5 - Niente ebrei
siamo svizzeri
Reportage
dalla Cecenia nei giorni in cui i russi hanno ucciso il leader Mashkhadov. La
capitale è una città sventrata. Non c'è lavoro tranne che al fianco degli
occupanti. E l'unica attività è la ricerca degli scomparsi
di Enrico
Piovesana da
Grozny
I motore urla, al limite delle sue possibilità.
Ibrahim spinge la sua vecchia Volga a 160 all'ora sulla strada che dall'Inguscezia
porta in Cecenia. Una stretta striscia d'asfalto resa scivolosa dalla pioggia
che cade da un cielo basso e nero. Fuori dai finestrini infangati sfilano
velocissimi gli alberi spogli che separano la carreggiata dalla desolazione
marrone della steppa.
Non è ancora Cecenia, ma la guerra ormai è
arrivata anche qui, sotto forma di agguati stradali e sporadici scontri a fuoco
tra militari russi e ribelli indipendentisti. Per questo Ibrahim vuole rimanere
in viaggio il meno possibile.
Inutile cercare di mettersi la cintura di
sicurezza: l'aggancio vicino al freno a mano è ostruito da un kalashnikov, la
canna rivolta verso i compagni di viaggio che siedono sui sedili posteriori.
Meglio non toccare niente e tenersi forte.
A fermare la folle corsa blocchi di cemento, filo
spinato, sacchi di sabbia e due blindati russi a lato della strada con i
cannoncini puntati sulle auto che si fermano al check-point d'ingresso in
Cecenia. La nostra non è tra quelle: Ibrahim rallenta, ma tira dritto salutando
i soldati russi che lo lasciano passare vedendo il suo tesserino di autista
governativo.
Siamo in Cecenia.
Il viaggio riprende più forsennato di prima,
interrotto di tanto in tanto dai posti di blocco dell'esercito russo.
Incrociamo solo camion militari. Attraversiamo alcuni villaggi abbandonati.
Casette di mattoni in rovina, con il tetto carbonizzato, circondate da campi
incolti. Ma sul ciglio della strada qualcuno aspetta con paziente fiducia
qualche acquirente per le patate e le cipolle del suo orto.
Man mano che ci avviciniamo a Grozny, spariscono
gli alberi a lato della carreggiata, tagliati per farne legna da ardere dagli
abitanti della città.
Un ultimo grande posto di blocco segnala
l'ingresso nella capitale cecena. Tra i campi appaiono i primi ruderi dei
grandi condomini della periferia. Alcuni sono solo cumuli di macerie. Di altri
non rimangono che diroccati scheletri di cemento armato. Molti edifici hanno
intere ali crollate sotto le bombe. Le mura rimaste in piedi, sventrate dalle
voragini rotonde delle cannonate, sono completamente scrostate da
un'incredibile quantità di fori di pallottole.
Nell'inverno del '99, quando i russi assediavano
Grozny, questa era la linea del fronte. Dalle finestre di questi condomini le
forze indipendentiste del presidente legittimamente eletto, Aslan Mashkhadov,
cercavano di difendere la città, che intanto veniva bombardata a tappeto
dall'aviazione russa. Ci furono 25 mila morti in poche settimane. E si vede.
Della
Biblioteca Chekov, del Gran Teatro,
dell'Istituto
petroltecnico e dell'Università statale
non esiste più
neanche un mattone
Il centro di Grozny ci si
presenta completamente devastato. Cancellato. Là dove pochi anni fa sorgeva
Le strade cittadine sono ancora piene di buche
aperte dalle granate. In molti punti l'asfalto manca del tutto. Ovviamente, non
c'è più alcun impianto di scolo. Il risultato è che dopo le piogge, come quelle
dei giorni scorsi, le vie si trasformano in fiumi d'acqua e in pantani di
fango. Al punto che le auto spesso sono costrette a passare sui marciapiedi.
Solo i grossi camion militari e i blindati russi che pattugliano le strade
della città riescono a circolare senza problemi.
Le auto a Grozny non mancano: Lada, Volga, Uaz,
tutte dello stesso colore, bianco. Almeno il cofano e il tettuccio, perché le
portiere sono marroni di fango. E i finestrini immancabilmente oscurati.
In alcune zone c'è addirittura traffico, come ad
esempio attorno al sempre affollatissimo bazar centrale, una distesa di
bancarelle riparate da tendoni di plastica o da grandi tettoie di lamiera in
cui si vende di tutto e in gran quantità. Ortaggi e carni locali, pesce secco
del Caspio, vodka russa alla faccia dell'analcolismo islamico, tessuti e
vestiti uzbechi e kazachi di false marche italiane. E soprattutto scarpe, per
lo più turche, cui è dedicato un intero capannone del mercato. Date le
infernali condizioni della viabilità pedonale, è ovvio che le calzature siano
qui un bene di primaria importanza. Tutte di colore nero, tinta predominante
nel vestiario ceceno. Neri sono i cappotti e le lunghe gonne delle donne, neri
sono i pantaloni e le giacche di pelle degli uomini. Nere sono anche le berrette
di lana indossate dai giovani. Quelli più religiosi portano invece una papalina
di velluto ricamato, verde o rosso bordeaux, e i più anziani il tipico colbacco
caucasico, alto e rigido, di pelo grigio di astrakan. Gli unici colori
compaiono nei variopinti foulard con cui le donne meno giovani si coprono il
capo in ossequio alla tradizione islamica.
Nella zona intorno al mercato, ai pianterreni
ristrutturati degli edifici ancora in rovina, si trova una gran concentrazione
di kafè: piccoli locali dove la gente, nel privato di tavoli occultati da tende
e separé, mangia un piatto di galnash, gnocchi con bollito di pollo o di manzo
in salsa di patate o aglio, o di manti, ravioloni ripieni di carne macinata in
salsa di cipolle, pomodoro o carote. Il tutto seguito dall'immancabile tazza di
tè.
In vendita al mercato, oltre alla merce, ci sono
anche persone: decine di uomini, soprattutto giovani, che per tutto il giorno
aspettano che qualcuno offra loro un lavoretto di qualche ora o di qualche
giorno. Il lavoro, quello vero, in Cecenia non c'è, perché ogni attività
produttiva, raffinerie, fabbriche, aziende agricole, è stata distrutta. La
gente vive di espedienti. L'unica vera possibilità di impiego è nei servizi di
sicurezza governativi, polizia e guardie di vario genere. O in quelli
paragovernativi, le milizie filorusse dei kadirovski capeggiate dal potente
Ramzan Kadyrov, figlio dell'ex presidente ceceno assassinato lo scorso maggio.
Altrimenti resta la poco consigliabile soluzione antigovernativa: andare a
combattere i russi sulle montagne del sud, diventando boeviki, ribelli. Ma
questo, più che per denaro (solo le brigate islamiche di Basayev pagano bene) avviene
per desiderio di vendetta.
Altre persone, questa volta donne, aspettano
pazientemente poco lontano, nell'ingresso del piccolo ufficio di Memorial,
associazione per i diritti umani che fornisce assistenza legale a chi sta
cercando un figlio, un marito o un fratello sparito nel nulla dopo essere stato
rapito dalle forze di sicurezza russe. Direttrice del centro è la giovane Lida
Yusapova. «Ogni giorno riceviamo nuove denunce di sparizioni. I casi riguardano
solitamente giovani, prelevati dai soldati russi nel corso degli zachiski, i
rastrellamenti che l'esercito compie periodicamente in ogni villaggio ceceno. O
rapiti in azioni mirate condotte dagli agenti dei servizi segreti. Le vittime
sono persone che non hanno nulla a che fare con i combattenti separatisti. I
russi pescano a caso, perché è solo una questione di soldi. I rapiti finiscono
nei punti di filtraggio, centri di interrogatorio presenti nei sotterranei di
ogni caserma. Qui vengono picchiati, sodomizzati e sottoposti a torture orrende
fino a quando non accettano di firmare una confessione di appartenenza alla
guerriglia. Se non muoiono prima: in quel caso il loro cadavere martoriato,
spesso mutilato, viene abbandonato in qualche fosso in aperta campagna».
«Per sapere dove si trova il proprio caro e
sperare di riaverlo indietro vivo», continua Lida, «i familiari devono pagare
migliaia di dollari in mazzette a militari e organi giudiziari, secondo un
sistema di corruzione complesso ma perfettamente collaudato. Un business di
enormi dimensioni per i militari russi e per la corrotta amministrazione
collaborazionista. Un incubo per le povere famiglie cecene, costrette a
chiedere soldi in prestito a parenti e amici, spesso indebitandosi a vita. Dal
2000 abbiamo seguito migliaia di casi, ma bisogna considerare che noi riusciamo
a monitorare solo un quarto del territorio ceceno. Senza contare che ora la
maggior parte dei rapimenti è gestita dai kadirovski, e quando ci sono di mezzo
loro nessuno sporge denuncia. Per questo le statistiche ufficiali sono in calo.
Essendo anch'essi ceceni, i miliziani di Kadyrov conoscono i legami familiari e
di clan e quindi sanno bene come vendicarsi. La gente cerca di risolvere la
questione in privato, pagando senza sollevare questioni».
Prima di tornare al suo lavoro, Lida ci dice che «il
90 per cento della popolazione maschile cecena adulta ha subito torture e dopo
i fatti del teatro Dubrovka e della scuola di Beslan (NOTA DI Gandalf: vedi il sito: http://lordofthefiles.ord/img/beslam01.htm
sono tre pagine di foto AGGHIACCIANTI) , anche le donne sono
oggetto di rapimenti e violenze, ovviamente a sfondo sessuale».
Uomini e
donne prelevati dai russi
Vengono regolarmente
torturati.
Solo in
pochi sopravvivono
Basta girare per la città per raccogliere
testimonianze di questi orrori. Un pomeriggio incontriamo un uomo di mezza età,
Waha, che passeggia con la moglie e i figli tra le macerie del suo vecchio
condominio. «I russi mi hanno prima distrutto la casa e poi, due anni fa, mi
hanno portato in un campo di filtraggio e torturato: mi hanno inchiodato la
lingua a un tavolo, strappato le unghie e sottoposto all'elettroshock. Per
fortuna sono ancora vivo. E finché vivrò non glielo perdonerò mai».
Racconti incredibili. Ma suffragati da faldoni
pieni di denunce e referti medici, come quelli degli archivi di Memorial. E
anche da montagne di fotografie e immagini video, come quelle raccolte dai
volontari di Eco della Guerra, una ong cecena che si occupa di orfani di guerra
e soprattutto di pace e diritti umani. Sua fondatrice e presidente è la
coraggiosa Zainap Gashaeva, già a capo dell'Unione delle donne cecene.
La incontriamo nell'ufficio della sua
associazione, in uno squinternato condominio della squallida e fangosa
periferia di Grozny. Qui, dopo una tazza di tè, ci parla della sua attività
d'assistenza ai bambini. Ci fa vedere i loro tristi disegni pieni di carri
armati e soldati che sparano, di aerei che bombardano e di palazzi in fiamme.
Poi indica delle cartelle traboccanti di documenti: sono le denunce di
rapimento.
Ma il materiale veramente scottante, le foto e i
video degli orrori, Zainap non lo tiene qui. Così, ci invita a casa sua, in un sobborgo
di campagna a nord della città. Una casa piena di persone di tutte le età e di
neonati che piangono. Quelle cecene sono grandi famiglie allargate, e il tasso
di natalità da queste parti è molto alto dalla fine dei bombardamenti: si
scommette sulla vita per allontanare la paura della morte
La signora Zainap sposta mobili e fruga in diversi
nascondigli sparsi per la casa, tirando fuori borse piene di videocassette e di
cartelloni con su attaccate centinaia di fotografie: corpi di uomini e donne,
vivi e morti, straziati dai segni dei più atroci supplizi. «Tutto questo
materiale l'ho portato personalmente in Europa, presentandolo agli organismi di
giustizia internazionale europei di Strasburgo e di Ginevra. La raccolta di
foto arriva fino al 2003, i video fino a pochi mesi fa. Queste sono le prove
inconfutabili delle atrocità che le forze armate russe continuano a compiere
contro il nostro popolo. Prove raccolte a caro prezzo, come può raccontarvi la
mia collaboratrice».
Le autorità
della Ue dispongono
di foto e
filmati sugli abusi
compiuti dai
russi sui ceceni
Ci presenta una donna, di cui non possiamo fare il
nome. «Ho raccolto di persona questa documentazione per l'associazione in questi
anni. E per questo i servizi di sicurezza russi non mi danno pace. Pochi mesi
fa sono stata rapita da agenti dell'Fsb assieme a mio marito. Lui è stato
torturato: volevano che confessasse per chi facevo la spia, chi mi pagava, dove
nascondevo il materiale. Io sono stata minacciata di morte: volevano che
smettessi di fare il mio lavoro. Una volta rilasciati sono continuate le
minacce. E poi una serie di rastrellamenti nel mio villaggio, cui sono sfuggita
solo perché non dormo più a casa: gli ultimi due sono avvenuti il primo e il
sette di marzo».
Il racconto della donna viene interrotto da una
telefonata che arriva al cellulare di Zainap. Lei sembra scossa, incredula.
Chiude la comunicazione e senza dire nulla accende la televisione. Sullo
schermo scorrono le immagini del torso nudo di Mashkhadov. «Venite, hanno
ucciso il presidente», urla Zainap chiamando a raccolta tutti quelli che ci
sono in casa. Nessuno parla più. Tutti fissano il televisore senza aprire
bocca. Dopo un po' Zainap si volta per darci spiegazioni: «Lo hanno ucciso due
ore fa nella cantina di una casa in un villaggio qui vicino, Tolstoij Yurt, al
di là delle colline», dice indicando fuori dalla finestra.
«E una grave perdita per noi», commenta a caldo
Zainap, «non solo perché era il presidente che noi avevamo legittimamente
eletto, ma perché era l'unica persona disposta a dialogare con Mosca e l'unico
interlocutore credibile per la comunità internazionale. Ora Putin e Basayev
potranno continuare indisturbati la loro guerra. Avevo conosciuto Mashkhadov
quando era in carica: era un brav'uomo e un buon politico, dal carattere schivo
e un po' ingenuo. Forse per questo sperava ancora nella pace. Con lui muore la
nostra speranza».
Attorno alla casa di Zainap cala la notte,
rischiarata all'orizzonte dai bagliori arancioni delle fiamme dei pozzi
petroliferi e disturbata dall'eco lontana dalle raffiche di mitra e dal boato
sordo dell'artiglieria. Come ogni notte.
Il mattino seguente in giro per la città c'è
un'aria strana. La gente ha paura di parlare, ma chi lo fa esprime la sua
sincera tristezza per la morte di un uomo che era visto come l'unico legittimo
rappresentante del popolo ceceno e del suo disperato desiderio di pace.
Per le strade ci sono molti più soldati e blindati
del solito, Si respira un clima di tensione. Zainap vuole che lasciamo subito
il paese. «Durante la notte hanno allestito nuovi posti di blocco intorno alla
città e sulle strade principali: i russi sigillano la città per timore di
rappresaglie o per impedire la fuga dei collaboratori di Mashkhadov, chi lo sa.
Sta di fatto che dovete partire subito se non volete rischiate di rimanere
bloccati qui, o peggio».
Prima di spiegarci come aggirare i posti di blocco
passando in macchina per le colline desertiche del nord, Zainap ci racconta un
significativo scambio di idee avuto poco prima con un giovane militare russo a
un posto di blocco. «Stamane stavo uscendo dalla città e mi hanno fermata. Al
soldato che mi ha chiesto i documenti ho domandato in tono scherzoso:
"Adesso che ci avete ucciso il presidente la guerra finirà?" E lui:
"No, perché questa guerra è una questione di soldi, e finché ci saranno
quelli la guerra andrà avanti. Sono in troppi a guadagnarci"».
© "L'espresso"
- "PeaceReporter"
Dall'Inguscezia
alla Cecenia sognando una casa
"La
pace
nelle vostre case". La scritta celeste in caratteri cirillici sovrasta
l'ingresso del Centro dì residenza temporanea numero 9. Uno dei tanti palazzoni
di Grozny in cui le autorità russe hanno stipato i profughi tornati
dall'Inguscezia che non hanno più una casa a cui tornare, perché distrutta
dalle bombe. In questo casermone di cemento di cinque piani vivono 1.500
persone. Sui lunghi e bui corridoi interni si affacciano decine di stanze di
pochi metri quadri, in ognuna delle quali vive un'intera famiglia. C'è un bagno
e una cucina in comune per ogni piano. Come in quasi tutti gli edifici di
Grozny non c'è acqua corrente: ogni giorno arrivano i camion cisterna e la
gente scende in cortile a fare la fila per riempire secchi e catini. Uomini,
donne, vecchi e bambini erano scappati in Inguscezia per sfuggire alla guerra,
ma la guerra li ha inseguiti. «Io vivevo nel campo di Sazita con i miei due
figli», racconta Aimani Shakkanova, la più anziana donna del Centro: «Vivevamo
in baracche. Nel 2000 i soldati russi hanno attaccato il campo e hanno bruciato
molte abitazioni, compresa la nostra. I miei due ragazzi sono morti
carbonizzati. Per questo ho deciso che tanto valeva tornare in Cecenia». Raisa
Gunaieva è una donna giovane. «Io vivevo nel campo Sputnik. Lì, nel
Sono
iniziate
le incursioni, i rastrellamenti, i rapimenti, i pestaggi, le uccisioni. La
nostra vita era diventata un inferno. Per questo in molti abbiamo deciso di
lasciare i campi: erano diventati più pericolosi delle nostre case in Cecenia».
Il problema è che le loro case, qui, non ci sono più. Distrutte a cannonate o
con l'esplosivo. Molti però si sono fidati delle promesse delle autorità russe,
secondo cui una volta tornati in patria avrebbero ricevuto indennizzi
sufficienti per rifarsene una.
Come Malia
Dabayeva,
45 anni: «lo sono fuggita in Inguscezia nel 1999 con mia madre dopo l'uccisione
di mio marito. Ci eravamo sposati da due mesi. Nel 2003 ho saputo degli
indennizzi e sono tornata. Promettevano 10 mila euro. Sono due anni che
aspetto, invano. Intanto vivo qui, senza soldi. Non avevo nemmeno il denaro per
il funerale di mia madre, morta subito dopo il nostro ritorno. Ora non ho più una
famiglia, non ho più nessuno. I miei amici hanno fatto una colletta per
regalarmi un televisore che mi tenesse compagnia: bello vero? È l'unico di
tutto il Centro! Così adesso almeno molti vengono qui a guardare la tv assieme
a me, e io mi sento meno sola. Ma in realtà sogno di avere un figlio, una
bambina. Voglio adottare un'orfana. So già come la chiamerò: Medina». E
abbraccia una bimbetta del Centro, i cui genitori sono stati rapiti in
Inguscezia dai soldati russi nel 2002 e non sono più tornati.
La fabbrica
dei calciatori bambini
Nei locali dei dopolavoro di una
delle più grandi fabbriche di Grozny,
Quello delle
mine è un
problema enorme in Cecenia, soprattutto per i bambini. Un problema che però,
ufficialmente, non esiste: le autorità russe e quelle dell'amministrazione
filorussa cecena si rifiutano di riconoscere l'esistenza di questa realtà.
L'unico modo per ottenere informazioni in proposito è parlare con Ramzan
Ibrahimov, giovane presidente di un'associazione cecena,
Ramsan
accende
con qualche difficoltà il suo computer e inizia a leggere l'ultimo report.
«Fino a oggi, dall'inizio della prima guerra, dieci anni fa, abbiamo contato
oltre 3 mila vittime, tra morti (25 per cento) e feriti (75 per cento). È un
numero elevato in proporzione alla popolazione totale della Cecenia, che non
supera le 800 mila persone. La maggior parte degli incidenti (40 per cento) si
verifica attorno a Grozny, che durante l'assedio russo è stata pesantemente
minata dalla resistenza indipendentista. Seguono le zone dove ancora oggi si
concentrano gli scontri armati tra esercito e ribelli, vale a dire i distretti
montuosi del sud (Shatoi, Vedenò e Nojay-Yurt) e le zone di Urus-Martan e
Achkov-Martan. nell'ovest. verso il confine con l'Inguscezia»
Sognando un
piano di pace
Andrei
Mironov è
il presidente dell'associazione russa Memorial. Ex dissidente politico
imprigionato da Gorbaciov in un gulag, da dieci anni si batte con ostinazione
per la pace e la difesa dei diritti umani in Cecenia. Per questo i servizi di
Putin hanno tentato di metterlo a tacere nel 2003, mandandolo in ospedale con
il cranio sfondato. Valentina Melnikova è la presidente dell'Unione delle madri
dei soldati, voce di quella Russia che paga sulla propria pelle il prezzo della
guerra cecena. Ultimamente è stata protagonista di un disperato tentativo di
riallacciare il dialogo tra Putin e Mashkadov.
«Ho
conosciuto personalmente sia Basayev che Mashkhadov», racconta Mironov, «e so bene
quale enorme differenza li distingua: il primo è un pazzo estremista, il
secondo era un combattente ma anche un politico, un uomo disposto al dialogo.
Con lui e con i suoi emissari in Europa avevamo steso una proposta di piano di
pace, che però Putin ha sempre rifiutato di prendere in considerazione. Per un
semplice motivo: il presidente russo ha bisogno che la guerra continui per mantenere
il suo potere, il suo ruolo di difensore della Russia dalla minaccia
terroristica cecena. Se in Cecenia ci fosse la pace, ben pochi in
Russia continuerebbero a sostenerlo. Per questo, lungi dall'eliminare Basayev,
utile a mantenere vivo l'allarme terroristico, Putin ha deciso di far fuori l'uomo
del dialogo, Mashkhadov. Lo ha fatto ora perché da qualche mese
l'Unione europea e perfino gli Usa avevano iniziato a pressare Putin perché
aprisse un negoziato con l'ex presidente ceceno. Ora nessuno pretenderà che
Putin tenda la mano all'autore della strage di Beslan».
«Lo storico
incontro che
abbiamo avuto a Londra a fine febbraio con Akhmad Zakhaiev, il rappresentante
di Mashkhadov in Europa», spiega
(nota di Gandalf: il testo sopra in “grassetto – inclinato – sottolineato”
è una mia iniziativa.)
No
ai rimpatri forzati verso
una
protesta contro il nostro governo. Parla la rappresentante delle Nazioni Unite
colloquio
con Laura Boldrini di Fabrizio Gatti
Un uomo in lacrime davanti
alle telecamere dei telegiornali. «Vorrei», dice, «che tutti gli italiani
avessero avuto l'incontro che adesso ho avuto io con questa gente che ha perso
tre figli, che ha perso la moglie, che sperava di venir qui a trovare un Paese
libero, democratico in cui poter lavorare, in cui potersi affermare...». E la
sera del 28 marzo 1997 e da poche ore si è consumata la strage del Venerdì
Santo: 84 immigrati albanesi, una trentina i bambini, morti annegati nel Canale
d'Otranto dopo lo scontro tra la motovedetta su cui erano stati ammassati e la
nave da guerra italiana Sibilla. E chi parla e piange in tv quella sera non è
un attivista della sinistra. È Silvio Berlusconi, allora leader
dell'opposizione. Otto anni dopo Berlusconi è sotto accusa in Europa per la
decisione del governo italiano di restituire alla Libia gli stranieri che
sbarcano in Sicilia. Gli ultimi sono stati rimpatriati pochi giorni fa. Una
tragica odissea che quasi sempre si conclude con l'espulsione nel deserto. E
che, come ha scoperto e raccontato "L'espresso" la scorsa settimana,
è già una strage: 106 i morti finora ammessi dalle autorità, tutti immigrati
africani abbandonati tra sabbia e dune al confine con il Niger e caricati sui
camion in viaggi organizzati da trafficanti senza scrupoli. La notizia delle
deportazioni nel Sahara è arrivata a Strasburgo, al Parlamento europeo, dove
sta per essere presentata una mozione di condanna per l'Italia (vedi sotto “La
parola al Parlamento di Strasburgo” ). E a Ginevra, dove l'Unhcr, l'Agenzia
dell'Onu per i rifugiati attraverso il suo portavoce, Ron Redmond, ha criticato
il rimpatrio forzato verso
Laura
Boldrini, lei è la rappresentante in Italia dell'Unhcr. Perché queste critiche?
«Perché con il suo comportamento l'Italia non ci
consente di svolgere il nostro mandato internazionalmente riconosciuto».
L'Italia è
dunque fuori del diritto internazionale?
«Noi diciamo che l'Italia non sta rispettando i
suoi obblighi internazionali in materia di rifugiati e di richiedenti asilo».

L'articolo apparso sul numero 11 de
"L'espresso". Il racconto di un viaggio sulla rotta percorsa dagli
immigrati su camion sovraccarichi nel deserto tra
Il governo
italiano ha da poco rimpatriato altri immigrati verso
«Sappiamo che vengono portati in Libia. Ma non
sappiamo cosa succede dopo per il semplice fatto che i nostri colleghi a
Tripoli non hanno accesso alle notizie sui richiedenti asilo, compresi quelli
riportati in Libia dall'Italia».
Chi dovrebbe
informarvi sulla destinazione degli immigrati restituiti dall'Italia?
«In questo caso il governo libico. Ma quando i
colleghi del nostro ufficio in Libia chiedono queste informazioni, non
ottengono mai risposte».
Sapevate che
l'operazione di sbarramento dell'immigrazione chiesta dall'Italia a Gheddafi ha
già provocato, da settembre, 106 morti nel deserto?
«Purtroppo non abbiamo accesso nemmeno a questo
tipo di informazioni. Non esiste un quadro della situazione».
L'Unhcr era
stato informato del fatto che migliaia di immigrati, 14 mila soltanto in
febbraio, sono stati espulsi nel deserto del Sahara e del Ténéré?
«L'Alto commissariato l'ha saputo soltanto da
fonti giornalistiche. Non abbiamo fonti dirette per accedere alla verifica di
queste notizie».
«In Libia non ci lasciano fare il nostro lavoro.
Sapevamo già di un altro campo nel deserto, Al Kufr, sulla rotta per il Sudan.
Ma solo perché alcuni rifugiati fuggiti dal campo e sbarcati in Italia ci hanno
raccontato di essere state rinchiusi lì dentro: ricevevano un piatto di riso al
giorno e l'acqua una volta ogni due giorni».
Non abbiamo
mai visto
l'accordo
tra Roma e Tripoli.
Nonostante
queste gravi lacune nel rispetto delle convenzioni sui diritti umani, l'Italia
ha stretto con
«L'accordo tra Italia e Libia noi non abbiamo mai
avuto modo di vederlo. Quello che il governo italiano sta facendo su base
bilaterale con
Quale?
«Che
Questo per
quanto riguarda
«Lo prevede la legge Bossi-Fini. Normalmente
abbiamo sempre avuto accesso ai centri di identificazione e ai Cpt, i centri
dove gli stranieri attendono il rimpatrio. Ma negli ultimi sei mesi per ben due
volte ci è stato negato il permesso di accedere al centro di Lampedusa dove
erano state raccolte centinaia di persone appena sbarcate. L'ottobre scorso ci
hanno lasciati entrare con un ritardo di cinque giorni, quando gran parte degli
immigrati era già stata rimandata in Libia».
E dopo gli
sbarchi del 13 marzo?
«Il prefetto di Agrigento ci ha impedito
l'ingresso per motivi di sicurezza. Sicurezza? Da 55 anni lavoriamo nei centri
profughi di tutto il mondo, in situazioni ben più pericolose».
Secondo voi,
perché non vi fanno entrare?
«La mancanza di trasparenza alimenta i dubbi. Il
diniego della prefettura, che poi è il ministero dell'Interno, ci porta a
essere dubbiosi sulla liceità di quanto Italia e Libia stanno facendo. Se non
c'è nulla da nascondere, perché non ci viene dato l'accesso? Il nostro
obiettivo è di collaborare con il governo italiano nel rispetto delle procedure
e delle leggi. Il nostro approccio è che l'asilo venga dato a chi ne ha titolo,
altrimenti si impoverisce questo istituto. Ma è l'accesso alla richiesta d'asilo
che deve essere sempre garantito».
Tre
funzionari libici però sono stati ammessi nel centro di Lampedusa.
«Questo è un altro fatto assolutamente scorretto.
In base al diritto internazionale, nessuna autorità di un Paese straniero
potrebbe accedere ai centri dove ci possono essere dei richiedenti asilo di
quel Paese».
Quali altre
violazioni del diritto internazionale ha commesso il governo italiano?
«Sono almeno sei. Il mancato accesso agli inviati
dell'Unhcr. Il fatto che le procedure di identificazione verrebbero fatte in
maniera sommaria. L'accesso alla richiesta d'asilo stabilita in base alla
nazionalità: tunisini ed egiziani, ad esempio, verrebbero rimpatriati. Gli
immigrati respinti sono caricati sugli aerei senza sapere che stanno per essere
riportati in Libia. L'assenza di riscontri sul rispetto delle procedure di
convalida: non sappiamo se i decreti di respingimento vengono valutati da un
giudice o no».
L'Unhcr si
occupa solo di rifugiati e richiedenti asilo. Chi protegge in Libia gli
immigrati rimpatriati dall'Italia che cercavano solo un lavoro?
«Praticamente nessuno».
La parola al
Parlamento di Strasburgo
«Porteremo il caso davanti al Parlamento europeo.
Per gli immigrati espulsi nel deserto e per le drammatiche conseguenze
dell'accordo con
Processi
fuori dei tribunali. Giudici impreparati. Sentenze velocissime. Ecco come nei
Centri di permanenza viene decisa la sorte degli immigrati
Cinque minuti. È il tempo medio impiegato dai
giudici di pace per decidere se un immigrato può rimanere in Italia o deve
essere espulso. In cinque minuti si decide la vita di un uomo, o di una donna.
E spesso anche il futuro dei loro figli o delle loro famiglie. Non importa se
non hanno mai commesso reati e hanno un lavoro, anche se in nero. Bastano
cinque minuti per stabilire se devono rimanere o andarsene. Non durano di più
le udienze di convalida nei Cpt, i Centri di permanenza temporanea e assistenza
istituiti nel 1998 dalla legge sull'immigrazione che porta il nome di due
ministri del centro-sinistra: Livia Turco e Giorgio Napolitano. In quei cinque
minuti il giudice verifica il decreto di espulsione firmato dal prefetto,
l'ordinanza di detenzione firmata dal questore, fa tradurre gli atti in una
lingua comprensibile allo straniero e mette a verbale la sua decisione. Quasi
mai viene chiesto all'interessato perché è arrivato in Italia e soprattutto che
cosa rischia dal momento che verrà espulso.
Domenico Tambasco fa l'avvocato a Milano, assiste
decine di immigrati in cause del lavoro e spesso è di turno come legale
d'ufficio per le udienze di convalida nel Cpt di via Corelli, il più famoso in
Italia: «Qualche mio collega dice che le udienze di convalida siano una farsa.
E non ho paura a dire che ha ragione. Perché anche in casi, verificati personalmente,
di manifesta illeicità, la convalida viene disposta lo stesso. Con la scusa, e
qui cito qualche giudice, che tanto c'è il ricorso contro il decreto di
espulsione. Bene che ti vada sono altri 20 giorni di detenzione in quello che,
nella sostanza, è un carcere speciale per stranieri. Bisogna fare un corretto
uso delle parole. Lo chiamano centro di permanenza temporanea e assistenza, ma
resta un carcere. Perché? Perché i contatti con l'esterno sono impossibili e
perfino noi avvocati, per incontrare i nostri clienti, abbiamo orari limitati.
Dalle 16 alle 18. Come in un carcere, appunto».
Una volta fermato e chiuso in un Cpt, per
l’immigrato clandestino parte il cronometro: entro 48 ore il suo caso deve
essere esaminato da un giudice e la detenzione nel centro deve essere
convalidata. Altrimenti dovrebbe essere immediatamente rilasciato. Ma ci sono
il tempo e i mezzi per esaminare ogni singolo caso? «Assolutamente no e in
questo modo il Cpt diventa una fabbrica delle espulsioni, una catena di
montaggio con cui far salire i numeri della statistica e far dire poi che la
lotta all'immigrazione clandestina ha avuto successo. Quasi tutti gli stranieri
hanno l'avvocato d'ufficio non potendo permettersene uno di fiducia. E
l'avvocato d'ufficio spesso incontra il suo cliente un minuto prima
dell'udienza di convalida. Te lo portano immediatamente in aula e non viene mai
lasciato il tempo per conoscere la sua storia. Perché ci sono altri casi su cui
decidere».
Gli avvocati che assistono gli immigrati nei Cpt
da Milano a Trapani hanno sollevato altri dubbi costituzionali. Come il luogo
dell'udienza di convalida, che non avviene in un'aula del Tribunale ma in una
stanza del Cpt, spesso alla presenza dei poliziotti. «Avete mai visto lo
svolgimento di un processo in carcere, in questura o in prefettura? Perché di
questo si tratta», sostengono gli avvocati. «Il Cpt è un luogo del ministero
dell'Interno mentre», spiega Tambasco, «
Ma quanto costano queste fabbriche delle
espulsioni? Il ministero dell'Interno non ha mai rivelato i dati. Un giudice di
pace, ammesso alle udienze di convalida dal settembre 2004, prende un gettone
di 10 euro per ogni udienza, che si aggiunge al compenso di presenza di 20
euro. Per l'avvocato d'ufficio sono 100 euro a udienza. Sia il giudice sia
l'avvocato non possono esaminare più di dieci casi in un giorno. Se fosse
necessario, i turni nei Cpt prevedono più giudici e più avvocati. Sugli
stranieri detenuti nei Cpt i giudici intervengono anche quando la permanenza
deve essere prorogata da trenta a sessanta giorni. In questo caso la convalida
viene inviata via fax: la questura chiede la proroga e il giudice approva a
distanza.
Top secret
sui costi.
Ma solo per
la gestione delle strutture
pagati 75
euro al giorno per straniero
La voce più consistente dei costi riguarda le
spese di gestione e i contratti di appalto con gli enti che curano l'assistenza
e la sorveglianza. Croce Rossa Italiana e l'associazione delle Misericordie
gestiscono la maggior parte dei Cpt. Anche su questo il ministero dell'Interno
mantiene le cifre riservate. Ma anche in questo caso un punto di riferimento è
il centro di via Corelli. Per le spese di vitto, coperte e pulizie la
prefettura versa alla Croce Rossa lombarda 75,02 euro al giorno per ogni
straniero. In un centro quasi sempre pieno con 140 posti letto fanno 10 mila
500 euro al giorno. In un anno 3 milioni 833 mila 522 euro. «Nelle uscite
dobbiamo far entrare anche gli stipendi del personale: 60 persone su cinque
turni», spiega
Fabrizio Gatti
Casa
Container
Le
condizioni di detenzione nel mirino della magistratura
Sono
A SANTIAGO
UNA SFIDA TUTTA AL FEMMINILE
Nostra Signora del Cile
Parla
la candidata socialista. Già torturata dai golpisti. Poi ministro della Difesa.
Ora in corsa per la presidenza. Con un'altra donna
colloquio
con Michelle Bachelet di Gianni Perrelli
Vivo con un senso di
responsabilità tremenda la prospettiva di poter diventare la prima presidente
donna del Cile. Se dovessi vincere, so che dovrò affrontare sfide molto
impegnative. Non sarà facile, dopo i successi dell'attuale governo, mantenere
elevati i tassi dell'economia, e in più riequilibrare i dislivelli sociali
migliorando le condizioni dei poveri. Ma sento che posso farcela. I sondaggi dimostrano
che la maggioranza degli elettori ha fiducia in me. Prometto che non li
deluderò...
Se si votasse oggi (le elezioni presidenziali cilene
si svolgeranno in dicembre) la socialista Michelle Bachelet, 53 anni, separata,
tre figli avuti da tre uomini diversi, ex ministro della Sanità e della Difesa,
trionferebbe sul candidato di destra Joaquin Lavin, ex sindaco di Santiago. I
sondaggi le assegnano il doppio dei consensi. E il suo successo sarebbe un
evento rivoluzionario. Per la prima volta in una libera elezione, in un subcontinente
machista come il Sud America, salirebbe al potere una donna (in Centro America
ci sono i precedenti della nicaraguense Violeta Chamorro e della panamense
Mirella Moscoso). Negli anni Settanta l'argentina Isabelita Peron e la
boliviana Lidia Gueler furono sì nominate presidenti, ma in circostanze
drammatiche e destituite dopo brevi periodi da putsch militari.
L'elezione della Bachelet avrebbe ancor maggior
risalto per la sua storia personale. Nel 1974 perse per un attacco di cuore il
padre, un generale dell'aviazione che era stato imprigionato e torturato dopo
essersi opposto al golpe di Augusto Pinochet. Nel '75 lei stessa fu rinchiusa a
Villa Grimaldi (un lugubre luogo di detenzione), insieme alla madre, per aver
partecipato ad attività clandestine del partito socialista. Vi trascorse quasi
un mese. Venne picchiata e torturata. E, alla fine, scelse di espatriare. Si
trasferì prima in Australia e poi nell'allora Germania dell'Est, a Lipsia, dove
conobbe e sposò un esiliato come lei. Rientrò in Cile nel '79, poco prima che
il regime proibisse il rimpatrio ai dissidenti. Si separò e si laureò in
pediatria. All'avvento della democrazia scalò i vertici del partito socialista,
distinguendosi per le capacità di mediazione. Nel
In Cile il
divorzio è stato introdotto solo all'inizio del 2005, dopo lunghe battaglie e
con l'opposizione manifesta della Chiesa. Lei pensa che in una società sempre
più laicizzata siano maturi i tempi anche per affrontare il tema dell'aborto?
«È mia convinzione che una donna adulta abbia il
diritto di essere padrona delle sue decisioni e che lo Stato debba fornirle le
dovute garanzie. Ma penso anche che per l'introduzione dell'aborto ci vorrà
ancora tempo. I cambiamenti più delicati, in Paesi di grandi contrapposizioni
come è il Cile, vanno introdotti gradualmente. Al momento stiamo studiando un
programma di aborto terapeutico. E contiamo di dare maggiore impulso alla
materia dell'educazione sessuale».
Il Paese è
molto cambiato.
Ma ci
vogliono secoli per digerire una dittatura
L'opposizione
cerca di farla scendere dal piedistallo dei sondaggi dicendo in giro che lei ha
scarsa esperienza. E speculando inoltre su alcuni suoi presunti problemi di
salute.
«Sono in politica da una vita. E ho fatto per due
volte il ministro. È vero che in passato ho avuto qualche acciacco. Ma oggi
sono perfettamente sana. È convinta di poter essere un buon presidente, anche
se la campagna è ancora lunga e piena di insidie. Lavin ha livelli di consenso
molto bassi. Ma ha molti soldi e si avvale della consulenza degli esperti che
negli Usa hanno portato al successo George Bush. Ha la possibilità di
rimontare».
I giovani
sono indifferenti di fronte alla politica
perché
sentono la globalizzazione priva di equità
Un grosso
problema è l'indifferenza dei giovani, sempre più staccati dalla politica. Come
pensa di conquistarli?
«Proprio perché sono una candidata progressista,
aperta alla modernità, ho già convinto quelli più impegnati. Però l'indifferenza
dei giovani rimane un problema serio. Sentono che la globalizzazione non dà
alcuna garanzia di equità. Pensano che il loro voto non incida minimamente sui
processi decisionali. E si rifugiano nell'individualismo. Per superare questa
apatia occorre formulare proposte coinvolgenti, persuaderli che se rifiutano la
politica non avranno alcuna voce in capitolo nel futuro del loro paese».
Il Cile sta
vivendo un nuovo boom economico. Ma persistono forti disparità di reddito fra i
ricchi e i poveri. Come pensa di intervenire?
«I punti cardine del mio programma sono la lotta
alla miseria, il miglioramento dell'assistenza sanitaria, l'istruzione
superiore estesa anche ai ceti più poveri».
Ma queste
misure sociali sono compatibili con l'impostazione liberista dell'economia che
neanche il governo socialista di Lagos ha rinnegato?
«L'attuale governo ha rilanciato e riequilibrato
l'economia con provvedimenti di integrazione commerciale e con norme di equità
fiscale. Occorre solo proseguire su questa strada. Al regime riconosco
l'efficacia di alcune trasformazioni. Ma sarebbe assurdo dire solo per questo
grazie a Pinochet. Dalla mia bocca non potrà mai uscire alcun apprezzamento nei
suoi confronti».
Le ferite di
Villa Grimaldi sono ancora aperte?
«Come potrei dimenticare? Avevo solo ventitrè anni
e mi hanno torturato. Alcune delle mie compagne di cella sono state violentate.
Io no, se fosse avvenuto non avrei problemi a dirlo. Ma ho continuato ad avere
fiducia nella vita. Sono ottimista per natura».
Quand'era
ministro della Difesa ha notato qualche imbarazzo fra i generali suoi
sottoposti che avevano servito sotto Pinochet?
«No, perché era iniziata una nuova stagione. I
comandanti avevano riconosciuto i crimini del passato e avevano accettato lo
spirito della democrazia. Con i vertici delle Forze armate ho trovato
rapidamente un'intesa».
Ha mai più
rivisto qualcuno dei suoi aguzzini?
«Non potrei riconoscerli perché erano sempre
bendati. So però che nel mio palazzo vive uno dei dirigenti di Villa Grimaldi.
Non ci siamo mai salutati. Quando mi incontra abbassa lo sguardo. Si capisce
che ha complessi di colpa. E più dura per lui che per me».
Se come
presidente le capitasse di incontrare Pinochet cosa si sentirebbe di dirgli?
«Questa domanda mi mette in grande difficoltà. Non
so come reagirei».
Dà un valore
al concetto di perdono?
«No, per me non ha alcun valore, anche se cerco dì
mettermi sempre nei panni degli altri per capire le loro ragioni. Nel profondo
le cicatrici prodotte da una dittatura sanguinaria si rimarginano solo nei
secoli, ma in questi casi non serve a niente perdonare. Occorre imparare dalle
terribili esperienze del passato. Abbiamo il dovere di proseguire sulla strada
della riconciliazione nazionale, facendoci carico della nostra storia e
rimanendo quanto più possibile uniti».
Lei ha tre figli. Cosa pensano di questa sua straordinaria
sfida?
«Sanno che se diventerò presidente avrò ancora
meno tempo per loro. Ma sono abituati alle mie assenze. Nemmeno fare il
ministro è uno scherzo. I due più grandi, 26 e 21 anni, sono già autonomi.
Anche la piccola, 12 anni, ha accettato con maturità la mia candidatura. Mi
ricorda solo che non potrò più fare pubblicamente le cose che mi piacciono:
cantare e ballare a piedi scalzi. Ma poi, visto che il mandato presidenziale sta
per essere ridotto, mi consola con queste parole: "Coraggio, mamma, sono
solo quattro anni"».
Due boom
dopo la dittatura
L'economia
corre al 6 per cento l'anno. Ma non per tutti
di Gianni
Perrelli
da Santiago
Il nuovo
boom Cileno
introduce la movida anche a Santiago, città circospetta, durante la dittatura
di Pinochet paralizzata dal terrore. Ma da quando il tiranno (arrestato a
Londra nel '98) è stato isolato sulla scena politica, si è scatenata una
frenesia che ricorda il terremoto di costumi nella Spagna del dopo-Franco. Di
giorno la febbre del consumismo riversa folle di compratori nei grande centri
commerciali. Molti giovani sciamano tranquillamente per le strade con
acconciature punk che ancora cinque anni fa sarebbero state viste come una
trasgressione. Al centro si riempiono a metà del mattino i café de piernas,
postriboli mascherati che già il regime aveva autorizzato per alleggerire
almeno per gli uomini l'assenza di libertà. Le cameriere, quasi desnude,
versano bevande ammiccando ad altri orizzonti di consumo da trattare in
privato. Ma anche nei bar normali di Ahumeda, l'isola pedonale vicino al
palazzo presidenziale della Moneda, le maggiorate che servono al banco sono
vestite e truccate da pin up, come se dovessero sfilare per un concorso di
bellezza. Di femminismo non c'è proprio traccia anche se, paradossalmente, è
una donna - Michelle Bachelet - la favorita nella corsa alla presidenza.
Di notte
sfavillano le ribalte
di Providencia e Bellavista, i quartieri dell'evasione. Dove durante il lungo
weekend (a Santiago inizia il giovedì sera) la vita pulsa fino all'alba. Fra i
ristoranti e le discoteche pullulano i templi dell'eros, dove chi vuole
riscattare prima della chiusura una delle ragazze in servizio (perlopiù
straniere, attratte dalla floridità del Cile) deve versare cento dollari al
padrone. Senza che nessuno gridi allo scandalo per questa forma di schiavitù. O
neanche si meravigli in un paese conservatore dove il divorzio è stato
introdotto solo all'inizio del 2005, dell'aborto non si parla proprio, la
censura sui film pruriginosi è stata abolita nel 2002 e la pubblicità dei
preservativi è consentita dal 2000.
Dopo la stagione delle grandi tragedie i cileni
cercano di dimenticare le angosce sfruttando la congiuntura favorevole. Il
secondo miracolo economico, dopo la frenata dell'11 settembre, fa crescere
l'economia del 6 per cento l'anno. Un passo da tigre asiatica, favorito
dall'ingresso nella zona di libero scambio con Usa, Canada e Messico,
dall'aumento del 33 per cento del prezzo dei rame (il Cile è il più grande
produttore mondiale) e dal boom delle esportazioni (52 per cento in più
rispetto al 2003). Il tallone di Achille è il tasso di disoccupazione (9,2 per
cento, che sale al 32 per cento per i giovani tra i 15 e i 19 anni) ancora troppo
alto per un paese che viene indicato come un modello virtuoso per tutta
l'America latina. I quartieri più poveri, prevalentemente abitati da indios,
sono ancora agglomerati di favelas, come se il benessere non fosse mai arrivato
in quel Paese. Un altro buco nero è il flop dei tanto decantati fondi pensione
che hanno alimentato il boom dell'economia nazionale, ma hanno dato ai
risparmiatori rendimenti molto più bassi del previsto. I governi democratici,
compreso quello socialista di Ricardo Lagos oggi al potere, non hanno
abbandonato le strategie neoliberiste imposte al Cile dal monetarismo duro e
puro dei Chicago Boys. Le hanno solo mitigate, evitando le privatizzazioni
selvagge che hanno devastato l'Argentina, e attivando meccanismi sociali che
negli anni Novanta hanno permesso di ridurre da
All'80 per cento dei cileni (sono 15 milioni)
piace il governo Lagos, anche se non suscita passioni. E la stessa ascesa della
Bachelet, una presenza rivoluzionaria in un continente machista, è vissuta
senza particolari emozioni.
È come se il
Cile si fosse anestetizzato, prendendo le distanze dalla politica. Nove
giovani su dieci non si sono nemmeno iscritti ai registri elettorali. Il loro
motto è "No estoy ni ahi"', traducibile con "non me ne importa
niente". Gli adulti sono troppo condizionati dalle atrocità di un passato
ancora fresco per sentirsi psicologicamente liberi.
Angusto
Pinochet, alle soglie dei 90 anni, continua sia pur sempre più debolmente a
ossessionare le coscienze dei cileni. Non ha più alcun potere, ma
Il medico
Gustavo Molina racconta che dopo il golpe dell'11 settembre '73 trascorse un mese in
un campo di detenzione dove veniva metodicamente torturato dalle 9 alle 13 e,
dopo un intervallo, dalle 15 alle 17. Un giorno, durante la pausa-pranzo, uno
dei suoi aguzzini gli si rivolse con aria insolitamente docile. E gli disse:
«Dottore, ho un dolorino persistente qui al petto. Cosa può essere?».
Una
sinagoga incendiata. Un rabbino ucciso in circostanze misteriose. Oltraggi e
profanazioni. A Lugano e Zurigo cresce l'intolleranza. E fa proseliti nel paese
di Enrico
Arosio da
Zurigo
Una sinagoga data alle
fiamme? Mai successo nella Svizzera moderna. L'incendio appiccato da ignoti la
notte di domenica 13 marzo, accompagnato da un secondo rogo che ha devastato il
negozio di tessuti di un commerciante ebreo, ha turbato l'opinione pubblica e
suscitato un'immediata solidarietà delle istituzioni civili e religiose, con
2.500 persone riunitesi a Lugano, compresi il vescovo e l'imam della città. La
pronta reazione è un buon segnale. Ma si può ritenere il tutto (le indagini
sono ancora in alto mare) un episodio eccezionale? Non proprio. Nella
Confederazione vivono appena 18 mila ebrei, un numero assai ridotto, anche a
fronte dei 320 mila musulmani. Eppure, insieme all'antislamismo, anche
l'antisemitismo ha rialzato la testa.
Qualche esempio degli ultimi sei mesi. A Ginevra
uno studente di una scuola talmudica in abito nero è stato aggredito da un
gruppo di giovinastri davanti alla stazione. Sempre a Ginevra una scuola
ebraica è stata violata di notte da ignoti che hanno devastato i locali, rubato
computer e lasciato scritte come "Fuck the Jews". A Losanna, dopo il
pareggio tra Israele e Svizzera nelle qualificazioni ai Mondiali di calcio, a
una fermata di autobus ragazzi ebrei sono stati assaliti e malmenati. Le
profanazioni di tombe in tutto il paese «non sono infrequenti», dichiara
Visto dall'Italia, dove negli anni Settanta e Ottanta
il terrorismo politico fece 429 morti e oltre 2 mila feriti, sembrerà poca
cosa, ma per gli standard della Confederazione l'allarme è giustificato. Le
comunità ebraiche hanno dovuto rafforzare la sorveglianza (che si pagano da sé,
non è prevista protezione di polizia) e dopo l'incendio di Lugano, dove vivono
meno di 350 ebrei, la vigilanza è ancora cresciuta.
«L'antisemitismo è una costante, ben radicata in
una parte della popolazione», dichiara Doris Angst, responsabile della
segreteria Cfr: «I pregiudizi persistono: gli ebrei astuti, potenti, arroganti,
avidi di denaro. Se ne parla non solo in birreria. Così come, dopo l'11
settembre, nella popolazione sono cresciute sensibilmente le voci antislamiche,
dalle lettere ai giornali sino alla devastazione delle tombe.
Il leader
populista Blocher
si è battuto
con successo
per
inasprire le leggi sugli stranieri
e sul
diritto d’asilo
E destano grande preoccupazione le esternazioni di
partiti politici a favore dell'abolizione della norma penale sul razzismo,
introdotta nel '95 per sanzionare l'incitamento all'odio e gli atti violenti
nella sfera pubblica». Quali partiti? «Anzitutto
Non è un dettaglio.
«Le comunità ebraiche sono accettate e integrate.
Con l'élite politica e le istituzioni i rapporti sono più che buoni, il dialogo
interreligioso è vivo. Ma è anche vero che, dalla seconda Intifada,
nell'opinione della gente si è ripreso a mescolare gli ebrei alla politica di
Israele. Al bar, prendersela con gli ebrei, come prima con gli jugoslavi o gli
albanesi, non è più tabù. Nei cantoni tedeschi gli ebrei hanno paura a
denunciare le prepotenze subite: preferiscono stare zitti», racconta Nicole
Poèeeell, presidente della Comunità ebraica liberale Or Chadasch e consi
gliera al cantone di Zurigo. Da poche settimane,
tra l'altro, la comunità ebraica è stata riconosciuta nella nuova Costituzione
cantonale. A Zurigo c'è un centro-sinistra che fa contrappeso ai toni xenofobi.
«Sono cresciuta negli anni Cinquanta in un paese a otto chilometri da Zurigo»,
dice
Più netta l'opinione di Hans Stutz, della
fondazione Gra (Contro razzismo e antisemitismo), che parla di «una subcultura
ostile», e allarga il discorso alla nuova destra elvetica. Stutz, un esperto di
estremismo, segnala due aree: una nazionalista-xenofoba e una
neonazista-razzista. Tra le sigle di maggior rilievo vi è il Pnos (Partei
national orientierter Schweizer), nato nel settembre 2000, diffuso in parecchi
cantoni, soprattutto Berna, Argovia, Soletta e Basilea. Il Pnos, il cui membro
più noto è Bernhard Schaub, un negazionista accanito, ha dato vita a
un'organizzazione di tipo culturale e identitario,
Ciò che colpisce, nella Svizzera neopopulista che
ha liberato dalle cantine la retorica identitaria, sono le nuove commistioni
tra il nazionalismo tradizionale e l'estrema destra giovanile. Slogan come «
Tutto
cominciò con la vertenza sull'oro
Alfred Donath, presidente della Federazione
svizzera delle comunità israelitiche, dichiara da Ginevra che nel Paese
l'antisemitismo è cresciuto.
Quale
antisemitismo, delle parole o delle azioni?
«Entrambi. In Svizzera i rapporti con le
istituzioni sono buoni. Ma da alcuni settori della società arrivano altri
segnali. Negli ultimi sei mesi, aggressioni a giovani ebrei, profanazione di
cimiteri. Nella Svizzera romanda c'è meno paura a denunciare le violenze
subite. Ma in tutte le nostre comunità è aumentata la sorveglianza».
Quali
segnali avete colto in precedenza?
«Il primo fu intorno al 1997, con la vertenza
internazionale sui depositi degli ebrei nelle banche svizzere durante
Come spiega
che il numero degli ebrei in Svizzera è costante da anni?
«La politica elvetica non è molto aperta
all'immigrazione. Il governo di Berlino aiuta anche economicamente gli
immigrati dalla Russia, Berna non lo fa.