Copertina: foto di C.
Porcarelli - G. Neri
INDICE
1 - Albertini e la paura
delle bandiere rosse
2 - Sabrina dice quattro
volte Sì -
3 - Strage fascista senza un
nome
4 - Non sarò diplomatico
5 - REPORTAGE
Dalle miniere della Sierra
Leone, del Congo e dell'Angola ai mercati di Parigi e New York. E lunga la
strada di queste pietre preziose prima di arrivare ai ricchi clienti. Spesso
sono la causa di delitti e violenze di tutti i tipi. Fino alle guerre
6 - Sant'Ici fa la grazia
7 - Il Web è tutto un trip
8 - Mozilla contro Bill
9 - Identità totale
10 - Orgasmo via WER
11 - Ora ti leggo nel
cervello
12 - I protocolli del
Trismegisto
1
L'antitaliano
Albertiri e
le bandiere rosse
Giorgio
Bocca
Due o tre cose che vorremmo dire al sindaco di Milano.
In occasione del 25 aprile lei ha dichiarato di non gradire le troppe bandiere
rosse e di preferire quelle tricolori. Le rosse, ha detto, rappresentano la
dittatura comunista. Ma la dittatura comunista da noi non c'è mai stata e tutto
lascia pensare che non ci sarà. Di partiti che vogliono un comunismo del tipo
staliniano non ce ne sono più e quello più simile a un partito comunista
vecchia maniera, quello che si chiama della Rifondazione comunista è quello che
vi fa così poca paura che invitate il suo segretario a tutti i dibattiti
televisivi.
Le molte bandiere rosse ci sono perché Milano, una
città che dovrebbe conoscere, visto che ne è sindaco, ha una storia operaia e
socialista e le bandiere rosse prima di rappresentare questo o quel partito
rappresentano il popolo, non le avanguardie rivoluzionarie, ma i salariati
quelli che devono tirar la carretta della vita. Di rado dei santi o degli eroi,
ma indispensabili come i mattoni con cui ci si costruisce una società.
Ora si dà il caso che questi cittadini siano
attaccati alle loro lotte con le quali si sono guadagnati non la parità dei
diritti, ma almeno qualcosa che gli somiglia come il diritto di arrivare in
piazza grande con le bandiere rosse, di sapere che, almeno per un giorno di
festa, la grande città gli appartiene.
A spaventare
il sindaco
di Milano
dovrebbero essere
i finanzieri
d'assalto,
i tanti
pregiudicati che
siedono in
Parlamento,
l'informazione
imbonimento
A lei e a quelli come lei vorrei chiedere: ma
perché le bandiere rosse vi danno tanto fastidio? A me che sono un piccolo
borghese come voi danno al contrario un forte senso di sicurezza sociale, di
fiducia.
L'idea che a questo mondo c'è ancora tanta gente
onesta che tira avanti e tiene in piedi la casa comune, anche se vede attorno a
sé crescere il numero dei ladri e dei parassiti, che continua a rispettare le
leggi anche se vede che c'è chi si vanta di ignorarle e di violarle, questa
idea mi tiene in piedi nonostante la mafia ormai trionfante in mezza Italia,
nonostante il ritorno del nero, nonostante la "sporcizia" come la
chiama il nuovo papa senza la quale pare non si possa vivere nella modernità.
Le bandiere rosse le fanno paura? Se posso
ricordarglielo c'è un sacco di cose, un sacco di gente, che fanno paura sul
serio. Lei è un uomo che conosce il valore delle cifre, il linguaggio dei
numeri. Non le fanno paura i finanzieri d'assalto che d'improvviso si dicono
pronti a comperare una banca o una azienda? Mai sentiti nominare prima, mai
conosciuti per un prodotto, per un commercio e da un giorno all'altro sono
pronti a comperare il 7 per cento della Rizzoli o il 10 di Telecom che vuoi
dire una barca di miliardi.
Non le fa paura un ceto politico, un Parlamento
dove siedono decine di pregiudicati, dove è in corso un perenne mercato delle
vacche, dove i deputati trasmigrano come le anatre al primo freddo?
Non le fa paura una informazione che sta
diventando imbonimento o falsificazione? Ha ragione il nuovo papa a ripetersi e
a ripeterci ogni giorno che non bisogna aver paura, anche se lui paragona il
suo mestiere di papa a una ghigliottina.
Ma stando così le cose non le pare che sia,
diciamo così, curioso avere paura delle bandiere rosse sventolate da maestre,
mamme, tramvieri, impiegati, sindacalisti, insomma quelli che campano
onestamente e che dietro quelle bandiere hanno risalito i gradini delle
emancipazioni sociali, della dignità e del rispetto sociali?
La società moderna, in cui i nuovi padroni hanno
il controllo del capitale e delle tecniche lo sappiamo, tira solo a far soldi,
ma agli altri lasci almeno la speranza e l'orgoglio di andar dietro in una
giornata di primavera, alle loro bandiere. Abbiate pazienza: rosse.
2
PRIMO PIANO
Sabrina dice
quattro volte Sì
L'attrice
è testimoniai della campagna referendaria. Che punta a cambiare la legge sulla fecondazione.
Perché la politica non può dire come fare un figlio
colloquio
con Sabrina Ferilli di Chiara Valentini
Avrebbe voluto registrare per la sua campagna a
favore dei quattro referendum sulla fecondazione assistita «messaggi più forti,
più aggressivi, più faziosi». Ma il Comitato referendario l'ha indotta alla
prudenza, anche per non rischiare denunce penali, come le ha detto qualcuno con
un po' di benevola ironia. È comunque difficile fermare la passionale Sabrina
Ferilli, «sex symbol felice», come ama definirsi, che ha prestato la sua
popolarissima immagine per una serie di foto da pubblicare sui principali
giornali e la sua voce per gli spot radiofonici. Vorrebbe andare anche in tv a
sostenere le ragioni del Sì
Perché ha
deciso di impegnarsi in questa campagna?
«Mi sento chiamata in causa come essere umano e in
particolare come donna. Mi sembra intollerabile che questa maggioranza politica
abbia deciso come e quando si possa fare un figlio, o magari impedire di farlo.
Quei signori possono fare le leggi che vogliono, ma poi sarò io, Sabrina, che
come migliaia di altre italiane di qualsiasi età, dovrei farmi impiantare per
forza tre embrioni, non uno di più e non uno di meno. Sono io che potrei
ritrovarmi tre gemelli, se gli embrioni dovessero attecchire tutti. O che
rischierei di concepire un bambino malato, visto che la legge mi obbliga a
mettermi nella pancia anche un embrione con alterazioni gravi, salvo poi,
paradossalmente, darmi il permesso di abortire. Questa è una cosa barbara, che
nessuna persona che abbia rispetto di sé può accettare».
Intanto
«Ho apprezzato
Secondo i
cattolici mettere in discussione questa legge vorrebbe dire addirittura
compromettere l'avvenire dell'umanità.
«Io non sono certo un'esperta, ma ho capito bene
una cosa: che il progresso, quello buono, con la "P" maiuscola, che
aiuta la gente a vivere meglio, ha dato alle donne questa possibilità in più di
avere un figlio, e soprattutto di averlo sano. Perché dovrei affidarmi alla
Chiesa e a questo governo che vogliono togliermela invece che alla scienza?».
Crede che
siano molte le donne che la pensano come lei?
«Sì, e non solo a sinistra, per fortuna. La pensa
così anche la ministra Prestigiacomo, una donna coscienziosa. Ho visto che
anche Veronica Lario, con grande senso di responsabilità, ha raccontato di aver
abortito anni fa un feto malato di sei mesi, proprio per far capire che drammi
potevano capitare alle donne e come è inaccettabile averle ricacciate
indietro».
Insomma, lei
vorrebbe cancellare completamente la legge 40?
«Vorrei abrogare le cose più intollerabili, ma
qualche regola è giusto che ci sia. Va bene proibire la provetta alle
mamme-nonne. E non sono favorevole a quel mercato che è l'utero in affitto. Ma
per il resto devono smetterla di perseguitare le donne, devono lasciarci libere
di scegliere».
Lei Sabrina
è sposata da due anni e il suo sembra un matrimonio felice. Un po' di tempo fa
ha detto che avere un figlio è il suo più grande desiderio. Se fosse necessario
farebbe la fecondazione assistita?
«Certo che la farei. Per ora sto tentando in modo
naturale, ma se ci saranno difficoltà mi rivolgerò a un buon medico. Essendo
una donna alla vigilia dei quarant'anni non ho intenzione di perdere troppo
tempo. Ormai abbiamo imparato che l'orologio biologico non sta lì ad
aspettare».
In Italia le
donne famose preferiscono non raccontare queste cose. Non avrebbe nessun
imbarazzo a farlo?
«Neanche per sogno. Dando la vita a un nuovo
essere umano non commetterei un reato né un peccato, ma farei una cosa bellissima,
e proprio i cattolici, così attenti a difendere la vita, dovrebbero capirlo più
degli altri. Qui si parla di un figlio, non di un essere artificiale. Non vedo
che cosa avrebbe di diverso dagli altri bambini se l'ovulo della mamma e lo
spermatozoo del papà si fossero incontrati in provetta».
Farebbe
anche la fecondazione eterologa, con un seme diverso da quello di suo marito?
«Personalmente non me la sentirei. Ma a chi invece
vuole provarci bisogna dare i migliori medici, le migliori strutture. Questi
viaggi verso le cliniche estere a cui sono costrette tante coppie discriminano
in modo intollerabile chi è abbiente e chi non lo è. Sono una vergogna per il
nostro paese».
Lei è
credente?
«Sono laica, ma non atea. Ho imparato dai miei
genitori di sinistra la tolleranza e la solidarietà. Mi piacerebbe che anche
Crede che
avere figli sia fondamentale per una donna?
«Non è detto che lo sia per tutte. Per me sarebbe
importante, l'istinto materno è qualcosa che mi appartiene. E non penso sia per
caso se mi chiedono quasi sempre di interpretare ruoli di madre. Credo sia
perché, nell'immaginario della gente, rappresento la donna comune, con tutto il
valore che ha questo termine. E la donna della vita di tutti i giorni è vista anche
come madre».
Che cosa
farà da qui al 12 giugno?
«Cercherò tutte le occasioni possibili per dire
alle donne che devono svegliarsi, fare propaganda e poi andare a votare quattro
volte Sì. Non dobbiamo lasciarci mettere sempre i piedi addosso, accettare la
parte di eterne colpevoli. Ma questi referendum non riguardano solo le donne,
anche gli uomini desiderano diventare padri. E poi ci sono i malati, che
aspettano nuove cure dalla ricerca scientifica. Bisogna fare fronte comune, per
cancellare norme che feriscono la libertà di tutti».
Qualche
regola è giusto
ci sia. Ma
vorrei
abrogare le
cose più
intollerabili
e offensive
della
normativa
* * * * *
Questo
sondaggio
Il sondaggio è stato realizzato dalla società SWG
Srl-Trieste per ""L'espresso" il 29 e 30 aprile 2005.
La rilevazione è stata condotta con il metodo
telefonico CATI su un campione nazionale di 700 soggetti (su 3.410 contatti),
rappresentativi dell'universo della popolazione italiana di età superiore ai 18
anni. Il documento completo è disponibile sul sito: www.agcom.it

1 Lei sa che
il 12 giugno prossimo si terrà un referendum popolare sulla legge per la
fecondazione assistita?

2 Per quel
che ha potuto capire, quanto si ritiene soddisfatto dell'attuale legge?

3 Per quanto
ne sa il referendum del 12 giugno sarà indetto per modificare o abrogare la
legge attuale?

4 Lei crede
che andrà o non andrà a votare?

5 E non
andrà a votare soprattutto:

6 Al
referendum lei voterà per il mantenimento della legge così com'è o per la sua
modifica?

7 E crede
che voterà a favore di tutte le proposte di modifica o solo per alcune?
Una legge che non piace a
nessuno
Dal sondaggio realizzato dalla Swg per
"L'espresso" emerge che 8 intervistati su 10 sanno che il 12 e il 13
giugno si andrà a votare per il referendum sulla legge per la procreazione
assistita. Ma ad essere meno informate risultano proprio le donne che sono più
direttamente interessate all'argomento. Cresce il malcontento nei riguardi
della legge numero 40, che oggi piace a meno de 30 per cento degli elettori
(erano il 45 per cento del dicembre 2003). Significativo poi che fra gli
insoddisfatti la percentuale dei cattolici praticanti sia quasi identica a
quella dei non praticanti. Quanto al voto,- il 40 per cento di elettori decisi
ad andare ai seggi rappresenta un passo avanti rispetto al 35 di sondaggi
precedenti. Fra di loro prevale l'area di chi voterà sì (52 per cento, con un
49 per cento di cattolici praticanti). Ma i referendum restano a rischio perché
a quel quasi 30 per cento di cittadini che già hanno deciso di non votare e che
per ora sono in maggioranza astensionisti "classici", possono
aggiungersi quote significative dell'area degli incerti, a cui
3
Strage fascista
senza un volto
Dopo
36 anni chiusa definitivamente dalla Cassazione una delle pagine più nere della
storia italiana. Con una decisione prevedibile
di Corso
Bovio e Caterina Malavenda (Avvocati di parte
civile)
È
finita com'era prevedibile, soprattutto dopo le accorate, ma ferme parole del
Procuratore Generale: tutti assolti. La cosa più difficile è ora spiegare ai
familiari delle vittime ed in particolare alle nostre assistite che ci hanno
creduto, ad una intera città, che in prima linea ha voluto esserci, con il
Comune di Milano, insieme ad altri Enti pubblici costituitosi in giudizio, che
la strage che ha segnato un'epoca, dopo 36 anni, non ha un colpevole.
Tutti coloro che quel 12 dicembre del 1969 si
trovavano in prossimità di Piazza Fontana ricordano il tremendo boato, ma
nessuno di loro saprà mai chi e perché mise la bomba.
Gli sforzi congiunti di giudici e forze
dell'ordine, passati attraverso anni di serrate indagini, hanno avuto un solo
esito: Carlo Digilio, l'uomo che per primo aprì uno squarcio nell'ambiente in
cui quella strage era maturata, che ha ammesso le proprie responsabilità, che
ha fornito preziosi elementi, è processualmente il solo che i giudici non hanno
ritenuto innocente, dichiarando prescritto il reato contestatogli. Rimangono
sullo sfondo, richiamati nel capo di imputazione, Franco Freda e Giovanni
Ventura, definitivamente assolti e dunque innocenti. Nella querelle di questi
giorni fra Gerardo D'Ambrosio e Giulio Andreotti sono rispuntati persino Pietro
Valpreda ed il suo cappotto.
Nel silenzio che ha seguito la lettura del
dispositivo, ciò che, assurdamente, ha attirato l'attenzione di tutti i
commentatori a caldo, è la sola sulla quale i giudici non avevano alcuna
scelta: la condanna delle parti civili private al pagamento delle spese
processuali. Quando un ricorso per Cassazione viene respinto, la condanna per
chi lo ha promosso al pagamento delle spese di cui lo Stato ha dovuto farsi
carico per dare corso al l'impugnazione, è automatica.
L'iter processuale è stato, fin dall'inizio,
piuttosto tormentato, nello sforzo di individuare eventuali connessioni fra i
possibili autori della strage ed i servizi segreti. Lo sforzo profuso in tale
direzione non ha, però, convinto i giudici di merito.
Assai più "resistente" era parsa,
invece, la trama offerta dalle ricostruzioni di Carlo Digilio e di Martino
Siciliano, che hanno scelto di collaborare con la giustizia, ciascuno dei due
osservatore, da un punto di vista privilegiato, dell'area nella quale, questo è
almeno stato accertato, la strage è maturata.
Quanto costoro hanno dichiarato - Martino
Siciliano in particolare è stato ritenuto un teste estremamente attendibile -
aveva convinto i giudici di primo grado a condannare gli imputati, con una
motivazione organica e complessa.
Così non è accaduto con i giudici di appello, i
quali hanno preferito ripercorrere i fatti con metodo analitico, valutando ciascuno
di essi, nella prospettiva offerta dall'accusa e la trama non ha retto alla
verifica.
In questo
caso lo Stato
dovrebbe farsi
carico almeno
delle spese
processuali
Se uno storico può accontentarsi di una
ricostruzione fondata su elementi verosimili e su una visione d'insieme, i
giudici no. Posti di fronte all'alternativa se assolvere o condannare
all'ergastolo persone ormai lontane, per età e fatti della vita, dai giorni in
cui la società ribolliva di opposte contraddizioni, hanno dovuto scavare a fondo
e cercare prove certe ed inoppugnabili. In assenza di queste, coscienza e
diritto hanno imposto loro di assolvere, sia pure per "insufficienza di
prove", coloro che sono stati indicati, dopo tanti anni ed in modo a volte
contraddittorio, come i responsabili della prima, efferata strage che la nostra
Repubblica ricordi.
Uno Stato di diritto non può cedere all'emozione e
tuttavia lo stesso Stato deve comprendere lo sconforto e l'amarezza che ha
colto, questa volta senza ulteriori speranze, coloro che da 36 anni piangono i
loro morti e farsi carico – da più parti lo si è auspicato - eccezionalmente
almeno delle spese processuali.
4
Non sarò
diplomatico
In
Congresso, democratici contro repubblicani. Per bloccare la nomina del nuovo
ambasciatore alle Nazioni Unite. È John Bolton. Voluto da George Bush
di Enrico
Pedemonte
da New York
Estremista, unilateralista, falco, ma anche
manesco, prepotente, violento. La testimonianza più gustosa su John Bolton, il
candidato di George Bush alla poltrona di ambasciatore degli Stati Uniti presso
le Nazioni Unite, viene da Melody Townsel, una pubblicitaria di Dallas che ha
scritto un'insolita lettera alla commissione Esteri del Senato per raccontare
che cosa le accadde nel
Può un uomo del genere diventare ambasciatore Onu
degli Stati Uniti? Il presidente George Bush dice di sì: il cinquantaseienne
Bolton, da quattro anni sottosegretario al Dipartimento di Stato, è «l'uomo
giusto al momento giusto», ha esperienza diplomatica e una solida personalità.
Quello che ci vuole nel palazzo di Vetro dell'Onu dove il rito della mediazione
è la prima regola.
L'uomo
scelto per rappresentare
gli Usa al
Palazzo di vetro
da sempre
attacca duramente l'Onta
Ma i democratici fanno muro, e intorno al nome di
Bolton si sta svolgendo uno dei più cruenti bracci di ferro tra democratici e
repubblicani degli ultimi anni. Ovviamente, non è solo questione di carattere.
A preoccupare i democratici sono le caratteristiche politiche del personaggio,
uno dei nazionalisti più intransigenti dell'amministrazione. Subito dopo l'annuncio
della sua nomina (il 7 marzo) è il "New York Times" a dichiarare
guerra a Bolton. In un editoriale dal sapore incendiario, il "Times"
invita esplicitamente i democratici a bloccare la nomina di Bolton alla
commissione Esteri del Senato: che senso ha inviare alle Nazioni Unite un uomo
che da anni esprime giudizi di fuoco contro le Nazioni Unite? A quel punto,
secondo la tradizione americana, si comincia a passare al setaccio la vita del
candidato: le citazioni, i gesti, i comportamenti pubblici, le caratteristiche
del suo carattere diventano oggetto di pubblico dibattito.
Cinquantotto ex ambasciatori scrivono una lettera
al senatore Richard Lugar, capo della commissione Esteri che deve ratificare la
nomina, affermando che «Bolton non è la persona giusta per rappresentare gli
Stati Uniti all'Onu». Le ragioni sono esplicitate in modo meticoloso. Negli
ultimi anni Bolton si è opposto a ogni politica di controllo degli armamenti.
Ha bloccato accordi internazionali per limitare le vendite di armi leggere. È
in prima fila nel rifiuto americano di aderire al Trattato di Ottawa contro le
mine terrestri. Ha spinto gli Usa a boicottare un sistema di verifica per
In poche parole, è il simbolo dell'arroganza
americana, e cioè l'uomo sbagliato per ricucire i rapporti con il mondo, dopo
lo sconquasso causato dalla guerra in Iraq.
Non è difficile per i democratici trovare
citazioni adeguate per dimostrare l'estremismo di Bolton. Nel 1997 scrisse che
gli Stati Uniti non dovevano sentirsi obbligati a pagare la loro quota alle
Nazioni Unite: i trattati internazionali andavano seguiti solo per convenienza
politica. Nel
In un'altra occasione disse che il ruolo dell'Onu
«è positivo solo se serve gli interessi Usa». Per attaccare la burocrazia delle
Nazioni Unite, suggerisce di tagliare dieci dei 38 piani del Palazzo di vetro.
E nel febbraio del 2003, secondo un giornale di Tel Aviv, mai smentito, rivela
ad alcuni esponenti del governo israeliano che, dopo avere sconfitto Baghdad,
gli Stati Uniti avrebbero attaccato Iran, Siria e Corea del Nord.
Nessuno osa dirlo pubblicamente, ma i diplomatici
dell'Onu considerano la nomina di Bolton uno schiaffo alla stessa credibilità
dell'istituzione. La sua attività nei quattro anni passati al Dipartimento di
Stato ha lasciato il segno al Palazzo di vetro. In particolare, i mesi che
hanno preceduto la guerra in Iraq sono stati analizzati a fondo dal giornalista
Seymour Hersh sul settimanale "New Yorker". Secondo Hersh, non
fidandosi della Cia, Bolton chiese di avere libero accesso non solo ai rapporti
ufficiali dell'intelligence, ma anche a tutte le fonti primarie, per poter
valutare le informazioni appoggiandosi al gruppo di fedelissimi di cui si
circondava. Alcuni lo accusano di avere abusato del suo potere per truccare le
informazioni dell'intelligence e spingere il paese alla guerra. Numerosi
testimoni, davanti alla Commissione del Senato, hanno affermato che Bolton ha
esercitato pressioni sugli analisti per piegare i loro rapporti nella direzione
voluta. Ma naturalmente si tratta di testimonianze messe in discussione dai
repubblicani. L'unica cosa certa è che l'ex segretario di Stato, Colin Powell,
ha rifiutato di firmare una dichiarazione a favore di Bolton. E che, secondo il
"New York Times", si è attivato per convincere i senatori repubblicani
a negare il voto di conferma da parte della commissione Esteri.
Sulla stessa linea sarebbero due altri
repubblicani moderati: Richard Armitage, ex sottosegretario di Powell, e Brent
Scowcroft, consigliere per la sicurezza nazionale ai tempi di Bush padre: uno
schieramento influente nel partito di Bush.
Probabilmente, tutto questo non basterà a bloccare
la nomina di Bolton. Difficilmente qualcuno dei dieci rappresentanti
repubblicani nella commissione Esteri (contro otto democratici) oserà votare
contro un candidato che esprime con onesta schiettezza l'estremismo politico
del presidente in politica estera. Consapevoli di ciò, i democratici hanno
deciso di puntare tutto sull'instabilità emotiva di Bolton. E così davanti alla
commissione Esteri ecco sfilare testimoni che mettono a nudo la sua
irascibilità, le sue incontenibili esplosioni di collera, la sua violenza al
limite della molestia nei confronti dei collaboratori. L'ex vicedirettore della
Cia, John McLaughlin, per esempio, ricorda diversi casi in cui fu obbligato a
intervenire per difendere i suoi dalla collera del sottosegretario. Quasi
sempre perché non gli fornivano le interpretazioni desiderate. È impossibile
dire se i dettagli emersi sul comportamento di Bolton riusciranno a bloccare la
sua nomina ad ambasciatore Onu. Bush è deciso ad andare fino in fondo, e se la
nomina sarà bloccata in commissione, tenterà probabilmente il voto in Senato.
Ma il clima incandescente della politica americana
provoca sconquassi nei rapporti tra i due partiti. La campagna antiBolton sta
spingendo alcune minoranze della base democratica a diffondere notizie
completamente infondate pur di infangare il nome dell'avversario. Nelle ultime
settimane numerosi siti web chiedono addirittura di riaprire un caso di
suicidio avvenuto nell'edificio del Dipartimento di Stato, a Washington, il 7
novembre 2003, quando un funzionario dell'Intelligence, John Kokal, si buttò
giù dal tetto. L'ipotesi, formulata esplicitamente, è che sia stato Bolton, il
prepotente Bolton, a spingerlo. Il clima di odio che si respira nella politica
americana porta anche a questo.
Viva la non
trattativa
Dicono i suoi avversari che John Bolton, se fosse
nominato ambasciatore all'Onu, sarebbe uno strano tipo di diplomatico: uno che
non vuole fare trattative. Nel caso iraniano, per esempio, ha sostenuto la tesi
che le trattative per convincere Teheran a rinunciare al programma nucleare
dovevano essere condotte da Germania, Gran Bretagna e Francia. Gli Stati Uniti
dovevano starne fuori. Solo con la sua estromissione dal Dipartimento di Stato,
e l'arrivo di Condoleezza Rice, gli Usa hanno cominciato ad appoggiare
dall'esterno le trattative dei paesi europei. Bolton mostrò la sua idea della
diplomazia nel 2003, alla vigilia di un'importante trattativa a sei per convincere
5
REPORTAGE
Schiavi dei
diamanti
Dalle
miniere della Sierra Leone, del Congo e dell'Angola ai mercati di Parigi e New
York. È lunga la strada di queste pietre preziose prima di arrivare ai ricchi
clienti. Spesso sono la causa di delitti e violenze di tutti i tipi. Fino alle
guerre
di Emanuele
Giordana Foto
di Kadir van Lohuizen
Collier, eros e mondanità
a Londra
Per Marilyn
Monroe
i diamanti
erano i migliori
amici di
ogni donna
Sul lungomare di Freetown,
all'ingresso degli hotel a cinque stelle si ammassa una folla di mendicanti e
venditori ambulanti. L'uomo che ciondola chiedendo sigarette o una manciata di
leones, la ciancicata moneta della Sierra Leone, manca del pollice. Forse è stato
semplicemente un incidente in qualche segheria. O forse è una delle tante
vittime di un guerra apparentemente insulsa durata una decina d'anni. Se è
così, è stato fortunato. Perché qualche chilometro più a est, dopo il famoso
ponte di Aberdeen, c'è un campo di diseredati le cui mutilazioni vanno ben al
di là. C'è gente cui manca una gamba. Altri non hanno più nemmeno le braccia e
appoggiano i moncherini a grucce improvvisate e ricoperte di uno straccio
sudicio.
La guerra in Sierra Leone poteva sembrare insulsa
soltanto a qualche migliaia di chilometri di distanza dal paese più povero del
pianeta. Nel cui sottosuolo maturano le gemme più preziose del mondo: i
diamanti. Quella guerra, e la guerra nella vicina Liberia, nella Repubblica
democratica del Congo o in Angola, avevano un comun denominatore: i diamanti. E
qui che comincia il viaggio di queste gemme che si sono formate milioni di anni
fa. Particelle di carbonio che, cristallizzate per la pressione e l'alta
temperatura, si sono trasformate in ricercatissime pietre trasparenti. Fino al 1860
i diamanti erano noti in India e in Brasile. Poi vennero scoperti in Sudafrica
che dieci anni dopo ne produceva 3 milioni di carati. In Sierra Leone li
trovarono negli anni Trenta.
Ishmael Nyaka ha 34 anni. È nato e vive a Koidu:
«Durante la guerra me ne sono andato a Bo, ma nel 2003 sono tornato. È dura
qui. Non c'è nulla e alla miniera mi pagano in cibo. Niente soldi. Solo quando
troviamo un diamante dividiamo qualcosa». Koidu, non lontana dal confine
liberiano, è stata a lungo in mano al Ruf, il Fronte unito rivoluzionario di
Foday Sankoh. Sankoh finanziava la sua guerra contro Freetown coi soldi del
contrabbando. Un'altra lettura suggerisce l'inverso. La guerra serviva ad
alimentare il commercio illegale. Che attraverso le frontiere vicine faceva
uscire dalla Sierra Leone il suo tesoro. A Koidu la guerra è finita, ma per i
sierraleonesi che ci lavorano, anche se non vivono più nel terrore di vedersi
amputare le braccia, le condizioni in miniera sono sempre le stesse. Ognuno
spia il vicino. E se, nelle minuziose perquisizioni al termine della giornata,
si viene sorpresi con un diamante in bocca, son dolori. Per usare un eufemismo.
All'epoca della guerra le cose andavano così:
Gambia, Liberia e Costa d'Avorio si occupavano di "ripulire" quelli
che sono stati chiamati i "diamanti di sangue". Usciti dalla Sierra
Leone, venivano certificate come pietre africane di un altro paese. Le miniere
della Costa d'Avorio producevano una media di 70-80 mila carati l'anno. Tra il
'94 e il '
Se i diamanti vengono estratti dalla sabbia dei
fiumi, con un'estenuante e minuziosa ricerca al setaccio, prima di arrivare ai
negozi di Amsterdam o di Piace Vendôme a Parigi fanno un lungo percorso.
Commercianti libanesi, mediatori israeliani,
trafficanti africani, rispettabili agenti di Anversa, una pletora di
contrabbandieri. Teoricamente, la certificazione dovrebbe consentire un
accurato controllo. In effetti, le miniere di Bakwa Bowa, a un paio d'ore di
macchina da Mbuji-Mayi, nel cuore della Repubblica democratica del Congo, sono
ben controllate. È una fortezza presidiata da uomini armati. Il silenzio è
rotto dal rumore dei generatori per pompare acqua. Si lavora 24 ore su
Quel che non va fuori dal paese arriva alla
caotica città di Mbuji-Mayi, dove le pietre si comprano al mercato, per strada.
Teoricamente ogni vendita viene registrata, come comanda anche il
"Processo di Kimberley". Nato nel 2000 sotto l'egida dell'Onu come
reazione proprio al sangue che colava dai diamanti, nel 2002 è stato siglato da
52 paesi e nel 2003 è entrato in vigore. Ma il fatto che preveda
un'autoregolamentazione sui cosiddetti "diamanti dei conflitti",
sostengono gli analisti di Global Policy Forum, contiene in sé la condanna a
una mancanza di trasparenza che continua ad alimentare il mercato illegale.
In Angola le miniere stanno sul fiume Cuango, a
Luzamba. Per anni le ha gestite l'Unita di Jonas Savimbi che, al tempo di
Mobutu, spediva le gemme direttamente in Zaire. Il dittatore col cappello di
leopardo pagava in armi. Meccanismo perfetto. Adesso che la guerra è finita, il
governo controlla questa specie di paradiso dei diamanti. Paradiso per chi
compra, inferno per chi ci lavora. I prezzi sono alle stelle: una bottiglia di
whisky vale 300 dollari e tutto avviene sotto l'egida di una joint-venture tra
il governo di Luanda e una compagnia straniera che sfrutta ogni angolo del
territorio. Non c'è spazio per piantare un tubero, anche perché abbondano le
mine. Quello che Mbuji-Mayi è in Congo, in Angola è la cittadina di Cafunfo.
Gli uffici, gestiti da mediatori spesso stranieri, sono protetti da alte mura
guardate a vista da telecamere e vigilantes. È uno degli snodi del commercio
dei diamanti in Africa. Le contrattazioni sono severe e raramente si fanno a
voce. Leggi un prezzo e rilanci. E via con la merce. Secondo un rapporto
dell'Onu, il processo di Kimberley in Angola non è molto più che una foglia di
fico. Abusi e violenze nelle miniere sono all'ordine del giorno e il sangue continua
a scorrere.
Le destinazioni finali dei diamanti sono Europa e
Usa. I nomi sono essenzialmente tre: De Beers, Anversa, New York. Gli affari di
Anversa ruotano attorno al piccolissimo quartiere di Diamant, di fianco alla
stazione. Tra Hovenierstraat e qualche vicolo limitrofo, in una zona
piccolissima quanto poco affascinante, si svolge l'80 per cento del commercio
internazionale. Le pietre arrivano dall'Africa all'aeroporto di Bruxelles e
partono per la vicina Anversa su macchine blindate. Ma i diamanti non si
lavorano più in questa città belga, dove dei 15 mila artigiani della gemma ne
sono rimasti 300. Le lavorazioni si fanno ormai in Thailandia, Sri Lanka,
India. A Surat, nel Gujarat, si lavora alla pulizia, selezione, taglio delle
gemme. Il 70 per cento della produzione finale di diamanti è concentrato in
questa città indiana dove un esercito di artigiani lavora giorno e notte per un
salario che comunque attira manodopera dalla campagna. Certe aziende impiegano
anche un centinaio di questi ex contadini.
Quanto alla De Beers, è una compagnia quotata in
Borsa a Londra e non ha più nulla, o quasi, a che vedere con la vecchia sigla
quotata alla Borsa sudafricana. Nel 2001 le azioni pubbliche della compagnia o
delle sue sussidiarie sono state vendute al consorzio DBInvestment. E
Emanuele
Giordana
6
Sant'Ici fa
la grazia
Scuole,
cliniche e centri sportivi degli enti ecclesiastici non
dovranno più pagare l'imposta sugli immobili. Un blitz del governo contro una
sentenza della Cassazione
di Luca Piana
Quei 70 mila curo che la
giustizia terrena esige da loro, le Suore zelatrici del Sacro Cuore
dell'Aquila proprio non li hanno. Le religiose erano andate fino in
Corte di Cassazione dicendo che un istituto come il loro, dedito fin
dall'Ottocento all'assistenza di anziani, bambini ed emarginati, l'Imposta
comunale sugli immobili, la famigerata Ici, per legge non è tenuto a pagarla. I
giudici però non hanno voluto sentire ragioni: far pagare una retta agli ospiti
della piccola casa di cura che l'Istituto aveva organizzato negli anni Novanta,
rappresenta un'attività commerciale e le suore zelatrici il tributo al Comune avrebbero
comunque dovuto versarlo. E se i quattrini non li hanno, toccherà fare come
La sentenza della Cassazione, depositata l'8 marzo
La preoccupazione del mondo cattolico dev'essere
arrivata fino a Palazzo Chigi. La reazione del premier Silvio Berlusconi
e del ministro dell'Economia, Domenico Siniscalco, è arrivata nel disegno di
legge numero 5736 denominato "Piano d'azione per lo sviluppo
economico", parte del pacchetto per il cosiddetto rilancio della
competitività. La novità, passata finora inosservata è stata colta dalle
tributariste Sara Armella e Francesca Balzani (vedi articolo a pag. 172). È
contenuta in sei righe inserite nella quart'ultima delle 168 pagine del testo,
assegnato alle commissioni della Camera. L'esclusione totale dal pagamento
dell'lci, finora riservata almeno in teoria alle attività non profit, viene
allargata alle associazioni e fondazioni (non solo religiose) che operano,
anche con scopo di lucro, in settori come la sanità, l'istruzione, l'ospitalità
e lo sport.
I giudici
avevano stabilito che
Il tributo è
comunque dovuto da chi
opera con
criteri imprenditoriali
Se la legge passerà, non pochi tireranno un
sospiro di sollievo. Negli ambienti religiosi, nonostante la riservatezza che
circonda vicende come queste, rimbalzano i nomi delle città, da Roma ad Assisi,
dove sono scattate le prime richieste di pagamento, alle quali il Cnec, il
Centro nazionale economi di comunità, intende ora rispondere attraverso la
formulazione di un parere. «Già oggi diverse congregazioni stanno chiudendo le
scuole e molte, se dovessero pagare l'Ici, non potrebbero andare avanti», dice
fratel Carlo Contri, economo della Congregazione fratelli delle scuole
cristiane, che gestisce diversi collegi, dal Gonzaga di Milano al San Giuseppe
di Torino.
Le ripercussioni più clamorose della sentenza
della Cassazione sono finora esplose a Genova. Lo scorso inverno la giunta del
sindaco Giuseppe Pericu ha iniziato a inviare alle scuole religiose cartelle
esattoriali per decine di migliaia di euro: 160 mila al Don Bosco, 38 mila al Vittorino
da Feltre, 41 mila al Sacro Cuore, 51 mila al Maria Ausiliatrice, 96 mila allo
Champagnat, il centro culturale e sportivo dei Fratelli maristi. L'arcivescovo
di Genova, Tarcisio Bertone, è subito intervenuto per scongiurare il salasso e
in febbraio, con le elezioni regionali alle porte, la giunta ha annunciato una
parziale marcia indietro.
Genova a parte, tuttavia, la questione resta
aperta. La sentenza della Cassazione fa molto rumore perché sembra andare
contro abitudini ormai consolidate, grazie alle quali numerosi impianti
sportivi, scuole private e cliniche gestite da enti non profit non erano
chiamate a pagare l'imposta sugli immobili, nonostante fossero senza dubbio
organizzate come attività commerciali. La situazione, tuttavia, è molto
diversificata e, scendendo nei casi particolari, le sorprese non mancano. A
Milano, mentre il Gonzaga e altri istituti non sono stati finora chiamati a
pagare perché gestiti direttamente da congregazioni, il Collegio San Carlo di
corso Magenta, ospitato in un palazzo ottocentesco e dotato di una piscina
aperta al pubblico (a pagamento), sborsa in Ici più di 100 mila euro l'anno. Il
collegio, infatti, è gestito da una società controllata da due enti diocesani (
Pascoli per ora inesplorati per l'attività degli
esattori comunali sembrano essere anche, almeno per il momento, le università private
e gli ospedali religiosi. Non versano l'Ici la laicissima Bocconi di Milano e
A Milano il
San Carlo paga
100 mila
euro, il Gonzaga è esente.
I casi
Bocconi, Cattolica e Gemelli
D'altronde, come aveva ribadito il ministero
dell'Economia il 22 marzo, rispondendo a un'interrogazione parlamentare, «se
gli enti non commerciali, a esclusione di quelli ecclesiastici, svolgono
attività prevalentemente commerciale, perdono la loro natura». Mentre per quelli ecclesiastici, diceva
il ministero, toccherebbe al Comune verificare se l'attività per cui si chiede
l'esenzione è svolta con criteri imprenditoriali. E, nel caso, far pagare
I'Ici. Ma lo stesso giorno in cui l'Economia rispondeva così ai deputati, il
governo presentava il disegno di legge che fa piazza pulita dell'Ici. Perché se Dio vede e provvede, qualche
volta anche il governo può dare una mano.
Una
Caporetto per i Comuni
di Sara
Armella e Francesca Balzani (Avvocati tributaristi)
Il pacchetto per la competitività contiene una
previsione destinata a togliere il sonno ai sindaci di molti Comuni italiani.
L'esclusione totale dal pagamento dell'Imposta comunale sugli immobili (Ici),
oggi riservata alle attività non profit, viene allargata, a sorpresa, anche a
chi lavora con scopi lucrativi nel campo della sanità, dell'istruzione,
dell'ospitalità e dello sport. Non pagheranno più il tributo, pertanto, non
solo le scuole, i ricoveri, le palestre utilizzate senza finalità commerciali,
ma anche quelle organizzate e gestite come vere e proprie imprese.
Grandi cliniche, case di cura, laboratori di
analisi, centri sportivi, piscine, licei e università private, come pure
alberghi di ogni tipo, visto che sono comprese anche le strutture ricettive,
potranno rifiutarsi di pagare I'Ici purché gestite da un'associazione o da una
fondazione, ossia da un ente che, per il resto, non è commerciale.
Viene così vanificato lo scopo originale
dell'agevolazione, che almeno nelle intenzioni del legislatore era stata
riservata a chi opera nei settori della sanità e dell'istruzione con finalità
solidali proprio per premiarne la funzione sociale. E, ironia della tecnica
legislativa, il tutto avviene inserendo la nuova previsione in un articolo del
progetto di legge per lo sviluppo dedicato al volontariato.
Con buona pace di federalismo e devolution, i
Comuni si vedono così imposta per legge un'esenzione che riguarda proprio i
grandi contribuenti, ossia chi occupa grandi spazi e quindi dovrebbe pagare di
più. Per non parlare dei possibili abusi. Non è chiaro se l'esenzione dall'Ici
spetti solo al proprietario che usa direttamente l'immobile per svolgerci lui
stesso le attività di sanità o istruzione, oppure anche quando l'ente non
profit è un semplice inquilino: in questo secondo caso, infatti, anche una
società per azioni potrebbe risparmiare I'Ici affittando l'immobile all'ente
giusto.
Il rischio per i bilanci degli enti locali è molto
serio perché la nuova disciplina non si applicherà solo per il futuro, ma anche
per i tre anni precedenti. In pratica, licei e cliniche private non solo
risparmieranno l'Ici per il futuro, ma potranno chiedere il rimborso di quanto
hanno eventualmente pagato gli anni scorsi, con tanto di interessi a carico dei
Comuni. La norma, infatti, è presentata come una semplice interpretazione della
legge già vigente, come se si limitasse, insomma, a chiarire bene
l'agevolazione Ici prevista per le attività di sanità, istruzione e sport,
senza introdurre niente di nuovo. Peccato, però, che a interpretare la vecchia
legge ci avesse già pensato, l'anno scorso,
(nota di Gandalf: grassetto, inclinazione e sottolineature SONO MIE)
7
Il Web è
tutto un trip
I
siti Internet specializzati in viaggi e hotel sono ormai una giungla. Dove si
può risparmiare molto. A patto di sapersi orientare
di Sabina
Baluardi
Una camera libera per il 18
e il 19 maggio? Sì, ce l'abbiamo. Verrebbe 300 euro per notte, ma le faccio
220, va bene? No. Ma l'anonima cliente non ha il tempo di spiegare, perché la
receptionist del Forty Seven, quattro stelle romano, si affretta a precisare:
«Su Internet costa meno, lo sappiamo. Ma non possiamo farci niente. Al telefono
siamo obbligati a tariffe più alte. Prenoti on line, se vuole».
Se una mattina di primavera un viaggiatore
decidesse di organizzare da sé la sua vacanza, e come i 900 mila italiani che
lo scorso mese hanno navigato su Expedia.it, si affacciasse sul portale numero
uno di viaggi on line, scoprirebbe che su Internet quella camera costa 207
euro.
«Il turismo on line è il futuro. Nel giro di 10-15
anni non ci sarà più nessuno che organizzerà il suo viaggio fuori da Internet»,
ripete Simon Breakwell, direttore esecutivo della divisione travel europea di
Iac/lnterActiveCorp, il colosso newyorchese proprietario di Expedia. Comprano
viaggi su Internet gli inglesi: secondo il Center for Regional and Tourism
Research di Bornholm, in Danimarca, proviene dalla Gran Bretagna il 36 per
cento delle vendite on line del 2004. Insieme, tedeschi, inglesi e francesi generano
il 69 per cento delle transazioni europee. E anche in Italia l'e travel è il
primo comparto dell'e-commerce: nel 2003 pesava per il 27 per cento delle
vendite; lo scorso anno è arrivato al 40. E il traffico di navigatori è in
forte crescita: secondo Nielsen/NetRatings, nell'ultimo anno c'è stato un
incremento del 30 per cento tra gli utenti di compagnie aeree; siti come
Trenitalia hanno avuto una crescita di consultazioni del 40 per cento.
Ma perché acquistare viaggi on line diventi un
fatto naturale, tanto da far sparire di scena le agenzie tradizionali,
spingendole a trasformarsi in più sofisticati consulenti (come già fanno i
personal traveller di Next World Travel), serve un quadro più nitido di quello
attuale: una giungla di siti e di tariffe. Con differenze anche vistose.
Nel giro di
pochi anni
anni le tradizionali
agenzie
faranno solo
consulenza
Due giorni a Madrid in un quattro stelle? Il
Westin Palace, per esempio, dal 10 al 12 giugno. Su Lastminute.com costa 284
euro per notte. A un acquirente di Expedia.com 262 euro. Prenotando da
Opodo.co.uk 255 euro. E l'elenco potrebbe continuare, con prezzi diversi. La soluzione migliore? Quella offerta sul sito dello stesso Westin Palace: 195 euro.
Volo AZ 316 Roma-Parigi, con partenza il 27 maggio
alle 7 del mattino e ritorno il 30 alle 14 (AZ 321). Sul sito di Alitalia la
tariffa migliore è 157,21 euro. Su Airfrance.it gli stessi voli (AF 9831 e AF
9834), operati in code share da Alitalia, costano 185,21 euro. Su
lastminute.com 165,21 euro. Su expedia.it 160,21 euro. Sull'americano Expedia.com
la tariffa è di 152 euro. Non solo: il sistema segnala che se invece di partire
alle 7 si sceglie il volo delle 7 e 20, mantenendo il ritorno, la spesa scende
a 105 euro. «Saranno cinque o sei i casi in cui il prezzo varia», spiega
Meloni: «Succede con Eurodisney. Dipende dalle compagnie che, per stimolare
l'acquisto in un mercato, applicano prezzi diversi. Con gli hotel stipuliamo
contratti che impongono tariffe al massimo identiche a quelle dei loro siti».
L'anomalia sui biglietti aerei pone l'accento sui
profitti piuttosto bassi che le società ricavano dagli e-ticket: circa il 4 per
cento. E la ragione che ha spinto Opodo ad acquisire tre tour operator: Eviaggi
in Italia, Travellink in Scandinavia e Karavel in Francia, specializzati in
pacchetti (voli, hotel e macchina) in grado di dare margini più alti. «I
guadagni non stanno nel portare le persone in un posto, ma in quello che fanno una
volta arrivati», ripete Brent Hoberman, fondatore di Lastminute.com. «Un
pacchetto rende di più», spiega Giovanna Garlati, Brand & Communication
Manager per l'Italia di Lastminute: «Da un punto di vista di gestione, però,
vendere un biglietto è un'operazione automatica. Il pacchetto necessita spesso
dell'intervento di un operatore».
Secondo e-Business W@tch, osservatorio della
Commissione europea che valuta l'incidenza dell'e-commerce, l'impatto sul
turismo è stato più forte che in altri settori: nel 33 per cento delle imprese
ha contribuito a innovare i servizi. Ha trascinato su Internet il 76 per cento
degli operatori europei.
Ha prodotto modelli innovativi come i siti
nazionali (goscandinavia; visitgermany). «Il Web può creare la domanda per
destinazioni neanche immaginate dai clienti», nota Renato Morandi, presidente
dell'omonimo gruppo agente per l'Italia di Superfast Ferries (i traghetti
veloci per
Ma l'offensiva è scattata: una generazione di
"spidering sites" scandaglia il Web in cerca dei siti più economici
da mettere a confronto. Hotelscomparison, ad esempio, non vende nulla, ma
individua i più scontati tra 160 hotel. «Tutti vanno on line», spiega Garlati:
«Così nasce la confusione».
Non sempre. Il 18 e il 19 maggio, l'Hotel Exedra
di Roma, cinque stelle lusso, costa su Expedia.it 299 euro il primo giorno, 449
il secondo. Su boscolohotels.com lo stesso hotel costa 424 euro. «La tariffa è
di 449 euro a notte», dicono al telefono. «Come mai sul sito è 424?». «Questa
tariffa non esiste». «Ce l'ho davanti». «Ah, il celebration package: un'offerta
per chi prenota on line, che include breakfast, drink di benvenuto e una cena».
Internet conviene due volte.»
Metti un
ticket nel motore
di Paolo
Pontoniere
La notizia, il mese scorso, che
I più cliccati
8
INTERNET -
Mozilla contro
Bill
Un
nuovo programma per navigare in Rete fa paura a Gates. Perché è veloce, semplice,
resistente ai virus. E soprattutto gratis!
di Federico
Ferrazza
Per la grande massa di non
esperti, per il normale utente di Internet, il nome, Mozilla Firefox, significa
per ora poco o nulla. Per Bili Gates, il patron di Microsoft, quelle due paroline
rappresentano un incubo. Mozilla Firefox è un browser, cioè un programma per
navigare su Internet. Ed è il primo serio rivale del più grande potente browser
del mondo, quello che è installato praticamente su tutti i pc del pianeta, cioè
Explorer di Microsoft, che accompagna da diverse versioni i sistemi operativi
Windows.
A poco più di sei mesi dal lancio, avvenuto il 9
novembre scorso, il successo di Firefox è stato impressionante, complice anche
la pubblicità che gli opinion leader della Rete e molti media gli hanno
dedicato (grazie a una sottoscrizione volontaria, per esempio, utenti e
sviluppatori hanno acquistato un'intera pagina del "New York Times"
per promuovere il browser). Secondo WebSideStory, una delle fonti più
autorevoli in materia, un anno fa gli utilizzatori di Explorer erano più del 95
per cento dei navigatori a fronte di un minuscolo 3,5 per cento di Firefox, che
al tempo esisteva solo in una versione di prova non definitiva. Oggi, secondo
gli ultimi dati (che si basano su un campione di più di 30 milioni di utenti quotidiani
di Internet in 245 paesi di tutto il mondo), Explorer ha perso circa sei punti
(passando all'89,85 per cento), mentre Firefox ha guadagnato, arrivando fino
all'8,16 per cento. Complessivamente, il browser è già stato scaricato da più
di 50 milioni di utenti. Non poco se si pensa che fino a qualche tempo fa
Explorer era di fatto monopolista. Il dato, poi, acquista ancor più significato
se si scremano le statistiche e si confrontano solo quelle degli utenti
tecnicamente più smaliziati: qui il calo di Explorer è una débâcle. Secondo
statistiche di W3Schools, sito dedicato allo sviluppo Web, in aprile gli utenti
"smanettoni" di Explorer sono stati il 65 per cento contro il 25 di
Firefox. Firefox è un software "open source". Il che significa che,
al contrario di Explorer e di tutti i programmi "proprietari", i suoi
codici sorgente sono a disposizione di chiunque e possono essere manipolati
come si vuole per personalizzarlo (o migliorarlo). Intorno a Firefox, quindi,
esiste una comunità di programmatori coordinati dalla Mozilla Foundation (oltre
al browser si occupa di sviluppare altri software "open source" come
Thunderbird, posta elettronica, o Nvu, programma per la creazione di pagine
Web) che realizza gratis estensioni e poi le mette a disposizione di tutti. A
oggi le estensioni "importanti" sono circa 700 (anche se i dilettanti
che si divertono a modificare Firefox sono milioni) e quella più scaricata al
mondo è FlashGot realizzata nel tempo libero da un giovane programmatore
siciliano: Giorgio Maone, presidente della società di consulenza e sviluppo
software InformAction (specializzata in piattaforme Open Source). «La mia
estensione (in poche parole un software che se fatto partire aggiunge
particolari funzioni al browser, ndr.) consente agli utenti di scaricare più
velocemente tutti i file (immagini, video, musica e così via) di una pagina
Web», spiega Maone.
Explorer, il
software creato da Microsoft,
sta perdendo
la sua posizione di monopolista
A detta degli esperti, la velocità è uno dei pregi
di Firefox. Che piace così tanto anche per altri aspetti tecnici. Li riassume
così Ken Cassar, direttore di analisi strategiche alla Nielsen/Net Ratings:
«Fire fox offre ai navigatori del Web uno strumento semplice ed efficiente, che
blocca i pop-up indesiderati, è molto meno suscettibile di Explorer ad attacchi
virus, e offre un mezzo invidiabile per navigare attraverso più siti
contemporaneamente utilizzando sempre la stessa finestra, grazie al suo
tabbed-browsing». Quest'ultima funzione consente di aprire più pagine Web senza
dover necessariamente far partire altrettante finestre: «Una caratteristica che
consente a Firefox di sciupare meno risorse del sistema e quindi di non
ingolfare il computer, rischiando di bloccarlo«, continua Maone.
Al di là delle caratteristiche tecniche e del
fascino che portano con sé tutti i software "open source" sviluppati gratis
per essere al servizio di tutti, Mozilla Firefox potrebbe rappresentare
un'opportunità di business per molte aziende. A cominciare dalla californiana
Round Two che si definisce «la prima giovane azienda completamente dedicata a
Firefox». Il modello di business di questa start-up (nata qualche settimana fa
da una costola della Fondazione Mozilla) non è offrire una versione a pagamento
del browser, ma sponsorizzare alcuni sviluppatori (Maone, per esempio) e legare
il proprio marchio alle estensioni. E successivamente (questa volta a
pagamento) offrire servizi di supporto per gestire al meglio Firefox. Nella
testa dei manager di Round Two ce ne sono diversi. Uno potrebbe essere un
servizio per consentire agli abbonati di condividere tutti i siti
"Preferiti" e i commenti su alcune pagine web. Sarebbe la nascita del
browsing di gruppo, una sorta di navigazione di comunità che potrebbe dar vita
a dibattiti e confronti tra i navigatori. Un'altra idea di Round Two è quella
di mettere in piedi un servizio per la condivisione e la gestione on line del
proprio album fotografico. «Ormai», continua Maone, «i tempi sono maturi per
servizi a pagamento di questo tipo. Oggi chi naviga in Internet condivide con
gli altri gran parte della sua vita (blog, siti per pubblicare foto, semplici
software per mettere on-line la propria musica, ndr.).
C'è quindi bisogno di browser che facilitino la
condivisione dei contenuti».
E Microsoft, come risponde a questa offensiva? In
rampa di lancio l'azienda di Redmond ha una nuova versione (la settima) di
Explorer che dovrebbe veder la luce prima dell'estate. Ma sarà una versione
Beta - quindi non definitiva - che vedrà tra le sue caratteristiche quella di
essere più robusta agli attacchi virus (aspetto su cui recentemente, per la
verità, anche Firefox ha mostrato piccoli cedimenti e su cui sta lavorando la
comunità degli sviluppatori). La grande novità per la società di Gates,
comunque, arriva con Longhorn, il nuovo sistema operativo di Microsoft. La
caratteristica di questo "ambiente" dovrebbe essere quella di avere
in ogni programma un browser, così da consentire la navigazione da ogni
applicazione. Se per esempio si sta scrivendo un documento di Word e si ha
bisogno di un'informazione per completarlo, si potrebbe accedere a Internet
senza aprire il browser. Un aspetto che legherebbe ancor più intimamente la
navigazione al sistema operativo. Che per Firefox è in alcuni casi una
debolezza: anche se accade di rado, a volte succede che non si leghi alla
perfezione con altri programmi del sistema operativo limitandone il
funzionamento.
In pochi
mesi
50 milioni
di persone
l'hanno già
scaricato
Tra le curiosità, c'è da segnalare che Firefox
rappresenta anche una sorta di rivincita nei confronti di Microsoft. La
creatura della Mozilla Foundation, infatti, nasce dalle ceneri di Netscape, il
primo browser commerciale affacciatosi su Internet alla fine del 1994 e che ha
rappresentato una delle prime tappe della massificazione del web. Ma a metà del
'95 Microsoft lanciò Explorer e nel giro di qualche anno (grazie a una
superiorità tecnica e alla sua integrazione nel sistema operativo) è diventato
leader assoluto. Netscape, dopo aver aperto il codice sorgente del browser e
affidato le sorti del software alla comunità degli sviluppatori "open
source" (nascita del progetto Mozilla.org), venne acquistata e smantellata
da America Online. Nacque così Mozilla Foundation (fondata da ex dipendenti di
Netscape) che, grazie al lavoro di gruppo, all'intuizione di qualche singolo
(come il giovanissimo Blake Ross che nel 2002 snellì l'architettura del
browser), ai soldi di Aol (2 milioni di dollari) e ai finanziamenti di alcuni
rivali di Microsoft, ha dato vita nel novembre dello scorso anno a Mozilla
Firefox. Insomma, la prima battaglia dei browser la vinse Bili Gates, ma chissà
come finirà questa volta.
Ibm e Nokia
sfidano Windows
Cinque colossi contro Bili Gates. Cinque leader
dell'informatica e delle telecomunicazioni che hanno deciso di scendere in
campo accanto alla Commissione Europea contro il ricorso presentato da
Microsoft alla Corte di giustizia per le decisioni dell'esecutivo Ue in materia
di concorrenza. Le cinque aziende sono Ibm, Nokia, Oracle, Red Hat e
RealNetworks e si sono unite nel "Gruppo europeo per i sistemi
interoperabili" (Ecis). Il loro obiettivo, stando a quanto scritto dal
"Financial Times", è quello di offrire consulenza alla CE nei
processi a carico di Microsoft accusata di abuso di "posizione
dominante" con il suo sistema operativo Windows. Accusa per cui Microsoft
è stata condannata a una multa di 500 milioni di euro e al rilascio di una
versione del suo sistema operativo senza lettore multimediale. Con il suo
appoggio l'Ecis vorrebbe scongiurare l'ipotesi di un accordo amichevole tra le
parti.
L'Open
source all'assalto del castello di Redmond
Browser
La sfida è tra - Internet Explorer e Mozilla
Firefox. Il primo è ancora leader di mercato (circa il 90 per cento), ma il
secondo si sta facendo sotto (più dell'8 per cento). Nel giorno del lancio,
Firefox è stato scaricato un milione di volte.
Enciclopedie
on line
Il prodotto di Microsoft si chiama Encarta e il
suo principale "nemico" è Wikipedia, l'enciclopedia "open
source" a cui tutti possono partecipare. Ogni giorno Wikipedia registra
sei volte gli accessi di Encarta.
Software per
l'ufficio
Il primo concorrente è Open Office. Nato quando
Sistemi
operativi
Il principale avversario "open source" è
Linux. E se per quanto riguarda il mercato "consumer" e dei computer
da tavolo in generale non sembra esserci partita a favore di Microsoft, per i
server non è proprio così: Microsoft, 62 per cento, Linux, 19 per cento.
Posta
elettronica
Anche qui il rivale più pericoloso proviene dalla
Mozilla Foundation. E si chiama Thunderbird (nella sua prima settimana di vita:
un milione di download).
Questa volta però Microsoft con il suo Outlook
Express non è monopolista (19 per cento del mercato).
9
Biometria
Identità totale
di Francesca Tarissi
Che cosa fanno insieme un'azienda
specializzata in impronte digitali, una che studia il riconoscimento facciale
e un'altra che è tra le prime al mondo per la lettura dell'iride? Il primo
sistema di riconoscimento biometrico combinato. L'obiettivo è quello di arrivare
a una super carta d'identità in cui si integrino i tre sistemi biometrici
per garantire un margine di sicurezza altissimo. Il progetto nasce dalla cooperazione
di Precise Biometrics AB, OmniPerception e Iridian Technologies, che hanno
unito i laboratori e il proprio know-how riuscendo ad integrare, su smart
card Sharp SJCard 211, questa avanzata soluzione multibiometrica incrociata.
Lo scopo della partenership è fornire ai governi dell'Occidente il sistema
più sicuro per il riconoscimento della persona, da usare efficacemente nella
lotta contro il terrorismo internazionale. In un prossimo futuro, quindi,
passaporti, carte d'identità e patenti auto, potranno essere sostituiti da
smart card non più grandi di una carta di credito, contenente non solo la
foto, ma anche i dati biometrici del volto, delle dita ed anche dell'iride.
10
Eros
virtuale
ORGASMO VIA
WEB
L'industria del sesso si adegua alle tecnologie cybersex e
lancia un gadget rivolto alle coppie a distanza o a quelle temporaneamente divise
da un convegno all'estero o un corso di aggiornamento. Il nuovo giocattolo
erotico si chiama TeleVibe, è venduto on line dal sito inglese Love Honey
(www.lovehoney.co.uk) e riesce a riunire più sensi: voce, tatto e udito. Il kit
per il distant-sex comprende una scheda di comando, auricolari, microfono da
collegare al computer o al telefonino e un vibratore per lei che lui potrà
pilotare (da
Carlotta
Magnanini
11
NEUROLOGIA
COME SI MANIPOLA
Ora ti leggo
nel cervello
Controllare
le emozioni. Pilotare volontà e scelte. Grazie alle immagini cerebrali. E la
nuova frontiera della scienza. Inquietante
di Enrico
Pedemonte
da Los Angeles
C'è differenza tra il cervello di un democratico e quello di un
repubblicano? Non è uno scherzo. Marco Iacoboni, direttore del laboratorio di
Brain Imaging alla University of California di Los Angeles, studia la questione
da oltre un anno e ha parecchio da dire in merito. Per esempio: «Il cervello
dei democratici mostra una forte reazione di paura di fronte a scene di
violenza, mentre in quello dei repubblicani questa reazione è assai minore».
Iacoboni, un medico romano che lavora a Los
Angeles da 15 anni, è consapevole di quanto siano controversi gli esperimenti
in corso nel suo laboratorio. Nuove tecniche di indagine, per esempio immagini
del cervello ottenute con la risonanza magnetica, consentono di studiare la
personalità degli individui osservando le reazioni della loro materia grigia e
questo pone interrogativi nuovi. Che cosa accadrebbe se un giudice decidesse di
valutare la pericolosità sociale di un imputato dall'analisi di quello che
accade nella sua scatola cranica? O se un'azienda volesse dare un'occhiata al
cervello di un candidato prima di assumerlo?
E ancora: sarà possibile utilizzare questi studi
per influenzare i comportamenti collettivi? Per rispondere a queste domande è
sorta una nuova disciplina, la neuroetica, che si occupa proprio dei rischi
connessi con le nuove ricerche.
Per capirci qualcosa torniamo agli studi sul
cervello politico che si stanno svolgendo nell'istituto di Iacoboni. Tutto
nasce nell'ottobre 2003, quando Tom Friedman, un consulente che lavora nella
campagna per l'elezione di John Kerry, lo contatta a nome di un gruppo di
democratici che vogliono sviluppare nuovi strumenti di marketing. Friedman
offre una donazione al Brain Imaging Institute per studiare, attraverso le
immagini del cervello, le reazioni degli elettori. Iacoboni accetta e comincia
a reclutare due gruppi di giovani, già schierati in modo deciso a favore di
Kerry o di Bush, che accettano di essere sottoposti a diverse sedute di
risonanza magnetica.
Si tratta di verificare la reazione del loro
cervello di fronte a differenti stimoli di tipo politico.
I primi esperimenti hanno luogo nel febbraio 2004,
otto mesi prima delle elezioni. Come si può prevedere, le immagini mostrano che
i soggetti cavia hanno una "reazione emozionale positiva" mentre
osservano il loro candidato preferito. In particolare, c'è un flusso di sangue
che percorre la corteccia orbito-frontale mediana che, secondo Iacoboni, è
segno di un forte sentimento di identificazione. Al contrario, di fronte
all'immagine del candidato avversario, il sangue del cervello affluisce in
un'altra area, la corteccia prefrontale dorsale, associata con il pensiero
razionale e la tendenza a sopprimere le emozioni. I democratici, come previsto,
vedono Kerry come un'ancora di salvezza e Bush come un nemico. E i repubblicani
si comportano in modo simmetrico.
Ma in estate inoltrata, quando l'esperimento viene
ripetuto, le cose cambiano. Sia nei democratici sia nei repubblicani la
risposta emozionale positiva nei confronti del candidato amico svanisce.
«Eravamo nel pieno di una campagna elettorale dura, piena di colpi bassi, e la
pubblicità negativa che entrambi i candidati avevano subito aveva cambiato la
risposta emozionale degli americani», osserva Iacoboni. A quel punto gli
elettori, che temono sempre il candidato avversario, si identificano meno nel proprio,
perché ne vedono i difetti.
Le
neuroscienze
svelano ai
politici
che cosa
guida
il voto
degli elettori
Iacoboni va oltre e sottopone ai soggetti cavia
anche un paio di filmati pubblicitari controversi per la violenza delle
immagini. Il primo, a favore di Bush, mostra le due torri che crollano l'11
settembre 2001: la sua messa in onda durante la campagna del 2004 aveva
suscitato ondate di polemiche per l'uso strumentale della tragedia. Il secondo
filmato risale al 1968, ed era stato usato per sostenere la candidatura del
democratico Lyndon Johnson: inquadra una bimba che sfoglia una margherita
mentre sullo sfondo esplode una bomba atomica. Analizzando le reazioni degli
elettori, Iacoboni nota forse la cosa più interessante della ricerca. I due
filmati, pur essendo uno di fonte democratica e l'altro repubblicana, producono
nei soggetti sperimentati una reazione costante: in entrambi i casi, di fronte
alla violenza delle immagini, nel cervello dei democratici si accende con forza
l'amigdala, una piccola area del cervello che risponde soprattutto a stimoli di
paura e di minaccia, mentre nei repubblicani questa reazione è appena
percettibile.
L'hi-tech è
già maturo
per orientare
il marketing
e le
campagne pubblicitarie
L'ipotesi è che il cervello dei democratici sia
strutturalmente più propenso a rifiutare la violenza come metodo per risolvere
i problemi, mentre quello dei repubblicani sia più portato a considerarla un
sistema accettabile. D'altra parte, suggerisce Iacoboni, questi risultati
potrebbero aiutare a spiegare le basi culturali di una vecchia divisione
ideologica che spacca in due la società Usa: quella tra il partito democratico,
che gli americani chiamano Mommy party, il partito della mamma, e quello
repubblicano, battezzato Daddy party, il partito di papà.
Quell'esperimento non fu mai usato nella campagna elettorale.
Tom Friedman si rese conto che i democratici avrebbero potuto essere accusati
di voler fare il lavaggio del cervello agli elettori, controllando con metodi
inquietanti le loro reazioni emotive di fronte alle pubblicità. Ma Iacoboni
sostiene che ormai la strada è spianata per il futuro e che queste tecnologie
sono mature per il mondo del marketing: «Sono convinto che nelle prossime
campagne verranno utilizzate per mettere a punto le strategie elettorali,
verificando la reazione degli elettori di fronte a slogan, idee, messaggi,
volti. Sarà necessario creare ampi gruppi di controllo, magari formati dagli
elettori incerti, gli swing voters».
Iacoboni è consapevole di maneggiare dinamite. Le
conseguenze socio-culturali di questi studi possono essere enormi. D'altra
parte non è certo l'unico ad avventurarsi su questa strada. Ricerche analoghe
stanno fiorendo un po' ovunque. Qualche esempio?
Turhan Canli, professore alla Stony Brook University
di New York, ha recentemente dimostrato che gli estroversi hanno un'amigdala
molto più attiva degli introversi. Sarà possibile trovare la molecola giusta
per far scattare l'interruttore che cambia la personalità di un individuo?
Samuel McClure, docente di Psicologia a Princeton,
ha indagato le ragioni che spingono i consumatori a scegliere tra Coca-Cola e
Pepsi. Osservando le loro reazioni cerebrali, ha scoperto che la scelta tra i
due marchi è completamente indipendente dal sapore, che risulta poco
distinguibile. La differenza sta nella diversa percezione culturale dei due
prodotti:
Nuovi timer
cerebrali
sapranno
leggere gli
orientamenti
criminali
Iacoboni non nega che queste eventualità siano
possibili. Già le aziende puntano spesso più sulla percezione dei prodotti
piuttosto che sulle loro qualità intrinseche: «Ma non c'è nulla di sbagliato se
queste tecniche aiuteranno i pubblicitari a rendere i loro messaggi più
attraenti: i focus group servono proprio a questo», sostiene. L'importante è
che sia garantita la trasparenza: «Anni fa si scoprì che la tecnica dei
messaggi subliminali, pochi fotogrammi inseriti in un filmato, funzionava molto
bene. Appena questa notizia si diffuse, i consumatori si ribellarono e quei messaggi
furono di fatto messi al bando».
In gioco c'è molto di più che l'invadenza del
marketing. Alcuni gruppi di ricerca, per esempio, hanno individuato le aree del
cervello che si attivano quando una persona mente. Un'azienda dell'Iowa,
Iacoboni, che a Boston era uno dei relatori, è
contrario a porre barriere e divieti alla ricerca. Ritiene che non ci sia nulla
di riprovevole, almeno finché queste indagini vengono effettuate da istituzioni
scientifiche trasparenti, che pubblicano i risultati, e li sottopongono
all'analisi della comunità scientifica. Anche perché gran parte delle ricerche
svolte hanno importanti ricadute in ambito terapeutico.
Iacoboni si è occupato a lungo di empatia. Ha
studiato quali aree del cervello si attivano quando le persone interagiscono
tra di loro. E pensa che l'empatia che noi proviamo verso gli altri sia legata
soprattutto alla nostra capacità di imitare le emozioni del prossimo.
Semplificando in modo estremo, ipotizza che nel nostro cervello ci siano gruppi
di neuroni (chiamati mirrors, specchi) che ci spingono a imitare il mondo che
ci circonda: un sorriso, un'espressione allegra, un accento. E imitando i sentimenti
degli altri, la gioia di uno sguardo felice o il dolore di un pianto, che
impariamo a capire i nostri simili. In una ricerca appena presentata
all'American Association for Advancement of Science, Iacoboni rivela che i
bambini autistici manifestano «un deficit di risposta neurale proprio nelle
aree minor». In parole povere, non riescono a comunicare con il mondo perché il
loro cervello non riesce a imitare le emozioni degli altri, e quindi ha
difficoltà di interazione con il mondo circostante.
La passione libresca
secondo Jonathan S. Foer
È una ricerca che potrebbe aprire le porte a nuove
cure. Soprattutto, rileva Iacoboni, mostra quanto ci sia da fare per capire che
cosa accade nel cervello dei bambini e dei ragazzi nei periodi di maggior
sviluppo del cervello: «Ci sono due momenti di drammatico cambiamento: nei
primi tre anni di vita e nella fase tra i 10 e i 15 anni, quando gli
adolescenti cominciano a diventare persone adulte».
Uno studio su quello che accade in queste due
delicatissime fasi è in corso. Ci vorranno alcuni anni per saperne di più.
Forse si scoprirà che cosa rende autistico un bambino. E magari diventeranno
chiari i meccanismi che formano la personalità di un democratico e di un
repubblicano. E si capirà perché si diventa atei, o credenti, o
fondamentalisti. Può sembrare incredibile, ma su ciascuna di queste tematiche
ci sono ricerche in corso.
Riflettendo su tutto ciò Richard Glen Boire, un
giurista che ha fondato il Center For Cognitive Liberty and Ethics, pone forse
la questione più provocatoria: «Quello che importa oggi, più che la libertà di
parola, è la libertà di pensiero».
Dimmi che ipotalamo
hai e ti dirò chi sei
a cura di Nicola Nosengo
Il razzismo
Esiste una base neurale del pregiudizio razziale?
A Stanford, Alexanda Golby e i suoi colleghi hanno dimostrato, con uno studio
uscito su "Nature Neuroscience" nel 2001, che ricordiamo meglio i
visi di persone del nostro stesso gruppo etnico perché essi attivano specifiche
aree cerebrali, in particolare la corteccia fusiforme sinistra. Sulla stessa
rivista, nel 2003, uno studio condotto al Dartmouth College da Jennifer
Richeson ha mostrato che, in soggetti bianchi con un pregiudizio razziale
dichiarato, si nota una maggiore attivazione della corteccia dorsolaterale
prefrontale di fronte a una persona di colore.
Le bugie
È possibile usare il brain imaging come macchina
della verità, perché mentire è un compito gravoso che aumenta l'attività di
particolari aree cerebrali. Daniel Langleben, dell'Università della
Pennsylvania, ha condotto uno studio su 18 volontari a cui venivano distribuite
carte da gioco e a cui è stato chiesto di dire, a volte mentendo a volte dicendo
la verità, che carta avevano in mano. Le immagini prodotte dalla risonanza
hanno mostrato, quando il soggetto mentiva, un'intensificazione dell'attività
cerebrale localizzata nel giro del cingolo e nel giro frontale.
Il sesso
Un gruppo di ricercatori dell'Università di
Stanford ha pubblicato su "Brain" uno studio sulle aree cerebrali che
si attivano nei maschi eterosessuali durante l'eccitazione: sono molte, in
particolare il giro cingolato bilaterale e i giri medio occipitale e temporale.
Stephen Hamann della Emory University di Atlanta, su "Nature
Neuroscience" ha mostrato invece che di fronte allo stesso stimolo sessuale
visivo gli uomini hanno una maggiore attivazione dell'amigdala e
dell'ipotalamo, le strutture più coinvolte nei processi emozionali.
L'intelligenza
È il Graal della ricerca sul cervello: individuare
la sede di ciò che chiamiamo intelligenza, e usare il brain imaging al posto
dei comuni test per determinare il QI. Ma è anche la ricerca più rischiosa per
le ricadute che un suo uso incauto potrebbe avere sull'orientamento scolastico
o la selezione del personale. Il più ampio studio finora condotto, uscito su
"Nature Neuroscience" nel 2003 e curato da Jeremy Graay
dell'Università di St. Louis, ha mostrato che le aree cerebrali interessate
sono molte, e variano troppo da un individuo all'altro perché si possa
sviluppare un test basato su di esse.
La timidezza
In una ricerca pubblicata su "Science"
nel 2003 Cari Schwartz e colleghi della Harvard Medicai School hanno sottoposto
a scansione cerebrale con risonanza magnetica un gruppo di ventenni, che
sapevano di essere stati particolarmente timidi o particolarmente estroversi da
bambini. Risultato: di fronte a fotografie di sconosciuti, l'attività
dell'amigdala (foto in basso) era più elevata.
Lo stile
Che differenza c'è tra il cervello di chi segue la
moda e di chi non riesce a starle dietro? Steven Quartz al California Institute
of Technology ha sottoposto i suoi volontari a sequenze di diapositive in cui
si alterna ciò che è "in" e ciò che è "out". Chi è cool
dovrebbe mostrare, di fronte alle immagini del primo tipo una maggiore attivazione
delle aree frontali del cervello. I risultati, ammette Quartz, sono per ora
ambigui.
12
La bustina
di Minerva
I protocolli
del Trismegisto
Umberto Eco
Sino a oggi chi voleva studiarsi il "Corpus
Hermeticum" (su un'edizione critica, con testo a fronte, non attraverso le
innumerevoli confezioni da strapazzo che ne circolano nelle librerie di scienze
occulte) aveva a disposizione la classica edizione delle Belles Lettres, a cura
di Nock e di Festugière, apparsa tra 1945 e 1954 (un'edizione precedente era
quella di Scott, Oxford,
È bella impresa editoriale che oggi il
"Corpus" appaia da Bompiani, nella collana diretta da Eugenio Reale,
riprendendo sì l'edizione critica delle Belles Lettres, ma aggiungendovi cose
che Nock e Festugière non potevano conoscere e cioè alcuni testi ermetici dai
codici di Nag Hammadi - di cui la curatrice Ilaria Ramelli ci offre a fronte,
per chi volesse proprio controllare, il testo copto.
Anche se queste 1.500 pagine vengono offerte a
soli 35 curo, sarebbe snobistico consigliarle come un libro che tutti possono
divorarsi prima di prender sonno. È un insostituibile e prezioso strumento di
studio, ma coloro che degli scritti ermetici volessero soltanto assaporare il
profumo potrebbero accontentarsi dell'edizione di uno solo di questi, il
"Poimandres", cento paginette edite da Marsilio nel 1987. La storia
del "Corpus Hermeticum" è in ogni caso appassionante. Si tratta di
una serie di scritti attribuiti al mitico Ermete Trismegisto - il dio egizio
Toth, Hermes per i greci e Mercurio per i romani, inventore della scrittura e
del linguaggio, della magia, dell'astronomia, dell'astrologia, dell'alchimia, e
in seguito addirittura identificato con Mosé. Naturalmente questi trattati
erano opera di autori diversi, vissuti in un ambiente di cultura greca nutrita
di qualche spiritualità egizia, con riferimenti platonici, tra secondo e terzo
secolo dopo Cristo.
Che gli autori siano diversi è ampiamente
dimostrato dalle numerose contraddizioni che si trovano tra i vari libelli, e che
fossero filosofi ellenizzanti e non preti egizi è suggerito dal fatto che nei
trattatelli non appaiono riferimenti consistenti né alla teurgia né ad alcuna
forma di culto di tipo egizio. Che questi testi potessero avere un fascino su
molte menti assetate di nuova spiritualità è dovuto al fatto che, come annota
Nock nella sua prefazione, rappresentavano «un mosaico di idee antiche, spesso
formulate per mezzo di allusioni brevi... e prive di logica nel pensiero quanto
erano prive della purezza classica nella lingua». Come vedete (accade anche per
molti filosofi moderni) il borborigmo è fatto apposta per scatenare la deriva
infinita delle interpretazioni.
La
differenza tra vero e falso
non
interessa chi parte già dal pregiudizio,
dalla
voglia, dall'ansia
che gli
venga rivelato un mistero
Questi trattatelli (salvo uno,
"Asclepio", che da secoli circolava in latino) erano rimasti a lungo dimenticati
sino a che un loro manoscritto non era pervenuto a Firenze nel
Ora accade che nel 1614 il filologo ginevrino
Isaac Casaubon dimostri con argomenti inoppugnabili che il "Corpus"
altro non era che una raccolta di scritti tardo ellenistici - come ormai oggi
non mettiamo in dubbio. Ma la storia veramente straordinaria è che la denuncia
di Casaubon rimane confinata agli ambienti degli studiosi, ma non scalfisce di
un millimetro l'autorità del "Corpus". Basta vedere lo sviluppo di
tutta la letteratura occultistica, cabalistica, mistica e - appunto -
"ermetica" dei secoli successivi (sino a insospettabili autori del
nostro tempo): si è continuato a considerare il "Corpus" come
prodotto, se non proprio del divino Trismegisto, almeno di sapienza arcaica su
cui giurare come sul Vangelo.
La storia del "Corpus" mi tornava in
mente un mese fa, quando era apparso "The Plot" di Will Eisner (New
York, Norton): Eisner, uno dei geni del fumetto contemporaneo (scomparso
proprio mentre il libro era in bozze) racconta per testo e immagini la storia dei
"Protocolli dei savi anziani di Sion". La parte interessante del suo
racconto non è tanto quella della fabbricazione di questo falso antisemita, ma
proprio quello che è accaduto dopo, quando il "Times" nel 1921 e poi
tutti gli studiosi seri hanno dimostrato e scritto dappertutto che si trattava
di un falso. Direi che è proprio da allora che i "Protocolli" hanno
intensificato la loro circolazione in tutti i paesi e sono stati presi ancora
più sul serio (basta andare per Internet...).
Segno che, si tratti di Ermete o dei i savi di
Sion, la differenza tra vero e falso non interessa chi parte già dal
pregiudizio, dalla voglia, dall'ansia che gli venga rivelato un mistero,
qualche sconvolgente preludio in cielo o all'inferno.
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