2 I centri
di Osho in Italia
10 India:
un viaggio interiore
18 Buddha
& Co.
28 Sermoni
in pietra e canti dal silenzio
45 Qui
e ora!
50 L'Oroscopo di settembre
52 La vetrina
OSHOTIMES INTERNATIONAL
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Tutti i diritti riservati OSHO® è un marchio registrato di proprietà della Osho
International Foundation,
usato con il suo permesso.
Da settembre…
Sono pronte ad accoglierti le stanze della Guest
House, il nuovo albergo all’interno dell’Osho Meditation
Resort di Pune: sono 60
stanze, di cui 4 espressamente progettate per l’utilizzo da parte di disabili –
che potranno anche accedere al nuovo Auditorium a forma di piramide (dove si
svolgono tutte le meditazioni, compresa la White
Robe) con uno speciale ascensore. Le stanze con rifiniture di alta qualità,
arredate in modo moderno e raffinato, sono tutte dotate di aria condizionata e
di bagno. La Guest House è il posto ideale per chi arriva e vuole avere un’esperienza full immersion della vita nel Resort.
Anche i prezzi sono interessanti: da settembre fino alla fine di novembre le
stanze sono in offerta lancio a 1400 rupie (che al cambio attuale di euro 0,021
sono € 29,40) per la singola a notte, e 1600 rupie (€ 33,90) per la doppia. Dal primo dicembre poi i
prezzi saranno 1900 rupie (€ 39,90) per la singola e 2100 rupie (€ 44,10) per
la doppia.
Per ulteriori informazioni:
www.osho.com/resort
e-mail: guesthouse@osho.com
Prenotazioni: reservations@osho.net
Soleluna…
più grande
Il Centro Osho Soleluna
di Torino ha una nuova grande sede, una palazzina con ben 800 mq di spazio, in
riva al fiume ai piedi della collina di Superga. Ci
sono due grandi sale per gruppi e meditazioni, oltre a tutte le comodità
(spogliatoi, bagni, docce, bar, sala da pranzo e dormitori) per i partecipanti
ai gruppi. È il frutto dell’impegno continuativo di ben otto persone, Shaida, Apurva, Pragita, Vistara, Pravas, Yoko, Param
e Aziza… e altre vengono ad aiutare in occasione dei
gruppi. Tutti i giorni alle 18,45 c’è la meditazione Kundalini;
il centro offre poi serate con proiezione di video di Osho (anche con
traduzione) e Evening Satsang
con Sannyas Celebration;
inoltre gruppi, intensivi e seminari. Le attività riprenderanno il 15 settembre
– dopo la pausa per il Festival estivo che il centro stesso organizza tutti gli
anni in Umbria – con un programma ancora più ricco di attività e momenti di
meditazione.
Per maggiori informazioni:
www.solelunaistituto.it
Una Band Sannyasin
al matrimonio di Paul McCartney!
Una cosa da non crederci… ecco cosa ci scrivono Bhikkhu e Waduda (della casa
discografica New Earth) che hanno seguito passo per
passo questa storia quasi magica:
“Lo scorso dicembre il
nostro ufficio a Santa Fe ha ricevuto una telefonata
da parte del segretario di Paul McCartney
che voleva informazioni su uno dei nostri artisti. Durante un viaggio in
Irlanda, Paul aveva comprato un CD chiamato Celtic Ragas, di Chinmaya
Dunster e Vidroha Jamie. Questa musica, una fusione di melodie sia
occidentali che orientali – un incrocio tra l’India e la musica celtica – aveva
attirato l’attenzione di Paul… anzi, gli era piaciuto
così tanto che voleva che tutta la band di Celtic
Ragas suonasse a una festa che stava organizzando – un evento che sembrava
avvolto nel mistero: nessuna data, nessun luogo preciso!”.
Anche se l’invito a prima
vista poteva sembrare un po’ strano, Chinmaya era
ovviamente al settimo cielo (un invito a suonare da parte di Paul McCartney, una figura
leggendaria!) e tutti scoppiavano di curiosità. Solo alcuni giorni più tardi Waduda (che si occupava delle trattative) ha potuto
precisare a tutti quanti i dettagli: la band di Celtic
Ragas avrebbe suonato non solo per Paul McCartney ma anche per i suoi amici e la famiglia nell’evento dell’anno: sarebbe stata cioè la
principale attrazione musicale della festa per l’imminente matrimonio di Paul McCartney con la modella Heather Mills.
Chinmaya era all’Osho Resort
di Pune, da dove ha subito iniziato a organizzare un
gruppo di musicisti sannyasin davvero internazionale:
oltre a Chinmaya Dunster
(inglese) al sarod
e Vidroha Jamie (americano)
alla chitarra acustica, ci sono Manish Vyas (indiano) ai tabla, Tanmayo (scozzese) al
violino, penny whistle e
canto, Sadhu Bolland
(olandese) tastiere e fisarmonica, Prabhod Senger (inglese) al basso, Ramadhan
Suisse (australiano) alle percussioni e Naveena Goffer (israeliana) alla tampura e swarmandel.
Col passare dei mesi i
particolari dell’evento hanno iniziato a essere più precisi e Waduda si è impegnata a coordinare la logistica della
partecipazione della band – voli, alloggi, trasporti – cosa resa ancora più
complicata dal fatto che Paul McCartney
era ‘on the road’, per una sua serie di concerti
negli Stati Uniti.
“Solo la settimana prima
delle nozze tutti i dettagli pratici erano finalmente sistemati e ci era stato
dato un itinerario preciso, che lasciava nel mistero solo la destinazione
finale: il luogo esatto dove si sarebbero svolte le nozze. E così il 9 giugno
tutto il nostro gruppo era a Manchester per imbarcarsi su un piccolo aereo a
elica e raggiungere Belfast. Nel frattempo i paparazzi erano riusciti a svelare
il segreto del momento: Paul McCartney
avrebbe sposato Heather Mills
al castello di Leslie a Glaslough
in Irlanda. La mattina seguente, dopo un’ora e mezzo di viaggio sotto la
pioggia nella verde campagna irlandese, siamo poi finalmente arrivati al
castello, immerso in una proprietà di 500 acri…”
…e dove hanno trovato una
vera e propria folla di giornalisti, fotografi e troupe televisive che
affrontava coraggiosamente la pioggia – e la stretta vigilanza – tentando di
raccogliere ogni possibile informazione su quell’evento così emozionante. Non
se ne sapeva nulla, anche se lo stesso Paul McCartney si era fatto vedere per annunciare che il party
per le nozze avrebbe avuto 300 ospiti, senza l’obbligo dell’abito da cerimonia:
una cosa ‘alla buona’… in puro stile rock n’ roll. Nel castello fervevano i preparativi: la cerimonia
nuziale si sarebbe tenuta nella cappella privata e il party in una grandissima
tenda innalzata per l’occasione nel prato adiacente. I Celtic
Ragas avrebbero suonato al party, dove cuscini di seta, sari e ricche stoffe
indiane avrebbero trasformato quella semplice tenda in un ambiente degno di un
Maragià. Ad accompagnare la musica ci sarebbero stati spuntini indiani (samosa e pakora) serviti
da fanciulle in sari.
Ma non tutto è andato
secondo il programma: i decoratori avevano perso il traghetto, l’arredamento
indiano per la tenda del ricevimento non era arrivato e la pioggia incessante
rischiava di allagare l’area intorno al castello. “L’evento,” continua il
racconto “stava cominciando a trasformarsi in una specie di ‘Monsoon Wedding’ con l’aggiunta
di un tot di stelle di Woodstock. Ma, dopo un mucchio
di caos, prove, sound check, birre Guinness, visite al pub del villaggio e un’intervista con
la NBC, il momento magico infine è arrivato: i Celtic
Ragas erano pronti a salire sul palco.
Man mano che gli invitati
entravano nella tenda, non abbiamo potuto fare a meno di notare la maniera
eclettica in cui erano vestiti: si passava da veri e propri abiti da cerimonia
ai jeans… È stato stappato lo champagne e l’atmosfera ha cominciato a riscaldarsi.
Abbiamo notato che c’erano un mucchio di celebrità: Ringo
Starr, Monica Seles, Twiggy e David Gilmoure dei Pink Floyd. Tutti quanti
sembravano divertirsi un mucchio e la band suonava in maniera fantastica. Paul e Heather si sono seduti
proprio vicino al palco per godersi meglio la musica e chiacchieravano con Chinmaya e Jamie, mostrando di
conoscere tutti i pezzi del loro album e di amare molto la loro musica.” A quel
punto gli occhi, e le orecchie, di tutti erano puntati sul palco, un pubblico
davvero attento.
Alla
fine della performance Paul ha presentato Chinmaya ad alcuni discografici, complimentandolo per la
sua musica. Bhikkhu ha offerto poi a Paul un regalo di nozze: ‘India My
Love’ un libro di Osho – regalato a nome di tutta la
band Celtic Ragas e firmato da tutti i musicisti, se
stesso e Waduda. “Più tardi abbiamo notato che Paul ha tenuto il libro di Osho sotto il braccio per quasi
un’ora! Pensiamo che l’abbia veramente gradito!” scrive Bhikkhu.
Per quanto riguarda la sposa, Waduda ha consegnato di
persona a Heather i Tarocchi Zen di Osho e le ha fatto pervenire un sari
pieno di CD della New Earth, per augurarle ogni
felicità nel suo viaggio con Paul.
“Mentre, tutti insieme,
sistemavamo gli strumenti per il trasporto, e poi, durante il viaggio di
ritorno a Belfast, abbiamo continuato a riparlare del party, degli ospiti… di
tutta l’eccitazione di quell’avvenimento. Un ultimo momento di celebrazione
insieme cenando, molto tardi, in un ristorante indiano e poi ci siamo lasciati
l’Irlanda alle spalle, volando verso Liverpool con il
resto degli invitati alle nozze, su un aereo noleggiato apposta. Un’occasione
che capita una volta sola nella vita, una piccola favola che ci ha permesso di
portare la musica di Osho a uno dei musicisti più amati al mondo… qualcosa che
non ci dimenticheremo mai.”
é sicuramente vero, come dice un antico detto, che
‘la via più breve per giungere a se stessi gira intorno al mondo’,
ed è altrettanto vero che ci sono regioni del mondo, come l’India, in cui – al
di là degli abitanti – dimora qualcosa che appartiene all’essere umano in
quanto tale. Latente, in forma di seme, negletto, oppure dato per scontato,
abusato, manipolato… in questa terra d’Oriente dimora qualcosa che va al di là
dei suoi abitanti e dell’uso che essi fanno di quell’immenso spazio dove
spesso, più di quanto si creda, il tempo sembra fermarsi e qualcosa traspare di
un’altra dimensione.
Ma come guardare dietro e
oltre ciò che può apparire a prima vista semplicemente come caos
– disordine, frastuono, sporcizia – dietro queste fiumane di
persone, e di traffico? E cosa vedere?
Io credo che, prima di
tutto, ci si debba chiedere: perché andare in India, perché partire? Oggi si
parte in ogni momento, non si viaggia più solo per necessità. Forse l’intensità
della vita – o l’incredibile routine che il vivere comporta – scatena un forte
bisogno di andare lontano: per evadere, per divertirsi, per conoscere… ma anche
per perdere un po’ delle certezze che ci legano alla vita di ogni giorno – il
conosciuto, il familiare, il percorso tracciato da sempre creano facilmente un
dubbio, una sorta di perenne deja-vu che porta a
chiedersi: “Ma io… chi sono veramente?”.
Con questa domanda,
paradossalmente, si è già arrivati in India: si è già raggiunta la regione della
Terra dove, nei millenni, migliaia di altri esseri umani si sono confrontati
con quell’interrogativo e hanno poi dedicato la loro intera esistenza nel
tentativo di risolverlo. Il loro lavoro ha segnato la terra che hanno
calpestato, con orme che la polvere del tempo non riesce, non può coprire e
molte sono le prove di questa armonia perenne che vibra nell’aria e che,
paradossalmente, risulta più percettibile a coloro che arrivano da lontano… pur
con tutto il loro bagaglio di certezze.
Perché l’India, dunque.
Nel mio primo viaggio, e nei tanti che sono seguiti, è sempre esistita la
ricerca di un senso nuovo e più pieno con cui nutrire il mio esistere. Non
sapevo però cosa questo potesse significare… quando sono partito!
Quando ci si ritrova in
India, da subito, le certezze di cosa sia la vita e del suo significato si
sgretolano di fronte a un caleidoscopio di colori, di impressioni visive, di
odori, di sapori, che sembrano travolgere come un fiume in piena la nostra
identità.
In questa terra, si è
chiamati in causa continuamente: qualcosa nel collettivo spinge a se stessi.
Prima di tutto la folla, che sembra abbracciare ogni nuovo venuto – subito
fuori dall’aeroporto – lasciando una duplice sensazione. Da un lato si sente
che tutti quegli indiani sembrano vivere gli uni vicini agli altri senza per
questo essere insieme e, per paradosso, ci si ritrova spesso uniti da qualcosa
che supera l’io individuale di ciascuno.
Il traffico, che si
incontra da subito per la strada, aiuta a capire meglio quella sensazione:
sembra di essere in un museo vivente del mezzo di trasporto – i buoi che
trainano carri, il cui modello ricalca ancora oggi quello delle antiche civiltà
della valle dell’Indo, si muovono tra ogni tipo immaginabile di veicolo… non
ultime sofisticate Mercedes, ormai anche loro ‘made in India’.
I volti, gli
atteggiamenti, gli abiti delle persone che camminano a fianco di quella
fiumana, un’altra vera e propria marea, o che si vedono su quei veicoli di ogni
tipo, rafforzano questa sensazione di civiltà molteplice, assolutamente non
riducibile ad alcun denominatore comune.
Dove
va tutta quella gente, dove scorre tutto quel traffico? Difficile dirlo: scorre
a ogni ora del giorno e della notte, per i motivi più diversi, ma a un certo
punto risulta lampante dove si trova tutto quel caos: sull’orlo dell’abisso.
Proprio partecipando a
quel caos, io l’ho colto nel modo più drammatico: vedendo come il mio taxi si
insinuava nel traffico, usando l’altra corsia – se non addirittura quello che
doveva essere il marciapiede – di fronte agli abbaglianti di decine di camion
che a ogni metro sembravano essere già dentro il mio piccolo abitacolo… ho
dovuto lasciar andare qualcosa, un certo attaccamento alla vita: mantenerlo
rendeva letteralmente impossibile restare in quella situazione! Ma devo dire
che questo immenso subcontinente ha qualcosa di materno, infatti sembra proprio
facilitare il parto perenne a nuova vita cui si è sottoposti.
Sempre
restando nel traffico, il modo in cui tutti guidano – il ritmo direi della
guida collettiva – lo rende qualcosa di fluido, a cui ci si ritrova
abbandonati… ci si lascia andare, vedendo come tutti si insinuano in tutti gli
altri; al pelo, certo, ma comunque con meno possibilità di incidenti che sulle
nostre strade. Ed è questo, per tornare ora agli uomini, l’insieme che unisce
al di là delle singole individualità.
La Storia forse aiuta a
vederlo meglio: l’India, nei secoli, ha assorbito tutti, rimodellando i vari
conquistatori che, una volta giunti qui, partecipavano a qualcosa ben oltre la
propria appartenenza, vuoi culturale, vuoi sociale.
Le contraddizioni
dell’India sono enormi: è sicuramente vero, come tempo fa ha detto Quilici, che questo è un pianeta. Difficile affrontarle
tutte, impossibile risolverle. Il senso della propria impotenza, della propria
fragilità, ma anche i limiti della propria idea del mondo, divampano come un
fuoco nei primi giorni di permanenza in questa terra… e, via via, si va dispiegando un processo, detto neti-neti, né questo né quello, proprio a molti dei sentieri di meditazione
che in India si sono sviluppati. L’idea è semplice: se io posso vedere
qualcosa, non sono quella cosa.
Di fronte a tutto – alle
baracche, ai tuguri, alla gente che vive e dorme per strada, ai fiumi
agonizzanti che si incontrano e allo smog delle città, ai bambini e ai vecchi –
ci si ritrova a radicarsi più intimamente in se stessi, quasi fosse una
risposta esistenziale all’ovvia domanda che, di fronte a tanto, in tutti i
sensi, viene spontaneo farsi: “Cosa posso fare, io?”.
E forse a quel punto ci si
troverà arrivati, là dove il vero viaggio può iniziare: i cancelli del Meditation Resort voluto da Osho
proprio in questa terra indiana.
Dire adesso: “Ciò che si
può fare, come prima cosa, è conoscere se stessi” e poi da lì procedere nella gestione
della propria vita e nella condivisione del proprio essere umani con gli altri,
potrebbe suonare dogmatico.
Ma così è, e in India,
questa risposta non sarà così ‘verbale’, così ovvia: sarà piuttosto un impulso,
un’energia che assommerà l’istinto a sopravvivere con un qualcosa… quel
qualcosa che dà dignità ai volti delle persone che si incontrano in quella vera
e propria marea di vita che sembra disdegnare tutti.
C’è
dignità nelle donne, nel modo in cui camminano; c’è dignità in quelle casupole
e c’è dignità negli spazi sconfinati che paiono immergerci dissolvendo ogni
possibile orizzonte.
C’è dunque dignità in noi…
ed è quella dignità che dobbiamo rivendicare, portare alla luce, per dare un
reale contributo evolutivo all’insieme di barbarie che sembra sovrastare
l’umanità intera.
Partiti dunque per
liberare se stessi, dopo un breve soggiorno in India risulta ovvio che la sola
libertà è quella da se stessi… ma questa è un’altra storia, che ciascuno di voi
potrà narrare a se stesso, man mano che oserà immergersi in quel processo di
meditazione che Osho invita a vivere.
Videha
Per
quanto si possa far risalire la memoria dell’umanità, la gente, da tutto
il mondo, è sempre venuta in India alla ricerca di se stessa. Qualcosa nella
sua atmosfera, qualcosa nelle vibrazioni che si sentono nell’aria, è d’aiuto...
L’India
non appartiene solo alla geografia o alla storia. Non è solo una nazione, un
paese, un semplice pezzo di terra. È qualcosa di più: è una metafora, è una
poesia, è qualcosa di invisibile ma di molto tangibile. Vibra con campi
energetici particolari che nessun’altra nazione può
rivendicare.
Qui, per diecimila anni
migliaia di persone hanno raggiunto la suprema esplosione della consapevolezza:
le loro vibrazioni sono ancora vive, il loro impatto è ancora presente
nell’aria; devi solo avere una particolare capacità di percezione, una precisa
ricettività per cogliere la sfera invisibile che circonda questa strana terra.
È strana perché ha
rinunciato a ogni cosa in funzione di un’unica ricerca, la ricerca della
verità. Vi stupirà sapere che l’India non ha prodotto grandi filosofi...
l’intera storia dell’India non ha generato un singolo filosofo, eppure
moltissime persone hanno ricercato la verità!
Di certo la loro ricerca
era del tutto diversa da quella condotta in altri paesi: altrove la gente ha
pensato alla verità; in India, la gente non ci ha pensato... com’è possibile
pensarci? O la si conosce, oppure non la si conosce; nessun pensiero è possibile,
né è possibile alcuna speculazione filosofica: si tratta di un esercizio del
tutto assurdo e futile. Sarebbe come se un cieco pensasse alla luce: cosa potrà
mai pensare? Potrà essere anche un grande genio, un logico raffinato, ma non
gli servirà a nulla. In questo caso non servono né il genio né la logica: ciò
che occorre è avere occhi per vedere!
La luce può essere vista,
ma non può essere pensata. La verità può essere vista, ma non può essere
pensata; ecco perché in India non esiste una parola che si avvicini a
‘filosofia’. Noi chiamiamo darshan la ricerca della
verità, e ‘darshan’ significa visione. ‘Filosofia’
significa pensare, e il pensiero è circolare, gira in tondo e non implica mai
una sperimentazione diretta.
Stranamente l’India è il
solo paese al mondo che ha impegnato ogni suo talento in uno sforzo focalizzato
sulla visione della verità e sull’essere la verità.
Nell’intera storia
dell’India, non troverai un solo grande scienziato, non perché non siano
esistiti uomini di talento, o geni: le scienze matematiche sono nate in India,
ma non è mai esistito alcun Albert Einstein. Per un
qualche miracolo, questo intero paese non si è mai interessato ad alcuna
ricerca oggettiva: qui la meta non è mai stata la conoscenza dell’altro, bensì
la conoscenza di se stessi.
Per diecimila anni,
milioni di persone hanno operato con costanza in un’unica direzione, si sono
dedicate a un solo scopo, sacrificandovi ogni altra cosa – scienza, tecnologia,
progresso, ricchezze – accettando la povertà, le malattie e la morte, ma senza
mai rinunciare a quella ricerca, non importava il prezzo da pagare... questo ha
generato una particolare noosfera, un ben preciso
oceano di vibrazioni che ora ti circonda.
Se sei venuto in questo
paese con un minimo di mente meditativa, entrerai in contatto con quella
dimensione. Se sei venuto come semplice turista, ti sfuggirà: vedrai le rovine,
i palazzi, il Taj Mahal, i templi, Khajuraho, l’Himalaya, ma non vedrai
l’India... l’attraverserai, senza mai incontrarla: ti circonda, ma tu non hai
alcuna sensibilità, nessuna ricettività... in quel caso, verrai in questo paese
solo per vedere qualcosa che non è la vera India, bensì solo il suo scheletro:
quella non è la sua anima. E porterai a casa fotografie del suo scheletro con
cui riempirai interi album di ricordi, e penserai di essere stato in India, di
conoscerla, ma non farai che ingannarti da solo.
Esiste una dimensione
spirituale: le tue macchine fotografiche non la possono catturare; la tua
istruzione, la tua cultura, non la possono avvicinare. In qualsiasi altro
paese, sei perfettamente in grado di incontrare la gente, di entrare in
contatto con la nazione, la sua storia, il suo passato; puoi farlo in Germania,
in Italia, in Francia, in Inghilterra, ma con l’India non è possibile. Se cerchi
di includerla nelle tue categorie, hai già mancato il senso del viaggio, perché
le altre nazioni non possiedono un’aura spirituale: non hanno dato vita a un Gautama il Buddha, a un Mahavira, a un Neminatha, a un Adinatha... non hanno mai generato un Kabir, un Farid, un Dadu. Quei paesi hanno certamente generato scienziati e
poeti, artisti insigni e ogni sorta di geni, ma per ciò che concerne i mistici,
l’India detiene la supremazia, almeno fino a oggi.
E il mistico è un essere
umano del tutto diverso: non è solo un genio, non è solo un grande pittore o un
grande poeta, è un veicolo del divino, è una provocazione, un invito al divino;
egli schiude le sue porte per accogliere in sé il divino. E per migliaia di
anni, milioni di persone hanno aperto le loro porte affinché il divino colmasse
l’atmosfera di questo paese. Per me, quell’atmosfera è la vera India. Ma per
arrivare a conoscerla, devi trovarti in uno stato mentale particolare.
Meditando, cercando di
immergerci nel silenzio, permettiamo alla vera India di entrare in contatto con
noi. Ed è vero: un impatto così forte con la verità, quale si può trovare in
questo povero paese, non lo si trova in nessun’altra
parte del mondo. La nazione è poverissima, eppure possiede un patrimonio
spirituale così ricco che colma di meraviglia, se solo si riesce ad aprire gli
occhi per vedere questa eredità.
Forse, questo è l’unico
paese che si è profondamente interessato solo ed esclusivamente all’evoluzione
della consapevolezza. Tutti gli altri si sono interessati a mille e una cosa,
l’India ha avuto un unico scopo, una sola meta: come poter evolvere la
consapevolezza dell’uomo fino al punto in cui incontra il divino; come
ravvicinare l’umano al divino.
E non è stato lo sforzo di
un’unica persona, ma di milioni di uomini; non si è trattato del lavoro di un
giorno, di un mese o di un anno, ma di migliaia di anni. Naturalmente si è
creato un incredibile campo energetico che circonda l’intero paese: è ovunque,
si deve solo essere pronti e aperti a percepirne le vibrazioni.
Non è un caso che,
ogniqualvolta qualcuno è assetato di verità, all’improvviso in lui affiora un
interesse per l’India, all’improvviso egli si incammina verso l’Oriente: non è
un fenomeno dei tempi moderni, è antico quanto l’uomo. Venticinque secoli fa,
Pitagora venne in India alla ricerca del vero. Anche Gesù
Cristo venne in India per lo stesso motivo...
Nel corso dei secoli, i
ricercatori di tutto il mondo sono venuti in questa terra: questa terra è
povera, il paese non ha nulla da offrire, ma per coloro che hanno una profonda
sensibilità, questo è il luogo più ricco del mondo... ma si tratta di una
ricchezza interiore. Occorre essere aperti, rilassarsi quanto più possibile,
lasciarsi andare e vivere in uno stato di fluidità, allora questo paese, per
quanto povero, può donare a chi lo visita il più grande tesoro che mai un
essere umano abbia posseduto. 1
Sì alla vita
In Occidente, a causa di Albert Schweitzer, ci si è fatti
un’idea molto sbagliata dell’Oriente. Schweitzer era
un grande pensatore, ma sfortunatamente non conosceva per nulla la mente
orientale. Era troppo occidentale. Ha fatto nascere l’idea che l’Oriente e le
religioni orientali non sono a favore della vita, che negano la vita. Una
sciocchezza assoluta. E vedrai, penetrando nel mondo di Kabir
lo vedrai: più a favore della vita di così non si può, più amore di così per la
vita non si può. Persino Gesù non è positivo quanto Kabir. In quale altro posto troverai templi come Khajuraho,
che venerino di più la vita? In quale altro posto troverai un sì così assoluto?
La vita è il divino – e non esiste altro dio, e la venerazione della vita è
l’unica forma di devozione – non ne esiste altra.
Ma Schweitzer arrivò
alla sua conclusione perché i missionari cristiani hanno interpretato la
religione orientale in modo tale da farla apparire negativa. Ovviamente ci sono
stati alcuni pensatori orientali che hanno negato la vita, ma sono pochi, e la
corrente principale della religiosità orientale
non è costituita solo da loro. In realtà loro sono al margine della strada, non
appartengono al flusso principale della consapevolezza orientale. Ma i
missionari cristiani hanno enfatizzato quei pochi pensatori negativi, e hanno
enfatizzato sempre di più quegli orientamenti negativi, perché in Occidente si
venisse a creare un’atmosfera in cui il Cristianesimo sembrasse positivo. La
verità è proprio l’opposto: il Cristianesimo non venera la vita. Non ha amato
l’uomo, non ha amato questo mondo, non ha danzato, non ha riso. 2
Un tipo di
religiosità del tutto diverso
Al
di la delle regole e della morale
Nel mondo ci sono due tipi di
religioni. Tre religioni sono nate in India e tre religioni sono nate al di
fuori dell’India. Le religioni nate al di fuori dell’India, Giudaismo, Islam e
Cristianesimo, sono un po’ grezze. Non sono riuscite a giungere a picchi
elevati. Le motivazioni sono molteplici. Da un lato non hanno avuto molto tempo
per raggiungere grandi altezze. Per arrivare una certa altezza è necessario del
tempo. La religione indiana ha almeno diecimila anni. Il Cristianesimo ne ha
solo duemila, il Giudaismo ne ha solo tremila, l’Islam ha solo quattordici
secoli. Non hanno avuto il tempo necessario per raggiungere grandi vette. La
vetta più alta a cui sono giunte è l’idea di paradiso e d’inferno. Nelle tre
religioni occidentali non c’è nulla al di là del paradiso e dell’inferno. Chi è
virtuoso andrà in paradiso e chi commette peccati andrà all’inferno. L’India è
il solo paese le cui tre religioni, Induismo, Giainismo e Buddhismo, parlano di
moksha, di liberazione suprema. È qualcosa che va
molto al di là del paradiso e dell’inferno. Con il paradiso e l’inferno, la
dualità rimane, non viene trascesa. Il mondo della virtù e del peccato, il
mondo dell’azione permane. L’idea del testimone non è ancora sorta - ‘io sono
colui che fa’, questo malinteso è ancora presente. Il peccatore, erroneamente,
crede di aver commesso un peccato; il virtuoso, erroneamente, crede di aver
compiuto atti virtuosi. Un uomo malvagio pensa di essere malvagio, un uomo
buono pensa di essere buono, ma entrambi sono convinti di essere qualcosa. Neti-neti non è ancora nato: né questo, né quello. Io non
sono né buono né malvagio, né corpo né mente, né moralità né immoralità, né
peccato né virtù, né paradiso né inferno. Io sono solo un testimone, un osservatore
di queste polarità. Simile al riflesso che si forma nello specchio... io sono
uno specchio vuoto. Le religioni occidentali devono ancora giungere a questo
stato dello specchio vuoto.
In Oriente abbiamo spiccato un grande volo e ci
siamo spinti molto al di là della moralità, ci siamo lasciati alle spalle le
povere religioni del paradiso e dell’inferno. Ci siamo spinto fino alla vetta
di moksha. Abbiamo scoperto il testimone.
Moksha rappresenta lo stato in
cui, al di là di ogni attività, si sperimenta la consapevolezza. Finché c’è il
fare, rimarrai legato. Se pecchi soffrirai, se compirai atti virtuosi sarai
felice. È come quando pianti i semi del neem e
raccogli gli amari frutti del neem, e se invece
pianti i semi di un mango, raccogli i dolci frutti del mango. È esattamente
così, semplice matematica. Ma dentro di noi c’è qualcuno che non conosce né
dolce, né amaro, che li osserva entrambi, che è il testimone dell’esperienza
del dolce e dell’amaro sulla lingua... ma ‘Io’ sono separato, ‘Io’ sono solo un
testimone. Il radicarsi in questo testimone è samadhi, illuminazione, e avere
la piena esperienza di questo testimone è moksha,
liberazione. 3
Terra di
meditazione
Le Upanishad, testi fondamentali nella
cultura religiosa indù – probabili compilazioni di insegnamenti orali – sono
databili fino al secondo millennio prima di Cristo. In quei tempi lontani
l’India – molto meno popolata – era sicuramente una terra più ricca. “Le
persone erano semplici, niente affatto complicate” ci ricorda Osho “Erano persone
fiduciose, oneste, sincere, autentiche”. E sin dai quei tempi lo sviluppo del
potenziale dell’individuo ruotava intorno alla meditazione: i giovani venivano
educati, in tutta semplicità, dai mistici che vivevano nei loro piccoli ashram nella foresta. E Upanishad, infatti significa letteralmernte ‘sedere ai piedi’
di chi ha raggiunto la saggezza.
L'ashram non è una condanna del
mondo. È piuttosto un luogo di apprendimento – dove impari l’arte di vivere nel
mondo. Le persone andavano dai maestri upanishadici
per imparare a vivere nel mondo.
In quei giorni era questo
il processo della vita. Partendo dal presupposto che una persona viveva cento
anni, la vita era divisa in quattro parti. Nei primi venticinque anni ognuno
doveva vivere con un maestro risvegliato, in modo da avere un assaggio del
trascendente, in modo da avere un’esperienza del sacro.
Quei venticinque anni, la
prima parte della vita... ti sembrerà strano. Perché si doveva avere
l’esperienza del divino all’inizio? Per molte ragioni. Primo: la prima parte
della vita è la più innocente, la più coraggiosa, avventurosa, vitale,
intelligente. Una volta appesantito dalle esperienze della vita, tendi a
diventare un calcolatore. Vivere nel mondo e non essere calcolatori è molto
difficile.
In questo mondo è
inevitabile diventare corrotti – il mondo è così corrotto. È per questo che ai
tempi delle Upanishad, i saggi, i veggenti, avevano deciso che prima di avere
qualunque esperienza del mondo è meglio avere un assaggio del divino, perché
quell’assaggio ti salverà dalle cattive influenze del mondo. Se hai conosciuto
qualcosa di più elevato, se hai conosciuto qualcosa di più profondo, allora la
superficialità non avrà alcuna importanza. È un approccio molto scientifico e
molto psicologico.
E dopo venticinque anni
aveva inizio il secondo stadio... lo stadio definito come stadio dell’uomo di
casa, grihastha. A quel punto uno si sposa, lavora
nel mondo, fa i soldi, conduce una vita mondana, ma ha un centro interiore, una
solida base. Il mondo non può disturbarlo, e lui sa che deve fare di nuovo
quell’esperienza, deve raggiungere di nuovo quella luce. Qualunque barlume
abbia avuto in quei primi venticinque anni lo assillerà, gli ricorderà, ancora
e ancora, che il mondo è solo momentaneo. Non impazzirà dietro ai soldi o al
potere o al prestigio. Farà tutto ciò che è necessario fare, ma dentro rimarrà
imperturbabile. Diventerà come una ruota per quanto riguarda la circonferenza
esterna, ma dentro sarà come l’asse, indisturbato, distaccato. Diventare famoso
o rimanere un nessuno saranno esattamente la stessa cosa; poiché ha conosciuto
una gioia interiore, ora non può venire ingannato da qualcosa di esteriore.
E
anche questa esperienza è necessaria per rafforzare, per rinsaldare la prima
esperienza di venticinque anni. È una prova d’esame... Devi andare nel mondo –
è quello l’esame – in modo da vedere che si tratta di qualcosa che è diventata
parte del tuo essere, e nulla la può portare via. Questa è una procedura molto
bella e scientifica.
E poi, quando la persona
si avvicina ai cinquanta, i suoi figli saranno pronti... avranno raggiunto i
venticinque anni e saranno sulla strada di ritorno a casa. Ora si sposeranno e
prenderanno il posto del padre.
Cinquant’anni è il momento giusto –
basta! Hai vissuto nel mondo per venticinque anni, è sufficiente per vedere che
è solo una commedia. È sufficiente per darti l’esperienza della sua falsità,
della sua illusorietà. È fatto della stessa materia
dei sogni. Basta vederlo. E ora i tuoi figli faranno gli stessi giochi...
Nel momento in cui il
figlio ritornava, ai tempi delle Upanishad, il padre cominciava a lasciare gli
impieghi, il lavoro, i soldi, i giochi di potere – tutti i giochi. Ora il posto
doveva essere dato al figlio – senza alcuna riluttanza, con gioia, con
contentezza. Che fosse lui ora a giocare.
Diversamente oggi: i padri
fanno gli stessi giochi, i figli fanno gli stessi giochi, persino i nipoti
fanno gli stessi giochi. I nipoti corrono dietro alle ragazze e i nonni corrono
dietro alle ragazze! È molto brutto, è come se nessuno fosse cresciuto.
Fisicamente magari sono vecchi, ma psicologicamente non sono maturi.
Invecchiare
non significa maturare, ricordalo. Maturare è un processo psicologico. E così
quando un uomo arrivava ai cinquanta cominciava a lasciare il posto ai figli, e
non c’era competizione. Quando i giovani cominciavano a tornare, il padre, la
madre, gli anziani lasciavano loro il posto, e con gioia, perché così essi
venivano alleggeriti. Sarebbero rimasti ancora in casa per venticinque anni, in
modo da aiutare i figli a essere nel mondo, in modo da passare tutto ai figli.
Nel momento in cui i nipoti fossero stati sul punto di tornare a casa, essi
sarebbero tornati negli ashram. Il cerchio è
completo. Un uomo, dopo settantacinque anni – venticinque anni di esperienza
con un maestro, poi venticinque anni di verifica nel mondo e venticinque anni
di lento ritiro, non una rinuncia affrettata, ma un ritiro molto lento e
meditativo... è di nuovo pronto per la foresta, per l’ashram.
Questa volta vi arriva con la propria autorità di
maestro: una vita vissuta pienamente, in cui ha fatto tutte le esperienze
possibili, sacre e mondane, lo ha fatto diventare un maestro. 4
Nel mondo ma
senza appartegnerli
Il
mondo delle Upanishad è molto vicino al
mio. In realtà, qui non sto facendo
altro che riportare in vita lo spirito delle Upanishad.
OSHO
In primo luogo, le Upanishad non sono contro la
vita, non sono per la rinuncia alla vita. Il loro approccio è olistico: la vita deve essere vissuta nella sua totalità.
Non insegnano la fuga dalla realtà. Vogliono che si viva nel mondo, ma in modo
tale da rimanere distaccati dal mondo, in un certo senso trascendenti rispetto
al mondo. Vivere nel mondo senza appartenergli. Ma non insegnano che bisogna
rinunciare alla vita, che bisogna fuggire dalla vita, che la vita è brutta o
che la vita è un peccato. Godono della vita! È un dono di dio, è la forma
manifesta del divino.
Questo assunto fondamentale deve essere ricordato.
Le Upanishad dicono che il mondo è la forma manifesta di dio e che il divino è
la forma nascosta del mondo, e ogni fenomeno manifesto ha dentro di sé un
noumeno non manifesto.
Quando vedi un fiore, il fiore è solo la forma
manifesta di qualcosa dentro, la sua essenza, che è nascosta, che è la sua
anima, il suo stesso essere. Non lo puoi afferrare, non lo puoi trovare
sezionando il fiore. Per questo hai bisogno di un orientamento poetico, non
scientifico. L’approccio scientifico analizza, la prospettiva poetica è
totalmente diversa. La scienza non troverà mai la bellezza nel fiore, perché la
bellezza appartiene alla forma non manifesta. La scienza sezionerà la forma
manifesta e troverà tutti gli elementi di cui è composto il fiore, ma mancherà
la sua anima.
Tutte le cose hanno entrambi, il corpo e l’anima.
Il corpo è il mondo e l’anima è dio, ma il corpo non è contro l’anima, il mondo
non è contro dio. Il mondo è la manifestazione di dio, è l’espressione di dio.
Dio è silenzio e il mondo è la musica di quel silenzio. E lo stesso è vero
anche per te. Ogni persona ha entrambe: la parte manifesta, la struttura
corpo–mente, e quella non manifesta, la consapevolezza.
La religione consiste nello scoprire il non
manifesto nel manifesto. Non si tratta di fuggire da qualche parte, ma di
un’esplorazione delle tue profondità più nascoste. È l’esplorazione del centro
silenzioso, del centro del ciclone. Ed è sempre lì, lo puoi trovare in
qualunque momento.
Le Upanishad dicono che scegliere tra l’assoluto e
il relativo è sbagliato. Qualunque scelta ti renderà parziale, non sarai
intero. E senza interezza non c’è beatitudine, senza interezza non c’è
sacralità, senza interezza sarai sempre un po’ incompleto, non sano. Quando sei
integro, sei sano, perché sei totale.
Il relativo si riferisce al mondo, al mondo
mutante dei fenomeni e l’assoluto si riferisce al centro costante del mondo
mutante. Trova ciò che non muta in ciò che muta. È lì, non c’è alcun problema;
devi solo conoscere la tecnica per trovarlo. Quella tecnica è la meditazione.
Meditare significa semplicemente entrare in
sintonia con il non–manifesto. Il corpo è lì, lo puoi vedere; la mente è lì,
puoi vedere anche quella. Se chiudi gli occhi vedrai la mente e tutte le sue
attività, i suoi movimenti. Pensieri che passano, desideri che sorgono, ricordi
che affiorano, l’intera attività della mente sarà lì, la puoi osservare.
Una cosa è certa: l’osservatore non è la mente.
Colui che è consapevole delle attività della mente non è parte della mente.
L’osservatore è separato, il testimone è separato. Diventare consapevole di
questo testimone significa aver trovato ciò che è essenziale, fondamentale,
assoluto, immutabile.
Il corpo cambia: sei stato un bambino, poi un
giovane uomo o una giovane donna, poi un vecchio... Un giorno eri nel ventre di
tua madre, poi sei nato, e un giorno morirai e scomparirai nel grembo
dell’esistenza. Il corpo continua a cambiare, cambia incessantemente.
La mente continua a cambiare. Al mattino sei
contento, al pomeriggio sei arrabbiato, e alla sera triste. Umori, emozioni,
sentimenti – che cambiano di continuo – pensieri che continuano a mutare. La
ruota continua a girare attorno a te. Questo è il ciclone, il mondo dei
fenomeni è il ciclone. Non è mai lo stesso, neppure per due istanti
consecutivi.
Ma qualcosa è sempre lo stesso, sempre, non cambia
mai – è il testimone. Trovare il testimone significa trovare il divino. Per
questo le Upanishad non insegnano alcuna forma di devozione, insegnano la
meditazione. E la meditazione puoi farla a casa, in famiglia, e in mezzo alla
gente – lo stesso metodo.
Essere nel mondo va bene: è questo il messaggio
delle Upanishad. I mistici delle Upanishad non erano asceti.
Erano diventati non possessivi. Non che non
possedessero alcunché, ma erano diventati non possessivi. Usavano le cose. Non
erano mendicanti. Vivevano gioiosamente, godendo di tutto ciò che era
disponibile, ma non erano possessivi, non si attaccavano a nulla. Questa è vera
rinuncia: vivere nel mondo pur rimanendo assolutamente non possessivo. Amavano,
ma non erano gelosi. Amavano totalmente, ma senza alcun interesse egoico, senza l’idea di dominare l’altro.
È questo che sto cercando di fare qui.
Le Upanishad sono l’anima autentica di questo
paese, e non solo di questo paese, ma di tutte le persone che, in qualunque
luogo, sono state religiose. Nelle Upanishad esse troveranno il loro stesso
cuore, le Upanishad le colmeranno di letizia, perché le Upanishad insegnano la
totalità. 5
Il fiore di loto è un simbolo profondo in Oriente,
perché l'Oriente afferma che dovresti vivere nel mondo, ma senza farti
contaminare da esso. Dovresti restare nel mondo, ma il mondo non dovrebbe
dimorare in te. Dovresti
attraversare il mondo senza ricevere alcuna
impressione, nessun impatto, nessuna scalfittura. Se, al momento della morte,
puoi dire che la tua consapevolezza è pura e innocente come quella che hai
ricevuto alla nascita, hai vissuto una vita religiosa, una vita spirituale.
Per questo il fiore di loro è diventato un simbolo
dello stile di vita spirituale. Incontaminato dall’acqua... Esso cresce dal
fango, nell'acqua, tuttavia resta incontaminato. Ed è un simbolo di
trasformazione: il fango si trasforma nel fiore più bello e fragrante che
questo pianeta conosca. Gautama il Buddha amava
moltissimo questo fiore, al punto che definì il suo paradiso ‘il Paradiso del Loto’. 6
La cosa più IMPORTANTE è sperimentare il DIVINO
L’accettazione
totale significa che è accettata anche la negazione. Nella totalità è inclusa
anche la negazione. È inclusa la famiglia, ma anche il sannyas
[nel senso tradizionale di rinuncia al mondo]; si include il capofamiglia, ma
anche la solitudine e l’isolamento. Non pensare che nell’accettazione totale
sia incluso solo l’uomo mondano e non sia accettato chi rinuncia la mondo.
Assumere varie forme è solo il divertimento del divino: fa diventare qualcuno capofamiglia,
qualcun altro un brahmachari, colui che ha fatto voto
di castità. Se non accettasse colui che ha fatto voto di castità, che
accettazione sarebbe? Non sarebbe accettazione totale. Diventerebbe solo un
trucco, un gioco della mente.
Sahajo era una sannyasin, una monaca, aveva fatto voto di castità. Non
aveva esperienze di vita familiare, la famiglia non l’attraeva. Aveva
abbandonato ogni cosa ai piedi del suo maestro. La sua casa era ai piedi del
suo maestro, la sua famiglia era ai piedi del suo maestro. Nell’accettazione
totale è incluso anche questo.
Quando vi dico che non
avete bisogno di fuggire lontano dal mondo, non pensate che questo implichi il
bisogno di aggrapparvi al mondo. Se riuscite a sperimentare il divino
all’interno della famiglia, non avete bisogno di fuggire lontano. Se non vedete
alcuna possibilità di sperimentare il divino rimanendo in famiglia, ricordatevi
che la cosa più importante deve essere sperimentare il divino, non aggrapparvi
al mondo. In questo caso abbandonate la famiglia. E cercate un luogo in cui le
corde profonde del vostro cuore possano vibrare, cercate un luogo in cui possa
sgorgare la musica dalla vostra vina interiore. 7
AUM
Purnamadah
Purnamidam
Purnat
Purnamudachyate
Purnasya purnamadaya
purnameva vashishyate
AUM
Quello
è il tutto.
Questo
è il tutto.
Dal
tutto emerge il tutto.
Il
tutto viene dal tutto,
eppure
il tutto rimane.
Testi
di Osho tratti da:
1 Osho Upanishad # 21
2 The Divine Melody # 1
3 Kahe Hoat
Adheer # 3
4 I Am That #5
5 I Am That # 1
6 The Razor's Edge # 2
7
Pioggia a ciel sereno - Ed.
Urra
La verità e una sola
Le migliaia di persone che son riuscite a vederla, a viverla nel loro intimo, hanno
fatto di tutto, nel corso dei secoli, per mostrarla a chiunque fosse aperto a
questa profonda ricerca. Usando parole anche molto diverse – dando inizio
magari a tradizioni che possono sembrare in contrapposizione – insegnando
tecniche fra le più disparate… talvolta neppure parlando, ma semplicemente
‘essendo’.
Fra i maestri di consapevolezza
che sono nati in India – e in genere fra tutti coloro che hanno voluto
mostrarci la verità – Gautama il Buddha è di sicuro
il più conosciuto: vissuto 2500 anni fa la sua figura e il suo insegnamento
sono tuttora vitali e provocano un interesse che va vieppiù crescendo anche nell’Occidente monopolizzato dal
cristianesimo – basta pensare al ‘Siddharta’ di Hesse, fino ad arrivare al recente ‘Piccolo Buddha’ di Bertolucci – il seme
di consapevolezza da lui piantato così tanti secoli fa fiorisce ancora, e da
frutti. Ecco perché all’inizio di questa – incompleta – carrellata di mestri indiani
mettiamo il commento di Osho a un brano proprio all’inizio del Dhammapada, l’opera che raccoglie l’insegnamento
fondamentale di Buddha. Quello che segue
– parole antiche, ma che non perderanno mai il loro valore – è un invito a non
combattere, né dentro di noi, né fuori: solo l’amore può scacciare l’odio, solo
la luce può disperdere le tenebre… allora come oggi. Perché la verità è una
sola.
In questo mondo
l’odio
non ha mai scacciato l’odio.
Solo l’amore scaccia
l’odio.
Questa è la legge,
antica e inesauribile.
Aes dhammo sanantano… questa è la legge, eterna,
antica e inesauribile.
Qual è la legge? Che
l’odio non scaccia mai l’odio. L’oscurità non potrà mai scacciare l’oscurità:
solo l’amore scaccia l’odio. Solo la luce può scacciare l’oscurità: l’amore è
luce, la luce del tuo essere, e l’odio è l’oscurità del tuo essere. Se sei
oscuro all’interno, continuerai a riversare odio tutt’intorno a te. Se all’interno
sei luce, sei luminoso, continuerai a irradiare luce intorno a te.
Aes dhammo sanantano… Buddha lo ripete in continuazione: questa è la
legge eterna. Qual è la legge eterna? Solo l’amore scaccia l’odio, solo la luce
disperde l’oscurità. Come mai? Perché di per sé, l’oscurità è solo uno stato
negativo, in sé non ha alcuna positività. Di fatto, non esiste! Come potresti
scacciarla? Contro l’oscurità non puoi fare nulla direttamente. Se vuoi fare
qualcosa nei suoi confronti, dovrai operare attraverso la luce: introduci la
luce e l’oscurità è svanita, togli la luce e appare l’oscurità; ma non puoi
portare o togliere l’oscurità direttamente: nei suoi confronti non puoi fare
nulla di nulla.
E ricorda: neppure con
l’odio puoi fare nulla. Ecco dove si differenziano gli insegnanti di morale dai
mistici religiosi. I professori di morale continuano a propagandare la falsa
legge: continuano a sostenere: “Lotta contro l’oscurità, lotta contro l’odio,
lotta contro la rabbia, lotta contro il sesso, lotta contro questo e quest’altro!”
Il loro intento è essenzialmente questo: “Si deve lottare contro ciò che è
negativo”; viceversa il vero maestro, quello reale, vi insegna la legge
positiva: “Aes dhammo sanantano… questa è la legge eterna: non lottare
contro l’oscurità!” E l’odio è oscurità, il sesso è oscurità, la gelosia è
oscurità, l’avidità è oscurità, la rabbia è oscurità.
Immetti la luce… ma come è
possibile immetterla nel proprio essere?
Diventa silente, libero da
pensieri, all’erta, consapevole, sveglio… in questo modo si introduce la luce
nel proprio essere. E nel momento in cui sei attento, consapevole, non si
troverà più odio. Prova a odiare qualcuno con consapevolezza… sono esperienze
da mettere in pratica, non sono solo parole da comprendere: questi sono esperimenti
da provare. Per questo ti dico: “Cerca di capire non solo intellettualmente:
diventa uno sperimentatore esistenziale”.
Prova a odiare qualcuno
coscientemente, e scoprirai che è impossibile. O scompare la consapevolezza, e
puoi odiare; oppure, se sei consapevole, scompare l’odio: non possono
coesistere. È impossibile la loro coesistenza: la luce e l’oscurità non possono
esistere insieme, poiché l’oscurità non è altro che assenza di luce.
I veri maestri ti
insegnano come arrivare al divino; non ti dicono mai di rinunciare al mondo. La
rinuncia è negativa. Non ti dicono di sfuggire il mondo: ti insegnano a
rifugiarti inel divino. Ti insegnano a conseguire la
verità, non a lottare contro le bugie. E le bugie sono milioni; se insisti
nella lotta, ci vorranno milioni di vite… e anche in quel caso non se ne
ricaverà nulla. E la verità è una, per questo può essere conseguita
all’istante… è possibile in questo preciso istante. 1
Asceti, Mistici e Bellezza
Nella storia millenaria
dell'India si ricordano innumerevoli maestri illuminati – e di moltissimi altri
di sicuro non si ha più memoria alcuna. La ricerca della verità, e la sua
scoperta, non sono limitati a una scelta di vita religiosa, a particolari
pratiche ascetiche, ma permeano tutta la società indiana. E così può capitare
che non solo il mistico, ma anche il calzolaio, il bottegaio – o comunque
persone che sembrano condurre una vita del tutto comune e mondana – siano in
grado di mostrarti la via verso la scoperta del sé…
la tua vera natura
Krishna visse in un certo
modo, la vita di Mahavira fu totalmente diversa, la vita del Buddha ancora
differente. I loro percorsi erano diversi, ma una cosa è certa: qualunque fosse
la via scelta da ciascuno, la loro vera natura era in armonia con essa. Questa
è la sola cosa che tutti gli illuminati hanno in comune. Mahavira, percorrendo
la sua via, era in sintonia con la propria vera natura … Solo questo li
accomuna tutti: i percorsi erano diversi, le personalità erano diverse, gli
stili di vita erano diversi. Krishna suonava il flauto… non riuscireste a
immaginare Mahavira che appoggia un flauto alle labbra, non vi sembrerebbe
giusto. Anche se vedeste un ritratto di Mahavira con un flauto, pensereste che
qualcuno doveva averlo dimenticato là, non poteva essere suo. Cosa avrebbe
fatto Mahavira con un flauto? D’altra parte, accettereste un ritratto di
Krishna che lo raffigura in piedi sotto un albero, nudo e con gli occhi chiusi,
senza la sua corona di piume di pavone? Non lo riconoscereste neppure. Lo
riconoscereste solo se lo vedeste ritratto mentre danza. La danza di Krishna
era in sintonia con il suo essere interiore e l’assoluto silenzio di Mahavira
era in sintonia con il suo essere interiore. Grazie a questa sintonia si
illuminarono entrambi.
Il problema non è il tuo
modo di vivere. I modi di vivere possono essere infiniti, perché il numero
delle anime è infinito. Ogni anima ha la sua natura, la sua individualità, la
sua unicità. Questa unicità non deve essere eliminata, questa unicità deve
essere immersa nell’atmosfera giusta. 2
Sapere senza conoscere
Solo attraverso la
meditazione puoi giungere alla conoscenza. La meditazione è solo la rimozione
di tutto ciò che in te è spazzatura – di quello che hai preso dagli altri, con
cui ti hanno nutrito – per riportarti a essere un bambino innocente che non sa
nulla. Se uno può arrivare a questo stato di non–sapere, in questo vasto spazio
di non–sapere, qualcosa inizia a crescere dentro di lui, spontaneamente. Non
arriva da fuori, sgorga dalle fonti essenziali della vita, dalle sue stesse
radici. E produce fiori bellissimi. Ecco perché è possibile per un Gesù, o un Kabir, o un Raidas – persone ignoranti, prive di cultura. Gesù è il figlio di un falegname, Kabir
è un orfano – nessuno sa se sia musulmano o indù, e per tutta la vita è rimasto
un povero tessitore. Raidas è un ciabattino. Tutti e
tre provengono dal mondo degli sfruttati, degli umiliati, di coloro che vengono
quasi considerati una specie subumana. Non sanno nulla dei testi sacri, ma ogni
loro parola è oro puro a ventiquattro carati. Ogni loro respiro porta il divino
nel mondo. Ogni battito del loro cuore è il battito del cuore dell’universo
stesso. Sanno senza conoscere, comprendono direttamente, senza alcun mediatore.
3
Un tessitore chiamato Kabir, un vasaio di nome Gora, e un calzolaio illuminato
Per tutta la vita Kabir continuò a lavorare al telaio, a tessere. Era un
tessitore. Aveva migliaia di discepoli, che gli dicevano: “Sei diventato
vecchio, e ti stai affaticando inutilmente. Noi possiamo occuparci di te, smetti
di tessere le tue stoffe per andare a venderle al mercato”.
Ma Kabir
diceva sempre: “Voi non capite. Pensate che io sia solo un tessitore. Non sono
come gli altri tessitori – non si tratta di commercio, questa è una faccenda
d’amore. Queste stoffe non sono per nessun se non per dio stesso. E
naturalmente, se faccio le cose per lui, devono essere perfette”.
E trattava i suoi clienti
come dei. Era solito dire loro: “Prendi questa stoffa, ma trattala con cura… mi
è costata tanta fatica. Trattala con cura, con rispetto. Non è il mio lavoro, è
la mia preghiera, la mia forma di devozione”.
Un altro grande mistico,
Gora, era un vasaio, e per tutta la vita continuò a creare vasi bellissimi.
E aveva discepoli –
discepoli ricchi, persino re – che gli dicevano: “Per noi è fonte d’imbarazzo
che il nostro maestro sia un semplice vasaio che carica il suo asino di vasi e
va a venderli al mercato. Per favore, smetti”.
Ma
Gora diceva: “È difficile… fa parte della mia creatività. Nessun altro può fare
questi vasi, solo Gora può – perché tutti gli altri li fanno per denaro, e io
vi riverso tutto il mio amore, tutto il mio cuore. Per me è una meditazione”.
Un terzo grande mistico, Raidas, continuò a fabbricare scarpe. In India,
particolarmente, quella del calzolaio viene considerata una delle professioni
più misere. È riservata ai sudra, agli intoccabili.
Gora era un intoccabile, ma da lui cominciarono ad andare bramini della casta
più alta. Era un uomo ignorante, ma le sue parole erano testi sacri. E tutti
cercavano di convincerlo: “Smetti di fare il calzolaio. Non sta bene. Non è
giusto che un mistico del tuo calibro faccia il calzolaio”. Ma Raidas rifiutava. Diceva: “È la sola arte che conosco. Sono
un povero calzolaio. Questo è l’unico talento creativo con cui posso servire
l’esistenza”.
…Accadrà a ogni
meditatore. Crea qualcosa. E qualunque cosa tu faccia, falla giocosamente, non
seriamente. E dovunque tu sia, celebra. Dimentica parole come ‘business’.
Lascia che la tua vita sia semplicemente un festival. Per me, solo quei pochi
che raggiungono questo stato possono definirsi religiosi – non gli indù, non i
musulmani, non i cristiani, ma le persone creative, che arricchiscono
l’esistenza, che la rendono più bella. Non lasciare questo mondo senza averlo
reso un po’ più bello di come l’hai trovato quando ci sei arrivato. 4
In un corpo qualunque…
Una bella storia. È la
storia di un uomo, un giovane, molto intelligente, ma con un corpo bruttissimo:
una mano era lunga e l’altra corta, gli mancava un occhio, persino le gambe non
erano lunghe uguali.
Alla corte del re era in
corso un grande dibattito, e il padre del giovane, uno studioso molto famoso ed
erudito, era uno dei partecipanti. Ma i dibattiti non arrivano mai a una
conclusione – particolarmente quelli tra studiosi, tra persone cosiddette
sapienti. Se due illuminati si incontrano, non avrà luogo alcun dibattito. Nel
guardarsi negli occhi, sono già arrivati alla conclusione.
E così, si stava facendo
tardi… la madre del ragazzo gli disse: “Vai a vedere cosa sta succedendo, e di’
a tuo padre che la cena è pronta e si sta raffreddando”. Il ragazzo andò… Era
uno strano essere, assomigliava a un cammello, o forse peggio. Si chiamava Ashtavakra. Ashtavakra significa
ricurvo in otto posti del corpo – la mano non era diritta, nel mezzo c’era una
curva. Non riusciva a tenere la testa diritta, perché il collo era storto.
Tutti gli studiosi erano
alla corte, e non appena lo videro entrare si misero a ridere – non avevano mai
visto una creatura così strana. Ma era incredibilmente intelligente, e alla
fine divenne uno degli illuminati più grandi del mondo – della stessa statura
di Gautama il Buddha. Tutti ridevano di lui e lo
schernivano, e suo padre si vergognava – perché era andato lì?
Ashtavakra andò diritto dal re e gli
disse: “Sembra che qui tu abbia radunato dei ciabattini… Manda via tutti questi
idioti! Riescono a vedere solo la mia pelle, il mio corpo: sono ciechi e
parlano di conoscenza di sé, di autorealizzazione.
Cosa c’entra il sé con il corpo?”.
Ci fu un grande silenzio,
perché ciò che aveva detto il ragazzo era assolutamente vero.
Anche il re rimase molto
colpito, perché il ragazzo non era né turbato, né shoccato,
ma le sue affermazioni erano molto più importanti di tutte le cose di cui
avevano discusso gli studiosi: “Io non sono il mio corpo, e queste persone
riescono a vedere solo il corpo. Se avessero un pochino di conoscenza di sé,
non avrebbero riso vedendo il mio corpo. Avrebbero percepito la presenza di un
uomo illuminato”.
La conferenza venne
sciolta, e il re disse ad Ashtavakra: “Da domani
inizierai a insegnarmi, voglio essere tuo discepolo”. 5
Ai tempi di
Buddha
L’India
ha visto tempi davvero strani. Solo nel piccolo stato del Bihar
c’erano otto insegnanti, al tempo di Buddha, che si dichiaravano illuminati, ma
differivano su tutti i punti del loro insegnamento… la mia comprensione è che
erano tutti illuminati. Tempi strani: all’interno di un piccolo stato, otto
illuminati che si spostano in continuazione da una parte all’altra, dando
insegnamenti contraddittori, ma erano tutte persone meravigliose.
Sei di loro sono stati
completamente dimenticati. Solo Buddha e Mahavira sono rimasti nella memoria
dell’uomo. Gli altri sei erano più eccentrici, più intelligenti. E sono stati
dimenticati per il semplice motivo che non fecero mai di nessuno un loro
seguace – che tramandasse i loro insegnamenti, e che preservasse le loro
scritture.
Conosciamo i loro nomi
solo dagli insegnamenti di Buddha, nei passi in cui li critica, e dalle parole
di Mahavira, quando li critica, è così che sappiamo dell’esistenza di queste
sei persone. Ed erano abbastanza importanti perché Buddha sentisse di doverli
criticare, ma non conosciamo con esattezza il loro insegnamento.
Ma io ho cercato di
scoprire di più… Non ci sono scritture lasciate da costoro: Ajit
Kays Kumberley, Sanjay Belattiputta… Ma io, nella
mia immaginazione, ho creato il contesto nel quale quelle frasi, condannate da
Buddha, sarebbero appropriate. E, in quel contesto, le critiche di Buddha non
hanno senso. Quelle persone erano, di loro diritto, tanto illuminate e tanto
risvegliate quanto Gautama il Buddha stesso. Ma
questo non vuol dire che tutti gli illuminati debbano trovarsi in accordo tra
di loro. Se si trovano, d’accordo, bene! Ma sono liberi anche di non essere
d’accordo! L’esistenza è multi dimensionale.
Ma, siccome io non sono il
seguace di nessuno, e non ho pregiudizi pro o contro, posso vedere che tutte e
otto quelle persone erano altrettanto illuminate quanto Gautama
Buddha, sebbene le loro opinioni fossero diverse. Ad esempio, Sanjay Belattiputta doveva essere
una persona molto gioiosa, un uomo dotato di grande senso dell’umorismo.
Gli induisti credono in un
unico inferno, come vi ho detto. I giainisti credono
in tre inferni… i buddisti credono in settantasette inferni, come vi ho detto. Sanjay Belattiputta, sentendo
questo, rise e disse: “ Settantasette non è abbastanza, perché io so che ci
sono più di settantasette categorie di peccatori. In realtà vi sono settecento
e settantasette inferni!”. E io so che scherzava! Prendeva in giro tutta
l’assurdità di contare gli inferni.
So che Sanjay
Belattiputta scherzava, parlando degli inferni… ma
non c’è rimasto altro di lui. Sanjay Belattiputta era contrario a chi fa di tutto per andare in
paradiso, e per questo non creò mai una religione organizzata. Rimase un
insegnante solitario, che andava in giro da solo sfidando tutte le filosofie
prevalenti: criticando Buddha, criticando Mahavira… Ma non ha mai permesso a
nessuno di diventare un suo seguace.
Era profondamente convinto
che ciascuno deve liberare se stesso; tutti quelli che dicono di poter liberare
gli altri mentono. Inframmezzato tra le critiche di Buddha e Mahavira, ho
trovato almeno chiaro questo suo pensiero: che coloro che cercano di liberare
altri mentono. Nessuno può liberare nessun altro. 6
La storia
del mercante Tuladhar
Un asceta praticava l'ascesi da anni. Si chiamava
Jajali. Le sue H pratiche di ascetismo erano talmente estreme che il suo corpo
si era rinsecchito; assomigliava a un albero morto, ormai secco. Non faceva
alcun movimento. Si racconta che la sua immobilità era tale da permettere agli
uccelli di costruire il nido tra i suoi capelli; vi avevano deposto le uova.
Jajali si era mosso soltanto dopo che le uova si erano schiuse, quando gli
uccellini, dopo essere usciti dai gusci, erano volati via. Pensando che gli
uccellini potessero soffrire e che le uova potessero cadere, era rimasto in
piedi nella stessa posizione. Non si era mai mosso, non era neppure andato a
elemosinare il cibo, era rimasto affamato per mesi. Ricominciò a muoversi solo
dopo che gli uccellini erano volati via.
Ma in quel giorno, sorsero in lui un grande
orgoglio e un grande ego: "Quale asceta è migliore di me? Quale persona
non violenta è migliore di me?" .
Mentre parlava così tra sé, udì il suono di una
risata che proveniva dalla foresta, immersa nella più assoluta solitudine. Poi
udì la voce di una persona invisibile che diceva: "Jajali, non rimpinzarti
con l'ego in questo modo! Se vuoi vedere un uomo che ha raggiunto la conoscenza,
va' a sederti ai piedi del mercante Tuladhar".
Jajali non riusciva a capire: "Tuladhar, un
mercante? E un grande s asceta come me dovrebbe andare a sedersi ai suoi piedi?
lo, il grande asceta Jajali... tra i miei capelli gli uccelli avevano costruito
il nido e io sono rimasto immobile, tanto grande è la mia non violenza e la mia
pietà e la mia compassione! Comunque, andrò a vedere chi è questo mercante".
E partì alla sua ricerca.
Il mercante Tuladhar viveva a Kashi e Jajali andò
da lui. Non riusciva a credere ai propri occhi: Tuladhar era un comunissimo
mercante! Giorno e notte vendeva la sua merce, pesandola sulla bilancia. Ecco
perché lo avevano chiamato Tuladhar 'colui che tiene la bilancia'. Pesava
continuamente qualcosa. Quando Jajali arrivò di fronte a lui, stava vendendo e
pesando circondato da una folla di clienti. Tuladhar non rivolse neppure uno
sguardo a Jajali. Gli disse: "Jajali, siediti. Non essere tanto orgoglioso
perché gli uccelli hanno fatto il nido tra i tuoi capelli e perché sei rimasto
immobile fino a quando gli uccellini sono volati via. Siediti, siediti in
silenzio: prima lasciami finire di servire i clienti".
Udendo le parole di Tuladhar, Jajali rimase
strabiliato. Pensò: "Adesso il problema si è ingigantito. Di certo
quest'uomo sa qualcosa, di sicuro è più avanti di me. D'altra parte, non riesco
a vedere in cosa consista la sua disciplina spirituale".
Si sedette. Cominciò a osservare. Arrivavano
persone buone, arrivavano persone cattive e tutti parlavano a Tuladhar in modo
diverso, qualcuno gli parlava gentilmente, qualcun altro lo insultava: era un
negozio, erano gli affari di un negozio! Ma Tuladhar rispondeva a tutti
soavemente e in modo uguale; in lui non c'erano né collera, né emozione e non
si schierava né a favore di qualcuno, né contro nessuno. Jajali continuò a
osservare. Non c'era il minimo cambiamento nell'uso della bilancia: arrivavano
i suoi parenti, arrivavano gli estranei, ma la sua esattezza nel pesare
rimaneva uguale per tutti.
Calata la
sera, dopo la chiusura del negozio, Jajali gli chiese: "Cosa mi
consigli?".
Tuladhar gli rispose: "Sono solo un comune
mercante. Non sono un uomo colto. So soltanto questo: l'equilibrio si ha quando
entrambi i piatti della bilancia si bilanciano, allo stesso modo, solo quando
c'è parità tra i due lati della mente — tra la collera e la sua assenza, tra
l'amore e l'odio, tra il piacere e il dispiacere — si raggiunge un equilibrio
interiore. In quel momento accade il samadhi".
Continuò: "Equilibrando i piatti della
bilancia, ho raggiunto l'equilibrio. Non ho fatto nulla di più. Gli uccelli non
hanno costruito il nido tra i miei capelli, non ho praticato alcuna ascesi.
Jajali, io sono un comune mercante, non sono un asceta. Il mio segreto è tutto
qui: equilibrando i piatti della bilancia, ho imparato l'arte di equilibrare il
mio sé. Ho compreso che, quando c'è un perfetto equilibrio interiore, l'ego
scompare. L'equilibrio crea un vuoto e in quel vuoto discende il tutto. Ma io
sono solo un mercante.
Tu sei un grande studioso; sei istruito, sei un asceta.
Forse ciò che dico ti potrà servire, e forse no. lo so solo questo ed è ciò che
posso dirti: anche vivendo isolato nella foresta, se il tuo ego si impossessa
di te, sei di fatto tornato nel mondo. D'altra parte, se resti nel mondo e la
tua bilancia interiore è in equilibrio, anche così sei nella foresta, sei
sull'Himalaya, pur rimanendo nel mondo degli affari.
Ciò che conta non è il luogo in cui vivi o ciò che
fai. Ciò che conta è ciò che sei". 2
Magga Baba
Si
ha un’immagine dell’India mistica legata ovviamente ai grandi nomi: maestri che
hanno dato vita a importanti religioni, figure storiche – o mitiche – talvolta
persino quasi deificate…
Ma
il misticismo in India è così forte, e diffuso a tutti i livelli, che un
illuminato si può persino nascondere dietro gli stracci di un qualunque
mendicante che incontri per strada… talvolta persino ai nostri giorni.
Nessuno
sapeva il suo vero nome, né la sua età, lo chiamavano Magga
Baba… certamente è uno degli uomini più notevoli che
abbiano mai vissuto su questo pianeta, davvero uno dei pochi eletti. Non so
nulla della sua infanzia, né dei suoi genitori… un giorno, all’improvviso, era
apparso in città.
Era uno strano mendicante
– strano perché era rispettato da molti, pur essendo un mendicante. E se ne stava
sempre zitto. Io ero l’unica persona in città con cui parlasse, e solo in
privato, quando non era presente nessun altro. Andavo da lui nel cuore della
notte, alle due del mattino forse, perché a quell’ora era più probabile
riuscire a trovarlo da solo. Magga Baba non raccontava mai nulla della sua vita, ma diceva
molte cose sulla vita. Fu il primo a dirmi: “La vita è più di quello che
sembra. Non giudicare dalle apparenze, ma scava in profondità nelle valli dove
la vita ha le sue radici.” Pur essendo solo un poveruomo, le sue parole erano
miele purissimo, molto dolci e nutrienti, e cariche di significato. “Ma,” mi
disse “non devi dire a nessuno che ho parlato con te, finché non morirò, perché
molti pensano che io sia sordo. A me va bene che la pensino così. Molti pensano
che io sia matto – questo è ancora meglio per me.”
Era l’uomo più raro che io
abbia incontrato in questa, o qualunque altra mia vita passata.
…Magga
Baba, non un granché come nome, magga
significa semplicemente ciotola. Aveva sempre con sé una ciotola: era il suo
unico possesso. Da quella ciotola beveva, e la usava
per chiedere del cibo. La gente lasciava cadere di tutto in quella ciotola:
soldi, cibo, acqua. Era tutto quello che aveva. E permetteva a chiunque di
prendere qualunque cosa dalla ciotola. E così la gente tirava fuori soldi, o
cibo – i bambini soprattutto, i mendicanti. Lui non ostacolava nessuno, né
quelli che offrivano le cose, né quelli che le prendevano. 7
re, ladri e…
cortigiane
È la ‘fragranza’ di questi maestri illuminati
riusciva ad affascinare individui di ogni estrazione sociale. Per ognuno
avevano una parola – o uno stratagemma – coi quali indicare la via verso la
verità, non importa se si trattasse di re, ladri… o cortigiane.
Qui ognuno è se stesso
Un grande re Prasenjita era andato a visitare Buddha per la prima volta.
Quando Buddha venne in città, la moglie gli disse: “Non sta bene che un uomo
come Gautama il Buddha venga in città, e tu non vada
nemmeno a dargli il benvenuto. Io ci vado”. Prasenjita
ci pensò su per un momento, e poi disse: “Va bene, vengo anch’io. Vorrei fargli
un regalo. Possiedo un grosso diamante: anche gli imperatori ne sono gelosi.
Buddha saprà apprezzarlo!”.
La moglie si mise a
ridere, e disse: “Anziché il diamante, sarà meglio se gli porti un fiore di
loto. Per Buddha il fiore di loto sarà molto più bello”. Prasenjita
disse: “Porterò tutti e due: vediamo chi ha ragione.”
Il re si presentò davanti
a Buddha, e prima gli offrì il diamante. Buddha disse: “Lascialo cadere!”. Era
molto difficile, per Prasenjita, lasciare cadere il
suo diamante: quel diamante era la sua vita! Prasenjita
esitò. Buddha disse di nuovo: “Lascialo cadere!”. Così, con riluttanza, lasciò
cadere il diamante, ed offrì, con l’altra mano, il fiore di loto.
Buddha disse: “Lascialo
cadere!”. Prasenjita pensò: “Ma è pazzo,
quest’uomo?”. Lasciò cadere il fior di loto, e Buddha disse: “Non senti? Lascia
cadere!”. Prasenjita disse: “Le mie mani sono vuote.
Cosa vuoi che lasci cadere?”.
In quel momento Sariputra disse: “Non hai capito. Buddha non dice di
lasciar cadere il diamante, oppure il fiore. Lui dice: ‘Lascia cadere la tua
personalità. Lascia cadere il fatto che sei il re. Lascia cadere questa
maschera, sii semplicemente umano…”.
Non ci aveva mai pensato.
E adesso, in quel grande silenzio… cadde spontaneamente ai piedi di Buddha.
Buddha disse: “Questo è
quello che ti dicevo: lascia cadere! Adesso siediti. Sii semplicemente umano.
Qui nessuno è un imperatore, e nessuno è un mendicante. Qui ciascuno è se
stesso. Sii semplicemente te stesso. Il tuo titolo di imperatore è qualcosa che
ti può essere tolto.
È meglio se lo lasci
cadere da solo – come è più degno di un uomo – e rimani, semplicemente, te
stesso: il tuo essere autentico”. 8
Nagarjuna e il ladro
Nagarjuna era un fachiro nudo, ma
era amato da tutti i veri ricercatori. C’era anche una regina che lo amava
profondamente. Un giorno, la regina chiese a Nagarjuna
di essere ospite a palazzo. Nagarjuna andò. La regina
gli chiese un favore. “Cosa vuoi?”, rispose lui. La regina disse: “Voglio la
ciotola che usi per mendicare.”
Nagarjuna gliela dette – quella era
l’unica cosa che possedesse: la ciotola per mendicare. E la regina fece portare
una ciotola d’oro, adornata di diamanti, e la dette a Nagarjuna,
dicendo: “Adesso adopererai questa ciotola. La ciotola che hai portato con te
per anni porta un po’ della tua energia, diventerà il mio tempio. E un uomo
come te non si merita quella comunissima ciotola da mendicante, di legno.
Tieniti questa, d’oro.” Era davvero preziosa.
Mentre lasciava il
palazzo, un ladro lo vide; il ladro non riusciva a credere ai suoi occhi: “Quell’uomo è nudo, e porta un oggetto veramente prezioso!
Per quanto tempo riuscirà a proteggerlo?”. Così il ladro lo seguì…
Nagarjuna viveva fuori città, in un
antico tempio caduto in rovina – non c’erano porte, né finestre. Era proprio un
rudere. Il ladro se ne stava nascosto dietro un muro, appena fuori dalla porta
– e Nagarjuna gettò fuori la ciotola. Il ladro non si
capacitava. Nagarjuna aveva gettato la ciotola perché
aveva visto che il ladro lo seguiva, e sapeva benissimo che il ladro non veniva
per lui, ma per la ciotola. Il ladro sapeva benissimo che la ciotola era stata
gettata per lui e non se ne sapeva andare senza ringraziarlo. Fece capolino, e
disse: “Signore, accetta i miei ringraziamenti. Sei davvero un essere raro.
Posso entrare, e toccare i tuoi piedi?” Nagarjuna si
mise a ridere, e disse: “Sì, ed è per questo che ho gettato fuori la ciotola:
perché tu potessi entrare dentro!”
Il ladro era preso in
trappola: entrò, toccò i piedi di Nagarjuna… e in
quel momento il ladro era molto aperto, perché aveva visto che quell’uomo non
era come tutti gli altri – era molto vulnerabile, aperto, ricettivo, grato…
mentre toccava i piedi di Nagarjuna, per la prima
volta in vita sua sentì la presenza del divino. Gli chiese: “Quante vite mi ci
vorranno per diventare come te?”. Nagarjuna rispose:
“Quante vite? Può succedere oggi, può succedere adesso!”. Il ladro disse: “Ma
stai scherzando! Sono un ladro, un ladro famoso. Tutta la città mi conosce,
anche se finora non sono mai stati capaci di prendermi con le mani nel sacco.
Nel rubare sono un maestro… come potrei trasformarmi da un momento all’altro?”
E Nagarjuna
gli rispose: “Se in una vecchia casa da secoli c’è buio, e tu porti una
candela, può l’oscurità dire che è lì da secoli e non può andarsene
immediatamente? Può l’oscurità opporre resistenza? Può fare differenza il fatto
che l’oscurità sia vecchia di un giorno oppure di milioni di anni?”.
Il ladro capì: l’oscurità
non può resistere alla luce – quando arriva la luce, il buio scompare. “E la
mia professione? La devo abbandonare?” chiese.
Nagarjuna rispose: “ Questo lo devi
decidere tu. Non m’interessa chi sei e qual è la tua professione: ti posso solo
dire il segreto di come accendere una luce nel tuo essere, e poi sta a te.”
Il ladro disse: “Ma tutti
i religiosi che ho visitato mi hanno sempre detto che prima di ricevere
l’iniziazione dovevo smettere di rubare”. Nagarjuna
rise: “Allora devi avere visitato dei ladri, e non dei santi. Non sanno niente
di religione. Quello che devi fare è osservare il tuo respiro – l’antico metodo
di Buddha – osserva semplicemente il tuo respiro che entra ed esce. Tutte le
volte che te ne ricordi, osserva il tuo respiro. Anche quando esci per rubare,
e quando entri nella casa di qualcuno nella notte, continua a osservare il tuo
respiro. Nel momento in cui hai aperto la stanza del tesoro, e i diamanti sono
davanti a te, continua a osservare il tuo respiro,
e poi fai tutto quello che vuoi – ma non dimenticarti del respiro!”.
Il ladro disse: “Sembra
semplice. Nessuna regola di morale? Non c’è nessun altro precetto?”.
Nagarjuna rispose: “Assolutamente nessuno – osserva
soltanto il respiro.”
Dopo quindici giorni il
ladro tornò… un uomo totalmente diverso. Cadde ai piedi di Nagarjuna
e gli disse: “Mi hai preso in trappola! E lo hai fatto così bene che ci sono
cascato senza neanche un sospetto. In questi quindici giorni ho provato: è
impossibile! Se osservo il respiro non posso rubare. E se rubo, non riesco a
osservare il respiro. Quando osservo il respiro divento così silenzioso
internamente, così consapevole, così presente… che anche i diamanti sem-brano
ciottoli. Mi hai creato un bel problema. E adesso cosa devo fare?”.
rispose: “Fa’ quello che credi! Se vuoi quel
silenzio, quella pace e quell’estasi che nascono in te quando osservi il
respiro, allora scegli il respiro. Se invece pensi che tutti quei diamanti,
quell’argento e quell’oro siano di maggior valore, allora scegli quelli. Lo
devi decidere tu! Chi sono io per interferire nella tua vita?”.
L’uomo disse:” Non posso
scegliere di essere nuovamente inconsapevole: non ho mai conosciuto momenti
come questi. Accettami come tuo discepolo, e dammi l’iniziazione.”
“Te l’ho già data
l’iniziazione!” rispose Nagarjuna.
La religiosità non si
fonda sulla moralità ma sulla meditazione. La religiosità non si basa sul
comportamento ma sulla consapevolezza. 9
Amrapali
All’epoca
del Buddha viveva una donna bellissima, una prostituta di nome Amrapali
Era così bella che, per sottolinearlo, le fonti del
tempo dicevano che non aveva mai avuto bisogno di truccarsi.
Davanti al suo palazzo
c’era sempre una coda di re, principi e ricchi. Era difficilissimo ottenere il
permesso di entrarvi. Era una cantante, musicista, ballerina. In Oriente, il
significato di prostituta è diverso che in Occidente, dove è semplicemente un
oggetto sessuale. In Oriente, la prostituta non è solo un oggetto sessuale…
questa era la situazione, soprattutto in passato.
Principi e re… cercavano di
persuadere Amrapali a essere la loro regina, la loro
moglie. Ma lei s’innamorò di Gautama il Buddha.
Il Buddha era andato a Vaishali, la città dove viveva Amrapali.
Tutte le persone di alto rango erano venute a riceverlo: c’erano il re e il
primo ministro, e anche Amrapali era presente, sul
suo carro dorato. Vedendo il Buddha… Nella sua vita aveva visto tantissime
persone bellissime, ma mai un uomo simile: così silenzioso, sereno, tranquillo,
rilassato.
…il modo con cui camminava
– perché arrivava camminando, si spostava solo a piedi – il modo in cui entrò
nella città, la grazia che lo circondava…
Amrapali cadde ai piedi del
Buddha, dicendo: “Dammi l’iniziazione come tua discepola, dammi il sannyas”. Tutti i cosiddetti pezzi grossi non potevano
credere ai loro occhi. Il Buddha rispose: “È meglio, Amrapali,
se ci pensi bene. Sei giovane e bella. Tantissime persone sono pronte a darti
tutto ciò che desideri. Io sono un pover’uomo, un
mendicante, e diventare mio discepolo vuol dire diventare un mendicante. È una
vita difficile. Noi mangiamo solo una volta al giorno e ci spostiamo a piedi…
ripensaci”.
Si narra che perfino al
Buddha spiacesse dare il sannyas a questa donna,
perché aveva sempre vissuto nel lusso: era un fiore raro. Ma Amrapali gli disse: “È vero, tantissime persone mi stanno
aspettando, ma io stavo aspettando te. E non voglio ciò che loro intendono
offrirmi. Possono offrirmi il mondo intero, ma non lo voglio. Vorrei solo
seguire te sulle strade polverose, a piedi nudi. Sarò felicissima se mangerò una
sola volta al giorno. Sono pronta a essere una mendicante. Stare nella tua
ombra è più che sufficiente”. Amrapali era una
pagana; aveva vissuto in modo molto istintivo. Il Buddha le diede il sannyas, ma senza norme o precetti da rispettare. Questa è
la cosa più significativa. Egli aveva dato il sannyas
a migliaia di persone, ma Amrapali fu l’unica
eccezione: non le fu dato alcun principio, né alcun precetto o norma da
rispettare.
Il Buddha disse: “Continua
a seguire la via: sei sul sentiero giusto. Se non fossi stata sul sentiero
giusto, non mi avresti scelto. Io non ho nulla; dall’altra parte c’è il mondo
intero e tu scegli me. Questo dimostra che, finora, sei stata sul sentiero
giusto. Adesso non chiedermi norme da seguire, sarebbe una distrazione. Continua
semplicemente a seguire il tuo essere più intimo”. Aveva trascorso la vita fra
musica, canti e danze. Buddha le permise di rimanere se stessa. È qui che
riconosco l’intuizione del Buddha… non vuole interferire, se è interessato in
qualcosa, si tratta esclusivamente di aiutarvi a essere voi stessi. 10
Sermoni
in pietra e canti dal silenzio
L'ARTE
COME UN DITO CHE INDICA LA LUNA... IN INDIA TRADIZIONALMENTE L'ARTE È UN'ESPRESSIONE
FRUTTO DI RICERCA INTERIORE ED ESPERIENZE MISTICHE: NON È QUINDI SOLO FINALIZZATA
A UN GODIMENTO ESTETICO, MA ANCHE UN INVITO PRATICO A ENTRARE DENTRO SE STESSI,
UNO STRUMENTO PER LA MEDITAZIONE.
Artisti anonimi
Visita i templi
dell'Oriente, vai a Khajuraho, oppure a Ellora e Ajanta: vedrai opere di
stupenda bellezza, ma non avrai modo di conoscere neppure i nomi di chi le ha
fatte; non le hanno nemmeno firmate. A chi attribuirle? Nessuno lo sa, sono
opere anonime. Nessuno sa chi ha scritto le Upanishad – sono anonime. Però
quegli sconosciuti hanno condiviso la loro visione, la condividono ancora, e
continueranno a condividerla fino alla fine del tempo. Se visiti Khajuraho, la
tua mente si ferma. Una simile bellezza non si è mai vista, non si è mai
rivelata altrove nel mondo. Le pietre non sono mai state così espressive come a
Khajuraho: sermoni nella pietra. Nemmeno le donne vere sono mai state belle
come le sculture di Khajuraho. E l'esprimere, nella pietra, le sensazioni
sottili, euforiche, di due amanti che fanno l'amore! – quello che acca-de nei
loro volti, il tipo di energia che li circonda, l'estasi che passa dall'uno
all'altra... e tutto ciò in pietra, il più duro dei materiali! Eppure hanno
saputo descrivere anche l'estasi. Quando due amanti fanno l'amore... proprio
quel tipo di energia, che gli artisti hanno saputo riprodurre nella pietra, è
ancora lì che la circonda.
Se guardi quei volti,
vedi che non sono solo erotici. L'erotismo è solo l'inizio, il primo gradino.
Se sai guardare, se sai intuire, vedi che la scala sale, sale, e infine
sparisce tra le nuvole. Da qualche parte, tra le nuvole, c'è l'estasi.
Ma nessuno sa chi ha scolpito
quelle bellissime immagini. Artisti anonimi – che però hanno condiviso la
loro visione. Si prova ancora gratitudine, ora e per sempre.
In Oriente l'arte è
anonima, e questo è il segreto della sua bellezza – è come fosse cosa di un
altro mondo. 1
Arte per la meditazione
Nel creatore del Taj
Mahal era scomparso il bipolarismo, era un mistico sufi. Il Taj Mahal era la
sua visione, scaturita da una meditazione profonda. Tuttora, se mediti di
fronte al Taj Mahal in una notte di luna piena, rimarrai sorpreso: nella tua
interiorità più profonda qualcosa comincia a elevarsi... comincia a muoverti
verso l'alto.
Se vai in meditazione profonda
di fronte al Taj Mahal in una notte di luna piena — per un'ora, seduto di
Con un gruppo di amici
mi sono recato a Khajuraho per visitarne il tempio, di fama mondiale. Il muro
più esterno, la periferia del tempio, è decorato con scene raffiguranti l'atto
sessuale nelle posizioni erotiche più svariate. Vi si vedono scolpite le pose
più diverse, e sono tutte posizioni sessuali. I miei amici mi chiesero perché
vi fossero quelle sculture come decorazioni di un tempio.
Spiegai loro che gli
architetti che avevano costruito quel tempio erano persone intelligentissime.
Sapevano che la passione e il sesso esistono alla periferia della vita e
pensavano che quanti erano ancora coinvolti nel sesso non avessero il diritto
di entrare nel tempio.
Entrammo. All'interno,
non vi era alcuna statua dedicata a dio. I miei amici rimasero sorpresi non
vedendo nessun idolo. Spiegai loro che sul muro esterno della vita stessa
esistono la libidine e la passione, mentre il tempio del divino è all'interno.
Coloro che sono ancora incantati dalla passione, dal sesso, non possono
raggiungere il tempio del divino all'interno; non fanno altro che aggirarsi
attorno al muro esterno.
I costruttori di questo
tempio erano persone di grande buon senso. Si trattava di un centro di
meditazione: la sessualità in superficie, tutt'attorno — la pace e la quiete
nell'intimo, al centro. Agli aspiranti veniva detto di meditare prima di tutto
sul sesso, di riflettere a fondo sull'accoppiamento raffigurato sul muro
esterno, e quando avessero pienamente compreso il sesso – e fossero certi di
averne la mente libera – potevano entrare all'in¬terno. Soltanto allora
avrebbero potuto confrontarsi con il divino all'interno.
Ma nel nome della
religione abbia¬mo distrutto ogni possibilità di capire il sesso. Gli abbiamo
dichiarato guerra, ed è il nostro istinto fondamenta-le. La regola dettata
dalla norma è di non vedere affatto il sesso, chiudere gli occhi e precipitarsi
ciecamente nel tempio di dio. Ma è possibile raggiungere una meta con gli occhi
chiusi? Anche se raggiungi l'essenza interiore, con gli occhi chiusi non potrai
vedere il divino. Al contrario, vedrai soltanto la cosa dalla quale fuggivi! 3
Ci sono trenta templi in
Khajuraho. originariamente ce n'erano cento – i mussulmani ne hanno distrutti
settanta, ora sono ruderi. La città era una città formata solo da templi; la
gente veniva giusto per vedere la loro arte. Questi cento templi devono essere
stati costruiti in migliaia di anni, da migliaia di artisti che lavoravano
continuamente la pietra... generazioni dopo generazioni.
E hanno creato dei
magnifici corpi in pietra. In Khajuraho la pietra parla, canta, danza; non è
morta.
Puoi vedere come
l'artista ha trasformato la pietra morta in una forma che vive. Sembra così
vera che in ogni istante la statua potrebbe incamminarsi verso di te e dirti,
"Ciao", e centinaia di statue... Queste statue non sono là per
soddisfare la tua sessualità repressa, ma al contrario, sono là per liberare,
attraverso il metodo tantrico, la sessualità repressa semplicemente meditando
su queste statue nude. Il metodo era quello di stare là in silenzio con solo
una luce offuscata, circondati da centinaia di sta tue. Giusto guardandole
sarai sorpreso di accorgerti che molti di questi sogni li hai avuti anche tu – e
molti, come tali, sono condannati in qualsiasi società – orge sessuali che hai
vissuto nei tuoi sogni... e che sono parte del tuo inconscio. E questi posti
come Khajuraho erano delle specie di università dove le persone venivano per
liberarsi, per purgarsi della sessualità repressa.
E tutte queste statue
sono al di fuori del tempio. All'interno non ci sono sculture erotiche. Infatti
per di più in questi templi non c'è niente – solo silenzio, un ambiente fresco
e pacifico, con le vibrazioni delle migliaia di persone che vi hanno meditato.
La regola è: quando
senti, o il tuo maestro sente, che queste sculture al di fuori del tempio non
ti influenzano più non ti creano più alcuna sessualità o sensualità allora hai
liberato tutto il tuo sesso represso... E il miglior metodo psicologico
inventato in Oriente.
Nessuno dice cosa sta
succedendo, e per anni non ce ne bisogno; una volta che il maestro — oppure tu
— vede che stai sedendo là e niente succede, è come se i muri fossero vuoti...
se sei assolutamente sicuro che non hanno più effetto, quello è il segnale:
'Adesso è il momento di entrare dentro, adesso la porta verso l'intimo, il
mondo interiore, è aperta'. Ti sei liberato da tutto quello che è
“spazzatura”... una sensazione di pulizia, di leggerezza, e un silenzio che è
pieno di bellezza e musica...
Khajuraho o Konarak...
non sono pornografici. Sono strumenti per la meditazione. 4
Il suono del silenzio
Nanak viaggiò in lungo e
in largo, in India e fuori, e aveva solo un discepolo che lo accompagnava in
tutti questi viaggi... e la sola cosa che faceva era sedersi semplicemente
sotto un albero e il suo discepolo, Mardana, suonava un particolare strumento
musicale, mentre Nanak cantava una canzone. E la bellezza del canto e della
musica erano tali che, perfino la gente che non capiva la loro lingua, si
avvicinava e si sedeva vicino a loro. Al termine, Nanak sedeva in silenzio. E
le persone che erano rimaste incantate dalla musica, senza capire – visto che
non era la loro lingua... qualcuna se ne andava, ma altre restavano sedute,
perché ora il suo silenzio diventava una forza magnetica travolgente. Era un
uomo privo di cultura e utilizzava soltanto una lingua locale, da contadini –
il Punjabi – eppure riuscì a creare un impatto in quasi metà dei paesi
asiatici. Senza usare alcun linguaggio, riuscì ad avere discepoli...
No, l'illuminazione non
ha linguaggio alcuno, ma è in grado di trovare modi per trasmettere la propria
gioia, la propria beatitudine, la propria verità, il proprio amore, la propria
compassione... tutto ciò che è grande nell'esperienza umana – le vette di
consapevolezza più elevate. 5
Nanak non cita le
scritture, non parla di dottrine e principi. Non ci sono risposte, e allora
cosa c'è? Musica... nada. Questo nada, il suono, la musica, sono un'esperienza.
La mattina, prima che tu ti svegli, gli uccelli forse cantano, però tu non li
senti. Poi il sonno s'interrompe, e cominci a svegliarti; ti giri nel letto,
con gli occhi ancora chiusi, e adesso senti gli uccelli, fuori dalla finestra.
La fresca brezza del
mattino ti accarezza con amore, e tu cominci a sentire tutti i suoni che ti
circondano. Man mano che ti svegli, ti rendi conto della musica
dell'esistenza... ed esiste un'ulteriore alba, esatta-mente come questa, un
altro risveglio. Adesso la tua vita è un solo lungo torpore: cammini come se
dormissi; tutto quello che fai, lo fai in una specie di trance. Combatti, ami,
incontri qualcuno, te ne vai: fai di tutto in questa tua inconsapevolezza.
L'esistenza è un canto –
un canto molto intenso – musica che fluisce senza barriere! Nessuno l'ha
creata; nessuno strumento ne suona la melodia. E suono senza suono, un canto
privo di cause che risuona senza un motivo. La musica è l'essenza stessa
dell'esistenza, ed è per questo che ti attrae così profondamente. E se ti senti
svanire, nella musica, sappi con certezza che quella melodia contiene qualcosa
del nada.
Il grande musicista è
colui che sa catturare il nada col suo strumento. Sa far discendere – in un
certo modo – il sacro suono dell'om nel tuo mondo, altrimenti assopito. La
musica non è fatta per stimolare i tuoi elementari desideri.
...La musica orientale
si basa sul nada. Quando la musica si avvicina al nada, l'ascoltatore piano piano entra in meditazione: questo significa che diventi
più consapevole; una consapevolezza totale ti pervade, come se dentro di te
fosse stato acceso un lume.
Avrai sentito le storie
di musicisti che accendono lampade spente, ma non credere che si tratti di
lampade esteriori: queste lampade non hanno niente a che fare con la musica.
Sei tu la lampada spenta, e se chi suona – o canta – è in uno stato di samadhi,
allora, e solo allora, può accendere la tua lampada interiore. Può integrare il
sacro suono dell'om nella sua musica, e farlo discendere fino al tuo livello...
solo se è in uno stato di samadhi. Se riesce a portare giù anche solo una
goccia di questo nettare, un lieve assaggio di quella musica divina, quando ti
"risvegli" sei pieno di consapevolezza, come se qualcuno ti avesse
scosso nel tuo sonno.
In questo caso la musica
diventa meditazione.
C'è poi il genere
opposto di musica: quella che ti addormenta, che ti mette in uno stato di
letargo ancora più profondo. Questo genere di musica eccita anche la passione.
Ci sono due tipi di
musica; una si collega con il centro più basso – il centro sessuale – e l'altra
si collega con il centro più alto, il sahasrara. La musica connessa con quest'ultimo è nada. La musica del primo tipo agita solo le
passioni.
In Occidente si è
sviluppata una forma di musica completamente di-storta: chi l'ascolta perde
l'uso dei sensi, come fosse ubriaco. Questa musica ti conduce verso un sonno
ancora più profondo e verso passioni sempre più forti.
Nanak cantava. Non ha
mai parlato. Cantava soltanto. Rispondeva in musica. Le sue canzoni non seguono
un ritmo e una metrica tradizionali: sono improvvisazioni, che vengono diritte
dal cuore. Quando qualcuno poneva una domanda, Nanak faceva segno a Mardana che
suonasse il suo strumento, e poi si metteva a cantare. Tutto quanto Nanak ha
detto è in forma di canto, perché l'esistenza intera comprende il linguaggio
della musica. E quando chi canta è in stato di samadhi, il nada,
inavvertita-mente, entra nella sua canzone.
Nada è la nota suprema
che si forma silenziosamente nell'esistenza, come il suono del silenzio in una
notte quieta. Nello stesso modo, il nada
risuona sempre,
ventiquattro ore al giorno. E il ritmo dell'esistenza. Quando niente esiste,
risuona ancora. Ma devi diventare molto, molto silenzioso per sentirlo. Quando
tutti i suoni dentro di te cessano, solo allora lo puoi sentire. Internamente
sei in mille e una piazza del mercato, ciascuna piena di tutti i suoi rumori,
di chiasso... in questo frastuono riesci solo a sentire ciò che suona più
forte, e quello che soddisfa la tua avidità. 6
La santità della poesia...
Rabindranath Tagore è
l'anima dell'India. E l'uomo più contemporaneo, e al contempo il più antico. Le
sue parole sono un ponte tra la mente moderna e i più antichi saggi del mondo.
In particolare, Gitanjali è il suo contributo maggiore all'evoluzione e alla
consapevolezza umana. E uno dei libri più preziosi apparsi in questo secolo. Il
suo valore sta nel fatto che appartiene ai tempi delle Upanishad – circa
cinquemila anni prima di quando Gitanjali sia stato scritto.
È un miracolo, nel senso
che Rabindranath non è una persona religiosa nel significato comune del
termine. È uno dei pensatori più progressisti – non tradizionalista, per nulla
ortodosso – e tuttavia la sua grandezza consiste nella sua innocenza... da
bambino, e a causa di questa innocenza sa forse divenire il veicolo dello
spirito universale, così come le Upanishad lo erano state ai tempi antichi.
E un poeta, sommo, ed è
anche un mistico. Una simile combinazione si è vista solo una volta o due, in
precedenza... Ci sono stati grandi poeti, e ci sono stati grandi mistici. Ci
sono stati grandi poeti con una vena mistica, e ci sono stati grandi mistici
che si sono espressi in poesia – ma la loro poesia non è eccelsa. Rabindranath
rappresenta un caso particolare.
E difficile dire, di
Rabindranath, se sia più grande come poeta o come mistico. E entrambi – più di
semplice-mente un poeta, o un mistico – e inoltre è uomo del ventesimo
secolo...
Rabindranath non rimase
mai confinato alla sola India. Aveva viaggiato in tutto il mondo, era stato educato
in Occidente, e si spostava continua-mente da un paese all'altro. Amava girare
per il mondo. Era cittadino dell'universo, ma le sue radici in questo paese
rimanevano profonde. Magari volava lontano, come un'aquila di-stante che
attraversa il sole, ma continuava a tornare al suo piccolo nido. E non perse
mai la connessione con l'eredità spirituale, per quanto questa fosse diventata
coperta di polvere. Sapeva come pulirla, e renderla uno specchio nel quale puoi
vedere te stesso.
Le sue poesie, nel Gitanjali,
sono un'offerta di canti a dio. Questo è il significato della parola Gitanjali:
offerta di canti. Rabindranath soleva dire: "Non ho nient'altro da
offrire. Sono povero proprio come un uccellino... o anche ricco come un
uccellino: ogni mattina posso cantare una can-zone nuova, appena composta, per
esprimere la mia gratitudine. Questa è la mia preghiera".
Non si recava mai in
alcun tempio, e non pregava mai nel modo tradizionale e rituale. Di nascita era
Indù, ma non sarebbe giusto confinarlo in una determinata categoria: era così
universale. Gli dicevano spesso: "Le tue parole profumano tanto di
religiosità, brillano tanto di spiritualità, e sono così vive, che anche coloro
che credono solo nella materia restano colpiti, ne vengono toccati. Tu, però, non
vai mai al tempio, e non leggi mai le scritture".
La sua risposta è di
immensa importanza per voi: "Non ho mai letto le scritture; anzi, le
evito, perché ho la mia esperienza personale del divi-no, e non voglio che le
parole di altri vengano mescolate con la mia esperienza originale, autentica,
individuale. Voglio offrire a dio esattamente quello che è il battito del mio
cuore. Può darsi che anche altri sappiano – di certo, anche altri sanno – ma la
loro conoscenza non può diventare la mia conoscenza. Solo la mia esperienza mi
può soddisfare, può dare risultati alla mia ricerca, può darmi la fiducia
nell'esistenza. Non voglio credere ciecamente".
Queste sono le parole da
ricorda-re: "Non voglio credere ciecamente: voglio essere uno che sa. Non
voglio essere una persona istruita: voglio essere così innocente che
l'esistenza mi possa rivelare i suoi misteri. Non voglio essere adorato come un
santo". Ma il fatto è che, in tutto il secolo, nessuno è stato più santo
di Rabindranath Tagore – eppure lui non voleva essere trattato da santo.
Diceva: "Ho solo un
desiderio: di essere ricordato come un cantore di canzoni, come un danzatore,
come un poeta che ha offerto tutto il suo potenziale e tutti i fiori del suo
essere al-la divinità sconosciuta dell'esistenza.
Non voglio essere
adorato: per me sarebbe un'umiliazione... brutta, inumana, e completamente
estranea alla realtà del mondo. Ciascun uomo con-tiene dio; ogni nuvola, ogni
albero, ogni oceano è pieno del divino. Dunque, chi deve essere adorato, e da
chi?"
Rabindranath non andava
mai al tempio, non adorava mai un dio, non fu mai, dal punto di vista
tradizionale, un santo, eppure, per me, è uno dei più grandi santi che il mondo
abbia conosciuto. La sua santità è espressa in ciascuna delle sue parole. 7
Oltre i confini della mente
La prima volta che andai
a Khajuraho lo feci solo perché mia nonna insisteva, ma, da allora, ci sono
tornato centinaia di volte. Non c'è altro posto al mondo nel quale sono stato
tanto spesso. La ragione è semplice: non se ne completa mai l'esperienza.
L'esperienza è inesauribile. Più ne conosci, e più ne vuoi conoscere. Ciascun
dettaglio dei templi di Khajuraho è un mistero. Per la creazione di ciascun
tempio devono essere occorsi centinaia di anni e migliaia di artisti. E non ho
mai visto nient'altro che Khajuraho, che possa essere definito perfetto:
nemmeno il Taj Mahal. Il Taj Mahal ha le sue pecche, ma Khajuraho non ne ha.
Inoltre, il Taj Mahal è solo splendida architettura; Khajuraho è la filosofia,
e la psicologia completa, dell'Uomo Nuovo.
Khajuraho è un sogno.
Mahatma Gandhi voleva che fosse seppellito sotto terra, così che nessuno
potesse essere tentato dalle splendide statue. Siamo grati a Rabindranath
Tagore che impedì a Gandhi di fare una cosa simile. Disse: "Lasciate i
templi come sono..." Era un poeta, e poteva comprenderne il mistero.
Khajuraho... il nome
stesso fa risuonare di gioia il mio cuore, come se fosse disceso dal cielo alla
terra. Vedere Khajuraho, in una notte di luna piena, significa aver visto tutto
quello che vale la pena di vedere. Mia nonna nacque lì non è strano che fosse
una donna bella, coraggiosa e anche pericolosa. La bellezza è sempre cosi:
coraggiosa e pericolosa.
Mia nonna non credeva in
nessuna religione! In India, trovare una donna che non creda in nessuna
religione è impossibile. Ma lei era nata a Khajuraho, forse in una famiglia di
devoti tantrici che non hanno mai creduto in nessuna religione. Praticavano la
meditazione ma non credevano in nessuna religione.
Questo sembra del tutto
illogico per una mente occidentale: meditazione senza religione? Sì... in
realtà, se credi in una qualsiasi religione non puoi meditare. La religione è
un'interferenza nella meditazione. La meditazione non ha bisogno di dio, di
paradiso, d'inferno, della paura di essere punito, e delle lusinghe di piaceri
[nell'altro mondo]. La meditazione non ha niente a che vedere con la mente; la
meditazione è al di là della mente, mentre invece la religione è solo mente,
rimane fra i confini della mente. 9
ARTE OGGETIVA E ARTE SOGGETTIVA
PERCHÉ
ESISTE UNA COSÌ GRANDE DIVERSITÀ — ED È FACILE ACCORGER¬SENE — FRA LE OPERE
D'ARTE DI CUI SI PARLA IN QUESTA PAGINE E LA MAGGIOR PARTE DELLE ESPRESSIONI
ARTISTICHE DEI NOSTRI TEMPI? ALLA BASE DI UN REALE DISCORSO SUL VALORE
DELL'ARTE, OSHO PONE LO SPAZIO DAL QUALE PROVIENE L'ESPRESSIONE ARTISTICA.
Dipingere: dipingete quadri che possano
diventare oggetti di meditazione, dipingete quadri che riflettano il cielo
interiore dei buddha. La pittura moderna è patologica. Se guardate un quadro di
Picasso, non potete guardarlo a lungo, comincereste a sentirvi a disagio. Non
potreste tenere un quadro di Picasso in camera da letto, perché vi procurerebbe
degli incubi. Se meditaste per un po' di tempo su un quadro di Picasso,
impazzireste, perché i suoi quadri sono il frutto della sua follia.
Andate a Ajanta, a
Ellora, a Khajuraho, a Konarak e vedrete un mondo creativo totalmente diverso.
Contemplando una statua di un buddha, qualcosa in voi comincia a entrare in
sintonia. Seduti in silenzio davanti a una statua di Buddha, comincerete a
diventare silenziosi. La sua stessa postura, la sua stessa figura, il suo viso
e i suoi occhi chiusi, quel silenzio che circonda una statua in marmo, vi
aiuteranno a connettervi con la vostra sorgente interiore di silenzio.
Gurdjieff era solito
ripetere che esistono due tipi di arte. Un'arte che egli definiva oggettiva e
un'arte che egli definiva soggettiva. L'arte soggettiva è assolutamente privata
e personale. L'arte di Picasso è un'arte soggettiva: egli dipinge semplicemente,
senza avere la minima visione di chi vedrà il suo quadro, senza avere la minima
idea di che tipo di persona guarderà il suo quadro. Egli riversa semplicemente
all'esterno il suo disagio interiore: dipingere lo aiuta, è la sua terapia
personale.
Non dico che Picasso
avrebbe dovuto smettere di dipingere perché, se lo avesse fatto, di sicuro
sarebbe impazzito. E proprio la pittura che lo manteneva sano mentalmente; per
lui dipingere era come vomitare. Quando hai ingerito un cibo sbagliato, quando
hai un'intossicazione alimentare, vomita-re è il modo migliore per espellere
dall'organismo le tossine e i veleni; è estremamente utile. I quadri di Picasso
sono simili a vomiti. Egli soffriva a causa di molti disagi, tutti i disagi di
cui soffre l'umanità. Ha rappresentato semplicemente l'umanità: è un campione
molto rappresentativo.
Ha rappresentato tutta
la follia che sta affliggendo milioni di persone. Picasso è un'anima sensibile:
è entrato talmente in sintonia con la patologia che affligge il genere umano, da
renderla propria. Ecco perché i suoi quadri attraggono tanto, in caso contrario
sarebbero orribili. Ecco perché è tanto famoso: se lo merita in quanto
rappresenta la nostra epoca. Questa è l'epoca di Picasso: tutto ciò che non
riuscite a dire su voi stessi, Picasso l'ha detto. Tutto ciò che non riuscite a
esprimere di voi stessi, Picasso l'ha espresso nei suoi quadri. Ma si tratta di
un fenomeno soggettivo. Per lui è terapeutico, ma è pericoloso per chiunque
altro.
L'arte antica non era
soltanto arte; in profondità era misticismo. In profondità, scaturiva dalla
meditazione. Secondo la terminologia di Gurdjieff, era arte oggettiva. Era
costruita in modo tale che, se qualcuno avesse meditato su quell'arte, sarebbe
caduto in quelle profondità in cui vive il divino.
Khajuraho o Konarak: se
tu andassi là a meditare, conosceresti ciò che facevano i maestri di Tantra.
Con le pietre creavano qualcosa che si può sentire nella gioia orgasmica
suprema. Era la cosa più difficile da realizzare: esprimere l'estasi attraverso
le pietre. E se la pietra poteva mostrare l'estasi, allora chiunque avrebbe
potuto entra-re nell'estasi con facilità.
Ma coloro che visitano
Khajuraho sono degli sciocchi. Perché, o guarda-no le sculture di Khajuraho
come se fossero oscene, in questo caso perdo-no del tutto l'opportunità e
vedono qualcosa che si trova nel loro inconscio; oppure sono troppo
moralistici, in questo caso non meditano su nessuna statua e hanno fretta di
uscire in qualche modo dal tempio e lanciano intorno solo brevi occhiate.
Le sculture di Khajuraho
non sono solo da vedere, ma sono state fatte per meditare. Siediti in silenzio
e medita per ore. Se decidi di andare a Khajuraho, dovresti viverci per almeno
tre mesi, in modo da poter meditare su ogni possibile postura interiore della
gioia orgasmica. Allora, piano piano, accadrà
l'immedesimazione e, piano piano, ti sentirai in
armonia; poi, improvvisamente, sarai trasportato in un altro mondo, nel mondo
dei mistici che crearono quei templi. Questa è l'arte oggettiva.
La stessa cosa vale per
il Taj Mahal. Se in una notte di luna piena ti siedi lì accanto in silenzio,
senza preoccupar-ti della storia del Taj Mahal e di chi l'ha costruito e perché
— sono tutte sciocchezze, fatti irrilevanti, per niente interessanti: Shah
Jahan e la sua amata e il fatto che in memoria della sua amata egli abbia
creato questo splendore... Non badare alle guide: dà loro la mancia prima che
comincino a torturarti, e liberati da loro!
Di fatto, Shah Jahan non
ha niente a che fare con il Taj Mahal. Certo, egli l'ha creato, l'ha creato
come monumento funebre in memoria della mo¬glie, ma non ne è la sorgente
essenziale. L'origine primaria del Taj Mahal sta nello stile di vita Sufi, nel
sufismo. Fondamentalmente è stato creato da maestri sufi e Shah Jahan è stato
solo lo strumento. I maestri su f i hanno creato un tesoro di valore immenso.
Se in una notte di luna piena starai seduto in silenzio, il semplice guardare
il Taj Mahal, un po' con gli occhi aperti e un po' con gli occhi chiusi,
lentamente sentirai qualcosa che non hai mai sentito prima. I Sufi la chiamano
zikr, il ricordo di dio.
La bellezza del Taj
Mahal ti ricorderà quei regni dai quali provengono tutta la bellezza e tutte le
benedizioni. Entrerai in sintonia con il modo usato dai Sufi per ricordare il
divino: la bellezza è dio. 8
BRANI TRATTI DA Osho:
1 Come follow to you,
Vol. 3, # 4
2 La Luce nell'Abisso,
Ed NSC
3 Dal Sesso all'Eros
Cosmico, Ed NSC
4 Sermons in Stones, # 5 IML
5 The New Dawn, # 17
6 The True Name, Vol 2, # 8
7 The Golden Future, # 26
8 Il libro della
consapevolezza, Ed Del Cigno
9 Bagliori di
un'Infanzia Dorata Ed Mediterranee
PERCORSI
DIVERSI, "SENTIERI" DI RICERCA SPIRITUALE CON NOMI AFFASCINANTI, COME
YOGA, TANTRA... E COSÌ VIA. COSA SONO IN REALTÀ?
Tutti questi metodi che conducono l'uomo
alla realizzazione sono, essenzialmente, consapevolezza. Le loro componenti non
essenziali possono variare. Ho parlato di Yoga, Tantra... di tutti i metodi
possibili che l'umanità ha tentato. Volevo rendervi coscienti di tutte le vie
attraverso le quali l'uomo ha cercato di raggiungere la verità che libera, ma
ciascun metodo essenzialmente è consapevolezza. È per questo che adesso metto
l'accento solo sulla consapevolezza. Perciò, qualunque cosa tu faccia,
qualunque metodo pratichi, non fa differenza. Sono nomi diversi, dati da
persone diverse in epoche diverse, ma tutte queste persone praticava-no la
consapevolezza. In essenza, solo la consapevolezza ti conduce alla meta
suprema. Non ci sono tanti sentieri. Ci sono tanti nomi per un solo sentiero, e
quel sentiero è consapevolezza. 1
TANTRA CONTEMPORANEO
Il Tantra è nato in
India, e vi è fio-rito, toccando le vette più alte, ma è stato distrutto dalla
tradizione, dall'ortodossia. Vennero trucidate milioni di persone — quelle che
seguivano la via del Tantra. I loro templi vennero distrutti — ne sono rimasti
pochissimi: Khajuraho, Konarak... rarità. Ce ne erano in tutto il paese...
Avevano sviluppato
tecniche straordinarie.
C'era una setta
tantrica... nulla di simile era mai accaduto prima, né accadde poi.
La coppia viveva dentro
un'unica tunica — neppure due tuniche, ma una sola. Camminavano insieme dentro
una tunica in modo tale che le loro energie si incontrassero e si fondessero
continuamente, in ogni modo possibile.
Cantavano, danzavano, si
sedeva-no e camminavano insieme. Centomila coppie vennero uccise da un unico
re, e la loro tradizione venne distrutta completamente, i loro libri sacri
vennero bruciati.
Questo è l'unico posto
per chi vuole davvero intraprendere la via del Tantra. 2
(Osho a colloquio con un ricercatore
spirituale interessato a visitare i templi tantrici di Khajuraho)
L'India ha perso le
tracce del Tantra. I puritani, i moralisti, hanno di-strutto completamente
questo 'passaggio'. Non esiste più. Per questo mi sono così antagonisti, io sto
cercando di ricostruirlo.
Khajuraho è il mio
tempio. Ma qui è vivo! Qui il Tantra respira di nuovo. Non è più una scienza
morta, né una materia di studio per gli storici, ma una psicologia vivente, una
metafisica che respira. Mi piacerebbe che vedessi Khajuraho, ma prima entra in
sintonia con il Tantra; dopo sarai in grado di vedere — altrimenti non ti
servirà molto. Puoi esaminare le stesse figure in un libro, e molto più
dettagliatamente.
Vai a Khajuraho quando
avrai imparato cos'è il Tantra. E così che ci si dovrebbe avvicinare alle cose:
andare solo quando si è pronti, preparati e ricettivi, quando si è in grado di
vede-re le cose, perché si è imparata l'arte di vederle. Altrimenti cosa vedrai
mai? Statue di nudi, e dopo due o tre ore avrai finito. Ti sembreranno tutte
uguali — uomini e donne che si amano, che fanno l'amore in svariate posizioni.
Al massimo penserai che si tratti un antico genere di pornografia, penserai che
sia un `Playboy' su pietra. Non lo è. Non è pornografia, non ha nulla a che
vedere con corpi nudi e posizioni sessuali. Il legame è con la meditazione
interiore. Quelle posizioni, quelle statue di amanti, devono essere
decodificate. Contengono un messaggio, ma lo puoi decodificare solo se ne hai
imparato il linguaggio, e ora non ne conosci neppure l'alfabeto.
Khajuraho non dovrebbe
essere una meta ordinaria per turisti; non lo è. È un posto molto pericoloso, è
pieno di potenzialità. Ma se ci vuoi andare, vai pure. Secondo me, non sarebbe
male se rimanessi qui per un altro campo di meditazione e facessi qualche
gruppo, in particolare quello di Tantra. 3
UNO YOGA COMPLETO
Lo Yoga è il metodo per
arrivare a una mente senza "sogni", è la scienza dell'essere qui e
ora. Yoga significa che sei pronto a non sperare, a non saltare in avanti
rispetto al tuo esse-re. Yoga significa incontrare la realtà così com'è.
Puoi fare delle asana,
ma non sarà Yoga. Lo Yoga è una conversione all'interno, è una totale
inversione di marcia. Quando non ti muovi verso il futuro, né verso il passato,
ma cominci a muoverti verso te stesso – poiché il tuo essere è qui e ora, e non
è nel futuro, sei presente qui e ora – allora puoi entrare in questa realtà.
Lo Yoga non è una
religione, ricordalo. Lo Yoga è una scienza pura come la matematica, la fisica
o la chimica. E matematica pura dell'essere interiore.
Lo Yoga è una scienza
pura e, nel mondo dello Yoga, Patanjali è il nome più importante. È un uomo
raro, senza pari; con lui, per la prima volta nella storia dell'umanità, la religiosità
fu portata a livello di scienza: egli fece della religione una scienza di leggi
allo stato puro, senza dogmi né credo.
Le cosiddette religioni
hanno bisogno di dogmi. Le religioni non sono diverse tra di loro: l'unica
differenza sta nei loro dogmi. Lo Yoga non ha niente a che fare con i dogmi:
non ti dice di credere in qualcosa, ma di sperimentare. Così come la scienza si
fonda sugli esperimenti, lo Yoga si fonda sull'esperienza. Esperimento ed
esperienza sono la stessa cosa, solo le loro direzioni sono diverse.
L'esperimento è qualcosa che puoi fare verso l'esterno, l'esperienza è qualcosa
che puoi fare verso l'interno. In sostanza, l'esperienza è un esperi-mento
interiore.
...lo Yoga è
esistenziale, esperienziale, sperimentale. Non richiede alcun dogma, nessuna
fede, ma solo il coraggio di sperimentare. Ma il coraggio è ciò che manca: si
può avere fede con grande facilità, perché credere non ti trasforma. La fede è
qualcosa di aggiunto a te dall'esterno, qualcosa che sta alla tua superficie, il
tuo essere non viene trasformato, non subisce alcuna mutazione. Puoi essere
Indù, ma il giorno dopo puoi diventare un cristiano. Si cambia con facilità:
puoi cambiare la Gita con la Bibbia, puoi cambiarla con il Corano, ma l'uomo
che teneva in mano la Gita e che ora invece tiene in mano la Bibbia o il
Cora¬no, rimane lo stesso. Ha solo cambiato i suoi dogmi.
I dogmi sono come i
vestiti. Tu rimani lo stesso, niente di sostanziale cambia mai.
Credere è facile perché
da te non si pretende niente. E solo un vestito esterno, una decorazione,
qualcosa che puoi mettere da parte quando vuoi. Lo Yoga non è un dogma. Ecco
perché è difficile, arduo, e qualche volta sembra impossibile. E un approccio
esistenziale. Arriverai alla verità non attraverso la fede, ma attraverso la
tua esperienza e la tua personale realizzazione. Questo significa che dovrai
cambiare completamente: devi creare qualcosa di nuovo che ti permetta di
entrare in con-tatto con la realtà.
Lo Yoga non è una
filosofia: non è una religione né una filosofia. Non è qualcosa su cui si possa
ragionare. E ciò che tu dovrai essere: non serve pensarci su. Il pensiero è
nella tua testa, non ha radici reali nelle profondità del tuo essere, non è la
tua totalità. E solamente una parte, una parte funziona-le che può essere
educata. La testa non è qualcosa di essenziale.
Lo Yoga ha a che fare
con la totalità del tuo essere, con le tue radici. Non è filosofico, per cui
Patanjali non ne farà un ragionamento o una speculazione. Con Patanjali
cercheremo di apprendere le leggi supreme dell'essere: le leggi della sua
trasformazione, come morire e come rinascere, le leggi di un nuovo stato
dell'essere. Per questo io definisco lo Yoga una scienza.
Un uomo come Patanjali è
raro. Patanjali è come un Einstein nel mondo dei buddha. E una rarità. Avrebbe
potuto facilmente essere un Premio Nobel... ha un tipo di approccio comune alle
menti scientifiche più rigorose. Non è un poeta, Krishna è un poeta. Non è un
moralista, Mahavira è un moralista. Fondamentalmente Patanjali è uno scienziato
che pensa in termini di leggi. E arrivato a dedurre le leggi supreme che
reggono l'essere umano e l'intima struttura che regge la mente umana e la
realtà.
Se segui Patanjali,
scoprirai che è esatto come una formula matematica. Fai semplicemente quello
che dice, e il risultato seguirà. Il risultato dovrà seguire inevitabilmente, è
come la formula: due più due uguale a quattro. È come riscaldare l'acqua fino a
cento gradi e vederla evaporare. Non occorre crederci: semplicemente lo fai e
con-stati che è così. Lo Yoga è qualcosa che dev'essere fatto e conosciuto. 4
La meditazione è il dio
dello Yoga. Lo Yoga però è caduto in mani sbagliate, e non solo di recente. E
stato nelle mani sbagliate per secoli. La responsabilità originaria va al
fondatore stesso, Patanjali. Patanjali ha divi-so lo Yoga in otto parti. La sua
divisione era molto chiara, molto scienti-fica, ma non teneva conto della
stupidità umana. Ha iniziato dal corpo, e quello è il modo giusto di iniziare.
La prima parte dello Yoga deve essere fisica, perché l'uomo vive alla
circonferenza, nel corpo, quindi il lavoro deve iniziare da lì; solo in seguito
può arrivare fino alla mente. E quando uno è andato oltre il corpo e oltre la
mente, allora accade la terza parte, la meditazione. Quindi, secondo Patanjali,
la prima parte riguarda il corpo. Patanjali però non aveva compreso che milioni
di persone sarebbero rimaste intrappolate nella prima parte. E per questo
motivo che lo Yoga è diventato sinonimo di posizioni corporee: mettersi a testa
in giù e fare contorsioni di ogni genere è ciò che si intende per Yoga. Ma
questo non è vero Yoga, è solo il prologo, la parte introduttiva; e se pensi
che l'introduzione sia tutto il libro... 5
Alle radici del Tantra
LA
STORIA DI COME RAHUL DIVENNE SARAHA, IL PIÙ CONOSCIUTO MAESTRO TANTRICO.
Quando Rahul si recò dal suo maestro, Sri
Kirti, la prima cosa che questi gli disse fu: "Dimentica i tuoi Veda e
tutte le altre idiozie che conosci". Era difficile, ma lui era disposto a
mettere in gioco tutto: qualcosa nella presenza di Sri Kirti lo aveva attratto;
per cui lasciò perdere tutto ciò che sapeva e tornò a essere ignorante e
incolto... Passarono gli anni, e un po' alla volta riuscì a cancellare tutto
ciò che aveva appreso. Divenne un grande meditatore; e così come un tempo era
diventato famoso come studioso, ora si stava diffondendo la sua fama di grande
meditatore.
Un giorno, mentre era in
meditazione, ebbe una visione: una donna che viveva nel quartiere del mercato
sarebbe stata il suo vero maestro. ...solo il Tantra non è mai stato vittima
dello sciovinismo maschile. Anzi, per entrare nel mondo del Tantra, avrai
bisogno della collaborazione di una donna saggia; senza, non potrai penetrare
la complessità di questo mondo. Per prima cosa, una donna, poi la piazza del
mercato: il Tantra prospera là dove la vita è più intensa. Non è un'attitudine
alla negazione, è un fenomeno ispirato a una totale positività.
Saraha si recò al
mercato e trovò davvero la donna che aveva intravisto nella sua visione. Stava
costruendo una freccia: era una forgiatrice di frecce. La terza cosa da
ricordare a proposito del Tantra: più una persona è colta, più è civilizzata,
minore è la possibilità che viva una trasformazione tantrica. Infatti, più sei
civilizzato, più diventi plastificato, artificiale, perdi il contatto con le
tue radici terrene. Il Tantra invece afferma che per trovare la realtà di un
individuo, devi andare alle sue radici... Una forgiatrice di frecce appartiene
a una delle caste più basse: è simbolico che Saraha, un bramino istruito e
famoso, vissuto alla corte del re, si rechi da lei. Chi è istruito deve recarsi
da chi ha vitalità, l'artificiale deve tornare al reale. Dunque, vide questa
donna, ancora giovane e carica di vitalità, radiosa di vita, che stava
modellando una freccia, senza mai voltarsi né a destra né a sinistra: era
totalmente assorta nel suo lavoro. Saraha avvertì subito qualcosa di
straordinario nella sua presenza, qualcosa che non aveva mai visto prima... la
freccia appena finita, la donna che chiudeva un occhio e apri-va l'altro,
assumendo la posizione di un arciere che mira a un bersaglio invisibile...
Saraha cominciò a cogliere un messaggio segreto: sentì che quel gesto era
simbolico. Poteva percepire una presenza, ma non riusciva a capire di cosa si trattasse.
Allora chiese alla donna se fosse una forgiatrice di frecce di professione; lei
scoppiò a ridere fragorosamente, e disse: "Stupido bramino, hai
abbandonato i Veda, ma ora adori i detti del Buddha... a che cosa ti è servito?
Hai cambiato i tuoi libri, la tua filosofia, ma sei rima-sto stupido!"
Saraha era sconvolto. Nessuno gli aveva mai parlato in quel modo, solo una
donna ignorante poteva farlo. E il modo in cui rideva era così incivile e
primitivo... eppure c'era in lei qualcosa di estremamente vivo. Si sentì
attratto: era un'incredibile forza magnetica. E la donna continuò: "Credi
di essere un buddista?" Probabilmente lui indossava la tunica gialla dei
monaci buddisti. Di nuovo, lei rise e disse: "Il significato del Buddha
può essere conosciuto solo tramite l'azione, non attraverso le parole e i
libri. Non ne hai abbastanza? Non ti sei ancora stancato? Non sprecare altro
tempo in futili ricerche. Vieni e seguimi!".
E all'improvviso accadde
qualcosa... In vita sua Saraha non aveva mai provato nulla di simile. In quel
momento gli apparve chiarissimo il significato spirituale di ciò che la donna
stava facendo: non l'aveva mai vista guardare né a destra né a sinistra, ma
sempre e solo nel mezzo. Per la prima volta capì cosa volesse dire il Buddha,
indicando la via di mezzo: evitare gli eccessi. Prima Saraha era stato un
filosofo e ora era diventato un anti-filosofo, era andato da un estremo
all'altro. Prima adorava una cosa, ora adorava l'esatto opposto... aveva letto,
ci aveva pensato, l'aveva contemplato; aveva discusso con molte persone,
sostenendo che essere nel mezzo è l'unica cosa giusta. Ora, per la prima volta,
aveva osservato questo principio in azione: la donna non guardava né a destra
né a sinistra... guardava esattamente nel mezzo. Ed era così assorta nella sua
azione — era totalmente immersa nella sua azione, era totale nella sua azione —
anche questo è un messaggio buddista: essere totali nell'azione significa
essere liberi dall'azione... La donna era totalmente assorta. Ecco perché
appari-va così luminosa, così bella. Era una donna assolutamente comune, eppure
la sua bellezza non era di questa terra: le veniva dalla sua totale intensità
di presenza.
Totalmente assorbito,
affascinato da ogni suo gesto, Saraha comprese: questa è meditazione! Non
sedersi alle ore indicate e ripetere un mantra, non andare in chiesa, al tempio
o alla moschea, ma partecipare alla vita; fare cose banalissime, ma con
intensità tale che la profondità scaturisce dall'azione stessa. Per la prima
volta comprese cos'è la meditazione... Aveva realizzato tutto questo osservando
ogni azione della donna e riconoscendone la verità; e lei lo chiamò 'Saraha'.
Il suo nome era Rahul; quella donna lo chiamò Saraha: è una parola bellissima.
Significa 'colui che ha scoccato la freccia'. Quando lui riconobbe il
significato delle azioni della donna, quei gesti simbolici, quando riuscì a
leggere e decodificare quello che la donna cercava di mostrargli, di dargli,
lei ne fu immensamente felice. Si mise a danzare e Io chiamò 'Saraha', dicendogli:
"Da oggi sarai chiamato Saraha: tu hai scoccato la freccia. Comprendendo
il significato delle mie azioni, sei penetrato [nella realtà]". 6
BRANI DI OSHO TRATTI DA:
1 The Osho Upanishad #13
2 Halleluja (Diario di
Darshan) # 29
3 Only Losers Can Win
(Diario di Darshan) #1
4 Yoga: la Scienza
dell'Anima, Oscar Mondadori (in uscita)
5 Brano inedito
6 La Visione Tantrica,
Ed NSC
E sicuramente il fertile terreno di
consapevolezza dell’India continua a dare ancora frutti nella ‘ricerca del sé’. Ecco solo alcuni esempi dei nostri tempi: sia figure
di risonanza mondiale, che persone conosciute solo da pochi ricercatori
spirituali. Nella società indiana, però, l’attenzione si sta sempre più
spostando verso uno sviluppo materiale – peraltro necessario vista la
situazione di arretratezza economica – col rischio, che Osho ben puntualizza,
di perdere totalmente di vista altri valori… sprecando così un’eredità
millenaria.
J. Krishnamurti
(1895 - 1986) Scelto in tenera età, ‘adottato’
e addestrato dai massimi esponenti della Società Teosofica per essere il
Maestro per eccellenza a capo della Stella d’Oriente, si rifiuta e abdica nel
‘25, alla vigilia dell’investitura,
iniziando una vita di insegnamento autonomo:
conferenze e seminari che lo portano a essere conosciuto, apprezzato e seguito a livello mondiale. Sono stati
pubblicati un’ottantina di libri tratti dai suoi discorsi.
Ho amato Krishnamurti
da quando l’ho conosciuto, e lui è stato molto amorevole nei miei
confronti. Ma non ci siamo mai incontrati; è una relazione, una connessione,
che va oltre le parole. Non ci siamo mai visti, ma forse siamo state le due
persone più vicine l’una all’altra in tutto il mondo. C’è una grande comunione
tra noi, che non ha bisogno di parole, che non ha bisogno di una presenza
fisica.
È la
più profonda connessione possibile – una connessione che non ha bisogno di un
contatto fisico, né di comunicazione verbale. E non solo questo: ogni tanto lo
criticavo, e lui criticava me… e ci divertivamo alle critiche l’uno dell’altro.
Ora che è morto, mi mancherà, perché non potrò più criticarlo: sarebbe poco
corretto. Era una gioia tale criticarlo. Era l’uomo più intelligente di questo
secolo, ma non è stato capito dalla gente. È morto, ma sembra che il mondo
continui per la sua strada, senza neanche guardare indietro per un solo momento
e accorgersi che l’uomo più intelligente non c’è più. Sarà difficile trovare di
nuovo, nei secoli, una tale acutezza e una tale intelligenza. Ma le gente
dorme, cammina nel sonno, praticamente non se n’è accorta. Nei giornali si
parla della sua morte solo in qualche angolino, che nessuno legge. E sembra che
un uomo di novant’anni che ha continuato a parlare
per almeno settant’anni, girando il mondo, cercando
di aiutare la gente a decondizionarsi, cercando di aiutare la gente a essere
libera... Nessuno sembra voler nemmeno rendere un tributo all’uomo che, in
tutta la storia, ha lavorato più strenuamente per la libertà umana, per la
dignità dell’uomo. Non sono dispiaciuto per la sua morte. La sua è una morte
meravigliosa: ha ottenuto tutto ciò che la vita è capace di dare.
Ma
di sicuro sono dispiaciuto per il mondo intero. Continua a perdersi i suoi più
alti voli di consapevolezza, le vette più alte, le stelle più brillanti. È troppo
occupato con cose di nessuna importanza. 1
Ramana Maharshi
(1879 - 1950) Fin da giovane si ritirò a
meditare vicino ad Arunachala, una montagna sacra nel
sud dell’India, dove l’ashram costruito dai suoi
discepoli è ancora oggi meta di visitatori da tutto il mondo.
Uno dei più grandi mistici
dell’India moderna, Ramana Maharshi,
era un uomo semplice, non uno studioso. A diciassette anni se ne andò da casa –
e senza aver ricevuto una grande istruzione. Aveva un solo messaggio per tutti.
Era un messaggio semplice. A chiunque andasse da lui – e la gente arrivava da
ogni parte del mondo – tutto ciò che diceva era: “Siediti in un angolo, da
qualsiasi parte… “. Viveva su una collina, Arunachala…
c’erano molte grotte. “Va a sederti in una grotta e medita semplicemente su
‘Chi sono io?’ Tutto il resto sono solo spiegazioni o uno sforzo per tradurre
queste esperienze in linguaggio. Questa domanda ‘Chi sono io?’ è la sola cosa
reale”.
Ho
incontrato molte persone, ma non Ramana Maharshi: quando lui morì ero ancora troppo giovane. 2
Ramana Maharshi
era una pozza di silenziosa energia. Ogni mattina aveva l’abitudine di sedere
per un satsang
silenzioso – una comunione. Non ha mai parlato molto, a meno che qualcuno gli
chiedesse qualcosa. E anche in quel caso le sue risposte erano molto brevi – di
immenso valore, ma dovevi cercarlo: non contenevano alcuna spiegazione. La sua
letteratura è limitata a due o tre libretti. 3
Un
uomo fece una domanda su dio a Ramana Maharshi – in modo molto serio, prostrandosi ai suoi piedi.
E cosa fece Ramana? Lo sapete? Gli diede un libro di
barzellette, dicendogli di leggerselo. Questo sembra una mancanza di rispetto
nei confronti di quell’uomo che aveva posto una domanda così seria – dargli un
libro di barzellette! In un certo senso è come dargli un calcio nel sedere.
Quello
che vuole dirgli è: “Di che sciocchezze stai parlando? Dio? Non è una cosa di
cui si possa parlare – meglio leggersi un libro di barzellette e farsi una
bella risata. Se riesci a ridere, allora forse riuscirai a conoscere dio… non
da ciò che ti direi io. Ma se tu riesci a farti una bella risata, una risata di
pancia, in quel momento i pensieri si fermano”.
E
così, in quel momento ha dato un grande insegnamento senza proferire una sola
parola. 4
Meher Baba
(1894-1969) Nato a Pune
da una famiglia Parsi. Ha viaggiato in USA e in Australia. Noto anche per aver
avuto fra i suoi discepoli P. Townshend, il solista
degli Who.
Meher Baba è stato in silenzio per trent’anni.
Nessuno è stato così a lungo in silenzio. Mahavira è stato in silenzio solo per
dodici anni.
Questo
era un record; ma Meher Baba
ha battuto tutti i record: trent’anni di silenzio! Meher Baba aveva l’abitudine di
fare dei gesti con le mani, come faccio anch’io quando parlo, perché ci sono
alcune cose che possono essere dette solamente attraverso i gesti. Lui smise di
parlare, ma non poteva smettere di gesticolare. È una fortuna che non abbia
smesso anche di fare gesti. I suoi discepoli più vicini, che vivevano con lui,
cominciarono a prendere appunti basandosi su questi suoi gesti…
Meher Baba
visse in silenzio e morì in silenzio. Non parlò mai, ma il suo silenzio stesso
era la sua affermazione, la sua espressione, il suo canto. 5
Qualche
volta le persone possono fare esperienza del divino e ‘sentirlo’ in modo del
tutto accidentale. Ma allora impazziscono, perché non hanno una preparazione
che permetta loro di accogliere un’esperienza così grande. Non sono pronti:
sono così piccoli, e un oceano così grande si riversa dentro di loro. È
successo. I Sufi chiamano queste persone mast - i folli di dio.
Il
loro intero meccanismo non è ancora pronto, ma una parte comincia a funzionare
e così si ritrovano nella confusione. Ti accorgerai che sono impazziti, perché
cominceranno a dire cose che sembrano senza significato. E anche loro si
accorgono di questo, ma non ci possono fare nulla. È accaduto qualcosa dentro
di loro: non possono fermarlo. Sentono una gioia particolare. Questo è il
motivo per cui sono chiamati mast, i felici. Ma non
sono come il Buddha, non sono illuminati. E si dice che per i mast, per questi ‘felici’ che sono impazziti, è necessario
un maestro davvero grande perché in quella situazione non possono far nulla per
se stessi.
In passato c’erano grandi
maestri sufi che si spostavano in tutto il mondo.
Quando
sentivano che da qualche parte c’era un mast, un
folle, loro andavano lì e aiutavano quell’uomo a ritrovare la sua armonia.
In questo secolo solo Meher Baba ha fatto questo lavoro
– un grande lavoro, molto particolare, un lavoro raro. Per molti anni ha
viaggiato continuamente in ogni parte dell’India, e i luoghi che visitava erano
i manicomi, perché molti mast vivevano là dentro.
Meher Baba
viaggiava e viveva nei manicomi, aiutava, si occupava dei mast
– i matti – li aiutava. E molti di loro uscivano dalla follia e iniziavano il
viaggio verso l’illuminazione. 6
Un grosso
rischio
Gli
occidentali vengono in Oriente in cerca della meditazione, in cerca della pace,
della possibilità di realizzare l’anima, e il divino è diventato il punto
focale della loro ricerca esistenziale. E gli orientali… pensano che i soldi
siano la cosa più importante… è tempo di crisi.
E qual è la vera crisi? È
il rischio che il tesoro profondo ed essenziale che appartiene all’Oriente
possa andare perduto. La crisi è questa - l’Oriente sta perdendo quello che ha
raccolto in tanti secoli e l’Occidente è ansioso di trovare quello di cui è
venuto a conoscenza solo negli ultimi secoli… è il rischio che quello che
l’Oriente già possiede vada perduto e l’Occidente debba ricominciare dall’ABC.
Questa è una crisi molto grave, perché ci vogliono milioni di anni prima che
una religione raggiunga la maturità.
La religione non è un seme
qualunque: centinaia di buddha nascono e se ne vanno prima che il seme della
religione germogli non è il lavoro di
una giornata. Ci vogliono migliaia di anni prima che il seme della religione
vada abbastanza in profondità e germogli. E l’esperimento condotto in India è
stato tale che non solo è germogliato, è pure fiorito.
Se l’Occidente dovesse
iniziare il viaggio della religione, dovrebbe cominciare dal punto da cui noi
siamo partiti cinquemila anni fa, al tempo dei Veda. E per raggiungere il punto
a cui siamo giunti noi ci vorranno altri cinquemila anni, per l’Occidente. Nel
frattempo la sopravvivenza dell’uomo sarà diventata impossibile.
Ecco perché dico che
l’India ha una grande responsabilità. Quello che abbiamo scoperto – gli indizi,
le leggi, i metodi per penetrare nella consapevolezza umana che abbiamo
sviluppato – dobbiamo passarlo nelle mani di qualcun altro. Questo è il minimo
che dobbiamo fare. La questione non è se la religiosità debba sopravvivere in
India oppure in Occidente – no, non è questo il punto. Il problema è se sopravviverà. Su quale suolo verrà eretto il tempio, non ha
importanza – tutti i suoli sono uguali… ma voi state distruggendo il tempio.
Qui avete un tempio che
non è ancora crollato. Prima che crolli il tempio della religione, o ve ne fate
carico voi, oppure se ne fa carico l’Occidente, ma non si deve lasciarlo
crollare e diventare un pezzo da museo. Grazie a esso per l’uomo si aprirà una
porta alla possibilità di sopravvivere.
Oggi
l’India è un paese molto insoddisfatto, carico di dolore, eppure gli
occidentali vengono qui e sperimentano la pace stando in mezzo a voi. Vi
stupirete nel sentire che questi viaggiatori, quando tornano ai loro paesi,
scrivono libri e articoli che dicono: ‘Se volete vedere un uomo in pace, dovete
cercarlo in India’.
Molto strano! Uno si
chiede che tipo di pace possano vedere in voi… Ma in mezzo a voi sono passati
così tanti buddha, che la loro ombra vi è rimasta addosso. Voi stessi non ne
siete consapevoli. L’ombra dei buddha è penetrata nelle vostre ossa, nella
vostra carne, nel vostro sangue, senza che voi lo sappiate, senza nessuno
sforzo da parte vostra – anzi, nonostante le vostre proteste. È come un uomo
che, senza volerlo, attraversa un giardino e i suoi abiti si impregnano del
profumo dei fiori di cui lui potrebbe anche non essere per niente consapevole.
Potrebbe anche non essere in grado di sentire quel profumo…
Comunque, senza che voi lo
sappiate e nonostante la vostra opposizione, il profumo dei buddha vi ha
pervasi. È nella vostra carne e nelle vostre ossa ed è per questo che chi viene
dall’Occidente vede in voi la pace. Voi stessi non la vedete. Loro ne sono alla
ricerca, loro si sono messi in cerca del buddha e in voi ne vedono un pallido
raggio.
L’Oriente ha un tempio già
eretto che raccoglie gli sforzi di migliaia di buddha. L’Occidente non ha un
tale tempio. Ma mentre l’Occidente ne va alla ricerca, voi siete in coma.
Allora, o passate all’Occidente questo tempio ancora vivo... Ricordate che il
tempio appartiene a chi è pronto a pregare: su un tempio non ci sono diritti
ereditari. L’eredità di Buddha, Krishna, Mahavira, Rama deve essere salvata. Se
andasse perduta ci vorrebbero ancora cinquemila anni di duro lavoro. Il mio
impegno è esattamente questo: salvarla. 7
TESTI DI OSHO TRATTI DA:
1 Socrates Poisoned Again Alter 25 Centuries
2 Rajneesh Bible, vol III
3 Beyond Psychology
4 Take It Easy, Vol. I
5 Libri che ho amato,
NSC editore
6 Yoga: The Science of the Soul
7 Nowhere to Go But In # 16
Ma io, chi sono veramente?
In India, come abbiamo visto, l'intera atmosfera
culturale ha da sempre radici ben profonde nella ricerca interiore. Chi sono
io, veramente? Questa la domanda che si sono posti nei secoli migliaia di
ricercatori spirituali, non accontentandosi di risposte già pronte mutuate da
condizionamenti sociali (sono italiano... sono un cattolico...), di definizioni
dettate da situazioni contingenti e transitorie (sono uno studente, un impiegato,
un medico... sono il figlio di... sono il padre di...) bensì andando sempre più
alla radice del proprio essere, alla ricerca di qualcosa di veramente
determinante, di duraturo, di sempre valido... di eterno e immutabile, come
afferma chi è arrivato a conoscere se stesso e con questo — ci assicura — ad
avere un'esperienza dell'intera realtà. Porsi la stessa domanda sta diventando
sempre più necessario, in questi tempi di incertezze — di insicurezza del
futuro — quando, da un Iato, la ripetitività della vita di ogni giorno in un
certo senso ci narcotizza in una 'eterna' — e spesso stressante — routine, e
dall'altra, la nostra situazione (di lavoro, familiare, affettiva...) può
cambiare velocemente e radicalmente, in seguito ad avvenimenti assolutamente al
di fuori del nostro controllo. È tempo quindi di partire per questo viaggio
alla ricerca di se stessi... Un percorso, come spiega Osho, molto meno
complicato di quanto si possa pensare, una volta che si chiariscono le ragioni
di questa nostra 'ignoranza' di noi stessi e si usano strumenti e tecniche
appropriate. E perché non iniziare il viaggio proprio nel posto dove questi
strumenti sono stati scoperti e messi a punto, nel luogo dove la ricerca interiore
vanta migliaia d'anni d'esperienza e si 'respira' nell'aria... l'India appunto.
Conoscere te stesso dovrebbe essere la cosa più
facile al mondo ed è diventata difficile, la più difficile. E diventato quasi
impossibile conoscere se stessi. Come mai?
Hai la capacità di conoscere. Tu sei lì, la capacità
di conoscere c'è... e allora cos'è che non funziona? Perché questa capacità di
conoscere non può indirizzarsi verso l'interno?
C'è solo una cosa che non funziona e a meno di non
sistemarla rimarrai ignaro dite stesso. Quello che non funziona è che in te è
stata creata una spaccatura. Hai perso la tua integrità. La società ti ha
trasformato in una 'casa senza armonia', in un
avversario di te stesso. La strategia è semplice, e una volta compresa può essere
annullata. La strategia è che la società ti ha dato degli ideali su come
dovresti essere. E ti ha costretto a rispettare quegli ideali così
profondamente che sei sempre interessato all'ideale di 'come dovrei essere' e ti sei dimenticato chi sei. Ossessionato da
questo ideale — futuro — hai dimenticato la realtà del presente. I tuoi occhi
sono focalizzati su un distante futuro... ecco perché non possono guardare
all'interno. Stai costantemente pensando a cosa fare, a come farlo... a come dovresti
essere. Il tuo linguaggio è quello dei 'dovrebbe' e la realtà consiste solo in
'è'. La realtà non conosce alcun 'dovrebbe' — nessun dovere: una rosa è una
rosa, non c'è il problema che sia qualcos'altro. E il loto è un loto. La rosa
non prova mai a trasformarsi in un loto, né il loto tenta di diventare una
rosa. E così non sono nevrotici, non hanno bisogno dello psichiatra, non hanno
bisogno di alcuna psicanalisi. La rosa è sana perché la rosa vive semplicemente
la sua realtà.
E lo stesso succede con l'esistenza intera, tranne
che per l'uomo. Solo l'uomo ha ideali e 'doveri'. 'Dovresti essere in questo
modo e in quell'altro' — e così diventi diviso, contro il tuo proprio essere.
'Dover essere' ed 'essere' sono nemici. Non puoi
essere niente altro di ciò che sei. Lascia che questo arrivi nel profondo del
tuo cuore: puoi essere soltanto quello che sei, mai qualche cosa d'altro.
Appena questa verità arriva nel profondo — che 'posso solo essere me stesso' — ogni ideale sparisce. Te ne liberi
automaticamente.
E quando non c'è alcun ideale, hai di fronte la
realtà. Allora i tuoi occhi sono qui e ora, allora sei presente a ciò che sei.
La divisione, la frattura è sparita. Sei uno, intero. 1
Il
resort offre tante diverse opportunità. Visitatori
provenienti da oltre un centinaio di paesi si muovono rilassati in questa oasi
tropicale, tra pavoni e cascate. Le occasioni di nuovi e interessanti incontri
sono tantissime.
Trovare una sistemazione non è difficile. Oltre
alla Guesthouse, all’interno del resort,
nelle vicinanze si trovano molti alberghi e appartamenti, con prezzi per tutte
le tasche.
La procedura per accedere al resort
è molto semplice e include anche un AIDS test.
Subito dopo, viene proposto un Participation
Day, una giornata di introduzione in cui vengono presentate le meditazioni di
Osho, si visita l’intero campus, e si ha l’opportunità di scoprire le diverse
possibilità di partecipazione. Si incontrano tante persone appena arrivate, e
altre che sono qui da un po’ più a lungo.
Dopo aver partecipato alle meditazioni per qualche
giorno, è possibile partecipare al programma di un giorno chiamato Being Here, un processo che ci
stimola a essere consapevoli di quanto poco utilizziamo i nostri sensi, e di quanto siamo identificati con il corpo, i
pensieri e le emozioni. Imparare a essere più consapevoli diventa più facile,
una volta riconosciuti questi meccanismi.
Una visita all’Osho Meditation
Resort di Pune può essere
la prima tappa di questa grande avventura: il viaggio alla scoperta di te
stesso.
Ognuno percorre il proprio cammino da solo, ma è
anche utile e divertente condividere la vita con gli altri nelle attività
quotidiane: una nuova meditazione, una serata danzante, un cappuccino al caffè della plaza, una serata di
teatro o anche un bel film al cine.
L’arte di osservare
Il resort si fonda
sull’assunto che la meditazione è una scienza interiore basata sull’esperienza
e l’osservazione. Attraverso l’osservazione
possiamo diventare consapevoli di quello che ci impedisce di gioire
semplicemente nell’accettazione di noi stessi. L’espressione di tutti i
pensieri e le emozioni nascosti che tratteniamo nell’inconscio è il primo passo
di questo processo scientifico. Per questo ogni giorno è possibile partecipare
alla Meditazione Dinamica, una tecnica radicale che fa da sostegno alla catarsi
consapevole. Questa catarsi è simile all’atto di togliere il coperchio da una
pentola che bolle… lasci semplicemente uscire il vapore dalla mente che fuma e
lo osservi dissolversi nell’aria. E scopri che non è necessario riempire la
mente di sensazioni penose o disturbanti. Piuttosto, le puoi buttar fuori senza
pericolo durante la meditazione.
L’arte di osservare può cambiarti la vita. Non
avrai più bisogno di rovinarti la giornata ogni volta che qualcuno va a ‘toccare’
le tue emozioni. Invece di reagire con rabbia, puoi buttarla fuori nella
meditazione, e godere della libertà di rispondere come vuoi, e quando lo vuoi,
alle sollecitazioni esteriori. La schiavitù emotiva diventa una cosa del
passato.
A livello pratico, il lavoro su noi stessi ci
permette di vedere come i condizionamenti sociali possono interferire con il
nostro potenziale naturale e ci aiuta a scoprire la nostra unicità.
Multiversity
L’Osho Multiversity
offre un ricco programma di gruppi e sessioni individuali a sostegno di tale
processo. Il programma lo affronta da quattro angolature diverse: i sensi, il
corpo, la mente pensante, le emozioni.
Nel corso della vita i nostri corpi tendono a
diventare rigidi e a perdere sensibilità, e le nostre menti sono spesso poco
flessibili e meccaniche. Le emozioni represse rimangono nell’inconscio, e dominano spesso la nostra esistenza
impedendoci a volte di diventare consapevoli del mondo fuori e dentro di noi.
Lottare con la mente e le sue abitudini, o lottare
con i problemi non è un approccio intelligente. Invece di esaurirsi nello
sforzo di tenere l’oscurità fuori dalla finestra, basta accendere la luce. Lo
sviluppo della consapevolezza interiore fa svanire ciò che non è naturale e
fiorire ciò che è naturale. La Multiversity offre un
nutrito programma di corsi, training e sessioni individuali che utilizzano le
comprensioni prima accennate come opportunità per aumentare la consapevolezza
nella vita di tutti i giorni. La funzione primaria di ogni programma consiste
nel dare supporto al processo della meditazione nell’Osho Auditorium, dove
possiamo liberarci del bagaglio mentale in eccesso che ci portiamo dietro.
Nella Multiversity iniziamo a vedere ed esplorare
l’accettazione di noi stessi, come siamo. Iniziamo anche a vedere che i
cosiddetti problemi si dissolvono con la consapevolezza.
Infine, nell’Osho Auditorium possiamo affinare lo
strumento dell’osservazione interiore, della consapevolezza, attraverso vari
metodi.
Meditazione
Non c’è niente di meglio di una giornata di
meditazione intensiva, che comincia alle sei del mattino e si protrae fino a
sera inoltrata. Lasciando affiorare alla consapevolezza sentimenti ed emozioni,
ed esprimendoli in maniera consapevole, impariamo l’arte di osservare i nostri
modi di agire abituali. Soprattutto, questa è un’opportunità per vedere chi
siamo realmente ed anche chi non siamo!
Ogni sera nell’Osho Auditorium si tiene l’evento
più rivoluzionario del resort. Danza scatenata
seguita da quindici minuti di quiete, seduti in silenzio con intervalli di
musica indiana. Il video di Osho che segue è un supporto all’arte dell’ascolto.
Mentre all’inizio la nostra attenzione va alle parole, presto scopriamo che gli
intervalli di silenzio tra le parole ci permettono di avere un’esperienza di
‘silenzio senza sforzo’, l’essenza della meditazione.
I nostri pensieri e sentimenti ci controllano
perché siamo identificati. Pensiamo di essere i nostri pensieri, le nostre
emozioni. Ma man mano che impariamo a osservare questi pensieri ed emozioni,
creiamo una distanza tra noi e loro, e la presa che hanno su di noi diminuisce.
Se io sono i miei pensieri, chi è colui che osserva i pensieri? A poco a poco,
la distanza tra la mente e l’osservatore si fa più grande.
Presto scopriamo che più ci ricordiamo di
osservare, più forte diventa l’osservatore, e più debole l’identificazione con
l’oggetto osservato. Più forte è l’osservatore, più diventiamo consapevoli. Più
diventiamo consapevoli, più ci distacchiamo da pensieri ed emozioni passati, e
più liberi siamo di seguire le nostre inclinazioni naturali.
Lavoro come
meditazione
Le varie combinazioni del programma del resort potrebbero condurci a vedere le cose in modo nuovo.
Quindi, prima di ritornare alla nostra vita e al nostro lavoro, il programma
‘Lavoro come meditazione’ rappresenta un’opportunità
per verificare questi cambiamenti in un ambiente di lavoro. Qui puoi utilizzare
tutto quello che hai imparato dai programmi della Multiversity
o dell’Osho Auditorium e scoprire l’applicazione pratica delle tue nuove
comprensioni nella vita quotidiana.
Alla maggior parte di noi è stato insegnato che
per avere successo bisogna lottare, darsi da fare, porsi degli obiettivi,
concentrarsi ed essere determinati. E ci troviamo costantemente in conflitto:
più lottiamo, più ci concentriamo, più tesi diventiamo. E più siamo tesi, più
povere sono le nostre prestazioni.
Per contrasto, l’approccio di Osho è che per
essere al meglio e dare il meglio in ogni momento, dobbiamo essere consapevoli,
e per essere consapevoli dobbiamo essere rilassati.
All’inizio vivere queste comprensioni può essere
difficile. Spesso siamo circondati dal passato, da persone che ci vogliono
sempre uguali. In questo programma sei a contatto con persone che non sanno
nulla del tuo passato e di come eri. Si tratta quindi dell’opportunità perfetta
per sperimentare un nuovo stile di vita: consapevolezza rilassata. Quando
tornerai alla tua vita normale, sai già che esiste un’altra strada, avendola
provata.
E quando parti?
Mentre sei al resort la
tua attenzione sarà rivolta principalmente a te stesso. Per una volta nella
vita, ti sei fatto il regalo più grande che ci sia: tempo per te stesso. Presto
te ne andrai. A casa potrai continuare con le meditazioni. Le musiche delle
meditazioni sono disponibili su cassette o Cd, e per continuare a esplorare
l’arte dell’ascolto c’è un intero archivio audio e video di discorsi di Osho a
tua disposizione. Mentre vai al lavoro, sul bus o sul treno, puoi ascoltare un
nastro e magari scoprire che questo è il momento più prezioso della tua
giornata.
L’idea è imparare abbastanza durante la tua
permanenza qui da poter ritornare alla tua vita regolare con comprensioni ed
esperienze sufficienti a trasformare ogni situazione in un’opportunità per
osservare le tue vecchie abitudini, e scoprire il tuo sé autentico.
Essere un osservatore è davvero uno stile di vita,
un approccio che può essere applicato a ogni singolo momento della vita. Mentre
lavori in ufficio o passeggi nel parco con un amico, avrai scoperto gli
strumenti che ti permettono la libertà di scegliere come vivere in maniera
intenzionale, invece che accidentale. Così puoi rimanere rilassato anche in un
ritmo di vita frenetico, mantenere il tuo senso dell’umorismo nelle situazioni
più snervanti, e relegare lo stress a un ricordo del passato.
E quando ti è possibile, tornare e regalarti di
nuovo il lusso di dedicare un po’ del tuo tempo solo a te stesso. 3
Condizionamenti
Condizionamenti
condizionamenti
Il
condizionamento è qualcosa che ti viene imposto dall’esterno contro la tua
volontà, contro la tua coscienza. Significa distruggerti, manipolarti. È creare
una falsa personalità in modo che la tua essenza di essere umano si perda.
La società ha molta paura
della tua realtà. La chiesa ne ha paura, lo stato ne ha paura, tutti hanno
paura della tua persona essenziale, del tuo essere fondamentale, perché
fondamentalmente l’essere è intelligente, è un ribelle. Non può essere reso
schiavo facilmente. Non può essere sfruttato. Nessuno può utilizzare il tuo
essere essenziale come un mezzo: è in se stesso uno scopo.
Quindi la società intera
prova in ogni modo a disconnetterti dal tuo nucleo essenziale: crea una
personalità falsa – di plastica – intorno a te e ti costringe a identificarti
con quella: è ciò che chiama educazione. Non è educazione, è dis-educazione. È
distruttiva… è violenza. Tutta questa società, finora, è stata molto violenta
con l’individuo. Non crede nell’individuo, è contro l’individuo. La società è
interessata a farti diventare più produttivo, più efficiente e meno creativo.
Ti vuol far funzionare come una macchina, efficientemente, ma non vuole che tu
ti ‘risvegli’.
Tutta questa schiavitù
dell’uomo dipende dal condizionamento.... L’inizio
del condizionamento è nel grembo materno o, al massimo, dal momento
della nascita. Ti circoncidono, e diventi un ebreo; ti battezzano e diventi un
cristiano… e così via. Ti portano in chiesa o al tempio, e vieni cresciuto in
un’atmosfera di un certo tipo, in cui scopri che tutti sono cristiani o tutti
sono indù. E il bambino naturalmente è costretto a seguire la gente che è
intorno a lui. Quando ha venticinque anni e finisce l’università è del tutto
condizionato, e condizionato in maniera così profonda che non si rende neppure
conto di questo condizionamento. È stato tutto inserito nel suo biocomputer. Milioni di persone intorno a te – l’intera
società – ti stanno condizionando; deliberatamente, ma anche senza
accorgersene. Sono state condizionate. Possono anche pensare che ti stanno
aiutando. Sono state condizionate così profondamente che sono ignare che cosa
stiano facendo …
Il mio scopo qui è di
portare al mondo un nuovo tipo di essere umano: libero, attento, consapevole,
responsabile, che agisce in accordo con i suoi sentimenti interiori … e non
servendo gli scopi di qualcun altro: che vive seguendo la sua luce. 2
Osho,
qual è il sogno che stai cercando incessantemente di
realizzare... ?
È un sogno universale, non
è il mio sogno. È vecchio di secoli, si può anche dire che è eterno. La terra
ha cominciato ad avere quel sogno dal giorno stesso che vide l’alba della
consapevolezza umana. Quanti fiori compongono la ghirlanda di questo sogno!
Quanti Gautama il Buddha, Mahavira, Kabir e Nanak hanno sacrificato la loro vita per quel
sogno! Come posso dire che è il mio sogno? Quel sogno è il sogno dell’uomo, dell’essere
interiore dell’uomo. Noi abbiamo dato un nome a quel sogno: lo abbiamo chiamato
‘India’.
Amritasya Putrah, ‘O figli dell’Immortale!’. Solo quelli che hanno sentito
questo richiamo sono cittadini dell’India. Nessuno è cittadino dell’India solo
per il fatto di esserci nato. Uno può essere nato in qualunque angolo della
terra, in qualunque paese, in qualunque secolo, passato o futuro; se la sua
ricerca è una ricerca interiore, egli è un cittadino dell’India. Per me, India
e spiritualità sono sinonimi; India e religione eterna sono sinonimi. Perciò i
figli dell’India sono in ogni angolo della terra. E quelli che sono nati in
India per caso, se non sono consumati da questa ricerca per l’immortale, non
hanno il diritto di essere cittadini dell’India.
L’India è un viaggio
eterno, un sentiero dolcissimo che va dall’eternità all’eternità. Ecco perché
non abbiamo mai scritto una storia dell’India. La storia è forse degna di
essere scritta? La storia si riferisce ad avvenimenti ordinari e quotidiani,
privi di valore che oggi scatenano una tempesta, e domani sono svaniti, senza
lasciare alcuna traccia. La storia è una tempesta di polvere.
L’India non ha mai scritto
una storia. L’India si è dedicata solo a ciò che è eterno, allo stesso modo in
cui il chakor
sta fermo sul suo ramo a fissare la luna, imperturbabile. Anch’io sono un
viandante insignificante in questo viaggio senza fine. Vorrei ricordare a
quelli che hanno dimenticato, risvegliare quelli che dormono, vorrei che
l’India ritrovasse l’orgoglio e la dignità perduti, i suoi picchi innevati,
perché il destino dell’umanità è legato al destino dell’India. Non si tratta
solo di questo paese: se l’India si perde nell’oscurità l’uomo non avrà futuro.
E se saremo in grado di ridare all’India le sue ali, il suo cielo, di riempire
di nuovo i suoi occhi con il desiderio di toccare le stelle, non avremo salvato
solo quelli che hanno sete interiore, ma anche quelli che oggi dormono, ma si
sveglieranno domani, che oggi sono persi, ma domani torneranno a casa.
Il destino dell’India è il
destino dell’uomo. Il modo in cui abbiamo ripulito la consapevolezza umana, i
lampi che abbiamo acceso nel mondo interiore, i fiori che abbiamo portato a
fioritura, i profumi che abbiamo liberato nell’uomo: ciò non è stato possibile
in nessun altro paese. È il frutto di diecimila anni di continui sforzi, yoga e
meditazione. Per questo abbiamo perso tutto il resto, abbiamo sacrificato
tutto. Ma anche nella più oscura delle notti oscure dell’uomo, abbiamo tenuta
accesa la luce della consapevolezza. Per quanto flebile fosse la fiamma, la
lampada ha continuato a bruciare.
Vorrei
che quella luce tornasse di nuovo al suo folgore, alla sua perfezione. E perché
dovrebbe brillare dentro un solo individuo? Cosa impedisce a ogni uomo di
diventare un pilastro di luce? [...]
Tu mi chiedi qual è il mio
sogno. È il sogno di tutti i buddha. Ricordarti quello che hai dimenticato,
risvegliare ciò che nell’uomo sta dormendo. Perché se l’uomo non comprende che
la vita eterna è un suo diritto, che la natura divina è un suo diritto di
nascita, non sarà mai completo; rimarrà incompleto e mutilato.
Da quando mi sono
risvegliato, ogni momento, ogni ora, ho avuto un unico scopo, mi sono dedicato
a un’unica impresa, giorno e notte, a un unico obiettivo: riuscire in qualche
modo a ricordarti il tuo tesoro dimenticato, a far sì che la dichiarazione Ana’l haq sorga
anche dentro di te, e anche tu possa dire Aham Brahmasmi, ‘Io sono il divino’. 4
TESTI DI OSHO TRATTI DA:
1 Unio Mystica,
Vol 1 # 3
2 The Dhammapada: The Way of
the Buddha, Vol 8 # 13
4 Fir Patton Ki Panjeb Baji, # 1
TESTO LIBERAMENTE TRATTO
DA:
3 The Osho Experience