2 DOVE MEDITARE
I centri di meditazione di Osho regione per
regione e altri indirizzi.
6 LE NOTIZIE
8 SPECIALE
DALL'EGO...
• Ingrassa l'ego
finché non scoppia
È inutile —
o ancora peggio, dannoso — combattere con l'ego, reprimerlo, nasconderlo.
L'unica possibilità è osservarlo, comprenderne i sottili meccanismi, svelarne
le profonda irrealtà... solo così si riesce ad andarne oltre.
19 LA MAPPA
Nessuno
nasce con un ego: è solo un'illusione che a poco a poco prende forma
26
RIFLESSIONI
Crediamo di
vivere separati dall'esistenza, ma sarà poi vero?
• L'illuminazione
facile facile
• Seduto in silenzio
senza far niente
Semplice,
troppo semplice perché la nostra mente possa crederci.... attendere senza
disperare — ma soprattutto senza addormentarsi — e al momento giusto, basta un
attimo... l'inizio di una beatitudine senza fine
34
MEDITAZIONE
Basta
osservare, senza identificarsi... sembra impossibile, ma è davvero la chiave
che apre le porte sui misteri cieli 'esistenza.
50 TUTTE LE STELLE
Il tuo oroscopo di aprile
52 LA VETRINA
Tutti i libri di Osho in italiano, i video di
Osho, le musiche per la meditazione e il rilassamento.
60 TECNICHE
Scopri la
chiara, profonda intelligenza della non-mente.
OSHOTIMES INTERNATIONAL
Copyright© 2000 OSHO INTERNATIONAL FOUNDATION
Tutti i diritti riservati OSHO® è un marchio registrato di proprietà della Osho
International Foundation, usato con il suo permesso.
Tutti a Varazze !
Per… Alleggerire l’anima.
È questo il tema del Festival che si terrà al
Palasport di Varazze dal 5 al 7 Aprile 2002. Per qualsiasi informazione:
Tel/Fax: 019.918766
e-mail: festival@oshoamici.it
Per gli ultimi aggiornamenti on-line:
http://www.thefestival.it
Un evento internazionale di meditazione e
celebrazione. Un modo per risvegliare la tua consapevolezza con un'esperienza
diretta della tua dimensione interiore: troverai meditazioni di Osho, balli e
musica dal vivo, vari workshop e un mucchio di altre cose - meditazione, danza,
festa e spettacoli per il corpo, la mente e lo spirito. E inoltre l'occasione di incontrarti con altre persone che hanno nella
meditazione e nella gioia di vivere una delle basi della propria esistenza.
Festa
tutti i giorni
Splendida l’ambientazione in Buddha Hall per lo
spettacolo di fine training delle ‘Danze sacre di Gurdjeff’: la ricostruzione
di un mercato orientale, pieno di frutta, spezie e colori, luogo d’incontro di
gente – in splendidi costumi – da vari paesi, di varie culture… dove la pratica
di questi ‘sacri movimenti’ – una serie di sequenze di esercizi ritmati, vedi
OTI di marzo 2000 – creati dal mistico russo G. Gurdjeff, portano a una
profonda centratura, un’intima consapevolezza: proprio la ‘meditazione nella
piazza del mercato’… un’immagine che Osho ama spesso usare.
Sono in aumento, qui al Meditation Resort di Pune,
spettacoli, eventi e celebrazioni – in Buddha Hall, o anche al Plaza – nelle
occasione (diciamolo pure: con le scuse) più disparate.
Possono essere delle band in tournée in India –
come è successo recentemente con ‘The Fusion Ensemble’: musicisti orientali e
occidentali guidati da Ustad Taufiq Qureshi, il figlio del mitico Alla Rakha
(il suonatore di tabla che accompagnava Ravi Shankar al sitar: i primi ad aver
portato in occidente, invitati dai Beatles, la musica indiana) o anche con i
‘Champloose’ di Shokichi Kina (Upanishad), la stella del folk-rock giapponese,
che ha suonato anche con Bob Dylan, Yoko Ono e Rye Cooder – che ne approfittano
per una serata qui al Resort.
O anche musicisti classici indiani, sempre felici
di suonare di fronte a una platea che sa apprezzare la musica come tramite
verso la meditazione… o semplicemente mimi occidentali, che approfittano di un
soggiorno qui al Resort per farci morire dalle risate con le loro più recenti
pantomime. Insomma è festa tutti i giorni.
“La vera celebrazione non può seguire il
calendario: il primo novembre …celebreremo! Strano, miserabili tutto l’anno e
improvvisamente, il primo novembre, basta con l’infelicità e tutti fuori a
ballare. E poi, quando il primo novembre è finito, si torna indietro nel ‘buco
nero’, ognuno nella sua infelicità, ognuno con le sue ansie. La vita dovrebbe
essere una celebrazione continua, un festival di luci tutto l’anno… solo allora
potrai crescere, sbocciare.”
Ci dice Osho, mettendoci in guardia dal celebrare
solo le ‘feste comandate’
“…abbiamo alcuni giorni di festa. Una volta
all’anno osserviamo Holi, il festival dei colori… una volta all’anno celebriamo
Diwali, il festival delle luci [le due principali feste in India].
Ma la nostra vita è noiosa, arida… ed è proprio
per questo che l’uomo ha dovuto creare le festività. Gli uccelli, gli animali,
le piante, i fiumi, le cascate… non hanno né Holi né Diwali. L’uomo è malato,
ecco perché è soddisfatto con un solo Diwali… è giusto una consolazione. Guarda
la natura: l’esistenza si gode Holi ogni giorno, celebra un Diwali quotidiano.”
“… ogni giorno sarà una celebrazione. E perché
avere solo una festività quando se ne possono avere trecentosessantacinque.”
Anando in Italia
Anando parteciperà al 10o congresso internazionale
‘L’uomo e il Mistero’ organizzato dalle
Edizioni Mediterranee a Riccione
dal 23 al 28 aprile. Parlerà su ‘Meditazione, l’arte di vivere’ il 26 aprile, e
terrà inoltre, sempre all’interno del congresso, un seminario su ‘Meditazione -
come cambiare la propria vita‘ dal 24al 25 aprile. Per maggiori informazioni
visitate in Internet il sito della casa editrice.
ingrassa
l’ego
finché non
scoppia
In questo numero di Osho Times diamo ampio spazio
a un processo che vede tutti coinvolti: il procedere dall’identificazione con
quello che viene chiamato l’ego – una falsa entità che ci dà una parvenza di
credibilità nei confronti del mondo – verso l’incontro col nostro vero io che
già esiste a un livello più profondo e nascosto, incontro che viene definito
dai mistici di tutti i tempi “illuminazione”. Iniziamo questa esplorazione con
una riflessione sulle eperienze di una meditatrice nel Meditation Resort di
Pune.
EGO, in latino vuol dire solo
“Io”. Quando ho letto il mio primo libro di Osho, l’uso che faceva di questa
parola mi ha sconvolto completamente. Cosa voleva dire affermando: “L’ego deve
andarsene”?. La mia formazione come terapista psicoanalitica mi portava a
credere che un ego sano equivale a un essere umano sano, e che un ego
frammentato è la definizione di schizofrenia. Tutta la scuola americana di
psicoanalisi è conosciuta come ‘psicologia dell’ego’ e il suo obiettivo non è
nient’altro che consolidare le parti dell’ego. In tutto il mondo occidentale un ego forte è il segno di un individuo
libero e integrato.
I mistici affermano
l’opposto – che un individuo è veramente libero solo se manca dell’ego. Essi
vedono l’ego come un miscuglio di idee, credenze e condizionamenti che sono di
ostacolo all’essere veramente se stessi. E anche se non lo trovi scritto nel
nuovo best-seller di psicologia alla moda, in un qualche modo il buon senso in
Occidente ha una certa comprensione di questo fenomeno. Ad esempio si pensa che
va bene avere un ego solido, ma che non va bene oltrepassare certi limiti e
diventare egoisti. Un “grosso ego” come quello che si attribuisce a Maria
Callas o a Rudolph Nureyev è un privilegio riconosciuto a persone
particolarmente dotate – apparentemente basandosi sull’assunzione che si può
giustificare un ego più grande in chi possiede particolari talenti. In altre
parole, pur di godere della grande arte, la gente è pronta a tollerare anche
personalità patologiche.
Secondo Osho, tuttavia,
siamo tutti patologici, anche se in gradi diversi. Osho va ancora un passo più
in là dei mistici orientali che l’hanno preceduto, perché secondo lui prima
l’ego deve cristallizzarsi e solo dopo può andarsene. Se non si cristallizza,
non può scomparire. E se non scompare, non ci può essere crescita spirituale.
Ma cosa vuol dire tutto
questo nella mia vita pratica?
Prima di tutto, senza un
invito personale del maestro, anni fa, un ego come il mio, grande come una
casa, non sarebbe mai riuscito a compiere il salto di diventare sua discepola.
Ho lasciato allora una fiorente pratica psicoanalitica a Londra per venire a
vivere ‘per sempre’ nel suo campus. Arrivata lì, il passo successivo più
naturale per me sarebbe stato quello di iniziare ad aiutare il più importante
group leader del momento a condurre gruppi di encounter. Ho scritto a Osho di
questo mio desiderio, dicendogli – senza un
briciolo di incertezza – quanto avessi bisogno della sfida di quella
situazione di confronto per poter crescere. E invece lui mi ha fatto diventare
il primo counselor individuale del campus, compito che veniva svolto
incontrando i clienti nella nostra mensa.
Il mio disappunto per non
aver ottenuto ciò che volevo, è stato subito superato dall’onore di aver
ottenuto una posizione così prestigiosa. Mi sono subito installata al caffè del
campus aspettando i clienti. Non è venuto nessuno. Alla fine qualcuno veniva,
ma molto raramente. Nel frattempo ho
iniziato a divorare la nuova linea di dolci alla crema appena lanciata dalla
ragazza svizzera che
coordinava la cucina.
Quando più avanti Osho ha
commentato sulla mia incapacità di starmene seduta a far niente nella mensa
senza abbuffarmi, mi è sorta l’idea che la sfida che avevo desiderato tanto
stava proprio nel fatto che non c’era una sfida. Dopo tutto, perché i monaci
zen stanno seduti a vagliare il riso per anni? Uno degli strati di questo
mostro di ego viene pelato via, e ne restano ancora circa dieci milioni.
È probabile che questo
fosse un classico meccanismo per erodere l’ego: Osho non ti darebbe ciò che
vuoi, ma ti darebbe qualcosa che ha un prestigio simile. L’ho visto usare
questo trucco con molte personalità che avevano un concetto di sé molto alto. A
poco a poco, usando piccole torsioni da chiropratico che risultano accettabili
all’ego del discepolo, Osho è sempre riuscito a trasformare i nostri desideri
nella direzione di una maggiore armonia con l’universo. Mentre l’ego lentamente
si dissolve, diventa sempre meno diffidente, e offre più spazio alla possibilità
di tagliare via fastidiosi pezzi sempre più grandi.
Più
avanti Osho ha preso una direzione diversa. Mi ha fatto lavorare come
assistente di una donna molto bella ed estremamente energetica – chiaramente una
negriera in una vita precedente – che mi ha fatto correre di qua e di là, mentre il suo umore passava da una autocrazia
stridente e forzata a un umorismo giocoso e affezionato. Era molto brava
a far succedere le cose, ma in questo processo molti ego venivano completamente
travolti, e il mio era di solito il primo che prendeva l’aria di essere passato
attraverso un tritacarne. Avevo la
sensazione costante che le cose fossero fatte male e senza attenzione, e quindi
continuavo a litigare con lei, a lottare per ciò che mi sembrava importante con
tutta la pignoleria di cui sono capaci le donne. Naturalmente, lei non aveva
alcuna pazienza con me.
Questa lotta costante, il
diffuso senso dell’umorismo e i saltuari sprazzi di scambi affettuosi e pieni
di gioia, erano gli elementi principali del
mio processo di trasformazione. La sua dolcezza e il mio amore per Osho
si combinavano per formare quell’utero di fiducia necessario perché quello
strato del mio ego rimanesse ancora lì per il tempo
necessario a vederlo bene in faccia e capire cosa fosse. Per me, il
momento di trasformazione è una specie di ‘sentirsi pronti’ che non può essere
forzato. Solo nel buddhafield di Pune
ho potuto trovare lo spazio per vedere come l’ego mi fosse di ostacolo.
E un giorno l’ho visto. Le
parole che hanno accompagnato l’intuizione sono state: “Non a modo mio. In
qualunque altro modo purché non sia il mio” e non importa da chi viene il suggerimento su cosa fare, quello che conta è
la mia comprensione e intelligenza che accettano il suggerimento. Il messaggio
che ho finalmente compreso è che il problema non riguardava il lavoro che
facevo – non aveva nulla a che fare con il lavoro in se stesso. Riguardava
invece chi stava facendo quel lavoro.
Il soggetto che stava facendo quel lavoro diventava visibile solo quando le
solite strategie del suo ego venivano messe da parte. Una volta che queste
erano fuori gioco, rimaneva solo il soggetto, cioè il testimone interiore.
A
pungolarmi erano il dolore e un’infelicità insopportabili. Nel cercare di affermare la sua strategia sugli altri, l’ego mi
causava un tormento costante che bloccava il fluire della mia gioia. La
meditazione mi ha reso sempre più consapevole e quindi anche più sensibile a
quel dolore. Il momento di lasciarlo cadere è arrivato quando ho sentito
davvero il dolore e ho deciso ‘basta!’.
Un impegno totale verso
questo ‘basta!’ è il punto di svolta in cui l’ego cristallizzato inizia a
dissolversi. Può essere un basta alle motociclette superveloci, alle storie
d’amore possessive o alle abbuffate di cibo, non perché ci sia qualcosa di male
nelle motociclette, nelle storie d’amore o nel cibo, ma perché il pericolo,
l’infelicità o il mal di stomaco non trovano più un desiderio abbastanza forte
da prevaricare sulla saggezza. Io credo che l’ego cristallizzato non vada via
tutto di un colpo, in blocco, ma che ogni strato si dissecchi e si sfogli, come
gli strati di una cipolla, sotto lo scrutinio di uno sguardo meditativo.
Fondamentalmente questa
scartavetratura dell’ego è una delle funzioni più nascoste ma fondamentali del
meditation resort di Pune. Qui in un ambiente aperto, giocoso e amorevole, i
meccanismi della vita in comune sono di fatto un processo di continuo
cambiamento in cui l’ego, un po’ qua un po’ là, come un sassolino nella
corrente, viene eroso dalla frizione.
L’esistenza del
buddhafield, il suo amore e la sua apertura, il suo invito costante a osservare
invece di reagire di fronte agli sconvolgimenti interiori, ci ricorda che il
nostro primo obiettivo è quello di trasformarci.
Questa trasformazione
avviene con la progressiva evaporazione dell’ego.
© 1993 Savita Brandt
Tutte
le persone sviluppano un ego. Tutte ne hanno bisogno almeno per un tratto del
proprio nella vita. Finita però la fase iniziale dello sviluppo l’ego diventa
una prigione, una struttura rigida che limita la propria libertà. Non solo: si
rivela una vera e propria ferita psicologica, sempre aperta e pronta a farti soffrire
non appena qualcuno ci mette un dito sopra.
Il bambino,
quando nasce, non ha alcuna conoscenza, alcuna coscienza di sé. Anche dopo la
nascita, la prima cosa di cui il bambino diviene consapevole non è se stesso.
La prima cosa di cui diventa consapevole è l’altro. È naturale, visto che gli
occhi si aprono sull’esterno, le mani toccano gli altri, le modo. Attraverso
l’apprezzamento, l’amore, le attenzioni, sente di essere buono, di valere
qualcosa, di avere un significato. Si crea un centro. Ma questo centro la sua
reale essenza. Egli ignora se stesso. Sa solo quello che gltri pensano di lo è
proprio questo: un riflesso, quello che pensano gli altri. Se nessuno pensa che
lui sia utile, se nessuno lo apprezza, nessuno gli sorride, anche in questo
caso si forma un ego, un ego malato, triste, reietto, simile a una ferita, con
un senso di inferiorità, di mancanza di valore. Anche questo è un ego. Anche
questo è un riflesso. Prima la madre – e la madre, all’inizio, è il mondo – poi
gli altri che si aggiungono alla madre, e il mondo continua a crescere. E più
il mondo cresce, più complesso diventa l’ego, perché riflette le opinioni di
molti.
L’ego
è un fenomeno di accumulo, un sottoprodotto della vita sociale. Se un bambino
vivesse totalmente da solo, non svilupperebbe mai un ego. Ma questo non
servirebbe. Sarebbe come un animale. Non significa che arriverebbe a conoscere il
suo sé reale, no. Il reale può essere conosciuto solo attraverso il falso,
quindi l’ego è necessario. Ci si deve passare attraverso. È una disciplina. Il
reale può essere conosciuto solo attraverso l’illusorio. Non è possibile
conoscere direttamente la verità. Prima devi capire cosa non è vero. Prima devi
incontrare il falso. Grazie a questo incontro potrai conoscere la verità. Se
riconosci il falso come falso, la verità ti si rivela.
L’ego
è necessario, è una necessità sociale, è un prodotto sociale. La società è
tutto ciò che ti circonda, il non-io, tutto quello che ti circonda. Tutto,
tranne te, è società, e ognuno è un ‘riflettore’. Vai a scuola e l’insegnante
ti rivela chi sei. Fai amicizia con altri bambini e loro ti rivelano chi sei. A
poco a poco, ognuno aggiunge un pezzetto al tuo ego, e tutti cercano di
modificarlo in modo che tu non possa creare problemi alla società.
A
loro, tu non interessi. A loro interessa la società. La società pensa a se
stessa, ed è così che deve essere. A nessuno interessa che tu conosca te
stesso. A loro interessa che tu diventi un ingranaggio efficiente all’interno
del meccanismo chiamato società. Devi adattarti alla struttura. Per questo
cercano di darti un ego che si adatti alla società. Ti insegnano un codice
morale. Il codice morale corrisponde al tentativo di darti un ego conforme alla
società. Se sei immorale, sarai sempre un disadattato, in un modo o nell’altro.
La
società crea un ego, perché l’ego può essere manipolato e controllato; il sé
non può mai essere controllato o manipolato, nessuno ha mai sentito di una
società che controllasse il sé, impossibile. E il bambino ha bisogno di un
centro, il bambino è del tutto inconsapevole del proprio centro. La società gli fornisce un centro e il bambino a poco a poco si convince
che quello, l’ego datogli dalla società, è il suo centro. L’ego è sempre insicuro, sempre affamato, sempre
alla ricerca di apprezzamenti. È per questo che continui a chiedere attenzione.
Se
il marito entra in una stanza e non guarda la moglie, ci saranno dei problemi.
Se gli interessa di più il suo giornale, ci saranno dei problemi. Come osa
preferire il giornale, quando sua moglie è lì? Per questo sorgono sempre
difficoltà. Se un uomo è un grand’uomo, allora la moglie sarà sempre un
problema. E vale anche il contrario: se una donna è una gran donna, suo marito
sarà sempre un problema. Chiedete alle mogli dei grandi uomini. Un grand’uomo
ha cose importanti da fare. Un Socrate… gli interessava di più la meditazione
che la moglie, e questo produsse una ferita. La moglie di Socrate lo tormentava
di continuo. Lui era sempre occupato da qualcos’altro.
“C’è
qualcosa di più importante di me?”. Questo è uno shock per l’ego.
Sono
gli altri a darti un’idea di chi sei. Non hai un’esperienza diretta. È dagli
altri che ricevi un’idea su chi sei. Sono loro a modellare il tuo centro. Ma
tale centro è falso, perché il tuo centro lo porti dentro di te. Nessun altro
ne sa nulla. Nessuno può modellarlo. Vieni al mondo con lui. Nasci con lui.
Quindi
hai due centri. Uno, con il quale nasci, che ti viene dato dall’esistenza
stessa. Ed è il sé. E l’altro, creato dalla società, che è l’ego – un’entità
falsa – e uno stratagemma molto complicato. Attraverso l’ego, la società ti
controlla. Devi comportarti in un certo modo, perché solo allora la società ti
apprezza. Devi camminare in un certo modo, devi ridere in un certo modo, devi
seguire una linea di condotta, un codice morale. Solo allora la società ti
apprezza, e se non lo fa, il tuo ego ne é scosso. Quando l’ego è insicuro, non sai né dove sei,
né chi sei. Gli altri te ne danno un’idea. E quell’idea è l’ego.
Cerca
di capirlo il più profondamente possibile, perché è questo che devi buttar via.
E finché non lo getti via, non riuscirai a entrare in contatto con il sé.
Poiché sei assuefatto al centro, sei incapace di muoverti, e non puoi vedere il
sé.
E
ricorda, ci sarà un periodo intermedio, un intervallo, in cui l’ego sarà in
frantumi, e tu non saprai chi sei, non saprai dove stai andando, in cui tutti i
confini saranno svaniti. Sarai semplicemente confuso – un caos. È questo caos
che genera la paura di perdere l’ego. Ma così dev’essere. Bisogna passare
attraverso il caos per raggiungere il centro reale del sé.
E se
osi, questo periodo sarà breve. Se hai paura, e ricadi nell’ego, e cominci a
ricomporlo, allora sarà molto, molto lungo: puoi sprecare molte vite.
L’illuminazione
è sempre improvvisa. Non esiste l’illuminazione graduale. La gradualità esiste
se non osi: nasce dalla paura. In quel caso fai un passo verso il centro, il
centro reale, ti impaurisci – e torni indietro. Assomigli a un bambino che se
ne sta sulla soglia di casa, vuole uscire, ma fuori è buio. Guarda fuori, e
torna indietro, poi raccoglie di nuovo un po’ di coraggio e si affaccia.
Ho
sentito la storia di un bambino in visita ai nonni. Aveva solo quattro anni. La
sera, quando la nonna lo metteva a letto, lui piangeva e diceva: “Voglio andare
a casa. Ho paura del buio”. Ma la nonna gli diceva: “So benissimo che anche a
casa dormi al buio, non ho mai visto una luce accesa. Perché qui hai paura?”.
Il bambino rispondeva: “Hai ragione, ma quello è il mio buio. Questo buio non
lo conosco per niente”. Persino con il buio tu dici: questo è mio.
Fuori
– un buio sconosciuto. Con l’ego tu dici: questo è il mio buio. Può essere
pesante, può crearmi un sacco di guai, ma resta pur sempre mio. Qualcosa a cui
afferrarsi, qualcosa a cui aggrapparsi, qualcosa sotto i piedi: non sei nel
vuoto, non sei nel nulla. Magari sei infelice, ma almeno ci sei. Anche l’essere
infelice ti dà la sensazione di ‘io sono’. Se ti muovi, la paura prende il
sopravvento, cominci a temere il buio dell’ignoto, e il caos – perché la
società è riuscita a ‘far luce’ su un pezzettino del tuo essere.
È
come se fossi andato in una foresta. Ti sei creato uno spazio sgombro, hai
liberato il terreno, messo una recinzione, ti sei costruito una capanna, hai
creato un giardino, un praticello, e ti senti bene. Oltre la recinzione c’è la
foresta, un mondo selvaggio. Qui va tutto bene, hai pianificato tutto.
È
successo così. La società ha creato uno spazio sgombro all’interno della tua
consapevolezza. Ha ripulito un pezzettino, e lo ha recintato. Lì, tutto va
bene. È quello che fanno in tutte le università. La cultura e l’educazione non
fanno altro che ripulire una parte, affinché tu ti ci senta a proprio agio. Ma
poi diventi pauroso: oltre il recinto c’è il pericolo.
Oltre
il recinto ci sei tu, come dentro il recinto – e la tua mente conscia è solo
una parte, un decimo del tuo essere. I nove decimi ti attendono al buio. E in
quei nove decimi, da qualche parte, è nascosto il tuo vero centro.
Occorre
osare, essere coraggiosi. Occorre addentrarsi nell’ignoto. Per un po’ tutti i
confini svaniranno, per un po’ ti sentirai confuso, per un po’ avrai paura e ti
sentirai scosso, come se fosse successo un terremoto. Ma se sei coraggioso e
non torni indietro, se non ricadi nell’ego e prosegui, c’è un centro nascosto
che ti porti con te da molte vite. Quella è la tua anima, l’atma, il sé. Una volta che ti avvicini,
tutto cambia, tutto si ricompone di nuovo; ora però questa ricomposizione non
viene fatta dalla società. Ora tutto diventa un cosmo, non un caos, nasce un
nuovo ordine. Ma non è più l’ordine della società – è l’ordine dell’esistenza
stessa.
Buddha
lo chiama dhamma, Lao Tzu lo chiama tao, Eraclito lo chiama logos. Non è creato dall’uomo. È
l’ordine dell’esistenza stessa. Allora tutto, all’improvviso, è di nuovo bello,
e per la prima volta realmente bello, perché le cose create dall’uomo non
possono essere belle. Al massimo ne puoi nascondere la bruttura, tutto qui. Le
puoi abbellire, ma non possono mai essere belle.
L’ego
è di plastica, ma sembra permanente. Ricorda, l’eternità non è permanenza.
L’eternità è sempre in movimento. L’eternità si muove attraverso il
cambiamento. L’eternità è cambiamento continuo, eppure rimane la stessa:
cambia, eppure rimane la stessa, si muove, eppure non si muove mai.
L’ego
ha una certa caratteristica: è morto, è di plastica. Ed
è molto facile averlo, perché te lo danno gli altri. Non devi cercarlo. Non
richiede alcuna ricerca. Ecco perché
se non diventi un
ricercatore
nell’ignoto, non sei ancora un individuo. Sei solo parte
della folla. Sei solo massa. Se non hai un centro reale, come puoi essere un
individuo?
L’ego
non è individuale. L’ego è un fenomeno sociale, è la società, non sei tu. Ma ti
dà una funzione nella società, un posto nella società. E se questo ti soddisfa,
perderai l’opportunità di trovare il sé.
Per
questo sei così infelice. Con una vita di plastica, come fai a essere felice?
Con una vita falsa, come fai a essere estatico e beato? E poi l’ego crea molte
infelicità, milioni. Non puoi vederlo, perché è ‘il tuo buio’. Ci sei abituato.
Hai
mai notato che ogni forma di infelicità passa dall’ego? Non può renderti felice,
può solo renderti infelice. L’ego è l’inferno. Ogni volta che soffri, cerca di
osservare e analizzare, e scoprirai che, da qualche parte, l’ego ne è la causa.
E l’ego continua a trovare cause per soffrire.
Una
volta ero ospite da Mulla Nasrudin. La moglie lo stava insultando: era davvero
arrabbiata, rude, aggressiva, sul punto di esplodere, molto violenta. E Mulla
Nasrudin se ne stava seduto in silenzio e l’ascoltava. All’improvviso la moglie si gira verso di lui e gli dice: “E così vuoi andare avanti
a discutere!”. E il Mulla: “Ma io non ho detto neanche una parola”. E la
moglie: “Lo so, ma hai un modo di ascoltare molto polemico”. Tu sei un egoista, come tutti. Alcuni lo sono in
maniera grossolana, in superficie, e non sono casi difficili. Alcuni lo sono in
maniera sottile, nel profondo, e rappresentano il vero problema. Questo ego
entra continuamente in conflitto con gli altri, perché ogni ego ha scarsissima
fiducia in se stesso. Quando non hai in mano nulla e pensi solo di avere
qualcosa, ci saranno dei problemi. Se qualcuno ti dice: “Non c’è nulla”,
reagirai immediatamente, perché anche tu senti che non c’è nulla. L’altro ti
rende consapevole di questo fatto.
L’ego
è falso, è nulla. Lo sai anche tu. Come puoi evitare di saperlo? È impossibile!
Un essere consapevole, come fa a non vedere che l’ego è falso? E poi gli altri
dicono che non c’è nulla – e quando gli altri dicono che non c’è nulla, vanno a
toccare una ferita. Dicono la verità – e nulla fa male quanto la verità. Devi
difenderti, perché se non ti difendi, se non ti metti sulla difensiva, dove
finirai? Sarai perduto. La tua identità andrà in pezzi. Quindi devi difenderti
e lottare – per questo ci sono i conflitti. Un uomo che realizza il sé non
entra mai in conflitto. Gli altri potrebbero arrivare per scontrarsi con lui,
ma lui non è mai in conflitto con nessuno.
È
accaduto che un maestro zen passasse lungo una via. Un uomo corse verso di lui
e lo colpì. Il maestro cadde. Poi si rialzò e continuò a camminare nella stessa
direzione di prima, senza neanche voltarsi. Un discepolo che era con lui rimase
scioccato. Gli disse: “Chi era quell’uomo? Cos’è accaduto? Se uno vive in
questo modo, chiunque lo può avvicinare e uccidere. E non l’hai neppure
guardato, per vedere chi era e perché l’ha fatto”. Il maestro disse: “Quello è
un suo problema, non mio”. Puoi scontrarti con un illuminato, ma sarà un tuo
problema, non suo. E se vieni ferito in quello scontro, anche quello sarà un
tuo problema. Lui non può essere ferito. Sarà come sbattere contro un muro, ti farai
male, ma non è il muro che ti ha fatto male.
L’ego
è sempre alla ricerca di guai. Perché?
Se
nessuno ti presta attenzione, l’ego è affamato. Si
nutre di attenzione. Quindi anche se qualcuno litiga o è arrabbiato con te, ti
va bene lo stesso, perché almeno ricevi un po’ di attenzione. Se qualcuno ti
ama, va bene. Se nessuno ti ama, allora anche la rabbia va bene. Perlomeno
riceverai un po’ di attenzione. Ma se nessuno ti dà attenzione, nessuno pensa
che tu sia importante, come farai a nutrire il tuo ego? Hai bisogno
dell’attenzione degli altri.
Hai
milioni di modi per attirare l’attenzione degli altri: ti vesti in un certo
modo, cerchi di farti bello, ti comporti bene, sei molto educato, ti modifichi.
Cerchi di capire la situazione e subito cambi in modo che le persone ti
prestino attenzione.
Questo
è mendicare. Un vero mendicante è uno che chiede e pretende attenzione. E un
vero imperatore è uno che vive per sé, ha il suo centro, non ha bisogno di
nessun altro.
Buddha seduto sotto l’albero del bodhi… se il mondo intero scomparisse
all’improvviso, che differenza farebbe per Buddha? Nessuna.
Non
fa alcuna differenza. Anche se il mondo intero scomparisse, non farà alcuna
differenza, perché lui ha trovato il proprio centro.
Ma
tu, se tua moglie se ne va, se divorzia e va con qualcun altro, ti ritrovi a
pezzi, perché ti dava attenzione, ti accudiva, ti amava, ti stava intorno, ti
aiutava a sentirti qualcuno. Il tuo impero è completamente perduto, sei
distrutto. E cominci a pensare al suicidio. Perché, se tua moglie ti lascia,
dovresti suicidarti? Perché, se tuo marito ti lascia, dovresti suicidarti?
Perché non hai un tuo centro. Era la moglie che ti dava il centro, il
marito che ti dava il centro.
La
gente vive così. In questo modo le persone diventano dipendenti dagli altri. È
una grande schiavitù, dipendere dagli altri. Solo una persona priva di ego è,
per la prima volta, il padrone – non è più uno schiavo.
Cerca
di capire. E comincia a riconoscere l’ego – non negli altri, non sono affari
tuoi – ma in te stesso. Ogni volta che ti senti infelice, chiudi immediatamente
gli occhi e cerca di vedere da dove arriva quella infelicità. Scoprirai sempre
che il tuo centro falso si è scontrato con gli altri.
Ti aspettavi qualcosa, e
non è successo. Ti aspettavi una cosa ed è successo l’esatto opposto – il tuo
ego è sconvolto, tu sei infelice. Osserva, ogni volta che ti senti infelice,
cerca di scoprire perché.
Le
cause non sono esterne. La causa prima è dentro di te, ma tu guardi sempre
fuori, ti chiedi sempre: “Chi mi rende infelice? Chi mi fa arrabbiare? Chi è
responsabile della mia angoscia?”. E se guardi fuori, mancherai il punto.
Chiudi gli occhi e guarda dentro. La fonte di ogni infelicità, rabbia,
angoscia, è dentro di te, è il tuo ego. E se trovi la fonte, ti sarà facile
superarla. Se riesci a vedere che è il tuo ego a creare problemi, cercherai di
lasciarlo cadere – poiché nessuno può portarsi dietro la causa della propria
infelicità, se la capisce.
E
ricorda, non hai bisogno di lasciar cadere l’ego. Non puoi liberartene. Se
cerchi di liberartene, svilupperai un ego più sottile che dice: “Sono diventato
umile”. Non cercare di essere umile. Di nuovo, si tratta dell’ego che si
nasconde, ma non è morto.
Non
cercare di essere umile. Nessuno può tentare di esserlo. E nessuno può generare
l’umiltà tramite i propri sforzi – no. Quando l’ego non c’è più, in te nasce
l’umiltà. Non è una creazione. È l’ombra del tuo centro autentico. Un uomo
realmente umile non è né umile, né arrogante. È un uomo semplice. Non è neppure
consapevole di essere umile. Se sei consapevole di essere umile, c’è di mezzo
l’ego.
Guarda
le persone umili. Ce ne sono a milioni che si ritengono umili. Si inchinano
profondamente, ma osservale – sono sottilmente arroganti. Ora è l’umiltà il
loro nutrimento. Dicono: “Sono umile”. E poi ti guardano e si aspettano i tuoi
apprezzamenti. “Sei davvero
umile”. Vorrebbero che tu dicessi: “Sei l’uomo più umile del mondo, nessuno è
umile come te”. Osserva il sorriso che dopo
appare loro sulle labbra.
Che
cos’è l’ego? L’ego è un gerarca che dice: “Nessuno è come me, sono l’uomo più
umile”.
Una
volta è accaduto che un monaco venisse da me e mi parlasse della sua umiltà.
Gli ho detto: “Tu non sei niente. Conosco un uomo che è più umile di te”. In
preda a un moto improvviso di rabbia, di ego, mi ha detto: “Chi è quell’uomo?
Voglio vederlo!”. “Il punto non è questo,” gli ho risposto “non te lo
presenterò. Cerca invece di capire, perché l’ego all’improvviso rispunta e
dice: ‘Chi osa essere più umile di me?’.”
Una
volta un fachiro, un medicante, pregava nella moschea la mattina presto, quando
ancora era buio. Di sicuro era una festività religiosa musulmana, e il fachiro
pregava dicendo: “Io non sono nulla. Sono il più povero dei poveri, il più
grande tra i peccatori”. All’improvviso un’altra persona si mise a pregare: era
l’imperatore di quel paese. Non sapeva che c’era lì qualcun altro in preghiera,
era buio, e anche l’imperatore diceva: “Io non sono nulla. Sono solo un
mendicante alla tua porta”. Quando udì l’altro dire le stesse cose, urlò: “Alt!
Chi cerca di superarmi? Chi sei tu? Come osi dire davanti all’imperatore che tu
sei nulla, quando anche lui sta dicendo la stessa cosa?”.
L’ego
funziona così. È molto sottile. I suoi modi sono molto sottili e ingegnosi.
Devi stare molto attento, e solo allora lo vedrai. Non cercare di essere umile.
Cerca solo di vedere che ogni forma di infelicità, di angoscia, viene
attraverso di lui. Osserva e basta! Non hai bisogno di lasciarlo cadere. Tu non
puoi lasciarlo cadere. Chi lo farà?
Chiunque sia a farlo, diverrà a sua volta ego – torna sempre indietro.
Qualunque
atteggiamento tu scelga, tirati da parte, e osserva, guarda. Qualunque
atteggiamento – umiltà, modestia, semplicità – non ti servirà a nulla. Solo una
cosa è possibile, ed è il semplice guardare e notare che è l’ego la fonte di
ogni infelicità. Non dirlo, non ripetere ‘devo osservare’, perché se io dico
che è la fonte di ogni infelicità e tu lo ripeti, non serve a nulla. Devi
arrivare a questa comprensione per conto tuo.
Quando
sei infelice, chiudi gli occhi e non cercare una causa esterna. Cerca di vedere
da dove viene l’infelicità. È il tuo ego. Se lo senti e lo capisci, e la
comprensione che l’ego è la causa si radica in te, allora un giorno,
all’improvviso, vedrai che è svanito.
Nessuno
lo abbandona – nessuno può farlo. Lo puoi solo vedere, e quello scompare,
perché la comprensione stessa che l’ego è la causa di ogni infelicità diventa
la sua morte. Tale comprensione ne segna la scomparsa.
Sei
molto bravo a vedere l’ego negli altri. Chiunque può vedere l’ego di un altro.
Quando arrivi al tuo, lì sorge un problema, perché non ne conosci il
territorio, non ci sei mai stato. L’intero percorso verso il divino, la realtà
suprema, deve passare attraverso il territorio dell’ego. Il falso deve essere
compreso in quanto falso. La fonte dell’infelicità dev’essere vista in quanto
fonte dell’infelicità. Quando comprendi che è veleno, svanisce. Quando
comprendi che è un fuoco, svanisce. Quando sai che è l’inferno, svanisce.
Allora non dirai: ho abbandonato l’ego. Ti metterai semplicemente a ridere
dell’intera faccenda, poiché eri tu a creare tutta quella infelicità.
Ho
visto un fumetto di Charlie Brown. In una vignetta lui gioca con le
costruzioni, sta costruendo una casa. Seduto in mezzo ai mattoncini, costruisce
le mura. A un certo punto si ritrova prigioniero, intorno ha solo un muro, e si
mette a gridare: “Aiuto, aiuto!”. Ed è lui ad aver fatto tutto. Ora è chiuso
dentro, imprigionato. È una cosa infantile, ma è quello che hai fatto anche tu.
Ti sei costruito intorno una casa, e ora urli: “Aiuto, aiuto!”. E il problema è
moltiplicato, perché quelli che vogliono aiutarti sono nella stessa barca.
È
accaduto che una donna molto bella andasse da uno psichiatra per la prima
volta. Lo psichiatra le disse: “Si avvicini, per favore”. Quando la donna si
avvicinò, le saltò addosso, l’abbracciò e la baciò. La donna rimase scioccata.
Poi le disse: “Si sieda. Quello serviva per il mio problema. Ora mi parli del suo”. I problemi si moltiplicano,
perché gli altri sono nella stessa barca. Vorrebbero aiutare, perché quando
aiuti qualcuno l’ego si sente bene, molto bene – sei un grande benefattore, un
grande guru, un maestro: aiuti moltissime persone. Più vasto è il tuo seguito,
meglio ti senti. Ma sei nella stessa barca, non puoi essere d’aiuto. Anzi,
farai del male.
Le
persone che hanno ancora i loro problemi, non possono essere di grande aiuto.
Solo qualcuno che non ha problemi può aiutarti. Solo uno così ha la chiarezza
di visione, può comprenderti. Una mente priva di problemi suoi può vederti, può
diventare trasparente. Una mente priva di problemi suoi può vedere dentro di
sé, per questo è capace di vedere dentro gli altri.
In
Occidente ci sono molte scuole di psicoanalisi, moltissime. E le persone non
ricevono alcun aiuto, anzi, vengono danneggiate. Perché coloro che prestano
aiuto, o cercano di farlo, o si atteggiano a benefattori, sono nella stessa
barca.
Leggevo
le memorie della moglie di Wilhelm Reich, uno degli psicoanalisti più
significativi e più rivoluzionari… ma quando si tratta dei propri problemi, ci
sono delle difficoltà.
Nelle
sue memorie, la moglie scrive che Reich insegnava agli altri a non essere
gelosi, che l’amore non è possesso, è libertà. Ma nei riguardi della propria
moglie era sempre geloso. Se lei rideva con un altro, subito si intristiva. Lui
faceva l’amore con molte altre donne, ma alla moglie non permetteva neppure di
sorridere a un altro, o di sedersi a parlare con un altro. Ogni volta che
usciva – per visitare i pazienti per esempio – la prima cosa che faceva
tornando a casa era chiedere alla moglie dov’era stata, chi aveva incontrato,
chi era venuto a trovarla: un vero e proprio interrogatorio. La moglie dice che
lei era semplicemente stupefatta: un uomo così saggio con gli altri, ma con i
propri problemi…
È
difficile vedere il proprio ego. È molto facile vedere l’ego degli altri. Ma
non è questo il punto, non puoi aiutare gli altri. Cerca di vedere il tuo ego.
Limitati a osservarlo. Non avere fretta di liberartene, osservalo e basta. Più
lo osservi, più ne diverrai capace. Un giorno, improvvisamente, vedrai che non
c’è più. E quando se ne va da solo, solo allora ne sei libero. Non esiste altro
modo.
Non
puoi abbandonarlo prematuramente. Cade come una foglia morta. L’albero non fa
nulla. Basta un soffio di vento, una situazione, e la foglia morta cade.
L’albero non si rende neppure conto che la foglia morta è caduta. Non fa alcun
rumore, non fa alcuna dichiarazione – niente. La foglia morta cade e si
disperde nel terreno, come se nulla fosse.
Quando
sei maturo in comprensione e consapevolezza, e hai compreso con totalità che
l’ego è la causa di tutti i tuoi problemi, un giorno vedrai semplicemente
cadere la foglia morta. E disperdersi nel terreno, morire per conto suo. Tu non
hai fatto nulla, quindi non puoi dichiarare di averlo lasciato andare.
Vedi
solo che se ne è andato, e che poi è sorto il centro reale.
E il
centro reale è l’anima, il sé, dio, la verità, o qualunque nome tu voglia
dargli. È senza nome, quindi tutti i nomi vanno bene. Puoi dargli il nome che
preferisci.
tratto da: Osho, Returning to the Source # 5
La codardia non è una parte
essenziale dell’ego, è l’ego nella sua totalità. Ed è inevitabile che sia così,
poiché l’ego vive nella paura costante di venire smascherato: dentro è vuoto,
non ha sostanza, è pura apparenza, non realtà. E quando una cosa è solo
apparenza, miraggio, è inevitabile che al suo centro ci sia paura.
Sarà più facile
comprenderlo in un contesto differente. Tu vedi la luna, vedi la sua bellezza,
la sua luce fredda. Ma i primi astronauti rimasero scioccati, perché
nell’avvicinarsi alla luna non videro alcuna luce. La luna era solo una distesa
piatta e brulla – priva di vegetazione, priva di vita – nuda roccia. Ma dalla luna,
quando guardarono la terra, rimasero senza fiato: la terra emanava una luce
bellissima.
In confronto a quella
luce, la luna e la sua bellezza non sono niente; poiché la terra è otto volte
più grande della luna, la sua luce è otto volte più intensa, argento puro. E gli astronauti sapevano che era completamente
falso, eppure lo vedevano. Non c’era… ma è un fenomeno strano: quando
erano sulla terra, vedevano la bella luce argentea che brillava dalla luna; ora
erano sulla luna, che era solo nuda roccia, e tutta la bellezza radiava dalla
terra. E conoscevano la terra, avevano vissuto tutta la vita sulla terra, e non
avevano mai visto nulla del genere. Per vedere il riflesso della luce solare,
hai bisogno di distanza.
Anche
la terra emana luce: un po’ della luce solare che arriva viene assorbita dalla
terra, ma la maggior parte viene riflessa. Quella luce riflessa può essere
vista solo quando si è molto lontani dalla terra, altrimenti non la si può
vedere.
L’ego
è un fenomeno non esistenziale – le persone che sono separate da te possono
sentirlo, possono vederlo, possono venirne ferite. La tua sola preoccupazione
è che non si avvicinino troppo. Ognuno tiene l’altro a debita distanza, perché
permettere a una persona di avvicinarsi troppo significa aprire le porte della
propria vacuità.
L’ego non esiste.
Ma
sei così identificato con l’ego che percepisci la morte dell’ego, la scomparsa
dell’ego, come la tua stessa morte. Non è così, al contrario, quando l’ego è
morto, allora conoscerai la tua realtà, la tua essenza.
L’egocentrico
è di sicuro un codardo. Non può permettere alcun tipo di intimità – amicizia,
amore… neppure cameratismo. Adolf Hitler non permise mai a nessuno di dormire nella sua
stanza. Dormiva sempre da solo, chiudendo a chiave la porta. Non si sposò mai,
per un semplice motivo: se sei sposato devi lasciare entrare la donna nella tua
stanza – e non solo nella stanza, ma anche nel letto. Troppo intimo, troppo
pericoloso. Non aveva amici. Teneva sempre le persone il più lontano possibile;
non ci fu una persona, in tutta la sua vita, che gli appoggiasse mai la mano
sulla spalla – non avrebbe permesso una tale intimità.
Qual
era la paura? Perché era così spaventato? La paura era che, nel momento in cui
avesse permesso tale intimità, la sua grandezza – ‘il grande Adolf Hitler’ –
sarebbe svanita. Ci si sarebbe trovata davanti una creatura minuscola, un
pigmeo, senza alcuna eccezionalità – quella era tutta per i posteri, faceva
parte di una vasta montatura propagandistica.
Più
una persona è centrata nell’ego e più deve rimanere sola. Rimanere soli è
triste, ma uno deve pagare. Per far apparire reale un ego che non esiste devi
pagare – con l’ infelicità, con il dolore, con l’angoscia. E comunque, anche se
riesci a tenere lontani tutti, tu sai benissimo che è solo una bolla di sapone
– basta il tocco di uno spillo, e svanirà.
Napoleone
Bonaparte è stato uno dei più grandi egocentrici nella storia
dell’egocentrismo, ma venne sconfitto;
vale la pena considerare il motivo della sua sconfitta.
Quando era piccolo, aveva solo
sei mesi, la balia lo lasciò solo in giardino per entrare in casa a fare
qualcosa, e un gatto selvatico gli saltò addosso. Ora, un bimbo di sei mesi… il
gatto dev’essergli sembrato un leone. Le cose sono sempre relative, dipende
dalle proporzioni, e per quel bambino si trattava di un enorme leone. Il gatto
voleva solo giocare, ma per il bambino fu un grande shock, e lo shock andò
molto in profondità… una volta adulto combatté in molte guerre: era un grande
soldato, era capace di lottare con un leone – ma aveva paura dei gatti. Nel
momento in cui vedeva un gatto, perdeva tutto il suo coraggio, improvvisamente
diventava un bambino di sei mesi.
Il fatto era noto al
comandante inglese Wellington; altrimenti tra Wellington e Napoleone non c’era
paragone. E questa fu l’unica battaglia in cui Napoleone venne sconfitto.
Wellington mise settanta gatti davanti all’esercito, e quando Napoleone vide
settanta gatti – uno era abbastanza per il poveretto – ebbe un collasso
nervoso. Si limitò a dire al suo luogotenente: “Prendi in mano tu l’esercito.
Io non sono in condizione di combattere, e non sono neppure in condizione di
pensare. Questi gatti mi hanno ucciso”.
E ovviamente venne
sconfitto.
Gli storici che affermano
che fu sconfitto da Wellington hanno torto. No, fu sconfitto da un trucco
psicologico. Fu sconfitto dai gatti, fu sconfitto dalla sua infanzia, fu
sconfitto da una paura che non poteva controllare.
Venne tenuto prigioniero
su un’isoletta, Sant’Elena. Non erano necessarie le manette, poiché l’isola era
molto piccola e non c’ era modo di andarsene.
Il primo giorno andò a
fare una passeggiata accompagnato dal medico personale: dopo il collasso
nervoso e la sconfitta gli era stato assegnato un medico. Camminavano su un
sentiero molto stretto e dall’altra parte arrivava una donna, carica di un gran
fascio d’erba. Il sentiero era strettissimo, qualcuno doveva tirarsi da parte.
Sebbene il medico fosse inglese, urlò alla donna: “Si tiri da parte! Lei non sa
chi sta arrivando. Anche se è stato sconfitto, non importa: è Napoleone
Bonaparte”.
Ma la donna era così
ignorante che non aveva mai sentito nominare Napoleone. E così rispose: “E
allora? Che sia lui a tirarsi da parte!
Dovreste vergognarvi! Io sono una donna e sto portando un carico molto pesante…
e dovrei essere io a tirarmi da parte?”.
Napoleone prese per mano
il medico, si tirò da parte e disse: “Son finiti i tempi in cui anche le
montagne si spostavano davanti a Napoleone… la bolla di sapone è svanita. Devo
cedere il passo a una donna che trasporta erba”.
Nella sua sconfitta
riusciva a vedere cos’era accaduto: per tutta la vita aveva represso una paura.
La teneva nascosta, e ora il segreto era svelato, la paura esposta.
Napoleone non era nessuno.
È questa la situazione di
un grande egocentrico.
Non pensare dunque che la
vigliaccheria sia una parte essenziale dell’egocentrismo, è l’egocentrismo
nella sua interezza. L’ego è vigliaccheria. Ed essere privi di ego significa
essere privi di paura – perché ora nulla ti può essere tolto, neppure la morte
può distruggere qualcosa di te. La sola cosa che può essere distrutta, in
qualunque persona, è l’ego.
L’ego
è così fragile, così sempre sull’orlo del baratro – può morire in ogni momento
– che le persone che vi si sono aggrappate, dentro di sé tremano in
continuazione.
Lasciare
andare l’ego è l’atto più straordinario che un uomo possa compiere: mostra il meglio di te,
dimostra che sei più di quello che appari, dimostra che in te c’è qualcosa di
immortale, indistruttibile, eterno.
L’ego ti rende codardo.
L’assenza di ego ti
trasforma in un esploratore impavido dell’eterno mistero della vita.
tratto da: Osho, The Osho Upanishad # 44
L'illusione del sé prende forma attraverso sette porte
Dovete comprendere l’illusione del sé.
Per prima cosa, l’ego non è una realtà,
è soltanto un’idea. Non venite al mondo con l’ego,
Non lo portate con voi nascendo. Non fa parte
del vostro essere. Quando un bambino nasce
non porta con sé il proprio ego.
L’ego è qualcosa che si impara.
Esistono sette porte dalle
quali l’ego può entrare, sette porte attraverso le quali si apprende l’ego. È
necessario che conosciate queste sette porte, perché, se le comprenderete,
potrete abbandonare l’ego… e questo perché, comprendendo bene queste sette
porte, si possono chiudere. In questo modo l’ego non verrà più creato. Visto
nel modo giusto, compreso alla perfezione – cioè che l’ego è soltanto un’ombra
– esso inizia a scomparire spontaneamente.
Alport chiama la prima
porta "il sé corporale". L’uomo non nasce con un ‘senso di sé’. Il bambino
nell’utero materno non ha alcun senso di sé. Egli forma una unità con la madre,
è completamente unito a lei, è attaccato a lei. La madre è tutta la sua
esistenza, tutto il suo cosmo. Non sa di essere separato. La separazione
avviene quando il bambino esce dall’utero, quando si spezza il ponte che lo
univa alla madre e il neonato deve respirare per conto proprio. Di fatto,
nascendo, non respira. Come potrebbe farlo? Non può ancora respirare, perciò
non è separato. Il respiro accade. Respirare non è un’azione del neonato, è un
accadimento. Sgorga dal nulla: il neonato comincia a respirare. È miracoloso
come il neonato riesca a respirare per la prima volta: non ha mai respirato
prima e non si può insegnargli a respirare. Non sa che esiste il meccanismo
della respirazione. I suoi polmoni non hanno mai funzionato, ma il respiro
accade e il miracolo inizia. Ma il respiro sgorga dal nulla, ricordalo. In
seguito, definirà l’atto dicendo: “Io
respiro.” È assurdo: tu non respiri! Il respiro accade. Non creare
l’idea dell’io, non dire: “Io respiro.” Nessuno respira! Non è nelle tue
facoltà decidere di respirare o di non respirare! Puoi provare: cessa di
inspirare per qualche secondo, capirai come sia difficile anche smettere di
respirare. In pochi secondi una profonda urgenza affiorerà da un luogo
imprecisato, e ricomincerai a inspirare. Oppure prova a cessare di espirare per
pochi secondi e improvvisamente sentirai l’urgenza di farlo. È al di là delle
tue facoltà. Dovrai espirare.
È il nulla che respira in te…
oppure puoi chiamarlo dio – non fa differenza, è la stessa cosa. Il nulla o
dio, hanno lo stesso significato.
Noi non nasciamo con il
‘senso di sé’. Non fa parte del nostro bagaglio genetico. Il neonato non è in
grado di fare distinzioni fra sé e il mondo che lo circonda. Anche dopo aver
iniziato a respirare, devono passare molti mesi prima che il neonato diventi
consapevole che esiste una distinzione fra il suo essere interiore e il mondo
esterno. Gradualmente, mediante apprendimenti sempre più complessi ed
esperienze percettive, egli sviluppa una distinzione vaga fra qualcosa ‘dentro
di me’ e le altre cose ‘fuori da me’.
Questa è la prima porta
dalla quale entra l’ego: la distinzione che esiste qualcosa ‘dentro di me’. Per
esempio: il bambino ha fame, sente che la fame viene dal suo interno.
Viceversa, quando la madre dà uno schiaffo al bambino, egli è in grado di
sentire che lo schiaffo arriva dall’esterno. A questo punto è inevitabile che
col tempo senta una distinzione: esistono cose che vengono dal suo interno e
cose che vengono dall’esterno. Quando
la madre gli sorride, egli vede che il sorriso viene da lei, allora risponde
con un sorriso. In questo caso può sentire che il sorriso viene dal suo
interno, da qualche parte dentro di lui. In lui sorge l’idea di interno e di
esterno: questa è la prima esperienza dell’ego.
Di fatto non c’è
distinzione fra l’interno e l’esterno. L’interno fa parte dell’esterno e
l’esterno fa parte dell’interno. Il cielo che sta dentro la tua casa e il cielo
che sta fuori non sono due cieli, ricordalo. Sono un cielo! Similmente, tu lì e
io qui, non siamo due! Siamo due aspetti della stessa energia, due facce della
stessa moneta. Ma il bambino inizia ad apprendere le vie dell’ego.
La seconda porta è
‘l’identificazione di sé’. Il bambino impara il proprio nome, si rende conto
che l’immagine riflessa nello specchio oggi è la stessa persona che aveva visto
nello specchio ieri e sorge in lui la credenza che il senso di me, o del sé,
rimanga inalterato di fronte alle esperienze che cambiano. In seguito, il
bambino impara che tutte le cose cambiano. A
volte ha fame e a volte non ha fame, a volte ha sonno e a volte è sveglio, a
volte è in collera e a volte è amorevole – le cose cambiano continuamente. Un
giorno è una bella giornata e un altro giorno tutto è buio e triste. Ma il
bambino si guarda nello specchio…
Hai mai osservato un
bambino seduto di fronte a uno specchio? Cerca di afferrare il bambino che sta
nello specchio, perché pensa che il bambino sia ‘là fuori’. Non riesce a prenderlo,
allora gira intorno allo specchio e guarda dietro – forse il bambino è nascosto
là? A poco a poco, impara che l’immagine riflessa è la sua. Allora inizia a
sentire una specie di continuità: ieri nello specchio c’era la stessa faccia,
anche oggi nello specchio c’è la stessa faccia. Quando il bambino si guarda
nello specchio per la prima volta rimane affascinato. Non vuole andarsene.
Torna continuamente in camera da letto per vedere chi è lui.
Tutte le cose cambiano
continuamente. Una cosa sembra immutabile – la propria immagine. L’ego ha
un’altra porta dalla quale entrare: l’autoimmagine.
La terza porta è ‘la stima
di sé’. Questa riguarda il sentimento di fierezza che il bambino prova dopo
aver imparato a fare qualcosa da solo: a fare, a esplorare, a costruire. Quando
il bambino impara qualcosa… per esempio ha imparato la parola ‘papà’, continua
a ripetere ‘papà, papà’ per tutto il giorno. Non perde una sola occasione per
usare quella parola. Quando inizia a imparare a camminare, ci prova per tutto
il giorno. Cade continuamente, inciampa, si fa male, ma si alza – perché questo lo rende fiero di sé: “Anch’io sono
capace di fare qualcosa! Riesco a camminare! Riesco a camminare! Riesco a
portare una cosa da qui a là!”
I genitori sono molto
preoccupati perché il bambino è un continuo disturbo. Si mette a trasportare
cose. Non riescono a capire: “Perché? Per quale motivo? Perché hai preso il
libro là e l’hai portato qui?” Al bambino il libro non interessa affatto! Per
lui è una cosa senza senso. Il suo interesse è un altro: riesce a trasportare
una cosa!
Il bambino comincia a
uccidere gli animali. Una mosca: lui piomba immediatamente su di lei e la
uccide. Riesce a fare delle cose! Il fare gli dà gioia. Può diventare davvero
distruttivo. Se trova un orologio, lo apre – vuole vedere cosa c’è dentro.
Diventa un esploratore, un investigatore.
Fare delle cose gli dà
gioia perché questo apre la terza porta al suo ego: si sente fiero, è capace di
fare. È capace di cantare una canzone, per cui è pronto a cantarla a chiunque.
Se arriva un ospite, sta lì in attesa che qualcuno gli dia l’occasione di poter
cantare la sua canzone. Oppure è capace di danzare o di fare un’imitazione o qualcos’altro! Qualunque cosa sia, vuole
fare qualcosa per dimostrare di non essere impotente: anch’egli può fare.
Questo fare è la nascita dell’ego.
La quarta porta è
‘l’espansione di sé’, la proprietà, il possesso. Il bambino dice: la mia casa, mio padre, mia madre, la mia scuola. Comincia a espandere il
campo del ‘mio’. ‘Mio’ diventa la sua parola chiave. Se prendi il suo
giocattolo, non gli interessa tanto il giocattolo, gli interessa di più
affermare: “Il giocattolo è mio, tu non puoi prenderlo.” Ricordatevi, non gli
interessa tanto il giocattolo. Quando nessun altro vuole prenderlo, lo getta in
un angolo e corre fuori a giocare. Ma se qualcun altro vuole prenderlo, non vuole darglielo. “Questo è mio!”
‘Mio’
dà un ‘senso di me’, il ‘senso di me’ crea l’io. Ricordatevi, queste porte non
sono aperte soltanto per i bambini, rimangono tali per tutta la vostra vita.
Quando dite la mia casa, diventate
infantili. Quando dite mia moglie,
diventate infantili. Quando dite la mia
religione, diventate infantili.
Quando un indù litiga con
un maomettano a causa della religione, sono come due bambini. Non sanno quello
che fanno. Non sono realmente cresciuti, maturati. I bambini discutono
continuamente: “Il mio papà è il papà migliore al mondo!” Così fanno i preti,
litigano continuamente: “Il mio concetto di dio è il migliore, il più potente,
quello vero! Gli altri sono tutti superficiali.”
Questi sono atteggiamenti
molto infantili, ma che vi stanno addosso per tutta la vita.
La quinta porta è
‘l’immagine di sé’. Si riferisce al modo in cui il bambino vede se stesso.
Mediante l’interagire con i genitori, le lodi e i castighi, egli impara ad
avere una certa immagine di sé – buona o cattiva.
Il bambino sta sempre
attento alle reazioni dei genitori nei suoi confronti. Se fa una certa cosa, lo
loderanno o lo castigheranno? Se sente che lo castigheranno, pensa: “Ho fatto
uno sbaglio, sono cattivo.” Se fa una cosa buona e viene premiato, pensa: “Sono
buono, mi apprezzano.” E comincia a fare sempre di più le ‘cose buone’, in modo
da essere apprezzato. Oppure, se i genitori sono persone davvero esigenti e
impossibili e le loro richieste sono tali per cui il bambino non riesce a
soddisfarle, allora inizia a fare tutte le cose che essi definiscono ‘cattive’.
Reagisce e si ribella.
Le strade sono due – la
porta è la stessa – o voi lo premiate e il bambino sente in modo positivo di
essere qualcuno, oppure se non lo premiate tanto facilmente, pensa: “Bene,
adesso vi faccio vedere io!” Anche in questo caso fa sentire la sua presenza.
Comincia a distruggere delle cose, comincia a fumare, comincia a fare tutte
quelle cose che non vi piacciono. È come se dicesse: “Vedete? Dovete prendere
nota che io ci sono. Dovete prendere nota che io sono qualcuno e che sono qui e
che non potete proprio trascurarmi!”
Il bravo ragazzo e il
ragazzo scapestrato nascono in questo modo; il santo e il peccatore.
La sesta porta è ‘il sé in
quanto raziocinio’. Il bambino impara le vie del raziocinio, della logica,
della discussione. Si rende conto di essere capace di risolvere i problemi. Il
raziocinio diventa un grande supporto del suo sé. Ecco perché la gente discute.
Ecco perché la persona colta pensa di essere qualcuno. Ignoranti? Ci si sente
un po’ imbarazzati. Ha una laurea e continua a mostrarla, a esibirla, ha preso
centodieci e lode, era fra i primi all’università e questo e quello. Perché?
Perché vuole dimostrare di essere diventato un essere razionale, con una buona
cultura, che ha studiato nella migliore università, che ha avuto i migliori
docenti: “Posso intervenire in una discussione meglio di chiunque altro.” Il
raziocinio diventa un grande sostegno.
La settima porta è lo
sforzo appropriato, la meta da raggiungere, l’ambizione, ciò che vuoi
diventare: cosa e chi vuoi diventare, mediante cosa e mediante chi vuoi
diventarlo. Riguarda il futuro e i sogni e le mete a lunga scadenza – l’ultimo
stadio dell’ego. A questo punto si inizia a pensare: “Cosa devo fare nel mondo
per lasciare un segno nella storia, per lasciare una firma sulle sabbie del
tempo?” Diventare un poeta? Diventare un politico? Diventare un mahatma? Fare questo o fare quello? La
vita scorre veloce, scivola via in fretta e devi fare qualcosa, altrimenti
presto diventerai nulla e nessuno saprà mai che sei esistito. Vorresti
diventare un Alessandro Magno o un Napoleone. Se fosse possibile, vorresti diventare un uomo probo, famoso,
conosciuto, un santo, un mahatma. Se
non fosse possibile, vorresti comunque diventare qualcuno.
In tribunale, molti
assassini hanno confessato di avere ucciso qualcuno non perché volessero
ammazzarlo, ma soltanto perchè volevano che i loro nomi fossero pubblicati
sulle prime pagine dei giornali.
Se non riesci a diventare
famoso, cerchi almeno di diventare una notorietà. Se non riesci a diventare un
Mahatma Gandhi, vuoi diventare un Adolf Hitler – ma nessuno vuole rimanere ‘un
nessuno’.
Queste sono le sette porte
attraverso le quali l’ego si rafforza e l’illusione dell’ego diventa sempre più
solida. Se riesci a comprendere tutto ciò, queste sono le sette porte
attraverso le quali devi tornare a far uscire l’ego. Piano piano, da ciascuna
porta, devi osservare in profondità il tuo ego e dirgli addio. A quel punto
sorgerà in te il nulla.
tratto da: Osho, ‘Il Sutra del Cuore’
Gordon
Alport definisce il sé ‘proprium’, che significa ‘proprio’ – riferito a
qualcosa che appartiene a una persona o è unico di una persona. Si crea il sé
perché ciascun ‘nulla’ è unico, ciascun ‘nulla’ ha il proprio modo di fiorire.
A causa di questa unicità, esiste la possibilità di creare un ego. Io amo a
modo mio, tu ami a modo tuo. Io ho il mio comportamento, tu hai il tuo. Esiste
una diversità fra le persone, ma solo una diversità. La pianta di rose fiorisce
in un modo e la margherita fiorisce in un altro, ma entrambe fioriscono! La
fioritura avviene comunque, il nulla è comunque presente. Ma ciascun nulla
funziona in modo unico. A causa di questa unicità, esiste la possibilità di
creare l’ego.
Il
nulla è la fragranza dell’aldilà. È l’apertura del cuore al trascendente.
È lo schiudersi del fior di loto dai mille petali. È il destino dell’uomo.
L’uomo è completo soltanto quando ha raggiunto questa fragranza, quando ha
raggiunto questo nulla assoluto all’interno del proprio essere, quando questo
nulla si è diffuso in tutto il suo essere, quando egli è soltanto pur (ritorna
al sommario)
Questo
nulla, Buddha lo chiama nirvana. Innanzitutto si deve comprendere cosa è in
realtà questo nulla, poiché non è semplice vuoto – è colmo, è traboccante. Non
pensate mai, neppure per un istante, che questo vuoto sia uno stato negativo,
un’assenza, non lo è. Il nulla è semplicemente ‘non-presenza-di-cose’. Le cose
scompaiono, rimane soltanto l’essenza suprema. Le forme scompaiono, rimane
l’essenza. Le forme scompaiono, rimane l’assenza di forma. Le definizioni
scompaiono, rimane l’indefinito. Perciò il nulla non assomiglia a: ‘non c’è
niente’. Significa semplicemente che non c’è la possibilità di definire cosa
c’è.
Potete
raggiungere questo nulla soltanto se in voi non ci sono più nubi-pensiero.
Queste sono le nubi che ostacolano, ostruiscono il vostro spazio interiore.
Avete osservato il cielo? In estate è talmente chiaro e limpido, terso come un
cristallo, non macchiato da alcuna nube. Poi inizia la stagione delle piogge,
arrivano migliaia di nubi e tutta la terra è circondata dalle nuvole. Il sole
scompare, il cielo non è più visibile. Questo è lo stato della mente: la mente
è costantemente annuvolata. Nella vostra consapevolezza è la stagione delle
piogge: il sole non è più visibile, la luce è nascosta, ostacolata e non sono
più visibili la purezza e la libertà dello spazio. La vostra interiorità è definita
dalle nuvole.
Una volta compreso che l’ego
dà più problemi che soddisfazioni, uno ci prova qua e là a lasciarlo andare...
Osho,
cosa possiamo fare, da parte nostra, per lasciar cadere l’ego,
visto che questo stesso desiderio è un’intrinseca parte dell’ego?
L’ego è un enigma. È
qualcosa di simile all’oscurità – la puoi vedere, la puoi sentire, ti può
sbarrare la via, eppure non esiste. Non ha esistenza positiva. È semplicemente
un’assenza, l’assenza della luce.
L’ego non esiste – come
puoi lasciarlo cadere?
L’ego è solo un’assenza di
consapevolezza.
La stanza è completamente
buia e vuoi che il buio abbandoni la stanza. Puoi tentare di tutto – spingerlo
fuori, buttarlo fuori a calci – ma non concluderai nulla. Anzi, anche se sembra
strano, sarai sconfitto da qualcosa che non esiste. Stremata, la tua mente dirà
che il buio è così forte che non hai la capacità di scacciarlo, di mandarlo
via. Ma tale conclusione non è giusta; è precisa, tedesca, ma non è giusta.
Basta portare una candela.
Non devi mandar via il buio. Non devi combatterlo – questa è pura stupidità. Ti
basta semplicemente portare una candela, e non riuscirai più a trovare il buio.
Non che se ne sia andato – non può andarsene, visto che non esiste. Non è arrivato e neppure se ne è andato.
La luce viene e va, ha
un’esistenza positiva. Puoi accendere una candela e il buio non esiste, puoi
spegnere la candela e ritrovi il buio. Per agire nei confronti del buio, devi
fare qualcosa con la luce – molto strano, molto illogico, ma cosa puoi fare?
Questa è la natura delle
cose.
Puoi portare un po’ di
consapevolezza, un po’ di attenzione, un po’ di luce. Dimentica completamente
l’ego, concentrati sul generare attenzione consapevole nel tuo essere.
Nel momento in cui la tua
consapevolezza diventa una fiamma, concentrata, non ti sarà possibile trovare
l’ego. Quindi non lo puoi lasciar cadere quando sei inconsapevole, né lo puoi
lasciar cadere quando sei consapevole. L’ignorante non può disfarsene. E il
saggio non riesce neppure a concepire di disfarsene, visto che non esiste.
L’ego è un miraggio –
sembra solo che esista. E se sei profondamente addormentato, a livello
spirituale, ha una forza incredibile ed è naturale che ti crei dei problemi. La
tua infelicità è opera sua, le tue tensioni, le tue ansie. L’ego fa della tua
vita un inferno. È naturale che te ne voglia liberare. E ci sono preti e
insegnanti in ogni parte del mondo che ti dicono come farlo.
Chiunque ti dica come
liberarti dall’ego è un idiota. Non sa nulla della natura dell’ego, anche se a
te apparirà razionale e convincente. Ti attirerà perché non fa che esprimere ad
alta voce i tuoi pensieri. È il tuo portavoce – è quello che dice la tua mente.
È più eloquente di te, e ha argomentazioni di ogni tipo a suo sostegno, e
prove, e citazioni dei testi sacri.
Tutti dicono: “Finché non
abbandoni l’ego non riuscirai a raggiungere la realizzazione del sé”.
Naturalmente nessuno li contraddice.
Io
invece ti dico che la realtà è l’esatto opposto: non è che tu abbandoni l’ego e
l’autorealizzazione accade, no. Prima accade l’autorealizzazione, dopodiché non
riuscirai a trovare l’ego.
È quella la sua resa. 1
Osho,
ogni sera ti sentiamo dire: “Vai dentro, non avere paura. Non
incontrerai che te stesso”.
Perché abbiamo paura di incontrare il nostro sé?
È una domanda
significativa. Nessuno vuole incontrare se stesso, perché è molto rischioso. Ti
sei truccato, ti sei messo una bella maschera. Vedere il tuo volto reale, il
tuo volto originale, ti farà paura. La maschera ti aiuta ad adeguarti
all’opinione altrui su ciò che è bello. Hai anche costruito una personalità che
si accorda con le opinioni degli altri: sul come sedersi, come comportarsi,
cosa indossare… tutto ciò che la società ti ha imposto.
E si tratta di un pesante
ricatto, perché se segui la società, essa ti darà la rispettabilità, sarai
onorato. Se non segui la società, perderai il rispetto, sarai trattato quasi
come un paria.
È questa la paura
dell’incontrare se stessi, perché la società ha ricoperto il tuo sé di tanti
strati quanti gliene servivano. Qualunque cosa volesse da te, ti ha plasmato di
conseguenza. Sei diventato uno strumento utile, efficiente, conveniente. Sei
diventato uno schiavo. La paura è che se
trovi te stesso, il tuo essere autentico, avrai dei problemi. Dovrai lasciar
cadere ogni falsità. E tutto ciò che possiedi ora è falso.
E poi il tuo essere
autentico non sarà rispettato dalla società: sarà condannato, sarà crocifisso,
sarà avvelenato. La società non ama le persone autentiche, la società vuole
schiavi e l’uomo che conosce se stesso non potrà mai essere asservito.
Quindi hai paura perché
appartenere alla massa è comodo, sicuro – hai rispetto e onore – e se trovi te
stesso non sai cosa troverai, sarà qualcosa di assolutamente sconosciuto.
La società ha messo una
tale distanza tra il tuo essere autentico e la tua falsa personalità che il tuo
essere è totalmente nascosto.
Vieni educato come
personalità, ma sei nato come individualità. Ciò che hai imparato per te è un
investimento. Magari hai quarant’anni, o cinquanta. Per cinquant’anni ti sei
allenato a essere una certa personalità. Se trovi il tuo essere reale, quei
cinquant’anni sono tutti da buttare via. Devi ricominciare dall’abc, e contro
l’intera società. L’individuo è sempre ribelle, e la personalità è sempre un
docile schiavo. Dietro lo schiavo docile si nasconde forse una realtà orribile?
La paura è questa.
Dovrai stare in piedi da
solo. Dovrai misurarti con l’intera società che ti circonda. Nessuno vuole che
tu sia te stesso, tutti ti vogliono come fa comodo a loro. E, attraverso
l’educazione, sono riusciti a trasformare il bambino che tu eri in un essere
civile ed educato. Hai lasciato la tua realtà nella tua infanzia, cinquanta o
sessant’anni fa.
Ora
la distanza è troppa e troppo pericolosa, troppo rischiosa. Hai la
rispettabilità, l’onore, e tutto andrà perduto. È quindi meglio rimanere attaccati al falso
e ignorare il reale. Ma una cosa occorre
ricordare, con il falso non potrai mai essere felice. Ciò che non è autentico
non può darti la pace. Di fronte alla tua coscienza sarai colpevole.
Un uomo stava festeggiando
il suo sessantesimo compleanno circondato dagli amici. Tutti bevevano,
cantavano e ballavano, quando all’improvviso l’uomo scomparve. Uno degli amici
andò a cercarlo in giardino. “Cos’era successo? Perché era uscito? Non doveva
farlo, doveva rimanere dentro, era la sua festa.”
E l’uomo se ne stava
seduto sotto un albero. L’amico gli si avvicinò e gli chiese: “Perché sei così
triste?”. “È tutta colpa tua!” rispose l’altro. L’amico disse: “Mia? Cosa ti ho
fatto?”.
L’uomo rispose: “Non oggi,
ti ricordi di venticinque anni fa?”.
L’amico, un famoso
avvocato penalista, disse: “Venticinque anni fa? Dimmelo tu, qual è il
problema?”.
L’uomo raccontò:
“Venticinque anni fa, ricordi, ero venuto a chiederti, nel caso avessi ucciso
mia moglie, quanti anni di prigione…? E tu mi avevi detto: ‘Almeno venticinque
anni. Anche se facessi del mio meglio, ti darebbero venticinque anni, quindi
non farlo.’ Ora i venticinque anni sono passati, e oggi sarei libero. Se non ti
avessi ascoltato, pezzo di idiota, oggi sarei uscito di prigione. Ora non ho
speranza. Ho vissuto per venticinque anni con una donna che desideravo
uccidere.”
Ma ognuno vive in
situazioni che avrebbe voluto abbandonare. Non si tratta solo di una donna, o
un uomo. Ma continuano a vivere così: abbandonare qualcosa sembra troppo
rischioso.
La società ti vuole del
tutto ortodosso, tradizionale. ‘Limitati a seguire la via dei tuoi genitori,
non cercare di tracciare una tua via. Non cercare di diventare te stesso’. La
società, da ogni angolo possibile, ti dice questo. Te lo dicono gli insegnanti,
te lo dicono i preti, te lo dicono i genitori, te lo dicono gli amici.
Ma il mio impegno qui è
perché facciate esattamente questo: andare dentro. E non occorre avere paura.
Non incontrerai nessuno se non te stesso. E prima lo fai, meglio è, perché
nessuno è certo del domani. Perlomeno, arriva a conoscere te stesso
autenticamente.
Vivi,
anche se ti rimangono pochi anni, nella tua verità, qualunque siano le
conseguenze. Almeno sarai una persona felice. Forse non sarai rispettato, sarai
condannato, ma che t’importa delle condanne? Quelle sono loro opinioni, e sono
liberi di avere le loro opinioni.
Tu dovresti fare
attenzione a una sola cosa: a essere felice, silenzioso, a essere a tuo agio
con l’esistenza. Non badare a niente, né religione, né società, né cultura, né
educazione. Sono solo strategie per creare personalità a partire da individui.
Il mio lavoro consiste nel
disfare il loro lavoro, e portare alla luce l’individuo nella sua limpida
bellezza. Il tuo essere autentico è legato all’eternità della vita, il tuo
essere falso non è legato a nulla. È solo una maschera che la società ti ha
messo addosso.
La paura c’è perché si ha
paura di rimanere soli. Ma la mia esperienza è che essere soli, senza badare a
ciò che dice il mondo, è l’unica forma di beatitudine nella vita. Sono liberi
di dire quello che vogliono ma non devi lasciarti turbare. Goditi la vita in
base alla tua comprensione interiore, vivi seguendo la tua intuizione.
Così
sarai in grado di morire… Una vita appagata termina sempre con una morte che è
una grande trasformazione. La morte svanisce, entri nell’eternità; la morte
diventa una soglia, non una fine. Ma una soglia solo per il reale: per tutto
ciò che è fittizio è la
fine.2
Ci sono cose che possono
essere fatte parzialmente. Qualunque cosa facciamo nel mondo, nulla ci richiede
di essere coinvolti in maniera totale. Ma per quanto riguarda il viaggio
interiore hai bisogno del tuo essere nella sua totalità. Devi concentrare la
tua intera consapevolezza. L’atto stesso di concentrarla ti conduce vicino al
tuo centro. Ora come ora vivi lungo la circonferenza, del tutto dimentico del
centro, eppure il centro è la sorgente e il centro è la foce. Il centro del tuo
essere è il collegamento con l’universo. Lì, tu non sei tu. Nel centro tu
svanisci, rimane solo una pura consapevolezza, un profumo. Le persone hanno
paura di andare dentro per il semplice motivo che, inconsciamente, sentono che
come personalità possono vivere solo lungo la circonferenza. Se si spingono più
in profondità nel loro essere, dovranno lasciare la loro personalità, il loro
ego, la loro rispettabilità: dovranno lasciare tutto quello che hanno raccolto.
Dovranno procedere in completa solitudine, come consapevolezza, consapevolezza
pura.
E la paura suprema di
svanire nell’universo… Dicono che quando raggiunge l’oceano, il fiume si fermi
un momento, ci pensi due volte, si guardi indietro – tutte quelle valli
meravigliose e le montagne – esitante, insicuro, timoroso di gettarsi
nell’oceano, perché quel tuffo significherà la sua fine. Ma questa è solo metà
della verità. Quel tuffo significa anche che diventerà l’oceano.
Ti ho raccontato di un
grande mistico indiano, Kabir. In gioventù scrisse una breve poesia in cui
diceva: “Quando ho raggiunto il mio centro è stato come se una goccia di
rugiada fosse scivolata lungo una foglia di loto dentro l’oceano.” Ma in punto
di morte chiamò suo figlio e gli disse: “Cambiala, per favore, perché ora ne so
di più. Quello era il mio primo incontro con l’oceano. E in quel momento avevo
sentito che la goccia di rugiada era svanita nell’oceano. Per favore, cambiala:
scrivi che l’oceano è svanito nella goccia di rugiada. Ora posso parlarne con
autorità”.
La paura è un solo lato
della medaglia. Tu non hai considerato la realizzazione nella sua totalità. 3
tratto da:
1.
Osho, Osho Upanishad # 28
2.
Osho, Nansen: the point of departure
# 8
3.
Osho, Nansen: the point of departure
# 9
Tokusan
studiava Zen sotto la guida del Maestro Ryutan.
Una notte
Tokusan andò da Ryutan e gli fece molte domande.
Il Maestro
disse:
“La notte si è fatta buia – perché non vai a dormire?”
Così Tokusan
fece un inchino, e mentre apriva la porta per uscire osservò:
“È molto buio là fuori”.
Ryutan gli
porse una candela accesa per illuminare il cammino, ma appena Tokusan la prese
tra le mani, Ryutan ci soffiò sopra e la spense.
In quel
momento la mente di Tokusan si aprì.
Un illuminato non può dire “io”: anche se deve usare
questa parola non la “dice” mai. Anche se deve usarla non è ciò che sta
esprimendo: è solo un modo di dire, una convenzione che deve essere seguita a
causa della grammatica, della società. È solo una regola del linguaggio, ma
altrimenti un illuminato non ha alcun senso dell’io.
Mare
Odore
di salmastro portato dal vento. Dall’alto della scogliera mi godo la vista di
questo grande spazio aperto. Oggi il mare è mosso e grosse onde partono da
lontano già increspate di schiuma bianca e man mano che si avvicinano alla riva
diventano sempre più grosse, più belle, più potenti.
Seguo
una di queste onde che spicca per le sue dimensioni e come per magia mi sento
immerso in essa, mi sento come se fossi io stesso l’onda.
Sono
una grossa onda che viaggia a velocità sostenuta spinta da una forza
irresistibile. Se provassi a resistere alla forza che mi spinge sarebbe un
disastro… e così non ci provo nemmeno. Mi godo questa sensazione di forza, di
potenza lasciandomi andare alla spinta. Nel mare aperto non c’è niente che mi
possa fermare. Solo questa forza che mi spinge può decidere la mia direzione,
anzi la mia esistenza stessa. Potrebbe diminuire la spinta e io mi affloscerei
come un palloncino sgonfio, diventerei un’ondina insignificante persa tra migliaia
di altre ondine insignificanti. Ma in questo momento sono grande, sono potente.
Non so dove sto andando… ma ci vado con decisione.
Sento
un rumore in lontananza, si avvicina. La riva. Bella striscia di sabbia bianca,
immobile. Le vado incontro con un impeto in continua crescita. Da sotto il mare
la spinta diventa ancora più potente. Mi ergo al disopra di tutte le altre onde
che mi circondano. Dio che bella sensazione questa potenza e questa corsa
pazza.
Ecco
la riva. Ed ecco non ho più davanti a me nessun’altra onda. Ora tocca a me
montare, riversarmi, schiumare tutt’intorno, fare un gran fracasso. Potenza
esplosiva. Mi allungo sulla sabbia.
Poi
il silenzio.
O
dio non ci sono più. Tutta quella potenza, tutto quel movimento, la corsa
folle… non ho più nessuna di queste sensazioni. Anzi non esisto più nemmeno.
Finito nel nulla, scomparso, disintegrato. Senza lasciare nessuna traccia. Che
buco enorme lascia questa perdita.
E il
mare sentirà la mia mancanza?
Mare
Odore
di salmastro portato dal vento. Dall’alto della scogliera mi godo la vista di
questo grande spazio aperto. Oggi il mare è mosso e grosse onde partono da
lontano già increspate di schiuma bianca e man mano che si avvicinano alla riva
diventano sempre più grosse, più belle, più potenti.
Seguo
una di queste onde che spicca per le sue dimensioni. Che sensazione di potenza
guardare quest’onda galoppare libera in mezzo alle altre migliaia di onde. C’è
una potenza misteriosa che agita il mare e che lo pervade. Onde a perdita d’occhio verso l’orizzonte. Onde
che vanno a dare un aspetto vivo e attivo a questo mare che altrimenti sarebbe
un’immobile massa blu.
Una
grigia massa immobile o una bianca massa agitata o una massa blu che fa
dolcemente ciao con le onde sulla spiaggia di sabbia bianca: i mille volti del
mare.
Certo,
penso, che se fossi un’onda mi sentirei ben precario. Sballottato di qua e di
là, dalla vita breve. Una breve corsa attraverso il blu e poi più nulla,
nessuna traccia di me… e comunque ero solo una delle tante onde tutte più o meno
uguali, tutte più o meno grandi… e chi si ricorda mai di un’onda in
particolare? In fondo un’onda vale l’altra. Al ritorno dalle vacanze ciò di cui
mi ricordo è sempre e solo il mare nel suo complesso, mai una o più onde in
particolare.
E mi
viene da ridere al pensiero che un’onda possa immaginare di essere un qualcosa
di staccabile da tutto il resto… ma non vede che è un pezzo di mare proteso
leggermente in fuori dalla superficie?
Che
ridicolo immaginare che un’onda possa avere una qualunque concezione di se
stessa come realtà separata, a se stante. Che assurdità sarebbe! Esiste solo il
mare ora con, ora senza onde. Ma sempre mare è.
Mi
vengono in mente le lezioni di fisica al liceo. Il moto ondulatorio. Ve lo
ricordate? Nel moto ondulatorio non esiste spostamento di materia… immagina di
avere in mano una lunga corda; dalle un colpo nell’aria come se fosse una
frusta. E vedrai tante belle onde correre lungo la corda andando a finire verso
la punta. Ma si è spostato qualcosa? Hai forse visto il tratto di corda più
vicino alla tua mano spostarsi verso la punta? No. Quello che succede è che
ogni punto della corda vibra, fa un salto verticale su e giù, ma
orizzontalmente rimane esattamente dov’era.
Buffo,
eh? Anche l’onda del mare in realtà non è acqua che viaggia: questo è un
movimento illusorio. È acqua che si alza e si abbassa rimanendo, sul piano
orizzontale, sempre nello stesso punto. Quello che si muove è una scarica di
energia che va via via a risvegliare tutta la superficie del mare per finire
poi con l’esaurirsi sulla riva.
L’onda
come ‘oggetto’ non esiste. Il suo sparire quando si infrange sulla spiaggia in
realtà non è una cosa così drammatica, non è mai esistita un’onda come oggetto
che ha viaggiato per i mari, raccolto esperienze e incontri e poi ha concluso
la sua interessante vita disintegrandosi sulla riva. Ciò che finisce sulla
spiaggia è solo questa scarica d’energia che ha attraversato l’acqua del mare
creando nel suo tragitto un’infinità di su e giù della superficie.
Siamo
onde sull’oceano dell’esistenza… sento Osho ripetere spesso. O perlomeno siamo
onde finché non vediamo la realtà, finché non ci svegliamo e ci rendiamo conto
che non siamo separati dall’esistenza, finché non ci rendiamo conto che esiste
solo l’oceano, che tutto è oceano e ognuno di noi appartiene all’oceano, anzi
ognuno di noi è l’oceano stesso.
Akarmo
Il
fiume e le sue onde sono un solo movimento: dov’é la differenza tra il fiume e
le sue onde?
Quando
l’onda si solleva è acqua, e quando cade è sempre la stessa acqua. Dimmi,
Signore, dov’è la differenza?
Poiché
è stata chiamata onda, non dovrà più essere considerata acqua?
Dentro
l’Assoluto, le parole vengono dette come grani d’un rosario.
Guarda
quel rosario con gli occhi della saggezza.
Kabir
E
quando il sé sparisce, l’ego, l’atman, che cosa accade? Non è che sei perso,
che non esisti più – no. Al contrario, per la prima volta esisti. Ma ora non
sei più separato dall’esistenza. Ora non sei più un’isola: ti sei transformato
nell’intero continente, sei diventato tutt’uno con l’esistenza. Osho
Io dico: sii tutt’uno con l’universo; devi
scomparire per permettere all’esistenza di esistere. Devi essere assente in
modo che l’esistenza possa essere presente nella sua totalità. Ma la persona
che deve scomparire non è il tuo essere reale, è cioè la tua personalità è
soltanto un’idea che hai in te. Nella realtà tu sei già tutt’uno con
l’esistenza: non potresti esistere in nessun altro modo.
Tu sei l’esistenza.
Ma la personalità crea l’ inganno e ti fa sentire
separato. Puoi considerarti separato – l’esistenza ti lascia totalmente libero,
anche nei suoi confronti. Puoi pensare a te stesso come a un’entità separata:
un ego. Questa è la barriera che ti trattiene dallo scioglierti nella vastità
che ti circonda in ogni istante.
Non ci sono porte chiuse, tutte le porte
dell’esistenza sono aperte. Ti capita, a volte, di sentire che una certa porta
è aperta – ma soltanto per una frazione di secondo: la tua personalità non può
permettersi più di tanto. Quelli sono istanti che tu definisci ‘attimi di
bellezza’, ‘attimi di estasi’.
Contemplando un tramonto, per un secondo
dimentichi la tua separatezza: tu sei il tramonto. Questo accade nell’istante
in cui senti la bellezza del tramonto, ma non appena affermi che è un bel
tramonto, non lo senti più e torni a essere separato, un’entità chiusa nel
proprio ego. Ora è la tua mente che parla.
Questo è uno dei misteri: il fatto che la mente
possa parlare, e la mente non conosce niente; mentre il cuore, che conosce
tutto, non può parlare.
Forse conoscere troppo rende difficile esprimerlo
a parole. La mente invece conosce tanto poco da riuscire a esprimerlo a parole.
Per la mente il linguaggio è sufficiente, per il cuore non lo è.
A volte, sotto l’impatto di certi momenti – una
notte stellata, il sorgere del sole, un bellissimo fiore – per qualche istante
dimentichi di essere separato. Questa dimenticanza fa scaturire in te una
bellezza e uno stato di estasi squisiti.
Quando dico che devi sparire per realizzare l’Assoluto,
non parlo di te: parlo di colui che tu non sei, di colui che tu pensi di
essere.
Soltanto quando ti senti tutt’uno con l’esistenza,
totalmente dissolto in essa, realizzi te stesso, realizzi la verità… Per il
cuore non c’è contraddizione, perché questo tu che realizzi quando ti senti
tutt’uno con l’esistenza, non è il vecchio ‘tu’. Quello era la tua personalità,
e questo è la tua individualità. Quello ti era stato fornito dalla società e
questo è la tua natura, la tua realtà, un dono dell’esistenza. Puoi anche
dimenticare di averlo, ma non puoi distruggerlo.
L’altro ‘tu’, il falso ‘tu’ – puoi anche crearlo,
ma non puoi renderlo reale. Rimarrà un’ombra, un volto dipinto: non diventerà
mai il tuo volto originale.
tratto da: Osho, Oltre la Psicologia\
Senza fare grossi sforzi, è possibile
diventare illuminati in modo davvero facile e rilassato?
Questa è la mia intera
filosofia: non devi fare alcuno sforzo. Ti rilassi, e l’illuminazione arriva.
Arriva quando vede che sei veramente rilassato, senza alcuna tensione, né
sforzo, e immediatamente si riversa su di te come una pioggia di migliaia di
fiori.
Ma tutte le religioni ti
hanno insegnato esattamente l’opposto, che l’illuminazione è molto difficile,
richiede sforzi prolungati, per una vita, per molte vite forse e anche in quel
caso nulla è certo, né garantito. Puoi perderti anche quando sei a un solo
passo dall’illuminazione. E tu non conosci la strada verso l’illuminazione!
Quindi è altamente probabile che ti perda, che sbagli strada. Per caso alcune
persone sono inciampate nell’illuminazione. È stato un puro caso.
Milioni di persone hanno
provato e
non hanno trovato nulla, e non hanno capito
che è proprio la loro ricerca a renderle troppo tese: i loro stessi sforzi
creano uno stato in cui l’illuminazione non può accadere.
L’illuminazione può
accadere quando sei così silenzioso, così rilassato, che è quasi come se tu non
ci fossi. Solo un puro silenzio e, in quell’istante, l’esplosione, l’esplosione
della tua anima luminosa. Le persone che si
sono sottoposte ad ardua disciplina, hanno solo distrutto la loro intelligenza,
o il loro corpo, e non penso siano giunte all’illuminazione. I
pochissimi che sono giunti all’illuminazione lo hanno fatto in uno stato di
rilassamento. Il rilassamento è il terreno stesso in cui le rose
dell’illuminazione crescono.
Quindi va benissimo che tu
voglia essere rilassato, a tuo agio, senza sforzarti… e facendo tanti
sonnellini. È la ricetta giusta. Giungerai
all’illuminazione. Puoi farlo oggi stesso! L’illuminazione è il nucleo
centrale del tuo essere. È solo perché sei troppo impegnato negli sforzi – a
cercare, indagare, fare questo e quello – che non giungi mai a te stesso. Nel rilassamento non vai da nessuna parte, non
fai nulla, e l’erba comincia a crescere da sola.
Hai solo bisogno di
vigilanza, intelligenza, consapevolezza, che non sono sforzi; osservare,
guardare, che non sono tensioni. Sono esperienze molto gioiose – non puoi
stancartene: ti portano molta calma e quiete.
Non si è mai saputo che
l’intelligenza fosse una qualità dei cosiddetti santi. L’hanno distrutta
completamente con i loro stupidi sforzi. E io ti dico, tutti gli sforzi per
illuminarsi sono stupidi. L’illuminazione è la tua natura! È solo che non lo
sai, altrimenti saresti già illuminato. Per quanto mi concerne, siete tutti
illuminati, perché io riesco a vedere la fiamma luminosa dentro di voi. Quando vi guardo, non vedo la vostra forma
esteriore, vedo il vostro essere, che è solo una fiamma bellissima.
Si dice che Gautama il
Buddha si stupì vedendo che nel momento in cui lui si era illuminato, l’intera
esistenza si era illuminata: i suoi occhi erano cambiati, anche la sua visione
era cambiata. Poteva vedere dentro di sé altrettanto profondamente che dentro
chiunque altro, persino gli animali e gli alberi. Era arrivato a vedere che
tutto si muove verso l’illuminazione. Ogni cosa ha bisogno di realizzare la
propria natura; altrimenti la vita non è più una gioia, una festa.
Ti basta un po’ di
intelligenza e l’illuminazione verrà da sé, tu non devi neppure pensarci.
Basta un po’ di
intelligenza. Il mondo non è intelligente. Va avanti in un modo molto poco
intelligente e crea difficoltà per tutti, invece di aiutare le persone a essere
più felici. Tutti si tirano giù a vicenda, precipitando in oscurità sempre più
profonde, in mezzo al fango, in problemi sempre più difficili. Sembra che in
questo mondo si possa godere di una sola cosa: creare problemi agli altri. Ecco
perché la terra è circondata da una vasta nuvola oscura. Altrimenti ci sarebbe
un festival di luci, permanente, e non luci qualsiasi, ma le luci del vostro
essere interiore.
Come mai i preti sono
riusciti a convincere gli uomini che l’illuminazione è un compito molto
difficile, quasi impossibile? La ragione sta nella mente. La mente è sempre
interessata alle cose difficili, impossibili, perché costituiscono una sfida, e
l’ego ha bisogno di sfide per diventare sempre più grande. I preti sono
riusciti a convincerti che l’illuminazione è molto difficile, quasi impossibile:
su milioni di persone, solo una volta ogni tanto una si illumina. La loro idea
era che non ci si dovrebbe illuminare. Per impedirti di illuminarti hanno usato
uno stratagemma molto astuto. Hanno lanciato una sfida al tuo ego e tu hai
cominciato a interessarti a rituali, discipline e autotorture di ogni tipo. Hai
trasformato la tua vita nella più profonda delle angosce.
Ma
le persone che hanno trasformato la propria vita in una tortura, i masochisti, non possono
illuminarsi. Diventano sempre di più prede dell’oscurità. Ed è facile che
queste persone che vivono nell’oscurità comincino a strisciare, come degli
schiavi: nei loro strani sforzi hanno perso tutta la loro intelligenza, tutta
la loro consapevolezza.
Hai mai osservato un cane
in inverno sdraiato al sole a riposare? Vede la sua coda e ne è immediatamente
interessato. Cos’è? Cerca di prendere la coda e diventa matto, perché è tutto
molto strano. Quando salta, anche la coda salta. E la distanza tra lui e la
coda rimane la stessa. E continua a girare in tondo. L’ho osservato: più la
coda salta e più lui si accanisce, usa tutta la sua volontà, fa di tutto per
riuscire ad afferrarla. Ma il povero cane non sa che non è possibile prenderla.
È già sua. L’illuminazione non è difficile, né impossibile. Non devi fare nulla
per averla. È la tua natura interiore, è la tua soggettività. Devi solo
rilassarti totalmente per un momento, dimenticare tutti i tentativi, gli
sforzi, in modo da non essere affatto occupato. Questa consapevolezza
assolutamente priva di occupazioni diventa consapevole… “io sono quello”.
L’illuminazione è la cosa
più facile del mondo, ma i preti non hanno mai voluto che tutti divenissero
illuminati. Altrimenti nessuno sarebbe cristiano, non ci sarebbero cattolici,
non ci sarebbero indù, non ci sarebbero musulmani. Bisognava che rimanessero
non illuminati. Bisognava che rimanessero all’oscuro della propria natura. E
hanno ideato un modo molto astuto. Non devono fare nulla, devono solo dare
l’idea che si tratti di un compito difficile, impossibile.
E l’ego subito diventa
interessato. L’ego non è mai interessato a ciò che è ovvio. Non è mai
interessato a ciò che sei. Gli interessano solo le mete lontane – più sono
lontane e maggiore è l’interesse. Ma l’illuminazione non è una meta e non dista
da te neppure un centimetro – sei tu!
Il
ricercatore è l’oggetto della ricerca.
L’osservatore è la cosa
osservata.
Colui che conosce è il
conosciuto.
Una volta capito che
l’illuminazione è la tua natura… in realtà il termine sanscrito per religione è
dharma. Significa natura, la tua
natura essenziale. Non significa chiesa, non significa teologia, significa
semplicemente natura. Per esempio, qual è il dharma del fuoco? – essere caldo.
E qual è il dharma dell’acqua – scorrere verso il basso. Qual è la natura dell’uomo,
il dharma dell’uomo? – illuminarsi, conoscere la propria natura divina.
Se riesci a comprendere
che la realizzazione della tua natura è facile, o meglio, assolutamente priva
di sforzo… ti chiamerò intelligente solo se riesci a comprendere questa cosa;
se non riesci a comprenderla, non sei intelligente, sei solo una persona piena
di ego che sta cercando… Allo stesso modo in cui alcuni cercano di diventare
ricchi, altri cercano di diventare potenti, e pochi altri cercano di diventare
illuminati. Ma per l’ego è impossibile illuminarsi: le ricchezze sono
accessibili, il potere è accessibile, il prestigio è accessibile… e sono cose
difficili, molto difficili.
A Henry Ford, uno degli
uomini più ricchi del suo tempo, sebbene fosse nato povero, venne chiesto:
“Cosa desideri per la prossima vita?”. Rispose: “Non voglio essere di nuovo
l’uomo più ricco. È stata una tortura per tutta la vita. Non mi ha concesso di
vivere. Arrivavo in fabbrica ogni mattina alle sette, e gli operai arrivavano
alle otto, gli impiegati alle nove e i dirigenti arrivavano alle dieci e se ne
andavano alle due; tutti se ne andavano alle cinque e io lavoravo fino a tardi,
talvolta fino alle dieci, altre volte fino a mezzanotte. Ho lavorato sodo per
diventare l’uomo più ricco e lo sono diventato. Ma per che cosa? Non ho potuto
godere di nulla. Ho lavorato più dei miei dipendenti. Loro si sono goduti la
vita. Io non ho fatto vacanze. Persino durante le vacanze andavo in fabbrica a
preparare progetti per il futuro.”
È difficile, ma se ti sforzi
abbastanza puoi diventare l’uomo più ricco. È difficile, ma se ti sforzi
abbastanza puoi raggiungere la vetta dell’Everest. Ma se fai anche solo un
piccolo sforzo, l’illuminazione non ti sarà possibile. Se per giungere
all’illuminazione impieghi la mente, con tutte le sue tensioni e
preoccupazioni, ti stai muovendo nella direzione sbagliata, ti stai
allontanando dall’illuminazione.
Hai bisogno di un totale
abbandono, di uno stato dell’essere del tutto quieto, privo di tensioni,
silenzioso. E repentinamente… l’esplosione. Tutti siete nati illuminati, che ve
ne rendiate conto o meno.
Le religioni non vogliono
che ve ne rendiate conto. I politici non vogliono che ve ne rendiate conto,
perché va contro i loro interessi. Vivono del vostro sangue, perché siete non
illuminati. Sono in grado di confinare l’umanità dentro stupide etichette:
cristiani, indù, musulmani, come se voi foste delle cose, degli oggetti da
usare. Vi hanno scritto in fronte cosa siete.
In India è possibile
trovare bramini con dei simboli scritti in fronte. Puoi vedere il simbolo e
riconoscere a quale classe di bramini appartiene un individuo. Questi uomini
sono cose, oggetti. Hanno i loro simboli segnati sulla fronte. Tu forse non hai
alcun simbolo, ma in fondo sai che ce l’hai stampato nel tuo essere che sei un
cristiano, o un buddista o un indù.
Se tutti vi illuminate,
sarete semplicemente luce, una gioia per voi stessi e per gli altri, una
benedizione per voi stessi e per l’intera esistenza, e sarete la libertà
suprema. Nessuno potrà sfruttarvi, nessuno potrà rendervi schiavi. E questo è
il problema: nessuno vuole che vi illuminiate. Finché non lo capite
continuerete a rimanere nelle mani degli interessi costituiti – sono solo dei
parassiti, la loro unica funzione è succhiarvi il sangue.
Se desideri la libertà,
l’illuminazione è la sola libertà possibile. Se desideri l’individualità,
l’illuminazione è la solo individualità possibile. Se desideri una vita colma
di benedizioni, l’illuminazione è la sola esperienza possibile. Ed è molto semplice,
assolutamente semplice; è proprio quella cosa per cui non devi fare nulla,
perché è già lì. Devi solo rilassarti e vederla.
Per questo in India non
abbiamo nulla di paragonabile alla filosofia occidentale. Filosofia significa
pensare alla verità, ‘amore per la conoscenza’. In India abbiamo una cosa
totalmente diversa. La chiamiamo darshan.
E darshan non significa pensare, significa vedere. La verità non è qualcosa a
cui pensare, deve essere vista. È già lì.
Non devi andare da nessuna
parte per vederla. Non devi pensarci su, devi smettere di pensare, affinché
possa affiorare nel tuo essere.
Hai bisogno di uno spazio
libero dentro cosicché la luce che è nascosta possa espandersi e riempire il
tuo essere. E non si limita a riempire il tuo essere, ma inizia a sprigionarsi
dal tuo essere. La tua vita diventa una bellezza, una bellezza che non è del
corpo, ma che emana da dentro, la bellezza della tua consapevolezza.
tratto da: Osho, Sat Chit Anand # 25
Una donna entra in banca e va
nell’ufficio del direttore. Va diritta alla sua scrivania e dice: “Vorrei
scommettere diecimila dollari.”
“Mi spiace, signora” risponde il
direttore, “ma questa banca non accetta scommesse.”
“Non voglio scommettere con la banca,” dice la donna, “voglio
scommettere con lei. Scommetto che entro domattina alle dieci lei avrà le palle
quadrate.”
“Lei deve essere pazza,” dice il direttore, “comunque accetto
la scommessa. Si faccia trovare qui domani alle dieci e porti i diecimila
dollari.”
Alle dieci meno cinque la donna arriva in compagnia di un uomo
alto e distinto. “Chi è questo signore?”, chiede il direttore.
“È il mio avvocato,” risponde la donna. “È venuto a
controllare che tutto sia fatto correttamente.”
“Okay,” dice il direttore, e ridendo si tira giù i pantaloni.
La donna allunga la mano per verificare se le palle sono
quadrate. In quel momento l’avvocato cade a terra svenuto. “Cosa gli è
successo?” chiede il direttore.
“Be’,” risponde la donna, “ho scommesso cinquantamila dollari con lui che entro le dieci di
stamattina avrei avuto in mano le palle di un direttore di banca.”
Osho, qual è stata la prima cosa che hai fatto dopo esserti
illuminato?
Ho riso. Mi sono fatto una
bella risata nel vedere la totale assurdità dei tentativi di illuminarsi. È
davvero ridicolo, perché noi siamo nati illuminati ed è assolutamente assurdo
sforzarsi tanto verso qualcosa che già siamo. Se già hai una cosa non la puoi
raggiungere; solo le cose che non si hanno, quelle che non sono parti
intrinseche del nostro essere, possono essere conseguite. Ma essere illuminati
è parte della nostra natura.
Per vite intere ho
lottato, quello è stato il mio scopo per molte, molte vite. Ho fatto tutto ciò
che era umanamente possibile per realizzare l’illuminazione, ma ho sempre
fallito. Era inevitabile, perché l’illuminazione non può essere una conquista.
È la nostra natura, come può essere conquistata? Non può essere motivo di
ambizione.
La mente è ambiziosa,
ambisce il denaro, il potere, il prestigio. Poi un giorno, quando si stanca di
tutte queste attività estroverse, comincia ad ambire l’illuminazione, la
liberazione, il nirvana e dio. Ma si tratta della stessa ambizione che ritorna,
solo l’oggetto è cambiato. Prima l’oggetto era all’esterno, ora è all’interno. Ma l’atteggiamento, l’approccio, non è cambiato:
tu sei la stessa persona, sullo stesso percorso, con le stesse abitudini.
‘Il giorno in cui mi sono
illuminato’ significa semplicemente il giorno in cui ho scoperto che non c’è
nulla da raggiungere, non c’è nessun posto dove andare e non c’è nulla da fare.
Noi siamo divini, siamo già perfetti, così come siamo. Non è necessario alcun
miglioramento, assolutamente nessuno. Dio non ha mai creato nulla di imperfetto
e se anche incontrate un uomo imperfetto, vedrete che la sua imperfezione è
perfetta. Dio non ha mai creato nulla di imperfetto.
Quando dico “Il giorno in
cui ho conseguito l’illuminazione”, uso un linguaggio improprio, ma non esiste
altra possibilità di espressione, perché il linguaggio è stato creato da noi. È
composto da parole come ‘conseguimento’, ‘traguardo’, ‘miglioramento’,
‘progresso’ ed ‘evoluzione’. Il nostro linguaggio non è stato creato da persone
illuminate; non avrebbero potuto farlo anche se lo avessero voluto, perché
l’illuminazione accade in silenzio. Come si può tradurre quel silenzio in
parole? Qualunque cosa si faccia, le parole distruggono qualcosa di quel
silenzio.
Lao Tzu dice: “Nel momento
in cui la verità viene espressa, diventa falsa.” Non è possibile comunicare la
verità. Si è costretti d usare il linguaggio, non c’è altro modo per
comunicare. Quindi si userà il linguaggio, sapendo che non è adeguato
all’esperienza.
Per cui dico ‘Il giorno in
cui ho conseguito l’illuminazione’ ma in realtà non c’è alcun conseguimento, né
c’è nulla di mio.
[A
questo punto mentre Osho parla viene a mancare la corrente: tutto è buio e
silenzio]
Ecco accade così! Dal
nulla, all’improvviso il buio, all’improvviso
la luce e non ci puoi fare
nulla. Puoi solo osservare.
Quel giorno ho riso per
tutti i miei sforzi stupidi e ridicoli per conseguire l’illuminazione. Ho riso
di me e ho riso dell’intera umanità, perché tutti cercano di raggiungere, di
arrivare, di migliorare.
A me accadde in uno stato
di rilassamento totale e accade sempre in questo stato.
Avevo provato di tutto e
poi, vedendo l’inutilità dei miei sforzi, ho abbandonato ogni ricerca... ho
lasciato perdere il mio progetto e me ne sono dimenticato.
Tu mi chiedi, “Qual è
stata la prima cosa che hai fatto dopo che ti sei illuminato?”
Ho riso e da allora ho
continuato a ridere. Non vi posso ridere in faccia, mentre vi racconto le
barzellette, altrimenti le rovinerei, ma rido tramite voi.
tratto da: Osho, Teologia Mistica #9
La
meditazione, l’osservazione dei processi interiori, il diventare un testimone –
sono lo strumento con cui si procede nel viaggio interiore. Sembra
impossibile che il semplice
osservare possa portare così lontano. Eppure l’osservazione è la chiave d’oro
che può aprire tutte le porte sui misteri dell’esistenza.
Osho,
che cos’è la notte oscura dell’anima? Mi sta forse sfuggendo qualcosa?
Non ti sta sfuggendo
nulla, nemmeno la notte oscura dell’anima: ci sei già dentro!
Essere inconsapevole delle
tue azioni, dei tuoi pensieri ed emozioni crea la notte oscura dell’anima. Nel
momento in cui sei consapevole di questi tre livelli del tuo essere… Il pensiero è il livello più superficiale, il
sentire – le emozioni – è un po’ più profondo, e poi c’è l’essere: l’ultima
cosa che devi perdere quando arrivi al supremo.
Il processo è semplice, il
processo è sempre lo stesso. Osserva, sii testimone, osserva i pensieri – senza
alcun giudizio, senza condanne e senza giudicare… Nel momento in cui dai un
giudizio – a favore o contro – non sei più un testimone: sei già diventato
parte del processo del pensiero. Resta in
silenzio, e guarda semplicemente ciò che passa sullo schermo della
mente, allo stesso modo in cui guardi un film. Ricorda solo che sei un semplice
spettatore. E lo stesso procedimento, quando sei riuscito a utilizzarlo al
primo livello, ti renderà capace anche di osservare le tue emozioni, che sono
più sottili. La persona che vede i pensieri e resta silenziosa, resta
testimone, diventa automaticamente capace di fare questo secondo passo. E molto
presto sarai in grado di osservare i sentimenti, gli umori, gli stati d’animo,
le emozioni.
Quando
hai passato il secondo stadio, affronti il terzo… è il più profondo dentro di
te, la sensazione dell’Io, la
separazione tra te e l’universo. In realtà non c’è separazione, nemmeno per un
istante, separato non puoi nemmeno esistere. Sei in armonia con l’universo, in
tutti i modi possibili. Ci sono innumerevoli ponti tra te e l’esistenza che ti
circonda.
Ora osserva questo
silenzio, questo ‘essere’, questa sensazione di ‘io sono’ – osserva e basta.
Non c’è nient’altro da osservare, solo un piccolo territorio intorno a te.
Quando osservi i pensieri,
i pensieri scompaiono.
Quando osservi le
emozioni, le emozioni scompaiono.
Quando osservi l’essere,
non sei più separato.
Resta solo il testimone,
che è la tua realtà eterna. Non ha nulla a che fare con te: è universale. Il tuo testimone e il mio testimone non sono separati.
Il testimoniare, dovunque
avvenga, è lo stesso. Non conosce né distanze di spazio né di tempo. Per il
testimone non c’è spazio e non c’è tempo: non ci sono limiti.
Prima
di arrivare a questo punto… tutto il resto è la notte oscura dell’anima.
Quando
arrivi a questo testimoniare, nasce lo splendido giorno dell’anima.
Il sole sorge e non
tramonta più.
Ma il solo ascoltarmi non
ti sarà di aiuto. Dovrai praticarlo quanto più ti è possibile. Non occorre
dedicargli del tempo in particolare: sederti in meditazione per un’ora o venti
minuti, e osservare. Se hai tempo puoi sederti in silenzio e testimoniare, ma
non è necessario. Puoi continuare a fare il tuo lavoro e continuare comunque a
testimoniare.
Il punto è come rendere
questo testimone sempre più forte, più robusto, in modo da poter perdere ogni
identità. Solo una persona forte può perdere tutte le identità.
E quando sei in un
silenzio totale… c’è luce, una luce che non è mai iniziata e non finirà mai.
Può essere tua, devi solo reclamarne il possesso. Lo sforzo non è così grande
come ti hanno detto le religioni.
Se cammini per strada,
qual è il problema? Perché non puoi semplicemente osservare il camminare? Il
punto non è ciò che stai osservando, il punto è che osservi, sei testimone.
Qualsiasi cosa può aiutarti a rafforzare le tue energie di osservazione. Se
guardi un bellissimo tramonto, non perderti, non dimenticare te stesso. Ricorda
che sei solo un osservatore. Può continuare ventiquattr’ore al giorno senza che
nessuno sappia cosa stai facendo. La religiosità non è qualcosa di cui il mondo
debba venire a conoscenza. È qualcosa che devi fare dentro di te. Inizia da
questo preciso momento.
Questo silenzio immenso –
migliaia di persone, ma sembra che non ci sia nessuno… osserva. Il rumore
distante di un aereo… Resta un semplice testimone.
Poi continua a praticare
la stessa cosa qualunque cosa fai,
se mangi, se ti fai la doccia, o lavori in giardino o nei campi. Non importa cosa fai, quel che conta è che il
testimone sia sempre presente. All’inizio te ne dimenticherai molte volte,
perché per molte vite non sei mai stato un testimone, eri sempre colui che
agisce. È solo una vecchia abitudine: le vecchie abitudini sono dure a morire,
ma prima o poi muoiono di sicuro.
Dipende tutto da te. Più
ne fai un processo che è quasi come il respiro… Fai cose di ogni genere, e
tuttavia continui a respirare. Non è che smetti di respirare solo perché stai
scavando una buca nel terreno. Osservare deve diventare come respirare. In
realtà è il respiro dell’anima universale che contieni in te.
E quando hai ‘assaggiato’
anche solo un momento in cui sei universale… è arrivato il mattino. La notte
oscura dell’anima è finita.
tratto da: Osho, Death to Deathlessness # 30
Osho,
in che modo l’osservare conduce alla non-mente? Riesco sempre
di più a osservare il mio corpo, i miei pensieri e le mie emozioni, ed è bello.
Ma i momenti di assenza di pensieri sono pochi e rari. Quando ti sento dire che
‘la meditazione è l’essere testimoni’, sento di capire. Ma quando parli della
non-mente, non mi sembra affatto una cosa facile.
Quello della meditazione è
un lungo pellegrinaggio. Quando dico che ‘la meditazione è essere testimoni’,
si tratta dell’inizio della meditazione. E quando dico che ‘la meditazione è
non-mente’, si tratta del compimento del viaggio. L’essere testimoni è l’inizio
e la non-mente è il compimento. L’essere testimoni è il metodo per raggiungere
la non-mente. È naturale che tu senta che l’essere un testimone è più facile, è
più vicino a te.
Ma l’essere un testimone è
proprio come un seme, occorre un lungo periodo d’attesa. E non solo di attesa,
ma di fiducia che questo seme germoglierà, diventerà una pianta; un giorno
arriverà la primavera e la pianta fiorirà. La non-mente è l’ultimo stadio della
fioritura. Piantare il seme è ovviamente più facile: dipende da te. Ma la
fioritura è al di là di te. Tu puoi preparare il terreno, ma i fiori
giungeranno al loro momento, non puoi far nulla per obbligarli a fiorire. La
primavera è al di fuori della tua portata – ma se i tuoi preparativi sono
perfetti, la primavera arriva; è assolutamente garantito.
Il modo in cui ti stai
muovendo va benissimo. L’essere un testimone è il sentiero e stai cominciando
ad avvertire, una volta ogni tanto, momenti di assenza di pensiero. Questi sono
assaggi della non-mente... ma solo momentanei.
Ricorda una legge
fondamentale: ciò che può esistere per un momento, può anche divenire eterno. Non
ti vengono mai dati due momenti alla volta, sempre e solo un momento per volta.
E se riesci a trasformare un momento in uno stato di assenza di pensiero, stai
imparando il segreto. Allora non ci saranno ostacoli, non ci sarà un motivo che
ti impedisca di trasformare anche il secondo momento, che – come il primo –
verrà da solo, con il medesimo potenziale, la medesima capacità.
Se conosci il segreto, hai
nelle mani la chiave maestra capace di trasformare ogni momento in un assaggio
di non-mente. La non-mente è lo stadio finale, quando la mente svanisce per
sempre e l’assenza di pensieri diventa la tua realtà intrinseca. Se questi
brevi momenti arrivano, significa che sei sulla strada giusta e che stai usando
il metodo giusto.
Ma non essere impaziente.
L’esistenza richiede immensa pazienza. I suoi misteri supremi si rivelano solo
a chi ha immensa pazienza.
… Quando un uomo è in uno
stato di non-mente, niente lo può distrarre dal suo essere. Non esiste potere
più grande del potere della non-mente. A una persona così non può essere fatto
alcun male.
In lui non possono sorgere
né attaccamento, né avidità, né gelosia.
La non-mente è un cielo
assolutamente terso, privo di nuvole.
Tu dici: “In che modo
l’osservare conduce alla non mente?”
Esiste una legge intrinseca:
i pensieri non hanno vita propria. Sono dei parassiti; vivono della tua
identificazione con loro. Quando dici: “Sono arrabbiato,” stai riversando
energia vitale nella rabbia, perché ti stai identificando con la rabbia.
Ma quando dici: “Sto
osservando la rabbia che passa sullo schermo della mente dentro di me,” non
stai dando più vitalità, linfa vitale, energia alla rabbia. E riuscirai a vedere che poiché non sei
identificato, la rabbia è del tutto impotente, non ha alcun impatto su di te,
non ti cambia, non ha alcuna influenza. È del tutto vuota, priva di vita.
Passerà, lasciando il cielo pulito e lo schermo della mente vuoto.
A poco a poco comincerai a
staccarti dai tuoi pensieri. Il processo dell’essere un testimone e
dell’osservare è tutto qui. In altre parole – George Gurdjieff la chiamava
non-identificazione – non sei più identificato con i tuoi pensieri. Te ne stai
semplicemente in disparte, distaccato, indifferente, come se si trattasse dei
pensieri di qualcun altro. Solo così li puoi osservare.
L’osservazione
richiede una certa distanza. Se sei identificato, non c’è distanza, sei troppo
vicino. È come se mettessi lo specchio troppo vicino agli occhi: non puoi
vedere il tuo volto. Ci vuole una certa distanza; solo così puoi vedere il tuo
volto allo specchio.
Se i pensieri ti sono
troppo vicini non puoi osservare, vieni
segnato, colorato dai tuoi pensieri. La rabbia ti rende arrabbiato, l’avidità
ti rende avido, la lussuria ti rende lussurioso, perché non c’è alcuna distanza,
ti sono così vicini che non puoi fare a meno di pensare che tu e i tuoi
pensieri siete una cosa sola. L’osservare distrugge questa unità e crea una
separazione. Più osservi, più grande è la distanza; più grande è la distanza e
meno energia i pensieri ricevono da te, e non avendo altra fonte presto
inizieranno a morire, a svanire. In questi momenti di assenza avrai i primi
assaggi di non-mente. E li stai già sperimentando. Tu dici: “Riesco sempre di
più a osservare il mio corpo, i miei pensieri e le mie emozioni, ed è bello”. Questo
è solo l’inizio. Anche l’inizio è bellissimo. Il semplice trovarsi sulla via
giusta, perfino senza intraprendere neppure un passo, ti dona una gioia
immensa, priva di motivazioni, e una volta avviato sulla strada giusta, la tua
beatitudine, la bellezza della tua esperienza diverranno sempre più profonde,
sempre più vaste, con nuove sfumature, nuovi aromi, nuove fragranze. Tu dici:
”Ma i momenti di assenza di pensieri sono pochi e rari.” È una grande
conquista, perché normalmente le persone non conoscono neppure una singola
interruzione, per i loro pensieri è sempre ora di punta. Pensieri su pensieri,
in coda, appiccicati gli uni agli altri. E la coda continua, sia che tu sia
sveglio, sia che tu dorma. Quelli che tu chiami sogni non sono che pensieri in forma
figurata. Perché l’inconscio non conosce il linguaggio alfabetico, l’inconscio
è molto primitivo, è simile a un bambino piccolo.
… Ciò che senti è una
chiara indicazione che sei sulla strada giusta. Il ricercatore si pone sempre
la domanda se sta andando nella direzione giusta o no. E non c’è alcuna
sicurezza, assicurazione, garanzia. Tutte
le dimensioni sono aperte; come farai a scegliere quella giusta?
Questi sono i modi e i
criteri per scegliere. Se segui una via, una metodologia che ti dà gioia,
maggiore sensibilità, maggiore consapevolezza e ti dà un senso di immenso
benessere – questo è il solo criterio per dirti che sei sul sentiero giusto. Se
diventi più infelice, arrabbiato, egoista, avido, bramoso – queste sono
indicazioni che sei sul sentiero sbagliato.
Sulla via giusta la tua
beatitudine cresce ogni giorno di più, e le tue esperienze di bellezza
diventeranno straordinariamente psichedeliche, piene di colore – colori che non
hai mai visto al mondo, profumi che mai hai
sentito. Allora potrai proseguire su quel sentiero senza paura alcuna di
sbagliare.
Queste esperienze
interiori ti manterranno sulla via giusta. Ricorda solo che se vanno crescendo,
significa che ti stai muovendo. Ora tu hai solo brevi momenti di assenza di
pensiero... Non è una cosa da niente; è una realizzazione importante, perché le
persone non conoscono neppure un singolo momento di assenza di pensieri in
tutta la vita.
Queste pause cresceranno.
Man mano che diventi più
centrato, più attento, queste pause diverranno sempre più grandi. E non è
lontano il giorno in cui – se prosegui senza guardarti indietro, senza deviare,
se prosegui diritto – non è lontano il giorno in cui per la prima volta
sentirai che queste pause sono diventate così grandi che le ore passano e non
sorge neppure un pensiero. Ora avrai esperienze ancora più vaste di non-mente.
La realizzazione suprema
accade quando sei circondato dalla non-mente ventiquatt’ore su ventiquattro.
Ciò non significa che non
potrai più usare la mente; questa è una falsità, diffusa da chi non sa nulla
della non-mente. Non-mente non significa che non puoi usare la mente: significa
semplicemente che la mente non può usarti.
Non-mente
non significa che la mente viene distrutta. Non-mente significa solo che la mente
viene messa da parte. In qualunque momento hai bisogno di comunicare con il
mondo, la puoi mettere in azione. Sarà il tuo servitore. Ora è il tuo padrone.
Anche quando sei seduto da solo continua con il suo bla bla – il suo
chiacchiericcio – e tu non puoi fare nulla, sei del tutto impotente.
Non-mente significa solo
che la mente è stata messa al suo posto. Come servitore, è uno strumento
prezioso; come padrone, è una calamità.
È pericolosa. Può
distruggere la tua vita. La mente è solo uno strumento utile quando vuoi
comunicare con gli altri. Quando sei da solo, non hai però bisogno della mente,
quando la vuoi usare, la puoi usare.
E ricorda un’altra cosa:
quando la mente rimane in silenzio per ore, diventa fresca, giovane, più
creativa, più sensibile, rivitalizzata dal riposo.
Le menti delle persone
normali iniziano attorno ai tre-quattro anni di età e poi continuano fino a
settant’anni, ottant’anni, senza neanche una vacanza. Ovviamente non possono
essere molto creative. Sono stanchissime – e stanche di un mucchio di sciocchezze.
Milioni di persone al mondo vivono senza creatività. La creatività è una delle
esperienze più gioiose. Ma le loro menti sono stanche... non sono in uno stato
di energia traboccante.
L’uomo
della non-mente, tiene a riposo la mente – colma di energia, immensamente
sensibile – pronta a entrare in azione nel momento in cui le viene ordinato.
Non è una coincidenza che le persone che hanno sperimentato la non-mente… le
loro parole iniziano a possedere una loro magia; quando usano la mente, essa ha
carisma, possiede una forza magnetica. Ha un’immensa
spontaneità e la freschezza della rugiada mattutina, prima che sorga il sole.
E la mente è lo strumento di espressione e creatività più raffinato creato
dalla natura. Per cui l’uomo di meditazione – o in altre parole, l’uomo della
non-mente – trasforma anche la prosa in poesia. Senza sforzo alcuno, le sue
parole sono così cariche di autorità che non hanno bisogno di alcuna
dimostrazione. Sono autoevidenti.
La
forza che trasmettono diventa verità autoevidente. Non hanno alcun bisogno del
sostegno della logica, o delle scritture. Le parole di un uomo della non-mente
posseggono una certezza intrinseca. Se sei pronto a riceverle e
ad ascoltarle, lo sentirai nel tuo cuore.
È verità autoevidente.
Osserva ciò che è accaduto
nei secoli: Gautama il Buddha non è mai stato contraddetto da un suo discepolo,
e neppure Mahavira, né Mosè o Gesù. Nelle loro parole c’era qualcosa, nella
loro semplice presenza c’era qualcosa che convinceva. Senza alcuno sforzo da
parte loro, potevano convertire. Nessun grande maestro è stato un missionario,
non hanno tentato di convincere nessuno, eppure hanno convertito milioni di
persone.
È un
miracolo – ma il miracolo consiste in una mente riposata, in una mente che è sempre piena di
energia e viene usata solo ogni tanto.
Quando vi parlo, devo
usare la mente. Quando me ne sto seduto nella mia stanza tutto il giorno,
dimentico del tutto la mente. Sono puro silenzio... e nel frattempo la mente si
riposa. Quando vi parlo, quelli sono i soli momenti in cui uso la mente. Quando
sono solo, sono totalmente solo, e non ho alcun bisogno di usare la mente.
Tu dici: “Quando ti sento
dire che ‘La meditazione è l’essere testimoni,’ sento di capire. Ma quando
parli della non-mente, non mi sembra affatto una cosa facile.”
Come può sembrarti facile?
- è la tua potenzialità futura. La meditazione l’hai cominciata; forse è solo
agli stadi iniziali, tuttavia hai una certa esperienza che ti permette di
capirmi. Ma se puoi capire la meditazione, non preoccuparti.
La meditazione conduce
sicuramente alla non-mente, proprio come ogni fiume si muove verso l’oceano,
senza alcuna mappa, senza alcuna guida. Ogni fiume, senza eccezioni, alla fine
raggiunge l’oceano. Ogni meditazione, senza eccezioni, alla fine raggiunge lo
stato di non-mente.
Ma naturalmente, quando il
Gange è sull’Himalaya e scorre tra le montagne e le valli, non ha alcuna idea
di che cosa sia l’oceano, non può neppure concepire l’esistenza dell’oceano –
però si muove verso l’oceano, perché l’acqua ha la capacità intrinseca di
trovare sempre il posto più basso.
E l’oceano è il posto più
basso... e così i fiumi nascono sui picchi himalaiani e iniziano immediatamente
a muoversi verso il basso, e alla fine trovano l’oceano.
Il processo della
meditazione è esattamente l’opposto: si muove verso l’alto, verso vette più
alte, e la vetta suprema è la non-mente. Non-mente è una parola semplice, ma in
realtà significa illuminazione, liberazione, libertà da ogni legame, esperienza
di assenza di morte, di immortalità.
Queste
sono parole grosse e non voglio spaventarti, per cui uso una parola semplice,
non-mente. Tu conosci la mente... e puoi immaginare uno stato in cui questa
mente non funziona.
Quando questa mente cessa
di funzionare, tu diventi parte della mente cosmica, la mente universale.
Quando sei parte della mente universale, la tua mente individuale diventa un
ottimo servitore. Ha riconosciuto il padrone, e porta notizie dalla mente
universale a coloro che sono ancora legati alla mente individuale.
Quando vi parlo, in realtà
è l’universo che mi sta usando. Le mie parole non sono le mie parole;
appartengono alla verità universale. Questo è il loro potere, questo è il loro
carisma, è questa la loro magia.
tratto da: Osho, Satyam Shivam Sundaram # 7
L’illuminazione, vista dal nostro punto di
vista, è la fine di qualcosa e quindi può anche fare paura. Soprattutto se non
si vede cosa c’è da ‘guadagnarci’... In realtà, ci spiega Osho, l’appagamento
che inseguiamo vita dopo vita cercandolo nelle persone, nelle cose, nel
successo, alla fine lo si troverà solo in questo salto di qualità chiamato
illuminazione.
Osho,
l’illuminazione mi sembra sempre la fine, la morte, una specie di
suicidio dal quale non si può tornare indietro – la fine delle avventure, degli
amori, dei tramonti, dei drammi… delle cenette a lume di candela. Cosa ci può
essere di più bello dei drammi insensati, e delle gioie, della mia ricerca?
Cosa c’è dopo la morte per un illuminato? C’è forse noia per diecimila anni a
venire? Io sento solo una paura mortale.
L’illuminazione
può fare un bel po’ di paura. Può metterti in grande paranoia. E la tua domanda
è importante: ci sono milioni di persone, al mondo, che non pensano
all’illuminazione – e la ragione può essere la profonda paura della quale tu
parli. Tutte queste persone hanno esperienza di un certo tipo di vita, e
credono che questa sia la sola vita possibile – ed è lì che si sbagliano.
Questa,
che viviamo, è la forma più bassa di vita. In realtà, chiamarla vita non è
corretto: è solo nascita. È solo una possibilità. Puoi farne una vita – la vita
va creata. E questo malinteso è così antico… ma nessuno lo vuole abbandonare,
perché è una grande consolazione sapere che sei vivo, che ti godi tutto quello
che c’è da godere, e che è un meraviglioso ‘dramma’.
Però
hai ripercorso questo dramma molte volte…
È lo
stesso dramma. Cambiano alcuni piccoli dettagli… A è sposato con B anziché con
C. Vivi nel tale paese, sei nato nel tale altro… ma segui la stessa routine.
Incontrerai la stessa infelicità, la stessa gelosia; ci saranno tutti quei
giochi di ambizione che la gente continua a fare – ma tu non ti annoi. Non ti
annoi perché ciascuna volta che muori la memoria chiude una porta; altrimenti
impazziresti. La natura ha un sistema autonomo: nel momento in cui una persona
muore, tutto il suo sistema mnemonico di quella vita se ne va con lui nella
successiva, ma la porta viene chiusa.
Uno
dei contributi che Mahavira ha apportato al mondo è la tecnica di jati smaran. Jati smaran è la scienza di
ricordarsi le vite passate. Mahavira negava categoricamente il permesso di
diventare sannyasin a chi non ripercorresse con la memoria alcune delle proprie
vite passate. Spesso gli fu chiesto: “Perché questa insistenza?” – ed infatti
nessun altro maestro insiste su questo punto. La sua risposta era: “ A meno che
tu non guardi nelle tue vite passate, e tu non veda che hai fatto la stessa
cosa tante, tante volte, e che le tue mani sono ancora vuote, e tu continui a
fare ancora le stesse cose…”
Vi
succederà di provare noia, di iniziare a pensare: ‘Devo essere completamente
stupido’ – ma poiché ciascuna vita vi è ermeticamente chiusa, non sapete niente
del vostro passato. Non avete intuizioni del futuro.
Tutto
quello che conoscete è questa piccola vita, ed in questa piccola vita conoscete
due cose: la miseria ed il dolore della vita, e i metodi e le strategie per
dimenticare questa miseria e questo dolore. E li chiamate divertimenti,
intrattenimenti: andare al cinema, al circo. Questi sono i vostri modi di dimenticare
la vostra vita. Lì, per due o tre ore, potete interessarvi a un mondo
differente dal vostro.
Vi è
certamente difficile concepire, capire, una persona illuminata.
È
proprio come, se fumate, non riuscite a concepire che milioni di persone
possano andare avanti senza fumare. Credete che ne sentano la mancanza! Ed
invece alla persona che non fuma non manca niente, eccetto un po’ di nicotina,
un po’ di veleno che farà morire prima voi di lui. Tranne questo, non gli manca
altro. L’alcolizzato non può credere che il mondo intero vada avanti senza la
bottiglia. Non sa vivere un solo giorno senza la bottiglia. Gli fate pena:
“Poverini! Non sanno che c’è modo, con l’alcool, di dimenticare tutti gli
affanni della vita”. Ma non sa concepire una vita che non ha neanche un affanno
da dimenticare. E questa è la vostra posizione: il problema è che, quando
pensate all’illuminazione, non comprendete che l’uomo che si è illuminato non è
più un ego. Potete insultarlo ma non potete ferirlo; potete offenderlo,
condannarlo, ma nel suo essere non ci sarà cambiamento. Anche se lo ucciderete,
rimarrà lo stesso.
È
difficile per voi comprendere come un illuminato se ne possa stare in pace
senza andare al circo, al cinema… e a tutte le altre stupidaggini che ci sono.
Ma sono esistite così poche persone illuminate che non si sa molto di loro. E
la maggior parte di quanto concerne un illuminato è tale, che non si riesce a
comprenderlo senza averne l’esperienza.
Per
l’illuminato, tutto quello che succede intorno a lui è un circo. Non ha bisogno
di comprare il biglietto –il suo problema è, piuttosto, come uscire dal circo!
Non vuole andare al cinema, vuole uscirne!
Ma,
dovunque vada…
Immaginatevi
Buddha a Bombay…
Non
è difficile dedurre per quale motivo queste persone abbiano evitato di esistere:
perché non ci sono più dei Buddha, dei Mahavira, dei Bodhidharma, degli
Zarathustra? Dove sono scomparse queste persone così incredibilmente belle?
Perché hanno cessato di essere accessibili a noi? L’umanità è tanto aumentata
di numero – se si considerano le proporzioni… In India c’erano solo due milioni
di persone ai tempi di Buddha. Adesso in India ci sono novecento milioni di
persone. Anche solo in proporzione, adesso ci dovrebbero senz’altro essere
almeno una dozzina di buddha!
Ma
quel tipo di persona è scomparso – ed è scomparso perché ha scoperto che quella
che voi chiamate vita non è altro che una lenta morte.
E ha
trovato la vera vita. Quando si è trovata la vera vita, perché si dovrebbe
ritornare a un mondo miserabile?
Ma
la tua domanda è importante. Hai paura che sarà difficile stare seduto in
silenzio per migliaia di anni.
Ma
non sai che, se tu sei in silenzio, il tempo si ferma. Non esistono più i
diecimila anni, i dieci milioni di anni. Niente di tutto ciò. Esiste solo un
semplice ‘ora’.
Quando
la mente è in silenzio, il tempo scompare perché la mente è tempo.
Adesso
ti puoi preoccupare che nella vita succede così tanto, ci sono tanti drammi,
mentre la persona illuminata… cosa farà per tutta l’eternità?
Di
quale dramma parli? Un idiota che scivola su una buccia di banana? E tutti si
mettono a ridere… questo non è un atto amorevole. Anche se quell’uomo stesso
non è meglio di una banana, ha tutti i diritti di scivolare su una buccia di
banana. Non fa male a nessuno, fa solo dello yoga un po’ speciale.
Ma
tu, perché ridi?
La
tua vita è piena di tristezza e tu sei alla ricerca… tutte le volte che c’è una
possibilità di ridere, un po’ della tua tristezza si scarica. Di certo, una
persona illuminata non riderebbe. Non ce ne è bisogno. La risata è necessaria a
causa della tristezza: è un antidoto alla tristezza. L’illuminato è estatico…
e, ricorda, estasi non è felicità. Questo è il punto dove si fa sempre
confusione.
La
felicità è passeggera: ai due confini del momento di felicità trovi l’infelicità.
L’estasi non ha un opposto, non esiste la ‘non-estasi’. C’è solo estasi, e
l’estasi non dipende da nessun altro e da nessun’altra cosa esterna all’essere
illuminato stesso.
La
sua sorgente di beatitudine è interna al suo essere.
L’essere
illuminato splende, irradiando l’esperienza che ha fatto. E più la condivide,
più l’esperienza cresce.
Il
tempo non esiste più per lui. Vive nel momento. E vive così totalmente ed
intensamente che non c’è spazio per tristezze o miserie di nessun genere.
Ma
non prendere nessuna decisione prima di avere avuto qualche esperienza, almeno
di un piccolo assaggio. Pratica un po’ di meditazione, e questa sarà la
risposta alla tua domanda: un giorno scoprirai di essere seduto in silenzio,
pieno di gioia, e senza nessun motivo.
Nel
momento in cui si illumina, una persona diventa estasi, diventa benedizione.
Tempo e spazio scompaiono. Diventa un’unica cosa col tutto. Allora le stelle
sono dentro di lei, i fiori sono dentro di lei, cieli su cieli sono dentro di
lei. Gli uccelli in volo sono dentro di lei.
Ora
come ora tutto è fuori di te.
L’illuminazione porta
tutto dentro di te. Ti diffonde in lungo e
in largo, all’infinito.
Molte
domande come questa ti si porranno, ma non farle diventare semplici questioni
intellettuali; altrimenti perderai il vero succo della vita.
Sperimenta.
Le tue domande dovrebbero emergere dai tuoi esperimenti: solo allora saranno
esistenziali, e saranno d’immenso aiuto alla tua crescita.1
La
vita non può avere una realizzazione se non ci si illumina: questa è una
consolazione che non posso darti. Realizzazione e illuminazione vogliono dire
la stessa cosa.
Illuminarsi
non è un problema: è la cosa più facile della vita, per la semplice ragione che
è la tua natura.
Sei
nato illuminato; hai solo bisogno di aiuto per ricordarlo. Non è una conquista,
ma semplicemente ricordarsi.
[…]
La tua illuminazione, il tuo risveglio, non sono qualcosa che ti capiterà
dall’esterno. Non è qualcosa che devi raggiungere, è qualcosa che hai dalla
nascita.
Ma
sei quasi un mendicante, e – vedendo mendicanti tutt’intorno a te – imiti i
mendicanti. Sei un medicante per imitazione. Sei invece illuminato non per
conseguimento, ma perché ti ricordi.
L’arte
della meditazione non è altro che l’arte di ricordarti chi sei.
La
realizzazione non può accadere se non sai chi sei. Come puoi essere realizzato
se profondamente, al tuo centro, c’è oscurità, ignoranza? Se non conosci te
stesso, come puoi realizzarti? Ricordarsi di sé è il requisito di base della
realizzazione, dell’appagamento. E il miracolo del ricordarsi è che, nel
momento in cui ti ricordi di te, appagamento e realizzazione avvengono
simultaneamente – senza nessuno sforzo da parte tua. Sono i fiori della tua
illuminazione, del tuo ricordarti.
[…]
Non puoi dividere realizzazione e illuminazione facendone due cose distinte.
Sono una cosa sola, inseparabili. La realizzazione è semplicemente una
conseguenza dell’illuminazione.
E
illuminarsi è facile… Ma milioni di persone cercano di realizzarsi. Non trovano
mai la realizzazione, perché la realizzazione è un effetto collaterale. Non
puoi realizzarti direttamente: la realizzazione viene come ombra
dell’illuminazione.
Perciò,
può darsi che coloro che hanno ricercato l’illuminazione non si siano mai dati pensiero di realizzarsi; ma nel momento in
cui diventano illuminati, improvvisamente trovano la più profonda
realizzazione. Mentre coloro che cercano la realizzazione non riescono a
trovarla. Nei soldi, nel potere, nella politica, nelle relazioni – cercano
dappertutto la realizzazione, e dappertutto incontrano la frustrazione. Tutta
la loro vita non è altro che un esercizio futile. Sebbene cerchino la
realizzazione, trovano sempre la frustrazione perché hanno dimenticato di
comprendere una sola cosa – che la realizzazione non è direttamente accessibile:
è una conseguenza! Una conseguenza… dunque non te ne devi occupare. Tu devi
lavorare per raggiungere l’esperienza vera e autentica: l’effetto collaterale,
poi, ci sarà sempre.
La
tua domanda è, comunque, importante, ed ha una storia lunga, vecchia quanto
l’uomo. Abbiamo visto persone come Gautama Buddha: persone così profondamente
realizzate che non si può immaginare che ci sia bisogno di qualcosa di più.
Naturalmente in te nasce il desiderio di essere realizzato come quest’uomo. Non
puoi vedere la sua illuminazione – questo è il problema. Vedi la sua
realizzazione, vedi il suo silenzio, vedi la sua compassione; vedi la sua
benevolenza, il suo amore. Vedi la sua grazia, la sua bellezza, la sua
integrità, la sua individualità. Tutto, in lui, ti attrae.
E
vorresti avere una personalità altrettanto bella. Vorresti avere la stessa luce
nei tuoi occhi, la stessa fiamma nella tua vita, la stessa gioia, ma non sai
che tutti questi sono effetti collaterali. E che, se ti metti alla loro
ricerca, ti incammini sul sentiero sbagliato: non li troverai mai, e ne
ricaverai una frustrazione totale. Tutti questi fenomeni sono accaduti a Buddha
in conseguenza della sua consapevolezza, e del suo divenire consapevole al
cento per cento. Questi sono i fiori della sua consapevolezza.
Tu
vedi i fiori: i fiori sono attraenti, i fiori profumano, e tu vorresti quei
fiori. Ma non vedi che quei fiori ricevono la linfa da radici nascoste – e
quelle radici nascoste hanno il loro fondamento nell’illuminazione.
La
cosa più semplice è illuminarsi prima, e poi tutto il resto, che hai sempre
voluto, arriva da solo. 2
tratto da: Osho,
1 Sermons in stones #6 - 2 Osho Upanishad #15
Seduto
in silenzio, senza far niente
Quando il corpo è immobile e
l’attività della mente si acquieta, molte cose diventano possibili. Quando poi
la mente si ferma del tutto – in quel silenzio, la realizzazione.
“Seduto in
silenzio, senza far nulla,
giunge la
primavera e l’erba cresce da sola”
Che cosa vuol dire? Visto
con l’ottica di chi cerca un significato, l’haiku zen è privo di senso. È
un’esperienza. E in realtà – racchiuso in pochi versi – descrive tutto ciò che
accade alla consapevolezza.
Questa è la bellezza
dell’haiku. Usa la minor quantità di parole possibile. Non puoi toglierne
neppure una, è già stato fatto: solo quelle essenziali sono rimaste.
Seduto in silenzio – sono
tre parole. Inizia con l’atto del sedere, inizia dal corpo. Se il corpo può
rimanere seduto in pace, rilassato, può aiutare moltissimo la mente a diventare
silenziosa. Se il corpo è irrequieto, allora la mente non può essere
silenziosa. Quindi l’haiku inizia con l’elemento fondamentale: ‘seduto’
significa solo rilassato, quieto, comodo, a casa, senza tensioni.
Avrai
visto milioni di statue di Buddha dappertutto in Asia… Non importa che sia una
rappresentazione somigliante, fotografica, o meno… è irrilevante. Ciò che
importa è che ti aiuterà ad avere un’idea, una comprensione su come stare
‘seduto’.
E a tale scopo la statua
di marmo è persino migliore del Buddha reale, perché è completamente rilassata
– non ci sono tensioni, né movimenti. Le hanno dato tali proporzioni, una tale
bellezza, una tale sensibilità estetica, che se ti siedi accanto a una statua
del Buddha ti vien voglia di sederti allo stesso modo. E il miracolo è che, non
appena ti metti seduto allo stesso modo, sentirai che la mente comincia a
rilassarsi… allo stesso modo in cui, all’arrivo della sera, gli uccelli
ritornano a casa, ai loro alberi. Presto
verrà la notte e tutti gli uccelli riposeranno nei loro nidi, profondamente
addormentati.
Se siedi nel modo giusto,
il silenzio scenderà su di te proprio come il calare della notte e poi tutto
diventa buio.
Seduto in silenzio… La
seconda cosa è la mente. Il corpo dovrebbe essere non teso, e la mente dovrebbe
essere priva di pensieri. Seduto in silenzio, senza far nulla… Questo è molto
importante da capire. Persino l’idea di fare meditazione può diventare un
disturbo, perché ogni ‘fare’ rende attiva la mente. La mente può rimanere
passiva solo in uno stato di non attività, in assenza di azione…
Questo breve haiku
racchiude l’intera filosofia della via orientale. Non è neppure una
meditazione; tu non fai nulla, ti godi semplicemente il riposo. Godi la pace
che arriva da sola, che non hai creato tu. Rimani semplicemente in attesa,
senza far nulla… attendi che qualcosa accada. Senza fretta, o apprensione.
Giunge la primavera…
Ricorda, l’esistenza non è in alcun modo obbligata a soddisfare i tuoi
desideri, quindi la frase giunge la primavera… Potresti essere in una stagione
diversa, e l’erba potrebbe non crescere. Non lamentarti perché: ‘Io ero seduto
in silenzio e l’erba non è cresciuta.’ Non eri in sintonia con l’esistenza.
Devi seguire l’esistenza.
La primavera viene – devi attendere l’arrivo della primavera, non puoi forzarlo,
non puoi crearlo, non è nelle tue mani. La primavera viene – e di sicuro arriva
– e l’erba cresce da sola. E all’improvviso tutto diventa verde, all’improvviso
l’erba cresce ovunque. Nessuno fa nulla, è arrivata semplicemente la primavera
e il suo arrivo è sufficiente a far crescere l’erba.
Tu rimani seduto in
silenzio, senza far nulla, in semplice attesa dell’arrivo della primavera. Allo
stesso modo in cui arriva la primavera fuori, anche la primavera interiore
arriverà. Ci sono anche stagioni interiori della vita. Quindi non preoccuparti
– la primavera arriverà senz’altro.
tratto da: Osho, The
Path of the Mystic #24
Osho,
puoi parlare per favore dell’impazienza, all’interno di un
percorso spirituale. Consideri l’impazienza una parte essenziale del processo
di crescita dell’uomo?
È vero che tutto avviene a
tempo debito – ma è vero solo a metà.
Paltudas dice: “Ogni arte
fiorisce a tempo debito, perché dunque essere impazienti? Non importa quanto lo
innaffi, l’albero darà frutti quando è il suo momento.”
Ma questo non significa
che non devi innaffiare l’albero, non significa che non devi seminare. Anche i
semi devono essere piantati nel momento giusto – solo allora germoglieranno nel
momento giusto.
Paltudas dice solo una
metà del tutto. Dal seme al frutto è un lungo viaggio, occorre grande pazienza
da parte del giardiniere. Ma la pazienza non deve diventare pigrizia, perché la
differenza è molto delicata, e molto sottile. La pazienza deve rimanere, nel
suo centro più intimo, molto impaziente – sapendo benissimo che quando arriverà
la primavera i fiori sbocceranno. Questo non significa che devi dimenticare di
anelare, desiderare l’arrivo della primavera, pregare, aspettare l’arrivo della
primavera. Attendi – ma la tua attesa non dovrebbe essere una forma di
letargia.
L’ospite arriverà – e
nessuno sa quando arriverà; attendi però come un amante, con le porte aperte, e
gli occhi fissi sulla strada… come se l’incontro con l’ospite, con l’amico sia
per il prossimo istante.
Sul cammino spirituale,
cose che normalmente appaiono contraddittorie, diventano complementari. Sii
paziente impazientemente, o impaziente pazientemente – devono esserci entrambi.
Se ne scegli uno solo, è pericoloso. La pazienza da sola diventerà pigrizia;
l’impazienza da sola diventerà angoscia e ansia, inutili. Entrambe sono
necessarie, si equilibrano: l’impazienza ti fa continuare a desiderare e ad
aspettare, e la pazienza ti impedisce di diventare teso, di creare ansia.
Entrambe hanno un ruolo sul cammino spirituale. E non si tratta solo di questa
contraddizione: la stessa cosa vale per molte altre contraddizioni.
Uno deve essere entrambe
le cose, in profonda armonia. Di cosa pensi si stia parlando, del giardiniere?
Paltudas ha dimenticato completamente che la questione reale riguarda il seme,
non il giardiniere, perché il giardiniere rimarrà lo stesso, non avrà una
crescita, spirituale o meno. La crescita accadrà al seme, e se il seme è troppo
paziente morirà, perderà del tutto la voglia
di vivere – il gusto stesso per la vita.
Dovranno passare molti
mesi prima che arrivi la pioggia. Se è troppo paziente, morirà ancora prima di
nascere. Il seme ha bisogno di una certa impazienza – un grande desiderio di
crescere, di fiorire, di arrivare a maturare.
Ma anche se il desiderio e
la voglia di crescere sono enormi, tutto accadrà a tempo debito. Il tuo
desiderio non può far arrivare la primavera un po’ prima, ma ti può tenere
sveglio – così quando la primavera arriverà non sarai profondamente
addormentato, e morto.
Il seme deve continuare a
sognare, a desiderare… dev’essere scontento di com’è ora, perché questo non è
il suo destino, è solo un potenziale… .
Tutto accadrà in futuro,
quindi deve essere sveglio, fiducioso, attento a ciò che non conosce, in attesa
di sentire i passi della primavera che arriva. E deve anche essere paziente,
perché non può fare nulla per far arrivare le piogge o la primavera –
giungeranno a tempo debito.
Quindi se il seme riesce a
mantenere un equilibrio tra pazienza e impazienza, rimarrà vivo, e non
impazzirà. Troppa impazienza può farti diventare matto, e troppa pazienza può
trasformarti in un morto vivente. Entrambe sono necessarie, nella giusta
proporzione: una profonda armonia tra le contraddizioni, cosicché diventino
complementari. Sul cammino spirituale occorre una profonda armonia a ogni passo
– un piccolo squilibrio, e sei perduto. Ed è questo che ti hanno insegnato le
religioni: ti hanno insegnato lo squilibrio, non l’equilibrio. Ti hanno detto
di scegliere una sola tra le due cose. Io ti dico: non scegliere mai. Non
prendere alcuna decisione.
Entrambe sono tue. Usale –
e usale in modo tale che insieme creino una bella musica nel tuo cuore. Sembra
strano a dirlo, ma non si può far nulla riguardo ai misteri dell’esistenza.
Posso
solo dire – anche se sembro contraddittorio – sii impaziente pazientemente, o paziente
impazientemente – ma tutti e due.
tratto da: Osho, The Rebelliuos Spirit #7
Comincia con
le meditazioni attive
Le antiche tecniche di meditazione come
la vipassana o lo zazen o le tecniche del Vigyan Bhairava Tantra vennero
sviluppate in Oriente in modo che fossero adatte alla mente dell’uomo orientale
di migliaia di anni fa. Oggi l’uomo occidentale fa una fatica terribile a
iniziare a meditare partendo dal semplice star seduti immobili in silenzio. Per
questo motivo Osho ha sviluppato delle tecniche attive come la Dinamica o la
Kundalini che partono da fasi in cui si usa il corpo saltando e ballando, per
arrivare alla fine a uno spazio dove silenzio e immobilità possono succedere in
modo naturale.
Per conto mio non
consiglio a nessuno di cominciare mettendosi immobili a sedere. Cominciate da
dove è più facile, altrimenti vi esporrete, fin dall’inizio, a una serie di
sensazioni non necessarie… cose che non hanno nulla a che fare con la vostra
situazione del momento.
Se
cominciate costringendovi a rimanere seduti, sentirete una grande irrequietezza
montare dentro di voi. Più cercherete di starvene esclusivamente seduti senza fare
altro, maggiore sarà la vostra inquietudine. Non acquisterete consapevolezza di
nient’altro tranne che della vostra alienazione mentale. La conseguenza sarà
l’insorgere di stati depressivi; vi sentirete frustrati. Certo quello che
proverete non sarà beatitudine; al contrario comincerete a pensare di essere
matti, e non è escluso che lo possiate diventare davvero!
Io comincio dalla vostra
pazzia, non dalla posizione seduta; do spazio alla vostra pazzia. Se danzate
follemente, in voi accadrà esattamente l’opposto. Mentre danzate follemente,
comincerete a essere consapevoli di un punto silenzioso dentro di voi; se
invece, sedete silenziosi diverrete via via consapevoli soltanto della vostra
follia. La consapevolezza si focalizza sempre sull’opposto.
Danzate follemente, in
modo caotico, piangete, respirate caoticamente: date libero sfogo alla vostra
pazzia. Comincerete allora a diventare consapevoli di un punto sottile, un
punto in profondità dentro di voi che è silenzioso e quieto, in contrasto con
la frenesia della periferia. Sarà con estrema felicità che percepirete nel
centro di voi stessi questo intimo silenzio. Se invece vi costringete a
rimanere seduti, allora non percepirete altro che il folle dentro di voi:
all’esterno sarete silenziosi, ma dentro di voi regnerà la pazzia.
Sarà molto meglio
cominciare con qualcosa di attivo, qualcosa di positivo, vivo, dinamico; allora
comincerete a percepire un crescente silenzio interiore. Più profondo diventerà
questo silenzio, e più vi sarà possibile adottare la posizione seduta o
distesa… vi diverrà possibile la meditazione silenziosa. Ma allora le cose
saranno ben diverse, completamente diverse.
Una tecnica di meditazione
che cominci con il movimento, con l’azione, vi aiuta anche in altri modi.
Provoca una catarsi.
Quello che soffocate in
voi stessi è in realtà da gettare, non da reprimere. Si è accumulato dentro di
voi perché avete continuato a reprimerlo. Tutti i nostri condizionamenti, la
civiltà, l’educazione, sono repressivi. Avete represso molto che, in un ambito
educativo diverso, avreste smaltito facilmente… se soltanto la vostra educazione
fosse stata più cosciente, i vostri genitori più consapevoli. Nel periodo della
vostra formazione, con una maggiore consapevolezza del meccanismo interno della
mente, vi sarebbe stato possibile
sbarazzarvi di molte cose.
Avete accumulato dentro di
voi rabbia, sesso, violenza, avidità… di tutto! Questo accumulo è diventato una
follia annidata dentro di voi. È lì, dentro di voi. Se cominciate quindi con un
metodo di meditazione repressivo, costringendovi per esempio a rimanere seduti,
impedirete a questa follia di venire alla luce e di dissolversi: la
soffocherete ancora una volta. Per questo io comincio con la catarsi. Il primo
passo deve essere quello di gettare al vento tutte le vostre impressioni ed
emozioni represse. Soltanto quando sarete in grado di buttare fuori la rabbia,
potrete dirvi maturi.
Bastano pochi attimi per
alleggerirsi del peso di una vita… o addirittura di vite e vite. Se siete
pronti a gettare ogni cosa, a spalancare le porte alla vostra follia, pochi
istanti bastano per una profonda pulizia. Ora siete puliti, freschi, innocenti.
Siete ritornati bambini. Ora, nella vostra rinata innocenza, potete sedervi a
meditare (sedervi o mettervi a giacere, qualunque cosa vogliate), poiché il
folle che era dentro di voi non è più là a inquietarvi.
La prima cosa da fare è
quindi una profonda pulizia… una catarsi, espellendo ogni impressione repressa;
rendetevi vuoti e liberi… un varco, un passaggio, attraverso il quale quanto
sta al di là di voi possa entrare e fluire. Soltanto allora e non prima, sedere
diviene fruttuoso, il silenzio proficuo.
Quando il silenzio
sopraggiunge spontaneamente e cala su di voi, non è una menzogna. Non siete
stati voi a coltivarlo. Viene a voi, vi succede. Cominciate a sentirlo crescere
dentro di voi come una madre sente il bambino crescere dentro. Un profondo
silenzio si svilupperà dentro di voi; ne diverrete gravidi. Soltanto allora
avverrà una trasformazione; altrimenti tutto sarà soltanto un’illusione. E si
può continuare a illudersi per vite e vite, la capacità di farlo è infinita.
tratto da: Osho, Meditazione Dinamica: l’arte dell’estasi interiore - Ed.Mediterranee
Meditazione,
comprensione, consapevolezza, amore, illuminazione e addirittura la
trascendenza dell’illuminazione... sono tutte parti indispensabili del percorso
di trasformazione descritto da Osho.
Ma
in che rapporto sono tutte queste cose tra di loro?
È
così ovvio, così semplice. Non ha bisogno di spiegazioni. Ha solo bisogno di
una descrizione.
La meditazione non è altro
che la mente in uno stato di silenzio.
Il
silenzio di un lago, senza neppure un’increspatura… I pensieri sono
increspature. La meditazione è la mente quieta – non inventarti cose complicate
– la mente in uno stato di assenza di azione, di puro rilassamento. Nel momento in cui sei
rilassato, silenzioso, in pace, arrivi a comprendere e vedere cose che prima
non avevi mai capito. Nessuno te le spiega. È la limpidezza della tua visione
che rende chiare le cose.
Si tratta della stessa
rosa, ma ora ne percepisci la bellezza in un modo multidimensionale. L’hai
vista moltissime volte – è solo una rosa qualsiasi. Eppure oggi non è più
qualsiasi, oggi è diventata straordinaria, perché la tua visione è nitida.
Tutta la polvere che offuscava la tua percezione se ne è andata e la rosa ha
un’aura di cui prima non eri consapevole.
Tutto attorno a te,
dentro, fuori, diventa cristallino. E quando la tua comprensione raggiunge il
picco supremo, c’è un’esplosione di luce.
La
chiarezza di visione, nel suo stadio finale, diventa un’esplosione di luce che
abbiamo chiamato ‘illuminazione’.
Ma non usare paroloni,
così rendi le cose più difficili.
Nell’intensità della
chiarezza, semplicemente, l’oscurità svanisce. È solo perché tu puoi vedere con
chiarezza che il buio non c’è più. Tu sai benissimo che ci sono animali capaci
di vedere al buio; i loro occhi sono più acuti, più penetranti. La tua visione
interiore diventa così limpida da disperdere ogni oscurità. In altre parole, tu
hai un’esplosione di luce. Chiamala illuminazione, liberazione, realizzazione.
Ma tu sei ancora oltre: questa è una tua esperienza e tu sei colui che fa
l’esperienza. Si tratta di un’esperienza oggettiva, tu sei il soggetto. Sai che
tutto questo sta accadendo, quindi c’è una trascendenza, c’è un oltre
l’illuminazione. Su quel picco, in cima a quell’Everest… solo testimonianza,
una consapevolezza pura, consapevole di nulla, testimone di nulla – uno
specchio puro che non riflette nulla.
È tutto collegato in modo
organico, ma non preoccuparti dell’intero processo.
Muoviti un passo alla
volta, il passo successivo avverrà automaticamente.
tratto da: Osho, The Osho Upanishad # 12
Osho,
ti ho sentito dire che sei oltre l’illuminazione. Teoricamente
parlando, qual è la differenza tra illuminazione e oltre l’illuminazione?
La vita è un cambiamento
continuo. Non conosce il punto fermo, e neppure il punto e virgola. Illuminarsi
non significa rimanere bloccati da qualche parte. Nessuno ha parlato di oltre
l’illuminazione, perché che senso avrebbe avuto? Le persone non erano neppure
illuminate. Ma io sono sicuro che la mia gente si illuminerà, e devo metterla
in guardia contro la possibilità di rimanere bloccata.
Persino l’illuminazione
deve essere trascesa.
Persino la trascendenza
deve essere trascesa.
Bisogna proseguire,
sempre.
L’esistenza è infinita, è
multidimensionale – non esiste una fine. Non puoi mai dire che sei arrivato. Ti
stai avvicinando sempre di più, ma non arrivi mai, perché una volta arrivato
cosa mai farai? A quel punto l’unica possibilità è tornarsene a casa.
Bisogna andare oltre
l’illuminazione, altrimenti ti troverai in una situazione molto difficile –
bloccato nella sala d’attesa di una stazione. Nessun treno torna indietro,
tutti i treni vanno avanti, e tutto quello che resta l’hai già vissuto. Ti sei stancato, non vuoi tornare indietro. E
anche se tu volessi tornare indietro, la natura te lo impedisce.
Un giovane può forse
ritornare bambino? Il giovane diventerà un uomo di mezza età, e l’uomo di mezza
età diventerà vecchio.
Il futuro è aperto, ma non
esiste marcia indietro per quanto concerne il processo della vita. Non ci si
può fare nulla.
Mi hanno raccontato…
Quando Henry Ford morì e
incontrò dio, dio gli chiese: “Sei
soddisfatto della mia creazione?”
“No,” rispose Ford, “se
l’avessi fatta io, avrei corretto alcuni errori.
Per esempio, quando ho
creato l’automobile non c’era la retromarcia, bisognava fare un lungo giro
intorno alla casa, non si poteva andare indietro. A volte dovevi fare il giro
dell’intera città per tornare a casa!”
La
retromarcia venne inventata da Ford, ora puoi andare indietro.
E
Ford disse a dio: “Hai trascurato molte cose nella vita, specialmente la
retromarcia.”
Un vecchio desidera
diventare giovane, ma non può. Se dio avesse creato una retromarcia, potresti
tornare di nuovo agli anni della tua gioventù – invece devi andare avanti.
Quando dico che bisogna
andare oltre l’illuminazione, intendo che l’illuminazione non è la fine. È
l’inizio di una nuova esistenza, di un nuovo universo, di un mondo nuovo. È già
difficile concepire cosa sia l’illuminazione, è naturale quindi che sia ancora
più difficile concepire un oltre l’illuminazione, ma ‘teoricamente parlando’ è
possibile comprenderlo.
Mentre tutti gli altri se
la prendono comoda, lo spermatozoo Silvestro si allena di continuo con
piegamenti, nuoto e sollevamento pesi. Un’altro spermatozoo gli chiede:
“Silvestro, perché ti alleni così tanto?”
“Be’”, risponde Silvestro
molto seriamente, “quando verrà il momento, voglio essere il primo.”
“Ah,
davvero, “ dice l’altro. “Hai una probabilità su un milione.”
Il momento arriva e tutti
cominciano a nuotare. Silvestro li distacca tutti di un bel pezzo quando,
all’improvviso, si gira e si mette a nuotare controcorrente. “Cosa succede?”
urla un altro spermatozoo.
“Tornate tutti indietro,”
grida Silvestro, “è un pompino!”.
Ma tu non puoi…! Questo
era teoricamente parlando. Praticamente parlando, dimentica ‘l’oltre’. Prima
diventa illuminato.
Non ha senso pensare a
cose così remote. Occupati delle priorità: illuminati. Tu invece hai un
interesse teorico per ciò che va oltre l’illuminazione… cosa pensi di
guadagnarci? Per il momento, l’illuminazione è più che sufficiente.
Una volta illuminato, non
avrai bisogno di qualcuno che ti dica di andare oltre l’illuminazione. Ci
andrai – sarai costretto ad andarci. Nulla è statico. Nessuno può rimanere
giovane, e nessuno può rimanere semplicemente illuminato.
Io sono il primo a parlare
di trascendenza dell’illuminazione. Tutti i mistici del mondo si sono fermati
all’illuminazione, per il semplice motivo che non stavano parlando in linea
teorica. Erano molto interessati, a livello pratico, a che tu ti
disidentificassi dal corpo e dalla mente, e divenissi pura consapevolezza -
senza gelosia, senza rabbia, senza paura - che diventassi amore, un fiore
dell’eternità, che diffonde il suo profumo e le sue benedizioni non solo per
sé, ma anche per quelli che giacciono profondamente addormentati.
Forse il rumore dei fiori
di beatitudine che cadono potrebbe svegliare qualcuno, curioso di vedere cosa sta
accadendo. Forse il loro profumo potrebbe risvegliarne un altro. Forse la luce
potrebbe penetrare l’oscurità di un altro ancora.
Diventa illuminato, non
teoricamente, ma concretamente, esistenzialmente, e il passo successivo verrà
da solo. Io ne ho parlato perché voglio che siate consapevoli di tutto ciò che
può accadere lungo il cammino.
Un giorno Gautama il
Buddha sta attraversando la foresta. È autunno e uno spesso strato di foglie
secche ricopre la terra…
Trovandosi solo con lui,
Ananda, il suo discepolo principale, gli chiede: “Mi sorge spesso questa
domanda: ci hai detto tutto quello che sai?”
Buddha si china, prende
una manciata di foglie secche, le mostra ad Ananda e dice: “Vi ho detto solo
questo. Quello che non ho detto è pari a tutte
le foglie secche di questa foresta.”
Io non voglio essere così
avaro. Voglio descrivere tutto ciò che accade sul cammino spirituale nei minimi
dettagli. È ora. Sono passati venticinque secoli dai tempi di Buddha. La
consapevolezza umana è molto più matura. Non si può accontentare di una
manciata di foglie. Io ti offro la foresta intera, per questo parlo di molte
cose che ti possono sembrare remote, e che forse non accadranno a te. Ma io ti
dico, se ascolti nel modo giusto tutto ciò di cui parlo ti accadrà. Poiché è
accaduto a me, non c’è motivo per cui non debba accadere a te.
Le persone sono davvero
strane. Desiderano teorie e filosofie grandiose, ma non desiderano una vita
grandiosa. Desiderano essere convinte su concezioni filosofiche straordinarie,
ma non vogliono che i loro cuori diventino fiori dischiusi che danzano nel
vento, nel sole, nella pioggia. Qualunque cosa ascoltano, vanno accumulandola
nella memoria. Ma, primo, non ascoltano mai tutto. Secondo, sentono qualcosa
che non è stato detto. Terzo, interpretano in base ai loro pregiudizi. Quarto,
si limitano ad accumulare.
Diventare una grande
enciclopedia non sarà di alcun aiuto.
Paddy
vince alle corse e si regala un pranzo in un ristorante alla moda. Mentre lo
servono, nota che i cucchiai sono d’argento massiccio. Quindi mangia in fretta, si mette in
tasca il cucchiaio, e si alza per andarsene. È quasi arrivato alla porta,
quando il cameriere si precipita verso di lui e dice: “Mi scusi signore, e il
conto?”.
Paddy si gira e urla:
“Quale cucchiaio?”
La sua mente è occupata
solo dal cucchiaio rubato. Nel vedere il cameriere che corre, sa che sta
venendo per il cucchiaio. Non sente la parola ‘conto’, sente la parola
‘cucchiaio’. È comprensibile, è naturale. Siete così carichi di cucchiai
rubati, che quando vi viene offerto il conto, reagite immediatamente: quale
cucchiaio?
tratto da: Osho, Om Shanti shanti shanti # 2
Tokusan studiava Zen sotto la guida del
Maestro Ryutan. Una notte Tokusan andò da Ryutan e gli fece molte domande. Il
Maestro disse: “La notte si è fatta buia – perché non vai a dormire?” Così
Tokusan fece un inchino, e mentre apriva la porta per uscire osservò: “È molto
buio là fuori”. Ryutan gli porse una candela accesa per illuminare il cammino,
ma appena Tokusan la prese tra le mani, Ryutan ci soffiò sopra e la spense.
In quel momento la mente di Tokusan si
aprì.
La
vita scorre ordinaria come sempre senza nessuna traccia del divino... poi
improvvisamente cade il velo e sia le profondità che le vette sono rivelate.
L’illuminazione come click di un secondo, in una classica storia Zen.
La
prima cosa da capire è che nessuno può essere in grado di spiegarti cos’è lo
Zen o cos’è dhyan. Tu puoi impararlo,
ma nessuno te lo può insegnare. Perciò dipende da te! Dipende unicamente da te
se impari o meno, non ha niente a che fare con lo studio. Studiare è una cosa
intellettuale, una cosa morta. Imparare è molto più vitale, più vivo: non è una
cosa che parte dalla testa, ma dal cuore – si impara dal cuore e si studia con
la testa. Quando studi diventi solo un gran capoccione.
Tokusan studiava Zen sotto la guida del
Maestro Ryutan... Ecco dove stava sbagliando, la sua ricerca era
sbagliata fin dal primo gradino. E se il primo gradino è sbagliato tutto il
resto sarà inevitabilmente sbagliato. Fa sempre molta attenzione al primo
gradino, perché se fai bene il primo gradino hai già percorso metà del viaggio
e la meta è ormai prossima. Perciò non andare da un maestro a studiare, vacci
per imparare. Se vai per studiare, il maestro potrà anche insegnarti delle
cose, ma ricordati che la cosa fondamentale non ti potrà mai essere insegnata.
Qual
è la differenza tra queste due attitudini? È una differenza enorme: se tu vai a
studiare significa che sei alla ricerca d maggiore conoscenza, ma se vai per
imparare vuol dire che sei interessato alla crescita dell’essere, non alla tua
istruzione. Quando impari è il tuo essere che cresce e quando studi aumenta
solo la tua memoria. Quando studi sai
sempre più cose, quando impari tu sei
sempre di più.
Tokusan
era in errore fin dall’inizio, poiché era andato da un maestro per studiare.
Scegliendo di studiare si era dimostrato più interessato alle dottrine che al
maestro. Che stupidaggine!
Una notte Tokusan andò da Ryutan
e gli fece molte domande.
Il Maestro disse:
Non
rispose nemmeno. Non volle rispondere a una sola domanda. Ascoltò
semplicemente.
Il Maestro disse:
“La notte si è fatta buia –
perché non vai a dormire?”.
Osservate
il suo comportamento! Gli vengono poste tutte queste domande e il maestro dice
semplicemente: “La notte è buia, siamo circondati dalle tenebre e tu continui a
muoverti nella parte più oscura della mente. È notte inoltrata, perché non vai
a dormire?”. Questa è la sola risposta possibile a tutte queste domande: “Perché non vai a dormire?”.
Tu
sei la domanda e nello stesso tempo il creatore della domanda. Tu, l’ego, la mente, tu sei la tua
stessa malattia. Perché non vai a dormire? Non ne hai ancora abbastanza di
questa notte, di questa oscurità? Non ti sembra di aver ascoltato questa mente
per troppo tempo? Vieni fuori da lì, non darle più retta, riposati ora!
Ma
Tokusan lo fraintese, perché una persona con la testa così piena di domande non
è in grado di capire la risposta. Ryutan gli diede questa risposta per pura
compassione, ma il discepolo lo fraintese – gli studenti fraintendono sempre.
Che cosa ha pensato? Ha pensato alla notte fuori, ma questo non c’entrava
niente. Il maestro non si riferiva affatto alla notte esterna, i maestri
parlano sempre della dimensione interiore. Ryutan si riferiva alla buia notte
dell’anima e invece il discepolo pensò: “Sì, effettivamente è notte inoltrata”.
Diede un’occhiata fuori guardò la periferia, ma il maestro stava
parlando del centro. Il maestro parlava usando il linguaggio dell’anima e il
discepolo capiva solo il linguaggio della superficie. Il maestro voleva dire:
“Ritirati dalla mente, esci fuori, in modo da poterti risvegliare”. Invece il
discepolo capì: “Giusto, è molto buio là fuori, è ora che vada a dormire, è
meglio che mi ritiri”. È così che ogni volta che il maestro ti offre la verità,
viene immediatamente distorta dalla mente del discepolo.
Così Tokusan fece un inchino. Ma
era solo per ringraziare il maestro e mostrare che condivideva la sua
osservazione sulla notte che si era fatta buia.
Il
maestro offrì al discepolo una candela
accesa per illuminare il cammino. Ma appena Tokusan la prese tra le mani...
ed era sul punto di andarsene... Ryutan
ci soffiò sopra e la spense.
In quel momento
la mente di Tokusan si aprì.
Che
cos’era successo? Ryutan aveva offerto a Tokusan una candela accesa dicendo:
“Vedi, fuori è molto buio, perciò prendi questa candela accesa per vedere il
sentiero”.
La
candela può essere offerta solo per scorgere il cammino esterno, non per
guardare dentro, perché come sarebbe possibile portare una candela dentro di
te? Nessuna candela, nessun lume può darti la luce che illuminerà la tua
coscienza.
In
effetti dentro di te c’è sempre stata una luce accesa. È lì, è sempre stata lì,
ma tu continui a cercarla fuori di te. Una volta che guardi dentro di te,
scoprirai che la luce è sempre stata lì. Non ti ha mai abbandonato, nemmeno un
solo istante. Non ti può abbandonare! È il tuo Tao, la tua natura, il tuo vero
sé.
Non
c’è bisogno di offrire nessuna luce per il viaggio interiore, nessuna luce può
essere portata dentro di te. Ma per il cammino esterno si possono offrire delle
candele. Così ricordati: tutti coloro che ti offrono qualcosa per il tuo
cammino, di qualunque candela si tratti, può essere usata solo per la realtà
esterna. Forse potranno illuminare il tuo viaggio nel mondo, ma non potranno
mai rischiarare il tuo cammino verso il divino.
Vedendo
che il discepolo non aveva capito, il maestro ci provò un’altra volta. Decise
di creare una situazione, una situazione pressoché unica: offrì a Tokusan una
candela accesa e proprio mentre se ne stava andando Ryutan ci soffiò sopra e la spense. E fu buio, improvvisamente. Con
la candela accesa c’era stato un momento di luce. Gli era appena stata data e
immediatamente gli veniva spenta.
In quel momento...
che cos’è successo? ...la mente di
Tokusan si aprì – e diventò illuminato. Cos’è accaduto in quell’attimo?
Sono accadute molte cose simultaneamente. Sono successe in un solo istante: la
candela veniva spenta, immediatamente il discepolo diventava illuminato.
Che
cos’era successo? Prima di tutto era diventato improvvisamente consapevole che
il maestro non stava parlando del buio della notte esterna ed ecco perché aveva
soffiato sulla candela, per fargli capire che questa candela non gli sarebbe
servita a niente. Stava parlando del buio dentro, dell’oscura notte interiore.
E non voleva affatto dire che doveva ritirarsi e andare a dormire nel senso che
aveva capito lui. Intendeva solo renderlo più attento e consapevole.
E
quando la candela si spense all’improvviso, la sua mente si fermò. Non riusciva
nemmeno a concepirlo... era tutto così inaspettato! Il maestro prima gli aveva
dato una candela accesa e ora gliela spegneva. Era talmente assurdo; allora
perché gliela aveva data?
Era
tutto così contraddittorio. Per un attimo la sua mente non fu nemmeno in grado
di pensare, perché quando vi è una contraddizione la mente non riesce a
pensare. Era tutto talmente contraddittorio: la notte era buia e il mastro gli
aveva offerto una candela e proprio mentre se ne stava andando ci aveva
soffiato sopra e l’aveva spenta. Che cosa voleva dire? Tutto era così
incoerente, così vago! Una persona illuminata è sempre incoerente.
La
coerenza appartiene solo alla mente: puoi trovare un pensatore coerente, ma non
riuscirai mai a trovare un buddha coerente. Egli agisce ogni momento in modo
nuovo, perché non agisce riferendosi al passato, ma risponde al momento
presente.
E
improvvisamente tutt’intorno fu buio. In quel momento la mente di Tokusan si
aprì. E quando la mente si apre tu sei illuminato. La mente è ciò che chiude, è
la porta chiusa.
E
l’essere è una porta aperta – questa è la differenza. Mente aperta – tu sei un
essere. Mente chiusa – sei solo un passato, un ricordo, non un essere vivente,
non più una forza vitale. Mente chiusa – puoi solo guardare fuori, come
potresti guardare dentro? La mente è chiusa, la porta è chiusa. Mente aperta –
puoi guardare dentro.
Quando
cominci a guardare dentro, ti trasformi completamente. Una volta che hai avuto
anche solo uno sprazzo di ciò che sei dentro, non sarai più lo stesso. Allora
potrai andare e venire, potrai guardare fuori e andartene per il mondo: potrai
anche essere un negoziante, un impiegato, un insegnante, un macellaio – puoi
continuare benissimo a fare quello che facevi prima, ma è la qualità che è
cambiata.
La
meditazione è la rivelazione del qui-e-ora. Ed è così che la mente ordinaria
diventa la più straordinaria, la mente ordinaria diventa il Supremo, il Divino.
tratto da: Osho, Dieci storie Zen, ed. Mediterranee
________no mind________
"La
nonmente è intelligenza. La mente è puro
farfuglio, privo di intelligenza. Io ti chiedo di espellere la mente e tutta la
sua attività in modo che tu possa restare in gioco, puro, ripulito,
trasparente, percettivo"
tratto
da: Osho, This. This. A Thousand Times This
Questa meditazione è
costruita specificamente per aiutare a espellere tutto quel pattume fastidioso
che abbiamo nella mente, in modo che il testimone, quel silente osservare che è
meditazione, possa accadere. Negli ultimi mesi, prima di smettere di parlare,
Osho concludeva tutti i discorsi serali con questa meditazione.
“Usa il gibberish per
impazzire consapevolmente. Impazzisci conservando
un’assoluta consapevolezza,
in modo tale da diventare il centro del ciclone.
Lascia semplicemente
affiorare qualsiasi cosa, senza preoccuparti minimamente che abbia un senso, o
che sia ragionevole. Espelli semplicemente
dalla mente tutto il pattume
che si è accumulato dentro di essa e crea,
in questo modo,
lo spazio in cui il Buddha
appare.”
tratto da: Osho, Live Zen
Questa tecnica viene così
presentata
sul libro, fresco di
stampa,
"Meditazione, la soglia
interiore"
(edizioni Oshoba - pagine
III - euro 6,20).
La meditazione No Mind può
anche essere fatta
da soli con l'aiuto
dell'audiocassetta omonima
sempre distribuita da
Oshoba (euro 7,75).
1° stadio
(40 minuti): gibberish, o emissione di suoni senza
senso. Lascia uscire ogni cosa, impazzisci consapevolmente. Emetti suoni
selvaggi, oppure parla usando una lingua qualsiasi, ma non la tua. Agita le
braccia e il corpo per accompagnare quel parlottio. La mente pensa tramite le
parole; il gibberish aiuta a spezzare questo schema di continua
verbalizzazione. Senza reprimere i tuoi pensieri, con questa meditazione li
puoi espellere dal tuo organismo.
2° Stadio
(40 minuti): essere un testimone.
Siedi assolutamente immobile e in silenzio,
rilassato, raccogli in te tutta la tua energia. Lascia che i tuoi pensieri si
allontanino sempre più da te, e concediti di cadere nel profondo silenzio e
nell1intima quiete che esiste nel centro del tuo essere. Sii consapevole e
totalmente presente nel momento.
3° stadio
(5 minuti): lasciarsi andare.
Lascia che il tuo corpo ricada all’indietro fino a
terra, senza fare sforzi né controllarlo. Mentre sei sdraiato, continua a
essere un testimone consapevole di non essere il corpo, né la mente: sei
qualcosa di separato da entrambi. Viaggiando sempre più a fondo nel tuo essere,
a un certo punto arriverai a toccare il tuo centro. Tieni gli occhi chiusi.