INDICE

 

 

1 - Spot eretici

La Rai scomunica i valdesi

 

2 - Santissima America

        Spirito cristiano fra Usa e Ue. L’analisi di Rifkin

 

3 - La messa non è finita

        Testo, riti, musica. La liturgia secondo Benedetto XVI

 

4 - La guerra li fa ricchi

        Conflitti e tzunami? Un businnes. N. Klein accusa

 

5 - I lager della libertà

        Esclusivo: il rapporto Ue sui campi di Gheddafi

 

 

 

 

 

 

Spot eretici

La Rai scomunica i valdesi

 

Dopo aver affollato per settimane i palinsesti con le vicende vaticane, la direzione generale della Rai continua nella sua opera di sostegno d'Oltretevere. Una nuova occasione è arrivata con la censura dello spot dell'8 per mille alla Chiesa valdese. Per viale Mazzini c'erano due frasi indigeste : «Molte scuole. Nessuna chiesa»; e «Nemmeno un euro viene utilizzato per le attività di culto». Eppure la Rai, che l'anno scorso aveva tranquillamente trasmesso lo spot incriminato, quest'anno ha ritenuto che violasse la norma per cui «la pubblicità dell'8 per mille non deve contenere valutazioni su problemi aventi natura o implicazioni di carattere ideologico, religioso, politico, sindacale, giudiziario». Morale: la Chiesa valdese si è rifiutata di modificare il testo. E la Rai non l'ha mandato in onda.

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PRIMO PIANO

- preparativi della processione del giovedì santo a Brooklyn -

 

Santissima America

 

Negli Usa l’85 per cento dei cittadini prega una volta al giorno. E il 93 per cento possiede una bibbia. Ma non seguono la parola di Gesù. Al contrario degli europei.

di Jeremy Rifkin (*)

 

 

La morte di papa Giovanni Paolo II e l'elezione del cardinale Joseph Ratzinger a suo successore, con il nome di Benedetto XVI, nelle scorse settimane hanno messo il cristianesimo in primo piano e al centro della ribalta internazionale. Nel mondo della cristianità, molti e a bassa voce, hanno messo in dubbio l'opportunità di continuare a eleggere papi i cardinali europei, in un'epoca in cui in quel continente sembra che il cristianesimo stia tramontando rapidamente. Nella sua omelia alla vigilia del conclave il nuovo papa aveva persino messo in discussione «la dittatura del relativismo», esprimendo una sorta di velata critica al crescente laicismo europeo.

Questo esame di coscienza sul futuro del cristianesimo mi ha indotto a formulare la seguente domanda: se oggi Gesù dovesse tornare sulla Terra, dove si sentirebbe maggiormente a suo agio, nell'America timorosa di Dio o nell'Europa senza Dio? Ovviamente è istintivo pensare subito all'America, dove il relativismo laico è molto meno incisivo che in Europa. Dopo tutto, noi americani siamo i cristiani più devoti di qualsiasi altro paese industrializzato del mondo. Sei americani su dieci hanno dichiarato che la loro fede è parte integrante di ogni aspetto della loro vita. L'85 per cento degli americani prega almeno una volta al giorno e quasi la metà partecipa alle funzioni religiose una volta a settimana.

 

 

Gesù disse: "Porgi l'altra guancia".

Negli USA c'è la pena di morte.

Nei 5 paesi Ue non c'è.

 

 

Le convinzioni religiose in America hanno radici profonde: oltre un terzo di tutti gli americani crede che ogni riga della Bibbia sia l'autentica parola di Dio, e non una semplice interpretazione ispirata o un insieme di storie inventate (possiede una Bibbia il 93 per cento degli americani). Tra gli americani è il 45 per cento a credere che Dio creò gli esseri umani 10 mila anni fa. Il 56 per cento ritiene che nelle scuole oltre all'evoluzione occorrerebbe insegnare il creazionismo. Il 68 per cento degli americani crede nel diavolo, l'82 per cento nel paradiso e il 40 per cento che la fine del mondo avrà luogo con la battaglia di Armageddon tra Gesù e l'anticristo.

Dunque, mentre sei americani su dieci affermano che la religione occupa un posto di rilievo nella loro vita, nei Paesi europei la religione a stento rientra nella vita di tutti i giorni della gente. In Germania soltanto il 21 per cento delle persone considera la religione molto importante, mentre in Gran Bretagna tale percentuale crolla al 16 per cento, in Francia al 14 e nella Repubblica Ceca all'11. In Svezia e in Danimarca la percentuale è ancora più modesta, inferiore al 10 per cento.

Nonostante ciò, però, sconcerta vivamente che più spesso siano gli europei a camminare seguendo gli insegnamenti di Gesù, anche se, senza alcun dubbio, essi potranno essere colti alla sprovvista, o forse persino risentirsi, per tale descrizione. E vero, nella Costituzione europea attualmente all'esame dei 25 Stati membri dell'Unione europea non compare nemmeno un riferimento a Dio. Ciò nonostante, quando si tratta di mettere in pratica quello che predicò Gesù, i nostri confratelli europei avrebbero qualcosa da insegnare agli americani, assidui frequentatori di chiese.

Si pensi a quanto segue: mentre agonizzava, Cristo supplicò Dio di perdonare i suoi aguzzini «perché non sanno quello che fanno». Credere nel perdono e nell'espiazione è il nocciolo della dottrina cristiana: persino i peggiori peccatori possono essere salvati. Nel suo Discorso della Montagna disse: «Voi avete udito che è stato detto "Occhio per occhio, dente per dente", ma io vi dico: non opponete resistenza ai malvagi; se qualcuno vi schiaffeggia sulla guancia destra, voi porgetegli anche l'altra».

Gli europei hanno collocato il concetto di perdono e di redenzione al cuore stesso della politica pubblica: la pena capitale è stata abolita in tutti i 25 Stati membri dell'Unione europea. Laddove l'Ue ha sostituito alla parola "redenzione" la parola "riabilitazione", laicizzando di conseguenza la moralità, il loro proposito è chiaramente in linea con quanto ha predicato Gesù.

Al contrario, in America la stragrande maggioranza della popolazione, due persone su tre, è favorevole alla pena di morte e il 37 per cento della popolazione statunitense afferma di credere nel principio dell'"occhio per occhio", invece che nel porgere l'altra guancia. Per molti americani il castigo conta più della riabilitazione. Attualmente sono 38 gli Stati che ammettono la pena capitale e negli ultimi 29 anni oltre 800 persone sono state giustiziate.

E che dire della guerra? Gesù disse: «Beati gli operatori di pace». Cristo va anche oltre, dicendo: «Voi avete udito che è stato detto "ama il prossimo tuo e odia il tuo nemico", ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per coloro che imprecano contro di voi e vi perseguitano>. Gesù ammonì di continuo i propri seguaci affinché deponessero la spada.

Paradossalmente, invece, il paese più cristiano del mondo, l'America, vanta l'apparato militare più imponente della storia. Le sole spese militari americane sono superiori ai nove più cospicui budget per la difesa. Gli Stati Uniti oggi rappresentano l'80 per cento della ricerca e dello sviluppo militare e il 40 per cento della spesa complessiva militare nel mondo.

L'Unione europea, al contrario, è stata fondata sul presupposto della "pace permanente". Se da un lato l'Ue può giustamente essere rimproverata per aver fatto affidamento sugli Stati Uniti in modo eccessivo, affinché fossero gli americani a proteggere i loro vitali interessi e la loro sicurezza durante la Guerra Fredda e in tempi più recenti nei conflitti in Bosnia e in Kosovo, è altrettanto vero che gli europei prendono molto sul serio l'idea di essere portatori di pace. Nel corso degli ultimi cinquant'anni, gli Stati membri dell'Ue hanno messo a disposizione l'80 per cento delle forze di peacekeeping dispiegate nei conflitti di tutto il mondo. Sempre l'Ue fornisce altresì il 70 per cento di tutti i fondi necessari alla ricostruzione, il 50 per cento dell'assistenza civile per lo sviluppo e il 47 per cento di tutti gli aiuti umanitari del mondo. Gli Stati Uniti vi partecipano soltanto nella misura del 36 per cento.

Gesù dedicò gran parte delle sue prediche alla questione dell'assistenza ai meno fortunati e ai più poveri: nel Nuovo Testamento un versetto ogni 16 è dedicato al tema dell'equa distribuzione delle ricchezze, all'aiuto che va assicurato ai membri più deboli e più indigenti della società. Gesù dice: «Lo spirito del Signore è in me, perché egli mi ha consacrato affinché io portassi la buona novella ai poveri. Egli mi ha mandato a proclamare ai prigionieri la scarcerazione, ai ciechi il recupero della vista, agli oppressi la libertà...».

L'America si è allontanata molto dai precetti di Cristo. Oggi gli Stati Uniti si collocano al ventiquattresimo posto nella classifica per disparità di reddito delle nazioni industrializzate, ovvero la classifica elaborata in base alla sperequazione esistente tra i ricchissimi al vertice della piramide e la moltitudine di poveri alla sua base.

Tutti i 25 paesi facenti parte dell'Unione europea godono di una più equa ripartizione delle ricchezze. Inoltre in America ci sono molte più persone che vivono nell'indigenza di quante ve ne siano nei 16 paesi europei per i quali ci sono i dati. Vive nella miseria uno strabiliante 22 per cento di bambini Usa. Attualmente gli Usa si piazzano al ventiduesimo posto nella classifica della povertà infantile nelle nazioni sviluppate, ovvero al penultimo. Soltanto il Messico si colloca in posizione peggiore.

È desolante, ma l'85 per cento degli americani ritiene che è «più importante perseguire gli obiettivi personali senza ingerenze da parte del governo», mentre solo un terzo degli americani pensa che «è più importante che il governo si faccia garante che nessuno è in stato di necessità».

Gesù predicò la non violenza, ma in America, dove si registra la più alta affluenza nelle chiese del mondo industrializzato, ci sono in circolazione 250 milioni di armi da fuoco. Non stupisce pertanto che il tasso di omicidi negli Stati Uniti sia di quasi quattro volte superiore a quello europeo. Cosa ancor più agghiacciante è quanto si legge nel rapporto dei Centers for Disease Control americani, ai quali risulta che le percentuali di omicidi, suicidi e morti nell'infanzia dovute ad armi da fuoco superano quelle delle altre 25 nazioni più ricche del mondo, compresi 14 dei paesi europei più ricchi. Infine, Gesù chiede ai suoi fedeli di rispettare e preservare la creazione: gli europei, sebbene siano di gran lunga meno religiosi, hanno mostrato maggiore considerazione per la protezione della biosfera dalla quale dipende la nostra vita. A farsi paladina del Global Warming Treaty (Trattato contro il riscaldamento globale) e del Biodiversity Treaty (Trattato per la Biodiversità) è stata l'Unione europea, mentre gli Stati Uniti si sono rifiutati di sottoscriverli entrambi. Molti dei Paesi facenti parte dell'Ue stanno già sperimentando il passaggio alle energie rinnovabili e all'agricoltura organica, e sono persino arrivati a riconoscere per legge i diritti delle altre creature viventi. Gli Stati Uniti no.

Tutto questo induce a chiedersi: andare in chiesa è davvero la cartina di tornasole di una vita morale, di un'effettiva messa in pratica degli insegnamenti di Gesù? Ciò che Cristo ha predicato può dirsi maggiormente vissuto in America o in Europa? Ecco qualcosa su cui meditare.

 

(*) autore de "Il sogno europeo: come l'Europa ha creato una nuova visione del futuro che sta lentamente eclissando il sogno americano" , Mondadori, 2004

traduzione di Anna Bissanti

 

 

 

 

Protestanti e cattolici uniti nella lotta

 

Richard Land, uno dei leader della Southern Baptist Convention, non ha dubbi: il nuovo papa Benedetto XVI sarà «un grande alleato della destra religiosa Usa» sui problemi morali più caldi sul tappeto negli Usa: «L'aborto, i diritti dei gay, la clonazione e il suicidio assistito dal medico». Land è uno dei tanti esponenti delle destra religiosa americana a esprimere pubblicamente soddisfazione per l'ascesa del cardinale Ratzinger. I rapporti tra cattolici conservatori e protestanti evangelici non sono mai stati così buoni negli Stati Uniti e il risultato del Conclave sembra destinato a cementare ulteriormente un'unità di azione che si era consolidata durante il papato di Giovanni Paolo II.

Michael Cromartie, vicepresidente dell'Ethics and Public Policy Center di Washington, sostiene che negli ultimi vent'anni la crescita del movimento per la vita e di altri analoghi gruppi legati a questioni squisitamente etiche, hanno reso sempre meno importanti le distinzioni teologiche tra le chiese negli Usa. Questioni di dottrina che cinquant'anni fa avvelenavano i rapporti tra i cattolici e le numerose sette che affollano il panorama della fede negli Usa, sono oggi passati in secondo piano. Quello che conta per i credenti - sostiene Cromartie - è trovare una chiesa che predica la Bibbia secondo certi principi morali profondi. La teologia passa in secondo piano. Questo fenomeno è destinato ad avere un impatto profondo sulla politica americana. Il mondo protestante Usa è nettamente spaccato in due. I battisti, gli evangelici e i mormoni - che sono tradizionalmente su posizioni conservatrici - si sono mostrati entusiasti dell'elezione di Ratzinger: per loro si tratta dell'ennesima vittoria nella guerra tra le culture che da anni rende incandescente il dibattito politico. Dall'altra parte i luterani, gli episcopaliani e i metodisti, culturalmente più aperti alle innovazioni, si sono mostrati critici di fronte a un papa che sembra chiuso ad aperture verso il matrimonio dei preti, il sacerdozio delle donne e i diritti degli omosessuali.

Ma è la destra religiosa guidata dagli evangelici a esprimere più apertamente il proprio ottimismo per l'unità di azione delle chiese cristiane. Norman Geiger, presidente del Southern Evangelical Seminary di Charlotte, in North Carolina, dichiara di essere «felice della elezione di uno come Ratzinger, che crede fermamente nella verità assoluta e che non è un pluralista». Geisler dice in modo esplicito quello che molti liberai temono negli Stati Uniti: «Il fatto che i cattolici di Ratzinger e gli evangelici americani condividano le stesse posizioni sull'aborto e sugli omosessuali rende la loro alleanza un potente movimento politico».

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La messa non è finita

 

Benedetto XVI si è presentato come un papa della grande tradizione. Che comincia dalla liturgia. Fatta di testi, di riti, di arte, di musica. E di luoghi simbolici.

di Sandro Magister

 

 

Domenica 24 aprile Benedetto XVI ha inaugurato il suo "ministero petrino" nella luce solare di una piazza San Pietro straripante di folla. Ma la sua volontà iniziale era un'altra. La sua prima messa solenne da papa avrebbe voluto celebrarla non nella piazza ma dentro la basilica di San Pietro. «Perché lì l'architettura indirizza meglio lo sguardo non al papa ma a Cristo», disse ai maestri di cerimonia mercoledì 20 aprile, suo primo giorno pieno da eletto; e solo l'immenso numero di fedeli in arrivo l'ha indotto poi a optare per la liturgia a cielo aperto. In quello stesso giorno, parlando ai cardinali nella Cappella Sistina, mise subito in chiaro che al primo posto del suo programma di successore di Pietro, al di sopra di tutto, ci sarà l'eucaristia. La definì «il centro permanente e la fonte del servizio petrino che mi è stato affidato».

Le due cose, la forma e il contenuto delle celebrazioni, sono per lui legatissime. E hanno il loro rovescio in un passaggio di quelle meditazioni choc per la Via Crucis dello scorso Venerdì Santo che Joseph Ratzinger scrisse da cardinale: «Quante volte celebriamo soltanto noi stessi senza neanche renderci conto di Lui!». Dove Lui sta per Gesù Cristo crocifisso e risorto, il grande assente di tante nuove liturgie divenute «danze vuote attorno al vitello d'oro che siamo noi stessi».

 

 

Ai cardinali ha subito detto

che l'eucaristia sarà sempre al primo posto

 

 

Per Benedetto XVI, nel solco della grande tradizione cristiana, la messa, o eucaristia, è il sacramento che crea la Chiesa, la modella e ne dà l'immagine al mondo. L'ha ridetto ai cardinali nel suo primo discorso programmatico: essa è «cuore della vita cristiana e sorgente della missione evangelizzatrice della Chiesa». Per questo ha curato con attenzione massima la celebrazione d'inizio del suo pontificato, una prima assoluta nella storia dei papi moderni per ricchezza ed eloquenza di simboli.

Il luogo, anzitutto. Lì v'era il circo in cui l'imperatore Nerone martirizzò l'apostolo Pietro. Gianlorenzo Bernini lo ridisegnò nel Seicento in forma d'anfiteatro davanti al nuovo palco imperiale, il frontone della basilica, dalla cui sommità il Cristo risorto avanza col vessillo del suo trionfo, la croce trasformata in trofeo. Benedetto XVI, ultimo successore di Pietro, proprio da lì ha voluto iniziare la celebrazione: dalla tomba dell'apostolo sotto l'altare maggiore della basilica. E da lì ha raccolto le insegne: il pallio patriarcale in lana d'agnello e l'anello del "pescatore di uomini".

Atto secondo: la processione. Ciò che i fedeli dalla piazza non potevano vedere, l'hanno visto sui maxischermi tv, così come gli spettatori dei paesi più lontani. Il nuovo papa, con i cardinali in fila davanti a lui, avanzava dal centro della basilica verso la piazza, al seguito della croce e del Vangelo. Il baldacchino con le colonne tortili, altra geniale invenzione di Bernini, prospetticamente li inquadrava e sembrava muoversi con essi. Ma il vero motore visuale di tutto era lo Spirito Santo al centro della raggera di luce dell'abside, che infiammava la cattedra dell'apostolo Pietro, torceva le colonne del baldacchino e, fuori, gonfiava il colonnato della piazza, facendola sacro teatro della Chiesa in cammino tra terra e cielo.

Accompagnava la processione il canto delle "Laudes Regiae", gregoriano purissimo d'epoca carolingia. Anche su questo Benedetto XVI è stato molto esigente. Il coro della Cappella Sistina ha eseguito canti esclusivamente in gregoriano e in polifonia classica, tutti in lingua latina. Persino a rito terminato, mentre il papa girava per la piazza a salutare i fedeli su una campagnola scoperta, lo sfondo sonoro è stato scelto con cura: la toccata e fuga in Sì minore per organo di Johann Sebastian Bach.

Il cuore dell'intera liturgia è stato naturalmente la messa sul sagrato della basilica. Col papa a presiedere. Ma attorno a lui e all'altare c'era la corona dei cento e più cardinali concelebranti. E soprattutto, più visibile che mai, ad attrarre lo sguardo era l'arazzo fatto scendere a coprire la porta centrale della basilica, col vero protagonista del sacramento: il Cristo risorto che sulle rive del lago spezza il pane con gli apostoli e dà a Pietro il mandato di pascere la Chiesa, ultimo capitolo del Vangelo di Giovanni cantato in latino ed in greco.

Nell'omelia, nessun programma di pontificato. Ma i fatti parlavano. La messa stessa era attuazione del primo punto del programma già annunciato quattro giorni prima. Benedetto XVI ha spiegato simboli e letture. Il pallio come giogo di Cristo, come pecorella perduta e salvata dai deserti esteriori e interiori, come Dio fatto agnello, per un mondo «salvato dal Crocifisso e non dai crocifissori». E poi l'anello del pescatore, la rete del Vangelo che tira fuori gli uomini «dal mare salato di tutte le alienazioni verso la terra della vita, la luce di Dio», e il «non abbiate paura» finale, perché «ciascuno di noi è il frutto di un pensiero di Dio, ciascuno di noi è voluto, amato, necessario», non il prodotto «casuale e senza senso dell'evoluzione».

Con la sua straordinaria passione per la liturgia, Benedetto XVI è indiscutibilmente papa della grande tradizione: fatta di testi, di riti, di arte, di musica. Anche il Concilio Vaticano II è partito da lì: l'impronta più memorabile che ha lasciato è quella della riforma liturgica. Ma fin da subito Ratzinger ne vide e ne denunciò gli stravolgimenti. Arrivò a scrivere: «Sono morti che seppelliscono altri morti, e definiscono ciò riforma». Il suo ultimo libro organico, non una raccolta di saggi, pubblicato nel 2001, ha per titolo "Introduzione allo spirito della liturgia" e delinea una «riforma della riforma». Sotto i cui colpi tremano anche molte innovazioni spettacolo introdotte nei riti di massa cari a Giovanni Paolo II.

Il primo viaggio di Benedetto XVI in Italia sarà a Bari a fine maggio, al congresso eucaristico nazionale. Ha annunciato che ridarà «particolare rilievo» alla festa del Corpus Domini, in giugno. Alla giornata mondiale della gioventù, in agosto, metterà «l'eucaristia al centro». In ottobre presiederà un sinodo dei vescovi interamente dedicato all'"Eucaristia fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa", con primo relatore il suo discepolo Angelo Scola, patriarca di Venezia. Ma più di tutto saranno le liturgie papali a far da prototipo in tutto il mondo della «riforma della riforma». Quella inaugurale di domenica 24 aprile ne è stata il primo formidabile atto.

 

 

 

 

Nel segno di Gesù

 

Di Joseph Ratxinger, prima che fosse eletto papa, una era la cosa più nota e più avversata: la dichiarazione "Dominus Jesus" del 6 ottobre 2000 «sull'unicità e l'universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa». Nella sua prima settimana da papa, Benedetto XVI non l'ha citata esplicitamente. Ma nella messa d'inizio del suo pontificato ha di fatto ribadito con la massima forza la dottrina centrale della "Dominus Jesus". Nell'omelia, ha detto che il suo programma non è di «perseguire mie idee, ma di mettermi in ascolto della parola e della volontà del Signore e lasciarmi guidare da Lui».

E nella messa ha fatto proclamare come prima lettura una pagina degli Atti degli Apostoli, capitolo 4, nella quale l'apostolo Pietro dice così di Gesù: «In nessun altro c'è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiate essere salvati».

Lo stesso giorno di domenica 24 aprile in tutte le chiese del mondo si leggeva il capitolo 14 del Vangelo di Giovanni in cui lo stesso Gesù dice di sé: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me».

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La guerra li fa ricchi

 

Conflitti e tsunami sono una manna per le potenze. Gli Usa hanno un Dipartimento per controllare lo sviluppo di decine di nazioni. Complice la Banca mondiale.

di Naomi Klein

 

 

L'estate scorsa, nella quiete agostana degli indolenti media, la dottrina di guerra preventiva del l'amministrazione Bush ha fatto un considerevole balzo in avanti. Il 5 agosto 2004 la Casa Bianca ha infatti creato il Dipartimento per la coordinazione della Ricostruzione e della Stabilizzazione, mettendovi a capo l'ex ambasciatore degli Stati Uniti in Ucraina, Carlos Pascual. Il suo compito è quello di delineare elaborati piani "post-bellici" per un numero di paesi che arriva a 25 e che non si trovano, almeno per il momento, in situazione di belligeranza. Secondo Pascual il suo Dipartimento sarà altresì in grado di coordinare «in simultanea» tre operazioni di ricostruzione su vasta scala in altrettanti paesi, e ciascuna di esse potrà richiedere «dai cinque ai sette anni» di lavoro.

Con coerenza, dunque, un governo dedito alla demolizione preventiva permanente ha ora un suo dipartimento deputato alla ricostruzione preventiva permanente. Sono finiti i tempi in cui si attendeva che scoppiasse una guerra prima di accingersi a delineare piani ad hoc volti a rimettere insieme i pezzi! In stretta collaborazione con il Consiglio d'Intelligence Nazionale, il dipartimento di Pascual tiene i paesi «ad alto rischio» sotto «stretta osservazione» e si adopera per mettere insieme squadre di intervento rapido, pronte a impegnarsi nella pianificazione prebellica e a «mobilitarsi e dispiegarsi rapidamente» non appena termina un conflitto. Questi team sono formati da società private, associazioni non governative, membri di vari think tank. E alcuni di loro, così ha riferito Pascual ad ottobre al pubblico che riempiva l'auditorio del Centro per gli Studi Strategici e Internazionali (Csis), saranno forniti di contratti "precompilati" per ricostruire paesi non ancora distrutti. Aver predisposto tutte queste pratiche in anticipo significa, a quanto pare, «abbreviare di tre-sei mesi i tempi di reazione».

I piani che i team di Pascual stanno delineando nel poco conosciuto Ufficio del Dipartimento di Stato sono in procinto di trasformare «il tessuto sociale stesso di una nazione», come egli in persona ha riferito al Csis. Il mandato di tale dipartimento, vedete, non è infatti quello di ricostruire qualche vecchio Stato, bensì di creare Stati «democratici e orientati al libero mercato». Pertanto, ha proseguito Pascual, senza dubbio tirando fuori dal cilindro questo esempio, i suoi ricostruttori di pronto intervento potrebbero dare una mano a liquidare «le imprese di proprietà dello Stato che sono alla base di un'economia non produttiva». Ricostruire, ha spiegato Pascual, talvolta vuoi dire «fare a pezzi ciò che è superato».

Pochi ideologi possono resistere al fascino della tabula rasa. Questa era esattamente l'allettante promessa del colonialismo: "scoprire" nuovi territori sconfinati, nei quali l'utopia pareva realizzabile. Il colonialismo tuttavia è morto, o almeno questo è quello che ci è stato detto. Non ci sono più posti nuovi da scoprire. Non c'è più alcuna terra nullius (di fatto, anzi, non c'è mai stata), né ci sono più pagine bianche sulle quali «si possano scrivere le parole più nuove e più belle», come disse Mao una volta. C'è, invece, parecchia distruzione: paesi ridotti a cumuli di rovine, così ridotti per il cosiddetto volere di Dio o per volere di Bush (su disposizione di Dio). Laddove c'è distruzione, c'è ricostruzione. C'è insomma una chance per impadronirsi di quella «spaventosa sterilità», come un funzionario delle Nazioni Unite ha recentemente descritto la devastazione di Aceh, per rimpiazzarla con progetti meravigliosi e quanto mai perfetti. «Un tempo c'era il volgare colonialismo», commenta Shalmali Guttal, ricercatore che vive a Bangalore e lavora con "Focus on the Global South", «mentre adesso ci troviamo alle prese con un colonialismo raffinato che chiamano "ricostruzione"».

 

 

-  la costa dello Sri Lanka dopo lo tsunami -

 

 

In effetti pare proprio che aree quanto mai vaste del pianeta siano in fase di ricostruzione attiva da parte di un governo parallelo formato da un cast ormai familiare di società di consulenza dedite espressamente al profitto, società di ingegneria, mega-organizzazioni non governative, agenzie di aiuti governativi e agenzie delle Nazioni Unite, nonché istituzioni finanziarie internazionali.

 

 

Ci sono i Paesi post-bellici.

E quelli colpiti da disastri naturali.

Dove si sperimenta il neocolonialismo

 

 

Dalle popolazioni che vivono in questi paesi oggetto di ricostruzione (dall'Iraq ad Aceh, dall'Afghanistan a Haiti) si alza un medesimo coro di lamentele. I lavori, se mai sono iniziati, procedono troppo lentamente. I consulenti stranieri vivono alla grande con note spese dai costi maggiorati e con stipendi da migliaia di dollari al giorno, mentre i nativi del luogo sono esclusi dai posti di lavoro di cui hanno grandissima necessità, dall'apprendistato e da qualsiasi processo decisionale. Esperti "costruttori di democrazia" indottrinano i governi sull'importanza della trasparenza e della "buona governance", ma la gran parte dei contractor e delle Ong si rifiuta di aprire i propri libri contabili a quegli stessi governi, per non parlare della possibilità di cedere loro il controllo su come vengono spesi i fondi loro destinati per gli aiuti. A tre mesi di distanza da quando lo tsunami ha colpito Aceh, il "New York Times" ha pubblicato un allarmante rapporto dal quale risulta che «pressoché nulla sembra essere stato fatto per dare inizio alle riparazioni e alla ricostruzione». Il rapporto avrebbe potuto benissimo provenire dall'Iraq dove, come ha riferito di recente il "Los Angeles Times", tutti gli impianti idrici di Bechtel che si presume siano stati ricostruiti hanno iniziato a rompersi: un pastrocchio in più nella lunga e incessante litania di lavori abborracciati legati alla ricostruzione. Il rapporto avrebbe anche potuto riguardare l'Afghanistan, dove di recente il presidente Hamid Karzai ha fortemente criticato i «contractor stranieri, corrotti e scialacquatori, che non devono rendere conto del proprio operato e che sperperano le preziose risorse che gli afgani hanno ricevuto in aiuto». Oppure, potrebbe arrivare dallo Sri Lanka, dove 600 mila persone che hanno perso le loro case languono tuttora in campi temporanei di accoglienza.

A cento giorni di distanza dalle onde giganti che hanno spazzato le coste, Herman Kumara, capo del National Fisheries Solidarity Movement di Negombo, nello Sri Lanka, ha inviato un disperato messaggio di posta elettronica ai suoi colleghi sparsi nel mondo: «I fondi ricevuti a beneficio delle vittime sono destinati a pochi privilegiati, non alle vere vittime. La nostra voce non si sente, né si permette che venga ascoltata».

Forse, se l'industria della ricostruzione è così straordinariamente inetta a ricostruire, è perché la ricostruzione non è il suo scopo prioritario. Secondo Guttal, «non si tratta affatto di ricostruire, bensì di dare nuova forma a ogni cosa». Se mai, le storie di corruzione e incompetenza servono a mascherare questo ulteriore scandalo: il diffondersi di una forma predatoria di capitalismo catastrofico, che sfrutta la disperazione e la paura causate da una catastrofe per dare avvio a una radicale trasformazione sociale ed economica.

Su questo fronte l'industria della ricostruzione si adopera così rapidamente ed efficientemente che le privatizzazioni e le espropriazioni di terreni sono di solito concluse prima ancora che la popolazione locale capisca da che cosa è stata colpita. In un'altra e-mail Kumara ha lanciato il seguente monito: lo Sri Lanka si trova adesso a dover far fronte a «un secondo tsunami di globalizzazione e di militarizzazione da parte delle multinazionali», teoricamente molto più devastante del primo. Che scrive: «Nel pieno della crisi provocata dallo tsunami consideriamo tutto ciò un piano d'azione mirante a cedere il mare e le coste alle corporation estere e al turismo, con l'assistenza militare dei marines degli Stati Uniti».

Come sottosegretario alla Difesa Paul Wolfowitz concepì e sovrintese a un progetto incredibilmente simile in Iraq: gli incendi divampavano ancora a Baghdad e già i funzionari dell'occupazione americana riscrivevano le normative riguardanti gli investimenti, annunciando che le società di proprietà statale sarebbero state privatizzate. Alcuni hanno sottolineato proprio questo precedente per sostenere che Wolfowitz è inadatto a guidare la Banca mondiale: di fatto, invece, nulla avrebbe potuto prepararlo meglio per il suo nuovo incarico. In Iraq Wolfowitz stava semplicemente facendo ciò che la Banca mondiale fa già in pratica in ogni paese del mondo dilaniato dalla guerra o annientato da qualche calamità, anche se con meno convenevoli burocratici e con maggiore spacconeria ideologica.

I paesi in situazione "post-bellica" attualmente ricevono dal 20 al 25 per cento dei prestiti complessivi erogati dalla Banca mondiale, pari a un 16 per cento in più rispetto al 1998. Di per sé un aumento dell'800 per cento rispetto al 1980, come si desume da uno studio del Servizio di Ricerche del Congresso (Congressional Research Service). L'intervento rapido nelle guerre o in occasione di disastri naturali per tradizione è sempre stato di competenza delle agenzie delle Nazioni Unite, che si adoperavano con le organizzazioni non governative per fornire aiuti di emergenza, costruire alloggi temporanei e così via. Adesso, invece, la ricostruzione si sta rivelando un'industria incredibilmente remunerativa, troppo importante per essere lasciata ai filantropi dell'Onu. Pertanto, oggi, deputata a questo compito è la Banca mondiale, già dedita all'ideale di alleviare la povertà assicurandosi il proprio tornaconto.

 

 

Secondo il "New York Times",

in Asia, dopo lo tsunami,

non è stato fatto pressoché nulla.

 

 

Non ci sono dubbi: nell'incarico della ricostruzione c'è di che rastrellare profitti. Ci sono ingenti contratti ingegneristici e contratti per le forniture (10 miliardi di dollari alla Halliburton, soltanto in Iraq e in Afghanistan); «fondare una democrazia» è qualcosa che si estrinseca in un'industria da 2 miliardi di dollari; e i tempi non sono mai stati migliori per i consulenti del settore pubblico, quelle società private che consigliano ai governi come svendere al meglio il proprio patrimonio, spesso gestendo i servizi governativi esse stesse, come subappaltatori (Bearing Point, la preferita negli Stati Uniti tra queste società, ha riferito che gli introiti derivanti dalla sua divisione Servizi pubblici «sono quadruplicati in soli cinque anni», e ha aggiunto che i profitti sono davvero cospicui: 342 milioni di dollari nel 2002, con un margine di profitto del 35 per cento).

I paesi sconquassati sono allettanti per la Banca mondiale anche per un altro motivo: obbediscono agli ordini come si deve. Dopo un evento catastrofico come una cataclisma, i governi di solito sono disposti a qualsiasi cosa pur di ricevere gli aiuti in denaro; anche se questo significa accollarsi enormi debiti e acconsentire a riforme politiche di rilevante portata. Inoltre, con la popolazione locale che stenta a trovare cibo e riparo, organizzare iniziative politiche contro la privatizzazione potrebbe sembrare un lusso inammissibile.

Motivazione ancora migliore dal punto di vista della Banca è che molti paesi dilaniati dalle guerre si trovano in Stati a "sovranità limitata": sono considerati troppo instabili e troppo poco esperti per gestire gli aiuti in denaro che vi affluiscono copiosi. Così, spesso, tali risorse sono versate in un fondo fiduciario gestito dalla stessa Banca mondiale. È questo il caso di Timor Est, dove la Banca elargisce denaro al governo in modeste quantità purché questo dimostri che lo sta spendendo responsabilmente. Apparentemente ciò significa incidere pesantemente sui posti di lavoro del settore pubblico (il governo di Timor è di dimensioni dimezzate rispetto a quelle che aveva sotto l'occupazione indonesiana), ma elargendo ai consulenti stranieri gli aiuti in denaro la Banca sostiene le assunzioni governative. Così scrive il ricercatore Ben Moxham: «In un dipartimento del governo un solo consulente internazionale guadagna in un mese quanto venti suoi colleghi di Timor guadagnano in un anno intero».

In Afghanistan, dove la Banca mondiale amministra anche gli aiuti al paese tramite un fondo fiduciario, essa è già riuscita a privatizzare la sanità rifiutando di concedere fondi al ministero della Sanità per costruire ospedali. La Banca, invece, convoglia i soldi direttamente alle Ong, che gestiscono le loro cliniche private con contratti triennali. La Banca inoltre ha autorizzato un «maggiore ruolo per il settore privato» nel sistema idrico, nei settori delle telecomunicazioni, del petrolio, del gas e delle estrazioni minerarie, imponendo al governo di «fare marcia indietro» dal settore elettrico e di lasciarlo agli investitori del settore privato. Queste profonde trasformazioni subentrate nella società afgana non sono mai state dibattute o rese note, perché pochi estranei alla Banca sanno che hanno avuto luogo: i cambiamenti sono rimasti sepolti negli "allegati tecnici" di una sovvenzione che forniva aiuti "di emergenza" alle infrastrutture afgane distrutte dalla guerra, due anni prima che il paese avesse un governo regolarmente eletto.

A grandi linee questa è anche la storia di Haiti, dopo la destituzione e l'allontanamento del presidente Jean-Bertrand Aristide. In cambio di un prestito di 61 milioni di dollari, da alcuni documenti risulta che la Banca sta esigendo «una partnership e una governance pubblico-privata nei settori dell'educazione e dell'assistenza sanitaria». In altre parole saranno società private a gestire scuole e ospedali.

Roger Noriega, sottosegretario di Stato americano per gli Affari dell'emisfero occidentale, ha detto chiaramente che l'amministrazione Bush condivide pienamente questi obiettivi. Il 14 aprile 2004 ha dichiarato all'American Enterprise Institute: «Noi incoraggeremo il governo di Haiti a procedere, a tempo opportuno, alla ristrutturazione e alla privatizzazione di alcune imprese del settore pubblico».

Questi sono piani fortemente contestabili in un paese che ha una forte base socialista e la Banca ammette che questa è precisamente la ragione per la quale sta esercitando pressioni: Haiti si trova infatti in una condizione che assomiglia molto a un regime militare. «Il governo di transizione costituisce una finestra di opportunità per poter attuare le riforme di governance economica... qualcosa che in futuro potrebbe essere molto difficile disfare da parte di un governo», annota la Banca nel suo accordo di Economie Governance Reform Operation Project.

 

 

In Afghanistan

la Banca Mondiale finanzia solo

le privatizzazioni dello Stato

 

 

Per gli haitiani si tratta di un'ironia particolarmente amara: molti accusano le istituzioni multilaterali, Banca mondiale inclusa, di aver aggravato la crisi politica che ha portato alla cacciata di Aristide ostacolando l'elargizione di centinaia di milioni in prestiti promessi. All'epoca, la Banca per lo sviluppo inter-americano sotto le pressioni del Dipartimento di Stato asserì che Haiti non era sufficientemente democratica per ricevere il denaro, e diede particolare enfasi a irregolarità di secondo piano riportate in un'elezione legislativa. Ma adesso Aristide non c'è più e la Banca mondiale sta esplicitamente celebrando i benefici derivanti dall'operare in una zona "democracy-free".

La Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale stanno imponendo la loro terapia d'urto a paesi in varie condizioni di shock da almeno tre decenni, in modo particolare dopo i colpi di Stato militari in America Latina e il crollo dell'Unione Sovietica. Eppure, molti osservatori affermano che l'odierno capitalismo catastrofico ha toccato l'apice con l'uragano Mitch. Per un'intera settimana dell'ottobre 1998 Mitch si piazzò sull'America Centrale, inghiottendo villaggi interi e uccidendo oltre 9 mila persone. Quei paesi, già poveri di per sé, rimasero in disperata attesa degli aiuti per la ricostruzione. Che arrivarono, sì, ma con delle clausole ben precise. Nei due mesi successivi alle devastazioni di Mitch, con il paese ancora in ginocchio nelle macerie, tra i cadaveri e nel fango, il congresso honduregno diede avvio a quella che il "Financial Times" denominò «una repentina liquidazione dopo la tempesta»: approvò leggi che consentivano la privatizzazione di aeroporti, porti e autostrade, nonché progetti in corsia preferenziale per privatizzare la società telefonica statale, la società elettrica nazionale e vari dipartimenti del settore idrico. Inoltre, revocò alcune norme relative alle riforme agrarie e rese più facile per gli stranieri comperare o vendere proprietà. Nei paesi confinanti accaddero pressoché le stesse cose: in quegli stessi due mesi il Guatemala annunciò il progetto di liquidare il proprio servizio telefonico e il Nicaragua fece altrettanto, insieme alla sua società elettrica e all'intero suo settore petrolifero.

Tutti i piani di privatizzazione furono oggetto di aggressive pressioni da parte dei soliti sospetti: secondo il "Wall Street Journal", «dietro alla vendita dei settori telefonici c'erano la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale, che esercitarono pressioni con tutto il loro peso, facendone un requisito fondamentale per la concessione di circa 47 milioni di dollari di aiuti l'anno per tre anni e vincolandolo a una cancellazione del debito con l'estero del Nicaragua di circa 4,4 miliardi di dollari».

Al momento la Banca sta sfruttando lo tsunami del 26 dicembre scorso per attuare le proprie politiche, prive dì qualsivoglia originalità. I paesi maggiormente devastati non hanno ottenuto alcuna forma di cancellazione dei loro debiti con l'estero e la maggior parte degli aiuti di emergenza della Banca mondiale arriva sotto forma di prestiti, non di sovvenzioni. In vece di enfatizzare la necessità di aiutare le piccole comunità di pescatori - che costituiscono oltre l'80 per cento delle vittime delle onde giganti - la Banca sta esercitando pressioni per espandere il settori del turismo e gli impianti industriali di itticoltura. Per quanto riguarda le infrastrutture pubbliche danneggiate, come strade e scuole, i documenti della Banca ammettono che ricostruirli «potrebbe mettere a dura prova le finanze pubbliche» e suggeriscono che il governo prenda in considerazione la privatizzazione (ebbene sì, hanno una sola idea in mente). «Per alcuni investimenti», si legge nel piano della Banca concepito per far fronte allo tsunami, «potrebbe essere appropriato utilizzare i finanziamenti privati».

Come in altri luoghi dove è in corso la ricostruzione - da Haiti all'Iraq - gli aiuti per lo tsunami hanno poco a che vedere con il ripristino di ciò che è andato perduto. Sebbene alberghi e industrie abbiano già iniziato a ricostruire lungo la costa, a Sri Lanka, in Thailandia, in Indonesia e in India i governi hanno approvato leggi che proibiscono ai nuclei familiari di ricostruire le loro case sulla costa dell'oceano. Centinaia di migliaia di persone sono state dislocate con la forza nell'entroterra, in baracche di stile militare ad Aceh e in box prefabbricati di cemento in Thailandia.

La costa non è ricostruita com'era, costellata di piccoli villaggi di pescatori e di spiagge disseminate di reti intessute a mano. I governi, le multinazionali e i donatori stranieri si sono coalizzati invece per ricostruirle come vorrebbero che siano: le spiagge luogo di villeggiatura per i turisti, gli oceani miniere acquatiche per le flotte di pescherecci delle grandi aziende, entrambi serviti da autostrade e aeroporti privatizzati costruiti con denaro preso in prestito.

A gennaio il segretario di Stato Usa, Condoleezza Rice, ha innescato una piccola controversia descrivendo lo tsunami come «una meravigliosa opportunità» che «si rivelerà fruttuosa per noi». Molti sono rimasti sconvolti dall'idea di sfruttare una tragedia umana di così immani proporzioni e di considerarla alla stregua di un'opportunità per coglierne qualche vantaggio. Ma la Rice, tutto sommato, ha usato un eufemismo: un gruppo denominato Thailand Tsunami Survivors and Supporters afferma infatti che «lo tsunami ha esaudito le preghiere dei politici-uomini d'affari, in quanto ha letteralmente spazzato via dalle aree costiere le comunità che intralciavano i loro piani finalizzati a edificare centri di villeggiatura, alberghi, casinò e allevamenti di gamberi. Per loro, adesso, queste aree costiere sono invece territori accessibili».

Pare dunque che la calamità sia la nuova terra nullius.

hanno collaborato Aaron Maté e Debra Levy

© "Naomi Klein" - "L'espresso"

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ITALIA-LIBIA

LO SCANDALO DEI RIMPATRI FORZATI

 

 

 

I lager della libertà

 

Esclusivo: il rapporto della Commissione europea sui campi di detenzione di Gheddafi. E gli accordi con il nostro governo.

di Fabrizio Gatti

 

 

Arresti arbitrari di cittadini stranieri. Uomini, donne, e perfino bambini soli, detenuti da mesi senza sapere il perché. Ammassati in campi di raccolta dove si sopravvive a pane e acqua. Nessun esame dei singoli casi, ma espulsioni decise con provvedimenti di massa. Nessuna possibilità per l'Unhcr, l'agenzia delle Nazioni Unite, di verificare il rispetto dei diritti umani. Nessun riconoscimento delle convenzioni internazionali. Nessuna garanzia di difesa. Un rapporto riservato della Commissione europea sulla Libia smentisce otto mesi di politica italiana sull'immigrazione. Contraddice le rassicurazioni del governo al Parlamento italiano dopo l'accordo tra Silvio Berlusconi e il Colonnello "leader di libertà" Gheddafi (così l'aveva chiamato Berlusconi). E smentisce pure le parole messe a verbale dal commissario per la Giustizia, Franco Frattini davanti al Parlamento europeo, a fine dicembre, e alla commissione Diritti umani del Senato, pochi giorni fa.

Settanta pagine di denunce agghiaccianti. È il dossier consegnato alla Commissione di Bruxelles dai delegati della Missione tecnica in Libia sull'immigrazione illegale che dal 28 novembre al 6 dicembre 2004 hanno visitato in lungo e in largo il Paese: da Al Zuwara, il porto sul Mediterraneo più vicino a Lampedusa, al campo di detenzione di Kufra, nel deserto del Sahara. Oltre agli inviati di 14 Paesi della Ue, la delegazione comprendeva anche l'Europol, con un funzionario del dipartimento Reati contro la persona. Per l'Italia, secondo l'elenco dei partecipanti, c'erano Renato Franceschelli, capo dell'unità Affari internazionali del ministero dell'Interno, e Angelo Greco, ufficiale di collegamento della polizia all'ambasciata italiana a Tripoli. La scorsa settimana il dossier è arrivato al Consiglio d'Europa che tra i compiti ha quello di tutelare i diritti umani. È vero che si tratta di un documento riservato. Ma già da dicembre la Commissione e i governi erano stati informati su cosa avevano trovato i loro inviati. Perché allora sia il Parlamento italiano, sia l'Europarlamento sono stati tenuti all'oscuro su quanto sta accadendo agli immigrati espulsi dall'Italia a Tripoli e agli stranieri in Libia?

Il rapporto della Commissione europea contiene, tra gli allegati, i dettagli dell'accordo Berlusconi-Gheddafi. È la prima volta che è possibile leggere qualcosa sull'argomento: l'Italia non aveva mai rivelato i particolari dell'intesa. Così si racconta che già dal 2003 il governo italiano «ha finanziato la costruzione di un campo per immigrati illegali, in linea con i criteri europei, da costruire nel Nord del Paese». E nella Finanziaria 2004-2005, spiega il rapporto, «uno stanziamento speciale è previsto per la realizzazione di altri due campi nel Sud del Paese, a Kufra e Sebha». Sempre dal 2003 l'Italia ha «finanziato un programma di voli charter per il rimpatrio di immigrati illegali dalla Libia verso i Paesi d'origine, che comporta un sostanziale contributo economico». La tabella allegata elenca 47 voli, dal 16 agosto 2003 al dicembre 2004. Per ogni volo, ci sono numero, destinazione e nazionalità dei passeggeri. In tutto 5.688 espulsi, imbarcati su aerei della Air Libya Tibesti e della Buraq Air pagati, secondo il dossier di Bruxelles, dal governo italiano. Gli immigrati sono stati riportati in Egitto, Siria, Pakistan, Niger, Nigeria, Ghana, Bangladesh, Mali, Sudan. Ma anche in Eritrea. Atterraggio ad Asmara, il 21 luglio 2004: 109 immigrati espulsi. E condannati al peggio. Il regime di Asmara non ha mai concesso elezioni e considera tutti i suoi cittadini arruolati nella guerra latente con l'Etiopia. Chi è fuggito e ritorna, uomo o donna, viene trattato da disertore. Da anni i resoconti di Amnesty International accusano il presidente Isayas Afeworki di arresti arbitrari e torture. Per questo l'Europa concede agli eritrei il diritto a chiedere asilo. La Libia no. Pagando quel volo, l'Italia ha direttamente finanziato una grave violazione del diritto internazionale. E messo in pericolo la vita di 109 persone.

Gli inviati della Commissione europea non hanno potuto vedere i camion carichi di immigrati espulsi nel deserto del Sahara e le vittime di queste operazioni (rivelate nel reportage sul n. 11 de "L'espresso"). Ma il governo libico è sicuramente consapevole dei rischi. Tanto che ha chiesto e ottenuto dall'Italia mille body-bag, i sacchi per il trasporto dei cadaveri. In base all'accordo Berlusconi-Gheddafi, le tabelle allegate al dossier documentano inoltre la consegna di 100 gommoni Zodiac, 6 fuoristrada, 3 pullman, 40 visori notturni, 50 macchine fotografiche subacquee, 500 mute da sub, 150 binocoli, 12 mila coperte di lana, 6 mila materassi e cuscini, oltre a 80 kit per la stampa di documenti, 50 apparecchiature gps, mille tende da campo, 500 giubbotti di salvataggio. La missione, guidata dal capo delegazione della Commissione europea a Tunisi, Marc Pierini, riconosce alle autorità libiche una »chiara volontà politica, apertura e sforzi». I toni diplomatici dell'introduzione diventano subito resoconti drammatici quando si entra nelle pagine del rapporto. Gli inviati della Ue non sono stati portati all'oasi di Al Gatrun, a Sud, dove in un campo militare vengono raccolti migliaia di stranieri prima di essere deportati nel Sahara. Hanno visitato altri campi di detenzione e le principali città di transito degli immigrati: Ghat (al confine con Niger e Algeria), Kufra (al confine con l'Egitto), Al Awyanat (al confine con Egitto e Sudan), As Sarah (al confine con il Ciad), Al Zawara (sulla costa occidentale), Zliten e Misurata (entrambe sulla costa orientale). E hanno verificato la (non) conoscenza delle norme su immigrazione e richiesta di asilo tra gli ufficiali di polizia all'aeroporto di Tripoli. Alla fine della visita, la delegazione europea ammette di non aver trovato risposta alla domanda fondamentale della missione: cosa distingue in Libia un immigrato in regola da un immigrato illegale? «E emerso durante le visite che la preoccupazione principale è l'organizzazione delle operazioni di rimpatrio. Nessuna informazione sulle procedure e sui criteri di detenzione delle persone è stata fornita dalle autorità libiche. Molti degli immigrati incontrati nei centri», denuncia il rapporto, «sembra siano stati arrestati su base casuale. La decisione di rimpatriare gli immigrati illegali nei loro Paesi d'origine sembra essere presa per gruppi di nazionalità piuttosto che dopo aver esaminato casi singoli nel dettaglio».

 

Berlusconi, Gheddafi e Pisanu in Libia.

 

Continua il rapporto: «Sono stati visitati diversi tipi di centri, e si è scoperto che le condizioni di detenzione variano largamente da appena accettabili a estremamente povere, nonostante gli sforzi delle autorità libiche nel provvedere alle minime necessità. Ci sono centri a permanenza temporanea e a lunga permanenza, alcuni dei quali possono essere considerati delle prigioni. I centri di detenzione ricevono inoltre gli immigrati illegali che vogliono rientrare nei loro Paesi su base volontaria e possono rimanere in questi centri fino a quando i loro documenti non vengono preparati. È stato notato che alcuni centri contengono minori non accompagnati e donne, a volte non ospitati separatamente e che sono in evidente stato di pericolo. Questo aspetto necessita un intervento urgente».

Mancano garanzie anche per quanti, una volta rimpatriati, rischiano di essere arrestati o uccisi: «La Libia non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra del 1951 sulla protezione dei rifugiati e nemmeno il suo protocollo del 1967. La Costituzione libica prevede una sorta di protezione per i rifugiati. Ma non c'è nessun ufficio che si occupi dei richiedenti asilo e non esistono accordi di cooperazione tra Libia e Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr). L'ufficio locale dell'Unhcr non ha uno status ufficiale. Di conseguenza, in pratica, la protezione interna dei rifugiati non è garantita».

Gli inviati della Commissione europea descrivono un centro di permanenza temporanea nel Nord della Libia: «I migranti sono detenuti qui fino a quando sono inviati in altri centri e viene presa una decisione: sia per essere liberati, o deportati direttamente, o forniti di un permesso previsto dalla legge... Questo tipo di centri sembra siano stati realizzati dall'improvvisazione. Quello di Sulmam è completamente isolato dalla popolazione. Ospita 200 migranti, seduti sulla terra e guardati da poliziotti armati. L'edificio è un precedente granaio, circondato da una cancellata e da diverse costruzioni a un piano. Gli standard di igiene sono al minimo e le pulizie erano state fatte appena prima della visita. Non ci sono cucine, luoghi dove mangiare o dove dormire su letti. La maggior parte della gente (principalmente da Niger, Ghana e Mali) sembra sia stata arrestata il giorno prima della visita. Secondo le interviste, erano lavoratori illegali che vivevano in Libia dalla fine degli anni '90. Molti hanno dichiarato di avere avuto un lavoro regolare e di non capire perché siano stati arrestati». Drammatico anche il resoconto sui campi di detenzione a lungo termine: «Possono essere considerati prigioni. La differenza è solo fisica. Non ci sono celle separate per sesso, età o nazionalità, ma stanze con circa 200 persone, che ospitano non solo donne, ma intere famiglie con i loro bambini, o minori non accompagnati, mescolati con il resto dei detenuti. Uno dei campi visitati è nel centro di Tripoli, in El Fatah Street... Un altro campo è stato visitato vicino alla città di Misurata, dove sono stati trovati circa 250 detenuti, anche se gli immigrati hanno dichiarato che fino al giorno prima c'erano più di 700 prigionieri. I detenuti sono sorvegliati dalla polizia. Sebbene gli ufficiali abbiano detto che i prigionieri hanno la possibilità di lavarsi e mangiare bene (la cucina era stata rifornita con frutta e verdura), secondo le testimonianze, il giorno prima la visita i detenuti hanno dovuto pulire il centro e il loro pasto normale è limitato a pane e acqua. Un gruppo di circa 20 marocchini, intervistati in francese, ha detto di non conoscere le ragioni della loro detenzione da più di sette mesi. Hanno detto che lavoravano in Libia da alcuni anni e che la loro intenzione era quella di lavorare in Libia e non in Europa». A Sebha, Ghat e Kufra, nel deserto, «è stato notato che i campi contenevano un certo numero di minori non accompagnati, evidentemente in pericolo... Deve essere sottolineato», insistono gli inviati di Bruxelles, «che la missione della Ue non ha avuto assolutamente accesso all'esatta procedura che viene seguita per questo tipo di espulsioni».

Tre settimane dopo la fine della visita in Libia, il commissario alla Giustizia, Franco Frattini, risponde così a una interrogazione sui rimpatri da Lampedusa presentata all'Europarlamento: «La riammissione in Libia è stata condotta in conformità con gli accordi tra i governi libico e italiano, con la normativa Ue e il relativo diritto internazionale». Rassicurante è anche la dichiarazione in Senato del sottosegretario all'Interno, Michele Saponara, pochi giorni dopo gli sbarchi di marzo. E sempre Frattini, il 19 aprile a Roma, davanti alla commissione Diritti umani del Senato sugli stranieri restituiti a Tripoli: «Quanto alla situazione di Lampedusa, il governo italiano ha dato ampie assicurazioni che non vi sono stati respingimenti su base collettiva». Ma già da quattro mesi la Commissione europea sapeva che per tutti gli immigrati, una volta restituiti alla Libia, avviene l'esatto contrario

 

 

 

 

Stragi in mare e nel deserto

 

Quasi 2 mila morti in mare e 15 mila sbarcati vivi in Italia: 12 cadaveri ogni cento immigrati che salpano dal Nord Africa. È il costo del sogno europeo: il numero di annegati l'anno scorso tra Libia e Italia, calcolato nel dossier della Commissione europea sull'immigrazione illegale. Una strage che secondo Christopher Hein, direttore del Consiglio italiano per i rifugiati, i rimpatri forzati e le operazioni di polizia non fermeranno: «Questo ripetersi di drammi della fuga è uno scandalo per la coscienza civile dell'Europa», dice Hein: «La politica della chiusura delle frontiere, l'impossibilità di ottenere un regolare visto di ingresso, la mancanza di politiche di reinsediamento e di trasferimento regolare di rifugiati da Paesi terzi ha condannato decine di migliaia di persone a ricorrere a mezzi irregolari per arrivare in un posto sicuro o in un territorio dove la sopravvivenza economica possa essere garantita». Proprio in questi giorni il Cir, l'organizzazione che segue i richiedenti asilo nel loro difficile percorso verso una vita dignitosa, pubblica il rapporto sull'attività del 2004. Un altro anno macchiato dalle tragedie del mare, dai morti nel deserto e dalla disperazione di chi viene rimpatriato. Le convenzioni internazionali assistono, se vengono applicate, solo chi richiede asilo contro il rischio di persecuzioni politiche o religiose. Per il 2004, su 9.019 casi esaminati sono 781 i rifugiati riconosciuti in Italia dalla commissione centrale. Nel 2003 erano 555 su 11.319 casi. Dopo un ricorso di legali appoggiati dal Cir, la Corte europea dei diritti dell'uomo, ha recentemente aperto un procedimento contro il governo italiano sui rimpatri forzati da Lampedusa.

 

 

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