1 - L'opinione
pubblica narcotizzata dalla tv
2 - L'ultimo
viaggio dei dannati del Sahara
3 - Sesso,
droga e acqua santa
narcotizzata
dalla tv
Giorgio
Bocca
La fabbrica
delle leggi ad personam lavora a getto continuo
ma nessuno
più reagisce
neppure
nella nostra sinistra.
Flavia Vento, creatura televisiva, ha così
spiegato il suo passaggio dalla sinistra al neofascismo di Francesco Storace,
candidato alla presidenza della Regione Lazio: «Mi hanno chiamata e ho risposto».
Brava. Meglio dichiararsi voltagabbana tout court che inventare spiegazioni
assurde e ipocrite per giustificare i salti della quaglia verso stipendi più
confacenti alla propria autostima.
Quel che succede oggi in Italia non è una novità,
anzi, e ha un inconfondibile marchio politico: il trasformismo. Ma ci sono
aspetti di questo trasformismo che risultano incomprensibili. Fra essi il
neoliberismo dei comunisti che, come confessa il sindaco di Roma, Walter
Veltroni, «non lo sono mai stati», o degli altri che si aggregano ai Ferrara e
simili apostati per ripetere con Silvio Berlusconi, che i partiti della
sinistra sono i partiti dell'odio e che chi denuncia il regime autoritario che
sale è un fazioso. Strano che non dicano un trotskista. Tot capita tot
sententiae e guai agli intolleranti.
Ma i fatti sono fatti e a negare l'esistenza di un
regime ci vuole una bella faccia tosta. Cronache degli ultimi giorni. La maggioranza
che vota quel che vuole il padrone ha deciso che i palazzi del potere, le case
e le ville del presidente del Consiglio, dei suoi collaboratori, amici e
parenti godano di extraterritorialità, siano esenti da controlli. È un ritorno
alla Francia del re Sole, all'Inghilterra ante Cromwell, a prima della
democrazia borghese, a prima delle riforme socialdemocratiche.
L'opinione pubblica insorge? L'opinione pubblica
non c'è più, l'ha sostituita la televisione dei quiz e dei festival canori.
Ma i fatti sono fatti. La fabbrica delle leggi
imposte dal padrone lavora a getto continuo. Basta con i regolamenti edilizi e
con la riscossione delle tasse. Per pagare la campagna elettorale continua, la
fabbrica delle promesse impossibili si svende tutto, si
"cartolarizzano" (ma dove lo inventano questo italiano truffaldino?)
i pubblici edifici, si passa da un condono all'altro, finito uno legale se ne
inventa un altro di fatto, ma è premiato chi non ha pagato le tasse, chi ha
violato le leggi, chi ha costruito nelle riserve naturali, o a due passi da
Trinità dei Monti, nei giardini del Quirinale.
Le pene per il falso in bilancio sono troppe alte?
Le si diminuisce. Quelle per la corruzione di pubblico ufficiale portano in
galera? Le si sostituisce con le altre che ti conservano in qualche alta carica
dello Stato. È tutto un fiorire di leggi ad personam, una frenesia di leggi che
assolvono i briganti e puniscono gli onesti. Non si fermano, non riposano
quelli che Vittorio Alfieri chiamava gli infrangìleggi, quelli che le leggi
«possono farle, distruggerle, interpretarle, impedirle, sospenderle o anche
solo eluderle con sicurezza di impunità». E chi ha questo potere è un tiranno e
ogni società che lo ammetta è tirannide, ogni popolo schiavo.
Non è un regime questo? Non è una tirannide del
denaro questa in cui il capo del governo premia chi ha versato al suo partito
500 mila euro invitandolo in tribuna d'onore a una partita di calcio, che
sembra una favola dei tempi di Riccardo cuor di leone?
Ma
è proprio questo che vogliono molti buonisti della nostra sinistra, provare
anche loro un po' di dolce vita. La pensano tutti un po' come Bettino Craxi. Lo
informano che un suo capetto usa come bische le sezioni del partito e lui dice:
Lo so, ma io ho bisogno dei suoi voti, io prima voglio fare politica, arrivare
al governo e poi darò la caccia ai ladri. Arrivò al governo, la caccia ai ladri
non la diede e un giorno la diedero a lui.
L'ultimo
viaggio dei dannati del
Sahara
Nel
deserto tra Libia e Niger. Sui camion carichi di immigrati africani. Un esodo
che è costato già 100 morti. Ed è stato imposto dal regime di Gheddafi. Dopo
l'accordo con l'Italia per bloccare gli sbarchi dei clandestini sulle nostre
coste.
testo e foto
di Fabrizio Gatti
L'inferno dura 12 giorni e 12
notti.
Su mezzi che affondano nella
sabbia,
con la vita appesa a un
bidone d'acqua da
Una
coperta arrotolata e in mezzo alle pieghe, tanta polvere e due occhi neri.
Amina ha nove mesi e viaggia nascosta in quel fagotto perché il sole non la
bruci. Da dieci giorni e nove notti la mamma la stringe tra le braccia,
preoccupata che i sobbalzi, la stanchezza o un colpo di sonno la facciano
scivolare dal camion. Mariana Djallo, 8 anni, sta accovacciata sui sacchi di
canapa con altri 150, uomini, donne e bambini. Quando fa buio e qualcosa
intorno la spaventa, cerca la mano della sorellina di cinque anni e del
cuginetto di tre. E stringe forte. Amadou, 3 anni e mezzo, e Suleyman, 2 e
qualche mese, hanno perso i genitori. Mamme e papà sono con un altro carico di
rimpatriati. Più avanti. O forse dietro. Lo scopriranno all'arrivo. Tra una
settimana, inshallah, se Dio vuole, o se i ginn, gli spiriti del deserto,
saranno buoni con loro.
Non si fermano davanti a nessuno i gendarmi e i
soldati del colonnello Muhammar Gheddafi. Nemmeno al pianto affamato di
Abdulmagid, 10 mesi, e alla rabbia della madre che per lo sfinimento e lo
stress non riesce più ad allattarlo come prima di partire. Tra qualche anno
forse qualcuno spiegherà ad Amina, Mariana, Amadou, Suleyman e Abdulmagid
perché da piccoli hanno dovuto attraversare il Sahara e poi anche il Ténéré.
Dodici giorni e 12 notti di viaggio sui camion che affondano nella sabbia, con
la vita appesa a un bidone d'acqua da
Uomini,
donne.
Erano stati
accolti a lavorare in Libia.
Ma adesso
non servono più al regime
Da settembre, inizio delle espulsioni, è già una
strage: 106 morti. Ma è solo il conto ufficiale ammesso dalle autorità. In
ottobre l'incidente più grave, secondo le informazioni raccolte da un
rappresentante della Mezza Luna Rossa nell'oasi di Dirkou: 50 immigrati muoiono
schiacciati da un camion troppo pesante che si rovescia mentre arranca verso il
passo di Turim, al confine tra Libia e Niger. In gennaio un ragazzo del Ghana,
mai identificato, viene sbranato da un branco di cani selvatici davanti ai suoi
compagni di viaggio a Madama, la frontiera tra i due Paesi. L'ultima tragedia
conosciuta, due settimane fa: tre ragazze nigeriane morte di sete a un giorno
da Tumu e altre 15 raccolte in fin di vita con quattro uomini, abbandonati nel
deserto da chi aveva organizzato il loro rientro. Nessuno però sa quanti siano
davvero i corpi sepolti dalla sabbia, lontano dalle rotte indicate dalle carte
geografiche: passeggeri uccisi dalla fatica, dagli incidenti o rapinati e
lasciati tra le dune dai trafficanti che avrebbero dovuto riportarli a casa.
I camion stracarichi di immigrati, bagagli e
disperazione sono il prezzo dell'accordo tra Italia e Libia: il risultato delle
retate scatenate dal governo libico, dopo il patto siglato il 25 agosto 2004
tra Silvio Berlusconi e il dittatore di Tripoli. Doveva fermare gli sbarchi
sulle coste italiane: che, invece, sono ripresi massicciamente in questi giorni.
E l'impegno del regime di Gheddafi era questo: accogliere i clandestini
respinti dall'Italia, sigillare il confine meridionale con il Niger,
rimpatriare gli stranieri entrati in Libia da sud. Un piano che aveva sollevato
i dubbi di Paesi dell'Unione europea come
Da sei mesi l'apparato di sicurezza libico lavora
a pieno ritmo. Tutti gli stranieri espulsi raccontano di retate all'alba, casa
per casa. Oppure per strada, o davanti ai luoghi di lavoro. E di decine di
migliaia di persone rinchiuse nel campo di detenzione di Al Gatrun (nel
deserto) e portate nel Sahara. E proprio questa l'opera di sbarramento con cui
Gheddafi sta accontentando l'Italia e, contemporaneamente, riducendo gli
stranieri nel proprio Paese. Almeno due milioni, secondo stime di qualche anno
fa: la metà nati nell'Africa sub-sahariana, dal Senegal alla Nigeria, al Mali,
al Camerun. Il Colonnello in persona li aveva invitati a lavorare in Libia e
per loro aveva abolito i visti di ingresso, quando negli anni dell'embargo si
era autoproclamato leader del continente. Ma ora che è di nuovo alleato
dell'Europa e degli Stati Uniti, Gheddafi ha archiviato il panafricanismo.
Difendere l'amicizia con l'Africa nera non interessa più. E l'obiettivo delle
espulsioni sono proprio gli immigrati neri. Più di 100 mila sarebbero già stati
catturati o convinti a partire: 14 mila gli stranieri buttati nel deserto
soltanto in febbraio, caricati sui 72 camion che hanno attraversato la
frontiera.
Viaggiare con i dannati non è semplice. Bisogna
aggirare
Stanno camminando lungo le tracce lasciate dai
camion, in direzioni diverse tra l'oasi di Tajarhi e Tumu, gli ultimi
Per i
militari, questo esodo è un affare.
Incassano quasi
2 curo
per ogni ex
immigrato
Madama è un pozzo e un vecchio fortino della
legione francese. Ora è anche l'avamposto dell'esercito del Niger In una terra
di nessuno, attraversata da banditi, trafficanti d'armi ed ex guerriglieri
algerini. Sulla distesa di sabbia rossa nove camion attendono da ore il via
libera a ripartire. Raggomitolati all'ombra delle ruote e distesi tutt'intorno
ci saranno almeno 1.500 persone. Per i militari di queste parti i viaggi degli
immigrati sono da sempre una risorsa. Ma con i rimpatriati sono più
ragionevoli. Oggi si accontentano di chiedere mille franchi a testa, un curo e
50: a fine giornata fanno più di 2 mila curo di mance da dividere in
proporzione tra la truppa e i sottufficiali. Quando il traffico di uomini e
braccia portava a nord, questi soldati pretendevano 10 mila franchi a persona e
a volte rapinavano tutti i soldi che trovavano nelle tasche. E chi non ne
aveva, veniva bastonato o costretto a interrompere il viaggio e lavorare gratis
qualche mese nel fortino. A
Si riparte su un altro camion. Una ragazza seduta
davanti, quando scopre che a bordo c'è un italiano, si volta e si presenta.
Bessy Mody, 27 anni, nigeriana. È una «deportata volontaria», nel senso che si
sta pagando il suo rimpatrio. Viaggia con il fratello, Jonathan, 25 anni,
laureato in ingegneria a Lagos, un beautycase di plastica e un sacco con il
frullatore elettrico che è riuscita ad afferrare quando è stata prelevata dalla
sua casa a Tripoli. «Perché l'Italia ha fatto questo contro di noi?», chiede
Bessy, «avevo un lavoro, facevo le pulizie. Io non volevo venire in Europa. Un
mese fa la polizia mi ha presa da casa e messa in un campo di concentramento
per africani, vicino a Tripoli. Le condizioni nei campi di Tripoli e di Al
Gatrun sono terribili. Prendono le ragazze più giovani, anche di 14 anni, e le
fanno prostituire con i militari in cambio della possibilità di rimanere. Dovete
chiedere aiuto ai governi europei e al governo nigeriano, tutto questo è una
vergogna». Il fratello Jonathan ha passato quattro mesi nel campo di detenzione:
«Da tre anni facevo il saldatore a Bengasi. In agosto, dopo l'accordo con
l'Italia, l'atteggiamento di tutti i libici verso gli immigrati è peggiorato.
Il mio capo ha cominciato a dire che il lavoro che facevo non gli piaceva e non
mi pagava. Chissà come mai prima gli era sempre andato bene. Ogni giorno
scoprivi che un tuo vicino di casa o un tuo collega era scomparso. Dovevamo
vivere nascosti come topi. Ho deciso che era il momento di scappare in Europa.
Sono arrivato fino a Lampedusa, su una barca, una "lampa lampa", per
700 dollari. Ma nessuno mi aveva detto che Lampedusa è una piccola isola. La
polizia italiana ci ha presi e riportati a Tripoli in aereo. Ho fatto quattro
mesi di detenzione, ma ho ritrovato mia sorella. Lei era riuscita a nascondere
qualche risparmio. Così quando ci hanno trasferiti nel deserto, al campo di Al
Gatrun, siamo ripartiti subito».
Il proprietario del camion è un libico della
regione di Sebha, Ahmed Mansour, 35 anni. Sta in cabina, accanto a Yussuf,
l'autista nato in Ciad. «Bella l'Italia, volevo venirci il mese prossimo in
vacanza», dice il proprietario, «ma con tutta questa gente da riportare
indietro, ora c'è troppo da lavorare». L'accordo tra Italia e Libia, era stato
detto, doveva stroncare il business ignobile dei trafficanti di immigrati. Ma
con le espulsioni sono sempre loro a fare affari. Fino ad agosto 2004 il
viaggio da Agadez ad Al Gatrun costava 40 mila franchi, poco più di 69 euro.
Ora il ritorno da Al Gatrun ad Agadez costa 100 mila franchi: due mesi e mezzo
di lavoro per un impiegato specializzato del Niger, sei mesi di paga per un
bracciante o un muratore straniero in Libia. Adesso che il sole è tramontato,
giù in cabina s'accende una discussione in arabo. Ahmed Mansour vuole fermarsi
per fare il tè e scaldare un po' di pasta. Ma Youssuf, l'autista, tira dritto:
«Siamo a Mabrous, qui è pericoloso. Ci sono i ginn». Il Sahara di notte è pieno
di spiriti dei ginn. Crepitii, sussurri, voci, illusioni. Ma anche banditi.
Questa è una delle pianure preferite per gli attacchi ai camion.
A ovest, una valle impallidita dalla luna piena
porta al passo di Salvador, la rotta dei contrabbandieri. Altri due carichi di
immigrati si sono rovesciati da quelle parti. Ventinove morti in un caso, nove
nell'altro. Nessun sopravvissuto, secondo le notizie ufficiali. Tra loro, si
dice, alcuni espulsi dall'Italia. Ma non tutti i cadaveri sono stati
identificati. Lassù si è insabbiata anche la vita di tre ragazzi di Agadez:
Hakim Jonas, 23 anni, Abdramane Abda, 27, e Mohamed Oumar, 27. Da cinque mesi
lavoravano in Libia nel progetto agricolo di Loued, un'oasi vicino alla rotta
per il Niger. Quando in settembre vedono passare i primi camion, Hakim è
terrorizzato. «Io mi sono indebitato per pagarmi il viaggio fin qui, non posso
tornare indietro senza un soldo», dice una sera agli amici nel buio della
stanza dormitorio. Hakim fa il cuoco nella mensa. Un buon stipendio, rispetto
ai braccianti: 200 dinari al mese, quasi 80 mila franchi, 122 curo. Il suo
lavoro in Libia è l'unica assicurazione per le due sorelle che vanno ancora a
scuola, il padre vecchio e malato e la madre che da anni si arrabatta cuocendo
teste di montone. Una notte insonne Hakim ha un'idea: «Andiamo via prima che ci
prendano loro, scappiamo con il fuoristrada del padrone. Ad Agadez lo
rivendiamo e ci dividiamo i soldi». Laouan Ari, 25 anni, arrivato da Agadez due
anni fa, dice che è una pazzia: «Non è legale rubare. E poi come lo attraversi
il deserto?». I due ragazzi sono amici dall'infanzia e hanno un sogno: lavorare
in Europa, poi tornare a casa e aprire un discobar. Una mattina di fine
settembre, all'alba, Laouan scopre che è rimasto solo: dall'oasi mancano tre amici
e un fuoristrada. Passano i mesi. Laouan torna ad Agadez. Rimpatrio anche per
lui. Dei tre ragazzi, in viaggio ormai da cinque mesi, il deserto fa arrivare
soltanto una voce. In febbraio. Da un elicottero militare algerino avvistano
una Toyota Hilux e tre cadaveri al confine tra Niger, Libia e Algeria.
Dovrebbero essere loro. Hanno seguito quella che i tuareg chiamano mescebed,
una traccia che porta al nulla.
Il posto di controllo di Dao Timmi è avvolto da un
fuoco invisibile. La sabbia e le uniformi dei soldati si deformano in nuvole incandescenti.
Amadou e Suleyman, i due piccoli cugini, ancora non sanno dove sono i genitori.
Un altro giorno di viaggio a quasi 50 gradi. In fondo a una discesa luccicano
le palme di Seguedine e le forme arrotondate di due camion carichi di gente.
C'è un pozzo qui e ci si ferma a riposare. Ibrahim Soumana, 25 anni, è
stremato, ha la febbre alta. Qualcuno ne approfitta per dormire: durante la
marcia è pericoloso, si rischia di cadere. Mariana Djallo, la sorellina Aziza,
Abdulmagid e gli altri bambini aspettano di ripartire all'ombra dei bagagli
ingigantita dal tramonto. La mamma e il papà di Mariana sono ancora in Libia:
«Mio fratello e sua moglie sono rimasti a Tripoli», spiega lo zio, Mamadou
Djallo, di Agadez. «Lavorano, provano a resistere. Ma abbiamo deciso di portare
via i bambini. Sì, deportazione volontaria.
I
rimpatriati partono dal campo-prigione di Al Gatrun.
Ci sono decine
di bambini

Africa addio
Le retate e le deportazioni nel
deserto non hanno cancellato la voglia di scappare dall'Africa. Hanno solo reso
più pericoloso il viaggio. La rotta per
I costi per
attraversare
il Sahara sono più che triplicati. Dai 45 mila franchi, 69 euro, di inizio
Un percorso senza acqua dove spesso, una volta incassati i soldi,
ì passatori abbandonano i loro clienti in mezzo alle rocce. Chi parte sa che
a volte si rischia di morire e a volte si rischia di arrivare. A Ghat non
è finita. In questi mesi di retate, solo le aziende agricole nelle oasi sperdute
accettano e sfruttano gli stranieri.
Ma per
scappare
in Europa, il punto di partenza è sempre lo stesso: la spiaggia di Al Zuara. Da
qui sono salpate alcune delle barche approdate in questi giorni in Sicilia.
Mohamed H., trafficante libico di 31 anni, si è comprato un vecchio camion dopo
aver passato anni a rubare cammelli nel deserto. Lui e il suo autista sudanese
conoscono tutte le rotte più difficili. «Porto fino in Ciad e in Nigeria gli
immigrati espulsi dalla Libia», racconta Mohamed, «e riporto in Libia gli immigrati
clandestini che vogliono partire. Finché c'è povertà, per me ci sarà sempre
lavoro».
Su ogni camion i trafficanti di uomini riescono a
caricare quasi 200 persone e le loro masserizie. Accanto: la cartina che spiega
il flusso migratorio verso
Nell'oasi
degli schiavi
A
Dirkou, sulla pista tra il Sahara e il Ténéré, si fermano tutti i rimpatriati.
E quelli senza soldi vengono sfruttati per un pugno di miglio
Ore e ore di sabbia bianca e accecante portano a
Dirkou. Patrio Ongolo, 27 anni, sa che sta entrando nell'oasi degli schiavi e
non sa quando ne uscirà. Chi arriva fin qui senza soldi, resta bloccato in
Niger a metà del viaggio. Diventa prigioniero di questa galera a cielo aperto.
Finisce a lavorare gratis per un pugno di farina al giorno. Da Dirkou non si
scappa. Il Sahara a Nord e le sabbie del Ténéré tutt'intorno sono guardiani
inflessibili. Ripartono solo gli immigrati che possono pagarsi il camion fino
ad Agadez. E Patrio Ongolo, la mattina che è stato catturato nelle strade di
Sebha in Libia, non aveva nemmeno uno spicciolo in tasca. La sua storia è
identica a tante altre. Due settimane di detenzione nel deserto, nel campo di
Al Gatrun. Poi l'espulsione. Obbligato a unirsi a un carico di "deportati
volontari", quelli che hanno risparmiato abbastanza per pagarsi il ritorno
a casa. Caricato su un camion senza acqua né viveri. Finora ha bevuto e
mangiato grazie alla solidarietà degli altri passeggeri. Ma adesso bisogna
scendere. I militari di Dirkou vogliono controllare i bagagli, incassare il
loro dazio. Mille franchi a persona, più una cifra a spanne per biciclette,
tavoli, sedie, coperte, vestiti, un mobile, un letto, la parabola di un decoder
satellitare e altri avanzi di vita quotidiana che gli immigrati sono riusciti a
salvare. Per Agadez si riparte domani, o forse dopodomani. Patrio Ongolo, di
Yaoundé, capitale del Camerun, non ha neanche le scarpe da vendere perché nel campo
dì detenzione le aveva scambiate con un paio di ciabatte usate e un giubbotto di
cotone per coprirsi. Lui che, grazie alle scarpe, stava per diventare famoso.
In Camerun Ongolo giocava a calcio in serie A. «Un anno e mezzo fa io e la mia
fidanzata abbiamo avuto un bimbo», racconta, «allora ho dovuto cercare un
lavoro più sicuro in Libia. Sono arrivato fino a Sebha, nel sud, e lì ho fatto
l'operaio. Lo vedi come sono vestito? Tre settimane fa mi hanno catturato
mentre stavo andando a lavorare». L'ex calciatore conosce bene l'oasi degli
schiavi perché da qui era già passato nel viaggio di andata: «Adesso come
faccio a ripartire? I libici non mi hanno lasciato prendere soldi e i miei
bagagli. Quelli se li rubano il padrone di casa e i poliziotti, quando vanno a
saccheggiare la tua stanza. Ad Al Gatrun sono stato messo in un grande campo di
prigionia. C'era tanta gente, credo più di 5 mila persone, tutti neri africani.
Non importa se hai o no il permesso per lavorare. Da agosto basta avere la
pelle nera per essere sospettato di voler andare in Italia. La notte morivo di
freddo, ci davano da mangiare una volta ogni due giorni. E se non capivamo gli
ordini in arabo, i militari ci picchiavano. Io capisco poco l'arabo e allora
giù bastonate. Hanno portato via intere famiglie e i militari si sono tenuti i
bagagli. Televisori, valigie, scatole sono ancora là. Il villaggio di Dirkou è
una nuvola di luce e polvere tra la grande falesia del Kaouar e il recinto
della base dell'esercito dove sono allineati nove camion e i loro passeggeri.
Dieci passi oltre il filo spinato, un ragazzo della Costa d'Avorio vende
sacchettini pieni d'acqua fresca, raffreddati dentro un frigo da picnic: «Forse
in tre o quattro mesi ce la faccio ad arrivare ad Agadez». L'importante è
rimanere vicino al piazzale di sabbia dove arrivano i camion. Perché qui può
sempre capitare un'occasione per ripartire. Zacaria Sissoko, 20 anni, il
fratello Souleyman, 21, Kanté Fallai, 23, e Aboubacar Sissi, 20, non ci sono
riusciti. Giorno dopo giorno, sono scivolati lentamente nella zona più
disperata, verso ì palmeti dove i commercianti tubù e arabi dell'oasi coltivano
datteri e ristrutturano le loro case in fango rosa.
Un celebre musicista del Mali, Ali Farka Touré, ha
scritto: «L'ambizione è un dono di Dio e ci appartiene come diritto». E dal
Mali, tre anni fa, i quattro ragazzi erano partiti per
Gli accordi
tra Italia e Libia
Silvio Berlusconi lo dice senza dubbi: «Muhammar
Gheddafi è un grande amico mio e dell'Italia. Gheddafi è il leader della
libertà». Il presidente del Consiglio saluta così il dittatore arabo in una
delle visite a Tripoli che hanno seguito il patto tra Italia e Libia
sull'immigrazione. Il 25 agosto 2004, giorno dell'accordo, da Tripoli
Berlusconi propone se stesso e il Colonnello come esempio per tutti i Paesi
dell'Unione europea: «Il modello di cooperazione italo-libica per il contrasto
dell'immigrazione clandestina sia da esempio per i rapporti tra Europa e
Africa». Quel modello, nei primi sei mesi di applicazione, ha già provocato 106
morti: stranieri residenti in Libia, o arrivati in cerca di lavoro o di un
passaggio verso l'Europa, catturati e poi espulsi nel deserto. In tutto il 2003
le vittime ufficiali dei trafficanti nel Sahara, durante i viaggi che allora
portavano verso nord al Mare Mediterraneo, erano state 123. E uno degli
obiettivi dell'accordo era proprio fermare le stragi. Ma cosa sa il governo
italiano di quanto sta avvenendo in Libia? Nel primo mese di cooperazione, il
ministro dell'Interno, Giuseppe Pisanu, aveva parlato di risultati «decisamente
soddisfacenti, come dimostra l'intensa attività di contrasto al traffico di
esseri umani e di immigrati irregolari. Ciò ha consentito il rimpatrio nei
Paesi d'origine di molte migliaia di clandestini, di cui circa
GRECIA /
Sesso, droga e acqua santa
Per i religiosi si parla di
orge,
traffici d'armi, corruzione,
società
L'arcivescovo
di Atene e un latitante. Sono al centro di un'inchiesta. Che è arrivata fino al
Parlamento
di
Elisabetta Catalotti
da Atene
L’inferno è cominciato il 14 gennaio. Con una serie di
rivelazioni fatte dal vescovo ortodosso Ambrosio. Il prelato ha rivelato un
giro di scarcerazioni di favore riguardanti pericolosi trafficanti di droga. E
ha puntato il dito contro numerosi membri del clero vicini al primate della
Chiesa greca, l'arcivescovo Christodulos. Chi ha subito bollato come
pettegolezzi e chiacchiere da sacrestia i racconti attribuiti al vescovo
Ambrosio ha dovuto fare immediatamente marcia indietro.
Perché, subito dopo le prime rivelazioni, una
televisione locale ha mandato in onda registrazioni dove saltano fuori rapporti
tra magistrati e religiosi. Compreso Iacopo Iosakis, aspirante ad un alta
carica nella Chiesa greca. Nelle registrazioni si ascoltano conversazioni tra
alti prelati che si apostrofano tra di loro con nomignoli femminili e si
vantano delle loro prestazioni sessuali con giovani chierici.
Chi pensava che in pochi giorni lo scandalo
rientrasse, o restasse circoscritto agli ambienti della Chiesa ortodossa, è
rimasto deluso. Sui quotidiani greci sono state pubblicate una serie di lettere
(risalgono al 1987) dell'arcivescovo Christodulos in favore di un certo
Apostolo Vavilis. Il quale ha un curriculum che odora poco di incenso e molto
di crimine. Il protetto dell'arcivescovo era stato arrestato una prima volta ad
Atene nel 1988 per traffico di droga e subito scarcerato dopo aver collaborato con
la polizia. Alla quale cominciò a vendere armi mentre era ricercato
dall'Interpol per traffici di droga tra
Il rapporto tra il vescovo Christodulos e Vavilis
divenne ancora più stretto con il passare degli anni. Nel
La vicenda è sfuggita molto presto ad ogni
controllo. E si è arricchita di storie impossibili da controllare; dalla
corruzione al traffico di opere d'arte, dalle orge in convento alle società off
shore in mano ai prelati, a loro volta proprietari di ville miliardarie.
Risultato immediato: uno dopo l'altro si sono dimessi i più stretti
collaboratori del primate greco ortodosso, mentre Christodulos continua a
respingere ogni insinuazione, rifiuta le dimissioni e pretende di collaborare
in prima persona con i magistrati per risanare
Il terremoto in atto nell'ambito della Chiesa
ortodossa si è trasformato nel più importante avvenimento politico-giudiziario
dell'ultimo decennio. Riaprendo, per iniziativa del leader dell'opposizione,
Georgios Papandreu, la mai conclusa discussione sulla questione della
separazione tra Stato e Chiesa.
La querelle è naturalmente arrivata in Parlamento.
In segno di protesta i deputati della coalizione di sinistra (Sinaspismos) non
hanno partecipano alla riunione plenaria della Camera in occasione del
giuramento del neoeletto presidente della Repubblica Carolos Papoulias, che per
tradizione avviene in presenza del primate della chiesa Greca. E i deputati del
Pasok (socialisti) e del Kke (comunisti) sono rimasti seduti nel momento in cui
nell'aula ha fatto il suo ingresso l'arcivescovo Christodulos.
La maggioranza al governo di Kostantino
Karamanlis, che alle elezioni è stata appoggiata dal clero, fatica a prendere
una posizione. Divisa com'è tra la voglia di tenere a distanza l'ingombrante
rapporto e il ricatto di vedersi togliere un appoggio decisivo per restare al
potere. Nonostante ciò le sia costato subito un notevole calo di consensi.