INDICE

 

 

1 - Tra i fantasmi di Grozny

 

2 - Cacciati all'inferno

 

3 - Espulsi in cinque minuti

 

4 - Nostra Signora del Cile

 

5 - Niente ebrei siamo svizzeri

 

 

 

 

 

 

Tra i fantasmi di Grozny

 

Reportage dalla Cecenia nei giorni in cui i russi hanno ucciso il leader Mashkhadov. La capitale è una città sventrata. Non c'è lavoro tranne che al fianco degli occupanti. E l'unica attività è la ricerca degli scomparsi

di Enrico Piovesana da Grozny

 

 

I motore urla, al limite delle sue possibilità. Ibrahim spinge la sua vecchia Volga a 160 all'ora sulla strada che dall'Inguscezia porta in Cecenia. Una stretta striscia d'asfalto resa scivolosa dalla pioggia che cade da un cielo basso e nero. Fuori dai finestrini infangati sfilano velocissimi gli alberi spogli che separano la carreggiata dalla desolazione marrone della steppa.

Non è ancora Cecenia, ma la guerra ormai è arrivata anche qui, sotto forma di agguati stradali e sporadici scontri a fuoco tra militari russi e ribelli indipendentisti. Per questo Ibrahim vuole rimanere in viaggio il meno possibile.

Inutile cercare di mettersi la cintura di sicurezza: l'aggancio vicino al freno a mano è ostruito da un kalashnikov, la canna rivolta verso i compagni di viaggio che siedono sui sedili posteriori. Meglio non toccare niente e tenersi forte.

A fermare la folle corsa blocchi di cemento, filo spinato, sacchi di sabbia e due blindati russi a lato della strada con i cannoncini puntati sulle auto che si fermano al check-point d'ingresso in Cecenia. La nostra non è tra quelle: Ibrahim rallenta, ma tira dritto salutando i soldati russi che lo lasciano passare vedendo il suo tesserino di autista governativo.

Siamo in Cecenia.

Il viaggio riprende più forsennato di prima, interrotto di tanto in tanto dai posti di blocco dell'esercito russo. Incrociamo solo camion militari. Attraversiamo alcuni villaggi abbandonati. Casette di mattoni in rovina, con il tetto carbonizzato, circondate da campi incolti. Ma sul ciglio della strada qualcuno aspetta con paziente fiducia qualche acquirente per le patate e le cipolle del suo orto.

Man mano che ci avviciniamo a Grozny, spariscono gli alberi a lato della carreggiata, tagliati per farne legna da ardere dagli abitanti della città.

Un ultimo grande posto di blocco segnala l'ingresso nella capitale cecena. Tra i campi appaiono i primi ruderi dei grandi condomini della periferia. Alcuni sono solo cumuli di macerie. Di altri non rimangono che diroccati scheletri di cemento armato. Molti edifici hanno intere ali crollate sotto le bombe. Le mura rimaste in piedi, sventrate dalle voragini rotonde delle cannonate, sono completamente scrostate da un'incredibile quantità di fori di pallottole.

Nell'inverno del '99, quando i russi assediavano Grozny, questa era la linea del fronte. Dalle finestre di questi condomini le forze indipendentiste del presidente legittimamente eletto, Aslan Mashkhadov, cercavano di difendere la città, che intanto veniva bombardata a tappeto dall'aviazione russa. Ci furono 25 mila morti in poche settimane. E si vede.

 

 

Della Biblioteca Chekov, del Gran Teatro,

dell'Istituto petroltecnico e dell'Università statale

non esiste più neanche un mattone

 

 

Il centro di Grozny ci si presenta completamente devastato. Cancellato. Là dove pochi anni fa sorgeva la Biblioteca nazionale Chekov con il suo frontone neoclassico, o il Gran Teatro con il suo enorme ingresso a vetrata, o l'austero palazzo del famoso Istituto petroltecnico di Grozny, o l'Università statale immersa tra gli alberi del campus, oggi ci sono solo distese d'erba dove pascolano le mucche. Non c'è più nemmeno un mattone.

Le strade cittadine sono ancora piene di buche aperte dalle granate. In molti punti l'asfalto manca del tutto. Ovviamente, non c'è più alcun impianto di scolo. Il risultato è che dopo le piogge, come quelle dei giorni scorsi, le vie si trasformano in fiumi d'acqua e in pantani di fango. Al punto che le auto spesso sono costrette a passare sui marciapiedi. Solo i grossi camion militari e i blindati russi che pattugliano le strade della città riescono a circolare senza problemi.

Le auto a Grozny non mancano: Lada, Volga, Uaz, tutte dello stesso colore, bianco. Almeno il cofano e il tettuccio, perché le portiere sono marroni di fango. E i finestrini immancabilmente oscurati.

In alcune zone c'è addirittura traffico, come ad esempio attorno al sempre affollatissimo bazar centrale, una distesa di bancarelle riparate da tendoni di plastica o da grandi tettoie di lamiera in cui si vende di tutto e in gran quantità. Ortaggi e carni locali, pesce secco del Caspio, vodka russa alla faccia dell'analcolismo islamico, tessuti e vestiti uzbechi e kazachi di false marche italiane. E soprattutto scarpe, per lo più turche, cui è dedicato un intero capannone del mercato. Date le infernali condizioni della viabilità pedonale, è ovvio che le calzature siano qui un bene di primaria importanza. Tutte di colore nero, tinta predominante nel vestiario ceceno. Neri sono i cappotti e le lunghe gonne delle donne, neri sono i pantaloni e le giacche di pelle degli uomini. Nere sono anche le berrette di lana indossate dai giovani. Quelli più religiosi portano invece una papalina di velluto ricamato, verde o rosso bordeaux, e i più anziani il tipico colbacco caucasico, alto e rigido, di pelo grigio di astrakan. Gli unici colori compaiono nei variopinti foulard con cui le donne meno giovani si coprono il capo in ossequio alla tradizione islamica.

Nella zona intorno al mercato, ai pianterreni ristrutturati degli edifici ancora in rovina, si trova una gran concentrazione di kafè: piccoli locali dove la gente, nel privato di tavoli occultati da tende e separé, mangia un piatto di galnash, gnocchi con bollito di pollo o di manzo in salsa di patate o aglio, o di manti, ravioloni ripieni di carne macinata in salsa di cipolle, pomodoro o carote. Il tutto seguito dall'immancabile tazza di tè.

In vendita al mercato, oltre alla merce, ci sono anche persone: decine di uomini, soprattutto giovani, che per tutto il giorno aspettano che qualcuno offra loro un lavoretto di qualche ora o di qualche giorno. Il lavoro, quello vero, in Cecenia non c'è, perché ogni attività produttiva, raffinerie, fabbriche, aziende agricole, è stata distrutta. La gente vive di espedienti. L'unica vera possibilità di impiego è nei servizi di sicurezza governativi, polizia e guardie di vario genere. O in quelli paragovernativi, le milizie filorusse dei kadirovski capeggiate dal potente Ramzan Kadyrov, figlio dell'ex presidente ceceno assassinato lo scorso maggio. Altrimenti resta la poco consigliabile soluzione antigovernativa: andare a combattere i russi sulle montagne del sud, diventando boeviki, ribelli. Ma questo, più che per denaro (solo le brigate islamiche di Basayev pagano bene) avviene per desiderio di vendetta.

 

Altre persone, questa volta donne, aspettano pazientemente poco lontano, nell'ingresso del piccolo ufficio di Memorial, associazione per i diritti umani che fornisce assistenza legale a chi sta cercando un figlio, un marito o un fratello sparito nel nulla dopo essere stato rapito dalle forze di sicurezza russe. Direttrice del centro è la giovane Lida Yusapova. «Ogni giorno riceviamo nuove denunce di sparizioni. I casi riguardano solitamente giovani, prelevati dai soldati russi nel corso degli zachiski, i rastrellamenti che l'esercito compie periodicamente in ogni villaggio ceceno. O rapiti in azioni mirate condotte dagli agenti dei servizi segreti. Le vittime sono persone che non hanno nulla a che fare con i combattenti separatisti. I russi pescano a caso, perché è solo una questione di soldi. I rapiti finiscono nei punti di filtraggio, centri di interrogatorio presenti nei sotterranei di ogni caserma. Qui vengono picchiati, sodomizzati e sottoposti a torture orrende fino a quando non accettano di firmare una confessione di appartenenza alla guerriglia. Se non muoiono prima: in quel caso il loro cadavere martoriato, spesso mutilato, viene abbandonato in qualche fosso in aperta campagna».

«Per sapere dove si trova il proprio caro e sperare di riaverlo indietro vivo», continua Lida, «i familiari devono pagare migliaia di dollari in mazzette a militari e organi giudiziari, secondo un sistema di corruzione complesso ma perfettamente collaudato. Un business di enormi dimensioni per i militari russi e per la corrotta amministrazione collaborazionista. Un incubo per le povere famiglie cecene, costrette a chiedere soldi in prestito a parenti e amici, spesso indebitandosi a vita. Dal 2000 abbiamo seguito migliaia di casi, ma bisogna considerare che noi riusciamo a monitorare solo un quarto del territorio ceceno. Senza contare che ora la maggior parte dei rapimenti è gestita dai kadirovski, e quando ci sono di mezzo loro nessuno sporge denuncia. Per questo le statistiche ufficiali sono in calo. Essendo anch'essi ceceni, i miliziani di Kadyrov conoscono i legami familiari e di clan e quindi sanno bene come vendicarsi. La gente cerca di risolvere la questione in privato, pagando senza sollevare questioni».

Prima di tornare al suo lavoro, Lida ci dice che «il 90 per cento della popolazione maschile cecena adulta ha subito torture e dopo i fatti del teatro Dubrovka e della scuola di Beslan (NOTA DI Gandalf: vedi il sito: http://lordofthefiles.ord/img/beslam01.htm sono tre pagine di foto AGGHIACCIANTI) , anche le donne sono oggetto di rapimenti e violenze, ovviamente a sfondo sessuale».

 

 

Uomini e donne prelevati dai russi

Vengono regolarmente torturati.

Solo in pochi sopravvivono

 

 

Basta girare per la città per raccogliere testimonianze di questi orrori. Un pomeriggio incontriamo un uomo di mezza età, Waha, che passeggia con la moglie e i figli tra le macerie del suo vecchio condominio. «I russi mi hanno prima distrutto la casa e poi, due anni fa, mi hanno portato in un campo di filtraggio e torturato: mi hanno inchiodato la lingua a un tavolo, strappato le unghie e sottoposto all'elettroshock. Per fortuna sono ancora vivo. E finché vivrò non glielo perdonerò mai».

Racconti incredibili. Ma suffragati da faldoni pieni di denunce e referti medici, come quelli degli archivi di Memorial. E anche da montagne di fotografie e immagini video, come quelle raccolte dai volontari di Eco della Guerra, una ong cecena che si occupa di orfani di guerra e soprattutto di pace e diritti umani. Sua fondatrice e presidente è la coraggiosa Zainap Gashaeva, già a capo dell'Unione delle donne cecene.

La incontriamo nell'ufficio della sua associazione, in uno squinternato condominio della squallida e fangosa periferia di Grozny. Qui, dopo una tazza di tè, ci parla della sua attività d'assistenza ai bambini. Ci fa vedere i loro tristi disegni pieni di carri armati e soldati che sparano, di aerei che bombardano e di palazzi in fiamme. Poi indica delle cartelle traboccanti di documenti: sono le denunce di rapimento.

Ma il materiale veramente scottante, le foto e i video degli orrori, Zainap non lo tiene qui. Così, ci invita a casa sua, in un sobborgo di campagna a nord della città. Una casa piena di persone di tutte le età e di neonati che piangono. Quelle cecene sono grandi famiglie allargate, e il tasso di natalità da queste parti è molto alto dalla fine dei bombardamenti: si scommette sulla vita per allontanare la paura della morte

La signora Zainap sposta mobili e fruga in diversi nascondigli sparsi per la casa, tirando fuori borse piene di videocassette e di cartelloni con su attaccate centinaia di fotografie: corpi di uomini e donne, vivi e morti, straziati dai segni dei più atroci supplizi. «Tutto questo materiale l'ho portato personalmente in Europa, presentandolo agli organismi di giustizia internazionale europei di Strasburgo e di Ginevra. La raccolta di foto arriva fino al 2003, i video fino a pochi mesi fa. Queste sono le prove inconfutabili delle atrocità che le forze armate russe continuano a compiere contro il nostro popolo. Prove raccolte a caro prezzo, come può raccontarvi la mia collaboratrice».

 

 

Le autorità della Ue dispongono

di foto e filmati sugli abusi

compiuti dai russi sui ceceni

 

 

Ci presenta una donna, di cui non possiamo fare il nome. «Ho raccolto di persona questa documentazione per l'associazione in questi anni. E per questo i servizi di sicurezza russi non mi danno pace. Pochi mesi fa sono stata rapita da agenti dell'Fsb assieme a mio marito. Lui è stato torturato: volevano che confessasse per chi facevo la spia, chi mi pagava, dove nascondevo il materiale. Io sono stata minacciata di morte: volevano che smettessi di fare il mio lavoro. Una volta rilasciati sono continuate le minacce. E poi una serie di rastrellamenti nel mio villaggio, cui sono sfuggita solo perché non dormo più a casa: gli ultimi due sono avvenuti il primo e il sette di marzo».

Il racconto della donna viene interrotto da una telefonata che arriva al cellulare di Zainap. Lei sembra scossa, incredula. Chiude la comunicazione e senza dire nulla accende la televisione. Sullo schermo scorrono le immagini del torso nudo di Mashkhadov. «Venite, hanno ucciso il presidente», urla Zainap chiamando a raccolta tutti quelli che ci sono in casa. Nessuno parla più. Tutti fissano il televisore senza aprire bocca. Dopo un po' Zainap si volta per darci spiegazioni: «Lo hanno ucciso due ore fa nella cantina di una casa in un villaggio qui vicino, Tolstoij Yurt, al di là delle colline», dice indicando fuori dalla finestra.

«E una grave perdita per noi», commenta a caldo Zainap, «non solo perché era il presidente che noi avevamo legittimamente eletto, ma perché era l'unica persona disposta a dialogare con Mosca e l'unico interlocutore credibile per la comunità internazionale. Ora Putin e Basayev potranno continuare indisturbati la loro guerra. Avevo conosciuto Mashkhadov quando era in carica: era un brav'uomo e un buon politico, dal carattere schivo e un po' ingenuo. Forse per questo sperava ancora nella pace. Con lui muore la nostra speranza».

Attorno alla casa di Zainap cala la notte, rischiarata all'orizzonte dai bagliori arancioni delle fiamme dei pozzi petroliferi e disturbata dall'eco lontana dalle raffiche di mitra e dal boato sordo dell'artiglieria. Come ogni notte.

Il mattino seguente in giro per la città c'è un'aria strana. La gente ha paura di parlare, ma chi lo fa esprime la sua sincera tristezza per la morte di un uomo che era visto come l'unico legittimo rappresentante del popolo ceceno e del suo disperato desiderio di pace.

Per le strade ci sono molti più soldati e blindati del solito, Si respira un clima di tensione. Zainap vuole che lasciamo subito il paese. «Durante la notte hanno allestito nuovi posti di blocco intorno alla città e sulle strade principali: i russi sigillano la città per timore di rappresaglie o per impedire la fuga dei collaboratori di Mashkhadov, chi lo sa. Sta di fatto che dovete partire subito se non volete rischiate di rimanere bloccati qui, o peggio».

Prima di spiegarci come aggirare i posti di blocco passando in macchina per le colline desertiche del nord, Zainap ci racconta un significativo scambio di idee avuto poco prima con un giovane militare russo a un posto di blocco. «Stamane stavo uscendo dalla città e mi hanno fermata. Al soldato che mi ha chiesto i documenti ho domandato in tono scherzoso: "Adesso che ci avete ucciso il presidente la guerra finirà?" E lui: "No, perché questa guerra è una questione di soldi, e finché ci saranno quelli la guerra andrà avanti. Sono in troppi a guadagnarci"».

© "L'espresso" - "PeaceReporter"

 

 

 

 

Dall'Inguscezia alla Cecenia sognando una casa

 

"La pace nelle vostre case". La scritta celeste in caratteri cirillici sovrasta l'ingresso del Centro dì residenza temporanea numero 9. Uno dei tanti palazzoni di Grozny in cui le autorità russe hanno stipato i profughi tornati dall'Inguscezia che non hanno più una casa a cui tornare, perché distrutta dalle bombe. In questo casermone di cemento di cinque piani vivono 1.500 persone. Sui lunghi e bui corridoi interni si affacciano decine di stanze di pochi metri quadri, in ognuna delle quali vive un'intera famiglia. C'è un bagno e una cucina in comune per ogni piano. Come in quasi tutti gli edifici di Grozny non c'è acqua corrente: ogni giorno arrivano i camion cisterna e la gente scende in cortile a fare la fila per riempire secchi e catini. Uomini, donne, vecchi e bambini erano scappati in Inguscezia per sfuggire alla guerra, ma la guerra li ha inseguiti. «Io vivevo nel campo di Sazita con i miei due figli», racconta Aimani Shakkanova, la più anziana donna del Centro: «Vivevamo in baracche. Nel 2000 i soldati russi hanno attaccato il campo e hanno bruciato molte abitazioni, compresa la nostra. I miei due ragazzi sono morti carbonizzati. Per questo ho deciso che tanto valeva tornare in Cecenia». Raisa Gunaieva è una donna giovane. «Io vivevo nel campo Sputnik. Lì, nel 2001 mi sono fatta promotrice di uno sciopero della fame tra i profughi per protestare contro la guerra nel nostro paese. Il risultato è stato che i russi hanno cominciato a trattare anche noi come ribelli.

Sono iniziate le incursioni, i rastrellamenti, i rapimenti, i pestaggi, le uccisioni. La nostra vita era diventata un inferno. Per questo in molti abbiamo deciso di lasciare i campi: erano diventati più pericolosi delle nostre case in Cecenia». Il problema è che le loro case, qui, non ci sono più. Distrutte a cannonate o con l'esplosivo. Molti però si sono fidati delle promesse delle autorità russe, secondo cui una volta tornati in patria avrebbero ricevuto indennizzi sufficienti per rifarsene una.

Come Malia Dabayeva, 45 anni: «lo sono fuggita in Inguscezia nel 1999 con mia madre dopo l'uccisione di mio marito. Ci eravamo sposati da due mesi. Nel 2003 ho saputo degli indennizzi e sono tornata. Promettevano 10 mila euro. Sono due anni che aspetto, invano. Intanto vivo qui, senza soldi. Non avevo nemmeno il denaro per il funerale di mia madre, morta subito dopo il nostro ritorno. Ora non ho più una famiglia, non ho più nessuno. I miei amici hanno fatto una colletta per regalarmi un televisore che mi tenesse compagnia: bello vero? È l'unico di tutto il Centro! Così adesso almeno molti vengono qui a guardare la tv assieme a me, e io mi sento meno sola. Ma in realtà sogno di avere un figlio, una bambina. Voglio adottare un'orfana. So già come la chiamerò: Medina». E abbraccia una bimbetta del Centro, i cui genitori sono stati rapiti in Inguscezia dai soldati russi nel 2002 e non sono più tornati.

 

 

 

 

La fabbrica dei calciatori bambini

 

Nei locali dei dopolavoro di una delle più grandi fabbriche di Grozny, la Org Tecnica, ridotta dalle bombe a un cimitero industriale, è nato un centro sportivo per giovani, tanti orfani o vittime delle mine. Lo dirige Ruslan Ghirzishev, appassionato di calcio. «Il nostro centro è frequentato da centinaia di bambini, molti dei quali con i genitori morti in guerra. Qui hanno la possibilità di giocare a calcio nell'Olymp, squadra giovanile che costituisce il principale vivaio per il Terek, la formazione professionistica di Grozny. Ma la nostra più grande soddisfazione è certamente quella di essere riusciti a mettere in piedi una squadra di calcio per ragazzi mutilati dalle mine. Giocano con le stampelle, ma sono dei fenomeni. L'anno scorso hanno addirittura vinto il campionato federale russo di calcio per disabili».

Quello delle mine è un problema enorme in Cecenia, soprattutto per i bambini. Un problema che però, ufficialmente, non esiste: le autorità russe e quelle dell'amministrazione filorussa cecena si rifiutano di riconoscere l'esistenza di questa realtà. L'unico modo per ottenere informazioni in proposito è parlare con Ramzan Ibrahimov, giovane presidente di un'associazione cecena, La Voce delle Montagne, che si occupa di monitorare gli incidenti da mina fornendo poi all'Unicef dati e statistiche sempre aggiornate. «I nostri volontari girano regolarmente per tutti gli ospedali distrettuali della Cecenia registrando accuratamente tutti gli incidenti causati dalle mine o ordigni inesplosi».

Ramsan accende con qualche difficoltà il suo computer e inizia a leggere l'ultimo report. «Fino a oggi, dall'inizio della prima guerra, dieci anni fa, abbiamo contato oltre 3 mila vittime, tra morti (25 per cento) e feriti (75 per cento). È un numero elevato in proporzione alla popolazione totale della Cecenia, che non supera le 800 mila persone. La maggior parte degli incidenti (40 per cento) si verifica attorno a Grozny, che durante l'assedio russo è stata pesantemente minata dalla resistenza indipendentista. Seguono le zone dove ancora oggi si concentrano gli scontri armati tra esercito e ribelli, vale a dire i distretti montuosi del sud (Shatoi, Vedenò e Nojay-Yurt) e le zone di Urus-Martan e Achkov-Martan. nell'ovest. verso il confine con l'Inguscezia»

 

 

 

 

Sognando un piano di pace

 

Andrei Mironov è il presidente dell'associazione russa Memorial. Ex dissidente politico imprigionato da Gorbaciov in un gulag, da dieci anni si batte con ostinazione per la pace e la difesa dei diritti umani in Cecenia. Per questo i servizi di Putin hanno tentato di metterlo a tacere nel 2003, mandandolo in ospedale con il cranio sfondato. Valentina Melnikova è la presidente dell'Unione delle madri dei soldati, voce di quella Russia che paga sulla propria pelle il prezzo della guerra cecena. Ultimamente è stata protagonista di un disperato tentativo di riallacciare il dialogo tra Putin e Mashkadov.

«Ho conosciuto personalmente sia Basayev che Mashkhadov», racconta Mironov, «e so bene quale enorme differenza li distingua: il primo è un pazzo estremista, il secondo era un combattente ma anche un politico, un uomo disposto al dialogo. Con lui e con i suoi emissari in Europa avevamo steso una proposta di piano di pace, che però Putin ha sempre rifiutato di prendere in considerazione. Per un semplice motivo: il presidente russo ha bisogno che la guerra continui per mantenere il suo potere, il suo ruolo di difensore della Russia dalla minaccia terroristica cecena. Se in Cecenia ci fosse la pace, ben pochi in Russia continuerebbero a sostenerlo. Per questo, lungi dall'eliminare Basayev, utile a mantenere vivo l'allarme terroristico, Putin ha deciso di far fuori l'uomo del dialogo, Mashkhadov. Lo ha fatto ora perché da qualche mese l'Unione europea e perfino gli Usa avevano iniziato a pressare Putin perché aprisse un negoziato con l'ex presidente ceceno. Ora nessuno pretenderà che Putin tenda la mano all'autore della strage di Beslan».

«Lo storico incontro che abbiamo avuto a Londra a fine febbraio con Akhmad Zakhaiev, il rappresentante di Mashkhadov in Europa», spiega la Melnikova, «temo sia stato la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Purtroppo penso che la decisione di eliminare dalla scena il leader moderato ceceno sia stata una conseguenza diretta di quell'importante iniziativa di pace. Il nostro scopo era dimostrare che il dialogo è possibile se lo si cerca. Putin ha risposto nel modo più tragico, affossando ogni possibilità di pace. Questo significa che noi, madri russe dei soldati di leva costretti dall'esercito ad andare in Cecenia, noi che per questa guerra abbiamo già pianto la morte di 25 mila dei nostri figli, dovremo continuare a seppellire i nostri ragazzi o a vederli tornare costretti per sempre su un sedia a rotelle».

(nota di Gandalf: il testo sopra in “grassetto – inclinato – sottolineato” è una mia iniziativa.)

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Cacciati all'inferno

No ai rimpatri forzati verso la Libia. il diritto d'asilo non è rispettato. Dall'Onu parte

una protesta contro il nostro governo. Parla la rappresentante delle Nazioni Unite

colloquio con Laura Boldrini di Fabrizio Gatti

 

Un uomo in lacrime davanti alle telecamere dei telegiornali. «Vorrei», dice, «che tutti gli italiani avessero avuto l'incontro che adesso ho avuto io con questa gente che ha perso tre figli, che ha perso la moglie, che sperava di venir qui a trovare un Paese libero, democratico in cui poter lavorare, in cui potersi affermare...». E la sera del 28 marzo 1997 e da poche ore si è consumata la strage del Venerdì Santo: 84 immigrati albanesi, una trentina i bambini, morti annegati nel Canale d'Otranto dopo lo scontro tra la motovedetta su cui erano stati ammassati e la nave da guerra italiana Sibilla. E chi parla e piange in tv quella sera non è un attivista della sinistra. È Silvio Berlusconi, allora leader dell'opposizione. Otto anni dopo Berlusconi è sotto accusa in Europa per la decisione del governo italiano di restituire alla Libia gli stranieri che sbarcano in Sicilia. Gli ultimi sono stati rimpatriati pochi giorni fa. Una tragica odissea che quasi sempre si conclude con l'espulsione nel deserto. E che, come ha scoperto e raccontato "L'espresso" la scorsa settimana, è già una strage: 106 i morti finora ammessi dalle autorità, tutti immigrati africani abbandonati tra sabbia e dune al confine con il Niger e caricati sui camion in viaggi organizzati da trafficanti senza scrupoli. La notizia delle deportazioni nel Sahara è arrivata a Strasburgo, al Parlamento europeo, dove sta per essere presentata una mozione di condanna per l'Italia (vedi sotto “La parola al Parlamento di Strasburgo” ). E a Ginevra, dove l'Unhcr, l'Agenzia dell'Onu per i rifugiati attraverso il suo portavoce, Ron Redmond, ha criticato il rimpatrio forzato verso la Libia e la decisione del ministero dell'Interno italiano di impedire agli osservatori delle Nazioni Unite l'incontro con gli immigrati nel centro di detenzione di Lampedusa. (nota di Gandalf: per fortuna non abbiamo pozzi di petrolio, altrimenti saremmo già stati “democraticizzati” dalle truppe USA!) In cinque mesi è la seconda protesta dell'Onu contro il governo Berlusconi.

Laura Boldrini, lei è la rappresentante in Italia dell'Unhcr. Perché queste critiche?

«Perché con il suo comportamento l'Italia non ci consente di svolgere il nostro mandato internazionalmente riconosciuto».

L'Italia è dunque fuori del diritto internazionale?

«Noi diciamo che l'Italia non sta rispettando i suoi obblighi internazionali in materia di rifugiati e di richiedenti asilo».

 

L'articolo apparso sul numero 11 de "L'espresso". Il racconto di un viaggio sulla rotta percorsa dagli immigrati su camion sovraccarichi nel deserto tra la Libia e il Niger. Un esodo che è già costato 106 morti, stando solo alle cifre ufficiali, e che è stato imposto dal regime di Gheddafi dopo l'accordo con l'Italia per bloccare gli sbarchi dei clandestini

 

 

 

Il governo italiano ha da poco rimpatriato altri immigrati verso la Libia. L'Unhcr sa dove finiscono queste persone?

«Sappiamo che vengono portati in Libia. Ma non sappiamo cosa succede dopo per il semplice fatto che i nostri colleghi a Tripoli non hanno accesso alle notizie sui richiedenti asilo, compresi quelli riportati in Libia dall'Italia».

Chi dovrebbe informarvi sulla destinazione degli immigrati restituiti dall'Italia?

«In questo caso il governo libico. Ma quando i colleghi del nostro ufficio in Libia chiedono queste informazioni, non ottengono mai risposte».

Sapevate che l'operazione di sbarramento dell'immigrazione chiesta dall'Italia a Gheddafi ha già provocato, da settembre, 106 morti nel deserto?

«Purtroppo non abbiamo accesso nemmeno a questo tipo di informazioni. Non esiste un quadro della situazione».

L'Unhcr era stato informato del fatto che migliaia di immigrati, 14 mila soltanto in febbraio, sono stati espulsi nel deserto del Sahara e del Ténéré?

«L'Alto commissariato l'ha saputo soltanto da fonti giornalistiche. Non abbiamo fonti dirette per accedere alla verifica di queste notizie».

La Libia vi ha comunicato l'esistenza di un campo di detenzione in mezzo al deserto, nell'oasi di Al Gatrun, dove migliaia di stranieri sono rinchiusi in attesa di essere portati al confine nel Sahara e dove i detenuti ricevono un solo pasto ogni due giorni?

«In Libia non ci lasciano fare il nostro lavoro. Sapevamo già di un altro campo nel deserto, Al Kufr, sulla rotta per il Sudan. Ma solo perché alcuni rifugiati fuggiti dal campo e sbarcati in Italia ci hanno raccontato di essere state rinchiusi lì dentro: ricevevano un piatto di riso al giorno e l'acqua una volta ogni due giorni».

 

 

Non abbiamo mai visto

l'accordo tra Roma e Tripoli.

 

 

Nonostante queste gravi lacune nel rispetto delle convenzioni sui diritti umani, l'Italia ha stretto con la Libia un patto sulla sorte di decine di migliaia di immigrati: conoscete i termini dell'accordo?

«L'accordo tra Italia e Libia noi non abbiamo mai avuto modo di vederlo. Quello che il governo italiano sta facendo su base bilaterale con la Libia nessuno lo sa. L'Italia ha fornito soldi, tende, container, mezzi. Ma a cosa serve tutto questo non è mai stato spiegato. A costruire campi di detenzione nel deserto? Non lo sappiamo. Una cosa però la conosciamo con certezza».

Quale?

«Che la Libia non è un Paese d'asilo sicuro. Quello che segue dopo il rimpatrio dall'Italia va contro qualsiasi tutela di queste persone. Dubito che in Libia gli stranieri possano fare domanda di asilo. Se vengono rimandati nei Paesi d'origine, come è già successo, questa è una grave violazione del diritto internazionale sui rifugiati. Si chiama "refoullement": nel diritto internazionale c'è il divieto assoluto di respingere i rifugiati nei Paesi d'origine. Noi invece avevamo proposto che prima dell'accordo si sviluppassero in Libia progetti di "istitutional building": significa formare il personale di polizia, istituire una rete di protezione dei diritti umani attraverso la creazione di Ong. Ricordo che Tripoli non ha mai firmato la convenzione di Ginevra».

Questo per quanto riguarda la Libia. E l'Italia lascia che l'Unhcr collabori con le autorità?

«Lo prevede la legge Bossi-Fini. Normalmente abbiamo sempre avuto accesso ai centri di identificazione e ai Cpt, i centri dove gli stranieri attendono il rimpatrio. Ma negli ultimi sei mesi per ben due volte ci è stato negato il permesso di accedere al centro di Lampedusa dove erano state raccolte centinaia di persone appena sbarcate. L'ottobre scorso ci hanno lasciati entrare con un ritardo di cinque giorni, quando gran parte degli immigrati era già stata rimandata in Libia».

E dopo gli sbarchi del 13 marzo?

«Il prefetto di Agrigento ci ha impedito l'ingresso per motivi di sicurezza. Sicurezza? Da 55 anni lavoriamo nei centri profughi di tutto il mondo, in situazioni ben più pericolose».

Secondo voi, perché non vi fanno entrare?

«La mancanza di trasparenza alimenta i dubbi. Il diniego della prefettura, che poi è il ministero dell'Interno, ci porta a essere dubbiosi sulla liceità di quanto Italia e Libia stanno facendo. Se non c'è nulla da nascondere, perché non ci viene dato l'accesso? Il nostro obiettivo è di collaborare con il governo italiano nel rispetto delle procedure e delle leggi. Il nostro approccio è che l'asilo venga dato a chi ne ha titolo, altrimenti si impoverisce questo istituto. Ma è l'accesso alla richiesta d'asilo che deve essere sempre garantito».

Tre funzionari libici però sono stati ammessi nel centro di Lampedusa.

«Questo è un altro fatto assolutamente scorretto. In base al diritto internazionale, nessuna autorità di un Paese straniero potrebbe accedere ai centri dove ci possono essere dei richiedenti asilo di quel Paese».

Quali altre violazioni del diritto internazionale ha commesso il governo italiano?

«Sono almeno sei. Il mancato accesso agli inviati dell'Unhcr. Il fatto che le procedure di identificazione verrebbero fatte in maniera sommaria. L'accesso alla richiesta d'asilo stabilita in base alla nazionalità: tunisini ed egiziani, ad esempio, verrebbero rimpatriati. Gli immigrati respinti sono caricati sugli aerei senza sapere che stanno per essere riportati in Libia. L'assenza di riscontri sul rispetto delle procedure di convalida: non sappiamo se i decreti di respingimento vengono valutati da un giudice o no».

L'Unhcr si occupa solo di rifugiati e richiedenti asilo. Chi protegge in Libia gli immigrati rimpatriati dall'Italia che cercavano solo un lavoro?

«Praticamente nessuno».

 

 

 

 

La parola al Parlamento di Strasburgo

«Porteremo il caso davanti al Parlamento europeo. Per gli immigrati espulsi nel deserto e per le drammatiche conseguenze dell'accordo con la Libia sui rimpatri chiederemo la condanna dell'Italia. Ma non solo. Per Helene Flautre, presidente della sottocommissione per i Diritti umani di Strasburgo, tutta l'Europa è responsabile di quanto sta accadendo: i 106 morti nel Sahara nei primi sei mesi di operazioni, i campi di detenzione nel deserto e le sofferenze alle quali sono costretti da settembre decine dì migliaia di immigrati africani. Soltanto in febbraio sono 14 mila gli stranieri espulsi dalla Libia nel deserto in base all'opera di sbarramento chiesta dall'Italia. Tra loro, i clandestini rimpatriati da Lampedusa e gli immigrati che in questi anni avevano trovato lavoro in Libia. «Ma la responsabilità non è solo dell'Italia», dice Helene Flautre, «perché questa operazione tra Italia e Libia è stata decisa con il tacito accordo dei governi della Germania e della Gran Bretagna e con il tacito accordo della Commissione europea. Basti pensare che chi nella Commissione dovrebbe occuparsi dell'applicazione del diritto è un italiano, l'ex ministro Franco Frattini. Quindi la Commissione europea non potrà sostenere di non sapere. Presenteremo una mozione di condanna ricordando che l'immigrazione non è una questione soltanto italiana. Perché quanto sta succedendo in Libia è il frutto della politica di tutta l'Unione europea. È deplorevole che l'Europa abbia scelto di scaricare il problema sui Paesi più poveri». Del caso si sta interessando anche Monica Frassoni, del gruppo dei Verdi al Parlamento europeo. Pasqualina Napoletano fa invece parte della delegazioni per i rapporti con i Paesi del Nord Africa: «Il rimpatrio degli immigrati in Libia e il dramma delle espulsioni nel deserto», dice, «sono il frutto del cinismo europeo. Stiamo scaricando il problema dei clandestini pur sapendo che li stiamo mandando in Paesi che non garantiscono i diritti umani».

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Espulsi in cinque minuti

 

Processi fuori dei tribunali. Giudici impreparati. Sentenze velocissime. Ecco come nei Centri di permanenza viene decisa la sorte degli immigrati

 

 

Cinque minuti. È il tempo medio impiegato dai giudici di pace per decidere se un immigrato può rimanere in Italia o deve essere espulso. In cinque minuti si decide la vita di un uomo, o di una donna. E spesso anche il futuro dei loro figli o delle loro famiglie. Non importa se non hanno mai commesso reati e hanno un lavoro, anche se in nero. Bastano cinque minuti per stabilire se devono rimanere o andarsene. Non durano di più le udienze di convalida nei Cpt, i Centri di permanenza temporanea e assistenza istituiti nel 1998 dalla legge sull'immigrazione che porta il nome di due ministri del centro-sinistra: Livia Turco e Giorgio Napolitano. In quei cinque minuti il giudice verifica il decreto di espulsione firmato dal prefetto, l'ordinanza di detenzione firmata dal questore, fa tradurre gli atti in una lingua comprensibile allo straniero e mette a verbale la sua decisione. Quasi mai viene chiesto all'interessato perché è arrivato in Italia e soprattutto che cosa rischia dal momento che verrà espulso.

Domenico Tambasco fa l'avvocato a Milano, assiste decine di immigrati in cause del lavoro e spesso è di turno come legale d'ufficio per le udienze di convalida nel Cpt di via Corelli, il più famoso in Italia: «Qualche mio collega dice che le udienze di convalida siano una farsa. E non ho paura a dire che ha ragione. Perché anche in casi, verificati personalmente, di manifesta illeicità, la convalida viene disposta lo stesso. Con la scusa, e qui cito qualche giudice, che tanto c'è il ricorso contro il decreto di espulsione. Bene che ti vada sono altri 20 giorni di detenzione in quello che, nella sostanza, è un carcere speciale per stranieri. Bisogna fare un corretto uso delle parole. Lo chiamano centro di permanenza temporanea e assistenza, ma resta un carcere. Perché? Perché i contatti con l'esterno sono impossibili e perfino noi avvocati, per incontrare i nostri clienti, abbiamo orari limitati. Dalle 16 alle 18. Come in un carcere, appunto».

Una volta fermato e chiuso in un Cpt, per l’immigrato clandestino parte il cronometro: entro 48 ore il suo caso deve essere esaminato da un giudice e la detenzione nel centro deve essere convalidata. Altrimenti dovrebbe essere immediatamente rilasciato. Ma ci sono il tempo e i mezzi per esaminare ogni singolo caso? «Assolutamente no e in questo modo il Cpt diventa una fabbrica delle espulsioni, una catena di montaggio con cui far salire i numeri della statistica e far dire poi che la lotta all'immigrazione clandestina ha avuto successo. Quasi tutti gli stranieri hanno l'avvocato d'ufficio non potendo permettersene uno di fiducia. E l'avvocato d'ufficio spesso incontra il suo cliente un minuto prima dell'udienza di convalida. Te lo portano immediatamente in aula e non viene mai lasciato il tempo per conoscere la sua storia. Perché ci sono altri casi su cui decidere».

Gli avvocati che assistono gli immigrati nei Cpt da Milano a Trapani hanno sollevato altri dubbi costituzionali. Come il luogo dell'udienza di convalida, che non avviene in un'aula del Tribunale ma in una stanza del Cpt, spesso alla presenza dei poliziotti. «Avete mai visto lo svolgimento di un processo in carcere, in questura o in prefettura? Perché di questo si tratta», sostengono gli avvocati. «Il Cpt è un luogo del ministero dell'Interno mentre», spiega Tambasco, «la Costituzione prevede che il giudice abbia anche una sua sede naturale, che è il Tribunale. Non voglio dire che la presenza dei poliziotti condizioni i giudici, ma spesso è una presenza che pesa. E poi il ricorso ai giudici di pace: spesso si tratta di persone con un'esperienza nel campo civile o amministrativo, che mai in vita loro si sono trovati a decidere sulla libertà delle persone. Così, al massimo, se hanno voglia di fare domande, si limitano a chiedere all'immigrato di turno: perché non avevi i documenti? Ma in questo modo è stato ulteriormente rafforzato una sorta di diritto parallelo: un italiano non potrebbe mai essere detenuto per un illecito amministrativo, mai potrebbe essere processato in un luogo che non sia un Tribunale, mai potrebbe essere limitato della libertà da un giudice che non sia un giudice penale. Uno straniero sì».

Ma quanto costano queste fabbriche delle espulsioni? Il ministero dell'Interno non ha mai rivelato i dati. Un giudice di pace, ammesso alle udienze di convalida dal settembre 2004, prende un gettone di 10 euro per ogni udienza, che si aggiunge al compenso di presenza di 20 euro. Per l'avvocato d'ufficio sono 100 euro a udienza. Sia il giudice sia l'avvocato non possono esaminare più di dieci casi in un giorno. Se fosse necessario, i turni nei Cpt prevedono più giudici e più avvocati. Sugli stranieri detenuti nei Cpt i giudici intervengono anche quando la permanenza deve essere prorogata da trenta a sessanta giorni. In questo caso la convalida viene inviata via fax: la questura chiede la proroga e il giudice approva a distanza.

 

 

Top secret sui costi.

Ma solo per la gestione delle strutture

pagati 75 euro al giorno per straniero

 

 

La voce più consistente dei costi riguarda le spese di gestione e i contratti di appalto con gli enti che curano l'assistenza e la sorveglianza. Croce Rossa Italiana e l'associazione delle Misericordie gestiscono la maggior parte dei Cpt. Anche su questo il ministero dell'Interno mantiene le cifre riservate. Ma anche in questo caso un punto di riferimento è il centro di via Corelli. Per le spese di vitto, coperte e pulizie la prefettura versa alla Croce Rossa lombarda 75,02 euro al giorno per ogni straniero. In un centro quasi sempre pieno con 140 posti letto fanno 10 mila 500 euro al giorno. In un anno 3 milioni 833 mila 522 euro. «Nelle uscite dobbiamo far entrare anche gli stipendi del personale: 60 persone su cinque turni», spiega la Croce Rossa lombarda, «e dobbiamo calcolare ogni volta che uno dei cinque settori del centro è chiuso per manutenzione. Per noi è una gestione alla pari». Federica Sossi fa parte dell'osservatorio sui Cpt di tutta Italia: «Noi ci battiamo contro i Cpt. Sono stati il primo passo nel processo di "esternalizzazione" dell'immigrazione: infatti sorgono tutti in periferia, in luoghi blindati, lontano dal contatto con la città. Scandali come quello del Regina Pacis di Lecce non avvengono per caso. Il prossimo passo, già avviato, sarà la creazione dei centri di detenzione in Paesi come la Libia o la Tunisia. E sarà un altro passo indietro nel rispetto dei diritti di tutti. Compresi gli immigrati».

Fabrizio Gatti

 

 

 

 

Casa Container

Le condizioni di detenzione nel mirino della magistratura

 

Sono 17 in Italia i Cpt, i centri di detenzione dove vengono rinchiusi i clandestini in attesa di rimpatrio, per un massimo di 60 giorni. Alcuni di questi, come il centro di Lamezia Terme in Calabria, sono stati chiusi, ma figurano ancora sulla mappa delle espulsioni. Altri sono da tempo al centro delle proteste per le condizioni di detenzione: come il Cpt di Torino, dove gli stranieri vengono rinchiusi in container. Una struttura simile, la prima aperta in via Corelli a Milano, era stata chiusa nel 2000 perché una commissione ministeriale l'aveva giudicata inadatta al rispetto della dignità degli immigrati. Un altro Cpt ora sotto inchiesta è il Regina Pacis di Lecce, gestito da don Cesare Lodeserto, arrestato con l'accusa di sequestro di persona e abusi dei mezzi di correzione. Già nel 2003 il documentario "Mare Nostrum" di Stefano Mencherini aveva raccolto numerose denunce sul centro. Ai Cpt si aggiungono i Cpa, i centri di prima accoglienza riconosciuti dal ministero dell'Interno, come il Sant'Anna di Crotone, e i centri di identificazione: strutture previste a Gorizia, Milano, Bologna, Roma, Foggia, Crotone e Siracusa per la nuova legge europea sul diritto d'asilo che in Italia entra in vigore il 21 aprile.

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AMERICA LATINA

A SANTIAGO UNA SFIDA TUTTA AL FEMMINILE

Nostra Signora del Cile

Parla la candidata socialista. Già torturata dai golpisti. Poi ministro della Difesa. Ora in corsa per la presidenza. Con un'altra donna

colloquio con Michelle Bachelet di Gianni Perrelli

 

 

Vivo con un senso di responsabilità tremenda la prospettiva di poter diventare la prima presidente donna del Cile. Se dovessi vincere, so che dovrò affrontare sfide molto impegnative. Non sarà facile, dopo i successi dell'attuale governo, mantenere elevati i tassi dell'economia, e in più riequilibrare i dislivelli sociali migliorando le condizioni dei poveri. Ma sento che posso farcela. I sondaggi dimostrano che la maggioranza degli elettori ha fiducia in me. Prometto che non li deluderò...

Se si votasse oggi (le elezioni presidenziali cilene si svolgeranno in dicembre) la socialista Michelle Bachelet, 53 anni, separata, tre figli avuti da tre uomini diversi, ex ministro della Sanità e della Difesa, trionferebbe sul candidato di destra Joaquin Lavin, ex sindaco di Santiago. I sondaggi le assegnano il doppio dei consensi. E il suo successo sarebbe un evento rivoluzionario. Per la prima volta in una libera elezione, in un subcontinente machista come il Sud America, salirebbe al potere una donna (in Centro America ci sono i precedenti della nicaraguense Violeta Chamorro e della panamense Mirella Moscoso). Negli anni Settanta l'argentina Isabelita Peron e la boliviana Lidia Gueler furono sì nominate presidenti, ma in circostanze drammatiche e destituite dopo brevi periodi da putsch militari.

La Bachelet deve però ancora superare lo scoglio delle primarie all'interno della Concertación (l'alleanza di centro-sinistra, formata da socialisti, socialdemocratici, democristiani e radicali). Per concorrente ha un'altra donna, Soledad Alvear (54 anni, democristiana, ex ministro degli Esteri e della Giustizia) su cui è pure in netto vantaggio. Fra le duellanti non c'è grande rivalità. Si fanno fotografare sorridenti insieme nei caffè del centro. E assicurano entrambe che, in caso di sconfitta, daranno l'appoggio pieno alla candidata ufficiale. Un miracolo di armonia. O un'umanizzazione della politica in un paese ancora segnato dalla tragedia della dittatura.

L'elezione della Bachelet avrebbe ancor maggior risalto per la sua storia personale. Nel 1974 perse per un attacco di cuore il padre, un generale dell'aviazione che era stato imprigionato e torturato dopo essersi opposto al golpe di Augusto Pinochet. Nel '75 lei stessa fu rinchiusa a Villa Grimaldi (un lugubre luogo di detenzione), insieme alla madre, per aver partecipato ad attività clandestine del partito socialista. Vi trascorse quasi un mese. Venne picchiata e torturata. E, alla fine, scelse di espatriare. Si trasferì prima in Australia e poi nell'allora Germania dell'Est, a Lipsia, dove conobbe e sposò un esiliato come lei. Rientrò in Cile nel '79, poco prima che il regime proibisse il rimpatrio ai dissidenti. Si separò e si laureò in pediatria. All'avvento della democrazia scalò i vertici del partito socialista, distinguendosi per le capacità di mediazione. Nel 2002 l'attuale presidente, il socialista Ricardo Lagos, la nominò ministro della Difesa (prima donna in America latina), a capo anche di alcuni fra quei militari che avevano reso tragica la sua gioventù. Il giorno della designazione passò in rassegna i reparti con ai piedi un paio di ciabattine rosa. «Le dure esperienze», racconta la candidata, «non mi hanno per niente trasformata. Sono sempre allegra, spontanea ed estroversa. E poi il Cile oggi è profondamente cambiato. Se io e la Alvear possiamo competere con buone probabilità di successo per la presidenza, significa che la società è più matura, che il gentil sesso può appropriarsi del ruolo che gli spetta nella vita civile. Ci sono ancora poche dirigenti nelle istituzioni e nell'imprenditoria. C'è una parte del paese che resiste alle novità, che vuole ancora la donna invisibile, relegata al focolare domestico. Dobbiamo restare unite per conquistare nuove mete. Proprio per questo, pur nella inevitabile diversità di proposte politiche, non c'è contrasto fra me e Soledad. Siamo nella stessa coalizione e dividiamo gli stessi valori. Comunque vada, ci tengo a mantenere un ottimo rapporto con lei».

In Cile il divorzio è stato introdotto solo all'inizio del 2005, dopo lunghe battaglie e con l'opposizione manifesta della Chiesa. Lei pensa che in una società sempre più laicizzata siano maturi i tempi anche per affrontare il tema dell'aborto?

«È mia convinzione che una donna adulta abbia il diritto di essere padrona delle sue decisioni e che lo Stato debba fornirle le dovute garanzie. Ma penso anche che per l'introduzione dell'aborto ci vorrà ancora tempo. I cambiamenti più delicati, in Paesi di grandi contrapposizioni come è il Cile, vanno introdotti gradualmente. Al momento stiamo studiando un programma di aborto terapeutico. E contiamo di dare maggiore impulso alla materia dell'educazione sessuale».

 

 

Il Paese è molto cambiato.

Ma ci vogliono secoli per digerire una dittatura

 

 

L'opposizione cerca di farla scendere dal piedistallo dei sondaggi dicendo in giro che lei ha scarsa esperienza. E speculando inoltre su alcuni suoi presunti problemi di salute.

«Sono in politica da una vita. E ho fatto per due volte il ministro. È vero che in passato ho avuto qualche acciacco. Ma oggi sono perfettamente sana. È convinta di poter essere un buon presidente, anche se la campagna è ancora lunga e piena di insidie. Lavin ha livelli di consenso molto bassi. Ma ha molti soldi e si avvale della consulenza degli esperti che negli Usa hanno portato al successo George Bush. Ha la possibilità di rimontare».

 

 

I giovani sono indifferenti di fronte alla politica

perché sentono la globalizzazione priva di equità

 

 

Un grosso problema è l'indifferenza dei giovani, sempre più staccati dalla politica. Come pensa di conquistarli?

«Proprio perché sono una candidata progressista, aperta alla modernità, ho già convinto quelli più impegnati. Però l'indifferenza dei giovani rimane un problema serio. Sentono che la globalizzazione non dà alcuna garanzia di equità. Pensano che il loro voto non incida minimamente sui processi decisionali. E si rifugiano nell'individualismo. Per superare questa apatia occorre formulare proposte coinvolgenti, persuaderli che se rifiutano la politica non avranno alcuna voce in capitolo nel futuro del loro paese».

Il Cile sta vivendo un nuovo boom economico. Ma persistono forti disparità di reddito fra i ricchi e i poveri. Come pensa di intervenire?

«I punti cardine del mio programma sono la lotta alla miseria, il miglioramento dell'assistenza sanitaria, l'istruzione superiore estesa anche ai ceti più poveri».

Ma queste misure sociali sono compatibili con l'impostazione liberista dell'economia che neanche il governo socialista di Lagos ha rinnegato?

«L'attuale governo ha rilanciato e riequilibrato l'economia con provvedimenti di integrazione commerciale e con norme di equità fiscale. Occorre solo proseguire su questa strada. Al regime riconosco l'efficacia di alcune trasformazioni. Ma sarebbe assurdo dire solo per questo grazie a Pinochet. Dalla mia bocca non potrà mai uscire alcun apprezzamento nei suoi confronti».

Le ferite di Villa Grimaldi sono ancora aperte?

«Come potrei dimenticare? Avevo solo ventitrè anni e mi hanno torturato. Alcune delle mie compagne di cella sono state violentate. Io no, se fosse avvenuto non avrei problemi a dirlo. Ma ho continuato ad avere fiducia nella vita. Sono ottimista per natura».

Quand'era ministro della Difesa ha notato qualche imbarazzo fra i generali suoi sottoposti che avevano servito sotto Pinochet?

«No, perché era iniziata una nuova stagione. I comandanti avevano riconosciuto i crimini del passato e avevano accettato lo spirito della democrazia. Con i vertici delle Forze armate ho trovato rapidamente un'intesa».

Ha mai più rivisto qualcuno dei suoi aguzzini?

«Non potrei riconoscerli perché erano sempre bendati. So però che nel mio palazzo vive uno dei dirigenti di Villa Grimaldi. Non ci siamo mai salutati. Quando mi incontra abbassa lo sguardo. Si capisce che ha complessi di colpa. E più dura per lui che per me».

Se come presidente le capitasse di incontrare Pinochet cosa si sentirebbe di dirgli?

«Questa domanda mi mette in grande difficoltà. Non so come reagirei».

Dà un valore al concetto di perdono?

«No, per me non ha alcun valore, anche se cerco dì mettermi sempre nei panni degli altri per capire le loro ragioni. Nel profondo le cicatrici prodotte da una dittatura sanguinaria si rimarginano solo nei secoli, ma in questi casi non serve a niente perdonare. Occorre imparare dalle terribili esperienze del passato. Abbiamo il dovere di proseguire sulla strada della riconciliazione nazionale, facendoci carico della nostra storia e rimanendo quanto più possibile uniti».

Lei ha tre figli. Cosa pensano di questa sua straordinaria sfida?

«Sanno che se diventerò presidente avrò ancora meno tempo per loro. Ma sono abituati alle mie assenze. Nemmeno fare il ministro è uno scherzo. I due più grandi, 26 e 21 anni, sono già autonomi. Anche la piccola, 12 anni, ha accettato con maturità la mia candidatura. Mi ricorda solo che non potrò più fare pubblicamente le cose che mi piacciono: cantare e ballare a piedi scalzi. Ma poi, visto che il mandato presidenziale sta per essere ridotto, mi consola con queste parole: "Coraggio, mamma, sono solo quattro anni"».

 

 

 

 

Due boom dopo la dittatura

L'economia corre al 6 per cento l'anno. Ma non per tutti

di Gianni Perrelli da Santiago

 

Il nuovo boom Cileno introduce la movida anche a Santiago, città circospetta, durante la dittatura di Pinochet paralizzata dal terrore. Ma da quando il tiranno (arrestato a Londra nel '98) è stato isolato sulla scena politica, si è scatenata una frenesia che ricorda il terremoto di costumi nella Spagna del dopo-Franco. Di giorno la febbre del consumismo riversa folle di compratori nei grande centri commerciali. Molti giovani sciamano tranquillamente per le strade con acconciature punk che ancora cinque anni fa sarebbero state viste come una trasgressione. Al centro si riempiono a metà del mattino i café de piernas, postriboli mascherati che già il regime aveva autorizzato per alleggerire almeno per gli uomini l'assenza di libertà. Le cameriere, quasi desnude, versano bevande ammiccando ad altri orizzonti di consumo da trattare in privato. Ma anche nei bar normali di Ahumeda, l'isola pedonale vicino al palazzo presidenziale della Moneda, le maggiorate che servono al banco sono vestite e truccate da pin up, come se dovessero sfilare per un concorso di bellezza. Di femminismo non c'è proprio traccia anche se, paradossalmente, è una donna - Michelle Bachelet - la favorita nella corsa alla presidenza.

Di notte sfavillano le ribalte di Providencia e Bellavista, i quartieri dell'evasione. Dove durante il lungo weekend (a Santiago inizia il giovedì sera) la vita pulsa fino all'alba. Fra i ristoranti e le discoteche pullulano i templi dell'eros, dove chi vuole riscattare prima della chiusura una delle ragazze in servizio (perlopiù straniere, attratte dalla floridità del Cile) deve versare cento dollari al padrone. Senza che nessuno gridi allo scandalo per questa forma di schiavitù. O neanche si meravigli in un paese conservatore dove il divorzio è stato introdotto solo all'inizio del 2005, dell'aborto non si parla proprio, la censura sui film pruriginosi è stata abolita nel 2002 e la pubblicità dei preservativi è consentita dal 2000.

Dopo la stagione delle grandi tragedie i cileni cercano di dimenticare le angosce sfruttando la congiuntura favorevole. Il secondo miracolo economico, dopo la frenata dell'11 settembre, fa crescere l'economia del 6 per cento l'anno. Un passo da tigre asiatica, favorito dall'ingresso nella zona di libero scambio con Usa, Canada e Messico, dall'aumento del 33 per cento del prezzo dei rame (il Cile è il più grande produttore mondiale) e dal boom delle esportazioni (52 per cento in più rispetto al 2003). Il tallone di Achille è il tasso di disoccupazione (9,2 per cento, che sale al 32 per cento per i giovani tra i 15 e i 19 anni) ancora troppo alto per un paese che viene indicato come un modello virtuoso per tutta l'America latina. I quartieri più poveri, prevalentemente abitati da indios, sono ancora agglomerati di favelas, come se il benessere non fosse mai arrivato in quel Paese. Un altro buco nero è il flop dei tanto decantati fondi pensione che hanno alimentato il boom dell'economia nazionale, ma hanno dato ai risparmiatori rendimenti molto più bassi del previsto. I governi democratici, compreso quello socialista di Ricardo Lagos oggi al potere, non hanno abbandonato le strategie neoliberiste imposte al Cile dal monetarismo duro e puro dei Chicago Boys. Le hanno solo mitigate, evitando le privatizzazioni selvagge che hanno devastato l'Argentina, e attivando meccanismi sociali che negli anni Novanta hanno permesso di ridurre da 5 a 2 milioni il numero dei poveri.

All'80 per cento dei cileni (sono 15 milioni) piace il governo Lagos, anche se non suscita passioni. E la stessa ascesa della Bachelet, una presenza rivoluzionaria in un continente machista, è vissuta senza particolari emozioni.

È come se il Cile si fosse anestetizzato, prendendo le distanze dalla politica. Nove giovani su dieci non si sono nemmeno iscritti ai registri elettorali. Il loro motto è "No estoy ni ahi"', traducibile con "non me ne importa niente". Gli adulti sono troppo condizionati dalle atrocità di un passato ancora fresco per sentirsi psicologicamente liberi.

Angusto Pinochet, alle soglie dei 90 anni, continua sia pur sempre più debolmente a ossessionare le coscienze dei cileni. Non ha più alcun potere, ma la Costituzione (che dovrebbe essere emendata) porta ancora le sue impronte. Ha un seguito di nostalgici ormai limitato, ma riesce ancora a sfuggire alla giustizia con la forza dei cavilli. Incombe sempre sulle pagine dei giornali. Con le ultime notizie sulle sue malversazioni (conti correnti clandestini in Usa). Con l'arresto e il rimpatrio dall'Argentina di Paul Shaefer, il leader della Colonia Dignidad, dove per conto del regime venivano compiuti i più orrendi misfatti. Con il rapporto sulla prigionia politica presentato da Lagos in cui si leggono testimonianze che offuscano gli incubi peggiori.

Il medico Gustavo Molina racconta che dopo il golpe dell'11 settembre '73 trascorse un mese in un campo di detenzione dove veniva metodicamente torturato dalle 9 alle 13 e, dopo un intervallo, dalle 15 alle 17. Un giorno, durante la pausa-pranzo, uno dei suoi aguzzini gli si rivolse con aria insolitamente docile. E gli disse: «Dottore, ho un dolorino persistente qui al petto. Cosa può essere?».

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Niente ebrei siamo svizzeri

Una sinagoga incendiata. Un rabbino ucciso in circostanze misteriose. Oltraggi e profanazioni. A Lugano e Zurigo cresce l'intolleranza. E fa proseliti nel paese

di Enrico Arosio da Zurigo

 

 

Una sinagoga data alle fiamme? Mai successo nella Svizzera moderna. L'incendio appiccato da ignoti la notte di domenica 13 marzo, accompagnato da un secondo rogo che ha devastato il negozio di tessuti di un commerciante ebreo, ha turbato l'opinione pubblica e suscitato un'immediata solidarietà delle istituzioni civili e religiose, con 2.500 persone riunitesi a Lugano, compresi il vescovo e l'imam della città. La pronta reazione è un buon segnale. Ma si può ritenere il tutto (le indagini sono ancora in alto mare) un episodio eccezionale? Non proprio. Nella Confederazione vivono appena 18 mila ebrei, un numero assai ridotto, anche a fronte dei 320 mila musulmani. Eppure, insieme all'antislamismo, anche l'antisemitismo ha rialzato la testa.

Qualche esempio degli ultimi sei mesi. A Ginevra uno studente di una scuola talmudica in abito nero è stato aggredito da un gruppo di giovinastri davanti alla stazione. Sempre a Ginevra una scuola ebraica è stata violata di notte da ignoti che hanno devastato i locali, rubato computer e lasciato scritte come "Fuck the Jews". A Losanna, dopo il pareggio tra Israele e Svizzera nelle qualificazioni ai Mondiali di calcio, a una fermata di autobus ragazzi ebrei sono stati assaliti e malmenati. Le profanazioni di tombe in tutto il paese «non sono infrequenti», dichiara la Commissione federale contro il razzismo (Cfr), legata al ministero degli Interni. Aumentano le scritte offensive sui muri, svastiche, rune SS. Nella Svizzera tedesca il classico "Judenwitz", la barzelletta sull'ebreo, non è più impronunciabile. E sullo sfondo rimane l'assassinio, avvenuto a Zurigo nel 2001 e rimasto insoluto, del rabbino israeliano Abraham Greenbaum, un ortodosso padre di 12 figli, in missione di fund raising.

Visto dall'Italia, dove negli anni Settanta e Ottanta il terrorismo politico fece 429 morti e oltre 2 mila feriti, sembrerà poca cosa, ma per gli standard della Confederazione l'allarme è giustificato. Le comunità ebraiche hanno dovuto rafforzare la sorveglianza (che si pagano da sé, non è prevista protezione di polizia) e dopo l'incendio di Lugano, dove vivono meno di 350 ebrei, la vigilanza è ancora cresciuta.

«L'antisemitismo è una costante, ben radicata in una parte della popolazione», dichiara Doris Angst, responsabile della segreteria Cfr: «I pregiudizi persistono: gli ebrei astuti, potenti, arroganti, avidi di denaro. Se ne parla non solo in birreria. Così come, dopo l'11 settembre, nella popolazione sono cresciute sensibilmente le voci antislamiche, dalle lettere ai giornali sino alla devastazione delle tombe.

 

 

Il leader populista Blocher

si è battuto con successo

per inasprire le leggi sugli stranieri

e sul diritto d’asilo

 

 

E destano grande preoccupazione le esternazioni di partiti politici a favore dell'abolizione della norma penale sul razzismo, introdotta nel '95 per sanzionare l'incitamento all'odio e gli atti violenti nella sfera pubblica». Quali partiti? «Anzitutto la Svp».

Non è un dettaglio. La Svp (Schweizerische Volkspartei) è oggi il più forte partito svizzero, rilanciato da Christoph Blocher, il leader populista divenuto consigliere federale e uomo chiave della politica di Berna. Nei giorni scorsi Blocher ha segnato un successo personale facendo passare una versione inasprita della legge sugli stranieri (Ausländergesetz), in particolare delle norme sul diritto d'asilo, i tempi di detenzione provvisoria, le espulsioni, il ricongiungimento familiare. Ma questo avviene a Berna. E non si può certo dire che il governo svizzero, pur fedele a una politica di chiusura, non priva di sfumature xenofobe, esprima orientamenti antisemiti. L'antisemitismo circola sottopelle, sotto la superficie quieta della società elvetica, e non sempre finisce sui giornali.

«Le comunità ebraiche sono accettate e integrate. Con l'élite politica e le istituzioni i rapporti sono più che buoni, il dialogo interreligioso è vivo. Ma è anche vero che, dalla seconda Intifada, nell'opinione della gente si è ripreso a mescolare gli ebrei alla politica di Israele. Al bar, prendersela con gli ebrei, come prima con gli jugoslavi o gli albanesi, non è più tabù. Nei cantoni tedeschi gli ebrei hanno paura a denunciare le prepotenze subite: preferiscono stare zitti», racconta Nicole Poèeeell, presidente della Comunità ebraica liberale Or Chadasch e consi

 

gliera al cantone di Zurigo. Da poche settimane, tra l'altro, la comunità ebraica è stata riconosciuta nella nuova Costituzione cantonale. A Zurigo c'è un centro-sinistra che fa contrappeso ai toni xenofobi. «Sono cresciuta negli anni Cinquanta in un paese a otto chilometri da Zurigo», dice la Poëll, «a scuola ero l'unica bambina ebrea, ho sofferto un forte isolamento. Ma ancora oggi, in politica o in magistratura, essere ebrei non aiuta a far carriera. L'unico ebreo entrato al consiglio federale è stata una donna, Ruth Dreyfuss, e vi arrivò un po' per caso».

Più netta l'opinione di Hans Stutz, della fondazione Gra (Contro razzismo e antisemitismo), che parla di «una subcultura ostile», e allarga il discorso alla nuova destra elvetica. Stutz, un esperto di estremismo, segnala due aree: una nazionalista-xenofoba e una neonazista-razzista. Tra le sigle di maggior rilievo vi è il Pnos (Partei national orientierter Schweizer), nato nel settembre 2000, diffuso in parecchi cantoni, soprattutto Berna, Argovia, Soletta e Basilea. Il Pnos, il cui membro più noto è Bernhard Schaub, un negazionista accanito, ha dato vita a un'organizzazione di tipo culturale e identitario, la Helvetische Jugend (Gioventù elvetica), abbreviata in HJ come la Hitlerjugend degli anni Trenta. Una seconda area è presidiata dalla Napo (Opposizione nazionale extraparlamentare), molto attiva su Internet, che sabato 12, il giorno prima dell'incendio alla sinagoga, ha riunito 150 estremisti a Sciaffusa, e una settimana dopo ha ispirato una contromanifestazione antirazzista. Circolano poi sigle come Nationaler Widerstand (Resistenza nazionale), Hammerskins, Patriot.ch. Nel 2004 la Npd tedesca cercò di fare attecchire un partito fratello (Nps), ma l'operazione è fallita. «L'ostilità contro i musulmani», puntualizza Stutz, «è comunque più diffusa dei sentimenti antisemiti».

Ciò che colpisce, nella Svizzera neopopulista che ha liberato dalle cantine la retorica identitaria, sono le nuove commistioni tra il nazionalismo tradizionale e l'estrema destra giovanile. Slogan come «La Svizzera agli svizzeri » sono diffusi di qua e di là. E gli estremisti si sono conquistati una presenza stabile ogni 1° agosto, quando sul prato del Rütli nel canton Uri, culla simbolica della Confederazione, si svolge il raduno patriottico in onore del mito di Tell. Nell'estate 2004, tra neonazi e naziskin, si radunarono in 500 a intonare "Rufst du mein Vaterland" (quando chiami, patria mia) e lanciare slogan contro gli americani, i media, i "Fremdrassige" (nel vocabolario nazista ) e i politici di Berna che ingannano il popolo. Compreso Blocher, che a quanto pare li ha delusi.

 

 

 

 

Tutto cominciò con la vertenza sull'oro

Alfred Donath, presidente della Federazione svizzera delle comunità israelitiche, dichiara da Ginevra che nel Paese l'antisemitismo è cresciuto.

Quale antisemitismo, delle parole o delle azioni?

«Entrambi. In Svizzera i rapporti con le istituzioni sono buoni. Ma da alcuni settori della società arrivano altri segnali. Negli ultimi sei mesi, aggressioni a giovani ebrei, profanazione di cimiteri. Nella Svizzera romanda c'è meno paura a denunciare le violenze subite. Ma in tutte le nostre comunità è aumentata la sorveglianza».

Quali segnali avete colto in precedenza?

«Il primo fu intorno al 1997, con la vertenza internazionale sui depositi degli ebrei nelle banche svizzere durante la Seconda guerra mondiale. L'intransigenza del World Jewish Congress, che ha uno stile un po' duro, da boxeur, non è piaciuta agli svizzeri. Ci sono state insofferenze sulla macellazione kosher, che in Svizzera è vietata dal 1904. E contano le tensioni in Israele dopo la seconda Intifada, per cui gli ebrei diventano corresponsabili di ciò che accade ai palestinesi: "Torturano gli animali, torturano i bambini"».

Come spiega che il numero degli ebrei in Svizzera è costante da anni?

«La politica elvetica non è molto aperta all'immigrazione. Il governo di Berlino aiuta anche economicamente gli immigrati dalla Russia, Berna non lo fa. La Confederazione, per gli ebrei dell'Est, non è ritenuta una destinazione così attraente».

 

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