SOMMARIO

 

 

2 DOVE MEDITARE

I centri di meditazione di Osho regione per regione e altri indirizzi.

 

6 LE NOTIZIE

Da Pune e dal mondo

 

8 MAPPA

I diversi stadi della meditazione

• Pecora o volpe?

• Studente, discepolo, devoto

• Sapere a che punto sei

Ci vogliono insieme amore e comprensione per essere discepoli. E si diventa devoti quando si scompare come una goccia nell'oceano: non c'è più separazione.

 

14 OSHO.COM

Un viaggio nel sito di Osho

Una miniera di informazioni e un aiuto per ricordarti di mantenere la meditazione in cima alla tua lista di cose da fare nella giornata.

 

16 SPECIALE

LA MORTE: un incontro col reale

• La morte è una porta

• Accettazione: la chiave per una morte consapevole

• Morte: la grande finzione?

In amore, in meditazione, nella creatività puoi comprendere il significato della morte: un completamento della vita e l'inizio di un'altra vita: un trionfo, una vittoria, un ritorno a casa.

 

26 SPECIALE

Alla radice di tutte le paure

• Imparare a morire

• E allora, quand'è che muori?

• Quello che va e viene non sei tu

• Parte dell'eternità

• L'importante è vivere

L'unico modo di superare la paura della morte è quello di realizzare che le forme vanno e vengono, ma il fiume della vita continua.

 

42 MEDITAZIONE

Il risveglio della Kundalini

• Ripulire le porte della percezione

Rivitalizzazione e stimolazione dell'energia come effetto della respirazione profonda della Meditazione Dinamica.

 

48 UNA TECNICA

Senti che stai morendo

...fallo ogni sera per cinque minuti

Una meditazione sulla morte.

 

50 TUTTE LE STELLE

Il tuo oroscopo di ottobre.

 

52 LA VETRINA

Tutti i libri di Osho in italiano, i video di Osho, le musiche per la meditazione e il rilassamento.

 

60 UN LIBRO DA VIVERE

La meditazione passo dopo passo

La meditazione presentata nei minimi dettagli partendo dai primi passi.

 

 

OSHOTIMES INTERNATIONAL

Copyright© 2000 OSHO INTERNATIONAL FOUNDATION Tutti i diritti riservati OSHO® è un marchio registrato di proprietà della Osho International Foundation, usato con il suo permesso.

 

 

 

 

LE NOTIZIE

 

 

Da Pune

 

Ancora passi avanti nella costruzione del nuovo Osho Auditorium e della Guest House. Si stanno approntando sistemi acustici e di illuminazione altamente sofisticati e tecnologicamente avanzati che avranno alle spalle ore e ore di ricerche. Una delle possibilità previste sarà quella di giochi di luci e colori durante le celebrazioni.

Inoltre si sta preparano l’area destinata ai musicisti e la zona di assistenza tecnica per i musicisti. Entrambe queste zone rimarranno nascoste durante il programma giornaliero di meditazioni da porte scorrevoli, per aprirsi poi completamente durante la meditazione serale della White Robe.

 

Per partecipare il prossimo inverno alla vita intensa del Meditation Resort di Pune da protagonisti, il modo migliore è per il Residential Program. È un programma di lavoro e meditazione di 3-6 mesi che include anche l’alloggio nel Resort. In questo programma impari che per ottenere il massimo da ogni momento – e per dare il massimo a ogni momento – devi sviluppare al massimo la tua consapevolezza.

Per informazioni vedi l’indirizzo a fondo pagina o manda un e-mail a: resprog@osho.net

 

 

Novità Multiversity

 

Una grande risposta sta suscitando l’Osho Therapist Training in programma alla Multiversity di Pune dal 18 dicembre al 14 aprile 2002 (vedi quarta di copertina del numero di settembre dell’Osho Times Italiano per la descrizione). Decine di lettere e messaggi e-mail sono arrivati negli uffici della Multiversity chiedendo informazioni sul training.

 

‘Dai meditatori per i meditatori’ è la nuova tendenza per i gruppi di terapia nella Osho Multiversity di Pune per sottolineare ancora di più il concetto di Osho secondo il quale i gruppi sono utili soprattutto per fare pulizia nella mente e preparare il terreno per la meditazione.

 

Il primo gruppo di questo tipo è una “Primal Energy” di 3 giorni nella quale la struttura tipica del gruppo di Primal è stata rimodellata secondo la struttura delle Meditazioni Attive di Osho, con momenti ben delimitati di catarsi e di silenzio. Il ‘terapeuta’ diventa in questo modo un meditatore che guida la ‘meditazione’ e porta la sua presenza semplicemente come specchio. Questo facilita il processo di trasformazione perché non si creano dinamiche di dipendenza di tipo medico-paziente e il partecipante impara a stare sulle proprie gambe e a prendersi cura di se stesso, un fatto particolarmente importante soprattutto in un processo come la Primal che lavora sui condizionamenti e le dipendenze dai genitori.

 

 

State pensando alla fine?

 

Adesso che il Parlamento italiano ha approvato le “Norme sulla pratica funeraria della cremazione” diventerà più facile usufruire di questa pratica alternativa all’inumazione. La principale novità del testo è data dal venir meno del divieto di dispersione delle ceneri. Di conseguenza è caduto l’obbligo di conservazione nei cimiteri; ora le ceneri verranno consegnate direttamente ai familiari che potranno anche portarsele a casa nella loro urna.

Vista un po’ da sempre come una scelta da ‘liberi pensatori’ e anticlericali, i suoi effettivi vantaggi pratici sono rimasti sempre in secondo piano. E fino a non molto tempo fa l’iter burocratico per farsi cremare era ‘kafkiano e scoraggiante’ – secondo la definizione del sito delle imprese di onoranze funebri.

Solo nel 1963 la Chiesa ha tolto il ‘divieto canonico della cremazione’. Ma le cose si stanno evolvendo: su Famiglia Cristiana recentemente il direttore ribadiva, rispondendo a una lettera: “Se nella scelta non ci sono intenzioni polemiche verso la chiesa e i suoi insegnamenti, anche un cattolico può adottare questa soluzione come una delle numerose varianti elaborate dalle diverse città per ragioni di comprensibile necessità”.

E le necessità pratiche – cimiteri sempre più grandi e più costosi – sono pressanti tanto che qualche amministratore comunale ha deciso di incentivare economicamente le cremazioni, offrendole gratis ai residenti del comune.

Per maggiori informazioni:

www.cremazione.it

È il sito della SO CREM, l’associazione che da più di un secolo lavora per rendere disponibile questa possibilità.

  (ritorna al sommario) 

 

 

 

Pecora o volpe?

 

 

Osho, talvolta mi pare di essere una pecora, altre volte una volpe. Altre volte mi sento di più un discepolo. È l’amore, o la comprensione, che ci trasforma in discepoli?

 

È un’osservazione vera e riguarda tutti. È un’osservazione sincera. Le cose stanno proprio così.

Talvolta mi pare di essere una pecora…

E se ti senti una pecora, non puoi essere un discepolo. Naturalmente, molte pecore pensano di essere dei discepoli. Se mi seguite solo a causa della vostra paura, state seguendo la vostra paura, non me. Non sono qui per fare di voi delle pecore. La società, i politici e i preti hanno già fatto abbastanza danno, non ne è necessario altro. Nel corso dei secoli siete stati ridotti a dei codardi, tutti vi hanno costretto a essere codardi. Tutti vi hanno spinti a vivere un’esistenza impaurita e voi state perennemente tremando.

Io sono qui per aiutarvi ad abbandonare quel tremore. Non c’è nulla da temere, perché non c’è nulla da perdere. Non c’è nulla da temere neppure con la morte, perché non c’è nessuno che muore. Non può esservi fatto alcun male. Quando lo si comprende, la pecora scomparirà. La pecora può essere tutt’al più un seguace, non un discepolo.

Un seguace non è necessariamente un discepolo. Un seguace è colui che trova i modi e i mezzi per proteggersi, per sentirsi sicuro. Un seguace cerca solo di buttare la responsabilità sulle spalle di qualcun altro. Il seguace è colui che cerca semplicemente di trovare un gruppo dove si possa perdere, affinché le sue paure non si facciano più sentire, dove non sia solo. Sta semplicemente cercando compagnia. Non sa stare solo, ha assolutamente paura di stare solo. Non ha fiducia in se stesso. Un seguace è colui che non crede in se stesso.

Un discepolo è colui che ha fiducia in se stesso; da questa fiducia, per imparare, si muove verso qualcuno che è andato un po’ più avanti di lui. Non è un seguace, non è un imitatore e non cerca sicurezza – cerca la comprensione. È pronto, anche se quel comprendere gli porta più insicurezza.

Un seguace non è mai pronto all’insicurezza; arriva da un guru, da un maestro, per cercare protezione, rifugio, per nascondersi dietro di lui. Cerca una figura paterna.

Un discepolo cerca un maestro, non una figura paterna. Vuole imparare cos’è la vita. È pronto a imparare, anche se la vita è insicurezza; è pronto a imparare, anche se la vita comporta la morte.

Il seguace vuole una mappa. Il discepolo vuole muoversi avventurosamente e non si preoccupa del tracciato, desidera semplicemente una sfida. “Sfidami!” dice il discepolo. “Tirami fuori dal mio torpore”, dice il discepolo. “Mandami all’avventura”, dice il discepolo.

Il seguace dice: “Proteggimi e non lasciarmi mai solo. Senza di te sono perso. Non mandarmi via! Lascia che mi nasconda dietro di te”.

Ricordate, il discepolo è un ricercatore, il seguace è solo malato di paura.

Talvolta mi pare di essere una pecora…

Quelle sono le volte in cui non puoi essere un discepolo, almeno non con me.

… altre volte una volpe…

Certo, anche una volpe non può essere un discepolo. La volpe è un personaggio molto furbo, calcolatore e razionale. La mente della volpe è sempre alla ricerca di maggiori informazioni, di più cultura – e non di maggiore comprensione. La mente della volpe si limita ad afferrare qualsiasi cosa, da qualunque parte provenga, così potrà avere più cultura. Perché il sapere porta il potere.

La volpe cerca il potere. La pecora cerca una persona potente che la protegga e la volpe cerca il potere. Molte volte la volpe finge di essere una pecora per afferrare di più da qualcuno, ma nel profondo la volpe sta solo imparando come diventare più egoista.

Ci sono persone che vanno da un maestro all’unico scopo di essere maestri a loro volta, prima o poi – questo è il loro unico scopo. Non vengono per imparare; in realtà, in cuor loro, vengono per insegnare. Imparano con riluttanza perché, è difficile insegnare senza apprendere.

La volpe è troppo furba per essere umile. La volpe è troppo furba, carica di cultura e calcolatrice per entrare in un rapporto più profondo con un maestro, per muoversi in amore. La pecora non può essere un discepolo perché ha troppa paura, e la volpe non può essere un discepolo perché è assetata di potere.

Entrambi gli aspetti sono presenti e li hai veramente osservati nel modo giusto: è proprio così.

Talvolta mi pare di essere una pecora, altre volte una volpe. Solo di rado mi sento di più un discepolo.

Quei momenti in cui ti senti un discepolo sono preziosi. Nutrili. Quei momenti dovranno essere nutriti sempre di più; in questo modo, lentamente, verranno sempre più spesso. Accadranno sempre più spesso. Abbandona i momenti in cui ti senti una pecora o una volpe nelle mani di quei rari momenti in cui sei un discepolo. Un discepolo non prova paura e non è alla ricerca del potere. Un discepolo è colui che cerca di conoscere cos’è la vita. Non vuole fare delle conquiste, non vuole provare a se stesso che è qualcuno nel mondo, vuole conoscere “Chi sono io?”. Non è interessato a dimostrare, desidera solo conoscere “Cos’è questo mistero che mi è accaduto?”. E lo chiede con profonda umiltà.

La sua domanda non è dettata dalla curiosità, la sua domanda non è solo una richiesta di informazioni, la sua domanda è quella di un ricercatore autentico, un mumuksha. La sua richiesta è mumuksha – un desiderio appassionato di conoscere cos’è la vita. Un discepolo è colui che è appassionatamente innamorato della vita e desidera conoscere cos’è la vita, desidera entrare in questo mistero.

È l’amore o la comprensione che ci trasforma in discepoli?

L’amore da solo non vi renderà discepoli e così la comprensione: da sola non vi farà discepoli. È una comprensione amorevole che vi rende discepoli. Se vi limitate a comprendermi, resterete distanti; ci sarà una distanza perché non esisterà alcun ponte. Senza amore non c’è alcun ponte. Mi comprenderete, ma il vostro comprendermi resterà arido; non sarete collegati a me, non fluirò dentro di voi, non mi permetterete di fluire in voi, non mi permetterete di inondarvi, di trasformarvi. Resterete distaccati, matematici.

E l’amore da solo non basta, perché l’amore è così felice che dimentica di comprendere. L’amore è così celebrativo che dimentica di comprendere; si coinvolge così tanto nell’amore stesso che non esiste il distacco necessario per comprendere.

La comprensione con un maestro avviene solo quando voi siete sufficientemente distaccati da capire e, tuttavia, in un rapporto tale che vi permetta di comprendere. Si crea un ponte: lo definisco una comprensione amorevole. Allora partecipate con me, siete eccitati con me – ma quell’eccitazione non vi renderà annebbiati e ubriachi. Mi bevete quanto più potete, tuttavia restate attenti e consapevoli, in modo da non perdervi.

È uno stato molto paradossale – una comprensione amorevole. In questo caso, siete in una profonda partecipazione con me, eppure restate separati; siete uno con me, eppure siete separati. Solo allora e solo allora, diventate discepoli.

TRATTO DA: Osho, La disciplina della trascendenza (L’opera è in corso di stampa per Bompiani

e uscirà nel 2002)

  (ritorna al sommario) 

 

 

 

Studente, discepolo, devoto

 

I tre stadi sono questi: studente, discepolo e devoto. Lo studente comprende il significato delle parole, il discepolo comprende i silenzi delle parole, e il devoto diventa egli stesso il silenzio.

 

 

Ognuno inizia come studente, come uno che indaga sul significato della vita, con la curiosità di conoscere i misteri che ci circondano. Il suo è un desiderio di conoscenza, superficiale. Quando il desiderio è di conoscenza, esso appartiene alla mente. E la mente è alla periferia dell’essere, è la parte più superficiale dell’individualità.

Lo studente pone domande, ma esse non nascono dal suo cuore. È facile rispondere a queste domande, è facile farlo contento; le nozioni prese dai libri gli basteranno. Non sente ancora la necessità di un maestro, ha solo bisogno di un insegnante. Accumula risposte, diventa un intellettuale, ma non diventa intelligente. Ci sono intellettuali sofisticati, ricchi di grande cultura, che si comportano nella vita in modo molto poco intelligente. Sono straordinariamente efficienti quando viene fatta loro una domanda per la quale sono preparati. Ma se la vita li mette di fronte a una domanda nuova, per la quale non sono preparati, non sanno più cosa fare, mostrano un’ignoranza abissale. Il problema è che la vita ti mette in continuazione di fronte a domande nuove, a nuove sfide.

 Una volta ogni tanto però accade che uno studente cada nella ‘trappola’ di un maestro. Non che sia alla ricerca di un maestro, non conosce nemmeno la differenza tra le parole ‘maestro’ e ‘insegnante’. Nel vocabolario hanno lo stesso significato, ma nella vita reale un insegnante trasmette conoscenza da una generazione all’altra, una conoscenza che non è una sua esperienza diretta. Il maestro non trasmette conoscenza da una generazione all’altra; dà solo ciò che ha realizzato di persona.

Fare domande o intraprendere una ricerca sono due cose diverse. Le domande sono solo delle curiosità. La ricerca è un rischio, un pellegrinaggio, un’esplorazione.

Con la logica e la razionalità si può facilmente rispondere a una domanda. La ricerca non viene soddisfatta dalla logica e dalla razionalità, la ricerca è come la sete. Puoi ripetere in continuazione che scientificamente la formula dell’acqua è H2O, ma questo non può soddisfare la tua sete. Ricerca vuol dire sete, fame. Nessuna conoscenza libresca può soddisfarle.

Il maestro rende a poco a poco lo studente consapevole del fatto che, per un uomo vero, la sola curiosità è una cosa infantile. La maturità impone che si intraprenda una ricerca: volere solo nozioni, conoscenze che sono state tramandate di generazione in generazione non basta, devi imparare i metodi, le tecniche per poter conoscere. Conoscere vuol dire: “Voglio un’esperienza personale”. Un ricercatore autentico non ha domande, ma solo una tremenda sete.

La prima iniziazione accade quando il maestro sposta il punto focale del discepolo dalla conoscenza al conoscere, dalla memoria all’intelligenza. Non si tratta di un fenomeno comune, accade solo a pochissimi, i più fortunati. Sono milioni le persone che rimangono solo curiose, infantili, immature, per tutta la vita.

Quando l’enfasi si è spostata dalla conoscenza al conoscere, non ti occupi più del passato, ma del presente. Non ti interessano più i grandi filosofi, i ‘vecchi saggi’: tutto ciò che ti interessa è la consapevolezza. Per la prima volta non ti preoccupi degli oggetti ma del soggetto – la tua soggettività – non di cose esteriori ma di colui che desidera conoscere. Ti chiedi: chi è che vuole conoscere?

Questa è la prima iniziazione: muore lo studente, e nasce il discepolo.

La seconda iniziazione accade quando il discepolo finisce per sciogliersi nel devoto.

Un discepolo è ancora interessato a imparare metodi, discipline, modi di conoscere se stesso. Deve usare il maestro, e prova gratitudine, proprio per questa ragione. Egli è il fine, mentre il maestro è solo un mezzo: usa il maestro per i propri fini.

Mano a mano che si avvicina di più al maestro, questi lo conduce alla seconda iniziazione. E la seconda iniziazione è quando comprendi che, se non abbandoni la tua ossessione con te stesso, non potrai mai conoscere te stesso. Sembra una contraddizione, ma non lo è. La tua ossessione è un ostacolo: è egoistica. Quando lasci andare l’ego, quando lo abbandoni completamente, ti dimentichi di te stesso, e in quello stesso momento in cui ti dimentichi di te stesso ritrovi te stesso.

Prima di passare dalla conoscenza al conoscere, lo studente non si era mai interessato a se stesso. Il suo interesse andava alle cose, agli oggetti, al mondo. La prima iniziazione lo porta in un nuovo mondo in cui l’interesse si rivolge al sé.

La seconda iniziazione elimina l’ego. La seconda iniziazione gli insegna l’amore. Conoscere se stessi è solo un prodotto collaterale dell’amore; se ami, conoscerai te stesso senza alcuna difficoltà. Solo se ami la luce, l’oscurità che ti porti dentro scompare.

L’amore è luce; la fiamma dell’amore deve essere insegnata. Il maestro ama, la sua presenza è amore. È magnetica. Senza che dica una parola… solo con l’essergli vicino, sentirai attrazione, amore, fiducia.

Il maestro non è un semplice insegnante: ama o, per meglio dire, è amore. Rispetta, o meglio, è rispetto. È naturale che crei intorno a lui un campo gravitazionale di amore, rispetto e gratitudine.

In questo campo gravitazionale, accade la seconda iniziazione. Il discepolo smette di interessarsi alla conoscenza di sé; ora il suo unico interesse è quello di trovare il modo di dissolversi nel maestro, di essere in sintonia con il maestro. Il giorno in cui l’armonia raggiunge il culmine, il discepolo scompare e nasce il devoto.

Il devoto è lontano chilometri dallo studente. Il viaggio compiuto ha richiesto dei cambiamenti rivoluzionari. Il devoto è sulla soglia… la vita di un devoto non è molto lunga.

La studente ha la vita più lunga. Il discepolo è una via di mezzo. La durata della vita del devoto è molto breve. Assomiglia a una goccia di rugiada, posata su di un fiore di loto sotto i raggi del sole al mattino: lentamente scivola giù nel sole, verso l’oceano. La goccia di rugiada esiste solo per quel breve frammento di tempo che ci vuole per scivolare dalla foglia di loto fino all’oceano.

La vita del devoto non è lunga, è anzi brevissima, perché quando hai gustato l’armonia, non vedi l’ora di provare anche l’unità. Aspettare è impossibile. La goccia di rugiada scivola veloce, cade nell’oceano, diventa tutt’uno con l’oceano.

Se ne può parlare in due modi. Kabir, uno dei grandi mistici indiani, è l’unico che abbia adoperato entrambe le espressioni. Quando per la prima volta ‘s’immerse nell’oceano’, scrisse un breve commento con queste parole: “Ho cercato me stesso ma, amico mio, invece di trovare me stesso, sono scomparso nell’oceano. La goccia di rugiada è scomparsa nell’oceano”.

Dopo quasi vent’anni, ormai sul letto di morte, chiese al figlio Kamal di portargli quegli appunti, perché prima di morire doveva correggere una cosa. Poi continuò: “A un certo punto ho detto che la goccia di rugiada è scomparsa nell’oceano. Cambialo. Scrivi: ‘L’oceano è scomparso nella goccia di rugiada’”.

Prima, la goccia di rugiada è scomparsa nell’oceano. Nella seconda versione, l’oceano è scomparso nella goccia di rugiada. Forse sono due facce della stessa medaglia…

Questa è la terza iniziazione, e solo dopo di essa può avvenire la comunione, perché ora c’è unione, c’è l’essere una cosa sola, non c’è più separazione. Il cammino di un mistico inizia da studente, e termina da maestro… inizia come goccia di rugiada e termina come oceano.

TRATTO DA:

Osho, Beyond Enlightenment #12

 

 

 

LO STUDENTE VIENE PER VEDERE,

IL DISCEPOLO PER MPROVARE UN’EMOZIONE,

IL DEVOTO PER ESSERE.

 

  (ritorna al sommario) 

 

 

Sapere a che punto sei

 

 

YES!

Ci sono due livelli: uno è il livello della mente e l’altro è il livello della meditazione. Il livello della meditazione è assolutamente silenzioso. Il livello della mente è colmo di pensieri dualistici. Per quanto riguarda la mente, il sì è sempre connesso con il no. Sono due facce della stessa medaglia. L’amore è connesso con l’odio, proprio come il giorno con la notte o la nascita con la morte. Al livello della mente, tutto è connesso con il suo opposto; non puoi avere uno senza avere anche l’altro. Questa è la nostra normale esperienza di vita. Invece al secondo livello, se vai oltre la mente – cioè se vai oltre i sì e i no della mente, l’amore e l’odio – arriva un silenzio, una pace, una tremenda serenità. Questo silenzio non dice di sì, ma è colmo di sì perché è assolutamente positivo, affermativo; è essenza. Quindi se qualcuno dice di sì dallo stato di meditazione, non c’è alcun opposto connesso con il sì. Se qualcuno dice amore dallo stato di meditazione, allora non c’è l’odio che arriva come un’ombra insieme ad esso. Tutto ciò che accade al livello della meditazione è una cosa sola, unica, non dialettica. Osho

 

 

Osho,

questo, il mio primo anno di sannyas, è l’inizio della mia vita; ogni momento è un’opportunità nuova per immergermi in me stesso e in te. Tu parli di tre fasi: lo studente, il discepolo e il devoto. Come discepolo, la tua luce mi attira più vicino a te, la mia fiamma interiore inizia a bruciare! E tuttavia, la mente continua a interferire e a dare interpretazioni. Una conoscenza vera e lo sciogliermi in te come devoto sono stelle distanti e ancora da scoprire. Amato Osho, porta la tua luce su questo momento di passaggio di cui sto facendo esperienza, il fenomeno della trasformazione del discepolo in devoto.

 

La domanda che hai fatto è basata su di un’assunzione sbagliata. Riconosci di essere un discepolo, ma in realtà non ne hai compreso veramente il significato. Non sei ancora un discepolo, sei solo uno studente, perché solo a uno studente la distanza tra se stesso e lo stato del devoto sembra essere enorme, quasi incolmabile.

Ciò che affermi nella tua domanda è prova sufficiente del fatto che sei allo stadio dello studente, non a quello del discepolo. La comprensione del fatto che la mente continua a interferire e a dare interpretazioni dimostra che la condizione di discepolo non è ancora stata realizzata. Sei ancora allo stadio dello studente. Questi tre stadi sono in relazione a tre centri del tuo essere.

Lo studente è nella testa.

Il discepolo è nel cuore.

E il devoto è nell’essere.

Lo studente pensa, interpreta. Il discepolo ama, è come se si impregnasse della presenza del maestro. Il discepolo è in armonia, il suo cuore batte con il cuore del maestro. Qui non c’è questione di interpretazioni o di interferenze. Il cuore non opera tramite i pensieri. La condizione del devoto non è molto distante dal cuore, è vicinissima. Quando l’amore si approfondisce fino a diventare fiducia, quando la sintonia con il maestro cresce fino a diventare un’unità organica, nasce il devoto.

Sarà estremamente positivo per te diventare consapevole del fatto che sei ancora nella testa. La tua testa forse è convinta di ciò che dico, ma sotto sotto ci sono dei dubbi. Per evitare questi dubbi, la testa ti dà un’interpretazione che si adatta ai tuoi pregiudizi e ideologie.

Lo studente non entra in sintonia con il maestro; al contrario, lo studente cerca di plasmare ciò che il maestro dice in modo che sia in sintonia con la sua vecchia mente. Per questo motivo, si rendono assolutamente necessarie interpretazioni e interferenze; esse indicano che non ti sei mai mosso dalla testa. È sempre quest’ultima che desidera continuamente, con grande intensità, che tu sia un discepolo.

Essere un devoto non è un desiderio, anche intenso: il discepolo è talmente soddisfatto e realizzato, che lo stato di devozione accade spontaneamente. Non è un desiderio o un’intensa aspirazione, perché ogni desiderio e ogni aspirazione rendono tutto più difficile, più complesso.

La distanza tra discepolo e devoto è quasi nulla. Il discepolo è l’inizio del rilassamento con il maestro, e il devoto è la realizzazione di questo rilassamento. Il discepolo è l’inizio, e il devoto è la fine.

Ciò che ti sta accadendo non è una cosa negativa. Va tutto bene se senti che ti stai immergendo sempre più in profondità in te. Ricorda tuttavia che sei uno studente e che non ti sei ancora liberato dei tuoi pensieri. È questa la ragione dell’esistenza di tante meditazioni; fanne una che ti piace, una che trovi attraente, perché non voglio che sia una tortura per te. Ricorda la frase di Chuang Tzu: “È giusto ciò che è facile”.

Perciò trova una meditazione che va bene per te, che ti fa sentire a tuo agio, estatico, e che non richiede alcuno sforzo. Quasi un rilassamento, un momento di riposo.

Se arresti la follia della mente, il suo continuo chiacchierio, la sua distorsione di ogni fatto, diventi un discepolo. Il ponte tra studente e discepolo è la meditazione, e il ponte tra discepolo e devoto è l’amore. Sono solo due passi – uno la meditazione e uno l’amore – e poi sei arrivato a casa.

Lascia però perdere completamente l’idea che sei già un discepolo, perché essa può diventare un enorme ostacolo. Se la meditazione non arriva a compimento, non può nascere l’amore. Ecco perché ti sembra che il devoto sia una stella lontanissima. Non è solo lontanissima, è addirittura impossibile. È necessario essere molto realistici e scientifici nel giudicare se stessi e il livello a cui ci si trova.

Non sentirti ferito, perché anche essere uno studente è una cosa rara. Per milioni di persone a questo mondo, essere uno studente in una ‘scuola dei misteri’ è un’opportunità rara, quasi unica.

Arriverai a essere un discepolo… per ora rimani focalizzata sull’uscire dalla testa e spostarti verso il cuore. Questo non è il momento per avere come obiettivo il diventare un devoto.

Quando la mente è sparita, e il cuore canta e danza di gioia e d’amore, vedrai che il devoto è a un solo passo di distanza. L’amore si è cristallizzato in fiducia, e l’armonia si è avvicinata ancora di più all’unione totale.

Maestro e devoto sono un’unica cosa. Maestro e discepolo conservano una certa distanza. Maestro e studente sono lontanissimi, ma è da lì che tutti devono iniziare. Quello è il modo giusto di iniziare. Non pensare a te stesso come discepolo. Parti dall’inizio, dallo stato di studente: il tuo obiettivo è diventare un discepolo.

Quando sarai arrivato al punto di essere un discepolo, non potrai più fare una domanda del genere, in cui affermi che lo stato del devoto ti sembra una stella lontanissima. È alla tua portata: ci vuole solo un po’ più di coraggio, un po’ più d’amore, il rischiare di più, l’essere pronti a dissolversi nel maestro – che non c’è. Dissolversi nel maestro è solo un espediente. Quando ti dissolvi nel maestro, sperimenterai con sorpresa che ti sei dissolto nell’esistenza: il maestro era solo una porta. Attraverso di lui puoi entrare nell’infinità del cielo. E allora tutte le stelle ti appartengono e l’esistenza è tutta tua: ne sei parte.

 

TRATTO DA:

Osho, The Razor’s Edge #30

 (ritorna al sommario)  

 

 

 

 

UN VIAGGIO NEL SITO DI OSHO

 

 

www.osho.com

Questo è l’indirizzo del sito di Osho in Internet, un sito composto da centinaia e centinaia di pagine, talmente vasto e ricco di informazioni da diventare a volte un po’ complesso da visitare.

Per questo motivo abbiamo deciso di dedicare un po’ di spazio a qualche suggerimento e indicazione sul suo utilizzo. Vogliamo mostrare alcuni dei ‘percorsi’ possibili – anche se naturalmente ognuno poi troverà il proprio ‘percorso’ personale favorito – soprattutto per chi si avvicina al sito per le prime volte.

Il sito è apparso nella sua forma attuale circa 2 anni fa, con un grande arricchimento di contenuti rispetto al sito che l’aveva preceduto e soprattutto con una speciale attenzione alla creazione di un sito multilingue. Al momento le lingue presenti sono 9, ovviamente l’inglese e poi francese, tedesco, olandese, spagnolo, greco, giapponese, cinese e l’italiano.

Quindi la prima cosa da fare per entrare nella parte italiana del sito è scegliere ‘italiano’ nella pagina iniziale, la splash page, quella che riporta in grande il logo di osho.com e le cinque aree fondamentali in cui è diviso.

La possibilità di scelta è in fondo alla pagina dove dice “choose language”.

Fatto questo le intestazioni di prima pagina cambiano in:

Magazine, Meditation Resort, Audio/video in rete, Shop, I Tarocchi Zen.

Questo è il momento in cui possiamo scegliere il percorso che vogliamo fare, a seconda delle nostre esigenze e desideri del momento. Cliccando uno di questi 5 bottoni disponibili entriamo in una delle diverse parti. Questo se abbiamo già le idee chiare… Se invece vogliamo avere una panoramica di tutto il sito, per vedere cosa è disponibile e cosa potrebbe interessarci, possiamo cliccare il primo bottone a disposizione, Magazine. A quel punto si aprirà la pagina iniziale chiamata Osho Times International online che riporta in alto un collegamento con la Mappa del Sito. Nella Mappa trovi di nuovo le 5 suddivisioni principali e un elenco dettagliato dei contenuti. E ce n’è veramente per tutti…!

La Mappa è sempre raggiungibile da qualunque pagina cliccando su Il Mio Sito/Guida al Sito, cioè l’ultima voce del menu laterale.

Passiamo a qualche esempio pratico.

 

Diciamo per esempio che vuoi sapere quali sono i contenuti dell’Osho Times Italiano di questo mese, la rivista mensile che ti porta in casa l’esperienza della meditazione. Cliccherai allora Magazine nella pagina di apertura e poi andrai a cercare Osho Times Italiano nel menu che si apre a sinistra in basso della pagina. Troverai un piccolo sommario e gli estratti corredati da foto di 4 degli articoli principali della rivista. Ci sarà inoltre la possibilità di collegarsi con l’oroscopo del mese e se vuoi di abbonarsi on–line.

 

Un altro esempio di percorso? Immaginiamo che hai sentito parlare di Osho e magari anche dato un’occhiata all’Osho Times Italiano e che ora vuoi assolutamente leggere un libro di Osho, possibilmente in italiano. Sceglierai allora la categoria Shop (negozio) dove troverai l’elenco completo dei libri di Osho disponibili in italiano con ampie recensioni ed estratti e con la segnalazione delle ultime uscite e dei best-seller. Ma troverai anche la possibilità di acquistare le musiche per le meditazioni e musiche di ascolto nate nel mondo di Osho, mazzi di tarocchi e video di Osho sia doppiati che in inglese con traduzione allegata.

 

Adesso immaginiamo che hai dato un’occhiata alla rivista, hai letto uno o più libri di Osho, hai provato qualcuna delle meditazioni attive e, magari con un sottofondo di musica meditativa, vuoi fare un giro di tarocchi per aiutarti a decidere su un qualunque quesito della tua vita... per esempio se andare a Pune per vivere la tua esperienza della meditazione in modo più intensivo partecipando a qualcuno dei programmi della Meditation Resort.

Clicca quindi su I Tarocchi Zen. Scegli che gioco fare. Il computer pescherà le carte per te e tu potrai leggerne la descrizione e trarre le tue conclusioni.

 

Se vuoi saperne di più sulla Meditation Resort di Pune clicca Meditation Resort. Dopo aver letto la pagina di introduzione, puoi decidere di dare un’occhiata di persona – virtuale – a questo posto di cui forse hai sentito tanto parlare. Clicca su Tour virtuale e ti si apre una carrellata di splendide immagini del campus di Pune accompagnate da alcune indicazioni per rendere più facile il viaggio e il soggiorno.

 

Stai valutando seriamente se fare questo viaggio o meno? Prima della decisione finale, puoi sapere quali sono i programmi dei corsi a Pune nel periodo da te scelto. Sempre in Meditation Resort cerca nel menu Multiversity dove trovi il calendario di gruppi e training per vari mesi e la descrizione di ogni corso.

 

OK, diciamo che ora hai veramente deciso di partire. Prima di tutto vai nella sezione Viaggi, sempre in Meditation Resort, dove trovi tutto quello che può servire per un viaggio tranquillo, sia che scegli un viaggio organizzato o decidi di fare da te. Qui trovi proprio tutti i dettagli che possono esserti utili, dall’arrivo all’aeroporto di Bombay fino all’ingresso nella Meditation Resort.

 

E se invece non puoi o non vuoi partire? Allora standotene comodamente seduto di fronte al tuo computer puoi andare di nuovo in Meditation Resort, ma questa volta dal menù in basso scegli Meditazione. Qui puoi – grazie all’introduzione – farti un’idea (se non l’hai già) del contributo unico di Osho alla scienza interiore della meditazione e trovare una descrizione delle principali tecniche di meditazioni attive da lui create per l’uomo contemporaneo.

A questo punto puoi sempre tornare nello Shop dove, oltre a trovare tutte le descrizioni delle fasi di ogni meditazione, potrai ordinare le musiche che le accompagnano.

Vuoi approfondire il tema della meditazione? Puoi tornare nella sezione Meditazione di Meditation Resort dove trovi le risposte ad alcune delle domande che possono esserti sorte, in alcuni significativi brani di Osho.

 

Ma se invece ciò di cui hai bisogno durante la tua giornata è qualcosa che ti parli del corpo e della sua salute oppure delle relazioni o delle emozioni che ti trovi a vivere, allora la cosa migliore è di andare in Magazine e cercare nel menu la sezione Le tue domande, dove troverai brani di Osho su questi tre importanti campi della vita umana.

Naturalmente queste sono solo alcune delle possibilità ed è una buona idea visitare spesso il sito, perché c’è sempre qualcosa di nuovo. Ad esempio le ultime novità sono la possibilità di scaricare direttamente dalla rete alcune serie di discorsi di Osho, grazie a varie forme di abbonamento che fanno anche risparmiare, o le immagini del nuovo Osho Auditorium e Guest House che arriveranno a completamento nei prossimi mesi.

Buon viaggio!        Rajya

 

Una nota: è possibile che nel sito, versione italiana, incontri pezzi non tradotti, ancora nell’originale inglese. Nella maggior parte dei casi ciò dipende dalla peculiarità di questo sito, che non è fisso ma continua a cambiare e ad aggiungere nuove parti e nuovi contenuti e la traduzione non sempre è subito disponibile... ma arriverà. In alcuni casi invece, come per gli articoli dell’Osho Times International online (in inglese), si tratta di una scelta editoriale di avere una rivista on-line internazionale.

  (ritorna al sommario) 

 

 

 

La morte: un incontro col reale

 

Muori al momento giusto. Una provocante panoramica sulla morte, tratta dal commento di Osho all’opera di Nietzsche “Così parlò Zarathustra”.

 

La morte è il fenomeno che viene più comunemente frainteso.

Si è sempre pensato che la morte ponga fine alla vita. Questo è il primo e fondamentale equivoco.

La morte non è la fine, ma l’inizio di una nuova vita. Sì, è la fine di qualcosa che già è morto. È l’apice di ciò che chiamiamo vita, sebbene pochissime persone conoscano la vita per quello che è. La gente vive, ma in uno stato di tale ignoranza che non incontra mai la propria vita. Questa gente non può assolutamente conoscere la propria morte, perché la morte è l’esperienza suprema di questa vita e, al tempo stesso, è la prima esperienza di un’altra vita. La morte è la porta che divide due vite: una vita che lasciamo dietro di noi e l’altra che ci aspetta di fronte a noi.

La morte in sé non è brutta; ma l’uomo, per via della sua paura, ha reso persino la parola ‘morte’ un termine ripugnante, che è meglio non pronunciare. Tu vedi la morte sempre dall’esterno, ma la morte è un’esperienza che avviene nella profondità dell’essere. È come osservare l’amore dall’esterno: puoi continuare a osservarlo per anni, ma non scoprirai mai niente dell’amore. Puoi arrivare a conoscere le varie manifestazioni dell’amore, ma non l’amore in sé. Simile è la nostra conoscenza della morte; ne conosciamo solo le manifestazioni più superficiali. La persona non respira più, il suo cuore smette di battere. L’individuo che prima parlava e camminava ora non esiste più: invece di un corpo pieno di vita, ci si trova di fronte a un cadavere.

Ma questi non sono altro che sintomi esteriori. Con la morte, l’anima passa da un corpo a un altro oppure, nel caso si tratti di un individuo pienamente risvegliato, l’anima passa da un corpo umano al corpo dell’universo intero. È un grande viaggio, che però non può essere conosciuto dall’esterno. Esteriormente, ci si può rendere conto solamente dei sintomi; e quei sintomi hanno fatto paura alla gente.

Coloro che hanno conosciuto la morte interiormente, non ne hanno mai più avuto paura. Anziché percepirla come un fenomeno repulsivo, che incute terrore, hanno vissuto la morte come una delle esperienze più pure, più silenziose, più sublimi. Per la prima volta, sperimenti te stesso senza il corpo, che è la tua prigione. È un’esperienza di libertà totale… ora non ci sono più ostacoli, non ci sono più limitazioni.

Una morte di questo genere può essere conosciuta in molti modi diversi. C’è il modo consueto, che però non ti permette di raccontare agli altri la tua esperienza. Non ci sei più. Fai l’esperienza, ma l’esperienza scompare insieme a te. Fortunatamente, ci sono altri modi di avere un’esperienza precisa di quello che è la morte, pur restando in vita. L’amore è uno di questi: nei momenti di amore totale, ti lasci andare completamente e in un certo senso muori. Non sei più il corpo, non sei più la mente; sei puro spirito. In meditazione, si fa la stessa esperienza: senza corpo, senza mente… attimi di totale consapevolezza, di vitalità assoluta.

Per questo gli amanti non hanno mai paura della morte. Se ne hanno paura, ciò significa che non hanno conosciuto l’amore. I meditatori non hanno mai paura della morte. Se un meditatore teme la morte, ciò significa che non è entrato in meditazione profonda.

Ci si può arrivare tramite l’amore, la meditazione o la creatività, ma la profondità da raggiungere è una sola. A quella profondità non sei più il corpo fisico, né il corpo mentale: sei semplicemente pura consapevolezza, un cielo limpido e sconfinato, senza nuvole. Basta un bagliore fugace di quella dimensione, perché la morte diventi un’esperienza di bellezza inesprimibile. Zarathustra ha alcune cose da dire a proposito.

“Molti muoiono troppo tardi e alcuni troppo presto. Tuttora questa dottrina suona insolita: ‘Muori al momento giusto’”.

Quando dice: ‘Molti muoiono troppo tardi’, vuol dire che molte persone continuano a vivere una vita senza senso, una vita in cui mancano la gioia e le canzoni. Nella loro vita niente fiorisce. Sembra che abbiano completamente dimenticato come si fa a morire. Continuano a vivere, sebbene la loro vita sia arida, priva di eccitazione, priva di estasi. Ma non hanno abbastanza coraggio per abbandonare il proprio corpo.

Vivono inutilmente: sono un peso, sono come parassiti, mancano di creatività e non solo questo: sono distruttivi, perché non riescono a vivere, non sanno come vivere. Sono gelosi di quelli che ancora sanno cantare, danzare, amare… condannano tutti quelli che sono vivi.

Quelli che tardano a morire sono i primi a condannare gli altri: diventano santi, si fanno preti, ma sono ‘santi’ solo perché non sono capaci di vivere e non sanno come morire: sono nel limbo. Devono trovare qualche motivazione per rimanere in vita, e così la motivazione della loro vita diventa la condanna del mondo intero.

Tienilo presente come criterio: chiunque disprezzi la vita è uno storpio, un individuo che non ha sviluppato il proprio cuore e non ha radici. Nel suo essere non sbocciano fiori ed egli non riesce ad ammettere di avere torto. La sua vendetta contro la vita si manifesta in una rinuncia alla vita. Tutte le religioni hanno sempre insegnato a rinunciare alla vita. Chi sono quelli che insegnano a rinunciare alla vita? Sono quelli che non sanno viverla, che non conoscono l’arte della vita.

‘… e alcuni muoiono troppo presto’. Zarathustra non intende dire che questi individui effettivamente muoiono, ma che continuano a vivere un’esistenza postuma: muoiono a trent’anni e vengono seppelliti a settant’anni. Durante quei quarant’anni, nella loro vita non succede più niente. È una vita assolutamente vuota, un deserto desolato, dove non cresce niente, dove niente è verde. Nella loro vita non scorre neppure un ruscello, con i suoi canti e i suoi suoni argentini. Sono persone assolutamente aride; non creano niente, non danno alla luce niente: non un quadro, né una poesia, né una composizione musicale o una danza.

Queste persone vivono una vita postuma; in realtà a trent’anni sono già morte. Il giorno in cui smetti di amare, il giorno in cui smetti di creare, il giorno in cui smetti di crescere – in senso metafisico, sei già morto. In senso fisico puoi continuare a respirare, ma respirare non può essere sinonimo di vivere. Si tratta semplicemente di vegetali: cavoli e cavolfiori… e il mondo è pieno di cavoli e cavolfiori.

Zarathustra dice: “Tuttora questa dottrina suona insolita: ‘Muori al momento giusto’”. L’individuo che vive nel modo giusto, intensamente, totalmente, è destinato a morire al momento giusto. La sua morte è semplicemente la maturazione, la stagione del raccolto. La sua morte non è altro che un completamento.

Ha vissuto così totalmente, ha amato così tanto, ha dedicato tutta la sua energia alla creatività, si è goduto talmente tanto la vita, che a un certo punto desidera riposarsi. La coppa della sua vita è piena. Ora non c’è più bisogno di indugiare nel mondo. Egli è giunto a destinazione, laddove era destino che giungesse.

“Muori al momento giusto”. Sono parole che possono essere capite solo da chi vive veramente, da chi vive totalmente, senza inibizioni, in modo naturale; non secondo testi religiosi ormai morti, ma in armonia con le fonti vive del proprio essere. Questi individui sono totalmente appagati e certamente raggiungono un’estasi incredibile. Per loro la morte è il completamento della vita. Il circolo è completo: la morte ha portato loro un’altra vita. Se non muori al momento giusto, non scopri mai la bellezza della morte. Rimani ancorato a un pregiudizio, a un’opinione, a ciò che senti dire dalla gente a proposito; ma non hai una tua esperienza personale.

“Muori al momento giusto: così insegna Zarathustra”. Per Zarathustra la morte è la realizzazione di tutto il proprio potenziale. A quel punto non hai più bisogno di essere nel corpo: puoi morire con gioia, con il sorriso sulle labbra, e dai tuoi occhi trasparirà un mistero inesprimibile. Non avrai la sensazione di morire al momento sbagliato. Quasi tutti muoiono al momento sbagliato: o muoiono troppo tardi oppure muoiono prematuramente.

Il giorno della sua morte, di mattino presto, Gautama il Buddha disse ai suoi discepoli: “Ho vissuto abbastanza: è ora che me ne vada”. I discepoli non riuscivano a capire che cosa volesse dire: forse voleva andare in qualche altro posto. Buddha disse: “Non avete capito. Voglio dire che sto per lasciare il corpo. Trovate un bel posto. La mia vita è stata bellissima; ho vissuto tra i monti, con gli alberi, con gli animali selvaggi e i meditatori”.

Si guardò intorno e vide due alberi stupendi, dalla sagoma imponente, che sembravano quasi uguali. Buddha disse: “Quello mi sembra il posto giusto. Morirò lì, tra quei due alberi”. Dalle sue parole, sembra che per Buddha la morte fosse semplicemente una scelta. Per un individuo che ha vissuto totalmente, la morte diventa una scelta: sta a lui decidere. Non è la morte che viene da lui; è lui stesso che mette il proprio corpo a disposizione della morte.

È doloroso vedere la morte che si avvicina e viene a privarti del corpo. Tutto è incompleto, incompiuto: i tuoi figli non sono cresciuti, tua figlia sta per sposarsi, i tuoi affari non vanno bene. La morte bussa alla tua porta e tu non sai darle il benvenuto. Perfino gli imperatori non sanno accogliere la morte a braccia aperte, perché pensano che c’è ancora molto da invadere, da conquistare… l’avidità umana non conosce limiti, continua a volere di più, sempre di più. Per questo la morte sembra un nemico.

Ma per un individuo come Gautama il Buddha, la morte è semplicemente una scelta. Buddha andò a sedersi tra quei due alberi, e disse ai suoi discepoli: “Non mi vedrete mai più. Questo corpo ha vissuto al massimo delle sue possibilità; ora deve congedarsi da voi, deve passare al riposo eterno. Ma prima che lasci questo corpo, ponetemi le vostre domande, se ne avete. Può darsi che abbiate l’occasione di incontrare un altro individuo risvegliato… ma non si può sapere né quando, né dove”. I discepoli piangevano. Non era certo quello il momento per porre domande… poi dissero al Buddha: “Per quarantadue anni hai continuato a rispondere alle nostre domande; ormai hai risposto a tutte le nostre domande. Ora rilassati, non pensare a noi. Ci hai mostrato il cammino e noi lo seguiremo”.

La storia è bellissima… Buddha chiuse gli occhi e disse: “Ho fatto il primo passo. Ora non sono più il corpo”. Poi aggiunse: “Ora ho fatto il secondo passo – non sono più la mente. Ora ho fatto il terzo passo – non sono più il cuore. Ora ho fatto il quarto passo – sono entrato nella mia consapevolezza”. In quel momento smise di respirare e il suo cuore smise di battere. Questa è una morte completamente diversa: si muore rilassati, appagati, pieni di gratitudine per l’esistenza…

Ma sono gli stessi passi che si compiono in meditazione. Per questo vi ho detto che, se si medita, si può fare esperienza della morte senza morire: si può tornare indietro. Si può passare dal corpo alla mente, al cuore, all’essere.

Gautama il Buddha morì al momento giusto. Ma di quante persone si può dire lo stesso? Non è mai il momento giusto per morire. Si può leggere su ogni lapide: “Morì prematuramente…” Non troverete neanche una lapide dove si legga: “Morì al momento giusto…” A nessuno piacerebbe un’iscrizione del genere. Il morto uscirebbe dalla tomba e direbbe: “Non è giusto. È offensivo scrivere che sono morto al momento giusto. Sono morto e voi mi rendete lo zimbello di tutti?!” Ma in realtà, morire al momento giusto è la cosa più bella al mondo: è il culmine di una lunga serie di eventi della tua vita.

“Certo, colui che non ha mai vissuto al momento giusto difficilmente potrà morire al momento giusto!”

Ora sei vivo. È difficile fare previsioni sulla tua morte, sapere se morirai al momento giusto oppure no. Stai vivendo al momento giusto? Oppure continui a perdere il treno? Arrivi sempre al binario quando il treno è già partito e intravedi l’ultimo vagone che si allontana dalla stazione.

Sei sempre o in ritardo, oppure in anticipo, ma non arrivi mai al momento giusto. Perché la tua mente vive nel passato… ed è sempre in ritardo chi vive nel passato, chi vive di memorie, della polvere accumulata sul proprio cammino. Essere in ritardo diventa una routine, perché non si è capaci di essere nel presente, e vivere nel momento giusto significa vivere nel presente.

C’è chi vive nel futuro, e continua a fare programmi, continua a pensare a che cosa farà domani. Queste persone anticipano sempre la realtà, e si lasciano sfuggire il momento presente.

Essere nel passato o nel futuro è un processo talmente inconscio che più o meno tutti rientrano in due categorie: quelli che si concentrano sul passato e quelli che si concentrano sul futuro. È rarissimo incontrare una persona che vive nel presente, nel qui-e-ora.

Solo un individuo che vive sempre ‘ora’, senza lasciarsi condizionare né dal passato, né dal futuro, un individuo che vive in ‘questo momento’, ma senza fare alcuno sforzo, perché il momento presente è sfuggente, impercettibile – basta il minimo sforzo e non si è più nel momento… Se non si vive in maniera molto rilassata, non si può vivere nel qui-e-ora.

Se vivi in maniera rilassata, ogni attimo della tua vita è pregno, ricco di vita, perché sei presente, sei totale, momento per momento, con tutto il tuo amore, la tua intelligenza, con tutto il tuo essere. Quel momento così sfuggente si riempie di tutta la tua intelligenza, del tuo amore, del tuo essere: diventa gioia pura.

Scopri il segreto. È un segreto aperto a tutti. Ti rendi conto di trovarti di fronte solo un momento per volta. Non si possono vivere due o tre momenti per volta. Se sai vivere un momento totalmente, vieni a conoscenza del segreto della vita, perché ti trovi ‘sempre’ di fronte a un momento solo, e sai come viverlo. Questo è l’unico modo di vivere giusto, ed è l’unico modo di vivere che può culminare in una morte giusta. La morte giusta va guadagnata con un giusto vivere.

Ma la gente continua a vagabondare – nel passato, nel futuro, nei ricordi, nei sogni – e non si rende conto che il presente è l’unica vita a nostra disposizione. Il tuo passato non esiste più, non puoi riviverlo. Il tuo futuro non esiste ancora, non puoi ancora viverlo. Vivi quella che è la tua unica possibilità: il presente. In effetti, passato, futuro e presente, sono divisioni della nostra mente. Il tempo conosce solo il momento presente. Siamo sempre nel presente. Il tempo conosce solo un luogo: ‘qui’. È sempre ‘ora’, mai ‘allora’…

Quelli che non vivono nel momento giusto, non possono nemmeno morire nel momento giusto, perché vita e morte non sono separate. La morte può porre fine alla vita di una persona inappagata, una vita piena di frustrazioni, di disperazione, di angoscia; oppure può essere il culmine della gioia, dell’amore, della gratitudine, della preghiera verso l’esistenza intera.

‘Meglio sarebbe non esser mai nati!’, meglio che non apprendere mai l’arte di vivere, meglio che non morire al momento giusto.

Zarathustra dice: “Meglio non esser mai nati! – questo consiglio io do ai superflui.” Quelli che non conoscono né la vita, né la morte, sono superflui. Non dovrebbero essere nati; si sono presi inutilmente il disturbo di nascere. Se sei nato, se ti viene offerta l’opportunità di vivere, la devi sfruttare pienamente.

“Ma perfino i superflui si danno una grande importanza quando muoiono; sì, anche la più vuota delle noci vuol essere schiacciata.” In effetti, più una persona è superflua, più cerca di suscitare scalpore e si dà una grande importanza al momento della morte. Si è lasciata sfuggire la vita; ora le rimane solo la morte.

Ero molto amico del primo ministro dello stato del Madhya Pradesh, una persona molto anziana. Costui mi confessò che la sua unica preghiera consisteva nel supplicare Dio di farlo morire come primo ministro.

Gli chiesi: “Che vantaggio puoi ricavarne? La morte è sempre la stessa, sia che si muoia da mendicante che da primo ministro”. “Non capisci,” obbiettò, “se muoio da primo ministro, la mia morte sarà considerata un lutto nazionale. Ci saranno alcuni giorni di vacanza per tutti; verrà fatto l’alzabandiera in mio onore; il mio corpo verrà trasportato su un carro armato, e i soldati mi daranno l’estremo saluto”.

Gli dissi: “Sembra proprio che tu non abbia vissuto la vita; altrimenti, che ti importa sapere che quando morirai i soldati ti daranno l’estremo saluto? Che ti importa degli onori dell’alzabandiera, di un funerale degno di un re e di una settimana di vacanza negli uffici governativi? Perché ti importa tutto questo?” Ricordo che anche da vecchio, fece di tutto per rimanere primo ministro; e rimase primo ministro fino all’ultimo, morendo da primo ministro. Era nato solo per questo: per morire da primo ministro. Quegli ottanta o novanta anni di vita erano stati semplicemente vuoti.

Queste sono le persone superflue: i presidenti, i primi ministri… Chi occupa una posizione di prestigio, tende ad attaccarsi al suo ruolo; non vuole essere dimenticato.

La persona superflua non ha alcun valore intrinseco nella sua vita. Per questo ha bisogno di qualcos’altro che conferisca valore alla sua vita: denaro, prestigio, qualche elemento esterno. Nessun elemento esterno può arricchire la tua vita, né può arricchire la tua morte. Soltanto la tua interiorità, il tuo essere interiore, la tua soggettività, può rendere la tua vita una danza, e la tua morte la danza finale, la danza suprema.

‘Tutti considerano la morte una questione molto importante: ma ancora la morte non è una festa’. Forse sono l’unico, venticinque secoli dopo Zarathustra, ad aver concepito la morte come una festa. Soltanto la ‘mia’ gente festeggia la morte; altrimenti ovunque la morte è un lutto. Non può che essere così, dopo una vita piena di insoddisfazione, una vita sprecata, non vissuta… che motivo c’è di festeggiare?

Se però hai vissuto una vita piena d’amore, di creatività, di generosità, di gioia, se nessuna parte del tuo essere è rimasta inesplorata, la tua morte non può che essere una cerimonia, una festa.

“Gli uomini non hanno ancora imparato a consacrare le feste più belle.

Io vi mostrerò la morte come completamento, la morte che sarà uno stimolo e una promessa per i vivi.

Colui che adempie la sua vita, morirà vittorioso…”

La morte deve essere un trionfo, una vittoria, un ritorno a casa. Ma se desideri questo, devi trasformare tutta la tua vita. Devi vivere in modo diverso – non da cristiano, né da hindu, né da musulmano – ma come essere umano ‘naturale’, senza paura e senza avidità.

Fa’ sì che questo momento sia sufficiente a se stesso. Non sacrificarlo per qualche meta futura, non sprecarlo nel ricordare dolci memorie del passato.

Rendi questo momento più dolce, più bello che puoi; in questo modo, momento per momento, la tua vita diventerà una ghirlanda di fiori.

Quando la ghirlanda è completa, è arrivato il momento di morire: una morte che sia una cerimonia, una festa – “la festa più bella”.

“Ma la vostra morte sogghigna e si avvicina furtiva come un ladro; tuttavia viene come la padrona, odiosa tanto al combattente quanto al vincitore.

Vi faccio l’elogio della mia morte, la libera morte, che viene da me, perché io lo voglio.”

Ma se non sei padrone della tua vita, come puoi essere padrone della tua morte?

In oriente è un fatto risaputo che i grandi saggi annunciano la loro morte in anticipo, ma la gente li fraintende e crede si tratti di una predizione, mentre quella non è affatto una predizione. I saggi sanno di essere appagati e di non avere più niente da scoprire nella vita: il loro viaggio è completo.

Il saggio dichiara: “Morirò tra una settimana, oppure tra tre giorni, oppure domani stesso”, e può dichiararlo perché è in grado di ‘volere’ la sua morte. Non si tratta di una predizione. Ma in tutto l’oriente è prevalso un malinteso: si è pensato che fosse una predizione. Non lo è affatto: i saggi potrebbero trattenersi un po’ più a lungo, se volessero, ma non vogliono strafare. Quando si è completato qualcosa, quando si sono dati gli ultimi ritocchi, allora è arrivato il momento di andarsene, di dire addio alla terra.

“Nella vostra morte deve risplendere il vostro spirito e la vostra virtù, come risplende il tramonto sulla terra: altrimenti la vostra sarà una morte sbagliata.

Così voglio morire anch’io, affinché voi, per amor mio, amici, amiate la terra ancor più; e voglio tornare a essere terra, per aver pace in colei che mi ha generato.”

Molte delle intuizioni di Zarathustra sono incomparabili. Questa può essere una delle lezioni più importanti: se vuoi una morte gloriosa, non una morte ignobile e indegna, devi cominciare a vivere sin da questo momento. Il tuo obbiettivo deve essere la totalità: vivere totalmente, far ardere la torcia della vita da entrambe le parti, simultaneamente. Nel momento in cui ti sentirai appagato, sarai in grado di morire totalmente; non ti attaccherai alla vita.

Ho visto molte persone morire, come mendicanti, attaccate alla vita… non vogliono morire perché non hanno ancora vissuto, e si trovano davanti alla morte. Quando la vita era a loro disposizione, l’hanno sprecata; ora che la morte è venuta a bussare alla loro porta, si rendono conto di aver sprecato la propria vita.

L’individuo che ha vissuto totalmente apre le sue porte e dà il benvenuto alla morte, perché la morte non è un nemico. Si cambia semplicemente la propria dimora: da un corpo a un altro corpo, da una forma a un’altra, oppure, in ultimo, dalla forma alla vita senza forma, che circonda la terra.

Osho, Zarathustra un Dio che danza, ECIG ed.

  (ritorna al sommario) 

 

 

 

La morte è una porta

 

 

Che si può dire della morte? Come puoi dire qualcosa sulla morte? Nessuna parola può contenere il significato della

morte. Cosa vuoi dire la parola "morte"? In realtà non vuoi dire nulla. Cosa vuoi dire quando usi la parola morte? La morte è solo una porta al di là della quale non sappiamo cosa succeda. Vediamo una persona passare attraverso la porta e scomparire; possiamo solo vederla fino a che raggiunge la porta, e poi scompare. La tua parola morte può solo avere il significato di porta. Ma che accade veramente, oltre la porta? Perché la porta non è il punto.

La soglia va oltrepassata. Ma che accade a chi sparisce oltre la soglia dove il nostro sguardo non può arrivare? Che gli succede? Cos'è questa porta? E forse l'arre¬starsi del respiro? La vita è fatta solo di respiro? Non possiedi altro tranne il respiro? Il respiro si arre-sta... il corpo si deteriora... se sei solamente corpo e respiro, non c'è alcun problema. In quel caso la morte non è nulla, non è la porta che dà accesso a uno spazio diverso. È solo un arrestarsi, non uno sparire. E simile a un orologio.

L'orologio fa tic-tac, va avanti, e poi si ferma; non ti chiedi dov'è andato il ticchettio, non avrebbe alcun senso! Non è andato da nessuna parte, si è solo fermato. Era un meccanismo, e qualcosa si è guastato nel meccanismo; puoi ripararlo, e allora riprenderà a ticchettare. La morte è simile al fermarsi di un orologio? E proprio così?

Se è così, allora non è un mistero, non è assolutamente nulla. Ma com'è possibile che la vita scompaia con tanta facilità?La vita non è meccanica. La vita è consapevolezza. L'orologio non è consapevole. Tu sei in grado di ascoltare il suo tic-tac; l'orologio non l'ha mai sentito. Tu puoi sentire il battito del tuo cuore. Chi è che ascolta? Se solo il battito del cuore è vita, chi è quel-lo che ascolta? Se il respiro è l'unica vita che c'è, come puoi essere consapevole di questo respiro? Ecco per-ché tutte le tecniche orientali di meditazione usano la consapevolezza del respiro come tecnica estrema-mente raffinata... se tu diventi consapevole del respiro, allora chi è questa consapevolezza? Dev'essere qualcosa che va oltre al respiro per-ché sei in grado di osservarlo, e l'osservatore non può essere anche l'oggetto. Puoi esserne testimone; puoi chiudere gli occhi e puoi vedere il respiro che entra e che esce. Chi è che vede, chi è questo osservatore? Dev'essere una forza separata che non dipende dal respiro stesso. Quando il respiro si arresta, è come il fermarsi di un orologio, ma dove va la consapevolezza? In che posto va a finire la consapevolezza?

La morte è una porta, non un arrestarsi. La consapevolezza si sposta, e il corpo rimane sulla soglia, proprio come fate voi quando venite qui e lasciate le scarpe fuori dalla porta. Il corpo viene lasciato fuori dal tempio, mentre la tua consapevolezza entra nel tempio. E un fenomeno di grande sottigliezza, al suo confronto la vita non è nulla. Di base la vita non è altro che una preparazione alla morte, e chi è saggio impara nel corso della sua vita a morire. Se non sai come si muore, hai perso tutto il significato della vita: la vita è una preparazione, un addestramento, una disciplina.

La vita non è il fine, è solo una disciplina per imparare l'arte di morire. Ma tu hai paura, sei spaventato; solo a sentire la parola "morte" inizi a tremare. Ma questo significa che non hai ancora conosciuto la vita, perché la vita non muore mai. La vita non può morire.

Ti sei in qualche maniera identificato con il corpo, con il meccanismo. Il meccanismo deve morire, non può essere eterno, perché dipende da molti fattori; è un fenomeno condizionato. La consapevolezza è incondizionata, non dipende da nulla. Fluttua come una nuvola in cielo, non ha radici, né cause; non nasce mai, quindi non può morire.

Quando qualcuno muore, se gli sei accanto devi essere meditativo perché sei nelle vicinanze di un tempio: è suolo sacro. Non essere infantile, o curioso, resta in silenzio in modo da poter osservare e vedere. Sta accadendo qualcosa che ha grandissimo significato. Non perde-re questo momento.

Osho, And the Flowers Showered # 5

 

 

 

Meisetzu ha scritto

LE FARFALLE SEGUONO CON AMORE LA GHIRLANDA DI FIORI DEPOSTA SUL FERETRO

Per le farfalle non esiste differenza alcuna tra la morte e la vita.

Le farfalle seguono con amore la ghirlanda di fiori deposta sul feretro.

Questa dovrebbe essere l'attitudine di un meditatore: essere testimone di ogni cosa, della vita e della morte con lo stesso amore, con la stessa lucidità, con la stessa silenziosa presenza testimoniante. OSHO

 

 

 

QUEL GIORNO LA MORTE SPARISCE!

 

 

Non credi in dio? Questo non è un ostacolo alla meditazione.

Non credi nell'anima? Questo non è un ostacolo alla meditazione. Non credi a niente? Questo non è un impedimento. Puoi meditare lo stesso, perché la meditazione dice semplicemente come entrare dentro di sé: che ci sia o no un'anima, non importa; che ci sia o no un dio, non importa.

Una cosa è certa: tu ci sei. Se ci sarai o meno dopo la morte, non importa. Una sola cosa ha importanza: in questo preci-so momento tu ci sei, ma chi sei? Questo

è meditazione: addentrarti nel tuo essere più profondo. Forse è una cosa momentanea, forse tu non sei eterno, forse con la morte finisce tutto. Noi non poniamo alcun presupposto a cui credere. Noi diciamo solo che devi sperimentare.

Prova. Un giorno accadrà: i pensieri non ci saranno più! E improvvisamente, quando i pensieri spariscono, tu e il tuo corpo siete separati — poiché i pensieri fungono da ponte. Sei collegato al tuo corpo attraverso i pensieri, essi sono il legame. Improvvisamente il legame sparisce, allora ci sei tu, c'è il corpo, e c'è un abisso infinito tra voi due. E tu sai che il corpo morirà, ma che tu non puoi morire.

Quindi la meditazione non è qualcosa di simile a un dogma, non è un credo, è un'esperienza — evidente in se stessa. Quel giorno la morte sparisce; quel giorno il dubbio sparisce, perché tu non devi più continuare a difenderti. Nessuno ti può distruggere, sei indistruttibile. Allora cominci ad avere fiducia, una fiducia traboccante. E avere fiducia significa essere in estasi; significa essere in dio; significa sentirsi appagati. Pertanto io non dico: coltiva la fiducia. lo dico: sperimenta la meditazione.

Osho, Che cos'è la meditazione (Mondadori ed.)

 (ritorna al sommario)  

 

 

 

Accettazione: la chiave per una morte consapevole

 

 

La morte ti separa dal tuo corpo, dalla tua mente, da tutto quello che tu non sei. Ma ti separa contro la tua volontà. Tu resisti, non vuoi questa separazione: sei restio, non ti lasci andare.

Anche la meditazione separa tutto ciò che tu non sei dal tuo essere reale – ma in questo caso tu non resisti, è questa la sola differenza. Invece di un rifiuto, c’è una volontà molto forte, un anelito… un caldo benvenuto: lo vuoi, lo desideri dal profondo del tuo cuore.

L’esperienza è la stessa – separazione fra il falso e il vero – ma a causa delle tue resistenze durante la morte perdi conoscenza, cadi in coma. Durante il processo della morte hai troppi attaccamenti, non lo lasci accadere: chiudi tutte le porte, tutte le finestre. La tua brama di vita è al massimo. L’idea stessa di morire ti spaventa fin dal profondo del tuo essere.

Ma la morte è un fenomeno naturale, e per di più necessario: deve succedere. Se le foglie non ingialliscono e cadono, le foglie nuove – fresche, giovani – non hanno possibilità di nascere. Se uno continua a vivere nel vecchio corpo, non potrà trasferirsi in una ‘casa più bella’, sistemata meglio, più nuova, con maggiori opportunità per un nuovo inizio. Magari potrebbe non prendere più la stessa strada della vita passata, quando si è ritrovato in un deserto. Potrebbe raggiungere un nuovo cielo di consapevolezza.

Ogni morte è una fine e un principio.

Non fare troppa attenzione alla fine. È la fine di un vecchio, marcio, miserabile stile di vita, ed è una grande opportunità per iniziare una nuova vita, per non commettere i vecchi errori. È l’inizio di un’avventura.

Ma a causa del tuo attaccamento alla vita – tu non vuoi abbandonarla, ma deve succedere, per la natura stessa delle cose – diventi inconscio.

Quasi tutti, eccetto quelle poche persone che hanno raggiunto l’illuminazione, muoiono in maniera non consapevole: ecco perché non sanno cosa sia la morte, non sanno che è un nuovo inizio, la nuova alba.

La meditazione è l’esplorazione di te stesso.

Stai cercando di sapere esattamente come sei fatto: cosa c’è di falso in te, e cosa invece è reale. È uno straordinario viaggio dal falso al reale, dal mortale all’immortale, dal buio alla luce. Ma quando arrivi al punto di vedere la separazione dalla mente e dal corpo, e te stesso solo come un testimone… l’esperienza della morte è la stessa. Tu non stai morendo – chi ha meditato morirà con gioia perché sa che la morte non esiste… la morte consisteva nel suo rimanere attaccato alla vita.

 

Osho, The Golden Future #13

 

 

 

Una morte consapevole

 

 

Anni fa è morto P. D. Ouspensky, un grande matematico russo: era l’unica persona, in questo secolo, che avesse fatto tanti esperimenti legati alla morte. Tre mesi prima di morire si ammalò gravemente. I dottori gli consigliarono di restare a letto, ma lui non li ascoltò, e fece sforzi al di là di ogni immaginazione: di notte, invece di dormire, camminava, correva, viaggiava, era sempre in movimento. I dottori erano inorriditi, dicevano che aveva bisogno di riposo assoluto. Ouspensky chiamò tutti gli amici più cari vicino a sé, ma non disse loro nulla.

Gli amici che rimasero con lui quei tre mesi, fino alla sua morte, hanno detto di aver visto con i loro occhi, per la prima volta, qualcuno che accettava la morte in modo consapevole. Gli chiesero perché non seguiva i consigli dei medici, e lui rispose: “Voglio sperimentare tutti i tipi di dolore, per paura che quello della morte sia così grande da rendermi incosciente. Prima di morire voglio attraversare tutte le sofferenze; ciò può creare in me una resistenza così grande da permettermi di essere completamente consapevole quando arriverà la morte”. E per tre mesi fece uno sforzo esemplare per attraversare tutti i tipi di dolore.

Gli amici hanno scritto che una persona forte e sana si sarebbe stancata, non Ouspensky. I dottori insistevano nel riposo assoluto, altrimenti il male sarebbe stato irreversibile, ma inutilmente. La notte in cui morì, Ouspensky non fece altro che andare avanti e indietro per la stanza; i dottori che lo esaminarono dissero che nelle sue gambe non c’era più forza sufficiente per camminare, e tuttavia camminò tutta la notte. Disse: “Voglio morire camminando, per paura che, sedendomi o addormentandomi, muoia incosciente”.

Camminando, diceva agli amici:

“Ancora un po’, altri dieci passi e sarà tutto finito. Sto per andarmene, ma

continuerò finché avrò fatto l’ultimo passo. Voglio continuare a fare qualcosa fino alla fine, altrimenti la morte potrebbe arrivare mentre

sono incosciente.

Potrei rilassarmi e addormentarmi, e non voglio che questo succeda nel momento della morte”.

Ouspensky morì facendo l’ultimo passo. Pochissima gente sulla terra è morta camminando come fece lui. Cadde al suolo mentre camminava: cioè, cadde solo quando arrivò la morte. Facendo l’ultimo passo disse: “Ecco: questo è l’ultimo passo; ora sto per cadere. Ma prima di andarmene lasciatemi dire che avevo abbandonato il corpo molto tempo fa. Adesso vedrete il corpo che se ne va, ma io già da molto tempo ho visto che se n’è andato, anche se io ci sono ancora. I legami con il corpo si sono spezzati completamente e tuttavia, all’interno, io ci sono ancora. Adesso solo il corpo cadrà; a me è impossibile cadere”.

Nell’istante della morte, gli amici videro una strana luce nei suoi occhi: gioia, serenità e radiosità, qualcosa che si vede quando si è sulla soglia dell’altro mondo. Ma per questo è necessaria una preparazione continua. Se una persona si prepara con tutta se stessa, la morte diventa un’esperienza meravigliosa. Non esiste fenomeno più prezioso di questo, perché ciò che si rivela nel momento della morte non può mai essere conosciuto altrimenti. A quel punto la morte sembra amica, perché solo in quell’istante possiamo fare

l’esperienza di essere un organismo vivente; non prima.

Ricorda: più oscura è la notte, più brillanti sono le stelle. Il lampo di un fulmine risalta come filo d’argento, se le nubi sono scure. Ugualmente, quando la morte ci circonda con tutta la sua presenza, in quel momento il centro stesso della vita si manifesta in tutta

la sua gloria; mai prima.

 

Osho, And now and here #2

  (ritorna al sommario) 

 

 

 

Morte: la grande finzione?

 

Osho la definisce spesso in questo modo, è persino il titolo di un suo libro, ma dice anche che non esiste verità più grande della morte. Nel brano seguente risponde a un discepolo che gli chiede quale delle due affermazioni sia quella vera.

 

 

Sono entrambe vere. Quando dico che non c’è verità più grande della morte, attiro la tua attenzione sul fatto che il fenomeno della morte è una realtà fondamentale di ciò che chiamiamo ‘vita’ e pensiamo sia la ‘vita’; mi riferisco anche alla personalità dell’uomo, a ciò che definisco l’‘io’. La personalità e ciò che chiamiamo ‘vita’ moriranno. La morte è inevitabile. Tu morirai, io morirò e anche questa vita andrà distrutta, cancellata, tramutata in polvere, questo è certo. Quando dico che non c’è verità più grande della morte, voglio ricordarti che tutti moriremo.

E quando dico che la morte non esiste, voglio ricordarti che nell’‘io’ e nel ‘tu’ esiste qualcuno che non morirà mai. Ed esiste anche un’altra vita, diversa da quella che conosci: una vita senza morte. Entrambe queste affermazioni sono vere, l’una non esclude l’altra. Se pensi che solo una lo sia, non riuscirai a comprendere la verità nella sua interezza.

Quando qualcuno dice che buio e ombra esistono, ha ragione: buio e ombra sono delle realtà. Ma chi negasse la loro esistenza avrebbe ugualmente ragione. Egli intenderebbe dire che il buio non ha un’esistenza positiva. Se ti chiedessi di portarmi due borse piene di ombra o di far uscire il buio da una stanza, non potresti. Come mai? Perché il buio ha un’esistenza negativa: è semplice assenza di luce.

L’oscurità esiste, ma non è altro che assenza di luce. Chi negasse la sua esistenza avrebbe ragione. Esistono la presenza e l’assenza di luce, ma nulla di simile all’oscurità in quanto tale. Possiamo fare tutto ciò che vogliamo con la luce, ma nulla con l’oscurità. Per eliminare il buio devi accendere la luce; per crearlo, spegnerla. Con il buio non puoi fare nulla direttamente.

Quando corri per strada, dietro di te appare la tua ombra: sta correndo con te. Tutti la possono vedere e nessuno la può negare. Eppure si può dire che non esista, perché non ha un’entità propria; esiste perché il tuo corpo si frappone alla luce solare. Quando la luce è nascosta dal tuo corpo, si forma un’ombra; quando il sole arriva sopra la testa, i raggi solari non sono ostruiti e non si formano ombre. Se riuscissimo a costruire un uomo di vetro le ombre non esisterebbero, perché sarebbe attraversato dai raggi.

Quando la luce trova un ostacolo, si forma un’ombra; essa non è altro che assenza di luce. Chi dicesse che l’ombra esiste non avrebbe torto, ma affermerebbe solo una parte della verità. Dovrebbe aggiungere che non esiste, perché la verità diventi completa. L’ombra è qualcosa che esiste e al tempo stesso non esiste. Purtroppo noi, con il nostro modo di pensare, non riusciamo a vedere nulla che non sia diviso in due.

La vita è tanto complessa che anche cose contraddittorie si rivelano vere. Non è ciò che noi crediamo: è vasta, contiene molte contraddizioni.

In un certo senso, la morte è la più grande delle verità, poiché il nostro modo di vivere arriverà a una fine; così come siamo, noi moriremo, e anche il contesto che abbiamo creato andrà distrutto.

Coloro che costituiscono tutto il nostro mondo – la moglie, il marito, il figlio, il padre, l’amico – moriranno. Tuttavia la morte è falsa, perché nel figlio è nascosto qualcuno che non è il figlio, e non morirà mai. Nel padre è nascosto qualcuno che non è il padre, e non morirà mai. Egli morirà, ovviamente, ma dentro e oltre di lui esiste qualcuno – distinto e lontano dal padre più di qualsiasi parente – che non morirà mai. Il corpo perirà, ma in esso vive una persona immortale. Entrambe queste cose sono vere. E quindi, entrambe vanno ricordate, per comprendere la natura della morte.

 

Osho, L’immortalità dell’anima, Mondadori ed.

 (ritorna al sommario)  

 

 

 

Alle radici di tutte le paure

 

Ridotta all’essenziale,

l’unica paura è quella della morte.

 

 

OSHO,

puoi dirmi qualcosa sulla paura? Che cos’è la paura? La meditazione potrà aiutarmi a superare la mia paura della morte? Perché ho paura di abbandonarmi a qualcosa di più potente di me?

 

Con una breve domanda hai posto tanti quesiti, e sono tutti significativi, significativi per ogni ricercatore.

Prima di tutto, mi chiedi della paura. Ci sono molte paure, ma fondamentalmente tutte nascono da un’unica paura, sono rami di uno stesso albero. Il nome dell’albero è morte. Puoi anche non renderti conto che una paura in particolare abbia a che fare con la morte, ma ogni paura ha a che fare con la morte. La paura è solo un’ombra. Potrebbe risultare poco chiaro se hai per esempio paura di fare bancarotta, ma in effetti la tua paura è quella di rimanere senza denaro e di diventare più vulnerabile alla morte. La gente si tiene stretta il denaro come una forma di protezione, anche se sa benissimo che non c’è modo di proteggersi dalla morte. Eppure, bisogna pur fare qualcosa. Almeno questo ti tiene occupato, e tenersi occupati è una forma di incoscienza, una specie di droga.

Per questo motivo, proprio come esistono gli alcolizzati, esistono gli ‘alcolizzati’ di lavoro. Si tengono occupati continuamente in qualche lavoro, non possono smettere di lavorare. Le vacanze li spaventano: non riescono a stare seduti in silenzio. Magari leggono il giornale, che quella mattina hanno già letto tre volte. Vogliono rimanere occupati, perché questo crea una barriera tra la morte e loro. Ma, ridotta all’essenziale, l’unica paura è quella della morte.

È importante comprendere che tutte le altre paure sono solo rami, perché se arrivi a conoscere le radici, sei in grado di fare qualcosa. Se la morte è la paura fondamentale, quella di base, c’è solo una cosa che può renderti privo di paure, e cioè fare l’esperienza dentro di te di una consapevolezza che non conosce la morte. Nient’altro – né i soldi, né il potere o il prestigio – niente può essere un’assicurazione contro la morte tranne una meditazione profonda… che ti rivela che il tuo corpo morirà, la tua mente morirà, ma tu sei al di là della struttura corpo-mente. Il tuo nucleo essenziale, la tua essenziale sorgente di vita è stata qui prima di te e rimarrà anche dopo. È passata attraverso molte forme, si è evoluta attraverso molte forme, ma non è mai scomparsa, fin dal principio – se mai c’è stato un principio. E non scomparirà mai alla fine, se c’è una fine… perché io non credo in un principio e in una fine.

L’esistenza non ha né principio né fine.

È sempre stata qui, e tu sei sempre stato qui. La forma può essere stata diversa, la forma cambia persino durante una vita.

Il primo giorno in cui sei entrato nel grembo di tua madre, non eri più grande di un puntolino. Se ti mostrassero la tua fotografia di allora, non ti riconosceresti.

Cambi ogni giorno. Non sapresti riconoscerti nemmeno com’eri quando avevi solo un giorno di vita – appena nato. Diresti: “Mio dio, questo sono io?”. Tutto cambia, diventerai vecchio, la giovinezza se ne andrà. L’infanzia se n’è già andata tanto tempo fa, e poi verrà la morte. Ma arriverà solo per la forma, non per l’essenza. E ciò che ha continuato a cambiare per tutto questo tempo era solo la forma.

La tua forma cambia ogni momento. E la morte non è altro che un cambiamento, un cambiamento vitale, un cambiamento un po’ più grande, un cambiamento più veloce. Dall’infanzia alla giovinezza… non sai quando l’infanzia ti ha lasciato e sei diventato un ragazzo. Dalla giovinezza alla vecchiaia… le cose sono così graduali che non puoi mai sapere in che data, in che giorno, in che anno, la giovinezza se ne è andata. La trasformazione è molto lenta e graduale.

La morte è un salto quantico da un corpo, da una forma in un’altra forma.

Ma non è la fine per te.

Non sei mai nato e non sei mai morto.

Sei sempre qui.

Le forme vanno e vengono e il fiume della vita continua. Se non fai esperienza di questo, la paura della morte non ti abbandonerà. Tu chiedi: “La meditazione potrà aiutarmi a superare la mia paura della morte?” Non c’è altra via. Solo la meditazione… solo la meditazione può aiutarti.

Posso dirtelo io, possono dirtelo tutti i testi sacri, ma questo non ti aiuterà; il dubbio rimarrà. Chi lo sa, queste persone magari hanno mentito, o possono essere state anche loro tratte in inganno. Possono essere stati ingannate da altri testi, da altri insegnanti. E se il dubbio resta, ci sarà paura.

La meditazione ti porta faccia a faccia con la realtà.

Quando sai – per esperienza diretta – cos’è la vita, non ti preoccupi più della morte.

Ci sono storie bellissime di come persone che conoscono la meditazione, abbiano affrontato la morte gioiosamente, scherzosamente.

Un grande maestro, prima di morire, chiese ai suoi discepoli: “Voi mi conoscete perfettamente, sapete che ho vissuto sempre a modo mio. Voglio anche morire a modo mio: suggeritemi qualche idea originale”.

I discepoli dissero: “Questo vecchio ci ha tormentato per tutta la vita. Un’idea originale sulla morte…? La gente ha paura di morire, e questo tipo ci chiede un’idea originale su come morire”.

Uno suggerì di morire seduto nella posizione del loto. Un altro disse: “Non è niente di nuovo. Altra gente è già morta seduta nella posizione del loto”.

Allora il vecchio disse: “Ma no: scoprite qualcosa di veramente originale, e fate presto, perché il mio tempo è agli sgoccioli”.

Uno suggerì di morire in piedi. La gente di solito muore sdraiata nel suo letto. Quello è il posto più pericoloso, perché novantanove per cento delle persone muoiono nei loro letti. Sta’ attento al letto! Di notte, mentre tua moglie dorme, scivola fuori e dormi sul pavimento. Vai nel bagno, ma non stare a letto. Questo è il posto in cui la morte scopre il novantanove per cento delle sue vittime. Evitalo!

Uno disse: “Questo è un modo un po’ più nuovo, ma non è del tutto originale; ho sentito parlare di un maestro morto in piedi – è solo uno, ma sarebbe comunque un’imitazione”.

Poi qualcuno disse: “Allora fa’ una cosa. Mettiti a testa in giù, non si è mai sentito che qualcuno abbia fatto così”.

È una cosa molto difficile. Persino addormentarsi stando a testa in giù è molto arduo, perché c’è tanto sangue che va nella testa e ti tiene sveglio. Morire è ancora più difficile. Di notte tieni la testa su di un cuscino in modo che arrivi meno sangue alla testa, altrimenti il flusso di sangue tiene sveglie le cellule del cervello.

Gli intellettuali hanno bisogno di due cuscini o anche di tre. Solo allora, con grande difficoltà, riescono a fermare la corsa dei pensieri. Ma se sei a testa in giù al cervello arriva tanto sangue, per via della forza di gravità, che non potrai addormentarti. Morire poi sarà ancora più difficile: è una forma più profonda di sonno.

Al che il vecchio disse: “Quest’idea mi piace. Assicuratevi solo che nessuno l’abbia già fatto”.

Tutti i suoi discepoli affermarono: “È sicuro, non l’ha mai fatto nessuno. Puoi fare così ed essere felice perché morirai in modo originale, con un tuo stile personale”.

Così il vecchio si mise a testa in giù e morì.

A quel punto tutti i discepoli rimasero imbarazzati. Adesso, cosa potevano fare? Sapevano di persone morte nel loro letto: le lavi, cambi loro i vestiti, e le porti alla pira funeraria. Ma che fare con questo tipo? È a testa in giù. Nessuno è mai morto in questo modo, quindi nessuno sa davvero cosa si deve fare, da dove iniziare.

Qualcuno suggerì di chiamare la sorella. Sua sorella maggiore era anche lei una grande maestra e viveva in un convento non lontano. Prima di fare qualsiasi cosa era meglio chiamarla, per non essere poi biasimati per qualcosa che non si sarebbe dovuta fare.

Così chiamarono la sorella e le chiesero: “Cosa dobbiamo fare? È morto a testa in giù”.

La sorella disse: “È sempre stato un po’ dispettoso”. Anche lei era una grande meditatrice. Si avvicinò al vecchio e disse: “Smettila con questi stupidi scherzi! Almeno al momento della morte non essere ridicolo. Comportati bene!”. Gli diede una spinta e il pover’uomo cadde, ridendo.

I discepoli dissero: “Strano, anche questa vecchia è un tipo particolare”.

La sorella disse al vecchio, andandosene: “Vai nel letto a morire, com’è giusto fare. Fallo semplicemente nella maniera corretta. Non tornerò un’altra volta. E voi, non preoccupatevi. Lasciatelo morire nella maniera che preferisce. E poi trascinatelo alla pira funeraria”.

I discepoli dissero: “Abbiamo fatto bene a chiamarla, era ancora vivo”.

Certo, è molto difficile morire stando a testa in giù. Il pover’uomo ci aveva provato con impegno, ma non c’era riuscito. Alla fine, dato che in Oriente non sta bene disobbedire a chi è più anziano, lui si sdraiò sul letto e morì.

Ma prima di morire disse: “Questa volta morirò veramente; potete dare inizio al rito”.

Loro però continuarono a osservare, a pizzicarlo, provando di tutto: sapevano che era un uomo molto strano: “Prima pensavamo che fosse morto, e chi lo sa, potrebbe farci di nuovo uno scherzo. La morte come scherzo? Abbiamo sempre avuto tanta paura…” Lo pizzicavano, ma scoprirono che era veramente morto.

Un altro maestro disse ai suoi discepoli: “Ascoltate, ho già fatto il bagno e ho cambiato i vestiti, sono puliti, nuovi, quindi non occorre… dopo la mia morte, non cercate di ingannarmi: siete miei discepoli, dovete seguire i miei ordini. Quando sarò morto, niente bagno né cambio di vestiti. L’ho già fatto io per voi”. Loro dissero: “Va bene, siamo tutti testimoni”.

Lui continuò: “E ricordate, nessuno deve interferire”.

Conoscevano il maestro: era un uomo tale che, se qualcuno avesse interferito, sarebbe stato capace di riaprire gli occhi. Li aveva bastonati per tutta la vita, e non volevano che li bastonasse ancora, persino dopo la morte. Quindi fecero come voleva lui.

E lui cosa aveva fatto? Aveva giocato il suo ultimo tiro. Quando il fuoco cominciò a bruciare il corpo – aveva nascosto dei mortaretti nei suoi abiti, ecco perché non voleva che li cambiassero – i mortaretti cominciarono a esplodere con grande bellezza tutt’intorno a lui. E la gente si mise a ridere: non avevano mai visto una morte di questo tipo.

I discepoli dissero: “Era un uomo che poteva ridere della morte perché sapeva che la morte non esiste”.

La meditazione è l’unico modo per scoprire il fatto che la morte per te non esiste.

Allora tutta la paura scompare. Scompaiono anche le altre paure, perché erano solo rami – magari allontanatisi moltissimo dalle radici, ma sempre connessi con le radici.

Alla fine mi chiedi: “Perché ho paura di abbandonarmi a qualcosa che è più potente di me?”. È la stessa paura, tutte le paure sono le stesse. Hai paura di entrare in qualcosa che è più potente di te perché una goccia di rugiada che cade nell’oceano deve scomparire: per la goccia di rugiada è la morte. Ciò che è più potente ti assorbirà; da qui, la paura.

Ma se sai che la tua vita è il potere più grande dell’esistenza – che non c’è nulla di più potente… nemmeno le armi nucleari possono assorbirla. Solo quando diventi certo di questo, la goccia di rugiada saprà che non scomparirà nell’oceano, ma anzi sarà l’oceano a scomparire nella goccia di rugiada. È la goccia di rugiada che diventa vasta come l’oceano. Non è uno scomparire, ma un diventare infiniti, senza limiti.

… Solo persone rarissime come Gautama Buddha o Bodhidharma o Chuang Tzu sono state capaci di andare oltre la paura della morte.

Tu puoi andare oltre…

È nelle tue capacità ed è un tuo diritto.

Ma dovrai fare un piccolo sforzo, quello di spostarti dalla mente alla non-mente.

 

TRATTO DA: Osho, The Invitation #7

 (ritorna al sommario)  

 

 

 

imparare a morire

 

“Non c’è niente di cui preoccuparsi…” Osho parla di un suo discepolo, Chinmaya,  che ha un tumore e sta per morire.

 

 

Prem Chinmaya sta andando benissimo, nella sua consapevolezza c’è una grande costanza e stabilità. Il corpo è debole, ma lo spirito non è affatto debole. La carne è debole, ma lo spirito è fortissimo. In realtà, la sua malattia è stata per lui una grande benedizione. Ha imparato di più dalla sua malattia che da qualsiasi altra cosa. È diventato sempre più silenzioso, ricco di accettazione e di coraggio. Anche se la morte arrivasse in questo momento sarebbe in grado di riceverla, di darle il benvenuto come se fosse un’ospite.

Sono veramente contento di lui! Quando era venuto da me, sette o otto anni fa, soffriva della stessa malattia, ma la sua paura era più grande della malattia.

Un giorno il corpo deve andarsene, nessuno può vivere qui per sempre – che ‘scusa’ uno sceglie per andarsene è affar suo. C’è chi sceglie il cancro, chi la tubercolosi o un attacco di cuore; ci sono mille alternative possibili. Ma sono tutte scuse. La cosa fondamentale è che non si può vivere qui troppo a lungo, non è la nostra casa.

Dobbiamo andare alla ricerca della nostra casa, e solo chi ci andrà silenziosamente, tranquillamente, potrà trovarla. In caso contrario, si ritroverà immediatamente in un altro grembo, di nuovo nel mondo. Se non impari la lezione, sarai gettato ancora e ancora nel mondo.

Otto anni fa, quando era venuto da me, il suo problema più grande non era la malattia ma la paura della morte. In tutti questi otto anni ha vissuto con la morte… poteva accadere in ogni momento. Ma a poco a poco, la sua meditazione è andata più in profondità, come anche il suo amore, e ha compreso sempre meglio come la morte sia parte della vita – non puoi negarla, se la neghi negherai la vita stessa – e la sua accettazione è cresciuta. Una totale accettazione del presente è discesa su di lui, e questo è un fatto significativo – più significativo della vita, più significativo della morte.

Un giorno morirà, ma ora la sua morte non mi preoccupa. Adesso sa come morire, adesso ne ha la capacità. La morte non sarà solo la fine per lui, anzi, sarà un grande inizio. La morte non riuscirà a soffocarlo, a sommergerlo: potrà ‘cavalcarla’ – farsi portare – se ne andrà vittorioso. Per questo motivo non occorre preoccuparsi per lui.

 

TRATTO DA: Osho, The Dhammapada Vol 7 #8

  (ritorna al sommario) 

 

 

 

E allora, quand’è che muori?

 

Possono sembrare strani i modi di un maestro per aiutare chi ha paura di morire… Ecco cosa lo stesso Chinmaya racconta in un’intervista del 1978 quando, malato, era residente nell’Ashram della prima Puna. (Tratta dalla rivista “Sannyas Magazine” dell’epoca)

 

 

SANNYAS MAGAZINE: Da quello che ho capito, Chinmaya, sei in punto di morte. Giusto?

CHINMAYA: Dunque… io ho paura della morte… mettiamola così. E probabilmente sono in punto di morte.

SM.: Come mai?

C.: La mia storia medica è la seguente: mi era stato diagnosticato il morbo di Hodgkin – un tipo di cancro – ma l’ultima volta che ho avuto sintomi è stato sei o sette anni fa. L’anno scorso mi è stata diagnosticata la tubercolosi – avevo un’ombra nei polmoni – e quindi in questo ultimo periodo sono stato trattato per la TBC, ma l’ombra è cresciuta invece di diminuire. Potrebbe essere il tumore che sta ‘ripartendo’. I dottori dicono che molto probabilmente si dovrà rimuovere un polmone.

SM.: Ma sei in pericolo di morte?

C.: Be’… la mia mente è pessimista. Ho vissuto con lo spettro della morte per tutti questi anni, e adesso con questi nuovi sviluppi… Mi immagino di morire durante l’operazione… sarà un’operazione impegnativa! Ho paura che, se si tratta di un tumore, questo si diffonda, facilmente… e così, dopo qualche mese, io morirò. In entrambi i casi… è così, è come la mia mente vede la situazione.

SM.: Allora qual è la differenza tra adesso e quando per la prima volta ti hanno diagnosticato il morbo di Hodgkin?

C.: Osho.

SM.: In che senso?

C.: Da una parte le due esperienze sono molto simili: ho cominciato a preoccuparmi – la mia mente era totalmente focalizzata su cose come continuare a fare attenzione al mio cuore, per essere sicuro che continuasse a battere, e a volte lo osservavo con una tale intensità… che ancora un po’ e si fermava davvero!

Anche ora, come allora, è la paura che mi fa ammalare: non riesco a mangiare, non posso dormire – la paura è troppo forte. Mia moglie diceva che mi avrebbe ucciso lei se non smettevo di uccidere me stesso con tutta questa paura.

Ma questa seconda volta c’è Osho qui. Sono andato al darshan (incontro personale con il maestro) e gli ho parlato della mia situazione. Ho detto che avevo paura e che cercavo di essere ‘testimone’ di tutta questa faccenda, ma la cosa non mi aiutava per niente.

Mi disse che il mio osservare, il mio ‘essere un testimone’ era teso solo a evitare il mio problema, a tentare di liberarmene, e invece dovevo semplicemente accettarlo. Tutti moriamo prima o poi – adesso o fra pochi anni – allora perché sprecare questo momento angosciandoci?

Non era tanto quello che diceva ma come lo diceva – senza serietà, quasi scherzasse – e così, mentre parlava, io sono riuscito finalmente a rilassarmi.

SM.: Non c’è niente di nuovo, vero? – si deve accettare la morte.

C.: E invece è proprio una grossa novità! Sicuro, se ne parlo a qualcuno sono tutti d’accordo e rispondono: “Sì, certo, è vero!” ma quante persone lo hanno realmente accettato? Tutti vedono la morte come qualcosa che succede a qualcun altro, mai a loro stessi.

SM.: Allora com’è che Osho la vede in maniera diversa?

C.: Be’, la morte non è di questo mondo – e Osho non è di questo mondo. Se c’è qualcuno che ti possa far sentire la morte come un’avventura, e parte della vita, è proprio Osho.

Non so come, ma io ho fiducia in Osho, e attraverso questa fiducia posso in qualche modo accettare… aver fiducia nella morte. È una cosa che si sta sviluppando a poco a poco: la paura c’è ancora… ma c’è anche una bella differenza da prima.

SM.: Allora è stato questo darshan da solo a farti cambiare, o c’è stato anche qualche cosa d’altro?

C.: Sì, c’è stato qualche cosa di più – ci arriviamo tra poco. La notte prima del darshan ho avuto una ‘visita’ speciale.

SM.: Osho?

C.: Sì, ho sentito la sua presenza vicino a me.

SM.: Era la prima volta che succedeva una cosa del genere?

C.: No, in realtà è la seconda… Un anno e mezzo fa lo sentii di nuovo lì vicino a me. Fu durante una notte insonne…

Le altre volte che avevo sentito qualche cosa, ero andato in tensione, ma questa volta mi lasciai andare, senza muovermi, rilassandomi.

Sentivo la sua presenza vicino al letto, avevo molta paura e ripetevo a me stesso: “Lasciati andare, lasciati andare!” mi sentivo quasi soffocare, ma continuavo a dirmi ‘rilassati’. Ero completamente coperto dal lenzuolo – mi proteggevo dalle zanzare – ma era come se i suoi occhi fossero lì davanti a me che mi guardavano… poi lentamente la cosa è svanita, come pure la tensione nel mio petto. Era finita. Ho poi chiesto a Osho in una lettera se fosse venuto da me. Mi ha risposto: “Sì, è una cosa che sta succedendo.”

Comunque, quest’ultima volta… Non riuscivo a dormire – saranno state le tre di notte – ero in uno stato di dormiveglia quando ho sentito qualcosa. Ho deciso di lasciarmi andare… accettare quello che succedeva. Ho sentito la sua presenza vicino al letto… e sapevo che era lui.

Non avevo aperto gli occhi, né mi ero mosso, niente. Non volevo interferire in nessun modo con quello che stava accadendo. E in qualche modo nel mio corpo qualche cosa è cambiato: mi ero rilassato e così sono riuscito a dormire.

La mattina dopo, al risveglio, sono iniziati i dubbi… che fosse stato solo un sogno? Quella sera al darshan volevo domandare a Osho qualcosa al riguardo, ma prima che lo potessi fare mi disse più o meno: “Non riesci nemmeno a dormire la notte, così sono dovuto venire a trovarti.”

SM.: Però!

C.: Eh sì… ! Una cosa così, fa colpo no? Mi ha anche assicurato che se fossi morto avrei avuto una bella morte – o se fossi vissuto, una bella vita – allora che differenza fa? Io ho fiducia in lui.

SM.: Anche se non sai cosa voglia dire per lui una bella morte o una bella vita….

C.: Oh sì, certo. Dice: “Ti aiuterò” così uno si può rilassare e ‘osservare’ quello che succede. E non si sa quale sia la sua idea di aiuto. Potrebbe farti passare per le pene dell’inferno – dicendo “È una buona tecnica, un bello shock!” Ma ciononostante si continua a ‘osservare’, ci si può rilassare e questo è già un aiuto.

SM.: Sembra che Osho stia cercando di farci raggiungere un equilibrio tra il rilassamento, il lasciarsi andare e una specie di consapevolezza.

C.: Proprio così.

SM.: Ti accorgi di qualche tipo di progresso: che Osho ti sta preparando a essere più coraggioso, ad avere una maggiore fiducia, e che questo fa parte del rapporto maestro discepolo?

C.: Questo è proprio quello che sta succedendo nella realtà. Anche un anno e mezzo fa ho sentito che lui stava mettendo alla prova la mia capacità di ‘lasciarmi andare’, il mio arrendermi.

SM.: Ora come ti senti?

C.: Del tutto diverso da come ero prima di questa esperienza. Anche solo a livello fisico mi sento molto meglio, molto più a posto. Ma non posso veramente affermare di aver accettato la morte, almeno non fino a quando lei arriva e io l’accetto per davvero… poi magari possiamo fare un’altra intervista!

SM.: Un’ultima cosa, Osho ha detto ai tuoi amici qui di continuare a ricordarti che stai per morire.

C.: Sì, ha detto a tutti di venirmi a dire: “E allora, quand’è che muori?” e io dovrei chiedere a ognuno: “Senti, sto morendo, hai qualche consiglio da darmi?”. Tutto questo ribalta completamente l’atteggiamento comune in occidente, dove la gente nasconde la morte, fa finta che non esista.

 

Due settimane dopo questa intervista Chinmaya è andato in ospedale per dei controlli: gli hanno comunicato che il morbo di Hodgkin sta riprendendo forza. La sua preoccupazione per la possibilità di morire è evidente. Mi ricordo ancora la mia reazione quando, al suo ritorno, un amico gli ha chiesto, gridando da una parte all’altra del bar: “Ma allora, non sei ancora morto?”. Ho pensato: “Ma che idioti ci sono in giro! Il povero Chinmaya ne deve sopportare di cose….”

Ma poi l’ho guardato in faccia – stava sorridendo – e così ho compreso cosa stava tentando di fare, e in che maniera l’altro amico lo stava aiutando: ho visto come la mia reazione nasceva solo dai miei condizionamenti… e ho sorriso anch’io.

Chinmaya gira ancora sorridente per l’ashram, camminando un po’ impettito e canticchiando le sue amate canzoni anni 60… almeno per il momento.

 

...Chinmaya è poi morto nel giugno 1980.

 

Un paio di anni dopo in America, Osho passando in auto per il ranch ne ha riconosciuta la reincarnazione in un bambino figlio di una coppia olandese. Ha fermato l’auto e ha toccato il bambino sulla fronte.

Gli ha poi dato il nome di Ko Hsuan in ricordo della serie di discorsi che erano in corso a Pune quando Chinmaya era morto.

 

 

 

NON AVER PAURA

 

La paura paralizza la tua consapevolezza, e la paura è la fonte dell'inconsapevolezza, ecco perché non si può conseguire una totale consapevolezza senza trascendere la paura.

 

Ma cos'è la paura?

La paura è consapevolezza della morte senza conoscere cosa sia la morte. La paura esiste nello spazio tra te e la tua morte, e se non esiste alcuna cesura,, nessuno spazio, allora non vi è alcuna, paura.

 

Non pensare alla morte come qualcosa fuori di te perché non è così. E non pensare alla morte come qualcosa nel futuro perché non è così,

 

La, morte è dentro di te perché la morte è l'altro lato della vita. La vita non può esistere senza la morte: entrambe appartengono alla stessa energia in quanto polarità positiva e negativa.

 

Dunque non identificare con la vita – perché tu sei entrambe le cose. L'identificazione con la vita crea quella cesura.

 

E' presente in qualsiasi momento.

E quando smetti di vederla come qualcosa di esterno a te, per così dire, la riconduci nella tua consapevolezza e ne assimili l'idea, sei completamente trasformato. Da tutti i punti di vista sei rinato.

E a quel punto non esiste più alcuna paura perché allora non esiste più frattura alcuna.

TRATTO DA: Osho, Una tazza di tè, NSC editore

  (ritorna al sommario) 

 

 

 

Quello che va e viene non sei tu

 

 

Indivar è un terapista australiano, con un aspetto da gnomo e due occhi da mago, che usa tecniche insolite – molto semplici e al contempo molto efficaci – di cui l’Osho Times Italiano ha parlato altre volte (gennaio 1999, marzo 2001); nei mesi invernali spesso conduce workshop alla comune di Pune.

Yuthika, sempre australiana, ha soggiornato nella comune di Pune, anche per periodi molto lunghi: sempre attivissima, soprattutto nella cucina di Zorba, si era specializzata poi nel dare sessioni, molto richieste, di Craniosacrale. Ora è in Australia e sta morendo di cancro: circa un anno fa le è stato diagnosticato un tumore al cervello e ha dovuto sottoporsi a operazioni e terapie.

Da allora Indivar, suo amico di lunga data, siede ogni giorno con lei, usando le sue ‘strane’ tecniche per aiutarla a tollerare l’incessante dolore e a portare consapevolezza in questo momento così importante della sua vita. Le trascrizioni di queste sedute – e le riflessioni di Indivar – sono anche state pubblicate, per un certo periodo, su un sito web, eccone alcune…

 

 

“Sedersi in meditazione con un amico è qualcosa di raro, sedere con un amico che sta morendo è ancora più raro. Quando muore un vero amico, muore anche qualcosa di te. Se lo hai veramente amato allora il mondo non è più lo stesso.

Ho la possibilità di essere vicino ogni giorno a Yuthika, che sta morendo, e questo è il suo ultimo regalo per me… ce ne sono stati molti altri da 25 anni a questa parte.

Vorrei condividere qui alcuni degli esercizi che stiamo facendo per rendere più facile questo suo ‘passaggio’.

Il ‘lavoro’ principale, che continuiamo a fare, è quello sul corpo fisico per rilassarlo. Si tratta di normali sedute di rilassamento indotto, usando la suggestione ipnotica che: ‘Il corpo sta raggiungendo livelli sempre più profondi di rilassamento’.

Il primo problema da affrontare è stato quello del dolore fisico. Le sofferenze di Yuthika sono state piuttosto intense: all’inizio a causa di un tumore maligno dietro l’occhio destro – che si è dovuto asportare con un’operazione chirurgica – e in seguito sono iniziate continue pesanti nausee.

Ogni tipo di dolore è stato affrontato dandole la suggestione ipnotica di portare tutta la sua consapevolezza e attenzione al dolore stesso. Ogni volta che abbiamo usato questa tecnica c’è stato un immediato sollievo e in alcuni casi il dolore è scomparso del tutto.

Nel corso di questo costante processo di rilassamento, sono emersi vari traumi emotivi del passato, e ognuno di questi è stato affrontato portandolo alla luce di una totale consapevolezza.

Sembra che man mano che il suo corpo fisico si indebolisce e che le continue sedute ipnotiche permettono un sempre maggiore rilassamento, i suoi meccanismi di difesa emotiva si indeboliscano, lasciando così emergere quello che era stato a lungo represso.”

 

 

INDIVAR: Dimmi qualcosa di più riguardo alla tua paura.

YUTHIKA: È come qualcosa di grande e minaccioso che arriva per afferrarmi. Per distruggermi. Che mi prende per le braccia. È lì dove la sento. È come quando ero piccola e mio padre mi inseguiva… e mi afferrava, sembrava che volesse uccidermi. È la stessa sensazione. Il solo modo in cui potevo sopravvivere era ‘disconnettermi’.

I: Adesso puoi permetterti di sentire questa paura.

Y: Sì. Adesso è proprio qui. Non c’è scampo. È così opprimente.

I: Dove la stai sentendo esattamente, ora?

Y: Nella gola e nel cuore.

I: Porta tutta la tua attenzione, tutta la tua consapevolezza, a questa sensazione di paura. Sii totale, presente, non resistere in alcun modo… Di che colore è adesso?

Y: Rosso intenso. Si muove a balzi e io la inseguo. Sta come uscendo sulla strada per iniziare un grande viaggio. Io continuo a entrare e a uscire da uno stato che mi sembra sonno…

I: C’è la paura adesso?

Y: No, se ne è andata.

I: Quello che va e viene non sei tu. Tu sei quello che non va e non viene. Quello che va e viene non sei tu. Tu sei quello che non va e non viene. Quello che va e viene non sei tu. Tu sei quello che non va e non viene… (Indivar lo ripete 20 volte)

 

 

YUTHIKA: Ho ascoltato alcuni discorsi di Osho che parla sulla morte e il morire. Mi aiuta davvero ascoltarlo. Mette le cose nella giusta prospettiva. Se non lo ascolto la mente mi fa dei brutti scherzi. Quando l’ascolto riesco a rilassarmi. Per tutta la mia vita non ho mai affrontato il tema della morte. E ora che sta arrivando mi ritrovo con tutta questa paura. Mi ha aiutato molto sentire Osho dire che la paura è perfettamente naturale. Non è sempre facile star qui distesa… ma ora posso affrontare, accettandoli, il dolore e la paura: in questo modo le cose cambiano.

INDIVAR: Giusto. Adesso facciamo un piccolo esercizio: chiudi gli occhi e ripeti lentamente: “Ciò che sono non respira. Ciò che sono non dorme. Ciò che sono non ha desideri.”

Continua a ripeterlo per venti minuti.

 

 

INDIVAR: Come hai passato la giornata?

YUTHIKA: Una disperazione! Posso vedere come ho passato tutta la mia vita a ‘evitare’ me stessa. Mi ricordo che avevo tutte quelle fantasie sul poter andare su una montagna isolata a fare un ritiro di meditazione e adesso… che ho tutto questo tempo a mia disposizione, ne ho solo orrore, disgusto. Datemi qualche cosa da fare!! Adesso che sono in una situazione in cui devo ‘guardare’ me stessa, non riesco a sopportarlo. Non riesco a farlo. Datemi qualche cosa da fare!! È scioccante, ma vero. Mi sembra quasi che tutta la mia vita di meditatrice sia stata una posa: non prestavo attenzione all’essenziale. Non mi è mai venuto in mente che avrei dovuto morire. Mi si stringe il cuore anche solo a parlarne. Come posso recuperare tutto il tempo perduto? Ho paura di aver perso il treno.

INDIVAR: No, non l’hai perso, è sempre lì. È impossibile perderlo, proprio per la natura stessa delle cose. Hai avuto esperienza del silenzio. Hai avuto esperienza del vuoto. La vera domanda è: “Perché ora che non hai nient’altro da fare non apri quella porta, non torni in quello spazio?”.

 

C’è un lungo silenzio. Guardo il suo corpo emaciato, steso davanti a me sul letto. Chiude l’unico occhio che le è rimasto: lo considero un segnale per cominciare a guidarla nel rilassamento. Le chiedo di guardar dentro e dirmi le sensazioni del suo corpo. Comincia – “dolore nel torace… pesantezza nella testa”. Io continuo – “entra in questa pesantezza. Raccogli tutta la tua consapevolezza in questa sensazione… “

Dopo venti minuti apre l’occhio e mi dice: “La pesantezza se ne è andata. Dentro adesso c’è luce.”

 

 

L’altra sera Yuthika mi ha detto che stava diventando più facile lasciarsi andare ‘nel nulla’ invece di continuare a pensare che doveva fare qualcosa, e questo mi ha fatto ricordare un brano di Osho dove parla del lasciarsi andare:

“Abbandonarsi è la comprensione profonda del fenomeno che vede tutti gli uomini partecipi di un’unica esistenza. Non possiamo permetterci di avere un ego separato: tutti gli uomini sono uniti nel Tutto. Il Tutto è vasto, immenso. La comprensione di questa realtà ti aiuterà a lasciarti trasportare dal Tutto, dovunque esso vada. Non hai una meta separata dal Tutto e il Tutto non ha alcuna meta. Non va da nessuna parte: il Tutto esiste nel presente e basta.

La comprensione del totale abbandonarsi ti aiuta a esistere nel presente, semplicemente – senza alcuna meta, senza alcuna idea di conquista, senza alcun conflitto, né sforzo, né lotta – poiché sai che lotteresti comunque contro te stesso, e questa sarebbe davvero una follia.

Il totale abbandonarsi è una comprensione profonda. Non è un’azione che devi compiere.

Ogni azione fa parte del mondo della lotta. L’azione che tu devi compiere sarà inevitabilmente una lotta. Abbandonarsi è semplice comprensione. A quel punto ti rilassi in silenzio, fluisci con la corrente, senza preoccuparti della sua direzione, senza preoccuparti della possibilità di perderti… senza ansia, né angoscia, poiché sai di non essere separato dalla totalità, quindi qualsiasi cosa accada va bene per te.” (Osho da ‘Oltre la psicologia’).

Yuthika è cresciuta in Australia, la famiglia aveva un grande allevamento di pecore. Tutta la sua giovinezza è stata riempita da questa urgenza di ‘fare’. Controllare le pecore, disinfettare le pecore, tosare le pecore… e l’incessante attività necessaria per sopravvivere nelle caldissime estati e negli inverni freddi e piovosi. C’era poi un forte condizionamento religioso che insegnava a occuparsi prima degli altri e poi, solo alla fine, di se stessi. Non a caso Yuthika ha studiato da assistente sociale e in seguito ha iniziato, con molto successo, a dare sessioni di Craniosacrale.

La domanda che sorge è:

“Come si fa a superare questo bisogno di essere sempre attivi? Come si fa a sopravvivere senza continuare a fare?”

La riposta data da Osho è: “Non identificarti”.

Tutto il problema del vivere e morire sta nel fatto che ci identifichiamo col corpo e con le sue esperienze. Lascia che il corpo sia ‘là’ e tu osservalo. Lascia che il fare sia ‘là’ e tu osservalo. Lascia che il morire sia ‘là’ e tu osservalo.

Così la tecnica più importante che Yuthika e io abbiamo usato è il mantra di Ashtavakra: “Tutto ciò che posso osservare diventa separato da me”. Questa verità è stata convogliata davvero nel profondo del suo essere, utilizzando sia la suggestione ipnotica diretta, che anche la ripetizione del mantra.

 

 

Il primo e l’ultimo brano sono tratti da Viha Connection, gli altri ci sono pervenuti direttamente da Indivar (indivar@iinet.net.au).

 

 

 

Salta nel mistero

 

 

Proprio nel momento in cui il dolore è più intenso, è possibile un passo avanti nella consapevolezza, un risveglio. Durante un darshan, faccia a faccia con una sannyasin impietrita dal dolore — la sua bambina di un anno è annegata il giorno prima — Osho sceglie di non consolarla, neppure una parola, e con profonda, cristallina compassione la esorta ad affrontare la nuda verità, per quanto scioccante.

 

 

"Allora, cosa è successo? La bambina è scomparsa? Lasciala scomparire, non preoccuparti: siamo tutti qui per scomparire, prima o poi. La vita è davvero effimera, accidentale, puoi andartene in qualunque momento. Non preoccuparti del perché sia accaduto ciò che è accaduto: non c'è un perché. Tutte le risposte che puoi dare ai tuoi perché non

saranno altro che consolazioni, per razionalizzare in qualche modo quello che. è un mistero: queste razionalizzazioni ci aiutano a consolarci. A me la consolazione non interessa, perché è un gioco pericoloso. Ti tiene nascosta dietro a delle protezioni.

La verità è che la bambina era viva e adesso non lo è più. Questo ti dovrebbe far comprendere che la vita ha la natura di un

sogno. La vita è fatta di ciò che noi chiamiamo sogni. Magari stiamo guardando un sogno splendido, ma ogni piccola cosa può interromperlo — basta un rumore e il sogno scompare. Poteva anche essere un

sogno dolcissimo, e ti senti ferito e vorresti chiudere gli occhi e continuare a sognare, ma ora non c'è più nulla da fare. Invece di trovare spiegazioni e consolazioni, guarda sempre la verità così com'è, nuda — è triste, fa male, è molto doloroso — guardala, riconosci che è così, ma non cercare di mascherarla in alcun modo. Tutte le spiegazioni e le filosofie sono solo dei tentativi di

nascondere “con una mano di bianco” cose che non sono affatto chiare, che sono molto oscure e misteriose.

 

Momenti del genere quando arrivano, sono molto importanti, perché è proprio in questi momenti che un risveglio è possibile. Quando muore il tuo bambino è un tale shock che puoi anche risvegliarti, invece di piangere e sprecare questa opportunità. Dopo alcuni giorni lo shock sarà già diminuito: il tempo guarisce ogni cosa. Dopo alcuni anni l'avrai dimenticato, completamente. Verso la fine della tua vita, ti sembrerà di averlo visto in un film o di averlo letto in un libro. Col tempo il ricordo può sbiadire e diventa-re così distante da essere solo un'eco... Devi impadronirtene ora: è questo il momento in cui può aiutarti a essere "sveglia", consapevole. Non perdere questa opportunità; tutte le consolazioni sono modi di sprecare un'opportunità.

Non chiedere mai perché. La vita non conosce per-ché e così anche la morte. La domanda non ha risposta, e non occorre rispondere. La vita non è un problema che si possa risolvere, né lo è la morte. La vita e la morte sono entrambe parti del mistero che non conosce risposta. Il punto interrogativo è definitivo.

Tutto ciò che si può fare in queste situazioni è risvegliarsi, perché shock del genere possono diventare un punto di rottura, un importante passo avanti. Il pensiero si arresta, lo shock è tale che la mente si confonde. Niente sembra avere significato, pensiamo che tutto sia perso. Ci si sente estranei, del tutto avulsi, assolutamente sradicati.

Sono momenti di enorme significato, sono quelli in cui si può entrare in una nuova dimensione. La morte è una delle porte più grandi che si aprono verso il divino. Quando muore qualcuno che ti è così vicino, come un bambino lo è alla madre, è quasi come se fossi tu stesso a morire — come se fossi morto, come se una parte di te fosse morta.

Cerca di comprendere che la vita è un sogno, che tutto scompare prima o poi, polvere alla polvere. Non c'è niente qui che duri. Non possiamo costruire qui la nostra casa. E un caravanserraglio, la sosta di una notte: al mattino, ripartiamo. Ma c'è una cosa che è sempre presente, che è permanente, ed è il tuo osservare, il tuo testimoniare. Tutto il resto scompare, tutto il resto va e viene, solo l'osservare rimane.

Quindi osserva tutto questo. Sii un testimone, non identificarti. Non essere una madre, altrimenti sarai identificata. Sii un testimone, un osservatore silenzioso, e quell'osservare ti aiuterà in modo straordinario. Questa è l'unica chiave che apre la porta dei misteri. Non che risolva qualcosa, ma ti dà la capacità di vivere il mistero, e di viverlo in modo totale."

 

TRATTO DA: Osho, Zorba the Buddha (un diario dei darshan)

 (ritorna al sommario)  

 

 

 

Parte dell’eternità

 

Nel gennaio dell’81 Vimalkirti, un principe tedesco – Welf di Hannover – che si era trasferito a vivere nell’Ashram della prima Pune con la moglie e la figlia, è colpito da una grave emorragia cerebrale – causata da un aneurisma, fragilità congenita di un’arteria. Subito trasferito in ospedale, viene tenuto artificialmente in vita dietro l’insistenza di Osho, anche se i medici curanti non ne vedono lo scopo, vista l’irreparabilità dei danni cerebrali.

Rispondendo alla domanda di un amico: “Cosa sta succedendo a Vimalkirti?”, Osho spiega le ragioni di questa sua insistenza.

 

 

A Vimalkirti non sta succedendo niente – precisamente il nulla, perché questo nulla è nirvana. L’occidente non ha idea della bellezza del nulla. Tutto l’atteggiamento occidentale è estroverso, diretto verso le cose, orientato all’azione. Il ‘nulla’ suona come vuoto – non è così.

Questa è una delle più grandi scoperte dell’oriente: che il nulla non è vuoto, anzi è tutto il contrario del vuoto. È una traboccante pienezza.

Bisogna arrivare a un punto in cui non sta succedendo niente; tutto ciò che succede è scomparso. Il fare se n’è andato, chi fa se n’è andato, il desiderio se n’è andato, la meta se n’è andata. Uno semplicemente esiste – neppure un’increspatura sul lago della consapevolezza, non un suono. Ma il silenzio non è vuoto, è molto pieno. Nel momento in cui sei assolutamente silenzioso, assolutamente in sintonia col nulla, il tutto discende su di te, il trascendente entra in te.

Vimalkirti è benedetto. Era uno dei quei pochi fra i miei sannyasin che non ha mai avuto dubbi, nemmeno per un attimo – la sua fiducia è stata totale per tutto il tempo in cui è stato qui. Non ha mai fatto domande, non mi ha mai scritto una lettera, non è mai venuto da me con qualche problema. La sua fiducia era tale che a poco a poco il suo ‘fondersi’ con me era diventato assoluto. Ha un cuore di natura rara: una qualità del cuore che è scomparsa dal mondo. È proprio un principe, davvero regale, un’aristocrazia autentica! L’aristocrazia non ha nulla a che fare con la nascita, ha a che fare con la qualità del cuore. E io l’ho trovato una delle persone più meravigliose e rare di questa terra.

…Vimalkirti non sta facendo nulla, sta solo ‘essendo’.

Quando ha avuto l’emorragia mi sono un po’ preoccupato per lui, ho detto ai miei sannyasin medici di aiutarlo a rimanere nel corpo per almeno sette giorni.

Stava andando così bene, in modo meraviglioso, e poi interrompere all’improvviso quando il suo lavoro spirituale era ancora incompleto… Era proprio al limite – una piccola spinta e sarebbe diventato parte del trascendente.

…Sarebbe morto il giorno stesso – è quasi successo. Senza questi metodi artificiali sarebbe già stato in un altro corpo, si sarebbe reincarnato. Ecco perché ho voluto che restasse ancora un po’. La notte scorsa c’è riuscito: ha attraversato il confine fra il fare e il non–fare. Quel ‘qualcosa’ che ancora era in lui è cessato. Adesso è pronto, adesso possiamo salutarlo, ora possiamo celebrare il suo commiato. Che il vostro ‘Buon viaggio!’ sia estatico. Fate che se ne vada col vostro canto, con le vostre danze.

Quando sono andato a trovarlo, è questo che è trapelato fra di noi. Ho aspettato di fianco a lui a occhi chiusi – era immensamente felice.

Il suo corpo è ormai inservibile… I chirurghi, i neurochirurghi e gli altri medici erano preoccupati: continuavano a fare domande, a chiedere quali fossero le mie intenzioni – per quale motivo volevo che rimanesse nel corpo – perché non sembrava esserci nessuna ragione valida: anche se in qualche modo fosse riuscito a sopravvivere il cervello non sarebbe mai stato in grado di riprendere le normali funzioni. E io non avrei voluto per lui una situazione simile. Meglio morire.

E si chiedevano perché volevo che lui continuasse con la respirazione artificiale. Anche il cuore ogni tanto si fermava, e quindi doveva essere stimolato artificialmente. Ieri i reni hanno iniziato a cedere…

Ma lui ce l’ha fatta, in modo splendido: prima di lasciarla, ha usato questa vita per la ‘suprema fioritura’. Era rimasto solo qualcosa di molto piccolo; l’altra notte anche quello è scomparso.

E così l’altra notte, quando gli ho detto: “Vimalkirti, ora puoi andare nel trascendente con tutte le mie benedizioni,” quasi gridava di gioia.…

Non avrà bisogno di reincarnarsi: se ne sta andando da ‘risvegliato’, muore in stato di ‘buddità’. E così tutti voi dovrete gioirne – ballare e cantare e celebrare. Dovete imparare a celebrare la vita e a celebrare la morte.

Di solito è difficile riuscire a non identificarsi col corpo, e col cervello e col cuore, ma a Vimalkirti è successo in maniera davvero facile. Doveva diventare non identificato perché il corpo era già morto – era morto da cinque giorni – il cervello era già perso…

Quello che è successo è un incidente, visto dall’esterno, ma per Vimalkirti stesso si è dimostrato una fortuna. Non puoi identificarti con un corpo in simili condizioni: i reni non funzionano, non c’è il respiro, il cuore non funziona, il cervello totalmente danneggiato. Come puoi identificarti con un corpo simile? Impossibile. Basta un po’ di attenzione e diventerai ‘distaccato’ – e lui aveva l’attenzione necessaria, fino a quel punto era cresciuto. E così è diventato immediatamente consapevole che ‘io non sono il corpo, io non sono la mente, io non sono neppure il cuore’. E quando trascendi questi tre, raggiungi il quarto, turiya, e quella è la tua vera natura. Una volta raggiunta non si perderà mai più.

… E così oggi dovrete organizzare un bellissimo commiato per Vimalkirti. Ditegli addio fra tante risa… certo, lo so che vi mancherà – mancherà anche a me. Era diventato davvero parte della Comune, un coinvolgimento profondo con tutti quanti. Mi mancherà più che a voi: faceva la guardia fuori dalla mia porta, ed era ogni volta una gioia uscire dalla stanza e vedere Vimalkirti lì, sempre sorridente. Adesso non sarà più possibile. Ma lui continuerà a essere qui intorno, nei vostri sorrisi, nelle vostre risate. Sarà qui nei fiori, nel sole, nel vento, nella pioggia, perché niente si è mai perso – nessuno in realtà muore, si diventa parte dell’eternità.

 

TRATTO DA: Osho, Zen: Zest, Zip, Zap and Zing #15

  (ritorna al sommario) 

 

 

 

L'importante è vivere

 

 

Love.

Ho ricevuto la tua lettera e le tue domande.

Rispetto alla morte, sono rimasto zitto di proposito, perché voglio risvegliare una ricerca sulla vita. Chi pondera sulla morte non arriva da nessuna parte. Infatti, come la si può conoscere senza morire?

Quindi, il solo risultato di simili pensieri è una fede sull’immortalità dell’anima, oppure la fine della propria vita in un annullamento totale, dopo il quale non rimane nulla. Entrambe sono vane credenze.

La prima fede si basa sulla paura della morte, l’altra sulla fine del corpo. Io voglio che l’uomo non resti invischiato in fedi e opinioni, perché non è quella la via per sperimentare e per conoscere.

E cos’altro si può trovare, pensando alla morte, se non un sistema di credenze e dei dogmi? Il pensiero non porta mai oltre ciò che si conosce.

E la morte è l’ignoto.

Per questo non la si può conoscere attraverso il pensiero.

Io voglio rivolgere la tua attenzione alla vita. La vita è – qui e ora. Ci si può entrare.

La morte non è mai qui e ora – o è nel futuro, oppure è nel passato. La morte non è mai nel presente.

Non hai mai notato che la morte non è mai nel presente? Ma la vita è sempre nel presente – mai nel passato né nel futuro. Se esiste, è adesso; altrimenti non esiste mai.

Per questo si può conoscere, perché può essere vissuta, non occorre pensarci.

In verità, coloro che ci pensano, se la lasceranno sfuggire.

Perché anche il movimento del pensiero è solo nel passato o nel futuro: il pensiero non è nel presente. Anche il pensiero è un compagno della morte.

In altre parole, il pensiero è morto, in esso non vi è alcunché di vivo. La vitalità è sempre nel presente – è il presente. La sua manifestazione è l’adesso, assolutamente ora; qui, assolutamente qui.

Per questo non esiste alcun pensiero sulla vita, esiste solo lo sperimentare. Non l’esperienza, ma lo sperimentare. Esperienza significa: è già accaduto; sperimentare significa: sta accadendo.

L’esperienza è già diventata un pensiero, poiché è già accaduta. Lo sperimentare è assenza di pensiero: assenza di parole – silenzio – vuoto.

Per questo io chiamo la consapevolezza priva di pensiero la soglia per sperimentare la vita.

E colui che giunge a conoscere la vita, conosce ogni cosa. Egli giunge a conoscere anche la morte perché non è altro che un errore, frutto della mancata conoscenza della vita.

Colui che non conosce la vita è naturale che creda di essere il corpo. E il corpo muore, il corpo è distrutto; l’entità chiamata corpo scompare. Questo genera il concetto che la morte è una fine totale.

Solo coloro che sono un po’ più coraggiosi accettano questo concetto. Inoltre, proprio da questo errore di credere di essere il corpo, nasce la paura della morte.

Sono le persone che soffrono a causa di questa paura che iniziano a imbrogliare: “L’anima è immortale, l’anima è immortale”. I timorosi e i deboli cercano rifugio pensando così. Ma entrambi questi concetti nascono da un unico e identico errore.

Sono due forme dello stesso falso ragionamento e sono due reazioni diverse di due tipi di persone. Ma ricorda, l’errore di entrambi è lo stesso, e in entrambi i casi è lo stesso errore che viene rafforzato.

Io non voglio dare alcun sostegno a questo errore.

Se dicessi che l’anima non è immortale, sarebbe falso.

Ma se dicessi che l’anima è immortale, questa diventerebbe una via di fuga dalla vostra paura. E coloro che vivono immersi nella paura non sono mai in grado di conoscere la verità.

Per questo dico che la morte è l’ignoto. Conosci la vita. È la sola cosa che si possa conoscere.

E allorché la si conosce, si conosce anche l’immortalità. La vita è eterna. Non ha inizio, né fine alcuna. Si manifesta e si rende immanifesta. Si muove da una forma all’altra.

Nella nostra ignoranza, questi punti di mutamento transeunti, sembrano morti. Ma per colui che conosce, la morte non è altro che un cambiare casa.

Di certo esiste una rinascita; ma per me non è una dottrina, è un’esperienza. E non voglio neppure farne una dottrina per gli altri. Le dottrine hanno orribilmente minato la verità.

Io voglio che ciascuno lo sappia in prima persona. Nessuno può comprenderlo per qualcun altro. Ma, attraverso le dottrine, i dogmi, si ha la sensazione di compiere proprio questa azione, ecco perché la ricerca individuale di ogni essere umano è diventata qualcosa di ottuso e di morto.

Credendo nelle dottrine e nei testi sacri ci si è seduti tranquilli, come non si dovesse conoscere alcunché direttamente, né fare nulla per scoprire la verità. Questa situazione è assolutamente suicida.

Pertanto, non voglio partecipare a questa trama diffusa su scala mondiale per uccidere l’uomo, attraverso la ripetizione di dottrine. Io voglio annientare qualsiasi dottrina istituzionale, perché ai miei occhi solo questo sembra compassione. Così tutto ciò che è falso verrà distrutto.

E la verità non viene mai distrutta, essa è sempre disponibile nella sua eterna freschezza a coloro che sono alla ricerca.

 

TRATTO DA:

Osho, Una tazza di tè, NSC ed.

 

 

 

...e vivere è la vera arte

 

Nel processo creativo, il cambiamento è sempre stato un ospite gradito; è la culla del nuovo. Siddhena, artista e meditatore, riflette: “Con un quadro quasi ultimato, ma a cui manca un po’ di vita, posso permettermi di capovolgerlo, aggiungere colori brillanti, passare dal blu pallido a tutta la gamma dei gialli solo per il gusto di farlo e portarlo così in una direzione completamente nuova. Perché non farlo con la vita stessa?”.

 

 

Recentemente mi trovavo a San Francisco a un grande party promozionale per una nuova linea di arredamento. Il fatto che ci fosse voluto un investimento mega per attirare l’attenzione del pubblico su un nuovo modello di poltroncina da ufficio era già strano di per sé, ma per me la stranezza reale era il ritrovarmi – a cinquant’anni e dopo aver passato molti anni in India – teletrasportato in questa surrealtà: all’improvviso non avevo più una storia personale. In un certo senso non avevo portato nulla con me e stavo ricominciando da zero.

Al party, in mezzo al rumore assordante e alle luci accecanti, a un certo punto qualcuno mi ha chiesto chi fossi, e in quel momento io non ne avevo la minima idea. Ero in uno di quei gap temporali in cui la mente è priva di coordinate.

Di tanto in tanto tutti abbiamo questi momenti esistenziali in cui una porta si apre, la vita si ferma, e ci viene data un’altra misteriosa opportunità di crescere in comprensione. Può accadere a livello fisico, con eventi che interessano il corpo e la salute, oppure emotivo – un’importante svolta psicologica, oppure a livello mentale, quando vecchie idee vanno in frantumi. O (mi sento di dire) anche a livello spirituale, quando all’improvviso il nostro ego si trova riflesso in mille specchi.

Questi momenti, strani e meravigliosi, sono per me la vera magia della vita. Non sembrano nati nel tempo, ma scaturiti all’improvviso da un’altra dimensione. Tutto quello per cui ci eravamo preparati e tutto quello che abbiamo imparato sembra trovare giustificazione in quei momenti. È quando due diventa uno…

Essere pronti, ed essere presenti, è l’Arte. A volte mi sembra di essere un artista da sempre – da vite persino – alla continua ricerca del senso delle cose e della capacità di decifrare quei sottili segnali di fumo giunti da altre dimensioni. Se osservo con gli occhi di un meditatore, vedo che i miei primi anni di artista, con l’oscura intensità del desiderio di cogliere l’essenza dell’arte – insieme a tutto il ‘fare’ – sono stati pesanti. Ero ossessivamente identificato con quel mondo d’avanguardia fatto di angoscia esistenziale, stili di vita al limite e idee audaci.

Anni dopo, il fuoco alchemico del sannyas ha sciolto la serietà e ha fatto terra bruciata attorno a me, lasciandomi estatico e grato. Senza quella tensione a conoscere tutto, e con il rilassamento che nasce dal rispondere in modo spontaneo alla realtà, posso vivere in un modo totalmente nuovo. Una volta ho sentito Osho dire che la sua arte è quella della trasformazione, del condurci dalle illusioni alla nostra essenza. La sua visione di un vero artista è quella non di una persona che fa arte, ma di una che rende un’arte la propria vita, con la creatività nel cuore. Di tanto in tanto so cosa vuol dire, e il suo effetto è stupefacente.

 

L’autunno è un soffio

e una pennellata Zen.

L’occhio dell’artista

osserva il mutamento.

Beatitudine

 

Non solo perché le bacche e le foglie d’autunno si tingono di rossi stupefacenti, ma anche perché l’energia del mutamento è molto bella e trasparente. Ah, il cambiamento! Se la vita mi tratta bene lo accolgo con gioia, se invece mi sento insicuro e perso, l’ultima cosa che desidero è qualcosa che faccia ondeggiare la mia imbarcazione e mi trascini lungo il fiume.

Nel processo creativo, il cambiamento è sempre stato un ospite gradito; è la culla del nuovo. Con un quadro quasi ultimato, ma a cui manca un po’ di vita, posso permettermi di capovolgerlo, aggiungere colori brillanti, passare dal blu pallido a tutta la gamma dei gialli solo per il gusto di farlo e portarlo così in una direzione completamente nuova. Perché non farlo con la vita stessa?

Indubbiamente di questi tempi viviamo nella frenesia per il nuovo – sia a livello materiale che spirituale – e tutto sembra molto superficiale e un po’ sinistro nelle sue implicazioni. A volte mi trovo a pensare che io sono su un gradino un po’ più alto dopo tanti anni di meditazione, o che sono solo un visitatore di questo pazzo mondo. Ma la realtà è che ci sono dentro fino al collo.

Posso sentire Osho dire che verità è quello che funziona, è quello che accade ora. Be’, se è così, allora forse questa cosiddetta follia è parte integrante del tutto ed è la mia percezione che deve cambiare. Guardiamo la realtà: questo flusso impetuoso, questo impulso, ha un’energia incredibile. È Cambiamento con la C maiuscola, e se il cambiamento è la natura stessa delle cose, allora dove sono io? Dentro o fuori?

Recentemente mi ha colpito con la forza di un uragano. Ho sentito Osho dire tante volte e in tanti modi: “Il viaggio è la meta”. Fantastico! Succinto e molto semplice – ma si applica anche a me? Eh sì! Ci puoi scommettere! Forse il cambiamento è semplicemente quel viaggio, e la vita è l’intera storia – l’insegnante e l’insegnamento. Sento il richiamo di Zorba il Buddha: “Non cercare di risolverla, vivila!” All’improvviso ho voglia di farlo, di muovermi verso il nuovo.

Mi è sempre piaciuta la storia di quell’uomo che per una notte intera se ne sta aggrappato con le unghie all’orlo di un precipizio, per ritrovarsi a scoprire, alla luce del sole, che il suolo era solo a pochi centimetri. Questo è certamente vero per me in questi giorni. La notte scorsa era una tragedia, ma stamattina? Be’…

Anni fa Osho rispondeva molto spesso alle domande con una sola parola: “Blessing.” Va tutto bene. In questi giorni questa risposta continua a risuonarmi nel cuore.

Gratitudine.

Siddhena

 

TRATTO DA: Viha Connection

 

 

 

La Vita é un orchestra

 

Quello è il tutto.

Questo è il tutto.

Dalla totalità emerge la totalità.

La totalità proveniente dalla totalità, resta ancora totalità.

Commentando questo antico brano della saggezza vedica, Osho ci fornisce indicazioni utili per la nostra vita di tutti i giorni.

 

 

Le persone sono sempre pronte a gettare la responsabilità sulle spalle degli altri. Nessuno vuole dire: “Non sono capace di vivere – per questo soffro”. Tutti vorrebbero sottrarsi alla responsabilità di vivere. E una maniera bellissima per farlo, molto logica, molto piacevole, molto razionale, è dire che la vita in sé è sofferenza.

Buddha dice: “La vita è sofferenza, la nascita è sofferenza, la morte è sofferenza, tutto è dolore.” E corrisponde alle esperienze della gente. Ma il motivo non è che la vita è dolore, il motivo è che non sei capace di giocare, non conosci l’arte di vivere.

Ad esempio se non sai suonare il flauto sarà una sofferenza, una sofferenza per te, per i vicini e per tutti. E prima o poi non ne potrai più e vorrai rinunciare al flauto in quanto non fa altro che creare problemi a te e agli altri. Eppure il flauto non ha colpa. Semplicemente non lo sai suonare, in caso contrario può creare una musica stupenda; può nutrire te e gli altri. La vita è un fenomeno molto complesso, di gran lunga più complesso del flauto. La vita è l’orchestra al completo, migliaia di strumenti musicali tutti insieme. E devi imparare a suonarli tutti, per riuscire a creare un’armonia. L’arte di vivere è tutta qui… e la vita è un’opportunità per impararla. Non è una rinuncia, è una celebrazione… La vita è perfetta solo in un senso: è perfettamente imperfetta.

Ecco perché c’è evoluzione, c’è movimento, ecco perché la vita è possibile. Se fosse perfetta, significherebbe che si è giunti a un vicolo cieco. La vita continua a scorrere, è un movimento continuo da una vetta all’altra. Non c’è fine… non arriva mai a un punto fermo. Ricorda: non si giunge mai all’obiettivo. La vita non è rivolta a un obiettivo, è un viaggio. La vita è un pellegrinaggio.

Godi di ogni attimo, perché ogni momento è di per sé un fine. Non sacrificarlo a un altro. Non sacrificare questo per quello, altrimenti li mancherai entrambi. Vivi questo e il miracolo avviene: vivendolo appieno, scoprirai quello, l’eterno, nascosto dietro. Ogni attimo vissuto pienamente ti avvicina sempre di più a dio. Più totale sei, più intenso e appassionato è il tuo approccio nei confronti della vita, più sei vicino al paradiso. Quando non si trattiene niente, quando ogni atto diviene totale… quando balli stai semplicemente ballando, tanto che il ballerino si dissolve nella danza; persino quella divisione tra colui che danza e la danza scompare – c’è solo la danza e nessun ballerino. La fusione, l’unione è assoluta. Hai trovato la verità, hai trovato l’eternità. Quando il musicista ha dimenticato del tutto se stesso, quando non è più preso dal sé, quando diviene privo di ego – o più precisamente, quando diviene consapevole del suo non essere, quando è quasi non esistente, quando c’è solo musica: quella totalità, quello stato d’animo appassionato… allora scoprirai la verità.

TRATTO DA: Osho, Philosophia Ultima #1

 (ritorna al sommario)  

 

 

 

Il risveglio della kundalini

 

Come essere più vivi, pieni di energia fluida e straripante? C'è una tecnica di Osho che lavora proprio in questa direzione, la Meditazione Dinamica. Ecco una spiegazione dettagliata dei processi che si innescano nei primi stadi di questa meditazione: il primo — respirazione veloce, pro-fonda e caotica — e il terzo, durante il quale si salta ripetendo il suono hu!hu!hu!hu!, che Osho collega alla domanda fondamentale di ogni ricercatore della verità: "Chi sono io?". In inglese si dice "Who am I?", e who e hu hanno il medesimo suono.

 

 

Osho, che relazione esiste tra la respirazione intensa e la domanda “Chi sono io?” con il processo di risveglio della kundalini e la sua penetrazione nei vari centri o chakra del corpo?

 

 

Esiste una relazione, ed è una relazione di grande profondità, tra i due processi. Di fatto è il respiro che connette l’anima con il corpo; il respiro è il ponte tra i due. Questo è il motivo per cui con la cessazione del respiro, finisce anche la vita. La vita continua persino se il cervello è danneggiato. Si può sopravvivere anche se gli occhi o altre membra del corpo vengono amputati. Ma se si ferma il respiro, la vita giunge immediatamente alla fine. La respirazione è proprio ciò che unisce il corpo all’anima.

È al punto di congiunzione tra anima e corpo - nel punto in cui si incontrano - che l’energia conosciuta come kundalini risiede. La kundalini è un’unica energia situata nel punto di unione di corpo e anima. Questa energia assume due forme: quando fluisce verso il corpo diventa sesso, quando fluisce verso l’anima, diventa kundalini. E questa energia discende quando si muove verso il corpo, e ascende quando si muove verso l’anima. Quindi, mentre la kundalini è energia ascendente, il sesso è un’energia discendente. In ogni caso, la sede della kundalini, il luogo dove risiede, viene martellato e mosso dalla respirazione, dalla respirazione profonda e veloce.

Vi sorprenderà sapere che, mentre fate l’amore, non potete mantenere il respiro tranquillo. Fare l’amore comporta immediatamente un cambiamento nel respiro. Nel momento in cui una persona si eccita sessualmente, la respirazione cambia; in realtà, se la respirazione non colpisce questo centro, l’energia sessuale non inizia a fluire. Se non viene colpita e stimolata tramite il respiro, fare l’amore è impossibile. Allo stesso modo, il samadhi o l’estasi sono impossibili a meno che non venga colpita e stimolata la kundalini tramite il respiro.

Il samadhi è lo zenit, il punto più alto dell’energia ascendente, mentre l’atto sessuale è il nadir, il punto più basso dell’energia discendente. Ma la respirazione opera allo stesso modo in entrambe le direzioni.

Provateci. Se la vostra mente è piena di sesso, rilassate la vostra respirazione, rallentatene il ritmo. Oppure se la mente viene presa dalla rabbia o da qualsiasi desiderio libidinoso, rallentate il ritmo della respirazione, rilassate il respiro e vedrete che la rabbia, il sesso o qualunque altra cosa se ne andrà. Non possono durare, perché l’energia che li sostiene viene dalla respirazione. Se non è stimolata dal respiro, quell’energia non può lavorare. Per questo nessuno riesce ad arrabbiarsi se mantiene il respiro lento, regolare e rilassato. E sarebbe un miracolo, un vero miracolo, se una persona riuscisse ad arrabbiarsi mentre respira in modo lento e rilassato. È impossibile. La rabbia scompare nel momento in cui la respirazione viene rallentata e rilassata. Ed è altrettanto impossibile essere sessualmente eccitati in uno stato di respirazione lenta e rilassata. Il desiderio per il sesso scompare con il rallentamento del respiro.

Quindi, rallentate e rilassate la vostra respirazione quando la mente è piena di sesso o di rabbia o di qualunque altro desiderio. Quando, poi, la vostra mente viene presa dalla sete, dal desiderio intenso per la meditazione, allora accelerate il ritmo della vostra respirazione e colpite la kundalini con questo respiro profondo. Infatti, con quel desiderio così forte dentro di voi e con lo stimolo della respirazione, l’energia viene saldamente indirizzata verso il suo viaggio di meditazione.

La respirazione profonda ha un effetto rilevante sulla kundalini. Il Pranayama, la scienza della respirazione yogica, non è stata scoperta per caso. Tramite indagini millenarie e continui esperimenti, si è scoperto che è possibile realizzare moltissime cose con la respirazione e con la sua stimolazione della kundalini. Si possono ottenere traguardi davvero notevoli tramite la respirazione profonda e veloce. E quanto più intensa e forte è la sollecitazione, tanto più veloce sarà il movimento dell’energia. Per quanto riguarda le persone ordinarie, la cui kundalini è rimasta addormentata per innumerevoli vite, il bisogno di un martellamento intenso, effettuato con tutta la nostra forza, è ancora maggiore.

La respirazione stimola la kundalini, il centro fondamentale dell’energia. Più si approfondisce la vostra esperienza, più vedrete chiaramente, persino con gli occhi chiusi, il punto esatto in cui viene colpita dal respiro. Per questo succede spesso che le persone si eccitino sessualmente in seguito a una respirazione profonda. Questo succede perché il vostro corpo è abituato soltanto all’esperienza del sesso, stimolata tramite la respirazione profonda. Quindi, per forza d’abitudine, il corpo si muove nella direzione familiare del sesso ogni volta che respirate profondamente e velocemente. E questo è il motivo per cui molti ricercatori – sia uomini che donne – sentono che la respirazione profonda stimola immediatamente il loro centro sessuale.

La respirazione profonda e veloce si ripercuoterà per forza di cose sulla vostra kundalini. E tutti i centri, che voi chiamate chakra, non sono altro che punti di sosta nel cammino della kundalini. Questi sono i centri attraverso cui la kundalini passa. Normalmente esiste un numero imprecisato di questi centri, e ci sono varie opinioni sul numero esatto. Ma, in generale, ci sono sette centri importanti nei quali è probabile che la kundalini, nel suo percorso verso l’alto e verso il basso, si fermi e riposi per un po’ di tempo.

Quando entrerà in contatto con quei centri, essa provocherà degli effetti. I primi effetti vengono avvertiti nel centro più attivo. Per esempio, se una persona lavora costantemente con il cervello, allora con la respirazione profonda la sua testa diventerà molto pesante. Questo succede perché il centro del cervello è quello più attivo. Il primo impatto verrà sentito nella testa, nel suo centro attivo, che diventerà pesante. E se una persona ha una sessualità molto forte, in un primo momento verrà stimolato il suo centro sessuale. Allo stesso modo un uomo molto amorevole vedrà che il suo amore verrà stimolato, aumentato e fluirà di più. E se una persona è molto emotiva, allora si rafforzeranno le sue emozioni.

Quindi, tramite la respirazione profonda e veloce viene stimolato e colpito per primo il centro più attivo. Ma presto si iniziano ad attivare anche altri centri. E allo stesso tempo si manifesta un cambiamento, una trasformazione della personalità. Sentirete che state cambiando, che non siete più le stesse persone di prima.

Non sappiamo che in ognuno di noi ci sono innumerevoli possibilità. Conosciamo soltanto il centro che in noi è attivo e dominante e nel quale esistiamo. Pertanto, quando si apre un altro centro, ci sembra che la nostra vecchia personalità scompaia e che un uomo nuovo appaia al suo posto. Oppure ci sembra di non essere più la stessa persona di prima.

Funziona così: io sono consapevole soltanto di un’unica stanza della casa in cui vivo e porto l’immagine di quella stanza nella mia mente. All’improvviso, un giorno, si apre una porta e appare un’altra stanza davanti a me; allora la mia mappa mentale della casa cambierà. Ora la casa che pensavo essere mia, sarà una casa diversa e dovrò organizzarla diversamente.

Quindi, nella misura in cui vengono stimolati e attivati altri centri, nuove dimensioni della vostra vita inizieranno a svilupparsi e a manifestarsi. E quando tutti i centri verranno attivati insieme – cioè quando l’energia li attraverserà tutti in modo uniforme – allora per la prima volta si vivrà una vita completa e sana; vivremo totalmente.

Di solitio nessuno vive con totalità, in modo sano e completo; tutti noi viviamo vite frammentarie. Tutti i nostri centri superiori rimangono inattivati. E la respirazione profonda li colpisce e li attiva tutti.

La domanda “Chi sono?” fa la stessa cosa, ma colpisce i centri da un altro punto. Quindi cercate di capirlo, così come ora comprendete la funzione della respirazione profonda e veloce. Come si ripercuote il ritornello della domanda “Chi sono?” sulla kundalini?

Cercate di comprendere: quando chiudete gli occhi e vi fate un’immagine mentale di una donna nuda, il vostro centro sessuale viene stimolato immediatamente. State semplicemente immaginando e, tuttavia, il vostro centro sessuale viene stimolato. Come mai?

Di fatto, ogni centro ha le sue fantasie, e se immaginate la fantasia corrispondente, il centro interessato verrà attivato immediatamente. Quindi, nel momento in cui iniziate a pensare e a immaginare scene di sesso, il vostro centro sessuale inizia a lavorare; vi eccitate sessualmente. E sarete sorpresi di sapere che in questo caso una donna vera potrebbe essere meno eccitante e meno efficace del pensiero. Il motivo è semplice: il pensiero della donna nuda vi porterà direttamente nella vostra immaginazione, che inizia subito a colpire con forza il centro sessuale. Mentre una vera donna nuda non vi può portare nel mondo della vostra fantasia, perché è lì davanti a voi, è immediata. Per questo vi colpirà soltanto nella misura in cui un oggetto immediato vi può colpire. Mentre la donna vera vi colpisce frontalmente, la donna immaginaria vi colpisce dall’interno. E un attacco frontale non può essere tanto potente e profondo quanto un attacco dall’interno. Per questo ci sono tanti uomini che davanti a una donna vera si rivelano impotenti, ma che sono molto potenti nella loro immaginazione: non c’è limite alla potenza dell’immaginazione. Infatti, il suo assalto colpisce il vostro centro dall’interno, mentre quello frontale di una donna vera non vi può toccare dall’interno: vi tocca direttamente solo dall’esterno. E visto che l’uomo vive nella mente, riesce a operare meglio su quei centri per suo tramite.

Quindi, quando chiedete “Chi sono io?” state solo facendo un’indagine, state ponendo mentalmente una domanda. Qual è il centro che questa domanda toccherà? Ne toccherà certamente qualcuno. Quando ponete questa domanda, quando chiedete chi siete, quando siete pieni di questa sete di sapere, quando ogni fibra del vostro corpo chiede “Chi sono?” allora state andando dentro di voi; e sicuramente un centro dentro di voi verrà colpito e attivato.

Ma visto che “Chi sono?” è una domanda che non vi siete mai posti, non colpirà nessuno dei vostri centri conosciuti e attivi. Questa è una domanda che non avete mai posto a voi stessi; questa è un’indagine che non avete mai fatto. Non siete mai stati pieni della sete di sapere chi siete. Vi siete chiesti spesso “Chi è lui? Chi è lei?” e domande del genere; ma non vi siete mai chiesti “Chi sono io?”. “Chi sono?” è una domanda mai fatta, per questo colpirà un centro completamente sconosciuto, mai toccato. E quel centro sconosciuto, che verrà colpito dalla domanda “Chi sono?”, è un centro fondamentale, perché la domanda stessa è fondamentale.

“Chi sono?” è una domanda fondamentale, è una domanda alla base dell’esistenza. “Chi sono?” è un interrogativo che coinvolge la totalità dell’esistenza, nella sua profondità e nelle sue vette. Questa domanda mi porterà dove sono stato prima di essere mai nato, dietro tutte le mie vite passate. Questa domanda può portarmi all’inizio primordiale. La profondità di questa domanda è infinita. E tale è anche il suo viaggio, ugualmente profondo. Per questo, colpirà immediatamente il centro basilare, quello più profondo: la kundalini.

La respirazione profonda colpisce il centro fisiologicamente e la domanda “Chi sono?” produce lo stesso effetto mentalmente, psicologicamente. Questa domanda colpisce la kundalini con l’energia mentale e la respirazione profonda la colpisce con l’energia fisica. E se entrambi i colpi sono forti abbastanza…

Grazie ai colpi dati da questi due elementi – la respirazione profonda e la domanda “Chi sono?” – la kundalini si sveglierà. E con il suo risveglio inizieranno ad accadere esperienze straordinarie, perché tutte le esperienze delle vite passate sono associate alla kundalini: in un certo senso si può dire che sono depositate là. Questo potere serpentino conosciuto come kundalini le ha assorbite tutte. Per questo possono succedere molte cose e vi potete identificare con quelle esperienze. Possono succedere cose di qualsiasi tipo, cose impensabili. Non avete idea di tutte le esperienze sottili cui è associata la kundalini.

In meditazione può accadere qualsiasi cosa.

Potremo avere intuizioni delle nostre possibilità future. Non sapremo soltanto cosa siamo stati nel passato, ma sapremo anche cosa possiamo essere in futuro.

Allorché si imbocca la strada della kundalini, quando ci si unisce al suo pellegrinaggio, la nostra storia in quanto individui giunge alla fine e inizia la storia della consapevolezza, della consapevolezza completa. Aurobindo era solito parlare in questi termini; sono termini un po’ complessi, e si potrebbe rimanere confusi, ma è così; infatti, a quel punto, non è più la storia di un individuo, è la storia della consapevolezza stessa. Allora non sarete più soli, sarete in connessione con l’infinità di cose successe in passato e anche con tutto l’infinito che succederà nel futuro. Allora tutto l’infinito sarà dentro di voi. È simile a un seme primordiale che continua incessantemente a sbocciare, che continua eternamente a manifestarsi e che pare non aver fine. E quando vedrete la vostra espansione infinita, un’espansione che è senza inizio e senza fine, un’espansione che ha un infinito dietro di sé e un infinito di fronte a sé, lo stato del vostro essere cambierà completamente, tutto vivrà una metamorfosi.

E tutte queste possibilità sono racchiuse nella kundalini.

A quel punto appariranno davanti a voi un’infinità di colori nuovi, che non avevate mai visto prima. Quando arriverete a questa esperienza, vi renderete conto che all’esterno non esistono tanti colori, quanti ne esistono dentro di voi. Nel corso del viaggio infinito della vita, avete incontrato a volte, e in modi diversi, questi colori interiori. Un falco, che si muove alto nel cielo, vede i colori in un certo modo, mentre noi qui, sulla terra, vediamo i colori in modo alquanto diverso. Nell’ambito della percezione sensoriale, l’uomo è una creatura debole e ben misera: gli animali sono di gran lunga superiori a lui. Gli organi sensoriali degli animali sono molto più potenti; la loro sensibilità è completa, sia in altezza, sia in profondità. A loro manca però la capacità di conoscere consapevolmente e di riflettere sull’esperienza. Ma la loro sensibilità, il loro essere vigili, la loro capacità di vivere è molto intensa.

Durante il risveglio della kundalini non succede nulla che non sia già successo prima, nelle tue vite passate. Vedrai colori che ti sembra di non avere mai visto. Sentirai un suono che non hai mai sentito. Kabir lo chiama naad, o suono sottile.

Kabir dice: “Ballate, o monaci, sta piovendo nettare”. E i monaci chiedono: “Dov’è che sta piovendo?”. Ebbene, questa pioggia di nettare di cui parla Kabir, non sta scendendo all’esterno; è un’esperienza interiore. Kabir dice anche: “Ascoltate, o monaci, ascoltate il naad di grandi tamburi”. E i monaci chiedono di nuovo che cosa sia. Non sentono alcun suono, nonostante le ripetute esortazioni di Kabir. Anche voi siete in grado di sentire i suoni che sente Kabir.

Un vasto mondo di sentimenti e di esperienze sottili è connesso con la kundalini. Tutto questo diventerà vivo, si risveglierà e si riverserà in voi da ogni direzione.

 

TRATTO DA:

Osho, In Search of the Miracolous # 9

 

 

 

La Meditazione Dinamica

 

“Questa è una meditazione in cui devi essere di continuo consapevole, vigile. Qualunque cosa fai, rimani un testimone.”

 

Osho ha detto che se fai la Meditazione Dinamica per almeno 21 giorni vedrai avvenire un cambio reale nella tua vita. Ci racconta Gabriele, 62 anni, ingegnere elettronico di Milano che sta facendo la dinamica tutti i giorni da più di un mese: “Il mio corpo la mattina alle 5 si alza praticamente da solo per la dinamica, tanto mi fa piacere. Mi fa così bene fare la dinamica che dopo aver fatto il ciclo dei 21 giorni ho continuato ancora. Perché la leggerezza che provo nella mia giornata e la bellezza del muovermi con scioltezza non hanno prezzo. Mi sento ogni giorno più vitale e appassionato”.

 

La Meditazione Dinamica dura un’ora ed è divisa in 5 fasi. Tutte le meditazioni di Osho sono un’esperienza individuale, quindi è meglio non dare alcuna attenzione alle altre persone che meditano intorno a te e rimanere a occhi chiusi per tutto il tempo, magari usando anche una mascherina per gli occhi. Anche se fai la meditazione da solo, la mascherina può aiutarti a mantenere l’attenzione focalizzata all’interno. È meglio meditare a stomaco vuoto e indossare vestiti larghi e comodi. Come in tutte le meditazioni, assicurati prima di incominciare che non verrai disturbato durante la meditazione.

 

Primo stadio: 10 minuti

Respirazione rapida attraverso il naso, facendo in modo che il respiro sia intenso e caotico. Il respiro dovrebbe andare in profondità nei polmoni; quando noti che stai seguendo un ritmo fisso di respiro, cambialo. Respira più totalmente possibile. Lascia che il corpo si muova, e usa questi movimenti corporei naturali per aiutarti ad accumulare energia. Sentila crescere, ma non esprimerla in questa prima fase.

 

Secondo stadio: 10 minuti

Esplodi! Lasciati andare completamente, butta fuori tutto. Impazzisci completamente, grida, piangi, salta, scuotiti, danza, canta, ridi, rotolati per terra. Non trattenere nulla, fai in modo che tutto il corpo si muova. All’inizio può anche aiutare farlo come se stessi recitando. Non lasciare che la mente interferisca con ciò che sta accadendo. Sii totale.

 

Terzo stadio: 10 minuti

Con le braccia alzate, salta su e giù gridando il mantra Hu! Hu! Hu! facendolo risuonare in profondità. Ogni volta che ricadi sulla pianta dei piedi, fa’ che il suono martelli in profondità il centro sessuale. Dai tutto ciò che hai, esaurisci completamente la tua energia.

 

Quarto stadio: 15 minuti

STOP! Bloccati come congelato esattamente dove ti trovi senza cercare di sistemare la tua posizione. Un colpo di tosse, un movimento, qualsiasi cosa può dissipare l’energia che hai accumulato con i tuoi sforzi. Resta un testimone di tutto ciò che ti accade.

 

Quinto stadio: 15 minuti

Celebra! Esprimi con la musica e la danza tutto ciò che c’è. Porta questa grande vitalità con te per il resto della giornata.

 

istruzioni tratte da: www.osho.com

(da dove è possibile anche acquistare la musica per questa meditazione in cassetta o CD)

 (ritorna al sommario)  

 

 

 

 

Ripulire le porte della percezione

 

Vorresti avere uno sguardo limpido, ma una quantità infinita di lacrime represse lo offusca, e non ti permette alcuna chiarezza di visione.

 

 

Se parli della verità, la mente mediocre capisce intellettualmente, ma non comprende: ha ascoltato le parole, ma il significato si è perso. Capisce le parole, ma la parola non è il messaggio. Il messaggio è qualcosa di più sottile.

La parola è simile a un fiore, e il significato è simile alla fragranza che lo circonda. Se il tuo naso è otturato, io posso darti il fiore, ma non posso darti la sua fragranza. Se la tua mente è offuscata da troppi pensieri e non funziona nella sua totalità, posso darti le parole, ma non posso offrirti il significato, perché il significato dev’essere scoperto da te, decifrato da te.

Certo, posso darti il fiore, ma come posso offrirti la fragranza? Per coglierla, dovrai pulirti il naso, diventare più sensibile. E in questo la meditazione può essere d’aiuto: ti rende più sensibile, più attento.

Le mie meditazioni ti possono aiutare perché favoriscono una catarsi: faranno affiorare la polvere e l’immondizia che hai accumulato dentro di te, e che arrestano la tua sensibilità.

Le tue porte della percezione sono ricoperte di spazzatura. Tu vorresti avere uno sguardo limpido, ma una quantità infinita di lacrime represse lo offuscano, e non ti permette alcuna chiarezza di visione. Tu vorresti sentire il profumo del fiore, ma non puoi, perché la società nel suo insieme ha represso il senso dell’olfatto.

Forse non sei consapevole che il naso è la parte più repressa del corpo: l’uomo ha smarrito completamente il senso dell’olfatto. Come mai?

Una dinamica sottile è collegata a questa repressione, perché l’odorato è profondamente connesso al sesso. È il più sessuale dei sensi, e allorché l’umanità decise di reprimere il sesso, automaticamente ha represso anche l’olfatto. In questo modo, la donna non riesce più a percepire l’odore particolare che il suo corpo emana, quando vuole fare l’amore, né lo può sentire l’uomo dal quale si è sentita attratta.

In questo modo, tutto è sistemato… ma se vuoi sentire il profumo di un fiore, se non vuoi solo avere tra le mani un fiore, ma anche gioire della sua fragranza, dovrai pervenire a uno stato più naturale di sessualità non repressa, altrimenti non sarà possibile.

In una parola, se tutti e cinque i tuoi sensi sono ricoperti di polvere e di spazzatura, e sono repressi, creeranno una mente mediocre, perché la mente non è altro che la somma globale dei cinque sensi.

E finché la comprensione non affiora dalla totalità del tuo essere, non sarà affatto una comprensione.

Capire intellettualmente non è affatto comprendere.

 

TRATTO DA:

Osho, Alleggerire l’anima, Mondadori ed.

  (ritorna al sommario) 

 

Senti che stai morendo

… fallo ogni sera, per cinque minuti

 

 

La sera, prima di andare a dormire, inizia a fare una meditazione sulla morte.

Sdraiati, spegni la luce, e comincia a sentire che stai morendo. Rilassa il corpo e senti che stai morendo, così che non puoi nemmeno muoverti – persino se volessi muovere una mano, non potresti.

Continua a sentire che stai morendo – una sensazione di quattro o cinque minuti che stai morendo, morendo, e che il corpo è morto.

E durante questa esperienza di morte, di cinque minuti, ti accorgerai… sentirai una qualità della vita completamente diversa. Il corpo è quasi morto – è un cadavere – ma tu sei più vivo che mai!

E quando il corpo è morto, la mente a poco a poco smette di pensare – perché il pensiero è sempre associato con la vita. Quando stai morendo, la mente incomincia a svanire.

Dopo due o tre mesi, sarai capace di morire in cinque minuti. Il corpo sarà morto e tu avrai una consapevolezza pura, luminosa. Qualcosa di simile a una luce blu, ecco tutto. Sentirai una luce blu nella zona del centro del terzo occhio, solo una fiammella blu. Questa è la forma più pura di vita. E quando inizi a sentire là questa fiamma blu, addormentati.

In questo modo tutta la notte verrà trasformata in una meditazione sulla morte, e alla mattina ti sentirai vivo come non ti sei mai sentito prima: giovane, fresco, e così pieno di energia da poterne dare a tutto il mondo. Ti sentirai così beato da poter rendere beato il mondo intero.

Questa meditazione sulla morte ti renderà consapevole del fatto che la morte è un’illusione. Non accade veramente – nessuno è mai morto e nessuno può veramente morire. Siamo troppo attaccati al corpo, ecco perché sembra una morte: dato che pensiamo che il corpo sia la nostra vita, ci sembra una cosa terribile.

Questa è una delle preparazioni migliori per la morte. Un giorno la morte verrà; prima che arrivi, sarai pronto, sarai pronto a morire!

Buddha, prima di morire, chiese il permesso ai suoi discepoli. Disse loro: “Adesso sono pronto a morire. Tra pochi minuti scomparirò dentro me stesso. Se volete chiedere qualcosa, fatelo”.

Loro non avevano nulla da chiedere, perché aveva continuato a parlare tutta la vita. Questo non era il momento di chiedere qualcosa – anche se avessero avuto tante domande, questo non era il momento di farle. Iniziarono a piangere e singhiozzare. Lui disse: “Non piangete, non disperatevi perché il mio messaggio di tutta la mia vita è stato questo: nulla muore. Sto solo andando a casa… Sto andando dentro”.

Poi si mise a sedere nella sua posizione, chiuse gli occhi, e si dice che la gente potesse vedere che il corpo stava morendo. Potevano vedere che il corpo si stava trasformando in cadavere – ed era ancora vivo! Il corpo si trasforma in un cadavere; secondo i buddhisti questa è la prima fase della morte.

Nella seconda fase, cominciarono a scomparire i pensieri. Chi era molto, molto consapevole, quei discepoli che erano dei veri meditatori, potevano vedere i pensieri scomparire, cadere via dalla testa come le foglie secche cadono da un albero. Potevano vedere che aveva rinunciato ai pensieri: il secondo stadio della morte era compiuto.

Poi il terzo: il suo cuore, le sue emozioni iniziarono a scomparire. Potevano vederle come fumo, come una nuvola che si innalzava, e poi svaniva.

E poi il quarto stadio: scomparve nell’ignoto. Chi tra i suoi discepoli era illuminato poteva vedere persino questo: che la goccia era caduta nell’oceano.

Questi quattro stadi: prima inizia a fare una semplice meditazione di cinque minuti sul morire. Poi osserva la luce blu che appare al terzo occhio. Poi mettiti a dormire. A poco a poco, riuscirai a vedere tutti i quattro gli stadi. A poco a poco diventerai consapevole – e questa sarà la preparazione migliore. Allora potrai anche morire veramente!

Un giorno, quando verrà la morte, potrai accettarla, darle il benvenuto ed entrarci con grande amore. La morte è la porta per il divino.

TRATTO DA:

Osho, For Madmen Only #30

  (ritorna al sommario) 

 

 

 

Un Libro da Vivere

 

 

LA MEDITAZIONE

PASSO DOPO PASSO

________________________

News Services Corporation

Pagine 256 - Lire 26.000

 

 

ONESTÀ: È necessario che ognuno di voi guardi dentro di sé, per vedere se ha un’autentica aspirazione al divino. Ognuno di voi dovrebbe chiedersi: “Aspiro alla verità?”. Lasciate che vi sia molto chiaro se la vostra sete del divino è autentica, se bramate la verità, il silenzio, la felicità. Se non è così, rendetevi conto che qualsiasi cosa facciate non avrà alcun significato; sarà del tutto inutile, senza scopo. Se i tuoi insignificanti sforzi non portano alcun frutto, la meditazione non ne sarà responsabile: ne sarai responsabile tu.

 

OTTIMISMO: Vi invito ad avere uno stato d’animo molto ottimista: lo dico ora, e lo ripeterò per tutta la vita! Non capite che per quel che riguarda la vostra consapevolezza molto dipende da come le vostre azioni sono radicate: nella positività o nella negatività? Se siete pessimisti fin dall’inizio, state tagliando il ramo sul quale siete seduti! Essere pieni di ottimismo significa sentire che se è esistita una sola persona su questa terra che ha compreso la verità, allora non c’è nulla che impedisca anche a voi di sperimentarla.

 

UNA META CONSAPEVOLE: Pensate alla vostra vita. Siete un relitto alla deriva? Siete una foglia morta trasportata dal vento? Avete fatto un qualsiasi progresso consapevole nella vostra vita, oppure siete solo stati portati in giro dal vento? E se siete stati trasportati dal vento, siete approdati da qualche parte? Qualcuno è mai arrivato da qualche parte, vivendo così? Se nella vita non c’è alcun obiettivo scelto consapevolmente, non si arriva da nessuna parte.

 

LA PURIFICAZIONE DEL CORPO: Il primo passo, per ciò che concerne la meditazione, sarà purificare il corpo, e il primo passo per purificarlo sarà mettere fine a tutti i disordini presenti nel corpo. Pertanto dovrete smettere di accumulare nuovi squilibri e trovare un modo per liberarvi da quelli vecchi. La soluzione è che uno o due volte al mese vi chiudiate in una stanza e lasciate fare al corpo ciò che vuole. Sarete sorpresi: dopo mezz’ora di tutto quel saltare, vi sentirete assolutamente rilassati, calmi e rinnovati.

 

RICORDARE: Se durante la meditazione avete provato una sensazione di benessere, è essenziale che ricordiate questa esperienza almeno cinque o dieci volte nell’arco della giornata. In questo modo, il ricordo scenderà in profondità nella vostra consapevolezza, e il continuo richiamarlo alla mente lo farà diventare parte integrante della vostra consapevolezza.

 

PENSIERO PURO: Nel mondo esistono molti pensieri impuri che continuano a ripetersi. Essi creano un incendio, e il fumo che ne deriva entra nelle vostre coscienze, le circonda e le soffoca. Ma non dimenticate che in voi ardono alcune fiamme di pensiero puro. Esistono ancora alcune onde di pensiero puro. In questo oceano di oscurità ci sono ancora alcune sorgenti di luce: cercate di stare vicini a esse. Potete farlo in tre modi. Stando vicini a pensieri puri e veri, stando vicini a persone pure e vere e, cosa più importante e fondamentale, stando vicini alla natura.

 

DARE AMORE: Nell’antichità le persone erano incredibili: inviavano messaggi d’amore al mondo intero. Quando il sole sorgeva, lo salutavano a mani giunte dicendo: “Gloria a te! Nella tua infinita compassione ci dai luce e splendore.” Questa adorazione non era paganesimo, non era dovuta all’ignoranza; aveva un significato molto profondo. Per qualcuno pieno d’amore per il sole, che soltanto chiamando madre il fiume si riempiva d’amore, che chiamava madre la terra e si sentiva colmo d’amore, sarebbe stato impossibile serbare a lungo rancore per gli uomini. Era letteralmente impossibile. Quelle erano persone eccezionali: mandavano messaggi d’amore a tutta la natura, e coltivavano l’adorazione, l’amore e la devozione in ogni cosa.

 

 (ritorna al sommario)