- Dan Brown -
Marchiati a
fuoco, prima di essere barbaramente uccisi ed esposti come monito per le strade
di Roma. Questa è la sorte che toccava agli illuminati, l'antica setta di
scienziati perseguitata in secoli oscuri dalla Chiesa cattolica.
Un rituale
crudele, ben conosciuto da Robert Langdon, lo studioso di iconologia del Codice
di da Vinci, massimo esperto dell'argomento. Ma quando la storia si ripresenta
nella sua bruta realtà, il fascino si trasforma in raccapriccio. Svegliato in
piena notte, messo a forza un prototipo di aereo a idrogeno liquido,
trasportato in un'ora dagli Stati Uniti in Svizzera, il professor Langdon è
costretto a esaminare, nei laboratori del CERN di Ginevra, un cadavere
orrendamente mutilato. Sul petto della vittima — impresso a fuoco — il
terribile segno degli Illuminati: lo scienziato ucciso ha difeso fino
all'ultimo il segreto di un'arma sperimentale di capacità distruttive superiori
a quelle del nucleare, un'arma ora scomparsa, rubata dagli assassini.
11 piano dei
criminali è allucinante: la bomba è stata nascosta nel Vaticano, dove tra poco
avrà inizio il conclave per l'elezione del nuovo papa. E quattro candidati
mancano all'appello... Quel posto dovrà rimanere vacante per sempre: cadrà San
Pietro, cadranno i cardinali — gli uomini di Dio — e soltanto un potere si
manifesterà e prenderà forza, quello della Scienza.
La corsa a
Roma appare a Langdon pressoché inutile, forse un suicidio. Ma appena le mille
chiese della capitale lo accolgono, nella testa del professore si fanno strada
implacabili suggestioni. Non era Galileo Galilei uno degli Illuminati? Non lo
era anche il grande architetto e scultore Gian Lorenzo Bernini? E furono
proprio loro — per difendere la propria associazione — a disegnare genialmente
un "Cammino", uno stupefacente percorso segreto nella città, fra
catacombe, cripte nascoste, codici cifrati. Chi riuscisse a intuirlo, a
interpretarlo, potrebbe trovare il nascondiglio dell'ordigno, salvare San
Pietro...
In sovraccoperta:
Elaborazione di un particolare della Creazione di
Adamo di Michelangelo
Il lettore
che ha amato Il
codice da Vinci troverà in questo
thriller l'inequivocabile segno di Dan Brown, il suo ritmo inesorabile, la sua
paradossale fantasia, la sua conoscenza e il suo amore per i segreti della Roma
barocca. Così, nel mondo, Angeli e demoni è già un classico.
Prima di
diventare uno dei più acclamati autori di thriller, Dan Brown è stato
insegnante di inglese all'università e storico dell'arte. Collabora con diverse
riviste, fra cui il "The New Yorker". I suoi romanzi sono tradotti in
tutto il mondo. Il codice da Vinci, best seller mondiale, è stato il libro più
letto in Italia nel 2004. Dan Brown vive nel New England.
ART DIRECTOR GIACOMO GALLO
PROGETTO GRAFICO. CRISTIANO GUERRI
€ 18,60
Dan Brown
ANGELI E DEMONI
Traduzione di Annamaria
Biavasco e Valentina Guarii
MONDADORI
Questo libro è un'opera di fantasia. Personaggi e
luoghi citati sono invenzioni dell'autore e hanno lo scopo di conferire
veridicità alla narrazione. Qualsiasi analogia con fatti, luoghi e persone,
vive o scomparse, è assolutamente casuale.
ISBN
88-04-53167-3
DESIGNED
BY JAIME PUTORTI
AMBIGRAM
ARTWORK C 1999 JOHN LANGDON
COPYRIGHT
C 2000 BY DAN BROWN
O
2004 ARNOLDO MONDADORI EDITORE S.P.A., MILANO
TITOLO DELL'OPERA ORIGINALE
ANGELS & DEMONS
I EDIZIONE NOVEMBRE 2004
V EDIZIONE GENNAIO 2005
Il centro di ricerca più grande del mondo – il
Conseil Européen pour
Nel momento stesso in cui materia e antimateria
vengono in contatto, tutta la loro massa si trasforma in energia: questo
significa che è possibile liberare una quantità enorme di energia senza
produrre inquinanti chimici o radioattivi. Basterebbero quantità minime di
antimateria per rifornire di energia una città come New York.
Ma l'antimateria ha un inconveniente...
E altamente instabile. Al minimo contatto con la
materia ordinaria, anche solo con l'aria, si trasforma istantaneamente in
energia. Dal contatto fra un grammo di antimateria e un grammo di materia si
sprigiona la stessa quantità di energia di una bomba atomica da 20 chiloton,
come quella sganciata su Hiroshima.
Fino a poco tempo fa era possibile produrre
soltanto quantità infinitesimali di antimateria (pochi atomi alla volta), ma
adesso il CERN ha messo a punto un nuovo deceleratore di antiprotoni, che
consentirà di produrne quantità molto maggiori.
Impossibile fare a meno di chiedersi se questa
sostanza altamente volatile salverà il mondo o verrà usata per creare l'arma
più letale che sia mai esistita.
NOTA DELL'AUTORE
Tutte le opere d'arte, le tombe, i passaggi
sotterranei, gli edifici e i monumenti di Roma cui si fa riferimento nella
vicenda sono reali (compresa la loro ubicazione) e tuttora esistenti. Anche la
setta degli Illuminati è realtà.

* * * * *
CITTÀ DEL VATICANO
1 Basilica
di San Pietro
2 Piazza
San Pietro
3 Cappella
Sistina
4 Cortile
Borgia
5 Studio
privato del Papa
6 Musei
Vaticani
7 Caserma
della Guardia Svizzera
8 Eliporto
9 Giardini
Vaticani
10 II
Passetto
11 Cortile
del Belvedere
12 Ufficio
centrale delle Poste Vaticane
13 Aula
delle Udienze Pontificie
14 Palazzo
del Governatorato
ANGELI E
DEMONI
A Blythe...
PROLOGO
Il fisico Leonardo Vetra sentì odore di carne
bruciata. Era la sua. Terrorizzato, alzò gli occhi verso l'ombra scura che
incombeva su di lui. «Cosa vuole da me?»
«La password» disse lo sconosciuto con voce aspra.
«La parola d'ordine.»
«Ma io non...»
L'uomo gli premette di nuovo sul petto il ferro
arroventato, ancora più a fondo. Si udì uno sfrigolio di carne che bruciava.
«Non c'è nessuna password!» gridò Vetra, straziato
dal dolore, sentendosi venire meno.
Lo sconosciuto lo guardò torvo. «Proprio come
temevo.»
Vetra si sforzava di rimanere cosciente, ma stava
per perdere i sensi. L'unica consolazione era sapere che il suo aggressore non
avrebbe mai raggiunto il proprio scopo. Un attimo dopo, l'uomo estrasse una
lama e gliela avvicinò al viso. La lama oscillò, con precisione chirurgica.
«Per l'amor di Dio!» gridò Vetra. Ma era già
troppo tardi.
1
La giovane donna lo chiamava ridendo dall'alto dei
gradoni della piramide di Giza: "Forza, Robert, sbrigati! Lo sapevo che
avrei dovuto sposare un uomo più giovane!". Aveva un sorriso incantevole.
Lui si sforzava di tenerle dietro, ma aveva le
gambe pesanti come due macigni. "Aspettami" implorava. "Per
favore..."
Continuava a salire, con la vista che gli si
annebbiava e un rimbombo nelle orecchie. "Devo raggiungerla!" Ma
quando alzò di nuovo lo sguardo la donna era sparita: al suo posto c'era un
vecchio dai denti marci, che lo osservava con una smorfia malinconica. Gli
sfuggì un grido angoscioso, che risuonò nel deserto.
Si svegliò di soprassalto dall'incubo. Il telefono
accanto al letto squillava. Sollevò la cornetta, intontito. «Pronto?» «Robert
Langdon?» chiese una voce maschile.
Langdon si tirò su a sedere nel letto vuoto
cercando di schiarirsi le idee. «Sì, sono io...» Diede un'occhiata alla sveglia
digitale. Erano le cinque e diciotto del mattino.
«Devo vederla immediatamente.»
«Con chi parlo?»
«Mi chiamo Maximilian Kohler. Sono un fisico delle
particelle.»
«Come, scusi?» Langdon era confuso. «È proprio
sicuro di voler parlare con me?»
«Lei insegna iconologia religiosa all'università
di Harvard, giusto? Ha scritto tre libri sulla simbologia e...»
«Ha idea di che ore sono?»
«Mi perdoni, ma vorrei che lei vedesse una cosa.
Non posso discuterne per telefono.»
A Langdon sfuggì un borbottio irritato. Non era la
prima volta che gli accadeva: scrivere libri sulla simbologia religiosa
comportava, fra l'altro, ricevere telefonate di fanatici a caccia di conferme
sull'ultimo segno ricevuto da Dio. Il mese prima una spogliarellista
dell'Oklahoma gli aveva promesso "la notte più infuocata della sua
vita" se fosse andato a trovarla per verificare l'autenticità di una croce
magicamente comparsa tra le sue lenzuola. Langdon l'aveva chiamata "
«Come ha fatto a trovare il mio numero?» Si sforzò
di essere educato, nonostante l'ora.
«Su Internet. Nel sito del suo libro.»
Langdon corrugò la fronte. Era più che sicuro che
su quel sito non fosse riportato il suo numero di telefono. Era chiaro che
quell'uomo mentiva.
«Devo vederla» insistette la voce. «La pagherò
bene.» Langdon stava iniziando a spazientirsi. «Mi spiace, ma proprio non...»
«Se parte adesso, può essere qui per le...»
«Io non ho nessuna intenzione di muovermi da qui!
Sono le cinque del mattino!» Langdon riattaccò e posò di nuovo la testa sul
cuscino, chiuse gli occhi e provò a riaddormentarsi. Non ci fu verso. L'incubo
lo aveva turbato troppo. Riluttante, si infilò la vestaglia e scese al piano di
sotto.
Langdon gironzolava a piedi nudi per la sua casa
vittoriana nel Massachusetts stringendo tra le mani il suo rimedio preferito
contro l'insonnia, una tazza fumante di Nesquik. Il chiarore della luna
d'aprile filtrava dalle finestre illuminando i tappeti orientali. I colleghi
spesso lo prendevano in giro dicendo che casa sua pareva più un museo
etnografico che un'abitazione privata, piena com'era di oggetti sacri
provenienti da ogni parte del mondo: una bambola di legno akwaba del Ghana, una
croce d'oro spagnola, un idolo delle Cicladi e persino un raro boccus intessuto
del Borneo, simbolo di eterna giovinezza del guerriero.
Si sedette su una cassapanca d'ottone a gustarsi
la cioccolata calda e si vide riflesso nel vetro del bovindo, pallido e deformato,
simile a un fantasma. "Un fantasma che sta invecchiando" pensò,
trovandosi suo malgrado a ricordare che il suo spirito eternamente giovane
abitava in un corpo mortale.
Pur non essendo bello nel senso convenzionale del
termine, il quarantenne Langdon aveva quello che le colleghe del gentil sesso
definivano il "fascino dell'erudito": folti capelli sale e pepe,
penetranti occhi azzurri, suadente voce baritonale e sorriso grintoso e
spensierato. Ex tuffatore nelle squadre studentesche del liceo e del college,
Langdon aveva ancora la prestanza del nuotatore, con il suo metro e ottanta di
statura e un fisico che manteneva in forma grazie a cinquanta vasche al giorno
nella piscina dell'università.
Per gli amici, era un personaggio enigmatico: in
certi momenti sembrava un tipo all'antica, altre volte un uomo moderno e al
passo coi tempi. Nel fine settimana era facile vederlo bighellonare per il
campus in jeans e discutere con gli studenti di grafica computerizzata o storia
delle religioni, ma sulle riviste d'arte più autorevoli appariva in giacca di
Harris tweed e gilet a disegni cachemire, immortalato durante le conferenze
tenute alle inaugurazioni di musei e mostre.
Benché come insegnante fosse rigoroso e piuttosto
severo, era il primo a farsi avanti quando si trattava di divertirsi.
Estroverso e allegro, era molto amato dagli studenti, che lo avevano
soprannominato "il Delfino", per la sua indole scherzosa e per la
leggendaria abilità di tuffatore e giocatore di pallanuoto, capace di tenere
testa da solo a un'intera squadra di avversari.
Mentre era lì seduto con lo sguardo perso
nell'oscurità, il silenzio fu nuovamente interrotto da uno squillo, stavolta
del fax. Troppo assonnato per arrabbiarsi, ridacchiò stancamente.
"Il popolo di Dio" pensò. "Duemila
anni ad attendere un messia, e non si sono ancora stufati."
Riportò la tazza vuota in cucina e andò senza
fretta nello studio. Raccolse sospirando il fax appena arrivato e lo guardò.
Fu istantaneamente colto da un attacco di nausea.
Sul foglio era riprodotta la foto di un cadavere.
Nudo, con il collo spezzato, la testa girata completamente all'indietro e una
bruciatura spaventosa sul petto. Un marchio a fuoco. Gli era stata impressa
nella carne una parola. Langdon la conosceva bene. Anzi, benissimo. La osservò
incredulo.
«Illuminati» balbettò, con il cuore che gli
batteva all'impazzata. «Non può essere...»
Intimorito, Langdon girò lentamente il fax e
osservò la parola capovolta.
Rimase senza fiato per lo shock. Si sentiva come
se fosse appena stato investito da un camion. Non credendo ai propri occhi,
girò di nuovo il fax e rilesse il marchio a fuoco per un verso e per l'altro.
«Illuminati» ripeté.
Sbalordito, crollò su una sedia e vi rimase per un
po'. Poi si accorse che la spia rossa del fax lampeggiava. Chi aveva inviato
quel foglio era ancora in linea, probabilmente in attesa di parlare con lui.
Rimase a fissare la lucina intermittente per qualche secondo. Poi, tremante,
sollevò la cornetta.
2
«Mi sono guadagnato la sua attenzione, ora?» disse
la voce all'altro capo del filo.
«Altroché. Le dispiacerebbe darmi una
spiegazione?»
«Stavo per dargliela anche prima.» La voce era
fredda, meccanica. «Sono un fisico e dirigo un centro di ricerca. C'è stato un
omicidio. Quella che le ho mandato è una foto del cadavere.»
«Come ha fatto a trovarmi?» Langdon non riusciva a
raccapezzarsi e cercava di non pensare all'immagine del fax.
«Gliel'ho già detto. In Rete. Nel sito del suo
libro, L'arte degli Illuminati.»
Langdon provò a riordinare le idee. Il suo saggio
era praticamente sconosciuto negli ambienti letterari ufficiali, ma si era
conquistato un notevole seguito in Rete. Nondimeno, quella spiegazione era
priva di senso. «Quel sito non contiene informazioni utili per contattarmi»
ribatté. «Ne sono certo.»
«Fra i miei dipendenti c'è gente molto abile nel ricavare
dalla Rete informazioni sugli utenti.»
Langdon era scettico. «Anche riservate, a quanto
pare. Dovete essere molto pratici del Web.»
«È naturale» ribatté l'uomo. «L'abbiamo inventato
noi.» Qualcosa nel tono di quella risposta fece pensare a Langdon che l'uomo
non stesse scherzando.
«Devo vederla» insistette lo sconosciuto. «Non è
un argomento del quale si può discutere al telefono. Il centro che dirigo è a
non più di un'ora di volo da Boston.»
Langdon rimase immobile a osservare il fax nella
luce fioca dello studio. Era terrificante, ma rappresentava forse la scoperta
epigrafica del secolo: per lui, quel simbolo era la conferma di un decennio di
studi.
«È urgente» ribadì la voce.
Lo sguardo di Langdon era fisso sul marchio.
"Illuminati." Il suo lavoro si era sempre basato su antichi documenti
e leggende con un fondamento storico – l'equivalente iconologico dei fossili –,
ma l'immagine che aveva davanti agli occhi in quel momento era attuale. Si
sentiva come un paleontologo che si trovi a faccia a faccia con un dinosauro
vivo e vegeto.
«Mi sono preso la libertà di mandare un aereo a
prelevarla» disse l'uomo al telefono. «Sarà a Boston tra venti minuti.»
Langdon si sentì la gola improvvisamente asciutta.
"Un'ora di volo..."
«Perdoni la mia insistenza, ma ho bisogno di lei
qui» disse la voce.
Langdon osservò ancora una volta il fax, un antico
mito confermato nero su bianco. Le implicazioni erano spaventose. Guardò fuori
della finestra. Le prime luci dell'alba filtravano tra le betulle del giardino,
ma il panorama gli sembrò improvvisamente diverso. In preda a uno strano
miscuglio di paura ed esaltazione, si rese conto di non avere scelta. «Okay»
rispose. «Mi dica dove mi aspetta il suo aereo.»
3
A migliaia di chilometri da lì, stavano per
incontrarsi due uomini. L'antica sala medievale dai muri di pietra era
semibuia.
«Benvenuto» disse in tono autorevole quello seduto
nell'ombra. «La missione è stata portata a termine?»
«Sì» rispose l'altro, scuro di pelle.
«Perfettamente.» Le sue parole risuonarono aspre.
«E non ci saranno dubbi sul responsabile?»
«Nessuno.»
«Eccellente. Hai portato ciò che ti ho chiesto?»
Gli occhi dell'assassino scintillarono, neri come
la pece. Estrasse una pesante apparecchiatura elettronica e la posò sul tavolo.
L'uomo nell'ombra parve compiaciuto. «Hai fatto un
buon lavoro.»
«Servire la fratellanza è un onore» disse
l'assassino.
«La fase due inizierà a breve. Riposa, adesso.
Questa notte cambieremo il mondo.»
4
Da dietro l'hangar sbucò un uomo dal viso tondo,
con indosso una tuta blu da aviatore. «Robert Langdon?» chiese in tono amichevole,
con un accento che Langdon non riuscì a identificare.
«Sono io» rispose, chiudendo a chiave l'auto.
«Tempismo perfetto» osservò il pilota. «Sono
appena atterrato. Prego, mi segua.»
Langdon ubbidì, teso. Non era solito ricevere
telefonate misteriose né prendere appuntamenti con persone sconosciute. Non
sapendo cosa aspettarsi, aveva scelto di vestirsi come quando andava a lezione:
pantaloni beige, dolcevita e giacca di Harris tweed. Ripensò al fax che aveva
nella tasca della giacca ed ebbe di nuovo un moto di sgomento: non riusciva a
capacitarsi di quell'immagine.
Il pilota parve percepire la sua inquietudine.
«Volare non le crea problemi, vero?»
«No, per niente» rispose Langdon. "Sono i
cadaveri marchiati a fuoco a crearmi problemi. Volare non mi turba
affatto." Il pilota gli fece strada verso la pista.
Nel vedere l'aereo, Langdon si fermò di colpo, a
bocca aperta. «Voleremo su quello?»
Il pilota sorrise. «Le piace?»
Langdon rimase a guardare a lungo. «Non saprei.
Che cosa diavolo è?»
Il velivolo che li aspettava era imponente.
Assomigliava vagamente allo Space Shuttle, ma più schiacciato, quasi piatto:
sembrava un enorme cuneo. La prima reazione di Langdon fu di incredulità:
l'aggeggio parcheggiato sulla pista pareva adatto al volo quanto una Buick. Le
ali erano praticamente inesistenti, nient'altro che due tozze pinne nella parte
posteriore della fusoliera. Dalla sezione di coda sporgevano due alettoni. Per
il resto non era altro che una fusoliera lunga una sessantina di metri. E senza
oblò.
«Duecentocinquanta tonnellate a serbatoio pieno»
dichiarò fiero il pilota, come se stesse parlando di suo figlio appena nato.
«Va a idrogeno liquido. La carlinga è in titanio con fibre di carburo di
silicio. Il rapporto spinta/peso è di venti a uno, contro il sette a uno della
maggior parte dei jet. Il direttore deve avere molta fretta di vederla. È raro
che faccia uscire questo bestione.»
«Senta, ma vola davvero?» domandò Langdon.
Il pilota sorrise. «Certo.» Gli fece strada. «Ha
un aspetto un po' inquietante, lo so, ma le conviene farci l'abitudine. Nel
giro di cinque anni saranno tutti così. E un HSCT, un jet ipersonico per
trasporto civile. Il nostro centro è stato tra i primi ad averne uno.»
"Hai capito, il centro" pensò Langdon.
«Questo è un prototipo del Boeing X-33, ma ne
esistono decine di altri, il National Aero Space Piane, lo Scramjet russo, lo
HOTOL britannico» spiegò il pilota. «E il velivolo del futuro, anche se ci sta
mettendo un po' a imporsi nel settore civile. Fra poco diremo addio ai jet
convenzionali.»
Langdon lo osservò con diffidenza. «Credo che
avrei preferito un jet convenzionale.»
Il pilota gli indicò la scaletta. «Da questa
parte, prego, professor Langdon. Faccia attenzione.»
Qualche minuto dopo, Langdon si ritrovò seduto
nella cabina passeggeri deserta. Il pilota l'aveva fatto accomodare nella prima
fila, gli aveva allacciato la cintura ed era scomparso nella parte anteriore
dell'aereo. Langdon pensò che, in fondo, l'interno del jet ipersonico era molto
simile a quello di un normale aereo di linea. L'unica differenza era l'assenza
di oblò, che lo metteva un po' in ansia. Soffriva infatti di claustrofobia,
conseguenza di un trauma infantile mai del tutto superato.
La sua avversione per i luoghi chiusi non arrivava
a essere un problema invalidante, ma era da sempre motivo di frustrazione. Si
manifestava in modo subdolo: gli impediva per esempio di praticare sport al
chiuso, tipo lo squash, e l'aveva indotto a sborsare una fortuna per la sua
casa vittoriana ariosa e dai soffitti alti, nonostante fossero disponibili
alloggi universitari molto più economici. Langdon sospettava inoltre che la
passione per l'arte che nutriva sin da ragazzino fosse nata in parte dall'amore
per gli ampi spazi dei musei.
I motori si accesero rombando e il velivolo vibrò in
modo sinistro. Langdon strinse i denti e si fece coraggio, mentre l'aereo
iniziava a rullare sulla pista. Gli altoparlanti diffondevano musica country a
basso volume. Un telefono sulla parete accanto a lui emise due squilli. Langdon
sollevò la cornetta. «Sì?»
«Tutto bene, professore?»
«Insomma...»
«Si rilassi. Tra un'ora saremo a destinazione.»
«Che sarebbe...?» chiese Langdon, rendendosi
improvvisamente conto di non sapere dove fossero diretti.
«Genève» rispose il pilota, mandando su di giri i
motori. «È lì che si trova il centro.»
«Come ha detto? Geneva?» Langdon era già più
sollevato. «Ho dei parenti dalle parti del lago Seneca, nello Stato di New
York. Non sapevo che a Geneva ci fosse un centro di ricerche di fisica.»
Il pilota rise. «Non Geneva, professor Langdon...
Genève... Ginevra, in Svizzera.»
Langdon ci mise un po' prima di capire. «In
Svizzera?» Agitatissimo, esclamò: «Ma se ha detto che era a un'ora di volo!».
«Infatti» ridacchiò il pilota. «Questo gioiellino
vola a Mach quindici.»
5
L'assassino camminava furtivo lungo la strada
affollata di una città europea. Era un uomo forte e muscoloso, con la pelle
scura, di un'agilità sorprendente. L'incontro appena concluso lo aveva esaltato
e si sentiva ancora euforico.
"È andata bene" si disse. Il padrone non
gli aveva mai mostrato il proprio volto, ma il killer era onorato di essere
stato ammesso alla sua presenza. Stentava a credere che fossero passati solo
quindici giorni da quando lo aveva contattato per la prima volta. Ricordava
ancora ogni parola di quella telefonata.
«Mi chiamo Giano» aveva esordito la voce all'altro
capo del filo. «Abbiamo un legame che ci unisce, io e lei, un nemico comune. Ho
saputo che è possibile ottenere i suoi servigi, dietro adeguato compenso.»
«Dipende» aveva replicato l'assassino.
La voce gli aveva detto chi rappresentava.
«Se è uno scherzo, non lo trovo divertente.»
«Mi sembra di capire che ha già sentito parlare di
noi» aveva replicato Giano.
«Certamente. La vostra è un'istituzione
leggendaria.» «E ciononostante dubita della mia sincerità?»
«Lo sanno tutti che la setta si è estinta molto
tempo fa.»
«È quello che abbiamo fatto credere: non c'è
nemico più temibile di quello di cui nessuno ha più paura.»
L'assassino era scettico. «Dunque, la setta non si
è mai sciolta?»
«No, anzi. Abbiamo radici ovunque, persino nella
sacra fortezza dei nostri più acerrimi nemici.»
«Impossibile. Sono invulnerabili.»
«Noi arriviamo molto lontano.»
«Nessuno può arrivare fin lì.»
«Presto anche lei si ricrederà. Avrà una prova
inconfutabile di quanto siamo potenti. Abbiamo appena compiuto un atto
altamente dimostrativo.»
«Che cosa avete fatto?»
L'assassino aveva strabuzzato gli occhi.
«Impossibile...»
Ma l'indomani lo aveva letto sulle prime pagine di
tutti i giornali e il suo scetticismo era scomparso.
Erano passati quindici giorni, da allora, e non
aveva più alcun dubbio. "La setta esiste ancora" pensò. "E
stanotte tornerà a colpire svelando tutto il suo potere."
Mentre camminava, i suoi occhi neri luccicavano di
impazienza. Una delle organizzazioni più segrete e temute della storia aveva
richiesto i suoi servigi. "Saggia scelta" pensò. La fama della sua
riservatezza era superata solamente da quella della sua pericolosità.
Fino a quel momento aveva fatto tutto ciò che gli
era stato ordinato: aveva eliminato una minaccia e consegnato a Giano l'oggetto
richiesto. Adesso stava a lui assicurarsi che venisse collocato nel luogo
giusto.
Il luogo giusto...
L'assassino si chiedeva come avrebbe fatto Giano a
portare a termine una missione tanto delicata. Doveva avere dei contatti
all'interno. Il potere della setta pareva davvero illimitato.
"Giano..." pensò il killer. Ovviamente
era un nome in codice. Era ispirato a Giano bifronte, il dio romano dai due
volti, oppure a una delle lune di Saturno? Be', poco contava. Il potere
esercitato da Giano era incommensurabile. Lo aveva dimostrato al di là di ogni
dubbio.
L'assassino immaginò i propri antenati sorridergli
dall'alto. Stava portando avanti la loro battaglia, fronteggiando lo stesso
avversario che loro avevano combattuto per secoli, fin dall'XI secolo, quando
le armate con l'emblema della croce li avevano depredati per la prima volta,
stuprando e uccidendo, dichiarandoli immondi, profanando i loro templi e le
loro divinità.
Per difendersi, i suoi antenati avevano formato un
piccolo ma temibile esercito divenuto famoso per le stragi che compiva vagando
per le campagne e massacrando tutti i nemici che incontrava sul suo cammino. I
suoi membri erano celebri non solo per le loro carneficine, ma anche perché avevano
l'abitudine di festeggiarle abbandonandosi all'estasi indotta dalle droghe. La
loro sostanza prediletta, dalle forti proprietà stupefacenti, era l'hashish.
E così erano stati chiamati Hashashin, cioè, letteralmente, "uomini dediti
all'hashish". Il loro nome era diventato sinonimo di morte in quasi tutte
le lingue del mondo e aveva dato origine al termine "assassino".
6
Erano trascorsi sessantaquattro minuti quando
Robert Langdon, incredulo e in preda a un lieve mal d'aria, scese dalla
scaletta su una pista inondata di sole. Contento di ritrovarsi all'aperto, si
godette la brezza fresca che gli soffiava sul viso. Strizzando gli occhi
osservò la vallata verdeggiante, circondata da una corona di vette innevate.
"Sto sognando" pensò. "Da un
momento all'altro mi sveglierò."
«Benvenuto in Svizzera» disse il pilota
raggiungendolo. Doveva gridare per farsi sentire, nonostante il rombo dei
motori HEDM ad alta densità di energia che si stavano spegnendo alle loro
spalle.
L'orologio di Langdon segnava le sette e sette
minuti.
«Ci sono sei ore di differenza fra Boston e
Ginevra» disse il pilota. «Sono le tredici e sette minuti, qui.»
Langdon regolò l'orologio.
«Come si sente?»
«Come se avessi mangiato del polistirolo»
commentò, accarezzandosi la pancia.
Il pilota annuì. «È l'altitudine. Abbiamo volato a
diciottomila metri. Le è andata bene che abbiamo solo attraversato l'Atlantico.
Se fossimo andati a Tokyo sarei arrivato alla quota massima, centosessanta
chilometri. Lassù sì che ci si sentono rimescolare le budella.»
Langdon annuì stancamente e decise di considerarsi
fortunato. Tutto sommato, il viaggio era stato di una normalità stupefacente: a
parte l'accelerazione del decollo che lo aveva lasciato letteralmente senza
fiato, era stato davvero un volo banale, con qualche leggera turbolenza e
piccoli cambiamenti di pressione salendo di quota, ma niente che lasciasse
intendere che l'X-33 stava sfrecciando alla sconvolgente velocità di quasi
diciottomila chilometri orari.
Il pilota affidò il velivolo ad alcuni tecnici e
accompagnò Langdon in uno spiazzo vicino alla torre di controllo, dove li
attendeva una Peugeot nera. Salirono in macchina e partirono a tutta velocità,
percorrendo una strada asfaltata che tagliava il fondovalle. Langdon vide dal
finestrino alcune case in lontananza e verdi distese che sfrecciavano davanti
ai suoi occhi.
Osservò l'ago del tachimetro, che sfiorava i
centosettanta chilometri orari. "Ma chi è questo, un maniaco della
velocità?"
«Il centro dista cinque chilometri» spiegò il
pilota, come se gli avesse letto nel pensiero. «Tra due minuti ci siamo.»
Langdon cercò inutilmente la cintura di sicurezza.
"Perché non facciamo tre, così magari ci arriviamo vivi?"
Il pilota continuò a premere sull'acceleratore.
«Le piace Reba McEntire?» domandò a Langdon,
infilando una cassetta nell'autoradio.
Una voce femminile iniziò a cantare: "It's
just the fear of being alone...", ho solo paura di restare da sola.
"Io non ho questa paura" commentò fra sé
Langdon. Le sue colleghe lo prendevano spesso in giro dicendogli che
collezionava oggetti da museo per riempire un vuoto che, a loro dire, solo una
donna avrebbe potuto veramente colmare. Langdon di solito ci rideva su e
ribatteva che aveva già tre amori nella vita – la simbologia, la pallanuoto e
il celibato –, e che quest'ultimo aveva il grande vantaggio di dargli la
libertà di girare il mondo, dormire quanto gli pareva e godersi pacifiche
serate casalinghe con un buon libro e un bicchiere di brandy.
«Il centro è come una piccola città» disse il
pilota, distogliendolo dai suoi pensieri. «Non abbiamo solo laboratori, ma
anche supermercati, un ospedale e persino un cinema.»
Langdon annuì stancamente e si voltò a guardare il
complesso davanti a loro.
«E poi abbiamo l'impianto più grande del mondo»
proseguì il pilota.
«Davvero?» chiese Langdon girando lo sguardo sulla
campagna che lo circondava.
«Inutile che lo cerchi qua fuori, professore»
disse il pilota, sorridendo. «È sei piani sottoterra!»
Langdon non ebbe il tempo di chiedere altro; il
pilota frenò improvvisamente e l'auto inchiodò sbandando davanti a una
guardiola.
Langdon lesse il cartello. SECURITE ARRETEZ.
Rendendosi conto di essere davvero in Svizzera, fu colto dal panico. «Mio Dio!
Non ho il passaporto!»
«Non ce n'è bisogno» lo rassicurò il pilota.
«Abbiamo accordi particolari con il governo svizzero.»
Langdon vide esterrefatto che l'uomo passava un
tesserino alla guardia, la quale lo inseriva in un sistema di identificazione
elettronico. Sull'apparecchio si accese una spia verde.
«Nome del passeggero?»
«Robert Langdon» rispose il pilota.
«Ospite di?»
«Del direttore.»
La guardia inarcò le sopracciglia. Si voltò per
confrontare un tabulato con i dati sullo schermo del computer, poi disse:
«Buona permanenza, professor Langdon».
L'auto ripartì e girò a tutta velocità intorno a
una rotatoria che portava all'edificio principale, un parallelepipedo
ultramoderno tutto vetro e acciaio. Langdon lo osservò ammirato: l'architettura
moderna gli era sempre piaciuta.
«La cattedrale di cristallo» spiegò il pilota.
«È una chiesa?»
«Macché. La chiesa è la sola cosa che manca, qui
al centro. La nostra unica religione è la fisica e il nostro motto è:
"Scherza con i santi, ma lascia stare i quanti".»
Langdon, disorientato, aspettò che l'auto
completasse il giro e andasse a fermarsi di fronte all'entrata dell'edificio.
"La nostra unica religione è la fisica... Nessun controllo di frontiera...
Jet che vanno a Mach quindici... Ma dove diavolo sono finito?"
La risposta non tardò ad arrivare. Era incisa
nella lastra di granito all'ingresso dell'edificio.
CERN
Conseil Européen
pour
«Ricerca nucleare?» domandò Langdon, certo di aver
capito fin troppo bene.
Il pilota non rispose. Era chino in avanti e
trafficava con l'autoradio. «Siamo arrivati. Il direttore verrà a prenderla
qui.»
Langdon vide un uomo sulla sessantina uscire
dall'edificio su una sedia a rotelle. Calvo, macilento, mascella squadrata,
indossava un camice bianco da laboratorio e scarpe eleganti saldamente posate
sul poggiapiedi. Si accorse anche da quella distanza che aveva gli occhi
spenti, come due pietre grigie.
«È lui?» domandò Langdon.
Il pilota alzò gli occhi. «Ma guarda...» Si voltò
verso Langdon, rivolgendogli un sorriso tutt'altro che rassicurante. «Parli del
diavolo...»
Perplesso, Langdon scese dall'auto.
L'uomo sulla sedia a rotelle avanzò velocemente e
gli tese una mano sudaticcia. «Professor Langdon? Ci siamo sentiti per
telefono. Sono Maximilian Kohler.»
segue … … …
QUESTO VOLUME
È STATO IMPRESSO
NEL MESE DI
GENNAIO DELL'ANNO 2005
PRESSO
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