera (costo di ciascun missile: 750.000 dollari) contro uno
stabilimento farmaceutico di Khartoum, Sudan, e un
vecchio accampamento di mujaheddin in Afghanistan (un missile mancò il
bersaglio di circa 650 chilometri e atterrò in Pakistan). Entrambi gli
obiettivi erano stati identificati dai servizi segreti americani come aziende o
aree di addestramento associate a bin Laden o ai suoi seguaci. Ben presto si scoprì tuttavia che
i servizi segreti si erano sbagliati in quanto nessuno dei due bersagli era in
alcun modo collegato ai presunti autori degli attacchi alle ambasciate
americane. Il 2 settembre 1998 il segretario alla difesa americano affermò di
non sapere che lo stabilimento di Khartoum producesse
medicinali, e non gas nervino, allorché ne aveva ordinato l’attacco, e ammise
anche che il nesso tra quest’impianto e bin Laden era, nel migliore dei
casi, «indiretto».[10]
Ciononostante, il presidente Clinton continuò a
sostenere di aver sventato un' «imminente minaccia alla nostra sicurezza
nazionale», e il segretario di stato Madeleine Albright definì il Sudan un «nido di vipere pieno di
terroristi».
I portavoce del governo
continuano a giustificare questi attacchi definendoli azioni di «terrorismo
deterrente», nonostante fosse stato dimostrato che gli obiettivi colpiti non
avevano alcuna attinenza con i danni provocati a impianti o attrezzature
statunitensi. In questo modo, vengono gettati in tutto il mondo i semi di
futuri ritorni di fiamma. Questi stessi portavoce ignorano il fatto che il
presunto mandante degli attacchi alle ambasciate, bin
Laden, è un ex protégé degli Stati Uniti.
All’epoca in cui l’America organizzava i ribelli afgani contro l’URSS negli
anni Ottanta, bin Laden
svolse un ruolo di primo piano nel cacciare l’Unione Sovietica dall’Afghanistan
e si volse contro gli Stati Uniti solo nel 1991, allorché considerò lo
stazionamento delle truppe americane in Arabia Saudita (suo paese d’origine)
durante e dopo la guerra del Golfo Persico, una violazione del suo credo
religioso. Così, gli attacchi alle nostre ambasciate in Africa, ove mai siano
davvero stati opera sua, sono un esempio di ritorno di fiamma piuttosto che di
ingiustificato terrorismo. Anziché bombardare siti in Sudan o Afgharnstan, gli Stati Uniti farebbero meglio a considerare
l’idea di ridurre o eliminare la nostra massiccia e provocatoria presenza
militare in Arabia Saudita.
Esistono modi più
efficaci - e sicuramente meno devastanti - di affrontare la minaccia del
«terrorismo» che non l’immediata rappresaglia militare. Nel 1994 continui e
pazienti negoziati sfociarono nella consegna da parte del Sudan del terrorista
noto col nome di Carlos al governo francese perché
fosse processato, e nel settembre del 1998 la Libia acconsentì a consegnare a
un tribunale olandese i due uomini accusati di aver fatto saltare in aria
l’aereo della Pan Am in Scozia. Quest’ultimo
accordo fu il risultato di un multilaterale rispetto del diritto internazionale
e di un embargo economico alla Libia ed evitò la spirale di vendette e
rappresaglie di cui invece non si vede ancora fine nel caso di bin Laden.
Inutile dire che quello
del ritorno di fiamma non è soltanto un problema degli americani. Basta
guardare la Russia e i suoi ex paesi satelliti per rendersi conto di quanto
possa essere devastante il ritorno di fiamma di una politica imperiale. La
crisi degli ostaggi all’ambasciata giapponese a Lima nel 1996-1997,
durante la quale un gruppo di rivoluzionari peruviani prese in ostaggio
l’intero corpo diplomatico, fu probabilmente un atto di ritorsione per il
sostegno offerto dal Giappone alle politiche anti-guerriglia del presidente
Alberto Fujimori e per le operazioni condotte dalle
multinazionali nipponiche in Perù. Il maggiore problema politico di Israele è
la quotidiana minaccia di rappresaglie da parte del popolo palestinese e dei
loro alleati islamici per le politiche israeliane di rimozione forzata dei
palestinesi dalla propria terra e di repressione di quelli che restano sotto la
sua giurisdizione. L’America tuttavia, nella sua qualità di unica potenza
imperialistica, di principale organizzatrice di operazioni clandestine e
semiclandestine a sostegno di regimi repressivi, nonché di maggiore venditrice
di armi di tutti i tipi, è il principale destinatario di possibili ritorni di
fiamma.
È tipico di chi vive in
uno stato imperiale avere scarsa memoria per le proprie azioni più riprovevoli,
ma chi si trova a farne le spese può avere viceversa una memoria da elefante.
Tra i casi più eclatanti di ritorno di fiamma a scoppio ritardato ci sono ad
esempio i genocidi perpetrati da alcune nazioni in tempi di guerra. Il Giappone
sta pagando ancor oggi le conseguenze della propria condotta in Cina durante La
seconda guerra mondiale. I reazionari giapponesi sono ancora riluttanti ad
affrontare il problema delle atrocità commesse in Cina e Corea: la distruzione
di Nanchino, l’aver costretto le donne catturate a
prostituirsi per i soldati di prima linea, gli atroci esperimenti medici sui
prigionieri, tanto per citarne alcune. Ma visto il tempo ormai trascorso e i
risarcimenti pagati, molti cinesi si sarebbero probabilmente accontentati di un
loro sincero atto di contrizione per tali episodi. Invece, le truppe nipponiche
terrorizzarono e radicalizzarono una popolazione di
contadini essenzialmente conservatori favorendo in tal modo l’ascesa al potere
del partito comunista cinese, che portò alla morte di trenta milioni di cinesi
durante il cosiddetto grande balzo in avanti e alla distruzione della civiltà
cinese durante la rivoluzione culturale. Sono molti i cinesi istruiti che non
potranno mai perdonare il Giappone per aver contribuito a questi eventi.
Oggi siamo a conoscenza
di diversi casi simili. Nella guerra del Vietnam all’inizio degli anni
Settanta, il presidente Richard Nixon
e il suo consigliere per la sicurezza nazionale Henry
Kissinger ordinarono di sganciare nelle aree rurali
della Cambogia più bombe di quante ne fossero state lanciate sul Giappone
durante la seconda guerra mondiale, uccidendo almeno 750.000 contadini
cambogiani e contribuendo a dare legittimità al sanguinano movimento dei khmer rossi di Pol Pot. Nella sua
successiva ricerca di vendetta e di purezza ideologica, Pol
Pot provvide poi a far ammazzare un altro milione e mezzo di cambogiani, questa
volta in maggior parte residenti urbani.
Gli americani sono soliti
considerare Pol Pot una sorta di irripetibile mostro autogeneratosi e i suoi «campi della morte» un inspiegabile
atavismo del tutto estraneo a qualsiasi forma di civiltà. Ma senza gli atti di
barbarie perpetrati dal governo americano al tempo della guerra del Vietnam, Pol Pot non sarebbe mai riuscito a prendere il potere in
una cultura come quella cambogiana, così come gli analfabeti contadini di Mao non avrebbero mai conquistato legittimità in Cina senza
le devastazioni e le depravazioni di cui si macchiò l’esercito nipponico.
Particolare significativo, nella loro istanza di istituire un tribunale
internazionale per processare i leader superstiti dei khmer
rossi per crimini di guerra, gli Stati Uniti hanno chiesto che il tribunale
limitasse la propria indagine al periodo che va dal 1975 al 1979, vale a dire
dopo gli anni dei bombardamenti a tappeto e prima che il governo americano
iniziasse a collaborare con i khmer rossi contro i
comunisti vietnamiti, i quali invasero la Cambogia nel 1978, spodestarono i khmer rossi dal potere e tentarono di restituire una
qualche stabilità al paese.
Neanche un impero è in
grado di controllare gli effetti a lungo termine delle proprie politiche: e
proprio in ciò sta l’essenza del fenomeno del ritorno di fiamma. Prendiamo ad
esempio la guerra civile in Afghanistan degli anni Ottanta, con le forze armate
sovietiche intervenute direttamente a favore del governo e la CIA impegnata ad
armare e appoggiare tutti i gruppi di oppositori. Col passare degli anni, la
guerra ha trasformato Kabul, in passato uno dei più importanti centri culturali
islamici, in una copia di Hiroshima dopo il bombardamento. Washington contribuì
a far sì che l’Unione Sovietica patisse in Afghanistan una sconfitta devastante
come quella subita dagli americani in Vietnam. In effetti, la sconfitta
destabilizzò talmente il regime sovietico da provocarne il crollo alla fine
degli anni Ottanta. Ma in Afghanistan gli Stati Uniti contribuirono anche a
portare al potere i taliban, un movimento fondamentalista islamico le cui politiche in materia di
trattamento delle donne, istruzione, giustizia e benessere economico ricordano
non tanto quelle dell’Iran di Khomeini quanto quelle
della Cambogia di Pol Pot. Un gruppo di questi
mujaheddin, che solo pochi anni prima gli Stati Uniti avevano armato di missili
terra-aria Stinger, decise di reagire alle politiche americane perseguite nella
guerra del Golfo e nei confronti di Israele. Nel 1993 fecero esplodere una
bomba nel World Trade Center di New York e
assassinarono diversi impiegati della CIA fermi a un semaforo rosso a Langley, Virginia. Quattro anni più tardi, il 12 novembre
1997, dopo che il killer dell’attentato in Virginia era stato condannato da un
tribunale americano, alcuni sconosciuti uccisero per vendetta quattro contabili
americani, che non avevano assolutamente nulla a che fare con la CIA, mentre
erano in auto a Karachi, Pakistan.
È probabile che le
politiche americane abbiano contribuito a creare situazioni simili in Congo,
Guatemala e Turchia e che se ne stia semplicemente aspettando il ritorno di
fiamma. Il Guatemala è un esempio particolarmente eclatante delle politiche
imperiali degli Stati Uniti nel proprio «giardino dietro casa». Nel 1954,
l’amministrazione Eisenhower pianificò e la CIA
organizzò e finanziò un golpe militare in Guatemala che rovesciò il presidente
in carica le cui moderate politiche di riforma agraria erano ritenute una
minaccia per le aziende americane. Il ritorno di fiamma di questa operazione
portò negli anni Ottanta a un’insurrezione di guerriglieri marxisti e in
seguito al genocidio - avallato dalla CIA e dal Pentagono - dei contadini maya. Nella primavera del 1999, un rapporto sullo stato
della guerra civile in Guatemala redatto dalla commissione di indagine storica,
sponsorizzata dalle Nazioni Unite, rese noto che «l’addestramento americano del
corpo ufficiali in tecniche antinsurrezionali» era
stato «un fattore chiave» nel «genocidio. [...] Interi villaggi maya furono attaccati e incendiati, i loro abitanti
massacrati per impedire che proteggessero i guerriglieri».[11]
Secondo la commissione, tra il 1981 e il 1983 il governo militare del Guatemala
- finanziato e sostenuto dagli Stati Uniti - ordinò la distruzione di circa
quattrocento villaggi maya in una campagna genocida in cui vennero trucidati circa duecentomila
contadini. José Pertierra,
legale di Jennifer Harbury,
un avvocato americano che tentò per anni di scoprire cosa fosse accaduto al
marito «scomparso», il guatemalteco e sostenitore della guerriglia Efraín Bámaca Velásquez,
scrisse che il militare guatemalteco che arrestò, torturò e uccise Bámaca era un «bene patrimoniale» della CIA ed era stato
pagato 44.000 dollari per le informazioni ottenute dalla vittima.[12]
Durante la sua visita in
Guatemala, nel marzo del 1999, subito dopo la diffusione del rapporto, il
presidente Clinton dichiarò: «È importante che io
dichiari esplicitamente che il sostegno alle forze armate e alle unità dei
servizi segreti che hanno fatto ricorso alla violenza e alla repressione di
massa è stato un errore, e che gli Stati Uniti non debbano più ripetere tale
errore. [...] Gli Stati Uniti non prenderanno più parte a campagne di
repressione».[13]
Tuttavia, il giorno stesso in cui il presidente promise di smettere di «giocare
sporco» in altri paesi, il governo americano rinnovò il proprio sostegno alla
Turchia nella sua guerra di repressione contro la minoranza curda.
I curdi
sono quindici milioni rispetto a una popolazione turca stimata sui cinquantotto
milioni. Altri cinque milioni di curdi vivono nei
pressi dei confini turchi in Iraq, Iran e Siria. I turchi conducono una
politica discriminatoria nei confronti dei curdi da settant’anni, e dal 1992 portano avanti una campagna genocida ai loro danni, con la distruzione di circa tremila
villaggi e agglomerati rurali curdi nell’arretrata
parte sudorientale del paese. L’ex ambasciatore
americano in Croazia, Peter W.
Galbraith, commenta che «i turchi arrestano
abitualmente esponenti politici curdi per attività
che nei paesi democratici sarebbero considerate del tutto legali».[14]
Gli europei hanno finora escluso la Turchia dall’Unione europea per il modo in
cui tratta i curdi. Per la sua posizione strategica
ai confini con l’ex Unione Sovietica, tuttavia, la Turchia è stata una preziosa
alleata degli Stati Uniti e un membro della NATO durante la guerra fredda, e
Washington mantiene immutati i rapporti con Ankara anche dopo la scomparsa
dell’URSS.
Dopo Israele ed Egitto,
la Turchia è il terzo maggior destinatario di assistenza militare da parte
degli americani. Tra il 1991 e il 1995, gli Stati Uniti fornirono 4/5 di tutte
le importazioni militari della Turchia, che furono tra le più cospicue del
mondo. Da parte sua, il governo americano dipende dalla base NATO turca di Incirlik per poter realizzare l’operazione «Provide Comfort» istituita dopo la guerra del Golfo per
assistere e proteggere i curdi irakeni dalla
repressione di Saddam Hussein
(quando poi gli stessi Stati Uniti accettano passivamente le vessazioni inferte
dai turchi alla vasta popolazione curda). Un ovvio
motivo di tale doppiopesismo è che il benessere
economico di comunità quali Stratford e Bridgeport, nel Connecticut, dove vengono fabbricati gli
elicotteri Comanche e Black Hawk,
dipende dall’ininterrotta vendita su vasta scala di armi a paesi come la
Turchia. Durante la guerra del Golfo, un consigliere del primo ministro turco
confidò a John Shattuck,
segretario di stato aggiunto per i diritti umani: «Se volete porre fine agli
abusi sui diritti umani dovete fare due cose: bloccare i crediti del FMI e fare cessare l’assistenza da parte del Pentagono. Ma
smettetela di vendere armi e fornire aiuto da un lato e di lamentarvi per la
questione curda dall’altro. Non veniteci
a parlare di diritti umani quando poi andate vendendo queste armi».[15]
La cattura nel febbraio
del 1999 del leader curdo Abdullah
Ochalan svelò la natura del coinvolgimento americano
con la Turchia, in questo caso grazie a uno stratagemma della CIA che promette
un ritorno di fiamma garantito. Il termine usato dalla CIA per questa politica
è «disgregazione», con ciò indicando la caccia ai terroristi in tutto il mondo.
L’obbiettivo è stanarli dai loro nascondigli cosicché le forze di polizia o i
servizi segreti possano arrestarli e imprigionarli. Secondo John
Diamond della Associated
Press, «la CIA tiene la propria mano nascosta e i paesi stranieri che arrestano
concretamente i sospettati di terrorismo celano accuratamente il ruolo degli
Stati Uniti, a meno che non finiscano col ritrovarsi dei guai». Non ci sono
garanzie di alcun genere contro i casi di errata identificazione dei «sospetti»
e «la CIA non manda mai comunicazioni ufficiali al congresso». La strategia di
disgregazione viene definita una forma preventiva e offensiva di controterrorismo. A Richard Clarke, capo delle operazioni antiterrorismo, piace perché
in questo modo può evitare «le richieste di rapporti informativi da parte del
congresso che solitamente accompagnano le operazioni clandestine dirette dalla
CIA» e perché «le organizzazioni dei diritti umani non hanno possibilità di individuare
un eventuale ruolo della CIA». La CIA ha svolto operazioni di disgregazione in
almeno dieci paesi a partire dal settembre del 1998. Nel caso Ochalan, gli Stati Uniti «hanno fornito ai turchi
informazioni essenziali su dove si trovasse». Fu questa la prima volta in cui
alcuni dettagli di una campagna di «disgregazione» vennero resi pubblici.[16]
In molti altri paesi
vengono attuate versioni più moderate o più sottili di questa sorta di
operazioni segrete, anch’esse passibili di provocare un ritorno di fiamma. Solo
per fare un esempio, il dipartimento di stato americano ha recentemente
pubblicato il ventiduesimo volume di Foreign Relations of
the United States, 1961-1963, cronaca ufficiale della politica estera
americana, dedicata in questo tomo ai rapporti tra America e Cina, Corea e
Giappone di trentacinque e più anni fa. Ebbene, il governo si è rifiutato di
rendere noti circa il 13,5 per cento dei documenti che avrebbero dovuto essere
inclusi nella sezione relativa al Giappone, in particolare il materiale sulle
operazioni militari e le basi americane in quel paese. Per la prima volta, la
commissione consultiva sui documenti storici diplomatici, responsabile per
legge della stesura e pubblicazione di quest’opera,
scrisse nella prefazione che il ventiduesimo volume «non costituisce una
“raccolta documentaria completa, accurata e affidabile delle principali
decisioni di politica estera degli Stati Uniti”». Il dipartimento di stato, di
certo su istruzione della CIA e del dipartimento della difesa, prese l’insolita
decisione di trattenere documenti chiave - contenenti senza alcun dubbio
informazioni, tra l’altro, sui finanziamenti segreti della CIA al conservatore
partito liberaldemocratico nipponico e ai suoi leader
politici, nonché sulla presenza di armi nucleari nelle basi americane in
Giappone - per paura che la loro pubblicazione potesse provocare quel tipo di
ritorno di fiamma che un paese povero del terzo mondo come il Guatemala sarebbe
incapace di innescare, ma di cui il Giappone sarebbe invece capacissimo.
In un certo senso,
ritorno di fiamma è semplicemente un modo diverso di dire che una nazione
raccoglie ciò che semina. Sebbene in genere si sappia cosa si è seminato, ben
di rado i ritorni di fiamma subiti dall’America vengono interpretati come tali,
dal momento che buona parte di quanto i dirigenti dell’impero americano hanno
seminato è stato tenuto segreto. La nozione di ritorno di fiamma è ovviamente
più semplice da comprendere nelle sue manifestazioni dirette. Le conseguenze
impreviste delle politiche e delle azioni americane nel paese X sono una bomba
nell’ambasciata americana nel paese Y o l’assassinio di un americano nel paese
Z. Sono sicuramente moltissimi gli americani uccisi secondo tale logica, dalle
suore cattoliche del Salvador ai turisti in Uganda colpevoli unicamente di
essere incappati in scenari imperiali occulti di cui erano totalmente
all’oscuro. Il ritorno di fiamma, tuttavia, come questo libro dimostra, non si
limita assolutamente a questi esempi di rappresaglia diretta.
Dai gravi danni inferti
alle industrie americane dalle politiche economiche giapponesi orientate alle
esportazioni alle ondate di profughi che attraversano i nostri confini
meridionali per fuggire da quei paesi in cui la repressione sostenuta dagli
Stati Uniti ha creato veri e propri genocidi o in cui le politiche economiche
appoggiate da Washington hanno provocato un indicibile miseria, il ritorno di
fiamma può manifestarsi in modi meno chiari e diretti nonché anche dopo lunghi
periodi di tempo. Può anche manifestarsi sul piano interno in modi che spesso
non appaiono evidenti anche agli occhi degli originari ideatori o esecutori
delle politiche imperialiste.
Poiché viviamo in un
sistema internazionale sempre più fortemente integrato, siamo tutti in un certo
senso vulnerabili al pericolo di ritorno di fiamma. Sebbene in origine questo
termine indicasse soltanto le conseguenze involontarie delle politiche
americane per gli americani, ci sono tutti i presupposti per ampliarne
significato e portata. Se, ad esempio, le conseguenze involontarie delle
politiche americane che hanno favorito e quindi acuito il crollo economico
dell’Indonesia nel 1997 difficilmente toccheranno gli Stati Uniti, per gli
indonesiani sono state un livello insostenibile di sofferenza, povertà e sfiducia.
Allo stesso modo, le conseguenze involontarie dei colpi di Stato sostenuti
dagli americani e dei bombardamenti in Cambogia nei primi anni Settanta sono
state per i cambogiani, nel corso di quel decennio, caos, morte e distruzione.
Il ruolo degli Stati
Uniti nel golpe militare in Cile del 1973, ad esempio, produsse uno scarso
ritorno di fiamma per gli americani, ma le conseguenze per liberali, socialisti
e comuni cittadini in Cile e altrove furono letali. Sugli obiettivi delle
politiche americane in Cile il giornalista Jon Lee Anderson scrive: «Il piano,
secondo i documenti diffusi dal governo americano, consisteva nel rendere
ingovernabile il Cile di Allende [il presidente
socialista eletto dal popolo], provocare il caos sociale e realizzare un golpe
militare. [...] Un telegramma della CIA illustrò chiaramente gli obiettivi al
capo della polizia di Santiago: “La politica perseguita è di rovesciare Allende attraverso un colpo di stato. [...] Occorre
continuare a esercitare la massima pressione utilizzando tutti i mezzi ritenuti
idonei a tal fine. È imperativo categorico che queste operazioni siano condotte
in clandestinità e nella massima sicurezza in modo da tenerne ben nascosta la
partecipazione degli americani e del governo degli Stati Uniti”».[17]
Nessun cittadino
americano venne infatti a conoscenza di queste macchinazioni. Il colpo di stato
ebbe luogo l’11 settembre 1973, e sfociò nel suicidio di Allende
e nella presa del potere da parte del generale Augusto Pinochet
i cui militari e seguaci civili nei diciassette anni in cui restò in carica,
torturarono, ammazzarono e «fecero sparire» circa quattromila persone. Pinochet collaborò attivamente all’operazione Condor, una
missione congiunta con i militari argentini mirante ad assassinare i dissidenti
esiliati in America, Spagna, Italia e altrove. È questo il motivo per cui,
allorché Pinochet si recò in Inghilterra nell’autunno
del 1998 per ricevere cure mediche, la Spagna cercò di estradarlo e processarlo
per genocidio, torture e terrorismo di stato contro i cittadini spagnoli. Il 16
ottobre 1998 la polizia britannica arrestò Pinochet a
Londra e lo trattenne in attesa di un eventuale estradizione.
Anche se pochi americani
furono coinvolti in queste operazioni clandestine, tutto il mondo è oggi a
conoscenza del coinvolgimento americano e rimase scandalizzato allorché il
segretario di stato Madeleine Albright
si oppose all’estradizione di Pinochet sostenendo che
occorresse concedere a paesi come il Cile, impegnati in un processo di
«transizione alla democrazia», di garantire l’immunità a quanti in passato si
erano resi colpevoli di crimini contro i diritti umani al fine di «andare
avanti».[18]
In tali circostanze, le «mani sporche» dell’America fanno apparire ipocrite
anche le sue affermazioni più sincere in materia di diritti umani o terrorismo.
Anche quando il ritorno di fiamma colpisce principalmente altre popolazioni,
produce comunque effetti distruttivi sugli Stati Uniti in quanto ne mina la
credibilità politica e impedisce ai suoi cittadini di prendere sul serio le
affermazioni dei loro leader politici. È questa una conseguenza inevitabile non
solo del ritorno di fiamma, ma della stessa politica imperiale.
Che dire allora dell’idea
stessa di impero americano o, per quel che conta la differenza, di imperialismo
americano? I termini «egemonia», «impero» e «imperialismo» sono stati spesso
usati come epiteti spregevoli. Li troviamo alla base della condanna del
capitalismo da parte di Marx e soprattutto di Lenin. Durante la guerra fredda i
comunisti affermarono che l’imperialismo fosse una delle «contraddizioni» del
capitalismo, e dunque causa intrinseca di fenomeni quali lotta di classe,
rivoluzione e guerra. Tuttavia, questi termini evocano anche l’immagine
dell’impero romano e britannico, così come la pax romana e la pax
britannica che si dice li avessero accompagnati. L’imperialismo è inoltre
associato al razzismo e allo sfruttamento che accompagnarono il colonialismo
europeo, americano e giapponese del XIX e XX secolo e alle violente reazioni che ne scaturirono in tutto
il mondo non occidentale subito dopo la seconda guerra mondiale.
Quando parlo di «impero
americano», tuttavia, non uso il termine nella sua accezione tradizionale. Non
mi riferisco all’ex colonia americana delle Filippine o a territori dipendenti
quali Portorico. Allo stesso modo, con il termine «imperialismo» non mi
riferisco all’espansione del dominio giuridico di uno stato su un altro, né
sottintendo che l’imperialismo debba avere origini necessariamente economiche.
Gli imperi più moderni a cui mi riferisco sono normalmente nascosti dietro un
qualche concetto ideologico o giuridico — comunità, alleanza, mondo libero,
Occidente, blocco comunista - che maschera i veri rapporti intercorrenti tra i
suoi membri.
Secondo Milovan Djilas, così Stalin
descrisse l’origine dì questi nuovi imperi in una conversazione con il
maresciallo Tito svoltasi al Cremlino nell’aprile
1945: «Questa guerra non è come in passato. Chiunque occupi un territorio gli
impone anche il proprio sistema sociale. Chiunque impone il proprio sistema
sociale nella misura in cui il suo esercito gli consente di farlo. Non può
essere diversamente».[19]
Imporre il proprio sistema sociale è esattamente quanto l’ex Unione Sovietica
provvide a fare nei territori da essa occupati in Europa orientale e quanto gli
Stati Uniti hanno fatto nei territori occupati in Asia orientale, in
particolare Giappone e Corea del Sud. Durante i quarant’anni
di guerra fredda questi originari «satelliti» divennero il fulcro degli imperi
di nuovo tipo sovietico e americano, dei quali solo uno - il secondo - resta
oggi ancora in vita. La natura di quest’impero e come
sia cambiato nel tempo sono gli argomenti trattati in questo libro.
Nel 1917 l’Unione
Sovietica ereditò un vecchio impero zarista in Europa e in Asia centrale,
un’unione multinazionale di popolazioni basata sulla conquista e su una civiltà
dominante, simile agli ex imperi asburgico e
ottomano. Questo passato imperiale ha senza dubbio plasmato la natura
dell’Unione Sovietica allora in via di costituzione, ma quando parlo di impero
sovietico nell’epoca della guerra fredda mi riferisco principalmente alle sette
«democrazie popolari» in Europa orientale che formarono il fulcro del campo
comunista fine al suo crollo nel 1989: Germania orientale, Polonia, Cecoslovacchia,
Ungheria, Romania, Albania e Bulgaria. Il suo contraltare
americano non fu la NATO - la reazione difensiva dell’Europa occidentale,
ispirata e sostenuta dagli Stati Uniti, agli imponenti eserciti e armamenti
mobilitati dall’Unione Sovietica per sconfiggere il Terzo Reich
— ma il sistema di satelliti che gli Stati Uniti crearono in Asia orientale e
comprendente in un dato periodo Giappone, Corea del Sud, Thailandia,
Vietnam del Sud, Laos, Cambogia, Filippine e Taiwan.
Col passare del tempo e
l’inizio della corsa agli armamenti nucleari tra USA e URSS, i due imperi
basati sui regimi satelliti creati dopo la seconda guerra mondiale si espansero
in due campi ben più vasti fondati su ideologia comune, interazione economica,
scambi tecnologici, vantaggi reciproci e cooperazione militare. Per quanto
riguarda l’Unione Sovietica, per un breve periodo degli anni Cinquanta questo
mondo si estendeva da Mosca fino a Hanoi a est e fino
all’Avana a ovest e comprendeva finanche, quanto meno in via formale, la Cina.
Per gli Stati Uniti, finì col comprendere il resto del mondo: luoghi in cui gli
Stati Uniti si assunsero la responsabilità di mantenere una non meglio definita
sorta di ambiente militare «favorevole» (quello che oggi al Pentagono piace
definire «stabilità») e a cui imponemmo il libero accesso per le nostre
multinazionali e finanziarie (quella che gli economisti oggi chiamano «globalizzazione»).
Credo che a quei tempi le
politiche postbelliche di Unione Sovietica e Stati Uniti fossero molto più
simili di quanto la gran parte degli americani sarebbe disposta ad ammettere.
L’URSS in Europa orientale e gli Stati Uniti in Asia orientale crearono propri
sistemi satellite essenzialmente per gli stessi motivi. Durante la guerra
fredda, l’URSS intervenne militarmente in Ungheria e Cecoslovacchia per
preservare l’unità del proprio impero. Gli Stati Uniti, dal canto loro,
intervennero per l’identico motivo in Corea e Vietnam (dove non solo vennero
sconfitti, ma uccisero molti più uomini di quanti ne uccise l’URSS nei suoi due
vittoriosi interventi).
Il fiore all’occhiello
dell’impero sovietico fu la Germania orientale; quello dell’America fu e resta
ancor oggi il Giappone. Oggi, come la Germania dell’est prima che il muro di
Berlino cadesse, il Giappone resta un economia creata, manipolata e mantenuta
grazie alla guerra fredda. La sua popolazione appare sempre più stanca
dell’ormai cinquantennale presenza delle truppe
americane sul proprio territorio e dell’incolore regime monopartitico
che controlla il paese. Gli imbolsiti leader tedesco-orientali, Walter Ulbricht ed Erich Honecker, appaiono addirittura energici se paragonati ai
primi ministri nipponici che il partito liberaldemocratico
ha messo in carica dal 1955.
Proprio come i due
satrapi della Repubblica democratica tedesca seguivano alla lettera gli ordini
impartiti da Mosca, ogni neoeletto primo ministro nipponico salta
immediatamente su un aereo e vola a Washington. E così come avveniva nell’ex
Germania orientale, gli elettori giapponesi hanno da tempo capito che finché continueranno
a essere alleati degli Stati Uniti, niente di quello che faranno riuscirà mai a
cambiare il sistema politico vigente. Molti cittadini nipponici hanno imparato
a evitare la politica come la peste, partecipando solo alle elezioni locali,
dove un numero sorprendente di elettori vota comunista sia per protesta sia per
la competenza e l’onestà di cui questo partito ha dato mostra. In Giappone, gli
idealisti politici tendono a diventare nichilisti, non diversamente dai
tedeschi prima del 1989. (Nota di
Gandalf: …… sempre dallo Zingarelli- Nichilismo:
dottrina simile all’anarchia, che nega ogni valore agli ordinamenti sociali
vigenti e mira ad annullarli).
L’Unione Sovietica iniziò
a dar vita a un sistema di paesi satelliti principalmente perché non in grado
di competere con i mezzi messi a disposizione dal Piano Marshall
per la ricostruzione dell’Europa devastata dalla guerra (ciò riflette
ovviamente un fondamentale risultato della seconda guerra mondiale: gran parte
dell’Unione Sovietica era stata ridotta in macerie, mentre gli Stati Uniti ne
erano usciti indenni). L’URSS riconobbe ben presto che nel conflitto tra
democrazia e totalitarismo che andava sviluppandosi nell’Europa postbellica, si
trovava dalla parte meno popolare. Non potendo portare al potere propri
sostenitori in Europa orientale attraverso libere elezioni, estromise con la
violenza i democratici locali, esportando ovunque lo stalinismo, che definì una
semplice versione del socialismo.
L’Unione Sovietica aveva
bisogno di un cuscinetto difensivo per i propri confini occidentali. Al
contrario, dopo la sconfitta del Giappone nessun regime estasiatico
era in grado di minacciare gli Stati Uniti, men che
mai una Cina devastata dalla guerra e dalla rivoluzione. Abbiamo quindi
costruito il nostro sistema di satelliti per motivi più specificamente
imperialistici, benché il governo giustificasse i propri sforzi in tal senso
adducendo quale motivazione l’intrinseca aggressività del comunismo
sino-sovietico e la possibilità che la caduta di un solo paese, per quanto
piccolo, nelle mani dei comunisti avrebbe portato altri paesi a ruzzolare
anch’essi uno dopo l’altro, come tante tessere del «domino», e che la reazione
a catena sarebbe potuta giungere al cuore stesso del capitalismo.
La decisione americana di
creare paesi satelliti in Asia orientale fu in parte dovuta allo scoppio della
rivoluzione comunista in Cina, il che significò che i progetti americani di
costruire un nuovo ordine internazionale in Asia orientale basato sull’alleanza
con la Cina, sua cobelligerante in tempo di guerra, non erano più perseguibili.
Non essendo intenzionati a entrare in guerra con la Cina comunista per
sostenere l’ormai sconfitto leader nazionalista Chiang
Kai-shek, decidemmo di invertire la politica in atto
nei confronti del Giappone (sotto nostra occupazione), abbandonando l’idea di
democratizzarlo e impegnandoci invece a risollevarlo economicamente. Il
Giappone, un tempo nostro implacabile nemico, sostituì così la Cina nel ruolo
di alleato asiatico degli Stati Uniti. Il governo americano concentrò ora le
proprie energie sulla difesa del Giappone e sul fare dei nipponici una valida
alternativa in Asia orientale alla rivoluzione cinese. Pur astenendosi dal
tentare di «respingere» quella rivoluzione, la decisione del presidente Truman nel 1950 di ordinare alla settima flotta di
difendere Taiwan e presidiarne l'omonimo Stretto, e quella del generale Douglas MacArthur di marciare a
nord del confine cinese durante la guerra di Corea, ci garantirono l’ostilità
dei cinesi per almeno vent’anni.
Inutile dire che gli
Stati Uniti si guardarono bene dal consultare il popolo nipponico in merito a
queste decisioni o a quella di coltivare rapporti con quanto restava dell’establishment anticomunista nipponico
del periodo di guerra. Il nostro sostegno a quelli che in alcuni casi erano
veri e propri criminali di guerra - ad esempio, Nobusuke
Kishi, ex ministro per le munizioni nel governo
bellico di Tokyo, divenuto primo ministro del paese nel 1957 - e a un regime monopartitico finanziato dalla CIA era l’immagine speculare
delle politiche sovietiche nell’ex Repubblica democratica tedesca. Tali
politiche condussero di fatto a una rivolta antiamericana nel 1960. Nella più
imponente manifestazione di massa della storia postbellica del Giappone i
dimostranti circondarono l’edificio del parlamento e chiesero che non fosse
ratificato il rinnovo del trattato di sicurezza nippo-americano.
La situazione divenne talmente tesa che il presidente Dwight
D. Eisenhower fu costretto ad annullare la programmata
visita a Tokyo. (Il primo presidente americano in carica a recarsi in Giappone
sarebbe stato Gerald Ford.)
Usando la sua maggioranza manipolata, il partito conservatore impose la
ratifica del trattato, cosa che richiese il mantenimento delle truppe americane
sul suolo nipponico e fece perdere per sempre la fiducia dell’opinione pubblica
nei confronti del proprio sistema politico. Per trent’anni
il partito liberaldemocratico evitò con successo
qualsiasi alterazione nel potere politico e legittimò lo status del Giappone
quale satellite degli Stati Uniti. Sfortunatamente, fece ben poco altro,
lasciando la direzione concreta del paese alla burocrazia di stato e
limitandosi semplicemente a reprimere sul nascere qualsivoglia spinta
all’autogoverno da parte dei cittadini. Negli anni Novanta il Giappone era il
secondo paese più ricco del mondo, ma aveva un governo straordinariamente
simile a quello dell’ex Germania orientale.
Per proteggere Gran
Bretagna, Francia e Olanda dal pericolo che il resto d’Europa «diventasse
comunista», gli Stati Uniti tradirono la promessa fatta in tempo di guerra di
contribuire a liberare le colonie di queste nazioni e finirono viceversa col
sostenere o addirittura sostituirsi agli ex imperialisti in guerre volte a
mantenere il controllo dei loro possedimenti prebeilici.
Ciò significò che in Asia orientale, eccezion fatta per la nostra colonia, le
Filippine, finimmo col ritrovarci dalla parte sbagliata della storia (e anche
nelle Filippine, cui concedemmo l’indipendenza formale il 4 luglio 1946,
mantenemmo imponenti basi militari finché non venimmo cacciati dai filippini
nel 1992).
A differenza di quanto
avvenne in Europa, il principale scontro della guerra fredda in Asia orientale
e sudorientale non fu quello tra democrazia e
totalitarismo, bensì tra colonialismo europeo e movimenti d’indipendenza
nazionale. La riluttanza delle maggiori potenze europee ad abbandonare le
proprie colonie portò alle guerre di liberazione nazionale in Indocina contro i
francesi, in Malesia contro i britannici e in Indonesia contro gli olandesi;
tutti scontri nei quali gli Stati Uniti si schierarono dalla parte
dell’imperialismo. Gli olandesi furono infine cacciati dall’Indonesia; i
britannici, dopo una guerra che durò ben dieci anni, concedettero l’indipendenza
alla Malesia prima e quindi a Malaysia e Singapore. Dopo la sconfitta francese
in Vietnam, gli Stati Uniti combatterono una guerra incredibilmente lunga e
sanguinosa prima di vedersi costretti ad abbandonare anch’essi qualsiasi
aspirazione imperiale in quel paese. Gli Stati Uniti condussero anche una lunga
guerra antinsurrezionale nelle Filippine contro un
movimento di guerriglieri che consideravano il governo post-indipendenza del
paese una creatura degli americani. Solo dopo la nostra sconfitta in Vietnam
iniziammo ad abituarci all’idea che l’Asia orientale fosse diversa dall’Europa.
L’apertura di Nixon alla Cina fu il primo segnale che
nella testa dei leader di Washington stesse finalmente iniziando a entrare una
qualche cognizione della realtà storica estasiatica.
Il problema dell’America
era che i partiti comunisti nazionali avevano colmato un vuoto di potere
nell’Asia orientale coloniale. Per evitare che gran parte della regione, e
forse anche il Giappone, cadesse sotto l’influenza comunista, il governo
americano impiegò occasionalmente gli stessi metodi brutali cui era ricorsa i
URSS in Europa orientale per preservare la propria sfera di influenza.
L’esempio più chiaro in tal senso fu il ruolo avuto da Washington in Corea del
Sud dopo il 1945, una storia che è stata tenuta quasi completamente nascosta
negli Stati Uniti.
La Corea del Sud è stata
occupata dalle forze americane pressoché costantemente sin dalla fine della
seconda guerra mondiale. Fu teatro del più importante conflitto armato dei
primi anni della guerra fredda, quando Cina e Stati Uniti entrarono in
conflitto diretto e quindi congelarono reciprocamente i rapporti per vent'anni. Grazie agli Stati Uniti e all’Unione Sovietica,
che nel 1945 divisero il paese a loro piacimento, cinquant’anni
dopo la Corea rimane l’ultimo stato della terra i cui confini sono stabiliti in
base al punto in cui gli eserciti della seconda guerra mondiale fermarono la
loro avanzata. Il cosiddetto «miracolo economico» sperimentato dalla Corea del
Sud negli anni Sessanta e il suo spettacolare crollo finanziario nel 1997 sono
eventi direttamente correlati al suo ruolo di paese satellite degli Stati
Uniti.
La Corea del Sud fu il
primo stato del mondo postbellico in cui gli americani istituirono un governo
dittatoriale. Eccezion fatta per il suo presidente, Syngman
Rime, era composto in gran parte da ex collaboratori coreani dei colonialisti
giapponesi. Nonostante l’opposizione della popolazione coreana, l’esigenza
americana di instaurare un regime fortemente anticomunista - alla luce
dell’occupazione del Nord da parte dell’URSS - ebbe priorità assoluta. Nel
1960, allorché i coreani assetati di democrazia ebbero spodestato Rhee, il governo americano prese ad appoggiare Park Chung-hee, il primo dei tre generali dell’esercito che
governarono il paese dal 1961 al 1993. Gli americani tollerarono quindi il
colpo di stato del generale Chun Doo-Hwan
nel 1979 e avallarono segretamente i suoi ordini che condussero all’uccisione
di molte centinaia, forse migliaia, di civili coreani a Kwangju
nel 1980 (un eccidio probabilmente di dimensioni molto maggiori di quello
perpetrato dai comunisti cinesi in piazza Tienanmen
nel 1989). Per tenere la Corea del Sud sotto stretto controllo, negli anni
Ottanta gli americani vi inviarono in successione come ambasciatori due
funzionari della CIA, James Lilly e Donald Gregg. In nessun‘altra
parte del mondo gli Stati Uniti delegarono in modo così esplicito i rapporti
diplomatici a esponenti del proprio principale organismo di intelligence.
La Corea del Sud è oggi
probabilmente più vicina a un’autentica democrazia di quanto lo sia qualsiasi
altro paese estasiatico, ma certo non grazie al
dipartimento di stato americano, al Pentagono o alla CIA. Fu la stessa
popolazione coreana, in particolare gli studenti delle principali università
del paese, che attraverso manifestazioni e moti di piazza nel 1987 portò alfine
la democrazia nel paese. Dopo che il democraticamente eletto governo di Kim Young-sam entrò in carica nel
1993, il presidente Kim si sentì abbastanza sicuro da
processare due dittatori superstiti, Chun e Roh Tae Woo,
che vennero condannati per terrorismo di stato, sedizione e corruzione. La
stampa americana dette ai processi scarsissima rilevanza e il governo degli
Stati Uniti li ignorò totalmente, considerandoli una questione interna coreana.
Il governo di Syngman Rhee e dei generali
sostenuti dagli Stati Uniti fu soltanto il primo esempio in Asia orientale di
sponsorizzazione americana dei regimi dittatoriali. L’elenco è lungo, ma merita
di essere riportato, per il semplice fatto che molti negli Stati Uniti
dimenticano (ove mai ne siano stati a conoscenza) quello che le popolazioni estasiatiche non possono non considerare parte essenziale
del nostro lascito postbellico. I dittatori asiatici sostenuti dall’America
includono:
-
Chiang Kai-shek e suo
figlio Chiang Ching-kuo a
Taiwan (Taiwan iniziò il processo di democratizzazione solo negli anni Ottanta
dopo aver interrotto tutti i rapporti con l’amministrazione Carter).
-
Ferdinand Marcos nelle
Filippine (deposto da Corazon Aquino
e dal suo movimento Potere popolare dopo che il presidente Ronald
Reagan e George Bush lo avevano definito un democratico).
—
Ngo Dinh Diem (assassinato su ordine degli americani), il generale Nguyen Khanh, il generale Nguyen Cao Ky
e il generale Nguyen Van Thieu in Vietnam.
—
Il generale Lon Nol in
Cambogia.
—
I marescialli Pibui Songgram,
Sarà Thanarat, Praphas Charusathien e Thanom Kittikachorn in Thailandia (il
cui ruolo era essenzialmente quello di portinai delle grandi basi americane di Udorn, Takli, Korat
e Ubon).
—
Il generale Suharto in Indonesia (salito al potere
con l’aiuto della CIA e deposto con l’aiuto della DIA).
Molti altri ebbero una
carriera troppo breve e oscura per essere ricordati (ad esempio, il generale Phoumi Nosavan nel Laos). Questi
uomini appartengono alla stessa categoria di piccoli tiranni con cui l’ex
Unione Sovietica riempì i suoi paesi satelliti in Europa orientale dal 1948 al
1989 (sebbene i russi scegliessero solitamente non dei militari ma membri
obbedienti del partito comunista locale).
Il governo americano si
servì dell’economia e dei regimi autoritari come strumenti per realizzare il
proprio impero. Le nostre politiche più efficaci di carattere non militare in
Asia orientale sono state l’apertura dei nostri mercati ai prodotti estasiatici
in cambio della loro acquiescenza alla presenza a tempo indefinito dei nostri
soldati, aerei e navi nei loro paesi. In seguito alla guerra del Vietnam gli
Stati Uniti accarezzarono effettivamente l’idea di smantellare il proprio
impero in Asia orientale. Il presidente Jimmy Carter
sondò la possibilità di ritirare le nostre truppe dalla Corea del Sud,
soprattutto in considerazione del fatto che Nord e Sud erano in quel periodo
praticamente indistinguibili in termini di abusi dei diritti umani e politiche
di Sviluppo in stile staliniano. Venne tuttavia bloccato nel 1979
dall’assassinio del dittatore sudcoreano, il generale
Park Chung-hee, nonché dall’imperativo politico di
non perdere un paese satellite proprio mentre un altro, l’Iran, andava
apertamente ribellandosi agli Stati Uniti. Allorché, negli ultimi giorni
dell’amministrazione Carter, l’Unione Sovietica invase l’Afghanistan per
sostenere il governo fantoccio insediato da Mosca, qualsiasi idea di
smantellare il nostro impero in Asia orientale sfumò del tutto.
Negli anni Ottanta,
l’ultimo decennio della guerra fredda, l’analogia tra le politiche degli Stati
Uniti e dell’URSS continuò, ma in nuove aree geografiche. Entrambe cercarono di
sostenere o creare ex novo dei regimi fantocci in territori confinanti o in
regioni adiacenti da tempo ritenute proprie sfere d’influenza: l’URSS puntò
sull’Afghanistan, gli Stati Uniti sul Centroamerica.
Entrambe utilizzarono la retorica della guerra fredda per giustificare la
propria condotta aggressiva contro stati molto più piccoli: anticapitalismo per
l’URSS in Afghanistan, anticomunismo per gli Stati Uniti in Guatemala,
Salvador, Nicaragua, Panama e l’isola di Grenada, per
quanto parlare di capitalismo in Afghanistan e di comunismo in Centroamerica fosse un assurdità. Gli apparati
propagandistici negli Stati Uniti e in Unione Sovietica nascosero alle
popolazioni locali i veri motivi delle rivolte scoppiate in entrambe le
regioni: la rinascita religiosa in Afghanistan, l’opposizione a oligarchie da
tempo asservite alle aziende americane in Centroamerica.
Il presidente Reagan e il direttore della CIA, William Casey, affermarono che stavano facendo di tutto per
bloccare l’erosione del «mondo libero» successiva alla guerra del Vietnam. Se
questa fosse davvero la loro strategia o si trattasse soltanto di mera retorica
politica non è mai stato chiaro; ciò che invece è chiarissimo è che nel 1981
gli Stati Uniti lanciarono in Centroamerica una serie
di operazioni in puro stile vietnamita, e profusero grandi quantità di denaro,
spesso raccolto in modo occulto, per sostenere un'insurrezione in Nicaragua
contro un governo sandinista filocastrista.
Allo stesso tempo, la distensione tra superpotenze, i colloqui sul controllo
degli armamenti e il riavvicinamento sino-americano eliminarono in pratica
qualsiasi minaccia concreta di guerra tra campi contrapposti in Europa o in
Asia orientale. Per quanto la demonizzazione americana della Cuba castrista
salisse alle stelle e il governo andasse proclamando a gran voce che le rivolte
ispirate da Cuba costituivano la più grande minaccia dell’emisfero, La guerra
fredda era in pratica già terminata. Le superpotenze la fecero continuare solo
come copertura propagandistica per le rispettive politiche imperialiste.
Non è necessario
illustrare qui in dettaglio le tante operazioni clandestine condotte dagli
americani in America Latina. Washington sostenne una serie di attività che
vanno dall’impiego diffuso degli squadroni della morte paramilitari in paesi
come El Salvador a campagne militari di genocidio in
Guatemala, pregiudicando così seriamente per il resto del secolo la credibilità
delle tante belle parole sui diritti umani profuse dagli americani. Operazioni
simili furono perpetrate per tutti gli anni Ottanta e probabilmente continuano tutt’oggi. Sebbene la CIA abbia fatto tutto quanto in suo
potere per nascondere la mano americana in queste azioni imperialistiche, la
rivelazione di atrocità sponsorizzate dagli americani - e l’effetto boomerang
da esse provocato - ha messo in luce un modello di condotta ben preciso. Un
giornale locale americano - il «Baltimore Sun» nel caso degli squadroni della morte in Honduras e il
«San Jose Mercury News» nel caso del traffico di
cocaina dei nostri controrivoluzionari in Nicaragua, i contras
- pubblica un rapporto basato sulla
ricerca di alcuni suoi giornalisti. Il rapporto offre la prova che un ente
degli Stati Uniti condonò crimini di guerra perpetrati contro civili in Centroamerica e mentì al congresso allorché gli venne
chiesto di fornire informazioni sull’accaduto o chiuse gli occhi dinanzi
all’evidenza che «beni patrimoniali» sotto il nostro controllo erano impegnati
in attività, quali il traffico di stupefacenti, estremamente deleterie per gli
americani. La stampa ufficiale - il «Washington Post», il «New York Times» o il «Los Angeles Times» -
accusa i quotidiani regionali di giornalismo spazzatura; il direttore del
giornale locale presenta le proprie scuse e licenzia i giornalisti che avevano
scritto l’articolo.
Nel frattempo, la CIA
ordina al proprio ispettore generale di indagare sulle accuse. Questi scrive un
rapporto in cui afferma che nei documenti non è rinvenibile uno straccio di
prova a sostegno della storia. Mesi o addirittura anni dopo, un ente di ricerca
quale il National Security Archive della Gorge Washington University scopre
l’esistenza di un secondo rapporto interno redatto dallo stesso ispettore.
Questo rapporto contesta sempre l’articolo del giornale, ma ammette anche che
la sostanza delle sue accuse è fondata. Come il comunicato interno della CIA
replica all’articolo del «Baltimore Sun» nel guardingo ed eufemistico linguaggio tipico
dell’imperialismo, «i rapporti della CIA al congresso nei primi anni Ottanta
sottovalutavano il coinvolgimento degli honduregni
negli abusi».[20]
Gli Stati Uniti devono
oggi affrontare una serie di problemi interamente addebitabili alle attività e
operazioni di carattere imperiale - ufficiali e clandestine - condotte a guerra
fredda terminata. La giustificazione più comune offerta dal governo per questo
costante attivismo imperialista sulla scia del cinquantennale
confronto tra superpotenze continua a essere una versione aggiornata della
vecchia «teoria del domino» discreditata durante la guerra del Vietnam: le
forze armate americane e i suoi agenti clandestini non hanno altra scelta - per
il bene del mondo intero - che respingere l’ «instabilità» ovunque questa
presenti la propria minaccia. Il Rapporto sulla strategia in Asia orientale del
dipartimento di stato del 1998 spiega che le centinaia di migliaia di uomini
«dispiegati a scopo preventivo» a Okinawa e in Corea
del Sud sono necessari per mantenere la «stabilità» nella regione. Ma
l’instabilità, un concetto a dir poco nebuloso, rappresenta il normale stato di
cose in un sistema internazionale di stati sovrani. L’instabilità in quanto
tale non minaccia la sicurezza degli Stati Uniti, soprattutto quando non esiste
nessuna superpotenza rivale pronta ad approfittarsene.
L’intervento militare in
brutali guerre civili o in disordini civili in paesi come Somalia, Haiti,
Bosnia e Kosovo è stato giustificato come un caso di
«deterrenza attraverso l’esempio». Sebbene gli Stati
Uniti non abbiano alcun interesse diretto nell’esito delle lotte etniche, religiose
o civili in atto in questi paesi, i fautori dell’attivismo militare affermano
che l’intervento è necessario per dimostrare ad alleati e avversari che gli
Stati Uniti non si fanno «prendere per il naso» o «ricattare» da nessuno. Tali
interventi, si afferma, servono a riaffermare la nostra autorità e potenza agli
occhi delle altre nazioni e a impedire loro di sprofondare anch’esse in simili
scontri sanguinosi. Ma la deterrenza attraverso
l’esempio non funziona. Come l’analista di politica estera Barbara Conry afferma, «l’abortito intervento americano a Haiti
[...] non produrrà un profluvio di dittature militari più di quanto le decise
risposte americane a Manuel Noriega e Saddam Hussein abbiano impedito
al presidente serbo Slobodan Milosevic
di perseguire i propri obiettivi in Bosnia.[21]
Non solo questi
interventi militari sono spesso inefficaci, ma il ricorso alla forza militare
in nome della democrazia o dei diritti umani è di per sé una contraddizione in
termini. Cosa ancora peggiore, un intervento incauto può innescare minacce
prima non esistenti, come avvenne con l’intervento di Truman
nella guerra civile cinese e la minaccia ai confini cinesi posta dal generale MacArthur durante la guerra di Corea.
Trent’anni fa, lo studioso di relazioni internazionali Ronald Steel affermo: «A differenza di Roma, noi non
abbiamo sfruttato il nostro impero. Al contrario, è stato il nostro impero a
sfruttare noi, attingendo pesantemente alle nostre risorse ed energie».[22]
I rapporti economici con gli stati satelliti estasiatici hanno ad esempio
infiacchito la nostra industria manifatturiera e ci hanno portati a puntare sul
capitalismo finanziario, la cui apparizione è stata in passato considerata
segno dell’incipiente declino economico di un economia fino a quel momento fiorente.
Una situazione analoga ha letteralmente distrutto l’ex Unione Sovietica, che da
un lato combatteva una guerra persa in partenza in Afghanistan e competeva con
gli Stati Uniti per lo sviluppo di «armi strategiche» sempre più avanzate, e
dall’altro non era più in grado di contenere il desiderio represso di
indipendenza in Europa orientale.
Lo storico Paul Kennedy ha definito questa
condizione «iperespansione imperiale». In un analisi
degli Stati Uniti nel suo libro Ascesa e
caduta delle grandi potenze, scrisse:
Neanche gli Stati
Uniti possono evitare di affrontare le due grandi questioni che mettono alla
prova la longevità di ogni grande potenza che occupi il «primo posto» negli
affari internazionali: se, nel campo militare strategico, riesce a mantenere un
ragionevole equilibrio tra le esigenze di difesa avvertite dalla nazione e i
mezzi di cui dispone per assolvere a questi impegni; e se, questione
intimamente connessa alla prima, è in grado di preservare intatte le basi
tecnologiche ed economiche del proprio potere di fronte a modelli di produzione
globale in perenne mutamento. Questa prova delle capacità americane sarà tanto
più importante perché, al pari della Spagna imperiale del 1600 o dell’Impero
britannico del 1900, l’America ha ereditato un’ampia gamma di impegni
strategici assunti molti anni prima, quando la sua capacità politica, economica
e militare di influenzare le questioni internazionali appariva ben più
comprovata.[23]
Non credo che questi
«impegni strategici» dell’America siano stati in passato il risultato dei
tentativi di sfruttare le altre nazioni per un vantaggio economico o
semplicemente per dominarle politicamente e militarmente. Per quanto gli Stati
Uniti si siano in passato votati allo sfruttamento imperialistico di altre
nazioni, in particolare in America Latina, hanno anche cercato in vari modi di
liquidare questo fardello. Le radici della «iperespansione
imperiale» americana non sono oggi le stesse di quelle degli imperi di una
volta e sono invece molto più simili a quelle che hanno causato il crollo
dell’Unione Sovietica.
A molti americani non
interessa vedere le azioni, le politiche e le situazioni del proprio paese
paragonate a quelle dell’Unione Sovietica; alcuni condannano tale paragone
perché poggia su una presunta e inesistente «equivalenza morale». Ribadiscono
che i valori e le istituzioni dell’America sono molto più umani di quelli della
Russia di Stalin. Sono d’accordo. Durante tutti gli anni della guerra fredda
gli Stati Uniti rimasero una democrazia funzionante, con diritti civili
inimmaginabili nel contesto sovietico (anche se la recente conquista del record
per la popolazione carceraria più numerosa del mondo dovrebbe indurre a una
maggior cautela nel criticare il sistema di giustizia penale di altre nazioni).
I paragoni tra Stati Uniti e Unione Sovietica sono comunque utili, perché
questi due paesi egemomi si sono sviluppati
contemporaneamente, sfidandosi reciprocamente in campo militare, economico e
ideologico. Nel lungo periodo si potrebbe scoprire che, come due scorpioni in
una bottiglia, sono riusciti a pungersi a morte l’un l’altro. Le radici di
entrambi questi imperi moderni risalgono alla seconda guerra mondiale e al
susseguente controllo delle forze scatenate dal conflitto. Un’analisi dei costi
della guerra fredda per gli Stati Uniti riconduce inevitabilmente all’eredità
lasciataci dal conflitto mondiale. Il ruolo dell’America quale «unica
superpotenza» del pianeta - quale leader delle nazioni pacifiste e tutrice di
istituzioni quali le Nazioni Unite, la Banca mondiale e l’Organizzazione
mondiale del commercio - è reso molto più difficile dalla natura di quanto
continuiamo a raccogliere per le operazioni incaute e spesso clandestine
intraprese in passato.
Per gli Stati Uniti, il
più importante dei lasciti della guerra fredda potrebbe essere in Asia
orientale. La ricchezza di questa regione ha oggi significativamente alterato
gli equilibri del potere mondiale. Giappone in testa, i paesi estorientali si adattarono al confronto bipolare degli anni
della guerra fredda e ne sfruttarono le condizioni per intraprendere un
processo di crescita economica sostenuta. Sebbene per alcuni paesi tale
processo si sia interrotto o sia crollato del tutto con la crisi del 1997, ciò
non altera minimamente lo spostamento di fondo del centro di gravità globale
del settore manifatturiero in Asia orientale.
I politici e gli
intellettuali americani restano perplessi e contrariati dinanzi ai successi
economici degli asiatici, proprio come a suo tempo i sovietici rimasero
perplessi e contrariati di fronte ai successi del capitalismo anglo-americano e
dell’Europa occidentale. È tempo di capire, tuttavia, che i veri pericoli per
l’America oggi non provengono dalla ricchezza dell’Asia orientale ma dalla
nostra rigidità ideologica, dal nostro attaccamento alla propaganda nazionale.
Come ammoniscono i sociologi Giovanni Arrighi e
Beverly Silver, «non ci sono nuove potenze aggressive che possano provocare la
fine del sistema mondiale incentrato sugli Stati Uniti, ma gli Stati Uniti
hanno una capacità maggiore di quella goduta dai britannici di convertire la
loro declinante egemonia in una dominazione opprimente e sfruttatrice. Qualora
il sistema crollasse, ciò avverrà principalmente a causa della refrattarietà
degli Stati Uniti a conformarsi alla nuova realtà. Per contro, il suo
adattamento alla crescente ricchezza economica della regione estasiatica è una condizione essenziale per una transizione
non catastrofica a un nuovo ordine mondiale».[24]
Oggi gli Stati Uniti
hanno l’assoluta necessità di rianalizzare il proprio
ruolo in un mondo post-guerra fredda ed elaborare politiche in grado di evitare
un altro grande conflitto, come gli ultimi tre, in Asia orientale. Alcuni dei
più significativi cambiamenti futuri in Asia orientale sono già visibili: il
crescente tentativo della Cina di emulare le altre economie estasiatiche
a crescita intensiva; la riunificazione della Corea; l’imperativo per il
Giappone di superare la propria paralisi politica; la confusione dell’America
sull’atteggiamento da assumere nei confronti di una Cina nuovamente sicura di
sé e di un Giappone indipendente; la crescente importanza dell’Asia sudorientale quale nuovo centro di gravità economica. È
necessario che la politica americana venga tenuta alla larga dai pianificatori
militari o dai civili con propensioni spiccatamente militariste, compresi
quelli della Casa Bianca, che oggi dominano la politica di Washington relativa
a quella regione. Gli ambasciatori e i diplomatici americani in Asia dovrebbero
avere quanto meno una conoscenza rudimentale della storia, delle lingue e delle
aspirazioni dei paesi estasiatici. Nella soluzione delle crisi gli Stati Uniti
hanno un disperato bisogno di opzioni che vadano al di là del mero ricorso alle
forze armate, ai missili da crociera o al libero movimento dei capitali, così
come hanno bisogno di abbandonare la compiacenza e l’arroganza che oggi
dominano l’atteggiamento ufficiale degli americani nei confronti dell’Asia.
Il terrorismo, per
definizione, colpisce i deboli e gli innocenti per attirare l’attenzione sui
peccati degli invulnerabili. Gli innocenti del XXI
secolo sono destinati a subire disastrosi ritorni di fiamma dalle azioni
imperialistiche degli ultimi anni. Sebbene la maggior parte degli americani non
sia a conoscenza di quanto è stato fatto e ancora si sta facendo a loro nome,
tutti dovranno probabilmente pagare un prezzo esorbitante - a livello sia
individuale sia collettivo - per i reiterati tentativi del loro governo di
dominare la scena mondiale. Prima che i danni provocati da incauti atti
trionfalistici (e dall’altrettanto trionfalistica retorica che li accompagna)
diventino irreversibili è importante aprire un nuovo dibattito sul ruolo
globale degli Stati Uniti durante e dopo la guerra fredda. E non c’è area più
appropriata dell’Asia orientale per avviare una riconsiderazione delle
politiche imperiali americane.
2. Okinawa: l’ultima colonia dell’Asia
Il 4 settembre 1995, alle
otto di sera circa, due marines e un marinaio
americani aggredirono una ragazza di Okinawa di
appena dodici anni mentre tornava a casa dopo aver fatto delle compere. La
legarono, la imbavagliarono e con un’auto presa a nolo la portarono in un luogo
lontano e isolato dove la violentarono. Il marine Rodrico
Harp e il marinaio scelto Markus
Gill confessarono di aver picchiato la ragazza e che
il marine Kenndrick Ledet
le aveva legato mani e piedi e coperto bocca e occhi con del nastro isolante. Gill, il «carro armato», come ebbe modo di definirlo un
conoscente in tribunale, era alto 1,82 m. e pesava 122 kg. Confessò di aver
stuprato la ragazza, mentre gli altri due sostennero di averla soltanto rapita
e picchiata. Come si legge in un verbale del processo diffuso dalla Associated Press, «l’interprete del tribunale non resse al
racconto [di Gill] sulle battute oscene che, insieme
ai suoi compagni, aveva pronunciato sulla ragazza sanguinante e ormai priva di
sensi».[25]
La polizia presentò al processo come prova una busta di plastica trovata in un
bidone dell’immondizia, contenente biancheria intima da uomo macchiata di
sangue, un quaderno e del nastro isolante.
I tre uomini accusati di
stupro - Gill, 22 anni, di Woodville,
Texas: Harp, 21 anni, di Griffin,
Georgia e Ledet, 20 anni, di Waycross,
Georgia - erano persone del tutto normali, simili a tanti altri soldati in
servizio sull’isola di Okinawa. Harp
aveva una figlia di nove mesi ed era un laureato del programma ROTC (Corpo di addestramento degli ufficiali della riserva
dell’esercito) di Griffin. Ledet
era stato boy scout e chierichetto. Gill aveva avuto
ottimi voti in inglese e aveva vinto una borsa di studio come giocatore
universitario di football. Tutti e tre risiedevano a Camp Hansen.
Gill raccontò alla corte di aver violentato la
ragazza «solo per divertirsi» e di averla scelta a caso, mentre usciva da una
cartoleria.
Qualche settimana dopo,
dal quartier generale di Peari
Harbor, Hawaii, il comandante delle forze armate
americane nel Pacifico, l’ammiraglio Richard C. Macke, rese alla stampa la seguente dichiarazione. «Ritengo
che [lo stupro] sia stato un atto assolutamente insensato. Per lo stesso prezzo
dell’auto noleggiata avrebbero di certo potuto trovare una ragazza».[26]
Sebbene questa disinvolta affermazione costrinse in seguito Macke
alle dimissioni, non vi fu nessuna inchiesta ufficiale sulla sua direzione del
comando del Pacifico, così come nessuno si chiese perché, dieci anni dopo la
fine della guerra fredda, gli Stati Uniti mantenessero ancora centomila soldati
in Giappone e in Corea del Sud. Ci fu soltanto un’interminabile campagna stampa
su come lo stupro di gruppo ai danni di una ragazzina fosse un caso singolo e
isolato, benché «tragico», e non una conseguenza della politica americana di
insediamento militare, e su come i Asia orientale «avesse bisogno» della forza
di pace americana.
Sono ben pochi gli
americani che, non avendo mai prestato servizio nelle forze armate in basi
estere, hanno una qualche idea della natura o dell’impatto prodotto da una base
americana con le sue enormi strutture militari, uffici postali, alloggi per i
dipendenti, piscine e campi da golf, nonché i bar, i locali per spogliarelli i
bordelli e le cliniche specializzate in malattie veneree che essa fatalmente
attrae in una terra come Okinawa. Queste basi possono
estendersi per svariati chilometri, dominando intere località e in alcuni casi
intere nazioni. In Corea del Sud, ad esempio, sin dai tempi della guerra sono
sorti enormi accampamenti militari (kijich‘on) tutt’intorno alle basi americane. Ha scritto Katharine Moon: «Queste basi
fungono in un certo senso da vetrina della presenza militare americana in
Corea, caratterizzate da viuzze appena illuminate con insegne al neon
intermittenti tipo Lucky Club, Top Gun o King Club. Musica country o
da discoteca a volume altissimo rimbomba per le vie, dove uomini ubriachi
scatenano risse e in cui soldati americani in divisa e truccatissime
donne coreane passeggiano avvinghiati palpeggiandosi reciprocamente il sedere».[27]
Fino al ritiro delle forze armate americane dalle Filippine nel 1992, la città
di Olongapo, adiacente la base navale americana di Subic Bay, non aveva nessuna industria eccezion fatta per
quella dell’intrattenimento, con circa 55.000 prostitute e un totale di 2182
strutture registrate, che offrivano «riposo e divertimento» ai militari
americani.
Durante la guerra fredda,
gli Stati Uniti allestirono una catena di basi militari che partendo da Corea e
Giappone toccava Taiwan, Filippine, Thailandia,
Australia e arrivava fino in Arabia Saudita, Turchia, Grecia, Italia, Spagna,
Portogallo, Germania, Inghilterra e Islanda, in pratica circondando l’Unione
Sovietica e la Cina con migliaia di presidi militari. Solo in Giappone, subito
dopo la fine della guerra di Corea c'erano 600 installazioni militari americane
e circa 200.000 soldati. E ancora oggi, dieci anni dopo la fine della guerra
fredda, ci sono circa 800 basi del dipartimento della difesa dislocate al di
fuori degli Stati Uniti,da stazioni radio a grandi basi aeree. Agli occhi di
quanti ci vivono intorno (e da cui spesso dipendono), i militari di stanza in
queste basi potrebbero apparire più occupanti che «garanti di pace». Questo è
certamente il caso a Okinawa, una terra la cui gente
si è comunque sentita sotto occupazione nipponica sin dal XVII
secolo e quindi, a partire dal 1945, americana.
Con i suoi 726 chilometri
quadrati di superficie Okinawa è grande pressoché
quanto Los Angeles e più piccola dell’isola di Kauai, nell’arcipelago hawaiano.
Attualmente conta 39 installazioni militari, dalla base aeronautica di Kadena, la più estesa dell’Asia orientale, all’impianto per
le comunicazioni di Sobe, un centro di comunicazione
con i sottomarini, intercettazioni telefoniche e operazioni di spionaggio noto
in loco come «la gabbia dell’elefante» per via delle sue antenne dalle forme
bizzarre. Negli anni Sessanta, quando Okinawa era
sotto la diretta amministrazione del Pentagono, c'erano 117 basi militari, 42
all’epoca dello stupro. Sebbene poche di esse siano contigue, occupano
complessivamente all’incirca il 20 per cento della fertile fascia agricola
dell’area centrale e meridionale dell’isola di Okinawa.
Gli Stati Uniti controllano inoltre 29 aree dei mari circostanti e 15 spazi
aerei sulle isole Ryukyu. Okinawa,
prefettura del Giappone, occupa solo lo 0,6 per cento della superficie totale
del paese, ma circa il 75 per cento degli impianti usati esclusivamente dalle
forze armate americane stazionate in Giappone sono concentrati lì. Con una
densità demografica pari a 2198 unità per chilometro quadrato, è una delle aree
maggiormente popolate del mondo. Questi spazi di terra, mare e aria occupati
dagli americani esulano dalla giurisdizione sia di Okinawa
sia del Giappone.
Gli americani potrebbero
far fatica a capire perché un singolo caso di violenza sessuale possa costituire
un tale oltraggio per la popolazione locale o mettere in pericolo l’ormai cinquantennale rapporto di pace che lega i due paesi. In
parte, il motivo di ciò è che è difficile capire le particolari condizioni di
asservimento in cui questa gente vive. Chi volesse farsene un’idea dovrebbe
forse trasporre la condizione di ………………………….
segue > > > da pag. 64
[1] Peasant Nationalism
and Communist Power: The Emergence of Revolutionary
[2] Si
veda Chalmers Johnson, Civilian Loyalties and Guerrilla Conflict, in “World Politics”, 14,
4 (luglio 1962), pp. 646-661.
[3] Lin Piao's Army and Its Role
in Chinese Society, parti
I e II, in “Current Scene” (American Consulate General,
[4] Some
Aid Canceled for Gondola Deaths, in -Los Angeles Times-, 15 maggio 1999.
[5] Department of Defense, U.S.
Military Installations (aggiornato αl 17 luglio 1998), DefenseLINK, on-line su www.defenselink.mil/-pubs/instαllations/foreignsummary.htm; e John
Lindsay-Poland e Nick Morgan, Overseas
Military Bases and Environment, in ,Foreign Policy in Focus», 3.15 (giugno 1998), on-line su www.foreignpolicy-infocus.org/briefs/νοll 13/v3n15mil.html. Secondo un rapporto, αl momento del crollo
dell'Unione Sovietica, nel 1991, gli Stati Uniti avevano 375 basi militari
disseminate in tutto il globo per un totale di oltre mezzo milioni di uomini. Joel Brinkley, U.S. Looking for α New
Path as Superpower Conflict Ends, in “New York Times”, 2 febbraio
1992.
[6] Charles
Krauthammer, What Caused Our Economic
Boom?, in “San Diego Union-Tribune», 5 gennaio
1998.
[7] Per delle prove documentarie, inclusi i taccuini
di Oliver North, si veda The Contras,
Cocaine, and Covert Operations, in National Security Archive Electronic
Briefing Book, η. 2, on-line su www.seas.gru.edu/nsarchive. Si veda anche
James Risen, C.I.Α. Said to Ignore Charges of Contra Drug Dealing in
'80's,
in “New York Tines”, 20 ottobre 1998.
[8] Cit. in Ιναη Eland, Protecting the Homeland: The Best Defense Is
to Give No Offense, in “Policy Analysis” (Cato
Institute), η. 306 (5 maggio
1988), ρ. 3.
[9] Tim
[10] Tim Weiner e James
Risen, Decision to Strike Factory in
Sudan Based on Surmise, in “New York Times”, 21 settembre
1998; Seymour Μ. Hersh, The Missiles
of August, in “New Yorker”, 12 ottobre 1998.
[11] Mireya
Navarro, Guatemala Study Accuses the Army
and Cites U.S. Role, in «New York Times» , 26 febbraio
1999; Larry Rother, Searing Indictment,
in “New York Times”, 27 febbraio 1999; Michael
Shifter, Can Genocide End in Forgiveness?,
in “Los Angeles Times”, 7 marzo 1999; Coming Clean on Guatemala, editoriale, “Los Angeles Times”, 10 marzo
1999; Michael Stetz, Clinton's Words on Guatemala Called "Too Little, Too Late",
in “San Diego Union Tribune”, 16 marzo 1999.
[12] José Pertierra, For
[13] John Μ. Broder, Clinton Offers His Apologies to Guatemala,
in “New York Times”, 11 marzo 1999. Si veda anche
Broder, Clinton Visit in Honduras Dramatizes New
Attitude, in ,New York Times”, 10 marzo 1999; e
Francisco Goldman, Murder Comes for the
Bishop in “New Yorker” 15 marzo 1999.
[14] Peter W. Galbraith,
How the Turks Helped Their Enemies,
in “New York Times”, 20 febbraio 1999.
[15] John Tirmαn, Spoils of War: The Human Cost of America's
Arms Trade,
[16] John Diamond, CIA Thwarts Terrorists with “Disruption”;
It's Prevention by Proxy, in "San Diego Union-Tribune”, 5 marzo 1999; e Tim Weiner, U.S. Helped Turkey Find and Capture Kurd Rebel, in “New York
Times”, 20 febbraio 1999.
[17] Jon Lee Anderson, The Dictator, in “New Yorker”, 19 ottobre 1998; Peter Kronbluth, Chile and the United States: Declassified
Documents Relating to the Military Coup, in National Security Archive
Electronic Briefing Book, n. 8, on-line su www.seas.gwu.edu/nsarchive;
e Philip Shenon, U.S.
Releases Files on Abuses in Pinochet Era, in “New York Times”, 1 luglio 1999.
[18] Michael Ratner, The Pinochet
Precedent, in “Progressive Response”, 3.3 (28 gennaio
1999).
[19] Milovan
Djilas, Conversations
with Stalin, Londra 1962, ρ. 105 (trad. it., Conversazioni con Stalin, Milano
1962).
[20] Tim Golden, C.I.A. Says It Knew of Honduran Abuses, in
“New York Times”, 24 ottobre 1998. Si veda anche
James Risen, C.I.Α. Said to Ignore Charges of Contra Drug Dealing in
'80's,
in “New York Times”, 10 ottobre, 1998; National
Security Archive, Secret CIA Report
Admits "Honduran Military Committes Hundreds ο f Human Rights Abuses" and "Inaccurate"
Reporting to Congress, on-line su www.seas.gwu.edu/nsarchive;
e Fairness & Accuracy in Reporting, Snow
Job: The Establishment's Papers Do Damage Control for the CIA, in “Extra!”,
gennaio-febbraio 1997, on-line su
www.fair.org/extra/9701/contra-crack.html.
[21] Barbara Conry, The Futility
of U.S. Intervention in Regional Conflicts, in “Policy Analysis” (Cato
Institute), n. 209 (19 maggio 1994), p. 7. Si veda anche
Barbara Conry,
[22] Ronald Steel,
[23] Paul Kennedy, The Rise and Fall of the Great Powers:
Economic Change and Military Conflict from 1500 to 2000, Londra 1988, pp. 514-515 (trad.
it., Ascesa e declino delle grandi potenze,
Milano 1983).
[24] Giovanni Arrighi e Beverly Silver, Chaos and Governance in the Modern World System,
[25] “Los Angeles
Times”, 28 dicembre 1995.
[26] Robert Burns,
Associated Press, “San Diego Union-Tribune”, 18 novembre
1995.
[27] Katharine Η.S. Moon, Sex Among Allies: Military Prostitution in
U.S.-Korea Relations,