INDICE

 

 

1 - Il nulla dopo la guerra

 

2 - Medio Oriente made in Usa

 

3 - George vuol fare la rivoluzione

 

4 - Bambini traditi

 

5 - Tribunali sull'erba

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il nulla dopo la guerra

 

Positivi gli effetti del conflitto in Iraq? Un filosofo americano spiega perché non si può dire sì a posteriori ad una scelta sbagliata

colloquio con Michael Walzer di Enrico Pedemonte

 

È vero, in Libano, in Egitto, in Palestina ci sono fermenti nuovi.

Ma se fra sei mesi volge tutto al peggio?

 

 

Centinaia di migliaia di persone scendono nelle piazze in Libano, il presidente Mubarak promette nuove elezioni in Egitto, persino in Arabia Saudita si aprono spiragli di possibili riforme. Di fronte alla ventata di democrazia che sembra scuotere il Medio Oriente, Michael Walzer, uno dei grandi saggi della sinistra americana, mette le mani avanti: «Sa cosa rispose il presidente Mao quando gli chiesero un'opinione sulla rivoluzione francese? "Troppo presto per dirlo"».

Walzer è il professore-filosofo che teorizza l'etica della "guerra giusta e ingiusta", ma è anche il direttore-militante di "Dissent", una delle riviste più ascoltate della sinistra Usa. Cominciamo l'intervista, nel suo ufficio all'Institute of Advanced Study di Princeton, mostrandogli una delle vignette più fulminanti di Altan: "Mi vengono in mente opinioni che non condivido". Walzer sorride. Sa bene che le notizie arrivate dal Medio Oriente nelle ultime settimane stanno rimodellando il dibattito sulla guerra in Iraq anche all'interno del partito democratico. Da una parte George Bush sostiene che il fermento democratico in Medio Oriente è la prova che la guerra era giusta. Ma dall'altra anche il "New York Times", che pure mantiene una linea critica nei confronti dell'attacco a Baghdad, ha riconosciuto che il presidente può ben rivendicare qualche merito in Medio Oriente.

Professor Walzer le viene mai il dubbio che Bush avesse ragione sull'Iraq?

«No. Il giudizio su una guerra non può essere dato a posteriori, ma solo assumendo il punto di vista di chi ha deciso di farla. Quali erano i rischi? Quante migliaia di vite si mettevano in gioco? Io ancora credo che sia stato sbagliato fare la guerra all'Iraq. Certo, oggi gli uomini di Bush si sentono confortati da quanto sta accadendo in Medio Oriente».

C'è un vento di democrazia nel mondo arabo...

«Certo, e gli uomini di Bush vorrebbero che il giudizio sulla guerra fosse dato oggi, con i libanesi nelle piazze e un presidente palestinese eletto in un'elezione regolare. Ma tra sei mesi la situazione potrebbe apparite molto diversa, e tra un anno ancora diversa. Ci sono altri aspetti della politica di Bush che approvo. La sua decisione di non trattare con Arafat fu giusta. Le sue pressioni sui siriani sono forse giuste. Ma anche in questi casi si tratta di giudizi difficili. Può darsi gli hezbollah vincano le prossime elezioni in Libano. O che Hamas entri nel governo di Abbas e renda impossibile arrivare a un accordo con Israele. E in Iraq curdi e sciiti potrebbero dimostrarsi incapaci di trovare un accordo sui confini del Kurdistan, scatenando così nuova violenza. Non si può giudicare una decisione dalle sue conseguenze, perché queste possono sembrare differenti ogni sei mesi. E il giudizio non può cambiare ogni sei mesi».

In Medio Oriente è in corso un "effetto domino", come auspicavano i neoconservatori?

«Non so. Forse alcuni regimi cadranno. Ma chi li sostituirà? Prendiamo Mubarak, un capo di Stato repressivo, anche se non lo si può paragonare a Saddam. Ma è stato anche un importante elemento di stabilità e di pace in Medio Oriente. Se oggi in Egitto ci fossero libere elezioni e vincessero i Fratelli Musulmani, l'effetto domino non si dimostrerebbe certo salutare».

È possibile paragonare la gente che oggi è nelle strade di Beirut a quella nelle piazze dell'Europa dell'Est nel 1989?

«Il Libano è in un equilibrio molto precario. Non si sa che cosa accadrà se i siriani se ne andranno e si svolgeranno le elezioni. Certo, le persone che sono scese in piazza sono nostri amici, e le forze democratiche in Europa e negli Stati Uniti devono aiutarli, nello stesso modo in cui la Fondazione Soros e altre organizzazioni non governative aiutarono chi manifestava in Ucraina e in Serbia nel 2000. Ma se noi come cittadini dobbiamo sostenere questa gente, non è chiaro quello che dovrebbe fare l'amministrazione Usa. Perché il governo deve pensare alla stabilità e alla pace. Se la politica di Bush, nel volgere di un anno, porterà a una guerra civile in Libano, allora non sarebbe una grande vittoria per la politica estera degli Stati Uniti».

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Medio Oriente made in Usa

 

L'amministrazione americana ripete come uno slogan i suoi principi di politica estera. Ma il solo risultato è stato quello di rinforzare gli integralismi di vario tipo

di Naomi Klein

 

 

All'inizio sembrava uno scherzo, ma ora sta diventando una cosa quasi seria: l'idea che Bono possa essere nominato presidente della Banca Mondiale. Il ministro del Tesoro americano John Snow lo ha definito recentemente «una rock star del mondo in via di sviluppo». E ha aggiunto: «È una persona che ammiro».

L'incarico verrà affidato certamente a un cittadino statunitense, uno con credenziali ancor più deboli, come Paul Wolfowitz. Ma vi è un motivo per cui Bono è così ammirato a Washington, al punto che la Casa Bianca potrebbe scegliere un irlandese. Come leader di uno dei gruppi rock più famosi del mondo, Bono parla un linguaggio in cui i repubblicani si rispecchiano, in quanto si considerano non già gli amministratori di una sfera pubblica sempre più asfittica che essi disprezzano, bensì i capi di una potente corporation privata che si chiama America. «Il marchio Usa è in declino... e questo è un problema per gli affari», ha ammonito nel suo discorso al Forum economico mondiale di Davos. La soluzione è «ridefinire noi stessi di fronte a un mondo insicuro dei suoi valori».

L'amministrazione Bush concorda pienamente, come dimostra la frenesia di ridefinizione della politica estera americana. Di fronte a un mondo arabo infuriato per l'occupazione dell'Iraq e per il cieco sostegno degli Stati Uniti a Israele, la soluzione non sta nel cambiare queste politiche brutali, ma, per dirla nel linguaggio pseudoaccademico del marketing aziendale, nel "cambiare le parole".

L'ultimo tentativo di rilanciare il marchio Usa è stato compiuto il 30 gennaio scorso, nel giorno delle elezioni irachene, con tanto di slogan ad effetto ("potere viola"), immagini a presa rapida (le dita macchiate di questo colore) e, ovviamente, un nuovo modo di raccontare il ruolo dell'America nel mondo, riproposto in modo martellante dal "brand manager" Thomas Friedman, l'editorialista del "New York Times", stratega di questa campagna pubblicitaria. «La vicenda irachena si è trasformata da una storia di "insorti" che cercano di liberare il proprio paese dagli occupanti americani e dai loro "fantocci", in una in cui la stragrande maggioranza della popolazione ha cercato di costruire una democrazia, con l'aiuto degli Stati Uniti, contro il volere dei fascisti del partito Baath e dei fanatici della guerra santa». Un esempio talmente contagioso, ci viene detto, da produrre un effetto domino simile alla caduta del Muro di Berlino e al crollo del comunismo (anche se nella "Primavera Araba" l'unico muro che si vede - quello dell'apartheid in Israele - resta ben in piedi).

Come in tutte le campagne pubblicitarie, la forza sta nella ripetizione, non nei dettagli. Le ovvie astrusità (Bush si sta attribuendo il merito della morte di Arafat?) e le stridenti ipocrisie (gli occupanti che si dicono contrari all'occupazione!) stanno a significare che è tempo di raccontare di nuovo la storia, solo con voce più alta e più lentamente, in un fastidioso stile turistico. Ma nonostante questo, con Bush che ora pretende che «l'Iran e altri paesi possono seguire l'esempio dell'Iraq», vale comunque la pena soffermarsi brevemente sulla realtà di quanto è accaduto. La situazione di emergenza era stata appena ripristinata per il quinto mese consecutivo e l'Alleanza Unita Irachena, pur avendo vinto con una netta maggioranza, non è ancora in grado di formare un governo.

Il problema tuttavia non è che gli iracheni hanno perso la fiducia nella democrazia per la quale hanno rischiato la vita il 30 gennaio, bensì quello che il sistema elettorale loro imposto da Washington è profondamente antidemocratico.

Terrorizzato di fronte alla prospettiva di un paese in grado di autogovernarsi, l'ex inviato speciale di Bush, Paul Bremer, ha escogitato un marchingegno che ha assegnato il 27 per cento dei seggi in parlamento ai curdi filoamericani nonostante questi rappresentino soltanto il 15 per cento della popolazione. E dal momento che la costituzione provvisoria architettata dagli Usa esige una maggioranza assurdamente elevata per tutte le decisioni più importanti, i curdi oggi tengono il paese in ostaggio. La loro principale richiesta è il controllo di Kirkuk. Se lo otterranno, decidendo di separarsi, il Kurdistan iracheno includerà facilmente gli estesi campi petroliferi del nord. Il loro desiderio di indipendenza è legittimo e le loro paure di subire discriminazioni etniche sono comprensibili. Ma l'alleanza che hanno stretto con gli Stati Uniti ha assicurato a Washington un diritto di veto surrettizio sulla democrazia irachena. E con Kirkuk inclusa nel loro territorio, anche se l'Iraq si disgregherà Washington avrà sempre alle sue dipendenze un regime vassallo ricco di petrolio, sebbene di dimensioni più ridotte rispetto a quelle inizialmente previste.

Questo tipo di ingerenza diretta di stampo coloniale sta già minacciando di trasformare la "Rivoluzione dei cedri" in Libano da una fiaba in un incubo. Indubbiamente, la maggior parte dei libanesi vorrebbe che la Siria si ritirasse dal loro territorio. Ma come hanno fatto capire chiaramente le centinaia di migliaia di partecipanti alla manifestazione pro-hezbollah dell'8 marzo, essi non sono disposti a subordinare il loro desiderio d'indipendenza agli interessi di Washington e di Tel Aviv. Assoggettando i movimenti autonomisti libanesi ai disegni americani nella regione, l'amministrazione Bush sta indebolendo le forze laiche e religiose moderate del paese con la conseguente crescita d'influenza degli Hezhollah. Che è poi esattamente quel che ha fatto Paul Bremer in Iraq: ogniqualvolta aveva bisogno di un exploit pubblicitario, si faceva fotografare in un centro femminile appena inaugurato, e questo suo malvezzo ha fatto regredire di decenni il movimento per l'emancipazione delle donne (molti di quei centri sono oggi chiusi e centinaia di laici iracheni che lavoravano per la colazione nelle amministrazioni locali sono stati uccisi).

 

 

Solo la giustizia economica

è riuscita a tener

testa a mullah e tiranni

 

 

Il problema non è soltanto quello di una colpevole complicità. Ma è anche che la definizione di liberazione fornita da Bush priva le forze democratiche dei loro strumenti più efficaci. La sola idea che abbia mai tenuto testa a re, tiranni e mullah in Medio Oriente è la promessa di giustizia economica, attuata attraverso politiche di riforma agraria e di controllo statale sul petrolio. Ma non vi è spazio per simili progetti nei discorsi di Bush, in cui l'unica libertà per gli uomini liberi è quella di scegliere il libero mercato. E questo permette ai laici di offrire ben poco oltre a vuote perorazioni sui "diritti umani": un'arma spuntata di fronte alle potenti spade dell'orgoglio etnico e della salvezza eterna.

George W. Bush ama ripetere che la democrazia ha il potere di sconfiggere i tiranni. È vero, ma proprio per questo è così pericoloso per la più potente idea di emancipazione finir confusa con una sterile campagna pubblicitaria. Permettere all'amministrazione in carica di assimilare le lotte di liberazione del Libano, dell'Egitto e della Palestina ai suoi schemi ideologici equivale a fare un regalo a tutte le forze autoritarie e fondamentaliste del mondo. La libertà e la democrazia vanno liberate dall'abbraccio mortale di Bush e restituite a quei movimenti che in Medio Oriente hanno cercato di promuoverle per decenni. Questi hanno una propria storia da portare a compimento.

traduzione di Mario Baccianini

 

 

 

 

Quanto costa la guerra in Iraq

a cura di Paolo Pontoniere

 

Quanto costa la guerra in Iraq? Fino a oggi il Congresso degli Stati Uniti ha stanziato 207,5 miliardi di dollari, e altri 82 miliardi (sia per l'Iraq sia per L'Afghanistan) dovrebbero essere presto approvati.

Ma i costi della guerra non sono solo economici. Secondo gli ultimi dati forniti dal Pentagono, in Iraq sono morti 1.698 soldati della Coalizione, di cui 1.524 americani (che hanno avuto anche 11.344 feriti), 86 britannici, 21 italiani, 17 polacchi e 17 ucraini. A questi vanno aggiunti i 232 lavoratori civili (quasi tutti americani, morti fino al 30 dicembre) impegnati nella ricostruzione e in attività di supporto alle truppe. Secondo l'Iraq Index della Brookings Institutions i soldati iracheni morti fino alla fine di febbraio sono 1.342, mentre i civili iracheni uccisi per qualsiasi ragione dall'inizio della guerra sono tra i 28 e i 47 mila. Questo numero comprende anche i 2.290 uccisi dalle auto bomba.

Oggi in Iraq ci sono circa 175 mila soldati della coalizione: tra cui 150 mila americani, 8.000 britannici, 3.600 della Corea del Sud e 3.000 italiani.

L'Iraq Index fornisce anche un panorama minuzioso dello stato dell'addestramento delle truppe irachene. Le fonti ufficiali dicono che fino a oggi sono stati addestrati e forniti di equipaggiamento circa 141.761 iracheni, tra poliziotti e soldati.

Ma fonti dell'esercito americano e del Congresso, secondo lo stesso Iraq Index, affermano che quelli realmente pronti a combattere sono tra i 20 e i 40 mila. Anche la ricostruzione va avanti, e i servizi pubblici cominciano a migliorare sensibilmente. Prima della guerra il telefono arrivava in 833 mila case, ora in due milioni e 779 mila. Prima del conflitto c'erano 11 mila abbonati a Internet; ora 140 mila.

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George vuol fare la rivoluzione

60 città in 60 giorni: un grande tour per lanciare la sua sfida su sanità, pensioni, terzo settore. Così Bush affronta il secondo mandato. E punta sui giovani

di Enrico Pedemonte da New York

 

 

Il copione è sempre lo stesso. Una città di provincia nel Centro Sud, un migliaio di persone selezionate dal partito repubblicano, il sindacato locale che protesta perché nessun membro dell'opposizione può partecipare al comizio del presidente. Succede così anche a Tucson, Arizona, dove George W. Bush sale sul palco del Convention Center e dice che «nel 2018 il sistema pensionistico pubblico (che negli Usa si chiama Social Security, ndr) andrà in rosso, e ogni anno il problema peggiorerà». O a Denver, Colorado, dove il presidente spiega perché il sistema è destinato a crollare: «Oggi ci sono solo 3,3 lavoratori per ogni pensionato, mentre nel 1950 erano 16». O a Pensacola, in Florida, dove sul palco c'è anche la sua mamma Barbara che confessa di «essere preoccupata per la pensione dei suoi 17 nipotini», suscitando qualche ironia tra i commentatori politici. Bush ha deciso di cominciare il suo secondo mandato con una colossale operazione propagandistica nel Centro-Sud del paese: "Sessanta città in sessanta giorni". Il presidente chiama sul palco alcuni elettori selezionati, talvolta li interroga confidenzialmente sulla loro vita personale, ascolta i loro dubbi sul futuro delle pensioni pubbliche e del welfare. E lui, paterno, risponde, cercando di sciogliere i loro dubbi. Le ha battezzate "Conversazioni sulla sicurezza sociale". È un modo per saggiare le reazioni degli americani, partendo dagli elettori più fedeli delle aree più repubblicane del paese. La tattica è sempre quella che si è già dimostrata vincente nella campagna elettorale del 2004. Il presidente ripete instancabilmente gli stessi semplice concetti, giorno dopo giorno. Questa volta vuole convincere gli elettori che è necessario riformare il sistema pensionistico, spostando una parte dei contributi su conti privati per lanciare quello che lui chiama la Ownership Society, la società dei proprietari, dove ciascuno, in un mondo sempre più difficile e competitivo, deve poter contare solo su se stesso anche nei momenti di difficoltà.

I democratici dicono che si tratta di un bluff, che la riforma non è necessaria. Si mobilitano in ogni angolo del paese, uniti in una battaglia che considerano cruciale, sostengono che l'obiettivo di Bush è essenzialmente ideologico. Lo scrive sul "New York Times" l'economista Paul Krugman, secondo il quale l'attuale sistema pensionistico andrà in rosso solo tra il 2042 e il 2052, quando il surplus che si sta oggi accumulando nelle casse sarà esaurito, e non è quindi necessario intervenire subito. Lo ribadisce a; "L'espresso" Robert Kuttner, condirettore della rivista progressista "Prospect": Bush pensa come un investitore, non come un cittadino. Per questa ragione vuole distruggere il New Deal, cioè i programmi di assistenza e di solidarietà sociale varati nel corso della Grande Depressione. Vuole dare sempre più spazio ai piani individuali per la sanità e la pensione. E se qualcuno è povero e non ce la fa è colpa sua!»

L'obiettivo di Bush è molto ambizioso. Vuole passare alla storia come il presidente che, dopo avere avviato il processo democratico che secondo lui cambierà la faccia del Medio Oriente, nel secondo mandato ha ridato slancio alla crescita del paese modificando le stesse radici filosofiche su cui si basa il contratto sociale, allentando le maglie del welfare e spingendo ulteriormente sulla cultura dell'individualismo. Le pensioni non sono il suo unico obiettivo. Bush intende anche tagliare il Medicaid, ovvero l'assistenza sanitaria ai più poveri. Vuole rendere permanenti colossali tagli fiscali, trasferendo il peso delle tasse dai profitti ai consumi. E sta lanciando una «iniziativa basata sulla fede» per aumentare i finanziamenti alle associazioni religiose e dare loro un ruolo crescente nel sistema del welfare.

Bush sostiene che si tratta di una rivoluzione culturale necessaria per affrontare le sfide del XXI secolo. Ma la maggioranza dei deputati e dei senatori del partito repubblicano non lo segue. Ed è contraria, per esempio, alla svolta sulle pensioni. Anche i sondaggi non confortano il presidente. Solo 35 americani su cento, secondo una ricerca del Washington Post, approvano la riforma del Social Security. Così Jacob Weisberg, sulla rivista "Siate", scrive che «il piano per rifare il sistema pensionistico è già fallito e Bush sta per subire la sua prima grande sconfitta politica».

Tutto questo non preoccupa il presidente, che anzi aumenta la lena nel cercare di convincere gli elettori. Pensa che i dubbi degli americani siano da attribuire a un difetto di comunicazione. I media hanno sempre definito il suo progetto come "privatizzazione delle pensioni"? Bisogna cambiare linguaggio: la parola privatizzare viene bandita dai discorsi. Bush arriva a correggere i giornalisti che la usano nelle conferenze stampa, in diretta tv. Il progetto dell'amministrazione non prevede più di creare «conti privati», bensì «conti personali». Funzionerà?

Robert Kuttner è convinto che il presidente sarà sconfitto, ma è consapevole che si tratterà di una battaglia difficile per i democratici: «Karl Rove, lo stratega di Bush, è il politico più intelligente degli ultimi cent'anni. Ed è un maestro assoluto nella retorica politica». Karlyn Bowman, una politologa del think tank neoconservatore American Enterprise Institute, dice che Bush non si arrenderà: «Anche se perderà questa battaglia, penso che riuscirà a vincere la guerra. Perché, se è vero che gli americani non amano l'attuale progetto sulle pensioni, tuttavia si sono in maggioranza convinti che qualcosa andrà fatto per cambiare il sistema. E pensano che i democratici non abbiano idee».

Tre noti esponenti democratici - James Carville, Stanley Greenberg e Robert Shrum - in un documento diffuso su Internet e rivolto a tutto il mondo democratico, hanno espresso concetti analoghi. Si sono chiesti perché la popolarità di Bush non sia crollata dopo la proposta di un progetto così sgradito. La risposta è semplice: gli elettori non sanno che cosa vogliono i democratici, che si limitano a opporsi alle idee del presidente, senza avere una ricetta per il futuro. Il rischio è che Bush conquisti l'immagine dell'innovatore, lasciando ai democratici il ruolo di chi vuole conservare il passato.

C'è dell'altro. La campagna di Bush è rivolta soprattutto ai giovani. Sono loro che dovrebbero cominciare a trasferire il quattro per cento del loro reddito nei conti di investimento privati, rompendo con il welfare nato oltre mezzo secolo fa. «Sono i settantenni e gli ottantenni i più forti sostenitori dell'attuale sistema», spiega Karlyn Bowman, «ma ormai si tratta di una generazione che sta sparendo dalla scena. Bush si rivolge ai più giovani, a quelli che non nutrono grandi speranze di ricevere una pensione in futuro, che non credono nell'aiuto del governo, e che al contrario hanno una grande fiducia in se stessi».

Nessuno sa se la strategia del presidente avrà successo. Per vincere dovrà innanzitutto superare le resistenze che crescono all'interno del partito repubblicano. Specie tra i senatori e i deputati che nel novembre 2006 dovranno essere rieletti e oggi non vogliono rischiare di schierarsi a favore di battaglie dall'esito incerto.

Non si tratta di uno scontro qualunque. Nei primi mesi del suo secondo mandato diventa sempre più chiaro che George Bush è un presidente ambizioso che vuole davvero cambiare l'America, modificando dalle fondamenta alcuni principi che ne regolano la vita sociale da decenni. Se avrà la meglio, il partito democratico dovrà digerire una sconfitta storica. E l'Europa dovrà abituarsi a convivere con un'America sempre più aliena.

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Bambini traditi

Enzo Biagi

 

In un mondo sempre più crudele

sono spesso i più piccoli

a pagare il prezzo più alto

 

 

Al catechismo, tra i cattivi esempi, citavano sempre Erode e la strage degli innocenti, un fatto, secondo me paragonabile a quello che è accaduto poi: i piccoli fatti uccidere dal crudele dittatore erano meno di una decina.

Sia chiaro che nessuno può sottovalutare il valore anche di una sola vita e le crudeltà di cui spesso i bambini sono vittime indifese. C'è infatti tutta una letteratura sull'infelicità degli adolescenti: da "Senza famiglia" a "I ragazzi della via Paal", a "Incompreso".

La cronaca di questi giorni si è occupata del caso del piccolo Omar: un bimbo di tre anni ritrovato a Milano nell'androne di un palazzo di Piazza Corvetto. ben vestito, parla pochissimo, non sa dove abita e come si chiama. E per tre giorni nessuno lo cerca, non un indizio. E sfuggito a qualcuno o è stato abbandonato? Lo descrivono bello e socievole: entrato in una casa sconosciuta, dove c'è un altro bimbo, gli corre incontro e si mette a giocare con lui. I carabinieri intanto indagano, poi finalmente una telefonata li mette sulle tracce della madre: una donna di Tunisi, clandestina, che vive con altri sei connazionali in un bilocale delle case popolari. Aveva affidato Omar ad un'amica, l'amica a sua volta aveva consegnato il bimbo a un conoscente, come un pacco postale. Una storia di degrado: ora la madre dice che non voleva abbandonarlo ma aveva paura a denunciarne la scomparsa, e lo rivuole, ma sarà il Tribunale dei minori a decidere se rimandarlo a casa.

In un mondo sempre più crudele sono spesso i bambini che pagano il prezzo più alto. Ripesco nella mia labile memoria di vecchio cronista qualche fatto di cui pare sia vietato stupirsi. Ricordate Salvatore, Carmelina, Luigi morti tra le fiamme di una roulotte, piazzata alla periferia di Napoli? Già nei nomi qualche volta sta scritto un destino. Tre fratellini quattro, due anni, undici mesi. Erano figli di un uomo che si alzava all'alba per governare dei cavalli. Non un lavoro "normale", una occasione migliore. La madre stava morendo al Cardarelli, aveva appena passato la trentina.

Il letto non conosce miseria, si dice, ma la povera gente di quelle parti sì. Vivevano in un accampamento che raccoglieva in carovane terremotati e famiglie senza alloggio.

Il sismi dell'Irpinia, come dicevano le persone colte, aveva sconvolto una parte del Sud e le intere nostre finanze. Per questo li chiamavano, con professionale indifferenza, "senzatetto storici".

Quei tre innocenti prima avevano dormito in una cantina, e li avevano sfrattati, poi in una vecchia auto scassata: perché anche la fame si adegua. Salvatore, Carmelina e Luigi: la cui sorte era già disegnata con la nascita. O le Marlboro, o qualche servizietto alla camorra, e un'esistenza segnata dall'umiliazione: di serie A, per loro, c'è solo la squadra di calcio del cuore. Un po' di lacrime per i funerali, poi la loro vicenda è finita tra le pratiche evase.

Non posso dimenticare una visita all'orfanatrofio Bijelave di Sarajevo. Quarantadue bambini. L'ultimo arrivato aveva tre mesi. Era un ospizio che raccoglieva anche i figli che le madri e i padri non accettavano, o non potevano mantenere. Una donna aveva detto: «Tenetelo. È buono, dorme. Se potrò, tornerò a riprenderlo». Non l'avevano più vista.

C'erano anche i nati dalla violenza, dagli stupri: e le mamme non li avevano neppure voluti vedere. Ogni tanto qualcuno si pentiva e ritornava: ma veniva respinto. I ragazzi crescendo giudicano e non perdonano mai. «Non mi servi più» dicono. Questi, poi, soffrivano anche le miserie della guerra; una volta l'autobus che trasportava i più piccoli era stato centrato: due morti. Quando si poteva cucinare la mensa passava un piatto di minestra con la carne. L'Italia aveva mandato delle arance e mi raccontarono che era stata una festa. «State attenti che rubano» ci avevano avvertiti. Poteva darsi: ma un pallone, una cioccolata che cosa significano quando diventano un sogno?

 

La piccola Denise Pipitone

 

Come posso dimenticare il biondino che mi venne incontro gattonando, ridendo?

Eravamo una troupe della tv, ma scelse me, credo, perché ero il più vecchio. Si aggrappava alla mia giacca, mi guardava con occhi grandi, lucidi, si aspettava forse un padre e per disgrazia gli era arrivato un nonno. Avrà trovato una famiglia?

I giornali si stanno occupando in questi giorni del "caso" di Denise Pipitone, quattro anni, scomparsa nel settembre scorso, in pieno giorno, da Mazara del Vallo, in provincia di Trapani. Sta giocando davanti a casa, e c'è la nonna che la sorveglia, ma si distrae per un attimo, e Denise sparisce. La vendetta di qualcuno per qualche dissenso familiare, un vizioso, uno zingaro? Si moltiplicano chiacchiere e ipotesi, si fanno manifestazioni, cortei, fiaccolate per invocare il suo rilascio. Poi da un video, un po' sfuocato registrato su un telefonino di un vigilante, la madre dice di avere riconosciuto Denise, in una «città lontana dalla Sicilia, ed è sicura che è lei», al cento per cento. Adesso ogni "volante" in giro per Milano ha sul cruscotto una immagine a colori di Denise Pipitone. «Ho riconosciuto anche la sua voce» dice la mamma «è dimagrita, è solo un po' triste. Ma è lei». E intanto la vita continua e forse è vero quello che diceva uno scrittore francese: «Non si può piangere per tutti: bisogna scegliere».

 

Se ne parla www.espressonline.it

 

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Tribunali sull'erba

Il genocidio del 1994 ha messo in moto migliaia di processi. Nei casi meno gravi si svolgono davanti ai "gacaca", 11 mila corti all'aperto affidate ai saggi del villaggio

di Stephan Faris

 

 

Nella lingua ruandese il termine genocidio non esiste. Fino al 1994, quel tipo di violenza era inimmaginabile per la gente di questo piccolo Paese del centro Africa. Ma poi, i vicini, la gente qualunque, hanno iniziato a darsi la caccia fra loro. Massacrandosi a colpi di macete. Scagliando i bambini contro le rocce. Gettando uomini e donne ancora in vita nelle buche delle latrine per farli affogare. Le chiese cattoliche, colme di fuggitivi tremanti di paura, sono state rase al suolo e trasformate in tombe. Quando l'esercito Tutsi arrivò e invase il Paese per "mettere fine" al massacro, erano già morte 800 mila persone. L'orrore fu indescrivibile.

 

 

Il governo ha calcolato che

usando le corti normali

ci sarebbero voluti 100 anni

 

 

Sebbene il nuovo governo si fosse impegnato ad assicurare alla giustizia tutti i responsabili del massacro, i tribunali penali si dimostrarono essere impreparati alla stessa maniera delle vittime del genocidio per via della portata delle atrocità commesse. A partire dal 1997, il governo stimò che ci sarebbero voluti 100 anni per poter esaminare e giudicare tutti i casi di genocidio. Secondo le stime di Amnesty International, ci sarebbe voluto il doppio del tempo. Le prigioni erano strapiene e il lavoro era appena cominciato.

La soluzione fu così di decentralizzare i procedimenti giudiziari ripristinando i tradizionali tribunali "gacaca" (ga-cha-cha), termine della lingua ruandese che descrive il campo erboso su cui si radunano le comunità e che indica appunto i tribunali i cui giudici sono spesso gli anziani o, in questo caso, «persone di impeccabile integrità» elette dal villaggio. Secondo le stime ufficiali, negli anni a venire, circa 11 mila tribunali tradizionali si troveranno a esaminare e a giudicare qualcosa come un milione di casi, ovvero un ottavo della popolazione di questo piccolo Paese africano.

Dunque, un genocidio portato avanti da gente qualunque, amici e vicini delle vittime, sarà giudicato da gente qualunque, amici e vicini degli accusati.

Il giorno in cui hanno avuto inizio i processi, Augustin Ntirushwamaboko, un agricoltore di 38 anni, ha fornito la sua confessione su una collina erbosa che si affaccia sulla vallata del villaggio di Zivu. Ad ascoltarlo, otto giudici con indosso cinture dei colori nazionali giallo, blu e verde, siedevano ad un tavolo di legno di fronte ad alcune centinaia di spettatori sparpagliati sull'erba sotto ad ombrellini parasole per ripararsi dal sole cocente. I più giovani siedevano sulla sommità di termitai per osservare il tutto da un punto di vista sopraelevato.

Durante il processo più di una volta Ntirushwamaboko è stato costretto ad alzare la voce per coprire le urla e gli schiamazzi dei bambini. «Chiedo perdono, ai ruandesi e al governo del Ruanda, ma cosa più importante chiedo perdono a Dio, che ci guarda e ci controlla», dice l'agricoltore imputato. Ntirushwamaboko sta diritto impalato come un fuso mentre descrive di aver trascinato un uomo fuori dal bosco e di averlo ucciso. Racconta di aver raggruppato un gruppo di Tutsi di fronte alla casa della sua vittima insieme al resto della banda. Ricevuta in mano una mazza, Ntirushwamaboko ricorda di aver fatto la sua parte. «Quando lo colpii con la mazza non morì subito», dice. Afferrata una scure, ha frantumato il cranio della vittima usando il lato della lama che non taglia. Nel frattempo gli altri si sono scagliati contro il resto dei presenti. Fra coloro che sono rimasti uccisi anche il figlio della vittima, un bimbo di appena un anno.

Atti simili sono stati compiuti in tutto il Paese. In quanto vincitori della breve guerra civile seguita al genocidio, i ribelli Tutsi hanno formato un governo, scritto le leggi e scelto un sistema che fonda le sue basi tanto sulla riconciliazione quanto sulla punizione. Circa 50 mila dei processi più importanti, quelli che riguardano per lo più i pianificatori e i leader del genocidio, saranno di pertinenza dei tribunali penali convenzionali. Tuttavia la vasta maggioranza dei crimini e dei delitti - omicidi, violenze, aggressioni, torture e sciacallaggi - saranno esaminati da tribunali "gacaca". Le confessioni, che sono incoraggiate da sentenze più lievi, servono a un duplice scopo: da un lato offrono balsamo alla vittima, dall'altro forniscono una prova contro l'accusato e i suoi complici. Eppure, per molti, la giustizia del vincitore lascia a desiderare. I tribunali "gacaca" non prenderanno in considerazione le accuse contro il Rwandan Patriotic Front (Rpf), il Fronte Patriottico Ruandese. Alcune unità dell'esercito ribelle conquistatore sono state accusate di omicidio e vendetta brutale, ma il governo si preoccupa del fatto che giudicare i crimini dell'Rpf insieme ad atti di genocidio finisca per rafforzare la rivendicazione secondo la quale anche i Tutsi hanno preso parte al genocidio. Altri si preoccupano però che, proteggendo i propri soldati da un processo "gacaca", il governo metta a repentaglio i propri obiettivi.

Sebbene i tribunali non emettano sentenze, dovrebbero almeno essere usati per la compilazione di liste di reclamo che potrebbero essere poi gestite in altro modo, così come nei tribunali convenzionali, afferma Jean Charles Paras, capo della missione ruandese per la riforma penale internazionale (Rwandan mission for Penal Reform International). «Almeno ascoltiamo questa gente», dice.

L'attendibilità delle confessioni pone un altro problema. In molti casi, i colpevoli sono gli unici testimoni ancora in vita. La promessa di una sentenza lieve è un forte incentivo a implicare altre persone, talvolta asserendo il falso. Molti degli accusati ammettono soltanto il minimo necessario a fargli ottenere la libertà e a far incriminare complici che sono morti o che sono fuggiti dal Paese.

Ma per il sistema "gacaca", Ntirushwamaboko è un caso di successo. «La Bibbia dice «dì la verità, chiedi il perdono e poi comincia a guardare avanti e a chiedere la vita eterna», afferma Ntirushwamaboko.

Come ricompensa per la sua confessione, ha ricevuto una riduzione della sentenza. Metà della pena consisterà nell'impiegare tre giorni della settimana a servizio della comunità: piantando alberi, costruendo strade, scuole e ospedali. Dopo il processo, Ntirushwamaboko si è recato insieme a un giornalista a casa di Febronia Mukamusoni, la sorella della vittima da lui uccisa, una donna di 47 anni che lo accoglie con un sorriso. «Cinque anni fa, se lo avessi visto e avessi avuto i mezzi per faro, o avrei ucciso», spiega. Ma dopo averlo ascoltato testimoniare durante la fase conoscitiva del tribunale "gacaca", Febronia Mukamusoni decide di invitarlo a casa sua per spiegarsi. «Mi ha detto: "Senti, l'abbiamo fatto perché avevamo cattivi leader che ci dicevano di uccidere". E ha chiesto che lo perdonassi». La donna coltiva un piccolo appezzamento di terra nelle vicinanze della casa di Ntirushwamaboko e sono rare le volte in cui i due non si vedono per più di due giorni.

L'eccezionalità della loro storia consiste nel fatto che per gli abitanti del villaggio di Zivu si tratta di una storia per nulla eccezionale. «In Ruanda, sono accadute talmente tante cose terribili che nulla potrebbe di nuovo sorprenderci», spiega Anacet Rutayisire, un contadino di 29 anni, giudice a capo del tribunale gacaca di Zivu. «Ci aspettavamo il peggio. L'abbiamo vissuto».

traduzione di Rosalba Fruscalzo

 

 

 

 

Una strage da 800 mila morti

La sofferenza del Ruanda è scritta nel suo paesaggio. Dalle sinuose colline e scoscese vallate fino alle frastagliate rive del lago Kivu, la terra dorme sotto una coperta di campi accuratamente coltivati. Otto milioni di persone vivono in soli 26 mila chilometri quadrati e nessun appezzamento dì terra può restare inutilizzato.

Le pressioni di una popolazione a lungo vissuta su un piccolissimo fazzoletto di terra, sono sfociate nel Ventesimo secolo in un sanguinoso conflitto etnico fra agricoltori Tutsi e contadini Hutu. Nel 1994, la situazione culminò in un genocidio in cui furono uccisi 800.000 Tutsi e oppositori del regime Hutu. Sebbene il massacro fu compiuto per lo più a colpi di macete, tutto avvenne nel giro di soli cento giorni, ovvero ad una velocità circa dieci volte maggiore di quella con cui furono commessi i crimini di Auschwitz.

 

 

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