Jerry Mander ha lavorato per quindici anni nel campo delle pubbliche relazioni e della pubblicità; per cinque anni è stato presidente dell'agenzia Freeman, Mander & Gossage di San Francisco. È coautore di The Great International Paper Airplane Book.

 

 

La televisione non è neutrale né riformabile. Bisogna liberarsene completamente, se si vuole che la nostra società possa funzionare in maniera democratica.

Sull'argomento «televisione» sono stati scritti volumi a migliaia: per capirla, per smitizzarne il ruolo, per evidenziarne gli aspetti positivi, per svelarne i meccanismi di funzionamento, per illustrarne le tecnologie. Un libro soltanto è stato scritto per proporne, argomenti e prove alla mano, l'eliminazione. Autore di questa «provocazione» è Jerry Mander; ma che si tratti di una «proposta bizzarra» o «assurda», aspettate l'ultima pagina per affermarlo.

 

edizioni Dedalo

L. 22.000

 

 

 

 

Indice

 

 

 

7          INTRODUZIONE

Capitolo primo

 Il ventre della bestia

Capitolo secondo

25        La guerra per controllare la macchina unificatrice

 

PRIMO ARGOMENTO

43        LA MEDITAZIONE DELL'ESPERIENZA

Capitolo terzo

45        Il soffocamento della consapevolezza

Capitolo quarto

61        Espropriazione della conoscenza

Capitolo quinto

77        Alla deriva nello spazio mentale

 

SECONDO ARGOMENTO

103      LA COLONIZZAZIONE DELL'ESPERIENZA

Capitolo sesto

105      Pubblicità/televisione: rapporto indissolubile

Capitolo settimo

123      La centralizzazione del controllo

 

TERZO ARGOMENTO

143      EFFETTI DELLA TELEVISIONE SULL'ESSERE UMANO

Capitolo ottavo

145      Rapporti aneddotici: ammalati, pazzi, magnetizzati

Capitolo nono

157      L'ingestione di luce artificiale

Capitolo decimo

177      Come la televisione ottenebra la mente

Capitolo undicesimo

199      Come ci trasformiamo nelle nostre immagini

Capitolo dodicesimo

221      La sostituzione delle immagini ad opera della televisione

 

QUARTO ARGOMENTO

241      LE TENDENZE INTRINSECHE DELLA TELEVISIONE

Capitolo tredicesimo

243      Perdita dell'informazione

Capitolo quattordicesimo

261      Immagini separate dalla forma

Capitolo quindicesimo

277      Eccezionalità artificiale

Capitolo sedicesimo

301      I pezzi che cadono attraverso il filtro

 

POSCRITTO

319      PENSIERI IMPOSSIBILI

Capitolo diciassettesimo

Televisione tabù

 

333      Ringraziamenti

 

337      Bibliografia

 

 

 

 

 

 

JERRY MANDER

 

 

QUATTRO ARGOMENTI

PER ELIMINARE LA TELEVISIONE

 

 

 

 

EDIZIONI DEDALO

 

 

 

 

In copertina: un disegno di Antonio Brusa

 

Titolo originale: Four Arguments for the Elimination of Television,

William Morrow and Company, Inc., New York 1978

Traduzione di Pasquale Portoghese

 

©1977, 1978 by Jerry Mander

©1982 Edizioni Dedalo spa

Stampato in Bari dalla Dedalo litostampa spa

 

 

Questo libro è dedicato ai miei parenti

Eva Mander e Harry Mander

 

  (torna all'INDICE)

 

 

 

 

INTRODUZIONE

 

Capitolo primo

 

Il ventre della bestia

 

 

Se a questo libro va riconosciuta una qualche validità, essa gli deriva dai quindici anni durante i quali ho lavorato come responsabile nel campo delle pubbliche relazioni e della pubblicità. Nel corso di tali anni ho appreso che è possibile far giungere, attraverso alcuni mezzi di comunicazione, direttamente nei cervelli della gente messaggi e quindi, al pari di certi stregoni da favola, lasciarvi dentro immagini che possano indurre la gente a fare quanto altrimenti non avrebbe potuto mai pensare di dover fare.

Dapprima questo potere mi divertì, quindi mi abbagliò ed affascinò con i particolari del suo funzionamento. Successivamente cercai di usare i mass-media per scopi che mi sembravano degni d'esser perseguiti, per giungere poi alla scoperta della loro resistenza e limitatezza. Giunsi alla conclusione che, al pari di altre moderne tecnologie che circondano oggi la nostra vita, pubblicità, televisione e la maggior parte dei mass media predeterminano i loro propri usi ed effetti finali. Rimasi alla fine inorridito da essi, quando osservai le aberrazioni che inevitabilmente creano nel mondo.

 

 

Pubblicitario mancato

 

Volgendo lo sguardo indietro posso affermare che un'assurda piccola rivolta contro la mia famiglia mi spinse all'attività pubblicitaria. I miei genitori volevano che io scegliessi una professione o subentrassi a mio padre nelle sue attività. Ritenevano che, pur essendo già un'attività lucrativa quando io cercavo di farmi strada in essa alla fine degli anni cinquanta, la pubblicità fosse ancora un campo incerto per i giovani ebrei. Certamente non avevano torto. Non appena uscito dalla Wharton School of Business e poi dalla Columbia Graduate Business School, mi vidi negare un impiego in un'agenzia pubblicitaria di Park Avenue perché «i vostri capelli sono un po' ricci; dovreste forse provare alla Settima Strada». Ed era proprio la settima strada quella da cui cercavo di fuggire.

I miei genitori non riuscivano a liberarsi dalle paure degli immigrati. La sicurezza rappresentava il loro valore fondamentale; tutto il resto era di secondaria importanza. Entrambi erano sfuggiti ai progrom dell'Europa orientale. La carriera di mio padre aveva seguito la strada familiare a tanti immigrati newyorkesi: i quartieri bassi dell'East Side, scarsa istruzione, zuffe per la via, qualsiasi duro lavoro per sbarcare il lunario, matrimonio precoce, la lotta per uscire dalla povertà.

Stranamente il successo gli arrise durante la Depressione. Fondò quella che successivamente sarebbe divenuta la Harry Mander & Company, una piccola impresa di forniture nel campo dell'industria dell'abbigliamento, che produceva cordoncini, nastri per corpetti, canovacci per tasche e colletti.

Uno dei motivi del successo di mio padre nel corso di duri tempi fu rappresentato dalla Seconda Guerra mondiale. Aveva superato l'età per la chiamata alle armi e pertanto era in grado di condurre un'attività redditizia fornendo i produttori di uniformi militari. Dopo la guerra, l'azienda crebbe in nuove direzioni mentre l'economia entrava rapidamente in un'era di rapida espansione; nondimeno decisi di non essere tagliato per quel tipo di attività.

Per me avevo progettato qualcosa di molto più brillante, qualcosa di molto più luminoso; era snobismo, suppongo. Allora, quando pensavo alla mia «carriera» (argomento sempre scottante in famiglia) un certo tipo d'immagini si librava nella mia mente. Poiché tante immagini venivano dagli avvisi pubblicitari del tempo, il mondo della pubblicità sembrò rispondere alle mie esigenze. C'era qualcosa in quello stile di vita, quelle grosse automobili, i grandi yacht, bianchi, le raffinate persone a bordo di essi e la vita ricca di piaceri e divertimenti: Il Sogno.

Non si trattava tanto di un mio particolare interesse nei confronti della ricchezza o di un mio ardente desiderio di tutte le piacevolezze reclamizzate via via nella pubblicità degli anni quaranta e cinquanta; non desideravo possedere automobili e yacht tanto quanto volessi somigliare invece alla gente che possedeva tali beni. Inoltre aspiravo a contribuire a creare quelle immagini, a vivere in quel mondo di modelli, artisti fotografi e scrittori che nella mia immaginazione giudicavo gente raffinata e sofisticata. Nonostante alcuni primi contrattempi, come quell'esperienza di Park Avenue, gran parte del mio sogno si realizzò entro il 1966. Allora avevo già concluso una carriera ricca di successi come responsabile di un'agenzia pubblicitaria teatrale ed entrai a far parte di una famosa agenzia pubblicitaria di San Francisco, che ebbe così come titolari Freeman, Mander & Gossage.

Ci dedicavamo completamente ai cosiddetti clienti di gran classe: auto Triumph, Land Rover, e Rover, Camicie della Eagle, vini di Paul Masson, apparecchiature radio della KLH, Scientific American, Advent Corporation, abiti di Alvin Duskin, edizioni della Random House. Il nostro era l'ufficio più elegante della città. Settimanalmente facevo la spola da una costa all'altra, mi prendevo vacanze di cinque giorni a Tahiti, mangiavo soltanto in ristoranti francesi, mi recavo in jet in Europa per dedicarmi per qualche giorno allo sci.

Ad un certo punto, non dopo molto aver iniziato questa mia nuova carriera, cominciai ad avvertire una specie di vuoto entro di me; mi sorpresi, mentre sorridevo, sorrisi pastosi. Mi rendevo conto che nonostante tutto non mi divertivo.

Ritengo che emozionalmente toccai il fondo nel 1968: mentre mi trovato in crociera negli Stretti dalmati, osservavo i dirupi rocciosi, il rotolare delle onde del mare, i cieli abbaglianti, ed i colori abbacinanti quanto un deserto.

Appoggiato al parapetto del ponte, fui colpito dal fatto che tra me e tutto ciò che vedevo c'era una pellicola. Potevo «vedere» le visioni spettacolari. Sapevo che erano spettacolari, ma l'esperienza si arrestava ai miei occhi; non riuscivo a farla penetrare in me. Non avvertivo nulla. Qualcosa doveva essersi guastato entro di me. Ricordavo momenti della fanciullezza in cui la semplice vista del cielo o dell'erba o degli alberi provocava ondate di piacere fisico dentro di me. Eppure ora su questo ponte mi sentivo morto. Avvertivo l'impulso di ripetere una frase che era popolare tra i miei amici: «La natura è noiosa». Ciò che terrificava proprio in quel momento era il fatto che sapevo che il problema ero io, non la natura. Non si trattava del fatto che la natura fosse noiosa, ma del fatto che la natura era divenuta irrilevante per me, assente dalla mia vita. Per non essermi abbandonato ad essa ed averla praticata, avevo perduto la capacità di sentirla, di sintonizzarmi con essa, di preoccuparmene. La vita scorreva ora troppo velocemente per tutto ciò.

Se si cercano momenti critici per spiegare gesti successivi, come anche la stesura di un libro, allora forse quello fu uno dei momenti di tale genere per me. Era chiaro che avevo scelto un sentiero fraudolento verso un'immagine egualmente fraudolenta di una squallidissima specie di «felicità». Tutto sommato, comunque, questo Grande Momento fu probabilmente meno significativo di una consapevolezza politica in lenta evoluzione che non accidentalmente avvertivo nel modo in cui l'avvertivo.

 

 

Travolto dagli anni Sessanta

 

Uno dei miei soci dell'agenzia pubblicitaria era Howard Gossage, un genio a suo modo, che per anni, prima di morire nel 1969, Si era tormentato per l'assurdità di dover lavorare in una professione del genere. «Non vorrei assolutamente essere seppellito e ricordato come l'uomo che inventò le maglie Beethoven o le gare per aeroplani di carta».

Gli piaceva ricordare le parole di un pubblicitario in pensione: «Ho abbandonato quest'attività quando un giorno mi svegliai e mi accorsi che non m'importava un fico secco se altri vendessero più Avene Quaker di quanta Crema di Grano vendessi io».

Gossage sapeva che il lavoro pubblicitario pone problemi più gravi del modo con cui esso enfatizza cose banali. S'infuriava di solito quando parlava della funzione in sé, parlandone come di un'invasione dell'intimità in una misura di gran lunga più esasperata della sollecitazione meramente rozza del telefono, del rappresentante che va di casa in casa o persino della scheda sul tuo credito immagazzinata nel computer. Si trattava di un'invasione della mente, che alterava comportamenti, alterava la gente.

La pubblicità esprime un rapporto di potere, diceva Gossage. Una sola persona, il pubblicitario, invade; milioni assorbono. E a che fine? Perché la gente compri qualcosa! Una profonda, spessa azione disturbante ad opera di pochi, contro i molti, per uno scopo volgare. A me, ancora elettrizzato dalla vita che vivevo, siffatte considerazioni dapprima non parvero così significative. Ma si era negli anni sessanta.

Mentre accompagnavo i miei clienti attraverso il mio ufficio adorno di pannelli, un mucchio di gente, solo di poco più giovane di me, si sdraiava qua e là sui pavimenti degli autosaloni di San Francisco, dei ristoranti e degli alberghi pretendendo che in questi posti venissero assunti dei negri. Al di là della Baia, a Berkeley, gli studenti bloccavano le lezioni per insistere sulla partecipazione alla politica universitaria. Migliaia di altri giovani bloccavano i treni che trasportavano materiale bellico per il Vietnam o bloccavano gli ingressi dei centri di reclutamento. Chiunque in quegli anni vivesse nell'area della Baia, difficilmente poteva evitare di riflettere e persino di sentirsi coinvolto in questi comportamenti. Nel mio caso specifico il coinvolgimento divenne subito diretto.

Da quando avevo cominciato a lavorare nella pubblicità, conoscevo molti giornalisti ed avevo una certa sensibilità per le sfumature, capaci di influenzare, tipiche dei mezzi di diffusione. A causa di ciò e dell'amicizia con alcuni attori, politicamente impegnati, di un gruppo satirico chiamato Il Comitato, presi ad incontrare molti leader della protesta e mi trovai a prestare la mia opera come consulente part-time per i mezzi di diffusione in occasione di alcune manifestazioni. Al pari di molti giovani avvocati ero parte di quello che veniva chiamato «il gruppo liberale di sostegno».

Raramente mi spinsi sino al punto di partecipare fisicamente ad una dimostrazione o persino ad assistere ad una di esse. Invece la sera ospitavo riunioni nel mio ufficio per discutere degli eventi. L'interesse maggiore era posto nello studiare in che modo influenzare la stampa perché desse spazio ad articoli che sottolineassero i problemi piuttosto che il disordine o la violenza.

Ecco un problema tipico: un gruppo di manifestanti occupava l'atrio di un albergo chiedendo che i negri venissero assunti per lavori al banco piuttosto che per lavar piatti nell'annesso ristorante. Giornali e televisione pubblicavano grossi articoli sulle manifestazioni e la redazione denunciava le tattiche definendole «controproducenti per quegli obiettivi probabilmente degni d'esser perseguiti». Gli articoli indugiavano sui manifestanti dall'aspetto sciatto, sui momenti di violenza e sulle lunghe dichiarazioni rilasciate dai funzionari sulla legge e l'ordine. Nei servizi di un'intera settimana ci sarebbe stato forse un solo fugace riferimento al fatto che per tutti i quarant'anni precedenti l'albergo non aveva assunto una persona di colore per un lavoro a contatto con il pubblico.

In quei giorni non avevo alcuna teoria sui mezzi di diffusione e non credo d'essere stato di grande utilità come consulente. Eppure mi era chiaro che queste manifestazioni non erano controproducenti; esse producevano i primi articoli anche su argomenti del genere, portando lentamente a riforme che altrimenti non sarebbero mai potute accadere. Ovviamente i mezzi di diffusione avevano bisogno d'essere provocati con forza, tanto quanto le persone.

Un'altra scoperta mi stava demoralizzando: mentre mentalmente facevo la spola tra gli interessi dei manifestanti con i quali conversavo nelle serate, e gli interessi dei miei clienti, venivo sempre più impressionato dall'effetto che il mero possesso del denaro ha sulla specie d'informazione che viene dispensata attraverso i mezzi di diffusione.

I miei clienti serali, e si trattava di problemi sociali, avevano bisogno di organizzare centinaia di persone in azioni di contestazione che potessero provocare lunghi servizi nei notiziari, anche se spesso sfavorevoli. Altrimenti, se sceglievano vie in cui il confronto fosse meno aspro, avrebbero potuto impiegare settimane e tutto il loro denaro, ottenuto a fatica, per organizzare programmi d'informazione sulla stampa che, nel più felice dei casi, avrebbe procurato loro spazi di pochi centimetri nelle ultime pagine.

Invece qualsiasi cliente diurno, e si trattava di scopi commerciali, poteva comprare e comprava spazi e tempi pubblicitari del valore di decine di migliaia di dollari. E avrebbe potuto ripetere l'operazione la settimana successiva.

Già sapevo che in America tutti gli inserzionisti spendevano più di venticinque miliardi di dollari l'anno per diffondere la loro pubblicità. Ora, comunque, cominciavo a prestare attenzione ad un ovvio aspetto di questa situazione, al quale pure si dà scarso rilievo. Virtualmente tutti i 25 miliardi venivano spesi da persone già con un gran mucchio di denaro. Queste erano le sole persone che potessero permettersi di pagare 30.000 dollari per una pagina di pubblicità sul Time ( 54.000 dollari nel 1977), o 50.000 dollari per un minuto di tempo televisivo nelle ore di maggiore ascolto (125.000 dollari nel 1977). La gente comune e le piccole imprese, persino quelle che secondo i criteri più accettati sono considerate floride, raramente possono permettersi alcuna pubblicità oltre alle solite inserzioni nelle colonne riservate dai giornali alla piccola pubblicità, oppure una piccola esposizione locale dei loro articoli di vendita. Solo la gente molto ricca compra la pubblicità di massa a livello nazionale; e la compra per diventare più ricca. Quale altro motivo possibile potrebbe avere?

A. J. Liebling disse una volta: «La libertà di stampa è riservata a coloro che posseggono un giornale». Andavo scoprendo che l'accesso alla stampa era distorto in modo analogo dal possesso della ricchezza. Le persone danarose erano avvantaggiate rispetto alla gente senza denaro secondo un rapporto di 25-miliardi-a-quasi-zero. I ricchi potrebbero semplicemente comprare l'accesso al cervello della gente, mentre i non ricchi devono cercare vie più indirette.

25 miliardi di dollari rappresentano circa tanto quanto tutta la nazione spende ogni anno per l'istruzione superiore. Cominciai a comprendere che una distorsione stava avvenendo nella qualità e nella specie dell'informazione offerta al pubblico. In una misura sempre maggiore i cervelli della gente venivano invasi da informazioni di natura meramente commerciale. In qualità di responsabile operatore pubblicitario contribuivo a favorire questa distorsione.

Il movimento ecologico provocò in me la crisi. La nostra agenzia firmò un contratto prima con il Sierra Club e quindi con gli Amici della Terra ed altre organizzazioni. A differenza della maggior parte di più o meno ingenui aspiranti riformatori, costoro avevano almeno un po' di denaro per comprare di tanto in tanto pubblicità su numeri unici, per esporre le loro idee su qualche questione. (Nel corso dei primi anni settanta tutti i gruppi di difesa dell'ambiente avevano speso insieme circa 500.000 dollari l'anno di pubblicità per controbilanciare una media di circa 3 miliardi di dollari spesi dalle grandi compagnie sugli stessi argomenti. Questo rapporto era relativamente piccolo, solo di 6.000 a 1, il che può contribuire a spiegare l'iniziale successo del movimento per l'ambiente.) Mi ritrovai a scrivere articoli di pubblicità sull'opportunità di non costruire dighe sul Gran Canyon, di arrestare il sovrasviluppo delle città, di bloccare lo sviluppo degli aerei supersonici e di indurre la gente a non comprare e a non indossare pellicce.

Gli articoli attaccavano lo stile di vita prevalente nel paese, compreso certamente il mio stesso. Vi si trattava di un inevitabile conflitto tra l'espansione delle grosse compagnie ed il benessere del pianeta. Incoraggiavano un abito mentale che potesse cogliere le interrelazioni tra tutti i sistemi naturali, compresi quelli umani. Vi si descriveva una crescente distruzione dell'ambiente, che si rifletteva nelle vite degli individui così come nelle politiche economiche.

Mentre scrivevo questi articoli e riflettevo su di essi, diventava sempre più difficile separare la mia nuova ottica da una consapevolezza ch'essa era in conflitto con il lavoro compiuto dalla nostra agenzia. Il martedì scrivevo sull'impatto che auto ed altre tecnologie avevano sull'ambiente ed il mercoledì promuovevo la vendita di auto.

I primi scricchiolii cominciarono un giorno del 1969 quando un giovane reporter del Wall Street Journal, di nome Henry Weinstein, ci contattò per scrivere un articolo sul lavoro d'interesse pubblico compiuto dalla nostra agenzia. Per quell'epoca avevamo richiamato su di noi l'attenzione generale per aver inventato un nuovo stile pubblicitario nel campo della protesta. Le nostre inserzioni erano caratterizzate dalla presenza di tagliandi in cui si richiedevano in modo pressante mutamenti di politica. I tagliandi potevano essere staccati dai lettori e spediti a società ed enti governativi. Essi davano vita ad enormi quantità di posta su questioni relative alla conservazione e alla difesa dell'ambiente, che fino a quel momento erano state considerate riserva degli ornitologi e di vecchie signore in scarpe da tennis.

Le inserzioni non solo avevano toccato il campo della politica, ma catalizzavano e organizzavano il pubblico, perché consentivano un nuovo livello di partecipazione. Spedendo per posta i tagliandi, le persone diventavano più impegnate nei confronti delle questioni. Per una volta facevano qualcosa di diverso dal sentirsi semplicemente a disagio. Un certo numero di senatori e di membri del Congresso pubblicamente riconosceva alle inserzioni il merito di aver deciso il risultato di parecchie questioni e in The New Advertising Robert Glatzer si spinse sino ad attribuire loro il merito di aver «dato inizio a tutto il boom ecologico».

Weinstein disse che il Journal era interessato al modo in cui noi avevamo sviluppato questa tecnica; comunque, quando l'articolo apparve sulla prima pagina, capimmo che l'articolista era un reporter più furbo di quanto avessimo ritenuto. Mentre elogiava il nostro lavoro, si spingeva tanto lontano sino a rivelare le nostre angosce circa i ruoli in conflitto. Ricordava la mia stessa ansietà nel compilare inserzioni pubblicitarie per un costruttore di auto. la British Leyland Motors (Rover, Land Rover, Triumph) nello stesso momento in cui scrivevo discorsi in cui affermavo che l'auto era al centro di tanti problemi.

Alla Leyland ciò non piacque. Entro due ore dall'apparizione dell'articolo eravamo licenziati. Il Journal il giorno successivo riportò il titolo PUBBLICITARIO LIBERATO ANGOSCIA PROMUOVERE VENDITA AUTO.

Potrei descrivere dozzine d'accidenti meno spettacolari analoghi a quello, implicanti liti con clienti sulla politica delle grandi compagnie che cominciavo a considerare antitetica alle semplici norme del benessere umano o della giustizia o della sopravvivenza del pianeta. Alla fine si concludeva con un'unica generalizzazione: le compagnie non hanno per loro natura alcun interesse per considerazioni diverse da quelle di tipo commerciale.

Cominciammo a sentire che il nostro modo d'operare ispirato al compromesso stava distruggendoci personalmente. In ultimo capimmo che era destinato a fallire. Conservare i clienti commerciali nella speranza di usare le entrate derivanti da essi per finanziare altri progetti cui fossimo più profondamente interessati non avrebbe funzionato.

Decidemmo subito di sciogliere l'agenzia, e cominciai a lavorare con un certo numero di altre persone per creare un ufficio per la pubblicità e le pubbliche relazioni senza fini di lucro con finanziamenti procurati da fondazioni. Fu il primo ufficio di questo genere del paese e fu denominato Public Interest Communications e destinato ad operare unicamente per organizzazioni comunitarie che fossero in gran misura escluse dall'accesso ai mezzi di diffusione. Il progetto venne varato nel 1972 con un contributo dello Stern Fund. Riuscì per un certo tempo a realizzare utili iniziative a favore di ecologi e di lavoratori dei campi, di gruppi di consumatori, di attivisti che si battevano per i diritti degli Indiani, e di gruppi pacifisti. Ma tenerlo in vita si rivelò difficile. I problemi erano molto simili a quelli che avevamo affrontati con la Freeman, Mander & Cossage. Mentre in precedenza avevo impiegato la maggior parte della mia giornata facendo sì che l'agenzia funzionasse preoccupandomi delle necessità delle grosse compagnie, alla Public Interest Communications trascorrevamo la gran parte del nostro tempo cercando contributi dalle poche fondazioni interessate alla riforma dei mezzi di diffusione.

Ancor peggio: c'era una sensazione che qualsiasi cosa facessimo, fosse inefficace. Un'anonima forza mostruosa avanzava inarrestabile. Ci sentivamo come se stessimo lanciando palle di neve contro carri armati. Grazie ad un enorme sforzo concentrato saremmo riusciti ad arrestare la costruzione di una diga su un solo fiume; nel frattempo una dozzina di altre dighe sarebbe stata costruita. Se veniva arrestata la produzione di un supersonico americano, supersonici europei atterravano negli aeroporti americani. Se fosse scoppiata una crisi energetica, piuttosto che segnalare i limiti delle risorse del pianeta o l'assurdità del modo in cui si vive, essa avrebbe prodotto nuove spinte verso l'energia nucleare e un maggior numero di miniere a cielo aperto. Non eravamo i soli ad essere afflitti da questo problema. La guerra vietnamita era cessata, ma la corsa agli armamenti e gli aiuti militari ai regimi di destra continuavano. Nixon veniva estromesso, ma la riforma governativa si riduceva ad una debole affermazione di principi morali da parte del Senato. La disoccupazione cresceva e con essa le code degli assistiti, eppure alla fine sembrava che le misure riformatrici di carattere economico colpissero sempre proprio i segmenti della popolazione che esse avevano la pretesa di aiutare mentre i ricchi diventavano più ricchi.

Un giovane attivista mi diceva: «Sembra come se corriamo su uno di quei cilindri a gradini che azionavano i mulini: per quanto ci si spinga in avanti ci troviamo sempre allo stesso punto».

Ogni questione doveva essere affrontata duramente come se fosse la prima. La gente sembrava incapace di collegare un problema ad un altro, di ritrovare trame comuni, diciamo, in una battaglia contro i grattacieli per uffici e gli impianti nucleari e le guerre coloniali.

Specifiche vittorie erano possibili, ma la comprensione globale delle forze che spingevano la società sembravano andare diminuendo. Pareva che i cervelli delle persone corressero in canali caparbi, ad una dimensione, che mi facevano venire alla mente le autostrade, gli edifici per uffici ed i sobborghi che costituivano le manifestazioni fisiche dello stesso periodo. Era possibile che ci fosse una reciproca influenza? Era possibile che la vita entro queste nuove forme di confinamento fisico producesse confinamento mentale? Per la prima volta cominciai a pensare che ciò fosse possibile.

Ci veniva detto che avevamo la più alta percentuale di alfabetizzazione del mondo e la popolazione meglio informata, eppure sembrava che all'informazione fosse riservato un trattamento meno buono. Quando i mezzi di diffusione crebbero fino a diventare anch'essi una specie di ambiente, cominciai a pensare che potessero non contribuire realmente alla formazione di un'utile conoscenza.

Mi turbava questa percezione emergente e dapprima assunsi un punto di vista tradizionale su ciò ch'era necessario fare. Voleva dire che tutti noi avremmo dovuto lavorare più duramente per raggiungere il maggior numero di persone con ogni messaggio. Poiché in qualsiasi battaglia specifica avremmo potuto essere sopraffatti da avversari mille volte più forti, era necessario che fossimo più intelligenti, più creativi.

Ciò mi spinse a pensare che il problema era rappresentato dall'eccesso d'informazione. La popolazione veniva travolta da versioni contraddittorie di eventi sempre più complessi. La gente s'andava arrendendo nei tentativi di comprendere qualcosa. La marea d'informazioni offuscava la coscienza, non l'aiutava. Sovraccarico. Incoraggiava la passività, non la partecipazione.

 

 

La sostituzione dell'esperienza

 

Nei giornali dei primi anni settanta apparve la prima raffica realmente sconcertante di cifre.

Si rilevava che nella generazione successiva al 1945 il 99% delle famiglie americane aveva acquistato un televisore. In una serata normale più di 80.000.000 di spettatori avrebbero guardato la televisione. Era possibile che 30 milioni di questi seguissero lo stesso programma; in casi speciali 100 milioni di persone avrebbero seguito lo stesso programma nello stesso momento.

Nella famiglia media il televisore funzionava più di sei ore al giorno. Se c'era un bambino la media superava le otto ore. La persona media seguiva la televisione per circa quattro ore al giorno. E così, dedicando otto ore al sonno e otto ore al lavoro, all'incirca metà del tempo non destinato dall'adulto al sonno e al lavoro era trascorso nel guardare la televisione. Considerato che si trattava di cifre medie, queste volevano dire che metà della gente di questo paese seguiva la televisione più di quanto indicato dalle cifre stesse.

L'analisi di queste cifre mi consentì di comprendere che c'era stato uno strano mutamento nel modo in cui la gente riceveva le informazioni, e ancor più nel modo in cui l'esperienza e la comprensione del mondo le venivano proposte. In una sola generazione, in confronto alle centinaia di migliaia di generazioni succedutesi nell'evoluzione umana, l'America era divenuta la prima cultura che avesse sostituito con versioni secondarie e mediate dell'esperienza l'esperienza diretta del mondo. Venivano accettate come esperienza interpretazioni e rappresentazioni del mondo e alla maggior parte di noi non era chiara la differenza tra l'una e le altre.

Sentivo molti dire: «La televisione è grande; in TV ci sono tante cose di cui diversamente non avremmo mai avuto esperienza». La gente vedeva scorrere dinanzi ai suoi occhi immagini di foreste del Borneo, balletti europei, modelli diversi di vita familiare, lontane operazioni di polizia, eventi in diretta, o ricostruzioni di crisi storiche, e credeva di star facendo diretta esperienza di quei posti, uomini ed eventi. Eppure l'immagine televisiva della foresta del Borneo o delle notizie o degli eventi storici non era sicuramente esperienza degli stessi fatti né di essa ci si poteva fidare nella stessa misura. Oggetto dell'esperienza era soltanto lo star seduti in una stanza al buio, con lo sguardo fisso alla luce guizzante, intenti ad ingerire immagini che erano state montate, tagliate, rimontate, accelerate, rallentate e costrette in centinaia di modi. Si rendeva conto la gente della differenza?

Nonostante il mio lavoro nel campo della pubblicità, non avevo ancora compiuto mai una completa ricerca sul potere delle immagini stesse. Non sapevo in che modo la mente delle persone si ponesse in relazione con le immagini, se potesse distinguere nettamente una specie d'immagine (quella, cioè, direttamente sperimentata) da un'altra, cioè quella che sia stata riprodotta ed alterata e che arrivi estrapolata dal contesto. Non era chiaro se la gente attribuisse ad entrambe la stessa credibilità, a livello di coscienza o subcoscienza, e come ciò alterasse la qualità della comprensione.

Tuttavia per l'esperienza fatta nel mio lavoro era per me scontato che qualcosa non andasse riguardo a ciò che la gente capiva e a ciò che non capiva. Si stava sviluppando un nuovo tipo di mancanza di chiarezza nel pensiero, andavano sparendo i modelli di discernimento, discriminazione e comprensione e sembrava che le persone non fossero capaci di operare distinzioni tra informazioni già trattate e poi filtrate da una macchina, e quelle che giungessero loro non ridotte per effetto di una reale esperienza. Forse vedere significava credere in un modo che annullava la mente cosciente. Nello stesso tempo non v'era alcuno che scrivesse su come la macchina alterasse le informazioni. Pochissimi lo capivano e soltanto i pubblicitari studiavano il modo in cui la macchina altera i dati, poiché era a fondamento del lavoro pubblicitario l'alterare e ridurre le informazioni in anticipo in modo da ottenere l'effetto desiderato. Per scoprire come far ciò si spendevano centinaia di migliaia di dollari.

Lentamente cominciai a rendermi conto di come l'ubiquità della televisione, combinata con una generale incapacità di capire che cosa ne derivasse all'informazione, potesse incidere sul lavoro politico che stavamo facendo. Se le persone credevano che un'immagine della natura era uguale o per lo meno simile all'esperienza della natura, ed erano perciò abbastanza soddisfatte dell'immagine che non ricevevano dalla diretta esperienza, allora la natura si trovava in guai ben più gravi di quanto ci si potesse render conto. O se la gente credeva che le immagini di eventi storici o di fatti di cronaca fossero eguali ai fatti o fossero per lo meno buone approssimazioni degli stessi, allora la realtà storica era in grossi pasticci. Man mano che la televisione diventava per la maggior parte della gente il campo esperenziale mentale e fisico più importante sì da cominciare a confondersi con l'ambiente, avanzava rapidamente la confusione dell'informazione televisiva con un più ampio, diretto modello d'esperienza.

 

 

L'unificazione dell'esperienza

 

Poiché molti di noi confondevano l'esperienza televisiva con la diretta esperienza del mondo, non ci accorgevamo che l'esperienza stessa veniva unificata, ridotta ad un unico tipo di comportamento: guardare la televisione. Passando da un canale all'altro, credendo che un programma sportivo rappresentasse un'esperienza significativamente diversa da quella tratta da un programma poliziesco o da notizie su una guerra in Africa, tutti gli 80 milioni di telespettatori se ne stavano seduti separatamente in stanze buie impegnati in esattamente la stessa attività nello stesso momento: guardare la televisione.

Era come se l'intera nazione si fosse raccolta in un gigantesco circo a tre piste: coloro che vedevano all'opera la bicicletta ritenevano che la loro esperienza fosse diversa da quella di coloro che guardavano i gorilla o il mangiatore di fuoco. Peggio, poiché tutti noi guardavamo dai nostri soggiorni separati, era come se fossimo in isolamento, nell'impossibilità di scambiarci reazioni su ciò che tutti insieme stavamo vedendo. Tutti erano impegnati nello stesso atto nello stesso momento, ma ognuno era solo. Che situazione bizzarra!

Era di colpo possibile parlare ad un'intera nazione di 200 milioni di persone, come se si parlasse individualmente a ciascuna di esse, ad una ad una, il televisore e di fronte la persona o la famiglia, nello stesso momento. Il pensare ciò m'agghiacciava, poiché mi rendevo conto che queste condizioni dell'esperienza televisiva (confusione, unificazione, isolamento, specialmente se combinati con la passività e con quanto appresi dopo sugli effetti delle immagini inculcate) erano precondizioni ideali per l'imposizione dell'autocrazia.

A quell'epoca, comunque, nel definire la natura della dittatura facevo riferimento, come la maggior parte degli americani, limitatamente al modello di singoli Capi carismatici: Hitler, Stalin, Chang, Franco, Mao. Ciò in cui differivano si confondeva completamente nel modello del capo potente, che impone la sua volontà, che governa assolutisticamente. Quella era dittatura. Sembrava che la televisione fosse lo strumento perfetto per contribuire a portare avanti quella specie di controllo.

I miei timori furono rafforzati un giorno del 1971, mentre nel mio ufficio leggevo l'edizione del mattino del New York Times e notai un piccolo articolo. Riguardava una proposta del Pentagono al presidente Nixon perché venisse aggiunto ad ogni televisore del paese un congegno elettronico, attivabile direttamente dal Presidente, che avrebbe così potuto all'istante accendere tutti i televisori del paese. Era da usarsi, naturalmente, solo in caso di estrema emergenza nazionale. Di colpo mi si presentò alla mente un esempio delirante di quanto sarebbe potuto accadere:

Sono le quattro del mattino. Duecento milioni di persone vengono svegliate dall'inno nazionale. Da dove viene? Che cos'è là quella luce? È il televisore. C'è il Presidente!

«Cittadini, è con estremo rincrescimento che vi sveglio dal vostro sonno ben meritato. Ma siamo tutti di fronte ad una crisi così grave da imporre ciò.

Un'indagine completa condotta dai nostri enti preposti al compito di far rispettare le leggi ha scoperto una massiccia cospirazione intesa a distruggere la nostra democrazia, una cospirazione che gode per lo meno dell'appoggio tacito di migliaia di studenti, giornalisti, avvocati e persino di certi giudici e funzionari elettivi.

Quale vostro Comandante in Capo ho ordinato l'immediato arresto dei terroristi e dei membri dei gruppi che li appoggiano senza alcun riguardo per il loro rango ufficiale o prestigio.

Ho invocato anche gli impliciti poteri con cui il Presidente può governare in siffatti tempi di grave crisi, libero da ogni impedimento.

Spero e confido che queste misure d'emergenza, prese per salvaguardare la nostra democrazia, durino poco.

Grazie, buona fortuna e buona notte.»

Il televisore si spegne da solo. S'era trattato di un sogno? Ci si riaddormenta.

Alcuni mesi dopo vidi un secondo articolo sull'argomento, pubblicato dal Times, in cui si diceva che la proposta del Pentagono era stata scartata. Evidentemente l'amministrazione sentiva che la gente avrebbe potuto «interpretare male le intenzioni» di un progetto del genere.

Volgendo indietro lo sguardo so che la scena apparsa alla mia mente era fantastica e rozza e derivava dall'ingenua nozione che avevo secondo cui interventi dittatoriali potessero verificarsi solo per mezzo di un singolo capo o di un colpo di Stato. Ma indipendentemente dalle intenzioni del Pentagono e del presidente Nixon, che ha sempre affermato che i presidenti possono creare le loro proprie leggi, era chiaro che l'esistenza in sé della tecnologia aveva creato una nuova possibilità.

È possibile che qualcuno da una fonte centralizzata d'informazioni parli a tutti noi nello stesso momento, di giorno o di notte. In effetti accade: ogni giorno un pugno di persone parla, il resto ascolta. In realtà possono appartenere al passato i brutali e duri mezzi cui si ricorreva per controllare la coscienza, l'esperienza e il comportamento; in molti casi la televisione elimina la necessità dei colpi militari e degli arresti in massa da me immaginati. Possiamo cominciare a cogliere l'irrilevanza di azioni del genere ora che è in corso un golpe più sottile.

Esso si svolge direttamente nell'interno dei cervelli, delle percezioni e dei modi di vivere di ciascuna persona. Una tecnologia lo rende possibile e forse inevitabile, mentre offusca in ogni coscienza il fatto che esso si sta realizzando.

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Capitolo secondo

 

La guerra per controllare la macchina unificatrice

 

 

 

Marshall McLuhan non ci offrì un grandissimo contributo nei nostri primi sforzi per comprendere la televisione. Quando nella metà degli anni Sessanta era diventato popolare, noi eravamo già passati attraverso le udienze maccarthiane, i duelli verbali tra Kennedy e Nixon e quindi le esequie di Kennedy, che avevano coinvolto ottanta milioni di persone nella stessa esperienza, nello stesso momento.

Nessuno di questi eventi aveva provocato il più lieve segno d'allarme, ma piuttosto una gara nell'elogiare la nostra nuova unità elettronica. Il fatto che la massa avesse visto i funerali, particolarmente, era esaltato in termini religiosi, come una sorta d'incursione nell'evoluzione della coscienza: tutti accomunati nel dolore, trascendendo le condizioni delle esistenze individuali. L'ingenuità umana si era spinta ora sino al punto che la tecnologia poteva produrre un'esperienza di portata nazionale, capace di fondere insieme tutte le menti, cosa che prima si pensava potesse trovarsi solo nel regno della mistica.

McLuhan, così perspicace, avrebbe potuto aiutarci a veder chiaro; invece, poiché esaltava il nostro esser elettronicamente collegati, il nostro villaggio-planetario-tribale, in effetti incoraggiava ad appoggiare il tema dell'unificazione tecno-mistica.

Le sue parole facevano il loro ingresso nell'arena di chi gioca con formule e parole. «Caldo e freddo». «Il mezzo è il messaggio». La gente si sforzava di trovare in queste frasi dei significati concreti.

Esse divennero la base di centinaia di conferenze e di migliaia di dibattiti nei salotti. La maggior parte delle persone era convinta ……………………………………

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PRIMO ARGOMENTO

 

LA MEDITAZIONE DELL'ESPERIENZA

 

 

 

Poiché gli esseri umani si sono spostati in ambienti totalmente artificiali, il nostro contatto diretto con il pianeta e la nostra conoscenza di esso sono venuti meno. Non più collegati, simili ad astronauti fluttuanti nello spazio, non riusciamo a distinguere l'insù dall'ingiù o il vero dal falso. Le condizioni sono adatte all'inculcamento di realtà arbitrarie: la televisione ne è un recente esempio, un esempio serio, poiché rende sempre più pressante il problema.

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SECONDO ARGOMENTO

 

LA COLONIZZAZIONE DELL'ESPERIENZA

 

 

 

Non è un caso che la televisione sia stata dominata da un gruppo di poteri associati. è casuale il fatto che la televisione sia stata usata per ricreare gli esseri umani in una nuova forma che corrisponda agli ambienti artificiali, commerciali. Una congiura di fattori tecnologici ed economici ha reso e continua a rendere ciò inevitabile.

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… … … … riducendo la conoscenza e comprensione di qualsiasi altro tipo di vita, favorisce l'esistenza fondata sui consumi.

7)         Spingendo la gente a concentrare la propria attenzione su eventi ben al di fuori della propria esistenza, la televisione incoraggia passività ed inerzia, scoraggia l'autocoscienza e la capacità di tener testa personalmente, qualità che rappresentano un pericolo per la pubblicità.

8)         Parlando per immagini la televisione aggiunge una dimensione al processo specchio-immagine. A differenza di quanto accadeva con radio e stampa la pubblicità può ora trapiantare nell'uomo sequenze d'immagini in movimento per sempre disponibili, perché possa da solo confrontarsi con esse.

9)         La televisione incoraggia la separazione: le persone dalla comunità, le persone le une dalle altre, le persone da se stesse, creando un maggior numero di acquirenti autonomi e scoraggiando l'opposizione organizzata contro il sistema. Crea un surrogato di comunità che è essa stessa. Diventa il consigliere favorito di ciascuno, ci insegna e ci guida nella conquista del modo più appropriato in cui comportarci per aver coscienza delle cose. Perciò essa diventa il proprio sistema di feedback, favorendo la propria crescita e accelerando la trasformazione di ogni cosa e di ciascuno in forme artificiali. Questo pone in grado un gruppetto di persone di ottenere un grado di potere senza eguale.

 

 

 

 

 

 

Capitolo settimo

 

La centralizzazione del controllo

 

 

 

Sebbene la televisione sia stata inventata negli anni venti, per una utilizzazione pratica non è esistita sin dopo la seconda guerra mondiale. È facile dimenticare che pure la pubblicità, per lo meno in rapporto alle dimensioni che oggi le riconosciamo, prima di allora esisteva appena.

Nel 1946 per la pubblicità si spesero circa tre miliardi di dollari. Nei due decenni precedenti le spese per pubblicità si erano mantenute piuttosto costantemente su quel livello. Per il 1975, comunque, gli stanziamenti per la pubblicità erano aumentati del 1.000 per cento, passando a 30 miliardi di dollari.

La maggior parte dell'incremento finì nella pubblicità televisiva. Nel giro di soli dieci anni dalla sua effettiva inaugurazione la televisione assorbiva il 60% delle spese per pubblicità a danno di centinaia di quotidiani, riviste e stazioni radio.

Si sviluppò un rapporto simbiotico: la pubblicità finanziava l'espansione della televisione, mentre questa costituiva il più grande sistema di distribuzione e diffusione per la pubblicità che fosse mai stato inventato. Potremmo chiamarlo amore a prima vista, salvo che l'incontro non fosse stato preordinato.

Se sei abbastanza grande, torna con il pensiero ai giorni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale. Nel 1945 avevo solo dieci anni, ciò nonostante ricordo benissimo i sentimenti d'attesa e d'incertezza che caratterizzavano quei tempi. Tutti avevano accolto con sollievo la fine della guerra e attendevano che le cose tornassero alla normalità, ma che cosa doveva intendersi per normalità? Riaffioravano i ricordi dei giorni della Grande Depressione. Ricordo che sentivo i miei genitori conversare con gli amici in quelle serate estive del 1945 trascorse nel cortile sul retro della casa, e potevo avvertire la paura.

Come la maggior parte della gente comune i miei genitori sapevano che la guerra aveva attenuato gli effetti della Depressione. Nel corso della guerra la capacità industriale americana, che solo alcuni anni prima rimaneva inutilizzata, si era sviluppata effettivamente per costruire la macchina bellica. L'azienda di mio padre ne era un esempio. Ora non c'erano più uniformi da dare e neanche carri armati. La guerra aveva dato lavoro agli uomini come soldati e alle donne come operaie. La piena occupazione era praticamente diventata una realtà. Ma ora Johnny stava tornando a casa, disoccupato.

Se di ciò parlava la gente comune, è solo possibile immaginare che cosa si dicesse nei consigli d'amministrazione e al Ministero per il Commercio. Con lo sviluppo raggiunto dalla capacità industriale e dagli investimenti di capitali, le conseguenze di una caduta della produzione avrebbero potuto far sembrare al confronto gli anni trenta come anni d'oro. Una critica di vecchia data rivolta al capitalismo - che esso può allontanare la depressione ciclica solo per mezzo della guerra - sembrava sul punto d'essere confermata.

 

 

Sviluppo economico e consumismo patriottico

 

Improvvisamente nel 1946 governo ed industria cominciarono a fare identiche dichiarazioni sulla necessità di orientare nuovamente la vita americana a consumare prodotti a livelli e ritmi che non erano mai stati presi in considerazione prima di allora. Non è che si accingesse ad abbandonare la produzione militare, che ancora oggi continua ad essere da sola il più importante fattore dell'economia degli Stati Uniti. Comunque nel 1946, a guerra appena terminata, non era evidente che le spese militari si sarebbero ridotte solo provvisoriamente. Si riteneva perciò necessario qualche nuovo fattore compensativo.

Pertanto si dette vita ad una nuova concezione che stabiliva un rapporto preciso tra vita piacevole e beni di consumo. Un'economia accelerata, che continuasse l'espansione rapida del tempo di guerra, sommata ad una nuova ideologia consumistica produsse il più alto tasso di sviluppo economico nella storia di questo paese negli anni dal 1946 al 1970.

Per rendere possibile uno sviluppo del genere era necessario che venissero congiunti insieme i due termini del processo di trasformazione descritto nel capitolo precedente. Innanzi tutto avevamo bisogno di assicurarci un'abbondante disponibilità di materie prime da convertire in prodotti. Ciò portò ad un'esplosione d'investimenti americani oltremare ed insieme un gigantesco programma d'aiuti ai paesi «sottosviluppati» che mostrassero simpatia. Spesso ci assicuravamo l'approvvigionamento di materie prime creando governi fantoccio mantenuti al potere con il nostro aiuto militare. Innalzando l'anticomunismo alla condizione di guerra santa negli anni quaranta e cinquanta si crearono i fondamenti politici per questi programmi militari ed economici e per affermare le virtù patriottiche degli investimenti all'estero.

All'altro estremo dell'equazione del processo di trasformazione era di fondamentale importanza accelerare l'ingresso dei beni di consumo nelle case dei consumatori. Si doveva convincere la gente che vivere senza tutti quei prodotti era indesiderabile ed antipatriottico. Era tempo di dimenticare il razionamento degli anni di guerra e di consumare per il tuo paese.

La pubblicità e la televisione sarebbero state il dinamico duetto che avrebbe di nuovo reso sacro l'americano capace di consumare. Era già ben consolidata la capacità della pubblicità di creare un bisogno violento di ciò di cui bisogno non c'era. Poiché l'espansione economica ed un'economia consumistica dovevano fondarsi sulla vendita di una quantità di prodotti di gran lunga maggiore di quella necessaria a soddisfare i reali bisogni, lo sviluppo economico dipendeva dalla pubblicità. La televisione, che era rimasta in naftalina dagli anni venti, venne rispolverata e arruolata come il mezzo più adatto per portare ovunque rapidamente lo stile di vita suggerito dalla pubblicità, di portarlo diritto nelle case e nei cervelli delle persone.

Rapidi nell'individuare qualsiasi nuova tecnologia che potesse favorire la loro causa pressante, i grandi pubblicitari immediatamente investirono centinaia di milioni di dollari nello sviluppo di quello strumento di promozione delle vendite rimasto inattivo. E così la pubblicità dette i natali alla televisione e la televisione dette alla pubblicità un intero nuovo mondo da conquistare. Insieme resero possibile una enorme, anche se temporanea, prosperità.

 

Riesci a ricordare la pubblicità televisiva degli anni quaranta e cinquanta? Gente sorridente, felice. Bambini pulitini. Massaie che esibivano il loro bucato inverosimilmente pulito. Mariti sorridenti, con l'aspetto tipico del giovane dirigente d'azienda, che emergevano dalle loro nuove auto, salutati dalle loro famiglie pulite, gioiose raggruppate dietro il recinto di legno? La felice falciatura del prato? Le facce felici riflesse nei lucidi tostapane?

La famiglia nucleare venne idealizzata più di quanto lo fosse mai stata prima, poiché la famiglia rappresentava l'ideale unità consumistica. Le donne dovevano venir fuori da quelle fabbriche e dalle tute e tornare nei vestitini rosa in cucina. Quei reduci avevano bisogno d'impieghi. Rosie la Ribaditrice cedeva il passo a June Allyson. Le separate unità familiari massimizzavano il potenziale produttivo. Case private. Auto private. Due auto. Lavatrici private. Televisori privati.

Nel giro di alcuni anni il mondo cominciò a cambiare. La tosatrice d'erba a batteria che vedevo un giorno in televisione, la settimana successiva appariva sul mio prato. Così accadde per l'auto. L'intero vicinato cominciò a somigliare a ciò che si vedeva nella pubblicità commerciale televisiva. I boschi vicini alla mia abitazione scomparvero e furono rimpiazzati da centinaia di identiche versioni della mia abitazione. I quartieri cominciarono ad essere ovunque l'uno simile all'altro. Le autostrade presero il posto delle strade di campagna. Grandi supermercati sostituirono i mercatini all'angolo della via. L'asfalto copriva ogni cosa.

«Prosperità», «sicurezza», «felicità» erano le parole ricorrenti del pari nei messaggi pubblicitari e nei discorsi presidenziali. Si riteneva che quest'incredibile fluire copioso di prodotti, questo improvvisato rimodellamento del paesaggio, questo riempire le case di congegni rappresentasse una qualche specie di ultimo Nirvana. Questo è quanto tutti andavano pensando, dicendo e credendo. Era ciò che faceva America l'America.

Uno dei miei insegnanti del superiore durante gli anni cinquanta diceva alla mia classe che l'avere scelto un'economia di consumo rendeva il nostro paese diverso e migliore degli altri. Ci diceva che espandendo la nostra economia avremmo subito reso ricchi tutti quanti. L'America era già la sola società del mondo senza classi, diceva. Lavoratori e dirigenti erano soci con eguali diritti in un processo glorioso da cui tutti traevano beneficio. In America tutti erano eguali. Il nostro livello di vita comportava ciò. Tutti potevano avere un'auto; tutti potevano avere un televisore; tutti potevano possedere una casa; tutti potevano avere un'azienda. Non eravamo come il Messico o il Nicaragua, piccole sporche nazioni, dove c'erano alcuni ricchi mentre tutti gli altri erano poveri e desideravano tutti avere ciò che noi avevamo.

Alcuni anni dopo alla Wharton School of Business dell'Università di Pennsylvania appresi come e perché si ritenesse che fossero buoni per tutti, senza esclusioni, questo modo di vivere consumistico e l'espansione economica ch'esso produce. Appresi di che avevano parlato in quegli incontri di industriali e al Ministero per il Commercio. Si trattava, così l'avevano chiamata, della «teoria del flusso verso il basso».

 

 

La teoria del flusso verso il basso

 

La cosa funziona più o meno così:

Tutti traggono beneficio dall'espansione industriale, dal rapido sviluppo economico e dall'economia dei consumi. La teoria — che è alla base della economia keynesiana americana — sostiene che quando la gente compra una sempre maggiore quantità di prodotti, produce maggiori profitti per l'industria, ponendola in grado di espandersi. Quando l'industria si espande, ne risulta un aumento dei posti di lavoro. Ciò mette in circolazione una maggior quantità di denaro, il che pone in grado la gente di acquistare più prodotti, con una nuova espansione dei profitti, che provoca più investimenti, più posti di lavoro e riavvia per un nuovo giro l'intero ciclo.

Ho supersemplificato il processo, lasciandone fuori variabili come risparmio, prestiti e così via. Il modo in cui ho presentato la teoria corrisponde più o meno a quello in cui viene proposto alla comprensione della gente attraverso i mezzi di diffusione o dal sistema scolastico: un magnifico circolo di attività, con tutti che aiutavano tutti gli altri, con mano d'opera e dirigenti intenti insieme a spingere i remi, con tutti al servizio del bene comune ed in un processo di crescita all'infinito. Ciò spiegava l'urgenza patriottica di spendere sempre più in prodotti. I benefici si sarebbero riversati su di tutti nel paese, compresi coloro che erano alla base della piramide. Posti di lavoro, denaro, prosperità, felicità, sicurezza, democrazia, eguaglianza erano tutti messi in blocco come ineluttabili risultati di questo ciclo.

Io credevo in ciò. Tutti noi credevamo in ciò. La maggior parte della gente crede ancora in ciò. I presidenti riescono a farsi eleggere a seconda se riescono o no a convincere il pubblico ch'essi stimoleranno il magnifico ciclo. Jimmy Carter venne eletto perché diceva di sapere come farlo funzionare.

La teoria del flusso verso il basso è il preciso, elementare tipo di modello economico che può essere smerciato ad una massa privata delle possibilità di comprendere più a fondo il reale funzionamento delle cose. Cercare di cogliere le sfumature dei processi economici è per la maggior parte di noi non più facile del cercare di capire fino a che punto siano «sicure» le radiazioni nucleari. Chi lo sa? Gli «esperti» sanno.

Al pari di qualsiasi altro modello organizzativo della nostra società, i processi economici sono stati sottratti alla partecipazione personale e inseriti in un mondo infernale di diagrammi di flusso, analisi finanziarie e grafici circolari. Così come accade ai sistemi scientifici e tecnologici, una volta che i sistemi economici raggiungano una certa dimensione e complessità, possono essere controllati solo da forze di gran lunga fuori della portata dell'individuo e della comunità. Una spiegazione che si dia di essi suona plausibile tanto quanto un'altra. In mancanza di una preparazione realmente completa in materia economica — una preparazione che di per sé faccia da supporto a molte teorie arbitrarie e bizzarre — questo modello del flusso verso il basso dei benefici assicurati da una società consumistica suona perfettamente valido.

E certamente sembrò valido per un po' di tempo. La gente aveva lavoro, l'economia si espandeva, e le case si riempivano di un sempre maggior numero di apparecchi.

Soltanto ora, trent'anni dopo che il meccanismo fu messo in moto, riusciamo a guardare il processo da quel prezioso osservatorio rappresentato dalla disoccupazione, dall'inflazione, dai fallimenti, dalle inadempienze di carattere finanziario, e ci accorgiamo che in qualche punto ci doveva essere qualcosa di terribilmente sbagliato.

Infatti era un'illusione. Fu impacchettata e venduta a noi come sugli schermi televisivi ci venivano venduti gli arredamenti in pezzi componibili per il soggiorno. Compra ora, paga domani quando sarai più ricco di ora. Ma quando venne il domani, pochissimi di noi erano più ricchi.

Ne venne fuori che la ricerca di tutti questi beni felici non aveva prodotto gente felice, ma gente isolata, frustrata, alienata. Fatto più importante: i benefici economici non erano fluiti verso il basso per creare una certa democrazia egualitaria. I benefici erano fluiti verso l'alto.

 

 

I beneficiari dell'illusione pubblicitaria

 

Il periodo di rapido sviluppo dal 1946 al 1970, che coincise con l'apparire della televisione e della pubblicità elettronica, portò in questo paese ad una concentrazione della ricchezza e del potere inaudita. Pose l'effettivo controllo dell'economia nelle mani di alcuni grandi gruppi. Concentrò un'enorme ricchezza nelle mani di poche persone. Intanto le classi lavoratrici, e quella parte di popolazione più svantaggiata perché non occupata, a cui la vita fondata sui consumi aveva promesso benefici splendidi, finirono col trovarsi in una posizione di gran lunga peggiore, più disperata e più dipendente di quanto fosse mai stata prima.

Un pubblicitario di New York, Lawrence G. Chait, per primo presentò con chiarezza un'analisi della concentrazione economica resa inevitabile dallo sviluppo economico. In un discorso ora famoso pronunciato a Detroit nel 1968, Chait disse: «Il fattore significativo in misura schiacciante nella nostra vita economica e finanziaria è stato per alcuni anni la tendenza alla concentrazione del potere economico».

Sottolineando che nel 1965 questo paese contava 412.000 imprese, aggiungeva: «Le cinquanta imprese maggiori controllavano il 35,2% del totale attivo della produzione industriale».

Per quanto riguardava i profitti: «Le venti compagnie industriali più grandi, (con) il 25% dell'attivo totale, godevano del 32% dei profitti (nazionali) detratte le tasse». Ciò significa che solo lo 0,005 % delle grandi compagnie di questo paese godeva di un terzo di tutti i profitti ottenuti dalle compagnie.

Chait continuava: «Attività e profitti sono, naturalmente, elementi significativi per misurare la concentrazione nella vita economica nazionale, ma ci sono altri indici molto interessanti. Nel 1963, per esempio, c'erano 112 industrie tra cui 4 compagnie vantavano più del 50% della produzione. In 29 di queste 112 industrie le quattro più importanti vantavano più del 75% della produzione. Per il 1963 il 30% del volume della produzione dei beni di consumo proveniva da industrie e tra queste le quattro maggiori vantavano oltre il 50% della produzione totale».

Chait citava il professore d'economia Corwin Edwards per spiegare perché le compagnie maggiori inevitabilmente s'ingrandissero ulteriormente nei periodi d'espansione economica, assorbendo od estromettendo quelle minori. «Rispetto alle piccole imprese il grande gruppo ha la possibilità di comprare materiali rari ed i terreni migliori, brevetti e attrezzature; assicurarsi in anticipo i servizi dei tecnici e dirigenti più costosi; acquistare riserve di materiali per il futuro. Può assorbire perdite che esaurirebbero l'intero capitale di un concorrente minore... Nei vari momenti il grande gruppo può fare un'offerta maggiore, spendere di più in pubblicità, tecnologia o nel procurarsi talenti, può permettersi maggiori perdite rispetto alle compagnie più piccole; e dalla serie di siffatti momentanei svantaggi deriva un vantaggio ai fini del raggiungimento di più grossi risultati globali.

«I sociologi possono benissimo trovare a ridire su questa tendenza», diceva Chait, «ma come pragmatisti dobbiamo riconoscere che questa è di fatto la direzione in cui si sta muovendo l'organizzazione economica di questo paese». Infine citò il dott. Edwin G. Nourse, che crede non si possano intravvedere i limiti entro cui, una volta in pieno sviluppo, una siffatta concentrazione di potere economico si fermerebbe automaticamente.

Un esempio, che colpisce, del modo in cui il processo funziona è proposto in The American Farm da Maisie e Richard Conrat. Gli autori sottolineano il fatto che solo duecento anni fa il 95% della popolazione viveva in campagna e della campagna; ora meno del 5%. La fattoria a conduzione familiare è una creatura del passato, e così pure l'azienda agricola di medie proporzioni. L'economia in scala tecnologica alimenta soltanto i gruppi giganteschi che operano nel settore della produzione agricola e le loro macchine. Il periodo critico di questo mutamento si ebbe immediatamente dopo la seconda guerra mondiale: «Con stupefacente rapidità il trattore da 60 cavalli fu sostituito da un nuovo modello da 140 cavalli, quindi da una torreggiante macchina da 235 cavalli, prezzo 40.000 dollari. La mietitrice meccanica capace di falciare un solo filare di granoturco cedette il passo a macchine che riuscivano a falciare contemporaneamente quattro filari e poi otto. Il costo di queste nuove attrezzature rese economicamente imperativo per gli agricoltori prendere maggiori superfici. Tra il 1950 e il 1975 la superficie dell'azienda media americana si raddoppiò, mentre si triplicava il prezzo dell'attrezzatura agricola... coloro che non ce la facevano a tener dietro al ritmo frenetico venivano buttati fuori e costretti ad abbandonare. Nella nuova agricoltura non c'era posto per l'uomo che desiderasse semplicemente vivere sulla terra e lavorare il terreno e vendere abbastanza da pagarsi i conti delle spese. La compagnia che provvedeva a ritirare il latte notificava al vaccaro con venti mucche che non avrebbe più provveduto a ritirare sul posto il prodotto. Da ora in poi i camion della compagnia si sarebbero fermati solo alle aziende dei grandi operatori. I produttori su piccola scala di ortaggi, di frutta e le aziende non specializzate si ritrovarono con prezzi non remunerativi e tagliati fuori dal mercato dalle catene dei supermarket e dai gruppi che operavano nel settore agricolo».

Quanto era vero per gli agricoltori era vero per tutti gli affari poiché il fenomeno della rapida espansione dava un automatico vantaggio agli elementi del sistema più grossi, meglio finanziati, tecnologicamente più avanzati.

I concorrenti minori venivano estromessi dalla competizione dalla mera dimensione della spesa necessaria ad ogni livello, dal costo dell'automazione ai salari dei dirigenti alla disponibilità dei prestiti bancari. Le banche, riconoscendo molto subito che le grandi compagnie erano clienti migliori per i prestiti che non le piccole, aiutarono attivamente il mostro che avanzava. I gruppi minori saggiamente accettavano il fatto che solitamente era meglio svendere prima che le cose peggiorassero.

I vantaggi delle dimensioni non erano altrove più evidenti di quanto lo fossero nella pubblicità: soltanto i più grandi gruppi del mondo possono accedere alla rete televisiva perché può costare 120.000 dollari il minuto quando raggiunga 30 milioni di utenti. La televisione rappresenta nel campo dei mezzi di diffusione il corrispettivo della mietitrice da otto filari.

 

 

L'effetto sugli individui

 

Durante il boom dei consumi non furono soltanto entità astratta come i grandi industriali e finanziari a trarre benefici sproporzionati, ma anche le persone che possedevano i gruppi.

Il dott. Lester C. Thurow, professore d'economia e amministrazione al MIT (Massachusetts Inst. of Technology) e già membro del consiglio dei Consulenti economici, pubblicò alcune cifre illuminanti nella Public Interest Economics Newsletter del dicembre 1975.

Nel 1962, afferma Thurow, durante lo sprint finale della maggiore espansione economica di qualsiasi nazione industriale nella storia: «Al livello più alto il 18% di tutte le famiglie possedeva il 76,2% di tutta la ricchezza privata negli U.S.A., mentre al livello più basso il 25%, all'incirca 50 milioni di persone non possedeva bene alcuno... recenti stime non riportano variazioni significative...»

Thurow continua: «Al vertice il 5% delle famiglie possiede da solo più ricchezze di quella posseduta insieme dall'81% delle famiglie. Sempre al vertice lo 0,008% possiede tanti beni quanti ne possiede la metà meno fortunata della popolazione».

Thurow prosegue dicendo che «ricchezza e potere sono ancora più concentrati di quanto rivelino questi dati a causa dell'interdipendenza tra gli individui più ricchi ed i grandi gruppi economici che essi controllano».

In altre parole questo 0,008% può, attraverso la proprietà delle azioni e le gestioni interdipendenti, dominare effettivamente i pochi gruppi che a loro volta dominano l'economia.

Credo che Thurow voglia far pensare ad una cospirazione, o per lo meno ad un allarmante grado di collaborazione tra quei pochi. Forse la sua posizione accademica gli impedisce di metterla in quel modo. Poiché io non ho alcun rango accademico, intendo trarre le ovvie conclusioni.

Thurow continua parlando dei redditi: «Il divario nei redditi tra il 5% (delle famiglie) al livello più basso ed il 5% al livello più alto è di 45 a 1, tra l'1% al livello più basso e l'1% al livello più alto è di 525 a 1. L'1% al livello più alto riceveva un reddito annuale all'incirca tre volte quello che toccava al 20% al livello più basso della popolazione americana. Il fatto che soltanto gli interventi governativi (previdenza sociale, assistenza, bollini per il cibo) hanno impedito ai gruppi dai redditi più bassi di andare ancor più in rovina, dimostra che la distribuzione dei salari da parte del settore privato diventa sempre più ineguale... Il quinto della popolazione al livello più basso riceve solo l'1,7% dei salari distribuiti dal mercato (industria privata), meno del già miserabile 2,6% del 1943. Il quinto della popolazione al livello più alto riceve in stipendi e salari 28 volte quanto riceve il quinto al livello più basso».

Secondo Thurow se il governo, cioè il contribuente, non intervenisse nei casi di ristagno che l'espansione industriale produce, sarebbe perfettamente scontato il crescente divario tra ricchi e poveri. Nella falsa convinzione che la crescita industriale assicurerà benefici ai poveri e ai disoccupati concediamo esenzioni fiscali per aiutare la crescita industriale. Intanto con le nostre tasse nutriamo il crescente numero di affamati e poveri, che vengono accusati per l'aumento delle tasse. Paghiamo per ciò che ci viene tolto. Ad ogni giro del ciclo la situazione diventa più disperata.

Ciò che questi dati rivelano è che ogni pezzettino dell'America è dominata e diretta da una minuscola minoranza di gente ricca al pari del Messico e del Nicaragua presenti nella visione del mio insegnante alla scuola superiore. Guardando agli ultimi trent'anni attraverso la nuova realtà rappresentata da file di disoccupati, piccole aziende fallite, e dai profitti immensi di una manciata di gruppi giganteschi, riusciamo a capire che ora siamo di gran lunga più lontano da una società egualitaria di quanto non lo fossimo una generazione fa. Il Sogno Americano era un sogno.

 

 

Incrinature nell'illusione

 

Considerato che il sogno era impacchettato e venduto dai pubblicitari, non dovrebbe sorprenderci il fatto che le incrinature presenti in esso non venissero mai menzionate. È implicito nel processo pubblicitario raccontare solo quelle parti della storia che rafforzino il convincimento desiderato.

Due importanti incrinature vennero occultate. La prima era che il consumismo e lo sviluppo economico, anche se benefici, non potevano continuare all'infinito. La seconda era che il flusso economico in una economia fondata sull'iniziativa privata, nei periodi di rapida espansione, è inesorabilmente distorto a favore dei ricchi.

Allo sviluppo economico illimitato si oppongono le possibilità del pianeta. Poteva essere concepito solo da menti non più in contatto con i limiti della natura. Dipende da un abuso suicida delle risorse e da un impossibile ritmo nei consumi. Dipende da tutti gli elementi del ciclo risorse-produzione-consumo operante ad un ritmo che non può esser mantenuto a lungo andare.

Quando si cominciò a temere la scarsità delle materie prime, e tra queste petrolio e rame furono solo i primi a suscitare allarme, la produzione cominciò a declinare, posti di lavoro scomparvero, il potere d'acquisto diminuì, mentre, in contrasto con le leggi della domanda e dell'offerta predicate dai manuali, i prezzi salirono. Quei pochi grandi gruppi che controllano totalmente l'approvvigionamento delle risorse, poterono aumentare i prezzi, cavando più denaro dal sempre minor numero di persone che potevano permettersi di pagare.

In aggiunta molti dei governi stranieri protetti da noi, che avevano facilitato il nostro accesso alle loro risorse, cominciavano a cadere sotto i colpi dei movimenti rivoluzionari. Ciò accadde in particolare alle nazioni africane, asiatiche e del Medio Oriente e portò alla luce il fondo del pozzo senza fondo della cuccagna.

Intanto cominciavano ad apparire i limiti del consumismo. La gente non può all'infinito comprare due nuove auto ogni anno, né i costruttori di strade possono continuare a costruire strade una volta che la maggior parte del territorio sia stata ricoperta di strade. La gente non può sostituire l'arredamento del soggiorno, le cucine a microonde o il televisore ogni anno non importa da quanta pubblicità sia martellata. Di conseguenza il ritmo degli acquisti rallenta. C'è un termine per il processo consumistico. I mercati possono giungere alla saturazione.

Mentre molti americani non hanno capito che è ciò quanto è accaduto, i maggiori gruppi economici ne erano già al corrente.

Molti di essi, posti di fronte ad un mercato sfruttato fino in fondo, hanno smantellato le loro attività americane e si sono ristrutturati come entità supernazionali. Gli Stati Uniti, con le città devastate ed il territorio saccheggiato, sono di fronte alla prospettiva di diventare una sorta di gigantesca metropoli nata dal boom, sfruttata ed abbandonata.

Con le attività trasferite in nazioni che stanno appena emergendo come mercati, le multinazionali stanno impiantando la televisione in luoghi dell'Asia, Africa e Sud America, dove spesso non ci sono telefoni o strade pavimentate. Sistemi televisivi via-satellite sono stati installati in molti paesi ancor privi di moderni sistemi di trasporto o sanitari. La TV assicura il preaddestramento alla vita consumistica che si sta rapidamente avvicinando. In villaggi in cui l'elettricità è appena arrivata, la gente se ne sta lì a guardare gli short pubblicitari che mostrano persone estaticamente felici alle prese con il latte artificiale, la Coca-Cola ed i rasoi elettrici.

Anche se l'espansione economica potesse andare avanti all'infinito, da essa non tutti traggono vantaggi. Ne beneficiano solo i padroni delle imprese, non i lavoratori, e certamente non ha nulla da offrire ai disoccupati. Non occorre un economista marxista per spiegarne il perché.

Alcuni eminenti esperti di cose economiche come Louis Kelso per decenni hanno insistito nel prevedere il nostro attuale malessere. Nel suo brillante «Come trasformare ottanta milioni di lavoratori in capitalisti col denaro preso in prestito», Kelso sostiene che quando le iniziative capitalistiche si espandono i ricchi devono diventare più ricchi ed i poveri più poveri perché i padroni delle imprese hanno più specie di entrate. Hanno le entrate da stipendi, che sono molte volte più alti della media, ed hanno anche redditi da dividendi. Poi hanno un altro vantaggio: nei periodi di sviluppo economico fruiscono di grossi profitti che possono essere utilizzati per ulteriori investimenti di capitali, che successivamente produrranno altri profitti.

I lavoratori, operai o impiegati, hanno una sola fonte di reddito: le paghe. Saltuariamente è possibile che le paghe vengano aumentate, ma il ritmo degli aumenti dei salari non potrà mai eguagliare la triplice possibilità di cui godono i padroni delle imprese. I lavoratori, perciò, restano sempre più indietro col passare del tempo.

Durante il periodo postbellico, mentre la maggior parte di noi celebrava le lodi della nostra economia in espansione e comprava tostapane, lavatrici, auto e tosaerba a scoppio, apparecchi tutti progettati perché durassero un certo tempo, alcuni erano in grado di usare il loro duplice e triplice reddito per costruire nuovi impianti e rilevare piccole compagnie, comprare tecnologie che facessero risparmiare mano d'opera, o materie prime, miniere in Cile, azioni petrolifere, foreste in Brasile.

Questo viene ignorato dai teorici del flusso verso il basso, che continuano a dire che i padroni delle imprese usano la loro ricchezza extra in reinvestimenti che allargano il mercato del lavoro, facendo pensare che sia realmente auspicabile che alcune persone abbiano più denaro delle altre. Ma l'investimento in tecnologie d'automazione riduce i posti di lavoro. L'espansione degli impianti oltremare riduce i posti di lavoro americani. L'acquisto di piccole compagnie significa l'incorporazione o l'eliminazione di alcuni impianti di produzione, il che riduce ulteriormente i posti di lavoro.

A parte ciò, gran parte del surplus di ricchezza non viene spesa in investimenti di capitali, ma, trasformata in pietre preziose, opere d'arte e terreni, viene messa al riparo dall'inflazione, e nello stesso tempo questa operazione pone ancor più quegli articoli fuori della portata di coloro il cui reddito è rappresentato dal salario.

Il più spesso delle volte la disparità nei redditi aumenta mentre il totale dei posti di lavoro diminuisce. In un clima economico in cui alcuni grandi gruppi controllano offerta e prezzi, quando diminuisce il numero dei posti di lavoro qualsiasi impiegato che diventi troppo arrogante o pretenda troppo può esser facilmente buttato fuori. Laddove i sindacati sono forti, l'intera impresa può essere imballata e trasferita, per esempio, nella Corea del Sud o ad Hong Kong, dove i lavoratori tollerano quattordici ore di lavoro al giorno a quaranta centesimi l'ora. I salariati americani vengono lasciati con la loro unica entrata, con il loro sempre minor potere, ed un divario crescente tra loro e la gente che controlla la loro vita.

 

 

La depressione non è mai finita

 

Come cominciamo lentamente a capire che il Sogno Americano non era semplicemente un sogno ma un inganno, e che lungi dal favorire una democrazia economica, produceva una terrificante concentrazione di ricchezza e di potere, ora possiamo anche afferrare la qualità della nostra nuova dipendenza. È simile all'antica sindrome degli spacci gestiti dallo stesso datore di lavoro. Queste poche imprese gigantesche controllano i posti di lavoro, e quando aumenta la disponibilità di mano d'opera, controllano anche i salari.

Così cantava Tennesse Ernie Ford: Lavoriamo per la compagnia, implorando chiediamo di mantenere il nostro lavoro, non diamo seccature, e compriamo allo spaccio della compagnia.

Guardando indietro possiamo scorgere quanto avrebbe dovuto essere ovvio sin dal primo momento. La Grande Depressione degli anni trenta non è mai finita. Si rintanò nascosta da una guerra che creava lavoro e accresceva la capacità industriale, e poi, quando la guerra finì, venne occultata da un'illusione creata dalla pubblicità, un progetto irrealizzabile vendutoci di proposito.

Il nuovo stile di vita americano fondato sul consumismo, esaltando gli acquisti a credito con rateizzazioni programmate, e l'espansione economica con la sua inevitabile concentrazione di potere economico, produssero soltanto una più virulenta versione della vecchia Depressione. Negli anni trenta quando andava giù il numero dei posti di lavoro, almeno andavano giù anche i prezzi. Oggi poiché la concentrazione economica è avanzata sino al punto in cui la concorrenza nei prezzi è da considerarsi sorpassata, quando scompaiono i posti di lavoro i prezzi salgono.

Questo nuovo fenomeno venne riassunto in Mother Jones (Febbraio 1977) dagli economisti David Olson e Richard Parker, che si rifacevano ad uno studio condotto dai dott. Howard Wachtel e Peter Adelsheim per conto del Comitato congiunto per l'economia del Congresso:

«Essi scoprirono che i gruppi che operavano nei settori degli alimentari, dei servizi, della gomma, tabacco, calcolatori, dell'aeronautica, per elencarne alcuni, avevano tutti aumentato i loro prezzi in momenti in cui secondo i manuali avrebbero dovuto essere abbassati. Come possono i produttori aumentare i prezzi quando la economia ristagna, la domanda cade, le fabbriche operano ben al di sotto della piena capacità ed un numero sempre maggiore di persone è estromesso dal lavoro? La risposta, dice Wachtel, è questa: concentrazione economica — intere industrie sempre più dominate da un piccolo numero di aziende sempre più grandi... un sempre minor numero di grandi gruppi ha bisogno di competere nei prezzi. Ciò crea una situazione in cui i prezzi possono essere aumentati e l'inflazione può continuare a crescere anche durante i periodi di recessione».

Intanto il governo di questo paese, al pari dei governi degli altri paesi occidentali, è andato perdendo il potere di controllare queste operazioni. Poiché si trovano al di fuori dei confini del paese le compagnie multinazionali, di concerto con le banche, sono in grado di controllare economicamente intere nazioni. I governi lentamente scadono in un nuovo ruolo subordinato alle compagnie e di sostegno alle stesse.

Il dott. Lester Thurow concludeva il suo scritto sul Public Interest Economics Newsletter: «Non c'è una risposta soddisfacente alla domanda del perché il popolo americano sia stato contento di lasciare intatta questa enorme concentrazione di ricchezza che caratterizza questa economia».

È probabile che Thurow fosse piuttosto riservato nel momento in cui faceva quella dichiarazione, poiché indubbiamente c'è una spiegazione ovvia. Troppo pochi avevano sentito parlare dei dati che sono stati riportati qui e molti di quelli che ne avevano sentito parlare forse erano troppo indottrinati delle teorie economiche accettate per coglierne il vero significato. Tutte le nostre istituzioni culturali ci insegnano che l'economia keynesiana e la teoria del flusso verso il basso dell'espansione economica hanno una certa efficacia quando realmente abbiano un effetto che sia l'Opposto di quello che viene vantato.

Poiché la stragrande maggioranza degli americani è tenuta lontana da qualsiasi partecipazione personale ai processi economici, siamo giunti a credere in una struttura economica artificiale ampliata dalla gente che ne beneficia e che controlla i mezzi di diffusione che ce la spiegano.

 

 

Chi controlla la televisione

 

Nel 1960, quando il ritmo del nostro sviluppo economico era vicino al suo punto più alto e tutta la nazione era stata collegata insieme alla televisione, la pubblicazione commerciale Advertising Age commentava: «La rete televisiva, in particolare, è fondamentalmente la creatura dei 100 più grandi gruppi del paese».

In quell'anno ai cento più importanti inserzionisti del paese venne attribuito l’83% di tutta la pubblicità televisiva. Ai venticinque più importanti veniva attribuito il 65% dell'83%. Da quell'epoca il rapporto è rimasto pressocché inalterato.

Il controllo esercitato dai cento gruppi più importanti è evidentissimo nel campo della televisione, ma ad esso non sfuggono gli altri mezzi di diffusione. Nel 1974, per esempio, ai cento gruppi più importanti veniva attribuito il 55% di tutta la pubblicità in tutti i mezzi di diffusione, il 59% di quella radiofonica ed il 76% di quella televisiva. Poiché virtualmente tutti i mezzi di diffusione per la loro sopravvivenza dipendono in questo paese dalla pubblicità, dovrebbe esser ovvio che questi cento grandi gruppi economici, essi stessi dominati da una manciata di persone ricche, possono in gran misura determinare quali riviste, quotidiani, stazioni radio e stazioni televisive possano continuare ad esistere e quali debbano scomparire.

Anche la televisione pubblica si adatta al modello. Durante il 1975 più del 40% di tutti i programmi curati dalla televisione pubblica fu finanziato da questi stessi cento gruppi: soprattutto compagnie petrolifere, chimiche, farmaceutiche. Il controllo in questo caso non è agli stessi livelli di quello esercitato nei confronti delle reti private commerciali, ma l'effetto è lo stesso. Da loro dipende la sopravvivenza.

E per la televisione commerciale e per quella pubblica è quindi assolutamente necessario creare programmi che possano fruire dell'appoggio di questo centinaio di inserzionisti. Questi si ritrovano ovunque vi sia la possibilità di esercitare un'influenza. Dati i costi della televisione, essi sono gli unici che possano influenzare.

Stiamo parlando del controllo esercitato da 100 società su 400.000. L'importanza delle altre 399.900 è irrilevante per quanto riguarda la televisione. Per quanto riguarda i pensieri, i desideri, i sentimenti dei segmenti della popolazione americana non legati a gruppi economici — circa 250 milioni di esseri umani, i cui interessi vanno dagli indiani, all'arte, alla letteratura, all'ecologia, al socialismo, per citarne alcuni questi non sono della pur minima importanza.

La televisione, come altre monolitiche tecnologie, dalla mietitrice per otto filari di granturco e la conduzione di tipo industriale delle aziende agricole alle petroliere, installazioni nucleari, reti di elaboratori, grattacieli per uffici da cento piani, alle comunicazioni via-satellite, agli oleodotti internazionali e ai trasporti supersonici, è alla portata solo di gruppi mostruosamente potenti. Quanto ci tocca vedere in televisione è ciò che risponde alla mentalità ed ai fini dei cento supergruppi.

Mentre vuoi dare ad intendere d'essere una tecnologia di massa a disposizione di tutti, poiché tutti possono sperimentarla, la televisione è quasi solo lo strumento di quei gruppi. Se da questi provengono quattro su cinque dollari delle entrate televisive, ovviamente, di conseguenza, le reti televisive se non cercassero d'ingraziarsele cesserebbero d'esistere.

È anche vero il corollario: senza uno strumento così unico, così monolitico come la televisione questi giganteschi gruppi non riuscirebbero ad imporre efficacemente il loro potere ed il loro controllo nella misura attuale. La monolitica iniziativa economica ha bisogno di monolitici mezzi di diffusione per propagare la sua filosofia ed influenzare rapidi cambiamenti nei modelli di consumo. Senza uno strumento come la televisione, capace di raggiungere tutti nello stesso momento e di ridurre i bisogni umani perché s'adeguino all'ambiente ridisegnato, gli stessi grandi gruppi non potrebbero esistere.

La diffusione della televisione unificò un intero popolo entro un sistema di concezioni e modelli di vita che rendeva possibile l'espansione di enormi iniziative economiche. Per questo motivo tutta la nostra cultura e l'aspetto fisico dell'ambiente, come più o meno è accaduto per le nostre menti ed i nostri sentimenti, sono stati computerizzati, linearizzati, suburbanizzati, canalizzati e impacchettati per la vendita.

È questione controversa se coloro che controllano la televisione sapevano che cosa ne sarebbe risultato allorché la rispolverarono dopo la guerra per affidarle il compito di vender le loro merci.

Sia che a tale scopo siano stati loro a inventare la televisione o questa ad inventare loro si trattò d'un rapporto simbiotico. Il suo uso fu predeterminato dalla evoluzione dei modelli economici e tecnologici che portarono ad esso e che da allora hanno continuato nel loro inevitabile cammino. Come vedremo, il loro uso ed i suoi effetti furono determinati anche dalla natura e dai limiti della stessa tecnologia televisiva.

 

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TERZO ARGOMENTO

 

EFFETTI DELLA TELEVISIONE SULL'ESSERE UMANO

 

 

 

La tecnologia televisiva produce reazioni neuro fisiologiche nella gente che la guarda. Può creare infermità, certamente produce confusione e soggezione alle immagini esterne. Presi insieme gli effetti danno come risultato il condizionamento funzionale da controllo autocratico.

 

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… … … … sia adattamento alla nuova realtà circoscritta. Come risultato e scopo questa riduzione si propone di accrescere e concentrare l'attenzione sul lavoro, sui beni, divertimenti, spettacoli e altre droghe che la società usa per mantenerci entro i suoi confini.

Possiamo ritenere che la televisione rappresenti un aggravamento rispetto a quella condizione già prevalente. Si sta seduti nelle stanze a luci spente, l'ambiente naturale è immerso nell'oscurità, gli altri esseri umani sono esclusi dalla nostra visuale, funzionano solo due sensi, entrambi entro un raggio molto ridotto, la vista e le altre funzioni fisiche sono bloccate, gli occhi se ne stanno sbarrati sul video luminoso per ore ed ore: l'esperienza equivale a qualcosa di vicino alla deprivazione sensoriale più di qualsiasi altra cosa da cui sia stata preceduta.

La televisione isola le persone dall'ambiente, le persone tra di loro, e dai loro sensi. In una condizione del genere i due sensi parzialmente funzionanti non possono fruire della solita miscela d'informazioni che gli esseri umani impiegano per ricavare messaggi dall'ambiente circostante. Ogni messaggio viene da un'area d'informazione fortemente ridotta.

Sappiamo che è da tutti accettato come verità il fatto che per quanto riguarda le condizioni della deprivazione sensoriale i soggetti non possono far altro che concentrarsi sulle immagini presenti nel loro cervello. E sappiamo che nelle condizioni di deprivazione sensoriale il soggetto, non avendo altre risorse oltre alle immagini mentali, è eccezionalmente sensibile alla suggestione.

Quando guardate la TV, sperimentate immagini mentali. Queste immagini mentali non sono vostre. Sono di qualcun altro. Poiché il resto delle vostre capacità è stato represso ed il resto del mondo oscurato, è probabile che queste immagini abbiano un grado straordinario d'influenza. Affermo che è lavaggio del cervello o ipnosi o distruzione della mente o qualcosa del genere? Ebbene, non c'è alcun dubbio sul fatto che qualcuno stia parlando nella vostra mente e vuole che facciate qualcosa:

Primo:      che continuiate a guardare.

Secondo:    che portiate le immagini in giro nella vostra testa.

Terzo:      che compriate qualcosa.

Quarto:     che domani accendiate l'apparecchio.

 

 

 

 

 

 

Capitolo nono

 

L'ingestione di luce artificiale

 

 

 

Quando siete dinanzi al televisore acceso la cosa più importante che fate è guardare la luce. Il filosofo John Brockman fu il primo a prospettarsi la cosa in quel modo, osservando che questo fatto in sé rappresenta un enorme cambiamento nell'esperienza umana. Per quattro ore al giorno esseri umani siedono in stanze buie, con i corpi immobili, intenti a contemplare la luce. Niente del genere è mai accaduto prima.

La generazioni del passato, milioni di esse, guardavano verso la luce delle stelle, del fuoco, della luna e non c'è dubbio che queste esperienze suscitino sensazioni, sentimenti importanti. Ci sono civiltà in cui gli uomini trascorrevano del tempo contemplando il sole, ma non c'è cultura in tutta la storia che abbia trascorso quantità così enormi di tempo, e tutta la gente insieme, ogni giorno, seduta in stanze buie, a contemplare luce artificiale.

La poetessa Anne Waldman propone che la televisione possa essa stessa rappresentare una luna vicaria; un surrogato dell'esperienza originale cui, in qualche parte, continuiamo ad anelare.

La luce del televisore non è ambiente, ma è finalizzata, diretta. È proiettata nei nostri occhi da dietro lo schermo dai tubi catodici che sono letteralmente puntati verso di noi. In questi tubi ci sono 25.000 volt nel caso dei televisori a colori, e circa 15.000 in quelli b/n.

I tubi lanciano flussi elettronici contro i fosfori sullo schermo. Ciò fa sì che i fosfori brillino e la loro luce dallo schermo si proietta nei nostri occhi. Non è del tutto esatto dire che quando guardiamo la televisione guardiamo verso la luce; è più corretto dire che la luce viene proiettata dentro di noi. Noi riceviamo la luce attraverso gli occhi nei nostri corpi, abbastanza dentro da interessare il sistema endocrino, come vedremo. Alcuni fisici dicono che l'occhio non sia in grado di distinguere tra luce ambiente, che viene riflessa da altre superfici, e luce diretta, che giunge dritta negli occhi, indisturbata, ma altri sono del parere che la differenza sia importante.

Tra i fisici viva è un'altra discussione sulla questione se la luce sia una particolare materia o se sia energia d'onda. Per quel che ci riguarda, comunque, ciò che è necessario prendere in considerazione è che, sia la luce materia o energia, è una cosa che penetra in noi. Quando guardate la televisione, sperimentate qualcosa come il passaggio di linee di energia, è una cosa che penetra in noi. Quando guardate la televisione, sperimentate qualcosa come il passaggio di linee di energia dal tubo catodico al fosforo attraverso gli occhi nel vostro corpo. Venite collegato al televisore come il vostro braccio verrebbe collegato alla corrente elettrica — e su questa pure si discute per stabilire se si tratti di particelle o di onde — se aveste ficcato un coltello nella presa.

Queste non sono metafore. C'è un passaggio concentrato di energia dalla macchina a voi, e nessun passaggio in direzione opposta. In questo senso la macchina è letteralmente dominante e voi siete passivi.

 

 

Salute e luce

 

Quando cominciai a guardarmi intorno alla ricerca d'una spiegazione di quei sintomi fisici che la gente descriveva, in particolare di quelli riguardanti «torpore», il «sentirsi come zombi», «irritazione» e così via — sintomi di solito attribuiti a cause di natura psicologica — Stewart Brand mi mandò una copia d'un libro intitolato «Salute e Luce» del dott. John Ott, un ex banchiere che aveva lasciato la sua attività per dedicarsi al passo uno e fondato poi a Sarasota, in Florida, l'Istituto di Ricerche sulla Salute e la Luce in rapporto all'ambiente. Ora sulla settantina Ott presiede un consiglio formato da dottori e medici ricercatori che portano innanzi un lavoro d'avanguardia sugli effetti della luce sul corpo umano.

Avevo sentito parlare di Ott come di una delle fonti più importanti per gli enti governativi interessati a raccogliere elementi sugli effetti dei raggi X emessi dai televisori. Aveva contribuito notevolmente a convincere i legislatori a ridurre i limiti consentiti di raggi X prodotti dai televisori. Negli ultimi vent'anni questi limiti sono stati ridotti più di venti volte. Ci fu un periodo in cui era consentito un limite di cinquanta millerem l'ora, ma il limite attuale è pari ad un centesimo di quello citato, cioè corrisponde a mezzo millerem l'ora. Ott ha sostenuto che anche l'attuale sia limite troppo alto. In una famosa serie di studi si son viste le radici delle piante di fagiolo collocate da lui di fronte a televisori a colori crescere verso l'alto fuori dal terreno. Un'altra serie di piante divenne mostruosamente grande e distorta. In topi che similmente vennero posti dinanzi a televisori si svilupparono lesioni cancerose. Ott sostiene che è probabile che qualsiasi quantità di raggi X emessa dalla televisione — e la maggior parte degli apparecchi ne emette una certa quantità — sia dannosa per gli esseri umani.

In Salute e Luce Ott più che nel discutere i raggi X s'impegna nel discutere di un pericolo più sottile presente nel nostro ambiente: la luce artificiale, ed in particolare quella fluorescente. In questo caso la sua ricerca non è diretta in modo specifico alla luce emessa dai televisori, ma, poiché la televisione è fluorescente, il lavoro di Ott può trovare diretta applicazione.

Mentre faceva le sue riprese a passo uno sulle piante, Ott realizzò le prime scoperte riguardanti interazioni tra le piante e le luci che usava per la fotografia. S'accorse che quando passava dall'illuminazione ad incandescenza a quella fluorescente, per esempio, le piante immediatamente smettevano di crescere in una certa maniera e crescevano in altro modo. Le sue riprese a passo uno furono in grado di registrare il cambiamento.

Inoltre anche quando passava da una luce fluorescente ad un'altra, analoghe peculiarità apparivano sulla pellicola. Si avevano differenze anche quando le piante venivano allontanate da tutte le fonti di luce artificiale e spostate alla luce naturale.

Ott cominciò ad interessarsi più di questi cambiamenti che non della fotografia. Cominciò a cambiare di proposito le luci per vedere che cosa sarebbe accaduto, quindi si dette a microfotografare le cellule delle piante per scoprire se fosse possibile vedere i cambiamenti nell'attività cellulare.

L'attività cellulare delle piante viene chiamata «flusso dei cloroplastici»; per mezzo d'un microscopio è possibile vedere i milioni di cellule che si muovono intorno secondo uno schema ordinato, che in qualche modo fa pensare al fluire del traffico.

Ott scoprì che quando le piante venivano tenute alla luce del sole i cloroplasti avrebbero continuato a muoversi con la consueta regolarità; quando la luce doveva passare attraverso normale vetro da finestra, gruppi di cloroplasti avrebbero cominciato ad allontanarsi dallo schema del flusso. Con la luce artificiale il comportamento dei cloroplasti s'alterava in modo notevole. Quando Ott cambiava luce, da quella ad incandescenza a quella fluorescente, o cambiava il colore della fluorescente, era possibile che i cloroplasti si movessero più rapidamente o più lentamente, si raggruppassero pigramente, o schizzassero pazzamente, completamente senza alcuna sincronia rispetto allo schema precedente.

I risultati erano di tale rilievo che Ott cominciò a chiedersi se non fosse possibile trovare analoghi cambiamenti a livello di cellula tra gli animali da laboratorio una volta spostati da una fonte luminosa ad un'altra. La nuova scienza della fotobiologia ha cominciato a scoprire che gli esseri umani e gli animali, che virtualmente sono composti delle stesse sostanze chimiche di cui sono fatte le piante (fatta eccezione per la clorofilla), reagiscono anche essi in varie maniere alla luce. Noi riceviamo la luce attraverso le cellule della pelle, ma in misura più notevole la riceviamo attraverso gli occhi e l'assorbiamo nella nostra struttura cellulare. Ott s'impegnò nel determinare quale effetto potessero avere cambiamenti di luce su una particolare razza di ratti da laboratorio cancro-sensibili; voleva sapere se le differenze nelle percentuali del cancro derivassero dalla diversità delle fonti luminose.

Era così. La luce fluorescente rosa produceva nei topi il maggior numero di casi di cancro nei ratti; quella naturale diurna il minore. In un esperimento riguardante trecento topi cancro-sensibili si ebbero questi risultati:

      Fonte luminosa                  Percentuale sopravvivenza

normale luce del giorno                       97%

tutte le luci fluorescenti                     88%

fluorescente bianca                             94%

fluorescente rosa                                61%

 

In un altro esperimento che interessò duemila topi, scoprì che in quelli tenuti sotto la luce fluorescente rosa si sviluppavano tumori che, in media, ne provocavano la morte entro sette mesi e mezzo. Quelli tenuti sotto altre fonti luminose vivevano mediamente due volte più a lungo di quelli del primo gruppo.

Il cancro non era l'unica reazione alla luce artificiale. Infatti allorché i topi venivano tenuti sotto una particolare luce fluorescente rosa per lunghi periodi di tempo, le loro code avvizzivano letteralmente e cadevano via.

Sotto un certo tipo di luce fluorescente azzurra il livello del colesterolo nel sangue del topo saliva bruscamente; il topo maschio diventava obeso, le femmine no.

Ott lavorò anche con altri animali.

Si scoprì che un filtro rosso collocato su una normale luce ad incandescenza indeboliva e provocava la rottura delle cellule cardiache degli embrioni di pulcini. Una luce incandescente azzurra posta sulle gabbie di cincillà aumentava il numero delle femmine nella figliata; una luce simile aumentava la popolazione femminile di alcuni pesci in una vasca.

Altri cambiamenti di luce provocavano aggressività, comportamento iperattivo, abulia e disorientamento, oltre a cambiamenti nei modelli sessuali tra topi, ratti ed altri animali.

Nel suo libro ed in un successivo articolo apparso sulla rivista medica Eye, Ear, Nose and Throat Monthly (Luglio 1974), Ott spiegò in che modo egli ritiene che la luce ci riguardi molto da vicino.

Prima di tutto spiega la connessione tra la luce che riceviamo negli occhi e la nostra struttura cellulare. Questa è la sequenza degli eventi: la luce passa attraverso l'occhio e contatta la retina. La retina ha quella che Ott chiama una «funzione duplice». La prima è quella ovvia: per mezzo di canali diretti al cervello tradurre la luce in immagini. La seconda, funzione egualmente importante, riguarda il passaggio dei raggi luminosi, indipendentemente dal loro ruolo di creatori d'immagini, per mezzo di canali neurochimici entro ed attraverso le glandole pineale e pituitaria e di conseguenza entro i sistemi endocrini degli animali e degli umani.

L'individuazione di questa serie di connessioni non riuscì solo ad Ott, poiché molti ricercatori, alcuni dei quali saranno poi citati da me, hanno scoperto che quest'interazione riguarda strutture ormonali, sessualità, fecondità, crescita e molti altri aspetti della struttura cellulare dell'animale e dell'uomo.

Ott afferma che la specie di luce che passa attraverso gli occhi determina le reazioni delle cellule umane. I suoi esperimenti su piante ed animali furono tentativi per dimostrare che persino minuti cambiamenti negli spettri a lunghezza d'onda (che chiamiamo «colore») — per esempio tra una specie di luce artificiale ed un'altra, o tra luce naturale e luce artificiale — provocano importanti alterazioni biochimiche.

Fondamentale per la comprensione di tutto ciò è il termine «luce» che non si riferisce a singolo, monolitico elemento. Quando parliamo di «luce» non facciamo normalmente distinzioni tra luce naturale o luce artificiale, né facciamo distinzione tra le varie specie di luce artificiale, ma tendiamo a trattarle tutte alla stessa stregua. Giriamo la chiavetta dell'interruttore sulla posizione «inserito» e otteniamo la «luce». Quando c'è l'«inserito» è possibile vedere. Ma a questo punto finisce l'analogia.

La luce solare naturale è composta di tutte le lunghezze d'onda radianti l'energia (spettri) che si ritrovano in quella che chiamiamo «luce». Quel che più importa è che le contenga in un determinato miscuglio: tanto di questa e tanto di quella.

La luce artificiale — fluorescente o a incandescenza — lascia fuori molti segmenti della gamma spettrale contenuta nella luce naturale, e libera una miscela completamente diversa d'ingredienti spettrali. La luce ad incandescenza, per esempio, enfatizza la porzione dello spettro vicina all'infrarosso mentre minimizza o lascia fuori altre parti. La luce artificiale letteralmente come elemento non è la stessa cosa della luce neutrale. Usare lo stesso termine per entrambe significa rendere impossibile ogni comprensibilità.

A scuola apprendemmo che le piante ingeriscono luce e quindi la convertono in energia per la crescita. Il processo è chiamato fotosintesi.

Letteralmente la pianta assume luce nelle sue cellule e la converte in nutrimento. Per la pianta la luce è una forma di cibo. Ott ha dimostrato che il cambiare la sorgente luminosa in modo che una pianta ingerisca una serie d'ingredienti spettrali al posto di un'altra cambia il nutrimento e di conseguenza la struttura cellulare e il modello di crescita della pianta. Se coltivate piante in casa, anche voi sapete che ciò è vero. È possibile che non abbiate un microscopio con cui osservare il fenomeno, ma se spostate una pianta più vicino alla finestra (o più lontano), essa cambia. Si vendono ora lampadine speciali che favoriscono la crescita delle piante. Quando spostate la pianta e comprate la lampada, non fate altro che alterare la quantità e la natura spettrale della luce che la pianta riceve. Ne cambiate la dieta.

Grazie alla fotobiologia finalmente cominciamo a capire che ciò che è vero per le piante sembra che sia vero anche per animali e uomini. Insomma la luce è una specie di cibo. Gli uomini prendono la luce attraverso gli occhi e quindi questa passando per il sistema retinico-pituitario-endocrino entra nelle cellule.

Il particolare contributo offerto da Ott alla fotobiologia è il fatto che trent'anni fa cominciò a dire che l'esatta miscela d'ingredienti spettrali che ingeriamo ha a che fare con molti aspetti della salute e della vitalità dell'uomo. Quando si cambia la luce, si cambiano gli spettri; quando si cambiano gli spettri, si cambia il nutrimento-luce che riesce a giungere alle cellule; quando si alterano le cellule, si altera il corpo umano.

 

 

Dall'aperto al coperto

 

Per stabilire quale miscela d'ingredienti spettrali abbia maggiori probabilità di produrre gli esseri umani più vitali, è logico partire dalla luce naturale, considerato che essa è la sola luce che gli esseri umani abbiano ingerito per milioni di anni.

Durante tutto questo tempo l'unica luce sperimentata dall'uomo è stata quella naturale: sole, luna, stelle e, più recentemente, fuoco. Perciò quali che siano le capacità umane a ricevere la luce e quali che siano le reazioni a livello di cellule che gli uomini hanno nei confronti della luce, esse devono essersi sviluppate per accordarsi con i particolari spettri emessi da quelle fonti luminose.

Quattro generazioni fa, che rappresentano un cinquantamillesimo dell'esperienza umana, inventammo la luce artificiale. È solo da due generazioni che la luce artificiale si è così diffusa che abbiamo cominciato a trasferirci in ambienti illuminati artificialmente. Attualmente la maggior parte della luce che ingeriamo attraverso la pelle e gli occhi è artificiale. Intanto non riceviamo più la luce che ricevevamo in precedenza poiché non stiamo più all'aperto. È una sorta di follia pensare che questo cambiamento non ci colpisca, altra prova del nostro allontanarci da qualsiasi comprensione della nostra interazione con l'ambiente.

Ott ha coniato il termine «malillumination» per indicare gli effetti sul corpo. Noi siamo «assetati» di spettri di luce naturale, afferma, ed abbiamo esagerato nelle dosi di quegli spettri che vengono dalle luci artificiali: a incandescenza, a fluorescenza, a vapori di mercurio, al sodio, televisive e d'altro tipo.

Immaginate di smettere improvvisamente di mangiare ogni tipo di frutta, verdura, cereali, noci e carni, e di cominciare a mangiare solo pasta (in italiano), dolciumi e fiocchi d'avena dolcificati; tutti questi composti sono «cibo», ma le sostanze nutritive presenti in ciascuno di essi sono sostanzialmente differenti. Quando sono gli stessi — c'è un po' di proteina, per esempio, nei dolciumi, e c'è amido in alcune verdure — sono presenti in proporzioni completamente diverse. Mangiar pasta, dolciumi e fiocchi d'avena vi manterrà in vita, ma alla fine intaccherà la vostra salute. E la stessa cosa accade con le alterazioni nella dieta-luce passando dalla miscela «naturale» d'ingredienti spettrali alla miscela artificiale.

Ott teme che la «malillumination» provochi disturbi che vanno dall'insufficienza di vitalità ad una ridotta resistenza alle malattie e all'iperattività. Ritiene che essa porti anche a comportamenti aggressivi, a cardiopatie e persino al cancro. Sostiene che il corpo non riesce a controllare quest'interferenza in un rapporto umano naturale con l'ambiente meglio di quanto possa gestire gli additivi alimentari o le sostanze chimiche presenti nell'atmosfera. A livello cellulare il corpo viene meno.

Man mano che il nostro modo di vivere ci allontana ulteriormente dalla luce naturale dallo spettro completo e ci trasferisce negli ambienti artificiali, la nostra condizione peggiora. Persino quando siamo all'aperto, sottolinea Ott, filtriamo la luce che riceviamo nei nostri occhi con occhiali da sole (che eliminano alcuni spettri, mentre consentono ad altri di passare), con le lenti da vista ed i vetri delle finestre. Anche la nebbia ha una sua parte, afferma, citando un rapporto smithsoniano dal quale apprendiamo che durante l'ultimo sessantennio c'è stata una diminuzione del 14% nella quantità di luce solare che raggiunge la superficie del nostro pianeta.

Il mio interesse nei confronti degli effetti della luce sugli esseri umani affondava le sue radici nelle mie indagini sulla televisione. Considerando che gli esseri umani non solo si erano trasferiti dalla luce naturale a quella artificiale, ma che ora per quattro ore al giorno la razione di luce artificiale viene fornita dalla luce del televisore, cominciai a ritenere ovvio che ci saremmo trovati di fronte ad un nuovo livello di distorsione. Gli esseri umani stanno assorbendo luce televisiva, che va diritta nei loro occhi, in quantità di gran lunga superiore a quella di qualsiasi specie di luce artificiale sperimentata in passato.

Mi parve che se variazioni nella specie e nel volume della luce artificiale potessero danneggiare gli uomini, sarebbe stato necessario controllare se non vi fossero specifiche conseguenze prodotte dall'enorme quantità di luce televisiva che tantissime persone assorbono.

Se esaminerete da vicino lo schermo del vostro televisore a colori vi suggerisco di usare una lente d'ingrandimento — scoprirete che l'immagine è prodotta da un insieme di punti o linee rosse, azzurre, verdi. Non appena vi allontanate dallo schermo i colori si fondono nei vostri occhi assumendo l'aspetto di altri colori, ma la televisione sta emettendo soltanto luce rossa, azzurra e verde. Questi punti sono fatti di metallo fosforescente collocato nell'interno del vetro. I fosfori scintillano quando il tubo catodico lancia su di essi gli elettroni. Questo processo non ha niente a che fare con quello usato nell'illuminazione fluorescente. La televisione è fluorescente.

Esaminai attentamente libri e scritti di Ott cercando di scoprire se si fosse preoccupato di indagare sugli effetti della fosforescenza televisiva mentre studiava altri fluorescenti. Non riuscii a trovare alcun riferimento e perciò mi rivolsi personalmente a lui.

Domandai ad Ott se avesse studiato gli effetti delle particolari emanazioni spettrali della televisione a colori: i fosfori rosso, azzurro, verde. In caso positivo, che cosa aveva scoperto? Altrimenti lo pregavo di esprimere delle congetture.

Mi rispose che non aveva fatto ricerche del genere, sebbene di recente avesse cominciato a pensare di doverle fare, ma aggiunse:

«Abbiamo studiato i verdi, i rossi, gli azzurri che derivano da luci fluorescenti, che naturalmente dovrebbero essere molto simili perché tutti implicano l'eccitazione di fosfori minerali. È possibile che non sia proprio la stessa cosa, ma ho già verificato che cosa può accadere con certe fosforescenze, particolarmente quelle rosa.

«In ogni caso sono sicuro che essi (i fosfori TV) hanno tre picchi di lunghezza d'onda molto ristretti, proprio come nei fluorescenti, ma non so veramente quanto ampie siano le bande». (Uno stretto picco di lunghezza d'onda indicherebbe una concentrazione altissima entro una gamma spettrale; ciò sarebbe sospetto, poiché concentrerebbe e distorcerebbe in modo più serio quanto gli uomini assorbono.)

Ott mi disse che la televisione a colori probabilmente era meno dannosa di quella in bianco e nero poiché gli apparecchi a colori producono spettri più ampi, per quanto distorcano seriamente la gamma naturale della luce solare. D'altro canto gli apparecchi a colori producono una maggiore quantità di raggi X.

Ott spontaneamente avanzò un'altra ipotesi: mi disse che ultimamente si era andato chiedendo se potesse esserci un rapporto tra le emanazioni luminose dei televisori a colori e altre luci fluorescenti e gli additivi chimici alimentari nel provocare iperattività nei bambini.

«Tutti quei coloranti artificiali hanno una certa risonanza di lunghezza d'onda. Il dott. Ben Feingold del Kaiser Hospital ha trovato che eliminando alcuni di questi coloranti e aromi artificiali dalla dieta dei bambini se ne ridurrà l'iperattività ed anche le reazioni di tipo allergico. Quel che vorrei fare è questo: prendere le sue scoperte e collegarle ai picchi di lunghezza d'onda delle luci al vapore di mercurio, delle luci fluorescenti e di quella televisiva poiché il nocciolo della questione potrebbe stare in un'interazione di risonanze di lunghezza d'onda tra le sostanze chimiche e la luce che il corpo ingerisce. Per quanto riguarda la televisione ciò potrebbe dipendere dai picchi dello spettro. Se corrispondono all'assorbimento di lunghezza d'onda di alcuni di questi materiali sintetici allora è possibile che si abbiano terribili reazioni.

«È lo stesso con il cibo. Pigmenti differenti hanno risonanze di differente lunghezza d'onda, così differenti ingredienti alimentari possono entrare in risonanza con differenti componenti della luce. Supponiamo che mangiate una quantità di spinaci e uva passa, cibi che contengono ferro. Il ferro ha una risonanza di una certa lunghezza d'onda. In effetti ogni materia interagisce con altra materia che possa entrare analogamente in risonanza. Questo è il motivo per cui i soldati rompono il passo quando attraversano un ponte. Un numero eccessivo di essi marciante al passo può creare un tipo di lunghezza d'onda che notoriamente entra in risonanza con quella dei materiali del ponte e tutto l'insieme può crollare. La stessa cosa accade con i cibi e la luce. Se mangiate un pochino di ferro e calcio (presenti nel cibo) e la lunghezza d'onda di quelle materie è assente nella luce a cui siete esposti, non riceverete alcun beneficio da quelle sostanze. D'altra parte se vi trovate in un picco di luce, luce prodotta dalla televisione o da qualsiasi altra fonte, che reagisce al ferro, allora dovrete controllare le quantità di sostanze che ingerite, perché se ne prendete in dosi eccessive, potrete reagire violentemente. (Allergia, iperattività.) Della luce richiesta potrebbe esservene troppa o non abbastanza. Ora con quella solare non ci sono questi tipi di picchi. Sono certo che in un modo o nell'altro la vostra dieta e di cibo e di luce sia responsabile di un bel numero di diverse reazioni fisiche che non siamo ancora riusciti a misurare».

 

 

Alla ricerca della luce

 

Ci fu un momento, mentre lavoravo a questo libro, in cui fui violentemente scosso da quanto era implicito nell'ingestione di luce da parte degli esseri umani. Quando cominciai a capire per la prima volta che c'è una concreta relazione tra i nostri corpi e la luce, e che la luce è una specie di cosa, un qualcosa che ingeriamo per nutrirci e crescere, al pari del cibo, cominciai a sentire che probabilmente gli esseri umani, al pari delle piante, hanno fame di luce e la ricercano.

Sappiamo che gli esseri umani cercano il cibo. Una gran parte della vita viene impiegata in questa operazione. Possiamo dire che la ricerca del cibo sia istintiva in tutti gli uomini: persino i neonati lo cercano, entro i loro limiti.

Se la luce è anche cibo, potremmo allora noi non cercarla come fanno le piante? È questa la ragione per cui guardiamo la luna? Per questo motivo ce ne stiamo a fissare il fuoco? C'è un'innata brama di luce, una specie di fame a livello di cellule? Se è così, allora suppongo che Anne Waldman potesse aver ragione. Una volta eliminata la luce naturale, cerchiamo una luce che ne faccia le veci: la televisione.

Ebbene non mi sarebbe stato forse possibile dire nulla di ciò in un libro, ma ne scrissi in una lettera ad un mio amico antropologo, Neal Daniels, che ha familiarità sia con le religioni «primitive» sia con quelle «esoteriche». Mi rispose:

«Se i fotobiologi non sbagliano, e non vedo perché dovrebbero essere in errore, possono riconoscere un fondamento biologico nel fatto che ogni cultura e ogni religione storica abbiano posto la luce al centro della propria cosmologia. “Ricevi la luce”. “Cerca la luce”. “Lo spirito della luce”. “L'anima luminescente”.

«Gli indiani Hopi parlano della luce che entra in loro attraverso la parte superiore del capo. Per questo motivo si preoccupano di tenere quella parte della testa esposta alla luce. Naturalmente ne parlano in senso spirituale. So che ne parlate voi in termini di salute fisica, come se parlaste di cibo. Ma potrebbe trattarsi della stessa cosa? È molto concreto e sensato sviluppare le religioni intorno a processi naturali che siano fondamentali ai fini della sorpavvivenza. Ciò accade nella maggior parte delle culture indigene a differenza di quel che avviene nelle nostre.

«Ricordi quel film che vedemmo su quegli indiani boliviani? Ogni giorno alla stessa ora praticavano la meditazione, sedendo sulla vetta di un'altura di fronte al sole. Chiamavano questa pratica «prender la luce». Usavano l'espressione con lo stesso senso presente in «prender le acque». Sostenevano che l'esercizio era valido dal punto di vista medico e nello stesso tempo stimolava la naturale capacità d'osservazione.

«È mia opinione che, fatta eccezione della medicina occidentale, non vi sia al mondo sistema terapeutico nel quale la luce non sia utilizzata per curare la salute... fisica, mentale, spirituale».

Anne Kent Rush, autrice di Moon, Moon, che nella sua professione di fisioterapista applica un sistema di massaggi che sfrutta buona parte delle conoscenze su cui è fondata l'agopuntura cinese, mi fornì in quest'area alcuni dati. Mi disse che i sistemi di cura cinesi coordinano la terapia di vari organi con cibi di colore specifico. Per esempio per disturbi polmonari verranno prescritti cibi bianchi come rape e cipolle. Contro i disturbi cardiaci si mangeranno cibi rossi come barbabietole e melegrane. Questi cibi possono essere associati ad esercizi di raccoglimento durante i quali si chiede al paziente di pensare ad un certo colore. Le splenalgie vengono attribuite all'insufficiente assorbimento da parte del corpo delle sostanze nutritive presenti nelle verdure. Disturbi intestinali possono essere provocati da insufficienza o sovrabbondanza di cibi contenenti luce rosa. (Ott mi spiegava che il motivo per il quale delle piante possono essere verdi o azzurre sta nella loro interazione con determinati spettri luminosi. Quando gli chiesi se avesse mai letto di terapie fondate sul colore, mi rispose negativamente.)

Nel buddismo Mahayana si dice che ogni chakra (centro d'energia) del corpo elabori certe parti dello spettro cromatico mentre frammischia anche i colori elaborati da altri centri d'energia.

Nell'agopuntura le due principali glandole capaci di ricevere la luce, la pineale e la pituitaria, sono sottoposte a specifiche fototerapie che si propongono di mantenerle in equilibrio.

Rush mi diceva anche che in molte culture l'esperienza fisica del colore, vale a dire degli spettri, viene considerata come uno dei fattori fondamentali per la salute. Tuttavia quando vien posta di fronte a questa specie di testimonianze questa (nostra) cultura colloca tutto ciò nella categoria del «primitivo», e lo definisce superstizione o mitologia piuttosto che conoscenza o scienza.

Soltanto quando un James Reston viene sottoposto ad agopuntura in Cina mentre gli viene asportata l'appendice e sul Times scrive poi un articolo sulla vicenda, la maggior parte di noi avverte il desiderio di riesaminare la questione.

 

 

Ricerca seria

 

Non essendo convinto che bastassero come prove della nocività per il corpo umano della luce prodotta dal televisore gli elementi offertimi dalle religioni esoteriche e dalle pratiche mediche primitive o dall'opera di John Ott, telefonai al ricercatore-capo di una ben nota organizzazione sanitaria senza scopi di lucro che, al pari dell'organizzazione di Ott, ha fatto del lavoro eccellente nel presentare i pericoli dell'emissione dei raggi X da parte dei televisori. (Non volle che si facesse il suo nome.) Gli domandai che cosa eventualmente si fosse fatto a proposito della luce prodotta dai televisori. Aveva preso in esame i possibili effetti delle emanazioni rosse, azzurre e verdi?

«Dove diamine andate a trovare queste idiozie?» rispose. «Sono seccato a morte di questi pazzi che non hanno nulla a che fare con la ricerca seria e se ne vanno in giro a diffondere affermazioni e roba del genere!»

Gli riferii di qualche ricerca, in particolare di quelle di Ott.

«Ho sentito parlare di quell'individuo,» rispose. «Non è uno scienziato e la gente gli sta prestando troppa attenzione. Non ha nemmeno una laurea in biologia».

Gli chiesi se avesse letto qualche libro di Ott o uno dei suoi saggi, che, dopo tutto, erano stati pubblicati su «serie» riviste mediche ed avevano avuto l'appoggio di scuole mediche in tutto il paese. Feci notare che l'organizzazione medica di Ott godeva di grande prestigio.

«Ascolti,» disse, «sono veramente troppo occupato per sprecare tempo in congetture. C'è differenza tra ricerca attenta e pseudoscienza».

Gli risposi ricordandogli che di solito il lavoro della sua organizzazione veniva definito «pseudoscienza» dagli scienziati che lavoravano per conto dei grandi gruppi e del governo, le cui concezioni egli stesso era solito attaccare. Era possibile che stesse ora cascando nella stessa trappola? Gli chiesi di nuovo se avesse letto qualcosa delle opere di Ott.

«Senta,» disse ancora, a voce alta, «stiamo scoprendo ora che la luce artificiale potrebbe essere straordinariamente benefica. Fa bene, non male alla gente. Se vuole leggere qualcosa di realmente serio, si procuri una copia dello Scientific American e legga quanto scrive il dott. Richard J. Wurtman su come sia possibile curare ogni specie di malattia con la luce artificiale».

«Bene,» continuai io, «sta dicendo che qualche luce artificiale produce effetti benefici? Se le cose stanno così, non potrebbe qualche altra luce artificiale con altro spettro avere effetti negativi? Ha letto Ott?»

«No,» urlò, «non leggo scritti di ciarlatani, né parlo con ciarlatani!» E attaccò. Io uscii per comprare Scientific American (Luglio 1975).

Lo scritto di Wurtman mi sbalordì perché era in netto contrasto con le opinioni che il mio irascibile intervistato gli aveva attribuito. Wurtman, professore di endocrinologia e metabolismo al MIT sosteneva che il corpo può essere seriamente danneggiato dalle alterazioni negli spettri della luce. Lo stesso punto di vista è sostenuto da Ott e quanto descrive Wurtman non si discosta molto da quello che dice Ott.

«Poiché la vita si è evoluta sotto l'influenza della luce solare, non sorprende che molti animali, compreso l'uomo, abbiano sviluppato una varietà di reazioni fisiologiche alle caratteristiche spettrali della radiazione solare. Le scoperte già disponibili dicono che la luce esercita un'importante influenza sulla salute umana e che l'esposizione alla luce artificiale può avere effetti dannosi di cui non sappiamo molto. Lo spettro solare è sostanzialmente continuo, manca solo di certe lunghezze d'onda assorbite da elementi dell'atmosfera solare, e a mezzogiorno a un'intensità di picco nella regione blù-verde da 450 a 500 milionesimi di nanometri.

«Il tipo più noto di luce artificiale è la lampada ad incandescenza... (che) è fortemente spostata verso il rosso, o parte estrema della zona delle onde lunghe dello spettro. In verità circa il 90% dell'emissione totale di una lampada ad incandescenza è compresa nella zona infrarossa.

«Poiché i fotoricettori (umani) sono molto sensibili alla luce verde-gialla di 555 nanometri, moltissime lampade fluorescenti sono progettate in modo che concentrino gran parte della luce prodotta nella zona di quella lunghezza d'onda... poiché le lampade fluorescenti sono le più usate come sorgenti luminose in uffici, fabbriche e scuole, moltissime persone nella società industriale trascorrono molte ore immerse in luci le cui caratteristiche spettrali differiscono nettamente da quelle della luce solare».

Wurtman proponeva una mappa in cui era tracciato il percorso della luce attraverso l'occhio, dando una dimostrazione grafica di quella che Ott aveva battezzato «funzione duale». La luce passa attraverso l'occhio e produce interazioni chimiche nella glandola pineale, in quella pituitaria, nell'ipotalamo, nel midollo spinale, nei vari sistemi nervosi ed anche nelle ovaie e gonadi, interessando in questo modo sessualità e fecondità.

«Quando ratti giovani sono tenuti di continuo sotto la luce, le cellule fotoricettive della loro retina liberano neurotrasmettitori che attivano neuroni cerebrali; questi neuroni, a loro volta, trasmettono segnali su complessi percorsi neuroendocrini che raggiungono la glandola pituitaria anteriore dove stimolano la secrezione degli ormoni delle gonadi che accelerano la maturazione delle ovaie».

Wurtman rilevava che tra i ratti cui erano stati asportati occhi e glandola pituitaria lo sviluppo ovarico non era più influenzato dalla luce. Fa capire che nessuno ha ancora identificato quali spettri luminosi siano catalizzatori dell'attività ovarica.

Louise Lacey nel suo libro Lunaception sostiene che i cicli mestruali delle donne delle epoche pretecnologiche erano armonizzati con la luce lunare. Wurtman, che forse non aveva letto il libro, di fatto andava dimostrando come ciò potesse avvenire. (Dott. Wurtman: Suggerisco un'analisi spettrale della luce lunare.)

Wurtman riferiva che si sa che alcune malattie sono provocate da specifici spettri luminosi.

Una malattia della pelle, la protoporfiria eritropoietica, è provocata da una equilibrata reazione a lunghezze d'onda della zona dei 400 nanometri, la zona del violetto.

Erpete e psoriasi rappresentano sbilanciamenti entro una gamma analoga: 365 nanometri, ultravioletto. (La cura di queste affezioni combina insieme fototerapia e ingestione di certe erbe e cibi. Evidentemente la luce interagisce con il cibo, proprio come Ott sosteneva.)

Con riguardo all'itterizia infantile Wurtman riferisce:

«L'anno scorso forse 25.000 americani prematuri furono curati con successo con la luce come unica terapia per l'itterizia neonatale... la luce blù è la più efficace nello scomporre soluzioni pure di bilirubina, una cui insufficienza è causa del malanno... comunque la luce bianca dallo spettro completo in quasi tutti i dosaggi ragionevoli si è dimostrata efficace nell'abbassare i livelli di plasma-bilirubina... L'osservazione che la normale luce solare o fonti di luce artificiale possano drasticamente alterare il livello del plasma di anche uno solo dei composti del corpo spalanca un vaso di Pandora per gli studiosi di biologia umana. Fa intravvedere la grossa possibilità che i livelli del plasma o del tessuto di molti altri composti siano analogamente interessati dalla luce. In alcuni casi si avranno reazioni fisiologicamente vantaggiose, ma è possibile che in altri casi non lo siano».

Wurtman prende in considerazione anche la periodicità della luce e il rapporto tra mammifero e ciclo luce/oscurità. Ricorda che poiché allunghiamo la durata del giorno con la luce artificiale, nel corpo avvengono mutamenti di rilievo. Riporta relazioni tra giorno e notte da una parte e contenuti del sangue, temperatura corporea, sonno e veglia, produzione di catecolammine, magnesio, sodio, potassio, fosfati e altri minerali dall'altra.

«Nel nostro laboratorio al MIT abbiamo indagato sull'andamento quotidiano della temperatura corporea dei ratti per vedere quali colori della luce fossero molto efficaci nel produrre un cambiamento nei ritmi in un nuovo ciclo luce/oscurità e quali intensità fossero necessarie. La temperatura corporea dei ratti normalmente aumenta di uno o due gradi centigradi all'inizio dell'oscurità e diminuisce di nuovo all'alba. Abbiamo scoperto che la luce verde è la più potente nel cambiare la fase del ciclo della temperatura e che le lunghezze d'onda ultravioletta e rossa sono le meno potenti».

Wurtman conclude:

«Sia il governo sia l'industria con soddisfazione hanno consentito alla gente che compra lampade elettriche — prima quelle ad incandescenza ed ora a fluorescenza — di servire da cavie involontarie d'un esperimento a lungo termine sugli effetti che l'ambiente artificialmente illuminato produce sulla salute dell'uomo. Siamo stati fortunati, forse, nel fatto che fino ad ora l'esperimento non abbia avuto effetti perniciosi in modo dimostrabile».

Mentre sostiene l'idea che le variazioni di luce artificiale intacchino la nostra salute, Wurtman non menziona nemmeno una volta la luce della televisione, che attualmente per la maggior parte degli americani è tra le luci artificiali preminenti.

Deluso, decisi di fare un'altra intervista: mi rivolsi al dott. Kendric C. Smith, professore di radiobiologia al dipartimento di Radiologia alla Scuola Medica della Stanford University, e già presidente della Società Americana per la Fotobiologia. Avevo letto un suo scritto in BioScience (Gennaio 1974) che mi era sembrato promettente.

Diceva: «Probabilmente la luce solare è il singolo elemento più importante del nostro ambiente; eppure è stato ampiamente ignorato dalla comunità scientifica...

«La luce visibile ha la caratteristica di produrre effetti biologici misurabili. Gli usi terapeutici dello spettro visibile sono stati virtualmente ignorati dai medici negli ultimi novant'anni...

«L'intensità della luce al pari della specificità della lunghezza d'onda può alterare la produttività e l'umore. Nei bambini il sovraccarico sensoriale da esposizione prolungata ad illuminazione molto intensa può produrre effetti indesiderabili sullo sviluppo. In verità la manipolazione dell'ambiente-luce degli adulti ed anche dei bambini può avere conseguenze di cui forse non abbiamo affatto coscienza».

(Ci si chiede, per esempio, quali effetti possa avere sul neonato l'emergere dal buio nella vivida, abbagliante luce fluorescente della sala parto. Moltissime culture primitive facevano nascere i piccoli in ambienti oscurati.)

Quando mi recai da Smith, gli domandai che si sa degli effetti della luce televisiva.

La sua risposta? Nessuno ne sa qualcosa.

«Sappiamo sugli effetti della luce sugli esseri umani meno di quanto forse sappiamo di tutto il resto. Sappiamo, tuttavia, che la luce ultravioletta è essenziale per l'uomo per la sintesi della vitamina D e che la luce visibile è essenziale per la vista. Sappiamo che abbiamo bisogno della luce per sopravvivere, ma che questa in misura eccessiva rappresenta un pericolo. In qualche punto c'è un equilibrio».

Gli chiesi dove cominciare per determinare l'equilibrio.

«Copiare il sole è stato il primo passo, ma è possibile che non abbiamo bisogno di tutte le parti dello spettro solare. Per esempio, alcune piante ne usano alcune parti, altre piante altre parti. Se sapessimo quali lunghezze d'onda siano più utili a ciascun tipo di pianta potremmo progettare lampade ottimali per la crescita e il benessere di ciascuna pianta.

«Se escludiamo la vista e la sintesi della vitamina D, abbiamo scarsissime notizie su quale parte dello spettro solare utilizzi l'uomo e quale parte non gli serva».

Sebbene fosse convinto che si debba partire dalle caratteristiche della luce del sole, Smith denunciava quelli che chiamava credenti nel «Luce-di-Dio»: gente che crede che quanto è naturale sia automaticamente buono.

Non dissi a Smith d'esser uno di quelli. Dopo tutto mi aspetto che la scienza concluda, poiché il «naturale» era tutto ciò di cui disponessimo virtualmente per l'intero processo dell'evoluzione umana, che esso è ciò con cui siamo armonizzati. Qualsiasi cosa intervenga in questo rapporto rappresenta un potenziale pericolo. D'altro canto Smith ha maggior fede nell'intervento umano, convinto che sarà possibile trovare alla fine di quale spettro abbia bisogno l'uomo e per quale tipo di sviluppo; e che potremo allora programmare in conseguenza gli ambienti con la loro illuminazione. La mia mente venne attraversata da visioni di ambienti totalmente sotterranei e/o stazioni spaziali, esaltate perché capaci di offrire qualsiasi cosa di cui abbiano bisogno gli uomini: tanto di alberi, tanto di luce, e tanto per le attività ricreative. Sobborghi del cielo. Riportai il discorso sulla televisione.

«Il motivo per cui sono qui oggi» dissi, «è cercare di fare il punto su una questione ben precisa: se la luce fosforescente rossa, blu e verde viene proiettata a 25.000 volt direttamente dentro gli occhi umani e da qua al sistema endocrino, e se gli esseri umani ricevono in quel modo luce per quattro ore il giorno in media, mentre si privano della luce naturale, che cosa si può dire circa i possibili effetti di tutto ciò?»

«Non possediamo dati su ciò» ripeté.

Gli dissi che m'allarmava il fatto che nessuno si stesse preoccupando di questioni del genere.

«Anch'io sono allarmato» rispose. «Sono sgomentato dalla scarsa attenzione prestata alla situazione. C'è stata un'enorme quantità di ricerche sugli effetti della temperatura e della pressione sull'uomo, ma non è ancora venuto di moda studiare gli effetti della luce sull'uomo, e probabilmente la luce è il più importante singolo elemento del nostro ambiente.

«Che vuol dire, per esempio, che la gente con predisposizione per il mal d'auto o di montagna si senta immediatamente male quando entra in una stanza illuminata con luce blu? Di questo genere sono i dati di cui abbiamo bisogno prima di poter almeno accostarci al suo problema.

«Sappiamo che la luce blu ridurrà la concentrazione di bilirubina nel sangue dei bambini e che ora si curano i bambini affetti da itterizia ponendoli sotto fasci di luce, ma non sappiamo ancora che cosa le altre lunghezze d'onda della luce presenti nelle lampade possano comportare per i bambini.

«In un altro settore sappiamo che i nostri corpi sono relativamente trasparenti alle lunghezze d'onda del rosso della luce. È possibile affermare ciò se si mette nella bocca una lampadina tascabile; ciò che è possibile vedere dall'esterno non è il sangue, ma i raggi del rosso che attraversano il corpo. Ora ci si comincia ad interessare agli effetti della luce rossa sull'uomo».

Smith mi raccontò un ultimo fatto che riecheggiava la pratica degli indiani Hopi, già ricordata, di «lasciare scoperta la parte superiore del capo», e questo fu per me il clou della visita, poiché mi riportò alla mia istintiva convinzione secondo cui per ciò che riguardava la conoscenza degli effetti della luce le medicine e pratiche pretecnologiche potevano essere tanto degne di fiducia quanto le nostre.

«Sono ora in corso ricerche» disse Smith, «per migliorare la conoscenza sugli effetti della luce che penetra nel corpo umano attraverso il cranio. Si sa, per esempio, che la luce ha a che vedere con lo sviluppo testicolare dei passeri ed è la luce che entra attraverso la parte superiore della testa e non attraverso gli occhi. Abbiamo bisogno di sapere se la luce che penetra nei corpi dei mammiferi superiori per vie che non siano gli occhi abbia effetti biologici su di essi, e se è così, quali lunghezze d'onda siano quelle attive. È necessario che facciamo questo genere di ricerche sui mammiferi superiori, ed è necessario che si facciano ora».

Potrei citare altre persone dal prestigio ed attendibilità diverse, intervistate da me, ma tutte dicono la stessa cosa: non c'è il più piccolo dubbio sul fatto che la luce ingerita attraverso gli occhi interessi le cellule; non c'è dubbio che le variazioni degli spettri luminosi provochino variazioni nell'attività cellulare; non c'è dubbio che lo star seduti a guardare la luce della televisione in qualche modo interessi le nostre cellule. Ma nessuno sa dire come e non molti se lo chiedono.

 

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Capitolo decimo

 

C e la televisione ottenebra la mente

 

 

 

Quando guardate la televisione e credete di guardare le immagini in realtà state guardando lo scintillìo fosforescente di trecentomila puntini. Non c'è alcuna immagine.

Sembra che questi punti siano costantemente accesi, ma in effetti non lo sono. Tutti i punti si spengono trenta volte il secondo, provocando quello che è chiamato l'effetto di scintillazione della televisione, che è analogo alla luce stroboscopica o alla comune luce fluorescente.

Per parecchi anni si è comunemente ritenuto che poiché questa scintillazione avviene con una frequenza che è al di là della cosiddetta frequenza di fusione dello sfarfallamento, noi non ne abbiamo coscienza e presumibilmente non subiamo alcun effetto. Tuttavia recenti scoperte nel campo degli effetti biologici di stimoli di gran lunga meno importanti ad opera di W. Ross Adey ed altri e la crescente incidenza dell'epilessia da televisione tra quanti siano particolarmente sensibili alla scintillazione hanno dimostrato che indipendentemente dal fatto che la scintillazione venga o no coscientemente notata da noi i nostri corpi reagiscono ad essa.

Un secondo elemento è rappresentato dal fatto che anche quando i punti si accendono, non tutti si accendono simultaneamente. L'immagine è determinata dai punti che si accendono. In un certo senso lo schermo televisivo è simile ad una fotografia di un giornale o alle immagini su una pellicola, le quali pure sono fatte di punti, se si esclude il fatto che i punti televisivi vengano accesi uno alla volta secondo un sistema di scansione che funziona dietro lo schermo. Procedendo lungo una linea che va dal settore destro superiore dello schermo lungo la parte alta …………………………………………

 

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QUARTO ARGOMENTO

 

LE TENDENZE INTRINSECHE DELLA TELEVISIONE

 

 

 

Insieme con la venalità dei suoi controllori la tecnologia della televisione predetermina i limiti del suo contenuto. Alcune informazioni possono essere trasmesse completamente, alcune parzialmente, altre per nulla. Le telecomunicazioni più efficaci sono i messaggi e programmi rozzi, semplificati, lineari che rispondono in modo conveniente agli obiettivi dei controllori commerciali del mezzo televisivo. Il potenziale più alto della televisione è rappresentato dalla pubblicità. Questo fatto non può essere modificato. La tendenza è insita nella tecnologia.

 

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POSCRITTO

 

PENSIERI IMPOSSIBILI

 

 

 

 

Capitolo diciassettesimo

 

Televisione tabù

 

 

 

Stando ai bibliotecari, cui mi sono rivolto, sull'argomento televisione sono stati scritti all'incirca seimila libri. Tra questi sono riuscito ad individuarne uno solo (un romanzetto superficiale, Il giorno in cui la televisione morì di Don McGuire) che contempli anche l'idea che la televisione potrebbe o dovrebbe esser eliminata. Che cosa rende così difficile quest'idea?

 

Nei tre anni impiegati per preparare questo libro, per lo meno un centinaio di persone deve essere venuta da me a ricevimenti o nei caffè e dopo aver espresso il suo appoggio per un libro che tratta duramente la televisione, era solito chiedermi: «Intendete realmente propugnarne l'eliminazione?»

«Sì» ero solito rispondere, «Una volta che abbiate prestato attenzione alla televisione, vi accorgerete che si tratta di una tecnologia totalmente orrenda, irrecuperabile; staremo tutti meglio senza di essa».

«Non potrei esser d'accordo di più con voi», era l'invariabile risposta, «ma non v'aspettate realmente di riuscirci, non è vero?»

Quest'ultimo interrogativo mi riempiva sempre d'un sentimento di sconforto. Le persone che ponevano quella domanda avevano appena ammesso di odiare la televisione e, ciò nonostante, restavo con l'impressione che essi odiassero anche l'idea che io credessi realmente possibile l'eliminazione della televisione. In qualche modo ciò mi faceva sembrar loro bizzarro.

Ebbene, si tratta di un punto di vista, penso. Come posso attendermi di aver successo quando anche coloro che detestano la televisione trovano così totalmente impossibile l'idea di eliminarla? Ma perché è così impensabile che potremmo eliminare un'intera tecnologia?

Se gli argomenti esposti nelle pagine precedenti sono anche parzialmente corretti, allora la televisione produce un tale diverso insieme di effetti pericolosi _ mentali, fisiologici, ecologici, economici, politici; effetti che sono pericolosi per la persona ma anche per la società e il pianeta - che a me sembra solo logico affermare che non avrebbe dovuto mai essere introdotta o, una volta introdotta, non le si dovrebbe permettere di continuare ad essere.

Non è come se non vi fossero per gli americani precedenti di azioni condotte contro cose rivelatesi pericolose. Abbiamo visto diversi tipi di controlli legali imposti al tabacco, alla saccarina, ad alcuni coloranti alimentari, a certi usi di policloruri bifenili, aerosoli, fluoroscopi, raggi X, per citarne alcuni. Si è pensato che fossero tutti troppo pericolosi perché potesse esserne giudicato lecito l'uso eppure esercitano effetti solo a livello individuale, poiché pare che siano cancerogeni. È per lo meno possibile, giudicando da una parte del materiale esposto nel capitolo nono sugli effetti potenziali degli spettri ridotti della luce televisiva, che anche la televisione provochi il cancro. Ma è soltanto sulla spinta del cancro che riusciamo a pensare all'opportunità di bandire qualcosa? Consideriamo alcuni altri effetti della televisione:

Sembra che la televisione crei dipendenza. Per il modo in cui il segnale visivo è elaborato nella mente, esso inibisce i processi cognitivi. La televisione si propone più come uno strumento per il lavaggio del cervello, per l'induzione del sonno e/o ipnosi che come qualcosa che stimoli coscienti processi d'apprendimento.

La televisione è una forma di deprivazione sensoriale, poiché provoca disorientamento e confusione. Diminuisce negli spettatori la capacità di distinguere il reale dal non reale, l'interno dall'esterno, ciò che viene personalmente sperimentato da ciò che viene inculcato dall'esterno. Disorienta il senso del tempo, dello spazio, della storia, della natura.

La televisione sopprime e sostituisce la creativa immaginazione umana, incoraggia la passività collettiva, e addestra la gente ad accettare l'autorità. È uno strumento di trasmutazione, poiché trasforma le persone nelle loro immagini televisive.

Con lo stimolare l'azione mentre simultaneamente la sopprime, la televisione contribuisce a causare iperattività.

La televisione limita e circoscrive la conoscenza umana. Cambia il modo in cui gli uomini ricevono informazioni dal mondo. In luogo della naturale multidimensionale ricezione dell'informazione, essa propone una ridottissima esperienza sensoriale, poiché diminuisce la quantità e specie d'informazione che la gente riceve. La televisione mantiene la coscienza contenuta entro i suoi propri rigidi canali, minuscola frazione dell'area naturale d'informazione. A causa della televisione crediamo di sapere di più, ma sappiamo di meno.

Con l'uniformare tutti entro i suoi schemi e con il centralizzare entro di sé l'esperienza, la televisione praticamente si colloca al posto dell'ambiente. Essa accelera la nostra alienazione dalla natura e perciò accelera la distruzione della natura. Ci spinge ancora più dentro una realtà artificiale già invadente. Accresce la perdita della conoscenza individuale e personale e concentra tutta l'informazione nelle mani di un'élite tecno-scientifico-industriale.

La tecnologia televisiva è intrinsecamente antidemocratica; a causa dei suoi costi, della limitata specie d'informazione che può diffondere, del modo in cui trasforma la gente che ne fa uso e del fatto che alcuni parlano e milioni assorbono, la televisione si presta ad essere usata soltanto dai più potenti interessi dei grandi gruppi presenti nel paese. Questi inevitabilmente se ne servono per rimodellare la mente umana in una forma canalizzata, artificiale, commerciale, che s'adatti graziosamente all'ambiente artificiale. La televisione fa in modo che con le autostrade, con i sobborghi residenziali, con i prodotti di consumo s'identifichino gli esseri umani che sono così più facilmente controllabili. Intanto coloro che controllano la televisione consolidano il loro potere.

La televisione favorisce la creazione delle condizioni sociali che producono l'autocrazia; crea anche i necessari schemi mentali e contemporaneamente ottunde in ogni coscienza il fatto che ciò stia accadendo.

Tenendo conto di tutti questi effetti e degli altri descritti a dozzine nel corpo di questo libro, è realmente necessario dimostrare che la televisione provoca il cancro per potercene liberare? Non è possibile mettere fuori legge una tecnologia fondata sui suoi effetti politici o economici o psicologici? Infatti se anche una piccola porzione di questi argomenti è valida, allora a lungo termine essi saranno certamente più importanti del fatto che una certa percentuale di persone s'ammali. Perché mettere al bando una tecnologia del genere deve sembrare bizzarro?

Una risposta a questa domanda si ritrova nell'assolutamente erronea affermazione secondo cui le tecnologie sono «neutrali», strumenti benigni il cui buon uso o cattivo uso dipende da chi li controlla. Gli americani non hanno capito che molte tecnologie determinano il loro proprio uso, i loro propri effetti e persino la specie di persone che le controllerà. Non abbiamo ancora imparato a pensare la tecnologia come un qualcosa che abbia la sua ideologia strutturata dentro la sua propria forma.

Una seconda spiegazione è che, una volta introdotta, una tecnologia di una certa dimensione diventa prepotentemente l'ambiente della nostra coscienza. Mentre possiamo immaginare la nostra vita senza raggi X o aerosoli, non possiamo immaginare la vita senza cemento armato o elettricità. Sono cose così onnipresenti che letteralmente straripano intorno alla nostra coscienza. Siamo contenuti entro esse, e come espone la questione McLuhan: «Il pesce è l'ultima tra le creature in grado di capire l'acqua». Ed è così che la più invadente delle tecnologie diventa a noi invisibile. La televisione è un esempio ultimo di questa penetrazione e di questo confinamento; diventa non soltanto l'ambiente esterno per un'intera popolazione, ma si proietta anche dentro di noi. La televisione ci ha così avviluppati ed è così penetrata in noi, che è quasi impossibile per la maggior parte di noi ricordare che poco più di una generazione fa non c'era una cosa come la televisione, o che per quattro milioni di anni l'evoluzione dell'uomo era andata avanti senza di essa.

Una terza ragione per cui non crediamo possibile il controllo della evoluzione tecnologica è che, di fatto, per la maggior parte di noi non è possibile esercitare tale controllo. La grande maggioranza di noi non ha voce in capitolo nella scelta o nel controllo delle tecnologie. Queste scelte, come ho spiegato, ora sono unicamente nelle mani di questa stessa élite tecnico-scientifico-industriale-corporativa il cui potere è rafforzato dalla tecnologia ch'essa crea. Dal nostro punto di vista le macchine e i processi ch'essa inventa e dissemina sembrano proprio materializzarsi dal nulla sulla scena. Eppure tutta la vita vi si adegua, compresi i sistemi umani concernenti l'organizzazione e la comprensione. Quando queste cose vengono introdotte, nessuno ci chiede di votare su di esse; ci viene soltanto chiesto di pagare per esse, di usarle e di vivere quindi nell'ambito dei loro effetti.

Nelle rarissime occasioni in cui noi percepiamo gli effetti negativi di una tecnologia, scopriamo che occorre un erculeo sforzo organizzativo per imporre qualcosa. Ho fatto l'esempio dei supersonici. Sebbene questa non sia tra le tecnologie più assurde, dispendiose, inutili e da élite inventate sino ad oggi, ci vollero anni di sforzi di migliaia di persone perché in questo paese ne venisse vietata la produzione. Nonostante ciò si sta permettendo ora ai supersonici costruiti all'estero di atterrare negli aeroporti americani.

Mi sono servito anche dell'esempio dell'energia nucleare. Questa tecnologia è così pericolosa, non solo per la nostra generazione ma per parecchie generazioni future, che dovrebbe essere impensabile non la sua messa al bando ma la sua esistenza. Eppure proprio quando stavo portando a termine questo libro verso la metà del 1977, il dott. James Schlesinger dell'Amministrazione Nazionale per l'Energia diceva: «Se i Californiani desiderano eliminare l'energia nucleare, allora dovremo trovare una maniera per aggirare questo loro desiderio, poiché abbiamo troppo bisogno di quell'energia».

Storie analoghe potrebbero esser dette sull'ingegneria genetica, sui sistemi di comunicazione via satellite, sulla tecnologia delle microonde, sulle bombe al neutrone, sulla tecnologia del laser, sulle banche a computerizzazione centralizzata, e un altro migliaio di procedimenti, compresi molti che non abbiamo avuto neanche la possibilità di conoscere.

 

Noi stessi crediamo di vivere in una democrazia per il fatto che ogni tanto andiamo a votare per i candidati a cariche pubbliche. Eppure il nostro voto per i rappresentanti al congresso o per il presidente significa ben poco alla luce della nostra impotenza nei confronti delle invenzioni tecnologiche che esercitano sulla natura della nostra esistenza un condizionamento maggiore di quello che qualsiasi singolo leader sia mai riuscito ad esercitare. Se non acquistiamo il controllo sulla tecnologia, tutto ciò che passa per democrazia non è altro che una farsa. Se dev'esser per noi impensabile persino abbandonare una tecnologia o se pur pensando di doverla mettere al bando non possiamo determinarne la scomparsa, allora vuol dire che siamo intrappolati in una condizione di passività ed impotenza in nulla differenziata dal vivere sotto una dittatura. Ciò che confonde è il fatto che il nostro dittatore non è una persona. Per quanto un pugno di persone tragga, molto certamente, vantaggio da quelle tecnologie invadenti e trovi in esse i mezzi per il raggiungimento dei suoi scopi, i veri dittatori sono le tecnologie stesse.

David Brower, presidente degli Amici della Terra, ha affermato che a differenza degli esseri umani accusati di crimini, tutte le tecnologie dovrebbero essere considerate colpevoli di produrre effetti pericolosi fino a che non ne sia stata provata l'innocenza. Nessuna nuova tecnologia dovrebbe essere introdotta mai, ha detto, fino a che non siano noti e spiegati alla popolazione tutte le possibili conseguenze. Ritiene che ciò sia necessario, perché una volta che una tecnologia sia stata introdotta è praticamente impossibile liberarsene. Tanta parte della vita viene riorganizzata intorno ad essa e tanto potere e tanti interessi acquisiti ne impongono la sopravvivenza. Naturalmente ciò che sogna Brower è di per sé praticamente impossibile. Molte tecnologie sono tecnicamente troppo complesse per la persona media, come me, senza preparazione tecnica, perché possano essere capite. Inoltre in molti casi è impossibile individuare prima della sua introduzione tutti gli effetti di una tecnologia, specialmente quelli che non si prestano a prove e dimostrazioni scientifiche. Ma ciò dove ci conduce? Poiché è impossibile comprendere pienamente o spiegare molte tecnologie, dobbiamo continuare necessariamente a servircene? Abbiamo fiducia nei capi delle nostre industrie? Dobbiamo semplicemente permetter loro di giocare ai dadi con le nostre vite? E se prevediamo con certezza che una tecnologia produrrà effetti indesiderabili, quali mezzi esistono per liberarcene? Ce ne sono? E tutto ciò che senso ha in riferimento al controllo effettivo delle nostre vite?

Nel quarto capitolo ho prospettato la possibilità di un modo di pensare alternativo circa il problema. Se crediamo nei procedimenti democratici, allora dobbiamo credere anche nel resistere a tutto ciò che sovverta la democrazia. Nel caso della tecnologia potremmo voler cercare una linea al di là della quale il controllo democratico non sia possibile e allora affermare che qualsiasi tecnologia vada al di là di quella linea debba considerarsi tabù. Potrebbe esser difficile definire con precisione questa linea, ma potrebbe non essere altrettanto difficile sapere quando delle tecnologie siano con chiarezza al di là di essa. Qualsiasi tecnologia capace di arrecare vantaggi soltanto ad un piccolo numero di persone con danno fisico, emozionale, politico, psicologico di un gran numero di altri individui, sarà anch'essa certamente al di là di quella linea. In effetti si potrebbe sostenere che qualsiasi tecnologia i cui procedimenti ed effetti siano troppo complessi per esser capiti dalla maggioranza della gente si trovi anch'essa al di là della linea del controllo democratico.

Possiamo ancora dire realmente che un motivo per andare avanti con una certa tecnologia sia il fatto che è troppo complessa perché la gente possa capirla o troppo ingombrante o difficile a smantellarsi? O crediamo nel controllo democratico o non crediamo in esso. Se crediamo, allora qualsiasi cosa si trovi al di là di quella linea è certamente anatema per la democrazia.

Attualmente le nostre scelte sono scelte personali. Per quanto non sia proprio possibile per noi far qualcosa circa l'ingegneria genetica o le bombe al neutrone, individualmente possiamo dire «no» alla televisione. Possiamo buttare i nostri televisori nel secchio dei rifiuti che è il posto che si addice loro. Ma mentre questo è un gesto che può essere molto gratificante e benefico, nel fare questo gesto non dobbiamo dimenticare mai che, al pari della scelta di non guidare l'auto, non è un'espressione di libertà democratica. In termini democratici questo gesto individuale è privo di significato, poiché non ha affatto alcun effetto sulla società, che continua a funzionare come prima. Infatti questo gesto ci stacca dal sistema e ci rende meno capaci di partecipare ad esso e di condizionarlo di quanto potessimo prima. Come il «selvaggio» di Huxley o come i giovani d'oggi che si ritirano nelle comunità agricole, ci ritroviamo sempre più allontanati dalla partecipazione ai processi centrali che dirigono la nostra società, la nostra cultura, la nostra politica e la nostra organizzazione economica. Ci troviamo stretti nella classica morsa.

 

Poiché sembra impossibile eliminare la televisione ed il rigetto individuale è in un certo senso insufficiente, per lo meno ad un livello sistematico, naturalmente la maggior parte di noi punta a riformarne l'uso. Nel caso della televisione ci siamo adoperati per migliorarne e democratizzarne le manifestazioni.

Ma uno degli argomenti fondamentali di questo libro è proprio che la televisione, in grandissima parte, in realtà non è riformabile. I suoi problemi sono intrinseci alla stessa tecnologia nella stessa maniera in cui la violenza è intrinseca alle armi da fuoco.

Nessuna nuova era di ben intenzionati funzionari televisivi può cambiare ciò che il mezzo fa alla gente che lo segue. I suoi effetti sul corpo e sulla mente sono inseparabili dal fatto che la si guardi.

Per quanto riguarda gli effetti di natura politica, se passassimo dal controllo commerciale della televisione a quello, diciamo, statale, come in Svezia, Argentina o Russia, questo fatto non altererebbe gli essenziali rapporti politici: la unificazione dell'esperienza, l'uno che parla ai molti, l'inevitabile preparazione all'autocrazia che queste condizioni producono.

Analogamente nessun cambiamento nel tipo di programmazione, dalle attuali tendenze violente, antisociali alle più «prosociali» visioni di educatori e psicologi significherà molto se confrontato all'esercizio della passività, alla distruzione della creatività, all'intorpidimento delle abilità comunicative che qualsiasi prolungata permanenza dinanzi al televisore inevitabilmente produce. Ciò sempre ipotizzando che i programmi possano essere sostanzialmente cambiati, sul che, come abbiamo già visto, si nutrono profondi dubbi.

Non v'è influenza di registi o autori talentati che possa controbilanciare i limiti tecnici propri del mezzo. Non importa chi sia il controllore, il mezzo resta confinato ai suoi freddi, ristretti canali d'informazione iperattiva. Niente e nessuno può cambiare ciò, né v'è alcuno che possa cambiare il modo in cui i limiti tecnici della televisione imprigionano la coscienza. Come la persona che contempla i fiumi diventa simile al fiume, così quando noi guardiamo la televisione inesorabilmente ci trasformiamo in creature i cui corpi e le cui menti diventano simili alla televisione.

È vero che se mettessimo al bando tutta la pubblicità, ciò diminuirebbe tutti gli effetti negativi del mezzo e il potere dei gruppi giganteschi che stanno ricreando la vita secondo la loro immagine.

È vero che se mettessimo al bando tutta la televisione a radiodiffusione circolare lasciando soltanto i sistemi via cavo, ciò ridurrebbe l'effetto della centralizzazione del controllo. Più tipi di persone potrebbero accedere al mezzo, ma dovrebbero ancora assoggettarsi ai dettami della tecnologia. Se usassero la macchina televisiva, si accorgerebbero del graduale mutare del materiale e della loro stessa coscienza determinato dalla necessità di adeguarsi alla forma tecnologica. Le persone che usano la televisione diventano più simili l'una all'altra; gli indiani che imparano l'uso della televisione non sono più indiani.

Se riducessimo il numero giornaliero di ore di trasmissione, o il numero di giorni per settimana in cui permettere alla televisione di trasmettere, come avviene in molti paesi, questo sicuramente rappresenterebbe un miglioramento.

Se eliminassimo gialli e delitti e altri programmi raccapriccianti si rivelerebbe quanto intrinsecamente noioso sia questo mezzo, poiché diverremmo coscienti della fissazione ottenuta artificialmente a dispetto della noia.

Se bandissimo tutti gli spettacoli fondati sulla natura o la diffusione di notizie da parte della televisione a causa delle inevitabili e pericolose distorsioni ed aberrazioni che sono intrinseche alla trasmissione per televisione di questi argomenti, allora ciò consentirebbe ad altri mezzi più qualificati di riferircene. Diventeremmo più consapevoli di una più complessa, completa e sottile informazione.

Se mettessimo fuori legge le reti televisive, si porrebbe una nuova enfasi sugli eventi locali, il che ci porterebbe più vicino ai fatti sui quali potremmo esercitare una certa influenza diretta.

Tutti questi cambiamenti nel campo della televisione rappresenterebbero un risultato positivo, secondo la mia opinione, e meriterebbero d'essere sostenuti, ma ritenete che sarebbe più facile ottenere quei cambiamenti che non la completa eliminazione dell'intera tecnologia? Non lo credo. Considerato quanto sia stato difficile ridurre il volume o la specie della pubblicità diretta ai nostri bambini, e considerato lo schiacciante potere degli interessi che controllano le comunicazioni in questo paese, tanto vale che concentriamo tutti i nostri sforzi nel cercare di ottenere almeno uno di quei cambiamenti. Non richiederà un maggiore lavoro organizzativo e non è soggetto all'inibizione dell'ambiguità.

Quando penso ad un mondo senza televisione, riesco ad immaginare solo effetti benefici.

Ciò che si perde per il fatto che non potremmo più sfiorare una levetta per ottenere istantaneamente uno «spettacolo» sarà più che controbilanciato dal contatto umano, dalla restaurazione della mente e dal risorgere dell'indagine e partecipazione personali.

Ciò che si perde perché non possiamo più vedere confuse e ridotte versioni di drammi e foreste sarà più che controbilanciato dalla reale esperienza della vita e dell'ambiente direttamente vissuta e dalla resurrezione del sentimento umano che accompagnerà tutto ciò.

Ciò che va perduto perché non sarà possibile un modo di evadere delle penose condizioni di vita di molte persone, potrebbe esser più che controbilanciato dalla concreta presa di coscienza che la vita è stata resa penosa ad alcuni più che ad altri, e dal desiderio di far qualcosa per rimediare a ciò e di aggredire tutte le forze che hanno contribuito a creare tali condizioni.

Una volta liberatasi della televisione, l'area della nostra informazione istantaneamente si allargherebbe sino ad includere aspetti della vita che sono stati trascurati e dimenticati. Gli esseri umani riscoprirebbero facce dell'esperienza che abbiamo permesso cadessero nell'oblio.

La natura dei processi politici sicuramente cambierebbe, rendendo possibile non solo prospettive più intelligenti ma anche la possibilità del prevalere dei contenuti sullo stile. Il potere politico ed economico, ora concentrato in America più di quanto lo sia mai stato nella storia in precedenza, sicuramente in qualche misura si sposterebbe in direzione di strutture più decentrate, noncapitalistiche, comunitarie.

Senza dubbio la cultura riemergerebbe per rimpiazzare il lavaggio del cervello. Il sapere individuale e il sapere collettivo delle comunità di amici e di eguali fiorirebbero di nuovo al declinare della cultura monolitica, istituzionale, sostitutiva.

Insomma eccellenti sono le possibilità che gli esseri umani, una volta usciti dalla caligine delle immagini televisive, siano più felici di quanto siano stati ultimamente, tornando a vivere in una realtà che sia meno artificiale, meno imposta e più sensibile all'azione personale.

Come ottenere l'eliminazione della televisione? A quest'interrogativo certamente non posso rispondere. È ovvio comunque che il primo passo da fare per tutti noi è questo: sgombrare la nostra mente dall'idea che per il solo fatto che la televisione esista noi non possiamo liberarcene.

Grazie.

San Francisco

3 luglio 1977

 

 

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