Pag. 2 I centri di Osho
in Italia
Pag. 5 Osho Times News
Pag. 8 Yoga
Pag. 16 Tantra
Pag. 20 Hai mai notato...
Pag. 22 Eutanasia
Pag. 29 Arte: scolpire
il legno
Pag. 33 La famiglia
Pag. 50 L'Oroscopo
di ottobre
Pag. 52 La
vetrina
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Vacanze a Pune
Anche durante la stagione
delle piogge (i monsoni, che iniziano a giugno per concludersi a fine
settembre) passare un po’ di tempo all’Osho
Meditation Resort di Pune è una gran cosa.
Ce lo confermano i visitatori,
fra cui, negli anni, moltissimi gli italiani, che per motivi di lavoro possono
avere un periodo di ferie solo ad agosto. “Tanto per cominciare, soprattutto
nella zona di Pune, non è che
piova sempre, come magari possiamo immaginarci dai film o dalle notizie dei
media occidentali. E poi adesso, con l’autostrada Bombay – Pune,” ci racconta entusiasta uno degli abituali visitatori
estivi, “questo pezzo del viaggio lo fai tranquillo in 2 ore e mezza, massimo
tre, mentre prima era davvero un’avventura, e neanche tanto piacevole: spesso
arrivavo stravolto dalla fatica e dallo stress”. Arrivare al Resort, comunque, è sempre
emozionante: “È un’oasi di pace, di bellezza – tutto questo verde – e anche di
pulizia… all’interno di un ambiente indiano dove spesso il ‘progresso’ è mal
gestito, e provoca degrado e inquinamento”. E poi
l’entusiasmo di incontrare amici vecchi e nuovi, visitatori da tutti i paesi
del mondo, e la bellezza di meditare fra così tante persone “tutte alla ricerca
di qualcosa di più vero… ti dà subito una prospettiva diversa”.
Ma non si tratta solo di meditazione e gruppi di
crescita interiore… c’è
un mucchio di spazio per la celebrazione e anche il puro e semplice divertirsi.
Ecco cosa ci scrive Nisimo,
che in Italia insegna musica, degli spettacoli serali che si sono tenuti
quest’estate all’interno del Resort, al Plaza: “...i ‘Theatre Games’ dove
ci sono due squadre, e a turno devono
indovinare il titolo del libro di Osho che uno dei membri della squadra sta
mimando… c’è da morire dalle risate a vedere cosa s’inventa la gente per far
capire ai compagni di squadra alcuni di questi titoli… e poi la ‘Stick Dance’ di Asho, bravissima a
sapersi perdere nei movimenti e nella danza delle sue lunghe e bellissime aste
fosforescenti; una bravissima ballerina indiana che si è esibita in una danza
etnica; la danza del fuoco con Monic che ha ballato
con, dentro e attraverso il fuoco delle sue piccole lampade roteanti, in modo
stupendo… e poi canzoni, musica dal vivo e un gustosissimo siparietto
umoristico. Subhuti, showman e presentatore mi dice: ‘Qui nel Resort il tipo di
pubblico è unico, molto caloroso e si crea facilmente un’atmosfera da grande
famiglia. Jivan Mary poi, la coordinatrice, in poche
ore sa montare uno spettacolo e sa scegliere gli
artisti, combinando divertimento, gioia, l’esperienza del cuore e il saper
stare insieme’ …riescendo
davvero a mettere insieme risate, gioco, arte e capacità creative di ognuno dei
partecipanti”.
E anche dall’Italia…
...buone notizie!
Un ‘pienone’ a Miasto per i dieci giorni di Osho Love Explosion, l’ormai tradizionale
festival che si tiene intorno a Ferragosto. Un grande
successo: “… anche durante i primi tre giorni in cui ha piovuto a dirotto,” ci
scrive Prafulla, “tutto ha continuato a fluire in un
clima di celebrazione e di gioia”. Oltre alla bellezza di Miasto,
ciò che ha attirato così tanta gente è stato un nutrito programma, con proposte
di sicuro interesse, e dei bei concerti, a volte all’aperto, che hanno sempre
registrato molte presenze… “Straordinaria è
stata anche la partecipazione alle
meditazioni… oltre che di ballare,
cantare e giocare (e per tutto questo c’è stato veramente tanto
spazio) la gente aveva voglia di fermarsi e gustare uno spazio interiore:
meditazioni, satsang
e White Robe con musica dal vivo”. Un festival
che continua a crescere di anno in anno.
Era invece la prima volta, a Rimini, che
all’interno del Festival del Fitness – un grande evento del settore che richiama centinaia di migliaia di visitatori – si presentava
‘Healthness’: un’area espositiva di 2000 metri
interamente dedicata al benessere psicofisico. Una scelta
valida e articolata di tecniche e terapie ‘olistiche’
a disposizione di un pubblico nuovo come quello del Fitness.
“Quattro giorni veramente di fuoco,” ci scrive Nijen, uno dei
promotori dell’iniziativa, “un grande successo: quasi non credevamo ai nostri
occhi nel vedere le centinaia di persone che partecipavano a tutte le nostre
proposte. Gran parte dello staff e dei terapisti invitati erano sannyasin e le meditazioni di Osho
hanno rappresentato una parte molto importante del programma. Qualcosa di
assolutamente magico è stata ad esempio la meditazione No Dimension…
proprio in uno dei momenti più affollati in assoluto: un vortice di energia e di silenzio mentre intorno tutto impazziva! La
dimostrazione che meditare ‘in the marketplace’ è possibile! Difficile raccontare tutto… abbiamo potuto
vedere amanti del fitness che si buttavano in una scatenata Trance
Dance, persone di ogni età partecipare a un rituale degli indiani d’America…
Complessivamente ben 1000 persone si sono fatte ‘massaggiare’ in tutti i modi:
dalla riflessologia plantare al massaggio ayurvedico, allo shiatzu…
Tutto questo – oltre che il prodotto
dell’entusiasmo e della dedizione di staff e terapisti… impossibile
ringraziarli tutti in questo poco spazio – è potuto
accadere anche grazie alla partecipazione e all’aiuto di tantissimi amici che
hanno veramente creato uno spazio speciale di meditazione e celebrazione…”. Che
poi Rimini non ‘viva’ solo d’estate lo dimostra
l’esperienza de ‘La Ternana’, un centro giovani dove
da tre anni a questa parte ci sono meditazioni, danze, musiche ed eventi
speciali guidati da ‘amici in visita’ quali Anando e Manisha (solo per fare
due nomi), che richiamano fino a un centinaio di persone per volta. Quest’anno il programma prevede eventi e meditazioni tutti
i lunedì sera, continuano al sabato pomeriggio le arti
marziali (precedute dalla meditazione dinamica!), scambi di Reiki
il venerdì sera e la AUM meditation una volta al
mese.
Per informazioni: Somraj
3383774360
Nijen 3475542085
antoniocoatti@libero.it
Passaparola
Un invito da parte di
Videha, che da oltre 20 anni si occupa della pubblicazione dei libri di Osho in
italiano:
“Si avvicina una data importante nel quadro del lavoro fatto in tanti anni con i libri di
Osho: Mondadori a Gennaio 2003 pubblicherà l’autobiografia di Osho, già uscita
in inglese da diversi anni. È una lettura che entusiasmerà tutti voi, ne siamo certi, in quanto chiarisce molti aspetti di una vita
vissuta oltre i limiti e immerge letteralmente in una dimensione ‘altra’, anche
e soprattutto rispetto all’idea canonica che si ha della spiritualità, di un
Maestro, di una vita vissuta in funzione del vero, della libertà... il
desiderio è che se ne parli ‘ampiamente’ sin d’ora...
e il passaparola è un veicolo
importante, così da creare un terreno fertile, pronto ad assorbire questa
fatica che ha richiesto anni di lavoro su decine e decine di Opere di Osho.
D’altra parte, si vorrebbe che di questo libro ne parlassero anche i media (giornali, radio e TV) così da farne conoscere
l’esistenza anche a persone che ancora poco conoscono Osho: può essere una
soglia d’accesso dirompente. Per questo, ci stiamo organizzando per realizzare
una campagna a largo raggio, per far conoscere quanto più possibile quest’opera:
recensioni su giornali, radio e TV che ne parlano. Purtroppo, se dobbiamo dare
ascolto a ciò che capita di leggere sulla più importante rivista sul mondo dei media, Prima
Comunicazione: ‘Se pubblico un libro, ho una possibilità su 40mila di
essere recensita. A meno di non essere figlio carnale di qualche direttore di giornale’, avere una recensione è cosa rara. Ecco perché
stiamo cercando di dare forma a un network minimo di
nomi di giornalisti, in cui esista una soglia di ascolto reale... e il tuo
aiuto potrebbe essere prezioso.
Conosci qualche giornalista che abbia
interesse a parlare o a recensire questo libro di Osho? Hai qualche idea in
merito (magari su come accedere a indirizzi ad hoc)?
Nel caso, manda una e-mail con i dati che ritieni
validi e che vuoi condividere a videha@osho.it,
oppure scrivi a Oshoba. Grazie!”.
“Una guerra contro l’umanità”
Non è più Osho, che lo predisse anni fa, quando il
morbo dell’Aids venne scoperto (1983) ma Nelson Mandela che chiude così la XIVª conferenza internazionale
dedicata alla malattia che ha già ucciso 20 milioni di persone: “Più di tutti i
conflitti della storia, più di tutti i disastri naturali”, sottolinea. E le conclusioni raggiunte sono disarmanti per quanti ancora
ignorano questo flagello. Sono 40 milioni le persone nel mondo che oggi
convivono con il virus e nel giro di otto anni altri
45 milioni potrebbero infettarsi. In realtà le strategie di molti governi
rendono impossibile avere stime reali: in Cina, intere regioni infettate non
sono agibili ai giornalisti (le Nazioni Unite prevedono 20 milioni di cinesi
sieropositivi nel 2010); in Africa (più di 28 milioni di persone infette) è praticamente impossibile un censimento reale… I vaccini in
via di sperimentazione sono trenta, ma solo uno finora è stato sperimentato
sull’uomo e ancora non se ne conoscono i risultati. Solo l’anno prossimo si
saprà della sua efficacia e solo nel 2005, se tutto andrà bene, si potrà
utilizzarlo realmente. Per ciò che concerne le persone infette, esiste oggi un
farmaco in grado di rallentare la malattia in quanto impedisce la fusione del
virus con la cellula ospite. Purtroppo si tratta di una delle molecole più
complesse mai progettate (la sua sintesi richiede 106 passaggi) pertanto la sua
disponibilità è minima: attualmente può essere
somministrato a non più di 3.000 pazienti, che saliranno a 25.000 alla fine del
2003. Il costo: 10/12.000 euro all’anno.
L’arma più sicura per difendersi resta dunque
sempre la prevenzione. Purtroppo, in tutti i Paesi si nota
che la soglia di attenzione sta calando, soprattutto tra i giovanissimi e le
donne… le conseguenze: un aumento del 20% dei nuovi casi di infezione, questo
in Europa. Non solo: l’Aids non è più percepito come la peste
del secolo, fa meno paura, è diventato un rischio accettabile; non solo: in
Italia 4 donne su 10 si sono infettate consapevolmente col virus dell’Aids per
condividere la sorte del partner per amore, per ignoranza o per sacrificio!
In tutto questo, solo 1,75% delle persone infette
nel mondo (700mila pazienti) riceve una cura, di cui la maggior parte (circa
500mila) vivono nei Paesi industrializzati.
Crude
verità
Dal 26 agosto al 4 settembre a Johannesburg si è
tenuto il secondo vertice mondiale per uno ‘sviluppo sostenibile’ (il primo fu
tenuto a Rio, dieci anni fa). Nella sala in cui si sono riunite le 65mila
persone provenienti da tutti i Paesi del mondo, qualcuno consigliava di
collocare questo ‘memento mori’: nel 1900 il mondo
era abitato da un miliardo e mezzo di esseri umani,
praticamente la popolazione attuale della sola Cina, o gli abitanti che la sola
India avrà fra pochi anni. Tra questi due parametri ci sono tutti i dati del
problema: questa crescita demografica è accompagnata da uno sviluppo economico
e tecnologico travolgente; idrocarburi, concimi chimici, rivoluzione dei
trasporti, conquiste mediche hanno liberato milioni di esseri
umani dalla schiavitù della sopravvivenza e ne hanno prolungato, spesso a età
prima impensabili, la vita. Questo miracolo è però accompagnato da un lato
oscuro un tempo inimmaginabile: intere popolazioni vivono di
stenti, oppresse da una fame cronica che semina vittime ogni minuto. Il
pianeta e le sue risorse sono abusate e un equilibrio
millenario è oggi fortemente intaccato al punto che qualcuno sta calcolando il
punto di non ritorno, prodotto da siccità e inquinamento. Non solo: la forte
diffusione della razza umana è accompagnata da un progressivo estinguersi di
decine e decine di specie animali e vegetali.
L’assenza di un processo di consapevolezza, o forse è meglio dire la forte
presenza di un analfabetismo esistenziale congenito, ci porta a vivere
spensierati e alla giornata mettendo a rischio il migliore dei mondi possibili;
ma l’interrogativo che forse sarebbe il caso di portare alla luce della nostra
coscienza è questo: il pianeta, l’anima collettiva del genere umano, ha forse
deciso di suicidarsi? Sicuramente le soluzioni tecniche che aiuterebbero a evitare il collasso degli equilibri naturali esistono, per
esempio primo fra tutti l’uso di energie alternative, la riduzione di emissioni
nocive, conservazione e uso più oculato delle materie prime (tra cui l’acqua,
le foreste la cui distruzione ammonta ogni anno a una superficie equivalente a
4 volte la Svizzera) ma l’egoismo collettivo (mio, tuo, nostro, delle
organizzazioni cui apparteniamo, delle imprese in cui lavoriamo o di cui ci
serviamo, degli Stati in cui viviamo) cozza contro qualsiasi buonsenso.
Difficile ipotizzare se tutto ciò che è nato da quell’incontro
di Johannesburg stabilisca un’intesa minima di buon senso reale e se questa poi
sarà rispettata: dopo dieci anni di promesse non mantenute e di
impegni clamorosamente smentiti, le speranze sono veramente poche. Ma
noi, ma io e te, possiamo iniziare a fare i primi passi verso una inversione di tendenza? Mai come ora introdurre la
consapevolezza e il suo sviluppo nel nostro stile di vita diventa una vera e
propria questione di sopravvivenza, visto che neppure gli scenari più
apocalittici spingono i governi ad agire: solo una visione esistenziale positiva può aiutare a trovare un equilibrio nuovo e diverso
nelle nostre scelte di tutti i giorni.
Ha
un fascino a metà fra la new age
e l’antica saggezza orientale… e gode di un sempre maggior successo in tutto il
mondo.
Anche in Italia se ne sente parlare sempre di più: una
semplice ricerca in internet porta a decine di migliaia di risultati – siti
specializzati, pagine dedicate in alcuni portali di successo, centinaia di
libri, e poi video, associazioni… c’è proprio di tutto: dai corsi nella
palestra sotto casa (o magari lo yoga per la terza età al centro anziani) a chi
promette ‘poteri occulti’. Lo si pratica semplicemente come
un’alternativa alla palestra, una specie di ginnastica dolce dal fascino
esotico (… e si suda meno che con l’aerobica e lo jogging!) oppure c’è anche la
possibilità di studiarlo nelle sue varie, complicate diramazioni – alcune delle
quali francamente sembrano ormai avere una parentela ‘molto alla lontana’ con ciò che scriveva Patanjali,
il fondatore dello yoga, circa 2000 anni fa.
Osho ha dedicato
specificatamente al commento degli ‘Yoga Sutra’ di Patanjali un centinaio di discorsi (raccolti in ben 10
volumi), oltre ad averne parlato spesso anche in altre occasioni; le pagine che
seguono quindi non hanno alcuna pretesa di essere
esaustive: sono semplici puntualizzazioni utili per avere maggior chiarezza su
un argomento che sembra essere sempre più d’attualità.
Lo yoga è davvero importante ma
devono essergli aggiunte molte più cose.
È una disciplina molto
antica e l’uomo è molto cambiato. È una delle cose più antiche del mondo, ma la
disciplina è stata creata per un certo tipo di uomo
che ormai non esiste più. Si è giunti a una
spaccatura: l’uomo è cambiato moltissimo e la disciplina è rimasta molto
ortodossa – da un lato ciò è necessario, altrimenti la purezza della disciplina
non può essere protetta; i custodi di ogni scuola proteggono la purezza, ma il
problema è che riescono sì a proteggere la purezza della disciplina, ma poi la
spaccatura tra l’uomo e il sistema diventa sempre più grande – perché l’uomo
continua a cambiare.
Sono
avvenuti cambiamenti tremendi
– non solo nella mente umana, ma nella biologia e nella fisiologia dell’uomo –
e lo yoga deve tenere il passo… e quindi bisogna aggiungergli molte altre cose.
Molte persone provano lo yoga ma pochi ci riescono
veramente. Per la maggior parte può diventare una sorta di esercizio
fisico… il che va bene, nei suoi limiti: ti dà una certa salute, un certo
benessere, ma questo non era lo scopo dello yoga.
È come avere un aeroplano
e utilizzarlo come autocarro. Puoi usarlo come un autocarro, e va anche bene…
ma avresti potuto volarci. Lo yoga è soltanto un mezzo per raggiungere la meta suprema. La
parte fisiologica non è la parte più essenziale, ma lo
è diventata. Molte persone ci si sono perse: per tutta la loro vita fanno pratica con il corpo e si sentono bene. Ma sentirsi bene non è abbastanza. A meno
che non si percepisca il divino, sentirsi bene non è abbastanza. A meno che non si diventi il divino, niente è abbastanza. E ci si dovrebbe continuamente ricordare che c’è ancora
tanta strada da fare, è necessario molto più lavoro. Tutte le nuove scoperte
sulla fisiologia del corpo umano, tutte le nuove intuizione
della biologia, della scienza genetica, tutti i chiarimenti di Freud sull’energia sessuale, qualunque nuova possibilità si
sia aperta attraverso l’agopuntura – tutte queste cose devono essere aggiunte
allo yoga. Solo allora lo yoga può diventare davvero la scienza suprema. C’è
molto da fare… se arrivi a essere interiormente
integro, ‘uno’ – e puoi sentire che l’integrazione è avvenuta al tuo interno e
tutto è chiaro – allora puoi avere il tuo approccio personale su come integrare
tutte le conquiste della mente moderna con l’antica scienza dello yoga.
Ciò che è accaduto alla
mente moderna è sempre da tenere in considerazione.
Ai tempi di Patanjali esisteva nel mondo un tipo di uomo
totalmente diverso – molto semplice, primitivo, non represso, senza nevrosi,
senza condizionamenti; naturale, più spontaneo, più in sintonia con la natura.
Fidarsi era semplice, era difficile il dubbio. Infatti trovare una persona dubbiosa era quasi impossibile.
Fidarsi era naturale come respirare.
Adesso è il contrario.
Fidarsi è quasi impossibile, dubitare è naturale quanto respirare. E tutta l’energia è repressa… l’uomo non sta più fluendo.
Non è più un flusso, ma è congelato: molti arti sono completamente tagliati
fuori o come paralizzati.
Bisogna tenere in
considerazione queste cose. Altrimenti, se si dà lo yoga all’uomo moderno ed
egli è troppo represso, lo yoga può diventare per lui un sistema repressivo, e
non lo aiuterà a crescere. Comincerà a contrarsi. Nel corpo potrebbe anche
sentirsi bene… spiritualmente sparirà.
Prima di tutto è
necessaria una grande, intensa catarsi. Ecco perché insisto così
tanto sui metodi catartici. Una volta che è avvenuta la catarsi, solo
allora è possibile usare le tecniche yoga, perché
allora non c’è niente che possa essere represso. Altrimenti lo yoga implica un
controllo così intenso che se hai qualcosa da reprimere e pratichi lo yoga, questa energia repressa finirà nel fondo del tuo inconscio e
ti ci potrebbero volere vite e vite per ritornare in contatto.
Tutte le repressioni,
quindi, devono essere liberate. Prima che uno entri nel cammino dello yoga,
almeno oggigiorno, deve liberarsi di qualsiasi repressione. Così i nuovi metodi
‘di crescita interiore’ possono essere di incredibile aiuto. Encounter, Gestalt, Maratone possono essere di incredibile aiuto. Ma gli yogi sembrano
essere contrari a questi metodi e le persone del nuovo movimento ‘di crescita’ sembrano essere contro lo yoga. Quelli dei gruppi
‘di crescita’ pensano che lo yoga sia ‘figlio della repressione’ e gli yogi pensano che questi metodi siano una specie di indulgere.… e
io credo che entrambi abbiano torto.
Prima che un uomo dalla
mente repressa possa iniziare il percorso dello yoga,
deve praticamente passare attraverso l’indulgenza. Soltanto così quelle
repressioni possono essere eliminate e il suo sistema può essere purificato.
Poi può incamminarsi sulla strada dello yoga.
tratto
da:
Osho,
The Cypress in the Courtyard # 13
DUE O TRE
PUNTI …
PAZIENZA
Lo yoga afferma – e lascia che questa
affermazione penetri in te profondamente, perché sarà estremamente
significativa – lo yoga dice che più sei impaziente, e maggiore sarà il tempo
che occorrerà alla tua trasformazione. Più hai fretta, più
ritarderai. La fretta di per sé crea una confusione tale da produrre un
ritardo.
Meno corri e prima arriveranno i risultati. Se sei infinitamente paziente, la tua trasformazione può
accadere in questo preciso istante. Se sei disposto ad
aspettare per sempre, forse non devi aspettare neppure un istante. Ciò che deve
accadere può avvenire proprio ora, perché non è una questione di tempo. È
necessaria una pazienza infinita. Non aspirare a nessun risultato ti procura
una maggior profondità. La fretta ti rende superficiale. Hai tanta fretta da
non poter scendere in profondità. Non ti interessa
neppure questo momento, ma ciò che accadrà ‘tra poco’.
Ti interessano i risultati. Cammini
davanti a te stesso, il tuo movimento è folle. Per cui
puoi anche correre moltissimo, viaggiare tantissimo, senza mai arrivare da
nessuna parte, perché la meta da raggiungere è semplicemente qui. Ci devi cadere dentro, non la devi raggiungere. E quella caduta può avvenire solo se hai una pazienza
infinita.
Per questo lo yoga può diventare estremamente significativo e denso di valori per la mente
moderna, perché può salvarti. Ti può insegnare di nuovo come essere
qui e ora, come scordare il passato, come dimenticare il futuro e restare nel
momento presente con un’intensità tale da rendere questo momento atemporale: questo preciso istante diventa eternità.
FARE ORDINE
Lo yoga non è niente se non è una disciplina. Lo
yoga non è uno shastra: non è una scrittura sacra. È
una disciplina. È qualcosa che tu devi fare.
Cos’è una disciplina? Disciplina significa creare
un ordine dentro di te. Così come sei, sei un caos. Così come sei, sei totale
disordine. Gurdjieff era solito dire… e Gurdjieff è per molti versi simile
a Patanjali: anche lui cercò di fare della religione
una scienza… Gurdjieff diceva che tu non sei
un’entità: sei una folla. Persino quando dici ‘io’, non esiste
nessun ‘io’. Al contrario, in te ci sono molti ‘io’, molti
ego. Al mattino c’è un ‘io’, al pomeriggio un altro,
alla sera un terzo, ma tu non diventi mai consapevole di questa confusione: chi
può diventarne consapevole? Non esiste un centro che possa
diventare consapevole.
Lo yoga vuole creare in te un centro
cristallizzato. Così come sei, sei una folla, e la folla
ha diverse caratteristiche. La prima è che non si può dare credibilità
a una folla. Gurdjieff diceva
che l’uomo non può fare promesse. Chi è colui che
promette? Tu non ci sei. E se fai delle promesse, chi
le manterrà? Il mattino dopo quell’io
che aveva promesso non esisterà più. Non puoi mantenerle, continui a farle pur
sapendo benissimo che non potrai mantenerle, perché non sei integro, sei un
disordine, sei un caos.
Finora hai vissuto come una folla, come un caos.
Yoga significa che ora puoi essere armonioso, puoi
essere integro. È necessaria una cristallizzazione,
una centratura: se non hai un tuo centro, ciò che fai è inutile. La vita passa
e perdi tempo inutilmente. Prima di tutto è necessario un centro, e solo una
persona centrata può essere felice. Tutti chiedono felicità, ma non puoi chiederla: devi guadagnartela. Tutti desiderano essere
felici, ma solo chi ha un centro può essere felice. Una folla non può esserlo;
una folla non ha un Sé. Non c’è atman,
il Sé, per cui chi può essere felice?
Beatitudine significa assoluto silenzio, e il
silenzio è possibile solo quando c’è armonia, quando
tutti i frammenti discordanti sono diventati un solo essere, quando non esiste
la folla bensì l’unità.
Questa centratura è chiamata da Patanjali ‘disciplina’, anushasanam.
La parola disciplina è bellissima. Viene dalla stessa radice della parola
‘discepolo’. Disciplina indica la capacità di imparare, la capacità
di apprendere. Ma tu non puoi conoscere, non puoi imparare, se non hai imparato
a essere.
Patanjali dice
che, se riesci a stare seduto in silenzio, senza muoverti, per alcune ore,
cresci nella tua capacità di essere. Le posizioni, le asana
di Patanjali, non servono come cura fisiologica, ma
servono ad addestrare l’essere interiore semplicemente
a essere, senza far niente, senza muoversi, senza agire: semplicemente a
restare immobile. Questo stare immobile serve a centrarti.
OLTRE L’ATTACCAMENTO
Patanjali dice di non essere
attaccato a nulla. Questo significa essere fluidi, ricettivi con
tutto ciò che la vita porta. Non pretendere e non
forzare, perché la vita non ti ubbidirà. Non puoi
forzare la vita, non puoi modellarla in base alle tue pretese. È meglio
fluire con il fiume, piuttosto che navigare controcorrente. Non devi far altro
che scorrere con lui! In questo caso diventa possibile essere molto felici.
Intorno a te esiste già una felicità sconfinata, ma non riesci a vederla a
causa delle tue fissazioni errate.
Ma questo non attaccamento
all’inizio sarà solo un seme. E alla fine il non attaccamento
diventa assenza di desiderio. All’inizio il non attaccamento significa non
fissazione; alla fine vorrà dire assenza di desiderio, mancanza di desiderio. All’inizio non ci saranno
pretese, alla fine non ci saranno desideri.
Se vuoi raggiungere questo
punto finale di non desiderio, inizia a non avere pretese. Prova la formula di Patanjali almeno per 24 ore. Per 24 ore fluisci con la vita
senza chiedere nulla. Qualunque cosa ti dia la vita,
siile grato, riconoscente. Per 24 ore vivi in uno stato mentale di preghiera,
senza chiedere, senza pretendere, senza aspettarti nulla, e vedrai aprirsi in
te un nuovo spiraglio: quelle 24 ore diventeranno una nuova finestra. Sentirai
quanto puoi diventare estatico.
tratto da: Osho, Yoga la scienza dell’anima - Oscar
Mondadori
Patanjali
Passo a passo verso la transcendenza
Osho
ne parla qui con grande entusiasmo, proprio per questa sua capacità di spiegare
il percorso partendo dall’inizio, in maniera scientifica, logica
– anche se si tratta di andare al di là della pura logica. In altri
discorsi (vedi OTI agosto 2001) Osho fa però notare come Patanjali
si sia fidato troppo dei suoi successori, che per la
gran parte si fermano al primo passo, quello delle asana,
e cioè le posizioni corporee.
Io lo
chiamo lo scienziato del mondo religioso, il matematico del misticismo, il
logico dell’illogico.
In lui si
incontrano due opposti. Se uno scienziato legge
gli ‘Yoga Sutra’ di Patanjali,
li comprenderà immediatamente. Un Wittgenstein, una
mente logica, sentirà subito un’affinità con Patanjali – è assolutamente logico. Se ti guida
verso l’illogico, lo fa in passi così logici che non ti accorgi nemmeno quando lascia la logica e ti porta al di là di essa.
Si muove come un filosofo, un pensatore, e le sue distinzioni sono così sottili
che, nel momento in cui ti porta nel nirvichara, nella non-contemplazione, non potrai mai dire a
che punto hai fatto il salto. Divide il salto in tanti
piccoli passi.
Con Patanjali
non avrai mai paura, perché sa benissimo dove potresti aver paura. Fa diventare
i passi sempre più piccoli, come se ti spostassi su un terreno piano. Ti guida
così lentamente che non sei in grado di osservare quando
hai fatto il salto, quando hai passato il confine. Ed
è anche un poeta, un mistico – una combinazione molto rara.
Ci sono
i mistici come Tilopa; ci sono i grandi poeti come i rishi delle Upanishad; ci sono i grandi logici come Aristotele, ma non
puoi trovare un altro Patanjali. La sua combinazione è
unica, dopo di lui non c’è mai stato nessuno che possa
reggere il confronto.
È facilissimo essere un
poeta perché sei fatto di un solo pezzo. È facilissimo essere un logico, perché
sei fatto di un solo pezzo. È quasi impossibile essere un Patanjali,
perché vuol dire comprendere tanti opposti – combinarli dentro di te in una
splendida armonia. Ecco perché è diventato l’alfa e l’omega
della tradizione yoga.
In effetti, non è stato
lui a inventare lo yoga – esso è molto più antico.
Prima di Patanjali lo yoga era già esistito per molti
secoli. Non è stato lui a scoprirlo, ma in un certo senso ne
è diventato lo scopritore e il fondatore proprio grazie a questa rara
combinazione della sua personalità. Prima di lui avevano lavorato molte persone
e si conosceva già quasi tutto, eppure lo yoga stava aspettando qualcuno come Patanjali. E improvvisamente,
quando ha cominciato a parlare sullo yoga, tutti i pezzi del mosaico sono
andati al loro posto e lui è diventato il fondatore. Non lo era, ma la sua
personalità è una tale combinazione di opposti, dentro
di lui si fondono elementi così discordanti, che ne è in un certo senso
divenuto il fondatore. Ora lo yoga verrà sempre
associato con Patanjali. Sembra quasi impossibile che
ci possa mai essere qualcuno che si ergerà più in alto di Patanjali…
quasi impossibile. Questa rara combinazione è difficilissima. Essere un logico
e un poeta e un mistico, e tutto di un livello non comune… Patanjali
è un logico geniale, un poeta geniale, e un mistico geniale: Aristotele, Kalidas e Tilopa in una sola
persona – da questo nasce la sua forza di attrazione.
Cerca di comprendere Patanjali con quanta più profondità possibile, perché potrà
aiutarti. Può diventare il fondamento del tuo essere, e può guidarti, un po’
alla volta. Ti comprende più di chiunque altro. Ti guarda, e cerca di parlare la
lingua che anche l’ultimo tra voi potrà comprendere. Non è
solo un maestro, è anche un grandissimo insegnante.
tratto
da: Osho, Yoga, la Scienza dell’Anima, vol. 3 -
edizioni ECIG
Mettiti
comodo
‘La posizione dovrebbe essere
stabile e confortevole’ dice Patanjali,
ma non sembra proprio così a vedere alcune delle asana.
La posizione ‘stabile e confortevole’ del corpo nella meditazione è la piattaforma da cui
spiccare i voli dello spirito nelle dimensioni che trascendono il nostro
livello di vita odinaria. Ed è solo il punto di
partenza, non quello di arrivo. Cos’è successo allo yoga? Come fa notare una visitatrice dell’Osho
Meditation Resort di Pune, che ha praticato yoga per anni in Occidente: “Mi sono
accorta che c’è uno spirito di competitività, di ambizione,
rispetto a quante diverse ‘posizioni’ riesci a fare… se non riesci a fare un’asana senti quasi che c’è qualcosa di sbagliato in te... e
poi non viene tenuto in considerazione l’individuo - il particolare tipo di
corpo, i suoi bisogni, ciò che è capace di fare, e i suoi limiti… devi
adattarti al metodo!”. 1
Lo yoga
di Patanjali è stato gravemente frainteso, svisato. Patanjali non è un atleta, eppure lo yoga sembra essere una
disciplina corporea. Patanjali non è contro il corpo.
Non è uno che insegna a contorcere il corpo. Insegna la grazia del corpo,
perché sa che solo in un corpo armonioso può esistere una
mente armoniosa, e solo in una mente armoniosa può esistere un’essenza
armoniosa, e solo in un’essenza armoniosa il divino.
Passo dopo passo, si deve
raggiungere un’armonia sempre più profonda ed elevata. L’armonia del corpo è
ciò che lui definisce asana.
Non è un masochista. Non insegna a torturare il corpo. Non si oppone per nulla
al corpo. Come potrebbe? Sa che il corpo rappresenta le fondamenta. Sa che se
trascuri il corpo, se non lo eserciti, allora non sarà possibile alcuna
disciplina superiore.
Il corpo assomiglia a uno strumento musicale. Deve essere
accordato nel modo giusto, solo così
gli sarà possibile generare una musica superiore. Se lo strumento non è a posto e in ordine, come puoi immaginare, sperare, che possa dar
vita a un concerto meraviglioso?
Produrrà solo cacofonia. Il corpo è una veena, uno strumento musicale.
La
posizione del corpo deve essere stabile e molto,
molto piacevole,
comoda. Quindi non tentare mai di contorcere il tuo corpo, e
non tentare mai di metterti in posizioni che
non sono confortevoli.
Per
gli occidentali, sedersi per terra, sedersi in padmasan,
nella posizione del loto, è
difficile: i loro corpi non ci sono
abituati. Non c’è alcun bisogno di preoccuparsi.
Patanjali non obbliga ad assumere quella posizione.
In Oriente, le persone si siedono così sin dalla nascita, i bambini siedono per
terra. In Occidente, e in tutti i paesi freddi, ci vogliono
le sedie, la terra è troppo fredda. Ma non
bisogna preoccuparsi. Se consideri la definizione di Patanjali su che cos’è una posizione yoga, capirai:
dev’essere stabile e confortevole.
Se puoi rimanere fermo e a
tuo agio su una sedia, va benissimo – non occorre
cercare di sedersi nella posizione del loto e forzare il corpo inutilmente. In
realtà, se un occidentale cerca di imparare la posizione del loto, gli ci
vorranno sei mesi di disciplina sul corpo. Una tortura inutile. Patanjali non cerca in alcun modo di spingerti, di
persuaderti a torturare il corpo. Puoi sederti in una posizione difficile, ma
non sarà una posizione dello yoga di Patanjali.
Una posizione dev’essere
tale da farti dimenticare il corpo. Cos’è il comfort? Quando
ti dimentichi del corpo sei comodo. Quando ti ricordi
di continuo del corpo, sei scomodo. Quindi, che
tu sieda su una sedia o per terra, il punto non è lì. Mettiti comodo, perché se
non sei comodo con il corpo non puoi neppure
desiderare le benedizioni che appartengono a livelli più profondi: se manchi il
primo livello, tutti gli altri ti sono preclusi. Se vuoi davvero essere felice,
beato, allora comincia a essere beato fin dall’inizio.
Essere a proprio agio con il corpo è un bisogno fondamentale
per chiunque cerchi di raggiungere l’estasi interiore.
Quando una posizione è comoda,
sarà anche stabile. Ti agiti se la posizione è scomoda. Continui a cambiare, se
la posizione è scomoda. Se la posizione è davvero comoda, che bisogno hai di agitarti, di essere irrequieto, di cambiare di
continuo? E ricorda, la posizione che può essere
comoda per te, potrebbe non esserlo per il tuo vicino; quindi, per favore, non
insegnare posizioni a nessuno. Ogni persona è unica. Una cosa che per te è
agevole, potrebbe essere disagevole per qualcun altro. Ogni persona deve essere
unica, perché ogni corpo è il veicolo di un’anima irripetibile.
…E
nel momento in cui trovi la posizione giusta, dentro di te tutto si farà calmo
e silenzioso. Nessuno te lo può insegnare, perché nessuno può
sapere in quale posizione stabile e confortevole il tuo corpo sarà in armonia.
Cerca di trovare la tua
posizione.
Cerca di trovare il tuo
yoga, e non seguire mai una regola, perché le
regole sono compromessi.
Tutte le regole sono fatte per la persona media. Vanno bene per capire delle
cose, ma non seguirle mai. Altrimenti ti troverai in difficoltà.
Il fattore determinante dovrebbe essere come ti senti. Per questo Patanjali dà tale definizione, in modo che tu possa
scoprire come ti senti davvero.
Non potrebbe esserci definizione migliore di posizione: “La posizione dovrebbe essere stabile e
confortevole.”
A noi
piacerebbe ricavarne una regola, invece si tratta di una semplice definizione, di
un’indicazione, una traccia. Non è una regola. E
ricorda sempre: le persone come Patanjali non danno mai regole. Danno solo tracce,
indicazioni che devi decodificare dentro di te. Devi sentirle, ricavarle da te,
e così arriverai alla regola, ma sarà una regola solo
per te, per nessun altro. 2
Corpo-mente
Hai notato che quando la mente è turbata il tuo corpo
si agita di più, e non riesci a rimanere seduto in silenzio? …oppure, quando il
corpo è irrequieto, la mente non riesce a essere silenziosa?
Vanno insieme. Patanjali sa benissimo che corpo e
mente non sono due cose, non sono separati, corpo e mente. Corpo e mente sono una cosa sola. Tu sei psicosomatico: sei corpo-mente.
Il corpo è solo l’inizio della mente e la mente non è
che la fine del corpo. Sono due aspetti dello stesso
fenomeno, non sono distinti. Quindi, qualunque cosa accada
al corpo interferisce con la mente e qualunque cosa accada alla mente
interferisce con il corpo. Procedono paralleli. Per questo viene
data tanta importanza al corpo, perché se il corpo non è profondamente
rilassato, neppure la mente può esserlo.
Ed è più facile iniziare dal
corpo, perché è il piano più esterno. 2
brani
tratti da:
1. Intervista su www.osho.com
2.
Osho, Yoga: The Alpha and the Omega, Vol
6 #7
LA POSIZIONE GIUSTA
È possibile ovunque, perché è una sensazione
interiore di benessere. E una volta trovata, non avrai
più voglia di continuare a muoverti, perché più ti muovi, più la perderai.
Accade in uno stato 'articolare. Se ti muovi, te ne allontani,
lo disturbi. Si tratta di un desiderio naturale di ogni
persona, e lo yoga è la cosa più naturale: il desiderio naturale è l'essere a
proprio agio, e quando sei a disagio, vorresti cambiare. E
naturale. Ascolta sempre la natura, il meccanismo istintivo che
è dentro dite. Ha quasi sempre ragione. 2
Corpo e la
meditazione
Il
fondamento della meditazione è l’osservare, non dipende
dal corpo. Però una corretta posizione del corpo è
utile a rendere questo processo più facile.
Non far nulla, osserva solo
qualunque cosa la mente stia facendo. Non disturbarla, non impedirglielo, non
reprimerla: da parte tua non devi far nulla. Mentre
stai osservando, a poco a poco la mente si svuota di pensieri: ma tu non ti
addormenti, anzi, diventi sempre più attento, più consapevole. Qualsiasi cosa
ti possa aiutare in questo processo della meditazione
diventa la disciplina. 1
Quando ti siedi in meditazione,
siediti in silenzio, come una statua del buddha.
Lascia che il corpo sia pieno di silenzio – perché corpo
e mente procedono insieme. Se il corpo è davvero
fermo, immobile, la mente tende a fermarsi. Se il
corpo non sta fermo, anche la mente continua a lavorare. E viceversa: se la
mente è in silenzio, il corpo tende a essere immobile.
Quindi quando mediti, siediti silenziosamente,
rilassato. 2
Sedersi in una certa
posizione può aiutare. Per esempio fin dall’antichità si è scoperto che sedersi
con le gambe incrociate, la schiena eretta e le mani unite in grembo è una
posizione che può essere utile.
Quando la spina dorsale è eretta
e ci si siede come un buddha, c’è qualcosa che
accade. Quando la schiena è eretta, a un angolo di novanta
gradi con la terra, accade qualcosa, perché in quel momento il tuo corpo è il
più rilassato possibile. La forza di gravità ha un effetto minore. È un
fenomeno scientifico. Ecco perché se ti siedi non dritto, inclinato da un lato,
ti sentirai subito stanco, perché da quel lato sentirai di più la forza di
gravità: dovrai tenerti, appoggiarti – ti stancherai. Quando
siedi con la schiena dritta, la forza di gravità perde questo suo effetto.
Tutto è in equilibrio…
Unire le mani e
appoggiarle in grembo è utile, perché una mano rappresenta un lato del cervello
e l’altra l’altro lato… un lato è positivo e l’altro è
negativo, e quando le mani sono unite si genera un circolo nella tua
elettricità corporea. E quando il cerchio è completo c’è silenzio, quando
il cerchio è completo c’è armonia. Sedersi nella posizione del buddha crea l’occasione perché questo accada. Inoltre, se
anche il tuo respiro è calmo, regolare, stai creando un’altra opportunità, a
livello più profondo di quello puramente fisico, perché il respiro è più
profondo del tuo corpo. È il tuo corpo interno, il tuo
corpo vitale. Così se il respiro è regolare, armonioso – una specie di melodia
– silenzioso, profondo, musicale, hai fatto un altro passo verso la possibilità
che accada. 3
...E
quel momento è il momento più sacro: quando sei completamente sveglio e non c’è
un singolo pensiero, solo il cielo silenzioso del tuo essere interiore. È il
momento in cui tutta l’energia si rivolge verso l’interno; una conversione
rapida e improvvisa. E quando l’energia si volge
all’interno, produce un’immensa gioia, un piacere orgasmico. La tua
consapevolezza diventa improvvisamente così ricca… perché è l’energia ad
alimentare la tua consapevolezza. L’energia che ritorna al tuo interno genera
quasi una fiamma nel tuo essere. Vedi tutto intorno pura
luce, silenzio – un assoluto silenzio e una totale centratura. Ora hai
raggiunto il tuo centro vero e proprio.
...alla
tua domanda non ci sarà risposta fino a quando non inizierai, almeno un po’,
questo percorso; altrimenti continuerai a chiedere: “Che cosa è la
meditazione?”. Non basta che io te lo spieghi: devi iniziare tu questo
percorso. 1
brani
di osho tratti da:
1. The Invitation #21
2. The Buddha Disease #14
3. The Sacred Yes #27
Come
un sutra antico di secoli può cambiare la vita. Radha, che conduce gruppi di Tantralife
in tutto il mondo (vedi anche “Il Miracolo del qui e ora” OTI
maggio 1998) ci racconta della sua scoperta, tanti anni fa, del Tantra.
Mahamudra è al di là
di ogni parola e simbolo,
ma per te, Naropa, fervente e leale,
questo va detto:
Il vuoto non ha bisogno di supporto;
Mahamudra non poggia su nulla.
Senza compiere alcuno sforzo,
restando sciolti e naturali,
è possibile spezzare il
giogo,
e ottenere la liberazione. 1
Sedevo di primo mattino sulla terrazza al piano
superiore della Lao Tzu
House ascoltando un discepolo recitare il sutra che Osho si apprestava a
commentare. Era un’esperienza preziosa il solo essere lì a meditare con altri
cinquanta sannyasin, respirando l’aria frizzante del
mattino e ascoltando il canto degli uccelli nel giardino all’esterno. Intorno a
me era una festa di colori. Raggi di sole intrisi di nebbiolina penetravano
attraverso i rami degli alberi creando un mosaico di verde ed ero circondata da
un mare di arancio. Osho, con la sua semplice tunica
bianca, sedeva nella sedia davanti a noi, a occhi
chiusi, ascoltando con noi. Era l’inizio di una serie di discorsi sul “Canto di
Mahamudra” di Tilopa (i sutra
enunciati da questo Maestro tantrico al suo discepolo Naropa
– entrambi appartenenti a un’antica scuola indiana di
Buddismo tantrico, la stessa di Marpa e Milarepa). Pur essendo a Pune, in India, da soltanto due mesi, mi stavo già
abituando al rituale del discorso
mattutino. Era qualcosa che mi dava piacere e che aspettavo con ansia. Ma
quello che accadde quella mattina, quando Osho iniziò a parlare di Tilopa, fu una rivelazione. Era come se fossi stata in attesa di qualcuno che commentasse quei sutra da sempre, sebbene non ne avessi mai sentito parlare
prima. Sin dalle prime parole entrai in sintonia con questo mistico
dell’antichità.
Senza compiere alcuno sforzo,
restando sciolti e naturali,
è possibile spezzare il giogo,
e ottenere la liberazione.
Sciolti e naturali... e
spirituali. Possibile? Se fino a quel momento qualcuno
mi avesse chiesto quali fossero le caratteristiche della spiritualità, avrei
risposto essere rigidi e innaturali. Perché in Italia, frequentando la chiesa,
ciò che avevo appreso attraverso l’esperienza era che
la spiritualità era una cosa seria. Bisognava indossare gli abiti migliori,
comportarsi in modo appropriato, partecipare ai lunghi e noiosi rituali
compiuti dai preti... non c’era niente di sciolto e naturale in tutto questo.
Anche la spiritualità indiana, per quel che ne sapevo, non era molto diversa: yogi e sadhu che si imponevano discipline assolutamente innaturali –
giacevano su letti di chiodi, restavano per anni in equilibrio su una sola
gamba, si lasciavano quasi morire di fame, deformavano il proprio corpo facendogli
assumere le posture più singolari – e venivano grandemente rispettati per ciò
che facevano.
Ascoltando
i sutra di Tilopa compresi
anche qualcosa rispetto alla mia ricerca personale. Pensavo che la mia
ricerca fosse di pace e silenzio, ma forse queste due parole,
‘sciolti e naturali’, esprimevano più
chiaramente quello che volevo. Non ero veramente interessata a ‘trovare pace’: ero troppo giovane e piena di vita per questo.
Quello che volevo veramente era sentirmi in pace con me stessa. Volevo essere
naturalmente a mio agio con me stessa, essere sciolta con me stessa.
Qualcuno
potrebbe credere che essere sciolti e naturali non sia una cosa particolarmente
difficile o spirituale, ma basta riflettere un attimo
per rendersi conto che non è così. Di regola, siamo tutti abituati a essere insicuri: ci preoccupiamo continuamente di quello
che gli altri possono pensare di noi, di come ci dovremmo comportare, di ciò
che ci si aspetta da noi in qualsiasi situazione. Ci plasmiamo per adattarci e
conformarci a un modello in modo da essere accettati
dalla società che ci circonda. Si è sempre scissi in due: una parte naturale,
che vuole comportarsi in un certo modo e fare determinate cose, e il giudice
interiore, che è sempre lì a criticare e commentare e blocca una parte di sé.
Essere sciolti e naturali significa trovare la strada per tornare al proprio sé
reale, autentico, non scisso. Questa fu la rivelazione che mi colpì in quel
primo discorso su Tilopa: non si può essere veramente
religiosi se non si è se stessi. Le due cose vanno di pari passo. Se cerchi di essere qualcun altro, come puoi sperare di ritrovare il
tuo essere autentico?
Quando incontrai Osho per
la prima volta, vissi l’esperienza molto potente di sentirmi accettata, la
sensazione di essere perfetta esattamente com’ero. Ora
lo stesso messaggio arrivava da Tilopa. Sii sciolta e
naturale. In altri termini, nella visione tantrica, l’imperfezione è perfetta.
Essendo giovane, spontanea
ed emotiva, avevo sempre lottato per il diritto di essere
me stessa e dire e fare quello che volevo; ciò malgrado, non ero riuscita a
liberarmi del bisogno di conformarmi e adattarmi alle idee altrui.
È possibile spezzare il giogo,
e ottenere la
liberazione.
Quale giogo? …Se non
seguiamo il percorso indicato dalla società cui apparteniamo,
temiamo di perderci, di rimanere isolati e non sappiamo cosa fare o come
sopravvivere.
Questo è il giogo. Esiste
un conflitto continuo tra il nostro comportamento per così dire civilizzato e
l’essenza selvaggia della vita come vuole essere veramente. “Cercando la sicurezza” dice Osho “continuiamo a muoverci su sentieri già battuti. Ma la vita è selvaggia. L’amore è selvaggio. E dio è assolutamente selvaggio. Ricordate,
per il Tantra la vita è selvaggia. Bisogna incontrare ogni sorta di pericoli,
di rischi: ed è bello perché è un’avventura. Non cercate di fare della vita una
routine, ma lasciate che segua il suo corso.’
Anni
dopo questo è diventato uno dei temi fondamentali su
cui lavoro nei miei gruppi di Tantra: cerco di aiutare le persone a scoprire
che l’insicurezza fa parte del corso naturale della vita.
Non far nulla col corpo, rilassati; chiudi stretta la bocca e
resta in silenzio; vuota la mente e non pensare a nulla. Come un bambù cavo, lascia che il corpo riposi a suo agio.1
Questa era una delle
tecniche di meditazione usate da Tilopa: diventare
come un bambù cavo. Sii vuoto, rilassato, ricettivo, senza riempirti di attività, senza desiderare niente di speciale. Sembra una
cosa facile da acquisire e credo lo sia davvero; allo
stesso tempo, però, non lo è, perché la maggior parte di noi prova disagio a
prendere contatto col vuoto.
Se riusciamo a contattare
questo vuoto, esiste la possibilità che esso si riempia
di energia, un’energia illimitata, e del mistero dell’ignoto.
Sperimentai la tecnica del
bambù cavo per un certo periodo, come feci con molti altri metodi. Ma più che
un particolare metodo o tecnica, ricordo che ero
completamente avvolta dall’atmosfera tantrica che ‘Il canto di Mahamudra’ di Tilopa creava… La
sensazione che avevo era: “Ci siamo! Questa è la mia strada”. Da quel momento
in poi, per quanti commenti seguirono, sullo Zen, sul Sufismo,
sul Tao, sullo Yoga o su qualsiasi altro tipo di cammino spirituale, mi rimase
la sensazione che la strada più importante per me fosse
quella tantrica. Non provavo alcun interesse per lo studio
del Tantra dal punto di vista storico, accademico o intellettuale; piuttosto,
lo vivevo, lo respiravo, lo assorbivo attraverso tutti i pori del corpo.
Allo stesso tempo iniziavo
a vedere i tiri che la mente mi poteva giocare… cominciai a costruire
un’immagine di me come di una ricercatrice molto seria e devota. È vero che mi
dedicavo in maniera totale alla meditazione: facevo la Dinamica
ogni mattina e ogni pomeriggio facevo la Kundalini;
sperimentavo anche le tecniche di meditazione che Osho illustrava durante i darshan e i
discorsi. Ma certamente non prevedevo che sarei stata
sua discepola per molto tempo ancora; al contrario, mi aspettavo che nel giro
di poche settimane o al massimo di mesi mi sarei illuminata. Non sorprende,
quindi, che il mio livello di tensione, serietà e aspettativa
fosse molto elevato; ero ancora troppo inesperta per rendermi conto che proprio
un atteggiamento di questo tipo è di ostacolo all’essere ‘sciolti e naturali’. Fortunatamente c’era lì Osho a tenermi con i
piedi a terra.
Osho rideva sempre dei
miei interrogativi. Non importava quello che dicevo, se ero arrivata con un
problema molto serio o con un’esperienza spirituale un po’ inventata, lui
ridacchiava e diventava giocoso, dissolvendo la mia serietà con uno dei suoi
sorrisi. Lentamente capii che lo humour era una delle chiavi più preziose del cammino tantrico che
avevo appena scoperto, perché continuava a sgonfiare il mio ego spirituale che
altrimenti avrebbe spiccato il volo. Questo non significava che Osho stesse
sminuendo la sincerità con cui mi immergevo nella
meditazione. Al contrario, la stava incoraggiando. Ma
allo stesso tempo si stava accertando che non sviluppassi un atteggiamento
spirituale troppo serio che mi avrebbe fatto restare ‘rigida e innaturale’. 3
1 ‘Il Canto di Mahamudra’ di Tilopa è tratto da:
Osho, Tantra: la Comprensione Suprema
Ed. Bompiani
2 Il Gioco
della Vita - Ed. Lo Scarabeo
3 Testi
da Tantralife
- un viaggio di trasformazione personale di Radha
di prossima pubblicazione. Già disponibile presso Oshoba il suo CD Secrets of Touch:
meditazione tantrica guidata (in inglese).
TANTRA, non
solo sesso
L'enfasi sulla sessualità spinge l'intero
movimento verso la superficialità. Quasi tutti i libri
sull'argomento danno rilievo alla sessualità: il sesso sacro, il sesso elevato,
il sesso tantrico, il sesso estatico... e così via. A livello
introduttivo viene riconosciuta una visione tantrica
più profonda, ma poi, quando si arriva al nocciolo, tutto verte sul
miglioramento della propria vita sessuale: respirate in questo modo, stimolate
questa zona, adottate questa posizione, fate quest'esercizio, e via
discorrendo. Non ho niente contro il fatto che la propria vita sessuale
migliori, né che si goda e celebri l'energia sessuale
— le avventure e le esplorazioni della mia vita lo dimostrano. Ma mi preoccupa
che la visione tantrica dell'integrità, dell'ordinarietà, di una vita naturale
che abbracci e integri il materiale e lo spirituale possa
andare persa sotto cumuli di manuali sul sesso.
Il Tantra è molto di più ed è l'unica strada per
sanare la scissione di base tra corpo e spirito, una scissione che provoca un
conflitto costante nella psiche umana ed è responsabile del costante
oscillamento della società tra puritanesimo e repressione da un lato e
indulgenza e permissività sessuale dall'altro.
Il Tantra ha il potenziale per integrare questi
estremi che hanno fatto letteralmente impazzire l'essere umano per migliaia di anni. Esso rappresenta il futuro del
mondo, il modello di un'umanità veramente integra e sana mentalmente e
fisicamente. Ecco ciò che cerco di tra-smettere con il mio lavoro, nei workshop che tengo in tutto il mondo.
Tuttavia non è facile descrivere cosa accade nel miei gruppi perché a volte neppure io riesco a
definirlo. Alcuni fenomeni possono essere spiegati come dinamiche
di gruppo, altri come problematiche psicologiche, blocchi emozionali o flussi
di energia fisica. Ma il nocciolo del mio lavoro
rimane un mistero e sono felice che sia così. Sono una donna,
una ricercatrice mistica e una meditatrice, queste sono le mie realtà e
le mie priorità. La comprensione scientifica e le spiegazioni razionali sono
per me in coda alla lista. Ciononostante, nel mio non metodo esiste un metodo. Lavoro dalla terra al cielo. Inizio con il far piantare
i piedi a terra e far radicare le persone nella loro energia fisica,
soprattutto nelle gambe e nei piedi, e poi salgo lungo i chakra, soffermandomi
soprattutto sul chakra della sessualità e quello del cuore. Aiuto le persone a
risvegliare la propria energia e poi le incoraggio il più possibile a farsi
portare dall'energia, rinunciando al controllo e arrendendosi all'energia
vitale che sta emergendo dentro di loro. Quanto più spazio si riesce a dare a questa energia, tanto più si ha la possibilità di vivere
l'estasi e la consapevolezza. Le persone hanno così
l'opportunità di fare un'esperienza profonda del Tantra e di percepire
la sua accettazione, la sua estasi, la sua sensualità, il suo approccio sciolto
e naturale al vivere. 3
Il cerchio
del mahamadra
La prima intuizione di meditazione dev'essere
entrata nel mondo attraverso il sesso; non può essere altrimenti. La meditazione
deve essere entrata nella vita attraverso il sesso, perché è il fenomeno più meditativo:
se lo comprendi, se vi entri in profondità, se non lo usi solo come una droga,
pian piano, man mano che aumenterà la comprensione, scomparirà il bisogno
spasmodico, e verrà un giorno di grande libertà...
Allora sarai quieto, silente, totalmente immerso in te stesso. Il bisogno dell'altro
è scomparso. Puoi ancora fare l'amore, se scegli di volerlo fare, ma non sarà
più un bisogno. In quel caso sarà una forma di condivisione.
Quando due amanti sono in un orgasmo
sessuale profondo, si dissolvono l'uno nell'altra. In questo caso la donna non è più una donna, l'uomo non è più un uomo. Diventa-no simili
al cerchio dello yin e dello yang: si uniscono tra loro, si incontrano,
si fondono, dimenticano le loro identità. Ecco perché l'amore
è così bello. L'orgasmo è uno stato in cui il tuo corpo non è più sentito come materia; vibra come energia, elettricità. Vibra
così profondamente, partendo dalle fondamenta, al punto che ti dimentichi
completa-mente che si tratta di qualcosa di materiale. Nell'orgasmo, giungi a
questo strato abissale del tuo corpo, là dove la materia non esiste più, ci
sono solo onde di energia: diventi energia che danza,
che vibra. Non hai più confini: pulsi, ma non hai più sostanza. E anche il tuo amato pulsa e vibra. Pian piano, se i due
partner si amano e si arrendono l'uno all'altra, si arrendono a questo istante di pulsazione, in cui tutto vibra, dove essi
sono pura energia, e non ne hanno paura... resta solo l'energia, un ritmo molto
sottile, e si trova se stessi, ma come se non si esistesse. Solo in amore
profondo si può raggiungere questo stato.
E quando il marito e la
moglie, o due amanti, iniziano a vibrare in un unico ritmo, quando i battiti
dei loro cuori e i loro corpi si fondono... allora accade l'orgasmo: a quel
punto non sono più due entità separate. Ora sono un cerchio e vibrano insieme,
pulsano insieme. I loro cuori non sono più separati, i loro battiti non sono
più separati: sono diventati una melodia, un'armonia. Questa vibrazione di due esseri in quanto uno è l'orgasmo. E quando la stessa cosa accade, non con una persona, ma con
l'intera esistenza, ecco il Mahamudra, in quel caso si ha l'orgasmo totale. 2
"Hai
mai notato... ?" ci chiede Osho, aiutandoci a
osservare con maggiore consapevolezza gli eventi ordinari della vita
quotidiana... e a coglierne qualcosa in più!
DOV'È IL GELATO?
Hai mai notato consapevolmente che mangi di più quando senti la mancanza dell'amore? Hai mai constatato
consapevolmente che quando la tua vita è appagata dall'amore non mangi così tanto? Quando un uomo incontra
la sua amata, perde l'appetito. La fame sparisce nei momenti d'amore. Ma quando
l'amore manca, si inizia a mangiare con voracità.
NON C'È
NIENTE DA RICORDARE
Hai mai notato che se sperimenti qualcosa con
totalità, fino in fondo, dopo non lo ricordi? Se
osservi qualcuno o qualcosa intensamente, dopo ne sarai libero; la tua mente
non penserà più a lui o a lei. Se vivi intensamente,
profondamente, nessun amore o affetto può legarti. Ma
le esperienze incomplete continueranno a perseguitarti, perché la mente vuole
completarle. Le esperienze incomplete della vita si accumulano sempre dentro di
te.
QUANDO NON SOPPORTI IL DOLORE
Hai mai notato che non esiste dolore che non sia
sopportabile? Le parole `dolore insopportabile' esistono
solo nel linguaggio – tutti i dolori sono sopportabili. Nel momento in cui
diventano insopportabili, perdi conoscenza. Il fatto di essere
incosciente è un modo di sopportarli.
DOVE STAI ANDANDO
Hai mai notato che, se vai a fare una passeggiata alla mattina, ti senti rilassato e libero da ogni problema?
Magari più tardi ti ritrovi a fare la stessa strada, seguendo
la stessa direzione, andando in negozio o in ufficio, ma adesso ti senti teso.
La strada è la stessa, la direzione è la stessa,
tu sei lo stesso, ma adesso stai andando da qualche parte, hai una meta. Se arrivi in ritardo o per qualche ragione non arrivi
proprio, avrai dei problemi... ecco che c'è tensione. Non puoi avere la stessa
gioia di quando fai una passeggiata, se ti stai
dirigendo verso un posto in particolare.
SEI SEMPRE
CON TE STESSO
Hai mai notato che se stai camminando di notte per
una strada buia, l'essere solo ti spaventa e allora inizi a cantare una
canzone? In una strada vuota, dove c'è buio completo, inizi a canticchiare una
canzone o a fischiettare. Qual è la ragione di questo fischietta-re o
canticchiare? Mentre canticchi senti la tua stessa
voce e hai la sensazione di non essere da solo, qualcuno è con te. La tua
canzone crea l'illusione che non c'è niente di cui aver paura.
COME ACCOGLI
LE PERSONE
Hai mai notato che quando arriva un ospite nella
tua casa, senti che è arrivato qualcuno, ma quando entra un servitore ti sembra
che non sia entrato nessuno? Non consideri un servito-re un essere umano. Qual
è la differenza fra te e lui, come esseri umani? E
solo questa: che tu sei andato a scuola, che i vestiti che indossi sono un po'
più costosi? Tu hai nascosto la tua nudità con indumenti costosi. Lui ha
nascosto la sua con quattro stracci.
I VESTITI
CHE INDOSSI
Hai mai notato che quando sali le scale indossando
vestiti comodi, fai i gradini uno alla volta; e quando
indossi vestiti stretti ne fai due alla volta? Vestito con abiti stretti sei
pieno di rabbia. Se qualcuno ti fa anche solo un piccolo appunto ci rimani male. Con abiti comodi rimani rilassato. Piccole cose
fanno una gran differenza. La vita è fatta di piccole cose. Il ponte della vita
è costruito con minuscole pietruzze, portate dagli scoiattoli. Quello che
mangi, quello che indossi, come ti alzi e ti siedi – alla
fine tutte queste cose hanno il loro effetto. Tu sei la combinazione di
tutte
Morire
Morire bene
Morire
Morire
L’eutanasia (che significa ‘buona morte’) è un argomento che periodicamente torna alla
ribalta della cronaca. Recentemente, quando un noto scrittore, ottantenne e
malato di cancro, Franco Lucentini, si è ucciso
buttandosi dalle scale, su un giornale si è potuto leggere una definizione
‘eutanasia all’italiana’, che spinge a riflettere, non solo sul sociale, ma
anche, e soprattutto, sul nostro personale rapporto con la morte.
Di
certo non si riferisce a una situazione di quel tipo
Osho quando dice: “Dobbiamo rendere la morte bella: musica, danza, silenzio,
meditazione. È un addio: si possono invitare tutti gli amici, tutti coloro che hanno amato la persona morente possono essere
presenti. Si può salutare tutti, ringraziare tutta quella gente, dare loro un
ultimo sguardo: non le si incontrerà più. Gli ospedali
dovrebbero essere pronti ad aiutare chiunque voglia
liberarsi del suo corpo. Ogni ospedale dovrebbe avere un reparto dedicato alle
persone che stanno per morire, e chi prende la decisione di morire deve ricevere un aiuto e una considerazione speciali. La sua
morte dovrebbe avere una certa bellezza. Ogni ospedale dovrebbe avere un
insegnante di meditazione.”
In Italia la situazione è
ben diversa. Un certo dibattito sull’eutanasia, almeno sulla stampa, era iniziato un paio d’anni fa, dopo una
franca e brutale dichiarazione del grande giornalista
Indro Montanelli: “Cerco disperatamente un medico che
si impegni a farmi morire quando e come io vorrò”. E
in molti, ad esempio anche il premio Nobel Rita Levi Montalcini,
si erano pronunciati in favore di una qualche regolamentazione che permettesse
all’individuo di ‘morire con dignità’. Si era
iniziato ad affrontare il problema anche a livello istituzionale: l’allora
ministro della sanità aveva chiesto un parere a una
consulta di esperti sui casi di coma prolungato (centinaia di persone, forse un
migliaio in Italia, in stato vegetativo permanente), dichiarando: “… la legge
non lascia attualmente alcuno spazio alla pratica dell’eutanasia. Come medico
che ha, sì, il compito primario di salvare vite umane ma anche il dovere di
favorire una morte dignitosa, il mio giudizio è più problematico.
Come cittadino devo riconoscere che, essendo una parte
della popolazione favorevole all’eutanasia, è giocoforza arrivare a un
dibattito…”.
Il tema stesso in realtà è
confuso, sotto il nome generico di eutanasia si
raccolgono infatti sia l’eutanasia passiva (l’interruzione del cosiddetto
‘accanimento terapeutico’) l’eutanasia attiva (quando
cioè è una precisa azione del medico a provocare la morte del paziente
terminale consenziente) fino ad arrivare al ‘suicidio assistito’.
In altri paesi la
situazione è fra le più variegate: l’Olanda e il Belgio hanno approvato apposite leggi che permettono l’eutanasia, all’interno di
regole ben precise. In Danimarca ha valore legale e vincolante il ‘testamento biologico’: i
cittadini possono cioè dichiarare che non vogliono essere tenuti in vita
artificialmente in caso di malattia incurabile o incidente grave.
In
Germania una sentenza in Corte d’Appello ha aperto la strada all’autorizzazione
dell’eutanasia per le persone in coma irreversibile, in caso di
inequivocabile volontà del paziente e con l’approvazione dei tribunali
tutori; anche in Inghilterra i tribunali, in alcuni casi, hanno autorizzato
medici ad abbreviare la vita di malati tenuti in vita artificialmente. In
Svizzera è di fatto depenalizzato un ‘aiuto’ al
suicidio che prevede un’assistenza, ma non un intervento diretto, da parte del
medico. La Spagna non considera più l’eutanasia e il suicidio assistito come un
omicidio e in Francia il codice penale distingue tra eutanasia attiva
(assimilata all’omicidio) ed eutanasia passiva.
In Italia esiste al
momento una proposta di legge, dell’opposizione, che prende spunto
dall’iniziativa sul testamento biologico promossa dall’associazione Exit (www.exit-italia.it).
La primavera scorsa ha
suscitato molto clamore l’assoluzione, in appello, di un uomo che aveva
‘staccato la spina’ alle macchine che tenevano
artificialmente in vita la moglie, e in quell’occasione
l’attuale ministro della sanità aveva detto che di
eutanasia assolutamente non se ne parlava, ma si sarebbe preso in
considerazione solo il testamento biologico, anche qui suscitando accese
polemiche.
In Italia le posizioni
contrarie all’eutanasia, soprattutto quelle di matrice cattolica, tendono
spesso a creare un muro nei confronti di qualsiasi dibattito, appellandosi a
materie di fede – ‘Viola la dignità della persona
umana. Va contro la legge naturale’ – e sembra quasi sentire nel sottofondo l’idea che ‘la vita
è comunque sofferenza… e quindi il rifiutarsi di soffrire (o l’aiutare altri a
non soffrire) non può che essere un peccato’. Si
arriva persino a ipotizzare rapaci familiari a caccia
di facili eredità (anche se sembra che nel caso di malati terminali queste
questioni spesso siano risolte in anticipo, e comunque possono ovviamente
essere regolate dalla legge), ‘cacciatori’ di organi da espiantare
a persone in coma… e via terrorizzando. Oltre naturalmente alla solita accusa
di ‘pratica nazista’, anche se nei documenti su
quello che il Terzo Reich chiamava eutanasia – fa
notare pacatamente un gruppo di studio della Chiesa Valdese – non si trova alcuna traccia di qualcuno che l’abbia mai
richiesta volontariamente!
È chiaro che è necessaria
una profonda riflessione, anche da parte dei medici che devono cominciare a
chiedersi quale reale significato possa avere la promessa ippocratica
‘di non compiere mai atti idonei a provocare deliberatamente la morte di un paziente’ in un’epoca in cui lo sviluppo tecnologico
permette di tenere ‘in vita’ - come un vegetale -
persone per periodi praticamente illimitati. E
qualcosa, in rete, si inizia a trovare, come queste
riflessioni di un medico: “Perché il malato [terminale] non ha paura di morire?
La paura di morire è un predicato del vivere; il malato non ha paura di morire
perché è già morto.
È già
morto socialmente, fisicamente, moralmente, psicologicamente e spiritualmente. È morto socialmente
perché ormai è considerato un essere a sé, già condannato, da isolare dal resto
degli umani, il cui compito è quello di mantenere un contegno socialmente
accettabile senza evocare imbarazzi e complicazioni. È morto fisicamente perché
la sua morte è stata decretata, stabilita, certificata, il fisico è in sfacelo,
in dissoluzione…
Una persona in questa
situazione esistenziale non può aver paura di morire, ma ciò che angoscia è il
già e non ancora, ciò che è intollerabile è la lunghezza della morte decretata, ma dilazionata, dilatata nei tempi tecnici e
frazionata da tanti attimi di sofferenza. Se le cose stanno così la domanda di
quel paziente rappresenta uno schiaffo per le nostre
coscienze…”.
Parole
che fan riflettere tutti noi, non solo i medici… e nel frattempo viviamo la
vergogna di ‘esportare moribondi’: recentemente si è
letto di denuncie per viaggi organizzati in paesi dove l’eutanasia è permessa. Paesi di ‘cultura’ diversa,
si dirà, ma dove sicuramente la sensibilità ai complessi aspetti umani di
questo problema non pecca certo di superficialità (in
Olanda sono passati 15 anni di attento monitoraggio fra i primi dibattiti
parlamentari che portarono a una certa depenalizzazione fino all’attuale
complessa legge che regola l’eutanasia). Paesi, forse, dove il complesso
intreccio di interessi fra preti e politici (una vera
e propria ‘mafia dell’anima’ come ci ricorda sempre Osho) è meno forte.
“…in quasi tutti i paesi
occidentali, specialmente in America, migliaia di persone vivono negli
ospedali. Hanno novant’anni o cent’anni. Non possono vivere a casa in
quanto non possono nemmeno respirare da soli. E noi
continuiamo a mantenerle in vita. Per quale motivo? E questo viene
considerato un servizio! Questa viene considerata
compassione! Questo viene considerato cristianesimo!
Questa è semplicemente crudeltà.” Osho
La libertà
di morire
Esistono movimenti, nei
paesi avanzati, che chiedono che agli anziani venga
garantita, come diritto costituzionale, la possibilità di suicidarsi. E non si
può certo dire che abbiano torto... Gli anziani
dicono: “Abbiamo vissuto abbastanza e ora, questo continuare a trascinarsi, è
un’inutile tortura. Vogliamo andare a riposare nelle nostre tombe. Abbiamo
visto tutto, abbiamo sperimentato tutto; ora non ci restano più né speranze, né
sogni, né desideri. Il domani è vuoto e ci fa paura. Meglio morire”.
Esiste un movimento, che io appoggio: il movimento per l’eutanasia. Ogni governo dovrebbe mettere a
disposizione, in tutti gli ospedali, le strutture necessarie per aiutare quelli
che vogliono morire. Si potrebbe stabilire un limite d’età. Raggiunti gli
ottanta anni, se qualcuno desidera morire, si possono predisporre per lui gli
ambienti più belli dell’ospedale, di modo che possa riposare, invitare i suoi
amici, i vecchi colleghi – possa ascoltare le migliori
composizioni musicali, letture di romanzi e poesie, o possa vedere i film più
belli, perché quello è il suo ultimo mese di vita...
Che bisogno c’è di creare
problemi inutili a queste persone? Basta far loro un’iniezione, e farle entrare in un sonno sempre più profondo, un sonno che
alla fine diventi una morte. Sono assolutamente sicuro che tutti i governi e la
scienza medica saranno costretti ad accettare questa soluzione, perché sembra
essere un’esigenza del tutto umana: se qualcuno ha vissuto abbastanza a lungo –
i suoi figli sono diventati vecchi, hanno ormai sessant’anni
e ricevono già la pensione – ora è giunto il suo momento...
Non siete
liberi di nascere, almeno vi si dovrebbe dare la libertà di morire, di
scegliere la data e l’ora della vostra morte. Questo dovrebbe diventare parte
dei nostri diritti umani fondamentali. 1
Dare significato alla vita
La differenza tra l’attitudine scientifica
e quella religiosa
L’attitudine scientifica si preoccupa di
prolungare la vita; non si interessa al suo
significato. Ecco perché troverete, soprattutto in Occidente,
anziani che sopravvivono nelle corsie degli ospedali: essi vorrebbero
morire, ma la cultura cui appartengono, non glielo permette. Essi sono stufi di
essere semplicemente vivi; si limitano a vegetare: nella loro vita non esiste
senso, né significato, né poesia alcuna, perché ogni cosa è scomparsa. Essi non
sono altro che pesi, anche per se stessi: vorrebbero l’eutanasia, ma la società
non lo permette. Ha così paura della morte, da non permettere di morire,
neppure alle persone che sono pronte a farlo. La parola stessa è tabù, più
della parola ‘sesso’. Il sesso, col tempo, è stato
quasi accettato. Ora, anche la morte ha bisogno di un Freud
che, pian piano, la renda un fenomeno accetto, solo così non sarà più un tabù,
e la gente ne potrà parlare, e condividere le proprie esperienze in merito. In
questo caso, non sarà più necessario nasconderla, e non sarà più necessario costringere le persone a vivere contro la propria
volontà. Oggigiorno, invece, le persone si trascinano negli ospedali, in case
per anziani, solo perché la società – la cultura, la legge – impedisce loro di
scegliere liberamente di morire.
Se lo chiedessero,
sembrerebbe che vogliano suicidarsi: non è così. Di fatto, essi sono già dei
cadaveri, non sono altro che suicidi viventi, che
chiedono di venir liberati da quello stato vegetativo.
La lunghezza della vita non è il suo significato:
non importa quanto a lungo vivi. Ciò che conta è quanto
vivi profondamente, intensamente, totalmente: la qualità della vita!
La scienza si interessa
alla quantità, la religione alla qualità. La religione si interessa
all’arte di vivere la vita, e di vivere la morte.
Che differenza fa tra sette
anni, settanta o settecento? Non farai che ripetere lo stesso circolo vizioso, annoiandoti sempre più mortalmente. Dunque, cambia il fuoco d’attenzione del tuo essere. Impara
come vivere ogni istante e come morire a ogni istante:
entrambe le cose si accompagnano.
Se sai come morire a ogni istante, saprai vivere ogni istante, fresco, giovane,
vergine. Muori al passato! Non lasciare che esso interferisca
col tuo presente. 2
La morte non
è un nemico
Sono un medico… nel mio lavoro, nella mia
attività esiste un
rifiuto intrinseco ad accettare la morte, la malattia e la sofferenza umana.
Quindi, in profondità, un rifiuto ad accettare la vita o l’esistenza così come sono. C’è un desiderio molto profondo di correggere alcuni
dei meccanismi della natura. Tutta la mia attività
professionale è spinta dalla paura, una profonda paura
personale della malattia, della sofferenza e della morte. Non so come
considerare il mio lavoro nella prospettiva del
‘Tutto’.
Questa è una domanda significativa,
che nasce da un atteggiamento sbagliato della medicina occidentale. In Oriente abbiamo una visione completamente diversa: l’approccio
alla medicina è diametralmente opposto. Dovrai comprendere alcune cose.
La domanda dice: “Nel mio
lavoro, nella mia attività esiste un rifiuto
intrinseco ad accettare la morte, la malattia e la sofferenza umana”.
Ora, è necessario fare una
distinzione. La malattia, la sofferenza sono una cosa,
la morte è tutt’altra cosa. Nella mente occidentale la
malattia, la sofferenza e la morte sono una cosa sola,
arrivano in un’unica confezione. Il problema nasce proprio da qui.
La morte è bella; la
sofferenza, la malattia non lo sono. La morte è bella.
La morte non è una spada che recide la tua vita, è un fiore, il fiore più bello, che sboccia all’ultimo istante. È la vetta.
La morte è il fiore sull’albero della vita. Non è la fine della vita ma il suo
crescendo. È l’orgasmo supremo. Non c’è nulla di sbagliato nella morte, è bellissima – ma devi sapere come vivere e come morire.
C’è un’arte di vivere e
c’è un’arte di morire, e la seconda ha molto più valore della prima. Tuttavia
puoi conoscere la seconda solo quando hai conosciuto
la prima. Solo chi sa come vivere nel modo giusto sa come
morire nel modo giusto. Allora la morte è una porta per il divino.
Quindi, come prima cosa per favore tieni la morte da
parte. Preoccupati solo della malattia, della sofferenza. Non
occorre che lotti contro la morte. È questo che crea problemi nella mente
occidentale, negli ospedali e nella medicina occidentale.
La gente lotta contro la morte. Ci sono persone negli ospedali che vegetano
soltanto, sono vive solo grazie alle medicine. Grazie al sostegno medico la
loro morte viene rimandata… A volte sono in coma – e
una persona può essere in coma per mesi o anni. Ma a causa di questo antagonismo verso la morte, questo è diventato un grosso problema
per la mente occidentale: cosa fare quando
una persona è in coma e non ne uscirà mai, e tuttavia può essere mantenuta in
vita per anni? Diventerà un cadavere, un cadavere che
respira, ecco tutto. Non sarà vivo, potrà solo
vegetare. Che senso ha? Perché
non permettergli di morire? Perché c’è la paura della morte.
La morte è il nemico – come si può arrendersi al nemico,
alla morte?
Quindi c’è grande controversia nella mentalità medica occidentale: Che
fare? Si può permettere che la persona muoia? Si può lasciare che decida se
vuole morire? Si può permettere alla famiglia di decidere se farlo morire? Perché a volte la persona è inconscia e non può decidere da
sola.
È giusto aiutare qualcuno
a morire? Nella mente occidentale nasce una grande
paura. Morire? Vuol dire assassinarlo! La scienza esiste per mantenerlo in
vita.
Ma questo è stupido! La vita
in se stessa non ha alcun valore se non c’è gioia, se non c’è danza, se non c’è
creatività, se non c’è amore – la vita in se stessa non ha significato. Vivere soltanto, e nient’altro, è senza
significato. Arriva il punto in cui uno ha vissuto abbastanza, il punto in cui
morire è naturale, in cui morire è bello. Proprio come, quando hai lavorato tutto il giorno, arriva il punto
in cui ti addormenti. La morte è una specie di sonno – un sonno più profondo. Nascerai di nuovo con un nuovo corpo,
con un meccanismo nuovo dotato di nuove
caratteristiche, di nuove possibilità, di nuove sfide. Questo corpo è vecchio e
bisogna lasciarlo. È solo la tua abitazione.
…la morte non è una nemica
ma un’amica. La morte ti dà riposo. Sei stanco, hai vissuto la tua vita, hai conosciuto tutte le gioie che si possono conoscere nella
vita, la tua candela si è completamente consumata. Ora vai nell’oscurità,
riposa per un po’ e poi potrai nascere di nuovo. La morte ti darà
una vita nuova, più fresca. Quindi la prima cosa è: la
morte non è una nemica.
La seconda è: la morte è
la più grande esperienza della vita, se riesci a
morire consapevolmente. E puoi morire consapevolmente solo se non ti opponi ad essa. Se ti opponi, sorgerà un grande
panico, una grande paura. Quando
sei così spaventato che la paura diventa
intollerabile, esiste un meccanismo naturale nel corpo che rilascia delle
sostanze che ti rendono inconscio. C’è un punto al di là
del quale non è possibile sopportare, perdi coscienza. Quindi milioni di persone muoiono inconsciamente e mancano
un momento importante, il più importante di tutti. È samadhi, è satori, è la meditazione che ti accade. È un grande dono.
Se rimani vigile puoi vedere
che non sei il corpo… Sarai costretto a vederlo, perché il corpo scompare. Riuscirai facilmente a vedere che non sei il corpo,
che sei separato. Poi vedrai che sei separato anche
dalla mente. Allora la mente scomparirà.
Alla fine sarai solo una fiamma di consapevolezza, e questa è la più grande benedizione possibile.
Quindi la prima cosa: non
pensare alla morte negli stessi termini in cui pensi alla malattia e alla
sofferenza.
La seconda cosa: la
malattia e la sofferenza sono un male perché accadono solo
quando non sei naturale. Qualcosa è andato per il verso sbagliato. La
salute è naturale, la morte è naturale, ma la malattia
non lo è. La malattia è solo un’indicazione che
qualcosa non va nella tua natura. Ad esempio, hai mangiato troppo e hai mal di stomaco. Il dolore non è naturale: hai fatto una
cosa innaturale. Non hai dormito per due o tre giorni, perché correvi dietro ai
soldi… oppure eri candidato in una elezione e non
riuscivi a dormire, o non avevi abbastanza tempo per dormire. Ora la tua testa… come se volesse scoppiare. Ma questo è solo un sintomo. La natura ti sta dicendo: ‘Torna da me. Ti sei allontanato troppo’.
Molte malattie si presentano solo quando siamo in
qualche modo persi rispetto alla natura. Se l’uomo vivesse naturalmente non ci sarebbero malattie. E la natura
è così gentile che non grida, anzi bisbiglia. La natura è
molto silenziosa, la sua è una voce sottile, delicata. Continua a dirti: ‘Non farlo, non farlo, non farlo’,
e continua a sopportare. C’è un punto oltre il quale non può più sopportare e
scoppia la malattia.
Cosa deve fare il medico? In
Oriente il medico non combatte la malattia, non gli si chiede
di distruggere la malattia. Il medico deve solo riportare la persona alla
natura.
Il medico non corregge la
natura, corregge l’uomo. È una prospettiva completamente diversa. Il medico non
corregge la natura, la natura è sempre corretta. Ma a volte l’uomo può sbagliare, perché è libero. Il medico
corregge l’uomo.
Il medico non va contronatura, ma riporta le persone alla giusta via… e
ricorda sempre che un medico non guarisce mai, non può guarire.
Può solo far sì che la forza guaritrice diventi disponibile per il paziente. È
il Tutto che guarisce, non il medico e nemmeno la medicina. La medicina e il
medico e l’ospedale servono a riportare la
parte più vicina al Tutto, dove la guarigione può accadere. Medico e medicine sono
solo degli strumenti. 3
Non negare
la morte
È
un esperienza necessaria
La morte è il punto in cui il sapere fallisce e ti apri all’essere – questa è
stata l’esperienza buddhista nei secoli. Buddha consigliava ai suoi discepoli, quando
qualcuno moriva, di andare a vederlo e di
osservare il corpo mentre bruciava sulla pira: ‘Meditate
là, meditate sulla nullità della vita.’ La morte è il punto in cui il sapere
fallisce e quando fallisce il sapere, fallisce la mente. Quando
la mente fallisce c’è la possibilità che la verità penetri in te. Ma la gente non lo sa. Quando qualcuno muore, non
sapete cosa fare, vi sentite in imbarazzo; viceversa, quando qualcuno muore è
un grande momento per meditare.
Penso sempre che ogni grande
città avrebbe bisogno di un ‘Centro della Morte’. Quando qualcuno sta morendo, quando la sua morte è davvero imminente, dovrebbe essere trasferito nel ‘Centro della Morte’. Dovrebbe essere un piccolo tempio nel quale la gente,
seduta intorno al moribondo, possa entrare in profonda
meditazione e aiutarlo così a morire e tutti dovrebbero unirsi all’essere che
scompare nel nulla. Quando qualcuno scompare nel nulla si sprigiona una grande energia. Si sprigiona l’energia che gli apparteneva e
che lo circondava. Se siete intorno a lui in uno
spazio di silenzio, potete fare un’esperienza intensissima. Nessuna sostanza
psichedelica potrebbe darvi questa esperienza. Il
morto sprigiona naturalmente una grande energia: se
siete in condizione di assorbire quell’energia potete
condividere con lui una specie di morte. E potete
sperimentare l’assoluto – la sorgente e la meta, l’inizio e la fine.
‘L’uomo è l’essere
attraverso il quale il nulla entra nel mondo’,
afferma Jean-Paul Sartre.
Heidegger, e così pure Kierkegaard, affermano che il nulla crea spavento. Questa è
soltanto la metà della storia: infatti queste due
persone sono soltanto dei filosofi – ecco perché in loro crea spavento.
Se interrogate Buddha, Mahakashyapa, Nagarjuna, se interrogate me, ottenete la visione che la
morte crea spavento soltanto se osservata in modo parziale, ma se osservata in
senso assoluto, totale, la morte risulta la liberatrice da ogni timore, da ogni
angoscia, da ogni ansia, vi libera dal samsara.
Cominciate a meditare sulla morte. Ogniqualvolta
sentirete avvicinarsi la morte, entrate in essa –
attraverso la porta dell’amore, attraverso la porta della meditazione,
attraverso la porta di un moribondo. E se in un giorno
qualsiasi – e quel giorno arriverà – sarete in punto di morte, ricevetela con
gioia, come una benedizione. Se riuscirete a ricevere
la morte con gioia, come una benedizione, raggiungerete la vetta più alta della
vita, perché la morte è il crescendo della vita. La morte nasconde in sé il
massimo dell’orgasmo, perché in essa è nascosto il
massimo della libertà.
La morte significa che tu fai l’amore con il divino,
oppure che il divino fa l’amore con te. La morte è
l’orgasmo cosmico, totale. Perciò abbandona tutte le
idee che hai sulla morte – sono pericolose. Ti rendono un antagonista rispetto
alla massima esperienza che è necessario
tu viva. Se mancherai l’esperienza
della morte, rinascerai un’altra volta. A meno che non
impari il modo per morire, rinascerai ancora e ancora e ancora. Questa è la
ruota, samsara,
il mondo. Una volta che avrai conosciuto il massimo
orgasmo, per te non sarà più necessario rinascere: scomparirai e rimarrai in quell’orgasmo per sempre. Non rimarrai tu, non rimarrai come un’entità, non
rimarrai definito e identificato in qualcosa. Rimarrai come Tutto, non come una
parte. 4
BRANI DI OSHO TRATTI DA:
1 Zarathustra:
il Dio che Danza - ECIG
2 L'Antico Canto dei Pini - Psiche Ed.
3
Sufis: The People of the Path (Vol. 2) # 6
4 Il Sutra del Cuore -
Edizioni del Cigno
Sullo stesso tema presso Oshoba
di Elizabeth Kubler-Ross:
- LA MORTE E' DI VITALE
IMPORTANZA - IMPARA A VIVERE IMPARA A MORIRE
Meditare con chi muore
Proprio mentre preparavo
queste pagine sull’eutanasia ho avuto l’occasione di
sedere in meditazione al capezzale di una persona che stava morendo. La sua
situazione era di quelle che stanno diventando sempre
più diffuse ai nostri giorni: ottant’anni passati, un
tumore allo stomaco, quattro operazioni che oltre ad averla shockata nel corpo
avevano anche completamente sconvolto la sua tranquilla vita di impiegata ormai
da tempo in pensione, che amava andare a teatro o ai concerti con i vecchi
amici e ogni tanto si concedeva un comodo viaggio in qualche città d’arte. Le
persone che si prendevano cura di lei, per fortuna a domicilio, erano concordi
nel riferire che ormai non aveva più voglia di vivere. Una ha persino detto una
frase che mi ha colpito molto: “È pronta a morire, ma non sa come fare… sta
aspettando”.
Vicino a lei l’unica cosa che mi sentivo veramente
di fare era sedere, in silenzio e a occhi chiusi;
rilassarsi ed entrare in meditazione, immobili, era facilissimo: l’atmosfera
che la circondava era davvero quella di chi a poco a poco si ritira in se
stesso perché sta ‘uscendo’ da questo mondo. Anche vedere come si comportava quando qualche amica, in visita, voleva ‘far conversazione’, raccontarle fatti ed episodi della vita di
fuori (l’unica maniera, presumo, che conoscessero per mantenere in qualche modo
una connessione con lei e dimostrale affetto)… l’unica risposta era un raro,
lento, distante “Sì…”, del tutto privo di interesse per quello di cui si stava
parlando, un semplice riconoscimento, quasi una cortesia, verso l’amica che le
stava di fronte.
Anche il vederla nel suo rapporto col dolore
(qualche mattina era davvero ‘brutta’, nonostante gli antidolorifici) mi ha
insegnato qualcosa: chi non sogna di morire col sorriso sulle labbra (o
addirittura ridendo), morire magari ‘illuminato’ – secondo l’idea più o meno romantica che la nostra mente può essersi fatta
della faccenda? Ma il corpo e i suoi problemi
rimangono, non spariscono (nonostante i nostri desideri e speranze) si tratta
solo di prenderne distanza, di riuscire a disidentificarsi.
Si è trattato di un’esperienza per la quale sono
molto grato, da una parte la scoperta in me stesso di un grande
potenziale d’amore e accettazione, di umiltà direi quasi, se non si trattasse
di una parola troppo usata a sproposito - nei confronti di questo grande
mistero al quale stavo assistendo, nonostante la mente – sempre lei! – ogni
tanto si chiedesse se stessi facendo veramente
qualcosa di buono e utile ‘lì seduto a non far niente’
e volesse persino ‘vedere’ dei risultati! Dall’altra si è trattato di sicuro di
una specie di ‘messa a punto’ di tutto quello che avevo sentito Osho dire sull’argomento – lui ci dà
indicazioni, ci propone prospettive nuove rispetto ai nostri condizionamenti,
ma è la nostra esperienza nel reale quella che ci fa crescere – soprattutto
riguardo all’innegabile legame fra meditazione e morte e alla sua possibile
bellezza… ricordo i pochi sorrisi che lei ci ha regalato, nei giorni prima di
morire, totali e ‘infiniti’ come quelli di un bambino.
Troppo spesso sembra un peso stare vicino a chi
muore, probabilmente perché ce l’hanno insegnato come
un atto di carità, qualcosa che si fa per l’altro, per sentirsi buoni o magari è solo paura – ma così perdiamo un
regalo e un’esperienza che la vita ci sta offrendo, lo specchio di qualcosa che
inevitabilmente succederà anche a noi. Di sicuro avere qualche esperienza di
meditazione aiuta.
Sahaja
Il profondo silenzio - quasi al di là del tempo - degli alberi e il silenzio della
meditazione concorrono a creare forme - é sensazioni - di rara bellezza
Samvado è nato in Inghilterra, ha cinquantadue anni e una
laurea in psicologia, e scolpisce il legno: è dal 1976 che vive di questo
lavoro. Cosa non sempre facile, spiega: “Ho voluto togliermi da un punto di
vista molto comune: l’ossessione del ‘A cosa mi
serve?’.Il mio rapporto personale con gli alberi
vuole sviluppare quei momenti magici che si hanno in una foresta, nella natura
incontaminata. Voglio essere in grado di condividere queste sensazioni
attraverso quello che faccio, essere in grado di dire
alla gente che questo non è solo un oggetto da usare.
Ogni cosa che faccio ha lo
scopo di evidenziare le qualità degli alberi, così come io
le percepisco. A volte mi tengo intorno pezzi di legno
per anni e non so il perché un bel giorno uno di questi mi dice: ‘Adesso crea
qualcosa con me’.
Per i lavori che ho fatto
a Pune, i giardinieri mi hanno dato dei pezzi, a
volte molto grandi, di alberi che erano stati potati.
In Scozia uso alberi locali che sono stati tagliati per ragioni diverse da
quelle puramente commerciali: danni causati da un forte temporale, costruzione
di nuovi edifici o strade, motivi di sicurezza – tutti, comunque,
espedienti di noi uomini: alla base c’è il desiderio di controllare tutto
l’ambiente che ci circonda... Comunque, dove vivo, abbiamo piantato 1600 alberi
lungo il fiume e io, in ogni modo, utilizzo meno di un albero all’anno nel mio
lavoro. La vita viene usata a livelli diversi, e noi
possiamo scegliere cosa, dalla natura, ci dia maggior ‘nutrimento’”.
Quello
che amo in un albero secco è che mostra come morire in bellezza, come lasciare
andare tutto in una maniera piena di grazia.
Gli alberi passano la loro vita in un posto solo. Se tu siedi in meditazione
sotto un albero per un’ora… è già tanto, ma l’albero è
lì da anni, magari anche 500 anni – risiede lì, è a casa… e poi muore lì. È
proprio questo – il sentirsi ‘a casa’ – che possiamo
condividere.
Questo pezzo proviene da
un albero di babul che stavano
tagliando, e quando l’ho preso mi sono sentito una specie di becchino, ma
nel contempo molto felice di poter utilizzarlo per creare qualcosa. Mi ha
inspirato il diagramma della quarta dimensione, di Ouspensky – parla dell’intera dimensione del vuoto. Il legno
che è lì è ‘riflesso’ dal pezzo che manca nella sfera.
Questo è uno dei primi pezzi
che ho fatto in India l’anno scorso. Credo di essere stato in connessione
con lo Shivalinga. È anche una rappresentazione
molto semplice della pulsione verso l’alto dell’albero.
Per questo pezzo ho utilizzato
l’intero diametro di un albero di neem. Gli alberi
sono esseri radiali: non hanno destra o sinistra… e così quando guardi un
albero puoi provare la stessa sensazione. Quando chiudi gli occhi e ti sintonizzi
attraverso le orecchie percepisci in modo radiale,
perché puoi sentire da tutte le direzioni. Poiché
l’albero è radiale, ha un centro. Alla fine devi incontrare il tuo centro.
Aprendosi verso l’esterno, questa sfera sta a esprimere
lo spazio interiore. Questo pezzo è stato tagliato dall’intero diametro di
un tronco. Simboleggia il relazionarsi, con il ‘cuore’
dell’albero in entrambi i lati e lo spazio vuoto nel centro. Secondo me gli
alberi escono dalla terra e sono sempre tirati verso l’alto dalla luce. Tutto
quel peso – quel volume di materia – non potrebbe sostenersi da solo; avete
notato che strane angolazioni prendono a volte gli
alberi crescendo? Quella attrazione per la luce è
qualcosa di assolutamente intrinseco in loro. In questo pezzo vedo come gli
alberi danzino, molto lentamente, tra di loro e con
la luce. Ogni forma ha un significato solo grazie allo sfondo vuoto. Non la
noteresti neppure, se non ci fosse il contrasto creato dal vuoto.
1. Qui ho voluto giocare con
quante più parti possibili di un
albero. Nel ricostruire la forma
verticale ho voluto rappresentare
il rapporto del giusto mezzo…
che genera una spirale.
2. Ho lavorato questo babul
in modo tale che provochi la sensazione di perdercisi dentro… è molto
femminile. Se lo si mette di piatto sembra come se
qualcuno vi abbia gettato dentro una pietra – ‘splash’.
All’Osho Meditation
Resort puoi trovare lo stesso silenzio di una
foresta, ogni sera, tra le persone che partecipano all’incontro serale della White Robe, sedendo insieme
in meditazione. Non hai bisogno di andare in una foresta per trovare quella
stessa comunione con l’esistenza. Un silenzio persino più profondo, perché è
proprio il nostro, individuale, incontro col silenzio che stiamo celebrando.
Il bisogno di esprimere la
bellezza porta a un tipo di arte che non è in reazione
alla società né fissato sulla propria personalità. Mi piacerebbe che molti
artisti occidentali venissero qui e sperimentassero
questo spazio di non-mente.
L’esprimere gioia, risate,
l’essere ‘fuori’ da me stesso – e con questo intendo
essere in uno stato di non-mente – stimola molto di più la creatività ..una
sfida per esprimere l’inesprimibile! L’artista stesso diventa parte dell’opera quando impara a staccarsi dal ruolo di creatore e
scoprire una nuova fonte d’ispirazione in quel silenzioso vuoto da cui tutte le
cose hanno origine. Per me la creatività nasce dalla meditazione e l’arte è il
gioco espressivo della forma con ciò che è senza forma.
Quindi la forma d’arte più elevata è permettere a se
stessi di dissolversi in ciò che non ha forma e sparire come soggetto. Samvado
Quando c’è una biforcazione – come
succede in questo pezzo di legno di babul – ottieni
sempre effetti di grana e di colore davvero interessanti, qui ho voluto evidenziarli.
Cerco sempre di dare rilievo alle qualità intrinseche degli alberi: il fatto
che gli alberi si biforcano costantemente e vanno
verso l’alto. È uno stimolo per la nostra consapevolezza a elevarsi.
Passando
vicino a un albero improvvisamente ti viene il desiderio
di abbracciarlo... l'albero è così bello e così verde — così vivo — e danza
nel vento e nel sole. Se sei vivo, avrai piacere
in una piccola 'conversazione' con l'albero. Appartiene alla
terra tanto quanto te... è nato dalla terra, proprio come te. un'espressione di un certo tipo, e tu sei un altro genere di
espressione, ma veniamo dalla stessa fonte. E bello
dire 'ciao' all'albero. E abbracciarlo... ti fa provare
talmente tante cose! E se cominci a parlare con l'albero
— qualsiasi cosa ti venga in mente... Non c'è bisogno di provare imbarazzo.
Se diventi come un bambino piccolo che sta parlando all'albero, o persi no parlando col sole,
con la luna... Quell'innocenza: l'avere un dialogo
con l'esistenza... è quella la preghiera. OSHO


Uno dei cardini della nostra esistenza
Di famiglia se ne sta
parlando molto di questi tempi, sulle riviste appaiono titoli che si chiedono
“Ma cosa succede nelle famiglie italiane?”: siamo sconvolti da un succedersi di
fatti di sangue – all’interno di situazioni familiari apparentemente del tutto
regolari – che sembra non abbiano precedenti. Si
potrebbe rispondere ‘nulla di nuovo sotto il sole’,
ricordando come Sofocle scrivesse dei drammi di Edipo
e Clitennestra già migliaia d’anni fa e, prima
ancora, il mitico Crono, agli inizi del tempo, avesse l’abitudine di divorare i
suoi figli… e poi Medea, e Caino… ma di sicuro questo rifarsi al mito non aiuta
a comprendere: quelle di sicuro non erano famiglie che avrebbero potuto essere
quelle dei nostri vicini, non erano famiglie normali.
E forse è qui il punto, la
famiglia ‘normale’: quella alla quale siamo ‘abituati’ nei nostri
condizionamenti più profondi, quella dove il padre lavora, la madre si occupa
della casa e i figli si preparano, a seconda del
sesso, a seguire lo stile di vita dei genitori – il tutto all’interno di ben
definite e rispettate regole e strutture gerarchiche - sta vieppiù sparendo:
quello che era la norma (o perlomeno il modello) solo un paio di generazioni fa
sta diventando ora una situazione di minoranza. Il progresso economico, le
maggiori possibilità di impiego per le donne, la
liberalizzazione sessuale, il ritmo sempre più veloce dei cambiamenti
all’interno della società stanno minando la famiglia, così come siamo stati
abituati a intenderla, alle radici.
Anche le statistiche
parlano del suo declino: divorzi e separazioni continuano ad aumentare (il 10%
in più ogni anno), in aumento il numero dei single,
in aumento anche, situazione tutta italiana, il numero di chi continua a vivere
(o meglio abitare) con la famiglia di origine anche
quando ha già una ‘sua vita’ (lavoro, affetti),
questo per motivi economici e di comodo che spesso creano tensioni.
Anche
se non è morta (come annunciavano speranzosi gli
utopisti degli anni sessanta) non vi sono dubbi che la famiglia bene non sta! E
nessuna delle risposte attualmente disponibili ‘sul mercato’ per affrontare questa grave crisi sembra
funzionare...
Si fa tanto parlare di
rilanciare i valori della famiglia, ma poi il discorso sfocia subito nella
famiglia come ‘baluardo verso i mali della società moderna’ e si ottengono,
come fa notare nel libro La famiglia in
bilico il giornalista Di Stefano, famiglie “arroccate in se stesse, fuori
vedono solo pericoli: la droga, la criminalità, la discoteca. Al loro interno
però c’è una totale mancanza di comunicazione. Non si litiga, i conflitti sono
spariti e il silenzio affettivo è riempito dal rumore della televisione sempre
accesa”.
Un altro commentatore fa
notare: “Viviamo in una società che dedica molte energie allo sviluppo del
corpo e dell’intelligenza dei propri figli, ma quanto si occupa della loro
emotività?”. Verrebbe da chiederci quanto siamo veramente preparati a farlo.
Nelle pagine seguenti (nei
brani di Osho come nelle esperienze personali di
meditatori) abbiamo voluto presentare non delle risposte ma spunti di
riflessione. Dopo tutto, come si legge in una recente
vignetta:
“La mia famiglia è un nido di vipere…” si lamenta la paziente
con l’analista.
“Abbiamo tutti bisogno di un nido” è
la risposta.
Una famiglia ce l’abbiamo tutti (o quasi) ed è attraverso la
comunicazione – anche il conflitto, quando necessario – e l’amore – quello
spontaneo, non quello ‘dovuto’ – che possiamo affrontare i problemi che ne derivano.
Dio, patria e famiglia
Una vecchia ‘trinità’ che
di questi tempi sembra tornare di moda, anche se in formato – diciamo – più liberal: dagli entusiasmi (e gli interminabili servizi
televisivi) per ogni piccola esternazione o viaggio del papa, ai conflitti
armati che sembrano tanto ‘guerre di religione’; da
appelli e iniziative per la ‘difesa della patria’
contro immigrati ed extracomunitari, a pianti e recriminazioni per la sconfitta
della Nazionale (nonostante ‘l’acqua santa’
dell’allenatore!)… e di famiglia poi se ne parla tanto, e non solo nei
dibattiti sulla sua crisi o in cronaca nera. Uno dei film più
acclamati (anche se poi poco visto) è stato L’ora
di religione – storia di un ‘pover’uomo’
alle prese col processo di beatificazione della madre, fortemente voluto, per
motivi di prestigio sociale, dal resto della famiglia, compreso il fratello
demente che a suo tempo l’aveva assassinata… sembra quasi di essere nel ‘sequel’ di uno dei tanti delitti in famiglia che hanno
fatto recentemente le prime pagine.
Ma è soprattutto Le correzioni di Franzen,
uno dei maggiori successi letterari di quest’anno, a dare spunti per una
riflessione. Il libro narra la saga della famiglia Lambert: Enid
e Alfred, i genitori, hanno allevato i tre figli secondo regole rigorose, attenti ai valori e
all’etica, attenti a ‘correggere’ ogni deviazione dal giusto - in realtà
attenti solo a crescere dei figli corrispondenti ai loro bisogni, ai loro
ideali. Un ritorno in famiglia, praticamente imposto
dalla madre ai figli ormai grandi per un ‘ultimo’ Natale insieme – il padre ha
il morbo di Parkinson e sta lentamente svanendo nella
demenza – rivela il totale fallimento di questo tipo di educazione, e nel
contempo anche il fallimento della reazione dei figli: il loro tentativo di
‘correggersi’, seguendo nuove mode o valori – più moderni – per liberarsi di
queste radici.
Anche se solo al terzo posto del famoso trinomio
(dio, patria, famiglia) la famiglia ne costituisce in realtà il fondamento: è
qui infatti che inizia ogni condizionamento sociale e
religioso. È qui che nasce la prima divisione fra ‘noi’ e ‘loro’, la causa di
tante sofferenze nell’umanità, proprio come denuncia senza mezzi termini Osho
nel brano che segue, che prende spunto, come del resto gran parte dei discorsi di quella serie, dalla visita alla Comune di Pune di un gruppo di monaci cristiani.
Alcuni amici cristiani mi hanno detto
che il Cristianesimo si fonda sulla famiglia: la famiglia è il terreno su cui
poggia. Ma la famiglia è anche la causa di tutte le nevrosi, le psicosi, le
malattie mentali, nonché di tutti i problemi sociali. Ed è il fondamento delle razze, delle nazioni e delle
guerre.
Bisogna comprendere che la
famiglia non ha alcun futuro, ha esaurito la sua funzione, la sua utilità. Ma tutti, non solo i cristiani, siamo stati condizionati
a credere che la famiglia rappresenti un bene prezioso per il mondo
intero. La realtà è totalmente diversa. Devo procedere punto per punto, nei dettagli, perché il problema della famiglia è uno
dei più seri.
Prima
cosa… La famiglia è una prigione,
cerca di tenere sotto controllo i bambini e le donne. È un
gruppo di persone molto chiuso, e questa prigione è stata resa sacra.
Ciò che ne risulta è orribile.
La famiglia programma ogni
bambino in base ai propri pregiudizi. Se nasci in una famiglia cristiana, sarai
programmato a essere cristiano, e non ti verrà mai
neppure il sospetto che il tuo
condizionamento possa essere sbagliato, e che ti impedisce di crescere.
E la famiglia è l’origine
di tutto, perché il condizionamento parte dalla famiglia.
Il
Cristianesimo dice di fondarsi sulla famiglia. E io so benissimo che
se la famiglia non sparisce dalla faccia della terra, anche le religioni, le
nazioni e le guerre non spariranno, perché tutte si basano sulla famiglia. E
quando un bambino, insieme al latte materno, viene
ingozzato con superstizioni di ogni tipo: dio, e lo spirito santo, e
l’unigenito figlio di dio, Gesù, e l’inferno e il
paradiso…
I bambini sono molto
vulnerabili, perché quando vengono al mondo sono un foglio bianco, su cui non
c’è scritto nulla, le loro menti sono pure. Su un
bambino puoi scrivere ciò che vuoi, e ogni famiglia compie questo misfatto:
distrugge l’individuo e crea uno schiavo. L’obbedienza è una virtù, e la
disobbedienza è il peccato originale.
Quando un bambino viene programmato dalla nascita, in un momento in cui è
molto delicato e vulnerabile e puoi scrivere qualunque cosa su di lui, il
condizionamento penetra nell’inconscio. Puoi dirgli: “La nostra nazione è la
più grande del mondo”; ogni nazione lo proclama. “La nostra religione è la più
grande, i nostri libri sacri sono stati scritti da dio stesso.” Lo dicono gli indù, lo dicono i
cristiani, lo dicono gli ebrei. Sono tutti colpevoli dello stesso crimine.
Questo ha creato divisioni
religiose, politiche, nazionali e razziali. Dipende tutto dalla famiglia. La
famiglia è la causa prima delle mille ferite dell’umanità.
Tutte le fiabe terminano
con il matrimonio, tutte le storie più antiche terminano con il matrimonio, e
con quella frase finale: “e vissero per sempre felici
e contenti”.
In realtà, dopo il
matrimonio c’è il diluvio, dopo il matrimonio c’è l’inferno. Quindi,
per non affliggere la gente, tutte le storie si fermano al matrimonio. Di
fatto, esso è l’inizio della storia, e
invece lo hanno messo alla fine.
Incontrare una ragazza
sulla spiaggia non è la cosa reale. La ragazza non è reale, e neppure tu lo
sei. Tu fingi di essere un grand’uomo, un eroe… lei
finge di essere Sofia Loren.
Siete due ipocriti, ma sulla spiaggia l’ipocrisia va benissimo. Vi vedete solo
per pochi minuti, poche ore al massimo. L’ipocrisia
può essere mantenuta per qualche ora, ma non per tutta la vita. Una volta sposati, l’ipocrisia diventa un peso impossibile
da sopportare.
E quando tutte le finzioni
sono cadute, la donna che ti sembrava Giulietta appare così ordinaria; e non
solo ordinaria, è anche peggio. E l’uomo che ti sembrava Romeo… sia Romeo che il romanzo d’amore sono finiti. E
lui non è che una nullità. È lì che comincia la storia.
Una storia di
frustrazione, di continua ricerca di qualcun altro. E poiché in ogni famiglia
c’è un conflitto – marito e moglie litigano di continuo – i bambini
crescono in un clima di lotta permanente, e questo diventa il loro imprint. Il
ragazzo ripete il modello paterno, e la ragazza ripete quello materno, quando
si sposano. È una ripetizione continua, di generazione in generazione; infatti da chi impareranno a fare il marito e la moglie?
Dalla madre, dal padre; sono le uniche figure disponibili durante l’infanzia. E questo è il periodo più delicato.
I bambini imparano che i
genitori litigano e si insultano a vicenda... ogni
giorno la moglie si lamenta. Il padre sente che la moglie è un tormento...
cerca di rimanere in ufficio il più a lungo possibile, e poi va al bar. Il
bambino impara. Anche la bambina impara...
I bambini osservano con
attenzione tutto quello che accade attorno a loro, e imparano
quello che viene insegnato loro. Ripeteranno gli stessi modelli.
La famiglia ti rende
ambizioso… vuole che diventi famoso. Vuole che tutti nel mondo ti conoscano.
Vuole che diventi il più ricco di tutti. La famiglia ti vuole presidente della
nazione…
La famiglia crea tutte
queste ambizioni, non sapendo che esse generano una mente costantemente
angosciata e sofferente. Solo una persona può diventare presidente del paese. Che ne sarà degli altri novecento milioni? Si sentiranno dei
falliti. È orribile creare nelle persone la sensazione di essere dei falliti, di essere inferiori agli altri.
La famiglia è la base di
tutte le patologie.
tratto
da: Osho, Cristianesimo e Zen,
Edizioni Riza (in corso
di stampa)
Solo amore
Ci viene
insegnato che dobbiamo amare il padre e la madre; i genitori naturalmente devono amare i propri
figli… e abbiamo anche promesso di amare il nostro coniuge. Tutta questa rete
di doveri e costrizioni sociali all’interno della famiglia uccidono l’amore, lo
svuotano di ogni vitalità, lo rendono un puro e
semplice ruolo, lo fanno diventare solo attaccamento.
La
madre dice a suo figlio: “Amami, sono tua madre”, e il padre dice: “Amami, sono
tuo padre”, come se qualcuno potesse essere automaticamente amato, solo perché
è un padre o una madre.
Il semplice essere un padre
o una madre non vuol dire molto. Essere padre significa aver vissuto una
profonda disciplina: sai farti amare. Essere madre non è solo saper procreare:
implica un profondo addestramento, un’intensa disciplina interiore. Una madre
deve sapersi far amare. Se la madre è colma d’amore,
il bambino la ama senza attaccamento alcuno. Quando il
bambino incontra qualcuno che sa farsi amare, lo ama. Ma le madri e i padri non
amano, non hanno mai pensato a queste cose in questi termini: che l’amore è una
qualità, che la si deve creare…
Non sei in grado di amare il
mondo intero, e la causa prima è la tua famiglia. La famiglia non ti ha
insegnato ad amare, a essere pieno d’amore. Ti impone solo delle relazioni. L’attaccamento è un
rapporto, e l’amore… l’amore è uno stato della mente.
Tuo padre non ti insegna ad amare, perché se amassi,
ameresti chiunque. A volte, puoi amare il tuo vicino più di tuo
padre, ma il padre non lo può accettare: non può accettare che qualcun altro
possa attrarre il tuo amore più di lui, perché lui è tuo padre! Di conseguenza,
si devono insegnare solo i ruoli d’amore, non l’amore.
E tuo
figlio crescerà. E più diventa adulto, più diventa
autonomo. A quel punto soffrirai. Ogni padre e ogni
madre ne soffrono. Quando sarà adulto si innamorerà di
un’altra donna. A quel punto la madre soffrirà: è entrata in gioco una rivale.
Questa sofferenza è causata dall’attaccamento. Se la madre amasse veramente il
figlio, lo aiuterebbe a essere autonomo. Lo aiuterebbe
a muoversi nel mondo, ad avere più contatti possibili, perché saprebbe che più
ami, più sei felice. E quando suo figlio si innamorerà di una donna, sarà felice. Danzerà di gioia.
L’amore non rende mai infelice nessuno, perché se ami qualcuno, ami la
sua felicità. Ma se sei attaccato a qualcuno, non ami
la sua felicità: ami solo il tuo egoismo, ti preoccupi solo delle tue pretese egoiche.
Ogni attaccamento diventa un irrigidimento, è morto. Non vibra
di vita, non è una risposta in continuo movimento. Non è una vitalità legata all’istante, è una fissazione. Ami una
persona, se è amore non puoi predire cosa accadrà il momento successivo. È imprevedibile, gli stati d’animo sono mutevoli come il
tempo. Non puoi dire se tra un istante il tuo amante ti amerà. Tra un istante può non sentire di amarti, non puoi aspettartelo.
Se
ti ama anche tra un istante, bene, gliene sei grato. Ma se non ti ama, non ci puoi fare nulla. Sei impotente.
Devi accettare che il suo stato d’animo è cambiato.
Non devi piangerne, semplicemente il suo stato d’animoè
cambiato! Accetta la situazione. Non puoi forzare iltuo
amante a fingere, perché la finzione è pericolosa.
…se mi costringi, divento
falso e la relazione si trasforma in una finzione, in un’ipocrisia. A quel
punto non siamo più sinceri l’uno verso l’altro. E due
persone che non sono sincere l’una verso l’altra, come possono essere
innamorate? Il loro rapporto diventerà una fissazione.
Mogli e mariti sono fissati, sono cadaveri. Ogni
cosa è data per scontata. Si comportano tra di loro
come se l’altro fosse un oggetto.
Quando
torni a casa, i mobili sono sempre gli stessi, perché sono morti. La tua casa è
la stessa, perché è morta. Ma non ti puoi aspettare
che tua moglie sia la stessa persona. È viva, è un
essere umano. Se ti aspetti di trovarla identica a quando
sei uscito al mattino, la stai forzando a somigliare ai mobili, a essere un
oggetto. L’attaccamento forza le persone che vivono in un rapporto a diventare
oggetti, mentre l’amore aiuta le persone a essere più
libere, più indipendenti, più sincere. Ma la verità
può solo esistere in quanto flusso continuo, non può mai essere congelata.
Ricorda: attaccamento
significa fissazione; non sai accettare nulla di nuovo, accetti
solo il passato. Non puoi permettere al presente di esistere,
non permetti al futuro di apportare il minimo cambiamento. E la vita è cambiamento. Solo la morte non cambia mai.
tratto
da: Osho, Yoga: La scienza dell’anima, Oscar
Mondadori
L’ambiente
famigliare
Pieno
di tensioni nascoste, sorgente di nevrosi o anche peggio.
Come posso aiutare mia sorella, sposata e
con figli, che ha gravi problemi psicologici?
Alcune osservazioni… Primo… non hai bisogno di
preoccuparti, mmm? Perché a volte possiamo avere
ideali molto sproporzionati – la convinzione di essere in
qualche modo responsabili, per esempio. E così
incominci a sentirti in colpa. Senti che tu sei molto felice e lei è molto
infelice, ti sembra che lei debba pagare per la tua felicità con la sua
infelicità. Queste sono idee pericolose; possono metterti a terra. E il tuo abbattimento non l’aiuterà. Solo la tua felicità
può aiutarla, non il tuo dolore; l’infelicità non
aiuta nessuno. Ma succede sempre così: se qualcuno è
infelice e lo vuoi aiutare, anche tu diventi infelice. Ma
questo non l’aiuterà. Quindi, prima di tutto, non
lasciarti abbattere. Non si tratta di qualcosa di cui puoi essere ritenuta
responsabile. Ma non sto dicendo che non hai alcuna
utilità. Puoi aiutarla moltissimo.
Non è necessario che sia un ospedale, può andare da qualche altra parte. Ci vuole qualcosa di
completamente diverso, in modo che possa riprendere contatto con se stessa. Si
tratta di un rimedio immediato. Perché gli individui non sono essenzialmente
malati, sono le famiglie a essere fondamentalmente
malate. Quando un individuo inizia a dare segni di
follia, significa semplicemente che si tratta dell’elemento più debole della
famiglia… il più vulnerabile, tutto lì.
Deve essere portata via
dalla famiglia. Non è necessario ricoverarla, perché a volte la parola
‘ospedale’ crea molti problemi. Ma deve essere
allontanata dall’ambiente familiare, e il marito non deve seguirla, né
assisterla, no. Può andare da qualunque parte…
[L’interlocutrice
dice che tra una crisi e l’altra, la sorella insiste nell’occuparsi dei figli e
del marito.]
È lì che sta il problema…
Diventa uno sforzo
estremo. Ci si può occupare degli altri solo fino a un
certo punto, e poi ci si ritrova a terra, e si va a finire all’altro estremo.
Scrivi a suo marito, a tua
madre, che il mio suggerimento è questo: mandatela da un’altra parte. E nessuno della famiglia la deve seguire. Deve essere
lasciata sola con degli estranei, e immediatamente si sentirà benissimo.
Questa è la cosa migliore
da fare con chi ha crisi di follia. In realtà non bisogna fare nulla – bisogna
solo allontanarsi dall’ambiente familiare. Lì deve esserci qualcosa che fa
impazzire quella persona.
Tutte le famiglie sono
malate. La terra non è ancora così fortunata da avere famiglie sane. La follia
è così radicata e così accettata, così insita nella struttura, che nessuno
pensa che si tratti di follia. E non hai bisogno di
lasciarti coinvolgere. Altrimenti va a finire che ti
crei inutili angosce. E non sentirti mai in colpa per
essere felice. Ti senti in colpa, sembra… Non sentirti
così. Se vuoi sentirti in colpa, fallo quando sei
infelice. Collega e associa l’infelicità con il senso di colpa, ma non
associare mai senso di colpa e felicità. Una persona felice non ha alcuna
colpa. Ma nel mondo è questo che ci hanno insegnato: a
sentirci in colpa quando siamo felici. Alcuni non si concedono mai di essere felici, semplicemente perché temono che se sono
felici ci deve essere qualcosa di sbagliato. Ci sono persone che muoiono di
fame e tu sei felice? Ci sono migliaia di persone negli ospedali e milioni di persone stanno impazzendo, e tu sei felice? Ci sono il
Vietnam e Israele e questo e quello, e tu sei felice?
Non appena si sentono felici, si circondano di mille problemi… e poi si sentono
infelici. Così va tutto bene: non devono sentirsi in colpa. E
in realtà la persona infelice è la causa dell’infelicità degli altri. Aiuta il
mondo a rimanere infelice.
Quindi
mai, neppure per un momento, sentiti in colpa per essere felice. Non prendi la tua
felicità da nessuno, ma puoi trasmettere la tua infelicità. Non puoi dare la
tua felicità a nessuno, e nessuno può prendere la tua felicità. La felicità non
è trasferibile, l’infelicità si trasmette facilmente.
E le persone desiderano l’infelicità, la mendicano – desiderano ricevere un po’
di infelicità in più. È l’infelicità che le tiene
insieme, perlomeno è questo che pensano.
Quando qualcosa sfugge alla loro
presa, quando si apre una finestra e il sole brilla all’improvviso, non
riescono a crederci. E subito richiudono la finestra. Se non riescono a chiuderla, si sentono in colpa per quello
che diranno gli altri.
Tutti soffrono e loro sono
lì a guardare il sole, la sabbia e il mare…
Abbandona completamente questa attitudine, non ha nulla a che fare con te. Puoi
essere di aiuto, sei in uno spazio da cui puoi inviare
aiuto. Questo è il suggerimento più saggio che puoi inviare: allontanare tua
sorella dall’ambiente familiare. E buttale là l’idea che, se le viene voglia,
può venire qui, e sarà molto facile. Non c’è nulla di
cui preoccuparsi.
tratto da: Osho, Only Losers Can Win in This Game #1
Sacrificarsi
per i propri figli
Lo psicologo americano W.
James scriveva: “La cosa più importante nella vita è
vivere per qualcosa di più importante della tua vita”. Un ideale elevato, e
moralistico, che ispira un po’ le vite di noi tutti: siamo così condizionati
che ci sentiamo in colpa a vivere per noi stessi! Questa
situazione molto spesso è alla base dei rapporti genitori-figli. Quanti
genitori vivono per – e attraverso – i loro figli? E
ci rendiamo conto di che effetto distruttivo ha questo condizionamento sulla
vita di tutti?
Ciò che William James sta dicendo è stato detto per migliaia di anni da quasi tutti i politici e i preti, e potete
constatare da soli il risultato di tale tipo di insegnamento. Che cosa significa che dovresti vivere per qualcosa di più
importante della vita? Esiste qualcosa di più della vita stessa?
Lo stesso concetto viene ripetuto in mille modi diversi. Al bambino viene detto che dovrebbe vivere per i genitori… Nessuno
sembra realizzare il semplice fatto che non c’è niente di più importante della
vita, non può esserci! Se esiste qualcosa di più in
alto della vita, è sicuramente qualcosa di morto; come potrebbe altrimenti
essere più in alto della vita?
L’umanità è stata
ingannata – sacrificare se stessi per delle idee, per
gli ideali. Sacrificare la tua vita per qualcos’altro significa smettere di
vivere: inizi a suicidarti. Cominci a ucciderti così
lentamente da non esserne consapevole. Ogni uomo che ha sacrificato la propria
vita per un qualsiasi scopo, realizza, al momento della morte, di avere perso
il treno, di essere stato uno stupido.
No, non posso essere
d’accordo con William James. Sta dicendo delle fesserie.
Sta semplicemente parlando allo stesso modo di tutti gli interessi costituiti,
perché questi non vogliono che tu viva. Vogliono usarti. Non permetterti di
vivere è una strategia molto astuta. Ma non può essere
espressa apertamente perché altrimenti non la seguiresti: deve suonarti bene,
essere di tuo gradimento.
Pensare al futuro… Vivi
l’oggi più che puoi. Da dove nascerà il tuo domani? È
nel grembo dell’oggi, sta nascendo dalla vita che hai vissuto oggi. Il vivere
nel presente, senza sacrificare un singolo momento per un qualsiasi ideale,
rende possibile soddisfare tutti gli ideali che hanno
assillato la mente umana – non attraverso il sacrificio, ma vivendo il più
intensamente e pienamente possibile.
Se tutti quanti, sulla terra,
vivessero l’oggi con gioia – cantando, danzando, celebrando la bellezza della
vita, essendo grati all’esistenza – potrebbe il domani essere diverso? Sarà
migliore: sarai diventato più attento alla bellezza del vivere nel presente.
Forse oggi eri un po’ riluttante, hai fatto solo pochi passi, ma domani ti sentirai più sicuro e andrai sempre più avanti.
Gli ideali non aspettano
da qualche parte nel futuro: devi continuare a crearli ogni giorno, ogni momento. La libertà non è un qualcosa che c’è bisogno
di andare a prendere chissà dove: la libertà è un’esperienza. Se desideri la libertà nel futuro, per le generazioni
future, sii libero tu! Vivi nella libertà! E,
naturalmente, non puoi imporre la schiavitù ai tuoi figli. Un uomo libero
conosce la bellezza della libertà, gli piacerebbe che
anche i suoi figli fossero… ancora più liberi di quanto sia lui. Il futuro
nasce sempre dal presente.
Questo mondo pazzo è il
risultato del sacrificio delle vite di milioni di
persone. Hanno distrutto se stessi. Hanno distrutto
anche te, perché se tuo padre si sta sacrificando per te, nella profondità del
suo essere ti odierà… Se odi i tuoi figli e continuamente ti vanti del fatto
che stai sacrificando la tua vita per loro, riusciranno a perdonarti
quando cresceranno?
Il tuo odio… puoi anche
non esprimerlo, ma si manifesterà in molti modi. La tua rabbia… puoi anche
nasconderla agli altri, ma i tuoi figli la percepiranno, anche solo attraverso
le tue vibrazioni.
Questi figli, sentendo
continuamente che qualcuno si sacrifica per loro – che sacrifica il suo amore,
che sacrifica la sua gioventù, che sacrifica il suo futuro –
quando saranno più grandi non riusciranno mai a perdonarti.
Se tu avessi seguito un
qualche tuo desiderio, un sogno, saresti diventato un eroe. Perché
rimandarlo a causa di qualcun altro, che avrà i propri desideri, i suoi sogni?
Gli hai dato la vita, ma non puoi dare vita ai tuoi
sogni in lui, alle tue idee dentro di lui. Gli hai dato un corpo, ma non puoi dargli la sua anima.
Questo è il motivo per cui nessun genitore è mai soddisfatto: si è sacrificato
così tanto, ma senza alcun risultato. Non può perdonare i figli, né perdonare se stesso. Vivrà in una tremenda angoscia.
I figli nascono dai
genitori, ma non sono delle cose, sono degli esseri viventi. Troveranno
la propria strada, vivranno la loro vita. Devono vivere la loro vita! Se in qualche modo riescono a vivere gli ideali dei
genitori – che si sono tanto sacrificati! – sicuramente non perdoneranno mai
quei genitori, né i loro sogni e i loro ideali. E non perdoneranno nemmeno se stessi, perché sono stati dei
vigliacchi: non sono riusciti a ribellarsi, non hanno saputo disubbidire. Non
hanno potuto seguire il loro percorso naturale, la loro
potenzialità.
Vivi ogni momento senza
sacrificare nulla, così che quando muori, puoi farlo
con una canzone sulle labbra e una profonda gratitudine nei tuoi occhi. Questa
è la maniera in cui un uomo religioso dovrebbe morire. Ma
per raggiungere una morte così bella devi prima vivere una vita bella.
Chi sei tu per
preoccuparti del futuro? Le persone che verranno si prenderanno cura di se
stesse. Perché ti ossessioni? Le vecchie generazioni
si sono tormentate per te - e tu cosa ne hai guadagnato? Lascia al futuro la
sua libertà. In realtà cercare di sacrificarti per il futuro è un modo di
dominare il futuro anche dopo che sei morto – perché hai sacrificato la tua
vita e pianificato il futuro senza neanche sapere chi sarà la gente del domani.
Non la penseranno nello stesso modo, questo è certo.
Non guarderanno alle cose nella stessa maniera, questo è
certo. Pensi di costruire un bellissimo palazzo e loro potrebbero
pensare che è una prigione. Ogni generazione ha costruito prigioni per le generazioni future.
Per favore, abbiate
compassione del futuro: lasciatelo libero. Lasciateli liberi di fare le loro
cose, e voi fate le vostre.
tratto da: Osho, From Death to Deathlessness # 22
Figli,
famiglia ed amore
Temi
fondamentali della vita di ognuno, qui Osho ne parla in un colloquio diretto
con una giovane donna che gli chiede: “…e se io facessi un figlio?”.
Prima entra il più
profondamente possibile nell’amore. Fino ad allora
evita di avere figli, perché i figli dovrebbero essere il frutto di un amore
straordinario, altrimenti è meglio non averli. Puoi dare alla luce bambini
ordinari, semplici prodotti dell’incontro fisiologico e biologico di un uomo e
una donna, ma sono privi di rilievo.
Quando due individui
crescono sempre di più nell’amore, e arrivano a un
punto in cui le loro personalità non sono più separate e i confini svaniscono,
allora possono avere figli. E i figli verranno da un
livello più alto. Avranno la personalità dell’amore – non
saranno solo frutti del sesso. Hanno una profonda armonia interiore… Quando un bambino nasce dall’amore, tu offri
qualcosa al mondo. Quando un bambino nasce da un puro
incontro sessuale, ti limiti a sovrappopolare il mondo, non gli regali nulla.
Ricorda anche che quando generi un figlio in uno stato di amore
profondo, di rilassamento e di meditazione, anche in te nasce qualcosa. Diventi
una madre.
Non ogni donna che dà alla
luce un figlio è necessariamente una madre, partorire
non è sufficiente. Per diventare una madre occorre che anche il cuore sia
fiorito. Ci sono molte donne che hanno generato dei figli, ma ci sono
pochissime madri. Essere madre è un raro stato di armonia,
e un’esperienza unica. La mia riflessione è questa: se una donna può diventare
davvero materna – e che abbia figli o no non è il
punto – se può diventare materna, quella è la sua illuminazione, non ha bisogno
d’altro. Quella è la sua natura divina.
Quindi prima di tutto ama,
e non preoccuparti dei figli, perché in questo modo prima o
poi comincerai a pensare al matrimonio. Prima amatevi l’un l’altro, e donatevi libertà totale. Non lasciarti
possedere e non possedere. Dà all’altro tutto lo spazio
per fiorire. Condividi tutto quello che puoi, e questa
condivisione diventa una forma sottile di appartenenza reciproca che non
contiene alcuna possessività; sei così sicuro
dell’altro che puoi avere fiducia. Medita, ama, e un giorno, quando senti che stai
per traboccare, che non riesci a contenerti
più, che ti piacerebbe che un’altra anima condivida la tua ricchezza, il
tuo appagamento, allora dà alla luce un figlio, non
prima. Uno dovrebbe aspettare di essere completamente
maturo. Il mondo sarebbe bellissimo se le persone aspettassero il
momento giusto.
E mi sembra che tu sei troppo dominata dalla tua
famiglia… A poco a poco ci si deve allontanare dalla famiglia. Non che non si
debba amarla, anzi è così che la si ama. È l’unico
modo. È come al momento della nascita, quando il bambino si separa dalla madre,
e un giorno si allontana dal seno materno. Poi è pronto a
uscire di casa a giocare, e poi ad andare a scuola. Arriva il giorno in cui
ritorna a casa ed è totalmente diverso da quando se ne
è andato, è diventato adulto. Quando si innamora di
un’altra donna, raggiunge il punto più lontano dalla madre. In realtà, il
giorno in cui il figlio sceglie il proprio partner, è il giorno in cui nasce
davvero, in cui esce davvero dal grembo materno.
Ognuno deve uscire dalla
famiglia, altrimenti non sarà mai se stesso, rimarrà sempre immaturo. Bisogna
capire che per tornare a casa, bisogna prima di tutto allontanarsene. Quando
sei diventato padrone di te stesso, un essere autentico, allora puoi fare ritorno a casa. E puoi di
nuovo amare tuo padre, tua madre e i tuoi fratelli. Ma
ora tu sei presente, per amarli, prima non lo eri. Come puoi amare, se non sei?
Questa è la difficoltà: la
famiglia domina troppo i bambini, ha sempre paura che si allontanino troppo. E allora li costringe, inventa modi sottili per
influenzarli, per condizionarli. Il bambino, nel profondo, oppone resistenza, e
a causa di quella resistenza non riesce ad amare la
famiglia, non può farlo.
Solo
una persona indipendente può
amare… ascolta il tuo cuore: sei adulta, e qualunque cosa dica il tuo cuore,
rischia.
tratto da: Osho, Hammer on the Rock #21
Stranieri
Scopri
l'estraneo, lo straniero, nell'altro: è una verità profonda.
Siamo tutti estranei l'uno all'altro. Più ci si avvicina — in
amicizia e in amore — più ci si accorge dell'estraneità dell'altro,
dell'unicità dell'altro, della sua imprevedibilità.
Quando non siamo né amici
né amanti, allora la semplice conoscenza è sufficiente. Sai il nome della
persona, conosci la sua professione, sai dove abita. Pensi che questo
significhi conoscere l'individuo? Puoi sapere che si tratta di un dottore o di
un calzolaio, ma quelle sono funzioni: non hanno niente a che fare con la
realtà dell'essere.
La difficoltà si presenta quando
ami qualcuno. Quando sei veramente amico di qualcuno
vieni tormentato da un grande interrogativo, perché adesso la tua amici-zia, il
tuo amore, non possono essere soddisfatti dalla sola conoscenza del fatto che
si tratta di un dottore o di un professore. Sai che quella è la sua professione,
ma egli non finisce lì: chi è davvero?
Più vi avvicinate più diventate stranieri, perché
tutte le false etichette, le carte di identità, i
passaporti, le nazionalità, le religioni cominciano a scomparire. Sei di fronte
a un essere umano nudo e anche tu sei un essere umano
nudo — proprio come quando sei nato. Anche il nome è
soltanto un'etichetta che ti è stata data da altri.
L'amore svela, nell'altro, lo straniero.
Questa è una delle questioni più rilevanti nelle
relazioni umane, perché tu hai paura di chi è diverso — e l'estraneo è nel tuo
letto! Non conosci questo uomo, non conosci questa
donna: è rischioso. Non puoi prevedere che cosa farà durante la notte... Così le persone cominciano a trovare nuove e false
etichette: marito e moglie... e di nuovo vi state allontanando l'uno
dall'altro. Non siete riusciti a restare 'stranieri' e comunque
amanti.
È una gioia incredibile scoprire lo straniero nel
tuo amico, perché questa è l'unica realtà. Non camuffarla, non coprirla. Non andare a sposarti in una chiesa. Lascialo rimanere
imprevedibile, lasciagli la sua autonomia, è il suo
diritto dalla nascita. La stessa cosa è vera per te: è la tua indipendenza, il tuo diritto fin dalla nascita.
I tuoi sforzi per nascondere l'estraneità dell'altro
sono causa di tutti i contrasti in ogni casa. Marito e moglie, madre e figli,
padre e figli, figli e geni-tori, tutti cercano disperatamente di ridurti a una cosa. Stanno tentando di plasmarti in modo tale che tu
possa diventare prevedibile, e sparisca così la paura
nei tuoi confronti.
Ogni uomo odia sua moglie, ogni donna odia sua marito. I figli odiano i loro
genitori, i genitori odiano i figli. Tutto il mondo è pieno di odio e la ragione è che abbiamo negato la realtà.
Fai cadere tutte le maschere e dichiara di essere
uno straniero. Racconta la verità: "Non posso prometterti di amarti anche
domani... solo il domani lo sa". Sii vero, autentico e sincero. Potrebbe
sembrare un po' aspro all'inizio, ma presto ne vedrai
la bellezza, la gloria, la gioia.
È straordinario che ognuno sia uno straniero, in
questo modo si può esplorare, indagare e restare sempre emozionati, eccitati.
Come sarà, domani, la tua donna? Che cosa farà,
domani, il tuo uomo? Nessuna aspettativa. Non ti
aspetti nulla da un estraneo.
Ogni persona comincerà a vivere nel presente se si
accetta la verità che ognuno è un estraneo. Le persone, adesso, sono solo degli
infelici nel presente; non vivono il presente. Vivono
nelle loro speranze: domani tutto andrà bene. Ma quel
domani non arriva mai. Arriva un'infelicità più grande,
arrivano più guai e più problemi. E la vita
diventa una tragedia.
Mi piacerebbe che la tua vita restasse un bel
romanzo, un continuo carnevale. Se tu e tua moglie siete degli estranei — e non
c'è modo di cambiare questa situazione, è un fatto dell'esistenza — se tu e i
tuoi figli siete stranieri l'uno per l'altro... quanta
gioia ci sarà, perché ogni volta che incontri tua moglie, incontri una nuova
donna... un nuovo marito... ogni volta un nuovo figlio e un nuovo genitore.
Se tutta l'umanità diventa
reale, ognuno sarà uno straniero, e tutto l'odio, tutta la repressione — i
sogni, la psicoanalisi — scompariranno spontaneamente.
TRATTO
DA: Osho, From Bondage to Freedom # 15
Famiglia e
meditazione
Quando
si inizia a meditare, ci si può trovare di fronte a
dei problemi in famiglia. “Molti sannyasin – dice
Osho – mi hanno detto che le loro famiglie non li
lasciano meditare. Dicono che è solo una perdita di
tempo. ‘Seduto a occhi chiusi nella posizione del
loto, chi credi di ingannare? Mettiti invece a fare qualcosa di buono: servi i
poveri, assisti i malati!’”. Però, anche se la
famiglia può essere contro la meditazione, di sicuro la meditazione non è
contro la famiglia.
La moglie di
un meditatore chiede, preoccupata, se la meditazione può disturbare la vita
famigliare.
Osho: Per niente. In famiglia non puoi avere una
vita reale senza meditazione, non puoi realmente amare, senza meditazione... ma nei tempi passati di sicuro veniva
disturbata – perché tutti quei vecchi concetti erano errati. Io non nego la vita, la affermo… in assoluto. Qualunque cosa uno sia, non deve fuggire da nulla – famiglia, responsabilità,
lavoro – da nessun posto: piuttosto deve andarci sempre più in profondità. E quindi non preoccuparti di questo, va bene? Coi miei sannyasin non c’è
problema.
Ma in India la vecchia
concezione è che se qualcuno si impegna nella
meditazione, diventa sannyasin, la vita in famiglia
ne verrà disturbata. In realtà, già normalmente, non c’è vita
in famiglia, è solo una finta. La gente in qualche modo continua ad arrangiarsi… ci si trascina. Una volta che uno
comincia realmente a sentirsi pieno di gioia, c’è la possibilità di condividere
quella gioia con qualcun altro – con la moglie, il marito, i bambini. Allora
l’amore acquista una qualità del tutto differente. Allora non è più un
dovere... è un traboccare di energia, una
condivisione. È semplicemente un regalo, totale, senza condizioni – e fa una grande differenza. Tuo marito può amarti perché ti ha sposata, perché sei sua moglie: è il suo dovere amarti.
Questo è un cosa, ed è molto superficiale. “Dovere” è
una brutta parola: sta rispettando un obbligo sociale deve farlo, e quindi lo fa. Ma quando egli
realmente raggiunge il silenzio, e un’intima felicità… allora vuole
condividere. Allora non ti ama perché sei sua moglie. Semplicemente ti ama –
senza alcun perché. Ti ama semplicemente perché ha così tanto da dare… e ti sarà riconoscente perché tu
accetti. Non lo fa per dovere, non ti sta facendo un
favore, in realtà chiunque accetti il suo regalo d’amore gli sta facendo un
favore. E allora l’amore è quasi come la preghiera.
Non è una questione di marito e moglie, ma di due esseri, esseri
puri, in una profonda comunione. Io non sono contro nulla – sono in favore di tutto – ma le cose devono cambiare.
Non aver paura. Aiutalo… e
comincia anche tu a meditare un pochino...
tratto
da: Osho, Above All Don’t Wobble #11
Dalla tribù
alla famiglia....e oltre
La
continua evoluzione dell’essere umano verso lo
sviluppo del proprio potenziale.
Osho, stanno sparendo molte delle cose che una volta fornivano a ognuno un senso di appartenenza: la tribù, la famiglia, il
matrimonio… Cosa sta succedendo? E cosa succederà in
futuro?
Sta accadendo una cosa molto bella, una cosa veramente importante. La tribù sta scomparendo. La famiglia sta scomparendo, il matrimonio
sta scomparendo... È un bene, perché vuol
dire che hai la possibilità di essere te stesso.
L’uomo tribale è solo un
numero all’interno della tribù. L’uomo tribale è il più primitivo, quello meno evoluto, più vicino agli animali che
all’umanità. Esiste solo come un numero all’interno della tribù. È un bene che
le tribù siano scomparse. La scomparsa delle tribù
aveva creato le famiglie.
In quel momento, la
famiglia era un grande vantaggio, perché la tribù era
una grossa faccenda e la famiglia una piccola unità: nella famiglia avevi più
libertà che nella tribù. Quest’ultima era estremamente dittatoriale, potente. Il potere del capo tribù
era assoluto, anche fino al punto di uccidere. La tribù era
una mente collettiva… esiste ancora nell’inconscio collettivo. La
famiglia in quel momento è stato un passo avanti
perché ti ha reso parte di un’unità più ristretta, dandoti un po’ di libertà.
La tua famiglia diventa protettiva verso di te. Ora anche la famiglia sta
scomparendo, perché ciò che in un determinato momento è protettivo deve
necessariamente, in un altro momento, diventare dispensatore di divieti.
È come quando pianti un
alberello e lo circondi con una rete di protezione. Non puoi dimenticarti di toglierla quando l’albero è cresciuto, perché la stessa rete
non permette che l’albero cresca. Quando l’avevi
messa, l’albero era sottile come il dito di una mano. Ecco
perché devi proteggerlo; l’hai protetto dagli animali, dai bambini. Ma quando l’albero cresce e si espande, la rete che l’aveva
protetto diventa una costrizione: devi eliminarla.
Ora è arrivato il momento.
La famiglia non è più una protezione, è diventata
costrittiva. Uscire dalla tribù è stato un grande
passo. Ora c’è un altro passo da fare: dalla famiglia alla comune.
La
comune può darti tutta la libertà di cui hai bisogno, e tutta la protezione necessaria
senza proibirti niente in nessun momento. Allora a me pare che sia un bene che la tribù sia sparita e che la famiglia stia scomparendo.
Sì, ne sentirai la mancanza perché ti sei assuefatto; queste sono assuefazioni.
Ti mancherà il padre, la madre, ma si tratterà di un periodo transitorio.
Quando ci saranno comuni in tutto il mondo, scoprirai
con tua grande sorpresa di avere tanti zii e tante zie, avendo perso solo una
madre e un padre. Che affare!
Una comune avrà una salute
psicologica completamente nuova. Cosa possibile solo
in una comune, perché i bambini… naturalmente i bambini nasceranno da una madre
e avranno un padre, ma questa non sarà l’unica protezione attorno a loro.
Andranno in giro per tutta la comune e tutti gli uomini
dell’età del padre saranno i loro zii – e uno zio è una cara persona. Il padre
è sempre una figura po’ ‘cattiva’, proprio a causa
della sua funzione. È potente, deve mostrare il suo potere: deve
insegnare la disciplina al bambino. La stessa cosa è vera per la madre: deve
insegnare la disciplina alla bambina. Teme cosa potrà diventare la bambina se
non viene forzata in un certo ideale che sia conforme
alla società – lo fa per amore, con buone intenzioni… Ma lo zio non cerca di
imporre niente. E quando ci saranno tanti zii e tante zie, si avrà un grande fenomeno: i bambini non cresceranno portandosi in
mente l’immagine di una sola persona.
È un
bene che la famiglia stia scomparendo. E con essa scompariranno
le nazioni, perché la famiglia è l’unità di misura della nazione.
E anche le cosiddette
religioni se ne andranno, perché è la famiglia che
impone su di te la religione, la nazionalità e ogni tipo di cose. Una volta scomparsa la famiglia, chi ti imporrà il Cristianesimo, o l’Induismo? Chi insisterà che sei americano, o… ? Una volta scomparsa la famiglia,
la maggior parte dei disturbi psichici scompariranno, la maggior parte della
follia politica scomparirà. Dovresti essere contento… Ora la
famiglia è assolutamente sorpassata. La comune ha un futuro.
Una comune vuol dire molti
individui indipendenti, che non si appartengono l’un l’altro
alla vecchia maniera – di famiglia, tribù, religione, nazione, razza – no. Si relazionano l’uno all’altro in un solo modo, cioè
nel loro essere indipendenti. Tutti rispettano la tua indipendenza e si
aspettano la stessa cosa da parte tua: il rispetto della loro indipendenza. Il
modo di vivere dell’altro, il suo stile di vita è assolutamente accettato e
rispettato. L’unica condizione è che nessuno sia autorizzato a
interferire con nessun altro, in nessun senso. Così è un bene che tutto questo
passato morto stia scomparendo e che ci renda liberi
di creare un uomo nuovo, una nuova umanità, un nuovo mondo. 1
L’umanità deve continuare
a progredire. Così come dalle tribù venne la famiglia, dalla famiglia
la comune e dalla comune verrà lo zingaro universale.
Perché rimanere confinato in un
solo posto, quando l’intero universo è tuo? Quando puoi stare a volte in montagna, a volte nel mare e a volte sulla terra,
perché restare confinato? Perché restare chiuso? Perché non renderti disponibile a tutto quello che è
possibile?
Domani o dopodomani
saranno disponibili i pianeti. Un giorno lo saranno le stelle. Prima che ciò avvenga l’uomo deve diventare uno zingaro universale; solo
allora la gente sarà disponibile ad andare sulla Luna, su Marte. Le stelle non
sono molto lontane…
L’uomo deve
solo cambiare la sua struttura di pensiero con l’idea che vivere vuol dire diventare più ricchi, sperimentare
sempre di più.
Certamente ci sono dei
pianeti dove la vita si è evoluta al
livello dell’umanità o forse a livelli più alti e il
contatto con questi porterà una
rivoluzione anche nell’umanità.
Abbiamo fratelli e sorelle in tutto l’universo e non ne siamo consapevoli.
E quando dico che l’uomo può diventare uno zingaro universale, dico
che può diventare quasi immortale. Non c’è bisogno che invecchi. E allora la sua esperienza, la sua conoscenza... tutto
continua a crescere e lui resta sempre giovane. Oggi può sembrare impossibile.
Si può trovare un modo e sarà trovato - perché, una volta che un’idea ha preso
forma, è solo questione di tempo perché diventi una realtà. 2
brani
di osho tratti da:
1. From Personality to Individuality # 1
2. The Trasmission of the Lamp # 44
Due famiglie
?... meglio di una !
Un
piccolo esempio di come la propria vita può diventare più ricca e piena d’amore
quando non si hanno solo due genitori, ma di più. Ce lo
regala Chetana.
Ho appena compiuto 40 anni e si sa che questa è
l’età dei bilanci e del guardarsi indietro per vedere se ci si capisce
qualcosa! Ogni famiglia è spesso un organismo unico –
e nello stesso tempo così simile a tutte le altre – ma nel mio caso le cose
sono un po’ più articolate del solito perché quando ero bambina e i miei
genitori si sono separati… mi è successa una grande fortuna: i miei genitori
hanno incontrato due nuovi partner che hanno da subito legato in modo
stupefacente con me e adesso, dopo tanti anni, mi sento di dire che in pratica
ho quattro genitori. Sono quattro persone molto diverse tra
di loro per carattere e qualità personali e nello stesso tempo simili
nel loro atteggiamento d’amore e di disponibilità: inutile dire che io mi trovo
al centro di questo cerchio d’amore e non mi è stato difficile creare con tutti
loro un rapporto basato sulla stima, sul rispetto, con attenzione e
delicatezza, che in parole più semplici credo si possano definire amore. Tanto
per spiegare un po’ meglio quello che intendo, vi posso raccontare che con
ognuno di loro si è creato un rapporto unico che soddisfa e gratifica una
particolare parte di me; per esempio il rapporto che ho con la moglie di mio
padre è basato sulla complicità femminile e sull’amicizia. Parliamo molto,
viaggiamo anche insieme, io sento in lei una confidente che sa ascoltare con il
cuore e so che ho una amica sempre disponibile e
aperta alle improvvisazioni così tipiche della vita! Lei è per me come un
abbraccio morbido e accogliente e, non ultimo, una brava nonna per i miei figli
e di conseguenza un grande aiuto: con chi pensate che fossero i miei figli mentre io facevo la meditazine
No Dimension al Festival di Varazze
ad aprile? Con mio padre il rapporto è decisamente più
intellettuale e so che quando ho qualche dubbio che riguarda la sfera morale
della mia vita, o la delicatissima cura dei rapporti umani, in lui trovo un
ascoltatore paziente e un terreno fertile sul quale far sbocciare nuovi fiori
dei quali non conoscevo neppure l’esistenza. Il perfetto esempio di occidentale razionale illuminato: la ragione è qui! La
mia mamma, invece, rappresenta la mia parte di fuoco, la passione e la
creatività: lei è un’artista, non le potrei mai chiedere di cantare una ninna
nanna ai nipoti la sera o di prepararmi i tortellini fatti in casa: magari è
più facile che lei tocchi la mia anima attraverso le
sue sculture, o grazie alla sua capacità di vedermi dentro anche solo con uno
sguardo veloce e la sua grande intuizione.
Da dodici anni poi, lavoro
con il marito di mia madre, e sento che siamo molto vicini, anche grazie al
fatto che passiamo molte ore al giorno insieme, da
soli, senza interferenze esterne da parte del resto della famiglia. Se ho un
problema pratico è a questo ‘ingegnere’ che mi
rivolgo: è lui che mi ha insegnato a cambiare le pastiglie dei freni della
macchina o a fare i calcoli di conversione delle varie valute, ed è sempre lui
che sa riparare tutti i piccoli oggetti. Lui per me è come le
gambe, ben radicate nel terreno e le mani, che possono fare tante cose.
Siamo da sempre così affiatati, che un po’ di anni fa
ha avuto l’idea di adottarmi per rendermi a tutti gli effetti sua figlia: io
adesso ho due cognomi e credo che questa possa essere proprio la sintesi di una
famiglia allargata, che si è formata sulla libera scelta dei propri membri e
non più sul dato di fatto di trovarsi in un posto – figlia di qualcuno – per
‘caso’… o comunque per ragioni che non conosciamo. Sono molto grata
all’esistenza che mi ha risparmiato di crescere con due genitori in conflitto e
mi ha dato queste quattro belle persone; ogni tanto mi capita, magari nelle
occasioni speciali – compleanni o feste varie – di averli tutti intorno a me e
in quei momenti quello che sento dentro è solo un grande e chiaro e forte e
totale “SÌ”! ! !
Genitori e Figli: ribellione e rispetto
Ti
stai rovinando la vita per far dispetto ai tuoi genitori?
di Satyam
Medito con Osho da 23 anni.
Insegno Tecnica della Comunicazione, Meditazione e Costellazioni Famigliari a
professionisti e ricercatori del vero. In questo lungo periodo di tempo ho
notato l’alta percentuale di insuccesso, precarietà e
scarsità ancora presenti nella vita di molti ricercatori.
Ho conosciuto molti amici
alle prese con ogni sorta di espedienti per vivere o
per sopravvivere. Stranieri del mondo, persi, disadattati.
Uno di questi ero io
stesso.
Chiamavamo questo modo di
vivere: ‘fluire nel qui e ora’.
Oppure: ‘affidarsi all’Esistenza’.
Ho vissuto così per un bel
po’. Ma ho sempre sospettato che in questo stile di vita si nascondesse
un equivoco. Ho scoperto qual è.
Prima di raccontarvi di
che si tratta vorrei precisare questo. Non sono affatto
giunto alla conclusione che nella vita sia meglio cercare garanzie e accumulare
sicurezze. E nemmeno che ci si debba affidare al Kontrollo per dominare la situazione. Tutt’altro. Nutro un sempre più profondo rispetto per il
mistero in cui la vita si svolge, nel qui e ora.
Ho capito dove si
nascondeva l’equivoco dopo aver incontrato sul cammino un metodo di ricerca
spirituale: la Costellazione Famigliare. È un metodo che offre molte nuove
chiavi di comprensione. Dall’osservazione di quanto succede nelle
Costellazioni, ho notato che la maggior parte dei ricercatori che vive nel
precariato, in quel cosiddetto ‘fluire nel qui e ora’
ha, senza eccezioni, un rapporto conflittuale irrisolto con almeno uno dei
genitori, specialmente con la propria madre.
Ho notato, al contrario,
che chi ha un buon rapporto con i propri genitori tende a
essere più forte, più creativo e ad avere più energia per vivere la meditazione
nella vita di tutti i giorni. Creativo e libero nel Mercato, come sento ci ha
sospinto Osho.
Dove sta la differenza? Ho
osservato che c’è una trappola molto comune in
cui cadono un gran numero di ricercatori: pensare che
uno dei passaggi trionfali verso la libertà sia sbarazzarsi, finalmente, di
quei rompicoglioni dei genitori. Questo però,
dall’esperienza che ho fatto personalmente e da quella acquisita
attraverso il mio lavoro, non funziona. Aggiungo che non intendo qui fare una
predica a dei teenagers in rivolta, o domare degli
spiriti ribelli. Sto invece pensando a tutti coloro
che, a prescindere dall’età, quando parlano dei propri genitori lo fanno
immancabilmente scuotendo la testa. Poi allargano le braccia e fanno un gran
sospiro, che è per metà un sospiro di smarrimento e
per metà un sospiro di rassegnazione. Penso, allo stesso modo, a tutti coloro che ancora nutrono nei confronti dei propri genitori
un sentimento di rancore. O un sentimento di sfida. O di rivalsa. So quanto faccia male
vivere così. E mi ritorna in mente Osho, il suo
sorriso, il suo silenzio. Nel mio cuore ricordo che non c’è bisogno di
soffrire. Basta comprendere.
Se si osservano più
attentamente le dinamiche famigliari ci si accorge che
sono regolate da alcune costanti, da leggi di cui è intelligente tenere conto.
È un po’ quel che succede con la legge di gravità. Ciò che
pesa va in giù. Se ne teniamo conto, stiamo
bene. Teniamo il bicchiere più in basso della bottiglia e non ci sporgiamo
troppo dalla finestra. Ciò che pesa va giù: questo è un fatto.
I genitori ci hanno dato la vita: anche questo è un
fatto. Siamo parte di questa vita grazie a loro.
Punto. Che poi questi genitori siano o non siano bravi
educatori è un fatto secondario. Quello principale è che sono proprio loro ad
averci dato la vita. Questo è un fatto importante che però dimentichiamo quando lungo il percorso ci facciamo
male inciampando (‘per colpa loro’) e puntando
l’indice sul loro comportamento.
L’esperienza
col lavoro delle Costellazioni Famigliari insegna in proposito due cose: chi
tiene puntato il dito contro i genitori continua a
inciampare. Chi, al contrario, nel proprio cuore ringrazia i genitori, cammina
con più decisione lungo la propria strada. Dal momento che
questo elemento emerge con grande chiarezza, mi sono chiesto infinite volte che
differenza ci fosse tra onorare i genitori e piegarsi al loro volere, tra il
rispettarli e prendere distanza dai loro modelli di vita. Insomma, per onorarli
devo per forza comportarmi come loro? Rispettarli significa fare quello che
vorrebbero loro? Onorarli vuol dire che devo per forza
essere contento di come sono andate le cose nei primi anni della mia vita?
Per trovare una risposta
ho semplicemente osservato quello che accade ai partecipanti delle Costellazioni
Famigliari. Mi sono accorto che accade qualcosa di molto curioso: tutti coloro che giudicano negativamente il comportamento dei
propri genitori e lo rifiutano, col passare del tempo si scoprono a fare o a
dire esattamente le stesse cose che facevano o dicevano i loro vecchi.
Riproducono con i loro figli il comportamento che avevano
condannato nei propri genitori. Loro malgrado, ne hanno seguito e
riprodotto l’esempio.
Allora mi è tornato in
mente ciò che ho imparato da Osho sulla ribellione: la vera ribellione
nasce dal rispetto e dall’amore, non dall’odio o dalla protesta. Ribellarsi è
dire di sì alla vita e a se stessi. Essere un individuo è possibile solamente quando si è in grado di guardare con rispetto al proprio passato e comprendere i propri condizionamenti
che ne derivano. Questo accade soltanto attraverso una profonda comprensione della propria mente.
Ciò vuol dire che la soluzione è veramente nelle nostre mani.
Per cambiare la nostra
vita non occorre modificare né i genitori, né le loro idee. E
non è nemmeno necessario modificare ciò che è impossibile modificare: il nostro
passato, o quello dei nostri genitori. Tutto va lasciato nella sua divina
perfezione.
Che cosa possiamo invece
modificare? Il nostro atteggiamento interiore, per cominciare.
Dal metodo della Costellazioni Famigliari ci arrivano tre chiavi d’oro.
La prima chiave d’oro: rimettersi al ‘proprio posto’. La seconda chiave d’oro: rimettersi al ‘proprio posto’. La terza chiave
d’oro: rimettersi al ‘proprio posto’.
Rimettersi interiormente e responsabilmente al proprio posto.
Che cosa significa? Secondo la legge della gravità ciò
che è pesante va giù. Secondo le leggi che regolano armoniosamente le dinamiche familiari, quando i figli fanno i figli e i
genitori fanno i genitori, regnano l’amore, la forza, la creatività. Chi è
grande dà e chi è piccolo riceve. Essere o rimettersi al proprio posto
significa anzitutto rispettare questa legge semplice e ovvia. Chi è grande dà e
chi è piccolo riceve. L’acqua che è a monte scende a
valle.
Nella realtà famigliare le
cose vanno storte, per esempio, quando un figlio insegna ai propri genitori, o
si fa carico del loro malessere. Un altro esempio di disarmonia si capisce bene
anche osservando le dinamiche perdenti che regolano la
vita dei figli così detti ‘più fortunati’: i
prediletti. Durante le Costellazioni Famigliari ci troviamo
di fronte a molti casi di persone che pur essendo state ardentemente desiderate
dai genitori, a un certo punto non li sopportano più. Perché?
Perché i figli che godono di questi ‘privilegi’ sono
l’oggetto privilegiato dei bisogni dei loro genitori. Sembra che siano stati
generati per far loro compagnia, dar loro sostegno,
amicizia, complicità.
Alcuni esempi: è comune il
caso in cui in famiglia il padre sia, per svariate ragioni, di fatto assente.
Spesso un figlio cerca di sostituirlo per ovviare alla mancanza in cui si trova
la madre: “Ci penso io, mamma”. Può
accadere il contrario, e allora avremo una figlia che cercando di
sostituire la madre, riceve dal padre quelle speciali attenzioni. In breve:
questi figli ‘privilegiati’ da uno dei genitori e che vengono
trattati alla pari o come veri e propri adulti, si trovano al posto sbagliato.
In modo inconsapevole vengono spesso considerati e
trattati come se fossero più forti e affidabili dei propri partner assenti.
Il problema è che,
rispondendo al fascino di questa esigenza, questi
figli finiscono per trovarsi contro un genitore e a favore dell’altro. Senza
saperlo si ritrovano in conflitto con una legge più profonda: in quanto figli,
sono fedeli a entrambi i genitori, non a uno solo di
loro. Qualcosa dentro di loro li farà sentire sbagliati e fuori posto. E fuori posto si sentiranno anche nella vita sociale. Le
persone che si abituano a ricevere questo tipo di attenzione
speciale da parte dei genitori, o da uno di loro, tenderanno a riprodurre
silenziosamente nella vita lo stesso schema. Si troveranno molto spesso sotto
sforzo, coinvolte in situazioni in cui dovranno occuparsi di cose più grandi di
loro; cercheranno inconsciamente qualcuno che continui a non vederli per quello
che sono. Silenziosamente, inavvertitamente, hanno imparato a farsi carico di
pesi e di responsabilità più grandi di loro o a preoccuparsi di cose che non
competono loro. Si abituano a vivere nello sforzo e a sentirsi sempre
inadeguati, indipendentemente dal successo sociale. Mentre per esperienza
collettiva (storica) sappiamo già quanto possa costar caro ignorare la legge di
gravità, ancora ignoriamo il prezzo che si paga quando
in famiglia non stiamo al nostro posto.
Ecco un elenco delle
conseguenze più comuni tratto dall’osservazione delle Costellazioni Famigliari:
– per gli uomini:
sabotaggio del proprio potenziale, insuccesso, fallimento economico, salute
cagionevole, violenza, autodistruttività, un pessimo
rapporto con i figli maschi, poca presenza con la propria donna;
– per le donne: rapporti perdenti con i molti partners, obesità, gravi malattie fisiche (il cancro alla
mammella in testa a tutte), un rapporto difficile con le figlie, molta rabbia. Per tutti un senso di estraneità da tutto ciò che è pratico,
un senso di impotenza, talvolta accompagnata da grandi sogni o nascosta
all’interno di un grande sforzo per essere i migliori a tutti i costi.
Come allontanarsi dalla famiglia d’origine: con rispetto
C’è una fase della vita in cui è importante, anzi
indispensabile, prendere le distanze dalla famiglia d’origine. È un naturale
passaggio di crescita.
Per molti di noi,
tuttavia, questo passaggio è avvenuto in modo tutt’altro
che indolore. Rabbia, risentimento, rancore, rivolta, anche
dolorosa, contro genitori ritenuti non all’altezza del loro ruolo. Li
rimproveriamo perché avrebbero potuto fare meglio e di
più. Quante Dinamiche abbiamo dedicato a mamma e a
papà? Ora, vivere perennemente la vita di tutti i giorni come se fossimo sempre
e perennemente al secondo stadio della meditazione Dinamica, si paga caro. E ancora: molte persone vogliono essere capite, viste,
apprezzate dai genitori e soffrono perché questo continua a non accadere. Così
continuano a vivere nella loro mente di bambini offesi. Una
mente da bimbi ospitata da un corpo che, nel frattempo, ha compiuto 20, 30, 60
anni. Identificati con questa mente da bimbi, continuano a seguire il
solito, vecchio ma confortevole pensiero: sono loro che
hanno sbagliato. Punto e basta. Identificati con questa mente di bambini
offesi, magari cercano di punire i genitori con la loro assenza o giudicandoli
dei poveri incapaci. Nel frattempo puniscono se stessi
vivendo nel malessere.
E allora? Sto notando che
chi vuole dire di sì alla vita e dare il massimo della sua creatività, comincia
con un sì ai genitori. È un passo che evidentemente porta buoni risultati.
Infatti, a ben pensarci, rispettare chi ci ha dato la
vita porta ad accogliere la vita stessa con rispetto. Accogliendo la vita, ci
si sente parte integrante, e diventa bello farle onore vivendola creativamente,
dando quello che si è.
Amiamo essere liberi. Come
meditatori cerchiamo la libertà e pur di sentirci
liberi siamo disposti a rischiare molto. All’inizio si pensa che la libertà sia
qualcosa da conquistare, o qualcuno da cui separarci; poi grazie alla
meditazione ci si rende conto che l’unica libertà è quella che si ha dalla
propria mente. Rimane allora ciò che è essenziale. L’acqua libera scende a
valle. Si mette al proprio posto.
Costellazioni
Famigliari
È un metodo terapeutico che si è iniziato a
sviluppare negli anni 80 ad opera di Bert Hellinger (vedi OTI maggio
2000, con una sua intervista).
Consiste nella messa in scena delle costellazioni
famigliari, il paziente cioè sceglie ‘a caso’ fra le persone presenti, conosciute o sconosciute,
gli attori che rappresenteranno la sua famiglia e li dispone nelle posizioni
che ritiene indichino meglio la situazione (la madre distante, ad esempio, e che
guarda altrove, una sorella vicina al padre, un fratello morto lasciato alle
spalle di tutti.…). Il fatto che può sconcertare, in queste rappresentazioni, è
che le persone scelte, non appena si trovano nella costellazione, inizino ad
avere sensazioni (talvolta anche fisiche) simili a quelle dei membri che
rappresentano, e questo senza essere a conoscenza della loro storia. In questo
modo – col terapeuta che interroga i vari membri chiedendo come si sentono in
quella posizione, se per caso non vorrebbero cambiarla (o spesso invitandoli a
farlo)… che indaga se per caso non manchi qualcuno d’importante nella
‘costellazione’ – si mettono alla luce dinamiche
nascoste che legano il paziente alla famiglia e lo spingono a comportarsi in un
certo modo.
E si realizza che la
nostra vita viene spesso condizionata da sentimenti o da comportamenti che non
ci appartengono: drammi e segreti che fanno parte della storia di famiglia
possono crearci dei problemi , anche se non ne siamo consapevoli. “Con la
terapia sistemica della famiglia [questo il nome ufficiale] si cerca di
scoprire se qualcuno, all’interno della ‘famiglia estesa’,
è irretito – irretimento significa che qualcuno nella
famiglia riprende inconsciamente su di sé il destino di un predecessore, e lo
vive – nei destini di precedenti membri familiari. L’irretimento
si può notare con la messa in scena delle costellazioni famigliari, e nel
momento in cui diventa evidente, è possibile liberarsene” dice Hellinger. “Spesso,” aggiunge “è
più facile mantenere il problema e continuare a soffrire, che accettare una
soluzione. Questo ha a che fare con il fatto che la sofferenza e il mantenere
il problema sono profondamente legati a una sensazione
d’innocenza o di fedeltà… ci si lega alla speranza che tramite la propria sofferenza
si possa salvare un’altra persona”.
Rispetto al rapporto genitori-figli Hellinger è categorico: “Il figlio ha i suoi genitori, che
sono quello che sono. I genitori non possono essere
diversi. E non hanno bisogno di essere diversi. Infatti un uomo e una donna diventano genitori non perché
sono buoni o cattivi, ma perché si uniscono come uomo e come donna”.
“Nelle terapie famigliari abbiamo una soluzione quando ogni membro della famiglia trova il posto
che gli compete, e gli viene anche riconosciuto. Si giunge alla soluzione quando ognuno sta al suo giusto posto, si assume
le proprie responsabilità, e si occupa del suo, senza interferire nelle
competenze degli altri. Allora ognuno sente la sua dignità e sta bene.”
Le citazioni di Hellinger sono tratte dal libro Riconoscere ciò che è (edizioni Urra-Apogeo) e da altro suo materiale disponibile in rete.
Libero dai genitori
Il primo passo è: liberati
dei tuoi genitori. Con questo non intendo nessuna mancanza di rispetto nei
confronti dei tuoi genitori. No. E non intendo che tu debba liberarti dei tuoi
genitori fisici. Intendo liberati dalle voci dei genitori che hai dentro di te,
dalla tua programmazione interiore, da tutti questi 'nastri registrati'
interiori. Superali e sarai semplicemente sorpreso del fatto che se ti
liberi dei tuoi genitori dal profondo del tuo essere,
diventi libero. Per la prima volta sarai in grado di sentire compassione per i
tuoi genitori; altrimenti resterai nel risenti-mento. Ogni persona prova del
risenti-mento verso i propri genitori. Come potresti non provare risentimento
dopo tutto il male che ti hanno fatto?... senza
saperlo: si auguravano il meglio per te, erano pronti a fare qualsiasi cosa per
farti stare bene. Su questo non ci sono dubbi. Ogni genitore vuole che il proprio
bambino abbia tutte le gioie dalla vita. Ma cosa può
fare? Neanche lui ha mai conosciuto la gioia. È un robot e — deliberatamente o
meno, magari senza accorgersene — creerà un'atmosfera nella quale il bambino
verrà, presto o tardi, trasformato in un robot. Se vuoi
diventa-re un uomo e non una macchina, liberati dei tuoi genitori.
Dovrai osservare. È difficile, un compito arduo; non puoi farlo immediatamente.
Dovrai fare molta attenzione ai tuoi comportamenti. Osserva
quando è tua madre a manifestarsi attraverso di te; interrompi tutto
questo, allontanati da quella situazione. Fai qualcosa di assolutamente nuovo,
qualcosa che tua madre non potrebbe neanche immaginarsi. Per esempio, il tuo
ragazzo guarda un'altra donna, e
il suo sguardo è pieno d'ammirazione. Ora, osserva cosa stai facendo. Stai
facendo ciò che avrebbe fatto tua madre se tuo padre
avesse guardato un'altra donna con gli stessi occhi compiaciuti? Se fai questo, non saprai mai cos'è l'amore, ripeterai
semplicemente una vecchia sto-ria. Sarà la stessa commedia recitata da attori
differenti, tutto qui; la stessa vecchia e marcia storia si ripete... ancora,
ancora e ancora. Esci dal ruolo dell'imitatore; fai qualcosa di nuovo: qualcosa
che tua madre non si poteva neanche immaginare, che tuo padre non si sarebbe
potuto immaginare. Questa novità deve essere portata nel tuo essere. In questo
modo l'amore comincerà a fluire. Liberandoti dei genitori ti liberi
anche della società, liberandoti dei genitori ti liberi anche della
civilizzazione, dell'educazione, di tutto; perché i tuoi genitori rappresentano
tutto questo. Diventi un individuo. Per la prima volta non fai
più parte della massa, possiedi un'individualità
autentica; sei da solo. Questo è
crescere. Una persona cresciuta dovrebbe essere in questo modo.
Una persona cresciuta non ha bisogno dei genitori, una persona cresciuta non ha
bisogno di qualcuno a cui appoggiarsi o aggrapparsi.
Una persona cresciuta è
felice nel suo essere da solo: la sua solitudine è una
canzone, una celebrazione. Una persona cresciuta può stare felicemente con se
stesso. La sua solitudine non è un sentirsi solo e abbandonato, il suo essere
solitario è positivo; è meditativo.
TRATTO DA: Osho, Sufis: The People of the Path, Vol 1 # 14