
Associazione per la protezione della salute
via Isei, 29/31 - 47023 Cesena
Tel. 0547/610789 / Fax 611267
1-3 Pubblicità,
spot
3-6 Violenza
6-9 Videodipendenza
9-11 Computer,
videogiochi e internet
12 Origini
di televisione e computer, auditel
13-16 Salute
16-18 Tv,
educazione e cultura
18-19 Disgregazione
familiare
20-24 Televisione,
potere e mondi artificiali
24-28 Mondi
artificiali
28-29 Lettere
dei consumatori
29 Il
punto di vista spirituale filosofico
30-31 Disintossicazione,
come difendersi dalla tv
33-34 Alternative
alla televisione (esperienze didattiche, proposte)
Bambini indifesi di fronte agli spot
Ι
bambini vedono da 15.000 a 20.000 spot pubblicitari all'anno.
Sono
esposti, pertanto, a messaggi che creano in loro bisogni superflui
e
producono frustrazioni e conflitti con i genitori.
In tutto l'occidente la televisione è il
mezzo di comunicazione preferito dai bambini. Già a due anni molti sono in
grado di accendere lo schermo e di saltare da un canale all'altro con il telecomando.
(...)
È dunque attraverso il video che i
bambini ricevono il maggior numero di messaggi pubblicitari e dai loro
comportamenti, così come dalle risposte che forniscono alle domande rivoltegli,
si ha la sensazione che la pubblicità non sia affatto una realtà marginale ma
che, al contrario, essa entri con forza nel loro immaginario, colpisca la loro
fantasia e, al di là dei prodotti reclamizzati, vada a influire sulla loro
visione del mondo. (...)
La memorizzazione degli spot è facilitata
sia perché mostrano una realtà sociale ed emotiva semplificata, sia perché
vengono ripetuti più volte nell'arco della giornata.
La ripetizione è una dimensione
fondamentale della pubblicità televisiva, che trasforma gli spot in una sorta
di rituale. Anche la favola che viene raccontata dal genitore ο dal nonno
ha questa caratteristica.(...)
Ι bambini vedrebbero da 15.000 a
20.000 spot pubblicitari all'anno. Sarebbero così esposti massicciamente a
messaggi che forniscono un'immagine semplificata della realtà, che spingono
all'acquisto in modi non razionali, che danno una visione materialistica
dell'esistenza e che creano dei bisogni supplementari che spesso si risolvono
in frustrazione, insoddisfazione e conflitti con i genitori.
Ferraris-
Grani:
Un mondo di spot,
Psicologia contemporanea, n. 121, 1994
pag. 28 - 34
Perché
tanta violenza?
Perché la TV, che agli
inizi conteneva relativamente poca violenza, è divenuta quell'insieme
di crimini e violenze che è ora?
Servizio
a pag. 5
La televisione non e rilassante
Nella
nostra civiltà la persona cronicamente esaurita e quella
che
se ne sta seduta tutto il giorno ο fa cose ripetitive.
La
stessa cosa accade a chi guarda la TV
È possibile che le nostre menti siano stanche
non per superlavoro, ma per scarso impiego.
Se vi é mai capitato di fare con
regolarità esercizi fisici, saprete che come risultato si ha non spossatezza ma
stimolazione. Più se ne fanno, più si desidera farne e più se ne possono fare.
Soltanto dopo uno sforzo
straordinariamente lungo ci si sente esauriti e si ha bisogno di riposo ed il
rilassamento è dolce.
Nella nostra civiltà la persona
cronicamente esaurita è quella che se ne sta seduta tutto il giorno ο
quella il cui lavoro fisico è legato a schemi fissi: catena di montaggio,
servizio di cassa, servizio ai tavoli. La stessa cosa accade alle nostre menti.
Costrette ad un solo processo mentale, si stancano perché vengono usate al di
sotto delle loro possibilità e in modo ripetitivo. (...)
Ε così è con la televisione.
Quando la state
guardando la vostra mente non é tranquilla, né calma, né vuota (...). È occupata.
Nessun rinnovamento può venire da questa condizione; per rinvigorirsi la mente
dovrebbe riposare e, dopo aver riposato, dovrebbe cercare nuove specie di
stimoli, nuovi esercizi.
La
televisione soffoca la nostra capacità di pensare, ma non conduce alla libertà
della mente, al rilassamento o al rinnovamento. Produce invece un maggiore
esaurimento mentale. È possibile che ci si liberi per un po' di tempo dai
precedenti pensieri, ma la televisione non si spinge oltre questo punto. La
mente non é mai vuota, la mente è riempita. G..)
In
questo modo la televisione permette che continuino quei processi mentali
incanalati da cui cerchiamo di liberarci. Dopo aver guardato la televisione
sentiamo che la nostra mente é stanca quanto prima. Nessuna scoperta o creazione
può risultarne, soltanto sonno, se si é fortunati, come dopo l'assunzione di
alcool o di valium.
J.
Mander: Quattro argomenti per eliminare la
televisione, (Dedalo).
Uccisa "per gioco"... Proprio
come in un cartone animato
La
morte di una bambina di tre anni, provocata da tre compagni
di
giochi che imitavano gli eroi di un disegno animato, ha sconvolto
l'opinione
pubblica della Scandinavia.
Una
serie di telefilms per bambini dai contenuti molto
violenti e stata sospesa.
La tragica fine della piccola Silje Redegaard ha sconvolto
l'intera Scandinavia e migliaia di genitori si sono
rivolti ai mass media per far sospendere le trasmissioni dei telefilm
più violenti. In Norvegia, Svezia e Danimarca è stata sospesa la serie di fanta-telefilm Power Rangers.
(...)
Genitori angosciati hanno confessato che
i loro figli non fanno altro che registrare gli episodi e rivederli per
imparare a sferrare calci e pugni come i cinque Rangers.
(...)
Intanto nel mirino dell'opinione pubblica
sono entrati anche alcuni cartoni animati violenti. Infatti il più piccolo dei
tre mini-killer (ha 5 anni, uno in meno dei suoi complici) ha confessato che,
poco prima di uscire a giocare, avevano guardato un episodio del cartone
animato Ninja Turtles,
trasmesso anche in Italia. (...)
Michael Bergman, consigliere dell'organizzazione svedese Bris che tutela i diritti dei bambini, dice al
riguardo: «I bambini si fanno un'opinione sbagliata della violenza quando
vedono che Darkwing Duck (sorta
di paperino-batman, protagonista di una serie di
disegni animati, ndr.) viene scagliato contro un muro e si rialza
incolume». (...)
Rimane,
intanto, l'orrore per questa assurda e tremenda vicenda che ha avuto per
protagonisti tre bambini in vena di imitare innocentemente, seppure con un
eccesso prolungato di violenza, gli eroi dei cartoni animati e dei telefilm di
avventure, e per vittima una bambina che ha creduto di dover stare al
"gioco" e che troppo tardi si è resa conto che i suoi tormentatori
stavano esagerando.
Corriere della Sera, 19 ott. 1994
Noi
spettatori siamo venduti
dalle
televisioni alle aziende
L'analisi
di Jerry Mander a pag. 2
Figli videodiρendenti:
come recuperarli al gioco creativo
Molti
genitori si lamentano perché i figli guardano troppo la TV Il tempo sottratto
non solo allo studio, ma anche al gioco tradizionale, e notevole. Strapparli
allo schermo e convincerli a ridurre le ore di televisione non è facile. Tanto
più che, nella maggior parte dei casi, abituati fin da piccoli a guardarla, per
tenerli tranquilli e non essere disturbati. Ecco quello che si può fare...
Supponete che la TV non esista. Cosa
pensate che farebbero i vostri bambini, nel tempo che ora trascorrono a
guardare la TV? (...)
È molto bello parlare del tempo libero e
lanciare appelli ai genitori affinché spengano il televisore. Ι genitori
sono d'accordo: solo che è molto difficile, per loro, mantenere la decisione
presa di limitare la quantità di TV che guardano i loro figli. È quanto avviene
nel tempo libero a rendere difficili le cose. La situazione cui i genitori
moderni si trovano di fronte quando spengono il televisore è delle più
scoraggianti. (...) Ι bambini rifiutano le belle attività creative con le
quali colmare il vuoto della giornata, obbligando i genitori ο a farli
divertire ο a capitolare e lasciarli guardare la TV (...)
In conclusione: che fare?
La
domanda, in realtà, ha una risposta più semplice di quello che potrebbe
sembrare a prima vista. Che un bambino il quale trascorre diverse ore
giornaliere guardando la TV possa accettare, improvvisamente, di svolgere altre
attività in quegli stessi momenti, è difficile in effetti, ma solo perché non
ha a disposizione cose altrettanto interessanti. Non sarà dunque con giocattoli
perfetti, che fanno tutto da soli, come la locomotiva meccanica di cui si è
detto, che il bambino si divertirà a giocare. Imparare a giocare non è una cosa
automatica e uguale per tutti. Chi si abitua a "farsi divertire" da
giochi che non richiedono particolari sforzi di fantasia, o dalla televisione,
avrà poi difficoltà ad inventare da sé il proprio divertimento. Il ruolo del
genitore in questo caso è decisivo. Non gli si chiede di giocare
ininterrottamente, per ore e ore, con il proprio bambino, poiché, oltre che
stressante, la cosa sarebbe anche inutile. Come abbiamo visto, l'intervento
dell'adulto è necessario per appassionare il bambino, per stimolare la sua
fantasia. Una volta che egli è entrato nel gioco (purché il gioco sia attivo e
creativo, come ritagliare forme di carta, disegnare e colorare, fingere
situazioni della vita reale, ecc...) potrà continuarlo da solo in un secondo
momento. Se l'adulto mostra interesse e partecipazione, il bambino si
appassionerà più facilmente al gioco, che può benissimo essere dei più antichi
e semplici, ma non per questo meno efficace. Una scatola di vecchi colori ha
più potere, alle volte, di un gioco perfetto.
E
il solo gioco insuperabile rimane sempre, alla fine, la fantasia umana...
A. F.
Anche
la televisione inquina
Siamo
abituati ad associare al termine "inquinamento" quello di sporcizia
ο rifiuto. In realtà anche le onde prodotte dagli elettrodomestici e dalla
televisione possono danneggiare l'organismo.
Servizio
a pag. 13
Come
zittire la televisione
Proposte
per dare sostegno ad esperienze che possano far scoprire ai bambini alcuni
strumenti utili per la loro necessità di "esplorare"
Alcune
proposte a pag. 33-34
TV e disgregazione familiare
Che
ne è stato dei rituali familiari? Ι riti dell'ora di pranzo, della buona
notte, del ritrovo serale? Quanti di questi momenti significativi sono
sopravvissuti all'avvento della TV?
Che ne è stato dei rituali familiari, di
quegli avvenimenti regolari, fissi, ricorrenti, che davano ai membri di una
famiglia il senso di appartenere a essa, e non di vivervi solo per comodo? Che
ne è stato di quelle piccole cose che cementavano la famiglia, molto più di
qualsiasi comodità materiale?
Una donna americana ricorda così la sua
infanzia, che coincise con la grande diffusione del televisore:
Da bambina avevo intorno centinaia di
parenti; entrambi i miei genitori provenivano da famiglie relativamente grandi.
Mio padre aveva nove fratelli e sorelle, e così a ogni vacanza c'era una grande
calata di zie, zii, cugini. Mi ricordo che era meraviglioso. Tutti questi
cugini che venivano, e tutti giocavano ed alla fine, dopo il pranzo, le donne
si mettevano sul davanti della casa, a bere il caffè
e a parlare, e gli uomini si mettevano sul retro, a bere e a fumare; i bambini
erano dappertutto, a giocare a nascondino.
(…)
E poi improvvisa niente, un anno, ricordo
di essermi resa conto di come tutto fosse cambiato. Ι bambini non
giocavano più a Monopoli ο alla caccia al tesoro e agli altri giochi che
faceva sempre assieme.
Era perché avevamo un
televisore, che era stato acceso per una partita di calcio. Tutto quello stare
insieme che c'era stato prima era sparito.
Ora ognuno sedeva davanti al
televisore in un giorno di festa di famiglia! Ricordo che fui sbalordita da
quanto era terribile. Per qualche ragione, ora era la TV a piacere loro di più.
Mai la vita familiare era
stata ridotta a una tale piattezza
Via
via che i membri della famiglia trascorrono una fetta
sempre più grande del loro tempo in comune unicamente a guardare la TV, quei
riti e quei passatempi che una volta davano alla vita familiare la sua
particolare caratteristica, sono divenuti sempre più rari. Dai tempi
preistorici, nei quali le famiglie che vivevano nelle grotte cacciavano, si
riunivano, mangiavano e dormivano, con poco tempo rimanente a disposizione, mai
la vita della famiglia era stata ridotta a una tale piattezza. (...)
Ancora
più grave per i rapporti familiari, è l'eliminazione delle occasioni per
parlare e, forse più importante, per discutere, al limite per lamentarsi tra
genitori e figli e tra fratelli e sorelle.
Le famiglie si servono spesso
della TV per evitare di affrontare i propri problemi.
Le
famiglie utilizzano frequentemente la TV per evitare di affrontare i propri
problemi, i quali, però, se sono ignorati, non spariscono, ma sono solo
rimandati, e divengono sempre più difficili da risolvere col passare del tempo.
Racconta
una madre:
Con i tre bambini che ho,
quando si azzuffano, mi viene una forte voglia di accendere la TV. Devo
veramente lottare per non farlo, perché capisco che ciò significa dire loro che
questa è la sola soluzione alle loro liti, ma la tentazione è così forte che
spesso vi cedo.
Uno
psicologo ci parla dell'uso della TV come meccanismo di difesa:
In una famiglia che conosco,
il padre rincasa dal lavoro ed accende immediatamente il televisore. I bambini
arrivano e si mettono a guardarlo con lui, mentre la moglie serve loro il pasto
davanti alla TV. Poi lui va a fare una doccia, o fa dei lavoretti alla macchina
o cose del genere. Poi è il turno di lei a consumare la propria cena davanti al
televisore. Tutto ciò mostra i sintomi di un problema dalle radici profonde.
Farebbe bene a tutti loro se "buttassero via il televisore". Senza di
esso sarebbe molto più facile lavorare a quello che i sintomi vogliono
realmente dire. La TV non fa altro che aiutarli a evitarsi reciprocamente.
Capirebbero molto più rapidamente cosa non va tra loro, se non potessero
"nascondersi" dietro al televisore;. Le cose non andrebbero
necessariamente meglio, naturalmente, ma almeno non sarebbero così
anestetizzati. (...)
La perdita del senso della
famiglia è un fenomeno relativamente recente. Non si può dire, in assoluto,
"la colpa è della televisione"; benché essa aggravi un disagio già
preoccupante...
Forse
è vero che ci si rivolge alla TV per celare il proprio vuoto spirituale, il
proprio modo di vita vuoto ed insulso, la terra bruciata fatta di materialismo.
Ma è proprio la Tv ad anestetizzare la famiglia ed a farle accettare il suo
miserevole stato, ad impedirle di lottare per migliorare le proprie condizioni,
e a ritrovare in parte le ricchezze che una volta possedeva. (...)
Per
i genitori contemporanei, l'amore reciproco è arrivato a significare sempre di
più solo soddisfacenti rapporti sessuali, come testimoniano la proliferazione
dei manuali sul sesso e di terapisti del sesso. Le occasioni di manifestare
altre forme d'amore attraverso l'aiuto reciproco, la comprensione, le cose
materiali, e persino, per usare un termine impopolare, il servirsi reciproco,
sono sempre meno numerose, via via che madri e padri
ricercano sempre più delle forme d'indipendenza al di fuori della famiglia.
Per
quanto riguarda l'amore dei bambini, esso viene espresso sempre di più
attraverso le comodità materiali, i divertimenti, l'educazione impartita. I
genitori mostrano tutto il loro amore per i bambini mandandoli a buone scuole o
università, dando loro buon vitto e buoni dottori, comprando loro giocattoli,
libri, giochi, nonché un televisore tutto per loro. (...)
Ma
questo è amore indiretto, raramente compreso dai bambini. le forme d'amore più
dirette richiedono tempo e pazienza, tempo continuo effettivamente passato col
bambino, leggendo per lui, giocando, scherzando e lavorando con lui. Ma anche
se oggi un genitore fosse ben disposto a dimostrare un tale genere di amore
diretto al bambino, le occasioni per farlo gli mancherebbero. Con tutta la
scuola, gli sports, le lezioni di musica e,
naturalmente, gli inevitabili programmi televisivi, in una giornata rimane
appena il tempo per il bacino della buona notte.
M.
Winn: La droga
televisiva
La televisione vende i telespettatori alla pubblicità.
Fin dal principio si sviluppò una
simbiosi fra pubblicità e televisione: la pubblicità finanziava la TV mentre
questa costituiva il più grande sistema di distribuzione di spot mai esistito.
La TV fonda una nuova comunità
elettronica; durante certi avvenimenti trasmessi fonde tutte le menti assieme,
cosa che prima si credeva potesse avvenire solo nel campo della mistica. Privi
di una esperienza diretta delle cose, vivendo in ambienti artificiali, non
sappiamo più cosa sia vero e cosa no; sappiamo ciò che gli altri ci dicono con
la TV. (...)
Man mano che le tecnologie si sviluppano
si sviluppa anche potere e influenza, ma si riduce il numero delle persone che
le controllano. La televisione è dominata da un gruppo di poteri associati; è
usata per ricreare gli esseri umani in una nuova forma che corrisponda agli
ambienti artificiali, commerciali.(...)
Spingendo la gente a concentrare la propria
attenzione su eventi ben al di fuori della propria esistenza, la TV induce
inerzia, scoraggia l'autocoscienza e la capacità di tenere testa personalmente.
La TV incoraggia la separazione: le persone dalla comunità, le persone l'una
dalle altre, le persona da se stesse. Crea poi, con la pubblicità, un maggior
numero di acquirenti isolati, scoraggiando l'opposizione organizzata. Accelera
la trasformazione di ogni cosa in forme artificiali. Negli Stati Uniti fin dal
principio fra TV e pubblicità si sviluppò un rapporto simbiotico: la pubblicità
finanziava l'espansione della TV, mentre costituiva il più grande sistema di
distribuzione e di diffusione per la pubblicità che fosse mai esistito.(...)
Guardando la TV il ritmo del polso tende
a livellarsi, i segnali delle onde cerebrali assumono un ritmo uniforme e
costante, i processi del pensiero si oscurano. Non c'è nessuna attività del
corpo e gli occhi sono meno attivi che in qualsiasi altro momento. (...)
Nell'esperienza televisiva il corpo vibra
assieme con il pulsare dell'apparecchio e la mente si abbandona, aprendosi a
qualsiasi immagine le venga offerta. (...)
È stato dimostrato che il lobo sinistro
del cervello sospende la partecipazione guardando la TV e smette di elaborare
l'informazione, la visione si ha "a livello conscio di
sonnambulismo". La parte destra del cervello (che di solito manipola
processi come le immagini oniriche, fantasia, intuizione) continua a ricevere
le immagini TV, ma non viene sottoposta a riflessione. È come un insegnamento
nel sonno. (...)
Quanto più le persone guardano la TV,
tanto più la loro visione del mondo si accorda con la realtà televisiva.
Alcune informazioni possono essere trasmesse completamente, altre parzialmente,
altre per nulla. Le persone che controllano la TV, uomini d'affari, operano
obbedendo rigorosamente alla logica del budget e del profitto, oltre a portarsi
dietro le proprie tendenze politiche e sociali e la propria sensibilità.
Insomma qualcuno ha scelto per noi che cosa farci sperimentare e noi abbiamo rinunciato
alla consapevolezza, alle informazioni e alle esperienze che vengono da altri
campi. (...)
Qualche volta in certi programmi (USA)
non c'è nulla di vero in quello che la TV riporta. Nel ‘76 il Daily News di Chicago riferì che agenti della CIA dislocati
in posti del mondo in cui non c'erano giornalisti, avevano fornito storie
completamente inventate, su guerriglie ecc., a giornali e stazioni televisive.
Era fatto per alterare informazioni, e poi prendere decisioni politiche,
alterare il corso politico mondiale. La gente non ha modo di sapere che cosa
sia vero e cosa non lo sia. (...)
Spesso la gente dice di provare noia
guardando la TV, ma nello stesso tempo attrazione; si sente incatenata. Può
essere perché i produttori televisivi creano la finzione che stia accadendo
qualcosa di insolito, impegnando così l'attenzione, scegliendo contenuti al
di fuori della vita normale e per ciò giudicabili insoliti. (...)
La TV dipende dai trucchi tecnici per
tenere vivo il nostro interesse. Il flusso delle immagini è interrotto 8 o 10
volte ogni minuto o più. Questi salti oltre a legare l'attenzione al video
producono iperattività nei bambini e comunque
provocano tensione.
In uno short pubblicitario di 30 secondi
ci sono di solito 10 o 15 interventi di carattere tecnico. Le agenzie
pubblicitarie spendono somme stupefacenti per conseguire i loro successi
tecnici.
Se la pubblicità non riuscisse a
funzionare in TV, allora i pubblicitari cesserebbero di finanziare i programmi.
La pubblicità è lo scopo, l'essenza; il
programma è l'involucro, soltanto un pretesto per indurre a guardare la
pubblicità. (...)
Quanto alla conversazione in Tv, essa non
si adegua quasi mai al ritmo della vita reale, ma l'obiettivo rimane una risata
o una contesa, o un'offesa o uno shock e dunque il contenuto è di solito scelto
per il suo effetto. I cameramen vanno a caccia dei
momenti più saturi d'azione e poi i registi nel montaggio concentrano
ulteriormente l'azione. Il notiziario TV poi tende ad accrescere ancora
l'eccitazione. (...)
La maggior parte della gente pensa a
riformare l'uso della TV, ma in realtà essa non è riformabile.
Nessuna nuova era di benintenzionati funzionari televisivi potrà cambiare ciò
che la TV fa alla gente; i suoi effetti sul corpo e sulla mente sono
inseparabili dal fatto che la si guardi.
Jerry Mander
"Quattro argomenti per eliminare la
televisione"
Sintesi a cura di Adriana Basilisco
I BAMBINI E LA TV:
un po' di statistiche
Sempre più minispettatori
1994 77,8 %
1995 80,7 %
(Fonte: Centrale Media Medianapolis)
__________________________________________________
I bambini e la televisione
(in Italia, aprile ‘95)
Età 4 - 7 anni 4 -14 anni
Popolazione 2.431.000 7.113.000
Ascolto medio
nelle 24 ore 271.000 792.000
Punta massima
20,30 - 22,30 778.000 2.592.000
Pomeriggio:
12 - 14 399.000 1.071.000
15 - 17 380.000 1.033.000
18 - 19 438.000 1.273.000
(Fonte datiAuditel)
__________________________________________________
A tutto cartoon
(1 marzo – 17 giugno 1995)
Età 4 -14 anni
TV programma
audience
Canale 5 Bim bum bam 1.303.000
Rai 1 Solletico 1.178.000
Rai 2 Ecco Pippo! 1.112.000
Canale 5 Holly e Benji 1.047.000
Italia 1 Gemelli nel 994.000
segno
del destino
(Fonte Auditel
– Marketing R.T.I.)
__________________________________________________
Tempo medio passato dai bambini davanti
al teleschermo 2h 32'
(Fonte M&CS su datiAuditel
‘94)
__________________________________________________
Piccoli schermi: chi vince
Fininvest
66 %
Rai
34 %
(Fonte Rai - dati 1994)
SCUOLA
VECCHIA, SPOT NUOVI
"Perchè dovremmo consumare
Yomo?" chiede il libro di testo ai bambini di prima elementare. E spiega
:"È fatto di frutta naturale". Nella scuola da privatizzare, già si
fa spazio ai consigli per gli acquisti.
L'alluvione della pubblicità invade anche
i libri di scuola. Anche quest'anno vengono segnalati
nuovi casi di innaturale presenza di spot nei testi scolastici. Coinvolta è la
Le Monnier, titolata casa editrice del settore
scolastico, con uno dei suoi testi più adottati nelle scuole medie inferiori
"Introduzione alle Scienze".
A pagina cinquanta di un librettino
allegato dal titolo "Quaderno di educazione alimentare" una scheda è
interamente dedicata allo yogurt: ne ricostruisce le origini, ne descrive
benefici.
Peccato che metà di questa pagina sia
riempita della pubblicità della Parmalat che
reclamizza il suo "KYR". E ancora, a pagina sessanta è la volta del
dolcificante "Tac", consigliato soprattutto alle ragazze di dodici,
tredici anni che ancora non abbiano imparato a soffrire con i problemi della
dieta.(...) Il tutto senza indicazione che si tratta di pubblicità.
L'anno scorso l'Adiconsum,
ass. dei consumatori della Cisl,
ha denunciato la presenza di spot su un testo per i bambini delle scuole
elementari, "Prima Officina". Tra le pagine del libro, seminascosti
in schede cosiddette di formazione linguistica, si incontrano i nomi di vari
prodotti: Yomo, Tartarughe Ninja, piselli Primavera,
pattini Giocaroll, Coca Cola, Kinder.
Il ricorso presentato dall'Adiconsum presso l'autorità
garante della concorrenza e del mercato è stato bocciato nel maggio scorso con
la motivazione che l'intento degli autori è palesemente didattico. (...)
Il problema è che non si tratta affatto
di corsi di educazione alla pubblicità (che sarebbero i benvenuti), bensì di
spot in piena regola, per giunta senza trasparenza sul fatto che si tratta di
spazi pubblicitari.
R. Cavagnaro,
Avvenimenti, 20 settembre 1995.
Al
mattino sono 440.000 i bambini piazzati davanti al video.
Tv,
dalle 7 alle 9 la prima dose
Secondo l'elaborazione dei dati Auditel sono soprattutto maschi dagli 8 ai 14 anni i
piccoli fans del mattino. Se Raiuno
e Canale 5 si contendono il pomeriggio dei bambini, la sfida del mattino è
invece fra Raidue e Italia 1. (...) In questo caso il
massimo sfruttamento si sposa col minimo sforzo: decine e decine di spot
inseriti in fondi di magazzino confezionati in programmi di scarsa qualità. A
Italia 1 spetta di iniziare i programmi alle 6,30, in realtà anticipa di circa
mezz'ora. (...)
L'ascolto del primo mattino secondo Noferi, responsabile della struttura Programmi per Ragazzi
della Rai, avrebbe una positiva funzione di "ponte" fra il mondo
interno e quello esterno (la scuola). (...)
La pubblicità dei programmi del mattino
non ha certo pietà dei bambini appena svegli ( su Italia 1 trenta minuti di
spot in tre ore di programma): fra le reclame più ossessive, quelle dei
giocattoli Power Rangers. (...)
La recente ricerca su "Bambini e
tv" effettuata negli ultimi due anni dal Servizio Indagini Qualitative
della Rai ha evidenziato inoltre come la televisione sia un'abitudine feriale,
legata ai ritmi di lavoro dei genitori e di frequenza scolastica. Il sabato e
la domenica sarebbero momenti per la socializzazione con amici e genitori. I
palinsesti mattutini della Rai durante il weekend contraddicono però questa
tendenza: la non-stop festiva del mattino dura ben 6 ore e magari consente a
mamma e papà di dormire un po' di più. Ma ai bambini che socializzano durante
il weekend non ci credono neppure a Italia 1.
Avvenire, 10 febbraio 1995
(3 - Violenza)
I Bambini e
la pubblicità
Come mai bambini anche molto
piccoli, che difficilmente comprendono il senso dei film o dei programmi
televisivi, sono particolarmente attenti alla pubblicità in TV e riconoscono
gli spot più familiari? Quali sono i pericoli per la loro educazione e visione
del mondo?
Perché ai bambini piace la
pubblicità?
All'origine
del successo degli spot pubblicitari ci sono svariati motivi.
Un
primo motivo è che in molte pubblicità gli autori sono essi stessi dei bambini
e questo rende più facile l'identificazione. «I bambini e il nonno vogliono
fare la sorpresa alla mamma. Anch'io qualche volta lo faccio, quindi mi vedo io
in televisione!» afferma una bambina di 11 anni a proposito della pubblicità di
un minestrone. (...)
Un
secondo motivo è il clima di felicità, di amicizia e di successo. I bambini
vogliono avere fiducia nella vita e la pubblicità fornisce loro una visione
rassicurante del mondo. «Mi piace perché vorrei fare io quella vita, cioè da
rilassato, con una bella moto e una fresca pepsi» spiega un bambino di 10 anni.
Un
terzo motivo è che in molti spot vi è un intrigo, un piccolo problema,
un'avventura eccitante. A partire dall'età di 5 anni ai bambini piace
l'avventura, piacciono le imprese spaziali, i robot, la jungla, le prove e le
sfide: «Mi piace quella pubblicità perché ci sono dei ragazzi che salgono su
una montagna piena di rocce e loro cambiano le marce: mettono alla prova la
mountain-bike, la collaudano in maniera difficile» spiega un bambino di dieci
anni.
Un
quarto motivo è che attraverso gli spot si verifica una sorta di
socializzazione nei confronti degli oggetti del mondo adulto (i bambini, cioè,
sono contenti di vedere in TV le cose dei grandi, di cui i grandi solitamente
non parlano con loro; ndr). (...)
Un
quinto motivo è legato al fatto che gli spot sono facili da memorizzare sia
perché, essendo di breve durata, si adattano ai tempi di attenzione infantili,
sia perché accompagnati da canzoncine e ritmi semplici e accattivanti (...).
I bambini si divertono ad
assistere a spot che già conoscono
La
memorizzazione degli spot è facilitata sia perché mostrano una realtà sociale
ed emotiva semplificata (rappresentano cioè un mondo dove, al contrario di
quello reale, tutto è bello, buono e facile da capire; ndr) sia perché vengono
ripetuti più volte nell'arco della giornata. La ripetizione è una dimensione
fondamentale della pubblicità televisiva, che trasforma gli spot in una sorta
di rituale. Anche la favola che viene raccontata dal genitore o dal nonno ha
questa caratteristica; ai bambini piace riascoltare molte volte lo stesso
racconto, ed esigono che vengano usate le stesse parole (...).
A partire da quale età un
bambino capisce che cos'è la pubblicità e quali sono i suoi obiettivi?
Rispondere
a questa domanda è fondamentale. Quando capita, infatti, di osservare dei
bambini in tenera età, mentre guardano pieni di fiducia gli spot pubblicitari
senza ancora poterne cogliere le intenzioni... è difficile sfuggire alla
sensazione di assistere ad un abuso di potere. Nel 1974, negli Stati Uniti,
Wartella ed Ettema osservarono i livelli di attenzione di 120 bambini tra i 3 e
gli 8 anni mentre guardavano la TV. Questi ricercatori notarono che già
dall'età di 3-4 anni l'attenzione dei bambini passava da "parziale" a
"completa" quando sullo schermo appariva la pubblicità (...)
Nel
1977 Ward, Wackman wartella , dopo aver chiesto a 615 bambini tra i cinque e
gli undici anni «Che cos'è la pubblicità?» giunsero alla conclusione che
esistevano tre diversi livelli di comprensione, che dipendevano in parte anche
dall'età.
I
livelli indicati dai tre ricercatori sono:
1. Livello in cui è presente una comprensione debole (dove il bambino
non si rende conto di cosa sia la pubblicità e perché venga trasmessa. Le sue
risposte sono varie e fantasiose, tipo «Per far vedere cose belle», o «Per far
riposare gli attori stanchi». Ndr)
2. Livello in cui è presente una comprensione media (dove il bambino sa
che la pubblicità informa sui prodotti che si possono acquistare, ma non coglie
ancora la sfumatura più sottile di voler convincere a comprare un prodotto
anziché un altro. Ndr)
3. Livello in cui è presente una comprensione forte. Qui il bambino
percepisce l'intenzionalità persuasiva delle pubblicità, ossia l'obiettivo
della vendita e del guadagno.
Il fatto che i bimbi più
grandicelli riconoscano i trucchi delle pubblicità non li rende meno esposti
alle loro trappole.
Di
fronte a una bella pubblicità - divertente, suggestiva, ben fatta - (...) il
filtro cognitivo (ossia il fatto che il bambino sappia, in generale, che la
pubblicità serve a far vendere un prodotto; ndr) ha una presa minore.
Analogamente, se in una pubblicità compare un "eroe" dello sport o un
"idolo" dello spettacolo che il bambino ammira, il fatto di sapere
che il proprio eroe-idolo è pagato per reclamizzare un certo prodotto finisce
per essere psicologicamente meno rilevante, meno presente all'attenzione in
quel momento, di quanto non sia il piacere di vedere il personaggio sullo
schermo. D’altro canto, due studi, (di Ward e Robertson e di Rossiter e
Robertson) hanno dimostrato come anche il giudizio negativo dato sulla
pubblicità da bambini e ragazzi non interferisca con l'acquisto dei prodotti.
Ferraris
Grant: Un mondo di spot, "Psicologia contemporanea" gen./feb. 1994
LA MASCHERA
"VERDE" DELLA PUBBLICITÀ
Merendine,
detersivi, frigoriferi, persino automobili: ormai quasi tutti i prodotti, anche
quelli potenzialmente più inquinanti, hanno un'anima naturale, pulita, amica
dell'ambiente. O almeno così dice la pubblicità.
"Yomo.
C'è la vita dentro". Vita, natura, genuinità. "Chi mangia sano trova
la natura. Anche a Milano". Oppure a Venezia, Firenze, Napoli. Le
merendine del Mulino Bianco trasformano le nostre belle città, invase dallo
smog e dal cemento, in altrettante oasi di pace e di verde: "merito delle
vitamine". (...)
Le
pubblicità degli alimenti hanno evidentemente una forte relazione con la salute
e l'ambiente. Lo scopo è quello di convincere il consumatore della genuinità
del prodotto, che è sempre "naturale" e "vitale". Ma
l'ambiente viene usato per reclamizzare molti altri prodotti che vi fanno
riferimento nelle forme più svariate. Troviamo richiami espliciti all'ambiente
negli spot pubblicitari di supermercati, di caramelle, di enciclopedie, di
deodoranti per automobili, di sacchetti di plastica per conservare cibi in
frigorifero.
Tutto
per adeguarsi alla maggior sensibilità che i consumatori hanno dimostrato negli
ultimi anni verso il problema del degrado ambientale. Almeno a parole.
"Esiste infatti un forte gap (lacuna, divario, ndr) tra la preoccupazione
sociale e gli atteggiamenti rispetto all'ambiente - dice Gaetano Borrelli,
sociologo dell'Enea (Ente per le nuove tecnologie, l'energia e l'ambiente) che
ha recentemente realizzato un'indagine ("L'ambiente negli spot
pubblicitari" - Enea, 1995). Di fatto la gente non si comporta in maniera
compatibile con la salvaguardia ambientale. La gente associa al concetto di
ambiente altri concetti che ne limitano la portata e l'importanza. Ad esempio
il silenzio contrapposto al rumore, la genuinità, la salute e la natura
contrapposte allo stress, la bellezza, la qualità della vita. Si crede,
insomma, che l'ambiente riguardi la vacanza in scenari da cartolina, e non la
propria città, la propria vita di tutti i giorni". (...)
Rumore
di cicale. Un'automobile scivola solitaria fra alberi, laghi e cielo limpido.
Una voce fuori campo ci informa: "Il climatizzatore non è solo un piacere,
ma è una sicurezza tutto l'anno. Aria più pulita, migliore visibilità. Ecco
perchè, dopo l'airbag, la Ford Escort ha anche il climatizzatore
ecologico". Ma il climatizzatore ecologico non esiste, sostiene il chimico
italiano Marco Morosini, che lavora all'università di Ulm, in Germania.
"Questi
climatizzatori - dice - contengono un gas, l'R134a, che è un fluorocarburo. Non
c'è più il cloro, dannoso per l'ozono, ma è rimasto il fluoro, ugualmente
pericoloso. Questo quando già da due anni è possibile fare climatizzatori senza
fluoro né cloro, usando solo gli idrocarburi (una miscela di propano e
butano)".
Siete
stanchi del frastuono cittadino? "Entrate nel silenzio della Rover
600": solo alberi, cavalli, uccelli e casali di campagna. Può sembrare
contraddittorio l'uso del tema ambientale in pubblicità di automobili, uno dei
principali fattori di inquinamento atmosferico (...) eppure non vediamo mai
automobili imbottigliate nel traffico, unite solo dallo smog e da rumori
assordanti, né volti di guidatori contratti per il nervosismo e la paura di
arrivare in ritardo. Le strade sono sempre deserte, silenziose, disegnate in
mezzo a paesaggi verdi, rilassanti e estremamente piacevoli.
L'immagine che gli spot danno
dell'ambiente è diseducativa.
"La
pubblicità, soprattutto quella televisiva - spiega Borrelli è diseducativa
proprio perchè fornisce un'immagine ambientale falsa, che propone un certo tipo
di consumo "ambientale" dando l'impressione di un comportamento
eco-compatibile che non esiste nella realtà del prodotto". Chi non si è
mai imbattuto nelle merendine "senza conservanti", nella plastica
"riciclabile", nel prodotto "biodegradabile" o senza gas
nocivi, "amico dell'ozono"? Secondo uno studio sui comportamenti
sociali nei confronti dell'ambiente condotto nel 1992 dal Censis (Centro studi
investimenti sociali) in collaborazione con l'Ipa (Istituto per l'ambiente), i
consumatori si informano sulla "ecologicità" o "naturalità"
di un prodotto - in mancanza di un marchio che le attesti - "osservando
attentamente le indicazioni riportate sulla confezione" (nel 59,3% dei casi),
oppure "seguendo le indicazioni di chi lo produce (pubblicità su giornali
o televisioni)" (18,9%). Ma queste indicazioni, come si è visto, non
sempre sono attendibili.
Beviamo la candeggina?
Ricordate
la vecchia candeggina Ace, quella raccomandata dalla nonnina con la camicia
bianchissima? Conteneva ipoclorito di sodio, che è una delle sostanze più
dannose per la salute, ma almeno aveva un vantaggio: a nessun bambino sarebbe
venuto in mente di berla, per via dell'odore e del sapore molto forti. "Ora
c'è la candeggina Ace gentile, fatta con «sostanze naturali»", dice ancora
Morosini, che sta scrivendo un libro su questi argomenti. "Non contiene
ipoclorito di sodio ma - ed è peggio - acqua ossigenata. È ancora più
pericolosa perchè profuma ed ha un sapore dolce, simile allo sciroppo: i
bambini riescono a berla tranquillamente. Ciò che è criminale è che sulla
bottiglia c'è scritto in evidenza "sicura". Sicura, cioè, solo per i
colori delle camicette".
Amico dell'uomo il prodotto
che fa meno danno.
La
tendenza generale è quella di sostituire una sostanza con un'altra, in modo da
rassicurare i potenziali acquirenti, ma il risultato non cambia di molto:
"è un po' il principio della ghigliottina rispetto alla mannaia: viene
definito come amico dell'uomo il prodotto che fa meno danno.
Il
caso più clamoroso è quello della benzina "verde". In realtà non
esiste nessuna benzina verde. Con questa espressione intendono informarci sul
fatto che hanno tolto il piombo, ma hanno lasciato tutto il resto. Soprattutto
il benzene, che è una della sostanze più cancerogene.
Vogliamo sapere quello che
contiene un prodotto.
"Dire
quello che non c'è in un prodotto, invece di quello che c'è, - continua
Marchesini - è una cattiva abitudine della pubblicità di contenuto
"ambientofilo", che usa temi ambientali in modo poco onesto. Il
salame "senza" polifisfati, il detersivo "senza"
sbiancanti: ma ditemi cosa ci mettete, poi ci penso io a giudicare se siete
buoni o cattivi! Pochi notano, ad esempio, che se qualcuno vende una mela normale,
cioè senza alcun prodotto chimico dentro, deve metterci un bollino biologico,
un marchio che abbia qualcosa di speciale: la specialità di quella mela è di
essere normale. Invece una mela con cinque o dieci pesticidi non ha bisogno di
nessun bollino di riconoscimento. È grottesco. Questo significa capovolgere il
senso dell'informazione, che dovrebbe dirci quello che contiene un prodotto e
non il contrario." (...)
Come
ci si può difendere da questa pericolosa fabbrica di bisogni artificiali?
"Limitare gli eccessi dei venditori e riportare gli spot pubblicitari al
loro ruolo originario di informazione per i consumatori richiederà riforme
fondamentali nell'industria, cambiamenti che non si otterranno senza ben
organizzati movimenti di base" scrive Durning. (...)
Nei
paesi industrializzati le associazioni dei consumatori si stanno muovendo in
questa direzione. Qualcuno, con più fantasia, utilizza gli stessi mezzi dei
pubblicitari. Lo spot di una campagna della Media Foundation, con sede a
Vancouver, Canada, mostra un enorme maiale che cammina su una carta geografica
dell'America Settentrionale. Mentre il maiale rutta la voce fuori campo
commenta: "Il cinque per cento della popolazione mondiale consuma un terzo
delle risorse del pianeta... Quelle persone siamo noi".
Emilia
Patta, Avvenimenti, 5 agosto 1995
Quel bambino
è un criminale
Rubano,
stuprano, uccidono. A 8, 10, 12 anni. L'esercito dei mini delinquenti è sempre
più numeroso. Gli inglesi propongono pene esemplari.
La
realtà della delinquenza minorile è uno dei mali più devastanti della nostra
epoca. Basta sfogliare la cronaca più recente dei giornali.
Miami:
una tredicenne uccide con un colpo di pistola alla testa per non pagargli la
corsa.
New
York: un gruppo di ragazzini stupra una maestra in un vicolo e poi torna a giocare
a baseball.
Parigi:
tre piccoli tra gli 8 ed i 10 anni ammazzano a bastonate un barbone.
I più piccoli devono andare
in carcere?
Ogni
giorno negli Stati Uniti vengono uccisi 13 giovani sotto i 19 anni e ogni anno
circa un milione di loro sono stuprati, rapinati o assaliti da coetanei. Ma il
fenomeno ormai dilaga anche in Italia. In cinque anni il numero di denuncie
penali a carico di minorenni è più che raddoppiato: meno di 20 mila nell'86, 45
mila nel '91. E di queste novemila riguardano bambini sotto i 14 anni di età,
colpevoli di scippi, furtarelli, omicidi, rapine,
spaccio di stupefacenti.(...)
Sinora
le legislazioni dei paesi più avanzati erano concordi nel considerare i minori
meno responsabili e quindi meno punibili degli adulti.(...)
Lo
scorso novembre il senato degli Stati Uniti ha approvato una legge che prevede
di punire i minori dai 13 ai 18 anni come i maggiorenni. Se questo
provvedimento passasse anche alla Camera, significherebbe che un minorenne
potrebbe persino essere condannato a morte. L'opinione pubblica sembra
condividere la linea dura.(...)
L'Alta
Corte di giustizia inglese con una sentenza che ha fatto scalpore, ha decretato
l'abbassamento della soglia di punibilità dai 14 ai 10 anni. Una decisione
certamente influenzata dal caso del piccolo James Bulger, il bambino di due anni che nel febbraio del ‘93 venne
rapito, torturato e ucciso da due ragazzini di Liverpool
di 11 anni, condannati poi all'ergastolo con una sentenza senza precedenti.
Assassini perfetti ma
inconsapevoli.
Questa
svolta repressiva non piace agli esperti italiani di problemi dei minori. "È
una scelta sbagliata" dice Antonello Guidi, neuropsichiatra
infantile "È vero che oggi i
bambini grazie ai media sono più svegli e precoci, ma questo non equivale a una
maggiore coscienza delle loro azioni. Potranno anche essere assassini perfetti,
ma restano inconsapevoli di quello che fanno".
Anche
Ernesto Caffo, presidente di Telefono Azzurro è fortemente critico: "L'aumento
della criminalità giovanile non può essere fermato con misure repressive.
Mettere i bambini in carcere è per gli adulti un modo per non affrontare le
proprie responsabilità.
I
bambini non nascono delinquenti, lo diventano se vengono abbandonati a se
stessi".(...) "Le punizioni esemplari servono a poco" sostiene
Franco Occhiogrosso, magistrato del Tribunale di Bari
e presidente della associazione italiana giudici minorili. "Bisogna
tornare alla politica sociale. Ci vogliono consultori nei quartieri, assistenza
sociale, nuovi punti di riferimento per i giovani"(...)
Sergio
Panni, Donna Moderna
Mini ricattatori,
figli della tv
Sussi e Biribissi, nel romanzo omonimo di
Paolo Lorenzini (nipote di Collodi), sono due
ragazzini, accaniti lettori di Jules Verne, che un giorno s'infilano in un tombino convinti che
sia la strada diretta al centro della terra. Pino, Poldo e Pippo (nomi di
fantasia) sono tre undicenni monzesi, accaniti
divoratori di telefilm americani, che in febbraio hanno visto introdurre
all'interno della ditta "Side Srl", che
produce lampade industriali, delle grandi buste di polvere bianca. Siccome nei
telefilm le buste di polvere bianca contengono sempre droga, loro non hanno
avuto dubbi, e come Sussi e Biribissi
sono passati all'azione.
Polizia?
Ma no, i telefilm propongono sviluppi più ghiotti. I tre furboni
hanno ricattato la ditta. Ad una esterefatta
impiegata hanno intimato: sappiamo che siete dei trafficanti, pagateci
altrimenti vi denunciamo. Dal miliardo iniziale sono presto calati alla cifra
di 50 milioni. Il tutto veniva seguito dai carabinieri, ben appostati per
acciuffare i terribili malviventi con le mani dentro la valigetta, non immaginando
certo di beccare tre ragazzetti con le dita dentro il vasetto della marmellata.
Ebbene, cent'anni fa stuoli di moralisti tuonavano
contro il pericolo costituito dal romanzo, capace di traviare la gioventù
instillando idee bislacche. (...)
Oggi
il romanzo non preoccupa più di tanto, anche perchè i ragazzini sanno a
malapena leggere. Ma c'è la televisione, che sta al romanzo come un kalashnikov sta ad un archibugio. (...)
U.
Folena, Avvenimenti
Polemiche
sui crimini copiati dallo schermo
LA TIVÙ
ASSASSINA
Senza
la televisione, secondo uno studio svolto per l'Università del Michigan, ogni
anno negli Stati Uniti ci sarebbero 10.000 omicidi in meno, 70.000 stupri in
meno, 700.000 aggressioni in meno. I crimini di questi giorni, ispirati da
storie viste al cinema o in tivù sono stati ribattezzati copy crimes: come il recente incendio doloso in una stazione
della metropolitana di Brooklyn, ricopiato pari pari da una scena di "Money train"
attualmente in programmazione. Hollywood e i suoi guru rifiutano collegamenti
con questa esplosione di follia, ma la stampa comincia a parlare liberamente di
complicità morale. (...)
Secondo
gli psicologi, i giovani tendono a imitare quello che vedono al cinema o in
televisione, oppure imparano a considerare normale ciò che non lo è, oppure si
"desensibilizzano" perdendo qualsiasi impulso di pietà per chi
soffre, o infine provano un pericoloso ed incontrollato senso di eccitazione.
Famiglia
Cristiana, N. 51/1995
Ti ammazzo,
l'ho visto
su Italia 1
Bambine
sequestrate. Scarafaggi killer. Giustizieri della notte. Incesti. I film di
sesso e orrore invadono gli schermi di casa.
Sotto
accusa i film programmati soprattutto in seconda serata. Come e quanto la
televisione abbia colpa nel dilagare degli stupri è una faccenda di sgangheratezza: nella scelta dei film, vista la quantità di
porcate senza capo né coda che passano sui nostri teleschermi, nella
presentazione delle pellicole, con quei concentrati di mannaie e terrore che
sono certi "trailers" infilati in testa e
in coda alla pubblicità anche nei programmi più mammoni. Una sgangheratezza che non è però, quasi mai, né casuale né
involontaria, visto che fa audience e dunque porta soldi. (...)
Primo
imputato: Italia 1, mirata per precisa scelta di marketing su un pubblico
giovane cui propinare, in dosi calibrate, simpatici orsetti e robottini, titillazioni da femmine americane ipergonfiate, violenza stile Van Damme, qualche orrore. Come dire una risposta per ogni
pezzo di personalità di un adolescente medio: il lato mammone, quello ormonale,
quello vittimista-vendicativo, oltre ogni limite.
(...)
Una
media della rete del ciclo horror di circa un milione di spettatori, in seconda
serata. Persino in inverno, dati Auditel, a guardare
film dell'horror fra le 23 e mezzanotte sono in media 300 mila ragazzi fra i 4
e 14 anni: d'estate calala cifra assoluta degli spettatori, ma si alza la
percentuale dei giovanissimi, liberi da impegni scolastici. "Ma se tre
quarti dei film che trasmettiamo sono di buoni sentimenti!" si difende Leo
Zanier, responsabile della programmazione
cinematografica di Italia 1, "Ci vogliamo attaccare al ciclo Notte
horror?" Dio ce ne guardi, dopo in "Nightmare"
e i "Non aprite quella porta", se non è schifosetto
e squartafemmine che horror è? (...)
"Ma
facciamo un sacco di tagli, cosa crede? Certo, non su un film che ha già
passato la censura. Ora facciamo molta attenzione: esempio, non abbiamo mai
trasmesso film con uno stupro. Si ce n'è stato uno con Cinthia Rothrock che subiva violenza e poi si vendicava, ma abbiamo
passato un pomeriggio intero in sala di montaggio a sforbiciare, togliere
qualche secondo qua e qualche altro là, lasciare lei che urla e cassare lui che
la violenta..". Alle solite: come per "Full metal jacket"
il film di Kubrik sull'inferno del Vietnam, trasmesso
fra infinite polemiche il 30 gennaio su Canale 5 in prima serata, purgato ad
hoc. Sicché il film è monco, e la violenza che resta è sempre troppa, a quell'ora e con quegli spettatori. Tra tutte quelle
immaginabili, la soluzione peggiore. La più sgangherata.
L'Espresso,
25 agosto 1995
LA VIOLENZA
IN
TV
Grazie
alla televisione un bambino americano assiste in media a 100 mila atti di
violenza prima di avere terminato le scuole elementari. Come riferisce un
rapporto dell'Apa, (American Psycological
Association ndr.)
«l'aggregato delle ricerche dimostra chiaramente che esiste una correlazione
tra la visione di scene violente e il comportamento aggressivo, vale a dire che
coloro che guardano molta televisione sono più aggressivi di chi ne guarda
poca». (...)
Il
grande pubblico, sebbene sia disposto ad ammettere l'esistenza di un legame tra
violenza in tv e criminalità, non crede che le scene di brutalità sul piccolo
schermo siano la causa principale degli orrori della società. Nel 1990, un'indagine
Gallup ha rilevato solo l'1 per cento di intervistati
convinti che la tv fosse la principale responsabile della criminalità, mentre
il 60 per cento dava la colpa alla droga ed il 6 per cento al degrado dei
valori familiari. (... )
Se
la televisione non ha alcun effetto sugli spettatori, ha chiesto il deputato
democratico dello Stato di New York Charles E. Schumer alle udienze che ha presieduto nel dicembre del
1992, «come si spiegano i miliardi di dollari spesi ogni anno in pubblicità
televisiva?».
Charles S. Clark -
CATTIVA MAESTRA TELEVISIONE - (RESET) pp 51/61


I BAMBINI CHE SONO STATI
CONDIZIONATI DALLO SCHERMO TELEVISIVO SONO SPESSO INCAPACI DI RISPONDERE ALLE
PERSONE REALI, PERCHÉ ESSE SPRIGIONANO MOLTO MENO SENTIMENTO DI UN BRAVO ATTORE
Bruno Bettelheim
Troppe ore
di TV uccidono l'infanzia
Allarme degli esperti: i
bambini catapultati precocemente nella società degli adulti
Maria,
8 anni, trascorreva tutti i pomeriggi dalla nonna perché i genitori erano al
lavoro. Depositata davanti al video, si sorbiva ore di Dracula il vampiro, un programma dell'orrore per bambini. Un po' alla
volta, Maria cominciò a star male. Nervosismo, nausea e un incubo ricorrente: «Sono nel mare e cade la pioggia. L'uomo con
i denti pieni di sangue mi segue. Mi nascondo sotto il letto e aspetto la mamma
e il papà. Ho tanto freddo».
Tutto
questo è venuto fuori durante 8 mesi di terapia con la psicologa Elisabetta Gardini, autrice assieme al sociologo Chito
Guala de I
bambini e la TV (Sagep). Ha curato una ventina di
bambini colpiti da sindrome televisiva. «Non
dobbiamo demonizzare la TV, ma nemmeno sottovalutare l'effetto devastante che
alcuni programmi possono avere».
Fino
a dieci anni fa il contatto dei bambini italiani con la televisione si svolgeva
prevalentemente attraverso La TV dei
ragazzi, un piccolo mondo delimitato da orizzonti rassicuranti. Oggi la
violenza fa parte del menù quotidiano offerto dalle reti pubbliche e private. «Stiamo vivendo una rivoluzione su scala
planetaria senza conoscere gli effetti che produce», afferma il pedagogo
Francesco Testa. (...)
La violenza può creare nei
bambini paure irrazionali, ma può anche renderli insensibili, spingendoli a
considerarla un fatto comune e normale
Le
scarse ricerche compiute finora tendono a sottolineare le conseguenze nefaste
della violenza televisiva sullo sviluppo psico-emotivo
dei bambini. Francesco Testa e Cristina Lastrego (Dalla televisione al libro, Einaudi) confermano che essa «porta spesso in superficie inutili terrori», come nel caso di
Maria. Ma hanno anche individuato un' altra reazione, di segno opposto. «Il bambino gradualmente si desensibilizza
alla violenza poiché non la sperimenta direttamente», dice Testa.
«Abbiamo notato che in questi
casi il bambino tende a essere sempre più indifferente alla violenza nel mondo
reale». (...) Secondo
Giampiero Gamalieri, docente di teoria e tecnica
delle comunicazioni di massa alla Sapienza di Roma, il fenomeno preoccupante
non è tanto la violenza di per sé, quanto la dipendenza nei confronti della
televisione. (...)
I
bambini guardano la televisione a tutte le ore. Nella fascia serale compresa
tra le 20 e 30 e le 23 e 30, una volta riservata agli adulti, i telespettatori
minorenni rappresentano ormai il 40 per cento dell'audience. «In questo modo i
bambini vengono precocemente immersi nella vita».
La televisione uccide
l'infanzia
Il
primo ad enunciare la tesi secondo la quale la televisione stava provocando «la scomparsa dell'infanzia» è stato
l'americano Neil Postman,
considerato il maggior conoscitore dei rapporti tra televisione e bambini. «Improvvisamente la TV ha rivelato loro i
contenuti segreti del mondo adulto, dal sesso alla politica, alla medicina»,
sostiene Postman. «Ormai
gli adulti non controllano più il processo educativo dei bambini e il loro
graduale inserimento nella società». (...)
Postman è critico sull'efficacia di iniziative
quali il rafforzamento delle sanzioni per chi manda in onda film vietati ai
minori, l'introduzione nelle scuole di corsi per educare i ragazzi a una
lettura critica dei messaggi televisivi, l'introduzione di un simbolo
riconoscibile per distinguere le trasmissioni adatte ai bambini dalle altre. «Sono gocce in un oceano. Non è più
possibile nascondere le cose ai bambini. Non lo è stato negli Stati Uniti e
dubito che possa esserlo in Italia, dove il sistema televisivo si va sempre più
americanizzando».
In
questo senso, afferma il professor Gamalieri, il
problema riguarda non tanto le reti quanto le famiglie e il loro modo di
gestire l'uso della televisione in casa. «È
importante che i genitori siano presenti quando il bambino guarda la
televisione, che partecipino con lui all'esperienza televisiva per inculcargli
un po’ di senso critico, e impedire che cresca allo stato brado».
A.
di Robilant, La
Stampa, 14 giugno 1988
I bambini
cresciuti guardando la Tv
giocano meno
e in modo diverso
La TV non si limita a ridurre
il tempo dedicato al giocare:
è stato dimostrato che essa
influenza la natura stessa del gioco.
Il racconto di maestri ed
educatori che hanno visto la prima generazione di bambini cresciuti davanti al
televisore.
Scuole
materne ed asili sono, in un certo senso, i migliori laboratori naturali in cui
osservare il gioco dei bambini. Nel corso degli anni un buon maestro è in grado
di percepire il cambiamento nel comportamento che il genitore o l'educatore che
lavora su bambini isolati potrebbero non notare. Fu proprio in questi
laboratori naturali che si poterono osservare i cambiamenti avvenuti nei
modelli di gioco dei bambini con l'avvento della televisione. C'erano ancora in
servizio negli anni 70 (periodo in cui si
svolge questa inchiesta - ndr) insegnanti che
hanno visto sia la generazione pre-televisiva che
quella televisiva.
Sentiamo
dunque la loro testimonianza per quanto riguarda il comportamento dei primi
bambini cresciuti con la televisione quando giocavano in classe:
«I bambini non giocano più
come facevano una volta - spiegava
il direttore di una scuola elementare privata di New York, ex maestro d'asilo.
- Non mi riferisco in particolare al
gioco all'aperto. Fuori, sono ancora vigorosi. Si arrampicano, corrono, usano
biciclette. È il gioco al chiuso che è cambiato (non dimentichiamo che
l'interno è il luogo della televisione ndr.).
Non si vede più, come prima,
tanto gioco attivo. Ai bambini, sin dalla tenerissima età, interessa di più
starsene seduti a giocare con il cosiddetto materiale educativo. Non si direbbe
che abbiano tanta immaginazione, né da come parlano, né dalle cose che fanno.» (...) «Negli
ultimi anni, ho dovuto cambiare enormemente il mio modo d'insegnare -
racconta un'altra maestra d'asilo che ha viste entrambe le ere. - Prima mi sentivo libera di dare l'avvio a
moltissime attività, perché allora i bambini erano perfettamente in grado di
iniziare anch'essi qualcosa da soli. Ora ho la sensazione che i bambini
vogliano che tutta l'iniziativa sia mia. Portano avanti le attività che io avvio,
ma se io non do il via a niente, aspettano semplicemente, con pazienza, che io
mi decida a farlo.» (...)
Opinioni a confronto
Forse
le parole di questi e altri insegnanti che la pensavano come loro, erano
semplicemente il frutto del pregiudizio per le nuove tecnologie, o risultano
dal loro atteggiamento, che era del tipo: «Ai
miei tempi le cose erano diverse! ».
È
più probabile però, che non sia così. In tutte le interviste infatti c'è una
costante: vi si trovano molti e ben noti elementi propri della TV (la passività
che richiede, la rapidità con cui accontenta il bambino), il che rende
probabile che questi insegnanti descrivano cambiamenti reali, non immaginari,
nel modo di giocare dei bambini.
Gli
insegnanti più giovani, che hanno fatto scuola solo a bambini cresciuti con la
TV, non condividevano nessuna delle opinioni dei colleghi più anziani circa
l'influenza della TV. I bambini cui essi insegnavano, per quanto loro ne
sapevano, rappresentavano veramente l'infanzia. L'idea che la TV avesse potuto influenzare
il gioco dei bambini piccoli sembrava loro assurda. Lo credo bene: loro stessi
erano cresciuti guardando la TV. (...)
Il ruolo del gioco, nella
prima infanzia, è assolutamente insostituibile
Poiché
è negli anni della prima infanzia che la Tv ruba tempo soprattutto al gioco, è
necessario esaminare qual è la funzione del gioco per i bambini. Spesso non ci
rendiamo conto dell'importanza del gioco proprio perché esso è così scherzoso.
(...)
I
primi movimenti a tentoni del neonato, tutte le volte che egli si mette in
bocca, assapora ed odora le cose, possono essere considerati il primo
"gioco". (...)
Un'altra
forma di gioco che fa la propria apparizione nella prima infanzia, è quella di
imitare. Questi primi giochi mimici offrono già l'occasione di comunicare con
il bambino, prima ancora che egli impari a parlare. (...)
Anche
i successivi e più complessi giochi di fantasia servono al bambino per
risolvere le proprie difficoltà e per comprendere meglio "come funziona la
vita". Forse ancora più importante è il fatto che il gioco di fantasia
offre al bambino la possibilità di essere attivo, piuttosto che solo uno
spettatore passivo. (...)
Se
il gioco è dunque il mezzo attraverso il quale il bambino fa alcune delle sue
più importanti esperienze ed impara i comportamenti necessari alla sua vita, è
opportuno chiedersi quali siano, per i bambini di oggi, le conseguenze del non
avere più a disposizione tutto quel tempo per giocare.
M.
Winn: La droga
televisiva pag. 92 - 100
Tu stai troppo davanti alla
TV - da "Famiglia
Cristiana"
Catturati dal video
MALATI DI VIDEOGAMES
EPILESSIA E
VIDEOGAMES
L'epilessia
fotosensibile è un disturbo che coinvolge nell'età scolare un 0,7-1 % della
popolazione dei bambini, di carattere endogeno (raramente è dato da cause
esterne).
*
Il video, risulta eccessivo imputargli tutta la colpa, indirettamente non fa
altro che scatenare una situazione preesistente.
*
Il game esercita una stimolazione, un bombardamento visivo e sonoro,
modificazioni cromatiche abbastanza specifiche, diversamente dalle altre fonti
visive.
ABITUDINI
TELEVISIVE
Ricerca
di Robert Plomin della
Pennsylvania State University su 459 famiglie relativamente alle abitudini
televisive dei bambini dai 3 ai 5 anni:
•
Il quoziente intellettivo non è in relazione, o non sembrava in relazione, col
tempo trascorso davanti alla TV.
•
Alcuni bambini sono più a rischio di essere incantati dalla TV rispetto ad
altri.
•
L'ambiente familiare incide sulle abitudini televisive solo nella misura del 20%.
•
I fattori causali e comuni valgono il 35%.
•
Fattori genetici rappresentati da personalità, attitudini e dagli interessi
sono importanti nella misura del 45%.
Fenomeno
del LATCH-KEY CHILDREN: bambini U.S.A. sotto i 5 anni abbandonati a se stessi
(350.000) dove il fenomeno dell'uso-abuso TV e videogames
assume quote rilevanti, fino a 5-8 ore al giorno.
Una
ricerca DOXA 1992 ha rilevato che le preferenze nei giochi dei bambini fra 6 e
13 anni, i giochi elettronici e i videogames sono
preferiti nel 45% dei casi.
DIPENDENZA
TELEVISIVA
(teletossicomania)
Ricerca
di Robert Mc Illwraith che trova e descrive fenomeni di comportamento
ossessivo e di vera dipendenza legati all'uso e consumo della TV di 136
studenti universitari:
•
stima di incidenza del 12,5%
•
Sintomi:
-
visione compulsava (difficoltà a sganciarsi dal mezzo); sintomatologia da
astinenza;
-
stato ipnoide durante la visione; - perdita di
concentrazione come conseguenza post-visione; senso di perdita di controllo del
mezzo;
-
auto ed etero aggressività.
•
I pazienti riferivano di usare la TV come ansiolitico, riempitivo, per
l'incapacità di farne a meno, per distrarsi da se stessi e dai problemi, la
perdita di controllo proprio durante la visione.
•
Jeremy Singer della Yale
University riscontra che i bambini che guardano troppo la TV hanno
un'immaginazione ridotta: la tele diventa come il loro sostitutivo
all'immaginazione.
VIDEOIPERESTESIA
(eccesso
di sensibilità al video)
Le
nostre ricerche su un campione di 200 adulti dai 16 ai 40 anni e recentemente
su 200 bambini dai 6 agli 11 anni relativamente all'uso dei videogames
e TV hanno individuato una specifica forma di video dipendenza chiamata "Videoiperestesia".
Sintomi:
-
Comportamenti coercitivi (ripetizione nell'uso del mezzo);
-
Ottundimento celebrale (attenzione esclusivamente sul video);
-
Anedonia intrinseca (il gioco diventa ossessione);
-
Saturazione (il videogioco deve essere sostituito periodicamente);
-
Insonnia (lo stato di eccitazione può durare anche dopo il gioco);
-
Dependence state;
-
Implicazioni socio/relazionale e scolastico/lavorative.
Stima
di incidenza:
adulti
2%, bambini 4%
BAMBINI E
VIDEO
Noi
abbiamo scoperto che il consumo di videogames tende a
polarizzarsi attorno ai 5 anni, ed è tipicamente maschile; le femminucce
giocano meno; qui sarebbe interessante vedere come mai. Il consumo sale
rapidamente fino a raggiungere l'apice massimo attorno ai 12-13 anni, la fase
dell'adolescenza. Il consumo tende a stabilizzarsi e a decrescere dopo i 16
anni. È frequente che un bambino trascorra dalle 2 alle 5 ore al video (fra TV
e videogames). (...)
Teniamo
presente che il bambino è nella fase evolutiva, nella fase in cui si sviluppano
le capacità cognitive. Noi usiamo il termine di emiatrofizzazione
telematica per indicare una selezione di capacità cognitive prevalentemente
collegate all'emisfero destro del cervello, cioè quelle informazioni di tipo
visivo, emotivo, semplificate, mentre le capacità linguistiche, logiche,
matematiche, razionali, vengono sempre meno utilizzate. Questo avrà delle
ripercussioni, di fatti se si parla con gli insegnanti dicono "... i
bambini fanno sempre più fatica a fare analisi critiche, elaborate, hanno
superficialità" . (...)
Daniele
Pauletto, neuropsicologo;
convegno "Liberare la TV o liberarsi dalla TV?" Cesena 16 marzo 1996
Le terribili
scommesse dei figli dei videogiochi
Lo
scrittore Sandro Veronesi: "Le prove di coraggio sono sempre esistite fra
gli adolescenti, ma adesso i ragazzi devono smaltire l'overdose di miti
televisivi"
Generazione
X, Generazione Nintendo, Generazione rap, generazione chissà. Sfidano la vita, sprezzano la
morte, ognuno con il suo mito in tasca. (...) Il gioco funziona, magari per 365
giorni all'anno, poi arriva quella sera, e qualcuno ci rimette la pelle. (...)
"Ci
sono due aspetti di cui bisogna tenere conto. Da una parte - spiega Veronesi -
c'è il momento in cui si iniziano a fare i giochi pericolosi, e cioè
l'adolescenza, in particolare quella maschile, perché si tratta di riti quasi
esclusivamente maschili. I ragazzi sono sottoposti ad una trasformazione che si
può paragonare, in termini di spinte e contraddizioni al dottor Jeckyll e mister Hide, con una
aggressività che si nutre di riti violenti. A questo si deve aggiungere il
continuo stimolo, e questo è un aspetto recente, dei miti televisivi e del
meccanismo di emulazione.
GIOCHI
DI MORTE
•
STRANGOLINO;
•
SURF SULL'AUTO/SUL BUS;
•
PASSARE CON IL ROSSO A TUTTA VELOCITÀ;
•
ROULETTE RUSSA;
•
AGGRAPPARSI AL TRENO IN CORSA;
•
SPORGERSI DALL'AUTO IN CORSA;
•
SALTARE SUL TRENO LANCIANDOSI DAI PONTI;
•
ANDARE IN AUTOSTRADA CONTROMANO.
Christian, 19 anni, volato via dal tettuccio
dell'auto in corsa, è l'ultima vittima delle sfide di morte.
Repubblica,
11 maggio 1994
TV VIOLENTA:
"Rangers" al bando
Dopo
il "caso Norvegia" anche la televisione canadese ha censurato il
popolare serial tv.
I
Power Rangers così si chiamano i cinque scalmanati
che qui da noi si possono tranquillamente vedere ogni pomeriggio in televisione
(Canale 5 li programma quotidianamente) hanno scatenato le ire dei Canadesi.
(...)
A
Toronto infatti il Canadian Broadcast
Standards Council, la
commissione che vigila sui programmi tv, ha stigmatizzato senza mezzi termini i
Power Rangers: "Mostrano scene di eccessiva
violenza". Questa la sentenza. Oltretutto ha accertato che i momenti
cruenti occupano il 25 per cento del tempo di trasmissione. Troppo. E la rete
canadese YTV si è subito adeguata cancellando dai propri palinsesti il
programma, mentre l'altra rete locale, la Canwest Global Entertainment ha preso tempo e, prima di far sparire
i cinque scatenati dal video ha tentato di convincere i produttori californiani
(la Saban di Burbank) a
rendere il serial meno violento. Alla commissione sono arrivate migliaia di
lettere di genitori preoccupati dai nefasti effetti dei terribili Ragers alla prole. Tutte più o meno dello stesso tono:
raccontano di un aumento di aggressività dei figli, in particolare dopo la
trasmissione. (...)
È
di pochi giorni fa un' altro "disco rosso", in Norvegia questa volta,
dove le gesta dei supereroi sono state messe al bando dopo che la solita spinta
emulativa aveva generato la tragedia.(...)
Lo
stesso provvedimento di censura è stato preso anche in Nuova Zelanda. Di fronte
a questo attacco massiccio sono cadute nel vuoto le proteste dei produttori e
degli autori di telefilm che, anzi, ne sbandieravano candidamente gli effetti
positivi, fra cui mettevano anche la "multirazzialità"
principio educativo fondamentale per le nuove generazioni. E in Italia?
Dall'alto dei tre milioni di ascolto quotidiano, la programmazione è
praticamente intoccabile.
Il
Resto del Carlino, 4 novembre, 1994
Tratto da “TV per un figlio”
ed. Laterza
Se
la tv è violenta chiama
VIDEO HELP
Scene troppo forti scorrono non di rado sullo schermo.
L'immagine è rapida ma basta a volte per impressionare sia i bambini che gli
adulti. Per questo la Fip ( Federazione italiana
psicologi) ha attivato VIDEO HELP, un pronto soccorso telefonico contro la tv
troppo aggressiva.
Chiamando in orario d'ufficio il numero 049/651165, rispondono
psicologi che danno consigli opportuni per affrontare la paura video. E
raccolgono proteste contro spettacoli, film e spot particolarmente cruenti.
I
"Comandamenti" televisivi
Mentre
un sondaggio inglese mostra la forte penetrazione di Tv e pubblicità nei nuovi
valori giovanili, il Messico si vanta della sua straordinaria capacità di
indurre grandi comportamenti di massa per mezzo di "telenovelas"
studiate per influenzare la popolazione.
In
un sondaggio condotto tra i giovani della Gran Bretagna emerge che due inglesi
su tre tra i 15 e i 35 anni non si sentono per nulla influenzati dalle regole
morali stabilite dalla chiesa o dallo stato. Semmai sono gli idoli rock ad
indicare ai giovani il modello di vita da seguire; ma ad influenzare più
profondamente le nuove generazioni sono soprattutto la pubblicità e la
televisione. I nuovi comandamenti conquistano le coscienze attraverso il video.
La
TV sembra dunque aver occupato quello spazio educativo e formativo della
personalità che nelle società più antiche apparteneva alla cultura in generale,
e, in forma particolarmente forte, alla fede religiosa.
Ciò
che mostra la televisione è considerato generalmente vero e importante, e i
modelli che propone sono spontaneamente accettati.
Non
desta, in effetti, eccessivo scalpore il fatto che in Messico, a partire dagli
anni ‘70, si sia pensato di modellare il comportamento e le scelte individuali
della popolazione mediante una serie di "telenovelas"
sociali, e che l'operazione abbia riscosso un formidabile successo. La serie
televisiva Accompaname,
ad esempio, incentrata sulla pianificazione familiare e sulla riduzione delle
nascite, ha triplicato di colpo la vendita di contraccettivi e di profilattici
in tutto il paese. L'inventore della cosiddetta "soap opera" sociale
si chiama Miguel Sabido e
vanta al suo attivo ben 64 premi internazionali. Pare che il suo metodo per
"teleinfluenzare" le masse interessi anche
altri paesi, come la Tanzania, l'India, la Cina, il Kenia,
e probabilmente sarà esteso, oltre che alla TV, alle videocassette, alle
canzoni e alla radio.
Non
spaventano tanto le intenzioni di Sabido e dei realizzatori di questi programmi, che possono
anche essere delle migliori, quanto il potere che la televisione ha assunto, e
il controllo aberrante che vuole realizzare sul mondo.
Ispirato
a "Ecco i nuovi comandamenti", Corriere
della Sera, 11/ 10/ 1994; e "Telenovelas per
ridurre le nascite", Il Resto del
Carlino,
Videodipendenza:
i più
incalliti sono gli italiani
Primi
in Europa per le ore davanti al video, ultimi per il tempo dedicato alla
lettura. La TV è ciò che nessun altro "media" è mai riuscito a
diventare: una compagna.
Italiani,
innamorati di televisione. Siamo il popolo che la guarda più di ogni altro in
Europa. Tre ore e sedici minuti di consumo vorace ogni giorno, battendo
francesi, tedeschi e inglesi. Un trionfo incontrastato e non si sa quanto
glorioso che ci é stato attribuito da un rapporto presentato alla conferenza
dei 40 ministri responsabili dell'informazione e delle telecomunicazioni del
Consiglio d'Europa nel Dicembre ‘94. (...)
Tanta
é la voglia di Tv quanto scarsa é la propensione alla lettura di quotidiani e
settimanali. (...)
I
dati raccolti dai ricercatori sono impietosi: nel nostro paese si vendono
appena 118 quotidiani ogni 1000 abitanti, contro gli oltre 500 di Svizzera e
Norvegia, mentre in Germania si arriva a 343 e in Gran Bretagna a 393.
Per
quanto riguarda la televisione, non siamo ancora ai livelli americani di 6-7
ore quotidiane, ma gli studiosi temono che potremmo arrivarci in tempi brevi.
Il terreno é favorevole, visto che la TV é diventata ciò che nessun altro media
é mai riuscito a diventare: una compagna. «Rimane sempre accesa come un rumore
di fondo e spesso si tramuta in un membro aggiuntivo della famiglia oppure
nell'anello mancante di una coppia spezzata», sottolinea il semiologo
Gian Paolo Caprettini. «È una presenza amica non
soltanto per gli anziani, ma anche per i giovani soli». (...)
I
messaggi elettronici ci avvolgono, ci bombardano e ci seducono, dunque. (...)
«Non a caso - sottolinea Gianfranco Bettetini,
esperto di comunicazioni di massa - per tener dietro alla concorrenza
televisiva, i giornali sono diventati a loro volta televisivi, a partire dal
modo stesso in cui montano le notizie e frammischiano volutamente attualità e
commento».
Comunque
«non credo che noi italiani siamo necessariamente i più ignoranti d'Europa solo
perché guardiamo più soap operas e leggiamo meno
giornali» dice Claudio Sorgi, studioso di comunicazioni e critico dell'«Avvenire».
Semmai - aggiunge - siamo vittime di un sistema drogato: «Le reti private non
comunicano con il pubblico, cercano di comprarlo».
La Stampa, 9/ 12/ 1994, pag. 19
Non lasciamoci ingannare
dalle cifre.
Questi dati non vanno letti
in vista di un confronto puro e semplice con gli altri paesi europei, alcuni
dei quali hanno una media giornaliera di ascolto televisivo molto prossima alla
nostra, mentre altri di parecchio inferiore. Non si tratta, cioè, di stabilire
chi é il primo e chi l'ultimo in questa classifica , né di complimentarsi con i
migliori e di rimproverare i meno bravi. Non é detto, infatti, che in qualità
di maggiori teledipendenti d'Europa, noi italiani
dobbiamo per forza considerarci i più ignoranti. Questo, però, ben lungi dal
minimizzare il problema, lo estende anche agli altri. Se le oltre tre ore di
ascolto medio giornaliero dello spettatore televisivo italiano sono davvero
tante, nemmeno le due ore di svizzeri e ceki sembrano
poche. Basti pensare che difficilmente, lavoro a parte, si è impegnati in una
qualunque altra attività per un tempo così lungo ogni giorno. La Tv, insomma,
soddisfatti o preoccupati che ne siamo, assorbe la quasi totalità del nostro
tempo libero...pensiamoci!

La
prepotenza della TV
L'uomo non è libero di
ricevere solo l'informazione che vuole e che gli è utile, ma, in virtù della
propria naturale curiosità, è portato a interessarsi di tutto ciò che stimola
la sua attenzione. Ecco perché l'eccezionale bombardamento televisivo cui è
sottoposto rappresenta una forma di violenza.
(...)
Bisogna prima di tutto sgombrare il terreno da una falsa credenza: quella che
l'essere umano possa a suo piacimento ricevere l'informazione che gli viene
offerta, oppure ignorarla. Non é così e non bisogna essere competenti in psicologia
per non accorgersene. Pur fatte le dovute proporzioni e non volendo confondere
fenomeni di diversa gravità, cerchiamo di non commettere il pauroso errore di
chi afferma che il drogato è perfettamente libero di continuare a rovinarsi o
di smettere. L'uomo per sua natura é curiosissimo, come costantemente hanno
notato i viaggiatori presso popoli primitivi. Questa qualità si é via via esaltata nel corso dell'evoluzione, perché ha un valore
adattativo importantissimo. Il nostro cervello si
nutre d'informazione; solo in quel modo può ragionare e decidere. Arrivare a
sapere qualcosa, qualunque cosa, può avere un valore inestimabile. Per questo
un segnale visivo, acustico o d'altro tipo che prometta in qualche modo
informazione ci richiama prepotentemente e non possiamo farne a meno di
prestargli attenzione. Chi riesce a non voltare la testa quando ode la sirena
di un'autoambulanza? Chi riesce a non leggere un grosso cartello a vistosi
colori che gli si para davanti?
No,
l'uomo non é libero di ricevere solo l'informazione che vuole e che gli é
utile. Ed é per questo che il fantastico bombardamento a cui siamo sottoposti
oggi é né più né meno che una forma di violenza. È la stessa forma di violenza
che si esercita sulle oche inchiodate, costrette ad ingerire cibo per
ingrassare. Milioni di persone sono state inchiodate al televisore e costrette
ad assorbire l'informazione - chiamiamola così - non a proprio vantaggio, ma
quasi sempre a vantaggio di altri. (...) Perché, ad esempio, gli spot non
vengono riuniti dall'ora tale all'ora tale sul canale tale, proprio per chi
vuole gustarli?
G.
Toraldo di Francia: "La violenza degli
spot", in La Repubblica, 2/ 1/
1988
... come
recuperarli al gioco creativo
Poiché
il divertimento passivo richiede uno sforzo minore di quello attivo, l'umana
natura impone che fare qualcosa di più facile sia preferibile a fare qualcosa
di più difficile.
La TV è come un giocattolo
che fa tutto da solo
Osservate
un bambino che prima giocava con un semplice camion di legno, a cui é stata poi
regalata una complicata locomotiva meccanica.
Mentre
prima era costretto a divertirsi spingendo sul pavimento il veicolo,
immaginando una finta strada tra le gambe del tavolo e facendo anche i rumori,
ora egli guarda tutto affascinato il nuovo giocattolo. (...)
Ma
dopo un po', il piacere procurato al bambino dal nuovo giocattolo inizia a
diminuire. Esso ha un repertorio limitato di azioni: si muove, fa tutu, fa
fumo, e basta. Il bambino trova giusto un altro po' di divertimento dal prendere
il giocattolo e dall'esaminarlo per vedere come funziona. Tutto qui. Il gioco
col camion di legno, invece, non porta mai alla noia, perché il campo di
attività con esso possibile é limitato solo dall'immaginazione del bambino.
(...)
Il
televisore é l'unico giocattolo meccanico che non dà facilmente noia, per
quanto il rapporto del bambino con esso sia di tipo passivo. Per di più, le
azioni ed i suoni che produce sono molto più vari di quelli del
treno-giocattolo; così il bambino può restare ammirato ed affascinato quasi
indefinitamente. Dopo il piacere procurato da quella attività tranquilla,
facile, sempre divertente, la ricerca di soddisfazioni attraverso l'attiva
partecipazione viene ad assomigliare troppo al lavoro.
Ciò
non significa che i bambini normali se ne stiano sempre ammucchiati davanti al
televisore tutto il santo giorno invece di andare a giocare a palla, o di
andare alla partita col babbo o di cuocere un dolce al cioccolato o di fare
qualche altra attività che li attragga.
Ma
queste attività devono essere molto attraenti; altrimenti, c’é sempre la TV.
Gioco a casa
I
bambini sono cambiati: da attivi, impulsivi, felici di avere qualcosa da fare,
come erano, sono divenuti più cauti, più passivi; ora vogliono essere divertiti
o istruiti, piuttosto che buttarsi avanti e scoprire le cose da soli. (...)
Un
cambiamento legato alla TV é il grado di partecipazione dei genitori al gioco
di fantasia dei loro figli. Prima della TV, era a tutto vantaggio dei genitori
dare al bambino un po' d'aiuto quando giocava, quasi a «varare» il suo gioco. I
genitori, per esempio, potevano suggerire di giocare a «Facciamo finta di...»,
o lanciare l'idea di fare un the per le bambole, o aiutare il bambino a
iniziare un qualche altro gioco che prendesse tempo, e che egli avrebbe poi
continuato da solo. Questa consuetudine arrecava vantaggi ad entrambi: il
genitore, perché guadagnava del tempo libero, ed il bambino perché, stimolato
dall'aiuto dell'adulto, era poi in grado di giocare meglio da solo.
Oggi
é più facile che il genitore, piuttosto che darsi la pena di fare iniziare un
gioco al bambino, gli accenda il televisore; tanto più che il bambino é
altrettanto contento -forse più contento -di guardare la TV che di giocare.
M.
Winn: La Droga
televisiva, pag. 162- 164 e 94- 96.
Allarme
dell’USL:
La videodipendenza e ormai totale e generalizzata
Dai
risultati di un'inchiesta condotta dall'USL di Genova tra gli studenti di
elementari e medie, alle soglie degli anni ‘90
A
Genova l'assessore alle Istituzioni scolastiche Gino Dellacasa
ha presentato una pubblicazione che raccoglie testimonianze e indagini sugli
effetti della TV sull'infanzia: una ricerca dell’Unità Sanitaria Locale N. 12
su 1.800 allievi di quindici scuole elementari di quartieri del centro, della
periferia e delle zone residenziali (...); una serie di disegni e di
impressioni scritte dai bambini, anche molto piccoli, dopo aver assistito a
film e spettacoli televisivi. Il bilancio è praticamente a senso unico.
Da 2 a 5 ore di TV al giorno
Chito Guala, un sociologo che ha curato
l'iniziativa assieme alla psicologa Elisabetta Gardini,
spiega così i risultati:
«La
videodipendenza è ormai totale e generalizzata. Il
rapporto con la TV é un fatto quasi esclusivamente individuale. Il tempo di
esposizione alla TV é molto lungo e si protrae spesso in prima e seconda
serata. La TV é quasi sempre accesa a pranzo e a cena e rende molto difficile
la socializzazione nell'ambito familiare». (...)
Ecco
qualche cifra: in 66 famiglie su cento la TV é accesa a pranzo e a cena. Trenta
bambini su cento si piazzano davanti al piccolo schermo di primissimo mattino,
prima di andare a scuola. Quasi tutti (la percentuale é del 90 per cento) non
rinunciano agli spettacoli del dopocena, anche fino a tardi. La media di
"presenza" davanti al televisore é di oltre due ore al giorno, con
punte frequenti anche di 4-5 ore. La TV é piazzata soprattutto in cucina, in
sala da pranzo e più raramente in salotto, e, spesso - almeno in quaranta casi
su cento - in casa c'é più di un apparecchio. Secondo i ricercatori molto è
dipeso anche dall'avvento delle TV private con programmazioni pressoché
ininterrotte e fiumi di pubblicità.
Tra robot e guerriglieri
assassini, il mito prevalente è la paura e la violenza
Le
scelte più frequenti dei bambini cadono sui cartoni animati e sui film
(«mancano alternative valide» dicono i ricercatori), ma in entrambi i casi i
modelli proposti sono discutibili, spesso ispirati alla violenza, sia per i
«guerriglieri» o i «robot», sia per i film polizieschi, sia per le storie
tragiche e complicate di molti «serials». (...)
Uno
degli aspetti dominanti della ricerca é la richiesta, che viene da quasi tutti
i bambini, di avere spazi per giocare all’aria aperta.
La
Repubblica, 22 gen. 1988
Ecco i risultati dell'inchiesta condotta dalla USL di Genova
Famiglie in cui la TV è accesa sia a pranzo che a cena 66%
Bambini che guardano la TV dopo cena, anche fino a tardi 90%
Bambini che guardano la TV completamente soli 30%
Bambini che al mattino, appena alzati, accendono la TV 20%
Inoltre emerge che i bambini leggono sempre meno.
Il tempo "vuoto" tra la scuola e il divertimento è
occupato solo in minima parte dalla lettura.
Quante ore
davanti allo schermo...
L'eccessivo
numero di stimoli provenienti dallo schermo televisivo riduce dopo un breve
tempo l'attenzione del bambino e fa sì che il messaggio invece di essere
elaborato venga assorbito passivamente dal piccolo spettatore. Tuttavia recenti
statistiche americane e francesi rilevano che quasi tutti i bambini guardano la
televisione per 4-6 ore in America e per 2-3 ore in Francia.
Non
abbiamo trovato dati che riguardano il tempo di esposizione dei bambini alla
televisione nella letteratura medica italiana.
Negli
Stati Uniti l'inizio di ascolto é segnalato intorno ai 3 anni di età. In epoca
prescolare si registra il tasso di ascolto massimo, compreso cioè tra 7 e 8 ore
al giorno. Il tasso diminuisce con l'inizio dell’attività scolastica e subisce
un nuovo incremento nella banda di età compresa tra 11 e 13 anni.
Gli
adolescenti, invece, dedicano poco del loro tempo alla TV, ad eccezione di
coloro che presentano importanti disturbi emozionali o segni evidenti di
disadattamento sociale. È probabile che il rifiuto dell'adolescente per la
famiglia condizioni in parte anche l'atteggiamento nei confronti della TV,
considerata il più tipico divertimento familiare.
Infine
la letteratura é concorde nel rilevare che i soggetti provenienti da famiglie
di basso livello socio-culturale guardano la TV in misura maggiore. Probabilmente
questo accade perché i ragazzi che hanno condizioni economiche più vantaggiose
sono sottoposti a stimoli culturali alternativi rispetto ai mass-media e si
dedicano più spesso alla lettura.
Di
Palma, M. E. Zappatore, G. Buraschi.
Divisione
Pediatrica, Arcispedale S. Anna, Ferrara
(9 - Computer, videogiochi e internet)
Sui
bambini che hanno problemi
di carattere
o di adattamento,
la TV può
avere effetti incontrollabili
Il problema della violenza
Al principio degli anni
settanta la televisione non conosceva ancora quell'esplosione
di violenza che è divenuta ormai, a distanza di più di vent'anni,
una norma abituale.
Già allora, tuttavia, c'era
chi metteva in guardia dall'"assuefazione" infantile agli spettacoli
violenti , ossia dal fatto che, in seguito alla sua visione continua, i bambini
non facessero più "tanto caso" alla violenza, poiché vi si erano
abituati.
In
un esperimento, il dottor Victor Cline, del Laboratorio dell'Università dello
Utah, confrontò le risposte emotive di due gruppi di ragazzi tra i 5 e i 14
anni di fronte a un programma televisivo estremamente violento (V. Cline, The Desensitizazion of Children to Television Violence,
National Institutes of Health, Bethesda, 1972).
Uno
dei due gruppi aveva guardato poco o niente la TV nei due anni precedenti,
l'altro aveva a proprio carico una media di 42 ore a settimana per almeno due
anni. Mentre i due gruppi di ragazzi guardavano una sequenza lunga alcuni
minuti, tratta da un film violento, le loro risposte venivano registrate su di
un fisiografo, uno strumento simile a un'elaborata
"macchina della verità" che misura le pulsazioni cardiache, la
respirazione, la sudorazione, ed altre reazioni corporee.
Secondo
quanto misurato dal fisiografo, i forti consumatori
di TV erano molto meno scossi degli altri da quanto vedevano. I ricercatori
conclusero che essi erano divenuti talmente abituati a vedere spettacoli
"forti" in TV, che la loro sensibilità era diminuita. (..)
Tutti
i successivi scritti dell'autore sono stati contro la violenza in TV.
I bambini difficili, o
"diversi", e la loro risposta alla TV
Gli
esperimenti del dottor Cline richiedono uno strumento sensibile per misurare le
risposte emotive.
Indubbiamente,
per i bambini normali, gli effetti della TV sulla percezione di realtà e sulle
risposte a situazioni di vita reale sono quasi indefinibili; ed eventualmente
misurabili solo con apparecchi molto sensibili. Per i bambini disturbati la
situazione é del tutto diversa. Fa notare uno psicoterapista infantile:
«Io trovo che per i bambini
psicotici (con problemi psichici; ndr) il guardare la
TV è assai dannoso. L'unica cosa che io voglio aiutarli a capire è il mondo
reale, voglio accrescere la loro percezione di realtà, il rapporto di causa ed
effetto. A tutto ciò va assolutamente contro l'illogicità dei personaggi dei
cartoni animati , che volano o fanno altre cose fantastiche che in TV sembrano
così reali. Alcuni di questi bambini hanno fantasie di onnipotenza. Pensano di
poter volare anche loro. Vedono qualcuno che fa "zip" con la mano e
fa sparire un'altra persona e le loro fantasie di onnipotenza ne vengono
rafforzate. Naturalmente, l'idea che una persona abbia il potere di farne
scomparire un'altra è anche terribilmente paurosa per il bambino psicotico,
poiché ciò è quanto egli crede profondamente.
M.
Winn, La droga
televisiva, pag. 87- 89
I rischi da eccessiva esposizione alla TV in età infantile
Rapporti
familiari alterati
Occupazione
lavorativa di entrambi i genitori
Basso
livello sociale e culturale della famiglia
Residenza
in aree urbane prive di spazi verdi
Età
compresa fra i 3 e 6, oppure fra gli 11 e 13 anni
Problemi
emotivi legati all'adolescenza
Obesità
Cattivo
rendimento scolastico
Malattie
croniche con frequenti ricoveri in ospedale
Divisione pediatrica Osp.
S. Anna – Ferrara
Tv e nascita
Scienziato scopre che i
bambini di oggi sono già
teledipendenti
nel grembo materno
Già
da tempo si sapeva che i bimbi riconoscevano la voce materna ancor prima di
nascere, ma nessuno aveva finora pensato che sarebbero stati sensibili alle
sigle musicali della telenovela preferita dalle madri. E invece pare proprio
che i richiami di questi programmi televisivi abbia effetti calmanti immediati
sui neonati. (...)
Prima
di nascere - sostiene il dottor Peter Hepper - il bambino ha "udito" tanto spesso le
sigle delle trasmissioni televisive più popolari che finisce per associarle
alla quiete del grembo materno. Nel suo inconscio, i messaggi degli spot
pubblicitari suonano familiari, rassicuranti. Che lo voglia o no, crescerà
"drogato" dalla TV. Gli stessi motivi che calmano i neonati "teledipendenti" afferma lo studio, raramente danno lo
stesso risultato per i neonati che hanno passato i nove mesi nel grembo materno
lontani dalla TV: se piangono continuano a piangere. Secondo il dottor Hepper gli effetti calmanti si possono spiegare con il
fatto che le donne incinte teledipendenti, quando
suona l'ora del "polpettone" (telenovela, ndr)
preferito, si concedono un attimo di relax sprofondando in una comoda poltrona,
e così i figli associerebbero il motivo musicale al
momento di tranquillità.
«È
già stato dimostrato - sono le conclusioni del dottor Hepper
- che i bambini nel grembo materno imparano a riconoscere alcuni suoni, primo
fra tutti la voce della mamma. Oggi sappiamo che per molti di loro esiste anche
un'altra mamma: la TV
La Nazione, 11 giugno 1988
LA STAMPA Mercoledì 8 Giugno 1988
...Ma non lasciamoci
trasportare!
Va bene - diranno a questo
punto i nostri lettori più acuti ed intransigenti - ...ma non lasciamoci
trasportare dall'entusiasmo della critica, o finiremo per vedere il male anche
dove non c'è. Che pericolo può derivare dal fatto che un neonato si
tranquillizzi con la sigla di un programma televisivo?
In effetti, anche chi
raccoglie e commenta questi articoli è convinto che la sensibilità del neonato
alla Tv non sia in grado di procurargli immediatamente gravi danni. È però
utile fare molta attenzione quando si parla di effetti dannosi. Vi sono cose,
come i veleni, le armi da taglio o da fuoco, che rappresentano un pericolo
chiaro e immediato, di fronte alle quali sappiamo benissimo quello che può
succederci. Nessuno lascerebbe giocare il proprio bambino con un'arma carica o
con una sostanza velenosa.
Tutto ciò che influisce sulla
crescita psicologica e sull'educazione dei bambini, invece, qualora costituisca
un pericolo, non è così facilmente visibile.
Probabilmente - ed è quello
che speriamo - i bambini osservati da Hepper avranno
uno sviluppo normale e non denoteranno problemi di comportamento per aver
ascoltato le sigle delle telenovelas fin dal grembo
materno. La cosiddetta "teledipendenza" -
ossia lo stato di passività dello spettatore che non può fare a meno di
sorbirsi ore e ore di Tv ogni giorno - non insorge in bambini così piccoli, e
per quanto riguarda il loro futuro comportamento come spettatori televisivi,
c'è tutto il tempo per educarli come si deve.
Ciò che spaventa è il fatto
che la teledipendenza infantile sia altissima. Se i
bambini preferiscono "sorbirsi" ore e ore di disegni animati
coloratissimi e tremendamente ripetitivi, anziché correre fuori a giocare o
inventarsi da soli un gioco in casa, non sarà perché la televisione cattura la
loro attenzione come un mago ipnotizzatore?
Trovatemi un bambino che di
fronte a uno schermo acceso si volti dall'altra parte!
L'effetto che il linguaggio musicale
e accattivante della TV ha su bimbi ancora non nati mostra che non occorre
comprenderla per esserne affascinati. Come se la nostra attenzione fosse
catturata interamente da un ronzio costante e da un gioco di luci, che a lungo
andare non ci dice più niente...
Tratta da “Insieme” 12/’95
Nati per
uccidere
Non c'è televisione capace di trasformare un bravo ragazzo in uno spietato assassino, questo è chiaro. Né si può dimostrare un'influenza diretta della "cultura" televisiva sull'aumento della criminalità giovanile. È anche vero, però, che la Tv ha contribuito notevolmente, anche senza volerlo, a diffondere un'immagine "vuota" dell'uomo e dei suoi sentimenti, e un freddo distacco di fronte alle cose più orribili...
«E
come se la nostra società avesse fatto crescere un nuovo genere d'uomo»
scriveva nel 1975 un giornalista del New York Times,
«il ragazzo assassino che non sente alcun rimorso ed é appena conscio delle
proprie azioni».
Quasi
quotidianamente in America (chi parla é negli anni 70, quando il fenomeno aveva
proporzioni inferiori a quelle attuali; ndr) i
giornali riportano casi di criminalità minorile che riempiono di orrore e di
incredulità il lettore normale: piccoli delinquenti di 10-12 anni che
assalgono, per derubarle, persone anziane, e talvolta seviziano ed assassinano
le loro vittime, spesso per piccole somme. (..)
Ciò
che accomuna questi ragazzi "diversi" (al di là delle loro storie
personali, quasi sempre terribili; ndr) é il distacco
emotivo che permette loro di commettere crimini innominabili con la totale
assenza di normali sentimenti quali colpa o rimorso. È come se trattassero con
oggetti inanimati, non con esseri umani. (...)
Secondo
uno psichiatra che ha fatto da consulente alla corte di Brooklyn,
i ragazzi dimostrano una totale mancanza di senso di colpa e di rispetto per la
vita. Per loro un'altra persona é una cosa. Sono esseri incontrollati che non
sopportano che qualcuno stia sulla loro strada. Miseria, problemi familiari che
portano a gravi turbe della personalità, negligenza dei genitori, scuole
inadeguate: tutti questi, purtroppo, sono vecchi e familiari mali di certi
strati della società americana (e non solo; ndr).
Ma
le 5, 6, 7 ore al giorno (cioè più che per qualsiasi altra attività della vita
reale) che un ragazzo disturbato passa a guardare la TV sono chiaramente un
fenomeno relativamente nuovo.
Non
é possibile che tutte queste ore trascorse in un'attività che offusca i confini
tra il reale e l'irreale, che consiste nel vedere immagini di uomini e nel
provare l'illusione dei sentimenti, producano un nuovo terribile distacco della
persona dai propri atti antisociali? (...) Il problema, infatti, non é che
questi ragazzi possano imparare ad agire in modo violento perché lo vedono in
TV (benchè talvolta ciò avvenga); il problema è che
la televisione condiziona questi ragazzi ad agire verso le persone reali come
se esse fossero su uno schermo televisivo.È per
questo che possono molto semplicemente «eliminarle» con coltelli, fucili,
catene, con lo stesso poco rimorso di quando si spegne il televisore.
M.
Winn, La droga
televisiva, pag. 88- 91
Si
tenga bene presente, comunque, la vera natura del pericolo che corrono i
bambini televisivi. Se la televisione li trasformasse con facilità in
pericolosi assassini, la nostra civiltà si sarebbe estinta. Per fortuna le cose
non stanno così. Ma anche il fatto che essi vedano spargere sangue con tanta
indifferenza, spaventa.
Lavorare al
computer
Può essere la causa di parecchi disturbi
fisici, anche gravi. Alcuni consigli.
Tensione
al collo, bruciore agli occhi, dolori ai polsi e alle spalle, mal di schiena
(...), il lavoro al computer obbliga il corpo all'immobilità, ad esclusione
delle dita, delle mani, della testa. "Se poi, come spesso capita, gli
strumenti di lavoro non sono sistemati in maniera corretta costringono il corpo
ad assumere posizioni innaturali, come ad esempio tenere i gomiti troppo alzati
o la testa troppo inclinata", spiega il dottor Bruno Piccoli, della
Clinica del Lavoro di Milano. "Sono posizioni che, se protratte nel tempo,
provocano fastidiosi dolori muscolari e, alla lunga anche a lesioni permanenti
dei tendini. Una delle più comuni é la sindrome del tunnel carpale,
cioè l'infiammazione di quella parte della mano che consente i movimenti del
polso. Ma anche le borsiti (infiammazioni delle
articolazioni) sono causate dalla ripetuta azione delle dita sulla tastiera
senza che il braccio abbia un supporto adeguato. Altri guai fisici possono
derivare dallo stare seduti su una sedia non adatta oppure dal rimanere a lungo
nella stessa posizione. Si tratta di problemi che si possono risolvere con
opportune correzioni posturali.
COME SISTEMARE LA SCRIVANIA
L'ergonomia
suggerisce che la profondità della scrivania deve essere almeno di 90
centimetri, mentre la tastiera dovrebbe distare da 7 a 15 centimetri dal
grembo. Bisognerebbe usare una poltroncina girevole con braccioli o uno
sgabello ergonomico, che obblighi la spina dorsale a
una posizione corretta, il cui peso è distribuito tra bacino e ginocchia. Lo
schermo causa il disturbo più comune: l'astenopia.
(...)
LA LUCE
La
lontananza dallo schermo diminuisce anche l'azione delle radiazioni
elettromagnetiche.(...)
Evitare
punti luce che si riflettono sullo schermo.
Donna
Oggi, giugno 1995
Un computer
in ogni casa
Gli
ultimi dati sull'home computing, cioè sul mercato casalingo dei computer, sono
sorprendenti. Secondo le stime delle società di ricerca nel nostro paese quest'anno saranno venduti circa 130 mila personal per uso
domestico. Gli istituti Doxa e Idc
hanno calcolato che almeno il 10% delle famiglie italiane ha un computer in
casa e che la maggior parte lo ha comprato negli ultimi cinque anni. Del resto
il 1994 é stato l'anno del sorpasso: nel mondo sono stati venduti più computer
che automobili.
Donna
Oggi, giugno 1995
DEDICATO A
MAMMA E PAPÀ
Bambini e computer,
sette regole d'oro.
1. Non denigrate il computer, ma
insegnate al bambino quello che la macchina non gli può dare.
2. Non chiedete al pc
di sostituirvi nel rapporto con i vostri figli. Il computer usa un tipo di
linguaggio di cui i piccoli tendono ad appropriarsi facilmente.
3. Fatevi insegnare da vostro figlio a
usare il computer, videogiochi compresi. Potrete toccarne con mano pregi e
difetti.
4. Attenti però: non dimenticate che uno
dei primi strumenti di apprendimento per i bambini è proprio l'imitazione:
anche voi non passate troppo tempo al computer.
5. Imponete al bambino di fare i calcoli a
penna. E permettetegli di usare le calcolatrici ed il pc
solo in un secondo momento.
6. Non lodate eccessivamente la maestria
del piccolo davanti al personal computer.
7. Se il bambino passa troppo tempo con i
videogiochi non cercate semplicemente di proibirglieli. Aiutatelo invece di
interessarsi ad altro.
Donna
moderna, dossier computer 1995
Astenopia,
sindrome da
affaticamento più comune al terminale
L'occhio
é l'organo bersaglio della "fatica" di questo nuovo modo di lavorare.
(...) Sull'astenopia, termine ormai di moda, c'é un
bel po' di confusione, tanto che gli esperti non sono ancora approdati ad una
definizione universalmente accettata. Alcuni, con questo termine, indicano
"qualsiasi sintomo o disagio che consegua all'uso dei propri occhi";
altri dividono i disturbi in oculari (dolore, irritazione, bruciore,
arrossamento, senso di sabbia negli occhi, ammiccamento frequente...) e visivi
(visione sfuocata, sdoppiata, tremolante, stanchezza nella lettura). Altri
ancora propongono un' interpretazione più estensiva, che comprende anche
disturbi non strettamente oculari, come mal di testa e nausea. (...) L'astenopia compare con una certa frequenza fra gli operatori
che dedicano al lavoro al computer un numero di ore superiore al 50% della
settimana lavorativa. Un altro dato emerge con chiarezza: chi porta gli
occhiali, deve averli con la correzione giusta, esattamente "tarata"
per il lavoro al video-terminale, fermo restando che i vizi di rifrazione
comportano una diversa suscettibilità alla fatica dell'impegno visivo al video.
CORRIERE
DELLA SALUTE, 6 febbraio 1995
Notizie utili
La scritta " MPR-II " sul retro
del monitor del computer
garantisce un bassa emissione di radiazioni
elettromagnetiche.
Donna moderna, 1995
LA SICUREZZA
PER LEGGE
La
nuova legge sui videoterminali si applica solo ai lavoratori che utilizzano il
video almeno 4 ore consecutive al giorno e per tutta la settimana lavorativa.
AZIENDE. Hanno l'obbligo di analizzare i luoghi di
lavoro con riguardo ai rischi per la vista e per gli occhi, ai problemi legati
alla postura, alle condizioni ergonomiche e di igiene
ambientale e di evitare il più possibile la ripetitività delle operazioni.
PAUSE. L'operatore ha diritto ad una pausa di 15
minuti ogni 120 di applicazione continuativa che non é, comunque, cumulabile
all'inizio o al termine dell'orario di lavoro e che dovrà essere contrattata
con gli organismi sindacali.
CONTROLLI. I lavoratori, prima di essere adibiti al
video-terminale, sono sottoposti ad una visita medica e ad un esame oculistico
per stabilirne l'idoneità. Gli idonei con prescrizione di portare gli occhiali
(i dispositivi di correzione in funzione dell'attività svolta sono a carico del
datore di lavoro) e quelli con oltre 45 anni d'età devono fare una visita di
controllo ogni due anni. Il lavoratore, su sua richiesta, può essere sottoposto
a controllo oftalmologico ogni qual volta sospetti
una sopravvenuta alterazione della funzione visiva, confermata dal medico
d'azienda.
Corriere
Salute 6 febbraio ‘95
VIDEOGAMES
VIETATI AI
MINORI
Due
samurai si massacrano a colpi di spada. il sangue sprizza da tutte le parti. Le
teste mozzate volano via. Immagini cruente che ricorrono in "Mortai
Combat", un videogame giapponese dell'ultima generazione, fra i preferiti
dai bambini di tutto il mondo. Al punto di essere in testa nelle classifiche
delle vendite. Ma ora, dopo le pressioni di psicologi e genitori preoccupati
davanti a tanta crudeltà giochi come questo saranno messi al bando. Almeno per
i più piccoli. L'Elspa, associazione delle case
editrici di software europee, ha infatti adottato un codice di autoregolamentazione
in base al quale saranno vietati ai minori i videogame più violenti o più
volgari. Come? Da settembre, sulle confezioni appariranno bollini con
l'indicazione delle differenti fasce di età: da zero a 10 anni, da 11 a 14, da
15 a 17, da 18 in su. Una croce rossa indicherà a chi è vietata la
visione.(...)
Spiega Mark
Stracham, presidente dell'Elspa:
"Siamo andati incontro alla richiesta dei genitori che vogliono capire
facilmente quali sono i prodotti adatti ai loro figli". "È un segno
che il mercato é diventato maturo" dichiara John
Holder, presidente delle Leader, la principale azienda
italiana distributrice di videogiochi, associata all'Elspa.
"Azioni come questa aiuteranno ad avvicinare un pubblico più vasto che
tuttora è molto diffidente nei riguardi dei videogame".
Diffidenza
comunque ancora più giustificata, secondo medici e psicologi.
Donna
Moderna
ENDORFUN,
"Comunicazione subliminale"
Grido d'allarme: quei
videogiochi sono una droga

Ragazzi
"drogati" da un gioco elettronico che contiene messaggi subliminali
in grado di procurare sensazioni di falso benessere che potrebbero causare
dipendenza. A lanciare il grido d'allarme è stato il Sunday
Times inglese. Il gioco in questione si chiama Endorfun, é una sorta di cubo di Rubik
computerizzato e sta per essere messo in commercio dalla Time Warnerin tutto il mondo.
Per
tutta la durata del gioco vengono inviati messaggi subliminali che vengono
percepiti solo a livello inconscio dai giocatori. I messaggi sono di tipo
vocale, comprendono espressioni come: "Mi aspetto piacere e
soddisfazione" e "È giusto per me avere tutto quello che
voglio". E ancora "sono libero da qualsiasi
dipendenza","Oggi mi aspetto il meglio".
Ce
ne sono un centinaio, tutte frasette che nelle
intenzioni della Time Warner, devono creare una
sensazione di benessere e lanciare il gioco verso il successo. (...)
La
Time Warnerin insiste sul fatto che i messaggi sono
positivi. Ammette che il gioco è influenzante, ma spiega al Sunday
Times, “anche se può avere qualità simili a quelle
delle droghe, almeno é legale".
Già,
perché mentre i messaggi subliminali sono proibiti in Gran Bretagna per la
televisione e per la radio, non esiste una regolamentazione in materia per quanto
riguarda l'industria dei computer. Anche se, a quanto dichiara il Sunday Times, gli altri colossi
sei video giochi come Nintendo e Sega si dichiarano
pronti a combattere tutto quello che possa rivelarsi nocivo per l'immagine
della loro industria. Intanto politici, psicologi e organizzazioni di genitori sono
in allarme. Certi giochi, sostiene il sociologo americano Gini
Graham Scott, stimolano il
cervello a produrre endorfine, sostanze che svolgono una azione fondamentale
nel diminuire la sensibilità al dolore e che provocano una naturale eccitazione
(e benessere, ndr). Se poi intervengono i messaggi
subliminali l'effetto é raddoppiato. (...)
Cosa
succederà in Italia
Dallo
scorso settembre la Leader Distribuzione di Varese si occupa della gestione
italiane dei programmi della Time Warner. Daniele Giacomone, responsabile dei rapporti con il colosso dei
videogame ammette "è probabile che il gioco venga presto messo in
commercio anche nel nostro paese".
Ma
sarà tradotto dall'inglese anche per quanto riguarda i messaggi subliminali?
"Vengono tradotti tutti i giochi da cui ci si aspettano vendite massicce,
ma su Endorfun non ci sono comunicazioni
precise". (...)
Esistono
nel nostro paese adeguate norme di tutela? "La legge Mammì
del ‘90 vieta esplicitamente l'uso di messaggi subliminali - spiega Rubens
Esposito, direttore generale degli affari legislativi della Rai - ma si tratta
di una normativa di settore che riguarda radio e televisione. Nulla vieta però
che questa regole vengano considerate principio generale e applicate, in
assenza di una regolamentazione specifica, anche in materia di
videogiochi".
Arianna
Finos, La Repubblica
Nuove
frontiere per la video-dipendenza
Si chiama internet, ed è una rete
informatica che consente di collegarsi tramite il proprio computer con milioni
di persone in tutto il proprio mondo. La cosa in sè
sembra buona (e per molti versi lo è) ma cela oscure minacce...
Prima di condannare o assolvere è
necessario capire. E la prima cosa da capire sono i pericoli in cui possiamo
incorrere.
Non
é mai il caso di criminalizzare a priori una forma di comunicazione,
soprattutto se si tratta di una forma nuova, la cui portata e il cui sviluppo
futuri non sono ancora del tutto chiari. Questa "nuova frontiera"
della comunicazione si chiama "Internet", ed é un'enorme rete informatica
a cui chiunque, dotato di un computer e di un minimo di attrezzatura (modem che
si collega al telefono) può accedere. Negli Stati Uniti la chiamano già
"l'autostrada informatica", poiché è possibile effettuare
collegamenti a qualunque distanza, praticamente da un capo all'altro del mondo,
e accedere a banche dati, visitare riproduzioni perfette di musei e opere
d'arte, leggere notiziari, annunci, e perfino dialogare con chiunque, da un
continente all'altro...
Tutto
questo garantisce senza dubbio opportunità straordinarie, soprattutto per chi
necessita di materiale che può comodamente consultare dalla poltrona di casa
sua, ma, come in tutte le buone favole che si rispettino, comporta anche un
pericolo. Quale é il volto oscuro di Internet ?
A
parte il rischio che qualcuno prima o poi si impadronisca (economicamente e/o
politicamente) di questo circuito informativo e lo usi come forma di controllo
a distanza delle masse, c'è una minaccia molto più vicina e più urgente: il
rischio, terribile, della dipendenza. Il rischio di "inchiodarsi"
davanti al computer e far girare attorno a sé questo immenso mondo. Diventare,
da video-dipendenti, Internet - dipendenti. E cioè girovagare o conversare per
ore e ore attraverso queste autostrade informatiche, dimenticando che nel
momento in cui ci si sente immersi in un circuito di scambi su scala mondiale,
in realtà si è soli, nel silenzio della propria stanza...
Ci si conosce a distanza e a
volte ci si scrive o ci si può incontrare. Ma per lo più si dialoga con persone
lontanissime. Se funziona ci si tiene in contatto, ma uno vive sul Pacifico,
l'altro sull'Atlantico. Molti amori restano virtuali, via cavo...
Internet
é un mondo a sé (...). Per partire abbiamo un normale computer, collegato via
modem al telefono. Poi ci abboniamo alle case madri, le associazioni che vi
immettono in Internet. Appena date la vostra parola d'ordine (...) appare sul
video il menu di partenza. Ci sono tante figurine. Se scegliete l'aeroplanino
appaiono sullo schermo orari degli aerei, e numeri per effettuare una
prenotazione. Se fate click (...) sulle notizie vi informano in tempo reale
sulla Bosnia, i guai di Clinton, le imprese di Tomba.
(...)
Sono
circa 30 milioni, nel mondo, gli utenti di Internet: ogni giorno se ne
aggiungono cinquemila. (...)
Quando
si fa notte scendono le ombre sul mondo di Internet. Forum sadomasochisti,
Forum per coniugati, per omosessuali. Ogni Forum accetta solo 23 persone, poi
ne crea un altro, e così via, all'infinito. (...) Ogni utente ha una sua
scheda, per lo più quasi incomprensibile a chi è nuovo del quartiere
elettronico: «Sheila, nata il 1968, Wisconsin, ama il tennis, le tagliatelle,
Computer IBM, colore rosso, interessi: ragazzi con la testa a posto ma non
troppo, frase preferita: "Quando la strada si fa dura, il duro si fa
strada. Sheila attrae altri utenti che le scrivono in privato (basta spingere
un nuovo tasto). Se funziona ci si tiene in contatto, ma uno vive sul Pacifico,
l'altro sull'Atlantico, molti amori restano virtuali, via cavo ...
Un esempio di conversazione a più voci, in
Internet. La prima impressione è quella di un miscuglio di voci a tratti
incomprensibile
Ecco un tipico
dialogo via Internet nei Forum personali. Viene dal Forum per debuttanti.
Natasha - Chi c'é in linea?
Will - Io baby.
OneSxyldy.2 - Qualche bel ragazzo?
Will- Natasha ti
voglio.
Critter - Una frase volgare.
Custode della
rete- Critter hai rotto il galateo, vieni espulso (Critter espulso)
Critter- Tanto torno baby.
Will- Natasha mi
ecciti
Natasha- Che vuoi farci Will?
Vera Lynn - Mi sembra che voi ragazzi abbiate un sacco di tempo
da perdere.
Natasha- Sì, Vera
Sharon - Sono in Scozia
Will- Dove?
Sharon- Inverness.
Jaimex - Che pizza la finale vinta da San
Francisco.
Hedd - Quel porco di Clinton
vuole il porto d'armi per tutti.
OneSxyldy.2- Nessuno vuole parlare in privato?
Un utente si
stacca e segue OneSxyldy.2 in privato.
RHW64 - Conoscete
un buon posto per tatuaggi?
J305 - Oggi ho
visto Woody Allen.
Corriere della Sera, 13 febbraio 1995, pag. 21
Un mondo
senza vita
Si
parla tanto di Cyberspazio, ossia di quel
"luogo" che è divenuto il computer, grazie alla possibilità di
scambiare informazioni, dati e messaggi, letteralmente da un capo all'altro del
mondo. Ma è un luogo senza vita, dove chiunque può inventarsi storie,
pseudonimi, personalità, fuggendo la presenza fisica, lo sguardo, il
contatto...
Il
corpo reclama. Cominciamo a capirlo come realtà nel periodo cruciale
dell'adolescenza. (...) Ma attraverso il corpo si rischia. Nell'amore, nello
sport, é necessario il confronto, ed è un rischio a cui non tutti sono
preparati. E con il rischio nasce la paura. E con la paura nasce il rifiuto del
corpo, dei suoi desideri, della sua stessa esistenza. E la mente prende il
sopravvento. Quand'ero adolescente io, c'era il CB. Un sacco di ragazzini
spendevano una fortuna per comprarsi il "baracchino", cioè la
stazione ricetrasmittente per parlarsi a distanza. Realizzavi così il sogno di
una comunicazione "pura", senza lo sgradevole confronto con sguardi,
ammiccamenti, sfioramenti. Potevi far credere di essere chiunque, in quello
spazio astratto che era l'etere, popolato da mille voci, in cui avevi
l'illusione di essere "assieme" a qualcuno. Ma poi spegnevi la
stazione ed eri solo come prima, nella tua cameretta del cavolo.
Io
con le ragazze ero un drago. Al telefono (e solo se prima ero riuscito a
dominare sufficientemente il tremito delle mie mani per poter comporre il
numero). Parlavo con voce suadente e pause ben calcolate, dal vivo ero una
cozza.(...) Dunque il cyberspazio, in fondo, non é
nato oggi. Questo luogo dentro il computer, dentro tutti i computer, vicino a
tutti, lontano da nessuno, é molto simile all'etere dei CB, o a quel luogo oscuro
e magico che si situa tra una cornetta e l'altra del telefono. Via modem, o
Videotel, BBS, Internet, ci parliamo, prescindendo dal contatto fisico.
Digitiamo come pazzi, inventiamo pseudonimi, storie, cambiamo di sesso, di
personalità. E ci sentiamo una generazione mutante, un'avanguardia. (...) Si
parla tanto di cyberspazio, sui giornali. Si dice che
è difficile darne una definizione. Una di queste potrebbe essere: un luogo in
cui non si fa l'amore.
M.
Sossella, Mac Disk n° 18, Dicembre ‘93 - Gennaio ‘94, pag. 33
Il vero
"mostro" è l'indifferenza...
L'uomo e la tecnologia
davanti alla tragedia
In
uno stand fieristico, un gruppo di visitatori apprezza la qualità tecniche di
una elaborazione al computer di immagini televisive. Nessuno sembra fare troppo
caso al fatto che quelle immagini trasmettono una guerra in diretta.
Per
dimostrarne il funzionamento, la stazione era collegata alla stessa antenna di
un televisore posato lì a fianco. Il televisore trasmetteva RAI TRE. Che
ritrasmetteva CNN. Che era collegata con Mosca, durante l'assedio al Parlamento
da parte delle truppe fedeli a Eltsin.
Queste
stesse immagini si potevano vedere sullo speciale monitor della stazione AV, in
una finestra (parte delimitata del video in cui compaiono comandi, immagini o
documenti; ndr ) aperta accanto a un'altra finestra
(...).
Mentre
in quest'ultima il ragazzo inseriva parole in
libertà, nell'altra scorrevano le immagini di una guerra civile, con i carri
armati che cannoneggiavano le vetrate del Palazzo del Parlamento, e il fumo che
si avvitava nel cielo, gli incendi.
Nessuno,
apparentemente, ci badava. Lontani dal fragore dei cannoni, noi tutti guardavamo
tecnicamente quelle immagini, la loro
risoluzione, la possibilità di digitalizzarle,
comprimerle, archiviarle, richiamarle, rivederle, modificarle, giustapporle o mixarle con quelle di mostri galattici, di depliant, relazioni
universitarie, agende e ricette di cucina. (...)
M.
Sossella Mac Disk n° 18, dicembre 93- gennaio 94, pag. 32- 33
Un uomo il cui pensiero
"vede", anziché "pensare" (come quegli spettatori che
apprezzano l'elaborazione tecnica di immagini che mostrano una guerra in
diretta) è un uomo che non è cresciuto, o che è spaventosamente regredito.
Regredito verso un'indifferenza che non fa meno paura della guerra...
Il
computer non è il "mostro ", si dice. "Mostruosa", alla
fine, è sempre e soltanto la mente (o la volontà) dell'uomo. Ma attenzione a
non archiviare troppo frettolosamente il problema, con la scusa che il buono o
cattivo uso della tecnologia sono scelte individuali. Crediamo sia necessaria
una grande dose di maturità, e anche, perché no?, di forza di volontà per
maneggiare certi "aggeggi" tecnologici. Il rischio è quello di non
riuscire più a dominarli, e di esserne dominati. Facciamo un esempio: i
videogiochi, in sé stessi, sono (lo dice la parola) una forma di gioco, di
distrazione, di divertimento. Ma si avverte una sensazione di
"mostruosità" vedendo adolescenti o bambini anche più piccoli che
"smanettano " per ore e ore, se non tutto il giorno, a caccia di
mostri spaziali e di nemici da fare a pezzi tra impressionanti schizzi di
sangue elettronico. È difficile credere che una simile "indigestione"
di video sia salutare. Ma è anche difficile smettere di giocare. Perfino per un
adulto che con il computer ci lavora (ciò che voi leggete è stato battuto,
rielaborato e impaginato con il computer) è facilmente "tentato" dal
videogioco che lo distrae durante i momenti di pausa. La voglia di rilassarsi
un momento, di divertirsi un po', è una tentazione quasi costante per molti di
noi. Spesso, per resistervi, necessita una discreta dose di determinazione e di
forza di volontà. A volte occorre dirsi: adesso no, dopo, quando ho finito
questa cosa...
Se
un adulto deve autoregolarsi per non cadere negli
eccessi, figuratevi come può fare un bambino a dire di no... Non stupisce se
trascorre ogni momento libero davanti al suo videogioco preferito. Tocca ai
genitori, allora, offrirgli opportunità alternative, che lo allettino e che
stimolino la sua fantasia e la sua creatività.
Tutto
questo per dire che la cosa più importante, alla fine, è sempre l'essere umano,
la sua crescita, sia interiore che fisiologica, la "qualità" della
sua vita. Un uomo il cui pensiero "vede", anziché pensare (come
quegli spettatori che apprezzano l'elaborazione tecnica di immagini che
mostrano una guerra in diretta) è un uomo che non è cresciuto, o che è
spaventosamente regredito. Regredito verso un'indifferenza che non fa meno
paura della guerra...
(12 - Origini di televisione e computer, auditel)
STORIA DI UNA
SCATOLA INVADENTE
Tecnicamente,
la televisione è un mezzo che trasmette emissioni di immagini visive sotto
forma di onde elettromagnetiche e riconverte le onde ricevute in immagini
visive.
È
nel 1884 che l'inventore russo-tedesco Paul Niphow fece brevettare un dispositivo di trasmissione di
immagini: il disco analizzatore. Si trattava di un disco perforato, che ruotava
rapidamente, mediante il quale una scena illuminata era scomposta in punti
luminosi e scuri. La serie di punti di luce così ottenuta era convertita in
segnali elettrici e telegrafata a un ricevitore. Gli impulsi che arrivavano al
ricevitore erano riconvertiti in punti luminosi e scuri, a partire dai quali
l'immagine originale era allora ricostituita, più o meno esattamente, grazie a
un disco identico, sincronizzato sul primo.
Il
dispositivo di Nipkow era primitivo, ma il metodo di
base della televisione non è cambiato: le immagini sono sempre scomposte in
punti luminosi e scuri (pensate alla struttura granulare che può essere
osservata su fotografie molto ingrandite). Si dovette attendere il 1923 per
ottenere delle immagini di alta qualità, e ciò grazie a un americano nato in
Russia, Vladimir Zworykin, che depositò una domanda
di brevetto per il suo «iconoscopio», prototipo del tubo catodico del
televisore moderno. Il disco analizzatore era stato sostituito da un cannone
elettronico, fonte immediata di pericolo, come vedremo. Negli Stati Uniti, la
prima trasmissione televisiva regolare ebbe luogo nel pomeriggio del 30 aprile
1939, in occasione dell'inaugurazione della Esposizione Mondiale di New York.
Il tema dell'esposizione era «Il mondo di domani».
La
National Broadcasting Company (NBC), sotto gli
auspici della Radio Corporation of America, diffuse
le cerimonie a titolo dimostrativo. In pochi giorni la gente cominciò ad
accalcarsi a migliaia per vedere le dimostrazioni del nuovo miracoloso
apparecchio. Così nacque la fascinazione televisiva
che ha ammaliato l'intera società.
Durante
la seconda guerra mondiale, l'industria dell'elettronica si concentrò sulla
produzione militare. Ma in seguito una vera esplosione televisiva si propagò
nel mondo del dopoguerra. Il numero delle emittenti televisive passò da 6 nel
1945 a 523 nel 1958. Oggi vi sono circa 1.000 stazioni televisive. Il numero di
televisori privati passò da qualche unità nel 1945 a un milione nel 1949, 10
milioni nel 1951, 46 milioni nel 1958, a 121 milioni nel 1977. E questi dati si
riferiscono unicamente agli Stati Uniti d'America. (...)
"I
pericoli della televisione" pp 13/14 Lectorium rosicrocianum
AUTOSTRADA A
LUCE ROSSA
Cinquanta "gigabytes" porno su Internet
Uno
scienziato del segretissimo laboratorio per le armi nucleari "Lawrence Livermore National Laboratory",
William Allen Danforth, ha
selezionato, immesso nel suo computer d'ufficio e poi diffuso lungo le reti
Internet a milioni di utenti novantamila fotografie porno, costruendo a spese
del governo quella che è stata definita "la più grande banca-dati e
banca-immagini dell'erotismo" mai esistita.
C.
Fracassi: Sotto la notizia niente,
pag. 217
Qualità e
audience
I
dati Auditel non sono altro che le proiezioni
statistiche di 2.500 macchinette applicate al televisore di altrettante
famiglie qualsiasi sparse per la penisola, guardate con venerazione dagli
addetti ai lavori
Un
prodotto televisivo non nasce da sé, per magica ispirazione dell'autore, ma
viene commissionato secondo caratteristiche tali da riempire un determinato
punto del palinsesto e soddisfare l'imperativo supremo di incollare quanta più
gente al video e soddisfare l'imperativo supremo di incollare quanta più gente
al video. Come si misura questa quantità? (...)
Per
rispondervi è stata inventata l'audience: la miracolosa, onnipresente,
onnipotente audience. In sostanza, 2.500 macchinette applicate nel televisore
di altrettante famiglie qualsiasi, sparse per la penisola, e di cui nessuno
conosce il nome. Con queste, Auditel rileva, minuto
per minuto, le autonome scelte di questi 2.500 utenti. I risultati elaborati
statisticamente diventano il termometro, in perenne oscillazione, delle
preferenze di tutti. (...)
Infatti, analizzando ogni secondo di
trasmissione effettuata e le preferenze catturate, decreta il successo o il
fallimento di un programma. Perfino l'effetto della presenza di un certo ospite
può essere valutata sotto il profilo dell'audience e ovviamente cambiata o
mantenuta con questo criterio.
L'audience è capace di raffinatezze
inaudite: si possono distinguere le capacità di penetrazione, la parte più
interessante, quanti spettatori hanno seguito un minuto di trasmissione, quanti
hanno continuato ecc.
Osservare che si tratta di una proiezione
statistica, non un fatto realmente accaduto, è superfluo? Forse non tanto, se
si osserva il sentimento di assoluta venerazione con cui gli addetti ai lavori
guardano a tale rilevazione.
Ancora meno superflua è la sottolineatura
della dipendenza del pubblico nei suoi confronti, vagamente convinto che i
dieci milioni di spettatori della partita tal dei tali siano stati
effettivamente contati (come? da chi?). Ma anche questo fa audience: ciò che ha
molto pubblico, o che si dice ne abbia, ne attirerà ancora di più. (...)
Mariella Todaro -
Aam Terra Nuova, maggio 1994
Dalle valvole del Mark I ai
microchip di Internet
La rivoluzione dei calcolatori è iniziata,
come generalmente accade, per esigenze militari. Nel 1943 Howard
Aiken dell'università di Harward
aveva messo a punto l'ordinatore elettromeccanico Mark
I, una macchina gigantesca; ma fu nel 1946 che negli Usa si fabbricò il primo
calcolatore interamente elettronico, allo scopo di risolvere i calcoli per il
puntamento dei cannoni contro i nuovi e velocissimi aerei a reazione. I
congegni elettronici dell'epoca impiegavano ancora le valvole, prima che negli
anni Cinquanta fosse applicata industrialmente, con i transistor, la proprietà
dei semiconduttori di fungere da interruttori, lasciando passare o
interrompendo il flusso di elettroni. Venne dunque l'epoca dei transistor al
silicio.
La svolta ci fu nel 1971, con
l'applicazione nell'ingegneria civile di un'altra scoperta della ricerca
militare, i circuiti integrati delle diverse componenti in un unico supporto al
silicio, sempre più piccolo. Era nata l'era del microprocessore, in grado di
svolgere le funzioni dell'unità centrale di un intero elaboratore nello spazio
di una minuscole piastrina al silicio (chip). C'è chi ha paragonato questa
invenzione, per le sue implicazioni, a quella della macchina a vapore.
La rivoluzione negli elaboratori, presto
usati, oltre che per il calcolo, per la lavorazione di dati ed informazioni si
è accompagnata ad altri due decisivi sviluppi della tecnologia: satelliti e
fibre ottiche. I primi, sempre su impulso militare, hanno riempito i cieli a
partire dagli anni ‘60, rendendo più semplice la circolazione mondiale di
suoni, scritti ed immagini, fino ai telefonini. Le fibre ottiche - in grado di
trasportare onde luminose lungo sottilissimi fili trasparenti - hanno via via sostituito i cavi coassiali, che trasportavano invece
segnali elettrici. Hanno il vantaggio di diffondere attraverso il sistema
digitale (numerico) qualsiasi tipo di segnale (pagine, voci, dati, immagini);
non sono soggette ad interferenze elettriche; sono impermeabili all'ambiente
esterno; hanno elevatissima capacità di trasporto (diversi miliardi di bit al
secondo consentono ad un cavo transoceanico il contemporaneo passaggio di
quarantamila telefonate).
Anche in questo caso l'impulso
all'innovazione è stato di natura militare. (...)
Claudio Fracassi, Sotto la notizia niente,
pag. 218-219
Come cent'anni fa
Più di un secolo or sono Victor Hugo si diceva sicuro che non ci sarebbero più state guerre
fra Francia e Germania perchè si poteva andare in treno da Parigi a Berlino: lo
sviluppo delle ferrovie avrebbe garantito la pace universale.
Internet accentuerà le divisioni economiche
e culturali?
C. Fracassi - Sotto la notizia niente, pp 218
IL SERPENTE CON I POLLICI
Boa canalatus
Sulle spiagge di Stranalandia
non è infrequente incontrare questi serpentoni che si raggomitolano "a
schermo", fingendo di essere la cornice di uno schermo televisivo. In tal
modo tutto che sta sullo sfondo viene "inquadrato" dal serpente
televisore.
Vi chiederete perché mai uno dovrebbe
vedere un tramonto, o un paesaggio, o un amico, attraverso il serpente visore e
non invece liberamente. Infatti, su Stranalandia,
pochi animali ci cascano. Allora il serpente che non riesce a ottenere successo
di pubblico, furioso, ne inventa di tutti i colori: paga altri animali perché
facciano conversazioni interminabili dietro di lui, si arrotola come un pazzo
in diverse posizioni fingendo di avere diversi canali. Alcuni serpenti si
arrotolano intorno allo spettatore lusingandolo e dicendogli: "Vedi, in
questo momento sei in serpentovisione".
Ci sono piccoli serpenti lunghi dieci
pollici e altri seicento pollici, c'è l'Anaconda cinemascope che è in grado di
inquadrare un'intera partita di calcio, e il tremendo Boa moviola, che obbliga
gli animali a rifare al rallentatore quello che hanno fatto un minuto prima, se
no li mangia. Alcuni serpenti, in cambio della prestazione, vogliono anche un
canone. Tra di loro scoppiano spesso liti furibonde per arrotolarsi davanti allo
steso albero. Gli animali, furbi, girano dietro al serpentone e vanno a vedere
l'albero direttamente. Altri dicono che però l'albero visto attraverso il
serpente è tutta un'altra cosa.
Lupus rise molto di questo serpente visore.
Dopo sei mesi però ne aveva tre in casa, due a colori e uno piccolissimo
portatile.
tratto da: Stefano Benni,
"I meravigliosi animali di Stranalandia",
disegno di Pirro Cuniberti (Feltrinelli)
Gip nel TV
"Alle 18,39 Gip
si sentì irresistibilmente attratto da una forza sconosciuta. Decollò dalla
poltrona, ondeggiò per qualche attimo nell'aria come un razzo in partenza per
il cosmo, attraversò a volo la stanza e piombò a capofitto nel
televisore..."
tratto dal libro "Gip
nel TV" di Gianni Rodari, 1961
Anche la televisione
inquina?
Radiofrequenze
e microonde provocherebbero danni agli occhi e all'apparato riproduttivo
Si
ripropone il problema dell'"inquinamento elettromagnetico" provocato
dall'eccessiva concentrazione di trasmettitori e ripetitori radiofonici e
televisivi. Una recente denuncia (risale al 1987, ndr)
dell'Unione nazionale consumatori - in base ai risultati di una serie di
rilevazioni eseguite a Roma nelle zone di Montemario
(dove si trovano le antenne Rai), Monte Cavo (radio e tv private) e nei pressi
dei tralicci della Radio Vaticana - afferma infatti che i valori dei campi
elettromagnetici superano di gran lunga le tolleranze stabilite negli Stati
Uniti, cui ci si riferisce mancando in Italia una normativa in materia. (...)
In
Piemonte il problema esiste solo a Torino, sul colle della Maddalena, dove è
installata la maggiore quantità di trasmetti tori e ripetitori radiotelevisivi.
«Io la chiamo antennite,
anche se la parola fa un po' ridere - dice Graziella Messina, dirigente di
un istituto di ricerche di mercato, che abita in strada della Vetta a Pecetto, proprio sotto le decine di antenne - ma sta di fatto che da quando abito qui
soffro di strani disturbi, dal banale mal di testa alla dislessia,
che prima non avevo mai avvertito in questa misura. Pazienza per le
interferenze alla tv o per le casse dell'Hi-Fi che trasmettono programmi
radiofonici anche quando sto ascoltando un disco: ma la salute è un'altra
cosa...»
Ma
quali sono i dati reali sui danni alla salute provocati dalle microonde? E qual
è il limite di tollerabilità?
«Le onde elettromagnetiche
(...) cedono energia sotto forma di calore, con "effetti termici " su
organi poco vascolarizzati quali, appunto, il cristallino e le gonadi», risponde il dottor Ossola
del servizio di fisica sanitaria della USL 40 (la tv, cioè, danneggerebbe
l'occhio e l'apparato riproduttivo, ndr ). (...)
«Quanto ai limiti di
tollerabilità - prosegue
il dottor Ossola - ci si basa su quelli in vigore in altri paesi. Nel blocco occidentale
il limite è di 20 volt per metro, raggiungibile solo quando si sommano campi di
emittenti diverse. (...)
Alla Maddalena si sono
misurate, ai piani alti, intensità di frequenza fino a 40-50 volt per metro».
La Stampa, 3 agosto 1987
Sul problema
dell'inquinamento elettromagnetico ci sarebbe molto altro da dire, e,
soprattutto, c'è ancora molto da scoprire. Non è il caso, certo, di presentarlo
in modo da farlo apparire più grave di quello che effettivamente non sia. Vi
sono molti agenti inquinanti assai più pericolosi e su cui è necessario intervenire
quanto prima. Se non é il casi di esagerare, comunque, non è nemmeno il caso di
minimizzare. Non a caso i pediatri consigliano ai genitori di non abbandonare
mai i bambini con il naso schiacciato contro il televisore. La distanza dalla
Tv è dunque una precauzione da mantenere sempre. E non occorre scomodare
microonde ed energia elettromagnetica per renderci conto che, in ogni caso,
dopo aver trascorso intere ore davanti alla Tv abbiamo la vista stanca, molto
più stanca di quanto sarebbe se avessimo guardato altrove.
Allarme per
la salute:
obesità,
scoliosi, miopia
Una ricerca italiana conferma
che i bambini vedono troppa televisione
e
che questa danneggia il
fisico
La
televisione fa male. Ma non solo al cervello: fa male anche al sangue, alle arterie,
al fegato. Come il colesterolo. Allora bisogna imparare a "mangiare meno
tv". Fin da bambini. A Brisighella, paesino
della collina ravennate, quattrocento ragazzini della
scuola dell'obbligo sono pronti a imparare una nuova dieta catodica (televisiva,
ndr ).
Sono
i fratelli minori degli altri quattrocento che per cinque anni, dall'87 al ‘92,
hanno ascoltato i buoni consigli di un'équipe di
medici, pediatri e insegnanti, hanno cambiato spontaneamente i loro gusti
alimentari, e si sono trovati alla fine dell'esperimento con le analisi sotto
ogni soglia di rischio. (...)
Se
i ragazzini di Brisighella si sono liberati del
mostro-colesterolo, perché non dovrebbero fare altrettanto col mostro-Tv? (...)
Rileggendo
i risultati del primo esperimento Brisighella, il
professor Gaddi (direttore del progetto sulla
limitazione alla Tv, ndr) si é convinto che serve a
poco migliorare il menù dei ragazzi se la loro salute é minacciata da ciò che
mangiano con gli occhi. (...) Uno spot di merendine tivù é capace di distruggere
un anno di educazione alimentare. È vero che i bambini di Brisighella
fingono di snobbare la pubblicità («non mi piace» dice oltre il 60%), anzi
giurano (quasi all'80%) che «non dicono il vero». Ma poi (tra il 50 e il 76%)
corrono a chiedere a mamma di comprare lo snak
plastificato appena mandato in onda.
Obesità e colesterolo insidiano
i forti consumatori di TV. È un fenomeno verificato anche su bambini che
seguono una dieta sana
Sì,
la tv fa male alla salute, al di là di quello che trasmette. Anche senza spot.
Anche piena di documentari sulle farfalle. Gaddi
sfoglia un pacco di riviste pediatriche: «Ecco uno studio francese su 1.200
bambini: a parità di fuoripasto e di inattività
fisica, il consumo di Tv aumenta il rischio di obesità. Uno studio USA dice che
davanti allo schermo il metabolismo si dimezza, nei ragazzi obesi come in
quelli normali. Anche in bambini dalla dieta sana il livello di colesterolo è
proporzionale alle ore passate davanti allo schermo».
La Repubblica, 13 Ottobre '94
Una vera
novità nel campo delle TV
Da
alcuni mesi é nata l'Associazione libera informazione che ha preso due locali
in via Bazzini, 4 a Milano.
Un
gruppo di grandissima volontà che si stanno impegnando per portare avanti un
progetto di portata eccezionale: la realizzazione di una televisione a
bassissima frequenza che avrà il compito di seguire e servire un quartiere.
Tutti
coloro che vogliono impegnarsi insieme a loro possono contattarli tutti i
giovedì dopo le ore 21,30 al telefono 02/26681156, fax 26280664.
il
Giornale della natura, gennaio 1996
Troppo
magnetismo nelle nostre case
Gli
scienziati Usa: i «campi» creati dagli elettrodomestici possono far male alla
salute
Non
é più possibile escludere che le radiazioni dei campi elettromagnetici generati
dal passaggio di corrente elettrica siano innocue per la salute. 'altronde non
ci sono basi sufficienti per definirle pericolose. Lo afferma un documento
dell'ufficio del Congresso per le valutazioni tecnologiche, messo a punto da
alcuni studiosi della prestigiosa Mellon University.
Sono
state inoltre condotte tre indagini statistiche di carattere epidemiologico.
Secondo una di esse, esisterebbe un rapporto fra alcune forme tumorali nei
bambini e la permanenza di questi ultimi in prossimità delle linee dell'alta
tensione. Sia chiaro, hanno puntualizzato gli scienziati, che gli studi fin'ora compiuti sono soltanto preliminari. «Sembrava che
non ci fosse nulla da temere - ha rilevato il dottor Leonid
Sagan, che a Paolo Alto, in California, dirige gli
studi sugli effetti delle radiazioni per l’Electric
Power Institute -. Ora i nuovi fatti emersi non
possono essere ignorati. Ritengo che non ci sia alcun rischio per la salute
umana, ma ciò non significa che io escluda qualunque possibilità di pericolo».
Altri
studiosi hanno sottolineato che, se sarà dimostrato il rischio derivante al
nostro organismo dall'esposizione ai campi elettromagnetici, il problema più
grave sarà rappresentato dagli elettrodomestici: dall'asciugacapelli al
televisore.
Tutto
ciò - affermano gli studiosi - non deve creare assurde forme di panico. Le
ricerche proseguono.
La Stampa, 12 luglio 1989
EFFETTI
NOCIVI
In
tre anni di televisione, in ragione di 4 ore al giorno in media, si assorbono 2
rem, sufficienti per provocare il cancro all'embrione.
La
storia ha dimostrato a più riprese che gli esperti si sbagliano nelle loro
valutazioni della quantità di radiazioni che si suppone nociva per l'uomo. Le
norme di sicurezza hanno dovuto essere considerevolmente e ripetutamente
ridotte a un decimo e anche a meno. Adesso l'uomo pensa di essere «al
sicuro»... fino a quando i limiti di tolleranza non saranno ancora ridotti.
Gli
effetti delle radiazioni sull' uomo sono misurati in rem
(2) (Roentgen Equivalent for
Man) o in millirem (un millesimo di rem).
Nel
1950 si stimava che fossero necessari 1.000 rem o più
per causare il cancro dell'embrione. Nel 1955 si stimava che 200 rem fosse un valore più vicino alla realtà. Oggi certuni
pensano che siano sufficienti 2 rem.
Vent'anni fa gli schermi televisivi erano considerati «sicuri»
allorché emettevano 50 millirem all'ora. Adesso il
limite di tolleranza è la centesima parte di questa grandezza (0,5 mrem all'ora). E così via.
Si
odono spesso espressioni come: «Non è poi così pericoloso», «Io non ho il televisore
a colori», ecc. Ma considerate, prima di tutto, che la maggior parte delle
persone crede solo a quello a cui desidera credere. È ben noto! In secondo
luogo, non ci si rende sufficientemente conto del fatto che la radiazione, una
volta penetrata nel corpo, è assorbita dalle cellule, causando il loro
deterioramento. Gli effetti così prodotti sono cumulativi. In altri termini, in
tre anni di televisione, in ragione di 4 ore al giorno in media, si assorbono 2
rem, sufficienti per provocare il cancro dell'embrione.
E tuttavia ci sono milioni di madri che pensano (se sono veramente capaci di
pensare...) di fare un grande favore ai loro piccoli mettendoli davanti al
teleschermo!
Lo
scienziato John Ott,
fondatore dell'Istituto di Ricerche sulla Fotobiologia
dell'Ambiente di Sarasota in Florida, ha dimostrato
che anche il limite attuale di 0,5 mrem all'ora,
fissato per i raggi X emessi dal televisore, è troppo alto. Le radici di
leguminose che egli aveva posto davanti ad apparecchi televisivi a colori sono
cresciute verso l'alto, uscendo da terra. Un'altra specie di piante divenne
mostruosamente grande e deforme. Nei topi si sviluppavano lesioni cancerose.
(...)
Bisogna
ammettere che la televisione non é la sola cosa da incriminare, poiché le fonti
di radiazioni sono numerose. Ma questo non la rende più accettabile.
Per
quanto riguarda le radiazioni, le più nocive sono quelle energie applicate su
larga scala che vengono chiamate «microonde» o «iperfrequenze»:
radar, radiodiffusione del suono e dell'immagine, telecomunicazioni via
satellite e forni a microonde. Le iperfrequenze ad
alta intensità hanno la proprietà (tra le altre caratteristiche distruttrici
per gli organismi viventi) di riscaldare il tessuto cellulare a un grado tale,
che «è cotto» in pochi secondi.
Lectorium Rosicrocianum
"I pericoli della televisione" pp 26/28
I TELEFONINI
SOTTO ACCUSA
Si
stanno studiandogli effetti dei campi elettromagnetici non ionizzanti degli
elettrodomestici (poche decine di Hz), che già si
affaccia
Mentre
sui rischi delle radiazioni elettromagnetiche ionizzanti (raggi X e gamma) si
sa quasi tutto e la legislazione é rigorosa, riguardo ai campi elettromagnetici
non ionizzanti (onde radio ma anche onde elettromagnetiche derivanti da motori
elettrici e da linee ad alta tensione) la normativa è ancora molto vaga perché
poco di certo si sa in materia. Eppure l'esposizione a queste radiazioni è
diffusissima: elettrodomestici come lucidatrici, aspirapolveri,
frullatori ma soprattutto rasoi e asciugacapelli, il cui uso implica una
stretta vicinanza al cervello, sono di uso quotidiano. l'effetto biologico dei
campi elettromagnetici a 50 Hz ("lentamente
variabili", ndr) più quantificabile é quello
immediato (cefalee e nausee) che si esercita sulle cellule eccitabili (quelle
nervose per esempio). (...)
Ma
c'é un presunto effetto a lungo termine, ipotizzabile in base a ricerche
epidemiologiche per ora ancore scarse, che correla questi campi
elettromagnetici con tumori celebrali e leucemie infantili. I campi
"lentamente variabili" generano nel corpo campi elettrici di poche
decine di volt/metro, mentre i campi elettrici esistenti fra le membrane
cellulari sono milioni di volte più intensi.
Si
capisce allora come una attenzione maggiore venga rivolta ai campi
elettromagnetici "rapidamente variabili", cioé
le onde elettromagnetiche di frequenza tra i 10 KHz e
i 100 GHz, generate da radiotrasmettitori (la
frequenza dei telefoni cellulari é attorno al GHz).
(...) E' molto probabile che i possibili effetti biologici dei campi
elettromagnetici siano dovuti alla componente magnetica, in quanto il tessuto
animale é un buon conduttore. (...)
Uno
degli effetti ipotizzabili è che i campi elettrici indotti influenzino lo
scambio dei neurotrasmettitori. Ma una delle ipotesi
su cui é più necessario indagare per le possibili conseguenze (insorgenza di
tumori) é l'effetto di questi campi sulla velocità di ricombinazione
dei radicali liberi che si formano naturalmente all'interno delle cellule. Se
la loro velocità di ricombinazione é rallentata,
diviene concreta la possibilità che interagiscano con il Dna varandone la
struttura e inducendo la cellula a evolvere in senso cancerogeno.
Quello
che é certo, da esperienze su animali, é che i campi magnetici riducono la
produzione di melatonina, un ormone alla cui carenza
è associata l'insorgenza di cancro al seno, alla prostata e alla pelle.
Paolo
Volpe, Università di Torino
La
Stampa, 1 febbraio 1995
Se io fossi...
È utile valutare insieme i
vari programmi, ponendosi nell'ottica di chi li ha realizzati. Ecco alcuni
esercizi da proporre a ragazzini di dieci anni e oltre:
• Se tu fossi il regista e
volessi far prendere in odio un personaggio, quali tecniche useresti? • Se
fossi l'operatore di uno spot politico e volessi rendere gradito il candidato
che cosa faresti?
• Se fossi un disegnatore di
cartoni, quale sarebbe il tuo personaggio? Inventalo, disegnalo e poi scrivi le
caratteristiche della sua personalità;
• Se fossi lo speaker di un
telegiornale: individua le notizie più importanti di oggi e poi mettile in
ordine di presentazione, dalla prima all'ultima, e spiega perché dai loro quell'ordine;
• Se fossi un personaggio dei
cartoni animati, chi ti piacerebbe essere? Perché?
Questi esercizi, che
comportano atteggiamenti attivi, contribuiscono a stimolare la facoltà di
analisi cui è connesso il senso critico, e consentono quindi di prendere le
distanze da una serie di messaggi.
Anna O. Ferraris
"TV per un figlio" (Laterza).
LA NUOVA
ARMONIA CATODICA
Più
il video stimola l'emisfero destro del cervello più ha potere di attrazione.
Nella TV hanno successo tutti i programmi semplificati (la "TV
spazzatura") perché sono pura emozione, al contrario dei programmi più
impegnati.
Le
funzioni di tipo visivo, uditivo ed emotivo sono prevalentemente dell'emisfero
destro, mentre le capacità di tipo linguistico, logico, razionali critiche sono
prevalentemente dell'emisfero sinistro. Un bombardamento visivo ha come effetto
di iperattivare l'emisfero destro, visivo/emotivo,
disattivando l'emisfero sinistro, linguistico critico. (...)
Sta
di fatto che più il video stimola l'emisfero destro, più ha potere di
attrazione; infatti i video games più scelti sono
quelli che stimolano l'emisfero destro, cioè quei giochi molto semplificati che
sono prevalentemente bombardamento visivo. Così nella TV hanno successo tutti i
programmi semplificati, la famosa "Tv spazzatura", perché sono pura
emozione, prevalentemente pura stimolazione di tipo visivo, i talk shows oppure i programmi intelligenti annoiano perché
richiedono maggior sforzo razionale che deve coinvolgere l'emisfero sinistro.
Così come un bambino fa più fatica a scegliere un libro perché il libro
richiede maggior impegno intellettivo, maggior coinvolgimento dell'emisfero
sinistro e delle nostre capacità critico-razionali, linguistiche, quindi tende
a preferire il game più facile.
Grafica
e suoni del game vanno a iperattivare prevalentemente
l'emisfero destro. Quindi il bambino va a ricercare il video, proprio perché il
video attiva degli stati emotivi: ricerca del rilassamento, attivazione di una
sfida (con la macchina ndr). (...) Questo spiega ad
esempio la videoiperestesia (essere catturato dal
video, vedi articolo "Malati di videogames".
Il bambino per poter ricrearsi nuove emozioni deve ricercare ulteriori
stimolazioni di tipo visivo, e questo fa sì che si inneschi un circolo vizioso.
(...)
La
nostra attenzione nel corso del tempo, sta sempre più restringendosi; un
bambino a scuola riesce a mantenere l'attenzione per un tempo sempre più
limitato, di solito per 10/15 minuti, poi la maestra per poter riuscire ad
attirare l'attenzione dovrebbe trovare nuove stimolazioni. Se noi seguiamo un
telegiornale, si é calcolato che un'informazione non deve durare più di 45/50
secondi, il rischio é quello di perdere il telespettatore. Le nostre capacità attenzionali sono state così modificate dai television events, e continuano
ad essere modificate. (...) Bisogna solleticare, bombardare di informazioni per
non far calare l'attenzione.
Daniele
Pauletto, neuropsicologo;
convegno "Liberare la Tv o liberarsi dalla Tv?"
Cesena
16, marzo 1996.
COMPETENZE EMISFERICHE
Emisfero sinistro Emisfero
destro
capacità linguistiche funzioni visive
capacità logiche funzioni uditive
capacità razionali funzioni emotive
capacità critiche
La Tv inibisce La Tv stimola la ricerca di nuovi stati
visivi
critica e linguaggio ed emotivi (zapping e multivisione)
Beppe Grillo
e la televisione
Io vorrei una TV di Stato senza pubblicità,
pagata dai contribuenti, così come avviene in Inghilterra, in Giappone, in
Germania. Oggi invece con la pubblicità ci fanno pagare due volte.
Se vedi un film "gratis", come
dicono loro, e vieni interrotto quattro volte dalla pubblicità del tonno,
significa che quando hai comprato quel tonno hai pagato oltre al prodotto anche
la pubblicità e i film. Mentre io voglio pagare per il tonno da una parte e il
canone TV dall'altra, senza occulti rimestamenti.
Estratto
dall'intervista di Mao Valpiana,
Azione nonviolenta, luglio 1995
ZAP E IL CERVELLO SI SGONFIA
In
un nuovo libro sui giovani lo psichiatra Vittorino Andreoli
accusa la Tv
di
frantumare i processi mentali.
Pubblichiamo un brano dal volume
"Giovani" di Vittorino Andreoli, editore Rizzoli.
Sono ventitre i canali televisivi oggi
disponibili e il telecomando permette di passare dall'uno all'altro con grande
rapidità. (...) Una foto é generalmente più espressiva di una parola e ancor
più di un suono o di un rumore. Nello zapping si uniscono i due codici di
comunicazione e l'insieme ricorda un caleidoscopio parlante, con variazioni di
colore, toni e di vocaboli urlati o sussurrati. Lo zapping personale può
raggiungere velocità strabilianti e mescolare pezzi di storie di genere
contrapposto.
Se confrontato con il sistema della
Scolastica e dunque procedere per gradi e per regole fisse, lo zapping appare
follia, schizofrenia appunto. Un disturbo che si caratterizza per la
dissociazione logico-verbale e per la mancanza di qualsiasi coerenza razionale.
(...)
Lo zapping é la rappresentazione della
schizofrenia da telecomando. Il sapere dei giovani del tempo presente non é
strutturale: lo zapping non dà concetti, non princìpi,
non risolve problemi attraverso la deduzione, può però impressionare,
emozionare. (...)
La constatazione é che il giovane d'oggi
non funziona per sistemi: non rispetta le sequenze né della logica razionale,
né di altre logiche. Come se tutto si accumulasse senza ordine.
Rimane naturalmente la facoltà di
pronunciare parole, suoni, di usare espressioni mimiche: insomma di comunicare
per zapping. I giovani d'oggi sono abilissimi nell'evocare, ma incapaci di
costruire periodi. Come se le strutture della mente si fossero fermate e,
appunto, dissociate.
Corriere della sera,
Tradurre la
televisione ai più piccoli
Questa
ecologia dei media può arginare la spinta imitativa indotta dai modelli
televisivi, dare risposta all'“apparente caocita”
delle immagini, dei programmi e dei significati, che rischiano di mettere in
serio pericolo lo sviluppo sano e consapevole del bambino.
Tenendo
presente lo sviluppo cognitivo così come é stato studiato da J. Piaget (Lo sviluppo mentale del bambino, Einaudi), possiamo dire che i bambini di età inferiore ai
5-6 anni (stadio pre-operatorio) sono portati a
interpretare come realistici gli avvenimenti che si susseguono sullo schermo.
(...)
Questo
"realismo" é più insidioso quando é carente la presenza degli adulti.
I genitori offrono infatti una "traduzione" e una
"protezione" dai messaggi televisivi non coerenti con lo stile
educativo e la cultura di riferimento del gruppo familiare.
Il
bambino, insomma, dovrebbe essere messo in grado a quest’età
di rispondere alla domanda "che cos'é la televisione?" Nel successivo
stadio delle operazioni concrete (dai 6-7 agli 11 anni) è possibile e
auspicabile un'utilizzazione produttiva della televisione da parte del bambino,
naturalmente con la mediazione della scuola. (...) Altrimenti, anche a questa
età può essere difficile comprendere il messaggio televisivo che, al contrario
di quello scolastico, é incentrato sull'immagine, non analitico e discontinuo
nel contenuto. Il bambino delle elementari dovrebbe quindi essere messo in
grado di rispondere alle domanda "che cosa c' é dentro alla
televisione?"
Nello
stadio successivo (delle operazioni formali, dai 12 ai 15 anni) i ragazzi hanno
enormi potenzialità di sviluppo e possono trovare limitante e passivizzante un mezzo non interattivo e autoritario, quale
la televisione. Appare quindi auspicabile che i pre-adolescenti possano fruirne
in maniera personalizzata grazie al computer e al videoregistratore. (...)
In
questo modo il pre-adolescente può progressivamente rispondere alla domanda
"che cosa c'é dietro alla televisione?"
Fabio
D.G. Fiorelli, il Mondodomani
- n.3 - marzo 1995
IL MONDO
VITALE
Il
nostro mondo vitale si assottiglia, si riduce, così come le esperienze reali
del bambino. Esperienze e proposte
Il mondo vitale
È
la sintesi delle nostre "risorse" individuali e collettive, delle
tradizioni, dei comportamenti sociali, delle capacità innate, degli strumenti
che la comunità ha elaborato per salvaguardare la sopravvivenza fisica dei
caratteri della nostra specie, in sintonia con l'ambiente che ne ha permesso la
vita.
Esso
è legato alla cultura, ai riti, alle soluzioni che ognuno ha attivato per
migliorare la qualità della vita.
È
un mondo sempre più attaccato dallo stress, dalla fretta, dalla ricerca di beni
di consumo, di immagine, con il risultato di un orizzonte umano sempre più indistinto,
un orizzonte ambientale sempre più inquinato e degradato.
Ma
ciò non é direttamente percepibile: la televisione infatti dà sempre una
immagine EUFORICA e ENTUSIASTA della realtà, nascondendo verità e dubbi, il suo
è un dettato economico, la cui riproduzione nello spazio e nel tempo diventa
l'unico obiettivo. (...)
NON MI PIACE LA PUBBLICITÀ
PERCHÈ:
Ci
sono alcuni caratteri della nostra cultura, particolarmente importanti perché
alla base della nostra capacità di relazionarsi agli altri, di costruirci un
nostro mondo interiore, di formarci una immagine della realtà, con un passato,
un presente, e un progetto futuro. (...)
La cultura orale
Trasmessa
di generazione in generazione attraverso la voce, il racconto, il rapporto
faccia a faccia, ha sedimentato con efficacia strumenti e formule per
comunicare i valori caratteristici della cultura locale.
La
narrazione presuppone un rito, il rispetto di condizioni un po' speciali per
comunicare qualcosa di importante, attraverso un rapporto di fiducia, una
empatia che valorizza tutti i complessi caratteri della comunicazione: la voce
con diverse tonalità, espressioni, giochi, ritmi, così il canto, la presenza,
l'autorevolezza, la gestualità, l'imitazione, l'ironia... Tutto ha permesso la
comunicazione di un messaggio, complesso e autentico, nella massima naturalezza
e semplicità. Ha permesso di trasmettere i caratteri della nostra natura umana
e della nostra cultura. Le fiabe , le canzoni popolari, le leggende, i
proverbi, ecc. sono un esempio.
Le fiabe
Una
storia, per diventare "fiaba" deve venire incontro alle domande del
bambino, deve dare risposte alle sue ansie, ai suoi dubbi, orientare verso
comportamenti positivi. Attraverso personaggi simbolici, semplici ma ambigui, i
bimbi possono identificare le proprie tensioni, paure, bisogni, realizzano la
loro immagine del mondo, li aiuta ad agire, promuovendo la fiducia in sé stessi
e nel loro futuro.
Per
questo le fiabe hanno sempre un lieto fine.
Ma
é estremamente importante che vengano narrate dai genitori, per la funzione
rassicurante e selettiva che possono avere. Non sono molte le fiabe importanti
che un bambino riconosce per sé, possono cambiare con l'età e le problematiche
che vive.
Difficile
che lui possa considerare in modo significativo le storie televisive che gli
sono proposte con ritmi e tempi stressanti e non gestibili da lui. Le fiabe invece
comunicano a livello conscio ed inconscio, dando soluzioni a domande che il
bimbo non sa nemmeno formulare.
Egli
fino a 6/7 anni ha una esperienza del mondo caotica, riesce ad ordinarla
attraverso una rappresentazione, dove divide ogni cosa in opposti. Questo é il
linguaggio della fiaba.
Con
il bombardamento televisivo, gli togliamo una risorsa per la sua crescita.
(...)
PRIMA DELLA TV... C'ERA.....
Il tempo libero
Il
tempo libero del bambino possiamo definirlo come il tempo in cui é lasciato
alle proprie risorse, libero di vivere con i propri mezzi.
Il gioco
Il
gioco é molto importante perché prevede una grande quantità e varietà di
comportamenti che sono funzionali al suo sviluppo sociale, emotivo,
intellettuale. Il gioco é presente in tutto il regno animale, il che significa
che é funzionale alla conservazione della specie.
Il
primo gioco: l'esplorazione. A tentoni il bimbo assapora, tocca, scopre sé
stesso in relazione all'esterno.
Altro
gioco é l'imitazione, che é la prima forma di relazione. Con il gioco impara a
cooperare, a controllare i propri impulsi individuali.
La lettura
Il
bimbo piccolo, prima della TV, aveva pochi mezzi per condividere con altri la
rappresentazione della realtà. Incapace di leggere, dipendeva dal tempo che
l'adulto gli dedicava per leggergli o raccontargli una storia. L'adulto aveva
il duplice ruolo di narratore e di sostegno: realizzava cioè una comunicazione empatica, cercando di rassicurarlo e spiegare alcune
vicenda, rispondendo alle sue domande. (...)
LO SPAZIO MAGICO
Se
pensiamo l'infanzia dei nostri genitori, o nonni, quale era il loro ambiente
quotidiano, dobbiamo considerare alcuni aspetti certamente oggi impensabili:
uno di questi è il BUIO, la penombra delle luci non elettriche. Prima tutto era
avvolto in questa dimensione, che è alla base dello della cultura della nostra
tradizione: i miti, le fiabe, le leggenda, la religione stessa, la
stregoneria... Tutte queste atmosfere sono permeate dal rapporto con il buio, e
così anche la vita quotidiana.
Una
trasformazione tecnologica ha influenzato il modo di percepire e di vivere
l'ambiente quotidiano.
Così
la televisione ha preso il posto degli spazi "magici" della
narrazione, della comunicazione orale, dell'attenzione che si dava ai
personaggi della comunità, degli anziani. Lo spazio magico ora è facilmente
producibile senza sforzo, né coinvolgimento di altre persone, adeguando il
nostro rituale ad un rituale organizzato altrove, il cui accesso è possibile
premendo un semplice pulsante.
Possiamo
pensare di reintrodurre nelle nostre case, un rituale, uno spazio magico
diverso da questo? Recuperare dalla storia qualche esempio che possa rompere la
trappola della delega e della rinuncia?
È
quello che abbiamo sperimentato e che proponiamo attraverso l'esperienza delle
"valigie teatrino" (vedi articolo "Le valigie volanti, ndr).
COLEGAMEWNTO IPERTESTUAle
Abbiamo
creato una ludoteca di valigie teatrino con burattini e marionette, che possono
essere utilizzate a casa propria, per rappresentare... le favole, le storie
della tradizione, o crearne di proprie... Dov'è la magia?
tratto
da "Quale tv per quale infanzia" a cura di Marco Scacchetti
LA TV FA INGRASSARE
Spegnere la Tv, muoversi di più e mangiare di meno. È la
raccomandazione degli esperti alla conferenza internazionale sull'obesità ad
Ottawa (Canada). "Troppa gente accumula chili perché é sempre davanti alla
Tv, rimpinzandosi di cibo"
VIVERE SANI E BELLI
Pane
cioccolata e fotogrammi
Spesso
per i bambini la televisione è il tempo del riposo. La guardano appena possono,
controllati dai genitori e indirizzati dagli insegnanti. Sono consapevoli che
non devono esagerare. Lo dicono in un'intervista i bambini della Direzione
Didattica Roma 70.
La
scuola é una delle 80 in tutta Italia che partecipano al progetto pilota del
programma di educazione alla pace nel bacino Mediterraneo proposto quest'anno dal Comitato Italiano per l'UNICEF. (...)
Ciò
che colpisce di più nell'ascoltarli é la consapevolezza – anche se a volte non
chiarissima – che la televisione non sia solo svago e gioco ma anche qualcosa
da tenere sotto controllo: lo dicono mamma e papà oppure la maestra a scuola. E
loro si adeguano. Tutti d'accordo quindi: troppa TV fa male. Però, quando
possono, cercano di guardarla anche di sera o magari la mattina prima di andare
a scuola. Insomma la TV piace ai bambini, sono pochi quelli che dicono di
preferire altre occupazioni. (...)
I
genitori vigilano, limitano i tempi televisivi, spediscono i pargoli a letto
dopo cena. Gli insegnanti propongono con successo riflessioni, dibattiti e
incontri sull'argomento per sensibilizzare i bambini, poi però li sorprendono
in giardino mentre ripetono le azioni dei "vietatissimi"
Power Rangers. Colti in castagna, i bambini si
difendono dicendo che é finzione, che lo spettro della violenza in TV é valido
solo per i piccolissimi, quelli che non sanno distinguere tra fiction e realtà.
E
ridono, divertiti, delle loro prodezze.
Patrizia
Paternò, il Mondodomani -
n. 3 - marzo 1995
Secondo una ricerca inglese
mentre in tv le bugie passano inosservate, in radio l'informazione è più
diretta, senza disturbi, e fa emergere la menzogna
ECCO PERCHÉ
LA TV IMBROGLIA
IL CERVELLO
Se
un uomo politico mente o vuole dare di sé un'immagine che non corrisponde al
vero gli conviene scegliere la radio o la televisione? La risposta, secondo un
recente studio effettuato in Inghilterra e pubblicato su Nature, é la seconda:
in televisione le bugie passano più inosservate cosicché lo spettatore si
lascia convincere più facilmente di quanto non avvenga nel caso di un programma
radio. (...)
È
stato osservato che se si presta attenzione a un unico canale sensoriale
-quello uditivo nel caso della radio - gli altri stimoli vengono tagliati
fuori: l'ascoltatore ha quindi modo di notare e concentrarsi su eventuali
pause, inflessioni della voce, tentennamenti o ripetizioni che spesso
tradiscono chi vuoi dare a credere qualcosa di falso.
Nel
caso della televisione, invece, l'abile mentitore ha modo di distrarre lo
spettatore in quanto questi si sofferma su uno sguardo magnetico, su un sorriso
accattivante, magari su un tic che "fa personaggio", sul modo in cui
é vestito ecc. e trascura, invece le caratteristiche intrinseche del massaggio
uditivo. D'altronde questa tecnica viene utilizzata, sia pure al contrario, dai
prestigiatori che polarizzano l'attenzione sulla voce, su un messaggio verbale
particolarmente accattivante, sullo sguardo magnetico, mentre mettono in atto i
loro trucchi.
Alberto
Oliverio, Corriere Scienza, 12 febbraio 1995
(16 - Tv, educazione e cultura)
La TV abbassa
il rendimento scolastico?
È probabile che la TV abbia
un ruolo rilevante nella riduzione delle capacità di movimento nei bambini in
età prescolare. Le maestre lamentano difficoltà di concentrazione. I bambini
passano più ore davanti allo schermo che sui banchi. Il consumo intensivo della
TV è un potente fattore di distrazione dallo studio e dai libri.
Un'indagine USA rivela gli
influssi negativi sulla capacità di parlare e scrivere.
(...)
Gli operatori scolastici hanno riscontrato, soprattutto nei bambini in età
prescolare, una riduzione della capacità di movimento e difficoltà a
concentrarsi nel gioco, del quale si disamorano rapidamente. Le maestre parlano
di difficoltà di concentrazione, anche per pochi minuti, e di problemi con la
memoria. In tutti gli ordini di scuola si riscontrano difficoltà espressive,
povertà di linguaggio, agglutinamento dei contenuti (= formare pensieri
mettendo insieme, anche con un certo disordine, le frasi o le parole più
disparate; ndr) e confusione nel rapportare sé stessi
allo spazio o al tempo della storia.
Colpa
della scuola "all'acqua di rosa" o del telecomando? difficile
stabilirlo con certezza: le segnalazioni provengono da ambiti ristretti e
mancano i collegamenti tra le varie esperienze. Università e centri di sperimentazione
cercano di tenerne le fila, nella speranza di riuscire, prima o poi, a dare
risposte concrete. Così l'Istituto di Pedagogia dell'Università Statale di
Milano in collaborazione con il Centro di Educazione Permanente del Comune ha
condotto una ricerca ("Vivere con la TV", edizioni Unicopli) su un campione di oltre mille studenti dell'area
milanese. La fascia definita come maggiormente esposta "al rischio" é
risultata essere proprio quella dei più piccini (da 0 a 10 anni), che, con 4-5
ore di "esposizione" media giornaliera, rinunciano a correre, al
rapporto con gli altri bambini e con gli stessi genitori. (...)
TV: scuola parallela
(...)
In America, ma non solo, si parla già di un bambino
televisivo per segnare le profonde differenze che lo dividono dal bambino
cresciuto in un ambiente non ancora dominato dalla TV.
(...)
Nel ‘79 si calcolò negli Stati Uniti che un ragazzo medio che andava a scuola
per 13 anni frequentava la scuola per 2.340 giorni, equivalenti a 11.500 ore, e
che lo stesso ragazzo seguiva la TV per 15 mila ore che salivano a 20 mila
aggiungendo dischi, radio e cinema. Nel tempo di quel ragazzo la Tv occupava
perciò il primo posto perché aveva una durata quasi doppia di quello
scolastico. Ciò accadeva perché la TV occupava il primo posto soprattutto nel
suo cuore.
Quello
che allora accadeva in America accade pressapoco in
tutti i paesi industrializzati, compresa l'Italia.(...)
La
Tv fa quello che le impone di fare la sua stessa struttura. Può sforzarsi di
farlo meglio ma non può mutarne la natura. Il problema vero é perciò quello di
ricercare come le influenze della TV possano e debbano essere bilanciate dagli
altri sistemi informativi e particolarmente dalla scuola.
La
scuola deve sentirsi sempre più impegnata a dare ai suoi alunni quello che la
TV non solo non può dare, ma di cui rende sempre più difficile l'acquisto ai
suoi ascoltatori più giovani.
La
capacità di studiare non si acquista facilmente perché richiede sforzo e
applicazione. Il consumo intensivo e illimitato degli spettacoli televisivi da
parte dei bambini rappresenta una fortissima distrazione dalla disciplina che
occorre quotidianamente per acquisire la capacità di studiare.
I genitori rivendicano alla
televisione l'educazione dei propri figli, ma le responsabilità maggiori sono
le loro. La scuola, da parte sua, dovrebbe sforzarsi di rendersi più viva e
stimolante, per vincere il difficile confronto educativo con la televisione.
In
un'inchiesta effettuata per un seminario tenutosi il 21 giugno 1988, il 46% dei
genitori hanno detto che la TV sottrae sempre più ai genitori il loro ruolo
educativo. Ma in verità sono essi che nell'interno delle pareti domestiche si
fanno privare del loro ruolo, scegliendo di non intervenire nelle scelte dei
loro figli.
Il
secondo esempio é legato al primo e riguarda il crescente disamore per la
lettura. I nostri ragazzi, assorbiti dalla TV, leggono sempre meno. Un'indagine
effettuata negli Usa nell'84 accertò che tra il ‘64 e l'82 la capacità di
parlare, di scrivere, di argomentare dei giovani americani era declinata
drasticamente. Questo fenomeno si sta producendo anche in Italia. (..)
La
scuola é stata condannata anche in anni recenti per il suo necessario legame
con la storia, considerato come uno degli strumenti della tirannia del passato,
ma ora stiamo sperimentando la tirannia del presente, che ha il suo più
formidabile strumento nella TV, non bilanciata da una scuola altrettanto viva e
stimolante.
Italia Oggi,
26
novembre 1986
Stampa Sera, 27 Giugno 1988
LA
TELEVISIONE CATTURA LA FANTASIA MA NON LA LIBERA
UN
BUON LIBRO INVECE STIMOLA E LIBERA INSIEME LA MENTE
Bruno
Bettelheim
La TV e lo
sviluppo della mente
Se il modo in cui lo usiamo
determina la capacità con cui il nostro cervello acquisisce alcune capacità meglio
di altre, come ci condiziona il vedere fin da piccoli ore ed ore di
televisione?
Se
le migliaia e migliaia di ore che i bambini hanno passato a guardare la TV
fossero effettivamente servite da fonte di stimolazione per il linguaggio, ed
avessero effettivamente aiutato lo sviluppo dei centri del cervello , se tutte
le parole e frasi da adulto che fuoriuscivano dal televisore fossero state
altrettanto efficaci del parlare e dell'ascoltare della vita reale, sarebbe
certamente cresciuta una generazione in grado di esprimersi con chiarezza ed
eleganza. Al contrario, dopo aver analizzato le "nuove generazioni
televisive", si é notato che nei bambini cresciuti guardando molta
televisione è avvenuto un forte calo nella capacità della parola.
Perché
un bambino che sente solo la TV non ne trae profitto? Ci deve essere una
differenza importante tra una forma di comunicazione che non richiede
partecipazione reciproca, e quella nella quale il bambino deve impegnarsi
attivamente a scambiare con un'altra persona. E se il guardare la TV dovesse
effettivamente implicare per il bambino un tipo di attività mentale diverso da
quello messo in atto nella vita reale, esso potrebbe altrettanto bene stimolare
zone diverse del cervello. Si può dimostrare che i polmoni di un fumatore
accanito sono diversi da quelli di un non-fumatore. Esattamente allo stesso
modo, non é possibile che il cervello di un dodicenne che ha passato diecimila
ore in una stanza buia a guardare delle immagini in movimento su uno schermo
non sia diverso da quello di un bambino che ha visto poca o niente televisione?
(...)
Le influenze dell'ambiente in
cui si vive e degli stimoli che si ricevono da esso, nello sviluppo di un
bambino, sono facilmente dimostrabili.
Una
prova importante dell'importanza che hanno gli stimoli esterni nei primissimi
anni di vita ci viene dai cosiddetti "bambini ferini", cioè di quei
bambini che nell'infanzia non hanno avuto nessun contatto con l'uomo (e sono
cresciuti, per così dire, allo stato selvatico; ndr).
A
proposito di questi bambini, che sono di solito considerati fatti crescere da
animali, il linguista Merlau-Ponty scrive:
«È
questo un periodo nel quale il bambino é particolarmente sensibile al
linguaggio e durante il quale può imparare a parlare. È stato dimostrato che se
un bambino... non si trova in un ambiente nel quale ci sono persone che
parlano, non sarà mai in grado parlare egli stesso, con la stessa facilità di
quelli che hanno imparato a farlo durante il periodo in questione».
Una
volta d'accordo sul fatto che gli stimoli provenienti dall'ambiente influiscono
sullo sviluppo cerebrale, e che i primi stimoli hanno più peso dei successivi,
sembra inevitabile concludere che la televisione, che tante ore occupa nella
vita di un bambino, debba avere un qualche effetto sul suo sviluppo cerebrale.
(...)
A
differenza dello stressato uomo d'affari, o della professionista, o
dell'esausta casalinga. che accendono il televisore per «scaricarsi», il
bambino piccolo ha infatti un innato bisogno di attività mentale. Egli é una
«macchina per imparare», una mente che assorbe tutto, che ha sete di stimoli.
Il suo sviluppo richiede continue possibilità di agire, d'imparare, di
sintetizzare.
M.
Winn, La droga
televisiva, pag. 59- 63
Troppe
immagini, poca conoscenza.
E il
cervello è ridotto al silenzio
Non si tratta, qui, di
demonizzare (ossia di condannare in anticipo e senza alcuna attenuante) il
linguaggio televisivo, di cui qualcuno certamente vorrà difendere i meriti, ma
di capire come funziona, e che tipo di risposta richiede dal nostro cervello.
Una volta capito questo, sapremo cosa comportano le ore eccessive che gli
adulti, ma soprattutto i bambini trascorrono davanti alla TV.
La trasmissione delle
informazioni, nelle società avanzate, avviene soprattutto grazie alle immagini,
e arriva al cervello servendosi del canale visivo. Per convincerci che viviamo
in un mondo dominato dalla visione basta pensare alla pubblicità, al cinema,
alla televisione . Non c'è nessun male nell'immagine in sé; il pensare per
immagini, anzi, è sempre stata una maniera feconda sia di pensare che di
esprimersi con originalità. Non solo gli artisti, ma anche molti scienziati
raccontano di avere avuto alcune importanti intuizioni sotto forma di immagine.
Inoltre il linguaggio della parola e quello dell'immagine non sono separati e
indipendenti tra loro, ma collaborano: immagini possono creare parole e parole
immagini.
Se però, soprattutto in un
bambino piccolo in cui molte attività del cervello sono ancora in formazione,
il linguaggio per immagini diventa il modo principale in cui si ricevono
informazioni dal mondo esterno, può accadere che le facoltà logiche e di
ragionamento perdano di intensità e di efficacia. Le immagini infatti non
richiedono un particolare sforzo di comprensione o di analisi. Sono già pronte
per essere consumate: personaggi, situazioni, luoghi, che non devono essere
costruiti mentalmente e con pazienza. Il cervello lavora più rapidamente e, per
così dire, più "superficialmente" sulle immagini, poiché non deve
fare altro che ricordarle e metterle una accanto all'altra. Quali sono, dunque,
i rischi dell'informazione trasmessa per immagini, se questo tipo di
comunicazione si presenta più facile e rapido sia a livello tecnologico che
nelle analisi compiute dal cervello?
L'immagine è un messaggio
improvviso, "violento", le fasi della sua costruzione sono
misteriose, si può accettare o rifiutare ma non ha in sé elementi che ne
consentano una conoscenza critica. Essa è "senza tempo",
l'informazione che la costituisce viene offerta in un singolo momento. L'immagine
è perciò una conoscenza che non si deve costruire: è già pronta. Ma la maniera
più efficace per sviluppare la funzione critica della nostra mente è quella di
"costruire ", anche con fatica, la conoscenza, e di sviluppare li più
possibile il cosiddetto "ragionamento".
Non è vero, pertanto, che le
immagini siano un male; è vero, invece, che troppe immagini possono far male,
nei bambini soprattutto. E la Tv , non dimentichiamolo, li bombarda di immagini
per troppe ore, ogni giorno...
Ispirato
a "Troppe immagini, poca conoscenza",
di
L. Maffei,
La Stampa, 12 luglio 1989
Abbiamo
dimenticato cosa significhi comunicare
Comunicare non è solo una
necessità di ordine pratico, ma un bisogno profondo dell'anima che, oggi più che
mai, sembriamo incapaci di comprendere
Tratto da "Come e perché difendersi
dalla Tv" di A. Quattrocchi
«La
radio potrebbe essere il più straordinario mezzo di comunicazione della vita
pubblica - scriveva Bertolt Brecht negli
anni ‘70 - se sapesse non solo trasmettere ma anche ricevere, e dunque indurre
l'ascoltatore non solo ad ascoltare ma anche a parlare».
Se
la radio ci parla ma non ci ascolta, e quindi impedisce un dialogo vero,
reciproco e creativo, che dire della televisione? Non sono in gioco, qui,
comunque, solo la Tv o la radio in quanto tali, ma tutto il modo di comunicare
dell'uomo moderno con i suoi simili.
Comunicare
è semplice. Ed è essenziale per scoprire, per scoprirsi.
Non
è vero che solo i libri e i giornali, e naturalmente la televisione, comunicano
cose importanti. Non è vero che gli uomini comuni, non sufficientemente colti o
non abbastanza importanti per guadagnarsi un posto in Tv, non hanno cose
preziosissime da comunicare ai propri simili.
La
cultura, certo, è importante. Studiare è necessario per crescere, per maturare,
ma i libri e i mezzi di comunicazione sono soltanto una fonte dell'apprendere.
Occorre saper leggere anche nel mondo che ci circonda, nella sua semplicità:
leggere anche rocce, alberi, le nuvole, le stelle. Ma soprattutto occorre osservare
la gente che vive e lavora attorno a noi, lontana dalle luci dello spettacolo e
dalla ribalta della cronaca.
Forse
Francesco d'Assisi ha meditato più di ogni altro sul senso e suo valore della
semplicità. Raccomandava di «progredire nella conoscenza della verità, in modo
da crescere, contemporaneamente, nella purezza della semplicità». Non
dimentichiamo che Francesco non si considerava colto.
Semplice
significa talora non sapiente, sprovveduto, talora non superbo, ingenuo come un
bambino.
I
nostri mezzi di comunicazione, invece, non danno voce al "semplice".
La Tv cerca l'evento sensazionale o strappalacrime, e lascia spazio solo a chi
urla più forte degli altri.
Ma
questo urlare non è comunicare; e non lo è nemmeno il modo banale in cui i più
famosi conduttori di spettacolo fanno opinione. Perché ascoltiamo la loro voce
e non quella di un anziano che racconta la sua storia, ad esempio, o di un
bambino, che qualunque cosa faccia, la fa con tutto il cuore? Siamo così
abituati al frastuono, alle notizie rumorose, che il mondo semplice, gli
affetti quotidiani che ci circondano quasi non li sentiamo più.
Questo
significa che non siamo più capaci di comunicare. La Tv trasmette e noi
ascoltiamo, noi vediamo. Ci imbottiamo di immagini e di parole che fuggono via immediatamente,
per lasciare il posto ad altre immagini, ad altre parole, che non comunicano
con noi, ne noi con loro.
Ma
comunicare è vivere. Senza comunicare con una persona è impossibile amarla.
Nella comunicazione vera, che è ascolto reciproco e dono della propria
esperienza all’ altro, si cresce quotidianamente. Nella comunicazione con ciò
che ci circonda è la radice della nostra identità. La nostra vita si
arricchisce solo se comunichiamo. Purtroppo è un'arte che stiamo perdendo...
Ispirato
a: "Danilo Dolci: Gente semplice,
Camunia 1993; Prefazione, pag. V-VII
La
"società della comunicazione",
in realtà
non comunica
La comunicazione tra esseri
umani sembra essere divenuta globale e istantanea. Attraverso la televisivone possiamo infatti assistere a tutto ciò che
accade in qualunque parte del mondo, nel momento esatto in cui accade. Ma
questo non è un vero "comunicare". Comunicare è crescere insieme,
aiutarsi reciprocamente a comprendere. Dove pochi parlano e tutti ascoltano
soltanto, non c'é comunicazione.
Che
differenza c'è tra il "comunicare" e il "trasmettere"?
Rispondere a questa domanda è decisivo.
Dove
c'è "comunicazione" ci sono persone che parlano e che,
contemporaneamente, si ascoltano. Sembra una definizione ovvia, e probabilmente
lo è, ma non si riflette abbastanza, purtroppo, sul suo significato. Parlare e
ascoltare, rispondere e intervenire, comportano un rapporto tra individui, sono
modi di esprimersi, di far udire la propria voce e di interessarsi a quella
degli altri. Tutti hanno pari opportunità quando comunicano, nel senso che
possono interrompersi, chiedere spiegazioni, esigere che si ripeta ciò che non
hanno ben capito. Il dovere di ascoltare è una cosa sola con il diritto di
essere ascoltati.
Viceversa,
il "trasmettere" implica una comunicazione a senso unico, dove solo
una voce può esprimersi e le altre non hanno modo di intervenire. Queste ultime
possono anche non essere d'accordo, ma sono obbligate al silenzio. Detto
questo, si consideri il linguaggio dei media, e, soprattutto, quello della
televisione. È grazie al suo apporto costante di messaggi e notizie di ogni
genere, diffusi direttamente dentro le nostre case, che la civiltà attuale si è
fregiata del titolo di "società della comunicazione". Ma tutto questo
è davvero comunicazione?
No,
evidentemente. La Tv trasmette molte cose a noi, mentre a noi non è dato di
trasmetterle nulla. Siamo passivi davanti al nostro video.
Naturalmente
vi è anche chi celebra i meriti della "società della comunicazione",
sostenendo (a ragione, del resto) che la televisione ha unificato, e unifica,
la lingua di interi paesi e che come fonte di informazione è insostituibile poiché
ha la possibilità di mostrare ciò che accade nel mondo nel momento esatto in
cui accade.
Tutto
questo è certamente vero, ma (anche se sul concetto di "obiettività"
della Tv si è discusso e si continua a discutere) rimane il fatto che la Tv non
comunica; trasmette. E il potere odierno dell'informazione, dove a pochi è dato
di esprimersi e tutti gli altri non possono far altro che seguire passivamente,
va sempre più trasformandosi in "dominio". Il dominio, si badi, non
implica né una dittatura politica né una dittatura culturale (poiché si è
liberi di pensarla come si vuole), ma consiste in un potere a cui non ci si può
opporre e su cui non è dato di intervenire. E il dominio del
"trasmettere" mascherato da "comunicare", rischia di
trasformarci in soggetti passivi, abituati a ricevere istruzioni e ad eseguirle
senza riflettervi.
Lo
smarrimento morale e intellettuale delle nuove generazioni non è forse una
prova sufficiente?
Ispirato
a: "Danilo Dolci, Comunicare, legge della vita. Bozza di manifesto e
contributi", (Piero Lacaita editore 1993)
(18 - Disgregazione familiare)
L'ospite fisso
Tv e mass-media nella
famiglia italiana
Simone Maggio
Come
si inseriscono i mass media e in particolare la Tv nella famiglia italiana?
Come la influenzano? E come usa la famiglia i mezzi di comunicazione? E cosa si
fa in casa, mentre si guarda la Tv (si chiacchiera, si litiga, si discute, si
prepara la cena, ecc.)?
Sulla
scia di questi interrogativi, presentiamo gli orientamenti qualitativi e alcuni
spunti di riflessione emersi da una inchiesta promossa dall'Associazione don
Giuseppe Zilli e dal Cisf su un minicampione di 32
famiglie (appartenenti a varie fasce sociali) di 9 programmi televisivi (Rai e Fininvest), trasmessi nell'arco di una settimana per 4
pomeriggi-sere.
La
televisione provoca nella famiglia atteggiamenti ambigui e contraddittori:
paure confuse convivono con la sottovalutazione del medium (considerato per lo più un elettrodomestico invadente), e
alla diffidenza, generica e indefinita, si accompagna l’elencazione di guadagni
e vantaggi connessi alla presenza del medium
in casa.
Immagini di televisione
In
un rapporto tanto complesso, è utile partire proprio dalle definizioni che la
famiglia dà della televisione: si tratta di una serie di "immagini",
a volte antitetiche, che ricorrono nei discorsi familiari.
-
la televisione è un affare di tempo:
guardando la televisione si teme di buttar via il proprio tempo; nello stesso
tempo si ritiene, contraddittoriamente, che la televisione aiuti a passare il
tempo (un tempo che altrimenti sarebbe vuoto);
-
la televisione serve per svuotarsi la testa: uno "scacciapensieri",
un'evasione rispetto alle logoranti attività quotidiane, una zona franca dove
scaricare le tensioni e dove è lecito non fare alcuna fatica. A questa funzione
distensiva si accompagna anche una funzione ludica (il divertimento);
-
la televisione ti dice come vanno le cose
nel mondo: cioè informa in modo agile e veloce; se si guarda la televisione
per avere informazioni allora il tempo trascorso davanti allo schermo acquista
valore, è tempo "ben speso";
- la
televisione estende l'universo cognitivo: emerge la convinzione che la
televisione potenzialmente fornisca spunti per ampliare o verificare le proprie
conoscenze;
-
la televisione "insegna a vivere
": cioè può essere, a detta dei genitori, uno strumento pedagogico di
grande efficacia, attraverso cui far passare in modo non didascalico, orientamenti
e valori (magari contestando quelli proposti dalla tv);
-
la televisione fa compagnia:
soprattutto agli anziani, per i quali la tv diviene una sorta di
"assistente sociale", palliativo alla solitudine;
-
la televisione fa parte della casa:
la collocazione degli apparecchi televisivi rispetta la conformazione degli
ambienti e riflette la geografia relazionale del nucleo: la televisione viene
collocata insomma, dove la famiglia si riunisce;
-
la televisione fa parte della famiglia:
la televisione è percepita dalla famiglia come un "membro aggiunto",
un "parente", a volte invadente e ingombrante, tuttavia
irrinunciabile.
La televisione è cannibale
La
TV, con la sua proposta generalista, tra le pareti
domestiche assume e si appropria del volto di altri media.
-
La TV come cinema: se la televisione
è film, la casa si trasforma in cinema: c'è un abbassamento delle luci, un
affievolimento delle chiacchiere e al consumo viene conferita una maggiore
sacralità.
-
La TV come allo stadio: se la televisione
è la partita di calcio, la casa si trasforma in stadio, con tanto di sventolio
di bandiere, cori da ultras, esultanza per
l'argomento goal.
-
La TV come radio: talvolta la TV
viene usata come rumore di sottofondo, proprio come una radio.
-
La TV come giornale: di frequente,
nel corso della giornata, si usa la TV come un quotidiano, da leggere in comune
e magari da sfogliare (attraverso il televideo).
-
La TV come libro: la TV può può avere intenti didattici ed educativi. Questi sono
spesso auspicati (non sempre concretizzati), dando luogo a "consumi
obbligati" .
-
La TV come gioco: tutti giocano con
la TV (quando la TV lo propone, per esempio con il game show); e i bambini
giocano spesso davanti alla TV.
-
La TV come favola: i bambini
gradiscono la visione di film già visti in precedenza (perché possono
"controllare", anticipandola, l'evolversi della storia), così come
amano sentirsi raccontare la stessa favola.
-
La TV come chiacchiere di quartiere:
il racconto elettronico sostituisce il racconto orale, come racconta con un po'
di rammarico, una signora di Pozzallo: "Quello
che facevamo fuori, davanti agli usci, nel quartiere, ora non lo si fa più,
stiamo tutti in casa davanti al televisore". In effetti, durante la
visione, i telespettatori si rivolgono convenzionalmente ai personaggi
televisivi, ne esaminano l'abbigliamento, gli amori, la vita privata, quasi si
trattasse di vicini di casa.
-
La TV come...: come prolungamento di
molti interessi, hobby e passioni di chi la guarda.
"Per
me la televisione è come la settimana enigmistica", dice una signora di
Rimini. (...)
La visione della TV si
contratta
La
famiglia filtra la presenza del medium ricorrendo a risorse insospettate:
significative in questo senso sono le contrattazioni e negoziazioni che
riguardano la scelta dei programmi. - I
termini del contratto: sono in genere privilegiate le scelte neutre,
rispetto a quelle penalizzanti qualche familiare.
-
"L'ascolto riparatore":
nella scelta si evitano le sconfitte definitive, si media attraverso escamotage
di vario tipo, come "l'ascolto riparatore" ("ieri a te, oggi a
me").
-
Scelgono i ragazzi: ma tengono conto
di orientamenti impliciti, leggi non scritte che stabiliscono cosa è consentito
vedere e cosa non lo è, cosa è gradito e cosa dispiace.
-
"Il calendario mentale
televisivo": è una sorta di contratto di sfondo, tacitamente condiviso
da tutta la famiglia, che tiene conto degli appuntamenti irrinunciabili di ogni
familiare.
La visione divisa
Quando
si guarda la televisione a volte si partecipa criticamente a quanto si vede, a
volte la si subisce, a volte si censura la fruizione propria e dei familiari,
altre volte ci si lascia andare al flusso delle immagini, a volte si parla di
quel che si vede, altre volte si "usa" quel che si vede per parlare
di sé. La contraddittorietà dei comportamenti, e dei discorsi che si svolgono
davanti alla televisione, fa intuire la copresenza di
due ruoli (che durante il consumo si alternano e si sovrappongono) fra i quali
l'individuo-utente è diviso.
-
"Il ruolo televisivo":
davanti allo schermo si è telespettatori, si seguono dei programmi, si
esprimono dei giudizi tecnici.
-
"Il ruolo familiare":
davanti allo schermo si è anche componenti di un nucleo familiare, i programmi
diventano allora stimolo e occasione di interazione con gli altri componenti.
Simone
Maggio
Italia
Caritas, dicembre '94
QUANTE TELEVISIONI
Un gioco-esercizio che
diverte i più piccoli è quello di individuare il numero di televisioni
pubbliche e private, nazionali e locali, che esistono nel nostro paese (nel
complesso più di 700).
Individuati i logo e avvalendosi di una carta
geografica d'Italia e di bandierine, i bambini potranno avere una visione
complessiva della distribuzione delle diverse sedi sul territorio nazionale.
Cosa
guardiamo
1. Potete parlare con vostro
figlio dei diversi tipi di programmi, da quelli di informazione a quelli di
discussione a quelli di semplice intrattenimento, e poi considerare quale tipo
di programma vedete di più e per quali motivi.
2. Guardate anche voi i
programmi che segue vostro figlio e riflettete sui seguenti punti: - è adatto
alla sua età?
- vostro figlio è in grado di
capire ciò che vede?
- le storie sono
interessanti? spiritose?
- sotto il profilo estetico e
formale è un buon programma? - se per una volta vostro figlio non può vedere un
programma a cui è abituato, diventa di cattivo umore o non ci bada?
Questi esercizi aiutano a
riflettere sul fenomeno televisione, sulla qualità dei programmi, sulle
considerazioni e abitudini che ci guidano nella scelta dei medesimi.
Anna Oliverio Ferraris "Tv per un figlio" (Laterza).
COME SI COSTRUISCE UN
AQUILONE
Scuola e
televisione
Due comunicazioni a confronto
La
televisione (...) si presenta addirittura come un curriculum di formazione
alternativo a quello tradizionale (1) ma se siamo giunti a tanto è anche perché
il sistema educativo principale - la scuola - non è stato capace di adattarsi
al cambiamento della società e delle abitudini comunicative dei giovani (2).
Un
discorso su televisione ed educazione deve partire dal confronto tra le
caratteristiche comunicative delle televisione e quelle della scuola. (...)
La
scuola di fronte a tutto questo si presenta piuttosto disarmata e continua a
dare troppo poco spazio all'aspetto relazionale dell'apprendimento e a non
avere sufficiente strumenti per veicolare dei modelli di comportamento
alternativi a quelli televisivi.
Messaggio televisivo: Messaggio
scolastico:
è semplice -
è complicato e col tempo diventa più difficile;
non
è vincolante - richiede una costante attenzione e non può
essere interrotto;
è
ipnotico -
la categoria degli insegnanti lascia a desidera re quanto a capacità di
affascinare il suo pubblico;
è
vario e ricco di sollecitazioni - nei programmi, l'attualità e i temi maggiormente
interessanti per gli alunni entrano con fatica;
è un flusso, cattura lo spettatore in una - lavora sui testi, procede scomponendo e analizzando.
sequenza ininterrotta di immagini
SCUOLA E TELEVISIONE
I
principali vantaggi della televisione stanno dunque nel fatto che permette una
fruizione rilassata e senza obblighi, di contenuto vario e interessante, basata
su modalità comunicative capaci di attirare l'attenzione.
È
necessario allora che la scuola sviluppi un tipo di comunicazione capace di contrastare
queste caratteristiche, offrendo ai giovani delle situazioni delle situazioni
relazionali in cui la paura della nota, dell'interrogazione, di essere presi in
giro o umiliati dall'insegnante o dai compagni- non esista più, in cui la
scuola si colleghi il più possibile con situazioni di allegria e piacere. (...)
Uno
dei vantaggi della scuola di ogni ordine e grado sulla televisione è di
veicolare il suo messaggio attraverso esseri umani veri, che possono
comprendere i problemi di chi sta loro davanti e rispondere alle principali
esigenze di comunicazione dei giovani. (...)
Più
che il luogo dove gli alunni vanno per imparare le cose, la scuola dovrà
diventare il luogo dove i giovani troveranno un aiuto per mettere ordine tra le
informazioni e interpretare criticamente gli immensi flussi comunicativi in cui
si trovano a vivere.
(1) Postman, N. - Ecologia dei media
(Armando 1981)
(2) Mariet, F.
- Lasciategli guardare la tv (Anicia 1992)
Gli
insegnanti interessati ad approfondire queste tematiche possono richiedere
altri materiali, rivolgendosi alla redazione di Torino (tel. 011-545567).
Mauro
Doglio, insegnante, Ècole numero 31/aprile 1995
A SCUOLA DI
CONSUMISMO
"OK
bimbi" una trasmissione a dimensione scolastica in cui domina direttamente
o indirettamente lo spot. L'impressione che ne viene fuori è precisa: quella
che sia stato impiantato, tra le moine della conduttrice e i lazzi di Sbirulino, un piccolo corso per preparare le nuove
generazioni (ora Generazione X, ndr) ad essere
perfetti spettatori/consumatori della tele del futuro.
Da
un pezzo si va dicendo che la tv rotola sempre più verso il condizionamento
commerciale e che lo spot direttamente o indirettamente domina la maggior parte
delle trasmissioni. gli esempi clamorosi sono recenti, ma quello che è avvenuto
domenica ne "La giostra" su Canale 5 sembra aver superato ogni
livello di guardia.
All'interno
del contenitore c'è una rubrica, "OK bimbi" che è gestita
personalmente da Enrica Bonaccorti, conduttrice
dell'intera trasmissione. Si tratta in sostanza di un quiz in cui vengono
arruolati (sotto gli occhi delle madri arroccate in poltrona al fondo dello
studio) bambini sugli otto-dieci anni. Attenzione: i
bimbi sono sistemati in seggiolini e banchi come a scuola, e la Bonaccorti -il ruolo le si addice- fa da maestra d'asilo.
L'ambiente, il clima, i toni, tutto fa pensare ad una dimensione scolastica, ad
un'ora di lezione in cui l'insegnante abbia lasciato alla classe le briglie
lunghe e concesso la licenza di imparare "festosamente".
Ma
che cosa si impara in questa scuola? Si impara ad amare la pubblicità, a
prediligere i prodotti garantiti dalla pubblicità, e ad essere riconoscenti
alla pubblicità grazie alla quale -se il bambino sa rispondere ad alcune
domande- si possono vincere ricchi e simpatici premi.
L'indottrinamento
è metodico e suadente. Già la rubrica è imbottita di spot; ma (...) non basta
che la conduttrice decanti le virtù di un certo cacao da consumare
quotidianamente nella colazione del mattino, mostrandone il marchio e imprimendolo
ben bene nei cervelli; no, non basta, mentre la telecamera inquadra altri
prodotti, altra merce da consumare, ecco fuori campo, registrata, la voce di un
bambino (o di un adulto che imita un bambino), candida e ingenua voce che di
quei prodotti esalta caratteristiche e pregi.
LA
STAMPA, 29 settembre 1987
L'ottica steineriana
LA
TELEVISIONE NELL'ETÀ INFANTILE
Per
uno sviluppo armonico al bambino occorrono i colori, le forme, i movimenti del
mondo che lo circonda: deve vivere le esperienze con tutti i sensi. La luce
dello schermo è fredda e fittizia, una illusione ottica imparziale che rapisce
e indebolisce la volontà, interferendo con i normali tempi dello sviluppo
infantile.
Per
il bambino in tutto il primo settennio l'ambiente ha importanza fondamentale.
Al bambino occorrono i colori le forme, i movimenti del mondo circostante non
solo per la sua anima, ma anche per la conformazione del suo corpo. Inoltre la
ricchezza vivente delle sensazioni provenienti dalla natura e dal gioco degli
elementi ha un'importanza altrettanto grande quanto il comportamento, il
linguaggio e l'operosità degli adulti. Si devono pertanto esaminare
criticamente tutti i prodotti della tecnica, in particolare i vari tipi di
giocattoli. I prodotti raffinati della nostra civiltà, per esempio i surrogati
tecnici come la radio e la televisione, quand'anche il loro contenuto sia il
frutto di oculate riflessioni, sono però in ogni caso di natura estranea al
bambino piccolo e quindi dannosi. (...)
Un dannoso mondo fittizio
Cominciamo
ad esaminare la qualità della luce. La luce solare, nostra principale sorgente
di luce, la luce di una candela e perfino quella di una lampadina derivano da
sostanze incandescenti e sono quindi legate ai processi del fuoco o del calore.
Invece la "luce fredda" dello schermo fluorescente è frutto di un
processo elettromagnetico, è una specie di luce apparente il cui spettro mostra
delle lacune rispetto a quello della luce solare.
Mentre
il cinematografo proietta ancora immagini vere e proprie sullo schermo,
l'immagine televisiva si compone di innumerevoli singoli punti che si accendono
e si spengono a grande velocità in una rapidissima successione. (...)
Questa
completa illusione ottica, questo mondo consistente di luce fittizia, di
immagini fittizie, di movimenti fittizi e di spazio fittizio per l'osservatore
imparziale ha carattere di spettro. L'uomo adulto può sorvolare su questo
fatto, perché egli si attiene al contenuto dell'immagine trasmessa. L'adulto ha
innumerevoli esperienze dietro di sé, mentre il bambino deve ancora crearsi il
proprio mondo di esperienze. L'adulto dispone in generale di un ricco tesoro
mnemonico e di una sufficiente dipendenza interiore per poter in certo modo
integrare ed elaborare psichicamente l'abbagliante miraggio. Ma per l'organismo
infantile è estremamente importante la particolare natura tecnica dell'immagine
percepita, a prescindere dal contenuto. L'apparecchio televisivo è il solo in
grado di trasmettere la superficie morta delle cose, non ne coglie la natura
essenziale. Questo mondo di ombre magicamente evocato dalla tecnica, in
confronto alla piena realtà e alle autentiche necessità del bambino,
rappresenta - indipendentemente dal contenuto e nonostante la sua molteplicità
spesso grande e affascinante - un nutrimento deficiente e insufficiente per
l'anima, nutrimento che però agisce in profondità nell'intera costituzione del
bambino e indebolisce i processi organici.
Paralisi della volontà e
indebolimento dell'io
È
stato più volte osservato come di fronte allo schermo cinematografico e
televisivo l'attività dell'occhio si paralizzi giungendo ad una patologica
tensione e fissità dello sguardo. L'apparato visivo dell'organismo infantile,
ancora in formazione, che si estende attraverso il nervo ottico fina a
determinate zone del cervello, ne è particolarmente pregiudicato. La prolungata
paralisi di ogni impulso volitivo cosciente e non cosciente dell'organo visivo,
è anche un simbolo della paralisi generale della volontà causata- anche per gli
adulti - dalla televisione. Le conseguenze sono particolarmente fatali per
l'organismo infantile, perché un bambino vuol correre e saltare, toccare e
afferrare con le mani, trattenere il fiato per la paura o giubilare di gioia,
in altri termini vuol conoscere e vivere il mondo con tutti i sensi.
Mentre
la mamma impasta la torta, il bambino non solo la osserva e ne ascolta le
parole, ma vuol affondare le mani nella farina per fare come lei. Il lettore
provi ora ad immaginare che gli stessi avvenimenti siano presentati al bambino
sul teleschermo. Nonostante ogni perfezione tecnica e ogni eventuale
adeguamento alle capacità di comprensione del bambino, il piccolo
"consumatore" dei programmi televisivi sarebbe condannato alla
passività fin nella sua attività visiva; gli sarebbe certamente presentato,
oltre al quadro generale dell'azione, un primo piano con il viso della mamma
enormemente ingrandito, poi il contenuto della scodella e così via. Ma è
appunto l'operatore televisivo che progetta e realizza i movimenti necessari,
che sposta i punti di ripresa ecc. Egli ha ora preso in consegna l'attività del
bambino; e non serve che egli, volendo insegnare, presenti un altro bambino che
si scotta con la teglia calda. (...)
Quando
la televisione è in azione ogni settimana giorno per giorno, per anni, allora,
attraverso il ripetersi della condizione malsana, si influisce fin negli strati
più profondi. (...)
Di
fronte a ciò la dipendenza dalla natura illusoria dell'immagine televisiva
rappresenta non solo la distruzione del carattere realistico e formativo del
mondo, ma al tempo stesso un imbrigliamento autoritario. I mezzi di
comunicazione di massa tendono a coltivare anche qui la disposizione a creare
l'uomo di massa. La condizione costrittiva dello schermo getta chiaramente ogni
bambino in balia della
medesima
esperienza.
Le
ricerche di H. Heinrich
dimostrano che fin dall'infanzia esiste il pericolo della dipendenza da una
coscienza collettiva. (...)
Il
bambino nei primi periodi di apprendimento ripercorre un'educazione che si è
lentamente svolta per millenni e gli è richiesta una grande capacità di
concentrazione.
L'accelerazione
operata dalla televisione pregiudica la naturale maturazione delle capacità
latenti pregiudicandone il loro uso in età successive.
All'indebolimento
del polo creativo infantile si affianca uno sforzo del polo rappresentativo,
sforzo che sta in rapporto con le particolarità del processo che porta a farsi
delle immagini. Processo che è una speciale espressione dell'evoluzione di
coscienza dell'umanità. Nel corso dell'evoluzione il passaggio dalla scrittura ideogrammatica a quella alfabetica, mostra, ad esempio, un
ultimo e massimo processo di astrazione. Il bambino deve ora rifare, in
ripetizione abbreviata durante l'educazione, un'educazione che si è lentamente
svolta per millenni. Per seguire complicati avvenimenti nel tempo e l'intreccio
di parecchie azioni è richiesta una grande capacità di concentrazione e di
combinazione. Ricerche sperimentali portano ai seguenti risultati: "Solo a
partire dall'undicesimo anno di età vengono di regola compresi completamente
film di tipo comune, mentre bambini di età inferiore arrivano solo a una somma
di singole scene." (J. Gerhartz-Franz: Sulla
comprensione dei film da parte dei bambini, Lipsia 1955).
Nella
memoria delle maggior parte dei bambini resta pochissimo delle trasmissioni
viste. I programmi danno scarsi stimoli fecondi perché troppo veloci per
formare un connesso duraturo, e tutto rimane senza senso.
Il
bambino subisce senza dubbio uno sforzo eccessivo ad opera dello schermo,
specialmente quando guarda programmi per adulti. Film e trasmissioni televisive,
con tutte le loro raffinatezze tecniche, impongono uno speciale sforzo
all'intelletto. (...)
Dopo
il nono e decimo anno d'età, meglio verso la pubertà, dovrebbero venire sollecitate
le capacità analitiche, simboleggiatrici e le facoltà
di astrazione necessarie a interpretare i "primi piani"
cinematografici.
"Sollecitare
e attivare troppo presto le forze di analisi e di astrazione nel pensiero e nel
giudizio, può far impoverire e inaridire l'anima infantile che aleggia ancora
in un mondo di fantasia vivente". (F. Wilmar: L'azione di radio e televisione sui bambini. Zeist-Holland, 1966). (...)
L'apparente
goffaggine del disegno infantile non dipende solo da incapacità" tecnica,
ma indica soprattutto "come il bambino vede veramente il proprio
mondo". È una legge fondamentale dello sviluppo infantile che ogni
affrettata e quindi intempestiva evoluzione di facoltà latenti che dovrebbero
maturare lentamente, indebolisce e pregiudica l'uso delle medesime in un'età
successiva con la conseguente formazione di disarmonie in tutto l'organismo.
(...)
Walter
Buhler, IGIENE SOCIALE n. 1, Gruppo Medico Antroposofico Italiano
Niente voti nè tv per i figli di Berlusconi
Frequentano
un istituto "Steineriano", il metodo
prevede lettura e scrittura solo a otto anni, la televisione è proibita.
Vietata
la televisione, la competizione, l'esibizionismo. Predica un insegnamento
"dolce" basato sui ritmi naturali della crescita del bambino, non prevede
voti, non concede medaglie. È la scuola steineriana,
frequentata da Eleonora, Barbara e Luigi Berlusconi.
(...) La scuola, una delle dieci italiane (ve ne sono altre a Roma, Bologna,
Torino, Mestre e Vicenza) è una delle seicento al mondo ispirate al pensiero
del filosofo Rudolf Steiner.
(...)
"Riteniamo
- spiegano gli insegnanti - che i bambini si evolvano per cicli di sette anni.
Nella prima fase non sono ancora pronti per imparare a leggere e scrivere. Lo
sforzo potrebbe rovinare l'intero sviluppo con danni anche ingenti da grandi,
in termini di malattie del ricambio. Per questo incentrano l'insegnamento
sull'uso delle mani, dei colori, seguendo degli orari scolastici molto brevi.
Solo più avanti con l'età rispetto alla scuola tradizionale, incominciamo a
dare delle nozioni e sempre solo se il bambino lo chiede, se è pronto.
Privilegiamo l'apprendimento delle connessioni logiche dall'attività manuale.
E, quando i bambini hanno l'età giusta, lo studio dell'arte attraverso gita e
visite ai monumenti".
La
tv è proibita. O, almeno, fortemente limitata. Secondo la pedagogia steineriana, infatti, i bambini costruiscono i concetti
partendo dalle esperienze sensoriali. La tv offre solo immagini bidimensionali
e spesso prive di corrispondenza con la realtà. Questo bloccherebbe il
meccanismo di apprendimento promosso dalla scuola. Non sono ben visti neanche
registratori e stereo. Il nucleo dell'insegnamento è il racconto a viva voce
del maestro, della madre, dei familiari. E quindi niente cartoons,
e poco, pochissimo Zecchino d'oro, in cambio di disegni con colori di ogni
tipo, maglia, tessitura, e coi tempi di permanenza a scuola studiati sull'età
del singolo bambino.
Per
quanto regole e modi di insegnamento siano molto diversi da quanto prescritto
dai programmi ministeriali, i bambini delle scuole steineriane
passano senza troppi problemi sia gli esami di quinta elementare sia quelli di
terza media.
Resto
del Carlino, 20 settembre 1994
(20 - Televisione, potere e mondi artificiali)
Quel famoso
"campanello d'allarme"
I "come" e i
"perché" di tutto questo
Ma
è mai possibile - commenteranno probabilmente i nostri lettori più attenti - che
della Tv non si possa dire nulla di buono? E che sia solo una "strega
malefica"?
Per
quello che riguarda il dibattito "fata o strega", ossia Tv buona o Tv
cattiva, possiamo dire che è già stato superato. Gli esperti del linguaggio
radiotelevisivo e gli studiosi dei media sono pressoché concordi nel ritenere
inutile una discussione intesa a condannare oppure ad assolvere la televisione.
Inutile perché non consente di comprenderla più a fondo, cosa che invece è
indispensabile per potersi meglio difendere dai suoi effetti nocivi. «Via
perciò il discorso "pochi effetti" - "tanti effetti" -
afferma Mario Wolf, docente di "Tecnica del
linguaggio radiotelevisivo" al DAMS di Bologna, - dobbiamo piuttosto
capire "quali effetti", quali le capacità di influenza».
Che
questa pubblicazione sia comunque schierata su posizioni decisamente ostili
alla Tv è certamente vero, ma occorre fare attenzione quando si parla di
obiettività e di completezza di informazione. Se ci trovassimo di fronte a un
testo critico che vuol fare il cosiddetto "punto sulla situazione",
allora ci si potrebbe accusare, e a ragione, di offrire un'informazione
incompleta e tendenziosa, che ignora volutamente le tesi di chi la pensa
diversamente. Ma questo non è un testo critico, ne uno studio scientifico,
benché le fonti di cui si serve siano relativamente vaste e autorevoli, questa
è, se si vuole, una "Guida al consumo".
Sono
certamente note alla maggioranza del pubblico alcune rubriche televisive che
già da diversi anni si pongono, per così dire, "dalla parte del
consumatore". Per lo più esaminano e confrontano prodotti e servizi di
ogni tipo - dal ristorante alla cera per pavimenti - in modo da consentire al
pubblico di conoscere i pregi e i difetti di ciò che acquista. È naturale che
esse vadano soprattutto a caccia di ciò che mette in pericolo il consumatore, e
cioè che lo truffi o lo danneggi in qualche modo. È naturale perché il
consumatore vuole soprattutto essere messo in guardia, e conoscere tutto il
male che gli può derivare da scelte d'acquisto superficiali. Come conseguenza
di questa "caccia alla truffa" o al "pericolo nascosto" si
ha che seguendo una trasmissione di questo tipo siamo indotti a credere che ovunque
vi siano danni o raggiri che ci attendono. Gli ascoltatori più critici
potrebbero anche in questo caso sostenere che in realtà non è sempre così, e
che questa "caccia ai casi più eclatanti" non è obiettiva.
D'altra
parte, se venisse condotta in maniera più scientifica e completa, non
riscuoterebbe quell'attenzione del pubblico che porta
a sentir suonare nella mente un simbolico "campanello d'allarme". Ed
è proprio questo l'obiettivo sia di quelle rubriche, che di questo lavoro:
informare che ci sono dei pericoli nel guardare la televisione ogni giorno, per
ore e ore. O per lo meno che voci attendibili ci dicono di stare in guardia e
che anche il mondo scientifico è d'accordo. Certo, vi sono anche voci
altrettanto autorevoli che dicono il contrario, e ricerche che conducono a
risultati diversi, ma sta poi al consumatore decidere di informarsi un po' più
a fondo oppure no. A noi sta a cuore che suoni nella sua testa quel famoso
"campanello di allarme" ogni volta che "parcheggia" i figli
davanti alla televisione, o che si abbandoni a sua volta su una poltrona,
magari per ore, di fronte a una Tv accesa...
Nostro
servizio
TELEVISIONE
E VIOLENZA
Le
strutture di potere non ci lasciano altre alternative oltre alla violenza per
risolvere le questioni, e si servono della comunicazione, (in particolare del
mezzo televisivo) per rafforzare ed avvalorare le loro tesi. La convinzione che
l'uomo sia per sua natura cattivo e aggressivo, tipica della cultura
occidentale, è solo una eccezione alla regola.
PREMESSA
Nell'ambito
della ricerca della Pace si è soliti classificare la violenza secondo tre forme
principali.
Violenza
diretta: si manifesta nella forma estrema sulla persona attraverso atti fisici.
Violenza
strutturale: dura nel tempo ed è generata dalle strutture socio-economiche e
politiche che impediscono la piena realizzazione del soddisfacimento dei
bisogni umani fondamentali.
Violenza
culturale: più sottile, dura ancora più nel tempo (in certi casi assume
caratteristica di permanenza nella storia) ed è il processo attraverso il quale
si giustificano le altre due forme di violenza.
PARADOSSI DELL'INFORMAZIONE
Non
siamo in grado di elaborare e controllare pienamente l'informazione che
riceviamo, il mezzo televisivo in particolare produce un flusso di informazioni
che producono perdita di memoria, spaesamento,
mancanza di sé.
L'informazione
non è particolarmente significativa per prendere decisioni a proposito dei
grandi problemi globali (guerra, fame, sviluppo, ambiente).
RAPPORTO FRA VIOLENZA CULTURALE
E VIOLENZA DIRETTA in ambito macro, meso e micro.
Ambito macro e le guerre.
Durante
le guerra del Vietnam, ad esempio, i giornalisti di quotidiani e televisivi
sostengono (o almeno alcuni di loro dicono) di avere avuto un ruolo
fondamentale nella delegittimazione di quella guerra che, come nell'89 durante
la guerra in Afganistan per la Russia, ha avuto un
alto costo di vite americane da non poter essere più accettabile. Su piazza Tien An Men,
Pechino 1989, erano puntati gli occhi del mondo. Qualcuno fa notare che
probabilmente è merito indiretto di questi studenti, che miravano ad altri
obiettivi, se la transizione nell'Europa centro-orientale accaduta nello stesso
anno sia avvenuta quasi senza sparare un solo colpo di fucile. Gorbaciov, di ritorno dalla Cina, disse che non ci sarebbe
stata un'altra piazza Tien An
Men in Europa. Il nesso più evidente di questo
sviluppo pacifico, amplificato attraverso la televisione, sono state queste
lotte non violente che, secondo alcuni sono il risultato di ciò che le televisioni
tedesche facevano vedere ai loro concittadini all'inizio degli anni ‘80. È
stata una sorte di educazione collettiva alle lotte pacifiche dei movimenti per
la Pace in Occidente: le grandi catene umane di 150 Km a Colonia, ripetute nei
paesi baltici nel 1989 con 1.000.000 di persone per 500 Km, paesi dove non era
possibile manifestare pubblicamente.
Le
guerre vengono rappresentate in televisione come evento, e non come contesto
storico.
La
guerra del Golfo nasce improvvisamente il 2 agosto 1990, senza che nessuno si
chieda perché Saddam Hussein
decida di invadere il Kuwait. Qui è avvenuta una vera guerra
"virtuale" in cui è stata applicata su scala mondiale la strategia
delle manipolazioni delle notizie. I giornalisti potevano accedere alle notizie
solo a determinate condizioni e non sul posto (eccezione, in qualche misura,
della CNN) e trasmettevano tutti le stesse notizie rilasciate dalle forze di
liberazione durante i "briefing".
Chi
ha ricevuto queste informazioni è stato soggiogato, mesi finali della guerra,
dalle immagini spettacolari "costruite" ad arte. Viene costruito un
processo di giustificazione della guerra che tende a mettere in evidenza che
non ci sono alternative.
Ex
Jugoslavia, il ministro degli interni sloveno è stato abilissimo nel far
credere che Lubljana stava per essere bombardata,
tutte le tv del mondo hanno parlato di un bombardamento che in realtà non c'è
stato. Sarajevo è stata al centro dell'attenzione solo come selezione
arbitraria delle notizie, mentre altre situazioni venivano ad assumere un
significato secondario.
Kossovo: nessuno ha sentito parlare della lotta
non violenta in questa regione. In questo caso l'evento non è negativo e quindi
non merita notizia.
Ambito meso
(la mafia in Italia) e l'immaginario violento.
Il
tipo di messaggio veicolato è quello che per combattere le diverse forme di
violenza interna note col nome di mafia non ci sia altra alternativa se non
quelle delle strutture militari interne dello stato: forze di polizia e
carabinieri.
L'informazione
dominante su questi temi è di stampo prevalentemente statunitense (più dell'85%
delle informazioni veicolate nel mondo proviene da quattro agenzie occidentali,
e predomina la componente americana) e l'immaginario collettivo è presente
soprattutto nei film di stampo americano dove ci sono buoni e cattivi, dove
l'unico modo di combatterli è con i Rambo positivi
della "Piovra" che difendono i cittadini.
Convinzione
comune nella cultura occidentale è che l'uomo sia per sua natura aggressivo e
cattivo, e che quindi debba essere controllato da una autorità centrale, mentre
è una eccezione alla regola.
Ambito micro,
ovvero i cittadini esposti alla violenza.
L'immaginario
collettivo proposto, che in gran parte è stato costruito, accentua in modo
pesante la dimensione della violenza nei film. Fortunatamente la realtà sociale
non è mai così negativa come viene presentata. C'è la questione della violenza
nei telegiornali, ed il dilemma è fra diritto di cronaca e tutela delle fascie più deboli.
I
telegiornali sono costruiti come un flusso di eventi che tendono a cancellarsi
gli uni con gli altri. Le inchieste su situazioni drammatiche sovente possono
esporre le fascie più deboli a fenomeni di
suggestione.
I
"cartoons" insegnano che c'è sempre un
vincitore ed un perdente, ed il vincitore deve essere il più forte.
Insegnano
una particolare modalità di affrontare il conflitto, tipica della cultura
occidentale, ma che sicuramente non è l'unico modo di affrontare il conflitto,
né l'unico modo con cui altre culture concepiscono il conflitto. L'informazione
gridata è un atteggiamento che di per sé suscita, o tenta di indurre, un
innalzamento del livello di aggressività.
Gli
spot e certi spettacoli veicolano atteggiamenti ed una sorta di estetica del
brutto, della stupidità, della volgarità, agiscono sul versante della violenza
strutturale.
EFFETTI PRINCIPALI
DELL'ESPOSIZIONE ALLA VIOLENZA.
1)
Non ci sono alternative.
2)
Gli eventi sono senza approccio storico.
3)
Non sono dei processi.
4)
Perdita della memoria. Fondamentale è la dimensione storica, senza la quale non
si capisce quasi nulla di quello che succede al mondo dal punto di vista dei
conflitti armati e più in generale dal punto di vista dei processi in atto.
5)
Costruzione di stereotipi (come il nemico Saddam Hussein).
6)
Superficialità e parzialità di analisi. Il più delle volte vengono chiamati
analisti di parte che devono creare consenso e se c'è qualcuno che non è di
parte, non deve essere messo in condizioni di esprimere in maniera esauriente
le proprie opinioni. La modalità argomentativa
richiede risposte di tipo spot e non delle analisi argomentate.
7)
Ottundimento, trance, ipnotizzazione.
8)
Amplificazione del negativo. Ci sono molti fattori che contribuiscono a
trasformare un evento in notizia:
se
si riferisce a nazioni di elite;
se
si riferisce a persone della elite;
si
reputa che gli eventi visti come azioni di individui abbiano maggior interesse;
negatività,
le cattive notizie sono buone notizie; raramente si costruisce la notizia con
un evento positivo. Su queste modalità con cui un evento si trasforma in
notizia c'è un certo accordo consolidato.
9)
Attenzione per un evento effimero.
10)
Sottoinformazione dei movimenti, in particolare dei movimenti per la pace.
RAPPORTO TRA VIOLENZA
STRUTTURALE E VIOLENZA CULTURALE.
Lo
stereotipo sulle altre culture si costruisce attraverso una loro immagine
negativa. Ci congratuliamo con noi stessi per vivere in un mondo dove non ci
sono gli orrori di un mondo periferico al nostro. Raramente viene descritto il
modo di vita alternativo, sovente più armonico di quanto possiamo aspettarci,
presente tutt'oggi in molte culture altre. Questo
consolida la superiorità della cultura occidentale e si traduce in una forma di
imperialismo culturale.
Altro
tipo di violenza culturale e strutturale è quella della pubblicità commerciale
che veicola un modello basato sull'iperconsumo in
maniera del tutto acritico.
Ispirato
a: Nanni Salio, docente all’Università di Torino,
estratto dalla relazione al convegno "Liberare la televisione o liberarsi
dalla televisione?"
Cesena,
16 marzo 1996
Televisione:
molto potere o poco potere?
Si
discute molto, con esiti differenti, del potere che la Tv avrebbe sulla società
in generale e sulle influenze che esercita nei confronti della coscienza
individuale. Senza entrare in merito a questioni complesse, il fatto stesso che
se ne parli tanto è già manifestazione di un grande potere: il potere di far
parlare di sé. Non è poco (anche se si tratta di un circolo vizioso) in una
società dominata dai media, dove solo ciò di cui tutti parlano sembra essere
importante.
Comparire in Tv significa
essere qualcuno, vivere da protagonisti. Il "potere" della notorietà
che essa elargisce è immenso.
Vi
sono sempre più programmi che potremmo definire "aperti al pubblico",
a cui cioè non partecipano solo i divi dello spettacolo e i personaggi di
elite, ma anche le persone comuni. Chiunque, purché inquadrato da una
telecamera, può esporvi le proprie opinioni, per quanto ovvie o insignificanti.
Non
sorprende, allora, che la gente desideri partecipare a questi programmi e sia
disposta a raccontare qualunque sciocchezza pur di compare in TV. Non sorprende
perché sappiamo benissimo che quello è il solo modo per uscire dall'anonimato,
per essere qualcuno. L'attimo di apparizione può anche essere brevissimo, ma
già è sufficiente per rendere protagonisti.
Questo
potere che la televisione dispensa ai suoi eletti ha però anche un altro
effetto: se ciò che compare in Tv è in qualche modo importante, ciò che non vi
compare non lo è. Chi ci parla dalla televisione merita di essere ascoltato,
perché, anche se sbaglia, ha qualcosa da dire; chi ci parla standoci al fianco
non merita, a volte, altrettanta attenzione...
Ispirato
a: Milly Buonanno: "L'effetto don Chisciotte", in: Quali
poteri la TV? , J. Jacobelli, Laterza,
1990; pag. 19-24
La televisione è la voce
della verità
C'è
una frase "magica" che esprime un certo tipo di atteggiamento da
parte del pubblico nei confronti dei discorsi televisivi: «l'ha detto la
televisione!». Dietro questa affermazione che chiama la Tv a testimone
infallibile di fatti e opinioni, si nasconde l'identificazione di essa con la
verità di ciò che trasmette. Tale equivalenza fra televisione e verità,
ingenuamente posta da alcuni settori di pubblico, dà, quindi, ragione a chi
sostiene che la TV abbia un forte potere di influenza sulle masse, e che tale
potere sia da considerare con preoccupazione.
È
anche vero, però, che concetti di questo tipo non vanno semplificati troppo.
Stabilire con esattezza il modo in cui la televisione influenza un individuo, e
quali azioni o pensieri gli detta, che altrimenti egli non avrebbe, è, infatti,
impossibile. Ci sono molti fattori che influiscono sulle scelte personali,
sulle abitudini e sulle idee di ciascuno di noi, a cui si aggiunge, certamente,
anche la televisione, ma non solo essa. Ogni singolo caso, quindi, é, per chi
lo osserva "scientificamente", diverso da tutti gli altri e non
riconducibile a un unico modello.
Cade
allora l'idea iniziale, secondo cui la televisione é un mezzo dotato di
un'influenza enorme sulle masse?
Ovviamente
no. Il discorso é soltanto più sottile.
Il
pubblico odierno, infatti, benché "intontito" dalle parecchie ore che
trascorre davanti al video, non é poi così sprovveduto da dare tutto ciò che
sente per scontato; ma non è neanche in grado di comprendere a fondo la natura
del messaggio che riceve. Si faccia attenzione poiché il concetto può apparire
difficile, ma é di estrema importanza: non é la verità della notizia o dell'evento
televisivo che é in discussione, ma la verità del mezzo che la trasmette.
In
parole più semplici, ciò che si impone come realtà ai nostri occhi non é più
questa o quella cosa che la televisione ci dice, ma il modo in cui lo dice, e
cioè l'immagine.
L'immagine
televisiva, per così dire, si impone con tale violenza ai nostri occhi da
sostituire la realtà e divenire essa stessa "realtà" a tutti gli
effetti.
Il
potere di un forte consumo di televisione é allora quello di costruire una
sorta di "mondo fantasma", un universo artificiale che,
trasformandoci in puri spettatori, assorbe tutte le nostre energie e le nostre
facoltà. Un universo nel quale le immagini sono tutto, e in cui ogni altra cosa
sbiadisce e perde di significato.
Ispirato
a Gianfranco Bettetini: "Meno potere, più autorità";
in: Quali poteri la TV? pag. 13-18