
1 - Vignetta
Folle di pellegrini. Scene di disperazione. Veglie. Preghiere. Candele. Rosari e santini.
Un'adunata oceanica che evoca uomini forti e Stati totalitari.
L'atto
di accusa di un famoso filosofo e psicologo
colloquio
con Umberto Galimberti di Enrico Arosio
Gli italiani in questi giorni si dividono in due: pellegrini e
telespettatori. E gli altri, i non omologati? Nel coro mediatico globale di
lacrime e canti sulla morte di papa Wojtyla una voce che stride, libera e
scomoda, giunge da uno dei maggiori filosofi italiani, Umberto Galimberti, che
è anche psicologo di scuola junghiana.
Professor
Galimberti, una piccola eresia l'ho sentita oggi da una signora milanese,
laureata, madre, professionista. Guardando in tv Roma invasa da folle cristiane
oranti, ha detto: «Cominciano a farmi paura. Mi viene in mente
«Sono stato anch'io telespettatore. Certo che a
Roma oggi somigliamo un po' ai musulmani. Il problema è che la religione è la
grande gestione dell'irrazionale. Nella religione c'è il conforto
dell'emozione, la speranza, il desiderio di lenire il dolore. E questo papa ha
dato una rappresentazione gigantesca del dolore. L'unica cosa davvero
importante che gli riconosco è di aver rimesso in circolazione il dolore.
Nell'età della Tecnica il dolore non è più
un'esperienza umana, è qualcosa che è stato sospinto fuori di noi. L'uomo della
modernità ha perso le categorie interpretative, addirittura le parole del
dolore. Papa Wojtyla, i t mettendo
in scena il dolore, ci ha riproposto un fatto di enorme significato».
Assistendo a
questo grande momento liturgico su scala mondiale qual è il disagio del laico?
O forse è la solitudine del laico?
«Io non mi considero laico. Non sono cristiano. Ho
una mentalità greca. Il greco considera il dolore come facente parte della
vita, e chiama gli uomini mortali. Mentre i cristiani fanno dipendere il dolore
dalla colpa prima di renderlo strumento della redenzione. Da non cristiano non
provo disagio dinanzi alle masse oranti. La religione è la più grande terapia
della storia, e chi ha detto che lo psicoanalista è meglio del prete? Mi crea
disagio la dimensione un po' fanatica».
Una
sorpresa, in un Paese che si credeva sempre più secolarizzato?
«No. Questo io non l'ho mai creduto. Ho sempre
saputo che l'Italia è essenzialmente il Vaticano, che la struttura di base, la
psicologia dell'italiano è a sfondo religioso. Per questo siamo poco
democratici, ci piacciono i fascismi, le figure che li incarnano. La nostra
matrice antropologica è profondamente religiosa. Ma è una religiosità di tipo
infantile, proiettiva, mitica. Ha bisogno del grande uomo, del grande
personaggio per commuoversi. Vedo qualche analogia tra l'affollarsi in migliaia
a un concerto all'aperto di Vasco Rossi e andare in piazza San Pietro coi
papa-boys. La metafora è l'adunata di massa, ben nota al comunismo e al
fascismo. Alla massa si dà uno stimolo e subito reagisce. E qualcosa di molto
primitivo».
Vuote le
chiese, il papa ha saputo riempire le piazze. Questo, per molti, è un successo
del suo pontificato.
«No, questa è la dissacrazione. Il sacro vuole
interiorità, e questo papa non ha espresso interiorità, ma esteriorizzazione:
una Chiesa trionfante, populista, demagogica, televisiva. In qualche modo
questo papa che ha combattuto i totalitarismi è rimasto anche affascinato da
categorie totalitarie. Le adunate di massa le facevano Hitler, Mussolini e
Stalin».
A San Pietro
sono spontanee.
«Certo.
L'Italia
sembra un paese in sospeso: riprese a reti tv unificate, partite di calcio
annullate, cinema chiusi, spazi pubblici requisiti. Una Repubblica a sovranità
limitata?
«Come definire un Paese in cui per anni in tutti i
telegiornali ogni domenica dieci minuti erano dedicati al papa? Non accade
altrove. La nostra sovranità noi dobbiamo ancora guadagnarcela».
Sebastiano
Vassalli osserva che i laici in Italia hanno subito fin troppo il fascino
carismatico di Giovanni Paolo II.
«Il
carisma è bravura del papa. Ma il cedere alla dimensione carismatica è anche
infantilismo delle masse. Lo concedo ai giovani, i papa-boys sono l'effetto
evidente della dimensione carismatica. Ma il mondo laico non è di soli ragazzi,
e in Italia sconta il fatto di essere stato a lungo anticlericale, perché con
il papa in Roma non è maturata una laicità come libertà di pensiero, ma una
laicità antitetica. Un laicismo molto modesto».
Qual è il
suo giudizio sintetico su questo papa scisso in due? Il grande politico della
pace, della libertà, del dialogo interreligioso, e il reazionario sui temi di
bioetica e sessualità?
«Grande politico? Non mi pare. Lui ha perorato,
non ha portato la pace».
Gli
concederà di aver contribuito a far crollare il comunismo in Polonia.
Solidarnosc, padre Popieluszko...
«Neppure questo. E infantile pensare che un
sistema crolli per l'azione di un uomo. Il sistema sovietico è crollato per una
semplice ragione: l'apparato tecnico dell'Unione Sovietica era decisamente
inferiore a quello americano. E imploso per dinamiche proprie. Il papa ha
favorito l'azione di Solidarnosc; ha approfittato del crollo del comunismo per
far uscire
Lettura
impopolare, di questi tempi.
«Concedo al papa la condanna di certi aspetti del
capitalismo, seppure in ritardo. Quando ha visto gli effetti devastanti del profitto
come unico regolatore simbolico dei rapporti umani. Ma il vero peccato di Wojtyla
è che non appena è salito al trono pontificio ha deciso di massacrare la
teologia della liberazione in America Latina. Ha tagliato i vertici dei
gesuiti, si è affratellato con le alte gerarchie di destra, se non addirittura
fasciste. Non dimentichiamo, sul balcone di Santiago del Cile, Pinochet con
Giovanni Paolo II. E al posto dei
gesuiti si è appoggiato all'Opus Dei (nota di Gandalf: se avete letto ”Il Codice da
Vinci” … si può capire l’alzata di scudi del Vaticano ! ! !), un'operazione
economico-finanzia ria di destra vera, più che una scelta evangelica. Non solo.
Ritengo Wojtyla responsabile, marginalmente, del massacro jugoslavo. Chi
furono, dopo lo sfaldamento, i primi Stati a riconoscere le nazioni cattoliche
Slovenia e Croazia?
Cosa si
aspetta dal prossimo papa?
«Il depotenziamento del pontificato. Papa Wojtyla
non è potuto andare in Russia, né con Gorbaciov né con Putin, ma non per i
comunisti: per il veto della Chiesa ortodossa. E perché? Perché la distanza che
la separa da Roma da mille anni è il primato del papa. Poi mi aspetto che
riconosca l'uomo della modernità. Sulla morale sessuale, per esempio, questo
papa tanto lacrimato non ha perforato alcuna coscienza. Ben pochi giovani
rispettano i suoi divieti: ha fallito. Infine, per ciò che riguarda le scuse
rivolte alla scienza, vorrei che il prossimo papa non chiedesse scusa su
Galileo, ma sulla genetica».
Voglio un
pontefice simpatico
Lo ha detto un grande elettore, il cardinale
tedesco Walter Kasper, presidente del Pontificio consiglio per la promozione
dell'unità dei cristiani: il nuovo papa dovrà essere "simpatico". In
che senso? Nel senso mediatico di oggi. «Non importa la geopolitica. Dovrà
essere un papa con una bella faccia, con un volto». Un papa dotto e pastore,
certo, ma «che si mostri al mondo con la sua faccia autentica». Manca solo che
Kasper citi Charlie Brown e la sua "faccia facciosa". Ma è un
pensiero carino quello del porporato di Stoccarda. Se si pensa che il suo
collega viennese, il cardinale Christoph Schönborn, già nel settembre 2003,
durante il viaggio del papa in Slovacchia, confidò: «È prossimo alla morte».
Iettatorio anche "Der Spiegel", che sul numero del 26 marzo aveva
Wojtyla in copertina col titolo "Der Unsterbtìche" (L'Immortale).
Quanti scherzi, in terra di Lutero.
E. A.
Le squadre della morte del re.
Le rappresaglie dei maoisti.
E migliaia di persone scomparse.
L'ex paradiso degli hippie è diventato un
incubo.
di
Alessandro Gilioli
da Kathmandu - Foto di Ami Vitale - Getty Images / Ronchi
Negli ospedali i feriti dell'esercito
non vogliono stare con quelli
colpiti dai maoisti.
Le madri di Ratna Park non hanno telecamere a cui mostrare i
loro angosciati cartelli. Sono 200 o poco più: ogni mattina arrivano alla
spicciolata dai villaggi attorno a Kathmandu e restano in piedi per ore, sotto
il sole e in silenzio, davanti ai soldati del re impegnati nel loro consueto
training. Le donne mute implorano notizie - qualsiasi notizia - di figli,
mariti o fratelli scomparsi nel nulla. Nessuno risponde. Quando il sole
tramonta tornano piano alle loro case di pietra e di fango: riappariranno il
giorno dopo. Sfiduciate eppure tenaci.
A poco più di due mesi dal golpe con cui re Gyanendra
ha preso i poteri assoluti e cancellato le libertà civili, nessuno sa dire quanti
siano in Nepal i "bepatta", l'equivalente dei
"desaparecidos" argentini o cileni. Di certo, in questo paese sdraiato
sui monti tra India e Cina, 22 milioni di abitanti sono da quasi dieci anni ostaggio
della feroce guerra civile tra una monarchia autoritaria e feudale e una
primordiale guerriglia maoista. Secondo le stime prudenti di Human Rights
Watch, le persone rapite dall'esercito e dagli squadroni della morte negli
ultimi mesi sono almeno 1.200, ma nessuno è in grado di fare un vero
monitoraggio: né nelle poche disordinate città pattugliate dai carri armati
bianchi del re, né sulle tante limpide montagne dove invece comandano gli
uomini di Prachanda, il capo dei guerriglieri che alcuni paragonano a Pol Pot.
Durga Khatri Chetri è una ragazza di trent'anni
che nel '99, insieme al marito Krishna e ai due figli piccoli, ha lasciato la
regione di Baglung per andare a Kathmandu, ex capitale mondiale degli hippie
gonfiata nell'ultimo decennio da un'inurbazione violenta di fame e di guerra.
Con i soldi risparmiati al villaggio, Durga ha aperto un negozio di bibite e tè
caldo vicino a Durbar square; Krishna, uomo istruito, aveva invece trovato
lavoro come giornalista in una testata locale, il "Dhaulagiri news".
Scriveva un po' di tutto, dalla cronaca nera alle mostre di fiori. Qualche
volta, anche di politica. Prima del golpe, aveva iniziato a raccontare le
sparizioni misteriose, le detenzioni illegali, le esecuzioni extragiudiziali ai
posti di blocco. Una mattina di settembre, mentre stava chiacchierando con un
collega a pochi passi dal negozio della moglie, Krishna è stato avvicinato da
otto uomini in tuta mimetica. «Lo hanno portato via in due minuti», racconta
con un filo di voce Durga, rimasta sola nel suo bar disadorno: «E non è più
tornato a casa. Sono andata alla polizia, in tribunale, ho girato per tutte le
caserme della città. Allargano le braccia, si segnano il nome su un taccuino e
mi mandano via. Mio marito è un pacifista, un non violento. Sì, è di sinistra,
ma non ha mai appoggiato i maoisti. Penso che l'abbiano preso per colpa di un libro
che ha scritto, "I martiri", una raccolta di storie sulle vittime
civili della repressione. Era il suo orgoglio, quel libro». Solo il tam-tam
delle voci di strada regala ancora qualche speranza a Durga: «Forse mio marito
è a Ghorka, pare che ci sia un centro di detenzione illegale laggiù. C'è gente
che ci è rimasta anche due o tre anni». Ghorka, meno di
Sì, perché anche la guerriglia del compagno
Prachanda non è immune da atrocità e vessazioni. Nei vasti territori che controlla
impone una tassa a tutti, compresi i contadini alla fame, per alimentare il suo
Stato alternativo e comprare le armi al mercato nero: un giorno di paga al mese
per i lavoratori dipendenti, per tutti gli altri un pizzo variabile in denaro o
in natura (sacchi di riso o di grano). Chi si rifiuta viene minacciato di
morte, picchiato o - nei casi peggiori - portato in montagna a lavorare per il
partito. Dor Bahadur Karki, 65 anni di rughe profonde e mani callose, aveva un
campo a Sindhuli, nel Nepal orientale: «I maoisti sono arrivati al villaggio in
cinquanta, tutti armati, poco prima del tramonto. Ai più giovani hanno detto
che dovevano arruolarsi con loro. A me hanno fatto preparare la cena per tutti
e mi hanno chiesto una gabella di 10 mila rupie (circa 100 euro, ndr). Ho detto
di no e mi hanno picchiato per ore. Mi hanno spaccato i denti e fratturato le
gambe. Quando se ne sono andati hanno detto a mia moglie di non provare neppure
a portarmi in ospedale. Siamo scappati di notte, sei giorni dopo, con tutta la
famiglia. Ora siamo profughi qui a Kathmandu e non possiamo più tornare al
villaggio».
A volte i guerriglieri si accontentano di "rieducare"
i riottosi, secondo il metodo già usato in Vietnam e in Cambogia: «Mi hanno
preso una sera di cinque anni fa», racconta Upendra Aryal, 24 anni, di Gulmi,
Nepal occidentale: «Erano venuti per ammazzare mio padre, attivista del partito
del Congresso. Papà era già scappato, allora se la sono presa con me. Mi hanno portato
via e mi hanno costretto a camminare tutta la notte tra i boschi. Poi mi hanno
chiuso a chiave, da solo, in una casa di montagna. Per una settimana mi hanno
obbligato a leggere i loro libri, a cantare le loro canzoni e ad ascoltare le audiocassette
con i discorsi di Prachanda. Mi dicevano che dovevo arruolarmi con loro, che il
popolo aveva bisogno di me, e che altrimenti non sarei più tornato a casa. Dopo
un po' ho fatto finta di accettare e così una notte sono scappato: ho camminato
fino all'alba nella giungla, poi ho raggiunto un villaggio dove passava un autobus
e sono arrivato a Kathmandu. Non so che fine abbiano fatto i miei, dal
villaggio non ho più notizie». Nella capitale Upendra ha trovato un aiuto
nell'Asman, un gruppo che riunisce le vittime e i profughi dei maoisti. Il
fondatore dell'associazione, Ganesh Chilwal, 36 anni, è stato ammazzato con tre
colpi di pistola il 17 febbraio dell'anno scorso, alle cinque del pomeriggio,
mentre usciva dal gabinetto della sede dell'Asman, a Kathmandu.
Ma in questo paese confuso e ferito c'è anche chi,
invece, ha scelto di salire in montagna e di aiutare la guerriglia in odio ai
torti subiti dai soldati. Fino a tre anni fa Samjhana, 30 anni, se ne
infischiava della politica e coltivava riso a Thabang, distretto di Rolpa. Una
sera una pattuglia dell'esercito regolare è arrivata nel villaggio e ha dato
fuoco a tutte le case per rappresaglia verso un gruppo di contadini che avevano
dato da mangiare - chissà se volontariamente o costretti - ai guerriglieri
maoisti. Mentre scappava dalle fiamme, Samjhana ha visto suo fratello bruciare
vivo. Ha camminato tutta la notte e ha trovato i guerriglieri: ora lavora con
loro, strappando pietre alla montagna per costruire una strada nei territori
controllati dall'esercito di Prachanda. Accanto a lei c'è Ganga, un'altra
ragazza di 25 anni che è fuggita dal suo villaggio, Dhakadam, dopo aver visto
70 soldati che violentavano una sua amica. « Si chiamava Rama», racconta, «non
aveva ancora 13 anni».
Pochi chilometri più a sud del distretto di Rolpa,
culla ed epicentro della guerra civile, c'è la cittadina di Nepalganj, a due
passi dal confine con l'India. E qui, nella pianura afosa del Terai, che
arrivano i cadaveri e gli amputati delle battaglie che si consumano in
montagna. Al Bheri Zonal Hospital le stanze sono tutte uguali ma ben divise tra
loro: chi è stato vittima dell'esercito non vuole stare in camera con i feriti
dai maoisti, e viceversa. Poi ci sono le corsie degli incerti, di quelli che
non sanno neppure con chi prendersela. Come Hari Prasad, 34 anni, che il 22
gennaio ha perso la gamba sinistra mentre tornava dal mercato in bicicletta:
non sa chi abbia messo la mina e contro chi fosse diretta. Piange da un solo
occhio, perché l'altro l'ha perso nello scoppio. Ha già fatto domanda per un
arto artificiale, ma, spiega in un sussurro, «la trafila è molto lunga». Anche
Maya Yadav, 34 anni, contadina del distretto di Bardia, è tra i feriti senza
bandiera: il 3 marzo si è ritrovata nel mezzo di un conflitto a fuoco tra
maoisti e regolari scoppiato all'improvviso nel suo villaggio, Ganeshpur. Un
proiettile ignoto le è entrato nella nuca. Maya si è risvegliata in ospedale,
strappata alla morte dalla fortuna, dai medici e dagli dei. Oggi sorride e beve
tè zuccherato, accanto a sua madre.
Chi davvero non si fa alcun problema nel
mescolarsi alle vittime della parte opposta sono i bambini dell'orfanotrofio
Sahara Group, sempre a Nepalganj. Cinquanta ragazzini - figli di soldati, di
maoisti o di civili scomparsi - giocano a nascondino e a schiamazzi nello
stesso cortile, lontano dagli spari della guerra civile. L'associazione privata
che li ospita li va a raccogliere per le strade, sui sentieri e nei villaggi.
La più vispa del gruppo è Hira, 10 anni, che proviene da una manciata di
capanne vicino a Libang. All'inizio della guerra civile l'esercito ha ucciso
suo padre, sospettato di simpatie maoiste; la madre dopo qualche mese si è
risposata, ma il nuovo marito non ha voluto i figli di primo letto di lei. A 25
mesi di vita Hira si è ritrovata con il fratello Krishna, di 6 anni, sul bordo
della strada. Il bambino più grande si è fatto padre e madre di Hira: ha
iniziato a lavorare spaccando pietre per rimediare un po' di riso e chapati
mentre lei restava da sola sul ciglio della strada. Quelli del Sahara Group li
hanno trovati tre anni dopo. Krishna è rimasto all'orfanotrofio fino al 2002,
poi è tornato al villaggio e ora abita da uno zio. Hira, che adesso ha 10 anni,
è ancora qui. Dice di non ricordarsi quasi nulla di quel periodo, se non che
dormiva «in giro» con il fratello. Sorride. Corre via. Il maestro assicura che
è la migliore della classe.
Guerriglia
sul tetto del mondo
La
situazione.
Il Nepal è lacerato dalla guerra civile dal '96, quando una parte del partito
comunista è entrato in clandestinità ispirandosi alla lunga marcia di Mao.
Iniziata nei distretti occidentali, la guerriglia oggi controlla un territorio
montuoso pari a due terzi del Paese. Le maggiori città, a partire dalla
capitale Kathmandu, sono controllate dal governo.
I
contendenti.
Il leader della guerriglia è Pushpa Kamal Dahal detto Prachanda, 49 anni, ex
professore di agronomia, che pone come condizione per un cessate il fuoco
l'elezione di un'assemblea costituente. Re Gyanendra, salito al trono nel 2001
dopo il misterioso assassinio del fratello Birendra, il 1° febbraio scorso ha
realizzato un "auto golpe", assumendo i pieni poteri. Il leader dei
partiti sono stati arrestati. I partiti.
I due maggiori partiti sono il Congresso (moderato) e il Partito Comunista
Marxista-Leninista, che a dispetto del nome ha un programma riformista. Questi
due raggruppamenti hanno il favore di un terzo dell'elettorato ciascuno, con un
lieve vantaggio del Congresso. Non è certo il consenso di cui godono i maoisti:
probabilmente attorno al 20-25 per cento a livello nazionale, con punte del 70
per cento nei territori poveri dell'Ovest.
Le strategie. Finora la guerra ha
causato 11-12 mila morti (tra militari e civili) e quasi mezzo milione di
profughi. L'esercito regolare, armato dall'india, dalla Cina e fino a poco
tempo fa anche dal Regno Unito, conta su quasi 95 mila effettivi. La guerriglia
ha circa 20 mila soldati, più 200 mila iscritti al partito. Per isolare le
città, i maoisti usano la tattica dei blocchi stradali: mettono alberi o pietre
in mezzo alle carreggiate e scrivono che nessuno può passare altrimenti verrà
attaccato. In questo modo isolano le città e paralizzano il paese per
settimane.
Le immagini scattate da Zalmai, fotografo che ha lasciato l'Afghanistan nel 1979 per rientrarvi dopo la caduta dei talebani.
È il racconto dell'inviato de
"L'espresso". Che mostrano cosa è cambiato. E cosa è rimasto eguale a
mille anni fa.
di Gianni Perrelli - Foto di Zalmaï - G.
Neri


Nei ristorantini etnici
del centro di Kabul
sono in vendita alcol e
sesso
Il bivio per il Medio Evo spunta a una cinquantina
di chilometri a nord di Kabul. Lungo la strada ben asfaltata che si snoda fino a Mazari-Sharif. Una curva a gomito immette in un sentiero sterrato. Che
confluisce, lungo il corso di un fiume, in una mulattiera incassata fra
montagne aspre e gole profonde. Un tracciato tormentato dalle buche e dall'angustia
dello spazio che si raggomitola in direzione di Bamian, la città dei Budda distrutti
dalla barbarie talebana. Le frequenti strettoie non consentono, in molti tratti,
il passaggio di due macchine. Spesso il conducente è costretto a innestare la retromarcia
e posizionarsi in piazzali di emergenza. Per far avanzare le auto che marciano
in direzione opposta. Il galateo delle precedenze non ha regole scritte. Si basa
sull'istinto, sulla pazienza fatalistica di un popolo che non conosce la
nevrosi dell'orologio. Tanto si sa che la velocità di crociera su un terreno
così accidentato è solo relativamente superiore al passo dell'uomo. Sei ore di
massacranti scossoni per meno di cento polverosissimi chilometri. Un'avventura
che riporta la motorizzazione alle dimensioni dei pionieri.
Ma, se non fosse per l'irruzione delle auto che
contendono i centimetri agli asini, anche un viaggio a ritroso nel tempo. Nelle
atmosfere pietrificate di un'arcadia dove non c'è corrente elettrica; l'acqua
per tutti gli usi è quella del fiume che sgomita fra le rocce; il commercio si
esaurisce nello smercio dei generi di primissima necessità in baracche buie
davanti a cui siedono per terra a gambe incrociate uomini inturbantati dallo
sguardo immoto. I costumi, nei minuscoli villaggi di cui non c'è neanche
traccia sulle carte geografiche, sono gli stessi di dieci, cento, mille anni
fa. Una società a impronta fortemente patriarcale e contadina, popolata
perlopiù dall'etnia hazara. In cui le uniche evasioni sono le gioie della
natura. In cui i ritmi di vita sono scanditi dalle stagioni. E in cui i maschi
sono concentrati solo sui problemi del raccolto. Non sempre lecito. In quasi
tutte le campagne afgane la maggior fonte di introito rimane la coltivazione
dell'oppio. Un'attività che gli afgani più candidi neanche sospettano essere
fuori legge. E che il governo non fa molto per scoraggiare, trattandosi
dell'unico mezzo di sostentamento in vaste aree in cui si sopravvive con mezzo
dollaro al giorno. Un universo chiuso in cui il ruolo della donna è relegato
nelle segrete delle pareti domestiche. I primi vagiti della democrazia hanno
solo schiuso le porte delle scuole alle ragazze più giovani, fra cui il tasso
di analfabetismo sfiorava il cento per cento. E questo mondo bucolico, su cui
lo scorrere del tempo lascia scarse impronte, che più emerge dalle foto di un
maestro dell'obiettivo: l'afgano Zalmaï, che lasciò giovanissimo Kabul nel '79
(alla vigilia dell'invasione sovietica), si trasferì in Svizzera, e ha
realizzato il "reportage del ritorno" dopo la caduta dei talebani.
Rispetto ai ricordi di gioventù, l'itinerario per Bamian è deturpato solo dalla
presenza ai margini della carreggiata dei tanks arrugginiti con la stella
rossa. Abbandonati dagli "sciuravi" durante l'ingloriosa ritirata.
Testimonianza di una resistenza indomita, del forte senso di indipendenza di un
popolo che ha sempre duramente contrastato il dominio degli stranieri. Ma che
proprio a Bamian mostra ancor oggi le cicatrici dell'oscurantismo indigeno che
isolò il paese dalla civiltà durante la dittatura teocratica dei talebani. Alle
porte della cittadina, per evitare nuovi vandalismi, un check point filtra gli
accessi per 24 ore al giorno con il rigore marziale dei tempi di guerra. Sul
costone che chiude la vallata, dentro le nicchie che ospitavano i Budda si
possono solo intuire le sagome delle statue prese a cannonate per puro spregio
di una spiritualità estranea all'Islam. Sotto le icone profanate sorgono oggi i
cantieri degli esperti dell'Unesco che, rimettendo insieme i frammenti sparsi
lungo il burrone, stanno tentando un problematico restauro. L'unico segno che
anche da queste parti il paleolitico è alle spalle sono le grotte, che erano
abitate dalla notte dei tempi: oggi trasformate in depositi, con porte di legno
sbarrate con tanto di lucchetto.
Quel che di positivo affiora dall'impasto di
miseria e di rassegnazione è il forte senso di ospitalità radicato in questa
gente. Il visitatore è sempre accolto con un sorriso. Per chi viene in pace da
lontano ci sarà sempre una tazza di tè, l'offerta di un giaciglio, un racconto
pescato nell'inesauribile serbatoio delle saghe e delle leggende. L'aspettativa
di vita nella provincia di Bamian non supera i 40 anni. Ma la gente sembra non
avvertire la tirannia della decadenza precoce. Come se avesse un tempo
interiore che non si misura in giorni e ore ma è già in sintonia con
l'eternità.
L'altra faccia dell'Afghanistan sospeso fra le
tradizioni ancestrali e l'inevitabile contagio della modernità è la vitalità
metropolitana che con il nuovo corso si sprigiona dalle strade e dai mercati
delle principali città. Da Kandahar, ancora a sovranità limitata per le manovre
di disturbo dei talebani, a Jalalabad, porta di accesso al mitico passo del
Khyber. Da Herat a Mazari-Sharif, taglieggiate dai signori della guerra, Ghino
di Tacco in vesti afgane che dispongono di milizie personali, impongono
balzelli su ogni traffico e, pur non rivoltandosi contro il governo centrale,
rendono precaria l'unità nazionale. Ma è a Kabul che la trasformazione è più
evidente. L'afflusso di capitali stranieri sta producendo un piccolo boom
edilizio che ridisegna l'assetto urbanistico dopo la rimozione delle macerie
accumulate in venticinque anni di guerre. Edifici nuovi, vecchi alberghi
riportati agli antichi fasti, un lifting appena abbozzato ma che marcia al
passo della giovane democrazia. Tutt'intorno è sbocciata un'incredibile
frenesia di attività imprenditoriali. Dal moltiplicarsi dei mercatini di
cianfrusaglie alla rivalutazione con i prodotti di qualità di Chicken street,
la strada negli anni Sessanta percorsa da carovane di hippy e oggi vetrina
dello shopping degli stranieri e delle avanguardie di afgani benestanti. Dalla
proliferazione di Internet café a quella delle guest house che, nei migliori
dei casi, si sforzano di riprodurre le atmosfere degli hotel de charme. Dai
cinema multisala dove proiettano i polpettoni di Bollywood, ma anche qualche
recente successo del cinema americano, ai ristorantini dalle insegne etniche
che rallegrano le spente serate con menù fantasiosi e disponibilità di
quell'alcol che era esorcizzato come il liquido del demonio durante il regime
talebano.
Nei sottoscala dei localini cinesi prospera da
qualche mese perfino una fiorente attività a luci rosse. Con incontri favoriti
nella penombra delle sale di karaoke dove le mercenarie dell'Estremo Oriente
non fanno nemmeno finta di voler cantare. E su cui le autorità chiudono un
occhio. A patto che il mercimonio avvenga nelle catacombe fra stranieri adulti
e consenzienti e non inquini la purezza dei costumi locali. A Kabul cadono più
in fretta che nel resto del paese i tabù imposti da una società rigidamente
islamica che, malgrado la sfera di libertà individuali garantita alle donne
nella nuova Costituzione, nei fatti rimane ostile all'emancipazione femminile.
È qui che si sono aperti i primi centri di estetica. E che si concentra, per
par condicio fra i sessi, il maggior numero di palestre maschili, con manifesti
di muscolosissimi forzuti che solleticano la vanità virile degli afgani.
Ed è naturalmente a Kabul che le ragazze giovani
hanno maggior facilità a liberarsi del burqa, azzardare nei viali
dell'università qualche passeggiata a capo scoperto, osare (le più
spregiudicate) esibirsi addirittura in pantaloni a vita bassa e ombelico nudo
dentro un negozio di dischi del quartiere costruito dai sovietici presso
l'aeroporto. La febbre di democrazia, con l'investitura ufficiale di Hamid
Karzai, accelera la spinta verso la modernità. E, in prospettiva, promette di
allentare le storiche divisioni fra le etnie che hanno sempre dilaniato il
paese. «Nella Kabul della mia gioventù», ricorda Zalmaï, «non c'erano
spaccature fra pashtun, tagiki, uzbeki e hazara. Al di là delle origini, io mi
sentivo soprattutto afgano».
Gianni
Perrelli
… quel che rimane dei
Buddha a Bamian