in questo numero

 

 

Pag. 1    Peperoncino

 

Pag. 2    Osho Times News

 

Pag. 6     I centri di Osho in Italia

 

Pag. 10   Impara a essere felice

 

Pag. 20   Il cammino continua...

 

Pag. 24   I 10 passi verso il buddha

 

Pag. 29   Arte frattale

 

Pag. 33   Lavoro e meditazione?

 

Pag. 50     L'oroscopo di marzo

 

Pag. 52     La vetrina

 

Pag. 60   Un libro da vivere

 

 

OSHOTIMES INTERNATIONAL

Copyright© 2003 OSHO INTERNATIONAL FOUNDATION Tutti i diritti riservati OSHO® è un marchio registrato di proprietà della Osho International Foundation, usato con il suo permesso.

 

 

 

 

Aggiungi un po’ di PEPERONCINO alla Tua vita

 

 

      chiarezza: oltre le tue certezze

 

Creare confusione è la mia tecnica per raggiungere la chiarezza.

 

Ti senti confuso perché devi essere arrivato qui con certi pregiudizi e io te li sto sbriciolando.

 

La conseguenza è la confusione – ti senti nel caos.

 

Sei venuto qui per acquisire nuove certezze sui tuoi pregiudizi.

 

Io non sono qui per rafforzare i tuoi pregiudizi, non sono qui per rafforzare le tue tradizioni, né i tuoi condizionamenti.

 

Il mio lavoro consiste nel demolirti completamente, perché solo quando ti avrò demolito totalmente in te nascerà l’uomo nuovo.

 

Quando scompare il vecchio, appare il nuovo – e ciò che è nuovo ha chiarezza. La chiarezza non è certezza e la certezza non è chiarezza.

 

La chiarezza non nasce dalla mente, né dalle sue proiezioni, né dalle sue idee e filosofie

 

– la chiarezza nasce dalla qualità riflettente, simile a uno specchio, della non-mente.

 

Chiarezza significa che tu non hai idee prefabbricate, non hai filosofie cui aggrapparti, non hai ideologie

 

– né cristiane, né indù, né maomettane, né comuniste

 

– esisti semplicemente, senza alcuna ideologia, senza alcuna filosofia e senza alcuna sacra scrittura: sei vuoto,

 

totalmente vuoto.

 

Questa verginità è chiarezza.

 

La polvere è sparita e il tuo specchio riflette ogni cosa così com’è.

 

Osho

   

 (ritorna al sommario)

 

 

 

Osho times news

 

 

Veeresh  al Resort

 

Anche il gennaio scorso, come succede quasi tutti gli anni, Veeresh è venuto in visita al Resort, con un numeroso gruppo di persone dall’Humaniversity, il suo grosso centro in Olanda, che fra l’altro proprio quest’anno festeggia i 25 anni di attività.

Di sicuro questa volta era anche curioso di vedere coi suoi occhi l’ormai famosa nuova piramide, con l’Osho Auditorium, la Guesthouse e tutto il nuovo complesso di giardini e piazzette intorno. Ma non è stata una semplice visita ‘turistica’: durante tutto il periodo del soggiorno Veeresh ha guidato un susseguirsi di eventi affollatissimi, anche 2 o 3 al giorno: Social meditation e AUM nel nuovo auditorium, la nuova Peace meditation nel Buddha Grove (il nuovo spazio aperto che prima era la Buddha Hall) workshop per genitori... e tanto altro, senza trascurare una serata di entertainment con le sue musiche – in puro stile Humaniversity – alla Plaza.

Ritmo intenso e veloce che ben si accordava con gli alti livelli di energia e il fiorire di attività in tutto il Resort, che in quel periodo stava veramente riempiendosi... con anche molte persone qui per la prima volta. Party quasi ogni sera, una grande offerta di training, workshop, lezioni, eventi ... balli e celebrazioni, spettacoli, il tutto culminato, nella bella giornata del 19, con un’incredibile Evening Meditation.

 

 

 

Leggere Osho

 

Nonostante il 2002 non è stato un buon anno per l’editoria in generale, in tutto il mondo è stato l’anno migliore per i libri di Osho. Ce lo conferma Pramodh che da tempo si occupa del settore dalla sede di New York di Osho International. “Quando nel ‘94 sono andato per la prima volta alla Fiera del libro di Francoforte – la più importante manifestazione del settore – non sono riuscito a organizzare neppure un incontro con un qualsiasi editore, nessuno sembrava interessato ai libri di Osho... quest’anno ho avuto più di cinquanta meeting, sono partito per la fiera che ero già del tutto ‘prenotato’, ed erano gli stessi editori a chiedere di incontrarci”.

E il successo si verifica in tutto il mondo. In Brasile, ad esempio, l’opera illustrata ‘The Osho Experience’ – unito al video di un discorso – è stato pubblicato da un grosso editore di riviste – la prima tiratura di 35 000 copie è finita in una settimana – e in seguito una compilation di testi di Osho, ‘Silence in the mind’, un’introduzione alla meditazione, è arrivata nella lista dei bestseller.

Sempre più richieste per poter pubblicare Osho stanno arrivando anche dagli editori dei paesi dell’Est europeo, mentre sempre più titoli vengono pubblicati in paesi come Taiwan e la Corea...

In lingua spagnola esce praticamente un nuovo titolo al mese, sono già 5 i grossi editori che pubblicano Osho, compresa Random House Mondadori (Spagna). I libri di Osho sono al momento pubblicati in 43 nazioni in tutto il mondo.

Fra i progetti per il 2003 il più importante, a livello internazionale, sarà una compilation “Body-Mind Balancingunita al CD di Talking to the Body... previsto in 10 lingue diverse! Incluso l’italiano naturalmente.

Una nota curiosa: Osho nell’editoria degli Stati Uniti non è considerato un ‘grande’ autore... sembra gli sia di grande ostacolo il fatto di non essere più ‘nel corpo’! Il mondo editoriale americano infatti si basa molto su conferenze, incontri col pubblico, occasioni dove agli autori si possono chiedere autografi e così via... ma non tutto è perduto! Nel corso della prossima fiera del libro di Los Angeles c’è già la proposta per la partecipazione al prestigioso incontro ‘Breakfast con gli autori’ proprio di Osho... in video naturalmente.

 

 

Insieme è meglio

 

La prossima edizione del Festival a Varazze, dal 4 al 6 aprile 2003, si sta preparando a essere un gran successo: lo si capisce dalle innumerevoli telefonate, richieste di informazioni eccetra che arrivano alle varie sedi preposte all’organizzazione – vedi www.thefestival.it

Quest’anno poi ci sono novità anche a livello residenziale: uno degli alberghi convenzionati – a 200m da dove si svolge il Festival – offre la possibilità di pensione completa (o mezza) con servizio sincronizzato con le attività del Festival: un evidente vantaggio dal punto di vista della praticità e della socializzazione. Non solo meditare insieme ad altri meditatori è meglio che farlo da solo, ma anche mangiare, chiacchierare, divertirsi... insieme; è anche un modo per imparare a portare la meditazione nella vita di tutti i giorni.

Insomma, magari val la pena di affrettarsi a prenotare.

Un meditatore... ha bisogno soltanto di una cosa: l’atmosfera della meditazione. Ha bisogno di altri meditatori – deve essere circondato da altri meditatori. Perché qualunque cosa sta accadendo nel nostro intimo non è soltanto dentro di noi, si riflette nelle persone che sono vicine. Qui la gente è a stadi diversi nella meditazione. Il meditare con queste persone... basta sederti in silenzio con loro e sarai attratto sempre di più verso la tua intrinseca potenzialità. Non voglio che diventi qualcun altro, un Gautama il Buddha o un Gesù Cristo. Voglio che diventi semplicemente te stesso… anonimo, nessuno di ‘speciale’, ma colmo di beatitudine. E sei già sulla strada giusta. Hai fatto qualche passo… ora continua a procedere – abbi fiducia in te stesso – e a ogni passo questa fiducia diventerà sempre più profonda. Osho

 

 

Il Vecchio, il Nuovo... e Osho

 

Il recente passaggio dalla ‘vecchia’ Buddha Hall al ‘nuovo’ Osho Auditorium ha suscitato tante emozioni diverse. Questo scritto di Anando, che ci racconta episodi di quando assisteva Osho nel progetto del suo samadhi, è ricco di spunti per riflessioni importanti su come Osho vivesse il rapporto col nuovo e col vecchio.

 

Nel progetto del samadhi (che in origine avrebbe dovuto essere la sua nuova camera da letto, costruita ristrutturando un porticato) tutto è stato deciso da Osho stesso – dal lampadario di cristalli sul soffitto alla cascata che è all’esterno. C’è una storia divertente riguardo al lampadario: Osho vide una foto in un catalogo e decise che era quello giusto, ma non avevamo capito che quello nel catalogo era di soli 60 cm di diametro... e Osho ne voleva uno di quasi 6 metri! La ditta, tedesca, ne rimase sbalordita.

Un’altra cosa interessante al riguardo è che Osho trasformò in una specie di armadio il podio del Chuang Tzu Auditorium – il porticato dove per molti anni aveva tenuto discorsi – e da quel podio aveva parlato più a lungo che dall’ultimo in Buddha Hall. Diventò semplicemente un ripostiglio. Osho non aveva nessun tipo di sentimentalismo riguardo agli spazi fisici connessi con il suo corpo, eliminò completamente l’area del podio e disse: “Potete usarlo come ripostiglio”.

Quando la costruzione fu terminata, Osho vi rimase per due settimane poi tornò nella sua vecchia camera da letto, dicendo: “Ora iniziate a usare la nuova stanza per le terapie meditative”. Così la Mystic Rose e la No Mind iniziarono a svolgersi lì. La sala da pranzo di Osho è contigua al samadhi, quindi poteva sentire tutti i rumori che arrivavano da lì: la gente che rideva e piangeva durante la Mystic Rose e che ‘impazziva’ durante il gibberish. Di solito si sedeva lì a sentire il tutto... e se la rideva, gli piaceva così tanto!

Osho è sempre molto chiaro e preciso sul non creare nessun tipo di legame sentimentale con le cose materiali connesse con lui. Un giorno, ad esempio, lo avevamo informato che alcune persone erano interessate a organizzare visite al villaggio dove era nato e anche al luogo dove si era illuminato; lui disse: “No, spiega loro che il mio lavoro non ha nulla a che fare con gli avvenimenti storici e i luoghi della mia vita”. Ci sono altri esempi al riguardo: prima di venire a Pune aveva vissuto per quattro anni a Bombay – in un appartamento ai Woodlands – e quando qualcuno gli chiese se era il caso di comprare quell’appartamento disse: “No, non è necessario”.

Anche il prato dove Osho, appena dopo l’arrivo a Pune, teneva i darshan, non fu conservato: in una parte fece fare un laghetto, e il resto diventò una specie di giungla. Su parte di quel prato abbiamo persino costruito la walkway, perché lui potesse passeggiare al coperto. Il balcone dove, sempre nei primi tempi di Pune, teneva i discorsi, venne in seguito trasformato in una piccola sartoria, dove venivano cuciti i suoi vestiti.

Osho ha continuamente fatto sforzi – secondo me – per non dare alla mente alcuna possibilità di attaccarsi al passato, di essere sentimentale. Mette così tanta energia nell’incoraggiarci a essere presenti nel qui e ora, e le cose del passato sono una tale barriera, una distrazione dall’essere nel momento presente. Questo non riguarda solo i luoghi. Una volta le persone che gli facevano i vestiti volevano fare una mostra dei diversi ‘stili’ che aveva adottato nel tempo: dal lungi e scialle degli anni ‘60 fino alle tuniche con le spalle ad ala della fine degli anni ‘80. Osho rimase veramente sorpreso da questa idea, e disse che non ce n’era assolutamente bisogno!

In realtà, a quanto ho capito, non ha mai dato alcuna energia a cose associate alla sua presenza fisica. Poco prima di lasciare il corpo, mentre dettava quello che doveva essere scritto sul samadhi, disse che dovevamo cambiare il marmo rosa e nero della sua stanza da letto – che non gli era mai piaciuto – con del marmo bianco. Ne fui molto sorpresa e dissi: “Hai detto che il marmo raccoglie l’energia e tu hai vissuto in quella stanza per più di venti anni, la gente vorrà venire qui a vederla e a sentirne l’energia”. Lui rispose semplicemente: “Questo è il motivo per cui dovete farla diventare bella: togliete questo marmo e sostituitelo con del bellissimo marmo bianco”. La stessa cosa accadde per la poltrona dove si era seduto per anni: era abituato a passare almeno metà della sua giornata seduto là. Poco prima che lasciasse il corpo arrivò una sedia nuova, ultra moderna, che qualcuno gli aveva mandato in regalo dall’Occidente. Gli piaceva molto ma non ebbe mai occasione di usarla: era stato necessario lavarla più volte per toglierle ogni odore a cui Osho potesse essere allergico. Impiegammo una settimana a pulirla, e fu pronta solo il giorno che lasciò il corpo, ma lui disse: “Mettete questa sedia qui – al posto della sedia che usava – perché è proprio bella”.

Allora non lo capii, ma ora lo vedo più chiaramente. Tutto il suo messaggio è, ed è sempre stato: “Non creare nessuna religione attorno a me, non fare nulla che possa creare una religione”. Come tutti noi sappiamo Osho è completamente contrario al concetto di religione. Compresi che il samadhi, oltre a essere usato per le terapie meditative, doveva essere semplicemente un invito in più per la gente ad andare dentro, a meditare. Quando lo progettava, visto che fingeva con noi si trattasse della sua nuova camera da letto, ha voluto un bel bagno. Penso sia il più bel bagno del mondo, forse quando lo ha progettato ha creato un esempio di come può vivere Zorba il Buddha... il più bello, il meglio, ma assolutamente semplice: amo la sua affermazione ‘Sono un uomo semplice: mi piace, semplicemente, il meglio’.

Ogni volta che Osho ci ha dato la sua visione su qualcosa di nuovo non si è mai focalizzato sul vecchio, la sua attenzione era sempre sul nuovo. Non ha mai detto ‘e con il vecchio fai così’. Secondo me aveva a che fare con la direzione dell’energia. Persino rispetto alle persone che se ne andavano diceva: non mettere la tua attenzione su di loro, focalizzati sulla gente che arriva, sul nuovo. Era anche bello vedere come, appena terminava di leggere i giornali, i fogli erano lasciati cadere sul pavimento con un semplice ed elegante gesto della mano che chiaramente diceva: “Finito, per sempre”.

La mia esperienza – e quella di così tante altre persone – all’apertura del nuovo auditorium è stata sbalorditiva: la sera prima eravamo in Buddha Hall e la notte successiva nell’Osho Auditorium... e quella sera stessa l’energia… whoosh! In pochi secondi fu trasferita dal vecchio al nuovo, come un’esplosione. Quando ritornando, passammo davanti alla vecchia Buddha Hall... era semplicemente una conchiglia vuota – qualcosa di interamente finito. In quelle poche ore era morta ed era nato qualcosa di nuovo, qualcosa di più grande e molto più meraviglioso. È stato fantastico. Osho è così – senza mai guardarsi indietro, senza mai chiedere cosa ne è stato di qualsiasi cosa si è lasciato alle spalle. La sua attenzione è sempre verso ciò che sta davanti: dice che l’energia si muove o in avanti o indietro – non è mai neutrale – e non puoi mai sederti e dire, finito.

 

Ricordo quando finalmente Jayesh, il coordinatore del Resort, riuscì a portare a termine il progetto di Basho – tutta la zona con la piscina, i campi da tennis e il Club Med. Ed era stato un vero tormento, c’erano voluti anni per realizzarlo... quando Jayesh disse a Osho che era finalmente finito, Osho rispose: “Molto bene, e ora trova il terreno per il nuovo auditorium...”. Nei 26 anni che sono stata coinvolta nel lavoro di Osho c’è sempre stato un cantiere, qualcosa in costruzione... espansione continua, muoversi sempre in avanti a incontrare il futuro. Il fatto che questo stia ancora continuando dimostra che la sua visione è viva e fiorente... e posso sentire Osho che se la ride.

    

 (ritorna al sommario)

 

 

 

Imparare a essere felici

 

Dove sta la felicità? Una domanda sempre ai primi posti nella lista dei nostri interrogativi esistenziali, anche se rifiutiamo le semplificazioni made in Usa a base di manualetti new age e pillole – di recente l’uso del Prozac, la ‘pillola della felicità’, un affare di 3 miliardi di dollari all’anno, è stato ufficialmente approvato anche per i giovanissimi! È come se avessimo dimenticato quel linguaggio del benessere interiore che è fatto di saggezza e creatività, di coraggio e responsabilità. Da un lato inseguiamo i sogni, il piacere – e ne usciamo costantemente delusi – dall’altro ci sforziamo di essere ‘realisti’, qualcosa che assomiglia sempre più a un appiattimento dell’esperienza, a una rinuncia a vivere davvero... può essere più facile adeguarsi, ma a quale prezzo?

Impariamo di nuovo la felicità, smantellando tutti quei meccanismi di difesa che ne ostacolano il libero flusso: i sensi di colpa, l’attaccamento alla rispettabilità, il bisogno di essere approvati, per dare invece spazio a un’esperienza che di certo richiede impegno, ma ci fa crescere e sviluppare in condizioni di libertà. Dobbiamo ritrovare la nostra voce interiore, e seguirla con coraggio e fiducia, solo in questo modo conosceremo la felicità.

 

 

Osho, cos’è questo mio attaccamento all’infelicità? Perché è tanto difficile essere felice?

 

L’infelicità ha molte cose da darti, cose che la felicità non può darti. Di fatto, la felicità ti sottrae molte cose. La felicità ti porta via tutto ciò che hai sempre avuto e tutto ciò che sei sempre stato: la felicità ti distrugge. L’infelicità nutre il tuo ego e la felicità è fondamentalmente uno stato di assenza dell’ego. Questo è il problema, il punto cruciale del problema. Ecco perché le persone trovano tanto difficile essere felici. Ecco perché nel mondo milioni di persone devono vivere nell’infelicità… hanno deciso di vivere nell’infelicità. Questa ti dà un ego estremamente cristallizzato. Se sei infelice, esisti. Se sei felice, non esisti. Nell’infelicità, sei cristallizzato – nella felicità ti espandi. Se comprenderai questo, le cose ti saranno lampanti. L’infelicità ti rende speciale. La felicità è un fenomeno universale – non ha niente di speciale. Gli alberi sono felici, gli animali e gli uccelli sono felici. L’intera esistenza è felice, l’unica eccezione è l’uomo. Quando è infelice, l’uomo diventa davvero speciale, straordinario.

L’infelicità ti rende capace di attrarre l’attenzione degli altri. Ogni volta che sei infelice gli altri si occupano di te, provano simpatia per te, ti amano. Tutti cominciano ad accudirti. Chi mai vorrebbe ferire una persona infelice? Chi sarebbe geloso di una persona infelice? Chi mai vorrebbe mettersi contro una persona infelice? Sarebbe una cosa troppo perfida!

Ci si dedica a una persona infelice, la si ama, la si accudisce. L’infelicità è un grande investimento. Se la moglie non è infelice, il marito ha la tendenza a dimenticarsene. Se è infelice, il marito non può permettersi di trascurarla. Se il capofamiglia è infelice, l’intera famiglia – sua moglie e i suoi figli – gli stanno vicino, si preoccupano per lui e gli danno un grande conforto. L’infelice non si sente solo, ha una famiglia e degli amici.

Quando sei depresso, malato, infelice – gli amici vengono a farti visita per sollevarti il morale, per consolarti. Quando sei felice, gli stessi amici diventano gelosi di te. Quando sei realmente felice scopri che il mondo intero ti ha voltato le spalle.

Una persona felice non piace a nessuno, perché la persona felice ferisce l’ego degli altri. Gli altri cominciano a pensare: “Ah, è così! Tu sei felice e noi stiamo ancora brancolando nel buio, nell’inferno, nell’infelicità. Come osi essere felice, mentre noi tutti siamo immersi in tanta infelicità?”

Naturalmente il mondo è costituito da persone infelici e nessuno è abbastanza coraggioso da contrapporsi al mondo intero; è troppo pericoloso, troppo rischioso. È meglio aggrapparsi all’infelicità, in questo modo si continua a far parte della folla. Sei felice: sei un individuo; sei infelice: fai parte della folla – indù, maomettani, cristiani, indiani, arabi, giapponesi. Felice? Sai cos’è la felicità? È forse indù, cristiana o maomettana? La felicità è semplicemente felicità. Ti senti trasportato in un altro mondo. Non fai più parte del mondo che la mente umana ha creato; non fai più parte del passato, di quella storia abnorme. Non fai neppure più parte del tempo. Quando sei realmente felice, beato, per te il tempo e lo spazio scompaiono.

Albert Einstein diceva che in passato gli scienziati avevano pensato che esistessero due realtà – lo spazio e il tempo. Egli invece ha dichiarato che queste due realtà non sono altro che due aspetti di un’unica realtà. Di conseguenza, ha coniato il termine ‘spaziotempo’ – una parola sola. Il tempo non è altro che la quarta dimensione dello spazio. Einstein non era un mistico, altrimenti avrebbe introdotto anche la terza realtà – il trascendente – che non è né tempo né spazio. Realtà che pure esiste – io la chiamo ‘il testimone’. In presenza di queste tre realtà, siete in presenza dell’intera trinità. Avete il concetto completo della trimurti – le tre facce di dio. E avete tutte e quattro le dimensioni. La realtà è quadridimensionale – tre dimensioni sono dello spazio e la quarta dimensione è il tempo.

Ma esiste anche qualcos’altro, che non può essere definita la quinta dimensione perché non è la quinta realtà – è il Tutto, il trascendente. Quando sei beato, ti immergi nel trascendente, che non è frutto della società, né della tradizione – non ha assolutamente nulla a che fare con la mente umana.

La tua domanda è significativa: Cos’è questo mio attaccamento all’infelicità?

Esistono dei motivi. Scruta nella tua infelicità, osservala e sarai in grado di scoprire quali sono questi motivi. E poi scruta in quei momenti in cui, di tanto in tanto, ti permetti la gioia di essere gioioso e vedrai quali sono le differenze. Che consistono in questi pochi aspetti: quando sei infelice, sei un conformista. La società ama il conformismo, la gente ti rispetta, tu ottieni una grande rispettabilità – potresti perfino diventare un santo – ecco perché i vostri santi sono tutti infelici. L’infelicità sta scritta a lettere maiuscole sulle loro facce e nei loro occhi. Poiché sono infelici, si sentono contrari a qualsiasi gioia. Condannano ogni forma di gioia, definendola edonismo; condannano ogni forma di gioia, definendola peccato. Sono infelici e vorrebbero vedere il mondo intero infelice. Infatti possono essere stimati come santi solo in un mondo infelice. In un mondo felice sarebbero ricoverati in ospedale e sottoposti a cure mentali. Sono casi patologici…

In passato, grandi santi si sono sottoposti a lunghi digiuni, solo per autotorturarsi. Questo non è poi un atteggiamento tanto intelligente. Digiunare è difficile solo nei primi giorni, nella prima settimana; nella seconda settimana diventa facile e nella terza settimana diventa difficile nutrirsi. Nella quarta settimana, hai dimenticato completamente il cibo. Il tuo corpo si rallegra nel nutrirsi di se stesso – trova che la cosa è meno pesante, perché ovviamente non ha più il problema della digestione. E tutta l’energia che usi normalmente per la digestione, è libera di fluire nella testa. Riesci a pensare meglio e a concentrarti meglio – puoi dimenticare il corpo e i suoi bisogni.

Ma quelle cose hanno creato semplicemente esseri umani infelici e una società infelice. Scruta nella tua infelicità e vi troverai certamente alcune cose fondamentali. Una: ti avvolge in un’aureola di rispetto. La gente prova più amicizia e più simpatia per te. Se sei infelice, hai più amici. Questo è un mondo davvero strano, ha qualcosa di fondamentalmente sbagliato. Non dovrebbe essere così: la persona felice dovrebbe avere più amici; ma prova a diventare felice e coloro che ti circondano diventeranno gelosi di te – non saranno più tuoi amici. Si sentiranno imbrogliati: tu hai qualcosa che essi non riescono ad avere. Perché sei felice? Perciò, nei secoli, abbiamo imparato il sottile meccanismo di reprimere la felicità ed esprimere l’infelicità. Questa è diventata la nostra seconda natura.

Dovete abbandonare del tutto questo meccanismo. Dovete imparare a essere felici e dovete imparare a rispettare le persone felici, a prestare più attenzione alle persone felici, ricordatelo. Questo significa rendere un grande servizio all’umanità. Non dimostrare troppa simpatia alle persone infelici. Se qualcuno è infelice, aiutalo, ma non simpatizzare con lui. Non dargli l’impressione che l’infelicità sia qualcosa di meritorio. Fa’ in modo che comprenda bene che lo stai aiutando, ma afferma: “Non ti aiuto perché rispetto la tua infelicità, ti aiuto solo perché sei infelice”. Cioè stai solo tentando di tirar fuori quell’uomo dalla sua infelicità, perché l’infelicità è brutta. Fa’ in modo che senta anche lui che l’infelicità è brutta, che sentirsi infelice non significa essere virtuoso – e che si convinca: “Non sto rendendo un grande servizio all’umanità!”

Siate felici, rispettate la felicità e aiutate la gente a comprendere che la felicità è lo scopo della vita – satchitanand. I mistici orientali hanno detto che dio ha tre qualità. Egli è sat – è la verità, l’essere. Egli è chit – la consapevolezza. L’ultima qualità, la vetta più alta è anand – la beatitudine. Dovunque ci sia beatitudine, là c’è dio. Ogni volta che incontrate una persona beata, rispettatela: è santa. In qualsiasi luogo sentiate la presenza di beatitudine, di festosità... quello è un luogo sacro.

Dobbiamo apprendere un linguaggio totalmente nuovo, solo così questa vecchia umanità putrescente potrà cambiare. Dobbiamo apprendere il linguaggio della salute, della completezza, della felicità. Sarà un compito difficile, perché i nostri investimenti nell’infelicità sono enormi.

Ecco perché è tanto difficile essere felici e tanto facile essere infelici. Ancora una cosa: l’infelicità non richiede talenti, tutti possono permettersela. La felicità invece richiede talenti, genialità e creatività. Solo le persone creative possono essere felici. Lascia che questa realtà penetri in profondità nel tuo cuore: solo le persone creative sono felici. La felicità è un derivato della creatività. Crea qualcosa e sarai felice. Crea un giardino, fa’ in modo che il giardino sbocci e qualcosa sboccerà in te. Crea un dipinto e qualcosa inizierà a crescere in te, di pari passo con la crescita del tuo quadro. Quando la tua creazione giungerà al termine, quando darai gli ultimi ritocchi, ti accorgerai di non essere più la stessa persona. Darai gli ultimi ritocchi a qualcosa di nuovo sorto nel tuo essere.

Scrivi una poesia, canta, danza... e osserva: cominci a diventare felice. Ecco perché nella mia comune la creatività sarà la nostra preghiera al divino. Questa comune non sarà formata da persone con le facce tristi, serie, che non fanno altro se non stare sedute sotto gli alberi o nelle loro capanne, che conducono una vita vegetativa. Questa sarà una comune di artisti, di pittori, di poeti, di scultori, di danzatori, di musicisti – che troveranno un’infinità di cose da fare!

Dio vi ha dato solo un’opportunità: essere creativi – la vita è un’opportunità per essere creativi. Se sarete creativi, sarete felici. Avete notato la gioia che splende negli occhi della futura mamma, mentre il figlio sta crescendo nel suo ventre? Avete notato il cambiamento che accade in una donna quando è in gravidanza? Cosa le sta accadendo? Qualcosa fiorisce in lei, è creativa: genererà una nuova vita. È totalmente felice, immensamente felice, nel suo cuore c’è un canto.

Quando suo figlio nasce e lei lo vede per la prima volta, osserva la profondità dei suoi occhi, la gioia del suo essere. Ha attraversato tante sofferenze per arrivare a questa gioia – ma non ha sofferto per amore della sofferenza. Ha sofferto e la sua sofferenza ha un valore immenso perché non è di tipo ascetico, è creativa. Ha sofferto per creare più gioia.

Quando vuoi scalare una montagna per raggiungere la sua cima più elevata, il tuo compito è arduo. Quando avrai raggiunto la vetta e ti sdraierai a sussurrare con le nuvole, ammirando il cielo, la gioia colmerà il tuo cuore: proverai la stessa gioia ogni volta che raggiungerai una qualsiasi vetta di creatività.

Per essere felici bisogna essere intelligenti e l’uomo viene educato a non sviluppare la propria intelligenza. La società non vuole che nell’uomo sbocci l’intelligenza. La società non ha bisogno di intelligenza: di fatto ha paura dell’intelligenza. La società ha bisogno di persone stupide. Come mai? Perché gli stupidi possono essere manipolati. Le persone intelligenti non sono necessariamente obbedienti – possono obbedire o possono non obbedire. Ma la persona stupida non può disobbedire: è sempre pronta a ricevere ordini. La persona stupida ha bisogno che qualcuno le dia degli ordini, perché non ha l’intelligenza sufficiente per vivere in modo personale. Vuole che qualcuno la diriga, è costantemente alla ricerca del proprio tiranno. I politici non vogliono l’intelligenza nel mondo, neppure i preti la vogliono e neppure i generali. In realtà nessuno la vuole! La gente vuole che tutti rimangano nella stupidità: in modo che tutti rimangano obbedienti e conformisti, in modo che nessuno esca dal seminato e faccia sempre parte della massa – affinché tutti si lascino controllare, manipolare e gestire.

La persona intelligente è ribelle. L’intelligenza è ribellione. La persona intelligente sceglie in modo autonomo se dire sì o se dire no. La persona intelligente non può essere legata alle tradizioni, non può vivere nella venerazione del passato; non trova niente da venerare nel passato. La persona intelligente vuole creare un futuro, vuole vivere nel presente. Vivere nel presente è il suo modo per creare il futuro.

La persona intelligente non si aggrappa al passato, a qualcosa di morto, non porta dentro di sé dei cadaveri. Per quanto siano stati magnifici e preziosi, non porta dentro di sé dei cadaveri. La persona intelligente ha chiuso con il passato; se n’è andato, è finito per sempre.

Invece la persona sciocca è tradizionalista. È pronta a seguire i preti e qualsiasi politico stupido, è pronta a eseguire ogni ordine, è pronta a cadere ai piedi di qualsiasi autorità costituita. La felicità non può esistere senza l’intelligenza. L’uomo può essere felice solo se è intelligente, assolutamente intelligente.

La meditazione è lo stratagemma per far espandere la tua intelligenza. Più diventi meditativo e più diventi intelligente. Ma ricorda, dicendo intelligenza non intendo dire intellettualismo. L’intellettualismo fa parte della stupidità. L’intelligenza è un fenomeno totalmente diverso, non ha niente a che fare con la testa. L’intelligenza è qualcosa che proviene dal centro stesso del tuo essere. Affiora in te e comincia a far crescere molte cose in te. Diventi felice e creativo, diventi ribelle e avventuroso, cominci ad amare l’insicurezza e a muoverti nell’ignoto. Cominci a vivere pericolosamente, perché questo è l’unico modo per vivere... “Voglio vivere la mia vita in modo intelligente”, “Non voglio essere un semplice imitatore”, “Voglio vivere all’interno del mio essere, non voglio seguire le direttive e i comandi provenienti dall’esterno”, “Voglio correre il rischio di essere me stesso, non voglio condividere la psicologia delle masse”, “Voglio camminare da solo”, “Voglio trovare da solo il mio sentiero”, “Voglio percorrere il mio sentiero nel mondo della verità”. Proprio camminando nell’ignoto, crei la tua strada. Il sentiero non è già pronto, lo crei proprio mentre cammini.

Per gli sciocchi esistono le superstrade, percorse dalle masse. Le hanno percorse per secoli e secoli – non arrivando in nessun luogo, girando in circoli viziosi. In questo caso si ha il conforto di essere in compagnia di tanta gente, di non essere soli.

L’intelligenza ti dà il coraggio di essere solo e ti fa vedere come puoi essere creativo. Fa sorgere in te una grande urgenza, una grande fame di essere creativo. Solo così – come conseguenza – potrai essere felice, potrai essere beato, estatico.

 

tratto da: Osho, Il libro del risveglio, Edizioni del Cigno

 

 

Scruta nella tua infelicità, osservala. scruta poi in quei momenti in cui, di tanto in tanto, ti permetti la gioia di essere gioioso e vedrai quali sono le differenze. che consistono in pochi aspetti: quando sei infelice, sei un conformista.

 

 

 

Incontrare il reale

 

La realtà è qui. Dove stai andando? Si tratta del condizionamento di molte vite di sogno, di desiderio, ciò che gli indù chiamano samskar. Quella è diventata la tua unica realtà. La insegui non sapendo il perché.

 

 

Non conosci la tua essenza, non sai chi sei, non sai perché sei qui, non sai perché stai correndo così velocemente. Dove stai andando? Perché sei tanto in ritardo?

La realtà è qui. Dove stai andando? Si tratta del condizionamento di molte vite di sogno, di desiderio, ciò che gli indù chiamano samskar. Quella è diventata la tua unica realtà. La insegui non sapendo il perché.

È diventata un’abitudine. Non puoi farne a meno, sei sempre in movimento. La realtà è qui e tu sei sempre in movimento, per questo non avviene l’incontro. Finché non avviene l’incontro, non sarai mai felice. La felicità accade quando sei in armonia con la realtà. La felicità è un’armonia tra te e il reale. Così, se sei infelice, ricorda che devi esserti allontanato dalla realtà. Renditi conto che per qualche ragione non sei in linea con la realtà.

Deve esserci un conflitto tra te e il reale e certamente non puoi vincere contro il reale, non c’è modo. Hai provato in tutti i modi. L’intera umanità ha provato in tutti i modi possibili ma non c’è modo di vincere sulla realtà e contro la realtà. Devi seguire la realtà, devi entrare in profondo accordo con la realtà, in armonia. Devi diventare una nota nella grande orchestra della realtà, senza combattere ma arrendendoti, sottomettendoti a lei, pronto a dissolverti in lei.

Questo è ciò che i Baul chiamano amore: la disponibilità a dissolversi nella realtà, a fondersi, a sciogliersi, la prontezza a essere uno con la realtà.

Perderai qualcosa, i tuoi sogni, la tua individualità, il tuo ego; perderai quella separazione. Scomparirai come una goccia d’acqua, ma non c’è niente di cui preoccuparsi perché diventerai l’oceano. Non sarai ciò che sei stato finora: ego confinato in una forma, in un nome. I tuoi confini scompariranno. Non sarai un’isola, diventerai parte del continente, e nel contempo il continente stesso.

Non si perde nulla perdendo se stessi. Resistendo si perde tutto... ma noi non comprendiamo la realtà: se questa tenta di assorbirci, ci sembra di morire.

Meditando profondamente, quando la realtà comincia ad assorbirti ti spaventi perché ti sembra di morire. Assomiglia alla morte, ma non lo è. È la porta per una vita più ricca, infinita ed eterna. Ma sì, in un certo senso è morte, morte al passato, morte per te così come sei. Ma in fondo che cosa sei?

Perché hai tanta paura di morire? Non hai niente da perdere, solo un misero sé, verrà data alle fiamme solo una prigione, verrà bruciata solo la struttura della sofferenza e dell’agonia. Non hai niente da perdere, perché ti ci aggrappi?  Ma ti ci sei abituato così tanto che hai paura. Quando in profonda meditazione, per un caso fortuito, per una coincidenza, ti avvicini a volte alla realtà e questa comincia a diffondersi in te, ti spaventi e scappi.

Le tue interpretazioni devono finire. Devi imparare ad ascoltare il reale, così, quando la realtà ti si avvicina, puoi darle il benvenuto. Se il divino ti viene incontro, e tu non puoi muoverti verso di lui, perlomeno non scappare. Sta venendo verso di te in milioni di modi. Vuole sopraffarti, riprenderti. Non sei solo tu a cercarlo, anche lui ti cerca. In realtà la tua è una falsa ricerca: dici di voler cercare il divino, ma sono solo parole. Ti piacerebbe incontrarlo come per caso, senza impegno. Non vuoi rischiare niente. Non vuoi pagare. Non vuoi guadagnartelo. Lo vorresti gratis, ma non è questo il modo.

Dovrai perdere te stesso, dovrai perdere tutto. La gente non comprende e quando il divino gli si avvicina – e si avvicina veramente, ho osservato molte volte le sue mani sfiorarvi – fugge via.

E poi, quando sei lontano cominci a cercarlo e dici: “Come trovarlo?”. Questo gioco è durato troppo a lungo, è diventato un’abitudine: quando è lontano lo cerchi, quando ti si avvicina scappi. Devi smetterla di agire così.

 

tratto da: Osho, The Beloved, Vol 1 # 3

 

 

 

Finché non diventi te stesso non puoi essere felice

Ritrova la tua voce interiore

 

Tu non hai nessun senso della direzione. Sei stato fuorviato. Comunque – non è mai troppo tardi. In qualunque momento puoi prendere possesso della tua vita. Se decidi di farlo, allora la prima cosa è: non ascoltare la voce dei genitori dentro di te, non ascoltare la voce degli insegnanti dentro di te.

Per sbarazzartene puoi usare una semplice tecnica. Ti puoi sedere sul letto ogni notte prima di andare a dormire, chiudi gli occhi, e prova a sentire: qualunque cosa tu voglia, viene proprio da te? Quel volere, quel desiderio. E prova a scoprire, prova a controllare a chi appartiene quella voce. Se ascolti in silenzio sarai sorpreso: tua madre sta dicendo, “Fa’ il medico!” E tu sarai in grado di sapere con precisione chi sta dicendo questo. Tuo padre sta dicendo, “Diventa ricco!” Tuo fratello sta dicendo qualcosa d’altro, i tuoi insegnanti stanno dicendo altre cose, e i tuoi vicini altre ancora.

E non solo questo: tuo padre sta dicendo qualcosa con la bocca e un’altra cosa con gli occhi – dice una cosa intendendone un’altra. Dice, ‘Sii onesto, sii sincero!’ e tu sai che lui a sua volta non è onesto, né sincero. E puoi vederglielo negli occhi – i bambini sono molto percettivi. Guardano in profondità, i loro occhi vanno molto in profondità, possono penetrare – possono vedere che il padre sta mentendo. Lui stesso non è onesto, lui stesso non è sincero.

A scuola viene insegnata una cosa e la vita ne richiede un’altra. Nasce confusione, nasce conflitto, le contraddizioni si sommano e poi ti spingono in direzioni diverse – allora tu non sei più compatto, la tua unità è perduta. Il bambino nasce come un’unità organica. Ora che sei diventato un ragazzo non sei già più un individuo, non sei più un’unità. Sei una folla, una folla impazzita.

Devi capire questo: è qualcosa che hai imparato dagli altri. E ricorda – una delle principali verità della vita – che quello che hai imparato può essere disimparato. Che quello che hai imparato dagli altri, per te non è affatto naturale: lo puoi cancellare. Ci vuole solo una consapevolezza sveglia… può essere cancellato e la lavagna può di nuovo tornare pulita.

Quindi la prima cosa è di cancellare tutto ciò che ti è stato forzato addosso, e solo allora sarai in grado di ascoltare la voce del tuo cuore.

Molte persone vengono da me e dicono, “Come si fa a distinguere qual è la voce della mente e qual è la voce del cuore?” Ora come ora è difficile distinguere: prima devi pulire la mente. La voce del cuore è molto silenziosa e molto sottile. La voce della mente è molto rumorosa: continua a gridare cose. Il cuore sussurra. La mente urla.

Tuo padre con te gridava. Tua madre con te gridava. Gli insegnanti a scuola gridavano. La mente urla. Il divino parla sottovoce. Al più presto questo urlare dovrà finire... Hanno messo la loro voce dentro di te quando eri così piccolo che ora sembra sia la voce del tuo cuore.

Una cosa è certa: tu non puoi diventare nient’altro se non te stesso e finché non diventi te stesso non puoi essere felice. La felicità accade solo quando un cespuglio di rose produce delle rose, quando fiorisce, quando ha la sua individualità. Se sei una pianta di rose e cerchi di fiorire come un loto – questo crea pazzia. Tutte le notti per almeno un’ora, siediti sul letto e guarda da dove viene quello che senti – vai proprio alle radici. Inseguilo, vai a ritroso, scopri da dove viene. Troverai sempre l’origine e nel momento che hai trovato l’origine sentirai un alleggerimento. Improvvisamente non è più tuo – ora non ne vieni più ingannato.

È un lavoro lento, ma se ci lavori, dopo qualche mese ti sentirai così pulito – il tuo libro è pulito e nessun altro ci sta scrivendo sopra. Solo allora sarai in grado di sentire quella sottile voce quieta. E una volta che la senti, il solo udirla è come un improvviso colpo di tuono. Improvvisamente sei un tutt’uno, improvvisamente hai una direzione. E allora non vedi nessuno: vai dritto come una freccia verso il tuo destino. È molto comodo seguire la voce dei genitori, comodo seguire il prete, comodo seguire la chiesa, comodo seguire la società e lo stato. È molto facile dire di sì a tutte queste autorità – ma allora tu non crescerai mai. Stai cercando di avere i tesori della vita troppo a basso prezzo. È necessario pagare per averli.

Sii un individuo e paga per averli. L’esistenza non ti dà mai niente a poco prezzo – perché se ti è dato senza uno sforzo da parte tua, non sarai mai capace di goderne.

Come fai ad essere felice?

Scegli il tuo destino. Io non te lo posso mostrare, non ti posso mostrare il tuo destino – nessun altro lo conosce, nemmeno tu. Lo devi intuire, e ti devi muovere lentamente.

Prima abbandona nel tuo essere tutto ciò che hai preso in prestito e poi diventa capace di sentire. Il sentire ti guida sempre verso il posto giusto, verso il giusto obiettivo. Quello che tu in questo momento chiami coscienza, non è la tua coscienza. È un sostituto – una pseudo-coscienza, falsa, artefatta. Abbandonala!

...e proprio abbandonandola diventerai capace di vedere, nascosta dietro ad essa, la tua vera coscienza che era lì ad aspettarti. Una volta che la coscienza è entrata nella tua consapevolezza, la tua vita acquista una direzione, la meditazione ti segue come un’ombra.

 

tratto da: Osho, A Sudden Clash of Thunder, # 7

 

 

 

Nel flusso della VITA

 

 

Osho, come posso riuscire a essere felice?

 

Se vuoi essere felice, diventerai infelice – proprio questo voler essere felice, creerà in te l’infelicità. Ecco perché la gente è infelice. Tutti vogliono essere felici e tutti diventano infelici. Vedi il problema? Hai mai incontrato qualcuno che non voleva essere felice? Se hai incontrato una persona simile, hai scoperto che era felice. Se tu incontrassi una persona che afferma: “Non voglio essere felice, non mi interessa per niente”, capiresti all’improvviso di avere trovato una persona completamente felice.

Troverai l’infelicità nelle persone che vogliono essere felici, con proporzioni identiche. Se vogliono fortemente essere felici, saranno fortemente infelici – la loro infelicità sarà proporzionale al loro desiderio di felicità. Cosa c’è che non va? Le persone vengono da me e mi chiedono: “Nel mondo tutti vogliono essere felici – allora perché tanti, quasi tutti, sono infelici?”. Ecco il motivo: perché vogliono essere felici.

Non puoi desiderare la felicità. Se la desideri, ti arriva l’infelicità: il tuo desiderio porta con sé l’infelicità. La felicità è uno stato di assenza dei desideri. La felicità è uno stato di consapevolezza che ogni desiderio porta con sé l’infelicità.

Esistono due modi per essere felice – o afferrare al volo la vita o lasciare che le cose accadano. Il primo modo richiede la felicità e rifiuta tutto il resto – così tu vivi tra la speranza e la paura, tra il sogno e la ripulsa. Il secondo modo ti porta la felicità quando accade, ma non la richiede e accetta anche tutto il resto. E la felicità ti arriva proprio dall’accettazione di tutto il resto. Non sei più schiavo del desiderio – portatore di paure – di avere e neppure della voglia frenetica di possedere e neppure della febbre di aggrapparti alle pagliuzze della certezza. Al contrario, in te c’è l’agio di nuotare nel fiume, abbandonandoti al suo fluire.

Mi chiedi: Come posso riuscire a essere felice?

Questo significa che vuoi afferrare al volo la vita, che vuoi essere aggressivo con la vita. In questo modo, non potrai essere felice. La vita accade solo a coloro che non sono aggressivi, la vita accade solo a coloro che sono in uno stato di profonda, passiva ricettività. Non puoi essere violento con la vita. Proprio perché sei violento, sei infelice e misero. E continui a perdere l’opportunità di vivere, la vita ti evita e scivola via dalle tue mani. Sei uno stupratore, vuoi stuprare la vita. Ecco perché sei infelice.

La vita arriva danzando. Ma solo se non sei violento, né aggressivo. Solo se non sei ambizioso, quando non sei più alla ricerca della felicità, quando esisti semplicemente nel presente ti senti improvvisamente inondato dalla felicità – accade l’incontro tra te e la felicità.

Colui che conosce davvero l’arte di essere felice – che significa assenza di desideri – sa anche che gli è necessaria un’accettazione profonda di tutto ciò che accade, senza l’ombra di un rifiuto. Allora in lui ogni cosa si trasforma, a poco a poco, in felicità. Le piccole cose che contano quasi niente, se accettate, diventano assai significative. Le cose che rifiuti di continuo, creano la tua infelicità. Se lascerai cadere ogni rifiuto e accetterai ogni cosa a cuore aperto e l’abbraccerai, sentirai sorgere in te improvvisamente uno stato di grazia. Lentamente, con la crescita in te della consapevolezza e dell’assenza di desideri, diventerai traboccante di felicità. Non sarai solo felice, ma traboccherai di felicità. Comincerai ad avere la meglio sugli altri e a condividere la tua felicità con gli altri.

Quindi, questo è il mio suggerimento: non essere aggressivo. Rilassati – in questo stato arriva la felicità. Rimani in attesa – colmo di preghiera e di gratitudine – in questo stato arriva la felicità.

Dimentica la felicità, non si può conquistare la felicità in modo diretto. Pensa piuttosto a che cosa ti piace, a che cosa ti dà più gioia quando la fai: falla e lasciati assorbire da quella cosa. Allora la felicità sorgerà in te spontaneamente. Se ti piace nuotare, nuota e gioisci; se ti piace spaccare la legna, spaccala e gioisci. Fa’ qualsiasi cosa che ti piace fare e lasciati assorbire da quella cosa. Mentre sarai assorto, improvvisamente, sentirai accadere in te quel clima – il clima soleggiato della felicità. Ti sentirai improvvisamente avvolto dalla felicità.

 

tratto da: Osho, This Very Body the Buddha: Hakuins’s Song of Meditation # 2

 

 

 

Chi è felice non ha bisogno della religione

 

Ci sono così tante religioni perché ci sono così tante persone infelici. Una persona felice non ha bisogno di nessuna religione, una persona felice non ha bisogno di nessun tempio, nessuna chiesa – perché per la persona felice l’intero universo è un tempio, l’intera esistenza è una chiesa. La persona felice non fa attività religiosa perché la sua vita intera è religiosa.

Qualunque cosa fai con felicità, è una preghiera: il tuo lavoro diventa devozione, persino il tuo respiro ha un intenso splendore, una grazia. Non perché tu continui a ripetere il nome di dio – solo gli stupidi lo fanno – perché dio non ha nome, e ripetendo qualche nome ipotetico ti stai solo intontendo la mente. Continuando a ripetere il suo nome non andrai da nessuna parte. Una persona felice giunge semplicemente a vedere che il divino è ovunque. Hai bisogno di occhi felici per vederlo.

 

 

 

Mentre sei in vita, sii così vivo che perfino quando la morte arriva non ti possa uccidere.

 

 

 

Prendi la vita nelle tue mani

 

Che cosa è andato storto?

Sei stato cresciuto da persone che non erano giunte a fioritura. Sei stato cresciuto da persone che erano malate a loro volta. Compatiscile! Non sto dicendo di essere contro di loro, non le sto condannando – ricorda. Senti solo della compassione per loro. I genitori, gli insegnanti, i professori universitari, le cosiddette guide della società – erano persone infelici. Hanno creato in te un meccanismo di infelicità.

E inoltre tu non ti sei ancora fatto carico della tua vita. Loro vivevano seguendo un malinteso – era quella la loro infelicità. E tu pure stai vivendo secondo un malinteso.

 

BRANI TRATTI DA: Osho, A Sudden Clash of Thunder # 7

 

 

 

L’ego spirituale è un attentato alla vita

 

 

In tutto il mondo si è insegnato a non essere felici, a non godersi la vita, a non essere estatici. Si è insegnato che essere felici in un certo senso equivale a essere colpevoli. Le persone sono state condizionate in profondità: ogni volta che sono contente sentono emergere il senso di colpa. L’hai osservato? Balli con una donna, e all’improvviso ti senti in colpa. Fai l’amore con una donna, e all’improvviso ti senti in colpa. Ti stai gustando il cibo, e all’improvviso hai un’aria colpevole. L’hai notato? Quando c’è la felicità in te emerge il senso di colpa. Questo non accade mai quando sei triste; quando sei depresso, quando hai il muso lungo, questo non ti accade. Ma se stai sorridendo... la gente ha persino paura di ridere, ride con riluttanza, come se stesse facendo qualcosa di sbagliato. L’intera umanità è stata condizionata a essere infelice. Ogni felicità è stata condannata come se fosse un peccato. Per questo i santi vengono dipinti come se non ridessero mai. In un certo modo l’uomo è stato condizionato a essere infelice. La felicità sembra edonistica, epicurea, pagana. Una persona spirituale, religiosa, deve essere seria, avere il muso lungo, portare una maschera, non deve sorridere. Non può godere delle piccole cose della vita – il suo ego non glielo permette. Il suo ego si tiene in disparte, distante. Non  si mischierà con persone ordinarie e non si divertirà a far quattro chiacchiere. Resterà sempre in disparte, molto distante.

Questa è un’attitudine egoistica: l’ego spirituale, religioso – e un ego religioso è più velenoso di un ego ordinario perché è più puro: è veleno puro. Queste persone hanno condizionato la mente umana. Sono persone nevrotiche. Gli manca qualcosa – non sono normali, non sono sane, sono morbose, malate. Questa gente malata ha condizionato la mente dell’umanità. Ha distrutto la risata sulla terra, ha distrutto ogni festosità a causa di questo condizionamento. Ha distrutto la celebrazione – e col distruggere la celebrazione ha distrutto le fondamenta dell’esistenza. La vita è una celebrazione! A causa di questo condizionamento ogni volta che sei contento pensi: “Questo è il momento giusto per morire”. Perché non di vivere? Se sei infelice, allora è il momento giusto di vivere, e quando sei felice è il momento giusto per morire. Finiscila con queste sciocchezze! Quando un uccellino ti si posa vicino e tu ti senti in pace, è il momento di vivere e di amare e di danzare. Perché tanta fretta di morire? La morte viene per conto suo. Non ha bisogno di alcun aiuto da parte tua. Sta già arrivando. Mentre sei in vita, sii così vivo che perfino quando la morte arriva non ti possa uccidere.

Una persona veramente viva trascende la morte. La morte accade agli abulici. Lasciami ripeterlo: la morte accade agli abulici, che sono già morti – solo a loro. Una persona veramente viva trascende la morte, va al di là della morte. La morte arriva, ma manca il bersaglio. Come puoi uccidere una persona come Buddha? Come puoi uccidere una persona come Gesù? Come puoi uccidere Krishna con il flauto appoggiato alle labbra? – impossibile. La morte stessa inizierà a danzare intorno a lui! È così traboccante di vita che la morte stessa si innamorerà di lui. Ricorda sempre che essere felici è essere religiosi, essere felici rende virtuosi, essere celebrativi significa essere in preghiera. Essere festosi e rimanere continuamente in una dimensione festosa… Allora godrai di qualunque cosa accada. Ti godi la salute quando ce l’hai. Ti godi la malattia quando ce l’hai. E così entrambe divengono bellissime. Nella salute ti godi l’attività, quando sei malato ti godi il rilassamento. Qualche volta è bellissimo, rimanere a letto a riposare – senza preoccuparsi del mondo, permettersi una bella vacanza, cantare, pregare. Meditare sul letto, leggere un pochino, ascoltare la musica, o semplicemente non fare nulla, totalmente pigri – è bellissimo! Se sai godere della salute, sarai capace di godere della malattia.

Allora diventi un maestro, diventi un artista: è questa l’arte di vivere!

 

tratto da: Osho, A Sudden Clash of Thunder # 6

 

 

 

Meditazione: la medicina più efficace

 

Ma è proprio vero che non si può essere felici? Che al massimo si riesce solo a essere un po’ meno infelici?

 

 

Alla felicità non si crede. Sembra che l’uomo non possa essere felice. Se parli della tua depressione, tristezza, infelicità, tutti ci credono. Sembra naturale. Se parli della tua felicità non ti crede nessuno – sembra innaturale.

Sigmund Freud, dopo quarant’anni di ricerche sulla mente umana, lavorando con migliaia di persone, osservando migliaia di menti malate, giunse alla conclusione che la felicità è una menzogna: l’uomo non può essere felice. Tutt’al più possiamo rendere le cose più confortevoli, tutto qui. Tutt’al più possiamo diminuire un po’ l’infelicità, tutto qui. Ma un uomo felice non può esistere. Sembra molto pessimista – ma osservando l’uomo moderno sembra sia davvero così, sembra un dato di fatto.

Buddha dice che l’uomo può essere felice, immensamente felice. Krishna canta canzoni su quella felicità ultima – satchitanand. Gesù parla del regno di dio. Ma come fai a credere a così poche persone, che puoi contare sulle dita, contro tutta la massa, milioni e milioni che, nel corso dei secoli, sono rimaste infelici, che sono diventate sempre più infelici, la cui vita è una storia di infelicità e nient’altro? E poi arriva la morte! Come puoi credere a queste poche persone?

O stanno mentendo o si stanno ingannando. O stanno mentendo per qualche motivo, oppure sono pazze, indotte in errore dalle proprie illusioni. Vivono in una realtà deformata dai propri desideri. Volevano essere felici e così hanno cominciato a credere di essere felici. Assomiglia più a un autoconvincimento, un disperato autoconvincimento, piuttosto che a una realtà. Ma com’è successo che pochissime persone sono state felici?

Se dimentichi l’uomo, se non dai molto peso all’uomo, allora Buddha, Krishna, Cristo sembreranno più veri. Se guardi gli alberi, se guardi gli uccelli, se guardi le stelle allora tutto risplende di una gioia grandissima. Allora la beatitudine sembra sia esattamente ciò di cui è fatta l’esistenza. Solo l’uomo è infelice.

Qualcosa è andato storto, in profondità. Buddha non si inganna e nemmeno sta mentendo. E ti dico questo – non sulla base della tradizione, ti dico questo per mia esperienza – l’uomo può essere felice, più felice degli uccelli, più felice degli alberi, più felice delle stelle perché l’uomo ha qualcosa che nessun albero ha, nessun uccello, nessuna stella. L’uomo ha la consapevolezza!

Ma quando hai la consapevolezza diventano possibili due alternative: puoi diventare infelice oppure puoi diventare felice. Allora è una tua scelta personale! Gli alberi sono felici semplicemente perché non possono essere infelici. La loro felicità non è libera – devono essere felici. Non sanno come si fa a essere infelici, non hanno alternative.

Questi uccelli che cantano sugli alberi, sono felici! Non perché hanno scelto di essere felici – sono felici semplicemente perché non possono essere in altro modo. La loro felicità è inconscia. È semplicemente naturale.

L’uomo può essere immensamente felice, e immensamente infelice – ed è libero di scegliere. Questa libertà è rischiosa. Questa libertà è molto pericolosa – perché tu diventi responsabile. E con questa libertà è successo qualcosa, qualcosa è andato storto. L’uomo in qualche modo è sottosopra.

Sei venuto da me alla ricerca della meditazione. La meditazione è necessaria solo perché tu non hai scelto di essere felice. Se avessi scelto di essere felice non ci sarebbe bisogno di nessuna meditazione. La meditazione è un medicinale: se sei malato allora c’è bisogno della medicina. I buddha non hanno bisogno della meditazione. Una volta che hai cominciato a scegliere la felicità, una volta che hai deciso che devi essere felice, allora non c’è bisogno di nessuna meditazione. Allora la meditazione comincia a succedere spontaneamente per conto suo.

 

tratto da: Osho, A Sudden Clash of Thunder # 7

    

 (ritorna al sommario)

 

 

Il cammino continua... non fermarti

 

 

Il pericolo di accontentarti di ciò che hai trovato

 

 

Osho, la mia vita finora è stata pura infelicità – ma da quando sono arrivato da te ogni infelicità è svanita. Sebbene sappia che la mia vita non è ancora colma di beatitudine, avverto una sottile soddisfazione per ogni cosa che mi capita. Per questo il desiderio di meditare, di cercare, è diminuito. Mi basta rilassarmi così, per essere felice. Si tratta solo di pigrizia?

 

Per ogni ricercatore arriva questo momento: quando il negativo non c’è più e il positivo non c’è ancora, quando l’infelicità se ne è andata, ma la beatitudine non è ancora avvenuta – quando la notte è finita, ma il sole non è ancora sorto. È una buona indicazione del fatto che stai crescendo. Uno comincia subito a sentirsi rilassato, in totale abbandono, e tutto ciò che accade è bellissimo. La mente dice: “Perché preoccuparsi? Perché meditare?”. Se dai retta alla mente, presto la notte sarà di ritorno, l’infelicità di nuovo presente. Non dare ascolto alla mente. Continua a meditare, ora però con un atteggiamento diverso: medita come se stessi galleggiando nella meditazione. Non sforzarti eccessivamente. Hai bisogno solo di questo. Medita senza sforzo, però medita. Non essere pigro. Con la pigrizia il vecchio ritornerà, perché la beatitudine non è ancora accaduta. Una volta accaduta – quando ti sentirai completamente appagato, quando sarai arrivato al punto di dimenticare la tua felicità, tanto è assoluta – solo allora puoi abbandonare la meditazione. Si esaurisce da sola.

Sono due i momenti in cui viene l’idea di smettere di meditare: il primo è questo, la situazione descritta nella domanda, quando l’oscurità se ne è andata, non esiste più infelicità, e ti senti benissimo. Questa è solo assenza di infelicità. Se una mente che è stata infelice non si sente più tale, le sembra quasi di essere felice, le sembra quasi di essere beata. Non lasciarti ingannare dalle apparenze. C’è ancora molto da fare… ora però, fallo in maniera diversa, tutto qui. Ora fai le meditazioni in maniera molto rilassata; non sforzarti, lasciati andare – ma continua a farle, perché devono accadere ancora molte cose. Il viaggio non è finito. Puoi essere arrivato a un punto in cui puoi rilassarti sotto un albero e l’ombra è piacevolmente fresca, ma non dimenticare che si tratta solo di una sosta per la notte. La mattina devi riprendere il cammino. Finché non svanisci completamente, il viaggio deve continuare. Ma adesso cambia l’attitudine, lasciati andare. Muoviti nella meditazione senza fare sforzi. Conosci la differenza? Quando uno nuota nel fiume, sta compiendo uno sforzo, ma a un certo punto galleggia, si mette sulla schiena, rimane in acqua ma non nuota più. Galleggiando, il fiume lo trasporta con la corrente e lui scivola lento verso il mare. All’inizio, nella meditazione, uno deve nuotare... perché ci sono molte resistenze create dalla mente, devi contrastarle. Nel secondo stadio devi lasciarti andare alla corrente del fiume. Nel terzo devi diventare il fiume – e allora non ci son problemi. Allora puoi smettere; non devi decidere di smettere, smette da sola. La meditazione, una volta completa, si interrompe da sola. Non devi preoccupartene. Quando è completa, cadrà da sola come un frutto maturo che casca a terra.

Non essere pigro. La mente può giocarti brutti scherzi e distruggere tutto quello che hai raggiunto. Con grandi sforzi raggiungi qualcosa e la mente può ingannarti e dire che ora non hai più bisogno. Ti senti molto felice – continua a sentirti felice – ma ti senti felice a causa delle meditazioni. Se smetti di meditare, immediatamente la felicità che provi svanirà e ti ritroverai nella tua inquietudine.

 

tratto da: Osho, Yoga: the Alpha and the Omega, vol. 4 # 8

 

 

 

C’è molto, molto di più che ti aspetta

Una storia molto amata da Osho

 

 

Un vecchio taglialegna, povero e solo, aveva un unico modo di guadagnarsi il pane quotidiano, ed era quello di tagliare la legna e venderla. Appena entrato nella foresta, proprio all’inizio, sotto a un bellissimo albero di bodhi...

Lo stesso tipo di albero sotto il quale si era illuminato Gautama il Buddha: da allora si chiama ‘albero del bodhi’: bodhi significa illuminazione. Fra l’altro – sarai sorpreso di sapere – gli scienziati hanno trovato che l’albero del bodhi contiene una sostanza chimica che nessun altro albero possiede, e quella sostanza è assolutamente necessaria per la crescita dell’intelligenza... forse è un albero molto intelligente, sensibile. Probabilmente non è stata solo una coincidenza...

Il taglialegna vedeva un uomo anziano sedere in silenzio, era sempre là – d’estate, d’inverno, con la pioggia. Toccava i piedi al vecchio, in segno di rispetto, prima di inoltrarsi nella foresta e ogni volta che faceva questo gesto il vecchio gli diceva, sorridendo: “Sei proprio un idiota...”. Il taglialegna proprio non capiva, e si domandava: “Ma perché? Tocco i suoi piedi, e invece di darmi la benedizione, mi sorride e dice che sono un idiota?” Un giorno si fece coraggio e gli domandò: “Cosa vuoi dire?”.

“Voglio dire,” rispose il vecchio “che per tutta la vita hai tagliato alberi in questa foresta, e che basta inoltrarsi un po’ di più nella foresta per trovare una miniera di rame. Solo un idiota può non accorgersene! Sei stato in questa foresta tutta la vita... puoi raccogliere il rame e ti basterà per vivere bene per una settimana: nessun bisogno di tagliare legna ogni giorno, adesso che sei vecchio”.

L’uomo non ci poteva credere: lui conosceva tutta la foresta – “Sta scherzando! Però può darsi che abbia ragione... e non c’è niente di male a inoltrarsi un po’ di più, stando attento e controllando se questa miniera c’è o no”. Si inoltrò nella foresta e trovò la miniera di rame. “Ecco perché mi diceva sempre che ero un idiota, lavorando tutti i giorni anche da vecchio”.

Ora andava nella foresta una volta alla settimana. Ma la vecchia tradizione continuava: toccava i piedi al vecchio, e quello diceva, sorridendo: “Sei proprio un idiota!”.

“Eh no!” Disse il taglialegna” Adesso non puoi dirmelo più: ho trovato la miniera di rame”.

Il vecchio rispose: “Tu non capisci. Se ti inoltri un altro po’, troverai una miniera di argento”. “Dio mio, perché non me l’hai detto prima?” Rispose il taglialegna.

E il vecchio: “Non mi credevi nemmeno rispetto alla miniera di rame... una miniera di argento? Non ti saresti fidato! Basta che vai un po’ più all’interno della foresta”.

Anche questa volta il taglialegna era un po’ diffidente, ma non molto: stava iniziando ad avere fiducia. E così trovò la miniera d’argento.

Tornò e disse: “Con tutto l’argento che ho trovato basterà che torni solo una volta al mese, mi mancherai moltissimo. La tua benedizione mi mancherà davvero: il fatto che tu mi dici che sono un idiota... cominciava a piacermi”.

Ma il vecchio rispose: “Continui a essere un’idiota, non c’è differenza.”

E il taglialegna: “Persino ora che ho trovato la miniera di argento?”.

“Certo, persino adesso. Sei solo un’idiota – e nulla più – perché se vai un po’ più in profondità... c’è l’oro. Non aspettare un mese, vieni domani”. Il taglialegna pensava che stesse scherzando: “Se c’è l’oro, perché lui se ne sta seduto sotto questo albero, coperto di stracci, senza riparo dalla pioggia e dal sole, dipendendo dal cibo che gli porta la gente... qualche volta lo portano e altre no... e se lui sa dove è l’oro... Non credo proprio... questa volta certamente sta scherzando! Ma non c’è nulla di male a provare. Ha sempre avuto ragione. Chissà? Questo vecchio è un po’ misterioso”.

Si inoltrò ancora più in profondità e trovò una grande miniera d’oro. Non credeva ai suoi occhi – questa era la foresta nella quale aveva lavorato per tutta la vita...

Portò con sé molto oro, e disse: “Credo che ora tu non possa più dire che io sono un idiota”.

“Continuerò,” rispose il vecchio “...e domani vieni, perché questa non è la fine, è solo l’inizio”. “Cosa? L’oro è solo l’inizio?”.

“Torna domani,” disse il vecchio “solo un po’ più in profondità, nella foresta, troverai i diamanti... e neppure questa è la fine, ma non ti dico di più altrimenti stanotte non riuscirai a dormire. Ora va a casa, e domani mattina per prima cosa trova i diamanti, e poi vieni da me.”

Non riuscì a dormire per tutta la notte. Un povero taglialegna... non riusciva a credere che stava diventando il padrone di tutte queste miniere: oro e argento e rame... e ora i diamanti! E il vecchio diceva che questo era solo l’inizio. Pensò e ripensò... cosa poteva esserci di più dei diamanti?

Al mattino arrivò molto presto – il vecchio era addormentato. Gli toccò i piedi. Il vecchio aprì gli occhi e disse: “Ah, sei venuto dunque? Sapevo che saresti venuto, che non sei riuscito a dormire. Prima va a cercare i diamanti!”. E il taglialegna: “Dimmi, cosa ci può essere di più?”.

Il vecchio disse: “Prima i diamanti – un passo alla volta, altrimenti diventi matto”.

Trovò i diamanti e tornò dal vecchio danzando: “Ora non puoi più dire che io sono un idiota. Ho trovato i diamanti!” Ma il vecchio gli rispose, “Sei ancora un idiota”. “Non me ne andrò di qui,” disse il taglialegna, “fino a quando non me lo spieghi!”

Il vecchio: “Avrai capito che so tutto di queste miniere – argento, oro, diamanti – e non me ne importa niente. Questo perché c’è qualcosa di più importante, che non è nella foresta ma dentro di te – solo un po’ più in profondità, ma dentro, non all’esterno... e avendolo trovato, non mi importa di tutti questi diamanti. Ora sta a te: puoi fermarti e accontentarti dei diamanti, ma ricorda, resterai un idiota. E io ne sono la prova – perché conosco tutte queste miniere e non me ne sono mai interessato. Questo può farti capire che c’è qualcosa di più importante, che non si trova mai all’esterno, per quanto lontano tu possa andare: si trova dentro di te”.

Il taglialegna lasciò cadere i diamanti e disse: “Mi siederò al tuo fianco... e finché tu non la smetti con questa storia che sono un idiota, non mi muoverò di qui!”

Era un semplice taglialegna, una persona innocente. Per le persone colte è difficile andare dentro... non per il taglialegna. Presto trovò in sé un profondo silenzio – una gioia, una beatitudine, una benedizione. Il vecchio lo scosse e disse: “Ecco il posto. Ora non hai più bisogno di andare nella foresta. E io non ti dirò più che sei un idiota... sei diventato un saggio. Puoi aprire gli occhi... vedrai lo stesso mondo ma non nella stessa luce: gli stessi colori... la stessa gente, ma ora non sono più solo scheletri ricoperti di pelle, sono esseri luminosi e spirituali... lo stesso cosmo, ma per la prima volta è un oceano di consapevolezza”.

Il taglialegna aprì gli occhi e disse: “Sei un tipo strano. Perché hai aspettato così a lungo? Sono venuto qui per quasi tutta la vita e ti ho visto seduto sotto questo albero. Avresti potuto dirmelo prima!”

“Stavo aspettando il momento giusto...”  rispose il vecchio, “che il momento fosse maturo; che tu fossi in grado non solo di ascoltare ma anche di capire: il viaggio è breve, ma non ti devi fermare ogni volta che ottieni qualcosa... e siccome ciò che ottieni è così soddisfacente, non riesci a immaginare che possa esistere qualcosa di meglio”.

 

tratto da: Osho Beyond Enlightenment #27

 

 

 

Il percorso della ricerca interiore ha molti crocevia. A ogni crocevia, ci si sente come se si fosse arrivati. In un certo senso è vero. È un certo appagamento, che prima ti era sconosciuto, una pace assolutamente nuova, un silenzio mai neppure sognato... e amore, la cui fragranza avevi sempre desiderato – agognato per vite intere e mai trovato.

Naturalmente uno sente di essere arrivato a casa. Questo per il maestro è uno dei compiti più difficili – incoraggiarti a proseguire, e dirti che questo è solo l’inizio, che c’è ancora molto di più che ti attende. E benché per te sia inconcepibile, che ci possa essere qualcosa di più di questo, la fiducia – l’amore, la devozione verso il maestro – ti aiuta ad andare avanti. Questi momenti continuano a ripetersi, e ogni volta diventa in un certo senso più difficile, e in un altro più facile. Difficile nel senso che ogni nuova realizzazione – ogni cosa nuova che raggiungi – ogni nuova rivelazione è così vasta... ti assorbe al punto tale che tutto ciò che hai conosciuto prima inizia semplicemente a svanire – per cui il procedere diventa più difficile. Ma dall’altra parte, ogni volta diventa più facile continuare a procedere, perché ogni volta che il maestro ti ha detto di continuare, di andare avanti, tu hai ottenuto sempre di più: non hai mai perso nulla, è sempre stata una porta nuova su un nuovo mistero, un cielo nuovo... al di là di quello che già conosci.

E così anche la fiducia è cresciuta: è più facile ora ascoltare il maestro e continuare.

 

tratto da: Osho, Beyond Enlightenment #27

 

 

 

...charaiveti, charaiveti...

 

il tuo sentirti a casa, qui, significa semplicemente che sei entrato nel fiume che continua a scorrere. È sempre nuovo, e non si sporca mai. Canta sempre delle canzoni e le sue onde continuano a danzare al sole, alla luna. Ma è sempre in movimento.

Era consuetudine, con Gautama il Buddha, che ogni volta che qualcuno si illuminava venisse inviato lontano, a condividere la sua esperienza con chi stava avanzando faticosamente sul ‘sentiero’. Quei discepoli diventati illuminati gli chiedevano naturalmente un ultimo messaggio, per poterlo portare nel loro cuore... ti sorprenderà sapere quale fosse l’ultimo messaggio del Buddha a ogni discepolo che stava per partire. Chiamava il discepolo vicino a sé, in modo che nessun altro potesse ascoltare – perché era lo stesso messaggio per tutti – e gli mormorava all’orecchio: “Ricordati sempre: charaiveti, charaiveti, vai avanti, vai avanti, non fermarti mai. L’esistenza non si ferma mai: perché dovresti fermarti tu? Charaiveti, charaiveti”.

Siccome era un segreto, detto sempre nell’orecchio del discepolo, erano tutti curiosi di conoscere questo messaggio. Ma lo potevi sapere solo quando ti eri illuminato.

Io te lo offro persino senza illuminazione. Il Buddha era molto avaro. Perché aspettare la tua illuminazione? Perché non dirti adesso la verità? Charaiveti, charaiveti – vai avanti, continua a fluire, flessibile, in pace con l’esistenza. Essere in sintonia con il mondo, essere in armonia con il cosmo è la nostra religione. L’intera esistenza scorre continuamente: charaiveti, charaiveti. Continua e continua... non c’è fine e non c’è inizio.

 

tratto da: Osho, Yakusan: Straight to the Point of Enlightenment # 4

    

 (ritorna al sommario)

 

 

I dieci fondamenti della vita

 

 

Passo a passo sulla strada verso la verità

 

 

La via di Buddha ha dieci fondamenti chiamati bhumi. Bhumi significa fondamento. Buddha ha detto che se comprendi questi dieci bhumi e li pratichi, giungerai alla fioritura suprema. Vorrei addentrarmi in questi dieci bhumi, questi dieci fondamenti. Sono molto concreti.

Il primo bhumi è pramu-gita: significa letizia. Sarai forse rimasto sorpreso. Buddha e il suo insegnamento sono stati fraintesi profondamente – viene considerato un pensatore molto triste, pessimista. Non lo è. Il suo primo fondamento è la letizia. Dice: finché non sei gioioso non raggiungerai mai la verità. Letizia, delizia, celebrazione: questo è il significato di pramu-gita.

Sii come un fiore – aperto, che danza con la brezza, felice. Solo la gioia ti può condurre sull’altra riva. Se non sei gioioso, la tua tristezza sarà come una pietra attorno al collo e annegherai. Le persone non si perdono per altra causa se non la loro tristezza, la loro visione pessimista. La vita deve essere gioiosa, e allora diventa spirituale.

Se la tua chiesa è triste, allora quella chiesa vive per la morte, non per la vita. Una chiesa, un tempio, devono essere colmi di gioia. Se vai da un santo e scopri che gli manca il senso dell’umorismo, scappa, guardati da lui. Ti potrebbe uccidere, potrebbe rivelarsi velenoso. Se non riesce a ridere, allora sappi con certezza che non sa nulla della verità. La verità conduce al senso dell’umorismo, la verità fa nascere risate, la verità produce una felicità sottile, priva di cause.

Pramu-gita significa lieto senza alcun motivo. A volte sei contento, ma non è pramu-gita, perché hai un motivo. Un giorno hai vinto una gara e sei molto felice. Cosa farai? Non potrà accadere ogni giorno. Cosa farai domani? Oppure hai vinto una lotteria e sei molto felice, ma questo non si ripeterà ogni giorno.

La tua felicità, se ha una causa, inevitabilmente alla fine si trasformerà in tristezza. Sei già sulla strada, stai attento. Se hai un motivo per essere felice, ti stai già preparando all’infelicità – perché quel motivo scomparirà. Solo una gioia immotivata può essere realmente tua, e allora nessuno te la potrà sottrarre.

Solo i santi e i folli sono felici senza alcun motivo. Per questo esiste una somiglianza tra i pazzi e i santi, una lieve somiglianza, una sovrapposizione. I loro confini si toccano. I due sono molto diversi: il santo è consapevole, il matto è totalmente inconsapevole. Ma una cosa è certa: entrambi sono felici senza alcun motivo.

Il matto è felice perché è così inconsapevole da non vedere che è infelice, è così inconsapevole da non essere in grado di creare infelicità. Per creare l’infelicità occorre un po’ di consapevolezza. E il santo è felice perché è pienamente consapevole, a tal punto come potrebbe creare infelicità? Quando sei pienamente consapevole crei solo felicità, diventi la fonte della tua felicità.

È questo che Buddha intende con pramu-gita, e lo definisce come il primo fondamento.

Il secondo è vimal. Significa innocenza, purezza, semplicità.

Innocenza… ricorda questa parola. Se diventi troppo colto, perdi l’innocenza. Se diventi un erudito, perdi l’innocenza. Quindi non continuare ad accumulare credenze e conoscenze, altrimenti la tua innocenza verrà corrotta. Se non sai, non sai. Di’ solo: “Non lo so”. Accetta la tua ignoranza, e sarai più innocente. Molto può scaturire dall’innocenza. Non perdere mai la tua qualità fanciullesca. Non intendo dire che devi essere infantile. Essere infantili ed essere simili ai bambini sono due cose totalmente diverse. Essere infantile significa essere irresponsabile, essere come un bambino significa essere semplice, innocente, fiducioso.

Il terzo fondamento è prabhakhari. Significa luminosità, luce.

Percepisci te stesso come una fiamma, vivi come se fossi una luce interiore che arde, muoviti con il fuoco interiore. Fai tutto quello che devi fare, ma percepisci te stesso come se fossi fatto di luce. E a poco a poco vedrai che attorno a te si forma una luminosità. È sempre stata lì! Se la aiuti, si formerà – avrai un’aura luminosa.

Ora, con le foto Kirlian, è persino possibile fotografarla. Ora è molto tangibile.

L’uomo è fatto di bio-elettricità, tutto è fatto di elettricità. L’elettricità sembra essere la componente di base di ogni cosa. Chiedi ai fisici, dicono che la materia non è altro che elettricità. Quindi ogni cosa non è che una manifestazione e combinazione diversa di energia. E Buddha dice: l’uomo è luce. Luce significa elettricità.

Devi solo riconoscerne la realtà, devi cooperare, e diventerai una grande luce – non solo per te stesso, diventerai una luce anche per gli altri. E ovunque andrai, ci sarà luce.

Questo è prabhakhari, il terzo fondamento.

Il quarto fondamento è arsimati: radiosità, vitalità, energia.

Il ricercatore spirituale non deve essere abulico e spento. Ma di solito incontrerai persone così. Ecco perché mi interessa parlarti di questi fondamenti, persino i buddisti li hanno dimenticati.

Se incontri un monaco buddista, vedrai una persona pallida, spenta, smorta, addormentata, in uno stato di torpore, che in qualche modo si trascina, con il fardello della vita sulle spalle, totalmente abulica. Buddha dice: radiosità, vitalità, energia, questo è il quarto fondamento. Sii vivo, perché è solo sulle ali della vita che raggiungerai la verità. Se sei apatico, sei perduto.

E sii radioso – perché quando non ci sono né ansie né desideri per il futuro, allora la tua intera energia diventa disponibile. Puoi bruciare come una torcia da entrambi i lati.

Il quinto è sudurjaya. Significa spirito avventuroso, coraggioso, amante delle sfide. Ogni volta che ti trovi di fronte a una sfida, accoglila, non evitarla. E ogni volta che c’è un’avventura, non scappare. Buttati, intraprendi il viaggio.

Nessuno perde mai qualcosa con l’essere avventuroso. Non sto dicendo che la via dell’avventura è piena di rose – non lo è. Le rose sono poche e rare, molte invece sono le spine. Ma uno cresce, uno si cristallizza, se prende la vita come un’avventura.

Normalmente le persone apprezzano una vita sicura, priva di avventure: un buon lavoro, una bella casa, una buona moglie, un buon marito e buoni figli – e sono soddisfatte. Le persone sono contente di vivere e morire in maniera confortevole, come se il comfort fosse lo scopo.

Così non crescono mai, così non raggiungono mai le vette, così non arrivano mai a quella che Maslow definisce ‘attualizzazione’. Rimangono solo potenzialità. È come se un seme avesse scelto di nascondersi in casa e non fosse pronto ad affrontare l’avventura del cadere nella terra. È pericoloso, perché il seme dovrà morire. È pericoloso, perché il seme non sa cosa gli accadrà una volta scomparso. Nessun seme ha mai saputo cosa accade dopo che il seme è morto. Come fa a saperlo il seme? L’albero può accadere o non accadere.

Buddha dice: sudurjaya – guarda lontano. Sudur – ciò che è molto lontano, prendilo come una sfida. Non confinarti in ciò che è confortevole, familiare, sicuro, non basare la tua filosofia sulle promesse di una compagnia di assicurazioni sulla vita. Mostra un po’ più di coraggio, avventurati nell’ignoto. Quando ti muovi verso l’ignoto, l’ignoto si muove verso di te. Quando sei pronto ad abbandonare le tue sicurezze, anche il divino è pronto ad abbandonare i suoi misteri. Quando sei pronto a essere nudo e aperto, anche il divino è pronto a essere nudo e aperto. Risponde, si adegua perfettamente a te. Non si spinge mai oltre il punto in cui tu ti sei spinto. Se vai verso di lui, viene verso di te, se scappi, anche lui scappa.

Poi c’è il sesto fondamento: abhimukhi – immediatezza, franchezza, incontro con ciò che è. Abhimukhi: immediatezza, incontro diretto, faccia a faccia. Non preoccuparti del passato e del futuro. Affronta la verità così com’è, incontra ogni fatto così come si presenta, con immediatezza.

Un uomo che vive preparandosi è un uomo falso. Nella vita non c’è spazio per le prove… ma tutti viviamo con delle prove: prima di arrivare a casa cominci a prepararti le cose da dire a tua moglie. Non riesci a essere spontaneo? Non riesci ad aspettare il momento in cui tua moglie sarà lì e lasciare che accada quel che deve accadere? Invece, tornando a casa dall’ufficio ti prepari: cosa ti chiederà, e cosa risponderai? Prove… e poi sei continuamente oscurato da tutte queste prove. Non riesci a vedere la realtà. Vedi sempre attraverso le tue nuvole. Queste nuvole sono molto fuorvianti.

Buddha dice: abhimukhi, immediatezza – rimani sveglio e lascia che arrivi la risposta. Qualunque sia il risultato, non averne paura. Le persone cominciano a fare i preparativi perché temono i risultati e quindi vogliono programmare tutto. Ci sono persone che programmano tutto, ogni gesto è programmato. Così però la vita è quella di un attore – non è reale, non è autentica, non è vera. E se la tua vita non è vera, allora per te è impossibile arrivare alla verità.

Il settimo è durangama – lo spingersi lontano, l’ascolto del richiamo del trascendente. La trascendenza è ovunque. Siamo immersi nella trascendenza. Il trascendente è la natura divina, si deve sprofondare nella trascendenza. È dentro, è fuori, è sempre lì. E se te ne dimentichi… cosa che normalmente facciamo, perché è molto scomodo, difficile, fissare lo sguardo sulla trascendenza. È come se si guardasse in un abisso, subito si inizia a tremare, a sentirsi male. La cognizione dell’abisso è sufficiente a farci tremare. Nessuno guarda nell’abisso, tutti guardiamo in altre direzioni, tutti evitiamo il reale. Il reale è come un abisso, perché il reale è immensa vacuità. È il cielo infinito, privo di confini. Buddha dice: durangama – sii aperto alla trascendenza. Non rimanere limitato entro dei confini, varca sempre i confini. Crea dei confini, se ne hai bisogno, ma ricorda costantemente che ne devi uscire. Non creare mai delle prigioni.

Fabbrichiamo prigioni di ogni tipo: relazioni, credenze, religioni – sono tutte prigioni. Ci fanno sentire a nostro agio, perché non vi soffiano venti impetuosi. Ci si sente protetti, sebbene la protezione sia illusoria, perché la morte arriverà e ti trascinerà nella trascendenza. Buddha dice: prima che giunga la morte e ti trascini nella trascendenza, vacci di tua iniziativa.

Un monaco zen stava per morire. Era molto vecchio, aveva novant’anni. All’improvviso aprì gli occhi e disse: “Dove sono le mie scarpe?”.

E il discepolo chiese: “Dove vuoi andare? Sei impazzito? Stai per morire, e il dottore ha detto che non hai speranze, ti restano pochi minuti”.

“Per questo ti ho chiesto le scarpe,” disse il monaco. “Voglio andare al cimitero... non voglio esservi portato. Farò la strada con le mie gambe e là incontrerò la morte. Non voglio esservi trascinato. Mi conosci – non mi sono mai appoggiato a qualcuno. Sarebbe molto brutto che quattro persone debbano portarmi. No”.

Andò a piedi al cimitero. Non solo, si scavò la fossa, vi si distese e morì. È questo che Buddha intende con durangama: un simile coraggio nell’accettare l’ignoto, un simile coraggio nel procedere da soli e accogliere la trascendenza. Così la morte si trasforma, e non è più morte.

Un uomo così coraggioso non muore mai, la morte viene sconfitta. Un uomo così coraggioso va oltre la morte. Per uno che di sua iniziativa si muove verso la trascendenza, la trascendenza non è mai simile alla morte. Per lui la trascendenza è un luogo di benvenuto. Se accogli la trascendenza, essa ti accoglie, la trascendenza è una tua eco costante.

L’ottavo è achala: centratura, radicamento, impassibilità. E Buddha dice che bisognerebbe imparare a essere centrati, radicati, impassibili. Qualunque cosa accada, bisognerebbe imparare a rimanere imperturbabili. Anche se il mondo intero scomparisse, anche se il mondo si dissolvesse, il Buddha rimarrebbe seduto sotto il suo albero del bodhi, impassibile. Il suo centro non subirà scossoni, non perderà la sua centratura.

Prova. Avvicinati a poco a poco al tuo centro. E più ti avvicini, più felice ti sentirai, avvertirai una grande solidità sorgere nel tuo essere. Le cose continuano ad accadere, ma accadono fuori, nulla penetra nel tuo centro. Se sei lì, nulla può creare una differenza. La vita arriva, la morte arriva, il successo, il fallimento, le lodi e gli insulti, il dolore e il piacere – vanno e vengono. Tutto passa, ma il centro, il testimone, rimane.

Il nono è sadhumati: intelligenza, consapevolezza, attenzione. Buddha apprezza molto l’intelligenza, ricorda però che non la intende come logica. La logica è una cosa pesante, l’intelligenza è più totale. La logica è acquisita, l’intelligenza è tua. La logica è mentale, razionale, l’intelligenza è più che razionale. È sovra-razionale, è intuitiva. L’intellettuale vive solo attraverso i ragionamenti. Di certo i ragionamenti ti possono condurre fino a un certo punto, ma oltre quel punto hai bisogno di intuizioni.

Persino i grandi scienziati, che lavorano in modo razionale, arrivano a un punto in cui la logica non funziona, in cui devono attendere un’illuminazione, un lampo di intuizione, una luce dall’ignoto. E accade sempre: se hai lavorato duramente con la logica, e non pensi che la logica sia tutto, e sei aperto alla trascendenza, un giorno un raggio di luce penetra in te. Non è tuo: eppure è tuo, perché non è di nessun altro. Viene dal divino. Viene dal tuo centro più intimo. Sembra che arrivi dal cielo, perché non sai dov’è il centro delle tue intuizioni.

Buddha usa il termine intelligenza nel senso di consapevolezza, nel senso di presenza attenta. La parola sanscrita sadhumati è molto bella. Mati significa intelligenza, e sadhu significa saggio: intelligenza saggia, non solo intelligenza, ma intelligenza saggia. Ci sono persone che possono essere razionali, ma non sono sagge. Essere saggio è più che essere razionale. A volte la persona saggia sarà disposta ad accettare anche l’irrazionalità. Poiché è saggia è in grado di capire che anche l’irrazionalità esiste. La persona razionale non può mai capire che esiste anche l’irrazionale. Può credere solo alla pura logica del sillogismo.

Ma ci sono cose che non possono essere dimostrate con la logica, eppure esistono. Tutti sanno che esistono, e nessuno è mai stato in grado di dimostrarle. L’amore esiste, nessuno è mai riuscito a spiegare cos’è, o se c’è o non c’è. Ma tutti lo sanno: l’amore esiste. Persino quelli che lo negano – non disposti ad accettare qualcosa che va al di là della logica – persino loro si innamorano. Quando si innamorano allora si trovano in difficoltà, si sentono in colpa.

Ma l’amore esiste.

E nessuno sarà mai soddisfatto con il solo intelletto, a meno che anche il cuore non lo sia. Queste sono le tue polarità interiori: la testa e il cuore. Sadhumati significa: una grande sintesi di testa e cuore. Sadhu indica il cuore, e mati indica la testa.

Quando un cuore saggio si unisce a un’intelligenza acuta, allora c’è grande cambiamento, trasformazione. La consapevolezza è esattamente questo.

E il decimo è dharma-megha: una pioggia di grazia, una nuvola di verità, amore e grazia. Dharma-megha

Ricordate che solo qualche giorno fa c’erano tante nuvole che riversavano pioggia sulla terra assetata? Buddha dice: finché non diventi una pioggia di grazia non sarai giunto alla fioritura suprema. I nove fondamenti sono una preparazione. Il decimo è l’inizio della condivisione, cominci a traboccare.

Qualunque cosa tu ottenga, la devi condividere, e ne riceverai di più. Qualunque cosa tu abbia, devi traboccare, devi darla agli altri, distribuirla. E ogni tua conquista interiore deve trasformarsi in compassione. Allora riceverai di più. Più generoso sei con le tue energie interiori, più spazio si creerà per la discesa del divino, per l’ingresso della verità.

Per questo è così difficile conoscere la verità e non condividerla. È impossibile! Mahavira rimase in silenzio per dodici anni, e un giorno, all’improvviso, l’esplosione. Cos’era successo? Per dodici anni era rimasto in silenzio, deve essere passato attraverso i nove fondamenti. Poi giunse al decimo, diventò un dharma-megha, diventò una nuvola di verità e cominciò a scrosciare.

Non ci puoi far nulla. Sei come un fiore che si schiude e affida al vento il suo profumo. Sei come una lampada accesa che diffonde la sua luce. Non lo si può impedire, non si può essere avari con la verità.

Buddha giunse alla verità, poi, per quarantadue anni, andò da un posto all’altro, parlando di continuo, raccontando quello che gli era accaduto. Un giorno gli chiesero: “Ci insegni a essere silenziosi, però tu parli di continuo”.

Buddha disse: “Devo parlare per insegnarvi a essere silenziosi. Siate silenziosi, così che un giorno possiate parlare anche voi. Rimanete silenziosi, perché nel silenzio raccoglierete il nettare”.

Il fiore rimane chiuso finché non arriva il momento giusto e il profumo è pronto. Allora si apre, non prima.

Sii silenzioso, sii consapevole, sii avventuroso. Un giorno questi nove bhumi, questi nove fondamenti, ti prepareranno a diventare una nuvola. E poi ti riverserai sulle persone e condividerai. La verità è sempre stata condivisa, in modi diversi. Meera ha danzato, sapeva danzare la verità. Buddha non ha mai danzato. Chaitanya ha cantato, sapeva cantarla. Buddha non ha mai cantato. Dipende dall’individuo. Qualunque talento tu possegga, qualunque possibilità di essere creativo, quando la verità arriva nel tuo intimo userà questi tuoi talenti, queste tue capacità creative.

 

tratto da: Osho, The Discipline of Transcendence vol. 4, # 7

    

 (ritorna al sommario)

 

 

Consapevolezza in ogni momento

 

Lavoro o meditazione... ma è davvero un dilemma?

 

 

Molto spesso si pensa che lo spazio della meditazione – rilassamento, consapevolezza, centratura, silenzio, pace interiore – sia antitetico rispetto al vivere nel mondo del lavoro, spesso frenetico e caotico, in quello che Osho chiama il marketplace. Si può persino arrivare a vederli come mondi separati e inconciliabili: la verità dell’essere, la celebrazione, l’amore, il piacere – il bene – contrapposta alla ‘legge della giungla’, la competizione, il materialismo, il dovere – e cioè il male. A guardar bene questa contrapposizione è il prodotto della nostra mente, sempre pronta a separare, ad andare in reazione e vedere solo gli estremi: il bianco e il nero... e da qui nasce tradizionalmente il ritirarsi nei monasteri per meditare, l’andare a isolarsi sulle vette dell’Himalaya, la rinuncia al mondo.

In realtà Osho ci fa vedere come un’atmosfera tranquilla è di certo utile per familiarizzare con lo spazio interiore della meditazione, ma poi il vivere nel marketplace è la palestra migliore per mettere alla prova e sviluppare la nostra consapevolezza e imparare così a vivere nel presente. Integrare la meditazione, intesa come stato dell’essere, nel quotidiano, portare la consapevolezza nella vita di tutti i giorni è la sfida più affascinante: è la vera rivoluzione individuale, che ci permette di essere in armonia con l’esistenza, che ci porta a vivere ciò che veramente ci piace e ci fa bene e che può diventare persino contagiosa… proprio per le persone che ci stanno intorno nel marketplace.

 

Il lavoro come meditazione

 

Qui all’Osho Meditation Resort di Pune può essere facile avere un assaggio della capacità di essere consapevoli e di osservare ciò che accade intorno e dentro di noi: l’atmosfera generale e le meditazioni nell’Osho Auditorium ti portano in maniera semplice a scoprire quegli spazi di rilassamento, pace interiore e centratura che sono la nostra ricchezza interiore.

A quel punto, la domanda che può nascere è come essere in grado di continuare a ‘osservare’ – essere svegli, centrati e consapevoli – anche una volta tornati a casa e nel bel mezzo di una frenetica giornata di lavoro. Meditare in una tranquilla sala di meditazione è una cosa, rimanere centrati e consapevoli in un ufficio pieno di gente, con delle pressanti scadenze da rispettare, dovendo affrontare in ogni momento problemi e decisioni da prendere, e magari con capi e colleghi non proprio ‘amabili’... è tutta un’altra cosa.

Il programma di Lavoro come Meditazione è stato creato proprio per creare un ponte tra il processo di apprendimento della consapevolezza, che avviene nel modo migliore in uno spazio tranquillo e appartato, e la sperimentazione di questa consapevolezza nella normale vita quotidiana – la vera cartina di tornasole di ciò che abbiamo imparato. Il lavoro è una sfida a osservare il corpo e la mente, i nostri schemi normali di pensiero e di emozione, e l’abitudine a reagire piuttosto che a rispondere alle situazioni. Il punto principale è imparare che non è ciò che facciamo ma come lo facciamo che cambia la gestalt da un semplice ‘lavoro’ a un’opportunità di crescere come individui. Di base impariamo che ogni esperienza nella vita, sul lavoro come nel tempo libero, può essere un’opportunità per imparare qualcosa su noi stessi.

 

Un nuovo approccio

 

Normalmente sul lavoro scambi il tuo tempo e la tua energia con denaro, e compensi il tuo risentimento per esserti dovuto vendere con le fantasie di come ti divertirai spendendo il denaro che hai guadagnato e finalmente ‘rilassandoti’. Si accetta quindi la tensione di questo momento in cambio di un momento nel futuro in cui potremo sentirci a nostro agio. Un terzo della nostra vita è speso nella caccia illusoria di un ‘domani’ dorato che naturalmente non arriva mai. È sempre e solo oggi. Di solito ci insegnano che per avere successo, dobbiamo sforzarci, lottare, pianificare gli obiettivi, essere focalizzati. Il problema con questo tipo di approccio è che più ci sforziamo, più ci focalizziamo, più andiamo in tensione. E più andiamo in tensione, e peggiore sarà il nostro rendimento.

In questo programma dell’Osho Meditation Resort trovi un approccio alternativo, e cioè si impara che per dare il meglio in qualsiasi momento - e per ricevere il massimo da ogni momento - dobbiamo essere consapevoli. E per essere consapevoli, dobbiamo essere rilassati.

 

 

 

La Prova

 

In passato, in Oriente, è accaduta una tragedia. La gente era talmente spaventata dal mondo – dalla vita di tutti i giorni – che iniziò a fuggirne: un esodo verso l’Himalaya, verso i monasteri... vivendo in quel clima di pace, le persone cominciarono ad avvertire un po’ di silenzio, di felicità, di mancanza di preoccupazioni, e poi ebbero paura di ritornare nel mondo. Questa paura dimostra che in realtà non avevano raggiunto nulla. Forse a causa dell’Himalaya – del silenzio, della pace, della naturale bellezza, di quella profonda sensazione di eternità che caratterizzano l’Himalaya – avevano l’illusione di aver raggiunto qualcosa. Quella è gloria riflessa; stavano semplicemente riflettendo la gloria dell’Himalaya. Quelle persone avrebbero dovuto essere mandate periodicamente nel marketplace – nei bazar, nei mercati – per mettere alla prova ciò che avevano raggiunto, secondo me è fondamentale.

Se permane anche nel marketplace, allora è veramente tuo. Se si perde semplicemente trasferendosi sulla ‘piazza del mercato’, allora è qualcosa dell’Himalaya, non appartiene a te.

Per molti secoli la gente ebbe talmente paura che in Oriente la religiosità fu completamente separata dalla vita. La vita era il marketplace, la religiosità apparteneva ai monasteri e non erano riconducibili l’una all’altra. Due situazioni del tutto sbilanciate: un marketplace senza meditazione diventerà orribile – vivo ma orribile. E un monastero che non è abbastanza coraggioso per ‘andare al mercato’, sarà silenzioso... ma morto. I monasteri divennero morti e il marketplace rimase vivo... fin troppo vivo: pieno di follia.

 

tratto da: Osho, Hammer on the Rock # 18

 

 

 

Lavora rilassato

 

Lavora, ma non diventare dipendente dal lavoro. Non hai bisogno di una grande saggezza per rilassarti, è un’arte molto facile. Ed è molto facile, perché la conoscevi già quando sei nato, è già lì, dev’essere solo risvegliata dal sonno. Dev’essere provocata.

Tutti i metodi di meditazione non sono che metodi per aiutarti a ricordare l’arte del rilassamento. Dico ricordare, perché la conoscevi già. E tuttora la conosci, ma quella conoscenza è stata repressa dalla società.

Devi raccogliere esperienze di rilassamento da fonti diverse, e presto avrai tra le mani l’intero segreto. Si tratta di una delle cose fondamentali... ti libererà dal condizionamento del lavoro. Non significa che diventerai pigro, al contrario, più sei rilassato, e più sei attivo, quando sei rilassato sei pieno di energia. Il tuo lavoro avrà la qualità della creatività - non della produzione. Qualunque cosa farai, la farai con grande totalità, con grande amore. E avrai un’energia incredibile per farla.

Quindi il rilassamento non è contro il lavoro. Anzi, il rilassamento trasforma il lavoro in un’esperienza creativa.

 

tratto da: Osho, Satyam, Shivam, Sunderam # 5

 

 

 

Non è importante quello che fai, è importante come lo fai

 

Puoi fare qualunque cosa. Puoi fare il ciabattino, puoi fare il falegname, puoi fare il ballerino, puoi fare il musicista - non ha alcuna rilevanza. Tutto ciò che ti dà beatitudine, pace, che ti fa diventare più consapevole, che rende la tua vita piena di gratitudine... qualunque lavoro va bene.

Non è il lavoro che è importante, ma ciò che accade dentro di te mentre fai il lavoro, questo è il punto decisivo. Se porta luce nel tuo essere, se ti dà un appagamento profondo, se ti rende più pieno d’amore e di gioia, allora ciò che fai è del tutto irrilevante – fallo, e fallo totalmente. Più sei totale, e più la tua intelligenza sarà presente in ciò che fai, la tua individualità diventerà più autentica, il tuo potenziale si realizzerà maggiormente: scoprirai che ti stai avvicinando al tuo destino, stai giungendo a casa. Ognuno ha un suo scopo, è vero, ma trovare il proprio scopo è impossibile se non si trova se stessi. E nel momento in cui troverai te stesso, simultaneamente troverai il tuo scopo. Perciò non c’è bisogno di preoccuparsi per lo scopo. Preoccupati invece di conoscere te stesso, e la via per conoscere te stesso è la meditazione.

 

tratto da: Osho, The New Dawn # 08

 

 

 

E quando lavori con amore...

 

Kahlil Gibran ne ‘Il profeta’ dice:

“Allora un contadino disse, parlaci del lavoro. E lui rispose dicendo: Voi lavorate per assecondare il ritmo della terra e l’anima della terra. Poiché oziare è estraniarsi dalle stagioni e uscire dal corso della vita, che avanza in solenne e fiera sottomissione verso l’infinito. Quando lavorate siete un flauto attraverso il quale il sussurro del tempo si trasforma in musica. Chi di voi vorrebbe essere una canna silenziosa e muta quando tutte le altre cantano all’unisono? Vi è sempre stato detto che il lavoro è una maledizione e la fatica una sventura. Ma io dico che quando lavorate esaudite una parte del sogno più remoto della terra, che vi fu dato in sorte quando il sogno stesso ebbe origine, e vivendo delle vostre fatiche, voi amate in verità la vita. E amare la vita attraverso la fatica è comprenderne il segreto più profondo.

Ma se nella vostra pena voi dite che nascere è dolore e il peso della carne una maledizione scritta sulla fronte, allora vi rispondo: tranne il sudore della fronte niente laverà ciò che vi è stato scritto.

Vi è anche stato detto che la vita è tenebre e nella vostra stanchezza voi fate eco a ciò che è stato detto dagli esausti. E io vi dico che in verità la vita è tenebre fuorché quando è slancio. E ogni slancio è cieco fuorché quando è sapere. E ogni sapere è vano fuorché quando è lavoro. E ogni lavoro è vuoto fuorché quando è amore. E quando lavorate con amore voi stabilite un vincolo con voi stessi, con gli altri e con dio”.

 

In queste parole Almustafa condensa l’esperienza più profonda della creatività. La vita appartiene alle persone creative, perché la vita non è che un lungo, eterno processo creativo verso bellezza e verità più grandi... stati di consapevolezza più elevati, per giungere alla fine alla creazione di un dio nel tuo stesso essere.

Ci sono persone che pensano di poter essere felici senza essere creative. È impossibile, perché la creatività è il solo modo di raggiungere l’estasi con l’esistenza.

Perciò ascolta le sue parole con il cuore, non con la mente – perché sono parole che vengono dal cuore e possono essere comprese solo se le accogli nel cuore. Non è una comunicazione verbale da una mente all’altra. È una comunione – il richiamo più profondo – con il tuo centro, che hai dimenticato completamente.

Allora un contadino disse, parlaci del lavoro. E lui rispose dicendo: Voi lavorate per assecondare il ritmo della terra e l’anima della terra.

Hai mai osservato? Dovunque attorno a te l’esistenza è in un continuo processo di creazione. Il racconto biblico è assurdo: dio ha creato tutto in sei giorni e il settimo si è fermato a riposare! E da allora di lui non si è sentito più nulla, sta riposando ancora. Ma che razza di riposo è? Deve essere morto! L’idea stessa che dio abbia creato l’esistenza e tutto ciò che in essa è contenuto in sei giorni è pura follia... In sei giorni, l’intera esistenza? Io ti dico invece che la creatività è un processo continuo, il settimo giorno non arriva mai.

L’esistenza crea di continuo. Non è stata creata da nessuno, è divina in se stessa. Perciò vorrei che nel cuore e nella mente modificassi il significato della parola dio, non significa creatore, ma creatività. E per mia esperienza so che le persone più felici sono quelle che possono creare qualcosa. E le più infelici sono quelle che non creano nulla, perché meno creativo sei e più ti allontani dalla natura – dalla terra, dal cielo, dalle stelle – la cui danza non conosce né inizio né fine. Almustafa ha assolutamente ragione: Voi lavorate per assecondare il ritmo della terra e l’anima della terra.

Se per te il lavoro è solo un peso, che in qualche modo devi portare, non sei al passo con l’intera esistenza. Stai rimanendo indietro. Essere in armonia con l’esistenza è la sola fonte di beatitudine – non ce n’è un’altra – e non essere in sintonia con la terra e con il cielo è la sola forma di infelicità.

L’uomo è infelice e continuerà a rimanere tale perché ha perso il contatto con le forze creative che lo hanno fatto nascere, che lo mantengono vivo. È diventato futile. Sembra quasi che gli piacerebbe di più riposare in una tomba piuttosto che lavorare, creare e danzare insieme all’esistenza intera.

Poiché oziare è estraniarsi dalle stagioni...

Ci è stata data un’esistenza così bella e ricca di stagioni. In autunno, quando le foglie cadono dagli alberi, ne hai mai udita la canzone? Quando il vento si insinua tra le foglie morte che ricoprono la terra... anche le foglie morte non sono morte quanto l’uomo: sono ancora in grado di cantare. Non si lamentano dell’albero che le ha lasciate cadere. Seguono la natura, dovunque essa le conduca. È questa la via di un cuore autenticamente religioso: nessun lamento, nessun rimpianto, ma pura gioia per tutto ciò che l’esistenza ti ha dato – che tu non avevi chiesto, che non ti eri guadagnato.

Chi comprende la vita non sarà lasciato indietro. In realtà, Almustafa è piuttosto moderato nelle sue affermazioni – restare al passo con la vita. Alla mia gente insegno a danzare, precedendo la vita. Perché aspettare che la vita si muova? Lascia che sia la vita a tentare di stare al passo con te e scoprirai una gioia e una beatitudine di cui milioni di uomini sulla terra rimangono del tutto inconsapevoli.

...e uscire dal corso della vita che avanza in solenne e fiera sottomissione verso l’infinito.

La vita si muove di continuo verso l’eterno, l’infinito, il supremo. Se perdi il contatto, cominci a sentirti come un cadavere vivente. Non sei più capace né di ridere né di piangere di gioia. Sei morto prima ancora di morire; puoi magari vivere ancora per cinquant’anni, ma sarà una vita post-mortem. Non sei più parte di questa splendida carovana della vita che si muove in continuazione verso l’ignoto. È un’avventura, una sfida momento per momento.

Quando lavorate siete un flauto attraverso il quale il sussurro del tempo si trasforma in musica.

Non è questione di un lavoro particolare... qualunque lavoro che ami. Non hai bisogno di essere il presidente di una nazione per essere felice. Forse anche facendo scarpe... ma lavorando con tale intensità e totalità che ti perdi completamente nell’azione, e sei molto più felice di quanto lo possa essere un presidente.

Nel momento in cui sei perso nel lavoro, diventi come un flauto sulle labbra dell’esistenza stessa. Ogni tuo gesto è colmo di grazia, e ogni istante della tua vita porta sulla terra una musica celestiale. Tu diventi un tramite.

Chi di voi vorrebbe essere una canna silenziosa e muta quando tutte le altre cantano all’unisono?

La vastità dell’universo è quasi inimmaginabile. E le più recenti scoperte della fisica indicano che il nostro non è un universo statico, che possiede dei confini. È in continua espansione, diventa sempre più vasto. Tutte le stelle si stanno allontanando dal centro alla velocità della luce.

L’universo oggi è molto più grande di quanto fosse ieri. Domani vivrete in un universo ancora più grande. Sembra che non esistano limiti all’esistenza e alla sua espansione...

 

Sempre vi è stato detto che il lavoro è una maledizione e la fatica una sventura. Ma io vi dico che quando lavorate esaudite una parte del sogno più remoto della terra.

L’uomo è stato imbevuto di tali e tante bugie che viene da chiedersi perché continuiamo a ripeterle ai nostri figli – visto che a noi non hanno portato nulla di buono nella vita. La tua pazzia, la tua inconsapevolezza, la tua cecità devono essere immani... Quando lavori e crei con amore e devozione e gioia stai partecipando. Senza saperlo, sei diventato parte della creatività dell’intera esistenza. La tua vita sarà colma di grande gioia e benedizione.

L’esistenza ha un sogno da realizzare: giungere a creare in ogni essere vivente le qualità di un dio. E questo sogno vi è stato assegnato nel momento stesso in cui il sogno si è formato, fin dall’inizio. Voi siete le frecce che l’esistenza usa per raggiungere le stelle più remote.

Vivendo delle vostre fatiche, voi amate in verità la vita.

In che modo puoi dimostrare il tuo amore per la vita? C’è una bellissima storia Sufi. Un grande imperatore era solito girare a cavallo per la città al mattino presto, al sorgere del sole. Per lui era un ottimo esercizio e anche un’occasione per vedere come si sviluppava la città, come diventava ogni giorno più bella.

Il suo sogno era di fare della capitale la più bella città della terra. Ma una cosa lo lasciava perplesso... e ogni volta fermava il cavallo e osservava un vecchio che doveva avere almeno centoventi anni. Lavorava sempre nel giardino, seminava e innaffiava i giovani alberi – piante che avrebbero impiegato centinaia di anni a crescere e che sarebbero vissute per quattromila anni.

Il re era perplesso: quell’uomo era a un passo dalla tomba, per chi stava piantando quei semi? Lui di sicuro non sarebbe stato lì a vederne i fiori e i frutti. Era impossibile pensare che quell’uomo avrebbe mai visto i frutti del suo lavoro.

Un giorno il re non riuscì a resistere alla tentazione. Scese da cavallo e chiese al vecchio: “Passo di qui ogni giorno e tutte le volte mi faccio la stessa domanda. Ora è diventato quasi impossibile non interferire con il tuo lavoro, solo per un momento. Vorrei sapere per chi stai piantando questi semi. Questi alberi cresceranno quando tu non sarai più qui.”

Il vecchio guardò l’imperatore e rise. Poi disse: “Se i miei avi avessero usato questa logica io non avrei potuto raccogliere i fiori e i frutti di questo bellissimo giardino. Siamo giardinieri da generazioni – mio padre e i miei antenati hanno piantato i semi, e io ne ho colto i frutti. E che ne sarà dei miei figli? E dei figli dei miei figli? Se anche loro fossero della tua opinione non ci sarebbe alcun giardino. La gente arriva da molto lontano per vedere questo giardino, perché ci sono alberi che hanno migliaia di anni. Io mi limito a fare tutto ciò che posso, con immensa gratitudine.

E per ciò che riguarda la semina... quando arriva la primavera e vedo spuntare le prime foglioline verdi sono così felice che dimentico completamente tutti gli anni che ho. Mi sento sempre giovane. Sono rimasto giovane perché ho continuato a essere creativo. La morte si porta via le persone che sono diventate inutili; forse è per questo che io ho vissuto così a lungo e sono rimasto giovane. La morte è compassionevole con me, perché sto al ritmo dell’esistenza. L’esistenza sentirà la mia mancanza; l’esistenza non è in grado di rimpiazzare nessuno. Forse è per questo che sono ancora vivo. Ma tu sei giovane e le tue domande sembrano di uno che sta per morire. Tutto perché non sei creativo.”

Il solo modo di amare la vita è di creare nuova vita, renderla più bella, più feconda, più interessante. Non lasciate questa terra senza averla resa un po’ migliore di come l’avete trovata quando siete nati – questa è l’unica religione che conosco. Tutte le altre sono solo fandonie.

Io insegno la religione della creatività. E l’atto creativo ti trasformerà, perché uno che è capace di creare la vita diventa parte di dio, dell’esistenza divina.

E amare la vita attraverso la fatica è comprenderne il segreto più profondo,

Qual è il più intimo dei segreti? – che la vita non muore mai. Solo le forme cambiano: le foglie vecchie cadono, e nuove foglie arrivano; i vecchi alberi scompaiono, ma prima di svanire hanno sparso tutto attorno milioni di semi.

Ma se nella vostra pena voi dite che nascere è dolore e il peso della carne una maledizione scritta sulla fronte, allora vi rispondo: tranne il sudore della fronte niente laverà ciò che vi è stato scritto.

Tutte le religioni hanno raccontato enormi bugie alla gente. Sembra che la professione del prete sia proprio quella di mentire, e mentire con tale destrezza che la gente comincia a crederci. Vi hanno detto: “Qualunque cosa facciate, non potrete modificare il vostro destino. È già tutto scritto sulla tua fronte.” Non c’è scritto nulla. Ogni persona lo scrive attraverso ciò che fa, attraverso il proprio divenire.

Ognuno crea il proprio destino... Arrivi nel mondo completamente libero. Ciò che diventi è tua responsabilità. Solo gli sciocchi vanno dagli astrologi, solo gli sciocchi si interessano alla propria carta natale. La persona intelligente crea il proprio destino, la propria vita. Non sprecare la vita con l’astrologia, le carte natali, i tarocchi, I Ching. Impara ad amare la vita e a magnificarla con il tuo cuore. Qualunque cosa puoi fare, falla!

Vi è anche stato detto che la vita è tenebre e nella vostra stanchezza voi fate eco a ciò che è stato detto dagli esausti.

Questa affermazione ha più valore di tutte le sacre scritture del mondo, perché queste dicono: “La vita è oscurità, la vita è una punizione. Tu stai passando attraverso tutto questo dolore e sofferenza a causa del male compiuto nelle vite passate”. Queste sono persone non creative, che a causa di ciò si sono allontanate dalla vita. Sono degli infelici... Se rinunci alla vita, diventi per forza non creativo. Ecco perché i vostri santi sono le persone meno creative del mondo. Se così non fosse il mondo sarebbe un paradiso. Ma poiché loro hanno perso il ritmo e sono diventati infelici, e sono stanchi del loro dolore, sono esausti, pensano che ci sia qualcosa di sbagliato nella vita.

La realtà è esattamente l’opposto: nella vita tutto va bene, è nei santi che c’è qualcosa di sbagliato. I vostri santi sono tutti malati, hanno bisogno di trattamento psichiatrico. E invece di offrir loro un trattamento psichiatrico, voi li avete venerati, compiacendo il loro ego... Ma chiedete a chi a vissuto veramente – non a quelli che vi hanno rinunciato. Con la loro rinuncia, si sono negati la possibilità di conoscere i segreti più intimi, i misteri dell’esistenza... Ascoltate i cantanti, ascoltate i ballerini, ascoltate i pittori, ascoltate i poeti. Ascoltate quelli che stanno creando qualcosa di bello, che stanno accrescendo la vita. Finitela di ascoltare quelli che sono contro la vita.

Io vi insegno a vivere, amare e ridere.

E in verità vi dico che la vita è tenebre fuorché quando è slancio...

Se il tuo anelito a raggiungere le stelle è morto, la vita è tenebre.

E ogni slancio è cieco fuorché quando è sapere.

Ogni desiderio è cieco se non nasce dalla tua saggezza, dalla tua consapevolezza, dal tuo silenzio.

E ogni sapere è vano fuorché quando è lavoro...

Un sapere che non è creativo, improduttivo, è sterile, privo di significato. È vano.

E ogni lavoro è vano fuorché quando è amore.

Se lavori senza amore, fai un lavoro da schiavo. Quando lavori con amore, il tuo è il lavoro di un imperatore. Il lavoro è la tua gioia, il lavoro è la tua danza. Il lavoro è la tua poesia.

E quando lavorate con amore voi stabilite un vincolo con voi stessi, con gli altri e con dio.

Il lavoro che si fonda sull’amore ti porta più vicino a te stesso e più vicino agli altri e, infine, più vicino a dio.

 

tratto da: Osho, I Silenzi dell’Anima, NSC ed.

 

 

Un'esperienza che vale

 

LAVORARE QUANDO SI È IN VACANZA, E PER DI PIÙ GRATIS, PUÒ DAVVERO SEMBRAR STRANO. Di SOLITO SUCCEDE SE SI VUOLE CONTRIBUIRE ALLO SVILUPPO DI UN PROGETTO CHE CI STA A CUORE O QUANDO SI È MOTIVATI DA UNO SPIRITO DI ”VOLONTARIATO” - DI VOLER FAR DEL BENE. L'ESPERIENZA DI “LAVORO COME MEDITAZIONE” QUI A PUNE È UNA COSA DIVERSA, È QUALCOSA CHE FAI PER TE STESSO: ECCO COSA TI PUÒ DARE.

 

Puoi imparare a essere flessibile… la vita è un fenomeno in continuo cambiamento, solo una grossa duttilità interiore ti porta in sintonia con essa.

Non rimani imprigionato in un’unica cultura: interagisci con persone provenienti da culture e ambienti diversi. Puoi avvertire così i benefici della vera globalizzazione, e in questa esperienza pregiudizi, razzismi anche nascosti – e tutto ciò che si riconduce alla paura dell’altro, del diverso, all’incapacità di ascoltarlo e di essere d’accordo o in disaccordo in modo tranquillo e rilassato – iniziano a svanire da soli.

Puoi imparare a non aver paura dei tuoi errori... Se impari a non giudicare – a non giudicarti – puoi vedere più chiaramente le tue potenzialità e i tuoi punti deboli… e riesci meglio ad accettarli. Tu sei unico, l’esistenza ti vuole esattamente così come sei… comprendere la tua unicità in modo da poter costruire il tuo destino: questa è la cosa che crea in realtà motivazioni ed entusiasmo. E dal rispetto di te stesso arrivi al rispetto degli altri, sviluppando così doti di leadership naturale.

Scopri come radicarti nell’esistenza in modo da avere una maggior solidità di fronte alle sfide della vita. Impari il valore di una vita vissuta con la consapevolezza del presente invece che con i sogni del domani – essere qui e ora, così da approfittare delle occasioni appena si presentano.

Hai un’occasione per osservare le tue idee preconcette sul lavoro fisico, quello intellettuale – il lavoro più importante o meno importante – le gerarchie, i problemi legati all’autorità, il lavoro di gruppo, la meritocrazia.

Puoi sintonizzarti su quello che ti fa piacere in quello che stai facendo piuttosto di cercare in continuazione qualcosa che ti darà piacere facendolo. Se ti fermi a quello che ti fa piacere – se fai solo ciò che ti piace – rischi di fermarti lì… rischi presto di annoiarti o di ‘addormentarti’.

Ma lasciamo parlare alcune delle persone che hanno partecipato al ‘lavoro come meditazione’ e al ‘programma residenziale’ – un’esperienza full immersion di vita e lavoro all’interno del Meditation Resort che dura qualche mese.

Lavoro come gioco

Il mio obiettivo era quello di sperimentare un altro modo di lavorare, con gioia e consapevolezza. Nel programma ho imparato vari modi molto utili per comunicare con le persone e un modo diverso di affrontare situazioni stressanti. Sto diventando sempre più giocosa e meno ‘seria’ rispetto al mio lavoro. Mi piace incontrare tante persone che hanno lo stesso desiderio di sperimentare il lavoro come divertimento.

Zahira Reeves, Segretaria australiana.

 

Osservare i giudizi

Nel ‘lavoro come meditazione’ non sai quale lavoro ti verrà assegnato perché dipende dalle necessità del momento. All’inizio ho lavorato  prima al self service, e poi nel panificio/pasticceria, e la cosa non mi piaceva: non avevo dimestichezza con il cibo – in vita mia non avevo mai cucinato! E neppure tagliato un dolce – e la mente mi diceva: “No, non puoi farlo!” – ma dopo un po’ di tempo in cui cercavo di restare consapevole mentre tagliavo le torte, cominciai a sentire un senso di soddisfazione per questa mia nuova abilità. C’erano anche altre cose che all’inizio non mi piacevano: piegare i tovaglioli – Che noia! – o fare le pulizie, ma quando divenni consapevole della mia mente e la osservai, le cose cambiarono: il lavorare diventava un’opportunità per uscire dalla mia campana di vetro da intellettuale. Poi sono diventato il coordinatore del self service... e avevo una grande responsabilità! Volevo che le cose andassero a modo mio e me la prendevo con la gente che non faceva il proprio lavoro ‘correttamente’. Quando cominciai a rilassarmi realizzai che le cose accadevano non grazie a me ma nonostante me. Ho realizzato che la mia mente non è mai contenta di ciò che ho. Vuole sempre qualcos’altro, con la speranza che la mia vita migliori. La vita fluisce quando la accetto così com’è e quando lascio cadere i miei concetti su come vorrei che fosse. Quando abbandono l’idea di ciò che è giusto per me posso andare al di là dei vecchi programmi e imparare ad avere fiducia in ciò che la vita offre. Ho imparato a essere nel momento... e anche a prendermi meno sul serio. Lavorare sei ore al giorno, tutti i giorni, ha fatto emergere i miei problemi in superficie. Adesso riesco a stare nel momento e ciò ha avuto effetti anche in altri settori della mia vita: sono più capace di entrare in intimità con le persone perché fantastico meno sul futuro.

Peter Smith, australiano,

laureato in psicologia.

 

Full immersion

Appena la meditazione è entrata nella mia vita, ho compreso che non poteva essere solo una questione di fare la dinamica... Questo programma residenziale è splendido, molto più bello di ciò che mi aspettavo. Tutto ciò che accade è un’opportunità di essere più consapevoli. Vivere 24 al giorno in un ambiente meditativo e condividere questo spazio con altri che fanno la stessa cosa, aiuta a non dimenticare, a non addormentarsi. Io definisco questa esperienza un ‘bagno profondo’ nella meditazione. Finire di lavorare alle 4 del pomeriggio e andare direttamente in Buddha Hall per la Kundalini, invece di buttarsi in macchina e rimanere bloccati nel traffico o andare al supermercato o cose del genere, è veramente una cosa speciale, è magico. Non è una cosa da dare per scontato. Non penso che tornerò più al modo ‘normale’ di lavorare, anche se non so cosa questo vorrà dire per me!

Eleonora Scroppo, Insegnante italiana

 

Oltre lo stress

Nel mondo del lavoro ordinario la gente è interessata ai soldi e al potere, non alla meditazione. In passato ero molto stressata dal mio lavoro perché ero sempre trascinato in direzioni diverse. Non ero capace di essere totale in nessuna cosa. Per me la meditazione rappresentava qualcosa che volevo fare, mentre il lavoro qualcosa che dovevo fare. Non ero sicuro che i due potessero accordarsi, ma decisi comunque di provarci. Principalmente in questa esperienza ho imparato a osservare. Adesso osservo le mie reazioni nelle diverse situazioni, con persone differenti sia durante il lavoro, che in altri contesti. Dove io lavoro, nel Caffè, la gente viene perché vuole qualcosa e alcuni si lamentano se la loro richiesta non è soddisfatta. All’inizio mi sentivo responsabile per come si sentivano e automaticamente mi arrabbiavo con loro. Osservandomi, ho gradualmente realizzato che quelle persone mi ricordavano i miei genitori, che si aspettavano sempre molto da me – mi sentivo in continuazione responsabile e cercavo di fare troppe cose. E così ho realizzato di essere arrabbiata con i miei genitori, non con i clienti! Ho potuto subito rilassarmi e vedere le richieste delle persone nella giusta prospettiva. Un’altra cosa che ho imparato è che i risultati sono influenzati dal mio atteggiamento del momento. Quando sto male noto che il frutto che taglio è meno bello e quando sto bene la macchina per il cappuccino produce molta più schiuma! Ho trovato qui al Resort un ambiente molto favorevole all’esplorazione e all’osservazione di me stessa, perché ognuno è qui per la medesima ragione. Ho letto i libri di Osho per anni, ma fino a quando non ho vissuto qui nel Resort non ho potuto veramente sentire e mettere in atto i suoi insegnamenti. Qui ho davvero imparato a stare nel cuore piuttosto che nella mente. Attraverso la mia esperienza personale, l’aiuto degli amici, e le meditazioni che si offrono qui, adesso so che il lavoro può essere un’esperienza totalmente diversa: meditazione in atto.

Mada, turca, architetto

 

 

Il lavoro non è più un peso

Volevo fare qualcosa a proposito della mia vita lavorativa. Ho sempre considerato il lavoro come un dovere, un peso, qualcosa da fare e, mentre lo faccio, non vedo l’ora che arrivino le pause, i fine settimana, le vacanze – proprio come i bambini a cui insegno! In questo programma mi capita spesso di dirmi: “Ma è lavoro questo? Sì, lo è – e allora com’è che mi diverto senza pensare alla TV, al calcio, al weekend?”. Sto facendo l’esperienza di una pienezza che non ho mai avuto prima, tempo libero, gioia, amore, meditazione… ogni cosa fluisce in armonia e alla fine della giornata mi sento pienamente soddisfatto. E ho fiducia nella mia capacità di vedere che tutto questo dipende da me, che posso portarlo con me e ricrearlo ovunque andrò.

Eivind Lovso, insegnante danese

 

Imparare tante cose

Avevo da tempo il desiderio di sperimentare il modo di vivere e lavorare del Meditation Resort. La possibilità di vivere e lavorare con persone di tutto il mondo è veramente unica. Oggi per esempio ho parlato con persone provenienti da Russia, Australia, Bulgaria, Germania, Colombia e Canada! Inoltre era già un po’ che volevo portare la qualità della meditazione nella mia vita quotidiana e nel mio lavoro all’Università. Per me questo vuol dire avvicinarmi a tutto ciò che incontro nel momento presente con consapevolezza e rilassamento, e di muovermi a partire più dal cuore che dalla mente e dai suoi giudizi. Sin dal primo momento qui mi sono sentita la benvenuta. Le persone dell’ufficio di Work Meditation fanno in modo che ognuno si senta perfettamente a suo agio prima di iniziare il lavoro. A me è stato chiesto di lavorare come cassiera per la Multiversity. Non era affatto il lavoro che mi aspettavo, ma alla fine è risultato essere quello che si adattava perfettamente ai miei bisogni. Per me ha voluto dire molte cose: una possibilità per il corpo di ritrovare la salute, dei momenti di quiete al di fuori del flusso costante dell’umanità, la gioia di incontrare molte persone nuove e interessanti, l’opportunità di vedere in azione i condizionamenti culturali - i miei e quelli degli altri, una visione panoramica dei diversi atteggiamenti che la gente ha rispetto ai soldi, un’occasione di far sentire qualcuno benvenuto; il darmi il tempo di condividere un sorriso o una risata, magari quando accade qualche incomprensione, tante nuove intuizioni. Alcune persone venute al mio sportello sono poi diventate mie amiche; alcune mi hanno persino portato dei fiori o un gelato! Ho imparato così tanto sui miei atteggiamenti, le mie azioni e reazioni! Ogni giorno nascono opportunità di vedere qualcosa di nuovo. Ad esempio, ho sperimentato come divento ansiosa e preoccupata quando faccio un errore, ho imparato come prendermi dello spazio in quei momenti per respirare e centrarmi. Ho anche visto come alcuni miei atteggiamenti verso il lavoro sono troppo seri e ho scoperto che posso essere responsabile, lavorare intensamente, e tuttavia rimanere rilassata e divertirmi. Ho anche avuto l’opportunità di praticare l’essere veramente presente e focalizzata sulla persona o su quello che sto facendo, indipendentemente da quante persone stiano aspettando di pagare! Posso vedere chiaramente l’equilibrio sottile che dev’essere trovato sul lavoro tra l’efficienza, il servizio, il connettersi in modo reale con le persone e i loro bisogni, e contemporaneamente il prendermi cura dei miei bisogni. Ho avuto l’occasione di vedere come funziona la mia mente con tutti i suoi giudizi, e scoprire come non venirne intrappolata, riconoscendo il modo in cui essi influenzano il mio modo di rispondere alle persone. Ho anche provato l’esperienza di insegnare il mio lavoro a qualcun altro e ho potuto riconoscere com’è importante, per imparare, il fare un’esperienza diretta. Cercherò di introdurre tutto questo nel mio lavoro di insegnamento all’università. Per concludere, mi sono venute idee splendide per dei corsi sul lavoro, sul liberarsi dallo stress e sulla meditazione, specie rivolti a manager e donne, corsi che penso di progettare e offrire all’università. È stata un’esperienza inestimabile! Sono sicura che vorrò ripeterla in futuro.

Dr. Roshani Shay, professoressa

di Scienze Politiche in Oregon, Usa

Testi tratti da www.osho.com

 

 

 

Ideali e realtà

 

Vuoi essere un perfezionista o semplicemente totale in ciò che stai facendo?

 

 

Tutti vengono educati in modo tale da diventare idealisti. Nessuno è realista. L’idealismo è la malattia comune dell’umanità.

Ogni individuo viene educato in modo tale da arrivare a pensare che, da qualche parte nel futuro, deve essere qualcosa, diventare qualcuno. Ti forniscono un’immagine cui devi conformarti. E questo crea tensione, perché non sei così, tu sei qualcos’altro, ma devi diventare in quel modo.

Così continui a condannare il reale nel nome dell’ideale – e l’ideale non è reale, e l’ideale continua a trascinarti verso il futuro, lontano dal presente.

L’ideale diventa un incubo costante, una continua condanna: qualsiasi cosa tu faccia sarà imperfetta, perché hai un ideale di perfezione. Qualunque cosa tu ottenga non ti soddisferà, perché hai aspettative assurde che non potranno mai essere soddisfatte.

Tu sei umano, vivi in un determinato tempo, in un determinato spazio, con determinate limitazioni. Accetta quelle limitazioni. I perfezionisti si trovano sempre sull’orlo della follia. Sono ossessivi – qualunque cosa facciano non sarà mai abbastanza buona. E non c’è modo per fare qualcosa perfettamente – la perfezione non è umanamente possibile. In realtà, l’unico modo di essere è l’imperfezione.

Dunque cosa insegno qui? Non insegno la perfezione, insegno la totalità. Che è una cosa completamente diversa. Sii totale. Non preoccuparti della perfezione. Quando dico totale, intendo sii reale, sii presente: qualunque cosa tu faccia, falla con totalità. Sarai imperfetto, ma la tua imperfezione sarà colma di bellezza, sarà traboccante della tua totalità.

Non cercare mai di essere perfetto, altrimenti creerai molta ansia. Ci sono già tante preoccupazioni, non creartene altre.

La vita in sé è già complicata, pertanto cerca di essere un po’ più gentile con te stesso. Non creare degli ideali. La vita crea già abbastanza problemi, ma sono problemi che si possono risolvere. Se ti trovi sul treno sbagliato, puoi cambiare treno, se hai perduto il biglietto, lo puoi ricomprare, se tua moglie è scappata puoi trovare un’altra donna. I problemi che ti dà la vita possono essere risolti, invece i problemi creati dall’idealismo non potranno mai essere risolti – sono insolubili.

Sii totale. Dovunque tu sia e qualunque cosa tu stia facendo, falla con totalità. Addentratici, fanne una meditazione. Non badare a che sia perfetta – non sarà perfetta. Se è totale è sufficiente. Se è stata totale ti sarà piaciuto farla, avrai conosciuto un certo appagamento, ci sarai entrato, ne sarai stato assorbito, e ne sarai venuto fuori nuovo, fresco, giovane, rinvigorito. Ogni azione fatta con totalità ringiovanisce, e ogni azione fatta totalmente non crea alcun tipo di legame. Ama totalmente e non ci sarà attaccamento, ama in modo parziale e nascerà l’attaccamento. Vivi totalmente e non avrai paura della morte, vivi parzialmente e avrai paura della morte.

Dimentica però la parola perfezione. È una delle parole più nocive. Dovrebbe essere eliminata da tutte le lingue del mondo, dovrebbe essere cancellata dalla mente umana. Nessuno è mai stato perfetto, né lo potrà mai essere.

Il mondo è sempre in divenire, l’evoluzione continua, ci avviciniamo sempre di più, ma non giungiamo mai al traguardo, perché una volta raggiunto, tutto è finito.

Il divino sta ancora sperimentando in modi diversi, sta migliorando.

Una cosa è certa: è contento del suo lavoro, altrimenti l’avrebbe abbandonato. Ci sta ancora mettendo energia. E se dio è contento di te, è del tutto assurdo che tu sia scontento. Sii contento di te. Considera la felicità come il valore supremo. Io sono un edonista. Ricorda sempre che la felicità è il criterio. Qualunque cosa tu faccia, sii felice, è tutto qui. Non preoccuparti che sia perfetta o meno. Perché essere così ossessionato dalla perfezione? Così sarai teso, ansioso, nervoso, sempre inquieto, preoccupato, in conflitto.

Sarai in agonia se non sei a tuo agio con te stesso. Non pretendere l’impossibile, sii naturale, rilassato, in amore con te stesso e con gli altri.

E ricorda, una persona incapace di amare se stessa, perché continua a condannarsi, sarà anche incapace di amare un altro. Un perfezionista non lo è solo nei confronti di se stesso, lo è anche con gli altri. Un uomo duro con se stesso sarà inevitabilmente duro anche con gli altri. Le sue pretese saranno impossibili.

Un perfezionista è nevrotico. E non solo è nevrotico, ma crea onde di nevrosi attorno a sé.

Quindi non essere un perfezionista, e se qualcuno vicino a te è un perfezionista, scappa il più velocemente possibile, prima che ti inquini la mente.

Ogni perfezionismo è una specie di intenso ego trip. Pensare a se stessi in termini di ideale e perfezione non è altro che il supremo abbellimento dell’ego. Una persona umile accetta che la vita sia imperfetta. Una persona umile, una persona autenticamente religiosa, accetta di essere limitata, accetta l’esistenza di limitazioni.

Non cercare di essere perfetti è essere umili. E una persona umile diventa sempre più totale, perché non deve negare nulla, rifiutare nulla. Accetta tutto ciò che esiste, buono o cattivo. E una persona umile è molto ricca, perché accetta la sua interezza…

Grazie a questa profonda accettazione accade una grande mutazione alchemica. Tutte le brutture a poco a poco svaniscono da sole. Si diventa sempre più armoniosi, sempre più completi. Il giorno in cui comprendi che sei tu a creare l’infelicità a causa delle tue idee, troncherai con tutte le idee. E vivrai semplicemente con la tua realtà, qualunque essa sia. Questa è una grande trasformazione.

 

tratto da: Osho, Dang Dang Doko Dang # 10

 

 

 

VIVERE CON GIOIA NEL MOMENTO

 

Il lavoro dovrebbe essere considerato un gioco, non un lavoro. Non dovresti prenderlo troppo sul serio, dovresti fare come i bambini quando giocano. Non ha un significato, non c'è niente da raggiungere, devi solo goderti l'attività. Se ti capita di giocare, riuscirai a capire la differenza. Quando lavori è diverso: sei serio, responsabile, preoccupato, ansioso, sovraccarico, perché quello che conta è l'esito, il risultato finale. Il lavoro in sé non è divertente. La cosa reale è solo il futuro, il risultato. Nel gioco non c'è un vero risultato. E l'attività in se stessa è pura gioia. Non sei preoccupato, non è una cosa seria. Persino se hai un'aria seria, è tutta una finta. Nel gioco è l'attività in sé che ti diverte, nel lavoro non godi di quello che fai — conta solo il risultato, l'esito. L'attività dev'essere tollerata in qualche modo. Dev'essere svolta perché bisogna raggiungere il risultato. Se potessi raggiungerlo senza, lasceresti perdere l'attività e salteresti direttamente al risultato.

 

AL MASSIMO !

 

Non lavoriamo mai quanto potremmo, non lavoriamo mai al massimo. In realtà, la gente, al massimo, lavora al quindici percento delle proprie possibilità, e questo vale per i lavoratori accaniti. Secondo me, tu non lavori a più del sette/otto percento. Più lavori, più abile diventi nel lavoro. Meno lavori, meno abile diventi. La vita ha una sua logica. Se lavori intensamente, ti arriverà più energia. Se non lavori intensamente... persino l'energia che hai svanirà. Quindi, qualunque cosa tu voglia fare, falla, e falla nel migliore dei modi. E presto vedrai che ti si aprono nuove porte, e che hai a disposizione nuova energia. Cerca sempre di spingerti oltre le tue capacità, cerca sempre di superare i tuoi limiti. È così che si cresce.

OSHO

 

 

 

IMPARA A DIRE SÌ

 

Il "no" è il nostro atteggiamento primario. Perché?— perché con il no senti di essere qualcuno. La madre sente di essere qualcuno — può dire di no. Il bambino viene negato, l'ego del bambino è ferito e l'ego della mamma soddisfatto. Il no soddisfa l'ego, è cibo per l'ego, per questo ci alleniamo a dire di no. Ovunque tu vada nella vita, incontrerai persone che dicono di no, perché con il no ci si sente un'autorità. Sei qualcuno, puoi dire di no. Dire "sì" ti fa sentire inferiore, senti di essere alle dipendenze di qualcuno, di essere nessuno... solo in quel caso dici "sissignore". Il sì è positivo e il no negativo. Ricordalo: il no appaga l'ego, il sì è il metodo per scoprire il sé. Il no rafforza l'ego, il sì lo distrugge. Pensare correttamente significa dire sì. Prima di tutto scopri se riesci a dire sì — se non ci riesci, se ti è impossibile dire sì, solo in quel caso devi dire no. Il nostro metodo invece è dire no prima di tutto, se è impossibile dire no, solo allora, con un senso di sconfitta, diciamo sì. Un giorno, prova... Per ventiquattro ore tenta in tutti i modi di cominciare con il sì. Incontrerai molte difficoltà, perché in questo modo diventerai consapevole che, istintivamente, viene sempre il no! In qualunque circostanza, il no viene per primo, si è formata questa abitudine. Non usarla, usa il sì, e poi osserva quanto questo sì ti faccia rilassare. OSHO

 

 

 

Il respiro ti aiuta

 

Ogni volta che desideri cambiare una struttura mentale che si è trasformata in una vecchia abitudine, il respiro è la tecnica migliore. Tutte le abitudini mentali sono associate a una forma di respirazione. Cambia il modo di respirare e la mente cambierà immediatamente, istantaneamente. Prova! Ogni volta che vedi sorgere un giudizio e ti vedi ricadere in una vecchia abitudine, immediatamente espira – come se, attraverso l’espirazione, gettassi via quel giudizio. Espira profondamente, tirando in dentro lo stomaco, come se gettassi fuori l’aria, senti o visualizza che il giudizio viene buttato fuori completamente. Poi inspira profondamente aria fresca, per due o tre volte. E osserva cosa succede. Ti sentirai rinascere, la vecchia abitudine non sarà riuscita a possederti. Quindi inizia con l’espirazione, non con l’inspirazione. Quando vuoi assorbire qualcosa inizia dall’inspirazione, se vuoi buttare fuori qualcosa inizia dall’espirazione. E osserva il modo in cui la mente viene immediatamente modificata. Subito vedrai che la mente si è spostata altrove, è arrivata una brezza nuova. Non sei nel vecchio trantran, quindi non ripeterai l’abitudine inveterata. Questo è vero per tutte le abitudini. E può diventare uno strumento importante per il cambiamento interiore. Osho

 

 

 

Validi strumenti

Il trucco è semplice, bisogna solo ricordarselo

 

 

Partecipando al lavoro come meditazione qui al Resort, è possibile anche seguire un workshop, breve ed efficace, che mettendoti di fronte a problemi reali – esempi tratti dalla vita lavorativa di ogni giorno – ti aiuta a vedere meglio quali sono le tue risposte automatiche, quale , situazione nasce da questo tuo atteggiamento e quali altre possibilità hai di affrontare il problema. Siccome ho appena finito di frequentare queste semplici lezioni pratiche, ve ne parlo un po'.

I temi affrontati sono tanti: dalla totalità nel lavoro all'osservare senza giudizio, dal come centrarsi e rilassar-si in situazioni che cambiano continuamente, al vedere "cosa" comunichiamo quando stiamo parlando con un collega, dal cosa significa avere un dialogo (e non una discussione!) a come rimanere sempre consapevoli che la nostra percezione del problema può non corrispondere all'intero quadro della situazione – un grande aiuto, insomma, per portare la tua attenzione dal cosa stai facendo anche al come lo stai facendo.

Talvolta mi succede, credo di non essere il solo, di "perdermi" nel compito che ho di fronte – o meglio nell'aspetto del lavoro che sto facendo che la mia mente giudica il più importante – e così mi ha colpito particolarmente un esercizietto fatto in questo corso: il compito era dare tutta una serie di informazioni rispetto al Resort a una persona qui per la prima volta, seguendo una lista stampata che nessuno di noi aveva mai visto prima. In un caso come questo quello che dice la mente – l'abitudine – è: "Oddio, non devo dimenticarmi nulla!"... e così si va in tensione: ci si focalizza solo sulla lista, guardando raramente in faccia l'interlocutore, le sue eventuali domande di chiarimenti sono percepite quasi come un disturbo — rischia di farci perdere il filo! — e si arriva tesi e stremati alla fine della lista... in questa situazione che cosa l'interlocutore abbia capito in realtà poco importa, e comunque è colpa sua che non è stato abbastanza attento... Stop!

Così non funziona, è una scena già vista fin troppe volte, magari in qual-che ufficio pubblico vecchio stile...

Proviamo di nuovo: basta rilassarsi, centrarsi – un bel respiro – entrare in contatto con se stessi, e l'attenzione si sposta, come per incanto, dal pezzo di carta alla persona che si ha di fronte: è a lei che si stanno dando delle informazioni – certo, controllando la lista, che diventa una specie di promemoria, ma per lo più rispondendo alle sue domande, e instaurando così una comunicazione, un dialogo, che fra l'altro di sicuro lo aiuta a ricordare meglio le cose. Alla fine un veloce controllo della lista assicura che ci siamo ricordati tutto... nel mio esercizio mi sono accorto che mi ero dimenticato solo di una informazione, che poi ho verificato essere di scarso interesse per il mio interlocutore! E così, alla fine, non ero stanco, ero soddisfatto di me stesso e del mio lavoro, e ci siamo salutati con un sorriso; mentre nella prima versione dell'esercizio, quella 'governata' dalle abitudini e dalla mente, avevo come l'impressione di stargli un po' antipatico...

Questo è solo un piccolissimo esempio (il più semplice da racconta-re: queste esperienze hanno un vero valore solo se vissute) dell'aiuto che tutti questi esercizi del workshop, anche divertenti fra l'altro – Osho non parla forse del lavoro come gioco? – possono dare per aiutarci a scopri-re "trucchi" che ci permettono di liberarci da strati e strati di abitudini e condizionamenti, proprio quelli che ci impediscono di essere più consapevoli sul lavoro – e nella vita in genere – più rilassati e in ultima analisi più soddisfatti e in pace con noi stessi. Certo, non è che una volta scoperto il trucco poi gioco è fatto' per sempre, bisogna continuare a ricordarsi di applicarli, questi semplici ma validi strumenti. Ci vuole il nostro impegno, che diventa però sempre più facile, specialmente se si ha la possibilità di passare un po' di tempo qui al Resort, dove tutto porta in maniera semplice verso la meditazione.

Sahaja

 

 

 

Centrati nell’hara

Quando non hai niente da fare, siediti in silenzio e vai dentro di te, lasciati cadere nella pancia – proprio due pollici sotto l’ombelico – e rimani lì. Questo produrrà una perfetta centratura delle tue energie vitali. Devi solo guardarci dentro e si metterà in funzione, comincerai a sentire che la tua intera vita si muove attorno a quel centro. La vita ha inizio dall’hara e finisce nell’hara. Tutti i centri del nostro corpo sono distanti, l’hara è esattamente nel centro. Lì siamo stabili, in equilibrio... una volta diventato consapevole dell’hara, inizieranno ad accadere molte cose. Per esempio, più ti ricordi dell’hara e meno penserai. Il processo del pensiero diminuirà automaticamente, perché l’energia non andrà alla testa, andrà verso l’hara. Più attenzione dai all’hara e più scoprirai che in te sta formandosi una certa disciplina. Si produce in modo naturale, non deve essere imposta. Più sei consapevole del centro dell’hara, meno paura avrai della vita e della morte, perché esso è il centro della vita e della morte. Una volta entrato in sintonia con l’hara, potrai vivere coraggiosamente. Il coraggio nasce da lì – meno pensieri, maggiore silenzio, meno momenti incontrollati, disciplina naturale, coraggio, stabilità ed equilibrio. Osho

 

 

La meditazione non è contro l’azione

 

Non è vero che si debba fuggire dalla vita. La meditazione insegna semplicemente un nuovo stile di vita: diventi il centro del ciclone. La tua vita prosegue, di fatto diventa ancora più intensa – più felice, più lucida, più creativa, con una visione più ampia – eppure tu resti distaccato, un semplice osservatore sulla collina, che si limita a vedere tutto ciò che accade intorno a sé. Tu non sei colui che agisce, sei colui che osserva. Quello è il segreto della meditazione: tu diventi colui che osserva. Il fare continua al livello che gli è proprio, non ci sono problemi: puoi fare piccole e grandi cose... La meditazione è un fenomeno semplicissimo… è un trucco. Non è una scienza, non è un’arte, non implica alcuna maestria: è un trucco.  Osho

 

 

 

Un approccio unico

 

Per portare nel mondo del lavoro le intuizioni di Osho sul lavoro come meditazione

 

 

Dalla ricchezza di esperienze creatasi al Meditation Resort di Pune  sul lavoro come meditazione è nato un nuovo training, tenuto per la prima volta questo inverno – rivolto a coach e management trainer.

 

Questo corso è nato come il risultato di due situazioni: il lavoro come meditazione qui nel Resort, e il nostro lavoro con alcune delle maggiori aziende indiane. Una delle caratteristiche del lavoro qui nel Resort è il lavoro come meditazione. Secondo Osho la montagna più impervia da scalare è capire che il lavoro è meditazione. Abbiamo iniziato a chiederci: dov’è la meditazione nel nostro modo di lavorare? Qual’è la componente della meditazione? L’altra spinta a creare questo corso è stato quando siamo stati invitati dalla Tata Technology (parte di uno dei maggiori gruppi privati indiani) a fare dei seminari. I dirigenti di Human Resource avevano notato che non c’era gioia nella situazione lavorativa: la gente viene al lavoro controvoglia il lunedì mattina, il mercoledì è una giornata dove regna il malumore, e poi ... ‘finalmente è venerdì!’. Questo succede dovunque, ma i dirigenti della Tata hanno avuto il coraggio di voler fare qualcosa riguardo alla situazione. Alla Tata avevamo a che fare con persone altamente qualificate: ingegneri, direttori di impianti tecnici, responsabili delle finanze... tutta gente con vent’anni e più di studi alle spalle, anni e anni d’esperienza… ma nessuno aveva mai fatto un ‘corso’ su se stesso. In quanto meditatori questo ci ha colpito. Quante persone ‘studiano’ per conoscere se stesse? Ti è mai stato offerto un corso di studio su te stesso?

Ma alla base di tutto ci sei tu: il lavoro ‘inizia con me’. E così abbiamo visto che esiste un’opportunità per tutti noi di condividere la visione di Osho del lavoro come meditazione con tutta l’altra gente che lavora nel mondo.

Ci sono molti meditatori in occidente che si occupano di coaching, sono coinvolti in corsi di formazione, training per il personale e così via. Quando sono venuti qui e scoperto che stavamo lavorando con la Tata, hanno dimostrato un grande interesse per la cosa, perché volevano portare sempre più la qualità della meditazione nelle loro attività. Sanno che ovunque siamo stati invitati, dalla Tata, dal Times of India – anche le forze di polizia adesso vogliono che offriamo loro conferenze e seminari – alla base del nostro intervento c’era la meditazione. Ed è così che abbiamo deciso di creare all’interno della Multiversity un ‘Training for Trainers’: un nuovo corso per coach e management trainer. Perché quello che facciamo qui è unico al mondo, non viene offerto altrove. Nessuno offre corsi che abbiano alla base un grande esperienza di meditazione.

Nessuno si focalizza su questo approccio. Ci si focalizza magari sull’organizzazione... L’intuizione di Osho, invece, è chiara: ‘Inizia da te stesso’. Penso che anche in occidente ora si cominci a vedere il problema in una nuova prospettiva: ci si sta staccando da una visione puramente organizzativa. Si sono accorti dell’importanza della componente personale e quindi stanno iniziando a muoversi in questa direzione. Ma per noi queste sono le radici del nostro approccio! Non è qualcosa di periferico: è fondamentale per ciò che facciamo.

Un piccolo esempio, una osservazione fatta da uno dei nostri coach durante un corso da lui seguito. Qualcuno stava tenendo, come esercizio, una conferenza e poi l’insegnante di ‘come parlare in pubblico’ ha iniziato a dare il suo feedback: il nostro coach fu shoccato dalla superficialità di questo feedback. Si parlava praticamente solo di proiezioni (di diapositive) e della posizione del corpo, ma nessuno accennava a ciò che provi mentre stai parlando – come è il respiro, se ti senti nervoso o eccitato, se sei contento di essere lì. Quali fattori psicologici possono influenzare la tua presentazione? Come ti senti dopo? Non si parlava affatto di nessuna di queste cose che di sicuro aiutano le persone a conoscere meglio se stesse: un fattore essenziale per poter lavorare al meglio.

Questo training è condotto da persone che sono state coinvolte a lungo nel programma di lavoro come meditazione qui nel Resort e che, in occidente, hanno collaborato con aziende quali la General Electric, la Nike, la Daimler-Chrysler...

Qui siamo coinvolti nel lavoro come meditazione ogni giorno. La gente arriva qui per far parte del Programma Residenziale. Comprendere noi stessi e mettere radici nel lavoro come meditazione è divenuto uno degli aspetti fondamentali del Resort: ogni partecipante al Programma Residenziale ha un coach; ci sono anche workshop appositi, che affrontano problemi reali, per chi partecipa al ‘lavoro come meditazione’. Non credo che ci sia nessuno, su tutto il pianeta, che lavora in questo campo così accuratamente come stiamo attualmente facendo noi.

da un’intervista a yogendra (asian osho times)

 

 

 

Consigli spirituali?

 

Una storiella Zen

Un imperatore giapponese andò a visitare un grande maestro Zen, Nan Yin. Chiese a Nan Yin: “Cos’hai imparato che ti ha reso un grande maestro, noto in tutto il paese?”.

Nan Yin disse: “Semplicissimo: quando spacco la legna, spacco la legna e basta; e quando porto l’acqua dal pozzo, porto l’acqua dal pozzo e basta”.

L’imperatore disse: “Ero venuto per sentire qualcosa di spirituale. Che assurdità stai dicendo? Quando spacchi la legna, spacchi la legna e basta? Tutti lo fanno, cosa c’è di speciale? E quando porti l’acqua dal pozzo, porti l’acqua e basta? Ho fatto molta strada, e sono l’imperatore di questo paese. Perlomeno dovresti darmi qualche consiglio spirituale”. Nan Yin rispose: “Quello era il mio consiglio spirituale, e vorrei mettere in chiaro che non tutti fanno come me. Mi ci sono voluti anni per imparare a spaccare la legna senza altri pensieri: essere semplicemente lì, a spaccar legna. È straordinariamente bello: il suono nella valle, le schegge di legno che volano in ogni direzione, il vento che soffia tra gli alberi, la loro canzone, la loro musica. E io sono completamente silenzioso, spacco la legna e basta. Quando porto l’acqua dal pozzo, è la stessa cosa. La mia intera giornata è così. In due parole, ti ho dato la mia filosofia di vita. Sii dove sei. Non lasciare che la mente ti conduca altrove”.

Le cose non sono complesse, sono molto semplici. Devi solo essere un po’ all’erta e osservare cosa accade dentro di te: se sei assorto, se sei perso via... Se tu sei presente, assolutamente presente – nulla si muove nella tua mente, tutti i movimenti si sono arrestati – allora la tua vita è meditazione.

tratto da: Osho, From Bondage to Freedom, # 1

 

 

 

Senza paralare di meditazione

 

L’esperienza sul campo di due coach italiani

 

 

Il mondo del lavoro sta attraversando una nuova fase che pone problemi diversi sia alle aziende che alle persone che ci lavorano. La logica da polizza d’assicurazione del ‘posto fisso a vita’, volenti o nolenti, sta sgretolandosi sia per le mutate condizioni dell’economia, sia perché le persone – soprattutto i giovani – vogliono maggiori stimoli e più motivazioni. E questo vale per tutti, a qualunque livello, in ogni settore. Le aziende si muovono in un mercato sempre più sofisticato e complesso dove le aspettative dei clienti/utenti sono sempre più elevate. Quindi devono migliorare sia la loro efficacia – migliorare il servizio erogato, proporre prodotti migliori – che la loro efficienza – fare meglio e di più spendendo meno soldi e utilizzando meno risorse. Nel fare questo si scontrano con la scarsa disponibilità di persone preparate e capaci. Quindi devono investire per sviluppare le competenze necessarie, far sì che lavorino secondo i criteri di efficacia e di efficienza di cui sopra e anche che siano contente e motivate nel farlo... altrimenti se ne vanno!

Per l’individuo invece, da una parte si aprono nuove opportunità per sviluppare le proprie qualità, i propri interessi e la propria creatività, ma dall’altra è necessario imparare a trovare un equilibrio tra vita professionale e vita privata, in modo da avere energie e tempo per vivere entrambi gli spazi in modo sano e soddisfacente, per bilanciare stress e salute psico-fisica, tranquillità e gestione degli imprevisti. Soprattutto in una realtà in cui i bisogni di flessibilità (sia da parte delle aziende che degli individui) rendono più difficile mettere dei confini netti tra vita privata e vita lavorativa... cellulari e posta elettronica, dopo tutto, sono in funzione 24h su 24h sette giorni alla settimana. La sollecitazioni avvengono in tempo reale, tutti si aspettano sempre reperibilità e risposte tempestive, nel lavoro come nel privato. E questo non è sempre facile da gestire.

Sviluppare il potenziale e l’equilibrio individuale è quindi interesse sia degli individui che delle aziende. I limiti della personalità individuale portano, per esempio, a stress, mancanza di autostima, difficoltà nel comunicare e nel relazionarsi con gli altri o eccesso di competitività, e rappresentano una difficoltà indesiderata per tutte le parti in causa, per le aziende così come per gli individui.

E qui entra in gioco la meditazione! Sia ben chiaro che né le aziende né la maggior parte delle persone che lavorano sono attratte dalla meditazione... perché non la conoscono! Anzi hanno normalmente tantissimi preconcetti, resistenze e barriere culturali o ideologiche. Però sono tutti molto interessati a risolvere i loro problemi e la meditazione – così com’è presentata nel mondo di Osho – è l’unica via.

Per questi motivi portiamo ‘la qualità della meditazione’ in azienda, senza presentare la meditazione in quanto tale... anzi, non ne parliamo affatto! Lo spazio meditativo è infatti qualche cosa che tutti hanno provato qualche volta nella vita, come, per esempio, davanti a un tramonto o passeggiando nella natura, abbandonandosi alla danza in armonia con la musica e il partner, cantando o scrivendo qualcosa di appassionante, tutti casi in cui la dimensione temporale e il senso di separazione svaniscono. È quello che gli psicologi chiamano stati di ‘flusso’ o che nello sport viene definito essere ‘in the zone’: uno stato di rilassamento in cui l’attenzione è totalmente focalizzata nel momento presente – dove corpo e mente funzionano come un’unica entità totalmente coordinata: sei totale, rilassato, presente e lucido nel momento, pienamente focalizzato su ciò che stai facendo – ci sei solo tu e il gioco. È quindi necessario trasmettere il valore e l’essenza della meditazione in modo semplice, riferendosi alle esperienze ordinarie delle persone. In modo da aiutare a ‘ricordare’ qualcosa che si è già sperimentato, che già si conosce, portandovi consapevolezza ed espandendolo nel quotidiano. La meditazione è uno stato naturale e in qualche modo conosciuto a tutti…

Per realizzare degli interventi di consulenza e formazione nelle aziende è particolarmente importante l’orientamento alla soluzione dei problemi e usare un linguaggio semplice e comprensibile che non vada ad alimentare inutilmente resistenze e convinzioni (tutto ciò che è riconducibile alla new age è un campo minato!). Si tratta inoltre di rendersi credibili e fornire risultati tangibili. Lavorare nelle aziende richiede un approccio diverso dal lavoro che si fa nei workshop di ‘crescita interiore’ perché è necessario produrre risultati in un contesto dove la partecipazione non è una scelta individuale ma dell’azienda e dove è fondamentale essere rispettosi della privacy, senza forzare le persone ad aprirsi di fronte ai propri colleghi. È necessario un delicato equilibrio per andare in profondità senza però provocare troppe difese e resistenze.

L’approccio metodologico di partenza è quello del ‘coaching’, che significa sviluppare ed espandere le risorse e il potenziale individuale orientato alla soluzione di problemi legati allo svolgimento di attività operative. E viene integrato da diversi aspetti come l’imparare a partire da se stessi, guardando innanzi tutto cosa succede dentro di noi – il ‘gioco interno’ – senza perdersi nella relazione con ciò che è fuori da noi – il ‘gioco esterno’. Vedere ogni persona come un intero sistema mente-corpo e lavorare quindi ad entrambi i livelli. Mantenere un taglio il più semplice possibile, enfatizzando l’esperienza diretta attraverso giochi e strutture. Fornire strumenti che siano facili da utilizzare nel quotidiano e non tralasciare mai un pizzico di umorismo e divertimento: sdrammatizzare è importante.

L’approccio che utilizziamo integra, nello spirito della meditazione, strumenti provenienti da discipline diverse quali la PNL, la Gestalt, la Bioenergetica, lo Yoga e le Rappresentazioni Sistemiche – l’applicazione delle costellazioni familiari a contesti pratici e organizzativi.

Un esempio.

Si tratta di un nostro intervento, dal titolo ‘La comunicazione e il lavoro in team’, svolto presso una USL italiana; ha riguardato tutto il personale dell’unità che si occupa dell’assistenza agli anziani, per un totale di circa 90 persone suddivise in quattro gruppi di lavoro e si è svolto nell’arco di tre moduli di una giornata a distanza di un mese.

L’abbiamo scelto perché è un caso in cui abbiamo potuto lavorare con una intera struttura organizzativa e quindi con tutti i livelli e i ruoli, in cui i partecipanti avevano professionalità e retroterra culturali estremamente eterogenei, svolgono un lavoro particolarmente impegnativo con un rilevante impatto sociale, in un ambiente lavorativo – il settore pubblico – dove il livello di motivazione è normalmente più debole che nel settore privato. L’esigenza di questo corso nasceva da una situazione di scarsa attitudine alla collaborazione tra gli addetti – che diventava a volte conflittuale – cosa che influiva negativamente sull’atmosfera lavorativa e sulla qualità complessiva del servizio erogato. Abbiamo invece verificato e valorizzato che, fondamentalmente, la maggior parte dei partecipanti ama il proprio lavoro e il cambiare la prospettiva personale – partire dal gioco interno anziché perdersi in quello esterno – è sufficiente per trasformare in modo significativo il modo in cui si vive la realtà lavorativa quotidiana.

Uno dei temi principali era l’attitudine a vivere con tensione i compiti da svolgere: c’è sempre poco tempo, tante cose da fare entro tempi prestabiliti... e così via, a scapito della relazione con altri esseri umani. E questo è un meccanismo in cui ci rimettono tutti: gli utenti assistiti con le loro difficoltà, i colleghi che non si sentono considerati e i soggetti stessi perché alla fine della giornata si sentono stressati ed esausti. Ricordarsi di mantenere una connessione umana, un po’ di empatia con l’altro è la chiave perché tutti si sentano più soddisfatti e appagati, anche lavorando, o meglio, soprattutto lavorando.

Molti hanno sperimentato l’uso delle tecniche proposte trovando un grande giovamento sia sul lavoro che nel privato: riuscendo cioè a non portarsi a casa le tensioni del lavoro, e viceversa. Ci sono tanti semplici strumenti che possono produrre grandi effetti: la postura del corpo, il rilassamento, l’attenzione al respiro, l’esprimersi partendo da sé, l’essere più presente guardando in viso quando si parla, liberare la mente con qualche minuto di gibberish o con qualche bel respiro quando salgono la tensione o lo stress. La differenza tra l’atmosfera all’inizio del primo giorno e alla fine del corso era abissale. In generale c’è stato molto entusiasmo per l’esperienza fatta. Una persona, danzando, l’ultimo giorno del suo corso, ha detto ai colleghi con un sorriso meravigliato: “Ma ci pensate che siamo qui che balliamo e... ci pagano anche?”. Le condivisioni finali sono state in alcuni casi anche molto toccanti. Molti hanno espresso apprezzamento per il fatto che, oltre ad avere imparato delle cose nuove, hanno vissuto un momento importante di crescita personale e vista la possibilità costruttiva del lavoro in team. Qualcuno ha commentato: “Ora sento che siamo più uniti e ce la possiamo fare”. Altri hanno scoperto qualità assolutamente inaspettate non solo in se stessi, ma anche in colleghi su cui avevano costruito giudizi basati su impressioni superficiali, perché non si erano mai incontrati ‘veramente’. Diversi hanno sperimentato come l’attenzione all’ascolto e l’empatia possono cambiare molto positivamente le relazioni con i colleghi... senza necessariamente diventare amici, ma semplicemente diventando un po’ più aperti e rispettosi. L’intervento, anche se apparentemente di breve durata, ha portato un elevatissimo livello di soddisfazione per i risultati conseguiti sia da parte della direzione che dei partecipanti. Due settimane dopo la conclusione dell’intervento ci è stato riferito dal dirigente responsabile che sono state viste persone incontrarsi in ufficio... e salutarsi con un abbraccio.

Hasyo e Nijen

 

Nijen

Negli ultimi diciassette anni ha coper¬to ruoli manageriali o di consulenza direzionale presso note multinazionali (Olivetti, Unione Europea, Gemini consulting e Oracle) integrando la meditazione con il lavoro professionale. Ha una formazione in diverse tecniche di counseling e coaching, tra cui la PNL e le rappresentazioni sistemiche. Pratica meditazione dal 1978.

 

Hasyo

Lavora dal 1986 come terapeuta del sistema corpo-mente per la crescita personale nell'ambito del lavoro, della famiglia e delle relazioni. Ha approfondito diversi aspetti, tra cui la medicina naturale, il bodywork, il counseling e le rappresentazioni sistemiche.

 

Per maggiori informazioni www.workingalive.com

 

 

 

Imparare ad amare ciò che fai

Prova a considerare il lavoro come un gioco!

 

Voi continuate a pensare in modo erroneo.

Il lavoro non è lavoro. E senza lavoro ammuffireste, perché cosa avreste mai da fare? La vostra intera energia diventerebbe un vortice interiore e creerebbe mille problemi. Il lavoro è necessario... è una forma di rilassamento.

La parola lavoro è brutta, soprattutto in occidente, è davvero orribile. Questo ha creato una determinata attitudine nel subconscio. Nelle società primitive, il lavoro è vissuto quasi come divertimento, come gioco. Tutto viene insegnato come un gioco. Ancora oggi, nelle zone più remote dell’India, la gente si alza alle tre o alle quattro del mattino e si mette a cantare. Si prepara per la giornata di lavoro. Da ogni capanna esce una canzone, un rullo di tamburi, qualcuno suona un flauto. Poi tutti escono e si avviano al lavoro nei campi, cantando in coro. E va avanti così per tutto il giorno. Il lavoro sembra essere parte di un gioco. Alla fine della giornata se ne tornano a casa, stanchi. È stata una dura giornata di lavoro sotto il sole. Tornano al villaggio e cominciano di nuovo a danzare nella notte. Danzano fino a tarda notte e poi si addormentano sotto gli alberi. E la mattina sono di nuovo lì a cantare. È molto difficile decidere cosa separa il lavoro dal gioco; le due cose si sovrappongono di continuo.

Prendi il lavoro come un gioco e divertiti! Ogni situazione è una sfida. Non continuare a farlo così per farlo, trascinando le cose solo perché devono essere fatte. In questo modo ti ammalerai. Se devi lavorare e queste ore sono un sottile e continuo tentativo di evitare il lavoro, stai dividendo il tuo essere. Il lavoro in sé non è importante. L’importante è l’integrità del tuo benessere interiore. Se fai qualcosa che non riesce a piacerti o che proprio non ti piace, ti ritroverai diviso. Perciò esistono solo due possibilità: o trovi un lavoro che ti piace o diventi capace di amare il lavoro, qualunque esso sia. La seconda è l’alternativa migliore, perché è molto difficile trovare un lavoro che piace. Prima o poi non ti piacerà più. All’inizio magari ti piace.

Perciò la prima alternativa sta nel trovare un lavoro che ti piace, ma non ti aiuterà per molto, perché ogni tipo di lavoro prima o poi diventa noioso. Diventa una ripetizione. L’altra alternativa è migliore. Trova la capacità di amare ciò che fai, di amare qualunque lavoro tu faccia.

Prova. Scopri come si fa ad amare il lavoro. La gente vuol scoprire motivi per lamentarsi del lavoro, e naturalmente li trova. Per tre settimane, prova a lavorare e ad amare ciò che fai. Prendilo come un divertimento, una canzone. Fanne una danza... puoi farlo danzando, cantando, divertendoti. Diverrà una delizia e ne trarrai enormi benefici. E tutti i tuoi mali svaniranno.

 

tratto da: Osho, Beloved of my Heart, #8

    

 (ritorna al sommario)

 

 

 

Un Libro da vivere

 

 

Una vertigine

chiamata vita

AUTOBIOGRAFIA DI UN MISTICO

SPIRITUALMENTE SCORRETTO

_________________________________________

Mondadori Editore

Pagine 415 - Euro 12,00

 

 

Un’opera indispensabile per comprendere la vita, gli insegnamenti e la visione di un raro Maestro di Realtà. Questo libro è la storia – elaborata in tre anni di lavoro su circa cinquemila ore di discorsi registrati nel corso degli anni – della sua infanzia e gioventù, della sua educazione e vita come professore di filosofia, dei suoi anni di viaggi per insegnare l’importanza della meditazione, nonché dell’eredità che egli ha voluto lasciare al genere umano: una religione priva di religione focalizzata sulla consapevolezza e la responsabilità individuale e l’insegnamento di un essere umano nuovo, integro e in grado di celebrare la vita: ‘Zorba il Buddha’.   DALLA PREFAZIONE

 

 

Sì io sono l’inizio di qualcosa di nuovo, ma non l’inizio di una nuova religione. Sono l’inizio di una nuova forma di religiosità, che non conosce aggettivi né confini: conosce solo la libertà dello spirito, il silenzio del tuo essere, lo sviluppo del tuo potenziale e infine l’esperienza del divino dentro di te. Non di un dio esteriore, ma di un’essenza divina che trabocca dal tuo interno.

 

Fin dall’infanzia sono stato innamorato del silenzio. Sedevo in silenzio quanto più a lungo mi era possibile. Naturalmente la mia famiglia iniziò a pensare che io sarei stato un buono a nulla… E avevano ragione! Certamente mi dimostrai un buono a nulla, ma non me ne pento. Era dato per scontato che la mia presenza non significasse niente... al mattino mi mandavano a comprare le verdure, la sera tornavo: “Mi sono scordato per che cosa mi avete mandato, e adesso il mercato è chiuso…” . Mia madre rispondeva: “Abbiamo aspettato tutta la mattina... dove sei stato?”. “Qui vicino ho visto un bellissimo albero di bodhi…”, è l’albero sotto il quale Buddha si illuminò.

 

Il saggio desidera solo darti un’intuizione delle cose, affinché tu abbia la tua luce. Ma tu non vuoi vedere, vuoi istruzioni precise. Non vuoi vedere te stesso, ma essere guidato. Non vuoi assumerti la responsabilità di te stesso, ma gettarla sulle spalle del maestro, del saggio. In questo caso ti senti tranquillo. Adesso è lui il responsabile; se qualcosa va male, è colpa sua. E tutto andrà male, perché se non ti assumi la tua responsabilità, nulla andrà per il verso giusto. Nessuno può metterti a posto, eccetto te stesso. La persona davvero religiosa nasce quando accetti la responsabilità per te stesso, quando affermi: “Qualunque cosa io sia, è una mia scelta… Non del passato, ma del presente. È la mia decisione di questo momento: se voglio cambiare, sono assolutamente libero di farlo. Nessuno può impedirmelo. Nessuna forza sociale, né lo Stato, la storia, l’economia, l’inconscio, può impedirmelo o ostacolarmi. Se sono determinato a cambiare, posso farlo”.

 

Sono stato costantemente incoerente, così che tu non possa mai trarre da me un dogma. Sto lasciando qualcosa di veramente sconvolgente... nessuno può ricavare un’ortodossia da me, è impossibile. Puoi essere infiammato dalle mie parole, ma non troverai alcun tipo di teologia o di dogmatismo. Puoi trovare un modo di vivere, ma non un dogma da predicare; uno spirito di ribellione che puoi assorbire, ma non uno schema rivoluzionario da organizzare.

...Puoi trarne una definizione per te stesso, ma solo per te stesso, e anche quella dovrà cambiare continuamente. Man mano che mi comprenderai più a fondo, dovrai cambiarla. Non puoi continuare a tenerla in mano come un oggetto morto. Dovrai cambiarla e, simultaneamente, essa ti cambierà. Osho

 

  

 (ritorna al sommario)