
Sandro Veronesi
[...]
Credete davvero a questa storia?
Allora non leggete questo libro, vi indignerebbe e basta.
Thierry
Meyssan
[...]
Alcune migliaia di persone, l’11 settembre, hanno perso la vita e in
Afghanistan è stata combattuta una guerra per vendicarle. Eppure, questi eventi
restano misteriosi. I resoconti sono pieni di stranezze, incertezze e
contraddizioni.
[...]
Questa versione ufficiale non regge all’analisi critica. Dimostreremo che si
tratta di una montatura. In alcuni casi, gli elementi da noi raccolti
permettono di ristabilire la verità; in altri, le nostre domande sono rimaste,
per ora, senza risposta, ma questa non è una buona ragione per continuare a credere
alle menzogne delle autorità.
[...]
Siete invitati a non considerare il nostro lavoro come una verità assoluta; al
contrario, il nostro è un incoraggiamento allo scetticismo. Affidatevi al
vostro spirito critico.
Thierry
Meyssan dopo studi di scienze politiche ha fondato un’associazione internazionale
di delle libertà individuali, poi si è orientato verso il giornalismo
d’inchiesta. il suo percorso l'ha portato a diventare sia un esperto di Diritti
dell’Uomo nell’ambito della Conferenza sulla Sicurezza e Cooperazione in Europa
(C.S.C.E.), sia caporedattore del mensile Maintenant.
Dirige
il Réseau Voltaire e scrive una rubrica di cultura politica
Osservatore
attento dell’attualità internazionale, Thierry Meyssan è stato attratto dalle
anomalie delle prime fotografie dell’allentato contro il Pentagono, poi dalla
confusione e dalle contraddizioni della versione ufficiale, anche per quanto
riguarda il World Trade Center.
Ha
allora condotto un’inchiesta che l’ha trascinato di sorpresa in sorpresa, una
più stupefacente e terrificante dell'altra.
Questo
libro si fonda esclusivamente su documenti della Casa Bianca e del Dipartimento
della Difesa, così come sulle dichiarazioni dei dirigenti civili e militari
alla stampa internazionale.
Tutte
le informazioni che riporta sono
referenziate e dunque verificabili dal lettore.
Il terrorismo non è uno Stato, né
un’organizzazione,
né una dottrina, è piuttosto un modo
d’agire
indice
prima parte Uno spettacolo
cruento
1.
L'aereo fantasma del Pentagono 13
2.
Complici α terra 23
3.
Talpe alla Casa Bianca 31
4.
L'FBI si agita 37
Seconda parte Morte della
democrazia in America
5.
Difesa ο attacco? 47
6.
Dall'orazione funebre alla guerra santa 53
Terza parte L'impero
attacca
8.
Tutta colpa di Bin Laden
69
9.
Gli affari vanno avanti 81
11.
La congiura 97
Epilogo 107
quarta parte Annessi e
Documenti
-
I budget militari dei principali paesi 110
-
Note di documentazione del dipartimento di stato su Osama Bin Laden 112
-
La guerra santa dell'America di William S. Cohen 115
-
Audizione al Senato del generale Myers 117
-
Intervista al vicepresidente Cheney 120
-Anche
gli stati che sostengono il terrorismo dovrebbero essere liquidati
di Richard Perle 122
-
Un nuovo genere di guerra di Donald Rumsfeld 124
-
Discorso alla nazione di Laura Bush 130
-
La Corte Marziale integra ed equa di Alberto Gonzales 132
-
La lista dei diciannove kamikaze pubblicata dall'FBI 134
-Trascrizione
di una videocassetta di Osama Bin Laden pubblicata
dal dipartimento della Difesa 137
-
L'incredibile operazione Northwoods 146
Νote 162
Quinta parte Rassegna
stampa internazionale, il caso Meyssan
Rassegna
stampa internazionale 173
Quando
facevo il pompiere i turni erano di ventiquattr’ore. Alle otto del mattino noi
ausiliari in servizio di leva si smontava, ma prima di andarcene dovevamo
pulire le camerate. Era un lavoro piuttosto noioso, e lo facevamo controvoglia,
tirando via, tanto più che alle nove veniva comunque una donna che puliva più a
fondo. Ma un giorno il caposquadra ci disse che tiravamo troppo via, che
lasciavamo troppo sporco, che era una questione di senso del dovere, oltre che
d’igiene, che noi lì non eravamo a far marce e esercitazioni contro un nemico
finto ma stavamo veramente al servizio degli altri, eccetera eccetera, e ci
ordinò di darci più da fare. Così ci impegnammo di più, ci organizzammo, e in
effetti, impiegando lo stesso tempo, riuscivamo a pulire molto meglio. Malgrado
ciò, dopo alcuni giorni il caposquadra ci rimproverò di nuovo, perché la donna
delle pulizie che veniva dopo di noi continuava a trovare molto sporco nelle
camerate, e minacciò di punirci. Era un brav’uomo, non aveva mai dato
punizioni. A noi parve strano, poiché davvero ci impegnavamo, e glielo dicemmo,
gli dicemmo che venisse a controllare mentre pulivamo, gli dicemmo che la donna
delle pulizie era una professionista, che forse aveva degli strumenti
sofisticati, non solo scopa e spazzolone, e che dunque riusciva a trovare lo
sporco anche dove noi non lo trovavamo, ma lui aveva deciso di fare il severo e
ci ripeté l’ordine di pulire meglio o ci avrebbe punito. La faccenda ci frustrò
e diventò un vero problema, perché era chiaro che per noi, dopo ventiquattr’ore
di servizio a volte anche molto faticoso, era impossibile pulire meglio di
così. Non c’era via d’uscita. Fu a quel punto che un giovane commilitone, un
guascone tutto foruncoli che giocava bene a pallavolo, disse una cosa alquanto
paranoica. “Per me se lo porta da casa”, disse. “Chi? Cosa?”. “La donna delle pulizie.
Secondo me si porta lo sporco da casa”.
Be’,
era proprio così. La donna delle pulizie aveva paura di perdere quel lavoro, e
si portava veramente lo sporco da casa. La sorprendemmo una mattina in cui
invece di smontare ci eravamo nascosti nelle camerate; la vedemmo rovesciare
per terra porcherie varie da un sacchetto del supermercato e poi mettersi a
spazzarle con la scopa. Non la denunciammo, ovviamente, ma ci accordammo perché
smettesse di farlo, rassicurandola che nessuno l’avrebbe mai licenziata solo
perché quel posto non le veniva consegnato abbastanza sporco. Quella donna era
convinta che portarsi lo sporco da casa fosse necessario alla sua
sopravvivenza. Quella donna era paranoica. E noi non saremmo mai venuti a capo
di quella faccenda senza l’intuizione paranoica del commilitone coi foruncoli.
La
lezione che ho tratto io da tutto ciò è che quando si ha a che fare con un
paranoico, la paranoia diventa uno strumento di conoscenza. Quando la ragione,
questo esile lumino, non riesce a diradare il buio in cui ci si ritrova, quando
si intuisce che c’è qualcosa che non va ma il normale modo di ragionare non dà
alcun frutto, e anzi accresce la sensazione di malessere e di frustrazione che
ci attanaglia, la paranoia può essere utile per vedere dove la ragione non
riesce a vedere. Purché sia paranoia vera, e in quantità sufficiente. Come dice
Tom Sizemore nel film di Kathryn Bigelow Strange
Days, “il punto non è se sei paranoico. Il punto è se sei abbastanza
paranoico” e, curiosamente, questo stesso concetto compare pressoché identico
in un’altra grande opera americana contemporanea, letteraria questa volta,
quell’Infinite Jest con cui David
Foster Wallace ha conquistato l’ammirazione di uno sterminato numero di
lettori, quando descrive il manifesto del Re Paranoico appeso nella stanza di
Pemulis all’Accademia di Tennis, e sotto l’immagine di un re “divorato dalle
preoccupazioni” riporta la didascalia: “Sì, sono paranoico — Ma sono abbastanza paranoico?”.
Questo
libro di Thierry Meyssan, che arriva in Italia dopo la folgorante uscita
francese di due mesi fa, è abbastanza paranoico. È abbastanza paranoico per
mettere a fuoco la divorante, terribile, imperdonabile paranoia americana, che
da un certo giorno dello scorso anno ha per simbolo l’attacco terroristico alle
Torri Gemelle e al Pentagono. C’era da prima, quella paranoia, c’è sempre
stata, ha sempre pulsato con la propria velenosa fosforescenza nelle vene della
più evoluta e allo stesso tempo della più selvaggia democrazia occidentale. Ma
dopo l’11 settembre 2001 essa si è insediata in quell’evento catastrofico,
traendone nutrimento e perfino soddisfazione grazie ai milioni di testimoni
involontari che hanno visto e, nel più passivo dei modi, partecipato a quella
tragedia. È come se ogni americano, da quel giorno, avesse ricevuto in
mondovisione l’autorizzazione a essere paranoico. E il suggello della sua
paranoia, d’ora in avanti legittima e giustificata, è stato fornito dalla
versione ufficiale su ciò che, secondo le autorità americane, è accaduto quel
giorno: una versione talmente assurda e paranoica che solo uno sguardo
abbastanza paranoico poteva smascherarla come tale.
Il
grande merito di questo libro, dunque, non è tanto quello di presentare una
versione radicalmente diversa dei fatti dell’11 settembre, annodando insieme
migliaia di fili pendenti con un’inchiesta irrituale, one-sided (traduzione: unilaterale), paranoica, per
l’appunto, da molti pregiudizialmente bocciata nel metodo e nei risultati ma
anche innegabilmente intelligente e persuasiva; il grande merito di questo
libro, ciò che ha reso praticamente obbligatorio pubblicarlo anche in Italia, è
l’aver denunciato quello che era letteralmente sotto gli occhi di tutti e che
nessuno era riuscito a vedere, cioè l’impossibilità
pura e semplice che l’11 settembre sia successo ciò che dicono le autorità
americane. Cosa sia successo veramente non ci è dato saperlo; e nemmeno
le accanite ipotesi presentate da Meyssan, grondanti di indizi ma senza vere
prove, nemmeno quelle ci offrono la verità. Esse però ci regalano abbastanza
paranoia per dubitare di ciò che crediamo d’avere visto, laddove i nostri
fratelli americani colpiti dalla tragedia si sono dovuti accontentare di un
rozzo B-movie hollywoodiano, con un cattivo dalla lunga barba che, rintanato in
una grotta dell’Afghanistan, tra una dialisi e l’altra, si fa beffe del più
evoluto sistema di difesa militare del mondo e, servendosi di kamikaze fanatici
che pendono dalle sue labbra, semina morte e terrore in tutto l’Occidente
radendone al suolo i simboli e poi svanendo nel nulla durante l’autentico
inferno scatenato per catturarlo, mentre il
suo complice più pericoloso si mette in salvo fuggendo in motorino per gli
altipiani.
Credete davvero a questa
storia? Allora non leggete questo libro, vi indignerebbe e basta. Non ci avete mai creduto veramente, ma
non eravate abbastanza paranoici da metterla in discussione? Allora leggetelo,
perché vi darà le buone ragioni per non crederci, e dinanzi all’impatto
prodotto su di voi dai fatti dell’11 settembre vi sentirete meno soli, meno
frustrati, meno presi in giro. La verità non la saprete nemmeno dopo averlo
letto, ma del mondo selvaggio in cui percepite di vivere ritornerà a far parte
anche la gente di cui non volevate nemmeno sentir parlare, e che però,
purtroppo, c’è — e voi lo sapevate; la gente che, per paura di perdere il
posto, lo sporco da spazzare se lo porta da casa.
Sandro
Veronesi
(Nota mia: grassetto e sottolineature sono
mie)
Avvertenza
I documenti ufficiali citati in questo libro sono disponibili
presso gli indirizzi internet indicati in nota. Nel caso siano ritirati dai
siti americani, si possono consultare, raggruppati e archiviati, sul sito www.effroyable-imposture.net.
Gli
avvenimenti dell’11 settembre 2001 sono stati seguiti in diretta da centinaia
di milioni di persone inchiodate davanti al televisore. Lo stupore di fronte
alle dimensioni dell’attacco e lo shock della violenza gratuita hanno lasciato
telespettatori e giornalisti attoniti. La totale mancanza di informazione
sull’atteggiamento assunto dalle autorità americane, come pure la violenza
spettacolare delle immagini, hanno indotto le reti televisive a riproporre
senza sosta lo schianto degli aerei suicidi sulle torri del World Trade Center
e il loro crollo. Le esigenze della diretta, costrette dall’effetto sorpresa,
hanno limitato l’informazione alla sola descrizione dei fatti nella loro
immediatezza e ostacolato ogni comprensione globale.
Nei
tre giorni immediatamente successivi agli attentati, innumerevoli informazioni
supplementari su aspetti sconosciuti di questi avvenimenti sono state
consegnate ai media dai canali ufficiali. Ma sono rimaste sepolte nel flusso
ininterrotto dei comunicati sulle vittime e i soccorsi. Altre notizie sono
apparse sporadicamente nel corso dei mesi, come semplici aneddoti, senza essere
valutate nel loro contesto.
Alcune
migliaia di persone, l’11 settembre, hanno perso la vita e in Afghanistan è
stata combattuta una guerra per vendicarle. Eppure, questi eventi restano
misteriosi. I resoconti sono pieni di stranezze, incertezze e contraddizioni.
Malgrado il disagio che suscitano, l’opinione pubblica si accontenta di una
versione ufficiale, dando per scontato che le esigenze di sicurezza nazionale
non permettono alle autorità statunitensi di dire tutto.
Questa
versione ufficiale non regge all’analisi critica. Dimostreremo che si tratta di
una montatura. In alcuni casi, gli elementi da noi raccolti permettono di
ristabilire la verità; in altri, le nostre domande sono rimaste, per ora, senza
risposta, ma questa non è una buona ragione per continuare a credere alle
menzogne delle autorità. Ad ogni modo il dossier che abbiamo realizzato
permette da subito di rimettere in discussione la legittimità della risposta
americana in Afghanistan e della “guerra contro l’Asse del Male”. Siete
invitati a non considerare il nostro lavoro come una verità assoluta; al
contrario, il nostro è un incoraggiamento allo scetticismo. Affidatevi al
vostro spirito critico. Per permettervi di verificare le nostre ipotesi e di
elaborare una opinione personale, abbiamo arricchito il testo di numerose note
dove segnaliamo le fonti principali.
In
un periodo in cui gli Stati Uniti dividono il Bene dal Male, noi vogliamo
ricordare che la libertà non significa credere a una visione semplicistica del
mondo, bensì capire, estendere le possibilità e moltiplicare le sfumature.
segue ->
-> -> …
Ed
ora piccoli stralci di diversa natura:
1.
L’AEREO FANTASMA DEL PENTAGONO
pag. 15/19
A
prima vista i fatti sono indiscutibili. E tuttavia, appena si entra nei
dettagli, le spiegazioni ufficiali diventano timide e contraddittorie.
…
… …
Così,
avendo seminato i suoi inseguitori e superato senza incidenti la più
sofisticata difesa antiaerea del mondo, il Boeing terminò il suo volo sul
Pentagono.
Un
Boeing 757-200 è un aereo in grado di trasportare duecentotrentanove
passeggeri. È lungo 47,32 metri e largo 38,05. Carico, questo gigante pesa 115
tonnellate e raggiunge una velocità media di 900 km orari.
Quanto
al Pentagono, si tratta del più grande edificio amministrativo del mondo dove
ogni giorno lavorano ventitremila persone. Prende il nome dalla pianta
originale: cinque anelli concentrici di cinque lati ognuno. Costruito non
lontano dalla Casa Bianca, ma sull’altra riva del Potomac, non si trova
esattamente a Washington, ma ad Arlington, nel confinante stato della Virginia.
Per
provocare i danni più significativi il Boeing avrebbe dovuto precipitare sul
tetto del Pentagono. Sarebbe stata la soluzione più semplice: la superficie
dell’edificio è di circa 117.000 metri quadrati. Al contrario, i terroristi
hanno scelto di colpire una facciata, nonostante sia alta solo 24 metri.
L’aereo
si è improvvisamente avvicinato al suolo come per atterrare; pur rimanendo
orizzontale è sceso quasi in verticale senza danneggiare, né urtandoli né con
lo spostamento d’aria, i pali delle luci dell’autostrada che costeggia il
parcheggio del Pentagono.
Scendendo
di quota il carrello esce automaticamente. Benché sia alto 13 metri, ossia
l’equivalente di tre piani, il Boeing ha colpito la facciata dell’edificio
soltanto all’altezza del pianterreno e del primo piano. Il carrello quindi deve
essersi staccato prima che l’aereo atterrasse sulla base del Pentagono. Tutto
questo (vedi la foto di copertina), senza danneggiare il magnifico prato in
primo piano, né il muro, né il parcheggio o l’eliporto. Infatti, in quel punto,
si trova una pista d’atterraggio per gli elicotteri.
Malgrado
il suo peso (un centinaio di tonnellate) e la sua velocità (tra i 400 e i 700
chilometri orari), l’aereo ha distrutto solo il primo anello della costruzione.
È quello che si può osservare distintamente in questa fotografia.
Lo
schianto è stato avvertito in tutto il Pentagono. Il carburante dell’aereo,
contenuto nelle ali dell’apparecchio, ha preso fuoco e l’incendio si è diffuso
nell’edificio. Centoventicinque persone, alle quali bisogna aggiungere i sessantaquattro
passeggeri del Boeing, vi hanno trovato la morte.
Il
caso (?) ha voluto che fosse colpita una zona del Pentagono in ristrutturazione,
dove stava per essere terminato l’allestimento del nuovo centro di comando
della Marina. Alcuni uffici erano vuoti, altri erano occupati solo da civili
incaricati dei lavori, il che spiega perché le vittime fossero in maggioranza
personale civile e come mai si sia trovato un solo generale tra le vittime
militari.
Una
mezz’ora dopo i piani superiori sono crollati.
pag. 64/66
“Dall’11 settembre, il governo ha fatto
votare leggi, adottare politiche e procedure che non sono in accordo con le
nostre leggi e i nostri valori fondamentali, questo sarebbe stato impensabile
prima”, scrive la prestigiosa rivista New
York Review of Books. Con
l’esaltazione della mistica patriottica, il paese della libertà di espressione
e della trasparenza politica si è adagiato su un concetto esteso della ragione
di stato e del segreto militare applicabile a tutti i settori della società.
La
versione ufficiale degli avvenimenti dell’11 settembre non permette di giustificare
un simile cambiamento. Se i nemici sono miserabili nascosti nelle grotte
afgane, per quale motivo si dovrebbero temere le conversazioni tra colleghi in
seno al Pentagono? È pensabile che un pugno di terroristi possa raccogliere e
trattare informazioni sparse su acquisti di armi e dedurne i piani
dell’esercito degli Stati Uniti? Perché sospendere il normale funzionamento
delle istituzioni e privare i parlamentari, persino a porte chiuse, delle
informazioni indispensabili alla vita democratica?
E
se la versione ufficiale, secondo la quale gli attentati sono stati commessi da
terroristi stranieri è vera, perché impedire ogni inchiesta del Congresso e
ogni indagine della stampa?
Non
stiamo piuttosto assistendo a un cambiamento di regime programmato ben prima
dell’11 settembre? Da mezzo secolo, e a diverse riprese, la CIA ha provato a
far passare una legge che proibisse alla stampa di menzionare gli affari di
stato e criminalizzasse i funzionari e i giornalisti che li svelassero. In
questo modo, nel novembre 2000, il senatore ultrareazionano Richard Shelby, che
presiedeva allora la Commissione senatoriale d’informazione fece votare una
“Legge sul segreto” (Official Secretary Act) alla quale il presidente Clinton
oppose il proprio veto. Richard Shelby ripropose la legge nell’agosto 2001,
sperando in una migliore accoglienza dal presidente Bush. La proposta di legge,
in discussione quando avvennero gli attentati, è stata parzialmente incorporata
alla “Legge sui servizi segreti” (Intelligence Act) del 13 dicembre 2001.
Immediatamente, il procuratore generale John Ashcroft ha creato un’unità
speciale incaricata di valutare i mezzi per rimediare alle fughe di notizie
classificate. Dovrà consegnare un rapporto entro sei mesi. Da subito numerosi
siti web ufficiali sono stati ripuliti: informazioni pubbliche sono state
ritirate con la scusa che da esse i terroristi potrebbero dedurre informazioni
segrete.
La
Giustizia, le commissioni d’inchiesta del Congresso e la stampa, cioè tutti i
contropoteri, sono stati neutralizzati, l’esecutivo si è dato nuove strutture
che gli permettono di estendere alla politica interna i metodi già usati dalla
CIA e dalle forze armate all’estero.
[...]
Ad ogni modo, si assiste a un controllo pieno della vita civile da parte dei militari
e dei servizi segreti.
“Gli storici ricorderanno che tra il novembre
2001 e il febbraio 2002 la democrazia — così come era stata immaginata dai
redattori della Dichiarazione di indipendenza e della Costituzione degli Stati
Uniti — è morta. Mentre la democrazia spirava, nasceva lo stato fascista e
teocratico americano”, commentano due grandi giornalisti, John Stanton e
Wayne Madsen.
segue ->
-> -> …
pag. 74/76
[...]
Non solo l’agente Bin Laden dà credito alla favola del crollo delle torri
provocato dalla combustione, a quella delle squadre di kamikaze e persino a
quella dello schianto sul Pentagono, ma si prende addirittura cura di smentire
l’evidenza, il video, infatti, termina con il commento del suo ospite: “Loro [gli americani] erano terrorizzati e pensavano si trattasse di un colpo di stato”.
Se è il nemico pubblico numero uno degli Stati Uniti a dirlo...
***
Non
ci sarebbe dunque alcun dubbio sulla colpevolezza del recidivo Osama Bin Laden
negli attentati dell’11 settembre, visto che avrebbe confessato persino azioni
inesistenti. Ma Bin Laden ha davvero rotto con la CIA diventando un nemico
dell’America?
Dal
1987 al 1998, il controllo della formazione dei combattenti di Al Qaeda è stato
affidato ad Ali Mohammed, ufficiale egiziano integrato nell’esercito degli
Stati Uniti. Mohammed insegnava contemporaneamente alla John Kennedy Special
Warfare Center and School, dove addestrava i membri della più segreta rete di
influenza, lo stay-behind, e gli ufficiali delle forze speciali statunitensi”.
Conoscendo le regole di sicurezza dei servizi segreti americani, che prevedono
una costante e reciproca sorveglianza degli agenti, si può forse credere un
solo istante che Ali Mohammed potesse lavorare alternativamente in una base
militare in America e in quella di Al Qaeda in Sudan e in Afghanistan senza
essere immediatamente smascherato? L’arresto di Ali Mohammed, ampiamente messo
in risalto dai media, nel 1998, non è sufficiente a nascondere che lo
stay-behind formava i combattenti di Al Qaeda e dunque che Osama Bin Laden ha
continuato a lavorare con la CIA almeno fino al 1998!
Del
resto, come non vedere che la leggenda di Osama Bin Laden è una copertura
costruita alla perfezione dalla CIA? È così che hanno cercato di farci credere
che Bin Laden avrebbe cacciato via dalla Somalia, con solo una ventina di
combattenti, il più grande esercito del mondo!
Allo
stesso modo ci hanno presentato gli attentati di Nairobi e Daar-esSalam come
attentati antiamericani, ma nessuno degli undici morti di Daares-Salam era
statunitense, e a Nairobi solo dodici dei duecentotredici morti erano
americani. Chi ha preparato questi attentati fittiziamente antiamericani si era
preso cura di farne pagare le conseguenze ad altri”.
In
realtà la CIA ha continuato a ricorrere ai servizi di Osama Bin Laden contro
l’influenza russa come aveva già fatto contro i sovietici. Non si cambia una
squadra che vince. La “legione araba” di Al Qaeda è stata usata, nel 1999, per
sostenere i ribelli kosovari contro la dittatura di Belgrado”. Era operativa in
Cecenia, almeno fino al novembre 2001, come segnala il New York Times”. La
presunta ostilità di Bin Laden contro gli Stati Uniti permette a Washington di
negare la propria responsabilità in questi colpi bassi.
I
legami tra la CIA e Bin Laden non sono stati interrotti nel 1998. Gravemente
ammalato, dal 4 al 14 luglio 2001 è stato curato presso l’ospedale americano di
Dubai (Emirati Arabi Uniti). “Durante la
degenza ha ricevuto la visita di alcuni membri della sua famiglia, personalità
saudite e degli Emirati. Nello stesso periodo, il rappresentante locale della
CIA, molto conosciuto a Dubai, è stato visto prendere l’ascensore principale
per raggiungere la stanza di Osama Bin Laden”, scrive Le Figaro.
“La notte precedente gli attacchi terroristici
dell’i i settembre, Osama Bin Laden si trovava in Pakistan ... .1 fu fatto
entrare con discrezione in un ospedale militare a Rawalpindi per una dialisi”,
come riporta il corrispondente della CBS”’.
L’uomo
che ha lanciato la Jihad contro gli USA e Israele, l’uomo sulla cui testa l’FBI
ha messo una taglia di dieci milioni di dollari, l’uomo i cui campi di
addestramento sono stati bombardati da missili cruise, si fa curare in un
ospedale americano a Dubai dove chiacchiera con il capo locale della CIA e poi
subisce una dialisi sotto la protezione dell’esercito pachistano a Rawalpindi.
L’inganno
coinvolge persone vicine a Bin Laden e combattenti di Al Qaeda. Per esempio,
secondo la versione ufficiale americana, il laboratorio di al-Shifa sarebbe
stato utilizzato da Bin Laden per fabbricare armi chimiche di distruzione di
massa. Ed è il motivo per cui è stato bombardato dalla US Air Force neI 1998.
Eppure gli osservatori internazionali, venuti per costatare i danni hanno
contestato che la fabbrica abbia mai prodotto altro che aspirina. Questa
fabbrica apparteneva a Osama Bin Laden e Salah ldris. La CIA accusa
quest’ultimo di complicità nella produzione di armi chimiche e di finanziamenti
alla Jihad islamica in Egitto e fa congelare i suoi beni finanziari, ma revoca
con discrezione questa misura nel maggio 1999. Oggi•il”terrorista” Salah ldris
possiede il 75 % della IES Digital Sistems e il 20% della la IES Digital
Sistems sia attualmente incaricata della videosorveglianza dei siti governativi
e militari britannici, come ha rivelato ai Comuni la baronessa Cox”’, mentre la
Protec si occupa della sicurezza di undici centrali nucleari britanniche.
Quanto
a Mohammed Atta, accusato dall’FBI di essere l’agente di Al Qaeda che dirigeva
le squadre kamikaze dell’11 settembre e i cui conti bancari sarebbero stati
utilizzati per finanziare l’operazione, era un agente dei servizi segreti
pachistani (ISI — Inter-Service Intelligence), da sempre considerati una
succursale della CIA”. Il Times of India
dichiara che, nel luglio 2001, il generale Ahmed Mahmud, direttore dell’ISI, ha
versato centomila dollari sul conto bancario di Mohammed Atta. Questa
rivelazione non ha suscitato nessuna reazione negli USA. Tutt’al più è stato
chiesto al generale Mahmud di andare in pensione, dopo aver nominato
personalmente il proprio successore.
Le
misure prese dagli USA contro Bin Laden non sono molto più convincenti. I
settantacinque missili cruise” lanciati contro i campi di addestramento di Al
Qaeda e contro la fabbrica di al-Shifa hanno ucciso ventuno combattenti
islamici, il che non sembra proporzionato né ai mezzi impiegati né ai
duecentonovantotto morti di Nairobi e Daar-es-Salam.
“Dall’epoca della Guerra fredda, Washington
ha lucidamente sostenuto Osama Bin Laden pur includendolo nella lista delle
persone più ricercate dall’EBI. Mentre i mujaeddin sono impegnati, per conto
degli Stati Uniti, nelle insurrezioni armate dei Balcani e dell’ex URSS, l’FBI
ha il mandato di portarlo negli Stati Uniti e di fare guerra al terrorismo. È
evidente che si tratta non solo di azioni contraddittorie, ma anche di una
politica menzoniera nei confronti dei cittadini, perché la CIA fin dalla guerra
URSS-Afghanistan appoggia il terrorismo internazionale tramite operazioni
segrete”, scrive il professor Michel Chossudovsky dell’università di
Ottawa.
***
Da
una parte Osama Bin Laden non è un nemico, ma un agente degli Stati Uniti;
dall’altra non ha mai rotto i rapporti con la famiglia, partner commerciale
essenziale della famiglia Bush”.
Abbiamo
già fatto notare che i beni finanziari del Saudi Binladen Group (SBG) sono
gestiti dal Carlyle Group.
Creato
nel 1987, il Carlyle Group gestisce oggi un portafoglio di dodici miliardi di
dollari e detiene quote maggioritarie della Seven Up (che esegue
l’imbottigliamento per la Cadbury Schweppes), della Federal Data Corporation
(che ha, tra l’altro, fornito alla Federal Aviation Administration un sistema
di sorveglianza del traffico aereo civile) e della United Defence lndustries
Inc (il principale fornitore di equipaggiamenti dell’esercito americano, turco
e saudita). Tramite le società che controlla, il Carlyle Group si colloca
all’undicesimo posto delle società americane che producono armi.
Nel
1990, il Carlyle Group è stato coinvolto in una faccenda di estorsione di fondi.
Un lobbista del partito repubblicano, Wayne Barman, aveva utilizzato dei fondi
per le pensioni americane per finanziare le campagne elettorali dei Bush; uno
di questi fondi aveva accettato di versare un milione di dollari al Carlyle
Group per ottenere un contratto pubblico nel Connecticut.
Questo
fondo di gestione è presieduto da Frank O. Carlucci, ex vicedirettore della CIA
poi segretario alla Difesa. Suoi consiglieri sono James A. Baker III (ex capo
gabinetto del presidente Reagan, poi segretario al Tesoro, infine segretario di
stato sotto George Bush padre) e Richard Barman (ex direttore del Bilancio).
Per rappresentarlo all’estero il Carlyle Group chiama John Major (ex Primo
Ministro britannico) e George Bush padre (ex direttore della CIA, poi Presidente
degli Stati Uniti).
Tra
gli altri dirigenti del Carlyle Group si trovano Sami Mubarak Baarma,
procuratore di Khaled Ben Mahfouz, e un certo Talat Othmann, due figure
direttamente legate all’attuale Presidente degli Stati Uniti.
Infatti
la fortuna personale di George W. Bush proviene dai buoni affari che realizzò
quando dirigeva la Harken Energy Corporation. Questa piccola società
petrolifera texana ottenne le concessioni petrolifere del Bahrein, come
contropartita per i contratti tra America e Kuwait conclusi dal presidente
George Bush padre. Operazione naturalmente illegale.
Khaled
Ben Mahfouz era azionista di Harken con una quota dell’11,5 %. Le sue azioni
erano sostenute da uno dei suoi procuratori, Abdulah Taha Bakhsh. Talat Othman
era amministratore, mentre il fratello maggiore di Osama Bin Laden, Salem, era
rappresentato nel consiglio di amministrazione di Harken dal suo procuratore
americano James R. Bath.
Questa
piccola banda (la famiglia Bush, i suoi debitori politici, i suoi partner
finanziari e l’immancabile CIA) non è certo alla sua prima malversazione.
Furono, infatti, al centro di un gigantesco scandalo bancario degli anni
Novanta: il fallimento della BCCI.
La
Bank of Credit and Commerce International (BCCI) era un’istituzione anglo-pachistana
presente in settantatré paesi. Apparteneva congiuntamente a tre grandi
famiglie: i Gokal (Pakistan), i Ben Mahfouz (Arabia Saudita) e i Geith Pharaon
(Abu Dhabi) e fu utilizzata da Ronald Reagan per corrompere il governo iraniano
affinché ritardasse la liberazione degli ostaggi americani nell’ambasciata di
Teheran e sabotasse così l’ultimo periodo della presidenza di Jimmy Carter
(operazione detta ”October Surprise”).
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In
un intervento scritto da Leonard Wong per l’Istituto di studi strategici dell’US
Army intitolato “Come guadagnare la
fiducia del pubblico alle operazioni militari” si legge: “Il sostegno del pubblico all’azione militare
è a un livello simile a quello che seguì l’attacco di Pearl Harbor. Gli
americani oggi affermano di considerare l’azione militare giusta, di poter
sostenere una guerra duratura, e di avere la volontà di sopportare le
conseguenze negative di una guerra. Malgrado i sondaggi favorevoli gli
americani, però, possono cambiare improvvisamente opinione. [...] Una volta che
la vita ritornerà normale, il loro sostegno all’azione militare diminuirà,
salvo che i militari non mostrino progressi costanti nella guerra contro il
terrorismo, mantengano la nazione unita ai suoi eserciti e assicurino
effettivamente la sicurezza interna, benché in modo del tutto invisibile”. in altri termini, l’opinione pubblica
aderisce in massa alla politica americana di guerra al terrorismo finché dura
la suspence.
L’operazione
“Libertà duratura” è cominciata il 7 ottobre 2001. Il fragore delle armi si
estende a tutta l’Asia centrale. Considerando la proporzione tra le forze, la
vittoria della Coalizione è acquisita ancor prima di ingaggiare battaglia. L’attenzione
del pubblico statunitense comincia a cedere. In effetti nel momento in cui il
rifugio di Al Qaeda è attaccato e Osama Bin Laden ha minacciato l’America in
televisione, non si segnala nessuna azione terroristica delle “reti in sonno”
presenti sul territorio americano. Si
potrebbe cominciare a dubitare della minaccia. Cosa credete sia successo?
Il
12 ottobre, le agenzie di stampa diffondono informazioni allarmanti. Alcuni
giornalisti e parlamentari avrebbero ricevuto lettere avvelenate all’antrace.
In tutto, sono cinque le lettere mortali spedite al National Enquirer, alla
NBC, al New York Post, e agli uffici dei senatori Daschle e Leahy.
Provocheranno cinque vittime. La vita quotidiana degli Stati Uniti ci ferm. La posta
si può aprire solo se provvisti di guanti e maschera sul viso. I negozi di maschere
antigas e attrezzatura per la soprav vivenza sono presi d’assalto. L’intero
sistema postale si paralizza. La psicosi contamina i paesi alleati. Ovunque, in
Europa, si scoprono lettere contenenti la fatale polvere bianca:
Al
Qaeda avrebbe deciso di passare all’attacco e di utilizzare le armi chimiche e
biologiche che ha accumulato grazie all’aiuto tecnico di Saddam Hussein. Gli
Stati Uniti e i loro alleati decidono di costituire stock di vaccini contro
l’antrace e mettono in moto l’industria farmaceutica alla quale ordinano
migliaia di dosi. Poi più niente. A parte le cinque lettere, il resto non era
altro che scherzi da studente e allucinazioni collettive.
Resta il fatto che le cinque
lettere contenevano una varietà di antrace che era stata prodotta a scopi
bellici nei laboratori dell’esercito degli Stati Uniti. La minaccia era
interna. Barbara Hatch
Rosenberg, della Federazione degli scienziati americani, osserva che solo una
cinquantina di ricercatori tutti immediatamente identificabili erano in grado
di disporre delle matrici e di manipolarte. Una lettera anonima, indirizzata
alla base militare di Quantico alla fine di settembre — cioè prima che la
stampa venga informata degli attacchi all’antrace denuncia i maneggi di un ex
ricercatore dell’US AMRIID (Army Medical Research Institute for lnfectious
Deseases), il dottor Asaad. L’FBI si agita ancora una volta senza spiegare
nulla.
Passata
la paura e conclusa l’operazione lampo “Libertà duratura”, il pubblico crede di
poter voltare pagina. Il dipartimento della Difesa si preoccupa di ricordargli
la minaccia. Con il sostegno d’immagini scioccanti, alcuni “terroristi
particolarmente pericolosi” sono trasferiti in aereo dall’Afghanistan dopo
essere stati drogati e legati alloro posti e sono imprigionati nella base
militare di Guantanamo (Cuba). In
prigione sono sottoposti a un programma di privazioni sensoriali: maschera
sugli occhi, copriorecchie, tappi nel naso. I giuristi del dipartimento della
Difesa spiegano senza scomporsi che solo le leggi federali vietano la pratica
della tortura e non si applicano a Guantanamo, situato fuori dal territorio
statunitense. Quanto alla Costituzione, non dice una parola sull’argomento. Il
generale francese Paul Aussaresses, che rivendica l’uso sistematico della
tortura in Algeria e che estese in seguito il suo insegnamento alle forze
speciali americane, spiega sapientemente in televisione l’utilità della tortura.
La “Comunità internazionale” è turbata. Mary Robinson, alto commissario delle
Nazioni Unite per i Diritti dell’uomo (ed ex Presidente della Repubblica d’Irlanda),
si scandalizza pubblicamente e richiama all’ordine il governo americano i detenuti godono dello status di
prigionieri di guerra definito dalla Convenzione di Ginevra. Devono essere
trattati umanamente e il toro processo deve essere giusto ed equo.
Mentre
l’opinione pubblica freme e gli animi si accendono, la “guerra al terrorismo”
comincia nell’ombra. Ma il terrorismo non è né uno stato, né un’organizzazione,
né una òdottrina, è piuttosto un modo di agire. Può essere usato dai governi (la dittatura di Robespierre, nel 1793, è
chiamata “Il Terrore”) come da minoranze di opposizione. A volte il
terrorismo e pienamente giustificato. Così, durante la seconda guerra mondiale,
la resistenza francese intraprese azioni terroristiche contro le forze di
occupazione e contro i collaboratori civili e militari. L’espressione “Guerra al terrorismo” non ha molto più
senso di quella “Guerra alla guerra”.
È vero che George W. Bush ha
un concetto molto ristretto del terrorismo. Considera così poco “terroriste”
le azioni degli squadroni della morte in Nicaragua da nominare l’ex protettore
di quest’ultimi, John Negroponte, ambasciatore degli Stati Uniti all’ONU”. Per lui, in un mondo diventato
unipolare dopo la dissoluzione dell’URSS, il
terrorismo sembra identificarsi in ogni forma violenta di contestazione della
leadership americana.
Bob
Woodward, (uno dei due giornalisti che rivelarono il Watergate), basandosi sulle confidenze di alcuni partecipanti e
dopo aver studiato i documenti della seduta, ha descritto con precisione su! Washington Post la riunione del
gabinetto Bush nel corso della quale la CIA ottenne poteri illimitati per
combattere la “Guerra segreta contro il
terrorismo”. Era il 15 settembre 2001, durante una riunione di governo a
Camp David.
La
riunione iniziò naturalmente con un momento di preghiera, guidato da George W.
Bush, a cui ognuno fu invitato a partecipare. Poi, il segretario al Tesoro e il
segretario di stato esposero ciascuno i loro intenti. George Tenet, direttore
della CIA, presentò allora due progetti avallati, dettagliatamente, da
documenti. Il primo era intitolato “Primo
colpo iniziale: distruggere Al Qaeda, chiudere il santuario [afgano]”.
Tenet parlo della necessita di azioni segrete contro Al Qaeda, non solo in
Afghanistan ma in tutto il mondo, se necessario in collaborazione con i servizi
segreti di paesi non democratici. Ottenuto il consenso di tutti, chiese i
poteri indispensabili per realizzare il suo obiettivo. ‘”Tenet voleva un decreto di attribuzione sufficientemente generico
perché la CIA potesse condurre tutte le operazioni segrete necessarie senza
dover chiedere un consenso formale per ogni singola azione. Tenet assicurò che
aveva bisogno di più vaste competenze per permettere all’Agenzia di agire senza
restrizioni, e che aspettava gli incoragglamenti del Presidente prima di
correre rischi. Aveva portato un progetto di decreto presidenziale che avrebbe
dato alla CIA il potere di usare tutti gli strumenti delle operazioni segrete,
compreso l’omicidio. […] Un’altra
proposta consisteva nel rafforzare i legami della CIA con altri importanti
servizi segreti stranieri. Tenet sperava di ottenere l’assistenza di queste
agenzie grazie anche alle centinaia di milioni di dollari di budget che sperava
di ottenere. Utilizzare tali servizi “in appalto” poteva triplicare o
quadruplicare l’efficienza della CIA. Come molte altre cose nel mondo delle
operazioni segrete, questo tipo di accordi non è privo di rischi: essi
avrebbero legato gli Stati Uniti ad agenzie di dubbia reputazione, alcune con
una fama spaventosa per quanto riguarda il rispetto dei diritti dell’uomo.
Alcuni di questi servizi hanno la reputazione di essere brutali e di ricorrere
alla tortura per ottenere confessioni”.
La
riunione proseguì in modo meno teso, Tenet espose la sua strategia in
Afghanistan. Poi, riprendendo fiato, presentò il secondo documento. Era
intitolato “Matrice dell’attacco
mondiale”. “Descriveva operazioni segrete in ottanta paesi, già in corso o che
raccomandava di cominciare. Queste azioni andavano dalla propaganda costante
all’omicidio, in previsione di attacchi militari”. Rumsfeld, superando le
tradizionali rivalità tra CIA e Pentagono, approvò con entusiasmo. “Quando il direttore della CIA ebbe finito la
sua presentazione, Bush non lasciò alcun dubbio sulla sua opinione, esclamando
entusiasta: Buon lavoro!”.
Questa
guerra segreta è iniziata. Nell’ombra, la CIA ha colpito un po’ ovunque nel
mondo gli oppositori alla politica di George W. Bush. Il giornalista Wayne
Madsen ha individuata quattro illustri vittime.
L’11
novembre 2001, il leader della Papuasia occidentale, Theys Eluay, è stato
rapito da un’unità speciale dell’esercito indonesiano, il KOPASSUS. Questa
unità, coinvolta nei massacri di Timor Est, è stata addestrata dallo
stay-behind americano ed è inquadrata dalla CIA. Theys Eluay militava per
l’indipendenza del suo paese e si opponeva al saccheggio delle risorse
minerarie effettuato dalla Freeport McMoran, un’impresa della Louisiana di cui
Henry Kissinger in persona è direttore.
Il
23 dicembre 2001, Bola Ige, ministro della Giustizia della Nigeria, è stato
assassinato nella sua camera da un commando non identificato. Era stato
candidato alla Presidenza per l’Alleanza pan-Yourba per la democrazia e
contestava i privilegi concessi alla Chevron (di cui Condoleezza Rice fu
direttrice) e alla ExxonMobil.
Nel
gennaio 2002, il governatore della provincia di Aceh indirizzò una lettera al
leader del Movimento di liberazione di Aceh, Abdullah Syaffi, per proporgli di
partecipare a negoziati di pace. Syaffi non si accontenta di chiedere
l’indipendenza, si oppone anche alle trivellazioni della ExxonMobil.
Proclamatasi non violento — e membro dell’UNPO (Unrepresented Nations and
Peoples Organisation) nei Paesi Bassi — era stato costretto a vivere in
clandestinità. La lettera conteneva un microchip che permise ai satelliti della
Natianal Security Agency (NSA) di localizzarlo. Fu assassinato il 22 gennaio da
un commando del KOPASSUS.
Elie
Hobeika, leader di estrema destra e capo delle milizie cristiane libanesi,
muore in un attentato il 24 gennaio nell’esplosione della sua auto insieme alle
sue guardie del corpo. Hobeika, che fu il principale responsabile del massacro
di Sabra e Chatila (1982), si era ribellato contro Israele e aveva intenzione
di testimoniare contro Ariel Sharon nella causa intentata in Belgio contro di
lui per crimini contro l’umanità. L’operazione sarebbe stata organizzata
congiuntamente dalla CIA e dal Mossad.
Avete
detto “lotta contro a terrorismo”?
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