INDICE

 

 

1 - L'opinione pubblica narcotizzata dalla tv

 

2 - L'ultimo viaggio dei dannati del Sahara

 

3 - Sesso, droga e acqua santa

 

 

 

 

 

 

 

 

L'opinione pubblica

narcotizzata dalla tv

Giorgio Bocca

 

La fabbrica delle leggi ad personam lavora a getto continuo

ma nessuno più reagisce

neppure nella nostra sinistra.

 

 

Flavia Vento, creatura televisiva, ha così spiegato il suo passaggio dalla sinistra al neofascismo di Francesco Storace, candidato alla presidenza della Regione Lazio: «Mi hanno chiamata e ho risposto». Brava. Meglio dichiararsi voltagabbana tout court che inventare spiegazioni assurde e ipocrite per giustificare i salti della quaglia verso stipendi più confacenti alla propria autostima.

Quel che succede oggi in Italia non è una novità, anzi, e ha un inconfondibile marchio politico: il trasformismo. Ma ci sono aspetti di questo trasformismo che risultano incomprensibili. Fra essi il neoliberismo dei comunisti che, come confessa il sindaco di Roma, Walter Veltroni, «non lo sono mai stati», o degli altri che si aggregano ai Ferrara e simili apostati per ripetere con Silvio Berlusconi, che i partiti della sinistra sono i partiti dell'odio e che chi denuncia il regime autoritario che sale è un fazioso. Strano che non dicano un trotskista. Tot capita tot sententiae e guai agli intolleranti.

Ma i fatti sono fatti e a negare l'esistenza di un regime ci vuole una bella faccia tosta. Cronache degli ultimi giorni. La maggioranza che vota quel che vuole il padrone ha deciso che i palazzi del potere, le case e le ville del presidente del Consiglio, dei suoi collaboratori, amici e parenti godano di extraterritorialità, siano esenti da controlli. È un ritorno alla Francia del re Sole, all'Inghilterra ante Cromwell, a prima della democrazia borghese, a prima delle riforme socialdemocratiche.

L'opinione pubblica insorge? L'opinione pubblica non c'è più, l'ha sostituita la televisione dei quiz e dei festival canori.

Ma i fatti sono fatti. La fabbrica delle leggi imposte dal padrone lavora a getto continuo. Basta con i regolamenti edilizi e con la riscossione delle tasse. Per pagare la campagna elettorale continua, la fabbrica delle promesse impossibili si svende tutto, si "cartolarizzano" (ma dove lo inventano questo italiano truffaldino?) i pubblici edifici, si passa da un condono all'altro, finito uno legale se ne inventa un altro di fatto, ma è premiato chi non ha pagato le tasse, chi ha violato le leggi, chi ha costruito nelle riserve naturali, o a due passi da Trinità dei Monti, nei giardini del Quirinale.

Le pene per il falso in bilancio sono troppe alte? Le si diminuisce. Quelle per la corruzione di pubblico ufficiale portano in galera? Le si sostituisce con le altre che ti conservano in qualche alta carica dello Stato. È tutto un fiorire di leggi ad personam, una frenesia di leggi che assolvono i briganti e puniscono gli onesti. Non si fermano, non riposano quelli che Vittorio Alfieri chiamava gli infrangìleggi, quelli che le leggi «possono farle, distruggerle, interpretarle, impedirle, sospenderle o anche solo eluderle con sicurezza di impunità». E chi ha questo potere è un tiranno e ogni società che lo ammetta è tirannide, ogni popolo schiavo.

Non è un regime questo? Non è una tirannide del denaro questa in cui il capo del governo premia chi ha versato al suo partito 500 mila euro invitandolo in tribuna d'onore a una partita di calcio, che sembra una favola dei tempi di Riccardo cuor di leone?

Ma è proprio questo che vogliono molti buonisti della nostra sinistra, provare anche loro un po' di dolce vita. La pensano tutti un po' come Bettino Craxi. Lo informano che un suo capetto usa come bische le sezioni del partito e lui dice: Lo so, ma io ho bisogno dei suoi voti, io prima voglio fare politica, arrivare al governo e poi darò la caccia ai ladri. Arrivò al governo, la caccia ai ladri non la diede e un giorno la diedero a lui.

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L'ultimo viaggio dei dannati del

Sahara

 

Nel deserto tra Libia e Niger. Sui camion carichi di immigrati africani. Un esodo che è costato già 100 morti. Ed è stato imposto dal regime di Gheddafi. Dopo l'accordo con l'Italia per bloccare gli sbarchi dei clandestini sulle nostre coste.

testo e foto di Fabrizio Gatti

 

 

L'inferno dura 12 giorni e 12 notti.

Su mezzi che affondano nella sabbia,

con la vita appesa a un bidone d'acqua da 20 litri

 

 

Una coperta arrotolata e in mezzo alle pieghe, tanta polvere e due occhi neri. Amina ha nove mesi e viaggia nascosta in quel fagotto perché il sole non la bruci. Da dieci giorni e nove notti la mamma la stringe tra le braccia, preoccupata che i sobbalzi, la stanchezza o un colpo di sonno la facciano scivolare dal camion. Mariana Djallo, 8 anni, sta accovacciata sui sacchi di canapa con altri 150, uomini, donne e bambini. Quando fa buio e qualcosa intorno la spaventa, cerca la mano della sorellina di cinque anni e del cuginetto di tre. E stringe forte. Amadou, 3 anni e mezzo, e Suleyman, 2 e qualche mese, hanno perso i genitori. Mamme e papà sono con un altro carico di rimpatriati. Più avanti. O forse dietro. Lo scopriranno all'arrivo. Tra una settimana, inshallah, se Dio vuole, o se i ginn, gli spiriti del deserto, saranno buoni con loro.

Non si fermano davanti a nessuno i gendarmi e i soldati del colonnello Muhammar Gheddafi. Nemmeno al pianto affamato di Abdulmagid, 10 mesi, e alla rabbia della madre che per lo sfinimento e lo stress non riesce più ad allattarlo come prima di partire. Tra qualche anno forse qualcuno spiegherà ad Amina, Mariana, Amadou, Suleyman e Abdulmagid perché da piccoli hanno dovuto attraversare il Sahara e poi anche il Ténéré. Dodici giorni e 12 notti di viaggio sui camion che affondano nella sabbia, con la vita appesa a un bidone d'acqua da 20 litri. Da Al Gatrun dove in Libia finisce la strada asfaltata, ad Agadez in Niger dove un ventaglio di autobus, minibus e Tir accompagna gli immigrati espulsi nei Paesi d'origine: 1.490 chilometri di caldo e paura. Impresa che se capitasse a un marmocchio europeo, verrebbe sicuramente celebrata in tv con tanto di sponsor e interviste. Ma questi sono bimbi africani. Per loro, per le loro famiglie e per tutti gli altri stranieri arrivati dall'Africa povera a sud del Sahel, non c'è più posto in Libia. Se ne devono andare. Chi resta, rischia di essere rinchiuso in un campo di detenzione e buttato nel deserto. Chi parte, rischia di essere rapinato e abbandonato nel deserto.

 

 

Uomini, donne.

Erano stati accolti a lavorare in Libia.

Ma adesso non servono più al regime

 

 

Da settembre, inizio delle espulsioni, è già una strage: 106 morti. Ma è solo il conto ufficiale ammesso dalle autorità. In ottobre l'incidente più grave, secondo le informazioni raccolte da un rappresentante della Mezza Luna Rossa nell'oasi di Dirkou: 50 immigrati muoiono schiacciati da un camion troppo pesante che si rovescia mentre arranca verso il passo di Turim, al confine tra Libia e Niger. In gennaio un ragazzo del Ghana, mai identificato, viene sbranato da un branco di cani selvatici davanti ai suoi compagni di viaggio a Madama, la frontiera tra i due Paesi. L'ultima tragedia conosciuta, due settimane fa: tre ragazze nigeriane morte di sete a un giorno da Tumu e altre 15 raccolte in fin di vita con quattro uomini, abbandonati nel deserto da chi aveva organizzato il loro rientro. Nessuno però sa quanti siano davvero i corpi sepolti dalla sabbia, lontano dalle rotte indicate dalle carte geografiche: passeggeri uccisi dalla fatica, dagli incidenti o rapinati e lasciati tra le dune dai trafficanti che avrebbero dovuto riportarli a casa.

I camion stracarichi di immigrati, bagagli e disperazione sono il prezzo dell'accordo tra Italia e Libia: il risultato delle retate scatenate dal governo libico, dopo il patto siglato il 25 agosto 2004 tra Silvio Berlusconi e il dittatore di Tripoli. Doveva fermare gli sbarchi sulle coste italiane: che, invece, sono ripresi massicciamente in questi giorni. E l'impegno del regime di Gheddafi era questo: accogliere i clandestini respinti dall'Italia, sigillare il confine meridionale con il Niger, rimpatriare gli stranieri entrati in Libia da sud. Un piano che aveva sollevato i dubbi di Paesi dell'Unione europea come la Francia: per la scarsa propensione del Colonnello al rispetto delle convenzioni su diritti umani e rifugiati. Ma per Tripoli avevano garantito Palazzo Chigi e il ministero dell'Interno italiano: nessuno sarà espulso nel Sahara, i campi di detenzione nel deserto non si faranno, i rimpatri avverranno soltanto in aereo. Il sottosegretario di An, Alfredo Mantovano, l'aveva ripetuto in un'intervista in tv: «La Libia da un certo punto di vista si trova di fatto in zona Schengen», aveva spiegato con soddisfazione, ricordando la convenzione tra gli Stati dell'Unione: «Il primo effetto politico di questi accordi è che la Libia riprenda sul proprio territorio i clandestini nei cui confronti non è stata capace di fare opera di sbarramento».

Da sei mesi l'apparato di sicurezza libico lavora a pieno ritmo. Tutti gli stranieri espulsi raccontano di retate all'alba, casa per casa. Oppure per strada, o davanti ai luoghi di lavoro. E di decine di migliaia di persone rinchiuse nel campo di detenzione di Al Gatrun (nel deserto) e portate nel Sahara. E proprio questa l'opera di sbarramento con cui Gheddafi sta accontentando l'Italia e, contemporaneamente, riducendo gli stranieri nel proprio Paese. Almeno due milioni, secondo stime di qualche anno fa: la metà nati nell'Africa sub-sahariana, dal Senegal alla Nigeria, al Mali, al Camerun. Il Colonnello in persona li aveva invitati a lavorare in Libia e per loro aveva abolito i visti di ingresso, quando negli anni dell'embargo si era autoproclamato leader del continente. Ma ora che è di nuovo alleato dell'Europa e degli Stati Uniti, Gheddafi ha archiviato il panafricanismo. Difendere l'amicizia con l'Africa nera non interessa più. E l'obiettivo delle espulsioni sono proprio gli immigrati neri. Più di 100 mila sarebbero già stati catturati o convinti a partire: 14 mila gli stranieri buttati nel deserto soltanto in febbraio, caricati sui 72 camion che hanno attraversato la frontiera.

Viaggiare con i dannati non è semplice. Bisogna aggirare la Libia, violare la censura assoluta che copre l'operazione. E affrontare una lunga marcia da sud: dieci giorni senza sosta nel Sahara, tra dune e montagne, violenze e dolore. Niente indica il confine tra Libia e Niger. A ovest il Plateau di Manguéni, a est la montagna di Tumu. La pista si infila lì in mezzo. Non c'è acqua, non c'è elettricità, non ci sono telefoni. Le notizie si spostano come all'anno Mille: con la voce dei viaggiatori. Due giorni fa da qui è sfilato un convoglio umanitario dell'associazione francese Les enfants de l'Air: 14 grossi fuoristrada carichi di medici e medicinali destinati alla regione di Agadez. E il loro passaggio è stato la salvezza per 19 immigrati, 15 ragazze e quattro uomini. Sono scheletri quando vengono avvistati. Prima 12. Poi cinque. Poi, nella notte, altri due.

Stanno camminando lungo le tracce lasciate dai camion, in direzioni diverse tra l'oasi di Tajarhi e Tumu, gli ultimi 220 chilometri di deserto libico. Non hanno più niente. Raccontano che da otto giorni, forse dieci, per sopravvivere mangiano le loro feci e bevono urina. Sono immigrati nigeriani, del Benin, del Togo, del Ghana. A metà febbraio si erano pagati il viaggio su un furgone 4x4 pur di non finire nel campo di detenzione di Al Gatrun. Ma dopo un giorno e una notte i due autisti, un libico e un sudanese, li hanno obbligati a scendere e sono scappati con i loro bagagli, i soldi e l'acqua. Erano 22, tre sono morti. «Li abbiamo raccolti e medicati. Siamo rimasti insieme due giorni», riferiscono i volontari di Les enfants de l'Air: «La notte le ragazze per ringraziare il buon Dio, hanno cantato un gospel. Abbiamo pianto tutti. A Tumu i militari libici li hanno presi in consegna. Ci hanno detto che li rimanderanno al campo di detenzione di Al Gatrun per fare i documenti per l'espatrio». Il gruppo di sopravvissuti deve così tornare indietro di 310 chilometri, due giorni e due notti di viaggio. Ma Paul Adeomo, 22 anni, del Benin, grazie al passaporto conservato in una tasca, può restare a Tumu. I libici lo caricano sul primo camion che passa. Senza acqua né viveri. Se ne sta accovacciato, sofferente, gli occhi puntati sui suoi piedi nudi, nel groviglio di bagagli e passeggeri. Ogni tre, quattro ore chiede a qualcuno la borraccia e subito dopo stringe le labbra per non perdersi nemmeno il sapore di quel sorso.

 

 

Per i militari, questo esodo è un affare.

Incassano quasi 2 curo

per ogni ex immigrato

 

 

Madama è un pozzo e un vecchio fortino della legione francese. Ora è anche l'avamposto dell'esercito del Niger In una terra di nessuno, attraversata da banditi, trafficanti d'armi ed ex guerriglieri algerini. Sulla distesa di sabbia rossa nove camion attendono da ore il via libera a ripartire. Raggomitolati all'ombra delle ruote e distesi tutt'intorno ci saranno almeno 1.500 persone. Per i militari di queste parti i viaggi degli immigrati sono da sempre una risorsa. Ma con i rimpatriati sono più ragionevoli. Oggi si accontentano di chiedere mille franchi a testa, un curo e 50: a fine giornata fanno più di 2 mila curo di mance da dividere in proporzione tra la truppa e i sottufficiali. Quando il traffico di uomini e braccia portava a nord, questi soldati pretendevano 10 mila franchi a persona e a volte rapinavano tutti i soldi che trovavano nelle tasche. E chi non ne aveva, veniva bastonato o costretto a interrompere il viaggio e lavorare gratis qualche mese nel fortino. A 200 metri dai bidoni sforacchiati e dal filo spinato che segnano il posto di blocco, dietro un cespuglio di grosse tamericie, hanno seppellito il ragazzo del Ghana. Magobrì, 20 anni, lo ha visto morire. Da due anni lavora come portatore d'acqua per i militari. «Era gennaio, quella sera faceva freddo», ricorda Magobrì: «I cani abbaiavano e ringhiavano e sono uscito a vedere. Quel ragazzo era appena arrivato dalla Libia, forse si era allontanato dal camion per fare pipì. L'ho sentito gridare. Alla luce della luna ho visto una persona che correva. È caduto. I cani continuavano a ringhiare, ma non si vedeva più niente. Quando l'abbiamo ritrovato, era già morto. I cani gli hanno mangiato la gola e le gambe. Nel deserto vicino ai pozzi, ci sono cani selvatici, sempre affamati». In una cella del fortino sono accumulati i bagagli di 11 immigrati morti in un altro incidente: «I familiari dovrebbero venire fin qui a riprenderseli», spiega il sergente capo Ornar Amadou, comandante a Madama: «Tutti i giorni ci sono morti nel deserto. Succede quando un camion o un fuoristrada restano in panne. Non abbiamo mezzi di soccorso e spesso gli incidenti si scoprono dopo mesi. I cadaveri vengono sepolti sul posto. No, nessuno ha compilato una lista delle vittime e dei dispersi. Solo Allah la conosce».

Si riparte su un altro camion. Una ragazza seduta davanti, quando scopre che a bordo c'è un italiano, si volta e si presenta. Bessy Mody, 27 anni, nigeriana. È una «deportata volontaria», nel senso che si sta pagando il suo rimpatrio. Viaggia con il fratello, Jonathan, 25 anni, laureato in ingegneria a Lagos, un beautycase di plastica e un sacco con il frullatore elettrico che è riuscita ad afferrare quando è stata prelevata dalla sua casa a Tripoli. «Perché l'Italia ha fatto questo contro di noi?», chiede Bessy, «avevo un lavoro, facevo le pulizie. Io non volevo venire in Europa. Un mese fa la polizia mi ha presa da casa e messa in un campo di concentramento per africani, vicino a Tripoli. Le condizioni nei campi di Tripoli e di Al Gatrun sono terribili. Prendono le ragazze più giovani, anche di 14 anni, e le fanno prostituire con i militari in cambio della possibilità di rimanere. Dovete chiedere aiuto ai governi europei e al governo nigeriano, tutto questo è una vergogna». Il fratello Jonathan ha passato quattro mesi nel campo di detenzione: «Da tre anni facevo il saldatore a Bengasi. In agosto, dopo l'accordo con l'Italia, l'atteggiamento di tutti i libici verso gli immigrati è peggiorato. Il mio capo ha cominciato a dire che il lavoro che facevo non gli piaceva e non mi pagava. Chissà come mai prima gli era sempre andato bene. Ogni giorno scoprivi che un tuo vicino di casa o un tuo collega era scomparso. Dovevamo vivere nascosti come topi. Ho deciso che era il momento di scappare in Europa. Sono arrivato fino a Lampedusa, su una barca, una "lampa lampa", per 700 dollari. Ma nessuno mi aveva detto che Lampedusa è una piccola isola. La polizia italiana ci ha presi e riportati a Tripoli in aereo. Ho fatto quattro mesi di detenzione, ma ho ritrovato mia sorella. Lei era riuscita a nascondere qualche risparmio. Così quando ci hanno trasferiti nel deserto, al campo di Al Gatrun, siamo ripartiti subito».

Il proprietario del camion è un libico della regione di Sebha, Ahmed Mansour, 35 anni. Sta in cabina, accanto a Yussuf, l'autista nato in Ciad. «Bella l'Italia, volevo venirci il mese prossimo in vacanza», dice il proprietario, «ma con tutta questa gente da riportare indietro, ora c'è troppo da lavorare». L'accordo tra Italia e Libia, era stato detto, doveva stroncare il business ignobile dei trafficanti di immigrati. Ma con le espulsioni sono sempre loro a fare affari. Fino ad agosto 2004 il viaggio da Agadez ad Al Gatrun costava 40 mila franchi, poco più di 69 euro. Ora il ritorno da Al Gatrun ad Agadez costa 100 mila franchi: due mesi e mezzo di lavoro per un impiegato specializzato del Niger, sei mesi di paga per un bracciante o un muratore straniero in Libia. Adesso che il sole è tramontato, giù in cabina s'accende una discussione in arabo. Ahmed Mansour vuole fermarsi per fare il tè e scaldare un po' di pasta. Ma Youssuf, l'autista, tira dritto: «Siamo a Mabrous, qui è pericoloso. Ci sono i ginn». Il Sahara di notte è pieno di spiriti dei ginn. Crepitii, sussurri, voci, illusioni. Ma anche banditi. Questa è una delle pianure preferite per gli attacchi ai camion.

A ovest, una valle impallidita dalla luna piena porta al passo di Salvador, la rotta dei contrabbandieri. Altri due carichi di immigrati si sono rovesciati da quelle parti. Ventinove morti in un caso, nove nell'altro. Nessun sopravvissuto, secondo le notizie ufficiali. Tra loro, si dice, alcuni espulsi dall'Italia. Ma non tutti i cadaveri sono stati identificati. Lassù si è insabbiata anche la vita di tre ragazzi di Agadez: Hakim Jonas, 23 anni, Abdramane Abda, 27, e Mohamed Oumar, 27. Da cinque mesi lavoravano in Libia nel progetto agricolo di Loued, un'oasi vicino alla rotta per il Niger. Quando in settembre vedono passare i primi camion, Hakim è terrorizzato. «Io mi sono indebitato per pagarmi il viaggio fin qui, non posso tornare indietro senza un soldo», dice una sera agli amici nel buio della stanza dormitorio. Hakim fa il cuoco nella mensa. Un buon stipendio, rispetto ai braccianti: 200 dinari al mese, quasi 80 mila franchi, 122 curo. Il suo lavoro in Libia è l'unica assicurazione per le due sorelle che vanno ancora a scuola, il padre vecchio e malato e la madre che da anni si arrabatta cuocendo teste di montone. Una notte insonne Hakim ha un'idea: «Andiamo via prima che ci prendano loro, scappiamo con il fuoristrada del padrone. Ad Agadez lo rivendiamo e ci dividiamo i soldi». Laouan Ari, 25 anni, arrivato da Agadez due anni fa, dice che è una pazzia: «Non è legale rubare. E poi come lo attraversi il deserto?». I due ragazzi sono amici dall'infanzia e hanno un sogno: lavorare in Europa, poi tornare a casa e aprire un discobar. Una mattina di fine settembre, all'alba, Laouan scopre che è rimasto solo: dall'oasi mancano tre amici e un fuoristrada. Passano i mesi. Laouan torna ad Agadez. Rimpatrio anche per lui. Dei tre ragazzi, in viaggio ormai da cinque mesi, il deserto fa arrivare soltanto una voce. In febbraio. Da un elicottero militare algerino avvistano una Toyota Hilux e tre cadaveri al confine tra Niger, Libia e Algeria. Dovrebbero essere loro. Hanno seguito quella che i tuareg chiamano mescebed, una traccia che porta al nulla.

Il posto di controllo di Dao Timmi è avvolto da un fuoco invisibile. La sabbia e le uniformi dei soldati si deformano in nuvole incandescenti. Amadou e Suleyman, i due piccoli cugini, ancora non sanno dove sono i genitori. Un altro giorno di viaggio a quasi 50 gradi. In fondo a una discesa luccicano le palme di Seguedine e le forme arrotondate di due camion carichi di gente. C'è un pozzo qui e ci si ferma a riposare. Ibrahim Soumana, 25 anni, è stremato, ha la febbre alta. Qualcuno ne approfitta per dormire: durante la marcia è pericoloso, si rischia di cadere. Mariana Djallo, la sorellina Aziza, Abdulmagid e gli altri bambini aspettano di ripartire all'ombra dei bagagli ingigantita dal tramonto. La mamma e il papà di Mariana sono ancora in Libia: «Mio fratello e sua moglie sono rimasti a Tripoli», spiega lo zio, Mamadou Djallo, di Agadez. «Lavorano, provano a resistere. Ma abbiamo deciso di portare via i bambini. Sì, deportazione volontaria. La Libia non è più sicura nemmeno per loro». La piccola Amina, incontrata giorni fa, dovrebbe essere ormai a casa. Ma questi bimbi hanno tutto il deserto del Ténéré davanti. L'orizzonte nasconde Dirkou, l'oasi degli schiavi e altri 650 chilometri di dune e sabbia. Agadez è ancora lontana.

 

 

I rimpatriati partono dal campo-prigione di Al Gatrun.

Ci sono decine di bambini

 

 

 

 

 

 

Africa addio

Le retate e le deportazioni nel deserto non hanno cancellato la voglia di scappare dall'Africa. Hanno solo reso più pericoloso il viaggio. La rotta per la Libia e l'Italia si è spostata a ovest: da Agadez, base di tutti i traffici, ad Arlit verso l'Algeria. Perché la Pista degli schiavi, la via tradizionale Agadez-Dirkou-Al Gatrun, è ora percorsa dai camion carichi di immigrati espulsi e da Tumu i militari libici non fanno entrare più nessuno.

I costi per attraversare il Sahara sono più che triplicati. Dai 45 mila franchi, 69 euro, di inizio 2004, a 165 mila franchi attuali, 254 euro, per la rotta che porta a Ghat, la città libica delle dune rosse al confine con l'Algeria. Quasi ogni giorno due camion e una decina di piccoli 4x4 partono da Arlit, il villaggio delle miniere di uranio, nel Nord del Niger. Prima tappa, il pozzo di In Azaoua. Poi Djanet, dove comincia la parte più difficile: una settimana-dieci giorni a piedi per scavalcare le montagne del Tassili n'Ajjer e scendere a Ghat.

 Un percorso senza acqua dove spesso, una volta incassati i soldi, ì passatori abbandonano i loro clienti in mezzo alle rocce. Chi parte sa che a volte si rischia di morire e a volte si rischia di arrivare. A Ghat non è finita. In questi mesi di retate, solo le aziende agricole nelle oasi sperdute accettano e sfruttano gli stranieri.

Ma per scappare in Europa, il punto di partenza è sempre lo stesso: la spiaggia di Al Zuara. Da qui sono salpate alcune delle barche approdate in questi giorni in Sicilia. Mohamed H., trafficante libico di 31 anni, si è comprato un vecchio camion dopo aver passato anni a rubare cammelli nel deserto. Lui e il suo autista sudanese conoscono tutte le rotte più difficili. «Porto fino in Ciad e in Nigeria gli immigrati espulsi dalla Libia», racconta Mohamed, «e riporto in Libia gli immigrati clandestini che vogliono partire. Finché c'è povertà, per me ci sarà sempre lavoro».

 

 

Su ogni camion i trafficanti di uomini riescono a caricare quasi 200 persone e le loro masserizie. Accanto: la cartina che spiega il flusso migratorio verso la Libia (in nero). È il viaggio della speranza che porta in Europa. In rosso la rotta di ritorno ai paesi di origine

 

 

 

 

Nell'oasi degli schiavi

A Dirkou, sulla pista tra il Sahara e il Ténéré, si fermano tutti i rimpatriati. E quelli senza soldi vengono sfruttati per un pugno di miglio

 

Ore e ore di sabbia bianca e accecante portano a Dirkou. Patrio Ongolo, 27 anni, sa che sta entrando nell'oasi degli schiavi e non sa quando ne uscirà. Chi arriva fin qui senza soldi, resta bloccato in Niger a metà del viaggio. Diventa prigioniero di questa galera a cielo aperto. Finisce a lavorare gratis per un pugno di farina al giorno. Da Dirkou non si scappa. Il Sahara a Nord e le sabbie del Ténéré tutt'intorno sono guardiani inflessibili. Ripartono solo gli immigrati che possono pagarsi il camion fino ad Agadez. E Patrio Ongolo, la mattina che è stato catturato nelle strade di Sebha in Libia, non aveva nemmeno uno spicciolo in tasca. La sua storia è identica a tante altre. Due settimane di detenzione nel deserto, nel campo di Al Gatrun. Poi l'espulsione. Obbligato a unirsi a un carico di "deportati volontari", quelli che hanno risparmiato abbastanza per pagarsi il ritorno a casa. Caricato su un camion senza acqua né viveri. Finora ha bevuto e mangiato grazie alla solidarietà degli altri passeggeri. Ma adesso bisogna scendere. I militari di Dirkou vogliono controllare i bagagli, incassare il loro dazio. Mille franchi a persona, più una cifra a spanne per biciclette, tavoli, sedie, coperte, vestiti, un mobile, un letto, la parabola di un decoder satellitare e altri avanzi di vita quotidiana che gli immigrati sono riusciti a salvare. Per Agadez si riparte domani, o forse dopodomani. Patrio Ongolo, di Yaoundé, capitale del Camerun, non ha neanche le scarpe da vendere perché nel campo dì detenzione le aveva scambiate con un paio di ciabatte usate e un giubbotto di cotone per coprirsi. Lui che, grazie alle scarpe, stava per diventare famoso. In Camerun Ongolo giocava a calcio in serie A. «Un anno e mezzo fa io e la mia fidanzata abbiamo avuto un bimbo», racconta, «allora ho dovuto cercare un lavoro più sicuro in Libia. Sono arrivato fino a Sebha, nel sud, e lì ho fatto l'operaio. Lo vedi come sono vestito? Tre settimane fa mi hanno catturato mentre stavo andando a lavorare». L'ex calciatore conosce bene l'oasi degli schiavi perché da qui era già passato nel viaggio di andata: «Adesso come faccio a ripartire? I libici non mi hanno lasciato prendere soldi e i miei bagagli. Quelli se li rubano il padrone di casa e i poliziotti, quando vanno a saccheggiare la tua stanza. Ad Al Gatrun sono stato messo in un grande campo di prigionia. C'era tanta gente, credo più di 5 mila persone, tutti neri africani. Non importa se hai o no il permesso per lavorare. Da agosto basta avere la pelle nera per essere sospettato di voler andare in Italia. La notte morivo di freddo, ci davano da mangiare una volta ogni due giorni. E se non capivamo gli ordini in arabo, i militari ci picchiavano. Io capisco poco l'arabo e allora giù bastonate. Hanno portato via intere famiglie e i militari si sono tenuti i bagagli. Televisori, valigie, scatole sono ancora là. Il villaggio di Dirkou è una nuvola di luce e polvere tra la grande falesia del Kaouar e il recinto della base dell'esercito dove sono allineati nove camion e i loro passeggeri. Dieci passi oltre il filo spinato, un ragazzo della Costa d'Avorio vende sacchettini pieni d'acqua fresca, raffreddati dentro un frigo da picnic: «Forse in tre o quattro mesi ce la faccio ad arrivare ad Agadez». L'importante è rimanere vicino al piazzale di sabbia dove arrivano i camion. Perché qui può sempre capitare un'occasione per ripartire. Zacaria Sissoko, 20 anni, il fratello Souleyman, 21, Kanté Fallai, 23, e Aboubacar Sissi, 20, non ci sono riusciti. Giorno dopo giorno, sono scivolati lentamente nella zona più disperata, verso ì palmeti dove i commercianti tubù e arabi dell'oasi coltivano datteri e ristrutturano le loro case in fango rosa.

Un celebre musicista del Mali, Ali Farka Touré, ha scritto: «L'ambizione è un dono di Dio e ci appartiene come diritto». E dal Mali, tre anni fa, i quattro ragazzi erano partiti per la Libia con la testa piena di progetti. Adesso impastano mattoni di banco dall'alba al tramonto. Non hanno ceppi alle caviglie, ma la loro giornata non è diversa da quella degli schiavi che nei secoli passati hanno lavorato qui. Eppure si considerano fortunati, perché non vengono pagati con una scodella di miglio. Prendono 10 mila franchi al mese (50 centesimi di euro al giorno). Pagano 3 mila franchi al mese per dormire con altri 40 in un recinto che era un pollaio. E spendono quasi tutto il resto per non morire di fame. «Anche noi», racconta Kante Fallai, «siamo stati espulsi. Ma adesso non vogliamo tornare in Mali. Aspettiamo tempi migliori per rientrare in Libia». Djaram Mohamed Boubacar, 45 anni, è il sindaco della Comunità rurale di Dirkou, un'oasi da 9 mila abitanti che, come tutti i villaggi del Niger, sono tra i più poveri al mondo: «Gli stranieri bloccati qui possono essere 3 o 4 mila. Molti si ammalano nei campi di detenzione e i libici ce li mandano così. A volte arrivano 2 mila deportati in un giorno solo. Qui non abbiamo medicine, non abbiamo un ospedale. Cerchiamo di tirare avanti. Ma del resto, è l'Italia che ha voluto questo, no?».

 

 

 

 

Gli accordi tra Italia e Libia

Silvio Berlusconi lo dice senza dubbi: «Muhammar Gheddafi è un grande amico mio e dell'Italia. Gheddafi è il leader della libertà». Il presidente del Consiglio saluta così il dittatore arabo in una delle visite a Tripoli che hanno seguito il patto tra Italia e Libia sull'immigrazione. Il 25 agosto 2004, giorno dell'accordo, da Tripoli Berlusconi propone se stesso e il Colonnello come esempio per tutti i Paesi dell'Unione europea: «Il modello di cooperazione italo-libica per il contrasto dell'immigrazione clandestina sia da esempio per i rapporti tra Europa e Africa». Quel modello, nei primi sei mesi di applicazione, ha già provocato 106 morti: stranieri residenti in Libia, o arrivati in cerca di lavoro o di un passaggio verso l'Europa, catturati e poi espulsi nel deserto. In tutto il 2003 le vittime ufficiali dei trafficanti nel Sahara, durante i viaggi che allora portavano verso nord al Mare Mediterraneo, erano state 123. E uno degli obiettivi dell'accordo era proprio fermare le stragi. Ma cosa sa il governo italiano di quanto sta avvenendo in Libia? Nel primo mese di cooperazione, il ministro dell'Interno, Giuseppe Pisanu, aveva parlato di risultati «decisamente soddisfacenti, come dimostra l'intensa attività di contrasto al traffico di esseri umani e di immigrati irregolari. Ciò ha consentito il rimpatrio nei Paesi d'origine di molte migliaia di clandestini, di cui circa 4.500 in partenza per l'Italia». Dunque, il Viminale è al corrente che la Libia non deporta soltanto chi ha tentato di entrare in Italia. L'accordo prevede tra l'altro che le autorità libiche controllino i confini nel Sahara e facciano opera di sbarramento contro l'immigrazione da Sud. Per i cittadini del Nordafrica, marocchini, tunisini ed egiziani soprattutto, Tripoli ha invece scelto un atteggiamento più morbido. Per non irritare i governi arabi e del Maghreb.

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GRECIA / LA CHIESA ORTODOSSA NELLA BUFERA

Sesso, droga e acqua santa

 

Per i religiosi si parla di orge,

traffici d'armi, corruzione, società

 

L'arcivescovo di Atene e un latitante. Sono al centro di un'inchiesta. Che è arrivata fino al Parlamento

di Elisabetta Catalotti da Atene

 

 

L’inferno è cominciato il 14 gennaio. Con una serie di rivelazioni fatte dal vescovo ortodosso Ambrosio. Il prelato ha rivelato un giro di scarcerazioni di favore riguardanti pericolosi trafficanti di droga. E ha puntato il dito contro numerosi membri del clero vicini al primate della Chiesa greca, l'arcivescovo Christodulos. Chi ha subito bollato come pettegolezzi e chiacchiere da sacrestia i racconti attribuiti al vescovo Ambrosio ha dovuto fare immediatamente marcia indietro.

Perché, subito dopo le prime rivelazioni, una televisione locale ha mandato in onda registrazioni dove saltano fuori rapporti tra magistrati e religiosi. Compreso Iacopo Iosakis, aspirante ad un alta carica nella Chiesa greca. Nelle registrazioni si ascoltano conversazioni tra alti prelati che si apostrofano tra di loro con nomignoli femminili e si vantano delle loro prestazioni sessuali con giovani chierici.

Chi pensava che in pochi giorni lo scandalo rientrasse, o restasse circoscritto agli ambienti della Chiesa ortodossa, è rimasto deluso. Sui quotidiani greci sono state pubblicate una serie di lettere (risalgono al 1987) dell'arcivescovo Christodulos in favore di un certo Apostolo Vavilis. Il quale ha un curriculum che odora poco di incenso e molto di crimine. Il protetto dell'arcivescovo era stato arrestato una prima volta ad Atene nel 1988 per traffico di droga e subito scarcerato dopo aver collaborato con la polizia. Alla quale cominciò a vendere armi mentre era ricercato dall'Interpol per traffici di droga tra la Grecia e l'Italia.

Il rapporto tra il vescovo Christodulos e Vavilis divenne ancora più stretto con il passare degli anni. Nel 2001 l'arcivescovo spedì il suo protégé in Israele insieme a un alto ufficiale di polizia. Obiettivo della missione: appoggiare attraverso lauti finanziamenti la nomina del vescovo Ireneo a Patriarca di Gerusalemme. Il ricercato-informatore fu subito dopo ordinato monaco. Cosa che gli ha permesso di utilizzare conventi e chiese per ripararsi da poliziotti troppo osservanti del loro dovere.

La vicenda è sfuggita molto presto ad ogni controllo. E si è arricchita di storie impossibili da controllare; dalla corruzione al traffico di opere d'arte, dalle orge in convento alle società off shore in mano ai prelati, a loro volta proprietari di ville miliardarie. Risultato immediato: uno dopo l'altro si sono dimessi i più stretti collaboratori del primate greco ortodosso, mentre Christodulos continua a respingere ogni insinuazione, rifiuta le dimissioni e pretende di collaborare in prima persona con i magistrati per risanare la Chiesa greca (nelle carceri di Atene si trovano già Iosakis e altri prelati, mentre Vavilis è latitante).

Il terremoto in atto nell'ambito della Chiesa ortodossa si è trasformato nel più importante avvenimento politico-giudiziario dell'ultimo decennio. Riaprendo, per iniziativa del leader dell'opposizione, Georgios Papandreu, la mai conclusa discussione sulla questione della separazione tra Stato e Chiesa.

La querelle è naturalmente arrivata in Parlamento. In segno di protesta i deputati della coalizione di sinistra (Sinaspismos) non hanno partecipano alla riunione plenaria della Camera in occasione del giuramento del neoeletto presidente della Repubblica Carolos Papoulias, che per tradizione avviene in presenza del primate della chiesa Greca. E i deputati del Pasok (socialisti) e del Kke (comunisti) sono rimasti seduti nel momento in cui nell'aula ha fatto il suo ingresso l'arcivescovo Christodulos.

La maggioranza al governo di Kostantino Karamanlis, che alle elezioni è stata appoggiata dal clero, fatica a prendere una posizione. Divisa com'è tra la voglia di tenere a distanza l'ingombrante rapporto e il ricatto di vedersi togliere un appoggio decisivo per restare al potere. Nonostante ciò le sia costato subito un notevole calo di consensi.

 

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