Pag. 1 Peperoncino
Pag. 2 Osho Times News
Pag. 8 I centri di Osho in Italia
Pag. 12 Io lo amo, ma lui no!
Pag. 15 Alice e il suo mondo
Pag. 18 Fin dai tempi di Adamo
Pag. 23 Il cielo intero ti appartiene
Pag. 26 Craniosacral Balancing
Pag. 29 Le perle e conchiglie
Pag. 34 Scuola: imparare a vivere
Pag. 46 Anche il piede è un poeta
Pag. 49 Mi sembri triste
Pag. 50 Le domande dei lettori
Pag. 51 L'oroscopo di ottobre
Pag. 60 Un libro da vivere
Pag. 53 La vetrina
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un po’ di PEPERONCINO alla tua vita
Proprio l’altro giorno ho ricevuto una lettera da un sannyasin che mi diceva che stava andando da un maestro, e chiedeva la mia benedizione.... Poteva andarci?
Le persone sono strane, vogliono camminare con il piede in due scarpe.
Si creano situazioni che inevitabilmente finiranno in un disastro.
Se la tua crescita procede bene... e lui mi ha scritto che la meditazione sta andando bene, che comincia ad accorgersi di cose che finora erano state solo parole.
Ora, in questo momento molto delicato, andare da qualcuno diventa pericoloso.
Ma se gli dico: “Non andare”, sarebbe un’interferenza da parte mia.
E io non voglio interferire, anche se tu stessi sbagliando.
Quindi gli ho fatto sapere: “Non posso darti la mia benedizione, perché non so da chi stai andando, ma sei abbastanza intelligente.
Se senti che quella persona può nutrire in qualche modo la tua crescita, che per tua stessa ammissione sta progredendo bene – senti che sei assolutamente sulla via giusta, che l’infelicità sta scomparendo, che la sofferenza sta scomparendo, che non ti preoccupi più, e vivi in maniera giocosa, e in te sta sorgendo una sorta di leggerezza – se sei consapevole di tutto questo...
Ricorda, chiunque possa essere un nutrimento, va benissimo.
Ma in realtà non hai bisogno di andare da nessuna parte, sei già sulla via giusta.
Vai più in profondità, invece di andare a zonzo.
Vai diritto come una freccia”.
Osho
Celebrazione
a Pune
Uno degli aspetti più originali della visione di Osho è il celebrare la morte. Ha portato una ventata di aria fresca su un mucchio di idee e ideologie che
circondano questo argomento, tradizionalmente tabù. A ben guardare ci
accorgiamo che abbiamo creato un dramma, del tutto inutile, di ciò che è uno
degli eventi più naturali della vita: la morte è infatti
la sola cosa certa nella vita di ognuno, e nel contempo la più temuta. Viviamo
sempre sotto l’ombra della morte, cercando in qualche modo di negare, di
nascondere, ciò che è inevitabile, creando di conseguenza un pesante fardello di
paure e di ipocrisie nel nostro cuore.
All’Osho Resort la morte si celebra!
Cantando, danzando e meditando salutiamo la
dipartita di chi ci è caro. In agosto abbiamo
celebrato proprio in questo modo, splendidamente, la morte del nostro
amico e ‘compagno di viaggio’ Farid.
All’interno del nuovo Osho Auditorium il suo corpo è stato messo proprio sotto
l’apice della piramide, su di una piattaforma decorata con ghirlande di fiori;
e tutti intorno centinaia di meditatori hanno cantato
e danzato, creando picchi intensi di vibrante energia. Una
pioggia di petali di rosa sul suo corpo senza vita, mentre i musicisti
suonavano canzoni di gioia, celebrazione e amore. Una maniera splendida
per ricordare a noi tutti che anche noi un giorno moriremo.
Un’altro gruppo di festanti musicisti ha
accompagnato poi il corpo ai ghat – il luogo della
cremazione – seguiti da una folta schiera di persone che ballavano e cantavano:
tutta la strada fino ai ghat si è all’improvviso
colorata di vesti bordeau! E
quando il corpo ha iniziato a bruciare sulla pira funeraria, ognuno si è
fermato per un grande e potente humming generale. La tristezza si è trasformata in gioiosa
accettazione e in silenzio.
Una celebrazione della morte, nel nuovo Auditorium, così straordinaria che qualcuno, scherzando,
voleva già prenotarsi per la prossima!
Una persona che vive veramente non ha per niente paura della
morte. Se
vivi nella maniera giusta, hai finito con la morte… sei già completamente
soddisfatto, pieno di gratitudine. Ma se non hai vissuto allora continui ad
arrovellarti: ‘Non ho ancora vissuto e la morte si
avvicina. E la morte sarà la fine di tutto, con la
morte non c’è più futuro’. E
così si diventa apprensivi e si tenta di evitare la morte. Ma tentando di
evitare la morte si continua a perdere ciò che dà la
vita. Smettila di evitare, vivi la tua vita: è vivendo
che si evita la morte. Vivendo la tua vita diventi così soddisfatto, che, anche
se arriva la morte proprio in questo momento – e sparisce ogni futuro – sei
pronto. Sei felicemente pronto: hai vissuto la tua vita, hai gustato le delizie
dell’esistenza, hai celebrato, sei contento. Non ci
sono recriminazioni o lamentele, non hai alcun risentimento: dai il benvenuto
alla morte. E se non riesci a dare il benvenuto alla
morte, una cosa è certa… non hai vissuto. osho
Meditazione
e felicità
“Ci sono buone notizie per gli abitanti del Bel
Paese che, secondo una recente inchiesta del Censis,
sarebbero i più infelici d’Europa. La meditazione, infatti, potrebbe aiutarli a
raggiungere la serenità che la vita moderna, con lo stress e il senso di insicurezza e precarietà che impone, sembra minare. A
suggerire la meditazione come una possibile strada verso il benessere
psicofisico non sono più solo coloro che la praticano
nelle sue varie forme, ma ora anche la scienza. Questo almeno a giudicare dai
risultati preliminari di alcuni studi presentati sulle
pagine del britannico ‘New Scientist’ da Owen Flanagan, professore di
filosofia alla Duke University, in North Carolina.” Inizia così l’articolo di Valeria Brancolini “La scienza ha scoperto perché noi buddhisti siamo felici”, il cui occhiello recita: “Dopo
2500 anni, i ricercatori della Wisconsin University,
negli Stati Uniti, hanno fotografato, con la tomografia a positroni, il
cervello di 25 persone addestrate alla meditazione. Il risultato è
sorprendente: una scarica di ormoni del benessere che
rafforza anche il sistema immunitario”. L’articolo è apparso su La Macchina del Tempo di
agosto 2003 e si sviluppa in dieci pagine, dando molto spazio alle ricerche
scientifiche che dimostrano come la meditazione sia salutare. Al suo interno,
Osho compare sia nei ‘suggerimenti di lettura per
approfondire’ con il classico Meditazione: la prima e ultima libertà (più di
ventimila copie vendute); sia nell’elenco dei Centri dove è possibile ‘meditare
tranquilli... con maestri qualificati’ (Miasto, Kivani e Villaggio
Globale).
Il
sesso e il Dalai Lama
In una recente intervista al ‘Reader’s Digest’, tra gli altri
argomenti affrontati, il Dalai Lama ammette
onestamente che, come monaco, l’esperienza che più gli è mancata rispetto alla
gente normale è il sesso. E racconta anche che gli
piace molto dar da mangiare agli uccellini, ma quando arrivano dei falchi a
disturbare questo suo semplice passatempo, perde la pazienza e imbraccia la sua
carabina ad aria compressa... “Ma sparo solo per spaventarli”, precisa. Tutto
molto semplice e molto bello. Peccato che verso la fine dell’intervista si
lasci andare a una affermazione per niente bella e
cioè: “Per monaci e suore la pratica del celibato non è soltanto una regola. Il
nostro obiettivo è cercare di ridurre le emozioni negative. Il desiderio e l’attaccamento sessuale sono
piacevoli, ma sono la base di rabbia, odio e gelosia”. In realtà rabbia,
odio e gelosia, a parte che non centrano con un sano desiderio sessuale, si
esprimono magari nell’ambito degli attaccamenti, ma si esprimono soprattutto, e
di esempi se ne possono vedere dovunque, quando il
sesso è negato o represso, e spesso in modo anche peggiore. E se questo non lo
ha capito neanche lui... siamo proprio messi male.
AIDS...
non è finita qui!
Brutte notizie nel campo dell’AIDS: non solo
l’accordo, proposto già nel 2001, che doveva
permettere ai paesi poveri di approvvigionarsi di farmaci (anti
AIDS soprattutto) senza dover pagare le elevate royalties
imposte dalle multinazionali farmaceutiche, sembra non riesca a superare la
barriera del WTO (l’organismo ‘mondiale’ che governa il commercio) e quindi la
tragedia dell’AIDS nei paesi del sud est asiatico e dell’Africa sub-sahariana
continuerà in crescendo; ma anche in Italia il numero di nuovi casi di
infezione Hiv sta dando segni di aumento, sin dal
2000 – in Europa occidentale ci ‘superano’ solo Belgio, Svizzera e Irlanda.
Secondo l’Associazione italiana di epidemiologia –
fonte di questi dati – visto che la trasmissione avviene ora prevalentemente
attraverso rapporti eterosessuali, è auspicabile l’introduzione del test per l’Hiv a tappeto per alcune categorie di persone, per esempio
le donne in gravidanza. Richiesta avanzata anche dall’Autorità epidemiologica
statunitense al proprio governo per cercare di arginare il rischio
rappresentato da 200.000 individui sieropositivi che non sanno di esserlo, una forte minaccia di contagio. Le campagne di prevenzione attualmente stanno languendo, con gravi rischi per tutti...
e poi in Italia, come si sa, a ‘mamma chiesa’ non
piace che si parli di profilattici, e così ci tocca vedere al Festivalbar la povera Michelle Hunziker parlare di sesso sicuro, ma senza poter dire la
parola proibita... e così doversi mettere in testa un cappellino e ammiccare.
In Germania sul tema dei preservativi ci fanno invece, sempre nell’ambito di
una campagna anti-AIDS, dei divertenti e coloratissimi poster – ce n’è in tutte
le stazioni del metro – e nell’apposito sito (www.machsmit.de) ci sono anche le
cartoline da spedire agli amici.
E un’altra nota positiva
arriva dall’India, la riporta The Pioneer del 10 agosto: un leader dell’opposizione S. K.
Modi, ispirato da una visita all’Osho Meditation Resort – dove il test per l’Hiv è di routine per tutti i
visitatori – ha proposto che tutti i parlamentari indiani si testino, se non
altro per dare il ‘buon esempio’ ai loro elettori.
Vedremo cosa succede.
The
Festival... on demand
È tutto all’insegna della creatività e della
tecnologia il prossimo The Festival di Riccione. L’Osho Times lo sta
monitorando passo a passo, con articoli ogni mese che possono solo essere
diluiti sui diversi numeri della nostra rivista, rivelando alcuni limiti della
carta stampata: limiti di spazio e di tempo, ma anche di costi. I prezzi della
parola scritta sono tanti e non tutti sono quantificabili in denaro: è il bello
ed è il brutto di un mezzo di comunicazione che conserva la sua funzione, ma
che ci siamo resi conto ha bisogno di essere affiancato da altri strumenti, se
si vuole dare completezza all’informazione. The
Festival è dunque on-line, in tutta la sua caleidoscopica esplosione di
proposte, idee e quant’altro lo caratterizza... prima
di tutto come programma, ampliato e aggiornato in tempo reale via via che la manifestazione assume la sua forma definitiva;
ma ci sono anche i link per i tanti approfondimenti
che aiutano a comprendere meglio le proposte del Festival, in un rincorrersi di
siti che annullano qualsiasi confine fisico, operando al tempo stesso
un’integrazione di media altamente innovativa (in
alcuni casi è possibile assistere on-line a dimostrazioni video delle tecniche
che verranno presentate).
Ma per cambiare alla
radice anche il modo di partecipare al Festival, vi proponiamo di inviare i
vostri contributi, i consigli e i suggerimenti che ci aiutino a dare il meglio
e a migliorarne la presentazione.
Per visitare il sito: www.oshoba.it
Per scriverci: thefestival@oshoba.it
E se volete partecipare al
festival ecco qui sotto e nelle due pagine seguenti tutti i prezzi e le informazini pratiche.
Meditazione
in azienda
200 miliardi di dollari l’anno, questa la cifra
che, secondo le stime del National Institute for Occupational
Safety & Health, le
aziende americane pagano per curare stress e disturbi connessi dei propri
dipendenti. Sembra che le malattie da sovraffaticamento
da lavoro stiano diventando dal 70 al 90% del totale. E
così le aziende si rivolgono sempre di più alla meditazione: corsi zen, yoga e
altre pratiche orientali. Non solo organizzazioni hi-tech e ‘alternative’,
come Google, Apple e Yahoo!, ma anche capisaldi della old economy,
Deutsche Bank e McKinsey, considerano queste ‘terapie alternative’
non più una moda ma una strada verso risparmio e produttività. “60 minuti di
silenzio, calma e meditazione mi aiutano a superare i
problemi di lavoro piuttosto che ad affrontarli di petto. E faccio anche meno
sbagli,” dichiara un top manager. Ne parla Alessandra Retico in un articolo su La Repubblica... speriamo che presto si
‘sveglino’ anche le aziende italiane.
Novità in libreria
Esce a giorni, ai primi di ottobre
I Segreti del Tantra – il terzo volume della serie Il Libro dei Segreti tutta in via di
pubblicazione da Bompiani. Si tratta di un'edizione
tascabile che rende accessibile, anche alle tasche, una serie di discorsi di Osho davvero preziosa in quanto egli commenta, rendendolo
utile e accessibile all'uomo contemporaneo, il Vigyan
Bhairav Tantra, la Summa
della meditazione indiana, che contiene le 112 diverse tecniche date, secondo
la tradizione, da Shiva alla sua amata.
Un interessantissimo classico, sicuramente da non
perdere.
La Festa continua
Meditazione e celebrazione, questa
estate, in tutta Italia: innumerevoli iniziative estive che hanno visto
la meditazione fra i loro ingredienti – da feste di paese a raduni reggae – per finire ai festival
organizzati dai grossi centri di Osho, come l’OLÈ a Miasto
e il Soleluna Festival in Umbria, ormai al suo quinto
appuntamento annuale. E proprio a proposito di
quest’ultimo ci scrivono:
‘Sempre intensa e nuova l’energia
del Festival che Soleluna organizza in agosto in
Umbria; anche quest’anno si è creato un meeting-point
per ricercatori e meditatori, da ogni parte d’Italia e dall’estero, che si ritrovano per assaporare la bellezza di un
lussureggiante spazio naturale nel quale è possibile essere se stessi,
arricchirsi di nuove esperienze, meditare e celebrare la vita. I feedback sono
davvero buoni, molte le telefonate e i messaggi di
ringraziamento all’Osho Soleluna di Torino, che
riconoscono la professionalità dell’organizzazione e della conduzione, il
comfort, l’amore e la cura che hanno caratterizzato l’evento. I partecipanti ai
gruppi intensivi – Tantric Pulsation con Aneesha, Creatività e Colori con Prem
Aurelio e il Ritiro Sciamanico con Apurva e Shaida – dicono di aver
vissuto un’esperienza di crescita profonda. E i due giorni dell’Osho Celebration hanno visto moltissime persone cavalcare l’onda
degli eventi che si sono susseguiti dalla mattina a notte fonda: morning ed evening Satsang, meditazioni tantriche,
il concerto con Milarepa e la sua band, la Super Trance Dance, che ha permesso di assaggiare il potere
selvaggio e guaritore dello Sciamanesimo, e l’antica Danza Rituale del Labirinto,
condotta da Vistara, che ha portato i partecipanti in
uno spazio di profonda meditazione, attraverso la rappresentazione dell’eterno
movimento cosmico che questa danza sacra evoca. Prem
Aurelio ha regalato a tutti la bellezza del suono e
della vibrazione dei colori con due performance che hanno stupito per la loro
ricchezza di stimoli e per l’alta tecnologia che le ha rese possibili: i
partecipanti al suo gruppo sulla pittura e la creatività hanno inaspettatamente
visto le loro creazioni artistiche proiettate su giganteschi schermi, i muri
delle strutture circostanti, in un fantastico turbinio notturno di luci e
arcobaleni. Anche il programma ‘Benessere’ ha visto una partecipazione
costante: numerosi i presenti alle meditazioni giornaliere e alle Dance
Meditation che si sono tenute anche all’aperto; e poi grande scelta di sessioni
individuali... senza dimenticare i magici dance-party
notturni nel bosco, sulla piattaforma rotonda del Black Buddha Bar, che
sono ricordati come momenti nei quali passione e fusione scorrevano come un
grande fiume. E il Festival, in realtà, non è ancora finito... a fine settembre
molti dei partecipanti, e di sicuro molti nuovi amici,
si rincontrano a Torino, nella grande sede dell’Osho Soleluna,
per un fine settimana all’insegna della celebrazione, e per dare avvio al nuovo calendario di gruppi
e attività del centro.’
Il calcio... nel pallone
A riempire le pagine dei giornali di fine estate
(prima e agli inizi del campionato) le vicissitudini tragico-comiche del calcio
italiano...
Fra bancarotte, false fideiussioni e altre amenità
al limite del codice, le varie squadre sembravano venir
promosse o retrocesse di girone non tanto in base ai risultati delle partite
dell’anno precedente, ma a colpi di sentenze di tribunali, con ricorsi al TAR e
contestazioni varie. E ci ha dovuto pensare poi il governo a mettere le cose ‘a
posto’, con un apposito
decreto legge che in realtà ha scontentato quasi tutti. Ma si temevano
“problemi di ordine pubblico”, ha dichiarato lo stesso
presidente del consiglio che solo qualche giorno prima ammoniva: “La politica
deve tenersi alla larga dal calcio”.
E invece si è assistito a vere e proprie
‘sponsorizzazioni’ politiche delle varie squadre, o meglio delle loro tifoserie
(ghiotto serbatoi di voti), con partiti di destra che
ottenevano l’avanzamento di una squadra, e quelli di sinistra che ricevevano –
per ‘par condicio’? – il salvataggio di quell’altra, e gli esclusi dal banchetto che protestavano,
proponendo improbabili ripescaggi in nome di equilibri geo-politici.
In una riedizione neppure tanto aggiornata della politica del panem et circenses
dei tempi dell’impero romano: specialmente ora che il ‘panem’ non lo danno più gratis, anzi rincara (e qui ci
sarebbe da parlare anche dell’altra telenovela estiva, quella dei dati
ufficiali sul costo della vita, prima contestati, poi ratificati perché
sbagliati e poi, ma tanto chi ci crede più?)... almeno facciamolo divertire il
popolino.
Quella sportiva è una vera e propria ‘fede’ (è
così che la si chiama) completa dei suoi ‘fondamentalisti’, gli ultrà, e di quelli invece che la
‘praticano’ un po’ per abitudine e un po’ per carenza di altri interessi; tutti
uniti comunque quando c’è da difendere la ‘squadra del cuore’,
le cui sorti possono dare quelle piccole o grandi soddisfazioni... nella vita
di chi tante altre non ne ha.
È una vera e propria delega della felicità! Delega
che finisce, anche in questo caso, in mano a politici, affaristi e strapagati
‘officianti del rito’.
Dopo tutto non si tratta
che di “Alcuni idioti che calciano un pallone oltre una linea dall’altra parte
del campo, e alcuni altri idioti che lo calciano indietro... e milioni di
idioti che guardano come se stesse succedendo qualcosa di immenso significato”
come dice Osho.
Finisce che ci sarà quasi da vergognarsi anche a
tirare quattro onesti calci a un pallone, così, giusto
per fare un po’ di esercizio fisico e divertirsi un po’ fra amici.
In
un colloquio faccia a faccia con una visitatrice (tratto da
un diario di darshan) osho affronta con
bonomia i drammi dell’amore romantico.
Mi sono
innamorata di uno che non mi ama, che mi respinge. Ho cercato di avere una
relazione con qualcun altro, parecchie volte, ma ogni
volta scopro che non c’è amore, e metto fine alla relazione. Non so cosa fare.
Forse sei innamorata di
quell’uomo solo perché ti respinge. Ci sono alcune persone che amano solo se vengono respinte. Pensano che ci sia qualcosa di eccezionale, diventa una sfida. Più una persona è
difficile da conquistare, e più l’ego ne è attratto, e
poi si crea infelicità. Quelli che non ti rifiutano sono persone ordinarie. Sei tu a creare il problema, è un problema inventato.
Se sei stata respinta da
qualcuno, è tutto finito, perché l’amore non può essere unilaterale. Se mi
tendi la mano, perché io l’afferri, e io non lo
faccio, fino a quando te ne starai con la mano tesa?
È stupido... e futile!
Se una persona ti respinge,
significa solo che non ti ama. Quindi come fai a
continuare ad amare uno che non ti ama? Anche se ti
dicesse di sì, non saresti felice con lui.
Quindi lascia perdere.
Ti senti ancora ferita...
vuoi provare che riuscirai ad avere quell’uomo. Queste idee balzane sorgono
nell’ego di ogni persona. Qualunque cosa non riesci a raggiungere diventa molto importante, la devi
raggiungere. Forse è banale, e una volta raggiunta non vi troverai alcun
significato, ma l’idea stessa di essere stata respinta... “Come posso essere respinta da qualcuno?”. Quel rifiuto è come una ferita. Ma è stupido. L’amore può esistere solo
quando due persone sono innamorate - non può esistere quando una è
innamorata e l’altra no.
Ci sono varie possibilità.
Una è che due persone sono innamorate l’una dell’altra – un evento molto raro;
non ho mai incontrato una situazione del genere. Quindi
non devi disperarti. Non ho mai incontrato due esseri umani che si amavano
davvero. Due persone non sono mai innamorate l’una dell’altra.
Quasi
sempre
accade che una è innamorata e l’altra, al massimo, è gentile... forse non è
così rude da dire di no. Secondo me è meglio dire no,
che essere gentili, perché la persona che dice no dà all’altro la libertà di
andare con qualcun altro. La persona che rimane per gentilezza è molto
pericolosa, è un tuo nemico, perché distruggerà tutte le tue
possibilità.
Persino quando sembra che
due persone siano innamorate, una ama più dell’altra – non è mai pari. E anche questo è lo stesso problema. Uno sente, “Io amo di
più e l’altro non mi ama così tanto”. Di nuovo, non
c’è appagamento.
L’altra possibilità è che
nessuna delle due è innamorata e stanno insieme. Queste sono le due polarità
opposte: due persone si amano e stanno insieme – cosa
che accade raramente e, quando accade, anche in quel caso non c’è equilibrio, e
la frustrazione continua. L’altra polarità è: nessuno dei due ama e stanno
insieme. Questo accade quasi sempre, e in un certo
senso è una condizione migliore, perché se l’amore non c’è, le cose vanno
meglio, filano lisce. Siete con i piedi per terra, non vivete
sulle nuvole. Tutto è più pratico. Non c’è grande
felicità, ma neppure disperazione nera. Questa è la condizione nel novantanove
percento dei casi, e tra
le due ci sono altre possibilità.
Secondo quanto ho
osservato e capito, se ami una persona che non ti ama, lascia
perdere subito. Persino l’opposto è meglio: tu non ami, ma lui ti ama. Stare con lui è meglio che stare con qualcuno che ami
ma che non ti ama. Mi segui? Uno ti ama e tu non lo ami, è una combinazione migliore. Almeno ti ama!...
La donna dice che quando è con
qualcuno che non ama si sente un po’ in colpa perché non riesce a dargli tutto
il suo amore.
Nessuno può
dare tutto il suo amore... nessuno può farlo. Se
riusciamo a darne un po’, è già fin troppo, non chiedere l’impossibile.
La gioventù moderna è
diventata di-pendente da ideali impossibili: amore totale. Ora, solo un buddha può amare totalmente,
e un buddha non ama mai, perché...
chi vuol prendersene la briga?
L’amore
totale è possibile
solo quando sei totale nella vita, e tu non lo sei. Solo con la con- sapevolezza totale
è possibile un amo- re totale... ora sono possibili solo frammenti.
Ognuno pensa che grazie
all’amore sa-rà immensamente felice, e anche questa è una sciocchezza. Il
novanta percento è infelicità, il dieci percento
beatitudine. Uno deve essere pronto a soffrire il novanta percento di infelicità per quel dieci percento di felicità che
arriva, e così non è mai davvero felice. Hai mai visto una coppia di amanti felici? Forse nei libri, nei film – non è di
questo che sto parlando.
Ogni sera devo parlare a
delle coppie... e sono sempre infelici. Molto raramente sono felici, e quando
accade è segno che a loro non interessa molto l’amore, interessa
di più la felicità. Hanno più a cuore una vita equilibrata, più tranquilla, più
affettuosa, più tenera. Non cercano le vette della luna di
miele, hanno scelto di vivere sulla terra. Non sono più nel mondo dei
sogni.
E allora, a volte, puoi
trovare due amanti felici, ma non sono felici a causa dell’amore, ricordalo.
Sono felici per altre considerazioni. Hanno capito che se vuoi essere felice
devi accettare molte cose, devi fare molti
compromessi. La vita è un compromesso, un compromesso
continuo. Se hai una cosa, ne devi perdere un’altra.
Non puoi avere la botte piena e la moglie ubriaca, è
sempre un compromesso.
E così, se a volte incontri
una coppia felice, sappi per certo che non lo è grazie all’amore. Nessuno è
felice solo per amore. L’amore è uno stato febbricitante, una specie di
nevrosi, di follia. Ti fa impazzire e sperare in cose impossibili. Quando ti accorgi che non succedono, che non sono
possibili, c’è grande frustrazione. Poiché
l’amore dà speranza, dà anche frustrazione.
Le coppie felici sono
quelle che non sono romantiche in quel senso... ma per
arrivare a quel punto uno deve passare attraverso molte esperienze dolorose. E tu sei abbastanza giovane, passane ancora un po’. A poco a
poco arriverai a comprendere che una relazione non può
fondarsi solo sull’amore. È un rischio, tentare di vivere solo sull’amore e
nient’altro, morirai!
L’amore è un bene, ed è
anche un nutrimento, ma non si può vivere solo d’amore.
Ma ogni nuova generazione
è sempre innamorata pazza dell’amore, e quasi sempre
accade che una volta che sei diventato più vecchio, e hai capito di più la
vita, e potresti essere felice, la vita è
finita. Mm? Quando una persona è diventata più
saggia ed equilibrata, le energie se ne sono andate, la vita è finita.
Quando uno ha vita ed energia e
può affrontare le tempeste del mondo, non è saggio.
Quindi dimenticatene! Entra in
una relazione e goditela. Fin quando può durare, va bene.
Passando da una relazione
all’altra diventerai sempre più saggia, e la tua maggiore comprensione ti
aiuterà a trovare un partner con il quale puoi rimanere più a lungo, ed essere
più felice. Quella relazione non sarà una stupida relazione
d’amore. L’amore sarà uno degli ingredienti, ma la relazione sarà più basata
sulla comprensione.
L’amore va bene come
condimento, mm? Non farne un intero pasto. Aggiunge
aroma e sapore, ma questo è tutto...
tratto da: Osho, What Is, Is, What Ain’t,
Ain’t, # 4
QUALCHE
CONSIGLIO DI OSHO SULLE RELAZIONI
Vivi, e vivi intensamente, e non prenderla come
un'offesa personale se qualcuno non ti ama - non
serve.
Quando ami, dillo, e quando non
ami, di anche quello. Sii vero e sincero.
Gli amanti iniziano ad aprirsi completamente l'un l'altro quando sanno che ora anche le loro spine saranno
accettate, insieme ai loro fiori, che loro saranno accettati; non ci sarà
nessun rifiuto, neanche parziale.
Se entri in profondità
nell'altro, se conosci il suo sentire, i suoi pensieri, le sue profonde
emozioni, conoscerai anche le tue emozioni più profonde.
Gli amanti diventano specchio
l'uno dell'altro... e poi l'amore diventa meditazione.
Un mistero
per due
Un
amore che non si limiti all’aspetto più superficiale e romantico è un fenomeno
raro.
Il rapporto sentimentale è
un mistero. E poiché esiste tra due persone, dipende
da entrambe. Ogni volta che due persone s’incontrano, si crea un nuovo mondo.
Il solo fatto che esse si siano incontrate, ha creato un fenomeno nuovo, che non
c’era in precedenza, mai esistito prima. E attraverso
questo nuovo fenomeno, entrambe le persone sono cambiate e trasformate.
Al di fuori di una
relazione sentimentale sei in un modo; quando ne vivi una, immediatamente
diventi diverso. È successo qualcosa di nuovo. Tu crei il
rapporto, ma poi, a sua volta, il rapporto crea te. Due persone
s’incontrano, ciò
significa che due mondi si sono incontrati. Non è una cosa semplice, bensì
molto complessa, la più complessa che ci sia. Perché ogni persona è un mondo a sé – un mistero complesso
con un lungo passato e un eterno futuro.
All’inizio s’incontrano
solo le periferie, ma se il rapporto cresce in intimità, diventa più stretto,
più profondo, allora, poco a poco, anche i centri cominciano a
incontrarsi. Quando i centri s’incontrano – si chiama
amore.
L’amore è molto raro.
Incontrare una persona nel suo centro, vuol dire vivere in prima persona una
rivoluzione, perché se vuoi incontrare una persona al proprio centro, dovrai
permetterle di raggiungere anche il tuo. Dovrai diventare vulnerabile,
totalmente vulnerabile, aperto. È un
rischio... Per questo non ci apriamo mai.
Una semplice conoscenza, e
pensiamo che sia nato l’amore. S’incontrano solo le nostre periferie, e
crediamo invece di aver incontrato l’altro. Tu non sei il tuo strato
superficiale, la superficie non è che il tuo confine,
come una palizzata intorno a te, ma non sei tu! È dove tu finisci e il mondo
comincia. Quindi, la prima cosa da capire è di non
scambiare la conoscenza per amore.
tratto
da: Osho, La Mia Via: La Via Delle Nuvole Bianche
- ed. Mediterranee
Vi presento due libri che
penso abbiate già gustato: Alice nel Paese delle Meraviglie di Lewis
Carroll, e il suo Dietro
allo Specchio. Entrambi i libri non sono seri, per questo
mi piacciono. Entrambi sono scritti per
bambini, per questo li rispetto
infinitamente. Entrambi sono pieni di bellezza, grandeur, mistero
e brevi parabole che possono essere comprese a moltissimi livelli. Una di
quelle parabole mi è sempre piaciuta...
Alice arriva dal re – o
forse era la regina, ma non ha importanza – e il re chiede ad Alice: “Lungo la
strada hai
incontrato il mio messaggero che
veniva qui?”
Alice
risponde: “Nessuno ho incontrato,
o sire”.
Allora il re dice: “In questo
caso dovrebbe essere già arrivato”.
Alice non poté credere
alle sue orecchie,
ma per rispetto, stupita, rimase zitta, quieta come una lady inglese... Alice dev’essere
stata una perfetta lady inglese. Per puro formalismo non ridacchiò neppure.
Aveva detto di non aver incontrato nessuno, e il re pensava che avesse
incontrato qualcuno di no-me “Nessuno”! Dio mio, il re pensa che Nessuno sia un
uomo, che Nessuno sia qualcuno... di nuovo Alice risponde: “Sire, non le ho detto di aver incontrato Nessuno. Nessuno è nessuno!”
Il re rise e disse:
“Certo, è ovvio che Nessuno sia Nessuno, ma come mai non è ancora arrivato?”
Entrambi i libri, Alice nel Paese delle Meraviglie e Alice dietro allo specchio, contengono
bellissime parabole come questa. E il fatto più strano da ricordare è che Lewis Carroll non era il suo vero
nome... poiché era un matematico, e insegnava, aveva adottato uno pseudonimo. Ma che calamità, lo pseudonimo
divenne una realtà per il mondo intero, e l’uomo reale è stato completamente dimenticato. È strano che un
matematico, e per giunta un’insegnante, abbia potuto scrivere libri così belli.
Vi chiederete perché li ho
inclusi. Li includo perché voglio dire al mondo che per me L’Essere e il Nulla di Jean Paul Sartre, e Alice nel Paese delle Meraviglie di Lewis Carroll sono la stessa
cosa. Non fanno differenza alcuna. Di fatto, se dovessi scegliere tra i due,
sceglierei Alice nel Paese delle
Meraviglie e butterei a mare L’Essere
e il Nulla, in un punto così remoto dell’Oceano Pacifico che nessuno lo possa più ritrovare. Per me questi due libretti di Lewis Carroll hanno un profondo
valore spirituale. Certo, non sto scherzando... è
vero!
tratto
da: Osho, I libri che ho Amato, Ed. News Services Corporation
Quotine
da Alice
“Orbene, devi sapere che le tre sorelline stavano
imparando a disegnare schizzi...”
“Schizzi di che cosa?” disse Alice...
“Di melassa,” disse il
Ghiro, stavolta senza un attimo di riflessione... Alice non voleva offendere
ancora una volta il Ghiro e con molta cautela modulò un “Ma... io non capisco.
Da dove li prendevano questi schizzi di melassa?” “Se
si possono prendere schizzi d’acqua da un pozzo d’acqua,” disse il Cappellaio,
“converrai che si potranno anche prendere schizzi di melassa da un pozzo di
melassa, no? Grulla!”
“Quand’ero
della tua età, lo facevo sempre per una mezz’ora al
giorno. A volte arrivavo a credere fino a sei cose impossibili prima di
colazione”.
la Regina Bianca
Qui
siamo tutti matti. Io sono matto. Tu sei matta.
Come
lo sai che sono matta? - disse Alice -
Per
forza - disse il Gatto - altrimenti non saresti venuta qui
“Prendi più tè”.
“Non ne ho ancora preso per
niente, non posso prenderne di più.” Alice
“Vorrai dire
che non puoi prenderne di meno. È facile prendere più di niente.” la Lepre Marzolina.
“Se
un senso non c’è, questo ci evita un sacco di guai,
perchè non dobbiamo cercare di trovarlo.”
il Re di Cuori
L'Autore
Questi due libri di Alice
nascono dalla penna di Lewis Carroll,
uno dei pochi adulti riuscito a entrare con successo nel mondo pieno di
fantasie e innocenza dei bambini – un paese delle meraviglie tutto da esplorare
e da creare, dove ogni avventura ha come confini solo quelli
dell’immaginazione, in cui l’irreale diventa per un attimo reale, basta passare
da un significato all’altro della stessa parola, e in cui diventa possibile
anche l’impossibile, basta crederci... magari addirittura prima di colazione!
Un mondo dove i confini fra sogno e realtà si
confondono: nel ‘Paese delle meraviglie’
Alice alla fine si risveglia, scopre di aver sognato, e racconta il sogno alla
sorella, e questa si addormenta a sua volta, sognando Alice che sogna il suo
sogno! Nello ‘Specchio’ Alice si chiede addirittura quale sia
il sogno, se le sue avventure dentro lo specchio o la situazione dopo il
risveglio. E come non ricordare qui la storia del maestro taoista
Chuang-Tzu che, dopo aver sognato di essere una
farfalla, al risveglio si chiede se ora non sia per caso una farfalla che sta
sognando di essere Chuang-Tzu!
Una miniera di giochi di parole, nonsense, logica portata alle sue estreme assurde
conseguenze, regalataci appunto da un professore di matematica e logica ad
Oxford, Charles Lutwidge Dodgson (Lewis Carroll è solo lo pseudonimo, anche questo un gioco di
parole sul suo nome reale, con cui pubblicava questi e altri ‘libri per ragazzi’) vissuto nell’Inghilterra fine ‘800, in epoca
vittoriana.
Gran creatore di indovinelli,
e anche di quelle poesiole caratteristiche inglesi
che sono i nonsense, appassionato di giochi – e
ciascuno dei due libri fa perno su dei giochi: le carte e il croquet nel Paese
delle Meraviglie, e gli scacchi nello Specchio – Dodgson
amava passare molto tempo coi bambini. E l’Alice del ‘Paese
delle meraviglie’ è in realtà la figlia decenne –
anche se nel libro ha solo sette anni – del decano del Christ
Church College di Oxford, dove Dodgson
insegnava. Il libro infatti non è che la trascrizione,
riveduta più volte e pubblicata qualche anno più tardi, di una storia
raccontata a lei e alle sue sorelle (Lorina ed Edith Liddell)
durante una gita in barca sul Tamigi – in un caldo pomeriggio estivo, nel
luglio del 1862 – in compagnia di un altro professore di Oxford.
Lo spunto per il secondo libro arriva invece
qualche anno più tardi, quando Dodgson incontra una
seconda Alice, cugina della prima. Un pomeriggio sente dei bambini giocare e
qualcuno chiamare: “Alice!”, esce subito per conoscere questa nuova Alice, la
invita in casa e le regala un arancia, chiedendole
poi: “In che mano tieni stretta l’arancia?”. Alice risponde ‘la
destra’, e Dodgson continua
il gioco e le chiede: “E se guardi nello specchio, in che mano è l’arancia?”. E Alice risponde: “L’Alice nello specchio l’ ha nella sua
sinistra; tuttavia, se io fossi stata all’interno dello specchio, l’arancia
sarebbe ancora nella mia destra”.
Ed è questo lo spunto per la prossima avventura,
per il secondo libro di Carroll... “A un certo momento il vetro dello specchio iniziò a
diventare soffice come una garza, a liquefare, a trasformarsi in nebbia... poco
dopo Alice passò attraverso il vetro e saltò in punta di piedi nella stanza
dello specchio”... un’avventura in un mondo che funziona all’incontrario.
Di fronte al clamoroso successo dei due suoi libri
che hanno Alice come protagonista, le opere seguenti di Carroll:
The hunting of the Snark e Sylvie
e Bruno sono pochissimo diffuse,
e solo la seconda è stata tradotta in italiano.
Le Storie
“Alice nel paese delle meraviglie” inizia proprio
dalla situazione della famosa gita in barca: Alice è sulla riva del fiume,
annoiata, un po’ sonnolenta per il gran caldo, quando vede un coniglio bianco
sparire in una tana... ma prima di entrare, il
coniglio tira fuori l’orologio da una tasca del panciotto e mormora: “Mio dio!
Mio dio! Arriverò in ritardo”. Alice non trova niente di strano in tutto
questo, anzi, la sua curiosità si accende e così segue il coniglio nella
tana... e con lei il lettore,
entrando in un paese delle meraviglie, visto attraverso gli occhi
di Alice, un luogo dove non c’è bisogno di tempo per crescere, si diventa più
grandi o più piccoli a volontà, si prende il te in compagnia di una lepre, un
ghiro e del Cappellaio Matto, si gioca a croquet – usando fenicotteri come
mazze e un riccio come palla – in compagnia della Regina (di un mazzo di
carte!) e così via...
Lo Specchio invece è la metafora di una partita a
scacchi – descritta nella prefazione. Alice è un pedone bianco che attraversa
l’intera scacchiera, incontrando solo i pezzi/personaggi che stanno nelle
caselle vicine. Alla fine raggiunge la sponda opposta della scacchiera, si trasforma
in regina, cattura la regina avversaria e vince:
scacco matto!
Più che la trama comunque,
è il mondo creato da Alice, o meglio da Carroll, a
scatenare la fantasia del lettore: un mondo di sogno dove i gattini si
trasformano in regine e i fiori cominciano a parlare come vecchi uomini saggi. Un mondo pieno di personaggi ormai famosissimi come lo Stregatto (il gatto del Cheshire),
Tweedledum e Tweedledee, Humpty Dumpty, il Cappellaio
Matto, il Bruco, la Lepre Marzolina, le varie Regine e i Re.
Un mondo dove il tempo ha regole tutte sue – esemplificate dall’orologio del Cappellaio Matto, che segna
il giorno ma non l’ora, e che viene anche imburrato e inzuppato nel tè – dove
si distribuiscono fette di torta ancora prima di tagliarla...
Dove parole e regole vengono
capite e prese alla lettera:
Alice: “Puoi
dirmi, per favore, da che parte posso andarmene da qui?”
Il Gatto:
“Tutto dipende da dove vuoi andare”.
Alice: “Non mi importa dove...”
Il Gatto:
“Allora non importa da che parte vai!”
Alice: “...purché
arrivi da qualche parte”.
Il Gatto: “Oh, là ci arriverai di certo,
basta che cammini abbastanza.”
“La regola
è: marmellata domani e marmellata ieri, ma mai
marmellata oggi. Marmellata a giorni alterni: e oggi non è un giorno alterno”.
La regina
bianca.
I libri non sono solo una critica (autocritica)
del sistema educativo e dell’insegnamento rigoroso delle
buone maniere tipici del periodo vittoriano, ma anche una satira della
società inglese: quando ‘Nel paese delle meraviglie’
il mazzo di carte diventa vivo, re e regine hanno tutti i tic della ‘buona società’ dei nobili inglesi del tempo, la stessa mania
dell’etichetta, unita a modi arroganti e imperiosi – ‘Tagliategli la testa! ...
Tagliate la testa a tutti!’, è la frase fissa della
regina.
Pretese, ipocrisie e manierismi di un mondo di adulti visti con gli occhi penetranti e puliti del
bambino. Un aiuto a riscoprire il bambino che si nasconde tuttora in tutti noi.
Alice in
Italia
I due libri di Carroll hanno avuto in Italia grande
successo e diverse edizioni: per Alice
nel paese delle meraviglie la prima risale addirittura al 1872, e la più
‘classica’, quella tradotta da Emma C. Cagli, a quasi un secolo fa. L’opera di Carroll, osteggiata durante il fascismo, ha goduto in
seguito di decine e decine di traduzioni, pubblicate
dai più svariati editori: Rizzoli, Bompiani, Einaudi Garzanti, Mursia e così via.
Delle tante
ne vogliamo indicare due un po’ diverse, e magari difficili da trovare,
quella di Masolino D’Amico (Longanesi)
che è la versione italiana dell’edizione annotata da Martin
Gardner, fondamentale per uno studio approfondito del
testo – meglio se l’avete già letto! E la traduzione dello scrittore Aldo Busi (Feltrinelli) che riesce ad
attualizzare il testo con riprese e allusioni agli anni sessanta, specialmente
nelle varie filastrocche e poesie... ricreando così in modo originale i
riferimenti di Carroll che riprendeva, e stravolgeva, filastrocche molto in voga ai suoi tempi, più
di un secolo fa; Busi fa lo stesso con riferimenti ai
Caroselli e persino al “Dadaumpa” delle mitiche
gemelle Kessler: un’edizione non da bambini, magari,
ma per quaranta-cinquantenni.
In Rete si possono trovare i due libri di Carroll
in formato e-book (www.romanzieri.com) e una divertente edizione multimediale di Alice nel paese
delle meraviglie
(www.cponline.it/alice). Interessanti anche Meraviglie nel paese di Alice di Piergiorgio Odifreddi
e La Ricreazione di Alice di Adele Cammarata (ricchissimo di informazioni, quest’ultimo,
talvolta molto per ‘addetti ai lavori’).
18
Fin dai
tempi di Adamo ed Eva
La lunga lotta di Osho
contro le assurde imposizioni dell’autoritarismo.
Quando per la prima volta
ho letto la storia di Adamo ed Eva e della loro
espulsione dal Paradiso Terrestre, sono andato da mio padre per mostrargliela. E lui mi ha chiesto: “Ma perché mi stai facendo vedere
questa storia?”.
Gli ho
risposto: “Lo faccio perché tu possa capire: niente ‘devi far questo’ e niente ‘non devi far quest’altro’, altrimenti
dovrò disobbedire.
Persino dio non è riuscito a farcela; non ci riuscirai
nemmeno tu. La storia è chiara”.
Lui ha commentato: “Sei
arrivato a ben strane conclusioni! Si racconta questa storia così che la gente
non disobbedisca, e tu invece arrivi alla conclusione che la storia dice che nessuno dovrebbe essere autoritario, dare ordini”.
Ho risposto: “Ma è
chiarissimo: nel giardino dell’Eden c’erano milioni di alberi;
se dio non fosse stato così stupido, credo proprio che Adamo ed Eva non
sarebbero riusciti a trovare l’albero della conoscenza e l’albero della vita
nemmeno a tutt’oggi. È lui il responsabile della loro
disobbedienza, e se qualcuno deve essere punito, quel qualcuno è dio. E quindi ti avverto: se mi ordini di fare qualcosa, farò
esattamente l’opposto, a qualunque costo. Potrò soffrirne le conseguenze, potrai averne tu dei danni, o chiunque altro, ma una cosa è
certa: l’obbedienza non sarà il mio modo di vivere. Di sicuro tu puoi
consigliarmi, ma la scelta – se fare o non fare
qualcosa – sarà sempre mia”.
Tutta la mia famiglia era
continuamente preoccupata. Ed era naturale...
Nella mia città c’era un
bellissimo fiume... a flusso molto irregolare: durante le piogge poteva diventare all’improvviso impetuoso e molto grande,
troppo, mentre invece in estate si prosciugava e diventava piccolo. Durante la
stagione delle piogge la corrente era così forte che
attraversare il fiume a nuoto era quasi come cercare una morte certa. Ma io ho detto a mio padre: “Questo fiume per me è una
continua sfida. E così sono pronto, attraverserò questo fiume quand’è in piena – anche se dovessi morire”.
Diventava
largo almeno un miglio, ci sarebbero volute almeno tre, quattro ore per attraversarlo.
E la corrente era così forte che non potevi
attraversarlo in linea retta. La corrente ti spingeva verso valle, così se
riuscivi a raggiungere l’altra sponda – se sopravvivevi – ti saresti
trovato sulla riva opposta ad almeno cinque, sei miglia più a valle. Poi
dovevi camminare, risalendo il fiume per dodici miglia – e solo così potevi
riattraversarlo e tornare indietro allo stesso punto da dove eri partito. C’era
bisogno di una giornata intera.
Mio padre mi ha detto di
non farlo. Gli ho risposto: “Non mi stai dando un consiglio, mi stai dando un ordine. E io lo farò”.
Tutta la famiglia era in
agitazione: ”Sei così giovane, è una cosa pericolosa. Non ci ha mai provato
nessuno; nemmeno i migliori nuotatori del posto non si sono mai azzardati”.
Ho ribattuto: “Questo
rende più interessante la sfida”.
Avevo contro tutta la
famiglia: mi hanno persino minacciato, dicendo che se fossi
sopravvissuto non mi avrebbero più permesso di tornare in casa. Ho risposto che
andava bene, che mi sarei seduto fuori dalla porta di
casa.
È stata un’impresa
difficile. Ci sono stati momenti in cui ho pensato che forse non era possibile
raggiungere l’altra riva. È stato arduo, faticoso, ma ce l’ho
fatta... e poi le dodici miglia di camminata per risalire il fiume.
Sono tornato a casa verso
sera. Non sono entrato in casa, mi sono seduto sui
gradini subito fuori. Erano tutti stupiti nel vedermi... che ero tornato vivo.
Mia madre mi ha chiesto: “Perché non entri?”.
“L’hai detto tu che, anche
se fossi sopravvissuto, non mi avresti fatto entrare
in casa. Così sto fuori sui gradini. Se hai qualche problema
mi posso anche sedere in strada,” ho risposto.
Poi è arrivato mio padre e
mi ha tirato dentro, dicendo: “Ci dispiace. Non avremmo mai immaginato che ce l’avresti fatta. Non sai in che stato di disperazione
siamo rimasti per tutto il giorno”.
Gli ho risposto: “Ma
l’estasi che ho provato io... a confronto la vostra disperazione non ha alcun
significato. Ho una proposta da farvi... la prossima volta venite anche voi con
me. Tutti gli zii sono invitati a venire con me. È
un’impresa tremenda, ma una volta compiuta, qualcosa dentro si cristallizza...
mi sento più forte che mai!”.
A scuola c’erano problemi
in continuazione, perché non credevo in alcuna autorità.
Ho amato i cappelli fin
dall’infanzia, ma a scuola ho dovuto smettere di portarli... perché era
obbligatorio: non potevi andare a scuola senza cappello. La mia famiglia mi
diceva: “Ma i cappelli ti piacciono!”
Io
rispondevo: “Mi piacciono i cappelli, certo, ma amo di più la libertà... ancora
di più della mia testa! Se devo giocarmi la testa, la
perderò volentieri, ma non posso perdere la mia libertà. Sono stato chiamato
dal preside della scuola, devo andarci domani, e sono molto eccitato per questo incontro”.
Il preside pensava che gli
sarebbe bastato minacciarmi e le cose si sarebbero sistemate. Sono entrato
nella sua stanza e gli ho detto: “Prima che inizi a minacciarmi – e lo so che
lei usa punizioni corporali – se mi fa del male, vado dritto alla stazione di
polizia. Le punizioni corporali sono proibite, è una cosa illegale: lei avrebbe
dei problemi inutili; non voglio che lei abbia dei problemi. Così, come prima
cosa lasci perdere tutto quello che aveva in mente di
fare. Da uomo a uomo, discutiamo insieme la questione.
Se lei riesce a convincermi... Io amo i cappelli, ma
se lei me lo ordina e basta, allora non c’è modo di farmi usare un cappello”.
Gli ho chiesto: “Che
relazione c’è fra un cappello e l’istruzione? Aumenta forse l’intelligenza
dell’uomo?”.
“A queste cose non avevo
mai pensato.” Ha risposto.
Allora gli ho detto: “Ci
pensi e faccia delle ricerche; consulti le autorità superiori. Lei deve provarmi
la rilevanza del cappello. Sono venuto a scuola per essere educato: se il
cappello può aiutare l’intelligenza, lo indosserò ben volentieri. Ma deve provarmelo”.
La realtà è che in India
gli abitanti del Punjab sono i soli... usano il
turbante, è una cosa che fa parte della loro religione: un Sikh
deve usarlo, altrimenti non è un Sikh. E sono le persone meno intelligenti di tutto il paese. Gli
abitanti del Bengala non usano cappelli, nessun copricapo, e sono le persone
più intelligenti del paese. Nessun abitante del Punjab
si è mai distinto agli occhi del mondo per la sua intelligenza. Non hanno mai
ricevuto premi Nobel. I bengalesi sono diventati
famosi nel mondo. Hanno conseguito il premio Nobel per la scienza, il premio
Nobel per la letteratura, e un mucchio di altri
prestigiosi riconoscimenti.
Ho detto al preside:
“Questo prova che i turbanti sono un ostacolo per l’intelligenza dei poveri Sikh. I Bengalesi, senza
berretti, senza turbanti, senza cappelli, sembrano avere le menti più fresche,
una maggiore intelligenza. Hanno creato la miglior letteratura di tutta
l’India, un’arte sublime, sono i poeti migliori, e il loro linguaggio è una
bellezza. Persino se due Bengalesi litigano, non
riesci a immaginare che sia un litigio, da tanto è
dolce la loro lingua”.
Il preside ha concluso: “Ti chiamerò quando avrò risolto questo problema,
ma tu sembri essere un caso difficile”.
“Sì, è vero. Ma mi chiami solo quando ha prove sufficienti...” gli
ho risposto.
E ho passato il resto della
mia vita scolastica senza cappello. Naturalmente molti altri studenti smisero
di mettere il cappello. Un giorno il preside mi ha chiamato per dirmi: “Questo
è troppo! Non usi cappelli e stai fomentando una sorta di ribellione, di
disobbedienza: ora neanche gli altri usano il cappello”.
Gli ho risposto: “Io non
ho detto niente a nessuno: usarlo o meno fa parte
della loro libertà. Una cosa è certa, lei non è riuscito
a trovar nessun argomento per provare che sia di aiuto all’intelligenza. E a lei posso dire di sicuro che non dovrebbe usare il
cappello! Non è dignitoso... perché vuol distruggere la sua intelligenza?”.
Al college,
usavo portare una lunga veste e un lungi
che mi avvolgevo intorno ai fianchi – come si usa in India – e nessun bottone
sulla veste, così che rimanesse aperta davanti, sul petto. Ed ero molto in forma, sano e robusto... ottantacinque chili. Il preside
mi ha detto: “Venire al college senza bottoni è
contrario all’etichetta”.
“Allora cambi l’etichetta”
Gli ho risposto,” perché il mio torace ha bisogno di
aria fresca. E io decido sulla base dei miei bisogni, non a
seconda delle opinioni altrui sull’etichetta”.
Nel mio primo anno al college ho vinto la gara di dibattiti fra tutte le
università dell’India, e il professore che la dirigeva - ora è morto, Indrabahadur Khare - era un uomo
vestito sempre in modo impeccabile. Ogni cosa che lo riguardava era
impeccabile. Mi ha portato in uno studio fotografico vicino al college, perché
volevano farmi una foto da mettere sui giornali, sulle
riviste e soprattutto per la rivista del college: avevo vinto una competizione
tra tutte le università dell’India, ed ero solo uno studente del primo anno.
Per tutto il tragitto fino
allo studio il professore è stato molto teso. E appena entrati, mi ha detto: “Scusa, ma senza i bottoni... cosa sembrerà
questa tua fotografia?”
“Sembrerà proprio come me!
Non l’ha vinto lei il dibattito, l’ho vinto io. E
mentre dibattevo, i bottoni non c’erano, per cui qual
è il problema adesso? Se posso vincere il dibattito
senza bottoni, allora la mia fotografia sarà senza bottoni!” Gli ho risposto.
Mi ha proposto: “Fa’ una cosa, prendi la mia giacca – ed era un uomo minuto –
ti andrà bene. Basta che la metti sopra ciò che
indossi e la foto verrà benissimo.”
Gli ho risposto: “Allora è
meglio che ci stia lei qui al mio posto, così la foto diventa qualcosa di
veramente impeccabile, e poi usiamo quella”.
Ha ribattuto: “Questo non
è possibile. Sarebbe semplicemente deplorevole. Il preside mi direbbe che questa è la mia
fotografia e poi...”.
Così gli ho detto: “Lei
deve ricordarsi che la mia foto deve essere come me.
Non posso usare la sua giacca. O viene fatta una foto
senza bottoni, o non mi interessa. Decida lei”.
È
stato costretto a prendere una decisione per nulla impeccabile. Mi ha detto:
“Non ho mai fatto nulla di sconveniente e non ho mai permesso a nessuno di fare
qualcosa di sconveniente. Tu sembri essere una strana persona.”
“Ma
questo non è sconveniente!” Gli ho risposto.
autodisciplina, non
autorità
La disciplina ti rende integro, intero, ti dà una
certa cristallizzazione... e senza non è possibile
crescere in consapevolezza. L’autorità ti rende schiavo. Con la
disciplina vivi una vita organica e armoniosa... Ma guarda come
l’autoritarismo ha distrutto l’umanità... fin dall’inizio. Era un ordine,
autoritario, di Dio che Adamo ed Eva non potessero
mangiare dai due alberi della conoscenza e della vita eterna. E qual’è stato il risultato? Il
risultato è stato la disobbedienza. Se ti forzano a
obbedire, in te si crea - se ne hai il coraggio - la disobbedienza. Vuoi fare
esattamente l’opposto!
Ho lottato contro l’autorità per tutta la vita. Ma
non ho mai dimenticato questa differenza - al contrario, tanto più ho lottato
contro chiunque abbia cercato di impormi la propria
autorità, tanto più ho cercato di dare a me stesso una disciplina.
Credo nella disciplina. La parola ‘disciplina’ è
molto bella. La sua radice significa imparare: un uomo di disciplina è un uomo che sta sempre imparando, senza pregiudizi e senza
conclusioni preconcette.
I testi di queste pagine sono tratti da: Osho, From Bondage do Freedom # 21
Non sono io
che faccio
Quante
persone diventando vecchie si trovano ad essere piene
di rimpianti, per le cose non fatte o per quelle che vorrebbero aver fatto
diversamente... questo diventa un peso, un generico senso di colpa, di
frustrazione e di impotenza perché il passato non è più modificabile. Ecco
l’esperienza di un uomo che ha vissuto la vita gustandola appieno e nel contempo riconoscendo che non è lui colui che fa, che ha
tutto sotto controllo – bensì che la vita scorre e si sviluppa secondo leggi
del tutto proprie. Intervista di Parigyan
Il mistico Gurdjieff ha detto che un uomo diventa un vero uomo, solo se ha
sviluppato così tanta energia e forza creativa, tale da poter mantenere con ciò
venti persone. Kavish appartiene molto sicuramente a
questo tipo di uomini: cresciuto in condizioni
modeste, è riuscito a diventare un allevatore di cavalli di successo,
multimiliardario. Oggi, in età matura, conduce una vita semplice, e creativa:
fa terracotte e poi recentemente ha scritto anche un
libro.
OTI: Hai chiamato
il tuo libro ‘Bilancio di un’anima’, stai davvero facendo il bilancio della tua
vita? E, qualche volta, pensi anche alla morte?
Kavish: Sì, quando hai settantatré
anni ci pensi sicuramente più spesso. Quando ne hai
quaranta, pensi invece che hai ancora tanto da vivere; perciò a volte rammento
a me stesso che la mia vita qui sulla terra ha un termine. Da una parte c’è la
curiosità della morte stessa. Ma dall’altra c’è anche un po’ di tristezza: mi
gusto la vita così tanto, che mi riesce difficile
doverla lasciare. Sono stato già molto vicino alla morte, una volta. Sedevo
nella Buddhahall durante la meditazione White Robe, quando ho avvertito improvvisamente un
fortissimo dolore al braccio sinistro e al petto: era un infarto. In quel
momento ho pensato solo: è arrivato il mio momento. In
qualche modo mi andava assolutamente bene: ero del tutto presente e
completamente rilassato. Ero pronto per andare. Quando il dolore diminuì un po’, mi misi a pensare che se morivo, Samy, la mia donna, non avrebbe avuto proprio niente di
mio. E così più tardi mi sono seduto e ho scritto il
mio testamento. Naturalmente lei se n’è accorta e mi ha chiesto cosa stessi scrivendo. “Be’,
niente, solo il mio testamento”, ho detto. E per questo motivo poi ci siamo
sposati, anche se io prima non mi ero mai voluto
sposare.
OTI: E ti sei
ripreso completamente?
Kavish: Sì. In Germania poi sono andato dal medico
per un checkup completo; lui mi ha detto che era stato
davvero un infarto, di un tipo però solitamente non letale. E
da allora non ho più avuto nulla al cuore e al momento sembra sia tutto a
posto.
OTI: Quali sono
le cose ancora importanti alla tua età, che ti danno piacere e tramite le quali
desideri ancora continuare a crescere?
Kavish: Il creare oggetti in
terracotta e soprattutto il posto qui all’Osho Resort. Godo così
tanto di questo posto: arrivo qui e mi sento proprio bene in questa
energia. La cosa più bella nel creare oggetti in terracotta è stare seduto al tornio,
avere un pezzo di argilla, che non è altro che terra,
e vedere, e sentire, come ne venga fuori qualcosa: qualsiasi cosa poi diventi.
Non riesco neanche a tradurre in parole come tutto questo mi ‘riempia’: è come se fosse una profonda meditazione, e tutto
il resto scompare. In quel momento qualsiasi tipo di pensiero non ha più nessuna energia. Viene per così dire gettato via dalla forza
centrifuga del tornio... Ci sono stati dei periodi, quando ero a Monaco,
durante i quali facevo davvero poche terracotte, ma l’estate scorsa mi sono messo su uno studio
nuovo. È stato un tale divertimento! E da allora
faccio di nuovo terracotte regolarmente. Ne ho fatti
70 o 80 pezzi, che poi ho regalato a una lotteria per
i bambini del Kosovo.
OTI: Ti occupi anche di politica mondiale?
Kavish: Molto poco. So, che i giornali dicono bugie e che anche la televisione fa lo stesso e l’ho
sperimentato sulla mia stessa pelle. Ho rilasciato delle interviste ai
giornali, ai tempi quando ero ancora nel mondo degli
affari e loro dopo hanno riportato... della gran robaccia. Sono interessati
solo allo scoop. Un po’ mi tengo informato: anche quando sono a Pune mi collego
dal mio laptop alle notizie in internet, ho davanti a
me tutto ciò che succede nel mondo. Non tendo a voler cambiare il mondo. Il
mondo va bene, così come è ed è a posto. Dobbiamo solo
essere aperti. Devo trovare la pace dentro di me.
OTI: Ci sono
ancora piani per il futuro, o desideri, cose che vuoi fare nella tua vita? O ti senti pronto ad andartene in qualsiasi momento?
Kavish: Si, si potrebbe dire anche così. Forse mi
auguro di diventare un po’ più libero dalle emozioni e dalle abitudini... Ma mi basterebbe anche così, non ho uno scopo verso il quale
sto puntando. Sono veramente felice. Potrei andare. Scrivendo il libro sono
arrivato per la prima volta estremamente vicino ai
miei condizionamenti. Ne nomino uno: voler essere ad ogni costo quello buono,
dover sempre fare qualcosa che vada a genio a qualcun’altro.
A questo proposito posso vedere letteralmente mia madre, che mi diceva: “Devi
farlo veramente bene, meglio che tuo padre!”. E questo
tornava fuori sempre. E proprio scrivendo il mio libro, ho sperimentato per la
prima volta, che non sono schiavo del condizionamento
di dover fare le cose bene, nel migliore dei modi, per gli altri.
Per me la vita è un grosso regalo. Sono pieno di
gratitudine per una vita così ricca... e per una salute relativamente buona
alla mia età. Le cose mi vanno bene! E non sono un
santo, fumo persino. Tutto ciò che ho fatto nella mia vita, l’ho fatto con totalità. A questo proposito, ti racconto di un
piccolo episodio: più di vent’anni fa ero a Bad Wörrifshofen per una
cura termale; sedevo davanti al medico del centro termale e lui mi chiede: “Che
fa di bello?” E io rispondo: “Lavoro. Ho appena messo su una fabbrica, che
comincia adesso l’attività e non ho tempo per altro”. “Così non va,” mi rispose “lei ha bisogno di qualcosa come
compensazione, vada a nuotare o meglio ancora meglio, vada a cavallo. Per
quanto ne so lei di soldi ne ha, si compri un
cavallo”.
E che cosa ne è venuto
fuori? Nei cinque anni successivi misi su un allevamento di sessanta cavalli. E sono diventato molto bravo a cavalcare!
OTI: Cavalchi
ancora?
Kavish: Fino a due anni fa, ma ormai è acqua
passata. Anche questo è un regalo dell’esistenza:
quando qualcosa è finito, lo lascio andare del tutto. Ma
non faccio nulla, non ho mai fatto qualcosa. Quando perseguo qualcosa, ci vado
con totalità e quando la lascio andare, anche allora
lo faccio totalmente. Ma non ci si può fare nulla. È
sempre stato così: succede ciò che deve succedere.
liberamente
tratto
dall’Osho Times tedesco
Del libro di Kavish, Bilanz einer Seele, Ed Innenwelt non
esiste per il momento una traduzione in italiano.
Hai mai visto i cigni
lasciare il lago? Mi viene in mente Ramakrishna. Il
suo primo samadhi,
la sua prima visione del divino, della verità, della beatitudine, accadde quando aveva solo tredici anni. Ritornava dai campi
– era figlio di un contadino, e stava rientrando a casa. Lungo la via c’era un
lago. La stagione delle piogge era vicina, i monsoni si
stavano avvicinando. Il cielo si era coperto di nuvole, nuvole scure, tuoni, lampi, e Ramakrishna
si mise quasi a correre, perché sembrava che stesse per diluviare. Mentre
costeggiava il lago, i suoi passi affrettati disturbarono i cigni del lago che
si alzarono in volo tutti insieme.
I cigni sono tra gli uccelli più maestosi, i più
bianchi – simboli di purezza, innocenza. Una lunga fila di
cigni si alzò in volo all’improvviso, stagliandosi contro l’oscurità del
cielo. Ramakrishna si sentì trasportato in un altro
mondo. La visione era così bella, ed era un messaggio così potente che si
lasciò cadere a terra, sulla riva del lago, in estasi assoluta. La gioia era
tanta che non riusciva a contenerla, perse quasi coscienza del mondo che lo
circondava.
Gli altri contadini stavano facendo
ritorno a casa, e erano tutti di fretta; il cielo si era coperto di nuvole e la
pioggia era vicina, volevano arrivare a casa. Trovarono Ramakrishna
steso sulla riva del lago, privo di coscienza, ma sul suo volto c’era una tale
gioia, il suo essere emanava una tale luce, che tutti si inginocchiarono
davanti a lui. L’esperienza era del tutto straordinaria,
non di questo mondo.
Portarono a casa Ramakrishna,
e si misero a venerarlo. Quando riprese conoscenza, gli chiesero: “Cos’è successo?”. “Un messaggio dall’aldilà” disse Ramakrishna. “‘Ramakrishna, diventa un cigno! Apri le ali, il cielo intero ti appartiene. Non lasciarti
intrappolare dal lago e dalle sue comodità, dalle sue
sicurezze.’ Non sono più la stessa persona. Ho ricevuto una chiamata!”. E da quel giorno non fu più la stessa persona: i cigni che
si erano levati alti nel cielo avevano fatto scattare qualcosa.
Buddha dice: Come i cigni, si levano in volo e
lasciano il lago – è come se Buddha stesse facendo una predizione su Ramakrishna. La distanza è vasta, venticinque secoli, ma la
predizione è vera; e non riguarda solo Ramakrishna,
ma tutti coloro che si risveglieranno, tutti i buddha.
tratto
da: Osho, The Dhammapada,
Vol 3 # 5
Ognuno a
modo suo
L’illuminazione
non si può imitare
Osho, se mai mi illuminassi, sarò pazzo come
te?
Pazzo lo sarai di certo, ma a modo tuo. Non puoi essere pazzo come me. La tua pazzia avrà una sua
individualità. Krishna è pazzo a modo suo, ma è
accaduto solo una volta, non si ripeterà più. Pensa a Krishna
che suona il suo flauto, non puoi vedere Cristo che suona un flauto. Lui è
pazzo a modo suo: si porta in spalla una croce. Ora, che rapporto puoi trovare tra un flauto e una croce? Prova a mettere un
flauto accanto a una croce e vedrai che è una
combinazione assurda, una combinazione surreale.
Meera si illuminò
e si mise a danzare e danzare. Per tutta la vita danzò di villaggio in
villaggio, intonando canti devozionali. E Buddha si illuminò e divenne del tutto silenzioso, quieto,
immobile. Non a caso le prime statue di marmo sono state rappresentazioni di
Buddha: lui sembrava una statua, se ne rimaneva seduto come una statua. Fare una statua di Meera invece, è
difficile, del tutto impossibile. Meera è
assolutamente dinamica. Assomiglia più a un fiume che
a un pezzo di marmo. Non puoi creare una statua di Meera… la statua non sarà in grado di danzare. E senza danza, Meera non esiste.
Le statue di Meera si possono fare solo con l’acqua,
non con le pietre. Sì, in una fontana è possibile creare una ‘statua’ di Meera: dinamica, danzante.
Questi individui non
compaiono mai due volte. Tutti gli illuminati sono unici. Proprio l’altro
giorno ti stavo raccontando del ‘Buddha che ride’ giapponese: rise per tutta la vita. La risata era il
suo messaggio.
Il divino non si ripete
mai. Arriva sempre con forme nuove, nuove espressioni,
nuove rivelazioni. E non usare mai la parola se: tu diventerai illuminato! Non avere
tanta paura. Perché se? Qui non ci sono se e ma: tu diventerai illuminato, perché
l’illuminazione non è qualcosa che devi raggiungere, è la tua natura
intrinseca. Un giorno qualunque: vai dentro di te, e sei
illuminato… in qualunque giorno: andrà bene lunedì, ma anche martedì! E ci sono solo sette giorni…
In qualunque momento ti
volgi all’interno! L’illuminazione non è una meta lontana, è
molto vicina, la cosa più vicina. Persino dire che è
vicina è sbagliato, è te! Non esiste
distinzione tra te e l’illuminazione. Conosci te
stesso e sei illuminato, e sei già lì! Non devi aggiungere nulla al tuo essere.
Hai solo bisogno di una svolta di centottanta gradi… e sarai pazzo.
Sì, è
meglio definire pazzi gli illuminati, perché le cosiddette persone sane nel
mondo in realtà sono folli. Se i cosiddetti sani
sono sani, allora Buddha è pazzo, Cristo è pazzo, io sono pazzo, e presto o
tardi… anche tu sarai pazzo! Spero sia presto.
Ma una cosa è certa: non
sarai come me, e non hai bisogno di esserlo. È bene che tu non possa essere
come me, altrimenti ci sarebbero imitazioni, ci
sarebbero attori, e impostori. Molti hanno tentato, è così che sono nate le
religioni. Milioni di persone hanno tentato di essere come
Cristo, neppure una è diventata un cristo. Ci hanno provato a milioni e
invece di diventare cristo sono diventati cristiani,
ed essere cristiani è brutto, stupido, poco intelligente. Essere un cristo è
davvero qualcosa, ma se vuoi diventare un cristo non puoi imitare Cristo.
Impara da lui, assorbi la sua essenza, ma ricorda: in te il divino si
manifesterà in un modo totalmente diverso, e imprevedibile, non si possono fare
previsioni. Non posso dire come si manifesterà in te, poiché dio è la persona
più pazza del mondo: imprevedibile, del tutto imprevedibile.
Troverà qualcosa di nuovo. Ed è bene che trovi sempre qualcosa di nuovo, perché
attraverso le novità il mondo si arricchisce sempre di
più. Prova a immaginare: Buddha è uguale a Cristo, e
anche Krishna, e Mahavira, Zaratustra, Lao Tzu, Chuang Tzu, tutti uguali a Cristo…
sarebbe un mondo molto triste, e noioso. Ti stuferai. È bene che ogni tanto
scompaia la croce e appaia il flauto, ed è bene che ogni tanto dio arrivi
danzando e altre volte
sia silenzioso…
Tu sei unico, come ogni
individuo. Non esistono due persone uguali. Come
possono esistere due buddha uguali? Neppure due persone qualsiasi sono uguali, neppure due
sassolini sulla spiaggia sono identici. Le tue impronte digitali sono solo tue… che dire delle impronte della tua interiorità? Saranno
uniche, distinte, incomparabili.
tratto da: Osho, The Fish in the Sea is not Thirsty # 5
Una bella
risata
Ciò che ti viene naturale quando
ti illumini
Layman P’ang ha detto:
Nelle
attività quotidiane, senza discriminazione, io, da solo, sono naturalmente in
armonia. Senza afferrare o respingere in alcun luogo,senza
muovermi con o contro. Chi considera onorabili il cremisi e il viola? Sui monti
non c’è neppure un granello di polvere. Poteri spirituali e
doti meravigliose: tirar su acqua dal pozzo e trasportare legna per il
focolare.
Ogni affermazione di Layman P’ang è significativa:
Nelle attività quotidiane senza discriminazione – rimanendo semplicemente in
silenzio e facendo ciò che c’è bisogno di fare – io, da solo, sono naturalmente
in armonia. Poiché non c’è discriminazione, non esiste
alcun ostacolo all’armonizzazione. Portare l’acqua o tagliare
la legna o cuocere un pasto, non c’è la mente tra l’attività e la tua
consapevolezza. Nasce un tipo totalmente nuovo di attività
– un’armonia. Tu sei in armonia e il tipo di attività
non ha alcuna importanza...
Un meditatore è naturalmente in armonia. Tutte le
sue attività sono una specie di danza, egli diventa uno con ciò che fa. Il
gesto di portare l’acqua non è separato dall’acqua che viene
portata; il gesto dello spaccare legna non è separato, egli diventa l’azione
stessa. Ogni azione perde la vecchia qualità, per cui
eri tu a farla.
Ora colui che agiva è
svanito, ed è rimasta solo l’azione. E poiché è
rimasta solo l’azione, il danzatore non c’è più, c’è solo la danza, e da qui
sorge una naturale armonia. Sebbene sia colma di infinita
beatitudine, non c’è desiderio di possederla, non c’è la paura di perderla. Ti
senti così pieno e così consapevole che è naturale... è la tua natura: non hai
bisogno di possedere la tua natura.
Senza cercare di afferrare o
di respingere,in alcun luogo. Senza muovermi con o
contro – tutti i problemi del pro e contro appartengono alla mente. Quando la mente non c’è più, tu non sei più né pro né
contro: sei semplicemente lì...
Chi considera onorabili il
cremisi e il viola? P’ang è un buddista, e nel
buddismo i colori viola e cremisi sono tradizionalmente considerati sacri. P’ang dice, Chi considera onorabili il cremisi e il viola?
Sui monti non c’è neppure un granello di polvere. Tutto ciò che poteva
ostacolare la tua visione, tutto ciò che offuscava la tua chiarezza non esiste
più – nemmeno un granello di polvere sui monti. E a chi importa di
ciò che è sacro o profano? – poiché la mente che era solita
discriminare non c’è più. Poteri spirituali e doti meravigliose, non
sono diversi dal tirar su acqua dal pozzo e trasportare legna per il focolare. Perciò, che tu stia adorando nel tempio o trasportando legna
per il focolare, non fa differenza, perché entrambe le azioni sono compiute in
profonda armonia e meditazione. Entrambe hanno lo stesso profumo e la stessa musica e la stessa danza.
Nel momento in cui diventi illuminato
– quando proprio non puoi più fuggire, quando sei in tale unità con la
realtà che non esiste possibilità di fuga, quando non riesci più a trovare
alcuna separazione dall’oceano dell’esistenza - improvvisamente ti liberi del
tuo bagaglio di illusioni. Dalla profondità del tuo essere scaturisce una
sonora risata: “Io sono l’oceano. Finora avevo pensato di essere una goccia, ed
ero vissuto nel timore di cadere nell’oceano e trovare la morte. Ora, cadendo
nell’oceano, ho scoperto che la verità è l’esatto contrario. Ho scoperto che è
la mia vita eterna.”
In questo momento la goccia batte le mani e si fa
una bella risata.
tratto
da: Osho, The Great Zen MasterTa Hui # 24
Riscopri
la forza vitale ;del corpo
Invece
di aggredire il malessere, per eliminarlo, aiuta la parte sana, sempre
presente, del tuo organismo a rafforzarsi.
Nuovi sviluppi del lavoro
di Craniosacral Balancing® presentati nei training presso la Multiversity
all'Osho Meditation resort di Pune. Satyananda intervista Bhadrena, Kavi e Agata — i
conduttori del training — sull'evoluzione del lavoro craniosacrale, ovvero l'approccio biodinamico e il principio del respiro
della vita
D.: Parlando con i partecipanti del vostro training
e vedendo il loro entusiasmo si ha l'impressione che abbiate raggiunto un punto
di svolta nel vostro lavoro.
R.: Il nostro lavoro è costantemente in fieri. Direi che ora abbiamo raggiunto una comprensione più profonda
del lavoro craniosacrale, che si riflette nel modo in cui lo presentiamo.
Possiamo trasmettere agli allievi quello che abbiamo vissuto, praticato e
sviluppato in anni di lavoro con migliaia di clienti. Più che un punto di
svolta, potremmo parlare di approfondimento.
D.: Allora cosa è cambiato? Qual è la metodologia
nuova che state proponendo con i vostri training?
R.: Siamo ritornati alle radici del lavoro craniosacrale
e al suo scopo originario. A partire da lì, abbiamo
sviluppato la comprensione della salute umana, di come si esprime olisticamente.
Insieme con altri ricercatori del campo l'abbiamo definito “approccio
biodinamico al lavoro craniosacrale”. In altri termini, lavoriamo e cooperiamo
con la forza vitale presente nel sistema umano. La salute, intesa come principio
attivo intrinseco, è sempre presente, non importa quanto malato sia il corpo. Ciò che cerchiamo di fare è dare sostegno alla
manifestazione dello stato di salute intrinseco e al suo principio organizzativo,
in modo tale che il “sistema” possa esprimersi in
maniera più piena e sana.
Quando parliamo di sistema, intendiamo la totalità
dell'essere, non solo un corpo formato da elementi diversi, ma un organismo,
un'unità funziona-le, con tutte le sue espressioni, anatomia, fisiologia, forza
vitale... ed è con la forza vitale che cooperiamo.
D.: Quindi è un approccio che lavora più direttamente
con la forza vitale?
R.: Sì. In realtà, è molto facile trovare cosa non
funziona bene in un sistema. Più difficile è trovare cosa funziona bene. Noi
sviluppiamo la capacità di entrare in contatto con ciò che funziona bene, con
lo stato di salute, che è sempre presente e che sostiene la vita.
D.: Quindi vi concentrate di più sulla salute che
sulla malattia?
R.: Possiamo dire che siamo passati da “eliminare
il dolore e la sofferenza” a “ripristinare la salute da dentro”. Naturalmente
dobbiamo essere in grado di riconoscere disfunzioni e malattie, per avere
presenti le condizioni di una persona. Tuttavia,
mentre lavoriamo, ci mettiamo in sintonia e cooperiamo con la salute che è già
al lavoro.
Quando incontriamo tensione, un
conflitto, un problema, siamo anche consapevoli della presenza di una corrente
sotterranea di salute. Ci rivolgiamo a queste forze per risolve-re il conflitto
e ristabilire il processo di guarigione.
D.: Gli operatori di craniosacrale imparano a
entrare in sintonia con i movimenti del fluido cerebrospinale. Questi ritmi sono la manifestazione di ciò che chiamate forza vitale?
R.: Sì, ci sono modi diversi con cui si esprime il
flusso nel sistema cerebro-spinale. Praticando il lavoro
craniosacrale impari a riconoscere il modo in cui la forza vitale si esprime
nel corpo. Nei nuovi training impariamo a
entra-re in sintonia con livelli ancora più sottili di espressione di salute, e
a riconoscerli. Impariamo a conoscere i movimenti lenti del respiro profondo, le
"maree", e i loro diversi stati. Gli studenti imparano ad accedere ai movimenti ritmici del fluido cerebrospinale. Con
il movimento delle maree è come se l'intero sistema respirasse profondamente...
come se ogni cellula respirasse energia vitale.
Quell'energia vitale, quella salute, è chiamata
"respiro della vita".
D.: Come lavorate con la forza che guida il ritmo
craniosacrale?
R.: Un nostro amico ieri è rimasto ferito in un
incidente stradale. Per aiutarlo a guarire abbiamo prima di tutto
"ascoltato" il suo corpo. Ci siamo messi in sintonia con i diversi
movimenti, abbiamo ascoltato la storia dell'incidente – il ricordo di come è avvenuto che è immagazzinato nei tessuti. Potevamo
sentire la tensione dovuta all'incidente. Sotto, era presente anche lo stato di
salute. Quindi siamo andati oltre l'attivazione –
oltre la risposta del corpo all'incidente – per ascoltare la manifestazione
dello stato di salute. Volevamo nutrire il potenziale della guarigione.
D.: Dunque entrate di soppiatto nel sistema del
cliente e poi lavorate dall'interno utilizzando le capacità di guarigione della
sua forza vitale?
R.: Quando entriamo in contatto con un cliente,
non lo facciamo "entrando di soppiatto”, il nostro atteggiamento consiste
sempre nel negoziare e tratta re, quindi chiediamo rispettosamente il permesso
al corpo del cliente e la sua collaborazione. Siamo in uno stato di ascolto ricettivo, in cui possiamo percepire i messaggi
del sistema e rispondere in modo appropriato. Possiamo farlo solo se sappiamo
come “toglierci di mezzo”, in modo da non influenzare il sistema con la nostra presenza.
Qualunque tentativo di imporre le nostre idee o concetti sarebbe
un'interferenza e provocherebbe risposte che non hanno nulla a che vedere con
il cliente, ma solo con la nostra presenza. Perciò sviluppiamo
un metodo per ascoltare senza interferire e senza aggiungere qualcosa
dall'esterno, che il sistema è costretto poi a gestire in qualche modo.
D.: La profondità della relazione cliente–operatore
implica che quest'ultimo lavori costantemente su se stesso?
R.: Sì, costituisce una parte essenziale della
formazione in craniosacrale, e non si tratta solo di "lavorare" su di
sé, ma di imparare a "essere".
L'operatore deve essere molto consapevole di se
stesso, in modo da non disturbare il sistema del cliente ma, invece, dargli
sostegno.
D.: Insegnate anche la pazienza, vero? La pazienza
necessaria a lasciare che le cose accadano senza farsi tentare dal desiderio di
intervenire?
R.: La pazienza è importantissima, e non solo per
l'operatore, ma anche per il cliente che, interessante notar-lo,
tradizionalmente si chiama “paziente”. Spesso ci sono dolori, disfunzioni,
conflitti presenti da anni nel sistema.
E importante ricordare che
il nostro ruolo non è entrare nel sistema e tra-smettere qualcosa.
Non è una questione di capacità di guarigione dell'operatore. Abbiamo la nostra competenza da offrire e
invitiamo l'intelligenza del sistema a usarla. Poi
dobbiamo ritirarci e aspettare che il sistema ci "venga incontro”. Non
facciamo nulla, finché non è il sistema stesso a dare inizio a qualcosa.
Agiamo da riflettori della capacità del corpo di guarire da solo. Rispondiamo all'intelligenza del sistema.
Il dottor Sutherland, il fondatore di questo lavoro, era solito dire:
"Lasciare che la potenza infallibile del corpo si manifesti, invece di
usare una forza cieca dall'esterno".
Questo richiede una grande abilità,
profonde conoscenze e tanta pratica.
Ci sono voluti cinque anni per creare il tipo di
lavoro che ora insegniamo.
D.: Si lavora molto con l'intuizione?
R.: E più un lavoro sulla percezione. Raffiniamo
la percezione a tal punto da essere in grado di ricevere le informazioni più
sottili attraverso il corpo. Ascoltiamo e comprendiamo quello che il sistema
del cliente ci dice e poi rispondiamo in modo appropriato.
D.: Il nucleo di questo lavoro assomiglia molto
all'arte dell'ascolto di cui Osho parla descrivendo la meditazione.
R.: Sì, è un'arte dell'ascolto. A volte lo
chiamiamo "cuore dell'ascolto". La meditazione costituisce un
supporto molto importante per fare questo lavoro. La capacità di ascoltare il
tuo sistema, sia da parte del cliente che da quello
dell'operatore, è essenziale.
D.: Nel training insegnate anche a lavorare con i
traumi e a sviluppare le capacità verbali degli operatori?
R.: Nel nostro lavoro gli eventi traumatici che
vengono in superficie sono spesso traumi da shock. Quando si lavora con lo
shock, l'operatore deve essere in grado di riconoscere quando
viene attivato il sistema nervoso. Un'attivazione si può manifestare o con
un'accelerazione dei processi, oppure con un congelamento, con una paralisi.
Insegniamo metodi per trattenere e rimanere con un'attivazione del sistema
nervoso, prima che diventi incontrollabile per il cliente. Lavoriamo con le
risposte del sistema nervoso a un'esperienza
traumatica, invece di trattare il contenuto reale dell'evento. E anche inutile ritornare al momento in cui il trauma ha avuto origine.
Questo potrebbe essere ritraumatizzante per la persona. Noi lavoriamo con il
trauma da shock, così come si manifesta nel sistema nervo-so, aiutiamo il sistema a scaricarsi e regolarsi nel qui e ora.
Lavorare con le forze intrinseche richiede una
rapporto di fiducia profondo tra cliente e operatore. Più siamo in contatto con
le forze della salute, più spazio abbiamo perché i
problemi affiorino. Tali problemi devono essere visti ed esplorati con grande rispetto, quindi ogni operato-re deve anche possedere
capacità verbali. Gli operatori craniosacrali non hanno solo bisogno di sapere
come riconoscere e accedere al principio attivo
intrinseco della salute, hanno anche bisogno di sapere cosa fare e come dare
sostegno al cliente quando emergono ricordi di esperienze traumatiche. Noi
insegniamo a lavorare con i traumi in modo tale da stabilizzare una situazione,
rimanere in quel-lo spazio, esplorarlo e portarlo a
una risoluzione favorevole.
D.: Le intuizioni che avete maturato con anni di
lavoro craniosacrale vi hanno schiuso un nuovo orizzonte?
R.: Sì, e quell'orizzonte continua a espandersi.
Non riusciamo a immaginare dove ci condurrà questo
lavoro. Il campo da esplorare è infinito, in fondo è un processo di approfondimento a livello di consapevolezza.
TRATTO DALLA RETE
Per altre informazioni: www.craniosacralbalancing.com
Craniosacrale
Il sistema craniosacrale è l'unità funzionale che
connette la testa (cranio) attraverso la colonna vertebrale fino alla base
(osso sacro), comprende quindi sia tutte queste ossa, che anche le membrane
interne che come una pelle sensibile trattengono il fluido cerebrospinale,
quello che avvolge e protegge sia il cervello che il
midollo spinale. Il ribilanciamento craniosacrale è un lavoro sul corpo
attraverso un tocco delicato delle mani, in cui l'operatore si connette con
questo liquido — con il suo ritmo, la sua qualità, la
sua energia — aiutandolo a fluire nuovamente in maniera corretta e vitale, è
possibile anche sentire i movimenti delle ossa del cranio del paziente e
armonizzarli. Il lavoro craniosacrale comunque
raggiunge livelli non solo fisici, ma anche emotivi, mentali e spirituali in
modo sottile e profondo.
Training a Pune
La Multiversity dell'Osho Meditation Resort offre
una vastissima gamma di training – di durata fra le
1-2 settimane fino ad alcuni mesi — nei campi più svariati.
Da diversi tipi di "lavoro sul corpo",
quali Ayurvedic Massage, Core Integration Bodywork, Foot Reflexology, Joint
Release, oltre al Craniosacral Balancing di cui parliamo
in queste pagine. Alle tecniche "terapeutiche" più avanzate quali Family Constellation, Pulsation, Ipnosi. E
poi il nuovo Transomatic Dialogue Training e il classico Osho Therapist.
Nel campo della meditazione ci sono training per guidare le Terapie Meditative di Osho (Mystic Rose, Born Again e No Mind) il Satori Training
e quello per imparare a condurre il "Talking to the Body". Più rivolti
al mondo del lavoro sono Mastering Stress and
Conflict, Group Dynamics, Emotional Intelligence & Self Management,
Spontaneous Speaking e Train the Trainers. E poi training di Aurasoma,
di Pittura, di Tai Chi, insomma tantissime offerte per gli interessi più
svariati. Potete trovarle tutte su osho.com — area Multiversity — con
descrizioni, date e tutte le informazioni necessarie.
CENTRO CONGRESSI
Hotel Le Conchiglie
THE FESTIVAL
UN EVENTO DI MEDITAZIONE E CELEBRAZIONE -
APRILE 2004
Le perle e
le conchiglie
Un invito a risvegliare la tua
consapevolezza con un'esperienza diretta della tua dimensione interiore a
Riccione dal 15 al 18 Aprile 2004 presso
il Centro Congressi/Hotel Le Conchiglie.
Un evento di meditazione &
celebrazione, danza, feste e spettacoli per il corpo, la mente e lo spirito.
Informazioni, panoramiche e aggiornamenti
in tempo reale su internet: www.oshoba.it Per informazioni: 0331.841.952 —
segreteria del Festival, e thefestival@oshoba.it per le tue e-mail.
Richiedete
il programma che include la cedo-la di prenotazione alberghiera. E ogni mese, sull'Osho Times, notizie e aggiornamenti.
Ci sono eventi che hanno bisogno di luoghi
particolari perché diventi tangibile la loro realtà. La meditazione è uno di
questi, ma si tratta di un evento molteplice, una dimensione in evoluzione, per cui il luogo è uno degli elementi importanti, preceduto
di certo dalla presenza di persone che abbiano riconosciuto il piacere,
l'importanza e il valore di meditare insieme.
Sicuramente il salto di qualità
che stiamo facendo, con il Festival del 2004, sarebbe stato impossibile senza
l'esperienza fatta al Pala-sport di Varazze e senza l'enorme sostegno avuto in
questi anni da quanti vi hanno partecipato o che hanno contribuito a organizzarlo.
E sotto molti aspetti il nuovo Festival nasce come eco
di un bisogno collettivo, maturato nel tempo, proprio dalle tante esperienze
precedenti. Osho l'aveva previsto, ne ha parlato da sempre, lasciando precise
istruzioni per rendere il Resort di Pune qualcosa di esteticamente bello, di
lussuoso che echeggiasse "l'ultimo lusso che è la
meditazione". Per noi, che lavoriamo in questa terra d'Italia, da sempre
mossi dall'aspirazione di offrire le meditazioni di Osho
e la sua visione a 24 carati, la nuova sede del Festival è la realizzazione di
un sogno che siamo certi tutti i partecipanti godranno con noi.
Il Centro Congressi Hotel "Le
Conchiglie" si presenta come un mondo a sé, pronto a
ospitare tesori. Si tratta infatti di un enclave tra
Rimini e Riccione, protetto da una pineta e affacciato sul mare, con una
spiaggia privata, dove è possibile man-dare il lavoro in vacanza, e fare della
vacanza un momento di raccoglimento e di intimità per ristabilire un contatto
più profondo e più intimo con se stessi. L'Auditorium
in cui si terranno le meditazioni e alcuni degli eventi è un anfiteatro privo
di colonne con una volta di vetro che permette di giocare con la luminosità
dell'esterno e al tempo stesso offre uno spazio di raccoglimento unico, in
grado di approfondire e rendere più tangibile il silenzio che affiora in
meditazione.
La sala in cui si terranno le classi di danza, gli
incontri e i workshop è un ampliamento importante,
rispetto al programma del Festival, in quanto permette di offrire eventi
paralleli in cui sperimentarsi con gruppi di persone meno folti, e quindi con
realtà più intime. Le salette di complemento ci hanno permesso di allargare l'offerta
di minisessioni in spazi più adatti ad accogliere un lavoro sul proprio corpo
all'insegna del benessere globale. Il Centro Congressi
ha poi voluto sostenere questo nostro sforzo di
offrire un impatto a 360 gradi sul proprio essere e benessere, concedendo l'uso
gratuito della piscina coperta riscaldata, e della palestra technogym negli
orari di apertura. E per chi volesse accompagnare
questo soggiorno con un tocco di raffinatezza il Centro Benessere annesso è a
disposizione di chi voglia farsi bello anche esteriormente, con trattamenti
offerti a prezzi scontati.
Ma il Centro Congressi è
anche hotel e, dopo averlo visitato, viene voglia di invitare a regalarsi una
vacanza a quattro stelle, visti anche i prezzi convenzionati per l'occasione. Quanti
scegliessero la formula Pensione completa, potranno
gustare menù a buffet particolarmente curati, con un'ampia scelta di piatti
vegetariani e di cucina mediterranea, con orari sincronizzati rispetto al
programma degli eventi. E la sala del ristorante in
cui fare pausa, accentuerà la quiete della meditazione in quanto si affaccia
sulla pineta dell'albergo. Le colonne in rosa e gli stucchi lasceranno un ulteriore sapore di eleganza che renderà ancora più preziosa
questa esperienza. Per quanto ci è stato possibile,
abbiamo voluto corrispondere all'esigenza di socializzare che molti hanno
espresso: l'hotel offre infatti spazi con divanetti e un'area bar attrezzata
dove sostare in compagnia. Ma per coloro che volessero
gustare il Festival dall'interno, assaporando tutti i comfort dell'Hotel, possiamo
solo consigliare di prenotare con largo anticipo: le camere disponibili sono
150 e purtroppo sarà impossibile alloggiarvi tutte le 1.000 persone che si
prevede partecipe-ranno alla manifestazione. In ogni caso le Conchiglie garantirà un servizio di prenotazione alberghiera – vedi
riquadro a pag 33 –con gli altri hotel convenzionati e l'ampia rete alberghiera
circostante permetterà a tutti di trovare un alloggio confortevole e
soprattutto alla portata del proprio budget: infatti, come si può vedere dal
prospetto delle tariffe (pag 6) sono previsti anche hotel a due o a tre stelle.
Sicuramente, vista
l'intera gamma di possibilità che The Festival offre, anziché porsi il solito
dilemma: esserci o non esserci... sarà meglio darsi una botta di vita e dirsi
con chiarezza: perché non esserci? Chiedendo requie alla mente
che di certo solleverà mille dubbi e mille resistenze. Arrivederci a
Riccione!
IL FESTIVAL
A RICCIONE
Affacciarsi sul regno
delle grandi vacanze, senza essere travolti dalla folla, cogliendo una rara
occasione per rigenerarsi, in primavera, allorché la natura torna a
risvegliarsi.
Una pausa di qualità in quella che è conosciuta come la Perla
Verde dell'Adriatico. Potrebbe essere l'inizio di una nuova tendenza... di
una cosa si può essere sicuri: dopo questa esperienza
tutto sarà visto con occhi nuovi e di-versi, e la rotta della propria vita
cambierà di conseguenza.
IL CONCORSO
Per rendere ancor più unica questa
esperienza, Osho International ha voluto che fosse un possibile
trampolino di lancio per un impatto ancora più profondo con la meditazione. Da
qui l'idea di una lotteria riservata a chi parteciperà all'intero evento — per
le modalità informarsi presso la segreteria organizzativa del Festival
0331.841.952 — con due premi di eccezione: il primo è
un viaggio a Pune che include il volo aereo e un soggiorno presso l'Osho Resort
di Meditazione di Pune, in India, di 15 giorni, con la formula bed and
breakfast; il secondo è un soggiorno di 15 giorni, sempre presso il Resort di Pune,
con la formula bed and breakfast. A questi due premi ne abbiamo
aggiunto un altro, per rendere tangibile l'idea che l'esperienza della
meditazione può anche essere sperimentata vicino a casa. Il terzo premio è infatti un week-end di Meditazione offerto dal Centro di
Meditazione di Osho a Sommacampagna (Verona).
IL SOGGIORNO
L'intera prenotazione alberghiera è gestita in
esclusiva dal Centro Congressi Hotel Le Conchiglie, una struttura alberghiera
multipla in grado di offrire le soluzioni più adeguate alle tasche di chiunque.
Per darvi un esempio dei prezzi si parte (a persona in camera doppia) dai 25,00
EURO per un pernottamento (Bed & Breakfast) in albergo a due stelle - in
questa categoria la pensione completa per 3 giorni costa 96,50 EURO – fino ad
arrivare ai 48,50 EURO per una notte (sempre B&B) al Centro Congressi (4
stelle) e i conseguenti 204,50 EURO per la pensione completa
per 3 giorni.
Fra queste esiste un ampia gamma
di possibilità di scelte, non solo relative alla categoria dell'albergo e alla
durata del soggiorno, ma che includono anche stanze singole e il trattamento di
mezza pensione.
LA ROMAGNA
Una terra cordiale e
ospitale, dove si va volentieri. Una terra d'incontro fra Oriente e Occidente,
così ci insegna la storia, dove esiste un particolare
terreno in cui il seme della meditazione sta già dando frutti squisiti. Sicuramente un luogo in cui la visione di un uomo nuovo, da Osho
chiamato “Zorba il Buddha”, può echeggiare nella realtà. Tutto questo è
nell'aria e accompagnerà The Festival di Aprile 2004.
Anche perché quel calore e quella giovialità saranno presenti negli eventi,
visto l'entusiasmo con cui è stata fin d'ora accolta
la presenza del Festival sul territorio: sono più di 400 le persone che proprio
dalla Romagna parteciperanno, e sicuramente porteranno con sé il sapore genuino
che le caratterizza e l'antico retaggio di sagacità che rende così affascinante
questa regione.
SUI PROSSIMI NUMERI:
Le minisessioni: una
carrellata sul "lavoro sul corpo" e sulle tecniche corporee tra cui
scegliere la sessione più adatta alla propria realtà, per lenire tensioni e
lasciar fluire la propria energia vitale.
Gli eventi: l'arcobaleno di scelte, per capire che
la meditazione non è una cosa seria, è gioco, è creatività, è attenzione, ma
soprattutto è qualcosa che acca-de, ed è semplice e naturale.
Il concorso: un approfondimento sui premi e sul
loro significato e la presentazione dei luoghi in cui si potrà usufruire dei
premi vinti.
Che cos'è la meditazione:
alcuni consigli per trovare facilmente la propria strada nella dimensione che
vogliamo proporvi.
E molto altro ancora...
Una
cosa fondamentale. Ma la scuola è del tutto carente da
questo punto di vista. Ecco una rivoluzionaria proposta di Osho
su come sarebbe utile cambiare tutto il sistema educativo.
L'educazione che ha
predominato in passato è assolutamente carente, incompleta, superficiale. Non
ha fatto altro che creare persone in grado di procacciarsi da vivere, senza
offrir loro nessuna intuizione della vita in quanto
tale; e non solo è inadeguata, è anche pericolosa in quanto si fonda sulla
competizione. Qualsiasi forma di competizione è, in fondo in fondo, violenta e
crea persone incapaci d’amare, la cui unica motivazione è l’arrivismo: avere un
nome, fama... ogni sorta d’ambizioni; ovviamente per arrivare devono lottare e
vivere in perenne conflitto. Questo distrugge la loro
felicità, cancella in loro il senso dell’amicizia. Sembra che ciascuno
lotti contro il mondo intero. Fino a oggi l’istruzione
è stata finalizzata a uno scopo: non importa ciò che impari, ciò che importa è
l’esame che dovrai superare alla fine dell’anno o del corso. Questo rende importante il futuro, lo rende più importante del
presente, porta a sacrificare il presente in nome del futuro. E questo diventa il tuo stile di vita: arrivi a sacrificare
in continuazione il momento presente per qualcosa che presente non è. Nella tua
vita si crea un vuoto tremendo.
Un’educazione a cinque
dimensioni
Prima che parli di queste cinque
dimensioni è necessario annotare alcune cose: la prima è che l’istruzione non
dovrebbe presupporre nessun tipo di esami, viceversa ogni giorno, ogni ora, gli
insegnanti dovrebbero fare delle osservazioni e le loro annotazioni nel corso
dell’intero anno scolastico decideranno se l’allievo è pronto a proseguire
oppure se deve restare un po’ più a lungo nella stessa classe. Nessun è
bocciato e nessuno è promosso. Si tratta solo di
questo: alcune persone sono veloci e altre sono un po’
più pigre. L’idea del fallimento crea una profonda ferita, un senso
d’inferiorità; mentre l’idea di aver avuto successo crea a sua volta un’altro tipo di malattia: il senso di superiorità.
Nessuno è inferiore, e nessuno è superiore: ognuno
è semplicemente se stesso, non può esser paragonabile a
un’altra persona.
Dunque i vostri esami non hanno
ragione di essere. Questo sposterà l’intera prospettiva dal futuro al presente:
ciò che state facendo adesso, proprio in questo momento, sarà determinante, non quelle cinque domandine alla fine del
corso. Ognuna delle migliaia di cose che affronterete sarà
determinante: in questo modo l’istruzione non sarà più finalizzata a uno scopo.
In passato l’insegnante ha avuto una grande
importanza: sapeva di aver superato tutti gli esami,
di aver accumulato sapere. Ma la situazione è cambiata, e questo è uno dei
problemi più gravi, che le situazioni cambiano ma noi
continuiamo a rispondere alla vecchia maniera. Ora l’esplosione del sapere è
così vasta, così incredibile, così veloce, che è diventato impossibile scrivere
un libro importante su un argomento scientifico, perché, quando il libro è
ultimato, è già superato: nuovi avvenimenti, nuove
scoperte lo hanno reso già antiquato. Ragion per cui oggi la scienza deve
basarsi più su articoli e riviste che sui libri.
L’insegnante è stato a scuola trent’anni
fa. In trent’anni tutto è cambiato, ma lui continua a
ripetere ciò che gli è stato insegnato; e come è
superato lui lo saranno anche i suoi studenti. Per cui nella
mia visione l’insegnante non esiste. Al posto degli insegnanti vi
saranno delle guide, ed è importante comprendere la
differenza: le guide vi diranno dove trovare, in biblioteca, le informazioni
più recenti su un certo argomento.
In futuro il computer avrà un’importanza estrema,
rivoluzionaria. Il modo in cui gli studenti sono istruiti è vecchio, ancora si
fonda sull’accumulo di nozioni nella memoria, ma più la memoria
è colma minori sono le possibilità di chiarezza, d’intelligenza. Io considero
il computer come un’opportunità grandissima per liberare gli studenti dalla
necessità di memorizzare ogni sorta di informazioni:
potranno portarsi dietro piccoli computer che conterranno tutto le informazioni
di cui avranno bisogno in qualsiasi momento. Questo aiuterà le
loro menti a essere più meditative, più limpide, più innocenti.
Oggigiorno le loro menti sono troppo ingombre di
pattume assolutamente inutile. In futuro l’educazione sarà centralizzata su
computer e schermi televisivi, poiché ciò che può essere visualizzato
graficamente è ricordato più facilmente di ciò che viene
letto o ascoltato: gli occhi sono strumenti di gran lunga più potenti delle
orecchie. Questo annullerà la noia di leggere e di ascoltare, al contrario la
televisione è un’esperienza divertente. L’insegnante
dovrebbe essere solo una guida che indichi il canale giusto, che mostri come
usare il computer, come trovare il libro più recente. La sua funzione sarà
completamente diversa, non vi impartirà sapere, vi
renderà consapevoli del sapere più recente, del sapere contemporaneo, sarà solo
una guida.
Tenendo presente tutto questo io divido
l’educazione in cinque dimensioni: la prima è informativa, comprende la storia,
la geografia e molti altri soggetti che possono essere trattati dalla
televisione e dal computer. Ma per ciò che concerne la storia dobbiamo
stabilire qualcosa di essenziale: oggi la storia
tratta di Gengis Khan, di Tamerlano,
di Nadirshah, di Adolf Hitler e così via, ma queste persone non sono la nostra
storia, sono i nostri incubi! La sola idea che gli esseri umani possono essere
così crudeli nei confronti di altri esseri umani è
nauseabonda; i nostri bambini non dovrebbero essere nutriti con queste idee. In
futuro la storia tratterà solo di quei geni che hanno contribuito ad aumentare
la bellezza di questo pianeta e dell’umanità: un Gautama il Buddha, un
Socrate, un Lao Tzu, grandi mistici come Jalaluddin Rumi, J. Krishnamurti,
grandi poeti come Walt Whitman
e Omar Khayyam, grandi figure nel campo della
letteratura come Tolstoj, Gorki,
Dostoevski, Tagore, Basho. Dovremmo insegnare le
conquiste positive del nostro genio, lasciando solo
alcune note riguardanti coloro che fino a oggi sono stati considerati ‘insigni’
dal punto di vista storico, persone come Adolf Hitler; queste non possono avere altro posto che le note,
le appendici. E si deve spiegare con chiarezza che
erano pazzi, soffrivano di qualche complesso d’inferiorità, di qualche turba
psichica. Dobbiamo rendere pienamente consapevoli le future generazioni che in
passato è esistito un lato oscuro che ha dominato a
lungo ma che ora tale oscurità non ha più spazio. A questa prima dimensione
appartengono anche le lingue. Ogni persona del mondo dovrà conoscere come minimo due lingue: la sua madrelingua e l’inglese come
veicolo di comunicazione internazionale. E anche le
lingue possono essere insegnate con maggior precisione attraverso la
televisione: la pronuncia e la grammatica possono essere insegnate con maggior
correttezza. Possiamo creare nel mondo un’atmosfera di fratellanza; le lingue
avvicinano i popoli ma li possono anche allontanare;
oggi non esiste una lingua internazionale, a causa dei nostri pregiudizi.
L’inglese andrà benissimo, perché è la lingua conosciuta dal maggior numero di
persone nel mondo su vasta scala.
La seconda dimensione è la ricerca scientifica,
cosa di grandissima importanza in quanto rappresenta metà della realtà, la
parte esteriore. E anche queste conoscenze possono essere trasmesse tramite la
televisione e il computer, ma essendo più complicate necessitano
della presenza di una guida umana. La terza dimensione è ciò che manca nel
sistema di istruzione attuale: l’arte di vivere. La
gente dà per scontato di sapere cosa sia l’amore. In realtà non lo sa... e
quando lo viene a scoprire è troppo tardi. Ogni bambino dovrebbe essere aiutato
a trasformare la sua rabbia, il suo odio, la sua
gelosia in amore.
Una parte importante di questa terza dimensione
dovrebbe essere costituita dal senso dell’umorismo. Il nostro
cosiddetto sistema d’istruzione rende la gente triste e seria: si spreca un
terzo della propria vita – fino all’università – essendo tristi e seri, tutto
questo entra a far parte dell’organismo: ci si dimentica il linguaggio della
risata... e l’uomo che scorda il linguaggio della risata ha dimenticato gran
parte della vita. Ragion per cui l’amore, la risata,
la familiarità con la vita e le sue meraviglie, i suoi misteri... questi
uccelli che cantano sugli alberi non dovrebbero passare inascoltati. Gli
alberi, i fiori, le stelle dovrebbero trovare un’eco nel tuo cuore. L’alba e il
tramonto non dovrebbero essere semplici fenomeni
esteriori, dovrebbero essere anche qualcosa d’interiore. Il fondamento della
terza dimensione dovrebbe essere la riverenza per la vita. La gente è troppo
irriverente nei confronti dell’esistenza.
La quarta dimensione dovrebbe includere l’arte e
la creatività in tutti i loro aspetti: pittura, musica, lavori d’artigianato,
ceramica, costruzione di case... si dovrebbe dare spazio a tutte le aree della
creatività. E gli studenti potranno scegliere.
Solo alcun materie saranno
obbligatorie: l’apprendimento di una lingua internazionale, di un mestiere che
permetta di guadagnarsi da vivere, di una delle arti creative. Ma sarà possibile scegliere all’interno dell’intero arco
delle arti creative, perché se un uomo non impara a creare non entrerà mai a
far parte dell’esistenza, che è un processo di costante creazione. Diventando
creativi si diventa divini: la creatività è la sola
preghiera che esista.
E la quinta dimensione
dovrebbe essere l’arte di morire. In questa quinta dimensione saranno incluse
tutte le meditazioni, in modo che si possa sapere che non esiste la morte e si
possa arrivare a essere consapevoli della vita eterna
che esiste dentro di noi. Questo dovrà essere assolutamente essenziale, perché
tutti devono morire nessuno può evitare il trapasso. E
sotto il grande ombrello della meditazione, potrete essere introdotti allo Zen,
al Tao, allo Yoga, allo Chassidismo,
a tutte le possibili discipline esistite, ma di cui l’istruzione non si è mai
preoccupata... un’istruzione completa, totale, integra. Io stesso sono stato
professore e ho dato le dimissioni dall’università con un appunto in cui
dicevo: “Questa non è istruzione, questa è pura stupidità, non insegnate nulla
che abbia valore”.
Ma questa istruzione
tanto insignificante è diffusa in tutto il mondo, senza differenze, in Russia
quanto in America. Nessuno ha mai cercato un’educazione che fosse
integra, globale. Da questo punto di vista quasi tutti sono analfabeti, perfino
coloro che hanno tante lauree sono analfabeti per ciò
che concerne la sfera più ampia della vita. Alcuni sono più analfabeti di altri, ma nessuno ha un’istruzione, in quanto un sistema
d’istruzione globale non esiste da nessuna parte.
tratto da: Osho, La Grande Sfida, Bompiani
In pratica
Come
utilizzare le indicazioni di Osho sull’istruzione:
l’esperienza della scuola Ko Hsuan,
un esperimento all’interno del mondo scolastico inglese.
Fondata nel 1985 da un gruppo di
insegnanti del mondo di Osho, Ko Hsuan ha funzionato per più di quindici anni, ospitando
ragazzi dagli 8 ai 16 anni – fino a un massimo di 50 alla volta – provenienti
da diverse parti del mondo.
Era una scuola mista residenziale (boarding school) situata nella
campagna inglese del Devonshire, una proprietà di più
di 7 ettari con diversi edifici e anche boschi e prati che permettevano
svariate attività all’aperto.
Una vera e propria comunità di adulti
e ragazzi che aveva come fine l’educazione – e non solo dei ragazzi! – a essere se stessi, a assumersi la responsabilità delle
proprie azioni e a crescere in libertà, consapevolezza e amore. Da un punto di
vista prettamente scolastico i ragazzi di Ko Hsuan hanno sempre conseguito agli esami (esterni) punteggi
superiori alla media, e ogni anno la scuola vinceva
premi per teatro, arte e fotografia.
Alcuni dei ragazzi che hanno avuto la fortuna di
studiare in una simile scuola – un’ex allieva si
ricorda di come ogni visitatore adulto se ne uscisse con un “Ah, se ci fosse
stato un posto così quando ero ragazzo io!” – sono di origine italiana, come ad
esempio Amitabh, che ha ventitré
anni, che fa teatro, si occupa di grafica 3D al computer, e a cui piace molto
viaggiare.
E infatti proprio al
ritorno da Barcellona, dove ha partecipato alla festa/riunione annuale degli
ex-alunni di Ko Hsuan, gli
abbiamo fatto un paio di domande sulla sua esperienza.
D. Cosa ha significato per te imparare in una scuola come Ko
Hsuan, rivedendo ora la tua esperienza con occhi da
adulto?
Quella scuola essenzialmente era un mondo fatto a
dimensione dei ragazzi. Vivevamo tutti insieme,
ragazzi di sette anni fino a adulti di settanta, con molto spazio e libertà di
relazionarci liberamente tra noi, e questo, visto che era una scuola
residenziale, succedeva sette giorni alla settimana: dalla mattina fino a
notte.
Crescere e studiare in quella scuola ha
significato per me inglobare fin dall’inizio uno stile di vita: uno ha voglia e
piacere di studiare perché si sente bene; non ti pesa andare in classe poiché là sei con amici e quello che impari ti è
insegnato da amici, e se c’è proprio qualcosa che non vuoi fare non c’è nessuno
che ti dice che devi farlo. E per questo era necessaria da parte degli
insegnanti (e degli adulti) una grande fiducia nella
nostra intelligenza naturale.
Certo, c’era chi era più interessato alle lezioni
e chi meno. Chi era meno interessato prendeva voti un po’ peggiori, chi ne aveva voglia si buttava negli studi... ma in ogni modo
andava bene. Guardando le graduatorie degli esami di GCSE - gli esami statali che in Inghilterra si danno a 16 anni - la media
dei risultati della scuola era una delle più alte a livello nazionale!
Se ora mi chiedo come quel tipo di
educazione abbia influenzato la mia vita attuale, non mi è molto facile
rispondere con precisione. Forse mi ha dato soprattutto una disponibilità a
sedermi tranquillo e riuscire a esprimermi e
comunicare anche in situazioni difficili e problematiche, una facilità al
contatto fisico e anche a trovare normale il prendermi cura di me stesso e
saper vivere in maniera del tutto autonoma.
D. È stato importante per te crescere con ragazzi di nazionalità e culture
diverse?
Per noi ragazzi questa era una questione davvero
inesistente, noi non vedevamo razze e nazionalità: ognuno è se stesso e gioca
con chi gli pare. I primi anni che ero alla scuola, quando qualche adulto mi
chiedeva di quale nazionalità erano i miei amici preferiti, io che passavo con
loro tutto il mio tempo – che conoscevo tanto di loro – questo proprio non lo sapevo! Fra di noi parlavamo in
inglese e usavamo la nostra lingua madre come un gioco... tutti hanno imparato
un mucchio di parolacce italiane, e molti di noi hanno imparato anche a parlare
in tedesco o spagnolo.
D. Sei appena tornato da un incontro fra i ragazzi che sono cresciuti a Ko Hsuan... come
è stato?
Questa riunione è stata una cosa veramente
speciale per me: dopo la scuola ci avevo messo un po’
a uscire dall’attaccamento agli amici di sempre (quelli di Ko
Hsuan), me n’ero fatti di nuovi, avevo viaggiato...
mi ero fatto la mia storia. Ho avuto anche delle resistenze ad incontrarli:
l’anno scorso alla prima festa non ci sono andato... Quest’anno invece ho deciso di andarci e li ho
rivisti tutti. Sembra che non ci siamo mai lasciati! È
ritornato tutto, veramente, e sento che sono più ricco: tutte quelle persone,
invece di pensare di dovermele lasciare alle spalle, adesso so
che saranno lì per sempre e saranno sempre amici. Ci siamo divertiti come degli
imbecilli, siamo stati molto bene insieme. Sento che
questa è una cosa che rimarrà per sempre.
Altre testiimonianze
...Mi ricordo quando, se usavi le scarpe da
esterno all’interno, dovevi pagare 10 pence per il
consumo extra della moquette... ma la parola
‘punizione’ era sconosciuta per chi abitava a Ko Hsuan, il che rende questa scuola realmente unica.
Se penso ai miei anni a Ko Hsuan... tutto ciò che mi
ricordo sono delle gran risate. Di solito sono le cose negative quelle che si
ricordano più facilmente, ma non a Ko Hsuan. Non so il perché. Una cosa è che i ragazzi, me
compresa, per lungo tempo non si sono resi conto appieno di quanto siano stati
fortunati a studiare lì e non in una scuola statale. Se tutti capissero cosa
vuol dire essere trasformati in ‘piccoli politicanti’... molti problemi che ha il mondo potrebbero
essere evitati.
Ho imparato non soltanto matematica e scienze, ma
anche a tenere in ordine la casa... (Pavi, un ex-alunna,
ora a Oxford)
Non ci sono punizioni. Imparano le conseguenze
delle loro azioni dai feedback degli
altri, che possono essere spiegazioni, esortazioni... ma anche rabbia o
tristezza, in effetti qualunque cosa sorga
spontaneamente.
I ragazzi sono incoraggiati a sviluppare le loro
idee e a fidarsi delle loro doti naturali: sensibilità
e intuizione. Piuttosto che imparare a essere
‘educati’, sviluppano la sensibilità e la comprensione delle situazioni.
Mio figlio adesso è diretto, onesto e
intelligente. Se lo avessi tenuto a studiare qui in
Olanda, magari sarebbe diventato come tanti altri adolescenti, sempre in
conflitto... che poi è solo una reazione al controllo dei genitori. Ora non è
necessario. A Ko Hsuan è
cresciuto ed è diventato un adulto. (Mamme di allievi)
testi
tratti dalla rete
Dalla guida
per gli insegnanti di Ko Hsuan
Gli adulti
spesso proiettano le loro ambizioni insoddisfatte sui bambini... non va bene e
non è divertente. Dimenticalo! È normale che ci sentiamo bene con chi è
eccezionalmente bravo in classe, ma le nostre congratulazioni etc. possono
ferire quelli che non vanno così bene negli studi. Questa è una cosa molto
difficile da riconoscere per un insegnante, ma vale certamente la pena di
mostrare uguale rispetto a chiunque nella classe. Durante le lezioni sarà di aiuto assicurarci di guardare, dare attenzione e avere un
contatto visivo con ogni studente, e non solo con i più bravi.
Durante gli
esami è bene dare a ogni studente molto sostegno e
incoraggiamento, ma mostrare una mancanza di attaccamento ai voti finali –
assicurati però che questo sia fatto con assoluta sincerità!
Se lasci le
tue ambizioni fuori dalla classe e non ti aspetti
niente dai ragazzi, questi probabilmente ti sorprenderanno. E se non ti aspetti
niente da loro... forse sorprenderai te stesso!
Tradizionali
metodi d’insegnamento
Sotto
accusa anche in Italia
Quando la
scuola tradisce se stessa, questo il tema dell’editoriale di Raffaele Morelli su Riza Psicosomatica di agosto,
prendendo spunto dal caso clamoroso di un bambino bocciato a sei anni – “deve
maturare” il verdetto degli insegnanti, mentre, come si evince dalla storia
riportata nell’articolo, si tratta di un evidente caso di disagio sociale
dovuto a un repentino trasferimento al Nord per una disastrosa situazione
familiare, al quale di sicuro non si rimedia facendo perdere al piccolo gli
amici di classe e rendendolo così ancora più isolato e in difficoltà!
“Non spegniamo la gioia
negli occhi dei bambini... così si uccide la voglia di vivere” commenta
Morelli, denunciando questo e altri esempi di insensibilità
nel mondo della scuola, spesso ferma a un sistema che sa solo misurare il
‘profitto’, e giudicare di conseguenza, senza riuscire a vedere l’alunno come
un essere umano, tenendo conto quindi anche della sua complessiva felicità.
E responsabili di questa
situazione, si puntualizza, sono anche certi genitori, troppo pronti a mettersi
in competizione con gli altri su chi abbia il figlio
più bravo; ad adattarsi a una scuola che valuta ancora in base a poesie
imparate a memoria e a tabelline - come se non
fossero disponibili ormai da decenni i calcolatori tascabili.
E nell’editoriale ci si
chiede: “Che razza di scuola può essere quella che non sa trasmettere gioia a
tutti i bambini? Ha ragione Osho, quando scrive: ‘In
un mondo migliore, ogni famiglia imparerà dai figli. Attualmente,
voi siete troppo ansiosi di insegnare ai vostri figli, sembra che nessuno
impari da loro. Essi hanno tante cose da insegnarvi, mentre voi non avete
niente da insegnare loro. Solo perché siete più vecchi e più forti di loro, fate di tutto per renderli simili a voi, senza
neppure riflettere su cosa siete, su cosa avete realizzato...’” .
Concludendo: “Dobbiamo preoccuparci
non dei nostri bambini che non studiano, ma di quelli che si adeguano. Se non
poniamo rimedio creeremo solo pappagallini e qualche fotocopia, e quindi nuovi
depressi, ansiosi, impotenti, infelici... o ammalati, drogati di farmaci... praticamente come noi”.
Tranquilli....con una pillola
I
cosiddetti bambini iperattivi vengono troppo spesso
calmati usando il farmaco Ritalin. Altri tipi di intervento terapeutico, e che coinvolgano soprattutto
anche i genitori, sarebbero di gran lunga la soluzione più salutare.
di Parigyan
Boris Neumann (nome
fittizio) ha compiuto da poco sette anni. Frequenta la seconda elementare a
Hannover. E ha già un grosso problema: non riesce a
stare fermo al suo posto neanche un minuto. È maldestro,
nervoso, alza la voce, si agita di qua e di là, e per giunta diventa
aggressivo. Questo lo ha fatto diventare il peggior alunno della sua classe. La
sua autostima è bassa. È malvisto da tutti, sia dagli insegnanti che dai suoi compagni. Nessuno lo sopporta a lungo. Anche i suoi genitori hanno ormai i nervi a pezzi. Perciò sua madre é andata con Boris dal pediatra, che ha
diagnosticato una sindrome da iperattività.
“Ma non è così grave,
signora!” la tranquillizza il dottore, “adesso gli prescrivo un ottimo farmaco,
così si calmerà e diventerà sicuramente un bravo scolaro.”
Boris, il pestifero,
prende ora dunque, regolarmente, il Ritalin. Questa
medicina contiene una sostanza, sviluppata originariamente per ridurre l’appetito e come antidepressivo,
che ha un effetto simile all’anfetamina; intervenendo direttamente sul
metabolismo del cervello riduce la predisposizione all’eccitabilità.
Boris è diventato quindi
più tranquillo. Adesso non è più intrattabile, non urla,
anzi, non ci si accorge quasi neanche più di lui. Il problema dunque sembra
essere risolto. Un unico svantaggio: dopo alcune ore l’effetto si riduce e
Boris ricade nei suoi vecchi schemi di comportamento. E
quindi deve inghiottire un’altra pillola...
Così come Boris, ci sono
nel mondo circa dieci milioni di bambini che prendono la ‘pillola miracolosa’. Solamente in Germania ce ne sono 160.000.
Questa medicina è salita al sesto posto degli psicofarmaci più venduti... E
naturalmente molti ne approfittano: pediatri, farmacie
e industrie farmaceutiche, tutti si sfregano le mani. Finalmente insegnanti e
genitori possono trarre un lungo sospiro di sollievo.
Solo una domanda, ma come
sta Boris, veramente? E soprattutto: Cosa sta
succedendo nella sua testolina?
Nessuno sa oggi
esattamente che effetto abbia sullo sviluppo del
cervello prendere per anni il Ritalin. Potrebbe
essere possibile che si produca un contraccolpo. Un neurologo di Goettingen, il Dr. Gerald Huether, in base a ricerche
effettuate sui topi, mette in guardia contro i danni a lungo termine. Siccome
il Ritalin riduce la crescita delle cellule che
producono la dopamina nel cervello – il numero di
queste cellule nella vecchiaia diminuisce comunque – è
possibile che la mancanza di dopamina causi il morbo
di Parkinson, un grave disturbo che coinvolge il
movimento.
Ci possono volere ancora altri vent’anni prima che gli
eventuali effetti non immediati possano essere di fatto riconosciuti. Nel lungo
termine il principio del Ritalin potrebbe danneggiare notevolmente i bambini interessati.
Ciò di cui hanno bisogno
veramente i bambini iperattivi, è
un aiuto terapeutico. Devono imparare a controllare i loro impulsi e a
risolvere i loro problemi. Nella maggior parte dei
casi di questi bambini estremamente eccitabili e
difficili, si tratta persino di individui molto intelligenti, che hanno di
fatto attraversato finora l’esistenza agitandosi e urlando. Un permanente
eccesso di stimoli nella nostra società moderna gioca sicuramente un ruolo; una
delle cause principali potrebbero essere però anche i
genitori. La maggior parte si sentono sotto pressione
e non sanno bene cosa fare. Per cui tutto il loro ammonire, sgridare o il
castigare non porta proprio a niente. Il vero problema si trova nella mancanza
di una forma di educazione adeguata. E così questi bambini non ricevono il sostegno giusto per il
loro sviluppo. Il neurologo Huether lo spiega così:
“Il cervello è un organo plasmabile, che si sviluppa in maniera differente, a seconda di come viene utilizzato. La regione che governa
impulsi ed emozioni – aiuta a controllare la paura, la rabbia, la collera e la
disperazione – nel caso dei bambini iperattivi non è
particolarmente sviluppata. I bambini dovrebbero fare di rado
però, l’esperienza che possono ‘funzionare’ solo con l’aiuto di una
pillola. Devono sperimentare come possono risolvere da loro stessi i problemi.
Solo in seguito il cervello si riorganizza.”
Come l’educazione e di
conseguenza lo scambio tra genitori e bambino funzionino effettivamente, è
stato reso noto solo da poco attraverso un gran numero
di studi scientifici. Come è stato provato, qualità
come la consapevolezza, la reciprocità, la coerenza, e un sostegno positivo nel
rapportarsi con i bambini formano il presupposto per uno sviluppo positivo e
durevole. Il programma che si è sviluppato da queste conoscenze, e che ha avuto
moltissimo successo, è denominato Triple P ‘Positive Parenting Program’ e viene
proposto ora anche in Germania. Gli studiosi, soprattutto i neurologi,
incoraggiano quindi una ‘scuola dei genitori’ – cioè un’adeguata formazione per diventare papà e mamma. Prima
di mettere al mondo dei bambini, le persone dovrebbero frequentare corsi di educazione, nei quali imparare a rapportarsi
consapevolmente con i piccoli.
Un’altra possibilità di aiuto è offerta dal programma KiB
(Kinder in Balance –
Bambini in equilibrio), un sistema completo di terapia per bambini. In questo
programma ci si chiede in che modo il metabolismo del cervello venga sbilanciato. Oltre all’eccesso di
stimoli, la mancanza di vitamine e di sostanze vitali, possono giocare un ruolo
anche gli stati di tensione e le limitazioni di movimento nel sistema
craniosacrale.
Il Dr. Upledger,
il fondatore della terapia craniosacrale, dimostrò già nel ‘77, in uno studio
su duecento ragazzi delle scuole elementari americane, la relazione tra i
disturbi funzionali nel sistema craniosacrale e la sindrome da deficit di attenzione. Durante una terapia craniosacrale completa,
attraverso una manipolazione delicata delle ossa del cranio, la pulsazione viene portata a un ritmo di profondo rilassamento. Nella
sessione si crea un’atmosfera di tranquillità, uno spazio di comprensione. I
bambini iperattivi, che si trovano spesso in continua
tensione e sotto pressione, ne fanno esperienza come di qualcosa molto
gradevole e riposante. I bambini e i genitori imparano insieme un programma di auto aiuto e di rilassamento, il quale può continuare a
essere praticato anche dopo la serie di sessioni.
Il piccolo e intrattabile
Boris può dunque sperare ancora, forse gli verranno
risparmiati anni di Ritalin. Ci sono anche altre
soluzioni per i bambini iperattivi, con maggior
attenzione e amore, senza dover far loro ingoiare pillole. I genitori
dovrebbero essere più responsabili e lavorare anche su se stessi. Ne varrà
sicuramente la pena per tutti. Perché secondo il Dr. Huether: “I disturbi comportamentali dei bambini sono solo
uno specchio che mostra a noi adulti che stiamo facendo qualcosa di sbagliato”.
tratto
dall’osho times tedesco
Positive Parenting
Program: www.triplep.net
KiB: www.In-Balance-Institut.de
Attento
Pierino
Il Ritalin è arrivato
anche in Italia, anche se con alcuni “paletti” burocratici che ci dovrebbero
salvare da un suo uso del tutto indiscriminato. Il farmaco di per sé è molto
discusso — nel '89 la stessa casa produttrice ne aveva
sospeso la vendita in Italia, mettendo così a tacere alcune perplessità sulla
sua “bontà” — e sono già molti gli autorevoli pareri, farmacologi, pediatri e
operatori sociali che tentano di metterci in guardia da una corsa al
baby-psicofarmaco come negli Stati Uniti (dove sembra che ne facciano uso
praticamente un paio di bambini in ogni classe scolastica). Ma le prospettive
non sono molto buone: di fronte a stime come quelle della Società italiana di
pediatria che indica in circa 250 in Italia i casi reali e diagnosticati di ADHD (la sindrome da iperattività),
si risponde da parte della cosiddetta “lobby” del Ritalin
— un attivissimo gruppo di psichiatri e pediatri fautori a oltranza del “farmaco
miracoloso” — con stime che parlano del 4% dei bambini. E fatti due conti si viene così a scoprire un allettante mercato di 350mila
fedeli consumatori... senza considerare poi che il farmaco è persino
rimborsabile dal servi-zio sanitario nazionale. Questo quando negli Stati
Uniti, dove è in uso ormai da anni, il Ritalin è al
centro di asprissime dispute scientifiche e anche
legali. Ancora più preoccupante un'iniziativa 'pilota', con l'avvallo dell'Istituto Superiore di Sanità, nelle scuole
medie inferiori di alcune città, dove circolano questionari per “la valutazione
dei problemi comportamentali dei ragazzi” troppo simili ai test in base ai
quali si prescrive il Ritalin nelle scuole americane.
Ci si chiede se non si miri a usarlo nei confronti di
chi non voglia adeguarsi, faccia troppi scherzi e domande... insomma si
comporti come il classico Pierino!
Occhi
innocenti
Perché non imparare dai bambini, invece di costringerli a diventare
come noi?
È nato un bambino, è arrivato senza alcun tipo
di mente... esiste, semplicemente. La sua esistenza è pura, senza alcun
pensiero che lo ostacoli, senza alcuna nuvola che lo
intralci. Guarda negli occhi un bambino: così innocenti, così trasparenti, così
cristallini. Da dove proviene questa chiarezza? Dall’assenza di pensiero. Il
bambino non ha ancora imparato a pensare, a
immagazzinare pensieri. Guarda, ma non può classificare. Se guarda gli alberi non può dire che sono alberi, non può dire che sono
verdi, non può dire che sono belli. Vede... ma senza classificazioni, senza
categorie. Non ha ancora un linguaggio che lo offuschi... semplicemente vede.
Il colore è lì, ma lui non sa che è un colore; il verde è lì, ma non può dire che quello è verde. Ogni cosa è chiara nella sua
purezza, ma non può etichettarla. Da qui l’innocenza dei suoi
occhi. Un uomo di comprensione ha di nuovo gli stessi occhi. Diventa
nuovamente bambino, dal punto di vista della chiarezza. Gesù
ha ragione quando dice: “Diventate come bambini, solo
allora potrete entrare nel regno di dio”. Non ha detto di diventare sciocchi
come bambini, di essere infantili. Non ha detto
imparate di nuovo a fare i capricci, non ha detto che
il bambino è l’ultimo stadio. Non ha detto di diventare un
bambino, ha detto diventate come bambini. Come è
possibile diventare di nuovo un bambino? Ma si può
riuscire a diventare come un bambino. Se smettete di
pensare, se lasciate cadere questo mantello di pensieri che vi copre e restate
nudi, avrete di nuovo la stessa chiarezza.
tratto da: Osho, The First Principle # 3
“Che
cos’è l’amore?”
rispondono i bambini:
“Da quando
mia nonna ha l’artrite, non riesce a piegarsi e non può più pitturarsi le
unghie dei piedi. Così mio nonno lo fa per lei, anche se ha pure lui l’artrite
alle mani. Questo è amore.” Rebecca, 8 anni
“Quando qualcuno ti ama, dice il tuo nome in maniera diversa.
Sai che il tuo nome è al sicuro nella sua bocca.” Billy, 4 anni
“L’amore è quando una ragazza si mette il profumo e un ragazzo si
mette il dopobarba, e poi vanno fuori e si annusano.” Karl, 5 anni
“Amore è
quando una vecchietta e un vecchietto sono ancora amici anche dopo che si sono
conosciuti per tantissimo tempo.” Tommy,
6 anni
“Amore è quando la mamma vede il papà sudato e puzzolente, eppure
gli dice che è più bello di Robert Redford.” Chris, 8 anni
“L’amore è
qualcosa chi ti fa sorridere quando sei stanco.” Terri,
4 anni
“Amore è quando dici a un amico che ti piace la sua maglietta... e
lui poi se la mette tutti i giorni.” Noelle, 7 anni
“Amore è quando la mamma vede il papa in bagno e non pensa che sia
volgare.”
Mark, 6 anni
Imparare da
adulti
Una
maniera di crescere veramente – espandersi – e non solo invecchiare; un modo di
ritrovare l'entusiasmo e il senso di avventura che
avevamo da bambini.
di Nirava
Ritrovare l’espansione dell’imparare da adulti passa attraverso riconoscere la
dignità, l’innocenza e la saggezza connesse con lo
spazio di ‘non sapere’.
Nei primi anni di vita era
possibile spaziare alla scoperta del mondo fuori e dentro di noi mostrando
tranquillamente di non sapere, ma fin dall’inizio della nostra educazione
scolastica il ‘non sapere’
ha assunto una connessione negativa.
Mostrare di non sapere ha
spesso significato ricevere una punizione (un brutto voto, insoddisfazione e
disappunto da parte dei genitori, la minaccia di dover ripetere l’anno
scolastico) oppure subire un giudizio negativo: ‘se
non sai forse non sei molto intelligente, sei troppo lento e in ogni caso non
sei all’altezza della situazione’.
Per evitare e proteggerci
da queste spiacevoli esperienze, abbiamo creato stratagemmi come fingere di
sapere anche quando non sappiamo, stabilire che ciò che non conosciamo in ogni
modo non ci interessa ed evitare le situazioni in cui
il nostro ‘non sapere’ possa essere esposto al
giudizio altrui.
Il primo passo,
indispensabile, per poter nuovamente imparare – visto che non è possibile
imparare ciò che già sappiamo – è ricuperare la dignità e la bellezza del non
sapere, riconoscendolo come realtà intrinseca dell’essere umano, come
possibilità di crescita ed espansione, e infine come parte del grande mistero della vita: proprio come ci rivela l’oracolo di Delfi, quando afferma che Socrate è
l’uomo più saggio del suo tempo perché ‘sa di non sapere’.
Accettare con tranquillità
di non sapere, rende possibile ricevere sostegno e informazioni dagli altri e,
ciò che più conta, elimina ogni inutile tensione, regalando uno spazio di
rilassamento che ci permette nuovamente di gioire quando
impariamo qualcosa che ci interessa.
Il passo successivo è
essere consapevoli di ciò che ci interessa.
Negli anni antecedenti
l’esperienza scolastica quando eravamo liberi di imparare senza interferenze,
il nostro interesse ci ha guidato a spaziare in ampie direzioni e allo stesso
tempo ha potuto indicare qualcosa della nostra individualità.
Con
l’inizio dell’insegnamento scolastico, questo vasto spazio è stato ristretto ad alcuni
argomenti che era necessario imparare, relegando tutti
gli altri nel campo del gioco oppure di attività comunque ostacolate perché
portavano via tempo a ciò che si doveva studiare.
È importante riconoscere
che da adulti la nostra posizione è molto più facile. Ora abbiamo la
possibilità, che non avevamo da bambini, di procurarci gli strumenti che
possono sostenerci nell’imparare ciò che c’interessa (insegnanti, corsi, libri,
computer ecc.) e soprattutto possiamo finalmente essere liberi dal ‘devi imparare’.
Un
dover imparare che ha spesso significato fatica e sforzo, ogni volta
che era scollegato dal nostro interesse ma unicamente spinto dall’imposizione.
Si riapre così la stessa
porta piena di meraviglie che abbiamo conosciuto da bambini, dove la lampada
del nostro interesse può guidarci in maniera assolutamente individuale verso
quello che più ci nutre, verso ciò che ci dà gioia: riconoscendo che ogni volta
che il nostro impegno è rivolto ad imparare ciò che ci interessa,
ne usciamo più svegli, più vivi e più entusiasti.
Nirava conduce da
otto anni corsi per l’apprendimento della lingua inglese (Inglese senza sforzo)
e più recentemente incontri di pittura
La Storia si
ripete
Guerre,
conquiste, massacri, tragedie, generazione dopo generazione...
Non
sarà perché si continua a insegnarla sempre nello
stesso modo?
Finora il sistema educativo ha torturato
inutilmente le persone con la storia. Se qualcuno è
interessato, dovrebbe poter apprendere la materia. Se
qualcuno vuole sapere tutto su Costantinopoli, lo deve poter fare. E se a qualcuno interessa studiare Gengis
Khan e Tamerlano, dovremmo lasciarglielo fare.
Ma non è necessario obbligare tutti a studiare le
idiozie e le brutture accadute in passato. È stupido, al
limite dell’incredibile.
Insegnare alla gente che sono
esistiti personaggi come Gengis Khan, Tamerlano e Alessandro Magno significa dare insegnamenti
sul lato sbagliato del loro essere.
Nelle università ho sempre lottato: “Perché non
insegnate Socrate? Perché non insegnate Chuang Tzu? Perché non insegnate Bodhidharma?...”. Loro
appartengono al lato giusto della consapevolezza. E
dare insegnamenti sulle persone sbagliate ti porta a credere che essere dal
lato sbagliato va benissimo. Se a poco a poco diventi
un Gengis Khan... benissimo: non starai
facendo qualcosa di nuovo, l’uomo l’ha fatto da sempre.
Dobbiamo rivedere la storia, accantonare quei
personaggi infami e proteggere i nostri figli dal credere che l’uomo non ha fatto altro che guerre, battaglie, lotte, saccheggi. Ai
nostri figli dovremmo insegnare non quello che è stato, ma quello che è
possibile; non il passato, ma il futuro. Perché sprecare tanto tempo a insegnare materie con non hanno significato per la vita
attuale e non trasmettono nulla sull’arte di amare, l’arte di vivere, il senso
dell’esistenza? Manca tutto quello che è essenziale, e sono
costretti a imparare tutte cose non essenziali e assolutamente stupide.
Si dice che la storia si
ripete. La storia non si ripete. È la nostra stoltezza che ci fa insegnare le
stesse cose a ogni generazione. E i poveri studenti
sono condizionati a imitare i grandi eroi della
storia, che in realtà erano criminali, non eroi. Un uomo, Gengis
Khan, da solo ha ucciso quaranta milioni di persone. È meglio omettere tutte le
informazioni su questi personaggi dai libri di storia. Insegnate tutto ciò che
è bello e buono, in modo che si abituino a considerare normale la bontà, e
accidentale la cattiveria – insegnate che i crimini non succedono, non sono mai
successi, e la bontà è un fatto normale. Essere un buddha non è qualcosa di anormale.
A ogni bambino si dovrebbe insegnare che essere un buddha è un fenomeno normale. Chiunque sia
abbastanza saggio diventerà un buddha. Tu
diventerai un buddha. La rivoluzione più grande deve accadere nella scuola, altrimenti l’uomo non farà che
ripetere la storia.
tratto da: Osho, Om Shanti Shanti
Shanti, # 27
Proprio come
me
Una testimonianza da uno dei tanti luoghi,
su questo pianeta, dove la storia continua a ripetersi.
di Zeenat
Fortunatamente dal novembre del 2000 vivo soprattutto
a Pune e i contatti che ho con la realtà israeliana sono solo virtuali. Prima
ero un’attivista politica in Israele, e partecipavo a molti eventi politici, a
conferenze, manifestazioni, lavoravo per media alternativi,
ecc. Io e i miei amici sentivamo che c’era un’unica soluzione a quella orribile
situazione, ed era un processo di pace in Medio Oriente. Allora ci era chiaro chi erano i bravi e i cattivi, gli oppressi e
gli oppressori.
Come la maggior parte degli israeliani non ero in rapporti amichevoli con gli arabi israeliani e con la
comunità palestinese, finché nel 1997 non ho cominciato a partecipare a
incontri settimanali tra donne ebree e arabe, sia palestinesi che israeliane.
In quegli incontri parlavamo della nostra storia personale, di cosa sentivamo
l’una per l’altra, delle nostre difficoltà di donne in una guerra creata da
uomini. Fu in quell’occasione che conobbi le prime donne palestinesi, e le
trovai quasi tutte aperte e tolleranti, molte erano laureate, e
fondamentalmente erano proprio come me. Fui costretta a confrontarmi con alcuni
dei miei pregiudizi, e penso che per loro fu la stessa
cosa. Ricordo che era più facile comunicare con le donne arabe israeliane, le
palestinesi erano più sospettose e meno aperte. Per loro io rappresentavo l’oppressore
di quel conflitto in cui dovevano vivere quotidianamente. Non so come sia la
vita di un palestinese oggi. Penso che nessun israeliano lo sappia. Sebbene Israele sia una piccola nazione, la distanza tra le
due popolazioni è enorme, e non esiste un contatto diretto. Quegli incontri
erano una rara opportunità per conoscersi e parlare, e poiché eravamo solo donne c’era sempre dell’ottimo cibo, che
contribuiva a rallegrare l’atmosfera. A noi ragazze piaceva moltissimo. Il
contatto personale ci rese ottimiste. Il progetto era finanziato dal Canadian Council, e dopo alcuni
mesi, quando si concluse, non ci ritrovammo più.
Di recente una donna palestinese è entrata nella
storia per essere stata la prima kamikaze donna. Aveva
addosso una bomba e, dopo essere entrata in un
quartiere ebreo di Gerusalemme, si è fatta saltare. Un atto che finora avevano fatto solo gli uomini. Capisco che ora ci sono
donne, dall’altro lato del conflitto, che sono
arrivate a un tale livello di disperazione da essere pronte a sacrificare la
propria vita. Il mio pessimismo sta crescendo.
Il motivo che mi ha portata a Pune è stato la politica. Nel maggio 1999 in Israele c’erano
state le elezioni e io lavoravo per i verdi, un partito nuovo che cercava di
favorire una maggiore consapevolezza dei problemi ambientali. Il modello era il
potente partito dei verdi tedesco. Alcuni mesi prima,
eravamo riusciti a farci eleggere al consiglio municipale di Tel Aviv (la più grande città israeliana) e ora puntavamo al massimo – il
parlamento israeliano – mettendo tutta la nostra energia e lavorando giorno e
notte. Abbiamo perso. Ho imparato molto da quella campagna. Ho visto che le
persone hanno bisogno di essere parte di un gruppo che
dà loro un senso di ‘appartenenza’: religione, razza, ideologia, destra,
sinistra. Noi invece tentavamo qualcosa di diverso, ci rivolgevamo a tutti
quelli che abitavano sulla stessa terra e respiravano la stessa
aria, senza guardare alla razza o all’ideologia politica. I giovani israeliani,
la mia generazione, mi hanno delusa molto perché hanno
votato i vecchi politici, le vecchie idee e il vecchio mondo. Ho capito che un’immagine politica è solo un’uniforme. Allo stesso modo in
cui una si alza la mattina, mette il grembiule e diventa una cameriera, così il
politico si alza, si mette il doppiopetto e diventa un democratico, o un
fascista. È solo un lavoro. E in realtà i due, che si combattono con tanto
entusiasmo davanti ai media, hanno bisogno l’uno
dell’altro: se non esistesse l’avversario, cosa giustificherebbe la loro
esistenza? Denaro e potere sono la vera questione, l’ideologia
è solo una maschera.
Ero delusa e sfinita. Partii per l’India, venni a
Pune a trovare un amica e ci rimasi per sei mesi.
Anche quando vivo a Pune leggo
i giornali ogni giorno, e non mi sembra sia cambiato nulla nel conflitto. Tutte
e due le parti sono stupide. Sono diventata pessimista. Vedo quanto sia vero quello che Osho dice, che la società può cambiare
solo attraverso gli individui. Se l’individuo non è
consapevole, nient’altro nella società può cambiare. Penso ad alcuni dei miei
amici, radicali di sinistra, che erano così consapevoli dei diritti umani di altre comunità, ma non vedevano la violenza insita nella
loro. Il condizionamento è così profondo e radicato che non riusciamo neppure a
comunicare con noi stessi, o con la persona che amiamo, figuriamoci poi con
qualcuno che abbiamo imparato fin da piccoli a vedere come il nemico. E quel piccolo pezzo di terra, che è Israele, è dilaniato da
conflitti di razza, religione, classe; è una lotta interna continua. Non riesco
a vedere una soluzione al conflitto.
I
nostri piedi sono le nostre fondamenta, le nostre
radici. E sono capaci della più bella forma di
celebrazione… la danza. Ecco, la danza è un po’ la poesia del piede. Ma per
permettere a queste inestimabili parti del nostro corpo di esprimersi in
libertà, dobbiamo prendercene cura, cosa che per troppo tempo abbiamo dimenticato.
Circa
un milione di anni fa, i nostri antenati smisero di
andare in giro a quattro zampe e cominciarono a camminare eretti. E così i
piedi si accollarono tutto il peso del corpo, permettendo alle mani di essere libere di fare altre cose… nacque così la civiltà.
Poi arrivarono le scarpe… all’inizio semplici pezzi di pelle a proteggerci da
freddo ed escoriazioni, ma ben presto diventate
soprattutto un fatto di stile e status
più che di comfort e funzionalità. Dalle scarpe con punte affusolatissime
dei dandy del ‘500
inglese, ai piedi fasciati strettissimi – e deformati per permettere di
indossare minuscole pantofoline – delle donne cinesi
dell’alta società fino alla metà del secolo scorso… ne abbiamo fatte passare ai
nostri piedi. E non che i
tacchi alti attualmente di moda siano molto meno dannosi per i
piedi e la postura delle donne del giorno d’oggi. Non a caso l’ottanta per
cento dei problemi ai piedi accadono alle donne. Ma anche gli uomini non se la cavano troppo bene.
Anni di uso,
e abuso, sono di sicuro dannosi per i nostri poveri piedi… insieme a problemi
di circolazione, unghie mal curate, scarpe inadatte. Ma la maggior parte di
questi fastidi possono essere prevenuti. Prenditi cura
dei tuoi piedi e loro continueranno a prendersi cura di te.
Dopotutto, se ti fanno
male i piedi non riesci a goderti nulla.
Aiuta una buona circolazione
tenendo i piedi in alto quando sei steso, o anche da
seduto; un po’ di stretching o qualche breve
camminata possono fare miracoli se devi passare molto tempo seduto, e poi massaggini e pediluvi. Fa il possibile per evitare scarpe
inadatte o troppo strette… e non tenere i piedi al freddo.
tratto
da un articolo
di Samya su
Osho Times Asian
Ricette
naturali per pediluvi vari
Rinfrescante
e rilassante
In un catino, o secchio, di acqua
fredda sciogli una manciata di polvere di sandalo, o 10 gocce di olio
essenziale di sandalo. Tieni i piedi a bagno per un quarto
d’ora… ne usciranno freschi e rilassati. Ottimo per il caldo estivo.
Disinfettante
e rinvigorente
In un catino di acqua
tiepida metti una manciata di foglie di menta, una cucchiaiata di polvere di
saponaria e un pizzico di allume in polvere. Mistura buona non solo per un
pediluvio ma anche per lavare i piedi: li rinvigorisce quando son stanchi e aiuta a evitare
eventuali infezioni.
Mmmm… quell’odorino!
Un cucchiaio di saponaria
in polvere, due cucchiai di buccia di limone polverizzata, e un cucchiaio di
polvere di sandalo.
Fai bollire in 300 ml. di acqua. Passa al colino e
lascia raffreddare. Usala per lavare i piedi, o anche per lasciarli a bagno…
anche ai piedi piace non aver cattivo odore.
Per piedi
sudati
In un catino di acqua
tiepida mischia i seguenti oli essenziali: tre gocce di cipresso, tre gocce di
lavanda e tre gocce di salvia. Metti i piedi a bagno in questa pozione… e
goditi il miracolo.
Quando la scarpa calza
Una metafora usata dal mistico cinese Chuang Tzu per indicare le cose
che vanno tranquillamente, senza problemi, nella maniera giusta, di loro
accordo. Quando la
scarpa calza... ci si dimentica del piede, conclude il
vecchio saggio. Ai nostri tempi purtroppo del piede ci si dimentica in tutt’altro modo: non tenendo praticamente
conto della sua forma naturale e costringendolo, fin dall’inizio dentro forme,
quelle delle scarpe, che tanto naturali non sono. Ecco il parere di uno
studioso.
Ogni generazione ha le sue idee assurde sul
rafforzamento di qualche parte dell’anatomia umana.
Le persone anziane
ricordano ancora il periodo in cui tutti andavano in giro con le caviglie
protette. Giovani e vecchi portavano stivaletti con legacci. Si era persuasi
che una scarpa, se non arrivava fin sopra la caviglia, era un disastro per la
salute. Ma che fine ha fatto ci si chiede, la
protezione delle caviglie, un tempo raccomandata con tanto calore da medici e
venditori di scarpe? Cosa impedisce alle caviglie di
spaccarsi in questa nostra epoca di scarpe basse?
Alla protezione della
caviglia è succeduta la protezione dell’arco: milioni di acquirenti
di scarpe sono decisi a ‘mantenere integro il proprio arco metatarsale’
senza neanche sospettare che non ne esiste il bisogno. Tuttavia
la finzione permane allo scopo di favorire la vendita su scala massiccia di
‘supporti’ e ‘preservatori’.
La paura che cadano gli
archi è comunque roba da ridere in confronto a
quell’altra calamità che è l’asimmetria dei piedi, cioè la differenza tra il piede
destro e il piede sinistro di una persona; ma soprattutto all’asimmetria del
singolo piede.
Pochi di noi sanno che il
contorno di un piede non deformato deve essere asimmetrico. È chiaramente più
piccolo da un lato. Guardiamolo con attenzione: l’alluce si protende da due a
cinque centimetri oltre il quinto dito. Non solo ma le dita si allargano come
un ventaglio. Invece a guardare la forma della scarpa, ci si aspetterebbe che
le dita convergessero sulla punta e non verso il
tallone. È quindi ovvio anche per l’osservatore più distratto, che per
conformarsi alla linea di una scarpa l’alluce dovrebbe essere al posto del
terzo dito, cioè al centro.
I fabbricanti di scarpe si
sono dimostrati ammirevolmente pazienti con la natura. Anche
se (o proprio perché) non esistono piedi che corrispondono ai loro ideali
commerciali sull’anatomia, continuano ostinatamente a produrre scarpe
simmetriche. E benché nel corso del tempo i piedi dei
loro clienti non siano cambiati, non risparmiano fatiche né spese per
presentare in ogni stagione una scarpa (simmetrica) per lo stesso vecchio
piede. (L’odio patologico per la forma naturale del
piede non è mai stato vigorosamente espresso come nei comandamenti degli Shakers i quali dicono che “è contrario all’ordine avere
scarpe destre e sinistre”.)
Per qualche atavico
ghiribizzo della natura, ogni bambino normale nasce con i piedi non deformati.
La parte anteriore del piede - misurata trasversalmente alle dita - è larga
circa il doppio del tallone; le dita si toccano appena e sono agili come quelle
della mano. Se potesse continuare a gingillarsi con esse,
il bambino arriverebbe facilmente a controllare i suoi piedi come controlla gli
altri suoi arti. Ma noi nelle dita dei piedi agili non vediamo niente di ammirevole; ci sembrano anzi bizzarre, forse perché
associamo i piedi prensili alle civiltà primitive. Per la nostra mente contorta il piede, in condizione non deformata, è un
anacronismo, se non addirittura una barbarie. E da quando la scarpa è diventata
il biglietto di ingresso alla civiltà occidentale - in
certi paesi rurali, come il Portogallo e il Brasile, il governo esorta i
contadini a mettere le scarpe in nome del progresso
– guardiamo con disprezzo alle nazioni scalze o calzate di sandali.
Poiché portare scarpe è sinonimo
di portare scarpe cattive, la scarpa moderna diventa inevitabilmente uno
strumento di deformazione. L’idea stessa di scarpa moderna non ammette
soluzioni intelligenti: non è fatta per conformarsi a
un piede umano, ma a una sagoma di legno la cui forma viene decisa dai capricci
del ‘designer’. Mentre il sarto tien conto del fatto che il suo cliente non ha le spalle e le
braccia uguali, e l’ottico prescrive lenti diverse per l’occhio destro e per il
sinistro, noi compriamo scarpe di misura e dimensioni identiche per entrambi i
piedi, dimenticando – o ignorando – che non hanno la stessa larghezza o
lunghezza. Persino nei paesi dove si riesce ancora a trovare un artigiano
disposto a fare una paio di scarpe su ordinazione, è
assai probabile che egli lavori su forme prodotte in serie e produca un oggetto
non molto diverso da quelli industriali.
Fabbricanti e clienti sono
concordi nel ritenere che la scarpa debba avere la precedenza sul piede. Essa
serve non tanto a proteggere il piede dal freddo e dalla sporcizia quanto a
plasmarlo in una forma alla moda. Le primissime scarpe dei bambini tendono già
a spostargli le ossa e ad adattare il piede alla
sagoma della scarpa. Al bambino non dà fastidio questo intervento:
“Non aspettatevi che il piccolo si lamenti della scarpa che gli fa male” dice
il pediatra dott. Simon Wilker, “il processo di
storpiamento è indolore”. Secondo uno studio
decennale della Podiatry Society dello Stato di New York, il 99% dei piedi è perfetto alla nascita, l’8% mostra delle deformazioni
a un anno, il 41 a cinque e l’80% a venti... “entriamo nell’età adulta zoppicando” conclude il
rapporto.
B. Rudofsky
- dal libro Il corpo incompiuto,
psicopatologia dell’abbigliamento su pensarecolcorpo.it
Nel piede
tutto il corpo si rispecchia
Nei piedi, ricchissimi di ricettori nervosi, hanno
sede punti di corrispondenza con tutte le altre parti del corpo, e quindi un
massaggio ai piedi, secondo specifiche modalità, coinvolge tutto l'organismo e
lo mette in grado di riequilibrarsi e ristabilire uno stato
ottimale di salute. E questo il principio alla base della reflessologia piantare, una tecnica orientale in uso da più
di 5000 anni: si lavora con il pollice eseguendo pressioni ritmiche sui vari
recettori nervosi, che mandano un impulso nel momento in cui vengono
compressi; gli stimoli arrivano al cervello e servono a rimettere in funzione
le capacità dell'organismo stesso: una tecnica di benessere, in sostanza, che
mette l'organismo nelle condizioni di funzionare correttamente e lo aiuta a
guarirsi da solo.
PER SAPERNE DI PIÙ:
esistono molti libri
sull'argomento, ad esempio ll massaggio del piede di
Erasmo Buzzacchi MEB Ed.
Spesso è un amico che ce lo
dice, anche se la cosa può non farci piacere.
Osho, c’è
questa tristezza dentro me con la quale non riesco a
connettermi. Lo so che è il mio ego, ma mi stanco che la gente mi dica sempre che sembro triste. Anche quando sono contento,
continuano a dirmi che c’è tristezza pure in quei
momenti. Non so proprio che fare.
Fai una cosa: quando qualcuno te lo dice, accettalo con profonda
gratitudine e rispondo che hanno ragione, che sì , sei triste. Tu stai evitando questa situazione.
Ecco perché ti senti ferito,
altrimenti non lo
saresti.
Se qualcuno ti dice che sei bello, non ti senti ferito. Gli sei grato, è
un complimento.
Perché ti senti ferito quando qualcuno dice che sembri triste? Perché non
vuoi essere triste, ma lo sei; e vuoi che nessuno si accorga
di quanto sei triste, anche se lo sei.
Accettalo. Mettiti un
cartello legato al collo: sono triste.
Continuate a ricordarmelo, per favore.
Farà meraviglie. Scrivi un
cartello e portalo per tre giorni.
Accettalo. Nessuno ti sta facendo del male, nessuno vuole ferire gli altri. Quelle
persone sono molto gentili: se ti dicono che sembri
triste, ti vogliono semplicemente comunicare che a loro piacerebbe che tu non
lo fossi... ti vorrebbero contento perché la tua tristezza rende tristi anche
loro.
Chiunque ti si avvicini –
un amico, il tuo amore... se sei triste rendi triste
anche lui. Crei un contesto di tristezza e chiunque
entri nella tua sfera si ritrova irrimediabilmente triste. Se
continua a ridere, nonostante la tua tristezza, diventerebbe offensivo. Anche
se ha voglia di ridere, anche se è venuto per ridere un po’ insieme a te, non può... per essere educato, è una questione di
buone maniere. E se tu sei molto triste, e quella
persona nutre dei sentimenti verso di te, gli dispiacerà davvero. Quando ti dice che sembri triste, sta semplicemente affermando che non
va bene che tu ti senta così.
Tu ti senti ferito perché
mentre stai tentando di evitare questa cosa, lui arriva e te la mette proprio
davanti agli occhi. Ringrazialo! Sentiti grato che te l’abbia
fatto notare, e non tentare di nasconderlo. Che
ci puoi fare? Se sei triste, sei triste. Non cercare
di nasconderti dietro a un sorriso; non creare
maschere, protezioni – nessuna facciata.
Una volta che l’accetti, scoprirai che a poco a poco arrivano momenti in
cui ti dimentichi che devi continuare a essere triste... e sei diventato allegro.
Proprio un attimo fa te ne sei dimenticato. Quando ti ho detto di metterti un cartello al collo, te ne
sei dimenticato completamente: non eri per niente triste in quel momento.
La tristezza non è
naturale per nessuno: è solo una disposizione d’animo passeggera,
un’inclinazione, un’abitudine. Ce ne si può liberare.
Esiste per tua scelta. Ma il modo di liberarsene non è
combatterla. È necessario trascenderla. Quindi bisogna
accettarla. Prova a essere davvero triste per tre
giorni. Se scopri che sei felice, diventa subito triste: devi
seguire quello che c’è scritto sul cartello, altrimenti gli altri ti
chiederanno che cosa stai combinando. Se ti
scopri a sorridere anche solo un po’, o qualcosa di simile... sentiti in colpa!
Si tratta solo di una
vecchia abitudine nella quale continui a cadere. Un’abitudine ha bisogno che tu
sia inconsapevole, vive della tua inconsapevolezza. Se tu ne diventi consapevole, l’abitudine scompare.
Quindi
per tre giorni sii consapevolmente triste, continuamente triste, triste con
totale perseveranza. Non permettere che il tuo umore cambi... riprendi
immediatamente il controllo e torna alla tua tristezza.
Non ci riuscirai!
tratto
da: Osho, Above All, Don’t Wobble
# 27
Ci scrive un lettore:
Sono sempre
stanco. Ho un lavoro che mi tiene in continuazione a contatto col pubblico, e
da quando ho iniziato a far meditazione vedo che riesco a
essere più rilassato, ma quando torno a casa sono davvero esausto, certe volte
devo persino fare uno sforzo per meditare un po’. Questa estate sono stato
anche a Miasto per un gruppo e poi per il festival, e
là questa stanchezza non c’era, e sì che ne facevo di cose! Ma
da quando sono tornato in città è ripresa: durante i weekend sono così sfinito
che non ho proprio voglia di far niente. Il dottore mi ha detto
che a livello fisico va tutto bene, voi non avete qualche consiglio?
Abbiamo trovato un brano di Osho,
una risposta a un meditatore che gli poneva lo stesso tuo problema... eccolo:
“Fai una cosa. Ogni notte, prima di andare a
dormire, siediti sul letto e immagina un’aura intorno al tuo corpo, a venti
centimetri dal corpo, con la sua stessa forma, che ti
circonda, e che ti protegge. Diventerà una difesa. Fallo solo per quattro o
cinque minuti, e poi, continuando a sentirla, vai a dormire. Addormentati,
immaginandola come una coperta che ti protegge, in modo che nessuna tensione
possa entrare dall’esterno, nessun pensiero possa entrare dall’esterno,
nessuna vibrazione esterna possa penetrarti.
E sentendo quest’aura,
addormentati. Dev’essere l’ultima cosa che fai nella giornata. Poi vai a
dormire, in modo che la sensazione continui nel tuo inconscio. Questo è tutto.
L’intero meccanismo consiste nel cominciare a
immaginare consciamente, e poi
addormentarsi. Poco a poco, mentre stai per addormentarti, l’immagine
permane. Tu ti addormenti, ma l’immagine entra nell’inconscio. E si trasforma in una straordinaria e fortissima energia.
Il problema viene dall’esterno. Non hai un’aura
protettiva. Succede a molti, perché non sappiamo come proteggerci dagli altri.
Gli altri non sono solo in un certo posto – diffondono
il loro essere continuamente in sottili vibrazioni. Quando qualcuno teso ti
passa vicino, lancia frecce di tensione tutt’intorno
a sé – ma non le dirige contro di te in modo
particolare, sta solo buttando fuori. E ne è
inconsapevole, non lo fa apposta. Deve buttare fuori la tensione perché è
troppo carico. Diventerebbe pazzo se non lo facesse. Non ha deciso di farlo.
Sta traboccando. È troppa, e lui non riesce a contenerla,
così continua a traboccare.
Quando qualcuno ti passa vicino ti butta addosso qualcosa. E la meditazione
ti rende ricettivo, molto ricettivo. Così, quando sei solo, va bene. Quando sei circondato da persone che meditano, va molto
bene.
Quando invece ti trovi nel
mondo, in mezzo alla folla, e le persone non meditano, ma sono tese, ansiose e
hanno migliaia di preoccupazioni in testa, allora tu cominci a sentirle. E sei molto vulnerabile.
La meditazione ti rende molto aperto, e qualunque
cosa può penetrarti.
Se si medita bisogna crearsi
un’aura protettiva. Talvolta accade automaticamente, talvolta
no. A te non sta succedendo automaticamente, così
devi lavorarci. Entro tre mesi ci riuscirai. In poco tempo, dalle tre
settimane ai tre mesi, comincerai a sentirti molto
forte. Dunque addormentati immaginando l’aura.
La mattina il primo pensiero deve essere ancora
questo. Nel momento in cui ti rendi conto di non dormire più,
non aprire gli occhi. Ma senti l’aura sopra il
tuo corpo, che ti protegge. Fallo ancora per quattro o cinque minuti, poi
alzati. Mentre ti fai il bagno o prendi il tè continua
a ricordarla. Poi, durante la giornata, quando hai un po’ di
tempo – in macchina, in treno, o in ufficio quando non hai nulla da fare –
rilassati ancora in quest’immagine. Per un momento sentila ancora. Entro
tre mesi comincerai a sentirla quasi come una cosa solida. Cerca di crearti
un’aura protettiva... ovunque vai ti arriveranno delle cose, ma poi torneranno
indietro, non ti toccheranno.”
tratto da: Osho, Dance your way to god # 24
La Canzone
Della Vita
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Edizioni Oscar Mondadori
Euro 7,20
Insieme a Il canto della meditazione completa l'opera in inglese The Song of
Meditation.
Come
sentirsi uniti. all'esistenza, come essere felici,
come entrare in sintonia con il vero scopo della vita... comprendere la
totalità in cui, vi-vendo, siamo immersi, eliminare tutte le barriere, i filtri
e i pregiudizi che ci inibiscono il contatto con la nostra stessa sorgente di
vita. Osho ci guida quietamente nelle profondità dell'essere, in quella
dimensione che ci appartiene e in cui difficilmente ci arrischiamo; ci aiuta a
ricontattare l'essenza più intima del nostro esse-re, a cogliere il nostro vero volto.
NEL PRESENTE
Non riesci a vivere senza problemi? Non riesci a essere nel presente? Riesci a
essere solo nel futuro? Essere solo nel futuro significa vivere in una finzione,
perché il futuro non è ancora arrivato. Le persone conoscono solo due modi di essere: o nel passato o nel futuro. La loro identità
proviene o dal passato o dal futuro. Nel presente si sentono veramente a
disagio, perché nel presente scompare l'identità e scompare
il sé. Nel presente non esiste l'ego. Osservalo, proprio in questo momento. Tu
sei totalmente qui, neppure un pensiero ti turba, sei circondato dal silenzio:
dov'è il tuo Io? In questo silenzio come potrebbe esistere? Questo silenzio ti cancella, diventi una “tabula rasa”, ridiventi bambino. Per
mantenere un'identità, o devi guardare al passato... ti fornisce l'identità.
Hai ottenuto una laurea all'università, sei un me-dico o un ingegnere... Hai fatto queste cose o quelle – l'accumulo di tutte quelle
azioni costituisce la somma totale del tuo essere. Ma
tu non sei la somma totale delle tue azioni. C'è un altro essere nascosto
dietro alle tue azioni – l'essere reale, l'essere
essenziale. L'essere essenziale non ha mai fatto niente. Esiste
semplicemente, non agisce.
LA FELICITÀ
Vuoi afferrare al volo la
vita... vuoi
essere aggressivo con la vita. In questo modo, non potrai essere felice. La
vita accade solo a coloro che non sono aggressivi, la
vita accade solo a coloro che sono in uno stato di profonda, passiva
ricettività. Non puoi essere violento con la vita. Proprio perché sei violento, sei infelice e misero. E continui a perdere l'opportunità di vivere, la vita ti
evita e scivola via dalle tue mani. La vita arriva danzando. Ma
solo se non sei violento, né aggressivo. Solo se non sei ambizioso... quando esisti semplicemente nel presente ti
senti improvvisamente inondato dalla felicità – accade l'incontro tra te e la
felicità. Colui che conosce davvero l'arte di essere
felice – che significa assenza di desideri – sa anche che gli è necessaria
un'accettazione profonda di tutto ciò che accade, senza l'ombra di un rifiuto.
Allora in lui ogni cosa si trasforma, a poco, a poco, in felicità. Le piccole
cose che contano quasi niente, se accettate, diventano
assai significative.
SENZA UN
PERCHÉ
Mi chiedi: Arriverà mai un momento in cui
riusciremo a sapere perché le cose sono come sono? No, le cose sono come sono e
non potrebbero essere differenti. Questo è il loro unico modo di essere. E non esiste alcun "perché sono così", altrimenti
sarebbe possibile conoscere quel per-ché. La vita non ha alcun motivo per
esistere. È totalmente assurda, non dovrebbe esistere, non ha alcun motivo per esistere. Per quale motivo dovrebbero esistere alberi e
stelle e uomini e donne; perché mai? Per quale motivo dovrebbero esistere l'amore
e la consapevolezza? Perché tutto questo? Il perché comincia a scivolare via da te. Più diventi
silenzioso... e più i perché scivolano via da te. Un
giorno, all'improvviso non cerchi più le cause, le ragioni, i perché. Cominci
semplicemente a danzare...