Copertina: foto di C. Porcarelli - G. Neri

 

 

 

INDICE

 

1 - Albertini e la paura delle bandiere rosse

 

2 - Sabrina dice quattro volte Sì - La Ferilli e il referendum sulla fecondazione

 

3 - Strage fascista senza un nome

 

4 - Non sarò diplomatico

 

5 - REPORTAGE

Dalle miniere della Sierra Leone, del Congo e dell'Angola ai mercati di Parigi e New York. E lunga la strada di queste pietre preziose prima di arrivare ai ricchi clienti. Spesso sono la causa di delitti e violenze di tutti i tipi. Fino alle guerre

 

6 - Sant'Ici fa la grazia

 

7 - Il Web è tutto un trip

 

8 - Mozilla contro Bill

 

9 - Identità totale

 

10 - Orgasmo via WER

 

11 - Ora ti leggo nel cervello

 

12 - I protocolli del Trismegisto

 

 

 

 

 

 

 

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L'antitaliano

Albertiri e le bandiere rosse

Giorgio Bocca

 

 

Due o tre cose che vorremmo dire al sindaco di Milano. In occasione del 25 aprile lei ha dichiarato di non gradire le troppe bandiere rosse e di preferire quelle tricolori. Le rosse, ha detto, rappresentano la dittatura comunista. Ma la dittatura comunista da noi non c'è mai stata e tutto lascia pensare che non ci sarà. Di partiti che vogliono un comunismo del tipo staliniano non ce ne sono più e quello più simile a un partito comunista vecchia maniera, quello che si chiama della Rifondazione comunista è quello che vi fa così poca paura che invitate il suo segretario a tutti i dibattiti televisivi.

Le molte bandiere rosse ci sono perché Milano, una città che dovrebbe conoscere, visto che ne è sindaco, ha una storia operaia e socialista e le bandiere rosse prima di rappresentare questo o quel partito rappresentano il popolo, non le avanguardie rivoluzionarie, ma i salariati quelli che devono tirar la carretta della vita. Di rado dei santi o degli eroi, ma indispensabili come i mattoni con cui ci si costruisce una società.

Ora si dà il caso che questi cittadini siano attaccati alle loro lotte con le quali si sono guadagnati non la parità dei diritti, ma almeno qualcosa che gli somiglia come il diritto di arrivare in piazza grande con le bandiere rosse, di sapere che, almeno per un giorno di festa, la grande città gli appartiene.

 

 

A spaventare il sindaco

di Milano dovrebbero essere

i finanzieri d'assalto,

i tanti pregiudicati che

siedono in Parlamento,

l'informazione imbonimento

 

 

A lei e a quelli come lei vorrei chiedere: ma perché le bandiere rosse vi danno tanto fastidio? A me che sono un piccolo borghese come voi danno al contrario un forte senso di sicurezza sociale, di fiducia.

L'idea che a questo mondo c'è ancora tanta gente onesta che tira avanti e tiene in piedi la casa comune, anche se vede attorno a sé crescere il numero dei ladri e dei parassiti, che continua a rispettare le leggi anche se vede che c'è chi si vanta di ignorarle e di violarle, questa idea mi tiene in piedi nonostante la mafia ormai trionfante in mezza Italia, nonostante il ritorno del nero, nonostante la "sporcizia" come la chiama il nuovo papa senza la quale pare non si possa vivere nella modernità.

Le bandiere rosse le fanno paura? Se posso ricordarglielo c'è un sacco di cose, un sacco di gente, che fanno paura sul serio. Lei è un uomo che conosce il valore delle cifre, il linguaggio dei numeri. Non le fanno paura i finanzieri d'assalto che d'improvviso si dicono pronti a comperare una banca o una azienda? Mai sentiti nominare prima, mai conosciuti per un prodotto, per un commercio e da un giorno all'altro sono pronti a comperare il 7 per cento della Rizzoli o il 10 di Telecom che vuoi dire una barca di miliardi.

Non le fa paura un ceto politico, un Parlamento dove siedono decine di pregiudicati, dove è in corso un perenne mercato delle vacche, dove i deputati trasmigrano come le anatre al primo freddo?

Non le fa paura una informazione che sta diventando imbonimento o falsificazione? Ha ragione il nuovo papa a ripetersi e a ripeterci ogni giorno che non bisogna aver paura, anche se lui paragona il suo mestiere di papa a una ghigliottina.

Ma stando così le cose non le pare che sia, diciamo così, curioso avere paura delle bandiere rosse sventolate da maestre, mamme, tramvieri, impiegati, sindacalisti, insomma quelli che campano onestamente e che dietro quelle bandiere hanno risalito i gradini delle emancipazioni sociali, della dignità e del rispetto sociali?

La società moderna, in cui i nuovi padroni hanno il controllo del capitale e delle tecniche lo sappiamo, tira solo a far soldi, ma agli altri lasci almeno la speranza e l'orgoglio di andar dietro in una giornata di primavera, alle loro bandiere. Abbiate pazienza: rosse.

 

 

 

 

 

2

PRIMO PIANO

Sabrina dice quattro volte Sì

L'attrice è testimoniai della campagna referendaria. Che punta a cambiare la legge sulla fecondazione. Perché la politica non può dire come fare un figlio

colloquio con Sabrina Ferilli di Chiara Valentini

 

 

Avrebbe voluto registrare per la sua campagna a favore dei quattro referendum sulla fecondazione assistita «messaggi più forti, più aggressivi, più faziosi». Ma il Comitato referendario l'ha indotta alla prudenza, anche per non rischiare denunce penali, come le ha detto qualcuno con un po' di benevola ironia. È comunque difficile fermare la passionale Sabrina Ferilli, «sex symbol felice», come ama definirsi, che ha prestato la sua popolarissima immagine per una serie di foto da pubblicare sui principali giornali e la sua voce per gli spot radiofonici. Vorrebbe andare anche in tv a sostenere le ragioni del Sì la Sabrina nazionale, «perché è da lì che puoi veramente farti capire anche dalle persone più semplici». E intanto, sul set del film che sta finendo di girare, dove interpreta tre personaggi femminili in altrettanti episodi ambientati negli anni dell'ultima guerra mondiale (titolo provvisorio "Angela, Matilde, Lucia"), Sabrina fa propaganda con la troupe, con le comparse, con i fan che arrivano a chiederle l'autografo. Insomma, si è schierata senza riserve. Come è abituata a fare nella vita, nel lavoro e perfino allo stadio.

Perché ha deciso di impegnarsi in questa campagna?

«Mi sento chiamata in causa come essere umano e in particolare come donna. Mi sembra intollerabile che questa maggioranza politica abbia deciso come e quando si possa fare un figlio, o magari impedire di farlo. Quei signori possono fare le leggi che vogliono, ma poi sarò io, Sabrina, che come migliaia di altre italiane di qualsiasi età, dovrei farmi impiantare per forza tre embrioni, non uno di più e non uno di meno. Sono io che potrei ritrovarmi tre gemelli, se gli embrioni dovessero attecchire tutti. O che rischierei di concepire un bambino malato, visto che la legge mi obbliga a mettermi nella pancia anche un embrione con alterazioni gravi, salvo poi, paradossalmente, darmi il permesso di abortire. Questa è una cosa barbara, che nessuna persona che abbia rispetto di sé può accettare».

Intanto la Chiesa sta predicando l'astensione, con lo scopo di far fallire i referendum. Che cosa ne pensa?

«Ho apprezzato la Chiesa e il papa che è appena scomparso per le sue battaglie contro la fame, le guerre, le ingiustizie sociali. Ma la Chiesa non può avere la pretesa di entrare nei drammi e nei dolori privati, non ha il diritto di imporre a un paese intero le sue regole. Non succede in nessun'altra nazione, perché deve toccare proprio all'Italia?».

Secondo i cattolici mettere in discussione questa legge vorrebbe dire addirittura compromettere l'avvenire dell'umanità.

«Io non sono certo un'esperta, ma ho capito bene una cosa: che il progresso, quello buono, con la "P" maiuscola, che aiuta la gente a vivere meglio, ha dato alle donne questa possibilità in più di avere un figlio, e soprattutto di averlo sano. Perché dovrei affidarmi alla Chiesa e a questo governo che vogliono togliermela invece che alla scienza?».

Crede che siano molte le donne che la pensano come lei?

«Sì, e non solo a sinistra, per fortuna. La pensa così anche la ministra Prestigiacomo, una donna coscienziosa. Ho visto che anche Veronica Lario, con grande senso di responsabilità, ha raccontato di aver abortito anni fa un feto malato di sei mesi, proprio per far capire che drammi potevano capitare alle donne e come è inaccettabile averle ricacciate indietro».

Insomma, lei vorrebbe cancellare completamente la legge 40?

«Vorrei abrogare le cose più intollerabili, ma qualche regola è giusto che ci sia. Va bene proibire la provetta alle mamme-nonne. E non sono favorevole a quel mercato che è l'utero in affitto. Ma per il resto devono smetterla di perseguitare le donne, devono lasciarci libere di scegliere».

Lei Sabrina è sposata da due anni e il suo sembra un matrimonio felice. Un po' di tempo fa ha detto che avere un figlio è il suo più grande desiderio. Se fosse necessario farebbe la fecondazione assistita?

«Certo che la farei. Per ora sto tentando in modo naturale, ma se ci saranno difficoltà mi rivolgerò a un buon medico. Essendo una donna alla vigilia dei quarant'anni non ho intenzione di perdere troppo tempo. Ormai abbiamo imparato che l'orologio biologico non sta lì ad aspettare».

In Italia le donne famose preferiscono non raccontare queste cose. Non avrebbe nessun imbarazzo a farlo?

«Neanche per sogno. Dando la vita a un nuovo essere umano non commetterei un reato né un peccato, ma farei una cosa bellissima, e proprio i cattolici, così attenti a difendere la vita, dovrebbero capirlo più degli altri. Qui si parla di un figlio, non di un essere artificiale. Non vedo che cosa avrebbe di diverso dagli altri bambini se l'ovulo della mamma e lo spermatozoo del papà si fossero incontrati in provetta».

Farebbe anche la fecondazione eterologa, con un seme diverso da quello di suo marito?

«Personalmente non me la sentirei. Ma a chi invece vuole provarci bisogna dare i migliori medici, le migliori strutture. Questi viaggi verso le cliniche estere a cui sono costrette tante coppie discriminano in modo intollerabile chi è abbiente e chi non lo è. Sono una vergogna per il nostro paese».

Lei è credente?

«Sono laica, ma non atea. Ho imparato dai miei genitori di sinistra la tolleranza e la solidarietà. Mi piacerebbe che anche la Chiesa praticasse queste virtù».

Crede che avere figli sia fondamentale per una donna?

«Non è detto che lo sia per tutte. Per me sarebbe importante, l'istinto materno è qualcosa che mi appartiene. E non penso sia per caso se mi chiedono quasi sempre di interpretare ruoli di madre. Credo sia perché, nell'immaginario della gente, rappresento la donna comune, con tutto il valore che ha questo termine. E la donna della vita di tutti i giorni è vista anche come madre».

Che cosa farà da qui al 12 giugno?

«Cercherò tutte le occasioni possibili per dire alle donne che devono svegliarsi, fare propaganda e poi andare a votare quattro volte Sì. Non dobbiamo lasciarci mettere sempre i piedi addosso, accettare la parte di eterne colpevoli. Ma questi referendum non riguardano solo le donne, anche gli uomini desiderano diventare padri. E poi ci sono i malati, che aspettano nuove cure dalla ricerca scientifica. Bisogna fare fronte comune, per cancellare norme che feriscono la libertà di tutti».

 

 

Qualche regola è giusto

ci sia. Ma vorrei

abrogare le cose più

intollerabili e offensive

della normativa

 

 

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Questo sondaggio

Il sondaggio è stato realizzato dalla società SWG Srl-Trieste per ""L'espresso" il 29 e 30 aprile 2005.

La rilevazione è stata condotta con il metodo telefonico CATI su un campione nazionale di 700 soggetti (su 3.410 contatti), rappresentativi dell'universo della popolazione italiana di età superiore ai 18 anni. Il documento completo è disponibile sul sito: www.agcom.it

 

 

 

 

 

1 Lei sa che il 12 giugno prossimo si terrà un referendum popolare sulla legge per la fecondazione assistita?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2 Per quel che ha potuto capire, quanto si ritiene soddisfatto dell'attuale legge?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

3 Per quanto ne sa il referendum del 12 giugno sarà indetto per modificare o abrogare la legge attuale?

 

 

 

 

 

 


 

 

 

 

 

4 Lei crede che andrà o non andrà a votare?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

5 E non andrà a votare soprattutto:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

6 Al referendum lei voterà per il mantenimento della legge così com'è o per la sua modifica?

 

 

 

 

 

 


 

 

 

 

 

7 E crede che voterà a favore di tutte le proposte di modifica o solo per alcune?

 

 

 

 

 

 

 

Una legge che non piace a nessuno

 

Dal sondaggio realizzato dalla Swg per "L'espresso" emerge che 8 intervistati su 10 sanno che il 12 e il 13 giugno si andrà a votare per il referendum sulla legge per la procreazione assistita. Ma ad essere meno informate risultano proprio le donne che sono più direttamente interessate all'argomento. Cresce il malcontento nei riguardi della legge numero 40, che oggi piace a meno de 30 per cento degli elettori (erano il 45 per cento del dicembre 2003). Significativo poi che fra gli insoddisfatti la percentuale dei cattolici praticanti sia quasi identica a quella dei non praticanti. Quanto al voto,- il 40 per cento di elettori decisi ad andare ai seggi rappresenta un passo avanti rispetto al 35 di sondaggi precedenti. Fra di loro prevale l'area di chi voterà sì (52 per cento, con un 49 per cento di cattolici praticanti). Ma i referendum restano a rischio perché a quel quasi 30 per cento di cittadini che già hanno deciso di non votare e che per ora sono in maggioranza astensionisti "classici", possono aggiungersi quote significative dell'area degli incerti, a cui la Chiesa chiede insistentemente di disertare le urne per far mancare il quorum. Altro dato interessante: fra quelli che andranno a votare quasi la metà è deciso a dire sì solo ad alcuni dei quattro referendum. La percentuale sale al 53 per cento fra i cattolici praticanti. Ma anche fra i non credenti è alta, 44 per cento (la stessa registrata tra gli elettori di centro-sinistra). A rendere incerte le previsioni c'è anche l'alta percentuale di chi non ha capito bene quali siano i temi su cui il cittadino è chiamato a esprimersi. Da questo punto di vista si può dire che i risultati dipenderanno anche dall'informazione che i vari comitati riusciranno a far arrivare ai media.

 

 

 

 

 

 

 

3

LA SENTENZA SU PIAZZA FONTANA

Strage fascista senza un volto

 

Dopo 36 anni chiusa definitivamente dalla Cassazione una delle pagine più nere della storia italiana. Con una decisione prevedibile

di Corso Bovio e Caterina Malavenda (Avvocati di parte civile)

 

 

È finita com'era prevedibile, soprattutto dopo le accorate, ma ferme parole del Procuratore Generale: tutti assolti. La cosa più difficile è ora spiegare ai familiari delle vittime ed in particolare alle nostre assistite che ci hanno creduto, ad una intera città, che in prima linea ha voluto esserci, con il Comune di Milano, insieme ad altri Enti pubblici costituitosi in giudizio, che la strage che ha segnato un'epoca, dopo 36 anni, non ha un colpevole.

Tutti coloro che quel 12 dicembre del 1969 si trovavano in prossimità di Piazza Fontana ricordano il tremendo boato, ma nessuno di loro saprà mai chi e perché mise la bomba.

Gli sforzi congiunti di giudici e forze dell'ordine, passati attraverso anni di serrate indagini, hanno avuto un solo esito: Carlo Digilio, l'uomo che per primo aprì uno squarcio nell'ambiente in cui quella strage era maturata, che ha ammesso le proprie responsabilità, che ha fornito preziosi elementi, è processualmente il solo che i giudici non hanno ritenuto innocente, dichiarando prescritto il reato contestatogli. Rimangono sullo sfondo, richiamati nel capo di imputazione, Franco Freda e Giovanni Ventura, definitivamente assolti e dunque innocenti. Nella querelle di questi giorni fra Gerardo D'Ambrosio e Giulio Andreotti sono rispuntati persino Pietro Valpreda ed il suo cappotto.

Nel silenzio che ha seguito la lettura del dispositivo, ciò che, assurdamente, ha attirato l'attenzione di tutti i commentatori a caldo, è la sola sulla quale i giudici non avevano alcuna scelta: la condanna delle parti civili private al pagamento delle spese processuali. Quando un ricorso per Cassazione viene respinto, la condanna per chi lo ha promosso al pagamento delle spese di cui lo Stato ha dovuto farsi carico per dare corso al l'impugnazione, è automatica.

La Suprema Corte anzi, là dove ha potuto, ha limitato le conseguenze per chi ha perso un familiare senza un perché e senza un responsabile. Non ha, infatti, condannato le parti civili al pagamento alla Cassa delle ammende di una ulteriore somma, che può essere posta a carico di chi ha proposto un ricorso infondato: una "punizione" per avere messo in moto inutilmente l'apparato giudiziario.

L'iter processuale è stato, fin dall'inizio, piuttosto tormentato, nello sforzo di individuare eventuali connessioni fra i possibili autori della strage ed i servizi segreti. Lo sforzo profuso in tale direzione non ha, però, convinto i giudici di merito.

Assai più "resistente" era parsa, invece, la trama offerta dalle ricostruzioni di Carlo Digilio e di Martino Siciliano, che hanno scelto di collaborare con la giustizia, ciascuno dei due osservatore, da un punto di vista privilegiato, dell'area nella quale, questo è almeno stato accertato, la strage è maturata.

Quanto costoro hanno dichiarato - Martino Siciliano in particolare è stato ritenuto un teste estremamente attendibile - aveva convinto i giudici di primo grado a condannare gli imputati, con una motivazione organica e complessa.

Così non è accaduto con i giudici di appello, i quali hanno preferito ripercorrere i fatti con metodo analitico, valutando ciascuno di essi, nella prospettiva offerta dall'accusa e la trama non ha retto alla verifica.

 

 

In questo caso lo Stato

dovrebbe farsi carico almeno

delle spese processuali

 

 

Se uno storico può accontentarsi di una ricostruzione fondata su elementi verosimili e su una visione d'insieme, i giudici no. Posti di fronte all'alternativa se assolvere o condannare all'ergastolo persone ormai lontane, per età e fatti della vita, dai giorni in cui la società ribolliva di opposte contraddizioni, hanno dovuto scavare a fondo e cercare prove certe ed inoppugnabili. In assenza di queste, coscienza e diritto hanno imposto loro di assolvere, sia pure per "insufficienza di prove", coloro che sono stati indicati, dopo tanti anni ed in modo a volte contraddittorio, come i responsabili della prima, efferata strage che la nostra Repubblica ricordi.

Uno Stato di diritto non può cedere all'emozione e tuttavia lo stesso Stato deve comprendere lo sconforto e l'amarezza che ha colto, questa volta senza ulteriori speranze, coloro che da 36 anni piangono i loro morti e farsi carico – da più parti lo si è auspicato - eccezionalmente almeno delle spese processuali.

 

 

 

 

 

 

 

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Non sarò diplomatico

In Congresso, democratici contro repubblicani. Per bloccare la nomina del nuovo ambasciatore alle Nazioni Unite. È John Bolton. Voluto da George Bush

di Enrico Pedemonte da New York

 

 

Estremista, unilateralista, falco, ma anche manesco, prepotente, violento. La testimonianza più gustosa su John Bolton, il candidato di George Bush alla poltrona di ambasciatore degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite, viene da Melody Townsel, una pubblicitaria di Dallas che ha scritto un'insolita lettera alla commissione Esteri del Senato per raccontare che cosa le accadde nel 1994. A quei tempi lei lavorava per l'Agency for International Development in Kyrgystan. Le capitò di lamentarsi per iscritto nei confronti di un'azienda a cui Bolton faceva assistenza legale. Fu allora che scoppiò l'inferno. «Poche ore dopo, a Mosca, Bolton cominciò a darmi la caccia in albergo, mi lanciò oggetti nella hall, mi recapitò lettere di minaccia, si mise a battere i pugni contro la porta della mia camera urlando frasi minacciose. Si comportava come se fosse matto».

Può un uomo del genere diventare ambasciatore Onu degli Stati Uniti? Il presidente George Bush dice di sì: il cinquantaseienne Bolton, da quattro anni sottosegretario al Dipartimento di Stato, è «l'uomo giusto al momento giusto», ha esperienza diplomatica e una solida personalità. Quello che ci vuole nel palazzo di Vetro dell'Onu dove il rito della mediazione è la prima regola.

 

 

L'uomo scelto per rappresentare

gli Usa al Palazzo di vetro

da sempre attacca duramente l'Onta

 

 

Ma i democratici fanno muro, e intorno al nome di Bolton si sta svolgendo uno dei più cruenti bracci di ferro tra democratici e repubblicani degli ultimi anni. Ovviamente, non è solo questione di carattere. A preoccupare i democratici sono le caratteristiche politiche del personaggio, uno dei nazionalisti più intransigenti dell'amministrazione. Subito dopo l'annuncio della sua nomina (il 7 marzo) è il "New York Times" a dichiarare guerra a Bolton. In un editoriale dal sapore incendiario, il "Times" invita esplicitamente i democratici a bloccare la nomina di Bolton alla commissione Esteri del Senato: che senso ha inviare alle Nazioni Unite un uomo che da anni esprime giudizi di fuoco contro le Nazioni Unite? A quel punto, secondo la tradizione americana, si comincia a passare al setaccio la vita del candidato: le citazioni, i gesti, i comportamenti pubblici, le caratteristiche del suo carattere diventano oggetto di pubblico dibattito.

Cinquantotto ex ambasciatori scrivono una lettera al senatore Richard Lugar, capo della commissione Esteri che deve ratificare la nomina, affermando che «Bolton non è la persona giusta per rappresentare gli Stati Uniti all'Onu». Le ragioni sono esplicitate in modo meticoloso. Negli ultimi anni Bolton si è opposto a ogni politica di controllo degli armamenti. Ha bloccato accordi internazionali per limitare le vendite di armi leggere. È in prima fila nel rifiuto americano di aderire al Trattato di Ottawa contro le mine terrestri. Ha spinto gli Usa a boicottare un sistema di verifica per la Convenzione sulle armi biologiche. Ha dichiarato pubblicamente, senza prove, che Cuba e la Siria stanno lavorando alla produzione di armi biologiche. Ha personalmente realizzato il ritiro Usa dal trattato Abm per limitare le difese missilistiche.

In poche parole, è il simbolo dell'arroganza americana, e cioè l'uomo sbagliato per ricucire i rapporti con il mondo, dopo lo sconquasso causato dalla guerra in Iraq.

Non è difficile per i democratici trovare citazioni adeguate per dimostrare l'estremismo di Bolton. Nel 1997 scrisse che gli Stati Uniti non dovevano sentirsi obbligati a pagare la loro quota alle Nazioni Unite: i trattati internazionali andavano seguiti solo per convenienza politica. Nel 2000, in un'intervista alla National Public Radio, dichiarò testualmente: «Se oggi si dovesse rifare il Consiglio di sicurezza dell'Onu, vorrei che ci fosse un solo paese, gli Stati Uniti, per meglio riflettere la distribuzione di potere nel mondo».

In un'altra occasione disse che il ruolo dell'Onu «è positivo solo se serve gli interessi Usa». Per attaccare la burocrazia delle Nazioni Unite, suggerisce di tagliare dieci dei 38 piani del Palazzo di vetro. E nel febbraio del 2003, secondo un giornale di Tel Aviv, mai smentito, rivela ad alcuni esponenti del governo israeliano che, dopo avere sconfitto Baghdad, gli Stati Uniti avrebbero attaccato Iran, Siria e Corea del Nord.

Nessuno osa dirlo pubblicamente, ma i diplomatici dell'Onu considerano la nomina di Bolton uno schiaffo alla stessa credibilità dell'istituzione. La sua attività nei quattro anni passati al Dipartimento di Stato ha lasciato il segno al Palazzo di vetro. In particolare, i mesi che hanno preceduto la guerra in Iraq sono stati analizzati a fondo dal giornalista Seymour Hersh sul settimanale "New Yorker". Secondo Hersh, non fidandosi della Cia, Bolton chiese di avere libero accesso non solo ai rapporti ufficiali dell'intelligence, ma anche a tutte le fonti primarie, per poter valutare le informazioni appoggiandosi al gruppo di fedelissimi di cui si circondava. Alcuni lo accusano di avere abusato del suo potere per truccare le informazioni dell'intelligence e spingere il paese alla guerra. Numerosi testimoni, davanti alla Commissione del Senato, hanno affermato che Bolton ha esercitato pressioni sugli analisti per piegare i loro rapporti nella direzione voluta. Ma naturalmente si tratta di testimonianze messe in discussione dai repubblicani. L'unica cosa certa è che l'ex segretario di Stato, Colin Powell, ha rifiutato di firmare una dichiarazione a favore di Bolton. E che, secondo il "New York Times", si è attivato per convincere i senatori repubblicani a negare il voto di conferma da parte della commissione Esteri.

Sulla stessa linea sarebbero due altri repubblicani moderati: Richard Armitage, ex sottosegretario di Powell, e Brent Scowcroft, consigliere per la sicurezza nazionale ai tempi di Bush padre: uno schieramento influente nel partito di Bush.

Probabilmente, tutto questo non basterà a bloccare la nomina di Bolton. Difficilmente qualcuno dei dieci rappresentanti repubblicani nella commissione Esteri (contro otto democratici) oserà votare contro un candidato che esprime con onesta schiettezza l'estremismo politico del presidente in politica estera. Consapevoli di ciò, i democratici hanno deciso di puntare tutto sull'instabilità emotiva di Bolton. E così davanti alla commissione Esteri ecco sfilare testimoni che mettono a nudo la sua irascibilità, le sue incontenibili esplosioni di collera, la sua violenza al limite della molestia nei confronti dei collaboratori. L'ex vicedirettore della Cia, John McLaughlin, per esempio, ricorda diversi casi in cui fu obbligato a intervenire per difendere i suoi dalla collera del sottosegretario. Quasi sempre perché non gli fornivano le interpretazioni desiderate. È impossibile dire se i dettagli emersi sul comportamento di Bolton riusciranno a bloccare la sua nomina ad ambasciatore Onu. Bush è deciso ad andare fino in fondo, e se la nomina sarà bloccata in commissione, tenterà probabilmente il voto in Senato.

Ma il clima incandescente della politica americana provoca sconquassi nei rapporti tra i due partiti. La campagna antiBolton sta spingendo alcune minoranze della base democratica a diffondere notizie completamente infondate pur di infangare il nome dell'avversario. Nelle ultime settimane numerosi siti web chiedono addirittura di riaprire un caso di suicidio avvenuto nell'edificio del Dipartimento di Stato, a Washington, il 7 novembre 2003, quando un funzionario dell'Intelligence, John Kokal, si buttò giù dal tetto. L'ipotesi, formulata esplicitamente, è che sia stato Bolton, il prepotente Bolton, a spingerlo. Il clima di odio che si respira nella politica americana porta anche a questo.

 

 

 

 

Viva la non trattativa

Dicono i suoi avversari che John Bolton, se fosse nominato ambasciatore all'Onu, sarebbe uno strano tipo di diplomatico: uno che non vuole fare trattative. Nel caso iraniano, per esempio, ha sostenuto la tesi che le trattative per convincere Teheran a rinunciare al programma nucleare dovevano essere condotte da Germania, Gran Bretagna e Francia. Gli Stati Uniti dovevano starne fuori. Solo con la sua estromissione dal Dipartimento di Stato, e l'arrivo di Condoleezza Rice, gli Usa hanno cominciato ad appoggiare dall'esterno le trattative dei paesi europei. Bolton mostrò la sua idea della diplomazia nel 2003, alla vigilia di un'importante trattativa a sei per convincere la Corea del Nord a rinunciare al suo programma di costruzione di armi nucleari. Alla vigilia dei colloqui Bolton definì in pubblico Kim Jong II un «dittatore tirannico responsabile della rovina economica del suo paese». Il leader nord-coreano rispose per le rime e le trattative fallirono prima di cominciare.

 

 

 

 

 

 

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REPORTAGE

Schiavi dei diamanti

 

Dalle miniere della Sierra Leone, del Congo e dell'Angola ai mercati di Parigi e New York. È lunga la strada di queste pietre preziose prima di arrivare ai ricchi clienti. Spesso sono la causa di delitti e violenze di tutti i tipi. Fino alle guerre

di Emanuele Giordana Foto di Kadir van Lohuizen

 

Collier, eros e mondanità a Londra

 

 

Per Marilyn Monroe

i diamanti erano i migliori

amici di ogni donna

 

Sul lungomare di Freetown, all'ingresso degli hotel a cinque stelle si ammassa una folla di mendicanti e venditori ambulanti. L'uomo che ciondola chiedendo sigarette o una manciata di leones, la ciancicata moneta della Sierra Leone, manca del pollice. Forse è stato semplicemente un incidente in qualche segheria. O forse è una delle tante vittime di un guerra apparentemente insulsa durata una decina d'anni. Se è così, è stato fortunato. Perché qualche chilometro più a est, dopo il famoso ponte di Aberdeen, c'è un campo di diseredati le cui mutilazioni vanno ben al di là. C'è gente cui manca una gamba. Altri non hanno più nemmeno le braccia e appoggiano i moncherini a grucce improvvisate e ricoperte di uno straccio sudicio.

La guerra in Sierra Leone poteva sembrare insulsa soltanto a qualche migliaia di chilometri di distanza dal paese più povero del pianeta. Nel cui sottosuolo maturano le gemme più preziose del mondo: i diamanti. Quella guerra, e la guerra nella vicina Liberia, nella Repubblica democratica del Congo o in Angola, avevano un comun denominatore: i diamanti. E qui che comincia il viaggio di queste gemme che si sono formate milioni di anni fa. Particelle di carbonio che, cristallizzate per la pressione e l'alta temperatura, si sono trasformate in ricercatissime pietre trasparenti. Fino al 1860 i diamanti erano noti in India e in Brasile. Poi vennero scoperti in Sudafrica che dieci anni dopo ne produceva 3 milioni di carati. In Sierra Leone li trovarono negli anni Trenta.

Ishmael Nyaka ha 34 anni. È nato e vive a Koidu: «Durante la guerra me ne sono andato a Bo, ma nel 2003 sono tornato. È dura qui. Non c'è nulla e alla miniera mi pagano in cibo. Niente soldi. Solo quando troviamo un diamante dividiamo qualcosa». Koidu, non lontana dal confine liberiano, è stata a lungo in mano al Ruf, il Fronte unito rivoluzionario di Foday Sankoh. Sankoh finanziava la sua guerra contro Freetown coi soldi del contrabbando. Un'altra lettura suggerisce l'inverso. La guerra serviva ad alimentare il commercio illegale. Che attraverso le frontiere vicine faceva uscire dalla Sierra Leone il suo tesoro. A Koidu la guerra è finita, ma per i sierraleonesi che ci lavorano, anche se non vivono più nel terrore di vedersi amputare le braccia, le condizioni in miniera sono sempre le stesse. Ognuno spia il vicino. E se, nelle minuziose perquisizioni al termine della giornata, si viene sorpresi con un diamante in bocca, son dolori. Per usare un eufemismo.

All'epoca della guerra le cose andavano così: Gambia, Liberia e Costa d'Avorio si occupavano di "ripulire" quelli che sono stati chiamati i "diamanti di sangue". Usciti dalla Sierra Leone, venivano certificate come pietre africane di un altro paese. Le miniere della Costa d'Avorio producevano una media di 70-80 mila carati l'anno. Tra il '94 e il '99, in piena attività del Ruf, ne esportarono 13 volte di più. Stesso discorso per il Gambia dove di miniere di diamanti praticamente non ce ne sono. Quanto alla Liberia, quella era terra di nessuno. O meglio, del dittatore e trafficante Charles Taylor, oggi inseguito da un mandato di cattura della Corte speciale dell'Onu per la Sierra leone.

Se i diamanti vengono estratti dalla sabbia dei fiumi, con un'estenuante e minuziosa ricerca al setaccio, prima di arrivare ai negozi di Amsterdam o di Piace Vendôme a Parigi fanno un lungo percorso.

Commercianti libanesi, mediatori israeliani, trafficanti africani, rispettabili agenti di Anversa, una pletora di contrabbandieri. Teoricamente, la certificazione dovrebbe consentire un accurato controllo. In effetti, le miniere di Bakwa Bowa, a un paio d'ore di macchina da Mbuji-Mayi, nel cuore della Repubblica democratica del Congo, sono ben controllate. È una fortezza presidiata da uomini armati. Il silenzio è rotto dal rumore dei generatori per pompare acqua. Si lavora 24 ore su 24 in due turni. Anche i bambini. Le scuole locali sono deserte. Gli stranieri sono banditi dalla zona. Così si appostano nei dintorni e gli intermediari lavorano per loro. Più vicino sei alla fonte, meno paghi.

Quel che non va fuori dal paese arriva alla caotica città di Mbuji-Mayi, dove le pietre si comprano al mercato, per strada. Teoricamente ogni vendita viene registrata, come comanda anche il "Processo di Kimberley". Nato nel 2000 sotto l'egida dell'Onu come reazione proprio al sangue che colava dai diamanti, nel 2002 è stato siglato da 52 paesi e nel 2003 è entrato in vigore. Ma il fatto che preveda un'autoregolamentazione sui cosiddetti "diamanti dei conflitti", sostengono gli analisti di Global Policy Forum, contiene in sé la condanna a una mancanza di trasparenza che continua ad alimentare il mercato illegale.

In Angola le miniere stanno sul fiume Cuango, a Luzamba. Per anni le ha gestite l'Unita di Jonas Savimbi che, al tempo di Mobutu, spediva le gemme direttamente in Zaire. Il dittatore col cappello di leopardo pagava in armi. Meccanismo perfetto. Adesso che la guerra è finita, il governo controlla questa specie di paradiso dei diamanti. Paradiso per chi compra, inferno per chi ci lavora. I prezzi sono alle stelle: una bottiglia di whisky vale 300 dollari e tutto avviene sotto l'egida di una joint-venture tra il governo di Luanda e una compagnia straniera che sfrutta ogni angolo del territorio. Non c'è spazio per piantare un tubero, anche perché abbondano le mine. Quello che Mbuji-Mayi è in Congo, in Angola è la cittadina di Cafunfo. Gli uffici, gestiti da mediatori spesso stranieri, sono protetti da alte mura guardate a vista da telecamere e vigilantes. È uno degli snodi del commercio dei diamanti in Africa. Le contrattazioni sono severe e raramente si fanno a voce. Leggi un prezzo e rilanci. E via con la merce. Secondo un rapporto dell'Onu, il processo di Kimberley in Angola non è molto più che una foglia di fico. Abusi e violenze nelle miniere sono all'ordine del giorno e il sangue continua a scorrere.

Le destinazioni finali dei diamanti sono Europa e Usa. I nomi sono essenzialmente tre: De Beers, Anversa, New York. Gli affari di Anversa ruotano attorno al piccolissimo quartiere di Diamant, di fianco alla stazione. Tra Hovenierstraat e qualche vicolo limitrofo, in una zona piccolissima quanto poco affascinante, si svolge l'80 per cento del commercio internazionale. Le pietre arrivano dall'Africa all'aeroporto di Bruxelles e partono per la vicina Anversa su macchine blindate. Ma i diamanti non si lavorano più in questa città belga, dove dei 15 mila artigiani della gemma ne sono rimasti 300. Le lavorazioni si fanno ormai in Thailandia, Sri Lanka, India. A Surat, nel Gujarat, si lavora alla pulizia, selezione, taglio delle gemme. Il 70 per cento della produzione finale di diamanti è concentrato in questa città indiana dove un esercito di artigiani lavora giorno e notte per un salario che comunque attira manodopera dalla campagna. Certe aziende impiegano anche un centinaio di questi ex contadini.

Quanto alla De Beers, è una compagnia quotata in Borsa a Londra e non ha più nulla, o quasi, a che vedere con la vecchia sigla quotata alla Borsa sudafricana. Nel 2001 le azioni pubbliche della compagnia o delle sue sussidiarie sono state vendute al consorzio DBInvestment. E la De Beers, leader indiscussa del diamante, che controlla un mercato che si divide essenzialmente tra Anversa, in Europa, e la 47a strada a New York, considerata la piazza di vendita più importante. Nel 2003, le gioiellerie americane hanno venduto diamanti per 20 miliardi di dollari. Gli slogan si sprecano. Dal noto "Un diamante è per sempre" al vecchio refrain caro a Marilyn Monroe, "Diamonds are girls best friends". Resta anche il marchio dei "diamanti di sangue", come li ha chiamati il giornalista americano Greg Campbell in un recente libro inchiesta. Le pietre bianche sono trasparenti. Ma la strada del loro candore etico è ancora lontana.

 

Emanuele Giordana

 

 

 

 

 

 

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Sant'Ici fa la grazia

Scuole, cliniche e centri sportivi degli enti ecclesiastici non dovranno più pagare l'imposta sugli immobili. Un blitz del governo contro una sentenza della Cassazione

di Luca Piana

 

 

Quei 70 mila curo che la giustizia terrena esige da loro, le Suore zelatrici del Sacro Cuore dell'Aquila proprio non li hanno. Le religiose erano andate fino in Corte di Cassazione dicendo che un istituto come il loro, dedito fin dall'Ottocento all'assistenza di anziani, bambini ed emarginati, l'Imposta comunale sugli immobili, la famigerata Ici, per legge non è tenuto a pagarla. I giudici però non hanno voluto sentire ragioni: far pagare una retta agli ospiti della piccola casa di cura che l'Istituto aveva organizzato negli anni Novanta, rappresenta un'attività commerciale e le suore zelatrici il tributo al Comune avrebbero comunque dovuto versarlo. E se i quattrini non li hanno, toccherà fare come la Lazio di Claudio Lotito: una rateizzazione.

La sentenza della Cassazione, depositata l'8 marzo 2004, ha avuto nel mondo ecclesiastico l'effetto di una silenziosa Apocalisse. Scuole materne ed elementari, licei e università, cliniche e centri sportivi, rappresentano i pilastri della costituzione materiale della Chiesa. Le proprietà immobiliari, pressoché sterminate, fino a ieri erano state oggetto di un'attenzione limitata da parte dei sindaci. La fame però, si sa, rende voraci e i tagli di risorse da parte del governo scatenano l'appetito: per questo la decisione della Cassazione sul caso abruzzese, debitamente fatta circolare in tutta la Penisola dall'Anci, l'associazione dei Comuni, ha fatto scattare l'allarme.

La preoccupazione del mondo cattolico dev'essere arrivata fino a Palazzo Chigi. La reazione del premier Silvio Berlusconi e del ministro dell'Economia, Domenico Siniscalco, è arrivata nel disegno di legge numero 5736 denominato "Piano d'azione per lo sviluppo economico", parte del pacchetto per il cosiddetto rilancio della competitività. La novità, passata finora inosservata è stata colta dalle tributariste Sara Armella e Francesca Balzani (vedi articolo a pag. 172). È contenuta in sei righe inserite nella quart'ultima delle 168 pagine del testo, assegnato alle commissioni della Camera. L'esclusione totale dal pagamento dell'lci, finora riservata almeno in teoria alle attività non profit, viene allargata alle associazioni e fondazioni (non solo religiose) che operano, anche con scopo di lucro, in settori come la sanità, l'istruzione, l'ospitalità e lo sport.

 

 

I giudici avevano stabilito che

Il tributo è comunque dovuto da chi

opera con criteri imprenditoriali

 

 

Se la legge passerà, non pochi tireranno un sospiro di sollievo. Negli ambienti religiosi, nonostante la riservatezza che circonda vicende come queste, rimbalzano i nomi delle città, da Roma ad Assisi, dove sono scattate le prime richieste di pagamento, alle quali il Cnec, il Centro nazionale economi di comunità, intende ora rispondere attraverso la formulazione di un parere. «Già oggi diverse congregazioni stanno chiudendo le scuole e molte, se dovessero pagare l'Ici, non potrebbero andare avanti», dice fratel Carlo Contri, economo della Congregazione fratelli delle scuole cristiane, che gestisce diversi collegi, dal Gonzaga di Milano al San Giuseppe di Torino.

Le ripercussioni più clamorose della sentenza della Cassazione sono finora esplose a Genova. Lo scorso inverno la giunta del sindaco Giuseppe Pericu ha iniziato a inviare alle scuole religiose cartelle esattoriali per decine di migliaia di euro: 160 mila al Don Bosco, 38 mila al Vittorino da Feltre, 41 mila al Sacro Cuore, 51 mila al Maria Ausiliatrice, 96 mila allo Champagnat, il centro culturale e sportivo dei Fratelli maristi. L'arcivescovo di Genova, Tarcisio Bertone, è subito intervenuto per scongiurare il salasso e in febbraio, con le elezioni regionali alle porte, la giunta ha annunciato una parziale marcia indietro.

Genova a parte, tuttavia, la questione resta aperta. La sentenza della Cassazione fa molto rumore perché sembra andare contro abitudini ormai consolidate, grazie alle quali numerosi impianti sportivi, scuole private e cliniche gestite da enti non profit non erano chiamate a pagare l'imposta sugli immobili, nonostante fossero senza dubbio organizzate come attività commerciali. La situazione, tuttavia, è molto diversificata e, scendendo nei casi particolari, le sorprese non mancano. A Milano, mentre il Gonzaga e altri istituti non sono stati finora chiamati a pagare perché gestiti direttamente da congregazioni, il Collegio San Carlo di corso Magenta, ospitato in un palazzo ottocentesco e dotato di una piscina aperta al pubblico (a pagamento), sborsa in Ici più di 100 mila euro l'anno. Il collegio, infatti, è gestito da una società controllata da due enti diocesani (la Vincenziana e l'Opera per la preservazione e la diffusione della fede) che possiedono anche il Volta di Lecco e questa organizzazione dell'attività ricade, al momento, sotto il giogo dell'imposta.

Pascoli per ora inesplorati per l'attività degli esattori comunali sembrano essere anche, almeno per il momento, le università private e gli ospedali religiosi. Non versano l'Ici la laicissima Bocconi di Milano e la Cattolica. Quest'ultima, per la verità, non paga per le aule e il Policlinico Gemelli di Roma e nemmeno per la storica sede di Milano, collocata in un monastero cistercense di origine medievale, mentre deve farlo per gli spazi occupati a Piacenza, ottenuti in comodato d'uso dall'Istituto Giuseppe Toniolo, ente fondatore dell'università. Anche nell'ambito ospedaliero e universitario, tuttavia, non sono da escludere novità: come fa sapere l'Ospedale San Raffaele di don Luigi Verzé, sulla questione Ici sono al momento in corso colloqui con i Comuni di Milano e Segrate che ospitano la struttura.

 

 

A Milano il San Carlo paga

100 mila euro, il Gonzaga è esente.

I casi Bocconi, Cattolica e Gemelli

 

 

 

D'altronde, come aveva ribadito il ministero dell'Economia il 22 marzo, rispondendo a un'interrogazione parlamentare, «se gli enti non commerciali, a esclusione di quelli ecclesiastici, svolgono attività prevalentemente commerciale, perdono la loro natura». Mentre per quelli ecclesiastici, diceva il ministero, toccherebbe al Comune verificare se l'attività per cui si chiede l'esenzione è svolta con criteri imprenditoriali. E, nel caso, far pagare I'Ici. Ma lo stesso giorno in cui l'Economia rispondeva così ai deputati, il governo presentava il disegno di legge che fa piazza pulita dell'Ici. Perché se Dio vede e provvede, qualche volta anche il governo può dare una mano.

 

 

 

 

Una Caporetto per i Comuni

di Sara Armella e Francesca Balzani (Avvocati tributaristi)

 

 

Il pacchetto per la competitività contiene una previsione destinata a togliere il sonno ai sindaci di molti Comuni italiani. L'esclusione totale dal pagamento dell'Imposta comunale sugli immobili (Ici), oggi riservata alle attività non profit, viene allargata, a sorpresa, anche a chi lavora con scopi lucrativi nel campo della sanità, dell'istruzione, dell'ospitalità e dello sport. Non pagheranno più il tributo, pertanto, non solo le scuole, i ricoveri, le palestre utilizzate senza finalità commerciali, ma anche quelle organizzate e gestite come vere e proprie imprese.

Grandi cliniche, case di cura, laboratori di analisi, centri sportivi, piscine, licei e università private, come pure alberghi di ogni tipo, visto che sono comprese anche le strutture ricettive, potranno rifiutarsi di pagare I'Ici purché gestite da un'associazione o da una fondazione, ossia da un ente che, per il resto, non è commerciale.

Viene così vanificato lo scopo originale dell'agevolazione, che almeno nelle intenzioni del legislatore era stata riservata a chi opera nei settori della sanità e dell'istruzione con finalità solidali proprio per premiarne la funzione sociale. E, ironia della tecnica legislativa, il tutto avviene inserendo la nuova previsione in un articolo del progetto di legge per lo sviluppo dedicato al volontariato.

Con buona pace di federalismo e devolution, i Comuni si vedono così imposta per legge un'esenzione che riguarda proprio i grandi contribuenti, ossia chi occupa grandi spazi e quindi dovrebbe pagare di più. Per non parlare dei possibili abusi. Non è chiaro se l'esenzione dall'Ici spetti solo al proprietario che usa direttamente l'immobile per svolgerci lui stesso le attività di sanità o istruzione, oppure anche quando l'ente non profit è un semplice inquilino: in questo secondo caso, infatti, anche una società per azioni potrebbe risparmiare I'Ici affittando l'immobile all'ente giusto.

Il rischio per i bilanci degli enti locali è molto serio perché la nuova disciplina non si applicherà solo per il futuro, ma anche per i tre anni precedenti. In pratica, licei e cliniche private non solo risparmieranno l'Ici per il futuro, ma potranno chiedere il rimborso di quanto hanno eventualmente pagato gli anni scorsi, con tanto di interessi a carico dei Comuni. La norma, infatti, è presentata come una semplice interpretazione della legge già vigente, come se si limitasse, insomma, a chiarire bene l'agevolazione Ici prevista per le attività di sanità, istruzione e sport, senza introdurre niente di nuovo. Peccato, però, che a interpretare la vecchia legge ci avesse già pensato, l'anno scorso, la Corte di Cassazione, dicendo a chiare lettere che chi lavora con metodi imprenditoriali deve pagare l'Ici e che, se non ci sono dubbi, è rigorosamente vietato fare leggi interpretative. E peccato anche che, proprio lo stesso giorno in cui è stato presentato il disegno per la nuova legge, il ministero dell'Economia e delle Finanze, in risposta a una interrogazione parlamentare, abbia invitato i Comuni a verificare bene come sono svolte le attività sanitarie e di istruzione perché, se lo scopo è commerciale, non si ha diritto a nessuno sconto dell'Ici.

(nota di Gandalf: grassetto, inclinazione e sottolineature SONO MIE)

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il Web è tutto un trip

I siti Internet specializzati in viaggi e hotel sono ormai una giungla. Dove si può risparmiare molto. A patto di sapersi orientare

di Sabina Baluardi

 

 

Una camera libera per il 18 e il 19 maggio? Sì, ce l'abbiamo. Verrebbe 300 euro per notte, ma le faccio 220, va bene? No. Ma l'anonima cliente non ha il tempo di spiegare, perché la receptionist del Forty Seven, quattro stelle romano, si affretta a precisare: «Su Internet costa meno, lo sappiamo. Ma non possiamo farci niente. Al telefono siamo obbligati a tariffe più alte. Prenoti on line, se vuole».

Se una mattina di primavera un viaggiatore decidesse di organizzare da sé la sua vacanza, e come i 900 mila italiani che lo scorso mese hanno navigato su Expedia.it, si affacciasse sul portale numero uno di viaggi on line, scoprirebbe che su Internet quella camera costa 207 euro.

«Il turismo on line è il futuro. Nel giro di 10-15 anni non ci sarà più nessuno che organizzerà il suo viaggio fuori da Internet», ripete Simon Breakwell, direttore esecutivo della divisione travel europea di Iac/lnterActiveCorp, il colosso newyorchese proprietario di Expedia. Comprano viaggi su Internet gli inglesi: secondo il Center for Regional and Tourism Research di Bornholm, in Danimarca, proviene dalla Gran Bretagna il 36 per cento delle vendite on line del 2004. Insieme, tedeschi, inglesi e francesi generano il 69 per cento delle transazioni europee. E anche in Italia l'e travel è il primo comparto dell'e-commerce: nel 2003 pesava per il 27 per cento delle vendite; lo scorso anno è arrivato al 40. E il traffico di navigatori è in forte crescita: secondo Nielsen/NetRatings, nell'ultimo anno c'è stato un incremento del 30 per cento tra gli utenti di compagnie aeree; siti come Trenitalia hanno avuto una crescita di consultazioni del 40 per cento.

Ma perché acquistare viaggi on line diventi un fatto naturale, tanto da far sparire di scena le agenzie tradizionali, spingendole a trasformarsi in più sofisticati consulenti (come già fanno i personal traveller di Next World Travel), serve un quadro più nitido di quello attuale: una giungla di siti e di tariffe. Con differenze anche vistose.

 

 

Nel giro di pochi anni

anni le tradizionali agenzie

faranno solo consulenza

 

 

Due giorni a Madrid in un quattro stelle? Il Westin Palace, per esempio, dal 10 al 12 giugno. Su Lastminute.com costa 284 euro per notte. A un acquirente di Expedia.com 262 euro. Prenotando da Opodo.co.uk 255 euro. E l'elenco potrebbe continuare, con prezzi diversi. La soluzione migliore? Quella offerta sul sito dello stesso Westin Palace: 195 euro.

La Rete fa risparmiare. Ma il difficile è scoprire dove. Se la regola di affidarsi al sito dell'albergo è in genere la soluzione più conveniente, l'esigenza di realizzare grossi volumi di affari sta dando vita a un business tra i più aggressivi. «Troppi contendenti», sostengono gli analisti: «Non tutti sopravviveranno». Tre gli attori principali in questa corsa al mercato europeo c'è Expedia, lanciata nel 1996 da Microsoft, con un portfolio di 85 mila hotel e partnership con centinaia di compagnie aeree e di noleggio. In Italia dal 2001, ha registrato, nel primo trimestre del 2005, tassi di crescita del 500 per cento rispetto all'anno scorso. Lastminute.com, fondata a Londra nel 1998, ha 6 milioni di utenti europei. Quotata alla London Stock Exchange nel marzo del 2000, è cresciuta di quasi il 100 per cento l'anno. E c'è Opodo, con sede a Madrid, di proprietà di Amadeus, il principale sistema di prenotazione dei voli europei. Solo a confrontare le tariffe dei tre principali competitor, la situazione è ingarbugliata. Ma la faccenda si fa più suggestiva paragonando tariffe italiane e Usa: aggirando il reindirizzamento automatico che impone le versioni locali dei portali internazionali, spesso, si spende meno. «Impossibile: i prezzi sono identici», dice Adriano Meloni, amministratore delegato di Expedia.it: «Dipende dai tassi di cambio».

Volo AZ 316 Roma-Parigi, con partenza il 27 maggio alle 7 del mattino e ritorno il 30 alle 14 (AZ 321). Sul sito di Alitalia la tariffa migliore è 157,21 euro. Su Airfrance.it gli stessi voli (AF 9831 e AF 9834), operati in code share da Alitalia, costano 185,21 euro. Su lastminute.com 165,21 euro. Su expedia.it 160,21 euro. Sull'americano Expedia.com la tariffa è di 152 euro. Non solo: il sistema segnala che se invece di partire alle 7 si sceglie il volo delle 7 e 20, mantenendo il ritorno, la spesa scende a 105 euro. «Saranno cinque o sei i casi in cui il prezzo varia», spiega Meloni: «Succede con Eurodisney. Dipende dalle compagnie che, per stimolare l'acquisto in un mercato, applicano prezzi diversi. Con gli hotel stipuliamo contratti che impongono tariffe al massimo identiche a quelle dei loro siti».

L'anomalia sui biglietti aerei pone l'accento sui profitti piuttosto bassi che le società ricavano dagli e-ticket: circa il 4 per cento. E la ragione che ha spinto Opodo ad acquisire tre tour operator: Eviaggi in Italia, Travellink in Scandinavia e Karavel in Francia, specializzati in pacchetti (voli, hotel e macchina) in grado di dare margini più alti. «I guadagni non stanno nel portare le persone in un posto, ma in quello che fanno una volta arrivati», ripete Brent Hoberman, fondatore di Lastminute.com. «Un pacchetto rende di più», spiega Giovanna Garlati, Brand & Communication Manager per l'Italia di Lastminute: «Da un punto di vista di gestione, però, vendere un biglietto è un'operazione automatica. Il pacchetto necessita spesso dell'intervento di un operatore».

Secondo e-Business W@tch, osservatorio della Commissione europea che valuta l'incidenza dell'e-commerce, l'impatto sul turismo è stato più forte che in altri settori: nel 33 per cento delle imprese ha contribuito a innovare i servizi. Ha trascinato su Internet il 76 per cento degli operatori europei.

Ha prodotto modelli innovativi come i siti nazionali (goscandinavia; visitgermany). «Il Web può creare la domanda per destinazioni neanche immaginate dai clienti», nota Renato Morandi, presidente dell'omonimo gruppo agente per l'Italia di Superfast Ferries (i traghetti veloci per la Grecia): «Su Internet si possono acquistare biglietti per i ferries, ma quando l'italiano si libererà della diffidenza a usare la carta di credito sarà tutto più facile». La Rete serve ad acquisire informazioni, specie dai motori di ricerca. E mentre cresce l'advertising on line, monta il sospetto che gli stessi motori, con il sistema Seo (search engine optimisation), privilegino i siti degli investitori.

Ma l'offensiva è scattata: una generazione di "spidering sites" scandaglia il Web in cerca dei siti più economici da mettere a confronto. Hotelscomparison, ad esempio, non vende nulla, ma individua i più scontati tra 160 hotel. «Tutti vanno on line», spiega Garlati: «Così nasce la confusione».

Non sempre. Il 18 e il 19 maggio, l'Hotel Exedra di Roma, cinque stelle lusso, costa su Expedia.it 299 euro il primo giorno, 449 il secondo. Su boscolohotels.com lo stesso hotel costa 424 euro. «La tariffa è di 449 euro a notte», dicono al telefono. «Come mai sul sito è 424?». «Questa tariffa non esiste». «Ce l'ho davanti». «Ah, il celebration package: un'offerta per chi prenota on line, che include breakfast, drink di benvenuto e una cena». Internet conviene due volte.»

 

 

 

Metti un ticket nel motore

di Paolo Pontoniere

 

La notizia, il mese scorso, che la AskJeeves inc., proprietaria del motore di ricerca omonimo, era stata acquistata per 1,8 miliardi di dollari da Barry Diller, magnate americano dei media digitali, è stata salutata gli operatori di Borsa con un rialzo del titolo del 18 per cento. AskJeeves è il quarto motore di ricerca di shopping on line più redditizio del mondo: l'anno scorso la società ha riportato utili di 261,3 milioni di dollari, il doppio del 2003. Ma ben altre possibilità di crescita promette il settore dei viaggi on line. Un segmento che attrae il 71 per cento dei naviganti americani, e in cui Diller, con la sua IAC/InterActiveCorps occupa una posizione leader, con 44 milioni di utenti. Tra i suoi possedimenti figurano marchi come Expedia, Hotels.Com, Match.com e Evite, siti che controllano buona parte del traffico Internet relativo al turismo. Uno dei settori del commercio sul Web che, con 53 miliardi di dollari di fatturato nel 2004, registra il maggior tasso di crescita di Internet. Secondo una ricerca della Forrester, entro il 2009 il fatturato dei viaggi on line raggiungerà i 110,5 miliardi di dollari. Nello stesso periodo, il numero di famiglie che sceglierà di organizzare viaggi sui Web raggiungerà i 45 milioni. In Europa aziende come la Zurich Financial Services e la British Telecom in questo modo hanno ridotto il costo dei loro viaggi domestici di quasi il 50 per cento in tre mesi. Nel caso della BT, prenotando attraverso Hotelscene, Flightcheker e Amex, la compagnia ha ridotto i costi dei biglietti del 29 per cento e le commisssioni del 52, con un risparmio di 7,5 milioni di sterline in 18 mesi. Alla Zurich, il costo di un volo Belfast-Birmingham è sceso del 42 per cento; da Londra a Edimburgo del 57. A confermare che l'era dei viaggi on line è diventata una realtà anche per gli europei interviene la notizia che la Pendant Corporation, tra i maggiori operatori turistici del pianeta, ha appena completato l'acquisto di Ebooker pic, uno dei maggiori siti europei di viaggi on line, per 190 milioni di sterline. Secondo la Thomson, una delle maggiori agenzie inglesi, nei prossimi quattro anni la metà dei pacchetti vacanza venduti nell'eurozona sarà acquistata on line. Quest'anno il 40 per cento degli europei con accesso a Internet acquisterà un viaggio on line. Nel 2013 saranno l'80 per cento. Negli Usa, usando l'on line, i consumatori riescono a risparmiare fino al 60 per cento del prezzo di aerei, crociere, hotel, autonoleggi. Ora, grazie all'arrivo di motori di ricerca verticali come Kayak, Mobissimo, P2world, Groople, Quickbook, Tripadvisors, Hotwire e Sidespet, e l'ultimo nato Worldwide Travel Agent Search by Specility, gli utenti possono risparmiare il 30 per cento sui prezzi offerti da Travelocity, Expedia e Orbitz, i tre grandi del settore viaggi on line. «Questi siti stanno cercando di fare per i viaggi on line quello che Google fece per le ricerche in Rete», spiega Diane Clarkson, analista della Jupiter Research: «E ci riescono, perché al contrario dei siti tradizionali, che ricercano solo sul loro network, i nuovi browser cercano su tutto il Web, riuscendo a piazzare a minor prezzo quello che i siti on line tradizionali non potrebbero vendere».

 

 

I più cliccati

www.expedia.it

www.lastminute.com

www.edreams.com

www.webtours.go.it

www.venere.com

www.kelkoo.com

www.hotelscomparison.com

www.viaggiare.it

www.trenitalia.it

www.traveljungle.co.uk

 

 

 

 

 

 

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INTERNET - LA GUERRA DEI BROWSER

Mozilla contro Bill

Un nuovo programma per navigare in Rete fa paura a Gates. Perché è veloce, semplice, resistente ai virus. E soprattutto gratis!

di Federico Ferrazza

 

 

Per la grande massa di non esperti, per il normale utente di Internet, il nome, Mozilla Firefox, significa per ora poco o nulla. Per Bili Gates, il patron di Microsoft, quelle due paroline rappresentano un incubo. Mozilla Firefox è un browser, cioè un programma per navigare su Internet. Ed è il primo serio rivale del più grande potente browser del mondo, quello che è installato praticamente su tutti i pc del pianeta, cioè Explorer di Microsoft, che accompagna da diverse versioni i sistemi operativi Windows.

A poco più di sei mesi dal lancio, avvenuto il 9 novembre scorso, il successo di Firefox è stato impressionante, complice anche la pubblicità che gli opinion leader della Rete e molti media gli hanno dedicato (grazie a una sottoscrizione volontaria, per esempio, utenti e sviluppatori hanno acquistato un'intera pagina del "New York Times" per promuovere il browser). Secondo WebSideStory, una delle fonti più autorevoli in materia, un anno fa gli utilizzatori di Explorer erano più del 95 per cento dei navigatori a fronte di un minuscolo 3,5 per cento di Firefox, che al tempo esisteva solo in una versione di prova non definitiva. Oggi, secondo gli ultimi dati (che si basano su un campione di più di 30 milioni di utenti quotidiani di Internet in 245 paesi di tutto il mondo), Explorer ha perso circa sei punti (passando all'89,85 per cento), mentre Firefox ha guadagnato, arrivando fino all'8,16 per cento. Complessivamente, il browser è già stato scaricato da più di 50 milioni di utenti. Non poco se si pensa che fino a qualche tempo fa Explorer era di fatto monopolista. Il dato, poi, acquista ancor più significato se si scremano le statistiche e si confrontano solo quelle degli utenti tecnicamente più smaliziati: qui il calo di Explorer è una débâcle. Secondo statistiche di W3Schools, sito dedicato allo sviluppo Web, in aprile gli utenti "smanettoni" di Explorer sono stati il 65 per cento contro il 25 di Firefox. Firefox è un software "open source". Il che significa che, al contrario di Explorer e di tutti i programmi "proprietari", i suoi codici sorgente sono a disposizione di chiunque e possono essere manipolati come si vuole per personalizzarlo (o migliorarlo). Intorno a Firefox, quindi, esiste una comunità di programmatori coordinati dalla Mozilla Foundation (oltre al browser si occupa di sviluppare altri software "open source" come Thunderbird, posta elettronica, o Nvu, programma per la creazione di pagine Web) che realizza gratis estensioni e poi le mette a disposizione di tutti. A oggi le estensioni "importanti" sono circa 700 (anche se i dilettanti che si divertono a modificare Firefox sono milioni) e quella più scaricata al mondo è FlashGot realizzata nel tempo libero da un giovane programmatore siciliano: Giorgio Maone, presidente della società di consulenza e sviluppo software InformAction (specializzata in piattaforme Open Source). «La mia estensione (in poche parole un software che se fatto partire aggiunge particolari funzioni al browser, ndr.) consente agli utenti di scaricare più velocemente tutti i file (immagini, video, musica e così via) di una pagina Web», spiega Maone.

 

 

Explorer, il software creato da Microsoft,

sta perdendo la sua posizione di monopolista

 

 

A detta degli esperti, la velocità è uno dei pregi di Firefox. Che piace così tanto anche per altri aspetti tecnici. Li riassume così Ken Cassar, direttore di analisi strategiche alla Nielsen/Net Ratings: «Fire fox offre ai navigatori del Web uno strumento semplice ed efficiente, che blocca i pop-up indesiderati, è molto meno suscettibile di Explorer ad attacchi virus, e offre un mezzo invidiabile per navigare attraverso più siti contemporaneamente utilizzando sempre la stessa finestra, grazie al suo tabbed-browsing». Quest'ultima funzione consente di aprire più pagine Web senza dover necessariamente far partire altrettante finestre: «Una caratteristica che consente a Firefox di sciupare meno risorse del sistema e quindi di non ingolfare il computer, rischiando di bloccarlo«, continua Maone.

Al di là delle caratteristiche tecniche e del fascino che portano con sé tutti i software "open source" sviluppati gratis per essere al servizio di tutti, Mozilla Firefox potrebbe rappresentare un'opportunità di business per molte aziende. A cominciare dalla californiana Round Two che si definisce «la prima giovane azienda completamente dedicata a Firefox». Il modello di business di questa start-up (nata qualche settimana fa da una costola della Fondazione Mozilla) non è offrire una versione a pagamento del browser, ma sponsorizzare alcuni sviluppatori (Maone, per esempio) e legare il proprio marchio alle estensioni. E successivamente (questa volta a pagamento) offrire servizi di supporto per gestire al meglio Firefox. Nella testa dei manager di Round Two ce ne sono diversi. Uno potrebbe essere un servizio per consentire agli abbonati di condividere tutti i siti "Preferiti" e i commenti su alcune pagine web. Sarebbe la nascita del browsing di gruppo, una sorta di navigazione di comunità che potrebbe dar vita a dibattiti e confronti tra i navigatori. Un'altra idea di Round Two è quella di mettere in piedi un servizio per la condivisione e la gestione on line del proprio album fotografico. «Ormai», continua Maone, «i tempi sono maturi per servizi a pagamento di questo tipo. Oggi chi naviga in Internet condivide con gli altri gran parte della sua vita (blog, siti per pubblicare foto, semplici software per mettere on-line la propria musica, ndr.).

C'è quindi bisogno di browser che facilitino la condivisione dei contenuti».

E Microsoft, come risponde a questa offensiva? In rampa di lancio l'azienda di Redmond ha una nuova versione (la settima) di Explorer che dovrebbe veder la luce prima dell'estate. Ma sarà una versione Beta - quindi non definitiva - che vedrà tra le sue caratteristiche quella di essere più robusta agli attacchi virus (aspetto su cui recentemente, per la verità, anche Firefox ha mostrato piccoli cedimenti e su cui sta lavorando la comunità degli sviluppatori). La grande novità per la società di Gates, comunque, arriva con Longhorn, il nuovo sistema operativo di Microsoft. La caratteristica di questo "ambiente" dovrebbe essere quella di avere in ogni programma un browser, così da consentire la navigazione da ogni applicazione. Se per esempio si sta scrivendo un documento di Word e si ha bisogno di un'informazione per completarlo, si potrebbe accedere a Internet senza aprire il browser. Un aspetto che legherebbe ancor più intimamente la navigazione al sistema operativo. Che per Firefox è in alcuni casi una debolezza: anche se accade di rado, a volte succede che non si leghi alla perfezione con altri programmi del sistema operativo limitandone il funzionamento.

 

 

In pochi mesi

50 milioni di persone

l'hanno già scaricato

 

 

Tra le curiosità, c'è da segnalare che Firefox rappresenta anche una sorta di rivincita nei confronti di Microsoft. La creatura della Mozilla Foundation, infatti, nasce dalle ceneri di Netscape, il primo browser commerciale affacciatosi su Internet alla fine del 1994 e che ha rappresentato una delle prime tappe della massificazione del web. Ma a metà del '95 Microsoft lanciò Explorer e nel giro di qualche anno (grazie a una superiorità tecnica e alla sua integrazione nel sistema operativo) è diventato leader assoluto. Netscape, dopo aver aperto il codice sorgente del browser e affidato le sorti del software alla comunità degli sviluppatori "open source" (nascita del progetto Mozilla.org), venne acquistata e smantellata da America Online. Nacque così Mozilla Foundation (fondata da ex dipendenti di Netscape) che, grazie al lavoro di gruppo, all'intuizione di qualche singolo (come il giovanissimo Blake Ross che nel 2002 snellì l'architettura del browser), ai soldi di Aol (2 milioni di dollari) e ai finanziamenti di alcuni rivali di Microsoft, ha dato vita nel novembre dello scorso anno a Mozilla Firefox. Insomma, la prima battaglia dei browser la vinse Bili Gates, ma chissà come finirà questa volta.

 

 

 

 

Ibm e Nokia sfidano Windows

Cinque colossi contro Bili Gates. Cinque leader dell'informatica e delle telecomunicazioni che hanno deciso di scendere in campo accanto alla Commissione Europea contro il ricorso presentato da Microsoft alla Corte di giustizia per le decisioni dell'esecutivo Ue in materia di concorrenza. Le cinque aziende sono Ibm, Nokia, Oracle, Red Hat e RealNetworks e si sono unite nel "Gruppo europeo per i sistemi interoperabili" (Ecis). Il loro obiettivo, stando a quanto scritto dal "Financial Times", è quello di offrire consulenza alla CE nei processi a carico di Microsoft accusata di abuso di "posizione dominante" con il suo sistema operativo Windows. Accusa per cui Microsoft è stata condannata a una multa di 500 milioni di euro e al rilascio di una versione del suo sistema operativo senza lettore multimediale. Con il suo appoggio l'Ecis vorrebbe scongiurare l'ipotesi di un accordo amichevole tra le parti.

 

 

 

 

L'Open source all'assalto del castello di Redmond

 

Browser

La sfida è tra - Internet Explorer e Mozilla Firefox. Il primo è ancora leader di mercato (circa il 90 per cento), ma il secondo si sta facendo sotto (più dell'8 per cento). Nel giorno del lancio, Firefox è stato scaricato un milione di volte.

 

Enciclopedie on line

Il prodotto di Microsoft si chiama Encarta e il suo principale "nemico" è Wikipedia, l'enciclopedia "open source" a cui tutti possono partecipare. Ogni giorno Wikipedia registra sei volte gli accessi di Encarta.

 

Software per l'ufficio

Il primo concorrente è Open Office. Nato quando la Sun Microsystem decise di liberare il codice sorgente del suo Star Office, questa "suite" offre gratis alternative a Word, PowerPoint e Excel di Microsoft Office, leader di mercato con più del 95 per cento.

 

Sistemi operativi

Il principale avversario "open source" è Linux. E se per quanto riguarda il mercato "consumer" e dei computer da tavolo in generale non sembra esserci partita a favore di Microsoft, per i server non è proprio così: Microsoft, 62 per cento, Linux, 19 per cento.

 

Posta elettronica

Anche qui il rivale più pericoloso proviene dalla Mozilla Foundation. E si chiama Thunderbird (nella sua prima settimana di vita: un milione di download).

Questa volta però Microsoft con il suo Outlook Express non è monopolista (19 per cento del mercato).

 

 

 

 

 

 

9

Biometria

Identità totale

di Francesca Tarissi

 

Che cosa fanno insieme un'azienda specializzata in impronte digitali, una che studia il riconoscimento facciale e un'altra che è tra le prime al mondo per la lettura dell'iride? Il primo sistema di riconoscimento biometrico combinato. L'obiettivo è quello di arrivare a una super carta d'identità in cui si integrino i tre sistemi biometrici per garantire un margine di sicurezza altissimo. Il progetto nasce dalla cooperazione di Precise Biometrics AB, OmniPerception e Iridian Technologies, che hanno unito i laboratori e il proprio know-how riuscendo ad integrare, su smart card Sharp SJCard 211, questa avanzata soluzione multibiometrica incrociata. Lo scopo della partenership è fornire ai governi dell'Occidente il sistema più sicuro per il riconoscimento della persona, da usare efficacemente nella lotta contro il terrorismo internazionale. In un prossimo futuro, quindi, passaporti, carte d'identità e patenti auto, potranno essere sostituiti da smart card non più grandi di una carta di credito, contenente non solo la foto, ma anche i dati biometrici del volto, delle dita ed anche dell'iride.

 

 

 

 

10

Eros virtuale

ORGASMO VIA WEB

 

L'industria del sesso si adegua alle tecnologie cybersex e lancia un gadget rivolto alle coppie a distanza o a quelle temporaneamente divise da un convegno all'estero o un corso di aggiornamento. Il nuovo giocattolo erotico si chiama TeleVibe, è venduto on line dal sito inglese Love Honey (www.lovehoney.co.uk) e riesce a riunire più sensi: voce, tatto e udito. Il kit per il distant-sex comprende una scheda di comando, auricolari, microfono da collegare al computer o al telefonino e un vibratore per lei che lui potrà pilotare (da 1 a 9 di intensità) ovunque si trovi e a suo piacimento, con un semplice tocco sulla tastiera. Disponibile anche in versione per maschi (cambia evidentemente l'accessorio-chiave), TeleVibe costa 69 sterline batterie escluse e promette piaceri più intensi rispetto alle solite telefonate o sessioni di instant messenger, per torbide che siano.

 

Carlotta Magnanini

 

 

 

 

 

 

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NEUROLOGIA COME SI MANIPOLA LA MENTE

Ora ti leggo nel cervello

Controllare le emozioni. Pilotare volontà e scelte. Grazie alle immagini cerebrali. E la nuova frontiera della scienza. Inquietante

di Enrico Pedemonte da Los Angeles

 

 

C'è differenza tra il cervello di un democratico e quello di un repubblicano? Non è uno scherzo. Marco Iacoboni, direttore del laboratorio di Brain Imaging alla University of California di Los Angeles, studia la questione da oltre un anno e ha parecchio da dire in merito. Per esempio: «Il cervello dei democratici mostra una forte reazione di paura di fronte a scene di violenza, mentre in quello dei repubblicani questa reazione è assai minore».

Iacoboni, un medico romano che lavora a Los Angeles da 15 anni, è consapevole di quanto siano controversi gli esperimenti in corso nel suo laboratorio. Nuove tecniche di indagine, per esempio immagini del cervello ottenute con la risonanza magnetica, consentono di studiare la personalità degli individui osservando le reazioni della loro materia grigia e questo pone interrogativi nuovi. Che cosa accadrebbe se un giudice decidesse di valutare la pericolosità sociale di un imputato dall'analisi di quello che accade nella sua scatola cranica? O se un'azienda volesse dare un'occhiata al cervello di un candidato prima di assumerlo?

E ancora: sarà possibile utilizzare questi studi per influenzare i comportamenti collettivi? Per rispondere a queste domande è sorta una nuova disciplina, la neuroetica, che si occupa proprio dei rischi connessi con le nuove ricerche.

Per capirci qualcosa torniamo agli studi sul cervello politico che si stanno svolgendo nell'istituto di Iacoboni. Tutto nasce nell'ottobre 2003, quando Tom Friedman, un consulente che lavora nella campagna per l'elezione di John Kerry, lo contatta a nome di un gruppo di democratici che vogliono sviluppare nuovi strumenti di marketing. Friedman offre una donazione al Brain Imaging Institute per studiare, attraverso le immagini del cervello, le reazioni degli elettori. Iacoboni accetta e comincia a reclutare due gruppi di giovani, già schierati in modo deciso a favore di Kerry o di Bush, che accettano di essere sottoposti a diverse sedute di risonanza magnetica.

Si tratta di verificare la reazione del loro cervello di fronte a differenti stimoli di tipo politico.

I primi esperimenti hanno luogo nel febbraio 2004, otto mesi prima delle elezioni. Come si può prevedere, le immagini mostrano che i soggetti cavia hanno una "reazione emozionale positiva" mentre osservano il loro candidato preferito. In particolare, c'è un flusso di sangue che percorre la corteccia orbito-frontale mediana che, secondo Iacoboni, è segno di un forte sentimento di identificazione. Al contrario, di fronte all'immagine del candidato avversario, il sangue del cervello affluisce in un'altra area, la corteccia prefrontale dorsale, associata con il pensiero razionale e la tendenza a sopprimere le emozioni. I democratici, come previsto, vedono Kerry come un'ancora di salvezza e Bush come un nemico. E i repubblicani si comportano in modo simmetrico.

Ma in estate inoltrata, quando l'esperimento viene ripetuto, le cose cambiano. Sia nei democratici sia nei repubblicani la risposta emozionale positiva nei confronti del candidato amico svanisce. «Eravamo nel pieno di una campagna elettorale dura, piena di colpi bassi, e la pubblicità negativa che entrambi i candidati avevano subito aveva cambiato la risposta emozionale degli americani», osserva Iacoboni. A quel punto gli elettori, che temono sempre il candidato avversario, si identificano meno nel proprio, perché ne vedono i difetti.

 

 

Le neuroscienze

svelano ai politici

che cosa guida

il voto degli elettori

 

 

Iacoboni va oltre e sottopone ai soggetti cavia anche un paio di filmati pubblicitari controversi per la violenza delle immagini. Il primo, a favore di Bush, mostra le due torri che crollano l'11 settembre 2001: la sua messa in onda durante la campagna del 2004 aveva suscitato ondate di polemiche per l'uso strumentale della tragedia. Il secondo filmato risale al 1968, ed era stato usato per sostenere la candidatura del democratico Lyndon Johnson: inquadra una bimba che sfoglia una margherita mentre sullo sfondo esplode una bomba atomica. Analizzando le reazioni degli elettori, Iacoboni nota forse la cosa più interessante della ricerca. I due filmati, pur essendo uno di fonte democratica e l'altro repubblicana, producono nei soggetti sperimentati una reazione costante: in entrambi i casi, di fronte alla violenza delle immagini, nel cervello dei democratici si accende con forza l'amigdala, una piccola area del cervello che risponde soprattutto a stimoli di paura e di minaccia, mentre nei repubblicani questa reazione è appena percettibile.

 

 

L'hi-tech è già maturo

per orientare il marketing

e le campagne pubblicitarie

 

 

L'ipotesi è che il cervello dei democratici sia strutturalmente più propenso a rifiutare la violenza come metodo per risolvere i problemi, mentre quello dei repubblicani sia più portato a considerarla un sistema accettabile. D'altra parte, suggerisce Iacoboni, questi risultati potrebbero aiutare a spiegare le basi culturali di una vecchia divisione ideologica che spacca in due la società Usa: quella tra il partito democratico, che gli americani chiamano Mommy party, il partito della mamma, e quello repubblicano, battezzato Daddy party, il partito di papà.

Quell'esperimento non fu mai usato nella campagna elettorale. Tom Friedman si rese conto che i democratici avrebbero potuto essere accusati di voler fare il lavaggio del cervello agli elettori, controllando con metodi inquietanti le loro reazioni emotive di fronte alle pubblicità. Ma Iacoboni sostiene che ormai la strada è spianata per il futuro e che queste tecnologie sono mature per il mondo del marketing: «Sono convinto che nelle prossime campagne verranno utilizzate per mettere a punto le strategie elettorali, verificando la reazione degli elettori di fronte a slogan, idee, messaggi, volti. Sarà necessario creare ampi gruppi di controllo, magari formati dagli elettori incerti, gli swing voters».

Iacoboni è consapevole di maneggiare dinamite. Le conseguenze socio-culturali di questi studi possono essere enormi. D'altra parte non è certo l'unico ad avventurarsi su questa strada. Ricerche analoghe stanno fiorendo un po' ovunque. Qualche esempio?

Turhan Canli, professore alla Stony Brook University di New York, ha recentemente dimostrato che gli estroversi hanno un'amigdala molto più attiva degli introversi. Sarà possibile trovare la molecola giusta per far scattare l'interruttore che cambia la personalità di un individuo?

Samuel McClure, docente di Psicologia a Princeton, ha indagato le ragioni che spingono i consumatori a scegliere tra Coca-Cola e Pepsi. Osservando le loro reazioni cerebrali, ha scoperto che la scelta tra i due marchi è completamente indipendente dal sapore, che risulta poco distinguibile. La differenza sta nella diversa percezione culturale dei due prodotti: la Coca ha un'immagine più alta, e la sua evocazione mette in moto alcune aree cerebrali (in particolare l'ippocampo) legate ai centri dell'autostima, assai più di quanto non avvenga con la Pepsi. Come questa percezione sia riuscita a farsi largo nel cervello di milioni di persone è ancora un mistero, ma certo ha a che fare con le strategie di marketing nel corso della sua storia. È dunque possibile costruire campagne pubblicitarie irresistibili verificandone in anticipo gli effetti prodotti sul cervello di schiere di consumatori cavia?

 

 

Nuovi timer cerebrali

sapranno leggere gli

orientamenti criminali

 

 

Iacoboni non nega che queste eventualità siano possibili. Già le aziende puntano spesso più sulla percezione dei prodotti piuttosto che sulle loro qualità intrinseche: «Ma non c'è nulla di sbagliato se queste tecniche aiuteranno i pubblicitari a rendere i loro messaggi più attraenti: i focus group servono proprio a questo», sostiene. L'importante è che sia garantita la trasparenza: «Anni fa si scoprì che la tecnica dei messaggi subliminali, pochi fotogrammi inseriti in un filmato, funzionava molto bene. Appena questa notizia si diffuse, i consumatori si ribellarono e quei messaggi furono di fatto messi al bando».

In gioco c'è molto di più che l'invadenza del marketing. Alcuni gruppi di ricerca, per esempio, hanno individuato le aree del cervello che si attivano quando una persona mente. Un'azienda dell'Iowa, la Brain Fingerprinting Laboratories, sta mettendo in vendita un nuovo tipo di macchina della verità promuovendola come arma per combattere il terrorismo. Anche il Dipartimento della Difesa sta dedicando ingenti finanziamenti per sviluppare tecnologie di intelligence basate sull'analisi del cervello delle persone sospette e degli imputati di terrorismo. In particolare si stanno studiando nuovi scanner cerebrali in grado di identificare i terroristi proprio attraverso l'impronta digitale cerebrale. Di fronte a queste notizie, numerosi intellettuali si sono chiesti se simili procedure non superino le barriere dell'etica. Henry Greely, professore di Legge alla Stanford University, in California, si è domandato se la società abbia il diritto di leggere nel pensiero di una persona. La risposta a questo interrogativo ancora non esiste. I ricercatori cominciano a parlare della necessità di creare nuove guide etiche. Se ne è parlato anche in un convegno che si è svolto dal 17 al 19 aprile al Mit di Boston: "Our Brain and Us: Neuroethics, Responsibility and the Self" (Noi e il nostro cervello: neuroetica, responsabilità e il sé).

Iacoboni, che a Boston era uno dei relatori, è contrario a porre barriere e divieti alla ricerca. Ritiene che non ci sia nulla di riprovevole, almeno finché queste indagini vengono effettuate da istituzioni scientifiche trasparenti, che pubblicano i risultati, e li sottopongono all'analisi della comunità scientifica. Anche perché gran parte delle ricerche svolte hanno importanti ricadute in ambito terapeutico.

Iacoboni si è occupato a lungo di empatia. Ha studiato quali aree del cervello si attivano quando le persone interagiscono tra di loro. E pensa che l'empatia che noi proviamo verso gli altri sia legata soprattutto alla nostra capacità di imitare le emozioni del prossimo. Semplificando in modo estremo, ipotizza che nel nostro cervello ci siano gruppi di neuroni (chiamati mirrors, specchi) che ci spingono a imitare il mondo che ci circonda: un sorriso, un'espressione allegra, un accento. E imitando i sentimenti degli altri, la gioia di uno sguardo felice o il dolore di un pianto, che impariamo a capire i nostri simili. In una ricerca appena presentata all'American Association for Advancement of Science, Iacoboni rivela che i bambini autistici manifestano «un deficit di risposta neurale proprio nelle aree minor». In parole povere, non riescono a comunicare con il mondo perché il loro cervello non riesce a imitare le emozioni degli altri, e quindi ha difficoltà di interazione con il mondo circostante.

 

La passione libresca secondo Jonathan S. Foer

 

È una ricerca che potrebbe aprire le porte a nuove cure. Soprattutto, rileva Iacoboni, mostra quanto ci sia da fare per capire che cosa accade nel cervello dei bambini e dei ragazzi nei periodi di maggior sviluppo del cervello: «Ci sono due momenti di drammatico cambiamento: nei primi tre anni di vita e nella fase tra i 10 e i 15 anni, quando gli adolescenti cominciano a diventare persone adulte».

Uno studio su quello che accade in queste due delicatissime fasi è in corso. Ci vorranno alcuni anni per saperne di più. Forse si scoprirà che cosa rende autistico un bambino. E magari diventeranno chiari i meccanismi che formano la personalità di un democratico e di un repubblicano. E si capirà perché si diventa atei, o credenti, o fondamentalisti. Può sembrare incredibile, ma su ciascuna di queste tematiche ci sono ricerche in corso.

Riflettendo su tutto ciò Richard Glen Boire, un giurista che ha fondato il Center For Cognitive Liberty and Ethics, pone forse la questione più provocatoria: «Quello che importa oggi, più che la libertà di parola, è la libertà di pensiero».

 

 

 

 

Dimmi che ipotalamo hai e ti dirò chi sei

a cura di Nicola Nosengo

 

Il razzismo

Esiste una base neurale del pregiudizio razziale? A Stanford, Alexanda Golby e i suoi colleghi hanno dimostrato, con uno studio uscito su "Nature Neuroscience" nel 2001, che ricordiamo meglio i visi di persone del nostro stesso gruppo etnico perché essi attivano specifiche aree cerebrali, in particolare la corteccia fusiforme sinistra. Sulla stessa rivista, nel 2003, uno studio condotto al Dartmouth College da Jennifer Richeson ha mostrato che, in soggetti bianchi con un pregiudizio razziale dichiarato, si nota una maggiore attivazione della corteccia dorsolaterale prefrontale di fronte a una persona di colore.

 

Le bugie

È possibile usare il brain imaging come macchina della verità, perché mentire è un compito gravoso che aumenta l'attività di particolari aree cerebrali. Daniel Langleben, dell'Università della Pennsylvania, ha condotto uno studio su 18 volontari a cui venivano distribuite carte da gioco e a cui è stato chiesto di dire, a volte mentendo a volte dicendo la verità, che carta avevano in mano. Le immagini prodotte dalla risonanza hanno mostrato, quando il soggetto mentiva, un'intensificazione dell'attività cerebrale localizzata nel giro del cingolo e nel giro frontale.

 

Il sesso

Un gruppo di ricercatori dell'Università di Stanford ha pubblicato su "Brain" uno studio sulle aree cerebrali che si attivano nei maschi eterosessuali durante l'eccitazione: sono molte, in particolare il giro cingolato bilaterale e i giri medio occipitale e temporale. Stephen Hamann della Emory University di Atlanta, su "Nature Neuroscience" ha mostrato invece che di fronte allo stesso stimolo sessuale visivo gli uomini hanno una maggiore attivazione dell'amigdala e dell'ipotalamo, le strutture più coinvolte nei processi emozionali.

 

L'intelligenza

È il Graal della ricerca sul cervello: individuare la sede di ciò che chiamiamo intelligenza, e usare il brain imaging al posto dei comuni test per determinare il QI. Ma è anche la ricerca più rischiosa per le ricadute che un suo uso incauto potrebbe avere sull'orientamento scolastico o la selezione del personale. Il più ampio studio finora condotto, uscito su "Nature Neuroscience" nel 2003 e curato da Jeremy Graay dell'Università di St. Louis, ha mostrato che le aree cerebrali interessate sono molte, e variano troppo da un individuo all'altro perché si possa sviluppare un test basato su di esse.

 

La timidezza

In una ricerca pubblicata su "Science" nel 2003 Cari Schwartz e colleghi della Harvard Medicai School hanno sottoposto a scansione cerebrale con risonanza magnetica un gruppo di ventenni, che sapevano di essere stati particolarmente timidi o particolarmente estroversi da bambini. Risultato: di fronte a fotografie di sconosciuti, l'attività dell'amigdala (foto in basso) era più elevata.

 

Lo stile

Che differenza c'è tra il cervello di chi segue la moda e di chi non riesce a starle dietro? Steven Quartz al California Institute of Technology ha sottoposto i suoi volontari a sequenze di diapositive in cui si alterna ciò che è "in" e ciò che è "out". Chi è cool dovrebbe mostrare, di fronte alle immagini del primo tipo una maggiore attivazione delle aree frontali del cervello. I risultati, ammette Quartz, sono per ora ambigui.

 

 

 

 

 

 

 

12

La bustina di Minerva

I protocolli del Trismegisto

Umberto Eco

 

 

Sino a oggi chi voleva studiarsi il "Corpus Hermeticum" (su un'edizione critica, con testo a fronte, non attraverso le innumerevoli confezioni da strapazzo che ne circolano nelle librerie di scienze occulte) aveva a disposizione la classica edizione delle Belles Lettres, a cura di Nock e di Festugière, apparsa tra 1945 e 1954 (un'edizione precedente era quella di Scott, Oxford, 1924, in traduzione inglese).

È bella impresa editoriale che oggi il "Corpus" appaia da Bompiani, nella collana diretta da Eugenio Reale, riprendendo sì l'edizione critica delle Belles Lettres, ma aggiungendovi cose che Nock e Festugière non potevano conoscere e cioè alcuni testi ermetici dai codici di Nag Hammadi - di cui la curatrice Ilaria Ramelli ci offre a fronte, per chi volesse proprio controllare, il testo copto.

Anche se queste 1.500 pagine vengono offerte a soli 35 curo, sarebbe snobistico consigliarle come un libro che tutti possono divorarsi prima di prender sonno. È un insostituibile e prezioso strumento di studio, ma coloro che degli scritti ermetici volessero soltanto assaporare il profumo potrebbero accontentarsi dell'edizione di uno solo di questi, il "Poimandres", cento paginette edite da Marsilio nel 1987. La storia del "Corpus Hermeticum" è in ogni caso appassionante. Si tratta di una serie di scritti attribuiti al mitico Ermete Trismegisto - il dio egizio Toth, Hermes per i greci e Mercurio per i romani, inventore della scrittura e del linguaggio, della magia, dell'astronomia, dell'astrologia, dell'alchimia, e in seguito addirittura identificato con Mosé. Naturalmente questi trattati erano opera di autori diversi, vissuti in un ambiente di cultura greca nutrita di qualche spiritualità egizia, con riferimenti platonici, tra secondo e terzo secolo dopo Cristo.

Che gli autori siano diversi è ampiamente dimostrato dalle numerose contraddizioni che si trovano tra i vari libelli, e che fossero filosofi ellenizzanti e non preti egizi è suggerito dal fatto che nei trattatelli non appaiono riferimenti consistenti né alla teurgia né ad alcuna forma di culto di tipo egizio. Che questi testi potessero avere un fascino su molte menti assetate di nuova spiritualità è dovuto al fatto che, come annota Nock nella sua prefazione, rappresentavano «un mosaico di idee antiche, spesso formulate per mezzo di allusioni brevi... e prive di logica nel pensiero quanto erano prive della purezza classica nella lingua». Come vedete (accade anche per molti filosofi moderni) il borborigmo è fatto apposta per scatenare la deriva infinita delle interpretazioni.

 

La differenza tra vero e falso

non interessa chi parte già dal pregiudizio,

dalla voglia, dall'ansia

che gli venga rivelato un mistero

 

Questi trattatelli (salvo uno, "Asclepio", che da secoli circolava in latino) erano rimasti a lungo dimenticati sino a che un loro manoscritto non era pervenuto a Firenze nel 1460, in periodo umanistico, proprio quando ci si volgeva a una saggezza antica e precristiana. Affascinato, Cosimo de' Medici ne affida la traduzione a Marsilio Ficino, che intitola l'opera "Pimandro", dal nome del primo trattatello, e la presenta come opera autentica del Trismegisto, fonte della più antica delle sapienze a cui non solo lo stesso Platone, ma la stessa rivelazione cristiana avevano attinto. Ed ecco che inizia la straordinaria fortuna e influenza culturale di questi scritti. Come diceva Frances Yates nel suo libro su Giordano Bruno, «questo enorme errore storico era destinato a produrre risultati sorprendenti».

Ora accade che nel 1614 il filologo ginevrino Isaac Casaubon dimostri con argomenti inoppugnabili che il "Corpus" altro non era che una raccolta di scritti tardo ellenistici - come ormai oggi non mettiamo in dubbio. Ma la storia veramente straordinaria è che la denuncia di Casaubon rimane confinata agli ambienti degli studiosi, ma non scalfisce di un millimetro l'autorità del "Corpus". Basta vedere lo sviluppo di tutta la letteratura occultistica, cabalistica, mistica e - appunto - "ermetica" dei secoli successivi (sino a insospettabili autori del nostro tempo): si è continuato a considerare il "Corpus" come prodotto, se non proprio del divino Trismegisto, almeno di sapienza arcaica su cui giurare come sul Vangelo.

La storia del "Corpus" mi tornava in mente un mese fa, quando era apparso "The Plot" di Will Eisner (New York, Norton): Eisner, uno dei geni del fumetto contemporaneo (scomparso proprio mentre il libro era in bozze) racconta per testo e immagini la storia dei "Protocolli dei savi anziani di Sion". La parte interessante del suo racconto non è tanto quella della fabbricazione di questo falso antisemita, ma proprio quello che è accaduto dopo, quando il "Times" nel 1921 e poi tutti gli studiosi seri hanno dimostrato e scritto dappertutto che si trattava di un falso. Direi che è proprio da allora che i "Protocolli" hanno intensificato la loro circolazione in tutti i paesi e sono stati presi ancora più sul serio (basta andare per Internet...).

Segno che, si tratti di Ermete o dei i savi di Sion, la differenza tra vero e falso non interessa chi parte già dal pregiudizio, dalla voglia, dall'ansia che gli venga rivelato un mistero, qualche sconvolgente preludio in cielo o all'inferno.

 

 

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