INDICE

 

 

 

1 - Vignetta

 

2 - È San Pietro o la Mecca?

 

3 - Inferno a Kathmandu

 

4 - Ritorno a Kandahar

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

"La vignetta"

 

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È San Pietro o la Mecca?

 

Folle di pellegrini. Scene di disperazione. Veglie. Preghiere. Candele. Rosari e santini.

Un'adunata oceanica che evoca uomini forti e Stati totalitari.

L'atto di accusa di un famoso filosofo e psicologo

colloquio con Umberto Galimberti di Enrico Arosio

 

 

Gli italiani in questi giorni si dividono in due: pellegrini e telespettatori. E gli altri, i non omologati? Nel coro mediatico globale di lacrime e canti sulla morte di papa Wojtyla una voce che stride, libera e scomoda, giunge da uno dei maggiori filosofi italiani, Umberto Galimberti, che è anche psicologo di scuola junghiana.

Professor Galimberti, una piccola eresia l'ho sentita oggi da una signora milanese, laureata, madre, professionista. Guardando in tv Roma invasa da folle cristiane oranti, ha detto: «Cominciano a farmi paura. Mi viene in mente la Mecca».

«Sono stato anch'io telespettatore. Certo che a Roma oggi somigliamo un po' ai musulmani. Il problema è che la religione è la grande gestione dell'irrazionale. Nella religione c'è il conforto dell'emozione, la speranza, il desiderio di lenire il dolore. E questo papa ha dato una rappresentazione gigantesca del dolore. L'unica cosa davvero importante che gli riconosco è di aver rimesso in circolazione il dolore.

Nell'età della Tecnica il dolore non è più un'esperienza umana, è qualcosa che è stato sospinto fuori di noi. L'uomo della modernità ha perso le categorie interpretative, addirittura le parole del dolore. Papa Wojtyla,        i t mettendo in scena il dolore, ci ha riproposto un fatto di enorme significato».

Assistendo a questo grande momento liturgico su scala mondiale qual è il disagio del laico? O forse è la solitudine del laico?

«Io non mi considero laico. Non sono cristiano. Ho una mentalità greca. Il greco considera il dolore come facente parte della vita, e chiama gli uomini mortali. Mentre i cristiani fanno dipendere il dolore dalla colpa prima di renderlo strumento della redenzione. Da non cristiano non provo disagio dinanzi alle masse oranti. La religione è la più grande terapia della storia, e chi ha detto che lo psicoanalista è meglio del prete? Mi crea disagio la dimensione un po' fanatica».

Una sorpresa, in un Paese che si credeva sempre più secolarizzato?

«No. Questo io non l'ho mai creduto. Ho sempre saputo che l'Italia è essenzialmente il Vaticano, che la struttura di base, la psicologia dell'italiano è a sfondo religioso. Per questo siamo poco democratici, ci piacciono i fascismi, le figure che li incarnano. La nostra matrice antropologica è profondamente religiosa. Ma è una religiosità di tipo infantile, proiettiva, mitica. Ha bisogno del grande uomo, del grande personaggio per commuoversi. Vedo qualche analogia tra l'affollarsi in migliaia a un concerto all'aperto di Vasco Rossi e andare in piazza San Pietro coi papa-boys. La metafora è l'adunata di massa, ben nota al comunismo e al fascismo. Alla massa si dà uno stimolo e subito reagisce. E qualcosa di molto primitivo».

Vuote le chiese, il papa ha saputo riempire le piazze. Questo, per molti, è un successo del suo pontificato.

«No, questa è la dissacrazione. Il sacro vuole interiorità, e questo papa non ha espresso interiorità, ma esteriorizzazione: una Chiesa trionfante, populista, demagogica, televisiva. In qualche modo questo papa che ha combattuto i totalitarismi è rimasto anche affascinato da categorie totalitarie. Le adunate di massa le facevano Hitler, Mussolini e Stalin».

A San Pietro sono spontanee.

«Certo. La Chiesa ha la possibilità di lavorare sull'inconscio mentre la politica deve impiegare anche strumenti di coercizione. Freud racconta bene questa macchina. Il sentimento oceanico. La fusione totale col Padre. Un fenomeno irrazionale potentissimo. Non dimentichiamo che nei primi anni di viaggi di papa Wojtyla, nella adunate oceaniche ci scappavano i morti».

L'Italia sembra un paese in sospeso: riprese a reti tv unificate, partite di calcio annullate, cinema chiusi, spazi pubblici requisiti. Una Repubblica a sovranità limitata?

«Come definire un Paese in cui per anni in tutti i telegiornali ogni domenica dieci minuti erano dedicati al papa? Non accade altrove. La nostra sovranità noi dobbiamo ancora guadagnarcela».

Sebastiano Vassalli osserva che i laici in Italia hanno subito fin troppo il fascino carismatico di Giovanni Paolo II.

«Il carisma è bravura del papa. Ma il cedere alla dimensione carismatica è anche infantilismo delle masse. Lo concedo ai giovani, i papa-boys sono l'effetto evidente della dimensione carismatica. Ma il mondo laico non è di soli ragazzi, e in Italia sconta il fatto di essere stato a lungo anticlericale, perché con il papa in Roma non è maturata una laicità come libertà di pensiero, ma una laicità antitetica. Un laicismo molto modesto».

Qual è il suo giudizio sintetico su questo papa scisso in due? Il grande politico della pace, della libertà, del dialogo interreligioso, e il reazionario sui temi di bioetica e sessualità?

«Grande politico? Non mi pare. Lui ha perorato, non ha portato la pace».

Gli concederà di aver contribuito a far crollare il comunismo in Polonia. Solidarnosc, padre Popieluszko...

«Neppure questo. E infantile pensare che un sistema crolli per l'azione di un uomo. Il sistema sovietico è crollato per una semplice ragione: l'apparato tecnico dell'Unione Sovietica era decisamente inferiore a quello americano. E imploso per dinamiche proprie. Il papa ha favorito l'azione di Solidarnosc; ha approfittato del crollo del comunismo per far uscire la Polonia prima degli altri Stati satelliti. Punto».

Lettura impopolare, di questi tempi.

«Concedo al papa la condanna di certi aspetti del capitalismo, seppure in ritardo. Quando ha visto gli effetti devastanti del profitto come unico regolatore simbolico dei rapporti umani. Ma il vero peccato di Wojtyla è che non appena è salito al trono pontificio ha deciso di massacrare la teologia della liberazione in America Latina. Ha tagliato i vertici dei gesuiti, si è affratellato con le alte gerarchie di destra, se non addirittura fasciste. Non dimentichiamo, sul balcone di Santiago del Cile, Pinochet con Giovanni Paolo II.  E al posto dei gesuiti si è appoggiato all'Opus Dei (nota di Gandalf: se avete letto ”Il Codice da Vinci” … si può capire l’alzata di scudi del Vaticano ! ! !), un'operazione economico-finanzia ria di destra vera, più che una scelta evangelica. Non solo. Ritengo Wojtyla responsabile, marginalmente, del massacro jugoslavo. Chi furono, dopo lo sfaldamento, i primi Stati a riconoscere le nazioni cattoliche Slovenia e Croazia? La Germania di Kohl e il Vaticano. Wojtyla ha canonizzato Stepinac, il cardinale di Zagabria che aveva benedetto le armi degli ustascia, i massacratori dei serbi».

Cosa si aspetta dal prossimo papa?

«Il depotenziamento del pontificato. Papa Wojtyla non è potuto andare in Russia, né con Gorbaciov né con Putin, ma non per i comunisti: per il veto della Chiesa ortodossa. E perché? Perché la distanza che la separa da Roma da mille anni è il primato del papa. Poi mi aspetto che riconosca l'uomo della modernità. Sulla morale sessuale, per esempio, questo papa tanto lacrimato non ha perforato alcuna coscienza. Ben pochi giovani rispettano i suoi divieti: ha fallito. Infine, per ciò che riguarda le scuse rivolte alla scienza, vorrei che il prossimo papa non chiedesse scusa su Galileo, ma sulla genetica».

 

 

Voglio un pontefice simpatico

Lo ha detto un grande elettore, il cardinale tedesco Walter Kasper, presidente del Pontificio consiglio per la promozione dell'unità dei cristiani: il nuovo papa dovrà essere "simpatico". In che senso? Nel senso mediatico di oggi. «Non importa la geopolitica. Dovrà essere un papa con una bella faccia, con un volto». Un papa dotto e pastore, certo, ma «che si mostri al mondo con la sua faccia autentica». Manca solo che Kasper citi Charlie Brown e la sua "faccia facciosa". Ma è un pensiero carino quello del porporato di Stoccarda. Se si pensa che il suo collega viennese, il cardinale Christoph Schönborn, già nel settembre 2003, durante il viaggio del papa in Slovacchia, confidò: «È prossimo alla morte». Iettatorio anche "Der Spiegel", che sul numero del 26 marzo aveva Wojtyla in copertina col titolo "Der Unsterbtìche" (L'Immortale). Quanti scherzi, in terra di Lutero.

E. A.

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Inferno a Kathmandu

 

Le squadre della morte del re.

Le rappresaglie dei maoisti.

E migliaia di persone scomparse.

L'ex paradiso degli hippie è diventato un incubo.

 

di Alessandro Gilioli da Kathmandu - Foto di Ami Vitale - Getty Images / Ronchi

 

Negli ospedali i feriti dell'esercito

non vogliono stare con quelli colpiti dai maoisti.

 

Le madri di Ratna Park non hanno telecamere a cui mostrare i loro angosciati cartelli. Sono 200 o poco più: ogni mattina arrivano alla spicciolata dai villaggi attorno a Kathmandu e restano in piedi per ore, sotto il sole e in silenzio, davanti ai soldati del re impegnati nel loro consueto training. Le donne mute implorano notizie - qualsiasi notizia - di figli, mariti o fratelli scomparsi nel nulla. Nessuno risponde. Quando il sole tramonta tornano piano alle loro case di pietra e di fango: riappariranno il giorno dopo. Sfiduciate eppure tenaci.

A poco più di due mesi dal golpe con cui re Gyanendra ha preso i poteri assoluti e cancellato le libertà civili, nessuno sa dire quanti siano in Nepal i "bepatta", l'equivalente dei "desaparecidos" argentini o cileni. Di certo, in questo paese sdraiato sui monti tra India e Cina, 22 milioni di abitanti sono da quasi dieci anni ostaggio della feroce guerra civile tra una monarchia autoritaria e feudale e una primordiale guerriglia maoista. Secondo le stime prudenti di Human Rights Watch, le persone rapite dall'esercito e dagli squadroni della morte negli ultimi mesi sono almeno 1.200, ma nessuno è in grado di fare un vero monitoraggio: né nelle poche disordinate città pattugliate dai carri armati bianchi del re, né sulle tante limpide montagne dove invece comandano gli uomini di Prachanda, il capo dei guerriglieri che alcuni paragonano a Pol Pot.

Durga Khatri Chetri è una ragazza di trent'anni che nel '99, insieme al marito Krishna e ai due figli piccoli, ha lasciato la regione di Baglung per andare a Kathmandu, ex capitale mondiale degli hippie gonfiata nell'ultimo decennio da un'inurbazione violenta di fame e di guerra. Con i soldi risparmiati al villaggio, Durga ha aperto un negozio di bibite e tè caldo vicino a Durbar square; Krishna, uomo istruito, aveva invece trovato lavoro come giornalista in una testata locale, il "Dhaulagiri news". Scriveva un po' di tutto, dalla cronaca nera alle mostre di fiori. Qualche volta, anche di politica. Prima del golpe, aveva iniziato a raccontare le sparizioni misteriose, le detenzioni illegali, le esecuzioni extragiudiziali ai posti di blocco. Una mattina di settembre, mentre stava chiacchierando con un collega a pochi passi dal negozio della moglie, Krishna è stato avvicinato da otto uomini in tuta mimetica. «Lo hanno portato via in due minuti», racconta con un filo di voce Durga, rimasta sola nel suo bar disadorno: «E non è più tornato a casa. Sono andata alla polizia, in tribunale, ho girato per tutte le caserme della città. Allargano le braccia, si segnano il nome su un taccuino e mi mandano via. Mio marito è un pacifista, un non violento. Sì, è di sinistra, ma non ha mai appoggiato i maoisti. Penso che l'abbiano preso per colpa di un libro che ha scritto, "I martiri", una raccolta di storie sulle vittime civili della repressione. Era il suo orgoglio, quel libro». Solo il tam-tam delle voci di strada regala ancora qualche speranza a Durga: «Forse mio marito è a Ghorka, pare che ci sia un centro di detenzione illegale laggiù. C'è gente che ci è rimasta anche due o tre anni». Ghorka, meno di 150 chilometri da Kathmandu, è uno dei centri a cui la guerriglia - partita dalle montagne occidentali - si è più avvicinata negli ultimi mesi. L'antica città e il suo aeroporto sono ancora controllati dall'esercito reale, ma subito fuori comandano i maoisti, imprendibili e organizzati, padroni assoluti dei sentieri di montagna. Anche a Kawasoti, poco distante dal fiume Narayani, pare ci sia un'altra prigione fantasma. Forse è li che tengono Bipin Bhandari, studente di biologia di 24 anni la cui madre, Shanda, ha creato la prima organizzazione di parenti dei "bepatta" nepalesi. «Sono arrivati a casa alle cinque del mattino, il 12 giugno del 2002», racconta: «Erano una decina, tutti in divisa. Bipin non aveva mai fatto politica, ma forse all'università aveva parlato male del re con qualcuno. I soldati ci hanno detto che era un sospetto maoista e se lo sono portato via con la forza. Non so neppure se sia ancora vivo». Il marito di Shanda, avvocato, dopo la scomparsa del figlio si è rifugiato in India. Lei è rimasta a Kathmandu dove cerca di organizzare le mogli e le madri degli scomparsi. Ha stabilito rapporti con Amnesty International e con la Croce rossa, ma ha trovato un aiuto soprattutto in Womens Foundation, un'Ong nepalese (collegata con l'associazione di volontari italiana Apeiron) che in nome dei diritti delle donne sfida insieme governo e maoisti.

Sì, perché anche la guerriglia del compagno Prachanda non è immune da atrocità e vessazioni. Nei vasti territori che controlla impone una tassa a tutti, compresi i contadini alla fame, per alimentare il suo Stato alternativo e comprare le armi al mercato nero: un giorno di paga al mese per i lavoratori dipendenti, per tutti gli altri un pizzo variabile in denaro o in natura (sacchi di riso o di grano). Chi si rifiuta viene minacciato di morte, picchiato o - nei casi peggiori - portato in montagna a lavorare per il partito. Dor Bahadur Karki, 65 anni di rughe profonde e mani callose, aveva un campo a Sindhuli, nel Nepal orientale: «I maoisti sono arrivati al villaggio in cinquanta, tutti armati, poco prima del tramonto. Ai più giovani hanno detto che dovevano arruolarsi con loro. A me hanno fatto preparare la cena per tutti e mi hanno chiesto una gabella di 10 mila rupie (circa 100 euro, ndr). Ho detto di no e mi hanno picchiato per ore. Mi hanno spaccato i denti e fratturato le gambe. Quando se ne sono andati hanno detto a mia moglie di non provare neppure a portarmi in ospedale. Siamo scappati di notte, sei giorni dopo, con tutta la famiglia. Ora siamo profughi qui a Kathmandu e non possiamo più tornare al villaggio».

A volte i guerriglieri si accontentano di "rieducare" i riottosi, secondo il metodo già usato in Vietnam e in Cambogia: «Mi hanno preso una sera di cinque anni fa», racconta Upendra Aryal, 24 anni, di Gulmi, Nepal occidentale: «Erano venuti per ammazzare mio padre, attivista del partito del Congresso. Papà era già scappato, allora se la sono presa con me. Mi hanno portato via e mi hanno costretto a camminare tutta la notte tra i boschi. Poi mi hanno chiuso a chiave, da solo, in una casa di montagna. Per una settimana mi hanno obbligato a leggere i loro libri, a cantare le loro canzoni e ad ascoltare le audiocassette con i discorsi di Prachanda. Mi dicevano che dovevo arruolarmi con loro, che il popolo aveva bisogno di me, e che altrimenti non sarei più tornato a casa. Dopo un po' ho fatto finta di accettare e così una notte sono scappato: ho camminato fino all'alba nella giungla, poi ho raggiunto un villaggio dove passava un autobus e sono arrivato a Kathmandu. Non so che fine abbiano fatto i miei, dal villaggio non ho più notizie». Nella capitale Upendra ha trovato un aiuto nell'Asman, un gruppo che riunisce le vittime e i profughi dei maoisti. Il fondatore dell'associazione, Ganesh Chilwal, 36 anni, è stato ammazzato con tre colpi di pistola il 17 febbraio dell'anno scorso, alle cinque del pomeriggio, mentre usciva dal gabinetto della sede dell'Asman, a Kathmandu.

Ma in questo paese confuso e ferito c'è anche chi, invece, ha scelto di salire in montagna e di aiutare la guerriglia in odio ai torti subiti dai soldati. Fino a tre anni fa Samjhana, 30 anni, se ne infischiava della politica e coltivava riso a Thabang, distretto di Rolpa. Una sera una pattuglia dell'esercito regolare è arrivata nel villaggio e ha dato fuoco a tutte le case per rappresaglia verso un gruppo di contadini che avevano dato da mangiare - chissà se volontariamente o costretti - ai guerriglieri maoisti. Mentre scappava dalle fiamme, Samjhana ha visto suo fratello bruciare vivo. Ha camminato tutta la notte e ha trovato i guerriglieri: ora lavora con loro, strappando pietre alla montagna per costruire una strada nei territori controllati dall'esercito di Prachanda. Accanto a lei c'è Ganga, un'altra ragazza di 25 anni che è fuggita dal suo villaggio, Dhakadam, dopo aver visto 70 soldati che violentavano una sua amica. « Si chiamava Rama», racconta, «non aveva ancora 13 anni».

Pochi chilometri più a sud del distretto di Rolpa, culla ed epicentro della guerra civile, c'è la cittadina di Nepalganj, a due passi dal confine con l'India. E qui, nella pianura afosa del Terai, che arrivano i cadaveri e gli amputati delle battaglie che si consumano in montagna. Al Bheri Zonal Hospital le stanze sono tutte uguali ma ben divise tra loro: chi è stato vittima dell'esercito non vuole stare in camera con i feriti dai maoisti, e viceversa. Poi ci sono le corsie degli incerti, di quelli che non sanno neppure con chi prendersela. Come Hari Prasad, 34 anni, che il 22 gennaio ha perso la gamba sinistra mentre tornava dal mercato in bicicletta: non sa chi abbia messo la mina e contro chi fosse diretta. Piange da un solo occhio, perché l'altro l'ha perso nello scoppio. Ha già fatto domanda per un arto artificiale, ma, spiega in un sussurro, «la trafila è molto lunga». Anche Maya Yadav, 34 anni, contadina del distretto di Bardia, è tra i feriti senza bandiera: il 3 marzo si è ritrovata nel mezzo di un conflitto a fuoco tra maoisti e regolari scoppiato all'improvviso nel suo villaggio, Ganeshpur. Un proiettile ignoto le è entrato nella nuca. Maya si è risvegliata in ospedale, strappata alla morte dalla fortuna, dai medici e dagli dei. Oggi sorride e beve tè zuccherato, accanto a sua madre.

Chi davvero non si fa alcun problema nel mescolarsi alle vittime della parte opposta sono i bambini dell'orfanotrofio Sahara Group, sempre a Nepalganj. Cinquanta ragazzini - figli di soldati, di maoisti o di civili scomparsi - giocano a nascondino e a schiamazzi nello stesso cortile, lontano dagli spari della guerra civile. L'associazione privata che li ospita li va a raccogliere per le strade, sui sentieri e nei villaggi. La più vispa del gruppo è Hira, 10 anni, che proviene da una manciata di capanne vicino a Libang. All'inizio della guerra civile l'esercito ha ucciso suo padre, sospettato di simpatie maoiste; la madre dopo qualche mese si è risposata, ma il nuovo marito non ha voluto i figli di primo letto di lei. A 25 mesi di vita Hira si è ritrovata con il fratello Krishna, di 6 anni, sul bordo della strada. Il bambino più grande si è fatto padre e madre di Hira: ha iniziato a lavorare spaccando pietre per rimediare un po' di riso e chapati mentre lei restava da sola sul ciglio della strada. Quelli del Sahara Group li hanno trovati tre anni dopo. Krishna è rimasto all'orfanotrofio fino al 2002, poi è tornato al villaggio e ora abita da uno zio. Hira, che adesso ha 10 anni, è ancora qui. Dice di non ricordarsi quasi nulla di quel periodo, se non che dormiva «in giro» con il fratello. Sorride. Corre via. Il maestro assicura che è la migliore della classe.

 

 

Guerriglia sul tetto del mondo

La situazione. Il Nepal è lacerato dalla guerra civile dal '96, quando una parte del partito comunista è entrato in clandestinità ispirandosi alla lunga marcia di Mao. Iniziata nei distretti occidentali, la guerriglia oggi controlla un territorio montuoso pari a due terzi del Paese. Le maggiori città, a partire dalla capitale Kathmandu, sono controllate dal governo.

I contendenti. Il leader della guerriglia è Pushpa Kamal Dahal detto Prachanda, 49 anni, ex professore di agronomia, che pone come condizione per un cessate il fuoco l'elezione di un'assemblea costituente. Re Gyanendra, salito al trono nel 2001 dopo il misterioso assassinio del fratello Birendra, il 1° febbraio scorso ha realizzato un "auto golpe", assumendo i pieni poteri. Il leader dei partiti sono stati arrestati. I partiti. I due maggiori partiti sono il Congresso (moderato) e il Partito Comunista Marxista-Leninista, che a dispetto del nome ha un programma riformista. Questi due raggruppamenti hanno il favore di un terzo dell'elettorato ciascuno, con un lieve vantaggio del Congresso. Non è certo il consenso di cui godono i maoisti: probabilmente attorno al 20-25 per cento a livello nazionale, con punte del 70 per cento nei territori poveri dell'Ovest.

Le strategie. Finora la guerra ha causato 11-12 mila morti (tra militari e civili) e quasi mezzo milione di profughi. L'esercito regolare, armato dall'india, dalla Cina e fino a poco tempo fa anche dal Regno Unito, conta su quasi 95 mila effettivi. La guerriglia ha circa 20 mila soldati, più 200 mila iscritti al partito. Per isolare le città, i maoisti usano la tattica dei blocchi stradali: mettono alberi o pietre in mezzo alle carreggiate e scrivono che nessuno può passare altrimenti verrà attaccato. In questo modo isolano le città e paralizzano il paese per settimane.

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Ritorno a Kandahar

 

 

Le immagini scattate da Zalmai, fotografo che ha lasciato l'Afghanistan nel 1979 per rientrarvi dopo la caduta dei talebani.

È il racconto dell'inviato de "L'espresso". Che mostrano cosa è cambiato. E cosa è rimasto eguale a mille anni fa.

di Gianni Perrelli - Foto di Zalmaï - G. Neri

 

 

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

Nei ristorantini etnici del centro di Kabul

sono in vendita alcol e sesso

 

Il bivio per il Medio Evo spunta a una cinquantina di chilometri a nord di Kabul. Lungo la strada ben asfaltata che si snoda fino a Mazari-Sharif. Una curva a gomito immette in un sentiero sterrato. Che confluisce, lungo il corso di un fiume, in una mulattiera incassata fra montagne aspre e gole profonde. Un tracciato tormentato dalle buche e dall'angustia dello spazio che si raggomitola in direzione di Bamian, la città dei Budda distrutti dalla barbarie talebana. Le frequenti strettoie non consentono, in molti tratti, il passaggio di due macchine. Spesso il conducente è costretto a innestare la retromarcia e posizionarsi in piazzali di emergenza. Per far avanzare le auto che marciano in direzione opposta. Il galateo delle precedenze non ha regole scritte. Si basa sull'istinto, sulla pazienza fatalistica di un popolo che non conosce la nevrosi dell'orologio. Tanto si sa che la velocità di crociera su un terreno così accidentato è solo relativamente superiore al passo dell'uomo. Sei ore di massacranti scossoni per meno di cento polverosissimi chilometri. Un'avventura che riporta la motorizzazione alle dimensioni dei pionieri.

Ma, se non fosse per l'irruzione delle auto che contendono i centimetri agli asini, anche un viaggio a ritroso nel tempo. Nelle atmosfere pietrificate di un'arcadia dove non c'è corrente elettrica; l'acqua per tutti gli usi è quella del fiume che sgomita fra le rocce; il commercio si esaurisce nello smercio dei generi di primissima necessità in baracche buie davanti a cui siedono per terra a gambe incrociate uomini inturbantati dallo sguardo immoto. I costumi, nei minuscoli villaggi di cui non c'è neanche traccia sulle carte geografiche, sono gli stessi di dieci, cento, mille anni fa. Una società a impronta fortemente patriarcale e contadina, popolata perlopiù dall'etnia hazara. In cui le uniche evasioni sono le gioie della natura. In cui i ritmi di vita sono scanditi dalle stagioni. E in cui i maschi sono concentrati solo sui problemi del raccolto. Non sempre lecito. In quasi tutte le campagne afgane la maggior fonte di introito rimane la coltivazione dell'oppio. Un'attività che gli afgani più candidi neanche sospettano essere fuori legge. E che il governo non fa molto per scoraggiare, trattandosi dell'unico mezzo di sostentamento in vaste aree in cui si sopravvive con mezzo dollaro al giorno. Un universo chiuso in cui il ruolo della donna è relegato nelle segrete delle pareti domestiche. I primi vagiti della democrazia hanno solo schiuso le porte delle scuole alle ragazze più giovani, fra cui il tasso di analfabetismo sfiorava il cento per cento. E questo mondo bucolico, su cui lo scorrere del tempo lascia scarse impronte, che più emerge dalle foto di un maestro dell'obiettivo: l'afgano Zalmaï, che lasciò giovanissimo Kabul nel '79 (alla vigilia dell'invasione sovietica), si trasferì in Svizzera, e ha realizzato il "reportage del ritorno" dopo la caduta dei talebani. Rispetto ai ricordi di gioventù, l'itinerario per Bamian è deturpato solo dalla presenza ai margini della carreggiata dei tanks arrugginiti con la stella rossa. Abbandonati dagli "sciuravi" durante l'ingloriosa ritirata. Testimonianza di una resistenza indomita, del forte senso di indipendenza di un popolo che ha sempre duramente contrastato il dominio degli stranieri. Ma che proprio a Bamian mostra ancor oggi le cicatrici dell'oscurantismo indigeno che isolò il paese dalla civiltà durante la dittatura teocratica dei talebani. Alle porte della cittadina, per evitare nuovi vandalismi, un check point filtra gli accessi per 24 ore al giorno con il rigore marziale dei tempi di guerra. Sul costone che chiude la vallata, dentro le nicchie che ospitavano i Budda si possono solo intuire le sagome delle statue prese a cannonate per puro spregio di una spiritualità estranea all'Islam. Sotto le icone profanate sorgono oggi i cantieri degli esperti dell'Unesco che, rimettendo insieme i frammenti sparsi lungo il burrone, stanno tentando un problematico restauro. L'unico segno che anche da queste parti il paleolitico è alle spalle sono le grotte, che erano abitate dalla notte dei tempi: oggi trasformate in depositi, con porte di legno sbarrate con tanto di lucchetto.

Quel che di positivo affiora dall'impasto di miseria e di rassegnazione è il forte senso di ospitalità radicato in questa gente. Il visitatore è sempre accolto con un sorriso. Per chi viene in pace da lontano ci sarà sempre una tazza di tè, l'offerta di un giaciglio, un racconto pescato nell'inesauribile serbatoio delle saghe e delle leggende. L'aspettativa di vita nella provincia di Bamian non supera i 40 anni. Ma la gente sembra non avvertire la tirannia della decadenza precoce. Come se avesse un tempo interiore che non si misura in giorni e ore ma è già in sintonia con l'eternità.

L'altra faccia dell'Afghanistan sospeso fra le tradizioni ancestrali e l'inevitabile contagio della modernità è la vitalità metropolitana che con il nuovo corso si sprigiona dalle strade e dai mercati delle principali città. Da Kandahar, ancora a sovranità limitata per le manovre di disturbo dei talebani, a Jalalabad, porta di accesso al mitico passo del Khyber. Da Herat a Mazari-Sharif, taglieggiate dai signori della guerra, Ghino di Tacco in vesti afgane che dispongono di milizie personali, impongono balzelli su ogni traffico e, pur non rivoltandosi contro il governo centrale, rendono precaria l'unità nazionale. Ma è a Kabul che la trasformazione è più evidente. L'afflusso di capitali stranieri sta producendo un piccolo boom edilizio che ridisegna l'assetto urbanistico dopo la rimozione delle macerie accumulate in venticinque anni di guerre. Edifici nuovi, vecchi alberghi riportati agli antichi fasti, un lifting appena abbozzato ma che marcia al passo della giovane democrazia. Tutt'intorno è sbocciata un'incredibile frenesia di attività imprenditoriali. Dal moltiplicarsi dei mercatini di cianfrusaglie alla rivalutazione con i prodotti di qualità di Chicken street, la strada negli anni Sessanta percorsa da carovane di hippy e oggi vetrina dello shopping degli stranieri e delle avanguardie di afgani benestanti. Dalla proliferazione di Internet café a quella delle guest house che, nei migliori dei casi, si sforzano di riprodurre le atmosfere degli hotel de charme. Dai cinema multisala dove proiettano i polpettoni di Bollywood, ma anche qualche recente successo del cinema americano, ai ristorantini dalle insegne etniche che rallegrano le spente serate con menù fantasiosi e disponibilità di quell'alcol che era esorcizzato come il liquido del demonio durante il regime talebano.

Nei sottoscala dei localini cinesi prospera da qualche mese perfino una fiorente attività a luci rosse. Con incontri favoriti nella penombra delle sale di karaoke dove le mercenarie dell'Estremo Oriente non fanno nemmeno finta di voler cantare. E su cui le autorità chiudono un occhio. A patto che il mercimonio avvenga nelle catacombe fra stranieri adulti e consenzienti e non inquini la purezza dei costumi locali. A Kabul cadono più in fretta che nel resto del paese i tabù imposti da una società rigidamente islamica che, malgrado la sfera di libertà individuali garantita alle donne nella nuova Costituzione, nei fatti rimane ostile all'emancipazione femminile. È qui che si sono aperti i primi centri di estetica. E che si concentra, per par condicio fra i sessi, il maggior numero di palestre maschili, con manifesti di muscolosissimi forzuti che solleticano la vanità virile degli afgani.

Ed è naturalmente a Kabul che le ragazze giovani hanno maggior facilità a liberarsi del burqa, azzardare nei viali dell'università qualche passeggiata a capo scoperto, osare (le più spregiudicate) esibirsi addirittura in pantaloni a vita bassa e ombelico nudo dentro un negozio di dischi del quartiere costruito dai sovietici presso l'aeroporto. La febbre di democrazia, con l'investitura ufficiale di Hamid Karzai, accelera la spinta verso la modernità. E, in prospettiva, promette di allentare le storiche divisioni fra le etnie che hanno sempre dilaniato il paese. «Nella Kabul della mia gioventù», ricorda Zalmaï, «non c'erano spaccature fra pashtun, tagiki, uzbeki e hazara. Al di là delle origini, io mi sentivo soprattutto afgano».

Gianni Perrelli

 

 

 

… quel che rimane dei Buddha a Bamian

 

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