in questo numero

 

 

Pag. 1   Peperoncino

 

Pag. 2   Osho Times News

 

Pag. 8   I centri di Osho in Italia

 

Pag. 12 È vero amore?

 

Pag. 20 Il Libro del Nulla

 

Pag. 21 Osho: ma chi è veramente?

 

Pag. 29 Il Festival di Varazze 2003

 

Pag. 34 Io non penso, so!

 

Pag. 38 Salvare il prossimo?

 

Pag. 45 Il ruggito del maestro

 

Pag. 50 L'oroscopo di febbraio

 

Pag. 60 Un libro da vivere

 

 

OSHOTIMES INTERNATIONAL

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Aggiungi un po’ di

PEPERONCINO

alla tua vita

 

 

Non ho mai detto di essere infallibile

 

L’idea in sé dell’infallibilità è idiota. Nessuno è mai stato infallibile. Perfino la persona illuminata non è infallibile. Certamente fa degli errori: sbaglia in modo illuminato – in un modo diverso – ma non è infallibile. E se è illuminato accetterà il fatto: chi può sapere con più chiarezza di lui che l’esistenza è così misteriosa, così vasta – nessun inizio e nessuna fine, senza limiti. Dire che sei infallibile… significa che hai capito l’intero mistero? che hai demistificato l’esistenza? che ora tutte le tue risposte saranno esattamente l’effettiva verità?

L’illuminato sa che nel suo essere non c’è buio. Per questo lo chiamano illuminato. È pieno di luce e pieno di beatitudine. Tutta l’angoscia è scomparsa. Lui ha trovato quello che tutti cercano, che lo sappiano o meno. È arrivato. La sensazione dell’essere arrivati, che ora non c’è nessun posto dove andare, questa soddisfazione... Ma questo non ha nulla a che fare con l’infallibilità: Buddha commise errori, Mahavira fece errori… e io siedo qui di fronte a voi – cosa credete, che venire in Oregon non sia stato un errore?

Io sono la prova che essere illuminati non significa essere infallibili. Questo è così chiaro che non c’è nessun bisogno di citare gli errori che hanno commesso Buddha e Mahavira: ho commesso errori e continuo a commetterne, ma questo non mette in pericolo la mia illuminazione. Non ha nulla a che fare con essa. Io faccio il migliore uso possibile dei miei errori. E questo è quello che stiamo facendo – tentando! – qui nel Big Muddy Ranch [la Comune in America, la città di Rajneeshpuram] provando in un modo illuminato, di creare qualcosa di buono. Se siamo finiti qui, sarà stato un nostro errore, ma è una fortuna per il Big Muddy Ranch... cerchiamo di farne l’uso migliore possibile.

Ma tutta quella gente si ritiene infallibile… in un certo senso io sono un po’ matto: non dovrei dire queste cose – che commetto errori. Non è in stile con la mia ‘professione’, gli va contro. Per questo la gente che fa la mia stessa professione mi odia – loro sostengono che queste cose non vanno dette. Anche se ti accorgi di avere fatto un errore, cerca di nasconderlo. Cerca di non farlo sembrare un errore. Questo è ciò che hanno fatto per centinaia di anni. Ma io questo non lo posso fare. Semplicemente ne sono incapace: non riesco a imbrogliare. Osho

  

 (ritorna al sommario)

 

Osho times news

 

 

Novità da Pune

 

Anche quest’anno la stagione delle vacanze invernali sta vedendo un gran numero di arrivi qui all’Osho Meditation Resort di Pune. Moltissimi quelli che sono qui per la prima volta, persone che hanno iniziato a interessarsi alla meditazione in qualcuno dei centri di Osho, ormai sparsi per tutto il mondo, o magari semplicemente leggendo uno dei suoi tanti libri, tradotti in sempre più lingue. Il Welcome Center si è dato una struttura, ‘il team dell’ospitalità’, che li segue personalmente, passo a passo, nella registrazione – AIDS test, foto, food pass e così via... tutte cose in realtà molto semplici, ma che magari tali non sembrano a chi può essere stanco dal viaggio o disorientato da un paese del tutto esotico – per poi presentare personalmente  i nuovi arrivati a chi guida il workshop introduttivo ‘Welcome Day’, oltre che ad ascoltarne esigenze e feed back … tutto questo per fare in modo che possano sentirsi a casa fin dall’inizio.

I duivani si sa sono sempre di fretta e con pochi soldi in tasca e così sta avendo molto successo – nasce da un’idea del ‘team dell’ospitalità’ – il pacchetto tutto compreso (AIDS test, foto, Welcome Day e 5 giorni d’entrata al Resort) a un prezzo scontatissimo di circa 15 euro, per chi ha meno di 25 anni ed è qui per la prima volta.

Sono molti anche quelli che, da ogni parte del mondo, per un po’ in un certo senso ‘tornano a casa’ qui al Meditation Resort: incontrando vecchi amici che non vedono da tempo – perché vivono magari dall’altra parte del globo – concedendosi una vacanza di meditazione e celebrazione, qualche breve workshop, e controllando poi le varie novità… e ce n’è sempre tantissime! Una particolarmente gradita è che ora l’ingresso giornaliero al Resort (5 euro) comprende – oltre a tutte le meditazioni nell’Auditorium e nella Buddha Hall – anche l’uso della piscina, dei campi da tennis... e dei tavoli da ping pong. Lasciano poi tutti a bocca aperta naturalmente, la Guesthouse, l’Osho Auditorium, e l’adiacente area ristorante, il progetto recentemente completato di cui abbiamo già parlato nei numeri precedenti. Questo nuovo sviluppo del Resort ha destato molto interesse anche nella stampa indiana e così il 19 dicembre è stata organizzata una press reception per più di 40 giornalisti – di vari quotidiani, riviste, radio, televisioni – di Pune  e Bombay, che hanno visitato le nuove strutture e ricevuto materiale fotografico che documentava i vari cambiamenti, e la bellezza e modernità delle soluzioni architettoniche – oltre ad avere in regalo i libri Osho Experience e India My Love.

In questo periodo uno dei motivi di maggiore attrazione per una visita al Resort rimane comunque la ricchezza delle proposte della Multiversity: decine e decine di workshop, corsi, training e sessioni individuali che spaziano dal Tantra alla Primal, dal Chi Kung allo Yoga, dal Rebalancing alle costellazioni familiari, dalla pittura al ‘Who is in?’, dalla Vipassana al coaching... e così via – al momento è, in tutto il mondo, la più vasta gamma di campi e approcci disponibile nello stesso luogo. E proprio nella stagione invernale è più nutrita l’offerta di training, come ad esempio quello di massaggio ‘Core Integration’, o il training di ‘Meditazione e Terapie Meditative’, o il training di tecnica Craniosacrale, pieno di novità, o il ‘Training for Trainers’ focalizzato sul coaching... alcuni dei quali prevedono anche la possibilità di risiedere all’interno del Meditation Resort.

 

Nessuno dei visitatori del Resort – vuoi qui per la prima volta, o ritornato per una breve vacanza ristoratrice, o impegnato magari in un training di un paio di mesi – si dimentica comunque di celebrare e divertirsi! Ci sono party quasi tutte le sere, più o meno regolarmente distribuiti fra l’area della Plaza e il giardino adiacente il nuovo Auditorium, la cui sala è insonorizzata per cui la musica può continuare fino a notte fonda: la disco dell’11 dicembre è andata avanti fino alle 3 di mattina!

Il grande afflusso internazionale di visitatori (al momento ce ne sono da più di cinquanta nazioni diverse) rende veramente divertenti e variegati gli spettacoli di arte varia organizzati dalle Performing Arts – la sezione che si occupa di workshop sulla voce, il canto e l’espressione. Nell’ultimo varietà, tenuto alla Plaza, si sono alternati divertenti scenette, pezzi d’opera interpretati da una mezzo soprano russa, esibizioni di Flamenco, romantici motivi di Gershwin, danze indiane tradizionali – e anche un po’ meno tradizionali, al ritmo scatenato del bhangra – per finire con una performance di Asho, ormai la regina locale della stick dance, che faceva ruotare velocissima i suoi psichedelici bastoni fosforescenti al ritmo della tecno.

E comunque per divertirsi, ballare, celebrare non c’è certo bisogno di organizzare eventi speciali: alla minima occasione – basta anche solo la presentazione di un nuovo libro – si vedono centinaia di festanti meditatori che ballano con musica dal vivo nello spazio aperto della Buddha Hall.

 

 

E DIO? TACE!

 

Recentemente il papa ci ha comunicato – era sulle prime pagine di moltissimi giornali, che all'interno riportavano dotte analisi e i commenti degli appositi maitres a penser – che dio tace perché disgustato dall'agire dell'uomo. Sorgono subito alcune domande... E da quand'è che non ci parla più? A meno che non si vogliano prendere sul serio i vari telepredicatori statunitensi che vanno in televisione ad annunciare, belli belli: "Dio mi ha appena detto che dovete mandarmi più soldi!"... o addirittura quelli che sentono spesso la voce di dio, ma sono più casi psichiatrici che da dibattito teologico, risulta che gli ultimi colloqui "omologati" risalgono ai tempi lontani dell'Antico Testamento: Mosè, Abramo e contemporanei... insomma è un bel po' di tempo che dio non dice più niente.

 E com'è che il papa se ne accorge – o ce lo dice – solo adesso?

"Dio sembra essersi rinchiuso nel suo cielo, quasi disgustato dall'agire dell'umanità," dice il papa. Viene da chiedersi: ma non era il dio dell'amore, del perdono, quello che ha persino inviato sulla terra il figlio a immolarsi sulla croce e "morire per noi"? Non era questo il messaggio nuovo del cristianesimo, in contrapposizione al "dio della vendetta' dell'Antico Testamento, a quella figura sempre un po' incazzata, che se la prendeva subito e non ci pensava due volte prima di distruggere qualche città o di mandare carestie e pestilenze?

A sentire ancora di queste affermazioni viene proprio voglia di dire che sarebbe ora di crescere, e smetterla con tutte queste proiezioni infantili di una figura paterna e onnipotente, al quale demandare tutte le nostre responsabilità – un papà che ci dà premi e castighi, o che ci tiene il muso e smette di parlarci, offeso, se non facciamo i bravi.

Sicuramente non è dal sentirci in colpa verso un dio padre che nascerà la spinta a risolvere gli innegabili, grossi problemi che stanno di fronte all'umanità. Nessuno sembra poi accorgersi, e il papa tantomeno, che molti di questi problemi nascono proprio dal fatto che ci siamo creati, e iniziato ad adorare, questa proiezione: dio. I terroristi islamici si sacrificano nel nome di dio... al Mullah Omar, la guida spirituale dei Talebani, dio appariva in sogno. Il presidente americano che – con una guerra qui e un bombardamento là – ci tiene tanto a farsi passare per paladino e salvatore del mondo, è un cristiano `rinato' e ringrazia in TV la sua mamma per avergli instillato la fede in dio. E poi, per tornare ai luoghi dove sembra sia iniziata tutta questa faccenda, si assiste al dramma di un "popolo eletto" (da dio) che, finalmente tornato alla "terra promessa" (da dio), non riesce proprio a convivere coi suoi vicini – loro chiamano dio con un altro nome!

Insomma, con tutti i fanatismi religiosi che ci tiriamo dietro da migliaia d'anni, sembra proprio che, oltre che un'ipotesi non dimostrata – come dice Osho – questo dio sia un'ipotesi chiaramente molto pericolosa.

Meno male che almeno non parla più.

 

 

SEMPRE CON TE

 

I Tarocchi Zen di Osho, come sai, non ti predicono di certo il futuro, ma possono aiutarti a veder meglio il presente: uno specchio del fitto tessuto di relazioni, situazioni ed eventi che vivi – di quanto esiste dentro di te sotto forma di emozioni, pensieri e sentire. Ti è mai capitato di fare un bell'incontro, importante, e desiderare di avere con te il tuo mazzo di tarocchi, per poter "vedere" subito come mai sei rimasto così colpito da quella persona? O essere `on the road', in un momento di pausa, a riflettere sulla vita e avere magari un'intuizione che vorresti approfondire...

Be', ora puoi avere sempre con te, senza problemi di peso o ingombro, i tuoi tarocchi: con la versione elettronica per Palm OS li puoi consultare quando vuoi sul tuo palmare. E non è la "macchina" a scegliere la tua carta del momento, o quelle per la tua storia d'amore... sei tu. Per saperne di più e scaricare una versione gratuita di prova, anche in italiano, vai su www.osho.com nella sezione negozio e quindi "tarocchi".

 

 

LIBERI DENTRO

 

È ora anche un sito web: www.liberidentro.it con materiale nuovo e interessante su questa importante esperienza che da alcuni anni sta portando la meditazione nelle carceri. Val la pena di andarlo a guardare, anche perché l'associazione Sammasati, da cui nasce questo progetto, cerca contatti per espandere in tutta Italia questa esperienza.

 

 

DAL 2002 AL 2003

 

Grande festa per l'arrivo dell'anno nuovo, qui all'Osho Meditation Resort di Pune. Una festa di luci e colori: tutti gli alberi del grande giardino di Meera (la zona del Resort dove si trova il nuovo Osho Auditorium) erano stati fin dai giorni precedenti decorati con migliaia di lucine colorate che ne sottolineavano le forme maestose, e davano loro un'aria al contempo magica e sbarazzina. Festoni coloratissimi, poi, tutt'intorno l'area del party vero e proprio, che aveva il suo epicentro musicale nel palco approntato sulla piazza antistante la nuova piramide. Lì si sono succeduti fino alle 4 di mattina del nuovo anno i vari D J e, prima di mezzanotte, gli ormai mitici Spice Boys (che mantengono intatta la loro prorompente carica... e anche tutto il loro sexappeal, persino se per alcuni di loro i cinquant'anni sono solo un ricordo) hanno incontrato le Backstreet Girls: uno spettacolino scatenato e divertentissimo, che ha mischiato brani musicali dei gruppi "d'origine" con situazioni improvvisate; c'era persino un video, sul grande schermo dietro il palco, che li mostrava durante le prove – esilaranti – e in giro per il Resort a tentare di coinvolgere innocenti visitatori nei loro balletti e canzoncine. E poi, anche in zone diverse del party – c'era davvero un pienone – altre attrazioni: una mezza dozzina di danzatori del fuoco che facevano roteare con grande maestria, e sprezzo del pericolo, i loro poa infuocati e un concorso per il costume più bello (primo premio una notte alla Guesthouse).

Esotici chioschetti di cucina fusion (specialità soprattutto giapponesi e indiane) rendevano ancora più variegate le offerte culinarie... e il self service non ci ha fatto mancare lasagne e pizza! Un grande bar si occupava degli assetati... e del rituale spumante di mezzanotte. Atmosfera diversa all'interno dell'Auditorium, dove era stato approntato una spazio chili in, come per aiutare gli Zorba a scoprire in

sé anche il Buddha: luci diffuse, musica tranquilla e meditativa, belle immagini del mondo della natura che scorrevano sullo schermo... e non pochi hanno scelto di salutare l'arrivo del nuovo anno – mentre fuori saltavano i tappi e fervevano i brindisi – con una dolce meditazione dal Vigyan Bhairav Tantra guidata da Shunyo.

Il giorno dopo... la celebrazione è andata avanti: prima con la meditazione della risata – con cui or  mai "da sempre" si inizia il nuovo anno qui al Resort – seguita da uno splendido e ricchissimo brunch. Nel pomeriggio un momento di emozione e raccoglimento nella visita alle stanze di Osho, riaperte per l'occasione. E in serata una cena tranquilla, accompagnati da Deva Rafeek, italiano, che eseguiva le sue canzoni alla chitarra... e un bel film all'Auditorium.

 

 

LIBRI A ZONZO

 

Negli ultimi tempi il mondo dei libri è colpito da uno strano vento, o flusso: il bookcrossing. E un fenomeno che concretizza l'elemento fondamentale di qualsiasi successo editoriale: il passaparola. In cosa consiste? Nell'abbandonare un libro amato in un luogo pubblico, in modo che qualsiasi sconosciuto lo possa trovare, leggere... e abbandonare a sua volta nelle mani di un altro volto ignoto. A dare il via a questa iniziativa è stato l'americano Ron Hornbaker che un paio d'anni fa aprì un sito (www.bookcrossing.com) dove ci si può iscrivere e addirittura scaricare l'apposita fascetta da incollare al volume... ma queste sono già cose troppo organizzate.

Di questa idea si potrebbe prendere... l'idea, appunto, che armonizza in maniera stupenda il regalo, la circolazione gratuita di libri, la casualità e la sistematicità nella diffusione di comprensioni di vita e di saggezza. Perché non applicare questa idea ai libri di Osho e dare vita a un nuovo processo di condivisione che echeggi la casualità dell'incontro con i libri di Osho, che a sentire i racconti di molti, accompagna spessissimo l'esperienza personale. Consigliare ad altri i propri libri preferiti, regalarli, sono atti spontanei, consueti: è un modo per aprirsi ai propri amici, alle persone che amiamo... perché non tentare questa apertura con uno sconosciuto? Lo si può fare con una edizione economica, magari scrivendo nella prima pagina due righe di accompagnamento al regalo (perché il libro è così importante per te... ecc.) e confidare nell'ignoto: facilmente la persona giusta troverà quell'insolito dono... al momento giusto.

 

 

OSHO DOVUNQUE

 

Anche dove, magari, uno meno se lo aspetterebbe. Di questi tempi, soprattutto, che in un paese islamico, l'Iran, siano già stati pubblicati 40 titoli di Osho... è proprio una bella notizia, e aiuta un po' anche noi a vedere il mondo con occhi diversi. I visitatori iraniani qui al Resort per il momento sono rari, ma chi arriva – oltre a portare le ultime edizioni – racconta anche di un interesse per Osho che si sta diffondendo: scaffali riservati ai suoi libri in alcune librerie della capitale, titoli giunti ormai alla sesta edizione e persino un paio di siti web dedicati al suo lavoro e alle sue tecniche di meditazione – c'è anche il progetto di aggiungere l'iraniano alle ormai 13 lingue di osho.com.

 

 (ritorna al sommario)

 

 

 

 

 

è vero Amore?

 

Una domanda che prima o poi tutti gli amanti si pongono, senza neppure soffermarsi un istante a considerare quelle due semplici parole: vero e amore. ed è proprio lì che si nasconde la possibile risposta. finché non si è veri, non ha senso parlare di vero amore. finché non si è in grado di amare non ha senso parlare di verità. questo non significa rinunciare alle nostre relazioni, ma viverle con la chiarezza che in gioco non sono la verità e l’amore – che verranno quando sarà il momento – ma il sonno della coscienza e la necessità di svegliarsi. i brani che abbiamo selezionato (alcuni tratti da darshan diaries colloqui diretti fra osho e ricercatori spirituali, che spesso gli parlavano dei propri problemi di coppia) sono uno stimolo in questa direzione, con tanti suggerimenti su come vivere le nostre relazioni alla luce di una maggiore consapevolezza.

 

 

Osho, come faccio a sapere se una donna è davvero innamorata di me oppure sta fingendo?

 

È difficile! Nessuno è mai stato in grado di farlo – perché, in realtà, l’amore è un gioco. È la sua natura! Quindi se continui ad aspettare, e valutare e pensare e analizzare, se la donna che è innamorata di te sta fingendo oppure è davvero innamorata, non riuscirai mai ad amare una donna, perché l’amore è una finzione, la finzione suprema.

Non è necessario chiedergli di essere reale – basta stare al gioco! È la sua natura. E se ti interessa troppo la realtà, allora l’amore non fa per te. È un sogno! È una fantasia – è finzione, romanzo, poesia. Se sei un tenace ricercatore della realtà, ossessionato dalla realtà, allora l’amore non fa per te – meglio meditare.

Ma io so che chi mi ha fatto questa domanda non è un tipo così. Per lui meditare è impossibile, perlomeno in questa vita! Ha troppi karma con le donne da completare. Quindi pensa continuamente alla meditazione e continuamente è coinvolto con questa o quella donna. E le donne con cui sta vengono da me e mi chiedono: “È davvero innamorato di noi?”. Che fare? E adesso arriva lui con questa domanda!

Ma è un problema che prima o poi hanno tutti, perché non esiste un modo per giudicare. Siamo estranei totali – siamo estranei gli uni agli altri, e i nostri incontri sono accidentali. Così, lungo la via, all’improvviso ci imbattiamo l’uno nell’altra, senza sapere chi siamo, senza sapere chi è l’altro. Due estranei che s’incontrano per strada, che si sentono soli, si prendono per mano – e pensano di essere innamorati. Di certo hanno bisogno l’uno dell’altra, ma come essere sicuri che ci sia amore?

È puro caso. Esistono i bisogni: le persone si sentono sole e hanno bisogno di qualcuno per colmare la propria solitudine. Lo chiamano amore. Fanno dichiarazioni d’amore, perché è l’unico modo per catturare l’altro. E anche l’altro parla d’amore, perché è l’unico modo per averti. Ma chi può sapere se l’amore c’è o no? In realtà, l’amore è solo un gioco. Sì, la possibilità di un amore reale esiste, ma succede solo quando non hai bisogno di nessuno – è questa la difficoltà.

Funziona un po’ come le banche. Se ti rivolgi a una banca e hai bisogno di denaro, non te ne daranno. Se non hai bisogno di denaro, ne hai abbastanza, verranno loro da te e saranno sempre disponibili a dartene. Quando non ne hai bisogno, sono pronti a dartene, quando ne hai bisogno, non sono disposti a dartene.

Quando non hai per niente bisogno di una persona, quando sei totalmente autosufficiente, quando puoi stare da solo ed essere immensamente felice, estatico, allora l’amore è possibile. Ma anche in quel caso non puoi sapere con certezza se l’amore dell’altro è reale o no – puoi avere la certezza di una sola cosa: la realtà del tuo amore. Come puoi essere sicuro dell’altro? Ma non è neppure necessario.

Questo cruccio continuo – se l’amore dell’altro è reale oppure no – indica semplicemente una cosa: il tuo amore non è reale. Altrimenti, a chi importa? Goditelo finché dura! State insieme fin quando vi è possibile stare insieme! È una finzione, ma avete bisogno di finzioni. Nietzsche diceva che l’uomo non può vivere senza bugie, non può vivere con la verità. La verità sarebbe troppo da sopportare, da tollerare. Avete bisogno di bugie. Le bugie, in maniera sottile, lubrificano il vostro sistema, sono dei lubrificanti. Mm? Vedi una donna e dici: “Che bella! Non ho mai incontrato una persona così bella”. Queste sono bugie lubrificanti – e lo sai!

Hai detto la stessa cosa ad altre donne prima, e sai che la ripeterai ad altre donne in futuro. E anche la donna ti dice che sei l’unico uomo ad averla mai attirata. Si tratta di bugie. Dietro queste bugie non c’è che il bisogno. Vuoi che la donna stia con te per riempire il tuo buco interiore, vuoi colmare il tuo vuoto interiore con la sua presenza. Anche lei lo vuole. Entrambi tentate di usare l’altro per i vostri scopi.

È per questo che gli amanti, quelli che chiamiamo amanti, sono sempre in conflitto – perché nessuno vuole essere usato, perché quando usi una persona, essa diventa un oggetto, la riduci a una cosa, utile. Ogni donna, dopo aver fatto l’amore con un uomo, si sente un po’ triste, delusa, tradita, perché l’uomo si gira dall’altra parte e si mette a dormire – quando è finito è finito!

Molte donne mi hanno detto che piangono e si disperano dopo che l’uomo, il loro uomo, ha fatto l’amore con loro – perché dopo non mostra più alcun interesse. Il suo interesse riguarda solo un bisogno particolare, poi si gira e dorme. Non gli interessa neppure sapere cosa è accaduto alla donna. E anche gli uomini si sentono imbrogliati. A poco a poco, iniziano a sospettare che la donna li ami per qualche altro motivo – per i soldi, il potere, la sicurezza. L’interesse potrebbe essere economico – comunque non è amore. Ma è la realtà. È così che può essere, e può essere solo così!

Per come sei, quasi addormentato, in perenne stato di trance, di sonnambulismo, può essere solo così. Non preoccuparti se la donna ti ama davvero o no. Finché dormi avrai bisogno dell’amore di qualcuno – anche se è falso, ne avrai bisogno. Goditelo! Non angosciarti! E cerca di diventare sempre più sveglio. Un giorno, quando sarai pienamente sveglio, sarai in grado di amare – ma allora sarai sicuro solo del tuo amore. E sarà sufficiente! Perché preoccuparsi? Ora non vuoi usare gli altri. Quando sei in uno stato di beatitudine da solo, non desideri usare nessuno. Vuoi solo condividere. Hai così tanto, trabocchi al punto di volere che qualcun altro lo condivida. E sarai grato a chiunque sia pronto a ricevere. Chiuso! Quello è il punto d’arrivo. Ora come ora, ti preoccupi troppo del fatto che l’altro ti ami davvero perché non sei sicuro del tuo amore. Prima cosa. E poi non sei sicuro del tuo valore. Non riesci a credere che qualcuno possa amarti davvero. Non vedi nulla dentro di te. Sei incapace di amare te stesso – come può amarti un altro? Ti sembra irreale, impossibile.

Ami te stesso? Non ti sei neppure posto la domanda. Le persone odiano se stesse. Si condannano – continuano a condannarsi, sono convinte di essere marce. Come farà un altro ad amarti? Una persona così depravata. No, nessuno ti può amare davvero. L’altro ti sta ingannando, sta fingendo, deve esserci un motivo diverso. Lei deve essere alla ricerca di qualcos’altro, lui deve essere alla ricerca di qualcos’altro. Questo succede di continuo. Per come ti conosci, l’amore è proprio fuori questione. Sai di essere marcio, di non valere nulla – l’amore è proprio fuori questione. E quando una donna ti si avvicina e ti dice che ti adora, non riesci a fidarti. Quando ti avvicini a una donna e le dici che l’adori, mentre lei odia se stessa, come farà a crederti? È l’odio di sé che crea l’angoscia.

Non esiste modo per essere sicuri dell’altro – prima di tutto sii certo di te stesso. E una persona che è certa di se stessa, è anche certa del mondo intero. Una sicurezza raggiunta nel centro più intimo diventa una sicurezza riguardo tutto ciò che fai e che ti succede. Equilibrato, centrato, radicato in te stesso, non ti preoccupi mai di queste cose. Accetti. Se qualcuno ti ama, lo accetti perché ami te stesso. Se sei felice da solo, e qualcun altro è felice – bene! Non ti dà alla testa, non ti rende eccessivamente superbo. Tu, semplicemente, godi di te stesso, e se anche qualcun altro ti trova interessante – bene!

Finché dura, vivi questa finzione nel miglior modo possibile – non durerà per sempre. E anche da qui nasce un problema. Quando un amore finisce, subito pensi che era falso – per questo è finito. No, non necessariamente. Poteva contenere qualche bagliore di verità, ma entrambi siete stati incapaci di mantenere quella verità. L’avete uccisa. C’era – voi l’avete annientata. Non eravate capaci d’amare. Avevate bisogno dell’amore, ma non eravate in grado di amare. È così: incontri un uomo o una donna, le cose vanno bene, filano lisce, è fantastico, bellissimo – all’inizio. Nel momento in cui vi sistemate, le cose cominciano ad andare storte, a guastarsi. Più siete sistemati, più aumentano i conflitti. È questo che uccide l’amore. Per come la vedo io, ogni amore, all’inizio, contiene un raggio di luce, ma gli amanti lo distruggono. Saltano su quel raggio di luce con tutta la loro oscurità. Gli saltano sopra e lo distruggono. E una volta distrutto, pensano che fosse falso. Lo hanno ucciso! Non era falso – i falsi erano loro. Il raggio era autentico, reale.

Quindi non preoccuparti dell’altro, non preoccuparti della realtà o meno dell’amore. Finché c’è, gioiscine. Anche se è un sogno, va bene sognarlo. E diventa sempre più vigile e consapevole, così da spezzare il sonno. Quando sei consapevole, nel tuo cuore sorgerà un tipo di amore totalmente diverso – che è assolutamente vero, che appartiene all’eternità. Non si tratta però di un bisogno – è un lusso. Ne hai così tanto che desideri qualcuno con cui condividerlo. Proprio come le nuvole quando sono cariche di pioggia: vorrebbero riversarsi ovunque, su chiunque. E a loro non interessa se piovono su un sentiero di montagna, o su un terreno roccioso, o su un terreno fertile assetato – non se ne curano. Piovono sulle rocce, sul terreno fertile, su tutti – buoni e cattivi, assetati e non assetati, richieste o non richieste. Perché ora non si tratta di un bisogno, ora la questione è che sei troppo pieno e devi condividere.

Io vi amo – non perché ho bisogno. Vi amo semplicemente perché cos’altro posso fare ora? È lì, e io vorrei solo riversarlo su di voi, e continuo a farlo – incondizionatamente.

Quando sei consapevole, non hai bisogno dell’amore. Quando non hai bisogno dell’amore, diventi capace di amare. È un paradosso. Quando hai bisogno, non ne sei capace.

E in questo stato di sonno, pieno di bisogni e desideri, continui a incespicare. Nell’oscurità del desiderio, nella follia della passione, nella nebbia e nello smog in cui brancoli, non preoccuparti troppo se l’altro ti ama davvero o no. Ora come ora, a te non può accadere il reale. Il reale accade solo alle persone reali. Gurdjieff era solito dire: “Non cercare la realtà, diventa reale!”, perché il reale accade solo alle persone reali. Alle persone irreali accadono solo finzioni.

 

tratto da: Osho, A Sudden Clash of Thunder # 4

 

 

 

L'amore basta a se stesso

 

L’amore non ha bisogno di ricevere sostegno, è lui a sostenere te. Se ti sostiene, benissimo, se non ti nutre più, è finito. è meglio ammetterlo, dirsi addio e proseguire.

 

 

Osho è a colloquio con una madre di due figlie piccole, che gli dice: “Sento che non ho più energia per continuare a portare avanti né te, né l’amore... o il lavoro o la relazione. Posso occuparmene nel momento, ma non posso continuare a dare energia… alla mia famiglia… alla mia storia d’amore”.

 

In realtà quello che ti sta accadendo è una cosa molto bella. Spaventa, fa paura, perché non sai come gestirla, ma è una delle cose più importanti che possono accadere a una persona: vivere nel momento, e momento per momento.

Non è necessario metterci energia. Qualunque tentativo di dare energia a qualcosa crea falsità. L’idea stessa che sia necessario dare energia indica che il passato domina il futuro, che ciò che è morto domina la realtà vivente. Vivi momento per momento. Se qualcosa merita di ricevere energia, la riceverà, non sei tu che gliela devi dare. Nel caso debba essere tu a metterci energia, significa che non la merita. E tu tiri avanti solo perché hai deciso così.

Qualunque cosa rappresenti una reale passione per te continuerà. Per esempio, se sei innamorata continuerà, non hai bisogno di dare energia. Il problema del mantenimento di qualcosa sorge solo quando l’amore svanisce ma le vecchie promesse sono ancora lì, e tu hai detto cose che non sono più vere. Ma il tuo ego dice: “Devi mantenerle – sei tu che hai detto quelle cose”. A quest’uomo avevi detto: “Vivrò e morirò per te”, e ora non senti nulla per lui. È solo l’ego che dice: “Non venire meno alla tua parola – mantienila. Il tuo impegno è questo”. Ma così diventi falsa. E poi cerchi di creare qualcosa che non c’è più, che è svanito. Un fiore che prima esisteva ora è appassito, e tu fingi che ci sia ancora. È in questo modo che tutti diventano degli ipocriti.

E prima o poi ti vendicherai sull’altro, perché è la sua presenza che ti rende falsa. Non potrai mai perdonarlo, e inconsciamente ti vendicherai, comincerai ad arrabbiarti, una piccola scusa sarà sufficiente per andare in collera. E non perché l’altro ti abbia fatto qualcosa: il motivo è che stai fingendo e tutto il tuo essere è contro ogni finzione.

È così che si dovrebbe essere. Ci vuole coraggio. Non sto dicendo che la relazione deve finire, se esiste davvero continuerà, ma non sarai tu a doverla nutrire. Al contrario, sarà lei a nutrire te. Questa è la cosa fondamentale da capire: è meglio ammetterlo, dirsi addio e proseguire. Non ci si può far nulla.

Se l’amore è scomparso, non lo si può creare sotto ordinazione. Se non c’è, non c’è. Sì, puoi fingere, puoi continuare a sorridere e ad abbracciare l’altro, ma tu non ci sei. Per quanto andrà avanti così? E l’altro comincerà a sentirlo, perché non è l’abbraccio che lo scalda – è qualcos’altro, dentro… che ora manca. Sorridi, ma il tuo cuore non è lì. Guardi l’altro eppure non lo guardi, i tuoi occhi sono altrove.

Vivere davvero significa questo: si vive nel pericolo. E tutti coloro che vogliono vivere devono scegliere questo modo, altrimenti diventano ombre di se stessi. Non fanno che inscenare una specie di rappresentazione, di teatro, si limitano a recitare. Le tue azioni non sono azioni, sono solo recite. Hai tante maschere… ma a cosa ti servono?

Secondo me ti sta accadendo qualcosa di bellissimo. Sii coraggiosa – segui questa nuova visione, vivila, e ne riceverai grandi benefici.

Posso capire la tua paura, perché tu conosci solo il vecchio modo di affrontare le cose. Con questa nuova possibilità non saprai cosa fare – è un linguaggio nuovo.

 

tratto da: Osho, The Madman’s Guide to Enlightenment # 2

 

 

 

Segreti é intimità

 

La mia relazione va molto meglio da quando io e il mio ragazzo abbiamo deciso di non avere segreti tra noi.

 

Ottimo – non serbate alcun segreto. Se ami una persona, aprile il tuo cuore completamente, perché anche un segreto piccolissimo diventa una barriera tra voi. Forse non si vedrà, eppure vi separa.

Ogni segreto è come un muro. Se lasci cadere tutti i segreti, immediatamente sei alleggerito e l’altro diventa sempre più vicino. L’amore non dovrebbe avere segreti. L’intimità è tale che non può tollerare alcun segreto tra i due. Quindi va benissimo… Apritevi. Di cosa hai paura? Se ami l’altro, di cosa hai paura?

Ma poiché non amiamo, continuiamo a mantenere dei segreti. Temiamo che rivelando ogni cosa, l’altro possa non apprezzarci, possa non amarci – possa andarsene. Ma se deve accadere, accadrà… non è avendo segreti che si può cambiare qualcosa. In realtà, potrebbe andarsene prima, perché tu rimani chiuso. Se hai un segreto, non puoi permettere all’altro di toccare il centro più intimo del tuo essere.

Quindi abbandona i segreti. È questa la bellezza dell’amore: si possono abbandonare tutti i segreti, ogni forma di riservatezza. Niente si frappone tra i due, niente. I due possono fluire l’uno nell’altra, e ne può nascere una comprensione. Ci si sente alleggeriti e puliti.

 

tratto da: Osho, Get Out of Your Own Way

 

 

 

Matrimonio & dintorni

 

 

“... e poi si sposarono, e vissero a lungo felici e contenti.” Finiscono così molte fiabe... e iniziano non poche tragedie. Certo, il matrimonio, visto come la realizzazione di un sogno romantico, non funziona. Ma può essere qualcosa di diverso?

 

 

Osho a colloquio con una coppia, sono insieme da quattro mesi e lui ha appena detto di sentirsi sconvolto perché Osho ha affermato di non vederlo molto interessato alla sua ragazza...

 

Ma è così, proprio così! E la ragione potrebbe essere questa: se rimani abbastanza a lungo con una donna non c’è più una relazione poetica. Le cose si assestano: diventate marito e moglie.

Succede così, e qui da me succede dopo tre, quattro giorni… dopo sette giorni arriva il divorzio, e questo per le persone molto convenzionali,... altrimenti anche in un solo giorno, l’amore arriva e se ne va.

Questo può essere il motivo per il quale non riesci a fluire con la sua energia. È molto difficile fluire con l’energia con cui sei già stato, con la donna con cui sei stato, molto difficile. È molto difficile trovare davvero interessanti, avvincenti il proprio marito, o la propria moglie... molto difficile. Qualunque altra donna lo può essere molto facilmente, qualunque altro uomo: il nuovo genera eccitazione. Forse è solo perché siete abituati alle energie reciproche…

 

La ragazza allora dice che la relazione è stata davvero bella: ‘Sento che ci sono luoghi in cui le nostre energie non si incontrano. Non ci siamo innamorati perdutamente l’uno dell’altra, ma quello che sta crescendo tra noi è davvero bello, quindi…’

 

Mm, continuate! A volte le energie possono non essere in sintonia, eppure potete amarvi. Non potete essere perdutamente innamorati, è vero.

…Quando ci si innamora perdutamente di qualcuno, tutto finisce presto. Diventa troppo romantico, e le storie romantiche non durano. Quando ti innamori di qualcuno, ma non perdutamente, non follemente, il romanticismo non c’è – è una cosa più terrena, più concreta, più pratica. Può durare a lungo, può diventare una cosa molto, molto stabile.

È per questo che in Oriente abbiamo eliminato l’idea dell’amore. Per molti secoli, in Oriente, l’amore non è stato necessario, anzi, è stato evitato. Le persone dovevano sposarsi e poi amarsi – non prima amarsi e poi sposarsi. Se prima arriva l’amore, il matrimonio non può durare a lungo, è questo il guaio con l’amore. Si spinge molto in alto e tu non puoi rimanere a lungo a quell’altitudine – prima o poi ripiomberai a terra.

... è questo il dramma dell’America: un matrimonio d’amore non può avere successo. Un matrimonio d’amore è bello – manda davvero in estasi le persone – ma non può funzionare, capisci?

Non può diventare un’istituzione, non può creare una famiglia, la famiglia sarà sempre sull’orlo di una crisi.

Questo è il dilemma umano: il matrimonio funziona, il matrimonio è pratico… matematico, calcolato – funziona. Va bene per la famiglia – per i figli, per la società, per lo stato va bene – ma i due partner non arriveranno mai a toccare le stelle… rimarranno a terra – è quello che si definisce un matrimonio felice. Un matrimonio felice non è una storia d’amore veramente bella. Un matrimonio felice vuol dire che le cose vanno bene, discretamente bene… ma questo discretamente bene non è sufficiente. È qualcosa di tiepido, confortevole, piacevole, ma non ti fa mai uscire di senno! Può essere quello il motivo, per voi. Potete rimanere insieme e dar vita a un buon matrimonio, felice…

Non vi sto dicendo di lasciar perdere, no! Una volta riconosciuto che le vostre energie non si incontrano, potete fare qualcosa per aiutarle a incontrarsi. Non è un problema: non è una situazione irrimediabile. Se non lo sapeste, allora non ci si potrebbe fare nulla. È un bene: accidentalmente siete arrivati a capire che le vostre energie non si incontrano. Ora potete fare molto per aiutarle ad incontrarsi.

Ma dovrete farlo con consapevolezza, non si incontreranno da sole. Tu dovrai andargli incontro un pochino e lui dovrà venirti incontro un pochino, e dovrete incontrarvi. Dovrete fare un piccolo sforzo – ma va bene! Non ho niente in contrario: non sto dicendo di lasciarvi. Provateci per un mese, ma in questo mese metteteci più consapevolezza. Ballate insieme, per esempio, cantate insieme, fate molte cose insieme. Massaggialo e lui può massaggiare te, mm? Lasciate che le vostre energie si incontrino e si mescolino, non solo sessualmente, anche in altri modi! Il massaggio va benissimo, la danza è ottima, andate a nuotare insieme, tenetevi per mano nell’acqua, prendete il sole insieme. Fate in modo che le vostre energie si incontrino in molti altri modi. Il sesso va bene, ma create qualcosa di multidimensionale. E visto che sapete che le vostre energie non si incontrano, potete fare qualcosa consapevolmente per creare una situazione in cui comincino a muoversi. Poiché sapete che non vi incontrate, potete evitare molte situazioni di conflitto, litigio, contrasto… perché non vi faranno bene. Quando le energie non si incontrano, litigare è un disastro. Quando le energie si incontrano davvero, litigare è ok, ce lo si può permettere, la storia lo può permettere.

Ma se voi cominciate a litigare non c’è molto che possa tenervi insieme, nulla da mettere in gioco: vi direte addio. Sapendo questo, potete creare una situazione… evitate quindi ogni negatività. Non dico mai di evitare la negatività alle persone innamorate – dico loro di entrarci: arrabbiarsi, litigare, lanciarsi cuscini e fare qualunque cosa. Ma quando le energie non si incontrano, allora dovete essere molto attenti: il negativo non può essere consentito. Fate più cose positive, così da avvicinarvi di più a un’unica vibrazione.

E il solo sesso non sarà sufficiente. Dovrete incontrarvi in altri modi, non sessuali, e allora accadrà anche con il sesso, altrimenti il sesso da solo non funzionerà. Ma una cosa va bene: può essere una relazione stabile… e penso che tu abbia bisogno di qualcosa di stabile. Vero? Hai avuto tante storie, ora hai anche bisogno di qualcosa di stabile.

 

tratto da: Osho, The Further Shore # 20

 

 

Tutta una vita

 

Osho, so che sei contrario al matrimonio, eppure io voglio sposarmi. Posso avere la tua benedizione?

Io non sono contrario al matrimonio, sono favorevole all’amore. Se l’amore diventa matrimonio, bene, ma non sperare che il matrimonio porti amore. È impossibile. L’amore può diventare un matrimonio. Devi lavorare con grande consapevolezza per trasformare l’amore in matrimonio.

Di solito le persone distruggono l’amore. Fanno di tutto per distruggerlo e poi soffrono. E si chiedono: “Cosa è andato storto?”. Sono state loro a distruggerlo – hanno fatto di tutto per distruggerlo.

C’è un fortissimo desiderio e anelito d’amore, ma l’amore richiede grande consapevolezza. Solo così può raggiungere il suo culmine, e quel culmine è un matrimonio. Che non c’entra nulla con la legge. È la fusione di due cuori in una totalità. Sono due persone che si muovono in sincronicità: questo è il matrimonio.

Ma le persone cercano l’amore e poiché sono inconsapevoli… la loro aspirazione è giusta, ma il loro amore è pieno di gelosia, di possessività, di rabbia, di meschinità. Presto lo distruggono. Per questo da secoli si sono affidate al matrimonio. Meglio cominciare con il matrimonio, in modo tale che la legge lo protegga dalla distruzione. La società, il governo, il tribunale, la polizia, il prete, tutti ti costringeranno a vivere nell’istituzione del matrimonio, e tu sarai solo uno schiavo. Se il matrimonio è un’istituzione, tu ne diverrai schiavo. Solo gli schiavi desiderano vivere in un’istituzione.

Il matrimonio è un fenomeno totalmente diverso: è il picco supremo dell’amore. Allora va bene. Non sono contrario al matrimonio, sono a favore del matrimonio reale. Sono contrario a quello falso, fittizio, che attualmente esiste. È un compromesso: ti offre sicurezza, garanzia, tranquillità, ti fornisce una sistemazione, ma non ti arricchisce in alcun modo, non ti dà nutrimento.

Quindi se vuoi sposarti nel modo in cui intendo io… solo in questo caso posso darti la mia benedizione.

Impara ad amare, e rinuncia a tutto quello che si oppone all’amore. È un compito arduo. È l’arte più difficile dell’esistenza, essere capaci di amare. Occorrono una sensibilità, una finezza interiore, una presenza meditativa tali da poter vedere immediatamente come si continua a distruggere l’amore. Se riesci a evitare di essere distruttivo, se diventi creativo nella tua relazione, se la nutri, la tieni viva, se riesci a sentire compassione per l’altro, non solo passione… La passione da sola non può dare sostegno all’amore, è necessaria la compassione. Se sei in grado di essere compassionevole verso l’altro, se sei in grado di accettare i suoi limiti, le sue imperfezioni, se riesci ad accettarlo così com’è, e a continuare ad amarlo – allora un giorno avverrà il matrimonio. Può richiedere anni. Può richiedere la vita intera.

tratto da: Osho, Ah This! # 6

 

 

 

l’A B C dell’amore

 

Perché abbiamo tutti così tanta fame d’amore? Ripercorrendo la storia di ogni individuo possiamo scoprire dove e quando si è formato questo bisogno, e soprattuto capire che è necessario operare una vera ‘rivoluzione copernicana’ delle emozioni: bisogna imparare a dare amore.

 

 

Osho, ho esitato a lungo prima di fare questa domanda perché sembra scaturire dalle profondità del mio inconscio, dove ci sono molte paure. Negli ultimi quindici anni ho vissuto vari livelli di tensione nell’area del cuore, ma non ci sono state giustificazioni sul piano fisico.

Va da un dolore così acuto da togliere il fiato e che può durare per ore, a una leggera sensazione di pressione. Sparisce completamente quando amo, mi sciolgo, mi lascio andare e quando sono in armonia col mio corpo. Mi sto reprimendo? Ti sarei grato se potessi fare un po’ di luce su questo.

 

Non è un problema fisico; ha certamente a che fare con il rilassamento, il dissolvimento totale, il dimenticare completamente se stessi.

Se scompare in questi momenti, certamente non è una questione fisica.

Per cui devi imparare a dare più amore. E questo non è soltanto un tuo problema, a diversi livelli lo abbiamo tutti. Tutti vogliamo essere amati... e questo è un esordio sbagliato.

Tutto parte dal fatto che il bambino piccolo non può amare, non può parlare, non può fare, non può dare; può soltanto ricevere. La sua esperienza d’amore è prendere: prendere dalla madre, dal padre, da fratelli, sorelle, ospiti, estranei – ma sempre soltanto prendere. Così la prima esperienza che si insinua profondamente nel suo inconscio è che deve prendere l’amore. Il problema è che tutti siamo stati bambini, e tutti abbiamo lo stesso bisogno di ricevere amore; nessuno è nato in modo diverso. Tutti dicono ‘dammi amore’, ma non c’è nessuno pronto a darlo, perché siamo stati tirati su tutti allo stesso modo.

Bisogna stare attenti, diventare consapevoli che un semplice incidente dell’infanzia non si trasformi in uno stato mentale costante. Per cui, invece di domandare ‘dammi amore’, comincia a dare amore. Dimentica il prendere, semplicemente dai – e ti garantisco che riceverai molto. Ma non devi assolutamente pensare al ricevere, nemmeno indirettamente: verificando sotto sotto se stai ricevendo o no. Già questo crea troppo disturbo. Dai, e basta, perché dare è molto più bello che ricevere. Questo è uno dei segreti. Dare amore è un’esperienza talmente meravigliosa che ti trasforma in un imperatore. Ricevere amore è solo una piccola esperienza da mendicante. Non diventare un mendicante: almeno per quello che riguarda l’amore diventa imperatore – perché è una qualità inesauribile in te. Puoi andare avanti a dare, tanto quanto vuoi. Non avere paura di esaurirti, e di ritrovarti un giorno a dire: “Dio mio, non ho più amore da dare”. L’amore non ha quantità, ha qualità, un certo tipo di qualità che cresce col dare, e muore con la repressione. Se sei avaro, muore.

Diventa prodigo. Non ti preoccupare con chi – perché questa è la via della mente avara: dare amore soltanto a persone che hanno certe qualità.

Non capisci: quando hai, sei come una nube carica di pioggia. Alla nube non importa dove spiove – sulle rocce, nei giardini, nell’oceano – non le importa. Si vuole liberare. E questa liberazione è un immenso sollievo.

Così il primo segreto è: non chiederlo, non aspettare, pensando di darlo a chi te lo chiede. Dallo!

La fondatrice del movimento teosofico, Madame Blavatsky ha avuto una strana abitudine per tutta la vita – e visse a lungo, viaggiò per tutto il mondo, e creò un movimento internazionale. In realtà nessun’altra donna è stata così potente e influente nella storia dell’uomo. Usava portare con sé un sacco pieno di semi di fiori. Tutto il suo bagaglio consisteva di semi di fiori. Viaggiando in treno continuava a gettare semi dal finestrino, e la gente chiedeva: “Cosa sta facendo? Sta portando tanto bagaglio inutile con lei e continua a spandere semi per mille miglia”.

Lei rispondeva: “Questi sono semi di fiori, magnifici fiori. Quando l’estate sarà passata e le piogge arriveranno questi semi diventeranno piante. Presto ci saranno milioni di fiori. Io stessa non tornerò lungo questa rotta, non li vedrò mai, ma migliaia di altre persone li vedranno e godranno del loro profumo”.

Infatti riempì quasi tutte le linee ferroviarie dell’India di fiori, e la gente commentava: “Se non li vedrà mai, qual è la sua soddisfazione?”.

Lei rispondeva: “La mia soddisfazione proviene dal dare gioia a tante persone. Non sono un’avara. Qualunque cosa possa fare per rendere felice e gioiosa la gente la farò, fa parte del mio amore”. Amava davvero l’umanità, e fece tutto quello che le sembrava giusto.

Il punto è che non devi dare qualche cosa di prezioso, giusto una mano per aiutare è sufficiente. Nelle ventiquattro ore tutto quello che fai, fallo con amore. E il dolore al cuore passerà. E dato che stai amando così tanto, la gente ti amerà. è una legge naturale, ricevi quello che dai. In realtà ricevi più di quello che dai.

Impara a dare, e troverai tante persone che saranno amabili verso di te, anche se prima non ti guardavano neanche o ti ignoravano. Il tuo problema è che hai il cuore pieno d’amore, ma ti comporti come un avaro, cosicché l’amore è diventato un peso per il tuo cuore. Lo hai accumulato, invece di far fiorire il cuore. Così ogni tanto, quando sei in amore, il dolore scompare. Ma perché solo un momento, perché non tutti i momenti?

E non riguarda solo gli esseri viventi, puoi toccare anche una sedia con mano amorevole. La cosa dipende da te, non dall’oggetto. Troverai un grande rilassamento, un dissolvimento del sé – che è un peso – e ti dissolverai nel tutto.

È certamente una malattia, nel senso letterale della parola: non ‘stai bene’ con te stesso. Non è un malessere in cui il dottore può aiutarti. è semplicemente uno stato di tensione del tuo cuore che vuole dare di più e di più. Forse tu hai più amore da dare di altre persone, forse hai questa fortuna, e invece trasformi la tua fortuna in un grande dolore. Dividilo con gli altri, senza preoccuparti della persona a cui lo stai dando. Dai, semplicemente, e troverai un profondo silenzio, e pace. Questa sarà la tua meditazione. Uno può arrivare alla meditazione da molte direzioni, forse questa sarà la tua.

 

tratto da: Osho, Oltre la psicologia - Oshoba Libri

 

 

 

In cerca della Luna...

 

L'amore ti offre bagliori fuggevoli sulla meditazione: sono i riflessi della Luna sul lago, sebbene siano solo riflessi e non siano veri. Perciò l'amore non riesce mai ad appagarti. Di fatto, l'amore ti renderà sempre più insoddisfatto, scontento. L'amore ti renderà sempre più consapevole di ciò che è possibile, ma non te lo elargirà. Solo coloro che amano conoscono le gioie della meditazione. Coloro che non hanno mai amato e non si sono mai sentiti frustrati per amore, coloro che non si sono mai immersi nel lago dell'amore in cerca della Luna e non si sono mai sentiti frustrati, costoro non cercheranno mai la Luna vera lassù nel cielo, non diventeranno mai consapevoli della sua esistenza.

L'amore è una sorta di vincolo sottile, ma è un'esperienza essenziale, assolutamente essenziale per matura-re. Nel bel libro di Margery William, The Velveteen Rabbit, c'è una stupenda definizione della realtà conoscibile attraverso l'amore.

"Cosa vuoi dire reale?" chiese un giorno il Coniglio. "Significa avere quel ronzio dentro e una manopola sporgente?"

"Reale non ha nulla a che vedere con come sei fatto", disse il Cavallo di Pezza. "è una cosa che ti accade. Quando un bambino ti ama per tanto tempo, e non solo perché gioca con te, ma ti ama davvero, allora diventi reale."

"Fa male?" chiese il Coniglio.

"Qualche volta," disse il Cavallo di Pezza, che diceva sempre la verità. "Quando sei reale, non ti importa se ti fa male."

"Accade tutto in una volta, come quando ti feriscono," chiese, "o un pochino alla volta?"

"Non accade tutto in una volta," disse il Cavallo di Pezza. "Lo diventi. Ci vuole molto tempo. Ecco perché non accade spesso a quelli che si rompono facilmente, o hanno spigoli aguzzi o devono essere maneggiati con cura. In genere, quando arrivi a diventare reale, ti ritrovi spelacchiato per il troppo amore, gli occhi ti cadono, hai le giunture allentate e sei logoro. Ma queste cose non hanno alcuna importanza, perché quando sei reale, non puoi essere brutto, tranne per quelli che non capiscono. Quando sei reale, non puoi ritornare a essere irreale. Sei reale per sempre".

L'amore ti rende reale, altrimenti rimarresti solo una fantasia, un sogno, senza alcuna sostanza. L'amore ti dà sostanza, l'amore ti dà integrità, l'a­more ti rende centrato. Ma rappre­senta solo metà del viaggio: devi com­pletare l'altra metà con la meditazio­ne, con la consapevolezza. D'altra parte, l'amore ti prepara per la secon­da metà del viaggio. L'amore è la prima metà e la consapevolezza è la seconda metà, la parte finale. Tra que­ste due metà, raggiungi il divino. Tra l'amore e la consapevolezza, tra que­ste due sponde, scorre il fiume dell'es­sere. Non evitare l'amore... l'amore prepara il terreno e, nel terreno dell'a­more, può crescere il seme della medi­tazione – solo nel terreno dell'amore.

 

TRATTO DA: Osho, Il Cuore Celeste, NSC ed.

 

 

 

Sosan da solo basta e avanza

 

“Se dovessi salvare solo due libri,” dice Osho “dall’intero mondo dei mistici, uno sarebbe il Hsin Hsin Ming di Sosan, dal mondo dello Zen, il sentiero della consapevolezza. Contiene la quintessenza dello Zen, la via della consapevolezza e della meditazione”.

 

 

Sosan non è un erudito, è un saggio.

Ha penetrato il mistero, e qualunque cosa egli porti alla luce, ha un grande significato: ti può trasformare completamente, totalmente. Se lo ascolti, il tuo semplice ascoltarlo può diventare una trasformazione, perché qualunque cosa egli dica, è pura come l’oro.

Tuttavia, anche questo è una difficoltà, perché la distanza tra te e lui è molto vasta: tu sei una mente, ed egli è una non-mente. Anche se utilizza parole, ti sta dicendo qualcosa in silenzio; tu, dentro di te, continui a chiacchierare, anche se rimani silenzioso. Quando parla un uomo come Sosan, il suo parlare avviene su un piano totalmente diverso. A lui non interessa parlare; non gli interessa influenzare nessuno; non cerca di convincerti di una teoria, o di una filosofia… Niente affatto, quando egli parla, è il fiorire del suo silenzio. Quando parla, dice quello che sa, e che vorrebbe condividere con te. Ricorda, non parla per convincerti: lo fa solo per condividere con te. E se riesci a comprendere anche una sola sua parola, dentro di te sentirai diffondersi un tremendo silenzio.

 

tratto da: Osho, Il Libro del Nulla Ed. Mediterranee

il commento di Osho al Hsin Hsin Ming di Sosan

 

 

Sosan è il terzo patriarca dello Zen, vissuto in Giappone nel sesto secolo, discepolo di Ikkyu (Eka), discepolo a sua volta del grande Bodhidharma.

“Di lui si conosce molto poco, ed è assolutamente naturale che sia così”dice Osho” perché la storia registra solo le violenze. La storia non registra il silenzio, non lo può documentare. Tutte le annotazioni storiche si riferiscono a eventi tumultuosi. Quando qualcuno diventa totale silenzio, scompare da ogni archivio, non fa più parte della nostra follia. Rimase, per tutta la vita, un monaco girovago. Non si fermò mai in un luogo preciso; era sempre di passaggio, in cammino, in movimento. Era un fiume; non uno stagno, fisso e statico. Era costante movimento: questo è il significato dei discepoli itineranti di Buddha. Dovevano rimanere senza dimora, non solo nel mondo esterno, ma anche nel mondo interiore; perché non appena rendi un luogo la tua dimora, ne rimani attaccato. Dovevano rimanere senza radici: la loro unica dimora era questo intero universo. Anche da illuminato, Sosan mantenne le sue abitudini di mendicante. Era un uomo qualunque, l’uomo del Tao, senza particolari caratteristiche che lo mettessero in evidenza”.

Osho parla del Hsin Hsin Ming – nell’illustrazione le correzioni autografe di Osho sulla sua copia personale – anche ne “I libri che ho amato:”...è un libro così minuscolo… le poche parole di Sosan restano di gran lunga le più intense e più significative: vanno dritte al cuore. È un libro incredibilmente bello, ogni parola è d’oro. Non posso concepirne una sola che possa essere cancellata. È esattamente ciò che occorre... Sosan dev’essere stato un uomo terribilmente logico, per lo meno mentre scriveva il Hsin Hsin Ming. Ne ho parlato, e i momenti più grandi sono stati quelli in cui ho parlato di Sosan. Ho parlato e al tempo stesso sono stato in silenzio… ho parlato e tuttavia non ho parlato, perché Sosan può essere spiegato solo tramite il silenzio. Non era un uomo di parole, era un uomo del silenzio. Parlò il minimo necessario”.

  

 (ritorna al sommario)

 

 

Osho......ma chi é veramente ?

 

È in uscita in questi giorni nelle librerie Osho: Una vertigine chiamata vita – L'autobiografia di un mistico spiritualmente scorretto (Edizioni  Mondadori), un libro che sicuramente aiuta a rispondere a questa domanda. È una domanda che ci porta lontano… o per meglio dire, vicino, molto vicino: proprio dentro di noi.

 

 

Certo non è facile tentare di rispondere a una simile domanda nei riguardi di chi ha detto di scrivere, sul suo samadhi – il luogo dove sono raccolte le sue ceneri – “Mai nato, mai morto, ha solo visitato questo pianeta Terra fra l’11 dicembre del 1931 e il 19 gennaio 1990”!

Di lui hanno detto e scritto di tutto: il più grande eretico, un ciarlatano, la più grande intelligenza nella storia dell’umanità, un anarchico, il più grande maestro Zen, un grande mistico… e così via. È stato visto sia come l’anticristo – come il diavolo incarnato, persino – sia come il messia di questi tempi moderni. Come ‘il guru dalle 99 Rolls-Royce’ o come ‘il più grande buddha che mai abbia camminato sulla terra’...

È chiaro che non si tratta, a questo punto, di scegliere una definizione piuttosto che un’altra, Osho stesso spiega la sua contradditorietà: ‘Io sono coerentemente incoerente, questa è la mia coerenza. Ecco perché non posso definire me stesso: la definizione di oggi potrebbe non adattarsi più domani. Non mi posso definire, perché sarebbe come definire una nuvola, o un oceano, o un albero in crescita, o un bambino. Io cambio continuamente, perché il mutamento è l’anima stessa della vita. Fatta eccezione per il cambiamento, nulla è eterno. No, non mi potete etichettare: non sono un oggetto. Io sono un fiume, una nuvola che cambia continuamente la sua forma. La mia idea di consistenza è radicata in questo continuo mutare, in questa danza dinamica che ha nome vita...’

Ecco perché alla fine, dice sempre Osho, arriveremo a sapere veramente chi è lui solo quando avremo davvero scoperto chi siamo noi.

 

Io non sono e non sto facendo niente, proprio niente. Ma qui sta accadendo qualcosa, sta accadendo qualcosa di incredibile – questa è un’altra storia, un accadimento che non è prodotto dal mio fare.

Io non sono.

Quando dico questo, intendo dire che in me non c’è alcuna personalità, nessuna persona, c’è solo una presenza. La presenza senza la persona sembra perlopiù un’assenza. È un’assenza. La persona è assente.

Io sono solo una canna di bambù cava, e se udite uscire da me una musica, allora deve provenire dal divino. Quella musica non è mia e non ha niente a che fare con me. Io non ci sono, sono totalmente scomparso; questa è l’illuminazione. È ciò che Atisha chiama bodhichitta.

Ma le cose stanno accadendo, accadono sempre. Ogni volta che una persona scompare e diventa una presenza, cominciano ad accaderle intorno cose immensamente valide. Entra in funzione una grande sincronicità. Coloro che sono abbastanza coraggiosi da avvicinarsi a una simile presenza, cominciano a cambiare, senza fatica, per pura grazia: cominciano a diventare esseri totalmente diversi solo rimanendo nel campo energetico del maestro.

Io non sto facendo niente, io non sono. Tuttavia mi vedi arrivare, andare, parlare… fare questo e quello. Per spiegarlo, ti racconto una storia.

 

Un regista sparge la voce che sta cercando un attore per interpretare il ruolo di Amleto, nella tragedia omonima di Shakespeare. L’attore deve essere alto più di un metro e ottanta, giovane, vigoroso e avere un’eccellente padronanza della lingua inglese.

Il giorno dell’audizione si presentano molti giovani, alti e belli, ma in mezzo a loro c’è anche un piccolo, vecchio ebreo, con un pesante accento yiddish. Il regista lo nota immediatamente e gli chiede: “E lei cosa vuole?”.

L’uomo risponde: “Foglio ezzere attore. Foglio fare Amleto!”

“È pazzo o mi prende in giro?” dice il regista. “Lei è alto meno di un metro e mezzo, e poi con l’accento che si ritrova… Che possibilità ha di avere la parte?”

Il piccolo ebreo insiste: “Foglio afere qvella parte. Mi tia un’opportunità.”

Alla fine il regista cede: “Salga sul palcoscenico e provi a interpretare Amleto”.

Il piccolo ebreo salta subito sul palcoscenico: sembra stranamente più alto e possente, e inizia a recitare con voce tonante e in perfetto inglese classico: “Essere o non essere…”

Al termine… nessuno fiata, sono tutti stupefatti. Il regista commenta: “È incredibile!”

Gli altri attori esclamano: “Meraviglioso!”

Il piccolo ebreo si limita a scrollare le spalle e dire: “Qvesta è zolo recita!1

 

 

Sono un invito per tutti coloro che sono alla ricerca, e hanno nel loro cuore una profonda aspirazione, desiderano trovare la loro dimora.

Io sono una risposta alla domanda che ognuno di noi è, ma che non è in grado di formulare. Una domanda che assomiglia più a una ricerca che a un interrogativo. È più una sete che non una disquisizione verbale e mentale. Una sete che si sente in ogni cellula e in ogni fibra del proprio essere, ma che non si riesce a tradurre in parole, per formulare una domanda.

Io sono una risposta a quella domanda che non siete in grado di porre e che non vi potete aspettare venga risolta a parole. Quando dico che io sono la risposta, non intendo dire che io vi posso dare la risposta. Certo, se siete pronti, potete prenderla: io non sono altro che un pozzo a vostra disposizione, potete gettarvi il vostro secchio e prendere l’acqua che vi serve. Ne sono pieno, ma non vi posso raggiungere se non fate voi uno sforzo: solo voi potete arrivare fino a me.

È uno strano invito. Vi porterà a un pellegrinaggio interminabile che finirà solo dove già vi trovate. Dovrete camminare a lungo su sentieri infiniti, solo per giungere a voi stessi. Solo perché vi siete allontanati all’infinito da voi stessi. Avete completamente scordato la via del ritorno. Io sono un monito, un ricordo, della dimora perduta.

In quanto persona non esisto. Sembro solo essere una persona. Io esisto in quanto presenza. Il giorno in cui sono giunto a conoscere me stesso, la persona è scomparsa. Esiste solo una presenza... una presenza vitalissima che può dissetarvi, che può realizzare le vostre aspirazioni.

Per questo, in una parola, posso dire di essere un invito.

Lo sono, ovviamente, solo per coloro che hanno nel cuore una profonda aspirazione… uno stimolo profondo a trovare se stessi, sentono che ogni altra cosa, altrimenti, sarebbe priva di significato.

Lo sono solo se questo è il vostro interesse a priori, la vostra preoccupazione assoluta, al punto che siete pronti a rischiare tutto, ma non potete accantonare quella aspirazione.

Esistono migliaia di desideri, ma l’aspirazione è una sola: tornare a casa. Trovare la vostra realtà… e in quella rivelazione scoprite tutto ciò che ha valore: la beatitudine, la verità, l’estasi.

Gesù era solito dire: “Se avete occhi per vedere, guardate. Se avete orecchie per sentire, sentite”. Ovviamente non parlava a ciechi e a sordi. Parlava a persone come voi. Forse parlava a voi... poiché nessuno di voi è qui per la prima volta. Voi siete antichi come lo è l’intera esistenza. Siete sempre stati qui.

Forse avete incrociato molti maestri, forse vi siete avvicinati a un’infinità di buddha, ma eravate troppo occupati in cose triviali. Non eravate consapevoli della vostra aspirazione. Io sono uno sforzo per provocare colui che, dentro di voi, sta dormendo, di risvegliare il dormiente. Avete in voi un fuoco, ma è molto fioco, perché non ve ne siete mai curati. Il mio invito è rendervi una fiamma. E se non arriverete a conoscere una vita luminosa e intensa, tutto il vostro sapere è solo un inganno. Lo accumulate solo perché vi aiuti a scordare che vi manca la vera saggezza. Ma per quanto sappiate sull’altro, sul mondo degli oggetti, sul mondo; nulla potrà mai sostituire la vostra conoscenza del sé.

Conoscendo il vostro sé, all’improvviso ogni oscurità scompare, svanisce ogni separazione con l’esistenza.

Io sono un invito a fare un balzo coraggioso nell’oceano della vita, a perdere voi stessi... perché questa è l’unica via per arrivare a trovare il vostro essere. 2

 

brani di osho tratti da:

1. Il Libro della Consapevolezza, Edizioni del Cigno

2. The Invitation, # 1

 

 

 

PROIEZIONI

Durante i discorsi, ogni tanto, c'è uno scarto improvviso e il tuo volto mi sembra diabolico. So che si tratta di una proiezione. Cos'ho dentro di me?

 

C'è bisogno che sia io a dirtelo?! In te ci sono entrambi i lati: divino e diabolico. A volte, quando sei in sintonia con il lato divino, in me vedrai il divino. Poi le cose cambiano, ed entri in sintonia con il lato diabolico. Allora in me vedrai il diavolo. Ricorda tuttavia che sei sempre tu. Io sono solo uno specchio, una situazione per rivelarti a te stesso, tutto qui. Qualunque cosa tu veda, dunque — meditaci sopra, perché in te deve essere presente la medesima qualità.

Per la mente è molto facile proiettare e dimenticare che si tratta di una proiezione. Ci sono persone convinte che io sia davvero il diavolo e altre che credono che io sia davvero divino. Entrambe stanno considerando reali le loro proiezioni. lo sono solo un 'io sono'. Sono solo uno specchio, ti mostro il tuo volto. È questa la funzione del maestro: farti vedere il tuo volto.

Pertanto, qualunque cosa tu veda, meditala. Se vedi il diavolo, allora cerca di scoprire il diavolo in te e liberatene. Non pensare che il diavolo è in me, altrimenti non sarai mai in grado di liberarti dai tuoi demoni. Se è in me, cosa puoi fare tu? Sei impotente. Se invece è dentro di te, puoi fare qualcosa. Liberartene!

TRATTO DA: Osho, Come Follow To You, Voi 2, # 4

 

 

 

SOLO UNO SPECCHIO

...dipende da te. Se mi guardi con disponibilità totale, sarò in un modo. Se mi guardi con delle idee, quelle idee mi daranno un certo colore; se arrivi da me pieno di pregiudizi, sarò ancora diverso. Sarà il tuo volto a essere riflesso. Dipende quindi da come mi guardi. lo mi sono dissolto completamente, quindi non posso importi un'immagine di me. Non ho nulla da importi. C'è solo il nulla, uno specchio. Ora hai totale libertà.

Se vuoi davvero sapere chi sono, devi essere assolutamente vuoto, come me. Allora ci saranno due specchi a riflettersi l'uno nell'altro, e specchieranno solo il vuoto. Sarà il riflesso di una vacuità infinita: due specchi uno di fronte all'altro. Se invece hai qualche opinione, in me vedrai la tua opinione.

TRATTO DA: Osho, Come Follow To You, Vol 2, # 4

 

 

 

L’uomo dello ZEN

STRAORDINARIAMENTE ORDINARIO

 

 

L’uomo dello Zen è molto ordinario, straordinariamente ordinario. È ordinario al punto che, incontrandolo, è assai probabile che tu non sia in grado di riconoscerlo. Vive esattamente come te, mangia come te, dorme come te. In ogni modo possibile, è proprio come te. Per quanto riguarda l’aspetto esteriore, non è per nulla diverso da te.

Una differenza certamente esiste, ma è una differenza interiore. Ha una visione interiore, ha chiarezza. Ci vede, mentre tu sei cieco. È sveglio, e tu dormi. Tu sei ubriaco: ubriaco di avidità, ubriaco di cupidigia, ubriaco di rabbia, ambizione, ego.

L’uomo dello Zen semplicemente non è ubriaco, è sobrio. Cammina consapevolmente, siede consapevolmente: ‘Cammina nello Zen, siede nello Zen’. Non è speciale, in alcun modo. Non assomiglia agli altri cosiddetti santi. Non si stende su un letto di spine, o un letto di chiodi, non si mette a testa in giù. Non è stupido, né esibizionista. Non va in giro nudo per la strada. Non è matto, non è nevrotico! Vive in maniera molto ordinaria, molto normale.

È per questo che riconoscere l’uomo dello Zen è la cosa più difficile. Riconoscere un santo che cammina sull’acqua è facile: palesemente, il suo essere speciale è ovvio. Ma l’uomo dello Zen non cammina sull’acqua. Non fa miracoli. Non si dedica ai vani giochi dell’ego. Non è un ego, non è neppure una persona. È solo una presenza, una non-entità. È un nulla assoluto. Solo quando è un nulla assoluto, un individuo è ricco di consapevolezza. Qualunque cosa faccia, la fa con totalità. Solo un uomo che non è ubriaco agisce con totalità. In caso contrario, si rimane parziali, solo una parte si mette all’opera e contemporaneamente altre parti possono esserle antagoniste, essere distruttive. Puoi creare qualcosa con una mano e distruggerla con l’altra. Un ubriaco non sa dove sta andando. Pensa di essere sulla via giusta, ma è soltanto un sogno.

 

L’uomo dello Zen è consapevole in modo assoluto – senza avidità, rabbia, gelosia, ambizione. Queste sono tutte droghe: ti mantengono in uno stato di sonno. È un miracolo che tu riesca a barcamenarti con così tanti veleni che ti scorrono nel sangue, e nel tuo stesso essere. Questa è l’unica differenza, altrimenti, da fuori, non riuscirai a capirlo. Ci sono dei cosiddetti santi che creano differenze esteriori perché interiormente non ci sono differenze. Se ne stanno in piedi nudi, torturano i loro corpi, si mettono a digiunare. Devono contorcere i loro corpi, maltrattarli. Devono fare qualcosa che li rende speciali rispetto a te, ‘più santi di te’.

Un uomo dello Zen non è ‘più santo di te’. Non pensa assolutamente di essere più evoluto di te. Vive la sua natura, in semplicità.

Yoka dice: “L’uomo dello Zen procede in solitudine”.

Questa è la sua prima caratteristica. Non appartiene a una psicologia di massa. Non è indù, non è musulmano, non è cristiano, non è ebreo. Non è indiano, non è giapponese, non è cinese – non può esserlo. Non appartiene ad alcun gruppo. È solo. È un ribelle. Vive seguendo la propria luce. Non segue né imita qualcuno. Ha raggiunto la sua meta.

Qual è la meta? La meta non è da qualche parte fuori di te. Non è laggiù, remota come una stella: è dentro di te, è la tua interiorità. Egli è entrato nella sua interiorità. E l’uomo che ha raggiunto la sua meta…

… può giocare lungo la via che conduce al Nirvana.

È giocoso, non è serio. Non può essere serio, la vita nel suo complesso è un gioco divino, leela, ed egli ne è una parte. Sta semplicemente recitando il suo ruolo. Recita il suo ruolo nel migliore dei modi, nella maniera più perfetta possibile, ma sa che il mondo è un grande palcoscenico, una grandiosa rappresentazione teatrale – ma nulla più. Quindi non lo prende sul serio.

L’uomo dello Zen è gentile per natura e armonioso.

Non finge di essere speciale, è gentile per natura. È molto umano, completamente umano. La sua umanità è magnifica, intensa, assoluta. Non avanza pretese di sacralità – e poiché non ha pretese, è sacro. È armonioso. Non è diviso interiormente, non è costantemente impegnato in una guerra civile. È una melodia, una musica. Se siedi al suo fianco sarai in grado di sentire quella musica.

Proprio l’altro giorno mi è stato chiesto: “Osho, ogni volta che mi avvicino a te sento un profumo particolare. Che profumo è?”. Io non uso profumi – non posso. Chi l’ha chiesto è un medico, lo sa che sono allergico… la domanda per lui ha dunque maggiore pertinenza. E dice di sentire sempre lo stesso profumo quando si trova vicino a me. Quella fragranza non ha nulla a che vedere con un profumo. È la fragranza dell’armonia, è la musica. Si esprime in molti modi. A volte la puoi udire come un suono silenzioso, un mormorio, il vento che soffia tra i pini, o il suono dell’acqua che scorre. La sentirai anche come una musica, e qualche altra volta ti arriverà come un odore, una fragranza profumata. Oppure la vedrai nella forma di aura, una luce, molto misteriosa.

Ma l’uomo dello Zen vive semplicemente in armonia, ed è dall’armonia che prendono forma tutte queste cose. Il suo spirito è semplice, pulito, puro e sincero. Il suo Zen, che nessuno vede, è un tesoro di incommensurabile valore.

Puoi vedere il suo corpo, non puoi vedere il suo Zen. Non puoi vedere la qualità meditativa del suo essere, non puoi vedere la sua consapevolezza, a meno che anche tu non diventi consapevole. Puoi conoscere solo quello di cui hai avuto esperienza.

È una benedizione per te l’essere in grado di sentire un certo profumo. Significa che hai raggiunto una certa profondità, una certa elevatezza nel tuo essere.

Il suo Zen, che nessuno vede, è un tesoro dal valore incommensurabile. Il suo gioiello, unico e di incalcolabile valore, non cambia mai, in qualunque modo lo si usi. E gli altri ne possono godere i benefici liberamente, in tutte le occasioni.

L’uomo dello Zen trabocca sempre di gioia. Tu ne puoi favorire. È uno che dà: dona letizia, dona gioia, dona bellezza, dona verità. Irradia verità, irradia il divino, ma in profondo silenzio… senza alcuna dichiarazione. Riversa incessantemente le sue benedizioni nell’esistenza. È una benedizione per il mondo.

 

tratto da: Osho, Walking in Zen, Sitting in Zen # 4

 

 

FUORI TESTO

Un essere umano, proprio come te

A una giornalista che gli chiede: “Chi sei?”. Osho risponde: “Io sono solo me stesso. Né profeta, né messia, né cristo. Solo un comune essere umano. Proprio come te”. Nel video, la giornalista commenta la risposta di Osho, tra l’ilarità dei presenti: “Be’, non proprio come me...” E Osho replica: “Giusto, non proprio. Tu sei ancora addormentata. Ma questa non è una gran differenza. Un giorno anch’io ero addormentato. Un giorno anche tu riuscirai a svegliarti. Ti puoi svegliare in questo momento, nessuno lo sta impedendo. Quindi la differenza è insignificante”.

 

 

 

Sempre e solo nel presente

 

Come vive un illuminato? Quello che fa e che dice è sotto gli occhi di tutti, ma come funziona dentro? Quali sono i processi di conoscenza, come sono le sue percezioni, come opera le sue scelte?

 

 

Quando Buddha cammina, è nel presente. Non ha riferimenti con il camminare nel passato. Non cammina riferendosi al passato. È una necessità attuale, di questo momento, qui e ora. È spontaneo. Se Buddha ha fame, mangia, ma è spontaneo, qui e ora. Occorre comprendere la differenza.

Ogni giorno, all’una, tu mangi. Lo puoi fare in due modi. Guardi l’orologio e immediatamente senti i morsi della fame. Questa è fame che viene dal passato. Non è spontanea, perché ogni giorno mangi all’una. L’ora ti ricorda che è il momento di mangiare. Non solo te lo ricorda, va anche a stimolare il corpo, e il corpo comincia a sentire la fame. Tu dirai che non basta ricordare per avvertire la fame – giusto. Ma il corpo segue la mente. Immediatamente al corpo viene rammentato che è l’una, deve avere fame. Il corpo fa quanto richiesto, e tu senti i morsi della fame stringerti lo stomaco. Si tratta di fame falsa, creata dal passato. Se l’orologio facesse solo mezzogiorno, se qualcuno lo avesse messo indietro di un’ora, tu lo guarderesti e ti diresti che hai ancora un’ora – posso continuare a lavorare, non ho fame.

Tu vivi tramite il passato, per abitudine: la fame è un’abitudine, l’amore è un’abitudine, la sete è un’abitudine, la felicità è un’abitudine, la rabbia è un’abitudine. Vivi in base al passato. Per questo la tua vita è così insulsa, non ha alcun significato, né luce, né splendore. È simile a un deserto privo di oasi.

Un buddha vive nella spontaneità del momento. Se si sente affamato, la sua fame non viene dal passato. In questo momento, il suo corpo è affamato. La sua fame è reale, autentica. In questo momento ha sete. La sete è presente, non viene scatenata dalla mente. Tu vivi attraverso la mente. Buddha non ha mente, la mente è stata ripulita completamente. Egli vive attraverso il suo essere, qualunque cosa accada, qualunque cosa senta di fare. Ecco perché individui come Buddha possono dire: ‘Ora morirò’. Tu non lo puoi dire. Come potresti? Tu non hai mai sentito nulla in modo spontaneo. Hai fame perché è una certa ora, sei affettuoso perché ripeti un vecchio modello. In passato non hai incontrato la morte, come potrai quindi riconoscerla quando arriva? Non sarai in grado di riconoscerla, e la morte arriverà. Un Buddha riconosce la morte.

Quando la morte arrivò, Buddha disse ai suoi discepoli: ‘Se avete qualcosa da chiedere, fatelo, perché sto per morire.’ Un uomo che ha vissuto in modo spontaneo sentirà fame quando il corpo ha fame, sentirà sete quando il corpo ha sete, sentirà l’avvicinarsi della morte quando il corpo sta morendo. È davvero strano che le persone muoiano senza vedere che il corpo sta morendo, non riescono a sentirlo. Sono diventate troppo insensibili, meccaniche, simili a robot.

La morte è un fenomeno macroscopico. Se sei in grado di sentire la fame, perché non riesci a sentire la morte? Se riesci a sentire che il corpo si sta addormentando, perché non riesci a sentire che il corpo sta per morire? No, non riesci a farlo. Sei in grado di sentire solo in base al passato, e in passato non c’è stata alcuna morte, quindi non ne hai esperienza. La mente non ha registrato alcun ricordo, pertanto, nel momento in cui muori, la morte arriva senza che la mente ne sia consapevole. Buddha dice: ‘Ora, se avete qualcosa da chiedere, fatelo, poiché sto per morire’. Poi si siede sotto un albero e muore consapevolmente.

Prima si allontana dal corpo, poi dai livelli più sottili, i corpi sottili, infine comincia ad andare dentro di sé. Quattro sono i passi interiori. Buddha non muore a causa della morte fisica, muore a se stesso. E quando muori a te stesso, c’è una bellezza particolare, una grazia particolare. Non c’è lotta.

Un uomo consapevole vive nel presente, non in base al passato. Questa è la differenza: se vivi in base al passato, crei il futuro, la ruota del karma si muove; se vivi nel presente non c’è ruota del karma. Ne sei fuori, te ne sei liberato. Non hai creato alcun futuro.

Il presente non crea mai il futuro, solo il passato crea il futuro. Allora la vita diventa un fenomeno momento per momento, senza alcuna continuità con il passato. Vivi questo momento. Quando questo momento è passato, ci sarà un altro momento. Vivrai questo altro momento, non in base a quello appena trascorso, ma alla tua consapevolezza, alla tua attenzione, alla tua percezione, al tuo essere. Allora non ci saranno preoccupazioni, né sogni, né fantasie sul futuro. Diventi semplicemente privo di peso, puoi volare. La gravità perde significato. Puoi aprire le ali, essere un uccello in volo nel cielo, e andare avanti, sempre più lontano. Non hai bisogno di tornare indietro. Non esiste un luogo a cui tornare, hai raggiunto un punto di non ritorno.

Se riesci a vivere ogni istante in maniera consapevole, non accumuli karma, non accumuli ferite, non accumuli nulla. Vivi una vita liberata… vivi senza gravami. Ripulisci lo specchio in ogni istante, affinché non raccolga polvere, e lo specchio rifletterà la vita così com’è.

Vivere una vita liberata, vivere una vita senza gravità, vivere con le ali, vivere nel cielo aperto… come un uccello nel cielo! Simile agli uccelli nel cielo che non lasciano tracce… Se cammini sulla terra, lasci le tue impronte. Un uomo inconsapevole cammina sulla terra – e non solo sulla terra, ma su un terreno bagnato, lascia le impronte del passato. Un uomo consapevole vola come un uccello, non lascia impronte nel cielo, non lascia nulla. Se guardi indietro trovi il cielo, se guardi avanti trovi il cielo, senza tracce, senza ricordi.

Con questo non intendo affermare che se un buddha ti conosce non si ricorderà di te. Ha una memoria esistenziale, ma non psicologica. La sua mente funziona, ma funziona come un meccanismo separato. Non è identificato con la mente. Se vai da Buddha e gli dici: “Sono già stato qui, ti ricordi di me?”, egli ricorderà meglio di chiunque altro, perché non ha pesi inutili. Ha una mente cristallina, trasparente come uno specchio.

Devi comprendere la differenza, perché a volte le persone pensano che quando un uomo diventa perfettamente sveglio e vigile e lascia cadere la mente, dimenticherà tutto. No, non trattiene nulla, ma ricorda. Funziona meglio, ora: la mente è più chiara, più trasparente. Ha ricordi esistenziali, ma non psicologici. La distinzione è molto sottile.

Un esempio: ieri sei venuto qui ed eri arrabbiato con me. Oggi vieni di nuovo qui e io mi ricorderò di te, perché sei stato qui ieri. Ricorderò il tuo viso, ti riconoscerò, ma non mi sentirò ferito per la tua rabbia. Questo è ciò che fai tu. Io non trattengo la ferita della tua rabbia. Non ho mai permesso che la ferita si formasse in primo luogo. Se tu eri arrabbiato, era qualcosa che facevi a te stesso, non a me. Per pura coincidenza io mi trovavo lì. Non reco alcuna ferita. Non mi comporto come se tu fossi la stessa persona che ieri era arrabbiata. Tra me e te non ci sarà la rabbia. La rabbia non determinerà la nostra relazione attuale. Quando la rabbia determina la relazione attuale, si tratta di un ricordo psicologico, una ferita che si trascina.

E qualunque ricordo psicologico è un processo di distorsione: puoi essere venuto per chiedere perdono, e se mi sento ancora ferito, potrei non riuscire a vedere il tuo volto attuale, a vedere che sei venuto per essere perdonato, che sei venuto per pentirti. Se vedo il tuo volto di ieri, noterò ancora rabbia nei tuoi occhi, in te vedrò ancora il nemico; e tu non sei più il nemico, se ti sei pentito. Non sei riuscito a dormire tutta la notte, e sei venuto a chiedere perdono; ma io mi comporterò in un certo modo, perché proietterò l’immagine di ieri sul tuo volto. Quell’immagine distruggerà la possibilità che nasca qualcosa di nuovo. Non accetterò il tuo pentimento, non accetterò il fatto che tu sia dispiaciuto. Penserò che stai facendo il furbo. Penserò che nascondi qualcosa, perché la rabbia, il viso di un uomo arrabbiato è ancora lì, tra me e te. Lo potrei proiettare in maniera così forte che per te diventa impossibile pentirti. Oppure, lo potrei proiettare così intensamente che tu dimentichi del tutto di essere venuto a chiedere perdono. Il mio comportamento può creare una nuova situazione che ti fa arrabbiare. E se ti arrabbi, la mia proiezione, confermata, si rafforzerà. Questa è la memoria psicologica.

La memoria esistenziale va bene, deve esistere. Buddha deve ricordare i suoi discepoli: Anand è Anand e Sariputra è Sariputra. Non si confonde mai su chi è Anand e chi Sariputra. Ne conserva il ricordo, ma è semplicemente una parte del meccanismo cerebrale, che funziona per conto suo, come se avesse in tasca un computer e il computer contenesse i ricordi. Il cervello di Buddha è diventato un computer tascabile, un fenomeno separato. Non interferisce con le sue relazioni. Non se lo porta sempre dietro. Quando ne ha bisogno lo consulta, ma non è mai identificato.

Quando una persona vive in piena consapevolezza nel presente – e in piena consapevolezza non puoi vivere altrove, perché quando sei consapevole esiste solo il presente, il passato e il futuro non ci sono più – la vita intera diventa un fenomeno del presente, quindi non si accumulano né karma, né semi del karma. Sei libero dalla tua prigione, dalla prigione che ti eri creato.

E puoi essere libero. Non hai bisogno di attendere che prima sia libero il mondo intero. Non hai bisogno di attendere che il mondo si sia liberato da tutte le sue miserie. Se lo fai, attenderai invano – non accadrà.

L’essere libero dalla prigione è un fenomeno interiore. Puoi vivere in totale libertà in un mondo totalmente privo di libertà. Puoi vivere in totale libertà, persino in un carcere, non farà differenza, perché è un atteggiamento interiore. Se i tuoi semi interiori sono spezzati, sei libero. Non puoi rendere prigioniero Buddha. Lo puoi gettare in prigione, ma non lo potrai mai rendere prigioniero. Vivrà in quel luogo, vi vivrà in piena consapevolezza. Se sei pienamente consapevole, sei sempre in moksha, in totale libertà. La consapevolezza è libertà, l’inconsapevolezza è prigionia.

 

tratto da: Osho, Yoga the Alpha and the Omega vol. 4 # 7

 

 

 

NELLA ZONA

 

Il Dott. Amrito ci parla dello sviluppo della meditazione, della scienza dell’interiorità, e del contributo di Osho.

 

... la mente si ferma, il tempo si ferma... uno spazio magico in cui tutto sembra essere perfetto, senza che se ne sappia il perché. Gli sportivi lo definiscono ‘essere nella zona’… anche i musicisti e i meditatori conoscono questo spazio.

 

 

I musicisti conoscono quel momento in cui la musica sembra quasi arrivare attraverso di loro piuttosto che essere creata da loro. Chi fa jogging di colpo si ritrova ‘nel gap’. Ai bambini piace moltissimo roteare su stessi perché hanno la sensazione di scomparire. Gli arcieri Zen passano anni a far pratica per il colpo perfetto e improvvisamente, senza alcun preavviso, accade: con uno ‘sforzo senza sforzo’, la freccia sembra scoccare da sola e andare dritta verso il centro del bersaglio.

 

Nel Taoismo lo chiamano wu-wei, azione senza azione.

I meditatori lo chiamano consapevolezza, attenzione…

Osho descrive così l’origine della meditazione: molti millenni fa, nell’India ancestrale, la gente si accorse che al culmine dell’orgasmo sessuale la mente si ferma, il tempo si ferma, e ti ritrovi in uno splendido spazio vuoto, anche se solo temporaneamente. Questa osservazione portò questi intrepidi esploratori dei tempi antichi a porsi nuove domande: È possibile creare questi spazi senza la presenza di un’altra persona? Come farli durare di più? Esattamente, cos’è che accade? Proprio come uno sportivo dei giorni nostri potrebbe chiedersi se sia possibile entrare ‘nella zona’ anche senza giocare tutto il tempo a pallone.

 

Un po’ alla volta, con un’ardua sperimentazione, scoprirono l’arte della meditazione. Scoprirono cioè che osservando i pensieri come se fossero nuvole che passano sullo schermo della mente, essi cominciano a scomparire. E che osservando le emozioni, esse si dissolvono. Nel corso della loro ricerca arrivarono a un momento in cui mente e tempo si fermavano o per così dire ‘scomparivano’, proprio come il musicista sente che l’esistenza sta suonando la propria musica e lui è solo un tramite. È il ‘bambù cavo’ dello Zen.

Poi un giorno, uno di questi ricercatori si ritrovò nella zona per sempre. Lui o lei erano entrati in uno spazio di totale lasciarsi andare, di assoluto rilassamento, in cui non c’erano né pensieri né emozioni. Paragonarono questo stato a una sensazione di orgasmo supremo, di estasi. Si accorsero che, se avevano bisogno di pensare, potevano farlo. Ma se non ne avevano bisogno, la mente rimaneva silenziosa e potevano vedere la realtà come è veramente, non ricoperta dalla nebbia della mente. Potevano scegliere. Per la prima volta un essere umano era diventato assolutamente consapevole, ciò che la gente in Oriente chiama ‘illuminato’.

 

Questo stato di illuminazione divenne il punto focale di tutte le religioni orientali. O, per meglio dire, proprio intorno a queste persone illuminate nacquero delle religioni: l’induismo, il giainismo, il buddismo, il taoismo e lo Zen… tutte descrivevano il medesimo stato. Un mistico Sufi, vedendo la gioia sul viso dei bambini quando roteavano su se stessi, decise di provare. Andò avanti per trentasei ore, prima di crollare al suolo... un mucchietto di pura estasi. Anche lui era ‘nella zona’, per sempre. Persone di questo tipo descrivevano un senso di unità con l’esistenza, un senso di meraviglia e di reverenza permanente, uno stato di innocenza in cui ogni momento è il miracoloso dono di un’esistenza misteriosa, che va vissuto totalmente.

In quella totalità vivevano ogni momento come se fosse l’ultimo e, nel far questo, rendevano ogni momento prezioso. E naturalmente scoprirono che il momento successivo nasce sempre dal momento presente e che, se dai tutto ciò che hai a questo momento, il successivo avrà ogni probabilità di essere il migliore possibile. La loro coppa traboccava… Non avevano alcun interesse nel ‘programmare il futuro’ o ‘stabilire degli obiettivi’. Vivere ogni imprevedibile momento con spontaneità era tutto. Il pellegrinaggio era la meta. Per molti era difficile mettere in parole quest’esperienza. E la si poteva realmente chiamare un’esperienza?

 

Anche colui che fa l’esperienza era scomparso! Si accorsero che era essenzialmente inesprimibile. Ma sembrava anche ingiusto non cercare di condividere questa estasi. Alcuni cercarono almeno di accennarvi, come dita puntate verso la luna. Altri divennero noti come ‘maestri’ che, attraverso le loro parole o gesti, attraverso il magnetismo della loro presenza, potevano dare ai loro ‘discepoli’ un assaggio di questo ‘aldilà’. Era nata la scienza dell’interiorità. Invece di sperimentazione e osservazione – che diventarono più tardi i fondamenti della scienza del mondo esterno – vennero usate l’esperienza diretta e l’attenzione verso l’interiorità. Invece di cercare di dare un senso all’esistenza dall’esterno, pretendendo di non farne parte, questi ricercatori si fusero con l’esistenza ricevendone un’esperienza di prima mano, dall’interno. Invece di scoprire ‘l’altro’, scoprirono se stessi; invece di scoprire ‘fatti’ – che rimanevano tali solo finché rimpiazzati dallo scienziato successivo – scoprirono la verità e ne compresero l’eternità. Ed erano raggianti.

 

Ma i tempi cambiarono, la popolazione crebbe e le carestie divennero un fatto ricorrente. La vita divenne più dura. Bisognava pensare a come nutrire il corpo prima di poter badare all’anima. E comunque la scienza del mondo esterno appariva sempre più interessante. Ferrovie, navi a vapore, automobili, aerei, telegrafo… sembrava si fossero aperte le porte del paradiso. E poi razzi, radar, energia nucleare, antibiotici, computer, televisione, la fantascienza era diventata realtà.

“La scienza risolverà ogni problema, lasciandoci solo il problema di cosa fare col tempo libero”. Vi ricordate di queste frasi? Ma durante quest’età dell’oro, rimaneva sempre in agguato un’ombra: ognuna di queste scoperte scientifiche creava metodi di distruzione sempre più potenti. Dresda, Hiroshima, Nagasaki... invece di un’era di creatività ci siamo ritrovati in un’era di distruzione.

 

Si è scoperto anche che le materie prime che hanno alimentato il progresso, i combustibili fossili, mettono in pericolo l’aria che respiriamo. Il buco dell’ozono ha provocato cecità nelle pecore in Cile; la centrale di Chernobyl è saltata in aria. La corsa folle per avere ‘di più’ – anche migliori ‘sistemi di difesa’ – ha creato oceani di debiti e le economie hanno cominciato a barcollare. Il secolo iniziato con tante promesse della tecnologia si è trasformato in un incubo di autodistruttività, di distruzione del prossimo e dell’ambiente.

Dov’è che abbiamo sbagliato? In questa situazione critica è arrivata una proposta radicale per un approccio scientifico alla consapevolezza, fatta dal visionario che ha incarnato la visione, Osho.

Osho descrive se stesso come ‘irreligioso’, ‘ateo’, ‘amorale’, uno che ‘non vuole assolutamente essere associato con la parola religione’. La sua è una condanna bruciante: “La storia della religione emana un orrendo fetore e mostra la degradazione dell’uomo, delle sue qualità umane – tutto il male possibile. Questo non vale per una religione in particolare; la stessa storia si ripete in tutte le religioni del mondo: l’uomo che sfrutta l’altro uomo in nome di un dio”. Per dieci anni Osho aveva cercato di far conoscere ciò che in precedenza era visto come dominio esclusivo della ‘religione’: l’essenza della scienza di autotrasformazione. Ma nessuno lo ascoltava. “Erano chiusi”, commenta riguardo a questo periodo. Così ha preso a usare una terminologia religiosa per far sì che la gente lo ascoltasse con maggiore apertura.

È come se uno scienziato moderno che si interessa ai temi della fertilità scoprisse che le persone che sono in grado di comprendere questa scienza sono coinvolte in antichi riti e superstizioni sulla fertilità. Si vede quindi costretto a usare il linguaggio di queste antiche tradizioni nella speranza che almeno alcuni comprendano l’importanza di osservare l’argomento da un punto di vista contemporaneo, come scienza – in questo caso una scienza della soggettività.

Per dirlo in parole molto semplici, Osho sottolinea il fatto che, se non amiamo noi stessi, come possiamo amare il prossimo, senza dir nulla dei poveri alberi? Come può l’uomo – sostanzialmente immutato dai tempi dell’arco e delle frecce – avere a che fare con i razzi senza diventare straordinariamente distruttivo? Come possiamo dedicare tanta energia alla scienza del mondo esteriore e ignorare la scienza dell’interiorità? Come possiamo essere ossessionati dall’altro quando non conosciamo neppure noi stessi? Come possiamo immaginare di gestire ‘le cose’ quando non sappiamo nemmeno gestire noi stessi? Come possiamo comprendere l’esterno se non comprendiamo nemmeno chi è colui che cerca di comprendere l’esterno?

 

E se ci osserviamo – noi, i beneficiari di tutta questa ricchezza materiale – scopriamo di essere nevrotici, infelici, scontenti, insoddisfatti… in conflitto costante con la moglie, il marito, i figli… capaci di uccidere chi ha un diverso colore della pelle, o un sesso diverso, o obiettivi diversi, o persino un passaporto di colore diverso, o un’idea diversa di un essere che chiamiamo dio… Al contrario Osho trasmette senso dell’umorismo e compassione, mostrando che questi sono frutti naturali dell’essere totalmente rilassati e a proprio agio con se stessi. Eravamo arrivati alla fine della strada, e lo sapevamo. Potevamo sentire nelle viscere che qui c’era la chiave per il cruciale anello mancante nel gioco di essere realmente ‘un essere umano’.

 

E per trovare quella chiave, da Osho arrivano in molti. Egli sperimenta con queste persone, e scopre che sono appesantite da conoscenze che non sanno come usare, travolte da pensieri ed emozioni, e corrono di qua e di là come polli a cui è stata tagliata la testa. Non riescono neppure a rimanere seduti tranquilli, altro che meditazione! Osho sviluppa tutta una serie di tecniche come la Meditazione Dinamica, la Kundalini, o come la Mystic Rose, Born Again, No-Mind e Nadabrahma. Gradualmente, chi è intorno a lui inizia a trovare un certo fondamento all’interno di se stesso, riesce persino ad amarsi a sufficienza così da poter amare il proprio prossimo. Sbocciano i fiori… scoppia la pace. Ma Osho non vuole assolutamente essere il papà di qualcuno: vuole che le persone stiano sulle loro gambe. Offre di essere il loro amico, forse il migliore amico che l’umanità abbia mai avuto, ma sono loro a dover camminare. Non può farlo per loro – e non lo farebbe nemmeno se potesse.

La capacità di rilassarsi e di vedere la realtà così com’è, è un diritto naturale di ciascuno, afferma. I suoi discorsi sull’amore, sulle donne, sugli uomini e i bambini – su tutto ciò con cui noi umani combattiamo o giochiamo – sono raccolti su video. Essi catturano quelle mani aggraziate che indicano la luna in modo visibile per tutti. Registrano la voce che viene usata per la prima volta nella storia per dare all’ascoltatore l’opportunità di sperimentare senza sforzo il silenzio – un’opportunità che è disponibile per tutti dovunque si trovino.

 

Un campus con la propria ‘multiversity’ fiorisce all’interno di quest’atmosfera, pieno di persone che si rilassano e imparano a osservare se stessi come veri scienziati dell’interiorità. Un posto in cui può venire chiunque per provare a essere ‘colui che sperimenta’ – e “per questo usiamo la parola Osho”, ci dice egli stesso. Può accadere nuotando, giocando a tennis, lavorando, incontrando gli amici, o facendo la Meditazione Dinamica. La zona è ora disponibile per tutti. E poi tutti possono tornare a casa e portare con sé questo gioco di ‘osservare’. Possono osservarsi quando vanno al lavoro, o parlano col capufficio, o mentre si innamorano. La consapevolezza può diventare il loro stile di vita, la loro essenza viva.

E si vede. È veramente semplice, è come avere ora, nel momento, quella comprensione alla quale di solito arrivi solo a posteriori. E puoi persino passarla ai tuoi amici, a casa tua, al lavoro, dovunque. Osho diventa una proposta rivolta all’esistenza, una proposta secondo la quale è possibile un paradiso sulla terra, un mondo in cui amore e bellezza prevalgano, in cui chi ama la pace e l’armonia potrà ascoltare questo richiamo. Una proposta che chiama il suo ‘sogno’. Poi un giorno lascia quel sogno nelle mani dell’esistenza – cioè nelle tue e nelle mie mani.

Oggi, quando cominciamo a essere in grado di leggere il copione con sempre maggiore chiarezza, i membri intelligenti della nostra specie sanno che, senza un radicale cambiamento di direzione, andiamo tutti incontro a una catastrofe.

 

Stasera, come tutte le sere, migliaia di meditatori provenienti da ogni angolo della terra si riuniranno per danzare e celebrare la possibilità di un nuovo essere umano. Mentre l’oceanica distesa di silenzio avvolge l’incontro serale dell’Osho Meditation Resort, i presenti sanno che quel ‘sogno’ è una realtà. Noi esseri umani dobbiamo solo trovare il coraggio di accettarlo e farlo nostro.

Amrito

 

 

 

L'illuminato e la mente

 

Il cinquanta per cento del vostro cervello è in uno stato di paralisi totale. Forse è quella parte della mente che inizia a funzionare solo quando ti illumini. L’illuminato può usare la propria mente con più efficienza di quanto possa un intellettuale, per la semplice ragione che egli è fuori dalla mente e possiede una visione globale; può darsi che la parte del cervello che non funziona per i normali esseri umani, inizi a funzionare quando trascendi la tua razionalità, la tua consapevolezza va al di là della ragione. Questa è l’esperienza di tutti quelli che si sono illuminati. E quando dico questo, lo affermo sulla mia autorità. Non ci avrei mai creduto se lo avesse affermato Buddha: forse mentiva, magari era stato fuorviato, forse non stava mentendo ma si sbagliava. Forse non aveva nessuna intenzione di mentire, poteva essere confuso, avrebbe potuto commettere un errore. Io so per mia esperienza, che è un così tremendo cambiamento che non puoi non avvertirlo. È quasi come se la metà del tuo corpo fosse paralizzata, poi all’improvviso un giorno non sei più paralizzato: entrambe le parti del corpo funzionano. Può passare inosservato? Se una persona è paralizzata e di colpo scopre di non esserlo più, può non notarlo? Non c’è la possibilità di non accorgersene. Ricordo perfettamente il momento precedente la mia illuminazione, e l’istante dopo sapevo, con assoluta certezza, che qualcosa all’interno della mia mente – di cui prima non conoscevo neppure l’esistenza – si era come mossa, e aveva iniziato a funzionare. Da allora non ho avuto più problemi. Fin da allora sono esistito senza nessun problema, senza preoccupazioni, senza nessuna tensione. Tutte queste qualità appartengono all’altra parte della mente, mezzo che non è in funzione. Quando l’intera mente è in funzione tu ne sei al di fuori, ne sei il padrone. La mente è il migliore servitore che tu possa trovare e il peggiore padrone. Normalmente la mente
è il padrone e per di più è solo metà mente: il padrone… e mezzo paralizzato! Quando diventi tu il padrone, la mente diventa un servitore, totale, sano: l’hai recuperata totalmente.

tratto da: Osho, From Personality to Individuality # 17

 

 

 

Non penso io !

 

Non penso. Il pensiero mi ha abbandonato molto tempo fa. Cronologicamente la distanza non è molta, soltanto tre decadi, ma metafisicamente la distanza é la più grande possibile. Se guardo indietro è così distante, milioni di anni.

Forse la ragione per cui sento tutta questa distanza é dovuta alla natura intrinseca del divario tra il pensare e lo stato del non-pensare. Questo divario è incolmabile.

Mi torna in mente una cosa. II giorno in cui io morii come persona, come ego e accadde l'esplosione e rimase soltanto una presenza senza ego, uno spazio puro, lo mi accorsi, il mattino seguente, di una cosa strana. Quel mattino quando andai in bagno, guardai nello specchio — avevo soltanto ventuno anni — ma la peluria sul mio petto era già bianca. Qualcosa in me era improvvisamente invecchiato.

Guardai i miei occhi nello specchio e constatai che quelli non erano gli occhi che avevo di solito, perché i pensieri erano scomparsi, i miei occhi erano completamente vuoti... erano qualcosa di simile a un abisso insondabile. Ho soltanto cinquantaquattro anni ma sembra che sia già vecchio.

Profondamente mi sento un bambino, appena nato, fresco come le gocce di rugiada in una mattina di sole appena cominciata. Ma nel corpo sento come se avessi vissuto in una vita, molte vite, contemporaneamente.

Non penso — non c'è nessun bisogno per me di pensare.

Neppure se conosco o meno una cosa. Pensare è uno stato tra le due cose: non conosci e stai cercando di conoscere. Questo è ciò che è il pensiero. E' un brancolare nel buio per qualcosa; non sai esattamente di cosa si tratti. Non sai né perché stai brancolando per questa cosa né cosa farai quando l'avrai trovata.

Questa è l'esperienza di migliaia di persone: lavorano sodo, pensano molto, cercano disperatamente di trovare qualcosa, di capire qualcosa...

Ciò accade ai pensatori, ai filosofi, ai ricercatori: vanno in cerca della verità ma non conoscono il significato della verità. Non hanno idea di ciò che stanno cercando e del perché lo cercano.

Se per pura fortuna inciampano nella verità, come la riconosceranno? Non la hanno mai vista prima; riconoscerla è impossibile.

Il pensiero è un processo tra il non conoscere e lo sforzo per conoscere.

Io non penso — io so.

TRATTO DA: Osho, From personality to individuality # 22

 

 

 

La scienza del conoscere te stesso

 

 

Jayantibhai ha una lunga vita alle spalle: da giovane ‘viveva solo per la politica’ – come dice lui. Gandhiano convinto negli anni in cui l’India tentava di liberarsi del colonialismo inglese, gli è anche capitato di finire in prigione. Dopo l’indipendenza del suo paese ha deciso che anche lui doveva crearsi una sua indipendenza economica – non voleva guadagnarsi da vivere con la politica, come era fin troppo facile fare – e iniziò con una piccola attività per suo conto. Ma sempre cercava qualcosa... come capirsi meglio, come vivere meglio, e ha continuato a girare e incontrare maestri spirituali, filosofi: chiunque sembrasse avere un qualcosa di interessante da proporre al riguardo. Fino a quando, nel 1965, sentì parlare di un giovane professore universitario, un certo Acharya Rajneesh, che avrebbe tenuto una serie di discorsi...

 

Quando, per la prima volta, ho sentito Osho parlare in pubblico, ero ancora pieno di condizionamenti religiosi; sentendo ciò che diceva ho pensato fosse una specie di ciarlatano, uno che ingannava la gente. Ma c’era qualcosa che mi interessava, e così andai ad ascoltarlo anche il giorno dopo: a quel punto decisi che aveva ragione al cinquanta per cento, e che per l’altro cinquanta per cento si sbagliava, ma come persona mi piaceva davvero… e così andai una terza volta, e realizzai che aveva ragione al cento per cento. Arrivai a capire che parlava realmente di una scienza della trasformazione del sé, quella che Osho chiama ‘la scienza del conoscere te stesso’. A quei tempi era chiamato anche il Krishnamurti Hindi, e parlava di ‘realizzazione del sé’. Il suo metodo era la meditazione. L’individuo deve lavorare su se stesso… era chiaro che Osho non l’avrebbe fatto al posto tuo. Nessuno può farlo.

Osho non faceva alcuna analogia fra il suo tipo di lavoro e quello di religioni o leader religiosi del passato. La meditazione è una scienza, ed era chiaro che lui non voleva affatto essere un guru: disse che non voleva che gli si toccassero, in un tradizionale atto di rispetto, i piedi… non voleva nessuna di quelle forme di devozione. Ma pochi di noi, in quei giorni, capirono questa cosa. Disse chiaramente che non ci doveva essere nessuna forma di reverenza, verso nessuno, incluso lui stesso. Quello di cui aveva bisogno erano ‘tecnici’: persone in grado di diffondere la scienza della meditazione. Nel 1970, sorprendendo tutti, abbracciò la ‘religione’: comincia a dare l’iniziazione al sannyas, e parla – per la prima volta dopo dieci anni – di Mahavira e altre figure religiose del passato. Domandai a Osho i motivi di questo repentino cambiamento: si limitò a ridere, e io sospettai che l’intera faccenda fosse semplicemente una parodia del sannyas tradizionale, un prendere in giro i pregiudizi della gente; qualcosa che poi egli stesso confermò nei discorsi dopo l’84. Di solito scriveva il nuovo nome dei sannyasin sul retro di un biglietto del treno [questo succedeva nel periodo in cui Osho girava in continuazione per tutta l’India, tenendo conferenze nei luoghi più disparati e visitando un gran numero di persone interessate al suo ‘lavoro’] e notai che non sembrava prendere tutta questa faccenda dell’iniziazione molto sul serio. Quando nel 1972-73 iniziò a dare il sannyas anche agli hippy, gli domandai: “Cosa stai facendo? Queste non sono le persone giuste”. Mi rispose che non potevo capire: “Jayantibhai, queste sono persone coraggiose: con questo mala e con la mia foto nel locket viaggeranno in tutta l’Europa, e mi faranno pubblicità – persino se non trovano qui quello che cercano”.

Ricordo in particolare il Guru Purnima del ‘73: Osho era seduto là, e noi facevamo puja – atti di devozione e adorazione – proprio come per ogni guru tradizionale! Questa era la nostra maniera di capire le cose a quei tempi. Solo adesso, dopo aver ascoltato ciò che Osho ha detto alla fine degli anni ottanta, ho capito come lui abbia tollerato tutte queste stupidate: solo per darci il tempo di capire quello che lui stava veramente tentando di dirci. Perfino allora mi ero accorto che tutta questa storia della ‘religione’ gli dava molto fastidio, e gli ho chiesto chiarimenti, lui mi rispose: “Jayantibhai, che ci posso fare?”.

Ricordo quando Osho non ci parlava più la sera e iniziò gli incontri serali con il videodiscorso, dicendo, a quel tempo, che ogni volta che lo ascoltiamo la nostra comprensione va sempre più in profondità. Ora, dopo 12 anni, posso confermare che è proprio vero. E oggi riconsiderando il ‘suo lavoro’ posso vedere con chiarezza come stiamo mettendo in pratica ciò di cui aveva parlato alle origini: la scienza della trasformazione del sé. E come Osho stesso, a proposito di quei tempi, ha detto nell’86: “La mia posizione non è cambiata di una virgola”.

Jayantibhai

 

 

 

NÉ MESSIA NÉ SALVATORE

 

 

Osho, sei tu il salvatore?

E se lo sei, cosa posso fare per riconoscerti?

 

No, non sono un salvatore. Mille volte no. Nessuno può salvare qualcun altro. E tu non dovresti cercare un salvatore, è un inganno. Ho salvato me stesso, non posso salvare voi – dovrete salvarvi da soli. Io posso indicarvi la via, posso dirvi in che modo ho salvato me stesso. I buddha possono solo indicarvi la via, ma tutto il resto dovete farlo da soli. Nessuno può salvarti e tu dovresti cominciare ad assumerti la responsabilità di te stesso. Hai imparato il trucco assai sgradevole di gettare le tue responsabilità su qualcun altro. Perché qualcun altro dovrebbe essere il tuo salvatore?

Io non lo sono. Non mi assumo nessuna responsabilità. Ti rimando a te stesso. È l’unico modo per aiutarti, è l’unico modo per creare in te un’anima. È l’unico modo per farti sentire che la tua vita è la tua vita. Se vuoi essere infelice, è una tua scelta e se non vuoi essere infelice, metto a tua disposizione il modo per non esserlo. Puoi lasciar perdere la tua infelicità in questo stesso istante. Ma non cominciare ad aggrapparti a me e non cominciare a gettare le tue responsabilità su di me – altrimenti, prima o poi, rimarresti deluso e saresti in collera con me.

A volte mi fanno domande come: “Osho, sono qui da tre mesi e tu non hai ancora fatto niente per me.” Chi sono io per fare qualcosa? Posso solo indicare. Io sono un dito puntato verso la luna. Non aspettate… andate sulla luna. Non aspettate e non aggrappatevi al mio dito. Ma ci sono persone che fanno presa sul mio dito, invece di andare sulla luna.

Io non sono un salvatore.

Ascolta solo ciò che dico e lascia che si trasformi in una tua intuizione. Tu non devi riconoscermi – né come un salvatore, né come un Cristo, né come un Buddha – non c’è nessun bisogno che tu mi riconosca. E come potresti riconoscermi? Non saresti in grado di riconoscere un Cristo, non sapresti cosa significa essere un Cristo, a meno che tu stesso non sia diventato un Cristo. Non c’è alcun bisogno che tu mi riconosca. Io sono quello che sono, il tuo riconoscimento non creerebbe nessuna differenza. Quindi non occupartene.

Non guardate a me come a un salvatore. A causa di quest’idea – che deve arrivare un salvatore o un messia – continuate tutti a vivere sempre allo stesso modo. “Cosa potremmo fare?” vi giustificate. “Quando arriverà il messia, allora…”. Questo è un modo per rimandare la vostra trasformazione, è un modo per illudervi... vi siete illusi abbastanza, non fatelo più. Non arriverà mai nessun messia. Dovete lavorare su voi stessi, dovete assumervi le vostre responsabilità.

tratto da: Osho, This Very Body the Buddha # 7

  

 (ritorna al sommario)

 

 

 

Salvare il Prossimo

 

Quando Osho ha incontrato lo studioso islamico Burhanuddin

 

 

È la stupidità cristiana che ha diffuso questa idea: nessuna religione precedente al cristianesimo ha mai pensato alla salvezza degli altri. Se conosci la via, conosci anche le gioie del percorrerla: puoi cantare questa canzone, puoi danzare questa danza… se qualcuno si sente di percorrerla insieme te, essere un tuo compagno di viaggio – non un seguace – è il benvenuto. Ma non c’è nessuna costrizione e nessun obbligo.

Nella consapevolezza orientale, durante migliaia di anni, si è visto che se tu mostri la via – puoi perfino dare i dettagli della via, puoi indicare una qualche disciplina – non è che l’altro debba sentirsi di fare qualcosa per ricambiare. Non lo stai facendo per lui: è semplicemente la tua esperienza che vuole essere condivisa. Ti sta già facendo il favore di ascoltarti, ti offre la possibilità di condividere la tua esperienza, ti aiuta a diffondere, a liberarti della tua fragranza… devi essere grato a quella persona, non si pone la questione di salvarlo.

Ma dopo l’avvento del cristianesimo questo divenne un fenomeno quasi universale. Dopo i cristiani arrivarono i mussulmani, e arrivarono alla logica conclusione: o sei pronto a farti salvare o devi essere pronto a morire. Non ti lasciano altra possibilità: credono che se continui a vivere senza essere salvato potresti commettere dei peccati e quindi soffrirai all’inferno… uccidendoti almeno ti tolgono la possibilità di finire all’inferno. Essere uccisi da un salvatore è quasi quasi come essere salvati. Questo è quello che i mussulmani hanno detto, che se tu uccidi qualcuno con lo scopo di salvarlo egli sarà salvato: dio avrà cura di lui. Egli è salvato e tu accumuli molti meriti, salvando così tanta gente. I mussulmani hanno ucciso milioni di persone in Oriente, e la cosa strana è che loro credevano di fare la cosa giusta. E tutte le volte che qualcuno fa una cosa sbagliata credendo di essere nel giusto, è ancora più pericoloso. Non puoi convincerlo del contrario, non ti offre la possibilità di essere persuaso. In India ho provato in ogni modo possibile a incontrare studiosi mussulmani ma sono inavvicinabili. Non vogliono discutere di nessun argomento religioso con chiunque non sia mussulmano.

Hanno un termine particolare, di condanna, per chi non è mussulmano. Proprio come i cristiani che lo chiamano eretico, i mussulmani lo chiamano kaffir – che è ancor peggio di eretico. Kaffir proviene dalla parola kufr: kufr significa peccato, peccatore. Kaffir significa peccatore: chiunque non sia mussulmano è un peccatore. Non esistono altre categorie, solo due categorie. O sei mussulmano, e allora sei un santo… Il solo fatto di essere mussulmano fa di te un santo, sei salvato, perché credi in un dio, un profeta, e un solo libro sacro: il Corano. Credere in queste cose è sufficiente per essere un santo. E quelli che non sono mussulmani sono kaffir, peccatori.

L’India, benché un paese indù, ha il più alto numero di abitanti mussulmani. Ma è impossibile comunicare. Io ho fatto del mio meglio.

Ma se non sei mussulmano come farai a capire? Non c’è possibilità di dialogo: tu sei un kaffir.

All’università c’era un professore, un mio collega, che mi amava molto. Lui era mussulmano. Gli domandai: “Farid ce la fai...?” perché Jabalpur è un grosso centro per i mussulmani, e ci sono studiosi importanti. C’era uno degli studiosi più famosi, Burhanuddin. Era vecchio, e famoso in tutta l’India, e anche all’estero, come studioso. Domandai a Farid di trovare il modo per incontrarlo, avere un dialogo con lui. Mi rispose che era molto difficile – a meno di non pretendere di essere io stesso un mussulmano.

“Anche quello è molto difficile,” dissi, “perché dovresti insegnarmi alcune delle regole principali – le loro preghiere… e tutto quello che fanno. Inoltre Burhanuddin mi conosce già – abbiamo parlato molte volte dallo stesso podio – perciò sarà molto difficile per me recitare la parte, ma posso provare, non c’è niente di male. Al peggio ci possono scoprire, e possiamo ridere di tutta la faccenda”.

“Tu puoi anche ridere,” mi rispose, “ma io finirò davvero nei guai. Mi uccideranno, perché sono un mussulmano e ho aiutato un kaffir a ingannare uno dei nostri più grandi studiosi”. Ma era disposto a provare. Iniziò a insegnarmi la lingua, l’urdu. Era difficile da imparare perché è il contrario di qualsiasi altra lingua proveniente dal sanscrito. Un libro in urdu inizia dal fondo e la scrittura va da destra verso sinistra. È veramente difficile abituarcisi… devi aprire il libro alla fine... e quello è l’inizio. Poi la frase inizia da destra e va verso sinistra. Il modo poi in cui è scritto non è per niente scientifico: bisogna indovinarne la maggior parte. Perciò quelli abituati lo possono leggere, perché ne colgono il senso, ma per chi lo sta imparando è molto difficile da comprendere. Ma per sei mesi ci provai, e imparai abbastanza per farmi passare come una persona di scarsa istruzione, che avesse studiato solo un po’. Imparai le loro preghiere, Farid mi procurò una parrucca e mi tagliò la barba come usano i mussulmani. E le loro barbe sono così strane che ancora oggi, quando ci penso, mi fa male lo stomaco. Ma l’ho fatto – i baffi completamente rasati e ho lasciato solo la barba. Esclamai: “Mio dio! se me l’avessi detto prima non avrei sprecato questi sei mesi!”. A modo loro hanno ragione perché so che sono una cosa poco pratica – particolarmente i baffi come i miei che non sono accorciati ma lasciati incolti, è difficile perfino bere il tè… i mussulmani hanno trovato il modo: si tagliano i baffi, se li tagliano e tengono la barba... ma è così brutto.

Mi sono detto “Va bene, facciamolo. Ora per qualche giorno me ne starò a casa. Datemi una parrucca e fatemi incontrare Burhanuddin.” Di sicuro il mio viso era cambiato dopo che Farid mi aveva tagliato la barba nello stile mussulmano – sottile lungo la mascella e con un po’ di barba sul mento, come quella di Lenin solo un po’ meno. Senza baffi e con la parrucca avevo un aspetto diverso. Andammo là, ma il vecchio studioso si accorse di qualcosa, i miei occhi. Disse: “Ho visto quegli occhi da qualche parte”. Io replicai “Dio mio! Farid, dove può avermi visto il Maulana?” – Maulana significa maestro; era conosciuto come Maulana Burhanuddin. “Perché io non sono mai stato in questa città”.

Farid tremava, stava per avere una crisi di nervi: non avevamo considerato i miei occhi. Quel vecchio continuava a guardarmi, dicendo: “Qui c’è qualcosa di sospetto”.

Farid si buttò ai suoi piedi e disse: “Non c’è bisogno di essere sospettosi: quest’uomo tu lo conosci davvero. Perdonami, stavo solo provando ad aiutarlo perché lui cercava un dialogo con te”. Ma l’altro rispose: “Prima dimmi chi è, per quanto mi ricordo l’ho già incontrato, l’ho visto molte volte. Si è solo tagliato i baffi”. Intervenni io: “Ora è meglio che gli racconti tutta la verità, Farid, non mi hai solo tagliato i baffi...” e mi tolsi la parrucca.

Appena mi tolsi la parrucca Burhanuddin mi riconobbe e gridò: “Proprio tu!”.

“Cos’altro potevo fare?” risposi, “mi conosci bene e non avresti mai accettato un colloquio personale con me. Cosa credi, che essere mussulmano sia abbastanza per considerarsi un santo? E che peccati avrei commesso? Certo non sono mussulmano, ma Maometto stesso non era mussulmano alla sua nascita. E dimmi, chi lo ha convertito all’Islam? Non fu mai convertito. Il Maomettanesimo è nato dopo la sua morte. Così se Maometto può diventare il messaggero di dio, perché io non posso discuterne il messaggio?”. Burhanuddin disse: “Proprio quello che temevo. Per questo non incoraggiamo dibattiti fra mussulmani e non mussulmani.”

“Questo dimostra solo la vostra debolezza,” ribattei “Di cosa avete paura? Io mi apro a voi, per essere salvato da voi. Salvatemi!… e se non potete allora lasciate che sia io a tentare di salvare voi”.

Senza rispondermi si girò nella direzione di Farid e disse: “Portalo via – non voglio più parlare. E tu torna domani che ti devo vedere”. E Farid fu punito, picchiato. Non ci potevo credere: era un professore universitario, un noto studioso, a capo di ricercatori che lavoravano sulla letteratura urdu, sul Corano. Burhanuddin aveva degli scagnozzi con lui – e diedero a Farid una manica di botte. Mi mostrò i segni sul corpo: su tutto il corpo aveva le prove del modo di fare mussulmano.

Mi disse: “Te l’avevo detto che se qualcosa fosse andato storto... Mi hanno picchiato e basta solo perché sono una persona famosa – se fossi stato uno qualunque mi avrebbero ammazzato”.

Dai cristiani questa stupidità si è trasferita ai mussulmani. Ma a parte queste due religioni nessun’altra crede che tu possa salvare qualcuno; e di fatti le altre comprendono meglio cosa sia la compassione.

Questa idea di essere il salvatore è semplicemente illogica. Cerca di capire: hai vissuto molte vite, hai fatto un mucchio di cose per conto tuo. Ora è tua responsabilità ‘disfarle’. Come posso fare io a disfarle? Non le ho fatte io, non sono mai stato un tuo partner in tutte quelle cose. Per molte vite hai vissuto una vita assolutamente libera e individuale, e in accordo con quella sei cresciuto e arrivato allo stadio nel quale sei ora. Non è accidentale, è lo sviluppo di un lungo, lungo processo. Ora per disfare questo processo devi prenderti davvero le tue responsabilità. Io posso mostrarti il modo in cui ho disgregato il mio processo. Sicuramente, lo stesso metodo ti aiuterà a disgregare il tuo processo – forse con delle piccole modifiche qui e là. Le dovrai scoprire da solo. Lo potrai fare insieme a me, ma sarà un dialogo non un’imposizione. Non te lo posso imporre – Fa’ così! – offrendoti una semplice panacea per salvarti: “Credi in me e sarai salvato”. L’unico problema, in quel caso, sarebbe il non credere in me. Pensi proprio che questo possa essere l’unico problema, il non credere in me? Se è l’unico problema allora di sicuro il credere in me risolverà tutta la faccenda: sarai salvo. Ma questo non è il problema. Anche se credi in me la tua rabbia resterà rabbia, la tua avidità resterà avidità, la tua gelosia rimarrà gelosia. Credendo in me o in Gesù o in Maometto non cambierà nulla. Pensi che le persone che credono in Gesù siano in qualche modo diverse dalle persone che non credono in Gesù, che credono in Maometto, che credono in qualcun altro? No, non sono diverse. Nel loro profondo sono le stesse persone, con le stesse gelosie, con le stessa arroganza, lo stesso egoismo, la stessa violenza. È tutto uguale, tutta la stessa l’immondizia.

Il credere non cambia assolutamente nulla, e allora, come potrai essere salvato? È tutta un’idiozia.

Mahavira e Buddha sono molto più sofisticati di Gesù e Maometto. Mahavira dice: “Nessuno può salvare qualcun altro se non se stesso. Ognuno deve salvarsi da solo”.

 Buddha dice: “Sii una luce per te stesso”. Fu questo il suo ultimo messaggio prima di morire.

 

tratto da: Osho, From Personality to Individuality # 20

 

 

 

Stratagemmi diversi, tutti per risvegliarti !

 

 

Osho, perché, nelle tue affermazioni, non sei coerente?

 

Non posso esserlo. Lo scopo delle mie affermazioni è totalmente diverso da quello delle affermazioni comuni. Io non ti sto rivelando la verità, perché la verità non può essere detta. Allora cosa sto facendo qui? Se prendi le mie affermazioni come verità o falsità, non ne capirai mai il senso. Io uso queste affermazioni per risvegliarti: non sono né vere né false. Sono o utili o inutili. Non hanno niente a che fare con la verità: hanno una particolare utilità.

È come se io suonassi un campanello, mentre sei profondamente addormentato: nel mio suonare un campanello non c’è verità o falsità alcuna.… però potrebbe avere un’utilità: se servisse a risvegliarti, sarebbe utile. Si dice che il Buddha abbia detto: “La verità è ciò che ha un’utilità”. La verità è uno stratagemma: non afferma nulla, rispetto all’esistenza. È solo uno stratagemma per provocare qualcosa che giace profondamente addormentato dentro di voi. Ebbene, non posso essere coerente, perché devo provocare un’infinità di persone, tutte con mentalità differenti, immerse in tipi di sonno differenti. Posso suonare un campanello: può risvegliare qualcuno, ma a qualcun altro può sembrare una ninna nanna che lo immerge in un sonno ancora più profondo. Per qualcuno può essere una provocazione verso un totale risveglio, in un altro può far sorgere semplicemente un sogno meraviglioso: si vede in un tempio, in cui suonano le campane e la gente prega e l’incenso brucia. Ha creato un sogno, non è uscito dal suo sonno; avrà bisogno di qualcos’altro: forse di un colpo sulla testa o di una doccia d’acqua fredda, oppure di una bella scrollata. Persone diverse hanno bisogno di approcci diversi per essere provocati, per essere risvegliati.

Le mie affermazioni non riguardano la verità. Io non sono un filosofo! Non sto tentando di offrirvi alcuna filosofia; sto solo tentando ogni possibile via per risvegliarvi. Se un metodo fallisce, ne tento un altro, ma non posso lasciarvi in pace. Pertanto, un giorno potrei dire una cosa e il giorno dopo potrei dirne una differente.

Qualche giorno fa ho risposto a due domande su Jung... chi mi aveva fatto le domande non mi ha affatto compreso e si è sentito offeso. Ha pensato che io fossi un oppositore di Jung. Perché dovrei essere un oppositore di Jung? …non ha capito niente! Ha perso un’occasione. Se fosse stato un freudiano, avrei attaccato Freud; se fosse stato un marxista, avrei attaccato Marx… e se fosse stato un oshoista, avrei attaccato Osho! Il problema non era Jung! Jung non c’entrava per niente: il mio era un attacco contro il suo ego! Poiché l’ego era junghiano, ho dovuto attaccare il povero Jung. Se domani arrivasse da me un freudiano, io attaccherei Freud. Direi: “Freud è una nullità paragonato a Jung: è un pigmeo!” Naturalmente, per te diventerei incoerente, perché non capiresti il senso della mia affermazione. Io non ho niente a che fare con Freud o con Jung. Chi se ne frega? Il mio sforzo è provocarti, mostrarti qualcosa. Chi aveva fatto la domanda non si sente offeso perché ho criticato Jung, si sente offeso perché ho ferito il suo ego. Se riuscisse a vedere questa realtà, le mie affermazioni sarebbero state utili. Se non riesce a vedere questa realtà, la mia freccia ha mancato il bersaglio. Allora dovrò usare qualche altro stratagemma.

Coloro che non sono abbastanza audaci, prima o poi dovranno rinunciare al viaggio che io vi faccio intraprendere. Coloro che non sono abbastanza coraggiosi, che non hanno fegato per accettare il futuro sconosciuto e tenersi aperti all’ignoto e al mistero; coloro che hanno fretta di avere un dogma, un sistema di fede, una filosofia – così da poter smettere di crescere e aggrapparsi a un dogma, diventandone fanatici assertori – coloro che sono sempre in cerca di un’ortodossia in cui nulla cambierà mai…

Voi non potete definirmi con precisione, non potete fissarmi. Io non sono un oggetto, sono un fiume, una nuvola che cambia continuamente forma. La mia idea di coerenza è radicata in questo continuo cambiamento, in questa danza dinamica, chiamata vita. Non potete trasformare in sapere l’esperienza del divino. Di fatto, più sperimenti il divino e meno lo conosci, sempre meno. Il giorno in cui il divino ti accadrà totalmente, tu non ci sarai più: colui che conosce se ne sarà andato, sarà scomparso, come la goccia di rugiada che è scivolata nell’oceano, oppure… come l’oceano che è scivolato nella goccia di rugiada.

La cosa fondamentale è che le mie affermazioni non dicono niente sulla verità. Le mie affermazioni sono solo provocatorie: io vi sto spingendo a scoprirla, non vi sto rivelando la verità! Non è una cosa che può esservi offerta, non è una merce. Non è trasferibile. Io sto semplicemente creando in voi un desiderio e un anelito, un anelito teso allo spasimo a ricercare, a indagare, a esplorare. Questa è una delle cose fondamentali, per ciò che concerne la verità: non esiste, a meno che non sia tua. La mia verità non può essere la tua, in alcun modo. La verità è assolutamente individuale. Pertanto io non vi farò il favore di darvi un dogma. Niente affatto, io continuerò a contraddirmi ogni giorno, in ogni istante. A poco a poco, vedrai che non ha senso aggrapparsi a qualcuna delle mie idee. E in quel preciso istante diventerai consapevole che non devi aggrapparti a nessuna idea, qualunque essa sia; né mia, né del Buddha, né di Gesù, né di qualsiasi altra persona. Devi lasciar perdere ogni idea. Quando non ci saranno più idee nella tua mente, scoprirai il divino. 1

 

Tutti i maestri illuminati sembrano arroganti come te?

È inevitabile. Sembrano arroganti perché non possono essere umili nel senso che normalmente si intende per umiltà. Cerca di capire. È una questione delicata.

Qualunque cosa si intenda per umiltà è una funzione dell’ego. È ego modificato. La persona illuminata non ha ego, quindi non può avere un ego modificato. Non può essere umile. Nel senso a te intelligibile, non può essere umile.

Altrimenti Krishna non potrebbe dire ad Arjuna: “Lascia tutto, e inchinati a me. Io sono il dio che ha creato l’intera esistenza, vieni ai miei piedi”. Che arroganza! Gesù non potrebbe dire: “Io sono la soglia, io sono la via, io sono la verità”. E quando Buddha realizzò la sua buddhità, dichiarò ai cieli, agli empirei: “Ho realizzato l’irrealizzabile!”.

Sembrano molto arroganti. Ma a loro non è possibile essere umili nel senso che normalmente si intende per umiltà. La tua umiltà è ego modificato, rifinito, lucidato. Perché allora gli illuminati sembrano egocentrici?

Non sono umili, e tu conosci solo due qualità, due modi di essere: umile o arrogante. Non sono umili – quindi devono essere arroganti. Tu possiedi solo due categorie. E l’arroganza ti è facile da capire, è il tuo linguaggio. Quando dici ‘io’, tu intendi una cosa; quando io dico ‘io’, intendo qualcos’altro. Però quando io dico ‘io”, tu lo capisci a modo tuo, che non è il mio. Quando Krishna disse ad Arjuna: “Prostrati a me!”, cosa intendeva? Se tu dicessi a qualcuno: “Prostrati a me!”, ovviamente intenderesti una cosa precisa. L’intenzione di Krishna dovrebbe essere quindi la stessa. No, non è la stessa. In lui non c’è più ‘io’, in lui non c’è più ‘mio’. Ma deve usare la tua lingua. E tu la capisci a modo tuo. Quindi tutti i maestri illuminati sembrano arroganti, perché tu sei arrogante. Comprenderai la loro umiltà solo quando il tuo ego svanirà. L’unico modo per riuscire a comprendere quelli che si sono risvegliati è svegliarsi.

Io dico una cosa, tu ne capisci un’altra. È naturale. Come potresti comprendere il mio significato? Quando dico qualcosa, a te arrivano le parole, non il mio significato. Il significato rimane nel mio cuore. La parola penetra in te e tu le dai un colore, le dai un significato. Quel significato è tuo.

Gli illuminati sembrano arroganti, ma non lo sono. Se lo fossero, l’illuminazione non sarebbe ancora accaduta. L’illuminazione avviene solo quando l’ego scompare. L’ego è l’oscurità dell’anima, l’ego è la prigione dell’anima. L’io è la barriera che ti separa dalla realtà suprema. Il Buddha è vuoto puro; quando dice: “Ho realizzato l’irrealizzabile” intende semplicemente dire che il vuoto ha compreso la sua vacuità, nient’altro. Ma come tradurlo nei tuoi termini? Quando Krishna dice: “Prostrati a me!”, intende dire: “Guarda qui! Il vuoto ti sta di fronte. Dissolviti in esso!”. Ma non sarebbe un modo di parlare diretto. È obbligato a usare il linguaggio di Arjuna. E dice: “Prostrati a me”. Se Arjuna è incline e disposto ad arrendersi, se ha fiducia e si arrende, nel momento in cui toccherà i piedi di Krishna toccherà il vuoto. Solo allora potrà comprendere le parole di Krishna. Non ci sono piedi, né Krishna – ma solo una qualità straordinaria di vuoto. Il tempio di dio è vacuità. Prostrandosi a Krishna, si inchinerà al vuoto e il vuoto si riverserà in lui. Ma questo sarà possibile solo se avrà fiducia.

Sì, molte volte ti suono arrogante. Ma non lasciarti ingannare, perché se ti aggrappi all’idea che io sono arrogante, non potrai mai lasciarti andare, arrenderti, e il tuo ego continuerà a esistere. E a quel punto non avrà senso rimanere con me, perché lo scopo è perduto. Stai perdendo tempo. Finché non ti arrendi, non arriverai mai a sapere chi sei. E senza conoscere te stesso, non riuscirai a capire cosa è accaduto all’uomo che chiamiamo illuminato. Solo attraverso la tua esperienza personale ti diverrà chiaro. Sì, suona arrogante. Ora ci sono due possibilità. Se pensi che non solo suoni arrogante, ma lo sia – allora allontanati da me. Prima vai, meglio è, perché tutto il tempo che passi qui sarà tempo sprecato. Se invece pensi che sembri solo arrogante, ma non lo sia, allora arrenditi.

…o credi nel tuo ego, o hai fiducia in me. Ci sono solo queste due alternative. Finora hai creduto al tuo ego. Cos’hai ottenuto? Io ti offro un’alternativa. Provala… 2

 

brani di osho tratti da:

1. La luce nell’Abisso Ed. NSC

2. Come Follow To You, Vol 2, # 4

 

 

 

La bellezza del silenzio

 

Osho, sei l'essere più meraviglioso che sia mai esistito! Come sperimenti la tua bellezza?

 

È impossibile sperimentare la propria bellezza. Per conoscere è sempre necessaria una distanza tra chi conosce e ciò che si conosce. Se la bellezza è fisica, è possibile conoscerla. Ti puoi vedere in uno specchio. Ma se la bellezza sorge dal tuo silenzio, dalla tua quiete, dal tuo splendore interiore, può irradiarsi dal tuo essere fisico, ma non appartiene al tuo corpo fisico. Non è un fenomeno fisico. E impossibile che tu giunga a conoscerla... La puoi sperimentare. E la cosa più importante che si deve ricordare è che la bellezza che hai visto in me, non mi appartiene. E anche tua. E di tutti. Forse i corpi sono diversi, ma il fuoco interiore è lo stesso. E quando il fuoco inizia a irradiarsi dal tuo corpo, produce una grazia e una bellezza particolari. Non è proprietà di nessuno. E il potenziale che ognuno di noi ha in sé.

Se riesci a vedere la mia bellezza, quello è un segno che stai vedendo la tua bellezza. Poiché io non sono altro che uno specchio, per te. Ma accade spesso che guardando in uno specchio, puoi vedere un volto bellissimo e, se sei addormentato, oppure ubriaco, o insonnolito... puoi pensare che lo specchio sia bellissimo. Ma lo specchio non è altro che uno specchio. Si limita a rifletterti.

Nella vita, ciò che vedi, rivela molto su di te, non su ciò che vedi. Lo stesso tramonto è meraviglioso per una persona e triste per un'altra, e per un'altra ancora è indifferente. Il tramonto è lo stesso. Sembra bello alla persona che è in grado di sintonizzarsi con lui, che è in grado di essere in silenzio e rispecchiarlo nel proprio essere, che ne sa gustare i colori, lo splendore, la meraviglia. E lo stesso tramonto rattrista qualcun altro. Poiché è triste, quella persona proietta sul tramonto la sua tristezza, non gli sembra bello. E la terza persona... non guarda mai il tramonto, la luna, gli alberi, i fiori, o la gente: ha gli occhi, ma non li usa mai: é ossessionata dalla fretta, deve sempre correre da qualche parte — e neppure sa dove — vive una tensione costante, insegue continuamente delle ombre. Non ha tempo da sprecare per guardare uno stupido tramonto.

Dipende tutto da te. Se vedi in me lo splendore... qualcosa di splendido è sorto in te.

Un uomo di silenzio, trova questo mondo intero colmo di silenzio. Perfino il suono non fa che rendere più profondo che mai il silenzio. E un uomo immerso nel caos, non diventa mai consapevole degli immensi silenzi che accompagnano la notte. Dipende tutto da te. Il tuo mondo non è altro che la tua proiezione.

Il modo in cui vedi il mondo, il modo in cui vedi la gente, il modo in cui vedi gli alberi... tutto dipende da te. Vivi in un mondo che hai creato tu stesso. Esistono tanti mondi quante sono le persone, perché tutte vivono nel loro mondo. Deve essere compreso in profondità perché solo così non produrrete più illusioni, dando loro una forma oggettiva. Ricordate sempre che qualsiasi cosa vedete nel mondo, è una vostra proiezione.

Certo, esiste uno stato dell'essere oltre la mente, dove tutte le proiezioni cadono, in quel caso vedi il mondo così com'è... semplicemente bello, oltre ogni immaginazione. Ma quella bellezza è una forma di bellezza totalmente diversa. Non è una tua proiezione. Nel momento in cui vai oltre la mente, all'improvviso diventi uno specchio. In quel caso rifletti la realtà. Nella mente, proietti la realtà, non la rifletti. Stando con me, meditando per anni, qualcosa deve iniziare a uscire dalla mente, ad andare oltre la mente, e potrai essere certo in maniera assoluta che è accaduta una trascendenza quando vedrai, non solo in me, ma in tutti, la bellezza, l'autenticità, la sincerità.

Perfino in coloro che non sono belli, che non sono sinceri, che non sono veri... non è importante. Le loro azioni non formano il loro essere. Il loro essere è di gran lunga più grande delle loro azioni piccole e insignificanti.

Quando sei centrato nel tuo essere... al di là della mente, puoi vedere il mondo per ciò che è. Solo poche persone hanno visto il mondo per ciò che è. Tutti lo hanno visto in quanto loro stato d'animo, emozione, idea, suggestione.

Guarda il mondo e lascia cadere ogni giudizio, e vivrai circondato da una atmosfera di purezza, priva di apprezzamenti e di condanne: una pura e semplice osservazione. Questa osservazione io la chiamo meditazione.

TRATTO DA: Osho, The Invitation

 

 

 

Guardarlo e ascoltare la sua voce

 

Il Dott. Amrito, che diventerà poi il medico personale di Osho, ricorda il loro primo incontro

 

 

La porta si aprì di nuovo e lui entrò. Era eccezionale. Era bellissimo, i suoi movimenti erano pieni di grazia: possedeva un’eleganza delicata che quasi non si sposava coi suoi occhi ridenti e pieni di divertimento. Con noncuranza si sedette e gli fu passato un portablocco. Il discorso iniziò – in hindi! Io mi presi mentalmente a schiaffi per essere venuto a un discorso in hindi e mi guardai intorno per vedere se qualcun altro provasse il mio stesso disagio – nessuno. Così mi limitai a guardare Osho e ad ascoltare la sua voce. Il suo modo di essere con gli ascoltatori era particolare: stava chiaramente anche ‘dialogando’ con loro, mentre teneva loro un discorso. La sua voce era molto soffice e melodiosa, ma variava costantemente: non riuscivo mai ad anticipare il picco o il timbro della sua voce come succede normalmente, persino in una lingua straniera. Lui diceva qualcosa, e all’improvviso tutti ridevano – per lo meno quelli che capivano l’hindi – e poi aggiungeva qualcos’altro, come se rispondesse direttamente alla loro risata. Il pubblico poi rideva ancora e lui rispondeva – come due uccelli che con il loro richiamo d’amore si cercano all’imbrunire. Eppure a dispetto di quella intima connessione, mancava qualcosa e non riuscivo a capire cosa fosse.

Poi compresi che sebbene Osho avesse questa grande connessione con il pubblico non c’era in realtà nessun ‘lui’ in gioco: normalmente gli oratori sembrano compiaciuti quando la loro barzelletta ha avuto successo, o sono attenti a non esagerare con l’umorismo in certi momenti – te ne accorgi facilmente di questo loro coinvolgimento personale. Ma non con Osho. Era completamente lì, totale: un momento gentilmente carezzevole, e quello dopo alzando la voce al di sopra delle risate, solleticando i suoi ascoltatori e portandoli a nuove altezze. Poi, all’improvviso, tutto diventava diverso: il silenzio degli ascoltatori si faceva profondo, intenso. E nel contempo lui continuava a essere rilassato e a suo agio, avrei potuto pensare che, così tranquillo, stesse parlando a una platea vuota… all’aria. Alla fine Osho si alzò, ci salutò con il namastè, con le mani unite di fronte al viso, nel modo tradizionale indiano. Fece scorrere lo sguardo intorno, sul pubblico, come a voler fissare direttamente negli occhi ognuno dei presenti, e poi se ne andò, veleggiando, leggero come la brezza del mattino. ...Ciò a cui avevo appena assistito, qualunque cosa fosse, superava tutto quello che avevo mai vissuto in precedenza.

 

tratto da: Dr. George Meredith, Bhagwan: the most godless yet the most godly man

  

 (ritorna al sommario)

 

 

 

Il ruggito del maestro

 

Per aiutarti a scoprire chi sei veramente, talvolta il maestro deve usare le maniere brusche

 

 

Hai detto che stai provando a sviluppare il terzo tipo di psicologia, la psicologia dei buddha, ma dove troverai i buddha da studiare?

 

Tanto per cominciare, uno è già qui, e prima o poi trasformerà molti di voi in tanti buddha. Se ce n’è già uno, si apre la possibilità per molti altri, perché il primo funziona da agente catalizzatore: non che farà qualcosa, ma in sua presenza le cose iniziano ad accadere da sole. È questo il significato di agente catalitico. Prima o poi molti di voi diventeranno dei buddha, perché ognuno è un buddha, fondamentalmente. Per quanto tempo puoi evitare di riconoscerlo? Per quanto potrai posporlo? È difficile – farai del tuo meglio per posporre, rimandare, creerai milioni di difficoltà… ma per quanto lo puoi fare? Io sono qui per darti in qualche modo una spinta nell’abisso, dove tu morirai e nascerà il buddha. Il problema è sempre trovarne uno, il primo. La sua presenza soddisfa una necessità di base, e immediatamente diventano possibili molti buddha... e se ce ne sono molti, allora la cosa diventa possibile per migliaia di altri. Il primo funge da scintilla, e una piccola scintilla è sufficiente per dare fuoco a tutto il pianeta. Questo è quello che è accaduto nel passato: una volta che Gautama divenne Buddha, migliaia di altri via via lo diventarono. Perché non si tratta di divenire: lo sei già. Qualcuno te lo deve ricordare, tutto qui.

L’altro giorno stavo leggendo una delle parabole di Ramakrishna. Le amo. Ogni volta che mi capita la leggo e rileggo. È proprio la storia di come il maestro funzioni da agente catalizzatore. La storia è questa:

Una tigre morì partorendo il suo piccolo, e il cucciolo fu cresciuto dalle capre. Naturalmente, la tigre credeva di essere anch’essa una capra. Era del tutto naturale: cresciuta dalle capre, vivendo con le capre… credeva di essere una capra. Era vegetariana, masticava e mangiava erba. Non poteva farsi un’idea diversa: nemmeno nei suoi sogni poteva immaginare di essere una tigre, ed era una tigre. Poi un giorno accadde che una vecchia tigre s’imbatté in quel branco di capre… e non poteva credere ai propri occhi: una giovane tigre che cammina in mezzo alle capre! Le capre non avevano paura della tigre e sembrava proprio che non si accorgessero che c’era una tigre che camminava tra di loro… e la tigre stessa camminava come una capra. La vecchia tigre in qualche modo riuscì a catturare la giovane tigre… non era facile da prendere: si mise a scappare – tentava in tutti i modi di non farsi prendere, piangeva, si lamentava. Era terrorizzata, tremava dalla paura. Tutte le capre fuggirono e lui cercava di fuggire con loro, ma la vecchia tigre lo tenne stretto e lo trascinò verso il lago. Non voleva andarci. Resisteva, proprio come tu fai con me. Tentò in ogni modo di non farsi trascinare. Era spaventata a morte, piangeva, si lamentava, ma la vecchia tigre non la mollava. Continuava a trascinarla e spingerla verso il lago. Il lago era liscio come uno specchio. Forzò la giovane tigre a guardare nell’acqua... e lei vide, con gli occhi pieni di lacrime – una visione poco chiara, ma proprio lì, evidente – che era del tutto simile alla vecchia tigre. Le lacrime scomparvero, e iniziò una nuova percezione dell’essere: la capra cominciò a sparire dalla sua mente. Non era più una capra, ma non poteva credere a questa sua ‘illuminazione’. Il corpo tremava ancora, era spaventata. Pensava: “Forse lo sto immaginando. Come può una capra trasformarsi così all’improvviso in una tigre? Non è possibile, non è mai accaduto. Non succede mai così”. Non poteva credere ai suoi occhi, ma ora la prima scintilla, il primo raggio di luce era penetrato nel suo essere. Non era più la stessa, realmente. Non avrebbe mai più potuto essere la stessa.

La vecchia tigre la portò nella sua caverna. Ora non resisteva più, non era più così riluttante, così spaventata. A poco a poco il suo coraggio cresceva, diventava sempre più spavalda. Mentre si dirigeva alla caverna iniziò a camminare come una tigre. La vecchia tigre gli offrì da mangiare della carne. È difficile per un vegetariano, quasi impossibile, nauseante, ma la vecchia tigre non voleva sentir ragioni. Lo forzò a mangiare. Quando il naso della giovane tigre percepì l’odore della carne, accadde qualcosa: qualcosa di profondamente addormentato nell’intimo del suo essere, con quell’odore si risvegliò. Fu attratta, invogliata da quella carne, e iniziò a mangiare. E appena assaporò la carne, un ruggito eruppe dal suo essere. E in quel ruggito la capra sparì, e la tigre si manifestò in tutta la sua bellezza e il suo splendore. L’intero processo è tutto qui… e ci vuole una vecchia tigre. Ecco il problema: la vecchia tigre è qui, e per quanto tu provi a nasconderti – in tutti i modi – non ci riuscirai. Sei riluttante, difficile da trascinare verso il lago, ma ti ci porterò. Hai mangiato erba per tutta la vita. Ti sei scordato completamente l’odore della carne, ma ti forzerò a mangiarla. Una volta che l’avrai assaggiata, il ruggito eromperà. In quella esplosione la capra scomparirà… e sarà nato un buddha.

 

tratto da: Osho, Yoga: The Alpha and the Omega, vol 4 # 8

 

 

 

 

 

 

OSHO

Una vertigine chiamata vita

L’autobiografia di un mistico spiritualmente scorretto

MONDADORI Editore – Euro 12.00

 

Un libro che è molto più di un’autobiografia e molto più di una lettura, proprio nell’ottica di ciò che Osho ha chiarito: arriveremo a sapere chi è lui solo quando avremo scoperto chi siamo noi. Nel lanciarci questa sfida, egli ci invita a imparare dalla sua vita e dal suo lavoro ciò che possiamo, riconoscendo però che questa operazione ha significato solo nella misura in cui ci porta a conoscere maggiormente noi stessi.

Il passare del tempo sta creando una prospettiva che ci permette ora di inquadrare meglio ciò che Osho è e ciò che la sua vita ha donato al nostro esistere. Il suo passato suonerà così vivido e struggente che ci risulterà  impossibile considerarlo concluso, e il nostro futuro avrà l’opportunità di liberarsi dagli incastri con cui vogliamo condizionarlo, attingendo proprio a quel passato, così naturale e così umano, nuovi spunti per nuovi sbocchi esistenziali.

 

 

 

La vita é un gioco, La morte é un gioco…

 

La meditazione ti porta faccia a faccia con la realtà. Quando sai – per esperienza diretta – cos’è la vita, non ti preoccupi più della morte. Ci sono storie bellissime di come persone che conoscono la meditazione, abbiano affrontato la morte gioiosamente, scherzosamente.

 

 

Un grande monaco Zen dichiarò ai suoi discepoli: “Oggi morirò. Non impeditemelo”.

“E chi te lo impedisce?” chiesero. “Però è strano…! Nessuno dichiara la propria morte come hai fatto tu, senza motivo. Stavi parlando di grandi cose e poi, all’improvviso, annunci che stai per morire!”.

L’uomo disse: “Sono stanco. Non tormentatemi. Per questo dico di non impedirmelo. Dovete fare solo una cosa: suggerirmi il modo”.

I discepoli dissero: “Ma quale modo possiamo suggerirti? Se vuoi morire, muori”.

E lui: “Non voglio morire al solito modo”.

“Qual è il solito modo?” gli chiesero. “Il solito modo,” rispose “è stendersi a letto e morire. Il novantanove percento delle persone sceglie quel modo. È una loro scelta. Io non voglio far parte della massa. Pensateci su e suggeritemi qualche idea originale, perché non muoio tutti i giorni… solo una volta! È assolutamente appropriato per me morire in modo originale. Ho vissuto in maniera originale, perché dovrei morire come tutti gli altri?”.

I discepoli erano in difficoltà. Quale modo originale? Qualcuno suggerì: “Puoi morire da seduto, la gente muore sdraiata”.

“Non è molto originale,” disse il monaco. “Prima di tutto non c’è una gran differenza tra l’essere sdraiati e l’essere seduti, e poi ci sono stati molti santi che sono morti seduti nella posizione del loto. Io non lo farò. Non riuscite a suggerire… e poi dite di essere miei discepoli!”.

“Non avevamo mai pensato che ci facessi una richiesta simile” risposero.

Uno disse: “Se mettersi seduto non è molto originale, muori in piedi”.

“Va un po’ meglio”, disse il maestro. Ma uno obiettò: “Ho sentito di un altro santo che è morto in piedi”.

Il vecchio santo disse: “Allora è davvero difficile. Così hai distrutto anche quella possibilità. Ora pensaci su di nuovo. E devi essere tu a suggerire, perché sei stato tu a distruggerla. Avevo deciso di morire in piedi, e tu mi dici che non è originale”.

“Originale sarebbe morire a testa in giù,” disse il discepolo.

“Sono felice di avere per discepolo un pensatore originale,” disse il maestro. “Farò del mio meglio”.

Quindi si mise a testa in giù e morì.

Ora i discepoli non sapevano cosa fare, perché ogni rituale dà per scontato che la persona sia sdraiata sul letto – non c’erano precedenti. Quindi la prima cosa sarebbe stata metterlo su un letto. Ma lui era così contrario… si sarebbe arrabbiato. Era un uomo tale che anche da morto sarebbe stato capace di punirli, oppure avrebbe potuto mettersi di nuovo a parlare: “Questo non è… State di nuovo facendolo al solito modo”.

Qualcuno suggerì: “Ecco il modo migliore: sua sorella vive in un monastero qui vicino, è più vecchia di lui, è meglio chiamare lei. A ogni modo dobbiamo informarla della morte del fratello. Lasciamo che sia lei a suggerire cosa fare”.

La sorella arrivò e si dimostrò una vera sorella per l’uomo. Disse: “Sei un idiota! Per tutta la vita sei stato un rompiscatole, non hai mai fatto nulla nel modo giusto. Non si fa così. Alzati e mettiti a letto!”.

E la storia racconta che il morto si alzò, si stese sul letto e la sorella disse: “Ora chiudi gli occhi e muori”. E non rimase neppure a guardare, se ne andò.

Per le persone che vivono in profonda meditazione la vita è un gioco e così è anche la morte.

Quando la sorella se ne fu andata, il santo morto aprì un occhio e chiese: “Se ne è andata quella strega? È sempre stata una tortura per me… solo per il fatto che ha tre anni più di me. Ora però non ha senso… Morirò come tutti”.

Chiuse gli occhi e morì. A quel punto per i discepoli era ancora più difficile decidere se era morto o no. Quindi provarono a pizzicarlo, ad aprirgli gli occhi: “Sei ancora lì… o te ne sei andato?” – ma era morto davvero. Attesero, visto che non c’era fretta gli lasciarono un’altra mezz’ora. Forse avrebbe riaperto gli occhi… ma il vecchio se ne era davvero andato. 1

 

 

Un altro maestro disse ai suoi discepoli: “Ascoltate, ho già fatto il bagno e ho cambiato i vestiti, sono puliti, nuovi, quindi non occorre… dopo la mia morte, non cercate di ingannarmi: siete miei discepoli, dovete seguire i miei ordini. Quando sarò morto, niente bagno né cambio di vestiti. L’ho già fatto io per voi”. Loro dissero: “Va bene, siamo tutti testimoni”.

Lui continuò: “E ricordate, nessuno deve interferire”.

Conoscevano il maestro: era un uomo tale che, se qualcuno avesse interferito, sarebbe stato capace di riaprire gli occhi. Li aveva bastonati per tutta la vita, e non volevano che li bastonasse ancora, persino dopo la morte. Quindi fecero come voleva lui.

E lui cosa aveva fatto? Aveva giocato il suo ultimo tiro. Quando il fuoco cominciò a bruciare il corpo – aveva nascosto dei mortaretti nei suoi abiti, ecco perché non voleva che li cambiassero – i mortaretti cominciarono a esplodere con grande bellezza tutt’intorno a lui. E la gente si mise a ridere: non avevano mai visto una morte di questo tipo.

I discepoli dissero: “Era un uomo che poteva ridere della morte perché sapeva che la morte non esiste”. 2

 

brani di osho tratti da:

1. Om Shantih Shantih Shantih # 24

2. The Invitation # 7

 

 

 

Quando me ne sarò andato

 

Osho, quando tu lascerai il corpo, le tue tecniche di meditazione continueranno ad aiutare, come fanno adesso, la nostra crescita spirituale?

 

Il mio approccio alla vostra crescita è essenzialmente quello di rendervi indipendenti da me. Qualunque tipo di dipendenza è una schiavitù, e la dipendenza spirituale è la peggiore fra tutte la schiavitù.

Ho fatto ogni sforzo per rendervi consapevoli della vostra individualità, della vostra libertà, della vostra totale capacità di crescere senza aiuto da parte di nessuno. La vostra crescita è qualcosa di intrinseco al vostro essere interiore: non proviene dall'esterno — non è un'imposizione, un compito, è una rivelazione. Tutte le tecniche di meditazione che vi ho dato non dipendono da me — la mia presenza o meno non farà alcuna differenza — dipendono da voi; perché funzionino è necessaria non la mia, ma la vostra presenza. Non è il mio essere qui, ma il vostro essere qui, il vostro essere nel presente, il vostro essere vigili e consapevoli che vi aiuterà. Capisco la domanda e la sua importanza. L'intero passato dell'uomo è, in modi diversi, la storia dello sfruttamento. E persino le cosiddette persone spirituali non hanno resistito alla tentazione di sfruttarvi. Fra cento maestri, novantanove hanno provato a obbligarvi a pensare che: "Senza di me non potrai crescere, non è possibile alcun progresso. Dammi tutta la tua responsabilità". Ma nel momento in cui tu dai tutta la responsabilità a un altro, senza saperlo stai dando via tutta la tua libertà. E tutti quei maestri, naturalmente, prima o poi dovevano morire, ma si lasciavano dietro una lunga fila di schiavi: cristiani, ebrei, indù, mussulmani. Cos'è questa gente? Perché qualcuno dovrebbe essere un cristiano? Sii un Cristo, se puoi essere qualcuno, ma mai un cristiano. Non vedi che è un'umiliazione definirti un cristiano... un seguace di qualcuno che morì duemila anni fa? L'umanità intera che segue un morto. Non è strano che i vivi debbano seguire chi è morto, che i vivi debbano essere dominati da chi è morto, che i vivi debbano dipendere dai morti e dalle loro promesse 'Torneremo a salvarvi'? Nessuno di loro è tornato a salvarvi. E infatti nessuno può salvare nessun altro: va contro le verità di base su cui si fondano libertà e individualità. Per quanto mi riguarda, io sto facendo ogni sforzo per rendervi liberi da tutti — me stesso incluso – per farvi percorrere da soli il sentiero della ricerca interiore. L'esistenza rispetta la persona che osa essere sola nella ricerca della verità. L'esistenza non ha alcun rispetto degli schiavi. Non meritano nessun rispetto: non hanno rispetto per loro stessi, come possono aspettarsi che l'esistenza sia rispettosa verso di loro? Perciò ricordate, quando me ne sarò andato, non perderete niente. Forse potrete acquisire qualcosa di cui siete totalmente inconsapevoli.

In questo momento sono disponibile per voi solo in un corpo: imprigionato in una certa forma, con certe fattezze. Quando me ne sarò andato... e dove potrei andare? Sarò qui... nel vento, nell'oceano; e se voi mi avete amato – se vi siete fidati di me – mi sentirete in mille modi. Nei vostri momenti di silenzio, all'improvviso sentirete la mia presenza. Una volta lasciato il mio corpo, la mia consapevolezza sarà universale. In questo momento dovete venire da me. Più in là, non ci sarà bisogno di cercarmi... ovunque voi siate – con la vostra sete, col vostro amore – e mi troverete nella profondità del vostro cuore, in ogni battito del vostro cuore.

TRATTO DA: Osho, Beyond Enlightenment # 11

 

 

 

Al di là dello spazio tempo

 

Il dipinto che ho iniziato rimarrà imperfetto – anche se io continuerò a tentare di perfezionarlo... ma è nella natura stessa delle cose, dell’esitenza, che non possa essere perfetto.

E non è il mio dipinto. Quelli che sono con me... è anche il loro dipinto, in uguale misura. Quando me ne sarò andato dovete continuare a dipingere… deve crescere: nuovi fiori, nuove foglie. Non lasciatelo morire, mai. O, in altre parole, non lasciatelo diventare perfetto. Osho

 

 

Buddha che non è più nel corpo, Buddha che non è più nel tempo, che non è più nello spazio, ma che ancora esiste; Buddha che è diventato uno con la totalità, ma che ancora esiste. È un fatto paradossale ed è molto difficile da capire, perché non riusciamo a capire nulla che sia aldilà del tempo. Tutta la nostra visione è ristretta all’ambito temporale; tutta la nostra visione è ristretta all’ambito dello spazio. Quando qualcuno dice che Buddha esiste al di là del tempo e dello spazio, a noi non dice nulla, non riusciamo a capirlo.

Quando si dice che Buddha esiste al di là dello spazio, significa che non esiste da nessuna parte in particolare. E come si può esistere senza esistere da nessuna parte in particolare? Buddha esiste: semplicemente esiste. Non si può dire dove sia. In quel senso non è da nessuna parte e in quel senso è ovunque. Per la mente che vive in uno spazio, è difficile capire qualcosa al di là dello spazio.

Buddha continua a guidare la gente... Ogni maestro continua a guidare. Ogni volta che sei vicino a un maestro – non vicino a un insegnante – puoi avere fiducia. Anche se non raggiungi l’illuminazione in questa vita, avrai sempre una guida sottile. Molte persone vicine a Gurdjieff sono venute da me. Sono venute, perché Gurdjieff le ha spinte verso di me. Non esiste un altro maestro verso il quale Gurdjieff potrebbe mandarle o spingerle. Molti discepoli di Gurdjieff verranno, prima o poi, e loro non ne sono consapevoli, perché non sono in grado di capire quello che sta succedendo. Credono che sia un puro caso.

tratto da: Osho, Yoga La Scienza Dell’anima, vol. 2, ed ECIG

  

 (ritorna al sommario)

 

 

 

Un libro da vivere

 

 

LA RICERCA

Discorsi sui Dieci Tori dello Zen

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Edizioni News Services Corporation

Pagine 368 - € 18,00

 

 

L’uomo è una ricerca. Non è soltanto qualcuno che indaga: è l’indagine. La ricerca ha inizio nel momento stesso in cui si è concepiti. Dall’istante del concepimento a quello della morte, l’uomo è un’indagine alla ricerca della verità! E se non andrai in cerca della verità non sarai un uomo. Perderai l’occasione che questa vita ti offre. Se la tua ricerca non si innalzerà ad altezze tali da trasformare tutta la tua energia in un’indagine e se tu non diventi una pura e semplice ricerca, non sarai un uomo.

Questa è la gloria dell’uomo. Egli è molto piccolo ma è più grande del cielo, poiché c’è in lui qualcosa di unico: la capacità di porsi interrogativi, di ricercare. Neppure la vastità del cielo è tanto vasta quanto l’uomo, poiché il cielo può avere una fine, ma non vi è limite all’indagine dell’uomo. Si tratta di un pellegrinaggio eterno, che non ha principio né fine. Questi dieci tori sono una rappresentazione pittorica dell’indagine, l’indagine che io chiamo uomo!

 

Quando ci si accinge a compiere un viaggio nella propria dimensione interiore, si abbandona il mondo, si rinuncia a tutto ciò che ostacola il cammino, si rinuncia a tutto quanto non sia essenziale, in modo da poter ricercare l’essenziale ed esplorarlo. Si cerca di sgravarsi di ogni fardello, affinché il viaggio diventi più agevole, perché il viaggio, questo viaggio, conduce alla vetta, a quanto di più elevato esiste: il vero e proprio apogeo delle possibilità umane, il vero culmine. Si abbandona il mondo, rinunciandovi, ma non solo: si rinuncia alla mente, in quanto la mente è la causa alla base del mondo intero. Il mondo dei desideri, il mondo dei possessi, rappresenta solo la parte esterna; quella interna è rappresentata dalla mente: la mente colma di desideri e bramosie, la mente gelosa e competitiva, la mente piena di pensieri, quello è il seme. Si rinuncia sia a quanto vi è di esterno, sia all’interno, divenendo vuoti: ecco cos’è la meditazione; si diviene totalmente vuoti, ma è questa la fine di tutto? ...questa non è la fine: si ritornerà al mondo, si ritornerà alla piazza del mercato e solo in quel momento il cerchio sarà completo. Naturalmente, si ritorna completamente rinnovati. Non si ha più nulla a che vedere con il passato, che è scomparso, svanito per sempre. Si ritorna del tutto rinnovati, risorti, rinati: quest’uomo non era mai esistito in precedenza; quest’uomo arriva completamente nuovo e vergine. Tuttavia si ritorna al mondo, vivendo nuovamente in esso eppure continuando a viverne al di là. Si diviene di nuovo normali, tagliando legna, traendo acqua dal pozzo, camminando, sedendo, dormendo; si diventa assolutamente normali. Intimamente il vuoto permane incorrotto: si vive nel mondo, ma il mondo non è nella nostra mente, il mondo non è dentro di noi; si vive senza essere toccati, simili a un fiore di loto.

 

  

 (ritorna al sommario)