In Questo Numero

 

 

2  I centri di Osho in Italia

 

6  Osho Times News

 

8  Perchè l'India

 

10 India: un viaggio interiore

 

18 Buddha & Co.

 

28 Sermoni in pietra e canti dal silenzio

 

37 Yoga e Tantra

 

41 Fino ai nostri giorni

 

45 Qui e ora!

 

49 Vi lascio il mio sogno

 

50 L'Oroscopo di settembre

 

52 La vetrina

 

 

OSHOTIMES INTERNATIONAL

Copyright© 2000 OSHO INTERNATIONAL FOUNDATION Tutti i diritti riservati OSHO® è un marchio registrato di proprietà della Osho International Foundation, usato con il suo permesso.

 

 

 

 

Osho Times News

 

 

Da settembre…

 

Sono pronte ad accoglierti le stanze della Guest House, il nuovo albergo all’interno dell’Osho Meditation Resort di Pune: sono 60 stanze, di cui 4 espressamente progettate per l’utilizzo da parte di disabili – che potranno anche accedere al nuovo Auditorium a forma di piramide (dove si svolgono tutte le meditazioni, compresa la White Robe) con uno speciale ascensore. Le stanze con rifiniture di alta qualità, arredate in modo moderno e raffinato, sono tutte dotate di aria condizionata e di bagno. La Guest House è il posto ideale per chi arriva e vuole avere un’esperienza full immersion della vita nel Resort. Anche i prezzi sono interessanti: da settembre fino alla fine di novembre le stanze sono in offerta lancio a 1400 rupie (che al cambio attuale di euro 0,021 sono € 29,40) per la singola a notte, e 1600 rupie (€ 33,90) per la doppia. Dal primo dicembre poi i prezzi saranno 1900 rupie (€ 39,90) per la singola e 2100 rupie (€ 44,10) per la doppia.

Per ulteriori informazioni:

www.osho.com/resort

e-mail: guesthouse@osho.com

Prenotazioni: reservations@osho.net

 

 

Soleluna… più grande

 

Il Centro Osho Soleluna di Torino ha una nuova grande sede, una palazzina con ben 800 mq di spazio, in riva al fiume ai piedi della collina di Superga. Ci sono due grandi sale per gruppi e meditazioni, oltre a tutte le comodità (spogliatoi, bagni, docce, bar, sala da pranzo e dormitori) per i partecipanti ai gruppi. È il frutto dell’impegno continuativo di ben otto persone, Shaida, Apurva, Pragita, Vistara, Pravas, Yoko, Param e Aziza… e altre vengono ad aiutare in occasione dei gruppi. Tutti i giorni alle 18,45 c’è la meditazione Kundalini; il centro offre poi serate con proiezione di video di Osho (anche con traduzione) e Evening Satsang con Sannyas Celebration; inoltre gruppi, intensivi e seminari. Le attività riprenderanno il 15 settembre – dopo la pausa per il Festival estivo che il centro stesso organizza tutti gli anni in Umbria – con un programma ancora più ricco di attività e momenti di meditazione.

Per maggiori informazioni:

www.solelunaistituto.it

 

 

Una Band Sannyasin al matrimonio di Paul McCartney!

 

Una cosa da non crederci… ecco cosa ci scrivono Bhikkhu e Waduda (della casa discografica New Earth) che hanno seguito passo per passo questa storia quasi magica:

“Lo scorso dicembre il nostro ufficio a Santa Fe ha ricevuto una telefonata da parte del segretario di Paul McCartney che voleva informazioni su uno dei nostri artisti. Durante un viaggio in Irlanda, Paul aveva comprato un CD chiamato Celtic Ragas, di Chinmaya Dunster e Vidroha Jamie. Questa musica, una fusione di melodie sia occidentali che orientali – un incrocio tra l’India e la musica celtica – aveva attirato l’attenzione di Paul… anzi, gli era piaciuto così tanto che voleva che tutta la band di Celtic Ragas suonasse a una festa che stava organizzando – un evento che sembrava avvolto nel mistero: nessuna data, nessun luogo preciso!”.

Anche se l’invito a prima vista poteva sembrare un po’ strano, Chinmaya era ovviamente al settimo cielo (un invito a suonare da parte di Paul McCartney, una figura leggendaria!) e tutti scoppiavano di curiosità. Solo alcuni giorni più tardi Waduda (che si occupava delle trattative) ha potuto precisare a tutti quanti i dettagli: la band di Celtic Ragas avrebbe suonato non solo per Paul McCartney ma anche per i suoi amici e la famiglia nell’evento dell’anno: sarebbe stata cioè la principale attrazione musicale della festa per l’imminente matrimonio di Paul McCartney con la modella Heather Mills.

Chinmaya era all’Osho Resort di Pune, da dove ha subito iniziato a organizzare un gruppo di musicisti sannyasin davvero internazionale: oltre a Chinmaya Dunster (inglese) al sarod e Vidroha Jamie (americano) alla chitarra acustica, ci sono Manish Vyas (indiano) ai tabla, Tanmayo (scozzese) al violino, penny whistle e canto, Sadhu Bolland (olandese) tastiere e fisarmonica, Prabhod Senger (inglese) al basso, Ramadhan Suisse (australiano) alle percussioni e Naveena Goffer (israeliana) alla tampura e swarmandel.

Col passare dei mesi i particolari dell’evento hanno iniziato a essere più precisi e Waduda si è impegnata a coordinare la logistica della partecipazione della band – voli, alloggi, trasporti – cosa resa ancora più complicata dal fatto che Paul McCartney era ‘on the road’, per una sua serie di concerti negli Stati Uniti.

“Solo la settimana prima delle nozze tutti i dettagli pratici erano finalmente sistemati e ci era stato dato un itinerario preciso, che lasciava nel mistero solo la destinazione finale: il luogo esatto dove si sarebbero svolte le nozze. E così il 9 giugno tutto il nostro gruppo era a Manchester per imbarcarsi su un piccolo aereo a elica e raggiungere Belfast. Nel frattempo i paparazzi erano riusciti a svelare il segreto del momento: Paul McCartney avrebbe sposato Heather Mills al castello di Leslie a Glaslough in Irlanda. La mattina seguente, dopo un’ora e mezzo di viaggio sotto la pioggia nella verde campagna irlandese, siamo poi finalmente arrivati al castello, immerso in una proprietà di 500 acri…”

…e dove hanno trovato una vera e propria folla di giornalisti, fotografi e troupe televisive che affrontava coraggiosamente la pioggia – e la stretta vigilanza – tentando di raccogliere ogni possibile informazione su quell’evento così emozionante. Non se ne sapeva nulla, anche se lo stesso Paul McCartney si era fatto vedere per annunciare che il party per le nozze avrebbe avuto 300 ospiti, senza l’obbligo dell’abito da cerimonia: una cosa ‘alla buona’… in puro stile rock n’ roll. Nel castello fervevano i preparativi: la cerimonia nuziale si sarebbe tenuta nella cappella privata e il party in una grandissima tenda innalzata per l’occasione nel prato adiacente. I Celtic Ragas avrebbero suonato al party, dove cuscini di seta, sari e ricche stoffe indiane avrebbero trasformato quella semplice tenda in un ambiente degno di un Maragià. Ad accompagnare la musica ci sarebbero stati spuntini indiani (samosa e pakora) serviti da fanciulle in sari.

Ma non tutto è andato secondo il programma: i decoratori avevano perso il traghetto, l’arredamento indiano per la tenda del ricevimento non era arrivato e la pioggia incessante rischiava di allagare l’area intorno al castello. “L’evento,” continua il racconto “stava cominciando a trasformarsi in una specie di ‘Monsoon Wedding’ con l’aggiunta di un tot di stelle di Woodstock. Ma, dopo un mucchio di caos, prove, sound check, birre Guinness, visite al pub del villaggio e un’intervista con la NBC, il momento magico infine è arrivato: i Celtic Ragas erano pronti a salire sul palco.

Man mano che gli invitati entravano nella tenda, non abbiamo potuto fare a meno di notare la maniera eclettica in cui erano vestiti: si passava da veri e propri abiti da cerimonia ai jeans… È stato stappato lo champagne e l’atmosfera ha cominciato a riscaldarsi. Abbiamo notato che c’erano un mucchio di celebrità: Ringo Starr, Monica Seles, Twiggy e David Gilmoure dei Pink Floyd. Tutti quanti sembravano divertirsi un mucchio e la band suonava in maniera fantastica. Paul e Heather si sono seduti proprio vicino al palco per godersi meglio la musica e chiacchieravano con Chinmaya e Jamie, mostrando di conoscere tutti i pezzi del loro album e di amare molto la loro musica.” A quel punto gli occhi, e le orecchie, di tutti erano puntati sul palco, un pubblico davvero attento.

Alla fine della performance Paul ha presentato Chinmaya ad alcuni discografici, complimentandolo per la sua musica. Bhikkhu ha offerto poi a Paul un regalo di nozze: ‘India My Love’ un libro di Osho – regalato a nome di tutta la band Celtic Ragas e firmato da tutti i musicisti, se stesso e Waduda. “Più tardi abbiamo notato che Paul ha tenuto il libro di Osho sotto il braccio per quasi un’ora! Pensiamo che l’abbia veramente gradito!” scrive Bhikkhu. Per quanto riguarda la sposa, Waduda ha consegnato di persona a Heather i Tarocchi  Zen di Osho e le ha fatto pervenire un sari pieno di CD della New Earth, per augurarle ogni felicità nel suo viaggio con Paul.

“Mentre, tutti insieme, sistemavamo gli strumenti per il trasporto, e poi, durante il viaggio di ritorno a Belfast, abbiamo continuato a riparlare del party, degli ospiti… di tutta l’eccitazione di quell’avvenimento. Un ultimo momento di celebrazione insieme cenando, molto tardi, in un ristorante indiano e poi ci siamo lasciati l’Irlanda alle spalle, volando verso Liverpool con il resto degli invitati alle nozze, su un aereo noleggiato apposta. Un’occasione che capita una volta sola nella vita, una piccola favola che ci ha permesso di portare la musica di Osho a uno dei musicisti più amati al mondo… qualcosa che non ci dimenticheremo mai.”

 (ritorna al sommario)  

 

 

 

Perchè l’India

 

é sicuramente vero, come dice un antico detto, che ‘la via più breve per giungere a se stessi gira intorno al mondo’, ed è altrettanto vero che ci sono regioni del mondo, come l’India, in cui – al di là degli abitanti – dimora qualcosa che appartiene all’essere umano in quanto tale. Latente, in forma di seme, negletto, oppure dato per scontato, abusato, manipolato… in questa terra d’Oriente dimora qualcosa che va al di là dei suoi abitanti e dell’uso che essi fanno di quell’immenso spazio dove spesso, più di quanto si creda, il tempo sembra fermarsi e qualcosa traspare di un’altra dimensione.

Ma come guardare dietro e oltre ciò che può apparire a prima vista semplicemente come caos  – disordine, frastuono, sporcizia – dietro queste fiumane di persone, e di traffico? E cosa vedere?

Io credo che, prima di tutto, ci si debba chiedere: perché andare in India, perché partire? Oggi si parte in ogni momento, non si viaggia più solo per necessità. Forse l’intensità della vita – o l’incredibile routine che il vivere comporta – scatena un forte bisogno di andare lontano: per evadere, per divertirsi, per conoscere… ma anche per perdere un po’ delle certezze che ci legano alla vita di ogni giorno – il conosciuto, il familiare, il percorso tracciato da sempre creano facilmente un dubbio, una sorta di perenne deja-vu che porta a chiedersi: “Ma io… chi sono veramente?”.

Con questa domanda, paradossalmente, si è già arrivati in India: si è già raggiunta la regione della Terra dove, nei millenni, migliaia di altri esseri umani si sono confrontati con quell’interrogativo e hanno poi dedicato la loro intera esistenza nel tentativo di risolverlo. Il loro lavoro ha segnato la terra che hanno calpestato, con orme che la polvere del tempo non riesce, non può coprire e molte sono le prove di questa armonia perenne che vibra nell’aria e che, paradossalmente, risulta più percettibile a coloro che arrivano da lontano… pur con tutto il loro bagaglio di certezze.

Perché l’India, dunque. Nel mio primo viaggio, e nei tanti che sono seguiti, è sempre esistita la ricerca di un senso nuovo e più pieno con cui nutrire il mio esistere. Non sapevo però cosa questo potesse significare… quando sono partito!

Quando ci si ritrova in India, da subito, le certezze di cosa sia la vita e del suo significato si sgretolano di fronte a un caleidoscopio di colori, di impressioni visive, di odori, di sapori, che sembrano travolgere come un fiume in piena la nostra identità.

In questa terra, si è chiamati in causa continuamente: qualcosa nel collettivo spinge a se stessi. Prima di tutto la folla, che sembra abbracciare ogni nuovo venuto – subito fuori dall’aeroporto – lasciando una duplice sensazione. Da un lato si sente che tutti quegli indiani sembrano vivere gli uni vicini agli altri senza per questo essere insieme e, per paradosso, ci si ritrova spesso uniti da qualcosa che supera l’io individuale di ciascuno.

Il traffico, che si incontra da subito per la strada, aiuta a capire meglio quella sensazione: sembra di essere in un museo vivente del mezzo di trasporto – i buoi che trainano carri, il cui modello ricalca ancora oggi quello delle antiche civiltà della valle dell’Indo, si muovono tra ogni tipo immaginabile di veicolo… non ultime sofisticate Mercedes, ormai anche loro ‘made in India’.

I volti, gli atteggiamenti, gli abiti delle persone che camminano a fianco di quella fiumana, un’altra vera e propria marea, o che si vedono su quei veicoli di ogni tipo, rafforzano questa sensazione di civiltà molteplice, assolutamente non riducibile ad alcun denominatore comune.

Dove va tutta quella gente, dove scorre tutto quel traffico? Difficile dirlo: scorre a ogni ora del giorno e della notte, per i motivi più diversi, ma a un certo punto risulta lampante dove si trova tutto quel caos: sull’orlo dell’abisso.

Proprio partecipando a quel caos, io l’ho colto nel modo più drammatico: vedendo come il mio taxi si insinuava nel traffico, usando l’altra corsia – se non addirittura quello che doveva essere il marciapiede – di fronte agli abbaglianti di decine di camion che a ogni metro sembravano essere già dentro il mio piccolo abitacolo… ho dovuto lasciar andare qualcosa, un certo attaccamento alla vita: mantenerlo rendeva letteralmente impossibile restare in quella situazione! Ma devo dire che questo immenso subcontinente ha qualcosa di materno, infatti sembra proprio facilitare il parto perenne a nuova vita cui si è sottoposti.

Sempre restando nel traffico, il modo in cui tutti guidano – il ritmo direi della guida collettiva – lo rende qualcosa di fluido, a cui ci si ritrova abbandonati… ci si lascia andare, vedendo come tutti si insinuano in tutti gli altri; al pelo, certo, ma comunque con meno possibilità di incidenti che sulle nostre strade. Ed è questo, per tornare ora agli uomini, l’insieme che unisce al di là delle singole individualità.

La Storia forse aiuta a vederlo meglio: l’India, nei secoli, ha assorbito tutti, rimodellando i vari conquistatori che, una volta giunti qui, partecipavano a qualcosa ben oltre la propria appartenenza, vuoi culturale, vuoi sociale.

Le contraddizioni dell’India sono enormi: è sicuramente vero, come tempo fa ha detto Quilici, che questo è un pianeta. Difficile affrontarle tutte, impossibile risolverle. Il senso della propria impotenza, della propria fragilità, ma anche i limiti della propria idea del mondo, divampano come un fuoco nei primi giorni di permanenza in questa terra… e, via via, si va dispiegando un processo, detto neti-neti, né questo né quello,  proprio a molti dei sentieri di meditazione che in India si sono sviluppati. L’idea è semplice: se io posso vedere qualcosa, non sono quella cosa.

 

 

 

Di fronte a tutto – alle baracche, ai tuguri, alla gente che vive e dorme per strada, ai fiumi agonizzanti che si incontrano e allo smog delle città, ai bambini e ai vecchi – ci si ritrova a radicarsi più intimamente in se stessi, quasi fosse una risposta esistenziale all’ovvia domanda che, di fronte a tanto, in tutti i sensi, viene spontaneo farsi: “Cosa posso fare, io?”.

E forse a quel punto ci si troverà arrivati, là dove il vero viaggio può iniziare: i cancelli del Meditation Resort voluto da Osho proprio in questa terra indiana.

Dire adesso: “Ciò che si può fare, come prima cosa, è conoscere se stessi” e poi da lì procedere nella gestione della propria vita e nella condivisione del proprio essere umani con gli altri, potrebbe suonare dogmatico.

Ma così è, e in India, questa risposta non sarà così ‘verbale’, così ovvia: sarà piuttosto un impulso, un’energia che assommerà l’istinto a sopravvivere con un qualcosa… quel qualcosa che dà dignità ai volti delle persone che si incontrano in quella vera e propria marea di vita che sembra disdegnare tutti.

C’è dignità nelle donne, nel modo in cui camminano; c’è dignità in quelle casupole e c’è dignità negli spazi sconfinati che paiono immergerci dissolvendo ogni possibile orizzonte.

C’è dunque dignità in noi… ed è quella dignità che dobbiamo rivendicare, portare alla luce, per dare un reale contributo evolutivo all’insieme di barbarie che sembra sovrastare l’umanità intera.

Partiti dunque per liberare se stessi, dopo un breve soggiorno in India risulta ovvio che la sola libertà è quella da se stessi… ma questa è un’altra storia, che ciascuno di voi potrà narrare a se stesso, man mano che oserà immergersi in quel processo di meditazione che Osho invita a vivere.

  Videha

 (ritorna al sommario)   

 

 

 

India: un viaggio interiore

 

Per quanto si possa far risalire la memoria               dell’umanità, la gente, da tutto il mondo, è sempre venuta in India alla ricerca di se stessa. Qualcosa nella sua atmosfera, qualcosa nelle vibrazioni che si sentono nell’aria, è d’aiuto...

 

 

L’India non appartiene solo alla geografia o alla storia. Non è solo una nazione, un paese, un semplice pezzo di terra. È qualcosa di più: è una metafora, è una poesia, è qualcosa di invisibile ma di molto tangibile. Vibra con campi energetici particolari che nessun’altra nazione può rivendicare.

Qui, per diecimila anni migliaia di persone hanno raggiunto la suprema esplosione della consapevolezza: le loro vibrazioni sono ancora vive, il loro impatto è ancora presente nell’aria; devi solo avere una particolare capacità di percezione, una precisa ricettività per cogliere la sfera invisibile che circonda questa strana terra.

È strana perché ha rinunciato a ogni cosa in funzione di un’unica ricerca, la ricerca della verità. Vi stupirà sapere che l’India non ha prodotto grandi filosofi... l’intera storia dell’India non ha generato un singolo filosofo, eppure moltissime persone hanno ricercato la verità!

Di certo la loro ricerca era del tutto diversa da quella condotta in altri paesi: altrove la gente ha pensato alla verità; in India, la gente non ci ha pensato... com’è possibile pensarci? O la si conosce, oppure non la si conosce; nessun pensiero è possibile, né è possibile alcuna speculazione filosofica: si tratta di un esercizio del tutto assurdo e futile. Sarebbe come se un cieco pensasse alla luce: cosa potrà mai pensare? Potrà essere anche un grande genio, un logico raffinato, ma non gli servirà a nulla. In questo caso non servono né il genio né la logica: ciò che occorre è avere occhi per vedere!

La luce può essere vista, ma non può essere pensata. La verità può essere vista, ma non può essere pensata; ecco perché in India non esiste una parola che si avvicini a ‘filosofia’. Noi chiamiamo darshan la ricerca della verità, e ‘darshan’ significa visione. ‘Filosofia’ significa pensare, e il pensiero è circolare, gira in tondo e non implica mai una sperimentazione diretta.

 

Stranamente l’India è il solo paese al mondo che ha impegnato ogni suo talento in uno sforzo focalizzato sulla visione della verità e sull’essere la verità.

Nell’intera storia dell’India, non troverai un solo grande scienziato, non perché non siano esistiti uomini di talento, o geni: le scienze matematiche sono nate in India, ma non è mai esistito alcun Albert Einstein. Per un qualche miracolo, questo intero paese non si è mai interessato ad alcuna ricerca oggettiva: qui la meta non è mai stata la conoscenza dell’altro, bensì la conoscenza di se stessi.

Per diecimila anni, milioni di persone hanno operato con costanza in un’unica direzione, si sono dedicate a un solo scopo, sacrificandovi ogni altra cosa – scienza, tecnologia, progresso, ricchezze – accettando la povertà, le malattie e la morte, ma senza mai rinunciare a quella ricerca, non importava il prezzo da pagare... questo ha generato una particolare noosfera, un ben preciso oceano di vibrazioni che ora ti circonda.

 

Se sei venuto in questo paese con un minimo di mente meditativa, entrerai in contatto con quella dimensione. Se sei venuto come semplice turista, ti sfuggirà: vedrai le rovine, i palazzi, il Taj Mahal, i templi, Khajuraho, l’Himalaya, ma non vedrai l’India... l’attraverserai, senza mai incontrarla: ti circonda, ma tu non hai alcuna sensibilità, nessuna ricettività... in quel caso, verrai in questo paese solo per vedere qualcosa che non è la vera India, bensì solo il suo scheletro: quella non è la sua anima. E porterai a casa fotografie del suo scheletro con cui riempirai interi album di ricordi, e penserai di essere stato in India, di conoscerla, ma non farai che ingannarti da solo.

Esiste una dimensione spirituale: le tue macchine fotografiche non la possono catturare; la tua istruzione, la tua cultura, non la possono avvicinare. In qualsiasi altro paese, sei perfettamente in grado di incontrare la gente, di entrare in contatto con la nazione, la sua storia, il suo passato; puoi farlo in Germania, in Italia, in Francia, in Inghilterra, ma con l’India non è possibile. Se cerchi di includerla nelle tue categorie, hai già mancato il senso del viaggio, perché le altre nazioni non possiedono un’aura spirituale: non hanno dato vita a un Gautama il Buddha, a un Mahavira, a un Neminatha, a un Adinatha... non hanno mai generato un Kabir, un Farid, un Dadu. Quei paesi hanno certamente generato scienziati e poeti, artisti insigni e ogni sorta di geni, ma per ciò che concerne i mistici, l’India detiene la supremazia, almeno fino a oggi.

 

E il mistico è un essere umano del tutto diverso: non è solo un genio, non è solo un grande pittore o un grande poeta, è un veicolo del divino, è una provocazione, un invito al divino; egli schiude le sue porte per accogliere in sé il divino. E per migliaia di anni, milioni di persone hanno aperto le loro porte affinché il divino colmasse l’atmosfera di questo paese. Per me, quell’atmosfera è la vera India. Ma per arrivare a conoscerla, devi trovarti in uno stato mentale particolare.

Meditando, cercando di immergerci nel silenzio, permettiamo alla vera India di entrare in contatto con noi. Ed è vero: un impatto così forte con la verità, quale si può trovare in questo povero paese, non lo si trova in nessun’altra parte del mondo. La nazione è poverissima, eppure possiede un patrimonio spirituale così ricco che colma di meraviglia, se solo si riesce ad aprire gli occhi per vedere questa eredità.

Forse, questo è l’unico paese che si è profondamente interessato solo ed esclusivamente all’evoluzione della consapevolezza. Tutti gli altri si sono interessati a mille e una cosa, l’India ha avuto un unico scopo, una sola meta: come poter evolvere la consapevolezza dell’uomo fino al punto in cui incontra il divino; come ravvicinare l’umano al divino.

E non è stato lo sforzo di un’unica persona, ma di milioni di uomini; non si è trattato del lavoro di un giorno, di un mese o di un anno, ma di migliaia di anni. Naturalmente si è creato un incredibile campo energetico che circonda l’intero paese: è ovunque, si deve solo essere pronti e aperti a percepirne le vibrazioni.

 

Non è un caso che, ogniqualvolta qualcuno è assetato di verità, all’improvviso in lui affiora un interesse per l’India, all’improvviso egli si incammina verso l’Oriente: non è un fenomeno dei tempi moderni, è antico quanto l’uomo. Venticinque secoli fa, Pitagora venne in India alla ricerca del vero. Anche Gesù Cristo venne in India per lo stesso motivo...

Nel corso dei secoli, i ricercatori di tutto il mondo sono venuti in questa terra: questa terra è povera, il paese non ha nulla da offrire, ma per coloro che hanno una profonda sensibilità, questo è il luogo più ricco del mondo... ma si tratta di una ricchezza interiore. Occorre essere aperti, rilassarsi quanto più possibile, lasciarsi andare e vivere in uno stato di fluidità, allora questo paese, per quanto povero, può donare a chi lo visita il più grande tesoro che mai un essere umano abbia posseduto. 1

 

 

 

Sì alla vita

 

 

In Occidente, a causa di Albert Schweitzer, ci si è fatti un’idea molto sbagliata dell’Oriente. Schweitzer era un grande pensatore, ma sfortunatamente non conosceva per nulla la mente orientale. Era troppo occidentale. Ha fatto nascere l’idea che l’Oriente e le religioni orientali non sono a favore della vita, che negano la vita. Una sciocchezza assoluta. E vedrai, penetrando nel mondo di Kabir lo vedrai: più a favore della vita di così non si può, più amore di così per la vita non si può. Persino Gesù non è positivo quanto Kabir. In quale altro posto troverai templi come Khajuraho, che venerino di più la vita? In quale altro posto troverai un sì così assoluto? La vita è il divino – e non esiste altro dio, e la venerazione della vita è l’unica forma di devozione – non ne esiste altra.

Ma Schweitzer arrivò alla sua conclusione perché i missionari cristiani hanno interpretato la religione orientale in modo tale da farla apparire negativa. Ovviamente ci sono stati alcuni pensatori orientali che hanno negato la vita, ma sono pochi, e la corrente principale della religiosità orientale non è costituita solo da loro. In realtà loro sono al margine della strada, non appartengono al flusso principale della consapevolezza orientale. Ma i missionari cristiani hanno enfatizzato quei pochi pensatori negativi, e hanno enfatizzato sempre di più quegli orientamenti negativi, perché in Occidente si venisse a creare un’atmosfera in cui il Cristianesimo sembrasse positivo. La verità è proprio l’opposto: il Cristianesimo non venera la vita. Non ha amato l’uomo, non ha amato questo mondo, non ha danzato, non ha riso. 2

 

 

 

Un tipo di religiosità del tutto diverso

 

Al di la delle regole e della morale

 

 

Nel mondo ci sono due tipi di religioni. Tre religioni sono nate in India e tre religioni sono nate al di fuori dell’India. Le religioni nate al di fuori dell’India, Giudaismo, Islam e Cristianesimo, sono un po’ grezze. Non sono riuscite a giungere a picchi elevati. Le motivazioni sono molteplici. Da un lato non hanno avuto molto tempo per raggiungere grandi altezze. Per arrivare una certa altezza è necessario del tempo. La religione indiana ha almeno diecimila anni. Il Cristianesimo ne ha solo duemila, il Giudaismo ne ha solo tremila, l’Islam ha solo quattordici secoli. Non hanno avuto il tempo necessario per raggiungere grandi vette. La vetta più alta a cui sono giunte è l’idea di paradiso e d’inferno. Nelle tre religioni occidentali non c’è nulla al di là del paradiso e dell’inferno. Chi è virtuoso andrà in paradiso e chi commette peccati andrà all’inferno. L’India è il solo paese le cui tre religioni, Induismo, Giainismo e Buddhismo, parlano di moksha, di liberazione suprema. È qualcosa che va molto al di là del paradiso e dell’inferno. Con il paradiso e l’inferno, la dualità rimane, non viene trascesa. Il mondo della virtù e del peccato, il mondo dell’azione permane. L’idea del testimone non è ancora sorta - ‘io sono colui che fa’, questo malinteso è ancora presente. Il peccatore, erroneamente, crede di aver commesso un peccato; il virtuoso, erroneamente, crede di aver compiuto atti virtuosi. Un uomo malvagio pensa di essere malvagio, un uomo buono pensa di essere buono, ma entrambi sono convinti di essere qualcosa. Neti-neti non è ancora nato: né questo, né quello. Io non sono né buono né malvagio, né corpo né mente, né moralità né immoralità, né peccato né virtù, né paradiso né inferno. Io sono solo un testimone, un osservatore di queste polarità. Simile al riflesso che si forma nello specchio... io sono uno specchio vuoto. Le religioni occidentali devono ancora giungere a questo stato dello specchio vuoto.

 

In Oriente abbiamo spiccato un grande volo e ci siamo spinti molto al di là della moralità, ci siamo lasciati alle spalle le povere religioni del paradiso e dell’inferno. Ci siamo spinto fino alla vetta di moksha. Abbiamo scoperto il testimone.

Moksha rappresenta lo stato in cui, al di là di ogni attività, si sperimenta la consapevolezza. Finché c’è il fare, rimarrai legato. Se pecchi soffrirai, se compirai atti virtuosi sarai felice. È come quando pianti i semi del neem e raccogli gli amari frutti del neem, e se invece pianti i semi di un mango, raccogli i dolci frutti del mango. È esattamente così, semplice matematica. Ma dentro di noi c’è qualcuno che non conosce né dolce, né amaro, che li osserva entrambi, che è il testimone dell’esperienza del dolce e dell’amaro sulla lingua... ma ‘Io’ sono separato, ‘Io’ sono solo un testimone. Il radicarsi in questo testimone è samadhi, illuminazione, e avere la piena esperienza di questo testimone è moksha, liberazione. 3

 

 

 

Terra di meditazione

 

Le Upanishad, testi fondamentali nella cultura religiosa indù – probabili compilazioni di insegnamenti orali – sono databili fino al secondo millennio prima di Cristo. In quei tempi lontani l’India – molto meno popolata – era sicuramente una terra più ricca. “Le persone erano semplici, niente affatto complicate” ci ricorda Osho “Erano persone fiduciose, oneste, sincere, autentiche”. E sin dai quei tempi lo sviluppo del potenziale dell’individuo ruotava intorno alla meditazione: i giovani venivano educati, in tutta semplicità, dai mistici che vivevano nei loro piccoli ashram nella foresta. E Upanishad, infatti significa letteralmernte ‘sedere ai piedi’ di chi ha raggiunto la saggezza.

 

L'ashram non è una condanna del mondo. È piuttosto un luogo di apprendimento – dove impari l’arte di vivere nel mondo. Le persone andavano dai maestri upanishadici per imparare a vivere nel mondo.

In quei giorni era questo il processo della vita. Partendo dal presupposto che una persona viveva cento anni, la vita era divisa in quattro parti. Nei primi venticinque anni ognuno doveva vivere con un maestro risvegliato, in modo da avere un assaggio del trascendente, in modo da avere un’esperienza del sacro.

Quei venticinque anni, la prima parte della vita... ti sembrerà strano. Perché si doveva avere l’esperienza del divino all’inizio? Per molte ragioni. Primo: la prima parte della vita è la più innocente, la più coraggiosa, avventurosa, vitale, intelligente. Una volta appesantito dalle esperienze della vita, tendi a diventare un calcolatore. Vivere nel mondo e non essere calcolatori è molto difficile.

In questo mondo è inevitabile diventare corrotti – il mondo è così corrotto. È per questo che ai tempi delle Upanishad, i saggi, i veggenti, avevano deciso che prima di avere qualunque esperienza del mondo è meglio avere un assaggio del divino, perché quell’assaggio ti salverà dalle cattive influenze del mondo. Se hai conosciuto qualcosa di più elevato, se hai conosciuto qualcosa di più profondo, allora la superficialità non avrà alcuna importanza. È un approccio molto scientifico e molto psicologico.

E dopo venticinque anni aveva inizio il secondo stadio... lo stadio definito come stadio dell’uomo di casa, grihastha. A quel punto uno si sposa, lavora nel mondo, fa i soldi, conduce una vita mondana, ma ha un centro interiore, una solida base. Il mondo non può disturbarlo, e lui sa che deve fare di nuovo quell’esperienza, deve raggiungere di nuovo quella luce. Qualunque barlume abbia avuto in quei primi venticinque anni lo assillerà, gli ricorderà, ancora e ancora, che il mondo è solo momentaneo. Non impazzirà dietro ai soldi o al potere o al prestigio. Farà tutto ciò che è necessario fare, ma dentro rimarrà imperturbabile. Diventerà come una ruota per quanto riguarda la circonferenza esterna, ma dentro sarà come l’asse, indisturbato, distaccato. Diventare famoso o rimanere un nessuno saranno esattamente la stessa cosa; poiché ha conosciuto una gioia interiore, ora non può venire ingannato da qualcosa di esteriore.

E anche questa esperienza è necessaria per rafforzare, per rinsaldare la prima esperienza di venticinque anni. È una prova d’esame... Devi andare nel mondo – è quello l’esame – in modo da vedere che si tratta di qualcosa che è diventata parte del tuo essere, e nulla la può portare via. Questa è una procedura molto bella e scientifica.

E poi, quando la persona si avvicina ai cinquanta, i suoi figli saranno pronti... avranno raggiunto i venticinque anni e saranno sulla strada di ritorno a casa. Ora si sposeranno e prenderanno il posto del padre.

Cinquant’anni è il momento giusto – basta! Hai vissuto nel mondo per venticinque anni, è sufficiente per vedere che è solo una commedia. È sufficiente per darti l’esperienza della sua falsità, della sua illusorietà. È fatto della stessa materia dei sogni. Basta vederlo. E ora i tuoi figli faranno gli stessi giochi...

Nel momento in cui il figlio ritornava, ai tempi delle Upanishad, il padre cominciava a lasciare gli impieghi, il lavoro, i soldi, i giochi di potere – tutti i giochi. Ora il posto doveva essere dato al figlio – senza alcuna riluttanza, con gioia, con contentezza. Che fosse lui ora a giocare.

Diversamente oggi: i padri fanno gli stessi giochi, i figli fanno gli stessi giochi, persino i nipoti fanno gli stessi giochi. I nipoti corrono dietro alle ragazze e i nonni corrono dietro alle ragazze! È molto brutto, è come se nessuno fosse cresciuto. Fisicamente magari sono vecchi, ma psicologicamente non sono maturi.

Invecchiare non significa maturare, ricordalo. Maturare è un processo psicologico. E così quando un uomo arrivava ai cinquanta cominciava a lasciare il posto ai figli, e non c’era competizione. Quando i giovani cominciavano a tornare, il padre, la madre, gli anziani lasciavano loro il posto, e con gioia, perché così essi venivano alleggeriti. Sarebbero rimasti ancora in casa per venticinque anni, in modo da aiutare i figli a essere nel mondo, in modo da passare tutto ai figli. Nel momento in cui i nipoti fossero stati sul punto di tornare a casa, essi sarebbero tornati negli ashram. Il cerchio è completo. Un uomo, dopo settantacinque anni – venticinque anni di esperienza con un maestro, poi venticinque anni di verifica nel mondo e venticinque anni di lento ritiro, non una rinuncia affrettata, ma un ritiro molto lento e meditativo... è di nuovo pronto per la foresta, per l’ashram.

Questa volta vi arriva con la propria autorità di maestro: una vita vissuta pienamente, in cui ha fatto tutte le esperienze possibili, sacre e mondane, lo ha fatto diventare un maestro. 4

 

 

 

Nel mondo ma senza appartegnerli

 

Il mondo delle Upanishad è molto  vicino al mio. In realtà, qui non sto  facendo altro che riportare in vita lo spirito delle Upanishad.

OSHO

 

 

In primo luogo, le Upanishad non sono contro la vita, non sono per la rinuncia alla vita. Il loro approccio è olistico: la vita deve essere vissuta nella sua totalità. Non insegnano la fuga dalla realtà. Vogliono che si viva nel mondo, ma in modo tale da rimanere distaccati dal mondo, in un certo senso trascendenti rispetto al mondo. Vivere nel mondo senza appartenergli. Ma non insegnano che bisogna rinunciare alla vita, che bisogna fuggire dalla vita, che la vita è brutta o che la vita è un peccato. Godono della vita! È un dono di dio, è la forma manifesta del divino.

Questo assunto fondamentale deve essere ricordato. Le Upanishad dicono che il mondo è la forma manifesta di dio e che il divino è la forma nascosta del mondo, e ogni fenomeno manifesto ha dentro di sé un noumeno non manifesto.

Quando vedi un fiore, il fiore è solo la forma manifesta di qualcosa dentro, la sua essenza, che è nascosta, che è la sua anima, il suo stesso essere. Non lo puoi afferrare, non lo puoi trovare sezionando il fiore. Per questo hai bisogno di un orientamento poetico, non scientifico. L’approccio scientifico analizza, la prospettiva poetica è totalmente diversa. La scienza non troverà mai la bellezza nel fiore, perché la bellezza appartiene alla forma non manifesta. La scienza sezionerà la forma manifesta e troverà tutti gli elementi di cui è composto il fiore, ma mancherà la sua anima.

Tutte le cose hanno entrambi, il corpo e l’anima. Il corpo è il mondo e l’anima è dio, ma il corpo non è contro l’anima, il mondo non è contro dio. Il mondo è la manifestazione di dio, è l’espressione di dio. Dio è silenzio e il mondo è la musica di quel silenzio. E lo stesso è vero anche per te. Ogni persona ha entrambe: la parte manifesta, la struttura corpo–mente, e quella non manifesta, la consapevolezza.

La religione consiste nello scoprire il non manifesto nel manifesto. Non si tratta di fuggire da qualche parte, ma di un’esplorazione delle tue profondità più nascoste. È l’esplorazione del centro silenzioso, del centro del ciclone. Ed è sempre lì, lo puoi trovare in qualunque momento.

Le Upanishad dicono che scegliere tra l’assoluto e il relativo è sbagliato. Qualunque scelta ti renderà parziale, non sarai intero. E senza interezza non c’è beatitudine, senza interezza non c’è sacralità, senza interezza sarai sempre un po’ incompleto, non sano. Quando sei integro, sei sano, perché sei totale.

Il relativo si riferisce al mondo, al mondo mutante dei fenomeni e l’assoluto si riferisce al centro costante del mondo mutante. Trova ciò che non muta in ciò che muta. È lì, non c’è alcun problema; devi solo conoscere la tecnica per trovarlo. Quella tecnica è la meditazione.

Meditare significa semplicemente entrare in sintonia con il non–manifesto. Il corpo è lì, lo puoi vedere; la mente è lì, puoi vedere anche quella. Se chiudi gli occhi vedrai la mente e tutte le sue attività, i suoi movimenti. Pensieri che passano, desideri che sorgono, ricordi che affiorano, l’intera attività della mente sarà lì, la puoi osservare.

Una cosa è certa: l’osservatore non è la mente. Colui che è consapevole delle attività della mente non è parte della mente. L’osservatore è separato, il testimone è separato. Diventare consapevole di questo testimone significa aver trovato ciò che è essenziale, fondamentale, assoluto, immutabile.

Il corpo cambia: sei stato un bambino, poi un giovane uomo o una giovane donna, poi un vecchio... Un giorno eri nel ventre di tua madre, poi sei nato, e un giorno morirai e scomparirai nel grembo dell’esistenza. Il corpo continua a cambiare, cambia incessantemente.

La mente continua a cambiare. Al mattino sei contento, al pomeriggio sei arrabbiato, e alla sera triste. Umori, emozioni, sentimenti – che cambiano di continuo – pensieri che continuano a mutare. La ruota continua a girare attorno a te. Questo è il ciclone, il mondo dei fenomeni è il ciclone. Non è mai lo stesso, neppure per due istanti consecutivi.

Ma qualcosa è sempre lo stesso, sempre, non cambia mai – è il testimone. Trovare il testimone significa trovare il divino. Per questo le Upanishad non insegnano alcuna forma di devozione, insegnano la meditazione. E la meditazione puoi farla a casa, in famiglia, e in mezzo alla gente – lo stesso metodo.

Essere nel mondo va bene: è questo il messaggio delle Upanishad. I mistici delle Upanishad non erano asceti.

Erano diventati non possessivi. Non che non possedessero alcunché, ma erano diventati non possessivi. Usavano le cose. Non erano mendicanti. Vivevano gioiosamente, godendo di tutto ciò che era disponibile, ma non erano possessivi, non si attaccavano a nulla. Questa è vera rinuncia: vivere nel mondo pur rimanendo assolutamente non possessivo. Amavano, ma non erano gelosi. Amavano totalmente, ma senza alcun interesse egoico, senza l’idea di dominare l’altro.

È questo che sto cercando di fare qui.

Le Upanishad sono l’anima autentica di questo paese, e non solo di questo paese, ma di tutte le persone che, in qualunque luogo, sono state religiose. Nelle Upanishad esse troveranno il loro stesso cuore, le Upanishad le colmeranno di letizia, perché le Upanishad insegnano la totalità. 5

 

 

 

 

Il fiore di loto è un simbolo profondo in Oriente, perché l'Oriente afferma che dovresti vivere nel mondo, ma senza farti contaminare da esso. Dovresti restare nel mondo, ma il mondo non dovrebbe dimorare in te. Dovresti

attraversare il mondo senza ricevere alcuna impressione, nessun impatto, nessuna scalfittura. Se, al momento della morte, puoi dire che la tua consapevolezza è pura e innocente come quella che hai ricevuto alla nascita, hai vissuto una vita religiosa, una vita spirituale.

 

Per questo il fiore di loro è diventato un simbolo dello stile di vita spirituale. Incontaminato dall’acqua... Esso cresce dal fango, nell'acqua, tuttavia resta incontaminato. Ed è un simbolo di trasformazione: il fango si trasforma nel fiore più bello e fragrante che questo pianeta conosca. Gautama il Buddha amava moltissimo questo fiore, al punto che definì il suo paradiso ‘il Paradiso del Loto’. 6

 

 

 

La cosa più IMPORTANTE è sperimentare il DIVINO

 

 

L’accettazione totale significa che è accettata anche la negazione. Nella totalità è inclusa anche la negazione. È inclusa la famiglia, ma anche il sannyas [nel senso tradizionale di rinuncia al mondo]; si include il capofamiglia, ma anche la solitudine e l’isolamento. Non pensare che nell’accettazione totale sia incluso solo l’uomo mondano e non sia accettato chi rinuncia la mondo. Assumere varie forme è solo il divertimento del divino: fa diventare qualcuno capofamiglia, qualcun altro un brahmachari, colui che ha fatto voto di castità. Se non accettasse colui che ha fatto voto di castità, che accettazione sarebbe? Non sarebbe accettazione totale. Diventerebbe solo un trucco, un gioco della mente.

Sahajo era una sannyasin, una monaca, aveva fatto voto di castità. Non aveva esperienze di vita familiare, la famiglia non l’attraeva. Aveva abbandonato ogni cosa ai piedi del suo maestro. La sua casa era ai piedi del suo maestro, la sua famiglia era ai piedi del suo maestro. Nell’accettazione totale è incluso anche questo.

Quando vi dico che non avete bisogno di fuggire lontano dal mondo, non pensate che questo implichi il bisogno di aggrapparvi al mondo. Se riuscite a sperimentare il divino all’interno della famiglia, non avete bisogno di fuggire lontano. Se non vedete alcuna possibilità di sperimentare il divino rimanendo in famiglia, ricordatevi che la cosa più importante deve essere sperimentare il divino, non aggrapparvi al mondo. In questo caso abbandonate la famiglia. E cercate un luogo in cui le corde profonde del vostro cuore possano vibrare, cercate un luogo in cui possa sgorgare la musica dalla vostra vina interiore. 7

 

 

 

AUM

Purnamadah

Purnamidam

 

Purnat

Purnamudachyate

Purnasya purnamadaya

purnameva vashishyate

 

 

AUM

Quello è il tutto.

Questo è il tutto.

Dal tutto emerge il tutto.

Il tutto viene dal tutto,

eppure il tutto rimane.

 

 

Testi di Osho tratti da:

1 Osho Upanishad # 21

2 The Divine Melody # 1

3 Kahe Hoat Adheer # 3

4 I Am That #5

5 I Am That # 1

6 The Razor's Edge # 2

7 Pioggia a ciel sereno - Ed. Urra

  (ritorna al sommario)

 

 

 

Buddha  & Co.

 

La verità e una sola

 

 

Le migliaia di persone che son riuscite a vederla, a viverla nel loro intimo, hanno fatto di tutto, nel corso dei secoli, per mostrarla a chiunque fosse aperto a questa profonda ricerca. Usando parole anche molto diverse – dando inizio magari a tradizioni che possono sembrare in contrapposizione – insegnando tecniche fra le più disparate… talvolta neppure parlando, ma semplicemente ‘essendo’.

Fra i maestri di consapevolezza che sono nati in India – e in genere fra tutti coloro che hanno voluto mostrarci la verità – Gautama il Buddha è di sicuro il più conosciuto: vissuto 2500 anni fa la sua figura e il suo insegnamento sono tuttora vitali e provocano un interesse che va vieppiù crescendo  anche nell’Occidente monopolizzato dal cristianesimo – basta pensare al ‘Siddharta’ di Hesse, fino ad arrivare al recente ‘Piccolo Buddha’ di Bertolucci – il seme di consapevolezza da lui piantato così tanti secoli fa fiorisce ancora, e da frutti. Ecco perché all’inizio di questa – incompleta – carrellata di mestri indiani  mettiamo il commento di Osho a un brano proprio all’inizio del Dhammapada, l’opera che raccoglie l’insegnamento fondamentale di  Buddha. Quello che segue – parole antiche, ma che non perderanno mai il loro valore – è un invito a non combattere, né dentro di noi, né fuori: solo l’amore può scacciare l’odio, solo la luce può disperdere le tenebre… allora come oggi. Perché la verità è una sola.

 

 

In questo mondo

l’odio non ha mai scacciato l’odio.

Solo l’amore scaccia l’odio.

Questa è la legge,

antica e inesauribile.

 

 

Aes dhammo sanantano questa è la legge, eterna, antica e inesauribile.

Qual è la legge? Che l’odio non scaccia mai l’odio. L’oscurità non potrà mai scacciare l’oscurità: solo l’amore scaccia l’odio. Solo la luce può scacciare l’oscurità: l’amore è luce, la luce del tuo essere, e l’odio è l’oscurità del tuo essere. Se sei oscuro all’interno, continuerai a riversare odio tutt’intorno a te. Se all’interno sei luce, sei luminoso, continuerai a irradiare luce intorno a te.

 

Aes dhammo sanantanoBuddha lo ripete in continuazione: questa è la legge eterna. Qual è la legge eterna? Solo l’amore scaccia l’odio, solo la luce disperde l’oscurità. Come mai? Perché di per sé, l’oscurità è solo uno stato negativo, in sé non ha alcuna positività. Di fatto, non esiste! Come potresti scacciarla? Contro l’oscurità non puoi fare nulla direttamente. Se vuoi fare qualcosa nei suoi confronti, dovrai operare attraverso la luce: introduci la luce e l’oscurità è svanita, togli la luce e appare l’oscurità; ma non puoi portare o togliere l’oscurità direttamente: nei suoi confronti non puoi fare nulla di nulla.

E ricorda: neppure con l’odio puoi fare nulla. Ecco dove si differenziano gli insegnanti di morale dai mistici religiosi. I professori di morale continuano a propagandare la falsa legge: continuano a sostenere: “Lotta contro l’oscurità, lotta contro l’odio, lotta contro la rabbia, lotta contro il sesso, lotta contro questo e quest’altro!” Il loro intento è essenzialmente questo: “Si deve lottare contro ciò che è negativo”; viceversa il vero maestro, quello reale, vi insegna la legge positiva: Aes dhammo sanantanoquesta è la legge eterna: non lottare contro l’oscurità!” E l’odio è oscurità, il sesso è oscurità, la gelosia è oscurità, l’avidità è oscurità, la rabbia è oscurità.

Immetti la luce… ma come è possibile immetterla nel proprio essere?

Diventa silente, libero da pensieri, all’erta, consapevole, sveglio… in questo modo si introduce la luce nel proprio essere. E nel momento in cui sei attento, consapevole, non si troverà più odio. Prova a odiare qualcuno con consapevolezza… sono esperienze da mettere in pratica, non sono solo parole da comprendere: questi sono esperimenti da provare. Per questo ti dico: “Cerca di capire non solo intellettualmente: diventa uno sperimentatore esistenziale”.

Prova a odiare qualcuno coscientemente, e scoprirai che è impossibile. O scompare la consapevolezza, e puoi odiare; oppure, se sei consapevole, scompare l’odio: non possono coesistere. È impossibile la loro coesistenza: la luce e l’oscurità non possono esistere insieme, poiché l’oscurità non è altro che assenza di luce.

I veri maestri ti insegnano come arrivare al divino; non ti dicono mai di rinunciare al mondo. La rinuncia è negativa. Non ti dicono di sfuggire il mondo: ti insegnano a rifugiarti inel divino. Ti insegnano a conseguire la verità, non a lottare contro le bugie. E le bugie sono milioni; se insisti nella lotta, ci vorranno milioni di vite… e anche in quel caso non se ne ricaverà nulla. E la verità è una, per questo può essere conseguita all’istante… è possibile in questo preciso istante. 1

 

 

 

Asceti, Mistici e Bellezza

 

Nella storia millenaria dell'India si ricordano innumerevoli maestri illuminati – e di moltissimi altri di sicuro non si ha più memoria alcuna. La ricerca della verità, e la sua scoperta, non sono limitati a una scelta di vita religiosa, a particolari pratiche ascetiche, ma permeano tutta la società indiana. E così può capitare che non solo il mistico, ma anche il calzolaio, il bottegaio – o comunque persone che sembrano condurre una vita del tutto comune e mondana – siano in grado di mostrarti la via verso la scoperta del sé…

 

 

la tua vera natura

 

Krishna visse in un certo modo, la vita di Mahavira fu totalmente diversa, la vita del Buddha ancora differente. I loro percorsi erano diversi, ma una cosa è certa: qualunque fosse la via scelta da ciascuno, la loro vera natura era in armonia con essa. Questa è la sola cosa che tutti gli illuminati hanno in comune. Mahavira, percorrendo la sua via, era in sintonia con la propria vera natura … Solo questo li accomuna tutti: i percorsi erano diversi, le personalità erano diverse, gli stili di vita erano diversi. Krishna suonava il flauto… non riuscireste a immaginare Mahavira che appoggia un flauto alle labbra, non vi sembrerebbe giusto. Anche se vedeste un ritratto di Mahavira con un flauto, pensereste che qualcuno doveva averlo dimenticato là, non poteva essere suo. Cosa avrebbe fatto Mahavira con un flauto? D’altra parte, accettereste un ritratto di Krishna che lo raffigura in piedi sotto un albero, nudo e con gli occhi chiusi, senza la sua corona di piume di pavone? Non lo riconoscereste neppure. Lo riconoscereste solo se lo vedeste ritratto mentre danza. La danza di Krishna era in sintonia con il suo essere interiore e l’assoluto silenzio di Mahavira era in sintonia con il suo essere interiore. Grazie a questa sintonia si illuminarono entrambi.

Il problema non è il tuo modo di vivere. I modi di vivere possono essere infiniti, perché il numero delle anime è infinito. Ogni anima ha la sua natura, la sua individualità, la sua unicità. Questa unicità non deve essere eliminata, questa unicità deve essere immersa nell’atmosfera giusta. 2

 

 

Sapere senza conoscere

 

Solo attraverso la meditazione puoi giungere alla conoscenza. La meditazione è solo la rimozione di tutto ciò che in te è spazzatura – di quello che hai preso dagli altri, con cui ti hanno nutrito – per riportarti a essere un bambino innocente che non sa nulla. Se uno può arrivare a questo stato di non–sapere, in questo vasto spazio di non–sapere, qualcosa inizia a crescere dentro di lui, spontaneamente. Non arriva da fuori, sgorga dalle fonti essenziali della vita, dalle sue stesse radici. E produce fiori bellissimi. Ecco perché è possibile per un Gesù, o un Kabir, o un Raidas – persone ignoranti, prive di cultura. Gesù è il figlio di un falegname, Kabir è un orfano – nessuno sa se sia musulmano o indù, e per tutta la vita è rimasto un povero tessitore. Raidas è un ciabattino. Tutti e tre provengono dal mondo degli sfruttati, degli umiliati, di coloro che vengono quasi considerati una specie subumana. Non sanno nulla dei testi sacri, ma ogni loro parola è oro puro a ventiquattro carati. Ogni loro respiro porta il divino nel mondo. Ogni battito del loro cuore è il battito del cuore dell’universo stesso. Sanno senza conoscere, comprendono direttamente, senza alcun mediatore. 3

 

 

Un tessitore chiamato Kabir, un vasaio di nome Gora, e un calzolaio illuminato

 

Per tutta la vita Kabir continuò a lavorare al telaio, a tessere. Era un tessitore. Aveva migliaia di discepoli, che gli dicevano: “Sei diventato vecchio, e ti stai affaticando inutilmente. Noi possiamo occuparci di te, smetti di tessere le tue stoffe per andare a venderle al mercato”.

Ma Kabir diceva sempre: “Voi non capite. Pensate che io sia solo un tessitore. Non sono come gli altri tessitori – non si tratta di commercio, questa è una faccenda d’amore. Queste stoffe non sono per nessun se non per dio stesso. E naturalmente, se faccio le cose per lui, devono essere perfette”.

E trattava i suoi clienti come dei. Era solito dire loro: “Prendi questa stoffa, ma trattala con cura… mi è costata tanta fatica. Trattala con cura, con rispetto. Non è il mio lavoro, è la mia preghiera, la mia forma di devozione”.

Un altro grande mistico, Gora, era un vasaio, e per tutta la vita continuò a creare vasi bellissimi.

E aveva discepoli – discepoli ricchi, persino re – che gli dicevano: “Per noi è fonte d’imbarazzo che il nostro maestro sia un semplice vasaio che carica il suo asino di vasi e va a venderli al mercato. Per favore, smetti”.

Ma Gora diceva: “È difficile… fa parte della mia creatività. Nessun altro può fare questi vasi, solo Gora può – perché tutti gli altri li fanno per denaro, e io vi riverso tutto il mio amore, tutto il mio cuore. Per me è una meditazione”.

Un terzo grande mistico, Raidas, continuò a fabbricare scarpe. In India, particolarmente, quella del calzolaio viene considerata una delle professioni più misere. È riservata ai sudra, agli intoccabili. Gora era un intoccabile, ma da lui cominciarono ad andare bramini della casta più alta. Era un uomo ignorante, ma le sue parole erano testi sacri. E tutti cercavano di convincerlo: “Smetti di fare il calzolaio. Non sta bene. Non è giusto che un mistico del tuo calibro faccia il calzolaio”. Ma Raidas rifiutava. Diceva: “È la sola arte che conosco. Sono un povero calzolaio. Questo è l’unico talento creativo con cui posso servire l’esistenza”.

…Accadrà a ogni meditatore. Crea qualcosa. E qualunque cosa tu faccia, falla giocosamente, non seriamente. E dovunque tu sia, celebra. Dimentica parole come ‘business’. Lascia che la tua vita sia semplicemente un festival. Per me, solo quei pochi che raggiungono questo stato possono definirsi religiosi – non gli indù, non i musulmani, non i cristiani, ma le persone creative, che arricchiscono l’esistenza, che la rendono più bella. Non lasciare questo mondo senza averlo reso un po’ più bello di come l’hai trovato quando ci sei arrivato. 4

 

 

In un corpo qualunque…

 

Una bella storia. È la storia di un uomo, un giovane, molto intelligente, ma con un corpo bruttissimo: una mano era lunga e l’altra corta, gli mancava un occhio, persino le gambe non erano lunghe uguali.

Alla corte del re era in corso un grande dibattito, e il padre del giovane, uno studioso molto famoso ed erudito, era uno dei partecipanti. Ma i dibattiti non arrivano mai a una conclusione – particolarmente quelli tra studiosi, tra persone cosiddette sapienti. Se due illuminati si incontrano, non avrà luogo alcun dibattito. Nel guardarsi negli occhi, sono già arrivati alla conclusione.

E così, si stava facendo tardi… la madre del ragazzo gli disse: “Vai a vedere cosa sta succedendo, e di’ a tuo padre che la cena è pronta e si sta raffreddando”. Il ragazzo andò… Era uno strano essere, assomigliava a un cammello, o forse peggio. Si chiamava Ashtavakra. Ashtavakra significa ricurvo in otto posti del corpo – la mano non era diritta, nel mezzo c’era una curva. Non riusciva a tenere la testa diritta, perché il collo era storto.

Tutti gli studiosi erano alla corte, e non appena lo videro entrare si misero a ridere – non avevano mai visto una creatura così strana. Ma era incredibilmente intelligente, e alla fine divenne uno degli illuminati più grandi del mondo – della stessa statura di Gautama il Buddha. Tutti ridevano di lui e lo schernivano, e suo padre si vergognava – perché era andato lì?

Ashtavakra andò diritto dal re e gli disse: “Sembra che qui tu abbia radunato dei ciabattini… Manda via tutti questi idioti! Riescono a vedere solo la mia pelle, il mio corpo: sono ciechi e parlano di conoscenza di sé, di autorealizzazione. Cosa c’entra il sé con il corpo?”.

Ci fu un grande silenzio, perché ciò che aveva detto il ragazzo era assolutamente vero.

Anche il re rimase molto colpito, perché il ragazzo non era né turbato, né shoccato, ma le sue affermazioni erano molto più importanti di tutte le cose di cui avevano discusso gli studiosi: “Io non sono il mio corpo, e queste persone riescono a vedere solo il corpo. Se avessero un pochino di conoscenza di sé, non avrebbero riso vedendo il mio corpo. Avrebbero percepito la presenza di un uomo illuminato”.

La conferenza venne sciolta, e il re disse ad Ashtavakra: “Da domani inizierai a insegnarmi, voglio essere tuo discepolo”. 5

 

 

 

Ai tempi di Buddha

 

L’India ha visto tempi davvero strani. Solo nel piccolo stato del Bihar c’erano otto insegnanti, al tempo di Buddha, che si dichiaravano illuminati, ma differivano su tutti i punti del loro insegnamento… la mia comprensione è che erano tutti illuminati. Tempi strani: all’interno di un piccolo stato, otto illuminati che si spostano in continuazione da una parte all’altra, dando insegnamenti contraddittori, ma erano tutte persone meravigliose.

Sei di loro sono stati completamente dimenticati. Solo Buddha e Mahavira sono rimasti nella memoria dell’uomo. Gli altri sei erano più eccentrici, più intelligenti. E sono stati dimenticati per il semplice motivo che non fecero mai di nessuno un loro seguace – che tramandasse i loro insegnamenti, e che preservasse le loro scritture.

Conosciamo i loro nomi solo dagli insegnamenti di Buddha, nei passi in cui li critica, e dalle parole di Mahavira, quando li critica, è così che sappiamo dell’esistenza di queste sei persone. Ed erano abbastanza importanti perché Buddha sentisse di doverli criticare, ma non conosciamo con esattezza il loro insegnamento.

Ma io ho cercato di scoprire di più… Non ci sono scritture lasciate da costoro: Ajit Kays Kumberley, Sanjay Belattiputta… Ma io, nella mia immaginazione, ho creato il contesto nel quale quelle frasi, condannate da Buddha, sarebbero appropriate. E, in quel contesto, le critiche di Buddha non hanno senso. Quelle persone erano, di loro diritto, tanto illuminate e tanto risvegliate quanto Gautama il Buddha stesso. Ma questo non vuol dire che tutti gli illuminati debbano trovarsi in accordo tra di loro. Se si trovano, d’accordo, bene! Ma sono liberi anche di non essere d’accordo! L’esistenza è multi dimensionale.

Ma, siccome io non sono il seguace di nessuno, e non ho pregiudizi pro o contro, posso vedere che tutte e otto quelle persone erano altrettanto illuminate quanto Gautama Buddha, sebbene le loro opinioni fossero diverse. Ad esempio, Sanjay Belattiputta doveva essere una persona molto gioiosa, un uomo dotato di grande senso dell’umorismo.

Gli induisti credono in un unico inferno, come vi ho detto. I giainisti credono in tre inferni… i buddisti credono in settantasette inferni, come vi ho detto. Sanjay Belattiputta, sentendo questo, rise e disse: “ Settantasette non è abbastanza, perché io so che ci sono più di settantasette categorie di peccatori. In realtà vi sono settecento e settantasette inferni!”. E io so che scherzava! Prendeva in giro tutta l’assurdità di contare gli inferni.

So che Sanjay Belattiputta scherzava, parlando degli inferni… ma non c’è rimasto altro di lui. Sanjay Belattiputta era contrario a chi fa di tutto per andare in paradiso, e per questo non creò mai una religione organizzata. Rimase un insegnante solitario, che andava in giro da solo sfidando tutte le filosofie prevalenti: criticando Buddha, criticando Mahavira… Ma non ha mai permesso a nessuno di diventare un suo seguace.

Era profondamente convinto che ciascuno deve liberare se stesso; tutti quelli che dicono di poter liberare gli altri mentono. Inframmezzato tra le critiche di Buddha e Mahavira, ho trovato almeno chiaro questo suo pensiero: che coloro che cercano di liberare altri mentono. Nessuno può liberare nessun altro. 6

 

 

 

La storia del mercante Tuladhar

 

 

Un asceta praticava l'ascesi da anni. Si chiamava Jajali. Le sue H pratiche di ascetismo erano talmente estreme che il suo corpo si era rinsecchito; assomigliava a un albero morto, ormai secco. Non faceva alcun movimento. Si racconta che la sua immobilità era tale da permettere agli uccelli di costruire il nido tra i suoi capelli; vi avevano deposto le uova. Jajali si era mosso soltanto dopo che le uova si erano schiuse, quando gli uccellini, dopo essere usciti dai gusci, erano volati via. Pensando che gli uccellini potessero soffrire e che le uova potessero cadere, era rimasto in piedi nella stessa posizione. Non si era mai mosso, non era neppure andato a elemosinare il cibo, era rimasto affamato per mesi. Ricominciò a muoversi solo dopo che gli uccellini erano volati via.

Ma in quel giorno, sorsero in lui un grande orgoglio e un grande ego: "Quale asceta è migliore di me? Quale persona non violenta è migliore di me?" .

Mentre parlava così tra sé, udì il suono di una risata che proveniva dalla foresta, immersa nella più assoluta solitudine. Poi udì la voce di una persona invisibile che diceva: "Jajali, non rimpinzarti con l'ego in questo modo! Se vuoi vedere un uomo che ha raggiunto la conoscenza, va' a sederti ai piedi del mercante Tuladhar".

Jajali non riusciva a capire: "Tuladhar, un mercante? E un grande s asceta come me dovrebbe andare a sedersi ai suoi piedi? lo, il grande asceta Jajali... tra i miei capelli gli uccelli avevano costruito il nido e io sono rimasto immobile, tanto grande è la mia non violenza e la mia pietà e la mia compassione! Comunque, andrò a vedere chi è questo mercante". E partì alla sua ricerca.

Il mercante Tuladhar viveva a Kashi e Jajali andò da lui. Non riusciva a credere ai propri occhi: Tuladhar era un comunissimo mercante! Giorno e notte vendeva la sua merce, pesandola sulla bilancia. Ecco perché lo avevano chiamato Tuladhar 'colui che tiene la bilancia'. Pesava continuamente qualcosa. Quando Jajali arrivò di fronte a lui, stava vendendo e pesando circondato da una folla di clienti. Tuladhar non rivolse neppure uno sguardo a Jajali. Gli disse: "Jajali, siediti. Non essere tanto orgoglioso perché gli uccelli hanno fatto il nido tra i tuoi capelli e perché sei rimasto immobile fino a quando gli uccellini sono volati via. Siediti, siediti in silenzio: prima lasciami finire di servire i clienti".

Udendo le parole di Tuladhar, Jajali rimase strabiliato. Pensò: "Adesso il problema si è ingigantito. Di certo quest'uomo sa qualcosa, di sicuro è più avanti di me. D'altra parte, non riesco a vedere in cosa consista la sua disciplina spirituale".

Si sedette. Cominciò a osservare. Arrivavano persone buone, arrivavano persone cattive e tutti parlavano a Tuladhar in modo diverso, qualcuno gli parlava gentilmente, qualcun altro lo insultava: era un negozio, erano gli affari di un negozio! Ma Tuladhar rispondeva a tutti soavemente e in modo uguale; in lui non c'erano né collera, né emozione e non si schierava né a favore di qualcuno, né contro nessuno. Jajali continuò a osservare. Non c'era il minimo cambiamento nell'uso della bilancia: arrivavano i suoi parenti, arrivavano gli estranei, ma la sua esattezza nel pesare rimaneva uguale per tutti.

 Calata la sera, dopo la chiusura del negozio, Jajali gli chiese: "Cosa mi consigli?".

Tuladhar gli rispose: "Sono solo un comune mercante. Non sono un uomo colto. So soltanto questo: l'equilibrio si ha quando entrambi i piatti della bilancia si bilanciano, allo stesso modo, solo quando c'è parità tra i due lati della mente — tra la collera e la sua assenza, tra l'amore e l'odio, tra il piacere e il dispiacere — si raggiunge un equilibrio interiore. In quel momento accade il samadhi".

Continuò: "Equilibrando i piatti della bilancia, ho raggiunto l'equilibrio. Non ho fatto nulla di più. Gli uccelli non hanno costruito il nido tra i miei capelli, non ho praticato alcuna ascesi. Jajali, io sono un comune mercante, non sono un asceta. Il mio segreto è tutto qui: equilibrando i piatti della bilancia, ho imparato l'arte di equilibrare il mio sé. Ho compreso che, quando c'è un perfetto equilibrio interiore, l'ego scompare. L'equilibrio crea un vuoto e in quel vuoto discende il tutto. Ma io sono solo un mercante.

Tu sei un grande studioso; sei istruito, sei un asceta. Forse ciò che dico ti potrà servire, e forse no. lo so solo questo ed è ciò che posso dirti: anche vivendo isolato nella foresta, se il tuo ego si impossessa di te, sei di fatto tornato nel mondo. D'altra parte, se resti nel mondo e la tua bilancia interiore è in equilibrio, anche così sei nella foresta, sei sull'Himalaya, pur rimanendo nel mondo degli affari.

Ciò che conta non è il luogo in cui vivi o ciò che fai. Ciò che conta è ciò che sei". 2

 

 

 

Magga Baba

 

Si ha un’immagine dell’India mistica legata ovviamente ai grandi nomi: maestri che hanno dato vita a importanti religioni, figure storiche – o mitiche – talvolta persino quasi deificate…

Ma il misticismo in India è così forte, e diffuso a tutti i livelli, che un illuminato si può persino nascondere dietro gli stracci di un qualunque mendicante che incontri per strada… talvolta persino ai nostri giorni.

 

 

Nessuno sapeva il suo vero nome, né la sua età, lo chiamavano Magga Baba… certamente è uno degli uomini più notevoli che abbiano mai vissuto su questo pianeta, davvero uno dei pochi eletti. Non so nulla della sua infanzia, né dei suoi genitori… un giorno, all’improvviso, era apparso in città.

Era uno strano mendicante – strano perché era rispettato da molti, pur essendo un mendicante. E se ne stava sempre zitto. Io ero l’unica persona in città con cui parlasse, e solo in privato, quando non era presente nessun altro. Andavo da lui nel cuore della notte, alle due del mattino forse, perché a quell’ora era più probabile riuscire a trovarlo da solo. Magga Baba non raccontava mai nulla della sua vita, ma diceva molte cose sulla vita. Fu il primo a dirmi: “La vita è più di quello che sembra. Non giudicare dalle apparenze, ma scava in profondità nelle valli dove la vita ha le sue radici.” Pur essendo solo un poveruomo, le sue parole erano miele purissimo, molto dolci e nutrienti, e cariche di significato. “Ma,” mi disse “non devi dire a nessuno che ho parlato con te, finché non morirò, perché molti pensano che io sia sordo. A me va bene che la pensino così. Molti pensano che io sia matto – questo è ancora meglio per me.”

Era l’uomo più raro che io abbia incontrato in questa, o qualunque altra mia vita passata.

Magga Baba, non un granché come nome, magga significa semplicemente ciotola. Aveva sempre con sé una ciotola: era il suo unico possesso. Da quella ciotola beveva, e la usava per chiedere del cibo. La gente lasciava cadere di tutto in quella ciotola: soldi, cibo, acqua. Era tutto quello che aveva. E permetteva a chiunque di prendere qualunque cosa dalla ciotola. E così la gente tirava fuori soldi, o cibo – i bambini soprattutto, i mendicanti. Lui non ostacolava nessuno, né quelli che offrivano le cose, né quelli che le prendevano. 7

 

 

 

re, ladri e… cortigiane

 

È la ‘fragranza’ di questi maestri illuminati riusciva ad affascinare individui di ogni estrazione sociale. Per ognuno avevano una parola – o uno stratagemma – coi quali indicare la via verso la verità, non importa se si trattasse di re, ladri… o cortigiane.

 

 

Qui ognuno è se stesso

 

Un grande re Prasenjita era andato a visitare Buddha per la prima volta. Quando Buddha venne in città, la moglie gli disse: “Non sta bene che un uomo come Gautama il Buddha venga in città, e tu non vada nemmeno a dargli il benvenuto. Io ci vado”. Prasenjita ci pensò su per un momento, e poi disse: “Va bene, vengo anch’io. Vorrei fargli un regalo. Possiedo un grosso diamante: anche gli imperatori ne sono gelosi. Buddha saprà apprezzarlo!”.

La moglie si mise a ridere, e disse: “Anziché il diamante, sarà meglio se gli porti un fiore di loto. Per Buddha il fiore di loto sarà molto più bello”. Prasenjita disse: “Porterò tutti e due: vediamo chi ha ragione.”

Il re si presentò davanti a Buddha, e prima gli offrì il diamante. Buddha disse: “Lascialo cadere!”. Era molto difficile, per Prasenjita, lasciare cadere il suo diamante: quel diamante era la sua vita! Prasenjita esitò. Buddha disse di nuovo: “Lascialo cadere!”. Così, con riluttanza, lasciò cadere il diamante, ed offrì, con l’altra mano, il fiore di loto.

Buddha disse: “Lascialo cadere!”. Prasenjita pensò: “Ma è pazzo, quest’uomo?”. Lasciò cadere il fior di loto, e Buddha disse: “Non senti? Lascia cadere!”. Prasenjita disse: “Le mie mani sono vuote. Cosa vuoi che lasci cadere?”.

In quel momento Sariputra disse: “Non hai capito. Buddha non dice di lasciar cadere il diamante, oppure il fiore. Lui dice: ‘Lascia cadere la tua personalità. Lascia cadere il fatto che sei il re. Lascia cadere questa maschera, sii semplicemente umano…”.

Non ci aveva mai pensato. E adesso, in quel grande silenzio… cadde spontaneamente ai piedi di Buddha.

Buddha disse: “Questo è quello che ti dicevo: lascia cadere! Adesso siediti. Sii semplicemente umano. Qui nessuno è un imperatore, e nessuno è un mendicante. Qui ciascuno è se stesso. Sii semplicemente te stesso. Il tuo titolo di imperatore è qualcosa che ti può essere tolto.

È meglio se lo lasci cadere da solo – come è più degno di un uomo – e rimani, semplicemente, te stesso: il tuo essere autentico”. 8

 

 

Nagarjuna e il ladro

 

Nagarjuna era un fachiro nudo, ma era amato da tutti i veri ricercatori. C’era anche una regina che lo amava profondamente. Un giorno, la regina chiese a Nagarjuna di essere ospite a palazzo. Nagarjuna andò. La regina gli chiese un favore. “Cosa vuoi?”, rispose lui. La regina disse: “Voglio la ciotola che usi per mendicare.”

Nagarjuna gliela dette – quella era l’unica cosa che possedesse: la ciotola per mendicare. E la regina fece portare una ciotola d’oro, adornata di diamanti, e la dette a Nagarjuna, dicendo: “Adesso adopererai questa ciotola. La ciotola che hai portato con te per anni porta un po’ della tua energia, diventerà il mio tempio. E un uomo come te non si merita quella comunissima ciotola da mendicante, di legno. Tieniti questa, d’oro.” Era davvero preziosa.

Mentre lasciava il palazzo, un ladro lo vide; il ladro non riusciva a credere ai suoi occhi: “Quell’uomo è nudo, e porta un oggetto veramente prezioso! Per quanto tempo riuscirà a proteggerlo?”. Così il ladro lo seguì…

Nagarjuna viveva fuori città, in un antico tempio caduto in rovina – non c’erano porte, né finestre. Era proprio un rudere. Il ladro se ne stava nascosto dietro un muro, appena fuori dalla porta – e Nagarjuna gettò fuori la ciotola. Il ladro non si capacitava. Nagarjuna aveva gettato la ciotola perché aveva visto che il ladro lo seguiva, e sapeva benissimo che il ladro non veniva per lui, ma per la ciotola. Il ladro sapeva benissimo che la ciotola era stata gettata per lui e non se ne sapeva andare senza ringraziarlo. Fece capolino, e disse: “Signore, accetta i miei ringraziamenti. Sei davvero un essere raro. Posso entrare, e toccare i tuoi piedi?” Nagarjuna si mise a ridere, e disse: “Sì, ed è per questo che ho gettato fuori la ciotola: perché tu potessi entrare dentro!”

Il ladro era preso in trappola: entrò, toccò i piedi di Nagarjuna… e in quel momento il ladro era molto aperto, perché aveva visto che quell’uomo non era come tutti gli altri – era molto vulnerabile, aperto, ricettivo, grato… mentre toccava i piedi di Nagarjuna, per la prima volta in vita sua sentì la presenza del divino. Gli chiese: “Quante vite mi ci vorranno per diventare come te?”. Nagarjuna rispose: “Quante vite? Può succedere oggi, può succedere adesso!”. Il ladro disse: “Ma stai scherzando! Sono un ladro, un ladro famoso. Tutta la città mi conosce, anche se finora non sono mai stati capaci di prendermi con le mani nel sacco. Nel rubare sono un maestro… come potrei trasformarmi da un momento all’altro?”

E Nagarjuna gli rispose: “Se in una vecchia casa da secoli c’è buio, e tu porti una candela, può l’oscurità dire che è lì da secoli e non può andarsene immediatamente? Può l’oscurità opporre resistenza? Può fare differenza il fatto che l’oscurità sia vecchia di un giorno oppure di milioni di anni?”.

Il ladro capì: l’oscurità non può resistere alla luce – quando arriva la luce, il buio scompare. “E la mia professione? La devo abbandonare?” chiese.

Nagarjuna rispose: “ Questo lo devi decidere tu. Non m’interessa chi sei e qual è la tua professione: ti posso solo dire il segreto di come accendere una luce nel tuo essere, e poi sta a te.”

Il ladro disse: “Ma tutti i religiosi che ho visitato mi hanno sempre detto che prima di ricevere l’iniziazione dovevo smettere di rubare”. Nagarjuna rise: “Allora devi avere visitato dei ladri, e non dei santi. Non sanno niente di religione. Quello che devi fare è osservare il tuo respiro – l’antico metodo di Buddha – osserva semplicemente il tuo respiro che entra ed esce. Tutte le volte che te ne ricordi, osserva il tuo respiro. Anche quando esci per rubare, e quando entri nella casa di qualcuno nella notte, continua a osservare il tuo respiro. Nel momento in cui hai aperto la stanza del tesoro, e i diamanti sono davanti a te, continua a osservare il tuo respiro, e poi fai tutto quello che vuoi – ma non dimenticarti del respiro!”.

Il ladro disse: “Sembra semplice. Nessuna regola di morale? Non c’è nessun altro precetto?”.

Nagarjuna rispose: “Assolutamente nessuno – osserva soltanto il respiro.”

Dopo quindici giorni il ladro tornò… un uomo totalmente diverso. Cadde ai piedi di Nagarjuna e gli disse: “Mi hai preso in trappola! E lo hai fatto così bene che ci sono cascato senza neanche un sospetto. In questi quindici giorni ho provato: è impossibile! Se osservo il respiro non posso rubare. E se rubo, non riesco a osservare il respiro. Quando osservo il respiro divento così silenzioso internamente, così consapevole, così presente… che anche i diamanti sem-brano ciottoli. Mi hai creato un bel problema. E adesso cosa devo fare?”.

 rispose: “Fa’ quello che credi! Se vuoi quel silenzio, quella pace e quell’estasi che nascono in te quando osservi il respiro, allora scegli il respiro. Se invece pensi che tutti quei diamanti, quell’argento e quell’oro siano di maggior valore, allora scegli quelli. Lo devi decidere tu! Chi sono io per interferire nella tua vita?”.

L’uomo disse:” Non posso scegliere di essere nuovamente inconsapevole: non ho mai conosciuto momenti come questi. Accettami come tuo discepolo, e dammi l’iniziazione.”

“Te l’ho già data l’iniziazione!” rispose Nagarjuna.

La religiosità non si fonda sulla moralità ma sulla meditazione. La religiosità non si basa sul comportamento ma sulla consapevolezza. 9

 

 

 

Amrapali

 

All’epoca del Buddha viveva una donna bellissima, una prostituta di nome Amrapali

 

 

Era così bella che, per sottolinearlo, le fonti del tempo dicevano che non aveva mai avuto bisogno di truccarsi.

Davanti al suo palazzo c’era sempre una coda di re, principi e ricchi. Era difficilissimo ottenere il permesso di entrarvi. Era una cantante, musicista, ballerina. In Oriente, il significato di prostituta è diverso che in Occidente, dove è semplicemente un oggetto sessuale. In Oriente, la prostituta non è solo un oggetto sessuale… questa era la situazione, soprattutto in passato.

Principi e re… cercavano di persuadere Amrapali a essere la loro regina, la loro moglie. Ma lei s’innamorò di Gautama il Buddha.

Il Buddha era andato a Vaishali, la città dove viveva Amrapali. Tutte le persone di alto rango erano venute a riceverlo: c’erano il re e il primo ministro, e anche Amrapali era presente, sul suo carro dorato. Vedendo il Buddha… Nella sua vita aveva visto tantissime persone bellissime, ma mai un uomo simile: così silenzioso, sereno, tranquillo, rilassato.

…il modo con cui camminava – perché arrivava camminando, si spostava solo a piedi – il modo in cui entrò nella città, la grazia che lo circondava…

Amrapali cadde ai piedi del Buddha, dicendo: “Dammi l’iniziazione come tua discepola, dammi il sannyas”. Tutti i cosiddetti pezzi grossi non potevano credere ai loro occhi. Il Buddha rispose: “È meglio, Amrapali, se ci pensi bene. Sei giovane e bella. Tantissime persone sono pronte a darti tutto ciò che desideri. Io sono un pover’uomo, un mendicante, e diventare mio discepolo vuol dire diventare un mendicante. È una vita difficile. Noi mangiamo solo una volta al giorno e ci spostiamo a piedi… ripensaci”.

Si narra che perfino al Buddha spiacesse dare il sannyas a questa donna, perché aveva sempre vissuto nel lusso: era un fiore raro. Ma Amrapali gli disse: “È vero, tantissime persone mi stanno aspettando, ma io stavo aspettando te. E non voglio ciò che loro intendono offrirmi. Possono offrirmi il mondo intero, ma non lo voglio. Vorrei solo seguire te sulle strade polverose, a piedi nudi. Sarò felicissima se mangerò una sola volta al giorno. Sono pronta a essere una mendicante. Stare nella tua ombra è più che sufficiente”. Amrapali era una pagana; aveva vissuto in modo molto istintivo. Il Buddha le diede il sannyas, ma senza norme o precetti da rispettare. Questa è la cosa più significativa. Egli aveva dato il sannyas a migliaia di persone, ma Amrapali fu l’unica eccezione: non le fu dato alcun principio, né alcun precetto o norma da rispettare.

Il Buddha disse: “Continua a seguire la via: sei sul sentiero giusto. Se non fossi stata sul sentiero giusto, non mi avresti scelto. Io non ho nulla; dall’altra parte c’è il mondo intero e tu scegli me. Questo dimostra che, finora, sei stata sul sentiero giusto. Adesso non chiedermi norme da seguire, sarebbe una distrazione. Continua semplicemente a seguire il tuo essere più intimo”. Aveva trascorso la vita fra musica, canti e danze. Buddha le permise di rimanere se stessa. È qui che riconosco l’intuizione del Buddha… non vuole interferire, se è interessato in qualcosa, si tratta esclusivamente di aiutarvi a essere voi stessi. 10

  (ritorna al sommario)

 

 

 

 

Sermoni in pietra e canti dal silenzio

L'ARTE COME UN DITO CHE INDICA LA LUNA... IN INDIA TRADIZIONALMENTE L'ARTE È UN'ESPRESSIONE FRUTTO DI RICERCA INTERIORE ED ESPERIENZE MISTICHE: NON È QUINDI SOLO FINALIZZATA A UN GODIMENTO ESTETICO, MA ANCHE UN INVITO PRATICO A ENTRARE DENTRO SE STESSI, UNO STRUMENTO PER LA MEDITAZIONE.

 

 

Artisti anonimi

 

Visita i templi dell'Oriente, vai a Khajuraho, oppure a Ellora e Ajanta: vedrai opere di stupenda bellezza, ma non avrai modo di conoscere neppure i nomi di chi le ha fatte; non le hanno nemmeno firmate. A chi attribuirle? Nessuno lo sa, sono opere anonime. Nessuno sa chi ha scritto le Upanishad – sono anonime. Però quegli sconosciuti hanno condiviso la loro visione, la condividono ancora, e continueranno a condividerla fino alla fine del tempo. Se visiti Khajuraho, la tua mente si ferma. Una simile bellezza non si è mai vista, non si è mai rivelata altrove nel mondo. Le pietre non sono mai state così espressive come a Khajuraho: sermoni nella pietra. Nemmeno le donne vere sono mai state belle come le sculture di Khajuraho. E l'esprimere, nella pietra, le sensazioni sottili, euforiche, di due amanti che fanno l'amore! – quello che acca-de nei loro volti, il tipo di energia che li circonda, l'estasi che passa dall'uno all'altra... e tutto ciò in pietra, il più duro dei materiali! Eppure hanno saputo descrivere anche l'estasi. Quando due amanti fanno l'amore... proprio quel tipo di energia, che gli artisti hanno saputo riprodurre nella pietra, è ancora lì che la circonda.

Se guardi quei volti, vedi che non sono solo erotici. L'erotismo è solo l'inizio, il primo gradino. Se sai guardare, se sai intuire, vedi che la scala sale, sale, e infine sparisce tra le nuvole. Da qualche parte, tra le nuvole, c'è l'estasi.

Ma nessuno sa chi ha scolpito quelle bellissime immagini. Artisti anonimi – che però hanno condiviso la loro visione. Si prova ancora gratitudine, ora e per sempre.

In Oriente l'arte è anonima, e questo è il segreto della sua bellezza – è come fosse cosa di un altro mondo. 1

 

 

Arte per la meditazione

 

Nel creatore del Taj Mahal era scomparso il bipolarismo, era un mistico sufi. Il Taj Mahal era la sua visione, scaturita da una meditazione profonda. Tuttora, se mediti di fronte al Taj Mahal in una notte di luna piena, rimarrai sorpreso: nella tua interiorità più profonda qualcosa comincia a elevarsi... comincia a muoverti verso l'alto.

Se vai in meditazione profonda di fronte al Taj Mahal in una notte di luna piena — per un'ora, seduto di fronte al Taj Mahal, e lo guardi semplicemente — qualcosa in te si acquieta e si rinfresca: è come se apparisse la neve, una frescura, una freschezza sedimenteranno in te. Oppure prendiamo le statue del Buddha, scolpite dai grandi mistici buddhisti: se mediti di fronte a una di quelle statue, in te qualcosa si acquieta. 2

Con un gruppo di amici mi sono recato a Khajuraho per visitarne il tempio, di fama mondiale. Il muro più esterno, la periferia del tempio, è decorato con scene raffiguranti l'atto sessuale nelle posizioni erotiche più svariate. Vi si vedono scolpite le pose più diverse, e sono tutte posizioni sessuali. I miei amici mi chiesero perché vi fossero quelle sculture come decorazioni di un tempio.

Spiegai loro che gli architetti che avevano costruito quel tempio erano persone intelligentissime. Sapevano che la passione e il sesso esistono alla periferia della vita e pensavano che quanti erano ancora coinvolti nel sesso non avessero il diritto di entrare nel tempio.

Entrammo. All'interno, non vi era alcuna statua dedicata a dio. I miei amici rimasero sorpresi non vedendo nessun idolo. Spiegai loro che sul muro esterno della vita stessa esistono la libidine e la passione, mentre il tempio del divino è all'interno. Coloro che sono ancora incantati dalla passione, dal sesso, non possono raggiungere il tempio del divino all'interno; non fanno altro che aggirarsi attorno al muro esterno.

I costruttori di questo tempio erano persone di grande buon senso. Si trattava di un centro di meditazione: la sessualità in superficie, tutt'attorno — la pace e la quiete nell'intimo, al centro. Agli aspiranti veniva detto di meditare prima di tutto sul sesso, di riflettere a fondo sull'accoppiamento raffigurato sul muro esterno, e quando avessero pienamente compreso il sesso – e fossero certi di averne la mente libera – potevano entrare all'in¬terno. Soltanto allora avrebbero potuto confrontarsi con il divino all'interno.

Ma nel nome della religione abbia¬mo distrutto ogni possibilità di capire il sesso. Gli abbiamo dichiarato guerra, ed è il nostro istinto fondamenta-le. La regola dettata dalla norma è di non vedere affatto il sesso, chiudere gli occhi e precipitarsi ciecamente nel tempio di dio. Ma è possibile raggiungere una meta con gli occhi chiusi? Anche se raggiungi l'essenza interiore, con gli occhi chiusi non potrai vedere il divino. Al contrario, vedrai soltanto la cosa dalla quale fuggivi! 3

 

Ci sono trenta templi in Khajuraho. originariamente ce n'erano cento – i mussulmani ne hanno distrutti settanta, ora sono ruderi. La città era una città formata solo da templi; la gente veniva giusto per vedere la loro arte. Questi cento templi devono essere stati costruiti in migliaia di anni, da migliaia di artisti che lavoravano continuamente la pietra... generazioni dopo generazioni.

E hanno creato dei magnifici corpi in pietra. In Khajuraho la pietra parla, canta, danza; non è morta.

Puoi vedere come l'artista ha trasformato la pietra morta in una forma che vive. Sembra così vera che in ogni istante la statua potrebbe incamminarsi verso di te e dirti, "Ciao", e centinaia di statue... Queste statue non sono là per soddisfare la tua sessualità repressa, ma al contrario, sono là per liberare, attraverso il metodo tantrico, la sessualità repressa semplicemente meditando su queste statue nude. Il metodo era quello di stare là in silenzio con solo una luce offuscata, circondati da centinaia di sta tue. Giusto guardandole sarai sorpreso di accorgerti che molti di questi sogni li hai avuti anche tu – e molti, come tali, sono condannati in qualsiasi società – orge sessuali che hai vissuto nei tuoi sogni... e che sono parte del tuo inconscio. E questi posti come Khajuraho erano delle specie di università dove le persone venivano per liberarsi, per purgarsi della sessualità repressa.

E tutte queste statue sono al di fuori del tempio. All'interno non ci sono sculture erotiche. Infatti per di più in questi templi non c'è niente – solo silenzio, un ambiente fresco e pacifico, con le vibrazioni delle migliaia di persone che vi hanno meditato.

La regola è: quando senti, o il tuo maestro sente, che queste sculture al di fuori del tempio non ti influenzano più non ti creano più alcuna sessualità o sensualità allora hai liberato tutto il tuo sesso represso... E il miglior metodo psicologico inventato in Oriente.

Nessuno dice cosa sta succedendo, e per anni non ce ne bisogno; una volta che il maestro — oppure tu — vede che stai sedendo là e niente succede, è come se i muri fossero vuoti... se sei assolutamente sicuro che non hanno più effetto, quello è il segnale: 'Adesso è il momento di entrare dentro, adesso la porta verso l'intimo, il mondo interiore, è aperta'. Ti sei liberato da tutto quello che è “spazzatura”... una sensazione di pulizia, di leggerezza, e un silenzio che è pieno di bellezza e musica...

Khajuraho o Konarak... non sono pornografici. Sono strumenti per la meditazione. 4

 

 

Il suono del silenzio

 

Nanak viaggiò in lungo e in largo, in India e fuori, e aveva solo un discepolo che lo accompagnava in tutti questi viaggi... e la sola cosa che faceva era sedersi semplicemente sotto un albero e il suo discepolo, Mardana, suonava un particolare strumento musicale, mentre Nanak cantava una canzone. E la bellezza del canto e della musica erano tali che, perfino la gente che non capiva la loro lingua, si avvicinava e si sedeva vicino a loro. Al termine, Nanak sedeva in silenzio. E le persone che erano rimaste incantate dalla musica, senza capire – visto che non era la loro lingua... qualcuna se ne andava, ma altre restavano sedute, perché ora il suo silenzio diventava una forza magnetica travolgente. Era un uomo privo di cultura e utilizzava soltanto una lingua locale, da contadini – il Punjabi – eppure riuscì a creare un impatto in quasi metà dei paesi asiatici. Senza usare alcun linguaggio, riuscì ad avere discepoli...

No, l'illuminazione non ha linguaggio alcuno, ma è in grado di trovare modi per trasmettere la propria gioia, la propria beatitudine, la propria verità, il proprio amore, la propria compassione... tutto ciò che è grande nell'esperienza umana – le vette di consapevolezza più elevate. 5

 

Nanak non cita le scritture, non parla di dottrine e principi. Non ci sono risposte, e allora cosa c'è? Musica... nada. Questo nada, il suono, la musica, sono un'esperienza. La mattina, prima che tu ti svegli, gli uccelli forse cantano, però tu non li senti. Poi il sonno s'interrompe, e cominci a svegliarti; ti giri nel letto, con gli occhi ancora chiusi, e adesso senti gli uccelli, fuori dalla finestra.

 

La fresca brezza del mattino ti accarezza con amore, e tu cominci a sentire tutti i suoni che ti circondano. Man mano che ti svegli, ti rendi conto della musica dell'esistenza... ed esiste un'ulteriore alba, esatta-mente come questa, un altro risveglio. Adesso la tua vita è un solo lungo torpore: cammini come se dormissi; tutto quello che fai, lo fai in una specie di trance. Combatti, ami, incontri qualcuno, te ne vai: fai di tutto in questa tua inconsapevolezza.

L'esistenza è un canto – un canto molto intenso – musica che fluisce senza barriere! Nessuno l'ha creata; nessuno strumento ne suona la melodia. E suono senza suono, un canto privo di cause che risuona senza un motivo. La musica è l'essenza stessa dell'esistenza, ed è per questo che ti attrae così profondamente. E se ti senti svanire, nella musica, sappi con certezza che quella melodia contiene qualcosa del nada.

Il grande musicista è colui che sa catturare il nada col suo strumento. Sa far discendere – in un certo modo – il sacro suono dell'om nel tuo mondo, altrimenti assopito. La musica non è fatta per stimolare i tuoi elementari desideri.

...La musica orientale si basa sul nada. Quando la musica si avvicina al nada, l'ascoltatore piano piano entra in meditazione: questo significa che diventi più consapevole; una consapevolezza totale ti pervade, come se dentro di te fosse stato acceso un lume.

Avrai sentito le storie di musicisti che accendono lampade spente, ma non credere che si tratti di lampade esteriori: queste lampade non hanno niente a che fare con la musica. Sei tu la lampada spenta, e se chi suona – o canta – è in uno stato di samadhi, allora, e solo allora, può accendere la tua lampada interiore. Può integrare il sacro suono dell'om nella sua musica, e farlo discendere fino al tuo livello... solo se è in uno stato di samadhi. Se riesce a portare giù anche solo una goccia di questo nettare, un lieve assaggio di quella musica divina, quando ti "risvegli" sei pieno di consapevolezza, come se qualcuno ti avesse scosso nel tuo sonno.

In questo caso la musica diventa meditazione.

C'è poi il genere opposto di musica: quella che ti addormenta, che ti mette in uno stato di letargo ancora più profondo. Questo genere di musica eccita anche la passione.

Ci sono due tipi di musica; una si collega con il centro più basso – il centro sessuale – e l'altra si collega con il centro più alto, il sahasrara. La musica connessa con quest'ultimo è nada. La musica del primo tipo agita solo le passioni.

In Occidente si è sviluppata una forma di musica completamente di-storta: chi l'ascolta perde l'uso dei sensi, come fosse ubriaco. Questa musica ti conduce verso un sonno ancora più profondo e verso passioni sempre più forti.

 

Nanak cantava. Non ha mai parlato. Cantava soltanto. Rispondeva in musica. Le sue canzoni non seguono un ritmo e una metrica tradizionali: sono improvvisazioni, che vengono diritte dal cuore. Quando qualcuno poneva una domanda, Nanak faceva segno a Mardana che suonasse il suo strumento, e poi si metteva a cantare. Tutto quanto Nanak ha detto è in forma di canto, perché l'esistenza intera comprende il linguaggio della musica. E quando chi canta è in stato di samadhi, il nada, inavvertita-mente, entra nella sua canzone.

Nada è la nota suprema che si forma silenziosamente nell'esistenza, come il suono del silenzio in una notte quieta. Nello stesso modo, il nada

risuona sempre, ventiquattro ore al giorno. E il ritmo dell'esistenza. Quando niente esiste, risuona ancora. Ma devi diventare molto, molto silenzioso per sentirlo. Quando tutti i suoni dentro di te cessano, solo allora lo puoi sentire. Internamente sei in mille e una piazza del mercato, ciascuna piena di tutti i suoi rumori, di chiasso... in questo frastuono riesci solo a sentire ciò che suona più forte, e quello che soddisfa la tua avidità. 6

 

La santità della poesia...

 

Rabindranath Tagore è l'anima dell'India. E l'uomo più contemporaneo, e al contempo il più antico. Le sue parole sono un ponte tra la mente moderna e i più antichi saggi del mondo. In particolare, Gitanjali è il suo contributo maggiore all'evoluzione e alla consapevolezza umana. E uno dei libri più preziosi apparsi in questo secolo. Il suo valore sta nel fatto che appartiene ai tempi delle Upanishad – circa cinquemila anni prima di quando Gitanjali sia stato scritto.

È un miracolo, nel senso che Rabindranath non è una persona religiosa nel significato comune del termine. È uno dei pensatori più progressisti – non tradizionalista, per nulla ortodosso – e tuttavia la sua grandezza consiste nella sua innocenza... da bambino, e a causa di questa innocenza sa forse divenire il veicolo dello spirito universale, così come le Upanishad lo erano state ai tempi antichi.

E un poeta, sommo, ed è anche un mistico. Una simile combinazione si è vista solo una volta o due, in precedenza... Ci sono stati grandi poeti, e ci sono stati grandi mistici. Ci sono stati grandi poeti con una vena mistica, e ci sono stati grandi mistici che si sono espressi in poesia – ma la loro poesia non è eccelsa. Rabindranath rappresenta un caso particolare.

E difficile dire, di Rabindranath, se sia più grande come poeta o come mistico. E entrambi – più di semplice-mente un poeta, o un mistico – e inoltre è uomo del ventesimo secolo...

Rabindranath non rimase mai confinato alla sola India. Aveva viaggiato in tutto il mondo, era stato educato in Occidente, e si spostava continua-mente da un paese all'altro. Amava girare per il mondo. Era cittadino dell'universo, ma le sue radici in questo paese rimanevano profonde. Magari volava lontano, come un'aquila di-stante che attraversa il sole, ma continuava a tornare al suo piccolo nido. E non perse mai la connessione con l'eredità spirituale, per quanto questa fosse diventata coperta di polvere. Sapeva come pulirla, e renderla uno specchio nel quale puoi vedere te stesso.

Le sue poesie, nel Gitanjali, sono un'offerta di canti a dio. Questo è il significato della parola Gitanjali: offerta di canti. Rabindranath soleva dire: "Non ho nient'altro da offrire. Sono povero proprio come un uccellino... o anche ricco come un uccellino: ogni mattina posso cantare una can-zone nuova, appena composta, per esprimere la mia gratitudine. Questa è la mia preghiera".

Non si recava mai in alcun tempio, e non pregava mai nel modo tradizionale e rituale. Di nascita era Indù, ma non sarebbe giusto confinarlo in una determinata categoria: era così universale. Gli dicevano spesso: "Le tue parole profumano tanto di religiosità, brillano tanto di spiritualità, e sono così vive, che anche coloro che credono solo nella materia restano colpiti, ne vengono toccati. Tu, però, non vai mai al tempio, e non leggi mai le scritture".

La sua risposta è di immensa importanza per voi: "Non ho mai letto le scritture; anzi, le evito, perché ho la mia esperienza personale del divi-no, e non voglio che le parole di altri vengano mescolate con la mia esperienza originale, autentica, individuale. Voglio offrire a dio esattamente quello che è il battito del mio cuore. Può darsi che anche altri sappiano – di certo, anche altri sanno – ma la loro conoscenza non può diventare la mia conoscenza. Solo la mia esperienza mi può soddisfare, può dare risultati alla mia ricerca, può darmi la fiducia nell'esistenza. Non voglio credere ciecamente".

Queste sono le parole da ricorda-re: "Non voglio credere ciecamente: voglio essere uno che sa. Non voglio essere una persona istruita: voglio essere così innocente che l'esistenza mi possa rivelare i suoi misteri. Non voglio essere adorato come un santo". Ma il fatto è che, in tutto il secolo, nessuno è stato più santo di Rabindranath Tagore – eppure lui non voleva essere trattato da santo.

Diceva: "Ho solo un desiderio: di essere ricordato come un cantore di canzoni, come un danzatore, come un poeta che ha offerto tutto il suo potenziale e tutti i fiori del suo essere al-la divinità sconosciuta dell'esistenza.

Non voglio essere adorato: per me sarebbe un'umiliazione... brutta, inumana, e completamente estranea alla realtà del mondo. Ciascun uomo con-tiene dio; ogni nuvola, ogni albero, ogni oceano è pieno del divino. Dunque, chi deve essere adorato, e da chi?"

Rabindranath non andava mai al tempio, non adorava mai un dio, non fu mai, dal punto di vista tradizionale, un santo, eppure, per me, è uno dei più grandi santi che il mondo abbia conosciuto. La sua santità è espressa in ciascuna delle sue parole. 7

 

Oltre i confini della mente

 

La prima volta che andai a Khajuraho lo feci solo perché mia nonna insisteva, ma, da allora, ci sono tornato centinaia di volte. Non c'è altro posto al mondo nel quale sono stato tanto spesso. La ragione è semplice: non se ne completa mai l'esperienza. L'esperienza è inesauribile. Più ne conosci, e più ne vuoi conoscere. Ciascun dettaglio dei templi di Khajuraho è un mistero. Per la creazione di ciascun tempio devono essere occorsi centinaia di anni e migliaia di artisti. E non ho mai visto nient'altro che Khajuraho, che possa essere definito perfetto: nemmeno il Taj Mahal. Il Taj Mahal ha le sue pecche, ma Khajuraho non ne ha. Inoltre, il Taj Mahal è solo splendida architettura; Khajuraho è la filosofia, e la psicologia completa, dell'Uomo Nuovo.

Khajuraho è un sogno. Mahatma Gandhi voleva che fosse seppellito sotto terra, così che nessuno potesse essere tentato dalle splendide statue. Siamo grati a Rabindranath Tagore che impedì a Gandhi di fare una cosa simile. Disse: "Lasciate i templi come sono..." Era un poeta, e poteva comprenderne il mistero.

Khajuraho... il nome stesso fa risuonare di gioia il mio cuore, come se fosse disceso dal cielo alla terra. Vedere Khajuraho, in una notte di luna piena, significa aver visto tutto quello che vale la pena di vedere. Mia nonna nacque lì non è strano che fosse una donna bella, coraggiosa e anche pericolosa. La bellezza è sempre cosi: coraggiosa e pericolosa.

Mia nonna non credeva in nessuna religione! In India, trovare una donna che non creda in nessuna religione è impossibile. Ma lei era nata a Khajuraho, forse in una famiglia di devoti tantrici che non hanno mai creduto in nessuna religione. Praticavano la meditazione ma non credevano in nessuna religione.

Questo sembra del tutto illogico per una mente occidentale: meditazione senza religione? Sì... in realtà, se credi in una qualsiasi religione non puoi meditare. La religione è un'interferenza nella meditazione. La meditazione non ha bisogno di dio, di paradiso, d'inferno, della paura di essere punito, e delle lusinghe di piaceri [nell'altro mondo]. La meditazione non ha niente a che vedere con la mente; la meditazione è al di là della mente, mentre invece la religione è solo mente, rimane fra i confini della mente. 9

 

 

 

ARTE OGGETIVA E ARTE SOGGETTIVA

 

PERCHÉ ESISTE UNA COSÌ GRANDE DIVERSITÀ — ED È FACILE ACCORGER¬SENE — FRA LE OPERE D'ARTE DI CUI SI PARLA IN QUESTA PAGINE E LA MAGGIOR PARTE DELLE ESPRESSIONI ARTISTICHE DEI NOSTRI TEMPI? ALLA BASE DI UN REALE DISCORSO SUL VALORE DELL'ARTE, OSHO PONE LO SPAZIO DAL QUALE PROVIENE L'ESPRESSIONE ARTISTICA.

 

 

Dipingere: dipingete quadri che possano diventare oggetti di meditazione, dipingete quadri che riflettano il cielo interiore dei buddha. La pittura moderna è patologica. Se guardate un quadro di Picasso, non potete guardarlo a lungo, comincereste a sentirvi a disagio. Non potreste tenere un quadro di Picasso in camera da letto, perché vi procurerebbe degli incubi. Se meditaste per un po' di tempo su un quadro di Picasso, impazzireste, perché i suoi quadri sono il frutto della sua follia.

Andate a Ajanta, a Ellora, a Khajuraho, a Konarak e vedrete un mondo creativo totalmente diverso. Contemplando una statua di un buddha, qualcosa in voi comincia a entrare in sintonia. Seduti in silenzio davanti a una statua di Buddha, comincerete a diventare silenziosi. La sua stessa postura, la sua stessa figura, il suo viso e i suoi occhi chiusi, quel silenzio che circonda una statua in marmo, vi aiuteranno a connettervi con la vostra sorgente interiore di silenzio.

Gurdjieff era solito ripetere che esistono due tipi di arte. Un'arte che egli definiva oggettiva e un'arte che egli definiva soggettiva. L'arte soggettiva è assolutamente privata e personale. L'arte di Picasso è un'arte soggettiva: egli dipinge semplicemente, senza avere la minima visione di chi vedrà il suo quadro, senza avere la minima idea di che tipo di persona guarderà il suo quadro. Egli riversa semplicemente all'esterno il suo disagio interiore: dipingere lo aiuta, è la sua terapia personale.

Non dico che Picasso avrebbe dovuto smettere di dipingere perché, se lo avesse fatto, di sicuro sarebbe impazzito. E proprio la pittura che lo manteneva sano mentalmente; per lui dipingere era come vomitare. Quando hai ingerito un cibo sbagliato, quando hai un'intossicazione alimentare, vomita-re è il modo migliore per espellere dall'organismo le tossine e i veleni; è estremamente utile. I quadri di Picasso sono simili a vomiti. Egli soffriva a causa di molti disagi, tutti i disagi di cui soffre l'umanità. Ha rappresentato semplicemente l'umanità: è un campione molto rappresentativo.

Ha rappresentato tutta la follia che sta affliggendo milioni di persone. Picasso è un'anima sensibile: è entrato talmente in sintonia con la patologia che affligge il genere umano, da renderla propria. Ecco perché i suoi quadri attraggono tanto, in caso contrario sarebbero orribili. Ecco perché è tanto famoso: se lo merita in quanto rappresenta la nostra epoca. Questa è l'epoca di Picasso: tutto ciò che non riuscite a dire su voi stessi, Picasso l'ha detto. Tutto ciò che non riuscite a esprimere di voi stessi, Picasso l'ha espresso nei suoi quadri. Ma si tratta di un fenomeno soggettivo. Per lui è terapeutico, ma è pericoloso per chiunque altro.

L'arte antica non era soltanto arte; in profondità era misticismo. In profondità, scaturiva dalla meditazione. Secondo la terminologia di Gurdjieff, era arte oggettiva. Era costruita in modo tale che, se qualcuno avesse meditato su quell'arte, sarebbe caduto in quelle profondità in cui vive il divino.

Khajuraho o Konarak: se tu andassi là a meditare, conosceresti ciò che facevano i maestri di Tantra. Con le pietre creavano qualcosa che si può sentire nella gioia orgasmica suprema. Era la cosa più difficile da realizzare: esprimere l'estasi attraverso le pietre. E se la pietra poteva mostrare l'estasi, allora chiunque avrebbe potuto entra-re nell'estasi con facilità.

Ma coloro che visitano Khajuraho sono degli sciocchi. Perché, o guarda-no le sculture di Khajuraho come se fossero oscene, in questo caso perdo-no del tutto l'opportunità e vedono qualcosa che si trova nel loro inconscio; oppure sono troppo moralistici, in questo caso non meditano su nessuna statua e hanno fretta di uscire in qualche modo dal tempio e lanciano intorno solo brevi occhiate.

Le sculture di Khajuraho non sono solo da vedere, ma sono state fatte per meditare. Siediti in silenzio e medita per ore. Se decidi di andare a Khajuraho, dovresti viverci per almeno tre mesi, in modo da poter meditare su ogni possibile postura interiore della gioia orgasmica. Allora, piano piano, accadrà l'immedesimazione e, piano piano, ti sentirai in armonia; poi, improvvisamente, sarai trasportato in un altro mondo, nel mondo dei mistici che crearono quei templi. Questa è l'arte oggettiva.

La stessa cosa vale per il Taj Mahal. Se in una notte di luna piena ti siedi lì accanto in silenzio, senza preoccupar-ti della storia del Taj Mahal e di chi l'ha costruito e perché — sono tutte sciocchezze, fatti irrilevanti, per niente interessanti: Shah Jahan e la sua amata e il fatto che in memoria della sua amata egli abbia creato questo splendore... Non badare alle guide: dà loro la mancia prima che comincino a torturarti, e liberati da loro!

Di fatto, Shah Jahan non ha niente a che fare con il Taj Mahal. Certo, egli l'ha creato, l'ha creato come monumento funebre in memoria della mo¬glie, ma non ne è la sorgente essenziale. L'origine primaria del Taj Mahal sta nello stile di vita Sufi, nel sufismo. Fondamentalmente è stato creato da maestri sufi e Shah Jahan è stato solo lo strumento. I maestri su f i hanno creato un tesoro di valore immenso. Se in una notte di luna piena starai seduto in silenzio, il semplice guardare il Taj Mahal, un po' con gli occhi aperti e un po' con gli occhi chiusi, lentamente sentirai qualcosa che non hai mai sentito prima. I Sufi la chiamano zikr, il ricordo di dio.

La bellezza del Taj Mahal ti ricorderà quei regni dai quali provengono tutta la bellezza e tutte le benedizioni. Entrerai in sintonia con il modo usato dai Sufi per ricordare il divino: la bellezza è dio. 8

 

BRANI TRATTI DA Osho:

 

1 Come follow to you, Vol. 3, # 4

2 La Luce nell'Abisso, Ed NSC

3 Dal Sesso all'Eros Cosmico, Ed NSC

4 Sermons in Stones, # 5 IML

5 The New Dawn, # 17

6 The True Name, Vol 2, # 8

7 The Golden Future, # 26

8 Il libro della consapevolezza, Ed Del Cigno

9 Bagliori di un'Infanzia Dorata Ed Mediterranee

 (ritorna al sommario) 

 

 

 

Yoga e Tantra

 

PERCORSI DIVERSI, "SENTIERI" DI RICERCA SPIRITUALE CON NOMI AFFASCINANTI, COME YOGA, TANTRA... E COSÌ VIA. COSA SONO IN REALTÀ?

 

 

Tutti questi metodi che conducono l'uomo alla realizzazione sono, essenzialmente, consapevolezza. Le loro componenti non essenziali possono variare. Ho parlato di Yoga, Tantra... di tutti i metodi possibili che l'umanità ha tentato. Volevo rendervi coscienti di tutte le vie attraverso le quali l'uomo ha cercato di raggiungere la verità che libera, ma ciascun metodo essenzialmente è consapevolezza. È per questo che adesso metto l'accento solo sulla consapevolezza. Perciò, qualunque cosa tu faccia, qualunque metodo pratichi, non fa differenza. Sono nomi diversi, dati da persone diverse in epoche diverse, ma tutte queste persone praticava-no la consapevolezza. In essenza, solo la consapevolezza ti conduce alla meta suprema. Non ci sono tanti sentieri. Ci sono tanti nomi per un solo sentiero, e quel sentiero è consapevolezza. 1

 

TANTRA CONTEMPORANEO

 

Il Tantra è nato in India, e vi è fio-rito, toccando le vette più alte, ma è stato distrutto dalla tradizione, dall'ortodossia. Vennero trucidate milioni di persone — quelle che seguivano la via del Tantra. I loro templi vennero distrutti — ne sono rimasti pochissimi: Khajuraho, Konarak... rarità. Ce ne erano in tutto il paese...

Avevano sviluppato tecniche straordinarie.

C'era una setta tantrica... nulla di simile era mai accaduto prima, né accadde poi.

La coppia viveva dentro un'unica tunica — neppure due tuniche, ma una sola. Camminavano insieme dentro una tunica in modo tale che le loro energie si incontrassero e si fondessero continuamente, in ogni modo possibile.

Cantavano, danzavano, si sedeva-no e camminavano insieme. Centomila coppie vennero uccise da un unico re, e la loro tradizione venne distrutta completamente, i loro libri sacri vennero bruciati.

Questo è l'unico posto per chi vuole davvero intraprendere la via del Tantra. 2

 (Osho a colloquio con un ricercatore spirituale interessato a visitare i templi tantrici di Khajuraho)

L'India ha perso le tracce del Tantra. I puritani, i moralisti, hanno di-strutto completamente questo 'passaggio'. Non esiste più. Per questo mi sono così antagonisti, io sto cercando di ricostruirlo.

Khajuraho è il mio tempio. Ma qui è vivo! Qui il Tantra respira di nuovo. Non è più una scienza morta, né una materia di studio per gli storici, ma una psicologia vivente, una metafisica che respira. Mi piacerebbe che vedessi Khajuraho, ma prima entra in sintonia con il Tantra; dopo sarai in grado di vedere — altrimenti non ti servirà molto. Puoi esaminare le stesse figure in un libro, e molto più dettagliatamente.

Vai a Khajuraho quando avrai imparato cos'è il Tantra. E così che ci si dovrebbe avvicinare alle cose: andare solo quando si è pronti, preparati e ricettivi, quando si è in grado di vede-re le cose, perché si è imparata l'arte di vederle. Altrimenti cosa vedrai mai? Statue di nudi, e dopo due o tre ore avrai finito. Ti sembreranno tutte uguali — uomini e donne che si amano, che fanno l'amore in svariate posizioni. Al massimo penserai che si tratti un antico genere di pornografia, penserai che sia un `Playboy' su pietra. Non lo è. Non è pornografia, non ha nulla a che vedere con corpi nudi e posizioni sessuali. Il legame è con la meditazione interiore. Quelle posizioni, quelle statue di amanti, devono essere decodificate. Contengono un messaggio, ma lo puoi decodificare solo se ne hai imparato il linguaggio, e ora non ne conosci neppure l'alfabeto.

Khajuraho non dovrebbe essere una meta ordinaria per turisti; non lo è. È un posto molto pericoloso, è pieno di potenzialità. Ma se ci vuoi andare, vai pure. Secondo me, non sarebbe male se rimanessi qui per un altro campo di meditazione e facessi qualche gruppo, in particolare quello di Tantra. 3

 

UNO YOGA COMPLETO

 

Lo Yoga è il metodo per arrivare a una mente senza "sogni", è la scienza dell'essere qui e ora. Yoga significa che sei pronto a non sperare, a non saltare in avanti rispetto al tuo esse-re. Yoga significa incontrare la realtà così com'è.

Puoi fare delle asana, ma non sarà Yoga. Lo Yoga è una conversione all'interno, è una totale inversione di marcia. Quando non ti muovi verso il futuro, né verso il passato, ma cominci a muoverti verso te stesso – poiché il tuo essere è qui e ora, e non è nel futuro, sei presente qui e ora – allora puoi entrare in questa realtà.

Lo Yoga non è una religione, ricordalo. Lo Yoga è una scienza pura come la matematica, la fisica o la chimica. E matematica pura dell'essere interiore.

Lo Yoga è una scienza pura e, nel mondo dello Yoga, Patanjali è il nome più importante. È un uomo raro, senza pari; con lui, per la prima volta nella storia dell'umanità, la religiosità fu portata a livello di scienza: egli fece della religione una scienza di leggi allo stato puro, senza dogmi né credo.

Le cosiddette religioni hanno bisogno di dogmi. Le religioni non sono diverse tra di loro: l'unica differenza sta nei loro dogmi. Lo Yoga non ha niente a che fare con i dogmi: non ti dice di credere in qualcosa, ma di sperimentare. Così come la scienza si fonda sugli esperimenti, lo Yoga si fonda sull'esperienza. Esperimento ed esperienza sono la stessa cosa, solo le loro direzioni sono diverse. L'esperimento è qualcosa che puoi fare verso l'esterno, l'esperienza è qualcosa che puoi fare verso l'interno. In sostanza, l'esperienza è un esperi-mento interiore.

 

...lo Yoga è esistenziale, esperienziale, sperimentale. Non richiede alcun dogma, nessuna fede, ma solo il coraggio di sperimentare. Ma il coraggio è ciò che manca: si può avere fede con grande facilità, perché credere non ti trasforma. La fede è qualcosa di aggiunto a te dall'esterno, qualcosa che sta alla tua superficie, il tuo essere non viene trasformato, non subisce alcuna mutazione. Puoi essere Indù, ma il giorno dopo puoi diventare un cristiano. Si cambia con facilità: puoi cambiare la Gita con la Bibbia, puoi cambiarla con il Corano, ma l'uomo che teneva in mano la Gita e che ora invece tiene in mano la Bibbia o il Cora¬no, rimane lo stesso. Ha solo cambiato i suoi dogmi.

I dogmi sono come i vestiti. Tu rimani lo stesso, niente di sostanziale cambia mai.

Credere è facile perché da te non si pretende niente. E solo un vestito esterno, una decorazione, qualcosa che puoi mettere da parte quando vuoi. Lo Yoga non è un dogma. Ecco perché è difficile, arduo, e qualche volta sembra impossibile. E un approccio esistenziale. Arriverai alla verità non attraverso la fede, ma attraverso la tua esperienza e la tua personale realizzazione. Questo significa che dovrai cambiare completamente: devi creare qualcosa di nuovo che ti permetta di entrare in con-tatto con la realtà.

 

Lo Yoga non è una filosofia: non è una religione né una filosofia. Non è qualcosa su cui si possa ragionare. E ciò che tu dovrai essere: non serve pensarci su. Il pensiero è nella tua testa, non ha radici reali nelle profondità del tuo essere, non è la tua totalità. E solamente una parte, una parte funziona-le che può essere educata. La testa non è qualcosa di essenziale.

Lo Yoga ha a che fare con la totalità del tuo essere, con le tue radici. Non è filosofico, per cui Patanjali non ne farà un ragionamento o una speculazione. Con Patanjali cercheremo di apprendere le leggi supreme dell'essere: le leggi della sua trasformazione, come morire e come rinascere, le leggi di un nuovo stato dell'essere. Per questo io definisco lo Yoga una scienza.

Un uomo come Patanjali è raro. Patanjali è come un Einstein nel mondo dei buddha. E una rarità. Avrebbe potuto facilmente essere un Premio Nobel... ha un tipo di approccio comune alle menti scientifiche più rigorose. Non è un poeta, Krishna è un poeta. Non è un moralista, Mahavira è un moralista. Fondamentalmente Patanjali è uno scienziato che pensa in termini di leggi. E arrivato a dedurre le leggi supreme che reggono l'essere umano e l'intima struttura che regge la mente umana e la realtà.

Se segui Patanjali, scoprirai che è esatto come una formula matematica. Fai semplicemente quello che dice, e il risultato seguirà. Il risultato dovrà seguire inevitabilmente, è come la formula: due più due uguale a quattro. È come riscaldare l'acqua fino a cento gradi e vederla evaporare. Non occorre crederci: semplicemente lo fai e con-stati che è così. Lo Yoga è qualcosa che dev'essere fatto e conosciuto. 4

 

La meditazione è il dio dello Yoga. Lo Yoga però è caduto in mani sbagliate, e non solo di recente. E stato nelle mani sbagliate per secoli. La responsabilità originaria va al fondatore stesso, Patanjali. Patanjali ha divi-so lo Yoga in otto parti. La sua divisione era molto chiara, molto scienti-fica, ma non teneva conto della stupidità umana. Ha iniziato dal corpo, e quello è il modo giusto di iniziare. La prima parte dello Yoga deve essere fisica, perché l'uomo vive alla circonferenza, nel corpo, quindi il lavoro deve iniziare da lì; solo in seguito può arrivare fino alla mente. E quando uno è andato oltre il corpo e oltre la mente, allora accade la terza parte, la meditazione. Quindi, secondo Patanjali, la prima parte riguarda il corpo. Patanjali però non aveva compreso che milioni di persone sarebbero rimaste intrappolate nella prima parte. E per questo motivo che lo Yoga è diventato sinonimo di posizioni corporee: mettersi a testa in giù e fare contorsioni di ogni genere è ciò che si intende per Yoga. Ma questo non è vero Yoga, è solo il prologo, la parte introduttiva; e se pensi che l'introduzione sia tutto il libro... 5

 

 

 

Alle radici del Tantra

LA STORIA DI COME RAHUL DIVENNE SARAHA, IL PIÙ CONOSCIUTO MAESTRO TANTRICO.

 

 

Quando Rahul si recò dal suo maestro, Sri Kirti, la prima cosa che questi gli disse fu: "Dimentica i tuoi Veda e tutte le altre idiozie che conosci". Era difficile, ma lui era disposto a mettere in gioco tutto: qualcosa nella presenza di Sri Kirti lo aveva attratto; per cui lasciò perdere tutto ciò che sapeva e tornò a essere ignorante e incolto... Passarono gli anni, e un po' alla volta riuscì a cancellare tutto ciò che aveva appreso. Divenne un grande meditatore; e così come un tempo era diventato famoso come studioso, ora si stava diffondendo la sua fama di grande meditatore.

Un giorno, mentre era in meditazione, ebbe una visione: una donna che viveva nel quartiere del mercato sarebbe stata il suo vero maestro. ...solo il Tantra non è mai stato vittima dello sciovinismo maschile. Anzi, per entrare nel mondo del Tantra, avrai bisogno della collaborazione di una donna saggia; senza, non potrai penetrare la complessità di questo mondo. Per prima cosa, una donna, poi la piazza del mercato: il Tantra prospera là dove la vita è più intensa. Non è un'attitudine alla negazione, è un fenomeno ispirato a una totale positività.

Saraha si recò al mercato e trovò davvero la donna che aveva intravisto nella sua visione. Stava costruendo una freccia: era una forgiatrice di frecce. La terza cosa da ricordare a proposito del Tantra: più una persona è colta, più è civilizzata, minore è la possibilità che viva una trasformazione tantrica. Infatti, più sei civilizzato, più diventi plastificato, artificiale, perdi il contatto con le tue radici terrene. Il Tantra invece afferma che per trovare la realtà di un individuo, devi andare alle sue radici... Una forgiatrice di frecce appartiene a una delle caste più basse: è simbolico che Saraha, un bramino istruito e famoso, vissuto alla corte del re, si rechi da lei. Chi è istruito deve recarsi da chi ha vitalità, l'artificiale deve tornare al reale. Dunque, vide questa donna, ancora giovane e carica di vitalità, radiosa di vita, che stava modellando una freccia, senza mai voltarsi né a destra né a sinistra: era totalmente assorta nel suo lavoro. Saraha avvertì subito qualcosa di straordinario nella sua presenza, qualcosa che non aveva mai visto prima... la freccia appena finita, la donna che chiudeva un occhio e apri-va l'altro, assumendo la posizione di un arciere che mira a un bersaglio invisibile... Saraha cominciò a cogliere un messaggio segreto: sentì che quel gesto era simbolico. Poteva percepire una presenza, ma non riusciva a capire di cosa si trattasse. Allora chiese alla donna se fosse una forgiatrice di frecce di professione; lei scoppiò a ridere fragorosamente, e disse: "Stupido bramino, hai abbandonato i Veda, ma ora adori i detti del Buddha... a che cosa ti è servito? Hai cambiato i tuoi libri, la tua filosofia, ma sei rima-sto stupido!" Saraha era sconvolto. Nessuno gli aveva mai parlato in quel modo, solo una donna ignorante poteva farlo. E il modo in cui rideva era così incivile e primitivo... eppure c'era in lei qualcosa di estremamente vivo. Si sentì attratto: era un'incredibile forza magnetica. E la donna continuò: "Credi di essere un buddista?" Probabilmente lui indossava la tunica gialla dei monaci buddisti. Di nuovo, lei rise e disse: "Il significato del Buddha può essere conosciuto solo tramite l'azione, non attraverso le parole e i libri. Non ne hai abbastanza? Non ti sei ancora stancato? Non sprecare altro tempo in futili ricerche. Vieni e seguimi!".

E all'improvviso accadde qualcosa... In vita sua Saraha non aveva mai provato nulla di simile. In quel momento gli apparve chiarissimo il significato spirituale di ciò che la donna stava facendo: non l'aveva mai vista guardare né a destra né a sinistra, ma sempre e solo nel mezzo. Per la prima volta capì cosa volesse dire il Buddha, indicando la via di mezzo: evitare gli eccessi. Prima Saraha era stato un filosofo e ora era diventato un anti-filosofo, era andato da un estremo all'altro. Prima adorava una cosa, ora adorava l'esatto opposto... aveva letto, ci aveva pensato, l'aveva contemplato; aveva discusso con molte persone, sostenendo che essere nel mezzo è l'unica cosa giusta. Ora, per la prima volta, aveva osservato questo principio in azione: la donna non guardava né a destra né a sinistra... guardava esattamente nel mezzo. Ed era così assorta nella sua azione — era totalmente immersa nella sua azione, era totale nella sua azione — anche questo è un messaggio buddista: essere totali nell'azione significa essere liberi dall'azione... La donna era totalmente assorta. Ecco perché appari-va così luminosa, così bella. Era una donna assolutamente comune, eppure la sua bellezza non era di questa terra: le veniva dalla sua totale intensità di presenza.

 

Totalmente assorbito, affascinato da ogni suo gesto, Saraha comprese: questa è meditazione! Non sedersi alle ore indicate e ripetere un mantra, non andare in chiesa, al tempio o alla moschea, ma partecipare alla vita; fare cose banalissime, ma con intensità tale che la profondità scaturisce dall'azione stessa. Per la prima volta comprese cos'è la meditazione... Aveva realizzato tutto questo osservando ogni azione della donna e riconoscendone la verità; e lei lo chiamò 'Saraha'. Il suo nome era Rahul; quella donna lo chiamò Saraha: è una parola bellissima. Significa 'colui che ha scoccato la freccia'. Quando lui riconobbe il significato delle azioni della donna, quei gesti simbolici, quando riuscì a leggere e decodificare quello che la donna cercava di mostrargli, di dargli, lei ne fu immensamente felice. Si mise a danzare e Io chiamò 'Saraha', dicendogli: "Da oggi sarai chiamato Saraha: tu hai scoccato la freccia. Comprendendo il significato delle mie azioni, sei penetrato [nella realtà]". 6

 

BRANI DI OSHO TRATTI DA:

 

1 The Osho Upanishad #13

2 Halleluja (Diario di Darshan) # 29

3 Only Losers Can Win (Diario di Darshan) #1

4 Yoga: la Scienza dell'Anima, Oscar Mondadori (in uscita)

5 Brano inedito

6 La Visione Tantrica, Ed NSC

  (ritorna al sommario)

 

 

 

 

 

...fino ai nostri giorni

 

E sicuramente il fertile terreno di consapevolezza dell’India continua a dare ancora frutti nella ‘ricerca del sé’. Ecco solo alcuni esempi dei nostri tempi: sia figure di risonanza mondiale, che persone conosciute solo da pochi ricercatori spirituali. Nella società indiana, però, l’attenzione si sta sempre più spostando verso uno sviluppo materiale – peraltro necessario vista la situazione di arretratezza economica – col rischio, che Osho ben puntualizza, di perdere totalmente di vista altri valori… sprecando così un’eredità millenaria.

 

 

J. Krishnamurti

(1895 - 1986) Scelto in tenera età, ‘adottato’ e addestrato dai massimi esponenti della Società Teosofica per essere il Maestro per eccellenza a capo della Stella d’Oriente, si rifiuta e abdica nel ‘25, alla vigilia dell’investitura, iniziando una vita di insegnamento autonomo: conferenze e seminari che lo portano a essere conosciuto, apprezzato e seguito a livello mondiale. Sono stati pubblicati un’ottantina di libri tratti dai suoi discorsi.

 

 

Ho amato Krishnamurti da quando l’ho conosciuto, e lui è stato molto amorevole nei miei confronti. Ma non ci siamo mai incontrati; è una relazione, una connessione, che va oltre le parole. Non ci siamo mai visti, ma forse siamo state le due persone più vicine l’una all’altra in tutto il mondo. C’è una grande comunione tra noi, che non ha bisogno di parole, che non ha bisogno di una presenza fisica.

È la più profonda connessione possibile – una connessione che non ha bisogno di un contatto fisico, né di comunicazione verbale. E non solo questo: ogni tanto lo criticavo, e lui criticava me… e ci divertivamo alle critiche l’uno dell’altro. Ora che è morto, mi mancherà, perché non potrò più criticarlo: sarebbe poco corretto. Era una gioia tale criticarlo. Era l’uomo più intelligente di questo secolo, ma non è stato capito dalla gente. È morto, ma sembra che il mondo continui per la sua strada, senza neanche guardare indietro per un solo momento e accorgersi che l’uomo più intelligente non c’è più. Sarà difficile trovare di nuovo, nei secoli, una tale acutezza e una tale intelligenza. Ma le gente dorme, cammina nel sonno, praticamente non se n’è accorta. Nei giornali si parla della sua morte solo in qualche angolino, che nessuno legge. E sembra che un uomo di novant’anni che ha continuato a parlare per almeno settant’anni, girando il mondo, cercando di aiutare la gente a decondizionarsi, cercando di aiutare la gente a essere libera... Nessuno sembra voler nemmeno rendere un tributo all’uomo che, in tutta la storia, ha lavorato più strenuamente per la libertà umana, per la dignità dell’uomo. Non sono dispiaciuto per la sua morte. La sua è una morte meravigliosa: ha ottenuto tutto ciò che la vita è capace di dare.

Ma di sicuro sono dispiaciuto per il mondo intero. Continua a perdersi i suoi più alti voli di consapevolezza, le vette più alte, le stelle più brillanti. È troppo occupato con cose di nessuna importanza. 1

 

 

Ramana Maharshi

(1879 - 1950) Fin da giovane si ritirò a meditare vicino ad Arunachala, una montagna sacra nel sud dell’India, dove l’ashram costruito dai suoi discepoli è ancora oggi meta di visitatori da tutto il mondo.

 

Uno dei più grandi mistici dell’India moderna, Ramana Maharshi, era un uomo semplice, non uno studioso. A diciassette anni se ne andò da casa – e senza aver ricevuto una grande istruzione. Aveva un solo messaggio per tutti. Era un messaggio semplice. A chiunque andasse da lui – e la gente arrivava da ogni parte del mondo – tutto ciò che diceva era: “Siediti in un angolo, da qualsiasi parte… “. Viveva su una collina, Arunachala… c’erano molte grotte. “Va a sederti in una grotta e medita semplicemente su ‘Chi sono io?’ Tutto il resto sono solo spiegazioni o uno sforzo per tradurre queste esperienze in linguaggio. Questa domanda ‘Chi sono io?’ è la sola cosa reale”.

Ho incontrato molte persone, ma non Ramana Maharshi: quando lui morì ero ancora troppo giovane. 2

Ramana Maharshi era una pozza di silenziosa energia. Ogni mattina aveva l’abitudine di sedere per un satsang silenzioso – una comunione. Non ha mai parlato molto, a meno che qualcuno gli chiedesse qualcosa. E anche in quel caso le sue risposte erano molto brevi – di immenso valore, ma dovevi cercarlo: non contenevano alcuna spiegazione. La sua letteratura è limitata a due o tre libretti. 3

Un uomo fece una domanda su dio a Ramana Maharshi – in modo molto serio, prostrandosi ai suoi piedi. E cosa fece Ramana? Lo sapete? Gli diede un libro di barzellette, dicendogli di leggerselo. Questo sembra una mancanza di rispetto nei confronti di quell’uomo che aveva posto una domanda così seria – dargli un libro di barzellette! In un certo senso è come dargli un calcio nel sedere.

Quello che vuole dirgli è: “Di che sciocchezze stai parlando? Dio? Non è una cosa di cui si possa parlare – meglio leggersi un libro di barzellette e farsi una bella risata. Se riesci a ridere, allora forse riuscirai a conoscere dio… non da ciò che ti direi io. Ma se tu riesci a farti una bella risata, una risata di pancia, in quel momento i pensieri si fermano”.

E così, in quel momento ha dato un grande insegnamento senza proferire una sola parola. 4

 

 

Meher Baba

(1894-1969) Nato a Pune da una famiglia Parsi. Ha viaggiato in USA e in Australia. Noto anche per aver avuto fra i suoi discepoli P. Townshend, il solista degli Who.

 

 

Meher Baba è stato in silenzio per trent’anni. Nessuno è stato così a lungo in silenzio. Mahavira è stato in silenzio solo per dodici anni.

Questo era un record; ma Meher Baba ha battuto tutti i record: trent’anni di silenzio! Meher Baba aveva l’abitudine di fare dei gesti con le mani, come faccio anch’io quando parlo, perché ci sono alcune cose che possono essere dette solamente attraverso i gesti. Lui smise di parlare, ma non poteva smettere di gesticolare. È una fortuna che non abbia smesso anche di fare gesti. I suoi discepoli più vicini, che vivevano con lui, cominciarono a prendere appunti basandosi su questi suoi gesti…

Meher Baba visse in silenzio e morì in silenzio. Non parlò mai, ma il suo silenzio stesso era la sua affermazione, la sua espressione, il suo canto. 5

Qualche volta le persone possono fare esperienza del divino e ‘sentirlo’ in modo del tutto accidentale. Ma allora impazziscono, perché non hanno una preparazione che permetta loro di accogliere un’esperienza così grande. Non sono pronti: sono così piccoli, e un oceano così grande si riversa dentro di loro. È successo. I Sufi chiamano queste persone mast - i folli di dio.

Il loro intero meccanismo non è ancora pronto, ma una parte comincia a funzionare e così si ritrovano nella confusione. Ti accorgerai che sono impazziti, perché cominceranno a dire cose che sembrano senza significato. E anche loro si accorgono di questo, ma non ci possono fare nulla. È accaduto qualcosa dentro di loro: non possono fermarlo. Sentono una gioia particolare. Questo è il motivo per cui sono chiamati mast, i felici. Ma non sono come il Buddha, non sono illuminati. E si dice che per i mast, per questi ‘felici’ che sono impazziti, è necessario un maestro davvero grande perché in quella situazione non possono far nulla per se stessi.

In passato c’erano grandi maestri sufi che si spostavano in tutto il mondo.

Quando sentivano che da qualche parte c’era un mast, un folle, loro andavano lì e aiutavano quell’uomo a ritrovare la sua armonia.

In questo secolo solo Meher Baba ha fatto questo lavoro – un grande lavoro, molto particolare, un lavoro raro. Per molti anni ha viaggiato continuamente in ogni parte dell’India, e i luoghi che visitava erano i manicomi, perché molti mast vivevano là dentro.

Meher Baba viaggiava e viveva nei manicomi, aiutava, si occupava dei mast – i matti – li aiutava. E molti di loro uscivano dalla follia e iniziavano il viaggio verso l’illuminazione. 6

 

 

 

Un grosso rischio

 

 

Gli occidentali vengono in Oriente in cerca della meditazione, in cerca della pace, della possibilità di realizzare l’anima, e il divino è diventato il punto focale della loro ricerca esistenziale. E gli orientali… pensano che i soldi siano la cosa più importante… è tempo di crisi.

E qual è la vera crisi? È il rischio che il tesoro profondo ed essenziale che appartiene all’Oriente possa andare perduto. La crisi è questa - l’Oriente sta perdendo quello che ha raccolto in tanti secoli e l’Occidente è ansioso di trovare quello di cui è venuto a conoscenza solo negli ultimi secoli… è il rischio che quello che l’Oriente già possiede vada perduto e l’Occidente debba ricominciare dall’ABC. Questa è una crisi molto grave, perché ci vogliono milioni di anni prima che una religione raggiunga la maturità.

La religione non è un seme qualunque: centinaia di buddha nascono e se ne vanno prima che il seme della religione germogli  non è il lavoro di una giornata. Ci vogliono migliaia di anni prima che il seme della religione vada abbastanza in profondità e germogli. E l’esperimento condotto in India è stato tale che non solo è germogliato, è pure fiorito.

Se l’Occidente dovesse iniziare il viaggio della religione, dovrebbe cominciare dal punto da cui noi siamo partiti cinquemila anni fa, al tempo dei Veda. E per raggiungere il punto a cui siamo giunti noi ci vorranno altri cinquemila anni, per l’Occidente. Nel frattempo la sopravvivenza dell’uomo sarà diventata impossibile.

Ecco perché dico che l’India ha una grande responsabilità. Quello che abbiamo scoperto – gli indizi, le leggi, i metodi per penetrare nella consapevolezza umana che abbiamo sviluppato – dobbiamo passarlo nelle mani di qualcun altro. Questo è il minimo che dobbiamo fare. La questione non è se la religiosità debba sopravvivere in India oppure in Occidente – no, non è questo il punto. Il problema è se sopravviverà. Su quale suolo verrà eretto il tempio, non ha importanza – tutti i suoli sono uguali… ma voi state distruggendo il tempio.

Qui avete un tempio che non è ancora crollato. Prima che crolli il tempio della religione, o ve ne fate carico voi, oppure se ne fa carico l’Occidente, ma non si deve lasciarlo crollare e diventare un pezzo da museo. Grazie a esso per l’uomo si aprirà una porta alla possibilità di sopravvivere.

Oggi l’India è un paese molto insoddisfatto, carico di dolore, eppure gli occidentali vengono qui e sperimentano la pace stando in mezzo a voi. Vi stupirete nel sentire che questi viaggiatori, quando tornano ai loro paesi, scrivono libri e articoli che dicono: ‘Se volete vedere un uomo in pace, dovete cercarlo in India’.

Molto strano! Uno si chiede che tipo di pace possano vedere in voi… Ma in mezzo a voi sono passati così tanti buddha, che la loro ombra vi è rimasta addosso. Voi stessi non ne siete consapevoli. L’ombra dei buddha è penetrata nelle vostre ossa, nella vostra carne, nel vostro sangue, senza che voi lo sappiate, senza nessuno sforzo da parte vostra – anzi, nonostante le vostre proteste. È come un uomo che, senza volerlo, attraversa un giardino e i suoi abiti si impregnano del profumo dei fiori di cui lui potrebbe anche non essere per niente consapevole. Potrebbe anche non essere in grado di sentire quel profumo…

Comunque, senza che voi lo sappiate e nonostante la vostra opposizione, il profumo dei buddha vi ha pervasi. È nella vostra carne e nelle vostre ossa ed è per questo che chi viene dall’Occidente vede in voi la pace. Voi stessi non la vedete. Loro ne sono alla ricerca, loro si sono messi in cerca del buddha e in voi ne vedono un pallido raggio.

L’Oriente ha un tempio già eretto che raccoglie gli sforzi di migliaia di buddha. L’Occidente non ha un tale tempio. Ma mentre l’Occidente ne va alla ricerca, voi siete in coma. Allora, o passate all’Occidente questo tempio ancora vivo... Ricordate che il tempio appartiene a chi è pronto a pregare: su un tempio non ci sono diritti ereditari. L’eredità di Buddha, Krishna, Mahavira, Rama deve essere salvata. Se andasse perduta ci vorrebbero ancora cinquemila anni di duro lavoro. Il mio impegno è esattamente questo: salvarla. 7

 

TESTI DI OSHO TRATTI DA:

1 Socrates Poisoned Again Alter 25 Centuries

2 Rajneesh Bible, vol III

3 Beyond Psychology

4 Take It Easy, Vol. I

5 Libri che ho amato, NSC editore

6 Yoga: The Science of the Soul

7 Nowhere to Go But In # 16

 

 

 

Ma io, chi sono veramente?

 

 

In India, come abbiamo visto, l'intera atmosfera culturale ha da sempre radici ben profonde nella ricerca interiore. Chi sono io, veramente? Questa la domanda che si sono posti nei secoli migliaia di ricercatori spirituali, non accontentandosi di risposte già pronte mutuate da condizionamenti sociali (sono italiano... sono un cattolico...), di definizioni dettate da situazioni contingenti e transitorie (sono uno studente, un impiegato, un medico... sono il figlio di... sono il padre di...) bensì andando sempre più alla radice del proprio essere, alla ricerca di qualcosa di veramente determinante, di duraturo, di sempre valido... di eterno e immutabile, come afferma chi è arrivato a conoscere se stesso e con questo — ci assicura — ad avere un'esperienza dell'intera realtà. Porsi la stessa domanda sta diventando sempre più necessario, in questi tempi di incertezze — di insicurezza del futuro — quando, da un Iato, la ripetitività della vita di ogni giorno in un certo senso ci narcotizza in una 'eterna' — e spesso stressante — routine, e dall'altra, la nostra situazione (di lavoro, familiare, affettiva...) può cambiare velocemente e radicalmente, in seguito ad avvenimenti assolutamente al di fuori del nostro controllo. È tempo quindi di partire per questo viaggio alla ricerca di se stessi... Un percorso, come spiega Osho, molto meno complicato di quanto si possa pensare, una volta che si chiariscono le ragioni di questa nostra 'ignoranza' di noi stessi e si usano strumenti e tecniche appropriate. E perché non iniziare il viaggio proprio nel posto dove questi strumenti sono stati scoperti e messi a punto, nel luogo dove la ricerca interiore vanta migliaia d'anni d'esperienza e si 'respira' nell'aria... l'India appunto.

 

 

 

Conoscere te stesso dovrebbe essere la cosa più facile al mondo ed è diventata difficile, la più difficile. E diventato quasi impossibile conoscere se stessi. Come mai?

Hai la capacità di conoscere. Tu sei lì, la capacità di conoscere c'è... e allora cos'è che non funziona? Perché questa capacità di conoscere non può indirizzarsi verso l'interno?

C'è solo una cosa che non funziona e a meno di non sistemarla rimarrai ignaro dite stesso. Quello che non funziona è che in te è stata creata una spaccatura. Hai perso la tua integrità. La società ti ha trasformato in una 'casa senza armonia', in un avversario di te stesso. La strategia è semplice, e una volta compresa può essere annullata. La strategia è che la società ti ha dato degli ideali su come dovresti essere. E ti ha costretto a rispettare quegli ideali così profondamente che sei sempre interessato all'ideale di 'come dovrei essere' e ti sei dimenticato chi sei. Ossessionato da questo ideale — futuro — hai dimenticato la realtà del presente. I tuoi occhi sono focalizzati su un distante futuro... ecco perché non possono guardare all'interno. Stai costantemente pensando a cosa fare, a come farlo... a come dovresti essere. Il tuo linguaggio è quello dei 'dovrebbe' e la realtà consiste solo in 'è'. La realtà non conosce alcun 'dovrebbe' — nessun dovere: una rosa è una rosa, non c'è il problema che sia qualcos'altro. E il loto è un loto. La rosa non prova mai a trasformarsi in un loto, né il loto tenta di diventare una rosa. E così non sono nevrotici, non hanno bisogno dello psichiatra, non hanno bisogno di alcuna psicanalisi. La rosa è sana perché la rosa vive semplicemente la sua realtà.

E lo stesso succede con l'esistenza intera, tranne che per l'uomo. Solo l'uomo ha ideali e 'doveri'. 'Dovresti essere in questo modo e in quell'altro' — e così diventi diviso, contro il tuo proprio essere. 'Dover essere' ed 'essere' sono nemici. Non puoi essere niente altro di ciò che sei. Lascia che questo arrivi nel profondo del tuo cuore: puoi essere soltanto quello che sei, mai qualche cosa d'altro. Appena questa verità arriva nel profondo — che 'posso solo essere me stesso' — ogni ideale sparisce. Te ne liberi automaticamente.

E quando non c'è alcun ideale, hai di fronte la realtà. Allora i tuoi occhi sono qui e ora, allora sei presente a ciò che sei. La divisione, la frattura è sparita. Sei uno, intero. 1

  (ritorna al sommario)

 

 

 

Qui e ora

 

 

Il resort offre tante diverse opportunità. Visitatori provenienti da oltre un centinaio di paesi si muovono rilassati in questa oasi tropicale, tra pavoni e cascate. Le occasioni di nuovi e interessanti incontri sono tantissime.

Trovare una sistemazione non è difficile. Oltre alla Guesthouse, all’interno del resort, nelle vicinanze si trovano molti alberghi e appartamenti, con prezzi per tutte le tasche.

 

La procedura per accedere al resort è molto semplice e include anche un AIDS test.

Subito dopo, viene proposto un Participation Day, una giornata di introduzione in cui vengono presentate le meditazioni di Osho, si visita l’intero campus, e si ha l’opportunità di scoprire le diverse possibilità di partecipazione. Si incontrano tante persone appena arrivate, e altre che sono qui da un po’ più a lungo.

 

Dopo aver partecipato alle meditazioni per qualche giorno, è possibile partecipare al programma di un giorno chiamato Being Here, un processo che ci stimola a essere consapevoli di quanto poco utilizziamo i nostri sensi, e di quanto siamo identificati con il corpo, i pensieri e le emozioni. Imparare a essere più consapevoli diventa più facile, una volta riconosciuti questi meccanismi.

 

Una visita all’Osho Meditation Resort di Pune può essere la prima tappa di questa grande avventura: il viaggio alla scoperta di te stesso.

 

Ognuno percorre il proprio cammino da solo, ma è anche utile e divertente condividere la vita con gli altri nelle attività quotidiane: una nuova meditazione, una serata danzante, un cappuccino al caffè della plaza, una serata di teatro o anche un bel film al cine.

 

 

L’arte di osservare

 

Il resort si fonda sull’assunto che la meditazione è una scienza interiore basata sull’esperienza e l’osservazione. Attraverso l’osservazione possiamo diventare consapevoli di quello che ci impedisce di gioire semplicemente nell’accettazione di noi stessi. L’espressione di tutti i pensieri e le emozioni nascosti che tratteniamo nell’inconscio è il primo passo di questo processo scientifico. Per questo ogni giorno è possibile partecipare alla Meditazione Dinamica, una tecnica radicale che fa da sostegno alla catarsi consapevole. Questa catarsi è simile all’atto di togliere il coperchio da una pentola che bolle… lasci semplicemente uscire il vapore dalla mente che fuma e lo osservi dissolversi nell’aria. E scopri che non è necessario riempire la mente di sensazioni penose o disturbanti. Piuttosto, le puoi buttar fuori senza pericolo durante la meditazione.

L’arte di osservare può cambiarti la vita. Non avrai più bisogno di rovinarti la giornata ogni volta che qualcuno va a ‘toccare’ le tue emozioni. Invece di reagire con rabbia, puoi buttarla fuori nella meditazione, e godere della libertà di rispondere come vuoi, e quando lo vuoi, alle sollecitazioni esteriori. La schiavitù emotiva diventa una cosa del passato.

A livello pratico, il lavoro su noi stessi ci permette di vedere come i condizionamenti sociali possono interferire con il nostro potenziale naturale e ci aiuta a scoprire la nostra unicità.

 

 

Multiversity

 

L’Osho Multiversity offre un ricco programma di gruppi e sessioni individuali a sostegno di tale processo. Il programma lo affronta da quattro angolature diverse: i sensi, il corpo, la mente pensante, le emozioni.

Nel corso della vita i nostri corpi tendono a diventare rigidi e a perdere sensibilità, e le nostre menti sono spesso poco flessibili e meccaniche. Le emozioni represse rimangono nell’inconscio, e  dominano spesso la nostra esistenza impedendoci a volte di diventare consapevoli del mondo fuori e dentro di noi.

 

Lottare con la mente e le sue abitudini, o lottare con i problemi non è un approccio intelligente. Invece di esaurirsi nello sforzo di tenere l’oscurità fuori dalla finestra, basta accendere la luce. Lo sviluppo della consapevolezza interiore fa svanire ciò che non è naturale e fiorire ciò che è naturale. La Multiversity offre un nutrito programma di corsi, training e sessioni individuali che utilizzano le comprensioni prima accennate come opportunità per aumentare la consapevolezza nella vita di tutti i giorni. La funzione primaria di ogni programma consiste nel dare supporto al processo della meditazione nell’Osho Auditorium, dove possiamo liberarci del bagaglio mentale in eccesso che ci portiamo dietro. Nella Multiversity iniziamo a vedere ed esplorare l’accettazione di noi stessi, come siamo. Iniziamo anche a vedere che i cosiddetti problemi si dissolvono con la consapevolezza.

Infine, nell’Osho Auditorium possiamo affinare lo strumento dell’osservazione interiore, della consapevolezza, attraverso vari metodi.

 

 

Meditazione

 

Non c’è niente di meglio di una giornata di meditazione intensiva, che comincia alle sei del mattino e si protrae fino a sera inoltrata. Lasciando affiorare alla consapevolezza sentimenti ed emozioni, ed esprimendoli in maniera consapevole, impariamo l’arte di osservare i nostri modi di agire abituali. Soprattutto, questa è un’opportunità per vedere chi siamo realmente ed anche chi non siamo!

Ogni sera nell’Osho Auditorium si tiene l’evento più rivoluzionario del resort. Danza scatenata seguita da quindici minuti di quiete, seduti in silenzio con intervalli di musica indiana. Il video di Osho che segue è un supporto all’arte dell’ascolto. Mentre all’inizio la nostra attenzione va alle parole, presto scopriamo che gli intervalli di silenzio tra le parole ci permettono di avere un’esperienza di ‘silenzio senza sforzo’, l’essenza della meditazione.

I nostri pensieri e sentimenti ci controllano perché siamo identificati. Pensiamo di essere i nostri pensieri, le nostre emozioni. Ma man mano che impariamo a osservare questi pensieri ed emozioni, creiamo una distanza tra noi e loro, e la presa che hanno su di noi diminuisce. Se io sono i miei pensieri, chi è colui che osserva i pensieri? A poco a poco, la distanza tra la mente e l’osservatore si fa più grande.

Presto scopriamo che più ci ricordiamo di osservare, più forte diventa l’osservatore, e più debole l’identificazione con l’oggetto osservato. Più forte è l’osservatore, più diventiamo consapevoli. Più diventiamo consapevoli, più ci distacchiamo da pensieri ed emozioni passati, e più liberi siamo di seguire le nostre inclinazioni naturali.

 

 

Lavoro  come meditazione

 

Le varie combinazioni del programma del resort potrebbero condurci a vedere le cose in modo nuovo. Quindi, prima di ritornare alla nostra vita e al nostro lavoro, il programma ‘Lavoro come meditazione’ rappresenta un’opportunità per verificare questi cambiamenti in un ambiente di lavoro. Qui puoi utilizzare tutto quello che hai imparato dai programmi della Multiversity o dell’Osho Auditorium e scoprire l’applicazione pratica delle tue nuove comprensioni nella vita quotidiana.

Alla maggior parte di noi è stato insegnato che per avere successo bisogna lottare, darsi da fare, porsi degli obiettivi, concentrarsi ed essere determinati. E ci troviamo costantemente in conflitto: più lottiamo, più ci concentriamo, più tesi diventiamo. E più siamo tesi, più povere sono le nostre prestazioni.

 

Per contrasto, l’approccio di Osho è che per essere al meglio e dare il meglio in ogni momento, dobbiamo essere consapevoli, e per essere consapevoli dobbiamo essere rilassati.

All’inizio vivere queste comprensioni può essere difficile. Spesso siamo circondati dal passato, da persone che ci vogliono sempre uguali. In questo programma sei a contatto con persone che non sanno nulla del tuo passato e di come eri. Si tratta quindi dell’opportunità perfetta per sperimentare un nuovo stile di vita: consapevolezza rilassata. Quando tornerai alla tua vita normale, sai già che esiste un’altra strada, avendola provata.

 

 

E quando parti?

 

Mentre sei al resort la tua attenzione sarà rivolta principalmente a te stesso. Per una volta nella vita, ti sei fatto il regalo più grande che ci sia: tempo per te stesso. Presto te ne andrai. A casa potrai continuare con le meditazioni. Le musiche delle meditazioni sono disponibili su cassette o Cd, e per continuare a esplorare l’arte dell’ascolto c’è un intero archivio audio e video di discorsi di Osho a tua disposizione. Mentre vai al lavoro, sul bus o sul treno, puoi ascoltare un nastro e magari scoprire che questo è il momento più prezioso della tua giornata.

L’idea è imparare abbastanza durante la tua permanenza qui da poter ritornare alla tua vita regolare con comprensioni ed esperienze sufficienti a trasformare ogni situazione in un’opportunità per osservare le tue vecchie abitudini, e scoprire il tuo sé autentico.

Essere un osservatore è davvero uno stile di vita, un approccio che può essere applicato a ogni singolo momento della vita. Mentre lavori in ufficio o passeggi nel parco con un amico, avrai scoperto gli strumenti che ti permettono la libertà di scegliere come vivere in maniera intenzionale, invece che accidentale. Così puoi rimanere rilassato anche in un ritmo di vita frenetico, mantenere il tuo senso dell’umorismo nelle situazioni più snervanti, e relegare lo stress a un ricordo del passato.

 

E quando ti è possibile, tornare e regalarti di nuovo il lusso di dedicare un po’ del tuo tempo solo a te stesso. 3

 

 

 

Condizionamenti

   Condizionamenti

condizionamenti

 

 

Il condizionamento è qualcosa che ti viene imposto dall’esterno contro la tua volontà, contro la tua coscienza. Significa distruggerti, manipolarti. È creare una falsa personalità in modo che la tua essenza di essere umano si perda.

La società ha molta paura della tua realtà. La chiesa ne ha paura, lo stato ne ha paura, tutti hanno paura della tua persona essenziale, del tuo essere fondamentale, perché fondamentalmente l’essere è intelligente, è un ribelle. Non può essere reso schiavo facilmente. Non può essere sfruttato. Nessuno può utilizzare il tuo essere essenziale come un mezzo: è in se stesso uno scopo.

Quindi la società intera prova in ogni modo a disconnetterti dal tuo nucleo essenziale: crea una personalità falsa – di plastica – intorno a te e ti costringe a identificarti con quella: è ciò che chiama educazione. Non è educazione, è dis-educazione. È distruttiva… è violenza. Tutta questa società, finora, è stata molto violenta con l’individuo. Non crede nell’individuo, è contro l’individuo. La società è interessata a farti diventare più produttivo, più efficiente e meno creativo. Ti vuol far funzionare come una macchina, efficientemente, ma non vuole che tu ti ‘risvegli’.

Tutta questa schiavitù dell’uomo dipende dal condizionamento.... L’inizio del condizionamento è nel grembo materno o, al massimo, dal momento della nascita. Ti circoncidono, e diventi un ebreo; ti battezzano e diventi un cristiano… e così via. Ti portano in chiesa o al tempio, e vieni cresciuto in un’atmosfera di un certo tipo, in cui scopri che tutti sono cristiani o tutti sono indù. E il bambino naturalmente è costretto a seguire la gente che è intorno a lui. Quando ha venticinque anni e finisce l’università è del tutto condizionato, e condizionato in maniera così profonda che non si rende neppure conto di questo condizionamento. È stato tutto inserito nel suo biocomputer. Milioni di persone intorno a te – l’intera società – ti stanno condizionando; deliberatamente, ma anche senza accorgersene. Sono state condizionate. Possono anche pensare che ti stanno aiutando. Sono state condizionate così profondamente che sono ignare che cosa stiano facendo …

Il mio scopo qui è di portare al mondo un nuovo tipo di essere umano: libero, attento, consapevole, responsabile, che agisce in accordo con i suoi sentimenti interiori … e non servendo gli scopi di qualcun altro: che vive seguendo la sua luce. 2

  (ritorna al sommario)

 

 

 

Vi lascio il mio sogno

 

 

Osho,

qual è il sogno che stai cercando incessantemente di realizzare... ?

 

È un sogno universale, non è il mio sogno. È vecchio di secoli, si può anche dire che è eterno. La terra ha cominciato ad avere quel sogno dal giorno stesso che vide l’alba della consapevolezza umana. Quanti fiori compongono la ghirlanda di questo sogno! Quanti Gautama il Buddha, Mahavira, Kabir e Nanak hanno sacrificato la loro vita per quel sogno! Come posso dire che è il mio sogno? Quel sogno è il sogno dell’uomo, dell’essere interiore dell’uomo. Noi abbiamo dato un nome a quel sogno: lo abbiamo chiamato ‘India’.

Amritasya Putrah, ‘O figli dell’Immortale!’. Solo quelli che hanno sentito questo richiamo sono cittadini dell’India. Nessuno è cittadino dell’India solo per il fatto di esserci nato. Uno può essere nato in qualunque angolo della terra, in qualunque paese, in qualunque secolo, passato o futuro; se la sua ricerca è una ricerca interiore, egli è un cittadino dell’India. Per me, India e spiritualità sono sinonimi; India e religione eterna sono sinonimi. Perciò i figli dell’India sono in ogni angolo della terra. E quelli che sono nati in India per caso, se non sono consumati da questa ricerca per l’immortale, non hanno il diritto di essere cittadini dell’India.

L’India è un viaggio eterno, un sentiero dolcissimo che va dall’eternità all’eternità. Ecco perché non abbiamo mai scritto una storia dell’India. La storia è forse degna di essere scritta? La storia si riferisce ad avvenimenti ordinari e quotidiani, privi di valore che oggi scatenano una tempesta, e domani sono svaniti, senza lasciare alcuna traccia. La storia è una tempesta di polvere.

L’India non ha mai scritto una storia. L’India si è dedicata solo a ciò che è eterno, allo stesso modo in cui il chakor sta fermo sul suo ramo a fissare la luna, imperturbabile. Anch’io sono un viandante insignificante in questo viaggio senza fine. Vorrei ricordare a quelli che hanno dimenticato, risvegliare quelli che dormono, vorrei che l’India ritrovasse l’orgoglio e la dignità perduti, i suoi picchi innevati, perché il destino dell’umanità è legato al destino dell’India. Non si tratta solo di questo paese: se l’India si perde nell’oscurità l’uomo non avrà futuro. E se saremo in grado di ridare all’India le sue ali, il suo cielo, di riempire di nuovo i suoi occhi con il desiderio di toccare le stelle, non avremo salvato solo quelli che hanno sete interiore, ma anche quelli che oggi dormono, ma si sveglieranno domani, che oggi sono persi, ma domani torneranno a casa.

Il destino dell’India è il destino dell’uomo. Il modo in cui abbiamo ripulito la consapevolezza umana, i lampi che abbiamo acceso nel mondo interiore, i fiori che abbiamo portato a fioritura, i profumi che abbiamo liberato nell’uomo: ciò non è stato possibile in nessun altro paese. È il frutto di diecimila anni di continui sforzi, yoga e meditazione. Per questo abbiamo perso tutto il resto, abbiamo sacrificato tutto. Ma anche nella più oscura delle notti oscure dell’uomo, abbiamo tenuta accesa la luce della consapevolezza. Per quanto flebile fosse la fiamma, la lampada ha continuato a bruciare.

Vorrei che quella luce tornasse di nuovo al suo folgore, alla sua perfezione. E perché dovrebbe brillare dentro un solo individuo? Cosa impedisce a ogni uomo di diventare un pilastro di luce? [...]

Tu mi chiedi qual è il mio sogno. È il sogno di tutti i buddha. Ricordarti quello che hai dimenticato, risvegliare ciò che nell’uomo sta dormendo. Perché se l’uomo non comprende che la vita eterna è un suo diritto, che la natura divina è un suo diritto di nascita, non sarà mai completo; rimarrà incompleto e mutilato.

Da quando mi sono risvegliato, ogni momento, ogni ora, ho avuto un unico scopo, mi sono dedicato a un’unica impresa, giorno e notte, a un unico obiettivo: riuscire in qualche modo a ricordarti il tuo tesoro dimenticato, a far sì che la dichiarazione Ana’l haq sorga anche dentro di te, e anche tu possa dire Aham Brahmasmi, ‘Io sono il divino’. 4

 

 

TESTI DI OSHO TRATTI DA:

1 Unio Mystica, Vol 1 # 3

2 The Dhammapada: The Way of the Buddha, Vol 8 # 13

4 Fir Patton Ki Panjeb Baji, # 1

 

TESTO LIBERAMENTE TRATTO DA:

3 The Osho Experience

 

 (ritorna al sommario)