Associazione per la protezione della salute

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SOMMARIO

1-3                   Pubblicità, spot

3-6                   Violenza

6-9                   Videodipendenza

9-11                  Computer, videogiochi e internet

12                     Origini di televisione e computer, auditel

13-16                Salute

16-18                Tv, educazione e cultura

18-19                Disgregazione familiare

20-24               Televisione, potere e mondi artificiali

24-28               Mondi artificiali

28-29               Lettere dei consumatori

29                    Il punto di vista spirituale filosofico

30-31               Disintossicazione, come difendersi dalla tv

32                    Tv di qualità, proposte

33-34               Alternative alla televisione (esperienze didattiche, proposte)

35                    Opinioni a confronto

36                    Bibliografia, indirizzi utili

 

 

 

(1 - Pubblicità, spot)

Bambini indifesi di fronte agli spot

Ι bambini vedono da 15.000 a 20.000 spot pubblicitari all'anno.

Sono esposti, pertanto, a messaggi che creano in loro bisogni superflui

e producono frustrazioni e conflitti con i genitori.

 

 

In tutto l'occidente la televisione è il mezzo di comunicazione preferito dai bambini. Già a due anni molti sono in grado di accendere lo schermo e di saltare da un canale all'altro con il telecomando. (...)

È dunque attraverso il video che i bambini ricevono il maggior numero di messaggi pubblicitari e dai loro comportamenti, così come dalle risposte che forniscono alle domande rivoltegli, si ha la sensazione che la pubblicità non sia affatto una realtà marginale ma che, al contrario, essa entri con forza nel loro immaginario, colpisca la loro fantasia e, al di là dei prodotti reclamizzati, vada a influire sulla loro visione del mondo. (...)

La memorizzazione degli spot è facilitata sia perché mostrano una realtà sociale ed emotiva semplificata, sia perché vengono ripetuti più volte nell'arco della giornata.

La ripetizione è una dimensione fondamentale della pubblicità televisiva, che trasforma gli spot in una sorta di rituale. Anche la favola che viene raccontata dal genitore ο dal nonno ha questa caratteristica.(...)

Ι bambini vedrebbero da 15.000 a 20.000 spot pubblicitari all'anno. Sarebbero così esposti massicciamente a messaggi che forniscono un'immagine semplificata della realtà, che spingono all'acquisto in modi non razionali, che danno una visione materialistica dell'esistenza e che creano dei bisogni supplementari che spesso si risolvono in frustrazione, insoddisfazione e conflitti con i genitori.

 

Ferraris- Grani:

Un mondo di spot,

Psicologia contemporanea, n. 121, 1994 pag. 28 - 34

 

Perché tanta violenza?

Perché la TV, che agli inizi conteneva relativamente poca violenza, è divenuta quell'insieme di crimini e violenze che è ora?

Servizio a pag. 5

 

La televisione non e rilassante

Nella nostra civiltà la persona cronicamente esaurita e quella

che se ne sta seduta tutto il giorno ο fa cose ripetitive.

La stessa cosa accade a chi guarda la TV

 

È possibile che le nostre menti siano stanche non per superlavoro, ma per scarso impiego.

Se vi é mai capitato di fare con regolarità esercizi fisici, saprete che come risultato si ha non spossatezza ma stimolazione. Più se ne fanno, più si desidera farne e più se ne possono fare.

Soltanto dopo uno sforzo straordinariamente lungo ci si sente esauriti e si ha bisogno di riposo ed il rilassamento è dolce.

Nella nostra civiltà la persona cronicamente esaurita è quella che se ne sta seduta tutto il giorno ο quella il cui lavoro fisico è legato a schemi fissi: catena di montaggio, servizio di cassa, servizio ai tavoli. La stessa cosa accade alle nostre menti. Costrette ad un solo processo mentale, si stancano perché vengono usate al di sotto delle loro possibilità e in modo ripetitivo. (...)

Ε così è con la televisione.

 

 

Quando la state guardando la vostra mente non é tranquilla, né calma, né vuota (...). È occupata. Nessun rinnovamento può venire da questa condizione; per rinvigorirsi la mente dovrebbe riposare e, dopo aver riposato, dovrebbe cercare nuove specie di stimoli, nuovi esercizi.

La televisione soffoca la nostra capacità di pensare, ma non conduce alla libertà della mente, al rilassamento o al rinnovamento. Produce invece un maggiore esaurimento mentale. È possibile che ci si liberi per un po' di tempo dai precedenti pensieri, ma la televisione non si spinge oltre questo punto. La mente non é mai vuota, la mente è riempita. G..)

In questo modo la televisione permette che continuino quei processi mentali incanalati da cui cerchiamo di liberarci. Dopo aver guardato la televisione sentiamo che la nostra mente é stanca quanto prima. Nessuna scoperta o creazione può risultarne, soltanto sonno, se si é fortunati, come dopo l'assunzione di alcool o di valium.

 

J. Mander: Quattro argomenti per eliminare la televisione, (Dedalo).

 

 

 

Uccisa "per gioco"... Proprio

come in un cartone animato

La morte di una bambina di tre anni, provocata da tre compagni

di giochi che imitavano gli eroi di un disegno animato, ha sconvolto

l'opinione pubblica della Scandinavia.

Una serie di telefilms per bambini dai contenuti molto violenti e stata sospesa.

 

La tragica fine della piccola Silje Redegaard ha sconvolto l'intera Scandinavia e migliaia di genitori si sono rivolti ai mass media per far sospendere le trasmissioni dei telefilm più violenti. In Norvegia, Svezia e Danimarca è stata sospesa la serie di fanta-telefilm Power Rangers. (...)

Genitori angosciati hanno confessato che i loro figli non fanno altro che registrare gli episodi e rivederli per imparare a sferrare calci e pugni come i cinque Rangers. (...)

Intanto nel mirino dell'opinione pubblica sono entrati anche alcuni cartoni animati violenti. Infatti il più piccolo dei tre mini-killer (ha 5 anni, uno in meno dei suoi complici) ha confessato che, poco prima di uscire a giocare, avevano guardato un episodio del cartone animato Ninja Turtles, trasmesso anche in Italia. (...)

Michael Bergman, consigliere dell'organizzazione svedese Bris che tutela i diritti dei bambini, dice al riguardo: «I bambini si fanno un'opinione sbagliata della violenza quando vedono che Darkwing Duck (sorta di paperino-batman, protagonista di una serie di disegni animati, ndr.) viene scagliato contro un muro e si rialza incolume». (...)

Rimane, intanto, l'orrore per questa assurda e tremenda vicenda che ha avuto per protagonisti tre bambini in vena di imitare innocentemente, seppure con un eccesso prolungato di violenza, gli eroi dei cartoni animati e dei telefilm di avventure, e per vittima una bambina che ha creduto di dover stare al "gioco" e che troppo tardi si è resa conto che i suoi tormentatori stavano esagerando.

 

Corriere della Sera, 19 ott. 1994

 

 

 

 

 

 

Noi spettatori siamo venduti

dalle televisioni alle aziende

L'analisi di Jerry Mander a pag. 2

 

Figli videodiρendenti:

come recuperarli al gioco creativo

Molti genitori si lamentano perché i figli guardano troppo la TV Il tempo sottratto non solo allo studio, ma anche al gioco tradizionale, e notevole. Strapparli allo schermo e convincerli a ridurre le ore di televisione non è facile. Tanto più che, nella maggior parte dei casi, abituati fin da piccoli a guardarla, per tenerli tranquilli e non essere disturbati. Ecco quello che si può fare...

 

Supponete che la TV non esista. Cosa pensate che farebbero i vostri bambini, nel tempo che ora trascorrono a guardare la TV? (...)

È molto bello parlare del tempo libero e lanciare appelli ai genitori affinché spengano il televisore. Ι genitori sono d'accordo: solo che è molto difficile, per loro, mantenere la decisione presa di limitare la quantità di TV che guardano i loro figli. È quanto avviene nel tempo libero a rendere difficili le cose. La situazione cui i genitori moderni si trovano di fronte quando spengono il televisore è delle più scoraggianti. (...) Ι bambini rifiutano le belle attività creative con le quali colmare il vuoto della giornata, obbligando i genitori ο a farli divertire ο a capitolare e lasciarli guardare la TV (...)

 

In conclusione: che fare?

 

La domanda, in realtà, ha una risposta più semplice di quello che potrebbe sembrare a prima vista. Che un bambino il quale trascorre diverse ore giornaliere guardando la TV possa accettare, improvvisamente, di svolgere altre attività in quegli stessi momenti, è difficile in effetti, ma solo perché non ha a disposizione cose altrettanto interessanti. Non sarà dunque con giocattoli perfetti, che fanno tutto da soli, come la locomotiva meccanica di cui si è detto, che il bambino si divertirà a giocare. Imparare a giocare non è una cosa automatica e uguale per tutti. Chi si abitua a "farsi divertire" da giochi che non richiedono particolari sforzi di fantasia, o dalla televisione, avrà poi difficoltà ad inventare da sé il proprio divertimento. Il ruolo del genitore in questo caso è decisivo. Non gli si chiede di giocare ininterrottamente, per ore e ore, con il proprio bambino, poiché, oltre che stressante, la cosa sarebbe anche inutile. Come abbiamo visto, l'intervento dell'adulto è necessario per appassionare il bambino, per stimolare la sua fantasia. Una volta che egli è entrato nel gioco (purché il gioco sia attivo e creativo, come ritagliare forme di carta, disegnare e colorare, fingere situazioni della vita reale, ecc...) potrà continuarlo da solo in un secondo momento. Se l'adulto mostra interesse e partecipazione, il bambino si appassionerà più facilmente al gioco, che può benissimo essere dei più antichi e semplici, ma non per questo meno efficace. Una scatola di vecchi colori ha più potere, alle volte, di un gioco perfetto.

E il solo gioco insuperabile rimane sempre, alla fine, la fantasia umana...

 

A. F.

 

 

 

 

Anche la televisione inquina

Siamo abituati ad associare al termine "inquinamento" quello di sporcizia ο rifiuto. In realtà anche le onde prodotte dagli elettrodomestici e dalla televisione possono danneggiare l'organismo.

Servizio a pag. 13

 

Come zittire la televisione

Proposte per dare sostegno ad esperienze che possano far scoprire ai bambini alcuni strumenti utili per la loro necessità di "esplorare"

 

Alcune proposte a pag. 33-34

 

 

 

 

TV e disgregazione familiare

Che ne è stato dei rituali familiari? Ι riti dell'ora di pranzo, della buona notte, del ritrovo serale? Quanti di questi momenti significativi sono sopravvissuti all'avvento della TV?

 

Che ne è stato dei rituali familiari, di quegli avvenimenti regolari, fissi, ricorrenti, che davano ai membri di una famiglia il senso di appartenere a essa, e non di vivervi solo per comodo? Che ne è stato di quelle piccole cose che cementavano la famiglia, molto più di qualsiasi comodità materiale?

Una donna americana ricorda così la sua infanzia, che coincise con la grande diffusione del televisore:

Da bambina avevo intorno centinaia di parenti; entrambi i miei genitori provenivano da famiglie relativamente grandi. Mio padre aveva nove fratelli e sorelle, e così a ogni vacanza c'era una grande calata di zie, zii, cugini. Mi ricordo che era meraviglioso. Tutti questi cugini che venivano, e tutti giocavano ed alla fine, dopo il pranzo, le donne si mettevano sul davanti della casa, a bere il caffè e a parlare, e gli uomini si mettevano sul retro, a bere e a fumare; i bambini erano dappertutto, a giocare a nascondino.

(…)

E poi improvvisa niente, un anno, ricordo di essermi resa conto di come tutto fosse cambiato. Ι bambini non giocavano più a Monopoli ο alla caccia al tesoro e agli altri giochi che faceva sempre assieme.

 

Era perché avevamo un televisore, che era stato acceso per una partita di calcio. Tutto quello stare insieme che c'era stato prima era sparito.

 

Ora ognuno sedeva davanti al televisore in un giorno di festa di famiglia! Ricordo che fui sbalordita da quanto era terribile. Per qualche ragione, ora era la TV a piacere loro di più.

 

Mai la vita familiare era stata ridotta a una tale piattezza

 

Via via che i membri della famiglia trascorrono una fetta sempre più grande del loro tempo in comune unicamente a guardare la TV, quei riti e quei passatempi che una volta davano alla vita familiare la sua particolare caratteristica, sono divenuti sempre più rari. Dai tempi preistorici, nei quali le famiglie che vivevano nelle grotte cacciavano, si riunivano, mangiavano e dormivano, con poco tempo rimanente a disposizione, mai la vita della famiglia era stata ridotta a una tale piattezza. (...)

Ancora più grave per i rapporti familiari, è l'eliminazione delle occasioni per parlare e, forse più importante, per discutere, al limite per lamentarsi tra genitori e figli e tra fratelli e sorelle.

 

Le famiglie si servono spesso della TV per evitare di affrontare i propri problemi.

 

Le famiglie utilizzano frequentemente la TV per evitare di affrontare i propri problemi, i quali, però, se sono ignorati, non spariscono, ma sono solo rimandati, e divengono sempre più difficili da risolvere col passare del tempo.

Racconta una madre:

Con i tre bambini che ho, quando si azzuffano, mi viene una forte voglia di accendere la TV. Devo veramente lottare per non farlo, perché capisco che ciò significa dire loro che questa è la sola soluzione alle loro liti, ma la tentazione è così forte che spesso vi cedo.

 

Uno psicologo ci parla dell'uso della TV come meccanismo di difesa:

 

In una famiglia che conosco, il padre rincasa dal lavoro ed accende immediatamente il televisore. I bambini arrivano e si mettono a guardarlo con lui, mentre la moglie serve loro il pasto davanti alla TV. Poi lui va a fare una doccia, o fa dei lavoretti alla macchina o cose del genere. Poi è il turno di lei a consumare la propria cena davanti al televisore. Tutto ciò mostra i sintomi di un problema dalle radici profonde. Farebbe bene a tutti loro se "buttassero via il televisore". Senza di esso sarebbe molto più facile lavorare a quello che i sintomi vogliono realmente dire. La TV non fa altro che aiutarli a evitarsi reciprocamente. Capirebbero molto più rapidamente cosa non va tra loro, se non potessero "nascondersi" dietro al televisore;. Le cose non andrebbero necessariamente meglio, naturalmente, ma almeno non sarebbero così anestetizzati. (...)

 

La perdita del senso della famiglia è un fenomeno relativamente recente. Non si può dire, in assoluto, "la colpa è della televisione"; benché essa aggravi un disagio già preoccupante...

 

Forse è vero che ci si rivolge alla TV per celare il proprio vuoto spirituale, il proprio modo di vita vuoto ed insulso, la terra bruciata fatta di materialismo. Ma è proprio la Tv ad anestetizzare la famiglia ed a farle accettare il suo miserevole stato, ad impedirle di lottare per migliorare le proprie condizioni, e a ritrovare in parte le ricchezze che una volta possedeva. (...)

Per i genitori contemporanei, l'amore reciproco è arrivato a significare sempre di più solo soddisfacenti rapporti sessuali, come testimoniano la proliferazione dei manuali sul sesso e di terapisti del sesso. Le occasioni di manifestare altre forme d'amore attraverso l'aiuto reciproco, la comprensione, le cose materiali, e persino, per usare un termine impopolare, il servirsi reciproco, sono sempre meno numerose, via via che madri e padri ricercano sempre più delle forme d'indipendenza al di fuori della famiglia.

Per quanto riguarda l'amore dei bambini, esso viene espresso sempre di più attraverso le comodità materiali, i divertimenti, l'educazione impartita. I genitori mostrano tutto il loro amore per i bambini mandandoli a buone scuole o università, dando loro buon vitto e buoni dottori, comprando loro giocattoli, libri, giochi, nonché un televisore tutto per loro. (...)

Ma questo è amore indiretto, raramente compreso dai bambini. le forme d'amore più dirette richiedono tempo e pazienza, tempo continuo effettivamente passato col bambino, leggendo per lui, giocando, scherzando e lavorando con lui. Ma anche se oggi un genitore fosse ben disposto a dimostrare un tale genere di amore diretto al bambino, le occasioni per farlo gli mancherebbero. Con tutta la scuola, gli sports, le lezioni di musica e, naturalmente, gli inevitabili programmi televisivi, in una giornata rimane appena il tempo per il bacino della buona notte.

 

M. Winn: La droga televisiva

 

 

 

 

 

 

La televisione vende i telespettatori alla pubblicità.

 

Fin dal principio si sviluppò una simbiosi fra pubblicità e televisione: la pubblicità finanziava la TV mentre questa costituiva il più grande sistema di distribuzione di spot mai esistito.

 

 

La TV fonda una nuova comunità elettronica; durante certi avvenimenti trasmessi fonde tutte le menti assieme, cosa che prima si credeva potesse avvenire solo nel campo della mistica. Privi di una esperienza diretta delle cose, vivendo in ambienti artificiali, non sappiamo più cosa sia vero e cosa no; sappiamo ciò che gli altri ci dicono con la TV. (...)

Man mano che le tecnologie si sviluppano si sviluppa anche potere e influenza, ma si riduce il numero delle persone che le controllano. La televisione è dominata da un gruppo di poteri associati; è usata per ricreare gli esseri umani in una nuova forma che corrisponda agli ambienti artificiali, commerciali.(...)

Spingendo la gente a concentrare la propria attenzione su eventi ben al di fuori della propria esistenza, la TV induce inerzia, scoraggia l'autocoscienza e la capacità di tenere testa personalmente. La TV incoraggia la separazione: le persone dalla comunità, le persone l'una dalle altre, le persona da se stesse. Crea poi, con la pubblicità, un maggior numero di acquirenti isolati, scoraggiando l'opposizione organizzata. Accelera la trasformazione di ogni cosa in forme artificiali. Negli Stati Uniti fin dal principio fra TV e pubblicità si sviluppò un rapporto simbiotico: la pubblicità finanziava l'espansione della TV, mentre costituiva il più grande sistema di distribuzione e di diffusione per la pubblicità che fosse mai esistito.(...)

Guardando la TV il ritmo del polso tende a livellarsi, i segnali delle onde cerebrali assumono un ritmo uniforme e costante, i processi del pensiero si oscurano. Non c'è nessuna attività del corpo e gli occhi sono meno attivi che in qualsiasi altro momento. (...)

Nell'esperienza televisiva il corpo vibra assieme con il pulsare dell'apparecchio e la mente si abbandona, aprendosi a qualsiasi immagine le venga offerta. (...)

È stato dimostrato che il lobo sinistro del cervello sospende la partecipazione guardando la TV e smette di elaborare l'informazione, la visione si ha "a livello conscio di sonnambulismo". La parte destra del cervello (che di solito manipola processi come le immagini oniriche, fantasia, intuizione) continua a ricevere le immagini TV, ma non viene sottoposta a riflessione. È come un insegnamento nel sonno. (...)

Quanto più le persone guardano la TV, tanto più la loro visione del mondo si accorda con la realtà televisiva. Alcune informazioni possono essere trasmesse completamente, altre parzialmente, altre per nulla. Le persone che controllano la TV, uomini d'affari, operano obbedendo rigorosamente alla logica del budget e del profitto, oltre a portarsi dietro le proprie tendenze politiche e sociali e la propria sensibilità. Insomma qualcuno ha scelto per noi che cosa farci sperimentare e noi abbiamo rinunciato alla consapevolezza, alle informazioni e alle esperienze che vengono da altri campi. (...)

Qualche volta in certi programmi (USA) non c'è nulla di vero in quello che la TV riporta. Nel ‘76 il Daily News di Chicago riferì che agenti della CIA dislocati in posti del mondo in cui non c'erano giornalisti, avevano fornito storie completamente inventate, su guerriglie ecc., a giornali e stazioni televisive. Era fatto per alterare informazioni, e poi prendere decisioni politiche, alterare il corso politico mondiale. La gente non ha modo di sapere che cosa sia vero e cosa non lo sia. (...)

Spesso la gente dice di provare noia guardando la TV, ma nello stesso tempo attrazione; si sente incatenata. Può essere perché i produttori televisivi creano la finzione che stia accadendo qualcosa di insolito, impegnando così l'attenzione, scegliendo contenuti al di fuori della vita normale e per ciò giudicabili insoliti. (...)

La TV dipende dai trucchi tecnici per tenere vivo il nostro interesse. Il flusso delle immagini è interrotto 8 o 10 volte ogni minuto o più. Questi salti oltre a legare l'attenzione al video producono iperattività nei bambini e comunque provocano tensione.

In uno short pubblicitario di 30 secondi ci sono di solito 10 o 15 interventi di carattere tecnico. Le agenzie pubblicitarie spendono somme stupefacenti per conseguire i loro successi tecnici.

Se la pubblicità non riuscisse a funzionare in TV, allora i pubblicitari cesserebbero di finanziare i programmi.

La pubblicità è lo scopo, l'essenza; il programma è l'involucro, soltanto un pretesto per indurre a guardare la pubblicità. (...)

Quanto alla conversazione in Tv, essa non si adegua quasi mai al ritmo della vita reale, ma l'obiettivo rimane una risata o una contesa, o un'offesa o uno shock e dunque il contenuto è di solito scelto per il suo effetto. I cameramen vanno a caccia dei momenti più saturi d'azione e poi i registi nel montaggio concentrano ulteriormente l'azione. Il notiziario TV poi tende ad accrescere ancora l'eccitazione. (...)

La maggior parte della gente pensa a riformare l'uso della TV, ma in realtà essa non è riformabile. Nessuna nuova era di benintenzionati funzionari televisivi potrà cambiare ciò che la TV fa alla gente; i suoi effetti sul corpo e sulla mente sono inseparabili dal fatto che la si guardi.

 

Jerry Mander

"Quattro argomenti per eliminare la televisione"

Sintesi a cura di Adriana Basilisco

 

 

 

 

I BAMBINI E LA TV:

un po' di statistiche

 

Sempre più minispettatori

 

1994     77,8 %

1995     80,7 %

(Fonte: Centrale Media Medianapolis)

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I bambini e la televisione

(in Italia, aprile ‘95)

 

Età                               4 - 7 anni          4 -14 anni

Popolazione                  2.431.000         7.113.000

Ascolto medio

nelle 24 ore                     271.000            792.000

Punta massima

20,30 - 22,30                  778.000        2.592.000

Pomeriggio:

12 - 14                             399.000        1.071.000

15 - 17                             380.000        1.033.000

18 - 19                             438.000        1.273.000

(Fonte datiAuditel)

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A tutto cartoon

(1 marzo – 17 giugno 1995)

Età                   4 -14 anni

  TV                    programma                 audience

Canale 5           Bim bum bam                1.303.000

Rai 1                 Solletico                      1.178.000

Rai 2                Ecco Pippo!                   1.112.000

Canale 5           Holly e Benji                 1.047.000

Italia 1             Gemelli nel                     994.000

segno del destino

(Fonte Auditel – Marketing R.T.I.)

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Tempo medio passato dai bambini davanti al teleschermo 2h 32'

(Fonte M&CS su datiAuditel ‘94)

 

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Piccoli schermi: chi vince

Fininvest             66 %

Rai                      34 %

(Fonte Rai - dati 1994)

 

 

 

 

 

SCUOLA VECCHIA, SPOT NUOVI

 

"Perchè dovremmo consumare Yomo?" chiede il libro di testo ai bambini di prima elementare. E spiega :"È fatto di frutta naturale". Nella scuola da privatizzare, già si fa spazio ai consigli per gli acquisti.

 

 

L'alluvione della pubblicità invade anche i libri di scuola. Anche quest'anno vengono segnalati nuovi casi di innaturale presenza di spot nei testi scolastici. Coinvolta è la Le Monnier, titolata casa editrice del settore scolastico, con uno dei suoi testi più adottati nelle scuole medie inferiori "Introduzione alle Scienze".

A pagina cinquanta di un librettino allegato dal titolo "Quaderno di educazione alimentare" una scheda è interamente dedicata allo yogurt: ne ricostruisce le origini, ne descrive benefici.

Peccato che metà di questa pagina sia riempita della pubblicità della Parmalat che reclamizza il suo "KYR". E ancora, a pagina sessanta è la volta del dolcificante "Tac", consigliato soprattutto alle ragazze di dodici, tredici anni che ancora non abbiano imparato a soffrire con i problemi della dieta.(...) Il tutto senza indicazione che si tratta di pubblicità.

L'anno scorso l'Adiconsum, ass. dei consumatori della Cisl, ha denunciato la presenza di spot su un testo per i bambini delle scuole elementari, "Prima Officina". Tra le pagine del libro, seminascosti in schede cosiddette di formazione linguistica, si incontrano i nomi di vari prodotti: Yomo, Tartarughe Ninja, piselli Primavera, pattini Giocaroll, Coca Cola, Kinder. Il ricorso presentato dall'Adiconsum presso l'autorità garante della concorrenza e del mercato è stato bocciato nel maggio scorso con la motivazione che l'intento degli autori è palesemente didattico. (...)

Il problema è che non si tratta affatto di corsi di educazione alla pubblicità (che sarebbero i benvenuti), bensì di spot in piena regola, per giunta senza trasparenza sul fatto che si tratta di spazi pubblicitari.

 

R. Cavagnaro, Avvenimenti, 20 settembre 1995.

 

 

 

 

Al mattino sono 440.000 i bambini piazzati davanti al video.

Tv, dalle 7 alle 9 la prima dose

 

 

Secondo l'elaborazione dei dati Auditel sono soprattutto maschi dagli 8 ai 14 anni i piccoli fans del mattino. Se Raiuno e Canale 5 si contendono il pomeriggio dei bambini, la sfida del mattino è invece fra Raidue e Italia 1. (...) In questo caso il massimo sfruttamento si sposa col minimo sforzo: decine e decine di spot inseriti in fondi di magazzino confezionati in programmi di scarsa qualità. A Italia 1 spetta di iniziare i programmi alle 6,30, in realtà anticipa di circa mezz'ora. (...)

L'ascolto del primo mattino secondo Noferi, responsabile della struttura Programmi per Ragazzi della Rai, avrebbe una positiva funzione di "ponte" fra il mondo interno e quello esterno (la scuola). (...)

La pubblicità dei programmi del mattino non ha certo pietà dei bambini appena svegli ( su Italia 1 trenta minuti di spot in tre ore di programma): fra le reclame più ossessive, quelle dei giocattoli Power Rangers. (...)

La recente ricerca su "Bambini e tv" effettuata negli ultimi due anni dal Servizio Indagini Qualitative della Rai ha evidenziato inoltre come la televisione sia un'abitudine feriale, legata ai ritmi di lavoro dei genitori e di frequenza scolastica. Il sabato e la domenica sarebbero momenti per la socializzazione con amici e genitori. I palinsesti mattutini della Rai durante il weekend contraddicono però questa tendenza: la non-stop festiva del mattino dura ben 6 ore e magari consente a mamma e papà di dormire un po' di più. Ma ai bambini che socializzano durante il weekend non ci credono neppure a Italia 1.

 

Avvenire, 10 febbraio 1995

 (torna al sommario)

 

 

 

 

 

(3 - Violenza)

I Bambini e la pubblicità

 

Come mai bambini anche molto piccoli, che difficilmente comprendono il senso dei film o dei programmi televisivi, sono particolarmente attenti alla pubblicità in TV e riconoscono gli spot più familiari? Quali sono i pericoli per la loro educazione e visione del mondo?

 

 

Perché ai bambini piace la pubblicità?

 

All'origine del successo degli spot pubblicitari ci sono svariati motivi.

Un primo motivo è che in molte pubblicità gli autori sono essi stessi dei bambini e questo rende più facile l'identificazione. «I bambini e il nonno vogliono fare la sorpresa alla mamma. Anch'io qualche volta lo faccio, quindi mi vedo io in televisione!» afferma una bambina di 11 anni a proposito della pubblicità di un minestrone. (...)

Un secondo motivo è il clima di felicità, di amicizia e di successo. I bambini vogliono avere fiducia nella vita e la pubblicità fornisce loro una visione rassicurante del mondo. «Mi piace perché vorrei fare io quella vita, cioè da rilassato, con una bella moto e una fresca pepsi» spiega un bambino di 10 anni.

Un terzo motivo è che in molti spot vi è un intrigo, un piccolo problema, un'avventura eccitante. A partire dall'età di 5 anni ai bambini piace l'avventura, piacciono le imprese spaziali, i robot, la jungla, le prove e le sfide: «Mi piace quella pubblicità perché ci sono dei ragazzi che salgono su una montagna piena di rocce e loro cambiano le marce: mettono alla prova la mountain-bike, la collaudano in maniera difficile» spiega un bambino di dieci anni.

Un quarto motivo è che attraverso gli spot si verifica una sorta di socializzazione nei confronti degli oggetti del mondo adulto (i bambini, cioè, sono contenti di vedere in TV le cose dei grandi, di cui i grandi solitamente non parlano con loro; ndr). (...)

Un quinto motivo è legato al fatto che gli spot sono facili da memorizzare sia perché, essendo di breve durata, si adattano ai tempi di attenzione infantili, sia perché accompagnati da canzoncine e ritmi semplici e accattivanti (...).

 

I bambini si divertono ad assistere a spot che già conoscono

 

La memorizzazione degli spot è facilitata sia perché mostrano una realtà sociale ed emotiva semplificata (rappresentano cioè un mondo dove, al contrario di quello reale, tutto è bello, buono e facile da capire; ndr) sia perché vengono ripetuti più volte nell'arco della giornata. La ripetizione è una dimensione fondamentale della pubblicità televisiva, che trasforma gli spot in una sorta di rituale. Anche la favola che viene raccontata dal genitore o dal nonno ha questa caratteristica; ai bambini piace riascoltare molte volte lo stesso racconto, ed esigono che vengano usate le stesse parole (...).

 

A partire da quale età un bambino capisce che cos'è la pubblicità e quali sono i suoi obiettivi?

 

Rispondere a questa domanda è fondamentale. Quando capita, infatti, di osservare dei bambini in tenera età, mentre guardano pieni di fiducia gli spot pubblicitari senza ancora poterne cogliere le intenzioni... è difficile sfuggire alla sensazione di assistere ad un abuso di potere. Nel 1974, negli Stati Uniti, Wartella ed Ettema osservarono i livelli di attenzione di 120 bambini tra i 3 e gli 8 anni mentre guardavano la TV. Questi ricercatori notarono che già dall'età di 3-4 anni l'attenzione dei bambini passava da "parziale" a "completa" quando sullo schermo appariva la pubblicità (...)

Nel 1977 Ward, Wackman wartella , dopo aver chiesto a 615 bambini tra i cinque e gli undici anni «Che cos'è la pubblicità?» giunsero alla conclusione che esistevano tre diversi livelli di comprensione, che dipendevano in parte anche dall'età.

I livelli indicati dai tre ricercatori sono:

 

1. Livello in cui è presente una comprensione debole (dove il bambino non si rende conto di cosa sia la pubblicità e perché venga trasmessa. Le sue risposte sono varie e fantasiose, tipo «Per far vedere cose belle», o «Per far riposare gli attori stanchi». Ndr)

 

2. Livello in cui è presente una comprensione media (dove il bambino sa che la pubblicità informa sui prodotti che si possono acquistare, ma non coglie ancora la sfumatura più sottile di voler convincere a comprare un prodotto anziché un altro. Ndr)

 

3. Livello in cui è presente una comprensione forte. Qui il bambino percepisce l'intenzionalità persuasiva delle pubblicità, ossia l'obiettivo della vendita e del guadagno.

 

Il fatto che i bimbi più grandicelli riconoscano i trucchi delle pubblicità non li rende meno esposti alle loro trappole.

 

Di fronte a una bella pubblicità - divertente, suggestiva, ben fatta - (...) il filtro cognitivo (ossia il fatto che il bambino sappia, in generale, che la pubblicità serve a far vendere un prodotto; ndr) ha una presa minore. Analogamente, se in una pubblicità compare un "eroe" dello sport o un "idolo" dello spettacolo che il bambino ammira, il fatto di sapere che il proprio eroe-idolo è pagato per reclamizzare un certo prodotto finisce per essere psicologicamente meno rilevante, meno presente all'attenzione in quel momento, di quanto non sia il piacere di vedere il personaggio sullo schermo. D’altro canto, due studi, (di Ward e Robertson e di Rossiter e Robertson) hanno dimostrato come anche il giudizio negativo dato sulla pubblicità da bambini e ragazzi non interferisca con l'acquisto dei prodotti.

 

Ferraris Grant: Un mondo di spot, "Psicologia contemporanea" gen./feb. 1994

 

 

 

 

 

 

LA MASCHERA "VERDE" DELLA PUBBLICITÀ

 

Merendine, detersivi, frigoriferi, persino automobili: ormai quasi tutti i prodotti, anche quelli potenzialmente più inquinanti, hanno un'anima naturale, pulita, amica dell'ambiente. O almeno così dice la pubblicità.

 

 

"Yomo. C'è la vita dentro". Vita, natura, genuinità. "Chi mangia sano trova la natura. Anche a Milano". Oppure a Venezia, Firenze, Napoli. Le merendine del Mulino Bianco trasformano le nostre belle città, invase dallo smog e dal cemento, in altrettante oasi di pace e di verde: "merito delle vitamine". (...)

Le pubblicità degli alimenti hanno evidentemente una forte relazione con la salute e l'ambiente. Lo scopo è quello di convincere il consumatore della genuinità del prodotto, che è sempre "naturale" e "vitale". Ma l'ambiente viene usato per reclamizzare molti altri prodotti che vi fanno riferimento nelle forme più svariate. Troviamo richiami espliciti all'ambiente negli spot pubblicitari di supermercati, di caramelle, di enciclopedie, di deodoranti per automobili, di sacchetti di plastica per conservare cibi in frigorifero.

Tutto per adeguarsi alla maggior sensibilità che i consumatori hanno dimostrato negli ultimi anni verso il problema del degrado ambientale. Almeno a parole. "Esiste infatti un forte gap (lacuna, divario, ndr) tra la preoccupazione sociale e gli atteggiamenti rispetto all'ambiente - dice Gaetano Borrelli, sociologo dell'Enea (Ente per le nuove tecnologie, l'energia e l'ambiente) che ha recentemente realizzato un'indagine ("L'ambiente negli spot pubblicitari" - Enea, 1995). Di fatto la gente non si comporta in maniera compatibile con la salvaguardia ambientale. La gente associa al concetto di ambiente altri concetti che ne limitano la portata e l'importanza. Ad esempio il silenzio contrapposto al rumore, la genuinità, la salute e la natura contrapposte allo stress, la bellezza, la qualità della vita. Si crede, insomma, che l'ambiente riguardi la vacanza in scenari da cartolina, e non la propria città, la propria vita di tutti i giorni". (...)

Rumore di cicale. Un'automobile scivola solitaria fra alberi, laghi e cielo limpido. Una voce fuori campo ci informa: "Il climatizzatore non è solo un piacere, ma è una sicurezza tutto l'anno. Aria più pulita, migliore visibilità. Ecco perchè, dopo l'airbag, la Ford Escort ha anche il climatizzatore ecologico". Ma il climatizzatore ecologico non esiste, sostiene il chimico italiano Marco Morosini, che lavora all'università di Ulm, in Germania.

"Questi climatizzatori - dice - contengono un gas, l'R134a, che è un fluorocarburo. Non c'è più il cloro, dannoso per l'ozono, ma è rimasto il fluoro, ugualmente pericoloso. Questo quando già da due anni è possibile fare climatizzatori senza fluoro né cloro, usando solo gli idrocarburi (una miscela di propano e butano)".

Siete stanchi del frastuono cittadino? "Entrate nel silenzio della Rover 600": solo alberi, cavalli, uccelli e casali di campagna. Può sembrare contraddittorio l'uso del tema ambientale in pubblicità di automobili, uno dei principali fattori di inquinamento atmosferico (...) eppure non vediamo mai automobili imbottigliate nel traffico, unite solo dallo smog e da rumori assordanti, né volti di guidatori contratti per il nervosismo e la paura di arrivare in ritardo. Le strade sono sempre deserte, silenziose, disegnate in mezzo a paesaggi verdi, rilassanti e estremamente piacevoli.

 

L'immagine che gli spot danno dell'ambiente è diseducativa.

 

"La pubblicità, soprattutto quella televisiva - spiega Borrelli è diseducativa proprio perchè fornisce un'immagine ambientale falsa, che propone un certo tipo di consumo "ambientale" dando l'impressione di un comportamento eco-compatibile che non esiste nella realtà del prodotto". Chi non si è mai imbattuto nelle merendine "senza conservanti", nella plastica "riciclabile", nel prodotto "biodegradabile" o senza gas nocivi, "amico dell'ozono"? Secondo uno studio sui comportamenti sociali nei confronti dell'ambiente condotto nel 1992 dal Censis (Centro studi investimenti sociali) in collaborazione con l'Ipa (Istituto per l'ambiente), i consumatori si informano sulla "ecologicità" o "naturalità" di un prodotto - in mancanza di un marchio che le attesti - "osservando attentamente le indicazioni riportate sulla confezione" (nel 59,3% dei casi), oppure "seguendo le indicazioni di chi lo produce (pubblicità su giornali o televisioni)" (18,9%). Ma queste indicazioni, come si è visto, non sempre sono attendibili.

 

Beviamo la candeggina?

 

Ricordate la vecchia candeggina Ace, quella raccomandata dalla nonnina con la camicia bianchissima? Conteneva ipoclorito di sodio, che è una delle sostanze più dannose per la salute, ma almeno aveva un vantaggio: a nessun bambino sarebbe venuto in mente di berla, per via dell'odore e del sapore molto forti. "Ora c'è la candeggina Ace gentile, fatta con «sostanze naturali»", dice ancora Morosini, che sta scrivendo un libro su questi argomenti. "Non contiene ipoclorito di sodio ma - ed è peggio - acqua ossigenata. È ancora più pericolosa perchè profuma ed ha un sapore dolce, simile allo sciroppo: i bambini riescono a berla tranquillamente. Ciò che è criminale è che sulla bottiglia c'è scritto in evidenza "sicura". Sicura, cioè, solo per i colori delle camicette".

Amico dell'uomo il prodotto che fa meno danno.

La tendenza generale è quella di sostituire una sostanza con un'altra, in modo da rassicurare i potenziali acquirenti, ma il risultato non cambia di molto: "è un po' il principio della ghigliottina rispetto alla mannaia: viene definito come amico dell'uomo il prodotto che fa meno danno.

Il caso più clamoroso è quello della benzina "verde". In realtà non esiste nessuna benzina verde. Con questa espressione intendono informarci sul fatto che hanno tolto il piombo, ma hanno lasciato tutto il resto. Soprattutto il benzene, che è una della sostanze più cancerogene.

 

Vogliamo sapere quello che contiene un prodotto.

 

"Dire quello che non c'è in un prodotto, invece di quello che c'è, - continua Marchesini - è una cattiva abitudine della pubblicità di contenuto "ambientofilo", che usa temi ambientali in modo poco onesto. Il salame "senza" polifisfati, il detersivo "senza" sbiancanti: ma ditemi cosa ci mettete, poi ci penso io a giudicare se siete buoni o cattivi! Pochi notano, ad esempio, che se qualcuno vende una mela normale, cioè senza alcun prodotto chimico dentro, deve metterci un bollino biologico, un marchio che abbia qualcosa di speciale: la specialità di quella mela è di essere normale. Invece una mela con cinque o dieci pesticidi non ha bisogno di nessun bollino di riconoscimento. È grottesco. Questo significa capovolgere il senso dell'informazione, che dovrebbe dirci quello che contiene un prodotto e non il contrario." (...)

Come ci si può difendere da questa pericolosa fabbrica di bisogni artificiali? "Limitare gli eccessi dei venditori e riportare gli spot pubblicitari al loro ruolo originario di informazione per i consumatori richiederà riforme fondamentali nell'industria, cambiamenti che non si otterranno senza ben organizzati movimenti di base" scrive Durning. (...)

Nei paesi industrializzati le associazioni dei consumatori si stanno muovendo in questa direzione. Qualcuno, con più fantasia, utilizza gli stessi mezzi dei pubblicitari. Lo spot di una campagna della Media Foundation, con sede a Vancouver, Canada, mostra un enorme maiale che cammina su una carta geografica dell'America Settentrionale. Mentre il maiale rutta la voce fuori campo commenta: "Il cinque per cento della popolazione mondiale consuma un terzo delle risorse del pianeta... Quelle persone siamo noi".

 

Emilia Patta, Avvenimenti, 5 agosto 1995

 

 

 

 

 

 

Quel bambino è un criminale

Rubano, stuprano, uccidono. A 8, 10, 12 anni. L'esercito dei mini delinquenti è sempre più numeroso. Gli inglesi propongono pene esemplari.

 

 

La realtà della delinquenza minorile è uno dei mali più devastanti della nostra epoca. Basta sfogliare la cronaca più recente dei giornali.

Miami: una tredicenne uccide con un colpo di pistola alla testa per non pagargli la corsa.

New York: un gruppo di ragazzini stupra una maestra in un vicolo e poi torna a giocare a baseball.

Parigi: tre piccoli tra gli 8 ed i 10 anni ammazzano a bastonate un barbone.

 

I più piccoli devono andare in carcere?

 

Ogni giorno negli Stati Uniti vengono uccisi 13 giovani sotto i 19 anni e ogni anno circa un milione di loro sono stuprati, rapinati o assaliti da coetanei. Ma il fenomeno ormai dilaga anche in Italia. In cinque anni il numero di denuncie penali a carico di minorenni è più che raddoppiato: meno di 20 mila nell'86, 45 mila nel '91. E di queste novemila riguardano bambini sotto i 14 anni di età, colpevoli di scippi, furtarelli, omicidi, rapine, spaccio di stupefacenti.(...)

Sinora le legislazioni dei paesi più avanzati erano concordi nel considerare i minori meno responsabili e quindi meno punibili degli adulti.(...)

Lo scorso novembre il senato degli Stati Uniti ha approvato una legge che prevede di punire i minori dai 13 ai 18 anni come i maggiorenni. Se questo provvedimento passasse anche alla Camera, significherebbe che un minorenne potrebbe persino essere condannato a morte. L'opinione pubblica sembra condividere la linea dura.(...)

L'Alta Corte di giustizia inglese con una sentenza che ha fatto scalpore, ha decretato l'abbassamento della soglia di punibilità dai 14 ai 10 anni. Una decisione certamente influenzata dal caso del piccolo James Bulger, il bambino di due anni che nel febbraio del ‘93 venne rapito, torturato e ucciso da due ragazzini di Liverpool di 11 anni, condannati poi all'ergastolo con una sentenza senza precedenti.

 

Assassini perfetti ma inconsapevoli.

 

Questa svolta repressiva non piace agli esperti italiani di problemi dei minori. "È una scelta sbagliata" dice Antonello Guidi, neuropsichiatra infantile  "È vero che oggi i bambini grazie ai media sono più svegli e precoci, ma questo non equivale a una maggiore coscienza delle loro azioni. Potranno anche essere assassini perfetti, ma restano inconsapevoli di quello che fanno".

Anche Ernesto Caffo, presidente di Telefono Azzurro è fortemente critico: "L'aumento della criminalità giovanile non può essere fermato con misure repressive. Mettere i bambini in carcere è per gli adulti un modo per non affrontare le proprie responsabilità.

I bambini non nascono delinquenti, lo diventano se vengono abbandonati a se stessi".(...) "Le punizioni esemplari servono a poco" sostiene Franco Occhiogrosso, magistrato del Tribunale di Bari e presidente della associazione italiana giudici minorili. "Bisogna tornare alla politica sociale. Ci vogliono consultori nei quartieri, assistenza sociale, nuovi punti di riferimento per i giovani"(...)

Sergio Panni, Donna Moderna

 

 

 

 

Mini ricattatori,

figli della tv

 

Sussi e Biribissi, nel romanzo omonimo di Paolo Lorenzini (nipote di Collodi), sono due ragazzini, accaniti lettori di Jules Verne, che un giorno s'infilano in un tombino convinti che sia la strada diretta al centro della terra. Pino, Poldo e Pippo (nomi di fantasia) sono tre undicenni monzesi, accaniti divoratori di telefilm americani, che in febbraio hanno visto introdurre all'interno della ditta "Side Srl", che produce lampade industriali, delle grandi buste di polvere bianca. Siccome nei telefilm le buste di polvere bianca contengono sempre droga, loro non hanno avuto dubbi, e come Sussi e Biribissi sono passati all'azione.

Polizia? Ma no, i telefilm propongono sviluppi più ghiotti. I tre furboni hanno ricattato la ditta. Ad una esterefatta impiegata hanno intimato: sappiamo che siete dei trafficanti, pagateci altrimenti vi denunciamo. Dal miliardo iniziale sono presto calati alla cifra di 50 milioni. Il tutto veniva seguito dai carabinieri, ben appostati per acciuffare i terribili malviventi con le mani dentro la valigetta, non immaginando certo di beccare tre ragazzetti con le dita dentro il vasetto della marmellata. Ebbene, cent'anni fa stuoli di moralisti tuonavano contro il pericolo costituito dal romanzo, capace di traviare la gioventù instillando idee bislacche. (...)

Oggi il romanzo non preoccupa più di tanto, anche perchè i ragazzini sanno a malapena leggere. Ma c'è la televisione, che sta al romanzo come un kalashnikov sta ad un archibugio. (...)

 

U. Folena, Avvenimenti

 

 

 

 

Polemiche sui crimini copiati dallo schermo

LA TIVÙ ASSASSINA

 

Senza la televisione, secondo uno studio svolto per l'Università del Michigan, ogni anno negli Stati Uniti ci sarebbero 10.000 omicidi in meno, 70.000 stupri in meno, 700.000 aggressioni in meno. I crimini di questi giorni, ispirati da storie viste al cinema o in tivù sono stati ribattezzati copy crimes: come il recente incendio doloso in una stazione della metropolitana di Brooklyn, ricopiato pari pari da una scena di "Money train" attualmente in programmazione. Hollywood e i suoi guru rifiutano collegamenti con questa esplosione di follia, ma la stampa comincia a parlare liberamente di complicità morale. (...)

Secondo gli psicologi, i giovani tendono a imitare quello che vedono al cinema o in televisione, oppure imparano a considerare normale ciò che non lo è, oppure si "desensibilizzano" perdendo qualsiasi impulso di pietà per chi soffre, o infine provano un pericoloso ed incontrollato senso di eccitazione.

 

Famiglia Cristiana, N. 51/1995

 

 

 

 

Ti ammazzo,

l'ho visto su Italia 1

 

Bambine sequestrate. Scarafaggi killer. Giustizieri della notte. Incesti. I film di sesso e orrore invadono gli schermi di casa.

Sotto accusa i film programmati soprattutto in seconda serata. Come e quanto la televisione abbia colpa nel dilagare degli stupri è una faccenda di sgangheratezza: nella scelta dei film, vista la quantità di porcate senza capo né coda che passano sui nostri teleschermi, nella presentazione delle pellicole, con quei concentrati di mannaie e terrore che sono certi "trailers" infilati in testa e in coda alla pubblicità anche nei programmi più mammoni. Una sgangheratezza che non è però, quasi mai, né casuale né involontaria, visto che fa audience e dunque porta soldi. (...)

Primo imputato: Italia 1, mirata per precisa scelta di marketing su un pubblico giovane cui propinare, in dosi calibrate, simpatici orsetti e robottini, titillazioni da femmine americane ipergonfiate, violenza stile Van Damme, qualche orrore. Come dire una risposta per ogni pezzo di personalità di un adolescente medio: il lato mammone, quello ormonale, quello vittimista-vendicativo, oltre ogni limite. (...)

Una media della rete del ciclo horror di circa un milione di spettatori, in seconda serata. Persino in inverno, dati Auditel, a guardare film dell'horror fra le 23 e mezzanotte sono in media 300 mila ragazzi fra i 4 e 14 anni: d'estate calala cifra assoluta degli spettatori, ma si alza la percentuale dei giovanissimi, liberi da impegni scolastici. "Ma se tre quarti dei film che trasmettiamo sono di buoni sentimenti!" si difende Leo Zanier, responsabile della programmazione cinematografica di Italia 1, "Ci vogliamo attaccare al ciclo Notte horror?" Dio ce ne guardi, dopo in "Nightmare" e i "Non aprite quella porta", se non è schifosetto e squartafemmine che horror è? (...)

"Ma facciamo un sacco di tagli, cosa crede? Certo, non su un film che ha già passato la censura. Ora facciamo molta attenzione: esempio, non abbiamo mai trasmesso film con uno stupro. Si ce n'è stato uno con Cinthia Rothrock che subiva violenza e poi si vendicava, ma abbiamo passato un pomeriggio intero in sala di montaggio a sforbiciare, togliere qualche secondo qua e qualche altro là, lasciare lei che urla e cassare lui che la violenta..". Alle solite: come per "Full metal jacket" il film di Kubrik sull'inferno del Vietnam, trasmesso fra infinite polemiche il 30 gennaio su Canale 5 in prima serata, purgato ad hoc. Sicché il film è monco, e la violenza che resta è sempre troppa, a quell'ora e con quegli spettatori. Tra tutte quelle immaginabili, la soluzione peggiore. La più sgangherata.

 

L'Espresso, 25 agosto 1995

 

 

 

 

LA VIOLENZA IN  TV

 

Grazie alla televisione un bambino americano assiste in media a 100 mila atti di violenza prima di avere terminato le scuole elementari. Come riferisce un rapporto dell'Apa, (American Psycological Association ndr.) «l'aggregato delle ricerche dimostra chiaramente che esiste una correlazione tra la visione di scene violente e il comportamento aggressivo, vale a dire che coloro che guardano molta televisione sono più aggressivi di chi ne guarda poca». (...)

Il grande pubblico, sebbene sia disposto ad ammettere l'esistenza di un legame tra violenza in tv e criminalità, non crede che le scene di brutalità sul piccolo schermo siano la causa principale degli orrori della società. Nel 1990, un'indagine Gallup ha rilevato solo l'1 per cento di intervistati convinti che la tv fosse la principale responsabile della criminalità, mentre il 60 per cento dava la colpa alla droga ed il 6 per cento al degrado dei valori familiari. (... )

Se la televisione non ha alcun effetto sugli spettatori, ha chiesto il deputato democratico dello Stato di New York Charles E. Schumer alle udienze che ha presieduto nel dicembre del 1992, «come si spiegano i miliardi di dollari spesi ogni anno in pubblicità televisiva?».

Charles S. Clark - CATTIVA MAESTRA TELEVISIONE - (RESET) pp 51/61

 

 

 

 

 

  

I BAMBINI CHE SONO STATI CONDIZIONATI DALLO SCHERMO TELEVISIVO SONO SPESSO INCAPACI DI RISPONDERE ALLE PERSONE REALI, PERCHÉ ESSE SPRIGIONANO MOLTO MENO SENTIMENTO DI UN BRAVO ATTORE

Bruno Bettelheim

 

 

Troppe ore di TV uccidono l'infanzia

Allarme degli esperti: i bambini catapultati precocemente nella società degli adulti

 

Maria, 8 anni, trascorreva tutti i pomeriggi dalla nonna perché i genitori erano al lavoro. Depositata davanti al video, si sorbiva ore di Dracula il vampiro, un programma dell'orrore per bambini. Un po' alla volta, Maria cominciò a star male. Nervosismo, nausea e un incubo ricorrente: «Sono nel mare e cade la pioggia. L'uomo con i denti pieni di sangue mi segue. Mi nascondo sotto il letto e aspetto la mamma e il papà. Ho tanto freddo».

Tutto questo è venuto fuori durante 8 mesi di terapia con la psicologa Elisabetta Gardini, autrice assieme al sociologo Chito Guala de I bambini e la TV (Sagep). Ha curato una ventina di bambini colpiti da sindrome televisiva. «Non dobbiamo demonizzare la TV, ma nemmeno sottovalutare l'effetto devastante che alcuni programmi possono avere».

Fino a dieci anni fa il contatto dei bambini italiani con la televisione si svolgeva prevalentemente attraverso La TV dei ragazzi, un piccolo mondo delimitato da orizzonti rassicuranti. Oggi la violenza fa parte del menù quotidiano offerto dalle reti pubbliche e private. «Stiamo vivendo una rivoluzione su scala planetaria senza conoscere gli effetti che produce», afferma il pedagogo Francesco Testa. (...)

 

La violenza può creare nei bambini paure irrazionali, ma può anche renderli insensibili, spingendoli a considerarla un fatto comune e normale

 

Le scarse ricerche compiute finora tendono a sottolineare le conseguenze nefaste della violenza televisiva sullo sviluppo psico-emotivo dei bambini. Francesco Testa e Cristina Lastrego (Dalla televisione al libro, Einaudi) confermano che essa «porta spesso in superficie inutili terrori», come nel caso di Maria. Ma hanno anche individuato un' altra reazione, di segno opposto. «Il bambino gradualmente si desensibilizza alla violenza poiché non la sperimenta direttamente», dice Testa.

«Abbiamo notato che in questi casi il bambino tende a essere sempre più indifferente alla violenza nel mondo reale». (...) Secondo Giampiero Gamalieri, docente di teoria e tecnica delle comunicazioni di massa alla Sapienza di Roma, il fenomeno preoccupante non è tanto la violenza di per sé, quanto la dipendenza nei confronti della televisione. (...)

I bambini guardano la televisione a tutte le ore. Nella fascia serale compresa tra le 20 e 30 e le 23 e 30, una volta riservata agli adulti, i telespettatori minorenni rappresentano ormai il 40 per cento dell'audience. «In questo modo i bambini vengono precocemente immersi nella vita».

 

La televisione uccide l'infanzia

 

Il primo ad enunciare la tesi secondo la quale la televisione stava provocando «la scomparsa dell'infanzia» è stato l'americano Neil Postman, considerato il maggior conoscitore dei rapporti tra televisione e bambini. «Improvvisamente la TV ha rivelato loro i contenuti segreti del mondo adulto, dal sesso alla politica, alla medicina», sostiene Postman. «Ormai gli adulti non controllano più il processo educativo dei bambini e il loro graduale inserimento nella società». (...)

Postman è critico sull'efficacia di iniziative quali il rafforzamento delle sanzioni per chi manda in onda film vietati ai minori, l'introduzione nelle scuole di corsi per educare i ragazzi a una lettura critica dei messaggi televisivi, l'introduzione di un simbolo riconoscibile per distinguere le trasmissioni adatte ai bambini dalle altre. «Sono gocce in un oceano. Non è più possibile nascondere le cose ai bambini. Non lo è stato negli Stati Uniti e dubito che possa esserlo in Italia, dove il sistema televisivo si va sempre più americanizzando».

In questo senso, afferma il professor Gamalieri, il problema riguarda non tanto le reti quanto le famiglie e il loro modo di gestire l'uso della televisione in casa. «È importante che i genitori siano presenti quando il bambino guarda la televisione, che partecipino con lui all'esperienza televisiva per inculcargli un po’ di senso critico, e impedire che cresca allo stato brado».

 

A. di Robilant, La Stampa, 14 giugno 1988

 

 

 

 

 

 

I bambini cresciuti guardando la Tv

giocano meno e in modo diverso

 

La TV non si limita a ridurre il tempo dedicato al giocare:

è stato dimostrato che essa influenza la natura stessa del gioco.

 

 

Il racconto di maestri ed educatori che hanno visto la prima generazione di bambini cresciuti davanti al televisore.

 

Scuole materne ed asili sono, in un certo senso, i migliori laboratori naturali in cui osservare il gioco dei bambini. Nel corso degli anni un buon maestro è in grado di percepire il cambiamento nel comportamento che il genitore o l'educatore che lavora su bambini isolati potrebbero non notare. Fu proprio in questi laboratori naturali che si poterono osservare i cambiamenti avvenuti nei modelli di gioco dei bambini con l'avvento della televisione. C'erano ancora in servizio negli anni 70 (periodo in cui si svolge questa inchiesta - ndr) insegnanti che hanno visto sia la generazione pre-televisiva che quella televisiva.

Sentiamo dunque la loro testimonianza per quanto riguarda il comportamento dei primi bambini cresciuti con la televisione quando giocavano in classe:

«I bambini non giocano più come facevano una volta - spiegava il direttore di una scuola elementare privata di New York, ex maestro d'asilo. - Non mi riferisco in particolare al gioco all'aperto. Fuori, sono ancora vigorosi. Si arrampicano, corrono, usano biciclette. È il gioco al chiuso che è cambiato (non dimentichiamo che l'interno è il luogo della televisione ndr.).

Non si vede più, come prima, tanto gioco attivo. Ai bambini, sin dalla tenerissima età, interessa di più starsene seduti a giocare con il cosiddetto materiale educativo. Non si direbbe che abbiano tanta immaginazione, né da come parlano, né dalle cose che fanno.» (...) «Negli ultimi anni, ho dovuto cambiare enormemente il mio modo d'insegnare - racconta un'altra maestra d'asilo che ha viste entrambe le ere. - Prima mi sentivo libera di dare l'avvio a moltissime attività, perché allora i bambini erano perfettamente in grado di iniziare anch'essi qualcosa da soli. Ora ho la sensazione che i bambini vogliano che tutta l'iniziativa sia mia. Portano avanti le attività che io avvio, ma se io non do il via a niente, aspettano semplicemente, con pazienza, che io mi decida a farlo.» (...)

 

Opinioni a confronto

 

Forse le parole di questi e altri insegnanti che la pensavano come loro, erano semplicemente il frutto del pregiudizio per le nuove tecnologie, o risultano dal loro atteggiamento, che era del tipo: «Ai miei tempi le cose erano diverse! ».

È più probabile però, che non sia così. In tutte le interviste infatti c'è una costante: vi si trovano molti e ben noti elementi propri della TV (la passività che richiede, la rapidità con cui accontenta il bambino), il che rende probabile che questi insegnanti descrivano cambiamenti reali, non immaginari, nel modo di giocare dei bambini.

Gli insegnanti più giovani, che hanno fatto scuola solo a bambini cresciuti con la TV, non condividevano nessuna delle opinioni dei colleghi più anziani circa l'influenza della TV. I bambini cui essi insegnavano, per quanto loro ne sapevano, rappresentavano veramente l'infanzia. L'idea che la TV avesse potuto influenzare il gioco dei bambini piccoli sembrava loro assurda. Lo credo bene: loro stessi erano cresciuti guardando la TV. (...)

 

Il ruolo del gioco, nella prima infanzia, è assolutamente insostituibile

 

Poiché è negli anni della prima infanzia che la Tv ruba tempo soprattutto al gioco, è necessario esaminare qual è la funzione del gioco per i bambini. Spesso non ci rendiamo conto dell'importanza del gioco proprio perché esso è così scherzoso. (...)

I primi movimenti a tentoni del neonato, tutte le volte che egli si mette in bocca, assapora ed odora le cose, possono essere considerati il primo "gioco". (...)

Un'altra forma di gioco che fa la propria apparizione nella prima infanzia, è quella di imitare. Questi primi giochi mimici offrono già l'occasione di comunicare con il bambino, prima ancora che egli impari a parlare. (...)

Anche i successivi e più complessi giochi di fantasia servono al bambino per risolvere le proprie difficoltà e per comprendere meglio "come funziona la vita". Forse ancora più importante è il fatto che il gioco di fantasia offre al bambino la possibilità di essere attivo, piuttosto che solo uno spettatore passivo. (...)

Se il gioco è dunque il mezzo attraverso il quale il bambino fa alcune delle sue più importanti esperienze ed impara i comportamenti necessari alla sua vita, è opportuno chiedersi quali siano, per i bambini di oggi, le conseguenze del non avere più a disposizione tutto quel tempo per giocare.

 

M. Winn: La droga televisiva pag. 92 - 100

 

 

Tu stai troppo davanti alla TV - da "Famiglia Cristiana"

  (torna al sommario)

 

 

 

 

 

6 - Videodipendenza

Catturati dal video

MALATI DI VIDEOGAMES

 

 

EPILESSIA E VIDEOGAMES

 

L'epilessia fotosensibile è un disturbo che coinvolge nell'età scolare un 0,7-1 % della popolazione dei bambini, di carattere endogeno (raramente è dato da cause esterne).

* Il video, risulta eccessivo imputargli tutta la colpa, indirettamente non fa altro che scatenare una situazione preesistente.

* Il game esercita una stimolazione, un bombardamento visivo e sonoro, modificazioni cromatiche abbastanza specifiche, diversamente dalle altre fonti visive.

 

ABITUDINI TELEVISIVE

Ricerca di Robert Plomin della Pennsylvania State University su 459 famiglie relativamente alle abitudini televisive dei bambini dai 3 ai 5 anni:

• Il quoziente intellettivo non è in relazione, o non sembrava in relazione, col tempo trascorso davanti alla TV.

• Alcuni bambini sono più a rischio di essere incantati dalla TV rispetto ad altri.

• L'ambiente familiare incide sulle abitudini televisive solo nella misura del 20%.

• I fattori causali e comuni valgono il 35%.

• Fattori genetici rappresentati da personalità, attitudini e dagli interessi sono importanti nella misura del 45%.

Fenomeno del LATCH-KEY CHILDREN: bambini U.S.A. sotto i 5 anni abbandonati a se stessi (350.000) dove il fenomeno dell'uso-abuso TV e videogames assume quote rilevanti, fino a 5-8 ore al giorno.

Una ricerca DOXA 1992 ha rilevato che le preferenze nei giochi dei bambini fra 6 e 13 anni, i giochi elettronici e i videogames sono preferiti nel 45% dei casi.

 

DIPENDENZA TELEVISIVA

(teletossicomania)

 

Ricerca di Robert Mc Illwraith che trova e descrive fenomeni di comportamento ossessivo e di vera dipendenza legati all'uso e consumo della TV di 136 studenti universitari:

• stima di incidenza del 12,5%

• Sintomi:

- visione compulsava (difficoltà a sganciarsi dal mezzo); sintomatologia da astinenza;

- stato ipnoide durante la visione; - perdita di concentrazione come conseguenza post-visione; senso di perdita di controllo del mezzo;

- auto ed etero aggressività.

• I pazienti riferivano di usare la TV come ansiolitico, riempitivo, per l'incapacità di farne a meno, per distrarsi da se stessi e dai problemi, la perdita di controllo proprio durante la visione.

Jeremy Singer della Yale University riscontra che i bambini che guardano troppo la TV hanno un'immaginazione ridotta: la tele diventa come il loro sostitutivo all'immaginazione.

 

VIDEOIPERESTESIA

(eccesso di sensibilità al video)

 

Le nostre ricerche su un campione di 200 adulti dai 16 ai 40 anni e recentemente su 200 bambini dai 6 agli 11 anni relativamente all'uso dei videogames e TV hanno individuato una specifica forma di video dipendenza chiamata "Videoiperestesia".

Sintomi:

- Comportamenti coercitivi (ripetizione nell'uso del mezzo);

- Ottundimento celebrale (attenzione esclusivamente sul video);

- Anedonia intrinseca (il gioco diventa ossessione);

- Saturazione (il videogioco deve essere sostituito periodicamente);

- Insonnia (lo stato di eccitazione può durare anche dopo il gioco);

- Dependence state;

- Implicazioni socio/relazionale e scolastico/lavorative.

Stima di incidenza:

adulti 2%, bambini 4%

 

BAMBINI E VIDEO

 

Noi abbiamo scoperto che il consumo di videogames tende a polarizzarsi attorno ai 5 anni, ed è tipicamente maschile; le femminucce giocano meno; qui sarebbe interessante vedere come mai. Il consumo sale rapidamente fino a raggiungere l'apice massimo attorno ai 12-13 anni, la fase dell'adolescenza. Il consumo tende a stabilizzarsi e a decrescere dopo i 16 anni. È frequente che un bambino trascorra dalle 2 alle 5 ore al video (fra TV e videogames). (...)

Teniamo presente che il bambino è nella fase evolutiva, nella fase in cui si sviluppano le capacità cognitive. Noi usiamo il termine di emiatrofizzazione telematica per indicare una selezione di capacità cognitive prevalentemente collegate all'emisfero destro del cervello, cioè quelle informazioni di tipo visivo, emotivo, semplificate, mentre le capacità linguistiche, logiche, matematiche, razionali, vengono sempre meno utilizzate. Questo avrà delle ripercussioni, di fatti se si parla con gli insegnanti dicono "... i bambini fanno sempre più fatica a fare analisi critiche, elaborate, hanno superficialità" . (...)

 

Daniele Pauletto, neuropsicologo; convegno "Liberare la TV o liberarsi dalla TV?" Cesena 16 marzo 1996

 

 

 

 

 

 

Le terribili scommesse dei figli dei videogiochi

 

Lo scrittore Sandro Veronesi: "Le prove di coraggio sono sempre esistite fra gli adolescenti, ma adesso i ragazzi devono smaltire l'overdose di miti televisivi"

 

Generazione X, Generazione Nintendo, Generazione rap, generazione chissà. Sfidano la vita, sprezzano la morte, ognuno con il suo mito in tasca. (...) Il gioco funziona, magari per 365 giorni all'anno, poi arriva quella sera, e qualcuno ci rimette la pelle. (...)

"Ci sono due aspetti di cui bisogna tenere conto. Da una parte - spiega Veronesi - c'è il momento in cui si iniziano a fare i giochi pericolosi, e cioè l'adolescenza, in particolare quella maschile, perché si tratta di riti quasi esclusivamente maschili. I ragazzi sono sottoposti ad una trasformazione che si può paragonare, in termini di spinte e contraddizioni al dottor Jeckyll e mister Hide, con una aggressività che si nutre di riti violenti. A questo si deve aggiungere il continuo stimolo, e questo è un aspetto recente, dei miti televisivi e del meccanismo di emulazione.

 

GIOCHI DI MORTE

 

• STRANGOLINO;

• SURF SULL'AUTO/SUL BUS;

• PASSARE CON IL ROSSO A TUTTA VELOCITÀ;

• ROULETTE RUSSA;

• AGGRAPPARSI AL TRENO IN CORSA;

• SPORGERSI DALL'AUTO IN CORSA;

• SALTARE SUL TRENO LANCIANDOSI DAI PONTI;

• ANDARE IN AUTOSTRADA CONTROMANO.

 

Christian, 19 anni, volato via dal tettuccio dell'auto in corsa, è l'ultima vittima delle sfide di morte.

 

Repubblica, 11 maggio 1994

 

 

 

 

 

 

TV VIOLENTA:

"Rangers" al bando

Dopo il "caso Norvegia" anche la televisione canadese ha censurato il popolare serial tv.

 

 

I Power Rangers così si chiamano i cinque scalmanati che qui da noi si possono tranquillamente vedere ogni pomeriggio in televisione (Canale 5 li programma quotidianamente) hanno scatenato le ire dei Canadesi. (...)

A Toronto infatti il Canadian Broadcast Standards Council, la commissione che vigila sui programmi tv, ha stigmatizzato senza mezzi termini i Power Rangers: "Mostrano scene di eccessiva violenza". Questa la sentenza. Oltretutto ha accertato che i momenti cruenti occupano il 25 per cento del tempo di trasmissione. Troppo. E la rete canadese YTV si è subito adeguata cancellando dai propri palinsesti il programma, mentre l'altra rete locale, la Canwest Global Entertainment ha preso tempo e, prima di far sparire i cinque scatenati dal video ha tentato di convincere i produttori californiani (la Saban di Burbank) a rendere il serial meno violento. Alla commissione sono arrivate migliaia di lettere di genitori preoccupati dai nefasti effetti dei terribili Ragers alla prole. Tutte più o meno dello stesso tono: raccontano di un aumento di aggressività dei figli, in particolare dopo la trasmissione. (...)

È di pochi giorni fa un' altro "disco rosso", in Norvegia questa volta, dove le gesta dei supereroi sono state messe al bando dopo che la solita spinta emulativa aveva generato la tragedia.(...)

Lo stesso provvedimento di censura è stato preso anche in Nuova Zelanda. Di fronte a questo attacco massiccio sono cadute nel vuoto le proteste dei produttori e degli autori di telefilm che, anzi, ne sbandieravano candidamente gli effetti positivi, fra cui mettevano anche la "multirazzialità" principio educativo fondamentale per le nuove generazioni. E in Italia? Dall'alto dei tre milioni di ascolto quotidiano, la programmazione è praticamente intoccabile.

 

Il Resto del Carlino, 4 novembre, 1994

 

Tratto da “TV per un figlio” ed. Laterza

 

 

 

 

Se la tv è violenta chiama

VIDEO HELP

Scene troppo forti scorrono non di rado sullo schermo. L'immagine è rapida ma basta a volte per impressionare sia i bambini che gli adulti. Per questo la Fip ( Federazione italiana psicologi) ha attivato VIDEO HELP, un pronto soccorso telefonico contro la tv troppo aggressiva.

Chiamando in orario d'ufficio il numero 049/651165, rispondono psicologi che danno consigli opportuni per affrontare la paura video. E raccolgono proteste contro spettacoli, film e spot particolarmente cruenti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I "Comandamenti" televisivi

Mentre un sondaggio inglese mostra la forte penetrazione di Tv e pubblicità nei nuovi valori giovanili, il Messico si vanta della sua straordinaria capacità di indurre grandi comportamenti di massa per mezzo di "telenovelas" studiate per influenzare la popolazione.

 

 

In un sondaggio condotto tra i giovani della Gran Bretagna emerge che due inglesi su tre tra i 15 e i 35 anni non si sentono per nulla influenzati dalle regole morali stabilite dalla chiesa o dallo stato. Semmai sono gli idoli rock ad indicare ai giovani il modello di vita da seguire; ma ad influenzare più profondamente le nuove generazioni sono soprattutto la pubblicità e la televisione. I nuovi comandamenti conquistano le coscienze attraverso il video.

La TV sembra dunque aver occupato quello spazio educativo e formativo della personalità che nelle società più antiche apparteneva alla cultura in generale, e, in forma particolarmente forte, alla fede religiosa.

Ciò che mostra la televisione è considerato generalmente vero e importante, e i modelli che propone sono spontaneamente accettati.

Non desta, in effetti, eccessivo scalpore il fatto che in Messico, a partire dagli anni ‘70, si sia pensato di modellare il comportamento e le scelte individuali della popolazione mediante una serie di "telenovelas" sociali, e che l'operazione abbia riscosso un formidabile successo. La serie televisiva Accompaname, ad esempio, incentrata sulla pianificazione familiare e sulla riduzione delle nascite, ha triplicato di colpo la vendita di contraccettivi e di profilattici in tutto il paese. L'inventore della cosiddetta "soap opera" sociale si chiama Miguel Sabido e vanta al suo attivo ben 64 premi internazionali. Pare che il suo metodo per "teleinfluenzare" le masse interessi anche altri paesi, come la Tanzania, l'India, la Cina, il Kenia, e probabilmente sarà esteso, oltre che alla TV, alle videocassette, alle canzoni e alla radio.

Non spaventano tanto le intenzioni di Sabido e dei realizzatori di questi programmi, che possono anche essere delle migliori, quanto il potere che la televisione ha assunto, e il controllo aberrante che vuole realizzare sul mondo.

 

Ispirato a "Ecco i nuovi comandamenti", Corriere della Sera, 11/ 10/ 1994; e "Telenovelas per ridurre le nascite", Il Resto del Carlino,

 

 

 

 

 

Videodipendenza:

i più incalliti sono gli italiani

Primi in Europa per le ore davanti al video, ultimi per il tempo dedicato alla lettura. La TV è ciò che nessun altro "media" è mai riuscito a diventare: una compagna.

 

 

Italiani, innamorati di televisione. Siamo il popolo che la guarda più di ogni altro in Europa. Tre ore e sedici minuti di consumo vorace ogni giorno, battendo francesi, tedeschi e inglesi. Un trionfo incontrastato e non si sa quanto glorioso che ci é stato attribuito da un rapporto presentato alla conferenza dei 40 ministri responsabili dell'informazione e delle telecomunicazioni del Consiglio d'Europa nel Dicembre ‘94. (...)

Tanta é la voglia di Tv quanto scarsa é la propensione alla lettura di quotidiani e settimanali. (...)

I dati raccolti dai ricercatori sono impietosi: nel nostro paese si vendono appena 118 quotidiani ogni 1000 abitanti, contro gli oltre 500 di Svizzera e Norvegia, mentre in Germania si arriva a 343 e in Gran Bretagna a 393.

Per quanto riguarda la televisione, non siamo ancora ai livelli americani di 6-7 ore quotidiane, ma gli studiosi temono che potremmo arrivarci in tempi brevi. Il terreno é favorevole, visto che la TV é diventata ciò che nessun altro media é mai riuscito a diventare: una compagna. «Rimane sempre accesa come un rumore di fondo e spesso si tramuta in un membro aggiuntivo della famiglia oppure nell'anello mancante di una coppia spezzata», sottolinea il semiologo Gian Paolo Caprettini. «È una presenza amica non soltanto per gli anziani, ma anche per i giovani soli». (...)

I messaggi elettronici ci avvolgono, ci bombardano e ci seducono, dunque. (...) «Non a caso - sottolinea Gianfranco Bettetini, esperto di comunicazioni di massa - per tener dietro alla concorrenza televisiva, i giornali sono diventati a loro volta televisivi, a partire dal modo stesso in cui montano le notizie e frammischiano volutamente attualità e commento».

Comunque «non credo che noi italiani siamo necessariamente i più ignoranti d'Europa solo perché guardiamo più soap operas e leggiamo meno giornali» dice Claudio Sorgi, studioso di comunicazioni e critico dell'«Avvenire». Semmai - aggiunge - siamo vittime di un sistema drogato: «Le reti private non comunicano con il pubblico, cercano di comprarlo».

 

La Stampa, 9/ 12/ 1994, pag. 19

 

 

Non lasciamoci ingannare dalle cifre.

 

Questi dati non vanno letti in vista di un confronto puro e semplice con gli altri paesi europei, alcuni dei quali hanno una media giornaliera di ascolto televisivo molto prossima alla nostra, mentre altri di parecchio inferiore. Non si tratta, cioè, di stabilire chi é il primo e chi l'ultimo in questa classifica , né di complimentarsi con i migliori e di rimproverare i meno bravi. Non é detto, infatti, che in qualità di maggiori teledipendenti d'Europa, noi italiani dobbiamo per forza considerarci i più ignoranti. Questo, però, ben lungi dal minimizzare il problema, lo estende anche agli altri. Se le oltre tre ore di ascolto medio giornaliero dello spettatore televisivo italiano sono davvero tante, nemmeno le due ore di svizzeri e ceki sembrano poche. Basti pensare che difficilmente, lavoro a parte, si è impegnati in una qualunque altra attività per un tempo così lungo ogni giorno. La Tv, insomma, soddisfatti o preoccupati che ne siamo, assorbe la quasi totalità del nostro tempo libero...pensiamoci!

 

 

 

 

 

 

 

 

La prepotenza della TV

 

L'uomo non è libero di ricevere solo l'informazione che vuole e che gli è utile, ma, in virtù della propria naturale curiosità, è portato a interessarsi di tutto ciò che stimola la sua attenzione. Ecco perché l'eccezionale bombardamento televisivo cui è sottoposto rappresenta una forma di violenza.

 

(...) Bisogna prima di tutto sgombrare il terreno da una falsa credenza: quella che l'essere umano possa a suo piacimento ricevere l'informazione che gli viene offerta, oppure ignorarla. Non é così e non bisogna essere competenti in psicologia per non accorgersene. Pur fatte le dovute proporzioni e non volendo confondere fenomeni di diversa gravità, cerchiamo di non commettere il pauroso errore di chi afferma che il drogato è perfettamente libero di continuare a rovinarsi o di smettere. L'uomo per sua natura é curiosissimo, come costantemente hanno notato i viaggiatori presso popoli primitivi. Questa qualità si é via via esaltata nel corso dell'evoluzione, perché ha un valore adattativo importantissimo. Il nostro cervello si nutre d'informazione; solo in quel modo può ragionare e decidere. Arrivare a sapere qualcosa, qualunque cosa, può avere un valore inestimabile. Per questo un segnale visivo, acustico o d'altro tipo che prometta in qualche modo informazione ci richiama prepotentemente e non possiamo farne a meno di prestargli attenzione. Chi riesce a non voltare la testa quando ode la sirena di un'autoambulanza? Chi riesce a non leggere un grosso cartello a vistosi colori che gli si para davanti?

No, l'uomo non é libero di ricevere solo l'informazione che vuole e che gli é utile. Ed é per questo che il fantastico bombardamento a cui siamo sottoposti oggi é né più né meno che una forma di violenza. È la stessa forma di violenza che si esercita sulle oche inchiodate, costrette ad ingerire cibo per ingrassare. Milioni di persone sono state inchiodate al televisore e costrette ad assorbire l'informazione - chiamiamola così - non a proprio vantaggio, ma quasi sempre a vantaggio di altri. (...) Perché, ad esempio, gli spot non vengono riuniti dall'ora tale all'ora tale sul canale tale, proprio per chi vuole gustarli?

 

G. Toraldo di Francia: "La violenza degli spot", in La Repubblica, 2/ 1/ 1988

 

 

 

 

 

 

... come recuperarli al gioco creativo

 

Poiché il divertimento passivo richiede uno sforzo minore di quello attivo, l'umana natura impone che fare qualcosa di più facile sia preferibile a fare qualcosa di più difficile.

 

La TV è come un giocattolo che fa tutto da solo

 

Osservate un bambino che prima giocava con un semplice camion di legno, a cui é stata poi regalata una complicata locomotiva meccanica.

Mentre prima era costretto a divertirsi spingendo sul pavimento il veicolo, immaginando una finta strada tra le gambe del tavolo e facendo anche i rumori, ora egli guarda tutto affascinato il nuovo giocattolo. (...)

Ma dopo un po', il piacere procurato al bambino dal nuovo giocattolo inizia a diminuire. Esso ha un repertorio limitato di azioni: si muove, fa tutu, fa fumo, e basta. Il bambino trova giusto un altro po' di divertimento dal prendere il giocattolo e dall'esaminarlo per vedere come funziona. Tutto qui. Il gioco col camion di legno, invece, non porta mai alla noia, perché il campo di attività con esso possibile é limitato solo dall'immaginazione del bambino. (...)

Il televisore é l'unico giocattolo meccanico che non dà facilmente noia, per quanto il rapporto del bambino con esso sia di tipo passivo. Per di più, le azioni ed i suoni che produce sono molto più vari di quelli del treno-giocattolo; così il bambino può restare ammirato ed affascinato quasi indefinitamente. Dopo il piacere procurato da quella attività tranquilla, facile, sempre divertente, la ricerca di soddisfazioni attraverso l'attiva partecipazione viene ad assomigliare troppo al lavoro.

Ciò non significa che i bambini normali se ne stiano sempre ammucchiati davanti al televisore tutto il santo giorno invece di andare a giocare a palla, o di andare alla partita col babbo o di cuocere un dolce al cioccolato o di fare qualche altra attività che li attragga.

Ma queste attività devono essere molto attraenti; altrimenti, c’é sempre la TV.

 

Gioco a casa

 

I bambini sono cambiati: da attivi, impulsivi, felici di avere qualcosa da fare, come erano, sono divenuti più cauti, più passivi; ora vogliono essere divertiti o istruiti, piuttosto che buttarsi avanti e scoprire le cose da soli. (...)

Un cambiamento legato alla TV é il grado di partecipazione dei genitori al gioco di fantasia dei loro figli. Prima della TV, era a tutto vantaggio dei genitori dare al bambino un po' d'aiuto quando giocava, quasi a «varare» il suo gioco. I genitori, per esempio, potevano suggerire di giocare a «Facciamo finta di...», o lanciare l'idea di fare un the per le bambole, o aiutare il bambino a iniziare un qualche altro gioco che prendesse tempo, e che egli avrebbe poi continuato da solo. Questa consuetudine arrecava vantaggi ad entrambi: il genitore, perché guadagnava del tempo libero, ed il bambino perché, stimolato dall'aiuto dell'adulto, era poi in grado di giocare meglio da solo.

Oggi é più facile che il genitore, piuttosto che darsi la pena di fare iniziare un gioco al bambino, gli accenda il televisore; tanto più che il bambino é altrettanto contento -forse più contento -di guardare la TV che di giocare.

 

M. Winn: La Droga televisiva, pag. 162- 164 e 94- 96.

 

 

Allarme dell’USL:

La videodipendenza e ormai totale e generalizzata

Dai risultati di un'inchiesta condotta dall'USL di Genova tra gli studenti di elementari e medie, alle soglie degli anni ‘90

A Genova l'assessore alle Istituzioni scolastiche Gino Dellacasa ha presentato una pubblicazione che raccoglie testimonianze e indagini sugli effetti della TV sull'infanzia: una ricerca dell’Unità Sanitaria Locale N. 12 su 1.800 allievi di quindici scuole elementari di quartieri del centro, della periferia e delle zone residenziali (...); una serie di disegni e di impressioni scritte dai bambini, anche molto piccoli, dopo aver assistito a film e spettacoli televisivi. Il bilancio è praticamente a senso unico.

 

 

Da 2 a 5 ore di TV al giorno

 

Chito Guala, un sociologo che ha curato l'iniziativa assieme alla psicologa Elisabetta Gardini, spiega così i risultati:

«La videodipendenza è ormai totale e generalizzata. Il rapporto con la TV é un fatto quasi esclusivamente individuale. Il tempo di esposizione alla TV é molto lungo e si protrae spesso in prima e seconda serata. La TV é quasi sempre accesa a pranzo e a cena e rende molto difficile la socializzazione nell'ambito familiare». (...)

Ecco qualche cifra: in 66 famiglie su cento la TV é accesa a pranzo e a cena. Trenta bambini su cento si piazzano davanti al piccolo schermo di primissimo mattino, prima di andare a scuola. Quasi tutti (la percentuale é del 90 per cento) non rinunciano agli spettacoli del dopocena, anche fino a tardi. La media di "presenza" davanti al televisore é di oltre due ore al giorno, con punte frequenti anche di 4-5 ore. La TV é piazzata soprattutto in cucina, in sala da pranzo e più raramente in salotto, e, spesso - almeno in quaranta casi su cento - in casa c'é più di un apparecchio. Secondo i ricercatori molto è dipeso anche dall'avvento delle TV private con programmazioni pressoché ininterrotte e fiumi di pubblicità.

 

 

 

Tra robot e guerriglieri assassini, il mito prevalente è la paura e la violenza

 

Le scelte più frequenti dei bambini cadono sui cartoni animati e sui film («mancano alternative valide» dicono i ricercatori), ma in entrambi i casi i modelli proposti sono discutibili, spesso ispirati alla violenza, sia per i «guerriglieri» o i «robot», sia per i film polizieschi, sia per le storie tragiche e complicate di molti «serials». (...)

Uno degli aspetti dominanti della ricerca é la richiesta, che viene da quasi tutti i bambini, di avere spazi per giocare all’aria aperta.

 

La Repubblica, 22 gen. 1988

 

 

 

 

Ecco i risultati dell'inchiesta condotta dalla USL di Genova

 

Famiglie in cui la TV è accesa sia a pranzo che a cena                           66%

 

Bambini che guardano la TV dopo cena, anche fino a tardi                    90%

 

Bambini che guardano la TV completamente soli                                   30%

 

Bambini che al mattino, appena alzati, accendono la TV                        20%

 

Inoltre emerge che i bambini leggono sempre meno.

Il tempo "vuoto" tra la scuola e il divertimento è occupato solo in minima parte dalla lettura.

 

 

 

 

 

Quante ore davanti allo schermo...

 

L'eccessivo numero di stimoli provenienti dallo schermo televisivo riduce dopo un breve tempo l'attenzione del bambino e fa sì che il messaggio invece di essere elaborato venga assorbito passivamente dal piccolo spettatore. Tuttavia recenti statistiche americane e francesi rilevano che quasi tutti i bambini guardano la televisione per 4-6 ore in America e per 2-3 ore in Francia.

Non abbiamo trovato dati che riguardano il tempo di esposizione dei bambini alla televisione nella letteratura medica italiana.

Negli Stati Uniti l'inizio di ascolto é segnalato intorno ai 3 anni di età. In epoca prescolare si registra il tasso di ascolto massimo, compreso cioè tra 7 e 8 ore al giorno. Il tasso diminuisce con l'inizio dell’attività scolastica e subisce un nuovo incremento nella banda di età compresa tra 11 e 13 anni.

Gli adolescenti, invece, dedicano poco del loro tempo alla TV, ad eccezione di coloro che presentano importanti disturbi emozionali o segni evidenti di disadattamento sociale. È probabile che il rifiuto dell'adolescente per la famiglia condizioni in parte anche l'atteggiamento nei confronti della TV, considerata il più tipico divertimento familiare.

Infine la letteratura é concorde nel rilevare che i soggetti provenienti da famiglie di basso livello socio-culturale guardano la TV in misura maggiore. Probabilmente questo accade perché i ragazzi che hanno condizioni economiche più vantaggiose sono sottoposti a stimoli culturali alternativi rispetto ai mass-media e si dedicano più spesso alla lettura.

 

Di Palma, M. E. Zappatore, G. Buraschi.

Divisione Pediatrica, Arcispedale S. Anna, Ferrara

 

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(9 - Computer, videogiochi e internet)

Sui bambini che hanno problemi

di carattere o di adattamento,

la TV può avere effetti incontrollabili

 

 

Il problema della violenza

 

Al principio degli anni settanta la televisione non conosceva ancora quell'esplosione di violenza che è divenuta ormai, a distanza di più di vent'anni, una norma abituale.

Già allora, tuttavia, c'era chi metteva in guardia dall'"assuefazione" infantile agli spettacoli violenti , ossia dal fatto che, in seguito alla sua visione continua, i bambini non facessero più "tanto caso" alla violenza, poiché vi si erano abituati.

In un esperimento, il dottor Victor Cline, del Laboratorio dell'Università dello Utah, confrontò le risposte emotive di due gruppi di ragazzi tra i 5 e i 14 anni di fronte a un programma televisivo estremamente violento (V. Cline, The Desensitizazion of Children to Television Violence, National Institutes of Health, Bethesda, 1972).

Uno dei due gruppi aveva guardato poco o niente la TV nei due anni precedenti, l'altro aveva a proprio carico una media di 42 ore a settimana per almeno due anni. Mentre i due gruppi di ragazzi guardavano una sequenza lunga alcuni minuti, tratta da un film violento, le loro risposte venivano registrate su di un fisiografo, uno strumento simile a un'elaborata "macchina della verità" che misura le pulsazioni cardiache, la respirazione, la sudorazione, ed altre reazioni corporee.

Secondo quanto misurato dal fisiografo, i forti consumatori di TV erano molto meno scossi degli altri da quanto vedevano. I ricercatori conclusero che essi erano divenuti talmente abituati a vedere spettacoli "forti" in TV, che la loro sensibilità era diminuita. (..)

Tutti i successivi scritti dell'autore sono stati contro la violenza in TV.

 

I bambini difficili, o "diversi", e la loro risposta alla TV

 

Gli esperimenti del dottor Cline richiedono uno strumento sensibile per misurare le risposte emotive.

Indubbiamente, per i bambini normali, gli effetti della TV sulla percezione di realtà e sulle risposte a situazioni di vita reale sono quasi indefinibili; ed eventualmente misurabili solo con apparecchi molto sensibili. Per i bambini disturbati la situazione é del tutto diversa. Fa notare uno psicoterapista infantile:

«Io trovo che per i bambini psicotici (con problemi psichici; ndr) il guardare la TV è assai dannoso. L'unica cosa che io voglio aiutarli a capire è il mondo reale, voglio accrescere la loro percezione di realtà, il rapporto di causa ed effetto. A tutto ciò va assolutamente contro l'illogicità dei personaggi dei cartoni animati , che volano o fanno altre cose fantastiche che in TV sembrano così reali. Alcuni di questi bambini hanno fantasie di onnipotenza. Pensano di poter volare anche loro. Vedono qualcuno che fa "zip" con la mano e fa sparire un'altra persona e le loro fantasie di onnipotenza ne vengono rafforzate. Naturalmente, l'idea che una persona abbia il potere di farne scomparire un'altra è anche terribilmente paurosa per il bambino psicotico, poiché ciò è quanto egli crede profondamente.

 

M. Winn, La droga televisiva, pag. 87- 89

 

 

 

 

 

 

I rischi da eccessiva esposizione alla TV in età infantile

 

Rapporti familiari alterati

Occupazione lavorativa di entrambi i genitori

Basso livello sociale e culturale della famiglia

Residenza in aree urbane prive di spazi verdi

Età compresa fra i 3 e 6, oppure fra gli 11 e 13 anni

Problemi emotivi legati all'adolescenza

Obesità

Cattivo rendimento scolastico

Malattie croniche con frequenti ricoveri in ospedale

 

Divisione pediatrica Osp. S. Anna – Ferrara

 

 

 

 

 

Tv e nascita

Scienziato scopre che i bambini di oggi sono già

teledipendenti nel grembo materno

 

 

Già da tempo si sapeva che i bimbi riconoscevano la voce materna ancor prima di nascere, ma nessuno aveva finora pensato che sarebbero stati sensibili alle sigle musicali della telenovela preferita dalle madri. E invece pare proprio che i richiami di questi programmi televisivi abbia effetti calmanti immediati sui neonati. (...)

Prima di nascere - sostiene il dottor Peter Hepper - il bambino ha "udito" tanto spesso le sigle delle trasmissioni televisive più popolari che finisce per associarle alla quiete del grembo materno. Nel suo inconscio, i messaggi degli spot pubblicitari suonano familiari, rassicuranti. Che lo voglia o no, crescerà "drogato" dalla TV. Gli stessi motivi che calmano i neonati "teledipendenti" afferma lo studio, raramente danno lo stesso risultato per i neonati che hanno passato i nove mesi nel grembo materno lontani dalla TV: se piangono continuano a piangere. Secondo il dottor Hepper gli effetti calmanti si possono spiegare con il fatto che le donne incinte teledipendenti, quando suona l'ora del "polpettone" (telenovela, ndr) preferito, si concedono un attimo di relax sprofondando in una comoda poltrona, e così i figli associerebbero il motivo musicale al momento di tranquillità.

«È già stato dimostrato - sono le conclusioni del dottor Hepper - che i bambini nel grembo materno imparano a riconoscere alcuni suoni, primo fra tutti la voce della mamma. Oggi sappiamo che per molti di loro esiste anche un'altra mamma: la TV

 

La Nazione, 11 giugno 1988

 

LA STAMPA           Mercoledì 8 Giugno 1988

 

 

...Ma non lasciamoci trasportare!

 

Va bene - diranno a questo punto i nostri lettori più acuti ed intransigenti - ...ma non lasciamoci trasportare dall'entusiasmo della critica, o finiremo per vedere il male anche dove non c'è. Che pericolo può derivare dal fatto che un neonato si tranquillizzi con la sigla di un programma televisivo?

In effetti, anche chi raccoglie e commenta questi articoli è convinto che la sensibilità del neonato alla Tv non sia in grado di procurargli immediatamente gravi danni. È però utile fare molta attenzione quando si parla di effetti dannosi. Vi sono cose, come i veleni, le armi da taglio o da fuoco, che rappresentano un pericolo chiaro e immediato, di fronte alle quali sappiamo benissimo quello che può succederci. Nessuno lascerebbe giocare il proprio bambino con un'arma carica o con una sostanza velenosa.

Tutto ciò che influisce sulla crescita psicologica e sull'educazione dei bambini, invece, qualora costituisca un pericolo, non è così facilmente visibile.

Probabilmente - ed è quello che speriamo - i bambini osservati da Hepper avranno uno sviluppo normale e non denoteranno problemi di comportamento per aver ascoltato le sigle delle telenovelas fin dal grembo materno. La cosiddetta "teledipendenza" - ossia lo stato di passività dello spettatore che non può fare a meno di sorbirsi ore e ore di Tv ogni giorno - non insorge in bambini così piccoli, e per quanto riguarda il loro futuro comportamento come spettatori televisivi, c'è tutto il tempo per educarli come si deve.

Ciò che spaventa è il fatto che la teledipendenza infantile sia altissima. Se i bambini preferiscono "sorbirsi" ore e ore di disegni animati coloratissimi e tremendamente ripetitivi, anziché correre fuori a giocare o inventarsi da soli un gioco in casa, non sarà perché la televisione cattura la loro attenzione come un mago ipnotizzatore?

Trovatemi un bambino che di fronte a uno schermo acceso si volti dall'altra parte!

L'effetto che il linguaggio musicale e accattivante della TV ha su bimbi ancora non nati mostra che non occorre comprenderla per esserne affascinati. Come se la nostra attenzione fosse catturata interamente da un ronzio costante e da un gioco di luci, che a lungo andare non ci dice più niente...

 

Tratta da “Insieme” 12/’95

 

 

 

 

 

Nati per uccidere

Non c'è televisione capace di trasformare un bravo ragazzo in uno spietato assassino, questo è chiaro. Né si può dimostrare un'influenza diretta della "cultura" televisiva sull'aumento della criminalità giovanile. È anche vero, però, che la Tv ha contribuito notevolmente, anche senza volerlo, a diffondere un'immagine "vuota" dell'uomo e dei suoi sentimenti, e un freddo distacco di fronte alle cose più orribili...

 

 

«E come se la nostra società avesse fatto crescere un nuovo genere d'uomo» scriveva nel 1975 un giornalista del New York Times, «il ragazzo assassino che non sente alcun rimorso ed é appena conscio delle proprie azioni».

Quasi quotidianamente in America (chi parla é negli anni 70, quando il fenomeno aveva proporzioni inferiori a quelle attuali; ndr) i giornali riportano casi di criminalità minorile che riempiono di orrore e di incredulità il lettore normale: piccoli delinquenti di 10-12 anni che assalgono, per derubarle, persone anziane, e talvolta seviziano ed assassinano le loro vittime, spesso per piccole somme. (..)

Ciò che accomuna questi ragazzi "diversi" (al di là delle loro storie personali, quasi sempre terribili; ndr) é il distacco emotivo che permette loro di commettere crimini innominabili con la totale assenza di normali sentimenti quali colpa o rimorso. È come se trattassero con oggetti inanimati, non con esseri umani. (...)

Secondo uno psichiatra che ha fatto da consulente alla corte di Brooklyn, i ragazzi dimostrano una totale mancanza di senso di colpa e di rispetto per la vita. Per loro un'altra persona é una cosa. Sono esseri incontrollati che non sopportano che qualcuno stia sulla loro strada. Miseria, problemi familiari che portano a gravi turbe della personalità, negligenza dei genitori, scuole inadeguate: tutti questi, purtroppo, sono vecchi e familiari mali di certi strati della società americana (e non solo; ndr).

Ma le 5, 6, 7 ore al giorno (cioè più che per qualsiasi altra attività della vita reale) che un ragazzo disturbato passa a guardare la TV sono chiaramente un fenomeno relativamente nuovo.

Non é possibile che tutte queste ore trascorse in un'attività che offusca i confini tra il reale e l'irreale, che consiste nel vedere immagini di uomini e nel provare l'illusione dei sentimenti, producano un nuovo terribile distacco della persona dai propri atti antisociali? (...) Il problema, infatti, non é che questi ragazzi possano imparare ad agire in modo violento perché lo vedono in TV (benchè talvolta ciò avvenga); il problema è che la televisione condiziona questi ragazzi ad agire verso le persone reali come se esse fossero su uno schermo televisivo per questo che possono molto semplicemente «eliminarle» con coltelli, fucili, catene, con lo stesso poco rimorso di quando si spegne il televisore.

 

M. Winn, La droga televisiva, pag. 88- 91

 

Si tenga bene presente, comunque, la vera natura del pericolo che corrono i bambini televisivi. Se la televisione li trasformasse con facilità in pericolosi assassini, la nostra civiltà si sarebbe estinta. Per fortuna le cose non stanno così. Ma anche il fatto che essi vedano spargere sangue con tanta indifferenza, spaventa.

 

 

 

 

 

 

Lavorare al computer

Può essere la causa di parecchi disturbi fisici, anche gravi. Alcuni consigli.

 

 

Tensione al collo, bruciore agli occhi, dolori ai polsi e alle spalle, mal di schiena (...), il lavoro al computer obbliga il corpo all'immobilità, ad esclusione delle dita, delle mani, della testa. "Se poi, come spesso capita, gli strumenti di lavoro non sono sistemati in maniera corretta costringono il corpo ad assumere posizioni innaturali, come ad esempio tenere i gomiti troppo alzati o la testa troppo inclinata", spiega il dottor Bruno Piccoli, della Clinica del Lavoro di Milano. "Sono posizioni che, se protratte nel tempo, provocano fastidiosi dolori muscolari e, alla lunga anche a lesioni permanenti dei tendini. Una delle più comuni é la sindrome del tunnel carpale, cioè l'infiammazione di quella parte della mano che consente i movimenti del polso. Ma anche le borsiti (infiammazioni delle articolazioni) sono causate dalla ripetuta azione delle dita sulla tastiera senza che il braccio abbia un supporto adeguato. Altri guai fisici possono derivare dallo stare seduti su una sedia non adatta oppure dal rimanere a lungo nella stessa posizione. Si tratta di problemi che si possono risolvere con opportune correzioni posturali.

 

COME SISTEMARE LA SCRIVANIA

L'ergonomia suggerisce che la profondità della scrivania deve essere almeno di 90 centimetri, mentre la tastiera dovrebbe distare da 7 a 15 centimetri dal grembo. Bisognerebbe usare una poltroncina girevole con braccioli o uno sgabello ergonomico, che obblighi la spina dorsale a una posizione corretta, il cui peso è distribuito tra bacino e ginocchia. Lo schermo causa il disturbo più comune: l'astenopia. (...)

 

LA LUCE

La lontananza dallo schermo diminuisce anche l'azione delle radiazioni elettromagnetiche.(...)

Evitare punti luce che si riflettono sullo schermo.

 

Donna Oggi, giugno 1995

 

 

 

Un computer in ogni casa

 

Gli ultimi dati sull'home computing, cioè sul mercato casalingo dei computer, sono sorprendenti. Secondo le stime delle società di ricerca nel nostro paese quest'anno saranno venduti circa 130 mila personal per uso domestico. Gli istituti Doxa e Idc hanno calcolato che almeno il 10% delle famiglie italiane ha un computer in casa e che la maggior parte lo ha comprato negli ultimi cinque anni. Del resto il 1994 é stato l'anno del sorpasso: nel mondo sono stati venduti più computer che automobili.

Donna Oggi, giugno 1995

 

 

DEDICATO A MAMMA E PAPÀ

 

Bambini e computer,

sette regole d'oro.

 

1.          Non denigrate il computer, ma insegnate al bambino quello che la macchina non gli può dare.

2.         Non chiedete al pc di sostituirvi nel rapporto con i vostri figli. Il computer usa un tipo di linguaggio di cui i piccoli tendono ad appropriarsi facilmente.

3.         Fatevi insegnare da vostro figlio a usare il computer, videogiochi compresi. Potrete toccarne con mano pregi e difetti.

4.         Attenti però: non dimenticate che uno dei primi strumenti di apprendimento per i bambini è proprio l'imitazione: anche voi non passate troppo tempo al computer.

5.         Imponete al bambino di fare i calcoli a penna. E permettetegli di usare le calcolatrici ed il pc solo in un secondo momento.

6.         Non lodate eccessivamente la maestria del piccolo davanti al personal computer.

7.         Se il bambino passa troppo tempo con i videogiochi non cercate semplicemente di proibirglieli. Aiutatelo invece di interessarsi ad altro.

 

Donna moderna, dossier computer 1995

 

 

 

 

 

Astenopia,

sindrome da affaticamento più comune al terminale

 

L'occhio é l'organo bersaglio della "fatica" di questo nuovo modo di lavorare. (...) Sull'astenopia, termine ormai di moda, c'é un bel po' di confusione, tanto che gli esperti non sono ancora approdati ad una definizione universalmente accettata. Alcuni, con questo termine, indicano "qualsiasi sintomo o disagio che consegua all'uso dei propri occhi"; altri dividono i disturbi in oculari (dolore, irritazione, bruciore, arrossamento, senso di sabbia negli occhi, ammiccamento frequente...) e visivi (visione sfuocata, sdoppiata, tremolante, stanchezza nella lettura). Altri ancora propongono un' interpretazione più estensiva, che comprende anche disturbi non strettamente oculari, come mal di testa e nausea. (...) L'astenopia compare con una certa frequenza fra gli operatori che dedicano al lavoro al computer un numero di ore superiore al 50% della settimana lavorativa. Un altro dato emerge con chiarezza: chi porta gli occhiali, deve averli con la correzione giusta, esattamente "tarata" per il lavoro al video-terminale, fermo restando che i vizi di rifrazione comportano una diversa suscettibilità alla fatica dell'impegno visivo al video.

 

CORRIERE DELLA SALUTE, 6 febbraio 1995

 

 

 

 

 

 

Notizie utili

 

La scritta " MPR-II " sul retro del monitor del computer

garantisce un bassa emissione di radiazioni elettromagnetiche.

 

Donna moderna, 1995

 

 

 

 

 

 

LA SICUREZZA PER LEGGE

 

La nuova legge sui videoterminali si applica solo ai lavoratori che utilizzano il video almeno 4 ore consecutive al giorno e per tutta la settimana lavorativa.

 

AZIENDE. Hanno l'obbligo di analizzare i luoghi di lavoro con riguardo ai rischi per la vista e per gli occhi, ai problemi legati alla postura, alle condizioni ergonomiche e di igiene ambientale e di evitare il più possibile la ripetitività delle operazioni.

 

PAUSE. L'operatore ha diritto ad una pausa di 15 minuti ogni 120 di applicazione continuativa che non é, comunque, cumulabile all'inizio o al termine dell'orario di lavoro e che dovrà essere contrattata con gli organismi sindacali.

 

CONTROLLI. I lavoratori, prima di essere adibiti al video-terminale, sono sottoposti ad una visita medica e ad un esame oculistico per stabilirne l'idoneità. Gli idonei con prescrizione di portare gli occhiali (i dispositivi di correzione in funzione dell'attività svolta sono a carico del datore di lavoro) e quelli con oltre 45 anni d'età devono fare una visita di controllo ogni due anni. Il lavoratore, su sua richiesta, può essere sottoposto a controllo oftalmologico ogni qual volta sospetti una sopravvenuta alterazione della funzione visiva, confermata dal medico d'azienda.

 

Corriere Salute 6 febbraio ‘95

 

 

 

 

VIDEOGAMES

VIETATI AI MINORI

 

Due samurai si massacrano a colpi di spada. il sangue sprizza da tutte le parti. Le teste mozzate volano via. Immagini cruente che ricorrono in "Mortai Combat", un videogame giapponese dell'ultima generazione, fra i preferiti dai bambini di tutto il mondo. Al punto di essere in testa nelle classifiche delle vendite. Ma ora, dopo le pressioni di psicologi e genitori preoccupati davanti a tanta crudeltà giochi come questo saranno messi al bando. Almeno per i più piccoli. L'Elspa, associazione delle case editrici di software europee, ha infatti adottato un codice di autoregolamentazione in base al quale saranno vietati ai minori i videogame più violenti o più volgari. Come? Da settembre, sulle confezioni appariranno bollini con l'indicazione delle differenti fasce di età: da zero a 10 anni, da 11 a 14, da 15 a 17, da 18 in su. Una croce rossa indicherà a chi è vietata la visione.(...)

Spiega Mark Stracham, presidente dell'Elspa: "Siamo andati incontro alla richiesta dei genitori che vogliono capire facilmente quali sono i prodotti adatti ai loro figli". "È un segno che il mercato é diventato maturo" dichiara John Holder, presidente delle Leader, la principale azienda italiana distributrice di videogiochi, associata all'Elspa. "Azioni come questa aiuteranno ad avvicinare un pubblico più vasto che tuttora è molto diffidente nei riguardi dei videogame".

Diffidenza comunque ancora più giustificata, secondo medici e psicologi.

 

Donna Moderna

 

 

 

 

 

ENDORFUN, "Comunicazione subliminale"

Grido d'allarme: quei videogiochi sono una droga

 

 

 

Ragazzi "drogati" da un gioco elettronico che contiene messaggi subliminali in grado di procurare sensazioni di falso benessere che potrebbero causare dipendenza. A lanciare il grido d'allarme è stato il Sunday Times inglese. Il gioco in questione si chiama Endorfun, é una sorta di cubo di Rubik computerizzato e sta per essere messo in commercio dalla Time Warnerin tutto il mondo.

Per tutta la durata del gioco vengono inviati messaggi subliminali che vengono percepiti solo a livello inconscio dai giocatori. I messaggi sono di tipo vocale, comprendono espressioni come: "Mi aspetto piacere e soddisfazione" e "È giusto per me avere tutto quello che voglio". E ancora "sono libero da qualsiasi dipendenza","Oggi mi aspetto il meglio".

Ce ne sono un centinaio, tutte frasette che nelle intenzioni della Time Warner, devono creare una sensazione di benessere e lanciare il gioco verso il successo. (...)

La Time Warnerin insiste sul fatto che i messaggi sono positivi. Ammette che il gioco è influenzante, ma spiega al Sunday Times, “anche se può avere qualità simili a quelle delle droghe, almeno é legale".

Già, perché mentre i messaggi subliminali sono proibiti in Gran Bretagna per la televisione e per la radio, non esiste una regolamentazione in materia per quanto riguarda l'industria dei computer. Anche se, a quanto dichiara il Sunday Times, gli altri colossi sei video giochi come Nintendo e Sega si dichiarano pronti a combattere tutto quello che possa rivelarsi nocivo per l'immagine della loro industria. Intanto politici, psicologi e organizzazioni di genitori sono in allarme. Certi giochi, sostiene il sociologo americano Gini Graham Scott, stimolano il cervello a produrre endorfine, sostanze che svolgono una azione fondamentale nel diminuire la sensibilità al dolore e che provocano una naturale eccitazione (e benessere, ndr). Se poi intervengono i messaggi subliminali l'effetto é raddoppiato. (...)

 

Cosa succederà in Italia

Dallo scorso settembre la Leader Distribuzione di Varese si occupa della gestione italiane dei programmi della Time Warner. Daniele Giacomone, responsabile dei rapporti con il colosso dei videogame ammette "è probabile che il gioco venga presto messo in commercio anche nel nostro paese".

Ma sarà tradotto dall'inglese anche per quanto riguarda i messaggi subliminali? "Vengono tradotti tutti i giochi da cui ci si aspettano vendite massicce, ma su Endorfun non ci sono comunicazioni precise". (...)

Esistono nel nostro paese adeguate norme di tutela? "La legge Mammì del ‘90 vieta esplicitamente l'uso di messaggi subliminali - spiega Rubens Esposito, direttore generale degli affari legislativi della Rai - ma si tratta di una normativa di settore che riguarda radio e televisione. Nulla vieta però che questa regole vengano considerate principio generale e applicate, in assenza di una regolamentazione specifica, anche in materia di videogiochi".

 

Arianna Finos, La Repubblica

 

 

 

 

 

Nuove frontiere per la video-dipendenza

Si chiama internet, ed è una rete informatica che consente di collegarsi tramite il proprio computer con milioni di persone in tutto il proprio mondo. La cosa in sembra buona (e per molti versi lo è) ma cela oscure minacce...

 

 

Prima di condannare o assolvere è necessario capire. E la prima cosa da capire sono i pericoli in cui possiamo incorrere.

 

Non é mai il caso di criminalizzare a priori una forma di comunicazione, soprattutto se si tratta di una forma nuova, la cui portata e il cui sviluppo futuri non sono ancora del tutto chiari. Questa "nuova frontiera" della comunicazione si chiama "Internet", ed é un'enorme rete informatica a cui chiunque, dotato di un computer e di un minimo di attrezzatura (modem che si collega al telefono) può accedere. Negli Stati Uniti la chiamano già "l'autostrada informatica", poiché è possibile effettuare collegamenti a qualunque distanza, praticamente da un capo all'altro del mondo, e accedere a banche dati, visitare riproduzioni perfette di musei e opere d'arte, leggere notiziari, annunci, e perfino dialogare con chiunque, da un continente all'altro...

Tutto questo garantisce senza dubbio opportunità straordinarie, soprattutto per chi necessita di materiale che può comodamente consultare dalla poltrona di casa sua, ma, come in tutte le buone favole che si rispettino, comporta anche un pericolo. Quale é il volto oscuro di Internet ?

A parte il rischio che qualcuno prima o poi si impadronisca (economicamente e/o politicamente) di questo circuito informativo e lo usi come forma di controllo a distanza delle masse, c'è una minaccia molto più vicina e più urgente: il rischio, terribile, della dipendenza. Il rischio di "inchiodarsi" davanti al computer e far girare attorno a sé questo immenso mondo. Diventare, da video-dipendenti, Internet - dipendenti. E cioè girovagare o conversare per ore e ore attraverso queste autostrade informatiche, dimenticando che nel momento in cui ci si sente immersi in un circuito di scambi su scala mondiale, in realtà si è soli, nel silenzio della propria stanza...

 

Ci si conosce a distanza e a volte ci si scrive o ci si può incontrare. Ma per lo più si dialoga con persone lontanissime. Se funziona ci si tiene in contatto, ma uno vive sul Pacifico, l'altro sull'Atlantico. Molti amori restano virtuali, via cavo...

 

Internet é un mondo a sé (...). Per partire abbiamo un normale computer, collegato via modem al telefono. Poi ci abboniamo alle case madri, le associazioni che vi immettono in Internet. Appena date la vostra parola d'ordine (...) appare sul video il menu di partenza. Ci sono tante figurine. Se scegliete l'aeroplanino appaiono sullo schermo orari degli aerei, e numeri per effettuare una prenotazione. Se fate click (...) sulle notizie vi informano in tempo reale sulla Bosnia, i guai di Clinton, le imprese di Tomba. (...)

Sono circa 30 milioni, nel mondo, gli utenti di Internet: ogni giorno se ne aggiungono cinquemila. (...)

Quando si fa notte scendono le ombre sul mondo di Internet. Forum sadomasochisti, Forum per coniugati, per omosessuali. Ogni Forum accetta solo 23 persone, poi ne crea un altro, e così via, all'infinito. (...) Ogni utente ha una sua scheda, per lo più quasi incomprensibile a chi è nuovo del quartiere elettronico: «Sheila, nata il 1968, Wisconsin, ama il tennis, le tagliatelle, Computer IBM, colore rosso, interessi: ragazzi con la testa a posto ma non troppo, frase preferita: "Quando la strada si fa dura, il duro si fa strada. Sheila attrae altri utenti che le scrivono in privato (basta spingere un nuovo tasto). Se funziona ci si tiene in contatto, ma uno vive sul Pacifico, l'altro sull'Atlantico, molti amori restano virtuali, via cavo ...

 

Un esempio di conversazione a più voci, in Internet. La prima impressione è quella di un miscuglio di voci a tratti incomprensibile

 

Ecco un tipico dialogo via Internet nei Forum personali. Viene dal Forum per debuttanti.

 

Natasha - Chi c'é in linea?

Will - Io baby.

OneSxyldy.2 - Qualche bel ragazzo?

Will- Natasha ti voglio.

Critter - Una frase volgare.

Custode della rete- Critter hai rotto il galateo, vieni espulso (Critter espulso)

Critter- Tanto torno baby.

Will- Natasha mi ecciti

Natasha- Che vuoi farci Will?

Vera Lynn - Mi sembra che voi ragazzi abbiate un sacco di tempo da perdere.

Natasha- Sì, Vera

Sharon - Sono in Scozia

Will- Dove?

Sharon- Inverness.

Jaimex - Che pizza la finale vinta da San Francisco.

Hedd - Quel porco di Clinton vuole il porto d'armi per tutti.

OneSxyldy.2- Nessuno vuole parlare in privato?

Un utente si stacca e segue OneSxyldy.2 in privato.

RHW64 - Conoscete un buon posto per tatuaggi?

J305 - Oggi ho visto Woody Allen.

 

Corriere della Sera, 13 febbraio 1995, pag. 21

 

 

 

 

Un mondo senza vita

Si parla tanto di Cyberspazio, ossia di quel "luogo" che è divenuto il computer, grazie alla possibilità di scambiare informazioni, dati e messaggi, letteralmente da un capo all'altro del mondo. Ma è un luogo senza vita, dove chiunque può inventarsi storie, pseudonimi, personalità, fuggendo la presenza fisica, lo sguardo, il contatto...

 

 

Il corpo reclama. Cominciamo a capirlo come realtà nel periodo cruciale dell'adolescenza. (...) Ma attraverso il corpo si rischia. Nell'amore, nello sport, é necessario il confronto, ed è un rischio a cui non tutti sono preparati. E con il rischio nasce la paura. E con la paura nasce il rifiuto del corpo, dei suoi desideri, della sua stessa esistenza. E la mente prende il sopravvento. Quand'ero adolescente io, c'era il CB. Un sacco di ragazzini spendevano una fortuna per comprarsi il "baracchino", cioè la stazione ricetrasmittente per parlarsi a distanza. Realizzavi così il sogno di una comunicazione "pura", senza lo sgradevole confronto con sguardi, ammiccamenti, sfioramenti. Potevi far credere di essere chiunque, in quello spazio astratto che era l'etere, popolato da mille voci, in cui avevi l'illusione di essere "assieme" a qualcuno. Ma poi spegnevi la stazione ed eri solo come prima, nella tua cameretta del cavolo.

Io con le ragazze ero un drago. Al telefono (e solo se prima ero riuscito a dominare sufficientemente il tremito delle mie mani per poter comporre il numero). Parlavo con voce suadente e pause ben calcolate, dal vivo ero una cozza.(...) Dunque il cyberspazio, in fondo, non é nato oggi. Questo luogo dentro il computer, dentro tutti i computer, vicino a tutti, lontano da nessuno, é molto simile all'etere dei CB, o a quel luogo oscuro e magico che si situa tra una cornetta e l'altra del telefono. Via modem, o Videotel, BBS, Internet, ci parliamo, prescindendo dal contatto fisico. Digitiamo come pazzi, inventiamo pseudonimi, storie, cambiamo di sesso, di personalità. E ci sentiamo una generazione mutante, un'avanguardia. (...) Si parla tanto di cyberspazio, sui giornali. Si dice che è difficile darne una definizione. Una di queste potrebbe essere: un luogo in cui non si fa l'amore.

 

M. Sossella, Mac Disk 18, Dicembre ‘93 - Gennaio ‘94, pag. 33

 

 

 

 

Il vero "mostro" è l'indifferenza...

L'uomo e la tecnologia davanti alla tragedia

 

In uno stand fieristico, un gruppo di visitatori apprezza la qualità tecniche di una elaborazione al computer di immagini televisive. Nessuno sembra fare troppo caso al fatto che quelle immagini trasmettono una guerra in diretta.

Per dimostrarne il funzionamento, la stazione era collegata alla stessa antenna di un televisore posato lì a fianco. Il televisore trasmetteva RAI TRE. Che ritrasmetteva CNN. Che era collegata con Mosca, durante l'assedio al Parlamento da parte delle truppe fedeli a Eltsin.

Queste stesse immagini si potevano vedere sullo speciale monitor della stazione AV, in una finestra (parte delimitata del video in cui compaiono comandi, immagini o documenti; ndr ) aperta accanto a un'altra finestra (...).

Mentre in quest'ultima il ragazzo inseriva parole in libertà, nell'altra scorrevano le immagini di una guerra civile, con i carri armati che cannoneggiavano le vetrate del Palazzo del Parlamento, e il fumo che si avvitava nel cielo, gli incendi.

Nessuno, apparentemente, ci badava. Lontani dal fragore dei cannoni, noi tutti guardavamo tecnicamente quelle immagini, la loro risoluzione, la possibilità di digitalizzarle, comprimerle, archiviarle, richiamarle, rivederle, modificarle, giustapporle o mixarle con quelle di mostri galattici, di depliant, relazioni universitarie, agende e ricette di cucina. (...)

 

M. Sossella Mac Disk 18, dicembre 93- gennaio 94, pag. 32- 33

Un uomo il cui pensiero "vede", anziché "pensare" (come quegli spettatori che apprezzano l'elaborazione tecnica di immagini che mostrano una guerra in diretta) è un uomo che non è cresciuto, o che è spaventosamente regredito. Regredito verso un'indifferenza che non fa meno paura della guerra...

Il computer non è il "mostro ", si dice. "Mostruosa", alla fine, è sempre e soltanto la mente (o la volontà) dell'uomo. Ma attenzione a non archiviare troppo frettolosamente il problema, con la scusa che il buono o cattivo uso della tecnologia sono scelte individuali. Crediamo sia necessaria una grande dose di maturità, e anche, perché no?, di forza di volontà per maneggiare certi "aggeggi" tecnologici. Il rischio è quello di non riuscire più a dominarli, e di esserne dominati. Facciamo un esempio: i videogiochi, in sé stessi, sono (lo dice la parola) una forma di gioco, di distrazione, di divertimento. Ma si avverte una sensazione di "mostruosità" vedendo adolescenti o bambini anche più piccoli che "smanettano " per ore e ore, se non tutto il giorno, a caccia di mostri spaziali e di nemici da fare a pezzi tra impressionanti schizzi di sangue elettronico. È difficile credere che una simile "indigestione" di video sia salutare. Ma è anche difficile smettere di giocare. Perfino per un adulto che con il computer ci lavora (ciò che voi leggete è stato battuto, rielaborato e impaginato con il computer) è facilmente "tentato" dal videogioco che lo distrae durante i momenti di pausa. La voglia di rilassarsi un momento, di divertirsi un po', è una tentazione quasi costante per molti di noi. Spesso, per resistervi, necessita una discreta dose di determinazione e di forza di volontà. A volte occorre dirsi: adesso no, dopo, quando ho finito questa cosa...

Se un adulto deve autoregolarsi per non cadere negli eccessi, figuratevi come può fare un bambino a dire di no... Non stupisce se trascorre ogni momento libero davanti al suo videogioco preferito. Tocca ai genitori, allora, offrirgli opportunità alternative, che lo allettino e che stimolino la sua fantasia e la sua creatività.

Tutto questo per dire che la cosa più importante, alla fine, è sempre l'essere umano, la sua crescita, sia interiore che fisiologica, la "qualità" della sua vita. Un uomo il cui pensiero "vede", anziché pensare (come quegli spettatori che apprezzano l'elaborazione tecnica di immagini che mostrano una guerra in diretta) è un uomo che non è cresciuto, o che è spaventosamente regredito. Regredito verso un'indifferenza che non fa meno paura della guerra...

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(12 - Origini di televisione e computer, auditel)

STORIA DI UNA SCATOLA INVADENTE

 

Tecnicamente, la televisione è un mezzo che trasmette emissioni di immagini visive sotto forma di onde elettromagnetiche e riconverte le onde ricevute in immagini visive.

È nel 1884 che l'inventore russo-tedesco Paul Niphow fece brevettare un dispositivo di trasmissione di immagini: il disco analizzatore. Si trattava di un disco perforato, che ruotava rapidamente, mediante il quale una scena illuminata era scomposta in punti luminosi e scuri. La serie di punti di luce così ottenuta era convertita in segnali elettrici e telegrafata a un ricevitore. Gli impulsi che arrivavano al ricevitore erano riconvertiti in punti luminosi e scuri, a partire dai quali l'immagine originale era allora ricostituita, più o meno esattamente, grazie a un disco identico, sincronizzato sul primo.

Il dispositivo di Nipkow era primitivo, ma il metodo di base della televisione non è cambiato: le immagini sono sempre scomposte in punti luminosi e scuri (pensate alla struttura granulare che può essere osservata su fotografie molto ingrandite). Si dovette attendere il 1923 per ottenere delle immagini di alta qualità, e ciò grazie a un americano nato in Russia, Vladimir Zworykin, che depositò una domanda di brevetto per il suo «iconoscopio», prototipo del tubo catodico del televisore moderno. Il disco analizzatore era stato sostituito da un cannone elettronico, fonte immediata di pericolo, come vedremo. Negli Stati Uniti, la prima trasmissione televisiva regolare ebbe luogo nel pomeriggio del 30 aprile 1939, in occasione dell'inaugurazione della Esposizione Mondiale di New York. Il tema dell'esposizione era «Il mondo di domani».

La National Broadcasting Company (NBC), sotto gli auspici della Radio Corporation of America, diffuse le cerimonie a titolo dimostrativo. In pochi giorni la gente cominciò ad accalcarsi a migliaia per vedere le dimostrazioni del nuovo miracoloso apparecchio. Così nacque la fascinazione televisiva che ha ammaliato l'intera società.

Durante la seconda guerra mondiale, l'industria dell'elettronica si concentrò sulla produzione militare. Ma in seguito una vera esplosione televisiva si propagò nel mondo del dopoguerra. Il numero delle emittenti televisive passò da 6 nel 1945 a 523 nel 1958. Oggi vi sono circa 1.000 stazioni televisive. Il numero di televisori privati passò da qualche unità nel 1945 a un milione nel 1949, 10 milioni nel 1951, 46 milioni nel 1958, a 121 milioni nel 1977. E questi dati si riferiscono unicamente agli Stati Uniti d'America. (...)

 

"I pericoli della televisione" pp 13/14 Lectorium rosicrocianum

 

 

 

 

AUTOSTRADA A LUCE ROSSA

Cinquanta "gigabytes" porno su Internet

 

Uno scienziato del segretissimo laboratorio per le armi nucleari "Lawrence Livermore National Laboratory", William Allen Danforth, ha selezionato, immesso nel suo computer d'ufficio e poi diffuso lungo le reti Internet a milioni di utenti novantamila fotografie porno, costruendo a spese del governo quella che è stata definita "la più grande banca-dati e banca-immagini dell'erotismo" mai esistita.

C. Fracassi: Sotto la notizia niente, pag. 217

 

 

 

 

 

 

Qualità e audience

 

I dati Auditel non sono altro che le proiezioni statistiche di 2.500 macchinette applicate al televisore di altrettante famiglie qualsiasi sparse per la penisola, guardate con venerazione dagli addetti ai lavori

 

Un prodotto televisivo non nasce da sé, per magica ispirazione dell'autore, ma viene commissionato secondo caratteristiche tali da riempire un determinato punto del palinsesto e soddisfare l'imperativo supremo di incollare quanta più gente al video e soddisfare l'imperativo supremo di incollare quanta più gente al video. Come si misura questa quantità? (...)

Per rispondervi è stata inventata l'audience: la miracolosa, onnipresente, onnipotente audience. In sostanza, 2.500 macchinette applicate nel televisore di altrettante famiglie qualsiasi, sparse per la penisola, e di cui nessuno conosce il nome. Con queste, Auditel rileva, minuto per minuto, le autonome scelte di questi 2.500 utenti. I risultati elaborati statisticamente diventano il termometro, in perenne oscillazione, delle preferenze di tutti. (...)

Infatti, analizzando ogni secondo di trasmissione effettuata e le preferenze catturate, decreta il successo o il fallimento di un programma. Perfino l'effetto della presenza di un certo ospite può essere valutata sotto il profilo dell'audience e ovviamente cambiata o mantenuta con questo criterio.

L'audience è capace di raffinatezze inaudite: si possono distinguere le capacità di penetrazione, la parte più interessante, quanti spettatori hanno seguito un minuto di trasmissione, quanti hanno continuato ecc.

Osservare che si tratta di una proiezione statistica, non un fatto realmente accaduto, è superfluo? Forse non tanto, se si osserva il sentimento di assoluta venerazione con cui gli addetti ai lavori guardano a tale rilevazione.

Ancora meno superflua è la sottolineatura della dipendenza del pubblico nei suoi confronti, vagamente convinto che i dieci milioni di spettatori della partita tal dei tali siano stati effettivamente contati (come? da chi?). Ma anche questo fa audience: ciò che ha molto pubblico, o che si dice ne abbia, ne attirerà ancora di più. (...)

 

Mariella Todaro - Aam Terra Nuova, maggio 1994

 

 

 

 

 

Dalle valvole del Mark I ai microchip di Internet

 

La rivoluzione dei calcolatori è iniziata, come generalmente accade, per esigenze militari. Nel 1943 Howard Aiken dell'università di Harward aveva messo a punto l'ordinatore elettromeccanico Mark I, una macchina gigantesca; ma fu nel 1946 che negli Usa si fabbricò il primo calcolatore interamente elettronico, allo scopo di risolvere i calcoli per il puntamento dei cannoni contro i nuovi e velocissimi aerei a reazione. I congegni elettronici dell'epoca impiegavano ancora le valvole, prima che negli anni Cinquanta fosse applicata industrialmente, con i transistor, la proprietà dei semiconduttori di fungere da interruttori, lasciando passare o interrompendo il flusso di elettroni. Venne dunque l'epoca dei transistor al silicio.

La svolta ci fu nel 1971, con l'applicazione nell'ingegneria civile di un'altra scoperta della ricerca militare, i circuiti integrati delle diverse componenti in un unico supporto al silicio, sempre più piccolo. Era nata l'era del microprocessore, in grado di svolgere le funzioni dell'unità centrale di un intero elaboratore nello spazio di una minuscole piastrina al silicio (chip). C'è chi ha paragonato questa invenzione, per le sue implicazioni, a quella della macchina a vapore.

La rivoluzione negli elaboratori, presto usati, oltre che per il calcolo, per la lavorazione di dati ed informazioni si è accompagnata ad altri due decisivi sviluppi della tecnologia: satelliti e fibre ottiche. I primi, sempre su impulso militare, hanno riempito i cieli a partire dagli anni ‘60, rendendo più semplice la circolazione mondiale di suoni, scritti ed immagini, fino ai telefonini. Le fibre ottiche - in grado di trasportare onde luminose lungo sottilissimi fili trasparenti - hanno via via sostituito i cavi coassiali, che trasportavano invece segnali elettrici. Hanno il vantaggio di diffondere attraverso il sistema digitale (numerico) qualsiasi tipo di segnale (pagine, voci, dati, immagini); non sono soggette ad interferenze elettriche; sono impermeabili all'ambiente esterno; hanno elevatissima capacità di trasporto (diversi miliardi di bit al secondo consentono ad un cavo transoceanico il contemporaneo passaggio di quarantamila telefonate).

Anche in questo caso l'impulso all'innovazione è stato di natura militare. (...)

 

Claudio Fracassi, Sotto la notizia niente, pag. 218-219

 

 

 

 

Come cent'anni fa

 

Più di un secolo or sono Victor Hugo si diceva sicuro che non ci sarebbero più state guerre fra Francia e Germania perchè si poteva andare in treno da Parigi a Berlino: lo sviluppo delle ferrovie avrebbe garantito la pace universale.

Internet accentuerà le divisioni economiche e culturali?

 

C. Fracassi - Sotto la notizia niente, pp 218

 

 

 

 

 

 

IL SERPENTE CON I POLLICI

Boa canalatus

 

Sulle spiagge di Stranalandia non è infrequente incontrare questi serpentoni che si raggomitolano "a schermo", fingendo di essere la cornice di uno schermo televisivo. In tal modo tutto che sta sullo sfondo viene "inquadrato" dal serpente televisore.

Vi chiederete perché mai uno dovrebbe vedere un tramonto, o un paesaggio, o un amico, attraverso il serpente visore e non invece liberamente. Infatti, su Stranalandia, pochi animali ci cascano. Allora il serpente che non riesce a ottenere successo di pubblico, furioso, ne inventa di tutti i colori: paga altri animali perché facciano conversazioni interminabili dietro di lui, si arrotola come un pazzo in diverse posizioni fingendo di avere diversi canali. Alcuni serpenti si arrotolano intorno allo spettatore lusingandolo e dicendogli: "Vedi, in questo momento sei in serpentovisione".

Ci sono piccoli serpenti lunghi dieci pollici e altri seicento pollici, c'è l'Anaconda cinemascope che è in grado di inquadrare un'intera partita di calcio, e il tremendo Boa moviola, che obbliga gli animali a rifare al rallentatore quello che hanno fatto un minuto prima, se no li mangia. Alcuni serpenti, in cambio della prestazione, vogliono anche un canone. Tra di loro scoppiano spesso liti furibonde per arrotolarsi davanti allo steso albero. Gli animali, furbi, girano dietro al serpentone e vanno a vedere l'albero direttamente. Altri dicono che però l'albero visto attraverso il serpente è tutta un'altra cosa.

Lupus rise molto di questo serpente visore. Dopo sei mesi però ne aveva tre in casa, due a colori e uno piccolissimo portatile.

 

tratto da: Stefano Benni, "I meravigliosi animali di Stranalandia", disegno di Pirro Cuniberti (Feltrinelli)

 

 

Gip nel TV

 

"Alle 18,39 Gip si sentì irresistibilmente attratto da una forza sconosciuta. Decollò dalla poltrona, ondeggiò per qualche attimo nell'aria come un razzo in partenza per il cosmo, attraversò a volo la stanza e piombò a capofitto nel televisore..."

 

tratto dal libro "Gip nel TV" di Gianni Rodari, 1961

  (torna al sommario)

 

 

 

 

(13 - Salute)

Anche la televisione inquina?

Radiofrequenze e microonde provocherebbero danni agli occhi e all'apparato riproduttivo

 

Si ripropone il problema dell'"inquinamento elettromagnetico" provocato dall'eccessiva concentrazione di trasmettitori e ripetitori radiofonici e televisivi. Una recente denuncia (risale al 1987, ndr) dell'Unione nazionale consumatori - in base ai risultati di una serie di rilevazioni eseguite a Roma nelle zone di Montemario (dove si trovano le antenne Rai), Monte Cavo (radio e tv private) e nei pressi dei tralicci della Radio Vaticana - afferma infatti che i valori dei campi elettromagnetici superano di gran lunga le tolleranze stabilite negli Stati Uniti, cui ci si riferisce mancando in Italia una normativa in materia. (...)

In Piemonte il problema esiste solo a Torino, sul colle della Maddalena, dove è installata la maggiore quantità di trasmetti tori e ripetitori radiotelevisivi. «Io la chiamo antennite, anche se la parola fa un po' ridere - dice Graziella Messina, dirigente di un istituto di ricerche di mercato, che abita in strada della Vetta a Pecetto, proprio sotto le decine di antenne - ma sta di fatto che da quando abito qui soffro di strani disturbi, dal banale mal di testa alla dislessia, che prima non avevo mai avvertito in questa misura. Pazienza per le interferenze alla tv o per le casse dell'Hi-Fi che trasmettono programmi radiofonici anche quando sto ascoltando un disco: ma la salute è un'altra cosa...»

Ma quali sono i dati reali sui danni alla salute provocati dalle microonde? E qual è il limite di tollerabilità?

 

 

«Le onde elettromagnetiche (...) cedono energia sotto forma di calore, con "effetti termici " su organi poco vascolarizzati quali, appunto, il cristallino e le gonadi», risponde il dottor Ossola del servizio di fisica sanitaria della USL 40 (la tv, cioè, danneggerebbe l'occhio e l'apparato riproduttivo, ndr ). (...)

«Quanto ai limiti di tollerabilità - prosegue il dottor Ossola - ci si basa su quelli in vigore in altri paesi. Nel blocco occidentale il limite è di 20 volt per metro, raggiungibile solo quando si sommano campi di emittenti diverse. (...)

Alla Maddalena si sono misurate, ai piani alti, intensità di frequenza fino a 40-50 volt per metro».

 

La Stampa, 3 agosto 1987

 

Sul problema dell'inquinamento elettromagnetico ci sarebbe molto altro da dire, e, soprattutto, c'è ancora molto da scoprire. Non è il caso, certo, di presentarlo in modo da farlo apparire più grave di quello che effettivamente non sia. Vi sono molti agenti inquinanti assai più pericolosi e su cui è necessario intervenire quanto prima. Se non é il casi di esagerare, comunque, non è nemmeno il caso di minimizzare. Non a caso i pediatri consigliano ai genitori di non abbandonare mai i bambini con il naso schiacciato contro il televisore. La distanza dalla Tv è dunque una precauzione da mantenere sempre. E non occorre scomodare microonde ed energia elettromagnetica per renderci conto che, in ogni caso, dopo aver trascorso intere ore davanti alla Tv abbiamo la vista stanca, molto più stanca di quanto sarebbe se avessimo guardato altrove.

 

 

 

Allarme per la salute:

obesità, scoliosi, miopia

 

Una ricerca italiana conferma che i bambini vedono troppa televisione

e

che questa danneggia il fisico

 

 

La televisione fa male. Ma non solo al cervello: fa male anche al sangue, alle arterie, al fegato. Come il colesterolo. Allora bisogna imparare a "mangiare meno tv". Fin da bambini. A Brisighella, paesino della collina ravennate, quattrocento ragazzini della scuola dell'obbligo sono pronti a imparare una nuova dieta catodica (televisiva, ndr ).

Sono i fratelli minori degli altri quattrocento che per cinque anni, dall'87 al ‘92, hanno ascoltato i buoni consigli di un'équipe di medici, pediatri e insegnanti, hanno cambiato spontaneamente i loro gusti alimentari, e si sono trovati alla fine dell'esperimento con le analisi sotto ogni soglia di rischio. (...)

Se i ragazzini di Brisighella si sono liberati del mostro-colesterolo, perché non dovrebbero fare altrettanto col mostro-Tv? (...)

Rileggendo i risultati del primo esperimento Brisighella, il professor Gaddi (direttore del progetto sulla limitazione alla Tv, ndr) si é convinto che serve a poco migliorare il menù dei ragazzi se la loro salute é minacciata da ciò che mangiano con gli occhi. (...) Uno spot di merendine tivù é capace di distruggere un anno di educazione alimentare. È vero che i bambini di Brisighella fingono di snobbare la pubblicità («non mi piace» dice oltre il 60%), anzi giurano (quasi all'80%) che «non dicono il vero». Ma poi (tra il 50 e il 76%) corrono a chiedere a mamma di comprare lo snak plastificato appena mandato in onda.

 

Obesità e colesterolo insidiano i forti consumatori di TV. È un fenomeno verificato anche su bambini che seguono una dieta sana

 

Sì, la tv fa male alla salute, al di là di quello che trasmette. Anche senza spot. Anche piena di documentari sulle farfalle. Gaddi sfoglia un pacco di riviste pediatriche: «Ecco uno studio francese su 1.200 bambini: a parità di fuoripasto e di inattività fisica, il consumo di Tv aumenta il rischio di obesità. Uno studio USA dice che davanti allo schermo il metabolismo si dimezza, nei ragazzi obesi come in quelli normali. Anche in bambini dalla dieta sana il livello di colesterolo è proporzionale alle ore passate davanti allo schermo».

 

La Repubblica, 13 Ottobre '94

 

 

 

 

Una vera novità nel campo delle TV

 

Da alcuni mesi é nata l'Associazione libera informazione che ha preso due locali in via Bazzini, 4 a Milano.

Un gruppo di grandissima volontà che si stanno impegnando per portare avanti un progetto di portata eccezionale: la realizzazione di una televisione a bassissima frequenza che avrà il compito di seguire e servire un quartiere.

Tutti coloro che vogliono impegnarsi insieme a loro possono contattarli tutti i giovedì dopo le ore 21,30 al telefono 02/26681156, fax 26280664.

 

il Giornale della natura, gennaio 1996

 

 

 

 

 

Troppo magnetismo nelle nostre case

Gli scienziati Usa: i «campi» creati dagli elettrodomestici possono far male alla salute

 

 

Non é più possibile escludere che le radiazioni dei campi elettromagnetici generati dal passaggio di corrente elettrica siano innocue per la salute. 'altronde non ci sono basi sufficienti per definirle pericolose. Lo afferma un documento dell'ufficio del Congresso per le valutazioni tecnologiche, messo a punto da alcuni studiosi della prestigiosa Mellon University.

Sono state inoltre condotte tre indagini statistiche di carattere epidemiologico. Secondo una di esse, esisterebbe un rapporto fra alcune forme tumorali nei bambini e la permanenza di questi ultimi in prossimità delle linee dell'alta tensione. Sia chiaro, hanno puntualizzato gli scienziati, che gli studi fin'ora compiuti sono soltanto preliminari. «Sembrava che non ci fosse nulla da temere - ha rilevato il dottor Leonid Sagan, che a Paolo Alto, in California, dirige gli studi sugli effetti delle radiazioni per l’Electric Power Institute -. Ora i nuovi fatti emersi non possono essere ignorati. Ritengo che non ci sia alcun rischio per la salute umana, ma ciò non significa che io escluda qualunque possibilità di pericolo».

Altri studiosi hanno sottolineato che, se sarà dimostrato il rischio derivante al nostro organismo dall'esposizione ai campi elettromagnetici, il problema più grave sarà rappresentato dagli elettrodomestici: dall'asciugacapelli al televisore.

Tutto ciò - affermano gli studiosi - non deve creare assurde forme di panico. Le ricerche proseguono.

 

La Stampa, 12 luglio 1989

 

 

 

 

 

 

EFFETTI NOCIVI

In tre anni di televisione, in ragione di 4 ore al giorno in media, si assorbono 2 rem, sufficienti per provocare il cancro all'embrione.

 

 

La storia ha dimostrato a più riprese che gli esperti si sbagliano nelle loro valutazioni della quantità di radiazioni che si suppone nociva per l'uomo. Le norme di sicurezza hanno dovuto essere considerevolmente e ripetutamente ridotte a un decimo e anche a meno. Adesso l'uomo pensa di essere «al sicuro»... fino a quando i limiti di tolleranza non saranno ancora ridotti.

 

Gli effetti delle radiazioni sull' uomo sono misurati in rem (2) (Roentgen Equivalent for Man) o in millirem (un millesimo di rem).

Nel 1950 si stimava che fossero necessari 1.000 rem o più per causare il cancro dell'embrione. Nel 1955 si stimava che 200 rem fosse un valore più vicino alla realtà. Oggi certuni pensano che siano sufficienti 2 rem.

Vent'anni fa gli schermi televisivi erano considerati «sicuri» allorché emettevano 50 millirem all'ora. Adesso il limite di tolleranza è la centesima parte di questa grandezza (0,5 mrem all'ora). E così via.

Si odono spesso espressioni come: «Non è poi così pericoloso», «Io non ho il televisore a colori», ecc. Ma considerate, prima di tutto, che la maggior parte delle persone crede solo a quello a cui desidera credere. È ben noto! In secondo luogo, non ci si rende sufficientemente conto del fatto che la radiazione, una volta penetrata nel corpo, è assorbita dalle cellule, causando il loro deterioramento. Gli effetti così prodotti sono cumulativi. In altri termini, in tre anni di televisione, in ragione di 4 ore al giorno in media, si assorbono 2 rem, sufficienti per provocare il cancro dell'embrione. E tuttavia ci sono milioni di madri che pensano (se sono veramente capaci di pensare...) di fare un grande favore ai loro piccoli mettendoli davanti al teleschermo!

Lo scienziato John Ott, fondatore dell'Istituto di Ricerche sulla Fotobiologia dell'Ambiente di Sarasota in Florida, ha dimostrato che anche il limite attuale di 0,5 mrem all'ora, fissato per i raggi X emessi dal televisore, è troppo alto. Le radici di leguminose che egli aveva posto davanti ad apparecchi televisivi a colori sono cresciute verso l'alto, uscendo da terra. Un'altra specie di piante divenne mostruosamente grande e deforme. Nei topi si sviluppavano lesioni cancerose. (...)

Bisogna ammettere che la televisione non é la sola cosa da incriminare, poiché le fonti di radiazioni sono numerose. Ma questo non la rende più accettabile.

Per quanto riguarda le radiazioni, le più nocive sono quelle energie applicate su larga scala che vengono chiamate «microonde» o «iperfrequenze»: radar, radiodiffusione del suono e dell'immagine, telecomunicazioni via satellite e forni a microonde. Le iperfrequenze ad alta intensità hanno la proprietà (tra le altre caratteristiche distruttrici per gli organismi viventi) di riscaldare il tessuto cellulare a un grado tale, che «è cotto» in pochi secondi.

 

Lectorium Rosicrocianum "I pericoli della televisione" pp 26/28

 

 

 

I TELEFONINI SOTTO ACCUSA

Si stanno studiandogli effetti dei campi elettromagnetici non ionizzanti degli elettrodomestici (poche decine di Hz), che già si affaccia

 

 

Mentre sui rischi delle radiazioni elettromagnetiche ionizzanti (raggi X e gamma) si sa quasi tutto e la legislazione é rigorosa, riguardo ai campi elettromagnetici non ionizzanti (onde radio ma anche onde elettromagnetiche derivanti da motori elettrici e da linee ad alta tensione) la normativa è ancora molto vaga perché poco di certo si sa in materia. Eppure l'esposizione a queste radiazioni è diffusissima: elettrodomestici come lucidatrici, aspirapolveri, frullatori ma soprattutto rasoi e asciugacapelli, il cui uso implica una stretta vicinanza al cervello, sono di uso quotidiano. l'effetto biologico dei campi elettromagnetici a 50 Hz ("lentamente variabili", ndr) più quantificabile é quello immediato (cefalee e nausee) che si esercita sulle cellule eccitabili (quelle nervose per esempio). (...)

Ma c'é un presunto effetto a lungo termine, ipotizzabile in base a ricerche epidemiologiche per ora ancore scarse, che correla questi campi elettromagnetici con tumori celebrali e leucemie infantili. I campi "lentamente variabili" generano nel corpo campi elettrici di poche decine di volt/metro, mentre i campi elettrici esistenti fra le membrane cellulari sono milioni di volte più intensi.

Si capisce allora come una attenzione maggiore venga rivolta ai campi elettromagnetici "rapidamente variabili", cioé le onde elettromagnetiche di frequenza tra i 10 KHz e i 100 GHz, generate da radiotrasmettitori (la frequenza dei telefoni cellulari é attorno al GHz). (...) E' molto probabile che i possibili effetti biologici dei campi elettromagnetici siano dovuti alla componente magnetica, in quanto il tessuto animale é un buon conduttore. (...)

Uno degli effetti ipotizzabili è che i campi elettrici indotti influenzino lo scambio dei neurotrasmettitori. Ma una delle ipotesi su cui é più necessario indagare per le possibili conseguenze (insorgenza di tumori) é l'effetto di questi campi sulla velocità di ricombinazione dei radicali liberi che si formano naturalmente all'interno delle cellule. Se la loro velocità di ricombinazione é rallentata, diviene concreta la possibilità che interagiscano con il Dna varandone la struttura e inducendo la cellula a evolvere in senso cancerogeno.

Quello che é certo, da esperienze su animali, é che i campi magnetici riducono la produzione di melatonina, un ormone alla cui carenza è associata l'insorgenza di cancro al seno, alla prostata e alla pelle.

 

Paolo Volpe, Università di Torino

La Stampa, 1 febbraio 1995

 

Se io fossi...

È utile valutare insieme i vari programmi, ponendosi nell'ottica di chi li ha realizzati. Ecco alcuni esercizi da proporre a ragazzini di dieci anni e oltre:

• Se tu fossi il regista e volessi far prendere in odio un personaggio, quali tecniche useresti? • Se fossi l'operatore di uno spot politico e volessi rendere gradito il candidato che cosa faresti?

• Se fossi un disegnatore di cartoni, quale sarebbe il tuo personaggio? Inventalo, disegnalo e poi scrivi le caratteristiche della sua personalità;

• Se fossi lo speaker di un telegiornale: individua le notizie più importanti di oggi e poi mettile in ordine di presentazione, dalla prima all'ultima, e spiega perché dai loro quell'ordine;

• Se fossi un personaggio dei cartoni animati, chi ti piacerebbe essere? Perché?

 

Questi esercizi, che comportano atteggiamenti attivi, contribuiscono a stimolare la facoltà di analisi cui è connesso il senso critico, e consentono quindi di prendere le distanze da una serie di messaggi.

Anna O. Ferraris "TV per un figlio" (Laterza).

 

 

 

 

LA NUOVA ARMONIA CATODICA

 

Più il video stimola l'emisfero destro del cervello più ha potere di attrazione. Nella TV hanno successo tutti i programmi semplificati (la "TV spazzatura") perché sono pura emozione, al contrario dei programmi più impegnati.

Le funzioni di tipo visivo, uditivo ed emotivo sono prevalentemente dell'emisfero destro, mentre le capacità di tipo linguistico, logico, razionali critiche sono prevalentemente dell'emisfero sinistro. Un bombardamento visivo ha come effetto di iperattivare l'emisfero destro, visivo/emotivo, disattivando l'emisfero sinistro, linguistico critico. (...)

Sta di fatto che più il video stimola l'emisfero destro, più ha potere di attrazione; infatti i video games più scelti sono quelli che stimolano l'emisfero destro, cioè quei giochi molto semplificati che sono prevalentemente bombardamento visivo. Così nella TV hanno successo tutti i programmi semplificati, la famosa "Tv spazzatura", perché sono pura emozione, prevalentemente pura stimolazione di tipo visivo, i talk shows oppure i programmi intelligenti annoiano perché richiedono maggior sforzo razionale che deve coinvolgere l'emisfero sinistro. Così come un bambino fa più fatica a scegliere un libro perché il libro richiede maggior impegno intellettivo, maggior coinvolgimento dell'emisfero sinistro e delle nostre capacità critico-razionali, linguistiche, quindi tende a preferire il game più facile.

Grafica e suoni del game vanno a iperattivare prevalentemente l'emisfero destro. Quindi il bambino va a ricercare il video, proprio perché il video attiva degli stati emotivi: ricerca del rilassamento, attivazione di una sfida (con la macchina ndr). (...) Questo spiega ad esempio la videoiperestesia (essere catturato dal video, vedi articolo "Malati di videogames". Il bambino per poter ricrearsi nuove emozioni deve ricercare ulteriori stimolazioni di tipo visivo, e questo fa sì che si inneschi un circolo vizioso. (...)

La nostra attenzione nel corso del tempo, sta sempre più restringendosi; un bambino a scuola riesce a mantenere l'attenzione per un tempo sempre più limitato, di solito per 10/15 minuti, poi la maestra per poter riuscire ad attirare l'attenzione dovrebbe trovare nuove stimolazioni. Se noi seguiamo un telegiornale, si é calcolato che un'informazione non deve durare più di 45/50 secondi, il rischio é quello di perdere il telespettatore. Le nostre capacità attenzionali sono state così modificate dai television events, e continuano ad essere modificate. (...) Bisogna solleticare, bombardare di informazioni per non far calare l'attenzione.

 

Daniele Pauletto, neuropsicologo; convegno "Liberare la Tv o liberarsi dalla Tv?"

Cesena 16, marzo 1996.

 

 

 

COMPETENZE EMISFERICHE

Emisfero sinistro                      Emisfero destro

 

capacità linguistiche                 funzioni visive

capacità logiche                        funzioni uditive

capacità razionali                     funzioni emotive

capacità critiche    

 

La Tv inibisce                            La Tv stimola la ricerca di nuovi stati visivi

critica e linguaggio                   ed emotivi (zapping e multivisione)

 

 

 

 

Beppe Grillo

e la televisione

 

Io vorrei una TV di Stato senza pubblicità, pagata dai contribuenti, così come avviene in Inghilterra, in Giappone, in Germania. Oggi invece con la pubblicità ci fanno pagare due volte.

Se vedi un film "gratis", come dicono loro, e vieni interrotto quattro volte dalla pubblicità del tonno, significa che quando hai comprato quel tonno hai pagato oltre al prodotto anche la pubblicità e i film. Mentre io voglio pagare per il tonno da una parte e il canone TV dall'altra, senza occulti rimestamenti.

 

Estratto dall'intervista di Mao Valpiana, Azione nonviolenta, luglio 1995

 

 

 

 

ZAP E IL CERVELLO SI SGONFIA

In un nuovo libro sui giovani lo psichiatra Vittorino Andreoli accusa la Tv

di frantumare i processi mentali.

 

Pubblichiamo un brano dal volume "Giovani" di Vittorino Andreoli, editore Rizzoli.

 

Sono ventitre i canali televisivi oggi disponibili e il telecomando permette di passare dall'uno all'altro con grande rapidità. (...) Una foto é generalmente più espressiva di una parola e ancor più di un suono o di un rumore. Nello zapping si uniscono i due codici di comunicazione e l'insieme ricorda un caleidoscopio parlante, con variazioni di colore, toni e di vocaboli urlati o sussurrati. Lo zapping personale può raggiungere velocità strabilianti e mescolare pezzi di storie di genere contrapposto.

Se confrontato con il sistema della Scolastica e dunque procedere per gradi e per regole fisse, lo zapping appare follia, schizofrenia appunto. Un disturbo che si caratterizza per la dissociazione logico-verbale e per la mancanza di qualsiasi coerenza razionale. (...)

Lo zapping é la rappresentazione della schizofrenia da telecomando. Il sapere dei giovani del tempo presente non é strutturale: lo zapping non dà concetti, non princìpi, non risolve problemi attraverso la deduzione, può però impressionare, emozionare. (...)

La constatazione é che il giovane d'oggi non funziona per sistemi: non rispetta le sequenze né della logica razionale, né di altre logiche. Come se tutto si accumulasse senza ordine.

Rimane naturalmente la facoltà di pronunciare parole, suoni, di usare espressioni mimiche: insomma di comunicare per zapping. I giovani d'oggi sono abilissimi nell'evocare, ma incapaci di costruire periodi. Come se le strutture della mente si fossero fermate e, appunto, dissociate.

 

Corriere della sera,

 

 

 

 

 

 

Tradurre la televisione ai più piccoli

 

Questa ecologia dei media può arginare la spinta imitativa indotta dai modelli televisivi, dare risposta all'“apparente caocita” delle immagini, dei programmi e dei significati, che rischiano di mettere in serio pericolo lo sviluppo sano e consapevole del bambino.

 

 

Tenendo presente lo sviluppo cognitivo così come é stato studiato da J. Piaget (Lo sviluppo mentale del bambino, Einaudi), possiamo dire che i bambini di età inferiore ai 5-6 anni (stadio pre-operatorio) sono portati a interpretare come realistici gli avvenimenti che si susseguono sullo schermo. (...)

Questo "realismo" é più insidioso quando é carente la presenza degli adulti. I genitori offrono infatti una "traduzione" e una "protezione" dai messaggi televisivi non coerenti con lo stile educativo e la cultura di riferimento del gruppo familiare.

Il bambino, insomma, dovrebbe essere messo in grado a quest’età di rispondere alla domanda "che cos'é la televisione?" Nel successivo stadio delle operazioni concrete (dai 6-7 agli 11 anni) è possibile e auspicabile un'utilizzazione produttiva della televisione da parte del bambino, naturalmente con la mediazione della scuola. (...) Altrimenti, anche a questa età può essere difficile comprendere il messaggio televisivo che, al contrario di quello scolastico, é incentrato sull'immagine, non analitico e discontinuo nel contenuto. Il bambino delle elementari dovrebbe quindi essere messo in grado di rispondere alle domanda "che cosa c' é dentro alla televisione?"

Nello stadio successivo (delle operazioni formali, dai 12 ai 15 anni) i ragazzi hanno enormi potenzialità di sviluppo e possono trovare limitante e passivizzante un mezzo non interattivo e autoritario, quale la televisione. Appare quindi auspicabile che i pre-adolescenti possano fruirne in maniera personalizzata grazie al computer e al videoregistratore. (...)

In questo modo il pre-adolescente può progressivamente rispondere alla domanda "che cosa c'é dietro alla televisione?"

 

Fabio D.G. Fiorelli, il Mondodomani - n.3 - marzo 1995

 

 

 

 

 

IL MONDO VITALE

Il nostro mondo vitale si assottiglia, si riduce, così come le esperienze reali del bambino. Esperienze e proposte

 

 

Il mondo vitale

È la sintesi delle nostre "risorse" individuali e collettive, delle tradizioni, dei comportamenti sociali, delle capacità innate, degli strumenti che la comunità ha elaborato per salvaguardare la sopravvivenza fisica dei caratteri della nostra specie, in sintonia con l'ambiente che ne ha permesso la vita.

Esso è legato alla cultura, ai riti, alle soluzioni che ognuno ha attivato per migliorare la qualità della vita.

 

È un mondo sempre più attaccato dallo stress, dalla fretta, dalla ricerca di beni di consumo, di immagine, con il risultato di un orizzonte umano sempre più indistinto, un orizzonte ambientale sempre più inquinato e degradato.

Ma ciò non é direttamente percepibile: la televisione infatti dà sempre una immagine EUFORICA e ENTUSIASTA della realtà, nascondendo verità e dubbi, il suo è un dettato economico, la cui riproduzione nello spazio e nel tempo diventa l'unico obiettivo. (...)

 

 

NON MI PIACE LA PUBBLICITÀ PERCHÈ:

 

Ci sono alcuni caratteri della nostra cultura, particolarmente importanti perché alla base della nostra capacità di relazionarsi agli altri, di costruirci un nostro mondo interiore, di formarci una immagine della realtà, con un passato, un presente, e un progetto futuro. (...)

 

La cultura orale

Trasmessa di generazione in generazione attraverso la voce, il racconto, il rapporto faccia a faccia, ha sedimentato con efficacia strumenti e formule per comunicare i valori caratteristici della cultura locale.

La narrazione presuppone un rito, il rispetto di condizioni un po' speciali per comunicare qualcosa di importante, attraverso un rapporto di fiducia, una empatia che valorizza tutti i complessi caratteri della comunicazione: la voce con diverse tonalità, espressioni, giochi, ritmi, così il canto, la presenza, l'autorevolezza, la gestualità, l'imitazione, l'ironia... Tutto ha permesso la comunicazione di un messaggio, complesso e autentico, nella massima naturalezza e semplicità. Ha permesso di trasmettere i caratteri della nostra natura umana e della nostra cultura. Le fiabe , le canzoni popolari, le leggende, i proverbi, ecc. sono un esempio.

 

Le fiabe

Una storia, per diventare "fiaba" deve venire incontro alle domande del bambino, deve dare risposte alle sue ansie, ai suoi dubbi, orientare verso comportamenti positivi. Attraverso personaggi simbolici, semplici ma ambigui, i bimbi possono identificare le proprie tensioni, paure, bisogni, realizzano la loro immagine del mondo, li aiuta ad agire, promuovendo la fiducia in sé stessi e nel loro futuro.

Per questo le fiabe hanno sempre un lieto fine.

Ma é estremamente importante che vengano narrate dai genitori, per la funzione rassicurante e selettiva che possono avere. Non sono molte le fiabe importanti che un bambino riconosce per sé, possono cambiare con l'età e le problematiche che vive.

Difficile che lui possa considerare in modo significativo le storie televisive che gli sono proposte con ritmi e tempi stressanti e non gestibili da lui. Le fiabe invece comunicano a livello conscio ed inconscio, dando soluzioni a domande che il bimbo non sa nemmeno formulare.

Egli fino a 6/7 anni ha una esperienza del mondo caotica, riesce ad ordinarla attraverso una rappresentazione, dove divide ogni cosa in opposti. Questo é il linguaggio della fiaba.

Con il bombardamento televisivo, gli togliamo una risorsa per la sua crescita. (...)

 

 

PRIMA DELLA TV... C'ERA.....

 

Il tempo libero

Il tempo libero del bambino possiamo definirlo come il tempo in cui é lasciato alle proprie risorse, libero di vivere con i propri mezzi.

 

Il gioco

Il gioco é molto importante perché prevede una grande quantità e varietà di comportamenti che sono funzionali al suo sviluppo sociale, emotivo, intellettuale. Il gioco é presente in tutto il regno animale, il che significa che é funzionale alla conservazione della specie.

Il primo gioco: l'esplorazione. A tentoni il bimbo assapora, tocca, scopre sé stesso in relazione all'esterno.

Altro gioco é l'imitazione, che é la prima forma di relazione. Con il gioco impara a cooperare, a controllare i propri impulsi individuali.

 

La lettura

Il bimbo piccolo, prima della TV, aveva pochi mezzi per condividere con altri la rappresentazione della realtà. Incapace di leggere, dipendeva dal tempo che l'adulto gli dedicava per leggergli o raccontargli una storia. L'adulto aveva il duplice ruolo di narratore e di sostegno: realizzava cioè una comunicazione empatica, cercando di rassicurarlo e spiegare alcune vicenda, rispondendo alle sue domande. (...)

 

LO SPAZIO MAGICO

Se pensiamo l'infanzia dei nostri genitori, o nonni, quale era il loro ambiente quotidiano, dobbiamo considerare alcuni aspetti certamente oggi impensabili: uno di questi è il BUIO, la penombra delle luci non elettriche. Prima tutto era avvolto in questa dimensione, che è alla base dello della cultura della nostra tradizione: i miti, le fiabe, le leggenda, la religione stessa, la stregoneria... Tutte queste atmosfere sono permeate dal rapporto con il buio, e così anche la vita quotidiana.

Una trasformazione tecnologica ha influenzato il modo di percepire e di vivere l'ambiente quotidiano.

Così la televisione ha preso il posto degli spazi "magici" della narrazione, della comunicazione orale, dell'attenzione che si dava ai personaggi della comunità, degli anziani. Lo spazio magico ora è facilmente producibile senza sforzo, né coinvolgimento di altre persone, adeguando il nostro rituale ad un rituale organizzato altrove, il cui accesso è possibile premendo un semplice pulsante.

Possiamo pensare di reintrodurre nelle nostre case, un rituale, uno spazio magico diverso da questo? Recuperare dalla storia qualche esempio che possa rompere la trappola della delega e della rinuncia?

È quello che abbiamo sperimentato e che proponiamo attraverso l'esperienza delle "valigie teatrino" (vedi articolo "Le valigie volanti, ndr).

 

COLEGAMEWNTO IPERTESTUAle

 

Abbiamo creato una ludoteca di valigie teatrino con burattini e marionette, che possono essere utilizzate a casa propria, per rappresentare... le favole, le storie della tradizione, o crearne di proprie... Dov'è la magia?

 

tratto da "Quale tv per quale infanzia" a cura di Marco Scacchetti

 

 

 

 

 

 

LA TV FA INGRASSARE

Spegnere la Tv, muoversi di più e mangiare di meno. È la raccomandazione degli esperti alla conferenza internazionale sull'obesità ad Ottawa (Canada). "Troppa gente accumula chili perché é sempre davanti alla Tv, rimpinzandosi di cibo"

 

VIVERE SANI E BELLI

 

 

 

 

 

Pane cioccolata e fotogrammi

Spesso per i bambini la televisione è il tempo del riposo. La guardano appena possono, controllati dai genitori e indirizzati dagli insegnanti. Sono consapevoli che non devono esagerare. Lo dicono in un'intervista i bambini della Direzione Didattica Roma 70.

 

 

La scuola é una delle 80 in tutta Italia che partecipano al progetto pilota del programma di educazione alla pace nel bacino Mediterraneo proposto quest'anno dal Comitato Italiano per l'UNICEF. (...)

Ciò che colpisce di più nell'ascoltarli é la consapevolezza – anche se a volte non chiarissima – che la televisione non sia solo svago e gioco ma anche qualcosa da tenere sotto controllo: lo dicono mamma e papà oppure la maestra a scuola. E loro si adeguano. Tutti d'accordo quindi: troppa TV fa male. Però, quando possono, cercano di guardarla anche di sera o magari la mattina prima di andare a scuola. Insomma la TV piace ai bambini, sono pochi quelli che dicono di preferire altre occupazioni. (...)

I genitori vigilano, limitano i tempi televisivi, spediscono i pargoli a letto dopo cena. Gli insegnanti propongono con successo riflessioni, dibattiti e incontri sull'argomento per sensibilizzare i bambini, poi però li sorprendono in giardino mentre ripetono le azioni dei "vietatissimi" Power Rangers. Colti in castagna, i bambini si difendono dicendo che é finzione, che lo spettro della violenza in TV é valido solo per i piccolissimi, quelli che non sanno distinguere tra fiction e realtà.

E ridono, divertiti, delle loro prodezze.

 

Patrizia Paternò, il Mondodomani - n. 3 - marzo 1995

 

 

 

 

 

 

Secondo una ricerca inglese mentre in tv le bugie passano inosservate, in radio l'informazione è più diretta, senza disturbi, e fa emergere la menzogna

 

ECCO PERCHÉ

LA TV IMBROGLIA IL CERVELLO

 

 

Se un uomo politico mente o vuole dare di sé un'immagine che non corrisponde al vero gli conviene scegliere la radio o la televisione? La risposta, secondo un recente studio effettuato in Inghilterra e pubblicato su Nature, é la seconda: in televisione le bugie passano più inosservate cosicché lo spettatore si lascia convincere più facilmente di quanto non avvenga nel caso di un programma radio. (...)

È stato osservato che se si presta attenzione a un unico canale sensoriale -quello uditivo nel caso della radio - gli altri stimoli vengono tagliati fuori: l'ascoltatore ha quindi modo di notare e concentrarsi su eventuali pause, inflessioni della voce, tentennamenti o ripetizioni che spesso tradiscono chi vuoi dare a credere qualcosa di falso.

Nel caso della televisione, invece, l'abile mentitore ha modo di distrarre lo spettatore in quanto questi si sofferma su uno sguardo magnetico, su un sorriso accattivante, magari su un tic che "fa personaggio", sul modo in cui é vestito ecc. e trascura, invece le caratteristiche intrinseche del massaggio uditivo. D'altronde questa tecnica viene utilizzata, sia pure al contrario, dai prestigiatori che polarizzano l'attenzione sulla voce, su un messaggio verbale particolarmente accattivante, sullo sguardo magnetico, mentre mettono in atto i loro trucchi.

 

Alberto Oliverio, Corriere Scienza, 12 febbraio 1995

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(16 - Tv, educazione e cultura)

 

 

 

La TV abbassa il rendimento scolastico?

È probabile che la TV abbia un ruolo rilevante nella riduzione delle capacità di movimento nei bambini in età prescolare. Le maestre lamentano difficoltà di concentrazione. I bambini passano più ore davanti allo schermo che sui banchi. Il consumo intensivo della TV è un potente fattore di distrazione dallo studio e dai libri.

Un'indagine USA rivela gli influssi negativi sulla capacità di parlare e scrivere.

 

 

(...) Gli operatori scolastici hanno riscontrato, soprattutto nei bambini in età prescolare, una riduzione della capacità di movimento e difficoltà a concentrarsi nel gioco, del quale si disamorano rapidamente. Le maestre parlano di difficoltà di concentrazione, anche per pochi minuti, e di problemi con la memoria. In tutti gli ordini di scuola si riscontrano difficoltà espressive, povertà di linguaggio, agglutinamento dei contenuti (= formare pensieri mettendo insieme, anche con un certo disordine, le frasi o le parole più disparate; ndr) e confusione nel rapportare sé stessi allo spazio o al tempo della storia.

Colpa della scuola "all'acqua di rosa" o del telecomando? difficile stabilirlo con certezza: le segnalazioni provengono da ambiti ristretti e mancano i collegamenti tra le varie esperienze. Università e centri di sperimentazione cercano di tenerne le fila, nella speranza di riuscire, prima o poi, a dare risposte concrete. Così l'Istituto di Pedagogia dell'Università Statale di Milano in collaborazione con il Centro di Educazione Permanente del Comune ha condotto una ricerca ("Vivere con la TV", edizioni Unicopli) su un campione di oltre mille studenti dell'area milanese. La fascia definita come maggiormente esposta "al rischio" é risultata essere proprio quella dei più piccini (da 0 a 10 anni), che, con 4-5 ore di "esposizione" media giornaliera, rinunciano a correre, al rapporto con gli altri bambini e con gli stessi genitori. (...)

 

TV: scuola parallela

(...) In America, ma non solo, si parla già di un bambino televisivo per segnare le profonde differenze che lo dividono dal bambino cresciuto in un ambiente non ancora dominato dalla TV.

(...) Nel ‘79 si calcolò negli Stati Uniti che un ragazzo medio che andava a scuola per 13 anni frequentava la scuola per 2.340 giorni, equivalenti a 11.500 ore, e che lo stesso ragazzo seguiva la TV per 15 mila ore che salivano a 20 mila aggiungendo dischi, radio e cinema. Nel tempo di quel ragazzo la Tv occupava perciò il primo posto perché aveva una durata quasi doppia di quello scolastico. Ciò accadeva perché la TV occupava il primo posto soprattutto nel suo cuore.

Quello che allora accadeva in America accade pressapoco in tutti i paesi industrializzati, compresa l'Italia.(...)

La Tv fa quello che le impone di fare la sua stessa struttura. Può sforzarsi di farlo meglio ma non può mutarne la natura. Il problema vero é perciò quello di ricercare come le influenze della TV possano e debbano essere bilanciate dagli altri sistemi informativi e particolarmente dalla scuola.

La scuola deve sentirsi sempre più impegnata a dare ai suoi alunni quello che la TV non solo non può dare, ma di cui rende sempre più difficile l'acquisto ai suoi ascoltatori più giovani.

La capacità di studiare non si acquista facilmente perché richiede sforzo e applicazione. Il consumo intensivo e illimitato degli spettacoli televisivi da parte dei bambini rappresenta una fortissima distrazione dalla disciplina che occorre quotidianamente per acquisire la capacità di studiare.

I genitori rivendicano alla televisione l'educazione dei propri figli, ma le responsabilità maggiori sono le loro. La scuola, da parte sua, dovrebbe sforzarsi di rendersi più viva e stimolante, per vincere il difficile confronto educativo con la televisione.

 

In un'inchiesta effettuata per un seminario tenutosi il 21 giugno 1988, il 46% dei genitori hanno detto che la TV sottrae sempre più ai genitori il loro ruolo educativo. Ma in verità sono essi che nell'interno delle pareti domestiche si fanno privare del loro ruolo, scegliendo di non intervenire nelle scelte dei loro figli.

Il secondo esempio é legato al primo e riguarda il crescente disamore per la lettura. I nostri ragazzi, assorbiti dalla TV, leggono sempre meno. Un'indagine effettuata negli Usa nell'84 accertò che tra il ‘64 e l'82 la capacità di parlare, di scrivere, di argomentare dei giovani americani era declinata drasticamente. Questo fenomeno si sta producendo anche in Italia. (..)

La scuola é stata condannata anche in anni recenti per il suo necessario legame con la storia, considerato come uno degli strumenti della tirannia del passato, ma ora stiamo sperimentando la tirannia del presente, che ha il suo più formidabile strumento nella TV, non bilanciata da una scuola altrettanto viva e stimolante.

 

Italia Oggi,

26 novembre 1986

Stampa Sera, 27 Giugno 1988

 

 

LA TELEVISIONE CATTURA LA FANTASIA MA NON LA LIBERA

UN BUON LIBRO INVECE STIMOLA E LIBERA INSIEME LA MENTE

Bruno Bettelheim

 

 

 

 

 

 

 

La TV e lo sviluppo della mente

Se il modo in cui lo usiamo determina la capacità con cui il nostro cervello acquisisce alcune capacità meglio di altre, come ci condiziona il vedere fin da piccoli ore ed ore di televisione?

 

 

Se le migliaia e migliaia di ore che i bambini hanno passato a guardare la TV fossero effettivamente servite da fonte di stimolazione per il linguaggio, ed avessero effettivamente aiutato lo sviluppo dei centri del cervello , se tutte le parole e frasi da adulto che fuoriuscivano dal televisore fossero state altrettanto efficaci del parlare e dell'ascoltare della vita reale, sarebbe certamente cresciuta una generazione in grado di esprimersi con chiarezza ed eleganza. Al contrario, dopo aver analizzato le "nuove generazioni televisive", si é notato che nei bambini cresciuti guardando molta televisione è avvenuto un forte calo nella capacità della parola.

Perché un bambino che sente solo la TV non ne trae profitto? Ci deve essere una differenza importante tra una forma di comunicazione che non richiede partecipazione reciproca, e quella nella quale il bambino deve impegnarsi attivamente a scambiare con un'altra persona. E se il guardare la TV dovesse effettivamente implicare per il bambino un tipo di attività mentale diverso da quello messo in atto nella vita reale, esso potrebbe altrettanto bene stimolare zone diverse del cervello. Si può dimostrare che i polmoni di un fumatore accanito sono diversi da quelli di un non-fumatore. Esattamente allo stesso modo, non é possibile che il cervello di un dodicenne che ha passato diecimila ore in una stanza buia a guardare delle immagini in movimento su uno schermo non sia diverso da quello di un bambino che ha visto poca o niente televisione? (...)

 

Le influenze dell'ambiente in cui si vive e degli stimoli che si ricevono da esso, nello sviluppo di un bambino, sono facilmente dimostrabili.

 

Una prova importante dell'importanza che hanno gli stimoli esterni nei primissimi anni di vita ci viene dai cosiddetti "bambini ferini", cioè di quei bambini che nell'infanzia non hanno avuto nessun contatto con l'uomo (e sono cresciuti, per così dire, allo stato selvatico; ndr).

A proposito di questi bambini, che sono di solito considerati fatti crescere da animali, il linguista Merlau-Ponty scrive:

«È questo un periodo nel quale il bambino é particolarmente sensibile al linguaggio e durante il quale può imparare a parlare. È stato dimostrato che se un bambino... non si trova in un ambiente nel quale ci sono persone che parlano, non sarà mai in grado parlare egli stesso, con la stessa facilità di quelli che hanno imparato a farlo durante il periodo in questione».

Una volta d'accordo sul fatto che gli stimoli provenienti dall'ambiente influiscono sullo sviluppo cerebrale, e che i primi stimoli hanno più peso dei successivi, sembra inevitabile concludere che la televisione, che tante ore occupa nella vita di un bambino, debba avere un qualche effetto sul suo sviluppo cerebrale. (...)

A differenza dello stressato uomo d'affari, o della professionista, o dell'esausta casalinga. che accendono il televisore per «scaricarsi», il bambino piccolo ha infatti un innato bisogno di attività mentale. Egli é una «macchina per imparare», una mente che assorbe tutto, che ha sete di stimoli. Il suo sviluppo richiede continue possibilità di agire, d'imparare, di sintetizzare.

 

M. Winn, La droga televisiva, pag. 59- 63

 

 

 

 

Troppe immagini, poca conoscenza.

E il cervello è ridotto al silenzio

 

 

 

 

Non si tratta, qui, di demonizzare (ossia di condannare in anticipo e senza alcuna attenuante) il linguaggio televisivo, di cui qualcuno certamente vorrà difendere i meriti, ma di capire come funziona, e che tipo di risposta richiede dal nostro cervello. Una volta capito questo, sapremo cosa comportano le ore eccessive che gli adulti, ma soprattutto i bambini trascorrono davanti alla TV.

La trasmissione delle informazioni, nelle società avanzate, avviene soprattutto grazie alle immagini, e arriva al cervello servendosi del canale visivo. Per convincerci che viviamo in un mondo dominato dalla visione basta pensare alla pubblicità, al cinema, alla televisione . Non c'è nessun male nell'immagine in sé; il pensare per immagini, anzi, è sempre stata una maniera feconda sia di pensare che di esprimersi con originalità. Non solo gli artisti, ma anche molti scienziati raccontano di avere avuto alcune importanti intuizioni sotto forma di immagine. Inoltre il linguaggio della parola e quello dell'immagine non sono separati e indipendenti tra loro, ma collaborano: immagini possono creare parole e parole immagini.

Se però, soprattutto in un bambino piccolo in cui molte attività del cervello sono ancora in formazione, il linguaggio per immagini diventa il modo principale in cui si ricevono informazioni dal mondo esterno, può accadere che le facoltà logiche e di ragionamento perdano di intensità e di efficacia. Le immagini infatti non richiedono un particolare sforzo di comprensione o di analisi. Sono già pronte per essere consumate: personaggi, situazioni, luoghi, che non devono essere costruiti mentalmente e con pazienza. Il cervello lavora più rapidamente e, per così dire, più "superficialmente" sulle immagini, poiché non deve fare altro che ricordarle e metterle una accanto all'altra. Quali sono, dunque, i rischi dell'informazione trasmessa per immagini, se questo tipo di comunicazione si presenta più facile e rapido sia a livello tecnologico che nelle analisi compiute dal cervello?

L'immagine è un messaggio improvviso, "violento", le fasi della sua costruzione sono misteriose, si può accettare o rifiutare ma non ha in sé elementi che ne consentano una conoscenza critica. Essa è "senza tempo", l'informazione che la costituisce viene offerta in un singolo momento. L'immagine è perciò una conoscenza che non si deve costruire: è già pronta. Ma la maniera più efficace per sviluppare la funzione critica della nostra mente è quella di "costruire ", anche con fatica, la conoscenza, e di sviluppare li più possibile il cosiddetto "ragionamento".

Non è vero, pertanto, che le immagini siano un male; è vero, invece, che troppe immagini possono far male, nei bambini soprattutto. E la Tv , non dimentichiamolo, li bombarda di immagini per troppe ore, ogni giorno...

 

Ispirato a "Troppe immagini, poca conoscenza",

di L. Maffei,

La Stampa, 12 luglio 1989

 

 

 

 

 

 

Abbiamo dimenticato cosa significhi comunicare

 

Comunicare non è solo una necessità di ordine pratico, ma un bisogno profondo dell'anima che, oggi più che mai, sembriamo incapaci di comprendere

 

 

Tratto da "Come e perché difendersi dalla Tv" di A. Quattrocchi

 

 

«La radio potrebbe essere il più straordinario mezzo di comunicazione della vita pubblica - scriveva Bertolt Brecht negli anni ‘70 - se sapesse non solo trasmettere ma anche ricevere, e dunque indurre l'ascoltatore non solo ad ascoltare ma anche a parlare».

Se la radio ci parla ma non ci ascolta, e quindi impedisce un dialogo vero, reciproco e creativo, che dire della televisione? Non sono in gioco, qui, comunque, solo la Tv o la radio in quanto tali, ma tutto il modo di comunicare dell'uomo moderno con i suoi simili.

Comunicare è semplice. Ed è essenziale per scoprire, per scoprirsi.

Non è vero che solo i libri e i giornali, e naturalmente la televisione, comunicano cose importanti. Non è vero che gli uomini comuni, non sufficientemente colti o non abbastanza importanti per guadagnarsi un posto in Tv, non hanno cose preziosissime da comunicare ai propri simili.

La cultura, certo, è importante. Studiare è necessario per crescere, per maturare, ma i libri e i mezzi di comunicazione sono soltanto una fonte dell'apprendere. Occorre saper leggere anche nel mondo che ci circonda, nella sua semplicità: leggere anche rocce, alberi, le nuvole, le stelle. Ma soprattutto occorre osservare la gente che vive e lavora attorno a noi, lontana dalle luci dello spettacolo e dalla ribalta della cronaca.

Forse Francesco d'Assisi ha meditato più di ogni altro sul senso e suo valore della semplicità. Raccomandava di «progredire nella conoscenza della verità, in modo da crescere, contemporaneamente, nella purezza della semplicità». Non dimentichiamo che Francesco non si considerava colto.

Semplice significa talora non sapiente, sprovveduto, talora non superbo, ingenuo come un bambino.

I nostri mezzi di comunicazione, invece, non danno voce al "semplice". La Tv cerca l'evento sensazionale o strappalacrime, e lascia spazio solo a chi urla più forte degli altri.

Ma questo urlare non è comunicare; e non lo è nemmeno il modo banale in cui i più famosi conduttori di spettacolo fanno opinione. Perché ascoltiamo la loro voce e non quella di un anziano che racconta la sua storia, ad esempio, o di un bambino, che qualunque cosa faccia, la fa con tutto il cuore? Siamo così abituati al frastuono, alle notizie rumorose, che il mondo semplice, gli affetti quotidiani che ci circondano quasi non li sentiamo più.

Questo significa che non siamo più capaci di comunicare. La Tv trasmette e noi ascoltiamo, noi vediamo. Ci imbottiamo di immagini e di parole che fuggono via immediatamente, per lasciare il posto ad altre immagini, ad altre parole, che non comunicano con noi, ne noi con loro.

Ma comunicare è vivere. Senza comunicare con una persona è impossibile amarla. Nella comunicazione vera, che è ascolto reciproco e dono della propria esperienza all’ altro, si cresce quotidianamente. Nella comunicazione con ciò che ci circonda è la radice della nostra identità. La nostra vita si arricchisce solo se comunichiamo. Purtroppo è un'arte che stiamo perdendo...

 

Ispirato a: "Danilo Dolci: Gente semplice, Camunia 1993; Prefazione, pag. V-VII

 

 

 

 

 

La "società della comunicazione",

in realtà non comunica

 

La comunicazione tra esseri umani sembra essere divenuta globale e istantanea. Attraverso la televisivone possiamo infatti assistere a tutto ciò che accade in qualunque parte del mondo, nel momento esatto in cui accade. Ma questo non è un vero "comunicare". Comunicare è crescere insieme, aiutarsi reciprocamente a comprendere. Dove pochi parlano e tutti ascoltano soltanto, non c'é comunicazione.

 

 

Che differenza c'è tra il "comunicare" e il "trasmettere"? Rispondere a questa domanda è decisivo.

Dove c'è "comunicazione" ci sono persone che parlano e che, contemporaneamente, si ascoltano. Sembra una definizione ovvia, e probabilmente lo è, ma non si riflette abbastanza, purtroppo, sul suo significato. Parlare e ascoltare, rispondere e intervenire, comportano un rapporto tra individui, sono modi di esprimersi, di far udire la propria voce e di interessarsi a quella degli altri. Tutti hanno pari opportunità quando comunicano, nel senso che possono interrompersi, chiedere spiegazioni, esigere che si ripeta ciò che non hanno ben capito. Il dovere di ascoltare è una cosa sola con il diritto di essere ascoltati.

Viceversa, il "trasmettere" implica una comunicazione a senso unico, dove solo una voce può esprimersi e le altre non hanno modo di intervenire. Queste ultime possono anche non essere d'accordo, ma sono obbligate al silenzio. Detto questo, si consideri il linguaggio dei media, e, soprattutto, quello della televisione. È grazie al suo apporto costante di messaggi e notizie di ogni genere, diffusi direttamente dentro le nostre case, che la civiltà attuale si è fregiata del titolo di "società della comunicazione". Ma tutto questo è davvero comunicazione?

No, evidentemente. La Tv trasmette molte cose a noi, mentre a noi non è dato di trasmetterle nulla. Siamo passivi davanti al nostro video.

Naturalmente vi è anche chi celebra i meriti della "società della comunicazione", sostenendo (a ragione, del resto) che la televisione ha unificato, e unifica, la lingua di interi paesi e che come fonte di informazione è insostituibile poiché ha la possibilità di mostrare ciò che accade nel mondo nel momento esatto in cui accade.

Tutto questo è certamente vero, ma (anche se sul concetto di "obiettività" della Tv si è discusso e si continua a discutere) rimane il fatto che la Tv non comunica; trasmette. E il potere odierno dell'informazione, dove a pochi è dato di esprimersi e tutti gli altri non possono far altro che seguire passivamente, va sempre più trasformandosi in "dominio". Il dominio, si badi, non implica né una dittatura politica né una dittatura culturale (poiché si è liberi di pensarla come si vuole), ma consiste in un potere a cui non ci si può opporre e su cui non è dato di intervenire. E il dominio del "trasmettere" mascherato da "comunicare", rischia di trasformarci in soggetti passivi, abituati a ricevere istruzioni e ad eseguirle senza riflettervi.

Lo smarrimento morale e intellettuale delle nuove generazioni non è forse una prova sufficiente?

 

Ispirato a: "Danilo Dolci, Comunicare, legge della vita. Bozza di manifesto e contributi", (Piero Lacaita editore 1993)

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(18 - Disgregazione familiare)

L'ospite fisso

Tv e mass-media nella famiglia italiana

 

 

Simone Maggio

Come si inseriscono i mass media e in particolare la Tv nella famiglia italiana? Come la influenzano? E come usa la famiglia i mezzi di comunicazione? E cosa si fa in casa, mentre si guarda la Tv (si chiacchiera, si litiga, si discute, si prepara la cena, ecc.)?

Sulla scia di questi interrogativi, presentiamo gli orientamenti qualitativi e alcuni spunti di riflessione emersi da una inchiesta promossa dall'Associazione don Giuseppe Zilli e dal Cisf su un minicampione di 32 famiglie (appartenenti a varie fasce sociali) di 9 programmi televisivi (Rai e Fininvest), trasmessi nell'arco di una settimana per 4 pomeriggi-sere.

La televisione provoca nella famiglia atteggiamenti ambigui e contraddittori: paure confuse convivono con la sottovalutazione del medium (considerato per lo più un elettrodomestico invadente), e alla diffidenza, generica e indefinita, si accompagna l’elencazione di guadagni e vantaggi connessi alla presenza del medium in casa.

 

Immagini di televisione

 

In un rapporto tanto complesso, è utile partire proprio dalle definizioni che la famiglia dà della televisione: si tratta di una serie di "immagini", a volte antitetiche, che ricorrono nei discorsi familiari.

 

- la televisione è un affare di tempo: guardando la televisione si teme di buttar via il proprio tempo; nello stesso tempo si ritiene, contraddittoriamente, che la televisione aiuti a passare il tempo (un tempo che altrimenti sarebbe vuoto);

 

- la televisione serve per svuotarsi la testa: uno "scacciapensieri", un'evasione rispetto alle logoranti attività quotidiane, una zona franca dove scaricare le tensioni e dove è lecito non fare alcuna fatica. A questa funzione distensiva si accompagna anche una funzione ludica (il divertimento);

 

- la televisione ti dice come vanno le cose nel mondo: cioè informa in modo agile e veloce; se si guarda la televisione per avere informazioni allora il tempo trascorso davanti allo schermo acquista valore, è tempo "ben speso";

 

- la televisione estende l'universo cognitivo: emerge la convinzione che la televisione potenzialmente fornisca spunti per ampliare o verificare le proprie conoscenze;

 

- la televisione "insegna a vivere ": cioè può essere, a detta dei genitori, uno strumento pedagogico di grande efficacia, attraverso cui far passare in modo non didascalico, orientamenti e valori (magari contestando quelli proposti dalla tv);

 

- la televisione fa compagnia: soprattutto agli anziani, per i quali la tv diviene una sorta di "assistente sociale", palliativo alla solitudine;

 

- la televisione fa parte della casa: la collocazione degli apparecchi televisivi rispetta la conformazione degli ambienti e riflette la geografia relazionale del nucleo: la televisione viene collocata insomma, dove la famiglia si riunisce;

 

- la televisione fa parte della famiglia: la televisione è percepita dalla famiglia come un "membro aggiunto", un "parente", a volte invadente e ingombrante, tuttavia irrinunciabile.

 

 

La televisione è cannibale

 

La TV, con la sua proposta generalista, tra le pareti domestiche assume e si appropria del volto di altri media.

 

- La TV come cinema: se la televisione è film, la casa si trasforma in cinema: c'è un abbassamento delle luci, un affievolimento delle chiacchiere e al consumo viene conferita una maggiore sacralità.

 

- La TV come allo stadio: se la televisione è la partita di calcio, la casa si trasforma in stadio, con tanto di sventolio di bandiere, cori da ultras, esultanza per l'argomento goal.

 

- La TV come radio: talvolta la TV viene usata come rumore di sottofondo, proprio come una radio.

 

- La TV come giornale: di frequente, nel corso della giornata, si usa la TV come un quotidiano, da leggere in comune e magari da sfogliare (attraverso il televideo).

 

- La TV come libro: la TV può può avere intenti didattici ed educativi. Questi sono spesso auspicati (non sempre concretizzati), dando luogo a "consumi obbligati" .

 

- La TV come gioco: tutti giocano con la TV (quando la TV lo propone, per esempio con il game show); e i bambini giocano spesso davanti alla TV.

 

- La TV come favola: i bambini gradiscono la visione di film già visti in precedenza (perché possono "controllare", anticipandola, l'evolversi della storia), così come amano sentirsi raccontare la stessa favola.

 

- La TV come chiacchiere di quartiere: il racconto elettronico sostituisce il racconto orale, come racconta con un po' di rammarico, una signora di Pozzallo: "Quello che facevamo fuori, davanti agli usci, nel quartiere, ora non lo si fa più, stiamo tutti in casa davanti al televisore". In effetti, durante la visione, i telespettatori si rivolgono convenzionalmente ai personaggi televisivi, ne esaminano l'abbigliamento, gli amori, la vita privata, quasi si trattasse di vicini di casa.

 

- La TV come...: come prolungamento di molti interessi, hobby e passioni di chi la guarda.

"Per me la televisione è come la settimana enigmistica", dice una signora di Rimini. (...)

 

La visione della TV si contratta

La famiglia filtra la presenza del medium ricorrendo a risorse insospettate: significative in questo senso sono le contrattazioni e negoziazioni che riguardano la scelta dei programmi. - I termini del contratto: sono in genere privilegiate le scelte neutre, rispetto a quelle penalizzanti qualche familiare.

- "L'ascolto riparatore": nella scelta si evitano le sconfitte definitive, si media attraverso escamotage di vario tipo, come "l'ascolto riparatore" ("ieri a te, oggi a me").

- Scelgono i ragazzi: ma tengono conto di orientamenti impliciti, leggi non scritte che stabiliscono cosa è consentito vedere e cosa non lo è, cosa è gradito e cosa dispiace.

- "Il calendario mentale televisivo": è una sorta di contratto di sfondo, tacitamente condiviso da tutta la famiglia, che tiene conto degli appuntamenti irrinunciabili di ogni familiare.

 

La visione divisa

Quando si guarda la televisione a volte si partecipa criticamente a quanto si vede, a volte la si subisce, a volte si censura la fruizione propria e dei familiari, altre volte ci si lascia andare al flusso delle immagini, a volte si parla di quel che si vede, altre volte si "usa" quel che si vede per parlare di sé. La contraddittorietà dei comportamenti, e dei discorsi che si svolgono davanti alla televisione, fa intuire la copresenza di due ruoli (che durante il consumo si alternano e si sovrappongono) fra i quali l'individuo-utente è diviso.

 

- "Il ruolo televisivo": davanti allo schermo si è telespettatori, si seguono dei programmi, si esprimono dei giudizi tecnici.

 

- "Il ruolo familiare": davanti allo schermo si è anche componenti di un nucleo familiare, i programmi diventano allora stimolo e occasione di interazione con gli altri componenti.

 

Simone Maggio

Italia Caritas, dicembre '94

 

 

 

 

 

QUANTE TELEVISIONI

 

 

Un gioco-esercizio che diverte i più piccoli è quello di individuare il numero di televisioni pubbliche e private, nazionali e locali, che esistono nel nostro paese (nel complesso più di 700).

Individuati i logo e avvalendosi di una carta geografica d'Italia e di bandierine, i bambini potranno avere una visione complessiva della distribuzione delle diverse sedi sul territorio nazionale.

Cosa guardiamo

1. Potete parlare con vostro figlio dei diversi tipi di programmi, da quelli di informazione a quelli di discussione a quelli di semplice intrattenimento, e poi considerare quale tipo di programma vedete di più e per quali motivi.

2. Guardate anche voi i programmi che segue vostro figlio e riflettete sui seguenti punti: - è adatto alla sua età?

- vostro figlio è in grado di capire ciò che vede?

- le storie sono interessanti? spiritose?

- sotto il profilo estetico e formale è un buon programma? - se per una volta vostro figlio non può vedere un programma a cui è abituato, diventa di cattivo umore o non ci bada?

 

Questi esercizi aiutano a riflettere sul fenomeno televisione, sulla qualità dei programmi, sulle considerazioni e abitudini che ci guidano nella scelta dei medesimi.

 

Anna Oliverio Ferraris "Tv per un figlio" (Laterza).

 

 

 

COME SI COSTRUISCE UN AQUILONE

 

 

 

Scuola e televisione

Due comunicazioni a confronto

 

 

La televisione (...) si presenta addirittura come un curriculum di formazione alternativo a quello tradizionale (1) ma se siamo giunti a tanto è anche perché il sistema educativo principale - la scuola - non è stato capace di adattarsi al cambiamento della società e delle abitudini comunicative dei giovani (2).

Un discorso su televisione ed educazione deve partire dal confronto tra le caratteristiche comunicative delle televisione e quelle della scuola. (...)

La scuola di fronte a tutto questo si presenta piuttosto disarmata e continua a dare troppo poco spazio all'aspetto relazionale dell'apprendimento e a non avere sufficiente strumenti per veicolare dei modelli di comportamento alternativi a quelli televisivi.

 

 

Messaggio televisivo:                                        Messaggio scolastico:

 

è semplice                                                        - è complicato e col tempo diventa più difficile;

 

non è vincolante                                              - richiede una costante attenzione e non può essere interrotto;

è ipnotico                                                         - la categoria degli insegnanti lascia a desidera re quanto a capacità di affascinare il suo pubblico;

è vario e ricco di sollecitazioni                        - nei programmi, l'attualità e i temi maggiormente interessanti per gli alunni entrano con fatica;

è un flusso, cattura lo spettatore in una           - lavora sui testi, procede scomponendo e analizzando.

sequenza ininterrotta di immagini

 

 

SCUOLA E TELEVISIONE

I principali vantaggi della televisione stanno dunque nel fatto che permette una fruizione rilassata e senza obblighi, di contenuto vario e interessante, basata su modalità comunicative capaci di attirare l'attenzione.

È necessario allora che la scuola sviluppi un tipo di comunicazione capace di contrastare queste caratteristiche, offrendo ai giovani delle situazioni delle situazioni relazionali in cui la paura della nota, dell'interrogazione, di essere presi in giro o umiliati dall'insegnante o dai compagni- non esista più, in cui la scuola si colleghi il più possibile con situazioni di allegria e piacere. (...)

Uno dei vantaggi della scuola di ogni ordine e grado sulla televisione è di veicolare il suo messaggio attraverso esseri umani veri, che possono comprendere i problemi di chi sta loro davanti e rispondere alle principali esigenze di comunicazione dei giovani. (...)

Più che il luogo dove gli alunni vanno per imparare le cose, la scuola dovrà diventare il luogo dove i giovani troveranno un aiuto per mettere ordine tra le informazioni e interpretare criticamente gli immensi flussi comunicativi in cui si trovano a vivere.

 

(1)        Postman, N. - Ecologia dei media (Armando 1981)

(2)        Mariet, F. - Lasciategli guardare la tv (Anicia 1992)

 

Gli insegnanti interessati ad approfondire queste tematiche possono richiedere altri materiali, rivolgendosi alla redazione di Torino (tel. 011-545567).

 

Mauro Doglio, insegnante, Ècole numero 31/aprile 1995

 

 

 

 

 

 

A SCUOLA DI CONSUMISMO

 

"OK bimbi" una trasmissione a dimensione scolastica in cui domina direttamente o indirettamente lo spot. L'impressione che ne viene fuori è precisa: quella che sia stato impiantato, tra le moine della conduttrice e i lazzi di Sbirulino, un piccolo corso per preparare le nuove generazioni (ora Generazione X, ndr) ad essere perfetti spettatori/consumatori della tele del futuro.

 

Da un pezzo si va dicendo che la tv rotola sempre più verso il condizionamento commerciale e che lo spot direttamente o indirettamente domina la maggior parte delle trasmissioni. gli esempi clamorosi sono recenti, ma quello che è avvenuto domenica ne "La giostra" su Canale 5 sembra aver superato ogni livello di guardia.

All'interno del contenitore c'è una rubrica, "OK bimbi" che è gestita personalmente da Enrica Bonaccorti, conduttrice dell'intera trasmissione. Si tratta in sostanza di un quiz in cui vengono arruolati (sotto gli occhi delle madri arroccate in poltrona al fondo dello studio) bambini sugli otto-dieci anni. Attenzione: i bimbi sono sistemati in seggiolini e banchi come a scuola, e la Bonaccorti -il ruolo le si addice- fa da maestra d'asilo. L'ambiente, il clima, i toni, tutto fa pensare ad una dimensione scolastica, ad un'ora di lezione in cui l'insegnante abbia lasciato alla classe le briglie lunghe e concesso la licenza di imparare "festosamente".

Ma che cosa si impara in questa scuola? Si impara ad amare la pubblicità, a prediligere i prodotti garantiti dalla pubblicità, e ad essere riconoscenti alla pubblicità grazie alla quale -se il bambino sa rispondere ad alcune domande- si possono vincere ricchi e simpatici premi.

L'indottrinamento è metodico e suadente. Già la rubrica è imbottita di spot; ma (...) non basta che la conduttrice decanti le virtù di un certo cacao da consumare quotidianamente nella colazione del mattino, mostrandone il marchio e imprimendolo ben bene nei cervelli; no, non basta, mentre la telecamera inquadra altri prodotti, altra merce da consumare, ecco fuori campo, registrata, la voce di un bambino (o di un adulto che imita un bambino), candida e ingenua voce che di quei prodotti esalta caratteristiche e pregi.

 

LA STAMPA, 29 settembre 1987

 

 

 

 

 

L'ottica steineriana

LA TELEVISIONE NELL'ETÀ INFANTILE

 

Per uno sviluppo armonico al bambino occorrono i colori, le forme, i movimenti del mondo che lo circonda: deve vivere le esperienze con tutti i sensi. La luce dello schermo è fredda e fittizia, una illusione ottica imparziale che rapisce e indebolisce la volontà, interferendo con i normali tempi dello sviluppo infantile.

Per il bambino in tutto il primo settennio l'ambiente ha importanza fondamentale. Al bambino occorrono i colori le forme, i movimenti del mondo circostante non solo per la sua anima, ma anche per la conformazione del suo corpo. Inoltre la ricchezza vivente delle sensazioni provenienti dalla natura e dal gioco degli elementi ha un'importanza altrettanto grande quanto il comportamento, il linguaggio e l'operosità degli adulti. Si devono pertanto esaminare criticamente tutti i prodotti della tecnica, in particolare i vari tipi di giocattoli. I prodotti raffinati della nostra civiltà, per esempio i surrogati tecnici come la radio e la televisione, quand'anche il loro contenuto sia il frutto di oculate riflessioni, sono però in ogni caso di natura estranea al bambino piccolo e quindi dannosi. (...)

 

Un dannoso mondo fittizio

 

Cominciamo ad esaminare la qualità della luce. La luce solare, nostra principale sorgente di luce, la luce di una candela e perfino quella di una lampadina derivano da sostanze incandescenti e sono quindi legate ai processi del fuoco o del calore. Invece la "luce fredda" dello schermo fluorescente è frutto di un processo elettromagnetico, è una specie di luce apparente il cui spettro mostra delle lacune rispetto a quello della luce solare.

Mentre il cinematografo proietta ancora immagini vere e proprie sullo schermo, l'immagine televisiva si compone di innumerevoli singoli punti che si accendono e si spengono a grande velocità in una rapidissima successione. (...)

Questa completa illusione ottica, questo mondo consistente di luce fittizia, di immagini fittizie, di movimenti fittizi e di spazio fittizio per l'osservatore imparziale ha carattere di spettro. L'uomo adulto può sorvolare su questo fatto, perché egli si attiene al contenuto dell'immagine trasmessa. L'adulto ha innumerevoli esperienze dietro di sé, mentre il bambino deve ancora crearsi il proprio mondo di esperienze. L'adulto dispone in generale di un ricco tesoro mnemonico e di una sufficiente dipendenza interiore per poter in certo modo integrare ed elaborare psichicamente l'abbagliante miraggio. Ma per l'organismo infantile è estremamente importante la particolare natura tecnica dell'immagine percepita, a prescindere dal contenuto. L'apparecchio televisivo è il solo in grado di trasmettere la superficie morta delle cose, non ne coglie la natura essenziale. Questo mondo di ombre magicamente evocato dalla tecnica, in confronto alla piena realtà e alle autentiche necessità del bambino, rappresenta - indipendentemente dal contenuto e nonostante la sua molteplicità spesso grande e affascinante - un nutrimento deficiente e insufficiente per l'anima, nutrimento che però agisce in profondità nell'intera costituzione del bambino e indebolisce i processi organici.

 

Paralisi della volontà e indebolimento dell'io

 

È stato più volte osservato come di fronte allo schermo cinematografico e televisivo l'attività dell'occhio si paralizzi giungendo ad una patologica tensione e fissità dello sguardo. L'apparato visivo dell'organismo infantile, ancora in formazione, che si estende attraverso il nervo ottico fina a determinate zone del cervello, ne è particolarmente pregiudicato. La prolungata paralisi di ogni impulso volitivo cosciente e non cosciente dell'organo visivo, è anche un simbolo della paralisi generale della volontà causata- anche per gli adulti - dalla televisione. Le conseguenze sono particolarmente fatali per l'organismo infantile, perché un bambino vuol correre e saltare, toccare e afferrare con le mani, trattenere il fiato per la paura o giubilare di gioia, in altri termini vuol conoscere e vivere il mondo con tutti i sensi.

Mentre la mamma impasta la torta, il bambino non solo la osserva e ne ascolta le parole, ma vuol affondare le mani nella farina per fare come lei. Il lettore provi ora ad immaginare che gli stessi avvenimenti siano presentati al bambino sul teleschermo. Nonostante ogni perfezione tecnica e ogni eventuale adeguamento alle capacità di comprensione del bambino, il piccolo "consumatore" dei programmi televisivi sarebbe condannato alla passività fin nella sua attività visiva; gli sarebbe certamente presentato, oltre al quadro generale dell'azione, un primo piano con il viso della mamma enormemente ingrandito, poi il contenuto della scodella e così via. Ma è appunto l'operatore televisivo che progetta e realizza i movimenti necessari, che sposta i punti di ripresa ecc. Egli ha ora preso in consegna l'attività del bambino; e non serve che egli, volendo insegnare, presenti un altro bambino che si scotta con la teglia calda. (...)

Quando la televisione è in azione ogni settimana giorno per giorno, per anni, allora, attraverso il ripetersi della condizione malsana, si influisce fin negli strati più profondi. (...)

Di fronte a ciò la dipendenza dalla natura illusoria dell'immagine televisiva rappresenta non solo la distruzione del carattere realistico e formativo del mondo, ma al tempo stesso un imbrigliamento autoritario. I mezzi di comunicazione di massa tendono a coltivare anche qui la disposizione a creare l'uomo di massa. La condizione costrittiva dello schermo getta chiaramente ogni bambino in balia della

medesima esperienza.

Le ricerche di H. Heinrich dimostrano che fin dall'infanzia esiste il pericolo della dipendenza da una coscienza collettiva. (...)

 

Il bambino nei primi periodi di apprendimento ripercorre un'educazione che si è lentamente svolta per millenni e gli è richiesta una grande capacità di concentrazione.

L'accelerazione operata dalla televisione pregiudica la naturale maturazione delle capacità latenti pregiudicandone il loro uso in età successive.

 

 

All'indebolimento del polo creativo infantile si affianca uno sforzo del polo rappresentativo, sforzo che sta in rapporto con le particolarità del processo che porta a farsi delle immagini. Processo che è una speciale espressione dell'evoluzione di coscienza dell'umanità. Nel corso dell'evoluzione il passaggio dalla scrittura ideogrammatica a quella alfabetica, mostra, ad esempio, un ultimo e massimo processo di astrazione. Il bambino deve ora rifare, in ripetizione abbreviata durante l'educazione, un'educazione che si è lentamente svolta per millenni. Per seguire complicati avvenimenti nel tempo e l'intreccio di parecchie azioni è richiesta una grande capacità di concentrazione e di combinazione. Ricerche sperimentali portano ai seguenti risultati: "Solo a partire dall'undicesimo anno di età vengono di regola compresi completamente film di tipo comune, mentre bambini di età inferiore arrivano solo a una somma di singole scene." (J. Gerhartz-Franz: Sulla comprensione dei film da parte dei bambini, Lipsia 1955).

Nella memoria delle maggior parte dei bambini resta pochissimo delle trasmissioni viste. I programmi danno scarsi stimoli fecondi perché troppo veloci per formare un connesso duraturo, e tutto rimane senza senso.

Il bambino subisce senza dubbio uno sforzo eccessivo ad opera dello schermo, specialmente quando guarda programmi per adulti. Film e trasmissioni televisive, con tutte le loro raffinatezze tecniche, impongono uno speciale sforzo all'intelletto. (...)

Dopo il nono e decimo anno d'età, meglio verso la pubertà, dovrebbero venire sollecitate le capacità analitiche, simboleggiatrici e le facoltà di astrazione necessarie a interpretare i "primi piani" cinematografici.

"Sollecitare e attivare troppo presto le forze di analisi e di astrazione nel pensiero e nel giudizio, può far impoverire e inaridire l'anima infantile che aleggia ancora in un mondo di fantasia vivente". (F. Wilmar: L'azione di radio e televisione sui bambini. Zeist-Holland, 1966). (...)

L'apparente goffaggine del disegno infantile non dipende solo da incapacità" tecnica, ma indica soprattutto "come il bambino vede veramente il proprio mondo". È una legge fondamentale dello sviluppo infantile che ogni affrettata e quindi intempestiva evoluzione di facoltà latenti che dovrebbero maturare lentamente, indebolisce e pregiudica l'uso delle medesime in un'età successiva con la conseguente formazione di disarmonie in tutto l'organismo. (...)

 

Walter Buhler, IGIENE SOCIALE n. 1, Gruppo Medico Antroposofico Italiano

 

 

 

 

 

 

Niente voti tv per i figli di Berlusconi

Frequentano un istituto "Steineriano", il metodo prevede lettura e scrittura solo a otto anni, la televisione è proibita.

 

 

Vietata la televisione, la competizione, l'esibizionismo. Predica un insegnamento "dolce" basato sui ritmi naturali della crescita del bambino, non prevede voti, non concede medaglie. È la scuola steineriana, frequentata da Eleonora, Barbara e Luigi Berlusconi. (...) La scuola, una delle dieci italiane (ve ne sono altre a Roma, Bologna, Torino, Mestre e Vicenza) è una delle seicento al mondo ispirate al pensiero del filosofo Rudolf Steiner. (...)

"Riteniamo - spiegano gli insegnanti - che i bambini si evolvano per cicli di sette anni. Nella prima fase non sono ancora pronti per imparare a leggere e scrivere. Lo sforzo potrebbe rovinare l'intero sviluppo con danni anche ingenti da grandi, in termini di malattie del ricambio. Per questo incentrano l'insegnamento sull'uso delle mani, dei colori, seguendo degli orari scolastici molto brevi. Solo più avanti con l'età rispetto alla scuola tradizionale, incominciamo a dare delle nozioni e sempre solo se il bambino lo chiede, se è pronto. Privilegiamo l'apprendimento delle connessioni logiche dall'attività manuale. E, quando i bambini hanno l'età giusta, lo studio dell'arte attraverso gita e visite ai monumenti".

La tv è proibita. O, almeno, fortemente limitata. Secondo la pedagogia steineriana, infatti, i bambini costruiscono i concetti partendo dalle esperienze sensoriali. La tv offre solo immagini bidimensionali e spesso prive di corrispondenza con la realtà. Questo bloccherebbe il meccanismo di apprendimento promosso dalla scuola. Non sono ben visti neanche registratori e stereo. Il nucleo dell'insegnamento è il racconto a viva voce del maestro, della madre, dei familiari. E quindi niente cartoons, e poco, pochissimo Zecchino d'oro, in cambio di disegni con colori di ogni tipo, maglia, tessitura, e coi tempi di permanenza a scuola studiati sull'età del singolo bambino.

Per quanto regole e modi di insegnamento siano molto diversi da quanto prescritto dai programmi ministeriali, i bambini delle scuole steineriane passano senza troppi problemi sia gli esami di quinta elementare sia quelli di terza media.

 

Resto del Carlino, 20 settembre 1994

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(20 - Televisione, potere e mondi artificiali)

Quel famoso "campanello d'allarme"

I "come" e i "perché" di tutto questo

 

 

Ma è mai possibile - commenteranno probabilmente i nostri lettori più attenti - che della Tv non si possa dire nulla di buono? E che sia solo una "strega malefica"?

Per quello che riguarda il dibattito "fata o strega", ossia Tv buona o Tv cattiva, possiamo dire che è già stato superato. Gli esperti del linguaggio radiotelevisivo e gli studiosi dei media sono pressoché concordi nel ritenere inutile una discussione intesa a condannare oppure ad assolvere la televisione. Inutile perché non consente di comprenderla più a fondo, cosa che invece è indispensabile per potersi meglio difendere dai suoi effetti nocivi. «Via perciò il discorso "pochi effetti" - "tanti effetti" - afferma Mario Wolf, docente di "Tecnica del linguaggio radiotelevisivo" al DAMS di Bologna, - dobbiamo piuttosto capire "quali effetti", quali le capacità di influenza».

Che questa pubblicazione sia comunque schierata su posizioni decisamente ostili alla Tv è certamente vero, ma occorre fare attenzione quando si parla di obiettività e di completezza di informazione. Se ci trovassimo di fronte a un testo critico che vuol fare il cosiddetto "punto sulla situazione", allora ci si potrebbe accusare, e a ragione, di offrire un'informazione incompleta e tendenziosa, che ignora volutamente le tesi di chi la pensa diversamente. Ma questo non è un testo critico, ne uno studio scientifico, benché le fonti di cui si serve siano relativamente vaste e autorevoli, questa è, se si vuole, una "Guida al consumo".

Sono certamente note alla maggioranza del pubblico alcune rubriche televisive che già da diversi anni si pongono, per così dire, "dalla parte del consumatore". Per lo più esaminano e confrontano prodotti e servizi di ogni tipo - dal ristorante alla cera per pavimenti - in modo da consentire al pubblico di conoscere i pregi e i difetti di ciò che acquista. È naturale che esse vadano soprattutto a caccia di ciò che mette in pericolo il consumatore, e cioè che lo truffi o lo danneggi in qualche modo. È naturale perché il consumatore vuole soprattutto essere messo in guardia, e conoscere tutto il male che gli può derivare da scelte d'acquisto superficiali. Come conseguenza di questa "caccia alla truffa" o al "pericolo nascosto" si ha che seguendo una trasmissione di questo tipo siamo indotti a credere che ovunque vi siano danni o raggiri che ci attendono. Gli ascoltatori più critici potrebbero anche in questo caso sostenere che in realtà non è sempre così, e che questa "caccia ai casi più eclatanti" non è obiettiva.

D'altra parte, se venisse condotta in maniera più scientifica e completa, non riscuoterebbe quell'attenzione del pubblico che porta a sentir suonare nella mente un simbolico "campanello d'allarme". Ed è proprio questo l'obiettivo sia di quelle rubriche, che di questo lavoro: informare che ci sono dei pericoli nel guardare la televisione ogni giorno, per ore e ore. O per lo meno che voci attendibili ci dicono di stare in guardia e che anche il mondo scientifico è d'accordo. Certo, vi sono anche voci altrettanto autorevoli che dicono il contrario, e ricerche che conducono a risultati diversi, ma sta poi al consumatore decidere di informarsi un po' più a fondo oppure no. A noi sta a cuore che suoni nella sua testa quel famoso "campanello di allarme" ogni volta che "parcheggia" i figli davanti alla televisione, o che si abbandoni a sua volta su una poltrona, magari per ore, di fronte a una Tv accesa...

 

Nostro servizio

 

 

 

 

 

 

TELEVISIONE E VIOLENZA

 

Le strutture di potere non ci lasciano altre alternative oltre alla violenza per risolvere le questioni, e si servono della comunicazione, (in particolare del mezzo televisivo) per rafforzare ed avvalorare le loro tesi. La convinzione che l'uomo sia per sua natura cattivo e aggressivo, tipica della cultura occidentale, è solo una eccezione alla regola.

 

 

PREMESSA

Nell'ambito della ricerca della Pace si è soliti classificare la violenza secondo tre forme principali.

 

Violenza diretta: si manifesta nella forma estrema sulla persona attraverso atti fisici.

Violenza strutturale: dura nel tempo ed è generata dalle strutture socio-economiche e politiche che impediscono la piena realizzazione del soddisfacimento dei bisogni umani fondamentali.

Violenza culturale: più sottile, dura ancora più nel tempo (in certi casi assume caratteristica di permanenza nella storia) ed è il processo attraverso il quale si giustificano le altre due forme di violenza.

 

PARADOSSI DELL'INFORMAZIONE

Non siamo in grado di elaborare e controllare pienamente l'informazione che riceviamo, il mezzo televisivo in particolare produce un flusso di informazioni che producono perdita di memoria, spaesamento, mancanza di sé.

L'informazione non è particolarmente significativa per prendere decisioni a proposito dei grandi problemi globali (guerra, fame, sviluppo, ambiente).

 

RAPPORTO FRA VIOLENZA CULTURALE E VIOLENZA DIRETTA in ambito macro, meso e micro.

 

Ambito macro e le guerre.

Durante le guerra del Vietnam, ad esempio, i giornalisti di quotidiani e televisivi sostengono (o almeno alcuni di loro dicono) di avere avuto un ruolo fondamentale nella delegittimazione di quella guerra che, come nell'89 durante la guerra in Afganistan per la Russia, ha avuto un alto costo di vite americane da non poter essere più accettabile. Su piazza Tien An Men, Pechino 1989, erano puntati gli occhi del mondo. Qualcuno fa notare che probabilmente è merito indiretto di questi studenti, che miravano ad altri obiettivi, se la transizione nell'Europa centro-orientale accaduta nello stesso anno sia avvenuta quasi senza sparare un solo colpo di fucile. Gorbaciov, di ritorno dalla Cina, disse che non ci sarebbe stata un'altra piazza Tien An Men in Europa. Il nesso più evidente di questo sviluppo pacifico, amplificato attraverso la televisione, sono state queste lotte non violente che, secondo alcuni sono il risultato di ciò che le televisioni tedesche facevano vedere ai loro concittadini all'inizio degli anni ‘80. È stata una sorte di educazione collettiva alle lotte pacifiche dei movimenti per la Pace in Occidente: le grandi catene umane di 150 Km a Colonia, ripetute nei paesi baltici nel 1989 con 1.000.000 di persone per 500 Km, paesi dove non era possibile manifestare pubblicamente.

Le guerre vengono rappresentate in televisione come evento, e non come contesto storico.

La guerra del Golfo nasce improvvisamente il 2 agosto 1990, senza che nessuno si chieda perché Saddam Hussein decida di invadere il Kuwait. Qui è avvenuta una vera guerra "virtuale" in cui è stata applicata su scala mondiale la strategia delle manipolazioni delle notizie. I giornalisti potevano accedere alle notizie solo a determinate condizioni e non sul posto (eccezione, in qualche misura, della CNN) e trasmettevano tutti le stesse notizie rilasciate dalle forze di liberazione durante i "briefing".

Chi ha ricevuto queste informazioni è stato soggiogato, mesi finali della guerra, dalle immagini spettacolari "costruite" ad arte. Viene costruito un processo di giustificazione della guerra che tende a mettere in evidenza che non ci sono alternative.

Ex Jugoslavia, il ministro degli interni sloveno è stato abilissimo nel far credere che Lubljana stava per essere bombardata, tutte le tv del mondo hanno parlato di un bombardamento che in realtà non c'è stato. Sarajevo è stata al centro dell'attenzione solo come selezione arbitraria delle notizie, mentre altre situazioni venivano ad assumere un significato secondario.

Kossovo: nessuno ha sentito parlare della lotta non violenta in questa regione. In questo caso l'evento non è negativo e quindi non merita notizia.

 

Ambito meso (la mafia in Italia) e l'immaginario violento.

Il tipo di messaggio veicolato è quello che per combattere le diverse forme di violenza interna note col nome di mafia non ci sia altra alternativa se non quelle delle strutture militari interne dello stato: forze di polizia e carabinieri.

L'informazione dominante su questi temi è di stampo prevalentemente statunitense (più dell'85% delle informazioni veicolate nel mondo proviene da quattro agenzie occidentali, e predomina la componente americana) e l'immaginario collettivo è presente soprattutto nei film di stampo americano dove ci sono buoni e cattivi, dove l'unico modo di combatterli è con i Rambo positivi della "Piovra" che difendono i cittadini.

Convinzione comune nella cultura occidentale è che l'uomo sia per sua natura aggressivo e cattivo, e che quindi debba essere controllato da una autorità centrale, mentre è una eccezione alla regola.

 

Ambito micro, ovvero i cittadini esposti alla violenza.

L'immaginario collettivo proposto, che in gran parte è stato costruito, accentua in modo pesante la dimensione della violenza nei film. Fortunatamente la realtà sociale non è mai così negativa come viene presentata. C'è la questione della violenza nei telegiornali, ed il dilemma è fra diritto di cronaca e tutela delle fascie più deboli.

I telegiornali sono costruiti come un flusso di eventi che tendono a cancellarsi gli uni con gli altri. Le inchieste su situazioni drammatiche sovente possono esporre le fascie più deboli a fenomeni di suggestione.

I "cartoons" insegnano che c'è sempre un vincitore ed un perdente, ed il vincitore deve essere il più forte.

Insegnano una particolare modalità di affrontare il conflitto, tipica della cultura occidentale, ma che sicuramente non è l'unico modo di affrontare il conflitto, né l'unico modo con cui altre culture concepiscono il conflitto. L'informazione gridata è un atteggiamento che di per sé suscita, o tenta di indurre, un innalzamento del livello di aggressività.

Gli spot e certi spettacoli veicolano atteggiamenti ed una sorta di estetica del brutto, della stupidità, della volgarità, agiscono sul versante della violenza strutturale.

 

EFFETTI PRINCIPALI DELL'ESPOSIZIONE ALLA VIOLENZA.

 

1) Non ci sono alternative.

2) Gli eventi sono senza approccio storico.

3) Non sono dei processi.

4) Perdita della memoria. Fondamentale è la dimensione storica, senza la quale non si capisce quasi nulla di quello che succede al mondo dal punto di vista dei conflitti armati e più in generale dal punto di vista dei processi in atto.

5) Costruzione di stereotipi (come il nemico Saddam Hussein).

6) Superficialità e parzialità di analisi. Il più delle volte vengono chiamati analisti di parte che devono creare consenso e se c'è qualcuno che non è di parte, non deve essere messo in condizioni di esprimere in maniera esauriente le proprie opinioni. La modalità argomentativa richiede risposte di tipo spot e non delle analisi argomentate.

7) Ottundimento, trance, ipnotizzazione.

8) Amplificazione del negativo. Ci sono molti fattori che contribuiscono a trasformare un evento in notizia:

se si riferisce a nazioni di elite;

se si riferisce a persone della elite;

si reputa che gli eventi visti come azioni di individui abbiano maggior interesse;

negatività, le cattive notizie sono buone notizie; raramente si costruisce la notizia con un evento positivo. Su queste modalità con cui un evento si trasforma in notizia c'è un certo accordo consolidato.

9) Attenzione per un evento effimero.

10) Sottoinformazione dei movimenti, in particolare dei movimenti per la pace.

 

RAPPORTO TRA VIOLENZA STRUTTURALE E VIOLENZA CULTURALE.

 

Lo stereotipo sulle altre culture si costruisce attraverso una loro immagine negativa. Ci congratuliamo con noi stessi per vivere in un mondo dove non ci sono gli orrori di un mondo periferico al nostro. Raramente viene descritto il modo di vita alternativo, sovente più armonico di quanto possiamo aspettarci, presente tutt'oggi in molte culture altre. Questo consolida la superiorità della cultura occidentale e si traduce in una forma di imperialismo culturale.

Altro tipo di violenza culturale e strutturale è quella della pubblicità commerciale che veicola un modello basato sull'iperconsumo in maniera del tutto acritico.

 

Ispirato a: Nanni Salio, docente all’Università di Torino, estratto dalla relazione al convegno "Liberare la televisione o liberarsi dalla televisione?"

Cesena, 16 marzo 1996

 

 

 

 

 

 

Televisione: molto potere o poco potere?

 

Si discute molto, con esiti differenti, del potere che la Tv avrebbe sulla società in generale e sulle influenze che esercita nei confronti della coscienza individuale. Senza entrare in merito a questioni complesse, il fatto stesso che se ne parli tanto è già manifestazione di un grande potere: il potere di far parlare di sé. Non è poco (anche se si tratta di un circolo vizioso) in una società dominata dai media, dove solo ciò di cui tutti parlano sembra essere importante.

 

 

Comparire in Tv significa essere qualcuno, vivere da protagonisti. Il "potere" della notorietà che essa elargisce è immenso.

 

Vi sono sempre più programmi che potremmo definire "aperti al pubblico", a cui cioè non partecipano solo i divi dello spettacolo e i personaggi di elite, ma anche le persone comuni. Chiunque, purché inquadrato da una telecamera, può esporvi le proprie opinioni, per quanto ovvie o insignificanti.

Non sorprende, allora, che la gente desideri partecipare a questi programmi e sia disposta a raccontare qualunque sciocchezza pur di compare in TV. Non sorprende perché sappiamo benissimo che quello è il solo modo per uscire dall'anonimato, per essere qualcuno. L'attimo di apparizione può anche essere brevissimo, ma già è sufficiente per rendere protagonisti.

Questo potere che la televisione dispensa ai suoi eletti ha però anche un altro effetto: se ciò che compare in Tv è in qualche modo importante, ciò che non vi compare non lo è. Chi ci parla dalla televisione merita di essere ascoltato, perché, anche se sbaglia, ha qualcosa da dire; chi ci parla standoci al fianco non merita, a volte, altrettanta attenzione...

 

Ispirato a: Milly Buonanno: "L'effetto don Chisciotte", in: Quali poteri la TV? , J. Jacobelli, Laterza, 1990; pag. 19-24

 

La televisione è la voce della verità

 

C'è una frase "magica" che esprime un certo tipo di atteggiamento da parte del pubblico nei confronti dei discorsi televisivi: «l'ha detto la televisione!». Dietro questa affermazione che chiama la Tv a testimone infallibile di fatti e opinioni, si nasconde l'identificazione di essa con la verità di ciò che trasmette. Tale equivalenza fra televisione e verità, ingenuamente posta da alcuni settori di pubblico, dà, quindi, ragione a chi sostiene che la TV abbia un forte potere di influenza sulle masse, e che tale potere sia da considerare con preoccupazione.

È anche vero, però, che concetti di questo tipo non vanno semplificati troppo. Stabilire con esattezza il modo in cui la televisione influenza un individuo, e quali azioni o pensieri gli detta, che altrimenti egli non avrebbe, è, infatti, impossibile. Ci sono molti fattori che influiscono sulle scelte personali, sulle abitudini e sulle idee di ciascuno di noi, a cui si aggiunge, certamente, anche la televisione, ma non solo essa. Ogni singolo caso, quindi, é, per chi lo osserva "scientificamente", diverso da tutti gli altri e non riconducibile a un unico modello.

Cade allora l'idea iniziale, secondo cui la televisione é un mezzo dotato di un'influenza enorme sulle masse?

Ovviamente no. Il discorso é soltanto più sottile.

Il pubblico odierno, infatti, benché "intontito" dalle parecchie ore che trascorre davanti al video, non é poi così sprovveduto da dare tutto ciò che sente per scontato; ma non è neanche in grado di comprendere a fondo la natura del messaggio che riceve. Si faccia attenzione poiché il concetto può apparire difficile, ma é di estrema importanza: non é la verità della notizia o dell'evento televisivo che é in discussione, ma la verità del mezzo che la trasmette.

In parole più semplici, ciò che si impone come realtà ai nostri occhi non é più questa o quella cosa che la televisione ci dice, ma il modo in cui lo dice, e cioè l'immagine.

L'immagine televisiva, per così dire, si impone con tale violenza ai nostri occhi da sostituire la realtà e divenire essa stessa "realtà" a tutti gli effetti.

Il potere di un forte consumo di televisione é allora quello di costruire una sorta di "mondo fantasma", un universo artificiale che, trasformandoci in puri spettatori, assorbe tutte le nostre energie e le nostre facoltà. Un universo nel quale le immagini sono tutto, e in cui ogni altra cosa sbiadisce e perde di significato.

 

Ispirato a Gianfranco Bettetini: "Meno potere, più autorità"; in: Quali poteri la TV? pag. 13-18

 

 

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