Pag. 1 Peperoncino
Pag. 2 Osho
Times News
Pag. 8 I
centri di Osho in Italia
Pag. 12 È vero amore?
Pag. 20 Il Libro del Nulla
Pag. 21 Osho: ma chi è veramente?
Pag. 29 Il Festival di Varazze 2003
Pag. 34 Io non penso, so!
Pag. 38 Salvare il prossimo?
Pag. 45 Il ruggito del maestro
Pag. 50 L'oroscopo di febbraio
Pag. 60 Un libro da vivere
OSHOTIMES INTERNATIONAL
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PEPERONCINO
alla tua vita
Non ho mai detto di essere infallibile
L’idea in sé dell’infallibilità è idiota. Nessuno
è mai stato infallibile. Perfino la persona illuminata non è infallibile.
Certamente fa degli errori: sbaglia in modo illuminato – in un modo diverso –
ma non è infallibile. E se è illuminato accetterà il fatto: chi può sapere con
più chiarezza di lui che l’esistenza è così misteriosa, così vasta – nessun
inizio e nessuna fine, senza limiti. Dire che sei infallibile… significa che
hai capito l’intero mistero? che hai demistificato l’esistenza? che ora tutte
le tue risposte saranno esattamente l’effettiva verità?
L’illuminato sa che nel suo essere non c’è buio.
Per questo lo chiamano illuminato. È pieno di luce e pieno di beatitudine.
Tutta l’angoscia è scomparsa. Lui ha trovato quello che tutti cercano, che lo
sappiano o meno. È arrivato. La sensazione dell’essere arrivati, che ora non
c’è nessun posto dove andare, questa soddisfazione... Ma questo non ha nulla a
che fare con l’infallibilità: Buddha commise errori, Mahavira fece errori… e io
siedo qui di fronte a voi – cosa credete, che venire in Oregon non sia stato un
errore?
Io sono la prova che essere illuminati non
significa essere infallibili. Questo è così chiaro che non c’è nessun bisogno
di citare gli errori che hanno commesso Buddha e Mahavira: ho commesso errori e
continuo a commetterne, ma questo non mette in pericolo la mia illuminazione.
Non ha nulla a che fare con essa. Io faccio il migliore uso possibile dei miei
errori. E questo è quello che stiamo facendo – tentando! – qui nel Big Muddy
Ranch [la Comune in America, la città di
Rajneeshpuram] provando in un modo illuminato, di creare qualcosa di buono.
Se siamo finiti qui, sarà stato un nostro errore, ma è una fortuna per il Big
Muddy Ranch... cerchiamo di farne l’uso migliore possibile.
Ma tutta quella gente si ritiene infallibile… in
un certo senso io sono un po’ matto: non dovrei dire queste cose – che commetto
errori. Non è in stile con la mia ‘professione’, gli va contro. Per questo la
gente che fa la mia stessa professione mi odia – loro sostengono che queste
cose non vanno dette. Anche se ti accorgi di avere fatto un errore, cerca di
nasconderlo. Cerca di non farlo sembrare un errore. Questo è ciò che hanno
fatto per centinaia di anni. Ma io questo non lo posso fare. Semplicemente ne
sono incapace: non riesco a imbrogliare. Osho
Novità da Pune
Anche quest’anno la stagione delle vacanze
invernali sta vedendo un gran numero di arrivi qui all’Osho Meditation Resort
di Pune. Moltissimi quelli che sono qui per la prima volta, persone che hanno
iniziato a interessarsi alla meditazione in qualcuno dei centri di Osho, ormai
sparsi per tutto il mondo, o magari semplicemente leggendo uno dei suoi tanti
libri, tradotti in sempre più lingue. Il Welcome Center si è dato una
struttura, ‘il team dell’ospitalità’, che li segue personalmente, passo a
passo, nella registrazione – AIDS test, foto, food pass e così via... tutte cose in realtà molto semplici, ma che
magari tali non sembrano a chi può essere stanco dal viaggio o disorientato da
un paese del tutto esotico – per poi presentare personalmente i nuovi arrivati a chi guida il workshop
introduttivo ‘Welcome Day’, oltre che ad ascoltarne esigenze e feed back …
tutto questo per fare in modo che possano sentirsi a casa fin dall’inizio.
I duivani si sa sono sempre di fretta e con pochi
soldi in tasca e così sta avendo molto successo – nasce da un’idea del ‘team
dell’ospitalità’ – il pacchetto tutto compreso (AIDS test, foto, Welcome Day e
5 giorni d’entrata al Resort) a un prezzo scontatissimo di circa 15 euro, per
chi ha meno di 25 anni ed è qui per la prima volta.
Sono molti anche quelli che, da ogni parte del
mondo, per un po’ in un certo senso ‘tornano a casa’ qui al Meditation Resort:
incontrando vecchi amici che non vedono da tempo – perché vivono magari
dall’altra parte del globo – concedendosi una vacanza di meditazione e
celebrazione, qualche breve workshop, e controllando poi le varie novità… e ce
n’è sempre tantissime! Una particolarmente gradita è che ora l’ingresso
giornaliero al Resort (5 euro) comprende – oltre a tutte le meditazioni
nell’Auditorium e nella Buddha Hall – anche l’uso della piscina, dei campi da
tennis... e dei tavoli da ping pong. Lasciano poi tutti a bocca aperta
naturalmente, la Guesthouse, l’Osho Auditorium, e l’adiacente area ristorante,
il progetto recentemente completato di cui abbiamo già parlato nei numeri
precedenti. Questo nuovo sviluppo del Resort ha destato molto interesse anche
nella stampa indiana e così il 19 dicembre è stata organizzata una press reception per più di 40
giornalisti – di vari quotidiani, riviste, radio, televisioni – di
Pune e Bombay, che hanno visitato le
nuove strutture e ricevuto materiale fotografico che documentava i vari
cambiamenti, e la bellezza e modernità delle soluzioni architettoniche – oltre
ad avere in regalo i libri Osho
Experience e India My Love.
In questo periodo uno dei motivi di maggiore
attrazione per una visita al Resort rimane comunque la ricchezza delle proposte
della Multiversity: decine e decine di workshop, corsi, training e sessioni
individuali che spaziano dal Tantra alla Primal, dal Chi Kung allo Yoga, dal Rebalancing alle costellazioni familiari,
dalla pittura al ‘Who is in?’, dalla Vipassana al coaching... e così via – al momento è, in tutto il mondo, la più
vasta gamma di campi e approcci disponibile nello stesso luogo. E proprio nella
stagione invernale è più nutrita l’offerta di training, come ad esempio quello
di massaggio ‘Core Integration’, o il training di ‘Meditazione e Terapie
Meditative’, o il training di tecnica Craniosacrale, pieno di novità, o il
‘Training for Trainers’ focalizzato sul coaching...
alcuni dei quali prevedono anche la possibilità di risiedere all’interno del
Meditation Resort.
Nessuno dei visitatori del Resort – vuoi qui per
la prima volta, o ritornato per una breve vacanza ristoratrice, o impegnato
magari in un training di un paio di mesi – si dimentica comunque di celebrare e
divertirsi! Ci sono party quasi tutte le sere, più o meno regolarmente
distribuiti fra l’area della Plaza e il giardino adiacente il nuovo Auditorium,
la cui sala è insonorizzata per cui la musica può continuare fino a notte
fonda: la disco dell’11 dicembre è andata avanti fino alle 3 di mattina!
Il grande afflusso internazionale di visitatori
(al momento ce ne sono da più di cinquanta nazioni diverse) rende veramente
divertenti e variegati gli spettacoli di arte varia organizzati dalle Performing Arts – la sezione che si
occupa di workshop sulla voce, il canto e l’espressione. Nell’ultimo varietà,
tenuto alla Plaza, si sono alternati divertenti scenette, pezzi d’opera
interpretati da una mezzo soprano russa, esibizioni di Flamenco, romantici
motivi di Gershwin, danze indiane tradizionali – e anche un po’ meno
tradizionali, al ritmo scatenato del bhangra
– per finire con una performance di Asho, ormai la regina locale della stick
dance, che faceva ruotare velocissima i suoi psichedelici bastoni fosforescenti
al ritmo della tecno.
E comunque per divertirsi, ballare, celebrare non
c’è certo bisogno di organizzare eventi speciali: alla minima occasione – basta
anche solo la presentazione di un nuovo libro – si vedono centinaia di festanti
meditatori che ballano con musica dal vivo nello spazio aperto della Buddha
Hall.
E DIO? TACE!
Recentemente il papa ci
ha comunicato – era sulle prime pagine di moltissimi giornali, che all'interno
riportavano dotte analisi e i commenti degli appositi maitres a penser – che
dio tace perché disgustato dall'agire dell'uomo. Sorgono subito alcune
domande... E da quand'è che non ci parla più? A meno che non si vogliano
prendere sul serio i vari telepredicatori statunitensi che vanno in televisione
ad annunciare, belli belli: "Dio mi ha appena detto che dovete mandarmi
più soldi!"... o addirittura quelli che sentono spesso la voce di dio, ma
sono più casi psichiatrici che da dibattito teologico, risulta che gli ultimi
colloqui "omologati" risalgono ai tempi lontani dell'Antico
Testamento: Mosè, Abramo e contemporanei... insomma è un bel po' di tempo che
dio non dice più niente.
E com'è che il papa se ne accorge – o ce lo
dice – solo adesso?
"Dio sembra essersi
rinchiuso nel suo cielo, quasi disgustato dall'agire dell'umanità," dice
il papa. Viene da chiedersi: ma non era il dio dell'amore, del perdono, quello
che ha persino inviato sulla terra il figlio a immolarsi sulla croce e
"morire per noi"? Non era questo il messaggio nuovo del
cristianesimo, in contrapposizione al "dio della vendetta' dell'Antico
Testamento, a quella figura sempre un po' incazzata, che se la prendeva subito
e non ci pensava due volte prima di distruggere qualche città o di mandare
carestie e pestilenze?
A sentire ancora di
queste affermazioni viene proprio voglia di dire che sarebbe ora di crescere, e
smetterla con tutte queste proiezioni infantili di una figura paterna e
onnipotente, al quale demandare tutte le nostre responsabilità – un papà che ci
dà premi e castighi, o che ci tiene il muso e smette di parlarci, offeso, se
non facciamo i bravi.
Sicuramente non è dal
sentirci in colpa verso un dio padre che nascerà la spinta a risolvere gli
innegabili, grossi problemi che stanno di fronte all'umanità. Nessuno sembra
poi accorgersi, e il papa tantomeno, che molti di questi problemi nascono
proprio dal fatto che ci siamo creati, e iniziato ad adorare, questa
proiezione: dio. I terroristi islamici si sacrificano nel nome di dio... al
Mullah Omar, la guida spirituale dei Talebani, dio appariva in sogno. Il
presidente americano che – con una guerra qui e un bombardamento là – ci tiene
tanto a farsi passare per paladino e salvatore del mondo, è un cristiano
`rinato' e ringrazia in TV la sua mamma per avergli instillato la fede in dio.
E poi, per tornare ai luoghi dove sembra sia iniziata tutta questa faccenda, si
assiste al dramma di un "popolo eletto" (da dio) che, finalmente
tornato alla "terra promessa" (da dio), non riesce proprio a
convivere coi suoi vicini – loro chiamano dio con un altro nome!
Insomma, con tutti i
fanatismi religiosi che ci tiriamo dietro da migliaia d'anni, sembra proprio
che, oltre che un'ipotesi non dimostrata – come dice Osho – questo dio sia
un'ipotesi chiaramente molto pericolosa.
Meno male che almeno non
parla più.
SEMPRE CON TE
I Tarocchi Zen di Osho,
come sai, non ti predicono di certo il futuro, ma possono aiutarti a veder
meglio il presente: uno specchio del fitto tessuto di relazioni, situazioni ed
eventi che vivi – di quanto esiste dentro di te sotto forma di emozioni,
pensieri e sentire. Ti è mai capitato di fare un bell'incontro, importante, e
desiderare di avere con te il tuo mazzo di tarocchi, per poter
"vedere" subito come mai sei rimasto così colpito da quella persona?
O essere `on the road', in un momento di pausa, a riflettere sulla vita e avere
magari un'intuizione che vorresti approfondire...
Be', ora puoi avere
sempre con te, senza problemi di peso o ingombro, i tuoi tarocchi: con la
versione elettronica per Palm OS li puoi consultare quando vuoi sul tuo
palmare. E non è la "macchina" a scegliere la tua carta del momento,
o quelle per la tua storia d'amore... sei tu. Per saperne di più e scaricare
una versione gratuita di prova, anche in italiano, vai su www.osho.com nella sezione negozio e quindi
"tarocchi".
LIBERI DENTRO
È ora anche un sito web:
www.liberidentro.it con materiale nuovo e interessante su questa importante
esperienza che da alcuni anni sta portando la meditazione nelle carceri. Val la
pena di andarlo a guardare, anche perché l'associazione Sammasati, da cui nasce
questo progetto, cerca contatti per espandere in tutta Italia questa
esperienza.
DAL 2002 AL 2003
Grande festa per
l'arrivo dell'anno nuovo, qui all'Osho Meditation Resort di Pune. Una festa di
luci e colori: tutti gli alberi del grande giardino di Meera (la zona del
Resort dove si trova il nuovo Osho Auditorium) erano stati fin dai giorni
precedenti decorati con migliaia di lucine colorate che ne sottolineavano le
forme maestose, e davano loro un'aria al contempo magica e sbarazzina. Festoni
coloratissimi, poi, tutt'intorno l'area del party vero e proprio, che aveva il
suo epicentro musicale nel palco approntato sulla piazza antistante la nuova piramide.
Lì si sono succeduti fino alle 4 di mattina del nuovo anno i vari D J e, prima
di mezzanotte, gli ormai mitici Spice Boys (che mantengono intatta la loro
prorompente carica... e anche tutto il loro sexappeal, persino se per alcuni di
loro i cinquant'anni sono solo un ricordo) hanno incontrato le Backstreet
Girls: uno spettacolino scatenato e divertentissimo, che ha mischiato brani
musicali dei gruppi "d'origine" con situazioni improvvisate; c'era
persino un video, sul grande schermo dietro il palco, che li mostrava durante
le prove – esilaranti – e in giro per il Resort a tentare di coinvolgere
innocenti visitatori nei loro balletti e canzoncine. E poi, anche in zone
diverse del party – c'era davvero un pienone – altre attrazioni: una mezza
dozzina di danzatori del fuoco che facevano roteare con grande maestria, e
sprezzo del pericolo, i loro poa infuocati e un concorso per il costume più
bello (primo premio una notte alla Guesthouse).
Esotici chioschetti di
cucina fusion (specialità soprattutto giapponesi e indiane) rendevano ancora
più variegate le offerte culinarie... e il self service non ci ha fatto mancare
lasagne e pizza! Un grande bar si occupava degli assetati... e del rituale
spumante di mezzanotte. Atmosfera diversa all'interno dell'Auditorium, dove era
stato approntato una spazio chili in, come per aiutare gli Zorba a scoprire in
sé anche il Buddha: luci
diffuse, musica tranquilla e meditativa, belle immagini del mondo della natura
che scorrevano sullo schermo... e non pochi hanno scelto di salutare l'arrivo
del nuovo anno – mentre fuori saltavano i tappi e fervevano i brindisi – con
una dolce meditazione dal Vigyan Bhairav Tantra guidata da Shunyo.
Il giorno dopo... la
celebrazione è andata avanti: prima con la meditazione della risata – con cui
or mai "da sempre" si inizia
il nuovo anno qui al Resort – seguita da uno splendido e ricchissimo brunch.
Nel pomeriggio un momento di emozione e raccoglimento nella visita alle stanze
di Osho, riaperte per l'occasione. E in serata una cena tranquilla,
accompagnati da Deva Rafeek, italiano, che eseguiva le sue canzoni alla
chitarra... e un bel film all'Auditorium.
LIBRI A ZONZO
Negli ultimi tempi il
mondo dei libri è colpito da uno strano vento, o flusso: il bookcrossing. E un
fenomeno che concretizza l'elemento fondamentale di qualsiasi successo
editoriale: il passaparola. In cosa consiste? Nell'abbandonare un libro amato
in un luogo pubblico, in modo che qualsiasi sconosciuto lo possa trovare,
leggere... e abbandonare a sua volta nelle mani di un altro volto ignoto. A
dare il via a questa iniziativa è stato l'americano Ron Hornbaker che un paio
d'anni fa aprì un sito (www.bookcrossing.com) dove ci si può iscrivere e
addirittura scaricare l'apposita fascetta da incollare al volume... ma queste sono
già cose troppo organizzate.
Di questa idea si
potrebbe prendere... l'idea, appunto, che armonizza in maniera stupenda il
regalo, la circolazione gratuita di libri, la casualità e la sistematicità
nella diffusione di comprensioni di vita e di saggezza. Perché non applicare
questa idea ai libri di Osho e dare vita a un nuovo processo di condivisione
che echeggi la casualità dell'incontro con i libri di Osho, che a sentire i
racconti di molti, accompagna spessissimo l'esperienza personale. Consigliare
ad altri i propri libri preferiti, regalarli, sono atti spontanei, consueti: è
un modo per aprirsi ai propri amici, alle persone che amiamo... perché non
tentare questa apertura con uno sconosciuto? Lo si può fare con una edizione
economica, magari scrivendo nella prima pagina due righe di accompagnamento al
regalo (perché il libro è così importante per te... ecc.) e confidare
nell'ignoto: facilmente la persona giusta troverà quell'insolito dono... al
momento giusto.
OSHO DOVUNQUE
Anche dove, magari, uno
meno se lo aspetterebbe. Di questi tempi, soprattutto, che in un paese
islamico, l'Iran, siano già stati pubblicati 40 titoli di Osho... è proprio una
bella notizia, e aiuta un po' anche noi a vedere il mondo con occhi diversi. I
visitatori iraniani qui al Resort per il momento sono rari, ma chi arriva –
oltre a portare le ultime edizioni – racconta anche di un interesse per Osho
che si sta diffondendo: scaffali riservati ai suoi libri in alcune librerie
della capitale, titoli giunti ormai alla sesta edizione e persino un paio di
siti web dedicati al suo lavoro e alle sue tecniche di meditazione – c'è anche
il progetto di aggiungere l'iraniano alle ormai 13 lingue di osho.com.
Una domanda che
prima o poi tutti gli amanti si pongono, senza neppure soffermarsi un istante a
considerare quelle due semplici parole: vero e amore. ed è proprio lì che si
nasconde la possibile risposta. finché non si è veri, non ha senso parlare di
vero amore. finché non si è in grado di amare non ha senso parlare di verità.
questo non significa rinunciare alle nostre relazioni, ma viverle con la
chiarezza che in gioco non sono la verità e l’amore – che verranno quando sarà
il momento – ma il sonno della coscienza e la necessità di svegliarsi. i brani
che abbiamo selezionato (alcuni tratti da darshan diaries colloqui diretti fra
osho e ricercatori spirituali, che spesso gli parlavano dei propri problemi di
coppia) sono uno stimolo in questa direzione, con tanti suggerimenti su come
vivere le nostre relazioni alla luce di una maggiore consapevolezza.
Osho, come faccio a sapere se una donna è davvero innamorata
di me oppure sta fingendo?
È difficile! Nessuno è mai
stato in grado di farlo – perché, in realtà, l’amore è un gioco. È la sua
natura! Quindi se continui ad aspettare, e valutare e pensare e analizzare, se
la donna che è innamorata di te sta fingendo oppure è davvero innamorata, non
riuscirai mai ad amare una donna, perché l’amore è una finzione, la finzione
suprema.
Non è necessario
chiedergli di essere reale – basta stare al gioco! È la sua natura. E se ti
interessa troppo la realtà, allora l’amore non fa per te. È un sogno! È una
fantasia – è finzione, romanzo, poesia. Se sei un tenace ricercatore della
realtà, ossessionato dalla realtà, allora l’amore non fa per te – meglio
meditare.
Ma io so che chi mi ha
fatto questa domanda non è un tipo così. Per lui meditare è impossibile,
perlomeno in questa vita! Ha troppi karma
con le donne da completare. Quindi pensa continuamente alla meditazione e
continuamente è coinvolto con questa o quella donna. E le donne con cui sta
vengono da me e mi chiedono: “È davvero innamorato di noi?”. Che fare? E adesso
arriva lui con questa domanda!
Ma è un problema che prima
o poi hanno tutti, perché non esiste un modo per giudicare. Siamo estranei
totali – siamo estranei gli uni agli altri, e i nostri incontri sono
accidentali. Così, lungo la via, all’improvviso ci imbattiamo l’uno nell’altra,
senza sapere chi siamo, senza sapere chi è l’altro. Due estranei che
s’incontrano per strada, che si sentono soli, si prendono per mano – e pensano
di essere innamorati. Di certo hanno bisogno l’uno dell’altra, ma come essere
sicuri che ci sia amore?
È puro caso. Esistono i
bisogni: le persone si sentono sole e hanno bisogno di qualcuno per colmare la
propria solitudine. Lo chiamano amore. Fanno dichiarazioni d’amore, perché è
l’unico modo per catturare l’altro. E anche l’altro parla d’amore, perché è
l’unico modo per averti. Ma chi può sapere se l’amore c’è o no? In realtà,
l’amore è solo un gioco. Sì, la possibilità di un amore reale esiste, ma
succede solo quando non hai bisogno di nessuno – è questa la difficoltà.
Funziona un po’ come le
banche. Se ti rivolgi a una banca e hai bisogno di denaro, non te ne daranno.
Se non hai bisogno di denaro, ne hai abbastanza, verranno loro da te e saranno
sempre disponibili a dartene. Quando non ne hai bisogno, sono pronti a dartene,
quando ne hai bisogno, non sono disposti a dartene.
Quando non hai per niente
bisogno di una persona, quando sei totalmente autosufficiente, quando puoi
stare da solo ed essere immensamente felice, estatico, allora l’amore è
possibile. Ma anche in quel caso non puoi sapere con certezza se l’amore
dell’altro è reale o no – puoi avere la certezza di una sola cosa: la realtà
del tuo amore. Come puoi essere
sicuro dell’altro? Ma non è neppure necessario.
Questo cruccio continuo –
se l’amore dell’altro è reale oppure no – indica semplicemente una cosa: il tuo
amore non è reale. Altrimenti, a chi importa? Goditelo finché dura! State insieme
fin quando vi è possibile stare insieme! È una finzione, ma avete bisogno di
finzioni. Nietzsche diceva che l’uomo non può vivere senza bugie, non può
vivere con la verità. La verità sarebbe troppo da sopportare, da tollerare.
Avete bisogno di bugie. Le bugie, in maniera sottile, lubrificano il vostro
sistema, sono dei lubrificanti. Mm? Vedi una donna e dici: “Che bella! Non ho
mai incontrato una persona così bella”. Queste sono bugie lubrificanti – e lo
sai!
Hai detto la stessa cosa
ad altre donne prima, e sai che la ripeterai ad altre donne in futuro. E anche
la donna ti dice che sei l’unico uomo ad averla mai attirata. Si tratta di
bugie. Dietro queste bugie non c’è che il bisogno. Vuoi che la donna stia con
te per riempire il tuo buco interiore, vuoi colmare il tuo vuoto interiore con
la sua presenza. Anche lei lo vuole. Entrambi tentate di usare l’altro per i
vostri scopi.
È per questo che gli
amanti, quelli che chiamiamo amanti, sono sempre in conflitto – perché nessuno
vuole essere usato, perché quando usi una persona, essa diventa un oggetto, la
riduci a una cosa, utile. Ogni donna, dopo aver fatto l’amore con un uomo, si
sente un po’ triste, delusa, tradita, perché l’uomo si gira dall’altra parte e
si mette a dormire – quando è finito è finito!
Molte donne mi hanno detto
che piangono e si disperano dopo che l’uomo, il loro uomo, ha fatto l’amore con
loro – perché dopo non mostra più alcun interesse. Il suo interesse riguarda
solo un bisogno particolare, poi si gira e dorme. Non gli interessa neppure
sapere cosa è accaduto alla donna. E anche gli uomini si sentono imbrogliati. A
poco a poco, iniziano a sospettare che la donna li ami per qualche altro motivo
– per i soldi, il potere, la sicurezza. L’interesse potrebbe essere economico –
comunque non è amore. Ma è la realtà. È così che può essere, e può essere solo
così!
Per come sei, quasi
addormentato, in perenne stato di trance, di sonnambulismo, può essere solo
così. Non preoccuparti se la donna ti ama davvero o no. Finché dormi avrai
bisogno dell’amore di qualcuno – anche se è falso, ne avrai bisogno. Goditelo!
Non angosciarti! E cerca di diventare sempre più sveglio. Un giorno, quando
sarai pienamente sveglio, sarai in grado di amare – ma allora sarai sicuro solo
del tuo amore. E sarà sufficiente! Perché preoccuparsi? Ora non vuoi usare gli
altri. Quando sei in uno stato di beatitudine da solo, non desideri usare
nessuno. Vuoi solo condividere. Hai così tanto, trabocchi al punto di volere
che qualcun altro lo condivida. E sarai grato a chiunque sia pronto a ricevere.
Chiuso! Quello è il punto d’arrivo. Ora come ora, ti preoccupi troppo del fatto
che l’altro ti ami davvero perché non sei sicuro del tuo amore. Prima cosa. E
poi non sei sicuro del tuo valore. Non riesci a credere che qualcuno possa amarti
davvero. Non vedi nulla dentro di te. Sei incapace di amare te stesso – come
può amarti un altro? Ti sembra irreale, impossibile.
Ami te stesso? Non ti sei
neppure posto la domanda. Le persone odiano se stesse. Si condannano –
continuano a condannarsi, sono convinte di essere marce. Come farà un altro ad
amarti? Una persona così depravata. No, nessuno ti può amare davvero. L’altro
ti sta ingannando, sta fingendo, deve esserci un motivo diverso. Lei deve
essere alla ricerca di qualcos’altro, lui deve essere alla ricerca di
qualcos’altro. Questo succede di continuo. Per come ti conosci, l’amore è
proprio fuori questione. Sai di essere marcio, di non valere nulla – l’amore è
proprio fuori questione. E quando una donna ti si avvicina e ti dice che ti adora,
non riesci a fidarti. Quando ti avvicini a una donna e le dici che l’adori,
mentre lei odia se stessa, come farà a crederti? È l’odio di sé che crea
l’angoscia.
Non esiste modo per essere
sicuri dell’altro – prima di tutto sii certo di te stesso. E una persona che è
certa di se stessa, è anche certa del mondo intero. Una sicurezza raggiunta nel
centro più intimo diventa una sicurezza riguardo tutto ciò che fai e che ti
succede. Equilibrato, centrato, radicato in te stesso, non ti preoccupi mai di
queste cose. Accetti. Se qualcuno ti ama, lo accetti perché ami te stesso. Se
sei felice da solo, e qualcun altro è felice – bene! Non ti dà alla testa, non
ti rende eccessivamente superbo. Tu, semplicemente, godi di te stesso, e se
anche qualcun altro ti trova interessante – bene!
Finché dura, vivi questa
finzione nel miglior modo possibile – non durerà per sempre. E anche da qui
nasce un problema. Quando un amore finisce, subito pensi che era falso – per
questo è finito. No, non necessariamente. Poteva contenere qualche bagliore di
verità, ma entrambi siete stati incapaci di mantenere quella verità. L’avete
uccisa. C’era – voi l’avete annientata. Non eravate capaci d’amare. Avevate
bisogno dell’amore, ma non eravate in grado di amare. È così: incontri un uomo
o una donna, le cose vanno bene, filano lisce, è fantastico, bellissimo –
all’inizio. Nel momento in cui vi sistemate, le cose cominciano ad andare
storte, a guastarsi. Più siete sistemati, più aumentano i conflitti. È questo
che uccide l’amore. Per come la vedo io, ogni amore, all’inizio, contiene un
raggio di luce, ma gli amanti lo distruggono. Saltano su quel raggio di luce
con tutta la loro oscurità. Gli saltano sopra e lo distruggono. E una volta
distrutto, pensano che fosse falso. Lo hanno ucciso! Non era falso – i falsi
erano loro. Il raggio era autentico, reale.
Quindi non preoccuparti
dell’altro, non preoccuparti della realtà o meno dell’amore. Finché c’è,
gioiscine. Anche se è un sogno, va bene sognarlo. E diventa sempre più vigile e
consapevole, così da spezzare il sonno. Quando sei consapevole, nel tuo cuore
sorgerà un tipo di amore totalmente diverso – che è assolutamente vero, che
appartiene all’eternità. Non si tratta però di un bisogno – è un lusso. Ne hai
così tanto che desideri qualcuno con cui condividerlo. Proprio come le nuvole
quando sono cariche di pioggia: vorrebbero riversarsi ovunque, su chiunque. E a
loro non interessa se piovono su un sentiero di montagna, o su un terreno
roccioso, o su un terreno fertile assetato – non se ne curano. Piovono sulle
rocce, sul terreno fertile, su tutti – buoni e cattivi, assetati e non
assetati, richieste o non richieste. Perché ora non si tratta di un bisogno,
ora la questione è che sei troppo pieno e devi condividere.
Io vi amo – non perché ho
bisogno. Vi amo semplicemente perché cos’altro posso fare ora? È lì, e io
vorrei solo riversarlo su di voi, e continuo a farlo – incondizionatamente.
Quando sei consapevole,
non hai bisogno dell’amore. Quando non hai bisogno dell’amore, diventi capace
di amare. È un paradosso. Quando hai bisogno, non ne sei capace.
E in questo stato di
sonno, pieno di bisogni e desideri, continui a incespicare. Nell’oscurità del
desiderio, nella follia della passione, nella nebbia e nello smog in cui
brancoli, non preoccuparti troppo se l’altro ti ama davvero o no. Ora come ora,
a te non può accadere il reale. Il reale accade solo alle persone reali.
Gurdjieff era solito dire: “Non cercare la realtà, diventa reale!”, perché il
reale accade solo alle persone reali. Alle persone irreali accadono solo
finzioni.
tratto
da: Osho, A Sudden Clash of
Thunder # 4
L'amore basta a se stesso
L’amore non ha bisogno di ricevere
sostegno, è lui a sostenere te. Se ti sostiene, benissimo, se non ti nutre più,
è finito. è meglio ammetterlo, dirsi addio e proseguire.
Osho è a
colloquio con una madre di due figlie piccole, che gli dice: “Sento che non ho
più energia per continuare a portare avanti né te, né l’amore... o il lavoro o
la relazione. Posso occuparmene nel momento, ma non posso continuare a dare
energia… alla mia famiglia… alla mia storia d’amore”.
In realtà quello che ti sta accadendo è una cosa
molto bella. Spaventa, fa paura, perché non sai come gestirla, ma è una delle
cose più importanti che possono accadere a una persona: vivere nel momento, e
momento per momento.
Non è necessario metterci energia. Qualunque
tentativo di dare energia a qualcosa crea falsità. L’idea stessa che sia
necessario dare energia indica che il passato domina il futuro, che ciò che è
morto domina la realtà vivente. Vivi momento per momento. Se qualcosa merita di
ricevere energia, la riceverà, non sei tu che gliela devi dare. Nel caso debba
essere tu a metterci energia, significa che non la merita. E tu tiri avanti
solo perché hai deciso così.
Qualunque cosa rappresenti una reale passione per
te continuerà. Per esempio, se sei innamorata continuerà, non hai bisogno di
dare energia. Il problema del mantenimento di qualcosa sorge solo quando
l’amore svanisce ma le vecchie promesse sono ancora lì, e tu hai detto cose che
non sono più vere. Ma il tuo ego dice: “Devi mantenerle – sei tu che hai detto
quelle cose”. A quest’uomo avevi detto: “Vivrò e morirò per te”, e ora non
senti nulla per lui. È solo l’ego che dice: “Non venire meno alla tua parola –
mantienila. Il tuo impegno è questo”. Ma così diventi falsa. E poi cerchi di
creare qualcosa che non c’è più, che è svanito. Un fiore che prima esisteva ora
è appassito, e tu fingi che ci sia ancora. È in questo modo che tutti diventano
degli ipocriti.
E prima o poi ti vendicherai sull’altro, perché è
la sua presenza che ti rende falsa. Non potrai mai perdonarlo, e inconsciamente
ti vendicherai, comincerai ad arrabbiarti, una piccola scusa sarà sufficiente
per andare in collera. E non perché l’altro ti abbia fatto qualcosa: il motivo
è che stai fingendo e tutto il tuo essere è contro ogni finzione.
È così che si dovrebbe essere. Ci vuole coraggio.
Non sto dicendo che la relazione deve finire, se esiste davvero continuerà, ma
non sarai tu a doverla nutrire. Al contrario, sarà lei a nutrire te. Questa è
la cosa fondamentale da capire: è meglio ammetterlo, dirsi addio e proseguire.
Non ci si può far nulla.
Se l’amore è scomparso, non lo si può creare sotto
ordinazione. Se non c’è, non c’è. Sì, puoi fingere, puoi continuare a sorridere
e ad abbracciare l’altro, ma tu non ci sei. Per quanto andrà avanti così? E
l’altro comincerà a sentirlo, perché non è l’abbraccio che lo scalda – è
qualcos’altro, dentro… che ora manca. Sorridi, ma il tuo cuore non è lì. Guardi
l’altro eppure non lo guardi, i tuoi occhi sono altrove.
Vivere davvero significa questo: si vive nel
pericolo. E tutti coloro che vogliono vivere devono scegliere questo modo,
altrimenti diventano ombre di se stessi. Non fanno che inscenare una specie di
rappresentazione, di teatro, si limitano a recitare. Le tue azioni non sono
azioni, sono solo recite. Hai tante maschere… ma a cosa ti servono?
Secondo me ti sta accadendo qualcosa di
bellissimo. Sii coraggiosa – segui questa nuova visione, vivila, e ne riceverai
grandi benefici.
Posso capire la tua paura, perché tu conosci solo
il vecchio modo di affrontare le cose. Con questa nuova possibilità non saprai
cosa fare – è un linguaggio nuovo.
tratto da: Osho, The
Madman’s Guide to Enlightenment # 2
Segreti é intimità
La mia relazione
va molto meglio da quando io e il mio ragazzo abbiamo deciso di non avere
segreti tra noi.
Ottimo – non serbate alcun segreto. Se ami una
persona, aprile il tuo cuore completamente, perché anche un segreto
piccolissimo diventa una barriera tra voi. Forse non si vedrà, eppure vi
separa.
Ogni segreto è come un muro. Se lasci cadere tutti
i segreti, immediatamente sei alleggerito e l’altro diventa sempre più vicino.
L’amore non dovrebbe avere segreti. L’intimità è tale che non può tollerare
alcun segreto tra i due. Quindi va benissimo… Apritevi. Di cosa hai paura? Se
ami l’altro, di cosa hai paura?
Ma poiché non amiamo, continuiamo a mantenere dei
segreti. Temiamo che rivelando ogni cosa, l’altro possa non apprezzarci, possa
non amarci – possa andarsene. Ma se deve accadere, accadrà… non è avendo
segreti che si può cambiare qualcosa. In realtà, potrebbe andarsene prima,
perché tu rimani chiuso. Se hai un segreto, non puoi permettere all’altro di
toccare il centro più intimo del tuo essere.
Quindi abbandona i segreti. È questa la bellezza
dell’amore: si possono abbandonare tutti i segreti, ogni forma di riservatezza.
Niente si frappone tra i due, niente. I due possono fluire l’uno nell’altra, e
ne può nascere una comprensione. Ci si sente alleggeriti e puliti.
tratto
da: Osho, Get Out of Your Own Way
Matrimonio & dintorni
“... e poi si sposarono, e vissero a lungo
felici e contenti.” Finiscono così molte fiabe... e iniziano non poche
tragedie. Certo, il matrimonio, visto come la realizzazione di un sogno
romantico, non funziona. Ma può essere qualcosa di diverso?
Osho a
colloquio con una coppia, sono insieme da quattro mesi e lui ha appena detto di
sentirsi sconvolto perché Osho ha affermato di non vederlo molto interessato
alla sua ragazza...
Ma è così, proprio così! E la ragione potrebbe
essere questa: se rimani abbastanza a lungo con una donna non c’è più una
relazione poetica. Le cose si assestano: diventate marito e moglie.
Succede così, e qui da me succede dopo tre,
quattro giorni… dopo sette giorni arriva il divorzio, e questo per le persone
molto convenzionali,... altrimenti anche in un solo giorno, l’amore arriva e se
ne va.
Questo può essere il motivo per il quale non
riesci a fluire con la sua energia. È molto difficile fluire con l’energia con
cui sei già stato, con la donna con cui sei stato, molto difficile. È molto
difficile trovare davvero interessanti, avvincenti il proprio marito, o la
propria moglie... molto difficile. Qualunque altra donna lo può essere molto
facilmente, qualunque altro uomo: il nuovo genera eccitazione. Forse è solo
perché siete abituati alle energie reciproche…
La ragazza
allora dice che la relazione è stata davvero bella: ‘Sento che ci sono luoghi
in cui le nostre energie non si incontrano. Non ci siamo innamorati
perdutamente l’uno dell’altra, ma quello che sta crescendo tra noi è davvero
bello, quindi…’
Mm, continuate! A volte le energie possono non
essere in sintonia, eppure potete amarvi. Non potete essere perdutamente
innamorati, è vero.
…Quando ci si innamora perdutamente di qualcuno,
tutto finisce presto. Diventa troppo romantico, e le storie romantiche non
durano. Quando ti innamori di qualcuno, ma non perdutamente, non follemente, il
romanticismo non c’è – è una cosa più terrena, più concreta, più pratica. Può
durare a lungo, può diventare una cosa molto, molto stabile.
È per questo che in Oriente abbiamo eliminato
l’idea dell’amore. Per molti secoli, in Oriente, l’amore non è stato
necessario, anzi, è stato evitato. Le persone dovevano sposarsi e poi amarsi – non prima amarsi e poi
sposarsi. Se prima arriva l’amore, il matrimonio non può durare a lungo, è
questo il guaio con l’amore. Si spinge molto in alto e tu non puoi rimanere a
lungo a quell’altitudine – prima o poi ripiomberai a terra.
... è questo il dramma dell’America: un matrimonio
d’amore non può avere successo. Un matrimonio d’amore è bello – manda davvero in estasi le persone – ma non può funzionare,
capisci?
Non può diventare un’istituzione, non può creare
una famiglia, la famiglia sarà sempre sull’orlo di una crisi.
Questo è il dilemma umano: il matrimonio funziona,
il matrimonio è pratico… matematico, calcolato – funziona. Va bene per la
famiglia – per i figli, per la società, per lo stato va bene – ma i due
partner non arriveranno mai a toccare le stelle… rimarranno a terra – è quello
che si definisce un matrimonio felice. Un matrimonio felice non è una storia
d’amore veramente bella. Un matrimonio felice vuol dire che le cose vanno bene,
discretamente bene… ma questo discretamente bene non è sufficiente. È qualcosa
di tiepido, confortevole, piacevole, ma non ti fa mai uscire di senno! Può
essere quello il motivo, per voi. Potete rimanere insieme e dar vita a un buon
matrimonio, felice…
Non vi sto dicendo di lasciar perdere, no! Una
volta riconosciuto che le vostre energie non si incontrano, potete fare
qualcosa per aiutarle a incontrarsi. Non è un problema: non è una situazione
irrimediabile. Se non lo sapeste, allora non ci si potrebbe fare nulla. È un
bene: accidentalmente siete arrivati a capire che le vostre energie non si
incontrano. Ora potete fare molto per aiutarle ad incontrarsi.
Ma dovrete farlo con consapevolezza, non si
incontreranno da sole. Tu dovrai andargli incontro un pochino e lui dovrà
venirti incontro un pochino, e dovrete incontrarvi. Dovrete fare un piccolo
sforzo – ma va bene! Non ho niente in contrario: non sto dicendo di lasciarvi.
Provateci per un mese, ma in questo mese metteteci più consapevolezza. Ballate
insieme, per esempio, cantate insieme, fate molte cose insieme. Massaggialo e
lui può massaggiare te, mm? Lasciate che le vostre energie si incontrino e si
mescolino, non solo sessualmente, anche in altri modi! Il massaggio va
benissimo, la danza è ottima, andate a nuotare insieme, tenetevi per mano
nell’acqua, prendete il sole insieme. Fate in modo che le vostre energie si
incontrino in molti altri modi. Il sesso va bene, ma create qualcosa di
multidimensionale. E visto che sapete che le vostre energie non si incontrano,
potete fare qualcosa consapevolmente per creare una situazione in cui comincino
a muoversi. Poiché sapete che non vi incontrate, potete evitare molte
situazioni di conflitto, litigio, contrasto… perché non vi faranno bene. Quando
le energie non si incontrano, litigare è un disastro. Quando le energie si
incontrano davvero, litigare è ok, ce lo si può permettere, la storia lo può
permettere.
Ma se voi cominciate a litigare non c’è molto che
possa tenervi insieme, nulla da mettere in gioco: vi direte addio. Sapendo
questo, potete creare una situazione…
evitate quindi ogni negatività. Non dico mai di evitare la negatività alle
persone innamorate – dico loro di entrarci: arrabbiarsi, litigare, lanciarsi
cuscini e fare qualunque cosa. Ma quando le energie non si incontrano, allora
dovete essere molto attenti: il negativo non può essere consentito. Fate più
cose positive, così da avvicinarvi di più a un’unica vibrazione.
E il solo sesso non sarà sufficiente. Dovrete
incontrarvi in altri modi, non sessuali, e allora accadrà anche con il sesso,
altrimenti il sesso da solo non funzionerà. Ma una cosa va bene: può essere una
relazione stabile… e penso che tu abbia bisogno di qualcosa di stabile. Vero?
Hai avuto tante storie, ora hai anche bisogno di qualcosa di stabile.
tratto da: Osho, The
Further Shore # 20
Tutta una vita
Osho, so che sei contrario al matrimonio, eppure io voglio
sposarmi. Posso avere la tua benedizione?
Io non sono contrario al matrimonio, sono
favorevole all’amore. Se l’amore diventa matrimonio, bene, ma non sperare che
il matrimonio porti amore. È impossibile. L’amore può diventare un matrimonio.
Devi lavorare con grande consapevolezza per trasformare l’amore in matrimonio.
Di solito le persone distruggono l’amore. Fanno di
tutto per distruggerlo e poi soffrono. E si chiedono: “Cosa è andato storto?”.
Sono state loro a distruggerlo – hanno fatto di tutto per distruggerlo.
C’è un fortissimo desiderio e anelito d’amore, ma
l’amore richiede grande consapevolezza. Solo così può raggiungere il suo
culmine, e quel culmine è un matrimonio. Che non c’entra nulla con la legge. È
la fusione di due cuori in una totalità. Sono due persone che si muovono in
sincronicità: questo è il matrimonio.
Ma le persone cercano l’amore e poiché sono
inconsapevoli… la loro aspirazione è giusta, ma il loro amore è pieno di
gelosia, di possessività, di rabbia, di meschinità. Presto lo distruggono. Per
questo da secoli si sono affidate al matrimonio. Meglio cominciare con il
matrimonio, in modo tale che la legge lo protegga dalla distruzione. La
società, il governo, il tribunale, la polizia, il prete, tutti ti
costringeranno a vivere nell’istituzione del matrimonio, e tu sarai solo uno
schiavo. Se il matrimonio è un’istituzione, tu ne diverrai schiavo. Solo gli
schiavi desiderano vivere in un’istituzione.
Il matrimonio è un fenomeno totalmente diverso: è
il picco supremo dell’amore. Allora va bene. Non sono contrario al matrimonio,
sono a favore del matrimonio reale. Sono contrario a quello falso, fittizio,
che attualmente esiste. È un compromesso: ti offre sicurezza, garanzia,
tranquillità, ti fornisce una sistemazione, ma non ti arricchisce in alcun
modo, non ti dà nutrimento.
Quindi se vuoi sposarti nel modo in cui intendo
io… solo in questo caso posso darti la mia benedizione.
Impara ad amare, e rinuncia a tutto quello che si
oppone all’amore. È un compito arduo. È l’arte più difficile dell’esistenza,
essere capaci di amare. Occorrono una sensibilità, una finezza interiore, una
presenza meditativa tali da poter vedere immediatamente come si continua a
distruggere l’amore. Se riesci a evitare di essere distruttivo, se diventi
creativo nella tua relazione, se la nutri, la tieni viva, se riesci a sentire
compassione per l’altro, non solo passione… La passione da sola non può dare
sostegno all’amore, è necessaria la compassione. Se sei in grado di essere
compassionevole verso l’altro, se sei in grado di accettare i suoi limiti, le
sue imperfezioni, se riesci ad accettarlo così com’è, e a continuare ad amarlo
– allora un giorno avverrà il matrimonio. Può richiedere anni. Può richiedere
la vita intera.
tratto
da: Osho, Ah This! # 6
l’A
B C dell’amore
Perché abbiamo
tutti così tanta fame d’amore? Ripercorrendo la storia di ogni individuo
possiamo scoprire dove e quando si è formato questo bisogno, e soprattuto
capire che è necessario operare una vera ‘rivoluzione copernicana’ delle
emozioni: bisogna imparare a dare amore.
Osho, ho esitato a lungo prima di fare questa domanda perché
sembra scaturire dalle profondità del mio inconscio, dove ci sono molte paure.
Negli ultimi quindici anni ho vissuto vari livelli di tensione nell’area del
cuore, ma non ci sono state giustificazioni sul piano fisico.
Va da un dolore così acuto da togliere il fiato e che può
durare per ore, a una leggera sensazione di pressione. Sparisce completamente
quando amo, mi sciolgo, mi lascio andare e quando sono in armonia col mio
corpo. Mi sto reprimendo? Ti sarei grato se potessi fare un po’ di luce su
questo.
Non è un problema fisico;
ha certamente a che fare con il rilassamento, il dissolvimento totale, il
dimenticare completamente se stessi.
Se
scompare in questi momenti, certamente non è una questione fisica.
Per cui devi imparare a
dare più amore. E questo non è soltanto un tuo problema, a diversi livelli lo
abbiamo tutti. Tutti vogliamo essere amati... e questo è un esordio sbagliato.
Tutto parte dal fatto che
il bambino piccolo non può amare, non può parlare, non può fare, non può dare;
può soltanto ricevere. La sua esperienza d’amore è prendere: prendere dalla
madre, dal padre, da fratelli, sorelle, ospiti, estranei – ma sempre soltanto
prendere. Così la prima esperienza che si insinua profondamente nel suo
inconscio è che deve prendere l’amore. Il problema è che tutti siamo stati
bambini, e tutti abbiamo lo stesso bisogno di ricevere amore; nessuno è nato in
modo diverso. Tutti dicono ‘dammi amore’, ma non c’è nessuno pronto a darlo,
perché siamo stati tirati su tutti allo stesso modo.
Bisogna stare attenti,
diventare consapevoli che un semplice incidente dell’infanzia non si trasformi
in uno stato mentale costante. Per cui, invece di domandare ‘dammi amore’,
comincia a dare amore. Dimentica il
prendere, semplicemente dai – e ti garantisco che riceverai molto. Ma non devi
assolutamente pensare al ricevere, nemmeno indirettamente: verificando sotto sotto
se stai ricevendo o no. Già questo crea troppo disturbo. Dai, e basta, perché
dare è molto più bello che ricevere. Questo è uno dei segreti. Dare amore è
un’esperienza talmente meravigliosa che ti trasforma in un imperatore. Ricevere
amore è solo una piccola esperienza da mendicante. Non diventare un mendicante:
almeno per quello che riguarda l’amore diventa imperatore – perché è una
qualità inesauribile in te. Puoi andare avanti a dare, tanto quanto vuoi. Non
avere paura di esaurirti, e di ritrovarti un giorno a dire: “Dio mio, non ho
più amore da dare”. L’amore non ha quantità, ha qualità, un certo tipo di
qualità che cresce col dare, e muore con la repressione. Se sei avaro, muore.
Diventa
prodigo. Non ti preoccupare con chi – perché questa è la via della mente avara:
dare amore soltanto a persone che hanno certe qualità.
Non capisci: quando hai,
sei come una nube carica di pioggia. Alla nube non importa dove spiove – sulle
rocce, nei giardini, nell’oceano – non le importa. Si vuole liberare. E questa
liberazione è un immenso sollievo.
Così il primo segreto è:
non chiederlo, non aspettare, pensando di darlo a chi te lo chiede. Dallo!
La fondatrice del
movimento teosofico, Madame Blavatsky ha avuto una strana abitudine per tutta
la vita – e visse a lungo, viaggiò per tutto il mondo, e creò un movimento
internazionale. In realtà nessun’altra donna è stata così potente e influente
nella storia dell’uomo. Usava portare con sé un sacco pieno di semi di fiori.
Tutto il suo bagaglio consisteva di semi di fiori. Viaggiando in treno
continuava a gettare semi dal finestrino, e la gente chiedeva: “Cosa sta
facendo? Sta portando tanto bagaglio inutile con lei e continua a spandere semi
per mille miglia”.
Lei rispondeva: “Questi
sono semi di fiori, magnifici fiori. Quando l’estate sarà passata e le piogge
arriveranno questi semi diventeranno piante. Presto ci saranno milioni di
fiori. Io stessa non tornerò lungo questa rotta, non li vedrò mai, ma migliaia
di altre persone li vedranno e godranno del loro profumo”.
Infatti riempì quasi tutte
le linee ferroviarie dell’India di fiori, e la gente commentava: “Se non li
vedrà mai, qual è la sua soddisfazione?”.
Lei rispondeva: “La mia
soddisfazione proviene dal dare gioia a tante persone. Non sono un’avara.
Qualunque cosa possa fare per rendere felice e gioiosa la gente la farò, fa
parte del mio amore”. Amava davvero l’umanità, e fece tutto quello che le
sembrava giusto.
Il punto è che non devi
dare qualche cosa di prezioso, giusto una mano per aiutare è sufficiente. Nelle
ventiquattro ore tutto quello che fai, fallo con amore. E il dolore al cuore
passerà. E dato che stai amando così tanto, la gente ti amerà. è una legge
naturale, ricevi quello che dai. In realtà ricevi più di quello che dai.
Impara a dare, e troverai
tante persone che saranno amabili verso di te, anche se prima non ti guardavano
neanche o ti ignoravano. Il tuo problema è che hai il cuore pieno d’amore, ma
ti comporti come un avaro, cosicché l’amore è diventato un peso per il tuo
cuore. Lo hai accumulato, invece di far fiorire il cuore. Così ogni tanto,
quando sei in amore, il dolore scompare. Ma perché solo un momento, perché non
tutti i momenti?
E non riguarda solo gli
esseri viventi, puoi toccare anche una sedia con mano amorevole. La cosa
dipende da te, non dall’oggetto. Troverai un grande rilassamento, un
dissolvimento del sé – che è un peso – e ti dissolverai nel tutto.
È certamente una malattia,
nel senso letterale della parola: non ‘stai bene’ con te stesso. Non è un
malessere in cui il dottore può aiutarti. è semplicemente uno stato di tensione
del tuo cuore che vuole dare di più e di più. Forse tu hai più amore da dare di
altre persone, forse hai questa fortuna, e invece trasformi la tua fortuna in
un grande dolore. Dividilo con gli altri,
senza preoccuparti della persona a cui lo stai dando. Dai, semplicemente,
e troverai un profondo silenzio, e pace. Questa sarà la tua meditazione. Uno può arrivare alla meditazione da molte
direzioni, forse questa sarà la tua.
tratto
da: Osho, Oltre la
psicologia - Oshoba Libri
In
cerca della Luna...
L'amore
ti offre bagliori fuggevoli sulla meditazione: sono i riflessi della Luna sul
lago, sebbene siano solo riflessi e non siano veri. Perciò l'amore non riesce
mai ad appagarti. Di fatto, l'amore ti renderà sempre più insoddisfatto,
scontento. L'amore ti renderà sempre più consapevole di ciò che è possibile, ma
non te lo elargirà. Solo coloro che amano conoscono le gioie della meditazione.
Coloro che non hanno mai amato e non si sono mai sentiti frustrati per amore,
coloro che non si sono mai immersi nel lago dell'amore in cerca della Luna e
non si sono mai sentiti frustrati, costoro non cercheranno mai la Luna vera
lassù nel cielo, non diventeranno mai consapevoli della sua esistenza.
L'amore è una sorta di
vincolo sottile, ma è un'esperienza essenziale, assolutamente essenziale per
matura-re. Nel bel libro di Margery William, The Velveteen Rabbit, c'è una
stupenda definizione della realtà conoscibile attraverso l'amore.
"Cosa vuoi dire
reale?" chiese un giorno il Coniglio. "Significa avere quel ronzio
dentro e una manopola sporgente?"
"Reale non ha nulla
a che vedere con come sei fatto", disse il Cavallo di Pezza. "è una
cosa che ti accade. Quando un bambino ti ama per tanto tempo, e non solo perché
gioca con te, ma ti ama davvero, allora diventi reale."
"Fa male?"
chiese il Coniglio.
"Qualche
volta," disse il Cavallo di Pezza, che diceva sempre la verità.
"Quando sei reale, non ti importa se ti fa male."
"Accade tutto in
una volta, come quando ti feriscono," chiese, "o un pochino alla
volta?"
"Non accade tutto
in una volta," disse il Cavallo di Pezza. "Lo diventi. Ci vuole molto
tempo. Ecco perché non accade spesso a quelli che si rompono facilmente, o
hanno spigoli aguzzi o devono essere maneggiati con cura. In genere, quando
arrivi a diventare reale, ti ritrovi spelacchiato per il troppo amore, gli
occhi ti cadono, hai le giunture allentate e sei logoro. Ma queste cose non
hanno alcuna importanza, perché quando sei reale, non puoi essere brutto,
tranne per quelli che non capiscono. Quando sei reale, non puoi ritornare a
essere irreale. Sei reale per sempre".
L'amore ti rende reale,
altrimenti rimarresti solo una fantasia, un sogno, senza alcuna sostanza.
L'amore ti dà sostanza, l'amore ti dà
integrità, l'amore ti rende centrato.
Ma rappresenta solo metà del
viaggio: devi completare l'altra metà
con la meditazione, con la
consapevolezza. D'altra parte, l'amore ti prepara per la seconda metà del viaggio. L'amore è la prima metà e la
consapevolezza è la seconda metà, la parte finale. Tra queste due metà, raggiungi il divino. Tra l'amore e la
consapevolezza, tra queste due sponde, scorre
il fiume dell'essere. Non evitare
l'amore... l'amore prepara il terreno e, nel terreno dell'amore, può crescere il seme della meditazione – solo nel terreno dell'amore.
TRATTO DA: Osho, Il Cuore Celeste, NSC ed.
Sosan da solo basta e avanza
“Se dovessi salvare solo due libri,” dice
Osho “dall’intero mondo dei mistici, uno sarebbe il Hsin Hsin Ming di Sosan,
dal mondo dello Zen, il sentiero della consapevolezza. Contiene la quintessenza
dello Zen, la via della consapevolezza e della meditazione”.
Sosan non è
un erudito, è un saggio.
Ha penetrato
il mistero, e qualunque cosa egli porti alla luce, ha un grande significato: ti
può trasformare completamente, totalmente. Se lo ascolti, il tuo semplice
ascoltarlo può diventare una trasformazione, perché qualunque cosa egli dica, è
pura come l’oro.
Tuttavia,
anche questo è una difficoltà, perché la distanza tra te e lui è molto vasta:
tu sei una mente, ed egli è una non-mente. Anche se utilizza parole, ti sta
dicendo qualcosa in silenzio; tu, dentro di te, continui a chiacchierare, anche
se rimani silenzioso. Quando parla un uomo come Sosan, il suo parlare avviene
su un piano totalmente diverso. A lui non interessa parlare; non gli interessa
influenzare nessuno; non cerca di convincerti di una teoria, o di una
filosofia… Niente affatto, quando egli parla, è il fiorire del suo silenzio.
Quando parla, dice quello che sa, e che vorrebbe condividere con te. Ricorda,
non parla per convincerti: lo fa solo per condividere con te. E se riesci a
comprendere anche una sola sua parola, dentro di te sentirai diffondersi un
tremendo silenzio.
tratto da: Osho, Il Libro del Nulla Ed. Mediterranee
il commento di Osho al Hsin Hsin Ming di Sosan
Sosan è il terzo patriarca
dello Zen, vissuto in Giappone nel sesto secolo, discepolo di Ikkyu (Eka),
discepolo a sua volta del grande Bodhidharma.
“Di lui si conosce molto poco, ed è assolutamente
naturale che sia così”dice Osho” perché la storia registra solo le violenze. La
storia non registra il silenzio, non lo può documentare. Tutte le annotazioni
storiche si riferiscono a eventi tumultuosi. Quando qualcuno diventa totale
silenzio, scompare da ogni archivio, non fa più parte della nostra follia.
Rimase, per tutta la vita, un monaco girovago. Non si fermò mai in un luogo
preciso; era sempre di passaggio, in cammino, in movimento. Era un fiume; non
uno stagno, fisso e statico. Era costante movimento: questo è il significato
dei discepoli itineranti di Buddha. Dovevano rimanere senza dimora, non solo
nel mondo esterno, ma anche nel mondo interiore; perché non appena rendi un
luogo la tua dimora, ne rimani attaccato. Dovevano rimanere senza radici: la
loro unica dimora era questo intero universo. Anche da illuminato, Sosan
mantenne le sue abitudini di mendicante. Era un uomo qualunque, l’uomo del Tao,
senza particolari caratteristiche che lo mettessero in evidenza”.
Osho parla del Hsin
Hsin Ming – nell’illustrazione le correzioni autografe di Osho sulla
sua copia personale – anche ne “I libri che ho amato:”...è un libro così
minuscolo… le poche parole di Sosan restano di gran lunga le più intense e più
significative: vanno dritte al cuore. È un libro incredibilmente bello, ogni
parola è d’oro. Non posso concepirne una sola che possa essere cancellata. È
esattamente ciò che occorre... Sosan dev’essere stato un uomo terribilmente
logico, per lo meno mentre scriveva il Hsin Hsin Ming. Ne ho parlato, e i
momenti più grandi sono stati quelli in cui ho parlato di Sosan. Ho parlato e
al tempo stesso sono stato in silenzio… ho parlato e tuttavia non ho parlato,
perché Sosan può essere spiegato solo tramite il silenzio. Non era un uomo di
parole, era un uomo del silenzio. Parlò il minimo necessario”.
Osho......ma chi é veramente ?
È in uscita in questi giorni nelle librerie
Osho: Una vertigine chiamata vita –
L'autobiografia di un mistico spiritualmente scorretto (Edizioni Mondadori), un libro che sicuramente aiuta a
rispondere a questa domanda. È una domanda che ci porta lontano… o per meglio
dire, vicino, molto vicino: proprio dentro di noi.
Certo non è facile tentare di rispondere a una
simile domanda nei riguardi di chi ha detto di scrivere, sul suo samadhi – il luogo dove sono raccolte le
sue ceneri – “Mai nato, mai morto, ha solo visitato questo pianeta Terra fra
l’11 dicembre del 1931 e il 19 gennaio 1990”!
Di lui hanno detto e scritto di tutto: il più
grande eretico, un ciarlatano, la più grande intelligenza nella storia
dell’umanità, un anarchico, il più grande maestro Zen, un grande mistico… e
così via. È stato visto sia come l’anticristo – come il diavolo incarnato,
persino – sia come il messia di questi tempi moderni. Come ‘il guru dalle
99 Rolls-Royce’ o come ‘il più grande buddha che mai abbia camminato sulla
terra’...
È chiaro che non si tratta, a questo punto, di
scegliere una definizione piuttosto che un’altra, Osho stesso spiega la sua
contradditorietà: ‘Io sono coerentemente incoerente, questa è la mia coerenza.
Ecco perché non posso definire me stesso: la definizione di oggi potrebbe non
adattarsi più domani. Non mi posso definire, perché sarebbe come definire una
nuvola, o un oceano, o un albero in crescita, o un bambino. Io cambio
continuamente, perché il mutamento è l’anima stessa della vita. Fatta eccezione
per il cambiamento, nulla è eterno. No, non mi potete etichettare: non sono un
oggetto. Io sono un fiume, una nuvola che cambia continuamente la sua forma. La
mia idea di consistenza è radicata in questo continuo mutare, in questa danza
dinamica che ha nome vita...’
Ecco perché alla fine, dice sempre Osho,
arriveremo a sapere veramente chi è lui solo quando avremo davvero scoperto chi siamo noi.
Io non sono e non sto facendo niente,
proprio niente. Ma qui sta accadendo qualcosa, sta accadendo qualcosa di
incredibile – questa è un’altra storia, un accadimento che non è prodotto dal
mio fare.
Io non sono.
Quando dico questo,
intendo dire che in me non c’è alcuna personalità, nessuna persona, c’è solo
una presenza. La presenza senza la persona sembra perlopiù un’assenza. È
un’assenza. La persona è assente.
Io sono solo una canna di
bambù cava, e se udite uscire da me una musica, allora deve provenire dal
divino. Quella musica non è mia e non ha niente a che fare con me. Io non ci
sono, sono totalmente scomparso; questa è l’illuminazione. È ciò che Atisha
chiama bodhichitta.
Ma le cose stanno
accadendo, accadono sempre. Ogni volta che una persona scompare e diventa una
presenza, cominciano ad accaderle intorno cose immensamente valide. Entra in
funzione una grande sincronicità. Coloro che sono abbastanza coraggiosi da
avvicinarsi a una simile presenza, cominciano a cambiare, senza fatica, per
pura grazia: cominciano a diventare esseri totalmente diversi solo rimanendo
nel campo energetico del maestro.
Io non sto facendo niente,
io non sono. Tuttavia mi vedi arrivare, andare, parlare… fare questo e quello.
Per spiegarlo, ti racconto una storia.
Un regista sparge la voce
che sta cercando un attore per interpretare il ruolo di Amleto, nella tragedia
omonima di Shakespeare. L’attore deve essere alto più di un metro e ottanta,
giovane, vigoroso e avere un’eccellente padronanza della lingua inglese.
Il giorno dell’audizione
si presentano molti giovani, alti e belli, ma in mezzo a loro c’è anche un
piccolo, vecchio ebreo, con un pesante accento yiddish. Il regista lo nota immediatamente e gli chiede: “E lei
cosa vuole?”.
L’uomo risponde: “Foglio
ezzere attore. Foglio fare Amleto!”
“È pazzo o mi prende in
giro?” dice il regista. “Lei è alto meno di un metro e mezzo, e poi con
l’accento che si ritrova… Che possibilità ha di avere la parte?”
Il piccolo ebreo insiste:
“Foglio afere qvella parte. Mi tia un’opportunità.”
Alla fine il regista cede:
“Salga sul palcoscenico e provi a interpretare Amleto”.
Il piccolo ebreo salta
subito sul palcoscenico: sembra stranamente più alto e possente, e inizia a
recitare con voce tonante e in perfetto inglese classico: “Essere o non
essere…”
Al termine… nessuno fiata,
sono tutti stupefatti. Il regista commenta: “È incredibile!”
Gli altri attori
esclamano: “Meraviglioso!”
Il
piccolo ebreo si limita a scrollare le spalle e dire: “Qvesta è zolo recita!”1
Sono un invito per tutti
coloro che sono alla ricerca, e hanno nel loro cuore una profonda aspirazione,
desiderano trovare la loro dimora.
Io sono una risposta alla
domanda che ognuno di noi è, ma che non è in grado di formulare. Una domanda
che assomiglia più a una ricerca che a un interrogativo. È più una sete che non una disquisizione verbale
e mentale. Una sete che si sente in ogni cellula e in ogni fibra del proprio
essere, ma che non si riesce a tradurre in parole, per formulare una domanda.
Io sono una risposta a
quella domanda che non siete in grado di porre e che non vi potete aspettare
venga risolta a parole. Quando dico che io sono la risposta, non intendo dire
che io vi posso dare la risposta. Certo, se siete pronti, potete prenderla: io
non sono altro che un pozzo a vostra disposizione, potete gettarvi il vostro
secchio e prendere l’acqua che vi serve. Ne sono pieno, ma non vi posso
raggiungere se non fate voi uno sforzo: solo voi potete arrivare fino a me.
È uno strano invito. Vi
porterà a un pellegrinaggio interminabile che finirà solo dove già vi trovate.
Dovrete camminare a lungo su sentieri infiniti, solo per giungere a voi stessi. Solo perché vi siete
allontanati all’infinito da voi stessi. Avete completamente scordato la via del
ritorno. Io sono un monito, un ricordo, della dimora perduta.
In quanto persona non
esisto. Sembro solo essere una persona. Io esisto in quanto presenza. Il giorno
in cui sono giunto a conoscere me stesso, la persona è scomparsa. Esiste solo
una presenza... una presenza vitalissima che può dissetarvi, che può realizzare
le vostre aspirazioni.
Per questo, in una parola,
posso dire di essere un invito.
Lo sono, ovviamente, solo
per coloro che hanno nel cuore una profonda aspirazione… uno stimolo profondo a
trovare se stessi, sentono che ogni altra cosa, altrimenti, sarebbe priva di
significato.
Lo sono solo se questo è
il vostro interesse a priori, la vostra preoccupazione assoluta, al punto che
siete pronti a rischiare tutto, ma non potete accantonare quella aspirazione.
Esistono migliaia di
desideri, ma l’aspirazione è una sola: tornare a casa. Trovare la vostra
realtà… e in quella rivelazione scoprite tutto ciò che ha valore: la
beatitudine, la verità, l’estasi.
Gesù era solito dire: “Se
avete occhi per vedere, guardate. Se avete orecchie per sentire, sentite”.
Ovviamente non parlava a ciechi e a sordi. Parlava a persone come voi. Forse
parlava a voi... poiché nessuno di voi è qui per la prima volta. Voi siete
antichi come lo è l’intera esistenza. Siete sempre stati qui.
Forse avete incrociato
molti maestri, forse vi siete avvicinati a un’infinità di buddha, ma eravate
troppo occupati in cose triviali. Non eravate consapevoli della vostra
aspirazione. Io sono uno sforzo per provocare colui che, dentro di voi, sta
dormendo, di risvegliare il dormiente. Avete in voi un fuoco, ma è molto fioco,
perché non ve ne siete mai curati. Il mio invito è rendervi una fiamma. E se
non arriverete a conoscere una vita luminosa e intensa, tutto il vostro sapere
è solo un inganno. Lo accumulate solo perché vi aiuti a scordare che vi manca
la vera saggezza. Ma per quanto sappiate sull’altro, sul mondo degli oggetti,
sul mondo; nulla potrà mai sostituire la vostra conoscenza del sé.
Conoscendo il vostro sé,
all’improvviso ogni oscurità scompare, svanisce
ogni separazione con l’esistenza.
Io sono un invito a fare
un balzo coraggioso nell’oceano della vita, a perdere voi stessi... perché
questa è l’unica via per arrivare a trovare il vostro essere. 2
brani
di osho tratti da:
1. Il Libro della Consapevolezza, Edizioni del Cigno
2. The Invitation, # 1
PROIEZIONI
Durante i discorsi, ogni tanto, c'è uno scarto improvviso e il
tuo volto mi sembra diabolico. So che si tratta di una proiezione. Cos'ho
dentro di me?
C'è bisogno che sia io a
dirtelo?! In te ci sono entrambi i lati: divino e diabolico. A volte, quando
sei in sintonia con il lato divino, in me vedrai il divino. Poi le cose
cambiano, ed entri in sintonia con il lato diabolico. Allora in me vedrai il
diavolo. Ricorda tuttavia che sei sempre tu. Io sono solo uno specchio, una
situazione per rivelarti a te stesso, tutto qui. Qualunque cosa tu veda, dunque
— meditaci sopra, perché in te deve essere presente la medesima qualità.
Per la mente è molto
facile proiettare e dimenticare che si tratta di una proiezione. Ci sono
persone convinte che io sia davvero il diavolo e altre che credono che io sia
davvero divino. Entrambe stanno considerando reali le loro proiezioni. lo sono
solo un 'io sono'. Sono solo uno specchio, ti mostro il tuo volto. È questa la
funzione del maestro: farti vedere il tuo volto.
Pertanto, qualunque cosa
tu veda, meditala. Se vedi il diavolo, allora cerca di scoprire il diavolo in
te e liberatene. Non pensare che il diavolo è in me, altrimenti non sarai mai
in grado di liberarti dai tuoi demoni. Se è in me, cosa puoi fare tu? Sei
impotente. Se invece è dentro di te, puoi fare qualcosa. Liberartene!
TRATTO DA: Osho, Come Follow To You, Voi 2, # 4
SOLO UNO SPECCHIO
...dipende da te. Se mi
guardi con disponibilità totale, sarò in un modo. Se mi guardi con delle idee,
quelle idee mi daranno un certo colore; se arrivi da me pieno di pregiudizi,
sarò ancora diverso. Sarà il tuo volto a essere riflesso. Dipende quindi da
come mi guardi. lo mi sono dissolto completamente, quindi non posso importi
un'immagine di me. Non ho nulla da importi. C'è solo il nulla, uno specchio.
Ora hai totale libertà.
Se vuoi davvero sapere
chi sono, devi essere assolutamente vuoto, come me. Allora ci saranno due
specchi a riflettersi l'uno nell'altro, e specchieranno solo il vuoto. Sarà il
riflesso di una vacuità infinita: due specchi uno di fronte all'altro. Se
invece hai qualche opinione, in me vedrai la tua opinione.
TRATTO DA: Osho, Come Follow To You, Vol 2, # 4
L’uomo dello ZEN
STRAORDINARIAMENTE
ORDINARIO
L’uomo
dello Zen è molto ordinario, straordinariamente ordinario. È
ordinario al punto che, incontrandolo, è assai probabile che tu non sia in
grado di riconoscerlo. Vive esattamente come te, mangia come te, dorme come te.
In ogni modo possibile, è proprio come te. Per quanto riguarda l’aspetto
esteriore, non è per nulla diverso da te.
Una
differenza certamente esiste, ma è una differenza interiore. Ha una visione interiore, ha chiarezza. Ci vede, mentre tu sei cieco. È
sveglio, e tu dormi. Tu sei ubriaco: ubriaco di avidità, ubriaco di cupidigia,
ubriaco di rabbia, ambizione, ego.
L’uomo
dello Zen semplicemente non è ubriaco, è sobrio. Cammina consapevolmente, siede
consapevolmente: ‘Cammina nello Zen, siede nello Zen’. Non è speciale, in alcun
modo. Non assomiglia agli altri cosiddetti santi. Non si stende su un letto di
spine, o un letto di chiodi, non si mette a testa in giù. Non è stupido, né
esibizionista. Non va in giro nudo per la strada. Non è matto, non è nevrotico!
Vive in maniera molto ordinaria, molto normale.
È
per questo che riconoscere l’uomo dello Zen è la cosa più difficile.
Riconoscere un santo che cammina sull’acqua è facile: palesemente, il suo
essere speciale è ovvio. Ma l’uomo dello Zen non cammina sull’acqua. Non fa
miracoli. Non si dedica ai vani giochi dell’ego. Non è un ego, non è neppure una
persona. È solo una presenza, una non-entità. È un nulla assoluto. Solo quando è un nulla assoluto, un
individuo è ricco di consapevolezza. Qualunque cosa faccia, la fa con totalità.
Solo un uomo che non è ubriaco agisce con totalità. In caso contrario, si
rimane parziali, solo una parte si mette all’opera e contemporaneamente altre
parti possono esserle antagoniste, essere distruttive. Puoi creare qualcosa con
una mano e distruggerla con l’altra. Un ubriaco non sa dove sta andando. Pensa
di essere sulla via giusta, ma è soltanto un sogno.
L’uomo
dello Zen è consapevole in modo assoluto – senza avidità, rabbia, gelosia,
ambizione. Queste sono tutte droghe: ti mantengono in uno stato di sonno. È un
miracolo che tu riesca a barcamenarti con così tanti veleni che ti scorrono nel
sangue, e nel tuo stesso essere. Questa è l’unica differenza, altrimenti, da
fuori, non riuscirai a capirlo. Ci sono dei cosiddetti santi che creano
differenze esteriori perché interiormente non ci sono differenze. Se ne stanno
in piedi nudi, torturano i loro corpi, si mettono a digiunare. Devono
contorcere i loro corpi, maltrattarli. Devono fare qualcosa che li rende
speciali rispetto a te, ‘più santi di te’.
Un uomo dello Zen non è
‘più santo di te’. Non pensa assolutamente di essere più evoluto di te. Vive la
sua natura, in semplicità.
Yoka dice: “L’uomo dello
Zen procede in solitudine”.
Questa è la sua prima
caratteristica. Non appartiene a una psicologia di massa. Non è indù, non è
musulmano, non è cristiano, non è ebreo. Non è indiano, non è giapponese, non è
cinese – non può esserlo. Non appartiene ad alcun gruppo. È solo. È un ribelle.
Vive seguendo la propria luce. Non segue né imita qualcuno. Ha raggiunto la sua
meta.
Qual
è la meta? La meta non è da qualche parte fuori di te. Non è laggiù, remota
come una stella: è dentro di te, è la tua interiorità. Egli è entrato nella sua
interiorità. E l’uomo che ha raggiunto la sua meta…
…
può giocare lungo la via che conduce al Nirvana.
È
giocoso, non è serio. Non può essere serio, la vita nel suo complesso è
un gioco divino, leela, ed egli ne è
una parte. Sta semplicemente recitando il suo ruolo. Recita il suo ruolo nel
migliore dei modi, nella maniera più perfetta possibile, ma sa che il mondo è
un grande palcoscenico, una grandiosa rappresentazione teatrale – ma nulla più.
Quindi non lo prende sul serio.
L’uomo dello Zen è gentile
per natura e armonioso.
Non finge di essere
speciale, è gentile per natura. È molto umano, completamente umano. La sua
umanità è magnifica, intensa, assoluta. Non avanza pretese di sacralità – e
poiché non ha pretese, è sacro. È armonioso. Non è diviso interiormente, non è
costantemente impegnato in una guerra civile. È una melodia, una musica. Se
siedi al suo fianco sarai in grado di sentire quella musica.
Proprio
l’altro giorno mi è stato chiesto: “Osho, ogni volta che mi avvicino a te sento
un profumo particolare. Che profumo è?”. Io non uso profumi – non posso. Chi
l’ha chiesto è un medico, lo sa che sono allergico… la domanda per lui ha
dunque maggiore pertinenza. E dice di sentire sempre lo stesso profumo quando
si trova vicino a me. Quella fragranza non ha nulla a che vedere con un
profumo. È la fragranza dell’armonia, è la musica. Si esprime in molti modi. A
volte la puoi udire
come un suono silenzioso, un mormorio, il
vento che soffia tra i pini, o il suono
dell’acqua che scorre. La sentirai anche
come una musica, e qualche altra volta
ti arriverà come un odore, una fragranza profumata. Oppure la vedrai nella forma di aura, una luce, molto misteriosa.
Ma
l’uomo dello Zen vive semplicemente in armonia, ed è dall’armonia
che prendono forma tutte queste cose. Il suo spirito è
semplice, pulito, puro e sincero. Il suo Zen, che nessuno vede, è un tesoro di
incommensurabile valore.
Puoi vedere il suo corpo,
non puoi vedere il suo Zen. Non puoi vedere la qualità meditativa del suo
essere, non puoi vedere la sua consapevolezza, a meno che anche tu non diventi
consapevole. Puoi conoscere solo quello di cui hai avuto esperienza.
È una benedizione per te
l’essere in grado di sentire un certo profumo. Significa che hai raggiunto una
certa profondità, una certa elevatezza nel tuo essere.
Il suo Zen, che nessuno
vede, è un tesoro dal valore incommensurabile. Il suo gioiello, unico e di
incalcolabile valore, non cambia mai, in qualunque modo lo si usi. E gli altri
ne possono godere i benefici liberamente, in tutte le occasioni.
L’uomo
dello Zen trabocca sempre di gioia. Tu ne puoi favorire. È uno che dà: dona
letizia, dona gioia, dona bellezza, dona verità. Irradia verità, irradia il divino, ma in profondo silenzio… senza alcuna dichiarazione. Riversa incessantemente le sue
benedizioni nell’esistenza. È una
benedizione per il mondo.
tratto da: Osho, Walking in Zen, Sitting in Zen # 4
FUORI TESTO
Un essere umano, proprio come te
A una giornalista che gli chiede: “Chi
sei?”. Osho risponde: “Io sono solo me stesso. Né profeta, né messia, né
cristo. Solo un comune essere umano. Proprio come te”. Nel video, la
giornalista commenta la risposta di Osho, tra l’ilarità dei presenti: “Be’, non
proprio come me...” E Osho replica: “Giusto, non proprio. Tu sei ancora
addormentata. Ma questa non è una gran differenza. Un giorno anch’io ero
addormentato. Un giorno anche tu riuscirai a svegliarti. Ti puoi svegliare in
questo momento, nessuno lo sta impedendo. Quindi la differenza è
insignificante”.
Sempre e solo nel presente
Come vive un illuminato? Quello che fa e
che dice è sotto gli occhi di tutti, ma come funziona dentro? Quali sono i
processi di conoscenza, come sono le sue percezioni, come opera le sue scelte?
Quando Buddha cammina, è nel presente. Non ha
riferimenti con il camminare nel passato. Non cammina riferendosi al passato. È
una necessità attuale, di questo momento,
qui e ora. È spontaneo. Se Buddha ha fame, mangia, ma è spontaneo, qui e
ora. Occorre comprendere la differenza.
Ogni giorno, all’una, tu
mangi. Lo puoi fare in due modi. Guardi l’orologio e immediatamente senti i
morsi della fame. Questa è fame che viene dal passato. Non è spontanea, perché
ogni giorno mangi all’una. L’ora ti ricorda che è il momento di mangiare. Non
solo te lo ricorda, va anche a stimolare il corpo, e il corpo comincia a
sentire la fame. Tu dirai che non basta ricordare per avvertire la fame –
giusto. Ma il corpo segue la mente. Immediatamente al corpo viene rammentato
che è l’una, deve avere fame. Il corpo fa quanto richiesto, e tu senti i morsi
della fame stringerti lo stomaco. Si tratta di fame falsa, creata dal passato.
Se l’orologio facesse solo mezzogiorno, se qualcuno lo avesse messo indietro di
un’ora, tu lo guarderesti e ti diresti che hai ancora un’ora – posso continuare
a lavorare, non ho fame.
Tu vivi tramite il
passato, per abitudine: la fame è un’abitudine, l’amore è un’abitudine, la sete
è un’abitudine, la felicità è un’abitudine, la rabbia è un’abitudine. Vivi in
base al passato. Per questo la tua vita è così insulsa, non ha alcun
significato, né luce, né splendore. È simile a un deserto privo di oasi.
Un buddha vive nella
spontaneità del momento. Se si sente affamato, la sua fame non viene dal
passato. In questo momento, il suo corpo è affamato. La sua fame è reale,
autentica. In questo momento ha sete. La sete è presente, non viene scatenata
dalla mente. Tu vivi attraverso la mente. Buddha non ha mente, la mente è stata
ripulita completamente. Egli vive attraverso il suo essere, qualunque cosa
accada, qualunque cosa senta di fare. Ecco perché individui come Buddha possono
dire: ‘Ora morirò’. Tu non lo puoi dire. Come potresti? Tu non hai mai sentito
nulla in modo spontaneo. Hai fame perché è una certa ora, sei affettuoso perché
ripeti un vecchio modello. In passato non hai incontrato la morte, come potrai
quindi riconoscerla quando arriva? Non sarai in grado di riconoscerla, e la
morte arriverà. Un Buddha riconosce la morte.
Quando la morte arrivò,
Buddha disse ai suoi discepoli: ‘Se avete qualcosa da chiedere, fatelo, perché
sto per morire.’ Un uomo che ha vissuto in modo spontaneo sentirà fame quando
il corpo ha fame, sentirà sete quando il corpo ha sete, sentirà l’avvicinarsi della
morte quando il corpo sta morendo. È davvero strano che le persone muoiano
senza vedere che il corpo sta morendo, non riescono a sentirlo. Sono diventate
troppo insensibili, meccaniche, simili a robot.
La morte è un fenomeno
macroscopico. Se sei in grado di sentire la fame, perché non riesci a sentire
la morte? Se riesci a sentire che il corpo si sta addormentando, perché non
riesci a sentire che il corpo sta per morire? No, non riesci a farlo. Sei in
grado di sentire solo in base al passato, e in passato non c’è stata alcuna
morte, quindi non ne hai esperienza. La mente non ha registrato alcun ricordo,
pertanto, nel momento in cui muori, la morte arriva senza che la mente ne sia
consapevole. Buddha dice: ‘Ora, se avete qualcosa da chiedere, fatelo, poiché
sto per morire’. Poi si siede sotto un albero e muore consapevolmente.
Prima si allontana dal
corpo, poi dai livelli più sottili, i corpi sottili, infine comincia ad andare
dentro di sé. Quattro sono i passi interiori. Buddha non muore a causa della
morte fisica, muore a se stesso. E quando muori a te stesso, c’è una bellezza
particolare, una grazia particolare. Non c’è lotta.
Un uomo consapevole vive
nel presente, non in base al passato. Questa è la differenza: se vivi in base
al passato, crei il futuro, la ruota del karma si muove; se vivi nel presente
non c’è ruota del karma. Ne sei fuori, te ne sei liberato. Non hai creato alcun
futuro.
Il presente non crea mai
il futuro, solo il passato crea il futuro. Allora la vita diventa un fenomeno
momento per momento, senza alcuna continuità con il passato. Vivi questo
momento. Quando questo momento è passato, ci sarà un altro momento. Vivrai
questo altro momento, non in base a quello appena trascorso, ma alla tua
consapevolezza, alla tua attenzione, alla tua percezione, al tuo essere. Allora
non ci saranno preoccupazioni, né sogni, né fantasie sul futuro. Diventi
semplicemente privo di peso, puoi volare. La gravità perde significato. Puoi
aprire le ali, essere un uccello in volo nel cielo, e andare avanti, sempre più
lontano. Non hai bisogno di tornare indietro. Non esiste un luogo a cui
tornare, hai raggiunto un punto di non ritorno.
Se riesci a vivere ogni
istante in maniera consapevole, non accumuli karma, non accumuli ferite, non
accumuli nulla. Vivi una vita liberata… vivi senza gravami. Ripulisci lo
specchio in ogni istante, affinché non raccolga polvere, e lo specchio
rifletterà la vita così com’è.
Vivere una vita liberata,
vivere una vita senza gravità, vivere con le ali, vivere nel cielo aperto… come
un uccello nel cielo! Simile agli uccelli nel cielo che non lasciano tracce… Se
cammini sulla terra, lasci le tue impronte. Un uomo inconsapevole cammina sulla
terra – e non solo sulla terra, ma su un terreno bagnato, lascia le impronte
del passato. Un uomo consapevole vola come un uccello, non lascia impronte nel
cielo, non lascia nulla. Se guardi indietro trovi il cielo, se guardi avanti
trovi il cielo, senza tracce, senza ricordi.
Con questo non intendo
affermare che se un buddha ti conosce non si ricorderà di te. Ha una memoria
esistenziale, ma non psicologica. La sua mente funziona, ma funziona come un
meccanismo separato. Non è identificato con la mente. Se vai da Buddha e gli
dici: “Sono già stato qui, ti ricordi di me?”, egli ricorderà meglio di chiunque
altro, perché non ha pesi inutili. Ha una mente cristallina, trasparente come
uno specchio.
Devi comprendere la
differenza, perché a volte le persone pensano che quando un uomo diventa
perfettamente sveglio e vigile e lascia cadere la mente, dimenticherà tutto.
No, non trattiene nulla, ma ricorda. Funziona meglio, ora: la mente è più
chiara, più trasparente. Ha ricordi esistenziali, ma non psicologici. La
distinzione è molto sottile.
Un esempio: ieri sei
venuto qui ed eri arrabbiato con me. Oggi vieni di nuovo qui e io mi ricorderò
di te, perché sei stato qui ieri. Ricorderò il tuo viso, ti riconoscerò, ma non
mi sentirò ferito per la tua rabbia. Questo è ciò che fai tu. Io non trattengo
la ferita della tua rabbia. Non ho mai permesso che la ferita si formasse in
primo luogo. Se tu eri arrabbiato, era qualcosa che facevi a te stesso, non a
me. Per pura coincidenza io mi trovavo lì. Non reco alcuna ferita. Non mi
comporto come se tu fossi la stessa persona che ieri era arrabbiata. Tra me e
te non ci sarà la rabbia. La rabbia non determinerà la nostra relazione
attuale. Quando la rabbia determina la relazione attuale, si tratta di un
ricordo psicologico, una ferita che si trascina.
E qualunque ricordo
psicologico è un processo di distorsione: puoi essere venuto per chiedere
perdono, e se mi sento ancora ferito, potrei non riuscire a vedere il tuo volto
attuale, a vedere che sei venuto per essere perdonato, che sei venuto per
pentirti. Se vedo il tuo volto di ieri, noterò ancora rabbia nei tuoi occhi, in
te vedrò ancora il nemico; e tu non sei più il nemico, se ti sei pentito. Non
sei riuscito a dormire tutta la notte, e sei venuto a chiedere perdono; ma io
mi comporterò in un certo modo, perché proietterò l’immagine di ieri sul tuo
volto. Quell’immagine distruggerà la possibilità che nasca qualcosa di nuovo.
Non accetterò il tuo pentimento, non accetterò il fatto che tu sia dispiaciuto.
Penserò che stai facendo il furbo. Penserò che nascondi qualcosa, perché la
rabbia, il viso di un uomo arrabbiato è ancora lì, tra me e te. Lo potrei
proiettare in maniera così forte che per te diventa impossibile pentirti.
Oppure, lo potrei proiettare così intensamente che tu dimentichi del tutto di
essere venuto a chiedere perdono. Il mio comportamento
può creare una nuova situazione che ti
fa arrabbiare. E se ti arrabbi, la mia proiezione, confermata, si rafforzerà.
Questa è la memoria psicologica.
La memoria esistenziale va
bene, deve esistere. Buddha deve ricordare i suoi discepoli: Anand è Anand e
Sariputra è Sariputra. Non si confonde mai su chi è Anand e chi Sariputra. Ne
conserva il ricordo, ma è semplicemente una parte del meccanismo cerebrale, che
funziona per conto suo, come se avesse in tasca un computer e il computer
contenesse i ricordi. Il cervello di Buddha è diventato un computer tascabile,
un fenomeno separato. Non interferisce con le sue relazioni. Non se lo porta
sempre dietro. Quando ne ha bisogno lo consulta, ma non è mai identificato.
Quando una persona vive in
piena consapevolezza nel presente – e in piena consapevolezza non puoi vivere
altrove, perché quando sei consapevole esiste solo il presente, il passato e il
futuro non ci sono più – la vita intera diventa un fenomeno del presente,
quindi non si accumulano né karma, né semi del karma. Sei libero dalla tua prigione,
dalla prigione che ti eri creato.
E puoi essere libero. Non
hai bisogno di attendere che prima sia libero il mondo intero. Non hai bisogno
di attendere che il mondo si sia liberato da tutte le sue miserie. Se lo fai,
attenderai invano – non accadrà.
L’essere libero dalla
prigione è un fenomeno interiore. Puoi vivere in totale libertà in un mondo
totalmente privo di libertà. Puoi vivere in totale libertà, persino in un
carcere, non farà differenza, perché è un atteggiamento interiore. Se i tuoi semi
interiori sono spezzati, sei libero. Non puoi rendere prigioniero Buddha. Lo
puoi gettare in prigione, ma non lo potrai mai rendere prigioniero. Vivrà in
quel luogo, vi vivrà in piena consapevolezza. Se sei pienamente consapevole,
sei sempre in moksha, in totale
libertà. La consapevolezza è libertà, l’inconsapevolezza è prigionia.
tratto
da: Osho, Yoga the Alpha
and the Omega vol. 4 # 7
NELLA ZONA
Il Dott. Amrito ci parla dello sviluppo
della meditazione, della scienza dell’interiorità, e del contributo di Osho.
... la mente si ferma, il tempo si ferma... uno spazio magico in cui
tutto sembra essere perfetto, senza che se ne sappia il perché. Gli sportivi lo
definiscono ‘essere nella zona’… anche i musicisti e i meditatori conoscono
questo spazio.
I musicisti conoscono quel
momento in cui la musica sembra quasi arrivare attraverso di loro piuttosto che
essere creata da loro. Chi fa jogging di colpo si ritrova ‘nel gap’. Ai bambini
piace moltissimo roteare su stessi perché hanno la sensazione di scomparire.
Gli arcieri Zen passano anni a far pratica per il colpo perfetto e
improvvisamente, senza alcun preavviso, accade: con uno ‘sforzo senza sforzo’,
la freccia sembra scoccare da sola e andare dritta verso il centro del
bersaglio.
Nel Taoismo lo chiamano wu-wei, azione senza azione.
I meditatori lo chiamano
consapevolezza, attenzione…
Osho descrive così l’origine
della meditazione: molti millenni fa, nell’India ancestrale, la gente si
accorse che al culmine dell’orgasmo sessuale la mente si ferma, il tempo si
ferma, e ti ritrovi in uno splendido spazio vuoto, anche se solo
temporaneamente. Questa osservazione portò questi intrepidi esploratori dei
tempi antichi a porsi nuove domande: È possibile creare questi spazi senza la
presenza di un’altra persona? Come farli durare di più? Esattamente, cos’è che
accade? Proprio come uno sportivo dei giorni nostri potrebbe chiedersi se sia
possibile entrare ‘nella zona’ anche senza giocare tutto il tempo a pallone.
Un po’ alla volta, con
un’ardua sperimentazione, scoprirono l’arte della meditazione. Scoprirono cioè
che osservando i pensieri come se fossero nuvole che passano sullo schermo
della mente, essi cominciano a scomparire. E che osservando le emozioni, esse
si dissolvono. Nel corso della loro ricerca arrivarono a un momento in cui
mente e tempo si fermavano o per così dire ‘scomparivano’, proprio come il
musicista sente che l’esistenza sta suonando la propria musica e lui è solo un tramite. È il ‘bambù cavo’ dello
Zen.
Poi un giorno, uno di questi
ricercatori si ritrovò nella zona per sempre. Lui o lei erano entrati in uno
spazio di totale lasciarsi andare, di assoluto rilassamento, in cui non c’erano
né pensieri né emozioni. Paragonarono questo stato a una sensazione di orgasmo
supremo, di estasi. Si accorsero che, se avevano bisogno di pensare, potevano
farlo. Ma se non ne avevano bisogno, la mente rimaneva silenziosa e potevano
vedere la realtà come è veramente, non ricoperta dalla nebbia della mente.
Potevano scegliere. Per la prima volta un essere umano era diventato
assolutamente consapevole, ciò che la gente in Oriente chiama ‘illuminato’.
Questo stato di
illuminazione divenne il punto focale di tutte le religioni orientali. O, per
meglio dire, proprio intorno a queste persone illuminate nacquero delle
religioni: l’induismo, il giainismo, il buddismo, il taoismo e lo Zen… tutte
descrivevano il medesimo stato. Un mistico Sufi, vedendo la gioia sul viso dei
bambini quando roteavano su se stessi, decise di provare. Andò avanti per
trentasei ore, prima di crollare al suolo... un mucchietto di pura estasi.
Anche lui era ‘nella zona’, per sempre. Persone di questo tipo descrivevano un
senso di unità con l’esistenza, un senso di meraviglia e di reverenza
permanente, uno stato di innocenza in cui ogni momento è il miracoloso dono di
un’esistenza misteriosa, che va vissuto totalmente.
In quella totalità vivevano
ogni momento come se fosse l’ultimo e, nel far questo, rendevano ogni momento
prezioso. E naturalmente scoprirono che il momento successivo nasce sempre dal
momento presente e che, se dai tutto ciò che hai a questo momento, il
successivo avrà ogni probabilità di essere il migliore possibile. La loro coppa
traboccava… Non avevano alcun interesse nel ‘programmare il futuro’ o
‘stabilire degli obiettivi’. Vivere ogni imprevedibile momento con spontaneità
era tutto. Il pellegrinaggio era la meta. Per molti era difficile mettere in
parole quest’esperienza. E la si poteva realmente chiamare un’esperienza?
Anche colui che fa
l’esperienza era scomparso! Si accorsero che era essenzialmente inesprimibile.
Ma sembrava anche ingiusto non cercare di condividere questa estasi. Alcuni
cercarono almeno di accennarvi, come dita puntate verso la luna. Altri
divennero noti come ‘maestri’ che, attraverso le loro parole o gesti,
attraverso il magnetismo della loro presenza, potevano dare ai loro ‘discepoli’
un assaggio di questo ‘aldilà’. Era nata la scienza dell’interiorità. Invece di
sperimentazione e osservazione – che diventarono più tardi i fondamenti della
scienza del mondo esterno – vennero usate l’esperienza diretta e l’attenzione
verso l’interiorità. Invece di cercare di dare un senso all’esistenza
dall’esterno, pretendendo di non farne parte, questi ricercatori si fusero con
l’esistenza ricevendone un’esperienza di prima mano, dall’interno. Invece di
scoprire ‘l’altro’, scoprirono se stessi; invece di scoprire ‘fatti’ – che
rimanevano tali solo finché rimpiazzati dallo scienziato successivo –
scoprirono la verità e ne compresero l’eternità. Ed erano raggianti.
Ma i tempi cambiarono, la
popolazione crebbe e le carestie divennero un fatto ricorrente. La vita divenne
più dura. Bisognava pensare a come nutrire il corpo prima di poter badare
all’anima. E comunque la scienza del mondo esterno appariva sempre più
interessante. Ferrovie, navi a vapore, automobili, aerei, telegrafo… sembrava
si fossero aperte le porte del paradiso. E poi razzi, radar, energia nucleare,
antibiotici, computer, televisione, la fantascienza era diventata realtà.
“La scienza risolverà ogni problema, lasciandoci
solo il problema di cosa fare col tempo libero”. Vi ricordate di queste frasi?
Ma durante quest’età dell’oro, rimaneva
sempre in agguato un’ombra: ognuna di queste scoperte scientifiche creava
metodi di distruzione sempre più potenti. Dresda, Hiroshima, Nagasaki... invece
di un’era di creatività ci siamo ritrovati in un’era di distruzione.
Si è scoperto anche che le
materie prime che hanno alimentato il progresso, i combustibili fossili,
mettono in pericolo l’aria che respiriamo. Il buco dell’ozono ha provocato
cecità nelle pecore in Cile; la centrale di Chernobyl è saltata in aria. La
corsa folle per avere ‘di più’ – anche migliori ‘sistemi di difesa’ – ha creato
oceani di debiti e le economie hanno cominciato a barcollare. Il secolo iniziato
con tante promesse della tecnologia si è trasformato in un incubo di
autodistruttività, di distruzione del prossimo e dell’ambiente.
Dov’è che abbiamo sbagliato?
In questa situazione critica è arrivata una proposta radicale per un approccio
scientifico alla consapevolezza, fatta dal visionario che ha incarnato la
visione, Osho.
Osho descrive se stesso come
‘irreligioso’, ‘ateo’, ‘amorale’, uno che ‘non vuole assolutamente essere
associato con la parola religione’. La sua è una condanna bruciante: “La storia
della religione emana un orrendo fetore e mostra la degradazione dell’uomo,
delle sue qualità umane – tutto il male possibile. Questo non vale per una
religione in particolare; la stessa storia si ripete in tutte le religioni del
mondo: l’uomo che sfrutta l’altro uomo in nome di un dio”. Per dieci anni Osho
aveva cercato di far conoscere ciò che in precedenza era visto come dominio
esclusivo della ‘religione’: l’essenza della scienza di autotrasformazione. Ma
nessuno lo ascoltava. “Erano chiusi”, commenta riguardo a questo periodo. Così
ha preso a usare una terminologia religiosa per far sì che la gente lo
ascoltasse con maggiore apertura.
È come se uno scienziato
moderno che si interessa ai temi della fertilità scoprisse che le persone che
sono in grado di comprendere questa scienza sono coinvolte in antichi riti e
superstizioni sulla fertilità. Si vede quindi costretto a usare il linguaggio
di queste antiche tradizioni nella speranza che almeno alcuni comprendano
l’importanza di osservare l’argomento da un punto di vista contemporaneo, come
scienza – in questo caso una scienza della soggettività.
Per dirlo in parole molto
semplici, Osho sottolinea il fatto che, se non amiamo noi stessi, come possiamo
amare il prossimo, senza dir nulla dei poveri alberi? Come può l’uomo –
sostanzialmente immutato dai tempi dell’arco e delle frecce – avere a che fare
con i razzi senza diventare straordinariamente distruttivo? Come possiamo
dedicare tanta energia alla scienza del mondo esteriore e ignorare la scienza
dell’interiorità? Come possiamo essere ossessionati dall’altro quando non
conosciamo neppure noi stessi? Come possiamo immaginare di gestire ‘le cose’
quando non sappiamo nemmeno gestire noi stessi? Come possiamo comprendere
l’esterno se non comprendiamo nemmeno chi
è colui che cerca di comprendere l’esterno?
E se ci osserviamo – noi, i
beneficiari di tutta questa ricchezza materiale – scopriamo di essere
nevrotici, infelici, scontenti, insoddisfatti… in conflitto costante con la
moglie, il marito, i figli… capaci di uccidere chi ha un diverso colore della
pelle, o un sesso diverso, o obiettivi diversi, o persino un passaporto di
colore diverso, o un’idea diversa di un essere che chiamiamo dio… Al contrario
Osho trasmette senso dell’umorismo e compassione, mostrando che questi sono
frutti naturali dell’essere totalmente rilassati e a proprio agio con se
stessi. Eravamo arrivati alla fine della strada, e lo sapevamo. Potevamo
sentire nelle viscere che qui c’era la chiave per il cruciale anello mancante
nel gioco di essere realmente ‘un essere umano’.
E per trovare quella chiave,
da Osho arrivano in molti. Egli sperimenta con queste persone, e scopre che
sono appesantite da conoscenze che non sanno come usare, travolte da pensieri
ed emozioni, e corrono di qua e di là come polli a cui è stata tagliata la
testa. Non riescono neppure a rimanere seduti tranquilli, altro che
meditazione! Osho sviluppa tutta una serie di tecniche come la Meditazione
Dinamica, la Kundalini, o come la Mystic Rose, Born Again, No-Mind e Nadabrahma.
Gradualmente, chi è intorno a lui inizia a trovare un certo fondamento
all’interno di se stesso, riesce persino ad amarsi a sufficienza così da poter
amare il proprio prossimo. Sbocciano i fiori… scoppia la pace. Ma Osho non
vuole assolutamente essere il papà di qualcuno: vuole che le persone stiano
sulle loro gambe. Offre di essere il loro amico, forse il migliore amico che
l’umanità abbia mai avuto, ma sono loro a dover camminare. Non può farlo per
loro – e non lo farebbe nemmeno se potesse.
La capacità di rilassarsi e
di vedere la realtà così com’è, è un diritto naturale di ciascuno, afferma. I
suoi discorsi sull’amore, sulle donne, sugli uomini e i bambini – su tutto ciò
con cui noi umani combattiamo o giochiamo – sono raccolti su video. Essi catturano
quelle mani aggraziate che indicano la luna in modo visibile per tutti.
Registrano la voce che viene usata per la prima volta nella storia per dare
all’ascoltatore l’opportunità di sperimentare senza sforzo il silenzio –
un’opportunità che è disponibile per tutti dovunque si trovino.
Un campus con la propria
‘multiversity’ fiorisce all’interno di quest’atmosfera, pieno di persone che si
rilassano e imparano a osservare se stessi come veri scienziati
dell’interiorità. Un posto in cui può venire chiunque per provare a essere
‘colui che sperimenta’ – e “per questo usiamo la parola Osho”, ci dice egli
stesso. Può accadere nuotando, giocando a tennis, lavorando, incontrando gli
amici, o facendo la Meditazione Dinamica. La
zona è ora disponibile per tutti. E poi tutti possono tornare a casa e
portare con sé questo gioco di ‘osservare’. Possono osservarsi quando vanno al
lavoro, o parlano col capufficio, o mentre si innamorano. La consapevolezza può
diventare il loro stile di vita, la loro essenza viva.
E si vede. È veramente
semplice, è come avere ora, nel momento, quella comprensione alla quale di
solito arrivi solo a posteriori. E puoi persino passarla ai tuoi amici, a casa
tua, al lavoro, dovunque. Osho diventa una proposta rivolta all’esistenza, una
proposta secondo la quale è possibile un paradiso sulla terra, un mondo in cui
amore e bellezza prevalgano, in cui chi ama la pace e l’armonia potrà ascoltare
questo richiamo. Una proposta che chiama il suo ‘sogno’. Poi un giorno lascia
quel sogno nelle mani dell’esistenza – cioè nelle tue e nelle mie mani.
Oggi, quando cominciamo a
essere in grado di leggere il copione con sempre maggiore chiarezza, i membri
intelligenti della nostra specie sanno che, senza un radicale cambiamento di
direzione, andiamo tutti incontro a una catastrofe.
Stasera, come tutte le sere,
migliaia di meditatori provenienti da ogni angolo della terra si riuniranno per
danzare e celebrare la possibilità di un nuovo essere umano. Mentre l’oceanica
distesa di silenzio avvolge l’incontro serale dell’Osho Meditation Resort, i
presenti sanno che quel ‘sogno’ è una realtà. Noi esseri umani dobbiamo solo
trovare il coraggio di accettarlo e farlo nostro.
Amrito
L'illuminato e la mente
Il cinquanta per cento del
vostro cervello è in uno stato di paralisi totale. Forse è quella parte della
mente che inizia a funzionare solo quando ti illumini. L’illuminato può usare
la propria mente con più efficienza di quanto possa un intellettuale, per la
semplice ragione che egli è fuori dalla mente e possiede una visione globale;
può darsi che la parte del cervello che non funziona per i normali esseri
umani, inizi a funzionare quando trascendi la tua razionalità, la tua
consapevolezza va al di là della ragione. Questa è l’esperienza di tutti quelli
che si sono illuminati. E quando dico questo, lo affermo sulla mia autorità.
Non ci avrei mai creduto se lo avesse affermato Buddha: forse mentiva, magari
era stato fuorviato, forse non stava mentendo ma si sbagliava. Forse non aveva
nessuna intenzione di mentire, poteva essere confuso, avrebbe potuto commettere
un errore. Io so per mia esperienza, che è un così tremendo cambiamento che non
puoi non avvertirlo. È quasi come se la metà del tuo corpo fosse paralizzata,
poi all’improvviso un giorno non sei più paralizzato: entrambe le parti del
corpo funzionano. Può passare inosservato? Se una persona è paralizzata e di
colpo scopre di non esserlo più, può non notarlo? Non c’è la possibilità di non
accorgersene. Ricordo perfettamente il momento precedente la mia illuminazione,
e l’istante dopo sapevo, con assoluta certezza, che qualcosa all’interno della
mia mente – di cui prima non conoscevo neppure l’esistenza – si era come
mossa, e aveva iniziato a funzionare. Da allora non ho avuto più problemi. Fin
da allora sono esistito senza nessun problema, senza preoccupazioni, senza
nessuna tensione. Tutte queste qualità appartengono all’altra parte della
mente, mezzo che non è in funzione. Quando l’intera mente è in funzione tu ne
sei al di fuori, ne sei il padrone. La mente è il migliore servitore che tu
possa trovare e il peggiore padrone. Normalmente la mente
è il padrone e per di più è solo metà mente: il padrone… e mezzo paralizzato!
Quando diventi tu il padrone, la mente diventa un servitore, totale, sano:
l’hai recuperata totalmente.
tratto
da: Osho, From Personality
to Individuality # 17
Non penso io !
Non penso. Il pensiero
mi ha abbandonato molto tempo fa. Cronologicamente la distanza non è molta,
soltanto tre decadi, ma metafisicamente la distanza é la più grande possibile.
Se guardo indietro è così distante, milioni di anni.
Forse la ragione per cui
sento tutta questa distanza é dovuta alla natura intrinseca del divario tra il
pensare e lo stato del non-pensare. Questo divario è incolmabile.
Mi torna in mente una
cosa. II giorno in cui io morii come persona, come ego e accadde l'esplosione e
rimase soltanto una presenza senza ego, uno spazio puro, lo mi accorsi, il
mattino seguente, di una cosa strana. Quel mattino quando andai in bagno,
guardai nello specchio — avevo soltanto ventuno anni — ma la peluria sul mio
petto era già bianca. Qualcosa in me era improvvisamente invecchiato.
Guardai i miei occhi
nello specchio e constatai che quelli non erano gli occhi che avevo di solito,
perché i pensieri erano scomparsi, i miei occhi erano completamente vuoti...
erano qualcosa di simile a un abisso insondabile. Ho soltanto cinquantaquattro
anni ma sembra che sia già vecchio.
Profondamente mi sento
un bambino, appena nato, fresco come le gocce di rugiada in una mattina di sole
appena cominciata. Ma nel corpo sento come se avessi vissuto in una vita, molte
vite, contemporaneamente.
Non penso — non c'è
nessun bisogno per me di pensare.
Neppure se conosco o
meno una cosa. Pensare è uno stato tra le due cose: non conosci e stai cercando
di conoscere. Questo è ciò che è il pensiero. E' un brancolare nel buio per
qualcosa; non sai esattamente di cosa si tratti. Non sai né perché stai
brancolando per questa cosa né cosa farai quando l'avrai trovata.
Questa è l'esperienza di
migliaia di persone: lavorano sodo, pensano molto, cercano disperatamente di
trovare qualcosa, di capire qualcosa...
Ciò accade ai pensatori,
ai filosofi, ai ricercatori: vanno in cerca della verità ma non conoscono il
significato della verità. Non hanno idea di ciò che stanno cercando e del
perché lo cercano.
Se per pura fortuna
inciampano nella verità, come la riconosceranno? Non la hanno mai vista prima;
riconoscerla è impossibile.
Il pensiero è un
processo tra il non conoscere e lo sforzo per conoscere.
Io non penso — io so.
TRATTO DA: Osho, From
personality to individuality # 22
La scienza del conoscere te stesso
Jayantibhai ha una lunga
vita alle spalle: da giovane ‘viveva solo per la politica’ – come dice lui.
Gandhiano convinto negli anni in cui l’India tentava di liberarsi del
colonialismo inglese, gli è anche capitato di finire in prigione. Dopo
l’indipendenza del suo paese ha deciso che anche lui doveva crearsi una sua
indipendenza economica – non voleva guadagnarsi da vivere con la politica, come
era fin troppo facile fare – e iniziò con una piccola attività per suo
conto. Ma sempre cercava qualcosa... come capirsi meglio, come vivere meglio, e
ha continuato a girare e incontrare maestri spirituali, filosofi: chiunque
sembrasse avere un qualcosa di interessante da proporre al riguardo. Fino a
quando, nel 1965, sentì parlare di un
giovane professore universitario, un certo Acharya
Rajneesh, che avrebbe tenuto una serie di discorsi...
Quando,
per la prima volta, ho sentito Osho parlare in pubblico, ero ancora pieno di
condizionamenti religiosi; sentendo ciò che diceva ho pensato fosse una specie
di ciarlatano, uno che ingannava la gente. Ma c’era qualcosa che mi
interessava, e così andai ad ascoltarlo anche il giorno dopo: a quel punto
decisi che aveva ragione al cinquanta per cento, e che per l’altro cinquanta
per cento si sbagliava, ma come persona mi piaceva davvero… e così andai una
terza volta, e realizzai che aveva ragione al cento per cento. Arrivai a capire
che parlava realmente di una scienza della trasformazione del sé, quella che
Osho chiama ‘la scienza del conoscere te stesso’. A quei tempi era chiamato
anche il Krishnamurti Hindi, e
parlava di ‘realizzazione del sé’. Il suo metodo era la meditazione.
L’individuo deve lavorare su se stesso… era chiaro che Osho non l’avrebbe fatto
al posto tuo. Nessuno può farlo.
Osho
non faceva alcuna analogia fra il suo tipo di lavoro e quello di religioni o
leader religiosi del passato. La meditazione è una scienza, ed era chiaro che
lui non voleva affatto essere un guru: disse che non voleva che gli si
toccassero, in un tradizionale atto di rispetto, i piedi… non voleva nessuna di
quelle forme di devozione. Ma pochi di noi, in quei giorni, capirono questa
cosa. Disse chiaramente che non ci doveva essere nessuna forma di reverenza,
verso nessuno, incluso lui stesso. Quello di cui aveva bisogno erano ‘tecnici’:
persone in grado di diffondere la scienza della meditazione. Nel 1970,
sorprendendo tutti, abbracciò la ‘religione’: comincia a dare l’iniziazione al sannyas, e parla – per la prima volta
dopo dieci anni – di Mahavira e altre figure religiose del passato. Domandai a
Osho i motivi di questo repentino cambiamento: si limitò a ridere, e io
sospettai che l’intera faccenda fosse semplicemente una parodia del sannyas
tradizionale, un prendere in giro i pregiudizi della gente; qualcosa che poi
egli stesso confermò nei discorsi dopo l’84. Di solito scriveva il nuovo nome
dei sannyasin sul retro di un biglietto del treno [questo succedeva nel periodo in cui Osho girava in continuazione per
tutta l’India, tenendo conferenze nei luoghi più disparati e visitando un gran
numero di persone interessate al suo ‘lavoro’] e notai che non sembrava
prendere tutta questa faccenda dell’iniziazione molto sul serio. Quando nel 1972-73
iniziò a dare il sannyas anche agli hippy, gli domandai: “Cosa stai facendo?
Queste non sono le persone giuste”. Mi rispose che non potevo capire:
“Jayantibhai, queste sono persone coraggiose: con questo mala e con la mia foto
nel locket viaggeranno in tutta
l’Europa, e mi faranno pubblicità – persino se non trovano qui quello che
cercano”.
Ricordo
in particolare il Guru Purnima del ‘73: Osho era seduto là, e noi facevamo puja – atti di devozione e adorazione –
proprio come per ogni guru tradizionale! Questa era la nostra maniera di capire
le cose a quei tempi. Solo adesso, dopo aver ascoltato ciò che Osho ha detto
alla fine degli anni ottanta, ho capito come lui abbia tollerato tutte queste
stupidate: solo per darci il tempo di capire quello che lui stava veramente
tentando di dirci. Perfino allora mi ero accorto che tutta questa storia della
‘religione’ gli dava molto fastidio, e gli ho chiesto chiarimenti, lui mi
rispose: “Jayantibhai, che ci posso fare?”.
Ricordo
quando Osho non ci parlava più la sera e iniziò gli incontri serali con il
videodiscorso, dicendo, a quel tempo, che ogni volta che lo ascoltiamo la
nostra comprensione va sempre più in profondità. Ora, dopo 12 anni, posso
confermare che è proprio vero. E oggi riconsiderando il ‘suo lavoro’ posso
vedere con chiarezza come stiamo mettendo in pratica ciò di cui aveva parlato
alle origini: la scienza della trasformazione del sé. E come Osho stesso, a
proposito di quei tempi, ha detto nell’86: “La mia posizione non è cambiata di
una virgola”.
Jayantibhai
NÉ MESSIA NÉ SALVATORE
Osho,
sei tu il salvatore?
E
se lo sei, cosa posso fare per riconoscerti?
No, non sono un salvatore. Mille volte no. Nessuno
può salvare qualcun altro. E tu non dovresti cercare un salvatore, è un
inganno. Ho salvato me stesso, non posso salvare voi – dovrete salvarvi da
soli. Io posso indicarvi la via, posso dirvi in che modo ho salvato me stesso.
I buddha possono solo indicarvi la via, ma tutto il resto dovete farlo da soli.
Nessuno può salvarti e tu dovresti cominciare ad assumerti la responsabilità di
te stesso. Hai imparato il trucco assai sgradevole di gettare le tue
responsabilità su qualcun altro. Perché
qualcun altro dovrebbe essere il tuo salvatore?
Io non lo sono. Non mi
assumo nessuna responsabilità. Ti rimando a te stesso. È l’unico modo per
aiutarti, è l’unico modo per creare in te un’anima. È l’unico modo per farti
sentire che la tua vita è la tua
vita. Se vuoi essere infelice, è una tua scelta e se non vuoi essere infelice,
metto a tua disposizione il modo per non esserlo. Puoi lasciar perdere la tua
infelicità in questo stesso istante. Ma non cominciare ad aggrapparti a me e
non cominciare a gettare le tue responsabilità su di me – altrimenti, prima o
poi, rimarresti deluso e saresti in collera con me.
A volte mi fanno domande
come: “Osho, sono qui da tre mesi e tu non hai ancora fatto niente per me.” Chi
sono io per fare qualcosa? Posso solo indicare. Io sono un dito puntato verso
la luna. Non aspettate… andate sulla luna. Non aspettate e non aggrappatevi al
mio dito. Ma ci sono persone che fanno presa sul mio dito, invece di andare
sulla luna.
Io non sono un salvatore.
Ascolta solo ciò che dico
e lascia che si trasformi in una tua intuizione. Tu non devi riconoscermi – né
come un salvatore, né come un Cristo, né come un Buddha – non c’è nessun
bisogno che tu mi riconosca. E come potresti riconoscermi? Non saresti in grado
di riconoscere un Cristo, non sapresti cosa significa essere un Cristo, a meno
che tu stesso non sia diventato un Cristo. Non c’è alcun bisogno che tu mi
riconosca. Io sono quello che sono, il
tuo riconoscimento non creerebbe nessuna differenza. Quindi non occupartene.
Non guardate a me come a
un salvatore. A causa di quest’idea – che deve arrivare un salvatore o un
messia – continuate tutti a vivere sempre allo stesso modo. “Cosa potremmo
fare?” vi giustificate. “Quando arriverà il messia, allora…”. Questo è un modo
per rimandare la vostra trasformazione, è un modo per illudervi... vi siete
illusi abbastanza, non fatelo più. Non arriverà mai nessun messia. Dovete
lavorare su voi stessi, dovete assumervi le vostre responsabilità.
tratto da: Osho, This Very
Body the Buddha # 7
Quando Osho ha incontrato lo studioso
islamico Burhanuddin
È la stupidità cristiana che ha diffuso questa
idea: nessuna religione precedente al cristianesimo ha mai pensato alla
salvezza degli altri. Se conosci la via, conosci anche le gioie del
percorrerla: puoi cantare questa canzone, puoi danzare questa danza… se
qualcuno si sente di percorrerla insieme te, essere un tuo compagno di viaggio
– non un seguace – è il benvenuto. Ma non c’è nessuna costrizione e nessun
obbligo.
Nella consapevolezza
orientale, durante migliaia di anni, si è visto che se tu mostri la via – puoi
perfino dare i dettagli della via, puoi indicare una qualche disciplina – non è
che l’altro debba sentirsi di fare qualcosa per ricambiare. Non lo stai facendo
per lui: è semplicemente la tua esperienza che vuole essere condivisa. Ti sta
già facendo il favore di ascoltarti, ti offre la possibilità di condividere la
tua esperienza, ti aiuta a diffondere, a liberarti della tua fragranza… devi
essere grato a quella persona, non si pone la questione di salvarlo.
Ma dopo l’avvento del
cristianesimo questo divenne un fenomeno quasi universale. Dopo i cristiani
arrivarono i mussulmani, e arrivarono alla logica conclusione: o sei pronto a
farti salvare o devi essere pronto a morire. Non ti lasciano altra possibilità:
credono che se continui a vivere senza essere salvato potresti commettere dei
peccati e quindi soffrirai all’inferno… uccidendoti almeno ti tolgono la
possibilità di finire all’inferno. Essere uccisi da un salvatore è quasi quasi
come essere salvati. Questo è quello che i mussulmani hanno detto, che se tu
uccidi qualcuno con lo scopo di salvarlo egli sarà salvato: dio avrà cura di
lui. Egli è salvato e tu accumuli molti meriti, salvando così tanta gente. I
mussulmani hanno ucciso milioni di persone in Oriente, e la cosa strana è che
loro credevano di fare la cosa giusta. E tutte le volte che qualcuno fa una
cosa sbagliata credendo di essere nel giusto, è ancora più pericoloso. Non puoi
convincerlo del contrario, non ti offre la possibilità di essere persuaso. In
India ho provato in ogni modo possibile a incontrare studiosi mussulmani ma
sono inavvicinabili. Non vogliono discutere di nessun argomento religioso con
chiunque non sia mussulmano.
Hanno un termine
particolare, di condanna, per chi non è mussulmano. Proprio come i cristiani
che lo chiamano eretico, i mussulmani lo chiamano kaffir – che è ancor peggio di eretico. Kaffir proviene dalla
parola kufr: kufr significa peccato,
peccatore. Kaffir significa peccatore: chiunque non sia mussulmano è un
peccatore. Non esistono altre categorie, solo due categorie. O sei mussulmano,
e allora sei un santo… Il solo fatto di essere mussulmano fa di te un santo,
sei salvato, perché credi in un dio, un profeta, e un solo libro sacro: il
Corano. Credere in queste cose è sufficiente per essere un santo. E quelli che
non sono mussulmani sono kaffir, peccatori.
L’India, benché un paese
indù, ha il più alto numero di abitanti mussulmani. Ma è impossibile comunicare.
Io ho fatto del mio meglio.
Ma se
non sei mussulmano come farai a capire? Non c’è possibilità di
dialogo: tu sei un kaffir.
All’università c’era un
professore, un mio collega, che mi amava molto. Lui era mussulmano. Gli
domandai: “Farid ce la fai...?” perché Jabalpur è un grosso centro per i
mussulmani, e ci sono studiosi importanti. C’era uno degli studiosi più famosi,
Burhanuddin. Era vecchio, e famoso in tutta l’India, e anche all’estero, come
studioso. Domandai a Farid di trovare il modo per incontrarlo, avere un dialogo
con lui. Mi rispose che era molto difficile – a meno di non pretendere di
essere io stesso un mussulmano.
“Anche quello è molto
difficile,” dissi, “perché dovresti insegnarmi alcune delle regole principali –
le loro preghiere… e tutto quello che fanno. Inoltre Burhanuddin mi conosce già
– abbiamo parlato molte volte dallo stesso
podio – perciò sarà molto difficile per me recitare la parte, ma posso provare, non c’è niente di male. Al peggio
ci possono scoprire, e possiamo ridere di tutta la faccenda”.
“Tu puoi anche ridere,” mi
rispose, “ma io finirò davvero nei guai. Mi uccideranno, perché sono un
mussulmano e ho aiutato un kaffir a ingannare uno dei nostri più grandi
studiosi”. Ma era disposto a provare. Iniziò a insegnarmi la lingua, l’urdu. Era difficile da imparare perché è
il contrario di qualsiasi altra lingua proveniente dal sanscrito. Un libro in
urdu inizia dal fondo e la scrittura va da destra verso sinistra. È veramente
difficile abituarcisi… devi aprire il libro alla fine... e quello è l’inizio.
Poi la frase inizia da destra e va verso sinistra. Il modo poi in cui è scritto
non è per niente scientifico: bisogna indovinarne la maggior parte. Perciò
quelli abituati lo possono leggere, perché ne colgono il senso, ma per chi lo
sta imparando è molto difficile da comprendere. Ma per sei mesi ci provai, e
imparai abbastanza per farmi passare come una persona di scarsa istruzione, che
avesse studiato solo un po’. Imparai le loro preghiere, Farid mi procurò una
parrucca e mi tagliò la barba come usano i mussulmani. E le loro barbe sono
così strane che ancora oggi, quando ci penso, mi fa male lo stomaco. Ma l’ho
fatto – i baffi completamente rasati e ho lasciato solo la barba. Esclamai:
“Mio dio! se me l’avessi detto prima non avrei sprecato questi sei mesi!”. A
modo loro hanno ragione perché so che sono una cosa poco pratica –
particolarmente i baffi come i miei che non sono accorciati ma lasciati
incolti, è difficile perfino bere il tè… i mussulmani hanno trovato il modo: si
tagliano i baffi, se li tagliano e tengono la barba... ma è così brutto.
Mi sono detto “Va bene,
facciamolo. Ora per qualche giorno me ne starò a casa. Datemi una parrucca e
fatemi incontrare Burhanuddin.” Di sicuro il mio viso era cambiato dopo che
Farid mi aveva tagliato la barba nello stile mussulmano – sottile lungo la
mascella e con un po’ di barba sul mento, come quella di Lenin solo un po’
meno. Senza baffi e con la parrucca avevo un aspetto diverso. Andammo là, ma il
vecchio studioso si accorse di qualcosa, i miei occhi. Disse: “Ho visto quegli
occhi da qualche parte”. Io replicai “Dio mio! Farid, dove può avermi visto il Maulana?” – Maulana significa maestro;
era conosciuto come Maulana Burhanuddin. “Perché io non sono mai stato in
questa città”.
Farid tremava, stava per
avere una crisi di nervi: non avevamo considerato i miei occhi. Quel vecchio
continuava a guardarmi, dicendo: “Qui c’è qualcosa di sospetto”.
Farid si buttò ai suoi
piedi e disse: “Non c’è bisogno di essere sospettosi: quest’uomo tu lo conosci
davvero. Perdonami, stavo solo provando ad aiutarlo perché lui cercava un
dialogo con te”. Ma l’altro rispose: “Prima dimmi chi è, per quanto mi ricordo
l’ho già incontrato, l’ho visto molte
volte. Si è solo tagliato i baffi”. Intervenni io: “Ora è meglio che gli
racconti tutta la verità, Farid, non
mi hai solo tagliato i baffi...” e mi
tolsi la parrucca.
Appena
mi tolsi la parrucca Burhanuddin mi riconobbe e gridò: “Proprio tu!”.
“Cos’altro potevo fare?”
risposi, “mi conosci bene e non avresti mai accettato un colloquio personale
con me. Cosa credi, che essere mussulmano sia abbastanza per considerarsi un
santo? E che peccati avrei commesso? Certo non sono mussulmano, ma Maometto
stesso non era mussulmano alla sua nascita. E dimmi, chi lo ha convertito
all’Islam? Non fu mai convertito. Il Maomettanesimo è nato dopo la sua morte.
Così se Maometto può diventare il messaggero di dio, perché io non posso
discuterne il messaggio?”. Burhanuddin disse: “Proprio quello che temevo. Per
questo non incoraggiamo dibattiti fra mussulmani e non mussulmani.”
“Questo dimostra solo la
vostra debolezza,” ribattei “Di cosa avete paura? Io mi apro a voi, per essere
salvato da voi. Salvatemi!… e se non potete allora lasciate che sia io a
tentare di salvare voi”.
Senza rispondermi si girò
nella direzione di Farid e disse: “Portalo via – non voglio più parlare. E tu
torna domani che ti devo vedere”. E Farid fu punito, picchiato. Non ci potevo
credere: era un professore universitario, un noto studioso, a capo di
ricercatori che lavoravano sulla letteratura urdu, sul Corano. Burhanuddin
aveva degli scagnozzi con lui – e diedero a Farid una manica di botte. Mi
mostrò i segni sul corpo: su tutto il corpo aveva le prove del modo di fare
mussulmano.
Mi disse: “Te l’avevo
detto che se qualcosa fosse andato storto... Mi hanno picchiato e basta solo
perché sono una persona famosa – se fossi stato uno qualunque mi avrebbero
ammazzato”.
Dai cristiani questa
stupidità si è trasferita ai mussulmani. Ma a parte queste due religioni
nessun’altra crede che tu possa salvare qualcuno; e di fatti le altre
comprendono meglio cosa sia la compassione.
Questa idea di essere il
salvatore è semplicemente illogica. Cerca di capire: hai vissuto molte vite,
hai fatto un mucchio di cose per conto tuo. Ora è tua responsabilità
‘disfarle’. Come posso fare io a disfarle? Non le ho fatte io, non sono mai
stato un tuo partner in tutte quelle cose. Per molte vite hai vissuto una vita
assolutamente libera e individuale, e in accordo con quella sei cresciuto e
arrivato allo stadio nel quale sei ora. Non è accidentale, è lo sviluppo di un
lungo, lungo processo. Ora per disfare questo processo devi prenderti davvero le tue responsabilità. Io posso
mostrarti il modo in cui ho disgregato il mio processo. Sicuramente, lo stesso
metodo ti aiuterà a disgregare il tuo processo – forse con delle piccole
modifiche qui e là. Le dovrai scoprire da solo. Lo potrai fare insieme a me, ma
sarà un dialogo non un’imposizione. Non te lo posso imporre – Fa’ così! –
offrendoti una semplice panacea per salvarti: “Credi in me e sarai salvato”.
L’unico problema, in quel caso, sarebbe il non credere in me. Pensi proprio che
questo possa essere l’unico problema, il non credere in me? Se è l’unico
problema allora di sicuro il credere in me risolverà tutta la faccenda: sarai
salvo. Ma questo non è il problema. Anche se credi in me la tua rabbia resterà
rabbia, la tua avidità resterà avidità, la tua gelosia rimarrà gelosia.
Credendo in me o in Gesù o in Maometto non cambierà nulla. Pensi che le persone
che credono in Gesù siano in qualche modo diverse dalle persone che non credono in Gesù, che credono in Maometto, che
credono in qualcun altro? No, non sono diverse. Nel loro profondo sono
le stesse persone, con le stesse gelosie, con le stessa arroganza, lo stesso
egoismo, la stessa violenza. È tutto uguale, tutta la stessa l’immondizia.
Il credere non cambia
assolutamente nulla, e allora, come potrai essere salvato? È tutta un’idiozia.
Mahavira e Buddha sono
molto più sofisticati di Gesù e Maometto. Mahavira dice: “Nessuno può salvare
qualcun altro se non se stesso. Ognuno deve salvarsi da solo”.
Buddha dice: “Sii una luce per te stesso”. Fu
questo il suo ultimo messaggio prima di morire.
tratto
da: Osho, From Personality
to Individuality # 20
Stratagemmi diversi, tutti per risvegliarti !
Osho,
perché, nelle tue affermazioni, non sei coerente?
Non posso esserlo. Lo scopo delle mie affermazioni
è totalmente diverso da quello delle affermazioni comuni. Io non ti sto
rivelando la verità, perché la verità non può essere detta. Allora cosa sto
facendo qui? Se prendi le mie affermazioni come verità o falsità, non ne
capirai mai il senso. Io uso queste affermazioni per risvegliarti: non sono né
vere né false. Sono o utili o inutili. Non hanno niente a che fare con la
verità: hanno una particolare utilità.
È come se io suonassi un campanello, mentre sei
profondamente addormentato: nel mio suonare un campanello non c’è verità o
falsità alcuna.… però potrebbe avere un’utilità: se servisse a risvegliarti,
sarebbe utile. Si dice che il Buddha abbia detto: “La verità è ciò che ha
un’utilità”. La verità è uno stratagemma: non afferma nulla, rispetto
all’esistenza. È solo uno stratagemma per provocare qualcosa che giace
profondamente addormentato dentro di voi. Ebbene, non posso essere coerente,
perché devo provocare un’infinità di persone, tutte con mentalità differenti,
immerse in tipi di sonno differenti. Posso suonare un campanello: può
risvegliare qualcuno, ma a qualcun altro può sembrare una ninna nanna che lo
immerge in un sonno ancora più profondo. Per qualcuno può essere una
provocazione verso un totale risveglio, in un altro può far sorgere
semplicemente un sogno meraviglioso: si vede in un tempio, in cui suonano le
campane e la gente prega e l’incenso brucia. Ha creato un sogno, non è uscito
dal suo sonno; avrà bisogno di qualcos’altro: forse di un colpo sulla testa o
di una doccia d’acqua fredda, oppure di una bella scrollata. Persone diverse
hanno bisogno di approcci diversi per essere provocati, per essere risvegliati.
Le mie affermazioni non riguardano la verità. Io
non sono un filosofo! Non sto tentando di offrirvi alcuna filosofia; sto solo
tentando ogni possibile via per risvegliarvi. Se un metodo fallisce, ne tento
un altro, ma non posso lasciarvi in pace. Pertanto, un giorno potrei dire una
cosa e il giorno dopo potrei dirne una differente.
Qualche giorno fa ho risposto a due domande su
Jung... chi mi aveva fatto le domande non mi ha affatto compreso e si è sentito
offeso. Ha pensato che io fossi un oppositore di Jung. Perché dovrei essere un
oppositore di Jung? …non ha capito niente! Ha perso un’occasione. Se fosse
stato un freudiano, avrei attaccato Freud; se fosse stato un marxista, avrei
attaccato Marx… e se fosse stato un oshoista, avrei attaccato Osho! Il problema
non era Jung! Jung non c’entrava per niente: il mio era un attacco contro il
suo ego! Poiché l’ego era junghiano, ho dovuto attaccare il povero Jung. Se
domani arrivasse da me un freudiano, io attaccherei Freud. Direi: “Freud è una
nullità paragonato a Jung: è un pigmeo!” Naturalmente, per te diventerei
incoerente, perché non capiresti il senso della mia affermazione. Io non ho
niente a che fare con Freud o con Jung. Chi se ne frega? Il mio sforzo è
provocarti, mostrarti qualcosa. Chi aveva fatto la domanda non si sente offeso
perché ho criticato Jung, si sente offeso perché ho ferito il suo ego. Se
riuscisse a vedere questa realtà, le mie affermazioni sarebbero state utili. Se
non riesce a vedere questa realtà, la mia freccia ha mancato il bersaglio.
Allora dovrò usare qualche altro stratagemma.
Coloro che non sono abbastanza audaci, prima o poi
dovranno rinunciare al viaggio che io vi faccio intraprendere. Coloro che non
sono abbastanza coraggiosi, che non hanno fegato per accettare il futuro
sconosciuto e tenersi aperti all’ignoto e al mistero; coloro che hanno fretta
di avere un dogma, un sistema di fede, una filosofia – così da poter smettere
di crescere e aggrapparsi a un dogma, diventandone fanatici assertori – coloro
che sono sempre in cerca di un’ortodossia in cui nulla cambierà mai…
Voi non potete definirmi con precisione, non
potete fissarmi. Io non sono un oggetto, sono un fiume, una nuvola che cambia
continuamente forma. La mia idea di coerenza è radicata in questo continuo
cambiamento, in questa danza dinamica, chiamata vita. Non potete trasformare in
sapere l’esperienza del divino. Di fatto, più sperimenti il divino e meno lo
conosci, sempre meno. Il giorno in cui il divino ti accadrà totalmente, tu non
ci sarai più: colui che conosce se ne sarà andato, sarà scomparso, come la
goccia di rugiada che è scivolata nell’oceano, oppure… come l’oceano che è scivolato
nella goccia di rugiada.
La cosa fondamentale è che le mie affermazioni non
dicono niente sulla verità. Le mie affermazioni sono solo provocatorie: io vi
sto spingendo a scoprirla, non vi sto rivelando la verità! Non è una cosa che
può esservi offerta, non è una merce. Non è trasferibile. Io sto semplicemente
creando in voi un desiderio e un anelito, un anelito teso allo spasimo a
ricercare, a indagare, a esplorare. Questa è una delle cose fondamentali, per
ciò che concerne la verità: non esiste, a meno che non sia tua. La mia verità non può essere la tua, in alcun modo. La verità
è assolutamente individuale. Pertanto io non vi farò il favore di darvi un
dogma. Niente affatto, io continuerò a contraddirmi
ogni giorno, in ogni istante. A poco a poco, vedrai che non ha senso
aggrapparsi a qualcuna delle mie idee. E in quel preciso istante diventerai
consapevole che non devi aggrapparti a nessuna idea, qualunque essa sia; né
mia, né del Buddha, né di Gesù, né di qualsiasi altra persona. Devi lasciar
perdere ogni idea. Quando non ci saranno più idee nella tua mente, scoprirai il
divino. 1
Tutti i
maestri illuminati sembrano arroganti come te?
È inevitabile. Sembrano arroganti perché non
possono essere umili nel senso che normalmente si intende per umiltà. Cerca di
capire. È una questione delicata.
Qualunque cosa si intenda per umiltà è una
funzione dell’ego. È ego modificato. La persona illuminata non ha ego, quindi
non può avere un ego modificato. Non può essere umile. Nel senso a te
intelligibile, non può essere umile.
Altrimenti Krishna non potrebbe dire ad Arjuna:
“Lascia tutto, e inchinati a me. Io sono il dio che ha creato l’intera
esistenza, vieni ai miei piedi”. Che arroganza! Gesù non potrebbe dire: “Io
sono la soglia, io sono la via, io sono la verità”. E quando Buddha realizzò la
sua buddhità, dichiarò ai cieli, agli empirei: “Ho realizzato
l’irrealizzabile!”.
Sembrano molto arroganti. Ma a loro non è
possibile essere umili nel senso che normalmente si intende per umiltà. La tua
umiltà è ego modificato, rifinito, lucidato. Perché allora gli illuminati
sembrano egocentrici?
Non sono umili, e tu conosci solo due qualità, due
modi di essere: umile o arrogante. Non sono umili – quindi devono essere
arroganti. Tu possiedi solo due categorie. E l’arroganza ti è facile da capire,
è il tuo linguaggio. Quando dici ‘io’, tu intendi una cosa; quando io dico
‘io’, intendo qualcos’altro. Però quando io dico ‘io”, tu lo capisci a modo
tuo, che non è il mio. Quando Krishna disse ad Arjuna: “Prostrati a me!”, cosa intendeva?
Se tu dicessi a qualcuno: “Prostrati a me!”, ovviamente intenderesti una cosa
precisa. L’intenzione di Krishna dovrebbe essere quindi la stessa. No, non è la
stessa. In lui non c’è più ‘io’, in lui non c’è più ‘mio’. Ma deve usare la tua
lingua. E tu la capisci a modo tuo. Quindi tutti i maestri illuminati sembrano
arroganti, perché tu sei arrogante.
Comprenderai la loro umiltà solo quando il tuo ego svanirà. L’unico modo per
riuscire a comprendere quelli che si sono risvegliati è svegliarsi.
Io dico una cosa, tu ne
capisci un’altra. È naturale. Come potresti comprendere il mio significato?
Quando dico qualcosa, a te arrivano le parole, non il mio significato. Il
significato rimane nel mio cuore. La parola penetra in te e tu le dai un
colore, le dai un significato. Quel significato è tuo.
Gli illuminati sembrano arroganti, ma non lo sono.
Se lo fossero, l’illuminazione non sarebbe ancora accaduta. L’illuminazione
avviene solo quando l’ego scompare. L’ego è l’oscurità dell’anima, l’ego è la
prigione dell’anima. L’io è la barriera che ti separa dalla realtà suprema. Il
Buddha è vuoto puro; quando dice: “Ho realizzato l’irrealizzabile” intende
semplicemente dire che il vuoto ha compreso la sua vacuità, nient’altro. Ma
come tradurlo nei tuoi termini? Quando Krishna dice: “Prostrati a me!”, intende
dire: “Guarda qui! Il vuoto ti sta di fronte. Dissolviti in esso!”. Ma non
sarebbe un modo di parlare diretto. È obbligato a usare il linguaggio di
Arjuna. E dice: “Prostrati a me”. Se Arjuna è incline e disposto ad arrendersi,
se ha fiducia e si arrende, nel momento in cui toccherà i piedi di Krishna
toccherà il vuoto. Solo allora potrà comprendere le parole di Krishna. Non ci
sono piedi, né Krishna – ma solo una qualità straordinaria di vuoto. Il tempio
di dio è vacuità. Prostrandosi a Krishna, si inchinerà al vuoto e il vuoto si
riverserà in lui. Ma questo sarà possibile solo se avrà fiducia.
Sì, molte volte ti suono arrogante. Ma non
lasciarti ingannare, perché se ti aggrappi all’idea che io sono arrogante, non
potrai mai lasciarti andare, arrenderti, e il tuo ego continuerà a esistere. E
a quel punto non avrà senso rimanere con me, perché lo scopo è perduto. Stai
perdendo tempo. Finché non ti arrendi, non arriverai mai a sapere chi sei. E
senza conoscere te stesso, non riuscirai a capire cosa è accaduto all’uomo che
chiamiamo illuminato. Solo attraverso la tua esperienza personale ti diverrà
chiaro. Sì, suona arrogante. Ora ci sono due possibilità. Se pensi che non solo
suoni arrogante, ma lo sia – allora allontanati da me. Prima vai, meglio è,
perché tutto il tempo che passi qui sarà tempo sprecato. Se invece pensi che
sembri solo arrogante, ma non lo sia, allora arrenditi.
…o credi nel tuo ego, o hai fiducia in me. Ci sono
solo queste due alternative. Finora hai creduto al tuo ego. Cos’hai ottenuto?
Io ti offro un’alternativa. Provala… 2
brani
di osho tratti da:
1. La luce nell’Abisso Ed. NSC
2. Come Follow
To You, Vol 2, # 4
La bellezza del silenzio
Osho, sei l'essere più meraviglioso che sia mai esistito! Come
sperimenti la tua bellezza?
È impossibile
sperimentare la propria bellezza. Per conoscere è sempre necessaria una
distanza tra chi conosce e ciò che si conosce. Se la bellezza è fisica, è
possibile conoscerla. Ti puoi vedere in uno specchio. Ma se la bellezza sorge
dal tuo silenzio, dalla tua quiete, dal tuo splendore interiore, può irradiarsi
dal tuo essere fisico, ma non appartiene al tuo corpo fisico. Non è un fenomeno
fisico. E impossibile che tu giunga a conoscerla... La puoi sperimentare. E la
cosa più importante che si deve ricordare è che la bellezza che hai visto in
me, non mi appartiene. E anche tua. E di tutti. Forse i corpi sono diversi, ma
il fuoco interiore è lo stesso. E quando il fuoco inizia a irradiarsi dal tuo
corpo, produce una grazia e una bellezza particolari. Non è proprietà di
nessuno. E il potenziale che ognuno di noi ha in sé.
Se riesci a vedere la
mia bellezza, quello è un segno che stai vedendo la tua bellezza. Poiché io non
sono altro che uno specchio, per te. Ma accade spesso che guardando in uno
specchio, puoi vedere un volto bellissimo e, se sei addormentato, oppure
ubriaco, o insonnolito... puoi pensare che lo specchio sia bellissimo. Ma lo
specchio non è altro che uno specchio. Si limita a rifletterti.
Nella vita, ciò che
vedi, rivela molto su di te, non su ciò che vedi. Lo stesso tramonto è
meraviglioso per una persona e triste per un'altra, e per un'altra ancora è
indifferente. Il tramonto è lo stesso. Sembra bello alla persona che è in grado
di sintonizzarsi con lui, che è in grado di essere in silenzio e rispecchiarlo
nel proprio essere, che ne sa gustare i colori, lo splendore, la meraviglia. E
lo stesso tramonto rattrista qualcun altro. Poiché è triste, quella persona
proietta sul tramonto la sua tristezza, non gli sembra bello. E la terza
persona... non guarda mai il tramonto, la luna, gli alberi, i fiori, o la
gente: ha gli occhi, ma non li usa mai: é ossessionata dalla fretta, deve
sempre correre da qualche parte — e neppure sa dove — vive una tensione costante,
insegue continuamente delle ombre. Non ha tempo da sprecare per guardare uno
stupido tramonto.
Dipende tutto da te. Se
vedi in me lo splendore... qualcosa di splendido è sorto in te.
Un uomo di silenzio,
trova questo mondo intero colmo di silenzio. Perfino il suono non fa che
rendere più profondo che mai il silenzio. E un uomo immerso nel caos, non
diventa mai consapevole degli immensi silenzi che accompagnano la notte.
Dipende tutto da te. Il tuo mondo non è altro che la tua proiezione.
Il modo in cui vedi il
mondo, il modo in cui vedi la gente, il modo in cui vedi gli alberi... tutto
dipende da te. Vivi in un mondo che hai creato tu stesso. Esistono tanti mondi
quante sono le persone, perché tutte vivono nel loro mondo. Deve essere
compreso in profondità perché solo così non produrrete più illusioni, dando
loro una forma oggettiva. Ricordate sempre che qualsiasi cosa vedete nel mondo,
è una vostra proiezione.
Certo, esiste uno stato
dell'essere oltre la mente, dove tutte le proiezioni cadono, in quel caso vedi
il mondo così com'è... semplicemente bello, oltre ogni immaginazione. Ma quella
bellezza è una forma di bellezza totalmente diversa. Non è una tua proiezione.
Nel momento in cui vai oltre la mente, all'improvviso diventi uno specchio. In
quel caso rifletti la realtà. Nella mente, proietti la realtà, non la rifletti.
Stando con me, meditando per anni, qualcosa deve iniziare a uscire dalla mente,
ad andare oltre la mente, e potrai essere certo in maniera assoluta che è
accaduta una trascendenza quando vedrai, non solo in me, ma in tutti, la
bellezza, l'autenticità, la sincerità.
Perfino in coloro che
non sono belli, che non sono sinceri, che non sono veri... non è importante. Le
loro azioni non formano il loro essere. Il loro essere è di gran lunga più grande
delle loro azioni piccole e insignificanti.
Quando sei centrato nel
tuo essere... al di là della mente, puoi vedere il mondo per ciò che è. Solo
poche persone hanno visto il mondo per ciò che è. Tutti lo hanno visto in
quanto loro stato d'animo, emozione, idea, suggestione.
Guarda il mondo e lascia
cadere ogni giudizio, e vivrai circondato da una atmosfera di purezza, priva di
apprezzamenti e di condanne: una pura e semplice osservazione. Questa
osservazione io la chiamo meditazione.
TRATTO DA: Osho, The Invitation
Guardarlo e ascoltare la sua voce
Il Dott. Amrito, che diventerà poi il
medico personale di Osho, ricorda il loro primo incontro
La porta si aprì di nuovo e lui entrò. Era
eccezionale. Era bellissimo, i suoi movimenti erano pieni di grazia: possedeva
un’eleganza delicata che quasi non si sposava coi suoi occhi ridenti e pieni di
divertimento. Con noncuranza si sedette e gli fu passato un portablocco. Il
discorso iniziò – in hindi! Io mi
presi mentalmente a schiaffi per essere venuto a un discorso in hindi e mi
guardai intorno per vedere se qualcun altro provasse il mio stesso disagio –
nessuno. Così mi limitai a guardare Osho e ad ascoltare la sua voce. Il suo
modo di essere con gli ascoltatori era particolare: stava chiaramente anche ‘dialogando’
con loro, mentre teneva loro un discorso. La sua voce era molto soffice e
melodiosa, ma variava costantemente: non riuscivo mai ad anticipare il picco o
il timbro della sua voce come succede normalmente, persino in una lingua
straniera. Lui diceva qualcosa, e all’improvviso tutti ridevano – per lo meno
quelli che capivano l’hindi – e poi aggiungeva qualcos’altro, come se
rispondesse direttamente alla loro risata. Il pubblico poi rideva ancora e lui
rispondeva – come due uccelli che con il loro richiamo d’amore si cercano
all’imbrunire. Eppure a dispetto di quella intima connessione, mancava qualcosa
e non riuscivo a capire cosa fosse.
Poi compresi che sebbene Osho avesse questa grande
connessione con il pubblico non c’era in realtà nessun ‘lui’ in gioco:
normalmente gli oratori sembrano compiaciuti quando la loro barzelletta ha
avuto successo, o sono attenti a non esagerare con l’umorismo in certi momenti
– te ne accorgi facilmente di questo loro coinvolgimento personale. Ma non con
Osho. Era completamente lì, totale: un momento gentilmente carezzevole, e
quello dopo alzando la voce al di sopra delle risate, solleticando i suoi
ascoltatori e portandoli a nuove altezze. Poi, all’improvviso, tutto diventava
diverso: il silenzio degli ascoltatori si faceva profondo, intenso. E nel
contempo lui continuava a essere rilassato e a suo agio, avrei potuto pensare
che, così tranquillo, stesse parlando a una platea vuota… all’aria. Alla fine
Osho si alzò, ci salutò con il namastè,
con le mani unite di fronte al viso, nel modo tradizionale indiano. Fece
scorrere lo sguardo intorno, sul pubblico, come a voler fissare direttamente
negli occhi ognuno dei presenti, e poi se ne andò, veleggiando, leggero come la
brezza del mattino. ...Ciò a cui avevo appena assistito, qualunque cosa fosse,
superava tutto quello che avevo mai vissuto in precedenza.
tratto da: Dr. George Meredith, Bhagwan: the most godless yet the most godly man
Per aiutarti a scoprire chi sei veramente,
talvolta il maestro deve usare le maniere brusche
Hai detto
che stai provando a sviluppare il terzo tipo di psicologia, la psicologia dei
buddha, ma dove troverai i buddha da studiare?
Tanto per cominciare, uno è già qui, e prima o poi
trasformerà molti di voi in tanti buddha. Se ce n’è già uno, si apre la
possibilità per molti altri, perché il primo funziona da agente catalizzatore:
non che farà qualcosa, ma in sua presenza le cose iniziano ad accadere da sole.
È questo il significato di agente catalitico. Prima o poi molti di voi
diventeranno dei buddha, perché ognuno è un buddha, fondamentalmente. Per
quanto tempo puoi evitare di riconoscerlo? Per quanto potrai posporlo? È
difficile – farai del tuo meglio per posporre, rimandare, creerai milioni di
difficoltà… ma per quanto lo puoi fare? Io sono qui per darti in qualche modo
una spinta nell’abisso, dove tu morirai e nascerà il buddha. Il problema è sempre trovarne uno, il primo. La sua presenza
soddisfa una necessità di base, e immediatamente diventano possibili molti buddha...
e se ce ne sono molti, allora la cosa diventa possibile per migliaia di altri. Il primo funge da scintilla, e una piccola
scintilla è sufficiente per dare fuoco a tutto il pianeta. Questo è
quello che è accaduto nel passato: una volta che Gautama divenne Buddha,
migliaia di altri via via lo diventarono. Perché non si tratta di divenire: lo
sei già. Qualcuno te lo deve ricordare, tutto qui.
L’altro giorno stavo
leggendo una delle parabole di Ramakrishna. Le amo. Ogni volta che mi capita la
leggo e rileggo. È proprio la storia di come il maestro funzioni da agente
catalizzatore. La storia è questa:
Una tigre morì partorendo
il suo piccolo, e il cucciolo fu cresciuto dalle capre. Naturalmente, la tigre
credeva di essere anch’essa una capra. Era del tutto naturale: cresciuta dalle
capre, vivendo con le capre… credeva di essere una capra. Era vegetariana,
masticava e mangiava erba. Non poteva farsi un’idea diversa: nemmeno nei suoi
sogni poteva immaginare di essere una tigre, ed era una tigre. Poi un giorno
accadde che una vecchia tigre s’imbatté in quel branco di capre… e non poteva
credere ai propri occhi: una giovane tigre che cammina in mezzo alle capre! Le
capre non avevano paura della tigre e sembrava proprio che non si accorgessero
che c’era una tigre che camminava tra di loro… e la tigre stessa camminava come
una capra. La vecchia tigre in qualche modo riuscì a catturare la giovane
tigre… non era facile da prendere: si mise a scappare – tentava in tutti i
modi di non farsi prendere, piangeva, si lamentava. Era terrorizzata, tremava
dalla paura. Tutte le capre fuggirono e lui cercava di fuggire con loro, ma la
vecchia tigre lo tenne stretto e lo trascinò verso il lago. Non voleva andarci.
Resisteva, proprio come tu fai con me. Tentò in ogni modo di non farsi
trascinare. Era spaventata a morte, piangeva, si lamentava, ma la vecchia tigre
non la mollava. Continuava a trascinarla e spingerla verso il lago. Il lago era
liscio come uno specchio. Forzò la giovane tigre a guardare nell’acqua... e lei
vide, con gli occhi pieni di lacrime – una visione poco chiara, ma proprio lì,
evidente – che era del tutto simile alla vecchia tigre. Le lacrime scomparvero,
e iniziò una nuova percezione dell’essere: la capra cominciò a sparire dalla
sua mente. Non era più una capra, ma non poteva credere a questa sua
‘illuminazione’. Il corpo tremava ancora, era spaventata. Pensava: “Forse lo
sto immaginando. Come può una capra trasformarsi così all’improvviso in una
tigre? Non è possibile, non è mai accaduto. Non succede mai così”. Non poteva
credere ai suoi occhi, ma ora la prima scintilla, il primo raggio di luce era
penetrato nel suo essere. Non era più la stessa, realmente. Non avrebbe mai più
potuto essere la stessa.
La vecchia tigre la portò
nella sua caverna. Ora non resisteva più, non era più così riluttante, così
spaventata. A poco a poco il suo coraggio cresceva, diventava sempre più
spavalda. Mentre si dirigeva alla caverna iniziò a camminare come una tigre. La
vecchia tigre gli offrì da mangiare della carne. È difficile per un
vegetariano, quasi impossibile, nauseante, ma la vecchia tigre non voleva
sentir ragioni. Lo forzò a mangiare. Quando il naso della giovane tigre percepì
l’odore della carne, accadde qualcosa: qualcosa di profondamente addormentato
nell’intimo del suo essere, con quell’odore si risvegliò. Fu attratta,
invogliata da quella carne, e iniziò a mangiare. E appena assaporò la carne, un
ruggito eruppe dal suo essere. E in quel ruggito la capra sparì, e la tigre si
manifestò in tutta la sua bellezza e il suo splendore. L’intero processo è
tutto qui… e ci vuole una vecchia tigre. Ecco il problema: la vecchia tigre è
qui, e per quanto tu provi a nasconderti – in tutti i modi – non ci
riuscirai. Sei riluttante, difficile da trascinare verso il lago, ma ti ci porterò.
Hai mangiato erba per tutta la vita. Ti sei scordato completamente l’odore
della carne, ma ti forzerò a mangiarla. Una volta che l’avrai assaggiata, il
ruggito eromperà. In quella esplosione la capra scomparirà… e sarà nato un
buddha.
tratto da: Osho, Yoga: The
Alpha and the Omega, vol 4 # 8
OSHO
Una vertigine chiamata vita
L’autobiografia
di un mistico spiritualmente scorretto
MONDADORI Editore – Euro
12.00
Un libro che è molto più di un’autobiografia e
molto più di una lettura, proprio nell’ottica di ciò che Osho ha chiarito:
arriveremo a sapere chi è lui solo quando avremo scoperto chi siamo noi. Nel
lanciarci questa sfida, egli ci invita a imparare dalla sua vita e dal suo
lavoro ciò che possiamo, riconoscendo però che questa operazione ha significato
solo nella misura in cui ci porta a conoscere maggiormente noi stessi.
Il passare del tempo sta creando una prospettiva
che ci permette ora di inquadrare meglio ciò che Osho è e ciò che la sua vita
ha donato al nostro esistere. Il suo passato suonerà così vivido e struggente
che ci risulterà impossibile
considerarlo concluso, e il nostro futuro avrà l’opportunità di liberarsi dagli
incastri con cui vogliamo condizionarlo, attingendo proprio a quel passato,
così naturale e così umano, nuovi spunti per nuovi sbocchi esistenziali.
La vita é un gioco, La morte é un gioco…
La meditazione ti porta faccia a faccia con
la realtà. Quando sai – per esperienza diretta – cos’è la vita, non ti
preoccupi più della morte. Ci sono storie bellissime di come persone che
conoscono la meditazione, abbiano affrontato la morte gioiosamente,
scherzosamente.
Un grande monaco Zen
dichiarò ai suoi discepoli: “Oggi morirò. Non impeditemelo”.
“E chi te lo impedisce?”
chiesero. “Però è strano…! Nessuno dichiara la propria morte come hai fatto tu,
senza motivo. Stavi parlando di grandi cose e poi, all’improvviso, annunci che
stai per morire!”.
L’uomo disse: “Sono
stanco. Non tormentatemi. Per questo dico di non impedirmelo. Dovete fare solo
una cosa: suggerirmi il modo”.
I discepoli dissero: “Ma
quale modo possiamo suggerirti? Se vuoi morire, muori”.
E lui: “Non voglio morire
al solito modo”.
“Qual è il solito modo?”
gli chiesero. “Il solito modo,” rispose “è stendersi a letto e morire. Il
novantanove percento delle persone sceglie quel modo. È una loro scelta. Io non
voglio far parte della massa. Pensateci su e suggeritemi qualche idea
originale, perché non muoio tutti i giorni… solo una volta! È assolutamente
appropriato per me morire in modo originale. Ho vissuto in maniera originale,
perché dovrei morire come tutti gli altri?”.
I discepoli erano in
difficoltà. Quale modo originale? Qualcuno suggerì: “Puoi morire da seduto, la
gente muore sdraiata”.
“Non è molto originale,”
disse il monaco. “Prima di tutto non c’è una gran differenza tra l’essere
sdraiati e l’essere seduti, e poi ci sono stati molti santi che sono morti
seduti nella posizione del loto. Io non lo farò. Non riuscite a suggerire… e
poi dite di essere miei discepoli!”.
“Non avevamo mai pensato
che ci facessi una richiesta simile” risposero.
Uno disse: “Se mettersi
seduto non è molto originale, muori in piedi”.
“Va un po’ meglio”, disse
il maestro. Ma uno obiettò: “Ho sentito di un altro santo che è morto in
piedi”.
Il vecchio santo disse:
“Allora è davvero difficile. Così hai distrutto anche quella possibilità. Ora
pensaci su di nuovo. E devi essere tu a suggerire, perché sei stato tu a
distruggerla. Avevo deciso di morire in piedi, e tu mi dici che non è
originale”.
“Originale sarebbe morire
a testa in giù,” disse il discepolo.
“Sono felice di avere per
discepolo un pensatore originale,” disse il maestro. “Farò del mio meglio”.
Quindi si mise a testa in
giù e morì.
Ora i discepoli non
sapevano cosa fare, perché ogni rituale dà per scontato che la persona sia
sdraiata sul letto – non c’erano precedenti. Quindi la prima cosa sarebbe stata
metterlo su un letto. Ma lui era così contrario… si sarebbe arrabbiato. Era un
uomo tale che anche da morto sarebbe stato capace di punirli, oppure avrebbe
potuto mettersi di nuovo a parlare: “Questo non è… State di nuovo facendolo al
solito modo”.
Qualcuno suggerì: “Ecco il
modo migliore: sua sorella vive in un monastero qui vicino, è più vecchia di
lui, è meglio chiamare lei. A ogni modo dobbiamo informarla della morte del fratello.
Lasciamo che sia lei a suggerire cosa fare”.
La sorella arrivò e si
dimostrò una vera sorella per l’uomo. Disse: “Sei un idiota! Per tutta la vita
sei stato un rompiscatole, non hai mai fatto nulla nel modo giusto. Non si fa
così. Alzati e mettiti a letto!”.
E la storia racconta che
il morto si alzò, si stese sul letto e la sorella disse: “Ora chiudi gli occhi
e muori”. E non rimase neppure a guardare, se ne andò.
Per le persone che vivono
in profonda meditazione la vita è un gioco e così è anche la morte.
Quando
la sorella se ne fu andata, il santo morto aprì un occhio e chiese: “Se ne è
andata quella strega? È sempre stata una tortura per me… solo per il fatto che
ha tre anni più di me. Ora però non ha senso… Morirò come tutti”.
Chiuse gli occhi e morì. A
quel punto per i discepoli era ancora più difficile decidere se era morto o no.
Quindi provarono a pizzicarlo, ad aprirgli gli occhi: “Sei ancora lì… o te ne
sei andato?” – ma era morto davvero. Attesero, visto che non c’era fretta gli
lasciarono un’altra mezz’ora. Forse avrebbe riaperto gli occhi… ma il vecchio
se ne era davvero andato. 1
Un altro maestro disse ai suoi discepoli:
“Ascoltate, ho già fatto il bagno e ho cambiato i vestiti, sono puliti, nuovi,
quindi non occorre… dopo la mia morte, non cercate di ingannarmi: siete miei
discepoli, dovete seguire i miei ordini. Quando sarò morto, niente bagno né
cambio di vestiti. L’ho già fatto io per voi”. Loro dissero: “Va bene, siamo
tutti testimoni”.
Lui continuò: “E
ricordate, nessuno deve interferire”.
Conoscevano il maestro:
era un uomo tale che, se qualcuno avesse interferito, sarebbe stato capace di
riaprire gli occhi. Li aveva bastonati per tutta la vita, e non volevano che li
bastonasse ancora, persino dopo la morte. Quindi fecero come voleva lui.
E lui cosa aveva fatto?
Aveva giocato il suo ultimo tiro. Quando il fuoco cominciò a bruciare il corpo
– aveva nascosto dei mortaretti nei suoi abiti, ecco perché non voleva che li
cambiassero – i mortaretti cominciarono a esplodere con grande bellezza
tutt’intorno a lui. E la gente si mise a ridere: non avevano mai visto una
morte di questo tipo.
I discepoli dissero: “Era
un uomo che poteva ridere della morte perché sapeva che la morte non esiste”. 2
brani
di osho tratti da:
1. Om Shantih Shantih Shantih # 24
2. The Invitation # 7
Quando me ne sarò andato
Osho, quando tu lascerai il corpo, le tue tecniche di
meditazione continueranno ad aiutare, come fanno adesso, la nostra crescita
spirituale?
Il mio approccio alla
vostra crescita è essenzialmente quello di rendervi indipendenti da me.
Qualunque tipo di dipendenza è una schiavitù, e la dipendenza spirituale è la
peggiore fra tutte la schiavitù.
Ho fatto ogni sforzo per
rendervi consapevoli della vostra individualità, della vostra libertà, della
vostra totale capacità di crescere senza aiuto da parte di nessuno. La vostra
crescita è qualcosa di intrinseco al vostro essere interiore: non proviene
dall'esterno — non è un'imposizione, un compito, è una rivelazione. Tutte le
tecniche di meditazione che vi ho dato non dipendono da me — la mia presenza o
meno non farà alcuna differenza — dipendono da voi; perché funzionino è
necessaria non la mia, ma la vostra presenza. Non è il mio essere qui, ma il
vostro essere qui, il vostro essere nel presente, il vostro essere vigili e
consapevoli che vi aiuterà. Capisco la domanda e la sua importanza. L'intero
passato dell'uomo è, in modi diversi, la storia dello sfruttamento. E persino
le cosiddette persone spirituali non hanno resistito alla tentazione di sfruttarvi.
Fra cento maestri, novantanove hanno provato a obbligarvi a pensare che:
"Senza di me non potrai crescere, non è possibile alcun progresso. Dammi
tutta la tua responsabilità". Ma nel momento in cui tu dai tutta la
responsabilità a un altro, senza saperlo stai dando via tutta la tua libertà. E
tutti quei maestri, naturalmente, prima o poi dovevano morire, ma si lasciavano
dietro una lunga fila di schiavi: cristiani, ebrei, indù, mussulmani. Cos'è
questa gente? Perché qualcuno dovrebbe essere un cristiano? Sii un Cristo, se
puoi essere qualcuno, ma mai un cristiano. Non vedi che è un'umiliazione
definirti un cristiano... un seguace di qualcuno che morì duemila anni fa?
L'umanità intera che segue un morto. Non è strano che i vivi debbano seguire
chi è morto, che i vivi debbano essere dominati da chi è morto, che i vivi
debbano dipendere dai morti e dalle loro promesse 'Torneremo a salvarvi'?
Nessuno di loro è tornato a salvarvi. E infatti nessuno può salvare nessun
altro: va contro le verità di base su cui si fondano libertà e individualità.
Per quanto mi riguarda, io sto facendo ogni sforzo per rendervi liberi da tutti
— me stesso incluso – per farvi percorrere da soli il sentiero della ricerca
interiore. L'esistenza rispetta la persona che osa essere sola nella ricerca
della verità. L'esistenza non ha alcun rispetto degli schiavi. Non meritano
nessun rispetto: non hanno rispetto per loro stessi, come possono aspettarsi
che l'esistenza sia rispettosa verso di loro? Perciò ricordate, quando me ne
sarò andato, non perderete niente. Forse potrete acquisire qualcosa di cui
siete totalmente inconsapevoli.
In questo momento sono
disponibile per voi solo in un corpo: imprigionato in una certa forma, con
certe fattezze. Quando me ne sarò andato... e dove potrei andare? Sarò qui...
nel vento, nell'oceano; e se voi mi avete amato – se vi siete fidati di me – mi
sentirete in mille modi. Nei vostri momenti di silenzio, all'improvviso
sentirete la mia presenza. Una volta lasciato il mio corpo, la mia
consapevolezza sarà universale. In questo momento dovete venire da me. Più in
là, non ci sarà bisogno di cercarmi... ovunque voi siate – con la vostra sete,
col vostro amore – e mi troverete nella profondità del vostro cuore, in ogni
battito del vostro cuore.
TRATTO DA: Osho, Beyond Enlightenment # 11
Al di là dello spazio tempo
Il dipinto che ho iniziato rimarrà
imperfetto – anche se io continuerò a tentare di perfezionarlo... ma è nella
natura stessa delle cose, dell’esitenza, che non possa essere perfetto.
E non è il mio dipinto. Quelli che sono con me... è anche il loro dipinto, in uguale misura. Quando
me ne sarò andato dovete continuare a dipingere… deve crescere: nuovi fiori,
nuove foglie. Non lasciatelo morire, mai. O, in altre parole, non lasciatelo
diventare perfetto. Osho
Buddha che non è più nel corpo, Buddha che non è
più nel tempo, che non è più nello spazio, ma che ancora esiste; Buddha che è
diventato uno con la totalità, ma che ancora esiste. È un fatto paradossale ed
è molto difficile da capire, perché non riusciamo a capire nulla che sia aldilà
del tempo. Tutta la nostra visione è ristretta all’ambito temporale; tutta la
nostra visione è ristretta all’ambito dello spazio. Quando qualcuno dice che
Buddha esiste al di là del tempo e dello spazio, a noi non dice nulla, non
riusciamo a capirlo.
Quando si dice che Buddha esiste al di là dello
spazio, significa che non esiste da nessuna parte in particolare. E come si può
esistere senza esistere da nessuna parte in particolare? Buddha esiste:
semplicemente esiste. Non si può dire dove sia. In quel senso non è da nessuna
parte e in quel senso è ovunque. Per la mente che vive in uno spazio, è
difficile capire qualcosa al di là dello spazio.
Buddha continua a guidare la gente... Ogni maestro
continua a guidare. Ogni volta che sei vicino a un maestro – non vicino a un
insegnante – puoi avere fiducia. Anche se non raggiungi l’illuminazione in
questa vita, avrai sempre una guida sottile. Molte persone vicine a Gurdjieff
sono venute da me. Sono venute, perché Gurdjieff le ha spinte verso di me. Non
esiste un altro maestro verso il quale Gurdjieff potrebbe mandarle o spingerle.
Molti discepoli di Gurdjieff verranno, prima o poi, e loro non ne sono
consapevoli, perché non sono in grado di capire quello che sta succedendo. Credono
che sia un puro caso.
tratto
da: Osho, Yoga La Scienza
Dell’anima, vol. 2, ed ECIG
LA RICERCA
Discorsi sui Dieci Tori dello Zen
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Edizioni News Services
Corporation
Pagine 368 - € 18,00
L’uomo
è una ricerca. Non è soltanto qualcuno che indaga: è l’indagine. La ricerca ha
inizio nel momento stesso in cui si è concepiti. Dall’istante del concepimento
a quello della morte, l’uomo è un’indagine alla ricerca della verità! E se non
andrai in cerca della verità non sarai un uomo. Perderai l’occasione che questa
vita ti offre. Se la tua ricerca non si innalzerà ad altezze tali da
trasformare tutta la tua energia in un’indagine e se tu non diventi una pura e
semplice ricerca, non sarai un uomo.
Questa è la gloria dell’uomo. Egli è molto piccolo
ma è più grande del cielo, poiché c’è in lui qualcosa di unico: la capacità di
porsi interrogativi, di ricercare. Neppure la vastità del cielo è tanto vasta
quanto l’uomo, poiché il cielo può avere una fine, ma non vi è limite
all’indagine dell’uomo. Si tratta di un pellegrinaggio eterno, che non ha
principio né fine. Questi dieci tori sono una rappresentazione pittorica
dell’indagine, l’indagine che io chiamo uomo!
Quando ci si accinge a compiere un viaggio nella
propria dimensione interiore, si abbandona il mondo, si rinuncia a tutto ciò
che ostacola il cammino, si rinuncia a tutto quanto non sia essenziale, in modo
da poter ricercare l’essenziale ed esplorarlo. Si cerca di sgravarsi di ogni
fardello, affinché il viaggio diventi più agevole, perché il viaggio, questo viaggio, conduce alla vetta, a
quanto di più elevato esiste: il vero e proprio apogeo delle possibilità umane,
il vero culmine. Si abbandona il mondo, rinunciandovi, ma non solo: si rinuncia
alla mente, in quanto la mente è la causa alla base del mondo intero. Il mondo
dei desideri, il mondo dei possessi, rappresenta solo la parte esterna; quella interna è rappresentata dalla mente: la mente colma di desideri e bramosie, la mente gelosa e
competitiva, la mente piena di pensieri, quello è il seme. Si rinuncia sia a
quanto vi è di esterno, sia all’interno, divenendo vuoti: ecco cos’è la
meditazione; si diviene totalmente vuoti, ma è questa la fine di tutto?
...questa non è la fine: si ritornerà al mondo, si ritornerà alla piazza del
mercato e solo in quel momento il cerchio sarà completo. Naturalmente, si
ritorna completamente rinnovati. Non si ha più nulla a che vedere con il
passato, che è scomparso, svanito per sempre. Si ritorna del tutto rinnovati,
risorti, rinati: quest’uomo non era mai esistito in precedenza; quest’uomo
arriva completamente nuovo e vergine. Tuttavia si ritorna al mondo, vivendo
nuovamente in esso eppure continuando a viverne al di là. Si diviene di nuovo
normali, tagliando legna, traendo acqua dal
pozzo, camminando, sedendo, dormendo; si diventa assolutamente normali.
Intimamente il vuoto permane incorrotto: si vive nel mondo, ma il mondo non è nella nostra mente, il mondo non è
dentro di noi; si vive senza essere
toccati, simili a un fiore di loto.