SOMMARIO

 

 

2 DOVE MEDITARE

I centri di meditazione di Osho regione per regione e altri indirizzi.

 

6 LE NOTIZIE

Da Pune e dal mondo

 

8 CORPO-MENTE

Come trattare il trauma

Aiutare la nostra innata voglia di guarire.

 

11 SPECIALE

SCIAMANESIMO

• L'essenza dell'anima pagana

• La via dello sciamano

• La via naturale

• Lascia che sia l'inconscio del gruppo a esprimersi

• La via della luce... e la via del buio

 

Pratiche e antica saggezza, al di là del folklore — o di un facile mito del "buon selvaggio" — per ritrovare dentro di noi la forza della natura: un amore per la vita, e per tutto ciò che ci circonda, che ci spinge ad amare di più noi stessi.

 

24 RELAZIONI

Il coraggio di esporsi

A recitare sempre dei ruoli si finisce col perdere il bello della vita — e di se stessi.

 

29 CREATIVITA'

Caos e consapevolezza

L'arte come espressione della nostra essenza. Un sistema pratico per ritrovare la nostra — perduta — creatività.

 

33 INSIGHT

IL DOLORE

• Cosa fare del dolore

• Osserva e basta

• Andare alle radici

• Come liberarsi dal dolore

• Se ti trovi a soffrire

 

... e la sofferenza sparisce!

Certo, ma solo se invece di nascondere il dolore, di fare di tutto per evitarlo — complicandoci ancora di più la vita — accettiamo di portarlo alla luce del sole e di guardarlo.

 

43 LA MAPPA

Tornando a casa

Il percorso che dalla giungla della totale inconsapevolezza ti porta, attraverso prima la foresta e poi il giardino... finalmente a casa.

 

50 TUTTE LE STELLE

Il tuo oroscopo di maggio

 

52 LA VETRINA

Tutti i libri di Osho in italiano, i video di Osho, le musiche per la meditazione e il rilassamento.

 

60 UN LIBRO DA VIVERE

Il seme della ribellione

Il terzo volume del commento di Osho ai vangeli apocrifi di S. Tommaso

 

 

OSHOTIMES INTERNATIONAL

Copyright© 2000 OSHO INTERNATIONAL FOUNDATION Tutti i diritti riservati OSHO® è un marchio registrato di proprietà della Osho International Foundation, usato con il suo permesso.

 

 

 

 

LE NOTIZIE

 

 

La Qualità

 

... e non la quantità o la diversità, nell'amore, è un argomento che sta cominciando a farsi strada anche nei media a più larga diffusione: dai programmi televisivi alle inchieste giornalistiche dedicate alla "voglia di tenerezza". Da qui al Tantra e alla meditazione il passo può anche essere breve... ed è così che abbiamo potuto vedere in televisione Radha, che dopo aver passato molti anni qui a Pune all'Osho Meditation Resort sta ora conducendo gruppi di Tantra in giro per il mondo. E apparsa in Loveline su MTV (Italia), un programma in diretta dove gli "esperti" rispondono alle domande sul sesso degli spettatori. Pur dovendo rimanere "sul pratico", sembra che sia riuscita a far passare anche qualcosa di più ampio, suscitando interesse: in una delle lettere ricevute dopo la trasmissione una delle ascoltatrici le confida: " ...fino a pochi mesi fa ero convinta che la mente e i pensieri potevano tenere sotto controllo tutto, ma guardandomi nel cuore sapevo che non era così ... adesso sto facendo una piccola battaglia per lasciar perdere la testa e vivere e godermi l'attimo, è un po' dura... ma so che ci riuscirò!”. La voglia di vivere nel presente, al di là di condizionamenti e modelli, è dentro ognuno di noi: dal cuore alla meditazione la via è breve.

Radha ha anche un sito: www.tantralife.com

 

 

Osho Experience

 

Una pratica ed elegante rivista in formato ‘quaderno’: 150 pagine a colori con centinaia di foto e illustrazioni. Un ampio, completo e aggiornato panorama – meditazioni, libri, Osho in rete, il Resort di Pune e molto, molto altro – di sicuro interesse sia per chi è già in contatto con Osho, sia per chi vuole capire meglio cosa significa Osho oggi.

Nelle parole di chi questa esperienza la sta vivendo – e in quelle dello stesso Osho – vengono trattati, in maniera semplice ma profonda, temi di attuale e generale importanza quali: riappropriarsi della propria vita, consapevolezza sul lavoro, una nuova maniera di relazionarsi in amore, liberarsi dallo stress senza perdere il ritmo veloce del giorno d’oggi, godersi in modo nuovo i semplici piaceri della vita… cibo, natura, benessere.

Le precise descrizioni delle meditazioni attive di Osho, dell’arte dell’ascolto, del Gibberish, e inoltre di tutte le varie attività dell’Osho Resort di Pune ne fanno anche un regalo ideale per un amico, un collega (…o la mamma!): chiunque si sia chiesto cosa saranno poi queste ‘meditazioni di Osho’ che pratichi e come mai ogni tanto vai in India per andare a Pune. Il testo è in inglese. Su osho.com – sezione Magazine – ne puoi vedere una presentazione di alcune pagine. Per ordinarlo rivolgiti a Oshoba.

 

 

Un esperienza che fa crescere

 

Quasi cinquanta persone che arrivano da tutte le parti del mondo stanno partecipando qui all’Osho Meditation Resort di Pune al Residential Program – un’esperienza di lavoro-studio focalizzata sullo sviluppo della meditazione nella vita di tutti i giorni. Hanno età diverse, dai 18 ai 54 anni – la media è di poco più di trenta – e provengono da culture anche molto diverse fra loro: arrivano dall’India e dalla Lituania, dal Brasile e dalla Finlandia, dall’Italia, da Taiwan, dalla Turchia … dagli  USA, dal Nepal e così via. Svolgono mansioni fra le più diverse, dal Web-design alla conduzione del bar interno, dalla gestione del complesso piscina-sauna-jacuzzi-campi da tennis fino alla traduzione delle parole di Osho … nelle lingue più disparate.

Ma l’iportante non è quello che fanno ma ‘come’ lo fanno: in una situazione dove il ‘fare sbagli’ è considerato una parte necessaria del processo di apprendimento, è più facile rilassarsi; si impara a prendersi le proprie  responsabilità e a portare consapevolezza in attività svolte di solito in modo meccanico; diventa così possibile dare spazio allo sviluppo del proprio potenziale. E in un ambiente davvero multiculturale è più facile confrontarsi con i propri abituali modelli di comportamento, sia nel modo in cui si lavora che in quello in cui ci si relaziona agli altri. All'interno di questo processo ci sono molte possibilità di crescere.

Si può partecipare per un periodo che va dai 3 ai 6 mesi, vivendo e lavorando nel Meditation Resort.

Per informazioni:

www.osho.com/residentialprogram.

 

 

Far Festa

 

Un bel concerto, quello in Buddha Hall, la sera del 21 marzo, con tutta un’ambientazione basata sui ‘colori del suono’: proiezioni di bellisssime imagini in sintonia con la musica, ballerini dai vestiti multicolori, e un nutrito gruppo di musicisti di varie nazionalità che davano davvero un sapore ‘World Music’ ai vari pezzi…  con una stimolante aggiunta di ‘speziato’, visto che siamo in India.

Quasi ogni settimana c’é uno spettacolo serale in Buddha Hall, spesso un concerto tenuto da famosi musicisti indiani, i prossimi (nei giorni in cui sto scrivendo) saranno Ustad Faiyaz Hussein Khan col figlio Izaz, che pur facendo musica classica indiana usano uno strumento ocidentale: il violino. L’occasione è il lungo weekend di Holi (una fra le maggiori festività indiane) …che quest’anno coincide persino con la Pasqua.

  (ritorna al sommario)

 

 

 

Come trattare il trauma

 

Il trauma, in senso generale, non è tanto nell’evento in sé quanto nell’impronta che questo evento ti ha lasciato dentro – nel modo in cui il tuo sistema corpo-mente reagisce – da questa considerazione nasce un nuovo approccio al suo trattamento.

di Kavi

 

 

Generalmente quando udiamo la parola trauma ci vengono in mente immagini e pensieri terribili legati a fatti ed eventi fuori dal normale. Eventi terribili che alterano, inevitabilmente, il normale percorso della vita di un individuo.

E in un certo senso è cosi. Eppure è stato ormai osservato che, anche individui esposti a fatti ritenuti normali possono presentare sintomi e segnali di traumatizzazione. È per esempio il caso di infanti che hanno dovuto essere ospedalizzati per breve tempo per una normale procedura medica e che presentano sintomi di stress post traumatico, stranamente simili a quelli di veterani traumatizzati da eventi di guerra. Come è possibile? Le due cose sembrano estremamente distanti tra loro, addirittura agli opposti. Le nuove ricerche basate su queste osservazioni, hanno sviluppato un concetto del trauma che permette di mettere in luce le dinamiche che avvengono all’interno del sistema nervoso umano quando un individuo viene esposto a un evento che, in qualche modo, sopraffà la sua capacita di tolleranza. La capacita di rispondere all’evento traumatico da uno stato di risorsa (stato di equilibrio e connessione col proprio essere) determinerà il modo in cui l’individuo ne sarà affetto. Diventa chiaro cosi che non esiste una situazione traumatica per se. Naturalmente certi eventi hanno più probabilità di sopraffare il sistema nervoso che non altri, ma se una persona resterà traumatizzata da una certa esperienza o meno, è determinato da vari fattori che riguardano lo stato di risorsa dell’individuo. Grazie a queste osservazioni, lo studio dei fenomeni del trauma si è spostato dal cercare di comprendere, ricordare e superare l’evento a ripristinare l’equilibrio nel sistema nervoso che è stato sopraffatto al momento dell’evento.

Il trauma non è nell’evento, ma nel sistema nervoso.

La nostra avventura nella realtà del trauma comincia qui.

Come il mitico ‘filo di Arianna’ che ha permesso a Teseo di orientarsi nel labirinto, tracciando il percorso offerto dalle sensazioni del corpo possiamo trovare una via di uscita dal labirinto di sintomi che l’individuo traumatizzato presenta. Spesso, infatti, coloro che soffrono gli effetti del trauma presentano una varietà di sintomi che non riescono a essere spiegati e che spesso appaiono scollegati tra loro.

Come vedremo, parte del risultato del trauma è anche un senso di sconnessione e separazione: da se stessi, dagli altri, da parti del nostro corpo e dal mondo spirituale.

Chi è traumatizzato?

Come abbiamo visto, l’effetto che un certo evento ha sul sistema di un individuo determina se il trauma avviene o no. Il fatto che certi eventi siano definiti come traumatici, deriva dal modo in cui l’impatto viene risolto – o meno – e dall’effetto che questo ha sul corpo-mente della persona.

Probabilmente tutti noi abbiamo avuto nella vita, esperienze in cui non siamo riusciti a mettere in atto le nostre risorse o a completare certi meccanismi naturali di difesa. Queste energie rimangono intrappolate all’interno del nostro sistema nervoso, come messaggi di costante pericolo. Il sistema viene mantenuto in allarme rosso e si trova in condizione di iperattivazione, sempre pronto a scattare e ad attivarsi a ogni minimo stimolo di sorpresa.

Quante volte ci siamo trovati a saltare per un improvviso rumore alle nostre spalle? o quando qualcuno ci tocca senza che ce lo aspettiamo? o se un ombra furtiva si muove improvvisamente nell’oscurità? Il cuore batte forte, il respiro si arresta per un istante, ci guardiamo intorno per accertarci di quello che succede e poi, se la sorpresa non è niente di pericoloso, generalmente ci rilassiamo e riprendiamo l’attività che avevamo interrotto.

Nel caso della persona traumatizzata, e tutti lo siamo un po’, questo rilassamento non è mai completo: anche se a livello cosciente si realizza che la sorpresa non rappresenta un pericolo, il sistema nervoso mantiene lo stato di allarme. Questa incapacità del sistema nervoso di rilassarsi si manifesta con un aumento della tensione e un crescendo delle attività di vigilanza, portando l’individuo a sperimentare quelli che sono i sintomi classici derivati dal trauma. Difficoltà ad addormentarsi e disturbi del sonno, stati di ansia, attacchi di panico e senso di irrealtà; questi sono solo alcuni dei segnali derivanti da un sistema nervoso non equilibrato.

La persona cercherà al di fuori di sé i motivi di questi sintomi bizzarri e a volte incomprensibili, proprio come al momento dell’evento traumatico si tenta di identificarne la causa, l’origine del pericolo. L’evento che la persona ha subito, però, appartiene al passato, mentre i sintomi si presentano qui e ora. Sta proprio qui il valore di questo diverso approccio al trauma. Nella risoluzione nel momento presente, degli effetti che la situazione ha forzato sul sistema.

In questo lavoro utilizziamo i nostri strumenti di percezione, di ascolto e di comunicazione per aiutare l’individuo a entrare in contatto con le forze primordiali di orientamento e a completare gli stimoli di difesa che sono stati interrotti. Il percorso pero avviene in modo controllato e sicuro, aiutando la persona a sperimentare le proprie risorse e a fidarsi delle proprie innate capacita di autoregolazione. Ascoltando i messaggi del corpo, recuperiamo la capacita di ricollegarsi all’intelligenza naturale dell’organismo e impariamo nuovamente a rispondere alle situazioni con flessibilità e senso di competenza.

Proprio come Arianna, che donò il filo a Teseo per orientarsi nel labirinto, cosi l’operatore regge in modo saldo e sicuro questo filo dell’esplorazione interna, permettendo al cliente di orientarsi e ritrovare l’uscita una volta sconfitto il mostro.

Nel nostro lavoro uniamo la comprensione del fenomeno trauma con le nostre conoscenze della fisiologia umana. Riusciamo così a percepire i diversi stati che il corpo attraversa nella preparazione e completamento delle risposte al trauma, e possiamo quindi aiutare il completamento e la risoluzione di quelle forze che sono state attivate dalla situazione, grazie al contatto specifico con le risorse del corpo. Questa comunicazione aiuta la persona a ricontattare le proprie risorse e ad affrontare il materiale legato al trauma quando affiora un pezzettino alla volta, con consapevolezza e presenza. La persona non viene invitata a rivivere la situazione traumatica in cui ha subito una sconfitta molto profonda, non viene nemmeno invitata a esplodere emotivamente perdendo il controllo di sé e sperimentando nuovamente il senso di essere sopraffatta. Il materiale che emerge viene esplorato attraverso il senso di percezione che si riferisce alle sensazioni del corpo e elaborato e reintegrato un dettaglio alla volta, in modo che possa essere tollerato dal corpo-mente. Questo permette all’individuo di metabolizzare l’esperienza e ricondurla al livello di tolleranza. Il sistema nervoso può completare gli stimoli di orientamento e difesa e la persona sperimenta un senso di capacita: la capacita di rispondere appropriatamente agli stimoli esterni e alle sensazioni interiori e la capacità del suo sistema di entrare in tensione ma anche di rilassarsi.

Quando sperimentiamo una situazione di terrore, letteralmente ci sentiamo gelare dalla paura. E questo è proprio quello che succede. Il sistema si congela nel terrore impedendo il normale flusso di attivazione e scarica. Grazie a questo approccio, quel congelamento può cominciare a sciogliersi permettendo alla persona di tornare a muoversi nel fiume della vita con flessibilità e l’abilità di rispondere alle sorprese che essa porta in modo sempre nuovo e fresco, non dettato dal dolore e dalla paura del passato.

 

 

 

Viene definito traumatico un evento che avviene troppo velocemente, troppo presto o semplicemente "troppo". In questa situazione non abbiamo tempo di avere l'orientamento necessario per passare all'azione, e spesso l'azione stessa di fuggire o difendersi, non può essere completata.

 

 

 

Una corrente sotterranea di benessere

 

 

Bhadrena e Kavi hanno reso questo nuovo approccio al trauma (che prende spunto dal lavoro di Peter Levine ed altri) parte integrante dei Training di Cranio Sacral Balancing che tengono alla Multiversity di Pune e nel resto del mondo – maggiori informazioni in rete su osho.com e su www.craniosacralbalancing.com

 

Bhadrena: Invece di focalizzarsi su cosa sia ‘andato male’ con il corpo ora stiamo invece dando molta più importanza a quello che è sano. È la forza vitale l’elemento sano. In un corpo sano è molto forte. In un corpo sofferente è meno forte. Ma è sempre presente.

 

OT: Così vi state concentrando più su salute che sulla malattia?

 

Bhadrena: È questo, effettivamente, il nuovo concetto ora alla base di ciò che facciamo: cooperare con la salute che è già al lavoro.

 

Kavi: Ogni volta che ci sono tensioni, problemi, limiti nel sistema abbiamo chiaro che esiste una fondamentale corrente sotterranea di salute alla quale si può accedere per integrarla nel processo guarigione.

 

Da un’intervista in occasione del training Cranio Sacral Balancing tenuto a Pune agli inizi del 2002. Sempre sul bilanciamento craniosacrale vedi anche OTI aprile 99

 

 

 

Alla base del lavoro cranio-sacrale

 

 

C’è uno stato di quiete che sottende tutte le manifestazioni e i movimenti del corpo.

Questo stato di quiete è la chiave di ciò che il Dr. William Sutherland, il padre dell’approccio craniosacrale, provava a trasmettere. Una sua frase tipica era: “Permetti alla funzione fisiologica di manifestare la propria potenza intrinseca piuttosto che usare l’applicazione di forza cieca dall’esterno”.

Questo è diventato un principio chiave anche nel nostro lavoro. Lo sviluppo dell’abilità di ‘ascoltare’ con le nostre mani ci ha portato ad apprezzare quello stato di quiete come il terreno per il manifestarsi dei movimenti sottili del sistema craniosacrale.

Questi movimenti originano realmente da uno stato di quiete, stato che viene anche visto come uno stato di risorsa molto profondo dove risiedono l’equilibrio e la connessione con la totalità dell’essere. Quando si trova in uno stato di risorsa, il sistema craniosacrale esprime la vitalità dell’organismo in modo armonioso e con una organizzazione molto precisa.

Questa organizzazione può essere intesa come la forza vitale dell’individuo.

 

Da un articolo di Bhadrena e Kavi apparso su Re Nudo.

  (ritorna al sommario)

 

 

 

Sciamanesimo

l'essenza della anima pagana

 

Nascosta dentro ognuno di noi – specialmente negli italiani, puntualizza Osho più volte – c’è un’anima pagana, che risale a tanto tempo fa, quando la nostra vita era più semplice, meno “mentale”, più a contatto con il nostro corpo e la natura… e meno soggetta al ritmo impostoci dalle macchine.

 

 

“ …erano semplicemente pagani: amavano la vita, godevano della vita. Non avevano alcuna idea di paradiso o inferno. Questa terra era abbastanza per loro, questa vita era totalmente appagante: vivevano momento per momento. In effetti non avevano la concezione del calendario e del tempo, perché non avevano orologi… non sapevano quando l’anno finiva né quando iniziava; non sapevano quanti giorni ci sono in una settimana, quanti in un mese, e quanti mesi ci sono in un anno. Tutte queste cose sono arrivate molto dopo. …queste popolazioni originarie erano le più felici. Vivevano semplicemente – senza timori e senza avidità. Amavano la natura… era tutto misterioso, un miracolo: ancora un’alba e loro danzavano; un’altra luna piena e loro ballavano per tutta la notte, in totale abbandono. Non avevano dio e non avevano manicomi; non avevano né preti né psicanalisti. Non avevano mai sentito parlare di buddha, e tuttavia erano tutti dei buddha. Ma dei buddha molto naturali, non costruivano teorie a questo proposito, e così non hanno mai usato termini come ‘inesprimibile, inspiegabile, l’esistenza divina, la natura dell’essere, il buddha... ‘. Tutte queste assurdità vennero in seguito!”. 1

Così ce li descrive Osho, che parla anche di come le religioni organizzate abbiano cercato di distruggere tutta questa cultura – bisogna combattere le ‘superstizioni’ dei pagani, dicevano.

Ma molto è sopravvissuto fino ai nostri giorni, soprattutto in popolazioni con forti radici nel passato, rimaste ai margini della civilizzazione occidentale. È proprio lì che può attingere chi ai nostri giorni vuole sperimentare una visione della vita – al tempo stesso tradizionale e nuova – che non pone l’uomo separato dalla natura (né tanto meno antagonista e dominatore), che propone pratiche naturali e armoniose di benessere, fino ad arrivare ad un’esperienza – e a un recupero – delle nostre radici interiori che ci permetta di andare oltre, di fiorire verso il cielo. Ed è proprio qui, al di fuori di letture folcloristiche, il senso del lavoro sciamanico. Lo sciamano, l’uomo – o la donna – di sapere, di ‘medicina’ di visione, può rivivere ancora dentro ognuno di noi.

Nelle pagine seguenti presentiamo l’esperienza di due sciamani occidentali, con alcune puntualizzazioni di Osho sull’argomento in generale.

 

1 tratto da: Osho, Celebrate Myself: God Is No Where, Life Is Now Here #7

  (ritorna al sommario)

 

 

La via dello sciamano

 

La via dello sciamano enfatizza l’autostima, l’autorità interiore, il potere delle intenzioni e della comunicazione nel dirigere l’energia verso propositi positivi: lo sciamano è così un esperto nel sciogliere blocchi fisici, emozionali e mentali, usando il potere dell’energia per dissipare ogni tipo di stress fisico, emozionale e mentale e rompere con stati limitativi e credenze, aumentando in questo modo la prosperità individuale e collettiva, instillando fiducia nelle proprie capacità e rompendo con schemi di credenze limitativi e restrittivi rispetto a se stessi e ai propri talenti; la base di questo è il ricordare continuamente la propria connessione con il divino – l’unione con il tutto.

di Anatta

 

Anatta Agiman è direttrice di Osho Gautama Multiversity.

Pratica le meditazioni di Osho dal 1978. Certificata quale Maestra di Meditazione presso RIMU Oregon. Ha completato l’Humaniversity Therapist Training.

Ha creato la Osho Shamanic School,e anche la Scuola di Massaggio e Arti del Benessere. Da più di venti anni tiene corsi e training in diverse aree: corpo, emozioni, potere, relazioni, sciamanesimo e guarigione energetica, meditazione.

È autrice del libro “La Porta sull’Invisibile”– Sperling e Kupfer.

 

 

Lo sciamano tradizionalmente insegna aiutando gli altri a scoprire il proprio potere sacro interiore, a cambiare la propria vita, a essere flessibili, a sentirsi a proprio agio con il cambiamento e con l’imprevedibilità degli eventi, a dirigersi in direzioni positive, a sentirsi liberi di esplorare nuovi mezzi e metodi per affrontare la vita. Questi implica anche l’espandersi in nuovi territori della coscienza, sapendo che il ‘sapere’, la consapevolezza è l’unica via che può aiutare realmente nella trasformazione, nella  guarigione. Quanto più una persona possiede un’intima conoscenza su come le cose vanno realmente e su come è possibile trasformare la propria realtà, tanto più la sua vita sarà bilanciata e sana, sia da un punto di vista fisico che mentale. Ed è importante ribadire come la sacralità del sapere consista non nella sua riservatezza o segretezza, ma nella condivisione: più persone sanno, meno saranno possibili gli abusi del ‘potere della conoscenza’.

 

“Lo Sciamanesimo è la Saggezza del Vecchio e l’Innocenza del Bambino, è il Sacro ed il Profano.

È la Danza che possiede, movimento istintivo, naturale.

L’unico rigore è quello del cuore, guarigione che passa attraverso l’Amore. È risata che sorge dall’aver ritrovato le proprie radici.

Risata che nasce dalle viscere della Terra per innalzarsi in un Mantra verso la vastità del Cielo.

È armonia, riconnessione, amore per la Terra, per l’Uomo, per Dio.

Rispetto, estasi, alchimia, trasformazione. È ritrovarsi insieme attorno al Fuoco Sacro della vita per celebrarla, onorarla e venerarla”.

 

Mi fa piacere poter scrivere alcune cose sullo sciamanesimo: è un tipo di lavoro che ho intrapreso qualche anno fa e che a me ha dato molte soddisfazioni e nuove aperture e sono sempre contenta di poterlo condividere. Anche perché la semplicità e la naturalezza degli insegnamenti sciamanici  si riallacciano molto bene al mio percorso spirituale con Osho, che mi ha sempre indicato - attraverso il suo amore e compassione - che l’unica guarigione possibile a tutti i mali del mondo è attraverso l’amore.

I sentimenti che sempre più emergono nella nostra epoca sono la paura, l’angoscia, la rabbia, il dolore, l’isolamento e l’alienazione. Pochissimo spazio è stato lasciato alla gioia, al piacere, alla celebrazione… e soprattutto all’amore.

È bene lasciar andare le paure, poiché queste ci separano dalla creatività e dall’amore, e ci conducono all’isolamento, alla depressione e alla malattia. L’essere umano non può vivere senza la natura, separato e al di fuori dai suoi ritmi, così come la natura è correlata con tutto ciò che la circonda, compreso l’uomo.

È in questo contesto che l’insegnamento sciamanico si deve proporre oggi come atto terapeutico e pratica spirituale insieme, come forma di conoscenza, strumento della coscienza, attraverso un processo di guarigione olistica all’interno della quale saggezza e antiche tradizioni si rincontrano con la scienza, con una visione non meccanicistica della medicina e con l’attuale terapia umanistica.

È proprio in un’epoca come questa, così piena di conflitti e attraversata da un diffuso malessere generale, che l’essere umano ha bisogno di trovare il sentiero che lo riporti a casa, dentro se stesso. Lo sciamanesimo è un atto di riconoscimento e di rispetto dell’esperienza unitaria ed integrale dell’essere, dove non esiste più separazione tra mente e corpo, materia e spirito, in una dimensione che permette l’accesso a quegli spazi dove è consentito all’anima di cogliere ogni fenomeno nella sua pienezza, mistero e magia. È un viaggio negli strati più profondi della coscienza, un’esperienza interiore e spirituale, attingendo proprio agli insegnamenti dei popoli antichi che riconducevano ogni gesto quotidiano a una sorta di rituale: una gestualità ricca di significato, rispetto e riverenza verso la vita. Entrare nel mondo dello sciamano è come intraprendere una ricerca interiore che travalica il semplice ambito della magia e della superstizione; è un viaggio per percepire, penetrare e sperimentare realtà non ordinarie, incorporarle nella nostra realtà quotidiana, rendendo ordinario lo straordinario e straordinario l’ordinario. È possibile quindi considerare lo sciamanesimo come una scienza che riconduce a considerare noi stessi come parte integrante del Tutto: ci può insegnare a comprendere più profondamente le origini e il significato di malessere e guarigione, e ci spinge a imparare l’uso di metodi naturali di benessere, che possono accompagnare la medicina tradizionale, ritrovando amore e rispetto per noi stessi, il proprio corpo e la natura. Nello sciamanesimo l’essere umano è rispettato all’interno di una visione olistica che riporta all’integrità, all’armonia e all’amore.

Tra le funzioni tradizionali dello sciamano, forse la più importante era quella del ‘guaritore’. Ma il significato che veniva attribuito a questa parola era molto diverso da quello che gli viene dato oggi.

Per noi guarigione ora significa ‘recuperare la salute’, mentre all’interno di certe culture antiche si era più focalizzati sul come ‘rimanere in salute’, accrescendo la capacità  di mantenerci in questo stato, attraverso l’armonia ed il rispetto della natura e dei suoi ritmi. Per lo sciamano infatti le persone che si ammalano hanno in qualche modo interferito con il processo naturale del fluire energetico: la malattia – in questo ‘sapere’ molto intuitivo e istintivo – è uno stato alterato di salute, un sintomo che qualcosa non funziona a livello di ‘anima’.

Secondo la teoria sciamanica - soprattutto dei kahuna hawayani - il corpo fisico è una creazione del pensiero divino: più siamo connessi e in armonia con il Pensiero Intelligente - il Grande Spirito - più siamo naturalmente sani. Quando questa connessione si spezza, ci ammaliamo. Per prima cosa dobbiamo quindi comprendere che il godere di buona salute implica l’essere integri, in armonia tra corpo, mente, emozioni, spirito e natura.

In caso di malattia, infatti, lo sciamano si rivolge più alla parte energetica-animistica della persona, cercando di riportare equilibrio in uno stato disarmonico e cercando di entrare in contatto e in sintonia con le energie sottili dell’essere umano, per ‘vedere’ dove si è interrotto il flusso energetico, cercando di intervenire sull’origine del male, più che sull’effetto. Infatti una delle forme di guarigione di origine sciamanica avviene per “estrazione”, dove si estrae il male dal corpo, attraverso rituali di purificazione e liberazione da energie negative - ‘gli spiriti maligni’ - che ci hanno privato della nostra integrità e ci tengono separati dal Tutto.

Nel senso attuale della medicina e terapia moderne, essi vengono rappresentati come i nostri pensieri negativi, emozioni represse o esperienze traumatiche, soffocate e dimenticate nell’inconscio. I nostri fantasmi interiori, i demoni con cui ci troviamo a confrontarci ogni giorno e che hanno preso una forma reale, concreta, incidendo nelle nostre scelte quotidiane e conducendoci - nei casi estremi - a privarci della nostra energia vitale e quindi anche a un profondo malessere psicofisico.

Come dice Lowen: “...da questo punto di vista noi terapeuti siamo come lo stregone e i nostri metodi hanno molto in comune con i suoi. Lo stregone riconosceva che gli spiriti maligni sono sentimenti malsani (ostilità e malanimo) e che questi possono rendere malata una persona. Far venire alla luce questi sentimenti e scaricarli attraverso i riti dello sciamano liberava l’individuo e la comunità da una forza negativa che aveva turbato il loro benessere. In quanto terapeuti noi tentiamo di fare la stessa cosa…”1

Nello sciamanesimo tutto ciò che esiste ha un’anima. Non c’è separazione tra organico ed inorganico, tra materiale e spirituale: tutte le realtà vivono simultaneamente in piani di coscienza differenti, con una propria consapevolezza e con vibrazioni differenti da una forma all’altra, ma non per questo di minor rispetto e valore. Questo è il motivo principale del perché tutte le manifestazioni dell’esistenza vengono riconosciute e rispettate quali emanazioni del Grande Spirito, del Tutto, del Divino, che è dentro di noi e permea tutto il Creato.

Lo sciamano si pone quindi come un ponte tra il visibile e l’invisibile per aiutare gli altri a riscoprire e utilizzare il loro potere sacro, interiore: i nostri malesseri hanno principalmente origine dentro di noi, ci accadono perché non ‘siamo presenti, qui e ora, non ci stiamo ascoltando’. La maggior parte delle volte ci perdiamo di vista e tutto quello che avremmo bisogno di fare è semplicemente ritrovare il sentiero che ci riporta a casa, dentro noi stessi. La guarigione assume così un aspetto di risveglio delle energie dell’individuo, un atto di amore e di cura verso se stessi e l’ambiente che ci circonda.

Le antiche pratiche curative degli sciamani hawaya – ad esempio –  chiamati appunto Kahuna ‘i custodi del segreto, del sapere’, si basavano sull’accezione che esistono quattro principali approcci, che agiscono a differenti livelli.

Il primo è il livello della realtà fisica, del mondo materiale, il secondo fa parte dell’esperienza emozionale e sensoriale, il terzo di quella psichica- mentale ed il quarto appartiene all’esperienza spirituale. Secondo questi insegnamenti, non esiste separazione tra questi quattro livelli, in quanto noi esseri umani abbiamo la possibilità di conoscere i differenti piani di realtà che ci circondano e di cui siamo composti e, semplicemente scegliendo dove porre maggiormente la nostra attenzione, possiamo accedere a questi differenti livelli, ognuno dei quali può aprirci a nuove esperienze e possibilità.

La cosa che mi ha sempre affascinato di più nell’esperienza sciamanica è appunto questo intervenire sull’energia complessiva, sull’insieme della persona, facendo in modo che si appropri nuovamente del suo potere vitale, della sua capacità di sviluppare nuovi potenziali, rafforzando così la fiducia in se stessa.

Se stai male con te stesso e non sei felice, diventi stressato, frustrato, arrabbiato e di conseguenza ti ammali. Se stai bene, sei contento e soddisfatto della tua vita e ti prendi cura giorno per giorno del tuo essere in modo completo e armonioso, sei in salute.

 

1 Tratto da: A. Lowen “Paura di Vivere” - Ed Astrolabio

 

 

MALATTIA     =     MAL-ESSERE

SALUTE        =     BEN-ESSERE

 

 

 

Per una medicina olistica

 

 

Ma l'uomo non è una macchina; l'uomo è un'unità organica, e non richiede solo cure per le parti malate. La parte malata è solo un sintomo: rivela che l'intero organismo sta vivendo delle difficoltà. La parte malata lo rivela semplicemente perché è la parte più debole.

Si cura quella parte, e si ha successo... ma poi, la malattia compare da qualche altra parte. Hai solo impedito alla malattia di esprimersi nel primo punto, rafforzandola. Non capisci che l'uomo è una globalità: egli è malato, oppure è sano, non esiste una situazione intermedia. Pertanto, dovrebbe essere preso in considerazione come intero organismo.

E una differenza che va compresa: quando consideri l'uomo come fosse una macchina, ne hai una visione parziale. Se ha male alla mano, curi semplicemente la mano; non ti preoccupi dell'intero organismo di cui la mano è solo una parte.

La prospettiva meccanica è parziale. Ha successo, ma non è un successo reale, perché la stessa malattia, repressa nella mano con un medicinale, con un intervento chirurgico, o con qualsiasi altra cosa, inizierà a manifestarsi altrove, in forma aggravata.

Ragion per cui, la medicina ha avuto un enorme sviluppo... ma l'uomo soffre di malattie sempre più gravi, e sempre nuove, oggi più che mai!

L'uomo deve riprendere in considerazione tutte le tradizioni, tutte le diverse fonti: tutti gli elementi disponibili devono essere riconsiderati. Si deve sviluppare un approccio medico completamente diverso, ...

La salute non dovrebbe essere definita in maniera negativa: sei sano perché non hai malattie. L'essere umano deve essere accettato nella sua totalità.

Tutti i diversi metodi usati nel mondo, dovrebbero essere portati a una sintesi, non messi in conflitto tra di loro. Ora come ora, funzionano come se fossero l'uno contro l'altro. Dovrebbero essere raccolti in una sintesi. Tale sintesi darà una visione migliore dell'uomo e fornirà agli esseri umani una vita migliore.

La medicina deve avere un orientamento completamente nuovo. Oggi è possibile, perché siamo a conoscenza di tutto ciò che è accaduto nel mondo intero; occorre solo non avere uno spirito pregiudiziale di fondo.

 

TRATTO DA: Osho, Dalla Medicazione alla Meditazione - RED Ed.

 

 

 

La vera salute

 

 

La vera salute è dentro di te, da qualche parte, nella tua soggettività, nella tua consapevolezza; poiché la consapevolezza non conosce nascita, né morte. E eterna. Ed essere sani nella consapevolezza vuoi dire, prima di tutto, essere svegli; in secondo luogo, essere in armonia; terzo, essere estatici; quarto, essere compassionevoli.

Se si adempiono queste quattro condizioni, si è sani interiormente... Tutte le tecniche di meditazione non sono altro che metodi per renderti più cosciente, espedienti per spingerti fuori dal tuo sonno metafisico... mentre la danza, il canto, la gioia, possono renderti più armonioso. Esiste un momento in cui colui che danza scompare e rimane solo la danza. In quel-la dimensione rarissima, si percepisce l'armonia. La stessa cosa accade con il canto: quando colui che canta viene completamente dimenticato e rimane solo il canto, allorché non esiste più un centro che opera in quanto "io" (l'io è assolutamente assente) e tu sei in un flusso, allora quel-la consapevolezza fluida è armonia.

Ed essere svegli e in armonia crea l'opportunità per l'avvento dell'estasi. L'estasi è la gioia assoluta, inesprimibile; nessuna parola è in grado di darne un senso qualsiasi. E quando si consegue l'e-stasi, quando si è giunti a conoscere la suprema vetta della gioia, come conseguenza nasce la compassione.

Questi sono i quattro pilastri della salute interiore. Conseguili! E un tuo diritto naturale, lo devi solo rivendicare.

 

TRATTO DA: Osho, Dalla Medicazione alla Meditazione - RED Ed.

 

 

 

Ricordando l’origine

 

Il lavoro sciamanico è presente anche nella Multiversity di Pune – oltre che con sedute individuali e i training di ‘Shamanic Energy Work’ – con gruppi regolari e frequenti di ‘Remembering the Source’, ecco come ne parla la conduttrice, Ananta:

“`È un modo giocoso di entrare nella magia e nel mistero della propria realtà energetica individuale.

Di guardare se stessi in modo nuovo e spontaneo, per andare oltre l’immagine conosciuta della propria personalità, verso la vera natura del proprio essere. Ci si riconnette con la fonte della vita (l’energia) al nostro interno, si scopre come l’energia universale della vita si manifesti come il nostro campo di energia, o aura. Attraverso opportune meditazioni e speciali rituali si possono avvertire le differenti vibrazioni dei corpi di energia che formano questo campo energetico e si trovano i modi per introdurre equilibrio e armonia nella vostra vita quotidiana. Esplorando l’energia ci si ricorda il linguaggio ormai dimenticato della nostra sensibilità,

si aumenta la percezione della nostra energia e ci si rimette in contatto con l’intuizione, la nostra guida interiore. Questo corso è un invito a sperimentare che siamo tutti parte di un grande mistero chiamato ‘vita’, sentirsene separati è solo un’illusione: siamo già a casa. Esplorare noi stessi come fenomeno di questa energia e portare consapevolezza al continuo movimento della vita dentro di noi – percezioni, sensazioni, emozioni, pensieri - rende molto facile andare ancora più in profondità nella meditazione, nel testimoniare”.

 

Per maggiori informazioni e per le date vedi www.osho.com

  (ritorna al sommario)

 

 

 

La via Naturale

 

Lo Sciamanesimo è l’antico cammino verso l’estasi interiore – il più antico dei sentieri – ed è esistito, in forme differenti, in ogni cultura: è una via interiore che ti rivela i misteri man mano che ti addentri nel tuo lato oscuro, portandovi luce e consapevolezza. Apurva, uno sciamano dei nostri giorni, ci parla qui della sua esperienza.

 

 

Mi sono trovato subito a mio agio quando ho cominciato a praticare questa via spirituale e di guarigione. Non ci sono dogmi, non ci sono strutture, niente e nessuno a cui demandare la propria responsabilità, solo ed unicamente un’esperienza diretta della propria natura e della propria multidimensionalità. Personalmente mi ha trasformato profondamente, ancor oggi è la forma più spontanea di ‘guarigione’ che pratico: nella sua dolcezza e nella sua durezza, lo sciamanesimo mi aiuta a sanare la separazione dall’universo che è in me.

Rappresenta la possibilità di sperimentare in modo semplice e naturale la completezza spirituale e il silenzio. Il contatto con la natura ed il ricollocarmi nella giusta posizione all’interno di essa, ridimensiona il mio ego, mi insegna il rispetto per le differenti forme viventi che abitano, come noi, questo bellissimo pianeta, mi riconcilia con il mio bambino magico – la mia parte innocente, aperta e creativa, quell’aspetto di me in grado di vedere la magia della vita, dei colori, degli spiriti; l’innocenza che dischiude l’invisibile ai miei sensi. Infatti, con lo sciamanesimo ho imparato a ‘vedere’ con i miei sensi, ad ascoltare il vento, guardare il cielo stellato, sentire la terra sotto i miei piedi, a considerarla una madre che dona, sostiene e nutre, sapendo che il corpo con cui sono presente in questa dimensione fisica proviene da lei… e un giorno a lei tornerà. Lo sciamanesimo è oggi per me uno stile di vita, un modo di percepire la realtà, un includere piuttosto che escludere e questo indipendentemente dall’ambiente in cui mi trovo, sia in un contesto urbano che nella natura. Mi ha permesso di avvicinarmi al silenzio ed alla meditazione in un modo più affine a me. Ho riscoperto le radici di una forma di spiritualità che ha ancora echi nei luoghi dove vivo, anche se per rendermi conto di ciò ho dovuto viaggiare lontano – totalmente al di fuori dalle rotte turistiche – tornando a casa talvolta con scottature, escoriazioni… e tanta, tanta fatica, come quando, seguendo uno sciamano andino, abbiamo percorso l’Inca trail: giorni e giorni di cammino sulle Ande, a oltre 4.000 metri d’altitudine.

La forma di sciamanesimo che noi utilizziamo è molto semplice e ha una regola fondamentale che è il praticare, praticare ed ancora praticare. Questo è l’unico modo per conoscere e sperimentare direttamente, e per ricreare una diretta connessione con la propria spiritualità. Solo così, con intenzione e fiducia si arriva a un’esperienza diretta della nostra interiorità, scoprendo il lato misterioso dell’esistenza, le sue più recondite sfumature, la magia della vita.

 

I nostri antenati ci hanno tramandato alcune delle pratiche che, tutt’oggi, usiamo nel lavoro sciamanico, richiamandoci agli Energizzatori.

Anticamente il cerchio interno degli adoratori della Grande Madre, e di tutte le sue forme viventi, in piena epoca matriarcale, basata cioè sulla totalità dei valori del femminile. Erano donne e uomini che attraverso il diretto contatto con lo Spirito raggiungevano uno stato estatico di totalità; la loro vitalità, la loro bellezza e innocenza, la loro passione selvaggia, servivano per trascinare, coinvolgere, rivitalizzare e guarire gli altri componenti del gruppo. Essi si servivano di strumenti come la danza, il ritmo del tamburo e specifici rituali, per entrare nello stato naturale di trance, alla ricerca della visione, della guarigione per sé e per gli altri, dell’estasi interiore.

La semplicità dei rituali e l’ordinarietà degli ‘strumenti di potere’ stupiscono, talvolta, l’uomo e la donna occidentali, che hanno perso il senso dell’essenziale e l’innocenza; un ego troppo rigido, sofisticato, superficiale e scettico, di sicuro non permette di entrare a fondo nelle esperienze e negli stati di percezione espansa a cui le pratiche sciamaniche danno accesso. Alcuni, invece, le sperimentano da subito, con estrema naturalezza… magia, innocenza, comprensione: nelle memorie delle nostre ossa – e in una parte del nostro cervello – sono immagazzinati ricordi, percezioni e sensazioni che risalgono alle nostre origini; attraverso questo tipo di lavoro è possibile ristimolarle, riportarle a galla, accedendo a esperienze di multidimensionalità che possiamo tradurre in intuizioni, visioni, nuove chiarezze… sogni esplicativi, incontri con spiriti animali, guide spirituali, e così via.

Le pratiche che vengono sperimentate sono diverse: tra le più conosciute la Trance Dance, dove la danza libera e selvaggia al suono dei tamburi viene usata come chiave d’accesso a uno stato di trance estremamente semplice e naturale. I danzatori danzano a lungo, trascendendo il loro ego, la loro forma fisica e divenendo la danza stessa: quando questo avviene il danzatore fa esperienza di una dimensione non ordinaria, nella quale, attraverso la visione, può ricevere messaggi e importanti indicazioni. D’altra parte la danza come forma di guarigione e di contatto con il divino è presente, da sempre, in ogni cultura del pianeta: la ritroviamo anche in Italia con le Tarantelle pugliesi e calabresi.

Altri rituali sono la Via della Luna – dove si usa il massaggio come forma di guarigione, per ritornare in contatto col proprio corpo e riscoprire le nostre qualità femminili: cura, nutrimento e servizio – i Riti di Passaggio – dove inizio e completamento delle diverse fasi della vita sono riviste in sintonia con i ritmi della natura, rendendo possibile l’evoluzione della coscienza individuale e collettiva – e la Caccia all’Anima, dove lo sciamano diventa uno strumento di guarigione, riportando a casa parti d’anima ‘perse’ in conseguenza a shock – fisici, emotivi, mentali e spirituali – che hanno tolto alla persona integrità e vitalità.

Il modo di approcciare l’esistenza e la guarigione nel mondo degli Energizzatori è chiaramente molto differente da quello occidentale: la guarigione avviene a ogni livello, poiché non si procede attraverso l’io ma attraverso il noi; l’uomo è aperto allo Spirito, solo così ne può diventare suo strumento. Alcuni possono intendere queste pratiche come qualcosa d’esoterico – oppure un prodotto new age, da consumare durante i week-end, o un qualcosa d’esclusivo, per pochi eletti – ma nella mia esperienza personale tutto ciò è una potente via del reale, del naturale, atta a eliminare la separazione e i ‘buchi’ interiori che tutti noi percepiamo in momenti differenti della nostra vita.

È importante sperimentare questo tipo di lavoro completamente immersi nella natura – come si fa durante i ritiri – e soprattutto durante la notte, quando l’oscurità avvolge il bosco – lo sciamano, tradizionalmente, è colui che ‘vede’ nel buio! – e tutto acquista un fascino che solo la natura può dare.

Praticare sciamanesimo significa anche darsi attivamente da fare nella salvaguardia e nel mantenimento della natura. È importante, ad esempio, chiedersi sempre da dove vengono i prodotti alimentari che arrivano sulla nostra tavola e finiscono poi a far parte di noi stessi… anche questo è sciamanesimo! Per quanto mi riguarda il contatto con la natura è uno dei fattori più importanti, la mia esperienza personale nei viaggi compiuti in Amazzonia, Guatemala, Perù e Belize è stata molto importante perché mi ha permesso di ricreare una fortissima connessione con la natura: un impatto interiore molto profondo, paragonabile quasi al mio incontro con Osho e alla scoperta delle sue meditazioni. Le esperienze fatte durante i viaggi mi hanno permesso di assorbire l’energia vibrante e selvaggia della foresta, di risvegliare memorie e facoltà assopite, di imparare metodi e cure naturali.

La mia antica connessione con questo mondo continua a darmi la possibilità di crescere attraverso l’esperienza di lavoro con la gente, attraverso i contatti e gli scambi che continuo a mantenere con insegnanti, guaritori e medici che lavorano in questo campo; arricchendo sempre di più la mia vita anche attraverso l’espressione musicale: creo ritmi e musiche ispirati alle mie esperienze dirette con queste pratiche.

I nostri antenati non avevano bisogno di costruire templi, né chiese – di organizzare religioni, di creare teorie – aprivano semplicemente il loro cuore alla natura: l’intuizione e la connessione con l’esistenza permetteva loro di sentire il sussurro del vento – e le voci che esso porta con sé – e lo scoppiettio del fuoco vivo e vitale, di fondersi con la pioggia e di volare con le nuvole; cosicché le loro preghiere prendevano il sapore dell’innocenza e del rispetto per ogni forma di vita.

Ma questa non è solo poesia, ma una vera e propria ‘via del reale’, perché la natura fornisce all’essere umano sensibile e intuitivo ogni risposta, fornisce radici profonde e stabili, fornisce potere saggezza e forza… e noi siamo natura.

 

 

 

 

Tutte superstizioni ?

 

 

Si fa presto a definire superstizione ciò in cui credono gli altri… e soprattutto non accorgersi che molte cose la cui verità diamo per scontata non sono altro che le nostre superstizioni

 

 

Esistono molti tipi di superstizione, e quella dell’uomo ‘istruito’ è più pericolosa di quella dell’ignorante, perché egli non considera tale la sua superstizione. Per lui è il risultato di una grande riflessione.

Definire qualcosa una superstizione senza adeguate ricerche equivale a crearne una ancora più grande, ed è indice di una mente molto superstiziosa. Tu ritieni che chi crede ai fantasmi e agli spiriti maligni sia superstizioso, mentre tu che non ci credi ti senti molto intelligente. La domanda è: che cos’è superstizione? Chi crede ai fantasmi, senza aver indagato il fenomeno, è superstizioso; ma anche chi non ci crede, senza averlo indagato, potrebbe essere superstizioso. Superstizione vuol dire credere in qualcosa senza sapere se sia vera. Solo perché qualcuno ha delle credenze contrarie alle tue non vuol dire che sia superstizioso. Un credente in dio può essere ingenuo tanto quanto un non credente.

È bene comprendere la definizione di superstizione. Significa questo: credere ciecamente in qualcosa, senza verifiche. I russi sono atei superstiziosi e gli indiani teisti superstiziosi: entrambi sono vittime di una fede cieca. I russi non si sono mai preoccupati di accertare l’inesistenza di dio per poi avere un credo conseguente, né gli indiani di dimostrarne l’esistenza prima di riporre la loro fede in lui. Quindi, non fare l’errore di credere che solo i teisti siano superstiziosi, perché anche gli atei hanno le loro superstizioni. E la cosa strana è che esiste anche una superstizione scientifica. Sembra contraddittorio: come può esistere una superstizione scientifica? 1

Se hai studiato geometria, avrai incontrato la definizione di Euclide secondo cui una linea ha lunghezza ma non spessore. Ebbene, cosa può essere più superstizioso di questo? Non è mai esistita una linea senza spessore. Ai bambini viene insegnato che un punto non ha larghezza né lunghezza, e anche i maggiori scienziati lavorano in base a questo postulato. Può mai esistere un punto senza lunghezza né larghezza?

Da un punto di vista scientifico crediamo che siano vere migliaia di cose che in realtà, sono solo superstizioni. Anche gli scienziati sono superstiziosi e mentre le superstizioni religiose stanno scomparendo, quelle scientifiche sono in aumento.

Io sono assolutamente contrario alla superstizione. Tutti i tipi di superstizione vanno distrutti; ma questo non significa che io faccia della distruzione una superstizione. Non vuol dire che qualcuno debba andare in giro a distruggere qualcosa, senza averla compresa, o che debba smantellare qualcosa, senza la dovuta considerazione. Una simile azione arbitraria diventerebbe un’altra superstizione.

Ogni epoca ha le sue superstizioni. Ricorda, le superstizioni hanno anche le loro mode. In ogni epoca assumono un aspetto diverso. L’uomo non abbandona mai le sue superstizioni, si limita a sostituire le vecchie con le nuove; le altera e le modifica. Di questo purtroppo non ci accorgiamo mai.

 

 

...dobbiamo capire esattamente cosa sia una superstizione. Superstizione vuoi dire: credere in una cosa senza conoscerla. Noi accettiamo e rifiutiamo molte cose senza saperne nulla: questa è superstizione. 1

 

 

Ti sorprenderà sapere che quando un sadhu, un mendicante che ricerca il divino, un semplice uomo di villaggio, senza alcuna conoscenza medica, dà in nome di dio un pizzico di cenere a un malato, diciamo che è superstizione. Tuttavia funziona, e la gente viene curata come può farlo un trattamento allopatico. È molto interessante: la proporzione di malati curati è la stessa. E per capire ciò che accade, vengono condotti in questo ambito molti esperimenti. In un ospedale di Londra è stato effettuato un esperimento unico. Un centinaio di pazienti con lo stesso tipo di malattia è stato diviso in due gruppi. A cinquanta di essi vennero fatte iniezioni col farmaco comunemente usato, mentre ad altri cinquanta venne iniettata acqua. La cosa sorprendente è che in entrambi i casi guarì la stessa percentuale di persone. Da qui l’interrogativo: cos’era successo?

Di fronte a questi risultati, fu necessario esaminare la cosa più da vicino. Si scoprì che la sensazione che la medicina venisse somministrata funzionava più della medicina stessa. Più sondiamo la psiche umana, più diventa chiaro che le malattie esistono in un luogo imprecisato della mente. E finché vi resteranno, le pseudocure continueranno a esistere. Per questo non mi interessa tanto cancellare quei vecchi metodi, quanto mettere una fine alle malattie presenti nella mente umana. Se le malattie scomparissero dalla mente dell’uomo, e la sua consapevolezza si risvegliasse, permettendogli di comprendere, non sarebbe più circondato da problemi così fastidiosi.

Il problema autentico è risvegliare nell’individuo quel tanto di consapevolezza capace di generare in lui il desiderio di divenire libero, intelligente, autorealizzato e pienamente consapevole. Se si riuscisse a ridurre la tendenza a vivere ciecamente – a diventare un seguace, una vittima, un credente in qualcuno – tutte le superstizioni si sbriciolerebbero. E in questo caso non ci sarebbero più superstizioni che sopravvivono, mentre altre scompaiono; crollerebbero tutte, cesserebbero immediatamente. Diversamente, continueranno a perpetuarsi.

 

 

È comodo avere una superstizione, ma lo è anche distruggerla. Il lato piacevole nell'avere superstizioni è che ci risparmiano il fastidio di pensare: crediamo in ciò che credono tutti. Non vogliamo nemmeno sapere perché le cose stanno così. Perché preoccuparsene? Si segue semplicemente la folla. Avere superstizioni è conveniente. 2

 

 

Una volta qualcuno chiese a Einstein come distingueva uno scienziato da un uomo superstizioso. Einstein rispose: “Se fai cento domande a un uomo superstizioso, sarà pronto a darti cento e una risposta. Se le fai a uno scienziato, professerà ignoranza assoluta per novantotto di esse e delle restanti due dirà: ‘Ne so qualcosa, ma è un sapere non definitivo; domani potrebbe cambiare’”.

Ricorda, una mente scientifica è l’unica mente innocente. Una mente superstiziosa non lo è. In apparenza sembra il contrario. Una mente superstiziosa sembra molto semplice, ma non lo è. È assai astuta e complicata. La più grande astuzia della mente superstiziosa consiste nel proclamare ciò di cui non ha conoscenza.

 

Tratto da: Osho, L’immortalità dell’anima. Mondadori

 

 

 

“Voglio che tu abbia fiducia nell’esistenza… come un pagano: fidati degli alberi, degli oceani, delle montagne, delle stelle, delle persone, di te stesso – questa è la realtà. Non c’è bisogno di  alcuna fede, non c’è bisogno di  credere: basta capire che cosa è reale e che cosa è irreale – basta appena questa piccola distinzione. Fidati del reale, dell’autentico e nessuno potrà impedire la tua crescita. E solo in questa crescita scoprirai tesori sempre più grandi: i tesori della consapevolezza, dell’essenza, del divino.  Non troverai mai un dio, troverai solo il divino. È una qualità. È un altro nome dell’amore.” 2

2 - Tratto da: Osho,  The Messiah, Vol 2 #19

 

 

 

In armonia con te stesso e con ciò che ti circonda

 

 

La mente non può creare armonia, non è nella natura della mente. La sua natura è dialettica, divergente. Ma se riesci ad andare oltre la mente, tutti i conflitti – tutti i contrasti – improvvisamente spariscono… non che devi fare qualcosa di particolare: diventi semplicemente attento, consapevole, qualunque cosa tu stia facendo. Non è più una questione di interno o esterno, è questione solo di essere consapevole… e con la consapevolezza, non puoi sbagliare, è impossibile.

…Una volta che hai trovato l’armonia dentro di te, non è difficile da trovare l’armonia con la natura. Fai parte della natura. Sei la natura.

La natura è come te, più in grande, e tu sei la natura, più in piccolo. Non c’è differenza, nessuna linea di demarcazione. C’è una silenziosa comunione… ma con le cose fabbricate dall’uomo non può succedere, perché sono morte. Non puoi arrivare a una comunione con una cosa morta. L’esistenza è viva, vibrante: devi solo entrare nello stesso ritmo. Nel momento in cui entri in sintonia, i miracoli diventano possibili. 2

2 - Tratto da: Osho,  The Osho Upanishad #10

 (ritorna al sommario) 

 

 

 

Lascia che sia l’inconscio del gruppo a esprimersi

 

A colloquio con il leader di un workshop di primal che racconta le sue difficoltà a non farsi limitare dalla sua "attitudine" professionale da “psicoterapeuta”, Osho spiega come mettersi nel ruolo dell'esperto rischi di creare una subordinazione e quindi una separazione: il leader deve diventare un canale per l'inconscio dei partecipanti, semplicemente facilitando e dando chiarezza alla sua espressione.

 

 

Va bene dire che anche tu sei un essere umano, che non sei perfetto, ma solo umano. Naturalmente tu conduci il gruppo, ma sei anche un partecipante, tanto quanto gli altri. Anche tu puoi commettere degli errori, come gli altri. Hai i tuoi problemi – non è che tutti i tuoi problemi sono risolti e puoi andartene in giro con l’atteggiamento del ‘più santo di te’. Altrimenti si crea una distanza, ed è questa distanza che ti fa sentire teso. Non ti sarà d’aiuto, né sarà d’aiuto agli altri.

Questi gruppi non hanno nulla a che vedere con la tua professionalità. Richiedono un atteggiamento di ‘non-sapere’. Resta umano, rilassato, e sempre disponibile a riconoscere di aver commesso un errore. Questo creerà un ponte tra te e i partecipanti. Ti mostreranno maggiore simpatia. E una volta riconosciuto che anche tu sei umano come loro, si sentiranno più rilassati con te.

Il mio obiettivo qui è esattamente questo. Nei gruppi, vorrei che a poco a poco la differenza tra il leader e i partecipanti scompaia. E sia in realtà il gruppo nella sua totalità a guidare. La mente del gruppo diventa il leader… E il terapista, tutt’al più, si limita a dare indicazioni in modo da non perdere tempo. Altrimenti, anche senza terapista, si può arrivare a una conclusione. Ci vorrà un po’ più di tempo, tutto qui. Sto pensando anche a questo…

 … A poco a poco, tra due o tre gruppi, sarai in grado di muoverti liberamente in maniera completa. Dimentica tutto quello che sai. Se ce ne sarà bisogno, ti verrà in aiuto. Ogni volta che sarà necessario, affiorerà alla coscienza. Tu presentati al gruppo come se non sapessi nulla, e comincia a lavorare assecondando l’impulso del momento. Poi le cose prenderanno una forma. Tu sei lì solo per impedire che le persone perdano tempo e si muovano in tondo. Aiutale semplicemente a muoversi verso una conclusione, verso una crescita.

E più la tua posizione di leader scomparirà, migliore leader sarai e sentirai di aver ottenuto migliori risultati. Un giorno, quando il leader sarà svanito completamente, diventerai solo un canale di passaggio per energie straordinarie che prenderanno il comando.

In realtà il leader deve diventare un canale per l’inconscio dei partecipanti. Anche i partecipanti conoscono le soluzioni, ma queste sono sepolte profondamente nel loro inconscio. Anche loro sanno cosa fare, ma non sono sicuri. Tu devi diventare un semplice canale per il loro inconscio, in modo tale che possano riconoscere quello che già sanno. Così vedranno che tu esprimi a parole le loro comprensioni nascoste, che stai diventando il loro mezzo di espressione, che dici tutto quello che loro non sono riusciti a dire. Ma sentiranno che si tratta delle loro comprensioni, e quindi non ci saranno resistenze.

Questa è la differenza tra lo psicoanalista moderno e il vecchio stregone. Lo stregone era in maggiore sintonia con l’inconscio. Anche adesso, nelle società primitive… In India ci sono molte tribù ancora primitive. Il loro sciamano è totalmente differente. Come prima cosa, deve lasciarsi possedere. Se qualcuno gli chiede qualcosa, non può rispondere, perché, a livello conscio, chi sentirà la risposta?

Quindi si rullano i tamburi, si fa musica, si bruciano incensi, e lui inizia a muoversi. Inizia a danzare, a urlare parole senza senso. E poi diventa un invasato, sudato… posseduto da un’altra energia.

Se gli fai una domanda in questo momento… la domanda è tua e così sarà anche la risposta. Lui è solo un tramite. Non è più la persona che era, solo un minuto fa, o qualche minuto fa. E dopo aver risposto, torna indietro. Ed è di nuovo lo stesso vecchio di prima… ma non accetterà neppure un tuo grazie. Non prenderà denaro, non accetterà ringraziamenti, perché non ha fatto nulla.

Ti ha semplicemente aiutato a fare qualcosa per te stesso, mm? Era solo un medium. Ha recitato un ruolo – un semplice ponte tra te e te.

Questo, per me, è il significato reale di un terapista. Un leader deve lasciarsi possedere dal gruppo a tal punto… Quindi rilassati sempre più.

È andata bene… nel prossimo gruppo andrà ancora meglio…. Bene.

 

Tratto da: Osho, Be realistic #3

  (ritorna al sommario)

 

 

 

La via della luce… e la via del buio

 

 

Anche abbandonarsi all'inconscio, percorrerlo fino agli estremi limiti, può essere una via per la ricerca interiore. Ecco come ne parla Osho prendendo spunto da una distinzione fra l'approccio di Gautama il Buddha e quello di Ramakrishna, un mistico indiano dei nostri tempi.

 

È necessario comprendere il significato di samadhi e prajna. È una questione molto intricata e complessa. Il significato di samadhi può essere compreso osservando Ramakrishna. Questo vi darà l’indizio basilare così come lo si può osservare dall’esterno.

Ramakrishna aveva l’abitudine di andare in samadhi per ore. Una volta restò in samadhi per sei giorni. E il samadhi per lui e i suoi seguaci – c’è la grande tradizione di Patanjali, vecchia di cinquemila anni che crede nel samadhi – significa diventare perfettamente inconsapevoli.

Per qualsiasi osservatore esterno lui era praticamente in una condizione di coma; uno psicologo avrebbe detto di lui che si trovava in uno stato  profondamente inconscio della mente. E non c’era modo di riportarlo indietro.

Automaticamente, ogni qualvolta la consapevolezza ritornava di nuovo alla superficie, riprendeva coscienza. E ogni volta che usciva dal samadhi, da quel profondo stato di inconsapevolezza simile al coma, piangeva e si disperava, “Perché hai portato via questa grande bellezza, questa grande beatitudine, questo grande silenzio che stavo sperimentando? Il tempo si era fermato, il mondo dimenticato, ero solo e ogni cosa era nella sua perfezione. Allora perché hai portato via tutto questo?” Diceva, rivolgendo la domanda all’esistenza. “Perché non mi hai lasciato continuare?”

Ora, lo stesso Buddha non avrebbe considerato questo un samadhi. Il suo samadhi significa prajna, e prajna significa consapevolezza. Devi diventare sempre più consapevole, non inconsapevole; proprio due polarità, samadhi e prajna. Prajna è la perfetta consapevolezza del tuo essere. E samadhi, nel caso di Ramakrishna, significa oblio assoluto. Nessuno è andato profondamente alla ricerca di quella che è l’esatta, intrinseca differenza tra i due.

Entrambi parlano di grande beatitudine, entrambi parlano di eternità, verità, bellezza, divino, come della loro esperienza ultima. Ma Ramakrishna è completamente nell’inconscio – potresti tagliargli una mano e non se ne accorgerebbe – tale è il livello di inconsapevolezza; e Buddha è così consapevole che prima di sedersi a terra, guarda per vedere se c’è qualche formica o qualcosa che potrebbe venire ucciso se si sedesse lì. In ogni suo atto c’è una grande consapevolezza.

Vi ho raccontato la storia di quando, mentre attraversava una strada a Vaishali, arrivò una mosca e si posò sulla sua testa. Stava parlando di qualcosa con Ananda. Così, nello stesso modo automatico con cui voi lo potreste fare, semplicemente agitò una mano. Ad un certo punto smise di parlare con Ananda e di nuovo agitò la mano. In quel momento non c’era nessuna mosca.

Ananda disse, “Cosa stai facendo? La mosca se n’è andata.”

Lui disse: “La mosca se n'è andata, ma mi ero mosso inconsapevolmente. Avevo mosso la mano automaticamente, come un robot. Ora l’ho mossa come avrei dovuto, con piena coscienza, consapevolmente.”

Quindi queste sembrano essere due polarità. [Buddha e Ramakrishna] sono diventati occasione di un acceso dibattito per stabilire  chi dei due avesse ragione… perché l’esperienza di cui parlano è la stessa. La mia esperienza è che la mente può essere superata partendo da entrambi gli opposti, da entrambe le polarità. Per un decimo la mente è consapevole, per nove decimi la mente è inconscia. Una semplice considerazione sulla mente: lo strato superiore è conscio e gli altri nove sono inconsci. Ora la mente può essere trascesa da entrambe le estremità. Non puoi superarla dal centro, dovrai partire da una delle estremità.

Ramakrishna ha attraversato la mente andando sempre più in profondità negli strati inconsci. E quando arrivò allo strato inconscio finale, saltò fuori dalla mente. Per il mondo esterno era come se fosse in coma. Ma raggiunse lo stesso chiaro cielo anche se scelse una via che è oscura, fosca; scelse la parte notturna della consapevolezza. Ma raggiunse la stessa esperienza.

Buddha non è mai diventato inconsapevole in questo modo. Persino mentre camminava, a ogni passo era pienamente consapevole, con grande grazia, pienamente consapevole di ogni gesto, con grande grazia. Trasformò la sua consapevolezza a un punto tale che gli strati inconsci iniziarono a diventare consci. L’illuminazione finale accade quando tutti gli strati inconsci della mente sono diventati consci. Anche lui fece un salto oltre la mente.

Sia il samadhi che il prajna sono stati di non-mente, che vanno al di fuori della mente. Quindi l’esperienza è la stessa ma il percorso è diverso, molto diverso. Uno è il chiaro percorso della luce che Buddha ha seguito; l’altro è il percorso dell’oscurità che Ramakrishna ha seguito. E ovviamente la gente che non può comprenderli entrambi, che non ha seguito entrambi i percorsi, che non ha fatto la loro stessa esperienza, va avanti a dibattere e a discutere senza fine.

Uno dirà che il samadhi di Ramakrishna è uno stato di coma, che lui ha perso la consapevolezza. Un altro dirà che Buddha non essendo andato in samadhi come Ramakrishna, non sa nulla del samadhi. Ma la mia esperienza è che entrambi conoscono il samadhi, entrambi conoscono il prajna. Ramakrishna ha conosciuto prima il samadhi e dal samadhi è nato il prajna. Buddha ha conosciuto prima il prajna e quindi dal prajna è nato il samadhi. È solo una questione di comprensione, l’esistenza è spesso contraddittoria, fatta di opposti – notte e giorno, vita e morte. La via di Ramakrishna è quella dell'inconsapevolezza.

Nessuno ha deliberatamente considerato questo punto. E la via di Buddha è di pura luce, di continua consapevolezza. Persino mentre dorme Buddha è consapevole.

Ma il problema non è di scarsa importanza, e mai nessuno lo ha spiegato nel modo in cui ve ne sto parlando io, e cioè che queste non sono due esperienze diverse: solamente i percorsi che conducono alle esperienze sono molto diversi, sono percorsi opposti.

Uno segue il buio, va sempre più in profondità nell’oscurità della mente e dell’inconscio, raggiungendo gli estremi confini della mente e saltandone poi al di là. Chi segue l’altro percorso, invece, cerca ogni modo possibile per avere consapevolezza anche dell’inconscio. E quando tutto in lui diventa consapevolezza, anch'egli compie il balzo al di là della mente.

Forse il metodo di Buddha è più scientifico. Non è questione di giusto o sbagliato. Entrambi conducono allo stesso spazio, ma il prajna, il metodo di Buddha, è più scientifico nel senso che non puoi smarrirti, perché sei consapevole.

La via di Ramakrishna brancola nel buio: forse arriverà all'alba, forse non lo raggiungerà. Ramakrishna affronta l'ignoto senza una luce. Il samadhi di Ramakrishna in un certo senso è speciale. In questo senso egli è un individuo unico. (4) È un raro esempio: è andato in profondità, nel suo intimo, senza prendere con sé una sola candela. È più che probabile non riuscire a trovare la porta.

Ho sperimentato entrambe le vie, passando attraverso la via della luce e la via dell’assoluta oscurità.

Nessuno ha mai fatto una cosa simile, perché una volta che hai trovato, sperimentato, un percorso, per quale motivo dovresti preoccuparti delle altre possibilità? Hai raggiunto la stazione in rickshaw, ora torni indietro e rifai il percorso in taxi? La gente penserà che sei impazzito. Sei arrivato, ora non c’è più bisogno di verificare se anche in taxi puoi raggiungere la stazione o meno. Ma io sono  un po’ matto. Avendo visto che questo dibattito va avanti da secoli, ho deciso che il solo modo per arrivare a una conclusione era di seguire entrambi i percorsi: una volta la via della luce e un’altra volta la via dell’oscurità. Quando seguivo la via dell’oscurità, persino i miei amici, i miei professori pensavano che ero diventato pazzo. “Che bisogno c’è di continuare a viaggiare, anche nella notte, dopo che hai raggiunto, hai visto la luce, durante il giorno?”

Risposi: “Ce n’è bisogno, perché non c’è altra via per comprendere se Ramakrishna era anche lui nello stesso stato di consapevolezza del Buddha”. Ma nessuno ha provato a fare questo, nessun buddhista e nessun discepolo di Ramakrishna. E io non sono un discepolo di nessuno, sono solamente un osservatore esterno; non appartengo a nessuna religione e a nessuna organizzazione. Ma per giungere a una conclusione, dopo che per secoli la gente ha discusso su questa cosa, non ho potuto immaginare un altro modo che potesse essere decisivo sull’argomento; l’unico modo per decidere è stato seguire entrambi i percorsi.

La meditazione che vi ho insegnato è una combinazione di entrambe le vie. È una meditazione basata non solamente sul prajna – solo sull’essere  consapevoli – e neppure   una meditazione basata solamente sul dimenticare tutto e immergersi in un profondo oblio e abbandono. Io sto usando entrambi le cose. Vi dico di dimenticarvi del mondo, vi dico di dimenticarvi del corpo, di dimenticarvi della mente – voi non siete queste cose – ma di conservare viva la vostra luce come un testimone. In questo modo percorrerete entrambe le vie. Non c’è problema. In realtà è più significativo, perché potrete raggiungere sia lo spazio raggiunto da Ramakrishna che quello raggiunto da Buddha. E vi farete una bella risata sapendo che per secoli gli studiosi hanno inutilmente perso il loro tempo. È sempre bene provare in prima persona, perché non si tratta di una questione filosofica. È una questione di sperimentazione interiore: è scientifica tanto quanto ogni altra scienza.

 

Tratto da: Osho, Nansen: the point of departure # 7

 (ritorna al sommario) 

 

 

 

Il coraggio di esporsi

 

Mostrarsi agli altri così come si è realmente crea sempre un mucchio di insicurezze – un mucchio di paure – ecco perché evitiamo di farlo, finendo però col dover sempre recitare, in qualche modo, una parte. Non è bello, ed é una situazione che possiamo portarci dietro per tutta la vita, come dimostra questa domanda posta da una meditatrice ormai in età matura. Meglio iniziare subito – con dolcezza, a poco a poco, come ci raccomanda Osho – ad affrontare questo problema.

 

 

Osho, perché ho ancora tanta paura a mostrarmi come sono?

 

Chi non ce l’ha? Mostrarsi come si è genera una grande paura. È naturale, perché esporsi significa mostrare tutta la spazzatura che portiamo nella mente, la spazzatura che si è andata ammucchiando per secoli, per molte, molte vite. Esporsi significa far vedere tutte le proprie debolezze, limiti, colpe. Esporsi in sintesi significa far vedere la propria vulnerabilità. La morte… Esporsi significa far vedere il proprio vuoto interiore.

Dietro tutta la spazzatura della mente e il rumore della mente c’è una dimensione di vuoto assoluto. Senza dio si è solo un buco vuoto. Non si è nulla, solo puro vuoto, senza il divino e senza dio. E si vuole nascondere questa nudità, questo vuoto, questa bruttura. La si ricopre di fiori bellissimi, si abbelliscono quelle coperture. Si fa finta di essere qualcosa, qualcuno. E questo non è un tuo fatto personale, è universale, riguarda tutti.

Nessuno riesce ad aprirsi come un libro. Si viene afferrati dalla paura: “Cosa penserà di me la gente?”. Fin dall’infanzia ti hanno insegnato a indossare maschere, belle maschere. Non è necessario avere un bel volto, basta una bella maschera, e la maschera costa poco. Trasformare il proprio volto è difficile, truccarsi è molto facile.

Ora, all’improvviso, il mostrare il tuo volto reale ti fa rabbrividire fin nel profondo del tuo essere. E sorge una paura: piacerò alla gente? Mi accetteranno? Mi ameranno ancora, mi rispetteranno? Chi lo sa? – perché hanno amato la tua maschera, hanno rispettato la tua personalità, hanno glorificato la tua esteriorità. Ora arriva una paura: “Se all’improvviso mi spoglio di tutto mi ameranno ancora, mi rispetteranno, mi apprezzeranno, o fuggiranno da me? Potrebbero voltarmi la schiena, potrebbero lasciarmi solo”.

Per questo le persone continuano a fingere. Fingono per paura, ogni falsità nasce dalla paura. Bisogna essere coraggiosi per essere autentici.

E una delle leggi fondamentali della vita è questa: tutto quello che nascondi continua a crescere, e tutto quello che mostri, se è sbagliato, svanisce, evapora al sole, e se è giusto viene nutrito. Quando nascondi qualcosa accade esattamente il contrario: le cose giuste cominciano a morire, perché non ricevono nutrimento. Hanno bisogno di vento e pioggia e sole. Hanno bisogno che l’intera natura sia loro accessibile. Possono crescere solo con la verità, si nutrono di verità. Se smetti di nutrirle appassiranno sempre di più.

Le persone fanno morire di fame la propria realtà e ingrassano la propria irrealtà. Le tue maschere si nutrono di bugie, per questo devi continuare a inventare bugie su bugie. Per dar sostegno a una bugia devi inventare altre cento bugie, perché una bugia può essere coperta solo da un bugia ancora più grossa. Perciò, quando ti nascondi dietro false apparenze, il reale comincia a morire e l’irreale si alimenta, diventa sempre più grasso. Se ti esponi, l’irreale morirà, non può che  morire, perché l’irreale non può vivere in piena luce. Può sopravvivere solo nel segreto, può persistere solo nel buio, può vivere solo nei tunnel del tuo inconscio. Se lo porti alla consapevolezza, comincia a evaporare.

Se continui a esporti… All’inizio ti farà molta paura, ma presto comincerai a diventare forte perché, una volta che la esponi, la verità diventa più forte e la falsità muore. E con la verità che diventa più forte, tu metti radici, diventi centrato. Cominci a diventare un individuo, la personalità scompare e la tua individualità si manifesta.

La personalità è illusoria, l’individualità è reale. La personalità è solo apparenza, l’individualità è la tua verità. La personalità ti viene imposta dall’esterno, è una persona, una maschera. L’individualità è la tua realtà – è come ti ha fatto dio. La personalità è una sofisticazione sociale, un abbellimento sociale. L’individualità è grezza, selvaggia, forte, con immenso potere.

Solo all’inizio ci sarà paura.

La paura è naturale. Non condannarla, e non sentire che c’è qualcosa di sbagliato. Fa semplicemente parte del condizionamento sociale nel suo insieme. Noi abbiamo accettato di andare oltre, senza condannarlo, ma di andare oltre.

Mostrati come sei, a poco a poco – non serve fare salti che non puoi fare, vai un passo alla volta, gradualmente. Ma presto conoscerai il sapore della verità, e ti sorprenderai nel vedere che spreco sono stati tutti quegli anni. La tua vecchia identità sparirà del tutto, e tu avrai un’identità totalmente  nuova. Non sarà proprio un’identità, ma una nuova visione, un modo nuovo di vedere le cose, una prospettiva nuova. Non riuscirai a dire ‘io’ come se dietro esista qualcosa. Userai quel termine per comodità, ma sarai sempre consapevole del fatto che esso non ha alcun significato, né sostanza, né alcuna realtà esistenziale, che dietro questo ‘io’ è nascosto un oceano infinito, vasto, divino.

Non avrai più un’altra identità, la tua vecchia identità se ne sarà andata, e per la prima volta ti sentirai come un’onda nell’oceano divino. Questa non è un’identità, perché tu non ci sei. Sei svanito, dio ti ha travolto.

Se puoi mettere a rischio il falso, la verità può essere tua. E ne vale la pena, perché rischi solo un’illusione e guadagni la verità. Non rischi nulla e guadagni tutto.

Il mio lavoro qui è di persuaderti in qualche modo, di sedurti, in una maniera o nell’altra, a lasciar andare la vecchia identità. Molte, molte paure arriveranno: molte cose che hai fatto nel passato, e che sei riuscito a nascondere, cavandotela. Ora, di nuovo, aprire quei capitoli chiusi, senza alcun motivo, tutte quelle camere chiuse, e liberare i fantasmi del passato…

Magari, ogni tanto non sei stata fedele a tuo marito, ma sei riuscita a mantenere una facciata di sincerità, di fedeltà. Ora, esporti senza necessità creerà per forza la paura. Forse non sei stata fedele, ma che senso ha esporsi adesso? Oppure sei stata fedele nei fatti, ma non nel pensiero, che senso ha esporsi ora? La mente dirà: “Non è necessario! Ci sono già tanti problemi, perché crearne di nuovi?”.

Puoi essere riuscita a dire un mucchio di bugie e farle passare per verità. Puoi esserci riuscita benissimo, e ora quelle bugie sono considerate verità dagli altri, e persino da te. Ora, tornare indietro e riconsiderare il tutto – è molto, molto naturale avere paura, non guardare indietro, non entrare in quegli incubi.

È meglio stare tranquilli, dice la mente, è meglio non riportare in vita i vecchi fantasmi, non liberarli. È meglio continuare a restarci seduti sopra. “Hai aspettato così tanto, perché non puoi aspettare qualche giorno in più? Perché creare agitazioni? Perché creare turbolenze, senza necessità? Le cose si sono assestate, tutti ti rispettano – i tuoi figli ti rispettano, tuo marito ti rispetta, la società ti rispetta. È stata una dura lotta – una lotta con l’esterno e una lotta interiore. In qualche modo sei riuscita a reprimere la tua parte selvaggia: hai represso il sesso, la rabbia, l’avidità, la gelosia; hai represso tutto quello che viene condannato dalla società. Sei riuscita a creare una personalità piacevole. Ora, perché esporti? Per cosa? Cosa ci guadagnerai?

La mente farà tutti questi bei ragionamenti, queste sono razionalizzazioni.

Se per anni hai vissuto nella falsità, ora basta! È il momento di lasciar andare tutte quelle falsità. Cosa ti possono portare via adesso? Prima o poi morirai, e il rispetto, la personalità e tutto il resto spariranno, presto sarai dimenticata. Alcuni ti ricorderanno per qualche giorno, poi anche loro moriranno, e allora persino il ricordo di te sparirà da questo mondo.

Quanti milioni di persone sono vissute sulla terra? Nessuno ne conosce neppure i nomi ora. Ai loro tempi devono essersi pavoneggiate con il loro carattere, la loro personalità, forza, verità, coraggio, religiosità, santità, questo e quello. Ora nessuno ne conosce neppure il nome.

Quando un individuo muore, quasi il novantanove percento della sua vita scompare, l’uno percento rimane ancora in giro per un po’ nei ricordi di coloro che l’hanno conosciuto. Sì, lo ricorderanno ogni tanto, ed è tutto quello che rimane. Poi queste persone moriranno e anche il ricordo svanirà. Nel giro di pochi anni una persona scompare in modo totale, come se non fosse mai neppure esistita.

Dunque, cos’hai da perdere? Non hai nulla da perdere e tutto da guadagnare. Sei fortunata ad essere entrata in contatto con questo campo di energia nell’ultima fase della tua vita. Sei fortunata per il fatto che nel crepuscolo della tua vita si stia aprendo una porta, e la persona che ritorna a casa, anche se di sera, non dev’essere considerata perduta.

C’è un proverbio in India che dice proprio così: anche se è già sera, e il sole sta tramontando, se qualcuno arriva a casa non dev’essere considerato perduto.

È arrivato, finalmente è arrivato.

 

Tratto da: Osho, The Guest # 8

 

 

 

La paura è naturale perché fin dall’infanzia ti hanno insegnato falsità, e ti sei identificato con il falso a tal punto che rinunciarvi assomiglia ad un suicidio

 

 

 

Respira, rilassati e troverai il coraggio

 

La paura di mostrarsi così come si è diventa ancora maggiore all’interno delle relazioni d’amore. Impedendo così una reale intimità, costringendoci all’interno di una continua recitazione di ruoli, che potranno anche darci sicurezza, ma ci lasciano sotto sotto delusi e bisognosi di qualcosa di più appagante. I due brani che seguono sono di due groupleaderShunyo e Devapath – che hanno sperimentato varie tecniche di respiro e di meditazione, all’interno di un workshop di dieci giorni mirato a liberarsi da quegli ostacoli che ci impediscono di aprirci all’altro, di mostrare la nostra realta, di raggiungere un’intimità profonda. Qualcosa di utile, certo, nella vita di coppia, ma non solo: questo essere aperti si riflette subito in tutte le nostre relazioni interpersonali e, in ultima analisi, nel rapporto con noi stessi.

 

 

Note da un gruppo sull’intimità

di Shunyo

 

Intimità – la parola stessa a ben considerarla, ti fa paura. Paura di essere aperto, vulnerabile… allo scoperto.

Il primo giorno del gruppo, la paura si poteva sentire nell’aria, molta paura, con una sfumatura persino aggressiva – l’armatura che solitamente si indossa per proteggersi era saldamente al suo posto – e così Devapath e io ci siamo trovati di fronte alcune facce davvero piene di grinta.

Ogni persona ha la sua storia – è stata ferita, tradita, in qualche modo maltrattata – e c’è voluto molto coraggio da parte di ognuno per ‘lavorare’ su queste situazioni e permettere alla fiducia di sbocciare. C’è voluto molto coraggio per aprirsi, ma è successo. È succeso davvero.

Abbiamo cominciato col guardare al rapporto con gli altri quando eravamo molto piccoli – agli inizi della nostra vita – realizzando che il nostro modo di relazionarci adesso è direttamente influenzato da quel passato. Abbiamo imparato che accettazione e consapevolezza sono tutto ciò di cui abbiamo bisogno. “Tutto qui?” chiede incredulo qualcuno dei partecipanti, con la mente che ritorna a tutta forza subito dopo un’esperienza di gioia e comprensione. E l’osservare come la mente continui a ripetersi, sempre preda delle vecchie abitudini, è un momento importante per le persone nel gruppo. Diventa chiaro che per liberarci da queste ‘forme pensiero’ inconsapevoli che continuano a tirarci giù, a sminuirci, bisogna prima riconoscere le loro radici e poi ‘ripulirci’ attraverso l’espressione – la cosa importante comunque, e questa è la specialità di Devapath, è non prendere tutto troppo sul serio, non farne un dramma. Esercizi basati sulla breath therapy ci hanno aiutato in questa espessione… e poi tecniche di meditazione: per ritornare a centrarsi, per trovare il rilassamento anche in queste situazioni ad alto livello d’energia.

È stato molto bello vedere come il gruppo cominciasse a trasformarsi man mano che le persone acquistavano fiducia e prendevano un atteggiamento giocoso nei confronti della faccenda. E questo avveniva non solo all’interno del rapporto uomo/donna, ma si rifletteva in generale nell’insieme dei rapporti interpersonali – una cosa davvero molto importante. Negli ultimi giorni abbiamo anche affrontato il tema amore e libertà: di come non ci sia una contraddizione, anzi – queste sono due ‘ali’ egualmente importanti per raggiungere le immensità del cielo. E infine, naturalmente, abbiamo considerato ‘ciò che non cambia mai’: la qualità meditativa del testimoniare.

La sorpresa maggiore l’ho avuta però alla fine del gruppo: abbiamo celebrato andando a cena tutti insieme, e dopo giorni e giorni di tale vicinanza, di esperienze condivise – di profonda intimità – mi aspettavo un finale con qualche lacrima, al momento degli addii ad amici così vicini anche se trovati da poco… e invece no, l’atmosfera era così serena e piena di gioia condivisa.

Ognuno si sentiva veramente centrato e in profonda pace con se stesso. Sembra davvero che in quei dieci giorni abbiamo vissuto, noi tutti, molti anni.

 

 

L’importanza del respiro

di Devapath

 

Perché il respiro è così importante per le nostre relazioni? E cosa c’entra con l’intimità? Difficilmente ci poniamo queste domande, perché non conosciamo il potere di una respirazione naturale. A molti manca una profonda comprensione energetica di se stessi, e delle proprie relazioni intime e del ruolo che in esse gioca una respirazione controllata e superficiale. Se usiamo il respiro per il controllo invece che per il piacere ci procuriamo una sofferenza inutile e non possiamo apprezzare fino in fondo la bellezza dell’intimità. Anzi, l’intimità arriva persino a farci paura!

Se invece esploriamo le dinamiche della nostra energia collegate al respiro, possiamo imparare a rilassarci in queste energie potentissime e a trasformarle: quando siamo in uno spazio di osservazione, di meditazione, l’esperienza di fusione intima con l’altro diventa una preparazione per la fusione finale con l’esistenza.

Quattro sono gli elementi fondamentali di questo approccio. Il primo è la tradizione tantrica. Basato sull’arte del respiro, il Tantra favorisce un profondo processo di trasformazione energetica e ci conduce dall’esperienza dell’orgasmo fisico a quella dell’orgasmo supremo nella meditazione. Tecniche di respirazione particolari ci aiutano a liberare, rafforzare, arricchire o guidare la nostra energia dalla dimensione fisica a quella spirituale. Un altro elemento è la tradizione taoista. Il cerchio della vita taoista ha inizio e si conclude con il respiro. Con il primo respiro, il bambino dà avvio al lungo viaggio di sviluppo di tutte le qualità umane, dalle radici nella vita animale alle ali della dimensione trascendente. Alla fine del cerchio, al momento della morte, ritorniamo al respiro come via divina verso la consapevolezza cosmica. Un terzo elemento è il lavoro di Reich. Il suo approccio psicosomatico e il lavoro sull’energia orgasmica hanno aperto una nuova prospettiva sulla salute olistica e l’armonia nelle relazioni, che solo oggi cominciamo a capire.

Il quarto elemento è l’Osho Diamond Breath. Il respiro è simile a un diamante grezzo, e questo approccio, utilizzando tecniche di respirazione di vario tipo, ha la funzione di rifinire tale diamante e aprire la nostra vita e le nostre relazioni alle esperienze meravigliose di cui parlano le scuole misteriche del passato, e che riguardano le tre chiavi della consapevolezza: nascita, vita e morte. Ci conduce davvero a una rinascita interiore.

Lavorando con l’onda del respiro riequilibriamo le polarità di base della vita: inspirazione-espirazione, attività-rilassamento, maschile-femminile, vita-morte, in breve lo yin-yang taoista. Questa esperienza energetica ci permette di muoverci più in profondità verso il mondo sconosciuto del relazionarsi intimamente con l’altro, con tutte le sue dinamiche invisibili che si riflettono nel nostro modo di respirare. Ognuno respira in maniera diversa e il respiro di ogni individuo racconta una storia unica sulla sua vita. L’amore è il nostro respiro interiore e la capacità di respirare profondamente ci apre all’amore. Perdiamo vecchie idee e condizionamenti sull’amore e ritroviamo la sua realtà in vari stadi: l’amore-sopravvivenza del bambino, l’amore sessuale degli adulti e l’amore compassione dell’uomo e della donna saggi.

L’altro diventa uno specchio del nostro bloccare, favorire… e infine realizzare il nostro potenziale d’amore, libertà e creatività.

  (ritorna al sommario)

 

 

 

Caos e Consapevolezza

 

 

Meera è una famosa artista giapponese, conosciuta particolarmente per i suoi bellissimi dipinti della natura. Conduce workshop di pittura a Pune e nel mondo, con un approccio innovativo: invece di insegnare tecniche classiche di pittura ai partecipanti, cerca semplicemente di risvegliare la loro creatività,

creando un caos consapevole. La creatività infatti nasce dal caos. Vi sembra un metodo un po’ strano? … che fare, è questa la strada della creatività!

 

Abbiamo pensato di farci dire da Meera qualcosa in più sul caos e sulla creatività: “Ho avuto l’ispirazione da un discorso di Osho, nel quale parla del desiderio di creare. Io credo che creare non abbia niente a vedere con la capacità tecnica. È più un ritrovare il contatto, che spesso perdiamo, con la nostra essenza. Quando non si favorisce il caos, la creatività è priva di significato, come creare una forma nella quale manca l’essenza. Per questo nel gruppo c’è una sola struttura: favorire il caos, momento per momento. Quando lasci cadere tutte le strutture, ti trovi in sintonia col presente. Il caos è la natura della nostra vita.

Durante l’ultimo gruppo, ho chiesto ai partecipanti di cercare, nel loro passato, l’esperienza più forte della loro vita connessa con la creatività – negativamente o positivamente. La nostra mente razionale spesso dimentica ogni connessione con l’essenza delle esperienze negative: l’esperienza è così dolorosa che si vuole cancellarla, così da non sentire l’angoscia. Specialmente nell’infanzia… I bambini conoscono un solo modo di proteggersi, cioè nascondere tutte le esperienze dolorose nell’inconscio. Nel gruppo, i partecipanti, suddivisi in gruppetti di tre o quattro persone, hanno condiviso le loro esperienze più profonde. Parlandone, affiorano alla memoria: spesso arrivano le lacrime … e ricordiamo il momento quando la nostra creatività è stata soffocata. Incoraggio le persone a ritrovare il contatto con il loro sé originario. Se manca questo contatto, non può esserci creatività: puoi solo apprendere una tecnica.

Questo mio metodo è più efficace qui a Pune perché le persone sono venute a cercare il loro essere originario: non sono venute per imparare a dipingere.

Quello che serve è la consapevolezza. Non voglio qui negare il valore delle scuole d’arte: ho imparato all’università, ho imparato tanta tecnica, nel mio passato c’è molta disciplina… ed è così che ho compreso che è meglio giocare piuttosto che essere tecnici.

Si apre una prospettiva del tutto diversa, basata sul ricordare la nostra innocenza e consapevolezza. Non si può buttare via il passato. Fa parte di noi. Quando ci ricolleghiamo al nostro vissuto, il processo diventa molto più veloce, e più gioioso. Imparare tecnica può tenerti occupato per secoli, ma in fondo sai di non essere rispettato, di essere trattato come una macchina.”

 

 

Il Racconto di chi a partecipto

 

Shunyam è un DJ tedesco. Si è trovato a partecipare al gruppo di Meera per caso, e adesso vuole assolutamente parlarne:

“ Sono venuto qui con l’intenzione di sprofondarmi nelle meditazioni e mi sono trovato alla presentazione del workshop di Meera… è stato un momento molto forte: mi sono reso conto di aver sempre voluto dipingere, e che i miei stessi giudizi del tipo - No, non sono un pittore! - me lo avevano impedito. Questo gruppo mi ha dato molta fiducia in me stesso. Potevo dipingere senza sentirmi giudicato, e senza sentirmi influenzato dal giudizio degli altri. Che gioia! Abbiamo fatto tanti esercizi nel gruppo. Ad esempio, dovevamo dirci l’un l’altro: ‘Non mi piace il tuo quadro’. Tutti sappiamo quanto sia difficile accettare le critiche. Una notte abbiamo dipinto nel buio, a lume di candela. Un esperimento stupefacente: mi sembrava quasi di essere tornato nel grembo materno… tutti quei mesi di oscurità e di incredibile potenzialità creativa.”

 

 

Dhyan Prasad, ingegnere elettronico israeliano, 31 anni: “Mi aspettavo un gruppo divertente e leggero… beh, avevo ragione e torto… perché ne ho viste di tutti i colori, un mucchio di emozioni – felicità, frustrazione, tristezza – che si sono susseguite, mutando rapidamente l’una nell’altra. Ora sono meno identificato: sono riuscito a dipingere senza giudicare il mio lavoro o me stesso; ho imparato a lasciarmi andare, senza la paura di rovinare il dipinto, senza pensieri, totale. Le mie mani erano libere di muoversi, e fino alla fine non sapevo cosa stavo dipingendo.

Giocavo con i colori, dipingevo con le mani… come un bambino, era molto bello. Il dipinto diventava davvero l’espressione di me stesso.”

 

 

Virginia Flip, messicana, artista e insegnante di yoga: “Sono rimasta incantata da Meera: mi  sembrava di avere davanti una ragazzina di quindici anni – salta, ride, improvvisa una posizione di yoga, danza – ma sa anche diventare molto quieta, molto profonda. Quando abbiamo iniziato a dipingere, dopo aver danzato, mi piaceva vedere le forme e i colori che si univano sulla carta; Meera però mi spingeva a continuare. Presto i colori chiari sparirono e tutto divenne buio, pastoso… e spariva la speranza di fare qualcosa di bello, ma anche la frustrazione iniziava a sparire! Tramontata ogni speranza, mi sono lasciata andare, scoprendo così un altro tipo di luce – un incredibile viaggio dalla luce all’oscurità e viceversa. Meera ci faceva entrare nelle parti più brutte dei nostri quadri, perché è lì che si trova la possibilità di connetterci con quella parte di noi stessi che rifiutiamo. E quindi, è arrivata anche la soluzione: accettarsi!”.

 

 

 …E per concludere, Roni Katzman, una fotografa israeliana: “Creare, quando si è in meditazione, vuol dire trovare il centro di noi stessi. È da lì che nascono tutte le variazioni, tutti i colori della nostra sorgente interiore. Una creatività che viene dal silenzio interiore.

In questi cinque giorni del gruppo ho incontrato qualcosa di diverso dallo spazio che m’immaginavo, attivamente creativo: le tecniche e gli esercizi attivi avevano il solo scopo di portarci dentro di noi, verso quel posto misterioso – quel luogo interiore che la mente ti vuol sempre impedire di raggiungere – la fonte del tesoro interiore. Strato dopo strato di bellissimi colori, versati selvaggiamente sulla carta… passo dopo passo… sentivo lo spazio vuoto senza fine… potevo solo essere quello che era in me in quel momento: tristezza, lacrime, eccitazione, paura, amore, sentimento… E, a partire da questo spazio ho iniziato a dipingere senza paura: senza dover proteggere me stessa o il quadro. Lo spazio interiore che ho sperimentato non ha parole.”

  (ritorna al sommario)

 

 

 

Cosa fare del dolore

 

Dolore psicologico, esistenziale, e dolore fisico. Come affrontarli? Rimanendo nel presente, nel momento, perchè – ci spiega Osho – ciò che fa più male, in ogni caso, è la paura, le preoccupazioni per il futuro create dalla mente.

 

 

Il dolore psicologico può essere dissolto, anzi solo il dolore psicologico può essere dissolto. L’altro tipo di dolore, quello fisico, fa parte della vita e della morte; non c’è modo di eliminarlo. Ma non è mai un problema. Hai notato? Il problema nasce solo quando ci pensi. Se pensi alla vecchiaia inizi ad aver paura, ma i vecchi non tremano. Se pensi alla malattia inizi ad aver paura, ma quando la malattia si è già affermata, la paura non c’è più, non c’è alcun problema. Si accetta come fatto. Il problema vero è sempre psicologico. Il dolore fisico fa parte della vita. Quando ci pensi, non è più dolore fisico, è diventato psicologico. Pensi alla morte: hai paura. Ma quando la morte accade sul serio, la paura non c’è più. La paura riguarda sempre qualcosa nel futuro, non esiste mai nel momento presente. Se stai andando in guerra, al fronte, avrai paura, sarai estremamente apprensivo. Tremerai, non riuscirai a dormire, sarai tormentato dagli incubi. Ma quando sarai arrivato al fronte – chiedi pure ai soldati – una volta che sei lì, te ne dimentichi completamente. I proiettili ti sfiorano e tu ti godi il tuo pranzo; cadono le bombe e tu giochi a carte.

…la paura è sempre per il futuro. Il problema non è fisico, la paura esiste nella tua psicologia. Quando il dolore è immediato, fisico, non c’è alcun problema. La realtà non è mai un problema; sono solo le idee sulla realtà che creano il problema. Quindi la prima cosa da comprendere è che se puoi dissolvere il dolore psicologico, non ci sono più problemi. Inizi a vivere nel momento. ‘Psicologico’ vuol dire che appartiene al passato, al futuro, mai al presente. La mente non esiste mai nel presente. Nel presente esiste la realtà, non la mente. La mente esiste nel passato e nel futuro, ma nel passato e nel futuro la realtà non esiste. In effetti, la mente e la realtà non si incontrano mai, l’una non ha mai visto il volto dell’altra. La realtà resta ignota alla mente, e la mente resta ignota alla realtà.

Il problema è la psicologia, la realtà non è mai un problema. Dissolvi i tuoi problemi psicologici – e il modo per dissolverli è di eliminare quello che è il centro di tutti i problemi: l’ego. Quando i pensieri non ti tengono separato dall’esistenza, i problemi evaporano, come le gocce di rugiada, quando sorge il sole, scompaiono senza lasciare alcuna traccia. Svaniscono.

Il dolore fisico rimarrà, ma insisto ancora che questo non è mai stato un problema per nessuno. Se ti rompi una gamba, è rotta. Non è un problema.

Il problema sorge solo nell’immaginazione: “Come farò, con una gamba rotta? Come potrò evitarlo un’altra volta, come potrò comportarmi in modo che la gamba non si rompa più?”. Ma se hai paura di fatti di questo genere, non potrai più vivere. Perché le gambe si possono sempre rompere e così anche il collo, potresti diventare cieco… Tutto è possibile, milioni di cose. Se questi problemi diventano un’ossessione, ed è una possibilità reale…

Non dico che non è possibile; tutto è possibile. Tutto ciò che è successo a un altro essere umano, in qualsiasi momento, può succedere anche a te. Puoi avere il cancro o la tubercolosi o puoi morire: tutto è possibile. L’essere umano è vulnerabile. Puoi andare per strada ed essere investito da una macchina. Ma non dico che non devi andare per strada. Puoi anche essere seduto in una stanza e ti cade il tetto sulla testa.

Non c’è modo di essere perfettamente e totalmente al sicuro…

I problemi psicologici sono gli unici problemi. Puoi diventare paranoico, diviso, paralizzato dalla paura, ma questo non ha nulla a che fare con la realtà.

Vedi un cieco che cammina benissimo per strada; la cecità in se stessa non è il problema. Vedi dei mendicanti – gli mancano le gambe o le mani, eppure ridono, fanno pettegolezzi tra di loro, parlano ancora di donne, fanno commenti, cantano una canzone. Osserva la vita, e vedrai che la vita non è mai un problema.

L’uomo ha una capacità straordinaria di adattarsi alla situazione, ma non ne ha nessuna di adattarsi al futuro. Quando cerchi di proteggerti e ti assicurarti un futuro, finisci nel caos, nel disordine.

Cominci ad andare a pezzi. Ci sono milioni di problemi: problemi e problemi e ancora problemi. Non puoi nemmeno suicidarti… perché il veleno magari non è quello giusto… tutto crea problemi.

 

 

Mulla Nasrudin vuole suicidarsi. Incontra per strada un astrologo, che gli dice: “Aspetta, Mulla, fammi vedere la mano”. Il Mulla risponde: “Che me ne faccio ora dell’astrologia, della lettura della mano? Voglio suicidarmi! Non ha senso: non ho più un futuro”. L’astrologo replica: “Aspetta, aspetta. Ti posso dire se ci riuscirai oppure no”.

 

 

Il futuro esiste ancora. Potresti anche fallire.

La vita è un fenomeno complesso; come puoi essere sicuro? Tutto è possibile e niente è certo. Se hai paura, è solo a causa della tua psicologia. Bisogna intervenire sulla mente. Se mi comprendi bene, la meditazione non è altro che l’impegno di osservare la realtà senza usare la mente, perché questo è l’unico modo di osservare la realtà. Se la mente è presente, essa distorce, corrompe. Lascia andare la mente e vedrai la realtà, diretta, immediata, faccia a faccia. E non ci sarà alcun problema. La realtà non ha mai creato problemi per nessuno. Io sono qui, tu sei qui, non vedo alcun problema. Se mi ammalo, sono ammalato. Cosa c’è da preoccuparsi? Perché fare tante storie? Se muoio, muoio. Un problema richiede spazio: nel momento presente non c’è spazio. Le cose accadono, non c’è tempo per pensarci. Puoi pensare al passato perché c’è una distanza; puoi pensare al futuro, c’è una distanza. In realtà passato e futuro vengono creati proprio per avere lo spazio per preoccuparsi. Più spazio hai, più ti preoccupi. In India la gente si preoccupa, più che in qualunque altro posto al mondo, perché pensa: “La prossima vita… e poi… e poi” – all’infinito – “ che accadrà nella prossima vita?”. Una persona fa qualcosa e non pensa solo alle conseguenze del momento; ha uno spazio più grande. Come lo riempirà? Con ulteriori problemi. Preoccuparsi è un modo di riempire gli spazi vuoti del futuro. La persona che mi ha posto la domanda dice: “Ho un’intuizione di come il dolore psicologico, esistenziale, sia creato dall’ego. Lo fai tu, quindi puoi anche disfarlo”. Una semplice comprensione intellettuale non ti sarà di aiuto; prima devi farlo. Fallo, e la domanda successiva svanirà. Fallo, e troverai che non rimarrà alcun problema. “Ma che mi dici del dolore fisico?”. Il problema nasce a questo punto. Hai capito una cosa a livello intellettuale, ma non ha alcun senso. La domanda successiva porta immediatamente a galla la tua realtà: non hai compreso. È come quando un cieco va in giro a tentoni con il suo bastone: lo usa per trovare la sua strada. Poi gli diciamo: “È possibile curare i tuoi occhi, però devi abbandonare il tuo bastone, non ti servirà più”.

Il cieco dirà: “Posso capire che una cura è possibile, ma come faccio a camminare senza il bastone?”.

Intellettualmente ha compreso che gli occhi possono essere curati, ma a livello esistenziale, esperienziale, non ha compreso affatto, altrimenti la domanda successiva non nascerebbe neanche.

La prima parte della domanda è perfetta, ma la comprensione viene solo dalla mente. Non è ancora stata masticata bene e digerita. Non è diventata carne della tua carne, sangue del tuo sangue. Non è ancora parte integrante della tua esistenza. Altrimenti non potresti mai chiedere: “Che ne dici del dolore fisico?”. La domanda stessa è psicologica. Il dolore fisico non è un problema: quando c’è, c’è; quando non c’è, non c’è. Il problema nasce quando qualcosa non c’è e tu vuoi che ci sia, o quando qualcosa c’è e tu vorresti che non ci fosse. Un problema è sempre psicologico: “Perché questa cosa c’è?”. È tutto un fenomeno psicologico. Chi è che conosce il perché? Non c’è nessuno che possa rispondere. Possono darti delle spiegazioni, ma non sono risposte autentiche. Le spiegazioni sono semplici. È molto semplice: il dolore esiste perché esiste il piacere. Il piacere non esiste senza il dolore. Se vuoi una vita assolutamente priva di dolore, devi vivere una vita assolutamente priva di piacere. Arrivano insieme nella stessa confezione. In effetti non sono due cose; sono una cosa sola – non diversi, non separati – e non possono essere separati. Ecco ciò che l’uomo ha fatto nel corso dei secoli: separare, in modo da avere tutti i piaceri possibili e nessun dolore; ma questo è impossibile. Più piaceri hai, più dolore sentirai.

Ma tu vuoi il piacere e non vuoi il dolore. È un vecchio trucco, uno degli espedienti principali adottati dalle cosiddette persone religiose: se vuoi evitare il dolore, evita il piacere. Ma allora che senso ha? Se vuoi sfuggire alla morte, evita la vita, ma allora che senso ha tutto quanto? Sarai già morto. Sarai morto ancor prima di morire. Se vuoi essere assolutamente al sicuro, vai a sdraiarti in una tomba e sarai perfettamente al sicuro. … non muoverti… non vivere. Ucciditi, e non ci sarà più dolore. Ma tu vuoi tutto il piacere e nessun dolore. Ciò che chiedi è impossibile: vuoi che due e due non facciano quattro. Vuoi che facciano cinque o tre, o qualsiasi altra cosa, tranne quattro. Ma il risultato è proprio quattro. Qualunque cosa tu faccia, in qualunque modo cerchi di illudere te stesso e gli altri, sarà sempre quattro. Dolore e piacere vanno insieme proprio come notte e giorno, nascita e morte, amore e morte.

 

tratto da: Osho, The Discipline of Transcendence, Vol 4

  (ritorna al sommario)

 

 

 

Osserva e basta

 

[Un partecipante a un gruppo dice di aver avuto un attacco d'asma causato dalla polvere che l'ha costretto a interrompere il gruppo: "Da bambino avevo attacchi d'asma come questo, ma negli ultimi dieci anni, prima di venire a Pune, non ne ho più avuti. A volte avevo difficoltà di respirazione, ma niente di grave, era più represso, penso."]

Usare il dolore per "rinascere"

 

 

La polvere potrebbe essere una causa, ma solo una causa. Un’altra causa potrebbe essere che qualcosa del passato è stato toccato, e tu sei tornato indietro. È un ottimo sintomo. Si deve tornare nel passato per ripulire molte cose, completare molte cose.

Il passato ha presa su di te perché molto è rimasto incompleto, e chiede di essere completato. Molto è stato soffocato e deve essere espresso. Finché non lo completi, ti vagherà attorno, come un fantasma e continuerà a influenzarti in molti modi. Continuerà a manipolarti dall’inconscio. Deve essere ripulito.

Quando ritorni a quei ricordi, nel passato, dentro di te si solleva molta polvere, la polvere dei ricordi, dei pensieri, delle esperienze, delle ferite. Molte ferite non sono ancora guarite. Le hai semplicemente dimenticate, perché hai dovuto dimenticarle.

Continui ad allontanarle dalla mente, dalla consapevolezza, ma loro sono lì, fresche e intatte.

E non solo l’asma, ma altre malattie possono ritornare. Uno potrebbe essere caduto da un albero da bambino, trent’anni fa. Poi comincia a meditare e ad andare nel passato, e all’improvviso avverte un dolore al ginocchio. Per trent’anni non l’ha avuto, ma ora, all’improvviso, arriva il ricordo. Anche il corpo ha una memoria, ogni cellula ha una memoria. Un computer molto piccolo, microscopico.

Vedi che ho una macchia scura sul naso? Una volta l’ho tolta, ma è ritornata… il corpo ha una memoria. Conserva una matrice di tutto, quindi tutto ciò che ti è accaduto viene registrato due volte – nella mente e nel corpo – ed è la mente a scatenare l’evento. Il corpo è un po’ lento, stupido, deve essere così – ma quando la mente ricorda, lo va a stuzzicare. E così ti ritrovi in una situazione che avevi dimenticato da anni. È di nuovo ben presente, come se fosse accaduta ieri.

Ma in un certo senso è un bene. Sei stato male, e posso vedere che ti sei sentito molto depresso, ma se riesci a completare l’intero processo…

 

[L’interlocutore dice: “È questo che non so – come lavorare adesso su questa situazione”.]

 

Osserva e basta. Non fare nulla, perché qualunque cosa tu faccia, sarà una repressione, visto che la mente desidera solo sopprimere qualunque esperienza dolorosa.

È quello che hai fatto in passato, e la mente rifarà la stessa cosa. E così le porte della memoria si richiuderanno, e tutto sarà perduto.

Soffri, e permetti al dolore di rimanere. Non ti ucciderà, quindi non preoccuparti. Potrà essere doloroso – lo sarà – ma non può ucciderti. Osservalo, come se stesse accadendo a un altro. La prossima volta che hai un attacco, scostati, come se lo osservassi da lontano. Osserva il dolore, la sofferenza, l’agonia, la contrazione di tutto il corpo. Osserva in maniera distaccata, indifferente, senza fare nulla, e vedrai… Nel giro di due o tre giorni tutto sarà passato, e ne uscirai forte e vivo, come non sei mai stato. Se ne andrà, ma completa il processo – non cercare di evitarlo. Questa esperienza può essere molto preziosa.

Una volta a un mio amico, un uomo anziano, di settantotto anni, è capitato di cadere dalle scale e rompersi molte ossa. Il dottore gli aveva detto di rimanere a letto per sei mesi, perché, essendo così vecchio, il corpo ci avrebbe messo molto tempo a recuperare le forze.

Era un uomo attivo, molto molto attivo. Quando sono andato a trovarlo si è messo a piangere – e non era uno facile alle lacrime, non l’avevo mai visto piangere prima. Mi ha detto: “Sarebbe stato meglio se fossi morto.

La morte non è un gran male, ma rimanere a letto per sei mesi è terribile. Mi suiciderò. Sei mesi mi sembrano infiniti e il dolore è troppo, non riuscirò a sopravvivere”. Gli ho detto di fare una cosa: chiudere gli occhi e andare dove c’era il dolore, nel punto esatto. Lo ha fatto per mezz’ora. Il suo viso si è rilassato, e dopo mezz’ora, quando è tornato indietro, era un uomo completamente diverso. Mi ha detto: “Ho potuto osservare, ho potuto vedere, e semplicemente vedendo e osservando, all’improvviso ho capito che io sono separato dal dolore”.

Quei sei mesi sono stati per lui una benedizione. È stato costretto a rimanere a letto, ma ha continuato a osservare. Per la prima volta nella sua vita è diventato un meditatore. Ora dice che quella fu la cosa più importante che gli sia mai accaduta. Ora è per lui una pratica quotidiana. Per due o tre ore almeno si mette a letto, sdraiato sulla schiena – anche se ora non ne ha bisogno – e osserva.

Bisognerebbe sempre cercare metodi per trasformare una calamità in una benedizione.

Un modo c’è sicuramente, bisogna solo cercarlo. L’arte di vivere è tutta qui: imparare a trasformare una disgrazia in una benedizione, a usare la sofferenza per crescere, a usare il dolore per rinascere.

Provaci, mm? Sarà bellissimo.

 

tratto da: Osho, Above All Don’t Wobble # 10

  (ritorna al sommario)

 

 

 

Andare alle radici

 

Il dolore è un campanello d’allarme – metterlo a tacere senza curarsi delle cause non sembra proprio la cosa più intelligente da fare.

 

 

Se hai un mal di testa, non è quella la tua malattia, il tuo male non è lì. In realtà, quello è un segnale del tuo corpo che qualcosa non funziona alla fonte: corri alla fonte! Scopri cosa non va. La testa si limita a darti un segnale, un segnale di pericolo, è un allarme: “Ascolta il corpo. Qualcosa non funziona, stai facendo qualcosa che non va bene, che distrugge l’armonia del corpo. Non farlo più; altrimenti, il mal di testa persisterà”.

Il mal di testa non è la malattia, né ti è nemico: è dalla tua parte, è un amico. Ed è assolutamente vitale per la tua esistenza, che il corpo ti metta all’erta, quando qualcosa non funziona. Ma tu, anziché cambiare ciò che non va, zittisci il segnale d’allarme... prendi un’aspirina. È assurdo! Eppure, questo è ciò che accade nella medicina, ed è ciò che accade nella psicoterapia: si curano i sintomi.

Ed è per questo che manca la cosa essenziale, e cioè: vai a vedere alla fonte. La prossima volta che hai un mal di testa, prova una piccola tecnica di meditazione, per puro e semplice esperimento, poi potrai provare nei confronti di malattie più gravi, di sintomi più grandi.

 

Quando hai il mal di testa, prova questo piccolo esperimento: siediti in silenzio e osservalo, scrutalo. Non come nemico, niente affatto. Se lo guardi come fosse un tuo nemico, non potrai osservarlo correttamente. Lo eviterai: nessuno guarda il nemico direttamente; lo si evita, si ha la tendenza a evitarlo.

Guarda il tuo mal di testa come se fosse tuo amico. Lo è, è al tuo servizio. Ti sta dicendo: “Qualcosa non funziona, guarda che cosa non va!”. Stai semplicemente seduto in silenzio e osserva il mal di testa, senza la minima intenzione di fermarlo, senza il desiderio che se ne vada, senza conflitto, senza lotta, senza antagonismo. Osservalo soltanto.

Osservalo in modo tale che, nel caso esista un messaggio interiore, il mal di testa te lo possa trasmettere. Ha in sé un messaggio in codice. Se osservi in silenzio, rimarrai sorpreso. Osservando in silenzio, accadranno tre cose.

La prima: più lo scruti, più il mal di testa si acuisce. Resterai perplesso: “Come può essere d’aiuto l’osservazione, se il male aumenta?”. Aumenta semplicemente perché prima lo stavi evitando. Era presente, ma tu lo evitavi: lo stavi già reprimendo, anche senza l’aspirina.

Quando lo osservi, ogni repressione scompare. Il mal di testa toccherà la sua acutezza naturale. A quel punto, lo sentirai senza tappi nelle orecchie: sarà estremamente acuto!

Prima di tutto: diventerà molto forte. Se accade, puoi essere contento perché lo stai guardando nel modo giusto. Se non accade, vuol dire che ancora non lo stai guardando; lo stai ancora evitando. Guardalo! E diventerà più acuto. È questo il primo segnale che è entrato nella tua visuale.

 

Come seconda cosa, si focalizzerà sempre di più; non si estenderà più su una superficie allargata. All’inizio pensavi che fosse tutta la testa a farti male. Ora vedrai che non è vero, è solo un punto molto piccolo. Questo è un segno che ora lo stai osservando a una profondità maggiore. La sensazione di un dolore diffuso è un trucco: è un modo per evitare di percepirlo. Se si concentra in un punto, sarà molto più acuto. Per questo, crei l’illusione che sia tutta la testa a dolerti; in questo caso, non sarà intenso in nessun punto specifico. Questi sono giochetti che continuiamo a giocare.

Osservalo, e come seconda cosa si focalizzerà in un punto sempre più piccolo, che tenderà a rimpicciolirsi sempre di più. E verrà il momento in cui sarà sottile come la punta di un ago: sarà estremamente aguzzo, infinitamente pungente, dolorosissimo. Non hai mai avuto un dolore simile alla testa, ma sarà estremamente circoscritto a un singolo punto. Continua a guardare in quel punto.

 

Allora accadrà una terza cosa, la più importante. Se continui a osservare questo punto, allorché il dolore è diventato estremamente acuto e circoscritto, vedrai che scompare. Quando la tua attenzione è perfettamente a fuoco su quel punto, il dolore scompare. E quando scomparirà, intuirai cosa lo aveva originato, qual era la causa. Accadrà molte volte: il dolore continuerà a tornare; la tua messa a fuoco ha perso lucidità, non sei più attento, non sei più concentrato... e il mal di testa ritorna. Quando lo fissi con estrema attenzione, scompare; e nel momento in cui scompare, nascosta dietro di esso, appare la causa. E rimarrai sorpreso: la tua mente è pronta a rivelarti qual era la causa.

Le cause possono essere migliaia... l’allarme è sempre lo stesso, perché si tratta di un sistema d’allarme estremamente elementare. Nel tuo corpo non esistono diversi sistemi d’allarme: per cause diverse, scatta lo stesso campanello d’allarme. Forse, di recente, sei andato in collera, e non l’hai manifestata. All’improvviso, simile a una rivelazione, ecco che di fronte a te vedi la tua rabbia: puoi vedere tutta la collera che ti portavi dentro... simile a un pus interiore. La situazione è diventata insopportabile, e quella rabbia vuole essere scaricata. È necessaria una catarsi. Scatenati in una catarsi! Immediatamente vedrai che il mal di testa scompare... non era affatto necessario prendere alcuna aspirina, non serviva alcuna cura.

E quando la rabbia svanisce, sorgerà in te una qualità di benessere completamente diversa, quale nessuna aspirina ti potrà mai dare.

 

L’aspirina reprime: la rabbia rimarrà dentro di te, la violenza continuerà a infuriare dentro di te. Tu ti limiti a spegnere il segnale d’allarme, non fai altro. Nulla cambia, semplicemente ora non esiste più alcun segnale d’allarme.

Questo modo d’agire persiste nel tempo e, dentro di te, continuano ad accumularsi tensioni: possono produrre un’ulcera, possono esplodere nella tubercolosi; un giorno potranno portarti al cancro. Quando una quantità eccessiva di tensioni si accumula nell’organismo, si hanno cambiamenti qualitativi nei sintomi. Esiste un preciso limite di tolleranza nell’organismo, superato il quale esso inizia a sentirsi malato.

La stessa cosa vale per la mente. E non pensare mai che il corpo e la mente siano due cose separate; non lo sono. L’uomo è un corpo-mente, è uno psicosoma.

 

tratto da: Osho, Dalla Medicazione alla Meditazione, RED Edizioni

  (ritorna al sommario)

 

 

 

Come liberarsi dal dolore

Se tenti di evitare il dolore, inevitabilmente si accumula dentro di te.

 

Per liberarsi dal dolore occorre accettarlo. È inevitabile Per e naturale. Il dolore è dolore, un semplice, e doloroso, dato di fatto. La sofferenza invece è sempre e solo rifiuto del dolore, la pretesa che il dolore non debba esistere. E il rifiuto di un fatto, la negazione della vita e della natura delle cose. La morte è la mente che si preoccupa di morire. Dove non c'è paura della morte, chi è che muore? L'uomo si distingue, tra le creature viventi, per la sua consapevolezza della morte e la risata. Prodigiosamente, allora, può trasformare persino la morte in qualcosa di nuovo: può morire ridendo.

E lascia che lo ripeta: il dolore è solo dolore, non vi è sofferenza. La sofferenza nasce dal tuo desiderio che il dolore non debba esistere, perché in esso vi è qualcosa di sbagliato. Guarda, osserva, e rimarrai sorpreso. Hai il mal di testa: il dolore c'è, ma non vi è sofferenza. La sofferenza è un fenomeno secondario, il dolore è primario. Il mal di testa è lì, il dolore è lì, è un semplice fatto. Non ci sono giudizi — non Io definisci buono o cattivo, non gli attribuisci alcun valore, è solo un fatto. La rosa è un fatto, e così è la spina. Il giorno è un fatto, e così è la notte. La testa è un fatto, e così è il mal di testa. Ti limiti a registrarlo. Buddha ha insegnato ai suoi discepoli che, in caso di mal di testa, si limitassero a dire due volte: mal di testa, mal di testa. Registrare l'e-vento. Senza giudicarlo, senza dire: "Perché? Come mai mi è venuto il mal di testa? A me non dovrebbe succedere".

Nel momento in cui dici: "Non dovrebbe," apri la porta alla sofferenza. Quindi sei tu, non il mal di testa, a creare la sofferenza. La sofferenza è la tua interpretazione antagonista, la sofferenza è la tua negazione di un fatto.

E nel momento in cui dici: "Non dovrebbe esserci," hai iniziato a evitarlo, hai iniziato a rivolgerti altrove. Ti piacerebbe occuparti di qualcos'altro, per poterlo dimenticare. Accendi la radio o la televisione, vai al club, ti metti a leggere, oppure vai a lavorare in giardino — ti rivolgi altrove, ti distrai.

Non hai osservato il dolore, ti sei semplicemente distratto. Il dolore verrà assorbito dall'organismo. Cerca di comprendere in profondità questa intuizione: se riesci a osservare il tuo mal di testa senza assumere un atteggiamento antagonista nei suoi confronti, senza sfuggirlo, senza scappare, se riesci a essere semplicemente presente, in maniera meditativa — “mal di testa, mal di testa” — se riesci a limitarti a guardarlo, il mal di testa se ne andrà da solo. Non intendo dire che scomparirà come per miracolo, che ti basterà guardarlo per farlo scomparire. Se ne andrà quando sarà il momento. Ma non verrà assorbito dal sistema, non avvelenerà il tuo intero organismo. Verrà, tu ne prenderai nota, e poi se ne andrà. Sarà rilasciato: Quando osservi una certa cosa dentro di te, essa non può penetrare in te. Lo fa sempre quando la eviti, quando cerchi di sfuggirla. Se ti assenti, essa entra nel tuo organismo. Solo se tu sei assente il dolore può diventare parte del tuo essere — se sei presente, la tua stessa presenza gli impedisce di diventare parte del tuo essere. E se riesci a osservare sempre i tuoi dolori, non li accumulerai. Non ti hanno insegnato l'approccio giusto, e così continui a evitarli. In questo modo accumuli tanto dolore, hai paura di affrontarlo, hai paura di accettarlo.

 

TRATTO DA: Osho, THE SECRET # 6

 (ritorna al sommario) 

 

 

 

Se ti trovi a soffrire

ricordati che anche la sofferenza ti fa crescere

 

 

Osho,

a volte, pur sentendomi inferiore e solo, a causa del mio handicap e della sedia a rotelle, d’improvviso mi rendo conto che la capacità di avvertire questo dolore mi fa sentire molto vivo. In questi momenti dentro di me sento una gioia assoluta e un’immensa gratitudine per ogni cosa.

È possibile crescere anche attraverso la sofferenza?

 

Capisco la tua situazione e il problema, ma tu stai affrontandoli con grande coraggio. Ne sono felice con te. Tu soffri perché il tuo corpo è handicappato, ma tu non sei il corpo. Né sei handicappato, la tua consapevolezza è libera come quella di chiunque altro. Naturalmente il tuo viaggio sarà un po’ difficile. Il tuo corpo ti procurerà continue sofferenze.

Ma forse, se sei abbastanza attento – e posso vedere che lo sei – puoi trasformare la sofferenza in una benedizione nascosta. È una delle cose più significative da comprendere.

Come mai tutte le religioni hanno insistito affinché i loro santi e saggi fossero molto austeri, ascetici, arrivando addirittura all’autotortura? Non erano handicappati come te, ma si rendevano tali in modi diversi. Avevano tutti la falsa convinzione che vivendo in maniera confortevole, senza dolori, senza sofferenze, puoi dimenticarti di te, perdere la tua consapevolezza. Usavano la sofferenza per aumentare la consapevolezza.

Io non appoggio queste persone, ma, per quanto ti riguarda, non sei tu a creare la sofferenza. La sofferenza è lì e tu la puoi usare per rimanere sveglio. Giustamente osservi che il dolore ti aiuta a sentire che sei ancora vivo. Ti ho visto ridere. Tu non puoi ballare, ma io ho visto che il tuo intero essere fa di tutto per poter ballare. Il corpo te lo impedisce, il corpo non è nella condizione giusta. Non puoi far nulla al riguardo, ma puoi usare questa sofferenza naturale per creare una maggiore, più chiara consapevolezza.

E poi, all’improvviso, ti senti persino grato alla sofferenza.

Non intendo dire che le persone debbano creare la sofferenza, questo è stupido. Sto dicendo che se ti trovi a soffrire, usa la sofferenza per la tua crescita interiore. Questa è intelligenza. E io vedo in te un’intelligenza estrema e una grande consapevolezza che vogliono celebrare. Anche se il tuo corpo non coopera con te, non preoccuparti. Il corpo un giorno morirà – ogni corpo muore – ma tu sarai qui per l’eternità. Ciò che conta realmente è la tua consapevolezza.

Va benissimo: puoi crescere persino attraverso la sofferenza. Si può crescere in qualunque situazione ci si trovi, la crescita è possibile da fonti infinite. Continua semplicemente a rallegrarti, persino del dolore, perché ti tiene sveglio al tuo essere vivo. Quasi tutte le persone, il cui corpo non è leso come il tuo, alla fine potrebbero rivelarsi perdenti: sono così a loro agio con il proprio corpo che rimangono identificate con il corpo. Tu non puoi identificarti con il corpo, è troppo doloroso. Devi separarti dal corpo e proprio tale separazione ti porterà a divenire un testimone, un osservatore, in uno stato di veglia.

Potresti avere molti problemi, ma puoi trasformare ogni problema in uno stratagemma; lo devi fare. Ci sono molti meditatori che sono nelle tue stesse condizioni, in una sedia a rotelle. Ma, per quanto sembri strano – li ho osservati tutti – diventano immensamente felici, ridenti, pieni d’amore.

L’altro giorno ho ricevuto un’altra domanda da te, a cui non ho risposto. Ho avvertito il tuo dolore. Dicevi che anche tu vorresti amare qualcuno. Posso capirlo – un istinto naturale, e l’istinto non sa che il tuo corpo è handicappato. E le persone sono diventate così ossessionate dal corpo che non vedono, dentro il corpo, un bellissimo essere umano. Si limitano a guardare il corpo. Naturalmente nessuna donna si sente attratta da te, e fa male. Fa male anche a me, per questo non ho risposto alla domanda.

Stavo aspettando che tu chiedessi qualcos’altro. Poi avrei parlato anche della prima domanda.

Prendi anche quello come una parte della tua sofferenza. Tu sei solo. Non sentirti isolato. Semplicemente, senti una profonda solitudine e lascia che quella solitudine cresca con la tua consapevolezza della sofferenza e del dolore. Accetta che forse nessuno ti amerà, ma tu puoi amare te stesso. Puoi amare gli alberi, loro non sono così schizzinosi. Puoi amare le stelle nella notte. Non avranno a ridire sul fatto che non hai un bel corpo. Puoi amare l’intero universo. E forse qui può esserci una donna così capace di amare, così meditativa, da essere in grado di vedere la tua consapevolezza, senza badare al tuo corpo.

Le donne comunque non badano molto al corpo degli uomini. Sono molto attente al proprio corpo, ma nessuna donna è interessata al corpo dell’uomo. Di fatto, quando un uomo fa l’amore con loro, le donne chiudono gli occhi. Alle donne interessa di più la tua capacità d’amare, il tuo essere, la tua consapevolezza, la tua gentilezza.

È possibile – forse è possibile solo in questo posto – che una donna compassionevole ti dia un’esperienza d’amore. L’amore deve essere trasceso. Ma posso capire la tua difficoltà.

Tu non ne hai fatto esperienza, quindi la trascendenza diventa del tutto impossibile. Ma da parte tua, non desiderarlo troppo. Forse la natura e l’esistenza non vogliono che tu faccia gli stessi stupidi giochi degli altri esseri umani.

Ma la biologia è la biologia. Vuole che una donna completi l’uomo, altrimenti entrambi sono incompleti. Quindi aspetta, nella tua sedia a rotelle. E io so che ci sono donne così piene d’amore che potrebbero arrivare e portarti via, insieme alla sedia a rotelle. Non agitarti troppo, perché non hai molta scelta. Puoi rimanertene a occhi chiusi. Una donna è abbastanza, non cercare una storia romantica. Lascia agli altri questa follia.

 

tratto da: Osho, Sat Chit Anand # 23

 

 

 

Ryokan ha scritto

 

Senza uno iota di ambizione

lascio fluire la mia natura dove vorrà.

C’è riso per dieci giorni

nella mia borsa, e, per terra,

una fascina di legna da ardere.

Chi ciancia di illusioni

o di nirvana?

Immemore delle eguali polveri

di nome e fortuna,

ascoltando la pioggia notturna

sul tetto della mia capanna,

siedo a mio agio, a gambe distese.

 

 

Senza uno iota di ambizione lascio fluire la mia natura dove vorrà.

Nessuna direzione, nessun destino. Do alla mia natura totale libertà.

 

c’è riso per dieci giorni nella mia borsa.

È sufficiente! Chi può vivere con certezza per più di dieci giorni? È sufficiente. La natura si è presa cura di me, finora, e continuerà a farlo, dopo questi dieci giorni. Per cui non accumulo altro, è sufficiente.

 

E, per terra, una fascina di legna da ardere.

Quanta ricchezza! Quanto appagamento in questa estrema povertà! Perfino i re saranno invidiosi di quest’uomo.

 

Chi ciancia di illusioni

o di nirvana?

Perché dovrei preoccuparmi se sono o no risvegliato, se vivo in un’illusione, in un sogno o nel nirvana…? Nel risveglio: “Chi ciancia?”

 

Immemore delle eguali polveri di nome e fortuna,

tutto non è che polvere di nome e fortuna.

 

Ascoltando la pioggia notturna sul tetto della mia capanna,

le gambe distese, rilassate, e io ascolto la danza della pioggia sul tetto – questo è il modo giusto di esprimere l’inesprimibile. Ryokan sta esprimendo un assoluto rilassamento, per nulla preoccupato neppure del nirvana, è così silente… dice:

 

Siedo a mio agio, 

a gambe distese.

Come se il tempo fosse terminato, niente più conta.

Questo è lo spazio in cui puoi dire di essere arrivato a casa.

 

tratto da: Osho, I silenzi dell’acqua che scorre

 

 

 

 

Tornando a casa

 

  la giungla,

              la foresta,

                           il giardino...

                                          e finalmente

                                                         LA CASA

 

 

Vivi in un mondo di illusioni perchè non hai ancora neppure toccato la tua realtà personale. Diventa reale, e da quel momento tutto il mondo diventa reale ai tuoi occhi. Dato che non sei reale, crei un intero mondo fondato su questa tua non-realtà. Nella giungla l’uomo vive nel sonno, il suo è un mondo di sonno. Nella foresta l’uomo vive nei sogni, il suo è un mondo onirico. L’uomo nel giardino vive in consapevolezza, sta arrivando sempre più vicino, diventa sempre più consapevole della casa… è arrivato alla porta,basta bussare e la porta si aprirà.

 

 

L’uomo cerca la verità da sempre, è un lungo pellegrinaggio senza un punto di partenza. Anche se arriva ad una meta, non ha un inizio. Abbiamo cercato, e continuato incessantemente a cercare… lungo il corso dei secoli, talvolta in una forma e talvolta in un’altra forma. Persino quelli che non sembrano cercare consapevolmente la verità… la stanno cercando.

La ricerca della verità può essere divisa in quattro stadi.

Vorrei che consideraste attentamente questi quattro stadi, perché prima o poi vi troverete in questi quattro stadi – in uno di essi, o nella fase di passaggio tra uno stadio e l’altro…Il primo stadio lo chiamo ‘giungla’, il secondo ‘foresta’, il terzo ‘giardino’ e il quarto ‘casa’.

 

 

LA GIUNGLA

 

La giungla è lo stato di sonno profondo; non c’è ricerca consapevole. La maggior parte della gente vive in questo stato. La ricerca è lì, ma a livello inconscio, non è ancora diventata una scelta: brancoli nel buio alla ricerca di non sai bene cosa, e talvolta non ti accorgi neppure che stai brancolando nel buio – avviene tutto in maniera accidentale. A qualcuno capita anche di arrivare davanti a una finestra e vedere qualcosa, ma è una visione che in seguito si perde. Queste visioni svaniscono in fretta, poiché non sono frutto di una ricerca consapevole. Talvolta un sogno ti offre delle rilevazioni. Talvolta l’amore ti apre una porta e la richiude, ma tu non sai in che modo l’ha aperta e richiusa. Talvolta, ammirando un bel tramonto, ti senti circondato da qualcosa di immensa bellezza: l’altro mondo è entrato in te – ti ha perlomeno sfiorato, e poi se ne è andato. E tu non sei nemmeno sicuro che sia avvenuto, non riesci a credere che sia avvenuto…perché non stavi cercando consapevolmente. In realtà hai incontrato dio molte volte, ricorda, hai incontrato il divino molte volte nella vita, l’hai incrociato in molti punti della tua vita, ma non hai potuto riconoscerlo – proprio perché non lo stai cercando.E ricorda, se non stai cercando qualcosa, non la vedrai. Magari la noti, ma le dai solo un’occhiata. Magari ti passa accanto, ma poiché non la stai cercando, non la vedi.

Il primo stadio è simile alla giungla: profondo, buio, fitto, primitivo, primordiale. Non esiste alcuna via, neppure un sentiero, e l’uomo non va da nessuna parte, continua a camminare, inciampando, da un angolo buio all’altro. La maggior parte dell’umanità ama essere nella giungla, in uno stato mentale di inconsapevolezza. La gente dorme, si muove nel sonno, tutti sono sonnambuli.

Questo ci insegnano Buddha, Cristo, Gurdjieff, Kabir: la maggioranza non vive, si limita a esistere, a vegetare. Il tuo stato di veglia è solo un’apparenza, tu non ci sei. Vivi immerso in una fitta nebbia. La tua vita è meccanica. Sì, le cose accadono, ma accadono proprio come dei movimenti meccanici: schiacci un bottone e si accende una luce, esattamente allo stesso modo; schiacci un bottone e il meccanismo inizia a funzionare, esattamente così. Qualcuno ti schiaccia un bottone e tu ti arrabbi, qualcuno ti schiaccia un altro bottone e tu ti senti felice; poi qualcun altro schiaccia un diverso bottone e tu cambi di nuovo umore – non c’è neppure un breve intervallo tra la pressione del bottone e la comparsa di un determinato umore. È una cosa meccanica. Tu non sei il padrone, sei uno schiavo.

Questo è lo stato in cui vivi: il tuo centro più profondo dorme, la tua consapevolezza è assopita. Il tuo corpo è simile a un carro, e qualunque cocchiere, qualunque desiderio sorga dentro di te, prende il comando per un po’, ti porta da qualche parte e ti lascia là, poi arriva un altro colpo di frusta, un altro desiderio…In questo modo continui a zigzagare qua e là, vai a cozzare contro una roccia, poi sbatti contro un albero. Nel buio continui a farti male, a ferirti. La tua vita non è che un incubo, senza fine.

Non stai pensando, non stai riflettendo sulla tua vita, su come dovrebbe essere, che cosa dovrebbe essere, dove dovrebbe condurti.

Ogni desiderio, quando si impossessa di te, diventa il tuo padrone. Quando sei arrabbiato, la rabbia è il tuo padrone, si impadronisce completamente di te. Non è che tu sei arrabbiato, tu diventi rabbia, e in questo stato farai delle cose di cui più tardi dovrai pentirti. E l’ironia della cosa sta proprio qui, un altro ‘io’ si pentirà dell’atto che un diverso ‘io’ ha commesso… un altro desiderio, un altro stato d’animo, un altro umore. Ora tu soffrirai, e andrai a chiedere perdono. Ma si tratterà di qualcun altro, non è la stessa persona. Dov’è ora quello sguardo di fuoco, quell’espressione violenta, quel desiderio di uccidere qualcuno o di farsi uccidere? Se ne sono andati.

… In questo stadio, lo stadio della giungla, le persone sono più interessate alle risposte che alle domande. E una risposta qualsiasi, per quanto stupida, le soddisfa. Non si sono mai poste domande. Ecco perché qualcuno è diventato indù, qualcuno è diventato musulmano e qualcun altro cristiano: tu non ti sei mai posto delle domande, ti viene offerta una risposta e tu ti aggrappi a questa risposta.

Questo è il tipo di persona che io definisco ‘integrata’ – quadrata, tradizionale, conformista. È orientata verso il passato, non guarda mai al futuro, e non guarda mai il presente…Questo tipo di persona crede nei preti, nei vescovi, nel papa, nello shankaracharya. Questa persona non cerca mai da qualche altra parte. Si aggrappa al prete, alla religione, alla chiesa in cui le è capitato di nascere. Rimane lì, vive lì e muore lì…La vita reale è pericolosa, non se la può permettere. La vita è un’avventura in ciò che è nuovo, e lui si aggrappa al passato. La vita è sconosciuta – inconoscibile – e lui non vuole rischiare le proprie convinzioni.

Entra in questa vita, vive, muore, ma in realtà non arriva mai, non vive mai e non muore mai. Dorme profondamente per tutto il tempo. Non può essere definito uomo.

Io definisco questo tipo di persona: ‘testarda come un mulo’. Esternamente recita sempre la parte del ‘più santo di te’, è un moralista. Si ritiene molto morale, ma non conosce neppure l’abc della moralità. Però rispetta le regole sociali, non le travalica mai. Si attiene alle regole. È un tipo di persona troppo testarda: non cambia mai, non è mai disponibile a cambiare. Si oppone strenuamente a qualsiasi cambiamento… diventa facilmente fanatica e fascista, pronta alla violenza in qualsiasi momento. Tutta questa violenza nasce da una profonda sfiducia in se stesso… Se discuti con lui, tirerà subito fuori ‘la spada’ come argomento.

Il suo argomento è quello della spada. Questo tipo di uomo è molto irrazionale, ma parla come se fosse estremamente razionale. Il suo razionalismo è solo razionalizzazione, non è autentico.

Ricorda e osserva: da qualche parte, nel profondo della tua anima troverai questa giungla. In alcune persone è più estesa, in altre meno, la differenza è solo di quantità, di grado. Ma la giungla è presente in ogni persona. È il tuo inconscio, la notte oscura. E da questa notte oscura sorgono molti istinti, impulsi, ossessioni, follie, che si impadroniscono della tua consapevolezza. Perciò stai attento, vigila.

Per esempio, ti arrabbi: la rabbia nasce nell’inconscio, i suoi ‘fumi’ salgono dall’inconscio; poi pervadono la tua consapevolezza e ne diventi come ubriaco. A questo punto, potresti fare delle cose, che da sobrio non faresti mai. Aspetta.

Questo non è il momento di agire. Non dire neppure una parola, chiudi la porta, siedi in silenzio e osserva la rabbia che sale. Così facendo scoprirai una chiave. Se osservi la rabbia che sale, vedrai che a poco a poco la rabbia scompare.

Non può rimanere lì per sempre: ha una certa quantità di energia, un certo potenziale, quando questo si è esaurito, se ne va – e quando se ne sarà andata e tu potrai di nuovo essere te stesso, noterai un cambiamento, un cambiamento qualitativo del tuo essere. Sei diventato più consapevole. L’energia che stava trasformandosi in rabbia e stava per essere sprecata, per divenire distruttiva, è stata usata dalla tua consapevolezza. E ora sei più consapevole – grazie a quella stessa energia.

Questo è il metodo interiore per trasformare il veleno in nettare.

Devi cercare di uscire dalla giungla.

 

 

LA FORESTA

 

Il secondo stadio è la ‘foresta’. È molto simile alla giungla, ma con una leggera differenza: nella foresta ci sono delle piste, dei sentieri – non strade maestre, ma sentieri. Nella giungla non ci sono neppure i sentieri. La giungla è molto primitiva: nella giungla l’essere umano non è ancora presente, è come un animale selvatico. Nella foresta, ci sono esseri umani. Ci sono i sentieri, puoi trovare la strada.

La foresta è simile al sogno. La giungla è simile al sonno, la foresta al sogno. È come il subconscio – una zona crepuscolare, in cui non è né notte, né giorno, una via di mezzo. Le cose sono ancora avvolte nella nebbia, ma non è buio. Ci si vede un pochino, ci si può muovere un po’, si può avere una certa quantità di consapevolezza.

Questa è la terra dei sognatori, degli ‘hippy’, dei cosiddetti ricercatori spirituali, degli utilizzatori di droghe, di coloro che stanno tentando in qualche modo di trovare una via – qualche metodo, qualche scorciatoia per uscire dalla foresta. Questo è lo stadio in cui ha inizio la ricerca – in maniera molto incerta, ma almeno comincia. È meglio della giungla.

Gli idealisti – questi ‘hippy’ – sono meglio dei conformisti, degli integrati: almeno cercano qualcosa. Può anche succedere che prendano una strada sbagliata: cercano la meditazione e finiscono invischiati nella droga – perché la droga può anche darti qualcosa di somigliante, un’esperienza quasi simile – ma almeno cercano qualcosa, almeno si muovono. Magari commettono degli errori, però si muovono. Gli uomini che sono nella giungla non si muovono affatto; forse non commettono errori, ma non si muovono affatto. E non muoversi è l’errore più grosso che si possa commettere. Muoviti! La vita procede per tentativi, le cose si imparano sbagliando.

In questo secondo stadio ti si aprono molte vie – troppe in realtà, per cui ci si sente molto confusi, immersi nel caos. La giungla è immutabile, lì tutto è sicuro. Sebbene sia molto buia, le convinzioni sono ben chiare: qualcuno è un indù, qualcun altro musulmano o cristiano. Le cose sono chiare…È buio, ma le cose sono chiare, le persone non si sentono confuse. La gente è come morta, ma non confusa. La vita genera confusione e caos. Ma è dal caos che nascono le stelle.

I poeti, i pittori, gli artisti, i musicisti… appartengono al secondo tipo. Sono i rivoluzionari. Il primo tipo è ortodosso, il secondo tipo è rivoluzionario. Il primo tipo è tradizionale, il secondo è utopista. Il primo si orienta verso il passato, il secondo guarda al futuro. Per il primo l’età dell’oro è passata, per il secondo deve ancora arrivare. Egli guarda avanti, è simile al Folle dei Tarocchi: il suo sguardo è rivolto alle stelle, e ha un piede sopra l’abisso. Ma è immensamente felice: non guarda giù, guarda il cielo, le stelle lontane, è pieno di sogni. La morte gli è molto vicina, ma lui vive nei sogni. È pericoloso. Però se tu mi chiedessi, ti direi di scegliere il secondo – sii come il folle, non essere mai un erudito tradizionalista. È meglio essere folle e rischiare, piuttosto che non rischiare mai e accontentarsi di un falso sapere. Il secondo è un folle. Per il secondo stadio ho trovato un nome speciale: lo chiamo ‘California’. Sì, è la California dell’anima umana, in cui esiste un enorme supermercato, un supermercato spirituale – ogni sorta di tecnica… e guide e mappe.

È questo il punto in cui si comincia a cercare. Non soddisfatti della ‘chiesa’ in cui si è nati, ci si muove e si provano altre vie, le vie più strane. A questo punto si diventa studenti alla ricerca di un insegnante. La ricerca non è ancora molto profonda, ma almeno è cominciata. Il seme è germogliato. C’è ancora molta strada da percorrere. Un pellegrinaggio lunghissimo ci attende, ma ora esiste una possibilità.

Il primo tipo è morto; il secondo tipo è troppo vivo… pericolosamente vivo. Il primo tipo rappresenta un estremo, il secondo è andato all’altro estremo. Anche nel secondo non c’è equilibrio; l’equilibrio accade nel terzo stadio. Il primo si attacca a qualcosa di morto, il secondo non si attacca a nulla, non appartiene a nulla, si muove continuamente, è un vagabondo.

Il primo è accasato, il secondo è un vagabondo. Ma il secondo è simile a una pietra che rotola… Non arriva mai al proprio centro; va da un insegnante all’altro, in continuazione, da un libro all’altro.

Il primo è molto chiaro, a parole, il secondo lo è molto meno. Avete mai parlato con un hippy? È molto difficile riuscire a capire cosa vuol dire. E quando neppure lui sa cosa sta dicendo, ti chiede: “Capisci?”. Neppure lui capisce e chiede a te: “Capisci? Vedi?”, e lui non vede proprio niente.

Il primo è un razionalista, vive nella testa. Il secondo si muove verso il cuore, diventa più emotivo. Il primo non è consapevole, ma è convinto di pensare consapevolmente. Il secondo non ha ancora raggiunto la fonte del sentire, e pensa che l’emotività e il sentimentalismo siano il sentire.

L’hippy può piangere, può ridere, è un eccentrico, un pazzo, ma è meglio del primo. Il primo è politico, il secondo è non-politico. Il primo crede nella guerra, il secondo inizia ad avere fiducia nella pace. Il primo accumula cose, il secondo inizia ad amare le persone…è bello. Il primo crede nel matrimonio, il secondo crede nell’amore.

Il primo conduce una vita sicura, il secondo non sa neppure dove sarà domani.

Ma è un bene: le cose si stanno muovendo. Si possono muovere nella direzione sbagliata, questo è vero, ma possono anche andare nella giusta direzione. Muoversi è bene… ora c’è bisogno di trovare la giusta direzione.

Il primo crede nel conto in banca e nell’assicurazione sulla vita; il primo ha sete di potere, di denaro. Il secondo non crede alla sicurezza, si fida più della vita che dell’assicurazione sulla vita. Crede più all’amore che alla sicurezza fornita da un conto in banca. Il denaro non gli interessa, non accumula denaro.

Non è morale nel senso in cui lo è il primo, ma inizia ad avere un nuovo tipo di moralità – una moralità rivoluzionaria, una moralità personale.

La moralità del primo tipo è sociale, quella del secondo tipo è personale; la moralità del primo tipo si basa sul condizionamento sociale, quella del secondo tipo sulla coscienza.

Si guarda intorno e, qualunque cosa senta di fare, la fa.

È un individuo. Il primo è ‘collettivo’: l’inconscio è collettivo, il subconscio è individuale…Il primo è dogmatico, teologico; il secondo è filosofico.

 

 

IL GIARDINO

 

E il terzo è ‘il giardino” – il terzo stadio. Il giardino è lo stato di veglia: ci si è risvegliati.

Il primo è sonno, il secondo è sogno, il terzo è veglia. Gli indù chiamano il primo sushupti, il secondo swabhana, il terzo jagrati. Ora si è consapevoli, svegli, il giorno è arrivato. Libri, guide, insegnanti, tutti diventano irrilevanti. Il maestro è stato trovato.

Il primo crede al prete. Il secondo non sa dove andare: non ha una bussola, ha perso l’orientamento, va da chiunque. Puoi anche ammaestrare un cane e chiamarlo Guru Maharaji e lui ci andrà. Spargi la notizia, e vedrai che il cane troverà dei seguaci. Il secondo può andare da qualsiasi Guru Maharaji. È pronto a cadere ai piedi di chiunque, è troppo disponibile. Il primo non è mai disponibile, il secondo le è troppo: i suoi occhi sono molto offuscati. Può andare da chiunque si proclami, da chiunque dichiari apertamente: “Sì, io sarò la tua guida. Io sono il maestro universale, io sono questo e quello”. Chiunque lo può rivendicare, e lui sarà pronto a gettarsi ai suoi piedi.

Invece al terzo tipo, gli insegnanti non interessano più, non è uno studente. Gli interessa il contatto personale – gli interessa un maestro, vuole diventare un discepolo. Non gli interessa tanto ciò che il maestro dice, gli interessa di più la vibrazione che il maestro crea attorno a sé. Non gli interessano le sue dottrine, la sua filosofia, gli interessa l’essere del maestro.

Quando ti interessi all’essere, e quando guardi direttamente nel nucleo più profondo di una persona, quando inizi a sentirne la presenza, solo allora puoi diventare un discepolo. Non sei alla ricerca di una risposta filosofica; ora la domanda è diventata più importante: “Chi sono io?”. Il secondo tipo è disponibile a imparare, il primo non è disponibile a imparare, il terzo è pronto a disimparare. Lasciatemelo ripetere: il primo non è disponibile a imparare. È cocciuto, è convinto di sapere già. Il secondo è disponibile a imparare da chiunque, e così impara troppe cose – contraddittorie, stupide, buone e cattive – e diventa confuso. Il terzo è pronto a disimparare. Non sta cercando conoscenze. Dice: “Sono alla ricerca di uno che è arrivato. E non mi importa se ciò che dice è dialetticamente corretto, filosoficamente corretto… “.

La relazione tra maestro e discepolo è personale; è una storia d’amore. Hai bisogno di sentire, hai bisogno di essere alla presenza del maestro, hai bisogno di vedere. E devi mettere da parte la mente, guardare direttamente e sentire.

Un maestro zen era solito raccontare: “Quando andai dal mio maestro, sedetti al suo fianco per tre anni, e lui non mi rivolse neppure uno sguardo. Poi, dopo tre anni, mi guardò, e per me fu una grande gioia. Poi passarono ancora tre anni, e un giorno mi sorrise, per me fu una benedizione. Poi passarono ancora tre anni, e un giorno mi diede un colpetto sulla testa, fu una cosa incredibile, meravigliosa. Poi passarono ancora tre anni, e un giorno mi abbracciò, in quel momento io sparii, lui sparì…c’era solo l’unità.” Trovare un maestro significa trovare il punto più vicino da cui raggiungere il divino, la porta più vicina per avvicinarsi all’esistenza. Uno che è arrivato…Ma come farai a decidere? Dovrai sentirlo: il pensiero non ti sarà di alcun aiuto. Il pensiero ti trarrà in inganno, hai bisogno di sentire, di essere paziente, hai bisogno di stare alla sua presenza, di gustarla, di inebriarti della sua presenza. A poco a poco, le cose cominceranno a chiarirsi. Con l’acquietarsi della mente, le cose si chiariranno.

In questo stadio, il giardino, si apre una prospettiva totalmente diversa. Questo è il punto in cui la domanda ‘Chi sono io diventa importante, e non chiedi alcuna risposta. Non sei disponibile da accettare alcuna risposta dall’esterno. E il maestro non ti dà nessuna risposta. Anzi, distruggerà tutte le tue risposte – è quello che io sto facendo qui…Sto portandoti via tutte le risposte, in modo tale che tu rimanga solo con la tua domanda, puro con la tua domanda, vergine con la tua domanda.

Quando rimani con la domanda, e dall’esterno non ti viene offerta nessuna risposta, allora comincia a ricadere in te stesso. La domanda penetra come una freccia fino al centro stesso del tuo essere – e proprio c’è la risposta. Una risposta non verbale. Non troverai una teoria, ma una realizzazione. Sarà un’esplosione. Semplicemente saprai. Non è un sapere teorico, tu sai. È esperienza esistenziale. Il primo tipo di persona è dogmatico, settario. Il secondo è filosofico. Il terzo è religioso, esistenziale.

 

 

LA CASA

 

Il quarto stato è “la casa”. Gli indù la chiamano turrita: il quarto stato. Nel quarto stato sei arrivato, sei giunto al centro del tuo essere – casa, illuminazione, samadhi, satori, nirvana. Sei giunto al punto il cui maestro e discepolo scompaiono, in cui il ricercatore e l’oggetto della ricerca scompaiono, tutte le dualità svaniscono. Hai trasceso la dualità, sei arrivato all’uno.

Questo è il posto che tutti abbiamo cercato, e la sua bellezza sta nel fatto che è sempre stato lì. Quando giungerai a casa, scoprirai di essere arrivato nel posto in cui sei sempre stato. Guardandoti indietro, da casa, ti metterai a ridere. Vedrai che la giungla non è la fuori, era la tua stessa inconsapevolezza. La foresta non era là fuori, era la tua facoltà onirica. Il giardino non era là fuori: era la tua consapevolezza.

E la casa è il tuo essere, satchitanand. Sei tu, la tua vera natura, swabhava, tao – chiamalo come vuoi, non ha nome.

Questi sono i quattro stati.

Ciò che insegno qui non è nient’altro che il tuo vero essere.

Ti sto portando sempre più vicino e te stesso… nient’altro che questo. Ti sto riindirizzando verso te stesso. Non hai perso nulla: ti sei solo dimenticato del tesoro che hai dentro, non ti ricordi più il modo di guardarti dentro.

Se hai osservato meditativamente le carte dei Tarocchi…e sono carte su cui bisogna meditare. Sono antichi metodi di meditazione. Il Folle è in piedi sull’orlo di un precipizio, un piede a terra e l’altro che penzola nel vuoto – e non è consapevole, guarda le stelle, è molto felice; deve avere la testa piena di sogno. Sulla schiena porta i quattro simboli sacri, senza sapere di che si tratta. Non sa neppure che sta portando dei simboli sacri sulla schiena. Questi sono i quattro simboli sacri: la giungla, la foresta, il giardino, la casa. Adesso  dipende tutto da te.

 

tratto da: Osho, The Path of Love #3

  (ritorna al sommario)

 

 

 

UN LIBRO DA VIVERE

 

 

Il Seme della

Ribellione - vol. 3°

_____________________

Oshoba Editore

Pagine 190 — Euro 12,00

 

 

Ricchezza: Che cosa cerca esattamente un uomo attraverso la ricchezza? Tramite la ricchezza cerca la vita, una vita più grande, una vita più esuberante. La mente dice: “Come puoi vivere senza ricchezza?” La mente dice: “Come puoi essere sicuro senza benessere materiale?” La mente dice: “Come ti proteggerai dalla morte se non sei ricco?” Il benessere materiale è una protezione contro la morte, una ricerca della vita. Ma quando raggiungi la ricchezza, all’improvviso ti appare chiaro che la ricchezza non ti può proteggere. E se la ricchezza non ti può proteggere dalla morte, come potrà mai darti una vita più ricca? Non può, stavi cercando nella direzione sbagliata.

 

La mente è ubriaca: Non riesce a vedere il presente, ciò che ti sta davanti. La mente è colma di sogni, di desideri. Non hai presenza di spirito. Ecco perché ti lasci sfuggire Gesù, ti fai sfuggire Buddha, Krishna, e poi per secoli ti senti in colpa. Per secoli pensate, pregate, fantasticate, e quando Gesù è qui te lo lasci sfuggire. Puoi incontrare Gesù solo se raggiungi una presenza di spirito, una presenza libera da qualsiasi passato, che non ha alcun futuro: solo una presenza simile è in grado di penetrare il presente. E a questo punto il presente è eterno. Ma l’eternità è in profondità, non è un movimento lineare, non è orizzontale: è verticale.

 

Fallimento: se sperate nel futuro, la disperazione vi accompagnerà con il passato. La disperazione è il riflesso della speranza: se speri, sarai frustrato. Più speri, più sarai frustrato, perché la speranza crea un sogno che non sarà mai appagato. Gesù non è disperato, non è frustrato. Non spera mai, quindi ogni cosa lo appaga; non si aspetta nulla, per cui ogni cosa è come dovrebbe essere; non sogna mai, quindi non vi è alcun fallimento. Se non insegui il successo, non può esservi fallimento, e se non pensi al futuro, niente ti può frustrare. È impossibile! Se non vi sono sogni, non esiste alcuna infelicità.

 

la donna: Tutte le religioni si sono sempre opposte alle donne, perché fondamentalmente sono state create dall’uomo. Questo non è un giudizio, non è una critica: è stato così, perché le religioni sono state create dall’uomo. E l’uomo aveva paura delle donne, e voleva che la sua sfera d’ingerenza fosse chiaramente definita, non voleva che le donne entrassero a farne parte. Per questo, tutte le religioni sono rimaste essenzialmente omosessuali, non sono affatto eterosessuali. E tutte le comunità religiose sono rimaste omosessuali: monaci che vivono in una società omosessuale. Se mai hanno permesso alle donne di partecipare, hanno conferito loro uno status di secondaria importanza: non devono decidere nulla, devono semplicemente seguire le regole, qualsiasi sia la regola da seguire decisa dagli uomini; e in questo modo non si creano problemi.

 

libertà: La meta è la libertà assoluta, la religione è semplicemente un mezzo per raggiungerla. Ecco perché è fondamentale comprendere che la religione esiste in quanto forza antisociale: la sua stessa natura è antisociale, perché nella società la libertà assoluta non può esistere.

La psicologia è al servizio della società. Gli psichiatri non fanno che cercare con ogni mezzo di riadattarti alla società, sono al servizio della società. La politica, ovviamente, è anch’essa al servizio della società. Ti dà un minimo di libertà, per poterti rendere schiavo. Questa libertà è semplice corruzione, può esserti sottratta in ogni momento. Se pensi di essere veramente libero, puoi essere gettato in prigione quanto prima. Politica, psicologia, cultura, educazione, sono tutte cose al servizio della società. Solo la religione è fondamentalmente ribelle.

 

 (ritorna al sommario)