Pag. 1 Peperoncino
Pag. 2 Osho
Times News
Pag. 8 I
centri di Osho in Italia
Pag. 12 Amore
inferno e paradiso
Pag. 14 Kung
fu
Pag. 18 Ribellati!
Pag. 21 Benessere
psicofisico
Pag. 26 I
numeri per illuminarsi
Pag. 28 Siddharta
di H. Hesse
Pag. 33 La
violenza
Pag. 41 Madre
Teresa
Pag. 44 I
Tarocchi
Pag. 48 Il
messaggio dei Baul
Pag. 50 Le
domande dei lettori
Pag. 51 L'oroscopo di dicembre
Pag. 52 Un libro da vivere
Pag. 53 La vetrina
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un po’ di PEPERONCINO alla tua vita
Sveglia!
Non ti darò un altro sogno, ricordatelo.
In realtà tu lo vuoi, ti piacerebbe avere da me un altro
sogno,
ma io non ti darò un altro sogno.
Non sono qui per regalarti un sogno
ma al contrario sono qui per distruggere
tutti i tuoi sogni.
Ecco perché essere con me
è difficile, faticoso:
io continuo a insistere che tu ti svegli.
È ora di finirla!
Hai già fatto un mucchio di sogni;
è un’eternità che stai sognando.
Semplicemente hai continuato a cambiar sogno:
quando un sogno ti annoia, lo cambi
e inizi a sognarne un altro.
Tutto il mio impegno è:
scuoterti,
scioccarti,
svegliarti.
Osho
Un’oasi
in Sicilia
Ha due anni il centro di meditazione Oasi Oele,
nato e cresciuto su un altopiano tra il mare e i monti Iblei, frutto del lavoro
e della passione dei residenti e degli amici della comunità.
Ci scrive Meerha, “La giornata all’Oasi inizia con
la meditazione dinamica e finisce con la kundalini, sperimentando il lavoro
come meditazione; nel weekend l’Oasi si apre per celebrare insieme agli amici
con feste, pizze, danze e massaggi; o per sperimentare con campi di meditazione
e Aum Meditation, gruppi esperienziali, seminari di reiki, gruppi tantrici.
Nel giardino dell’Oasi c’è uno spazio per il
naturismo, la cucina è bio-vegetariana, ed è inoltre disponibile per tutti una
vasta biblioteca con libri, audio e video di Osho oltre a riviste del mondo
naturale.
Quest’anno, dopo la bella esperienza e la
partecipazione di tanti amici al Festival Estivo, l’Oasi propone il Festival
d’Inverno – nel caldo inverno siciliano – con tante meditazioni quotidiane
di Osho, classi giornaliere per tutti i gusti, gruppi ed eventi speciali. La
comunità dell’Oasi è aperta ad accogliere nuovi amici per vacanze meditative,
esperienze di vita insieme, e anche nuovi residenti.”
Sul sito www.oasioele.org un’ampia panoramica
delle attività del centro.
Funziona
!
Una bella copertina e ampi servizi interni sulla
“Scienza della meditazione” sul Time,
l’importante rivista americana agli inizi di agosto. Oltre ai risultati delle
ricerche scientifiche sugli effetti della meditazione a livello cerebrale, si
viene anche a scoprire che negli ultimi 10 anni, negli Stati Uniti, il numero
delle persone che praticano regolarmente qualche forma di meditazione è
raddoppiato, sono ormai 10 milioni.
La meditazione si pratica nelle scuole, negli
ospedali, negli studi legali, nelle grandi aziende, negli edifici governativi e
nelle prigioni, insomma dappertutto... In alcuni aeroporti si possono già
trovare sale per meditazione, insieme alla cappella per pregare e al
chioschetto dove ci si collega in rete. Sulla meditazione si è svolto persino
un corso a West Point (l’accademia militare statunitense) e l’Harvard Law Review, la più importante
rivista legale americana, gli ha dedicato un intero numero. E non è che
l’interesse per questa attività sia di tipo spirituale o culturale, o perché è
di moda: sempre più medici la raccomandano come aiuto nella terapia del dolore
nelle malattie croniche; viene usata in campo psichiatrico in situazioni di depressione
o di iperattività e le ricerche mediche sostengono che rafforza il sistema
immunitario e riduce lo stress, il grande malanno di questi tempi.
Insomma la meditazione si sta diffondendo perché
funziona.
Un’idea
intelligente
Ci capita spesso di ricevere e-mail qui alla
redazione dell’Osho Times o di incontrare amici ai tavoli del ristorante di
Pune che ci ringraziano del lavoro che facciamo per creare questa rivista
mensile unica nel suo genere. E ci chiedono anche “ci piacerebbe fare qualcosa,
partecipare in qualche modo...”. La risposta che spesso diamo è “se ti piace la
rivista consigliala ai tuoi amici”. Ci capita anche di sentire “bello l’Osho
Times, piace a tutti. Io sono abbonato e ci sono altri 5 amici miei che
aspettano che lo finisco per averlo poi in prestito”. Di sicuro capita a tutti
di far leggere a un amico qualche articolo interessante su questa rivista, poi
ne parlate... e magari vi ringrazia anche, perché gli ha aperto gli occhi o
stimolato qualche riflessione più profonda. Perché non gli consigliate di
abbonarsi? Se non vuole impegnarsi per un anno intero ecco un’occasione
interessante proposta sui cataloghi Oshoba: un abbonamento saggio di quattro
mesi all’Osho Times Italiano, e in più in omaggio una bella cassetta di musica
New Age, il tutto senza una grossa spesa – 16 euro, il prezzo di un libro!
È anche un’ottima idea per un
regalo a Natale ad amici e parenti. Sai di proporre una cosa di valore e allo
stesso tempo partecipi, sostenendolo, allo sviluppo del mensile che ti accompagna
nel tuo viaggio di meditazione.
Una
storia
...dopo mesi di scuola una bella mattina gli
scolari entrano in classe, e dopo un po’ uno di loro nota sul muro una macchia
bianca, strana, a forma di croce che ieri non c’era; parlottando fra di loro si
chiedono cosa possa essere questa nuova macchia, ci pensano un po’, fin quando
il più intelligente dice: “Mah, vista la forma... magari là prima c’era un
crocifisso”.
C’è stato un mucchio di clamore sui media rispetto
alla sentenza che voleva togliere il crocifisso dalle aule: innumerevoli
dichiarazioni di politici, sempre pronti a farsi un po’ di pubblicità a buon
mercato, sempre pronti a trovare motivi di divisione o di facile propaganda,
sempre pronti a creare problemi che non ci sono. I problemi della scuola sono
ben altri: insegnanti stressati e demotivati, alunni poco interessati dai
programmi, pochi soldi per modernizzare le strutture e le attrezzature. Certo,
il crocifisso è un simbolo di sofferenza, e avere tutti i giorni in aula un
‘povero cristo’ appeso là sul muro non si può dire che sollevi gli animi... ma
in realtà, chi lo guarda?
Natale
con i tuoi?
Specialmente in periodi come le feste di Natale e
Capodanno, in cui il piacere di fare un regalo si trasforma presto in un’orgia
di acquisti e di stress per i regali che ‘bisogna’ fare, in cui la bellezza
dello stare insieme rischia di deludere ogni aspettativa e trasformarsi unicamente in una grande abbuffata, è
importante scegliere le persone con cui si passa il tempo.
Molti centri di Osho
hanno programmi speciali per questo periodo.
Dall’OMC di Sommacampagna ci segnalano un Gran
Party di Capodanno davvero frizzante – cibi e disco inclusi – che inizia alle 18.45 con la Evening
Meditation. E dall’Osho Archan vogliono ricordarvi che dal 27 al 29 dicembre (si può partecipare anche per un
solo giorno) hanno organizzato ‘Il soggiorno del Ben-Essere’, un programma ad
hoc “in cui sarà possibile riprendersi a tutti i livelli dalle abbuffate
natalizie”. Alimentazione disintossicante, curata da Aseem – sue le
ricette che l’OTI pubblica periodicamente – oltre a tecniche di meditazione
dinamiche e passive, e sessioni di massaggio e rilassamento. E poi ‘Capodanno
in Armonia’, un’alternativa al solito cenone con festa “per concludere e
iniziare l’anno con un sorriso negli occhi e nel cuore”.
Se poi volete approfittare delle vacanze di Natale
per farvi un bel viaggetto, all’Humaniversity, il grosso centro di Veeresh in
Olanda, organizzano un Peace Festival il 27 e 28 dicembre.
Osho:
una leggenda!
Su ARD, la più importante rete televisiva tedesca,
è andato in onda a fine ottobre un bel documentario su Osho nella serie di 6
special dedicata alle leggende dei nostri tempi; insieme a personaggi come John
F. Kennedy, Ingrid Bergman, Hugh Hefner, Franz Beckenbauer e Max Schmeling
(ex-campione del mondo di boxe tedesco ormai quasi centenario). Una
presentazione, finalmente, che va al di là dell’immagine di ‘guru del sesso’ o
di chi ‘ipnotizza e irretisce i nostri giovani’ che fino a poco tempo fa era lo
standard dei media tedeschi; anche se si poteva dare più spazio, hanno notato
in molti, invece che al passato storico di Osho, a come il suo lavoro stia
continuando qui al Resort di Pune, oggi. Evidentemente un po’ di paura, nei
confronti della sua visione, c’è ancora.
In Olanda, nel frattempo, la TV via cavo di
Utrecht che trasmetteva filmati dai discorsi di Osho una volta al mese, ha
deciso, visto il successo, di presentarli ogni settimana.
Anche in Francia, dove la diffusione di Osho era
molto minore che in paesi come l’Italia o la Germania, le cose si stanno
muovendo velocemente. Di recente è stata creata una rivista online
www.meditationfrance.com dove si può aver notizia di tutti i vari eventi e
iniziative, non solo in Francia ma anche in altri paesi di lingua francese. E
anche l’attività dei centri connessi col mondo di Osho è in crescita: c’è
Espace Healing, nel sud est del paese – uno splendido luogo per le vacanze fra
l’altro – che offre un denso programma di meditazioni, gruppi ed eventi, oltre
alla possibilità di partecipare, lavorando, alla vita della comune che lo
gestisce. E poi LiensPsy, sui Pirenei a sud di Tolosa, un istituto più a
indirizzo terapeutico, che organizza però anche frequentatissimi raduni e
weekend di meditazione. Anche qui, vista l’espansione, cercano altre persone
che vogliano vivere e lavorare nel centro, parlano anche inglese e tedesco.
Informatevi su www.lienspsy.com
A mezzora di distanza, sempre sui Pirenei, una
splendida guesthouse con anche
possibilità di campeggio: La Bernadole. Non ci sono sono meditazioni regolari,
ma la meditazione ‘si vede’, dice chi c’è stato, nella cura con cui viene
mantenuta la bellezza del posto e nell’accoglienza e impegno di chi ci lavora.
Datele un’occhiata su: www.Pirenes-gites.com
Buone idee se siete stufi dell’Italia ma non
volete andare troppo lontani!
Il
Papa diffonde l’AIDS
La politica intransigente della Chiesa cattolica
contro l’uso del preservativo sta causando un gran numero di nuove infezioni e
di morti per AIDS nei paesi del terzo mondo.
È questa la denuncia di un’inchiesta della BBC,
l’autorevole emittente inglese, dove si mostrano i danni della fissazione
papale contro i preservativi. Esponenti ecclesiastici, missionari, suore,
organizzazioni e ospedali cattolici sconsigliano l’uso del preservativo per
motivi morali, e chiedono alle coppie l’astinenza da rapporti sessuali. Non
solo, il dicastero vaticano per la famiglia si spinge ancora oltre, e diffonde
false informazioni, sostenendo che il preservativo non è uno strumento efficace
nella lotta all’AIDS, poiché il virus passerebbe attraverso i pori del
profilattico.
Sembra che l’arcivescovo di Nairobi, in Kenya –
dove una persona su cinque è sieropositiva – sia arrivato a dire che il condom
ha facilitato la diffusione del virus e che l’AIDS si è espanso a macchia
d’olio proprio per la “crescente disponibilità di preservativi sul mercato”.
Qualche prete africano ha persino organizzato roghi pubblici di preservativi.
Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha
condannato la posizione della Santa Sede, affermando che la chiesa sta mettendo
a rischio la vita di milioni di persone.
Le Nazioni Unite stimano che circa 45 milioni di
persone risultino positive all’Hiv. L’AIDS è la quarta causa di morte nel
mondo, ma nei paesi dell’Africa subsahariana è di gran lunga la prima; la metà
dei cinque milioni di nuovi casi di AIDS registrati ogni anno riguarda giovani
fra i 15 e i 24 anni; a causa dell’AIDS 13 milioni di bambini sono orfani. Di
fronte a una tragedia come questa, il comportamento del Papa, che usa il potere
socioeconomico della Chiesa nei paesi in via di sviluppo per portarli ancor più
verso la rovina, è inqualificabile.
E poi c’è chi si offende perché non gli hanno dato
il Nobel per la pace!
Da
Pune
Qui all’Osho Meditation Resort sta cominciando ad
arrivare – già da metà-fine ottobre – sempre più gente, molta di più che l’anno
scorso. Si preannuncia davvero un pienone per il Winter Festival – dal 20 dicembre al 20 gennaio – con uno svariato
e vasto programma di meditazioni, spettacoli, party, l’Osho Film Festival,
mostre d’arte, concerti; un’occasione per celebrare, divertirsi, ridere e
meditare fra amici vecchi e nuovi da tutto il mondo. Già cominciano gli
spettacoli di varietà in Plaza, ce n’è almeno uno tutte le settimane – oltre a
un paio di party – e musicisti, cantanti e comici di ogni nazionalità ci
intrattengono nei modi più svariati: dal reggae agli ultimi successi dei film
musicali indiani, fino all’opera... abbiamo scoperto anche una versione indiana
di Paolo Rossi!
È chiaro che non si viene al Resort per vedere uno
spettacolo: è il programma della Multiversity ad attirare la maggior parte dei
visitatori – oltre all’unicità di questo posto, dove tutto, dalla terapia alle
attività di ogni giorno, si fonda sulla meditazione. Un programma molto ricco,
che per questa stagione invernale propone nuovamente il Path of Love con Turya e Rafia agli inizi di gennaio, e la serie di
training dell’Osho Therapist, che
spaziano dal Counseling alla Pulsation e alla Family Constellation, dalla creatività
all’ipnosi alla meditazione. Da fine dicembre iniziano poi tutta una serie di
workshop legati più strettamente al mondo del lavoro, su temi quale stress e
conflitti, management e intelligenza emozionale. A gennaio arriva Veeresh con
un bel po’ dello staff dell’Humaniversity, il suo grosso centro in Olanda, a
guidare social meditation, workshop
ed eventi, sempre affollatissimi. Ma questa è solo una piccola parte della
grossa offerta della Multiversity, per il programma completo consultate
osho.com nella sezione Resort.
Al di là di tutto questo, comunque, l’aspettativa
maggiore in questi giorni qui al Resort è
per
l’apertura del nuovo Gourmet
Restaurant vicino alla
piscina (nella zona ora completamente ristrutturata delle vecchie cucine di
Zorba). I piatti ‘di prova’ – i cuochi si stanno addestrando da tempo per
essere veramente al top, sia nella presentazione che nell’esecuzione delle
ricette – si possono già assaggiare nel normale self-service al pian terreno
della nuova piramide, e sono deliziosi: cucina internazionale di ottimo livello
che spazia dalla pasta ai sushi, dalla pizza al millefoglie, oltre a verdure e
tofu trattati con sapienza per ottenere piatti leggeri e al contempo
gustosissimi. Gli ingredienti poi sono di qualità superiore: per quel che ci
riguarda pasta, pelati, olio d’oliva e parmigiano sono importati dall’Italia.
Ma anche al self-service ci si può trovare di
fronte a una festa, per gli occhi e per il palato: durante i brunch domenicali la scelta è vastissima
– più di trenta piatti diversi – e si possono gustare tempura, sushi o
specialità del sud dell’India, pasta di vari tipi e insalate miste – insaporite
da sottoli e sottaceti italiani – asparagi al parmigiano e insalate di riso...
e per finire una montagna di dolci e dolcetti! C’è veramente da stare attenti,
rimanere centrati e non farsi prendere dalla gola o dalle abitudini che ti
portano a voler mangiare tutto. Insomma celebrazione e meditazione... è questo
l’Osho Meditation Resort di Pune.
Osho
torna in America
Anche se lo hanno deportato, e in precedenza,
durante un soggiorno in un carcere in Oklahoma, avvelenato con materiale
radioattivo – cosa che dopo anni di sofferenze al suo corpo ne causò la morte –
i fondamentalisti cristiani al potere negli Stati Uniti non sono riusciti
veramente a liberarsi di Osho. E così lui ‘torna’, nel più inaspettato dei
modi: un politico ne usa le parole e i concetti per parlare di pace, un
argomento scottante nella situazione odierna degli Stati Uniti.
Dennis Kucinich, uno dei candidati democratici per
le presidenziali del 2004, dopo aver ricevuto da un sannyasin americano un
brano di Osho che spiega la necessità di partire dalla pace interiore per
riuscire veramente a evitare le guerre e sviluppare una pace del mondo, ne usa
il concetto nel discorso in cui annuncia la propria candidatura, dicendo: “La
libertà esige che ci liberiamo dalle catene della violenza: quando la pace
diventa interiore, solo allora può esistere all’esterno, nelle nostre comunità
e nella nazione”.
Sembra proprio che Osho sia tornato, per aiutare
gli americani a farsi un po’ di chiarezza in questo difficile momento storico
che stanno vivendo. E questa volta non sarà facile deportarlo.
I
danni del matrimonio
“Una persona che non ha dato il suo grande
contributo alla scienza prima di aver compiuto trent’anni non lo darà mai più”:
diceva Albert Einstein, che elaborò la teoria della relatività a 26 anni. Un
ricercatore giapponese ha voluto controllare la validità di questa affermazione
del grande scienziato, esaminando e comparando le biografie di qualche migliaio
di scienziati – fra cui molti premi Nobel – musicisti, pittori e scrittori, i
più svariati aspetti insomma della creatività. E i risultati del suo studio
indicano che non siano tanto gli anni che coll’aumentare riducono la
creatività, quanto... il matrimonio. Un quarto delle scienziati sposati non fa
più nessuna scoperta di rilievo dopo i primi cinque anni di matrimonio, di
contro alla metà di quelli non sposati che continuano a utilizzare il proprio
ingegno e la propria creatività fino ai 50 – 60 anni con risultati di rilievo.
Le stesse dinamiche si ripetono in tutte le
categorie. Sposarsi significa dire addio alle proprie doti di genio. La radice
di questo fenomeno sarebbe un calo nel livello di testosterone, che coincide
con il matrimonio e che invece torna a risollevarsi in caso di divorzio. Le
donne invece mostrano una maggiore costanza in questo campo, del tutto
indifferente alla curva ormonale; un dato che sfata il mito della donna in
balia degli ormoni.
Regalati
un sorriso
Gestire i 5.000 metri quadrati circa, o i venti
ambienti del Centro Congressi che ospiterà il prossimo The Festival non è cosa
semplice, ma l’entusiasmo non manca. Decine e decine di persone stanno offrendo
il loro contributo e la loro disponibilità a sostenere quello che si profila
come il più grande evento di meditazione mai accaduto in Italia. Sono un
centinaio a tutt’oggi le persone che stanno collaborando alla realizzazione di
questo successo che si vuole sia anche il meglio, in tutti i sensi, e a costoro
si affianca il personale del Centro Congressi con un sostegno positivo e una
disponibilità incredibili. “Preparare quei quattro giorni al meglio è l’impegno
di un anno, non solo: si fa tesoro delle esperienze passate per compiere in continuazione
salti di qualità importanti,” ci racconta Videha, uno degli organizzatori. “E
quest’anno abbiamo dovuto andare al di là di noi, soprattutto per corrispondere
all’ondata di persone che hanno partecipato alla manifestazione dell’Aprile
2003 a Varazze. Ci siamo resi conto che si poteva e si doveva dare di più; per
questo ci siamo impegnati in una ricerca a 360 gradi, in tutt’Italia, per
trovare un luogo “più” in tutti i sensi. E Le Conchiglie ci sono sembrati da
subito l’ambiente per eccellenza, il luogo più adatto a ospitare le perle della
meditazione... coloro che verranno non mancheranno di constatarlo, e di viverlo
in prima persona”.
In quei giorni non tutti i ‘deus ex machina’ di
quel divertimento globale si vedranno: sfrecceranno nelle sale, resteranno
nelle loro cabine di regia per luci e suoni, ci parleranno da dietro un
bancone, agiranno nell’ombra per sostenere e per non disturbare; e per loro il
festival sarà una doppia partecipazione... a volte infatti parteciperanno agli
eventi – si sono studiati turni di lavoro che lo permettano – e a volte
avranno una funzione e un ruolo di servizio. “È un’esperienza entusiasmante,”
ci racconta Gila di Oshoba, che è presente da anni dietro al bancone dei libri,
“vedi l’energia nascere via via che arrivano le persone. È proprio vero che
qualcosa si forma goccia a goccia fino a diventare ondine e poi onde e poi onde
su onde, finché a un certo punto si fa marea e si percepisce l’oceano di
qualcosa che posso solo chiamare ‘esistenza’... tutto questo mi dà una
sensazione particolare, rispetto al mio lavoro: lavorare in quell’ambiente,
infatti, rende la cosa più intensa, diversa; sia rispetto al lavoro in sé, sia
rispetto a me stessa. Divento più presente, partecipo a ciò che accade più
intimamente e a un certo punto diventa spontaneo darsi il cambio al banco dei
libri, perché viene voglia di partecipare anche ai vari eventi... e lì ci si
immerge in quell’oceano e tutto acquista un senso. Ma è difficile da dire in
parole: posso solo consigliare di partecipare... non fosse altro che per
regalarsi un sorriso”.
La gioia è infatti la cosa più sentita da quanti
hanno partecipato al Festival nelle edizioni passate: qualcosa che non si lega
a un fattore specifico... qualcosa che piano piano si è, che affiora via via che si tolgono gli strati che impediscono
all’energia vitale di scorrere liberamente e naturalmente. Una magia... ma è
qualcosa che noi stessi siamo, dunque qualcosa di magico che facciamo a noi
stessi... ed è qualcosa che ci accade e che dunque, una volta sentita,
difficilmente si può dimenticare. Il regalo di una vita, dunque... perché non
farselo? Ti aspettiamo a Riccione!
La meditazione può far parte della nostra vita
quotidiana, permeare il lavoro e ogni nostra attività, regalandoci così molta
più gioia di vivere. È chiaro che iniziare a innescare questo processo in un
ambiente già di per sé meditativo è un grande aiuto, rende più facile portare
poi questa maniera di vivere anche laddove l’energia è tutta diversa. Ecco le
ragioni del grande successo del Work as Meditation qui all’Osho Meditation
Resort di Pune; e anche del programma residenziale, dove per un periodo di tre
– sei mesi si vive e si lavora all’interno del Resort. Al momento ben
ottantacinque persone, provenienti dai più svariati paesi del mondo
– numerosi anche gli italiani – stanno partecipando a questa esperienza e
molti altri si sono prenotati per il futuro. Se ti interessa, trovi tutte le
informazioni su osho.com, settore Resort, Residential Program.
Inferno e
Paradiso
Osho, sto incontrando difficoltà nella relazione con la mia ragazza, e
mi chiedo se devo continuare oppure no.
Non avere fretta, perché
la mente conosce momenti bui e momenti luminosi, momenti simili al giorno e
momenti simili alla notte. Quando sei in un momento luminoso, tutto sembra
bellissimo, vedi tutto con chiarezza; quando arriva il buio non riesci a vedere
bene nulla. È possibilissimo che tu decida qualcosa in un momento notte, in un
momento buio, un momento di energia bassa. Se prendi una decisione in quel
momento, non sarà molto saggia… perché hai conosciuto anche momenti bellissimi
con questa donna. Quando arriva la notte, ricordati anche del giorno – non
dimenticartene – e presto farà giorno. Se devi prendere una decisione, è sempre
meglio farlo in un momento di luce – allora la tua vita avrà positività. Se
decidi in un momento buio la tua vita diventerà negativa. È così che distinguo
un uomo religioso da uno non religioso: il non religioso prende le decisioni
della sua vita in momenti bui, decide in uno stato negativo. Aspetta! Le
decisioni devono essere prese quando c’è la luce. Quando sarai di nuovo
innamorato di questa donna e le cose scorreranno lisce e tutte sarà bello,
estatico, allora decidi, e se vuoi separarti, separati! Ma non decidere durante
la notte; per questo ti dico di prolungare l’attesa, di osservare. Esiste anche
un terzo stato, che è trascendentale. Quando avrai visto e rivisto la luce e il
buio, allora saprai che esiste qualcosa al di sopra dei due: tu, la tua
capacità di essere un testimone, li trascende entrambi. Quindi esistono tre
tipi di decisioni. Il primo è il tipo negativo che trasforma la vita in un
deserto. Allora nulla fiorisce, è frustrazione, è un inferno! Il secondo tipo
di decisione è la decisione positiva, la decisione alla luce del giorno. La
vita diventa una gioia, una celebrazione. È pura delizia, ci si sente felici di
esistere. Questo è il paradiso, la beatitudine. E il terzo non è né luminoso né
oscuro. Decidi semplicemente affidandoti al tuo testimone interiore, in base a
tutte le esperienze oscure e luminose, prendi una decisione. Ed è la decisione
finale. 1
Trasformare
il negativo
Il tuo amore è circondato da mille e un veleno!
L’amore è qualcosa di delicato: pensa alla rabbia, all’odio, alla possessività,
alla gelosia... come potrà mai sopravvivere l’amore? L’amore è la scala tra il
paradiso e l’inferno, ma quella scala ha sempre due versi: puoi salire, oppure
puoi scendere. Se sono presenti quei veleni, la scala ti porterà verso il
basso, e tu entrerai nell’inferno, non arriverai mai in paradiso! Anziché una
melodia, la tua vita diventerà un rumore, un chiasso che ti farà impazzire...
Quindi, la cosa da ricordare è apprendere come trasformare i tuoi veleni in
miele. E come vengono trasformati? Esiste un processo molto semplice. In
realtà, definirla ‘una trasformazione’ non è esatto, perché non è necessario
fare nulla, occorre solo aver pazienza. Ti sto rivelando uno dei segreti più
grandi che esistano: prova! Quando in te affiora l’ira, non devi fare nulla:
siedi semplicemente in silenzio e osservala. Non giudicare: non essere contro,
né a favore. Non favorirla, non reprimerla. Limitati a osservarla, sii
paziente, limitati a osservare ciò che accade... lasciala salire. Ricorda una
cosa: non cercare mai di cambiare il tuo stato d’animo, quando sei posseduto da
veleni, aspetta! Arriverà il momento in cui il veleno inizierà a trasformarsi
in qualcos’altro... Questa è una delle leggi fondamentali della vita: tutto
cambia continuamente nel suo opposto. Occorre semplicemente aspettare. Non
agire mai, quando la rabbia è al suo culmine; altrimenti te ne pentirai, e
creerai una catena di reazioni... Quanto ti trovi in uno stato negativo, tu fai
sempre qualcosa, e anche l’altro diventa negativo, ed è pronto a fare qualcosa:
la negatività crea ulteriore negatività. La rabbia genera altra rabbia,
l’ostilità genera altra ostilità, in una catena infinita di reazioni...
Aspetta. Quando sei in collera, è il momento per
meditare. Non sprecare questo momento; l’ira crea in te un’energia immensa...
può essere distruttiva. Ma l’energia, in sé, è neutrale: la stessa energia che
è in grado di distruggere, può essere creativa... limitati ad aspettare.
Aspettando, senza fretta... vedrai il cambiamento interiore. Sarai pieno di
rabbia, poi l’ira aumenterà fino a toccare un apice... e, a quel punto, la
ruota gira. E potrai vedere la ruota mentre sta girando, la rabbia si rilassa,
l’energia viene liberata, e tu ti ritrovi in uno stato d’animo positivo. Ora
puoi fare qualcosa: adesso agisci. Aspetta sempre il momento positivo. Ciò che
sto dicendo non è repressione. Non sto dicendo di reprimere la sfera della
negatività: dico di osservare il negativo. Ricorda questa differenza: non dico
di startene seduto in cima alla tua negatività, di dimenticartene, o di fare
qualcosa per controllarla. Niente affatto, non dico nulla di tutto questo. Non
dico di sorridere, quando sei in collera.
Quando sei in quello stato d’animo, chiudi la
porta della tua stanza, e siediti di fronte a uno specchio, osserva la tua
collera che ti si para davanti. Non occorre mostrarla a nessun altro: sono
affari tuoi, è la tua energia, la tua vita, devi solo aspettare il momento
giusto. Continua a guardarti nello specchio, guarda quel volto rosso d’ira, gli
occhi iniettati di sangue, l’assassino, là, presente. Limitati a osservarti
riflesso in uno specchio: questi sono i tuoi stati d’animo, devi conoscerli,
familiarizzare con loro. Fa parte della crescita verso la conoscenza di se
stessi. Devi conoscere tutti gli stati d’animo, l’intera gamma, e conoscendoli,
scoprirai molti segreti, chiavi nascoste. Ti renderai conto che la rabbia non
può restare in eterno; oppure ci riesce? Non hai mai provato: prova! Non può
esistere in eterno. Se non fai nulla, cosa accade? Nulla rimane all’infinito. La felicità viene e se ne va,
l’infelicità viene e se ne va. Non riesci a vedere questa legge elementare?
Tutto cambia, nulla permane in eterno. Perché, dunque, avere fretta? È nata
dell’ira... se ne andrà! Limitati ad aspettare, abbi un po’ di pazienza.
Limitati a osservare il tuo riflesso in uno specchio: lascia che la collera sia
presente, lascia che il tuo volto si deformi, lascia affiorare l’assassino...
ma aspetta, e osserva. Non reprimere, e non agire spinto dalla rabbia, e presto
vedrai che il tuo volto si addolcirà, i tuoi occhi si acquieteranno, l’energia
sta cambiando. Ora esprimiti: è venuto il momento d’agire. Agisci quando sei
positivo. Non forzare la positività, aspetta che essa affiori spontaneamente.
Questo il segreto. Quando dico: ‘Impara a trasformare i tuoi veleni in miele’,
intendo dire questo! 2
1° Amare se
stesso
Una persona in conflitto
con se stessa non può essere creativa. È distruttiva. Distrugge se stessa e
anche gli altri. Tutte le sue relazioni saranno inquinate. Il primo comandamento,
quello fondamentale, è amare se stessi. Non dico solo accettare, perché non è
sufficiente, puoi accettare ma non amare. Puoi accettare perché non puoi farci
nulla. Ti senti impotente, ma questa non è accettazione. Finché non accetti te
stesso come una benedizione, finché non accogli te stesso con gioia, finché non
ti accetti con gratitudine profonda, finché non ami te stesso, non saprai cosa
vuol dire traboccare d’energia. Quando l’energia diventa una canzone, una
danza, un dipinto. La creatività può trovare mille modi di manifestarsi, o può
fluire semplicemente in profondo silenzio. Chiunque si avvicini a quel silenzio
sarà trasformato... Quindi non limitarti ad accettare, fallo con profonda
gratitudine. Sii grato all’esistenza che ha creato te, e non qualcun altro.
Ognuno ha una funzione unica da compiere, per questo esiste. E quando accetti
te stesso, all’improvviso accetti tutti. Una persona che rifiuta se stessa,
rifiuta il mondo intero. Nel momento in cui accetti te stesso, ogni cosa viene accettata.
Tutto è come dovrebbe essere. 3
Testi di Osho tratti da:
1. This Is It # 3
2. Vivere amare ridere, News Service >Corporation Ed.
3. Hammer on the Rock # 1
Uno
specchio del tuo essere interiore
L’eroe
‘invincibile’ dei film di arti marziali può anche entusiasmare i ragazzini, e
le fantastiche acrobazie di certi combattimenti sono sicuramente uno spettacolo
affascinate, ma il valore reale delle arti marziali consiste nell’essere uno
strumento per apprendere sempre più cose su se stessi. Questa la strada seguita
da Cornelia Otten e Thomas Helmchen, due naturopati di Colonia, che praticano e
insegnano arti marziali della tradizione cinese. Un percorso che li ha portati
in giro per il mondo, da insegnanti
di tecniche diverse, ma soprattutto li ha aiutati ad andare dentro se stessi.
Intervista di Amrit Najma
Cornelia: Quando incominciai con il
Tai Chi, circa 15 anni fa, pensavo che, tramite questa tecnica, sarei entrata
in contatto con una filosofia di vita complessiva: avevo letto infatti che
attraverso il movimento puoi entrare in collegamento con il tutto. Invece molti
degli insegnanti cinesi, che lavorano qui in occidente, vedono la cosa più
sotto l’aspetto della ginnastica, o di un armonioso movimento corporeo. Da un
punto di vista puramente tecnico, imparai moltissimo da diversi insegnanti, ma
mi mancava l’elemento spirituale. Per cui, finiti gli studi in etnologia,
trascorsi tre mesi in Cina, nel paese del Tai Chi e del Qi Gong. Speravo così,
proprio sul posto, di conoscere e approfondire sia le arti della guarigione sia
tutta la parte dell’interiorità, che tradizionalmente formano una unità con le
varie tecniche dei movimenti.
A Pechino trovai inizialmente un maestro del Thai
Chi originario – lo stile Chen Tai Chi. La lezione aveva luogo ogni mattina
alle 6 nel parco del ‘Tempio del paradiso’. Il mio maestro Deng Jie, che allora
aveva già 79 anni, si focalizzava soprattutto sul rafforzamento della forza
interiore, sul mantenimento dell’agilità e della massima mobilità del corpo. Nonostante
l’età avanzata, effettuava la forma – sequenza di movimenti – del Chen Tai Chi
in un modo che lasciava gli osservatori come ipnotizzati: i lenti movimenti
fluidi, che in un certo senso si compenetravano, si sviluppavano in forme
espressive più dinamiche, e salti: ogni singolo movimento aveva il suo
significato.
Il mio secondo insegnante, Wang Jong Chiang,
lavorava in un ospedale di medicina cinese a Nanjin, usando le tecniche mediche
tradizionali del Qi Gong; in precedenza aveva vissuto per lungo tempo in un
monastero buddista, ma ora viaggiava spesso insegnando in corsi e seminari. Mi
invitò subito ad accompagnarlo nel sud della Cina, a Kunming, la ‘città della
primavera perenne’, dove ebbi la fortuna di imparare, insieme a un altro
centinaio di partecipanti, una forma particolare del Qi Gong che proviene dallo
stile Ermei, che pratico tutt’oggi e che ho anche insegnato. Alla fine del
corso, dopo l’esame, si riceveva un bel certificato racchiuso in una busta
sigillata da ceralacca rosso fiammante, il tutto, naturalmente, ornato da
caratteri cinesi. Durante il viaggio ho visto Wang Jong Chiang aiutare molte
persone a guarire. Ho assistito ad alcune cosiddette guarigioni miracolose,
come nel caso di un bambino di due anni che era paralizzato o di una giovane
donna che soffriva di epilessia. Sembra qualcosa di molto spettacolare, ma in
realtà si trattava ‘semplicemente’ di dissolvere i limiti che la mente ci
impone e dare spazio a ciò che sembra impossibile – quello che non ci si
aspetta. Mi è servito davvero, all’epoca, per liberarmi di molte delle mie
convinzioni, dei miei condizionamenti che dicevano “è così e non può essere
altrimenti!”. Ne sono tuttora molto grata a Wang Jong Chiang.
Thomas: Da quando vidi per la
prima volta la serie televisiva Kung-Fu,
avevo dodici anni, non ho avuto più bisogno di nient’altro. Mi affascinava che
questo Kwai Chang Kane tentasse sempre di seguire una via pacifica, e
combattesse solo se proprio era inevitabile. Quand’ero bambino, naturalmente,
lo scopo era di diventare imbattibile. I cattivi avevano pistole e coltelli,
Kwai Chang Kane aveva solo se stesso: ciò nonostante riusciva sempre a
disarmarli, a mani nude e a calci. Lo trovavo fantastico! Cominciai allora a
imparare lo Judo, perché nel nostro paesino non c’era altro, al quale in
seguito si aggiunsero lo Ju Jitsu, il Karatè e il Taekwondo. All’inizio, la
parte fisico-tecnica della disciplina marziale mi era più che sufficiente, ma
istintivamente stavo cercando qualcosa che andasse più in profondità. Nel libro
del nostro gran maestro Jae Hwa Kwon, ‘L’arte Zen dell’autodifesa’, c’era però
scritto che fondamentalmente bastava esercitarsi con molto impegno e poi si
sarebbe sperimentato lo zen. Ma la cosa mi lasciava insoddisfatto – “Ma allora
non cambia nulla,” pensavo, “se faccio arti marziali o corsa campestre!”.
Poi, durante un combattimento, mi feci male
‘fortunatamente’ male a tal punto che fui costretto a smettere di allenarmi. Ma
non riuscivo a rimanere a lungo inattivo e, durante la convalescenza, cominciai
a praticare, spinto dal bisogno di fare qualcosa, il Tai Chi – anche se allora
pensavo che fosse ‘una roba da vecchi’. Parallelamente iniziai anche a fare
yoga, per aiutare il mio corpo a ristabilirsi perfettamente: non volevo proprio
rassegnarmi alla prognosi del mio medico, che aveva detto che non avrei mai più
potuto fare combattimenti. E improvvisamente, il Tai Chi iniziò a piacermi,
sentivo che mi faceva davvero del bene: dopo un anno ero di nuovo in salute.
Non solo, quando poi ricominciai con il Taekwondo mi accorsi che tecniche di
questo tipo non facevano più per me: i movimenti erano troppo duri e
grossolani. Così passai al Kung-Fu Shaolin tradizionale – del resto, in Cina,
non viene fatta alcuna differenza tra Kung-Fu, Tai Chi o Qi Gong, il tutto viene
inglobato sotto il termine Wushu.
OTI: Cos’è
il Wushu?
Thomas: Wushu significa ‘arti
militari’ o ‘arti marziali’. Il nome Kung-Fu non significa altro che ‘duro
lavoro’ o ‘fare bene un lavoro’. Anche di un falegname, quando fa un mobile
davvero bello, che dimostra quanto sia stato bravo nel suo lavoro, si dice che
‘ha Kung-Fu’. Ma siccome in tutto il mondo, esclusa la Cina, si parla di
Kung-Fu solo nel campo delle arti marziali, il termine è stato re-importato in
Cina con questo significato ristretto. Ma i
cinesi sorridono quando usano questa parola: ci sono milioni di arti del
Kung-Fu, perché ogni famiglia ha sviluppato il suo proprio stile.
Il tutto viene raccolto sotto il termine Wushu:
arte marziale. Ma non si tratta solo di sconfiggere qualcuno: perché alla fine
ci sarà sempre chi è più forte di noi. Il Kung-Fu è come uno specchio. Uno
specchio di ciò che succede dentro noi stessi. Questo però l’ho capito nel modo
giusto solo attraverso il lavoro con Osho.
OTI: Intendi dire che Osho ti ha svelato i ‘segreti’ del Kung-Fu?
Affascinante...
Thomas: Osho ha fatto vedere a
Cornelia e a me un percorso diverso, tutta un’altra strada. Quando, attraverso
il lavoro con le danze di Gurdjieff, cominciammo a meditare, divenne subito
chiaro che questo avrebbe creato dei conflitti con l’orientamento del nostro
insegnante di arti marziali.
Cornelia: La strada del nostro insegnante di allora era quella
che scelgono molti di coloro che fanno arti marziali: il controllo. Il
controllo di se stessi e le altre persone: apparentemente è solo così che si
può combattere la propria paura. Ma noi non volevamo limitarci al controllo,
volevamo trovare spazi di fiducia, di fluidità: quando hai il coraggio di
aprire il tuo cuore e di lasciare libere le cose che vi erano chiuse dentro.
Così non hai più bisogno di combattere la tua paura, la lotta cessa.
OTI: Questo
vuol dire che non è importante la tecnica?
Thomas: No, la tecnica ha una
grande importanza. Non puoi lasciar perdere la forma e andare direttamente
all’essenza – perché poi non vi è nessun contenitore che possa raccogliere
l’essenza. Le forme tradizionali delle arti marziali sono ‘coreografie’ fisse
di lotta contro degli avversari immaginari e preparano il corpo a essere una
coppa per raccogliere l’essenza. Hai bisogno del controllo sul tuo corpo, e
tuttavia la meta consiste nell’abbandonare il controllo ed entrare nel flusso.
Ma non è una cosa che funzioni attraverso la mente. Più sei nella testa e tenti
di essere perfetto, e meno comprendi. Come dice Osho: impara prima la tecnica,
e poi dimenticala.
Cornelia: All’esterno faccio
semplicemente solo ‘la forma’, ma è un modo per arrivare all’interiorità, al
contatto con me stessa. A volte ho veramente la sensazione di poter percepire
ogni singola cellula del corpo, e nel contempo anche la totalità. E questo mi
carica tremendamente di energia, è una cosa di cui mi accorgo subito quando poi
do sessioni di bodywork.
Thomas: Ci sono molti
parallelismi fra le arti marziali e le danze di Gurdjeff. Anche in questo caso
si tratta di perfezione assoluta nei movimenti. Di conseguenza, quando facciamo
lezione, facciamo attenzione che la forma esteriore sia quella giusta. In Cina,
un tempo, i vari movimenti delle arti marziali venivano insegnati sempre in
silenzio. Si arrivava in un gruppo, il maestro mostrava qualcosa, e gli
studenti lo ripetevano: nessuno diceva una parola. Si continuava a farlo,
finché non ci si riusciva – anche quando durava degli anni, nessuno aveva il
permesso di fare delle domande. Ho sperimentato questo metodo nei nostri
gruppi. È incredibilmente efficace, poiché la mente non ha veramente niente a
che fare con il movimento. Il movimento succede da tutt’altra parte.
Cornelia: In Cina ho imparato come
non vada bene il fare domande durante una lezione. Ma sono indulgenti con i
‘nasi lunghi’ (come chiamano gli occidentali) che ne fanno sempre così tante.
Nasce dalla pretesa di voler imparare il più in fretta possibile e senza fare
alcun errore. Siamo abituati a imparare solo con la mente. Guardiamo invece i
bambini piccoli, quando, durante una forma
del Tai Chi, semplicemente imitano l’insegnante, senza preconcetti su ciò che è
giusto o che è sbagliato, senza crearsi dei pensieri: puoi vedere come i loro
movimenti siano subito fluidi. E, oltre tutto, in questo modo si divertono
molto di più.
Thomas: Noi non facciamo corsi
speciali per principianti. Ogni persona nuova entra nel gruppo che si sta
svolgendo sul momento e cresce a poco a poco insieme agli altri. Per rendere il
corpo sciolto e flessibile, cominciamo tutti insieme con lo yoga. Dopo arrivano
gli esercizi di base e poi ci dividiamo, e chi è solo agli inizi viene seguito
con particolare attenzione, me ne occupo io stesso o uno degli studenti
‘avanzati’. Pratichiamo Kung-Fu, Tai Chi e altri ‘stili interni’.
OTI: Cosa significa ‘stile interno’?
Thomas: Significa creare un
movimento – non importa se dall’esterno appaia morbido o duro – che riceve il
suo impulso e la sua efficacia dal centro interiore. Non è come, ad esempio,
nella boxe occidentale, dove prendi slancio
e colpisci affidandoti alla massa corporea e alla forza muscolare; qui stai nel
tuo centro e crei un movimento, dall’interno verso l’esterno, che ha molta più
energia. Il tutto è impostato sulla meditazione e sull’essere nel qui e ora;
nel caso ideale si mescolano la forza interiore e una buona coordinazione
esteriore. Qualcuno parla anche di arti marziali ‘dure’ o ‘morbide’, il che
però non significa che i movimenti stessi debbano essere sempre duri o morbidi.
Semplificando, le arti marziali morbide traggono origine dal Taoismo, mentre le arti marziali dure sono da ricondurre
all’influsso buddista. Delle arti marziali morbide, da noi la più conosciuta è
il Tai Chi. Poi c’è ancora il Ba Gua, una forma di movimento che lavora con gli
otto trigrammi e le spirali energetiche del corpo.
Il Hsing I lavora con i cinque elementi e delle
‘forme’ che derivano dal modo di muoversi di particolari animali: anche nel Tai
Chi ci sono dei movimenti dove tu ti muovi per terra come un serpente o stai su
un piede solo come una gru e allarghi le tue ‘ali’. Sono movimenti molto
efficaci e ti portano vicino all’essenza.
OTI: Le
radici delle arti marziali non si trovano dunque solo in Cina?
Thomas: La Cina è la culla delle
arti marziali, così come noi le conosciamo. Ma un’altra radice si trova
probabilmente in India. Bodhidharma, il fondatore del Buddismo ‘Chan’ – o
‘Zen’, per usare il termine giapponese, che è molto più conosciuto – come è
noto dall’India si trasferì in Cina, ed esiste un documento del 547 d.C. che
riporta come Bodhidharma abbia insegnato presso il monastero Shaolin durante il
regno Wei. Siccome i monaci meditando si addormentavano sempre, aveva
sviluppato una serie di esercizi, che davano loro una maggiore energia da
utilizzare durante la meditazione. È proprio da lì che in seguito si sono
sviluppate le arti marziali dure.
OTI: Bisogna
per forza andare in Cina, per conoscere le arti marziali originarie?
Thomas: Anche in occidente ci
sono insegnanti di arti marziali – sia donne che uomini – che continuano a
seguire il pensiero originario, che è quello di trasmettere la spiritualità
dell’arte marziale e uno stile di vita integro. Al contrario delle tante
dimostrazioni di ‘alta arte marziale’ che la Cina ufficiale manda da noi in
occidente. Molto spesso si tratta di pura e semplice acrobazia – una specie di
prodotto da esportazione. Per esempio la maggior parte dei monaci Shaolin che
vengono da noi in tournée, non sono diventati monaci per una convinzione
interiore, bensì perché in questo modo potevano andare a scuola da un buon
insegnante, per diventare in seguito acrobati, attori o controfigure. I veri
monaci Shaolin si lasciano immischiare in tutta questa faccenda solo perché
così riescono a mandare avanti i loro templi. Purtroppo là, nel campo arti marziali,
sta succedendo una specie di svendita.
liberamente
tratto dall’osho times tedesco
A Pune
All'Osho Meditation Resort le arti marziali,
proprio come tecnica di centratura e aiuto per una maggiore consapevolezza,
hanno numerosi estimatori. Ogni mattina si può vedere un buon numero di persone
seguire le regolari lezioni di Tai Chi o di Chi Kung (Qi Gong) nell'ampio
spazio del Buddha Grove. E per chi vuole approfondire sono disponibili corsi di
alcuni giorni. Anche il tiro con l'arco (stile Zen), ha i suoi appassionati, e
di questa affascinante disciplina si possono seguire sia lezioni mattutine che
corsi, all'interno dei quali viene presentata insieme ad altre prati-che
tradizionali Zen quali la Calligrafia, l'Ikebana, la Cerimonia del tè e la
Spada, proprio per arrivare alla comprensione che le vie verso la
consapevolezza possono essere molteplici e apparentemente molto diverse fra di
loro: il titolo del corso è infatti "Cinque porte per lo Zen" (5
Gateways to Zen). Un'altra simpatica "tradizione" è che gli
insegnanti di arti marziali che vengono qui al Resort, perché interessati a
Osho e alla meditazione, sono spesso invitati a condividere "il loro
Kung-Fu", e cioè a tenere lezioni (o dare dimostrazioni) della particolare
tecnica di arte marziale nella quale sono specializzati. E si possono vedere
cose davvero interessanti!
PER MAGGIORI DETTAGLI,
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E il solo modo di
cambiare qualcosa alle radici
L’evoluzione dell’uomo
passa attraverso tre stadi: la riforma, la rivoluzione e la ribellione. La
riforma è il più superficiale, tocca solo la superficie, non va mai più a
fondo. Non cambia nulla, se non le apparenze, le formalità. Dà all’uomo il
galateo, l’etichetta – una forma di educazione – senza mutare nulla di
essenziale del suo essere. Lo imbelletta, lo tira a lucido, ma nel profondo
l’uomo rimane lo stesso. È un inganno, un’invenzione. Dona rispettabilità, e
trasforma le persone in ipocriti. Insegna le buone maniere, ma sono in
contrasto con il nucleo dell’essere. Il centro interiore non viene neppure
compreso. Però fa filare tutto liscio a livello sociale.
La riforma ha la funzione
di un lubrificante. Contribuisce al mantenimento dello status quo, fa rimanere
tutto com’è – un paradosso, visto che il riformista afferma di voler cambiare
la società, mentre in realtà non fa che dipingerla di un altro colore. E la
vecchia società riesce a sopravvivere meglio
con questo nuovo colore di quanto
avrebbe potuto fare con il vecchio, che stava marcendo. La riforma è una specie
di restauro. La casa sta cadendo a pezzi, le fondamenta sono instabili, e tu
continui a fare interventi di restauro. Puoi impedire alla casa di cadere per
un po’. La riforma serve lo status quo, serve il passato, non il futuro.
La seconda cosa è la
rivoluzione, che va un po’ più in profondità. La riforma cambia solo le idee,
non cambia neppure le prassi. La rivoluzione va a intaccare la struttura, ma
solo quella esteriore, non quella interiore.
L’uomo ha due strutture,
vive su due piani. Uno è quello fisico, l’altro è spirituale. La rivoluzione si
spinge solo fino alla struttura fisica, l’economia e la politica appartengono
alla sfera fisica. Va più a fondo della riforma, distrugge molte vecchie
strutture, crea cose nuove, ma l’essere, il centro più intimo, rimane intatto.
Crea un codice morale, crea un carattere. La riforma crea il galateo,
l’etichetta, l’educazione, cambia il comportamento formale dell’uomo. La
rivoluzione cambia la struttura esterna, la cambia davvero, crea una nuova
struttura, ma l’impronta interiore rimane la stessa, la consapevolezza
interiore non viene modificata. Crea una divisione.
La
prima, la riforma, crea ipocrisia. La seconda, la rivoluzione, crea la schizofrenia, rende l’uomo
dissociato. L’uomo si divide in due. Il ponte
è spezzato. Per questo i rivoluzionari negano l’anima. Marx ed Engels e Lenin e
Stalin e Mao – tutti negano l’anima. Devono negarla, non possono accettarla,
perché se l’accettano, allora la loro rivoluzione apparirà molto superficiale,
non totale. Il riformista non nega l’anima, l’accetta, perché non gli crea problemi,
perché non le si avvicina mai. Per questo
non è un problema.
La terza cosa è la
ribellione. La ribellione nasce dal nucleo essenziale dell’essere, cambia la
consapevolezza, è radicale, è alchemica, trasmuta. Ti dà un nuovo essere, non
solo un corpo nuovo, non solo abiti nuovi, ma un nuovo essere. Fa nascere un
uomo nuovo.
Nella storia della
consapevolezza sono esistiti tre tipi di pensatori: i riformisti, i
rivoluzionari e i ribelli. Manu, Mosè, Gandhi – questi sono riformisti, i più
superficiali. Giovanni Battista, Marx, Freud sono rivoluzionari. E Gesù,
Buddha, Krishnamurti sono ribelli. Comprendere la ribellione equivale a
comprendere il cuore della religione. La religione è ribellione. La religione è
un cambiamento totale. La religione è discontinuità con il passato, è l’inizio
del nuovo, l’abbandono totale del passato. Nulla può continuare, perché se
qualcosa continuasse, terrebbe vivo il passato.
La riforma restaura. La
rivoluzione distrugge la vecchia struttura esteriore, ma quella interiore
rimane la stessa. In Unione Sovietica o in Cina l’uomo interiormente è lo
stesso, non c’è la più piccola differenza. La stessa mente – avida, ambiziosa,
egoista – che si trova in America e nei paesi capitalisti, non esiste
differenza. Ma la struttura esteriore della società è cambiata. E la struttura
delle leggi, dello stato, dell’economia e della politica, tutte sono cambiate.
Ma una volta tolti di mezzo la polizia e il potere governativo, tutto ritornerebbe
come prima. La società russa può essere gestita solo con la forza, non può
diventare democratica, perché permettere alle persone di essere indipendenti
riporterà in vita la loro realtà interiore. Che è sempre lì. Ora è impedita,
ostacolata, non la possono vivere. Devono vivere come impone il governo, non
secondo il proprio essere… se all’uomo viene data la libertà, allora, poiché
l’avidità, l’ambizione e tutto il resto sono ancora presenti, ricominceranno a
funzionare.
La vera rivoluzione è spontanea,
e si chiama ribellione.
Alcune distinzioni
ulteriori tra queste tre parole. La riforma non ti chiede molto. Dice: ti basta
ridipingere la porta d’entrata, la casa può rimanere sporca. Vivi nella
sporcizia, ma non permettere ai vicini di vederla. Basta che fuori sia tutto
bello, perché ai vicini non interessa il tuo mondo interiore, la tua casa
interiore. Passano all’esterno, e vedono solo la porta d’entrata. Fai quello
che vuoi, ma usa la porta sul retro. E così la porta d’entrata diventa una
facciata, una vetrina da far vedere ai vicini. La tua vera vita avviene sul
retro, non vivi attraverso la porta d’entrata. Essa è solo lì, è un artificio,
non la usi mai per entrare o uscire, è lì solo per essere guardata dagli altri.
Osserva le tue facciate, tutti ne hanno. Si chiamano facce, maschere,
personalità, perché sono maschere: rossetto e cipria e cosmetici – ti creano
una maschera. Tu non sei così. È solo un trucco.
La rivoluzione va un po’
più a fondo, ma solo un pochino di più. Cambia il soggiorno, e così puoi
invitare qualcuno nel tuo soggiorno. Si occupa solo del soggiorno, dove
intrattieni gli ospiti. È una falsità, non tocca il tuo essere autentico, ma ti
fa mantenere il prestigio. La moralità è questo: un bel soggiorno.
La moralità arriva solo
fin lì, oltre inciampa e scompare. Tutti hanno un prezzo. L’uomo morale ha un
prezzo. Osservati. Se per strada trovi mille rupie, magari non le prendi, ma se
ne trovi diecimila… allora esiti… prenderle o non prenderle? Se però ne trovi
centomila, allora non hai dubbi, le prendi. In questo modo dimostri la
profondità del tuo codice morale: mille, diecimila, centomila, tutti hanno un
prezzo. Puoi permetterti di essere onesto solo fino a un certo punto, oltre
sarebbe troppo. La moralità non vale tanto! E allora scegli di essere immorale.
L’uomo morale non lo è totalmente, solo qualche strato è morale, oltre c’è
l’immoralità che lo attende. Quindi è molto facile rendere immorale un uomo
morale. La moralità non ti trasforma.
La riforma è una
rivoluzione parziale. La rivoluzione è una rivoluzione esteriore. La ribellione
è una rivoluzione interiore. E solo quando è accaduta interiormente, ci si può
fidare, altrimenti no. La riforma ti rende ipocrita, la rivoluzione ti rende
schizofrenico. Solo la ribellione può darti la pienezza dell’essere, la
spontaneità, la salute, l’integrità.
La riforma ti rende
rispettabile. Se cerchi la rispettabilità, allora la riforma è sufficiente. Ti
darà una personalità di plastica. Da fuori sembrerai bello. Dentro sarai marcio
e maleodorante, ma nessuno sentirà il tuo odore, la plastica ti proteggerà.
Dentro diventerai sempre più sporco, ma fuori conserverai un aspetto decente.
La rivoluzione creerà una
divisione dentro di te. Ti renderà santo, ma il peccatore sarà represso. Il
peccatore non è stato assorbito dal santo, ma rimosso. La rivoluzione farà di
te due persone, creerà due mondi. Quello naturale sarà represso e quello morale
gli si metterà sopra. La moralità controllerà la natura. E naturalmente la
natura è molto potente, poiché è naturale, e si vendicherà, continuerà a
infiltrarsi nella tua vita, dai tuoi punti deboli. Sconvolgerà la tua moralità,
e creerà i sensi di colpa, e tu sarai sempre in conflitto, perché nessuno può vincere.
Il
tuo sostegno intellettuale andrà alla moralità, ma il tuo essere sosterrà la
natura. La morale è la mente conscia, la natura è l’inconscio. La mente conscia
è molto piccola,
e l’inconscio è nove volte più forte, nove
volte più grande del conscio. Ma tu conosci solo il conscio, quindi nella mente
conscia la moralità continuerà a cantare la sua canzone, e nell’inconscio, che
è nove volte più potente, depravazioni di ogni tipo metteranno radici sempre
più profonde.
La ribellione è una
rivoluzione interiore. La ribellione comincia da dentro, la riforma comincia da
fuori. Non cominciare mai da fuori. Comincia dal centro più intimo. Comincia
dall’essere. La riforma ti dirà cosa fare. La rivoluzione ti dirà come essere:
un santo, con un carattere migliore, con buone qualità. La rivoluzione creerà
una corazza dura attorno a te, che ti proteggerà da fuori e anche da dentro.
Un’armatura d’acciaio, è questo che chiamiamo carattere. Un uomo autentico non
ha carattere.
La ribellione si fonda
sulla consapevolezza, la rivoluzione sul carattere, la riforma sulle formalità.
Comincia con il diventare più consapevole, e starai partendo dal nucleo
interiore. Lascia che la luce si diffonda da quel punto, in modo che il tuo
intero essere si colmi di luce. Da fuori non ci si arriva. L’unica via è da
dentro, proprio come un seme che cresce da dentro e diventa un grande albero.
Anche il tuo lavoro interiore deve essere questo, devi crescere, come un seme.
La riforma è un pasticcio,
è una specie di restauro, un tocco qui e uno là, ma la struttura di fondo non
viene neppure toccata. La riforma può essere a favore o contro la rivoluzione,
dipende da te. Ci sono due tipi di riformisti: quelli che preparano il terreno
per la rivoluzione e quelli che cercano di impedire la rivoluzione. La riforma
ti dà la sensazione che le cose stiano migliorando, quindi che bisogno hai di
creare una rivoluzione? Perché prendersene la briga? La riforma dà speranze, e
le persone si fermano. Quindi dipende da te.
Un uomo saggio può usare
anche la riforma, ma uno che non è consapevole non riuscirà a usare la riforma
per arrivare alla rivoluzione – anzi, la riforma rappresenterà un ostacolo per
la rivoluzione. Lo stesso vale per la rivoluzione: può diventare una porta per
la ribellione, ma solo se c’è consapevolezza, altrimenti è un impedimento. Uno
pensa: “Ora che la rivoluzione è avvenuta, che bisogno c’è di andare oltre? È
già fin troppo”. Quindi la riforma può essere sia un impedimento sia un aiuto.
Come anche la rivoluzione. Tutto dipende dalla tua consapevolezza, dal tuo
livello di comprensione – da quanto capisci della vita.
Quindi fai in modo che
questa diventi la regola fondamentale della tua vita e del tuo lavoro: tutto in
fondo dipende dalla tua comprensione, da quanto capisci. Persino qualcosa che
poteva essere un aiuto può diventare un impedimento, se non hai la giusta
comprensione. E persino qualcosa che può essere velenoso, con un po’ di
comprensione può diventare una medicina. Tutte le medicine sono fatte con
sostanze tossiche, ma non uccidono, anzi aiutano a rimanere sani. Nelle mani
giuste, persino il veleno può essere una medicina, e nelle mani sbagliate
persino una medicina può diventare tossica.
Abbiamo tentato di tutto.
Abbiamo cambiato le società, abbiamo sperimentato le utopie, tutte hanno
fallito. La riforma è fallita, la rivoluzione è fallita.
La ribellione non è mai
stata tentata su larga scala. E quando è stata tentata in piccolo, ha sempre
avuto successo. Con Buddha ha avuto successo: migliaia di persone sono passate
attraverso al ribellione, rinascendo a nuova vita. Con Gesù ha avuto successo,
con Lao Tzu ha avuto successo, e con Krishna. La ribellione ha sempre
trionfato, ma solo pochi… Non è mai avvenuta su larga scala. Non ha mai
conquistato l’anima dell’umanità. È questo il lavoro da fare ora.
Bisogna offrire la visione
della consapevolezza e della ribellione alla maggior parte dell’umanità, solo
allora l’uomo potrà diventare davvero umano. L’uomo è umano solo di nome, non
lo è ancora di fatto, perché le qualità che lo rendono umano gli mancano. Non
ci sono. Non ha compassione, non ha amore, non ha meditazione. Non ha preghiera
e gratitudine, e neppure celebrazione. In breve, il divino gli manca. L’uomo è
un tempio vuoto, il divino non è presente. E continuerà a mancare finché il tuo
seme non si dissolve e inizi a germogliare in dio. Il divino è la tua crescita!
Ricorda, dio non lo trovi da qualche parte, lontano da te – né sull’Himalaya,
né a Gerusalemme e neppure in un monastero. Deve evolversi dentro di te, è il
frutto della tua maturazione. Non è un oggetto esterno che devi incontrare un
giorno. Finché non lo diventi, non lo incontrerai mai. Solo divenendo dio, lo
incontrerai.
La riforma porta nuove
idee, la rivoluzione nuove strutture a sostegno di quelle nuove idee, la
ribellione porta una consapevolezza nuova, un uomo nuovo, un essere nuovo a
sostegno di quelle strutture. Comincia dalle fondamenta. Metti la ribellione a
fondamento di tutto, e poi costruisci la struttura della rivoluzione. E in cima
a tutto, la cupola della riforma – non al contrario.
tratto
da: Osho, I Say Unto You,
Vol. 2, # 7
La
riforma fa di te un gentiluomo.
La
rivoluzione un santo.
La
ribellione un saggio.
CENTRO CONGRESSI
THE FESTIVAL
UN EVENTO DI MEDITAZIONE E CELEBRAZIONE -
APRILE 2004
Ricchezza di esperienze
Un’occasione da
non perdere al festival del prossimo anno
Al Festival di Riccione
(15–18 Aprile 2004) saranno disponibili, da sperimentare sotto forma di
sessioni e minisessioni – a un prezzo speciale, appositamente per questa
occasione – un gran numero di tecniche per il corpo, le emozioni e lo spirito;
tutte create o comunque elaborate all’interno della visione di Osho che mette
sempre la meditazione e la consapevolezza di sé al primo posto (la maggior
parte di queste tecniche, insieme a molte altre, sono offerte anche dalla Multiversity
dell’Osho Meditation Resort di Pune).
E cosa c’è di meglio che
regalarsi una bella sessione, sperimentare magari tecniche mai provate prima, o
affrontare un argomento o una situazione che vi sta a cuore? Soprattutto in un
ambiente ampio, confortevole e rilassante quale quello del Festival.
Oltre a una bella e
significativa esperienza, potreste magari anche scoprire un interesse duraturo,
o un modo di sviluppare i vostri talenti che può arricchirvi la vita.
Ed ecco di seguito le
descrizioni delle varie tecniche scritte dagli stessi operatori qualificati che
le offriranno a Riccione, una vera e propria piccola enciclopedia della sessione individuale.
Maggiori informazioni e aggiornamenti su
www.oshoba.it
Aurasoma
Aura significa luce,
Soma significa corpo... essere di luce, energie viventi. E' una
"terapia" spirituale non intrusiva e dolce che aiuta a scoprire e a
bilanciare i corpi di energia sottile attraverso l'uso del colore e di essenze
aromatiche naturali. Questo viaggio nel colore e nel suo linguaggio, ci
permette di comprendere le naturali interazioni che lo spettro della luce ha
dentro e fuori di noi.
Shiatsu
Lo Shiatsu è una antica
tecnica di massaggio giapponese che affonda le sue radici nell'agopuntura e che
si è affermata in tutto il mondo per la sua efficacia e la sua semplicità di
applicazione. Stimolando tutto il corpo – mediante pressioni perpendicolari,
mobilitazioni e stiramenti – riequilibra l'organismo e ne aumenta le naturali
capacità di difesa. Ha un effetto benefico sul sistema circolatorio e promuove
un
Breathwork
Lavoro (interiore) con
il respiro. Affonda le sue radici nel Rebirthing e utilizza la respirazione
consapevole e circolare come veicolo per accedere allo spazio interiore. Un
processo di introspezione e di purificazione sia a livello fisico che
emozionale; un metodo di guarigione che crea armonia tra mente, corpo e
spirito, aiuta a conoscere se stessi più profondamente e a risolvere difficoltà
comportamentali, relazionali e di valutazione di sé.
Body Lightness
Non è solo un massaggio,
non è una terapia, ma una via di evoluzione: un cammino, il cammino del ritorno
a casa, a casa nel corpo, a casa in noi stessi. Per molti sarà l'esperienza di
"sentire" finalmente che "questo corpo sono io ed è bellissimo
sentirlo così com'è
Craniosacrale
La Terapia Craniosacrale
è una tecnica manuale, non invasiva, che si propone di migliorare lo stato di
salute e le funzioni corporee. Applicandola a quell'insieme complessivo che
comprende le ossa craniali, le membrane meningee, il fluido cerebrospinale, il
sistema va-scolare intracraniale, il movimento dei fluidi corporei e la
funzione dei tessuti connettivi, risulta particolarmente efficace nell'aiutare
a ritrovare il proprio equilibrio psicofisico — anche in casi di emicrania, mal
di schiena, depressione, ansia — oltre a essere un ottimo strumento per
favorire il processo di crescita individuale.
Craniosacrale Biodinamico
(Respiro
Vitale)
Il Craniosacrale
Biodinamico è un'arte in cui conoscenza delle tecniche, sensibilità e intuizione
creano un lavoro delicato, capace di toccare le persone là dove ne hanno più
bisogno: nel corpo, nell'animo, al centro dell'essere. Lavora direttamente con
il Respiro Vitale che è l'energia primordiale a cui noi attingiamo fin dalla
nascita. Si percepisce come un soffio che nasce dal centro dell'essere. Epuro e
non viene mai intaccato né da malattie, né da stati emozionali. Agisce in
profondità sul sistema nervoso, sui tessuti, le articolazioni e gli organi
interni, influenzando anche il sistema ormonale, immunitario, gli stati
psicologici, mentali ed emotivi. Induce un profondo stato di rilassamento e di
benessere.
Armonia Craniosacrale
Armonia Craniosacrale è
un metodo di lavoro sul corpo, piacevole per chi lo riceve e anche per chi lo
pratica. Opera sui liquidi e sui tessuti del corpo in modo estrema-mente
sottile e delicato; coinvolgendo gli stati mentali ed affettivi. L'operatore
craniosacrale, in modo quasi impercettibile, ascolta la mobilità dei tessuti,
la dinamica delle loro forze e li accompagna in un processo di riorganizzazione
interna che ripristina la vitalità nei tessuti e nella persona. E una scienza
che ha a che fare con le forze naturali del corpo... più potenti di qualunque
forza applicata dall'esterno.
Cristalli
La principale qualità
dei cristalli è quella di ricevere, contenere, proiettare, emanare e riflettere
la luce che rappresenta la fonte più elevata di energia nell'universo. Con
l'applicazione di diversi tipi di pietre sul corpo, è possibile richiamare
quella stessa qualità di vibrazione di luce all'interno dell'individuo.
Massaggio
Riflessogeno connettivale
Un massaggio che agisce
sulle zone riflesse di tutto il corpo e sui punti energetici connessi, per un
riequilibrio psicofisico.
Osho Diamond Breath
Il modo di respirare
determina la qualità della vita: respirare in mo¬do corretto e armonico può
miglio-rare la tua salute, liberare il fluire della tua energia sessuale,
sensibilizzare la tua intelligenza emoziona-le e quindi le tue relazioni.
Il lavoro col respiro è una
via efficace, diretta, e sicura per allenta-re tensioni (rilassamento), per
guardarci dentro (introspezione), per rilasciare emozioni ed energie soppresse
(catarsi), per sciogliere alcuni nodi interiori (autoterapia), per arrivare
alla propria verità e saggezza (meditazione), per iniziare e finire il proprio
percorso (vita e morte).Le tecniche usate possono spaziare dal 'respiro
transenergetico" al "rilascio emozionale dinamico', dal “respiro
consapevole" al "respiro tantrico". Il respiro, con la sua immensa
saggezza ti condurrà al centro del tuo universo interiore, dove avrai
l'opportunità di esplorare amorevolmente tutte quelle dina-miche che
condizionano la tua esistenza.
Massaggio la
ViadellaLuna
Il Massaggio la Via
della Luna rinnova l'energia vitale, riattiva la circolazione sanguigna venosa
e linfatica, ha effetto benefico su tutto il sistema nervoso e muscolare. Il
risultato è un piacevole senso di pace, leggerezza, calma interiore; oltre a
una buona attivazione dei centri energetici primari.
Disegno Umano
Disegno Umano è una
modernissima scienza, unione e supera-mento di antichi sistemi di conoscenza.
Un sistema grafico, visivo, semplice e profondo per capire noi stessi, le
persone che sono nella nostra vita, i rapporti affettivi, sociali e di lavoro.
Nel grande gioco cosmico
in cui viviamo, ognuno di noi ha un Disegno unico e individuale, ricevuto al
momento della nascita, che viene impresso nei geni del nostro DNA e che
determina il modo in cui comprendiamo e viviamo la nostra vita e le relazioni
con gli altri. Ognuno può così vedere e comprendere attraverso i centri
colorati del proprio disegno ciò che è consistente e definitivo (il sé vero) e
attraverso i centri bianchi quello che è aperto e condiziona-bile dall'esterno
(il sé falso). Nel proprio Disegno si può vedere dove trovare la propria
autorità interiore, il luogo per arrivare alle proprie decisioni sicure, al di
là di dubbi, paure e influenze altrui.
Massaggio hawaiano
Pratica terapeutica
originaria dei Kahuna, gli sciamani delle Hawaii. Il lomilomi è un antico
sistema di cura che nell'ambito della medicina tradizionale hawaiana
costituisce la principale tecnica di massaggio che, attraverso la manipolazione
dei tessuti molli, agisce a livello profondo, rimuovendo blocchi e irrigidimenti,
rilassando e mettendo in contatto con il libero fluire dell'energia vitale.
Kirlian Check-Up
Kirlian check-up è
l'analisi della propria energia attraverso l'immagine della sua emissione. Le
persone che vivono gioiosamente, nella danza, nella risata e nella meditazione
creano un corpo di energia più intenso ed equilibrato. Il pro-cedimento Kirlian
è il sistema usato per catturare l'emissione energetica dei meridiani su carta
fotografica. Una foto Kirlian ci mostra dove l'energia fluisce e dove è invece
bloccata. Per la prima volta l'individuo nel suo percorso di crescita è aiutato
da una comprensione scientifica che gli mostra l'effetto della strada scelta. I
cambiamenti dell'energia diventano visibili nelle foto, stimolando le persone a
intra-prendere un cammino verso uno stato superiore.
Watsu
Watsu (Shiatsu in acqua,
praticato alla temperatura di 35°c) rappresenta un ottimo metodo per
avvicinarsi all'elemento acqua in maniera morbida e non invasiva. A partire dal
corpo, rilassa le tensioni, ne libera i movimenti e gradualmente per-mette un
profondo abbandono, raggiungendo profondi livelli dell'esse-re, e coinvolgendo
le sfere emozionale, mentale e spirituale. Nel continuo sostegno e
galleggiamento movimenti, stiramenti e pressioni si alternano a momenti di
quiete e silenzio, creando un'onda il cui ritmo viene guidato dallo spazio di
sincronicità dei cuori.
Massaggio Ayurvedico
Ayurveda in sanscrito
significa conoscenza della vita (Ayu = vita, Veda = conoscenza). Il massaggio
Ayurvedico è una pratica millenaria che proviene dall'India. La sua azione
terapeutica avviene attraverso la stimolazione di punti energetici denominati
Marma e lungo i principali canali di circolazione, le Nadi. Queste ultime
svolgono la stessa funzione dei meridiani nella medicina tradizionale cinese. A
seconda della tipologia di chi riceve il massaggio, questo può avvenire
attraverso una pressione forte, ma non invasiva, una pressione delicata,
pizzicando con le dita (pollice e indice) o impastando con le mani i tessuti e
i muscoli. Dopo un primo massaggio distensivo si sottopongono i muscoli a
esercizi di allungamento che hanno lo scopo di rilassarli e renderli più
elastici aumentando così la mobilità articolare. Gli effetti di queste
manipolazioni si estendono a livello più profondo: circolazione sanguigna e
linfatica, respirazione (prana), energia vitale. Lo scopo è quello di ottenere
un migliore dinamismo delle energie del corpo e quindi di migliorare
l'equilibrio fisico, psicologico e spirituale .Il benessere, secondo l'Ayurveda,
è lo stato in cui mente, corpo e spirito sono in armonia. Se questi elementi
sono in disequilibrio il corpo subisce una diminuzione delle difese naturali
con la possibile comparsa di malattie.
Massaggio Olistico
Una tecnica di massaggio
totale che attraverso il tocco aiuta a trovare rilassamento e armonia nel corpo
e poi nell'intero essere, secondo una visione olistica.
Massaggio rituale
Un rituale in grado di
evocare e rafforzare le energie presenti in ognuno di noi. Elementi essenziali:
Il Respiro che ristabilisce l'equilibrio interiore e dà spazio al processo di
autoguarigione.
Una Musica che, evocando
i suoni di Madre Terra, crea coesione tra il praticante e il ricevente.
Il Tocco: un massaggio
dolce ma allo stesso tempo profondo che mette in contatto con il libero fluire
dell'energia vitale e affina la sapienza del corpo
Riflessologia plantare
I piedi si trovano
all'estremità finale del corpo. Nel punto più lontano dal cuore, il sangue e la
linfa devono risalire dai piedi contro la gravità. Il movimento di questi
fluidi vitali è essenziale. Stimo-lare questa parte del corpo è efficace per
rimuovere le particelle pesanti che tendono a depositarsi e sedimentare, se il
flusso dei liquidi non è rapido, ottenendo con il massaggio una migliore ossigenazione
dei tessuti e un'adeguata eliminazione delle scorie. Il principio su cui si
basa la Riflessologia Plantare è che nei piedi vi sono dei punti che, se
stimolati, agiscono di riflesso in corrispondenza di tutte le ghiandole, gli
organi e le parti del corpo. Un massaggio plantare, agendo su queste zone di
riflesso, può così ristabilire l'equilibrio in tutto i corpo.
Osho Prana Healing
Una tecnica di
guarigione che agisce sui corpi sottili e sul corpo fisico. Un metodo
sviluppato seguendo le indicazioni di Osho e che usa la mappa aurica dei 7
corpi e dei 7 chakra. Come il corpo fisico, anche i corpi sottili possono
essere in uno stato di salute o di malattia. Quando l'energia non fluisce bene,
scopriamo che ci lasciamo prendere più facilmente da stati d'animo quali
insicurezza, infelicità, vergogna, paura e rabbia. Quando non siamo presenti
alle nostre emozioni nei nostri corpi sottili (aura) si formano degli
addensamenti energetici. Durante la sessione l'operatore accompagna chi riceve
a esplorare il proprio mondo energetico. Il suo compito è quello di individuare
quei punti nel corpo fisico e nei corpi sottili in cui l'energia ristagna e non
fluisce, aiutando a ristabilire l'equilibrio. Con un contatto empatico non
invasivo il ricevente viene portato a incontrare quel rilassamento profondo che
è dentro ognuno di noi. Nell'incontrare questo rilassamento la persona è
esistenzialmente pronta a lasciare che la comprensione e la guarigione
accadano. La fragranza della trasmissione pranica è quella dell'amore e del suo
fiorire in compassione.
Massaggio Mem
Il corpo è la sorgente
della nostra vitalità e della nostra naturale capacità di sentire e provare
piacere e gioia. L'antica arte del massaggio costituisce un importante
strumento per creare comunicazione e dialogo tra le infinità di voci che
rappresentano il linguaggio del corpo. Attraverso manovre e manualità, che
nascono dal pro-cesso di scambio fra l'operatore e la persona che riceve,
portando l'attenzione al fluire del respiro e ai movimenti del corpo,
espressioni del vissuto interiore, sarà possibile ripristinare il naturale
flusso della nostra vitalità e gioia di vivere.
Reiki
Reiki, che può essere
tradotto come "Energia Vitale Universale" è la ricongiunzione
dell'energia individuale, il ki, con l'energia dell'universo Rei. Una terapia
semplice, basata sull'imposizione delle mani. Scoperto dal monaco giapponese
Mikao Usui il Reiki è un antichissimo metodo di guarigione naturale: l'istinto
di porre le mani laddove c'è dolore, sembra essere antichissimo e universale
per l'uomo. Un modo semplice e naturale per ritrovare benessere e salute. Reiki
ci permette di attingere all'infinito serbatoio dell'energia vitale universale
per risanare l'energia di ogni essere vivente. Il trattamenti innescano un processo
di autoguarigione psicofisico che armonizza e rilassa i blocchi energetici,
donando all'individuo nuova consapevolezza, gioia e salute.
Shiatsu (Tecnica ODI-A)
Per mezzo della
pressione esercitata con il pollice e altre parti del corpo, interviene a
regolare il flusso di energia, il chi, che scorre lungo tutto il corpo
attraverso i Meridiani (canali energetici). La pressione esercitata sugli tsubo
(punti energetici lungo i meridiani) varia a seconda delle esigenze e interessa
gli organi corrispondenti. Agendo sui Meridiani è possibile riequilibrare la
carenza o l'eccesso energetico che interferisce con il buon funzionamento degli
organi interni e dell'intero organismo. I trattamenti dell'ODHA (Osho Divine
Healing Arts) utilizzano la tecnica dello Shiatzu, la consapevolezza del
Respiro, il Tocco meditativo e silenzioso. Questo tipo di lavoro sul corpo e
sull'energia aiuta la persona a ritrovare un rilassa-mento profondo e le dà la
possibilità di percepirsi con maggior consapevolezza.
Rebalancing
Noi tutti esprimiamo nel
corpo le situazioni fisiche ed emotive che ci hanno forgiato. L'Osho
Rebalancing è una tecnica di massaggio profondo del tessuto connettivo che,
unita allo scioglimento delle articolazioni e all'uso del respiro, porta
maggiore consapevolezza a tutto il sistema corpo-mente. Il riequilibro delle
energie che si liberano e ricominciano a scorrere nel corpo può avvenire
attraverso l'espressione di emozioni, movimenti corporei, immagini, ricordi del
vissuto personale. Un'opportunità di conoscere e “riscrivere” la propria
storia, scolpita nel corpo e riappropriarsi di parti di se stessi negate o
dimenticate. E possibile così ritrovare la propria originaria vitalità e una
maggiore unità e armonia interiori.
Tarocchi
La lettura dei Tarocchi,
che può avvenire utilizzando diversi mazzi, ha lo scopo di portare
consapevolezza alla situazione presente, poi-ché nel nostro presente si
annida-no i semi del futuro. I tarocchi possono aiutarci a trovare chiarezza e
direzione nell'esplorazione di aree specifiche della nostra vita (relazioni,
lavoro, crescita spirituale, ecc.)
Tutti i numeri
per illuminarti
Bodhisatva 16
La natura del buddha è la tua natura. Se sei
abbastanza sensibile, puoi diventarne consapevole attraverso qualunque senso:
il tatto, il gusto, la vista, l’udito. Perché non è esterno a te... Ricorda,
ognuno ha un’intensità diversa rispetto ai diversi sensi. Alcuni possono vedere
di più, e solo loro diventano pittori. La maggioranza non vede come un pittore.
Alcuni hanno orecchio musicale, non tutti ce l’hanno. Più la musica è sottile e
più sensibile dovrà essere l’orecchio di chi l’ascolta.
Puoi avere l’esperienza della natura del buddha
rimanendo semplicemente in silenzio, oppure diventando così colmo d’amore che
le tue mani si sciolgono nell’amore, o diventando così totale in ogni atto che
il tuo io scompare, e rimane puro essere. Essere è un altro nome per natura del
buddha. È sempre dentro di te, si tratta di scoprire da quale porta ci
arriverai.
Nei tempi
antichi, c’erano sedici bodhisattva. All’ora del bagno, ligi alla regola,
facevano il bagno.
All’improvviso,
al solo contatto con l’acqua, ebbero l’esperienza della realizzazione.
Non pensare che sia solo una storia. Se sei
davvero vitale e usi il senso del tatto con totalità, puoi illuminarti facendo
una doccia.
… Sedici
bodhisattva…
Nel Surangama Sutra, un’antica scrittura buddista,
si narra di venticinque bodhisattva che raccontano la loro esperienza di
realizzazione.
Prima
Kyochinnyo e altri quattro, i primi cinque discepoli di Buddha, si alzano in
piedi e descrivono il loro cammino verso la realizzazione.
Kyochinnyo
dice: “Per quanto riguarda la mia realizzazione, una visione ne fu la causa
principale”.
Se riesci a vedere davvero una bella rosa o un bel
tramonto con totalità, non hai bisogno di altra disciplina per diventare un
buddha. Ma l’atto di vedere deve essere totale, finale e incondizionato.
Il secondo,
Kyogon Doji, dice: “La percezione di un profumo è stata la causa della mia
realizzazione”.
Yakuo e
Yakujo dicono che il gusto è stato la causa
della loro realizzazione.
Baddabara e
gli altri quindici bodhisattva di questo aneddoto si alzano e s’inchinano al
Buddha, e Baddabara dice: “Udendo le predicazioni di Iono, il primo buddha,
siamo
diventati
monaci.
All’ora del bagno,
ligi alla regola, siamo entrati nel bagno e all’improvviso, al solo tocco
dell’acqua, abbiamo conosciuto la realizzazione.
Non ci siamo
lavati via lo sporco, non ci siamo ripuliti il corpo. Abbiamo raggiunto la pace
mentale e siamo giunti a uno stato di assenza di possesso. Il buddha
sopraccitato mi ha chiamato Baddabara e ha aggiunto: ‘Tu hai fatto l’esperienza
di toccare in modo sottile e cristallino e hai realizzato la natura del buddha,
e l’hai conservata’. La risposta alla tua domanda, quindi, è che il tatto è
stato la causa prima della nostra
realizzazione.”
Altri
bodhisattva, a turno, raccontano la loro esperienza e infine il bodhisattva
Kannon cita l’importanza, nel suo caso, dell’ascoltare.
Tutti i sensi sono porte, e ricorda, una porta può
aprirsi verso l’esterno e anche verso l’interno. È con il medesimo senso che
usi per ascoltare la musica che puoi anche udire la musica del tuo essere.
Si tratta solo di prendere una direzione, verso
l’interno o verso l’esterno, la porta è la stessa.
1
48 minuiti
La mente umana è una scimmia. Se osservi la tua
mente, lo puoi vedere. Non è mai quieta. La cosa più difficile è non far nulla.
Ma alcuni uomini sono riusciti a saltare fuori
dalla mente scimmia e a rimanere inattivi quanto volevano. In Oriente, per
secoli tutti i mistici hanno concordato su una cosa, che se la mente riesce a
rimanere in silenzio per quarantotto minuti, senza interruzioni, sei libero
dalla sua presa. Ma la mente non riesce a stare ferma neppure per quarantotto
secondi, figuriamoci poi quarantotto minuti!
È in questo che consiste tutto il lavoro del
ricercatore spirituale, cambiare la mente scimmia e portarla a uno stato di
immobilità. Forse questo è l’ultimo stadio dell’evoluzione.
Ci sono pietre che hanno vita, anche se molto nascosta
– perché crescono. Ci sono alberi che hanno vita, e ricerche recenti dimostrano
che hanno anche sensibilità. Ci sono animali di mille specie che sono dotati di
una certa intelligenza. E poi c’è l’uomo, che ha più intelligenza di qualunque
altra forma di vita sulla terra. Se riuscirà a usare questa intelligenza per
aiutare la scimmia a rimanere ferma, a rilassarsi, potrà nascere la supermente.
Allora avrai una chiarezza mai conosciuta prima, che ti rende consapevole di te
stesso e dell’esistenza che ti circonda, e ti sentirai ricolmo di gratitudine. 3
E man mano che la tua attenzione vigile si fa più
profonda, inizierà ad accadere un miracolo: più diventi vigile, meno intenso si
fa il traffico della mente, c’è più quiete, più silenzio; spazi di silenzio
sempre maggiori, pause e intervalli sempre più estesi. Interi momenti passano e
tu non incontri neppure un singolo pensiero. Lentamente, passano i minuti,
passano le ore…
E il fenomeno ha una sua aritmetica: se riesci a
rimanere completamente vuoto per quarantotto minuti, in quel giorno diventerai
illuminato, in quel momento diventerai illuminato. Ma non dipende dai tuoi
sforzi, non devi controllare l’orologio, perché ogni occhiata segna il
passaggio di un pensiero. E devi ricominciare daccapo, sei ritornato allo zero.
Non è necessario
controllare l’ora.
Ma l’esperienza di tutti i grandi meditatori in
Oriente è stata questa: quarantotto minuti sembrano essere il punto culminante.
Se questa interruzione è possibile, se il pensiero si ferma per tutto questo
tempo e tu rimani all’erta, senza un solo pensiero che ti attraversa la mente,
diventi capace di ricevere il divino dentro di te. Sei diventato un ricettacolo
e l’ospite non si fa attendere. 4
40 kilometri
L’aura che circonda una persona comune di media è
larga cinque centimetri, e man mano che la persona cresce e matura anche l’aura
diventa più grande. Alla fine, quando giungi al picco supremo della
meditazione, la larghezza dell’aura è di quaranta chilometri.4
500 anni
Buddha disse: “La mia religione vivrà per
cinquecento anni”. Perché lo disse? Lo fece perché aveva creato alcuni maestri
viventi e poteva calcolare quanti maestri viventi sarebbero stati a loro volta
creati da quei maestri viventi. Non è un calcolo preciso, è più una congettura.
Poteva affermare: “Riesco a vedere che la catena continuerà per almeno
cinquecento anni, dopo rimarrà solo un rituale”.
Ma i buddisti non l’hanno ascoltato. Non hanno
dato ascolto al maestro. Lui stesso aveva detto: “Dopo cinquecento anni sarà
solo un rituale. Sarà possibile solo per cinquecento anni. Sto creando pochi
maestri viventi che mi sopravviveranno, e daranno il tocco magico ai miei
metodi. Saranno in grado di creare altri maestri, e così via – ma non per più
di cinquecento anni. Poi, a poco a poco, il numero dei maestri viventi si
ridurrà a zero”.
Il buddismo però è ancora vivo. Quei cinquecento
anni sono passati da un pezzo. Sono duemila anni che il buddismo è diventato un
rituale, puoi continuare a pregare, a ripetere le medesime formule: mantra, preghiere...
ma non
accadrà nulla. 5
TESTI DI OSHO TRATTI DA:
1. This, This A Thousand
Times This, # 6
2. The Golden Gate, vol
2 # 5
3. The Transmission of
the Lamp, # 43
4. The Last Testament
vol 2 # 4
5. The Dhammapada, vol
11 # 5
Il capolavoro di
Herman Heisse
“Herman Hesse, non era un illuminato... Era un
essere umano qualunque, ma in un volo poetico ha scritto uno dei libri più
grandi che esistano al mondo, Siddharta.
Siddharta è il vero nome di Gautama il Buddha, il nome datogli dai suoi
genitori. Divenne noto come Gautama il Buddha. Gautama era il suo cognome;
Buddha vuol semplicemente dire ‘il risvegliato’. Siddharta era il suo vero
nome, datogli dai genitori dopo essersi consultati con gli astrologi. È un nome
bellissimo. Siddharta vuole anche dire ‘Colui che ha raggiunto un significato’.
Siddha significa ‘colui che ha
conseguito’; artha vuol dire ‘il
senso’. Uniti insieme significano ‘colui che ha conseguito il senso della
vita’. Gli astrologi, i genitori, le persone che gli diedero quel nome dovevano
essere saggi... saggi per ciò che concerne il mondo, almeno.
Il Siddharta di Herman
Hesse ripercorre la storia di Buddha in maniera diversa, ma nella stessa
dimensione, con lo stesso significato. È incredibile come Herman Hesse abbia potuto
scriverlo senza riuscire a diventare un siddha lui stesso. Rimase un povero
scrittore; certo, vinse il premio Nobel, ma questo non ha un gran valore. Non
si può assegnare un premio Nobel a un Buddha: si metterebbe a ridere e poi lo
getterebbe via. Ma il libro è immensamente bello.” 1
Questo dice Osho parlando
dei libri da lui preferiti; in un altro discorso commenta:
“Herman Hesse è una delle
menti occidentali che più si è avvicinata al modo orientale di guardare le
cose. Forse non esiste un altro uomo, del suo calibro, che abbia una
comprensione migliore dell’Oriente.” 2
Un’occhiata
alla vita di Hesse può aiutarci a spiegare il motivo che ha permesso a questo
scrittore tedesco di comprendere così bene la storia di un sannyasin indiano dei tempi di Buddha.
I suoi genitori e i suoi
nonni furono missionari cristiani in India per moltissimi anni, fino al 1877
quando la malattia costrinse il padre a far ritorno in Germania dove continuò
il suo lavoro ecclesiastico e dove nacque Hesse. Il sapore dell’India si era
però insinuato profondamente nell’anima della famiglia. A casa avevano molte
opere d’artigianato indiano, statue di Buddha e varie divinità indù, e molti testi religiosi. Molti ospiti
provenienti dall’India passavano da casa loro. Quando era piccolo, il padre di Hesse gli leggeva il Dhammapada.
A quattordici anni, Hesse
si innamorò di una ragazza di ventuno, e questo lo allontanò dalla famiglia.
Quando la ragazza rifiutò il suo amore, il giovane impazzì e la famiglia lo
fece ricoverare in una clinica per malati di mente. Poco tempo dopo, egli
cominciò a rifiutare la religione cristiana della famiglia e a diciotto anni se
ne andò. Si interessò agli scritti della Società teosofica e di Madame
Blavatsky e alle opere di Schopenhauer. Mentre lavorava a Siddharta, gli venne
il ‘blocco dello scrittore’: non sapeva come continuare, come concludere. Fu
allora che cominciò a meditare e a leggere il Tao Te Ching di Lao Tzu e Il
segreto del fiore d’oro; e dopo poco tempo riuscì, in soli quattro mesi, a
completare il libro.
L’autore e le sue opere
Hermann Hesse nasce nel
1877 a Calw, in Germania. Abbandona giovanissimo gli studi di teologia, lavora
come apprendista in una fabbrica di orologi e poi come libraio. Ventenne inizia
a scrivere le sue prime opere: il Peter Camenzind, Sotto la ruota e diversi
volumi di novelle. Nel 1911 viaggia a lungo in India. Gli orrori della prima
guerra mondiale lo sconvolgono e influenzano la sua opera: di questo periodo il
Demian. Seguono L’ultima estate di Klingsor, Siddharta, Il lupo della steppa,
Narciso e Boccadoro e Il gioco delle perle di vetro, la sua opera più vasta –
un altro libro cult – con forti influenze dal Taoismo e dallo Zen. Nel 1946
ottiene il premio Nobel. Muore in Svizzera nel 1962.
La storia
Siddharta è il giovane figlio di un bramino,
benvoluto da tutti nel suo piccolo villaggio; sebbene rispettoso delle
tradizioni e delle pratiche religiose del tempo, non è contento della sua vita.
Non trova, negli insegnamenti tradizionali, una risposta ai suoi dubbi più profondi,
alla sua sete di certezze, di assoluto, di beatitudine eterna, di pace. E così,
quando questo disagio raggiunge il massimo, decide di andarsene, per unirsi ai
Samana, un piccolo gruppo di asceti che vivono praticamente nudi, vagando nella
foresta, e che cercano ‘l’assoluto’ negando se stessi e il proprio corpo con
digiuni e penitenze. Anche il suo amico del cuore, Govinda, sebbene scioccato
dapprima da questa decisione, decide di seguirlo. Raggiunti i Samana, Siddharta
segue le loro pratiche, le loro ‘meditazioni’, digiunando per giorni e giorni,
allo scopo di ‘diventar vuoto di desideri e sogni, di piaceri e sofferenze – di
lasciar morire il sé’. Quando i due giovani sentono parlare di Gautama il
Buddha, un uomo che ha conquistato se stesso, decidono di abbandonare i Samana
per andare a incontrarlo. Dopo il primo incontro Govinda chiede subito il
sannyas: diventa un discepolo del Buddha. Siddharta invece, pur non dubitando
della sua illuminazione, decide di proseguire per la sua strada: non per cercare
un altro maestro – non ne potrebbe esistere uno migliore, dice – ma proprio
perché dalle parole del Buddha ha capito che ‘nessuno può trovare la salvezza
attraverso degli insegnamenti’ e quindi vuole raggiungere da solo la verità, o
morire. Il Buddha gli dà la sua benedizione, nel contempo mettendolo in guardia
da questo ‘eccesso di bravura’.
Siddharta è determinato a raggiungere la verità
suprema, a conquistare il Sé, e proprio all’inizio di questa nuova, solitaria,
avventura si accorge di essere un uomo che di se stesso non conosce nulla: per
conoscersi, per provarsi, bisogna vivere, e non rinunciare per paura, bisogna
gettarsi nella vita. Attraversando un fiume parla col traghettatore, Vasudeva,
che gli racconta cosa proprio dal fiume abbia imparato, e nell’accomiatarsi gli
predice che si incontreranno di nuovo, ‘Tutto torna’ gli ricorda. La prima
persona che Siddharta incontra una volta arrivato in città è una bellissima
cortigiana, Kamala; lui le chiede subito di diventare la sua maestra nell’arte
dell’amore, ma lei lo rifiuta, almeno fino a quando non abbia guadagnato
abbastanza soldi per potersi permettere i ricchi doni che lei richiede; poi
però, appena saputo che Siddharta è istruito, gli fa conoscere un ricco
mercante che subito lo assume. È la strada verso il benessere materiale, verso
il quale egli continua ad avere una posizione molto distaccata, per nulla
identificato: è essenzialmente qualcosa che gli permette di frequentare Kamala,
colla quale inizia un lungo rapporto, che fa loro raggiungere e condividere,
all’interno dell’arte dell’amore, uno spazio di meditazione, un rifugio
interiore che a molti altri intorno manca. Passano gli anni, e Siddharta è
diventato ricco, ma nel frattempo il mondo lo ha preso nella sua rete: persa è
quella scintilla di vita interiore che aveva sentito così forte alla presenza
del Buddha, ora non è più gentile e paziente, vuole sempre più soldi, si dà al
gioco, rischia, si odia per come è diventato, ma non sa come cambiare. Kamala
vuol farsi raccontare del suo incontro col Buddha, e gli confida che, un
giorno, vorrebbe diventarne una discepola. Ma Siddharta continua nella sua
china verso la perdizione, finché un giorno se ne va, disgustato di se stesso e
della vita, senza sapere che Kamala porta in grembo suo figlio.
Siddharta cerca l’oblio, la morte, ma proprio
mentre sta per gettarsi nel fiume sente dentro di sé il suono dell’OM, la
sillaba sacra, l’inizio e la fine di tutte le preghiere dei bramini. Sente che
il fiume gli ha parlato, e sedendo sulla sua riva decide che sarà questo ora il
suo maestro: imparerà dal fiume, lo amerà, gli starà sempre vicino. Incontra di
nuovo Vasudeva, il traghettatore, e diventa il suo apprendista; vive con lui e
intanto impara ad ascoltare il fiume: comincia a capire che così come il fiume
è ovunque – alla sorgente, alla foce, lì dove si traghetta e dove invece la
corrente è forte... e poi anche nell’oceano – anche la sua vita è un fiume.
Intanto viene a sapere che Gautama il Buddha sta morendo, e tutti i suoi
discepoli si stanno radunando; anche Kamala, che nel frattempo ha preso il
sannyas, e suo figlio sono per strada. Quando arrivano al traghetto la
riconosce, e si rende improvvisamente conto di avere un figlio, che lei, in
punto di morte per il morso di un serpente, affida alle sue cure. Il giovane
Siddharta si rivela presto un ragazzino viziato: è insoddisfatto della vita sul
fiume, rimane svogliato, ostile. Vasudeva consiglia al padre di farlo tornare
alla vita di prima, nella casa di Kamala, ma per Siddharta è impossibile: non ha
mai amato nessuno così perdutamente come ama il figlio, non può separarsene.
Quando il giovane fugge inizia a inseguirlo, disperato, fino a quando non
capisce che in realtà non gli è possibile aiutarlo: anche il figlio deve farsi
la sua vita, le sue esperienze. È caduta l’ultima presunzione, si è spezzato
l’ultimo attaccamento: Siddharta ritorna a imparare dal fiume, e quando
Vasudeva muore ne prende il posto. Ed è proprio qui che lo ritrova il suo amico
del cuore, Govinda, che è venuto a cercare un vecchio grande saggio che, si
dice, fa il barcaiolo e vive solitario vicino al fiume... in sintonia col suo
ritmo senza tempo e con la sua saggezza senza parole.
L’inizio
Nell’ombra della casa, sulle rive soleggiate del
fiume presso le barche, nell’ombra del bosco di Sal, all’ombra del fico crebbe
Siddharta, il bel figlio del Brahmino... 3
Domande
Tutti amavano Siddharta. A tutti egli dava gioia,
tutti ne traevano piacere. Ma egli, Siddharta, a se stesso non procurava
piacere, non era di gioia a se stesso. Passeggiando sui sentieri rosati del
frutteto, sedendo nell’ombra azzurrina del boschetto delle contemplazioni,
celebrando i sacrifici nel bosco di mango dalle ombre profonde, con la sua
perfetta compitezza d’atteggiamenti, amato da tutti, di gioia a tutti, pure non
portava gioia in cuore. Lo assalivano sogni e pensieri irrequieti, portati fino
a lui dalla corrente del fiume... Eccellente cosa i sacrifici e la preghiera
agli dèi: ma questo era tutto? Non era invece l’Atman, l’unico, il solo, il
tutto? E dove si poteva trovare l’Atman, dove abitava, dove batteva il suo
eterno cuore, dove altro mai se non nel più profondo del proprio io, in quel
che di indistruttibile ognuno porta in sé? Penetrare laggiù, fino all’Io, a me,
all’Atman: c’era forse un’altra via che mettesse conto di esplorare? Ahimé!
questa via nessuno la insegnava, nessuno la conosceva, non il padre, non i
maestri e i saggi, non i pii canti dei sacrifici! 3
Paura
Che io non sappia nulla
di me, che Siddharta mi sia rimasto così estraneo e sconosciuto, questo dipende
da una cosa sola: io avevo paura di me, prendevo la fuga davanti a me stesso!
L'Atman cercavo, Brahma cercavo. Ma proprio io, intanto, andavo perduto a me
stesso.
I pericoli
II mondo e la pigrizia
erano penetrati nel suo animo, lentamente lo riempivano, lo rendevano stanco e
pesante... il mondo l'aveva assorbito, il piacere e l'avidità, la pigrizia, e
infine quel peccato ch'egli aveva sempre disprezzato e deriso come il più
stolto di tutti: l'avarizia
Il sacro OM
...un vuoto raccapricciante che faceva riscontro
al terribile vuoto dell’anima sua. Sì, egli era giunto alla fine. Altro non gli
rimaneva che spegnersi, spezzare la mal riuscita figura della sua vita,
gettarla via. Affondava, a occhi chiusi, incontro alla morte. Ed ecco, da
riposti ricettacoli della sua anima, dalle remote lontananze della sua vita
affaticata, palpitò un suono. Era una
parola, una sillaba, ch’egli pronunciava senza rendersene conto, con
voce cantilenante, l’antica parola con cui hanno inizio tutte le preghiere dei
Brahmini, il sacro Om... E nell’istante in cui il suono Om sfiorò l’orecchio di
Siddharta, immediatamente si risvegliò il suo spirito assopito e riconobbe la
stoltezza del suo atto. 3
La vita
Sul suo volto fioriva la serenità del sapere, cui
più non contrasta alcuna volontà, il sapere che conosce la perfezione, che è in
accordo con il fiume del divenire, con la corrente della vita, un sapere che è
pieno di compassione e simpatia, docile al flusso degli eventi, aderente
all’Unità. 3
Senza tempo
Il mondo in sé, ciò che esiste intorno a noi e in
noi, non è unilaterale. Mai un uomo, o un atto, è tutto samsara o tutto
nirvana, mai un uomo è interamente santo o peccatore. Sembra così perché noi
siamo soggetti alla illusione che il tempo sia qualcosa di reale... Il mondo
non è imperfetto, o impegnato in una lunga via verso la perfezione: no, è
perfetto in ogni istante. 3
Il mondo
Si guardò attorno come
se vedesse per la prima volta il mondo. Bello era il mondo, variopinto, raro e
misterioso era il mondo! Qui era azzurro, là giallo, più oltre verde, il cielo
pareva fluire lentamente come i fiumi, immobili stavano il bosco e la montagna,
tutto bello, tutto enigmatico e magico, e in mezzo v'era lui, Siddharta...
Osservare il
fiume
Tutti i luoghi sacri degli indù sono costruiti
sulle rive dei fiumi, perché la tecnica indù di meditare sul fluire del fiume è
un esperimento di meditazione molto significativo e profondo. Se un ricercatore
medita costantemente sul perenne fluire del fiume per un lungo periodo, anche
la sua mente scivolerà via. Per comprendere questo fenomeno, vale la pena di
leggere Siddharta, di Herman Hesse.
Hesse ha compreso il profondo significato di questa tecnica indù, come nessun
indù è mai riuscito a fare. Seduto sulla riva del fiume, a osservare i suoi
mutamenti d’umore, e lavorando come barcaiolo sul fiume, Siddharta, l’eroe del
libro di Hesse, giunge alla liberazione. Con le stagioni, il fiume cambia
forma, apparenza esteriore. Quando è in piena, è furia, la sua vitalità e
turbolenza sono una meraviglia da vedere. Quando arriva l’estate, con la
siccità, il fiume perde la sua forza e assume una forma quasi dolente. È solo
un avvallamento, con qualche pozzanghera sparsa, tutto il suo splendore, il suo
orgoglio e la sua esuberanza sono svaniti. Ora è uno scheletro. È come se il
fiume fosse vecchio, come se si trovasse sul letto di morte. Siddharta osserva
tutti questi cambiamenti di umore del fiume. Trascorre ore seduto sulla riva e
a poco a poco, lentamente, vede i cambiamenti d’umore della sua mente riflessi
in quelli del fiume. Giovinezza, vecchiaia, infelicità, gioia – li vede passare
tutti. Il fiume della mente scorre costantemente, il testimone, immobile e
invisibile, si limita a osservare. 4
Il fiume tendeva alla meta,
Siddharta lo vedeva affrettarsi, quel fiume che era fatto di lui e dei suoi e
di tutti gli uomini... Molte mete: la cascata, il lago, le rapide, il mare, e
tutte le mete venivano raggiunte, e a ogni meta una nuova ne seguiva, e
dall'acqua si generava vapore e saliva in cielo, diventava pioggia e
precipitava giù dal cielo, diventava fonte, ruscello, fiume, e di nuovo
riprendeva il suo cammino, di nuovo cominciava a fluire. 3
Un pesce nel
fiume
Quando tutti dormivano i sonni più profondi io ero
già nel fiume e quando tutti erano al lavoro ero ancora nel fiume. Alle dieci
dovevo uscire dall’acqua perché era ora di andare a scuola, e ci dovevo andare.
Ma subito dopo la scuola ero di nuovo nel fiume. Quando per la prima volta mi
imbattei in Siddharta, il romanzo di Hesse non potei credere, ciò che lui aveva
scritto sul fiume io l’avevo conosciuto moltissime volte, sapevo benissimo che
per Hesse era pura immaginazione... Quando incontrai la sua descrizione del
fiume, del suo stato d’animo, dei suoi mutamenti dei sentimenti che un fiume ha
venni rapito... fui più impressionato dalla sua descrizione del fiume che da
qualsiasi altra cosa. Non posso dire quanto amassi il fiume, era come se fossi
nato nella sua acqua. 5
BRANI DI OSHO TRATTI DA:
1. Libri che ho amato, Ed. N S C
2. The Transmission of the Lamp # 4
4. The Great Secret # 8
5. Bagliori di un'Infanzia Dorata, Ed. Mediterranee
3. Brani dal Siddharta tratti dalla traduzione di
Massimo Mila, Adelphi Editore
Il Cobra
Da un ricordo della prima Pune, domande e
riflessioni utili per la realtà d’oggi.
di Hasibo
Colui che è colmo di odio, attira a sé solo
odio. Colui che ha colmato il suo essere di veleni, attira verso di sé solo un
flusso di veleni, da tutto il mondo. Il simile richiama ed è assetato solo del
proprio simile, per cui richiama a sé persone dello stesso tipo. Osho
Era mattina presto. C’erano i monsoni. Ero seduto
nel giardino di Osho, e stavo guardando il vialetto di marmo: i primi raggi di
sole facevano brillare le gocce di pioggia come arcobaleni di cristallo, in
lontananza il suono del treno, il canto degli uccelli, l’odore del cibo appena
cucinato. Dozzine di piccolissime
ranocchiette saltellavano gioiosamente sul vialetto. Un po’ più in là
notai qualcosa, ancora avvolto dall’ombra, che si stava muovendo verso di me,
molto più grosso delle ranocchie. Si avvicina un altro po’, lo guardo e lo
riguardo: è un’enorme cobra che sta gioiosamente mangiandosi le ranocchiette, a
mo’ di popcorn. Sono rimasto seduto lì, ben presente, affascinato, e in
riverente timore: lui stava puntando in una direzione non troppo lontana dal
mio piede. Quando si è accorto della mia presenza ha fatto un sobbalzo e in un
lampo ha alzato la parte anteriore del corpo. A quel punto era proprio di
fronte a me: mi ha guardato per un istante negli occhi e, dopo aver preso una
decisione, è scivolato maestosamente di nuovo giù sul sentiero per continuare
la colazione.
Quel momento!... Quella
presenza, il luccichio delle sue scaglie, gli occhi come gioielli, la bellezza
dei suoi colori e della sua perfezione, il potere della vita e della morte!
Poco dopo passa di lì
Vivek, stretta collaboratrice di Osho, e le racconto quello che è successo,
ancora emozionato. Devo averla spaventata. Ma lei ha detto solo: “È meglio che
chieda a Osho cosa fare, con questo cobra in giardino!”. Ero un po’ sorpreso,
perché volevo solo condividere una mia esperienza, non creare questioni. Ma lei
aveva un punto di vista più pratico, completamente diverso.
Verso l’ora di pranzo l’ho
rivista e le ho chiesto cosa aveva deciso Osho. “Ha detto di ucciderlo, perché
può essere un pericolo per la sua gente”. Questo non me lo aspettavo. Ma poi ho
pensato ai giardinieri, e a tutti gli altri che passavano di lì: certo, poteva
essere un pericolo...
La notte dopo ci fu un po’
di rumore e confusione nel giardino di Lao Tzu: una delle guardie si era
trovata a che fare con un piccolo serpente. Ma, in seguito, non ricordo che
qualcuno abbia visto, o ucciso, un cobra. Forse il serpente, ben connesso
all’energia cosmica, aveva capito il messaggio!
Se quel cobra fosse stato
un vero pericolo per me o qualcun altro, certamente avrei fatto qualcosa, lo
avrei persino ucciso. Ma se lo avessi ammazzato in un momento di panico, o per
un pericolo solo immaginato – per principio, per abitudine – sarebbe stato pura
stupidità. Avrei perso un’esperienza importante, una di quelle che mi porto
ancora dentro.
Quando ero bambino mia
madre mi diceva sempre di non giocare per strada perché passavano le macchine.
Ma io ero assolutamente convinto che, in caso di necessità, avrei potuto
semplicemente saltar via dalla strada. Una volta ho inseguito il pallone finito
sulla strada, e l’automobile che stava arrivando ha dovuto andare fuori strada
per evitarmi. Mia madre è corsa fuori, mi ha scosso e mi ha dato una
sculacciata. Potevo capire lo spavento che si era presa – e sentire il suo
amore – e così, senza bisogno di dire niente, ho compreso.
So di vivere in un paese,
gli Stati Uniti, che condanna, e reprime, la violenza – dalla culla alla
tomba – pur essendo probabilmente il paese più violento – e ipocrita – che
conosca. I bambini non sono puniti sul momento con una sana sculacciata,
vengono puniti con tormenti meschini, barriere di ipocrite parole, carenza
d’affetto, minacce di punizioni: finire nello sgabuzzino o non poter uscire di
casa fino a quando non faranno i ‘bravi’.
La depressione è la
malattia principale e il numero dei suicidi è tra i più alti nel mondo. Sono
più diffusi del cancro, dei problemi cardiaci e di quelli mentali, e la causa
dell’auto distruzione è la violenza introiettata. L’amore è stato trasformato
in avidità, manipolazione e abusi
sessuali. I matrimoni sono più che altro dei patti di ‘non violenza’, e un mutuo accordo di ‘sfruttamento’
reciproco. Questa violenza interiore è più
brutta, in un certo senso, di qualsiasi conflitto aperto, un condizionamento di
massa che è comunemente accettato, rinforzato e perpetuato. Naturalmente non
tutti sono così.
Ma la domanda è: qual è la
differenza tra la violenza interiore e quella esterna?
La violenza, secondo me, è
un’espressione naturale, che ha radici nella paura per la sopravvivenza. Quando
viene manifestata naturalmente, può trovare il modo di esprimersi e finisce lì.
Se invece viene – a parole – condannata, repressa ‘per principio’, la violenza
diventa corrotta, una perversione, un veleno che trova il suo modo di
esprimersi, interiormente o esteriormente, in malattie o disagi che durano una
vita. Per quello che posso vedere, l’uomo è il solo animale che è capace di
questo. Le piante si sopraffanno l’una con l’altra, gli animali magari si
mangiano fra di loro, ma questo è chiaro, schietto. Per quanto invece riguarda
il genere umano posso dire di essere passato attraverso considerevoli
disillusioni.
Se mi comporto, o
reagisco, con violenza in una situazione, quasi sicuramente innescherò una
risposta violenta anche nell’altro, creando un circolo vizioso; e certo è
difficile, nel ribollire della rabbia, decidere di lasciar perdere, o trovare
un modo per liberarsene che non sia colpire l’altro con un cazzottone in
faccia. So di poter essere violento, stupido e auto-distruttivo come chiunque
altro. Negare questo o cercare delle scuse è senza senso. La scelta dell’amore,
dell’amicizia e della compassione dipendono dal mio modo di muovermi: se è
chiaro come quello del cobra, del coccodrillo oppure se reagisco con
l’instabilità e l’immaturità del cervello umano, se do fiducia al mio cuore e
al mio hara, o invece continuo a rigirarmi nella testa.
Saddam Hussein, da
ragazzo, è stato picchiato e abusato quotidianamente dallo zio, e più tardi ha
iniziato a portarsi sempre appresso un tubo di ferro per essere sicuro che
nessun altro potesse più fargli del male. Ha detenuto il controllo di un paese,
e dei suoi armamenti, dominato con il terrore nato dalla sua stessa paura. Ma
anche con il dominio sul mondo intero, non riuscirebbe mai a sentirsi al sicuro
dallo zio. Non riuscirà mai a mitigare il dolore, l’umiliazione, la sofferenza
che lui ha subito, torturando e uccidendo altri. Potrei simpatizzare con le
paure del ragazzo, ma la violenza dell’uomo provoca in me una contro-violenza,
proprio per fermarlo.
Osama Bin Laden era il
cinquantaduesimo figlio di un costruttore miliardario, molto probabilmente
lasciato a se stesso, cresciuto tra frustrazioni, gelosie, ingiustizie... Mio
padre ha lavorato con suo padre, nella costruzione di una città a Dhahran per
200.000 persone, e proprio come il padre Osama è brillante, accanito,
intuitivo. La reazione al padre e alla società è arrivata alla scelta del terrorismo,
proprio per risolvere le sue frustrazioni. Mentre io posso simpatizzare con il
senso di oltraggio e frustrazione del ragazzo, potrei mai permettere adesso che
lui uccida me o i miei, qualsiasi siano le sue giustificazioni o illusioni?
George W. Bush ha avuto, e
ha tuttora, non pochi problemi personali, ma chi ha eletto lui e i suoi
collaboratori per fare qualcosa che non sono in grado di svolgere, né maturi
abbastanza, o qualificati, per farlo? Io no! Ma continuo a sopportarne le
conseguenze. E in questa rissa generale, dovrei andare anch’io a fare qualche
dimostrazione? Urlando la violenza impotente che mi viene su: in televisione
chi protesta sembra più violento di chi combatte. Sono più saggio se me ne sto
tranquillo, imparando dall’esperienza, esaminando i miei bisogni, motivi e
paure, magari per votare in modo più intelligente la prossima volta? La
‘non-violenza’, generale o selettiva, di tutti noi, la passività e
l’inconsapevolezza creano i Saddam, gli Osama, i George Bush... e tutti gli
altri. Siamo tutti responsabili per il nostro mondo, e fino a che non ce n’è un
altro dobbiamo imparare a risolvere le cose, invece di distruggerle. Io posso
solo fare la mia piccola parte nell’essere onesto con me stesso. Non andrò a
riempirmi la testa e la bocca di parole su quello che è buono e quello che è
cattivo, né ad agitare la bandiera di un altro, dichiarando cosa è giusto e
cosa è sbagliato.
Vedo la violenza non come
una parola ma come una dinamica vitale, e nella sua forma naturale, può essere
una risposta o un insegnamento. Siamo adesso nel bel mezzo del marasma per
quello che non è stato risolto nel mondo, e io personalmente credo che
attraverseremo un periodo molto violento, fino a quando frustrazioni e rabbia
non saranno consumate. Solo allora sarà possibile qualche altra forma
espressiva.
Tutti gli anni vissuti con
Osho, nella comune, tutte le meditazioni, i gruppi, i suoi discorsi, la vita di
tutti i giorni; tutte le esperienze che mi sono state offerte, mi sono servite
per vedermi per quello che sono e per vedere il mondo così com’è, non come io
avrei voluto che fosse. ‘Vedere’ con Osho è sapere chi sono e, in contrasto,
che cosa ancora non sono, e che cosa ancora non ho lasciato andare.
Adesso dipende da me
accettare, assimilare e vivere nel mondo così com’è. Non vado certo a
condannare la violenza quando è necessaria una sua applicazione, né vado a
rinnegare la pace dove è possibile, e non sono certo il tipo che aderisce
formalmente a una delle due. Come guardia del corpo di Osho ero pronto ad ogni
eventuale violenza che potesse colpirlo. Essere disposti ad accettare la
violenza può essere il modo per disarmarla. Negarla non è certo il modo per
liberarsene.
tratto
da: Viha Connection
AMERICA VIOLENTA
La violenza in America
ha radici profonde. È il solo continente al mondo a essere governato da
stranieri. I nativi, gli Indiani d'America, a cui il continente appartiene,
sono quasi scomparsi: e quelli che si ritengono americani, in realtà non lo
sono affatto. Vengono tutti da altri paesi, hanno invaso questo nuovo
continente, e sopraffatto le popolazioni indigene povere e innocenti. Le radici
della violenza sono lì. Le persone che hanno preso il potere attraverso la
violenza sono rimaste al potere solo grazie alla violenza. Se il continente non
viene restituito alla sua gente, la violenza rimarrà... I neri d'America furono
obbligati a lasciare la loro terra, l'Africa, e vennero comprati... si
ritrovarono venduti al mercato, ridotti a bestiame. La schiavitù nel mondo era
scomparsa, ma riapparve in America, e solo trecento anni fa. E quegli schiavi,
sebbene non vengano più chiamati schiavi, neppure ora sono cittadini di prima
categoria.
L'intero tessuto sociale
è intriso di violenza. La gente di colore è oppressa. Ci sono migliaia di senza
tetto che vivono per la strada. Cosa vi aspettate che facciano? Commetteranno
ogni crimine possibile, non hanno niente da perdere. E l'America continua a
vantarsi con il resto del mondo dicendo: "Dovunque ci siano problemi, noi
interverremo per risolverli." Ma se non sono nemmeno in grado di aiutare
la propria gente! La violenza è la religione americana. E l'America è
disprezzata e condannata da tutti — anche i paesi che ne ricevono gli aiuti non
simpatizzano con l'America. Ne sono certo. Gli aiuti non servono a creare un
atteggiamento di simpatia verso l'America. Al contrario, offendono, perché
tutti sanno cosa state facendo con i vostri poveri. Perché aiutate gli altri e
non fate nulla per i vostri poveri? Non è per amore che aiutate l'Etiopia,
l'India, e dovunque ci sono povertà e malattia. È solo un espediente per far
spazio alle vostre armi... Tutti questi paesi hanno compreso benissimo che è
solo una questione di potere, gli aiuti non c'entrano. L'America è il paese più
criticato del mondo. L'America non ha amici, in nessun luogo, semplicemente
per-ché è la potenza più distruttiva del mondo. Quando l'intero governo e
l'energia della gente e l'intelligenza degli scienziati si muovono in un'unica
direzione — la distruzione — come farete a evitare la violenza?
TRATTO DA: OSHO, The Last Testament, Vol 1 # 9
La violenza...da dove nasce
Una domanda fondamentale per arrivare a una
non-violenza che non sia puramente una scelta ideologica e velleitaria.
Non violenza non è rinunciare alla violenza, bensì il risveglio del
sé. Abbiamo acquisito potere sulla natura, ma abbiamo perso ogni pace, ogni
quiete. Ci siamo espansi in ogni direzione, senza però acquisire alcuna
profondità. Viviamo circondati da squilibri di ogni tipo, siamo simili ad
alberi cresciuti a dismisura all’esterno, ma con radici gracilissime; questo ha
dato vita a sofferenza, tristezza e disperazione: è sempre più nitida e
visibile all’orizzonte l’ombra del fallimento finale e della morte, così come
accade a un albero allorché le sue radici perdono la presa nel terreno.
Anche l’uomo ha le sue
radici e il proprio terreno: questa verità va enunciata di nuovo. Questa verità
fondamentale è stata dimenticata e, di conseguenza, pian piano stiamo perdendo
le radici che ci collegano al nostro essere. Siamo impegnati in un costante
processo suicida, e la perdita delle radici ci porta continuamente in uno
spazio di angoscia sempre più intimo e profondo, ci conduce alla morte.
L’ignoranza è orgoglio; la
sapienza è libertà dall’orgoglio.
L’ignoranza porta ad agire in base a vanità; la sapienza rende l’agire
un’espressione del divino. Un comportamento egoista è violenza; un
comportamento consapevole è non-violenza. La sensazione di vanità egoica porta
alla violenza. Ogni violenza ruota intorno a quel fulcro. Nell’ignoranza, la
vanità prevale sul sé e l’anima viene affossata in quel vortice.
Ciò che di fatto non
esiste appare come reale. Una personalità così costruita si erge separata e in
opposizione al “potere del mondo”, pertanto si deve impegnare in una continua e
costante lotta per difendersi. Essa è circondata dal continuo pericolo di
estinguersi. Ventiquattro ore su ventiquattro, una persona simile vive nella
sensazione di perenne insicurezza, una compagnia che pare non abbandonarla mai!
Si tratta di una barca di carta che può affondare a ogni istante. È un castello di carte che può venir sconvolto dal
minimo soffio di vento. Questa paura dà origine alla violenza. Nella sua
forma mentale originale la violenza è pura
e semplice paura. Questa paura può evolversi da una forma di autodifesa
a una forma di aggressione.
Di fatto, perfino
l’aggressione non è altro che una forma di autodifesa. Forse è stato
Machiavelli a dire: “La miglior difesa è l’attacco”. Se la paura rimane
confinata alla semplice autodifesa, in ultima analisi sfocia nella codardia.
Viceversa, la stessa paura sembra audacia allorché diventa aggressione. Ma sia
che si tratti di codardia, oppure della cosiddetta audacia, la paura è sempre
presente: il potere sotteso a entrambe è la paura! Coloro che sguainano la
spada e coloro che si nascondono, sono entrambi mossi dalla paura. È necessario
conoscere cos’è la paura, perché coloro che hanno paura non potranno mai essere
non-violenti; e se un uomo che è dominato dalla paura tenta di esserlo, potrà
al massimo diventare un codardo, mai un non-violento. La storia e l’esperienza
offrono molte prove che rendono ovvia questa mia affermazione. La base della
non-violenza è l’assenza di paura. Se non c’è assenza di paura, non è possibile
alcuna non-violenza. Sia Mahavira che Buddha hanno ritenuto l’assenza di paura
il prerequisito essenziale della non-violenza. Io vedo che l’intera coscienza
di sé dell’uomo è avvolta ed è formata dalla paura. In un modo o nell’altro
essa è sempre presente sulla superficie della sua mente. Questa paura,
qualsiasi sia la forma in cui si manifesta, è essenzialmente paura della morte.
La morte ci circonda lungo
tutto il corso della vita. A ogni istante si approssima; a ogni istante può
presentarsi a noi da ogni direzione, in una forma qualsiasi. Questa morte,
possibile in qualsiasi momento, è più che naturale che dia origine alla paura.
Da un lato, infatti, è del tutto sconosciuta; dall’altro, ogni uomo è inerme di fronte a essa. È naturale che
qualcosa di sconosciuto e di assolutamente non familiare dia origine a paura.
Per lo meno la vita, per quanto sia intollerabile,
la si conosce. La morte ci porta nell’ignoto. Questo ignoto provoca
paura, anche perché su di esso non abbiamo
alcun controllo: non possiamo fare assolutamente nulla.
L’assoluta impotenza
distrugge l’io alle sue radici. L’io, il cui sviluppo noi abbiamo confuso con
la vita in quanto tale, sembra essere annientato e distrutto dalla morte. E noi
credevamo di essere solo quello, quello appariva come il nostro essere,
null’altro, pertanto la morte sembra essere la fine della nostra vita.
Cosa siamo? Il corpo e la
mente, e l’io che risulta dall’unione di queste due cose? In questo caso, le
fiamme della morte sembrano ridurre tutto ciò in cenere. In questo caso, non
sembra restare nulla di nulla... perché mai non dovremmo aver paura? Come
potremo mai consolarci? In simili condizioni
è naturale aver paura; e proprio per salvarsi da questa paura, l’uomo è
pronto a fare qualsiasi cosa, mosso unicamente da quella paura, ed è così che
prendono forma diverse forme di violenza. Ecco perché dico che la paura è in se
stessa violenza, e l’assenza di paura è non-violenza. Per essere liberi dalla
violenza ci si deve liberare dalla paura; per essere liberi dalla paura ci si
deve liberare dalla morte; per essere liberi dalla morte si deve conoscere se
stessi.
Nessun uomo potrà mai
entrare nel regno della verità, se conserva l’illusione che la finta
personalità costruita alla superficie del suo esistere sia reale, né tantomeno
se conserva intatte le false concezioni sul suo essere.
tratto
da: Osho, Filosofia della
non-violenza, Ed. Stampa Alternativa
Sul filo del rasoio
Il difficile equilibrio fra non reprimere
la violenza che tutti ci troviamo dentro, e l’evitare di esprimerla
inconsapevolmente.
di Bhagawati
Quando,
come tutti i bambini, combinavo qualche marachella, mia madre mi metteva in
castigo nell’angolo, dicendomi che non potevo muovermi da lì fino a quando non
chiedevo scusa. Nel frattempo lei non avrebbe più parlato con me. Questa era la
punizione più grande: mia madre si allontanava da me, non mi amava più, cessava
di parlarmi, era come se io non esistessi più. Mi faceva stare così male questa
cosa, che dopo pochi minuti di rabbia e dolore, uscivo dal mio angolino e
andavo da mia madre a elemosinare il suo perdono, promettendo che sarei stata
una brava bambina. E così sono ovviamente cresciuta facendo la brava bambina –
nascondendo la mia rabbia e reprimendo qualsiasi accenno a ‘fare i capricci’
– così da poter essere amata e accettata. Ogni contrasto, o lotta, era per
me intollerabile, un anatema, e facevo di tutto per evitarli. Per anni, senza
neanche accorgermene, ho tenuto duro. Da donna adulta, dopo il matrimonio, mi
accorgevo sempre di più che stavo procedendo verso un grande cambiamento, che
si stava profilando davanti a me e aspettava solo il momento buono per
manifestarsi. Sentivo che mio marito era un ostacolo sulla via di questo
cambiamento e mi capitava di avere sogni a occhi aperti di come sarebbe stato
se lui: a) fosse morto in un incidente aereo, b) avesse avuto un incidente di
macchina, c) fosse stato vittima di una qualche altra calamità... il tutto a
seconda della fantasia del giorno. Quando divenni consapevole delle
implicazioni di quei sogni a occhi aperti, ne fui inorridita. Ero arrivata a
questo punto, a desiderare la morte di mio marito! Cosa aveva fatto per
meritarsi questo? Da dove mi veniva tutta questa violenza?
Dopo aver cercato la
risposta dentro di me, conclusi che cercavo una scusa, una causa di forza
maggiore che prendesse una decisione al mio posto: era meglio lasciarlo e
starmene per conto mio... non c’era bisogno che lui morisse!
Trovai il coraggio di
porre fine al mio matrimonio, ma presto, nel mio appartamento da single, arrivò
un nuovo amore. Ben presto scoprii che a lui piaceva annegare i suoi problemi
nell’alcool e, quando era ubriaco, o si piangeva addosso o cercava lo scontro.
Una volta mentre ero in piedi vicino alla finestra aperta della camera da
letto, nel mio appartamento al terzo piano, scoppiò una lite fra di noi. Con
incredibile chiarezza mi resi conto che era sul punto di buttarmi giù dalla
finestra, era totalmente fuori controllo. Cercai di allontanarmi da lì e di
scivolare fuori dalla stanza. Uno shock: l’uomo che mi aveva conquistata dicendomi
– da sobrio – quanto mi adorasse, era pronto ad ammazzarmi dopo due o tre
bicchieri di vino di troppo. La sua rabbia e la sua violenza mi spaventarono
tantissimo.
Vedendo quanto fossi
incapace di gestire certe emozioni, iniziai
nei week-end a partecipare a gruppi ‘di crescita’, una novità nei primi
anni settanta. Scoprii che era facilissimo far scoppiare in me quella rabbia
che avevo dentro e della quale non ero mai stata consapevole; e rimasi attonita
nel vedere me stessa agire come una matta, picchiando cuscini e materassi,
urlando così forte da uscirne rauca. Ma che liberazione!
Più tardi incontrai Osho:
vivendo e lavorando nel suo ashram della prima Pune, dopo molti gruppi,
cominciai a considerarmi del tutto ‘ripulita’ da questo tipo di problemi... questo
prima di prendere l’epatite e scoprire come il fegato sia la ‘sede’ della
rabbia. Mi resi conto che, in qualche modo, ancora non mi permettevo di sentire
la rabbia di fondo, quella presente nel ‘quotidiano’, e che preferivo
continuare a recitare il ruolo ben conosciuto e sicuro della brava bambina –
che così sarei stata amata!
Questo fu il punto di
svolta, e lentamente cominciai a diventare consapevole della rabbia che mi
bolliva dentro quando venivano toccati certi ‘punti dolenti’, dei sentimenti di
collera e aggressività che venivano in superficie. Ebbi ancora due attacchi di
epatite prima di ‘bruciare’ gli ultimi frammenti di quella collera che mi
bolliva dentro e di quella violenza repressa per così tanti anni. Riuscii a
sentire, a riconoscere e accettare queste emozioni; avevo trovato il coraggio
di ‘agirle’ e buttarle fuori – anche se solo verbalmente. E quando poi ho
voluto solo osservare, cercando di comprendere, la collera semplicemente si è
spenta. Quando ho smesso di alimentare – reprimendole – queste emozioni, non
hanno più avuto niente a cui aggrapparsi. Non c’era più niente che aveva
bisogno di essere espresso.
Le convenzioni ci dicono
che la violenza è male; questo fa parte di un sistema di giudizi, di credenze,
che abbiamo appreso fin dall’infanzia; e da qui nasce poi il senso di colpa
quando la rabbia o la violenza si manifestano, quando non ce la facciamo più a
reprimerle. E la religione cristiana condanna coloro che rispondono agli
attacchi, in obbedienza al famoso detto di Gesù che ‘se qualcuno ti colpisce su
una guancia tu devi porgergli anche l’altra’. Metodi che non sembrano portarci
da nessuna parte. Il contrattacco è una risposta fissata molto in profondità, a
livello genetico, nel nostro comportamento.
Perché mai, come vorrebbe
Gesù, dovrei chiedere un’altra sberla? Non è forse
più intelligente chiedere a me stessa: “Cosa ho fatto per stimolare nell’altra
persona questo atto di violenza?”.
Non è forse vero che
quando siamo, anche inconsapevolmente, in uno stato d’animo teso, ostile,
combattivo, questo provoca nell’altro una reazione aggressiva? Essendo il tutto
ben nascosto nel subconscio, a volte sembra proprio che una persona inizi una
lite per nessuna ragione in particolare, e l’altro può così recitare il ruolo
della vittima innocente. Ma, per come l’ho capita, mandiamo i nostri segnali di
ostilità a livelli molto sottili, dei quali si rimane inconsapevoli, e che
vanno a provocare risposte automatiche di contrattacco, di aggressività. Quando
diventiamo consapevoli di questi sentimenti di aggressione, ostilità e
risentimento, non abbiamo bisogno di ‘agirli’: la consapevolezza cancella la
guerra interiore.
Rispetto alle guerre
esteriori, quelle che continuano a scoppiare sul nostro pianeta, Osho ci ha
spiegato:
In tremila
anni ci sono state cinquemila guerre. Chi ha bisogno di un disastro peggiore?
Il mondo
sembra essere nel caos assoluto. Questo dimostra che non è stato creato, ma che
si evolve casualmente. Tocca all’uomo, non a Dio, rimetterlo a posto. Ma l’uomo
potrà rimetterlo a posto solo se prima rimette a posto se stesso.
È molto
difficile convincere le masse inconsapevoli che il mondo si sta avviando al
suicidio globale.
Forse
l’unico pianeta dell’universo che ha creato individui come Buddha, Gesù, Lao
Tzu e Rinzai,
scomparirà.
La terra è
casa nostra. Se non rimettiamo in sesto noi stessi, non potremo riaggiustare
l’umanità, e neppure fare in modo che si possa vivere bene su questa terra.
Non abbiamo
bisogno delle nazioni, non abbiamo bisogno delle religioni, non abbiamo bisogno
delle razze.
La terra è
una, il mondo è uno,
la verità è
una, la divinità
dell’esistenza
è una.
Ma come
prima cosa occorre ricercare nel proprio essere. 1
liberamente
tratto da Viha Connection
1. Brano di Osho tratto
da: Cristianesimo e Zen, Ed Riza.
CHE COSA FARE?
Leggere e riflettere è
importante, ma per una profonda comprensione è di sicuro fondamentale
sperimentare su se stessi.
Riguardo al tema di
queste pagine vi possiamo consigliare:
la Meditazione Dinamica. Una delle meditazioni attive di Osho: istruzioni su www.oshoba.it - Istruzioni e brevi filmati esplicativi su osho.com
la Meditazione No-mind su audiocassetta con istruzioni (presso Oshoba)
la Peace Meditation, la nuova meditazione sociale di Veeresh.
Per informazioni www.PeacelslnOurHands.org (in inglese).
Per date e luoghi, in Italia e in Svizzera:
premsomraj@hotmail.com - Premleela@fastwebnet.it - jalkutal@dplanet.ch
Dall’utopia alla realtà
il
sogno di un individuo e di un’umanità armoniosi
L’armonia
non è mai esistita, c’è sempre stato il caos. La società è divisa in culture,
religioni e nazioni diverse, tutte basate sulle superstizioni. Nessuna
divisione è valida, ma dimostra semplicemente che l’uomo è diviso nel suo
intimo: sono proiezioni del suo conflitto interiore. Poiché al suo interno non
è integro, non è riuscito a creare una società e un’umanità unita fuori di sé.
La causa non è esteriore.
L’esteriore è solo la proiezione dell’interiore.
In tutto il mondo ci sono
stati tentativi di creare una società armoniosa, ma sono tutti falliti per il
semplice motivo che nessuno si è preoccupato del perché essa non lo sia da sé,
in modo naturale.
Non lo è perché ogni
individuo al suo interno è diviso, e la sua divisione si proietta nella
società. Senza dissolvere le divisioni all’interno dell’individuo, sarà
impossibile realizzare l’utopia e creare una società umana armoniosa.
Per cui l’unica via
all’utopia è che la tua consapevolezza cresca e l’inconsapevolezza diminuisca,
fino ad arrivare a un momento in cui nella tua vita non resti nulla di
inconscio: non sei altro che pura consapevolezza. Allora non esiste divisione.
E questo tipo di persona, che possiede solo consapevolezza e nulla di opposto a
essa, può diventare il mattone con cui costruire una società senza divisioni.
In altre parole, solo una società illuminata a sufficienza può soddisfare la
richiesta di armonia; una società di illuminati, di grandi meditatori che
abbiano abbandonato le proprie divisioni.
Invece di pensare in
termini di rivoluzione e di cambiamento della struttura della società, dovremmo
pensare di più alla meditazione e a cambiare l’individuo. Questo è l’unico modo
per abbandonare, un giorno o l’altro, tutte le divisioni all’interno della
società. Ma prima devono sparire nell’individuo, e questo è possibile. Il mondo
può diventare armonioso se la meditazione si diffonde e la gente viene
ricondotta a un’unica consapevolezza al proprio interno. Questa sarà una
dimensione totalmente diversa su cui lavorare.
Finora è esistita la
rivoluzione: l’obiettivo era la società e la sua struttura. In modi diversi è
sempre fallita. Adesso tocca all’individuo; e non è più tempo di rivoluzione,
ma di meditazione e di trasformazione.
Non è tanto difficile come
pensa la gente. Il punto è semplicemente comprendere il valore della
meditazione. Allora per milioni di persone sarà possibile essere integre dentro
di sé. Loro saranno il primo gruppo dell’umanità a diventare armonioso. La loro
armonia, bellezza, compassione e amore – tutte le loro qualità – non potranno
che risuonare in tutto il mondo.
La meditazione deve
diventare come un vasto incendio; solo in quel caso c’è speranza. E la gente è
pronta: è assetata di qualcosa che cambi il sapore della società. Ora come ora,
essa è brutta e disgustosa; al massimo, la si può sopportare. Finora la gente
ha sopportato.
Nessuno ha fatto molto
caso all’individuo: questa è la radice di tutti i problemi. Ma poiché
l’individuo sembra essere tanto piccolo e la società tanto grande, la gente
pensa che cambiando la società cambierà anche l’individuo. Le cose non stanno
così, perché “società” è solo una parola; esistono gli individui, ma non la
società. E una volta che conoscerai la scienza di cambiare gli individui, essa
sarà applicabile a tutti gli individui, ovunque. E la mia sensazione è che un
giorno raggiungeremo una società armoniosa, che sarà molto meglio di tutto ciò
che gli utopisti hanno pensato nel corso di millenni. La realtà sarà molto più
bella.
tratto
da: Osho, La via del cuore,
Mondadori Editore
Teresa: madre dei poveri o madre della
povertà? Un’occasione per riflettere sui nostri condizionamenti.
Abbiamo
assistito da poco alle grandi cerimonie per la beatificazione di Madre Teresa,
un’indiscutibile icona dei nostri tempi: 300 mila persone convenute a Roma in
piazza San Pietro; in televisione dirette,
servizi e persino sceneggiati sulla sua vita, grandi festeggiamenti sia in
Albania (paese di origine) che a Calcutta, dove ha iniziato il lavoro che poi
l’ha resa famosa... persino un musical in turné in tutta Italia. Viene da
chiedersi il perché di questo dispiego di risorse mediatiche, di questa
procedura di beatificazione d’urgenza – le regole vaticane imporrebbero di
aspettare qualche anno in più, ma il Papa, suo grande simpatizzante, l’aveva di
fatto dichiarata santa quando ancora era in vita. Verrebbe anche da
chiedersi se è tutto oro quello che luccica.
La necessità odierna della chiesa cattolica di
presentare figure ‘forti’ sul palcoscenico di tutto il mondo è evidente, e
perché altrimenti il Papa viaggerebbe così tanto nonostante la sua età e la
salute del tutto rovinata?Fra le cause prime di tutto questo bisogno di
pubblicità c’è di sicuro il calo di popolarità della chiesa nei paesi
occidentali: bassissime frequenze alle funzioni religiose (una recente
inchiesta sulla rivista Time parlava
di ‘chiese vuote’); aumento delle unioni di fatto e comunque dei matrimoni non
in chiesa; pochissimo seguito alle direttive della chiesa in fatto di morale
sessuale e contraccettivi, anche da parte di chi peraltro si definisce
cattolico. Una società in rapida evoluzione, nel bene e nel male, che si sta
sdoganando dal controllo ecclesiastico, e vive sempre più il cattolicesimo non
come pratica ma come etichetta, specialmente ora che, causa l’immigrazione dal
terzo mondo, si sta misurando, nel proprio territorio, con religioni e culture
diverse. La chiesa, specialmente quella cattolica, ‘tira’ ormai solo nei paesi
poveri, è in espansione solo nel terzo mondo.
E Madre Teresa può così diventare il simbolo del
legame fra queste due realtà: da una parte un cattolicesimo economicamente
ricco ma tiepido, pronto a liberarsi, con un obolo, dai propri sensi di colpa
per la ‘poca fede’, e dall’altra una massa di affamati, ben contenta di
convertirsi e dichiararsi cattolica se questo è l’unico modo per usufruire
degli avanzi della ‘tavola’ dei ricchi.
La tendenza a dare una mano ai propri simili è di
sicuro dentro ognuno di noi, una solidarietà che non è solamente umana ma
nasce, a ben guardare, da quella fiammella di consapevolezza che ci fa sentire
tuttuno con l’intera esistenza. Ma bisogna accorgersi di quando viene sfruttata
e distorta: alimentando sensi di colpa perché non si fa abbastanza, chiamandola
‘carità’, e rendendola obbligatoria per andare in paradiso. Finendo col
monopolizzare questo sentimento: ponendosi come tramite fra il ricco e il
povero, fra chi ha e chi vive nel bisogno, e costruendoci sopra, nel frattempo,
strutture di potere economico, politico, sociale e ideologico. È questo il
lavoro eterno delle religioni organizzate, che quindi si trovano ad aver un vero e proprio bisogno di poveri da aiutare. E da qui
il loro rifiuto ossessivo del controllo delle nascite.
Ma poi, cosa dava veramente, ai poveri, Madre
Teresa? Dalle testimonianze di suore, ex-infermiere e di autorevoli medici –
come Robin Fox, direttore di The Lancet,
una delle più importanti riviste mediche del mondo – raccolte nel libro, La posizione della missionaria. Teoria e
pratica di Madre Teresa di C. Hitchens, Ed. Minimum Fax, sembra proprio che
l’unica preoccupazione della futura santa fosse l’anima di questi poveri – nei suoi centri di Calcutta, ai moribondi
indù e mussulmani erano addirittura proibite le visite dei familiari per
poterli battezzare di nascosto prima che morissero – e non certo l’alleviare le
loro sofferenze, viste da lei come una ricchezza da salvaguardare e non come un
problema da risolvere, perché la sofferenza è il mezzo per salvarsi. Racconti
allucinanti di malati ammucchiati per terra o su brandine sporche e non perché
mancassero i soldi, ma per una precisa scelta ideologica: il progetto già
finanziato di un rifugio per i poveri nel Bronx, quando ormai l’attività si era
allargata a livello internazionale, è bocciato da Madre Teresa perché il Comune
ci vorrebbe mettere, a proprie spese, un ascensore per i disabili (perché
facilitare la loro vita?) – della proibizione di usare analgesici per i malati
terminali o antibiotici per i bambini con la tubercolosi. Quelli che, quando si
tratta di raccogliere i soldi dei benefattori vengono chiamati ‘ospedali’, sono
in realtà luoghi dove non ci si cura delle più elementari norme d’igiene – lo
stesso ago è riutilizzato, dopo averlo semplicemente sciacquato, finché non si
rompe – non c’è personale specializzato, non è prevista alcuna terapia del
dolore, né alcuna forma di training medico per le suore – devono rimanere
‘nelle stesse condizioni dei poveri’ – nessuno è in grado di fare una
diagnosi, e quindi di salvare una vita. E in realtà interessa solo ‘salvare anime’, non vite – arriva in una
delle case della carità un quindicenne ‘in fin di vita’, in realtà si scopre
che ha solo un problema intestinale, grave, ma curabile con gli antibiotici, il
ragazzo altrimenti rischia di morire, ma alla ‘casa della carità’ non possono
fornirgli cure adeguate e non vogliono portarlo in ospedale, o pagargli un
taxi: i poveri sono lì solo a morire e, se soffrono... “Penso che sia molto
bello per i poveri accettare la loro sorte, e condividerla con la passione di
Cristo. Penso che la sofferenza dei poveri aiuti molto il mondo” dice Madre
Teresa in una conferenza stampa a Washington, nel ‘95. E nel libro si riporta
un emblematico episodio: a un malato terminale di cancro che si lamenta delle
sue tremende sofferenze Madre Teresa dice: “Stai soffrendo come Cristo in
croce. Gesù ti sta baciando”. Al che il poveretto risponde: “Allora, per
favore, dì a Gesù che smetta di baciarmi”. Nella visione di questa futura santa
aiutare il mondo è offrire ‘a imitazione di Cristo’ le sofferenze dei poveri
insieme alle proprie – queste ultime soprattutto spirituali: quando c’è da
curarsi lei va negli USA, alla
Clinica Mayo, il meglio della medicina mondiale. La maggior parte della gente a
questo non ci pensa, abbagliata dal mito della santa che ha fatto tanto bene,
che ha salvato tanti orfani e trovatelli dalla strada; ma quanti ha aiutato a
crearne con la sua incessante propaganda contro ogni tipo di controllo delle
nascite? Gli orfanelli servono, chi non si commuove – e mette mano al
portafoglio – davanti ai loro visetti, ai loro grandi occhi scuri, e non sa,
nel frattempo, che le adozioni sono severamente controllate: possibili solo per
chi è cattolico e risponde ai ‘severissimi’ requisiti morali – anche dell’orfanello, in fondo, interessa a
Madre Teresa solo che si ‘salvi l’anima’.
Non abbiamo bisogno di santi, ma di di arrivare
alle radici di questo circolo vizioso – sovrapopolazione, sottosviluppo,
povertà, sofferenza – che sembra essere perpetuato negli interessi di qualcuno.
E soprattuto, come individui, di riflettere su quali nostri meccanismi
condizionati si agisca per farci accettare che questo stato di cose continui.
Al servizio dei poveri?
Quelle persone come Madre Teresa, che
aiutano da secoli i poveri, sono le vere cause del prolunga-mento della povertà.
I poveri non si possono aiutare come sta facendo Madre Teresa. Questo non è
aiuto. Questa si chiama politica, perché tutti quegli orfani che aiuta sono
con-vertiti in cattolici. Infatti Madre Teresa non avrebbe più lavoro se non ci
fossero più orfani in India. Ha bisogno di più orfani. È per questo che sono
contro i metodi di controllo delle nascite, contro l'aborto. Hanno bisogno dei
poveri perché senza i poveri chi serviranno? E senza opere di carità non
potranno raggiungere il paradiso. Questa è una semplice strategia per
raggiungere il paradiso. Prova ora a immaginare un mondo in cui nessuno abbia
bisogno della carità di nessuno... Cosa succederà ai grandi benefattori e santi
cristiani? Non avranno semplicemente più lavoro. Hanno bisogno che la povertà
rimanga. Quella è la sorgente prima della loro santità, della loro superiorità.
Non dico alla mia gente:
"Vai e servi il povero." La parola servire non è, per me, una bella
parola. Dico loro: "Se hai qualcosa, condividilo. Ma ricorda: non c'è
ricompensa più in là di ciò. Condividendo, traine diletto, questa è la
ricompensa. Se tiri fuori qualcuno che sta affogando in un pozzo, è una grande
gioia. Cosa vuoi di più come ricompensa? Hai salvato una vita, dovresti essere
immensamente felice. La ricompensa è nell'atto stesso e anche la punizione è
nell'atto stesso. Non sono estrinseche, sono intrinseche." Ma tutte queste
religioni hanno detto alle persone che la ricompensa è in un lontano aldilà,
oltre la morte, e anche la punizione. Né l'una né l'altra si possono provare o
smentire: di conseguenza la loro impresa continua senza sosta e le persone
mediocri sono al loro seguito.
DA UN'INTERVISTA A OSHO
DI HOWARD SATTLER. The Last Testamenti
Volume 1, # 15.
Missionari.....col trucco
Il
mondo avrebbe potuto eliminare la povertà molto tempo fa. Lo può ancora fare!
Ma ai capi religiosi non va bene, perché hanno potere sui poveri, non sui
ricchi.
Chi darà un premio Nobel a Madre Teresa se nelle
strade di Calcutta non si trovassero più orfani? Un bimbo appena nato, da un
giorno soltanto, e il padre e la madre lo abbandonano sul bordo di una strada
perché non ce la fanno a mantenerlo. E Madre Teresa e le sue settecento suore
girano per Calcutta alla ricerca dei bambini abbandonati e li raccolgono con
grande gioia. Ognuna conta quanti ne ha trovati. La gioia sta nel convertirli
al cattolicesimo. Naturalmente il papa è contrario al controllo delle nascite.
Se ci fosse il controllo delle nascite, non ci sarebbero né Madre Teresa né
seicento milioni di cattolici. Essi sono i più poveri tra i poveri. Per
trent’anni sono andato cercando in India un solo ricco convertito dai
missionari cattolici. Non ne ho ancora trovato uno – ho però scoperto che
quelli che si sono convertiti sono i più poveri tra i poveri. Non capiscono nulla
di religione. Non capiscono, non sono nella posizione per capire. La mente ha
bisogno di un certo nutrimento, loro non lo hanno. E se qualcuno offre loro
cibo, abiti e un riparo, sono disposti a farsi chiamare in qualunque modo:
cattolici, protestanti, cristiani, qualunque cosa. Gli aborigeni, che vivono
come primitivi nelle foreste, quasi nudi, senza vestiti, nutrendosi di radici,
non hanno da mangiare e i missionari cristiani sono molto felici di andare in
quelle zone e convertirli al cristianesimo. Una volta mi ero fermato in un
villaggio dove un missionario stava dimostrando agli aborigeni chi era più
potente, Krishna o Gesù. Io sedevo in fondo, in modo che il missionario non
potesse riconoscere la presenza di un contemporaneo – era notte fonda. Il
missionario aveva preparato un falò e un secchio d’acqua e diceva ai presenti,
tutti molto ansiosi di sapere chi era il più potente… Aveva fatto due statue...
la statua di Gesù era di legno, e la statua di Krishna era di metallo dipinto.
Sembravano identiche. Lui prendeva le due statue e le metteva nell’acqua.
Naturalmente la statua di Gesù galleggiava e quella di Krishna affondava. La
gente diceva: “Gesù sembra davvero più potente di Krishna”. E il missionario:
“Vi continuo a ripetere che Gesù vi salverà e Krishna vi farà annegare,
ricordatevene! Convertitevi al cattolicesimo”.
A quel punto, non riuscii a resistere. Mi alzai in
piedi e dissi: “È stato un bell’esperimento, ma vorrei chiedervi chi ha mai
sentito parlare di una prova dell’acqua”. Risposero: “Non ne abbiamo mai
sentito parlare, ma della prova del fuoco, sì”.
Al che dissi: “Ora dovremo mettere i due
contendenti alla prova del fuoco”. E aggiunsi: “Trattenete il missionario, in
modo che non possa scappare,” e misi le due statuette nel fuoco. Gesù andò in
cenere, e Krishna rimase intatto.
“Oddio!” gridarono tutti, “Quest’uomo ci stava
ingannando”.
Ma è così che hanno convertito persone molto
povere e primitive. E vogliono che poveri continuino a esserci, altrimenti non
potrebbero convertire nessuno.
tratto da: Osho, One Seed
Makes the Whole Earth Green # 1
Il matto, la ricettività, il maestro...
e tutte le altre
I tarocchi. Un richiamo ai nostri sensi
interiori.
Quest’estate sono stati in molti gli italiani –
quasi la metà dell’intero gruppo – che hanno partecipato al corso sui Tarocchi
intuitivi qui al Resort di Pune. Un argomento interessante, e così abbiamo
deciso di intervistare Gandha, la
conduttrice del corso (che sarà presto anche presso il centro Gautama).
Come inizia
la tua storia coi tarocchi?
G.: Non avevo mai avuto alcun
interesse per queste carte, ma anni fa, quando sono andata a vivere alla
Humaniversity, ho scoperto che tutte le donne dello staff avevano un mazzo di
tarocchi, e così mi sono detta ok, lo voglio anch’io! Ho iniziato a usare i
Tarocchi Voyager, carte americane realizzate con dei collage; sono molto
semplici, piene di immagini, e io mi lasciavo guidare da ciò che sentivo, da
quello che mi arrivava intuitivamente dalle carte; qualche volta guardavo un
po’ le spiegazioni nel libro e allora, magari leggendo una frase, mi arrivavano
ancora altre intuizioni, altre comprensioni. Per me è stata un’apertura.
A poco a poco ho cominciato a usare le carte anche
nei training, ai tempi guidavo training per terapisti: proponevo loro di fare
una domanda, prendere una carta e poi si condivideva. Dopo un po’ cominciarono
loro a chiedermi di usare le carte, e ricordo che una volta, alla richiesta di
una lettura di tarocchi ho risposto: “Prima di cominciare sediamoci in
silenzio, tutti insieme” . È stato così bello, così profondo, che alla fine
della meditazione nessuno aveva domande da fare. Un bel modo di usare le carte:
senza neanche una domanda!
In seguito, viaggiando, ho iniziato a tenere degli
eventi serali con le carte, c’erano molte richieste, e a un certo punto ho
iniziato anche a dare delle sessioni individuali.
Una cosa che ho imparato da questo lavoro, che
ormai va avanti credo da 15 anni, è di stare costantemente nello ‘sconosciuto’,
nell’ignoto, e quindi per me è un’esperienza che si rinnova in continuazione.
Chi è la persona che arriverà? Cosa riuscirà a prendere dalla lettura? Cosa mi
chiederà? Non lo so. Quali carte verranno fuori? Cosa avranno da dire queste
carte? Non lo so. Ho dato molte sessioni anche qui al Resort, e anche delle
mini sessioni, dove si andava subito al sodo: 15 minuti belli intensi, senza
tanti preamboli... È stato uno sviluppo interessante! E così a un certo punto
mi hanno chiesto di tenere qui un corso sui tarocchi, una cosa che non avevo
mai fatto prima e in realtà non ‘sapevo’ come fare... così ho dovuto
riguardarmi il mio rapporto coi tarocchi nell’ottica di condividerlo con
qualcun altro.
Come hai
impostato il corso?
G.:Mi era chiaro che non
avrei insegnato cose del tipo: questo simbolo vuol dire questo, questo colore
vuol dire quest’altro, questa figura significa che... perché non era stato così
il mio modo di apprendere.
Il mio è sempre stato un approccio intuitivo; mi
son dovuta chiarire quali fossero gli elementi dell’intuizione. Ho iniziato col
guardare ad alcuni di questi aspetti; come ho detto, volevo mantenere il
contatto con lo sconosciuto, perché l’intuizione non è conoscenza; devi essere
pronto a sbagliare a qualsiasi passo: non sappiamo niente, da qui la fiducia in
quello che viene. Ero molto impegnata su come impostare il corso quando una
sera durante la White Robe – era una serie di discorsi sullo zen – è stato come
se Osho mi si fosse messo di fianco e mi avesse parlato. Non ricordo le parole
esatte... ma praticamente diceva che gli stessi sensi che tu usi per conoscere
il mondo esterno, proprio gli stessi, li puoi girare all’interno, per la tua
intuizione... così, attraverso la White Robe, ho scoperto su cosa si sarebbe
basato il corso! Come usare i sensi portandoli verso lo spazio interiore e
connettersi con i suoni, le immagini, le voci. A quel tempo ero anche già facilitator nel ‘Reminding yourself of
the forgotten language of talking to your body mind’, e avevo imparato, anche
dai feedback dei partecipanti, che abbiamo bisogno di essere aperti verso tutti
i sensi perché il messaggio ci può arrivare attraverso le parole, o attraverso
i suoni, attraverso una comprensione o una comunione, una sensazione fisica; se
una persona si aspetta di ricevere un’informazione da un senso in particolare,
non accade niente: le persone si aspettano di sentire delle parole e le parole
non arrivano, oppure si aspettano di vedere delle immagini e le immagini non
arrivano, oppure di ricevere una sensazione in particolare e la sensazione non
c’è. Quindi quello che ho imparato è stato: restare aperti su tutti i sensi
interiori, questa è stata la mia porta d’ingresso verso l’intuizione.
Spesso i tarocchi vengono usati a scopo divinatorio: farsi ‘predire il
futuro’ è una cosa che fanno anche molti uomini d’affari, persino ai nostri
giorni. E questo può creare molto spesso una specie di dipendenza dal
cartomante, al quale viene dato molto potere e delegare scelte e responsabilità
– senza parlare del rischio di cadere nelle mani di persone non proprio ‘sincere’.
Tu come vedi questo aspetto dei tarocchi?
G.: Ciò che mi ha aiutato
molto è quello che Osho dice a proposito dell’astrologia: negli ultimi due
capitoli del libro I Misteri occulti
dell’Oriente (ed. ECIG), chiarisce che è possibile usare la predizione fino
a quando una persona è in un percorso inconscio, perché puoi vedere il modello
che si sta portando dietro e che continua a ripetere. Se una persona va in uno
stato più profondo, se va al centro, non c’è predizione possibile, perché non
ci sono modelli, non c’è ripetizione, c’è solo il testimone, l’esperienza,
l’essere. E questo mi ha aiutato molto. Nella mia esperienza sento che se una
persona viene per una sessione, ciò che importa è il portare comprensione,
portare chiarezza, qualunque sia il problema con cui la persona si stia
confrontando. Spesso significa portarla a vedere le cose in un contesto più
ampio. A volte arrivano con domande che mi chiedono proprio di ‘predire il
futuro’, tipo: “Mi andrà bene se faccio questa scelta?”. E io rispondo: “Qual è
l’alternativa?” Così si rendono conto delle varie possibilità che hanno di
fronte, e si esce subito da questa richiesta di predizioni. Possiamo vedere le
opzioni, le alternative, possiamo subito capire che la vita ci dà la
possibilità di scegliere, senza limitarci a un sì o a un no: molto di più della
potenzialità contenuta nella domanda di partenza. E qualche volta dico: ok,
prendi una carta per ognuna delle varie alternative, e poi si guarda insieme
quello che è uscito. Se qualcuno mi chiede: “Devo troncare questa storia
d’amore?”, si possono guardare le carte e magari ciò che emerge è che cosa c’è
da imparare in questa relazione; oppure cos’è che non si riesce a capire. La
lettura dei tarocchi raggiunge una comprensione più profonda. Questo è il modo
in cui possiamo portare luce nella situazione, nonostante la domanda di
partenza fosse quella di prendere una decisione al posto dell’altro. Ecco,
questo è ciò che può accadere con le carte. In passato non avrei risposto a
domande come queste, avrei detto: scusa tanto ma queste domande non mi
interessano. Ora le lascio aperte, perché so che esprimono qualcosa di
importante. Non penso che dare sessioni sia creare dipendenza. Quando qualcuno
arriva con quest’attitudine – decidi tu o lascia decidere alle carte
– chiarisco che questo non è il mio modo di usare i tarocchi.
Certo, qualche volta, partendo dall’intuizione, mi
capita di fare delle cose che possono sembrare divinazione.
Ci puoi fare
un esempio?
G.: Un uomo venne da me per
una sessione con delle domande sul lavoro. Guardai le carte e sul lavoro non
c’era niente, neanche una carta, non percepivo né un’immagine, né un suono, non
un messaggio o una sensazione... ciò che ho visto era una ragazza giovane e
così abbiamo parlato di questa ragazza, di chi potesse essere. Era la figlia,
che lui non vedeva da molti anni. È stato molto forte per me. E ciò che ho
percepito chiaramente era: tua figlia verrà presto a cercarti. Nel contempo
pensavo: ‘Non posso dire una cosa del genere a quest’uomo, e se poi non succede?’.
Poi mi sono detta se quello era il messaggio che le carte volevano mandare, lo
dovevo condividere. E gli dissi: “Vedo che tua figlia ti sta cercando”. È
ritornato dopo un anno e mi ha detto che la figlia era andata a trovarlo e
avevano ricominciato a frequentarsi dopo 14 anni che non si vedevano più...
Qualche volta succede, ma non sono io a cercarlo.
Quando accadono episodi del genere, penso: come posso dirlo senza rafforzare
qualche concetto nella mente dell’altra persona che non sia controproducente?
Questo, per me, ha a che fare con la mia centratura... Come posso comunicare
questa cosa in un modo rispettoso per la persona, per la sua situazione, per la
sua libertà e sentire nello stesso tempo la responsabilità per qualcuno che è
venuto a fare una sessione? Trovare un equilibrio in me è ciò mi permette tutte
le volte di essere nel momento, spontanea, aperta a ciò che le carte mi fanno
vedere.
Quali mazzi
preferisci usare nel tuo lavoro?
G.: Oltre ai Voyager, quelli
con cui ho iniziato, uso anche i Tarocchi Zen di Osho. Me li hanno regalati
appena sono usciti, e a prima vista mi sono detta: non posso usare queste
carte, sono troppo semplici, noiose, non c’è ricchezza di stimoli. Dopo un paio
d’anni che li avevo lì, stavo andando a dare una sessione con il mio solito
mazzo di carte e ho letteralmente sentito che i Tarocchi Zen mi stavano
chiamando. Così le ho prese ed è stato allora che ho cominciato a fare sessioni
con due mazzi. Ancora adesso li uso tutti e due; e tanto più uso i Tarocchi
Zen, tanto più posso apprezzare la loro bellezza, la loro semplicità, la loro
eleganza. Se confronti i Tarocchi Zen con le altre carte puoi vederne la
differenza. Per esempio le carte di Crowley sono piene di ‘personalità’. Le
guardi e pensi: ma chi è l’uomo, la mente che c’è dietro? Se guardi i Tarocchi
Zen non c’è personalità. Per loro mi viene da usare la parola ‘pulite’: ogni
carta è pulita, c’è la qualità del vuoto; e per ogni carta c’è una frase di
Osho.
La risposta è già contenuta
nella domanda. La via per arrivare alla risposta è già contenuta nella carta.
Per esempio, se guardi la carta “Aggrapparsi al passato” è chiaro che è la
persona raffigurata a trattenere il passato nelle proprie mani, e questa è la
libertà che ci viene data: ciò che hai nelle mani lo puoi lasciare andare in
qualsiasi momento, lo decidi tu. Quindi la soluzione di come uscire dal passato
è già implicita, è già contenuta nella stessa carta. Ho molto amore per queste
piccole carte, più le osservo, semplicemente, e più le apprezzo.
Ci puoi
raccontare cosa succede nei tuoi corsi?
G.: Vedo di portare nel corso
la stessa energia delle letture: sono pronta per stare nello ‘sconosciuto’,
sono pronta a vedere cosa succede, a dare fiducia, a stare nel momento –
tarocchi e meditazione: essere qui e ora. Non lavoro molto sulla conoscenza,
naturalmente accade che leggendo in continuazione le carte, certi significati
sembrano essere strettamente correlati a una carta, ma posso anche dare alla
carta dei significati completamente diversi, dipende dalla lettura. Quindi non
ci sono degli elementi fissi nella mia lettura. Vedo le carte come se fossero
degli amici: ogni volta che tu incontri un amico è un’esperienza nuova, a
seconda di cosa quell’amico ti dice in quel momento, cosa vuole condividere,
quale messaggio ha per te.
Quello che faccio fare nel
corso è, ad esempio, guardare le carte e vedere quali parole, immagini,
sensazioni emergono all’interno dei partecipanti. Lavoro anche con gli arcani
maggiori, a volte prendo cinque, sei mazzi di carte diversi e li raggruppo, in
modo che ci sia il gruppo della carta del folle, del mago, dell’imperatrice e
così via, coperti. Poi invito le persone a scegliere una carta e a fare una
poesia, o raccontare una storia o ad agire ciò che la carta stimola in loro. In
questo modo vediamo come questa carta si manifesta. In pochi giorni non puoi
insegnare a qualcuno a diventare un lettore di tarocco intuitivo, e allora
preferisco degli esercizi in cui ognuno possa piano piano impratichirsi con una
carta; poi, se gli piace il metodo possono andare a casa e prendere pratica
nello stesso modo con tutti gli arcani. È come permettere alla carta di
muoversi, darle una voce, lasciarla cantare, lasciare che si esprima attraverso
di te. E in questo modo trovare quella parte anche in noi stessi.
Non fai mai
riferimento ai simboli tradizionali dei tarocchi?
G.: Per me sarebbe noioso,
semplici nozioni, come leggere da un libro: “... e questo significa questo e
quest’altro significa quello...”. Qualcosa di morto. Se un simbolo ha un certo
potenziale, un certo potere, allora ci penserà lui a trasmetterlo. In questo
modo si crea una interazione tra te e la carta. C’è un dialogo, una
comprensione, un percorso. E poi le carte possono dare messaggi diversi in
diverse letture: certe volte è una parte della carta a venir fuori con forza;
in un’altra lettura diventa più intensa un’altra parte della carta. È
sufficiente essere aperti a ciò che è presente in te in quel momento.
Una tale gioia!
Quando ho iniziato a tenere dei corsi qui al
Resort, stavo cercando se c’erano delle riproduzioni delle carte in formato più
grande, e nel magazzino della Multiversity ne ho trovato alcune tratte dal
mazzo dei Tarocchi Zen: la carta del folle, il maestro, la ricettività, la
consapevolezza e la fioritura. Cinque carte! Ok, mi sono detta, queste sono le
mie carte per il corso. Le ho guardate e ho pensato: da Osho – la carta del
maestro – ho avuto la chiave per il corso, da quel famoso discorso di cui ti
dicevo prima. La ricettività è quella che mi ha ‘aperto’ a tutti i sensi, in
tutti i modi in cui mi può arrivare un’intuizione; e nella carta non c’è
disegnata la testa, non ha a che fare con la conoscenza, ha a che fare con i
sensi e con l’essere aperti: nella carta vedi il fiorire dell’allineamento dei
chakra. Poi c’è la carta del folle. Se vuoi leggere le carte devi essere un po’
folle, incamminarti verso l’ignoto; tutto ciò che ti serve è già con te, ma non
sai dove stai andando e cosa ti accadrà. È questo che fa un lettore di
tarocchi. Poi la consapevolezza. Questo è molto importante per me quando faccio
una lettura. Sto attenta che la lettura si svolga in sintonia con la mia
consapevolezza, con la mia integrità. E offro quello che ho da offrire in modo
da rispettare la consapevolezza dell’altra persona. È la carta del buddha, e io
sto facendo una lettura a un buddha. L’ultima carta è la fioritura, se prosegui
su questa strada arriverai
alla fioritura.
E così le ho portate al
corso, e ha funzionato... ho messo la carta del folle in mezzo alla stanza e ho
iniziato dicendo: questo è il vostro punto di partenza, non sapete nulla.
Rimanendo ricettivi rispetto a quello che succede, e alle persone, rimanendo il
più consapevoli possibile, potremo fiorire tutti in questo processo.
È così: non so proprio che cosa mi guida, quale
sarà il prossimo passo, la prossima fioritura, che cosa si dischiuderà ancora
attraverso queste carte, ma è stato uno dei viaggi più belli che ho fatto,
usando queste carte come specchi, come un gioco.
intervista
di nishtha
Il messaggio dei Baul, mistici e poeti dell’India tradizionale, vagabondi
alla ricerca, dentro di sé, dell’uomo essenziale.
Folli, folli
Siamo tutti folli!
Perché allora questa parola
è così spregiativa?
Se ti immergi profondamente
nella corrente del cuore
scoprirai che nessuno è
migliore di colui che è folle.
Scrutare il cosmo
è una perdita di tempo.
Egli è presente
in questo fragile vascello;
in questo debole corpo
si è costruito un rifugio.
Egli è qui,
in questo fragile vascello,
in te.
Egli è là,
il dio degli dei,
il re dei re,
l’Amato.
Ecco perché, fratello, sono diventato un folle
Baul
Non obbedisco a nessun maestro, né ordine;
Le distinzioni fatte dall’uomo non hanno presa su
di me.
Io gioisco
nella felicità dell’amore
che scaturisce dal mio essere.
Nell’amore non c’è separazione ma un incontro
perpetuo di cuori.
Così io gioisco nel cantare e danzare con uno e
con tutti.
Ecco perché, fratello, sono diventato un folle
Baul.
Una storia....
Succede che una volta un angelo decise di venire
sulla terra per vedere l’uomo e il suo mondo. Aveva sentito raccontare così
tante storie sullo splendore dell’uomo, che non poteva resistere alla
curiosità. La bellezza del mondo lo sopraffece: i picchi assolati delle
montagne e l’oscurità delle foreste, il fruscio del vento e le raffiche
impetuose, le valli colorate dall’arcobaleno, il terreno baciato dalla rugiada,
l’odore pieno della terra, gli animali, feroci e mansueti. Dappertutto c’era
una bellezza maestosa.
Ma quando vide l’uomo, e
udì la musica del suo cuore e la canzone della sua anima, l’angelo rimase
incantato. S’innamorò profondamente del mistero umano. Arrivò il crepuscolo, ma
lui esitava. L’uomo e la terra lo avevano toccato a tal punto che non riusciva
ad andarsene. Ma il suo tempo era finito e, seppur con le lacrime agli occhi,
doveva andarsene. Si sentiva così preso d’amore, così arricchito da questa
avventura sulla terra, da questa esperienza, che prima di andarsene, prima di
ritornare nel suo mondo, solamente per condividere la sua gioia, decise di
aiutare qualcuno di noi nel suo cammino. Si guardò intorno e vide quattro
persone che camminavano. Si avvicinò e disse loro: “Sono venuto per esaudire un
vostro desiderio”. Fortuna volle che tutti avessero aspirazioni spirituali.
Parlò il primo: “Mi sono
sforzato incessantemente per raggiungere la verità divina – non ho fatto altro
che lottare e lottare e lottare. Dammi la pace dello spirito!”. “Ma la lotta è
una delle gioie della vita” disse l’angelo, non comprendendo bene il desiderio
del primo ricercatore.
“Vorrei la pace!”
insistette l’uomo.
Essendo questo il suo
desiderio, l’angelo trasformò il giovane in una mucca che brucava quietamente
l’erba in un pascolo lontano.
Un po’ turbato, l’angelo
si rivolse al secondo aspirante.
“Dio è puro, ma io non lo
sono” disse l’altro, “per favore ripuliscimi da tutte le impurità delle
passioni, delle emozioni, dei desideri”.
“Non sono queste la base
della vita?” chiese l’angelo. “Ma non voglio la vita, voglio la purezza!”
insistette il secondo uomo, che a quel punto chiuse gli occhi in attesa della
sua trasformazione. In un secondo l’uomo scomparve, e in un tempio lontano
comparve una statua di marmo del tutto somigliante a lui.
Allora il terzo uomo
disse: “Rendimi perfetto, solo questo mi interessa”. Anche lui svanì, ma non
riapparve in alcun luogo, perchè nulla sulla terra è perfetto o può esserlo.
L’angelo si rivolse al
quarto uomo: “E qual è il tuo desiderio?”.
“Non ho desideri” rispose
felice l’uomo.
“Proprio nessun
desiderio?”.
“Nessuno – eccetto
l’essere umano, essere pienamente umano e vivo”.
Una gioia quasi
incontenibile cominciò nuovamente a pervadere l’angelo. Guardò quell’uomo
benedetto con immensa tenerezza e lo abbracciò con infinito amore. L’uomo
continuò per la sua via cantando le glorie della vita, danzando la gioia della
vita.
Questo quarto uomo era un
Baul.
Non c’e’ altro modo per definire un Baul. Il
Baul ha un grandissimo amore per la vita, un amore infinito per questa terra,
un amore incommensurabile per tutto quello che esiste. Il Baul non è un
idealista, è realista, ha radici nella terra. Il Baul non chiede un paradiso
chissà dove, lui è già in paradiso, qui e ora. Il Baul non è un ricercatore, il
Baul è uno che ha trovato. Il Baul è un siddha,
uno che ha indagato profondamente e ha capito che tutto è già disponibile e non
c’è bisogno di cercare. Che è sufficiente partecipare a questo mistero chiamato
vita. Lui balla, canta, gioisce, è beato, senza alcun motivo. Ma questa è solo
metà della storia. L’altra metà racconta che l’angelo raggiunse il paradiso,
venne chiamato da dio e si sentì chiedere: “Cosa stavi facendo sulla terra,
gingillandoti con la mia creazione?”.
L’angelo
disse: “Perdonami, ma quelle persone avevano dei desideri. Ho semplicemente
cercato di appagarli”.
Dio disse: “Questo va
bene. Non sono arrabbiato, era solo per sapere. E tu, non hai qualche desiderio
da realizzare?”.
L’angelo disse: “Rendimi
come il quarto uomo e fammi tornare sulla terra! Rimandami indietro e
trasformami nel quarto uomo!”.
Lascia che questo sia
anche il tuo desiderio. E non c’è neanche bisogno di chiederlo, perchè è già
realizzato: tu sei un uomo sulla terra! Gioisci di questo dono di dio! In
gratitudine, canta la tua canzone, manifesta la danza che c’è dentro il tuo
essere e che aspetta solo di essere espressa. Sii creativo. Fiorisci. Un Baul è
una fioritura. Un Baul è energia che fluisce. Un Baul non è un religioso
qualsiasi, non finge, un Baul è realmente religioso. Non è contro il mondo,
perchè non è contro dio. Il mondo è una creazione divina; lui non è contro
nulla, perchè tutto è di dio. Il tempio di dio è ovunque. Ogni presenza è piena
della sua presenza. Un Baul è un folle; questo è il significato della parola
“baul”. Deriva dalla parola sanscrita vatul
che significa folle.
Diventa matto nel nome di
dio! Diventa matto nel condividere la gioia! E allora saprai che cos’è un Baul.
Non c’è modo per dare una definizione; posso solo indicarla. Non c’è modo
neppure per descriverli, ma io sono qui, presente, io sono un Baul. Guarda
dentro di me, assaggiami un poco, mangiami, bevimi, questo potrebbe darti
qualche indicazione. E se veramente la vuoi, se veramente desideri una
definizione, allora diventa un Baul. Non c’è altro modo per conoscerli. Per
conoscere dio è necessario diventare dio, perchè puoi conoscere solo ciò che
sei diventato. Solo l’esistenza, e l’esperienza dell’esistenza, possono
illuminarti, nient’altro.
tratto
da: Osho, The Beloved,
Vol. 2, # 10
Ci scrive
una lettrice:
Quando sono
con amici o conoscenti spesso mi sento invasa: ricevo consigli non richiesti,
ascolto giudizi su di me, sembrano tutti avere idee molto chiare su quale sia
il ‘mio’ ruolo nel mondo e me le dicono. E io che faccio? Mi chiudo, mi
arrabbio, o al massimo piango e mi faccio venire il mal di stomaco! Certo, devo
‘guardarmi dentro’, mi dicono anche questo, ma un consiglio “da fuori”’ mi
sarebbe gradito.
Siamo alla mercè degli altri perché non ci
conosciamo. Se ci vedessimo con chiarezza nemmeno un ciclone potrebbe
disturbarci, figuriamoci l’opinione di un altro... Guardarsi dentro è certo
utile perché è l’unico modo per andare a conoscere se stessi come veramente
siamo. A quel punto è facile accettare anche con gratitudine un qualunque
stimolo esterno, oppure dire “no grazie questa cosa è solo tua”.
È importante non confondere il guardarsi dentro
con l’auto analisi, è più un andare dentro, o detto meglio, un ritrovare se
stessi dentro. Mi spiego meglio partendo da una mia esperienza durante un
recente gruppo qui a Pune sulle ‘relazioni sul lavoro’, ambiente anche questo
dove spesso ci si sente invasi mica poco. Uno dei punti principali affrontati
era l’essere presenti, centrati in se stessi; e basta anche qualche minuto
seduti con gli occhi chiusi, portando l’attenzione sul respiro, poi sui suoni e
sulle sensazioni. Ma poi, invece di chiudere, lasciarci alle spalle quello
spazio come a volte si fa – tipo: “ok, ho finito di meditare, adesso ho da
fare, ciao!” – ci siamo alzati, prima semplicemente camminando per la stanza,
sempre restando in connessione col nostro spazio interiore, e poi muovendoci a
incontrare le altre persone, e infine rivivendo anche situazioni di lavoro con
gli altri, ma sempre restando in contatto con questa modalità di presenza. Non
è difficile, ogni tanto arriva un pensiero o un feeling e ci si dimentica, ma poi si torna alla presenza, è come
un’onda che va e viene. Quello che ho potuto sperimentare è che, da questo
spazio di presenza, è più difficile subire gli assalti delle emozioni, ed è più
facile dare una risposta nel momento – prima che il tutto si trasformi in
risentimento, rancore, in un film paranoico/persecutorio – e soprattutto è
anche più facile vedere con distacco le cose, vedere se lo stimolo esterno che
mi sta arrivando mi sta dicendo qualcosa di importante oppure non centra con
me, e quindi trovare una risposta che non sia una semplice reazione impulsiva,
ma una vera risposta. Ora lo sto sperimentando in varie situazioni, a volte è
semplice altre no, ma di sicuro è uno strumento molto bello per uscire dalla
mia solita alternativa – o subisco, sto zitta e taglio i ponti, oppure
m’incazzo come una bestia – una terza via insomma, una via alla scoperta di me
stessa, meno focalizzata sull’altro e più centrata sul conoscere me stessa.
Anche a me è capitato di provare questo senso d’invasione e, nel mio caso, mi
sono accorta che io non c’ero: entravo direttamente nella ‘ferita’... senza
passare dal via, senza in realtà connettermi con me stessa. Ho visto che se
resto attaccata al concetto di “ho ragione io-hai ragione tu” non mi serve a
molto. È un gioco inutile e che dura da troppo tempo. Per indicare il ricordo
dei torti subiti, si usa dire “memoria d’elefante”, proviamo a usare questa
memoria in un altro modo: “ricordati di essere presente”. Questo naturalmente
non significa “incassa e taci”, al contrario: le risposte che mi sono uscite da
questo essere presente, le sento vere e soprattutto piene di possibili sbocchi.
Spero che questa meditazione dell’essere presenti
possa essere anche per te qualcosa che val la pena provare. Se vuoi prova a
chiudere gli occhi e a visualizzare la scena di uno di questi dialoghi che ti
ha ferito, immagina tutti i dettagli, le parole che ti sono state dette, la tua
reazione. Rivivi il tutto, senti il tuo corpo, il respiro, le emozioni... poi
fermati un attimo, porta l’attenzione sull’essere presenti e gira di nuovo lo
stesso film. Ho provato a fare questo esperimento e sono rimasta sorpresa della
diversità d’impatto che la stessa scena aveva su di me. L’altro in quel momento
non è presente, hai l’occasione di imparare qualcosa di nuovo su te stessa
senza venir influenzato da nessuno.
La redazione
dell’Osho Times
I Segreti
del Tanta
________________________
Edizioni
Tascabili Bompiani
pagine
432 - Euro 9,00
Tantra: un percorso in
cui vengono coinvolti corpo, mente, sistema emotivo e psiche, il tutto proteso
verso il trascendente, molto al di là degli aspetti più superficiali del Tantra
di cui già si sente tanto parlare. Una ricca scelta di tecniche facili da
sperimentare, che possiamo aggiungere, con semplicità, al nostro ritmo di vita
quotidiano. Un libro il cui consumo non si esaurisce nella semplice lettura e i
cui orizzonti possono essere ampliati: è infatti il terzo volume, dopo Il
Libro dei Segreti e I Segreti della Trasformazione, del
commento di Osho al Vigyana Bhairava Tantra, “Summa” della tradizione indiana.
Il fiume della vita
Per il Tantra la vita è
più simile a un fiume: non scorre su binari di ferro, su rotte prestabilite. In
realtà è come un fiume: la via non è stata nemmeno tracciata, occorre crearla;
man mano che il fiume scorre si apre la propria strada. Arriverà al mare... La
vita è come un fiume: non esistono strade già tracciate, né ti vengono date
mappe da seguire. Sii semplicemente vivo e consapevole: allora, ovunque ti
conduca la vita, ti dirigerai con piena confidenza. Il Tantra è una fiducia,
una fiducia nella forza della vita. Lascia che sia questa a guidarti. Sii
semplicemente all'erta: questo è tutto. Mentre la vita ti conduce verso il
mare, stai attento, in modo da non lasciarti sfuggire alcunché.
Esci dal sogno
Le tecniche che
discuteremo sono riportate da qualcuno che ha realizzato, ricordalo.
Sembreranno troppo semplici, e lo sono. Per la nostra mente le cose troppo
semplici non possono esercitare richiamo; infatti, se le tecniche sono tanto
semplici e la casa è così prossima, ti sentirai ridi-colo. Allora, perché la
stai mancando? Anziché avvertire la ridicolaggine del tuo ego, penserai che
tecniche così semplici non possono essere utili. Tutte queste tecniche sono
finalizzate a incrementare la consapevolezza. Sei già la persona che aspiri a
essere, ti trovi già dove vorresti arrivare. Hai già raggiunto la tua casa. In
realtà non l'hai mai lasciata; sei sempre stato là, ma addormentato, in balia
dei sogni. Tutte queste tecniche non servono ad altro che a ridestarti, in modo
che dai sogni puoi tornare al luogo in cui sei sempre stato, alla condizione
che non hai mai perduto. Né puoi perderla: è la tua natura. Poiché è il tuo
stesso Essere, come potresti perderlo? Queste tecniche servono solo per aiutare
la tua consapevolezza a svilupparsi ulteriormente, a diventare più intensa. Con
l'intensità della consapevolezza, tutto cambia. Più è intensa la
consapevolezza, minore è la possibilità di sognare; diventi sempre più conscio
del reale. Meno è intensa la consapevolezza, più vai alla deriva nei sogni.
Oltre il sesso, l'amore
Il Tantra è una tecnica
d'amore. Lo sforzo è renderti una cosa sola con l'esistenza. Per cui dovrai perdere
la tua abitudine ad analizzare le cose, la consuetudine profondamente radicata
a combattere, a pensare in termini di conquista. Prima di affrontare queste
tecniche, ricorda: il Tantra è uno sforzo d'amore verso l'esistenza. Ecco
perché il sesso è stato tanto usato dal Tantra: perché è una tecnica d'amore.
Non si tratta semplicemente di amore tra uomo e donna: è amore tra te e
l'esistenza. Per la prima volta, ai tuoi occhi, l'esistenza assume un
significato tramite una donna. Se sei una donna, per la prima volta ai tuoi
occhi l'esistenza assume un significato tramite un uomo.
Solo attraverso una
profonda consapevolezza tantrica l'atto sessuale scompare veramente per svelare
un'e-stasi profonda. Il Tantra dice che dipende da te: se riesci a portare la meditazione
nel tuo amore, nel tuo sesso, quest'ultimo viene trasformato