RIZA
PSICOSOMATICA
RIVISTA BIMESTRALE DI MEDICINA GLOBALE - MAGGIO GIUGNO
1980- N. 1 LIRE 2.000
L’ASMA
E
IL RESPIRO
nell’interpretazione
della
“Medicina Globale»
IL
TRAINING
AUTOGENO:
esercizi,
teoria e pratica
FELICE
MONDELLA:
mente
e corpo
nella
filosofia della scienza
LE
“ALTRE” TERAPIE:
agopuntura
erboristeria
omeopatia
SOMMARIO
pag. 2 di Gianlorenzo
Masaraki e Raffaele Morelli
I SIMBOLI DELL’UOMO
pag. 6 Dall’uovo di
Eros, una sorpresa: il mondo
di Fabio Dell’Acqua
e Aviva Setton
pag. 10 Dal soffio
la parola
di Patrizia Crippa
pag. 16 La parola:
emozione e pensiero
di Irene Di Carpegna
pag. 20 «Chi»:
Respiro eterno del finito
di Giancarla Fioroni
Sandri
IL DISCORSO PSICOSOMATICO
pag. 24 Maria -
L’aria buona e l’aria cattiva
pag. 30 Parliamo
dell’asma
a cura di Ezio
Basilico e Daniela Marafante
pag. 34 Richiesta di
un amore che manca o rifiuto di un amore che soffoca?
di Paola Santagostino
pag. 37 Uomo o
immunoglobulina?
di Marco Marzolini
e Sergio Mungo
pag. 42 L’asma e
l’onnipotenza del respiro
a cura dell’Istituto
Riza
LE TERAPIE
pag. 44 Un ago per il
respiro
di Raffaele Morelli
pag. 48 Arsenico per
l’asmatico
di Leo Gilli
pag. 50 Lavanda,
melissa, issopo...
di Franca Domenichini
pag. 52 Prigionieri
di una corazza
di Francesco Padrini
pag. 56 Il training
autogeno
di Jader Tolja
pag. 60 Con l’Oriente
si chiude?
a cura di Danilla
Frei e Filippo Ranieri
pag. 64
GIANLORENZO MASARAKI
- RAFFAELE MORELLI
DELLA MEDICINA
La nostra medicina è oggi più che mai al centro di una
grossa contraddizione che la vede sempre più partecipe da un lato delle più
significative e avanzate proposte tecniche, con un notevole progresso in campo
diagnostico, e d’altro canto impotente a fronteggiare le affezioni funzionali,
le malattie croniche, la patologia tumorale e autoimmunitaria, che
implacabilmente affliggono la gran parte dei malati.
L’aver considerato il corpo come una serie di
«accadimenti materiali» senza una «intelligenza» che li sostiene ha condotto il
medico ad occuparsi non più del malato come persona, ma come aggregazione di
proteine, di globuli rossi, di nervi, ecc. La nostra università di medicina è
improntata ad occuparsi del paziente come se si trattasse di un corpo senza
vita. La posizione scientista si difende affermando che l’unico modo per avere
l’obiettività è quello di prescindere dal mondo del soggettivo e dell’emotivo
perché impalpabile e non misurabile strumentalmente, salvo dimenticare che il
nostro corpo, la nostra «materia umana» produce e «partorisce» anche la mente.
Nell’unità uomo il fegato, il rene, la milza, il cuore e
la mente coesistono, il che vuol dire che sono gli uni agli altri necessari e che
partecipano della stessa unità. In realtà per la nostra mente cosciente
abituata a operare scindendo i vari aspetti dell’esperienza per poterli
quantificare e classificare, gli organi e le varie funzioni si distinguono
accademicamente gli uni dagli altri. Ma questo non corrisponde alta nostra
realtà più profonda, quella dell’inconscio, laddove il biologico e lo psichico
coesistono.
La scacchiera, la mente, il corpo
Che rapporto lega la mente al corpo?
Come avviene il misterioso salto dallo psichico al fisico
di cui parlava Freud? Di fatto tra psichico e fisico non esistono «salti»,
separazioni da colmare: l’esistere è il risultato di una costante interazione e
scambio tra elementi della vita psichica e di quella corporea. Tutto si svolge
come in una grande scacchiera in cui il corpo (il nero) si contrappone alla
mente (il bianco).
Si può per questo correre il rischio se non si vede il
fenomeno globale di studiare soltanto le pedine nere (cioè il corpo) credendo
che Il risieda la risposta; e questo è quello che fa la medicina organicistica.
Oppure si può guardare tutto dalla parte del bianco e questo fanno le correnti
spiritualiste.
Si può invece studiare il problema dalla parte della
scacchiera. Per lei il bianco e il nero sono due facce, due poli, il maschile e
il femminile di una sola realtà, In effetti le mosse che esegue il giocatore,
le pedine, ecc. fanno parte di un solo sistema. Se è pur vero che quella
partita potrà giocarla soltanto quel giocatore, è altrettanto chiaro che egli
non potrebbe «pensarla» e agirla senza la scacchiera e i suoi elementi. Il cervello e tutti gli organi del corpo
ripetono una analogia di questo tipo.
Infatti il «giocatore» che è dentro ognuno di noi decide
di volta in volta con quale organo giocare la partita con l’ambiente a seconda
dell’occasione che lo stesso ambiente gli fornisce e delle finalità che si
propone, così sceglierà la partita dell’asma o quella dell’ulcera, quella della
colite o dell’ipertensione ecc.
E come il cervello se ne sta occultato, nascosto,
invisibile a tutti gli altri organi senza mai prendere contatto con questi se
non attraverso i suoi «emissari» elettrici e biochimici, altrettanto il
giocatore che è dentro di noi, l’inconscio, ben celato nelle profondità del
nostro essere, sorregge lo stato di salute e di malattia dell’individuo.
Tuttavia proprio perché non si ha destinatario senza ricevente, organi e
cervello esistono gli uni all’altro necessari, così come la mente e il corpo.
La nostra esperienza - Omaggio a Groddeck
Il nostro lavoro di psicosomatisti è iniziato con la
nascita di un reparto ospedaliero che aveva tentato di realizzare un compito
immane: diffondere la medicina psicosomatica all’interno di un ospedale
generale. Altrove abbiamo e hanno scritto della vicenda del S. Raffaele e della
sua contrastata esistenza.
Qui ci preme sottolineare quelli che allora erano gli
obiettivi che ci proponevamo di raggiungere. Da psichiatri (il reparto
inizialmente si configurò sostanzialmente come una esperienza «avanzata di
psichiatria» ci rendemmo conto ben presto — proprio perché calati in una
struttura che si occupava solo delle malattie organiche — che partire dalla
malattia mentale e dai suoi sintomi o comunque dal fenomeno psichico era
estremamente riduttivo e non in grado di abbracciare la complessità del
fenomeno.
Da ricercatori ambiziosi ci eravamo tuttavia proposti
non tanto di arrivare a un metodo psicologico che permettesse di migliorare il
rapporto medico paziente (ahi noi, devastato da un tecnicismo e da una
ospedalizzazione sempre più inumani) così come ci veniva richiesto da più
parti, bensì di occuparci delle malattie studiandole al di là dei tabù e dei
dogmi che la visione ufficiale della medicina presentava. Ci vennero in aiuto
molti autori ma uno particolarmente si è iscritto nel nostro cuore: si tratta
dello «psicanalista selvaggio» G. Groddeck. Il suo convincimento che i processi simbolici fossero alla base non
soltanto delle manifestazioni oniriche ma anche della formazione dei sintomi
somatici è diventato nell’arco di qualche anno anche il nostro. (Mota di Gandalf: il neretto è mio) Oggi
nessuno di coloro che collaborava all’interno della nostra equipe e che ha
fatto uso di questo orientamento ritiene che fatti organici e fatti psichici
possano procedere separati.
Il simbolo, la metafora, l’analogia sono spesso la
chiave di volta per risolvere le più avanzate situazioni patologiche.
Se ripensiamo ad allora quando in piena occupazione del
reparto confrontavamo la nostra esperienza con quella dell’autore tedesco
dobbiamo ammettere che molto cammino è stato percorso. Un nostro libro «Verso
la concezione di un sé psicosomatico>> riassume non soltanto la nostra
esperienza ma forse anche il superamento della concezione groddeckiana.
Scrivere dell’«aria buona e dell’aria cattiva» degli asmatici, del «pianto
dell’utero>> nell’endometriosi, dei «capelli-pensieri», ecc. è stato
sollecitato in noi dai modelli groddeckiani.
Ma quello che più di tutto lo «psicanalista selvaggio»
ci ha lasciato in eredità è l’invito alla ricerca della «Medicina Globale» con
la quale potremo definire un metodo capace di occuparsi del passaggio dal
mentale al corporeo non soltanto in chiave terapeutica, ma anche come studio
dell’uomo non più scisso in anima e corpo. In fondo il grande merito di
Groddeck, che — non va dimenticato — partiva direttamente dall‘esperienza
clinica, è stato quello di aver postulato che «anche il corpo fosse capace di
pensare». Non già come la mente cosciente secondo gli assi cartesiani del
processo secondario, ma come i processi inconsci, in modo analogo al sogno,
attraverso il processo primario. Un’osservazione di tal tipo, per quanto già
presente in molti pensatori del passato, da Platone a Paracelso, e così via,
appare oggi più che mai rivoluzionaria. Mentre da un lato le religioni, e in
particolare la cattolica, ribadiscono la assoluta supremazia dello spirito (del
quale poi esse sole se ne possono occupare, allo stesso modo la scienza medica
ha deciso che il corpo è soltanto una serie di processi anatomo-fisiologici da
studiare in modo del tutto sperimentale ed indipendentemente dal soggetto in
cui avvengono.
L’intelligenza della materia
In realtà la scienza occidentale non è ancora stata
capace di conciliare questi due estremi della stessa matrice: spirito e
materia. Eppure nel mito, nei modi di dire popolari, nelle leggende, negli
archetipi dell’uomo, nella storia delle religioni tutto rimanda all’unità
psicosomatica.
Il mito ci racconta che quando vogliamo in qualche modo
catturare un’essenza, o meglio «un Dio», dobbiamo per forza farlo vivere in un
corpo. Anche la Messa è un rito teofagico.
Via via le concezioni si allargano, le teorie si
approfondiscono e anche la nostra pratica clinica è andata alla ricerca di una
spiegazione di certi successi terapeutici. Sembra incredibile ma per molti pazienti
i capelli sono investiti di significato sessuale e trattati alla stessa stregua
dei pensieri. Il simbolo ne permette la mediazione, il passaggio dal materiale
(capelli) al cosiddetto immateriale (pensieri). Per la nostra coscienza, su cui
la medicina attuale ha costruito la sua scientificità, tutto questo è assurdo,
per il nostro inconscio è addirittura ovvio e naturale.
Inoltre per la parte collettiva del nostro inconscio,
dove risiedono le vestigia della nostra storia psichica universale, un simbolo
ha lo stesso valore oggi di qualche secolo fa. Il colitico con il suo stato
cronico di diarrea, tenta di allontanare attraverso l’intestino parti mentali
da lui ritenute «sporche» e per questo più facilmente assimilabili alle feci
del corpo. La diarrea allora diviene un modo di «purificarsi» del materiale
ritenuto contaminante.
Appare sorprendente l’analogia con certi rituali sacri
dove il sacerdote per potere incontrarsi con la divinità (sempre paragonata a
«parti mentali purissime») doveva con particolari sostanze purgarsi il corpo.
Anche il colitico è in uno stato cronico di autopurificazione. Dalle
associazioni di questi pazienti emerge molto spesso il loro bisogno di disfarsi
di elementi mentali aggressivi, o invasivi, o contaminanti l’lo.
La possibilità oggi di discutere in questi termini è
frutto dell’entusiasmo, della tenacia con cui abbiamo combattuto allora la
battaglia contro lo scetticismo e la malafede di certa medicina universitaria
che non bada tanto a ciò che si dice, ma piuttosto a controllare che nuove idee
non contrastino con lo spazio d’azione di certe cattedre. (Nota di Gandalf: vi ricorda niente questa frase?)
Perché Riza
«Riza>> (Rizomata) in greco significa «Radici».
Dal nostro libro «Verso la concezione di un sé
psicosomatico». «Riza (Radici) è aperta a tutti coloro che, decisi a scendere
sino alle radici di tutte le medicine, siano disponibili a ridiscutere i facili
dogmi su cui si regge la scienza medica attuale. Le radici dell’albero, più
delle fronde e del tronco, sembrano incarnare, farsi simbolo del discorso
psicosomatico così come per noi va inteso. Le radici, che l’alchimia individua
nei quattro elementi “radices”, hanno dei caratteri peculiari: si affondano
nell’humus indistinto della terra, si nascondono alla vista, eppure rappresentano
l’essenza della pianta».
Proponendo un’analogia con l’essere umano potremmo dire
con Jung che il sé (selbst) è radicato nel corpo-terra e precisamente negli
elementi chimici di quest’ultimo così come l’essenza delle piante sta a diretto
contatto con le radici a loro volta impiantate nel suolo «inanimato». Del resto
lo studio dell’origine dell’uomo riconduce in tutte le mitologie e le
tradizioni religiose al simbolo dell’albero e delle sue radici. Il rapporto
esistente tra le radici e la pianta rimanda ad una analogia suggestiva con
quella esistente tra l’inconscio e il corpo.
Mentre
la mente cosciente si struttura sul visibile, l’inconscio si apre su un mondo
sotterraneo e oscuro che giunge
alle radici del biologico. Da qui si apre la chiave di comprensione del
discorso psicosomatico. Mentre la tradizione psicanalitica si occupa di alcuni
«aspetti» dell’inconscio (sogni, lapsus, psicopatologia) noi, recuperando la
tradizione della medicina delle origini e di autori come Reich, Shilder,
Groddeck, ecc. andiamo alla ricerca dei legami esistenti fra questo recesso
nascosto della mente, ed i processi organici. Si entra in tal modo in un
suggestivo terreno governato dal simbolo, dalla metafora, dal mito, dalle
analogie, laddove la separazione tra corpo e mente non è mai esistita. Una rivista quindi per parlare del corpo e
dei sintomi che lo colpiscono in modo diverso. In fondo per la medicina attuale
le malattie non sono che fortuiti incidenti che aggrediscono a caso gli
individui; per noi esse sono espressioni dei messaggi simbolici da decifrare.
Con un sintomo ogni malato viene a raccontarci qualcosa che non sa esprimere
altrimenti. Il corpo del paziente diviene in tal modo la tela sulla
quale il malato artista disegna la sua storia, i suoi disagi, le sue sconfitte,
le sue vittorie.
La nostra cultura tende ad espellere da sé, a rifiutare
tutto ciò che non corrisponde ai modelli che si è imposta, il nuovo, il
diverso, vengono quindi banditi e in tal senso la possibilità di curare con
metodologie diverse non viene presa in considerazione nemmeno dopo reiterati
fallimenti. La voce di una rivista aliena da preconcetti culturali di questo
tipo rappresenta il tentativo di aprire nuove strade e nuove frontiere.
In questo
numero
L’uomo è un’unità e in lui tutto acquista significato e
comprensibilità. La via della conoscenza passa attraverso le sue produzioni più
intime. In questo senso la capacità di «fare simboli» è tipicamente umana.
I nostri studi, basati sui
simbolismi, non potevano trascurare il corpo che è il luogo, la «cosa» dove
nasce il mentale ed è a questa indissolubilmente legato. Così come l’inconscio
si manifesta per simboli, anche i sintomi delle malattie sono simbolici.
Agire sulla parte oscura di un
sintomo è già iniziare la guarigione.
I sintomi, profondamente
radicati nell’inconscio così come la matrice biologica sono produzioni
derivanti dalla storia individuale, unica e irripetibile del paziente, come
pure dal suo patrimonio collettivo, che lo fa altrettanto unico in tutta la
scala degli esseri viventi.
In questo numero, dedicato al
respiro, così come faremo per la pelle, la cefalea, ecc., non potevamo
tralasciare tutti questi aspetti.
Ecco perché abbiamo voluto
collocare, accanto al dibattito squisitamente clinico, anche argomenti
apparentemente diversi.
Ecco i «modi di dire», che
rivelano come il linguaggio comune contenga veri e propri messaggi
psicosomatici. Il mito, collegato alla ancestralità dell’umano ci porta in una
dimensione transculturale e superindividuale. Da qui emerge la psicosomatica
degli archetipi. L’omeopatia, l’agopuntura e la fitoterapia trovano una giusta
collocazione nella nostra rivista perché sono terapie che fin dalla antichità
avevano sempre iscritta la visione globale.
Le terapie incentrate sul
corpo, come il training autogeno, la bioenergetica, sono altrettanto validi
sussidi per un approccio unitario.
Ma d’altronde, noi riteniamo
indispensabile che esista una cultura psicosomatica. Da qui la necessità di
«intervistare» autori delle più diverse estrazioni (dalla filosofia al mimo,
ecc.) che ci hanno parlato della loro esperienza nei più diversi aspetti.
NELL’UOVO DI EROS
C’È UNA SORPRESA:
I miti dimostrano che la
creazione del mondo non si esprime solo nel simboli della sessualità, è il
respiro che unisce spirito e materia
L’uomo primitivo non praticava una netta
distinzione tra il suo regno e quello della natura, ma vedeva sé stesso come
parte integrante della società e la società, inserita nella natura, sottomessa
a forze cosmiche. L’uomo e la natura non erano contrapposti e quindi non
richiedevano modi di conoscenza distinti.
Un resoconto di ciò che accadeva all’uomo e anche
la sua spiegazione, si poteva concepire solo con un’azione e si configurava
narrativamente. In altre parole gli antichi narravano dei miti invece di
presentare delle analisi e delle conclusioni.
L’eterna domanda che vuole scoprire l’origine di
ciò che muove il vivente, trova una risposta nei miti della creazione. Tutte le
culture quando affrontano questo problema mettono in evidenza la presenza di un
«soffio universale» che è alla base di tutto il manifesto, come per indicare
un’origine impalpabile di ciò che possiede vita. Possiamo notare che
nessun'altra funzione vitale ci rende consapevoli della vita manifesta quanto
il respirare: il nostro primo atto di vita, quando usciamo dall’utero, è
rappresentato da un’inspirazione e l’ultimo atto, quando sopraggiunge la morte,
è accompagnato da un’esalazione. I miti della creazione si sforzano di trovare
immagini che permettano di formulare un principio alla base di tutto ciò che
«nasce»; ossia i miti dimostrano che la creazione non è qualcosa che si possa
esprimere solo nell’analogia e nei simboli della sessualità e della fertilità e
indicano sempre all’origine una parola creativa, un alito creatore, cioè uno
spirito creatore. Di fatto la comparsa del fenomenico, cioè del mondo
materiale, viene sempre rimandata ad un elemento aeriforme sottostante: lo «spirito»
o il «soffio», vitale.
C’era una
volta...
In principio — descrivono gli «Orphicorum
fragmenta” — esisteva Nyx (La Notte) che aveva l’aspetto di un uccello dalle
ali nere. Fecondata dal «vento» essa depose un uovo d’argento nell’immenso
grembo dell’oscurità. Dall’uovo balzò fuori Eros, il figlio del «vento»: egli aveva portato alla luce e
aveva mostrato quanto fino a quel momento era nascosto nell’uovo d’argento cioè
il mondo intero. Un altro racconto mostra come Prometeo formò l’uomo: come una
piccola statua modellata con acqua e terra che viene animata dal «soffio» della dea Athena. La tradizione
biblica ci riporta alla creazione dell’uomo come al momento in cui viene
animato, cioè gli è data vita tramite il «soffio»
della narice divina.
Un antico testo egizio parallelamente narra che il
dio Ptah «fece il fiato della vita per le
narici dell’uomo». Un mito analogo a questi lo troviamo presso le tribù
primitive australiane, dove l’essere supremo, chiamato Bunjil, crea l’uomo
plasmandolo dall’argilla e insufflandogli l’anima attraverso il naso, la bocca
e l’ombelico.
Il concetto di anima tuttavia viene differenziato
da quello di spirito in tutte le religioni. Lo spirito (che contiene la radice
«pir») è paragonato al fuoco, inteso come energia pura che, come tale, non può
essere manifesta nel mondo visibile. Nell’antichità fu Platone il primo che
identificò nel «fuoco sacro» che Prometeo donò agli uomini, l’energia
spirituale che li avrebbe animati. Questo «fuoco sacro>> (da sacer =
sacro, ma anche oscuro) è come tale irraggiungibile. È attraverso l’aria che il
fuoco può, per cosi dire, ardere (nel mondo fisico la fiamma si erge verso
l’alto favorita dall’ossigeno); ma come abbiamo osservato anima e aria sono
parte di un’unica matrice: da qui l’analogia fa scaturire il simbolismo
dell’anima che in questo senso sarebbe il «respirare» dello spirito. Attraverso
l’anima il fuoco-spirito può venire a contatto con la materia: l’anima allora
può essere considerata come l’oscillazione aerea dello spirito. Sono noti, del
resto, i legami che uniscono, nel pensiero greco arcaico l’anima e il respiro. Come
è stato osservato da Luis Gernet, Empedocle si serviva per designare lo
«spirito» del vecchio termine di prapides,
una di quelle parole che designano contemporaneamente senza distinguerli
nettamente, un organo del corpo e un’attività psichica: prapides è il diaframma, la cui «tensione» regola o addirittura
arresta la respirazione. Inoltre le formule di Platone sull’anima che si
raccoglie in se stessa partendo da tutti i punti del corpo, fanno pensare ad
una credenza condivisa, secondo Aristotele, dagli Orfici, cioè alla credenza
che l’anima sia dispersa attraverso il corpo, nel quale si sarebbe introdotta,
portata dai venti attraverso la respirazione. Ancora, Diogene Laerzio
riproducendo dei «Commentarii Pitagorici» scrive che i legami dell’anima sono
le arterie, le vene, e i nervi e aggiunge che l’anima è un «pneuma>> cioè
un’aria che può circolare nei tubi delle arterie, delle vene e dei nervi.
L’aria è per il mito, così come per i rituali religiosi (in cui si bruciano gli
incensi) il solo mezzo di comunicazione per entrare in contatto con lo
«spirito» (inconscio collettivo), altrimenti irraggiungibile. Questa stretta
correlazione tra vento e respiro, anima e corpo, esterno e interno, ci riporta
ad una visione globale dell’uomo, vicina alle moderne concezioni della medicina
psicosomatica.
Figura 1. Dalì 1949
«Bambino geopolitico che osserva la nascita dell’uomo nuovo».
Un
pneumatico chiamato uomo
Alcune religioni misteriche classiche comprendono
dei riti di iniziazione il cui scopo è quello di trasformare l’iniziando in un
uomo superiore, rendendolo così identico o strettamente collegato a Dio: il
risultato finale è il raggiungimento della sua parte luce - spirito - cielo. In
tal modo l’iniziato, come diranno più tardi gli gnostici, diventa uno che possiede
il nous (intelletto) cioè uno pneumatikos (pieno d’aria). Parallelamente
tutte le tecniche orientali centrate sul respiro,
partono dal presupposto che ci sia un collegamento molto stretto tra energia
mentale e energia respiratoria. Perciò le metodiche più raffinate che si
volgono ai processi di autocoscienza tendono a realizzare un meccanismo di
controllo del ciclo respiratorio.
Rajneesh fa addirittura un paragone tra la
presenza dei processi coscienti e la dinamica dei movimenti respiratori. Egli
afferma: «Mi domando se abbiate mai osservato che se arrestate il vostro
respiro, la vostra mente (che qui va intesa come coscienza) si arresta
immediatamente. Un arresto improvviso del pensiero e la mente si arresta. Solo
un respiro in movimento è congiunto alla mente e al corpo, mentre un respiro
non in movimento ne è disgiunto». Possiamo quindi considerare come l’agire
dell’uomo sia vincolato al suo ritmo respiratorio. Ne deriva che la nostra
coscienza è permeata da un’atmosfera aeriforme di «vita» che è sorgente
principale di tutte le energie che agiscono nel nostro corpo.
Figura 2. Papiro egiziano:
il dio dei morti Anubi, rappresentato con la testa di sciacallo, sostiene una
mummia in presenza dei parenti e dei sacerdoti.
Mitologia
indù
È scritto nelle Upanishad: «I soffi vitali che
erano in lista per il primato si recarono dal Brahman e gli dissero: «Chi è il
migliore fra noi?» e quello rispose: «Colui per la mancanza del quale si pensa
che il corpo stia peggio, costui è il migliore tra voi».
La parola se ne andò, stette via un anno, ritornò
e chiese: «Come avete potuto vivere senza di me?» gli altri risposero: «Siamo
vissuti come i muti che non dicono una parola ma respirano con il respiro,
vedono con la vista, odono con l’udito, conoscono con la mente, generano con lo
sperma».
La parola riprese allora il suo posto.
Se ne andò la vista, stette via un anno ritornò e
chiese: «Come avete potuto vivere senza di me?" Gli altri risposero:
«Siamo vissuti come ciechi, i quali non vedono con la vista, ma respirano con
il respiro, si esprimono con la parola, odono con l’udito, conoscono con la
mente e generano con lo sperma».
La vista allora riprese il suo posto. Se ne andò
quindi l’udito stette via un anno ritornò e chiese: «Come avete potuto vivere
senza di me?» gli altri risposero: «Siamo vissuti come i sordi i quali non
odono con l’udito, ma respirano con il respiro, si esprimono con la parola,
vedono con la vista, conoscono con la mente e generano con lo sperma». L’udito
allora riprese il suo posto. Se ne andò quindi la mente. Stette via un anno
ritornò e chiese: «Come avete potuto vivere senza di me?» Gli altri risposero:
«Siamo vissuti come gli sciocchi i quali non pensano con la mente, ma respirano
con il respiro, si esprimono con la parola, vedono con la vista, odono con
l’udito, generano con lo sperma".
Allora la mente riprese il suo posto. Se ne andò
quindi lo sperma e stette via un anno, ritornò e chiese: «Come avete potuto
vivere senza di me?» Gli altri risposero: «Siamo vissuti come gli eunuchi i
quali non generano con lo sperma, ma respirano con il respiro, si esprimono con
la parola, vedono con la vista, odono con l’udito, conoscono con la mente». Lo
sperma riprese allora il suo posto. Ma quando il respiro stava per
allontanarsi, esso trascinò via con sé tutti gli altri sensi come un grande
nobile destriero del Sind trascinerebbe via con sé i pali delle pastoie. Allora
gli altri sensi dissero: «O Signore non andartene, non possiamo vivere senza
dite» «Se ciò è vero, allora fatemi un omaggio».
«Va bene», risposero quelli. La parola disse: «Per
quanto io sia la più ricca, sei tu quello che è veramente il più ricco».
La vista disse «Per quanto io sia il fondamento tu
sei il vero fondamento».
L’udito disse: «Per quanto io sia la prosperità,
tu sei la vera prosperità».
La mente disse: «Per quanto io sia il rifugio, tu
sei il vero rifugio».
Lo sperma disse: «Per quanto io sia la
procreazione tu sei la vera procreazione».
«Se io sono tale, qual è il mio nutrimento, qual è
la mia veste?» «Qualunque cosa fino a ciò che mangiano i cani, i vermi, gli
insetti, gli uccelli, tutto è tuo nutrimento e veste tua sono le acque». Per
colui che così conosce il nutrimento del respiro, non c’è cosa mangiata che non
sia cibo, non c’è cosa accetta che non sia cibo. I sapienti che conoscono ciò
(ossia le arti del respiro) si risciacquano la bocca prima di mangiare e dopo
aver mangiato. Cosi essi pensano di non lasciare ignudo il respiro.
Nella cultura indiana troviamo anche il mito del
sonno cosmico di Maharishnu che, seguendo un ritmo millenario, crea il mondo ad
ogni espirazione e lo riassorbe con l’inspirazione successiva.
È fatto evidente che l’interpretazione dei
documenti degli antichi ci indica la possibilità che due mondi, apparentemente
inconciliabili, quello della materia e quello dello spirito, vengano in
contatto; questo è possibile solo grazie al respiro.
Attraverso il soffio divino Adamo non acquisisce
solo la possibilità di movimento del suo corpo, ma anche e soprattutto il
principio del divenire della sua mente. Se attraverso il respiro tutte le parti
dell’Universo vengono a contatto con l’uomo, ciò significa anche che la sua
mente può entrare in rapporto con il «collettivo».
Nel pensiero greco il dio Hermes, che i simboli
astrologici collegano, nella mappa del corpo, ai polmoni, rappresenta proprio
la possibilità di un virare dall’infinito al finito.
Nei termini della mente il «Mercurio» (il dio
Hermes) è assimilabile all’intuizione, che è una zona di passaggio
dall’infinito dell’inconscio al finito della coscienza.
In Oriente le tecniche respiratorie tantriche
avevano appunto la funzione di facilitare i processi intuitivi. Nel mondo
Occidentale, d’altro canto, la tradizione rituale cristiana, nell’accostarsi al
divino ha sempre ritenuto, come momento imprescindibile, la purificazione con
gli incensi del luogo sacro.
La vita e in particolare la vita dello spirito è,
anche nei riti funerari, collegabile al respiro, Tant’è vero che l’incenso,
essenza considerata mentale per eccellenza, fin dai tempi della tradizione
egizia, era l’unica essenza che non veniva mai utilizzata nel processo di
imbalsamazione dei cadaveri. A indicare che la mente e il corpo, sempre uniti
in vita, si dividevano solo nel momento della morte.
Quando l’umanità si interroga sulle origini della
vita, immediatamente la vita si fonde alla psiche in un tutt’uno come psiche
vivente, forza, spirito, movimento, respiro e mana portatore di energia vitale. «Questo uno, che sta all’inizio,
è l’elemento creativo, contenuto nell’unità primordiale, da cui spira, genera,
partorisce, si muove, respira e parla» (Neumann)
DAL SOFFIO
“E se voi siete così interamente
sprovveduti di filosofia,
coma potrà mai il vostro intelletto
rendere un verace servizio
alla medicina?” (Paracelo)
Figura 1.
Immagine dall’opera di Camillo Flammarion sull’Astronomia
|
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Respirare,
esserci ed
essere
Il respiro è l’essere.
L’uovo cosmico, covato nelle tenebre più profonde,
schiudendosi libera una vo- ce o un uccello il cui colpo d’ali mette in moto la
prima
sostanza del mondo: il re- spiro.
È un’immagine appar- tenente, secondo numerose
varianti, a molte culture megalitiche, molto tempo prima che si iniziasse la speculazione
filosofica pro- priamente detta.
Nella tradizione indiana il respiro primordiale
rappresenta la forma inafferrabile dell’inconcepibile (atman), ma l’atman
diventa brahman (detto magico) non appena si manifesta come respiro nel mondo
udibile (si veda il significato della sillaba AUMM = OM). L’inspirazione e l’espirazione
del brahman (morte e vita) rappresentano il flusso e il riflusso in cui il
mondo intero è tessuto e ritessuto.
Il mito dei Mandingo (tribù dell’Africa occ.),
sull’origine del canto rituale (la canzone Dausi, il canto con cui si regge
l’intero mondo) racconta di un cantore che da un fabbro si fa costruire un
liuto. Si accorge poi, però, che il liuto suona male. Al che il fabbro dice:
«Il liuto è un pezzo di legno. Non può cantare perché non ha un cuore. Tocca a
te procurargli il cuore... Il legno deve assorbire il respiro del tuo
respiro...». Il canto col liuto era l’unica via per Gassire, il cantore, di
essere. Intonare il canto rituale (saman) significava entrare in rapporto con
la vita, con la vita che eternamente è, al di là del tempo e dello spazio, al
di là delle distinzioni e delle categorie dell’esistenza (il saman è il
rapporto, che è sfregamento, dei due poli della vita: sa = lei, ama = lui). Ma,
per questo, Gassire doveva dare il suo respiro al liuto. Tante e diverse
avrebbero potuto essere le vicende della sua vita, ma soltanto l’elargire il
suo fiato cantando l’avrebbe reso immortale. «L’uomo può comportarsi come
vuole: finché ha fiato non potrà fare a meno di offrire agli dei e agli
antenati morti il suo respiro» (Marius Schneider, «Il significato della musica» ed. Rusconi, p. 31).
In ogni canto rituale è intimamente compresa
l’essenza dell’energia vitale che il canto, in quanto rito, mette in gioco e
che, attraverso l’articolazione del tema melodico (la voce è soffio; «all’inizio
fu la Parola» si legge nella Bibbia) si dà come articolazione del ritmo del
ciclo respiratorio.
All’inizio del lamento funebre rituale, sviluppato
fin dalle più antiche civiltà del bacino del Mediterraneo e ancora vivo in
alcuni paesi contadini dell’interno della Lucania e della Calabria, l’essere
psicofisico della persona che affronta il lutto, e che sarà portata dal rito
alla sua elaborazione, vive la «crisi della presenza» come rischio di non
esserci più nel mondo. È caratteristica, in questa crisi, la polarità dell’assenza (la persona è come assente, è in
stato di ebetudine) e della scarica
convulsiva. Lo stato di ebetudine stuporosa viene, dalle contadine lucane,
chiamato «attassamento”. La persona «attassata» è irrigidita in una immobilità
fisica che comprende un notevole irrigidimento degli organi della respirazione.
Polarmente contrapposta all’ebetudine è
l’esplosione parossistica. La persona colpita dal lutto si getta a terra, è
accesa da furore teso tendenzialmente verso se stessa, «si abbandona ad un
gridato che è piuttosto un ululato» (De Martino, «Morte e pianto rituale", ed. Boringhieri, p. 84).
Il ciclo respiratorio è fortemente alterato, il
respirare è un moto convulso, il respiro è di tipo asmatico. L’integrità
psicofisica dell’individuo è recuperata dal planctus ritualizzato. «Appena si
esce dall’attassamento si dà un grido» (testimonianza di una contadina lucana). Dallo stato di assenza si esce con il grido.
L’urlo ridiventa, come nella nascita, il primo segno-respiro dell’esserci. Solo
a questo punto può iniziare il lamento rituale che, dopo aver riassunto il
planctus e averlo sottoposto alla regola di gesti ritmici tradizionalmente
fissati, opera una seconda selezione sul materiale del lutto riplasmando il
gridato e l’ululato in ritornelli emotivi da ripetere periodicamente.
È la conquista del «discorso protetto». È la
conquista, si può dire, del respiro protetto. Dare fiato al canto significa
riprendere e riplasmare il proprio esserci nel mondo, riprendere il rapporto
con la vita. I moduli melodici fissati ritualmente consentono, insieme alla
elaborazione del lutto la ripresa e l’articolazione del ritmo respiratorio,
cioè la ripresa della integrità dell’esserci.
La Mente
Il respiro, però, racchiude qualcosa di più
dell’esserci, della presenza come esistenza. Che respirare sia la condizione
primaria per vivere è chiaro e compreso da tutti. Le prime immagini, però, che
l’uomo ha elaborato su di sé e sul mondo dicono molto di più. Il respiro non
soltanto rende possibile la vita, il respiro è la vita. In altri termini, il
respiro simboleggia l’essenza (e non solo consente l’esistenza) di tutto ciò
che si muove, di tutto ciò che, sotto il sole, è animato. Ed è proprio questo
che noi intendiamo affermare e, se possibile, spiegare.
«Se la vostra mente cambia, anche il respiro
cambia» (Rajneesh, «Tecniche di liberazione»,
ed. La salamandra, p. 98). «Il respiro registra immediatamente ogni minimo
movimento della vostra emotività.., anzi il respiro anticipa questo
cambiamento» (ibidem). Nelle tecniche di rilassamento e concentrazione il primo
passo per arrivare alla pienezza del proprio essere, al pieno ed integrale
avvertimento di ciò che si è, consiste nell’avvertire e nel riplasmare il
proprio respiro.
Therese Bertherat, l’autrice de «L’antiginnastica»
sostiene di aver notato in alcune sue pazienti, grossi problemi del
rilasciamento dei muscoli della parte inferiore della gabbia toracica. In
questi casi, il primo consiglio che dava era di toccare le ultime costole per
avvertirne il movimento durante la respirazione. Infatti, attaccato alla faccia
interna delle ultime costole, c’è il diaframma, che «chiude» la gabbia
toracica. Ad ogni respirazione, mentre l’aria entra ed esce dai polmoni, il
diaframma sale e scende ed il suo movimento influenza tutti gli organi
circostanti.
Ora, la cosa più interessante è che l’abbandono ad
avvertire il «movimento» del respiro risulta essere molto problematico per
coloro, ha notato la Bertherat, per cui è notevolmente problematico
l’abbandono, nel senso globale del termine, cioè l’abbandono ad essere
nell’orgasmo. L’orgasmo come realizzazione d’amore presuppone l’abbandono
dell’immagine del proprio io, che viene ceduta all’altro. È l’uscita dalla
mente, è la morte delle categorie su cui si è costruito il nostro esistere, per
toccare il fondo del lago dell’essere. «Smettere di tenere la propria mente,
cessare di pensare, ma con la certezza di tornare a se stessi e al mondo» è
l’esperienza dell’essere. «L’orgasmo è un momento senza tempo in cui un eccesso
di vitalità (corpo) genera la morte (una non-mente, in contrapposizione al
significato di mente come egemonia della testa che soggioga e vorrebbe
annullare i centri più bassi del corpo) verso una vita rinnovata» (D. Cooper, «Grammatica del vivere», ed. Feltrinelli,
p. 47).
Se tutto questo è vero, non è casuale e senza
significato l’osservazione, riportata dalla Bertherat circa l’incapacità di
lasciar fluire il movimento del diaframma e, con questo, delle costole che lo
racchiudono, in chi (sia uomo o donna) trova difficile abbandonare le proprie
categorie mentali, la propria immagine costruita faticosamente e pezzo per
pezzo sulla base di quelle categorie, il proprio esistere, per ritrovarsi ad
essere.
Nel primo passo della discesa verso l’essere
«lavorate con la vostra energia vitale, con il prana, con il respiro», e «il
respiro è la cosa più sottile con cui lavorare". (Rajneesh, op. cit., pp.
96-97). Occorre arrivare a respirare in modo caotico, perché senza caos non c’è
nascita. «Se potete distruggere il modello della respirazione, anche tutti gli
altri modelli del vostro corpo si scioglieranno» (p. 98). Ma distruggere i
modelli del nostro corpo significa distruggere l’ordine categoriale della
nostra esistenza, Il caos del respiro è il caos della mente. D’altra parte solo
dal caos si può arrivare ad un nuovo respiro, ad una nuova mente, alla «vita
rinnovata» di cui parla Cooper.
Col termine «mente» non si intende qui,
naturalmente, la capacità strettamente logica, raziocinante, di analisi e di
sintesi, che noi impieghiamo nel ragionamento. Questa capacità (che si potrebbe
forse più appropriatamente chiamare «funzione intellettiva») è solo una parte
di ciò che qui si intende per mente. La mente di cui si parla è l’insieme delle
pulsioni e delle emozioni, degli affetti, è il «sentire» oltre, e più che, il
raziocinare.
Forse viene meglio indicata dal termine di stretta
derivazione greca psiche. Ed è questa mente che il respiro simboleggia.
Il termine psychè
nel greco classico significa l’anima pensante e senziente, qualcosa di
profondamente diverso e distinto dal soma («I confini dell’anima non li potrai
trovare quando pur li cercassi per ogni via, tanto è profondo il suo logos»
dirà Eraclito V sec. A.C.). Affondava, però, le sue radici etimologiche in
psychein = spirare. In Omero VII sec. A. C.) la psychè era l’alito di
abbandona l’uomo in punto di morte uscendo dalla bocca.
L'idea della psyche era originariamente l'idea di
un respiro vitale.
Sono occorsi 3 secoli di storia per passare
dall'idea del respiro alla elaborazione di concetti quali «intensità», «profondità»,
«possibilità di sviluppo» qualità che Eraclito attribuisce alla psiche, ma è la
storia stessa del termine "psiche" che ci porta dal respiro (parte mancate)
(parte mancate) ...... speculazione
(parte mancate) prima di spendere due parole (parte mancate) designare, anche se (parte mancate) che cosa sia il pen (parte mancate) che cosa
distingua il (parte mancate) «filosofico» da quel (parte mancate) del mito.
(parte mancate)
del
pensiero razionale è anche, e prima di tutto, un fatto linguistico. La logica
non penetra mai nella lingua dall’esterno, non ha origine al di fuori della
lingua, ma i mezzi per designare i rapporti logici in quanto tali si sviluppano
a poco a poco nella lingua. Il pensiero razionale (logico) nasce quando la
lingua ha elaborato al suo interno tali mezzi.
Figura 4. L’alchimista Robert Fludd, nella sua opera
«Storia del mondo e
dell’altrove» pubblicato in latino nel 1619,
immaginando che il mondo fosse
costruito secondo le leggi della musica, sosteneva che
l’universo è monocorde
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Il pensiero mitico è cer- tamente carico di senso
(anzi, è forse la forma di pensiero più vicina all’es- sere).
Se si dice che è "alogico» solo perché la forma di questo pensiero non ha ancora
elaborato gli stru- menti della connessione tra le varie parti del di- scorso.
Le premesse ne- cessarie di ogni pensiero logico sono, infatti, le forme usate
per collegare le parti del discorso. In un primo momento l’ele- mento logico risulta
da sé, dal nesso dell’insieme (è quello che succede nel pensiero mitico). Poi,
un po’ alla volta, vocaboli che avevano in origine altre funzioni, diventano
por- tatori dell’elemento logico, e infine l’elemento logico stesso può
divenire oggetto di riflessione. «Poiché questo elemento logico consiste nella
connessione, è il presupposto necessario e universale di ogni pensiero e
linguaggio razionale» (B. Snelì, «La
cultura greca e le origini del pensiero europeo» ed. Einaudi, p. 324). È il
presupposto del linguaggio e del pensiero filosofico in quanto tale.
La filosofia è nata nel VII-VI sec. A.C. ad opera
di un gruppo di pensatori di Mileto. È nata come scienza della natura. In un
primo tempo si occupa delle cose, di cui vorrebbe spiegare l’essenza. Cerchiamo
ora di vedere, anche se sommariamente, da dove questa esplorazione delle cose
ha preso le mosse.
Per Anassimene (VI sec. A.C.) il principio
originario e unitario da cui scaturisce l’universalità del reale e da cui
questa è sottesa è l’aria. L’aria basta a se stessa, non ha bisogno di supporti
e sembra inoltre dotata di un potere di illimitata diffusione. Quest’aria è soffio, esalazione.
Ci è arrivato, a questo proposito, un frammento
interessante, in cui risulta altresì chiara l’indicazione del ragionamento
analogico che porta Anassimene a considerare il mondo stesso come un essere
vivente, soggetto a nascita e a morte e che, quindi, respira. «Proprio come
l’anima nostra è aria, e per questo ci tiene insieme (fa l’unità
dell’individuo), così il soffio e l’aria
contengono il mondo intero (ne fanno l’unità)». Inoltre «dall’aria infinita
sono nate tutte le cose che furono e quelle che saranno, gli dei e le cose
divine». L’aria è il principio da cui derivano e a cui ritornano tutte le cose,
secondo un rapporto di condensazione e rarefazione. L’aria, perciò, si contrae e si rilascia. Alla condensazione è
ricondotto il freddo, e alla rarefazione il caldo. Il processo continuo di
origine e dissoluzione delle cose ricalca, con una stretta analogia, il
processo della respirazione umana: infatti, dice Anassimene, noi emettiamo per
la bocca il freddo, quando con le labbra condensiamo l’aria espirata, e il
caldo, quando, aprendo la bocca, permettiamo all’aria di dilatarsi.
Il calore e il freddo come qualità essenziali del
«soffio» e, come tali, come principi causali della varietà e molteplicità delle
forme fenomeniche, costituiscono uno dei punti centrali delle considerazioni e
psicologiche e fisiologiche della prima speculazione filosofica. Il corpo
umano, sosteneva Filolao, giovane pitagorico che risentì dell’influsso del
medico Alcmeone (scuola medica di Crotone), sembra avere il proprio principio
nel Caldo-calore della semenza, calore della matrice. Il calore originario ha
desiderio di essere mitigato dal freddo.
Esso attira perciò a sé l’aria esterna — e si ha così la nascita — per poi restituirla per mezzo dell’espirazione,
senza la quale l’organismo distruggerebbe se stesso (L’anima è l’armonia dei
contrari, cioè di caldo e freddo. Se l’accordo svanisce, si ha la morte
dell’anima, prima ancora che sia compiuta la distruzione del corpo).
Per Eraclito (V sec. A.C.) il principio da cui
derivano e a cui ritornano tutte le cose è il fuoco. Il fuoco, per dare origine
ad un mondo, si manifesta attraverso il movimento, dando luogo a condensazioni
e a rarefazioni.
Rarefazione e condensazione sono le due direzioni
del movimento del fuoco ed Eraclito le chiama «la via in su e la via in giù». Ora, Eraclito vede nel fuoco la
sostanza delle permutazioni che producono la varietà delle cose, il Pensiero, la legge immanente ed
universale «che tutto governa mediante tutto». Il fuoco è, cioè, anche un logos
immanente a tutte le cose.
È una delle prime elaborazioni concettuali
dell’idea di spirito; e non è un caso
che questo spirito sia fuoco (in greco «pyr», la cui radice è contenuta in
«spirito»), la sostanza asciutta e mobilissima che «con misura si accende e con
misura si spegne». L’anima dell’uomo
partecipa delle qualità del principio di tutte le cose, perché lo conosce. È
quindi un’esalazione calda; si
diffonde, come il fuoco, dappertutto; governa il corpo come il fuoco governa il
mondo. Eraclito chiama quest’anima "psychè». È attraverso la nostra anima
che noi aspiriamo il Pensiero che si trova nel fuoco. Questo Pensiero è,
infatti, un «coinón»: ha la proprietà di essere comune, di poter entrare in
ogni cosa e-di accogliere in sé ogni cosa. È spirito presente in tutte le cose.
La psychè lo conosce e ce lo fa
«respirare».
Diogene di Apollonia, uscito dalla scuola di
Anassimene, porrà come principio originario di tutte le cose l’aria (il
principio di Anassimene), purché le venga attribuito il pensiero. Che l’aria
sia il principio della vita, sarà dimostrato da Diogene dalla necessità della
respirazione, sotto forme diverse per tutti gli esseri viventi, compresi i
pesci; ma l’aria è anche «ciò che molte
cose sa», è il principio dell’intelligenza. È solo grazie alla circolazione
dell’aria in tutto il corpo che ogni organo può adempiere la funzione che gli è
propria, e il pensiero è tanto più sottile quanto più pura è quest’aria intelligenza.
Aria, soffio, respiro, vita, pensiero: sembra
quasi una linea sottile tracciata dai primi passi della speculazione filosofica.
Una linea sottile, ma continua, e chiaramente rintracciabile.
Al di là del mito, l’uomo pone, nel porsi i
problemi, una forma di conoscenza che, se da un lato mira ad abbracciare
l’ambito più generale che al sapere umano sia dato di conseguire, dall’altro
intende formularsi in termini razionali, intende rappresentarsi in maniera
intellegibile i propri oggetti. E in questo sforzo, lo sforzo di costruzione di
un sistema teoretico, la riflessione dell’uomo prende le mosse dall’ambito
della natura. Riflettendo in questo ambito, non più le immagini, ma i concetti
di aria, soffio, esalazione e simili vengono, non più a rappresentare, ma. ad esplicare
l’origine ed il movimento. della vita e delle cose. Vengono a spiegare l’essere.
Per la scuola della Stoa ( III sec. A.C.) tutto ciò che
è reale è un corpo, avente la propria individualità, che agisce e patisce. Da
un lato, infatti, possiede una spontaneità motrice essenziale, interamente in
atto, una tensione (tonos) che, muovendo dal suo centro, si sforza di
estendersi e ritorna poi verso l’interno per condensarsi in una unità. Dall’altro
ciò che è così esteso e condensato in virtù della forza attiva, è una materia
passiva, di per sé non qualificata e amorfa.
Ora, la dottrina dell’individuo elaborata dagli Stoici, per essere compresa, va considerata in rapporto all’individualità esemplare del mondo. Anche il mondo contiene un principio attivo, un attività (il fuoco, l’aria) e un principio passivo (l’acqua, la terra). E anche nel mondo l’attività è sempre la tensione di un corpo, diffuso ovunque, per conservare la propria costituzione. Tale corpo è il soffio o pneuma, principio vitale o spirito, che è fuoco e aria. Esso percorre il mondo, penetrandolo sin nelle sue parti più umili; lo fa vivere e ne mantiene l’unità. Lo governa, con la sua provvidenza, perché è un soffio pensante, un fuoco intelligente e artista (pyr tecnicòn) il quale «si volge con metodo alla generazione del mondo». Come avviene la generazione del mondo? Il fuoco, l’elemento per eccellenza, non appagherebbe l’ «amore» e l’impulso generatore che ha in sé, se, diminuendo la propria tensione, non si spegnesse. (Anche in Eraclito il fuoco era «indigenza e sazietà». Il primo termine esprimeva il desiderio che dà origine ad un mondo; il secondo, lo stato di pienezza risultante dall’assorbimento di tutte le cose con cui il fuoco si era scambiato). Spegnendosi il fuoco si converte in aria, e poi in acqua. Ma questa, essendo pervasa dal soffio aereo infiammato, dà origine ad un germe centrale, la regione seminale (logos spermaticòs), che è la legge del mondo. Seguirà poi un processo inverso al primo, un’effusione, che distruggerà il mondo, riportandolo, sotto l’azione sempre crescente del fuoco interiore, alla tensione dilatata del fuoco primitivo. Il microcosmo umano, corpo e anima, è simile al macrocosmo. Tutto ciò che si può dire dell’anima del mondo, si può dire della nostra anima, soffio materiale di natura ignea dotato di intelligenza. Dal momento in cui si è raffreddato in virtù dell’aspirazione dell’aria, il soffio fa nascere e vivere un corpo, e lo pervade tutto quanto.
La filosofia della natura del ‘500
Si è già accennato alla radice etimologica del termine
psychè (anima) e all’elaborazione e all’ampliamento concettuale che dal
primitivo etimo hanno portato all’idea di una forza, principio di vita. Tale
idea riapparirà spesso nel corso della storia della filosofia e costituirà il
centro della costruzione di alcune teorie filosofiche.
La filosofia della natura del ‘500 si sviluppa tutta
sulla base del concetto di «forza», e sull’affermazione dell’esistenza di
un’anima del mondo. Nel «De oculta philosophia» Agrippa di Nettesheim
affermava: «Vi è dunque un’anima del mondo, che riempie e pervade tutto, che
tiene tutto unito e collegato in sé, in modo da comporre in unità la macchina
del mondo intero».
La natura è un tutto compiuto che si sviluppa in virtù
delle proprie forze. La forza è attività pura ed assoluta, e il mondo fenomenico
e la sua molteplicità sono il simbolo in cui si esprime l’unità del processo
dinamico. La natura è, cioè, un unico organismo, una successione di fenomeni
molteplici che si muovono per impulso interiore verso un fine comune e trovano
in esso la loro unità. La concezione dinamica della natura diventa intuizione
della vita dell’universo. Infatti, l’unità nella molteplicità che caratterizza
la «vis», la forza, rappresenta anche la caratteristica fondamentale di ciò che
chiamiamo «vita». «Vita dicitur a vi» affermerà Campanella (la «vita» prende il
nome da «forza»). Ora, nell’ambito di tale sistema, il concetto di anima del
mondo, sarà il presupposto dello stesso concetto di coscienza.
Non possiamo qui indagare le articolazioni del processo
che, nella filosofia della natura del ‘500, porta dall’anima del mondo alla
coscienza e alla conoscenza. Basterà ricordare il Cardano e la sua concezione
dell’esistenza di nessi sottilissimi tra tutte le cose (si veda il «De
subtilitate»).
E il Telesio, per il quale proprio il concetto di
«spiritus» verrà a garantire l’unità dell’anima del mondo e, con questa, la
possibilità di una forma fondamentale e unitaria di conoscenza. Lo «spiritus» è
la sostanza dell’anima a cui si trasmette il movimento vitale di un corpo estraneo.
Il modo in cui Telesio lo concepisce e lo caratterizza ne fa qualcosa di molto
simile al «pneuma» stoico.
Paracelso sosteneva che nell’uomo, analogamente al mondo
esterno, esiste il cielo e l’aria: «Il mio proposito è... dimostrare che l’uomo
ha il padre suo nel cielo come pure nell’aria e che egli è un fanciullo alla
formazione e alla nascita del quale hanno concorso l’aria e il firmamento».
L’uomo, come il macrocosmo, è composto di acqua e terra, aria e fuoco. Se
l’uomo respira è perché tra gli elementi fondamentali che entrano nella sua
costituzione c’è l’aria. Se l’uomo è calore, è perché è fatto di fuoco. C’è una
stupenda immagine in cui Paracelso fonda l’analogia fra microcosmo e macrocosmo
considerando gli elementi che li costituiscono entrambi: «L’uovo custodisce la
vita e la essenza, il tuorlo sta nella chiara e resta nel centro e non cade da
nessuna parte. Il tuorlo significa, in questo esempio, la sfera inferiore
(acqua e terra); la chiara, l’aria e il fuoco. Pertanto, come in questo caso
l’una cosa è sostenuta dall’altra, così non crediate che fuori di qui le cose
stiano diversamente. L’aria non è null’altro che un caos, il caos null’altro
che una chiara d’uovo, e l’uovo è il cielo e la terra». (Paracelso, «Paragrano», ed. Laterza, p. 55). Questo
caos è quello stato di volatilità e effervescenza (il tedesco «gaesen» da cui
Johann Baptista van Helmont avrebbe derivato il concetto di «gas») da cui
dipende, per Paracelso, l’attività degli arcana; da cui dipendono, in ultima
analisi, il senso e la vita del mondo.
E non si può fare a meno di osservare che, insieme
all’immagine della sostanza aerea che pervade e interessa il mondo, ritorna
l’immagine dell’uovo. L’uovo che racchiudeva il soffio primordiale è lo stesso
che custodisce «la vita e l’essenza».
La storia di P.
Giorni fa ho chiesto in
classe ai miei alunni (ragazzi l3enni) che cosa sia il respiro. Le prime
risposte abbozzate si sforzavano di ricalcare le nozioni da loro studiate in
scienze. Ho precisato allora che non mi interessava quello che stavano dicendo,
ma che avrei preferito rispondessero in maniera fantastica magari anche
inventando favole sul respiro. Ecco alcune risposte:
«Il respiro è il mezzo con
cui il cervello esprime le sue sensazioni» (Debora).
«Per me l’anima sono i
polmoni” (Antonino).
«Quando piangi respiri diverso, il respiro è uno sfogo» (Elisa).
«Più il cuore batte, più
c’è bisogno aria» (Giorgio).
«L’anima è un vapore che,
quando noi siamo sepolti, sta sulla nostra tomba e ci cura» (Elisa).
«Il respiro è
l’espressione di una persona» (Elisa).
«È l’espressione interna
del corpo» (Roberto).
Ho detto loro che le
risposte mi piacevano moltissimo. Non c’era bisogno di commento, né io né loro
ne sentivamo l’esigenza. Quando, a loro volta, mi hanno riproposto la domanda,
ho risposto raccontando una storia vera, la storia di P.
P. è una giovane donna di
28 anni. È dotata di una grossissima capacità affettiva, è capace di amare,
come dice lei, «grande come il mondo» («io amo grande come il mondo» è una
frase che le ho sentito dire). Non è ancora capace, però, di amarsi. Vive
momenti, che lei chiama di crisi, in cui, mentre piange, il ritmo della respirazione
si fa brevissimo, l’inspirazione e l’espirazione, che in questi momenti
appaiono solo come una farsa dell’inspirazione e dell’espirazione cosiddette
«normali» (o forse sono quelle normali la farsa?), diventano sempre più
frequenti, come se rincorressero qualcosa che sfugge loro, Il torace tutto ne
viene a mano a mano sempre più scosso. La bocca, intanto, è semiaparta, fissata
rigidamente, non si muove. Solo le sopracciglia, leggermente tese verso l’alto,
sembrano, dal viso, accompagnare il sommovimento del torace. Tutto ciò
assomiglia moltissimo al pianto di un bambino colpito da un grosso dolore,
colpito dall’angoscia della perdita dell’oggetto d’amore. Quando le ho chiesto,
dopo una di queste crisi:
«Che cosa è successo?»,
lei mi ha risposto: «Lui respira da solo». Se le si chiede chi è lui, risponde
«non lo so», e intanto il suo sguardo è rivolto ad un punto del suo corpo all’altezza
dello stomaco.
Probabilmente queste
«crisi» sono l’unico modo che per ora P. si concede, suo malgrado e a sua
insaputa, di dichiarare a se stessa l’infinito amore e l’infinita tenerezza che
nutre. Sono il modo scelto dal suo corpo per dirle che l’oggetto del suo amore
è, e deve essere, prima di tutto lei stessa. Quando lei avverte l’angoscia
della perdita dell’oggetto d’amore (dice infatti «sento angosci,a ho paura che
nessuno mi voglia bene»), non riesce più a «buttare dentro l’aria fino in fondo».
Elisa aveva risposto «Il respiro è l’espressione di una persona». Occorre
commentare? E la risposta di Giorgio? «Più il cuore batte, più si ha bisogno di
aria».
LA PAROLA:
EMOZIONE
Nelle espressioni verbali
è spesso rivelato il rapporto
tra l’uomo e l’universo.
L’uso di determinate
frasi ci
permette di comunicare
stati
d’animo profondi
E. Munch “Il
grido” particolare)
Origine e storia del linguaggio
L’origine del linguaggio ha sempre affascinato e diviso
gli studiosi e i filosofi di ogni epoca, anche perché, data la natura
ovviamente orale delle prime espressioni verbali, non è possibile documentarne
la nascita.
Le prime prove concrete della presenza di un linguaggio
umano risalgono a documenti scritti, prodotti in un momento storico
evidentemente successivo. Così quello che si conosce sulla storia del
linguaggio non può fornire prove sulla sua preistoria, campo che rimane aperto
a tutte le ipotesi.
Le posizioni che si trovano in questo ambito d’indagine
variano secondo le diverse correnti di pensiero e l’epoca storica in cui
vengono sostenute e, in sintesi, si possono riassumere nelle differenti
risposte alla seguente domanda: la parola, il nome è un modo per rendere
dicibile la natura intrinseca di un oggetto, oppure è una mera costruzione
astratta per designare l’oggetto medesimo?
Due diverse teorie
Platone sosteneva in proposito che la relazione fra
parola e significato era spontanea e basata sulla natura stessa delle cose,
mentre Aristotele pensava che questa relazione fosse astratta ed arbitraria.
In epoca più recente Saussure, il padre della moderna
linguistica, sostiene la natura puramente convenzionale della lingua.
In campo psicologico Freud affronta il significato
simbolico del linguaggio, ma si ferma all’aspetto strettamente individuale del
fenomeno.
Jung scrive invece al proposito che «il linguaggio
originariamente ed essenzialmente non è altro che un sistema di simboli che
designano eventi reali o la loro eco nell’anima umana”.
I moderni studiosi della pragmatica della comunicazione
(Scuola di Palo Alto) distinguono due livelli di espressione: il linguaggio
analogico e quello numerico.
Il linguaggio numerico è quello verbale, in cui la
parola, assimilabile al numero, ha una funzione puramente arbitraria.
La comunicazione analogica invece è «ogni comunicazione
non verbale». E «il termine deve includere le posizioni del corpo. I gesti,
l’espressione del viso, le inflessioni della voce, la sequenza, il ritmo e la
cadenza delle stesse parole, e ogni altra espressione non verbale di cui
l’organismo sia capace...” (P. Watzlawick, J. Helmick Beavin, Don D. Jackson).
Il linguaggio verbale è formato da «segni arbitrari»,
mentre la comunicazione non verbale presenta un legame più stretto, analogico
appunto, con il contenuto della comunicazione.
Un punto di vista filogenetico
Per superare questa apparente dicotomia, ci sembra
opportuno considerare anche il linguaggio, come gli altri eventi umani, da un
punto di vista filogenetico.
Sembra molto verosimile che l’origine primitiva della
parola e quindi del linguaggio sia stata l’emissione di suoni spontanei in
corrispondenza ad azioni ed emozioni (cioè in corrispondenza a «movimenti»
esterni ed interni).
Con Benoist si può affermare che «il linguaggio nasce da
un accordo fortuito, riconosciuto ed accettato tra un sentimento e un suono
corrispondente emesso dalla bocca grazie a una associazione tra intonazione di
voce e sentimento in questione». «Il simbolo», la parola, «nasce quindi
dall’affinità esistente fra un’emozione o un pensiero da una parte e
un’esperienza sensoriale dall’altra». (Fromm).
Il passaggio successivo è il riconoscimento e
l’accettazione del suono da parte della comunità. Se si pensa che le esperienze
corporee sono proprie a tutti gli uomini in quanto tali, e che le altre
esperienze sono verosimilmente comuni a persone che vivono a stretto contatto
fra loro in comunità ridotte, si può ritenere questo passaggio quasi
automatico.
Una volta formatosi un linguaggio familiare, tribale, comune a piccoli gruppi, sono intervenuti millenni di evoluzione umana, di spostamenti etnici, di guerre, ecc., prima di giungere alle attuali lingue moderne.
Gli studi linguistici moderni
La distanza dal linguaggio primitivo è enorme. Le parole
hanno subito e continuano a subire notevoli modificazioni fonetiche e
morfologiche, mentre il lessico si arricchisce con apporti esterni e si
impoverisce per forme cadute in disuso.
Se si considera quindi una delle lingue moderne
isolatamente e astoricamente, sembra di essere di fronte ad un insieme di segni
astratti che, convenzionalmente scelti e tradizionalmente tramandati, servono
ad indicare oggetti ed azioni.
Ma le forme straordinariamente simili trovate in diverse
lingue moderne hanno spinto i linguisti ad ipotizzare una lingua d’origine
comune o, meglio, un insieme di atti linguistici riscontrabili in dialetti
diversi. Essi hanno così ricostruito «a tavolino» l’indoeuropeo, lingua madre
formata da questi elementi comuni.
Lo studio etimologico è un mezzo che permette di
risalire dalle attuali lingue moderne alle radici più antiche, spesso
onomatopeiche o analogiche, senz’altro molto più vicine ai suoni del linguaggio
primitivo.
Così per esempio dall’italiano «soffiare» e dal francese
«souffler» si risale al latino «sufflare («sub» + «flare») che ci rimanda alla
radice indoeuropea «bhlà» (che significa e suona «spirare»), la medesima a cui
si arriva partendo dall’inglese «to blow» e dai verbi tedeschi «biasen» e
«blahen».
Il linguaggio figurato
Un’altra strada che si può percorrere per riscoprire i legami
del linguaggio umano con le sue radici passa attraverso l’analisi delle
metafore, dei «modi di dire”, delle locuzioni figurate presenti nelle lingue
moderne.
Questo particolare modo di esprimersi infatti fa uso di
immagini che richiamano, evocandoli con immediatezza in ognuno di noi, emozioni
e stati d’animo precisi.
L’universalità sia storica che geografica di alcune di
queste espressioni, documentate in epoche e lingue diverse, è una prova del
legame profondo con le sensazioni che le hanno generate e che continuano ad
evocare. Cosi per esempio l’espressione figurata italiana «tirare il fiato» con
il significato di «riposare» ha un corrispondente in latino dove si trova
«animam recipere», in francese con «pouvoir respirer» e «reprendre haleine», in
inglese con “to take breath» e in tedesco con «wieder zu Atem kommen». D’altra
parte in greco, dove si trovano due verbi diversi, «respirare» e «riposare»
contengono ambedue la medesima radice «cx» che significa «spirare».
Il linguaggio psicosomatico
Il discorso condotto finora vuole mettere in luce come
nel linguaggio, e in modo più evidente in quello figurato, si attui l’unità
psicosomatica. Infatti alcune esperienze emotive e razionali vengono espresse,
simbolicamente o per analogia, con il linguaggio delle esperienze fisiche.
Tutto ciò sta a significare come corpo e mente possano
esprimere ambedue in modo adeguato, insieme o isolatamente, i medesimi
contenuti psichici. Il malato psicosomatico è, in definitiva, colui che ha
scelto di esprimere con il corpo alcuni contenuti inconsci. Egli può utilizzare
perciò, cronicizzandole, le alterazioni corporee che si accompagnano
comunemente a tali emozioni e che rappresentano simboli universali per quegli
accadimenti psichici. Un’altra possibilità sta nell’utilizzo di simboli
individuali, legati accidentalmente ad esperienze personali. In questo caso il
corpo offre infinite possibilità espressive, legate di volta in volta a precisi
significati soggettivi, accessibili unicamente a chi li ha adottati.
L’utilizzo di simboli universali riconduce invece
all’inconscio collettivo, allo schema corporeo, al linguaggio verbale e in
particolare a quello figurato.
Così a livello di malattia somatica è interessante
vedere come il malato utilizzi i medesimi simboli che sono alla base di
metafore e «modi di dire», riguardanti esperienze corporee.
Egli in pratica esprime, mimandoli con il corpo, quei
contenuti che il linguaggio figurato comunica a livello verbale. Per esempio il
malato asmatico ha «il fiato mozzo», «si sente mancare l’aria», mentre il
malato epatico «si rode il fegato», «è pieno di bile», il cardiopatico a sua
volta «si sente schiantare il cuore», ecc.
Respirare = Vivere
Se si esaminano in diverse lingue le parole che hanno
attinenza con la funzione respiratoria, si trova innanzitutto che «respirare» è
sinonimo di «vivere», mentre il cessare questa attività ha lo stesso
significato di «morire».
Cosi all’espressione italiana «esalare l’ultimo respiro»
corrispondono: in latino «animam efflare», in greco «ϑυμον
αφιεναι», in francese «exhaler son dernier
souffle», in inglese «to breath one’s last», in tedesco «den letzten Hauchtun».
D’altro canto, se si guarda al latino, si trova che
«respiro» viene reso con il termine «anima» che propriamente significa «ciò che
alita, soffia, spira» cioè «respiro», «principio della vita». «Animale» è
letteralmente «colui che è dotato di respiro»: la funzione respiratoria è
quindi ciò che differenzia il mondo animato da quello inanimato.
Parimenti in greco «οι
πνεοντες», letteralmente «coloro che
respirano» si traduce «viventi».
Del legame significativo fra «respirare» e «vivere» una
ulteriore documentazione è data dalle parole «angoscia» e «ansia». Questi
termini, con la loro connotazione emotiva legata alla sopravvivenza, derivano
dal verbo latino “angere” che corrisponde al greco «αγχω» e
significa «stringere, comprimere, soffocare, strangolare».
In effetti molto spesso alla sensazione emotiva di
angoscia e, in misura minore, di ansia, corrisponde la sensazione fisica di
«mancanza d’aria», come se mente e corpo rispondessero unitariamente di fronte
ad un possibile pericolo per la sopravvivenza.
Infatti in tale situazione «satura di minacce», l’aria
diventa «irrespirabile» e «pesante» e «ci si sente soffocare». Questo ha come
conseguenza il «trattenere il fiato», sia per reazione automatica al pericolo,
sia per mantenere dentro di sé il più a lungo possibile la propria riserva di
«aria buona».
Cosi il malato d’asma nelle sue crisi realizza
fisicamente l’angoscia di morte legata al non respirare più, sentendo realmente
e non solo metaforicamente «mancare l’aria».
Respiro e sentimento
Il fiato è la diretta emanazione dello spirito, della
psiche, tanto che in latino con «anima» e «spiritus», in greco con «‘Puxij»,
«t~u~o~» e «1rvev~a», in sanscrito con «atman» e «prana» i due concetti di «respiro»
e «anima» sono espressi dalla medesima parola.
Nell’aria sono contenute quindi le esalazioni/sentimenti
di tutti gli uomini; tramite l’aria, ognuno respira necessariamente una
determinata «atmosfera” che contiene le emanazioni di quanti gli sono accanto,
e a sua volta comunica agli altri espirando. Da ciò discende che la dimensione
respiratoria è sostanzialmente una dimensione di relazione, di scambio
continuo, inevitabile e il più delle volte inconscio, specialmente nella fase
inspiratoria che si connota anche fisicamente con la silenziosità. Cosi si può
«cospirare”, «essere affiatati», «ispirare dolcezza», «conoscere gli uomini
all’alito», ecc.
Il modo con cui ognuno compie la funzione respiratoria
funge da messaggio per le persone circostanti, come documentano numerose
espressioni figurate.
Per tornare al malato asmatico, egli, quando ansima
esprime con il fiato il suo desideriolbisogno di aria/affetto. Infatti il «respirare
concitatamente», «anelare» viene usato in tutte le lingue anche con il significato
di «desiderare ardentemente, bramare». Così in latino «anelare», in greco « » con la medesima radice di « » (= asma), in francese «haleter», in
inglese «to pant», ecc.
I(n)spirazione ed Espirazione
L’atto dell’inspirare ha come significato originario «spirare
in», cioè «soffiare dentro o sopra», da cui anche «infondere sentimenti», «animare,
dare vita a qualcosa». Nelle lingue moderne si trova tale senso in espressioni
come «ispirare fiducia, compassione, ecc.» e anche «opera ispirata».
Ma accanto a questo uso del termine in questione c’è
anche «inspirazione» con il significato di «immissione d’aria nei polmoni» e «ispirazione»
intesa come «impulso creativo». Si ha cioè l’uso del verbo nel significato
della sua forma media, per cui «ispirarsi» ha come valore semantico «attrarre
in sé parte dell’aria esterna» e con questa le esalazioni di tutta l’umanità
cioè i contenuti mentali (creazioni) dello spirito (inconscio) collettivo.
Gli antichi spiegavano l’ispirazione come effetto del
«soffio divino» sull’uomo, mantenendo quest’ultimo in posizione passiva. Oggi
invece si pone l’accento sull’attività dell’artista che «si ispira», cioè
prende in sé alcuni contenuti dell’inconscio collettivo, e poi «crea», cioè li
ripropone all’esterno, espirando, modificati dal suo inconscio personale.
L’atto successivo è l’espirazione che simbolicamente va
intesa come dono di sé, atto creativo, espressione della propria anima, in
quanto tale azione accompagna da sempre ogni azione umana.
Il modo con cui l’uomo emette il fiato è diverso a seconda del suo stato d’animo, della sua disposizione affettiva o aggressiva, della sua forza o ambizione, delle sue intenzioni, ecc. Così per esempio in italiano si trovano molti verbi che connotano ognuno una sfumatura diversa di atteggiamento espiratorio: «alitare», «fiatare», «espirare», «soffiare», «sospirare», «sbuffare».
La ricchezza di tale vocabolario indica come il
messaggio respiratorio possa essere preciso e le espressioni figurate di uso
comune ci aiutano a comprenderne i significati emotivi corrispondenti.
Chi prolunga la fase inspiratoria ed il periodo
intermedio, a discapito del momento creativo-espressivo, è il cosiddetto
«pallone gonfiato», «si dà delle arie» ed è «pieno di boria» (vento di
tramontana), cioè si dimostra superbo ed arrogante.
Espressioni corrispondenti, in significato letterale e
figurato, all’italiano “darsi delle arie” si trovano in greco (μεγα πνειν), in latino (magnos spiritus
sibi sumere), in francese (se donner des airs), in inglese (to puff on airs).
Vi sono poi diversi modi di proporre l’espirazione. Il
più delicato di questi è «alitare». La disposizione d’animo che vi si
accompagna è resa in espressioni come «cosa fatta con l’alito» cioè «con
delicata precisione» e il vocabolario avverte «si intende precisione maggiore
di quando dicesi fatto col fiato che a sua volta si riferisce a «opera d’arte
condotta con perfezione e gentilezza». «Sospirare» pone l’accento sulla
profondità del respiro e quindi sull’intensità del sentimento espresso, sia di
sollievo (dopo uno sforzo fisico o dopo uno spavento) sia di desiderio («sospirare
per qualcuno», «vacanze sospirate», ecc.).
«Soffiare» ha il significato di «espirare con forza
l’aria dalla bocca socchiusa», da qui le espressioni di «soffiare il posto a qualcuno”
e anche «soffiare» nel senso di «fare la spia». In francese la medesima parola
«souffler» vale anche «gonfiare, esagerare».
Vi è infine lo «sbuffare» che ha una connotazione
chiaramente aggressiva anche in altre lingue. In greco il «φνοιαω» vale anche «esser
pieno d’orgoglio, di lattanza», in inglese «to huff” si usa più con il
significato di «offendere» e con quello di «maltrattare» che non nell’originale.
In tedesco la espressione «jedem eins prusten» che letteralmente vale «sbuffare
uno a qualcuno», si usa per «rispondere picche a qualcuno».
Ma se il fiato è un fedele indicatore di stati d’animo,
può tradire con facilità agli altri quei sentimenti che non osiamo rivelare
nemmeno a noi stessi. Così, alla necessità di reprimere moti d’animo
inaccettabili alla coscienza, si accompagna l’uso figurato di «soffocare»,
presente già in latino e in greco prima che in tutte le lingue moderne.
Il malato asmatico si contraddistingue proprio per la
sua difficoltà ad espirare adeguatamente. Egli non osa fare quello che gli
inglesi rendono con l’espressione «to blow off steam» (letteralmente «soffiare
fuori vapore») e i tedeschi con «sich Luft machen» (letteralmente «farsi aria,
spazio») cioè non osa «sfogarsi» e nemmeno mostrarsi aggressivo con espirazioni
più rumorose del delicato «fiatare».
Preferisce quindi «soffocare le passioni» e finisce per
«rimanere soffocato» da queste, come è bene espresso dall’espressione francese
«ètouffer de rage» e dall’inglese «to suffocate (o choke) with rage» corrispondenti
all’italiano «soffocare (o crepare) di rabbia».
Il leggendario imperatore
Fou-HI, cui viene
attribuita la paternità
del Libro degli Oracoli.
“CHI”
RESPIRO ETERNO
Giancarla Sandri,
nata Fioroni, laureata in lingua e letteratura giapponese e in lingua e
letteratura cinese. Da diversi anni incaricata dall’I.S.M.E.O. (Istituto Medio
ed Estremo Oriente), domiciliato presso l’Università Statale di Milano - Via
Festa del Perdono, 3 - per un corso triennale di cultura cinese. Da quasi
vent’anni passa in Estremo Oriente circa due mesi all’anno per incontri e
studi. È autrice di articoli e pubblicazioni diverse di carattere
linguistico-filosofico.
L’analisi inizia con il prendere nota del suo
significato come appare per primo in un comune dizionario lessicale. CHI — si
legge — corrisponde al significato di fiato, respiro, soffio. Il secondo passo
porta a ricercare i raggruppamenti di tratti che portano un’idea. La
metodologia di composizione di questa grafia ci dice che esistono elementi
minimi portanti un significato, un qualcosa che non può essere suddiviso in
altri semena. I cinesi chiamano questa cellula con il termine jianshou.
Consultando i cataloghi lessicali troviamo che i jianshou non vanno oltre le
poche centinaia di segni. È da questi segni che l’azione combinatoria darà vita
ad un numero quasi infinito di ideogrammi.
Si riportano le principali metodologie combinatorie:
Tabella A
1) (Huiyi) semplice unione
di segni jianshou
2) (Xiang) unione per rassomiglianza
3) (Zhishi) uso dell’analogia
4) (Xingsheng) unione di
qualità e di suono ossia radicale più gruppo fonico
5) (Zhuanzhu) estensione del
significato
6) (Jiajie) prestiti in cui
è immutato il suono dell’ideogramma che non adempie la sua omissione semantica ma è usato in sostituzione
di un altro ideogramma più complesso e di precisa corrispondenza semantica
La ricerca tra i segni primari porta a riscontrare in
CHI queste forme:
Il loro porsi assieme dà luogo all’aspetto
in cui si riscontra una unione di tipo I nella Tabella A
e in
del tipo 2 della Tabella A. CHI è composto dalla unione
di
e di
di tipo 4 dellaTabella A.
Il segno
rubrica l’intero carattere.
In termini tecnici è il radicale dell’ideogramma. Radicale
non vuoi dire radice. Significa che con questo segno si denota una serie di
ideogrammi un campo semantico che ha in comune questo raggruppamento senza
avere necessariamente lo stesso suono. Il segno
indica, di contrasto, il valore fonetico dell’intero
ideogramma. È ovvio che radicale e gruppo fonico debbano armonizzarsi per
dare all’intero carattere i suoi più profondi significati (cfr. n. 4 Tabella
A). Armonia non vuol dire soltanto unione per rassomiglianza (cfr. n. 2 Tabella
A). Questo ideogramma non è del tipo sopra elencato (cfr. n. 2 Tabella A).
Non vi è neppure il caso di un prestito (cfr. n. 6 Tabella A). Per quanto
attiene l’elencazione al n. 3 e al n. 5, soltanto l’analisi potrà dire sino
a che punto si può riscontrare l’estensione di significato e le eventuali
analogie.
Yiiing, il più antico libro di divinazione cinese.
Trascrivo in forma tabellare le significazioni risalenti ai primi semena.
TABELLA B
/ fuoco,
fiaccola, fiamma
ATTRIBUTI CARATTERISTICI
DELL’ELEMENTO FUOCO:
— rapidità
— impetuosità
— calore
— luce
— saliente
— musica-crepitio di fuoco
ATTRIBUTI PER
RASSOMIGLIANZA ALTRIGRAMMA FUOCO DELL’YIJING:
— aderente (idea fiamma
aderente al legno che arde)
— natura terra (origine
del fuoco)
— saliente(dalla Terra
verso il Cielo)
ATTRIBUTI PER ANALOGIA AI
TESTI ALCHEMICI (FIORE D’ORO):
— trasformazione fuoco -
acqua
— simbologia: occhio
(valore Yang)
ANALOGIE POSSIBILII:
— fuoco - energia
— rapporto, legame (fuoco e suo contrario acqua)
— fuoco - calore - vita
— fuoco - attività
TABELLA C
二 numero due
ATTRIBUTI CARATTERISTICL
DEL NUMERO DUE
— coppia
— bipolarità dell’unità
nel suo movimento circolare
— Yin eYang
— nota accordatrice
— complementarità
— ATTRIBUTI PER
RASSOMIGLIANZA AI TRIGRAMMI DELLO YIJING
— attribuzione del n. 2 al
sito Fuoco - Terra
— valore intrinseco della Terra
— fenomenicità della vita
— immagine albero - vento
ATTRIBUTI PER ANALOGIA Al
TESTI ALCHEMICI (FIORE D’ORO)
— movimento circolare che
porta la Terra all’incontro con il Cielo e alle sue fecondità
— l’albero, frutto della
fecondità della terra, caratterizza l’immagine della energia (crescita
dell’albero)
— l’albero è simbolo del
vento, elemento morbido che si insinua in ogni luogo dando l’idea della
realizzazione
ANALOGIE POSSIBILI:
— solstizio (invernale): movimento
ascensionale della luce
— solstizio (estivo):
movimento ascensionale dell’ombra
— vita - morte
— caldo -freddo
— umido -secco
— testa - ventre
— Yin e Yang
Tabella D
乙 linea curva; germogliare
ATTRIBUTI CARATTERISTICI
DELLA LINEA CURVA
— spirale
— secondo segno della
serie decimale e quindi natura di terra
— simbolo del nero
— il non finito
ATTRIBUTI PER
RASSOMIGLIANZA Al TRIGRAMMI FUOCO DELL’YIJING
— la difficoltà iniziale
— incontro
— matrimonio
— eccitante - abissale
— Tuono e Acqua
— parto
— movimento
— attesa
— informe
— oscuro
— il guidare
— l’eccitare
— suddividere per ordine
— distinguere congiungere
ATTRIBUTI PER ANALOGIA Al TESTI
ALCHEMICI (FIORE D’ORO):
— il Tuono rappresenta la
vita che affiora dalle profondità della terra
— inizio di ogni movimento
— l’Acqua segno dell’Eros,
valore della luna
ANALOGIE POSSIBILI:
— seme e germoglio
— plasticità
— interiora
— figlio
— pianeta Giove
— N. B. questo segno viene
usato in sostituzione di altro per indicare le interiora di pesce, come risulta
nella tarda dinastia Shang. (Shang yin)
Per quale ragione è logico il riporto all’Yijing, al
Fiore d’oro? L’Yijing è il testo più antico cinese. È impossibile citare la data
e l’autore. Tutte le scuole filosofiche e cosmologiche cinesi attingono a
questo meraviglioso libro. Siamo soliti considerare l’Yijing come un libro
oracolare per uno degli usi che se ne fa, mentre si dimentica che l’Yijing è,
direi paradossalmente, un vocabolario. Meglio: un dizionario di immagini.
Cielo. Terra.
L’erba che spunta dalla Terra... Tuono. Sorgente.
Albero. E cosi via. La trascrizione grafica si avvale della linea retta e della
spezzata. Simbolo dello Yang e dello Yin. Del principio maschile e femminile.
Luce ed ombra. Attività e passività. Uomo e donna.
La composizione di queste due righe dà luogo a quattro binomi. Ogni coppia, per evoluzione naturale, determina un trigramma. Otto trigrammi, sono il corpo dell’Yijing, portatori delle immagini:
Combinandosi tra loro gli otto pakua (otto trigrammi)
danno origine ai sentaquattro esagrammi. Questa scrittura, che si pone tra le
corde annodate e il pittogramma, non è così povera quanto sembra. Ogni linea
può trasmutarsi nell’altra originando altre immagini. Il tutto può giungere a
diverse migliaia di segnalazioni.
In uno studio che prende l’avvio dalla parte grafica di
un immagine-idea, come l’ideogramma cinese, non è possibile tralasciare il
riferimento all’Yijing. La serie simbolico-numerica dell’Yijing è 2.4.8.64.
Che cos’è il Fiore d’oro?
Nel commento al testo cinese Tal I Zhin Hua Zung Chi
(tradotto da Richard Wilhelm, edizione Laterza, 1936) C.G. Yung dice
riferendosi a questo antico testo taoista: «Non si ha qui a che fare con asceti
anacoreti, con cervelli strambi, i cui presagi sentimentali e le cui mistiche
elevazioni rasentano la morbosità, ma invece con pratiche visioni del fiore
dell’intelligenza cinese, che non abbiamo alcun motivo di misconoscere» e più
avanti (pag. 4)... «ho iniziato la carriera quale Psichiatra e Psicoterapista
pratico e solo più tardi l’esperienza medica mi ha indicato come il mio
esercizio m’aveva condotto inconsapevolmente per quel misterioso cammino, per
cui i migliori ingegni orientali si travagliavano da secoli». (pag. 9).
Con «ingegni orientali» Yung intende «ingegni
dell’Estremo Oriente», il cui ambiente esoterico è dato dalla filosofia e dalla
scienza taoista.
Il testo «Fiore d’oro» fu tramandato oralmente per lungo
tempo. Esso utilizza le immagini dello Yijing per spiegare causa ed effetto
dell’agire dell’individuo cosciente nel suo cammino, verso l’Unità.
Il richiamano, in sede di studio dell’ideogramma,
chiarisce e potenzia l’analisi.
Il disegno che costituisce il radicale
viene definito come vapore. Richiama l’immagine di qualcosa che si eleva verso l’alto. Loen riporta anche la combinazione,
per l’imprestito e l’uso di significare offerta di cibo,
da cui per analogia rito, preghiera, nel senso arcaico del termine.
È data pure la significazione di vapore del Cielo, nube,
ricchezza d’umidità, possibilità di pioggia. È unito all’immagine acqua-umido
per le sue qualità intrinseche. Per il suo slancio verso l’alto alla immagine
Fuoco. Il binomio Fuoco-Acqua richiama la coppia logos-eros. La potenza
dell’occhio, la instabilità dei movimenti del cuore. Di natura così
contrastante, l’uno o l’altro è destinato ad essere sopraffatto se una
intelligenza non disciplina ambedue. Alla loro armonia è dovuta la nascita di qualcosa di nuovo, dell’essere nuovo.
È ovvio che l’analisi, nel dare i valori riassunti nelle
precedenti tabelle, ha vagliato e comparato le significazioni attingendo a
vocabolari etimologici sia del pittogramma che dell’ideogramma quanto a
commentari dei maggiori testi che portavano immagini della stessa natura. Si
sono riportate le sole tabelle per l’economia in cui si riscrive il presente
articolo.
L’esame dell’ideogramma può essere fatto o completato
attingendo al simbolismo numerico che nell’antica Cina prende forma nelle tre
serie:
decimale
duodenale
numerale (dal a9)
Per dare un esempio di tali analisi il gruppo fonico
verrà studiato applicando questa metodologia.
Si riassume nella tabella E
Sulle ossa oracolari
appare nel significato di riso cibo. Il disegno è di tipo imitativo ed è entrato
nella grafia senza particolari mutazioni.
L’abbinamento dei segni
e
riporta l’intero dieogramma
(CHI)
il cui primo significato è fiato, respiro. La grafia
porta anche il significato di temperamento, istinto naturale, disposizione e
forza vitale. È interessante notare che lo stesso ideogramma combinandosi con
altri segni denota:
aggressività
animalità
animale
parlare con difficoltà
ansimare
capire
tagliare via
limitarsi
TABELLA E
semena secondo i dizionari cinesi
carattere grafico
riso (pianta)
riso- acqua
riso-sole
riso – giallo oro
riso-fuoco
frutto
semenza
alimento
il mangiare (azione umana
del nutrimento)
il rito (azione magico
celebrativa)
visibile e invisibile
alimento-energia
riso, sole genio
significati secondo il simbolismo numerico
numero dei tratti 6
simbolismo solare
simbolismo magico
vita-morte
spazio-tempo
sacro-profano
armonia
unione
inscindibilità
ciclicità
cibo energia utero
celebrazione
ricorrenza festiva
nutrimento-dietetica
nutrimento medici
Si noti che nella alchimia cinese si distingue il CHI
(respiro) attraverso il naso che si fa risalire ai polmoni, da quello
attraverso la bocca che viene dal fegato. Il venire e l’andarsene (nascita e
morte) appartengono alla dinastia di CHI. Il CHI è vapore quanto emanazione
della materia primordiale e della energia universale. E’ elemento base del
fenomenico in quanto nella cosmologia Tao appare ancor prima della sostanza e
dello Yin e dello Yang, dei cinque elementi. E’ quindi contemporaneamente
figlio della eternità e padre della fenomenicità. Nel corpo umano è il fiato
quanto l’energia. Concentrata è lavolizione.
È il CHI padre e se volete cellula, embrione dell’uomo.
Risvegliato nell’essere che viene in vita cresce nel primo anno. Stabilita la
radice di ogni cosa, l’uomo potrebbe, volendo e sperimentando, porre in atto
dentro di sé la potenza infinita del Tao che non conosciamo. Purtroppo, dicono
i maestri tao, è più facile per l’uomo prendere a specchio il Tao che
conosciamo. Il CHI è il filo di seta rossa che unisce assieme le perle e le
trasforma in collana. CHI, respiro eterno del finito.
«Non con le orecchie l’uomo dovrebbe ascoltare, ma con il suo profondo CHI»
Sono parole di Zhuangzi.
MARIA.
L’ARIA BUONA
“Come mai, gli uomini vedono sempre e soltanto
ciò che hanno a suo tempo imparato a vedere?
E come è meraviglioso il fatto che si possano
tutt’a un tratto vedere come nuove
(statipatologici nuovi) cose che, probabilmente,
sono vecchie quanto l’umanità”. (Freud, Charcot
1893)
Maria
Maria è nata 14 anni fa in un piccolo paese della
Sicilia. Il padre, di 45 anni, è una figura rigida, autoritaria, poco
disponibile sul piano affettivo, tende ad avere in famiglia un ruolo
riconosciuto di guida con un certo alone di infallibilità. La madre,
insegnante, è una persona immatura affettivamente, bisognosa di protezione, che
tende a soddisfare le proprie richieste di dipendenza con un atteggiamento
estremamente accondiscendente nei confronti del marito. La coesione della
coppia parentale appare debole e la malattia della figlia (che viene
prevalentemente gestita dal padre) pare essere un’occasione di incontro tra i
due come all’inizio del matrimonio pare esserlo stata la presenza fisica della
figlia, che fino all’età di quattro anni veniva ospitata nella stanza dei
genitori. Dei tre fratelli, uno di dieci, uno di otto, l’ultimo di tre anni,
viene data sia dai genitori che dalla paziente una descrizione in termini
positivi senza peraltro riferire nulla che possa caratterizzarli meglio.
Si ricovera nel Reparto di Medicina Psicosomatica
dell’Ospedale S. Raffaele di Milano per una bronchite asmatica di n.d.d.,
iniziata nel settembre del ‘76 con attacchi che si sono andati nel tempo via
via intensificando.
All’esame obiettivo clinico non si riscontra nessun
reperto significativo, se non all’auscultazione del torace dei rantoli a
piccole bolle alle base (indicativi di un processo bronchitico in corso) e dei
sibili di scarsa entità su tutto l’ambito, soprattutto in fase espiratoria.
Negli esami di laboratorio troviamo una VES aumentata
(I.K. 25) con lieve leucocitosi (7800) senza alterazioni significative nella
formula leucocitaria; si riscontra inoltre la presenza di proteina C reattiva +
+ +.
Nel corso dell’analisi emerge che la ragazza aveva già
avuto nell’infanzia due episodi da lei riferiti come di «tosse asmatica»;
entrambi risolti in breve tempo e senza complicanze di nessun tipo. Maria,
primogenita, aveva goduto per i primi anni di vita di tutte le attenzioni che
due coniugi appena sposati possono riservare alla prima figlia e fino all’età
di 4 anni aveva dormito nella loro stanza. Con la nascita del primo fratello,
avvenuta appunto in quel periodo, Maria perde quella posizione di privilegio
che aveva avuto fino ad allora, viene messa a dormire in una stanza da sola per
«far posto» al fratellino nella camera dei genitori e pochi mesi dopo ha il
primo attacco di bronchite asmatica. Tutti gli esami cui viene sottoposta
alfine di trovare nella malattia un’eziologia infettiva o allergica risultano
negativi. Successivamente per alcuni anni Maria non soffre più di disturbi
asmatici, frequenta le scuole elementari con buon profitto, ben inserita nella
classe, ha con la maestra (amica di sua madre) un ottimo rapporto. Il fatto poi
che la madre insegni nella stessa scuola le permette di averla sempre accanto.
Quando la ragazza ha 7 anni nasce il secondo fratello, la famiglia cambia casa
e Maria viene messa a dormire da sola in una stanza lontana da tutte le altre,
vicino alla porta d’ingresso. Di questo episodio la ragazza ricorda la paura
che l’assaliva di notte e l’abitudine, che conserva tuttora, di dormire con la
luce accesa.
Terminate le Elementari la ragazza trova in prima Media
una situazione molto meno protettiva di prima: la scuola che frequenta si trova
in città, ha la sensazione che le compagne di classe tendano ad emarginarla
perché vive «in paese», i professori sono molto più severi, la madre non può
accompagnarla a scuola. Nella primavera di quell’anno ha il secondo attacco
d’asma, che stavolta si prolunga per qualche settimana con accessi subentranti,
che richiedono una terapia cortisonica.
Due anni dopo nasce il terzo fratello e per Maria è una
nuova conferma che l’età della «dipendenza» si sta sempre più allontanando: la
ragazza deve fare infatti spesso da «mamma» al fratellino, in ciò sollecitata
dalla madre che, per sua stessa ammissione, vede l’impegno familiare come molto
gravoso e limitante. Proprio in quell’anno compaiono le prime mestruazioni, si
verifica cioè quell’avvenimento che per ogni ragazza segna il passaggio
dall’infanzia all’adolescenza: la figlia, la bimba dipendente, diventa rivale
della madre. Ed ecco che nel luglio dello stesso anno ricompare la bronchite
asmatica, che si prolunga poi senza soluzioni di continuità fino al momento del
ricovero.
Si sono voluti descrivere dettagliatamente gli episodi
della vita di Maria che hanno preceduto il verificarsi degli accessi asmatici
per sottolineare come l’asma sia per la paziente in stretta relazione con tutte
quelle situazioni che possono più o meno direttamente indicarle la sottrazione
o la privazione di un beneficio affettivo conquistato in precedenza. Le
fantasie di «essere allontanata» dai genitori d’altronde trovano spesso delle
conferme reali nell’atteggiamento di una madre immatura che vive a sua volta i
figli come un ostacolo allo svolgimento del suo ruolo professionale e
un’ulteriore difficoltà alla coesione del proprio rapporto di coppia che pare
vacillare.
Attraverso l’asma quindi pare che la ragazza
ricostruisca artificialmente quella condizione di dipendenza e privilegio che
aveva vissuto nei primi anni di vita e da cui era stata sottratta troppo
bruscamente e rapidamente sia per le successive nascite dei fratelli sia per la
temuta distanza affettiva dai genitori. Ogni situazione che significhi
emancipazione, tendenza all’indipendenza, anche se desiderata, viene
inconsciamente vissuta come minaccia di perdita di amore e scatena l’asma, con
un aggressivo «appropriarsi dell’aria» durante la crisi. Questa ha inoltre
un’azione punitiva e di richiamo nei confronti della famiglia che viene
costretta a modificare bruscamente il proprio status con una ridistribuzione
dell’attenzione e dell’interesse di tutti dalle proprie esigenze a quelle della
paziente. A questo proposito sembra significativo un episodio avvenuto
all’ospedale di Palermo, dove la paziente era stata ricoverata nel luglio del
‘77 in seguito ad un riacutizzarsi della malattia, con crisi subentranti. Nei
primi giorni la madre rimaneva in Ospedale anche di notte e dormiva nella
stessa stanza della ragazza: in pochi giorni le crisi erano totalmente
scomparse per ripresentarsi tuttavia gradualmente quando la madre era tornata a
casa.
Questa madre sembra corrispondere abbastanza bene alla
descrizione che Weiss ci fa delle madri degli asmatici: «le madri erano
combattute tra il desiderio di voler bene e di affezionarsi ai loro bambini e
la sensazione di potere benissimo fare a meno di essi; il che appariva loro
così ripugnante per l’ideale sociale della maternità, da cercare in tutti i
modi di mantenere nascosta alla coscienza questa loro sensazione. L’esagerata
protezione e l’esagerato affetto, in questi casi, avrebbero potuto essere
spiegati da questa ambivalenza, come tentativo di superare il senso di colpa».
Maria ci descrive la madre come estremamente protettiva nella maggior parte dei
casi, soprattutto per ciò che riguarda la malattia, come aggressiva invece in
altre circostanze e con un atteggiamento punitivo ingiustificato nei suoi
confronti. Di converso anche l’atteggiamento di Maria rivela una sottile
ambivalenza: è contenta per le attenzioni che la madre ha per lei, anzi a volte
«prolunga» gli attacchi asmatici per attirare queste attenzioni, d’altra parte
però non gradisce quando la madre vuole consigliarla su certe decisioni, anzi
verbalizza «quando devo scegliere un vestito, faccio di proposito il contrario
di quello che lei mi ha consigliato».
Altrettanto importante è il rapporto che Maria ha col
padre, vissuto da lei come «allontanante», «affettivamente» distante; la
ragazza si lamenta di come col genitore non esista nessun tipo di dialogo e
invidia le amiche che le raccontano di avere con il loro padre un rapporto
diverso.
Vorremmo a questo punto illustrare il Test della Famiglia fatto eseguire alla paziente, che contiene parecchi elementi significativi. Dal disegno (vedi figura) emerge un dato importante: mancano nella famiglia figli maschi, anzi riguardo alla prima figura a sinistra la paziente verbalizza «volevo disegnare un bambino, ma poi nel corso del disegno ho cambiato idea, non so perché». Considerando che nella famiglia reale Maria ha tre fratelli, sembra che abbia voluto eliminarli, eliminando con essi quegli ostacoli frapposti fra lei e l’affetto dei genitori. Per quanto riguarda le età dei componenti c’è una generale regressione ad un periodo probabilmente più felice per la paziente (quand’era bambina), ma comunque all’incirca i rapporti d’età corrispondono a quelli della famiglia reale. Un elemento curioso è la presenza di due figlie, una di 6 e l’altra di 4 anni, che si possono considerare le identificazioni di Maria, l’una conscia, l’altra inconscia.
Il disegno della
famiglia vista dalla paziente.
La prima ha 6 anni, va a scuola (ha la cartella), tiene
per mano la madre (che in quel periodo la accompagna appuntò a scuola); la
stessa paziente quando le vengono poste le domande «Chi è la persona più
simpatica?» e «Chi vorresti essere?», risponde sempre «La bambina di 6 anni».
La seconda ha 4 anni, «l’età dell’oro» per Maria, quando
ancora nessun fratello era nato, tiene per mano il padre ed è lontana dalla
madre. Il padre nel disegno è su un piano diverso rispetto agli altri
componenti della famiglia, cioè più arretrato; sembra quasi che la figlia
voglia tirarlo a sé, ma che lui faccia resistenza, anzi con gli occhi guarda
dalla parte opposta. Si può considerare la bambina di 4 anni l’identificazione
inconscia, perché innanzitutto è disegnata per prima (e questo succede spesso
per le figure con le quali ci si identifica), poi è un elemento aggiunto
rispetto agli altri (infatti è l’unica messa di profilo), infine è
probabilmente una figura mista tra l’immagine di lei a 4 anni e il fratellino
piccolo esistente adesso (infatti aveva iniziato disegnando un bambino) che
Maria considera attualmente il figlio «privilegiato» perché coccolato da tutti.
Nel disegno si può infine notare un tratto nero intorno
al collo di tutti i componenti tranne la bambina di 4 anni: nell’intenzione
conscia è probabilmente il colletto del vestito, ma in realtà appare più come
un collare che stringe il collo, quasi a voler ridurre aggressivamente la
capacità respiratoria dei genitori, accomunandoli cosi al suo problema di una
minore capacità respiratoria.
Effettivamente su un piano simbolico si è ridotta per
Maria la disponibilità di «aria affettiva» della famiglia con il succedersi
delle nascite dei fratelli che «respirano» liberamente un’atmosfera che la
paziente ritiene di piena disponibilità nei loro confronti. L’attacco asmatico
starebbe quindi a significare il brusco immagazzinare un’aria che rischia di
farsi sempre meno disponibile per la ragazza. Nasce da ciò un profondo senso di
colpa per essersi appropriata con la dinamica asmatica di qualcosa che può
essere vitale per gli altri e sorge la conseguente esigenza di una restituzione
che viene però ostacolata dallo spasmo bronchiale, estremo tentativo
dell’inconscio di trattenere quell’aria che la paziente sente come vitale.
Proprio dal senso di colpa generato dall’inconscio
desiderio di soffocare gli altri membri della famiglia o addirittura di
sopprimerli per avere più «spazio vitale» nasce forse quella costante lieve
deflessione del tono dell’umore riscontrata nella paziente durante il ricovero.
Mediante l’accesso d’asma comunque Maria riesce in
particolare ad esprimere la sua aggressività verso i genitori, punendoli e
costringendoli a soffrire per lei; verbalizza lei stessa: «Per ogni cosa che
succede danno la colpa a me e io devo sempre assorbire tutto, ogni rimprovero,
anche ingiustificato; pur di incolpare me inventano anche colpe che non ci
sono, allora io mi innervosisco e poi mi viene la tosse, quando tossisco mia
madre, che prima urlava contro di me, arriva anche al punto di piangere e io
sono contenta, così impara ad essere più buona con me».
Inconsciamente Maria si rende conto come l’asma non sia
solo qualcosa, che turba il suo organismo, ma una sua «manifestazione vitale»;
infatti verbalizza «Da un lato vorrei guarire dalla malattia, per i fastidi che
mi dà la tosse, ma dall’altro ho paura che la guarigione mi toglierebbe tutte
le attenzioni che i miei genitori hanno per me».
L’analisi psicosomatica globale di questo caso rivela
una serie di elementi significativi che ci pare opportuno segnalare.
Innanzitutto ciò che colpisce è la possibilità di
spazializzare il respiro, che finisce per apparire in questa prospettiva come
una quantità di aria definita da distribuire equamente per la sopravvivenza. Da
un punto di vista etologico sappiamo come gli studiosi del comportamento
animale abbiano messo in evidenza l’importanza della delimitazione del
territorio, vero ampliamento dello schema corporeo.
Maria sembra essersi realmente calata in uno «spazio
respiratorio» cui fa costantemente riferimento ogni suo atto vitale, per cui
ella sembra comportarsi come se possedesse un «quantum» definito di aria da
gestire.
Inoltre Maria converte ogni suo aspetto esistenziale in
una connotazione per così dire aeriforme, che la dinamica respiratoria, in tal
modo divenuta onnipotente, serve a garantire e a modificare.
Così ogni atto mentale viene assimilato al respiro per
cui all’aria sarà demandato di contenere l’amore, l’ira, il pianto, la rabbia,
il dolore, ecc..
Ogni minaccia rivolta a questo ipotetico spazio
respiratorio trova puntualmente risposta nella crisi asmatiforme, tentativo di
mantenere per sé lo spazio aereo, di sottrarre per così dire all’ambiente,
caricato simbolicamente, la quantità più elevata possibile «d’aria».
In questa prospettiva si comprende assai bene come le
modificazioni ambientali, precedentemente descritte, allorché sono nati i
fratellini, siano state accompagnate dall’insorgere di attacchi asmatici.
Del resto la nascita dei piccoli con le attenzioni e la
premura cui questi sono sottoposti dalla madre insegnano a Maria che solo «rinascendo»
può godere nuovamente e usufruire di quello spazio vitale di quel «latte
universale» che ora sente minacciato.
L’attacco asmatico, visto globalmente, mimerà nel corpo
una nuova nascita un tentativo onnipotente di ritornare a quel primo momento della
fase extrauterina in cui con il primo respiro ella poteva avere avuto la
sensazione di essere la sola «padrona» di tutta l’aria dell’Universo. Realmente
con il primo respiro — più che con tutti gli altri atti fisiologici che precede
— ci impadroniamo simbolicamente di tutto l’Universo.
L’aria buona e l’aria cattiva
Laura è una studentessa universitaria di 22 anni e
intraprende presso uno di noi una psicoterapia, motivata dalla presenza di
spunti sessuofobici e dallo stato depressivo che ne derivava. Accanto a questa
sintomatologia di tipo psichico, erano presenti all’inizio del trattamento
psicoterapico anche dei disturbi dispnoici ad insorgenza notturna,
particolarmente accentuati, tanto da assumere a volte le caratteristiche di
veri e propri accessi asmatici.
Le prove allergologiche eseguite dagli internisti
avevano dato esito negativo. Comunque nonostante i numerosi trattamenti
farmacologici eseguiti, Laura presentava tutte le notti delle crisi di
broncospasmo.
Il nucleo familiare di Laura è costituito da un fratello
di due anni minore e dai genitori. Il fratello viene descritto dalla paziente
come una «persona veramente inserita nella famiglia» e nei suoi confronti ella
nutre una velata invidia per quella posizione di privilegio che ha assunto in
casa e che lei vorrebbe contendergli.
Il padre risulta essere una figura secondaria;
apparentemente molto «permissivo, aperto»; ma di fatto si contraddistingue per
le tendenze al «legalitarismo, alla precisione, all’ordine». Egli tende a
manifestare poco la sua affettività, e generalmente è subordinato alla moglie
per quanto riguarda la conduzione familiare e l’educazione dei figli.
La madre è realmente la figura dominante della famiglia,
molto autoritaria, «non si decide niente se lei non acconsente».
La figura materna sembra caratterizzarsi per Laura come
elemento molto attivo, assai dinamico, impegnato politicamente, ricco di
interessi socio-culturali. Nella madre si possono sicuramente riconoscere delle
notevoli doti intellettuali, con spiccata tendenza alla razionalità, cui però
non corrispondono delle valide e sufficientemente strutturate capacità
affettive.
Così mentre ella ha instaurato un rapporto di tipo
dialettico con l’altro figlio, ritenuto e stimato come molto intelligente, di
fatto nei confronti di Laura lascia emergere un disinteresse affettivo ed una
grossa sollecitudine all’emancipazione e all’autonomia.
Inoltre fra le due donne esiste di fatto un clima di
competizione che emerge ogni, volta che vengono messe a confronto.
Invece il rapporto con il fratello si relazione lungo
una stretta alleanza e coalizione che tende ad escludere Laura da «quelli che
sono i veri problemi della famiglia, le cose importanti in cui mi piacerebbe
tanto essere interpellata». Laura confessò al terapeuta di aver più volte
«sorpreso» la mamma e il fratello mentre dialogavano a bassa voce, aumentando
in tal modo i suoi sentimenti di esclusione.
La paziente ha sempre cercato di «superare» il fratello
e di competere con lui per conquistarsi la stima e l’amore della madre, senza
però esservi riuscita.
Che i rapporti con il fratello fossero carichi di
un’inespressa ostilità lo dimostra questo episodio, raccontato da Laura al
terapeuta. «Nel periodo natalizio svolgevo attività di traduttrice, per
garantirmi un certo introito e non dipendere così dai genitori. La mole del
lavoro assunto era però eccessiva per il tempo a disposizione. L’editore, amico
di famiglia, pressato da esigenze di tempo, mi consigliò di dividere il lavoro
con mio fratello.
Ritornata a casa mi arrabbiai moltissimo, perché avevo
avuto la sensazione che ancora una volta mi fosse preferito mio fratello. Dopo
qualche ora ebbi una crisi di asma terribile...».
La paziente invitata ad associare sull’episodio riportò
un’analoga situazione in cui aveva vissuto un’esperienza similare, altrettanto
«soffocante», avvenuta nell’infanzia.
All’età di 6 anni, ricordò di essere stata chiusa
inavvertitamente per gioco in un armadio dal fratello e di aver sperimentato
l’angoscia di morire soffocata, venendo poi «salvata» successivamente dalla
madre.
Venne in quest’occasione dal terapeuta interpretata
l’ostilità inespressa nei confronti del fratello, peraltro documentata dai due
episodi sopra ricordati.
D’altro canto l’episodio dell’infanzia metteva anche in
luce il richiamo che il sintomo — come spesso accade nelle forme asmatiche —
proponeva nei confronti della madre.
Il «soccorso» di quest’ultima assumeva per la paziente
il significato di una giusta ridistribuzione dell’amore materno e quindi
dell’aria che, verosimiimente, il fratello con il suo avvento le aveva
sottratto e ha mantenuto negli anni un importante significato rituale
diventando emblematico nei confronti di quelle situazioni che in qualche modo
si presentavano come minacciose per la paziente. Più specificatamente ogni
qualvolta Laura viene esclusa affettivamente ella scivola, come nel caso
precedente, in una dimensione respiratoria e si sente deprivata di una certa
quota di aria-affetto.
La madre riaprendo la porta dell’armadio dove Laura
stava per soffocare ha simbolicamente riabbracciato la figlia, le ha per così
dire restituito, quella «aria d’amore» che il fratellino con la sua nascita, la
sua presenza, aveva sottratto; tuttavia l’atteggiamento ambivalente della
madre, la sua disponibilità verso il fratello, le riproponeva continuamente la
sottrazione del «soffio materno».
In tal senso si poteva intendere la fame d’aria
notturna, che oltre al significato di richiamo e di pianto represso nei
confronti della madre, poteva essere vista come un tentativo onnipotente di reimpossessarsi
in silenzio e furtivamente, nottetempo, di quanto, secondo lei, le veniva
«ingiustamente sottratto».
Ricordiamo a questo punto che Laura dorme nella stessa
camera del fratello e dalle sue associazioni emergono delle fantasie di
alimentarsi a spese dell’aria di questo. E del resto la sua abitazione è
pervasa per così dire dai «soffi», dagli «umori» delle persone che la abitano,
in particolare di quelli che hanno per lei una particolare carica affettiva.
D’altronde potremmo dire con Reich che sempre il nostro
respiro modula gli affetti e, soprattutto, respirare l’aria dell’altro
significa introiettare la sua affettività o la sua aggressività, a seconda
dello stato psico-emotivo che sta vivendo.
Nel caso di Laura, ella deve respirare un aria materna
insufficiente, in quanto la maggior parte dell’amore in essa contenuta è
conferita al fratello. Non solo, ma se l’affettività più di ogni altro aspetto
di vita, sembra concretizzarsi, diventare quasi palpabile nell’aria, Laura
respira anche nella poca aria residua un «soffio aggressivo», quello che la
madre di fatto le esterna. D’altro canto la paziente non sembra più possedere
in famiglia un ruolo definito se non quello di alternativa alla figura materna
che, via via che i colloqui sono stati approfonditi, viene riconosciuta come
donna fredda, che tende ad emarginarla, e incapace di farla respirare in
un’atmosfera accettabile, negandole il suo spazio vitale.
La comprensione di questo sintomo comporta nell’arco di
poche sedute la risoluzione della sintomatologia broncospastica.
Tuttavia, migliorato il respiro, comparve repentinamente
un’abbondante sudorazione, particolarmente intensa, maleodorante e «irritante»,
a tal punto da determinare delle diffuse sofferenze cutanee.
Questo malore profuso veniva avvertito soprattutto dalla
madre, che lo viveva come particolarmente disturbante, al punto da incitare
continuamente la figlia a lavarsi e a liberare l’ambiente dal «cattivo odore».
Al di là del messaggio esplicito che la madre proponeva
a Laura, era evidente il contenuto nascosto controaggressivo, teso a
neutralizzare quella parte che la paziente con le sue sudorazioni,
inconsciamente, «gettava» intorno a sé, delimitando in tal modo il «proprio
territorio». D’altronde ricordano gli studi etologici di Lorenz, di Ardrey e dl
Tinbergen, è noto che in molte specie animali i secreti organici vengono
utilizzati per delimitare il territorio di appartenenza.
Laura si era così allontanata da una primitiva fase di
dipendenza e passività, in cui esisteva soltanto come riflesso dell’aria-amore
materno, senza poterla però veramente possedere. La sua individualità e
l’arricchimento dell’energia vitale poteva avvenire durante il periodo di
broncospasmo soltanto attraverso un silenzioso «furto», che ella ogni notte
cercava di recuperare a spese di un fratello troppo vorace e di una madre
eccessivamente parziale nelle sue scelte.
Il sudore «cattivo» e il vissuto della madre chiariscono
bene l’evoluzione inconscia che è intervenuta in Laura.
Attraverso il sudore, che risultava innocuo e «non di
cattivo odore» per la paziente, Laura dava un messaggio corporeo molto
esplicito in termini di comunicazione analogica, che trova esclusiva
interlocutrice la madre (nessun altro componente della famiglia, come del resto
gli amici, parevano accorgersi del «cattivo odore» di Laura). Laura sembra aver
recuperato in tal modo una modalità arcaica di linguaggio che utilizza l’odore
come tramite di richiamo e di allontanamento.
La paziente testimonia con il «sudore aggressivo» la
propria presenza e il tentativo di difendersi dall’invasività di una madre da
cui si sente rifiutata.
Al contrario del respiro, il sintomo diventa esplicito
nei suoi significati e, pur essendo anch’esso silenzioso, si fa rilevabile. Non
a caso il suo cattivo odore viene percepito soltanto dalla madre, la quale
incitando Laura a lavarsi, sembra voler neutralizzarne l’aggressività, che
Laura manifesta riempiendo l’ambiente dei suoi secreti.
Durand a questo proposito afferma: «L’atmosfera
psicologica non è determinata che in secondo luogo dai profumi del giardino,
dagli orizzonti del paesaggio. Sono gli odori della casa che costituiscono la
cinestesia dell’intimità: aromi di cucina, profumi d’alcova, tanfi di corridoi,
sentori di benzoino o di patchoulì negli armadi materni. L’intimità di questo
microcosmo si raddoppierà e si iperdeterminerà come a piacere. Doppione del corpo, essa si ritroverà
isomorfa della nicchia, del guscio, del bello e infine del grembo materno”.
Ma ancora la reazione della madre al sudore «cattivo»,
tra l’altro presente soltanto di giorno e nell’ambiente domestico, diventa una
testimonianza di quella percezione subliminare di rifiuto nei suoi confronti da
parte della figura materna che Laura riconobbe successivamente di aver sempre
avuto.
Spaventata per l’esplicitarsi del conflitto con la
figura materna, in una successiva seduta, rivelò la scomparsa della
sintomatologia iperidrosica, e il ripresentarsi concomitante del disturbo
respiratorio, che però si rese manifesto non soltanto di notte, ma anche durante
la giornata.
Il riesame della situazione con il terapeuta chiarì come
Laura avesse operato somaticamente un tentativo di «presentarsi alla madre come
era veramente», cioè anche con le sue parti maleodoranti e irritanti.
Il rifiuto materno aveva realizzato però per Laura
l’impossibilità di essere accudita, di essere in qualche modo accettata e amata
dalla madre. A questo punto Laura non aveva altra possibilità che ritornare nel
silenzio a respirare quell’aria che spontaneamente non le veniva accordata, per
essere regalata soltanto al fratello.
Dalle successive associazioni emerse un ulteriore
significato attribuito al sudore: questo poteva realmente essere assimilato ad
un bisogno di «sporcare, inquinare», aggredire l’aria del fratello.
Il recupero del sintomo respiratorio — spiegò il
terapeuta — poteva essere il modo di garantirsi un suo spazio segreto dove
impossessarsi e amministrare l’amore, senza la possibilità di venire scoperta e
quindi senza più verificare il rifiuto della madre.
Un ulteriore dato venne chiarito in questo senso: la
dimensione respiratoria garantiva alla paziente, pur nel suo adattamento
patologico, un tramite con i genitori di tipo punitivo, organizzato intorno ad
un sentimento di sofferenza e di esclusione dal gruppo. «I miei genitori non
sanno quanto io soffra con questo mio disturbo, quanto hanno sbagliato con
me... Un giorno potrei anche dirglielo».
Sembra essere presente in Laura anche una richiesta
implicita di indennizzo, un meccanismo onnipotente di controllo con la respirazione
del nucleo familiare. D’altronde l’aver messo in atto una tale dinamica la
salvaguardava dal timore di un abbandono totale, come una dinamica più evoluta,
quale quella della sudorazione, le aveva fatto percepire. Precisato nel corso
di varie sedute come i sintomi somatici proponessero ambiguamente le sue
richieste di essere reintegrata nell’ambito familiare in un ruolo filiale, da
cui sembrava esclusa, la paziente successivamente riuscì ad esplicitare la
propria aggressività verbalmente alla madre. Durante tale episodio, Laura
proclamò anche i noti sentimenti di esclusione ed ebbe un vero e proprio
scoppio d’ira. «In quella discussione mi sono resa conto che avrei anche potuto
picchiare mia madre, che forse non avevo così bisogno di lei».
Successivamente confessò al terapeuta di essersi accorta
dei limiti della madre, di aver ritirato la propria onnipotenza proiettata su
di lei, di aver incominciato a vederla «realmente per ciò che era».
La dimostrazione di quanto Laura fosse immersa in una
dimensione respiratoria dell’esistere, e di come l’amore fosse equiparabile al
respiro è testimoniata dall’affermazione della paziente, che durante una
seduta, ha contrapposto «l’aria cattiva e stagnante quasi soffocante» di casa
sua, con quella «buona» che respirava durante i colloqui psicoterapici nello
studio.
Via via che i contenuti inconsci venivano integrati
nella coscienza, si assistette ad una graduale trasformazione del transfert che
da una fase di «scambio respiratorio» passò ad un piano più strettamente
psicologizzato.
Dopo un anno di trattamento si ebbe la risoluzione
completa della sintomatologia asmatica.
PARLIAMO
L’asmatico, accattivante, cordiale,
è un silenzioso “ladro” d’aria-affetto
i suoi sibili sono grida
d’angoscia soffocate
Riportiamo il testo di uno dei dibattiti che si svolgono
tra i membri dell’équipe operante presso l’istituto Riza. La discussione
collettiva, nella nostra pratica, è un momento fondamentale per la comprensione
delle cause che inducono una determinata patologia.
Un modo non riduttivo di interpretare l’asma
(Jader) Dai lavori di alcuni autori, come per esempio
Alexander, sembra emergere unicamente nell’interpretazione psicosomatica
dell’asma la conflittualità con la figura materna. Tutto il discorso
sull’aggressività viene tralasciato. Perché? (Gian Lorenzo) Si tratta di un
diverso modo di concepire la Medicina Psicosomatica; per Alexander nell’asma
come in altre malattie psicosomatiche esiste la specificità del conflitto e in
particolare in questa patologia il conflitto risiederebbe in un rapporto di
odio-amore nei confronti della figura materna, che alterna momenti di amore a
momenti di abbandono tali da creare angoscia nel figlio stesso. Ma secondo il
nostro modo di interpretare la Medicina Psicosomatica, unendoci a Groddeck, una
tale interpretazione appare riduttiva. Secondo un discorso più ampio, l’asma è
un fenomeno che può essere espressione di tutta una serie di problematiche e di
conflitti che vanno inseriti ogni volta nella storia del paziente.
Si tratta di vedere quindi che cosa esprime l’asma e che
cosa viene delegato all’apparato respiratorio da parte di un certo paziente ed
in un certo momento. Si possono così trovare espresse somaticamente altre
conflittualità.
Asma e incapacità di esprimere emozioni
(Fabio) Ad esempio nel caso del Sig. C. sembra prevalere
l’aspetto dell’aggressività non espressa ma costantemente occultata da un
atteggiamento sempre accondiscendente, accattivante, cordiale. Atteggiamento
evidente anche durante gli attacchi asmatici in cui si manifesta il netto
contrasto tra il notevole impegno organico e l’atteggiamento cordiale e
ottimistico, atteggiamento che è tale solo apparentemente in quanto con esso
questo paziente cerca di mascherare tutta una serie di problematiche che non
viene riferita e nemmeno accettata, ma che è delegata all’apparato
respiratorio. (Sergio) Questa manifestazione però non implica che non possano
essere presenti anche il conflitto con la figura materna, l’angoscia
dell’abbandono, una eccessiva dipendenza, nei confronti della madre, non
accettata. Tuttavia sembra prevalere in questo paziente la somatizzazione a
livello polmonare dell’incapacità di esprimere aggressività. Esiste una grossa
esigenza di portare dentro aria così come esiste una grossa esigenza di portare
dentro affettività, senza però riuscire a farla fluire all’esterno. (Aviva) La
difficoltà ad espirare indica quindi una notevole difficoltà ad esprimere le
proprie emozioni, le proprie difficoltà, i propri disagi.
L’atteggiamento fisico nell’asmatico cronico
(Filippo) L’atteggiamento fisico stesso che l’asmatico
cronico assume, come nel caso specifico del Sig. C., con la gabbia toracica
iperespansa in costante atteggiamento inspiratorio, dà proprio la sensazione di
una persona che voglia accumulare in continuazione energia. Se infatti un
soggetto ha una profonda inspirazione e trattiene il fiato, ha una sensazione
di potenza, di forza, e evidentemente l’asmatico ha bisogno di una sensazione
del genere.
Sangue e respiro
(Daniela) Non è improbabile che questo aumentato inglobamento
di aria-energia si trasferisca nel sangue. Infatti nei soggetti asmatici
cronici si ha un aumento del numero dei globuli rossi e se consideriamo come
analogicamente il sangue corrisponda alla energia mentale, alla libido, possiamo
dedurre che il primitivo accumulo di aria rappresenta un mezzo per aumentare
l’energia interna-sangue.
(Raffaele) Se è vero che il sangue è la rappresentazione
concreta dell’energia mentale, l’aria è l’elemento più tropico per il sangue,
tanto è vero che l’ossigeno è il meccanismo per eccellenza che garantisce
energia al sistema nervoso centrale (il tessuto più sensibile all’ossigeno),
quindi l’asma è il meccanismo atto a nutrire il mentale il più possibile di
aria, cioè è il meccanismo più diretto per arrivare al mentale. (Aviva) Allora
l’asmatico compie un atto vicinissimo al mentale, è come se mettesse in
contatto il proprio mentale con l’aria che è il mentale dell’universo, ovvero
con l’inconscio collettivo, l’asmatico cioè pesca dall’universo e porta dentro
di sé.
(Manilo) Ho notato, nel caso del Sig. C., un aumento dei
lipidi, ed in particolare del colesterolo come può essere interpretato?
(Ezio) Potrebbe essere il tentativo di mantenere nel
sangue un nutrimento in chiave energetica. Si tratta pero di un nutrimento a
lunga scadenza. L’asmatico ha infatti tutti i tempi allungati, si riempie
lentamente di aria e la incamera per il futuro e, come è noto, i lipidi vengono
metabolizzati lentamente. Quindi, come in camera l’aria per il «mentale», così
nel sangue incamera sostanze che, ad un livello energetico più basso, verranno
utilizzate per il futuro.
(Sergio) Un atteggiamento tipico degli asmatici è quello
di prolungare, ad esempio, un colloquio col terapeuta, non in modo diretto ma
con dei pretesti. È questo un modo per incamerare aria, sempre silenziosamente
però, perché l’asma, ad eccezione di quei casi in cui i sibili sono tanto
rumorosi da simulare un grido di disperazione, è in genere una malattia
silenziosa.
L’asma è una malattia silenziosa
(Danilla) Quello della silenziosità è un aspetto
caratteristico molto in teressante dell’asma; l’asmatico è come se non
tollerasse di mettere in atto il meccanismo quasi furtivo di sottrarre aria.
Molto spesso, come nel caso del Sig. C., l’asmatico cerca di mimetizzare gli
attacchi d’asma per non farsi vedere: probabilmente a livello inconscio esiste
la percezione di compiere un atto non autorizzato e cioè l’incamerazione di una
quantità di aria superiore al necessario.
(Daniela) In effetti il passaggio verso la guarigione è rappresentato
dal passaggio ad una sintomatologia più rumorosa, come la tosse, e quindi ad
una diversa forma di espressività. Un altro aspetto può essere la comparsa di
sudorazione che, come la tosse, indica un passaggio, una evoluzione, una presentazione
all’esterno di qualcosa che sta dentro; cioè con questo viraggio della
sintomatologia l’asmatico si concede una maggiore esteriorizzazione della
propria aggressività o emotività. (Fabio) Questa caratteristica, cioè il
viraggio dei sintomi, non è esclusiva dell’asma ma è tipica di molte
sintomatologie silenziose come ad esempio la cefalea o le vertigini ed è
positivo questo mutamento da qualcosa di interno a qualcosa di esterno, di
visibile, proprio perché indica come il paziente stia entrando in comunicazione
con l’esterno, col terapeuta ad esempio, sicura premessa ad una disponibilità
evolutiva verso la guarigione.
(Paola) La sudorazione o il colpo di tosse diventano
quindi un messaggio che il terapeuta deve saper raccogliere, il paziente psicosomatico
si esprime infatti con un linguaggio somatico che gli è più vicino
inconsciamente, per cui è opportuno utilizzare termini corporei come
«apertura», «chiusura», «soffocamento». D’altra parte l’utilizzazione che il
paziente stesso fa di questi termini ha un duplice significato: «Mi sento
chiusa», riferisce una paziente ad indicare consciamente una chiusura
bronchiale ma inconsciamente una chiusura emotiva.
(Irene) Molto interessante è analizzare la parola
«respiro» da un punto di vista linguistico; infatti in latino respiro si dice
«anima» ed è propriamente ciò che differenzia la cosa animata da quella
inanimata. Tra l’altro, in tutte le lingue, abbiamo «respirare» come sinonimo
di «vivere». Si può dire quindi che il malato asmatico durante le crisi mette
in discussione la vita.
(Paola) Se continuiamo ad analizzare la parola «aria»
dobbiamo tener presente la componente «odore», i verbi «esalare», «emanare» non
significano solo emettere aria ma anche odore.
Intatti, insieme al respiro, al fiato, viene emanata
anche un odore che ne rappresenta la componente aggressiva. (Jader) Questo mi
richiama alla mente il caso di Laura, quella paziente che aveva manifestato una
strana sudorazione cattiva quando le dinamiche asmatiche si erano completamente
risolte e che esprimeva la propria aggressività nei confronti della madre
emettendo un odore sgradevole e irritante che, tra l’altro, percepiva solo la
madre. Vedi il caso «l’aria buona e l’aria cattiva». (Gian Lorenzo) La estrema
sensibilità che gli asmatici hanno verso gli odori è tale che si può
considerare terapeutico di per sé bruciare simbolicamente delle sostanze nella
stanza, di fronte al paziente. L’aspetto del bruciare sostanze è un aspetto che
ha un grosso significato simbolico, perché bruciando esse esalano aria «buona».
Asma come relazione
(Raffaele) Il modo di dire «tu oggi non mi ispiri» fa al
caso nostro. L’ispirazione ha la caratteristica di avere la stessa radice di
inspirare e quindi l’ispirazione dell’artista non è altro che il respirare
nell’inconscio collettivo per poi afferrare con l’intuizione le idee e portarle
alla mente. Difatti il processo mentale che è più vicino al respiro è
l’intuizione, perché fa questo continuo andirivieni tra finito e infinito.
(Irene) Quindi il respiro è quella funzione corporea che
è sempre a contatto col collettivo e l’aria che respiri non è la tua, ma è
propria di quel collettivo che ti circonda in ogni momento. Il respiro è ciò
che sottolinea maggiormente l’aspetto di relazione fra noi e gli altri, mentre
nelle altre funzioni corporee viene sottolineata di più la relazione fra i vari
organi nel nostro interno. In fatti molto spesso le sintomatologie asmatiche o
anche le sintomatologie di tipo dispnoico intervengono per esempio nel caso dei
pazienti più giovani, quando a questi nasce un fratellino. Per questo l’aspetto
relazionale ci dice moltissimo sulla sintomatologia del respiro.
(Ezio) Allora l’asma rappresenta sempre un difetto di
relazione: in genere il paziente vuole bloccare le proprie relazioni con
l’esterno. Questo aspetto può essere molto grave. In fatti se pensate al Sig.
C., ricorderete come durante i suoi attacchi questo aspetto relazionale sia
emerso molto nettamente. In fatti questi evitava di mettersi in contatto con
gli altri fino quasi al punto di rimetterci la pelle.
(Manlio) Proprio come quando si è trovato in una crisi
di asma gravissima e non ha chiamato neppure l’infermiere. Questo aspetto può
essere talmente grave che uno può arrivare addirittura a rinunciare a vivere
pur di non confrontarsi con le proprie difficoltà.
(Raffaele) Riprendiamo il problema della relazione
dell’asmatico con la madre: l’inalamento dell’aria in alcuni casi, può essere
il tentativo di assumere attraverso l’aria stessa l’amore materno percepito
come carente. Infatti la madre dell’asmatico è una madre che, mentre da un lato
afferma l’affettività, in realtà la nega. «Gli dà un’aria cattiva».
(Sergio) E se è vero che questa negatività è sempre
dentro la madre, non bisogna dimenticarsi che l’asma è una dispnea respiratoria
che si manifesta col tenere troppa aria, cioè col tentativo di catturare quanto
più possibile gli odori materni che equivalgono all’amore materno. L’asmatico
probabilmente confonde proprio questi aspetti: aria-amore. Aria, odore e amore
sono per lui un unico sinonimo. Analogicamente questo è vero perché, se a
livello del mio inconscio io ho nei tuoi confronti un atteggiamento aggressivo,
chi più del mio odore lo potrà rivelare?
(Danilla) Prendiamo ad esempio gli animali: questi,
prima di entrare in contatto con un altro animale, lo annusano, cioè una volta
di più viene ad essere sottolineato questo aspetto di relazione. L’asma
potrebbe essere vista allora come la psicosomatica delle relazioni.
Aria come tramite tra nascita e morte
(Aviva) Una cosa interessante dell’aria è che dei
quattro elementi è l’unico che non è presente al momento del concepimento.
Questa è una cosa a cui non pensiamo mai, ma il concepimento non può avvenire
se si è in presenza di aria. Non soltanto, ma il concepimento deve avere uno
spazio chiuso, essere in una situazione di buio totale e quindi in uno stato di
morte e con l’assenza assoluta di aria, lo direi che c’è una duplicità: la
nascita coincide da un lato con la morte di una camera chiusa, la placenta e
gli annessi; dall’altro con la nascita dell’embrione e con la sua immissione
nel mondo aereo. (Filippo) Quindi tu muori in quanto nasci, in quanto respiri,
cioè la tua autonomia in quel momento è anche il principio della tua morte. In
fatti una delle fantasie inconscie di tutti gli uomini è il tentativo di
ricongiungersi al tutto, cioè morire. Non è vero che si dice che esiste
soltanto la tendenza alla sopravvivenza. Quindi da questo punto di vista l’asmatico
che cosa fa? Tenta onnipotentemente di compiere un atto in più di quello che abbiamo
detto: tenta di non respirare, cioè di vivere senz’aria.
Asma e ipersensibilità
(Jader) Vorrei a questo punto soffermarmi sul problema
delle allergie. La iperreattività allergica dell’asmatico ha un significato di
iperdifesa di fronte all’invasione di agenti esterni. In fatti abbiamo visto
come la madre di questo paziente è soprattutto oppressiva, è una madre che
invade lo spazio, che entra dentro. L’asmatico che cosa fa dopo aver introiettato
la figura materna? Si difende da tutti gli altri spazi effettivi che possono
penetrarlo creando una situazione di iperreattività nei confronti di tutte le
sostanze. In fondo una delle caratteristiche sostanze stimolanti l’asma
giovanile è la polvere di casa che simbolicamente può ricordare la figura
materna. È come se l’asmatico, con questa sua iperreattività alla polvere o ad
altre sostanze agisse la propria paura di essere invaso, identificando tutti
gli stimoli come potenzialmente nocivi, come allo stesso modo è potenzialmente
nociva questa madre invasiva. Cioè l’asmatico non fa altro che mostrare la
propria allergia ad una situazione familiare con l’allergia alla polvere di
casa.
(Sergio) Solitamente le crisi dell’asmatico avvengono in
casa?
(Raffaele) Molto spesso avvengono in casa, di notte, ma
possono verificarsi anche all’esterno o in ospedale, perché anche in un reparto
si possono ripresentare le situazioni ambientali simili a quelle di casa; è una
casa anche questa, anche se diversa, quindi le dinamiche vengono agite allo
stesso modo.
(Daniela) Vorrei aggiungere che l’asmatico potrebbe
anche delegare la propria sintomatologia alla pelle, perché la pelle è una
situazione di confine tra l’interno e l’esterno, come il polmone, anche se più
rigida; in effetti la relazione tra forme orticarioidi ed eczematose ed asma è
strettissima.
Il nostro atteggiamento terapeutico
(Gian Lorenzo) Abbiamo visto che l’asmatico reagisce
alla propria aggressività passivamente, cioè attacca la madre creando
situazioni di morte e la obbliga così a preoccuparsi di lui. Non c’è una
aggressività diretta, anzi viene negata o manifestata come punizione verso
questa madre ambivalente. Ci sono un po’ tutti gli aspetti: c’è l’aspetto
amore, c’è l’aspetto odio, e c’è principalmente questo oggetto, cioè l’aria,
che lui si è portato dentro. L’asmatico espirando percepisce che una parte
importante delle sue introiezioni se ne sta andando, come il bambino che vede
la madre che si allontana e inevitabilmente l’afferra.
Se l’asmatico trattiene dentro aria è perché lo vuole,
non perché gli manchi effettivamente ossigeno, quindi dargliene o intervenire
farmacologicamente può non essere corretto. Così certamente non lo si aiuta sul
piano terapeutico, ma si rivalorizza l’aspetto somatico, cioè si continua a
riportare tutto ai suoi polmoni.
(Fabio) E se è vero che i pazienti asmatici sono in
genere molto intuitivi e dispongono di un forte controllo della coscienza è
possibile che, calatisi nel loro linguaggio, si riesca a proporre come
fondamentale momento terapeutico la via dell’integrazione ad un livello
cosciente della loro conflittualità. D’altra parte, proprio perché il paziente
psicosomatico è un paziente che ha delegato all’organo, possiamo aspettarci una
reazione molto rapida in risposta ad un nostro contro-messaggio corretto e
penetrato per la via giusta.
(Raffaele) Vorrei spiegare meglio perché, secondo me,
intervenire farmacologicamente può essere controproducente: infatti l’asmatico
utilizza il respiro in questo modo perché si difende dall’esperimentare a
livello mentale angosce di morte così profonde che potrebbero realmente
determinare la sua morte psichica. Questa difesa, per lui, è positiva. Pensiamo
quindi a cosa fa la nostra medicina quando lo mette sotto la tenda ad ossigeno,
quando gli inietta in vena sostanze che vanno direttamente nel sangue; sangue
che a sua volta viene direttamente a contatto dei polmoni e dell’aria, saltando
così la normale via respiratoria. Essa permette così ad un paziente che è già
onnipotente di arrivare direttamente al proprio sangue. Mentre se tutto il
nostro discorso è vero, questo è un paziente che già tenta in chiave
psicosomatica di saltare i confini del proprio corpo, cioè di portare l’aria
direttamente nel sangue e di avere un rapporto continuo tra interno ed esterno
giocato in termini di controllo. È quindi un paziente in genere psichicamente
rigido, ossessivo.
(Irene) Queste descrizioni mi fanno pensare a Proust
che, sofferente di asma, si era addirittura fatto costruire una stanza
apposita, nella quale viveva, dormiva, scriveva, che doveva essere sempre senza
alcuna contaminazione esterna. Direi che si era così ricreato l’utero materno.
(Manilo) Si potrebbe sostenere allora che anche la tenda ad ossigeno è un altro
equivalente uterino e concordi con questa ipotesi sono anche alcuni internisti
che sostengono di aver visto asmatici gravi salvati, anche in crisi acute,
senza interventi farmacologici o altro, ma semplicemente in seguito
all’instaurarsi di un buon rapporto medico-paziente. Infatti, se è vero che un
farmaco può risolvere una crisi immediatamente, è anche vero che tende a creare
una situazione di dipendenza pisco-fisica, come abbiamo verificato, per
esempio, nel caso del Sig. C., dove si è rivelato molto difficoltoso e spesso
frustrante il tentativo di ridurre, seppur progressivamente, la dose di
cortisonici fino allora assunta.
(Sergio) Ma i meccanismi che abbiamo fin qui analizzato
sono allora applicabili anche ai casi di asma estremamente precoci, come nei
bambini appena nati? (Gian Lorenzo) Possiamo dire di sì, perché la relazione
tra madre e figlio durante la gravidanza è una relazione automatica e il parto
può essere una interruzione traumatica di questa relazione. Infatti il bambino
che sperimenta l’abbandono della madre in fase precoce, automaticamente può
avere un attacco d’asma che mima la propria rinascita.
In fondo si può dire che l’asmatico tenta di rinascere
tutte le volte che la madre lo abbandona. (Danilla) E per quel che riguarda
l’insorgenza di asma durante la senilità?
(Filippo) Via via che ci avviciniamo alle fasi terminali
della vita, l’asma si può spiegare ed interpretare come il tentativo di
trattenere dentro, il soffio che sta sfuggendo; cioè il tentativo di difendersi
dalla morte che è reale, vicina. Infatti gli anziani hanno attacchi molto più rumorosi,
non più mascherati, attacchi che sono sempre evidenti richiami di attenzione.
La notte poi è il momento peggiore, in cui l’anziano manifesta più attivamente
la sofferenza, sia per le proprie difficoltà respiratorie, sia per la paura di
un buio e di un silenzio che analogicamente sono estremamente simili alla
morte. (Gian Lorenzo) Per quel che riguarda l’evoluzione dell’asma, possiamo
azzardare delle ipotesi abbastanza favorevoli, infatti la prognosi è certamente
migliore rispetto a quella di altre tipiche patologie psicosomatiche. Infatti
l’evoluzione di una malattia è tanto più favorevole quanto più l’organo colpito
è in contatto con l’esterno e, come nel caso specifico dell’asma, più
direttamente in contatto con la mente.
RICHIESTA DI UN AMORE
CHE MANCA O RIFIUTO
La teoria dell’asma come disturbo di origine nervosa ha
tradizioni antichissime. La letteratura sull’argomento riporta numerosi esempi
di studi sull’asma in cui veniva messa in rilievo l’importanza determinante dei
fattori emotivi nello scatenarsi degli attacchi asmatici. Cosi troviamo che nei
vecchi manuali di medicina l’asma era definita «malattia nervosa». Tuttavia la
dinamica emotiva che porta alla insorgenza del disturbo rimaneva abbastanza nel
vago, si attribuivano le responsabilità ai dispiaceri, alle emozioni
improvvise, ai rimproveri.
I successivi sviluppi dell’immunologia permisero di
rilevare le componenti allergiche della malattia e l’attenzione si spostò
allora sulle determinanti organiche. La teoria dell’origine psicogena fu abbandonata,
l’asma venne considerata un disturbo di origine allergica.
Contributi della psicoanalisi
Alla luce delle teorie psicoanalitiche lo studio delle
componenti emotive implicate nell’insorgenza del quadro asmatico ha potuto
svilupparsi tenendo in considerazione sia il contesto emotivo in cui si scatena
l’accesso asmatico, sia la dinamica conflittuale inconscia.
Freud aveva osservato che nel caso dell’isteria i
disturbi organici erano una trasposizione in campo somatico di un conflitto
psichico inconscio. Tendevano quindi ad esprimere, «significare» un determinato
contenuto psichico. Una volta che il conflitto veniva portato alla coscienza i
sintomi organici scomparivano.
Alcuni psicoanalisti tentarono di «decifrare» con
l’analisi delle dinamiche inconsce il significato di sintomi anche non
strettamente legati a un quadro isterico.
Proprio di un caso di asma tratta la prima esposizione
completa del trattamento di un disturbo organico con metodi psicoanalitici. È
Federn che nel 1913, riferendo in una conferenza «un esempio di spostamento
libidico avvenuto durante la cura», propone una spiegazione psicodinamica dei
sintomi asmatici. Una fissazione lipidica sul sistema respiratorio, avvenuta
nella prima infanzia, resa possibile dalla erogeneità della zona olfattiva, lo
predisporrebbe alla espressione somatica dei conflitti inconsci. Freud propose
in quella occasione di definire questa particolare «conversione» di un
conflitto psichico in campo organico nel quadro di una «nevrosi da fissazione»,
distinta dalle altre forme di nevrosi in quanto è la fissazione libidica
infantile su un organo o apparato che predetermina il luogo e la forma di
espressione somatica del conflitto.
Negli anni seguenti numerosi studi orientati
psicoanaliticamente sull’asma mettono in rilievo i fattori emotivi come determinanti
nel precipitare dell’attacco asmatico. Si parla dell’asma come di una forma di «nevrosi»,
«nevrosi d’organo» o «conversione». Flanders Dunbar scorrendo la letteratura
sull’argomento cita una lunga serie di lavori che concludono unanimemente che
l’asma è curabile con la psicoterapia, sebbene rimanga molto controverso il
problema del fattore etiologico iniziale, psichico o organico.
Flanders Dunbar
La Dunbar, uno dei primi autori che tentarono una
analisi sistematica delle correlazioni tra conflitti psichici e malattia,
propose un preciso indirizzo di ricerca psicosomatica che si ricollegava agli
studi biotipo-psicologici. L’ipotesi dell’autrice era che la storia personale
dell’individuo, i traumi e le esperienze dell’infanzia, il modo in cui il
bambino vi ha reagito e ha strutturato la sua personalità, lo rendessero più
«esposto» a contrarre certi tipi di malattia piuttosto che altri. Si trattava
di verificare, analizzando centinaia di casi, l’esistenza di una relazione
precisa tra la malattia e il carattere del paziente. Iniziava così la ricerca
dei «profili della personalità» dell’asmatico, del cardiopatico, dell’iperteso
ecc. A proposito dell’asma la Dunbar indicava come tipici «il carattere
compulsivo», «l’ostilità che sembra perennemente sul punto di tradursi in
azione», la dipendenza dalla madre e in seguito dalle figure che la
rappresentano e la presenza di «tentazioni» sessuali frutto di una forte
curiosità e di un’altrettanto grande paura delle relazioni sessuali.
Di fatto le concezioni della Dunbar venivano
successivamente smentite da molti autori, dalle ricerche posteriori non è
emerso alcun quadro della personalità precedente alla malattia e predisponente
ad essa. Numerosi lavori sull’argomento concludono che il quadro psicologico
dei pazienti asmatici è simile a quello di altri pazienti cronici e i tratti
comuni della personalità possono essere quindi intesi piuttosto come effetti di
una relazione difensiva al cronicizzarsi della malattia.
Franz Alexander
Agli inizi degli anni ‘30 all’Istituto di Psicoanalisi
di Chicago, diretto da Franz Alexander, viene costituita una équipe di ricerca
che si occupa in particolare di medicina psicosomatica. Con Alexander,
considerato il vero fondatore della medicina psicosomatica, si avvia lo studio
sistematico, su basi psicoanalitiche, dei disturbi organici funzionali.
Alla posizione metodologica della Dunbar, Alexander
rispose: «Tra le persone malate d’asma troviamo tipi diversi, l’aggressivo,
l’ambizioso, il cavilloso, il rompicollo e anche l’ipersensibile e l’esteta.
Alcuni asmatici sono individui coatti, altri hanno piuttosto un fondamento
isterico. Sarebbe vano perciò delineare un profilo caratteristico: non esiste».
Alexander scarta anche l’ipotesi di fenomeni di «conversione»
per quanto riguarda i disturbi degli organi vegetativi interni. Si tratterebbe
invece di «nevrosi organiche».
Riprendendo i risultati delle ricerche fisiopatologiche
di Cannon, Alexander indica due fondamentali reazioni dell’organismo di fronte
a un conflitto: la preparazione all’azione (lotta o fuga) e il ritiro
dall’attività esterna verso una situazione di dipendenza e di richiesta
d’aiuto. Il primo tipo di reazione stimola l’attività del sistema simpatico, il
secondo del parasimatico. Se alla preparazione non segue l’azione, ma viene
sistematicamente repressa, l’organismo si trova in uno stato di perenne
iperattività del sistema simpatico; analogamente se l’individuo reagisce
cronicamente ai conflitti con un ritiro in se stesso risulta iperstimolata
l’attività parasimpatica. A questo sovraccarico di uno dei due sistemi si
devono attribuire i disturbi delle funzioni vegetative e le conseguenti
malattie.
In questo schema l’asma è legata al secondo tipo di
reazione, il ritiro in sé, la richiesta d’aiuto. Si tratta ora per Alexander di
ridefinire la «specificità del conflitto», cioè la «precisa costellazione di
reazioni emotive» che porta all’insorgenza del quadro asmatico piuttosto che di
un’altra disfunzione vegetativa da iperattività parasimpatica (es. disturbi
gastrici). «Le influenze psicologiche di rilievo come ansietà, repressione
degli impulsi ostili ed erotici, frustrazioni, desideri di dipendenza, senso di
inferiorità e di colpa, sono presenti in tutti questi disordini. La specificità
delle risposte vegetative non è quindi dovuta alla presenza di uno o più
fattori psicologici, ma alla configurazione dinamica in cui essi appaiono».
Nell’asma il nucleo centrale attorno a cui si struttura
la reazione emotiva è la relazione con la madre e il represso bisogno di
dipendenza da lei, «questa dipendenza sembra avere caratteristiche alquanto
diverse da quelle trovate nelle nevrosi gastriche e nell’ulcera peptica. Non è
tanto il desiderio orale di essere alimentato che noi qui troviamo, quanto
piuttosto quello di essere costantemente protetto e circondato dalla madre o dalla
immagine materna».
La Madre
Per spiegare perché questo desiderio negato della madre
provochi uno spasmo ai bronchi, Alexander e French riprendono l’ipotesi già
proposta da Edoardo Weiss (1922) dell’attacco asmatico come grido d’aiuto
soffocato.
Secondo gli AA il conflitto inconscio che determina
l’insorgenza dell’asma è «un fortissimo, non risolto bisogno di dipendenza
dalla madre» lo scatenarsi dell’attacco asmatico equivale a un «grido di
angoscia o di rabbia inibito e represso» ogni volta che si presenta una
situazione che espone il soggetto al pericolo/tentazione di separazione dalla
madre o dalle figure che la rappresentano.
Quasi tutti gli autori accettarono questa tesi del grido
d’aiuto rivolto alla figura materna che, aggiunge Fenichel: «il paziente cerca
di introiettare con la respirazione in modo da esserne sempre protetto».
Fenichel parla per l’asma sia di «nevrosi d’organo», concordando con
l’impostazione di Alexander, sia di «conversione pregenitale», pregenitale in
quanto gli atti inspiratori ed espiratori possono simbolizzare la introiezione
e la proiezione e «l’introiezione respiratoria è strettamente legata con
l’immissione di odori, vale a dire con l’erotismo anale».
La presenza di un rapporto disturbato madre-figlio è
rilevata e sottolineata come fattore determinante in tutti gli studi sull’asma.
Azario individua nel rapporto con la madre l’elemento
fondamentale del più vasto strutturarsi della relazione bambino-ambiente.
L’autore distingue tra «madri presenti» e «madri assenti». In ambedue i casi,
sia che si tratti di figure materne iperprotettive, eccessivamente premurose,
ansiose e «soffocanti», sia che si tratti di madri che non assicurano il calore
e la protezione necessari, il rapporto viene vissuto negativamente dal bambino.
Questo crea una situazione di insicurezza, angoscia e instabilità emotiva che
minaccia alla base lo stabilirsi di un normale rapporto uomo-ambiente,
provocando «uno stato di ansia cronica che avrebbe come equivalente lo stato
asmatico, con periodi di esplosioni dell’accesso asmatico che esprimerebbe
l’acme della tensione psicologica».
Così secondo Strauss i bambini asmatici si possono
dividere in due gruppi i «viziati» e i «trascurati»; le caratteristiche di
insicurezza e di tendenza all’angoscia comuni ai due gruppi sono spiegabili nei
primi come assimilazione degli analoghi caratteri dei genitori, della madre in
particolare, nei secondi come paura e lotta contro le tendenze aggressive
inconscie.
Alexander rileva che la trascuratezza materna, come pure
la sollecitudine a una prematura indipendenza, non facciano altro che
accrescere il senso di insicurezza del bambino, aumentandone le richieste di
protezione e dipendenza, provocando quindi lo stesso effetto della iperprotezione.
Inoltre anche le tendenze aggressive verso la persona amata rappresentano una
minaccia alla relazione di dipendenza e quindi sono in grado di scatenare un
attacco d’asma.
Nel caso della «madre presente» di Azario appare «poco
probabile che il bambino si comporti in maniera di legarla a sé, mentre è più
probabile possa subentrare uno stato di avversione capace di tramutarsi in odio».
L’A. conclude quindi che la madre può funzionare da elemento scatenante
tensioni emotive non solo come oggetto di affetto, ma anche come oggetto di
avversione.
Così per Wittkover (1959) la madre rappresenta ad un
tempo l’oggetto buono e l’oggetto cattivo; in particolare su quest’ultimo si
dirigono gli impulsi sadici che lo distruggono facendo emergere prorompenti
sensi di colpa e angoscia.
Il pianto e la confessione
Particolarmente interessante è la stretta correlazione
esistente tra accessi asmatici e pianto.
Più autori riferiscono il caso frequente di attacchi
asmatici che terminano quando il paziente può sfogarsi piangendo, o casi in cui
il pianto sostituisce gli attacchi una volta reso cosciente il conflitto, i
pazienti stessi sostengono che per loro è molto difficile piangere.
Peraltro il pianto è la reazione più naturale del
bambino di fronte all’abbandono materno e la caratteristica dispnea e le
difficoltà di respiro che si producono nel tentativo di interrompere il pianto
somigliano molto agli attacchi d’asma.
Halliday (1937) propose la tesi dell’attacco asmatico
come crisi di pianto repressa. «La soppressione del pianto starebbe pertanto a
significare» secondo Alexander «la tendenza opposta, il desiderio cioè di liberarsi
da un attaccamento troppo passivo alla madre». L’attacco d’asma esprimerebbe
quindi due tendenze opposte, se da un lato c’è la protesta contro il
disinteresse della madre, contro la minaccia di separazione, dall’altro è la
ribellione contro il proprio desiderio di dipendenza che impedisce all’emozione
di esprimersi nel pianto.
«Un’ulteriore importante osservazione è l’immediato
miglioramento riscontrato in numerosi casi nei quali il paziente ha confessato
qualcosa di cui si sentiva colpevole», riferisce Alexander, «il parlare
confessandosi produce un uso più articolato dell’atto espiratorio col quale
l’adulto realizza lo stesso risultato raggiunto dal bambino con il pianto».
Studi sperimentali sulle reazioni allergiche e sul
condizionamento
Il problema della rispettiva importanza dei fattori
allergici e di quelli psichici nell’insorgenza del quadro asmatico aveva
suscitato come abbiamo detto una vivace controversia.
Per Alexander le componenti allergiche e le componenti
emotive possono essere considerate serie complementari. «L’effetto di ciascuno
dei due tipi di stimoli preso separatamente rimane al di sotto della soglia di
sensibilità dell’organo di shock, in questo caso la parete dei bronchioli (...)
nella maggioranza dei casi basta allontanare una delle due cause coesistenti,
l’allergica o l’emotiva, per liberare il malato dai suoi accessi».
Dagli inizi degli anni ‘50 lo studio delle correlazioni
malattia-emozione si sviluppa, soprattutto in America, con le ricerche
sperimentali.
Data la corrente etiologia allergica attribuita
all’asma, i lavori in questo campo sono principalmente indirizzati all’indagine
dei fattori in grado di scatenare una reazione allergica di tipo asmatico.
Viene così verificato che l’accesso d’asma non è provocato solo dal contatto
diretto con l’allergene, ma anche dall’esposizione a stimoli di vario genere,
in sé innocui, che lo richiamano (ricordiamo l’esempio classico di Mackenzie
dell’attacco d’asma causato dalla vista di una rosa di carta). L’accesso
inoltre può essere scatenato riproducendo situazioni emotive traumatizzanti
senza alcuna relazione con allergeni (per esempio Weiss (1970) ha provocato attacchi
d’asma proiettando un film su bambini asmatici in piena crisi, e Selsnick e
Sheldon (1969) con filmati su situazioni di separazione e abbandono).
Nel corso degli esperimenti si osservò che la reazione
asmatica può essere appresa, dagli animali come dall’uomo, per condizionamento.
Con la ripetuta esposizione del soggetto d’esperimento ad allergeni abbinati a
uno stimolo neutro, si ottiene al fine la reazione asmatica anche al solo
stimolo neutro (le cavie di Ottemberger rispondevano con attacchi d’asma alla
sola vista del recinto d’esperimento).
Khan distingue tra condizionamento «normale» e
condizionamento «operante». Quanto al primo numerosi stimoli che in sé non
sarebbero in grado di provocare più che una leggera bronco-costrizione (es.
acqua e aria fredda) possono provocare un attacco asmatico in soggetti che
hanno in corso qualche reazione a livello respiratorio. la ripetizione del
fenomeno conduce il soggetto a produrre reazioni asmatiche alla semplice
esposizione allo stimolo. Cosi nel condizionamento operante se un bambino che
teme il rifiuto o la separazione dalla madre riesce con l’attacco asmatico ad
ottenere maggiori attenzioni e protezione può, in seguito al rafforzamento di
questo condizionamento (in origine specificamente legato a una situazione)
generalizzare questo tipo di risposta ai conflitti con l’ambiente o ad analoghe
situazioni di separazione e di rifiuto.
L’analisi esistenziale
Un originale approccio all’asma è stato suggerito alla
fine degli anni ‘50 dall’analisi esistenziale. La scuola della Daseinsanalyse
(Binswanger, Boss) raccoglie gli spunti offerti dalla fenomenologia di Husserl
e dal Dasein di Heiddegger oltre che dalla psicoanalisi. Nell’analisi
esistenziale la malattia non segue un rapporto causa-effetto, ma piuttosto un
andamento analogico con la maniera globale di «essere al mondo» del paziente.
La malattia è uno degli elementi che modellano un’esistenza, un «dasein»,
all’interno di essa il sintomo è soprattutto simbolo.
Così per Loras (1961) l’asma, la difficoltà di respiro, è inquadrabile in un modo d’essere che soffre della discontinuità del «soffio», del rapporto con il tutto, dominato dall’angoscia nevrotica della rottura della continuità
È la continuità dell’esistenza ad essere qui minacciata,
il «soffio-anima-madre» esprime direttamente nelle sue crisi, negli arresti,
nei blocchi, la difficoltà e gli ostacoli del rapporto con la totalità.
L’intera atmosfera si popola di fantasmi angosciosi a cui l’individuo «è
allergico» e reagisce come a minacce dirette.
Il movimento dell’essere si restringe all’interno di
«zone protette», strutturando uno spazio e un tempo neutro nevrotico. La fobia
della rottura che pervade l’esistenza dell’asmatico modella le sue relazioni
affettive, sociali, sessuali. L’asma non è più una «malattia» nel senso
classico, ma una forma d’essere dell’individuo: «l’etre du souffle».
UOMO O
Ogni nuova acquisizione “scientifica” parziale,
diviene elemento totalizzante
La possibilità di individuare nuove forme di terapia
presuppone la conoscenza completa, oltre che delle determinanti psicodinamiche
e dei simbolismi associati alle malattie, anche della visione organicista che
permea la nostra medicina.
È necessario quindi evidenziare in una visione critica
tutti quegli elementi che vengono considerati, e spesso contrabbandati, come
cause (etiologia), i loro meccanismi di azione (patogenesi), le alterazioni
presenti negli organi ammalati (aspetti anatomo-patologici) e la clinica
(sintomi - diagnosi - decorso -complicanze - prognosi - terapia). In questo
modo ci si rende conto, ad esempio, che nell’asma bronchiale ad onta dei
moderni progressi «scientifici», la medicina attuale è ancora lontana da una
comprensione globale della malattia e tende invece a sfruttare ogni nuova acquisizione,
ad esempio immunologica, come definitiva spiegazione. Ovviamente definitiva
fino a quando non giungeranno nuove «scoperte». Ciò non sarebbe poi tanto grave
se tutto si riducesse ad un semplice esercizio teorico.
La verità è che questa visione limitata e parziale
informa la scelta dei presidi terapeutici; talvolta addirittura «sperimentati»
sulla nostra pelle.
Certo, affrontare queste costruzioni teoriche e le loro
implicazioni pratiche sul loro stesso piano non è facile, nemmeno per il
lettore; richiede attenzione e concentrazione. Noi, da parte nostra abbiamo
volutamente usato il linguaggio tecnico-medico, cercando di chiarire i termini
più ostici.
Abbiamo fatto ciò nella convinzione che solo il riappropriarsi (con fatica) di un linguaggio cifrato che descrive le condizioni del nostro corpo, ma di cui siamo stati esautorati, sia essenziale per cominciare veramente a «conoscere», e a capire forse, anche i motivi per cui esso viene usato in medicina.
Eziopatogenesi
dell’asma bronchiale
In seguito allo sviluppo dell’immunologia, verificatosi
nel secondo dopoguerra, viene a delinearsi un’interpetazione dell’asma in
chiave puramente allergica, che nega ogni valore a fattori emozionali, fino ad
allora ritenuti fondamentali nella genesi dell’ «affanno», cioè asma.
Successivamente, le osservazioni cliniche e sperimentali
di autori quali Dunbar, Wittkower, French e Alexander, rilevano la parzialità di
tale impostazione, e la necessità di considerare con rigore psicoanalitico le
determinanti psicodinamiche dell’asma.
La trattatistica attuale, recepiti in modo parziale
questi elementi, distingue due forme di asma: uno estrinseco, legato cioè ad
un’etiopatogenesi esclusivamente allergica, e l’altro intrinseco, legato a
situazioni definite, con assoluta genericità, di «stress» (Fig. 1).
L’estrinseco è determinato dal contatto, generalmente
inalatorio, con una varietà di antigeni (allergeni), quali: spore, polveri,
pollini, fumi, miceti, derivati epidermici, che inducono reazioni atopiche (1)
di vario tipo, talvolta tra loro contemporanee, legate di volta in volta, o al
contatto dell’antigene con lo specifico anticorpo (2) fissato ai recettori di
cellule che liberano sostanze attive (reazione di tipo I, reaginica), oppure ad
una reazione di tipo III (precipitinica) da complessi immuni (3) che
assumerebbero quindi responsabilità patogenetiche, oppure ancora di tipo IV
(cellulare) che vede protagonisti i T-linfotici quali operatori della reazione
flogistica e forse responsabili di una risposta immune autoaggressiva contro la
mucosa bronchiale e la muscolatura liscia (vedi fig. 2).
La teoria fondata sulla responsabilità di una reazione
di tipo I riconosce a tutt’oggi il maggior numero di consensi, rappresentando
anche la modalità più frequente: nei pazienti asmatici vi sarebbero
costituzionalmente livelli di immunoglobulina IgE («reagine») superiori alla
norma che, in seguito ad una stimolazione antigenica, verrebbero a fissarsi
alla superficie di linfociti e mastzellen (4) tessutali; queste cellule
subirebbero un’azione citolitica ad opera di un successivo incontro delle IgE
ad esse adese con l’antigene specifico. La citolisi comporta liberazione di
mediatori chimici quali istamina, SRSA, bradichinine, plasmachinine,
serotonina, Ach, responsabili, in varia misura, dell’azione broncocostrittiva;
nel contempo le SRS svolgerebbero un’azione permeabilizzante sui piccoli vasi
bronchiali, causando edema ed ipersecrezione.
I fattori etiologici della forma intrinseca, in cui è
«praticamente impossibile riconoscere l’allergene in causa» (dalla relazione
del Prof. Morandini), rimangono tuttora solo parzialmente verificati e
comprendono: a) pregresse infezioni che esalterebbero la reattività mucosale,
b) squilibri endocrini, c) distonie neurovegetative, legate a stress psichici
con ipertonia vagale.
Il meccanismo patogenetico comune a questi fattori
causali è rappresentato da un iniziale blocco β adrenergico delle
terminazioni simpatiche della mucosa bronchiale che fisiologicamente presiedono
alla broncodilatazione.
Le noxae (7) determinerebbero inoltre una esaltazione
dell’attività del SNA (8) con una prevalenza quantitativamente variabile a seconda
delle circostanze del tono simpatico o di quello vagale. Il primo agisce sui
recettori α adrenergici, il secondo su quelli colinergici; la loro azione
è simile: si tratta di una broncocostrizione favorita dal concomitante blocco β
adrenergico (vedi fig. 3).
«Tuttavia più recentemente — afferma Solcia — la
distinzione semplicistica in asma allergico e in asma intrinseco tende ad
essere abbandonata in quantoe fattori neuroumorali ed allergici verrebbero a
sovrapporsi sin dalle fasi iniziali della malattia».
Aspetti anatomo-patologici
I bronchi e i bronchioli costituiscono la sede delle
alterazioni anatomopatologiche più evidenti. È rilevabile uno spasmo
bronchiolare associato ad un ispessimento della parete e ad una ipertrofia
della muscolatura senza però che generalmente si verifichi alcun processo
suppurativo a carico dell’albero respiratorio; quando ciò accade, si parla di
bronchite asmatica infettiva.
Contemporaneamente vi possono essere fenomeni di
disepitelizzazione, di iperareazione degli alveoli polmonari, di atelettasia
(9).
Caratteristica dell’asma è l’ipersecrezione operata
dalle cellule caliciformi mucipare (10) che producono un’essudato basofilo che
si addensa in zaffi nel lume bronchiale e può essere responsabile di reiterati
fenomeni ostruttivi a carico soprattutto dei bronchi di minor calibro. Altri
elementi della flogosi sono l’edema e l’infiltrazione infiammatoria costituita
da eosinofili e linfociti.
La membrana basale è ispessita e le ghiandole bronchiali
sono iperplastiche (11).
Nello stesso ammalato le componenti dell’alterazione
anatomopatologica possono essere presenti in quantità diversa persino durante
il singolo accesso asmatico.
All’esame autoptico di pazienti deceduti in stato di
male asmatico sono rilevabili alterazioni polmonari che vanno dallo stato di
enfisema acuto fino a quadri legati all’edema polmonare consecutivo a
situazioni di cor polmonare acuto (12).
L’approccio internistico e il decorso clinico
L’esordio sintomatologico è espresso dalla crisi
dispnoica parossistica nota come accesso asmatico, che insorge generalmente in
maniera improvvisa, spesso durante le ore notturne, frequentemente senza che si
evidenzi alcuna causa scatenante. «Altre volte —afferma Weiss — la crisi viene
scatenata anche dal solo simbolo dell’allergene». Il paziente entra in uno
stato di angoscia, caratterizzato dalla «fame d’aria», con polipnea (13),
affanno, senso di soffocamento, impegno respiratorio di tutti i muscoli
ausiliari. Questa sintomatologia è accompagnata frequentemente da pallore, cianosi,
sudorazione intensa, tosse stizzosa.
L’accesso ha intensità e durata variabile, generalmente
compresa fra una o due ore, talvolta protratta per qualche giorno. L’esame
obiettivo del torace evidenzia un irrigidimento respiratorio, con breve inspirazione
ed espirazione prolungata e predominante sull’inspirazione, associata a
stridore; il fremito vocale tattile (14) risulta diminuito e sono percepibili
fremiti bronchiali. A causa dell’instaurarsi dell’enfisema acuto si ha un suono
iperfonetico (15) alla percussione con scomparsa dell’aia cardiaca (16),
abbassamento e immobilità relativa delle basi polmonari; i fischi e i sibili
coprono il murmure vescicolare. (17) Con l’esaurirsi della sintomatologia sono
apprezzabili anche rantoli a piccole e medie bolle che testimoniano il
fluidificarsi dell’essudato.
Di fronte a una diagnosi clinica sufficientemente
chiara, l’internista cercherà di definire la natura etiologica dell’asma,
mediante un’indagine anamnestica e prove di cutireazione tendenti ad
identificare l’allergene responsabile, qualora vi sia il sospetto di una forma
estrinseca.
Nel caso in cui l’intensità sintomatologica suggerisce
l’ospedalizzazione l’asmatico può essere inserito in uno dei due gruppi di
pazienti, a cui, indipendentemente da considerazioni di ordine
etiopatogenetico, il clinico si riferisce nella sua pratica terapeutica.
Gli internisti dotati di lunga esperienza distinguono in
base ad una personale «impressione» un primo gruppo costituito da coloro che
traggono beneficio sostanziale, seppur temporaneo, da esclusive terapie
mediche, da un secondo gruppo che necessita di assistenza continua fino al
ricorso a tecniche di rianimazione necessarie a risolvere quella condizione
gravissima di insufficienza respiratoria acuta nota come male asmatico.
Una valutazione diagnostica più approfondita si vale
delle prove di funzionalità respiratoria, che nei casi di più lunga durata
evidenziano alterazioni di tipo ostruttivo della ventilazione e del rapporto
ventilazione/perfusione sanguigna. L’esame emocromocitometrico può evidenziare
eosinofilia che si associa a leucocitosi nel caso di infezioni sovrapposte,
dimostrabile anche con l’esame dell’espettorato che permette inoltre
l’osservazione delle spirali di Curschmann e degli zaffi di Dittrich.
Esami complementari sono rappresentati da quello
radiologico, che può rilevare l’eventuale enfisema cronico, e dall’ECG,
alterato talvolta da un impegno del ventricolo destro.
Oltre alle sovrapposizioni infettive e ai processi
atelettasici, la complicanza più frequente è data dall’enfisema polmonare
ostruttivo. La valutazione prognostica è fondata esclusivamente sui criteri clinici
evolutivi della malattia, essendo perciò di difficile formulazione e potendosi
verificare la morte del paziente nel corso di una crisi di particolare gravità.
Si ritiene comunque che la prognosi sia più favorevole
nell’età infantile, più grave se le crisi si protraggono e si manifestano segni
di insufficienza respiratoria e cardiaca.
Terapia farmacologia: efficacia e rischi
La terapia etiopatogenetica nella cura dell’asma è
possibile, secondo la trattatistica attuale, soltanto quando vengano chiariti i
fattori causali delle due forme: allergici, infettivi, neuropsichici, etc.
Nella forma estrinseca, l’individuazione dell’allergene permetterebbe quindi
una terapia desensibilizzante specifica, mediante somministrazione sottocutanea
in dosi crescenti di estratti acquosi o «semi-retard» dell’allergene in causa.
Seppure evidenziando l’allergene non è possibile
ottenerne un estratto somministrabile, la desensibilizzazione può essere
compiuta aspecificatamente utilizzando istamina.
Negli altri casi si prospetta l’eliminazione dell’agente
infettivo o delle influenze neuropsichiche che scatenano la malattia.
«Nella maggior parte dei casi (riferisce Teodori) è
necessario ricorrere a una terapia patogenetica aspecifica per ridurre la
reattività bronchiale agli stimoli di difficile individuazione».
In tal caso si punta alla immunodepressione aspecifica
che generalmente viene attuata mediante la somministrazione di cortisonici o
ACTH sintetico, preferibilmente per via parenterale.
Spesso l’uso di tali farmaci è indiscriminato e i
dosaggi arbitrari: una terapia prolungata di tal genere comporta ben noti
rischi di varia gravità tra i quali ricorderemo: ulcere peptiche, osteoporosi,
sindrome di Cushing iatrogena. ipotensione, insufficienza surrenale, ecc. Per
ridurne gli effetti collaterali ne è stato proposto l’impiego per via locale
tramite aereosol.
1) Mastzellen tessutale
2) anticorpo
3) antigene
4) complesso immune (per eccesso di anticorpo precipita
nella fase C sulle mastzellen)
5) T-linfociti
6) mastzellen o granulocita
lisato
7)cellule della mucosa
bronchiale
8) fibre muscolari
REAZIONE Dl TIPO I
A) IgE (anticorpi) superiori alla norma in circolo.
B) per questo motivo si depositano e si legano a cellule
(mastzellen) presenti nella mucosa e già sensibilizzate da un incontro
precedente con l’antigene.
C) L’antigene che giunge nuovamente nei bronchi si lega
al suo specifico anticorpo fissato alla mastzellen innescando la reazione.
REAZIONE Dl TIPO III
A) Mastzellen della mucosa
B) incontro tra l’antigene e i suoi specifici anticorpi
in circolo, si forma l’immunocomplesso.
C) L’immunocomplesso formatosi in eccesso di anticorpo
precipita nella mucosa legandosi alle mastzellen
REAZIONE Dl TIPO IV
A) L’antigene come negli altri casi giunge inizialmente
a contatto con la mucosa.
B) prontamente giungono i T-linfociti.
C) I T-linfociti attaccano gli antigeni, ma attaccano
anche le cellule della mucosa forse perché non più riconosciute come proprie a
causa della presenza dell’antigene. Ciò causa una distruzione delle cellule
della mucosa (epiteli e fibre muscolari) e un’infiammazione che provoca
richiamo e degranulazione dei granulociti (fase finale).
FASE FINALE COMUNE
Le mastzellen e i granulociti liberano sostanze
vaso-attive e broncocostrittive dai loro granuli, Il cromoglicato di sodio
agisce in questa fase impedendo la degranulazione.
* * * * *
L’uso di altri immunodepressori quali i citostatici
(azatiopirina, mostarde azotate, ciclofosfamide) è stato ben presto abbandonato
a causa della scarsa efficacia terapeutica e - dell’elevata tossicità. La
terapia sintomatica si fonda soprattutto sull’uso di broncodilatatori, di
modificatori della secrezione e di vari altri farmaci, I broncodilatatori usati
sono:
1) adrenalina ed efedrina (simpaticomimetici generici),
isoprenalina (stimolante β adrenergico), salbutamolo, terbutalina,
trimetochimolo (stimolanti β adrenergici). Gli effetti collaterali sono
rappresentati da: tachicardia, e disturbi dell’eccitabilità cardiaca,
particolarmente pericolosi nei coronaropatici; l’abuso di tali sostanze per
aereosol ha comportato negli ultimi anni l’aumento dei casi di morte in
fibrillazione ventricolare, legati anche alla progressiva assuefazione a tali
farmaci. Il salbutamolo, utilizzato in modo sempre più massiccio, può
comportare inoltre l’insorgere di tremori (68% dei casi) e di stati d’ansia.
2) teofillinici, che da una parte esaltano, per
inibizione della fosfodiesterasi, il tono simpatico, dall’altra stimolano i
centri bulbari del respiro. Oltre a queste azioni tali composti incrementano la
frequenza cardiaca e la vasodilatazione arteriolare, stimolano l’attività
corticale, causano insonnia e possono indurre convulsioni anche mortali; hanno
inoltre azione spasmolitica, diuretica ed irritativa sulla mucosa gastrica.
3) anticolinergici (parasimpaticolitici) quali
l’atropina con i loro noti rischi.
Possono essere impiegati, allo scopo di fluidificare la
secrezione bronchiale, guaiacolo, eucaliptolo, loduri, benzoato di Na+,
N-acetilcisteina, ecc. Il cromo-glicato di Na+ viene utilizzato solo nell’asma
di origine allergica; somministrato per inalazione, previene la degranulazione
cellulare e quindi la crisi asmatica; può però essere responsabile di
irritazione mucosale. L’azione degli antistaminici risulta in genere inefficace
e spesso dannosa. Malgrado l’attuazione di «adeguate» misure terapeutiche si
può verificare lo stato di «male asmatico», in tal caso, oltre alla infusione
endovenosa di soluzione fisiologica, addizionata di teofillinici, tendente a
ripristinare l’equilibrio idrosalino, si ricorre nei casi più gravi alla
somministrazione di O2.
Valutazioni conclusive
Dalle osservazioni fin qui condotte sui principali
aspetti di ordine sperimentale, clinico e anatomo-patologico emerge il
tentativo da parte della nosografia classica di conferire dignità causale ad
elementi di esclusiva natura patogenetica.
Non è chiaro infatti quale sia il «primum movens» che
causa in alcuni soggetti e non in altri esposti alle stesse condizioni
ambientali, la manifestazione asmatica; né quale sia la ragione per cui negli
asmatici stessi, vi sia variabilità di intensità e di durata delle crisi senza
variazioni dell’intensità degli stimoli supposti come causali.
La pretesa di una medicina che si muove sulla base di
diagnosi d’organo e non sa operare diagnosi di paziente, di superare questa
«impasse» con l’ormai abusato ricorso a determinanti genetiche, trova una netta
smentita nelle ricerche di Edfors-Lubs sulle manifestazioni asmatiche in
gemelli monocoriali, con identico patrimonio genetico (su 7.000 gemelli
studiati solo il 18% presentava somiglianza di manifestazioni).
Naturalmente questa visione che coglie solo i meccanismi
finali di un processo che sta a monte, ed è sicuramente meno apparente,
condiziona anche l’impostazione terapeutica. Ne consegue che tutti i presidi
terapeutici, anche la desensibilizzazione specifica, non possono avere che
un’efficacia puramente sintomatica.
Nel corso della sperimentazione clinica curata dal
Clinical Research Services svoltosi a Coventry nel maggio 1977, si rilevò che
un terzo degli attacchi di asma trattati venivano risolti con iniezione di
soluzione fisiologica. L’effetto placebo va quindi interpretato all’interno del
rapporto medico-paziente; ciò lascia supporre un’efficacia terapeutica di molti
farmaci nell’ambito del simbolismo complessivo che assumono per il paziente, a
prescindere dalle loro proprietà farmacologiche specifiche immediate.
La presenza di fattori non indagabili quantitativamente
e qualitativamente con la diagnostica laboratoristica attuale è testimoniata da
alcuni elementi dell’ordinaria pratica clinica: la già accennata distinzione
operata su basi puramente intuitive in asmatici che tenderanno a guarire ed in
altri che tenderanno a peggiorare, i dati esperienziali dei vecchi clinici
convinti che fosse spesso sufficiente un rapporto di particolare intensità
emotiva con questi pazienti, l’introduzione recente in nosografia di una
varietà di asma cosiddetto «misto» dove si riconosce la rilevanza di generici
fattori neuropsichici nella risposta allergica.
NOTE
1) Allergiche
2) Gli anticorpi
sono proteine della classe delle immunoglobuline prodotte dall’organismo umano
con funzione difensiva verso gli antigeni (sostanze estranee)
3) formati da
antigeni e anticorpi fra loro legati, precipitano, e assumono quindi responsabilità
patogenetica, quando si formano in condizioni di eccesso di antigene o eccesso
di anticorpo
4) Sono cellule
presenti normalmente in molti tessuti, contengono granuli in cui sono racchiusi
vari mediatori chimici responsabili delle reazioni infiammatorie o flogistiche.
5) Si intende con
questo termine l’azione di richiamo sui globuli bianchi esercitata da altre
cellule, quali mastzellen, linfociti, granulocifi, ecc., «in altre parole, la
prima cellula che entra in contatto col nemico avrebbe la funzione di una
sentinella che dà l’allarme» (Dianzani)
6) I globuli
bianchi o leucociti vengono distinti in linfociti, monociti, e granulociti;
questi ultimi vengono ulteriormente suddivisi in eosinofili, basofili,
neutrofili. Sono presenti in gran numero nei tessuti infiammati (gli eosinofili
soprattutto nelle infiammazioni allergiche); contengono, come le mastzellen
numerosi granuli il cui contenufo può essere riversato all’esterno (degranulazione)
7) Cause vere o
talvolta presunte di malattia
8) Sistema Nervoso
Autonomo, costituito da nervi e da gangli, rappresenta il tramite tra Sistema
Nervoso Centrale (Cervello e midollo) e gli altri organi; viene distinto in una
parte parasimpatica o colinergica (di cui fa parte ad esempio il nervo vago) e
una simpatica o adrenergica che hanno azioni tra loro generalmente opposte nei
vari organi.
9) Collabimento (chiusura)
degli alveoli
10) Cellule a
forma di calice che secernono muco
11) Aumentate nel numero
12) Sindrome
caratterizzata da improvviso sovraccarico del ventricolo destro per brusco
incremento della pressione arteriosa polmonare
13) Aumento della
frequenza degli atti respiratori
14) Si tratta di
un fremito percepibile appoggiando la mano a piatto sul torace mentre il
paziente pronuncia una parola ricca di consonanti (ad esempio trentatre): è causato
dalle vibrazioni delle corde vocali che si trasmettono alla colonna d’aria
contenuta nella trachea e nei bronchi
15) Aumentata
intensità del suono di percussione per l’aumento del contenuto aereo nel torace
(stato di enfisema)
16) Zona del
torace con suono ottuso alla percussione e che corrisponde al cuore, in questo
caso scompare perché davanti al cuore si interpone un lembo polmonare ripieno
d’aria e che dà un suono iperfonetico
17) Normale rumore
respiratorio ascoltabile con il fonendoscopio
L’ASMA
E L’ONNIPOTENZA
Il nostro lavoro psicosomatico
si ispira ad una concezione
che vede il corpo
come una sorgente di simboli
e simbolo esso stesso
di una realtà che trascende
in parte i confini individuali
La dinamica respiratoria in una prospettiva psicosomatica
La nascita si accompagna a una profonda inspirazione che
inaugura per così dire il passaggio dalla vita intrauterina a quello della vita
autonoma ove l’elemento che esordisce è quello aereo. Come dice Rank «la prima
introiezione del bambino al momento della nascita è l’aria, l’aria è il primo
latte che il bambino riceve dal mondo» e di questo «latte universale» (Resnik)
ci nutriamo nel corso della vita sino all’ultima fatale espirazione che
conclude la nostra esistenza.
Tra questi due momenti si succederà una catena
ininterrotta di inspirazioni e espirazioni a mimare continue morti e rinascite.
In tutte le culture il respiro e l’aria risentono di
questo profondo significato nell’economia esistenziale che trascende i limiti
imposti dalla stretta dinamica fisiologica per assurgere a simbolo stesso della
vita e delle sue manifestazioni.
In questa prospettiva si collocano le antiche tecniche
meditative e di autorigenerazione corporea dei taoisti che si avvalevano di
dodici diversi movimenti respiratori per trattenere e usufruire dell’energia
vitale. (HING - K’l e PI K’ ‘I) (Huard, Wong). E ancora gli esercizi di respirazione
«embrionali» (T’AI - SI) che permettevano con una profonda inspirazione ed un
controllo forzato dell’espirazione di appropriarsi della sostanza vitale (TSING)
veicolata dall’aria con una analogia sorprendente nei confronti della dinamica
che involontariamente l’asmatico realizza con le crisi broncospastiche. Per la
cultura indiana il respiro si colloca in una visione cosmica simboleggiata dal
mito di Mahavisnu che ad ogni espirazione crea un nuovo mondo che riassorbe con
l’inspirazione successiva secondo un rito millenario. Inoltre non è sfuggita
neppure la stretta relazione fra questa funzione e l’attività mentale psichica
(come ben ci ricorda l’origine della parola psiche che in greco significa
soffio). Tale possibilità viene realizzata nelle tecniche meditative Zen per
raggiungere stadi profondi di autocoscienza. È poi presente nelle moderne
tecniche respiratorie utilizzate da Ambrosi al fine di far giungere il paziente
a contatto con i propri disagi emotivi.
Ricordiamo poi che l’aria «rappresenta la potenza
creatrice e conservatrice di vita» (Benoist) e come tale è presente nelle
religioni come«<soffio», «emanazione» della divinità.
Di tali relazioni vive inconsapevolmente la patologia
asmatica. Una nostra paziente durante un colloquio preliminare anamnestico
verbalizzò dopo una profonda inspirazione «.. se fosse per me il mondo lo
rifarei». Altrettanto significativa per la nostra ipotesi di una dimensione
respiratoria dell’asmatico ci pare la teoria psicanalitica che vede la
psicodinamica di tale patologia incentrata sulle angoscie di morte che si
instaurano ad ogni temuto o realizzato abbandono della figura materna o di un
suo sostituto (Alexander) e su come l’oggetto d’amore (Racamier) ritrovi
espressione a livello respiratorio quasi a richiamare la prima separazione
dalla madre che si realizza con la nascita (Saul).
Le dinamiche regressive e di onnipotenza sono state poi
esaminate da Fenichei che ha avanzato l’ipotesi che sia questo un tentativo
inconscio ambivalente di proteggersi dalla perdita di una figura materna ad un
tempo amata e odiata.
Tutto ciò conferma quanto è emerso dai casi cimici
giunti a nostra osservazione: una dimensione esistenziale del malato ove la
dinamica asmatica acquista caratteristiche onnipotenti e totali. Un sistema
respiratorio «inflazionato» dalle deleghe di uno psichismo che elabora
parzialmente i conflitti.
Ma vorremmo rilevare come esista un’evidente analogia
fra la temuta perdita dell’oggetto d’amore, e il timore di, per così dire,
veder esaurirsi i legami affettivi e la paura dell’asmatico di veder
interrompersi, «slegarsi». il respiro ad ogni espirazione e perdere quella
quota d’aria-affetto fondamentale per l’esistenza.
Una nostra paziente ci dice. “vedo che quando esaurisco
una situazione e quando vi sono dei cambiamenti nella mia vita rimango senza
fiato» e pare dire «vedo esaurirsi, morire una situazione e altrettanto
esaurirsi il mio respiro» e si potrebbe aggiungere che la nascita di una nuova
situazione sarà sottolineata da una ripresa del respiro (inspirazione) che
mimerà e riattualizzerà in questo modo quanto avviene nel neonato che si
affaccia alla vita autonoma.
L’alterazione del respiro diviene il sintomo, il segnale
di una alterazione dell’armonia individuale con l’acquisizione da parte di un
organo di una funzione per così dire «prevalente» che mima i contenuti psichici
e scandisce il ritmo esistenziale assolvendo nel caso del respiro a compiti che
si estendono oltre il mantenimento di una giusta quota di sangue
arterializzato. La realtà in questo modo viene paradossalmente e illusoriamente
tradotta in veste «aeriforme» per poter essere gestita ed elaborata.
Più che con oggetti concreti l’asmatico pare così
entrare in rapporto con odori, profumi, «soffi», con un’aria che acquista mille
sfumature caratteristiche.
M. S. di 24 anni che soffre di una sintomatologia
asmatica accessuale da più di dieci anni, con episodi broncospastici, negli
ultimi tempi difficilmente dominabili con i comuni trattamenti in uso, dichiarò
una volta che inspiegabilmente gli accessi d’asma a volte si interrompevano
inalando il profumo di un’acqua di colonia.
Invitata ad associare su questo aspetto durante una
seduta, emerse una vecchia situazione infantile in cui la madre accudiva la
paziente ammalata alleviando il disagio dell’eccessivo rialzo della temperatura
corporea frizionando la cute della paziente con dell’acqua di colonia.
Questa modalità d’intervento sulla malattia con incensi
e profumi è tra l’altro ben codificata dalla pratica medica orientale con
finalità terapeutiche. Per la nostra paziente assumeva comunque un ulteriore
significato, quello di realizzare e ripristinare, a proprio piacere, un
furtivo, silenzioso rapporto con la madre che in questo modo poteva vivere «veicola»
dal profumo all’interno della paziente risolvendo le sue angosciose
problematiche di separazione.
G. B. di 55 anni affetto di asma allergica da diversi
anni e che da tempo vive con disagio il proprio ambiente familiare per l’ «incomprensione»
della consorte e la propria difficoltà relazionale con questa, spiegò al
terapeuta (in verità con un certo imbarazzo) come avesse risolto un’incipiente
crisi di broncospasmo bruciando dei grani d’incenso. Invitato ad essere più
esplicito sull’episodio, narrò che voleva così «purificare» l’aria resa «intollerabile»
dalla presenza del gatto di casa e dal pelo di questi. Successivamente il
paziente verbalizzò che in realtà non sopportava l’affetto, a suo parere «intollerabile»,
che la moglie nutriva per l’animale. D’altronde la sua allergia al pelo
dell’animale non pareva preoccupare eccessivamente la consorte. Nasceva così
per il paziente la necessità di custodire «segretamente» la propria ostilità
convogliando nel proprio ambito polmonare quanto poteva venir assunto con la
respirazione (pelo di gatto) oggetto sostitutivo su cui dirigere la propria
aggressività. L’aria-affettività viene così connotata dall’asmatico con l’odio,
l’amore, la gioia, la tristezza, in obbedienza alla legge dell’analogia la cui
portata strutturante permette la traduzione in chiave somatica dei contenuti
psichici.
In questo modo a nostro avviso si spiegano le
verbalizzazioni di molti pazienti indirizzate a qualificare l’aria che
respirano come «buona o cattiva»
Considerazioni
conclusive
Concludendo vorremmo dire che l’asmatico sembra vivere
in una dimensione esistenziale in cui l’ordinata e l’ascissa (il tempo e lo
spazio cioè) finiscano per identificarsi con l’elemento aereo.
Il tempo sarà quello della nascita scandito e ritmato dagli
attacchi asmatici. Lo spazio sarà quello delle silenziose e furtive relazioni
oggettuali che stabilirà la dinamica respiratoria volta ad assumere il
controllo e la gestione della realtà circostante.
La funzione respiratoria acquisterà così la veste di
dimensione respiratoria con connotazione onnipotente fonte di energia e di
soddisfazione delle proprie istanze pulsionali. A tale dinamica verrà demandata
la possibilità di relazionarsi con le persone e gli oggetti con la garanzia
inoltre di un silenzioso e furtivo gestire la conflittualità. Spesso
l’evoluzione positiva della sintomatologia sarà segnalata da un scivolare del
paziente a volte in un’altra dimensione corporea esistenziale con
caratteristiche comunque di una maggiore rilevabilità dei sintomi. Succederà
così che una tosse insistente si sostituirà al silenzio del respiro o
un’abbondante e irritante sudorazione sancirà questo passaggio.
UN AGO
Agopuntura e Asma
bronchiale
L’agopuntura. tra le medicine «eretiche» è sicuramente quella
che più si iscrive nel discorso psicosomatico. Nel «Nei Tching Sou Wen»
trattato sul quale si basa l’agopuntura classica e che risale secondo alcuni al
2.500 A.C., viene più volte ribadito con un linguaggio metaforico e poetico che
materia e energia, fisico e psichico sono due aspetti di un solo fenomeno.
Nella nozione del Tch’i, che letteralmente significa gas o etere si ritrova ben
rappresentato il concetto che la spiegazione del mondo visibile, che appare,
deve essere rimandata ad una «energia vitale» lo Tch’i, appunto, sulla quale
agirebbe, secondo la tradizione, la terapeutica agopunturistica.
Tchang Tsai scriveva molti secoli or sono:
«Tutto nell’Universo è costituito dagli Tch’i. Gli
uomini e tutte le cose non sono in realtà formati che da una sola e medesima
sostanza materiale».
Per Laviè «Lo Tch’i dei cinesi è il simbolo universale
della Forza, sia al livello dell’atomo che a quello dell’Universo, la cui
gravitazione ne ordina in gran parte le strutture». E che il fenomeno
spirituale non fosse in nessun momento separato dal fenomeno materiale, ce lo
ribadisce il classico Ling Tch’ou quando definisce lo Tch’i “astratto ed
impalpabile, la qualcosa è nella natura del cielo, ma all’origine di tutta la
materia concreta della terra» (Da Lavié).
La relazione uomo-universo, mentale e corporeo è
rappresentata in modo ancora più pregnante in queste parole del Nei Tching:
«Gli elementi che apporta il nutrimento terrestre sono di natura volgare,
mentre l’energia celeste (cosmo) è pura e nobile.
Ciò nondimeno quello che va allo stomaco è strettamente
legato a quello che viene dal cielo».
Non ci interessa qui approfondire ulteriormente la
nozione del Ych’i e delle sue differenziazioni, tuttavia questa breve premessa
ci rende conto che le basi concettuali dell’agopuntura sono scaturite da
modelli di pensiero affatto peculiari.
L’uomo, microcosmo, non può essere compreso e studiato
se contemporaneamente non si guarda all’universo (macrocosmo) che lo circonda,
all’ambiente, al clima, alle stagioni, allo stato d’animo, ecc.
Secondo questa visione, che a ragione potremmo definire
globale, l’uomo ripete nel suo organismo momento per momento i ritmi e i
costituenti scanditi da tutto il cosmo. Così la legge dello Yin e dello Yang
esemplifica molto bene questa relazione uomo-universo. Infatti se tutto il
fenomenico sottostà alla legge del binario, per cui la vita che appare altro
non è che un pulsare a due tempi (il binomio giorno-notte, caldo-freddo,
sole-luna, maschile-femminile ecc), anche l’uomo nella sua fisiologia sarà
partecipe delle stesse leggi. Basti pensare alla sistole e alla distole
cardiaca, alla respirazione sottoposta al ritmico succedersi dell’inspirazione
e dell’espirazione, ecc...
Nella tabella 1 riportiamo alcune delle caratteristiche
Yin - Yang.
Soltanto in apparenza ciò che è Yang si contrappone allo
Yin: di fatto questi due termini sono complementari. Essi vanno intesi come i
due versanti di una stessa collina: pur essendo entrambi presenti, quando uno è
in luce, l’altro è in ombra. L’uno è generatore potenziale dell’altro. L’uno
non esiste senza l’altro. Anche quando lo Yang raggiunge il massimo di potenza,
vi è sempre una piccola parte di Yin e viceversa.
Il binomio Yin-Yang, oltre ad indicarci l’aspetto duale
della realtà ci manifesta la relatività dei fenomeni.
Un aspetto superficiale è Yang per uno molto profondo
(Yin), ma è a sua volta Yin per uno a lui più esterno (Yang)
Si può osservare dalla tabella A che un’altra
caratteristica consiste nel vedere riuniti nella stessa classificazione sia
aspetti climatici, che funzioni corporee che addirittura aspetti mentali.
I Cinque elementi
L’altra legge classica cui si ispira l’agopuntura
tradizionale è quella dei 5 elementi.
Di essa scrive Neborn Miramoto:
«I filosofi cinesi classificarono ogni cosa di questo
mondo secondo i cinque elementi primari: Legno - fuoco -terra - metallo - acqua
che rappresentano cinque stadi di forza. La base di questa teoria risiede nel
concetto dell’eterno gioco scambievole di Yin e Yang, perché nell’alternarsi di
questi due opposti complementari nasce sempre una nuova entità. L’uomo
racchiude in sé questi 5 elementi, poiché è il prodotto del cielo e della terra».
YANG
MASCHILE
CALDO
CIELO
LUCE
ATTIVO
VEGLIA
ESTERNO
GIORNO
SOLE
ESTATE
SUPERFICIALE
EUFORIA
YIN
FEMMINILE
FREDDO
TERRA
OMBRA
PASSIVO
SONNO
INTERNO
NOTTE
LUNA
INVERNO
PROFONDO
DEPRESSIONE
Figura 1. Il
simbolo cinese che rappresenta lo Yin e lo Yang.
Il respiro
Per la nostra trattazione conviene osservare l’elemento
metallo che corrisponde a tutta una serie di analogie molto interessanti, ed in
particolare ai polmoni.
Qui (vedi foto) si può bene mettere in evidenza la
visione psicosomatica della respirazione. Possiamo infatti constatare che la
funzione respiratoria viene messa in relazione a precisi stati emotivi come la
tristezza e il pianto.
Sappiamo dalla clinica e dalla psicodinamica che molte
crisi di asma si interrompono quando il paziente riesce a piangere, e che il
malato asmatico, in continua lotta con le sue profonde angosce di morte, è
spesso notevolmente depresso. Possiamo anche osservare che polmone e pelle
fanno parte dello stesso sistema e questo spiegherebbe perché i pazienti
asmatici alternano alla patologia respiratoria anche disturbi cutanei (eczemi).
Anche l’insorgenza notturna degli attacchi asmatici, che la patologia medica
attribuisce alla caduta del tasso ematico di cortisolo che avviene di notte, è
dall’agopuntura spiegato con il fatto che il meridiano del polmone ha il suo
maximum energetico dalle ore 3 alle ore 5 del mattino. Si può evidenziare il
decorso del meridiano del polmone (i meridiani sono vie preferenziali di
scorrimenti dell’energia).
Figura 2. Notare come nella «Teoria dei Cinque elementi»,
il metallo è riferito
in particolare al polmone e alla tristezza.
Il trattamento agopunturisco dell’asma bronchiale
Per quanto riguarda lo studio moderno dell’agopuntura
occorre sottolineare che il meccanismo d’azione non è ancora stato chiarito.
Varie ipotesi e vari fattori, oltre a quelli tradizionali, sono stati chiamati
in causa: fattori endocrini, bioumorali, neurotrasmettitori, chimici, azione
riflessa sulla trasmissione nervosa.
A questo proposito si potrebbe ipotizzare che
l’agopuntura agisca soprattutto a livello talamico e sottotalamico che non
talamo-corticale. Mentre l’effetto analgesico è stato più a lungo studiato
(studi di Chang Hsiang Tsung), poco in effetti si sa degli effetti ansiolitici,
cosi come della sua azione sul respiro. Sappiamo che l’elemento comune di ogni
psicosomatosi è l’ansia. In un lavoro del ‘77, scritto con Cazzullo, Rogora,
Frigoli, avevamo messo in evidenza che «l’agopuntura, a nostro avviso, non
agisce tanto sulla regolazione nervosa dell’apparato respiratorio, quanto
sull’ansia, cioè sull’elemento che intrattiene centralmente la patologia. La lisi
dell’ansia può favorire e regolarizzare il sonno soprattutto nel diminuire le
difficoltà all’addormentamento, tipico del soggetto ansioso».
Nello stesso lavoro si diceva che «profondamente si
modifica la quota d’ansia, e soprattutto la somatizzazione dell’ansia, cioè
quella parte di traduzione dell’emozione in disturbo somatico; cosi si
osservano modificazioni della vascolarizzazione, del respiro e della resistenza
psicogalvanica cutanea».
Questi dati comproverebbero le sensazioni di benessere
soggettivo e di rilassamento che il paziente asmatico riferisce durante le
sedute. Ho potuto personalmente osservare pazienti che entravano in ambulatorio
con difficoltà respiratorie (dispnea) e ne uscivano dopo la seduta respirando
in modo più sollevato.
In una precedente pubblicazione (Rogora-Morelli-Sacchetti e Frigoli) avevamo osservato modificazioni interessanti dei valori proteici e in particolare delle gamma-globuline in seguito ad agopuntura, effettuata soltanto su punti a precisa azione ansiolitica.
Nelle figure in questa pagina e nella precedente sono indicati
i punti usati più
frequentemente nella terapia agopunturistica dell’asma.
Certamente l’agopuntura proprio perché è una terapia
incentrata sul corpo, si presta bene a creare le premesse per costituire un
rapporto con il paziente: tuttavia la nostra esperienza di psicosomatisti ci ha
portato a considerarla più come un ausilio terapeutico da affiancare
all’atteggiamento «psicosomatico» del terapeuta, che deve con questi pazienti
sempre intervenire in modo psicoterapeutico. L’asmatico, forse più di altri
pazienti, riempie i suoi sintomi di simbolismi, di metafore e di analogie che
insieme formano il linguaggio respiratorio del corpo e su questi occorre
inevitabilmente intervenire. L’ago quando si riesce a non farlo intervenire
come «oggetto minaccioso», ma come «comunicazione diretta» con il medico, già
crea le premesse per agire più direttamente sul sintomo.
L. Mari, un’allieva di D. Frigoli, ha messo ben in
evidenza come l’agopuntura faciliti notevolmente l’approccio con il paziente
asmatico.
Ella scrive:
Bisogna osservare come la terapia del paziente asmatico
sia difficile e complessa: infatti la fragilità delle sue difese intrapsichiche
e l’incapacità elaborativa a livello fantasmatico rendono fallimentare e
traumatico un intervento del terapeuta che lo spinga ad un troppo precipitoso
salto al piano dei suoi vissuti psichici. Egli infatti di fronte all’emergere
di tutto un mondo psichico che è avvertito come pericoloso ed incerto, proprio
perché non può essere assimilato, non può che rafforzare il sintomo come
modalità anche socialmente più accettabile, per risolvere il conflitto.
L’applicazione dell’ago, proprio in quella parte del
corpo dove il paziente simboleggia la sua malattia, e cioè l’offerta di una «buona
medicina» diretta visibile e controllabile darà, da un lato al paziente la
sicurezza dell’interessamento al suo sintomo e dall’altro offrirà la
possibilità di creare un particolare setting in cui la dinamica corporea
acquista un valore espressivo molto ampio.
Il rapporto medico paziente prima di essere una
dialettica di linguaggio, diventerà cosi una dialettica più complessiva proprio
perché si avrà la fusione degli atteggiamenti verbali ed extraverbali del
medico e del paziente. L’agopuntura dunque non si rivolve in una meccanica
applicazione di aghi assimilabile a una riflesso-terapia ma costituisce
l’assioma per un’amplificazione del linguaggio relazionale e per una
comprensione unitaria dell’uomo.
Perché il rimedio omeopatico? Perché è l’ideale per il
medico con impostazione psicosomatica sposando i principi dell’unità
dell’essere umano a tal punto che la prescrizione viene fatta sulla globalità
della persona conosciuta attraverso i suoi sintomi.
L’omeopatia non conosce la diagnosi e la malattia
secondo la concezione usuale, bensì ritiene i sintomi una modalità reattiva
dell’individuo a squilibri o disfunzioni della propria integrità, in altre
parole i sintomi sono solamente indizi del disturbo energetico «sotto-stante».
Pertanto non è possibile all’omeopata classificare in
entità nosografiche il disagio del paziente e trovare per esso un rimedio
comune a tutti i pazienti, ma è teso a conoscere la persona che ha di fronte
allo scopo di trovare quel rimedio chiave capace di stimolare la reazione del
paziente e far sì che sia l’organismo stesso, con la propria energia vitale, a
guarirsi.
Si veda come l’omeopatia (nata nella Germania del XIX°
secolo impregnata di mentalità occidentale e positivistica) non sia lontana dai
principi dell’agopuntura cinese. Il medico omeopatico si domanda perché l’asma
o la polmonite abbiano trovato un fertile terreno in quel paziente e questo non
a scopo speculativo, bensì per poter mirare esattamente la terapia sul malato
(più che di omeopatia si potrebbe parlare di «omeoterapia»): il farmaco deve
essere quello più adatto al paziente, cioè il cosiddetto «simulimum».
Il rimedio è sempre un estratto di sostanze naturali
(minerali, vegetali, animali) veicolate da acqua, etanolo, saccarosio. Di qui
la preferenza da darsi a questi farmaci non «intossicanti» rispetto a quelli
allopatici. Un ulteriore vantaggio del farmaco omeopatico consiste nell’assenza
di effetti collaterali proprio perché stimola la reattività organica in senso
globale verso ogni apparente deficit e non provoca l’effetto chimico (che si
esplica anche in apparati in cui non si desidererebbe) del farmaco
tradizionale: è il malato che si guarisce da sé, il farmaco lo stimola
solamente. Particolare non indifferente del trattamento omeopatico è il tipo di
anamnesi che viene raccolta dal medico: essa si rivolge a «sondare» il paziente
nei suoi aspetti più personali e costringe il medico a non trascurare i particolari
apparentemente insignificanti; anzi ancora di più costringe il medico ad
ascoltare il paziente in «toto» e da un punto di vista globale...
L’Omeopatia e i suoi limiti
L’omeopatia soffre però di un grave handicap: gli studi
farmacologici sono stati sospesi insieme alle sperimentazioni intorno al 1920,
e pertanto non hanno conosciuto praticamente nulla della rivoluzione freudiana:
così la ricerca della sintomatologia psichica risulta spesso povera,
inappagante. L’interrogatorio viene pertanto mutilato della parte vitale che
più si avvicina al colloquio con lo psichiatra, anche se molti nuovi «omeopati»
usano proporre delle anamnesi «arricchite» integrando i due tipi di approccio
sopra descritti.
Alcuni omeopati preferiscono basarsi sull’analogia paziente-farmaco,
mentre quelli più ortodossi non si concedono interpretazioni «personali» onde
evitare di essere fuorviati dalla propria soggettività.
Vediamo, in pratica, come la tecnica omeopatica affronta
il paziente asmatico ricordando ancora una volta che il rimedio varia da
paziente a paziente.
Arsenicum
Farmaco principe è Arsenicum
album, la famosa polverina bianca autrice di tante storiche morti. La crisi
asmatica è essenzialmente notturna, sopravviene sul punto di addormentarsi, ma
soprattutto dopo mezzanotte e costringe il paziente ad alzarsi perché lo stare
steso gli peggiora la tosse e aggrava la mancanza d’aria. E del resto il
paziente Arsenico, pur non presentando magari sintomi asmatici, avrà sempre il
sonno agitato, con soprassalti e sogni angosciosi e spesso va soggetto a
sensazione di soffocamento per cui preferisce dormire a testa alta. Esiste una
varietà produttiva dell’asma di Arsenico, sebbene la più comune, con tutti i
segni di costrizione bronchiolare tipici, sia la forma «secca». Fin qui nulla
di strano: non si è fatto che descrivere dei sintomi comuni più o meno a tutti
gli attacchi d’asma. Quello che ci indirizzerà ad Arsenico potrà essere, per
esempio, l’atteggiamento assunto dal paziente durante la visita: ordinato,
preciso, pulito, tradisce una buona dose di ansia, si muove in modo preciso,
netto, rapido. È piuttosto freddoloso, manifesta i sintomi con una certa
periodicità fissa, alcuni attacchi gli sono venuti dopo una arrabbiatura, e ha
notato un peggioramento dopo aver stroncato delle manifestazioni cutanee
(questo legame asma-manifestazioni cutanee stroncate o scomparse è di molti
farmaci, ed è noto anche all’allopatia, che interpreta il fenomeno come indice
di una iperreattività reaginica). Il suo momento peggiore rimane comunque la
notte, in cui l’ansia da cui infine confessa di essere attanagliato tutto il
giorno lo assale e maggiore diviene l’insicurezza, forse perché si ritrova
solo, mentre di giorno riesce a trovare quella compagnia di cui ha bisogno. È
ipercritico e diffidente nelle relazioni sociali, così come nel sistemare le
proprie cose private. Domandandogli dei suoi hobbies si intuisce che è
essenzialmente un metodico, collezionista di molte cose, anzi alcune collezioni
le ha iniziate perché conservava una serie di cose e poi ha cominciato a
catalogarle. Il tocco finale viene però di fronte alla necessità di pagare: è
una cosa che gli è estremamente seccante. Si può dedurne che più di un
collezionista si tratta di un avaro, di un conservatore esagerato. Ecco allora
emergere il quadro completo di questo paziente che «conserva» anche il respiro:
non è omeopatia ortodossa, ma si può verosimilmente ritenere che questo
paziente presenti dei tratti anancastici che vanno di concerto con l’abitudine
a conservare interpretabile come una modalità rituale a significato difensivo
nei confronti dell’ansia: ecco il suo sonno agitato, le sue crisi notturne, il
peggioramento di fronte all’ansia e la necessità di agganciarsi a dei
meccanismi rassicuranti quale potrebbe essere persino la crisi d’asma.
.
Figura 1. L’ipecacuana è una pianta che nasce nella foresta brasiliana,
dalle sue radici
si traggono farmaci utilizzati anche in allopatia.
Sulphur
Neppure l’attacco d’asma del paziente Sulphur ha
caratteristiche, se non per uno spiccato desiderio di tenere le porte e le
finestre aperte, per un notevole peggioramento a letto dovuto non tanto alla
posizione supina quanto al calore. L’asma di S. è un’asma da congestione
ematica a livello toracico. Spesso . ha palpitazioni notturne, sì alza non
riposato dopo una notte di sonno agitato. Anche per S. è facile che la crisi si
scateni al momento di addormentarsi, anche qui vi è spesso l’asma dopo
eliminazioni di manifestazioni cutanee. Spesso si sveglia con espettorato
verdastro che dura tutta la mattina. Quello che lo definisce è l’atteggiamento
ora depresso, ora ipomaniacale egocentrico, con idee megalomaniche, una
esagerata valutazione di sé accanto ad una certa irrisolutezza e inerzia con
incapacità di passare all’attuazione pratica. Anch’egli non butta via nulla,
non per avarizia ma perché tutto ciò che è suo è meritevole di stima. Nei
propri riguardi è sciatto quanto Arsenico è ordinato (di certo arriverà in
ritardo ad un appuntamento). A questo quadro si accompagna ovviamente una
insofferenza per ogni disciplina, una memoria labile: è chiaro che l’asma di S.
è l’asma di uno «pieno di sé», talmente pieno che non respira più.
Ipecacuana
Ipecacuana è un altro grande farmaco dell’asma:
anch’esso dopo soppressione di eruzioni, con esacerbazioni periodiche nel giro
dell’anno. Più spiccatamente degli altri Ipecacuana ha fame d’aria, a tal punto
da dover stare alla finestra durante l’attacco, durante il quale diventa
pallido e cianotico.
Qui si nota un abbondante espettorato mucoso (e non è
escluso che vi siano strie ematiche: la facilità all’emorragia è tipica di
Ipecacuana). A questa mancanza d’aria spesso fanno riscontro disturbi gastrici
di tipo «nervoso». Non ci meraviglia che questo interessamento delle prime vie
digerenti e respiratorie, considerato che si tratta di un paziente irritabile
pieno di desideri ma non sa neppur lui quali.
Le notizie sopraindicate hanno solo carattere
esemplificativo: i rimedi omeopaticici sono più di 2000, e la scelta dell’uno o
dell’altro deve tener conto anche della minima sfumatura espressa dal paziente,
vuoi verbalizzata, vuoi mediante il linguaggio non verbale.
LAVANDA
MELISSA
I fattori scatenanti l’asma bronchiale sono conosciuti
solo parzialmente. Quel che è certo è che attualmente si sta assistendo ad una
forte diffusione di questo disturbo soprattutto nei bambini e nei giovani. Si
può tentare dì imputare lo sviluppo di questa malattia a fattori esogeni come
l’aria inquinata, lo smog, il polline dei fiori, ecc..., ma la nostra
esperienza ci dimostra che anche tra i pazienti la cui terapia tiene presenti
questi fattori, solo pochi hanno ottenuto validi risultati.
Anche se l’asma bronchiale si può considerare una
malattia non grave, è bene non trattarla genericamente, ossia in modo
sintomatico, ma soggettivamente se si vogliono ottenere risultati apprezzabili.
Quando diciamo trattare soggettivamente, intendiamo che
non esiste un’ «asma bronchiale», ma un organismo malato che risponde
violentemente (nel nostro caso con un attacco di asma) a svariate cause che lo
affliggono.
Tutti questi fattori vanno presi in seria considerazione
quando si tratta di somministrare all’asmatico dei medicamenti poiché è solo
grazie all’esatta composizione di questi che si possono ottenere miglioramenti.
I Rimedi
È proprio nell’asma che l’uso delle erbe si rende
consigliabile in quanto nei malati sono riscontrabili allergie (alle quali sono
già predisposti) ai medicinali in causa.
Un altro vantaggio che offrono le cure erboristiche è
quello di offrire miscugli e dosaggi diversi delle concentrazioni, valutabili
caso per caso.
Spetta naturalmente al medico individuare i processi che
scatenano la crisi: a questo punto è possibile intervenire per coadiuvare le
terapie allopatiche dell’asma.
Con le erbe in ogni caso è necessario agire in modo
globale sul soggetto in quanto si deve tendere ad intervenire sia sull’apparato
respiratorio sia, più in generale, sullo stress di origine emotiva che
solitamente è presente nell‘asmatico.
Ecco perché è necessario somministrare, oltre ad erbe antispasmodiche,
erbe ad azione emolliente, antiallergica e riequilibrante. Tutte proprietà che,
in percentuali diverse, sono presenti nelle erbe che tratteremo.
Lavanda
Una pianta che comprende molti principi attivi è la
comunissima Lavanda (Lavandula officinalis) che, proprio per queste sue
caratteristiche, viene utilizzata nella cura dell’asma per molteplici scopi.
Sono i molti olii essenziali (geraniolo, linalolo,
eineolo, d-borneolo, limonene, l-pirene, carlofillene) presenti nella lavanda
che fanno di questa pianta un ottimo antisettico e purificante di tutte le vie
respiratorie e in modo particolare dei bronchi che vengono liberati da quegli
agenti esterni (virus, piccoli acari della polvere, ecc...) responsabili
dell’irritazione permanente. I bronchi così purificati possono reagire
positivamente a qualsiasi cura: inoltre gli agenti esterni suddetti potrebbero
anche essere la causa di un’eventuale asma allergica e, in tal caso, una volta
debellati, verrebbe a mancare il terreno su cui potrebbe insorgere una
possibile asma cronica.
Un’altra ragione per cui si fa ampio uso della Lavanda è
dato dalla presenza di principi attivi sedativi e antispasmodici come l’acido
rosmarinico, l’etere butirrico e valerianico.
Ovviamente questi principi attivi agiscono sulle
contrazioni dei bronchi, attenuandone gli spasmi e facilitando la respirazione
del paziente.
Le proprietà sedative cerebro-spinali della Lavanda
aiutano ad attenuare la tensione emotiva che spesso causa l’insorgere della
malattia o che comunque ne peggiora lo stadio.
È importante rendere noto che questa pianta ha pure
proprietà cardiotoniche e quindi è in grado di sostenere il cuore durante gli
attacchi acuti.
Issopo
Un’altra pianta dotata di principi attivi polivalenti e
quindi ben utilizzabili nel nostro caso è l’Issopo (Hysopus officinalis) che
già Dioscoride nell’antichità usava nei casi d’asma e di dispnea.
Le sue caratteristiche peculiari fanno sì che, qualunque
sia la forma di utilizzazione (decotto, infuso, tintura, olio essenziale) i
risultati che si ottengono sono tra i più validi.
L’azione principale dell’issopo, specialmente sotto
forma di olio essenziale, è quella di liberare adrenalina (rimedio principe nel
nostro caso) In seguito ad un’azione diretta sulle ghiandole surrenali. Su
queste inoltre possiede una funzione regolatrice anche il potassio (sotto forma
di nitrato) che a sua volta è considerato un ottimo tonico cardiaco e
muscolare.
Ancora, troviamo la silice (che svolge un ruolo
importante di regolazione sul sistema nervoso e respiratorio), l’issopenia, le
saponine (che facilitano l’espettorazione).
Infine, i molti olii essenziali dell’issopo
(fellandrene, borneolo, tuione, Ppno-canfone), lo rendono antisettico e
disinfettante delle vie respiratorie.
Figura i Lavanda
Figura 2 Melissa
Figura 3 Issopo
Melissa
Forse più conosciuta come erba Cedronella per il suo
intenso profurmo di limone, la Melissa (Melissa officinalis) è un
antispasmodico da sempre usato. Per secoli è stata la componente principale
dell’ «acqua dei carmelitani» nota appunto per le sue proprietà antiisteriche,
antipilettiche, ecc.
Gli olii (citrol, citronellae, linalolo, geraniolo), le
resine, le sostanze amare, fanno della Melissa un sicuro sedativo asmatico che
agisce sul cervello e sul cuore ed un buon rimedio contro gli spasmi
bronchiali.
Questi effetti sono ancora più pronunciati se all’azione
della Melissa (le cui essenze vengono eliminate rapidamente dai bronchi, con
giovamento dell’asma) vengono associati altri antispasmodici come la Lavanda o
il Farfaraccio.
Drosera o Rosolida
Anche la Drosera o Rosolida (Drosera rotundifolia)
risulta ricca di sostanze che agiscono a svariati livelli. I suoi principi
attivi (resine, drosernia, glucoside droseroside, enzimi proteolitici) associati
a quelli contenuti in altre piante sinergiche, la rendono utile in caso di asma
bronchiale, bronchite, pertosse, in quanto agiscono come spasmolitici
bronchiali.
Alla presenza nella pianta di sostanza naftochinoniche
si deve l’azione calmante sulle terminazioni nervose della laringe.
Questi principi attivi, inoltre, sembrano avere
proprietà antibiotiche su alcuni microorganismi responsabili di infezioni
polmonari.
Nell’antichità questa pianta era popolarmente
considerata una pianta pericolosa per la sua capacità di fagocitare piccoli
insetti.
Valeriana
Prima del XVI secolo la Valeriana non aveva ancora
raggiunto la diffusione tra medici e profani che poi avrà in seguito alle
testimonianze del dottor Mattioli e del Botanico Fabio Colonna, guarito
dall’epilessia solo per merito di questa pianta miracolosa. Proprio per le sue
indiscusse qualità viene ancora oggi utilizzata dalla medicina ufficiale in
preparati chimico-farmacologici. La Valeriana agisce su un unico fronte,
traendo dal suo olio essenziale (costituito principalmente dall’acido
valerianico, valerianato di bonile, aldeide valerianica, pinene, borucolo),
dall’alcaloide catenina, dalle resine e dai glucosidi, capacità fortemente
sedative di tutto il sistema nervoso. Oltre ad avere il pregio di essere
totalmente innocua e di poter essere somministrata sotto varie forme (tintura,
macerazione a freddo e a caldo, polvere o succo) è particolarmente indicata per
i bambini.
Essendo la Valeriana un farmaco equilibratore nervoso,
antispasmodico, anticonvulsivo e leggermente ipnotico, interviene nella
malattia asmatica sia sulle cause che sugli effetti ancora tanto più dannosi in
individui particolarmente emotivi.
Quindi le persone affette da asma, affaticate dallo
stress quotidiano, in età puberale, o anziane, potranno finalmente trovare
nella Valeriana un rimedio sicuro al loro problemi, e un sollievo alle
palpitazioni cardiache nei momenti di crisi acute.
L’osmocomplesso
Possiamo, per concludere, nominare alcune piante
senz’altro valide, ma che per ovvie ragioni, in questa sede non è possibile
trattare particolarmente.
Ecco dunque la Ballottanigra,
il Petasistes officinalis (Farfaraccio),
l’Adiantum capillus-veneris
(Capelvenere), la Potentilla
ansirina (Argentinia), e ancora il Rosmarino,
il Lichene Islandico, il Biancospino, l’Eucaliptus, la Verbena,
il Timo, lo Stramonio, la Zobelia,
la Brionia.
Un recente preparato, l’Osmocomplesso (miscela di olii essenziali quali Lavanda, Camomilla,
Eucaliptus, Rosmarino, Timo, Achillea, Cipresso, terpeni di essenze agrumarie),
che agisce sui peli olfattivi una volta annusato, meriterebbe un più ampio
spazio dati i brillanti risultati ottenuti.
Bisogna tener presente quindi che l’utilizzazione
periodica di questi preparati mette in grado l’individuo di prevenire o almeno
diradare le temute crisi asmatiche.
Francesco Padrini,
34 anni, laureato in sociologia, ha studiato le terapie reichiane e
postreichiane in Italia e in America. È allievo di.Jules Grossman, professore
di psicologia clinica della San Francisco State University in California.
Esercita attività terapeutica a Milano.
Bioenergetica
e Respirazione
La grande intuizione di Wilhelm Reich, il padre della
Bioenergetica fu quella di capire che nelle società moderne siamo tutti
prigionieri di una «corazza» che limita se non impedisce la nostra emotività, i
nostri sentimenti la nostra libera espressione. Discepolo di Freud, Reich
scoprì che l’energia vitale (da lui chiamata orgonica) può bloccarsi in alcune
parti del corpo che diventano sedi di tensioni e di conflitti emotivi.
L’insieme di queste tensioni forma una corazza muscolare caratteriale, che con
il tempo si rileva un impedimento al raggiungimento della propria identità e
della piena creatività, in quanto lo stato cronico di contrazioni muscolari va
di pari passo con l’indurimento del carattere riducendo la comunicabilità,
l’amore e la percezione del piacere. Cresciuta addosso a noi anno per anno in
conseguenza delle tensioni accumulate, la corazza non si lascia scrollare di
dosso così facilmente, anzi qualcuno non si accorge neppure di averla. Ma è
proprio per aiutare chi vuole liberarsi dal peso della corazza e insieme
riconquistare se stesso che, prima Reich, poi i suoi discepoli hanno messo a
punto quella che oggi Alexander Lowen chiama Analisi Bioenergetica.
Centrale nella elaborazione di questa analisi (che
utilizza vari approcci terapeutici dalla posizione allungata al massaggio,
dalla possibilità di gridare all’impiego di forti pressioni), è la respirazione.
Con un uso combinato della respirazione e dell’interpretazione analitica delle
pulsioni e delle resistenze si può realizzare contemporaneamente l’abreazione
(cioè la presa immediata di coscienza) e l’analisi del carattere. Una respirazione
profonda può provocare spontaneamente ricordi traumatici modificando i
meccanismi di difesa del corpo e della psiche. L’abreazione di questi
traumatismi, mediante la «presa di coscienza» risolve il blocco corporeo.
Infatti le tensioni muscolari della corazza rappresentano le emozioni
provocate, ma non espresse.
Attraverso la respirazione il nostro corpo assorbe
l’ossigeno necessario ad alimentare le energie di cui abbiamo bisogno. Quando
nasciamo non siamo consci di respirare, lo facciamo spontaneamente nel modo più
libero e gratificante possibile. Man mano che diventiamo adulti tuttavia
l’educazione e le esigenze sociali ci costringono a conformarci a dei modelli
di comportamento che implicano anche l’alterazione della respirazione naturale,
a causa delle tensioni muscolari croniche che si sviluppano dai conflitti
emozionali. Ogni disturbo del respiro naturale è dunque dovuto a schemi di
trattenimento inconsci o a certe tensioni muscolari. Per esempio il non
riuscire a respirare pienamente può dipendere dalla paura di scoppiare a
piangere e lasciarsi andare alle proprie emozioni. Lo schema di respirazione
rilassata, al momento dell’inspirazione procede secondo due direzioni, in basso
e in fuori: il diaframma si contrae e si abbassa permettendo ai polmoni di
espandersi e gonfiarsi spingendo l’aria verso il basso, e così l’addome si
allarga con un movimento verso l’esterno. In questo modo si incamera il massimo
di aria con il minimo sforzo. Questo tipo di respirazione spontanea e salutare,
è un’azione che coinvolge tutti i muscoli del corpo; in particolare ne sono
toccati i muscoli pelvici che ruotano leggermente all’indietro verso il basso,
durante l’inspirazione per allargare la pancia, per poi ruotare in avanti,
verso l’alto, durante l’espirazione per diminuire la cavità addominale.
I movimenti respiratori possono essere immaginati come delle onde: l’ondata inspiratoria comincia profondamente nella pelvi e fluisce verso l’alto fino alla bocca; mentre avanza nel corpo, l’addome, il torace e la gola si espandono per accogliere l’aria. In molte persone tuttavia la gola è fortemente contratta e impedisce l’espressione dei sentimenti che si possono manifestare con pianto e grida. Per questo talvolta riuscire a piangere sblocca la tensione nella gola lasciando arrivare più liberamente l’aria al ventre. L’espirazione provoca il rilassamento in tutto il corpo. L’onda espiratoria incomincia dalla bocca e fluisce verso il basso raggiungendo la pelvi che si muove in avanti dolcemente. Chi ha paura di lasciarsi andare completamente, ha qualche difficoltà nell’espirare completamente e, persino, anche dopo un’espirazione forzata, tratterrà ancora un po’ d’aria nel petto.
Figura 1. Respirazione
con la pancia. Figura 2. Respirazione con oscillazione pelvica.
Questo fenomeno è una difesa contro la paura di non essere capace di immettere abbastanza aria e di dover quindi soccombere. Una persona in queste condizioni, costretta a lasciare andare completamente l’aria, reagirà con panico inspirando subito per riempire nuovamente il petto, e riacquistare una riserva d’aria di sicurezza. Questa paura di perdere tutta l’aria è l’espressione fisiologica di perdere la propria sicurezza. Le persone che hanno paura di prendere contatto con la realtà, hanno difficoltà a inspirare e, se aprono la gola per un respiro profondo, si sentono terrorizzate.
Figura 3. Espirazione.
Figura 4. Respirazione e vibrazione.
A parte quello già descritto, c’è un altro modo di
respirare quando il bisogno di ossigeno si fa più urgente, come, per esempio,
in molte attività faticose. In questo caso sono mobilitati i muscoli del torace
e nei movimenti respiratori è coinvolto il petto. In alcune persone quando il
petto si espande nell’inspirazione, la pancia viene come inghiottita
all’interno e ciò produce un grave disagio perché il movimento verso il basso
dei polmoni si blocca. È il tipico respiro piatto e poco profondo in cui il
petto si irrigidisce e la pancia si contrae. In questo modo è possibile
controllare lacrime e singhiozzi; è la tipica sensazione che esprimiamo
dicendo: «ho un nodo allo stomaco».
Il respirare è anche molto importante nell’emissione
della voce, che molti educati fin da piccoli a non disturbare soffocano in sé
producendo una forte chiusura della gola limitando seriamente il respiro. Per
questo in terapia bioenergetica bisogna incoraggiare le persone a lasciare
andare il suono della voce facendo gli esercizi di respirazione. La libera
emissione dei suono diminuisce sia lo stress che il dolore. Ecco alcuni
esercizi che hanno per perno proprio la respirazione. Lowen li usa regolarmente
in terapia bioenergetica e in molti casi consiglia poi al paziente di ripeterli
a casa.
Figura 1. Respirazione
con la pancia. Stendersi su un tappeto e piegare le ginocchia, tenendo i
piedi piatti sul terreno (con le dita leggermente voltate in fuori) e
divaricati di circa 40 centimetri.
La testa va tenuta fino a stendere completamente la
gola.
Le mani invece vanno appoggiate alle ossa pubiche in
modo da sentire i movimenti addominali. In questa posizione bisogna respirare
per circa un minuto a bocca aperta abbassando e sollevando la pancia. Questo
esercizio può evidenziare le tensioni nella gola, e la rigidità del petto.
Figura 2. Respirazione
con oscillazione pelvica. Piegare leggermente la pelvi indietro a ogni inspirazione
e in avanti ad ogni espirazione. Anche questa respirazione deve proseguire per
circa un minuto. I movimenti pelvici dovrebbero aumentare la profondità della
respirazione e l’ampiezza dei movimenti addominali. Questo modo di respirare
può produrre una sensazione di formicolio alle mani e in altre parti del corpo.
In alcuni casi le mani possono contrarsi dolorosamente a causa della respirazione
esagerata. Dal punto di vista bioenergetico quando avviene questo eccesso di
respirazione si dice che il corpo è sovraccarico. Questi sintomi scompaiono con
lo sblocco delle emozioni, per esempio provocando il pianto o interrompendo
questo modo di respirare. È importante infatti non forzare in nessun modo il
proprio corpo; alla reazione di sblocco si deve arrivare per gradi e non
imponendosi sforzi troppo grandi.
Figura 3. Espirazione.
Questo esercizio permette di sentire fino a che punto è possibile lasciar
uscire l’aria dai polmoni.
Rimanendo sempre distesi con le ginocchia piegate, e con
le braccia stese lungo il corpo (vedi fig. 3), bisogna lasciar uscire l’aria
senza forzare i polmoni ed emettere un suono, ad esempio un lungo «aaha».
Esaurita l’espirazione si riprende fiato e si ricomincia. Questo esercizio
andrebbe fatto quattro o cinque volte di fila cercando ogni volta di emettere
suoni sempre più lunghi; deve comunque essere eseguito con la massima
scioltezza perché forzare la voce o il respiro in verità serve solo a stringere
la gola e produrre tensione. Può succedere che dopo un po’ la voce cominci a
tremare, il suono a venir meno fino a lasciare il posto a un pianto spontaneo.
Se questo accade non bisogna fare nulla per trattenersi, anzi è meglio andare
avanti senza frenare i singhiozzi.
Figura 4. Respirazione
e vibrazione. Le gambe vanno sollevate perpendicolari al pavimento, con le
ginocchia leggermente flesse, le caviglie piegate, i talloni spinti in su.
Respirando in questa posizione dopo un po’ le gambe dovrebbero incominciare a
vibrare. Quando la vibrazione comincia bisogna lasciarla continuare sempre
spingendo i talloni in su. Dopo un minuto i piedi vanno riportati in posizione
di riposo sul pavimento e per rilassare la pancia, che si era tesa nello sforzo
di sollevare le gambe, basterà spingere le natiche contro il pavimento.
Questi esercizi di respirazione sono particolarmente
adatti per il rilassamento, l’importante è imparare a respirare in maniera
spontanea e libera seguendo i ritmi spontanei del corpo.
IL TRAINING
Un “antidoto” contro
la mancanza dl concentrazione
e determinazione.
Il salto dall’ipnosi
al training autogeno.
Gli esercizi inferiori
e quelli superiori
Che cos’è il Training Autogeno?
Il Training Autogeno (TA) è un allenamento a particolari
esercizi di concentrazione della propria attenzione all’interno del proprio
corpo che permette di ottenere un sempre maggior grado di distensione,
benessere ed equilibrio psicosomatico (condizione di Omeostasi).
Il termine Training Autogeno viene oggi impropriamente
usato anche per tecniche di tipo autoipnotico o eteroipnotico che sono basate
su meccanismi suggestivi, come ad esempio, nel caso dei nastri registrati che
vengono utilizzati dagli atleti di numerose specialità prima delle gare. Scopo
del T.A. originale, invece, è una «osservazione» di determinati fenomeni che
«si generano da sé» (e perciò autogeni) e non per suggestione.
A dimostrazione di ciò sta il fatto che, mentre la
fenomenologia di tipo ipnotico-suggestivo è estremamente varia e praticamente
illimitata, la fenomenologia del T.A. è rigidamente limitata a quelli che sono
i meccanismi biologici di reazione del nostro organismo alla distensione.
Breve storia del Training Autogeno
Il T.A. è stato ideato nella sua formula originale dal
medico tedesco J.H. Schultz (1884-1970).
Schultz, dopo aver partecipato al movimento
psicoanalitico berlinese, si interessò attivamente di ipnosi. Fu infatti
durante la pratica di quest’ultima che ebbe modo di rendersi conto come il
suggerimento di concentrare l’attenzione cercando di assumere un atteggiamento
di indifferente passività determinasse uno stato di rilassamento muscolare. Poté
constatare inoltre come l’allenamento sistematico, allo scopo di ottenere
questo atteggiamento, permettesse di raggiungere un sempre più rapido e
generalizzato rilassamento muscolare e particolari fenomeni psicosomatici
comuni alla stragrande maggioranza degli individui.
Controlli sperimentali
Negli ultimi decenni sono stati effettuati un gran
numero di controlli sperimentali sulle effettive modificazioni bio-fisiologiche
del nostro organismo nel corso degli esercizi del T.A.
Anche senza particolari strumenti è possibile verificare
lo stato di rilasciamento muscolare sollevando un braccio del soggetto e
lasciandolo ricadere flaccidamente sul sostegno sottostante. Anche la mandibola
si porta spontaneamente in una posizione intermedia.
Il ritmo respiratorio si modifica e diventa sempre più
ritmico ed uniforme. Mentre fisiologicamente si avverte spesso il bisogno di
modificare la propria posizione, durante lo stato autogeno si può rimanere
immobili anche per ore.
Mediante appositi strumenti è rilevabile una
normalizzazione della pressione arteriosa, sia che il soggetto sia ipoteso, che
iperteso.
Prove biochimiche eseguite sul sangue dei soggetti,
prima e dopo gli esercizi del T.A., hanno dimostrato una diminuzione dello
jodio proteico e dello jodio totale (Luthe), variazioni di cortisolo ematico
(Alnaes e Skaug>, diminuzione del metabolismo basale (Eiff).
Un controllo obiettivo del grado di distensione
muscolare durante l’esercizio della pesantezza è stato fatto registrando
graficamente l’escursione tendineo-muscolare all’arto inferiore, per
controllare il riflesso patellare prima, durante e dopo gli esercizi di
distensione.
Infine citeremo ancora il riscontro
elettroencefalografico, da parte di Geissmann, dell’appiattimento del ritmo
alfa, che però non scompare ma, all’analizzatore automatico di frequenza,
dimostra un lieve aumento di frequenza. In soggetti ben allenati si sono
evidenziate, nella regione centro temporale, delle punte simili a quelle che si
ritrovano negli epilettici, malgrado i soggetti fossero del tutto normali.
Inoltre alcuni complessi elettroencefalografici sono risultati del tutto
analoghi a quelli riscontrati in tracciati eseguiti su degli Yogi da Gestaut e
Das.
Interpretazioni
teoriche del Training Autogeno
Le interpretazioni teoriche del T.A. sono a tutt’oggi
molteplici. Esse dipendono infatti dalla impostazione dei vari autori.
Per alcuni autori di scuola psicoanalitica i risultati
del T.A. sarebbero da attribuirsi alla rimozione del mondo esterno ed al
susseguente ritorno del proprio corpo all’ «esperienza cinestetica primordiale».
In tal modo la propria percezione interiore permetterebbe al corpo di essere
reinvestito dalla libido (capacità che si sarebbe persa nell’evoluzione
autogenetica).
Per altri autori, invece, gli effetti del T.A. sarebbero
spiegabili con teorie di tipo riflessivistico. Secondo tali teorie, la
concentrazione psichica di un punto corticale potrebbe determinare tutto
intorno una inibizione, responsabile dell’indifferenza emotiva, della perdita
di sensazioni e della passività psichica. In tali condizioni sarebbe inoltre
possibile il decondizionamento delle situazioni patologiche precedentemente
instauratesi.
Taluni autori ritengono che l’efficacia terapeutica del
T.A. sia invece da attribuirsi semplicemente alla maggiore comprensione
dell’origine psicogena dei propri disturbi e malattie. Tale capacità sarebbe
infatti sviluppata dalle esperienze somatiche e psichiche avute per mezzo del
TA.
Ci sembra infine degna di nota la teoria di Luthe, che è
forse il più attivo studioso contemporaneo di T.A..
Questo autore parte dal presupposto che l’uomo è stato
dotato dalla natura non solo di meccanismi atti a regolare i fluidi e il
bilancio elettrolitico, la pressione sanguigna, la frequenza cardiaca e così
via, ma anche a riaggiustare disordini funzionali più complicati di natura
mentale.
Secondo questo concetto, quando una persona è esposta a
una eccessiva stimolazione disturbante, il suo cervello avrebbe la capacità
potenziale di utilizzare dei processi biologici naturali per ridurre le
conseguenze negative di tale situazione. Alcuni di questi meccanismi potrebbero
essere quelli che intervengono in modo spontaneo durante il sonno.
Orbene, per Luthe, il T.A. e le altre tecniche di questo
tipo, non farebbero altro che facilitare la riattivazione di tali meccanismi
che hanno lo scopo di riportare l’organismo al suo equilibrio naturale.
Differenze tra Training Autogeno e autoipnosi
In base a una insufficiente informazione molte persone
ritengono che T.A. e autoipnosi siano due tecniche molto simili, se non
addirittura due sinonimi. Effettivamente vi sono degli aspetti comuni come, per
esempio, l’ipotonia muscolare generalizzata, la distensione neuro psichica, il
restringimento del campo di coscienza, l’isolamento sensoriale e le
modificazioni neurovegetative; purtuttavia si tratta di due tecniche distinte:
nell’autoipnosi ciò che verrà ottenuto sarà la conseguenza di un atto di
volontà, di un qualcosa a cui si tende, mentre nel T.A. ci si limita a
constatare cosa avviene nel proprio organismo. Per questa ragione, anche
l’utilità terapeutica del primo metodo è conseguenza di un condizionamento a
determinate formulazioni, mentre nel TA. essa è conseguenza di una spontanea
messa in moto di meccanismi biologici autoregolatori che riporterebbero il
nostro organismo all’equilibrio naturale.
Effetti fisiologici del Training Autogeno nei soggetti sani e malati
Sin da prima della nascita il nostro organismo reagisce alle innumerevoli stimolazioni psichiche e fisiche con delle modificazioni nervose e ormonali, allo scopo di potersi adeguare alla situazione ambientale. Noi possiamo avvertire soggettivamente tali modificazioni; ad esempio un aumento dell’adrenalina porterà a una sensazione di freddo periferico contrapposto, d’altra parte, a una sensazione di calore alla testa, ad aumento della pressione arteriosa, della frequenza cardiaca e respiratoria e così via.
Mentre col passare del tempo diventiamo sempre più «esperti»
nell’utilizzazione di tali meccanismi, spesso perdiamo la capacità di
riportarci allo stato di equilibrio di base. Se pensiamo che il TA. favorisce
appunto tale capacità, potremo anche comprendere meglio il significato delle
sensazioni avvertite durante gli esercizi, come il calore periferico e il
fresco alla fronte, la normalizzazione del battito cardiaco, del respiro, delle
secrezioni esterne (come il sudore) ed interne (ad es. gastriche), del sonno,
ecc..
Tali modificazioni inoltre saranno tanto più intense quanto
più il soggetto si sarà scostato dalla normalità; in altri termini, nei
soggetti malati l’effetto «regolarizzante» del T.A. sarà più sensibile.
Nella tabella, compilata da Luthe e Biumberger, sono
riportati alcuni esempi di variazioni fisiologiche in pazienti che praticavano
metodi autogeni.
L’azione terapeutica del Training Autogeno nel caso di malattie
specifiche
Abbiamo già visto quali sono i vantaggi ottenibili
dall’utilizzazione del T.A. e quali sono i presupposti teorici e pratici sui
quali si basano i suoi possibili effetti terapeutici nel caso di malattie
specifiche. Tuttavia, il rischio che si corre nel caso di molte malattie, come
ad esempio l’asma, è che il T.A. venga utilizzato per l’eliminazione della
manifestazione della malattia, basandosi su effetti suggestivi, come nel caso
dell’autoipnosi, oppure sull’acquisizione di un controllo dei meccanismi
fisiologici che permettono la realizzazione della malattia (nel caso dell’asma
la broncocostrizione).
Secondo noi, questo può permettere la guarigione della
malattia, ma non quella dell’ «individuo malato». In altre parole,
l’eliminazione della possibilità di somatizzare in un certo modo non comporta
un miglioramento dell’equilibrio psicosomatico dell’individuo, ma solo una
provvisoria modificazione.
Tale modificazione porta necessariamente ad un
riaggiustamento del sistema psicosomatico in una direzione meno economica della
precedente, in quanto, come già sostenuto dai terapeuti omeopatici, la
soppressione di un sintomo comporta successivamente la comparsa di uno stato
patologico a livello più profondo.
Tenendo presenti tali considerazioni, può essere
interessante esaminare brevemente le tre storie di soggetti asmatici riportate
da Schultz nel suo libro “Il Training Autogeno”, quale esempio dell’efficacia
della sua tecnica nella cura dell’asma.
Infatti, mentre il paziente trattato contemporaneamente
con una psicoterapia analitica guarisce senza avere in seguito altri disturbi,
degli altri due pazienti, uno si ammala di gastrite infettiva ed ulcera
duodenale, l’altro, invece, muore di carcinoma intestinale dopo aver sofferto
di bronchite infettiva per alcuni anni.
Una concezione più estesa del Training Autogeno
Molti ritengono che il Training Autogeno possa
sostanzialmente cambiare la realtà della nostra vita, mediante il
raggiungimento e il mantenimento di un notevole livello di armonia interiore.
Esso può permettere infatti di riconoscere i propri
limiti genetici o acquisiti, di realizzare se stessi utilizzando al meglio le
circostanze della vita, e, infine, di evitare quegli stimoli e circostanze che
si sa possano produrre effetti di disturbo sulla propria armonia. Il soggetto,
infatti, mediante una combinazione delle diverse tecniche autogene, può
ottenere non solo delle «normalizzazioni funzionali», ma anche sviluppare una
maggiore sensibilità per quel che riguarda il riconoscimento di situazioni e
stimoli positivi e negativi per il suo sistema.
Inoltre, l’abitudine mentale all’osservazione di ciò che
ci succede a tutti i livelli ci eviterebbe di subire passivamente la nostra
vita e ci consentirebbe di viverla in modo più cosciente.
Figura 1. Posizione a sedere rilassata.
Figura 2.
Posizione sulla «sedia del nonno».
Figura 3.
Posizione supina.
GLI ESERCIZI
Il TA è costituito da una serie di esercizi, definiti «inferiori»,
nei quali la concentrazione mentale si rivolge a particolari sensazioni
corporee, e da una serie di esercizi, definiti «superiori», in cui l’attenzione
si rivolge invece a particolari rappresentazioni mentali.
Gli esercizi inferiori
La serie degli esercizi inferiori è costituita da sei
esercizi fondamentali.
Il primo esercizio è quello cosiddetto «esercizio della
pesantezza». Il soggetto realizza, mediante questo esercizio, uno stato
generalizzato di rilassamento muscolare, che percepisce prevalentemente come
sensazione di «pesantezza», dapprima dei singoli arti e, in seguito, di tutto
il corpo.
Già alla prima seduta circa il 40% dei soggetti avverte
tale sensazione. Il successivo esercizio è chiamato «esercizio del calore». Si
realizza infatti un maggiore afflusso di sangue nei muscoli rilasciati, che
viene percepito dal soggetto come un aumento di temperatura. Tale aumento è
reale e controllabile mediante appositi strumenti. Molti soggetti, già nel
corso di tale esercizio, percepiscono il proprio battito cardiaco.
La percezione di tale battito a vari livelli del proprio
corpo e la capacità di modificarne il ritmo costituiscono infatti l’essenza del
terzo esercizio («esercizio del controllo cardiaco»). Anche la funzione respiratoria,
progressivamente liberata dalle influenze psichiche ed emotive, si svolgerà
sempre più calma e regolare, tanto che il soggetto potrà avvertire la
sensazione di non essere più lui che respira, ma la «massa calda e pesante del
corpo» che respira da sola («esercizio del respiro»).
Nel quinto esercizio si raggiunge invece un progressivo
rilasciamento e calore a livello dei visceri addominali. Tale esercizio chiamato
«esercizio del plesso solare», dal nome del plesso nervoso mediante il quale
tensioni ed emozioni psichiche vengono trasmesse agli organi addominali. Infine,
con l’ultimo esercizio («Esercizio del fresco alla fronte») si ottiene una
sensazione opposta a quella di «caldo alla testa» che si percepisce in
situazioni caratterizzate da emozioni o stress.
Condizioni ambientali e posizioni consigliabili per l’esecuzione degli esercizi
Per l’esecuzione degli esercizi è opportuno evitare
stimoli esterni che potrebbero derivare da un ambiente poco tranquillo o di
temperatura poco confortevole e da un abbigliamento troppo stretto o pesante.
Per tale ragione si consiglia quindi di chiudere anche le palpebre. La
posizione del corpo dovrà inoltre essere tale da ridurre al minimo la necessità
di tensioni muscolari. La posizione più indicata è quindi quella distesa a
terra, con le braccia lungo il corpo. Ma, dal momento che non sempre nel corso
della giornata abbiamo la possibilità di assumere tale posizione, possiamo
efficacemente sostituirla con quella seduta, detta del «cocchiere» per la sua
similarità con quella assunta spontaneamente dai conducenti delle carrozze e da
altri individui che esercitano mestieri che costringono a stare a lungo seduti,
senza la possibilità di appoggiare tronco o arti.
In tale posizione la testa e il tronco sono incurvati in
avanti e i gomiti appoggiati sulle cosce, mentre le gambe sono leggermente
aperte (vedi figura n. 1). Infine, se non è possibile neppure stare seduti, si
può benissimo fare l’esercizio in piedi, cercando di rilasciare la muscolatura
della parte superiore del corpo.
Svolgimento degli esercizi inferiori
I singoli esercizi vengono svolti dapprima in sedute
collettive, sotto la guida di un esperto, che si tengono ogni 14 giorni circa,
in modo che il soggetto, nel periodo tra una seduta e la seguente, abbia la
possibilità dl allenarsi per conto proprio con due o tre esercizi giornalieri
di pochi minuti ciascuno.
Esecuzione degli esercizi fondamentali
Esercizio I: Il
soggetto ripete mentalmente 5-6 volte «Il mio braccio destro è pesante», dopodiché
ripete le formule analoghe riguardanti l’altro braccio, le gambe e tutto il
corpo.
Esercizio II: Si
ripete il primo e poi «Il mio braccio destro è caldo» (5-6 volte). «il mio
braccio sinistro è caldo», ecc.
Esercizio III: Si
ripete I,II e poi «Il mio cuore batte calmo e regolare» (5-6 volte).
Esercizio IV: Si
ripete I,II,III e poi «Il mio respiro è calmo e regolare» (5-6 volte).
Esercizio V: Si
ripete I,II,III, IV e poi «Il mio plesso solare è caldo» (5-6 volte).
Esercizio VI: Si
ripete I,II,III, IV, V e poi «La mia fronte è fresca» (5-6 volte).
È consigliabile inoltre ripetere una volta, tra un
esercizio e l’altro e prima di iniziare, la formula «lo sono perfettamente
calmo».
Esempi di variazioni fisiologiche in pazienti
che praticano metodi autogeni
Tipo di
organo e
Funzione
Tipo di
variazione
Tipo di
disturbo
APPARATO CARDIO
CRICOLATORIO
Ritmo cardiaco
Pressione del sangue
ECG
Circolazione
periferica
Temperatura
della pelle
Temperatura rettale
Diuresi
Normalizzazione
Diminuita
Aumentata
Innalzamento del
tratto ST depresso e/o
incremento dell’onda T
Aumentata
Aumentata
Diminuita
Aumentata
Tachicardia e
bradicardia sinusale
Alcune aritmie
iper. essenz.
Forme di ipotensione
Depressione del tratto
ST ,abbassamento
dell’onda T-angina
pectoris - infarto
miocardico
Claudicatto
intermittente
Malattia di Buerger
fenomeno di Rainaud
sclerodermia
acrocianosi
Effetto non specifico
Effetto non specifico
APPARATO
ESPIRATORIO
Frequenza respiratoria
Escursione respiratoria
Durata della
inspirazione
Durata della
espirazione
Capacità vitale
Consumo ossigeno
Diminuita
Aumentata
Aumentata
Aumentata
Aumentata
Diminuita (recupero
più veloce)
Aumentata
Disordine funzionale
asma bronchiale
DOpo un lavoro
muscolare
A riposo
APPARATO
DIGERENTE
Esofago
Stomaco
Duodeno
Digiuno
Colon
Più ampia apertura
del cardias
Riduzione iniziale
transitoria dell’attività
motoria – Contrazioni
gastriche più ampie
ed energiche
Peristalsi più regolare
Svuotamento più
completo
Riempimento
migliorato
Transito più regolare
ed efficiente
Aumento del flusso
sanguigno – attivazione
della peristalsi
ernia dello iato
Spasmo dell’esofago
cardiospasmo
Ulcera peptica
duodeniti – Dispepsie
Pilorospasmo
Ipermotilità dovuta
a stress
Ulcera duodenale
Stipsi cronica
flatulenza
APPARATO
ENDOCRINO
Glicemia e glicosuria
Necessità di insulina
Jodio legato a
Proteine – Jodio totale
Colesterolemia
Cortisolemia
Diminuita
Diminuita
Diminuita
Diminuita
Diminuita
Aumento dovuto
a stress
Diabete mellito
Disturbi funzionali
della tiroide
Ipercolesterolemia
Ipercortesolemia
OSTETRICIA
Numero di contrazioni
Durata del travaglio
Dolore
Diminuite
Diminuita
Diminuito
Parto
Parto
Parto
SNC
Potenziale d’azione
muscolare
Riflesso patellare
Riflesso achilleo
Pressione intraoculare
Forza dell’io
capacità di
concentrazione
Diminuito
Diminuito
Diminuito
Diminuita
Aumentata
Glaucoma
Schizofrenia
Nell’esecuzione degli esercizi del T.A., le formule
mentali devono essere utilizzate semplicemente come un aiuto per l’orientamento
della propria attenzione, allo scopo di potersi rendere conto di quanto avviene
spontaneamente nel nostro organismo; tuttavia tali formule possono erroneamente
essere interpretate come dei «compiti da eseguirsi» e alcuni autori ritengono
che questo modo di svolgere gli esercizi non possa escludere la possibilità di
una componente autosuggestiva. Otto Lanz, ad esempio, ritiene preferibile
sostituire la formulazione di tali frasi con il semplice spostarsi della
propria attenzione progressivamente su mano destra, braccio destro, mano
sinistra e così via, in modo che il soggetto possa spontaneamente rendersi
conto dell’avvenuta comparsa dei fenomeni tipici del TA., anche senza
conoscerli e aspettarli prima.
Il concetto di «concentrazione passiva»
Con tale termine, nella terminologia del T.A., si indica
la condizione del soggetto durante l’esecuzione degli esercizi. Egli, infatti,
deve essere completamente indifferente per quanto riguarda il risultato, anche
perché ogni sforzo, effettuato allo scopo di ottenere il risultato, non può che
pregiudicare l’efficacia dell’esercizio, la quale non dipende dai cambiamenti
percepiti, ma solo da una corretta esecuzione degli esercizi.
Gli esercizi superiori
Come già accennato precedentemente tali esercizi si
rivolgono alla mente ed, in particolare, all’inconscio. Questo comporta
inevitabilmente che, mentre si dischiudono innumerevoli possibilità, sia di
tipo terapeutico che di tipo esistenziale, allo stesso tempo si corrono rischi
gravissimi per l’equilibrio del soggetto. Per tale ragione la loro applicazione
può essere intrapresa soltanto con la guida di psicoterapeuti esperti, che
conoscano sufficientemente le dinamiche psicologiche profonde. Ovviamente, per
eseguire tali esercizi, occorre aver acquisito una certa disinvoltura nell’esecuzione
di quelli del ciclo inferiore.
CON L’ORIENTE
E. Mondella,
professore di Filosofia della Scienza, Università degli studi di Milano,
laureato in medicina, ha svolto per alcuni anni attività come medico, si è poi
dedicato agli studi storico-filosofici relativi alla medicina collaborando tra
l’altro alla “Storia del pensiero filosofico-scientifico” di L. Geymonat.
Domanda: Dai presupposti e dai concetti della filosofia della scienza è esatta
la nostra ammissione per cui le malattie organiche possono originare
dall’incoscio? Premesso che nell’ambito della filosofia della scienza si hanno,
come in ogni altra disciplina diverse posizioni...
Risposta: io
penso che l’ipotesi secondo cui determinate malattie possono originare
dall’inconscio non è in contrasto con principi ritenuti validi nel pensiero
medico contemporaneo. Ritengo in particolare che una tesi di questo genere sia
compatibile con i principi teorici della fisiopatologia, anche se di fatto
contrasta con la prassi, della maggioranza dei medici.
Nel periodo contemporaneo la formulazione di teorie
psicologiche è considerata del tutto compatibile con le indagini di tipo
fisiologico e soprattutto con quelle circa il sistema nervoso centrale.
D.: Quale relazione lega la mente al corpo, sempre secondo la filosofia
della scienza?
R.: Nel
periodo recente, a partire dagli ultimi cento anni, con lo stesso sorgere e con
il conseguente sviluppo della psicologia sperimentale, si sostenne il
cosiddetto principio del «parallelismo psico-fisico», secondo il quale ad ogni
processo psichico doveva corrispondere un processo di tipo neuro-fisiologico.
Il postulato del parallelismo presiede allo sviluppo
della psicologia sperimentale contemporanea. Con lo sviluppo delle teorie
psicologiche dell’insconscio il campo di indagine si è ampliato e si è ammessa
l’ipotesi che anche le entità teorizzate a livello dell’inconscio possano
eventualmente corrispondere a processi fisiologici, anche se non si è cercato
molto di precisarla. In base a questo principio non c’è quindi difficoltà ad
ammettere che a determinati processi patologici e neuro-fisiologici
corrispondano eventi di tipo psicologico. Questo dal momento che esiste una innervazione
estremamente diffusa a tutti i tessuti del corpo umano e che ha poi riferimento
nel sistema nervoso centrale.
D.: Questa concezione del parallelismo psicofisico non ha suscitato dubbi
o contestazioni?
R.:
Effettivamente la difficoltà maggiore insorge quando queste corrispondenze tra
eventi fisiologici e psichici vengono interpretate in senso causale.
D’altra parte secondo il linguaggio e il senso comuni si
ammette che certi eventi psichici possano essere un fattore causale di eventi
fisici; per esempio che un nostro atto di volontà determini un movimento del
corpo e anche semplicemente che un’emozione come il senso di imbarazzo possa
farci arrossire. E viceversa che la stimolazione di un organo di senso causi un
evento psichico come le sensazioni.
D.: Quindi si riferisce ad un «interazionismo» fra mente e corpo?
R.: Sì,
esattamente, però questa tesi dell’interazionismo fra mente e corpo è stata
fortemente contestata sul piano filosofico, specialmente dalla seconda metà
dell’800.
Ed è stata contestata soprattutto in base al principio
di conservazione dell’energia che è un principio della fisica valevole anche
per la fisiologia.
Secondo questo principio ogni evento fisico comporta
delle trasformazioni energetiche tali che deve rimanere costante, all’interno
del sistema fisico corrispondente, la quantità di energia. Perciò se si ammette
che un evento psichico possa intervenire su uno fisiologico, bisogna in qualche
modo ammettere che c’è un trasferimento di energia o, meglio, un apporto di
energia al sistema fisico-psicologico.
Qui saremmo davanti ad una difficoltà, in quanto se si
considera la psiche come un’entità non fisica, non materiale, non si vede da
dove essa possa attingere l’energia che deve impiegare nel processo di
trasformazione del sistema nervoso.
D.: Quali correnti di pensiero si sono interessate al problema
mente-corpo?
R.: Nella
seconda metà dell’800 Wilhelm Wundt, psicologo sperimentale della Scuola di
Lipsia e G.T. Fechner, psicofisiologo, i grandi fondatori della psicologia
sperimentale, negarono la possibilità di un interazionismo e sostennero invece
la tesi del «parallelismo psicofisico».
Anche oggi nell’ambito della filosofia della scienza
questa problematica rimane aperta. Abbiamo oggi uomini illustri come Eccles J. C.
e K. R. Popper i quali si fanno nuovamente sostenitori di un interazionismo
mente-corpo.
Ammettono cioè che la mente agisca in qualche modo sul
sistema nervoso a livelli di certe zone del cervello e viceversa.
Questo però in contrasto col parere di molti, forse
della maggioranza dei neurofisiologi contemporanei e dei filosofi della
scienza.
Fra questi ultimi infatti molti sostengono che l’unica
soluzione atta a risolvere la questione sia la teoria dell’ «identità», una
interpretazione aggiornata del parallelismo ottocentesco, secondo la quale
mente e corpo sono due facce della stessa medaglia, cioè due aspetti di una
identica realtà. Per cui non si può parlare di due principi che interagiscano
fra loro, ma si parla di un’unica realtà che si presenta sotto due aspetti,
quello fisico e quello psichico. Parlare di una interazione è possibile in
questo caso nel senso in cui possono interagire fra loro momenti distinti di
una stessa realtà.
D.: La Sua opinione?
R.: La mia
posizione in merito al problema è che accorra serbare l’interazionismo, quello
stessa del senso comune e del linguaggio comune.
Ritengo che abbia senso dire che un sentimento, uno
stato d’animo, influisca sul comportamento di una persona e sulle sue
condizioni fisiologiche.
Penso che sia assurdo considerare un errore filosofico
questa convinzione della conoscenza comune; semmai si tratta di interpretarla,
partendo ad esempio da una concezione che potrebbe essere chiamata «teoria dei
livelli». Ammettendo cioè che l’organismo vivente possa essere studiato a vari
livelli di organizzazione, noi possiamo individuare il livello molecolare, dove
avremo delle leggi proprie e un certo suo determinismo ma possiamo indagare
anche un livello cellulare, considerato superiore, e poi anche un altro livello
dei sistemi di organi e inoltre, ancora superiormente, quello psicologico. Si
tratta comunque di distinzioni non rigide e definitive.
Il livello psicologico e, se vogliamo, anche quello
sociologico, possono comunque essere considerati i livelli più alti sui quali
ci è consentito studiare l’uomo.
D.: Quindi il problema del «fisico» e il problema dello «psichico»
potrebbero essere considerati come due approcci a diversi livelli. Quale
privilegiare?
R.:
Difficilmente possiamo stabilirlo a priori.
Ciò che mi pare sia importante è che nessuno di questi
livelli debba avere la pretesa di essere esaustivo e privilegiato. Volendo
privilegiarne uno solo si corre il rischio di un atteggiamento riduzionistico.
Sarebbe una sorta di impoverimento della complessità dell’oggetto: privilegiando
per esempio il livello fisico-chimico perdiamo di vista la ricchezza, la
complessità del fenomeno che invece ci è data dagli altri livelli di analisi.
Il privilegiare di volta in volta l’uno o l’altro deve
essere dettato dall’arte di chi si interessa, di chi interviene sull’uomo. In
genere un buon medico è colui che in base alla sua cultura ed esperienza sa
scegliere l’adatto livello di analisi e di intervento. L’abilità di un medico
sta proprio nel saper cogliere l’organismo umano a tutti i livelli, con gli
interventi adatti a ciascuno di essi.
In questa prospettiva dei livelli di organizzazione o di
realtà in cui può essere studiato il problema posto dal rapporto mente-corpo
come rapporto di interazione non dovrebbe più essere considerato come una
relazione causale fra entità ciascuna dotata di una propria sostanzialità, come
potrebbero essere l’anima e il corpo, bensì un’interazione fra entità teoriche
di vari livelli.
Vale a dire: io posso stabilire, a livello di una teoria
psicologica, l’entità inconscia che è un’entità appartenente alla teoria
elaborata proprio su quel livello; ed essa non è tanto un’entità metafisica
come l’anima, ma é un termine teorico che poi applico e sviluppo su quel
livello di indagine, senza dire se a questa entità teorica ne corrisponda
qualche altra sostanziale di tipo metafisico. Altrettanto si può dire per
quanto riguarda i livelli di organizzazione inferiori. In questo caso quindi
l’interazione che è affermata nella conoscenza comunque può essere interpretata
filosoficamente come un’azione causale di un’entità propria ad un livello su
un’altra entità propria ad un altro livello. La difficoltà filosofica maggiore
sta poi nel precisare quanto di convenzionale e quanto di «oggettivo» è
implicito in queste entità distinte. Ma questo è un problema che riguarda le
entità teoriche di tutte le teorie scientifiche.
Posso comunque dire che vi può essere un tegame causale
fra la situazione psicologica di un individuo, un’emozione, una situazione di
tensione psichica, e un’alterazione funzionale di un organo.
Partendo da questa teoria dei livelli si potrebbe così
risolvere le difficoltà filosofiche che sono state sollevate nei riguardi
dell’interazionismo. Fra l’altro questa teoria oggi comincia ad essere
riconosciuta nell’ambito della biologia, più di quanto lo fosse in passato; è
anche presente nella tradizione marxista, in particolare nella filosofia di
Engels: nella Dialettica della natura egli riconosce infatti una molteplicità
di livelli qualitativi di organizzazione della materia.
D.: In quali altri Autori e correnti di pensiero è presente la teoria dei
livelli?
R.: Per
esempio gli sviluppi della cibernetica hanno portato a riconoscere che la
regolazione e la trasmissione delle informazioni sono processi che si
realizzano ad uno specifico livello organizzativo di un sistema, di salito non
al livello più basso.
Inoltre un Autore che sostiene una tesi simile alla mia
è Steven Rose, di cui è pubblicato in italiano «Il cervello e la coscienza»,
per il quale la teoria dell’identità non è in contrasto con la teoria dei
livelli. Io ritengo che l’aspetto più importante non stia tanto nel problema di
spiegare l’interazione mente-corpo, come fanno Eccles e Popper, ammettendo due
entità indipendenti e quasi sostanziali che interagiscono, ma di ammettere
entità che possono venire considerate come teoriche e quindi anche provvisorie
appartenenti a livelli di organizzazione diversi, e che servono a studiare tali
livelli di organizzazione.
Penso che sia importante anche sviluppare, approfondire lo
studio della psicologia dell’inconscio e del profondo, in tutta la sua
complessità, con un preciso riferimento alle funzioni organiche.
D.: A suo parere si può costruire una visione psicosomatica dell’uomo in
relazione ad una concezione metafisica dell’universo?
R.: Io
ritengo che per sostenere un programma scientifico-medico di tipo psicosomatico;
che condivido, cioè il considerare i sintomi fisiopatologici come possibili
espressioni simboliche di vicende psicologiche, non sia necessario riferirsi a
teorie di tipo metafisico derivanti ad esempio da una tradizione filosofica di
tipo orientale; ciò forse può essere addirittura fuorviante.
Ritengo che non sia necessario dato che la nostra
tradizione psicopatologica occidentale ci permette di considerare nell’uomo
ogni evento di natura fisiopatologica come correlabile ad eventi di natura
psichica, tramite la mediazione dei sistema nervoso.
D.: Lei affermava prima che l’agganciamento ad una metafisica orientale,
oltre che inutile, può essere fuorviante...
R.: Sì è un
eccesso di metafisica l’ammettere che un principio unitario, un principio
«psico-energetico» si esprime nella fenomenicità materiale, anche della natura
inorganica.
È un eccesso di metafisica dire che il legno della mia
poltrona ha uno psichismo, o che un sasso, una montagna, le nubi sono
l’espressione di una vicenda psichica cosmica. Non so bene cosa si possa
spiegare in questo modo del mondo.
D.: Si tratta a Suo parere di una visione che fa riferimento
esclusivamente alla cultura orientale o anche in occidente si ritrovano
concezioni similari?
R.: Effettivamente
anche nella nostra cultura occidentale vari Autori dell’800 hanno ipotizzato
l’esistenza di un panpsichismo, basti pensare a Schopenhauer.
D.: D’altra parte oggi si nota un rifiuto di un certo tipo di tradizione
razionalistica o in tellettualistica, con un generico ritorno al misticismo...
R.: Certo, ci
sono attacchi specifici alla nostra tradizione scientifica occidentale che sono
comprensibili in base alle vicende storico-sociali degli ultimi anni; sono
l’indicazione di una crisi, di una situazione di disagio, più il segno di
un’inquietudine che un’operazione concettuale o una proposta elaborata
costruttivamente.
Simili posizioni emergono anche nella medicina e appaiono la denuncia di un’insufficienza che si comincia ad avvertire negli sviluppi più recenti di questa disciplina.
Si è tentato in questo senso una critica
ideologico-politica della medicina «asservita al capitale», che indubbiamente
va ancora perseguita con maggiore serietà, e con strumenti concettuali più
raffinati. Si tratta cioè di sviluppare una critica storica epistemiologica
della medicina attuale che richiede un impegno culturale non da poco. A partire
da questa critica si può comprendere come siano proliferate le medicine
alternative, come mera contrapposizione pratica alle degenerazioni e alle
insufficienze della medicina ufficiale. Fra queste medicine alternative,
alcune, come l’agopuntura, sono legate ad un’elaborata concezione filosofica
che appare del tutto estranea rispetto alla nostra tradizione. L’accostamento
meramente eclettico della nostra medicina occidentale con questa concezione
filosofica orientale, suscita molte perplessità. L’unico vantaggio sembra poter
forse essere quello di chiarire meglio a noi stessi il senso della nostra
tradizione culturale.
Però le ambiguità sono maggiori dei vantaggi, dato che è
molto difficile la fusione tra due tradizioni culturali così diverse.
D.: Tentativo di fusione che peraltro, Lei affermava prima, è già stato
tentato.
R.: Sì e si è
andati anche oltre, infatti la nostra cultura occidentale ha già in parte
assorbito alcuni motivi della tradizione orientale; lo stesso concetto di
inconscio era già presente nella cultura tedesca dell’800, fino ad arrivare a
Freud, a Groddeck ecc. Ad esempio già nella filosofia di Schopenhauer per cui
l’essenza ultima della natura è una sorta di volontà psichica inconscia che si
manifesta nei fenomeni studiati dalle scienze naturali, si nota un contatto,
già avvenuto alla fine del ‘700, tra cultura orientale e cultura filosofica
tedesca; nella cosiddetta medicina romantica, d’altronde è ampiamente
sviluppato il tema del legame tra il micro-cosmo uomo e il macro-cosmo fisico
astronomico, legame espresso attraverso molteplici forme di simbolismo e di
corrispondenza magico-mitiche, analoghe a quelle sviluppate nella cultura
orientale. Quindi tanto vale riconsiderare, se proprio lo si vuole queste
esperienze occidentali invece di rinnovare meccanicamente ed in modo oscuro
l’accostamento tra queste due tradizioni culturali, in termini che non tengono
presente la esperienza storica della medicina.
D.: Quindi Lei invita a un recupero anche storico della medicina
occidentale alfine di riscoprire tematiche importanti e più facilmente
utilizzabili in una prospettiva di tipo psicosomatico che non la «riscoperta»
tout court dell’Oriente.
R.: Esattamente,
inoltre ritengo che così facendo si eviti di cadere nella contraddizione di
accettare in fondo il patrimonio scientifico della medicina moderna,
svalutandolo poi ambiguamente attraverso l’accettazione di filosofie mistiche.
Ritengo invece che si debba giungere a sviluppare un programma diverso, più
ampio; dobbiamo arrivare ad una trasformazione della medicina occidentale e per
far ciò, ripeto, penso sia inutile fare riferimento a queste metafisiche
orientali.
D.: In conclusione Lei cosa ritiene sia da privilegiare per tentare di
costruire una visione psicosomatica dell’uomo?
R.: Quello
che conta è uno studio dell’uomo, un’antropologia molto più ricca e articolata
di quella che possediamo, in cui si studi l’uomo utilizzando non solo la
tradizione medico-fisiologica-patologica, ma anche il contributo delle
discipline che studiano l’essere umano ai vari livelli di organizzazione; cioè
lo studio delle teorie psicologiche relative all’inconscio, ma anche ricerche
di tipo antropologico sulle società del passato e primitive, come in quelle
attuali.
In questa direzione individuo un elemento fondamentale
da analizzare più a fondo: la comunicazione non concettuale dell’uomo.
Uno degli elementi di crisi a livello della società
urbano-industriale in cui viviamo è il venir meno di una cultura molto
elaborata che si esprimeva attraverso elementi simbolico-rituali che ritroviamo
nelle società di tipo agricolo; questi elementi svolgono funzioni di
rassicurazione, di esorcizzazione della solitudine e della separatezza dell’uomo
rispetto al gruppo sociale. La comunicazione simbolico-rituale si è impoverita
nella società urbano-industriale e invece corrisponde a un bisogno profondo
dell’inconscio. In questa prospettiva si apre la possibilità di considerare
come fa la medicina psicosomatica, questa sorta di linguaggio simbolico, questo
esprimere da parte degli organi, attraverso le loro alterazioni-simboli, una
vicenda non comunicabile concettualmente, vissuta dall’inconscio.
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Ed. Feltrinelli
ENCICLOPEDIA
EUROPEA
GARZANTI
Un‘opera aperta a tutti i temi della cultura di oggi
La voce Psicosomatica del IX volume dell’Enciclopedia
Europea
psicosomatica ramo della medicina che
si occupa dell’influenza degli stati psichici su il a funzionalità di organi e
apparati del corpo umano, e delle disfunzioni e lesioni che hanno come causa o
concausa fattori di natura psicologica. La medicina psicosomatica, che si pone
al punto di intersezione fra psichiatria e clinica medica, ha conosciuto nel
corso degli ultimi decenni importanti sviluppi. Oltre a occuparsi de Il a
patogenesi e della terapia di malattie di cui è ormai riconosciuta una
frequente, o prevalente, o esclusiva patogenesi psichica (quali l’ulcera
gastroduodenale, la colite ulcerosa, l’ipertensione arteriosa, l’emicrania,
certe forme dì asma), essa ha trovato un campo di applicazione pressoché
illimitato nello studio di tutte quelle disfunzioni e malattie, soprattutto
croniche e a patogenesi non direttamente infettiva, in cui è riconoscibile
l’importanza degli stati psicologici come fattore concomitante o facilitante
per quanto concerne sia il rischio patogeno, sia la tendenza alla
cronicizzazione: tali molte affezioni cutanee, disfunzioni endocrine ed
epatiche, alterazioni ematiche e cardiocircolatorie, disturbi reumatici e così
via. La medicina psicosomatica ha una doppia origine e un duplice binario di sviluppo. Da un lato essa nasce (con G.Wi
Groddeck, che ne è considerato il fondatore) all’interno della psicoanalisi,in
relazione agli studi sull’isteria, come ipotesi circa la conversione somatica,
in determinati organi o apparati, di conflitti emozionali di natura inconscia:
conflitti che si esprimerebbero in disturbi non solo apparentemente legati a
disfunzioni organiche (come nell’isteria in senso stretto) ma effettivamente
lesivi dell’integrità somatica. Da un altro lato, la medicina psicosomatica
procede dalla medicina interna, come sistematizzazione di una serie di
osservazioni empiriche e sperimentali, relative alle modificazioni umorali e
neurovegetative prodotte negli organi cavi e a livello dei sistemi circolatorio
ed endocrino dagli stati acuti di ansia e di aggressività, e dagli stress
psichici o psicofisici.
Per quanto le indagini siano in pieno sviluppo,
manca a tutt’oggi una teoria unitaria delle influenze psichiche sulla salute
del soma: la correlazione fra cause ed effetti è resa difficile
dall’impossibilità di codificare e obiettivare gli stati psichici, e da una
conoscenza ancora largamente insufficiente degli anelli causali che legano le
funzioni nervose superiori (e quindi la psiche) al funzionamento degli organi
interni. Da questo punto di vista gli studiosi di formazione psicologica e
psicoanalitica appaiono in genere più inclini che non i medici internisti ad
attribuire affezioni somatiche a fattori psichici. Coi tempo, tuttavia, il
punto di vista dei primi sembra prevalere man mano che, tramontando la
concezione meccanicista e settoriale della medicina dell’Ottocento, si afferma
un’immagine unitaria dell’individuo. In questa prospettiva il concetto stesso e
il termine di psicosomatica viene criticato come insufficiente, e basato ancora
su di una dicotomia (quella mente-corpo, o funzioni nervose superiori-organi
interni) che da molte parti si ritiene non abbia motivo di esistere. In tal
senso, tutta la medicina moderna si avvia forse a essere, più ancora che
psicosomatica, « medicina della persona».