3 - George vuol fare la rivoluzione
4 - Bambini
traditi
Positivi gli effetti del conflitto in Iraq? Un
filosofo americano spiega perché non si può dire sì a posteriori ad una scelta sbagliata
colloquio con Michael Walzer di Enrico Pedemonte
È vero, in Libano, in Egitto, in Palestina ci sono fermenti nuovi.
Ma se fra sei mesi volge
tutto al peggio?
Centinaia di migliaia di
persone scendono nelle piazze in Libano, il presidente Mubarak
promette nuove elezioni in Egitto, persino in Arabia Saudita si aprono spiragli
di possibili riforme. Di fronte alla ventata di democrazia che sembra scuotere
il Medio Oriente, Michael Walzer, uno dei grandi
saggi della sinistra americana, mette le mani avanti: «Sa cosa rispose il
presidente Mao quando gli chiesero un'opinione sulla rivoluzione francese?
"Troppo presto per dirlo"».
Walzer è il professore-filosofo che teorizza
l'etica della "guerra giusta e ingiusta", ma è anche il
direttore-militante di "Dissent", una delle
riviste più ascoltate della sinistra Usa. Cominciamo
l'intervista, nel suo ufficio all'Institute of Advanced Study di Princeton,
mostrandogli una delle vignette più fulminanti di Altan: "Mi vengono in mente opinioni che non
condivido". Walzer sorride. Sa bene che le notizie arrivate dal Medio
Oriente nelle ultime settimane stanno rimodellando il dibattito sulla guerra in
Iraq anche all'interno del partito democratico. Da una parte George Bush sostiene che il
fermento democratico in Medio Oriente è la prova che la guerra era giusta. Ma dall'altra anche il "New York Times",
che pure mantiene una linea critica nei confronti dell'attacco a Baghdad, ha
riconosciuto che il presidente può ben rivendicare qualche merito in Medio
Oriente.
Professor
Walzer le viene mai il dubbio che Bush avesse ragione sull'Iraq?
«No. Il giudizio su una guerra non può essere dato
a posteriori, ma solo assumendo il punto di vista di chi ha deciso di farla. Quali erano i rischi? Quante migliaia di vite si
mettevano in gioco? Io ancora credo che sia stato sbagliato
fare la guerra all'Iraq. Certo, oggi gli uomini di Bush
si sentono confortati da quanto sta accadendo in Medio Oriente».
C'è un vento
di democrazia nel mondo arabo...
«Certo, e gli uomini di Bush
vorrebbero che il giudizio sulla guerra fosse dato oggi, con i libanesi nelle
piazze e un presidente palestinese eletto in un'elezione regolare. Ma tra sei mesi la situazione potrebbe apparite molto diversa,
e tra un anno ancora diversa. Ci sono altri aspetti della politica di Bush che approvo. La sua decisione di non trattare con Arafat fu giusta. Le sue pressioni sui siriani sono forse
giuste. Ma anche in questi casi si tratta di giudizi
difficili. Può darsi gli hezbollah
vincano le prossime elezioni in Libano. O che Hamas
entri nel governo di Abbas e
renda impossibile arrivare a un accordo con Israele. E
in Iraq curdi e sciiti potrebbero dimostrarsi
incapaci di trovare un accordo sui confini del Kurdistan, scatenando così nuova
violenza. Non si può giudicare una decisione dalle sue conseguenze, perché
queste possono sembrare differenti ogni sei mesi. E il
giudizio non può cambiare ogni sei mesi».
In Medio
Oriente è in corso un "effetto domino", come auspicavano i
neoconservatori?
«Non so. Forse alcuni regimi cadranno. Ma chi li sostituirà? Prendiamo Mubarak,
un capo di Stato repressivo, anche se non lo si può
paragonare a Saddam. Ma è
stato anche un importante elemento di stabilità e di pace in Medio Oriente. Se oggi in Egitto ci fossero libere elezioni e vincessero i
Fratelli Musulmani, l'effetto domino non si dimostrerebbe certo salutare».
È possibile
paragonare la gente che oggi è nelle strade di Beirut a quella nelle piazze
dell'Europa dell'Est nel 1989?
«Il Libano è in un equilibrio molto precario. Non
si sa che cosa accadrà se i siriani se ne andranno e
si svolgeranno le elezioni. Certo, le persone che sono
scese in piazza sono nostri amici, e le forze democratiche in Europa e negli
Stati Uniti devono aiutarli, nello stesso modo in cui
L'amministrazione
americana ripete come uno slogan i suoi principi di politica estera. Ma il solo
risultato è stato quello di rinforzare gli integralismi di vario tipo
di Naomi
Klein
All'inizio sembrava uno
scherzo, ma ora sta diventando una cosa quasi seria:
l'idea che Bono possa essere nominato presidente della Banca Mondiale. Il
ministro del Tesoro americano John Snow lo ha definito recentemente «una
rock star del mondo in via di sviluppo». E ha
aggiunto: «È una persona che ammiro».
L'incarico verrà affidato
certamente a un cittadino statunitense, uno con credenziali ancor più deboli,
come Paul Wolfowitz. Ma vi
è un motivo per cui Bono è così ammirato a Washington,
al punto che
L'amministrazione Bush
concorda pienamente, come dimostra la frenesia di ridefinizione
della politica estera americana. Di fronte a un mondo
arabo infuriato per l'occupazione dell'Iraq e per il cieco sostegno degli Stati
Uniti a Israele, la soluzione non sta nel cambiare queste politiche brutali,
ma, per dirla nel linguaggio pseudoaccademico del
marketing aziendale, nel "cambiare le parole".
L'ultimo tentativo di rilanciare il marchio Usa è stato compiuto il 30 gennaio scorso, nel giorno delle
elezioni irachene, con tanto di slogan ad effetto ("potere viola"),
immagini a presa rapida (le dita macchiate di questo colore) e, ovviamente, un
nuovo modo di raccontare il ruolo dell'America nel mondo, riproposto in modo
martellante dal "brand manager" Thomas Friedman, l'editorialista del "New York Times", stratega di questa campagna pubblicitaria. «La
vicenda irachena si è trasformata da una storia di "insorti" che
cercano di liberare il proprio paese dagli occupanti americani e dai loro
"fantocci", in una in cui la stragrande maggioranza della popolazione
ha cercato di costruire una democrazia, con l'aiuto degli Stati Uniti, contro
il volere dei fascisti del partito Baath e dei
fanatici della guerra santa». Un esempio talmente contagioso, ci viene detto, da produrre un effetto domino simile alla
caduta del Muro di Berlino e al crollo del comunismo (anche se nella
"Primavera Araba" l'unico muro che si vede - quello dell'apartheid in
Israele - resta ben in piedi).
Come in tutte le campagne pubblicitarie, la forza
sta nella ripetizione, non nei dettagli. Le ovvie astrusità (Bush si sta attribuendo il merito della morte di Arafat?) e le stridenti
ipocrisie (gli occupanti che si dicono contrari all'occupazione!) stanno a
significare che è tempo di raccontare di nuovo la storia, solo con voce più
alta e più lentamente, in un fastidioso stile turistico. Ma nonostante questo,
con Bush che ora pretende che «l'Iran e altri paesi
possono seguire l'esempio dell'Iraq», vale comunque la
pena soffermarsi brevemente sulla realtà di quanto è accaduto. La situazione di emergenza era stata appena ripristinata per il quinto
mese consecutivo e l'Alleanza Unita Irachena, pur avendo vinto con una netta
maggioranza, non è ancora in grado di formare un governo.
Il problema tuttavia non è che
gli iracheni hanno perso la fiducia nella democrazia per la quale hanno
rischiato la vita il 30 gennaio, bensì quello che il sistema elettorale loro
imposto da Washington è profondamente antidemocratico.
Terrorizzato di fronte alla prospettiva di un
paese in grado di autogovernarsi,
l'ex inviato speciale di Bush, Paul
Bremer, ha escogitato un marchingegno che ha
assegnato il 27 per cento dei seggi in parlamento ai curdi
filoamericani nonostante questi rappresentino soltanto il 15 per cento della
popolazione. E dal momento che la costituzione
provvisoria architettata dagli Usa esige una maggioranza assurdamente elevata
per tutte le decisioni più importanti, i curdi oggi
tengono il paese in ostaggio. La loro principale richiesta è il controllo di Kirkuk. Se lo otterranno, decidendo di separarsi, il
Kurdistan iracheno includerà facilmente gli estesi
campi petroliferi del nord. Il loro desiderio di indipendenza è legittimo e le
loro paure di subire discriminazioni etniche sono comprensibili. Ma l'alleanza
che hanno stretto con gli Stati Uniti ha assicurato a
Washington un diritto di veto surrettizio sulla democrazia irachena. E con Kirkuk inclusa nel loro
territorio, anche se l'Iraq si disgregherà Washington avrà sempre alle sue
dipendenze un regime vassallo ricco di petrolio, sebbene di dimensioni più
ridotte rispetto a quelle inizialmente previste.
Questo tipo di ingerenza
diretta di stampo coloniale sta già minacciando di trasformare la
"Rivoluzione dei cedri" in Libano da una fiaba in un incubo.
Indubbiamente, la maggior parte dei libanesi vorrebbe che
Solo la
giustizia economica
è riuscita a tener
testa a mullah e tiranni
Il problema non è soltanto quello di una colpevole
complicità. Ma è anche che la definizione di
liberazione fornita da Bush priva le forze
democratiche dei loro strumenti più efficaci. La sola idea
che abbia mai tenuto testa a re, tiranni e mullah in Medio Oriente è la
promessa di giustizia economica, attuata attraverso politiche di riforma
agraria e di controllo statale sul petrolio. Ma
non vi è spazio per simili progetti nei discorsi di Bush,
in cui l'unica libertà per gli uomini liberi è quella di scegliere il libero
mercato. E questo permette ai laici di offrire ben
poco oltre a vuote perorazioni sui "diritti umani": un'arma spuntata
di fronte alle potenti spade dell'orgoglio etnico e della salvezza eterna.
George W.
Bush ama ripetere che la democrazia ha il potere di
sconfiggere i tiranni. È vero, ma proprio per questo è così pericoloso per la più
potente idea di emancipazione finir confusa con una
sterile campagna pubblicitaria. Permettere all'amministrazione in carica di
assimilare le lotte di liberazione del Libano,
dell'Egitto e della Palestina ai suoi schemi ideologici equivale a fare un
regalo a tutte le forze autoritarie e fondamentaliste
del mondo. La libertà e la democrazia vanno liberate dall'abbraccio mortale di Bush e restituite a quei movimenti che in Medio Oriente hanno
cercato di promuoverle per decenni. Questi hanno una propria storia da portare
a compimento.
traduzione di Mario Baccianini
Quanto costa la guerra in Iraq
a cura di Paolo Pontoniere
Quanto costa la guerra in Iraq? Fino a oggi il Congresso degli Stati Uniti ha stanziato 207,5
miliardi di dollari, e altri 82 miliardi (sia per l'Iraq sia per L'Afghanistan)
dovrebbero essere presto approvati.
Ma i costi della guerra non
sono solo economici. Secondo gli ultimi dati forniti dal Pentagono, in Iraq
sono morti 1.698 soldati della Coalizione, di cui
1.524 americani (che hanno avuto anche 11.344 feriti), 86 britannici, 21
italiani, 17 polacchi e 17 ucraini. A questi vanno aggiunti
i 232 lavoratori civili (quasi tutti americani, morti fino al 30 dicembre)
impegnati nella ricostruzione e in attività di supporto alle truppe. Secondo l'Iraq
Index della Brookings Institutions i
soldati iracheni morti fino alla fine di febbraio sono 1.342, mentre i civili
iracheni uccisi per qualsiasi ragione dall'inizio della guerra sono tra i 28 e
i 47 mila. Questo numero comprende anche i 2.290 uccisi dalle auto bomba.
Oggi in Iraq ci sono circa 175 mila
soldati della coalizione: tra cui 150 mila americani,
8.000 britannici, 3.600 della Corea del Sud e 3.000 italiani.
L'Iraq Index fornisce anche un
panorama minuzioso dello stato dell'addestramento delle
truppe irachene. Le fonti ufficiali dicono che fino a
oggi sono stati addestrati e forniti di equipaggiamento circa 141.761 iracheni,
tra poliziotti e soldati.
Ma
fonti
dell'esercito americano e del Congresso, secondo lo stesso Iraq Index, affermano che quelli realmente pronti a combattere
sono tra i 20 e i 40 mila. Anche la ricostruzione va avanti,
e i servizi pubblici cominciano a migliorare sensibilmente. Prima della guerra
il telefono arrivava in 833 mila case, ora in due milioni e 779 mila. Prima del
conflitto c'erano 11 mila abbonati a Internet; ora 140
mila.
George vuol fare la rivoluzione
60
città in 60 giorni: un grande tour per lanciare la sua
sfida su sanità, pensioni, terzo settore. Così Bush
affronta il secondo mandato. E punta sui giovani
di Enrico Pedemonte da New York
Il copione è sempre lo
stesso. Una città di provincia nel Centro Sud, un migliaio di
persone selezionate dal partito repubblicano, il sindacato locale che protesta perché
nessun membro dell'opposizione può partecipare al comizio del presidente.
Succede così anche a Tucson, Arizona, dove George W. Bush
sale sul palco del Convention Center e dice che «nel
2018 il sistema pensionistico pubblico (che negli Usa si chiama Social Security, ndr) andrà in rosso, e
ogni anno il problema peggiorerà». O a Denver,
Colorado, dove il presidente spiega perché il sistema è destinato a crollare:
«Oggi ci sono solo 3,3 lavoratori per ogni pensionato, mentre nel 1950 erano
16». O a Pensacola, in Florida,
dove sul palco c'è anche la sua mamma Barbara che confessa di «essere
preoccupata per la pensione dei suoi 17 nipotini», suscitando qualche ironia
tra i commentatori politici. Bush ha deciso di
cominciare il suo secondo mandato con una colossale operazione propagandistica
nel Centro-Sud del paese: "Sessanta città in sessanta
giorni". Il presidente chiama sul palco alcuni elettori selezionati, talvolta
li interroga confidenzialmente sulla loro vita personale, ascolta i loro dubbi sul futuro delle pensioni pubbliche e del welfare. E lui, paterno, risponde,
cercando di sciogliere i loro dubbi. Le ha battezzate "Conversazioni sulla
sicurezza sociale". È un modo per saggiare le reazioni degli americani,
partendo dagli elettori più fedeli delle aree più repubblicane del paese. La
tattica è sempre quella che si è già dimostrata vincente nella campagna
elettorale del 2004. Il presidente ripete instancabilmente gli
stessi semplice concetti, giorno dopo giorno. Questa volta vuole
convincere gli elettori che è necessario riformare il
sistema pensionistico, spostando una parte dei contributi su conti privati per
lanciare quello che lui chiama
I democratici dicono che
si tratta di un bluff, che la riforma non è necessaria. Si mobilitano in ogni
angolo del paese, uniti in una battaglia che considerano cruciale, sostengono
che l'obiettivo di Bush è essenzialmente ideologico.
Lo scrive sul "New York Times"
l'economista Paul Krugman,
secondo il quale l'attuale sistema pensionistico andrà in rosso solo tra il
2042 e il 2052, quando il surplus che si sta oggi accumulando nelle casse sarà
esaurito, e non è quindi necessario intervenire subito. Lo ribadisce
a; "L'espresso" Robert Kuttner,
condirettore della rivista progressista "Prospect":
Bush pensa come un investitore, non come un
cittadino. Per questa ragione vuole distruggere il New Deal, cioè
i programmi di assistenza e di solidarietà sociale varati nel corso della
Grande Depressione. Vuole dare sempre più spazio ai piani individuali per la
sanità e la pensione. E se qualcuno è povero e non ce
la fa è colpa sua!»
L'obiettivo di Bush è
molto ambizioso. Vuole passare alla storia come il presidente che, dopo avere
avviato il processo democratico che secondo lui cambierà la faccia del Medio Oriente,
nel secondo mandato ha ridato slancio alla crescita del paese modificando le
stesse radici filosofiche su cui si basa il contratto sociale, allentando le
maglie del welfare e spingendo ulteriormente sulla
cultura dell'individualismo. Le pensioni non sono il
suo unico obiettivo. Bush intende anche tagliare il Medicaid, ovvero l'assistenza
sanitaria ai più poveri. Vuole rendere permanenti colossali tagli fiscali,
trasferendo il peso delle tasse dai profitti ai consumi. E
sta lanciando una «iniziativa basata sulla fede» per aumentare i finanziamenti
alle associazioni religiose e dare loro un ruolo crescente nel sistema del welfare.
Bush sostiene che si tratta di
una rivoluzione culturale necessaria per affrontare le sfide del
XXI secolo. Ma la maggioranza dei deputati e dei senatori del partito
repubblicano non lo segue. Ed
è contraria, per esempio, alla svolta sulle pensioni. Anche
i sondaggi non confortano il presidente. Solo 35 americani su cento, secondo
una ricerca del Washington Post, approvano la riforma
del Social Security. Così Jacob
Weisberg, sulla rivista "Siate", scrive che
«il piano per rifare il sistema pensionistico è già fallito e Bush sta per subire la sua prima grande sconfitta
politica».
Tutto questo non preoccupa il presidente, che anzi
aumenta la lena nel cercare di convincere gli elettori. Pensa che i dubbi degli
americani siano da attribuire a un difetto di
comunicazione. I media hanno sempre definito il suo
progetto come "privatizzazione delle pensioni"? Bisogna cambiare
linguaggio: la parola privatizzare viene bandita dai
discorsi. Bush arriva a correggere i giornalisti che
la usano nelle conferenze stampa, in diretta tv. Il progetto
dell'amministrazione non prevede più di creare «conti privati», bensì «conti personali». Funzionerà?
Robert Kuttner
è convinto che il presidente sarà sconfitto, ma è consapevole che si tratterà di
una battaglia difficile per i democratici: «Karl Rove, lo stratega di Bush, è il
politico più intelligente degli ultimi cent'anni. Ed è un maestro assoluto nella retorica politica». Karlyn Bowman, una politologa del
think tank neoconservatore
American Enterprise Institute,
dice che Bush non si
arrenderà: «Anche se perderà questa battaglia, penso
che riuscirà a vincere la guerra. Perché, se è vero che gli americani non amano
l'attuale progetto sulle pensioni, tuttavia si sono in
maggioranza convinti che qualcosa andrà fatto per cambiare il sistema. E pensano che i democratici non abbiano idee».
Tre noti esponenti democratici - James Carville, Stanley Greenberg e Robert Shrum - in un documento
diffuso su Internet e rivolto a tutto il mondo democratico, hanno espresso
concetti analoghi. Si sono chiesti perché la popolarità di Bush
non sia crollata dopo la proposta di un progetto così sgradito. La risposta è
semplice: gli elettori non sanno che cosa vogliono i democratici, che si
limitano a opporsi alle idee del presidente, senza
avere una ricetta per il futuro. Il rischio è che Bush
conquisti l'immagine dell'innovatore, lasciando ai democratici il ruolo di chi
vuole conservare il passato.
C'è dell'altro. La campagna di Bush
è rivolta soprattutto ai giovani. Sono loro che dovrebbero cominciare a
trasferire il quattro per cento del loro reddito nei conti di
investimento privati, rompendo con il welfare
nato oltre mezzo secolo fa. «Sono i settantenni e gli ottantenni i più forti
sostenitori dell'attuale sistema», spiega Karlyn Bowman, «ma ormai si tratta di una generazione che sta
sparendo dalla scena. Bush si rivolge ai più giovani,
a quelli che non nutrono grandi speranze di ricevere una pensione in futuro,
che non credono nell'aiuto del governo, e che al
contrario hanno una grande fiducia in se stessi».
Nessuno sa se la strategia del presidente avrà successo. Per vincere dovrà innanzitutto
superare le resistenze che crescono all'interno del partito repubblicano.
Specie tra i senatori e i deputati che nel novembre 2006 dovranno essere
rieletti e oggi non vogliono rischiare di schierarsi a favore di battaglie
dall'esito incerto.
Non si tratta di uno scontro qualunque. Nei primi
mesi del suo secondo mandato diventa sempre più chiaro che
George Bush è un presidente
ambizioso che vuole davvero cambiare l'America, modificando dalle fondamenta
alcuni principi che ne regolano la vita sociale da decenni. Se avrà la meglio, il partito democratico dovrà digerire una
sconfitta storica. E l'Europa dovrà abituarsi a
convivere con un'America sempre più aliena.
Enzo Biagi
In un mondo sempre
più crudele
sono spesso i più piccoli
a pagare il prezzo più alto
Al catechismo, tra i cattivi esempi, citavano
sempre Erode e la strage degli innocenti, un fatto, secondo me paragonabile a
quello che è accaduto poi: i piccoli fatti uccidere
dal crudele dittatore erano meno di una decina.
Sia chiaro che nessuno può
sottovalutare il valore anche di una sola vita e le crudeltà di cui spesso i
bambini sono vittime indifese. C'è infatti tutta una
letteratura sull'infelicità degli adolescenti: da "Senza famiglia" a
"I ragazzi della via Paal", a
"Incompreso".
La cronaca di questi giorni si è occupata del caso
del piccolo Omar: un bimbo di tre anni ritrovato a Milano nell'androne di un
palazzo di Piazza Corvetto. ben
vestito, parla pochissimo, non sa dove abita e come si chiama. E per tre giorni nessuno lo cerca, non un indizio. E sfuggito a qualcuno o è stato abbandonato? Lo descrivono
bello e socievole: entrato in una casa sconosciuta, dove c'è un altro bimbo,
gli corre incontro e si mette a giocare con lui. I carabinieri intanto
indagano, poi finalmente una telefonata li mette sulle tracce della madre: una
donna di Tunisi, clandestina, che vive con altri sei connazionali in un
bilocale delle case popolari. Aveva affidato Omar ad un'amica, l'amica a sua
volta aveva consegnato il bimbo a un conoscente, come
un pacco postale. Una storia di degrado: ora la madre dice
che non voleva abbandonarlo ma aveva paura a denunciarne la scomparsa, e lo
rivuole, ma sarà il Tribunale dei minori a decidere se rimandarlo a casa.
In un mondo sempre più crudele sono spesso i
bambini che pagano il prezzo più alto. Ripesco nella mia labile memoria di
vecchio cronista qualche fatto di cui pare sia vietato stupirsi. Ricordate
Salvatore, Carmelina, Luigi morti tra le fiamme di una roulotte, piazzata alla
periferia di Napoli? Già nei nomi qualche volta sta scritto un destino. Tre
fratellini quattro, due anni, undici mesi. Erano figli di un uomo che si alzava
all'alba per governare dei cavalli. Non un lavoro "normale", una occasione migliore. La madre stava
morendo al Cardarelli, aveva appena passato la
trentina.
Il letto non conosce miseria, si
dice, ma la povera gente di quelle parti sì. Vivevano in un accampamento
che raccoglieva in carovane terremotati e famiglie
senza alloggio.
Il sismi dell'Irpinia,
come dicevano le persone colte, aveva sconvolto una parte del Sud e le intere
nostre finanze. Per questo li chiamavano, con professionale indifferenza,
"senzatetto storici".
Quei tre innocenti prima avevano dormito in una
cantina, e li avevano sfrattati, poi in una vecchia auto scassata: perché anche
la fame si adegua. Salvatore, Carmelina e Luigi: la cui sorte
era già disegnata con la nascita. O le Marlboro, o qualche servizietto
alla camorra, e un'esistenza segnata dall'umiliazione: di serie A, per loro,
c'è solo la squadra di calcio del cuore. Un po' di lacrime per i funerali, poi
la loro vicenda è finita tra le pratiche evase.
Non posso dimenticare una visita all'orfanatrofio Bijelave di
Sarajevo. Quarantadue bambini. L'ultimo arrivato aveva tre mesi. Era un ospizio
che raccoglieva anche i figli che le madri e i padri non accettavano, o non
potevano mantenere. Una donna aveva detto: «Tenetelo. È
buono, dorme. Se potrò, tornerò a riprenderlo».
Non l'avevano più vista.
C'erano anche i nati dalla violenza, dagli stupri:
e le mamme non li avevano neppure voluti vedere. Ogni tanto qualcuno si pentiva
e ritornava: ma veniva respinto. I ragazzi crescendo
giudicano e non perdonano mai. «Non mi servi più» dicono. Questi, poi,
soffrivano anche le miserie della guerra; una volta l'autobus che trasportava i
più piccoli era stato centrato: due morti. Quando si
poteva cucinare la mensa passava un piatto di minestra con la carne. L'Italia
aveva mandato delle arance e mi raccontarono che era
stata una festa. «State attenti che rubano» ci avevano avvertiti.
Poteva darsi: ma un pallone, una cioccolata che cosa significano
quando diventano un sogno?
La
piccola Denise Pipitone
Come posso dimenticare il biondino che mi venne incontro
gattonando, ridendo?
Eravamo una troupe della
tv, ma scelse me, credo, perché ero il più vecchio. Si aggrappava alla mia
giacca, mi guardava con occhi grandi, lucidi, si aspettava forse un padre e per
disgrazia gli era arrivato un nonno. Avrà trovato una famiglia?
I giornali si stanno occupando in questi giorni
del "caso" di Denise Pipitone, quattro
anni, scomparsa nel settembre scorso, in pieno giorno, da Mazara
del Vallo, in provincia di Trapani. Sta giocando davanti a casa, e c'è la nonna
che la sorveglia, ma si distrae per un attimo, e Denise sparisce. La vendetta
di qualcuno per qualche dissenso familiare, un vizioso, uno zingaro? Si
moltiplicano chiacchiere e ipotesi, si fanno manifestazioni, cortei, fiaccolate
per invocare il suo rilascio. Poi da un video, un po' sfuocato registrato su un
telefonino di un vigilante, la madre dice di avere riconosciuto Denise, in una
«città lontana dalla Sicilia, ed è sicura che è lei», al cento per cento.
Adesso ogni "volante" in giro per Milano ha sul cruscotto una immagine a colori di Denise Pipitone.
«Ho riconosciuto anche la sua voce» dice la mamma «è dimagrita, è solo un po'
triste. Ma è lei». E intanto
la vita continua e forse è vero quello che diceva uno scrittore francese: «Non
si può piangere per tutti: bisogna scegliere».
Se ne parla www.espressonline.it
Tribunali
sull'erba
Il
genocidio del
di Stephan
Faris
Nella lingua ruandese il termine genocidio non esiste. Fino al 1994,
quel tipo di violenza era inimmaginabile per la gente di questo piccolo Paese
del centro Africa. Ma poi, i
vicini, la gente qualunque, hanno iniziato a darsi la caccia fra loro.
Massacrandosi a colpi di macete. Scagliando i bambini
contro le rocce. Gettando uomini e donne ancora in vita nelle
buche delle latrine per farli affogare. Le chiese cattoliche, colme di
fuggitivi tremanti di paura, sono state rase al suolo e trasformate in tombe.
Quando l'esercito Tutsi arrivò
e invase il Paese per "mettere fine" al massacro, erano già morte 800
mila persone. L'orrore fu indescrivibile.
Il governo
ha calcolato che
usando le corti normali
ci sarebbero voluti 100 anni
Sebbene il nuovo governo si fosse impegnato ad
assicurare alla giustizia tutti i responsabili del
massacro, i tribunali penali si dimostrarono essere impreparati alla stessa
maniera delle vittime del genocidio per via della portata delle atrocità
commesse. A partire dal 1997, il governo stimò che ci
sarebbero voluti 100 anni per poter esaminare e giudicare tutti i casi di
genocidio. Secondo le stime di Amnesty
International, ci sarebbe voluto il doppio del tempo.
Le prigioni erano strapiene e il lavoro era appena cominciato.
La soluzione fu così di decentralizzare i
procedimenti giudiziari ripristinando i tradizionali tribunali "gacaca" (ga-cha-cha),
termine della lingua ruandese che descrive
il campo erboso su cui si radunano le comunità e che indica appunto i tribunali
i cui giudici sono spesso gli anziani o, in questo caso, «persone di
impeccabile integrità» elette dal villaggio. Secondo le stime ufficiali, negli
anni a venire, circa 11 mila tribunali tradizionali si troveranno a esaminare e a giudicare qualcosa come un milione di casi,
ovvero un ottavo della popolazione di questo piccolo Paese africano.
Dunque, un genocidio portato
avanti da gente qualunque, amici e vicini delle vittime, sarà giudicato da
gente qualunque, amici e vicini degli accusati.
Il giorno in cui hanno avuto inizio i processi, Augustin Ntirushwamaboko, un
agricoltore di 38 anni, ha fornito la sua confessione
su una collina erbosa che si affaccia sulla vallata del villaggio di Zivu. Ad ascoltarlo, otto giudici con indosso
cinture dei colori nazionali giallo, blu e verde, siedevano
ad un tavolo di legno di fronte ad alcune centinaia di spettatori sparpagliati
sull'erba sotto ad ombrellini parasole per ripararsi dal sole cocente. I più giovani siedevano sulla sommità di
termitai per osservare il tutto da un punto di vista sopraelevato.
Durante il processo più di una volta Ntirushwamaboko è stato costretto ad alzare la voce per
coprire le urla e gli schiamazzi dei bambini. «Chiedo perdono, ai ruandesi e al governo del Ruanda, ma
cosa più importante chiedo perdono a Dio, che ci guarda e ci controlla», dice
l'agricoltore imputato. Ntirushwamaboko sta diritto
impalato come un fuso mentre descrive di aver
trascinato un uomo fuori dal bosco e di averlo ucciso. Racconta di aver
raggruppato un gruppo di Tutsi di fronte alla casa della sua vittima insieme al resto della banda. Ricevuta in
mano una mazza, Ntirushwamaboko ricorda di aver fatto
la sua parte. «Quando lo colpii con la mazza non morì
subito», dice. Afferrata una scure, ha frantumato il cranio della vittima
usando il lato della lama che non taglia. Nel frattempo gli altri si sono
scagliati contro il resto dei presenti. Fra coloro che sono rimasti uccisi
anche il figlio della vittima, un bimbo di appena un anno.
Atti simili sono stati compiuti in tutto il Paese.
In quanto vincitori della breve guerra civile seguita al genocidio, i ribelli Tutsi hanno formato un governo, scritto le leggi e scelto
un sistema che fonda le sue basi tanto sulla riconciliazione quanto sulla
punizione. Circa 50 mila dei processi più importanti, quelli che riguardano per
lo più i pianificatori e i leader del genocidio,
saranno di pertinenza dei tribunali penali convenzionali. Tuttavia la vasta
maggioranza dei crimini e dei delitti - omicidi, violenze, aggressioni, torture
e sciacallaggi - saranno esaminati da tribunali
"gacaca". Le confessioni, che sono
incoraggiate da sentenze più lievi, servono a un duplice
scopo: da un lato offrono balsamo alla vittima, dall'altro forniscono una prova
contro l'accusato e i suoi complici. Eppure, per
molti, la giustizia del vincitore lascia a desiderare. I tribunali "gacaca" non prenderanno in considerazione le accuse
contro il Rwandan Patriotic
Front (Rpf), il Fronte Patriottico Ruandese. Alcune unità dell'esercito ribelle conquistatore sono state accusate di omicidio e vendetta brutale, ma il
governo si preoccupa del fatto che giudicare i crimini dell'Rpf
insieme ad atti di genocidio finisca per rafforzare la rivendicazione secondo
la quale anche i Tutsi hanno preso parte al
genocidio. Altri si preoccupano però che, proteggendo i propri soldati da un
processo "gacaca", il governo metta a
repentaglio i propri obiettivi.
Sebbene i tribunali non emettano
sentenze, dovrebbero almeno essere usati per la compilazione di liste di
reclamo che potrebbero essere poi gestite in altro modo, così come nei
tribunali convenzionali, afferma Jean Charles Paras, capo della
missione ruandese per la riforma penale
internazionale (Rwandan mission
for Penal Reform International). «Almeno
ascoltiamo questa gente», dice.
L'attendibilità delle confessioni pone un altro
problema. In molti casi, i colpevoli sono gli unici testimoni ancora in vita.
La promessa di una sentenza lieve è un forte incentivo a
implicare altre persone, talvolta asserendo il falso. Molti degli accusati
ammettono soltanto il minimo necessario a fargli ottenere la libertà e a far incriminare complici che sono morti o che sono fuggiti
dal Paese.
Ma per il sistema "gacaca", Ntirushwamaboko è
un caso di successo. «
Come ricompensa per la sua
confessione, ha ricevuto una riduzione della sentenza. Metà della pena
consisterà nell'impiegare tre giorni della settimana a servizio della comunità:
piantando alberi, costruendo strade, scuole e ospedali. Dopo il processo, Ntirushwamaboko si è recato insieme a
un giornalista a casa di Febronia Mukamusoni, la
sorella della vittima da lui uccisa, una donna di 47 anni che lo accoglie con
un sorriso. «Cinque anni fa, se lo avessi visto e avessi avuto i mezzi per
faro, o avrei ucciso», spiega. Ma
dopo averlo ascoltato testimoniare durante la fase conoscitiva del tribunale
"gacaca", Febronia Mukamusoni
decide di invitarlo a casa sua per spiegarsi. «Mi ha detto: "Senti,
l'abbiamo fatto perché avevamo cattivi leader che ci
dicevano di uccidere". E ha chiesto che lo
perdonassi». La donna coltiva un piccolo appezzamento di terra nelle vicinanze
della casa di Ntirushwamaboko
e sono rare le volte in cui i due non si vedono per più di due giorni.
L'eccezionalità della loro storia consiste nel
fatto che per gli abitanti del villaggio di Zivu si
tratta di una storia per nulla eccezionale. «In
Ruanda, sono accadute talmente tante cose terribili che nulla potrebbe di nuovo
sorprenderci», spiega Anacet Rutayisire,
un contadino di 29 anni, giudice a capo del tribunale gacaca
di Zivu. «Ci aspettavamo il peggio. L'abbiamo
vissuto».
traduzione di Rosalba Fruscalzo
Una strage
da 800 mila morti
La sofferenza del Ruanda è scritta nel suo
paesaggio. Dalle sinuose colline e scoscese vallate fino alle frastagliate rive
del lago Kivu, la terra dorme sotto una coperta di
campi accuratamente coltivati. Otto milioni di persone vivono in soli 26 mila
chilometri quadrati e nessun appezzamento dì terra può
restare inutilizzato.
Le pressioni di una popolazione a lungo vissuta su
un piccolissimo fazzoletto di terra, sono sfociate nel Ventesimo secolo in un
sanguinoso conflitto etnico fra agricoltori Tutsi e
contadini Hutu. Nel 1994, la situazione culminò in un
genocidio in cui furono uccisi 800.000 Tutsi e
oppositori del regime Hutu. Sebbene il massacro fu compiuto per lo più a colpi di macete,
tutto avvenne nel giro di soli cento giorni, ovvero ad una velocità circa dieci
volte maggiore di quella con cui furono commessi i crimini di Auschwitz.