2 DOVE MEDITARE
I centri di meditazione di Osho regione per
regione e altri indirizzi.
6 LE NOTIZIE
8
CORPO-MENTE
Aiutare la
nostra innata voglia di guarire.
11 SPECIALE
SCIAMANESIMO
• Lascia che
sia l'inconscio del gruppo a esprimersi
• La via della
luce... e la via del buio
Pratiche e
antica saggezza, al di là del folklore — o di un facile mito del "buon
selvaggio" — per ritrovare dentro di noi la forza della natura: un amore
per la vita, e per tutto ciò che ci circonda, che ci spinge ad amare di più noi
stessi.
24 RELAZIONI
A recitare
sempre dei ruoli si finisce col perdere il bello della vita — e di se stessi.
29
CREATIVITA'
L'arte come
espressione della nostra essenza. Un sistema pratico per ritrovare la nostra —
perduta — creatività.
33 INSIGHT
IL DOLORE
• Se ti trovi a soffrire
... e la
sofferenza sparisce!
Certo, ma
solo se invece di nascondere il dolore, di fare di tutto per evitarlo —
complicandoci ancora di più la vita — accettiamo di portarlo alla luce del sole
e di guardarlo.
43 LA MAPPA
Il percorso
che dalla giungla della totale inconsapevolezza ti porta, attraverso prima la
foresta e poi il giardino... finalmente a casa.
50 TUTTE LE STELLE
Il tuo oroscopo di maggio
52 LA VETRINA
Tutti i libri di Osho in italiano, i video di
Osho, le musiche per la meditazione e il rilassamento.
60 UN LIBRO
DA VIVERE
Il terzo
volume del commento di Osho ai vangeli apocrifi di S. Tommaso
OSHOTIMES INTERNATIONAL
Copyright© 2000 OSHO INTERNATIONAL
FOUNDATION Tutti i diritti riservati OSHO® è un marchio registrato di proprietà
della Osho International Foundation,
usato con il suo permesso.
La Qualità
... e non la quantità o la diversità, nell'amore,
è un argomento che sta cominciando a farsi strada anche nei media a più larga
diffusione: dai programmi televisivi alle inchieste giornalistiche dedicate
alla "voglia di tenerezza". Da qui al Tantra
e alla meditazione il passo può anche essere breve... ed è così che abbiamo
potuto vedere in televisione Radha, che dopo aver
passato molti anni qui a Pune all'Osho Meditation Resort sta ora
conducendo gruppi di Tantra in giro per il mondo. E
apparsa in Loveline su MTV (Italia), un programma in
diretta dove gli "esperti" rispondono alle domande sul sesso degli
spettatori. Pur dovendo rimanere "sul pratico", sembra che sia
riuscita a far passare anche qualcosa di più ampio, suscitando interesse: in
una delle lettere ricevute dopo la trasmissione una delle ascoltatrici le
confida: " ...fino a pochi mesi fa ero convinta che la mente e i pensieri
potevano tenere sotto controllo tutto, ma guardandomi nel cuore sapevo che non
era così ... adesso sto facendo una piccola battaglia per lasciar perdere la
testa e vivere e godermi l'attimo, è un po' dura... ma so che ci riuscirò!”. La
voglia di vivere nel presente, al di là di condizionamenti e modelli, è dentro
ognuno di noi: dal cuore alla meditazione la via è breve.
Radha ha anche un sito:
www.tantralife.com
Osho Experience
Una pratica ed elegante rivista in formato
‘quaderno’: 150 pagine a colori con centinaia di foto e illustrazioni. Un
ampio, completo e aggiornato panorama – meditazioni, libri, Osho in rete, il Resort di Pune e molto, molto
altro – di sicuro interesse sia per chi è già in contatto con Osho, sia per chi
vuole capire meglio cosa significa Osho oggi.
Nelle parole di chi questa esperienza la sta
vivendo – e in quelle dello stesso Osho – vengono trattati, in maniera semplice
ma profonda, temi di attuale e generale importanza quali: riappropriarsi della
propria vita, consapevolezza sul lavoro, una nuova maniera di relazionarsi in
amore, liberarsi dallo stress senza perdere il ritmo veloce del giorno d’oggi,
godersi in modo nuovo i semplici piaceri della vita… cibo, natura, benessere.
Le precise descrizioni delle meditazioni attive di
Osho, dell’arte dell’ascolto, del Gibberish, e
inoltre di tutte le varie attività dell’Osho Resort
di Pune ne fanno anche un regalo ideale per un amico,
un collega (…o la mamma!): chiunque si sia chiesto cosa saranno poi queste
‘meditazioni di Osho’ che pratichi e come mai ogni
tanto vai in India per andare a Pune. Il testo è in inglese. Su osho.com – sezione
Magazine – ne puoi vedere una presentazione di alcune pagine. Per ordinarlo
rivolgiti a Oshoba.
Un esperienza che fa crescere
Quasi cinquanta persone che arrivano da tutte le
parti del mondo stanno partecipando qui all’Osho Meditation
Resort di Pune al Residential Program – un’esperienza di lavoro-studio
focalizzata sullo sviluppo della meditazione nella vita di tutti i giorni.
Hanno età diverse, dai 18 ai 54 anni – la media è di poco più di trenta – e
provengono da culture anche molto diverse fra loro: arrivano dall’India e dalla
Lituania, dal Brasile e dalla Finlandia, dall’Italia,
da Taiwan, dalla Turchia … dagli USA,
dal Nepal e così via. Svolgono mansioni fra le più diverse, dal Web-design alla conduzione del bar interno, dalla gestione
del complesso piscina-sauna-jacuzzi-campi da tennis
fino alla traduzione delle parole di Osho … nelle lingue più disparate.
Ma l’iportante non è
quello che fanno ma ‘come’ lo fanno: in una situazione dove il ‘fare sbagli’ è considerato una parte necessaria del processo di
apprendimento, è più facile rilassarsi; si impara a prendersi le proprie responsabilità e a portare consapevolezza in
attività svolte di solito in modo meccanico; diventa così possibile dare spazio
allo sviluppo del proprio potenziale. E in un ambiente davvero multiculturale è più facile confrontarsi con i propri
abituali modelli di comportamento, sia nel modo in cui si lavora che in quello
in cui ci si relaziona agli altri. All'interno di questo processo ci sono molte
possibilità di crescere.
Si può partecipare per un periodo che va dai 3 ai
6 mesi, vivendo e lavorando nel Meditation Resort.
Per informazioni:
www.osho.com/residentialprogram.
Far Festa
Un bel concerto, quello in Buddha Hall, la sera
del 21 marzo, con tutta un’ambientazione basata sui ‘colori del suono’: proiezioni di bellisssime
imagini in sintonia con la musica, ballerini dai
vestiti multicolori, e un nutrito gruppo di musicisti di varie nazionalità che
davano davvero un sapore ‘World Music’ ai vari
pezzi… con una stimolante aggiunta di ‘speziato’, visto che siamo in India.
Quasi ogni settimana c’é uno spettacolo serale in
Buddha Hall, spesso un concerto tenuto da famosi musicisti indiani, i prossimi
(nei giorni in cui sto scrivendo) saranno Ustad Faiyaz Hussein Khan col figlio Izaz, che pur facendo musica classica indiana usano uno
strumento ocidentale: il violino. L’occasione è il
lungo weekend di Holi (una fra le maggiori festività
indiane) …che quest’anno coincide persino con la
Pasqua.
Il
trauma, in senso generale, non è tanto nell’evento in sé quanto nell’impronta
che questo evento ti ha lasciato dentro – nel modo in cui il tuo sistema
corpo-mente reagisce – da questa considerazione nasce un nuovo approccio al suo
trattamento.
di Kavi
Generalmente quando udiamo
la parola trauma ci vengono in mente immagini e pensieri terribili legati a
fatti ed eventi fuori dal normale. Eventi terribili che alterano,
inevitabilmente, il normale percorso della vita di un individuo.
E in un certo senso è
cosi. Eppure è stato ormai osservato che, anche individui esposti a fatti
ritenuti normali possono presentare sintomi e segnali di traumatizzazione.
È per esempio il caso di infanti che hanno dovuto essere ospedalizzati per
breve tempo per una normale procedura medica e che presentano sintomi di stress
post traumatico, stranamente simili a quelli di veterani traumatizzati da
eventi di guerra. Come è possibile? Le due
cose sembrano estremamente distanti tra loro, addirittura agli opposti. Le
nuove ricerche basate su queste osservazioni, hanno sviluppato un concetto del trauma che permette di mettere
in luce le dinamiche che avvengono
all’interno del sistema nervoso umano quando un individuo viene esposto a un
evento che, in qualche modo, sopraffà la sua capacita
di tolleranza. La capacita di rispondere all’evento traumatico da uno stato di
risorsa (stato di equilibrio e connessione col proprio essere)
determinerà il modo in cui l’individuo ne sarà affetto. Diventa chiaro cosi che
non esiste una situazione traumatica per se. Naturalmente certi eventi hanno
più probabilità di sopraffare il sistema nervoso che non altri, ma se una
persona resterà traumatizzata da una certa esperienza o meno, è determinato da
vari fattori che riguardano lo stato di risorsa dell’individuo. Grazie a queste
osservazioni, lo studio dei fenomeni del trauma si è spostato dal cercare di
comprendere, ricordare e superare l’evento a ripristinare l’equilibrio nel
sistema nervoso che è stato sopraffatto al momento dell’evento.
Il trauma non è
nell’evento, ma nel sistema nervoso.
La nostra avventura nella
realtà del trauma comincia qui.
Come il mitico ‘filo di Arianna’ che ha permesso a Teseo di orientarsi nel
labirinto, tracciando il percorso offerto
dalle sensazioni del corpo possiamo trovare una via di uscita dal labirinto di
sintomi che l’individuo traumatizzato presenta. Spesso, infatti, coloro
che soffrono gli effetti del trauma
presentano una varietà di sintomi che non riescono a essere spiegati e
che spesso appaiono scollegati tra loro.
Come vedremo, parte del
risultato del trauma è anche un senso di sconnessione e separazione: da se
stessi, dagli altri, da parti del nostro corpo e dal mondo spirituale.
Chi è traumatizzato?
Come
abbiamo visto, l’effetto che un certo evento ha sul sistema di un individuo
determina se il trauma avviene o no. Il fatto che certi eventi
siano definiti come traumatici, deriva dal modo in cui l’impatto viene risolto
– o meno – e dall’effetto che questo ha sul corpo-mente della persona.
Probabilmente
tutti noi abbiamo avuto nella vita, esperienze in cui non siamo riusciti a
mettere in atto le nostre risorse o a completare certi meccanismi naturali di
difesa.
Queste energie rimangono intrappolate all’interno del nostro sistema nervoso,
come messaggi di costante pericolo. Il sistema viene mantenuto in allarme rosso
e si trova in condizione di iperattivazione, sempre
pronto a scattare e ad attivarsi a ogni minimo stimolo di sorpresa.
Quante volte ci siamo
trovati a saltare per un improvviso rumore alle nostre spalle? o quando
qualcuno ci tocca senza che ce lo aspettiamo? o se un ombra furtiva si muove
improvvisamente nell’oscurità? Il cuore batte forte, il respiro si arresta per
un istante, ci guardiamo intorno per accertarci di quello che succede e poi, se
la sorpresa non è niente di pericoloso, generalmente ci rilassiamo e
riprendiamo l’attività che avevamo interrotto.
Nel
caso della persona traumatizzata, e tutti lo siamo un po’, questo rilassamento
non è mai completo: anche se a livello cosciente si realizza che la sorpresa
non rappresenta un pericolo, il sistema nervoso mantiene lo stato di allarme.
Questa incapacità del sistema nervoso di rilassarsi si manifesta con un aumento
della tensione e un crescendo delle attività di vigilanza, portando l’individuo
a sperimentare quelli che sono i sintomi classici derivati dal trauma.
Difficoltà ad addormentarsi e disturbi del sonno, stati di ansia, attacchi di
panico e senso di irrealtà; questi sono solo alcuni dei segnali derivanti da un
sistema nervoso non equilibrato.
La persona cercherà al di
fuori di sé i motivi di questi sintomi bizzarri e a volte incomprensibili,
proprio come al momento dell’evento traumatico si tenta di identificarne la
causa, l’origine del pericolo. L’evento che la persona ha subito, però,
appartiene al passato, mentre i sintomi si presentano qui e ora. Sta proprio
qui il valore di questo diverso approccio al trauma. Nella risoluzione nel
momento presente, degli effetti che la situazione ha forzato sul sistema.
In questo lavoro
utilizziamo i nostri strumenti di percezione, di ascolto e di comunicazione per
aiutare l’individuo a entrare in contatto con le forze primordiali di
orientamento e a completare gli stimoli di difesa che sono stati interrotti. Il
percorso pero avviene in modo controllato e sicuro, aiutando la persona a
sperimentare le proprie risorse e a fidarsi delle proprie innate capacita di
autoregolazione. Ascoltando i messaggi del corpo, recuperiamo la capacita di
ricollegarsi all’intelligenza naturale dell’organismo e impariamo nuovamente a
rispondere alle situazioni con flessibilità e senso di competenza.
Proprio come Arianna, che
donò il filo a Teseo per orientarsi nel labirinto, cosi l’operatore regge in
modo saldo e sicuro questo filo dell’esplorazione interna, permettendo al
cliente di orientarsi e ritrovare l’uscita una volta sconfitto il mostro.
Nel nostro lavoro uniamo
la comprensione del fenomeno trauma con le nostre conoscenze della fisiologia
umana. Riusciamo così a percepire i diversi stati che il corpo attraversa nella
preparazione e completamento delle risposte al trauma, e possiamo quindi
aiutare il completamento e la risoluzione di quelle forze che sono state
attivate dalla situazione, grazie al contatto specifico con le risorse del
corpo. Questa comunicazione aiuta la persona a ricontattare le proprie risorse
e ad affrontare il materiale legato al trauma quando affiora un pezzettino alla
volta, con consapevolezza e presenza. La persona non viene invitata a rivivere
la situazione traumatica in cui ha subito una sconfitta molto profonda, non
viene nemmeno invitata a esplodere emotivamente perdendo il controllo di sé e
sperimentando nuovamente il senso di essere sopraffatta. Il materiale che
emerge viene esplorato attraverso il senso di percezione che si riferisce alle
sensazioni del corpo e elaborato e reintegrato un dettaglio alla volta, in modo
che possa essere tollerato dal corpo-mente. Questo permette all’individuo di
metabolizzare l’esperienza e ricondurla al livello di tolleranza. Il sistema nervoso può completare gli stimoli di
orientamento e difesa e la persona sperimenta un senso di capacita: la
capacita di rispondere appropriatamente agli stimoli esterni e alle sensazioni
interiori e la capacità del suo sistema di entrare in tensione ma anche di
rilassarsi.
Quando
sperimentiamo una situazione di terrore, letteralmente ci sentiamo gelare dalla
paura. E questo è proprio quello che succede. Il sistema si congela nel terrore
impedendo il normale flusso di attivazione e scarica. Grazie a questo
approccio, quel congelamento può cominciare a sciogliersi permettendo alla persona di
tornare a muoversi nel fiume della vita con flessibilità e l’abilità di
rispondere alle sorprese che essa porta in modo sempre nuovo e fresco, non
dettato dal dolore e dalla paura del passato.
Viene
definito traumatico un evento che avviene troppo velocemente, troppo presto o
semplicemente "troppo". In questa situazione non abbiamo tempo di
avere l'orientamento necessario per passare all'azione, e spesso l'azione
stessa di fuggire o difendersi, non può essere completata.
Una corrente
sotterranea di benessere
Bhadrena e Kavi
hanno reso questo nuovo approccio al trauma (che prende spunto dal lavoro di Peter Levine ed altri) parte
integrante dei Training di Cranio Sacral Balancing che tengono alla Multiversity
di Pune e nel resto del mondo – maggiori informazioni
in rete su osho.com e su www.craniosacralbalancing.com
Bhadrena: Invece di focalizzarsi
su cosa sia ‘andato male’ con il corpo ora stiamo
invece dando molta più importanza a quello che è sano. È la forza vitale
l’elemento sano. In un corpo sano è molto forte. In un corpo sofferente è meno
forte. Ma è sempre presente.
OT:
Così vi state concentrando più su salute che sulla malattia?
Bhadrena: È questo,
effettivamente, il nuovo concetto ora alla base di ciò che facciamo: cooperare
con la salute che è già al lavoro.
Kavi: Ogni volta che ci sono
tensioni, problemi, limiti nel sistema abbiamo chiaro che esiste una
fondamentale corrente sotterranea di salute alla quale si può accedere per
integrarla nel processo guarigione.
Da
un’intervista in occasione del training Cranio Sacral
Balancing tenuto a Pune
agli inizi del 2002. Sempre sul bilanciamento craniosacrale
vedi anche OTI aprile 99
Alla base
del lavoro cranio-sacrale
C’è uno stato di quiete che sottende tutte le
manifestazioni e i movimenti del corpo.
Questo stato di quiete è la chiave di ciò che il
Dr. William Sutherland, il padre dell’approccio craniosacrale, provava a trasmettere. Una sua frase tipica
era: “Permetti alla funzione fisiologica di manifestare la propria potenza
intrinseca piuttosto che usare l’applicazione di forza cieca dall’esterno”.
Questo è diventato un principio chiave anche nel
nostro lavoro. Lo sviluppo dell’abilità di ‘ascoltare’ con le nostre mani ci ha
portato ad apprezzare quello stato di quiete come il terreno per il
manifestarsi dei movimenti sottili del sistema craniosacrale.
Questi movimenti originano realmente da uno stato
di quiete, stato che viene anche visto come uno stato di risorsa molto profondo
dove risiedono l’equilibrio e la connessione con la totalità dell’essere.
Quando si trova in uno stato di risorsa, il sistema craniosacrale
esprime la vitalità dell’organismo in modo armonioso e con una organizzazione
molto precisa.
Questa organizzazione può essere intesa come la
forza vitale dell’individuo.
Da un articolo di Bhadrena
e Kavi apparso su Re Nudo.
l'essenza
della anima pagana
Nascosta
dentro ognuno di noi – specialmente negli italiani, puntualizza Osho più volte
– c’è un’anima pagana, che risale a tanto tempo fa, quando la nostra vita era
più semplice, meno “mentale”, più a contatto con il nostro corpo e la natura… e
meno soggetta al ritmo impostoci dalle macchine.
“ …erano semplicemente pagani: amavano la vita,
godevano della vita. Non avevano alcuna idea di paradiso o inferno. Questa
terra era abbastanza per loro, questa vita era totalmente appagante: vivevano
momento per momento. In effetti non avevano la concezione del calendario e del
tempo, perché non avevano orologi… non sapevano quando l’anno finiva né quando
iniziava; non sapevano quanti giorni ci sono in una settimana, quanti in un
mese, e quanti mesi ci sono in un anno. Tutte queste cose sono arrivate molto
dopo. …queste popolazioni originarie erano le più felici. Vivevano
semplicemente – senza timori e senza avidità. Amavano la natura… era tutto
misterioso, un miracolo: ancora un’alba e loro danzavano; un’altra luna piena e
loro ballavano per tutta la notte, in totale abbandono. Non avevano dio e non
avevano manicomi; non avevano né preti né psicanalisti. Non avevano mai sentito
parlare di buddha, e tuttavia erano tutti dei buddha. Ma dei buddha molto
naturali, non costruivano teorie a questo proposito, e così non hanno mai usato
termini come ‘inesprimibile, inspiegabile, l’esistenza divina, la natura dell’essere, il buddha...
‘. Tutte queste assurdità vennero in seguito!”. 1
Così ce li descrive Osho, che parla anche di come
le religioni organizzate abbiano cercato di distruggere tutta questa cultura –
bisogna combattere le ‘superstizioni’ dei pagani, dicevano.
Ma molto è sopravvissuto fino ai nostri giorni,
soprattutto in popolazioni con forti radici nel passato, rimaste ai margini
della civilizzazione occidentale. È proprio lì che può attingere chi ai nostri
giorni vuole sperimentare una visione della vita – al tempo stesso tradizionale
e nuova – che non pone l’uomo separato dalla natura (né tanto meno antagonista
e dominatore), che propone pratiche naturali e armoniose di benessere, fino ad
arrivare ad un’esperienza – e a un recupero – delle nostre radici interiori che
ci permetta di andare oltre, di fiorire verso il cielo. Ed è proprio qui, al di
fuori di letture folcloristiche, il senso del lavoro sciamanico.
Lo sciamano, l’uomo – o la donna – di sapere, di ‘medicina’ di visione, può
rivivere ancora dentro ognuno di noi.
Nelle pagine seguenti presentiamo l’esperienza di
due sciamani occidentali, con alcune puntualizzazioni di Osho sull’argomento in
generale.
1 tratto da: Osho, Celebrate Myself: God Is No Where, Life Is
Now Here #7
La via dello sciamano
enfatizza l’autostima, l’autorità interiore, il potere delle intenzioni e della
comunicazione nel dirigere l’energia verso propositi positivi: lo sciamano è
così un esperto nel sciogliere blocchi fisici, emozionali e mentali, usando il
potere dell’energia per dissipare ogni tipo di stress fisico, emozionale e
mentale e rompere con stati limitativi e credenze, aumentando in questo modo la
prosperità individuale e collettiva, instillando fiducia nelle proprie capacità
e rompendo con schemi di credenze limitativi e restrittivi rispetto a se stessi
e ai propri talenti; la base di questo è il ricordare continuamente la propria
connessione con il divino – l’unione con il tutto.
di Anatta
Anatta Agiman
è direttrice di Osho Gautama Multiversity.
Pratica le
meditazioni di Osho dal 1978. Certificata quale Maestra di Meditazione presso
RIMU Oregon. Ha completato l’Humaniversity Therapist Training.
Ha creato la
Osho Shamanic School,e
anche la Scuola di Massaggio e Arti del Benessere. Da più di venti anni tiene
corsi e training in diverse aree: corpo, emozioni, potere, relazioni, sciamanesimo e guarigione energetica, meditazione.
È autrice del
libro “La Porta sull’Invisibile”– Sperling e Kupfer.
Lo sciamano
tradizionalmente insegna aiutando gli altri a scoprire il proprio potere sacro
interiore, a cambiare la propria vita, a essere flessibili, a sentirsi a
proprio agio con il cambiamento e con l’imprevedibilità degli eventi, a
dirigersi in direzioni positive, a sentirsi liberi di esplorare nuovi mezzi e
metodi per affrontare la vita. Questi implica anche l’espandersi in nuovi
territori della coscienza, sapendo che il ‘sapere’, la consapevolezza è l’unica
via che può aiutare realmente nella trasformazione, nella guarigione. Quanto più una persona possiede
un’intima conoscenza su come le cose vanno realmente e su come è possibile
trasformare la propria realtà, tanto più la sua vita sarà bilanciata e sana,
sia da un punto di vista fisico che mentale. Ed è importante ribadire come la
sacralità del sapere consista non nella sua riservatezza o segretezza, ma nella
condivisione: più persone sanno, meno saranno possibili gli abusi del ‘potere
della conoscenza’.
“Lo Sciamanesimo è la Saggezza del Vecchio e l’Innocenza del
Bambino, è il Sacro ed il Profano.
È la
Danza che possiede, movimento istintivo, naturale.
L’unico
rigore è quello del cuore, guarigione che passa attraverso l’Amore. È risata
che sorge dall’aver ritrovato le proprie radici.
Risata
che nasce dalle viscere della Terra per innalzarsi in un Mantra
verso la vastità del Cielo.
È armonia,
riconnessione, amore per la Terra, per l’Uomo, per
Dio.
Rispetto,
estasi, alchimia, trasformazione. È ritrovarsi insieme attorno al Fuoco Sacro
della vita per celebrarla, onorarla e venerarla”.
Mi fa piacere poter
scrivere alcune cose sullo sciamanesimo: è un tipo di
lavoro che ho intrapreso qualche anno fa e che a me ha dato molte soddisfazioni
e nuove aperture e sono sempre contenta di poterlo condividere. Anche perché la
semplicità e la naturalezza degli insegnamenti sciamanici si riallacciano molto bene al mio percorso
spirituale con Osho, che mi ha sempre indicato - attraverso il suo amore e
compassione - che l’unica guarigione possibile a tutti i mali del mondo è
attraverso l’amore.
I sentimenti che sempre
più emergono nella nostra epoca sono la paura, l’angoscia, la rabbia, il
dolore, l’isolamento e l’alienazione. Pochissimo spazio è stato lasciato alla
gioia, al piacere, alla celebrazione… e soprattutto all’amore.
È bene lasciar andare le
paure, poiché queste ci separano dalla creatività e dall’amore, e ci conducono
all’isolamento, alla depressione e alla malattia. L’essere umano non può vivere senza la natura, separato e al di fuori
dai suoi ritmi, così come la natura è correlata con tutto ciò che la circonda,
compreso l’uomo.
È in questo contesto che
l’insegnamento sciamanico si deve proporre oggi come
atto terapeutico e pratica spirituale
insieme, come forma di conoscenza, strumento della coscienza, attraverso un
processo di guarigione olistica all’interno della quale saggezza e antiche tradizioni
si rincontrano con la scienza, con una visione non meccanicistica della
medicina e con l’attuale terapia umanistica.
È proprio in un’epoca come
questa, così piena di conflitti e attraversata da un diffuso malessere
generale, che l’essere umano ha bisogno di trovare il sentiero che lo riporti a
casa, dentro se stesso. Lo sciamanesimo è un atto di
riconoscimento e di rispetto dell’esperienza unitaria ed integrale dell’essere,
dove non esiste più separazione tra mente e corpo, materia e spirito, in una dimensione
che permette l’accesso a quegli spazi dove è consentito all’anima di cogliere
ogni fenomeno nella sua pienezza, mistero e magia. È un viaggio negli strati
più profondi della coscienza, un’esperienza interiore e spirituale, attingendo
proprio agli insegnamenti dei popoli antichi che riconducevano ogni gesto
quotidiano a una sorta di rituale: una gestualità ricca di significato,
rispetto e riverenza verso la vita. Entrare nel mondo dello sciamano è come
intraprendere una ricerca interiore che travalica il semplice ambito della
magia e della superstizione; è un viaggio per percepire, penetrare e
sperimentare realtà non ordinarie, incorporarle nella nostra realtà quotidiana,
rendendo ordinario lo straordinario e straordinario l’ordinario. È possibile quindi
considerare lo sciamanesimo come una scienza che
riconduce a considerare noi stessi come parte integrante del Tutto: ci può
insegnare a comprendere più profondamente le origini e il significato di
malessere e guarigione, e ci spinge a imparare l’uso di metodi naturali di
benessere, che possono accompagnare la medicina tradizionale, ritrovando amore
e rispetto per noi stessi, il proprio corpo e la natura. Nello sciamanesimo l’essere umano è rispettato all’interno di una
visione olistica che riporta all’integrità, all’armonia e all’amore.
Tra le funzioni
tradizionali dello sciamano, forse la più importante era quella del
‘guaritore’. Ma il significato che veniva attribuito a questa parola era molto
diverso da quello che gli viene dato oggi.
Per noi guarigione ora
significa ‘recuperare la salute’, mentre all’interno
di certe culture antiche si era più focalizzati sul come ‘rimanere in salute’, accrescendo la capacità di mantenerci in questo stato, attraverso
l’armonia ed il rispetto della natura e dei suoi ritmi. Per lo sciamano infatti
le persone che si ammalano hanno in qualche modo interferito con il processo
naturale del fluire energetico: la malattia – in questo ‘sapere’ molto
intuitivo e istintivo – è uno stato alterato di salute, un sintomo che qualcosa
non funziona a livello di ‘anima’.
Secondo la teoria sciamanica - soprattutto dei kahuna hawayani - il corpo fisico è una
creazione del pensiero divino: più siamo connessi e in armonia con il Pensiero
Intelligente - il Grande Spirito - più siamo naturalmente sani. Quando questa connessione si spezza, ci
ammaliamo. Per prima cosa dobbiamo quindi comprendere che il godere di buona
salute implica l’essere integri, in armonia tra corpo, mente, emozioni,
spirito e natura.
In caso di malattia,
infatti, lo sciamano si rivolge più alla parte energetica-animistica
della persona, cercando di riportare equilibrio in uno stato disarmonico e
cercando di entrare in contatto e in sintonia con le energie sottili
dell’essere umano, per ‘vedere’ dove si è interrotto il flusso energetico,
cercando di intervenire sull’origine del male, più che sull’effetto. Infatti
una delle forme di guarigione di origine sciamanica
avviene per “estrazione”, dove si estrae il male dal corpo, attraverso rituali
di purificazione e liberazione da energie negative - ‘gli spiriti maligni’ - che ci hanno privato della nostra integrità e ci
tengono separati dal Tutto.
Nel senso attuale della
medicina e terapia moderne, essi vengono rappresentati come i nostri pensieri
negativi, emozioni represse o esperienze traumatiche, soffocate e dimenticate
nell’inconscio. I nostri fantasmi interiori, i demoni con cui ci troviamo a
confrontarci ogni giorno e che hanno preso una forma reale, concreta, incidendo
nelle nostre scelte quotidiane e conducendoci - nei casi estremi - a privarci
della nostra energia vitale e quindi anche a un profondo malessere psicofisico.
Come dice Lowen: “...da questo punto di vista noi terapeuti siamo
come lo stregone e i nostri metodi hanno molto in comune con i suoi. Lo
stregone riconosceva che gli spiriti maligni sono sentimenti malsani (ostilità
e malanimo) e che questi possono rendere malata una persona. Far venire alla
luce questi sentimenti e scaricarli attraverso i riti dello sciamano liberava
l’individuo e la comunità da una forza negativa che aveva turbato il loro
benessere. In quanto terapeuti noi tentiamo di fare la stessa cosa…”1
Nello sciamanesimo
tutto ciò che esiste ha un’anima. Non c’è separazione tra organico ed
inorganico, tra materiale e spirituale: tutte le realtà vivono simultaneamente
in piani di coscienza differenti, con una propria consapevolezza e con
vibrazioni differenti da una forma all’altra, ma non per questo di minor
rispetto e valore. Questo è il motivo principale del perché tutte le
manifestazioni dell’esistenza vengono riconosciute e rispettate quali
emanazioni del Grande Spirito, del Tutto, del Divino, che è dentro di noi e
permea tutto il Creato.
Lo sciamano si pone quindi
come un ponte tra il visibile e l’invisibile per aiutare gli altri a riscoprire
e utilizzare il loro potere sacro, interiore: i nostri malesseri hanno
principalmente origine dentro di noi, ci accadono perché non ‘siamo presenti,
qui e ora, non ci stiamo ascoltando’. La maggior
parte delle volte ci perdiamo di vista e tutto quello che avremmo bisogno di
fare è semplicemente ritrovare il sentiero che ci riporta a casa, dentro noi
stessi. La guarigione assume così un aspetto di risveglio delle energie
dell’individuo, un atto di amore e di cura verso se stessi e l’ambiente che ci
circonda.
Le antiche pratiche
curative degli sciamani hawaya – ad esempio – chiamati appunto Kahuna
‘i custodi del segreto, del sapere’, si basavano
sull’accezione che esistono quattro principali approcci, che agiscono a
differenti livelli.
Il primo è il livello della
realtà fisica, del mondo materiale, il secondo fa parte dell’esperienza
emozionale e sensoriale, il terzo di quella psichica- mentale ed il quarto
appartiene all’esperienza spirituale. Secondo questi insegnamenti, non esiste
separazione tra questi quattro livelli, in
quanto noi esseri umani abbiamo la possibilità di conoscere i differenti piani
di realtà che ci circondano e di cui siamo composti e, semplicemente scegliendo
dove porre maggiormente la nostra attenzione, possiamo accedere a questi differenti
livelli, ognuno dei quali può aprirci a nuove esperienze e possibilità.
La cosa che mi ha sempre
affascinato di più nell’esperienza sciamanica è
appunto questo intervenire sull’energia complessiva, sull’insieme della
persona, facendo in modo che si appropri nuovamente del suo potere vitale,
della sua capacità di sviluppare nuovi potenziali, rafforzando così la fiducia
in se stessa.
Se
stai male con te stesso e non sei felice, diventi stressato, frustrato,
arrabbiato e di conseguenza ti ammali. Se stai bene, sei contento e soddisfatto
della tua vita e ti prendi cura giorno per giorno del tuo essere in modo
completo e armonioso, sei in salute.
1 Tratto
da: A. Lowen “Paura di Vivere” - Ed Astrolabio
MALATTIA = MAL-ESSERE
SALUTE = BEN-ESSERE
Per una
medicina olistica
Ma l'uomo non è una macchina; l'uomo è un'unità
organica, e non richiede solo cure per le parti malate. La parte malata è solo
un sintomo: rivela che l'intero organismo sta vivendo delle difficoltà. La
parte malata lo rivela semplicemente perché è la parte più debole.
Si cura quella parte, e si ha successo... ma poi,
la malattia compare da qualche altra parte. Hai solo impedito alla malattia di
esprimersi nel primo punto, rafforzandola. Non capisci che l'uomo è una
globalità: egli è malato, oppure è sano, non esiste una situazione intermedia.
Pertanto, dovrebbe essere preso in considerazione come intero organismo.
E una differenza che va compresa: quando consideri
l'uomo come fosse una macchina, ne hai una visione parziale. Se ha male alla
mano, curi semplicemente la mano; non ti preoccupi dell'intero organismo di cui
la mano è solo una parte.
La prospettiva meccanica è parziale. Ha successo,
ma non è un successo reale, perché la stessa malattia, repressa nella mano con
un medicinale, con un intervento chirurgico, o con qualsiasi altra cosa,
inizierà a manifestarsi altrove, in forma aggravata.
Ragion per cui, la medicina ha avuto un enorme
sviluppo... ma l'uomo soffre di malattie sempre più gravi, e sempre nuove, oggi
più che mai!
L'uomo deve riprendere in considerazione tutte le
tradizioni, tutte le diverse fonti: tutti gli elementi disponibili devono
essere riconsiderati. Si deve sviluppare un approccio medico completamente
diverso, ...
La salute non dovrebbe essere definita in maniera
negativa: sei sano perché non hai malattie. L'essere umano deve essere accettato
nella sua totalità.
Tutti i diversi metodi usati nel mondo, dovrebbero
essere portati a una sintesi, non messi in conflitto tra di loro. Ora come ora,
funzionano come se fossero l'uno contro l'altro. Dovrebbero essere raccolti in
una sintesi. Tale sintesi darà una visione migliore dell'uomo e fornirà agli
esseri umani una vita migliore.
La medicina deve avere un orientamento
completamente nuovo. Oggi è possibile, perché siamo a conoscenza di tutto ciò
che è accaduto nel mondo intero; occorre solo non avere uno spirito
pregiudiziale di fondo.
TRATTO DA: Osho, Dalla Medicazione alla Meditazione - RED Ed.
La vera
salute
La vera salute è dentro di te, da qualche parte,
nella tua soggettività, nella tua consapevolezza; poiché la consapevolezza non
conosce nascita, né morte. E eterna. Ed essere sani nella consapevolezza vuoi
dire, prima di tutto, essere svegli; in secondo luogo, essere in armonia;
terzo, essere estatici; quarto, essere compassionevoli.
Se si adempiono queste quattro condizioni, si è
sani interiormente... Tutte le tecniche di meditazione non sono altro che
metodi per renderti più cosciente, espedienti per spingerti fuori dal tuo sonno
metafisico... mentre la danza, il canto, la gioia, possono renderti più
armonioso. Esiste un momento in cui colui che danza scompare e rimane solo la
danza. In quel-la dimensione rarissima, si percepisce l'armonia. La stessa cosa
accade con il canto: quando colui che canta viene completamente dimenticato e
rimane solo il canto, allorché non esiste più un centro che opera in quanto
"io" (l'io è assolutamente assente) e tu sei in un flusso, allora
quel-la consapevolezza fluida è armonia.
Ed essere svegli e in armonia crea l'opportunità
per l'avvento dell'estasi. L'estasi è la gioia assoluta, inesprimibile; nessuna
parola è in grado di darne un senso qualsiasi. E quando si consegue l'e-stasi,
quando si è giunti a conoscere la suprema vetta della gioia, come conseguenza
nasce la compassione.
Questi sono i quattro pilastri della salute
interiore. Conseguili! E un tuo diritto naturale, lo devi solo rivendicare.
TRATTO DA: Osho, Dalla Medicazione alla Meditazione - RED Ed.
Ricordando
l’origine
Il lavoro sciamanico è presente anche nella Multiversity
di Pune – oltre che con sedute individuali e i
training di ‘Shamanic Energy
Work’ – con gruppi regolari e frequenti di ‘Remembering the Source’, ecco
come ne parla la conduttrice, Ananta:
“`È un modo giocoso di entrare nella magia e nel
mistero della propria realtà energetica individuale.
Di guardare se stessi in modo nuovo e spontaneo,
per andare oltre l’immagine conosciuta della propria personalità, verso la vera
natura del proprio essere. Ci si riconnette con la fonte della vita (l’energia)
al nostro interno, si scopre come l’energia universale della vita si manifesti
come il nostro campo di energia, o aura. Attraverso opportune meditazioni e
speciali rituali si possono avvertire le differenti vibrazioni dei corpi di
energia che formano questo campo energetico e si trovano i modi per introdurre
equilibrio e armonia nella vostra vita quotidiana. Esplorando l’energia ci si
ricorda il linguaggio ormai dimenticato della nostra sensibilità,
si aumenta la percezione della nostra energia e ci
si rimette in contatto con l’intuizione, la nostra guida interiore. Questo
corso è un invito a sperimentare che siamo tutti parte di un grande mistero
chiamato ‘vita’, sentirsene separati è solo un’illusione: siamo già a casa.
Esplorare noi stessi come fenomeno di questa energia e portare consapevolezza
al continuo movimento della vita dentro di
noi – percezioni, sensazioni, emozioni, pensieri - rende molto facile andare
ancora più in profondità nella meditazione, nel testimoniare”.
Per maggiori
informazioni e per le date vedi www.osho.com
Lo Sciamanesimo è
l’antico cammino verso l’estasi interiore – il più antico dei sentieri – ed è
esistito, in forme differenti, in ogni cultura: è una via interiore che ti
rivela i misteri man mano che ti addentri nel tuo lato oscuro, portandovi luce
e consapevolezza. Apurva, uno sciamano dei nostri
giorni, ci parla qui della sua esperienza.
Mi sono trovato subito a
mio agio quando ho cominciato a praticare questa via spirituale e di
guarigione. Non ci sono dogmi, non ci sono strutture, niente e nessuno a cui
demandare la propria responsabilità, solo ed unicamente un’esperienza diretta
della propria natura e della propria multidimensionalità. Personalmente mi ha
trasformato profondamente, ancor oggi è la forma più spontanea di ‘guarigione’
che pratico: nella sua dolcezza e nella sua durezza, lo sciamanesimo
mi aiuta a sanare la separazione dall’universo che è in me.
Rappresenta la possibilità
di sperimentare in modo semplice e naturale la completezza spirituale e il
silenzio. Il contatto con la natura ed il ricollocarmi nella giusta posizione
all’interno di essa, ridimensiona il mio ego, mi insegna il rispetto per le
differenti forme viventi che abitano, come noi, questo bellissimo pianeta, mi
riconcilia con il mio bambino magico – la mia parte innocente, aperta e
creativa, quell’aspetto di me in grado di vedere la
magia della vita, dei colori, degli spiriti; l’innocenza che dischiude
l’invisibile ai miei sensi. Infatti, con lo sciamanesimo
ho imparato a ‘vedere’ con i miei sensi, ad ascoltare il vento, guardare il
cielo stellato, sentire la terra sotto i miei piedi, a considerarla una madre
che dona, sostiene e nutre, sapendo che il corpo con cui sono presente in
questa dimensione fisica proviene da lei… e un giorno a lei tornerà. Lo sciamanesimo è oggi per me uno stile di vita, un modo di
percepire la realtà, un includere piuttosto che escludere e questo
indipendentemente dall’ambiente in cui mi trovo, sia in un contesto urbano che
nella natura. Mi ha permesso di avvicinarmi al silenzio ed alla meditazione in
un modo più affine a me. Ho riscoperto le radici di una forma di spiritualità
che ha ancora echi nei luoghi dove vivo, anche se per rendermi conto di ciò ho
dovuto viaggiare lontano – totalmente al di fuori dalle rotte turistiche –
tornando a casa talvolta con scottature, escoriazioni… e tanta, tanta fatica,
come quando, seguendo uno sciamano andino, abbiamo
percorso l’Inca trail: giorni
e giorni di cammino sulle Ande, a oltre 4.000 metri d’altitudine.
La forma di sciamanesimo che noi utilizziamo è molto semplice e ha una
regola fondamentale che è il praticare, praticare ed ancora praticare. Questo è
l’unico modo per conoscere e sperimentare direttamente, e per ricreare una
diretta connessione con la propria spiritualità. Solo così, con intenzione e fiducia si arriva a un’esperienza
diretta della nostra interiorità, scoprendo il lato misterioso dell’esistenza,
le sue più recondite sfumature, la magia della vita.
I nostri antenati ci hanno
tramandato alcune delle pratiche che, tutt’oggi,
usiamo nel lavoro sciamanico, richiamandoci agli Energizzatori.
Anticamente il cerchio
interno degli adoratori della Grande Madre, e di tutte le sue forme viventi, in
piena epoca matriarcale, basata cioè sulla totalità
dei valori del femminile. Erano donne e uomini che attraverso il diretto
contatto con lo Spirito raggiungevano uno stato estatico di totalità; la loro
vitalità, la loro bellezza e innocenza, la loro passione selvaggia, servivano
per trascinare, coinvolgere, rivitalizzare e guarire
gli altri componenti del gruppo. Essi si
servivano di strumenti come la danza, il ritmo del tamburo e specifici rituali,
per entrare nello stato naturale di trance, alla ricerca della visione, della
guarigione per sé e per gli altri, dell’estasi interiore.
La semplicità dei rituali
e l’ordinarietà degli ‘strumenti di potere’ stupiscono, talvolta, l’uomo e la donna
occidentali, che hanno perso il senso dell’essenziale e l’innocenza; un ego
troppo rigido, sofisticato, superficiale e scettico, di sicuro non permette di
entrare a fondo nelle esperienze e negli stati di percezione espansa a cui le
pratiche sciamaniche danno accesso. Alcuni, invece,
le sperimentano da subito, con estrema naturalezza… magia, innocenza,
comprensione: nelle memorie delle nostre ossa – e in una parte del nostro
cervello – sono immagazzinati ricordi, percezioni e sensazioni che risalgono
alle nostre origini; attraverso questo tipo di lavoro è possibile ristimolarle, riportarle a galla, accedendo a esperienze di
multidimensionalità che possiamo tradurre in intuizioni, visioni, nuove
chiarezze… sogni esplicativi, incontri con spiriti animali, guide spirituali, e
così via.
Le pratiche che vengono
sperimentate sono diverse: tra le più conosciute la Trance Dance, dove la danza libera e selvaggia al suono dei tamburi
viene usata come chiave d’accesso a uno stato di trance estremamente semplice e
naturale. I danzatori danzano a lungo, trascendendo il loro ego, la loro forma fisica e divenendo la danza stessa: quando questo
avviene il danzatore fa esperienza di una dimensione non ordinaria, nella
quale, attraverso la visione, può ricevere messaggi e importanti indicazioni.
D’altra parte la danza come forma di guarigione e di contatto con il divino è
presente, da sempre, in ogni cultura del pianeta: la ritroviamo anche in Italia
con le Tarantelle pugliesi e calabresi.
Altri rituali sono la Via della Luna – dove si usa il
massaggio come forma di guarigione, per ritornare in contatto col proprio corpo
e riscoprire le nostre qualità femminili: cura, nutrimento e servizio – i Riti di Passaggio – dove inizio e
completamento delle diverse fasi della vita sono riviste in sintonia con i
ritmi della natura, rendendo possibile l’evoluzione della coscienza individuale
e collettiva – e la Caccia all’Anima,
dove lo sciamano diventa uno strumento di guarigione, riportando a casa parti
d’anima ‘perse’ in conseguenza a shock – fisici, emotivi, mentali e spirituali
– che hanno tolto alla persona integrità e vitalità.
Il modo di approcciare l’esistenza e la guarigione nel mondo degli Energizzatori è chiaramente molto differente da quello
occidentale: la guarigione avviene a ogni livello, poiché non si procede
attraverso l’io ma attraverso il noi; l’uomo è aperto allo Spirito, solo
così ne può diventare suo strumento. Alcuni possono intendere queste pratiche
come qualcosa d’esoterico – oppure un prodotto new age,
da consumare durante i week-end, o un qualcosa d’esclusivo, per pochi eletti –
ma nella mia esperienza personale tutto ciò
è una potente via del reale, del naturale, atta a eliminare la separazione e i
‘buchi’ interiori che tutti noi percepiamo in momenti differenti della nostra
vita.
È
importante sperimentare questo tipo di lavoro completamente immersi nella
natura – come si fa durante i ritiri – e soprattutto durante la notte, quando
l’oscurità avvolge il bosco – lo sciamano, tradizionalmente, è colui che ‘vede’
nel buio! – e tutto acquista un fascino che solo la natura può dare.
Praticare sciamanesimo significa anche darsi attivamente da fare nella
salvaguardia e nel mantenimento della natura. È importante, ad esempio,
chiedersi sempre da dove vengono i prodotti alimentari che arrivano sulla
nostra tavola e finiscono poi a far parte di noi stessi… anche questo è sciamanesimo! Per quanto mi riguarda il contatto con la
natura è uno dei fattori più importanti, la mia
esperienza personale nei viaggi compiuti in Amazzonia,
Guatemala, Perù e Belize è stata molto importante
perché mi ha permesso di ricreare una fortissima connessione con la natura: un impatto
interiore molto profondo, paragonabile quasi al mio incontro con Osho e alla
scoperta delle sue meditazioni. Le esperienze fatte durante i viaggi mi hanno
permesso di assorbire l’energia vibrante e selvaggia della foresta, di
risvegliare memorie e facoltà assopite, di imparare metodi e cure naturali.
La mia antica connessione
con questo mondo continua a darmi la possibilità di crescere attraverso
l’esperienza di lavoro con la gente, attraverso i contatti e gli scambi che
continuo a mantenere con insegnanti, guaritori e medici che lavorano in questo
campo; arricchendo sempre di più la mia vita anche attraverso l’espressione
musicale: creo ritmi e musiche ispirati alle mie esperienze dirette con queste
pratiche.
I nostri antenati non
avevano bisogno di costruire templi, né chiese – di organizzare religioni, di
creare teorie – aprivano semplicemente il loro cuore alla natura: l’intuizione
e la connessione con l’esistenza permetteva loro di sentire il sussurro del
vento – e le voci che esso porta con sé – e lo scoppiettio del fuoco vivo e
vitale, di fondersi con la pioggia e di volare con le nuvole; cosicché le loro preghiere prendevano il sapore
dell’innocenza e del rispetto per ogni forma di vita.
Ma
questa non è solo poesia, ma una vera e propria ‘via del reale’,
perché la natura fornisce all’essere umano sensibile e intuitivo ogni risposta,
fornisce radici profonde e stabili, fornisce potere saggezza e forza… e noi
siamo natura.
Tutte
superstizioni ?
Si
fa presto a definire superstizione ciò in cui credono gli altri… e soprattutto
non accorgersi che molte cose la cui verità diamo per scontata non sono altro
che le nostre superstizioni
Esistono molti tipi di superstizione, e quella
dell’uomo ‘istruito’ è più pericolosa di quella dell’ignorante, perché egli non
considera tale la sua superstizione. Per lui è il risultato di una grande
riflessione.
Definire qualcosa una
superstizione senza adeguate ricerche equivale a crearne una ancora più grande,
ed è indice di una mente molto superstiziosa. Tu ritieni che chi crede ai
fantasmi e agli spiriti maligni sia superstizioso, mentre tu che non ci credi
ti senti molto intelligente. La domanda è: che cos’è superstizione? Chi crede
ai fantasmi, senza aver indagato il fenomeno, è superstizioso; ma anche chi non
ci crede, senza averlo indagato, potrebbe essere superstizioso. Superstizione
vuol dire credere in qualcosa senza sapere se sia vera. Solo perché qualcuno ha
delle credenze contrarie alle tue non vuol dire che sia superstizioso. Un
credente in dio può essere ingenuo tanto quanto un non credente.
È bene comprendere la
definizione di superstizione. Significa questo: credere ciecamente in qualcosa,
senza verifiche. I russi sono atei superstiziosi e gli indiani teisti
superstiziosi: entrambi sono vittime di una fede cieca. I russi non si sono mai
preoccupati di accertare l’inesistenza di dio per poi avere un credo
conseguente, né gli indiani di dimostrarne l’esistenza prima di riporre la loro
fede in lui. Quindi, non fare l’errore di credere che solo i teisti siano
superstiziosi, perché anche gli atei hanno le loro superstizioni. E la cosa
strana è che esiste anche una superstizione scientifica. Sembra
contraddittorio: come può esistere una superstizione scientifica? 1
Se hai studiato geometria,
avrai incontrato la definizione di Euclide secondo cui una linea ha lunghezza
ma non spessore. Ebbene, cosa può essere più superstizioso di questo? Non è mai
esistita una linea senza spessore. Ai bambini viene insegnato che un punto non
ha larghezza né lunghezza, e anche i maggiori scienziati lavorano in base a
questo postulato. Può mai esistere un punto senza lunghezza né larghezza?
Da un punto di vista
scientifico crediamo che siano vere migliaia di cose che in realtà, sono solo
superstizioni. Anche gli scienziati sono superstiziosi e mentre le
superstizioni religiose stanno scomparendo, quelle scientifiche sono in
aumento.
Io sono assolutamente
contrario alla superstizione. Tutti i tipi di superstizione vanno distrutti; ma
questo non significa che io faccia della distruzione una superstizione. Non
vuol dire che qualcuno debba andare in giro a distruggere qualcosa, senza
averla compresa, o che debba smantellare qualcosa, senza la dovuta
considerazione. Una simile azione arbitraria diventerebbe un’altra
superstizione.
Ogni
epoca ha le sue superstizioni. Ricorda, le superstizioni hanno anche le loro
mode. In ogni epoca assumono un aspetto diverso. L’uomo non abbandona mai le
sue superstizioni, si limita a sostituire le vecchie con le nuove; le altera e
le modifica. Di questo purtroppo non ci accorgiamo mai.
...dobbiamo capire
esattamente cosa sia una superstizione. Superstizione vuoi dire: credere in una
cosa senza conoscerla. Noi accettiamo e rifiutiamo molte cose senza saperne
nulla: questa è superstizione. 1
Ti sorprenderà sapere che
quando un sadhu,
un mendicante che ricerca il divino, un semplice uomo di villaggio, senza
alcuna conoscenza medica, dà in nome di dio un pizzico di cenere a un malato,
diciamo che è superstizione. Tuttavia funziona, e la gente viene curata come
può farlo un trattamento allopatico. È molto interessante: la proporzione di
malati curati è la stessa. E per capire ciò che accade, vengono condotti in
questo ambito molti esperimenti. In un ospedale di Londra è stato effettuato un
esperimento unico. Un centinaio di pazienti con lo stesso tipo di malattia è
stato diviso in due gruppi. A cinquanta di essi vennero fatte iniezioni col
farmaco comunemente usato, mentre ad altri cinquanta venne iniettata acqua. La
cosa sorprendente è che in entrambi i casi guarì la stessa percentuale di
persone. Da qui l’interrogativo: cos’era successo?
Di fronte a questi
risultati, fu necessario esaminare la cosa più da vicino. Si scoprì che la
sensazione che la medicina venisse somministrata funzionava più della medicina
stessa. Più sondiamo la psiche umana, più diventa chiaro che le malattie
esistono in un luogo imprecisato della mente. E finché vi resteranno, le pseudocure continueranno a esistere. Per questo non mi
interessa tanto cancellare quei vecchi metodi, quanto mettere una fine alle
malattie presenti nella mente umana. Se le malattie scomparissero dalla mente
dell’uomo, e la sua consapevolezza si risvegliasse, permettendogli di
comprendere, non sarebbe più circondato da problemi così fastidiosi.
Il problema autentico è
risvegliare nell’individuo quel tanto di consapevolezza capace di generare in
lui il desiderio di divenire libero, intelligente, autorealizzato
e pienamente consapevole. Se si riuscisse a ridurre la tendenza a vivere
ciecamente – a diventare un seguace, una vittima, un credente in qualcuno –
tutte le superstizioni si sbriciolerebbero. E in questo caso non ci sarebbero
più superstizioni che sopravvivono, mentre altre scompaiono; crollerebbero
tutte, cesserebbero immediatamente. Diversamente, continueranno a perpetuarsi.
È comodo avere una
superstizione, ma lo è anche distruggerla. Il lato piacevole nell'avere
superstizioni è che ci risparmiano il fastidio di pensare: crediamo in ciò che
credono tutti. Non vogliamo nemmeno sapere perché le cose stanno così. Perché
preoccuparsene? Si segue semplicemente la folla. Avere superstizioni è
conveniente. 2
Una volta qualcuno chiese
a Einstein come distingueva uno scienziato da un uomo
superstizioso. Einstein rispose: “Se fai cento
domande a un uomo superstizioso, sarà pronto a darti cento e una risposta. Se
le fai a uno scienziato, professerà ignoranza assoluta per novantotto di esse e
delle restanti due dirà: ‘Ne so qualcosa, ma è un sapere non definitivo; domani
potrebbe cambiare’”.
Ricorda, una mente scientifica
è l’unica mente innocente. Una mente superstiziosa non lo è. In apparenza
sembra il contrario. Una mente superstiziosa sembra molto semplice, ma non lo
è. È assai astuta e complicata. La più grande astuzia della mente superstiziosa
consiste nel proclamare ciò di cui non ha conoscenza.
Tratto da: Osho, L’immortalità dell’anima. Mondadori
“Voglio che tu abbia fiducia nell’esistenza… come un
pagano: fidati degli alberi, degli oceani, delle montagne, delle stelle, delle
persone, di te stesso – questa è la realtà. Non c’è bisogno di alcuna fede, non c’è bisogno di credere: basta capire che cosa è reale e che
cosa è irreale – basta appena questa piccola distinzione. Fidati del reale,
dell’autentico e nessuno potrà impedire la tua crescita. E solo in questa
crescita scoprirai tesori sempre più grandi: i tesori della consapevolezza,
dell’essenza, del divino. Non troverai
mai un dio, troverai solo il divino. È una qualità. È un altro nome
dell’amore.” 2
2 - Tratto
da: Osho, The Messiah, Vol
2 #19
In armonia
con te stesso e con ciò che ti circonda
La mente non può creare armonia, non è nella
natura della mente. La sua natura è dialettica, divergente. Ma se riesci ad
andare oltre la mente, tutti i conflitti – tutti i contrasti – improvvisamente
spariscono… non che devi fare qualcosa di particolare: diventi semplicemente
attento, consapevole, qualunque cosa tu stia facendo. Non è più una questione
di interno o esterno, è questione solo di essere consapevole… e con la
consapevolezza, non puoi sbagliare, è impossibile.
…Una volta che hai trovato l’armonia dentro di te,
non è difficile da trovare l’armonia con la natura. Fai parte della natura. Sei
la natura.
La natura è come te, più in grande, e tu sei la
natura, più in piccolo. Non c’è differenza, nessuna linea di demarcazione. C’è
una silenziosa comunione… ma con le cose fabbricate dall’uomo non può
succedere, perché sono morte. Non puoi arrivare a una comunione con una cosa
morta. L’esistenza è viva, vibrante: devi solo entrare nello stesso ritmo. Nel
momento in cui entri in sintonia, i miracoli diventano possibili. 2
2 - Tratto da: Osho, The Osho Upanishad
#10
Lascia
che sia l’inconscio del gruppo a esprimersi
A
colloquio con il leader di un workshop di primal che
racconta le sue difficoltà a non farsi limitare dalla sua "attitudine"
professionale da “psicoterapeuta”, Osho spiega come mettersi nel ruolo
dell'esperto rischi di creare una subordinazione e quindi una separazione: il
leader deve diventare un canale per l'inconscio dei partecipanti, semplicemente
facilitando e dando chiarezza alla sua espressione.
Va bene dire che anche tu
sei un essere umano, che non sei perfetto, ma solo umano. Naturalmente tu
conduci il gruppo, ma sei anche un partecipante, tanto quanto gli altri. Anche
tu puoi commettere degli errori, come gli altri. Hai i tuoi problemi – non è
che tutti i tuoi problemi sono risolti e puoi andartene in giro con
l’atteggiamento del ‘più santo di te’. Altrimenti si
crea una distanza, ed è questa distanza che ti fa sentire teso. Non ti sarà
d’aiuto, né sarà d’aiuto agli altri.
Questi
gruppi non hanno nulla a che vedere con la tua professionalità. Richiedono un
atteggiamento di ‘non-sapere’. Resta umano, rilassato, e sempre disponibile a
riconoscere di aver commesso un errore. Questo creerà un ponte tra te e i
partecipanti. Ti mostreranno maggiore simpatia. E una volta riconosciuto che
anche tu sei umano come loro, si sentiranno più rilassati con te.
Il
mio obiettivo qui è esattamente questo. Nei gruppi, vorrei che a poco a poco la
differenza tra il leader e i partecipanti scompaia. E sia in realtà il gruppo
nella sua totalità a guidare. La mente del gruppo diventa il leader… E il
terapista, tutt’al più, si limita a dare indicazioni
in modo da non perdere tempo. Altrimenti, anche senza terapista, si può
arrivare a una conclusione. Ci vorrà un po’ più di tempo, tutto qui. Sto
pensando anche a questo…
… A poco a poco, tra due o tre gruppi, sarai
in grado di muoverti liberamente in maniera completa. Dimentica tutto quello
che sai. Se ce ne sarà bisogno, ti verrà in aiuto. Ogni volta che sarà
necessario, affiorerà alla coscienza. Tu presentati al gruppo come se non
sapessi nulla, e comincia a lavorare assecondando l’impulso del momento. Poi le
cose prenderanno una forma. Tu sei lì solo per impedire che le persone perdano
tempo e si muovano in tondo. Aiutale semplicemente a muoversi verso una
conclusione, verso una crescita.
E
più la tua posizione di leader scomparirà, migliore leader sarai e sentirai di
aver ottenuto migliori risultati. Un giorno, quando il leader sarà svanito
completamente, diventerai solo un canale di passaggio per energie straordinarie
che prenderanno il comando.
In
realtà il leader deve diventare un canale per l’inconscio dei partecipanti.
Anche i partecipanti conoscono le soluzioni, ma queste sono sepolte
profondamente nel loro inconscio. Anche loro sanno cosa fare, ma non sono
sicuri. Tu devi diventare un semplice canale per il loro inconscio, in modo
tale che possano riconoscere quello che già sanno. Così vedranno che tu esprimi
a parole le loro comprensioni nascoste, che stai diventando il loro mezzo di
espressione, che dici tutto quello che loro non sono riusciti a dire. Ma
sentiranno che si tratta delle loro comprensioni, e quindi non ci saranno
resistenze.
Questa
è la differenza tra lo psicoanalista moderno e il vecchio stregone. Lo stregone
era in maggiore sintonia con l’inconscio. Anche adesso, nelle società
primitive… In India ci sono molte tribù ancora primitive. Il loro sciamano è
totalmente differente. Come prima cosa, deve lasciarsi possedere. Se qualcuno
gli chiede qualcosa, non può rispondere, perché, a livello conscio, chi sentirà
la risposta?
Quindi
si rullano i tamburi, si fa musica, si bruciano incensi, e lui inizia a
muoversi. Inizia a danzare, a urlare parole senza senso. E poi diventa un
invasato, sudato… posseduto da un’altra energia.
Se
gli fai una domanda in questo momento… la domanda è tua e così sarà anche la
risposta. Lui è solo un tramite. Non è più la persona che era, solo un minuto
fa, o qualche minuto fa. E dopo aver risposto, torna indietro. Ed è di nuovo lo
stesso vecchio di prima… ma non accetterà neppure un tuo grazie. Non prenderà
denaro, non accetterà ringraziamenti, perché non ha fatto nulla.
Ti
ha semplicemente aiutato a fare qualcosa per te stesso, mm? Era solo un medium.
Ha recitato un ruolo – un semplice ponte tra te e te.
Questo,
per me, è il significato reale di un terapista. Un leader deve lasciarsi
possedere dal gruppo a tal punto… Quindi rilassati sempre più.
È
andata bene… nel prossimo gruppo andrà ancora meglio…. Bene.
Tratto
da: Osho, Be realistic #3
La
via della luce… e la via del buio
Anche abbandonarsi
all'inconscio, percorrerlo fino agli estremi limiti, può essere una via per la
ricerca interiore. Ecco come ne parla Osho prendendo spunto da una distinzione
fra l'approccio di Gautama il Buddha e quello di Ramakrishna, un mistico indiano dei nostri tempi.
È
necessario comprendere il significato di samadhi e prajna. È una questione molto intricata e complessa. Il
significato di samadhi può essere compreso osservando
Ramakrishna. Questo vi darà l’indizio basilare così
come lo si può osservare dall’esterno.
Ramakrishna aveva l’abitudine di andare
in samadhi per ore. Una volta restò in samadhi per sei giorni. E il samadhi
per lui e i suoi seguaci – c’è la grande tradizione di Patanjali,
vecchia di cinquemila anni che crede nel samadhi –
significa diventare perfettamente inconsapevoli.
Per
qualsiasi osservatore esterno lui era praticamente in una condizione di coma; uno
psicologo avrebbe detto di lui che si trovava in uno stato profondamente inconscio della mente. E non
c’era modo di riportarlo indietro.
Automaticamente,
ogni qualvolta la consapevolezza ritornava di nuovo alla superficie, riprendeva
coscienza. E ogni volta che usciva dal samadhi, da
quel profondo stato di inconsapevolezza simile al coma, piangeva e si
disperava, “Perché hai portato via questa grande bellezza, questa grande
beatitudine, questo grande silenzio che stavo sperimentando? Il tempo si era fermato,
il mondo dimenticato, ero solo e ogni cosa era nella sua perfezione. Allora
perché hai portato via tutto questo?” Diceva, rivolgendo la domanda
all’esistenza. “Perché non mi hai lasciato continuare?”
Ora,
lo stesso Buddha non avrebbe considerato questo un samadhi.
Il suo samadhi significa prajna,
e prajna significa consapevolezza. Devi diventare
sempre più consapevole, non inconsapevole; proprio due polarità, samadhi e prajna. Prajna è la perfetta consapevolezza del tuo essere. E samadhi, nel caso di Ramakrishna,
significa oblio assoluto. Nessuno è andato profondamente alla ricerca di quella
che è l’esatta, intrinseca differenza tra i due.
Entrambi
parlano di grande beatitudine, entrambi parlano di eternità, verità, bellezza,
divino, come della loro esperienza ultima. Ma Ramakrishna
è completamente nell’inconscio – potresti tagliargli una mano e non se ne
accorgerebbe – tale è il livello di inconsapevolezza; e Buddha è così
consapevole che prima di sedersi a terra, guarda per vedere se c’è qualche formica
o qualcosa che potrebbe venire ucciso se si sedesse lì. In ogni suo atto c’è
una grande consapevolezza.
Vi
ho raccontato la storia di quando, mentre attraversava una strada a Vaishali, arrivò una mosca e si posò sulla sua testa. Stava
parlando di qualcosa con Ananda. Così, nello stesso
modo automatico con cui voi lo potreste fare, semplicemente agitò una mano. Ad
un certo punto smise di parlare con Ananda e di nuovo
agitò la mano. In quel momento non c’era nessuna mosca.
Ananda disse, “Cosa stai facendo?
La mosca se n’è andata.”
Lui
disse: “La mosca se n'è andata, ma mi ero mosso inconsapevolmente. Avevo mosso
la mano automaticamente, come un robot. Ora l’ho mossa come avrei dovuto, con
piena coscienza, consapevolmente.”
Quindi
queste sembrano essere due polarità. [Buddha e Ramakrishna]
sono diventati occasione di un acceso dibattito per stabilire chi dei due avesse ragione… perché
l’esperienza di cui parlano è la stessa. La mia esperienza è che la mente può
essere superata partendo da entrambi gli opposti, da entrambe le polarità. Per
un decimo la mente è consapevole, per nove decimi la mente è inconscia. Una
semplice considerazione sulla mente: lo strato superiore è conscio e gli altri
nove sono inconsci. Ora la mente può essere trascesa da entrambe le estremità.
Non puoi superarla dal centro, dovrai partire da una delle estremità.
Ramakrishna ha attraversato la mente
andando sempre più in profondità negli strati inconsci. E quando arrivò allo
strato inconscio finale, saltò fuori dalla mente. Per il mondo esterno era come
se fosse in coma. Ma raggiunse lo stesso chiaro cielo anche se scelse una via
che è oscura, fosca; scelse la parte notturna della consapevolezza. Ma
raggiunse la stessa esperienza.
Buddha
non è mai diventato inconsapevole in questo modo. Persino mentre camminava, a
ogni passo era pienamente consapevole, con grande grazia, pienamente
consapevole di ogni gesto, con grande grazia. Trasformò la sua consapevolezza a
un punto tale che gli strati inconsci iniziarono a diventare consci. L’illuminazione
finale accade quando tutti gli strati inconsci della mente sono diventati
consci. Anche lui fece un salto oltre la mente.
Sia
il samadhi che il prajna
sono stati di non-mente, che vanno al di fuori della mente. Quindi l’esperienza
è la stessa ma il percorso è diverso, molto diverso. Uno è il chiaro percorso
della luce che Buddha ha seguito; l’altro è il percorso dell’oscurità che Ramakrishna ha seguito. E ovviamente la gente che non può
comprenderli entrambi, che non ha seguito entrambi i percorsi, che non ha fatto
la loro stessa esperienza, va avanti a dibattere e a discutere senza fine.
Uno
dirà che il samadhi di Ramakrishna
è uno stato di coma, che lui ha perso la consapevolezza. Un altro dirà che
Buddha non essendo andato in samadhi come Ramakrishna, non sa nulla del samadhi.
Ma la mia esperienza è che entrambi conoscono il samadhi,
entrambi conoscono il prajna. Ramakrishna
ha conosciuto prima il samadhi e dal samadhi è nato il prajna. Buddha
ha conosciuto prima il prajna e quindi dal prajna è nato il samadhi. È solo
una questione di comprensione, l’esistenza è spesso contraddittoria, fatta di
opposti – notte e giorno, vita e morte. La via di Ramakrishna
è quella dell'inconsapevolezza.
Nessuno
ha deliberatamente considerato questo punto. E la via di Buddha è di pura luce,
di continua consapevolezza. Persino mentre dorme Buddha è consapevole.
… Ma il problema non è di
scarsa importanza, e mai nessuno lo ha spiegato nel modo in cui ve ne sto
parlando io, e cioè che queste non sono due esperienze diverse: solamente i
percorsi che conducono alle esperienze sono
molto diversi, sono percorsi opposti.
Uno
segue il buio, va sempre più in profondità nell’oscurità della mente e
dell’inconscio, raggiungendo gli estremi confini della mente e saltandone poi
al di là. Chi segue l’altro percorso, invece, cerca ogni modo possibile per
avere consapevolezza anche dell’inconscio. E quando tutto in lui diventa
consapevolezza, anch'egli compie il balzo al di là della mente.
Forse
il metodo di Buddha è più scientifico. Non è questione di giusto o sbagliato.
Entrambi conducono allo stesso spazio, ma il prajna,
il metodo di Buddha, è più scientifico nel senso che non puoi smarrirti, perché
sei consapevole.
La
via di Ramakrishna brancola nel buio: forse arriverà
all'alba, forse non lo raggiungerà. Ramakrishna
affronta l'ignoto senza una luce. Il samadhi di Ramakrishna in un certo senso è speciale. In questo senso
egli è un individuo unico. (4) È un raro esempio: è andato in profondità, nel
suo intimo, senza prendere con sé una sola candela. È più che probabile non
riuscire a trovare la porta.
Ho
sperimentato entrambe le vie, passando attraverso la via della luce e la via
dell’assoluta oscurità.
Nessuno
ha mai fatto una cosa simile, perché una volta che hai trovato, sperimentato,
un percorso, per quale motivo dovresti preoccuparti delle altre possibilità?
Hai raggiunto la stazione in rickshaw, ora torni
indietro e rifai il percorso in taxi? La gente penserà che sei impazzito. Sei
arrivato, ora non c’è più bisogno di verificare se anche in taxi puoi
raggiungere la stazione o meno. Ma io sono
un po’ matto. Avendo visto che questo dibattito va avanti da secoli, ho
deciso che il solo modo per arrivare a una conclusione era di seguire entrambi
i percorsi: una volta la via della luce e un’altra volta la via dell’oscurità.
Quando seguivo la via dell’oscurità, persino i miei amici, i miei professori
pensavano che ero diventato pazzo. “Che bisogno c’è di continuare a viaggiare,
anche nella notte, dopo che hai raggiunto, hai visto la luce, durante il
giorno?”
Risposi:
“Ce n’è bisogno, perché non c’è altra via per comprendere se Ramakrishna era anche lui nello stesso stato di
consapevolezza del Buddha”. Ma nessuno ha provato a fare questo, nessun buddhista e nessun discepolo di Ramakrishna.
E io non sono un discepolo di nessuno, sono solamente un osservatore esterno;
non appartengo a nessuna religione e a nessuna organizzazione. Ma per giungere
a una conclusione, dopo che per secoli la gente ha discusso su questa cosa, non
ho potuto immaginare un altro modo che potesse essere decisivo sull’argomento;
l’unico modo per decidere è stato seguire entrambi i percorsi.
La
meditazione che vi ho insegnato è una combinazione di entrambe le vie. È una
meditazione basata non solamente sul prajna – solo
sull’essere consapevoli – e neppure una meditazione basata solamente sul
dimenticare tutto e immergersi in un profondo oblio e abbandono. Io sto usando
entrambi le cose. Vi dico di dimenticarvi del mondo, vi dico di dimenticarvi
del corpo, di dimenticarvi della mente – voi non siete queste cose – ma di
conservare viva la vostra luce come un testimone. In questo modo percorrerete
entrambe le vie. Non c’è problema. In realtà è più significativo, perché
potrete raggiungere sia lo spazio raggiunto da Ramakrishna
che quello raggiunto da Buddha. E vi farete una bella risata sapendo che per
secoli gli studiosi hanno inutilmente perso il loro tempo. È sempre bene
provare in prima persona, perché non si tratta di una questione filosofica. È
una questione di sperimentazione interiore: è scientifica tanto quanto ogni
altra scienza.
Tratto da: Osho, Nansen: the point of
departure # 7
Mostrarsi
agli altri così come si è realmente crea sempre un mucchio di insicurezze – un
mucchio di paure – ecco perché evitiamo di farlo, finendo però col dover sempre
recitare, in qualche modo, una parte. Non è bello, ed é una situazione che
possiamo portarci dietro per tutta la vita, come dimostra questa domanda posta
da una meditatrice ormai in età matura. Meglio iniziare subito – con dolcezza,
a poco a poco, come ci raccomanda Osho – ad affrontare questo problema.
Osho,
perché ho ancora tanta paura a mostrarmi come sono?
Chi non ce l’ha? Mostrarsi
come si è genera una grande paura. È naturale, perché esporsi significa
mostrare tutta la spazzatura che portiamo
nella mente, la spazzatura che si è andata ammucchiando per secoli, per
molte, molte vite. Esporsi significa far vedere tutte le proprie debolezze,
limiti, colpe. Esporsi in sintesi significa far vedere la propria
vulnerabilità. La morte… Esporsi significa far vedere il proprio vuoto
interiore.
Dietro tutta la spazzatura
della mente e il rumore della mente c’è una dimensione di vuoto assoluto. Senza
dio si è solo un buco vuoto. Non si è nulla, solo puro vuoto, senza il divino e
senza dio. E si vuole nascondere questa nudità, questo vuoto, questa bruttura.
La si ricopre di fiori bellissimi, si abbelliscono quelle coperture. Si fa
finta di essere qualcosa, qualcuno. E questo non è un tuo fatto personale, è
universale, riguarda tutti.
Nessuno riesce ad aprirsi
come un libro. Si viene afferrati dalla paura: “Cosa penserà di me la gente?”.
Fin dall’infanzia ti hanno insegnato a indossare maschere, belle maschere. Non
è necessario avere un bel volto, basta una bella maschera, e la maschera costa
poco. Trasformare il proprio volto è difficile, truccarsi è molto facile.
Ora, all’improvviso, il
mostrare il tuo volto reale ti fa rabbrividire fin nel profondo del tuo essere.
E sorge una paura: piacerò alla gente? Mi accetteranno? Mi ameranno ancora, mi
rispetteranno? Chi lo sa? – perché hanno amato la tua maschera, hanno
rispettato la tua personalità, hanno glorificato la tua esteriorità. Ora arriva
una paura: “Se all’improvviso mi spoglio di tutto mi ameranno ancora, mi
rispetteranno, mi apprezzeranno, o fuggiranno da me? Potrebbero voltarmi la
schiena, potrebbero lasciarmi solo”.
Per questo le persone
continuano a fingere. Fingono per paura, ogni falsità nasce dalla paura.
Bisogna essere coraggiosi per essere autentici.
E una delle leggi
fondamentali della vita è questa: tutto quello che nascondi continua a
crescere, e tutto quello che mostri, se è sbagliato, svanisce, evapora al sole,
e se è giusto viene nutrito. Quando nascondi qualcosa accade esattamente il
contrario: le cose giuste cominciano a morire, perché non ricevono nutrimento.
Hanno bisogno di vento e pioggia e sole. Hanno bisogno che l’intera natura sia
loro accessibile. Possono crescere solo con la verità, si nutrono di verità. Se
smetti di nutrirle appassiranno sempre di più.
Le persone
fanno morire di fame la propria realtà e ingrassano la propria irrealtà. Le tue
maschere si nutrono di bugie, per questo devi continuare a inventare bugie su
bugie. Per dar sostegno a una bugia devi inventare altre cento bugie, perché
una bugia può essere coperta solo da un bugia ancora più grossa. Perciò, quando ti nascondi dietro false apparenze,
il reale comincia a morire e l’irreale si alimenta, diventa sempre più grasso.
Se ti esponi, l’irreale morirà, non può che
morire, perché l’irreale non può vivere in piena luce. Può sopravvivere solo nel
segreto, può persistere solo nel buio, può vivere solo nei tunnel del tuo
inconscio. Se lo porti alla consapevolezza, comincia a evaporare.
Se continui a
esporti… All’inizio ti farà molta paura, ma presto comincerai a diventare forte
perché, una volta che la esponi, la verità diventa più forte e la falsità
muore. E con la verità che diventa più forte, tu metti radici, diventi
centrato. Cominci a diventare un individuo, la personalità scompare e la tua
individualità si manifesta.
La personalità è illusoria, l’individualità è reale. La personalità è
solo apparenza,
l’individualità è la tua verità. La personalità ti viene imposta dall’esterno,
è una persona, una maschera. L’individualità
è la tua realtà – è come ti ha fatto dio. La personalità è una sofisticazione
sociale, un abbellimento sociale. L’individualità è grezza, selvaggia, forte,
con immenso potere.
Solo
all’inizio ci sarà paura.
La paura è
naturale. Non condannarla, e non sentire che c’è qualcosa di sbagliato. Fa
semplicemente parte del condizionamento sociale nel suo insieme. Noi abbiamo
accettato di andare oltre, senza condannarlo, ma di andare oltre.
Mostrati come
sei, a poco a poco – non serve fare salti che non puoi fare, vai un passo alla
volta, gradualmente. Ma presto conoscerai il sapore della verità, e ti
sorprenderai nel vedere che spreco sono stati tutti quegli anni. La tua vecchia
identità sparirà del tutto, e tu avrai
un’identità totalmente nuova. Non
sarà proprio un’identità, ma una nuova visione, un modo nuovo di vedere le
cose, una prospettiva nuova. Non riuscirai a dire ‘io’ come se dietro esista
qualcosa. Userai quel termine per comodità, ma sarai sempre consapevole del
fatto che esso non ha alcun significato, né sostanza, né alcuna realtà
esistenziale, che dietro questo ‘io’ è nascosto un oceano infinito, vasto,
divino.
Non avrai più
un’altra identità, la tua vecchia identità se ne sarà andata, e per la prima
volta ti sentirai come un’onda nell’oceano divino. Questa non è un’identità,
perché tu non ci sei. Sei svanito, dio ti ha travolto.
Se puoi
mettere a rischio il falso, la verità può essere tua. E ne vale la pena, perché
rischi solo un’illusione e guadagni la verità. Non rischi nulla e guadagni
tutto.
Il mio lavoro
qui è di persuaderti in qualche modo, di sedurti, in una maniera o nell’altra,
a lasciar andare la vecchia identità. Molte, molte paure arriveranno: molte
cose che hai fatto nel passato, e che sei riuscito a nascondere, cavandotela. Ora,
di nuovo, aprire quei capitoli chiusi, senza alcun motivo, tutte quelle camere
chiuse, e liberare i fantasmi del passato…
Magari, ogni
tanto non sei stata fedele a tuo marito, ma sei riuscita a mantenere una
facciata di sincerità, di fedeltà. Ora, esporti senza necessità creerà per
forza la paura. Forse non sei stata fedele, ma che senso ha esporsi adesso?
Oppure sei stata fedele nei fatti, ma non nel pensiero, che senso ha esporsi
ora? La mente dirà: “Non è necessario! Ci sono già tanti problemi, perché
crearne di nuovi?”.
Puoi essere
riuscita a dire un mucchio di bugie e farle passare per verità. Puoi esserci
riuscita benissimo, e ora quelle bugie sono considerate verità dagli altri, e
persino da te. Ora, tornare indietro e riconsiderare il tutto – è molto, molto
naturale avere paura, non guardare indietro, non entrare in quegli incubi.
È meglio
stare tranquilli, dice la mente, è meglio non riportare in vita i vecchi
fantasmi, non liberarli. È meglio continuare a restarci seduti sopra. “Hai
aspettato così tanto, perché non puoi aspettare qualche giorno in più? Perché
creare agitazioni? Perché creare turbolenze, senza necessità? Le cose si sono
assestate, tutti ti rispettano – i tuoi figli ti rispettano, tuo marito ti
rispetta, la società ti rispetta. È stata una dura lotta – una lotta con
l’esterno e una lotta interiore. In qualche modo sei riuscita a reprimere la
tua parte selvaggia: hai represso il sesso, la rabbia, l’avidità, la gelosia;
hai represso tutto quello che viene condannato dalla società. Sei riuscita a creare una personalità piacevole.
Ora, perché esporti? Per cosa? Cosa ci guadagnerai?
La mente farà tutti questi bei ragionamenti, queste sono
razionalizzazioni.
Se per anni
hai vissuto nella falsità, ora basta! È il momento di lasciar andare tutte
quelle falsità. Cosa ti possono portare via adesso? Prima o poi morirai, e il
rispetto, la personalità e tutto il resto spariranno, presto sarai dimenticata.
Alcuni ti ricorderanno per qualche giorno, poi anche loro moriranno, e allora
persino il ricordo di te sparirà da questo mondo.
Quanti
milioni di persone sono vissute sulla terra? Nessuno ne conosce neppure i nomi
ora. Ai loro tempi devono essersi pavoneggiate con il loro carattere, la loro
personalità, forza, verità, coraggio,
religiosità, santità, questo e quello. Ora nessuno ne conosce neppure il
nome.
Quando un
individuo muore, quasi il novantanove percento della sua vita scompare, l’uno
percento rimane ancora in giro per un po’ nei ricordi di coloro che l’hanno
conosciuto. Sì, lo ricorderanno ogni tanto, ed è tutto quello che rimane. Poi
queste persone moriranno e anche il ricordo svanirà. Nel giro di pochi anni una
persona scompare in modo totale, come se non fosse mai neppure esistita.
Dunque,
cos’hai da perdere? Non hai nulla da perdere e tutto da guadagnare. Sei
fortunata ad essere entrata in contatto con questo campo di energia nell’ultima
fase della tua vita. Sei fortunata per il fatto che nel crepuscolo della tua
vita si stia aprendo una porta, e la persona che ritorna a casa, anche se di
sera, non dev’essere considerata perduta.
C’è un
proverbio in India che dice proprio così: anche se è già sera, e il sole sta
tramontando, se qualcuno arriva a casa non dev’essere
considerato perduto.
È arrivato,
finalmente è arrivato.
Tratto
da: Osho, The Guest # 8
La paura è
naturale perché fin dall’infanzia ti hanno insegnato falsità, e ti sei
identificato con il falso a tal punto che rinunciarvi assomiglia ad un suicidio
Respira,
rilassati e troverai il coraggio
La paura di mostrarsi
così come si è diventa ancora maggiore all’interno delle relazioni d’amore.
Impedendo così una reale intimità, costringendoci all’interno di una continua
recitazione di ruoli, che potranno anche darci sicurezza, ma ci lasciano sotto sotto delusi e bisognosi di qualcosa di più appagante. I
due brani che seguono sono di due groupleader – Shunyo e Devapath – che hanno
sperimentato varie tecniche di respiro e di meditazione, all’interno di un
workshop di dieci giorni mirato a liberarsi da quegli ostacoli che ci impediscono
di aprirci all’altro, di mostrare la nostra realta,
di raggiungere un’intimità profonda. Qualcosa di utile, certo, nella vita di
coppia, ma non solo: questo essere aperti si riflette subito in tutte le nostre
relazioni interpersonali e, in ultima analisi, nel rapporto con noi stessi.
Note
da un gruppo sull’intimità
di Shunyo
Intimità –
la parola stessa a ben considerarla, ti fa paura. Paura di essere aperto,
vulnerabile… allo scoperto.
Il primo
giorno del gruppo, la paura si poteva sentire nell’aria, molta paura, con una
sfumatura persino aggressiva – l’armatura che solitamente si indossa per
proteggersi era saldamente al suo posto – e così Devapath
e io ci siamo trovati di fronte alcune facce davvero piene di grinta.
Ogni
persona ha la sua storia – è stata ferita, tradita, in qualche modo maltrattata
– e c’è voluto molto coraggio da parte di ognuno per ‘lavorare’ su queste
situazioni e permettere alla fiducia di sbocciare. C’è voluto molto coraggio
per aprirsi, ma è successo. È succeso davvero.
Abbiamo
cominciato col guardare al rapporto con gli altri quando eravamo molto piccoli
– agli inizi della nostra vita – realizzando che il nostro modo di relazionarci
adesso è direttamente influenzato da quel passato. Abbiamo imparato che
accettazione e consapevolezza sono tutto ciò di cui abbiamo bisogno. “Tutto
qui?” chiede incredulo qualcuno dei partecipanti, con la mente che ritorna a
tutta forza subito dopo un’esperienza di gioia e comprensione. E l’osservare
come la mente continui a ripetersi, sempre preda delle vecchie abitudini, è un
momento importante per le persone nel gruppo. Diventa chiaro che per liberarci
da queste ‘forme pensiero’ inconsapevoli che
continuano a tirarci giù, a sminuirci, bisogna prima riconoscere le loro radici
e poi ‘ripulirci’ attraverso l’espressione – la cosa importante comunque, e
questa è la specialità di Devapath, è non prendere
tutto troppo sul serio, non farne un dramma. Esercizi basati sulla breath therapy ci
hanno aiutato in questa espessione… e poi tecniche di
meditazione: per ritornare a centrarsi, per trovare il rilassamento anche in
queste situazioni ad alto livello d’energia.
È stato
molto bello vedere come il gruppo cominciasse a trasformarsi man mano che le
persone acquistavano fiducia e prendevano un atteggiamento giocoso nei
confronti della faccenda. E questo avveniva non solo all’interno del rapporto
uomo/donna, ma si rifletteva in generale nell’insieme dei rapporti
interpersonali – una cosa davvero molto importante. Negli ultimi giorni abbiamo
anche affrontato il tema amore e libertà: di come non ci sia una
contraddizione, anzi – queste sono due ‘ali’ egualmente importanti per
raggiungere le immensità del cielo. E infine, naturalmente, abbiamo considerato
‘ciò che non cambia mai’: la qualità meditativa del
testimoniare.
La sorpresa
maggiore l’ho avuta però alla fine del gruppo: abbiamo celebrato andando a cena
tutti insieme, e dopo giorni e giorni di tale vicinanza, di esperienze
condivise – di profonda intimità – mi aspettavo un finale con qualche
lacrima, al momento degli addii ad amici così vicini anche se trovati da poco…
e invece no, l’atmosfera era così serena e piena di gioia condivisa.
Ognuno si
sentiva veramente centrato e in profonda pace con se stesso. Sembra davvero che
in quei dieci giorni abbiamo vissuto, noi tutti, molti anni.
L’importanza
del respiro
di Devapath
Perché il
respiro è così importante per le nostre relazioni? E cosa c’entra con
l’intimità? Difficilmente ci poniamo queste domande, perché non conosciamo il
potere di una respirazione naturale. A molti manca una profonda comprensione
energetica di se stessi, e delle proprie relazioni intime e del ruolo che in
esse gioca una respirazione controllata e superficiale. Se usiamo il respiro
per il controllo invece che per il piacere ci procuriamo una sofferenza inutile
e non possiamo apprezzare fino in fondo la bellezza dell’intimità. Anzi,
l’intimità arriva persino a farci paura!
Se invece esploriamo le
dinamiche della nostra energia collegate al respiro, possiamo imparare a
rilassarci in queste energie potentissime e a trasformarle: quando siamo in uno
spazio di osservazione, di meditazione, l’esperienza di fusione intima con
l’altro diventa una preparazione per la fusione finale con l’esistenza.
Quattro sono gli elementi
fondamentali di questo approccio. Il primo è la tradizione tantrica.
Basato sull’arte del respiro, il Tantra favorisce un
profondo processo di trasformazione energetica e ci conduce dall’esperienza
dell’orgasmo fisico a quella dell’orgasmo supremo nella meditazione. Tecniche
di respirazione particolari ci aiutano a liberare, rafforzare, arricchire o
guidare la nostra energia dalla dimensione fisica a quella spirituale. Un altro
elemento è la tradizione taoista. Il cerchio della
vita taoista ha inizio e si conclude con il respiro.
Con il primo respiro, il bambino dà avvio al lungo viaggio di sviluppo di tutte
le qualità umane, dalle radici nella vita animale alle ali della dimensione
trascendente. Alla fine del cerchio, al momento della morte, ritorniamo al
respiro come via divina verso la consapevolezza cosmica. Un terzo elemento è il
lavoro di Reich. Il suo approccio psicosomatico e il
lavoro sull’energia orgasmica hanno aperto una nuova prospettiva sulla salute
olistica e l’armonia nelle relazioni, che solo oggi cominciamo a capire.
Il quarto elemento è
l’Osho Diamond Breath. Il
respiro è simile a un diamante grezzo, e questo approccio, utilizzando tecniche
di respirazione di vario tipo, ha la funzione di rifinire tale diamante e
aprire la nostra vita e le nostre relazioni alle esperienze meravigliose di cui
parlano le scuole misteriche del passato, e che
riguardano le tre chiavi della consapevolezza: nascita, vita e morte. Ci
conduce davvero a una rinascita interiore.
Lavorando con l’onda del
respiro riequilibriamo le polarità di base della vita:
inspirazione-espirazione, attività-rilassamento, maschile-femminile,
vita-morte, in breve lo yin-yang taoista.
Questa esperienza energetica ci permette di muoverci più in profondità verso il
mondo sconosciuto del relazionarsi intimamente con l’altro, con tutte le sue
dinamiche invisibili che si riflettono nel nostro modo di respirare. Ognuno
respira in maniera diversa e il respiro di ogni individuo racconta una storia
unica sulla sua vita. L’amore è il nostro respiro interiore e la capacità di
respirare profondamente ci apre all’amore. Perdiamo vecchie idee e
condizionamenti sull’amore e ritroviamo la sua realtà in vari stadi:
l’amore-sopravvivenza del bambino, l’amore sessuale degli adulti e l’amore
compassione dell’uomo e della donna saggi.
L’altro diventa uno
specchio del nostro bloccare, favorire… e infine realizzare il nostro
potenziale d’amore, libertà e creatività.
Meera è una famosa artista giapponese, conosciuta
particolarmente per i suoi bellissimi dipinti della natura. Conduce workshop di
pittura a Pune e nel mondo, con un approccio
innovativo: invece di insegnare tecniche classiche di pittura ai partecipanti,
cerca semplicemente di risvegliare la loro creatività,
creando un caos consapevole. La creatività infatti
nasce dal caos. Vi sembra un metodo un po’ strano? … che fare, è questa la
strada della creatività!
Abbiamo pensato di farci dire da Meera qualcosa in più sul caos e sulla creatività: “Ho
avuto l’ispirazione da un discorso di Osho, nel quale parla del desiderio di
creare. Io credo che creare non abbia niente a vedere con la capacità tecnica.
È più un ritrovare il contatto, che spesso perdiamo, con la nostra essenza.
Quando non si favorisce il caos, la creatività è priva di significato, come creare
una forma nella quale manca l’essenza. Per questo nel gruppo c’è una sola
struttura: favorire il caos, momento per momento. Quando lasci cadere tutte le
strutture, ti trovi in sintonia col presente. Il caos è la natura della nostra
vita.
Durante l’ultimo gruppo, ho chiesto ai
partecipanti di cercare, nel loro passato, l’esperienza più forte della loro
vita connessa con la creatività – negativamente o positivamente. La nostra
mente razionale spesso dimentica ogni connessione con l’essenza delle esperienze
negative: l’esperienza è così dolorosa che si vuole cancellarla, così da non
sentire l’angoscia. Specialmente nell’infanzia… I bambini conoscono un solo
modo di proteggersi, cioè nascondere tutte le esperienze dolorose
nell’inconscio. Nel gruppo, i partecipanti, suddivisi in gruppetti di tre o
quattro persone, hanno condiviso le loro esperienze più profonde. Parlandone,
affiorano alla memoria: spesso arrivano le lacrime … e ricordiamo il momento
quando la nostra creatività è stata soffocata. Incoraggio le persone a
ritrovare il contatto con il loro sé originario. Se manca questo contatto, non
può esserci creatività: puoi solo apprendere una tecnica.
Questo mio metodo è più efficace qui a Pune perché le persone sono venute a cercare il loro essere
originario: non sono venute per imparare a dipingere.
Quello che serve è la consapevolezza. Non voglio
qui negare il valore delle scuole d’arte: ho imparato all’università, ho
imparato tanta tecnica, nel mio passato c’è molta disciplina… ed è così che ho
compreso che è meglio giocare piuttosto che essere tecnici.
Si apre una prospettiva del tutto diversa, basata
sul ricordare la nostra innocenza e consapevolezza. Non si può buttare via il
passato. Fa parte di noi. Quando ci ricolleghiamo al nostro vissuto, il processo
diventa molto più veloce, e più gioioso. Imparare tecnica può tenerti occupato
per secoli, ma in fondo sai di non essere rispettato, di essere trattato come
una macchina.”
Il Racconto di chi a partecipto
Shunyam è un DJ tedesco. Si è trovato a partecipare al
gruppo di Meera per caso, e adesso vuole
assolutamente parlarne:
“ Sono venuto qui con l’intenzione di sprofondarmi
nelle meditazioni e mi sono trovato alla presentazione del workshop di Meera… è stato un momento molto forte: mi sono reso conto di
aver sempre voluto dipingere, e che i miei stessi giudizi del tipo - No, non
sono un pittore! - me lo avevano impedito. Questo gruppo mi ha dato molta
fiducia in me stesso. Potevo dipingere senza sentirmi giudicato, e senza
sentirmi influenzato dal giudizio degli altri. Che gioia! Abbiamo fatto tanti
esercizi nel gruppo. Ad esempio, dovevamo dirci l’un l’altro: ‘Non mi piace il
tuo quadro’. Tutti sappiamo quanto sia difficile
accettare le critiche. Una notte abbiamo dipinto nel buio, a lume di candela. Un
esperimento stupefacente: mi sembrava quasi di essere tornato nel grembo
materno… tutti quei mesi di oscurità e di incredibile potenzialità creativa.”
Dhyan Prasad, ingegnere elettronico
israeliano, 31 anni: “Mi aspettavo un gruppo divertente e leggero… beh, avevo
ragione e torto… perché ne ho viste di tutti i colori, un mucchio di emozioni –
felicità, frustrazione, tristezza – che si sono susseguite, mutando rapidamente
l’una nell’altra. Ora sono meno identificato: sono riuscito a dipingere senza
giudicare il mio lavoro o me stesso; ho imparato a lasciarmi andare, senza la
paura di rovinare il dipinto, senza pensieri, totale. Le mie mani erano libere
di muoversi, e fino alla fine non sapevo cosa stavo dipingendo.
Giocavo con i colori, dipingevo con le mani… come
un bambino, era molto bello. Il dipinto diventava davvero l’espressione di me
stesso.”
Virginia Flip, messicana, artista e insegnante di yoga: “Sono rimasta
incantata da Meera: mi sembrava di avere davanti una ragazzina di
quindici anni – salta, ride, improvvisa una posizione di yoga, danza – ma sa
anche diventare molto quieta, molto profonda. Quando abbiamo iniziato a
dipingere, dopo aver danzato, mi piaceva vedere le forme e i colori che si
univano sulla carta; Meera però mi spingeva a continuare.
Presto i colori chiari sparirono e tutto divenne buio, pastoso… e spariva la
speranza di fare qualcosa di bello, ma anche la frustrazione iniziava a
sparire! Tramontata ogni speranza, mi sono lasciata andare, scoprendo così un
altro tipo di luce – un incredibile viaggio dalla luce all’oscurità e
viceversa. Meera ci faceva entrare nelle parti più
brutte dei nostri quadri, perché è lì che si trova la possibilità di
connetterci con quella parte di noi stessi che rifiutiamo. E quindi, è arrivata
anche la soluzione: accettarsi!”.
…E per
concludere, Roni Katzman, una
fotografa israeliana: “Creare, quando si è in meditazione, vuol dire trovare il
centro di noi stessi. È da lì che nascono tutte le variazioni, tutti i colori
della nostra sorgente interiore. Una creatività che viene dal silenzio
interiore.
In questi cinque giorni del gruppo ho incontrato
qualcosa di diverso dallo spazio che m’immaginavo, attivamente creativo: le
tecniche e gli esercizi attivi avevano il solo scopo di portarci dentro di noi,
verso quel posto misterioso – quel luogo interiore che la mente ti vuol sempre
impedire di raggiungere – la fonte del tesoro interiore. Strato dopo strato di
bellissimi colori, versati selvaggiamente sulla carta… passo dopo passo…
sentivo lo spazio vuoto senza fine… potevo solo essere quello che era in me in
quel momento: tristezza, lacrime, eccitazione, paura, amore, sentimento… E, a
partire da questo spazio ho iniziato a dipingere senza paura: senza dover
proteggere me stessa o il quadro. Lo spazio interiore che ho sperimentato non
ha parole.”
Dolore psicologico,
esistenziale, e dolore fisico. Come affrontarli? Rimanendo nel presente, nel
momento, perchè – ci spiega Osho – ciò che fa più male, in ogni caso, è la
paura, le preoccupazioni per il futuro create dalla mente.
Il dolore psicologico può
essere dissolto, anzi solo il dolore psicologico può essere dissolto. L’altro
tipo di dolore, quello fisico, fa parte della vita e della morte; non c’è modo
di eliminarlo. Ma non è mai un problema. Hai notato? Il problema nasce solo
quando ci pensi. Se pensi alla vecchiaia inizi ad aver paura, ma i vecchi non
tremano. Se pensi alla malattia inizi ad aver paura, ma quando la malattia si è
già affermata, la paura non c’è più, non c’è
alcun problema. Si accetta come fatto. Il problema vero è sempre
psicologico. Il dolore fisico fa parte della vita. Quando ci pensi, non è più
dolore fisico, è diventato psicologico. Pensi alla morte: hai paura. Ma quando
la morte accade sul serio, la paura non c’è
più. La paura riguarda sempre qualcosa nel futuro, non esiste mai nel
momento presente. Se stai andando in guerra, al fronte, avrai paura, sarai
estremamente apprensivo. Tremerai, non riuscirai a dormire, sarai tormentato
dagli incubi. Ma quando sarai arrivato al fronte – chiedi pure ai soldati – una
volta che sei lì, te ne dimentichi completamente. I proiettili ti sfiorano e tu
ti godi il tuo pranzo; cadono le bombe e tu giochi a carte.
…la paura è sempre per il
futuro. Il problema non è fisico, la paura esiste nella tua psicologia. Quando
il dolore è immediato, fisico, non c’è alcun problema. La realtà non è mai un
problema; sono solo le idee sulla realtà che creano il problema. Quindi la
prima cosa da comprendere è che se puoi dissolvere il dolore psicologico, non
ci sono più problemi. Inizi a vivere nel momento. ‘Psicologico’ vuol dire che
appartiene al passato, al futuro, mai al presente. La mente non esiste mai nel
presente. Nel presente esiste la realtà, non la mente. La mente esiste nel passato
e nel futuro, ma nel passato e nel futuro la realtà non esiste. In effetti, la
mente e la realtà non si incontrano mai, l’una non ha mai visto il volto
dell’altra. La realtà resta ignota alla
mente, e la mente resta ignota alla realtà.
Il problema è la psicologia,
la realtà non è mai un problema. Dissolvi i tuoi problemi psicologici – e il
modo per dissolverli è di eliminare quello che è il centro di tutti i problemi:
l’ego. Quando i pensieri non ti tengono separato dall’esistenza, i problemi
evaporano, come le gocce di rugiada, quando sorge il sole, scompaiono senza
lasciare alcuna traccia. Svaniscono.
Il dolore fisico rimarrà,
ma insisto ancora che questo non è mai stato un problema per nessuno. Se ti
rompi una gamba, è rotta. Non è un problema.
Il problema sorge solo
nell’immaginazione: “Come farò, con una gamba rotta? Come potrò evitarlo
un’altra volta, come potrò comportarmi in modo che la gamba non si rompa più?”.
Ma se hai paura di fatti di questo genere, non potrai più vivere. Perché le
gambe si possono sempre rompere e così anche il collo, potresti diventare
cieco… Tutto è possibile, milioni di cose. Se questi problemi diventano
un’ossessione, ed è una possibilità reale…
Non dico che non è
possibile; tutto è possibile. Tutto ciò che è successo a un altro essere umano,
in qualsiasi momento, può succedere anche a te. Puoi avere il cancro o la
tubercolosi o puoi morire: tutto è possibile. L’essere umano è vulnerabile.
Puoi andare per strada ed essere investito da una macchina. Ma non dico che non devi andare per strada. Puoi
anche essere seduto in una stanza e ti cade il tetto sulla testa.
Non c’è modo di essere
perfettamente e totalmente al sicuro…
I
problemi psicologici sono gli unici problemi. Puoi diventare paranoico, diviso,
paralizzato dalla paura, ma questo non ha nulla a che fare con la realtà.
Vedi
un cieco che cammina benissimo per strada; la cecità in se stessa non è il
problema. Vedi dei mendicanti – gli mancano le gambe o le mani, eppure ridono,
fanno pettegolezzi tra di loro, parlano ancora di donne, fanno commenti,
cantano una canzone. Osserva la vita, e vedrai che la vita non è mai un
problema.
L’uomo ha una capacità
straordinaria di adattarsi alla situazione, ma non ne ha nessuna di adattarsi
al futuro. Quando cerchi di proteggerti e ti assicurarti un futuro, finisci nel
caos, nel disordine.
Cominci ad andare a pezzi.
Ci sono milioni di problemi: problemi e problemi e ancora problemi. Non puoi
nemmeno suicidarti… perché il veleno magari non è quello giusto… tutto crea
problemi.
Mulla Nasrudin
vuole suicidarsi. Incontra per strada un astrologo, che gli dice: “Aspetta, Mulla, fammi vedere la mano”. Il Mulla
risponde: “Che me ne faccio ora dell’astrologia, della lettura della mano?
Voglio suicidarmi! Non ha senso: non ho più un futuro”. L’astrologo replica:
“Aspetta, aspetta. Ti posso dire se ci riuscirai oppure no”.
Il futuro esiste ancora.
Potresti anche fallire.
La vita è un fenomeno
complesso; come puoi essere sicuro? Tutto è possibile e niente è certo. Se hai
paura, è solo a causa della tua psicologia. Bisogna
intervenire sulla mente. Se mi comprendi bene, la meditazione non è
altro che l’impegno di osservare la realtà senza usare la mente, perché questo
è l’unico modo di osservare la realtà. Se la mente è presente, essa distorce,
corrompe. Lascia andare la mente e vedrai la realtà, diretta, immediata, faccia
a faccia. E non ci sarà alcun problema. La realtà non ha mai creato problemi
per nessuno. Io sono qui, tu sei qui, non vedo alcun problema. Se mi ammalo,
sono ammalato. Cosa c’è da preoccuparsi? Perché fare tante storie? Se muoio,
muoio. Un problema richiede spazio: nel momento presente non c’è spazio. Le
cose accadono, non c’è tempo per pensarci. Puoi pensare al passato perché c’è
una distanza; puoi pensare al futuro, c’è una distanza. In realtà passato e
futuro vengono creati proprio per avere lo spazio per preoccuparsi. Più spazio
hai, più ti preoccupi. In India la gente si
preoccupa, più che in qualunque altro posto al mondo, perché pensa: “La
prossima vita… e poi… e poi” – all’infinito – “ che accadrà nella prossima
vita?”. Una persona fa qualcosa e non pensa solo alle conseguenze del
momento; ha uno spazio più grande. Come lo riempirà? Con ulteriori problemi.
Preoccuparsi è un modo di riempire gli spazi vuoti del futuro. La persona che mi ha posto la domanda dice: “Ho
un’intuizione di come il dolore psicologico, esistenziale, sia creato
dall’ego. Lo fai tu, quindi puoi anche disfarlo”. Una semplice comprensione
intellettuale non ti sarà di aiuto; prima devi farlo. Fallo, e la domanda
successiva svanirà. Fallo, e troverai che non rimarrà alcun problema. “Ma che mi dici del dolore fisico?”. Il problema
nasce a questo punto. Hai capito una cosa a livello intellettuale, ma
non ha alcun senso. La domanda successiva porta immediatamente a galla la tua
realtà: non hai compreso. È come quando un cieco va in giro a tentoni con il
suo bastone: lo usa per trovare la sua strada. Poi gli diciamo: “È possibile
curare i tuoi occhi, però devi abbandonare il tuo bastone, non ti servirà più”.
Il cieco dirà: “Posso
capire che una cura è possibile, ma come faccio a camminare senza il bastone?”.
Intellettualmente ha
compreso che gli occhi possono essere curati, ma a livello esistenziale, esperienziale, non ha compreso affatto, altrimenti la
domanda successiva non nascerebbe neanche.
La prima parte della
domanda è perfetta, ma la comprensione viene solo dalla mente. Non è ancora
stata masticata bene e digerita. Non è diventata carne della tua carne, sangue
del tuo sangue. Non è ancora parte integrante della tua esistenza. Altrimenti
non potresti mai chiedere: “Che ne dici del dolore fisico?”. La domanda stessa
è psicologica. Il dolore fisico non è un problema: quando c’è, c’è; quando non
c’è, non c’è. Il problema nasce quando qualcosa non c’è e tu vuoi che ci sia, o
quando qualcosa c’è e tu vorresti che non ci fosse. Un problema è sempre
psicologico: “Perché questa cosa c’è?”. È tutto un fenomeno psicologico. Chi è
che conosce il perché? Non c’è nessuno che possa rispondere. Possono darti
delle spiegazioni, ma non sono risposte autentiche. Le spiegazioni sono
semplici. È molto semplice: il dolore esiste perché esiste il piacere. Il
piacere non esiste senza il dolore. Se vuoi una vita assolutamente priva di
dolore, devi vivere una vita assolutamente priva di piacere. Arrivano insieme
nella stessa confezione. In effetti non sono due cose; sono una cosa sola – non
diversi, non separati – e non possono essere separati. Ecco ciò che l’uomo ha
fatto nel corso dei secoli: separare, in modo da avere tutti i piaceri
possibili e nessun dolore; ma questo è impossibile. Più piaceri hai, più dolore
sentirai.
Ma tu vuoi il piacere e
non vuoi il dolore. È un vecchio trucco, uno degli espedienti principali
adottati dalle cosiddette persone religiose: se vuoi evitare il dolore, evita
il piacere. Ma allora che senso ha? Se vuoi
sfuggire alla morte, evita la vita, ma allora che senso ha tutto quanto? Sarai
già morto. Sarai morto ancor prima di morire. Se vuoi essere assolutamente al
sicuro, vai a sdraiarti in una tomba e sarai perfettamente al sicuro. …
non muoverti… non vivere. Ucciditi, e non ci sarà più dolore. Ma tu vuoi tutto il piacere e nessun dolore. Ciò
che chiedi è impossibile: vuoi che due e due non facciano quattro. Vuoi che
facciano cinque o tre, o qualsiasi altra cosa, tranne quattro. Ma il risultato
è proprio quattro. Qualunque cosa tu faccia, in qualunque modo cerchi di
illudere te stesso e gli altri, sarà sempre quattro. Dolore e piacere vanno
insieme proprio come notte e giorno, nascita e morte, amore e morte.
tratto da: Osho, The Discipline of Transcendence, Vol 4
[Un
partecipante a un gruppo dice di aver avuto un attacco d'asma causato dalla
polvere che l'ha costretto a interrompere il gruppo: "Da bambino avevo
attacchi d'asma come questo, ma negli ultimi dieci anni, prima di venire a Pune, non ne ho più avuti. A volte avevo difficoltà di
respirazione, ma niente di grave, era più represso, penso."]
Usare il dolore per
"rinascere"
La polvere potrebbe essere una causa, ma solo una
causa. Un’altra causa potrebbe essere che qualcosa del passato è stato toccato,
e tu sei tornato indietro. È un ottimo sintomo. Si deve tornare nel passato per
ripulire molte cose, completare molte cose.
Il
passato ha presa su di te perché molto è rimasto incompleto, e chiede di essere
completato. Molto è stato soffocato e deve essere espresso. Finché non lo completi, ti
vagherà attorno, come un fantasma e continuerà a influenzarti in molti modi.
Continuerà a manipolarti dall’inconscio. Deve essere ripulito.
Quando ritorni a quei
ricordi, nel passato, dentro di te si solleva molta polvere, la polvere dei
ricordi, dei pensieri, delle esperienze, delle ferite. Molte ferite non sono
ancora guarite. Le hai semplicemente dimenticate, perché hai dovuto dimenticarle.
Continui ad allontanarle
dalla mente, dalla consapevolezza, ma loro sono lì, fresche e intatte.
E non solo l’asma, ma
altre malattie possono ritornare. Uno potrebbe essere caduto da un albero da
bambino, trent’anni fa. Poi comincia a meditare e ad
andare nel passato, e all’improvviso avverte un dolore al ginocchio. Per trent’anni non l’ha avuto, ma ora, all’improvviso, arriva
il ricordo. Anche il corpo ha una memoria, ogni cellula ha una memoria. Un
computer molto piccolo, microscopico.
Vedi che ho una macchia
scura sul naso? Una volta l’ho tolta, ma è ritornata… il corpo ha una memoria.
Conserva una matrice di tutto, quindi tutto ciò che ti è accaduto viene
registrato due volte – nella mente e nel corpo – ed è la mente a scatenare
l’evento. Il corpo è un po’ lento, stupido, deve essere così – ma quando la
mente ricorda, lo va a stuzzicare. E così ti ritrovi in una situazione che
avevi dimenticato da anni. È di nuovo ben presente, come se fosse accaduta
ieri.
Ma in un certo senso è un
bene. Sei stato male, e posso vedere che ti sei sentito molto depresso, ma se
riesci a completare l’intero processo…
[L’interlocutore dice: “È
questo che non so – come lavorare adesso su questa situazione”.]
Osserva e basta. Non fare
nulla, perché qualunque cosa tu faccia, sarà una repressione, visto che la
mente desidera solo sopprimere qualunque esperienza dolorosa.
È quello che hai fatto in
passato, e la mente rifarà la stessa cosa. E così le porte della memoria si
richiuderanno, e tutto sarà perduto.
Soffri, e permetti al
dolore di rimanere. Non ti ucciderà, quindi non preoccuparti. Potrà essere
doloroso – lo sarà – ma non può ucciderti. Osservalo, come se stesse accadendo
a un altro. La prossima volta che hai un attacco, scostati, come se lo
osservassi da lontano. Osserva il dolore, la sofferenza, l’agonia, la
contrazione di tutto il corpo. Osserva in maniera distaccata, indifferente,
senza fare nulla, e vedrai… Nel giro di due o tre giorni tutto sarà passato, e
ne uscirai forte e vivo, come non sei mai stato. Se ne andrà, ma completa il
processo – non cercare di evitarlo. Questa esperienza può essere molto
preziosa.
Una volta a un mio amico,
un uomo anziano, di settantotto anni, è capitato di cadere dalle scale e
rompersi molte ossa. Il dottore gli aveva detto di rimanere a letto per sei
mesi, perché, essendo così vecchio, il corpo ci avrebbe messo molto tempo a
recuperare le forze.
Era un uomo attivo, molto molto attivo. Quando sono andato a trovarlo si è messo a
piangere – e non era uno facile alle lacrime, non l’avevo mai visto piangere
prima. Mi ha detto: “Sarebbe stato meglio se fossi morto.
La morte non è un gran
male, ma rimanere a letto per sei mesi è terribile. Mi suiciderò. Sei mesi mi
sembrano infiniti e il dolore è troppo, non riuscirò a sopravvivere”. Gli ho detto
di fare una cosa: chiudere gli occhi e andare dove c’era il dolore, nel punto
esatto. Lo ha fatto per mezz’ora. Il suo viso si è rilassato, e dopo mezz’ora,
quando è tornato indietro, era un uomo completamente diverso. Mi ha detto: “Ho
potuto osservare, ho potuto vedere, e semplicemente vedendo e osservando,
all’improvviso ho capito che io sono separato dal dolore”.
Quei sei mesi sono stati
per lui una benedizione. È stato costretto a rimanere a letto, ma ha continuato
a osservare. Per la prima volta nella sua vita è diventato un meditatore. Ora
dice che quella fu la cosa più importante che gli sia mai accaduta. Ora è per
lui una pratica quotidiana. Per due o tre ore almeno si mette a letto, sdraiato
sulla schiena – anche se ora non ne ha bisogno – e osserva.
Bisognerebbe sempre
cercare metodi per trasformare una calamità in una benedizione.
Un modo c’è sicuramente,
bisogna solo cercarlo. L’arte di vivere è tutta qui: imparare a trasformare una
disgrazia in una benedizione, a usare la sofferenza per crescere, a usare il
dolore per rinascere.
Provaci, mm? Sarà
bellissimo.
tratto da: Osho, Above All Don’t Wobble # 10
Il dolore è un campanello d’allarme –
metterlo a tacere senza curarsi delle cause non sembra proprio la cosa più intelligente
da fare.
Se hai un mal di testa, non è quella la
tua malattia, il tuo male non è lì. In realtà, quello è un segnale del tuo
corpo che qualcosa non funziona alla fonte: corri alla fonte! Scopri cosa non va. La testa si limita a darti un segnale, un segnale di
pericolo, è un allarme: “Ascolta il corpo. Qualcosa non funziona, stai facendo
qualcosa che non va bene, che distrugge l’armonia del corpo. Non farlo più;
altrimenti, il mal di testa persisterà”.
Il mal di testa non è la
malattia, né ti è nemico: è dalla tua parte, è un amico. Ed è assolutamente
vitale per la tua esistenza, che il corpo ti metta all’erta, quando qualcosa
non funziona. Ma tu, anziché cambiare ciò che non va, zittisci il segnale
d’allarme... prendi un’aspirina. È assurdo! Eppure, questo è ciò che accade
nella medicina, ed è ciò che accade nella psicoterapia: si curano i sintomi.
Ed è per questo che manca
la cosa essenziale, e cioè: vai a vedere alla fonte. La prossima volta che hai
un mal di testa, prova una piccola tecnica di
meditazione, per puro e semplice esperimento, poi potrai provare nei confronti
di malattie più gravi, di sintomi più grandi.
Quando
hai il mal di testa, prova questo piccolo esperimento: siediti in silenzio e
osservalo, scrutalo. Non come nemico, niente affatto. Se lo guardi come fosse
un tuo nemico, non potrai osservarlo correttamente. Lo eviterai: nessuno guarda
il nemico direttamente; lo si evita, si ha la tendenza a evitarlo.
Guarda il tuo mal di testa
come se fosse tuo amico. Lo è, è al tuo servizio. Ti sta dicendo: “Qualcosa non
funziona, guarda che cosa non va!”. Stai semplicemente seduto in silenzio e
osserva il mal di testa, senza la minima intenzione di fermarlo, senza il
desiderio che se ne vada, senza conflitto, senza lotta, senza antagonismo.
Osservalo soltanto.
Osservalo in modo tale
che, nel caso esista un messaggio interiore, il mal di testa te lo possa
trasmettere. Ha in sé un messaggio in codice. Se osservi in silenzio, rimarrai
sorpreso. Osservando in silenzio, accadranno tre cose.
La prima: più lo scruti,
più il mal di testa si acuisce. Resterai perplesso: “Come può essere d’aiuto
l’osservazione, se il male aumenta?”. Aumenta semplicemente perché prima lo
stavi evitando. Era presente, ma tu lo evitavi: lo stavi già reprimendo, anche
senza l’aspirina.
Quando lo osservi, ogni
repressione scompare. Il mal di testa toccherà la sua acutezza naturale. A quel
punto, lo sentirai senza tappi nelle orecchie: sarà estremamente acuto!
Prima di tutto: diventerà
molto forte. Se accade, puoi essere contento perché lo stai guardando nel modo
giusto. Se non accade, vuol dire che ancora non lo stai guardando; lo stai
ancora evitando. Guardalo! E diventerà più acuto. È questo il primo segnale che
è entrato nella tua visuale.
Come seconda cosa, si
focalizzerà sempre di più; non si estenderà più su una superficie allargata.
All’inizio pensavi che fosse tutta la testa a farti male. Ora vedrai che non è
vero, è solo un punto molto piccolo. Questo è un segno che ora lo stai
osservando a una profondità maggiore. La sensazione di un dolore diffuso è un
trucco: è un modo per evitare di percepirlo. Se si concentra in un punto, sarà
molto più acuto. Per questo, crei l’illusione che sia tutta la testa a dolerti;
in questo caso, non sarà intenso in nessun punto specifico. Questi sono
giochetti che continuiamo a giocare.
Osservalo, e come seconda
cosa si focalizzerà in un punto sempre più piccolo, che tenderà a
rimpicciolirsi sempre di più. E verrà il momento in cui sarà sottile come la
punta di un ago: sarà estremamente aguzzo, infinitamente pungente,
dolorosissimo. Non hai mai avuto un dolore simile alla testa, ma sarà
estremamente circoscritto a un singolo punto. Continua a guardare in quel
punto.
Allora accadrà una terza
cosa, la più importante. Se continui a osservare questo punto, allorché il
dolore è diventato estremamente acuto e circoscritto, vedrai che scompare.
Quando la tua attenzione è perfettamente a fuoco su quel punto, il dolore
scompare. E quando scomparirà, intuirai cosa lo aveva originato, qual era la causa.
Accadrà molte volte: il dolore continuerà a tornare; la tua messa a fuoco ha
perso lucidità, non sei più attento, non sei più concentrato... e il mal di
testa ritorna. Quando lo fissi con estrema attenzione, scompare; e nel momento
in cui scompare, nascosta dietro di esso, appare la causa. E rimarrai sorpreso:
la tua mente è pronta a rivelarti qual era la causa.
Le cause possono essere
migliaia... l’allarme è sempre lo stesso, perché si tratta di un sistema
d’allarme estremamente elementare. Nel tuo corpo non esistono diversi sistemi
d’allarme: per cause diverse, scatta lo stesso campanello d’allarme. Forse, di
recente, sei andato in collera, e non l’hai manifestata. All’improvviso, simile
a una rivelazione, ecco che di fronte a te vedi la tua rabbia: puoi vedere
tutta la collera che ti portavi dentro... simile a un pus interiore. La
situazione è diventata insopportabile, e quella rabbia vuole essere scaricata.
È necessaria una catarsi. Scatenati in una catarsi! Immediatamente vedrai che
il mal di testa scompare... non era affatto necessario prendere alcuna
aspirina, non serviva alcuna cura.
E quando la rabbia
svanisce, sorgerà in te una qualità di benessere completamente diversa, quale
nessuna aspirina ti potrà mai dare.
L’aspirina
reprime: la rabbia rimarrà dentro di te, la violenza continuerà a infuriare
dentro di te. Tu ti limiti a spegnere il segnale d’allarme, non fai altro.
Nulla cambia, semplicemente ora non esiste più alcun segnale d’allarme.
Questo modo d’agire
persiste nel tempo e, dentro di te, continuano ad accumularsi tensioni: possono
produrre un’ulcera, possono esplodere nella tubercolosi; un giorno potranno
portarti al cancro. Quando una quantità
eccessiva di tensioni si accumula nell’organismo, si hanno cambiamenti
qualitativi nei sintomi. Esiste un preciso limite di tolleranza nell’organismo,
superato il quale esso inizia a sentirsi malato.
La
stessa cosa vale per la mente. E non pensare mai che il corpo e la mente siano
due cose separate; non lo sono. L’uomo è un corpo-mente, è uno psicosoma.
tratto da: Osho, Dalla Medicazione alla Meditazione, RED Edizioni
Se tenti di evitare il
dolore, inevitabilmente si accumula dentro di te.
Per liberarsi dal dolore
occorre accettarlo. È inevitabile Per e naturale. Il dolore è dolore, un
semplice, e doloroso, dato di fatto. La sofferenza invece è sempre e solo
rifiuto del dolore, la pretesa che il dolore non debba esistere. E il rifiuto
di un fatto, la negazione della vita e della natura delle cose. La morte è la mente
che si preoccupa di morire. Dove non c'è paura della morte, chi è che muore?
L'uomo si distingue, tra le creature viventi, per la sua consapevolezza della
morte e la risata. Prodigiosamente, allora, può trasformare persino la morte in
qualcosa di nuovo: può morire ridendo.
E lascia che lo ripeta: il dolore è solo dolore,
non vi è sofferenza. La sofferenza nasce dal tuo desiderio che il dolore non
debba esistere, perché in esso vi è qualcosa di sbagliato. Guarda, osserva, e
rimarrai sorpreso. Hai il mal di testa: il dolore c'è, ma non vi è sofferenza.
La sofferenza è un fenomeno secondario, il dolore è primario. Il mal di testa è
lì, il dolore è lì, è un semplice fatto. Non ci sono giudizi — non Io definisci
buono o cattivo, non gli attribuisci alcun valore, è solo un fatto. La rosa è
un fatto, e così è la spina. Il giorno è un fatto, e così è la notte. La testa
è un fatto, e così è il mal di testa. Ti limiti a registrarlo. Buddha ha
insegnato ai suoi discepoli che, in caso di mal di testa, si limitassero a dire
due volte: mal di testa, mal di testa. Registrare l'e-vento. Senza giudicarlo,
senza dire: "Perché? Come mai mi è venuto il mal di testa? A me non
dovrebbe succedere".
Nel momento in cui dici: "Non dovrebbe,"
apri la porta alla sofferenza. Quindi sei tu, non il mal di testa, a creare la
sofferenza. La sofferenza è la tua interpretazione antagonista, la sofferenza è
la tua negazione di un fatto.
E nel momento in cui dici: "Non dovrebbe
esserci," hai iniziato a evitarlo, hai iniziato a rivolgerti altrove. Ti
piacerebbe occuparti di qualcos'altro, per poterlo dimenticare. Accendi la
radio o la televisione, vai al club, ti metti a leggere, oppure vai a lavorare
in giardino — ti rivolgi altrove, ti distrai.
Non hai osservato il dolore, ti sei semplicemente distratto.
Il dolore verrà assorbito dall'organismo. Cerca di comprendere in profondità
questa intuizione: se riesci a osservare il tuo mal di testa senza assumere un
atteggiamento antagonista nei suoi confronti, senza sfuggirlo, senza scappare,
se riesci a essere semplicemente presente, in maniera meditativa — “mal di
testa, mal di testa” — se riesci a limitarti a guardarlo, il mal di testa se ne
andrà da solo. Non intendo dire che scomparirà come per miracolo, che ti basterà
guardarlo per farlo scomparire. Se ne andrà quando sarà il momento. Ma non
verrà assorbito dal sistema, non avvelenerà il tuo intero organismo. Verrà, tu
ne prenderai nota, e poi se ne andrà. Sarà rilasciato: Quando osservi una certa
cosa dentro di te, essa non può penetrare in te. Lo fa sempre quando la eviti,
quando cerchi di sfuggirla. Se ti assenti, essa entra nel tuo organismo. Solo
se tu sei assente il dolore può diventare parte del tuo essere — se sei presente,
la tua stessa presenza gli impedisce di diventare parte del tuo essere. E se
riesci a osservare sempre i tuoi dolori, non li accumulerai. Non ti hanno insegnato
l'approccio giusto, e così continui a evitarli. In questo modo accumuli tanto
dolore, hai paura di affrontarlo, hai paura di accettarlo.
TRATTO DA: Osho, THE SECRET # 6
ricordati che anche la
sofferenza ti fa crescere
Osho,
a volte, pur sentendomi inferiore e solo, a causa del mio
handicap e della sedia a rotelle, d’improvviso mi rendo conto che la capacità
di avvertire questo dolore mi fa sentire molto vivo. In questi momenti dentro
di me sento una gioia assoluta e un’immensa gratitudine per ogni cosa.
È possibile crescere anche attraverso la sofferenza?
Capisco la tua situazione
e il problema, ma tu stai affrontandoli con grande coraggio. Ne sono felice con
te. Tu soffri perché il tuo corpo è handicappato, ma tu non sei il corpo. Né
sei handicappato, la tua consapevolezza è libera come quella di chiunque altro.
Naturalmente il tuo viaggio sarà un po’ difficile. Il tuo corpo ti procurerà
continue sofferenze.
Ma forse, se sei
abbastanza attento – e posso vedere che lo sei – puoi trasformare la sofferenza
in una benedizione nascosta. È una delle cose più significative da comprendere.
Come mai tutte le
religioni hanno insistito affinché i loro santi e saggi fossero molto austeri,
ascetici, arrivando addirittura all’autotortura? Non
erano handicappati come te, ma si rendevano tali in modi diversi. Avevano tutti
la falsa convinzione che vivendo in maniera confortevole, senza dolori, senza sofferenze,
puoi dimenticarti di te, perdere la tua consapevolezza. Usavano la sofferenza
per aumentare la consapevolezza.
Io non appoggio queste
persone, ma, per quanto ti riguarda, non sei tu a creare la sofferenza. La
sofferenza è lì e tu la puoi usare per rimanere sveglio. Giustamente osservi
che il dolore ti aiuta a sentire che sei ancora vivo. Ti ho visto ridere. Tu
non puoi ballare, ma io ho visto che il tuo intero essere fa di tutto per poter
ballare. Il corpo te lo impedisce, il corpo non è nella condizione giusta. Non
puoi far nulla al riguardo, ma puoi usare questa sofferenza naturale per creare
una maggiore, più chiara consapevolezza.
E poi, all’improvviso, ti
senti persino grato alla sofferenza.
Non intendo dire che le
persone debbano creare la sofferenza, questo è stupido. Sto dicendo che se ti
trovi a soffrire, usa la sofferenza per la tua crescita interiore. Questa è
intelligenza. E io vedo in te un’intelligenza estrema e una grande
consapevolezza che vogliono celebrare. Anche se il tuo corpo non coopera con
te, non preoccuparti. Il corpo un giorno morirà – ogni corpo muore – ma tu
sarai qui per l’eternità. Ciò che conta realmente è la tua consapevolezza.
Va benissimo: puoi
crescere persino attraverso la sofferenza. Si può crescere in qualunque situazione
ci si trovi, la crescita è possibile da fonti infinite. Continua semplicemente
a rallegrarti, persino del dolore, perché ti tiene sveglio al tuo essere vivo.
Quasi tutte le persone, il cui corpo non è leso come il tuo, alla fine
potrebbero rivelarsi perdenti: sono così a loro agio con il proprio corpo che
rimangono identificate con il corpo. Tu non puoi identificarti con il corpo, è
troppo doloroso. Devi separarti dal corpo e proprio tale separazione ti porterà
a divenire un testimone, un osservatore, in uno stato di veglia.
Potresti avere molti
problemi, ma puoi trasformare ogni problema in uno stratagemma; lo devi fare.
Ci sono molti meditatori che sono nelle tue stesse condizioni, in una sedia a
rotelle. Ma, per quanto sembri strano – li ho osservati tutti – diventano
immensamente felici, ridenti, pieni d’amore.
L’altro giorno ho ricevuto
un’altra domanda da te, a cui non ho risposto. Ho avvertito il tuo dolore.
Dicevi che anche tu vorresti amare qualcuno. Posso capirlo – un istinto
naturale, e l’istinto non sa che il tuo corpo è handicappato. E le persone sono
diventate così ossessionate dal corpo che non vedono, dentro il corpo, un
bellissimo essere umano. Si limitano a guardare il corpo. Naturalmente nessuna
donna si sente attratta da te, e fa male. Fa male anche a me, per questo non ho
risposto alla domanda.
Stavo aspettando che tu
chiedessi qualcos’altro. Poi avrei parlato anche della prima domanda.
Prendi anche quello come
una parte della tua sofferenza. Tu sei solo. Non sentirti isolato. Semplicemente,
senti una profonda solitudine e lascia che quella solitudine cresca con la tua
consapevolezza della sofferenza e del dolore. Accetta che forse nessuno ti
amerà, ma tu puoi amare te stesso. Puoi amare gli alberi, loro non sono così
schizzinosi. Puoi amare le stelle nella notte. Non avranno a ridire sul fatto
che non hai un bel corpo. Puoi amare l’intero universo. E forse qui può esserci
una donna così capace di amare, così meditativa, da essere in grado di vedere
la tua consapevolezza, senza badare al tuo corpo.
Le
donne comunque non badano molto al corpo degli uomini. Sono molto attente al
proprio corpo, ma nessuna donna è interessata al corpo dell’uomo. Di fatto,
quando un uomo fa l’amore con loro, le donne chiudono gli occhi. Alle donne
interessa di più la tua capacità d’amare, il tuo essere, la tua consapevolezza,
la tua gentilezza.
È possibile – forse è
possibile solo in questo posto – che una donna compassionevole ti dia
un’esperienza d’amore. L’amore deve essere trasceso. Ma posso capire la tua
difficoltà.
Tu non ne hai fatto
esperienza, quindi la trascendenza diventa del tutto impossibile. Ma da parte
tua, non desiderarlo troppo. Forse la natura e l’esistenza non vogliono che tu
faccia gli stessi stupidi giochi degli altri esseri umani.
Ma la biologia è la
biologia. Vuole che una donna completi l’uomo, altrimenti entrambi sono
incompleti. Quindi aspetta, nella tua sedia a rotelle. E io so che ci sono
donne così piene d’amore che potrebbero arrivare e portarti via, insieme alla
sedia a rotelle. Non agitarti troppo, perché non hai molta scelta. Puoi
rimanertene a occhi chiusi. Una donna è abbastanza, non cercare una storia
romantica. Lascia agli altri questa follia.
tratto da: Osho, Sat Chit Anand # 23
Ryokan ha scritto
Senza uno iota di
ambizione
lascio fluire la mia natura dove vorrà.
C’è riso per dieci giorni
nella mia borsa, e, per terra,
una fascina di legna da ardere.
Chi ciancia di illusioni
o di nirvana?
Immemore delle eguali polveri
di nome e fortuna,
ascoltando la pioggia notturna
sul tetto della mia capanna,
siedo a mio agio, a gambe distese.
Senza uno iota di ambizione lascio fluire la mia natura dove vorrà.
Nessuna direzione, nessun destino. Do alla mia
natura totale libertà.
c’è riso per
dieci giorni nella mia borsa.
È sufficiente! Chi può vivere con certezza per più
di dieci giorni? È sufficiente. La natura si è presa cura di me, finora, e
continuerà a farlo, dopo questi dieci giorni. Per cui non accumulo altro, è
sufficiente.
E, per
terra, una fascina di legna da ardere.
Quanta ricchezza! Quanto appagamento in questa
estrema povertà! Perfino i re saranno invidiosi di quest’uomo.
Chi ciancia
di illusioni
o di
nirvana?
Perché dovrei preoccuparmi se sono o no
risvegliato, se vivo in un’illusione, in un sogno o nel nirvana…? Nel
risveglio: “Chi ciancia?”
Immemore
delle eguali polveri di nome e fortuna,
tutto non è che polvere di nome e fortuna.
Ascoltando
la pioggia notturna sul tetto della mia capanna,
le gambe distese, rilassate, e io ascolto la danza
della pioggia sul tetto – questo è il modo giusto di esprimere l’inesprimibile.
Ryokan sta esprimendo un assoluto rilassamento, per
nulla preoccupato neppure del nirvana, è così silente… dice:
Siedo a mio
agio,
a gambe
distese.
Come se il tempo fosse terminato, niente più
conta.
Questo è lo spazio in cui puoi dire di essere
arrivato a casa.
tratto da: Osho, I silenzi dell’acqua che scorre
la giungla,
la foresta,
il giardino...
e finalmente
LA CASA
Vivi
in un mondo di illusioni perchè non hai ancora neppure toccato la tua realtà
personale. Diventa reale, e da quel momento tutto il mondo diventa reale ai tuoi
occhi. Dato che non sei reale, crei un intero mondo fondato su questa tua
non-realtà. Nella giungla l’uomo vive nel sonno, il suo è un mondo di sonno.
Nella foresta l’uomo vive nei sogni, il suo è un mondo onirico. L’uomo nel
giardino vive in consapevolezza, sta arrivando sempre più vicino, diventa
sempre più consapevole della casa… è arrivato alla porta,basta bussare e la
porta si aprirà.
L’uomo
cerca la verità da sempre, è un lungo pellegrinaggio senza un punto di
partenza. Anche se arriva ad una meta, non ha un inizio. Abbiamo cercato, e
continuato incessantemente a cercare… lungo il corso dei secoli, talvolta in
una forma e talvolta in un’altra forma. Persino quelli che non sembrano cercare
consapevolmente la verità… la stanno cercando.
La ricerca della verità
può essere divisa in quattro stadi.
Vorrei che consideraste
attentamente questi quattro stadi, perché prima o poi vi troverete in questi
quattro stadi – in uno di essi, o nella fase di passaggio tra uno stadio e
l’altro…Il primo stadio lo chiamo ‘giungla’, il secondo ‘foresta’, il terzo
‘giardino’ e il quarto ‘casa’.
LA
GIUNGLA
La giungla è lo stato di sonno
profondo; non c’è ricerca consapevole. La maggior parte della gente vive in
questo stato. La ricerca è lì, ma a livello inconscio, non è ancora diventata
una scelta: brancoli nel buio alla ricerca di non sai bene cosa, e talvolta non
ti accorgi neppure che stai brancolando nel buio – avviene tutto in maniera
accidentale. A qualcuno capita anche di arrivare davanti a una finestra e
vedere qualcosa, ma è una visione che in seguito si perde. Queste visioni
svaniscono in fretta, poiché non sono frutto di una ricerca consapevole.
Talvolta un sogno ti offre delle rilevazioni. Talvolta l’amore ti apre una
porta e la richiude, ma tu non sai in che modo l’ha aperta e richiusa.
Talvolta, ammirando un bel tramonto, ti senti circondato da qualcosa di immensa
bellezza: l’altro mondo è entrato in te – ti ha perlomeno sfiorato, e poi se ne
è andato. E tu non sei nemmeno sicuro che sia avvenuto, non riesci a credere
che sia avvenuto…perché non stavi cercando consapevolmente. In realtà hai
incontrato dio molte volte, ricorda, hai incontrato il divino molte volte nella
vita, l’hai incrociato in molti punti della tua vita, ma non hai potuto
riconoscerlo – proprio perché non lo stai cercando.E
ricorda, se non stai cercando qualcosa, non la vedrai. Magari la noti, ma le
dai solo un’occhiata. Magari ti passa accanto, ma poiché non la stai cercando,
non la vedi.
Il primo stadio è simile
alla giungla: profondo, buio, fitto, primitivo, primordiale. Non esiste alcuna
via, neppure un sentiero, e l’uomo non va da nessuna parte, continua a
camminare, inciampando, da un angolo buio all’altro. La maggior parte
dell’umanità ama essere nella giungla, in uno stato mentale di inconsapevolezza.
La gente dorme, si muove nel sonno, tutti sono sonnambuli.
Questo ci insegnano
Buddha, Cristo, Gurdjieff, Kabir:
la maggioranza non vive, si limita a esistere, a vegetare. Il tuo stato di
veglia è solo un’apparenza, tu non ci sei. Vivi immerso in una fitta nebbia. La
tua vita è meccanica. Sì, le cose accadono, ma accadono proprio come dei
movimenti meccanici: schiacci un bottone e si accende una luce, esattamente
allo stesso modo; schiacci un bottone e il meccanismo inizia a funzionare, esattamente
così. Qualcuno ti schiaccia un bottone e tu ti arrabbi, qualcuno ti schiaccia
un altro bottone e tu ti senti felice; poi qualcun altro schiaccia un diverso
bottone e tu cambi di nuovo umore – non c’è neppure un breve intervallo tra la
pressione del bottone e la comparsa di un determinato umore. È una cosa
meccanica. Tu non sei il padrone, sei uno schiavo.
Questo è lo stato in cui
vivi: il tuo centro più profondo dorme, la tua consapevolezza è assopita. Il
tuo corpo è simile a un carro, e qualunque cocchiere, qualunque desiderio sorga
dentro di te, prende il comando per un po’, ti porta da qualche parte e ti
lascia là, poi arriva un altro colpo di frusta, un altro desiderio…In questo
modo continui a zigzagare qua e là, vai a cozzare contro una roccia, poi sbatti
contro un albero. Nel buio continui a farti male, a ferirti. La tua vita non è
che un incubo, senza fine.
Non stai pensando, non
stai riflettendo sulla tua vita, su come dovrebbe essere, che cosa dovrebbe
essere, dove dovrebbe condurti.
Ogni desiderio, quando si
impossessa di te, diventa il tuo padrone. Quando sei arrabbiato, la rabbia è il
tuo padrone, si impadronisce completamente di te. Non è che tu sei arrabbiato,
tu diventi rabbia, e in questo stato farai delle cose di cui più tardi dovrai pentirti.
E l’ironia della cosa sta proprio qui, un altro ‘io’ si pentirà dell’atto che
un diverso ‘io’ ha commesso… un altro desiderio, un altro stato d’animo, un
altro umore. Ora tu soffrirai, e andrai a chiedere perdono. Ma si tratterà di
qualcun altro, non è la stessa persona. Dov’è ora quello sguardo di fuoco, quell’espressione violenta, quel desiderio di uccidere
qualcuno o di farsi uccidere? Se ne sono andati.
… In questo stadio, lo
stadio della giungla, le persone sono più interessate alle risposte che alle
domande. E una risposta qualsiasi, per quanto stupida, le soddisfa. Non si sono
mai poste domande. Ecco perché qualcuno è diventato indù, qualcuno è diventato
musulmano e qualcun altro cristiano: tu non ti sei mai posto delle domande, ti
viene offerta una risposta e tu ti aggrappi a questa risposta.
Questo è il tipo di
persona che io definisco ‘integrata’ – quadrata, tradizionale, conformista. È
orientata verso il passato, non guarda mai al futuro, e non guarda mai il
presente…Questo tipo di persona crede nei preti, nei vescovi, nel papa, nello shankaracharya.
Questa persona non cerca mai da qualche altra parte. Si aggrappa al prete, alla
religione, alla chiesa in cui le è capitato di nascere. Rimane lì, vive lì e
muore lì…La vita reale è pericolosa, non se la può permettere. La vita è
un’avventura in ciò che è nuovo, e lui si aggrappa al passato. La vita è sconosciuta – inconoscibile
– e lui non vuole rischiare le proprie convinzioni.
Entra
in questa vita, vive, muore, ma in realtà non arriva mai, non vive mai e non
muore mai. Dorme profondamente per tutto il tempo. Non può essere definito
uomo.
Io definisco questo tipo
di persona: ‘testarda come un mulo’. Esternamente
recita sempre la parte del ‘più santo di te’, è un
moralista. Si ritiene molto morale, ma non conosce neppure l’abc della moralità. Però rispetta le regole sociali, non le
travalica mai. Si attiene alle regole. È un tipo di persona troppo testarda:
non cambia mai, non è mai disponibile a cambiare. Si oppone strenuamente a
qualsiasi cambiamento… diventa facilmente fanatica e fascista, pronta alla
violenza in qualsiasi momento. Tutta questa violenza nasce da una profonda
sfiducia in se stesso… Se discuti con lui, tirerà subito fuori ‘la spada’ come argomento.
Il suo argomento è quello
della spada. Questo tipo di uomo è molto
irrazionale, ma parla come se fosse estremamente razionale. Il suo razionalismo
è solo razionalizzazione, non è autentico.
Ricorda e osserva: da
qualche parte, nel profondo della tua anima troverai questa giungla. In alcune
persone è più estesa, in altre meno, la differenza è solo di quantità, di
grado. Ma la giungla è presente in ogni persona. È il tuo inconscio, la notte
oscura. E da questa notte oscura sorgono molti istinti, impulsi, ossessioni,
follie, che si impadroniscono della tua consapevolezza. Perciò stai attento,
vigila.
Per esempio, ti arrabbi:
la rabbia nasce nell’inconscio, i suoi ‘fumi’ salgono dall’inconscio; poi
pervadono la tua consapevolezza e ne diventi come ubriaco. A questo punto,
potresti fare delle cose, che da sobrio non faresti mai. Aspetta.
Questo non è il momento di
agire. Non dire neppure una parola, chiudi la porta, siedi in silenzio e
osserva la rabbia che sale. Così facendo scoprirai una chiave. Se osservi la
rabbia che sale, vedrai che a poco a poco la rabbia scompare.
Non può rimanere lì per
sempre: ha una certa quantità di energia, un certo potenziale, quando questo si
è esaurito, se ne va – e quando se ne sarà andata e tu potrai di nuovo essere
te stesso, noterai un cambiamento, un cambiamento qualitativo del tuo essere.
Sei diventato più consapevole. L’energia che stava trasformandosi in rabbia e
stava per essere sprecata, per divenire
distruttiva, è stata usata dalla tua consapevolezza. E ora sei più consapevole
– grazie a quella stessa energia.
Questo è il metodo
interiore per trasformare il veleno in nettare.
Devi cercare di uscire
dalla giungla.
LA
FORESTA
Il secondo
stadio è la ‘foresta’. È molto simile alla giungla, ma con una leggera differenza:
nella foresta ci sono delle piste, dei sentieri – non strade maestre, ma
sentieri. Nella giungla non ci sono neppure
i sentieri. La giungla è molto primitiva: nella giungla l’essere umano non è
ancora presente, è come un animale selvatico. Nella foresta, ci sono
esseri umani. Ci sono i sentieri, puoi trovare la strada.
La
foresta è simile al sogno. La giungla è simile al sonno, la foresta al sogno. È come il subconscio –
una zona crepuscolare, in cui non è né notte, né giorno, una via di mezzo. Le
cose sono ancora avvolte nella nebbia, ma non è buio. Ci si vede un pochino, ci
si può muovere un po’, si può avere una certa quantità di consapevolezza.
Questa è la terra dei
sognatori, degli ‘hippy’, dei cosiddetti ricercatori spirituali, degli
utilizzatori di droghe, di coloro che stanno tentando in qualche modo di
trovare una via – qualche metodo, qualche scorciatoia per uscire dalla foresta.
Questo è lo stadio in cui ha inizio la ricerca – in maniera molto incerta, ma
almeno comincia. È meglio della giungla.
Gli
idealisti – questi ‘hippy’ – sono meglio dei conformisti, degli integrati:
almeno cercano qualcosa. Può anche succedere che prendano una strada sbagliata:
cercano la
meditazione e finiscono invischiati nella droga – perché la droga può anche
darti qualcosa di somigliante, un’esperienza
quasi simile – ma almeno cercano qualcosa, almeno si muovono. Magari commettono
degli errori, però si muovono. Gli uomini che sono nella giungla non si muovono
affatto; forse non commettono errori, ma non si muovono affatto. E non
muoversi è l’errore più grosso che si possa commettere. Muoviti! La vita
procede per tentativi, le cose si imparano sbagliando.
In questo secondo stadio
ti si aprono molte vie – troppe in realtà, per cui ci si sente molto confusi,
immersi nel caos. La giungla è immutabile, lì tutto è sicuro. Sebbene sia molto
buia, le convinzioni sono ben chiare: qualcuno è un indù, qualcun altro
musulmano o cristiano. Le cose sono chiare…È buio, ma le cose sono chiare, le
persone non si sentono confuse. La gente è come morta, ma non confusa. La vita
genera confusione e caos. Ma è dal caos che nascono le stelle.
I
poeti, i pittori, gli artisti, i musicisti… appartengono al secondo tipo. Sono
i rivoluzionari. Il primo tipo è ortodosso, il secondo tipo è rivoluzionario.
Il primo tipo è tradizionale, il secondo è utopista. Il primo si orienta verso
il passato, il secondo guarda al futuro. Per il primo l’età dell’oro è passata,
per il secondo deve ancora arrivare. Egli guarda avanti, è simile al Folle dei
Tarocchi: il suo sguardo è rivolto alle stelle, e ha un piede sopra l’abisso.
Ma è immensamente felice: non guarda giù, guarda il cielo, le stelle lontane, è
pieno di sogni. La morte gli è molto vicina, ma lui vive nei sogni. È
pericoloso. Però se tu mi chiedessi, ti direi di scegliere il secondo – sii
come il folle, non essere mai un erudito tradizionalista. È meglio essere folle
e rischiare, piuttosto che non rischiare mai e accontentarsi di un falso
sapere. Il secondo è un folle. Per il secondo stadio ho trovato un nome speciale: lo chiamo ‘California’. Sì, è la
California dell’anima umana, in cui esiste un enorme supermercato, un
supermercato spirituale – ogni sorta di tecnica… e guide e mappe.
È
questo il punto in cui si comincia a cercare. Non soddisfatti della ‘chiesa’ in
cui si è nati, ci si muove e si provano altre vie, le vie più strane. A questo
punto si diventa studenti alla ricerca di un insegnante. La ricerca non è ancora
molto profonda, ma almeno è cominciata. Il seme è germogliato. C’è ancora molta
strada da percorrere. Un pellegrinaggio lunghissimo ci attende, ma ora esiste
una possibilità.
Il primo tipo è morto; il
secondo tipo è troppo vivo… pericolosamente vivo. Il primo tipo rappresenta un
estremo, il secondo è andato all’altro estremo. Anche nel secondo non c’è
equilibrio; l’equilibrio accade nel terzo stadio. Il primo si attacca a
qualcosa di morto, il secondo non si attacca a nulla, non appartiene a nulla,
si muove continuamente, è un vagabondo.
Il primo è accasato, il
secondo è un vagabondo. Ma il secondo è simile a una pietra che rotola… Non
arriva mai al proprio centro; va da un insegnante all’altro, in continuazione,
da un libro all’altro.
Il primo è molto chiaro, a
parole, il secondo lo è molto meno. Avete mai parlato con un hippy? È molto
difficile riuscire a capire cosa vuol dire. E quando neppure lui sa cosa sta
dicendo, ti chiede: “Capisci?”. Neppure lui capisce e chiede a te: “Capisci?
Vedi?”, e lui non vede proprio niente.
Il primo è un
razionalista, vive nella testa. Il secondo si muove verso il cuore, diventa più
emotivo. Il primo non è consapevole, ma è convinto di pensare consapevolmente.
Il secondo non ha ancora raggiunto la fonte del sentire, e pensa che
l’emotività e il sentimentalismo siano il sentire.
L’hippy può piangere, può
ridere, è un eccentrico, un pazzo, ma è meglio del primo. Il primo è politico,
il secondo è non-politico. Il primo crede nella guerra, il secondo inizia ad
avere fiducia nella pace. Il primo accumula cose, il secondo inizia ad amare le persone…è bello. Il primo crede nel
matrimonio, il secondo crede nell’amore.
Il
primo conduce una vita sicura, il secondo non sa neppure dove sarà domani.
Ma è
un bene: le cose si stanno muovendo. Si possono muovere nella direzione
sbagliata, questo è vero, ma possono anche andare nella giusta direzione.
Muoversi è bene… ora c’è bisogno di trovare la giusta direzione.
Il
primo crede nel conto in banca e nell’assicurazione sulla vita; il primo ha
sete di potere, di denaro. Il secondo non crede alla sicurezza, si fida più della vita
che dell’assicurazione sulla vita. Crede più all’amore che alla sicurezza
fornita da un conto in banca. Il denaro non gli interessa, non accumula denaro.
Non è morale nel senso in
cui lo è il primo, ma inizia ad avere un nuovo tipo di moralità – una moralità
rivoluzionaria, una moralità personale.
La moralità del primo tipo
è sociale, quella del secondo tipo è personale; la moralità del primo tipo si
basa sul condizionamento sociale, quella del secondo tipo sulla coscienza.
Si guarda intorno e,
qualunque cosa senta di fare, la fa.
È un individuo. Il primo è
‘collettivo’: l’inconscio è collettivo, il subconscio è individuale…Il primo è
dogmatico, teologico; il secondo è filosofico.
IL GIARDINO
E il terzo è
‘il giardino”
– il terzo stadio. Il giardino è lo stato di veglia: ci si è risvegliati.
Il primo è sonno, il
secondo è sogno, il terzo è veglia. Gli indù chiamano il primo sushupti, il
secondo swabhana,
il terzo jagrati.
Ora si è consapevoli, svegli, il giorno è arrivato. Libri, guide, insegnanti,
tutti diventano irrilevanti. Il maestro è stato trovato.
Il primo crede al prete.
Il secondo non sa dove andare: non ha una bussola, ha perso l’orientamento, va
da chiunque. Puoi anche ammaestrare un cane e chiamarlo Guru Maharaji e lui ci andrà. Spargi la notizia, e vedrai che il
cane troverà dei seguaci. Il secondo può andare da qualsiasi Guru Maharaji. È pronto a cadere ai piedi di chiunque, è troppo
disponibile. Il primo non è mai disponibile, il secondo le è troppo: i suoi
occhi sono molto offuscati. Può andare da chiunque si proclami, da chiunque
dichiari apertamente: “Sì, io sarò la tua guida. Io sono il maestro universale,
io sono questo e quello”. Chiunque lo può rivendicare, e lui sarà pronto a
gettarsi ai suoi piedi.
Invece al terzo tipo, gli
insegnanti non interessano più, non è uno studente. Gli interessa il contatto
personale – gli interessa un maestro, vuole diventare un discepolo. Non gli
interessa tanto ciò che il maestro dice, gli interessa di più la vibrazione che
il maestro crea attorno a sé. Non gli interessano le sue dottrine, la sua
filosofia, gli interessa l’essere del maestro.
Quando ti interessi
all’essere, e quando guardi direttamente nel nucleo più profondo di una
persona, quando inizi a sentirne la presenza, solo allora puoi diventare un
discepolo. Non sei alla ricerca di una
risposta filosofica; ora la domanda è diventata più importante: “Chi sono io?”. Il secondo tipo è
disponibile a imparare, il primo non è disponibile a imparare, il terzo è
pronto a disimparare. Lasciatemelo ripetere: il primo non è disponibile a
imparare. È cocciuto, è convinto di sapere già. Il secondo è disponibile a
imparare da chiunque, e così impara troppe cose – contraddittorie, stupide,
buone e cattive – e diventa confuso. Il terzo è pronto a disimparare. Non sta
cercando conoscenze. Dice: “Sono alla ricerca di uno che è arrivato. E non mi
importa se ciò che dice è dialetticamente corretto,
filosoficamente corretto… “.
La relazione tra maestro e
discepolo è personale; è una storia d’amore. Hai bisogno di sentire, hai
bisogno di essere alla presenza del maestro, hai bisogno di vedere. E devi
mettere da parte la mente, guardare direttamente e sentire.
Un maestro zen era solito
raccontare: “Quando andai dal mio maestro, sedetti al suo fianco per tre anni,
e lui non mi rivolse neppure uno sguardo. Poi, dopo tre anni, mi guardò, e per
me fu una grande gioia. Poi passarono ancora tre anni, e un giorno mi sorrise,
per me fu una benedizione. Poi passarono ancora tre anni, e un giorno mi diede
un colpetto sulla testa, fu una cosa incredibile, meravigliosa. Poi passarono
ancora tre anni, e un giorno mi abbracciò, in quel momento io sparii, lui
sparì…c’era solo l’unità.” Trovare un maestro significa trovare il punto più
vicino da cui raggiungere il divino, la porta più vicina per avvicinarsi
all’esistenza. Uno che è arrivato…Ma come farai a decidere? Dovrai sentirlo: il
pensiero non ti sarà di alcun aiuto. Il pensiero ti trarrà in inganno, hai
bisogno di sentire, di essere paziente, hai bisogno di stare alla sua presenza,
di gustarla, di inebriarti della sua presenza. A poco a poco, le cose
cominceranno a chiarirsi. Con l’acquietarsi della mente, le cose si
chiariranno.
In questo stadio, il
giardino, si apre una prospettiva totalmente diversa. Questo è il punto in cui
la domanda ‘Chi sono io’ diventa importante, e non chiedi
alcuna risposta. Non sei disponibile da accettare alcuna risposta dall’esterno.
E il maestro non ti dà nessuna risposta. Anzi, distruggerà tutte le tue
risposte – è quello che io sto facendo qui…Sto portandoti via tutte le
risposte, in modo tale che tu rimanga solo con la tua domanda, puro con la tua
domanda, vergine con la tua domanda.
Quando
rimani con la domanda, e dall’esterno non ti viene offerta nessuna risposta,
allora comincia a ricadere in te stesso. La domanda penetra come una freccia
fino al centro stesso del tuo essere – e proprio lì c’è la risposta. Una risposta non verbale. Non troverai una
teoria, ma una realizzazione. Sarà un’esplosione. Semplicemente saprai. Non è un sapere teorico, tu sai.
È esperienza esistenziale. Il primo tipo di persona è dogmatico, settario. Il
secondo è filosofico. Il terzo è religioso, esistenziale.
LA
CASA
Il quarto
stato è “la casa”.
Gli indù la chiamano turrita: il
quarto stato. Nel quarto stato sei arrivato, sei giunto al centro del tuo essere
– casa, illuminazione, samadhi,
satori, nirvana.
Sei giunto al punto il cui maestro e
discepolo scompaiono, in cui il ricercatore e l’oggetto della ricerca
scompaiono, tutte le dualità svaniscono. Hai trasceso la dualità, sei arrivato
all’uno.
Questo
è il posto che tutti abbiamo cercato, e la sua bellezza sta nel fatto che è
sempre stato lì. Quando giungerai a casa, scoprirai di essere arrivato nel
posto in cui sei sempre stato. Guardandoti indietro, da casa, ti metterai a
ridere. Vedrai che la giungla non è la fuori, era la tua stessa
inconsapevolezza. La foresta non era là fuori, era la tua facoltà onirica. Il
giardino non era là fuori: era la tua consapevolezza.
E la
casa è il tuo essere, satchitanand. Sei tu, la tua vera natura, swabhava, tao –
chiamalo come vuoi, non ha nome.
Questi sono i quattro
stati.
Ciò che insegno qui non è
nient’altro che il tuo vero essere.
Ti
sto portando sempre più vicino e te stesso… nient’altro che questo. Ti sto riindirizzando verso te stesso. Non hai perso nulla: ti sei
solo dimenticato del tesoro che hai dentro, non ti ricordi più il modo di
guardarti dentro.
Se
hai osservato meditativamente le carte dei Tarocchi…e
sono carte su cui bisogna meditare. Sono antichi metodi di meditazione. Il
Folle è in piedi sull’orlo di un precipizio, un piede a terra e l’altro che
penzola nel vuoto – e non è consapevole, guarda le stelle, è molto felice; deve
avere la testa piena di sogno. Sulla schiena porta i quattro simboli sacri,
senza sapere di che si tratta. Non sa neppure che sta portando dei simboli
sacri sulla schiena. Questi sono i quattro simboli sacri: la giungla, la
foresta, il giardino, la casa. Adesso
dipende tutto da te.
tratto da: Osho, The Path of Love #3
Il Seme della
Ribellione - vol. 3°
_____________________
Oshoba Editore
Pagine 190 — Euro 12,00
Ricchezza: Che cosa cerca
esattamente un uomo attraverso la ricchezza? Tramite la ricchezza cerca la
vita, una vita più grande, una vita più esuberante. La mente dice: “Come puoi
vivere senza
ricchezza?” La mente dice: “Come puoi
essere sicuro senza benessere materiale?” La mente dice: “Come ti
proteggerai dalla morte se non sei ricco?” Il benessere materiale è una protezione contro la morte, una ricerca della
vita. Ma quando raggiungi la ricchezza, all’improvviso ti appare chiaro che la
ricchezza non ti può proteggere. E se la ricchezza non ti può proteggere dalla
morte, come potrà mai darti una vita più ricca? Non può, stavi cercando nella
direzione sbagliata.
La mente è ubriaca: Non
riesce a vedere il presente, ciò che ti sta davanti. La mente è colma di sogni,
di desideri. Non hai presenza di spirito. Ecco perché ti lasci sfuggire Gesù, ti fai sfuggire Buddha, Krishna,
e poi per secoli ti senti in colpa. Per secoli pensate, pregate, fantasticate,
e quando Gesù è qui te lo lasci sfuggire. Puoi
incontrare Gesù solo se raggiungi una presenza di
spirito, una presenza libera da qualsiasi passato, che non ha alcun futuro:
solo una presenza simile è in grado di penetrare il presente. E a questo punto
il presente è eterno. Ma l’eternità è in profondità, non è un movimento
lineare, non è orizzontale: è verticale.
Fallimento: se sperate nel futuro, la disperazione vi accompagnerà
con il passato. La disperazione è il riflesso della speranza: se speri, sarai
frustrato. Più speri, più sarai frustrato, perché la speranza crea un sogno che
non sarà mai appagato. Gesù non è disperato, non è
frustrato. Non spera mai, quindi ogni cosa lo appaga; non si aspetta nulla, per
cui ogni cosa è come dovrebbe essere; non sogna mai, quindi non vi è alcun
fallimento. Se non insegui il successo, non può esservi fallimento, e se non
pensi al futuro, niente ti può frustrare. È impossibile! Se non vi sono sogni,
non esiste alcuna infelicità.
la donna: Tutte le religioni si sono sempre opposte alle donne, perché
fondamentalmente sono state create dall’uomo. Questo non è un giudizio, non è
una critica: è stato così, perché le religioni sono state create dall’uomo. E
l’uomo aveva paura delle donne, e voleva che la sua sfera d’ingerenza fosse
chiaramente definita, non voleva che le donne entrassero a farne parte. Per
questo, tutte le religioni sono rimaste essenzialmente omosessuali, non sono
affatto eterosessuali. E tutte le comunità religiose sono rimaste omosessuali:
monaci che vivono in una società omosessuale. Se mai hanno permesso alle donne
di partecipare, hanno conferito loro uno status di secondaria importanza: non
devono decidere nulla, devono semplicemente seguire le regole, qualsiasi sia la
regola da seguire decisa dagli uomini; e in questo modo non si creano problemi.
libertà: La meta è la libertà assoluta, la religione è semplicemente
un mezzo per raggiungerla. Ecco perché è fondamentale comprendere che la
religione esiste in quanto forza antisociale: la sua stessa natura è
antisociale, perché nella società la libertà assoluta non può esistere.
La psicologia è al servizio della società. Gli
psichiatri non fanno che cercare con ogni mezzo di riadattarti alla società,
sono al servizio della società. La politica, ovviamente, è anch’essa al
servizio della società. Ti dà un minimo di libertà, per poterti rendere
schiavo. Questa libertà è semplice corruzione, può esserti sottratta in ogni
momento. Se pensi di essere veramente libero, puoi essere gettato in prigione
quanto prima. Politica, psicologia, cultura, educazione, sono tutte cose al
servizio della società. Solo la religione è fondamentalmente ribelle.