RIZA                                                                                  

PSICOSOMATICA

RIVISTA BIMESTRALE DI MEDICINA GLOBALE - MAGGIO GIUGNO 1980- N. 1 LIRE 2.000

 

 

 

 

 

L’ASMA

E IL RESPIRO

nell’interpretazione

della “Medicina Globale»

 

IL TRAINING

AUTOGENO:

esercizi, teoria e pratica

 

 

 

 

FELICE MONDELLA:

mente e corpo

nella filosofia della scienza

 

 

LE “ALTRE” TERAPIE:

agopuntura erboristeria

omeopatia


SOMMARIO

 

alle radici della medicina

pag. 2 di Gianlorenzo Masaraki e Raffaele Morelli

 

I SIMBOLI DELL’UOMO

miti e leggende

pag. 6 Dall’uovo di Eros, una sorpresa: il mondo

di Fabio Dell’Acqua e Aviva Setton

filosofia

pag. 10 Dal soffio la parola

di Patrizia Crippa

significato del linguaggio

pag. 16 La parola: emozione e pensiero

di Irene Di Carpegna

tao

pag. 20 «Chi»: Respiro eterno del finito

di Giancarla Fioroni Sandri

 

IL DISCORSO PSICOSOMATICO

casi clinici

pag. 24 Maria - L’aria buona e l’aria cattiva

riza dibattito

pag. 30 Parliamo dell’asma

a cura di Ezio Basilico e Daniela Marafante

indirizzi psicosomatici

pag. 34 Richiesta di un amore che manca o rifiuto di un amore che soffoca?

di Paola Santagostino

la posizione organicistica

pag. 37 Uomo o immunoglobulina?

di Marco Marzolini e Sergio Mungo

la nostra concezione

pag. 42 L’asma e l’onnipotenza del respiro

a cura dell’Istituto Riza

 

LE TERAPIE

agopuntura

pag. 44 Un ago per il respiro

di Raffaele Morelli

omeopatia

pag. 48 Arsenico per l’asmatico

di Leo Gilli

fitoterapia

pag. 50 Lavanda, melissa, issopo...

di Franca Domenichini

bioenergetica

pag. 52 Prigionieri di una corazza

di Francesco Padrini

 

AGIRE SUL CORPO

pag. 56 Il training autogeno

di Jader Tolja

 

L’INTERVISTA

pag. 60 Con l’Oriente si chiude?

a cura di Danilla Frei e Filippo Ranieri

bibliografia

pag. 64


GIANLORENZO MASARAKI - RAFFAELE MORELLI

 

 ALLE RADICI

DELLA MEDICINA

 


 

La nostra medicina è oggi più che mai al centro di una grossa contraddizione che la vede sempre più partecipe da un lato delle più significative e avanzate proposte tecniche, con un notevole progresso in campo diagnostico, e d’altro canto impotente a fronteggiare le affezioni funzionali, le malattie croniche, la patologia tumorale e autoimmunitaria, che implacabilmente affliggono la gran parte dei malati.

L’aver considerato il corpo come una serie di «accadimenti materiali» senza una «intelligenza» che li sostiene ha condotto il medico ad occuparsi non più del malato come persona, ma come aggregazione di proteine, di globuli rossi, di nervi, ecc. La nostra università di medicina è improntata ad occuparsi del paziente come se si trattasse di un corpo senza vita. La posizione scientista si difende affermando che l’unico modo per avere l’obiettività è quello di prescindere dal mondo del soggettivo e dell’emotivo perché impalpabile e non misurabile strumentalmente, salvo dimenticare che il nostro corpo, la nostra «materia umana» produce e «partorisce» anche la mente.

Nell’unità uomo il fegato, il rene, la milza, il cuore e la mente coesistono, il che vuol dire che sono gli uni agli altri necessari e che partecipano della stessa unità. In realtà per la nostra mente cosciente abituata a operare scindendo i vari aspetti dell’esperienza per poterli quantificare e classificare, gli organi e le varie funzioni si distinguono accademicamente gli uni dagli altri. Ma questo non corrisponde alta nostra realtà più profonda, quella dell’inconscio, laddove il biologico e lo psichico coesistono.

 

La scacchiera, la mente, il corpo

Che rapporto lega la mente al corpo?

Come avviene il misterioso salto dallo psichico al fisico di cui parlava Freud? Di fatto tra psichico e fisico non esistono «salti», separazioni da colmare: l’esistere è il risultato di una costante interazione e scambio tra elementi della vita psichica e di quella corporea. Tutto si svolge come in una grande scacchiera in cui il corpo (il nero) si contrappone alla mente (il bianco).

Si può per questo correre il rischio se non si vede il fenomeno globale di studiare soltanto le pedine nere (cioè il corpo) credendo che Il risieda la risposta; e questo è quello che fa la medicina organicistica. Oppure si può guardare tutto dalla parte del bianco e questo fanno le correnti spiritualiste.

Si può invece studiare il problema dalla parte della scacchiera. Per lei il bianco e il nero sono due facce, due poli, il maschile e il femminile di una sola realtà, In effetti le mosse che esegue il giocatore, le pedine, ecc. fanno parte di un solo sistema. Se è pur vero che quella partita potrà giocarla soltanto quel giocatore, è altrettanto chiaro che egli non potrebbe «pensarla» e agirla senza la scacchiera e i suoi elementi. Il cervello e tutti gli organi del corpo ripetono una analogia di questo tipo.

Infatti il «giocatore» che è dentro ognuno di noi decide di volta in volta con quale organo giocare la partita con l’ambiente a seconda dell’occasione che lo stesso ambiente gli fornisce e delle finalità che si propone, così sceglierà la partita dell’asma o quella dell’ulcera, quella della colite o dell’ipertensione ecc.

E come il cervello se ne sta occultato, nascosto, invisibile a tutti gli altri organi senza mai prendere contatto con questi se non attraverso i suoi «emissari» elettrici e biochimici, altrettanto il giocatore che è dentro di noi, l’inconscio, ben celato nelle profondità del nostro essere, sorregge lo stato di salute e di malattia dell’individuo. Tuttavia proprio perché non si ha destinatario senza ricevente, organi e cervello esistono gli uni all’altro necessari, così come la mente e il corpo.

 

La nostra esperienza - Omaggio a Groddeck

Il nostro lavoro di psicosomatisti è iniziato con la nascita di un reparto ospedaliero che aveva tentato di realizzare un compito immane: diffondere la medicina psicosomatica all’interno di un ospedale generale. Altrove abbiamo e hanno scritto della vicenda del S. Raffaele e della sua contrastata esistenza.

Qui ci preme sottolineare quelli che allora erano gli obiettivi che ci proponevamo di raggiungere. Da psichiatri (il reparto inizialmente si configurò sostanzialmente come una esperienza «avanzata di psichiatria» ci rendemmo conto ben presto — proprio perché calati in una struttura che si occupava solo delle malattie organiche — che partire dalla malattia mentale e dai suoi sintomi o comunque dal fenomeno psichico era estremamente riduttivo e non in grado di abbracciare la complessità del fenomeno.

Da ricercatori ambiziosi ci eravamo tuttavia proposti non tanto di arrivare a un metodo psicologico che permettesse di migliorare il rapporto medico paziente (ahi noi, devastato da un tecnicismo e da una ospedalizzazione sempre più inumani) così come ci veniva richiesto da più parti, bensì di occuparci delle malattie studiandole al di là dei tabù e dei dogmi che la visione ufficiale della medicina presentava. Ci vennero in aiuto molti autori ma uno particolarmente si è iscritto nel nostro cuore: si tratta dello «psicanalista selvaggio» G. Groddeck. Il suo convincimento che i processi simbolici fossero alla base non soltanto delle manifestazioni oniriche ma anche della formazione dei sintomi somatici è diventato nell’arco di qualche anno anche il nostro. (Mota di Gandalf: il neretto è mio) Oggi nessuno di coloro che collaborava all’interno della nostra equipe e che ha fatto uso di questo orientamento ritiene che fatti organici e fatti psichici possano procedere separati.

Il simbolo, la metafora, l’analogia sono spesso la chiave di volta per risolvere le più avanzate situazioni patologiche.

Se ripensiamo ad allora quando in piena occupazione del reparto confrontavamo la nostra esperienza con quella dell’autore tedesco dobbiamo ammettere che molto cammino è stato percorso. Un nostro libro «Verso la concezione di un sé psicosomatico>> riassume non soltanto la nostra esperienza ma forse anche il superamento della concezione groddeckiana. Scrivere dell’«aria buona e dell’aria cattiva» degli asmatici, del «pianto dell’utero>> nell’endometriosi, dei «capelli-pensieri», ecc. è stato sollecitato in noi dai modelli groddeckiani.

Ma quello che più di tutto lo «psicanalista selvaggio» ci ha lasciato in eredità è l’invito alla ricerca della «Medicina Globale» con la quale potremo definire un metodo capace di occuparsi del passaggio dal mentale al corporeo non soltanto in chiave terapeutica, ma anche come studio dell’uomo non più scisso in anima e corpo. In fondo il grande merito di Groddeck, che — non va dimenticato — partiva direttamente dall‘esperienza clinica, è stato quello di aver postulato che «anche il corpo fosse capace di pensare». Non già come la mente cosciente secondo gli assi cartesiani del processo secondario, ma come i processi inconsci, in modo analogo al sogno, attraverso il processo primario. Un’osservazione di tal tipo, per quanto già presente in molti pensatori del passato, da Platone a Paracelso, e così via, appare oggi più che mai rivoluzionaria. Mentre da un lato le religioni, e in particolare la cattolica, ribadiscono la assoluta supremazia dello spirito (del quale poi esse sole se ne possono occupare, allo stesso modo la scienza medica ha deciso che il corpo è soltanto una serie di processi anatomo-fisiologici da studiare in modo del tutto sperimentale ed indipendentemente dal soggetto in cui avvengono.

 

L’intelligenza della materia

In realtà la scienza occidentale non è ancora stata capace di conciliare questi due estremi della stessa matrice: spirito e materia. Eppure nel mito, nei modi di dire popolari, nelle leggende, negli archetipi dell’uomo, nella storia delle religioni tutto rimanda all’unità psicosomatica.

Il mito ci racconta che quando vogliamo in qualche modo catturare un’essenza, o meglio «un Dio», dobbiamo per forza farlo vivere in un corpo. Anche la Messa è un rito teofagico.

Via via le concezioni si allargano, le teorie si approfondiscono e anche la nostra pratica clinica è andata alla ricerca di una spiegazione di certi successi terapeutici. Sembra incredibile ma per molti pazienti i capelli sono investiti di significato sessuale e trattati alla stessa stregua dei pensieri. Il simbolo ne permette la mediazione, il passaggio dal materiale (capelli) al cosiddetto immateriale (pensieri). Per la nostra coscienza, su cui la medicina attuale ha costruito la sua scientificità, tutto questo è assurdo, per il nostro inconscio è addirittura ovvio e naturale.

Inoltre per la parte collettiva del nostro inconscio, dove risiedono le vestigia della nostra storia psichica universale, un simbolo ha lo stesso valore oggi di qualche secolo fa. Il colitico con il suo stato cronico di diarrea, tenta di allontanare attraverso l’intestino parti mentali da lui ritenute «sporche» e per questo più facilmente assimilabili alle feci del corpo. La diarrea allora diviene un modo di «purificarsi» del materiale ritenuto contaminante.

Appare sorprendente l’analogia con certi rituali sacri dove il sacerdote per potere incontrarsi con la divinità (sempre paragonata a «parti mentali purissime») doveva con particolari sostanze purgarsi il corpo. Anche il colitico è in uno stato cronico di autopurificazione. Dalle associazioni di questi pazienti emerge molto spesso il loro bisogno di disfarsi di elementi mentali aggressivi, o invasivi, o contaminanti l’lo.

La possibilità oggi di discutere in questi termini è frutto dell’entusiasmo, della tenacia con cui abbiamo combattuto allora la battaglia contro lo scetticismo e la malafede di certa medicina universitaria che non bada tanto a ciò che si dice, ma piuttosto a controllare che nuove idee non contrastino con lo spazio d’azione di certe cattedre. (Nota di Gandalf: vi ricorda niente questa frase?)

 

Perché Riza

«Riza>> (Rizomata) in greco significa «Radici».

Dal nostro libro «Verso la concezione di un sé psicosomatico». «Riza (Radici) è aperta a tutti coloro che, decisi a scendere sino alle radici di tutte le medicine, siano disponibili a ridiscutere i facili dogmi su cui si regge la scienza medica attuale. Le radici dell’albero, più delle fronde e del tronco, sembrano incarnare, farsi simbolo del discorso psicosomatico così come per noi va inteso. Le radici, che l’alchimia individua nei quattro elementi “radices”, hanno dei caratteri peculiari: si affondano nell’humus indistinto della terra, si nascondono alla vista, eppure rappresentano l’essenza della pianta».

Proponendo un’analogia con l’essere umano potremmo dire con Jung che il sé (selbst) è radicato nel corpo-terra e precisamente negli elementi chimici di quest’ultimo così come l’essenza delle piante sta a diretto contatto con le radici a loro volta impiantate nel suolo «inanimato». Del resto lo studio dell’origine dell’uomo riconduce in tutte le mitologie e le tradizioni religiose al simbolo dell’albero e delle sue radici. Il rapporto esistente tra le radici e la pianta rimanda ad una analogia suggestiva con quella esistente tra l’inconscio e il corpo.

Mentre la mente cosciente si struttura sul visibile, l’inconscio si apre su un mondo sotterraneo e oscuro che giunge alle radici del biologico. Da qui si apre la chiave di comprensione del discorso psicosomatico. Mentre la tradizione psicanalitica si occupa di alcuni «aspetti» dell’inconscio (sogni, lapsus, psicopatologia) noi, recuperando la tradizione della medicina delle origini e di autori come Reich, Shilder, Groddeck, ecc. andiamo alla ricerca dei legami esistenti fra questo recesso nascosto della mente, ed i processi organici. Si entra in tal modo in un suggestivo terreno governato dal simbolo, dalla metafora, dal mito, dalle analogie, laddove la separazione tra corpo e mente non è mai esistita. Una rivista quindi per parlare del corpo e dei sintomi che lo colpiscono in modo diverso. In fondo per la medicina attuale le malattie non sono che fortuiti incidenti che aggrediscono a caso gli individui; per noi esse sono espressioni dei messaggi simbolici da decifrare. Con un sintomo ogni malato viene a raccontarci qualcosa che non sa esprimere altrimenti. Il corpo del paziente diviene in tal modo la tela sulla quale il malato artista disegna la sua storia, i suoi disagi, le sue sconfitte, le sue vittorie.

La nostra cultura tende ad espellere da sé, a rifiutare tutto ciò che non corrisponde ai modelli che si è imposta, il nuovo, il diverso, vengono quindi banditi e in tal senso la possibilità di curare con metodologie diverse non viene presa in considerazione nemmeno dopo reiterati fallimenti. La voce di una rivista aliena da preconcetti culturali di questo tipo rappresenta il tentativo di aprire nuove strade e nuove frontiere.

 

In questo numero

L’uomo è un’unità e in lui tutto acquista significato e comprensibilità. La via della conoscenza passa attraverso le sue produzioni più intime. In questo senso la capacità di «fare simboli» è tipicamente umana.

I nostri studi, basati sui simbolismi, non potevano trascurare il corpo che è il luogo, la «cosa» dove nasce il mentale ed è a questa indissolubilmente legato. Così come l’inconscio si manifesta per simboli, anche i sintomi delle malattie sono simbolici.

Agire sulla parte oscura di un sintomo è già iniziare la guarigione.

I sintomi, profondamente radicati nell’inconscio così come la matrice biologica sono produzioni derivanti dalla storia individuale, unica e irripetibile del paziente, come pure dal suo patrimonio collettivo, che lo fa altrettanto unico in tutta la scala degli esseri viventi.

In questo numero, dedicato al respiro, così come faremo per la pelle, la cefalea, ecc., non potevamo tralasciare tutti questi aspetti.

Ecco perché abbiamo voluto collocare, accanto al dibattito squisitamente clinico, anche argomenti apparentemente diversi.

Ecco i «modi di dire», che rivelano come il linguaggio comune contenga veri e propri messaggi psicosomatici. Il mito, collegato alla ancestralità dell’umano ci porta in una dimensione transculturale e superindividuale. Da qui emerge la psicosomatica degli archetipi. L’omeopatia, l’agopuntura e la fitoterapia trovano una giusta collocazione nella nostra rivista perché sono terapie che fin dalla antichità avevano sempre iscritta la visione globale.

Le terapie incentrate sul corpo, come il training autogeno, la bioenergetica, sono altrettanto validi sussidi per un approccio unitario.

Ma d’altronde, noi riteniamo indispensabile che esista una cultura psicosomatica. Da qui la necessità di «intervistare» autori delle più diverse estrazioni (dalla filosofia al mimo, ecc.) che ci hanno parlato della loro esperienza nei più diversi aspetti.


 


 

NELL’UOVO DI EROS

C’È UNA SORPRESA:

IL MONDO

 

 

 

I miti dimostrano che la creazione del mondo non si esprime solo nel simboli della sessualità, è il respiro che unisce spirito e materia

 


 

L’uomo primitivo non praticava una netta distinzione tra il suo regno e quello della natura, ma vedeva sé stesso come parte integrante della società e la società, inserita nella natura, sottomessa a forze cosmiche. L’uomo e la natura non erano contrapposti e quindi non richiedevano modi di conoscenza distinti.

Un resoconto di ciò che accadeva all’uomo e anche la sua spiegazione, si poteva concepire solo con un’azione e si configurava narrativamente. In altre parole gli antichi narravano dei miti invece di presentare delle analisi e delle conclusioni.

L’eterna domanda che vuole scoprire l’origine di ciò che muove il vivente, trova una risposta nei miti della creazione. Tutte le culture quando affrontano questo problema mettono in evidenza la presenza di un «soffio universale» che è alla base di tutto il manifesto, come per indicare un’origine impalpabile di ciò che possiede vita. Possiamo notare che nessun'altra funzione vitale ci rende consapevoli della vita manifesta quanto il respirare: il nostro primo atto di vita, quando usciamo dall’utero, è rappresentato da un’inspirazione e l’ultimo atto, quando sopraggiunge la morte, è accompagnato da un’esalazione. I miti della creazione si sforzano di trovare immagini che permettano di formulare un principio alla base di tutto ciò che «nasce»; ossia i miti dimostrano che la creazione non è qualcosa che si possa esprimere solo nell’analogia e nei simboli della sessualità e della fertilità e indicano sempre all’origine una parola creativa, un alito creatore, cioè uno spirito creatore. Di fatto la comparsa del fenomenico, cioè del mondo materiale, viene sempre rimandata ad un elemento aeriforme sottostante: lo «spirito» o il «soffio», vitale.

 

C’era una volta...

In principio — descrivono gli «Orphicorum fragmenta” — esisteva Nyx (La Notte) che aveva l’aspetto di un uccello dalle ali nere. Fecondata dal «vento» essa depose un uovo d’argento nell’immenso grembo dell’oscurità. Dall’uovo balzò fuori Eros, il figlio del «vento»: egli aveva portato alla luce e aveva mostrato quanto fino a quel momento era nascosto nell’uovo d’argento cioè il mondo intero. Un altro racconto mostra come Prometeo formò l’uomo: come una piccola statua modellata con acqua e terra che viene animata dal «soffio» della dea Athena. La tradizione biblica ci riporta alla creazione dell’uomo come al momento in cui viene animato, cioè gli è data vita tramite il «soffio» della narice divina.

Un antico testo egizio parallelamente narra che il dio Ptah «fece il fiato della vita per le narici dell’uomo». Un mito analogo a questi lo troviamo presso le tribù primitive australiane, dove l’essere supremo, chiamato Bunjil, crea l’uomo plasmandolo dall’argilla e insufflandogli l’anima attraverso il naso, la bocca e l’ombelico.

Il concetto di anima tuttavia viene differenziato da quello di spirito in tutte le religioni. Lo spirito (che contiene la radice «pir») è paragonato al fuoco, inteso come energia pura che, come tale, non può essere manifesta nel mondo visibile. Nell’antichità fu Platone il primo che identificò nel «fuoco sacro» che Prometeo donò agli uomini, l’energia spirituale che li avrebbe animati. Questo «fuoco sacro>> (da sacer = sacro, ma anche oscuro) è come tale irraggiungibile. È attraverso l’aria che il fuoco può, per cosi dire, ardere (nel mondo fisico la fiamma si erge verso l’alto favorita dall’ossigeno); ma come abbiamo osservato anima e aria sono parte di un’unica matrice: da qui l’analogia fa scaturire il simbolismo dell’anima che in questo senso sarebbe il «respirare» dello spirito. Attraverso l’anima il fuoco-spirito può venire a contatto con la materia: l’anima allora può essere considerata come l’oscillazione aerea dello spirito. Sono noti, del resto, i legami che uniscono, nel pensiero greco arcaico l’anima e il respiro. Come è stato osservato da Luis Gernet, Empedocle si serviva per designare lo «spirito» del vecchio termine di prapides, una di quelle parole che designano contemporaneamente senza distinguerli nettamente, un organo del corpo e un’attività psichica: prapides è il diaframma, la cui «tensione» regola o addirittura arresta la respirazione. Inoltre le formule di Platone sull’anima che si raccoglie in se stessa partendo da tutti i punti del corpo, fanno pensare ad una credenza condivisa, secondo Aristotele, dagli Orfici, cioè alla credenza che l’anima sia dispersa attraverso il corpo, nel quale si sarebbe introdotta, portata dai venti attraverso la respirazione. Ancora, Diogene Laerzio riproducendo dei «Commentarii Pitagorici» scrive che i legami dell’anima sono le arterie, le vene, e i nervi e aggiunge che l’anima è un «pneuma>> cioè un’aria che può circolare nei tubi delle arterie, delle vene e dei nervi. L’aria è per il mito, così come per i rituali religiosi (in cui si bruciano gli incensi) il solo mezzo di comunicazione per entrare in contatto con lo «spirito» (inconscio collettivo), altrimenti irraggiungibile. Questa stretta correlazione tra vento e respiro, anima e corpo, esterno e interno, ci riporta ad una visione globale dell’uomo, vicina alle moderne concezioni della medicina psicosomatica.

Figura 1. Dalì 1949 «Bambino geopolitico che osserva la nascita dell’uomo nuovo».

Un pneumatico chiamato uomo

Alcune religioni misteriche classiche comprendono dei riti di iniziazione il cui scopo è quello di trasformare l’iniziando in un uomo superiore, rendendolo così identico o strettamente collegato a Dio: il risultato finale è il raggiungimento della sua parte luce - spirito - cielo. In tal modo l’iniziato, come diranno più tardi gli gnostici, diventa uno che possiede il nous (intelletto) cioè uno pneumatikos (pieno d’aria). Parallelamente

tutte le tecniche orientali centrate sul respiro, partono dal presupposto che ci sia un collegamento molto stretto tra energia mentale e energia respiratoria. Perciò le metodiche più raffinate che si volgono ai processi di autocoscienza tendono a realizzare un meccanismo di controllo del ciclo respiratorio.

Rajneesh fa addirittura un paragone tra la presenza dei processi coscienti e la dinamica dei movimenti respiratori. Egli afferma: «Mi domando se abbiate mai osservato che se arrestate il vostro respiro, la vostra mente (che qui va intesa come coscienza) si arresta immediatamente. Un arresto improvviso del pensiero e la mente si arresta. Solo un respiro in movimento è congiunto alla mente e al corpo, mentre un respiro non in movimento ne è disgiunto». Possiamo quindi considerare come l’agire dell’uomo sia vincolato al suo ritmo respiratorio. Ne deriva che la nostra coscienza è permeata da un’atmosfera aeriforme di «vita» che è sorgente principale di tutte le energie che agiscono nel nostro corpo.

Figura 2. Papiro egiziano: il dio dei morti Anubi, rappresentato con la testa di sciacallo, sostiene una mummia in presenza dei parenti e dei sacerdoti.

 

Mitologia indù

È scritto nelle Upanishad: «I soffi vitali che erano in lista per il primato si recarono dal Brahman e gli dissero: «Chi è il migliore fra noi?» e quello rispose: «Colui per la mancanza del quale si pensa che il corpo stia peggio, costui è il migliore tra voi».

La parola se ne andò, stette via un anno, ritornò e chiese: «Come avete potuto vivere senza di me?» gli altri risposero: «Siamo vissuti come i muti che non dicono una parola ma respirano con il respiro, vedono con la vista, odono con l’udito, conoscono con la mente, generano con lo sperma».

La parola riprese allora il suo posto.

Se ne andò la vista, stette via un anno ritornò e chiese: «Come avete potuto vivere senza di me?" Gli altri risposero: «Siamo vissuti come ciechi, i quali non vedono con la vista, ma respirano con il respiro, si esprimono con la parola, odono con l’udito, conoscono con la mente e generano con lo sperma».

La vista allora riprese il suo posto. Se ne andò quindi l’udito stette via un anno ritornò e chiese: «Come avete potuto vivere senza di me?» gli altri risposero: «Siamo vissuti come i sordi i quali non odono con l’udito, ma respirano con il respiro, si esprimono con la parola, vedono con la vista, conoscono con la mente e generano con lo sperma». L’udito allora riprese il suo posto. Se ne andò quindi la mente. Stette via un anno ritornò e chiese: «Come avete potuto vivere senza di me?» Gli altri risposero: «Siamo vissuti come gli sciocchi i quali non pensano con la mente, ma respirano con il respiro, si esprimono con la parola, vedono con la vista, odono con l’udito, generano con lo sperma".

Allora la mente riprese il suo posto. Se ne andò quindi lo sperma e stette via un anno, ritornò e chiese: «Come avete potuto vivere senza di me?» Gli altri risposero: «Siamo vissuti come gli eunuchi i quali non generano con lo sperma, ma respirano con il respiro, si esprimono con la parola, vedono con la vista, odono con l’udito, conoscono con la mente». Lo sperma riprese allora il suo posto. Ma quando il respiro stava per allontanarsi, esso trascinò via con sé tutti gli altri sensi come un grande nobile destriero del Sind trascinerebbe via con sé i pali delle pastoie. Allora gli altri sensi dissero: «O Signore non andartene, non possiamo vivere senza dite» «Se ciò è vero, allora fatemi un omaggio».

«Va bene», risposero quelli. La parola disse: «Per quanto io sia la più ricca, sei tu quello che è veramente il più ricco».

La vista disse «Per quanto io sia il fondamento tu sei il vero fondamento».

L’udito disse: «Per quanto io sia la prosperità, tu sei la vera prosperità».

La mente disse: «Per quanto io sia il rifugio, tu sei il vero rifugio».

Lo sperma disse: «Per quanto io sia la procreazione tu sei la vera procreazione».

«Se io sono tale, qual è il mio nutrimento, qual è la mia veste?» «Qualunque cosa fino a ciò che mangiano i cani, i vermi, gli insetti, gli uccelli, tutto è tuo nutrimento e veste tua sono le acque». Per colui che così conosce il nutrimento del respiro, non c’è cosa mangiata che non sia cibo, non c’è cosa accetta che non sia cibo. I sapienti che conoscono ciò (ossia le arti del respiro) si risciacquano la bocca prima di mangiare e dopo aver mangiato. Cosi essi pensano di non lasciare ignudo il respiro.

Nella cultura indiana troviamo anche il mito del sonno cosmico di Maharishnu che, seguendo un ritmo millenario, crea il mondo ad ogni espirazione e lo riassorbe con l’inspirazione successiva.

È fatto evidente che l’interpretazione dei documenti degli antichi ci indica la possibilità che due mondi, apparentemente inconciliabili, quello della materia e quello dello spirito, vengano in contatto; questo è possibile solo grazie al respiro.

Attraverso il soffio divino Adamo non acquisisce solo la possibilità di movimento del suo corpo, ma anche e soprattutto il principio del divenire della sua mente. Se attraverso il respiro tutte le parti dell’Universo vengono a contatto con l’uomo, ciò significa anche che la sua mente può entrare in rapporto con il «collettivo».

Nel pensiero greco il dio Hermes, che i simboli astrologici collegano, nella mappa del corpo, ai polmoni, rappresenta proprio la possibilità di un virare dall’infinito al finito.

Nei termini della mente il «Mercurio» (il dio Hermes) è assimilabile all’intuizione, che è una zona di passaggio dall’infinito dell’inconscio al finito della coscienza.

In Oriente le tecniche respiratorie tantriche avevano appunto la funzione di facilitare i processi intuitivi. Nel mondo Occidentale, d’altro canto, la tradizione rituale cristiana, nell’accostarsi al divino ha sempre ritenuto, come momento imprescindibile, la purificazione con gli incensi del luogo sacro.

La vita e in particolare la vita dello spirito è, anche nei riti funerari, collegabile al respiro, Tant’è vero che l’incenso, essenza considerata mentale per eccellenza, fin dai tempi della tradizione egizia, era l’unica essenza che non veniva mai utilizzata nel processo di imbalsamazione dei cadaveri. A indicare che la mente e il corpo, sempre uniti in vita, si dividevano solo nel momento della morte.

Quando l’umanità si interroga sulle origini della vita, immediatamente la vita si fonde alla psiche in un tutt’uno come psiche vivente, forza, spirito, movimento, respiro e mana portatore di energia vitale. «Questo uno, che sta all’inizio, è l’elemento creativo, contenuto nell’unità primordiale, da cui spira, genera, partorisce, si muove, respira e parla» (Neumann)


 

DAL SOFFIO

LA PAROLA

 

 

“E se voi siete così interamente

sprovveduti di filosofia,

coma potrà mai il vostro intelletto

rendere un verace servizio

alla medicina?” (Paracelo)

 


Figura 1. Immagine dall’opera di Camillo Flammarion sull’Astronomia

 

Respirare, esserci ed

essere

Il respiro è l’essere.

L’uovo cosmico, covato nelle tenebre più profonde, schiudendosi libera una vo- ce o un uccello il cui colpo d’ali mette in moto la prima

sostanza del mondo: il re- spiro.

È un’immagine appar- tenente, secondo numerose varianti, a molte culture megalitiche, molto tempo prima che si iniziasse la speculazione filosofica pro- priamente detta.

Nella tradizione indiana il respiro primordiale rappresenta la forma inafferrabile dell’inconcepibile (atman), ma l’atman diventa brahman (detto magico) non appena si manifesta come respiro nel mondo udibile (si veda il significato della sillaba AUMM = OM). L’inspirazione e l’espirazione del brahman (morte e vita) rappresentano il flusso e il riflusso in cui il mondo intero è tessuto e ritessuto.

Il mito dei Mandingo (tribù dell’Africa occ.), sull’origine del canto rituale (la canzone Dausi, il canto con cui si regge l’intero mondo) racconta di un cantore che da un fabbro si fa costruire un liuto. Si accorge poi, però, che il liuto suona male. Al che il fabbro dice: «Il liuto è un pezzo di legno. Non può cantare perché non ha un cuore. Tocca a te procurargli il cuore... Il legno deve assorbire il respiro del tuo respiro...». Il canto col liuto era l’unica via per Gassire, il cantore, di essere. Intonare il canto rituale (saman) significava entrare in rapporto con la vita, con la vita che eternamente è, al di là del tempo e dello spazio, al di là delle distinzioni e delle categorie dell’esistenza (il saman è il rapporto, che è sfregamento, dei due poli della vita: sa = lei, ama = lui). Ma, per questo, Gassire doveva dare il suo respiro al liuto. Tante e diverse avrebbero potuto essere le vicende della sua vita, ma soltanto l’elargire il suo fiato cantando l’avrebbe reso immortale. «L’uomo può comportarsi come vuole: finché ha fiato non potrà fare a meno di offrire agli dei e agli antenati morti il suo respiro» (Marius Schneider, «Il significato della musica» ed. Rusconi, p. 31).

In ogni canto rituale è intimamente compresa l’essenza dell’energia vitale che il canto, in quanto rito, mette in gioco e che, attraverso l’articolazione del tema melodico (la voce è soffio; «all’inizio fu la Parola» si legge nella Bibbia) si dà come articolazione del ritmo del ciclo respiratorio.

All’inizio del lamento funebre rituale, sviluppato fin dalle più antiche civiltà del bacino del Mediterraneo e ancora vivo in alcuni paesi contadini dell’interno della Lucania e della Calabria, l’essere psicofisico della persona che affronta il lutto, e che sarà portata dal rito alla sua elaborazione, vive la «crisi della presenza» come rischio di non esserci più nel mondo. È caratteristica, in questa crisi, la polarità dell’assenza (la persona è come assente, è in stato di ebetudine) e della scarica convulsiva. Lo stato di ebetudine stuporosa viene, dalle contadine lucane, chiamato «attassamento”. La persona «attassata» è irrigidita in una immobilità fisica che comprende un notevole irrigidimento degli organi della respirazione.

Polarmente contrapposta all’ebetudine è l’esplosione parossistica. La persona colpita dal lutto si getta a terra, è accesa da furore teso tendenzialmente verso se stessa, «si abbandona ad un gridato che è piuttosto un ululato» (De Martino, «Morte e pianto rituale", ed. Boringhieri, p. 84).

Il ciclo respiratorio è fortemente alterato, il respirare è un moto convulso, il respiro è di tipo asmatico. L’integrità psicofisica dell’individuo è recuperata dal planctus ritualizzato. «Appena si esce dall’attassamento si dà un grido» (testimonianza di una contadina lucana). Dallo stato di assenza si esce con il grido. L’urlo ridiventa, come nella nascita, il primo segno-respiro dell’esserci. Solo a questo punto può iniziare il lamento rituale che, dopo aver riassunto il planctus e averlo sottoposto alla regola di gesti ritmici tradizionalmente fissati, opera una seconda selezione sul materiale del lutto riplasmando il gridato e l’ululato in ritornelli emotivi da ripetere periodicamente.

È la conquista del «discorso protetto». È la conquista, si può dire, del respiro protetto. Dare fiato al canto significa riprendere e riplasmare il proprio esserci nel mondo, riprendere il rapporto con la vita. I moduli melodici fissati ritualmente consentono, insieme alla elaborazione del lutto la ripresa e l’articolazione del ritmo respiratorio, cioè la ripresa della integrità dell’esserci.

 

La Mente

Il respiro, però, racchiude qualcosa di più dell’esserci, della presenza come esistenza. Che respirare sia la condizione primaria per vivere è chiaro e compreso da tutti. Le prime immagini, però, che l’uomo ha elaborato su di sé e sul mondo dicono molto di più. Il respiro non soltanto rende possibile la vita, il respiro è la vita. In altri termini, il respiro simboleggia l’essenza (e non solo consente l’esistenza) di tutto ciò che si muove, di tutto ciò che, sotto il sole, è animato. Ed è proprio questo che noi intendiamo affermare e, se possibile, spiegare.

«Se la vostra mente cambia, anche il respiro cambia» (Rajneesh, «Tecniche di liberazione», ed. La salamandra, p. 98). «Il respiro registra immediatamente ogni minimo movimento della vostra emotività.., anzi il respiro anticipa questo cambiamento» (ibidem). Nelle tecniche di rilassamento e concentrazione il primo passo per arrivare alla pienezza del proprio essere, al pieno ed integrale avvertimento di ciò che si è, consiste nell’avvertire e nel riplasmare il proprio respiro.

Therese Bertherat, l’autrice de «L’antiginnastica» sostiene di aver notato in alcune sue pazienti, grossi problemi del rilasciamento dei muscoli della parte inferiore della gabbia toracica. In questi casi, il primo consiglio che dava era di toccare le ultime costole per avvertirne il movimento durante la respirazione. Infatti, attaccato alla faccia interna delle ultime costole, c’è il diaframma, che «chiude» la gabbia toracica. Ad ogni respirazione, mentre l’aria entra ed esce dai polmoni, il diaframma sale e scende ed il suo movimento influenza tutti gli organi circostanti.

Ora, la cosa più interessante è che l’abbandono ad avvertire il «movimento» del respiro risulta essere molto problematico per coloro, ha notato la Bertherat, per cui è notevolmente problematico l’abbandono, nel senso globale del termine, cioè l’abbandono ad essere nell’orgasmo. L’orgasmo come realizzazione d’amore presuppone l’abbandono dell’immagine del proprio io, che viene ceduta all’altro. È l’uscita dalla mente, è la morte delle categorie su cui si è costruito il nostro esistere, per toccare il fondo del lago dell’essere. «Smettere di tenere la propria mente, cessare di pensare, ma con la certezza di tornare a se stessi e al mondo» è l’esperienza dell’essere. «L’orgasmo è un momento senza tempo in cui un eccesso di vitalità (corpo) genera la morte (una non-mente, in contrapposizione al significato di mente come egemonia della testa che soggioga e vorrebbe annullare i centri più bassi del corpo) verso una vita rinnovata» (D. Cooper, «Grammatica del vivere», ed. Feltrinelli, p. 47).

Se tutto questo è vero, non è casuale e senza significato l’osservazione, riportata dalla Bertherat circa l’incapacità di lasciar fluire il movimento del diaframma e, con questo, delle costole che lo racchiudono, in chi (sia uomo o donna) trova difficile abbandonare le proprie categorie mentali, la propria immagine costruita faticosamente e pezzo per pezzo sulla base di quelle categorie, il proprio esistere, per ritrovarsi ad essere.

Nel primo passo della discesa verso l’essere «lavorate con la vostra energia vitale, con il prana, con il respiro», e «il respiro è la cosa più sottile con cui lavorare". (Rajneesh, op. cit., pp. 96-97). Occorre arrivare a respirare in modo caotico, perché senza caos non c’è nascita. «Se potete distruggere il modello della respirazione, anche tutti gli altri modelli del vostro corpo si scioglieranno» (p. 98). Ma distruggere i modelli del nostro corpo significa distruggere l’ordine categoriale della nostra esistenza, Il caos del respiro è il caos della mente. D’altra parte solo dal caos si può arrivare ad un nuovo respiro, ad una nuova mente, alla «vita rinnovata» di cui parla Cooper.

Col termine «mente» non si intende qui, naturalmente, la capacità strettamente logica, raziocinante, di analisi e di sintesi, che noi impieghiamo nel ragionamento. Questa capacità (che si potrebbe forse più appropriatamente chiamare «funzione intellettiva») è solo una parte di ciò che qui si intende per mente. La mente di cui si parla è l’insieme delle pulsioni e delle emozioni, degli affetti, è il «sentire» oltre, e più che, il raziocinare.

Forse viene meglio indicata dal termine di stretta derivazione greca psiche. Ed è questa mente che il respiro simboleggia.

Il termine psychè nel greco classico significa l’anima pensante e senziente, qualcosa di profondamente diverso e distinto dal soma («I confini dell’anima non li potrai trovare quando pur li cercassi per ogni via, tanto è profondo il suo logos» dirà Eraclito V sec. A.C.). Affondava, però, le sue radici etimologiche in psychein = spirare. In Omero VII sec. A. C.) la psychè era l’alito di  abbandona l’uomo in punto di morte uscendo dalla bocca.

L'idea della psyche era originariamente l'idea di un respiro vitale.

Sono occorsi 3 secoli di storia per passare dall'idea del respiro alla elaborazione di concetti quali «intensità», «profondità», «possibilità di sviluppo» qualità che Eraclito attribuisce alla psiche, ma è la storia stessa del termine "psiche" che ci porta dal respiro (parte mancate)

 

 

 

 

(parte mancate)  ...... speculazione

(parte mancate)  prima di spendere due parole  (parte mancate)  designare, anche se  (parte mancate)  che cosa sia il pen  (parte mancate)  che cosa distingua il  (parte mancate)  «filosofico» da quel  (parte mancate)  del mito.

(parte mancate)  del pensiero razionale è anche, e prima di tutto, un fatto linguistico. La logica non penetra mai nella lingua dall’esterno, non ha origine al di fuori della lingua, ma i mezzi per designare i rapporti logici in quanto tali si sviluppano a poco a poco nella lingua. Il pensiero razionale (logico) nasce quando la lingua ha elaborato al suo interno tali mezzi.

Figura 4. L’alchimista Robert Fludd, nella sua opera «Storia del mondo e

dell’altrove» pubblicato in latino nel 1619, immaginando che il mondo fosse

costruito secondo le leggi della musica, sosteneva che l’universo è monocorde

 

Il pensiero mitico è cer- tamente carico di senso (anzi, è forse la forma di pensiero più vicina all’es- sere).

Se si dice che è "alogico» solo perché la forma di questo pensiero non ha ancora elaborato gli stru- menti della connessione tra le varie parti del di- scorso. Le premesse ne- cessarie di ogni pensiero logico sono, infatti, le forme usate per collegare le parti del discorso. In un primo momento l’ele- mento logico risulta da sé, dal nesso dell’insieme (è quello che succede nel pensiero mitico). Poi, un po’ alla volta, vocaboli che avevano in origine altre funzioni, diventano por- tatori dell’elemento logico, e infine l’elemento logico stesso può divenire oggetto di riflessione. «Poiché questo elemento logico consiste nella connessione, è il presupposto necessario e universale di ogni pensiero e linguaggio razionale» (B. Snelì, «La cultura greca e le origini del pensiero europeo» ed. Einaudi, p. 324). È il presupposto del linguaggio e del pensiero filosofico in quanto tale.

La filosofia è nata nel VII-VI sec. A.C. ad opera di un gruppo di pensatori di Mileto. È nata come scienza della natura. In un primo tempo si occupa delle cose, di cui vorrebbe spiegare l’essenza. Cerchiamo ora di vedere, anche se sommariamente, da dove questa esplorazione delle cose ha preso le mosse.

Per Anassimene (VI sec. A.C.) il principio originario e unitario da cui scaturisce l’universalità del reale e da cui questa è sottesa è l’aria. L’aria basta a se stessa, non ha bisogno di supporti e sembra inoltre dotata di un potere di illimitata diffusione. Quest’aria è soffio, esalazione.

Ci è arrivato, a questo proposito, un frammento interessante, in cui risulta altresì chiara l’indicazione del ragionamento analogico che porta Anassimene a considerare il mondo stesso come un essere vivente, soggetto a nascita e a morte e che, quindi, respira. «Proprio come l’anima nostra è aria, e per questo ci tiene insieme (fa l’unità dell’individuo), così il soffio e l’aria contengono il mondo intero (ne fanno l’unità)». Inoltre «dall’aria infinita sono nate tutte le cose che furono e quelle che saranno, gli dei e le cose divine». L’aria è il principio da cui derivano e a cui ritornano tutte le cose, secondo un rapporto di condensazione e rarefazione. L’aria, perciò, si contrae e si rilascia. Alla condensazione è ricondotto il freddo, e alla rarefazione il caldo. Il processo continuo di origine e dissoluzione delle cose ricalca, con una stretta analogia, il processo della respirazione umana: infatti, dice Anassimene, noi emettiamo per la bocca il freddo, quando con le labbra condensiamo l’aria espirata, e il caldo, quando, aprendo la bocca, permettiamo all’aria di dilatarsi.

Il calore e il freddo come qualità essenziali del «soffio» e, come tali, come principi causali della varietà e molteplicità delle forme fenomeniche, costituiscono uno dei punti centrali delle considerazioni e psicologiche e fisiologiche della prima speculazione filosofica. Il corpo umano, sosteneva Filolao, giovane pitagorico che risentì dell’influsso del medico Alcmeone (scuola medica di Crotone), sembra avere il proprio principio nel Caldo-calore della semenza, calore della matrice. Il calore originario ha desiderio di essere mitigato dal freddo. Esso attira perciò a sé l’aria esterna — e si ha così la nascita — per poi restituirla per mezzo dell’espirazione, senza la quale l’organismo distruggerebbe se stesso (L’anima è l’armonia dei contrari, cioè di caldo e freddo. Se l’accordo svanisce, si ha la morte dell’anima, prima ancora che sia compiuta la distruzione del corpo).

Per Eraclito (V sec. A.C.) il principio da cui derivano e a cui ritornano tutte le cose è il fuoco. Il fuoco, per dare origine ad un mondo, si manifesta attraverso il movimento, dando luogo a condensazioni e a rarefazioni.

Rarefazione e condensazione sono le due direzioni del movimento del fuoco ed Eraclito le chiama «la via in su e la via in giù». Ora, Eraclito vede nel fuoco la sostanza delle permutazioni che producono la varietà delle cose, il Pensiero, la legge immanente ed universale «che tutto governa mediante tutto». Il fuoco è, cioè, anche un logos immanente a tutte le cose.

È una delle prime elaborazioni concettuali dell’idea di spirito; e non è un caso che questo spirito sia fuoco (in greco «pyr», la cui radice è contenuta in «spirito»), la sostanza asciutta e mobilissima che «con misura si accende e con misura si spegne». L’anima dell’uomo partecipa delle qualità del principio di tutte le cose, perché lo conosce. È quindi un’esalazione calda; si diffonde, come il fuoco, dappertutto; governa il corpo come il fuoco governa il mondo. Eraclito chiama quest’anima "psychè». È attraverso la nostra anima che noi aspiriamo il Pensiero che si trova nel fuoco. Questo Pensiero è, infatti, un «coinón»: ha la proprietà di essere comune, di poter entrare in ogni cosa e-di accogliere in sé ogni cosa. È spirito presente in tutte le cose. La psychè lo conosce e ce lo fa «respirare».

Diogene di Apollonia, uscito dalla scuola di Anassimene, porrà come principio originario di tutte le cose l’aria (il principio di Anassimene), purché le venga attribuito il pensiero. Che l’aria sia il principio della vita, sarà dimostrato da Diogene dalla necessità della respirazione, sotto forme diverse per tutti gli esseri viventi, compresi i pesci; ma l’aria è anche «ciò che molte cose sa», è il principio dell’intelligenza. È solo grazie alla circolazione dell’aria in tutto il corpo che ogni organo può adempiere la funzione che gli è propria, e il pensiero è tanto più sottile quanto più pura è quest’aria intelligenza.

Aria, soffio, respiro, vita, pensiero: sembra quasi una linea sottile tracciata dai primi passi della speculazione filosofica. Una linea sottile, ma continua, e chiaramente rintracciabile.

Al di là del mito, l’uomo pone, nel porsi i problemi, una forma di conoscenza che, se da un lato mira ad abbracciare l’ambito più generale che al sapere umano sia dato di conseguire, dall’altro intende formularsi in termini razionali, intende rappresentarsi in maniera intellegibile i propri oggetti. E in questo sforzo, lo sforzo di costruzione di un sistema teoretico, la riflessione dell’uomo prende le mosse dall’ambito della natura. Riflettendo in questo ambito, non più le immagini, ma i concetti di aria, soffio, esalazione e simili vengono, non più a rappresentare, ma. ad esplicare l’origine ed il movimento. della vita e delle cose. Vengono a spiegare l’essere.

Per la scuola della Stoa ( III sec. A.C.) tutto ciò che è reale è un corpo, avente la propria individualità, che agisce e patisce. Da un lato, infatti, possiede una spontaneità motrice essenziale, interamente in atto, una tensione (tonos) che, muovendo dal suo centro, si sforza di estendersi e ritorna poi verso l’interno per condensarsi in una unità. Dall’altro ciò che è così esteso e condensato in virtù della forza attiva, è una materia passiva, di per sé non qualificata e amorfa.

Ora, la dottrina dell’individuo elaborata dagli Stoici, per essere compresa, va considerata in rapporto all’individualità esemplare del mondo. Anche il mondo contiene un principio attivo, un attività (il fuoco, l’aria) e un principio passivo (l’acqua, la terra). E anche nel mondo l’attività è sempre la tensione di un corpo, diffuso ovunque, per conservare la propria costituzione. Tale corpo è il soffio o pneuma, principio vitale o spirito, che è fuoco e aria. Esso percorre il mondo, penetrandolo sin nelle sue parti più umili; lo fa vivere e ne mantiene l’unità. Lo governa, con la sua provvidenza, perché è un soffio pensante, un fuoco intelligente e artista (pyr tecnicòn) il quale «si volge con metodo alla generazione del mondo». Come avviene la generazione del mondo? Il fuoco, l’elemento per eccellenza, non appagherebbe l’ «amore» e l’impulso generatore che ha in sé, se, diminuendo la propria tensione, non si spegnesse. (Anche in Eraclito il fuoco era «indigenza e sazietà». Il primo termine esprimeva il desiderio che dà origine ad un mondo; il secondo, lo stato di pienezza risultante dall’assorbimento di tutte le cose con cui il fuoco si era scambiato). Spegnendosi il fuoco si converte in aria, e poi in acqua. Ma questa, essendo pervasa dal soffio aereo infiammato, dà origine ad un germe centrale, la regione seminale (logos spermaticòs), che è la legge del mondo. Seguirà poi un processo inverso al primo, un’effusione, che distruggerà il mondo, riportandolo, sotto l’azione sempre crescente del fuoco interiore, alla tensione dilatata del fuoco primitivo. Il microcosmo umano, corpo e anima, è simile al macrocosmo. Tutto ciò che si può dire dell’anima del mondo, si può dire della nostra anima, soffio materiale di natura ignea dotato di intelligenza. Dal momento in cui si è raffreddato in virtù dell’aspirazione dell’aria, il soffio fa nascere e vivere un corpo, e lo pervade tutto quanto.

 

La filosofia della natura del ‘500

Si è già accennato alla radice etimologica del termine psychè (anima) e all’elaborazione e all’ampliamento concettuale che dal primitivo etimo hanno portato all’idea di una forza, principio di vita. Tale idea riapparirà spesso nel corso della storia della filosofia e costituirà il centro della costruzione di alcune teorie filosofiche.

La filosofia della natura del ‘500 si sviluppa tutta sulla base del concetto di «forza», e sull’affermazione dell’esistenza di un’anima del mondo. Nel «De oculta philosophia» Agrippa di Nettesheim affermava: «Vi è dunque un’anima del mondo, che riempie e pervade tutto, che tiene tutto unito e collegato in sé, in modo da comporre in unità la macchina del mondo intero».

La natura è un tutto compiuto che si sviluppa in virtù delle proprie forze. La forza è attività pura ed assoluta, e il mondo fenomenico e la sua molteplicità sono il simbolo in cui si esprime l’unità del processo dinamico. La natura è, cioè, un unico organismo, una successione di fenomeni molteplici che si muovono per impulso interiore verso un fine comune e trovano in esso la loro unità. La concezione dinamica della natura diventa intuizione della vita dell’universo. Infatti, l’unità nella molteplicità che caratterizza la «vis», la forza, rappresenta anche la caratteristica fondamentale di ciò che chiamiamo «vita». «Vita dicitur a vi» affermerà Campanella (la «vita» prende il nome da «forza»). Ora, nell’ambito di tale sistema, il concetto di anima del mondo, sarà il presupposto dello stesso concetto di coscienza.

Non possiamo qui indagare le articolazioni del processo che, nella filosofia della natura del ‘500, porta dall’anima del mondo alla coscienza e alla conoscenza. Basterà ricordare il Cardano e la sua concezione dell’esistenza di nessi sottilissimi tra tutte le cose (si veda il «De subtilitate»).

E il Telesio, per il quale proprio il concetto di «spiritus» verrà a garantire l’unità dell’anima del mondo e, con questa, la possibilità di una forma fondamentale e unitaria di conoscenza. Lo «spiritus» è la sostanza dell’anima a cui si trasmette il movimento vitale di un corpo estraneo. Il modo in cui Telesio lo concepisce e lo caratterizza ne fa qualcosa di molto simile al «pneuma» stoico.

Paracelso sosteneva che nell’uomo, analogamente al mondo esterno, esiste il cielo e l’aria: «Il mio proposito è... dimostrare che l’uomo ha il padre suo nel cielo come pure nell’aria e che egli è un fanciullo alla formazione e alla nascita del quale hanno concorso l’aria e il firmamento». L’uomo, come il macrocosmo, è composto di acqua e terra, aria e fuoco. Se l’uomo respira è perché tra gli elementi fondamentali che entrano nella sua costituzione c’è l’aria. Se l’uomo è calore, è perché è fatto di fuoco. C’è una stupenda immagine in cui Paracelso fonda l’analogia fra microcosmo e macrocosmo considerando gli elementi che li costituiscono entrambi: «L’uovo custodisce la vita e la essenza, il tuorlo sta nella chiara e resta nel centro e non cade da nessuna parte. Il tuorlo significa, in questo esempio, la sfera inferiore (acqua e terra); la chiara, l’aria e il fuoco. Pertanto, come in questo caso l’una cosa è sostenuta dall’altra, così non crediate che fuori di qui le cose stiano diversamente. L’aria non è null’altro che un caos, il caos null’altro che una chiara d’uovo, e l’uovo è il cielo e la terra». (Paracelso, «Paragrano», ed. Laterza, p. 55). Questo caos è quello stato di volatilità e effervescenza (il tedesco «gaesen» da cui Johann Baptista van Helmont avrebbe derivato il concetto di «gas») da cui dipende, per Paracelso, l’attività degli arcana; da cui dipendono, in ultima analisi, il senso e la vita del mondo.

E non si può fare a meno di osservare che, insieme all’immagine della sostanza aerea che pervade e interessa il mondo, ritorna l’immagine dell’uovo. L’uovo che racchiudeva il soffio primordiale è lo stesso che custodisce «la vita e l’essenza».

 

 

La storia di P.

 

Giorni fa ho chiesto in classe ai miei alunni (ragazzi l3enni) che cosa sia il respiro. Le prime risposte abbozzate si sforzavano di ricalcare le nozioni da loro studiate in scienze. Ho precisato allora che non mi interessava quello che stavano dicendo, ma che avrei preferito rispondessero in maniera fantastica magari anche inventando favole sul respiro. Ecco alcune risposte:

«Il respiro è il mezzo con cui il cervello esprime le sue sensazioni» (Debora).

«Per me l’anima sono i polmoni” (Antonino).

«Quando piangi respiri diverso, il respiro è uno sfogo» (Elisa).

«Più il cuore batte, più c’è bisogno aria» (Giorgio).

«L’anima è un vapore che, quando noi siamo sepolti, sta sulla nostra tomba e ci cura» (Elisa).

«Il respiro è l’espressione di una persona» (Elisa).

«È l’espressione interna del corpo» (Roberto).

Ho detto loro che le risposte mi piacevano moltissimo. Non c’era bisogno di commento, né io né loro ne sentivamo l’esigenza. Quando, a loro volta, mi hanno riproposto la domanda, ho risposto raccontando una storia vera, la storia di P.

P. è una giovane donna di 28 anni. È dotata di una grossissima capacità affettiva, è capace di amare, come dice lei, «grande come il mondo» («io amo grande come il mondo» è una frase che le ho sentito dire). Non è ancora capace, però, di amarsi. Vive momenti, che lei chiama di crisi, in cui, mentre piange, il ritmo della respirazione si fa brevissimo, l’inspirazione e l’espirazione, che in questi momenti appaiono solo come una farsa dell’inspirazione e dell’espirazione cosiddette «normali» (o forse sono quelle normali la farsa?), diventano sempre più frequenti, come se rincorressero qualcosa che sfugge loro, Il torace tutto ne viene a mano a mano sempre più scosso. La bocca, intanto, è semiaparta, fissata rigidamente, non si muove. Solo le sopracciglia, leggermente tese verso l’alto, sembrano, dal viso, accompagnare il sommovimento del torace. Tutto ciò assomiglia moltissimo al pianto di un bambino colpito da un grosso dolore, colpito dall’angoscia della perdita dell’oggetto d’amore. Quando le ho chiesto, dopo una di queste crisi:

«Che cosa è successo?», lei mi ha risposto: «Lui respira da solo». Se le si chiede chi è lui, risponde «non lo so», e intanto il suo sguardo è rivolto ad un punto del suo corpo all’altezza dello stomaco.

Probabilmente queste «crisi» sono l’unico modo che per ora P. si concede, suo malgrado e a sua insaputa, di dichiarare a se stessa l’infinito amore e l’infinita tenerezza che nutre. Sono il modo scelto dal suo corpo per dirle che l’oggetto del suo amore è, e deve essere, prima di tutto lei stessa. Quando lei avverte l’angoscia della perdita dell’oggetto d’amore (dice infatti «sento angosci,a ho paura che nessuno mi voglia bene»), non riesce più a «buttare dentro l’aria fino in fondo». Elisa aveva risposto «Il respiro è l’espressione di una persona». Occorre commentare? E la risposta di Giorgio? «Più il cuore batte, più si ha bisogno di aria».



  

LA PAROLA:

EMOZIONE

E PENSIERO

 

 

  

Nelle espressioni verbali

è spesso rivelato il rapporto tra l’uomo e l’universo.

L’uso di determinate frasi ci

permette di comunicare stati

d’animo profondi

 E. Munch “Il grido”  particolare)

 


Origine e storia del linguaggio

L’origine del linguaggio ha sempre affascinato e diviso gli studiosi e i filosofi di ogni epoca, anche perché, data la natura ovviamente orale delle prime espressioni verbali, non è possibile documentarne la nascita.

Le prime prove concrete della presenza di un linguaggio umano risalgono a documenti scritti, prodotti in un momento storico evidentemente successivo. Così quello che si conosce sulla storia del linguaggio non può fornire prove sulla sua preistoria, campo che rimane aperto a tutte le ipotesi.

Le posizioni che si trovano in questo ambito d’indagine variano secondo le diverse correnti di pensiero e l’epoca storica in cui vengono sostenute e, in sintesi, si possono riassumere nelle differenti risposte alla seguente domanda: la parola, il nome è un modo per rendere dicibile la natura intrinseca di un oggetto, oppure è una mera costruzione astratta per designare l’oggetto medesimo?

 

Due diverse teorie

Platone sosteneva in proposito che la relazione fra parola e significato era spontanea e basata sulla natura stessa delle cose, mentre Aristotele pensava che questa relazione fosse astratta ed arbitraria.

In epoca più recente Saussure, il padre della moderna linguistica, sostiene la natura puramente convenzionale della lingua.

In campo psicologico Freud affronta il significato simbolico del linguaggio, ma si ferma all’aspetto strettamente individuale del fenomeno.

Jung scrive invece al proposito che «il linguaggio originariamente ed essenzialmente non è altro che un sistema di simboli che designano eventi reali o la loro eco nell’anima umana”.

I moderni studiosi della pragmatica della comunicazione (Scuola di Palo Alto) distinguono due livelli di espressione: il linguaggio analogico e quello numerico.

Il linguaggio numerico è quello verbale, in cui la parola, assimilabile al numero, ha una funzione puramente arbitraria.

La comunicazione analogica invece è «ogni comunicazione non verbale». E «il termine deve includere le posizioni del corpo. I gesti, l’espressione del viso, le inflessioni della voce, la sequenza, il ritmo e la cadenza delle stesse parole, e ogni altra espressione non verbale di cui l’organismo sia capace...” (P. Watzlawick, J. Helmick Beavin, Don D. Jackson).

Il linguaggio verbale è formato da «segni arbitrari», mentre la comunicazione non verbale presenta un legame più stretto, analogico appunto, con il contenuto della comunicazione.

 

Un punto di vista filogenetico

Per superare questa apparente dicotomia, ci sembra opportuno considerare anche il linguaggio, come gli altri eventi umani, da un punto di vista filogenetico.

Sembra molto verosimile che l’origine primitiva della parola e quindi del linguaggio sia stata l’emissione di suoni spontanei in corrispondenza ad azioni ed emozioni (cioè in corrispondenza a «movimenti» esterni ed interni).

Con Benoist si può affermare che «il linguaggio nasce da un accordo fortuito, riconosciuto ed accettato tra un sentimento e un suono corrispondente emesso dalla bocca grazie a una associazione tra intonazione di voce e sentimento in questione». «Il simbolo», la parola, «nasce quindi dall’affinità esistente fra un’emozione o un pensiero da una parte e un’esperienza sensoriale dall’altra». (Fromm).

Il passaggio successivo è il riconoscimento e l’accettazione del suono da parte della comunità. Se si pensa che le esperienze corporee sono proprie a tutti gli uomini in quanto tali, e che le altre esperienze sono verosimilmente comuni a persone che vivono a stretto contatto fra loro in comunità ridotte, si può ritenere questo passaggio quasi automatico.

Una volta formatosi un linguaggio familiare, tribale, comune a piccoli gruppi, sono intervenuti millenni di evoluzione umana, di spostamenti etnici, di guerre, ecc., prima di giungere alle attuali lingue moderne.

 

Gli studi linguistici moderni

La distanza dal linguaggio primitivo è enorme. Le parole hanno subito e continuano a subire notevoli modificazioni fonetiche e morfologiche, mentre il lessico si arricchisce con apporti esterni e si impoverisce per forme cadute in disuso.

Se si considera quindi una delle lingue moderne isolatamente e astoricamente, sembra di essere di fronte ad un insieme di segni astratti che, convenzionalmente scelti e tradizionalmente tramandati, servono ad indicare oggetti ed azioni.

Ma le forme straordinariamente simili trovate in diverse lingue moderne hanno spinto i linguisti ad ipotizzare una lingua d’origine comune o, meglio, un insieme di atti linguistici riscontrabili in dialetti diversi. Essi hanno così ricostruito «a tavolino» l’indoeuropeo, lingua madre formata da questi elementi comuni.

Lo studio etimologico è un mezzo che permette di risalire dalle attuali lingue moderne alle radici più antiche, spesso onomatopeiche o analogiche, senz’altro molto più vicine ai suoni del linguaggio primitivo.

Così per esempio dall’italiano «soffiare» e dal francese «souffler» si risale al latino «sufflare («sub» + «flare») che ci rimanda alla radice indoeuropea «bhlà» (che significa e suona «spirare»), la medesima a cui si arriva partendo dall’inglese «to blow» e dai verbi tedeschi «biasen» e «blahen».

 

Il linguaggio figurato

Un’altra strada che si può percorrere per riscoprire i legami del linguaggio umano con le sue radici passa attraverso l’analisi delle metafore, dei «modi di dire”, delle locuzioni figurate presenti nelle lingue moderne.

Questo particolare modo di esprimersi infatti fa uso di immagini che richiamano, evocandoli con immediatezza in ognuno di noi, emozioni e stati d’animo precisi.

L’universalità sia storica che geografica di alcune di queste espressioni, documentate in epoche e lingue diverse, è una prova del legame profondo con le sensazioni che le hanno generate e che continuano ad evocare. Cosi per esempio l’espressione figurata italiana «tirare il fiato» con il significato di «riposare» ha un corrispondente in latino dove si trova «animam recipere», in francese con «pouvoir respirer» e «reprendre haleine», in inglese con “to take breath» e in tedesco con «wieder zu Atem kommen». D’altra parte in greco, dove si trovano due verbi diversi, «respirare» e «riposare» contengono ambedue la medesima radice «cx» che significa «spirare».

 

Il linguaggio psicosomatico

Il discorso condotto finora vuole mettere in luce come nel linguaggio, e in modo più evidente in quello figurato, si attui l’unità psicosomatica. Infatti alcune esperienze emotive e razionali vengono espresse, simbolicamente o per analogia, con il linguaggio delle esperienze fisiche.

Tutto ciò sta a significare come corpo e mente possano esprimere ambedue in modo adeguato, insieme o isolatamente, i medesimi contenuti psichici. Il malato psicosomatico è, in definitiva, colui che ha scelto di esprimere con il corpo alcuni contenuti inconsci. Egli può utilizzare perciò, cronicizzandole, le alterazioni corporee che si accompagnano comunemente a tali emozioni e che rappresentano simboli universali per quegli accadimenti psichici. Un’altra possibilità sta nell’utilizzo di simboli individuali, legati accidentalmente ad esperienze personali. In questo caso il corpo offre infinite possibilità espressive, legate di volta in volta a precisi significati soggettivi, accessibili unicamente a chi li ha adottati.

L’utilizzo di simboli universali riconduce invece all’inconscio collettivo, allo schema corporeo, al linguaggio verbale e in particolare a quello figurato.

Così a livello di malattia somatica è interessante vedere come il malato utilizzi i medesimi simboli che sono alla base di metafore e «modi di dire», riguardanti esperienze corporee.

Egli in pratica esprime, mimandoli con il corpo, quei contenuti che il linguaggio figurato comunica a livello verbale. Per esempio il malato asmatico ha «il fiato mozzo», «si sente mancare l’aria», mentre il malato epatico «si rode il fegato», «è pieno di bile», il cardiopatico a sua volta «si sente schiantare il cuore», ecc.

 

Respirare = Vivere

Se si esaminano in diverse lingue le parole che hanno attinenza con la funzione respiratoria, si trova innanzitutto che «respirare» è sinonimo di «vivere», mentre il cessare questa attività ha lo stesso significato di «morire».

Cosi all’espressione italiana «esalare l’ultimo respiro» corrispondono: in latino «animam efflare», in greco «ϑυμον αφιεναι», in francese «exhaler son dernier souffle», in inglese «to breath one’s last», in tedesco «den letzten Hauchtun».

D’altro canto, se si guarda al latino, si trova che «respiro» viene reso con il termine «anima» che propriamente significa «ciò che alita, soffia, spira» cioè «respiro», «principio della vita». «Animale» è letteralmente «colui che è dotato di respiro»: la funzione respiratoria è quindi ciò che differenzia il mondo animato da quello inanimato.

Parimenti in greco «οι πνεοντες», letteralmente «coloro che respirano» si traduce «viventi».

Del legame significativo fra «respirare» e «vivere» una ulteriore documentazione è data dalle parole «angoscia» e «ansia». Questi termini, con la loro connotazione emotiva legata alla sopravvivenza, derivano dal verbo latino “angere” che corrisponde al greco «αγχω» e significa «stringere, comprimere, soffocare, strangolare».

In effetti molto spesso alla sensazione emotiva di angoscia e, in misura minore, di ansia, corrisponde la sensazione fisica di «mancanza d’aria», come se mente e corpo rispondessero unitariamente di fronte ad un possibile pericolo per la sopravvivenza.

Infatti in tale situazione «satura di minacce», l’aria diventa «irrespirabile» e «pesante» e «ci si sente soffocare». Questo ha come conseguenza il «trattenere il fiato», sia per reazione automatica al pericolo, sia per mantenere dentro di sé il più a lungo possibile la propria riserva di «aria buona».

Cosi il malato d’asma nelle sue crisi realizza fisicamente l’angoscia di morte legata al non respirare più, sentendo realmente e non solo metaforicamente «mancare l’aria».

 

Respiro e sentimento

Il fiato è la diretta emanazione dello spirito, della psiche, tanto che in latino con «anima» e «spiritus», in greco con «‘Puxij», «t~u~o~» e «1rvev~a», in sanscrito con «atman» e «prana» i due concetti di «respiro» e «anima» sono espressi dalla medesima parola.

Nell’aria sono contenute quindi le esalazioni/sentimenti di tutti gli uomini; tramite l’aria, ognuno respira necessariamente una determinata «atmosfera” che contiene le emanazioni di quanti gli sono accanto, e a sua volta comunica agli altri espirando. Da ciò discende che la dimensione respiratoria è sostanzialmente una dimensione di relazione, di scambio continuo, inevitabile e il più delle volte inconscio, specialmente nella fase inspiratoria che si connota anche fisicamente con la silenziosità. Cosi si può «cospirare”, «essere affiatati», «ispirare dolcezza», «conoscere gli uomini all’alito», ecc.

Il modo con cui ognuno compie la funzione respiratoria funge da messaggio per le persone circostanti, come documentano numerose espressioni figurate.

Per tornare al malato asmatico, egli, quando ansima esprime con il fiato il suo desideriolbisogno di aria/affetto. Infatti il «respirare concitatamente», «anelare» viene usato in tutte le lingue anche con il significato di «desiderare ardentemente, bramare». Così in latino «anelare», in greco «       » con la medesima radice di «    » (= asma), in francese «haleter», in inglese «to pant», ecc.

 

I(n)spirazione ed Espirazione

L’atto dell’inspirare ha come significato originario «spirare in», cioè «soffiare dentro o sopra», da cui anche «infondere sentimenti», «animare, dare vita a qualcosa». Nelle lingue moderne si trova tale senso in espressioni come «ispirare fiducia, compassione, ecc.» e anche «opera ispirata».

Ma accanto a questo uso del termine in questione c’è anche «inspirazione» con il significato di «immissione d’aria nei polmoni» e «ispirazione» intesa come «impulso creativo». Si ha cioè l’uso del verbo nel significato della sua forma media, per cui «ispirarsi» ha come valore semantico «attrarre in sé parte dell’aria esterna» e con questa le esalazioni di tutta l’umanità cioè i contenuti mentali (creazioni) dello spirito (inconscio) collettivo.

Gli antichi spiegavano l’ispirazione come effetto del «soffio divino» sull’uomo, mantenendo quest’ultimo in posizione passiva. Oggi invece si pone l’accento sull’attività dell’artista che «si ispira», cioè prende in sé alcuni contenuti dell’inconscio collettivo, e poi «crea», cioè li ripropone all’esterno, espirando, modificati dal suo inconscio personale.

L’atto successivo è l’espirazione che simbolicamente va intesa come dono di sé, atto creativo, espressione della propria anima, in quanto tale azione accompagna da sempre ogni azione umana.

Il modo con cui l’uomo emette il fiato è diverso a seconda del suo stato d’animo, della sua disposizione affettiva o aggressiva, della sua forza o ambizione, delle sue intenzioni, ecc. Così per esempio in italiano si trovano molti verbi che connotano ognuno una sfumatura diversa di atteggiamento espiratorio: «alitare», «fiatare», «espirare», «soffiare», «sospirare», «sbuffare».

La ricchezza di tale vocabolario indica come il messaggio respiratorio possa essere preciso e le espressioni figurate di uso comune ci aiutano a comprenderne i significati emotivi corrispondenti.

Chi prolunga la fase inspiratoria ed il periodo intermedio, a discapito del momento creativo-espressivo, è il cosiddetto «pallone gonfiato», «si dà delle arie» ed è «pieno di boria» (vento di tramontana), cioè si dimostra superbo ed arrogante.

Espressioni corrispondenti, in significato letterale e figurato, all’italiano “darsi delle arie” si trovano in greco (μεγα πνειν), in latino (magnos spiritus sibi sumere), in francese (se donner des airs), in inglese (to puff on airs).

Vi sono poi diversi modi di proporre l’espirazione. Il più delicato di questi è «alitare». La disposizione d’animo che vi si accompagna è resa in espressioni come «cosa fatta con l’alito» cioè «con delicata precisione» e il vocabolario avverte «si intende precisione maggiore di quando dicesi fatto col fiato che a sua volta si riferisce a «opera d’arte condotta con perfezione e gentilezza». «Sospirare» pone l’accento sulla profondità del respiro e quindi sull’intensità del sentimento espresso, sia di sollievo (dopo uno sforzo fisico o dopo uno spavento) sia di desiderio («sospirare per qualcuno», «vacanze sospirate», ecc.).

«Soffiare» ha il significato di «espirare con forza l’aria dalla bocca socchiusa», da qui le espressioni di «soffiare il posto a qualcuno” e anche «soffiare» nel senso di «fare la spia». In francese la medesima parola «souffler» vale anche «gonfiare, esagerare».

Vi è infine lo «sbuffare» che ha una connotazione chiaramente aggressiva anche in altre lingue. In greco il «φνοιαω» vale anche «esser pieno d’orgoglio, di lattanza», in inglese «to huff” si usa più con il significato di «offendere» e con quello di «maltrattare» che non nell’originale. In tedesco la espressione «jedem eins prusten» che letteralmente vale «sbuffare uno a qualcuno», si usa per «rispondere picche a qualcuno».

Ma se il fiato è un fedele indicatore di stati d’animo, può tradire con facilità agli altri quei sentimenti che non osiamo rivelare nemmeno a noi stessi. Così, alla necessità di reprimere moti d’animo inaccettabili alla coscienza, si accompagna l’uso figurato di «soffocare», presente già in latino e in greco prima che in tutte le lingue moderne.

Il malato asmatico si contraddistingue proprio per la sua difficoltà ad espirare adeguatamente. Egli non osa fare quello che gli inglesi rendono con l’espressione «to blow off steam» (letteralmente «soffiare fuori vapore») e i tedeschi con «sich Luft machen» (letteralmente «farsi aria, spazio») cioè non osa «sfogarsi» e nemmeno mostrarsi aggressivo con espirazioni più rumorose del delicato «fiatare».

Preferisce quindi «soffocare le passioni» e finisce per «rimanere soffocato» da queste, come è bene espresso dall’espressione francese «ètouffer de rage» e dall’inglese «to suffocate (o choke) with rage» corrispondenti all’italiano «soffocare (o crepare) di rabbia».


 


Il leggendario imperatore Fou-HI, cui viene

attribuita la paternità del Libro degli Oracoli.

 

 

 

“CHI”

RESPIRO ETERNO

DEL FINITO

 

 

 

Giancarla Sandri, nata Fioroni, laureata in lingua e letteratura giapponese e in lingua e letteratura cinese. Da diversi anni incaricata dall’I.S.M.E.O. (Istituto Medio ed Estremo Oriente), domiciliato presso l’Università Statale di Milano - Via Festa del Perdono, 3 - per un corso triennale di cultura cinese. Da quasi vent’anni passa in Estremo Oriente circa due mesi all’anno per incontri e studi. È autrice di articoli e pubblicazioni diverse di carattere linguistico-filosofico.

 

 

L’analisi inizia con il prendere nota del suo significato come appare per primo in un comune dizionario lessicale. CHI — si legge — corrisponde al significato di fiato, respiro, soffio. Il secondo passo porta a ricercare i raggruppamenti di tratti che portano un’idea. La metodologia di composizione di questa grafia ci dice che esistono elementi minimi portanti un significato, un qualcosa che non può essere suddiviso in altri semena. I cinesi chiamano questa cellula con il termine jianshou. Consultando i cataloghi lessicali troviamo che i jianshou non vanno oltre le poche centinaia di segni. È da questi segni che l’azione combinatoria darà vita ad un numero quasi infinito di ideogrammi.

 

Si riportano le principali metodologie combinatorie:

 

 

Tabella A

 

1) (Huiyi) semplice unione di segni jianshou

2) (Xiang) unione per rassomiglianza

3) (Zhishi) uso dell’analogia

4) (Xingsheng) unione di qualità e di suono ossia radicale più gruppo fonico

5) (Zhuanzhu) estensione del significato

6) (Jiajie) prestiti in cui è immutato il suono dell’ideogramma che non adempie la sua  omissione semantica ma è usato in sostituzione di un altro ideogramma più complesso e di precisa corrispondenza semantica

 

 

La ricerca tra i segni primari porta a riscontrare in CHI queste forme:

Il loro porsi assieme dà luogo all’aspetto

in cui si riscontra una unione di tipo I nella Tabella A e in

del tipo 2 della Tabella A. CHI è composto dalla unione di

e di

di tipo 4 dellaTabella A.

Il segno

rubrica l’intero carattere.

In termini tecnici è il radicale dell’ideogramma. Radicale non vuoi dire radice. Significa che con questo segno si denota una serie di ideogrammi un campo semantico che ha in comune questo raggruppamento senza avere necessariamente lo stesso suono. Il segno  indica, di contrasto, il valore fonetico dell’intero ideogramma. È ovvio che radicale e gruppo fonico debbano armonizzarsi per dare all’intero carattere i suoi più profondi significati (cfr. n. 4 Tabella A). Armonia non vuol dire soltanto unione per rassomiglianza (cfr. n. 2 Tabella A). Questo ideogramma non è del tipo sopra elencato (cfr. n. 2 Tabella A). Non vi è neppure il caso di un prestito (cfr. n. 6 Tabella A). Per quanto attiene l’elencazione al n. 3 e al n. 5, soltanto l’analisi potrà dire sino a che punto si può riscontrare l’estensione di significato e le eventuali analogie.

 

 


Yiiing, il più antico libro di divinazione cinese.



 


Trascrivo in forma tabellare le significazioni risalenti ai primi semena.

 

 

TABELLA B

            /      fuoco, fiaccola, fiamma

ATTRIBUTI CARATTERISTICI DELL’ELEMENTO FUOCO:

— rapidità

— impetuosità

— calore

— luce

— saliente

— musica-crepitio di fuoco

ATTRIBUTI PER RASSOMIGLIANZA ALTRIGRAMMA FUOCO DELL’YIJING:

— aderente (idea fiamma aderente al legno che arde)

— natura terra (origine del fuoco)

— saliente(dalla Terra verso il Cielo)

ATTRIBUTI PER ANALOGIA AI TESTI ALCHEMICI (FIORE D’ORO):

— trasformazione fuoco - acqua

— simbologia: occhio (valore Yang)

ANALOGIE POSSIBILII:

— fuoco - energia

— rapporto, legame (fuoco e suo contrario acqua)

— fuoco - calore - vita

— fuoco - attività


 

 

TABELLA C

             numero due

ATTRIBUTI CARATTERISTICL DEL NUMERO DUE

— coppia

— bipolarità dell’unità nel suo movimento circolare

— Yin eYang

— nota accordatrice

— complementarità

— ATTRIBUTI PER RASSOMIGLIANZA AI TRIGRAMMI DELLO YIJING

— attribuzione del n. 2 al sito Fuoco - Terra

— valore intrinseco della Terra

— fenomenicità della vita

— immagine albero - vento

ATTRIBUTI PER ANALOGIA Al TESTI ALCHEMICI (FIORE D’ORO)

— movimento circolare che porta la Terra all’incontro con il Cielo e alle sue fecondità

— l’albero, frutto della fecondità della terra, caratterizza l’immagine della energia (crescita dell’albero)

— l’albero è simbolo del vento, elemento morbido che si insinua in ogni luogo dando l’idea della realizzazione

ANALOGIE POSSIBILI:

— solstizio (invernale): movimento ascensionale della luce

— solstizio (estivo): movimento ascensionale dell’ombra

— vita - morte

— caldo  -freddo

— umido  -secco

— testa - ventre

— Yin e Yang

 


 

Tabella D

                linea curva; germogliare

ATTRIBUTI CARATTERISTICI DELLA LINEA CURVA

— spirale

— secondo segno della serie decimale e quindi natura di terra

— simbolo del nero

— il non finito

ATTRIBUTI PER RASSOMIGLIANZA Al TRIGRAMMI FUOCO DELL’YIJING

— la difficoltà iniziale

— incontro

— matrimonio

— eccitante - abissale

— Tuono e Acqua

— parto

— movimento

— attesa

— informe

— oscuro

— il guidare

— l’eccitare

— suddividere per ordine

— distinguere congiungere

ATTRIBUTI PER ANALOGIA Al TESTI ALCHEMICI (FIORE D’ORO):

— il Tuono rappresenta la vita che affiora dalle profondità della terra

— inizio di ogni movimento

— l’Acqua segno dell’Eros, valore della luna

ANALOGIE POSSIBILI:

— seme e germoglio

— plasticità

— interiora

— figlio

— pianeta Giove

 

— N. B. questo segno viene usato in sostituzione di altro per indicare le interiora di pesce, come risulta nella tarda dinastia Shang. (Shang yin)


 

 

Per quale ragione è logico il riporto all’Yijing, al Fiore d’oro? L’Yijing è il testo più antico cinese. È impossibile citare la data e l’autore. Tutte le scuole filosofiche e cosmologiche cinesi attingono a questo meraviglioso libro. Siamo soliti considerare l’Yijing come un libro oracolare per uno degli usi che se ne fa, mentre si dimentica che l’Yijing è, direi paradossalmente, un vocabolario. Meglio: un dizionario di immagini. Cielo. Terra.

L’erba che spunta dalla Terra... Tuono. Sorgente. Albero. E cosi via. La trascrizione grafica si avvale della linea retta e della spezzata. Simbolo dello Yang e dello Yin. Del principio maschile e femminile. Luce ed ombra. Attività e passività. Uomo e donna.

La composizione di queste due righe dà luogo a quattro binomi. Ogni coppia, per evoluzione naturale, determina un trigramma. Otto trigrammi, sono il corpo dell’Yijing, portatori delle immagini:

Combinandosi tra loro gli otto pakua (otto trigrammi) danno origine ai sentaquattro esagrammi. Questa scrittura, che si pone tra le corde annodate e il pittogramma, non è così povera quanto sembra. Ogni linea può trasmutarsi nell’altra originando altre immagini. Il tutto può giungere a diverse migliaia di segnalazioni.

In uno studio che prende l’avvio dalla parte grafica di un immagine-idea, come l’ideogramma cinese, non è possibile tralasciare il riferimento all’Yijing. La serie simbolico-numerica dell’Yijing è 2.4.8.64.


 

Che cos’è il Fiore d’oro?

Nel commento al testo cinese Tal I Zhin Hua Zung Chi (tradotto da Richard Wilhelm, edizione Laterza, 1936) C.G. Yung dice riferendosi a questo antico testo taoista: «Non si ha qui a che fare con asceti anacoreti, con cervelli strambi, i cui presagi sentimentali e le cui mistiche elevazioni rasentano la morbosità, ma invece con pratiche visioni del fiore dell’intelligenza cinese, che non abbiamo alcun motivo di misconoscere» e più avanti (pag. 4)... «ho iniziato la carriera quale Psichiatra e Psicoterapista pratico e solo più tardi l’esperienza medica mi ha indicato come il mio esercizio m’aveva condotto inconsapevolmente per quel misterioso cammino, per cui i migliori ingegni orientali si travagliavano da secoli». (pag. 9).

Con «ingegni orientali» Yung intende «ingegni dell’Estremo Oriente», il cui ambiente esoterico è dato dalla filosofia e dalla scienza taoista.

Il testo «Fiore d’oro» fu tramandato oralmente per lungo tempo. Esso utilizza le immagini dello Yijing per spiegare causa ed effetto dell’agire dell’individuo cosciente nel suo cammino, verso l’Unità.

Il richiamano, in sede di studio dell’ideogramma, chiarisce e potenzia l’analisi.

 

Il disegno che costituisce il radicale

viene definito come vapore. Richiama l’immagine di qualcosa che si eleva verso l’alto. Loen riporta anche la combinazione,

per l’imprestito e l’uso di significare offerta di cibo, da cui per analogia rito, preghiera, nel senso arcaico del termine.

È data pure la significazione di vapore del Cielo, nube, ricchezza d’umidità, possibilità di pioggia. È unito all’immagine acqua-umido per le sue qualità intrinseche. Per il suo slancio verso l’alto alla immagine Fuoco. Il binomio Fuoco-Acqua richiama la coppia logos-eros. La potenza dell’occhio, la instabilità dei movimenti del cuore. Di natura così contrastante, l’uno o l’altro è destinato ad essere sopraffatto se una intelligenza non disciplina ambedue. Alla loro armonia è dovuta la nascita di qualcosa di nuovo, dell’essere nuovo.

È ovvio che l’analisi, nel dare i valori riassunti nelle precedenti tabelle, ha vagliato e comparato le significazioni attingendo a vocabolari etimologici sia del pittogramma che dell’ideogramma quanto a commentari dei maggiori testi che portavano immagini della stessa natura. Si sono riportate le sole tabelle per l’economia in cui si riscrive il presente articolo.

L’esame dell’ideogramma può essere fatto o completato attingendo al simbolismo numerico che nell’antica Cina prende forma nelle tre serie:

 

decimale

duodenale

numerale (dal a9)

 

Per dare un esempio di tali analisi il gruppo fonico verrà studiato applicando questa metodologia.

Si riassume nella tabella E

 Sulle ossa oracolari appare nel significato di riso cibo. Il disegno è di tipo imitativo ed è entrato nella grafia senza particolari mutazioni.

 

L’abbinamento dei segni

                      e                         

riporta l’intero dieogramma

         (CHI)

il cui primo significato è fiato, respiro. La grafia porta anche il significato di temperamento, istinto naturale, disposizione e forza vitale. È interessante notare che lo stesso ideogramma combinandosi con altri segni denota:

 

aggressività

animalità

animale

parlare con difficoltà

ansimare

capire

tagliare via

limitarsi

TABELLA E

 

 


semena secondo i dizionari cinesi

 carattere grafico

 

riso (pianta)

riso- acqua

riso-sole

riso – giallo oro

riso-fuoco

frutto

semenza

alimento

il mangiare (azione umana del nutrimento)

il rito (azione magico celebrativa)

visibile e invisibile

alimento-energia

riso, sole genio

 

significati secondo il simbolismo numerico

numero dei tratti 6

 

simbolismo solare

simbolismo magico

vita-morte

spazio-tempo

sacro-profano

armonia

unione

inscindibilità

ciclicità

cibo energia utero

celebrazione

ricorrenza festiva

nutrimento-dietetica

nutrimento medici

 


 

 


Si noti che nella alchimia cinese si distingue il CHI (respiro) attraverso il naso che si fa risalire ai polmoni, da quello attraverso la bocca che viene dal fegato. Il venire e l’andarsene (nascita e morte) appartengono alla dinastia di CHI. Il CHI è vapore quanto emanazione della materia primordiale e della energia universale. E’ elemento base del fenomenico in quanto nella cosmologia Tao appare ancor prima della sostanza e dello Yin e dello Yang, dei cinque elementi. E’ quindi contemporaneamente figlio della eternità e padre della fenomenicità. Nel corpo umano è il fiato quanto l’energia. Concentrata è lavolizione.

 

È il CHI padre e se volete cellula, embrione dell’uomo. Risvegliato nell’essere che viene in vita cresce nel primo anno. Stabilita la radice di ogni cosa, l’uomo potrebbe, volendo e sperimentando, porre in atto dentro di sé la potenza infinita del Tao che non conosciamo. Purtroppo, dicono i maestri tao, è più facile per l’uomo prendere a specchio il Tao che conosciamo. Il CHI è il filo di seta rossa che unisce assieme le perle e le trasforma in collana. CHI, respiro eterno del finito.

 

«Non con le orecchie l’uomo dovrebbe ascoltare, ma con il suo profondo CHI»

Sono parole di Zhuangzi.


 


MARIA.

L’ARIA BUONA

E L’ARIA CATTIVA.

 

 

“Come mai, gli uomini vedono sempre e soltanto

ciò che hanno a suo tempo imparato a vedere?

E come è meraviglioso il fatto che si possano

tutt’a un tratto vedere come nuove

(statipatologici nuovi) cose che, probabilmente,

sono vecchie quanto l’umanità”. (Freud, Charcot

1893)


 

Maria

Maria è nata 14 anni fa in un piccolo paese della Sicilia. Il padre, di 45 anni, è una figura rigida, autoritaria, poco disponibile sul piano affettivo, tende ad avere in famiglia un ruolo riconosciuto di guida con un certo alone di infallibilità. La madre, insegnante, è una persona immatura affettivamente, bisognosa di protezione, che tende a soddisfare le proprie richieste di dipendenza con un atteggiamento estremamente accondiscendente nei confronti del marito. La coesione della coppia parentale appare debole e la malattia della figlia (che viene prevalentemente gestita dal padre) pare essere un’occasione di incontro tra i due come all’inizio del matrimonio pare esserlo stata la presenza fisica della figlia, che fino all’età di quattro anni veniva ospitata nella stanza dei genitori. Dei tre fratelli, uno di dieci, uno di otto, l’ultimo di tre anni, viene data sia dai genitori che dalla paziente una descrizione in termini positivi senza peraltro riferire nulla che possa caratterizzarli meglio.

Si ricovera nel Reparto di Medicina Psicosomatica dell’Ospedale S. Raffaele di Milano per una bronchite asmatica di n.d.d., iniziata nel settembre del ‘76 con attacchi che si sono andati nel tempo via via intensificando.

All’esame obiettivo clinico non si riscontra nessun reperto significativo, se non all’auscultazione del torace dei rantoli a piccole bolle alle base (indicativi di un processo bronchitico in corso) e dei sibili di scarsa entità su tutto l’ambito, soprattutto in fase espiratoria.

Negli esami di laboratorio troviamo una VES aumentata (I.K. 25) con lieve leucocitosi (7800) senza alterazioni significative nella formula leucocitaria; si riscontra inoltre la presenza di proteina C reattiva + + +.

Nel corso dell’analisi emerge che la ragazza aveva già avuto nell’infanzia due episodi da lei riferiti come di «tosse asmatica»; entrambi risolti in breve tempo e senza complicanze di nessun tipo. Maria, primogenita, aveva goduto per i primi anni di vita di tutte le attenzioni che due coniugi appena sposati possono riservare alla prima figlia e fino all’età di 4 anni aveva dormito nella loro stanza. Con la nascita del primo fratello, avvenuta appunto in quel periodo, Maria perde quella posizione di privilegio che aveva avuto fino ad allora, viene messa a dormire in una stanza da sola per «far posto» al fratellino nella camera dei genitori e pochi mesi dopo ha il primo attacco di bronchite asmatica. Tutti gli esami cui viene sottoposta alfine di trovare nella malattia un’eziologia infettiva o allergica risultano negativi. Successivamente per alcuni anni Maria non soffre più di disturbi asmatici, frequenta le scuole elementari con buon profitto, ben inserita nella classe, ha con la maestra (amica di sua madre) un ottimo rapporto. Il fatto poi che la madre insegni nella stessa scuola le permette di averla sempre accanto. Quando la ragazza ha 7 anni nasce il secondo fratello, la famiglia cambia casa e Maria viene messa a dormire da sola in una stanza lontana da tutte le altre, vicino alla porta d’ingresso. Di questo episodio la ragazza ricorda la paura che l’assaliva di notte e l’abitudine, che conserva tuttora, di dormire con la luce accesa.

Terminate le Elementari la ragazza trova in prima Media una situazione molto meno protettiva di prima: la scuola che frequenta si trova in città, ha la sensazione che le compagne di classe tendano ad emarginarla perché vive «in paese», i professori sono molto più severi, la madre non può accompagnarla a scuola. Nella primavera di quell’anno ha il secondo attacco d’asma, che stavolta si prolunga per qualche settimana con accessi subentranti, che richiedono una terapia cortisonica.

Due anni dopo nasce il terzo fratello e per Maria è una nuova conferma che l’età della «dipendenza» si sta sempre più allontanando: la ragazza deve fare infatti spesso da «mamma» al fratellino, in ciò sollecitata dalla madre che, per sua stessa ammissione, vede l’impegno familiare come molto gravoso e limitante. Proprio in quell’anno compaiono le prime mestruazioni, si verifica cioè quell’avvenimento che per ogni ragazza segna il passaggio dall’infanzia all’adolescenza: la figlia, la bimba dipendente, diventa rivale della madre. Ed ecco che nel luglio dello stesso anno ricompare la bronchite asmatica, che si prolunga poi senza soluzioni di continuità fino al momento del ricovero.

Si sono voluti descrivere dettagliatamente gli episodi della vita di Maria che hanno preceduto il verificarsi degli accessi asmatici per sottolineare come l’asma sia per la paziente in stretta relazione con tutte quelle situazioni che possono più o meno direttamente indicarle la sottrazione o la privazione di un beneficio affettivo conquistato in precedenza. Le fantasie di «essere allontanata» dai genitori d’altronde trovano spesso delle conferme reali nell’atteggiamento di una madre immatura che vive a sua volta i figli come un ostacolo allo svolgimento del suo ruolo professionale e un’ulteriore difficoltà alla coesione del proprio rapporto di coppia che pare vacillare.

Attraverso l’asma quindi pare che la ragazza ricostruisca artificialmente quella condizione di dipendenza e privilegio che aveva vissuto nei primi anni di vita e da cui era stata sottratta troppo bruscamente e rapidamente sia per le successive nascite dei fratelli sia per la temuta distanza affettiva dai genitori. Ogni situazione che significhi emancipazione, tendenza all’indipendenza, anche se desiderata, viene inconsciamente vissuta come minaccia di perdita di amore e scatena l’asma, con un aggressivo «appropriarsi dell’aria» durante la crisi. Questa ha inoltre un’azione punitiva e di richiamo nei confronti della famiglia che viene costretta a modificare bruscamente il proprio status con una ridistribuzione dell’attenzione e dell’interesse di tutti dalle proprie esigenze a quelle della paziente. A questo proposito sembra significativo un episodio avvenuto all’ospedale di Palermo, dove la paziente era stata ricoverata nel luglio del ‘77 in seguito ad un riacutizzarsi della malattia, con crisi subentranti. Nei primi giorni la madre rimaneva in Ospedale anche di notte e dormiva nella stessa stanza della ragazza: in pochi giorni le crisi erano totalmente scomparse per ripresentarsi tuttavia gradualmente quando la madre era tornata a casa.

Questa madre sembra corrispondere abbastanza bene alla descrizione che Weiss ci fa delle madri degli asmatici: «le madri erano combattute tra il desiderio di voler bene e di affezionarsi ai loro bambini e la sensazione di potere benissimo fare a meno di essi; il che appariva loro così ripugnante per l’ideale sociale della maternità, da cercare in tutti i modi di mantenere nascosta alla coscienza questa loro sensazione. L’esagerata protezione e l’esagerato affetto, in questi casi, avrebbero potuto essere spiegati da questa ambivalenza, come tentativo di superare il senso di colpa». Maria ci descrive la madre come estremamente protettiva nella maggior parte dei casi, soprattutto per ciò che riguarda la malattia, come aggressiva invece in altre circostanze e con un atteggiamento punitivo ingiustificato nei suoi confronti. Di converso anche l’atteggiamento di Maria rivela una sottile ambivalenza: è contenta per le attenzioni che la madre ha per lei, anzi a volte «prolunga» gli attacchi asmatici per attirare queste attenzioni, d’altra parte però non gradisce quando la madre vuole consigliarla su certe decisioni, anzi verbalizza «quando devo scegliere un vestito, faccio di proposito il contrario di quello che lei mi ha consigliato».

Altrettanto importante è il rapporto che Maria ha col padre, vissuto da lei come «allontanante», «affettivamente» distante; la ragazza si lamenta di come col genitore non esista nessun tipo di dialogo e invidia le amiche che le raccontano di avere con il loro padre un rapporto diverso.

Vorremmo a questo punto illustrare il Test della Famiglia fatto eseguire alla paziente, che contiene parecchi elementi significativi. Dal disegno (vedi figura) emerge un dato importante: mancano nella famiglia figli maschi, anzi riguardo alla prima figura a sinistra la paziente verbalizza «volevo disegnare un bambino, ma poi nel corso del disegno ho cambiato idea, non so perché». Considerando che nella famiglia reale Maria ha tre fratelli, sembra che abbia voluto eliminarli, eliminando con essi quegli ostacoli frapposti fra lei e l’affetto dei genitori. Per quanto riguarda le età dei componenti c’è una generale regressione ad un periodo probabilmente più felice per la paziente (quand’era bambina), ma comunque all’incirca i rapporti d’età corrispondono a quelli della famiglia reale. Un elemento curioso è la presenza di due figlie, una di 6 e l’altra di 4 anni, che si possono considerare le identificazioni di Maria, l’una conscia, l’altra inconscia.

Il disegno della famiglia vista dalla paziente.

 

La prima ha 6 anni, va a scuola (ha la cartella), tiene per mano la madre (che in quel periodo la accompagna appuntò a scuola); la stessa paziente quando le vengono poste le domande «Chi è la persona più simpatica?» e «Chi vorresti essere?», risponde sempre «La bambina di 6 anni».

La seconda ha 4 anni, «l’età dell’oro» per Maria, quando ancora nessun fratello era nato, tiene per mano il padre ed è lontana dalla madre. Il padre nel disegno è su un piano diverso rispetto agli altri componenti della famiglia, cioè più arretrato; sembra quasi che la figlia voglia tirarlo a sé, ma che lui faccia resistenza, anzi con gli occhi guarda dalla parte opposta. Si può considerare la bambina di 4 anni l’identificazione inconscia, perché innanzitutto è disegnata per prima (e questo succede spesso per le figure con le quali ci si identifica), poi è un elemento aggiunto rispetto agli altri (infatti è l’unica messa di profilo), infine è probabilmente una figura mista tra l’immagine di lei a 4 anni e il fratellino piccolo esistente adesso (infatti aveva iniziato disegnando un bambino) che Maria considera attualmente il figlio «privilegiato» perché coccolato da tutti.

Nel disegno si può infine notare un tratto nero intorno al collo di tutti i componenti tranne la bambina di 4 anni: nell’intenzione conscia è probabilmente il colletto del vestito, ma in realtà appare più come un collare che stringe il collo, quasi a voler ridurre aggressivamente la capacità respiratoria dei genitori, accomunandoli cosi al suo problema di una minore capacità respiratoria.

Effettivamente su un piano simbolico si è ridotta per Maria la disponibilità di «aria affettiva» della famiglia con il succedersi delle nascite dei fratelli che «respirano» liberamente un’atmosfera che la paziente ritiene di piena disponibilità nei loro confronti. L’attacco asmatico starebbe quindi a significare il brusco immagazzinare un’aria che rischia di farsi sempre meno disponibile per la ragazza. Nasce da ciò un profondo senso di colpa per essersi appropriata con la dinamica asmatica di qualcosa che può essere vitale per gli altri e sorge la conseguente esigenza di una restituzione che viene però ostacolata dallo spasmo bronchiale, estremo tentativo dell’inconscio di trattenere quell’aria che la paziente sente come vitale.

Proprio dal senso di colpa generato dall’inconscio desiderio di soffocare gli altri membri della famiglia o addirittura di sopprimerli per avere più «spazio vitale» nasce forse quella costante lieve deflessione del tono dell’umore riscontrata nella paziente durante il ricovero.

Mediante l’accesso d’asma comunque Maria riesce in particolare ad esprimere la sua aggressività verso i genitori, punendoli e costringendoli a soffrire per lei; verbalizza lei stessa: «Per ogni cosa che succede danno la colpa a me e io devo sempre assorbire tutto, ogni rimprovero, anche ingiustificato; pur di incolpare me inventano anche colpe che non ci sono, allora io mi innervosisco e poi mi viene la tosse, quando tossisco mia madre, che prima urlava contro di me, arriva anche al punto di piangere e io sono contenta, così impara ad essere più buona con me».

Inconsciamente Maria si rende conto come l’asma non sia solo qualcosa, che turba il suo organismo, ma una sua «manifestazione vitale»; infatti verbalizza «Da un lato vorrei guarire dalla malattia, per i fastidi che mi dà la tosse, ma dall’altro ho paura che la guarigione mi toglierebbe tutte le attenzioni che i miei genitori hanno per me».

L’analisi psicosomatica globale di questo caso rivela una serie di elementi significativi che ci pare opportuno segnalare.

Innanzitutto ciò che colpisce è la possibilità di spazializzare il respiro, che finisce per apparire in questa prospettiva come una quantità di aria definita da distribuire equamente per la sopravvivenza. Da un punto di vista etologico sappiamo come gli studiosi del comportamento animale abbiano messo in evidenza l’importanza della delimitazione del territorio, vero ampliamento dello schema corporeo.

Maria sembra essersi realmente calata in uno «spazio respiratorio» cui fa costantemente riferimento ogni suo atto vitale, per cui ella sembra comportarsi come se possedesse un «quantum» definito di aria da gestire.

Inoltre Maria converte ogni suo aspetto esistenziale in una connotazione per così dire aeriforme, che la dinamica respiratoria, in tal modo divenuta onnipotente, serve a garantire e a modificare.

Così ogni atto mentale viene assimilato al respiro per cui all’aria sarà demandato di contenere l’amore, l’ira, il pianto, la rabbia, il dolore, ecc..

Ogni minaccia rivolta a questo ipotetico spazio respiratorio trova puntualmente risposta nella crisi asmatiforme, tentativo di mantenere per sé lo spazio aereo, di sottrarre per così dire all’ambiente, caricato simbolicamente, la quantità più elevata possibile «d’aria».

In questa prospettiva si comprende assai bene come le modificazioni ambientali, precedentemente descritte, allorché sono nati i fratellini, siano state accompagnate dall’insorgere di attacchi asmatici.

Del resto la nascita dei piccoli con le attenzioni e la premura cui questi sono sottoposti dalla madre insegnano a Maria che solo «rinascendo» può godere nuovamente e usufruire di quello spazio vitale di quel «latte universale» che ora sente minacciato.

L’attacco asmatico, visto globalmente, mimerà nel corpo una nuova nascita un tentativo onnipotente di ritornare a quel primo momento della fase extrauterina in cui con il primo respiro ella poteva avere avuto la sensazione di essere la sola «padrona» di tutta l’aria dell’Universo. Realmente con il primo respiro — più che con tutti gli altri atti fisiologici che precede — ci impadroniamo simbolicamente di tutto l’Universo.

 

L’aria buona e l’aria cattiva

Laura è una studentessa universitaria di 22 anni e intraprende presso uno di noi una psicoterapia, motivata dalla presenza di spunti sessuofobici e dallo stato depressivo che ne derivava. Accanto a questa sintomatologia di tipo psichico, erano presenti all’inizio del trattamento psicoterapico anche dei disturbi dispnoici ad insorgenza notturna, particolarmente accentuati, tanto da assumere a volte le caratteristiche di veri e propri accessi asmatici.

Le prove allergologiche eseguite dagli internisti avevano dato esito negativo. Comunque nonostante i numerosi trattamenti farmacologici eseguiti, Laura presentava tutte le notti delle crisi di broncospasmo.

Il nucleo familiare di Laura è costituito da un fratello di due anni minore e dai genitori. Il fratello viene descritto dalla paziente come una «persona veramente inserita nella famiglia» e nei suoi confronti ella nutre una velata invidia per quella posizione di privilegio che ha assunto in casa e che lei vorrebbe contendergli.

Il padre risulta essere una figura secondaria; apparentemente molto «permissivo, aperto»; ma di fatto si contraddistingue per le tendenze al «legalitarismo, alla precisione, all’ordine». Egli tende a manifestare poco la sua affettività, e generalmente è subordinato alla moglie per quanto riguarda la conduzione familiare e l’educazione dei figli.

La madre è realmente la figura dominante della famiglia, molto autoritaria, «non si decide niente se lei non acconsente».

La figura materna sembra caratterizzarsi per Laura come elemento molto attivo, assai dinamico, impegnato politicamente, ricco di interessi socio-culturali. Nella madre si possono sicuramente riconoscere delle notevoli doti intellettuali, con spiccata tendenza alla razionalità, cui però non corrispondono delle valide e sufficientemente strutturate capacità affettive.

Così mentre ella ha instaurato un rapporto di tipo dialettico con l’altro figlio, ritenuto e stimato come molto intelligente, di fatto nei confronti di Laura lascia emergere un disinteresse affettivo ed una grossa sollecitudine all’emancipazione e all’autonomia.

Inoltre fra le due donne esiste di fatto un clima di competizione che emerge ogni, volta che vengono messe a confronto.

Invece il rapporto con il fratello si relazione lungo una stretta alleanza e coalizione che tende ad escludere Laura da «quelli che sono i veri problemi della famiglia, le cose importanti in cui mi piacerebbe tanto essere interpellata». Laura confessò al terapeuta di aver più volte «sorpreso» la mamma e il fratello mentre dialogavano a bassa voce, aumentando in tal modo i suoi sentimenti di esclusione.

La paziente ha sempre cercato di «superare» il fratello e di competere con lui per conquistarsi la stima e l’amore della madre, senza però esservi riuscita.

Che i rapporti con il fratello fossero carichi di un’inespressa ostilità lo dimostra questo episodio, raccontato da Laura al terapeuta. «Nel periodo natalizio svolgevo attività di traduttrice, per garantirmi un certo introito e non dipendere così dai genitori. La mole del lavoro assunto era però eccessiva per il tempo a disposizione. L’editore, amico di famiglia, pressato da esigenze di tempo, mi consigliò di dividere il lavoro con mio fratello.

Ritornata a casa mi arrabbiai moltissimo, perché avevo avuto la sensazione che ancora una volta mi fosse preferito mio fratello. Dopo qualche ora ebbi una crisi di asma terribile...».

La paziente invitata ad associare sull’episodio riportò un’analoga situazione in cui aveva vissuto un’esperienza similare, altrettanto «soffocante», avvenuta nell’infanzia.

All’età di 6 anni, ricordò di essere stata chiusa inavvertitamente per gioco in un armadio dal fratello e di aver sperimentato l’angoscia di morire soffocata, venendo poi «salvata» successivamente dalla madre.

Venne in quest’occasione dal terapeuta interpretata l’ostilità inespressa nei confronti del fratello, peraltro documentata dai due episodi sopra ricordati.

D’altro canto l’episodio dell’infanzia metteva anche in luce il richiamo che il sintomo — come spesso accade nelle forme asmatiche — proponeva nei confronti della madre.

Il «soccorso» di quest’ultima assumeva per la paziente il significato di una giusta ridistribuzione dell’amore materno e quindi dell’aria che, verosimiimente, il fratello con il suo avvento le aveva sottratto e ha mantenuto negli anni un importante significato rituale diventando emblematico nei confronti di quelle situazioni che in qualche modo si presentavano come minacciose per la paziente. Più specificatamente ogni qualvolta Laura viene esclusa affettivamente ella scivola, come nel caso precedente, in una dimensione respiratoria e si sente deprivata di una certa quota di aria-affetto.

La madre riaprendo la porta dell’armadio dove Laura stava per soffocare ha simbolicamente riabbracciato la figlia, le ha per così dire restituito, quella «aria d’amore» che il fratellino con la sua nascita, la sua presenza, aveva sottratto; tuttavia l’atteggiamento ambivalente della madre, la sua disponibilità verso il fratello, le riproponeva continuamente la sottrazione del «soffio materno».

In tal senso si poteva intendere la fame d’aria notturna, che oltre al significato di richiamo e di pianto represso nei confronti della madre, poteva essere vista come un tentativo onnipotente di reimpossessarsi in silenzio e furtivamente, nottetempo, di quanto, secondo lei, le veniva «ingiustamente sottratto».

Ricordiamo a questo punto che Laura dorme nella stessa camera del fratello e dalle sue associazioni emergono delle fantasie di alimentarsi a spese dell’aria di questo. E del resto la sua abitazione è pervasa per così dire dai «soffi», dagli «umori» delle persone che la abitano, in particolare di quelli che hanno per lei una particolare carica affettiva.

D’altronde potremmo dire con Reich che sempre il nostro respiro modula gli affetti e, soprattutto, respirare l’aria dell’altro significa introiettare la sua affettività o la sua aggressività, a seconda dello stato psico-emotivo che sta vivendo.

Nel caso di Laura, ella deve respirare un aria materna insufficiente, in quanto la maggior parte dell’amore in essa contenuta è conferita al fratello. Non solo, ma se l’affettività più di ogni altro aspetto di vita, sembra concretizzarsi, diventare quasi palpabile nell’aria, Laura respira anche nella poca aria residua un «soffio aggressivo», quello che la madre di fatto le esterna. D’altro canto la paziente non sembra più possedere in famiglia un ruolo definito se non quello di alternativa alla figura materna che, via via che i colloqui sono stati approfonditi, viene riconosciuta come donna fredda, che tende ad emarginarla, e incapace di farla respirare in un’atmosfera accettabile, negandole il suo spazio vitale.

La comprensione di questo sintomo comporta nell’arco di poche sedute la risoluzione della sintomatologia broncospastica.

Tuttavia, migliorato il respiro, comparve repentinamente un’abbondante sudorazione, particolarmente intensa, maleodorante e «irritante», a tal punto da determinare delle diffuse sofferenze cutanee.

Questo malore profuso veniva avvertito soprattutto dalla madre, che lo viveva come particolarmente disturbante, al punto da incitare continuamente la figlia a lavarsi e a liberare l’ambiente dal «cattivo odore».

Al di là del messaggio esplicito che la madre proponeva a Laura, era evidente il contenuto nascosto controaggressivo, teso a neutralizzare quella parte che la paziente con le sue sudorazioni, inconsciamente, «gettava» intorno a sé, delimitando in tal modo il «proprio territorio». D’altronde ricordano gli studi etologici di Lorenz, di Ardrey e dl Tinbergen, è noto che in molte specie animali i secreti organici vengono utilizzati per delimitare il territorio di appartenenza.

Laura si era così allontanata da una primitiva fase di dipendenza e passività, in cui esisteva soltanto come riflesso dell’aria-amore materno, senza poterla però veramente possedere. La sua individualità e l’arricchimento dell’energia vitale poteva avvenire durante il periodo di broncospasmo soltanto attraverso un silenzioso «furto», che ella ogni notte cercava di recuperare a spese di un fratello troppo vorace e di una madre eccessivamente parziale nelle sue scelte.

Il sudore «cattivo» e il vissuto della madre chiariscono bene l’evoluzione inconscia che è intervenuta in Laura.

Attraverso il sudore, che risultava innocuo e «non di cattivo odore» per la paziente, Laura dava un messaggio corporeo molto esplicito in termini di comunicazione analogica, che trova esclusiva interlocutrice la madre (nessun altro componente della famiglia, come del resto gli amici, parevano accorgersi del «cattivo odore» di Laura). Laura sembra aver recuperato in tal modo una modalità arcaica di linguaggio che utilizza l’odore come tramite di richiamo e di allontanamento.

La paziente testimonia con il «sudore aggressivo» la propria presenza e il tentativo di difendersi dall’invasività di una madre da cui si sente rifiutata.

Al contrario del respiro, il sintomo diventa esplicito nei suoi significati e, pur essendo anch’esso silenzioso, si fa rilevabile. Non a caso il suo cattivo odore viene percepito soltanto dalla madre, la quale incitando Laura a lavarsi, sembra voler neutralizzarne l’aggressività, che Laura manifesta riempiendo l’ambiente dei suoi secreti.

Durand a questo proposito afferma: «L’atmosfera psicologica non è determinata che in secondo luogo dai profumi del giardino, dagli orizzonti del paesaggio. Sono gli odori della casa che costituiscono la cinestesia dell’intimità: aromi di cucina, profumi d’alcova, tanfi di corridoi, sentori di benzoino o di patchoulì negli armadi materni. L’intimità di questo microcosmo si raddoppierà e si iperdeterminerà come a piacere. Doppione del corpo, essa si ritroverà isomorfa della nicchia, del guscio, del bello e infine del grembo materno”.

Ma ancora la reazione della madre al sudore «cattivo», tra l’altro presente soltanto di giorno e nell’ambiente domestico, diventa una testimonianza di quella percezione subliminare di rifiuto nei suoi confronti da parte della figura materna che Laura riconobbe successivamente di aver sempre avuto.

Spaventata per l’esplicitarsi del conflitto con la figura materna, in una successiva seduta, rivelò la scomparsa della sintomatologia iperidrosica, e il ripresentarsi concomitante del disturbo respiratorio, che però si rese manifesto non soltanto di notte, ma anche durante la giornata.

Il riesame della situazione con il terapeuta chiarì come Laura avesse operato somaticamente un tentativo di «presentarsi alla madre come era veramente», cioè anche con le sue parti maleodoranti e irritanti.

Il rifiuto materno aveva realizzato però per Laura l’impossibilità di essere accudita, di essere in qualche modo accettata e amata dalla madre. A questo punto Laura non aveva altra possibilità che ritornare nel silenzio a respirare quell’aria che spontaneamente non le veniva accordata, per essere regalata soltanto al fratello.

Dalle successive associazioni emerse un ulteriore significato attribuito al sudore: questo poteva realmente essere assimilato ad un bisogno di «sporcare, inquinare», aggredire l’aria del fratello.

Il recupero del sintomo respiratorio — spiegò il terapeuta — poteva essere il modo di garantirsi un suo spazio segreto dove impossessarsi e amministrare l’amore, senza la possibilità di venire scoperta e quindi senza più verificare il rifiuto della madre.

Un ulteriore dato venne chiarito in questo senso: la dimensione respiratoria garantiva alla paziente, pur nel suo adattamento patologico, un tramite con i genitori di tipo punitivo, organizzato intorno ad un sentimento di sofferenza e di esclusione dal gruppo. «I miei genitori non sanno quanto io soffra con questo mio disturbo, quanto hanno sbagliato con me... Un giorno potrei anche dirglielo».

Sembra essere presente in Laura anche una richiesta implicita di indennizzo, un meccanismo onnipotente di controllo con la respirazione del nucleo familiare. D’altronde l’aver messo in atto una tale dinamica la salvaguardava dal timore di un abbandono totale, come una dinamica più evoluta, quale quella della sudorazione, le aveva fatto percepire. Precisato nel corso di varie sedute come i sintomi somatici proponessero ambiguamente le sue richieste di essere reintegrata nell’ambito familiare in un ruolo filiale, da cui sembrava esclusa, la paziente successivamente riuscì ad esplicitare la propria aggressività verbalmente alla madre. Durante tale episodio, Laura proclamò anche i noti sentimenti di esclusione ed ebbe un vero e proprio scoppio d’ira. «In quella discussione mi sono resa conto che avrei anche potuto picchiare mia madre, che forse non avevo così bisogno di lei».

Successivamente confessò al terapeuta di essersi accorta dei limiti della madre, di aver ritirato la propria onnipotenza proiettata su di lei, di aver incominciato a vederla «realmente per ciò che era».

La dimostrazione di quanto Laura fosse immersa in una dimensione respiratoria dell’esistere, e di come l’amore fosse equiparabile al respiro è testimoniata dall’affermazione della paziente, che durante una seduta, ha contrapposto «l’aria cattiva e stagnante quasi soffocante» di casa sua, con quella «buona» che respirava durante i colloqui psicoterapici nello studio.

Via via che i contenuti inconsci venivano integrati nella coscienza, si assistette ad una graduale trasformazione del transfert che da una fase di «scambio respiratorio» passò ad un piano più strettamente psicologizzato.

Dopo un anno di trattamento si ebbe la risoluzione completa della sintomatologia asmatica.


 


 

PARLIAMO

DELL’ASMA

 

 

 

L’asmatico, accattivante, cordiale,

è un silenzioso “ladro” d’aria-affetto

i suoi sibili sono grida

d’angoscia soffocate


 

Riportiamo il testo di uno dei dibattiti che si svolgono tra i membri dell’équipe operante presso l’istituto Riza. La discussione collettiva, nella nostra pratica, è un momento fondamentale per la comprensione delle cause che inducono una determinata patologia.

 

Un modo non riduttivo di interpretare l’asma

(Jader) Dai lavori di alcuni autori, come per esempio Alexander, sembra emergere unicamente nell’interpretazione psicosomatica dell’asma la conflittualità con la figura materna. Tutto il discorso sull’aggressività viene tralasciato. Perché? (Gian Lorenzo) Si tratta di un diverso modo di concepire la Medicina Psicosomatica; per Alexander nell’asma come in altre malattie psicosomatiche esiste la specificità del conflitto e in particolare in questa patologia il conflitto risiederebbe in un rapporto di odio-amore nei confronti della figura materna, che alterna momenti di amore a momenti di abbandono tali da creare angoscia nel figlio stesso. Ma secondo il nostro modo di interpretare la Medicina Psicosomatica, unendoci a Groddeck, una tale interpretazione appare riduttiva. Secondo un discorso più ampio, l’asma è un fenomeno che può essere espressione di tutta una serie di problematiche e di conflitti che vanno inseriti ogni volta nella storia del paziente.

Si tratta di vedere quindi che cosa esprime l’asma e che cosa viene delegato all’apparato respiratorio da parte di un certo paziente ed in un certo momento. Si possono così trovare espresse somaticamente altre conflittualità.

 

Asma e incapacità di esprimere emozioni

(Fabio) Ad esempio nel caso del Sig. C. sembra prevalere l’aspetto dell’aggressività non espressa ma costantemente occultata da un atteggiamento sempre accondiscendente, accattivante, cordiale. Atteggiamento evidente anche durante gli attacchi asmatici in cui si manifesta il netto contrasto tra il notevole impegno organico e l’atteggiamento cordiale e ottimistico, atteggiamento che è tale solo apparentemente in quanto con esso questo paziente cerca di mascherare tutta una serie di problematiche che non viene riferita e nemmeno accettata, ma che è delegata all’apparato respiratorio. (Sergio) Questa manifestazione però non implica che non possano essere presenti anche il conflitto con la figura materna, l’angoscia dell’abbandono, una eccessiva dipendenza, nei confronti della madre, non accettata. Tuttavia sembra prevalere in questo paziente la somatizzazione a livello polmonare dell’incapacità di esprimere aggressività. Esiste una grossa esigenza di portare dentro aria così come esiste una grossa esigenza di portare dentro affettività, senza però riuscire a farla fluire all’esterno. (Aviva) La difficoltà ad espirare indica quindi una notevole difficoltà ad esprimere le proprie emozioni, le proprie difficoltà, i propri disagi.

 

L’atteggiamento fisico nell’asmatico cronico

(Filippo) L’atteggiamento fisico stesso che l’asmatico cronico assume, come nel caso specifico del Sig. C., con la gabbia toracica iperespansa in costante atteggiamento inspiratorio, dà proprio la sensazione di una persona che voglia accumulare in continuazione energia. Se infatti un soggetto ha una profonda inspirazione e trattiene il fiato, ha una sensazione di potenza, di forza, e evidentemente l’asmatico ha bisogno di una sensazione del genere.

 

Sangue e respiro

(Daniela) Non è improbabile che questo aumentato inglobamento di aria-energia si trasferisca nel sangue. Infatti nei soggetti asmatici cronici si ha un aumento del numero dei globuli rossi e se consideriamo come analogicamente il sangue corrisponda alla energia mentale, alla libido, possiamo dedurre che il primitivo accumulo di aria rappresenta un mezzo per aumentare l’energia interna-sangue.

(Raffaele) Se è vero che il sangue è la rappresentazione concreta dell’energia mentale, l’aria è l’elemento più tropico per il sangue, tanto è vero che l’ossigeno è il meccanismo per eccellenza che garantisce energia al sistema nervoso centrale (il tessuto più sensibile all’ossigeno), quindi l’asma è il meccanismo atto a nutrire il mentale il più possibile di aria, cioè è il meccanismo più diretto per arrivare al mentale. (Aviva) Allora l’asmatico compie un atto vicinissimo al mentale, è come se mettesse in contatto il proprio mentale con l’aria che è il mentale dell’universo, ovvero con l’inconscio collettivo, l’asmatico cioè pesca dall’universo e porta dentro di sé.

(Manilo) Ho notato, nel caso del Sig. C., un aumento dei lipidi, ed in particolare del colesterolo come può essere interpretato?

(Ezio) Potrebbe essere il tentativo di mantenere nel sangue un nutrimento in chiave energetica. Si tratta pero di un nutrimento a lunga scadenza. L’asmatico ha infatti tutti i tempi allungati, si riempie lentamente di aria e la incamera per il futuro e, come è noto, i lipidi vengono metabolizzati lentamente. Quindi, come in camera l’aria per il «mentale», così nel sangue incamera sostanze che, ad un livello energetico più basso, verranno utilizzate per il futuro.

(Sergio) Un atteggiamento tipico degli asmatici è quello di prolungare, ad esempio, un colloquio col terapeuta, non in modo diretto ma con dei pretesti. È questo un modo per incamerare aria, sempre silenziosamente però, perché l’asma, ad eccezione di quei casi in cui i sibili sono tanto rumorosi da simulare un grido di disperazione, è in genere una malattia silenziosa.

 

L’asma è una malattia silenziosa

(Danilla) Quello della silenziosità è un aspetto caratteristico molto in teressante dell’asma; l’asmatico è come se non tollerasse di mettere in atto il meccanismo quasi furtivo di sottrarre aria. Molto spesso, come nel caso del Sig. C., l’asmatico cerca di mimetizzare gli attacchi d’asma per non farsi vedere: probabilmente a livello inconscio esiste la percezione di compiere un atto non autorizzato e cioè l’incamerazione di una quantità di aria superiore al necessario.

(Daniela) In effetti il passaggio verso la guarigione è rappresentato dal passaggio ad una sintomatologia più rumorosa, come la tosse, e quindi ad una diversa forma di espressività. Un altro aspetto può essere la comparsa di sudorazione che, come la tosse, indica un passaggio, una evoluzione, una presentazione all’esterno di qualcosa che sta dentro; cioè con questo viraggio della sintomatologia l’asmatico si concede una maggiore esteriorizzazione della propria aggressività o emotività. (Fabio) Questa caratteristica, cioè il viraggio dei sintomi, non è esclusiva dell’asma ma è tipica di molte sintomatologie silenziose come ad esempio la cefalea o le vertigini ed è positivo questo mutamento da qualcosa di interno a qualcosa di esterno, di visibile, proprio perché indica come il paziente stia entrando in comunicazione con l’esterno, col terapeuta ad esempio, sicura premessa ad una disponibilità evolutiva verso la guarigione.

(Paola) La sudorazione o il colpo di tosse diventano quindi un messaggio che il terapeuta deve saper raccogliere, il paziente psicosomatico si esprime infatti con un linguaggio somatico che gli è più vicino inconsciamente, per cui è opportuno utilizzare termini corporei come «apertura», «chiusura», «soffocamento». D’altra parte l’utilizzazione che il paziente stesso fa di questi termini ha un duplice significato: «Mi sento chiusa», riferisce una paziente ad indicare consciamente una chiusura bronchiale ma inconsciamente una chiusura emotiva.

(Irene) Molto interessante è analizzare la parola «respiro» da un punto di vista linguistico; infatti in latino respiro si dice «anima» ed è propriamente ciò che differenzia la cosa animata da quella inanimata. Tra l’altro, in tutte le lingue, abbiamo «respirare» come sinonimo di «vivere». Si può dire quindi che il malato asmatico durante le crisi mette in discussione la vita.

(Paola) Se continuiamo ad analizzare la parola «aria» dobbiamo tener presente la componente «odore», i verbi «esalare», «emanare» non significano solo emettere aria ma anche odore.

Intatti, insieme al respiro, al fiato, viene emanata anche un odore che ne rappresenta la componente aggressiva. (Jader) Questo mi richiama alla mente il caso di Laura, quella paziente che aveva manifestato una strana sudorazione cattiva quando le dinamiche asmatiche si erano completamente risolte e che esprimeva la propria aggressività nei confronti della madre emettendo un odore sgradevole e irritante che, tra l’altro, percepiva solo la madre. Vedi il caso «l’aria buona e l’aria cattiva». (Gian Lorenzo) La estrema sensibilità che gli asmatici hanno verso gli odori è tale che si può considerare terapeutico di per sé bruciare simbolicamente delle sostanze nella stanza, di fronte al paziente. L’aspetto del bruciare sostanze è un aspetto che ha un grosso significato simbolico, perché bruciando esse esalano aria «buona».

 

Asma come relazione

(Raffaele) Il modo di dire «tu oggi non mi ispiri» fa al caso nostro. L’ispirazione ha la caratteristica di avere la stessa radice di inspirare e quindi l’ispirazione dell’artista non è altro che il respirare nell’inconscio collettivo per poi afferrare con l’intuizione le idee e portarle alla mente. Difatti il processo mentale che è più vicino al respiro è l’intuizione, perché fa questo continuo andirivieni tra finito e infinito.

(Irene) Quindi il respiro è quella funzione corporea che è sempre a contatto col collettivo e l’aria che respiri non è la tua, ma è propria di quel collettivo che ti circonda in ogni momento. Il respiro è ciò che sottolinea maggiormente l’aspetto di relazione fra noi e gli altri, mentre nelle altre funzioni corporee viene sottolineata di più la relazione fra i vari organi nel nostro interno. In fatti molto spesso le sintomatologie asmatiche o anche le sintomatologie di tipo dispnoico intervengono per esempio nel caso dei pazienti più giovani, quando a questi nasce un fratellino. Per questo l’aspetto relazionale ci dice moltissimo sulla sintomatologia del respiro.

(Ezio) Allora l’asma rappresenta sempre un difetto di relazione: in genere il paziente vuole bloccare le proprie relazioni con l’esterno. Questo aspetto può essere molto grave. In fatti se pensate al Sig. C., ricorderete come durante i suoi attacchi questo aspetto relazionale sia emerso molto nettamente. In fatti questi evitava di mettersi in contatto con gli altri fino quasi al punto di rimetterci la pelle.

(Manlio) Proprio come quando si è trovato in una crisi di asma gravissima e non ha chiamato neppure l’infermiere. Questo aspetto può essere talmente grave che uno può arrivare addirittura a rinunciare a vivere pur di non confrontarsi con le proprie difficoltà.

(Raffaele) Riprendiamo il problema della relazione dell’asmatico con la madre: l’inalamento dell’aria in alcuni casi, può essere il tentativo di assumere attraverso l’aria stessa l’amore materno percepito come carente. Infatti la madre dell’asmatico è una madre che, mentre da un lato afferma l’affettività, in realtà la nega. «Gli dà un’aria cattiva».

(Sergio) E se è vero che questa negatività è sempre dentro la madre, non bisogna dimenticarsi che l’asma è una dispnea respiratoria che si manifesta col tenere troppa aria, cioè col tentativo di catturare quanto più possibile gli odori materni che equivalgono all’amore materno. L’asmatico probabilmente confonde proprio questi aspetti: aria-amore. Aria, odore e amore sono per lui un unico sinonimo. Analogicamente questo è vero perché, se a livello del mio inconscio io ho nei tuoi confronti un atteggiamento aggressivo, chi più del mio odore lo potrà rivelare?

(Danilla) Prendiamo ad esempio gli animali: questi, prima di entrare in contatto con un altro animale, lo annusano, cioè una volta di più viene ad essere sottolineato questo aspetto di relazione. L’asma potrebbe essere vista allora come la psicosomatica delle relazioni.

 

Aria come tramite tra nascita e morte

(Aviva) Una cosa interessante dell’aria è che dei quattro elementi è l’unico che non è presente al momento del concepimento. Questa è una cosa a cui non pensiamo mai, ma il concepimento non può avvenire se si è in presenza di aria. Non soltanto, ma il concepimento deve avere uno spazio chiuso, essere in una situazione di buio totale e quindi in uno stato di morte e con l’assenza assoluta di aria, lo direi che c’è una duplicità: la nascita coincide da un lato con la morte di una camera chiusa, la placenta e gli annessi; dall’altro con la nascita dell’embrione e con la sua immissione nel mondo aereo. (Filippo) Quindi tu muori in quanto nasci, in quanto respiri, cioè la tua autonomia in quel momento è anche il principio della tua morte. In fatti una delle fantasie inconscie di tutti gli uomini è il tentativo di ricongiungersi al tutto, cioè morire. Non è vero che si dice che esiste soltanto la tendenza alla sopravvivenza. Quindi da questo punto di vista l’asmatico che cosa fa? Tenta onnipotentemente di compiere un atto in più di quello che abbiamo detto: tenta di non respirare, cioè di vivere senz’aria.

 

Asma e ipersensibilità

(Jader) Vorrei a questo punto soffermarmi sul problema delle allergie. La iperreattività allergica dell’asmatico ha un significato di iperdifesa di fronte all’invasione di agenti esterni. In fatti abbiamo visto come la madre di questo paziente è soprattutto oppressiva, è una madre che invade lo spazio, che entra dentro. L’asmatico che cosa fa dopo aver introiettato la figura materna? Si difende da tutti gli altri spazi effettivi che possono penetrarlo creando una situazione di iperreattività nei confronti di tutte le sostanze. In fondo una delle caratteristiche sostanze stimolanti l’asma giovanile è la polvere di casa che simbolicamente può ricordare la figura materna. È come se l’asmatico, con questa sua iperreattività alla polvere o ad altre sostanze agisse la propria paura di essere invaso, identificando tutti gli stimoli come potenzialmente nocivi, come allo stesso modo è potenzialmente nociva questa madre invasiva. Cioè l’asmatico non fa altro che mostrare la propria allergia ad una situazione familiare con l’allergia alla polvere di casa.

(Sergio) Solitamente le crisi dell’asmatico avvengono in casa?

(Raffaele) Molto spesso avvengono in casa, di notte, ma possono verificarsi anche all’esterno o in ospedale, perché anche in un reparto si possono ripresentare le situazioni ambientali simili a quelle di casa; è una casa anche questa, anche se diversa, quindi le dinamiche vengono agite allo stesso modo.

(Daniela) Vorrei aggiungere che l’asmatico potrebbe anche delegare la propria sintomatologia alla pelle, perché la pelle è una situazione di confine tra l’interno e l’esterno, come il polmone, anche se più rigida; in effetti la relazione tra forme orticarioidi ed eczematose ed asma è strettissima.

 

Il nostro atteggiamento terapeutico

(Gian Lorenzo) Abbiamo visto che l’asmatico reagisce alla propria aggressività passivamente, cioè attacca la madre creando situazioni di morte e la obbliga così a preoccuparsi di lui. Non c’è una aggressività diretta, anzi viene negata o manifestata come punizione verso questa madre ambivalente. Ci sono un po’ tutti gli aspetti: c’è l’aspetto amore, c’è l’aspetto odio, e c’è principalmente questo oggetto, cioè l’aria, che lui si è portato dentro. L’asmatico espirando percepisce che una parte importante delle sue introiezioni se ne sta andando, come il bambino che vede la madre che si allontana e inevitabilmente l’afferra.

Se l’asmatico trattiene dentro aria è perché lo vuole, non perché gli manchi effettivamente ossigeno, quindi dargliene o intervenire farmacologicamente può non essere corretto. Così certamente non lo si aiuta sul piano terapeutico, ma si rivalorizza l’aspetto somatico, cioè si continua a riportare tutto ai suoi polmoni.

(Fabio) E se è vero che i pazienti asmatici sono in genere molto intuitivi e dispongono di un forte controllo della coscienza è possibile che, calatisi nel loro linguaggio, si riesca a proporre come fondamentale momento terapeutico la via dell’integrazione ad un livello cosciente della loro conflittualità. D’altra parte, proprio perché il paziente psicosomatico è un paziente che ha delegato all’organo, possiamo aspettarci una reazione molto rapida in risposta ad un nostro contro-messaggio corretto e penetrato per la via giusta.

(Raffaele) Vorrei spiegare meglio perché, secondo me, intervenire farmacologicamente può essere controproducente: infatti l’asmatico utilizza il respiro in questo modo perché si difende dall’esperimentare a livello mentale angosce di morte così profonde che potrebbero realmente determinare la sua morte psichica. Questa difesa, per lui, è positiva. Pensiamo quindi a cosa fa la nostra medicina quando lo mette sotto la tenda ad ossigeno, quando gli inietta in vena sostanze che vanno direttamente nel sangue; sangue che a sua volta viene direttamente a contatto dei polmoni e dell’aria, saltando così la normale via respiratoria. Essa permette così ad un paziente che è già onnipotente di arrivare direttamente al proprio sangue. Mentre se tutto il nostro discorso è vero, questo è un paziente che già tenta in chiave psicosomatica di saltare i confini del proprio corpo, cioè di portare l’aria direttamente nel sangue e di avere un rapporto continuo tra interno ed esterno giocato in termini di controllo. È quindi un paziente in genere psichicamente rigido, ossessivo.

(Irene) Queste descrizioni mi fanno pensare a Proust che, sofferente di asma, si era addirittura fatto costruire una stanza apposita, nella quale viveva, dormiva, scriveva, che doveva essere sempre senza alcuna contaminazione esterna. Direi che si era così ricreato l’utero materno. (Manilo) Si potrebbe sostenere allora che anche la tenda ad ossigeno è un altro equivalente uterino e concordi con questa ipotesi sono anche alcuni internisti che sostengono di aver visto asmatici gravi salvati, anche in crisi acute, senza interventi farmacologici o altro, ma semplicemente in seguito all’instaurarsi di un buon rapporto medico-paziente. Infatti, se è vero che un farmaco può risolvere una crisi immediatamente, è anche vero che tende a creare una situazione di dipendenza pisco-fisica, come abbiamo verificato, per esempio, nel caso del Sig. C., dove si è rivelato molto difficoltoso e spesso frustrante il tentativo di ridurre, seppur progressivamente, la dose di cortisonici fino allora assunta.

(Sergio) Ma i meccanismi che abbiamo fin qui analizzato sono allora applicabili anche ai casi di asma estremamente precoci, come nei bambini appena nati? (Gian Lorenzo) Possiamo dire di sì, perché la relazione tra madre e figlio durante la gravidanza è una relazione automatica e il parto può essere una interruzione traumatica di questa relazione. Infatti il bambino che sperimenta l’abbandono della madre in fase precoce, automaticamente può avere un attacco d’asma che mima la propria rinascita.

In fondo si può dire che l’asmatico tenta di rinascere tutte le volte che la madre lo abbandona. (Danilla) E per quel che riguarda l’insorgenza di asma durante la senilità?

(Filippo) Via via che ci avviciniamo alle fasi terminali della vita, l’asma si può spiegare ed interpretare come il tentativo di trattenere dentro, il soffio che sta sfuggendo; cioè il tentativo di difendersi dalla morte che è reale, vicina. Infatti gli anziani hanno attacchi molto più rumorosi, non più mascherati, attacchi che sono sempre evidenti richiami di attenzione. La notte poi è il momento peggiore, in cui l’anziano manifesta più attivamente la sofferenza, sia per le proprie difficoltà respiratorie, sia per la paura di un buio e di un silenzio che analogicamente sono estremamente simili alla morte. (Gian Lorenzo) Per quel che riguarda l’evoluzione dell’asma, possiamo azzardare delle ipotesi abbastanza favorevoli, infatti la prognosi è certamente migliore rispetto a quella di altre tipiche patologie psicosomatiche. Infatti l’evoluzione di una malattia è tanto più favorevole quanto più l’organo colpito è in contatto con l’esterno e, come nel caso specifico dell’asma, più direttamente in contatto con la mente.


 

RICHIESTA DI UN AMORE

CHE MANCA O RIFIUTO

DI UN AMORE CHE SOFFOCA?

 

 

La teoria dell’asma come disturbo di origine nervosa ha tradizioni antichissime. La letteratura sull’argomento riporta numerosi esempi di studi sull’asma in cui veniva messa in rilievo l’importanza determinante dei fattori emotivi nello scatenarsi degli attacchi asmatici. Cosi troviamo che nei vecchi manuali di medicina l’asma era definita «malattia nervosa». Tuttavia la dinamica emotiva che porta alla insorgenza del disturbo rimaneva abbastanza nel vago, si attribuivano le responsabilità ai dispiaceri, alle emozioni improvvise, ai rimproveri.

I successivi sviluppi dell’immunologia permisero di rilevare le componenti allergiche della malattia e l’attenzione si spostò allora sulle determinanti organiche. La teoria dell’origine psicogena fu abbandonata, l’asma venne considerata un disturbo di origine allergica.

 

Contributi della psicoanalisi

Alla luce delle teorie psicoanalitiche lo studio delle componenti emotive implicate nell’insorgenza del quadro asmatico ha potuto svilupparsi tenendo in considerazione sia il contesto emotivo in cui si scatena l’accesso asmatico, sia la dinamica conflittuale inconscia.

Freud aveva osservato che nel caso dell’isteria i disturbi organici erano una trasposizione in campo somatico di un conflitto psichico inconscio. Tendevano quindi ad esprimere, «significare» un determinato contenuto psichico. Una volta che il conflitto veniva portato alla coscienza i sintomi organici scomparivano.

Alcuni psicoanalisti tentarono di «decifrare» con l’analisi delle dinamiche inconsce il significato di sintomi anche non strettamente legati a un quadro isterico.

Proprio di un caso di asma tratta la prima esposizione completa del trattamento di un disturbo organico con metodi psicoanalitici. È Federn che nel 1913, riferendo in una conferenza «un esempio di spostamento libidico avvenuto durante la cura», propone una spiegazione psicodinamica dei sintomi asmatici. Una fissazione lipidica sul sistema respiratorio, avvenuta nella prima infanzia, resa possibile dalla erogeneità della zona olfattiva, lo predisporrebbe alla espressione somatica dei conflitti inconsci. Freud propose in quella occasione di definire questa particolare «conversione» di un conflitto psichico in campo organico nel quadro di una «nevrosi da fissazione», distinta dalle altre forme di nevrosi in quanto è la fissazione libidica infantile su un organo o apparato che predetermina il luogo e la forma di espressione somatica del conflitto.

Negli anni seguenti numerosi studi orientati psicoanaliticamente sull’asma mettono in rilievo i fattori emotivi come determinanti nel precipitare dell’attacco asmatico. Si parla dell’asma come di una forma di «nevrosi», «nevrosi d’organo» o «conversione». Flanders Dunbar scorrendo la letteratura sull’argomento cita una lunga serie di lavori che concludono unanimemente che l’asma è curabile con la psicoterapia, sebbene rimanga molto controverso il problema del fattore etiologico iniziale, psichico o organico.

 

Flanders Dunbar

La Dunbar, uno dei primi autori che tentarono una analisi sistematica delle correlazioni tra conflitti psichici e malattia, propose un preciso indirizzo di ricerca psicosomatica che si ricollegava agli studi biotipo-psicologici. L’ipotesi dell’autrice era che la storia personale dell’individuo, i traumi e le esperienze dell’infanzia, il modo in cui il bambino vi ha reagito e ha strutturato la sua personalità, lo rendessero più «esposto» a contrarre certi tipi di malattia piuttosto che altri. Si trattava di verificare, analizzando centinaia di casi, l’esistenza di una relazione precisa tra la malattia e il carattere del paziente. Iniziava così la ricerca dei «profili della personalità» dell’asmatico, del cardiopatico, dell’iperteso ecc. A proposito dell’asma la Dunbar indicava come tipici «il carattere compulsivo», «l’ostilità che sembra perennemente sul punto di tradursi in azione», la dipendenza dalla madre e in seguito dalle figure che la rappresentano e la presenza di «tentazioni» sessuali frutto di una forte curiosità e di un’altrettanto grande paura delle relazioni sessuali.

Di fatto le concezioni della Dunbar venivano successivamente smentite da molti autori, dalle ricerche posteriori non è emerso alcun quadro della personalità precedente alla malattia e predisponente ad essa. Numerosi lavori sull’argomento concludono che il quadro psicologico dei pazienti asmatici è simile a quello di altri pazienti cronici e i tratti comuni della personalità possono essere quindi intesi piuttosto come effetti di una relazione difensiva al cronicizzarsi della malattia.

 

Franz Alexander

Agli inizi degli anni ‘30 all’Istituto di Psicoanalisi di Chicago, diretto da Franz Alexander, viene costituita una équipe di ricerca che si occupa in particolare di medicina psicosomatica. Con Alexander, considerato il vero fondatore della medicina psicosomatica, si avvia lo studio sistematico, su basi psicoanalitiche, dei disturbi organici funzionali.

Alla posizione metodologica della Dunbar, Alexander rispose: «Tra le persone malate d’asma troviamo tipi diversi, l’aggressivo, l’ambizioso, il cavilloso, il rompicollo e anche l’ipersensibile e l’esteta. Alcuni asmatici sono individui coatti, altri hanno piuttosto un fondamento isterico. Sarebbe vano perciò delineare un profilo caratteristico: non esiste».

Alexander scarta anche l’ipotesi di fenomeni di «conversione» per quanto riguarda i disturbi degli organi vegetativi interni. Si tratterebbe invece di «nevrosi organiche».

Riprendendo i risultati delle ricerche fisiopatologiche di Cannon, Alexander indica due fondamentali reazioni dell’organismo di fronte a un conflitto: la preparazione all’azione (lotta o fuga) e il ritiro dall’attività esterna verso una situazione di dipendenza e di richiesta d’aiuto. Il primo tipo di reazione stimola l’attività del sistema simpatico, il secondo del parasimatico. Se alla preparazione non segue l’azione, ma viene sistematicamente repressa, l’organismo si trova in uno stato di perenne iperattività del sistema simpatico; analogamente se l’individuo reagisce cronicamente ai conflitti con un ritiro in se stesso risulta iperstimolata l’attività parasimpatica. A questo sovraccarico di uno dei due sistemi si devono attribuire i disturbi delle funzioni vegetative e le conseguenti malattie.

In questo schema l’asma è legata al secondo tipo di reazione, il ritiro in sé, la richiesta d’aiuto. Si tratta ora per Alexander di ridefinire la «specificità del conflitto», cioè la «precisa costellazione di reazioni emotive» che porta all’insorgenza del quadro asmatico piuttosto che di un’altra disfunzione vegetativa da iperattività parasimpatica (es. disturbi gastrici). «Le influenze psicologiche di rilievo come ansietà, repressione degli impulsi ostili ed erotici, frustrazioni, desideri di dipendenza, senso di inferiorità e di colpa, sono presenti in tutti questi disordini. La specificità delle risposte vegetative non è quindi dovuta alla presenza di uno o più fattori psicologici, ma alla configurazione dinamica in cui essi appaiono».

Nell’asma il nucleo centrale attorno a cui si struttura la reazione emotiva è la relazione con la madre e il represso bisogno di dipendenza da lei, «questa dipendenza sembra avere caratteristiche alquanto diverse da quelle trovate nelle nevrosi gastriche e nell’ulcera peptica. Non è tanto il desiderio orale di essere alimentato che noi qui troviamo, quanto piuttosto quello di essere costantemente protetto e circondato dalla madre o dalla immagine materna».

 

La Madre

Per spiegare perché questo desiderio negato della madre provochi uno spasmo ai bronchi, Alexander e French riprendono l’ipotesi già proposta da Edoardo Weiss (1922) dell’attacco asmatico come grido d’aiuto soffocato.

Secondo gli AA il conflitto inconscio che determina l’insorgenza dell’asma è «un fortissimo, non risolto bisogno di dipendenza dalla madre» lo scatenarsi dell’attacco asmatico equivale a un «grido di angoscia o di rabbia inibito e represso» ogni volta che si presenta una situazione che espone il soggetto al pericolo/tentazione di separazione dalla madre o dalle figure che la rappresentano.

Quasi tutti gli autori accettarono questa tesi del grido d’aiuto rivolto alla figura materna che, aggiunge Fenichel: «il paziente cerca di introiettare con la respirazione in modo da esserne sempre protetto». Fenichel parla per l’asma sia di «nevrosi d’organo», concordando con l’impostazione di Alexander, sia di «conversione pregenitale», pregenitale in quanto gli atti inspiratori ed espiratori possono simbolizzare la introiezione e la proiezione e «l’introiezione respiratoria è strettamente legata con l’immissione di odori, vale a dire con l’erotismo anale».

La presenza di un rapporto disturbato madre-figlio è rilevata e sottolineata come fattore determinante in tutti gli studi sull’asma.

Azario individua nel rapporto con la madre l’elemento fondamentale del più vasto strutturarsi della relazione bambino-ambiente. L’autore distingue tra «madri presenti» e «madri assenti». In ambedue i casi, sia che si tratti di figure materne iperprotettive, eccessivamente premurose, ansiose e «soffocanti», sia che si tratti di madri che non assicurano il calore e la protezione necessari, il rapporto viene vissuto negativamente dal bambino. Questo crea una situazione di insicurezza, angoscia e instabilità emotiva che minaccia alla base lo stabilirsi di un normale rapporto uomo-ambiente, provocando «uno stato di ansia cronica che avrebbe come equivalente lo stato asmatico, con periodi di esplosioni dell’accesso asmatico che esprimerebbe l’acme della tensione psicologica».

Così secondo Strauss i bambini asmatici si possono dividere in due gruppi i «viziati» e i «trascurati»; le caratteristiche di insicurezza e di tendenza all’angoscia comuni ai due gruppi sono spiegabili nei primi come assimilazione degli analoghi caratteri dei genitori, della madre in particolare, nei secondi come paura e lotta contro le tendenze aggressive inconscie.

Alexander rileva che la trascuratezza materna, come pure la sollecitudine a una prematura indipendenza, non facciano altro che accrescere il senso di insicurezza del bambino, aumentandone le richieste di protezione e dipendenza, provocando quindi lo stesso effetto della iperprotezione. Inoltre anche le tendenze aggressive verso la persona amata rappresentano una minaccia alla relazione di dipendenza e quindi sono in grado di scatenare un attacco d’asma.

Nel caso della «madre presente» di Azario appare «poco probabile che il bambino si comporti in maniera di legarla a sé, mentre è più probabile possa subentrare uno stato di avversione capace di tramutarsi in odio». L’A. conclude quindi che la madre può funzionare da elemento scatenante tensioni emotive non solo come oggetto di affetto, ma anche come oggetto di avversione.

Così per Wittkover (1959) la madre rappresenta ad un tempo l’oggetto buono e l’oggetto cattivo; in particolare su quest’ultimo si dirigono gli impulsi sadici che lo distruggono facendo emergere prorompenti sensi di colpa e angoscia.

 

Il pianto e la confessione

Particolarmente interessante è la stretta correlazione esistente tra accessi asmatici e pianto.

Più autori riferiscono il caso frequente di attacchi asmatici che terminano quando il paziente può sfogarsi piangendo, o casi in cui il pianto sostituisce gli attacchi una volta reso cosciente il conflitto, i pazienti stessi sostengono che per loro è molto difficile piangere.

Peraltro il pianto è la reazione più naturale del bambino di fronte all’abbandono materno e la caratteristica dispnea e le difficoltà di respiro che si producono nel tentativo di interrompere il pianto somigliano molto agli attacchi d’asma.

Halliday (1937) propose la tesi dell’attacco asmatico come crisi di pianto repressa. «La soppressione del pianto starebbe pertanto a significare» secondo Alexander «la tendenza opposta, il desiderio cioè di liberarsi da un attaccamento troppo passivo alla madre». L’attacco d’asma esprimerebbe quindi due tendenze opposte, se da un lato c’è la protesta contro il disinteresse della madre, contro la minaccia di separazione, dall’altro è la ribellione contro il proprio desiderio di dipendenza che impedisce all’emozione di esprimersi nel pianto.

«Un’ulteriore importante osservazione è l’immediato miglioramento riscontrato in numerosi casi nei quali il paziente ha confessato qualcosa di cui si sentiva colpevole», riferisce Alexander, «il parlare confessandosi produce un uso più articolato dell’atto espiratorio col quale l’adulto realizza lo stesso risultato raggiunto dal bambino con il pianto».

 

 

Studi sperimentali sulle reazioni allergiche e sul condizionamento

Il problema della rispettiva importanza dei fattori allergici e di quelli psichici nell’insorgenza del quadro asmatico aveva suscitato come abbiamo detto una vivace controversia.

Per Alexander le componenti allergiche e le componenti emotive possono essere considerate serie complementari. «L’effetto di ciascuno dei due tipi di stimoli preso separatamente rimane al di sotto della soglia di sensibilità dell’organo di shock, in questo caso la parete dei bronchioli (...) nella maggioranza dei casi basta allontanare una delle due cause coesistenti, l’allergica o l’emotiva, per liberare il malato dai suoi accessi».

Dagli inizi degli anni ‘50 lo studio delle correlazioni malattia-emozione si sviluppa, soprattutto in America, con le ricerche sperimentali.

Data la corrente etiologia allergica attribuita all’asma, i lavori in questo campo sono principalmente indirizzati all’indagine dei fattori in grado di scatenare una reazione allergica di tipo asmatico. Viene così verificato che l’accesso d’asma non è provocato solo dal contatto diretto con l’allergene, ma anche dall’esposizione a stimoli di vario genere, in sé innocui, che lo richiamano (ricordiamo l’esempio classico di Mackenzie dell’attacco d’asma causato dalla vista di una rosa di carta). L’accesso inoltre può essere scatenato riproducendo situazioni emotive traumatizzanti senza alcuna relazione con allergeni (per esempio Weiss (1970) ha provocato attacchi d’asma proiettando un film su bambini asmatici in piena crisi, e Selsnick e Sheldon (1969) con filmati su situazioni di separazione e abbandono).

Nel corso degli esperimenti si osservò che la reazione asmatica può essere appresa, dagli animali come dall’uomo, per condizionamento. Con la ripetuta esposizione del soggetto d’esperimento ad allergeni abbinati a uno stimolo neutro, si ottiene al fine la reazione asmatica anche al solo stimolo neutro (le cavie di Ottemberger rispondevano con attacchi d’asma alla sola vista del recinto d’esperimento).

Khan distingue tra condizionamento «normale» e condizionamento «operante». Quanto al primo numerosi stimoli che in sé non sarebbero in grado di provocare più che una leggera bronco-costrizione (es. acqua e aria fredda) possono provocare un attacco asmatico in soggetti che hanno in corso qualche reazione a livello respiratorio. la ripetizione del fenomeno conduce il soggetto a produrre reazioni asmatiche alla semplice esposizione allo stimolo. Cosi nel condizionamento operante se un bambino che teme il rifiuto o la separazione dalla madre riesce con l’attacco asmatico ad ottenere maggiori attenzioni e protezione può, in seguito al rafforzamento di questo condizionamento (in origine specificamente legato a una situazione) generalizzare questo tipo di risposta ai conflitti con l’ambiente o ad analoghe situazioni di separazione e di rifiuto.

 

L’analisi esistenziale

Un originale approccio all’asma è stato suggerito alla fine degli anni ‘50 dall’analisi esistenziale. La scuola della Daseinsanalyse (Binswanger, Boss) raccoglie gli spunti offerti dalla fenomenologia di Husserl e dal Dasein di Heiddegger oltre che dalla psicoanalisi. Nell’analisi esistenziale la malattia non segue un rapporto causa-effetto, ma piuttosto un andamento analogico con la maniera globale di «essere al mondo» del paziente. La malattia è uno degli elementi che modellano un’esistenza, un «dasein», all’interno di essa il sintomo è soprattutto simbolo.

Così per Loras (1961) l’asma, la difficoltà di respiro, è inquadrabile in un modo d’essere che soffre della discontinuità del «soffio», del rapporto con il tutto, dominato dall’angoscia nevrotica della rottura della continuità

È la continuità dell’esistenza ad essere qui minacciata, il «soffio-anima-madre» esprime direttamente nelle sue crisi, negli arresti, nei blocchi, la difficoltà e gli ostacoli del rapporto con la totalità. L’intera atmosfera si popola di fantasmi angosciosi a cui l’individuo «è allergico» e reagisce come a minacce dirette.

Il movimento dell’essere si restringe all’interno di «zone protette», strutturando uno spazio e un tempo neutro nevrotico. La fobia della rottura che pervade l’esistenza dell’asmatico modella le sue relazioni affettive, sociali, sessuali. L’asma non è più una «malattia» nel senso classico, ma una forma d’essere dell’individuo: «l’etre du souffle».

 

 

 

UOMO O

IMMUNOGLOBULINA?

 

 

Ogni nuova acquisizione “scientifica” parziale,

diviene elemento totalizzante

 

 


 

 

La possibilità di individuare nuove forme di terapia presuppone la conoscenza completa, oltre che delle determinanti psicodinamiche e dei simbolismi associati alle malattie, anche della visione organicista che permea la nostra medicina.

 

È necessario quindi evidenziare in una visione critica tutti quegli elementi che vengono considerati, e spesso contrabbandati, come cause (etiologia), i loro meccanismi di azione (patogenesi), le alterazioni presenti negli organi ammalati (aspetti anatomo-patologici) e la clinica (sintomi - diagnosi - decorso -complicanze - prognosi - terapia). In questo modo ci si rende conto, ad esempio, che nell’asma bronchiale ad onta dei moderni progressi «scientifici», la medicina attuale è ancora lontana da una comprensione globale della malattia e tende invece a sfruttare ogni nuova acquisizione, ad esempio immunologica, come definitiva spiegazione. Ovviamente definitiva fino a quando non giungeranno nuove «scoperte». Ciò non sarebbe poi tanto grave se tutto si riducesse ad un semplice esercizio teorico.

La verità è che questa visione limitata e parziale informa la scelta dei presidi terapeutici; talvolta addirittura «sperimentati» sulla nostra pelle.

Certo, affrontare queste costruzioni teoriche e le loro implicazioni pratiche sul loro stesso piano non è facile, nemmeno per il lettore; richiede attenzione e concentrazione. Noi, da parte nostra abbiamo volutamente usato il linguaggio tecnico-medico, cercando di chiarire i termini più ostici.

Abbiamo fatto ciò nella convinzione che solo il riappropriarsi (con fatica) di un linguaggio cifrato che descrive le condizioni del nostro corpo, ma di cui siamo stati esautorati, sia essenziale per cominciare veramente a «conoscere», e a capire forse, anche i motivi per cui esso viene usato in medicina.

 

Eziopatogenesi dell’asma bronchiale

In seguito allo sviluppo dell’immunologia, verificatosi nel secondo dopoguerra, viene a delinearsi un’interpetazione dell’asma in chiave puramente allergica, che nega ogni valore a fattori emozionali, fino ad allora ritenuti fondamentali nella genesi dell’ «affanno», cioè asma.

Successivamente, le osservazioni cliniche e sperimentali di autori quali Dunbar, Wittkower, French e Alexander, rilevano la parzialità di tale impostazione, e la necessità di considerare con rigore psicoanalitico le determinanti psicodinamiche dell’asma.

La trattatistica attuale, recepiti in modo parziale questi elementi, distingue due forme di asma: uno estrinseco, legato cioè ad un’etiopatogenesi esclusivamente allergica, e l’altro intrinseco, legato a situazioni definite, con assoluta genericità, di «stress» (Fig. 1).

L’estrinseco è determinato dal contatto, generalmente inalatorio, con una varietà di antigeni (allergeni), quali: spore, polveri, pollini, fumi, miceti, derivati epidermici, che inducono reazioni atopiche (1) di vario tipo, talvolta tra loro contemporanee, legate di volta in volta, o al contatto dell’antigene con lo specifico anticorpo (2) fissato ai recettori di cellule che liberano sostanze attive (reazione di tipo I, reaginica), oppure ad una reazione di tipo III (precipitinica) da complessi immuni (3) che assumerebbero quindi responsabilità patogenetiche, oppure ancora di tipo IV (cellulare) che vede protagonisti i T-linfotici quali operatori della reazione flogistica e forse responsabili di una risposta immune autoaggressiva contro la mucosa bronchiale e la muscolatura liscia (vedi fig. 2).

La teoria fondata sulla responsabilità di una reazione di tipo I riconosce a tutt’oggi il maggior numero di consensi, rappresentando anche la modalità più frequente: nei pazienti asmatici vi sarebbero costituzionalmente livelli di immunoglobulina IgE («reagine») superiori alla norma che, in seguito ad una stimolazione antigenica, verrebbero a fissarsi alla superficie di linfociti e mastzellen (4) tessutali; queste cellule subirebbero un’azione citolitica ad opera di un successivo incontro delle IgE ad esse adese con l’antigene specifico. La citolisi comporta liberazione di mediatori chimici quali istamina, SRSA, bradichinine, plasmachinine, serotonina, Ach, responsabili, in varia misura, dell’azione broncocostrittiva; nel contempo le SRS svolgerebbero un’azione permeabilizzante sui piccoli vasi bronchiali, causando edema ed ipersecrezione.

 

 

 

Gli alti livelli di alcune di queste sostanze, in particolare dell’istamina, indurrebbero un circolo vizioso, con attivazione della chemiotassi (5), degranulazione dei granulociti (6) ed ulteriore liberazione dei suddetti mediatori, a cui si aggiungerebbero, per completare il quadro della costrizione flogistica del lume bronchiale, altre sostanze vaso-attive quali: essudina, PGE, polipeptidi, etc.

I fattori etiologici della forma intrinseca, in cui è «praticamente impossibile riconoscere l’allergene in causa» (dalla relazione del Prof. Morandini), rimangono tuttora solo parzialmente verificati e comprendono: a) pregresse infezioni che esalterebbero la reattività mucosale, b) squilibri endocrini, c) distonie neurovegetative, legate a stress psichici con ipertonia vagale.

Il meccanismo patogenetico comune a questi fattori causali è rappresentato da un iniziale blocco β adrenergico delle terminazioni simpatiche della mucosa bronchiale che fisiologicamente presiedono alla broncodilatazione.

Le noxae (7) determinerebbero inoltre una esaltazione dell’attività del SNA (8) con una prevalenza quantitativamente variabile a seconda delle circostanze del tono simpatico o di quello vagale. Il primo agisce sui recettori α adrenergici, il secondo su quelli colinergici; la loro azione è simile: si tratta di una broncocostrizione favorita dal concomitante blocco β adrenergico (vedi fig. 3).

«Tuttavia più recentemente — afferma Solcia — la distinzione semplicistica in asma allergico e in asma intrinseco tende ad essere abbandonata in quantoe fattori neuroumorali ed allergici verrebbero a sovrapporsi sin dalle fasi iniziali della malattia».

 

Aspetti anatomo-patologici

I bronchi e i bronchioli costituiscono la sede delle alterazioni anatomopatologiche più evidenti. È rilevabile uno spasmo bronchiolare associato ad un ispessimento della parete e ad una ipertrofia della muscolatura senza però che generalmente si verifichi alcun processo suppurativo a carico dell’albero respiratorio; quando ciò accade, si parla di bronchite asmatica infettiva.

Contemporaneamente vi possono essere fenomeni di disepitelizzazione, di iperareazione degli alveoli polmonari, di atelettasia (9).

Caratteristica dell’asma è l’ipersecrezione operata dalle cellule caliciformi mucipare (10) che producono un’essudato basofilo che si addensa in zaffi nel lume bronchiale e può essere responsabile di reiterati fenomeni ostruttivi a carico soprattutto dei bronchi di minor calibro. Altri elementi della flogosi sono l’edema e l’infiltrazione infiammatoria costituita da eosinofili e linfociti.

La membrana basale è ispessita e le ghiandole bronchiali sono iperplastiche (11).

Nello stesso ammalato le componenti dell’alterazione anatomopatologica possono essere presenti in quantità diversa persino durante il singolo accesso asmatico.

All’esame autoptico di pazienti deceduti in stato di male asmatico sono rilevabili alterazioni polmonari che vanno dallo stato di enfisema acuto fino a quadri legati all’edema polmonare consecutivo a situazioni di cor polmonare acuto (12).

 

L’approccio internistico e il decorso clinico

L’esordio sintomatologico è espresso dalla crisi dispnoica parossistica nota come accesso asmatico, che insorge generalmente in maniera improvvisa, spesso durante le ore notturne, frequentemente senza che si evidenzi alcuna causa scatenante. «Altre volte —afferma Weiss — la crisi viene scatenata anche dal solo simbolo dell’allergene». Il paziente entra in uno stato di angoscia, caratterizzato dalla «fame d’aria», con polipnea (13), affanno, senso di soffocamento, impegno respiratorio di tutti i muscoli ausiliari. Questa sintomatologia è accompagnata frequentemente da pallore, cianosi, sudorazione intensa, tosse stizzosa.

L’accesso ha intensità e durata variabile, generalmente compresa fra una o due ore, talvolta protratta per qualche giorno. L’esame obiettivo del torace evidenzia un irrigidimento respiratorio, con breve inspirazione ed espirazione prolungata e predominante sull’inspirazione, associata a stridore; il fremito vocale tattile (14) risulta diminuito e sono percepibili fremiti bronchiali. A causa dell’instaurarsi dell’enfisema acuto si ha un suono iperfonetico (15) alla percussione con scomparsa dell’aia cardiaca (16), abbassamento e immobilità relativa delle basi polmonari; i fischi e i sibili coprono il murmure vescicolare. (17) Con l’esaurirsi della sintomatologia sono apprezzabili anche rantoli a piccole e medie bolle che testimoniano il fluidificarsi dell’essudato.

Di fronte a una diagnosi clinica sufficientemente chiara, l’internista cercherà di definire la natura etiologica dell’asma, mediante un’indagine anamnestica e prove di cutireazione tendenti ad identificare l’allergene responsabile, qualora vi sia il sospetto di una forma estrinseca.

Nel caso in cui l’intensità sintomatologica suggerisce l’ospedalizzazione l’asmatico può essere inserito in uno dei due gruppi di pazienti, a cui, indipendentemente da considerazioni di ordine etiopatogenetico, il clinico si riferisce nella sua pratica terapeutica.

Gli internisti dotati di lunga esperienza distinguono in base ad una personale «impressione» un primo gruppo costituito da coloro che traggono beneficio sostanziale, seppur temporaneo, da esclusive terapie mediche, da un secondo gruppo che necessita di assistenza continua fino al ricorso a tecniche di rianimazione necessarie a risolvere quella condizione gravissima di insufficienza respiratoria acuta nota come male asmatico.

Una valutazione diagnostica più approfondita si vale delle prove di funzionalità respiratoria, che nei casi di più lunga durata evidenziano alterazioni di tipo ostruttivo della ventilazione e del rapporto ventilazione/perfusione sanguigna. L’esame emocromocitometrico può evidenziare eosinofilia che si associa a leucocitosi nel caso di infezioni sovrapposte, dimostrabile anche con l’esame dell’espettorato che permette inoltre l’osservazione delle spirali di Curschmann e degli zaffi di Dittrich.

Esami complementari sono rappresentati da quello radiologico, che può rilevare l’eventuale enfisema cronico, e dall’ECG, alterato talvolta da un impegno del ventricolo destro.

Oltre alle sovrapposizioni infettive e ai processi atelettasici, la complicanza più frequente è data dall’enfisema polmonare ostruttivo. La valutazione prognostica è fondata esclusivamente sui criteri clinici evolutivi della malattia, essendo perciò di difficile formulazione e potendosi verificare la morte del paziente nel corso di una crisi di particolare gravità.

Si ritiene comunque che la prognosi sia più favorevole nell’età infantile, più grave se le crisi si protraggono e si manifestano segni di insufficienza respiratoria e cardiaca.

 

Terapia farmacologia: efficacia e rischi

La terapia etiopatogenetica nella cura dell’asma è possibile, secondo la trattatistica attuale, soltanto quando vengano chiariti i fattori causali delle due forme: allergici, infettivi, neuropsichici, etc. Nella forma estrinseca, l’individuazione dell’allergene permetterebbe quindi una terapia desensibilizzante specifica, mediante somministrazione sottocutanea in dosi crescenti di estratti acquosi o «semi-retard» dell’allergene in causa.

Seppure evidenziando l’allergene non è possibile ottenerne un estratto somministrabile, la desensibilizzazione può essere compiuta aspecificatamente utilizzando istamina.

Negli altri casi si prospetta l’eliminazione dell’agente infettivo o delle influenze neuropsichiche che scatenano la malattia.

«Nella maggior parte dei casi (riferisce Teodori) è necessario ricorrere a una terapia patogenetica aspecifica per ridurre la reattività bronchiale agli stimoli di difficile individuazione».

In tal caso si punta alla immunodepressione aspecifica che generalmente viene attuata mediante la somministrazione di cortisonici o ACTH sintetico, preferibilmente per via parenterale.

Spesso l’uso di tali farmaci è indiscriminato e i dosaggi arbitrari: una terapia prolungata di tal genere comporta ben noti rischi di varia gravità tra i quali ricorderemo: ulcere peptiche, osteoporosi, sindrome di Cushing iatrogena. ipotensione, insufficienza surrenale, ecc. Per ridurne gli effetti collaterali ne è stato proposto l’impiego per via locale tramite aereosol.

 

 

FIGURA 2

1) Mastzellen tessutale

2) anticorpo

3) antigene

4) complesso immune (per eccesso di anticorpo precipita nella fase C sulle mastzellen)

5) T-linfociti

6) mastzellen o granulocita

lisato

7)cellule della mucosa

bronchiale

8) fibre muscolari

 

REAZIONE Dl TIPO I

 

A) IgE (anticorpi) superiori alla norma in circolo.

B) per questo motivo si depositano e si legano a cellule (mastzellen) presenti nella mucosa e già sensibilizzate da un incontro precedente con l’antigene.

C) L’antigene che giunge nuovamente nei bronchi si lega al suo specifico anticorpo fissato alla mastzellen innescando la reazione.

 

REAZIONE Dl TIPO III

 

A) Mastzellen della mucosa

B) incontro tra l’antigene e i suoi specifici anticorpi in circolo, si forma l’immunocomplesso.

C) L’immunocomplesso formatosi in eccesso di anticorpo precipita nella mucosa legandosi alle mastzellen

 

REAZIONE Dl TIPO IV

 

A) L’antigene come negli altri casi giunge inizialmente a contatto con la mucosa.

B) prontamente giungono i T-linfociti.

C) I T-linfociti attaccano gli antigeni, ma attaccano anche le cellule della mucosa forse perché non più riconosciute come proprie a causa della presenza dell’antigene. Ciò causa una distruzione delle cellule della mucosa (epiteli e fibre muscolari) e un’infiammazione che provoca richiamo e degranulazione dei granulociti (fase finale).

 

 

 

FASE FINALE COMUNE

 

Le mastzellen e i granulociti liberano sostanze vaso-attive e broncocostrittive dai loro granuli, Il cromoglicato di sodio agisce in questa fase impedendo la degranulazione.

 

* * * * *

L’uso di altri immunodepressori quali i citostatici (azatiopirina, mostarde azotate, ciclofosfamide) è stato ben presto abbandonato a causa della scarsa efficacia terapeutica e - dell’elevata tossicità. La terapia sintomatica si fonda soprattutto sull’uso di broncodilatatori, di modificatori della secrezione e di vari altri farmaci, I broncodilatatori usati sono:

1) adrenalina ed efedrina (simpaticomimetici generici), isoprenalina (stimolante β adrenergico), salbutamolo, terbutalina, trimetochimolo (stimolanti β adrenergici). Gli effetti collaterali sono rappresentati da: tachicardia, e disturbi dell’eccitabilità cardiaca, particolarmente pericolosi nei coronaropatici; l’abuso di tali sostanze per aereosol ha comportato negli ultimi anni l’aumento dei casi di morte in fibrillazione ventricolare, legati anche alla progressiva assuefazione a tali farmaci. Il salbutamolo, utilizzato in modo sempre più massiccio, può comportare inoltre l’insorgere di tremori (68% dei casi) e di stati d’ansia.

2) teofillinici, che da una parte esaltano, per inibizione della fosfodiesterasi, il tono simpatico, dall’altra stimolano i centri bulbari del respiro. Oltre a queste azioni tali composti incrementano la frequenza cardiaca e la vasodilatazione arteriolare, stimolano l’attività corticale, causano insonnia e possono indurre convulsioni anche mortali; hanno inoltre azione spasmolitica, diuretica ed irritativa sulla mucosa gastrica.

3) anticolinergici (parasimpaticolitici) quali l’atropina con i loro noti rischi.

Possono essere impiegati, allo scopo di fluidificare la secrezione bronchiale, guaiacolo, eucaliptolo, loduri, benzoato di Na+, N-acetilcisteina, ecc. Il cromo-glicato di Na+ viene utilizzato solo nell’asma di origine allergica; somministrato per inalazione, previene la degranulazione cellulare e quindi la crisi asmatica; può però essere responsabile di irritazione mucosale. L’azione degli antistaminici risulta in genere inefficace e spesso dannosa. Malgrado l’attuazione di «adeguate» misure terapeutiche si può verificare lo stato di «male asmatico», in tal caso, oltre alla infusione endovenosa di soluzione fisiologica, addizionata di teofillinici, tendente a ripristinare l’equilibrio idrosalino, si ricorre nei casi più gravi alla somministrazione di O2.

 

Valutazioni conclusive

Dalle osservazioni fin qui condotte sui principali aspetti di ordine sperimentale, clinico e anatomo-patologico emerge il tentativo da parte della nosografia classica di conferire dignità causale ad elementi di esclusiva natura patogenetica.

Non è chiaro infatti quale sia il «primum movens» che causa in alcuni soggetti e non in altri esposti alle stesse condizioni ambientali, la manifestazione asmatica; né quale sia la ragione per cui negli asmatici stessi, vi sia variabilità di intensità e di durata delle crisi senza variazioni dell’intensità degli stimoli supposti come causali.

La pretesa di una medicina che si muove sulla base di diagnosi d’organo e non sa operare diagnosi di paziente, di superare questa «impasse» con l’ormai abusato ricorso a determinanti genetiche, trova una netta smentita nelle ricerche di Edfors-Lubs sulle manifestazioni asmatiche in gemelli monocoriali, con identico patrimonio genetico (su 7.000 gemelli studiati solo il 18% presentava somiglianza di manifestazioni).

Naturalmente questa visione che coglie solo i meccanismi finali di un processo che sta a monte, ed è sicuramente meno apparente, condiziona anche l’impostazione terapeutica. Ne consegue che tutti i presidi terapeutici, anche la desensibilizzazione specifica, non possono avere che un’efficacia puramente sintomatica.

Nel corso della sperimentazione clinica curata dal Clinical Research Services svoltosi a Coventry nel maggio 1977, si rilevò che un terzo degli attacchi di asma trattati venivano risolti con iniezione di soluzione fisiologica. L’effetto placebo va quindi interpretato all’interno del rapporto medico-paziente; ciò lascia supporre un’efficacia terapeutica di molti farmaci nell’ambito del simbolismo complessivo che assumono per il paziente, a prescindere dalle loro proprietà farmacologiche specifiche immediate.

La presenza di fattori non indagabili quantitativamente e qualitativamente con la diagnostica laboratoristica attuale è testimoniata da alcuni elementi dell’ordinaria pratica clinica: la già accennata distinzione operata su basi puramente intuitive in asmatici che tenderanno a guarire ed in altri che tenderanno a peggiorare, i dati esperienziali dei vecchi clinici convinti che fosse spesso sufficiente un rapporto di particolare intensità emotiva con questi pazienti, l’introduzione recente in nosografia di una varietà di asma cosiddetto «misto» dove si riconosce la rilevanza di generici fattori neuropsichici nella risposta allergica.

 

 

 

NOTE

1) Allergiche

2) Gli anticorpi sono proteine della classe delle immunoglobuline prodotte dall’organismo umano con funzione difensiva verso gli antigeni (sostanze estranee)

3) formati da antigeni e anticorpi fra loro legati, precipitano, e assumono quindi responsabilità patogenetica, quando si formano in condizioni di eccesso di antigene o eccesso di anticorpo

4) Sono cellule presenti normalmente in molti tessuti, contengono granuli in cui sono racchiusi vari mediatori chimici responsabili delle reazioni infiammatorie o flogistiche.

5) Si intende con questo termine l’azione di richiamo sui globuli bianchi esercitata da altre cellule, quali mastzellen, linfociti, granulocifi, ecc., «in altre parole, la prima cellula che entra in contatto col nemico avrebbe la funzione di una sentinella che dà l’allarme» (Dianzani)

6) I globuli bianchi o leucociti vengono distinti in linfociti, monociti, e granulociti; questi ultimi vengono ulteriormente suddivisi in eosinofili, basofili, neutrofili. Sono presenti in gran numero nei tessuti infiammati (gli eosinofili soprattutto nelle infiammazioni allergiche); contengono, come le mastzellen numerosi granuli il cui contenufo può essere riversato all’esterno (degranulazione)

 

 

7) Cause vere o talvolta presunte di malattia

8) Sistema Nervoso Autonomo, costituito da nervi e da gangli, rappresenta il tramite tra Sistema Nervoso Centrale (Cervello e midollo) e gli altri organi; viene distinto in una parte parasimpatica o colinergica (di cui fa parte ad esempio il nervo vago) e una simpatica o adrenergica che hanno azioni tra loro generalmente opposte nei vari organi.

9) Collabimento (chiusura) degli alveoli

10) Cellule a forma di calice che secernono muco

11) Aumentate nel numero

12) Sindrome caratterizzata da improvviso sovraccarico del ventricolo destro per brusco incremento della pressione arteriosa polmonare

13) Aumento della frequenza degli atti respiratori

14) Si tratta di un fremito percepibile appoggiando la mano a piatto sul torace mentre il paziente pronuncia una parola ricca di consonanti (ad esempio trentatre): è causato dalle vibrazioni delle corde vocali che si trasmettono alla colonna d’aria contenuta nella trachea e nei bronchi

15) Aumentata intensità del suono di percussione per l’aumento del contenuto aereo nel torace (stato di enfisema)

16) Zona del torace con suono ottuso alla percussione e che corrisponde al cuore, in questo caso scompare perché davanti al cuore si interpone un lembo polmonare ripieno d’aria e che dà un suono iperfonetico

17) Normale rumore respiratorio ascoltabile con il fonendoscopio


 


L’ASMA

E L’ONNIPOTENZA

DEL RESPIRO

 

 

Il nostro lavoro psicosomatico

si ispira ad una concezione

che vede il corpo

come una sorgente di simboli

e simbolo esso stesso

di una realtà che trascende

in parte i confini individuali

 


La dinamica respiratoria in una prospettiva psicosomatica

La nascita si accompagna a una profonda inspirazione che inaugura per così dire il passaggio dalla vita intrauterina a quello della vita autonoma ove l’elemento che esordisce è quello aereo. Come dice Rank «la prima introiezione del bambino al momento della nascita è l’aria, l’aria è il primo latte che il bambino riceve dal mondo» e di questo «latte universale» (Resnik) ci nutriamo nel corso della vita sino all’ultima fatale espirazione che conclude la nostra esistenza.

Tra questi due momenti si succederà una catena ininterrotta di inspirazioni e espirazioni a mimare continue morti e rinascite.

In tutte le culture il respiro e l’aria risentono di questo profondo significato nell’economia esistenziale che trascende i limiti imposti dalla stretta dinamica fisiologica per assurgere a simbolo stesso della vita e delle sue manifestazioni.

In questa prospettiva si collocano le antiche tecniche meditative e di autorigenerazione corporea dei taoisti che si avvalevano di dodici diversi movimenti respiratori per trattenere e usufruire dell’energia vitale. (HING - K’l e PI K’ ‘I) (Huard, Wong). E ancora gli esercizi di respirazione «embrionali» (T’AI - SI) che permettevano con una profonda inspirazione ed un controllo forzato dell’espirazione di appropriarsi della sostanza vitale (TSING) veicolata dall’aria con una analogia sorprendente nei confronti della dinamica che involontariamente l’asmatico realizza con le crisi broncospastiche. Per la cultura indiana il respiro si colloca in una visione cosmica simboleggiata dal mito di Mahavisnu che ad ogni espirazione crea un nuovo mondo che riassorbe con l’inspirazione successiva secondo un rito millenario. Inoltre non è sfuggita neppure la stretta relazione fra questa funzione e l’attività mentale psichica (come ben ci ricorda l’origine della parola psiche che in greco significa soffio). Tale possibilità viene realizzata nelle tecniche meditative Zen per raggiungere stadi profondi di autocoscienza. È poi presente nelle moderne tecniche respiratorie utilizzate da Ambrosi al fine di far giungere il paziente a contatto con i propri disagi emotivi.

Ricordiamo poi che l’aria «rappresenta la potenza creatrice e conservatrice di vita» (Benoist) e come tale è presente nelle religioni come«<soffio», «emanazione» della divinità.

Di tali relazioni vive inconsapevolmente la patologia asmatica. Una nostra paziente durante un colloquio preliminare anamnestico verbalizzò dopo una profonda inspirazione «.. se fosse per me il mondo lo rifarei». Altrettanto significativa per la nostra ipotesi di una dimensione respiratoria dell’asmatico ci pare la teoria psicanalitica che vede la psicodinamica di tale patologia incentrata sulle angoscie di morte che si instaurano ad ogni temuto o realizzato abbandono della figura materna o di un suo sostituto (Alexander) e su come l’oggetto d’amore (Racamier) ritrovi espressione a livello respiratorio quasi a richiamare la prima separazione dalla madre che si realizza con la nascita (Saul).

Le dinamiche regressive e di onnipotenza sono state poi esaminate da Fenichei che ha avanzato l’ipotesi che sia questo un tentativo inconscio ambivalente di proteggersi dalla perdita di una figura materna ad un tempo amata e odiata.

Tutto ciò conferma quanto è emerso dai casi cimici giunti a nostra osservazione: una dimensione esistenziale del malato ove la dinamica asmatica acquista caratteristiche onnipotenti e totali. Un sistema respiratorio «inflazionato» dalle deleghe di uno psichismo che elabora parzialmente i conflitti.

Ma vorremmo rilevare come esista un’evidente analogia fra la temuta perdita dell’oggetto d’amore, e il timore di, per così dire, veder esaurirsi i legami affettivi e la paura dell’asmatico di veder interrompersi, «slegarsi». il respiro ad ogni espirazione e perdere quella quota d’aria-affetto fondamentale per l’esistenza.

Una nostra paziente ci dice. “vedo che quando esaurisco una situazione e quando vi sono dei cambiamenti nella mia vita rimango senza fiato» e pare dire «vedo esaurirsi, morire una situazione e altrettanto esaurirsi il mio respiro» e si potrebbe aggiungere che la nascita di una nuova situazione sarà sottolineata da una ripresa del respiro (inspirazione) che mimerà e riattualizzerà in questo modo quanto avviene nel neonato che si affaccia alla vita autonoma.

 

L’alterazione del respiro diviene il sintomo, il segnale di una alterazione dell’armonia individuale con l’acquisizione da parte di un organo di una funzione per così dire «prevalente» che mima i contenuti psichici e scandisce il ritmo esistenziale assolvendo nel caso del respiro a compiti che si estendono oltre il mantenimento di una giusta quota di sangue arterializzato. La realtà in questo modo viene paradossalmente e illusoriamente tradotta in veste «aeriforme» per poter essere gestita ed elaborata.

Più che con oggetti concreti l’asmatico pare così entrare in rapporto con odori, profumi, «soffi», con un’aria che acquista mille sfumature caratteristiche.

M. S. di 24 anni che soffre di una sintomatologia asmatica accessuale da più di dieci anni, con episodi broncospastici, negli ultimi tempi difficilmente dominabili con i comuni trattamenti in uso, dichiarò una volta che inspiegabilmente gli accessi d’asma a volte si interrompevano inalando il profumo di un’acqua di colonia.

Invitata ad associare su questo aspetto durante una seduta, emerse una vecchia situazione infantile in cui la madre accudiva la paziente ammalata alleviando il disagio dell’eccessivo rialzo della temperatura corporea frizionando la cute della paziente con dell’acqua di colonia.

Questa modalità d’intervento sulla malattia con incensi e profumi è tra l’altro ben codificata dalla pratica medica orientale con finalità terapeutiche. Per la nostra paziente assumeva comunque un ulteriore significato, quello di realizzare e ripristinare, a proprio piacere, un furtivo, silenzioso rapporto con la madre che in questo modo poteva vivere «veicola» dal profumo all’interno della paziente risolvendo le sue angosciose problematiche di separazione.

G. B. di 55 anni affetto di asma allergica da diversi anni e che da tempo vive con disagio il proprio ambiente familiare per l’ «incomprensione» della consorte e la propria difficoltà relazionale con questa, spiegò al terapeuta (in verità con un certo imbarazzo) come avesse risolto un’incipiente crisi di broncospasmo bruciando dei grani d’incenso. Invitato ad essere più esplicito sull’episodio, narrò che voleva così «purificare» l’aria resa «intollerabile» dalla presenza del gatto di casa e dal pelo di questi. Successivamente il paziente verbalizzò che in realtà non sopportava l’affetto, a suo parere «intollerabile», che la moglie nutriva per l’animale. D’altronde la sua allergia al pelo dell’animale non pareva preoccupare eccessivamente la consorte. Nasceva così per il paziente la necessità di custodire «segretamente» la propria ostilità convogliando nel proprio ambito polmonare quanto poteva venir assunto con la respirazione (pelo di gatto) oggetto sostitutivo su cui dirigere la propria aggressività. L’aria-affettività viene così connotata dall’asmatico con l’odio, l’amore, la gioia, la tristezza, in obbedienza alla legge dell’analogia la cui portata strutturante permette la traduzione in chiave somatica dei contenuti psichici.

In questo modo a nostro avviso si spiegano le verbalizzazioni di molti pazienti indirizzate a qualificare l’aria che respirano come «buona o cattiva»

 

Considerazioni conclusive

Concludendo vorremmo dire che l’asmatico sembra vivere in una dimensione esistenziale in cui l’ordinata e l’ascissa (il tempo e lo spazio cioè) finiscano per identificarsi con l’elemento aereo.

Il tempo sarà quello della nascita scandito e ritmato dagli attacchi asmatici. Lo spazio sarà quello delle silenziose e furtive relazioni oggettuali che stabilirà la dinamica respiratoria volta ad assumere il controllo e la gestione della realtà circostante.

La funzione respiratoria acquisterà così la veste di dimensione respiratoria con connotazione onnipotente fonte di energia e di soddisfazione delle proprie istanze pulsionali. A tale dinamica verrà demandata la possibilità di relazionarsi con le persone e gli oggetti con la garanzia inoltre di un silenzioso e furtivo gestire la conflittualità. Spesso l’evoluzione positiva della sintomatologia sarà segnalata da un scivolare del paziente a volte in un’altra dimensione corporea esistenziale con caratteristiche comunque di una maggiore rilevabilità dei sintomi. Succederà così che una tosse insistente si sostituirà al silenzio del respiro o un’abbondante e irritante sudorazione sancirà questo passaggio.


 

 

UN AGO

PER IL RESPIRO

 

 

Agopuntura e Asma bronchiale

L’agopuntura. tra le medicine «eretiche» è sicuramente quella che più si iscrive nel discorso psicosomatico. Nel «Nei Tching Sou Wen» trattato sul quale si basa l’agopuntura classica e che risale secondo alcuni al 2.500 A.C., viene più volte ribadito con un linguaggio metaforico e poetico che materia e energia, fisico e psichico sono due aspetti di un solo fenomeno. Nella nozione del Tch’i, che letteralmente significa gas o etere si ritrova ben rappresentato il concetto che la spiegazione del mondo visibile, che appare, deve essere rimandata ad una «energia vitale» lo Tch’i, appunto, sulla quale agirebbe, secondo la tradizione, la terapeutica agopunturistica.

Tchang Tsai scriveva molti secoli or sono:

«Tutto nell’Universo è costituito dagli Tch’i. Gli uomini e tutte le cose non sono in realtà formati che da una sola e medesima sostanza materiale».

Per Laviè «Lo Tch’i dei cinesi è il simbolo universale della Forza, sia al livello dell’atomo che a quello dell’Universo, la cui gravitazione ne ordina in gran parte le strutture». E che il fenomeno spirituale non fosse in nessun momento separato dal fenomeno materiale, ce lo ribadisce il classico Ling Tch’ou quando definisce lo Tch’i “astratto ed impalpabile, la qualcosa è nella natura del cielo, ma all’origine di tutta la materia concreta della terra» (Da Lavié).

La relazione uomo-universo, mentale e corporeo è rappresentata in modo ancora più pregnante in queste parole del Nei Tching: «Gli elementi che apporta il nutrimento terrestre sono di natura volgare, mentre l’energia celeste (cosmo) è pura e nobile.

Ciò nondimeno quello che va allo stomaco è strettamente legato a quello che viene dal cielo».

Non ci interessa qui approfondire ulteriormente la nozione del Ych’i e delle sue differenziazioni, tuttavia questa breve premessa ci rende conto che le basi concettuali dell’agopuntura sono scaturite da modelli di pensiero affatto peculiari.

L’uomo, microcosmo, non può essere compreso e studiato se contemporaneamente non si guarda all’universo (macrocosmo) che lo circonda, all’ambiente, al clima, alle stagioni, allo stato d’animo, ecc.

Secondo questa visione, che a ragione potremmo definire globale, l’uomo ripete nel suo organismo momento per momento i ritmi e i costituenti scanditi da tutto il cosmo. Così la legge dello Yin e dello Yang esemplifica molto bene questa relazione uomo-universo. Infatti se tutto il fenomenico sottostà alla legge del binario, per cui la vita che appare altro non è che un pulsare a due tempi (il binomio giorno-notte, caldo-freddo, sole-luna, maschile-femminile ecc), anche l’uomo nella sua fisiologia sarà partecipe delle stesse leggi. Basti pensare alla sistole e alla distole cardiaca, alla respirazione sottoposta al ritmico succedersi dell’inspirazione e dell’espirazione, ecc...

Nella tabella 1 riportiamo alcune delle caratteristiche Yin - Yang.

Soltanto in apparenza ciò che è Yang si contrappone allo Yin: di fatto questi due termini sono complementari. Essi vanno intesi come i due versanti di una stessa collina: pur essendo entrambi presenti, quando uno è in luce, l’altro è in ombra. L’uno è generatore potenziale dell’altro. L’uno non esiste senza l’altro. Anche quando lo Yang raggiunge il massimo di potenza, vi è sempre una piccola parte di Yin e viceversa.

Il binomio Yin-Yang, oltre ad indicarci l’aspetto duale della realtà ci manifesta la relatività dei fenomeni.

Un aspetto superficiale è Yang per uno molto profondo (Yin), ma è a sua volta Yin per uno a lui più esterno (Yang)

Si può osservare dalla tabella A che un’altra caratteristica consiste nel vedere riuniti nella stessa classificazione sia aspetti climatici, che funzioni corporee che addirittura aspetti mentali.

 

I Cinque elementi

L’altra legge classica cui si ispira l’agopuntura tradizionale è quella dei 5 elementi.

Di essa scrive Neborn Miramoto:

«I filosofi cinesi classificarono ogni cosa di questo mondo secondo i cinque elementi primari: Legno - fuoco -terra - metallo - acqua che rappresentano cinque stadi di forza. La base di questa teoria risiede nel concetto dell’eterno gioco scambievole di Yin e Yang, perché nell’alternarsi di questi due opposti complementari nasce sempre una nuova entità. L’uomo racchiude in sé questi 5 elementi, poiché è il prodotto del cielo e della terra».

 

 


YANG

 

MASCHILE

CALDO

CIELO

LUCE

ATTIVO

VEGLIA

ESTERNO

GIORNO

SOLE

ESTATE

SUPERFICIALE

EUFORIA

YIN

 

FEMMINILE

FREDDO

TERRA

OMBRA

PASSIVO

SONNO

INTERNO

NOTTE

LUNA

INVERNO

PROFONDO

DEPRESSIONE

 


Figura 1. Il simbolo cinese che rappresenta lo Yin e lo Yang.

 

Il respiro

Per la nostra trattazione conviene osservare l’elemento metallo che corrisponde a tutta una serie di analogie molto interessanti, ed in particolare ai polmoni.

Qui (vedi foto) si può bene mettere in evidenza la visione psicosomatica della respirazione. Possiamo infatti constatare che la funzione respiratoria viene messa in relazione a precisi stati emotivi come la tristezza e il pianto.

Sappiamo dalla clinica e dalla psicodinamica che molte crisi di asma si interrompono quando il paziente riesce a piangere, e che il malato asmatico, in continua lotta con le sue profonde angosce di morte, è spesso notevolmente depresso. Possiamo anche osservare che polmone e pelle fanno parte dello stesso sistema e questo spiegherebbe perché i pazienti asmatici alternano alla patologia respiratoria anche disturbi cutanei (eczemi). Anche l’insorgenza notturna degli attacchi asmatici, che la patologia medica attribuisce alla caduta del tasso ematico di cortisolo che avviene di notte, è dall’agopuntura spiegato con il fatto che il meridiano del polmone ha il suo maximum energetico dalle ore 3 alle ore 5 del mattino. Si può evidenziare il decorso del meridiano del polmone (i meridiani sono vie preferenziali di scorrimenti dell’energia).

 

Figura 2. Notare come nella «Teoria dei Cinque elementi»,

il metallo è riferito in particolare al polmone e alla tristezza.

Il trattamento agopunturisco dell’asma bronchiale

Per quanto riguarda lo studio moderno dell’agopuntura occorre sottolineare che il meccanismo d’azione non è ancora stato chiarito. Varie ipotesi e vari fattori, oltre a quelli tradizionali, sono stati chiamati in causa: fattori endocrini, bioumorali, neurotrasmettitori, chimici, azione riflessa sulla trasmissione nervosa.

A questo proposito si potrebbe ipotizzare che l’agopuntura agisca soprattutto a livello talamico e sottotalamico che non talamo-corticale. Mentre l’effetto analgesico è stato più a lungo studiato (studi di Chang Hsiang Tsung), poco in effetti si sa degli effetti ansiolitici, cosi come della sua azione sul respiro. Sappiamo che l’elemento comune di ogni psicosomatosi è l’ansia. In un lavoro del ‘77, scritto con Cazzullo, Rogora, Frigoli, avevamo messo in evidenza che «l’agopuntura, a nostro avviso, non agisce tanto sulla regolazione nervosa dell’apparato respiratorio, quanto sull’ansia, cioè sull’elemento che intrattiene centralmente la patologia. La lisi dell’ansia può favorire e regolarizzare il sonno soprattutto nel diminuire le difficoltà all’addormentamento, tipico del soggetto ansioso».

Nello stesso lavoro si diceva che «profondamente si modifica la quota d’ansia, e soprattutto la somatizzazione dell’ansia, cioè quella parte di traduzione dell’emozione in disturbo somatico; cosi si osservano modificazioni della vascolarizzazione, del respiro e della resistenza psicogalvanica cutanea».

Questi dati comproverebbero le sensazioni di benessere soggettivo e di rilassamento che il paziente asmatico riferisce durante le sedute. Ho potuto personalmente osservare pazienti che entravano in ambulatorio con difficoltà respiratorie (dispnea) e ne uscivano dopo la seduta respirando in modo più sollevato.

In una precedente pubblicazione (Rogora-Morelli-Sacchetti e Frigoli) avevamo osservato modificazioni interessanti dei valori proteici e in particolare delle gamma-globuline in seguito ad agopuntura, effettuata soltanto su punti a precisa azione ansiolitica.

 

 


 

 

 

 

Nelle figure in questa pagina e nella precedente sono indicati

i punti usati più frequentemente nella terapia agopunturistica dell’asma.

 

Certamente l’agopuntura proprio perché è una terapia incentrata sul corpo, si presta bene a creare le premesse per costituire un rapporto con il paziente: tuttavia la nostra esperienza di psicosomatisti ci ha portato a considerarla più come un ausilio terapeutico da affiancare all’atteggiamento «psicosomatico» del terapeuta, che deve con questi pazienti sempre intervenire in modo psicoterapeutico. L’asmatico, forse più di altri pazienti, riempie i suoi sintomi di simbolismi, di metafore e di analogie che insieme formano il linguaggio respiratorio del corpo e su questi occorre inevitabilmente intervenire. L’ago quando si riesce a non farlo intervenire come «oggetto minaccioso», ma come «comunicazione diretta» con il medico, già crea le premesse per agire più direttamente sul sintomo.

L. Mari, un’allieva di D. Frigoli, ha messo ben in evidenza come l’agopuntura faciliti notevolmente l’approccio con il paziente asmatico.

Ella scrive:

Bisogna osservare come la terapia del paziente asmatico sia difficile e complessa: infatti la fragilità delle sue difese intrapsichiche e l’incapacità elaborativa a livello fantasmatico rendono fallimentare e traumatico un intervento del terapeuta che lo spinga ad un troppo precipitoso salto al piano dei suoi vissuti psichici. Egli infatti di fronte all’emergere di tutto un mondo psichico che è avvertito come pericoloso ed incerto, proprio perché non può essere assimilato, non può che rafforzare il sintomo come modalità anche socialmente più accettabile, per risolvere il conflitto.

L’applicazione dell’ago, proprio in quella parte del corpo dove il paziente simboleggia la sua malattia, e cioè l’offerta di una «buona medicina» diretta visibile e controllabile darà, da un lato al paziente la sicurezza dell’interessamento al suo sintomo e dall’altro offrirà la possibilità di creare un particolare setting in cui la dinamica corporea acquista un valore espressivo molto ampio.

Il rapporto medico paziente prima di essere una dialettica di linguaggio, diventerà cosi una dialettica più complessiva proprio perché si avrà la fusione degli atteggiamenti verbali ed extraverbali del medico e del paziente. L’agopuntura dunque non si rivolve in una meccanica applicazione di aghi assimilabile a una riflesso-terapia ma costituisce l’assioma per un’amplificazione del linguaggio relazionale e per una comprensione unitaria dell’uomo.


 

 


 

 

ARSENICO

PER L’ASMATICO

 

 

 

 

In alto: la «macchina a scosse” di Mure,

un succursore del 1830 circa


 

 

Perché il rimedio omeopatico? Perché è l’ideale per il medico con impostazione psicosomatica sposando i principi dell’unità dell’essere umano a tal punto che la prescrizione viene fatta sulla globalità della persona conosciuta attraverso i suoi sintomi.

L’omeopatia non conosce la diagnosi e la malattia secondo la concezione usuale, bensì ritiene i sintomi una modalità reattiva dell’individuo a squilibri o disfunzioni della propria integrità, in altre parole i sintomi sono solamente indizi del disturbo energetico «sotto-stante».

Pertanto non è possibile all’omeopata classificare in entità nosografiche il disagio del paziente e trovare per esso un rimedio comune a tutti i pazienti, ma è teso a conoscere la persona che ha di fronte allo scopo di trovare quel rimedio chiave capace di stimolare la reazione del paziente e far sì che sia l’organismo stesso, con la propria energia vitale, a guarirsi.

Si veda come l’omeopatia (nata nella Germania del XIX° secolo impregnata di mentalità occidentale e positivistica) non sia lontana dai principi dell’agopuntura cinese. Il medico omeopatico si domanda perché l’asma o la polmonite abbiano trovato un fertile terreno in quel paziente e questo non a scopo speculativo, bensì per poter mirare esattamente la terapia sul malato (più che di omeopatia si potrebbe parlare di «omeoterapia»): il farmaco deve essere quello più adatto al paziente, cioè il cosiddetto «simulimum».

Il rimedio è sempre un estratto di sostanze naturali (minerali, vegetali, animali) veicolate da acqua, etanolo, saccarosio. Di qui la preferenza da darsi a questi farmaci non «intossicanti» rispetto a quelli allopatici. Un ulteriore vantaggio del farmaco omeopatico consiste nell’assenza di effetti collaterali proprio perché stimola la reattività organica in senso globale verso ogni apparente deficit e non provoca l’effetto chimico (che si esplica anche in apparati in cui non si desidererebbe) del farmaco tradizionale: è il malato che si guarisce da sé, il farmaco lo stimola solamente. Particolare non indifferente del trattamento omeopatico è il tipo di anamnesi che viene raccolta dal medico: essa si rivolge a «sondare» il paziente nei suoi aspetti più personali e costringe il medico a non trascurare i particolari apparentemente insignificanti; anzi ancora di più costringe il medico ad ascoltare il paziente in «toto» e da un punto di vista globale...

 

L’Omeopatia e i suoi limiti

L’omeopatia soffre però di un grave handicap: gli studi farmacologici sono stati sospesi insieme alle sperimentazioni intorno al 1920, e pertanto non hanno conosciuto praticamente nulla della rivoluzione freudiana: così la ricerca della sintomatologia psichica risulta spesso povera, inappagante. L’interrogatorio viene pertanto mutilato della parte vitale che più si avvicina al colloquio con lo psichiatra, anche se molti nuovi «omeopati» usano proporre delle anamnesi «arricchite» integrando i due tipi di approccio sopra descritti.

Alcuni omeopati preferiscono basarsi sull’analogia paziente-farmaco, mentre quelli più ortodossi non si concedono interpretazioni «personali» onde evitare di essere fuorviati dalla propria soggettività.

Vediamo, in pratica, come la tecnica omeopatica affronta il paziente asmatico ricordando ancora una volta che il rimedio varia da paziente a paziente.

 

Arsenicum

Farmaco principe è Arsenicum album, la famosa polverina bianca autrice di tante storiche morti. La crisi asmatica è essenzialmente notturna, sopravviene sul punto di addormentarsi, ma soprattutto dopo mezzanotte e costringe il paziente ad alzarsi perché lo stare steso gli peggiora la tosse e aggrava la mancanza d’aria. E del resto il paziente Arsenico, pur non presentando magari sintomi asmatici, avrà sempre il sonno agitato, con soprassalti e sogni angosciosi e spesso va soggetto a sensazione di soffocamento per cui preferisce dormire a testa alta. Esiste una varietà produttiva dell’asma di Arsenico, sebbene la più comune, con tutti i segni di costrizione bronchiolare tipici, sia la forma «secca». Fin qui nulla di strano: non si è fatto che descrivere dei sintomi comuni più o meno a tutti gli attacchi d’asma. Quello che ci indirizzerà ad Arsenico potrà essere, per esempio, l’atteggiamento assunto dal paziente durante la visita: ordinato, preciso, pulito, tradisce una buona dose di ansia, si muove in modo preciso, netto, rapido. È piuttosto freddoloso, manifesta i sintomi con una certa periodicità fissa, alcuni attacchi gli sono venuti dopo una arrabbiatura, e ha notato un peggioramento dopo aver stroncato delle manifestazioni cutanee (questo legame asma-manifestazioni cutanee stroncate o scomparse è di molti farmaci, ed è noto anche all’allopatia, che interpreta il fenomeno come indice di una iperreattività reaginica). Il suo momento peggiore rimane comunque la notte, in cui l’ansia da cui infine confessa di essere attanagliato tutto il giorno lo assale e maggiore diviene l’insicurezza, forse perché si ritrova solo, mentre di giorno riesce a trovare quella compagnia di cui ha bisogno. È ipercritico e diffidente nelle relazioni sociali, così come nel sistemare le proprie cose private. Domandandogli dei suoi hobbies si intuisce che è essenzialmente un metodico, collezionista di molte cose, anzi alcune collezioni le ha iniziate perché conservava una serie di cose e poi ha cominciato a catalogarle. Il tocco finale viene però di fronte alla necessità di pagare: è una cosa che gli è estremamente seccante. Si può dedurne che più di un collezionista si tratta di un avaro, di un conservatore esagerato. Ecco allora emergere il quadro completo di questo paziente che «conserva» anche il respiro: non è omeopatia ortodossa, ma si può verosimilmente ritenere che questo paziente presenti dei tratti anancastici che vanno di concerto con l’abitudine a conservare interpretabile come una modalità rituale a significato difensivo nei confronti dell’ansia: ecco il suo sonno agitato, le sue crisi notturne, il peggioramento di fronte all’ansia e la necessità di agganciarsi a dei meccanismi rassicuranti quale potrebbe essere persino la crisi d’asma.

 

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Figura 1. L’ipecacuana è una pianta che nasce nella foresta brasiliana,

dalle sue radici si traggono farmaci utilizzati anche in allopatia.

 

Sulphur

Neppure l’attacco d’asma del paziente Sulphur ha caratteristiche, se non per uno spiccato desiderio di tenere le porte e le finestre aperte, per un notevole peggioramento a letto dovuto non tanto alla posizione supina quanto al calore. L’asma di S. è un’asma da congestione ematica a livello toracico. Spesso . ha palpitazioni notturne, sì alza non riposato dopo una notte di sonno agitato. Anche per S. è facile che la crisi si scateni al momento di addormentarsi, anche qui vi è spesso l’asma dopo eliminazioni di manifestazioni cutanee. Spesso si sveglia con espettorato verdastro che dura tutta la mattina. Quello che lo definisce è l’atteggiamento ora depresso, ora ipomaniacale egocentrico, con idee megalomaniche, una esagerata valutazione di sé accanto ad una certa irrisolutezza e inerzia con incapacità di passare all’attuazione pratica. Anch’egli non butta via nulla, non per avarizia ma perché tutto ciò che è suo è meritevole di stima. Nei propri riguardi è sciatto quanto Arsenico è ordinato (di certo arriverà in ritardo ad un appuntamento). A questo quadro si accompagna ovviamente una insofferenza per ogni disciplina, una memoria labile: è chiaro che l’asma di S. è l’asma di uno «pieno di sé», talmente pieno che non respira più.

 

Ipecacuana

Ipecacuana è un altro grande farmaco dell’asma: anch’esso dopo soppressione di eruzioni, con esacerbazioni periodiche nel giro dell’anno. Più spiccatamente degli altri Ipecacuana ha fame d’aria, a tal punto da dover stare alla finestra durante l’attacco, durante il quale diventa pallido e cianotico.

Qui si nota un abbondante espettorato mucoso (e non è escluso che vi siano strie ematiche: la facilità all’emorragia è tipica di Ipecacuana). A questa mancanza d’aria spesso fanno riscontro disturbi gastrici di tipo «nervoso». Non ci meraviglia che questo interessamento delle prime vie digerenti e respiratorie, considerato che si tratta di un paziente irritabile pieno di desideri ma non sa neppur lui quali.

Le notizie sopraindicate hanno solo carattere esemplificativo: i rimedi omeopaticici sono più di 2000, e la scelta dell’uno o dell’altro deve tener conto anche della minima sfumatura espressa dal paziente, vuoi verbalizzata, vuoi mediante il linguaggio non verbale.


LAVANDA

MELISSA

ISSOPO...

 

I fattori scatenanti l’asma bronchiale sono conosciuti solo parzialmente. Quel che è certo è che attualmente si sta assistendo ad una forte diffusione di questo disturbo soprattutto nei bambini e nei giovani. Si può tentare dì imputare lo sviluppo di questa malattia a fattori esogeni come l’aria inquinata, lo smog, il polline dei fiori, ecc..., ma la nostra esperienza ci dimostra che anche tra i pazienti la cui terapia tiene presenti questi fattori, solo pochi hanno ottenuto validi risultati.

Anche se l’asma bronchiale si può considerare una malattia non grave, è bene non trattarla genericamente, ossia in modo sintomatico, ma soggettivamente se si vogliono ottenere risultati apprezzabili.

Quando diciamo trattare soggettivamente, intendiamo che non esiste un’ «asma bronchiale», ma un organismo malato che risponde violentemente (nel nostro caso con un attacco di asma) a svariate cause che lo affliggono.

Tutti questi fattori vanno presi in seria considerazione quando si tratta di somministrare all’asmatico dei medicamenti poiché è solo grazie all’esatta composizione di questi che si possono ottenere miglioramenti.

 

I Rimedi

È proprio nell’asma che l’uso delle erbe si rende consigliabile in quanto nei malati sono riscontrabili allergie (alle quali sono già predisposti) ai medicinali in causa.

Un altro vantaggio che offrono le cure erboristiche è quello di offrire miscugli e dosaggi diversi delle concentrazioni, valutabili caso per caso.

Spetta naturalmente al medico individuare i processi che scatenano la crisi: a questo punto è possibile intervenire per coadiuvare le terapie allopatiche dell’asma.

Con le erbe in ogni caso è necessario agire in modo globale sul soggetto in quanto si deve tendere ad intervenire sia sull’apparato respiratorio sia, più in generale, sullo stress di origine emotiva che solitamente è presente nell‘asmatico.

Ecco perché è necessario somministrare, oltre ad erbe antispasmodiche, erbe ad azione emolliente, antiallergica e riequilibrante. Tutte proprietà che, in percentuali diverse, sono presenti nelle erbe che tratteremo.

 

Lavanda

Una pianta che comprende molti principi attivi è la comunissima Lavanda (Lavandula officinalis) che, proprio per queste sue caratteristiche, viene utilizzata nella cura dell’asma per molteplici scopi.

Sono i molti olii essenziali (geraniolo, linalolo, eineolo, d-borneolo, limonene, l-pirene, carlofillene) presenti nella lavanda che fanno di questa pianta un ottimo antisettico e purificante di tutte le vie respiratorie e in modo particolare dei bronchi che vengono liberati da quegli agenti esterni (virus, piccoli acari della polvere, ecc...) responsabili dell’irritazione permanente. I bronchi così purificati possono reagire positivamente a qualsiasi cura: inoltre gli agenti esterni suddetti potrebbero anche essere la causa di un’eventuale asma allergica e, in tal caso, una volta debellati, verrebbe a mancare il terreno su cui potrebbe insorgere una possibile asma cronica.

Un’altra ragione per cui si fa ampio uso della Lavanda è dato dalla presenza di principi attivi sedativi e antispasmodici come l’acido rosmarinico, l’etere butirrico e valerianico.

Ovviamente questi principi attivi agiscono sulle contrazioni dei bronchi, attenuandone gli spasmi e facilitando la respirazione del paziente.

Le proprietà sedative cerebro-spinali della Lavanda aiutano ad attenuare la tensione emotiva che spesso causa l’insorgere della malattia o che comunque ne peggiora lo stadio.

È importante rendere noto che questa pianta ha pure proprietà cardiotoniche e quindi è in grado di sostenere il cuore durante gli attacchi acuti.

 

Issopo

Un’altra pianta dotata di principi attivi polivalenti e quindi ben utilizzabili nel nostro caso è l’Issopo (Hysopus officinalis) che già Dioscoride nell’antichità usava nei casi d’asma e di dispnea.

Le sue caratteristiche peculiari fanno sì che, qualunque sia la forma di utilizzazione (decotto, infuso, tintura, olio essenziale) i risultati che si ottengono sono tra i più validi.

L’azione principale dell’issopo, specialmente sotto forma di olio essenziale, è quella di liberare adrenalina (rimedio principe nel nostro caso) In seguito ad un’azione diretta sulle ghiandole surrenali. Su queste inoltre possiede una funzione regolatrice anche il potassio (sotto forma di nitrato) che a sua volta è considerato un ottimo tonico cardiaco e muscolare.

Ancora, troviamo la silice (che svolge un ruolo importante di regolazione sul sistema nervoso e respiratorio), l’issopenia, le saponine (che facilitano l’espettorazione).

Infine, i molti olii essenziali dell’issopo (fellandrene, borneolo, tuione, Ppno-canfone), lo rendono antisettico e disinfettante delle vie respiratorie.

 

 


 

 

 

 

 

 

 

Figura i Lavanda

Figura 2 Melissa

Figura 3 Issopo

 

 


 

 

 

Melissa

Forse più conosciuta come erba Cedronella per il suo intenso profurmo di limone, la Melissa (Melissa officinalis) è un antispasmodico da sempre usato. Per secoli è stata la componente principale dell’ «acqua dei carmelitani» nota appunto per le sue proprietà antiisteriche, antipilettiche, ecc.

Gli olii (citrol, citronellae, linalolo, geraniolo), le resine, le sostanze amare, fanno della Melissa un sicuro sedativo asmatico che agisce sul cervello e sul cuore ed un buon rimedio contro gli spasmi bronchiali.

Questi effetti sono ancora più pronunciati se all’azione della Melissa (le cui essenze vengono eliminate rapidamente dai bronchi, con giovamento dell’asma) vengono associati altri antispasmodici come la Lavanda o il Farfaraccio.

 

Drosera o Rosolida

Anche la Drosera o Rosolida (Drosera rotundifolia) risulta ricca di sostanze che agiscono a svariati livelli. I suoi principi attivi (resine, drosernia, glucoside droseroside, enzimi proteolitici) associati a quelli contenuti in altre piante sinergiche, la rendono utile in caso di asma bronchiale, bronchite, pertosse, in quanto agiscono come spasmolitici bronchiali.

Alla presenza nella pianta di sostanza naftochinoniche si deve l’azione calmante sulle terminazioni nervose della laringe.

Questi principi attivi, inoltre, sembrano avere proprietà antibiotiche su alcuni microorganismi responsabili di infezioni polmonari.

Nell’antichità questa pianta era popolarmente considerata una pianta pericolosa per la sua capacità di fagocitare piccoli insetti.

 

Valeriana

Prima del XVI secolo la Valeriana non aveva ancora raggiunto la diffusione tra medici e profani che poi avrà in seguito alle testimonianze del dottor Mattioli e del Botanico Fabio Colonna, guarito dall’epilessia solo per merito di questa pianta miracolosa. Proprio per le sue indiscusse qualità viene ancora oggi utilizzata dalla medicina ufficiale in preparati chimico-farmacologici. La Valeriana agisce su un unico fronte, traendo dal suo olio essenziale (costituito principalmente dall’acido valerianico, valerianato di bonile, aldeide valerianica, pinene, borucolo), dall’alcaloide catenina, dalle resine e dai glucosidi, capacità fortemente sedative di tutto il sistema nervoso. Oltre ad avere il pregio di essere totalmente innocua e di poter essere somministrata sotto varie forme (tintura, macerazione a freddo e a caldo, polvere o succo) è particolarmente indicata per i bambini.

Essendo la Valeriana un farmaco equilibratore nervoso, antispasmodico, anticonvulsivo e leggermente ipnotico, interviene nella malattia asmatica sia sulle cause che sugli effetti ancora tanto più dannosi in individui particolarmente emotivi.

Quindi le persone affette da asma, affaticate dallo stress quotidiano, in età puberale, o anziane, potranno finalmente trovare nella Valeriana un rimedio sicuro al loro problemi, e un sollievo alle palpitazioni cardiache nei momenti di crisi acute.

 

L’osmocomplesso

Possiamo, per concludere, nominare alcune piante senz’altro valide, ma che per ovvie ragioni, in questa sede non è possibile trattare particolarmente.

Ecco dunque la Ballottanigra, il Petasistes officinalis (Farfaraccio), l’Adiantum capillus-veneris (Capelvenere), la Potentilla ansirina (Argentinia), e ancora il Rosmarino, il Lichene Islandico, il Biancospino, l’Eucaliptus, la Verbena, il Timo, lo Stramonio, la Zobelia, la Brionia.

Un recente preparato, l’Osmocomplesso (miscela di olii essenziali quali Lavanda, Camomilla, Eucaliptus, Rosmarino, Timo, Achillea, Cipresso, terpeni di essenze agrumarie), che agisce sui peli olfattivi una volta annusato, meriterebbe un più ampio spazio dati i brillanti risultati ottenuti.

Bisogna tener presente quindi che l’utilizzazione periodica di questi preparati mette in grado l’individuo di prevenire o almeno diradare le temute crisi asmatiche.



PRIGIONIERI

DI UNA CORAZZA

 

 

 

La terapia dell’urlo.

Le tecniche corporee

di liberazione

 


Francesco Padrini, 34 anni, laureato in sociologia, ha studiato le terapie reichiane e postreichiane in Italia e in America. È allievo di.Jules Grossman, professore di psicologia clinica della San Francisco State University in California. Esercita attività terapeutica a Milano.

 

Bioenergetica e Respirazione

La grande intuizione di Wilhelm Reich, il padre della Bioenergetica fu quella di capire che nelle società moderne siamo tutti prigionieri di una «corazza» che limita se non impedisce la nostra emotività, i nostri sentimenti la nostra libera espressione. Discepolo di Freud, Reich scoprì che l’energia vitale (da lui chiamata orgonica) può bloccarsi in alcune parti del corpo che diventano sedi di tensioni e di conflitti emotivi. L’insieme di queste tensioni forma una corazza muscolare caratteriale, che con il tempo si rileva un impedimento al raggiungimento della propria identità e della piena creatività, in quanto lo stato cronico di contrazioni muscolari va di pari passo con l’indurimento del carattere riducendo la comunicabilità, l’amore e la percezione del piacere. Cresciuta addosso a noi anno per anno in conseguenza delle tensioni accumulate, la corazza non si lascia scrollare di dosso così facilmente, anzi qualcuno non si accorge neppure di averla. Ma è proprio per aiutare chi vuole liberarsi dal peso della corazza e insieme riconquistare se stesso che, prima Reich, poi i suoi discepoli hanno messo a punto quella che oggi Alexander Lowen chiama Analisi Bioenergetica.

Centrale nella elaborazione di questa analisi (che utilizza vari approcci terapeutici dalla posizione allungata al massaggio, dalla possibilità di gridare all’impiego di forti pressioni), è la respirazione. Con un uso combinato della respirazione e dell’interpretazione analitica delle pulsioni e delle resistenze si può realizzare contemporaneamente l’abreazione (cioè la presa immediata di coscienza) e l’analisi del carattere. Una respirazione profonda può provocare spontaneamente ricordi traumatici modificando i meccanismi di difesa del corpo e della psiche. L’abreazione di questi traumatismi, mediante la «presa di coscienza» risolve il blocco corporeo. Infatti le tensioni muscolari della corazza rappresentano le emozioni provocate, ma non espresse.

Attraverso la respirazione il nostro corpo assorbe l’ossigeno necessario ad alimentare le energie di cui abbiamo bisogno. Quando nasciamo non siamo consci di respirare, lo facciamo spontaneamente nel modo più libero e gratificante possibile. Man mano che diventiamo adulti tuttavia l’educazione e le esigenze sociali ci costringono a conformarci a dei modelli di comportamento che implicano anche l’alterazione della respirazione naturale, a causa delle tensioni muscolari croniche che si sviluppano dai conflitti emozionali. Ogni disturbo del respiro naturale è dunque dovuto a schemi di trattenimento inconsci o a certe tensioni muscolari. Per esempio il non riuscire a respirare pienamente può dipendere dalla paura di scoppiare a piangere e lasciarsi andare alle proprie emozioni. Lo schema di respirazione rilassata, al momento dell’inspirazione procede secondo due direzioni, in basso e in fuori: il diaframma si contrae e si abbassa permettendo ai polmoni di espandersi e gonfiarsi spingendo l’aria verso il basso, e così l’addome si allarga con un movimento verso l’esterno. In questo modo si incamera il massimo di aria con il minimo sforzo. Questo tipo di respirazione spontanea e salutare, è un’azione che coinvolge tutti i muscoli del corpo; in particolare ne sono toccati i muscoli pelvici che ruotano leggermente all’indietro verso il basso, durante l’inspirazione per allargare la pancia, per poi ruotare in avanti, verso l’alto, durante l’espirazione per diminuire la cavità addominale.

I movimenti respiratori possono essere immaginati come delle onde: l’ondata inspiratoria comincia profondamente nella pelvi e fluisce verso l’alto fino alla bocca; mentre avanza nel corpo, l’addome, il torace e la gola si espandono per accogliere l’aria. In molte persone tuttavia la gola è fortemente contratta e impedisce l’espressione dei sentimenti che si possono manifestare con pianto e grida. Per questo talvolta riuscire a piangere sblocca la tensione nella gola lasciando arrivare più liberamente l’aria al ventre. L’espirazione provoca il rilassamento in tutto il corpo. L’onda espiratoria incomincia dalla bocca e fluisce verso il basso raggiungendo la pelvi che si muove in avanti dolcemente. Chi ha paura di lasciarsi andare completamente, ha qualche difficoltà nell’espirare completamente e, persino, anche dopo un’espirazione forzata, tratterrà ancora un po’ d’aria nel petto.

 

Figura 1. Respirazione con la pancia. Figura 2. Respirazione con oscillazione pelvica.

 

 

 

Questo fenomeno è una difesa contro la paura di non essere capace di immettere abbastanza aria e di dover quindi soccombere. Una persona in queste condizioni, costretta a lasciare andare completamente l’aria, reagirà con panico inspirando subito per riempire nuovamente il petto, e riacquistare una riserva d’aria di sicurezza. Questa paura di perdere tutta l’aria è l’espressione fisiologica di perdere la propria sicurezza. Le persone che hanno paura di prendere contatto con la realtà, hanno difficoltà a inspirare e, se aprono la gola per un respiro profondo, si sentono terrorizzate.

 

Figura 3. Espirazione. Figura 4. Respirazione e vibrazione.

 

A parte quello già descritto, c’è un altro modo di respirare quando il bisogno di ossigeno si fa più urgente, come, per esempio, in molte attività faticose. In questo caso sono mobilitati i muscoli del torace e nei movimenti respiratori è coinvolto il petto. In alcune persone quando il petto si espande nell’inspirazione, la pancia viene come inghiottita all’interno e ciò produce un grave disagio perché il movimento verso il basso dei polmoni si blocca. È il tipico respiro piatto e poco profondo in cui il petto si irrigidisce e la pancia si contrae. In questo modo è possibile controllare lacrime e singhiozzi; è la tipica sensazione che esprimiamo dicendo: «ho un nodo allo stomaco».

Il respirare è anche molto importante nell’emissione della voce, che molti educati fin da piccoli a non disturbare soffocano in sé producendo una forte chiusura della gola limitando seriamente il respiro. Per questo in terapia bioenergetica bisogna incoraggiare le persone a lasciare andare il suono della voce facendo gli esercizi di respirazione. La libera emissione dei suono diminuisce sia lo stress che il dolore. Ecco alcuni esercizi che hanno per perno proprio la respirazione. Lowen li usa regolarmente in terapia bioenergetica e in molti casi consiglia poi al paziente di ripeterli a casa.

 

Figura 1. Respirazione con la pancia. Stendersi su un tappeto e piegare le ginocchia, tenendo i piedi piatti sul terreno (con le dita leggermente voltate in fuori) e divaricati di circa 40 centimetri.

La testa va tenuta fino a stendere completamente la gola.

Le mani invece vanno appoggiate alle ossa pubiche in modo da sentire i movimenti addominali. In questa posizione bisogna respirare per circa un minuto a bocca aperta abbassando e sollevando la pancia. Questo esercizio può evidenziare le tensioni nella gola, e la rigidità del petto.

 

Figura 2. Respirazione con oscillazione pelvica. Piegare leggermente la pelvi indietro a ogni inspirazione e in avanti ad ogni espirazione. Anche questa respirazione deve proseguire per circa un minuto. I movimenti pelvici dovrebbero aumentare la profondità della respirazione e l’ampiezza dei movimenti addominali. Questo modo di respirare può produrre una sensazione di formicolio alle mani e in altre parti del corpo. In alcuni casi le mani possono contrarsi dolorosamente a causa della respirazione esagerata. Dal punto di vista bioenergetico quando avviene questo eccesso di respirazione si dice che il corpo è sovraccarico. Questi sintomi scompaiono con lo sblocco delle emozioni, per esempio provocando il pianto o interrompendo questo modo di respirare. È importante infatti non forzare in nessun modo il proprio corpo; alla reazione di sblocco si deve arrivare per gradi e non imponendosi sforzi troppo grandi.

 

Figura 3. Espirazione. Questo esercizio permette di sentire fino a che punto è possibile lasciar uscire l’aria dai polmoni.

Rimanendo sempre distesi con le ginocchia piegate, e con le braccia stese lungo il corpo (vedi fig. 3), bisogna lasciar uscire l’aria senza forzare i polmoni ed emettere un suono, ad esempio un lungo «aaha». Esaurita l’espirazione si riprende fiato e si ricomincia. Questo esercizio andrebbe fatto quattro o cinque volte di fila cercando ogni volta di emettere suoni sempre più lunghi; deve comunque essere eseguito con la massima scioltezza perché forzare la voce o il respiro in verità serve solo a stringere la gola e produrre tensione. Può succedere che dopo un po’ la voce cominci a tremare, il suono a venir meno fino a lasciare il posto a un pianto spontaneo. Se questo accade non bisogna fare nulla per trattenersi, anzi è meglio andare avanti senza frenare i singhiozzi.

 

Figura 4. Respirazione e vibrazione. Le gambe vanno sollevate perpendicolari al pavimento, con le ginocchia leggermente flesse, le caviglie piegate, i talloni spinti in su. Respirando in questa posizione dopo un po’ le gambe dovrebbero incominciare a vibrare. Quando la vibrazione comincia bisogna lasciarla continuare sempre spingendo i talloni in su. Dopo un minuto i piedi vanno riportati in posizione di riposo sul pavimento e per rilassare la pancia, che si era tesa nello sforzo di sollevare le gambe, basterà spingere le natiche contro il pavimento.

Questi esercizi di respirazione sono particolarmente adatti per il rilassamento, l’importante è imparare a respirare in maniera spontanea e libera seguendo i ritmi spontanei del corpo.



 

IL TRAINING

AUTOGENO?

 

 

Un “antidoto” contro

la mancanza dl concentrazione

e determinazione.

Il salto dall’ipnosi

al training autogeno.

Gli esercizi inferiori

e quelli superiori

 


Che cos’è il Training Autogeno?

Il Training Autogeno (TA) è un allenamento a particolari esercizi di concentrazione della propria attenzione all’interno del proprio corpo che permette di ottenere un sempre maggior grado di distensione, benessere ed equilibrio psicosomatico (condizione di Omeostasi).

Il termine Training Autogeno viene oggi impropriamente usato anche per tecniche di tipo autoipnotico o eteroipnotico che sono basate su meccanismi suggestivi, come ad esempio, nel caso dei nastri registrati che vengono utilizzati dagli atleti di numerose specialità prima delle gare. Scopo del T.A. originale, invece, è una «osservazione» di determinati fenomeni che «si generano da sé» (e perciò autogeni) e non per suggestione.

A dimostrazione di ciò sta il fatto che, mentre la fenomenologia di tipo ipnotico-suggestivo è estremamente varia e praticamente illimitata, la fenomenologia del T.A. è rigidamente limitata a quelli che sono i meccanismi biologici di reazione del nostro organismo alla distensione.

 

Breve storia del Training Autogeno

Il T.A. è stato ideato nella sua formula originale dal medico tedesco J.H. Schultz (1884-1970).

Schultz, dopo aver partecipato al movimento psicoanalitico berlinese, si interessò attivamente di ipnosi. Fu infatti durante la pratica di quest’ultima che ebbe modo di rendersi conto come il suggerimento di concentrare l’attenzione cercando di assumere un atteggiamento di indifferente passività determinasse uno stato di rilassamento muscolare. Poté constatare inoltre come l’allenamento sistematico, allo scopo di ottenere questo atteggiamento, permettesse di raggiungere un sempre più rapido e generalizzato rilassamento muscolare e particolari fenomeni psicosomatici comuni alla stragrande maggioranza degli individui.

 

Controlli sperimentali

Negli ultimi decenni sono stati effettuati un gran numero di controlli sperimentali sulle effettive modificazioni bio-fisiologiche del nostro organismo nel corso degli esercizi del T.A.

Anche senza particolari strumenti è possibile verificare lo stato di rilasciamento muscolare sollevando un braccio del soggetto e lasciandolo ricadere flaccidamente sul sostegno sottostante. Anche la mandibola si porta spontaneamente in una posizione intermedia.

Il ritmo respiratorio si modifica e diventa sempre più ritmico ed uniforme. Mentre fisiologicamente si avverte spesso il bisogno di modificare la propria posizione, durante lo stato autogeno si può rimanere immobili anche per ore.

Mediante appositi strumenti è rilevabile una normalizzazione della pressione arteriosa, sia che il soggetto sia ipoteso, che iperteso.

Prove biochimiche eseguite sul sangue dei soggetti, prima e dopo gli esercizi del T.A., hanno dimostrato una diminuzione dello jodio proteico e dello jodio totale (Luthe), variazioni di cortisolo ematico (Alnaes e Skaug>, diminuzione del metabolismo basale (Eiff).

Un controllo obiettivo del grado di distensione muscolare durante l’esercizio della pesantezza è stato fatto registrando graficamente l’escursione tendineo-muscolare all’arto inferiore, per controllare il riflesso patellare prima, durante e dopo gli esercizi di distensione.

Infine citeremo ancora il riscontro elettroencefalografico, da parte di Geissmann, dell’appiattimento del ritmo alfa, che però non scompare ma, all’analizzatore automatico di frequenza, dimostra un lieve aumento di frequenza. In soggetti ben allenati si sono evidenziate, nella regione centro temporale, delle punte simili a quelle che si ritrovano negli epilettici, malgrado i soggetti fossero del tutto normali. Inoltre alcuni complessi elettroencefalografici sono risultati del tutto analoghi a quelli riscontrati in tracciati eseguiti su degli Yogi da Gestaut e Das.

 

Interpretazioni teoriche del Training Autogeno

Le interpretazioni teoriche del T.A. sono a tutt’oggi molteplici. Esse dipendono infatti dalla impostazione dei vari autori.

Per alcuni autori di scuola psicoanalitica i risultati del T.A. sarebbero da attribuirsi alla rimozione del mondo esterno ed al susseguente ritorno del proprio corpo all’ «esperienza cinestetica primordiale». In tal modo la propria percezione interiore permetterebbe al corpo di essere reinvestito dalla libido (capacità che si sarebbe persa nell’evoluzione autogenetica).

Per altri autori, invece, gli effetti del T.A. sarebbero spiegabili con teorie di tipo riflessivistico. Secondo tali teorie, la concentrazione psichica di un punto corticale potrebbe determinare tutto intorno una inibizione, responsabile dell’indifferenza emotiva, della perdita di sensazioni e della passività psichica. In tali condizioni sarebbe inoltre possibile il decondizionamento delle situazioni patologiche precedentemente instauratesi.

Taluni autori ritengono che l’efficacia terapeutica del T.A. sia invece da attribuirsi semplicemente alla maggiore comprensione dell’origine psicogena dei propri disturbi e malattie. Tale capacità sarebbe infatti sviluppata dalle esperienze somatiche e psichiche avute per mezzo del TA.

Ci sembra infine degna di nota la teoria di Luthe, che è forse il più attivo studioso contemporaneo di T.A..

Questo autore parte dal presupposto che l’uomo è stato dotato dalla natura non solo di meccanismi atti a regolare i fluidi e il bilancio elettrolitico, la pressione sanguigna, la frequenza cardiaca e così via, ma anche a riaggiustare disordini funzionali più complicati di natura mentale.

Secondo questo concetto, quando una persona è esposta a una eccessiva stimolazione disturbante, il suo cervello avrebbe la capacità potenziale di utilizzare dei processi biologici naturali per ridurre le conseguenze negative di tale situazione. Alcuni di questi meccanismi potrebbero essere quelli che intervengono in modo spontaneo durante il sonno.

Orbene, per Luthe, il T.A. e le altre tecniche di questo tipo, non farebbero altro che facilitare la riattivazione di tali meccanismi che hanno lo scopo di riportare l’organismo al suo equilibrio naturale.

 

Differenze tra Training Autogeno e autoipnosi

In base a una insufficiente informazione molte persone ritengono che T.A. e autoipnosi siano due tecniche molto simili, se non addirittura due sinonimi. Effettivamente vi sono degli aspetti comuni come, per esempio, l’ipotonia muscolare generalizzata, la distensione neuro psichica, il restringimento del campo di coscienza, l’isolamento sensoriale e le modificazioni neurovegetative; purtuttavia si tratta di due tecniche distinte: nell’autoipnosi ciò che verrà ottenuto sarà la conseguenza di un atto di volontà, di un qualcosa a cui si tende, mentre nel T.A. ci si limita a constatare cosa avviene nel proprio organismo. Per questa ragione, anche l’utilità terapeutica del primo metodo è conseguenza di un condizionamento a determinate formulazioni, mentre nel TA. essa è conseguenza di una spontanea messa in moto di meccanismi biologici autoregolatori che riporterebbero il nostro organismo all’equilibrio naturale.

 

Effetti fisiologici del Training Autogeno nei soggetti sani e malati

Sin da prima della nascita il nostro organismo reagisce alle innumerevoli stimolazioni psichiche e fisiche con delle modificazioni nervose e ormonali, allo scopo di potersi adeguare alla situazione ambientale. Noi possiamo avvertire soggettivamente tali modificazioni; ad esempio un aumento dell’adrenalina porterà a una sensazione di freddo periferico contrapposto, d’altra parte, a una sensazione di calore alla testa, ad aumento della pressione arteriosa, della frequenza cardiaca e respiratoria e così via.

Mentre col passare del tempo diventiamo sempre più «esperti» nell’utilizzazione di tali meccanismi, spesso perdiamo la capacità di riportarci allo stato di equilibrio di base. Se pensiamo che il TA. favorisce appunto tale capacità, potremo anche comprendere meglio il significato delle sensazioni avvertite durante gli esercizi, come il calore periferico e il fresco alla fronte, la normalizzazione del battito cardiaco, del respiro, delle secrezioni esterne (come il sudore) ed interne (ad es. gastriche), del sonno, ecc..

Tali modificazioni inoltre saranno tanto più intense quanto più il soggetto si sarà scostato dalla normalità; in altri termini, nei soggetti malati l’effetto «regolarizzante» del T.A. sarà più sensibile.

Nella tabella, compilata da Luthe e Biumberger, sono riportati alcuni esempi di variazioni fisiologiche in pazienti che praticavano metodi autogeni.

 

L’azione terapeutica del Training Autogeno nel caso di malattie specifiche

Abbiamo già visto quali sono i vantaggi ottenibili dall’utilizzazione del T.A. e quali sono i presupposti teorici e pratici sui quali si basano i suoi possibili effetti terapeutici nel caso di malattie specifiche. Tuttavia, il rischio che si corre nel caso di molte malattie, come ad esempio l’asma, è che il T.A. venga utilizzato per l’eliminazione della manifestazione della malattia, basandosi su effetti suggestivi, come nel caso dell’autoipnosi, oppure sull’acquisizione di un controllo dei meccanismi fisiologici che permettono la realizzazione della malattia (nel caso dell’asma la broncocostrizione).

Secondo noi, questo può permettere la guarigione della malattia, ma non quella dell’ «individuo malato». In altre parole, l’eliminazione della possibilità di somatizzare in un certo modo non comporta un miglioramento dell’equilibrio psicosomatico dell’individuo, ma solo una provvisoria modificazione.

Tale modificazione porta necessariamente ad un riaggiustamento del sistema psicosomatico in una direzione meno economica della precedente, in quanto, come già sostenuto dai terapeuti omeopatici, la soppressione di un sintomo comporta successivamente la comparsa di uno stato patologico a livello più profondo.

Tenendo presenti tali considerazioni, può essere interessante esaminare brevemente le tre storie di soggetti asmatici riportate da Schultz nel suo libro “Il Training Autogeno”, quale esempio dell’efficacia della sua tecnica nella cura dell’asma.

Infatti, mentre il paziente trattato contemporaneamente con una psicoterapia analitica guarisce senza avere in seguito altri disturbi, degli altri due pazienti, uno si ammala di gastrite infettiva ed ulcera duodenale, l’altro, invece, muore di carcinoma intestinale dopo aver sofferto di bronchite infettiva per alcuni anni.

 

Una concezione più estesa del Training Autogeno

Molti ritengono che il Training Autogeno possa sostanzialmente cambiare la realtà della nostra vita, mediante il raggiungimento e il mantenimento di un notevole livello di armonia interiore.

Esso può permettere infatti di riconoscere i propri limiti genetici o acquisiti, di realizzare se stessi utilizzando al meglio le circostanze della vita, e, infine, di evitare quegli stimoli e circostanze che si sa possano produrre effetti di disturbo sulla propria armonia. Il soggetto, infatti, mediante una combinazione delle diverse tecniche autogene, può ottenere non solo delle «normalizzazioni funzionali», ma anche sviluppare una maggiore sensibilità per quel che riguarda il riconoscimento di situazioni e stimoli positivi e negativi per il suo sistema.

Inoltre, l’abitudine mentale all’osservazione di ciò che ci succede a tutti i livelli ci eviterebbe di subire passivamente la nostra vita e ci consentirebbe di viverla in modo più cosciente.

 

 

Figura 1. Posizione a sedere rilassata.

Figura 2. Posizione sulla «sedia del nonno».

Figura 3. Posizione supina.

 

GLI ESERCIZI

Il TA è costituito da una serie di esercizi, definiti «inferiori», nei quali la concentrazione mentale si rivolge a particolari sensazioni corporee, e da una serie di esercizi, definiti «superiori», in cui l’attenzione si rivolge invece a particolari rappresentazioni mentali.

 

Gli esercizi inferiori

La serie degli esercizi inferiori è costituita da sei esercizi fondamentali.

Il primo esercizio è quello cosiddetto «esercizio della pesantezza». Il soggetto realizza, mediante questo esercizio, uno stato generalizzato di rilassamento muscolare, che percepisce prevalentemente come sensazione di «pesantezza», dapprima dei singoli arti e, in seguito, di tutto il corpo.

Già alla prima seduta circa il 40% dei soggetti avverte tale sensazione. Il successivo esercizio è chiamato «esercizio del calore». Si realizza infatti un maggiore afflusso di sangue nei muscoli rilasciati, che viene percepito dal soggetto come un aumento di temperatura. Tale aumento è reale e controllabile mediante appositi strumenti. Molti soggetti, già nel corso di tale esercizio, percepiscono il proprio battito cardiaco.

La percezione di tale battito a vari livelli del proprio corpo e la capacità di modificarne il ritmo costituiscono infatti l’essenza del terzo esercizio («esercizio del controllo cardiaco»). Anche la funzione respiratoria, progressivamente liberata dalle influenze psichiche ed emotive, si svolgerà sempre più calma e regolare, tanto che il soggetto potrà avvertire la sensazione di non essere più lui che respira, ma la «massa calda e pesante del corpo» che respira da sola («esercizio del respiro»).

Nel quinto esercizio si raggiunge invece un progressivo rilasciamento e calore a livello dei visceri addominali. Tale esercizio chiamato «esercizio del plesso solare», dal nome del plesso nervoso mediante il quale tensioni ed emozioni psichiche vengono trasmesse agli organi addominali. Infine, con l’ultimo esercizio («Esercizio del fresco alla fronte») si ottiene una sensazione opposta a quella di «caldo alla testa» che si percepisce in situazioni caratterizzate da emozioni o stress.

 

Condizioni ambientali e posizioni consigliabili per l’esecuzione degli esercizi

Per l’esecuzione degli esercizi è opportuno evitare stimoli esterni che potrebbero derivare da un ambiente poco tranquillo o di temperatura poco confortevole e da un abbigliamento troppo stretto o pesante. Per tale ragione si consiglia quindi di chiudere anche le palpebre. La posizione del corpo dovrà inoltre essere tale da ridurre al minimo la necessità di tensioni muscolari. La posizione più indicata è quindi quella distesa a terra, con le braccia lungo il corpo. Ma, dal momento che non sempre nel corso della giornata abbiamo la possibilità di assumere tale posizione, possiamo efficacemente sostituirla con quella seduta, detta del «cocchiere» per la sua similarità con quella assunta spontaneamente dai conducenti delle carrozze e da altri individui che esercitano mestieri che costringono a stare a lungo seduti, senza la possibilità di appoggiare tronco o arti.

In tale posizione la testa e il tronco sono incurvati in avanti e i gomiti appoggiati sulle cosce, mentre le gambe sono leggermente aperte (vedi figura n. 1). Infine, se non è possibile neppure stare seduti, si può benissimo fare l’esercizio in piedi, cercando di rilasciare la muscolatura della parte superiore del corpo.

 

Svolgimento degli esercizi inferiori

I singoli esercizi vengono svolti dapprima in sedute collettive, sotto la guida di un esperto, che si tengono ogni 14 giorni circa, in modo che il soggetto, nel periodo tra una seduta e la seguente, abbia la possibilità dl allenarsi per conto proprio con due o tre esercizi giornalieri di pochi minuti ciascuno.

 

Esecuzione degli esercizi fondamentali

Esercizio I:       Il soggetto ripete mentalmente 5-6 volte «Il mio braccio destro è pesante», dopodiché ripete le formule analoghe riguardanti l’altro braccio, le gambe e tutto il corpo.

Esercizio II:     Si ripete il primo e poi «Il mio braccio destro è caldo» (5-6 volte). «il mio braccio sinistro è caldo», ecc.

Esercizio III:   Si ripete I,II e poi «Il mio cuore batte calmo e regolare» (5-6 volte).

Esercizio IV:     Si ripete I,II,III e poi «Il mio respiro è calmo e regolare» (5-6 volte).

Esercizio V:       Si ripete I,II,III, IV e poi «Il mio plesso solare è caldo» (5-6 volte).

Esercizio VI:     Si ripete I,II,III, IV, V e poi «La mia fronte è fresca» (5-6 volte).

È consigliabile inoltre ripetere una volta, tra un esercizio e l’altro e prima di iniziare, la formula «lo sono perfettamente calmo».


Esempi di variazioni fisiologiche in pazienti

che praticano metodi autogeni

 

 


Tipo di organo e

Funzione

Tipo di variazione

 

Tipo di disturbo


APPARATO CARDIO CRICOLATORIO


Ritmo cardiaco

 

Pressione del sangue

 

 

ECG

 

 

 

 

Circolazione

periferica

Temperatura

della pelle

 

 

Temperatura rettale

Diuresi

Normalizzazione

 

Diminuita

Aumentata

 

Innalzamento del

tratto ST depresso e/o

incremento dell’onda T

 

 

Aumentata

 

Aumentata

 

 

 

Diminuita

Aumentata

Tachicardia e

bradicardia sinusale

Alcune aritmie

iper. essenz.

Forme di ipotensione

Depressione del tratto

ST ,abbassamento

dell’onda T-angina

pectoris - infarto

miocardico

Claudicatto

intermittente

Malattia di Buerger

fenomeno di Rainaud

sclerodermia

acrocianosi

Effetto non specifico

Effetto non specifico


APPARATO ESPIRATORIO


Frequenza respiratoria

 

Escursione respiratoria

Durata della

inspirazione

Durata della

espirazione

Capacità vitale

Consumo ossigeno

 

 

Diminuita

 

Aumentata

Aumentata

 

Aumentata

 

Aumentata

Diminuita (recupero

più veloce)

Aumentata

Disordine funzionale

asma bronchiale

 

 

 

 

 

 

DOpo un lavoro

muscolare

A riposo


APPARATO DIGERENTE


Esofago

 

 

Stomaco

 

 

 

 

 

 

 

Duodeno

 

Digiuno

 

Colon

 

 

Più ampia apertura

del cardias

 

Riduzione iniziale

transitoria dell’attività

motoria – Contrazioni

gastriche più ampie

ed energiche

Peristalsi più regolare

Svuotamento più

completo

Riempimento

migliorato

Transito più regolare

ed efficiente

Aumento del flusso

sanguigno – attivazione

della peristalsi

ernia dello iato

Spasmo dell’esofago

cardiospasmo

Ulcera peptica

duodeniti – Dispepsie

Pilorospasmo

Ipermotilità dovuta

a stress

 

 

 

Ulcera duodenale

 

 

 

Stipsi cronica

flatulenza


APPARATO ENDOCRINO


Glicemia e glicosuria

 

Necessità di insulina

Jodio legato a

Proteine – Jodio totale

Colesterolemia

Cortisolemia

Diminuita

 

Diminuita

Diminuita

 

Diminuita

Diminuita

Aumento dovuto

a stress

Diabete mellito

Disturbi funzionali

della tiroide

Ipercolesterolemia

Ipercortesolemia


OSTETRICIA


Numero di contrazioni

Durata del travaglio

Dolore

Diminuite

Diminuita

Diminuito

Parto

Parto

Parto


SNC


Potenziale d’azione

muscolare

Riflesso patellare

Riflesso achilleo

Pressione intraoculare

Forza dell’io

capacità di

concentrazione

Diminuito

 

Diminuito

Diminuito

Diminuita

Aumentata

 

 

 

 

 

 

Glaucoma

Schizofrenia


 

Nell’esecuzione degli esercizi del T.A., le formule mentali devono essere utilizzate semplicemente come un aiuto per l’orientamento della propria attenzione, allo scopo di potersi rendere conto di quanto avviene spontaneamente nel nostro organismo; tuttavia tali formule possono erroneamente essere interpretate come dei «compiti da eseguirsi» e alcuni autori ritengono che questo modo di svolgere gli esercizi non possa escludere la possibilità di una componente autosuggestiva. Otto Lanz, ad esempio, ritiene preferibile sostituire la formulazione di tali frasi con il semplice spostarsi della propria attenzione progressivamente su mano destra, braccio destro, mano sinistra e così via, in modo che il soggetto possa spontaneamente rendersi conto dell’avvenuta comparsa dei fenomeni tipici del TA., anche senza conoscerli e aspettarli prima.

 

Il concetto di «concentrazione passiva»

Con tale termine, nella terminologia del T.A., si indica la condizione del soggetto durante l’esecuzione degli esercizi. Egli, infatti, deve essere completamente indifferente per quanto riguarda il risultato, anche perché ogni sforzo, effettuato allo scopo di ottenere il risultato, non può che pregiudicare l’efficacia dell’esercizio, la quale non dipende dai cambiamenti percepiti, ma solo da una corretta esecuzione degli esercizi.

 

Gli esercizi superiori

Come già accennato precedentemente tali esercizi si rivolgono alla mente ed, in particolare, all’inconscio. Questo comporta inevitabilmente che, mentre si dischiudono innumerevoli possibilità, sia di tipo terapeutico che di tipo esistenziale, allo stesso tempo si corrono rischi gravissimi per l’equilibrio del soggetto. Per tale ragione la loro applicazione può essere intrapresa soltanto con la guida di psicoterapeuti esperti, che conoscano sufficientemente le dinamiche psicologiche profonde. Ovviamente, per eseguire tali esercizi, occorre aver acquisito una certa disinvoltura nell’esecuzione di quelli del ciclo inferiore.


 

CON L’ORIENTE

SI CHIUDE

 

E. Mondella, professore di Filosofia della Scienza, Università degli studi di Milano, laureato in medicina, ha svolto per alcuni anni attività come medico, si è poi dedicato agli studi storico-filosofici relativi alla medicina collaborando tra l’altro alla “Storia del pensiero filosofico-scientifico” di L. Geymonat.


 

 

Domanda: Dai presupposti e dai concetti della filosofia della scienza è esatta la nostra ammissione per cui le malattie organiche possono originare dall’incoscio? Premesso che nell’ambito della filosofia della scienza si hanno, come in ogni altra disciplina diverse posizioni...

Risposta: io penso che l’ipotesi secondo cui determinate malattie possono originare dall’inconscio non è in contrasto con principi ritenuti validi nel pensiero medico contemporaneo. Ritengo in particolare che una tesi di questo genere sia compatibile con i principi teorici della fisiopatologia, anche se di fatto contrasta con la prassi, della maggioranza dei medici.

Nel periodo contemporaneo la formulazione di teorie psicologiche è considerata del tutto compatibile con le indagini di tipo fisiologico e soprattutto con quelle circa il sistema nervoso centrale.

D.: Quale relazione lega la mente al corpo, sempre secondo la filosofia della scienza?

R.: Nel periodo recente, a partire dagli ultimi cento anni, con lo stesso sorgere e con il conseguente sviluppo della psicologia sperimentale, si sostenne il cosiddetto principio del «parallelismo psico-fisico», secondo il quale ad ogni processo psichico doveva corrispondere un processo di tipo neuro-fisiologico.

Il postulato del parallelismo presiede allo sviluppo della psicologia sperimentale contemporanea. Con lo sviluppo delle teorie psicologiche dell’insconscio il campo di indagine si è ampliato e si è ammessa l’ipotesi che anche le entità teorizzate a livello dell’inconscio possano eventualmente corrispondere a processi fisiologici, anche se non si è cercato molto di precisarla. In base a questo principio non c’è quindi difficoltà ad ammettere che a determinati processi patologici e neuro-fisiologici corrispondano eventi di tipo psicologico. Questo dal momento che esiste una innervazione estremamente diffusa a tutti i tessuti del corpo umano e che ha poi riferimento nel sistema nervoso centrale.

D.: Questa concezione del parallelismo psicofisico non ha suscitato dubbi o contestazioni?

R.: Effettivamente la difficoltà maggiore insorge quando queste corrispondenze tra eventi fisiologici e psichici vengono interpretate in senso causale.

D’altra parte secondo il linguaggio e il senso comuni si ammette che certi eventi psichici possano essere un fattore causale di eventi fisici; per esempio che un nostro atto di volontà determini un movimento del corpo e anche semplicemente che un’emozione come il senso di imbarazzo possa farci arrossire. E viceversa che la stimolazione di un organo di senso causi un evento psichico come le sensazioni.

D.: Quindi si riferisce ad un «interazionismo» fra mente e corpo?

R.: Sì, esattamente, però questa tesi dell’interazionismo fra mente e corpo è stata fortemente contestata sul piano filosofico, specialmente dalla seconda metà dell’800.

Ed è stata contestata soprattutto in base al principio di conservazione dell’energia che è un principio della fisica valevole anche per la fisiologia.

Secondo questo principio ogni evento fisico comporta delle trasformazioni energetiche tali che deve rimanere costante, all’interno del sistema fisico corrispondente, la quantità di energia. Perciò se si ammette che un evento psichico possa intervenire su uno fisiologico, bisogna in qualche modo ammettere che c’è un trasferimento di energia o, meglio, un apporto di energia al sistema fisico-psicologico.

Qui saremmo davanti ad una difficoltà, in quanto se si considera la psiche come un’entità non fisica, non materiale, non si vede da dove essa possa attingere l’energia che deve impiegare nel processo di trasformazione del sistema nervoso.

D.: Quali correnti di pensiero si sono interessate al problema mente-corpo?

R.: Nella seconda metà dell’800 Wilhelm Wundt, psicologo sperimentale della Scuola di Lipsia e G.T. Fechner, psicofisiologo, i grandi fondatori della psicologia sperimentale, negarono la possibilità di un interazionismo e sostennero invece la tesi del «parallelismo psicofisico».

Anche oggi nell’ambito della filosofia della scienza questa problematica rimane aperta. Abbiamo oggi uomini illustri come Eccles J. C. e K. R. Popper i quali si fanno nuovamente sostenitori di un interazionismo mente-corpo.

 

 

Ammettono cioè che la mente agisca in qualche modo sul sistema nervoso a livelli di certe zone del cervello e viceversa.

Questo però in contrasto col parere di molti, forse della maggioranza dei neurofisiologi contemporanei e dei filosofi della scienza.

Fra questi ultimi infatti molti sostengono che l’unica soluzione atta a risolvere la questione sia la teoria dell’ «identità», una interpretazione aggiornata del parallelismo ottocentesco, secondo la quale mente e corpo sono due facce della stessa medaglia, cioè due aspetti di una identica realtà. Per cui non si può parlare di due principi che interagiscano fra loro, ma si parla di un’unica realtà che si presenta sotto due aspetti, quello fisico e quello psichico. Parlare di una interazione è possibile in questo caso nel senso in cui possono interagire fra loro momenti distinti di una stessa realtà.

D.: La Sua opinione?

R.: La mia posizione in merito al problema è che accorra serbare l’interazionismo, quello stessa del senso comune e del linguaggio comune.

Ritengo che abbia senso dire che un sentimento, uno stato d’animo, influisca sul comportamento di una persona e sulle sue condizioni fisiologiche.

Penso che sia assurdo considerare un errore filosofico questa convinzione della conoscenza comune; semmai si tratta di interpretarla, partendo ad esempio da una concezione che potrebbe essere chiamata «teoria dei livelli». Ammettendo cioè che l’organismo vivente possa essere studiato a vari livelli di organizzazione, noi possiamo individuare il livello molecolare, dove avremo delle leggi proprie e un certo suo determinismo ma possiamo indagare anche un livello cellulare, considerato superiore, e poi anche un altro livello dei sistemi di organi e inoltre, ancora superiormente, quello psicologico. Si tratta comunque di distinzioni non rigide e definitive.

Il livello psicologico e, se vogliamo, anche quello sociologico, possono comunque essere considerati i livelli più alti sui quali ci è consentito studiare l’uomo.

D.: Quindi il problema del «fisico» e il problema dello «psichico» potrebbero essere considerati come due approcci a diversi livelli. Quale privilegiare?

R.: Difficilmente possiamo stabilirlo a priori.

Ciò che mi pare sia importante è che nessuno di questi livelli debba avere la pretesa di essere esaustivo e privilegiato. Volendo privilegiarne uno solo si corre il rischio di un atteggiamento riduzionistico. Sarebbe una sorta di impoverimento della complessità dell’oggetto: privilegiando per esempio il livello fisico-chimico perdiamo di vista la ricchezza, la complessità del fenomeno che invece ci è data dagli altri livelli di analisi.

Il privilegiare di volta in volta l’uno o l’altro deve essere dettato dall’arte di chi si interessa, di chi interviene sull’uomo. In genere un buon medico è colui che in base alla sua cultura ed esperienza sa scegliere l’adatto livello di analisi e di intervento. L’abilità di un medico sta proprio nel saper cogliere l’organismo umano a tutti i livelli, con gli interventi adatti a ciascuno di essi.

In questa prospettiva dei livelli di organizzazione o di realtà in cui può essere studiato il problema posto dal rapporto mente-corpo come rapporto di interazione non dovrebbe più essere considerato come una relazione causale fra entità ciascuna dotata di una propria sostanzialità, come potrebbero essere l’anima e il corpo, bensì un’interazione fra entità teoriche di vari livelli.

Vale a dire: io posso stabilire, a livello di una teoria psicologica, l’entità inconscia che è un’entità appartenente alla teoria elaborata proprio su quel livello; ed essa non è tanto un’entità metafisica come l’anima, ma é un termine teorico che poi applico e sviluppo su quel livello di indagine, senza dire se a questa entità teorica ne corrisponda qualche altra sostanziale di tipo metafisico. Altrettanto si può dire per quanto riguarda i livelli di organizzazione inferiori. In questo caso quindi l’interazione che è affermata nella conoscenza comunque può essere interpretata filosoficamente come un’azione causale di un’entità propria ad un livello su un’altra entità propria ad un altro livello. La difficoltà filosofica maggiore sta poi nel precisare quanto di convenzionale e quanto di «oggettivo» è implicito in queste entità distinte. Ma questo è un problema che riguarda le entità teoriche di tutte le teorie scientifiche.

Posso comunque dire che vi può essere un tegame causale fra la situazione psicologica di un individuo, un’emozione, una situazione di tensione psichica, e un’alterazione funzionale di un organo.

Partendo da questa teoria dei livelli si potrebbe così risolvere le difficoltà filosofiche che sono state sollevate nei riguardi dell’interazionismo. Fra l’altro questa teoria oggi comincia ad essere riconosciuta nell’ambito della biologia, più di quanto lo fosse in passato; è anche presente nella tradizione marxista, in particolare nella filosofia di Engels: nella Dialettica della natura egli riconosce infatti una molteplicità di livelli qualitativi di organizzazione della materia.

D.: In quali altri Autori e correnti di pensiero è presente la teoria dei livelli?

R.: Per esempio gli sviluppi della cibernetica hanno portato a riconoscere che la regolazione e la trasmissione delle informazioni sono processi che si realizzano ad uno specifico livello organizzativo di un sistema, di salito non al livello più basso.

Inoltre un Autore che sostiene una tesi simile alla mia è Steven Rose, di cui è pubblicato in italiano «Il cervello e la coscienza», per il quale la teoria dell’identità non è in contrasto con la teoria dei livelli. Io ritengo che l’aspetto più importante non stia tanto nel problema di spiegare l’interazione mente-corpo, come fanno Eccles e Popper, ammettendo due entità indipendenti e quasi sostanziali che interagiscono, ma di ammettere entità che possono venire considerate come teoriche e quindi anche provvisorie appartenenti a livelli di organizzazione diversi, e che servono a studiare tali livelli di organizzazione.

Penso che sia importante anche sviluppare, approfondire lo studio della psicologia dell’inconscio e del profondo, in tutta la sua complessità, con un preciso riferimento alle funzioni organiche.

D.: A suo parere si può costruire una visione psicosomatica dell’uomo in relazione ad una concezione metafisica dell’universo?

R.: Io ritengo che per sostenere un programma scientifico-medico di tipo psicosomatico; che condivido, cioè il considerare i sintomi fisiopatologici come possibili espressioni simboliche di vicende psicologiche, non sia necessario riferirsi a teorie di tipo metafisico derivanti ad esempio da una tradizione filosofica di tipo orientale; ciò forse può essere addirittura fuorviante.

Ritengo che non sia necessario dato che la nostra tradizione psicopatologica occidentale ci permette di considerare nell’uomo ogni evento di natura fisiopatologica come correlabile ad eventi di natura psichica, tramite la mediazione dei sistema nervoso.

D.: Lei affermava prima che l’agganciamento ad una metafisica orientale, oltre che inutile, può essere fuorviante...

R.: Sì è un eccesso di metafisica l’ammettere che un principio unitario, un principio «psico-energetico» si esprime nella fenomenicità materiale, anche della natura inorganica.

È un eccesso di metafisica dire che il legno della mia poltrona ha uno psichismo, o che un sasso, una montagna, le nubi sono l’espressione di una vicenda psichica cosmica. Non so bene cosa si possa spiegare in questo modo del mondo.

D.: Si tratta a Suo parere di una visione che fa riferimento esclusivamente alla cultura orientale o anche in occidente si ritrovano concezioni similari?

R.: Effettivamente anche nella nostra cultura occidentale vari Autori dell’800 hanno ipotizzato l’esistenza di un panpsichismo, basti pensare a Schopenhauer.

D.: D’altra parte oggi si nota un rifiuto di un certo tipo di tradizione razionalistica o in tellettualistica, con un generico ritorno al misticismo...

R.: Certo, ci sono attacchi specifici alla nostra tradizione scientifica occidentale che sono comprensibili in base alle vicende storico-sociali degli ultimi anni; sono l’indicazione di una crisi, di una situazione di disagio, più il segno di un’inquietudine che un’operazione concettuale o una proposta elaborata costruttivamente.

Simili posizioni emergono anche nella medicina e appaiono la denuncia di un’insufficienza che si comincia ad avvertire negli sviluppi più recenti di questa disciplina.

Si è tentato in questo senso una critica ideologico-politica della medicina «asservita al capitale», che indubbiamente va ancora perseguita con maggiore serietà, e con strumenti concettuali più raffinati. Si tratta cioè di sviluppare una critica storica epistemiologica della medicina attuale che richiede un impegno culturale non da poco. A partire da questa critica si può comprendere come siano proliferate le medicine alternative, come mera contrapposizione pratica alle degenerazioni e alle insufficienze della medicina ufficiale. Fra queste medicine alternative, alcune, come l’agopuntura, sono legate ad un’elaborata concezione filosofica che appare del tutto estranea rispetto alla nostra tradizione. L’accostamento meramente eclettico della nostra medicina occidentale con questa concezione filosofica orientale, suscita molte perplessità. L’unico vantaggio sembra poter forse essere quello di chiarire meglio a noi stessi il senso della nostra tradizione culturale.

Però le ambiguità sono maggiori dei vantaggi, dato che è molto difficile la fusione tra due tradizioni culturali così diverse.

D.: Tentativo di fusione che peraltro, Lei affermava prima, è già stato tentato.

R.: Sì e si è andati anche oltre, infatti la nostra cultura occidentale ha già in parte assorbito alcuni motivi della tradizione orientale; lo stesso concetto di inconscio era già presente nella cultura tedesca dell’800, fino ad arrivare a Freud, a Groddeck ecc. Ad esempio già nella filosofia di Schopenhauer per cui l’essenza ultima della natura è una sorta di volontà psichica inconscia che si manifesta nei fenomeni studiati dalle scienze naturali, si nota un contatto, già avvenuto alla fine del ‘700, tra cultura orientale e cultura filosofica tedesca; nella cosiddetta medicina romantica, d’altronde è ampiamente sviluppato il tema del legame tra il micro-cosmo uomo e il macro-cosmo fisico astronomico, legame espresso attraverso molteplici forme di simbolismo e di corrispondenza magico-mitiche, analoghe a quelle sviluppate nella cultura orientale. Quindi tanto vale riconsiderare, se proprio lo si vuole queste esperienze occidentali invece di rinnovare meccanicamente ed in modo oscuro l’accostamento tra queste due tradizioni culturali, in termini che non tengono presente la esperienza storica della medicina.

D.: Quindi Lei invita a un recupero anche storico della medicina occidentale alfine di riscoprire tematiche importanti e più facilmente utilizzabili in una prospettiva di tipo psicosomatico che non la «riscoperta» tout court dell’Oriente.

R.: Esattamente, inoltre ritengo che così facendo si eviti di cadere nella contraddizione di accettare in fondo il patrimonio scientifico della medicina moderna, svalutandolo poi ambiguamente attraverso l’accettazione di filosofie mistiche. Ritengo invece che si debba giungere a sviluppare un programma diverso, più ampio; dobbiamo arrivare ad una trasformazione della medicina occidentale e per far ciò, ripeto, penso sia inutile fare riferimento a queste metafisiche orientali.

D.: In conclusione Lei cosa ritiene sia da privilegiare per tentare di costruire una visione psicosomatica dell’uomo?

R.: Quello che conta è uno studio dell’uomo, un’antropologia molto più ricca e articolata di quella che possediamo, in cui si studi l’uomo utilizzando non solo la tradizione medico-fisiologica-patologica, ma anche il contributo delle discipline che studiano l’essere umano ai vari livelli di organizzazione; cioè lo studio delle teorie psicologiche relative all’inconscio, ma anche ricerche di tipo antropologico sulle società del passato e primitive, come in quelle attuali.

In questa direzione individuo un elemento fondamentale da analizzare più a fondo: la comunicazione non concettuale dell’uomo.

Uno degli elementi di crisi a livello della società urbano-industriale in cui viviamo è il venir meno di una cultura molto elaborata che si esprimeva attraverso elementi simbolico-rituali che ritroviamo nelle società di tipo agricolo; questi elementi svolgono funzioni di rassicurazione, di esorcizzazione della solitudine e della separatezza dell’uomo rispetto al gruppo sociale. La comunicazione simbolico-rituale si è impoverita nella società urbano-industriale e invece corrisponde a un bisogno profondo dell’inconscio. In questa prospettiva si apre la possibilità di considerare come fa la medicina psicosomatica, questa sorta di linguaggio simbolico, questo esprimere da parte degli organi, attraverso le loro alterazioni-simboli, una vicenda non comunicabile concettualmente, vissuta dall’inconscio.


 

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ENCICLOPEDIA

EUROPEA

GARZANTI

 

Un‘opera aperta a tutti i temi della cultura di oggi

 

La voce Psicosomatica del IX volume dell’Enciclopedia Europea

 

 

psicosomatica ramo della medicina che si occupa dell’influenza degli stati psichici su il a funzionalità di organi e apparati del corpo umano, e delle disfunzioni e lesioni che hanno come causa o concausa fattori di natura psicologica. La medicina psicosomatica, che si pone al punto di intersezione fra psichiatria e clinica medica, ha conosciuto nel corso degli ultimi decenni importanti sviluppi. Oltre a occuparsi de Il a patogenesi e della terapia di malattie di cui è ormai riconosciuta una frequente, o prevalente, o esclusiva patogenesi psichica (quali l’ulcera gastroduodenale, la colite ulcerosa, l’ipertensione arteriosa, l’emicrania, certe forme dì asma), essa ha trovato un campo di applicazione pressoché illimitato nello studio di tutte quelle disfunzioni e malattie, soprattutto croniche e a patogenesi non direttamente infettiva, in cui è riconoscibile l’importanza degli stati psicologici come fattore concomitante o facilitante per quanto concerne sia il rischio patogeno, sia la tendenza alla cronicizzazione: tali molte affezioni cutanee, disfunzioni endocrine ed epatiche, alterazioni ematiche e cardiocircolatorie, disturbi reumatici e così via. La medicina psicosomatica ha una doppia origine e un duplice binario di  sviluppo. Da un lato essa nasce (con G.Wi Groddeck, che ne è considerato il fondatore) all’interno della psicoanalisi,in relazione agli studi sull’isteria, come ipotesi circa la conversione somatica, in determinati organi o apparati, di conflitti emozionali di natura inconscia: conflitti che si esprimerebbero in disturbi non solo apparentemente legati a disfunzioni organiche (come nell’isteria in senso stretto) ma effettivamente lesivi dell’integrità somatica. Da un altro lato, la medicina psicosomatica procede dalla medicina interna, come sistematizzazione di una serie di osservazioni empiriche e sperimentali, relative alle modificazioni umorali e neurovegetative prodotte negli organi cavi e a livello dei sistemi circolatorio ed endocrino dagli stati acuti di ansia e di aggressività, e dagli stress psichici o psicofisici.

Per quanto le indagini siano in pieno sviluppo, manca a tutt’oggi una teoria unitaria delle influenze psichiche sulla salute del soma: la correlazione fra cause ed effetti è resa difficile dall’impossibilità di codificare e obiettivare gli stati psichici, e da una conoscenza ancora largamente insufficiente degli anelli causali che legano le funzioni nervose superiori (e quindi la psiche) al funzionamento degli organi interni. Da questo punto di vista gli studiosi di formazione psicologica e psicoanalitica appaiono in genere più inclini che non i medici internisti ad attribuire affezioni somatiche a fattori psichici. Coi tempo, tuttavia, il punto di vista dei primi sembra prevalere man mano che, tramontando la concezione meccanicista e settoriale della medicina dell’Ottocento, si afferma un’immagine unitaria dell’individuo. In questa prospettiva il concetto stesso e il termine di psicosomatica viene criticato come insufficiente, e basato ancora su di una dicotomia (quella mente-corpo, o funzioni nervose superiori-organi interni) che da molte parti si ritiene non abbia motivo di esistere. In tal senso, tutta la medicina moderna si avvia forse a essere, più ancora che psicosomatica, « medicina della persona».