
Spirito cristiano fra Usa e Ue. L’analisi di Rifkin
Testo, riti, musica. La liturgia secondo
Benedetto XVI
Conflitti e tzunami?
Un businnes. N. Klein
accusa
Esclusivo: il rapporto Ue sui campi di Gheddafi
Dopo
aver affollato per settimane i palinsesti con le vicende vaticane, la direzione
generale della Rai continua nella sua opera di sostegno d'Oltretevere.
Una nuova occasione è arrivata con la censura dello spot
dell'8 per mille alla Chiesa valdese. Per viale Mazzini c'erano due frasi
indigeste : «Molte scuole. Nessuna chiesa»; e «Nemmeno un euro viene utilizzato per le attività di culto». Eppure
- preparativi della processione
del giovedì santo a Brooklyn -
Santissima
America
Negli
Usa l’85 per cento dei cittadini prega una volta al
giorno. E il 93 per cento possiede una bibbia. Ma non seguono la parola di Gesù. Al
contrario degli europei.
di Jeremy
Rifkin (*)
La morte di papa Giovanni
Paolo II e l'elezione del cardinale Joseph Ratzinger a suo successore, con il nome di Benedetto XVI,
nelle scorse settimane hanno messo il cristianesimo in primo piano e al centro
della ribalta internazionale. Nel mondo della cristianità, molti e a bassa
voce, hanno messo in dubbio l'opportunità di continuare a
eleggere papi i cardinali europei, in un'epoca in cui in quel continente sembra
che il cristianesimo stia tramontando rapidamente. Nella sua omelia alla
vigilia del conclave il nuovo papa aveva persino messo in discussione «la
dittatura del relativismo», esprimendo una sorta di velata critica al crescente
laicismo europeo.
Questo esame di coscienza sul futuro del
cristianesimo mi ha indotto a formulare la seguente domanda: se oggi Gesù dovesse tornare sulla Terra, dove si sentirebbe
maggiormente a suo agio, nell'America timorosa di Dio o nell'Europa senza Dio? Ovviamente è istintivo pensare subito all'America, dove
il relativismo laico è molto meno incisivo che in Europa. Dopo tutto, noi americani siamo i cristiani più devoti di
qualsiasi altro paese industrializzato del mondo. Sei americani su dieci hanno
dichiarato che la loro fede è parte integrante di ogni
aspetto della loro vita. L'85 per cento degli americani prega almeno una volta al giorno e quasi la metà partecipa alle funzioni religiose
una volta a settimana.
Gesù disse: "Porgi l'altra
guancia".
Negli USA c'è la pena di morte.
Nei 5 paesi Ue non c'è.
Le convinzioni religiose in America hanno radici
profonde: oltre un terzo di tutti gli americani crede che ogni riga della
Bibbia sia l'autentica parola di Dio, e non una semplice interpretazione
ispirata o un insieme di storie inventate (possiede una Bibbia il 93 per cento
degli americani). Tra gli americani è il 45 per cento a credere che Dio creò gli esseri umani 10 mila anni fa. Il 56 per cento
ritiene che nelle scuole oltre all'evoluzione occorrerebbe insegnare il creazionismo. Il 68 per cento degli americani crede nel
diavolo, l'82 per cento nel paradiso e il 40 per cento che la fine del mondo avrà luogo con la battaglia di Armageddon
tra Gesù e l'anticristo.
Dunque, mentre sei americani su
dieci affermano che la religione occupa un posto di rilievo nella loro vita,
nei Paesi europei la religione a stento rientra nella vita di tutti i giorni
della gente. In Germania soltanto il 21 per cento delle persone considera la
religione molto importante, mentre in Gran Bretagna tale percentuale crolla al
16 per cento, in Francia al 14 e nella Repubblica Ceca all'
Nonostante ciò, però, sconcerta vivamente che più
spesso siano gli europei a camminare seguendo gli insegnamenti di Gesù, anche se, senza alcun dubbio,
essi potranno essere colti alla sprovvista, o forse persino risentirsi, per
tale descrizione. E vero, nella Costituzione europea attualmente
all'esame dei 25 Stati membri dell'Unione europea non compare nemmeno un
riferimento a Dio. Ciò nonostante, quando si tratta di mettere in pratica quello
che predicò Gesù, i nostri confratelli europei
avrebbero qualcosa da insegnare agli americani, assidui frequentatori di
chiese.
Si pensi a quanto segue: mentre agonizzava, Cristo
supplicò Dio di perdonare i suoi aguzzini «perché non sanno quello che fanno».
Credere nel perdono e nell'espiazione è il nocciolo della dottrina cristiana:
persino i peggiori peccatori possono essere salvati. Nel suo Discorso della
Montagna disse: «Voi avete udito che è stato detto "Occhio per occhio,
dente per dente", ma io vi dico: non opponete
resistenza ai malvagi; se qualcuno vi schiaffeggia sulla guancia destra, voi
porgetegli anche l'altra».
Gli europei hanno collocato il concetto di perdono
e di redenzione al cuore stesso della politica pubblica: la pena capitale è stata
abolita in tutti i 25 Stati membri dell'Unione europea. Laddove l'Ue ha sostituito alla parola "redenzione" la parola "riabilitazione", laicizzando di
conseguenza la moralità, il loro proposito è chiaramente in linea con quanto ha
predicato Gesù.
Al contrario, in America la stragrande maggioranza
della popolazione, due persone su tre, è favorevole alla pena di morte e il 37
per cento della popolazione statunitense afferma di credere nel principio
dell'"occhio per occhio", invece che nel porgere l'altra guancia. Per
molti americani il castigo conta più della riabilitazione. Attualmente
sono 38 gli Stati che ammettono la pena capitale e negli ultimi 29 anni oltre
800 persone sono state giustiziate.
E che dire della guerra? Gesù disse: «Beati gli operatori di pace». Cristo va anche
oltre, dicendo: «Voi avete udito che è stato detto "ama il prossimo tuo e
odia il tuo nemico", ma io vi dico: amate i
vostri nemici e pregate per coloro che imprecano contro di voi e vi
perseguitano>. Gesù ammonì di continuo i propri
seguaci affinché deponessero la spada.
Paradossalmente, invece, il paese più cristiano
del mondo, l'America, vanta l'apparato militare più imponente della storia. Le
sole spese militari americane sono superiori ai nove più cospicui budget per la
difesa. Gli Stati Uniti oggi rappresentano l'80 per
cento della ricerca e dello sviluppo militare e il 40 per cento della spesa
complessiva militare nel mondo.
L'Unione europea, al contrario, è stata fondata
sul presupposto della "pace permanente". Se da un lato l'Ue può giustamente essere rimproverata per aver fatto
affidamento sugli Stati Uniti in modo eccessivo, affinché fossero gli americani
a proteggere i loro vitali interessi e la loro sicurezza durante
Gesù dedicò gran parte delle
sue prediche alla questione dell'assistenza ai meno fortunati e ai più poveri:
nel Nuovo Testamento un versetto ogni 16 è dedicato al tema dell'equa
distribuzione delle ricchezze, all'aiuto che va assicurato ai membri più deboli
e più indigenti della società. Gesù dice: «Lo spirito
del Signore è in me, perché egli mi ha consacrato affinché io portassi la buona
novella ai poveri. Egli mi ha mandato a proclamare ai prigionieri la
scarcerazione, ai ciechi il recupero della vista, agli oppressi la libertà...».
L'America si è allontanata molto dai precetti di
Cristo. Oggi gli Stati Uniti si collocano al ventiquattresimo posto nella
classifica per disparità di reddito delle nazioni industrializzate, ovvero la classifica elaborata in base alla sperequazione
esistente tra i ricchissimi al vertice della piramide e la moltitudine di
poveri alla sua base.
Tutti i 25 paesi facenti parte
dell'Unione europea godono di una più equa ripartizione delle ricchezze.
Inoltre in America ci sono molte più persone che vivono nell'indigenza di
quante ve ne siano nei 16 paesi europei per i quali ci sono i dati. Vive nella miseria uno strabiliante 22 per cento di bambini Usa.
Attualmente gli Usa si piazzano al ventiduesimo posto
nella classifica della povertà infantile nelle nazioni sviluppate, ovvero al
penultimo. Soltanto il Messico si colloca in posizione peggiore.
È desolante, ma l'85 per cento degli americani
ritiene che è «più importante perseguire gli obiettivi personali senza
ingerenze da parte del governo», mentre solo un terzo
degli americani pensa che «è più importante che il governo si faccia garante
che nessuno è in stato di necessità».
Gesù predicò la non violenza,
ma in America, dove si registra la più alta affluenza nelle chiese del mondo
industrializzato, ci sono in circolazione 250 milioni di armi
da fuoco. Non stupisce pertanto che il tasso di omicidi
negli Stati Uniti sia di quasi quattro volte superiore a quello europeo. Cosa
ancor più agghiacciante è quanto si legge nel rapporto dei Centers
for Disease Control
americani, ai quali risulta che le percentuali di
omicidi, suicidi e morti nell'infanzia dovute ad armi da fuoco superano quelle
delle altre 25 nazioni più ricche del mondo, compresi 14 dei paesi europei più
ricchi. Infine, Gesù chiede ai suoi fedeli di
rispettare e preservare la creazione: gli europei, sebbene siano di gran lunga meno religiosi, hanno mostrato maggiore
considerazione per la protezione della biosfera dalla quale dipende la nostra
vita. A farsi paladina del Global Warming
Treaty (Trattato contro il riscaldamento globale) e del Biodiversity Treaty (Trattato per
Tutto questo induce a chiedersi: andare in chiesa
è davvero la cartina di tornasole di una vita morale, di un'effettiva messa in
pratica degli insegnamenti di Gesù? Ciò che Cristo ha
predicato può dirsi maggiormente vissuto in America o in Europa? Ecco qualcosa
su cui meditare.
(*) autore de "Il sogno europeo: come l'Europa ha creato una
nuova visione del futuro che sta lentamente eclissando il sogno americano"
, Mondadori, 2004
traduzione di Anna
Bissanti
Protestanti
e cattolici uniti nella lotta
Richard Land, uno dei leader della Southern Baptist Convention, non
ha dubbi: il nuovo papa Benedetto XVI sarà «un grande alleato della destra
religiosa Usa» sui problemi morali più caldi sul tappeto negli Usa: «L'aborto, i diritti dei gay, la clonazione e il suicidio assistito
dal medico». Land è uno dei tanti esponenti delle
destra religiosa americana a esprimere pubblicamente soddisfazione per
l'ascesa del cardinale Ratzinger. I rapporti tra
cattolici conservatori e protestanti evangelici non sono mai stati così buoni
negli Stati Uniti e il risultato del Conclave sembra destinato a cementare
ulteriormente un'unità di azione che si era
consolidata durante il papato di Giovanni Paolo II.
Michael Cromartie, vicepresidente dell'Ethics and Public Policy Center
di Washington, sostiene che negli ultimi vent'anni la
crescita del movimento per la vita e di altri analoghi
gruppi legati a questioni squisitamente etiche, hanno reso sempre meno
importanti le distinzioni teologiche tra le chiese negli Usa. Questioni di
dottrina che cinquant'anni fa avvelenavano i rapporti
tra i cattolici e le numerose sette che affollano il panorama della fede negli
Usa, sono oggi passati in secondo piano. Quello che conta per i credenti -
sostiene Cromartie - è trovare una chiesa che predica
Ma è la
destra religiosa
guidata dagli evangelici a esprimere più apertamente
il proprio ottimismo per l'unità di azione delle chiese cristiane. Norman Geiger, presidente del Southern
Evangelical Seminary di
Charlotte, in North Carolina, dichiara di essere «felice della elezione di uno come Ratzinger, che crede fermamente nella verità assoluta e che
non è un pluralista». Geisler dice in modo esplicito
quello che molti liberai temono negli Stati Uniti: «Il fatto che i cattolici di Ratzinger e
gli evangelici americani condividano le stesse posizioni sull'aborto e sugli
omosessuali rende la loro alleanza un potente movimento politico».
Benedetto
XVI si è presentato come un papa della grande
tradizione. Che comincia dalla liturgia. Fatta di
testi, di riti, di arte, di musica. E
di luoghi simbolici.
di Sandro Magister
Domenica 24 aprile
Benedetto XVI ha inaugurato il suo "ministero petrino"
nella luce solare di una piazza San Pietro straripante
di folla. Ma la sua volontà iniziale era un'altra. La
sua prima messa solenne da papa avrebbe voluto celebrarla non nella piazza ma
dentro la basilica di San Pietro. «Perché lì l'architettura indirizza meglio lo
sguardo non al papa ma a Cristo», disse ai maestri di
cerimonia mercoledì 20 aprile, suo primo giorno pieno da eletto; e solo
l'immenso numero di fedeli in arrivo l'ha indotto poi a optare per la liturgia
a cielo aperto. In quello stesso giorno, parlando ai cardinali nella Cappella
Sistina, mise subito in chiaro che al primo posto del suo programma di
successore di Pietro, al di sopra di tutto, ci sarà
l'eucaristia. La definì «il centro permanente e la fonte del servizio petrino che mi è stato affidato».
Le due cose, la forma e il contenuto delle
celebrazioni, sono per lui legatissime. E hanno il loro rovescio in un passaggio di quelle
meditazioni choc per
Ai cardinali
ha subito detto
che l'eucaristia sarà sempre
al primo posto
Per Benedetto XVI, nel solco della grande tradizione cristiana, la messa, o eucaristia, è il
sacramento che crea
Il luogo, anzitutto. Lì v'era il circo in cui
l'imperatore Nerone martirizzò l'apostolo Pietro. Gianlorenzo
Bernini lo ridisegnò nel Seicento in forma
d'anfiteatro davanti al nuovo palco imperiale, il frontone della basilica,
dalla cui sommità il Cristo risorto avanza col
vessillo del suo trionfo, la croce trasformata in trofeo. Benedetto XVI, ultimo
successore di Pietro, proprio da lì ha voluto iniziare la celebrazione: dalla
tomba dell'apostolo sotto l'altare maggiore della basilica. E da lì ha raccolto
le insegne: il pallio patriarcale in lana d'agnello e l'anello del
"pescatore di uomini".
Atto secondo: la processione. Ciò che i fedeli
dalla piazza non potevano vedere, l'hanno visto sui
maxischermi tv, così come gli spettatori dei paesi più lontani. Il nuovo papa,
con i cardinali in fila davanti a lui, avanzava dal centro della basilica verso
la piazza, al seguito della croce e del Vangelo. Il baldacchino con le colonne tortili, altra geniale invenzione di Bernini, prospetticamente li inquadrava e sembrava muoversi
con essi. Ma il vero motore visuale di tutto era lo
Spirito Santo al centro della raggera di luce
dell'abside, che infiammava la cattedra dell'apostolo Pietro, torceva le
colonne del baldacchino e, fuori, gonfiava il colonnato della piazza, facendola
sacro teatro della Chiesa in cammino tra terra e cielo.
Accompagnava la processione il canto delle "Laudes Regiae", gregoriano
purissimo d'epoca carolingia. Anche
su questo Benedetto XVI è stato molto esigente. Il coro della Cappella Sistina
ha eseguito canti esclusivamente in gregoriano e in polifonia classica, tutti
in lingua latina. Persino a rito terminato, mentre il papa girava per la piazza
a salutare i fedeli su una campagnola scoperta, lo sfondo sonoro è stato scelto
con cura: la toccata e fuga in Sì minore per organo di Johann
Sebastian Bach.
Il cuore dell'intera liturgia è stato naturalmente
la messa sul sagrato della basilica. Col papa a presiedere. Ma
attorno a lui e all'altare c'era la corona dei cento e più cardinali concelebranti. E soprattutto, più
visibile che mai, ad attrarre lo sguardo era l'arazzo fatto scendere a coprire
la porta centrale della basilica, col vero protagonista del sacramento: il
Cristo risorto che sulle rive del lago spezza il pane con gli apostoli e dà a
Pietro il mandato di pascere
Nell'omelia, nessun programma di pontificato. Ma i fatti parlavano. La messa stessa era attuazione del
primo punto del programma già annunciato quattro giorni prima. Benedetto XVI ha
spiegato simboli e letture. Il pallio come giogo di Cristo, come pecorella
perduta e salvata dai deserti esteriori e interiori, come Dio fatto agnello,
per un mondo «salvato dal Crocifisso e non dai crocifissori». E poi l'anello del pescatore, la rete del
Vangelo che tira fuori gli uomini «dal mare salato di tutte le alienazioni
verso la terra della vita, la luce di Dio», e il «non abbiate paura» finale,
perché «ciascuno di noi è il frutto di un pensiero di Dio, ciascuno di noi è voluto, amato, necessario», non il prodotto «casuale e
senza senso dell'evoluzione».
Con la sua straordinaria passione per la liturgia,
Benedetto XVI è indiscutibilmente papa della grande
tradizione: fatta di testi, di riti, di arte, di musica. Anche
il Concilio Vaticano II è partito da lì: l'impronta più memorabile che ha
lasciato è quella della riforma liturgica. Ma fin da
subito Ratzinger ne vide e ne denunciò gli
stravolgimenti. Arrivò a scrivere: «Sono morti che seppelliscono altri morti, e
definiscono ciò riforma». Il suo ultimo libro organico, non una raccolta di
saggi, pubblicato nel
Il primo viaggio di Benedetto XVI in Italia sarà a
Bari a fine maggio, al congresso eucaristico nazionale. Ha annunciato che
ridarà «particolare rilievo» alla festa del Corpus Domini, in giugno. Alla
giornata mondiale della gioventù, in agosto, metterà «l'eucaristia al centro».
In ottobre presiederà un sinodo dei vescovi interamente
dedicato all'"Eucaristia fonte e culmine della vita e della
missione della Chiesa", con primo relatore il suo discepolo Angelo Scola,
patriarca di Venezia. Ma più di tutto saranno le
liturgie papali a far da prototipo in tutto il mondo della «riforma della
riforma». Quella inaugurale di domenica 24 aprile ne è
stata il primo formidabile atto.
Nel segno di
Gesù
Di Joseph Ratxinger, prima che fosse eletto
papa, una era la cosa più nota e più avversata: la dichiarazione "Dominus Jesus" del 6 ottobre
2000 «sull'unicità e l'universalità salvifica di Gesù
Cristo e della Chiesa». Nella sua prima settimana da papa, Benedetto XVI non
l'ha citata esplicitamente. Ma nella messa d'inizio del suo pontificato ha di fatto ribadito con la massima forza la dottrina centrale
della "Dominus Jesus".
Nell'omelia, ha detto che il suo programma non è di
«perseguire mie idee, ma di mettermi in ascolto della parola e della volontà
del Signore e lasciarmi guidare da Lui».
E nella messa ha fatto proclamare come
prima lettura una pagina degli Atti degli Apostoli, capitolo 4, nella quale
l'apostolo Pietro dice così di Gesù: «In nessun altro
c'è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli
uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiate essere salvati».
Lo stesso
giorno di
domenica 24 aprile in tutte le chiese del mondo si leggeva il capitolo 14 del
Vangelo di Giovanni in cui lo stesso Gesù dice di sé: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene
al Padre se non per mezzo di me».
Conflitti
e tsunami sono una manna per le potenze. Gli Usa hanno un Dipartimento per controllare lo sviluppo di
decine di nazioni. Complice
di Naomi
Klein
L'estate scorsa, nella
quiete agostana degli indolenti media, la dottrina di guerra preventiva del l'amministrazione Bush ha fatto un
considerevole balzo in avanti. Il 5 agosto 2004
Con coerenza, dunque, un governo dedito alla
demolizione preventiva permanente ha ora un suo dipartimento deputato alla
ricostruzione preventiva permanente. Sono finiti i tempi in cui si attendeva
che scoppiasse una guerra prima di accingersi a delineare
piani ad hoc volti a rimettere insieme i pezzi! In stretta collaborazione con
il Consiglio d'Intelligence Nazionale, il dipartimento di Pascual
tiene i paesi «ad alto rischio» sotto «stretta osservazione» e si adopera per
mettere insieme squadre di intervento rapido, pronte a
impegnarsi nella pianificazione prebellica e a «mobilitarsi e dispiegarsi
rapidamente» non appena termina un conflitto. Questi team
sono formati da società private, associazioni non governative, membri di vari think tank. E
alcuni di loro, così ha riferito Pascual ad ottobre
al pubblico che riempiva l'auditorio del Centro per gli Studi Strategici e
Internazionali (Csis), saranno forniti di contratti
"precompilati" per ricostruire paesi non
ancora distrutti. Aver predisposto tutte queste pratiche in anticipo significa, a quanto pare, «abbreviare di tre-sei
mesi i tempi di reazione».
I piani che i team di Pascual
stanno delineando nel poco conosciuto Ufficio del
Dipartimento di Stato sono in procinto di trasformare «il tessuto sociale
stesso di una nazione», come egli in persona ha riferito al Csis.
Il mandato di tale dipartimento, vedete, non è infatti
quello di ricostruire qualche vecchio Stato, bensì di creare Stati «democratici
e orientati al libero mercato». Pertanto, ha proseguito Pascual,
senza dubbio tirando fuori dal cilindro questo
esempio, i suoi ricostruttori di pronto intervento potrebbero dare una mano a
liquidare «le imprese di proprietà dello Stato che sono alla base di
un'economia non produttiva». Ricostruire, ha spiegato Pascual,
talvolta vuoi dire «fare a pezzi ciò che è superato».
Pochi ideologi possono resistere al fascino della
tabula rasa. Questa era esattamente l'allettante promessa del colonialismo:
"scoprire" nuovi territori sconfinati, nei
quali l'utopia pareva realizzabile. Il colonialismo tuttavia è morto, o almeno
questo è quello che ci è stato detto. Non ci sono più
posti nuovi da scoprire. Non c'è più alcuna terra nullius
(di fatto, anzi, non c'è mai stata), né ci sono più pagine bianche sulle quali
«si possano scrivere le parole più nuove e più belle», come disse Mao una volta. C'è, invece, parecchia distruzione: paesi
ridotti a cumuli di rovine, così ridotti per il
cosiddetto volere di Dio o per volere di Bush (su
disposizione di Dio). Laddove c'è distruzione, c'è
ricostruzione. C'è insomma una chance per impadronirsi di quella «spaventosa
sterilità», come un funzionario delle Nazioni Unite ha recentemente descritto
la devastazione di Aceh, per
rimpiazzarla con progetti meravigliosi e quanto mai perfetti. «Un tempo c'era
il volgare colonialismo», commenta Shalmali Guttal, ricercatore che vive a Bangalore
e lavora con "Focus on the Global
South",
«mentre adesso ci troviamo alle prese con un colonialismo raffinato che
chiamano "ricostruzione"».
- la costa dello Sri
Lanka dopo lo tsunami -
In effetti pare proprio che aree
quanto mai vaste del pianeta siano in fase di ricostruzione attiva da parte di
un governo parallelo formato da un cast ormai familiare di società di
consulenza dedite espressamente al profitto, società di ingegneria,
mega-organizzazioni non governative, agenzie di aiuti governativi e agenzie
delle Nazioni Unite, nonché istituzioni finanziarie internazionali.
Ci sono i
Paesi post-bellici.
E quelli colpiti da disastri
naturali.
Dove si sperimenta il neocolonialismo
Dalle popolazioni che vivono in
questi paesi oggetto di ricostruzione (dall'Iraq ad Aceh,
dall'Afghanistan a Haiti) si alza un medesimo coro di lamentele. I lavori, se
mai sono iniziati, procedono troppo lentamente. I consulenti stranieri vivono
alla grande con note spese dai costi maggiorati e con stipendi da migliaia di
dollari al giorno, mentre i nativi del luogo sono
esclusi dai posti di lavoro di cui hanno grandissima necessità,
dall'apprendistato e da qualsiasi processo decisionale. Esperti
"costruttori di democrazia" indottrinano i governi sull'importanza
della trasparenza e della "buona governance",
ma la gran parte dei contractor e delle Ong si rifiuta di aprire i propri libri contabili a quegli
stessi governi, per non parlare della possibilità di cedere loro il controllo
su come vengono spesi i fondi loro destinati per gli
aiuti. A tre mesi di distanza da quando lo tsunami ha colpito Aceh, il
"New York Times" ha pubblicato un
allarmante rapporto dal quale risulta che «pressoché nulla sembra essere stato
fatto per dare inizio alle riparazioni e alla ricostruzione». Il rapporto avrebbe potuto benissimo provenire dall'Iraq dove, come ha
riferito di recente il "Los Angeles Times",
tutti gli impianti idrici di Bechtel che si presume
siano stati ricostruiti hanno iniziato a rompersi: un pastrocchio in più nella
lunga e incessante litania di lavori abborracciati legati alla ricostruzione.
Il rapporto avrebbe anche potuto riguardare l'Afghanistan, dove di recente il
presidente Hamid Karzai ha
fortemente criticato i «contractor stranieri,
corrotti e scialacquatori, che non devono rendere conto del proprio operato e che sperperano le preziose risorse che gli afgani
hanno ricevuto in aiuto». Oppure, potrebbe arrivare dallo Sri
Lanka, dove 600 mila persone che hanno perso le loro
case languono tuttora in campi temporanei di accoglienza.
A cento giorni di distanza dalle onde giganti che
hanno spazzato le coste, Herman Kumara,
capo del National Fisheries
Solidarity Movement di Negombo, nello Sri Lanka, ha inviato un disperato messaggio di posta
elettronica ai suoi colleghi sparsi nel mondo: «I fondi ricevuti a beneficio
delle vittime sono destinati a pochi privilegiati, non alle vere vittime. La
nostra voce non si sente, né si permette che venga
ascoltata».
Forse, se l'industria della ricostruzione è così
straordinariamente inetta a ricostruire, è perché la ricostruzione non è il suo
scopo prioritario. Secondo Guttal, «non si tratta affatto di ricostruire, bensì di dare nuova
forma a ogni cosa». Se mai, le storie di corruzione e incompetenza servono a
mascherare questo ulteriore scandalo: il diffondersi
di una forma predatoria di capitalismo catastrofico,
che sfrutta la disperazione e la paura causate da una catastrofe per dare avvio
a una radicale trasformazione sociale ed economica.
Su questo fronte l'industria della ricostruzione
si adopera così rapidamente ed efficientemente che le privatizzazioni e le
espropriazioni di terreni sono di solito concluse
prima ancora che la popolazione locale capisca da che cosa è stata colpita. In
un'altra e-mail Kumara ha lanciato il seguente
monito: lo Sri Lanka si
trova adesso a dover far fronte a «un secondo tsunami
di globalizzazione e di militarizzazione
da parte delle multinazionali», teoricamente molto più devastante del primo. Che scrive: «Nel pieno della crisi provocata dallo tsunami consideriamo tutto
ciò un piano d'azione mirante a cedere il mare e le coste alle corporation estere e al turismo, con l'assistenza militare
dei marines degli Stati Uniti».
Come sottosegretario alla Difesa Paul Wolfowitz concepì e
sovrintese a un progetto incredibilmente simile in
Iraq: gli incendi divampavano ancora a Baghdad e già i funzionari
dell'occupazione americana riscrivevano le normative riguardanti gli
investimenti, annunciando che le società di proprietà statale sarebbero state
privatizzate. Alcuni hanno sottolineato proprio questo
precedente per sostenere che Wolfowitz è inadatto a
guidare
I paesi in situazione "post-bellica" attualmente ricevono dal 20 al 25 per cento dei prestiti
complessivi erogati dalla Banca mondiale, pari a un 16 per cento in più
rispetto al 1998. Di per sé un aumento dell'800 per
cento rispetto al 1980, come si desume da uno studio del Servizio di Ricerche
del Congresso (Congressional Research
Service). L'intervento rapido nelle guerre o in
occasione di disastri naturali per tradizione è sempre stato di competenza
delle agenzie delle Nazioni Unite, che si adoperavano con le organizzazioni non
governative per fornire aiuti di emergenza, costruire
alloggi temporanei e così via. Adesso, invece, la ricostruzione si sta
rivelando un'industria incredibilmente remunerativa, troppo importante per essere lasciata ai filantropi dell'Onu.
Pertanto, oggi, deputata a questo compito è
Secondo il "New York Times",
in Asia, dopo lo tsunami,
non è stato fatto pressoché
nulla.
Non ci sono dubbi: nell'incarico della
ricostruzione c'è di che rastrellare profitti. Ci sono ingenti contratti ingegneristici e contratti per le forniture (10 miliardi di
dollari alla Halliburton,
soltanto in Iraq e in Afghanistan); «fondare una democrazia» è qualcosa che si
estrinseca in un'industria da 2 miliardi di dollari; e i tempi non sono mai
stati migliori per i consulenti del settore pubblico, quelle società private
che consigliano ai governi come svendere al meglio il proprio patrimonio,
spesso gestendo i servizi governativi esse stesse, come subappaltatori (Bearing Point, la preferita negli
Stati Uniti tra queste società, ha riferito che gli introiti derivanti dalla
sua divisione Servizi pubblici «sono quadruplicati in soli cinque anni», e ha
aggiunto che i profitti sono davvero cospicui: 342 milioni di dollari nel 2002,
con un margine di profitto del 35 per cento).
I paesi sconquassati sono allettanti per
Motivazione ancora migliore dal punto di vista
della Banca è che molti paesi dilaniati dalle guerre si trovano in Stati a
"sovranità limitata": sono considerati troppo instabili
e troppo poco esperti per gestire gli aiuti in denaro che vi affluiscono
copiosi. Così, spesso, tali risorse sono versate in un
fondo fiduciario gestito dalla stessa Banca mondiale. È questo il caso di Timor
Est, dove
In Afghanistan, dove
A grandi linee questa è anche la storia di Haiti,
dopo la destituzione e l'allontanamento del presidente Jean-Bertrand
Aristide. In cambio di un prestito di 61 milioni di dollari, da alcuni
documenti risulta che
Roger Noriega,
sottosegretario di Stato americano per gli Affari dell'emisfero occidentale, ha
detto chiaramente che l'amministrazione Bush
condivide pienamente questi obiettivi. Il 14 aprile
Questi sono piani fortemente
contestabili in un paese che ha una forte base socialista e
In
Afghanistan
le privatizzazioni dello
Stato
Per gli haitiani si tratta di un'ironia
particolarmente amara: molti accusano le istituzioni multilaterali, Banca
mondiale inclusa, di aver aggravato la crisi politica che ha portato alla
cacciata di Aristide ostacolando l'elargizione di
centinaia di milioni in prestiti promessi. All'epoca,
Tutti i piani di privatizzazione furono oggetto di aggressive pressioni da parte dei soliti sospetti:
secondo il "Wall Street Journal", «dietro
alla vendita dei settori telefonici c'erano
Al momento
Come in altri luoghi dove è in corso la
ricostruzione - da Haiti all'Iraq - gli aiuti per lo tsunami hanno poco a che vedere con il ripristino di ciò
che è andato perduto. Sebbene alberghi e industrie
abbiano già iniziato a ricostruire lungo la costa, a Sri
Lanka, in Thailandia, in
Indonesia e in India i governi hanno approvato leggi che proibiscono ai nuclei
familiari di ricostruire le loro case sulla costa dell'oceano. Centinaia di
migliaia di persone sono state dislocate con la forza nell'entroterra, in
baracche di stile militare ad Aceh e in box
prefabbricati di cemento in Thailandia.
La costa non è ricostruita com'era, costellata di
piccoli villaggi di pescatori e di spiagge disseminate di reti intessute a
mano. I governi, le multinazionali e i donatori stranieri si sono coalizzati invece per ricostruirle come vorrebbero che
siano: le spiagge luogo di villeggiatura per i turisti, gli oceani miniere
acquatiche per le flotte di pescherecci delle grandi aziende, entrambi serviti
da autostrade e aeroporti privatizzati costruiti con denaro preso in prestito.
A gennaio il segretario di Stato Usa, Condoleezza Rice, ha innescato
una piccola controversia descrivendo lo tsunami come «una meravigliosa opportunità» che «si
rivelerà fruttuosa per noi». Molti sono rimasti sconvolti dall'idea di
sfruttare una tragedia umana di così immani proporzioni e di considerarla alla
stregua di un'opportunità per coglierne qualche vantaggio. Ma
Pare dunque che la calamità sia la nuova terra nullius.
hanno collaborato Aaron Maté e Debra Levy
© "Naomi Klein" -
"L'espresso"
LO SCANDALO
DEI RIMPATRI FORZATI
I lager
della libertà
Esclusivo: il rapporto della Commissione
europea sui campi di detenzione di Gheddafi. E gli accordi con
il nostro governo.
di Fabrizio Gatti
Arresti arbitrari di
cittadini stranieri. Uomini, donne, e perfino bambini soli,
detenuti da mesi senza sapere il perché. Ammassati in
campi di raccolta dove si sopravvive a pane e acqua. Nessun esame dei
singoli casi, ma espulsioni decise con provvedimenti
di massa. Nessuna possibilità per l'Unhcr, l'agenzia delle
Nazioni Unite, di verificare il rispetto dei diritti umani. Nessun riconoscimento
delle convenzioni internazionali. Nessuna garanzia di difesa. Un rapporto
riservato della Commissione europea sulla Libia smentisce otto mesi di politica
italiana sull'immigrazione. Contraddice le rassicurazioni del governo al
Parlamento italiano dopo l'accordo tra Silvio Berlusconi
e il Colonnello "leader di libertà" Gheddafi (così l'aveva chiamato Berlusconi).
E smentisce pure le parole messe a verbale dal
commissario per
Settanta pagine di denunce agghiaccianti. È il
dossier consegnato alla Commissione di Bruxelles dai delegati della Missione
tecnica in Libia sull'immigrazione illegale che dal 28 novembre al 6 dicembre
2004 hanno visitato in lungo e in largo il Paese: da Al
Zuwara, il porto sul Mediterraneo più vicino a
Lampedusa, al campo di detenzione di Kufra, nel
deserto del Sahara. Oltre agli inviati di 14 Paesi della Ue, la delegazione comprendeva anche l'Europol,
con un funzionario del dipartimento Reati contro la persona. Per l'Italia,
secondo l'elenco dei partecipanti, c'erano Renato Franceschelli,
capo dell'unità Affari internazionali del ministero dell'Interno,
e Angelo Greco, ufficiale di collegamento della polizia all'ambasciata italiana
a Tripoli. La scorsa settimana il dossier è arrivato al Consiglio d'Europa che
tra i compiti ha quello di tutelare i diritti umani. È vero che si tratta di un
documento riservato. Ma già da dicembre
Il rapporto della Commissione europea contiene,
tra gli allegati, i dettagli dell'accordo Berlusconi-Gheddafi.
È la prima volta che è possibile leggere qualcosa sull'argomento: l'Italia non
aveva mai rivelato i particolari dell'intesa. Così si racconta che già dal 2003
il governo italiano «ha finanziato la costruzione di un campo per immigrati
illegali, in linea con i criteri europei, da costruire nel Nord del Paese». E
nella Finanziaria 2004-2005, spiega il rapporto, «uno stanziamento speciale è previsto
per la realizzazione di altri due campi nel Sud del
Paese, a Kufra e Sebha».
Sempre dal
Gli inviati della Commissione europea non hanno
potuto vedere i camion carichi di immigrati espulsi
nel deserto del Sahara e le vittime di queste operazioni (rivelate nel
reportage sul n. 11 de "L'espresso"). Ma il
governo libico è sicuramente consapevole dei rischi. Tanto
che ha chiesto e ottenuto dall'Italia mille body-bag, i sacchi per il trasporto
dei cadaveri. In base all'accordo Berlusconi-Gheddafi,
le tabelle allegate al dossier documentano inoltre la consegna di 100 gommoni Zodiac, 6 fuoristrada, 3 pullman, 40 visori notturni, 50
macchine fotografiche subacquee, 500 mute da sub, 150 binocoli, 12 mila coperte
di lana, 6 mila materassi e cuscini, oltre a 80 kit
per la stampa di documenti, 50 apparecchiature gps,
mille tende da campo, 500 giubbotti di salvataggio. La missione, guidata dal
capo delegazione della Commissione europea a Tunisi, Marc
Pierini, riconosce alle autorità libiche una »chiara
volontà politica, apertura e sforzi». I toni diplomatici
dell'introduzione diventano subito resoconti drammatici
quando si entra nelle pagine del rapporto. Gli inviati della Ue non sono stati portati
all'oasi di Al Gatrun, a Sud, dove in un campo
militare vengono raccolti migliaia di stranieri prima di essere deportati nel
Sahara. Hanno visitato altri campi di detenzione e le principali città di
transito degli immigrati: Ghat (al confine con Niger
e Algeria), Kufra (al confine con l'Egitto), Al Awyanat (al confine con Egitto
e Sudan), As Sarah (al confine con il Ciad), Al Zawara (sulla costa occidentale), Zliten
e Misurata (entrambe sulla costa orientale). E hanno verificato la (non)
conoscenza delle norme su immigrazione e richiesta di asilo
tra gli ufficiali di polizia all'aeroporto di Tripoli. Alla fine della visita,
la delegazione europea ammette di non aver trovato risposta alla domanda
fondamentale della missione: cosa distingue in Libia un immigrato in regola da
un immigrato illegale? «E
emerso durante le visite che la preoccupazione principale è l'organizzazione delle
operazioni di rimpatrio. Nessuna informazione sulle procedure e sui criteri di
detenzione delle persone è stata fornita dalle autorità libiche. Molti degli
immigrati incontrati nei centri», denuncia il rapporto, «sembra siano stati arrestati
su base casuale. La decisione di rimpatriare gli immigrati illegali nei loro
Paesi d'origine sembra essere presa per gruppi di nazionalità piuttosto che
dopo aver esaminato casi singoli nel dettaglio».
Berlusconi, Gheddafi
e Pisanu in Libia.
Continua il rapporto: «Sono stati visitati diversi
tipi di centri, e si è scoperto che le condizioni di detenzione variano
largamente da appena accettabili a estremamente
povere, nonostante gli sforzi delle autorità libiche nel provvedere alle minime
necessità. Ci sono centri a permanenza temporanea e a lunga permanenza,
alcuni dei quali possono essere considerati delle prigioni. I centri di
detenzione ricevono inoltre gli immigrati illegali che vogliono rientrare nei
loro Paesi su base volontaria e possono rimanere in questi centri fino a quando i loro documenti non vengono preparati. È stato
notato che alcuni centri contengono minori non accompagnati e donne, a volte non ospitati separatamente e che sono in
evidente stato di pericolo. Questo aspetto necessita
un intervento urgente».
Mancano garanzie anche per quanti, una volta
rimpatriati, rischiano di essere arrestati o uccisi: «
Gli inviati della Commissione europea descrivono
un centro di permanenza temporanea nel Nord della Libia: «I migranti sono detenuti
qui fino a quando sono inviati in altri centri e viene
presa una decisione: sia per essere liberati, o deportati direttamente, o
forniti di un permesso previsto dalla legge... Questo tipo di centri sembra
siano stati realizzati dall'improvvisazione. Quello di Sulmam
è completamente isolato dalla popolazione. Ospita 200 migranti, seduti sulla
terra e guardati da poliziotti armati. L'edificio è un precedente granaio,
circondato da una cancellata e da diverse costruzioni a
un piano. Gli standard di igiene sono al minimo e le
pulizie erano state fatte appena prima della visita. Non ci sono cucine, luoghi
dove mangiare o dove dormire su letti. La maggior parte della gente (principalmente
da Niger, Ghana e Mali) sembra sia stata arrestata il giorno
prima della visita. Secondo le interviste, erano lavoratori illegali che
vivevano in Libia dalla fine degli anni '90. Molti hanno dichiarato di avere
avuto un lavoro regolare e di non capire perché siano stati arrestati».
Drammatico anche il resoconto sui campi di detenzione a lungo termine: «Possono
essere considerati prigioni. La differenza è solo
fisica. Non ci sono celle separate per sesso, età o nazionalità,
ma stanze con circa 200 persone, che ospitano non solo donne, ma intere
famiglie con i loro bambini, o minori non accompagnati, mescolati con il resto
dei detenuti. Uno dei campi visitati è nel centro di Tripoli, in El Fatah Street... Un altro campo
è stato visitato vicino alla città di Misurata, dove sono stati trovati circa
250 detenuti, anche se gli immigrati hanno dichiarato che fino al giorno prima c'erano più di 700 prigionieri. I detenuti
sono sorvegliati dalla polizia. Sebbene gli ufficiali abbiano
detto che i prigionieri hanno la possibilità di lavarsi e mangiare bene
(la cucina era stata rifornita con frutta e verdura), secondo le testimonianze,
il giorno prima la visita i detenuti hanno dovuto pulire il centro e il loro
pasto normale è limitato a pane e acqua. Un gruppo di circa 20 marocchini,
intervistati in francese, ha detto di non conoscere le ragioni della loro
detenzione da più di sette mesi. Hanno detto che
lavoravano in Libia da alcuni anni e che la loro intenzione era quella di
lavorare in Libia e non in Europa». A Sebha, Ghat e Kufra, nel deserto, «è
stato notato che i campi contenevano un certo numero di minori non
accompagnati, evidentemente in pericolo... Deve essere sottolineato»,
insistono gli inviati di Bruxelles, «che la missione della Ue
non ha avuto assolutamente accesso all'esatta procedura che viene seguita per
questo tipo di espulsioni».
Tre settimane dopo la fine della visita in Libia,
il commissario alla Giustizia, Franco Frattini,
risponde così a una interrogazione sui rimpatri da Lampedusa
presentata all'Europarlamento: «La riammissione in Libia è stata condotta in
conformità con gli accordi tra i governi libico e italiano,
con la normativa Ue e il relativo diritto
internazionale». Rassicurante è anche la dichiarazione in Senato del
sottosegretario all'Interno, Michele Saponara, pochi
giorni dopo gli sbarchi di marzo. E sempre Frattini, il 19 aprile a Roma, davanti alla commissione
Diritti umani del Senato sugli stranieri restituiti a Tripoli: «Quanto alla
situazione di Lampedusa, il governo italiano ha dato ampie assicurazioni che
non vi sono stati respingimenti su base collettiva».
Ma già da quattro mesi
Stragi in
mare e nel deserto
Quasi 2 mila morti in mare e 15 mila sbarcati vivi
in Italia: 12 cadaveri ogni cento immigrati che salpano dal Nord
Africa. È il costo del sogno europeo: il numero di annegati
l'anno scorso tra Libia e Italia, calcolato nel dossier della Commissione
europea sull'immigrazione illegale. Una strage che secondo Christopher
Hein, direttore del Consiglio italiano per i
rifugiati, i rimpatri forzati e le operazioni di polizia non fermeranno:
«Questo ripetersi di drammi della fuga è uno scandalo per la coscienza civile
dell'Europa», dice Hein: «La politica della chiusura
delle frontiere, l'impossibilità di ottenere un regolare visto di ingresso, la mancanza di politiche di reinsediamento
e di trasferimento regolare di rifugiati da Paesi terzi ha condannato decine di
migliaia di persone a ricorrere a mezzi irregolari per arrivare in un posto
sicuro o in un territorio dove la sopravvivenza economica possa essere
garantita». Proprio in questi giorni il Cir,
l'organizzazione che segue i richiedenti asilo nel
loro difficile percorso verso una vita dignitosa, pubblica il rapporto
sull'attività del 2004. Un altro anno macchiato dalle tragedie del mare, dai
morti nel deserto e dalla disperazione di chi viene
rimpatriato. Le convenzioni internazionali assistono, se vengono
applicate, solo chi richiede asilo contro il rischio di persecuzioni politiche
o religiose. Per il 2004, su 9.019 casi esaminati sono 781 i rifugiati
riconosciuti in Italia dalla commissione centrale. Nel 2003 erano 555 su 11.319
casi. Dopo un ricorso di legali appoggiati dal Cir,