2 DOVE MEDITARE
I centri di meditazione di Osho
regione per regione e altri indirizzi.
6 LE NOTIZIE
Da Pune e
dal mondo
8 EMOZIONI
Un cuore
ribelle e una mente vuota
Il cuore
desidera l'amore ma la mente condizionata ti impedisce
di amare. L'unica soluzione è educare la mente a
essere al servizio del cuore. E amare l'altro come
fine a se stesso.
12
SPECIALE
La
meditazione è creativa
Il fine
della vita non è quello di diventare sempre più utili ed efficienti, ma di
essere sempre più vivi e creativi. Meditazione e consapevolezza sono la strada. Diverse persone raccontano la loro
"via" alla creatività.
• Le ragazze
hanno stoffa
• Dipende da
come lo fai
• La
creatività è intrinseca
• La seconda
creatività
• Una bella
responsabilità
• Il tormento
e l'estasi
• Amore reso
visibile
• Mano nella
mano
• Un lavoro
che ti rende felice
33
PRIMO PIANO
Meditazione
& Scienza
Il sanarsi
della scissione tra scienza e spiritualità in un mondo in cui materia, mente e
consapevolezza vengono riconosciute come tre diversi
livelli dell'energia.
•
Consapevolezza ed energia
• Oltre la
logica aristotelica
•
Intelligenza e intelletto
•
Intelletto, emozioni e meditazione
42 LA MAPPA
La mappa
della personalità
Seconda
parte
La seconda
parte del viaggio in cui Osho ci guida attraverso i livelli della personalità e
verso la nostra essenza.
50 TUTTE LE STELLE
Il tuo oroscopo di settembre
52 LA VETRINA
Tutti i libri di Osho in
italiano, i video di Osho, le musiche per la meditazione e il rilassamento.
60 UN LIBRO DA VIVERE
Bagliori di
un'infanzia dorata
Un'infanzia
veramente "dorata" è possibile: il racconto in prima persona dei
primi anni ribelli della vita di Osho.
OSHOTIMES INTERNATIONAL
Copyright© 2000 OSHO INTERNATIONAL
FOUNDATION Tutti i diritti riservati OSHO® è un marchio registrato di proprietà
della Osho International Foundation, usato con il suo permesso.
6
LE NOTIZIE
NOVITÀ DA
PUNE
C'era
davvero un
mucchio di gente, qui alla Osho Meditation Resort,
arrivata da ogni parte del mondo ma soprattutto dall'India, per celebrare il
Festival di Luglio. Il programma delle serate speciali in Buddha Hall comprendeva
Jassi, la star del punjabi pop, e famosi poeti Hindi che hanno declamato le
loro composizioni più umoristiche; musicisti famosi, come P. Shankar, hanno
suonato dal vivo durante le meditazioni nel Samadhi di Osho.
Parte del programma del festival è stata anche la
presentazione di ben cinque nuovi libri di Osho e due workshop
speciali su temi di grande attualità.
Uno, Celebrating the New
Woman – in coincidenza con l'iniziativa dell'ONU che ha dedicato quest'anno
alle donne – e l'altro, Meditation in the Marketplace: scoprire come rimanere
rilassati e centrati nel frenetico mondo della "nuova economia".
Quest'ultimo ha ripetuto il successo di un recente seminario organizzato
all'interno del Resort in esclusiva per i manager del gruppo Godrej, una delle maggiori e più prestigiose
aziende indiane.
Tutto il Meditation Resort si era preparato al
meglio per questo festival, lavori di rinnovamento fervevano dounque, anche nel giardino zen dove c'è la piccola pagoda della Water Harp.
Si tratta di un'Arpa Giapponese ad Acqua che consiste in un grande
recipiente di terracotta, interrato, nel quale viene fatta scorrere l'acqua da
una specie di "catino" in pietra situato in superficie: l'acqua
scorre su uno strato di ciottoli dividendosi così in una miriade di gocce; è
proprio il suono di ogni singola goccia che cade sulla superficie dell'acqua
contenuta nel recipiente sottostante a crea-re una delicatissima melodia naturale,
molto simile a quel-la di un'arpa. Ecco cosa ci racconta Raso, la coordinatrice
italiana del gruppo di "specialisti" giapponesi che hanno condotto i
lavori: "I grossi massi di pietra che formano il sentiero per accedere alla
pagoda sono stati meticolosa mente spazzolati, tutte
le strutture in bambù sono
state rinnovate, spesso rifacendo le legature con le tradizionali corde di
juta, e poi trattate con cere speciali per mantenerne intatta la bellezza e la
lucentezza anche sotto la pioggia. Un buon numero di nuove piantine è andato a
"rinfrescare" il giardino circostante. Su una piccola struttura di
canne di bambù c'è ora una campanella di bronzo – che nella tradizione zen è
chiamata la campanella dei 108 karma: viene suo-nata
in occasioni speciali a simboleggiare la pulizia da ogni karma passato. Su un
ramo che scende verso terra sono state appese bandierine colorate di carta di
riso – che riportano alcuni haiku di Basho – quando il
vento le fa muovere si crea un gioioso arcobaleno di colori. Mi fermo a
guardare questo giardino e in ogni angolo scopro un dettaglio nuovo, un nuovo
particolare creato con minuziosa cura; tutto sembra pronto per ospitare la cerimonia del tè... bisognerà
aspettare però la fine dei monsoni:
i preziosi kimoni che si usano in questo rito così meditativo sono antichi e non
è il caso di rovinarli con la pioggia."
IN ITALIA INTANTO...
Sw.
Paragyan continua
a portare la meditazione in carcere (vedi "Liberi dentro" - Osho
Times ottobre 2000). Questo suo esperimento – al carcere Pagliarelli di Palermo
– inizia veramente a farsi notare: se ne è occupato
qualche tempo fa anche il Venerdì di Repubblica con un servizio di 4 pagine e
belle foto di carcerati che meditano, "sorvegliati" dagli agenti di
custodia... che a quanto sembra avranno prima o poi la possibilità di meditare
anche loro; niente di sicuro per il momento, ma in una delle interviste del
servizio anche il comandante si dice interessato. Questo esperi-mento pilota,
che ha dovuto affrontare situazioni in-comprensibili “dal di
fuori” – si è dovuta vietare una "campana tibetana" per ragioni,
pare, di sicurezza – ha comunque raccolto non pochi consensi e potrebbe venir
presto esteso ad alcune altre carceri italiane. Per informazioni contattare
Paragyan presso l'OMC Sammasati di Altofonte - Palermo
(vedi spazio Centri).
STATE PENSANDO...
...che è proprio ora di concedervi una bella vacanza a Pune: qualche
gruppo, tante meditazioni... e poi celebrare con amici vecchi e nuovi?
Se volete sapere in anticipo quali workshop sono disponibili nel periodo da voi programmato – o anche se
avete intenzione di lavorare su un "argomento" specifico e volete
sapere quando si tiene il corso o il training al quale volete partecipare –
adesso è facile col sito www.osho.com
Basta cliccare, nella pagina di apertura,
su Meditation Resort e poi su Multiversity (o La Multiversity, se avete scelto
di navigare in italiano): si apre così la pagina Program (Programma) dove sulla
destra trovate tutti i link per accedere al calendario delle attività, diviso
mese per mese. Sempre nella stessa pagina – più in basso –
trovate i vari link che vi portano a liste di corsi e training (complete
di data e descrizione) divise a seconda dell'argomento. Per una ricerca ancora
più approfondita su argomenti o parole chiave, nel menù a sinistra – sempre
nella pagina Program della Multiversity – cliccate su Ricerca (oppure
Multiversity Search se in inglese) e qui trovate un piccolo motore di ricerca,
che per il momento accetta solo parole in inglese... comunque
Tantra si scrive uguale in tutte le lingue!
Per rendere più facile ogni tipo di ricerca, la
cosa migliore è dare un'occhiata alla mappa (Site
Map): la trovate cliccando su Magazine nella pagina d'ingresso e poi su Site
Map. E proprio qui che vedete tutte le potenzialità del sito di
Osho (ci sono centinaia e centinaia di pagine, dove potrete trovare la
visione di Osho su argomenti di interesse generale o più personale,
informazioni sul Meditation Resort di Pune, le sue attività e come raggiungerlo,
tutti i libri di Osho tradotti in italiano e tante, tantissime altre cose) e
avete la possibilità di andare con i comodi link direttamente alla pagina o al
settore che vi interessa... risparmiando tempo e bolletta del telefono.
IL NUOVO "LIBRO DEI
SEGRETI"
Più di 100.000 copie vendute, un successo che dura
negli anni, e così la casa editrice Bompiani, in occasione della decima
ristampa dell'edizione tascabile, ha pensato a un
restyling del testo, commissionando una nuova traduzione. E uscito da pochi mesi
anche I Segreti della Trasformazione, cioè il 2°
volume di quest'opera - che uscirà in 5 volumi e che contiene tutto il commento
di Osho alle 112 tecniche di meditazione del Vigyana Bhairava Tantra.
In una forma moderna e approfondita, Osho ci fa
riscoprire le tecniche di questa “Summa” della tradizione indiana: una
dimensione alla quale l'intero subcontinente ha nei secoli
dedicato le sue energie migliori. Un'opera che non si esaurisce nella
semplice lettura ma che può accompagnare per l'intera esistenza, offrendo spunti
di trasformazione spesso vitali per gestire un mondo nel quale l'arte di essere consapevoli è forse l'unico strumento di vera ribellione,
ma soprattutto il solo in grado di offrire un solido terreno sotto i piedi e
reali radici nell'esistenza. Non è infatti un caso che
la meditazione stia diventando una vera e propria questione di sopravvivenza,
come è testimoniato dal numero sempre maggiore di persone che cercano una tecnica
da includere nel proprio ritmo di vita quotidiano.
Come spiega Osho:
"Una cosa è certa: questo libro racchiude metodi adatti all'intera umanità. Usando la tecnica con
cui sei entrato in risonanza, col tempo vedrai che, a
ogni passo, ti sentirai più saldo, più radicato, meno falso, meno artificiale:
non ti muoverai più come un automa. Per la prima volta ti sentirai reale,
autentico, vero".
8
Un cuore
ribelle e una mente vuota
È
così difficile stabilire con gli altri un rapporto basato sull’amore,
sull’accettazione. Ma il farlo risponde a una nostra
intima necessità, ed è il solo modo per vivere felici.
Osho, una
domanda che mi sono posto fin da bambino – da quando
ho cominciato a osservare il mondo – è per quale ragione le persone si trattano
così, le une con le altre?
Dove sono
l’amore, la compassione, il rispetto? Penso che ognuno vorrebbe vivere con se
stesso e con coloro che lo circondano in amore e armonia. Non penso che ci sia
tra la gente il desiderio di odiare – di essere violenti,
di avere potere sugli altri. Ma è quello che sta
succedendo.
Perché le persone
vivono in modo così miserabile e non naturale? È un condizionamento o c’è
qualcosa nell’uomo che lo porta fuori strada?
Tutt’e due le supposizioni sono corrette. Da un lato c’è qualcosa nell’uomo
che lo porta fuori strada, dall’altro ci sono persone che hanno interesse a
portarne altre fuori strada. Insieme creano un essere
umano falso, distorto: il suo cuore desidera l’amore ma la sua mente
condizionata gli impedisce d’amare.
Sarai sorpreso di sapere che Adolf
Hitler non lasciava mai
dormire la sua donna in camera sua. Per una semplice ragione: come puoi
fidarti? La donna potrebbe ucciderti durante la notte, mettere veleno
nell’acqua che tieni di fianco al letto. Non c’è
alcuna garanzia: potrebbe far finta di amarti, potrebbe
esserci una cospirazione in atto. Non c’è modo di sapere se è vero amore oppure
un complotto. Per essere sul sicuro Hitler non ha mai
permesso a una donna di dormire con lui. Non ha mai
permesso a nessuno di avere con lui un atteggiamento amichevole –– neanche Goebbels o gli altri suoi collaboratori più stretti. Li ha
sempre tenuti a distanza. Non c’era nessuno che gli potesse mettere una mano
sulla spalla, da amico. La troppa vicinanza è pericolosa – era questo il suo
condizionamento. L’altro potrebbe nuocergli. Potrebbe venire a sapere qualche
cosa e poi usarlo a suo sfavore. Meglio mantenere le distanze. Sono tutti
ambiziosi – vorrebbero essere tutti al suo posto – così anche
se sembrano amici, in fondo sono solo dei nemici, dei competitori.
Hitler voleva essere amato, ma
la sua mente amava il potere – e non si può avere
entrambi.
È questo il problema, il
bambino è nato con un cuore che desidera amore, ma è nato anche con un cervello
che può essere condizionato.
E la società deve
condizionarlo contro il cuore, perché il cuore sarà sempre un ribelle nei
confronti della società, seguirà sempre la propria strada. Non può essere
trasformato in un soldato. Può diventare un poeta, un cantante, un ballerino,
ma non un soldato. Può soffrire per la sua individualità, può morire per
difendere questa individualità, la sua libertà, ma non
può essere schiavizzato. Il cuore è così!
Ma la mente… Il bambino
arriva con un cervello vuoto, giusto un meccanismo, che puoi predisporre come
vuoi. Imparerà il linguaggio che gli insegni, la religione che vuoi, la
moralità che scegli. È come un computer, lo nutri di informazioni.
E tutte le società fanno in
modo di creare una mente sempre più forte, in modo tale che se c’è un conflitto
tra la mente e il cuore, è la mente a vincere. Ma ogni
sua vittoria sul cuore crea sofferenza. È una vittoria sul tuo essere, sulla tua natura – su te stesso – da parte di altri. Quelli che hanno condizionato la tua mente a loro vantaggio.
La mente è vuota, è cervello. Puoi riempirla con
qualunque cosa. Venticinque anni di ‘educazione’ possono renderla così forte
che tu ti dimentichi il cuore… e sei condannato a soffrire per sempre.
La sofferenza è che il
cuore può darti solo gioia, felicità – solo lui può farti danzare. La mente può
fare calcoli ma non cantare una canzone. Non ne è
proprio capace.
Sei totalmente diviso –
come lacerato – tra la tua vera natura, cioè il cuore,
e la società che è nella tua testa.
Certamente sei nato – come tutti – con questi due
centri, e da qui nasce la difficoltà. Uno dei centri è vuoto, in una società
migliore verrebbe usato in sintonia col cuore, sarebbe
al servizio del cuore. E così la vita sarebbe davvero
bella, piena di gioie. Ma fino a ora siamo vissuti in
una brutta società, piena di idee malsane.
Hanno approfittato della
tua mente. Questo è il punto vulnerabile, la mente può
essere usata. I comunisti indottrinano in un modo, i nazisti lo hanno fatto in
Germania – e tutte le religioni lo fanno, in modi diversi.
Questa vulnerabilità
appartiene a tutti gli individui: hai una mente che all’inizio è vuota. Di
fatto potrebbe essere una benedizione dell’esistenza – invece è usata male, sfruttata.
Ti viene
data vuota e tu potresti metterla al servizio del tuo cuore, dei tuoi desideri,
del tuo potenziale. Non ci sarebbe niente di male. Ma
gli interessi costituiti, in tutto il mondo, hanno visto questa possibilità per
i loro tornaconti – usare il cervello contro il cuore.
Così tu continui a
soffrire e ti possono sfruttare come vogliono.
È per
questo che
tutto il mondo soffre. Tutti noi vogliamo essere amati e tutti vogliono amare, ma
la mente è una barriera tale che non ti permette né di amare
né di essere amato. In entrambi i casi la mente
interferisce e distorce tutto. Anche se hai la fortuna di incontrare una
persona e di amarla, ed esserne amato, le vostre menti non riusciranno a
decidersi, a entrare davvero in armonia.
Essere
felici
è un diritto di nascita, ma sfortunatamente la società, le persone con cui
abbiamo vissuto, che ci hanno messo al mondo, non l’hanno mai considerato. Si
sono giusto riprodotti come gli animali –– anzi peggio, perché almeno gli animali non sono condizionati.
Il processo di
condizionamento dovrebbe essere completamente cambiato. La mente dovrebbe
essere educata a essere al servizio del cuore. La
logica al servizio dell’amore.
E allora la vita può diventare
una festa, piena di luci.
tratto da:
Osho, Oltre la Psicologia – Oshoba libri
Il no ti dà potere.
Il sì non te ne dà.
Quando dici di no, puoi sentirti
potente;
quando dici di sì, senti amore e
compassione ma non potere.
Le parole hanno la loro
qualità,
e queste qualità non le
trovi nel dizionario.
Ma nella vita reale, se
entri nella psicologia delle parole,
trovi che ognuna di queste ha
la sua unica individualità.
Il no
non è una semplice negazione,
ma un’asserzione di potere.
Tu e l'altro
L’altro
deve diventare per te una persona
consapevole. Deve esistere non per essere usato, sfruttato, controllato:
non come un mezzo – uno strumento per soddisfare i tuoi bisogni – ma come un
fine in se stesso.
Percepisci la consapevolezza di ogni persona, come la tua
consapevolezza. In questo modo,
lasciando da parte ogni preoccupazione per il sé, diventa ogni
essere.
Prima accorgiti
che l’altro è una persona consapevole e poi può accadere questo – puoi sentire
che l’altro ha la tua stessa consapevolezza. In realtà, l’altro scompare, fra voi due fluisce solo consapevolezza. Diventate
due poli di una sola fluente consapevolezza, di una sola
corrente.
Nell’amore profondo,
succede che due persone non sono più due. Fra loro è
nato qualcosa e diventano solo due poli. Qualcosa fluisce fra i due. Quando succede questo fluire, entrate nella beatitudine. Se l’amore dà beatitudine, la dà solo per questo motivo: due
persone, anche solo per un attimo, perdono l’ego – l’altro non esiste più e nasce l’unicità, solo per un attimo. Se succede, è l’estasi, la beatitudine, siete entrati in
paradiso. Un momento soltanto, e può portare la trasformazione.
Questa
tecnica dice che puoi ottenere questo risultato con
chiunque. Nell’amore può avvenire con una sola persona, ma,
nella meditazione, devi farlo con tutti. Chiunque ti venga vicino, ti dissolvi semplicemente dentro di lui e senti che non siete
due vite, ma una sola vita che fluisce. È solo un cambio di gestalt. Una
volta che sai come fare, una volta che l’hai provato, è molto facile.
All’inizio sembra impossibile, perché siamo bloccati col nostro ego. È
difficile lasciarlo andare, diventare un flusso. Per questo è meglio se,
all’inizio, provi a farlo con qualcosa di cui non hai troppa paura.
Avrai
meno paura di un albero… ti sarà più facile. Siediti vicino a
un albero, senti l’albero e senti che sei diventato tutt’uno
con lui, che c’è un flusso fra di voi, una comunicazione, un dialogo, un
fondersi. Siediti vicino a un fiume che scorre e senti
il fluire, senti che tu e il fiume siete diventati una sola cosa. Stenditi
all’aperto, sotto il cielo, e senti che tu e il cielo siete
diventati uno solo. All’inizio sarà solo immaginazione, ma con l’andar del
tempo sentirai che attraverso l’immaginazione, stai toccando la realtà.
E poi prova con le persone.
In principio è difficile, perché c’è paura. Poiché hai ridotto le persone a
cose, hai paura che, se permetti a qualcuno di diventare così intimo con te,
anche lui ridurrà te a una cosa. Questa è la paura.
Nessuno quindi concede troppa intimità: bisogna sempre tenere una certa
distanza, e non ridurla mai. Troppa vicinanza è pericolosa, perché l’altro può
ridurti a una cosa, può cercare di possederti.
Ma comincia con qualcosa
di cui non hai troppa paura, o, se c’è qualcuno che ami, un amico – un
innamorato, un amante – di cui non hai paura, col
quale puoi veramente stare in intimità e vicinanza, senza averne paura, col
quale puoi perderti senza temere, giù nel profondo, che lui possa ridurti a una
cosa; se hai una persona così, allora prova questa tecnica. Perditi
coscientemente dentro di lei. Quando ti perdi coscientemente dentro qualcuno, quel qualcuno si perderà dentro di te: quando sei
aperto e fluisci nell’altro, l’altro comincia a fluire in te e avviene un
incontro profondo, una comunione. Due energie che si fondono,
una nell’altra. In quello stato l’ego non c’è, non c’è
individuo – solo consapevolezza. E se questo è
possibile con un individuo, è possibile con tutto l’universo. Quello che i
santi hanno chiamato estasi, samadhi, è solo un profondo fenomeno d’amore fra una persona
e l’universo.
Senti la consapevolezza di ogni
persona come la tua stessa consapevolezza. Così, lasciando da parte la
preoccupazione per te stesso, diventa qualsiasi essere. Siamo sempre interessati
a noi stessi. Anche quando siamo innamorati, siamo
preoccupati di noi stessi, ecco perché l’amore diventa infelicità. Potrebbe
diventare un paradiso, ma diventa un inferno, perché anche gli amanti si interessano solo a se stessi. Ami l’altro perché ti dà felicità, perché ti senti bene con lui,
non perché è qualcosa di valido di per sé. Il suo valore passa attraverso la
tua soddisfazione. Ne sei gratificato, soddisfatto in qualche modo, ecco perché
l’altro è diventato importante per te. Anche questo
vuol dire usare l’altro.
Interessarsi solo a se stessi significa sfruttare l’altro.
Se solo sposti il tuo
interesse sull’altro, ti libererai di tutta l’infelicità. In quel momento non
ci sarà più inferno per te: sei entrato in paradiso.
Perché succede? Succede perché
l’ego è la radice di ogni infelicità. Se riesci a dimenticare l’ego, se riesci a dissolverlo, si
dissolverà anche tutta l’infelicità.
tratto da: Osho, The Book of Secrets #77
La mia via…
Identificarsi
col cuore è un pericolo. Può succedere se manca la consapevolezza.
È stato detto che la mia
via è quella del cuore, ma non è vero. Il cuore ti darà ogni tipo di fantasie, ‘allucinazioni’, illusioni – dolci sogni su rosee nuvolette
– ma non la verità. La verità si trova al di là sia della mente che del cuore: è nella vostra consapevolezza – né mente né
cuore. Proprio perché la consapevolezza è separata da entrambi, li può
utilizzare in modo armonico.
Man mano che la meditazione diventa più profonda, man mano che diminuisce il tuo identificarti con
la mente e col cuore, ti trovi a diventare una specie di triangolo. E la tua realtà è questa terza forza dentro di te: la
consapevolezza.
La consapevolezza riesce facilmente ad aggiustare
tutto, perché sia il cuore che la mente le
appartengono.
Devi fare una sintesi fra i due. E questa sintesi,
devo sottolinearlo, può essere solo quella in cui il
cuore resta il padrone e la mente diventa il servitore. Una persona consapevole
usa la mente al suo servizio, con il cuore come ‘padrone’. Una volta che non
sei più identificato con il cuore o con la mente, e diventi un semplice
testimone di entrambi, riesci a vedere meglio le tue priorità, qual è la tua meta.
E la mente, al tuo
servizio, può essere d’aiuto, ma deve essere diretta – ricevere ordini. La situazione attuale, che continua da secoli, è proprio il
contrario: è il servo a essere diventato il padrone. Il risultato: una follia
che pervade tutta la Terra.
Dobbiamo cambiare l’alchimia stessa dell’uomo.
E la rivoluzione più fondamentale nell’uomo avverrà quando sarà il cuore a stabilire la priorità dei
valori: non potrà scegliere la guerra, le armi nucleari. Il cuore non può essere orientato verso la morte, il cuore è la linfa
stessa della vita. Quando la mente è al servizio del
cuore, deve fare ciò che il cuore decide. E la mente ha immense capacità di
fare praticamente tutto, ha solo bisogno di essere
guidata nella maniera giusta – altrimenti si arriva a una follia globale. La
mente non ha valori. Per la mente niente ha un significato profondo. Per la
mente non c’è amore, non c’è bellezza, non c’è grazia – ci
sono solo ragionamenti.
Ma questo miracolo diventa possibile solo se ci si
disidentifica sia dalla mente che
dal cuore. Osserva i pensieri, perché osservandoli…
scompaiono. E poi osserva le tue emozioni, i
sentimentalismi: nel tuo osservarli, anche loro spariscono.
A quel punto il tuo cuore è innocente come quello
di un bambino, e la tua mente è geniale, a livello di Einstein, Bertrand Russell, Aristotele.
La mia via è quella della meditazione. Non la via
del cuore, né della mente, ma di una crescente consapevolezza che è superiore a entrambi.
tratto da: osho, From the False to the Truth #31
Non c’è una via, né della mente né del cuore.
Ogni via, ogni percorso
ti porta lontano, distante dalla verità…
e la verità sei tu
121
La
meditazione é creativa
La
mente è solo il tuo passato. Tu sei qui per diventare
sempre più vivo, sempre più intelligente, sempre più felice.
Finora
hai vissuto in un certo modo –
non vuoi
vivere in un modo diverso? Finora hai pensato in un certo modo – non vuoi che
nel tuo essere affiorino nuove intuizioni? In questo caso sii pronto, e non
ascoltare la mente.
La mente è il tuo passato,
che cerca di controllare costantemente il tuo presente e il tuo
futuro. È il passato, morto, che continua a controllare il presente, vivo.
Diventane semplicemente consapevole.
Ma come fa la mente a operare questo controllo? In che modo? Usa questo metodo,
la mente dice: “Se non mi ascolterai, non sarai efficiente come me. Se fai una
cosa che conosci puoi essere più efficiente, perché l’hai già fatta prima. Se
fai una cosa nuova non puoi essere altrettanto
efficiente”. La mente continua a parlare come un economista e un esperto in
efficienza; continua a ripetere: “Così è più facile da fare. Perché
scegliere la strada più difficile se questa è la più facile?”.
Ricorda: ogni volta che
hai due cose davanti a te, una possibilità, scegli quella nuova. Scegli la più
difficile, quella in cui è necessaria una maggior consapevolezza. Scegli sempre
la consapevolezza a costo dell’efficienza, e creerai la situazione in cui la
meditazione diventerà possibile. Queste sono solo opportunità, non sto dicendo che creandole tu raggiungerai la meditazione, però
ti saranno di aiuto – la meditazione ‘accadrà’. Esse creeranno dentro di te
quella condizione senza la quale la meditazione non può accadere.
Sii meno efficiente e più
creativo. Lascia che questa sia la motivazione. Non preoccuparti troppo dei
fini pratici. Piuttosto, ricorda costantemente che non sei qui, nella vita, per
diventare una merce. Non sei qui per diventare una cosa utile, questo è al di sotto della tua dignità. Non sei qui solo per
diventare sempre più efficiente. Tu sei qui per diventare sempre più vivo; tu
sei qui per diventare sempre più intelligente, tu sei qui per diventare sempre
più felice, estaticamente felice.
Ma tutto questo avviene
lungo vie completamente diverse da quelle della mente.
tratto
da: Osho, Che cos’è la meditazione - Mondadori ed.
122
Le ragazze
hanno stoffa
Meditazione
e creatività diventano la trama e l’ordito di una vita piena di colore e di
quiete soddisfazioni.
Tanti anni fa, quando erano bambine e vivevano
in una casa situata nei sobborghi di Tokio, a Chiaki
e Kaori Maki piaceva
giocare con fili di paglia creando forme di tutti i tipi. Forse questo gioco era
il risultato di una passione ereditata dalla madre a cui piaceva intrecciare
canestri.
Adesso, vent’anni più tardi, Chiaki e Kaori, hanno una fiorente ditta di design tessile nel
distretto alla moda di Aoyama
a Tokyo e possono vantare a loro nome un buon numero di mostre internazionali.
Laureate rispettivamente
in belle arti e grafica, Chiaki e Kaori
si sono specializzate negli USA, dove hanno lavorato per ditte tessili e studi di architettura di interni.
Alcuni anni dopo il suo
ritorno a Tokio, Chiaki
– con l’aiuto del suo partner Parva – ha
creato la propria ditta “Maki Textile
Studio”, creazione di tessuti a telaio e di modelli di abiti.
Più tardi, anche Kaori si è unita alla ditta.
Le due sorelle producono
tessuti per arredamento – tende, copriletti, federe,
tovaglie – ma anche abiti per uomo e per donna, scialli, camicie, gonne e
pantaloni.
“A volte quando mi accingo
a tessere ho già tante idee nella testa” dice Kaori.
“Altre volte il processo della tessitura inizia con il
materiale grezzo: lo tocco e desidero creare qualcosa. Oppure,
tutto inizia con un’immagine: vedo un bel paesaggio, o ascolto una sensazione
che viene dal profondo del mio cuore, e voglio esprimerli nel mio lavoro.
Oppure il processo può iniziare con una esplorazione della
struttura – una certa consistenza o senso del movimento che voglio creare
attraverso la tessitura.
Posso anche essere
ispirata da un colore. Mi sembra che scegliere tra vari colori e fili colorati
sia quasi un gioco, e questo può spiegare perché uso tanti colori mescolati insieme quando tesso la mia trama”.
Alcuni anni fa, durante i
suoi viaggi, Chiaki ha incontrato un disegnatore tessile di Delhi, che ora collabora con
lei. Non si tratta solo di convenienza economica – dati i costi più bassi del
lavoro in India – ma di utilizzo di capacità che gli artigiani indiani conservano
ancora e che in Giappone sono andate perse. Quindi Chiaki e Kaori creano dei modelli
di tessuto sui loro telai a mano, li tingono e poi li portano a Delhi. Alcuni
tessuti – di seta, lino e persino lana – tinti con tinture a base vegetale,
sono filati a mano. Quando il materiale è pronto, viene
spedito in Giappone per le ultime rifiniture.
Tutti i loro tessuti sono
realizzati su telai a mano, il che li rende più piacevoli da indossare, spiega Kaori: “E sono sempre più popolari. Negli ultimi anni
abbiamo notato la tendenza del pubblico a spostarsi da abiti facili da lavare e
stirare a capi di qualità prodotti in tessuti più naturali”.
I tessuti delle sorelle Maki sono esposti ogni anno in oltre venti mostre in tutto
il Giappone. E nel 1998 hanno esposto il lavoro al Museo di Arte
Moderna di New York, in una mostra
intitolata “Struttura e superficie. Tessuti contemporanei giapponesi”. In
questa mostra – che è stata presentata in diverse città
statunitensi – le loro stoffe sono esposte accanto a quelle di Isse Miyake e di Jurgen Lell. Inoltre la William Lipton Gallery – una galleria di oggetti antichi orientali di Manhattan – espone il loro lavoro. “Le persone che vengono
alle nostre mostre e nel nostro negozio sentono una energia
particolare,” osserva Chiaki
“quindi anche se non comprano nulla, vanno sempre via un po’ più
rilassate.”
Forse quella “certa
energia” è il prodotto di ciò che le due sorelle mettono nel loro lavoro.
Ricorda
Chiaki: “Un giorno, mentre studiavo
alla Rhode Island School of Design, stavo lavorando al telaio
quando ho provato un momento in cui l’ “Io” è scomparso ed è rimasto
solo il tessere. Il pezzo prodotto in quel momento è davvero affascinante,
indescrivibile. Un momento del genere è il cuore della mia creazione.
Toccando le fibre,
tingendo con le piante, lavorando al telaio, non importa dove mi trovo – in
Giappone o in India o negli USA – in ogni caso scompaio, lasciando uno spazio
di vuoto, di non–mente.
Kaori descrive il tessere e giocare con i filati e i colori come
“un’esperienza di grande tranquillità… è come se il tempo si fermasse. Non c’è
nulla a cui pensare. Non so come succede, ma la mano si muove e la mente si
ferma! Questa per me è la parte più interessante del lavoro.
È bello condividere ciò
che ho creato con la gente, ma la parte più importante è quello che succede a me mentre lavoro.
Tessere
è un movimento molto naturale, che assomiglia al
protendersi per toccare un fiore. Quando non posso tessere per un certo periodo, mi rendo conto, al mio ritorno in
laboratorio, quanto ami questo lavoro, come
sia parte della mia vita quotidiana e come il processo stesso del tessere mi serva da meditazione”.
“Il
mio amore per la meditazione ha influenzato molto il mio lavoro” continua Kaori. “Ho una
maggiore chiarezza su ciò che voglio creare. Sono diventata più rilassata, più
aperta, e più centrata – non solo nel tessere, ma
anche nella vita di tutti i giorni – e la mia sensibilità alla bellezza è
cresciuta.
Attraverso la meditazione sono arrivata a capire che c’è un centro dentro di me, e
quando sono in contatto con questo centro sento di sapere chi sono. In quei
momenti sono veramente me stessa, naturale”.
Da un’intervista su www.osho.com
“Quando diventi più coinvolto in uno stile di vita creativo,
il trascendente apre le sue porte. Io lo chiamo semplicemente “il trascendente”,
perché tutte le altre parole che sono state adoperate finora sono state
contaminate dalle vecchie religioni. Invece
‘trascendente’ è ancora una parola pura e inoltre è poesia, un atto creativo
che, al suo culmine, ti trasforma e ti porta alle porte del mistero”
Osho
123
Dipende da
come lo fai
Una
visione della creatività che non si limita all’arte, ma permea ogni settore
della tua vita
Pensavo di
non essere creativo. Che altro può essere la
creatività oltre che danzare e dipingere, e come posso scoprire qual è la mia
creatività?
La
creatività non ha nulla a
che fare con un’attività specifica – che sia
dipingere, scrivere versi, danzare o cantare. Non ha nulla a che fare con
alcuna cosa in particolare.
Tutto può essere creativo:
porti con te questa qualità in qualsiasi attività. L’attività in se stessa non
è né creativa né non creativa. Puoi dipingere in modo
non creativo. Puoi cantare in modo non creativo. Puoi pulire il pavimento in
modo creativo. Puoi cucinare in modo creativo. La creatività è la qualità che
tu porti nell’attività che stai facendo. È un atteggiamento interiore, un modo
di guardare le cose.
La prima cosa da ricordare
è quindi di non confinare la creatività a qualcosa di particolare. Una persona
è creativa, e se è creativa potrai vedere la sua
creatività in tutto ciò che fa, persino camminare. Se
rimarrà seduta in silenzio senza far nulla, il suo non far nulla sarà un atto
creativo. Buddha seduto sotto l’albero del bodhi è il
più grande creatore che il mondo abbia mai conosciuto.
Quando comprendi questo – che sei tu, come
persona, a essere creativo o non creativo – allora il
problema scompare.
Non
tutti possono essere pittori – e non è nemmeno necessario. Se
tutti fossero pittori, il mondo sarebbe molto brutto; sarebbe difficile
viverci. Non tutti possono essere danzatori, e non ce n’è bisogno. Ma tutti possono essere creativi.
Tutto
ciò che fai,
se lo fai con gioia, se lo fai con amore – se la tua
azione non ha solo un fine economico – è creativo. Se dentro di te qualcosa
cresce a partire da questa azione, se essa ti fa
crescere, allora è spirituale, è creativa, è divina.
Diventi
più divino quando diventi più creativo. Tutte le
religioni del mondo hanno detto: dio è il creatore. Io non so se lui sia il
creatore oppure no, ma so una cosa: più diventi creativo, più diventi divino. Quando la tua
creatività arriva al massimo, e tutta la tua vita diventa creativa, vivi in dio.
Quindi lui dev’essere
davvero il creatore, perché le persone che sono creative sono quelle che sono
più vicine a lui.
Ama ciò che fai. Sii meditativo mentre lo fai, qualsiasi
cosa sia! Indipendentemente da che cos’è. Se pulisci il pavimento con amore, hai creato un dipinto
invisibile. Hai vissuto quel momento con tale delizia che ti ha portato una
crescita interiore. Non puoi rimanere lo stesso dopo un atto creativo.
Creatività vuol dire amare
tutto ciò che fai – gioirne e celebrarlo, come se fosse un regalo divino!
Magari nessuno verrà mai a saperlo. …Quindi, se cerchi la fama e solo allora
pensi di essere creativo – se diventi famoso come Picasso, allora sei creativo – mancherai il punto. In
realtà in quel caso non sei affatto creativo: sei un
politico, sei ambizioso. Se la fama arriva, bene; se non
arriva, bene lo stesso. Questo non dovrebbe essere il punto. Il punto
dovrebbe essere che ami tutto ciò che fai. È una storia d’amore.
Se il tuo agire è una storia
d’amore, allora diventa creativo. Piccole cose diventano grandi al tocco
dell’amore e della gioia.
Nella domanda si dice:
“Pensavo di non essere creativo”. Se credi questo,
diventerai non creativo, perché credere non è solo credere. Apre delle porte e
ne chiude delle altre. Se la tua convinzione è sbagliata,
ti si presenterà come una porta chiusa. Se credi di non essere creativo,
diventerai non creativo, perché la tua convinzione ti sarà di
ostacolo, negando continuamente ogni
possibilità di fluire. Non permetterà che la tua energia fluisca perché ripeterai
sempre: “Non sono creativo”.
È una cosa che è stata
insegnata a tutti. Pochissime persone vengono riconosciute come creative: qualche poeta,
qualche pittore, una su un milione. È stupido! Ogni essere umano nasce
creatore. Osserva i bambini e vedrai: tutti i bambini
sono creativi. A poco a poco distruggiamo la loro creatività. A poco a poco
forziamo su di loro convinzioni sbagliate.
A poco a poco li portiamo fuori strada. A poco a poco li rendiamo sempre
più dei politici, ambiziosi. Con la nascita dell’ambizione, la creatività scompare, perché un
uomo ambizioso non può essere creativo in
quanto un uomo ambizioso non può amare un’attività solo per se stessa.
Mentre dipinge sta già guardando nel futuro e
pensando: “Quando riuscirò ad avere il
premio Nobel?”. Mentre scrive un racconto,
guarda nel futuro. È sempre nel futuro – mentre una persona creativa è sempre nel presente.
Siamo noi a distruggere la
creatività. Nessuno nasce non creativo, ma noi rendiamo il novantanove per
cento delle persone non creative.
Tuttavia gettare la responsabilità
sulla società non ti aiuterà – devi prendere la vita nelle tue mani. Devi
abbandonare le convinzioni sbagliate. Devi lasciar perdere
le suggestioni ipnotiche che ti sono state date nell’infanzia. Lasciale andare! Purificati da tutti i condizionamenti…
e improvvisamente vedrai che sei creativo.
Essere ed essere creativi
sono sinonimi. È impossibile essere e non essere creativi. Ma
questa cosa impossibile è accaduta, questo fenomeno bruttissimo è accaduto,
perché tutte le tue fonti creative sono state ostruite, bloccate, distrutte, e
tutta la tua energia è stata forzata in qualche attività che secondo la società
può dare risultati.
L’orientamento della
nostra vita è interamente diretto verso il denaro. E il denaro è una delle cose
meno creative a cui ci si possa interessare. Siamo
interamente orientati verso il potere, e il potere è
distruttivo, non creativo. Una persona che corre dietro ai soldi diventerà
distruttiva, perché i soldi arrivano da furto e
sfruttamento; devono essere portati via a tante persone, solo allora puoi
averli tu. Avere potere significa solo rendere impotenti tante persone,
distruggerle – solo allora sarai potente, potrai
essere potente.
Ricorda: sono atti
distruttivi. Un atto creativo aumenta la
bellezza nel mondo, dà qualcosa al mondo, non porta
mai via qualcosa. Quando una persona creativa arriva al mondo, ne aumenta la bellezza – con una canzone qui, con un quadro
là. Grazie a lei il mondo danza di più, gode di più,
ama meglio, medita meglio. Quando lascia questo mondo,
si lascia alle spalle un mondo migliore. Magari nessuno sa chi è, ma anche se
qualcuno la conosce, il punto non è quello. In ogni caso lascia un mondo un po’
migliore, e lo lascia con un’immensa soddisfazione, perché la sua vita ha avuto
un valore intrinseco.
Il denaro, il potere, il
prestigio non sono creativi, anzi non solo non sono
creativi ma sono attività distruttive. Sta’ in guardia! E se eviti queste
attività puoi diventare creativo con grande facilità.
Non dico che la tua creatività ti darà potere,
prestigio e denaro. No, non posso prometterti giardini di rose. Potrebbe provocarti dei problemi, potrebbe costringerti a
vivere una vita da povero. Tutto ciò che posso prometterti è che dentro di te,
nel profondo, sarai colmo di gioia e di celebrazione. Riceverai sempre più
benedizioni da dio. La tua sarà una vita di benedizioni.
È possibile tuttavia che
all’esterno non sarai famoso, che non avrai denaro,
non avrai successo nel mondo. Ma avere successo in
questo mondo vuol dire fallire profondamente, fallire nel mondo interiore. E
che importanza potrà avere il mondo ai tuoi piedi se avrai perso te stesso? Cosa
te ne farai di possedere tutto il mondo ma non te stesso? Una persona
creativa possiede il proprio essere, è un maestro.
Una
persona che corre dietro a soldi, potere e prestigio è un mendicante, perché
continua a chiedere. Non ha nulla da dare al mondo.
Sii una persona che dà.
Condividi tutto ciò che puoi! E
ricorda, non sto facendo alcuna distinzione tra piccole e grandi cose. Se sai sorridere con tutto il cuore, tenere qualcuno per mano e
sorridere, quello è un atto creativo, un grande atto creativo. Stringi qualcuno al tuo cuore, e sei creativo.
Guarda qualcuno con occhi colmi di amore… uno
sguardo d’amore può cambiare completamente il mondo di una persona.
Sii creativo. Non
preoccuparti di ciò che fai – bisogna fare tante cose – ma
fai tutto in modo creativo, con devozione. Allora il tuo lavoro diventa una
forma di preghiera. Tutto ciò che fai è una preghiera, un’offerta all’altare.
Lascia perdere questa convinzione di non
essere creativo. So come è stata creata: forse non hai
vinto la medaglia d’oro, non sei stato il primo della classe, i tuoi disegni
non sono stati apprezzati e, quando suoni il flauto, i vicini chiamano la polizia.
Sarà così, ma non lasciarti convincere, a causa di tutto questo, di non essere
creativo. Forse hai imitato altre persone.
Le persone hanno un’idea
molto limitata su cosa sia l’essere creativi – suonare la chitarra o il flauto
o scrivere poesie – quindi continuano a scrivere delle
sciocchezze e a chiamarle poesie. Devi scoprire cosa sei
in grado di fare e cosa no. Ognuno può fare di tutto!
Devi cercare, scoprire il tuo destino. Devi brancolare nel
buio, lo so. Il tuo destino non è molto ben definito, ma la vita è così.
E va benissimo che uno debba ricercare, perché proprio
grazie alla ricerca, qualcosa può crescere.
Se dio ti desse una mappa della tua vita quando arrivi al mondo…
questa sarà la tua vita: diventerai un chitarrista – allora la tua vita sarebbe
meccanica. Si possono fare predizioni riguardo a una
macchina, non a un uomo. L’uomo è imprevedibile. L’uomo è sempre un’apertura,
una potenzialità per mille cose diverse. Ad ogni passo si aprono tante porte e tante possibilità; devi sentire cosa scegliere. Ma se ami la vita, riuscirai a trovare.
Se non ami la tua vita, ma
ami qualcos’altro, allora nasce il problema. Se ami i
soldi e vuoi essere creativo, non puoi diventare creativo. L’ambizione per il
denaro distruggerà la tua creatività. Se vuoi la fama,
dimentica la creatività. La fama arriva molto più facilmente se sei
distruttivo.
La fama arriva più
facilmente a un Hitler o a
un Henry Ford. La fama è
più facile se sei competitivo, competitivo in modo
violento. Se sei in grado di uccidere e distruggere la
gente, la fama è più facile.
La storia nel suo
complesso è una storia di assassini. Se diventi un assassino, la fama arriva molto più
facilmente. Puoi diventare un primo ministro, o un presidente: sono tutte
maschere. Dietro a queste maschere troverai persone molto violente, persone terribilmente violente che si nascondono dietro un
sorriso. Quei sorrisi sono politici, diplomatici. Se
la maschera scivola dal volto, dietro vedrai sempre nascosto un Gengis Khan, Tamerlano, Nadir Shah, Napoleone, Alessandro, Hitler.
Se vuoi
la fama, non parlare di creatività. Non dico che la fama
non arrivi mai a una persona creativa, ma succede raramente, molto, molto
raramente. È più un fatto accidentale, e ci vuole molto tempo.
Quindi se stai cercando
qualcos’altro in nome della creatività, lascia perdere
l’idea di essere creativo. Almeno fai ciò che vuoi fare
coscientemente, deliberatamente. Non nasconderti mai dietro a una maschera. Se vuoi veramente
essere creativo, non è una questione di denaro, successo, prestigio,
rispettabilità: ami ciò che fai, ogni azione ha un valore intrinseco. Danzi
perché ti piace danzare, danzi perché farlo ti dà
gioia. Se qualcuno lo apprezza, bene, ti senti grato. Se nessuno lo apprezza, preoccupartene non è affar tuo. Hai danzato, ne hai
provato gioia – sei già soddisfatto.
Tuttavia la convinzione di non essere creativi può
essere pericolosa – abbandonala! Niente può essere non creativo – nemmeno gli
alberi o le rocce. Le persone che hanno conosciuto e amato gli alberi, sanno
che ogni albero si crea il proprio spazio, ogni roccia
si crea il proprio spazio, che non assomiglia allo spazio di nessun altro. Se
diventi sensibile, se sei in grado di comprendere attraverso l’empatia, ne
trarrai un immenso beneficio. Vedrai come ogni albero è creativo a modo suo;
nessun altro albero è così – ogni albero è unico, ha
la sua individualità, ogni roccia ha la sua individualità. Gli alberi non sono solo alberi, sono persone. Le rocce non sono solo rocce, sono persone. Vai a sederti vicino a una roccia – osservala con amore, toccala con amore,
sentila con amore.
Si dice che un maestro Zen fosse in grado di sollevare rocce
molto grandi, di spostare
grossi macigni – ed era un uomo molto fragile. Guardando il suo fisico sembrava
quasi impossibile! Uomini più forti, molto
più forti di lui, non erano in grado di spostare quelle rocce, e lui lo
faceva con grande facilità.
Gli chiesero quale fosse il suo trucco e lui rispose: “Non c’è alcun trucco;
amo la roccia, quindi essa mi aiuta. Prima le dico: “l
mio prestigio è nelle tue mani, queste persone sono venute a guardare. Aiutami,
dammi una mano” Poi prendo la roccia con amore,
e aspetto il suggerimento. Quando la roccia mi dà un suggerimento – è
come un tremito, la mia spina dorsale inizia a vibrare –
quando la roccia mi dà questo suggerimento, quando mi dice che è pronta, allora mi muovo. Voi vi muovete in
contrasto con la roccia, ecco perché occorre tanta energia. Io mi muovo con la roccia, fluisco con la roccia. In realtà è
errato dire che io la sposto, io sono semplicemente
presente. La roccia si sposta da sé”.
Un altro grande maestro Zen era falegname, e i tavoli e le sedie che
costruiva avevano una qualità speciale, indicibile, uno straordinario
magnetismo. Gli chiesero: “Come fai?”.
Rispose:
“Non sono io a farli. Vado nella foresta: la cosa fondamentale è chiedere alla
foresta, agli alberi, quale albero è pronto a
diventare una sedia”.
Ora, queste sembrano
assurdità, perché noi non sappiamo, non conosciamo questo linguaggio. Rimaneva
nella foresta per tre giorni. Si sedeva sotto un albero, poi sotto un altro, e
parlava agli alberi – ed era un pazzo! Ma un albero è
giudicato dai suoi frutti, e questo maestro dev’essere
giudicato dalle sue creazioni. In Cina ci sono ancora alcune delle sue sedie –
e posseggono ancora questo magnetismo. Te ne senti
attratto, senza sapere cosa ti attiri. Dopo mille anni, è una cosa veramente
straordinaria.
Il maestro diceva: “Io
vado e dico di essere alla ricerca di un albero che
voglia diventare una sedia. Chiedo agli alberi se sono disponibili, anzi non
solo disponibili, ma se desiderano collaborare con me,
se sono pronti a venire con me – solo allora. A volte accade che nessun albero
sia pronto a diventare sedia – e torno a mani vuote.”
Se ami, vedrai che
l’esistenza intera ha individualità. Non spingere e tirare le cose. Osserva,
comunica, accetta il loro aiuto – e risparmierai moltissima energia.
Persino alberi e rocce
sono creativi. Tu sei un uomo, il culmine dell’esistenza. Sei
in cima, sei consapevole. Non avere mai convinzioni
sbagliate e non attaccarti a convinzioni sbagliate, come quella di non essere
creativo. Forse è stato tuo padre a dire che
non eri creativo, o i tuoi colleghi. O forse cercavi
in direzioni sbagliate, in direzioni in cui non sei creativo, ma ci dev’essere una direzione in cui sei creativo. Cerca e
continua a cercare e rimani aperto, e continua a
tentare, finché riuscirai a trovarla.
Ogni persona viene al mondo con un destino specifico – ha qualcosa da
realizzare, qualche messaggio da consegnare, un lavoro da completare. Non sei qui solo per caso, il tuo essere qui ha un significato.
Dietro di te c’è uno scopo. Il Tutto vuole fare qualcosa tramite te.
tratto da: Osho, A Sudden Clash of Thunder #4
124
La
Creatività e intrinsea
In
un colloquio diretto con un ricercatore spirituale – tratto da un ‘diario dei darshan’ della prima
Pune – Osho spiega come la meditazione stimoli la creatività di chi la pratica.
A una persona che chiede:
“Ogni volta che faccio meditazione… sento che ho voglia di far musica e
scrivere… di iniziare a comporre…”
Bene… lascia che succeda. È qualcosa di intrinseco!… la tua creatività sta crescendo – è
intrinseca alla meditazione. La meditazione rende le persone creative. Se non
ti rende creativo non è meditazione, dev’essere qualcosa
d’altro – ti stanno imbrogliando. La meditazione è
destinata a sviluppare una simile energia creativa. Cosa faresti altrimenti quando vai in meditazione? Perché
la meditazione è andare nel tuo essere, ma l’essere non è abbastanza. Se
l’essere fosse abbastanza non ci sarebbe il mondo. Come e perché dio ha creato il mondo? Il suo essere non gli
bastava. L’essere era già là, ma poi ci fu la creazione. L’intera creazione è
l’essere di dio che si sta esprimendo. La creatività è espressione. La
meditazione ti porta al tuo essere, ma poi cosa farai? È davvero meraviglioso –
è una situazione bellissima – ma quello spazio ha un
bisogno intrinseco di essere condiviso. E così
qualcuno inizierà a danzare, qualcuno comincerà a comporre musica, qualcun
altro scriverà poesie, altri dipingeranno. E se c’è qualcuno come me, un ‘buono a nulla’, attaccherà a
parlare. Ma c’è bisogno di fare qualcosa.
tratto da: Osho, God is not
for sale
125
La Seconda
Creatività
Sagarpriya, discepola di Osho
da oltre vent’anni, si occupa da sempre di terapia e
meditazione. In questo articolo ci offre degli spunti
originali sul tema della creatività.
Il modo in cui passo le mie giornate è
guardando dentro la gente. I miei clienti sono probabilmente un tipo di
persone un po’ particolari: di solito sannyasin,
meditatori (almeno part-time), e di solito sinceri
nella loro ricerca del vero. Con persone di questo genere, che sono le mie finestre sulla realtà, ho osservato un fenomeno
che continua a colpirmi per la sua importanza: abbiamo due potenziali di
creatività, uno che appartiene all’aspetto maschile e uno che appartiene
all’aspetto femminile di noi.
Uno non
basta
Molto spesso abbiamo sviluppato solo uno di questi
potenziali. In un certo senso, è un fatto casuale. Tuo padre era un uomo
d’affari, così quando hai mostrato un certo talento
per gli affari, sei stato guidato in quella direzione. Ora hai un Master in
economia e dirigi una banca, e la tua parte femminile non è
affatto contenta. Forse tua moglie riflette il tuo
lato femminile interiore (di solito accade proprio così).
O potrebbe essere
l’opposto. Una volta ho dato una sessione a una donna
il cui padre era un famoso scrittore. Successivamente
lei è diventata una scrittrice ancora più famosa. Quando avevo osservato il suo
corpo utilizzando un metodo di lettura delle energie, avevo visto che la sua
parte femminile era l’artista e occupava uno spazio vastissimo al di fuori del
corpo, e che era destinata a essere molto famosa. La
parte maschile si sentiva sola e persa, con niente da fare, e l’ho vista far passeggiare il cane lungo una stradina di
campagna. Questa donna in seguito mi ha detto che
l’unica cosa che lei e suo marito avevano in comune era il loro cane.
Ora, questo è il tipo di
persone che vengono da me con dei problemi. Naturalmente, loro non mi dicono:
il mio problema è che sono cresciuta solo da un lato.
No, la prima persona di cui ho parlato mi dice: “La mia relazione non va bene”.
E la seconda: “Di colpo mi sento esausta, e collasso”.
Ma questi sono solo sintomi; tutti arrivano presentando solo la cima
dell’iceberg, perché questo è tutto ciò che riescono a
vedere. In profondità c’è uno squilibrio, e quindi l’amore non può fluire bene
tra le due polarità maschile e femminile. La seconda
polarità non è ancora diventata creativa.
Come si fa a vivere e
andare avanti in modo così sbilanciato e unilaterale? In
effetti è una cosa perfettamente naturale, naturale almeno per quanto
riguarda la mente. Alla mente piace una linea singola e ben dritta. Non le
piacciono le cose che vanno a zig-zag tra gli opposti, con una polarità che può
cancellare l’altra.
Una mia amica lavorava
(fino a due giorni fa) come manager di una ditta
farmaceutica. Era brava nel suo lavoro, ma era infelice. Sul lavoro i problemi
aumentavano di giorno in giorno, ma lei aveva paura di lasciarlo. Le sue
meditazioni e le sue sedute terapeutiche hanno
rivelato che la sua parte femminile voleva in realtà dedicarsi all’ikebana,
l’arte giapponese di disporre i fiori. Aveva già studiato quest’arte seriamente
per due o tre anni. E la parte maschile si metteva a
discutere: non puoi far soldi così… come puoi lasciare la sicurezza del lavoro…
che farai da vecchia senza un impiego? Conosciamo tutti
queste razionalizzazioni che vogliono farci continuare qualcosa che non
ci sentiamo più di fare. Ora è riuscita a lasciare il lavoro, ma con grande
incertezza e paura, e i suoi amici si congratulano con lei per aver finalmente
dato una possibilità alla sua parte femminile.
Il dominio
di me stesso?
Qualunque sia la parte più forte, essa tende a concludere che il suo modo di vedere le cose sia migliore.
Se è il maschile a essere più forte, continua a
passare al femminile frasi del tipo: “Sei troppo debole per fare ciò che vuoi”
oppure “Non potrai mai fare soldi con il tipo di interessi che hai”. Quindi un
continuo sabotaggio degli sforzi che lei fa per esprimere
se stessa è un modo di indebolire la sua autostima. È una specie di controllo
interiore che può essere spezzato solo quando viene
portato alla luce della consapevolezza.
Una volta ho fatto a Osho una domanda sulla mia professione di terapeuta
chiedendogli se stessi dominando me stessa. Nella mia domanda dicevo: “Dentro
di me c’è una lotta sottile tra una parte che è chiara e un’altra che non vuole
avere nulla a che fare con la chiarezza”. Lui mi ha risposto con un intero
discorso! Ora desidero sottolineare una parte della
sua risposta, quella in cui diceva: “Se anche solo sospetti che stai dominando
te stessa, devi osservarti più in profondità. Il primo dominio che devi abbandonare
non è quello che eserciti sugli altri… non è certo che gli altri accettino di
essere dominati da te. Il primo dominio da
abbandonare è quello su te stessa. Perché diventare
una prigioniera, e creare a costo di grandi sforzi una prigione intorno a te,
e poi trascinartela dietro dovunque vai? Prima di tutto, impara la grande gioia della libertà, di un uccello che vola nel cielo
infinito…”
Col passare degli anni, la
comprensione di ciò che la mia domanda – e la sua risposta – implicavano
per me è cresciuta. Nel mio caso era il femminile che aveva assunto un ruolo
superiore, che era ‘migliore’ dell’uomo. Lei aveva sempre dalla sua l’argomento
che le sue capacità e i suoi interessi erano le basi
della mia professione – e quindi, era lei a far soldi. Di conseguenza le sue
priorità non potevano essere messe da parte.
Ora vedo come questo atteggiamento abbia danneggiato la mia parte
maschile. A lui piace fare giardinaggio, lavori manuali, e lei non riesce a immaginare come a questo modo si possano fare dei soldi.
Lei non sa nemmeno
cambiare una lampadina! Non riesce a capire che la creatività può aver bisogno
di un laboratorio da falegname.
Ora però riesce a
lasciarsi andare sempre di più. Naturalmente, è una cosa che fa paura –
sviluppare una seconda creatività partendo da zero… lasciar andare qualcosa che
fai bene, e dare tempo ed energia a qualcosa che fai male perché non hai nessuna esperienza.
Sembrerebbe che la mia
parte femminile sia colpevole di non aver lasciato spazio al maschile. Ma non è del tutto vero, lei non è l’unica colpevole. La mia
parte maschile non si è assunta le sue responsabilità. È stata pigra. In
passato usava delle razionalizzazioni: “È meglio dare
sostegno a ciò che fa lei. Io sarò il suo servitore. Lei può decidere cosa
fare”. Ma poi, sotto sotto,
cresceva il risentimento.
E poi l’uomo si è chiuso
in se stesso per poter avere un po’ di cosiddetta ‘libertà’ dal controllo di lei. Alla fine, essere sempre contratto è
diventato il suo stile di vita; è diventato più piccolo, quasi invisibile,
invece di cercare di scoprire cosa voleva fare. Io penso che questo è ciò che
Osho intendeva dicendo che “mi trascinavo dietro la
mia prigione”.
Fortunatamente la
meditazione trasforma tutto. Quando ti accorgi di cosa
hai fatto dentro di te, non puoi continuare a scegliere la non-libertà. Osho ti
spinge a volare nel cielo aperto. In questo momento la mia parte maschile è
concentrata su questa domanda: cos’è che voglio fare, cosa voglio
creare? E continuo a sentire Osho dire che se non usi
la tua libertà per sviluppare la
creatività, ricadrai in qualche
forma di schiavitù. Questa è stata proprio la mia
esperienza.
I bisogni
materiali
Come primo passo verso l’autostima, è importante
che il secondo lato non solo diventi creativo, ma anche capace di prendersi cura
dei bisogni materiali grazie proprio alla sua peculiare forma di creatività. La
gente fraintende questo concetto perché pensa
che comporti “provarci con maggior impegno”. In
realtà, è vero esattamente l’opposto: il punto è più la fiducia che il ‘provarci’.
In questo contesto, mi viene in mente un’altra amica italiana, Chiara,
una donna che aveva un lavoro di responsabilità in una grossa compagnia
petrolifera, organizzava tutti i giorni i movimenti di navi ed elicotteri. Anni
fa, quando l’ho incontrata, la sua donna interiore si era
completamente ritirata dalla parte maschile così potente – l’esatto
opposto del mio caso. Con un po’ di sostegno, il femminile è riuscito a entrare in contatto con le sue qualità – l’essere
amorevole, dolce, intuitiva e capace di ascoltare l’altro. Si è innamorata, si
è trasferita in un’altra nazione e, di conseguenza, ha lasciato il suo lavoro.
Ha affittato il suo appartamento di Milano per mantenersi nella nuova località.
Nel frattempo, ha imparato a lavorare con le persone. E
si è rivelata piuttosto brava in questo lavoro. Un po’ alla volta, ha avuto il
coraggio di farsi pagare per le sue sedute.
Naturalmente, con un
cambiamento drastico come questo, è necessario un po’
di tempo. La capacità di mantenersi della seconda parte non è istantanea,
specie se lui (o lei) non aveva mai lavorato prima.
Questo esempio mostra cosa
intendo quando parlo di aver fiducia, invece di
‘provarci’. Il femminile non aveva bisogno di cercare di essere
dolce, perché lo era naturalmente. Non aveva bisogno di cercare di essere intuitiva – la capacità esisteva già. Doveva solo
‘fidarsi’ che in qualche contesto queste capacità avessero
un valore. Quando lei condivide la sua dolcezza e le
sue intuizioni, il sostegno materiale arriva di conseguenza.
Questo sostegno materiale
non sempre arriva in senso monetario. Se qualcuno ti
dà una casa, non hai bisogno di guadagnare per comprarti la casa. Se scambi il
tuo lavoro con altri beni e servizi, in una specie di baratto, non hai bisogno di soldi. A volte un lato del corpo può
risparmiare su qualche spesa, e quello è il suo contributo. Oppure
sceglie la vita in campagna, riducendo le spese dell’appartamento di città e
dell’auto di lusso.
Ci sono molti modi di
‘guadagnarsi da vivere’ – cioè
di provvedere alla sopravvivenza materiale – e il secondo lato arriva a un
profondo rilassamento quando comprende di essere quello che contribuisce per il
50%, e che l’altra parte contribuisce per il suo 50% dell’energia necessaria a
vivere come vogliamo.
Un
equilibrio ritrovato
Nelle mie sessioni, cerco di aiutare le persone a
raggiungere questo equilibrio. E nell’osservare tante
coppie interiori, noto alcuni fenomeni sorprendenti quando
l’equilibrio è disturbato.
Una situazione è quella in
cui un lato guadagna per tutti e due. E soffre e si sente sovraccarico. Può pensare di essere quello che deve guadagnare il pane (ad esempio che
l’uomo si deve prendere cura della donna) oppure può pensare di star dando una
mano all’altra parte (se per lui è più facile che per lei). Ma io devo fermare
questo tipo di ‘aiuto’ perché distrugge la capacità dell’altro di essere responsabile.
Un’altra situazione è
quella in cui esiste una falsa rappresentazione. Ad esempio, il maschio dice:
“Io faccio tutto il lavoro, 100%”. Poi però, scopro che la donna ha l’80% della forza creativa, ma l’uomo è riuscito a
convincerla che il suo contributo è trascurabile. Nel frattempo, lui si prende
tutto il credito. Lui pensa veramente di dare il suo contributo – non dubito le
sue buone intenzioni – ma io devo reintrodurre la
verità per rafforzare l’autostima della donna.
Quasi tutti hanno un certo
squilibrio tra le due parti, ma non ci si deve scoraggiare. Si può invece
prenderla come una sfida – in qualunque posizione ti trovi in questo momento,
puoi anche essere l’opposto. Medita, sii consapevole, e tutte quelle cose di te
stesso che non riuscivi ad accettare diventeranno la
fonte di un nuovo potenziale creativo.
La seconda creatività nasce quando ti rilassi nella parte di te che prima era
sottovalutata, ignorata, fraintesa e di cui si aveva persino una cattiva
opinione. Essa ha un’espressione naturale, un modo di condividere amore che è
semplice, che non è per niente uno sforzo. Seguila, mentre percorre la sua
strada verso l’ignoto.
Sagarpriya
126
Una Bella
Responsabilità
Sulla base di una nuova sensibilità nata dalla
meditazione – usando le sue capacità artistiche e creative con l’aiuto di una
scienza che, finalmente, inizia a prendersi cura di uno sviluppo sostenibile –
Victoria “Cupriti” Schomer, da venticinque anni nel
campo della progettazione d’interni, riesce a creare degli ambienti che
rispettano l’ecologia e risultano quindi anche più armoniosi e salutari per chi
li utilizza. L’Associazione Americana degli Interior Designers
le ha conferito recentemente un riconoscimento per questo suo lavoro, che dura
ormai da dieci anni, basato su un’estrema attenzione alle tematiche
ambientali: il premio “Design for Humanity”,
uno fra i più prestigiosi premi annuali di design.
Victoria ‘Supriti’ Schomer, cinquantaduenne di Marin
County, California, per la
maggior parte della sua vita professionale ha lavorato in proprio, fornendo
consulenze di design a varie aziende.
Qualche hanno fa ha deciso
di cercare un modo di lavorare che, pur all’interno della tradizione, aggiungesse qualcosa al design convenzionale. Ed è così che ha iniziato a sviluppare un approccio
ecologico. Ci spiega…
“Negli anni ottanta –
lavoravo già da dieci anni nel campo della
progettazione d’interni – la mia vita ha avuto un cambiamento profondo: ho
iniziato a praticare tecniche di meditazione e a ‘guardarmi dentro’,
come si dice. Sono stati anni molto ricchi, speciali,
ho imparato un mucchio di cose su me stessa e ho scoperto quanto sia
meraviglioso meditare.
Ritornare nel mondo del
lavoro, portando all’interno della professione che avevo
iniziato così tanto tempo prima tutto quello che avevo scoperto grazie alla
meditazione, è stata una vera sfida.
Avevo sviluppato un
profondo interesse per il benessere di questo mondo meraviglioso, con tutte le
sue preziose creature, e volevo esprimerlo anche nell’ambito del mio lavoro; d’altra parte ero consapevole della
possibilità di perdermi in una crociata del tutto personale per ‘salvare la Terra’.
Mi ricordo di aver sentito
qualcuno chiedere a Osho: “Più mi addentro nella
meditazione e più mi sento responsabile per me stesso e per la situazione nella
quale si trova il mondo intero. Com’è possibile?”. E la risposta era stata:
“Più diventi te stesso e più ti senti responsabile per
la situazione nella quale si trova il mondo, perché entri ogni giorno di più a
far parte integrante dell’universo – non ne sei più separato. Diventare
autenticamente te stesso comporta una responsabilità immensa – che però non è
un peso. Sapere che puoi fare qualcosa per l’esistenza
è fonte di gioia. L’esistenza ha fatto tanto per te e tu non
puoi ricambiare. Ma tutti noi possiamo fare
qualcosa. Sarà una piccola cosa, se confrontata con ciò che l’esistenza ha
fatto per noi, ma dimostrerà la
nostra gratitudine. Il problema non è fare poco o tanto: il problema è essere
coinvolti totalmente in ciò che facciamo, con la nostra preghiera, con la nostra gratitudine. Certo, accadrà: più diventerai te stesso, più avvertirai un senso di responsabilità mai
sentito prima”.
Era proprio quello che sentivo
dentro di me. Volevo trovare un modo di praticare in maniera ‘ecologica’ una
professione che di solito incoraggia livelli elevati
di consumismo. E così, già agli inizi degli anni novanta, ho cominciato a
raccogliere dati per vedere quale fosse l’impatto
ecologico dei materiali e dei prodotti che utilizzavo. A quel tempo iniziavano a essere disponibili informazioni su vernici e lacche
naturali prodotte in Europa, insieme alle brutte notizie sulla distruzione
delle foreste tropicali e dei loro abitanti, umani o non.
Con
la prima newsletter
a diffusione nazionale, ho pubblicato i risultati di questa mia ricerca sui
materiali ecologici. Un anno dopo usciva la prima guida che elencava
disponibilità e fonti di approvvigionamento – sempre a
livello nazionale – di tutti i materiali e prodotti che avevo scoperto per
l’arredamento ‘ecologico’ e la bioedilizia.
L’anno seguente Home Depot – il maggior fornitore
di prodotti per la casa e l’edilizia degli Stati Uniti – mi ha suggerito di
chiedere un finanziamento per questo mio lavoro, così ho avviato una piccola
associazione non-profit… e questi sussidi sono stati
veramente un grande aiuto.
Sia la newsletter che
l’elenco hanno suscitato molti apprezzamenti positivi.
Era chiaro che c’erano molte persone che avevano a
cuore questi temi – persone con una maggiore consapevolezza, persone che in
molti casi avevano una connessione, come me, con la meditazione – persone che
volevano trovare la maniera di fare il loro lavoro – di progettazione e
costruzione – in un modo che contribuisse al benessere complessivo
dell’umanità.
Una
delle parti più belle del mio lavoro di ricerca è stato proprio l’entrare in contatto con
queste persone in ogni parte del mondo… individui che condividono la passione
di lavorare in maniera più consapevole.
Di recente ho creato, su
Internet, delle ‘guide’ a livello locale che permettono proprio a questi
progettisti e costruttori ‘verdi’ di entrare facilmente in contatto fra di loro. In questo modo possiamo incontrarci e aiutarci
l’un l’altro nel nostro lavoro a favore dell’ambiente.
Sono proprio queste guide ‘locali’ l’infrastruttura di sostegno a una progettazione e costruzione che privilegiano
l’ecologico – uno sviluppo, cioè, sostenibile. Ci sono tutti gli architetti,
gli ingegneri, i progettisti, i costruttori, non mancano notizie su iniziative
locali, programmi d’incentivazione ed eventuali corsi di aggiornamento.
Una cosa è volere fare
un’edilizia ‘verde’, ma poi dove trovi le persone capaci di realizzarla? E magari puoi persino trovare incentivi, e finanziamenti a
tassi minori, visto l’interesse ecologico.
Questo approccio, che
studia e definisce metodi e strumenti operativi per la progettazione
dell’ambiente costruito in una prospettiva ecostostenibile,
sta crescendo velocemente, sta diventando un impegno a livello internazionale a
considerare in maniera più intelligente il modo con cui progettiamo e costruiamo il nostro
ambiente, e la maniera in cui utilizziamo le risorse non rinnovabili di questo
pianeta.
Inoltre, nello stesso
ambito, si sta creando una maggiore consapevolezza su come gli ambienti che
progettiamo e costruiamo influiscano sulle nostre
condizioni di vita e di lavoro. La ricerca scientifica ha fornito prove
quantificabili di un aumento di produttività in ambienti dove arriva la luce
naturale. E naturalmente, da un punto di vista puramente economico, le imprese
sono felici quando i loro lavoratori producono di più!
Altre ricerche mostrano come i malati guariscano più in fretta
quando si trovano nella natura o comunque in un ambiente che
percepiscono come naturale.
Queste ricerche, ben
documentate, sostengono quello che noi tutti sentiamo essere vero: nessuno di
noi è separato da questo straordinario sistema naturale e così l’essere in
armonia, il sentirsene parte, ci rende individui più sani e più completi.
Sono così contenta di fare
questo lavoro! Ho l’opportunità di fare quello che ho sempre amato: rendere
ambienti e spazi più belli, più armoniosi e salutari per le persone. Nello
stesso tempo ho l’opportunità di mettere in pratica ciò che ho
scoperto attraverso la meditazione: sento che tutti questi anni di meditazione
mi hanno permesso di vivere ogni giorno in uno spazio di profonda sensibilità
dove sono profondamente, attivamente, interessata al destino di questo pianeta
– con la sua incredibile varietà di piante e animali – e nello stesso tempo
riesco a provare un senso di distacco dall’apparentemente interminabile serie
di disastri ecologici… e così non mi faccio prendere dall’ansia di ‘salvare la Terra’.
Da un’intervista su www.osho.com
127
Il tormento
e l’estasi
Partendo
da un appunto di Paul Gaugin
riferito al suo ultimo capolavoro “Ho messo tutte le mie energie in questo
dipinto, prima di morire… una passione così dolorosa, una visione così chiara”
Osho mostra come, senza una base nella meditazione, l’urgente, profonda spinta alla creatività di molti artisti è connessa solo col
dolore.
Paul Gaugin ha dovuto soffrire proprio allo
stesso modo in cui soffre ogni individuo dotato di grande
creatività. La creazione artistica è quasi come una gravidanza. La madre
affronta tutta una serie di problemi per nove mesi, e anche dopo la nascita del
figlio non è che si liberi dalle responsabilità. Tutta
la creatività è profonda sofferenza, a meno che,
invece che dalla mente, nasca dalla meditazione. Quando è un prodotto della meditazione la creatività è un condividere la tua gioia,
condividere la beatitudine che ti pervade.
La mente non ha gioie – in realtà è una ferita, molto dolorosa.
Paul Gaugin
non aveva alcuna idea della meditazione, ma aveva una
passione tremenda – quasi folle – che lo spingeva a creare. E
proprio per continuare a creare si allontanò dalla ‘società civile’,
trascurò moglie, figli, responsabilità. Era come posseduto da questa idea di creare. Ne era
talmente soggiogato da non permettersi alcuna distrazione. Ma
quando sei posseduto da qualcosa lavori come uno schiavo, e la schiavitù non
può portarti alcuna beatitudine. In Occidente tutti
gli individui con questo tipo di creatività hanno trascorso anni e anni a
soffrire. Molti di loro sono stati rinchiusi in manicomio, molti si sono suicidati. La sofferenza diventava troppa –
insopportabile – e così dovevano farla finita. Ma
ancora adesso l’artista occidentale, il creatore di musica, di dipinti o di
danze, non è consapevole delle ragioni di questa sofferenza.
In Oriente la situazione è
del tutto diversa – non un singolo ‘creatore’ ha
sofferto. In realtà solo le persone dotate di creatività si sono godute appieno
la vita. Non un solo creatore è stato messo in manicomio, non uno solo si è suicidato. Al contrario, le persone dotate di creatività
hanno approfondito la meditazione, e molti sono diventati mistici. Dalla
pittura, dalla musica, dalla danza si sono diretti sempre più in profondità nel
loro essere. La società occidentale soffre di una penosa carenza
– ignora cosa sia la meditazione; e così, qualsiasi cosa si faccia nasce dalla
mente.
E la mente non è una fonte
di gioia. Può solo creare tormenti, non estasi.
La mente è il tuo inferno.
E allora impara a essere più meditativo, e lascia che la tua creatività sia
secondaria rispetto alla meditazione. In questo modo raggiungerai uno stato
dell’essere del tutto diverso: quello della beatitudine – e qualunque cosa creerai, se nasce dalla beatitudine, ne porterà in sé la
fragranza.
In Occidente forse solo Gurdjieff ha distinto l’arte in due differenti
manifestazioni: l’arte oggettiva e l’arte soggettiva.
L’arte soggettiva è un prodotto della mente, e nasce dal dolore. L’arte
oggettiva – il Taj Mahal,
gli affreschi e le sculture nelle grotte di Ajanta ed Ellora, i templi di Khajuraho – nasce da persone meditative. Partendo dal loro
amore, dal loro silenzio, hanno voluto condividere: è
il loro contributo al mondo.
L’artista occidentale ha
vissuto sotto il peso di un grosso fardello. È ormai tempo che venga reso consapevole dell’esistenza di qualcosa di più,
oltre e al di là della mente. Prima raggiungi quello spazio – quella
trascendenza – e poi potrai creare anche le stelle; e questo non solo
provocherà una grande gioia in te, ma sarà anche fonte
di gioia per coloro che le vedranno.
Prova, in una notte di
luna piena, a sederti vicino al Taj Mahal – non fare nulla, guardalo e basta – e all’improvviso
scoprirai che il silenzio scende in te, che il cuore ti si riempie di pace. La
mente smette il suo costante chiacchiericcio.
Un prodotto dell’arte
oggettiva quale il Taj Mahal
non è solo da vedere, ma è da vivere - e così ti troverai in un certo modo
connesso con chi ha creato quella stupenda architettura. È stato creato da
maestri Sufi. La sua forma crea in qualche modo
dentro di te un nuovo spazio di beatitudine. Ma il
turista occidentale arriva con la sua macchina fotografica, scatta delle foto
qua e là e poi… via di corsa verso qualche altro monumento. Non sa apprezzare
l’arte oggettiva. Bisogna essere meditativi nell’approccio – magari il creatore
di quell’opera d’arte è distante migliaia di anni da te, e all’improvviso quella distanza sparisce: tu
diventi parte di quella gioia di creare, di quella danza creativa.
La creatività è secondaria,
la meditazione è basilare, fondamentale: tutto dovrebbe nascere dalla
meditazione. Allora ti darà beatitudine – darà al tuo
essere un nuovo canto – e aiuterà gli altri a farne, in parte, esperienza;
dipenderà da quanto sono meditativi.
Vorrei fare un’asserzione
molto singolare, e cioè che un grande meditatore
troverà persino più gioia, più pace, più beatitudine dello stesso creatore: se Gautama il Buddha siede vicino al Taj
Mahal allora quello che quei maestri sufi hanno provato creando quell’opera
sarà, e di molto, sorpassato. Gautama il Buddha
proverà qualcosa di molto più profondo, molto più vero, molto più meraviglioso.
Quando crei, o quando osservi
qualcosa creato dall’arte oggettiva, la meditazione dovrebbe essere la chiave
di tutto. In sua assenza la mente può solo mettere sulla tela i suoi incubi. La
maggior parte dei dipinti di grandi pittori, quali Paul
Gaugin o Picasso, sono
quasi come vomito. Non riuscivano a tenersi dentro tutto il loro dolore,
l’agonia: erano talmente grandi che dovevano ‘gettarle’ su una tela per avere
un qualche sollievo.
La vera arte oggettiva non
è una consolazione, non è una malattia dalla quale vuoi liberarti. È un’estasi,
un appagamento che vuoi condividere. E in questo
condividere, cresce: più ne fai partecipi gli altri, più ne hai.
tratto
da: Osho, The Golden Future #23
128
L'amore reso
visibile
Veeresh, nato nel 1938 a New
York, è conosciuto per il suo approccio radicale e innovativo nel campo della
terapia e della meditazione.Nel 1978, in Olanda, ha
fondato la Humaniversity,un
istituto di formazione per terapeuti e chiunque si occupi degli altri a livello
professionale. Veeresh è pure un pittore
instancabile, e compone anche musica che, nata per accompagnare e aiutare i
processi terapeutici, risulta essere godibilissima anche come musica d’ascolto
ed è conosciuta con il nome di “Humaniversity Sound”.
Veeresh dipinge. Nel corso degli
anni ha creato centinaia di disegni, tutti inconfondibili, firmati con la sua
grande V. Le
sue opere sono già state esibite in vari paesi. E per
chi ha conosciuto Veeresh e il suo lavoro, molto
spesso questi dipinti rappresentano un punto di riferimento estetico nella
propria casa… un ricordo visibile dell’amore.
“Sarei contento
anche se dipingessi solo per me stesso e poi nascondessi i disegni nella
mia stanza. Ma non ha senso, è importante distribuirli fra la gente, in modo
che vedendoli ci si chieda: ‘Da dove arrivano questi
disegni?’. ‘Sono creati da Veeresh.’
‘E dov’è che vive questo Veeresh?’ ‘Un posto che si
chiama Humaniversity.’ ‘Vorrei proprio conoscere
questa Humaniversity…’.”
Veeresh ricorda il suo primo
successo come pittore:
“Quando ero ancora piccolo
e mio padre era in giro, cercavo sempre di attirare la
sua attenzione in un modo o nell’altro. In un giornale vedevo un’immagine e ne
dipingevo una copia, poi la mostravo a mio padre che diceva:
‘Ben fatto, hai ricalcato.’ ‘No’ dicevo io, ‘ho proprio dipinto’. ‘Impossibile’ diceva
lui. ‘Invece sì’ rispondevo
io. A lui piaceva così tanto che andava in giro a far
vedere i miei disegni ai suoi amici dicendo: ‘E non ha ricalcato!’ Per me
questa è stata veramente un’esperienza molto importante.”
Appena
compiuti i diciotto anni Veeresh vinse un concorso di
ceramica e l’Istituto delle belle arti di Chicago gli offrì una borsa di studio. Ma la mamma gli
consigliò di scegliere un mestiere più prestigioso.
Gli diceva: “Con l’arte non fai un soldo. Perché non vai a
studiare al college e diventi uno psicologo oppure un medico?” “Così ho
rifiutato l’invito e fatto invece carriera come tossicodipendente. Dopo
quattordici anni ho smesso per sempre” racconta Veeresh.
In clinica, aveva ormai
ventisette anni, dove era andato per disintossicarsi, era famoso per la sua
furia pittorica. Un anno dopo faceva parte di un programma di riabilitazione nella
Phoenix House, un istituto che si occupa di
tossicodipendenti. Come capo sezione grafico instaurò una nuova disciplina
terapeutica: la pittura. A quel tempo un’agenzia pubblicitaria gli rubò una
delle idee più belle.
“Durante gli anni sessanta
negli Stati Uniti gli uomini di colore andavano in giro molto
orgogliosi proclamando: ‘Black is beautiful,
nero è bello!’ Un giorno mi venne l’ispirazione: ‘Il nero è bello, il bianco è
bello, il giallo è bello, il rosso è bello… e alla fine: gli uomini sono belli.’
Poi abbiamo creato un poster sfruttando questa idea. è riuscito così bene che qualcuno ha riconosciuto il suo
valore pubblicitario. Poco tempo dopo sui mezzi di trasporto potevi
vedere cartelloni giganteschi con le parole: nero è bello, bianco è bello… gli
uomini sono belli. Si sono serviti di me, hanno rubato
la mia idea! Bello il mondo della pubblicità!”
Ancora oggi Veeresh dà un importante contributo al
design, alla produzione e alla promozione delle
pubblicazioni e di tutto il materiale prodotto dalla Humaniversity.
Nel 1988 mentre firmava alcuni certificati per i partecipanti di un corso alla Humaniversity gli è venuta
l’idea di sperimentare l’uso della sua firma trasformandola in un disegno. Da
allora in poi ha creato migliaia di disegni in questo
modo, non solo sulla
tela o sulla carta, ma anche sulle pareti delle stanze, su soffitti, porte,
camicie, berretti, portafogli, specchi – e una volta addirittura su una
macchina. La caratteristica di
tutti questi disegni è la sua firma, la grande V con una linea prolungata che
finisce in un punto. Il punto simbolizza Osho.
“Tempo fa, pensando a un collegamento tra Osho e i miei disegni, ho sviluppato
questo concetto: la linea della mia firma mira a Osho. Il punto finale
rappresenta la sua essenza, la meditazione. Tutte le altre cose ruotano intorno
a questo punto. Quando ti focalizzi su questo punto tutto il dipinto
si trasforma in un Mandala.”
Veeresh ha creato un proprio
metodo per dipingere usando pennelli fatti di cartone.
Attualmente lavora spesso con la
penna a china per portare in rilievo alcuni dettagli, per esempio di un
paesaggio, una tecnica un po’ simile alla pittura Zen.
La scelta dei colori gli viene ispirata dalla vita quotidiana; dalla gradazione del
colore delle piume di un uccello alle tante tonalità di verde dei pini del
giardino. Spesso disegna paesaggi, principalmente di alta
montagna, cascate e così via. Riesce a evocare una
grande profondità dello spazio sulla tela. Le sue immagini riflettono una vera
armonia e sono il suo messaggio di amore e di
compassione per tutta l’umanità.
“Chiudo gli occhi. Tutto è
nero. A poco a poco nasce una forma vaga, simile a
un’ameba, di colore fra il verde e il blu. Dopo un po’ appaiono punti gialli, punti rossi, che formano un disegno. I disegni suggeriscono
il soggetto che in un secondo tempo prenderà forma. È sempre una sfida
trasformare queste immagini interiori in un dipinto.
Amo il movimento,
l’energia e la musica. Lascio che il mio corpo trovi un suo ritmo, un suo movimento e poi cerco di collegare questo flusso di
movimento con l’atto del dipingere. Musica e pittura si sostengono a vicenda.
La musica mi stimola e quando dipingo mi vengono ispirazioni musicali.
Dipingendo ho trovato un fenomeno che nella musica si chiama un “flusso”.
Cominci piano piano e a poco a poco diventa un’onda
gigantesca, crescendo sempre di più fin quando a un
certo punto apri le mani e la lasci andare libera.”
Di solito Veeresh dipinge nel suo laboratorio del suono. Lì, insieme
ai musicisti della Humaniversity,
produce i suoi CD, chiacchiera e discute coi suoi collaboratori oppure dà il
benvenuto ai visitatori di tutto il mondo. E lì, in questa atmosfera
particolare piena di gioia e di vitalità, fa uscire il suo mondo interiore e lo
riporta sulla tela, esprimendone la bellezza.
tratto
da:
Osho Times Edizione tedesca, maggio 2001
129
Mano nella mano
…UNA
MEDITAZIONE CHE NON È FUGGIRE DAL MONDO, RINUNCIANDO A CREARE, E UNA CREATIVITÀ
CHE SI FONDA SULLA MEDITAZIONE.
Meditazione
e creatività
devono incontrarsi, in qualche modo, altrimenti possono diventare entrambe
pericolose. In Oriente è successo: la meditazione aveva preso una strada molto
diversa, si era separata dalla creatività, aveva perso ogni contatto, era
diventata rinunciataria. Se la meditazione perde il contatto
con la creatività diventa rinunciataria. Si comincia a scappare dal mondo – una
specie di suicidio. E se la creatività manca di
meditazione – come sta succedendo in Occidente – allora impazzisce. Nessuna
delle due è una buona alternativa – suicidio o follia.
Molti grandi pittori, in un periodo o l’altro della loro vita, furono
ricoverati in manicomio. O anche se non furono
rinchiusi, erano pazzi, la gente li tollerava a mala pena. I loro dipinti, il loro lavoro, erano prova del fatto che mentalmente non erano
sani. Erano come posseduti da qualche forza malvagia – o da molte forze
insieme – e ne erano lacerati.
In Occidente la creatività
ha preso una strada diversa da quella della meditazione; in Oriente la
meditazione ha iniziato a negare del tutto la creatività – entrambi hanno fallito, sbagliato. Entrambi erano
destinati a fallire – ed è stato un bene che sia finita così. In questo modo un
mondo del tutto nuovo, dove la meditazione e la creatività si
incontrano e procedono di pari passo – mano nella mano – è possibile per
il futuro. Sarà quella la sintesi più importante fra Oriente e Occidente, fra
la mente attiva e la mente passiva, fra il maschile e
il femminile, yin
e yang.
La meditazione è yin, la creatività è yang. La meditazione è passiva, la creatività
è attiva. La meditazione è il femminile, la creatività
è il maschile. Devono incontrarsi… e quando si incontrano
succede qualcosa di meraviglioso.
tratto
da: Osho, Blessed are the ignorant
130
UN LAVORO CHE TI RENDE FELICE
È una donna molto in anticipo
sui tempi. Quando Anjali aveva appena 18 anni e
iniziava a pensare a cosa fare nella vita – prima ancora che, almeno nei corsi
per manager, si iniziasse a parlare di ‘divertirsi sul
lavoro’ – decise che era proprio quella la sua meta,
non si sarebbe accontentata di niente di meno.
“Non sapevo proprio in cosa specializzarmi dopo
aver finito la scuola, ma avevo chiaro che non volevo svegliarmi ogni mattina e
pensare: ‘Mio dio, anche oggi devo andare a lavorare!’
Volevo trovare qualcosa per la quale sarei stata contenta di alzarmi dal letto”
ci racconta.
“Un
lavoro pratico,” ci spiega, e dopo aver passato pochi minuti a
parlare con lei è facile capire perché: Anjali di
sicuro ha un temperamento artistico, ma ha anche i piedi ben piantati per
terra. E così ha scelto la falegnameria, perché “è una
delle poche cose che si possono fare rimanendo coinvolti dall’inizio alla fine
del processo: dalla progettazione, all’esecuzione, alla vendita”. Per due anni
ha seguito un apprendistato nel mestiere che si era scelta, e in seguito, dopo
qualche tenpo, ha deciso di specializzarsi nel
restauro di cornici antiche.
È stato durante una sua precedente visita alla
comune di Pune che in lei ha iniziato a svilupparsi questa idea
di ‘natura per l’arte e arte per la natura’.
Continuava a imbattersi in cose quali baccelli o
foglie, e immediatamente vedeva il loro potenziale da un diverso punto di
vista, in un contesto artistico. E così ha cominciato
a raccogliere questo materiale e a disegnare nel suo album, con semplici schizzi,
le varie idee che le venivano su come utilizzarlo. Aveva avuto spesso delle
idee creative, ma raramente le aveva portate a una
piena realizzazione; questa volta però si è detta che voleva concedersi un anno
per lavorare su questo progetto. Ed è quello che è successo veramente al suo
ritorno in Germania: lavorare su questa sua visione della ‘natura per l’arte’,
e insieme dare più tempo all’altra sua grande
passione: la fotografia. E adesso queste due forme di creatività le danno da vivere.
“Trovo tutto il materiale per le mie opere, e
anche l’ispirazione, nella natura. Dispongo semplicemente i materiali naturali
in nuove forme, nuove combinazioni. La natura è
perfetta, non credo di poterla migliorare… ma a me
piace giocare con le cose. Mi diverto e poi i commenti che ricevo mostrano come
molte persone, attraverso le mie opere, riescano a
vedere la natura in una prospettiva diversa. Ed è qui
dove l’arte torna alla natura. Il ciclo è completo – la
natura è presentata come arte. Quando poi vendo qualche opera, do una
piccola percentuale a organizzazioni che difendono
l’ambiente, ad esempio Greenpeace, e così in qualche
modo vedo di far ritornare qualcosa alla natura.”
E come integri la
meditazione nel tuo lavoro?
“Non c’è alcuna divisione fra il mio lavoro e la mia meditazione: parlare di ‘integrarli’ mi suona assurdo. Ma non è sempre stato così. Prima esprimevo la mia
creatività, certo, ma la cosa nasceva dal desiderio… un’aspirazione,
un’ambizione forse – non era una sensazione piacevole. Da
quando ho scoperto Osho e la meditazione, la situazione è cambiata: la mia
creatività nasce ora da una specie di ‘ricchezza interiore’,
dallo star bene con me stessa e non più da quell’ansia
di prima. E sicuramente la meditazione mi permette di apprezzare meglio
la bellezza della natura e il suo potenziale, che riesco
così a trasformare in oggetti che entrano in sintonia con lo spazio e il
silenzio – un’eco della meditazione stessa.
A volte guardo un mia opera
e non posso credere che l’ho fatta proprio io; mi spavento persino, pensando
che non riuscirò a farne un’altra. Però continua a
succedere, e aumenta così la fiducia che se rimango ‘aperta’ continuerà a
succedere ancora. Ma in realtà non sento che sto ‘facendo’ io qualcosa, nel
senso che sto proiettando qualcosa di me stessa in quello che succede; mi sento
un po’ come se stessi solo prestando le mie mani a una
qualche forza impersonale.
Fin dall’inizio ho compreso che la meditazione non
è qualcosa di particolare che tu fai, ma piuttosto il
modo in cui fai tutte le cose. Il mio nome ‘Anjali’
significa preghiera e Osho mi ha detto che qualsiasi
cosa uno faccia al cento per cento diventa la sua offerta all’esistenza – non
importa di cosa si tratti. L’importante è che ti impegni
con tutto te stesso. L’intensità è una cosa che mi piace comunque
– sono uno scorpione! – e così quella frase mi è sembrata giusta fin
dall’inizio, e col tempo è diventata una chiave di volta della mia vita, una
specie di koan che continua a presentarsi alla mia
attenzione.”
Questa attività le procura dei guadagni, dice Anjali, aggiungendo subito che però non è questo lo scopo
principale. Sul momento è occupata ad organizzare delle mostre, in varie parti
del mondo, e ancora non è sicura di quali saranno i ritorni, dal punto di vista
economico, di questo impegno. Ma la cosa non le crea
insicurezze, come potrebbe succedere a una persona
meno coraggiosa: “Se con questa attività riuscirò a mantenermi, se continuerà
ad arrivarmi l’ispirazione a creare queste cose, bene! Altrimenti si presenterà
qualche altra occasione,” dice con sicurezza.
“Sento che quello che sta succedendo col mio
lavoro è proprio la cosa giusta: mi sta dando veramente molto. Al momento mi
sento sulla cresta dell’onda: a volte nella vita senti di aver trovato il
filone giusto, di essere arrivato alla fonte di qualcosa… sembra proprio quello
che mi sta succedendo adesso.”
331
Meditazione
e scienza
Meditazione e religiosità da una parte e scienza
dall’altra, due reami ben distinti, praticamente agli
antipodi: è così che siamo stati condizionati a considerarle. Vuoi dalle
religioni organizzate che si nutrono di fideismo e sembrano, da sempre, le
nemiche di ogni progresso scientifico, vuoi da una
concezione della scienza un po’ all’antica che vuole limitarsi a spiegazioni
puramente meccanicistiche della realtà e troppo spesso tende a considerare
queste spiegazioni - dei semplici modelli - più ‘vere’ della realtà stessa. Ma
non è più così, ormai anche su riviste a larga diffusione si parla, ad esempio,
di neuroteologia, lo studio cioè
della componente neurobiologica di religione e
spiritualità.
‘Nel cervello c’è Dio’ è il titolo di un servizio apparso alcuni mesi fa
sull’Espresso – e ripreso da Newsweek – che oltre a considerare il problema se dio
sia o meno nel cervello (o da qualche altra parte), fa numerosi riferimenti a
questo filone di ricerca neurologica che indaga su ciò che succede a livello
cerebrale durante esperienze di meditazione (vedi Osho Times di luglio pg.38) o comunque “spirituali”.
Uno dei motivi, forse, per cui
ci si sta mettendo a studiare in maniera scientifica la meditazione può anche
essere individuato nella scoperta di analogie sempre più profonde tra la
visione del mondo della moderna fisica quantistica e quella di chi ha raggiunto
una conoscenza della realtà attraverso la ricerca del sé, la meditazione. Su
entrambi gli approcci a questo rapporto che sta diventando sempre più stretto fornisce spunti interessanti il testo che segue,
tratto da una conferenza tenuta da Veet Maria – Dott. Maria
Clotilde Rossi – nell’Aula Magna dell’Università di Varese lo scorso inverno.
Generalmente
in Occidente
non si comprende cosa vuol dire meditare e a cosa possa servire. Innanzitutto perché la parola meditazione (sinonimo di
‘riflettere su qualcosa’) significa tutt’altro rispetto a ciò che dovrebbe significare: non
esiste altra parola nelle lingue occidentali che possa tradurre zen, dhyana o ch’an, parole che in
giapponese, sanscrito e cinese si riferiscono a uno stato di coscienza dove la
mente tace ed è presente una certa qualità della consapevolezza.
… L’esperienza di unione
con il mondo circostante è ciò che caratterizza questo stato, ogni vissuto di
frammentazione viene meno, si dissolve. Il vissuto di un io-mente isolato
dentro un corpo, di un io-mente che può, che deve controllare il corpo
faticosamente, si dissolve: svaniscono i confini della nostra individualità, la
parte si dissolve nel tutto.
La consapevolezza, quando si trova in quel luogo
interiore oltre la mente, viene chiamata il
‘testimone’; il testimone percepisce gli stimoli sensoriali e osserva i
contenuti della mente se e quando appaiono, ma senza trattenere né analizzare.
La mente e i sensi non sono in questa dimensione strumenti privilegiati
di conoscenza della realtà.
Cosa c’entra la scienza in
tutto ciò? Non sto forse parlando di fenomeni a cui si dà credibilità
e valore solo nel mondo religioso? C’entra perché la scienza occidentale da
qualche decennio condivide con gli illuminati la stessa visione dell’universo e
ha volto la sua attenzione a quei fenomeni che fino a poco tempo fa venivano relegati nell’ambito del misticismo.
… Ecco cosa dice al riguardo Osho:
“Prima o poi la scienza e
la meditazione si dovranno incontrare, la loro ricerca è simile, la loro
direzione è diversa: la scienza ricerca all’esterno, la meditazione ricerca
all’interno, ma la qualità della ricerca è la stessa.”
Che scienza e religione abbiano
una direzione diversa è evidente, ma cosa vuol dire esattamente che ‘la qualità
della ricerca è la stessa’?
Fritjof Capra, fisico americano,
noto per le sue pubblicazioni di carattere tecnico e per quelle sulle
implicazioni filosofiche della scienza moderna, ci fa comprendere le qualità
che accomunano ricerca scientifica e meditazione.
1) Prima di tutto è facile dimostrare che entrambe
sono fondate sull’esperienza.
La base della meditazione è l’esperienza
introspettiva, l’osservazione del proprio mondo interno, ed è radicalmente
sperimentale, indipendentemente dalle parole utilizzate per tentare di spiegare
l’esperienza stessa. I maestri orientali cercano di tradurre in parole
l’esperienza che nasce negli stati di meditazione e ci invitano
a iniziare la pratica della meditazione, proprio perché non vogliono creare una
conoscenza che prescinda dall’esperienza. Il fatto che la meditazione poggi
saldamente sull’esperienza, suggerisce un’analogia con la conoscenza
scientifica, fermamente ancorata all’esperimento.
L’osservare, il vedere, è il primo passo del
conoscere sia per la scienza sia per la religiosità che
nasce dagli stati di meditazione. Buddha dice: “Se una persona non sa cosa è la
luce, non le spiego intellettualmente cos’è la luce, ma cerco di curare i suoi
occhi”.
Le tecniche di meditazione curano gli occhi!
2) Entrambe esplorano dimensioni extrasensoriali.
Quando i maestri di meditazione parlano del ‘vedere’ si riferiscono a un tipo di percezione che
trascende gli organi della vista, per divenire un’esperienza non sensoriale del
mondo interno ed esterno, un’esperienza extrasensoriale.
Questo modo di guardare inerente alle tecniche di
meditazione sembra aver poco a che fare con l’osservazione empirica dello
scienziato, ma quando si considera come l’osservazione del fisico quantistico
penetri in uno spazio non conoscibile attraverso i sensi – lo spazio atomico e
quello subatomico – ritroviamo un’altra corrispondenza
tra scienza e meditazione.
Affermare una corrispondenza tra esperimenti
scientifici e meditazione può sembrare comunque un
paradosso: come possiamo concepire che la complessità dei dispositivi tecnici
usati dagli scienziati sia eguagliata, se non superata, dall’espansione della
coscienza di una persona immersa in profonda meditazione?
Ma ecco come ne parla Osho:
“Sii testimone degli oggetti della mente, dei
contenuti della mente. Osservali senza valutarli o
giudicarli, semplicemente guarda, così si crea dhyana
(meditazione). Poi sii testimone del testimone stesso, così viene
creato il satori, l’estasi suprema. Non fermarti a dhyana, osserva colui che osserva:
osservando l’attività della mente, la mente scompare. Osservando il testimone
che osserva, il testimone si espande e diventa
universale. Il primo passo è negativo, ci libera dalla
mente. Il secondo è positivo, ci radica nella
consapevolezza suprema”.
Questo è dunque il percorso assai complesso verso
il culmine dell’ascesi, verso la conoscenza diretta della realtà, la conoscenza assoluta, contrapposta a quella relativa dei
sensi e dell’intelletto che si basa su discriminazioni, astrazioni,
classificazioni approssimate e relative.
…Per comprendere cosa significa conoscere
direttamente la realtà, conoscere senza che tra noi e la realtà si intromettano i sensi e l’intelletto, è utile riflettere
sulla differenza fra due tipi di conoscenza noti a noi tutti: la conoscenza
razionale e quella intuitiva. In Occidente la conoscenza intuitiva, quella che
si esplica senza l’intrusione dell’intelletto e dei
sensi, non è tenuta in grande considerazione, né esistono metodi o scuole per
svilupparla; è tenuta invece in grande considerazione la conoscenza razionale.
Eppure chi non ha mai usato con
fiducia la propria capacità di intuire?
Anche nella ricerca scientifica l’intuizione ha
avuto un ruolo rilevante; ogni grande scoperta è nata in un improvviso lampo di illuminazione. Numerosi sono gli aneddoti che si
riferiscono a scienziati che, grazie a intuizioni
improvvise che accadevano nel dormiveglia o in momenti in cui non pensavano
alle loro ricerche, risolvevano in modo brillante e inaspettato un problema
apparentemente irresolubile. Ma questo tipo di conoscenza intuitiva si esplica in tempi molto brevi, raramente e improvvisamente.
Le tecniche di meditazione invece insegnano a permanere a lungo nello stato in
cui nasce la conoscenza diretta della realtà.
Per quanto riguarda la conoscenza razionale, i
suoi limiti sono messi in evidenza anche dalla scienza
moderna e in particolare dalla fisica moderna la quale ha compreso che ogni
concetto è un’astrazione e ha quindi un campo limitato di applicazione; ha
compreso inoltre che, siccome la nostra rappresentazione della realtà è l’unica
che l’intelletto possa afferrare, si tende a considerare i concetti o i simboli
che descrivono la realtà come se fossero la realtà stessa. Si tende cioè a confondere la mappa con il territorio.
3) La conoscenza diretta della realtà, cioè l’illuminazione, e l’evoluzione della scienza negli
ultimi tempi, portano alla stessa visione dell’universo.
La fisica dell’ultimo secolo non si limita a
mettere in crisi le pretese di conoscenza inconfutabile da parte del pensiero
razionale, ma prende di mira il modello meccanicistico dell’universo,
fondamento della fisica classica. Nel loro viaggio verso l’infinitamente
piccolo i fisici hanno potuto dare un primo sguardo nella natura essenziale
delle cose, quella che sta al di là del mondo
fenomenico, e si sono resi conto che la visione cosmica degli illuminati –
l’esperienza diretta della realtà – la visione di tutti i fenomeni
dell’universo come parti integranti di un tutto indivisibile e armonioso, è in
sintonia, a differenza del modello meccanicistico, con quanto si è scoperto del
mondo subatomico. I due temi fondamentali nella visione
cosmica della fisica quantistica sono l’unità e interdipendenza di tutti i
fenomeni e la natura intrinsecamente dinamica dell’universo. I fisici –
come gli illuminati – sono giunti a considerare l’universo come un insieme di componenti inseparabili, interagenti e in moto continuo.
Questa visione dell’universo si produce quando l’uomo
indaga sulla natura essenziale delle cose, e scopre una realtà diversa rispetto
a ciò che appare ai nostri sensi: nella realtà più profonda della materia e
nella realtà più profonda della coscienza.
4) Soggetto e oggetto sono due facce della stessa
medaglia: nella fisica quantistica si giunge alla conclusione
che il soggetto che osserva un fenomeno non è separato dal fenomeno stesso, ma
ne è parte integrante e necessariamente lo influenza.
Nei Veda, forse le più antiche scritture sacre a
noi pervenute, si indica lo stato di pura conoscenza
come quello in cui soggetto conoscente, oggetto conosciuto e processo
conoscitivo sono accomunati all’interno di un’unica coscienza, consapevole di
se stessa in quanto una e trina.
5) Le forze che causano il movimento non sono esterne, ma proprietà intrinseca della materia. Questa
affermazione si ritrova sia nella fisica moderna, sia nella religiosità che nasce dalla meditazione, dove la ‘divinità’ è
identificata con l’energia che informa ogni cosa dall’interno.
Soffermiamoci su quest’ultima corrispondenza, la
più significativa per la definizione di quel modello
dell’universo che si contrappone al modello coniato dalla fisica
meccanicistica.
Già all’inizio del secolo scorso, la fisica
quantistica scopre che i presupposti teorici della fisica classica (le
particelle e gli eventi concreti, separati, localizzati e prevedibili,
osservabili e misurabili oggettivamente nello spazio e nel tempo, e inoltre uno
sperimentatore separato da ciò che osserva, fatto di una sostanza diversa dagli
oggetti materiali che osserva) sono corretti su scala macroscopica,
laddove predominano la differenziazione e il mutamento, ma non sono corretti
nella dimensione subatomica dove predominano l’integrazione, la stabilità e
l’unità.
Il modello dell’universo della fisica classica,
come si è accennato più sopra, deve essere cambiato, e una tappa fondamentale
per la fondazione del nuovo modello è la scoperta del campo unificato di tutte
le leggi di natura così definito da Albert Einstein: “Possiamo considerare la materia come costituita
da porzioni di spazio nelle quali il campo di forze è estremamente
intenso. In questo nuovo tipo di fisica non vi è posto per entrambi, sia per il
campo di forze che per la materia, in quanto il campo è l’unica realtà. È
dunque un campo di forze di energia caratterizzato
dalle proprietà di autosufficienza, autointerazione,
dinamismo infinito, supersimmetria (principio unificante dei quattro tipi di
forze: interazione debole, interazione forte, gravitazionale ed
elettromagnetica) dal quale si possono generare sequenzialmente
una serie infinita di fenomeni. Il campo va considerato come un continuum. È presente ovunque nello spazio, e ogni
particella è concepita come una discontinuità nella struttura del campo”.
In fisica dunque la materia
solida è solo una condensazione o una manifestazione di un campo di
energia e di intelligenza che pervade e sostiene ogni aspetto della creazione.
Il linguaggio di Einstein è metafisico, extrasensoriale, ontologico come
quello degli illuminati!
Osho descrive l’universo così:
“L’universo è energia in espansione e la vita è
una cristallizzazione di questa energia: ciò che
vediamo come materia, che sperimentiamo come pensiero, che sentiamo come
consapevolezza, è energia. L’intero cosmo, le onde del mare, gli alberi della
foresta, o i granelli di sabbia, o le stelle nei cieli, o ciò che sentiamo
dentro di noi, tutto è manifestazione della stessa energia in infinite forme e
modi”.
Ma a questa descrizione dell’universo,
incredibilmente simile a quella di Albert
Einstein, segue l’insegnamento di come poter sentire
e conoscere il campo energetico che ci circonda:
“Ma per conoscere questa energia,
per farne esperienza, è necessario che noi stessi ci sentiamo energia. Quando
meditiamo l’energia nascosta si risveglia con forza
così grande da poterci connettere con l’energia all’esterno. E quando avverrà
questa connessione, diventeremo foglie lievi
fluttuanti nell’oceano infinito dei venti. Allora la nostra esistenza separata
sarà perduta e saremo una cosa sola con l’infinito”.
…Emergono così diverse analogie
fra le ricerche informate dalla conoscenza razionale, fondate
sull’osservazione del mondo esteriore, e le ricerche informate dalla conoscenza
extrasensoriale ed extramentale fondate sull’osservazione del mondo interno.
Analogie nei metodi e nei
risultati: conoscenza fondata sull’osservazione – osservazione in dimensioni
non accessibili ai sensi ordinari – osservazione dove soggetto e oggetto non
sono separati – energia che informa dall’interno tutti i fenomeni –
fondamentale unità e fondamentale dinamismo che comprende tutti i fenomeni.
Analogie ma anche differenze. Abbiamo scoperto che
le tecniche di meditazione determinano l’apprendimento in un modo assolutamente
diverso rispetto alle discipline di apprendimento
occidentali: il semplice guardare anziché analizzare e memorizzare, lo svuotare
la mente anziché riempirla di concetti, di tecniche e di nozioni; quindi il
rilassarsi anziché tendere verso il risultato. Il frutto di questo modo di
apprendere è un’esperienza vissuta in prima persona, anziché una conoscenza che
si basa sull’interpretazione razionale di ciò che emerge dagli esperimenti.
La scienza, anche quella che più si avvicina alla
definizione dell’essenza, non è in grado di andare al di là
di una descrizione oggettiva dei fenomeni che osserva, descrizione
sostenuta da argomenti razionali.
Nella meditazione l’esperienza dell’essenza è un’esperienza che richiama gli stessi attributi del campo
unificato, ma è un’esperienza soggettiva raggiunta mediante l’esplorazione
della propria coscienza.
La scienza non possiede una metodologia adeguata
per conoscere il soggetto conoscente, e quindi il processo di conoscenza che
unisce il soggetto con l’oggetto. Solo la meditazione può realizzare un
processo conoscitivo che non oggettualizza la
soggettività, ma crea l’osservatore dello stato unificato di soggettività,
oggettività e processo conoscitivo. Nello stato di meditazione la coscienza
conosce se stessa; la conoscenza di sé è l’unica conoscenza
possibile ed è la conoscenza dell’essenza, o, per meglio dire, l’esperienza
dell’essenza.
Osho ci ricorda a questo proposito le parole di
Buddha: “La mente pensa la verità. Pensa la verità solo perché non la conosce.
Pensare è il gioco dell’uomo cieco. Quando la luce non
c’è oppure tu sei cieco, cosa puoi pensare della luce? Qualsiasi cosa pensassi sarebbe sbagliata. È come voler spiegare il silenzio
attraverso i suoni”.
La scienza vuole spiegare il silenzio attraverso i
suoni ma, se non conosce già il silenzio, come può spiegarlo? Può fare
intendere che il silenzio esiste, questo sì.
Fuori di metafora, il modo in cui può farlo, ad
esempio, è scoprendo cosa succede di speciale nel nostro cervello o più in
generale nel nostro organismo, quando meditiamo: così lo stato meditativo può
divenire un’inconfutabile realtà scientifica, non in quanto spiegabile mediante
il linguaggio della mente, ma in quanto associabile a stati particolari, unici
del nostro sistema nervoso, stati oggettivabili, misurabili e descrivibili.
Ad esempio, le ricerche del fisiologo Roland Fisher (1973) ci aiutano a
capire come si modifica lo stato di coscienza ordinario e il sistema nervoso
neurovegetativo nel percorso verso il satori.
Fisher ha creato una mappa di
stati di coscienza, un modello psicofisiologico che
considera gli stati di transizione verso il satori
stesso, stati di coscienza modificati.
Secondo Fisher i
cambiamenti di stato di coscienza (la maggior parte di noi esperisce
consapevolmente solo la veglia e il sonno, ma se ne possono esperire molti
altri) dipendono dai cambiamenti di equilibrio tra gli
stimoli che sollecitano il sistema nervoso e l’elaborazione di questi stimoli.
Lo stato di coscienza ordinario è quello in cui il
sistema nervoso centrale elabora stimoli (interni ed esterni) ai quali si è
adattato nella routine giornaliera.
Se aumentano gli stimoli a cui il sistema nervoso
si è adattato, sia che si tratti di stimoli
provenienti dall’esterno (es. danza, canto, suono di tamburi, movimenti in
velocissima successione, ecc.), sia di quelli provenienti dall’interno (es.
pensare ossessivamente a un problema da risolvere, forti emozioni ecc.), deve
aumentare anche la velocità della loro elaborazione: questa elaborazione
accelerata genera stati di coscienza modificati rispetto allo stato di
coscienza ordinario.
Anche la riduzione degli stimoli interni
(disattivare la mente) ed esterni (un ambiente privo di luce e di rumore)
producendo una diminuzione della velocità di elaborazione
da parte del sistema nervoso centrale, genera stati modificati di coscienza.
Gli stati di coscienza che nascono in seguito a una iperstimolazione
sono, nella mappa di Fisher, allineati lungo un
continuum e caratterizzati da una iperattività ortosimpatica: a partire da uno stato leggermente euforico
detto creatività, seguono uno stato d’ansia, uno stato di dissociazione simile
alla schizofrenia acuta (ma reversibile), uno stato catatonico (mente bloccata)
e infine il satori.
Quelli che giacciono sul continuum di diminuzione
della stimolazione, caratterizzati da una iperattività parasimpatica, sono: uno stato di
rilassamento, uno stato di rilassamento profondo, il satori.
Per raggiungere il satori
è necessario dunque sottoporsi al bombardamento sensoriale o alla deprivazione
sensoriale, vivendo uno per uno gli stati del
continuum. Con la pratica assidua, i tempi di permanenza nei vari stati possono
abbreviarsi a tal punto che il raggiungimento degli stati estremi può essere
istantaneo.
Questa ricerca dà un’idea di come si modifichino gli stati di coscienza, di come cioè funzionino
le tecniche di meditazione. Le tecniche di meditazione funzionano infatti sia con esercizi che acquietano la mente, impedendo
che la mente sia attivata da stimoli interni o esterni, sia con esercizi che,
sottoponendo la mente a un bombardamento di stimoli, ne provocano la
disattivazione.
Ma cosa succede nel nostro cervello
quando ci troviamo negli stati di coscienza così modificati sia dal
punto di vista neurovegetativo sia dal punto di vista psicologico?
Esistono molte ricerche svolte in università
europee e statunitensi che hanno evidenziato frequenze elettroencefalografiche
che caratterizzano unicamente gli stati meditativi. Ne cito una, quella di Dunn, Hertigan, Minkulasl (1991) dove si riscontra, negli stati di
meditazione, l’apparire di onde beta 1 e beta 2, che
sono onde ad alta frequenza tipiche dello stato di veglia e contemporaneamente
onde theta e delta, che sono onde a bassa frequenza
tipiche dello stato di sonno e di presonno.
Ovviamente le onde ad alta frequenza e quelle a
bassa frequenza appaiono contemporaneamente ma in aree
diverse del cervello.
Questo fenomeno è comprensibile per tutti coloro che meditano. Quando
meditiamo la nostra mente tace e nello stesso tempo rimaniamo consapevoli: è
presente in noi il testimone. Lo stesso fenomeno avviene nel nostro cervello.
Un’area del cervello rivela uno stato di calma e di rilassamento (produce più theta e delta) mentre un’altra area rivela uno stato di attenzione (produce più alpha e
beta).
Esistono anche ricerche neurofisiologiche
e biochimiche che descrivono i vantaggi psicofisici prodotti dalla meditazione.
Banquet e Sailhan
(1974) riscontrano che i tracciati dell’EEG corrispondono a
una sorta di ‘reazione di recupero’ cosicché la
pratica regolare di una tecnica di meditazione favorisce una migliore
integrazione funzionale di aree specifiche e aspecifiche
delle strutture corticali e subcorticali del
cervello.
Concludono affermando che durante
gli stati meditativi si verifica una migliore integrazione della funzionalità
neurale a tutti i livelli: tra le funzioni percettive e quelle di attivazione,
fra i due emisferi e fra le funzioni corticali e quelle subcorticali
visivo-emotive (questo recupero avviene anche durante
il sonno).
L’elaborazione di modelli neurofisiologici
che descrivono il processo di trascendenza costituisce
un ricco settore di indagine, tuttora in via di esplorazione.
Molti studiosi hanno potuto dimostrare che la
pratica della meditazione promuove una serie di effetti
benefici che perdurano nel tempo, quali la diminuzione del livello d’ansia, il
miglioramento delle prestazioni sensomotorie, della
memoria e del pensiero (più flessibile e originale).
Anche l’indagine biochimica sta
dando risultati sorprendenti: variazioni nella produzione di melatonina, delle catecolamine,
delle betaendorfine, degli interferoni e variazioni
che comportano una modalità più stabile dell’attività endocrina.
Quando si parla di meditazione
si evoca generalmente l’immagine di un monaco seduto a gambe incrociate in una
grotta isolata, seminudo e privo di beni personali. Per la maggior parte degli
occidentali tali condizioni di vita appaiono prive di qualsiasi attrattiva. Non
solo la pratica in sé sembra richiedere enormi sforzi e un grande
dispendio di tempo, ma anche i codici sociali ed etici ad essa connessi
risultano incompatibili con l’impronta della vita moderna.
Questa è un’immagine falsa e folcloristica della
meditazione; le tecniche di meditazione non comportano
per definizione nessuno stile di vita, o credenza o stato d’animo, ma un
processo reale e oggettivamente misurabile di cambiamenti di stati di
coscienza. Esse si avvalgono dell’intrinseca capacità del sistema nervoso di migliorare le proprie prestazioni e dispiegare al massimo
le proprie potenzialità; così, raggiungere stati di coscienza superiori
introduce in una dimensione di pace e di silenzio.
Basta apprendere come iniziare una tecnica di
meditazione, perché l’attenzione venga spontaneamente
rivolta verso l’interiorità e perché ci si senta sempre più appagati.
L’incontro fra l’antica scienza della meditazione
e la scienza moderna potrà mettere in luce queste verità ed essere un invito a inoltrarci in profondità nel nostro essere.
Veet Maria
Tutto è consapevolezza
La vita di Albert Einstein è stata piena di
sorprese. La sorpresa più grande fu quando si rese
conto che, se osservi il comportamento degli elettroni, essi si comportano
diversamente da quando nessuno li sta osservando. Strano! Pensavamo che gli
elettroni fossero morti – semplice materia – e invece sembrano
essere proprio vivi, e molto sensibili.
Non appartengono alla nostra società o alla nostra
cultura, non devono preoccuparsi di cosa pensiamo di loro, eppure qualcosa accade… quando sono soli si comportano in un certo modo e
quando sentono che qualcuno sta guardando… diventano immediatamente dei gentlemen! Albert Einstein ne fu scioccato, perché questo fatto voleva dire che gli elettroni hanno una consapevolezza di qualche
tipo. Non sono solo particelle elettriche; hanno la
propria consapevolezza.
Forse non ti rendi conto che quando passi vicino a un albero, questo cambia il suo comportamento. Sta un po’
più dritto, è più bello, emana più fragranza dai suoi fiori. Qualcuno sta
passando: deve mostrarsi al massimo della sua bellezza.
… Ora gli scienziati hanno scoperto che gli alberi
sono molto sensibili. Quando arriva il taglialegna per tagliare
l’albero, questo si mette a tremare, e questo tremito può essere letto in un
grafico, proprio come in un elettrocardiogramma. Bisogna attaccare l’albero a un piccolo apparecchio, e questo fa vedere come si sente
l’albero – se è felice, se si sente bene… Nel momento in cui l’albero vede il
taglialegna arrivare… il taglialegna non ha ancora iniziato a tagliare
l’albero, ma se nella sua mente c’è l’idea di tagliare l’albero, il grafico
improvvisamente impazzisce, perde ogni armonia. Solo un
attimo prima era tutto armonioso, e ora invece il grafico va su e giù a
sbalzi: l’albero sta tremando, il suo cuore è preoccupato.
Se il taglialegna passa senza questa
idea, il grafico rimane invariato. E non solo si
‘agita’ l’albero che sta per essere tagliato, anche altri alberi che gli sono
vicini iniziano a sentirsi preoccupati, perché uno di loro sta per essere
colpito. Sembra che le vibrazioni sottili che arrivano dalla mente dell’uomo –
diverse a seconda che stia per tagliare l’albero o
meno – vengano percepite dagli alberi.
L’esistenza intera è straordinariamente sensibile.
Tutto è fatto di consapevolezza.
Osho
La
meditazione è un puro metodo scientifico. La scienza è osservazione, osservazione degli oggetti. Quando ti rivolgi al tuo interno si tratta della stessa osservazione, solo che hai
fatto un giro di centottanta gradi e stai guardando dentro di te. Questo è ciò
che chiamiamo meditazione. Non c'è
bisogno di nessun dio, non c'è bisogno di nessuna Bibbia. Non hai bisogno,
come prerequisito, di appartenere a un credo. Un ateo
può meditare esattamente come chiunque altro, perché la meditazione
è solo un metodo per guardare dentro di sé.
Osho
332
Consapevolezza
e Energia
La materia è più simile a
un pensiero che a un oggetto
La fisica moderna ha fatto una grandissima
scoperta, e cioè che la materia è energia. Questo è il
contributo più grande di Albert
Einstein all’umanità: E è uguale a mc2, la materia è
energia. La materia è solo un’apparenza… non c’è una
cosa chiamata materia, non esiste nulla di solido. Persino la roccia più
compatta è energia pulsante, persino la roccia più dura è energia, tanto quanto
lo è l’oceano tempestoso. Le onde che sorgono nella solidità della roccia non sono visibili, sono difficili da percepire, ma
ciò non vuol dire che la roccia non sia viva: essa pulsa, respira, crea onde.
Friedrich Nietzsche
ha dichiarato che dio è morto. Dio non è morto, al contrario, è la materia che
è morta. Si è scoperto che la materia non esiste affatto.
Questa intuizione sulla materia porta la fisica moderna
molto, molto vicino al misticismo. Per la prima volta
scienziati e mistici si stanno avvicinando moltissimo gli uni agli
altri, fino quasi a potersi tenere per mano.
Eddington, uno dei più grandi
scienziati di questi tempi, ha detto: “Pensavamo che
la materia fosse una cosa; adesso sappiamo che non è così. La materia è più
simile a un pensiero che a un oggetto”.
L’esistenza è energia. La
scienza ha scoperto ora che sia l’osservato che
l’osservatore sono energia. Per secoli, come minimo per cinquemila anni, è
stato un fatto riconosciuto che uno di questi due poli – quello del soggetto,
dell’osservatore, della consapevolezza – è energia.
Il tuo corpo è energia e
così sono anche la mente e l’anima. Ma allora qual è
la differenza tra tutti e tre? La differenza è solo
una differenza di ritmo, di una diversa lunghezza d’onda, questo è tutto. Il
corpo è un livello più grossolano, è un’energia che opera in modo più rozzo,
visibile agli occhi.
La mente è un po’ più
sottile, ma non è ancora troppo sottile, perché sei comunque
in grado di chiudere gli occhi e vedere i pensieri che si muovono; vederli è
una cosa possibile. Il corpo può essere visto da tutti, è
un fatto pubblico. I pensieri possono essere visti solo a livello privato.
Nessuno, tranne te, ha la possibilità di vedere i tuoi pensieri.
Il terzo livello, il più
alto, è quello della consapevolezza. Non puoi vederlo neanche tu. Non può essere ricondotto a un oggetto, è
pura soggettività.
Se
queste tre energie operano in armonia, sei sano, integro. Se non
c’è armonia e accordo tra loro, sei malato;
non sei più integro, completo. La sacralità si raggiunge
quando si è totali.
Il lavoro che facciamo qui
è quello di aiutare corpo, mente e
consapevolezza a danzare seguendo un unico
ritmo, tutti insieme in profonda armonia, a cooperare
invece di entrare in conflitto. Quando corpo, mente e consapevolezza iniziano a operare di comune accordo, diventi una trinità, e in quell’esperienza trovi dio.
Non c’è una relazione tra consapevolezza ed energia.
La consapevolezza è energia, la più
pura delle energie; la mente non è così pura, il corpo
ancora di meno. Il corpo è un miscuglio, e persino la mente non è del tutto pura.
La consapevolezza è
energia purissima. Ma arrivi a conoscere la consapevolezza
solo se le tre parti si fondono creando un unico cosmo, invece che un caos.
Le persone vivono nel caos: i corpi dicono una cosa, vogliono andare in una
direzione; le menti non tengono affatto conto del
corpo, perché per secoli ti hanno insegnato che non sei il corpo, per secoli ti
hanno detto che il corpo è il nemico, che devi combatterlo, distruggerlo, che
rappresenta il peccato.
A causa di tutte queste
idee – che sono stupide, che sono dannose, velenose, ma che sono state
insegnate per così tanto tempo che ormai fanno parte
della mente collettiva – non riesci a sentire il corpo che danza al ritmo del
tuo essere. Questo è il motivo per cui insisto tanto
sul danzare e sulla musica: solo nella danza sei in grado di provare la
sensazione di corpo e mente che agiscono all’unisono. E quando ciò accade è una
gioia infinita, una grande ricchezza.
La consapevolezza è la
forma più alta dell’energia. E quando queste tre
energie operano insieme, in armonia, nasce il quarto livello. Il quarto è
sempre presente quando queste tre operano insieme.
Quando queste tre energie agiscono come un’unità, organicamente, il quarto
livello è sempre presente: non è altro che questa unità
organica.
… E
il quarto è più della somma delle singole parti. Se sezioni un quadro ne ricaverai tela e colori, ma il quadro non è solo
la somma complessiva della tela e dei colori; è qualcosa di più. Quel ‘qualcosa di più’ usa come mezzo
di espressione il quadro, il colore, la tela, l’artista, ma è di più, è
bellezza. Se analizzi una rosa, troverai tutti gli elementi chimici di cui è costituita, ma la bellezza sarà svanita. La rosa non era solo la somma delle parti, era qualcosa di più.
L’intero è più della somma
delle sue parti; si esprime attraverso le parti, ma è
di più. Comprendere questo “di più”, vuol dire comprendere dio. Dio è proprio
quel di più. Non si tratta di teologia, di qualcosa da decidere con
argomentazioni logiche. La bellezza va sentita, e lo stesso vale per la musica
e la danza. Devi sentire la danza nel corpo, nella mente e nell’anima. Devi
imparare come suonare gli strumenti di queste tre energie in modo che diventino
un’orchestra. Allora dio è; non che
arrivi a vederlo, perché non c’è nulla da vedere. Dio è
l’osservatore supremo, è la pura testimonianza. Impara a fondere tra
loro corpo, mente e anima; scopri come farli funzionare armoniosamente.
tratto
da: Osho, Il libro della consapevolezza Ed. del Cigno
333
Oltre la
logica aristotelica
Tutti
cercano di
rendere l’esistenza più povera. Gli scienziati lo fanno dicendo
che essa consiste solamente di materia e di nient’altro. I religiosi cercano di
fare la stessa cosa affermando che è fatta solo di dio e di nient’altro; esiste
solo l’anima, e niente di più. Queste persone che cercano di provare che
l’esistenza è unidimensionale hanno torto. Perché rendere l’esistenza così povera? È multidimensionale. Una cosa può essere vera in una
dimensione, e può non essere applicabile affatto in
un’altra. Una cosa può essere giusta in una dimensione, e diventare sbagliata
in un’altra.
Ma la scienza è dominata
troppo dalla mente di Aristotele. Quest’unico uomo ha
imposto i suoi dettati al mondo della scienza per duemila anni: le leggi, la
logica da lui creata duemila anni fa continuano a
essere applicate. Tutto ciò che è in contrasto con Aristotele è semplicemente inaccettabile. Nessun uomo in tutta la
storia dell’umanità ha goduto di un tale predominio.
Un unico uomo – che ha creato tutto il sistema della logica – e la scienza continua a seguire la sua logica.
Egli stesso non è molto
logico. Se dai un’occhiata ai suoi libri puoi trovare
molte imperfezioni, persino in base alla sua stessa logica; non è una mente
scientifica quella che scrive. E quest’uomo ha
dominato il mondo della scienza per duemila anni. Solo ora,
negli ultimi cinquant’anni, alcuni scienziati hanno
cominciato a sentirsi un po’ a disagio con Aristotele perché si sono avvicinati
ad alcuni fatti dell’esistenza che non seguono le leggi di Aristotele.
Quando si è scoperto per la
prima volta che la natura va per la sua strada – ha le sue leggi, non ha alcun
obbligo di seguire Aristotele – è stato un tale shock che persino chi aveva
scoperto dei fenomeni che erano in contrasto con Aristotele, non ha avuto il
coraggio di pubblicarli. La gente ha tenuto nascoste le sue scoperte per anni
senza comunicarle a nessuno, perché com’era possibile che qualcosa andasse contro
Aristotele? Aveva creato una logica così compatta e stringente…
Ad esempio, A può essere solo A. Non può essere B. Questa è una semplice
formulazione logica: A è A e non può mai essere B. Ma
in Oriente avevamo scoperto in venticinque secoli molti sistemi di logica, non
solo uno, e questo è un fatto significativo.
L’Occidente conosce solo un sistema di logica, quello di Aristotele.
L’Oriente ne conosce molti… In realtà, che in Oriente esistano
molti sistemi di logica simbolizza il fatto che tutto ciò che è creato
dall’uomo è solo una frazione molto piccola della realtà. Può rappresentare una
parte della realtà, ma non tutta la realtà.
Per questo Buddha… se
Aristotele e Buddha si fossero incontrati, sarebbe stata una cosa veramente
fantastica, perché Aristotele dice: A è sempre A e non
può mai essere B. D’altro canto Buddha ha una logica a quattro dimensioni.
Afferma che A è A, A a volte
è B, A e B a volte sono uniti insieme – per cui è difficile decidere chi è A e
chi è B – e infine a volte A e B sono entrambi assenti – ma comunque la loro
assenza è la loro assenza. La chiama una logica a quattro dimensioni. Se
osservi l’esistenza vedrai che Buddha è un logico migliore di
Aristotele.
Negli ultimi cinquant’anni la scienza è arrivata più vicina alla logica
a quattro dimensioni che a quella unidimensionale
di Aristotele. Ora esiste una logica non aristotelica, che contraddice
completamente quella di Aristotele – eppure funziona.
Proprio come la logica di Aristotele funziona
all’interno di un certo frammento della realtà, la logica non aristotelica
funziona anch’essa in qualche altra parte della realtà.
La geometria euclidea funziona per una parte della realtà, la geometria
non euclidea per un’altra parte della realtà. Ma ci
sono ancora altre parti della realtà che debbono
essere scoperte. Buddha ha una logica a quattro dimensioni, Mahavira
va ancora un po’ più in là, la sua è una logica a sette dimensioni. È quasi
impossibile pensare che ci possano essere più di sette dimensioni. Mahavira è riuscito a includere ogni
possibilità in questa logica a sette dimensioni.
Se fai a Mahavira
una domanda su dio, la sua risposta sarà a sette dimensioni. Finisce
naturalmente che ti trovi senza alcuna risposta! Tu volevi una risposta
aristotelica, sì o no. Mahavira
dice sì, dio esiste. Poi dice, aspetta, non scappar
via con questa affermazione, è solo l’inizio. La
seconda affermazione è: dio non esiste.
Ma non aver fretta. La terza
è entrambe: dio è entrambe le cose, esiste e non
esiste. La quarta è: dio né esiste né non esiste. La
quinta è: dio è indescrivibile. E la sesta: dio
esiste, ed è indescrivibile. E la settima: dio non
esiste, ed è indescrivibile.
Tu non ci capisci niente e
pensi che quest’uomo è pazzo. Se eri confuso quando
sei arrivato, te ne andrai in condizioni peggiori: avevi un dubbio su due
possibilità – dio esiste o dio non esiste. Ora ci sono sette possibilità. Ma la scienza moderna si sta avvicinando moltissimo a queste
possibilità. I fisici, scavando in profondità nella materia, hanno scoperto
cose molto strane… Non si sarebbero mai aspettati di
trovare proprio nel nucleo più profondo della materia qualcosa che potesse
sfidare la loro logica e tutte le loro leggi. Prima hanno provato in qualche
modo a ‘manipolare’ la materia in base alla loro logica, ma la materia non si
può manipolare.
Alla fine, Albert Einstein ha dovuto
affermare che la realtà è quella che è, che segua o no le nostre leggi, e la
nostra logica non ha importanza. Dobbiamo dire addio
alle nostre leggi e alla logica, e dare ascolto alla realtà. Non possiamo
costringerla a seguire la nostra logica e le nostre
leggi. Ma la realtà ha una sua logica e le sue leggi;
non è pura libertà.
La logica di Aristotele è stata di aiuto, almeno a livello
superficiale. Ma quando cominci a penetrare più profondamente nella realtà,
iniziano a emergere sempre più fatti nuovi. Aristotele
è già stato abbandonato, ed Euclide non fa più parte della scienza moderna. Ciò
non vuol dire che la scienza è arrivata a sentire che
la materia è libera: vuol dire solo che la materia ha le proprie leggi.
tratto da:
Osho,
From Darkness to Light #18
334
Intelligenza
e intelletto: due cose differenti
È
molto importante
avere un’idea chiara del fatto che l’intelletto non è intelligenza.
L’intelletto appartiene
alla mente: si basa sulla memoria, opera attraverso nozioni prese a prestito.
In tutto il mondo i sistemi educativi sono fondati
sullo sviluppo intellettuale, quindi dipendono tutti dalla memoria. Negli esami
delle nostre scuole e università non si mette alla prova l’intelligenza: si
controlla solo quanta memoria hai. Ma la memoria non è un’indicazione di intelligenza. La memoria è meccanica. Un computer può
avere una memoria migliore di quella di un uomo geniale, ma non ha
intelligenza. La mente dell’uomo non è che un bio–computer, che si è evoluto per un tempo lunghissimo.
L’intelligenza esiste quando la memoria è silenziosa e
l’intelletto non è in funzione, quando tutta la mente è a riposo.
L’intelligenza è qualcosa
che va al di là della mente.
Il problema nasce perché
in inglese [e in italiano ndt] si usa la stessa
parola per entrambi i concetti, che sono completamente diversi. In sanscrito e
in tutti i linguaggi orientali, abbiamo nomi diversi per queste due cose:
l’intelletto, la facoltà della conoscenza, è chiamato bodhi mentre l’intelligenza è chiamata pragya, ed è la facoltà di
sapere, non la conoscenza.
La conoscenza è sempre
morta: è informazione. E tutti i nostri sistemi educativi fanno con gli
studenti la stessa cosa che facciamo con i computer: continuano a introdurre sempre più informazioni. Ma nessun computer può
rispondere a una domanda per la quale non è stato
preparato in anticipo. L’intelligenza è una risposta a
una situazione nuova, una risposta che non nasce dai ricordi del passato ma
dalla tua consapevolezza presente, di questo preciso momento. Non operi come un
computer, non cerchi la risposta nei magazzini della memoria; apri invece la
tua consapevolezza alla situazione e lasci che la risposta fluisca
spontaneamente.
In altre parole,
l’intelligenza è responsabilità spontanea.
La parola ‘responsabilità’
è stata grandemente fraintesa. Dev’essere divisa in
due, altrimenti a poco a poco perde il suo significato originario. Essa è diventata quasi un sinonimo di dovere. La realtà è
diversa. Spezza la parola ‘responsabilità’ in due e diventa ‘abilità di rispondere’. L’intelligenza è la capacità di rispondere, e
deve necessariamente essere spontanea. La risposta sorprenderà persino te,
perché è del tutto nuova – non ripeti qualcosa del
passato.
Il conflitto tra intelligenza
e intelletto è perenne. L’uomo di intelletto
pensa di essere intelligente perché sa tante cose. Ha accumulato un grande patrimonio di conoscenze, è appesantito da
informazioni di ogni genere. L’uomo di intelligenza è
innocente, funziona momento per momento; il suo modo di operare ha freschezza e
bellezza. Ma per trovare l'intelligenza occorre andare
oltre la mente. E la via è la meditazione.
tratto
da: Osho,The Great Zen
Master Ta Hui #10
Matematica superiore
P.
D. Ouspenski, nella sua grande opera
sugli insegnamenti di George Gurdjieff,
Frammenti di un insegnamento sconosciuto" (Astrolabio), fa un'affermazione.
Esiste una matematica che è quella che conosciamo tutti - e Ouspensky
era un matematico di professione - in cui la parte non è mai uguale al tutto.
Questa è semplice matematica. Come può la parte essere uguale al tutto? La
parte è sempre meno del tutto.
Ma vivendo con Gurdjieff,
meditando con lui, Ouspenski arriva
ad affermare che a un certo punto diventa reale una ma-tematica superiore in
cui la parte può essere uguale al tutto e a volte può esse-re più grande del
tutto. Da un punto di vista logico questa è un'assurdità, ma se viene osservata da una prospettiva diver¬sa
da quella della logica, dalla prospetti-va della non-mente, io gli do assolutamente
ragione. Esiste una matematica su¬periore che
appartiene alla non-mente, in cui la parte corrisponde al tutto. Osho
335
Intelletto,
Emozioni e meditazione
Da
una lettera di Osho a un ricercatore spirituale
Love.
Esistono tre forme di conoscenza.
La prima è la conoscenza intellettuale che di fatto non è conoscenza ma solo informazione e collezione
di fatti e l’uso degli stessi per arrivare a ulteriori concetti intellettuali.
La seconda è conoscenza emozionale, anch’essa non
è vera conoscenza, ma lo stato mentale in cui l’uomo sente di aver conosciuto
qualcosa, senza che vi sia alcuna trasformazione o mutazione dell’essere.
La prima forma è oggettiva, da qui è nata la
scienza, la seconda è soggettiva, ed è la fonte di tutte le arti.
La terza non è nessuna delle due cose, è al di là di entrambe, ed è questa terza che è reale.
La si realizza attraverso la
meditazione perché la meditazione non usa il pensiero o la sensazione come
porte della percezione.
In realtà queste non sono porte della percezione, ma forze della proiezione. Attraverso loro è impossibile la pura conoscenza; qualunque cosa giunga
attraverso loro ne viene mutata e colorata. Pertanto, finché non si è liberi da
tutte le proiezioni, non si può conoscere ciò che è.
Quando nella consapevolezza non ci sono
increspature di
pensieri ed emozioni, allora, e solo allora, può fare capolino la terza forma
di conoscenza, e questa terza forma è la sola conoscenza reale.
Da questa conoscenza nasce la religione, ed è da
qui che accade la trasformazione globale.
tratto da:
Osho, Una
tazza di tè - NSC
ed.
44
La Mappa
della Personalità
PASSO A PASSO VERSO LA
TUA VERA ESSENZA - PARTE SECONDA
Lao
Tzu dice: Chi sa di non sapere è il più alto; chi
pretende di sapere ciò che non sa ha una mente malata, e chi riconosce questa
malattia della mente come tale, non è malato.
Il
saggio non ha una mente malata perché riconosce la malattia come tale, quindi
non è malato.
Il quinto è il livello della vita. L’energia
diventa completamente libera, senza alcun blocco. Sei libero di
essere tutto ciò che vuoi essere. Di muoverti o di non
muoverti, di agire o di non agire, tutto ciò che vuoi: sei completamente libero.
L’energia diventa spontanea. Ma ci sono ugualmente due
possibilità – per l’ultima volta.
Si può diventare così
identificati con l’energia vitale da diventare degli epicurei. Questo è il
punto in cui Epicuro e Buddha si separano. Gli
epicurei – charwakas
in India – e gli altri edonisti del mondo, sono veramente penetrati fino al
quinto nucleo della vita, sono arrivati a sapere cos’è la vita, e si sono
identificati con essa: ‘Mangia, bevi e goditela’ è diventato il loro credo, perché non conoscono
nulla che vada oltre la vita. La vita va oltre la morte. Tu vai persino oltre
la vita. Sei trascendenza suprema.
Quindi nel quinto c’è questa
possibilità – se non rimani consapevole nel quinto, puoi diventare una vittima
dell’edonismo. Va benissimo! Sei arrivato molto vicino a casa, solo un altro
passo… ma poi pensi: “Ho raggiunto la meta”.
Epicuro è bello. Un passo in più
e sarebbe diventato un buddha. I charwakas
sono belli, un passo in più e sarebbero diventati
cristo. Solo un passo in più.
All’ultimo momento si sono
identificati con la vita. E ricorda, essere
identificati con la morte è difficile perché chi vuole essere identificato con
la morte? Essere identificati con la vita è facile, perché tutti vogliono avere
una vita eterna. Vita e vita e vita!
La persona che in questo momento
diventa un epicureo, che
diventa identificato con la vita, vive una vita orgasmica. Tutto il suo corpo funziona in modo aggraziato,
bellissimo. Si gode le piccole
cose: mangiare, danzare, camminare nel vento, prendere il sole; le piccole cose della
vita gli danno un piacere straordinario. Gioia è la parola giusta per quest’uomo
o altrimenti delizia. Ma non puoi chiamarla estasi,
l’estasi non è per lui. Si gode la vita ma non è
estatico. Qual è la differenza tra gioia ed estasi? Quando
trai piacere da qualcosa, la tua gioia dipende da quella cosa, è oggettiva. Hai
una donna bellissima da amare, e provi gioia. Ma se la
donna bellissima se ne va, arriva la tristezza. Il clima interiore è buono,
vibrante, vivo – c’è una danza nei tuoi piedi – ma poi
il clima diventa grigio, nuvoloso, e tutta la gioia svanisce. L’uomo di gioia
proverà anche tristezza. Ci saranno i momenti in cui è su, e quelli in cui è
giù. Raggiungerà le vette e poi tornerà nella valle. Ci saranno giorni e notti
– resterà la dualità.
Se rimani consapevole nel
momento in cui la vita accade – consapevole, attento, cosciente – potrai
trascendere anche la vita: allora ci sarà l’estasi. L’estasi è la gioia che non
ha cause visibili, e nemmeno invisibili. L’estasi è
gioia senza una causa. Sei felice, comunque sia. Ora
l’estasi è la tua natura, non qualcosa che ti accade. Sei tu.
Questi sono gli strati. E accadono in questo modo perché quando un bambino nasce è vita. Ogni bambino è un Epicuro. Vita vibrante. Energia che si
muove liberamente, senza blocchi. Un bambino è energia – puro diletto
nell’energia – danza e salta senza una ragione,
felice: nemmeno se arriverai in paradiso potrai saltare come lui. E danza senza una ragione, o magari perché ha raccolto qualche
sassolino colorato e ora è pazzo di gioia. Osserva un bambino piccolo
che è seduto a non far nulla, eppure sembra così felice, e senza alcuna
ragione!
Quando un bambino nasce c’è solo
un livello, quello della vita. Se un bambino diventasse consapevole potrebbe
passare subito allo stato di buddha – ma è difficile, non riesce a diventare consapevole,
perché per farlo dovrà prima entrare nella vita, nella sofferenza; dovrà
accumulare tanti livelli: fa parte della crescita. Ecco perché Gesù dice: entrerete nel regno di dio solo
quando sarete come bambini, ma non dice
che entreranno i bambini, no. Persone che sono
come bambini, non bambini!
I bambini non entreranno.
Devono crescere, perdere tutto per poi riguadagnarlo.
Devono perdersi nel mondo, devono dimenticarsi
completamente di se stessi, perché solo attraverso questo allontanarsi,
questo andare via lontanissimi da se stessi, e soffrire molto, potranno tornare
a casa, potranno riscoprirla – allora
saranno come bambini, non bambini ma
come bambini.
Un bambino nasce con il
livello della vita in funzione. Un bambino ha solo due livelli: il livello della vita e quello
della trascendenza. Il trascendente è il centro, non uno strato: è il
nucleo stesso dell’essere. Puoi chiamarlo
anima o Sé, o tutto ciò che vuoi. Il bambino ha solo un
livello di vita, e a poco a poco crescendo diventa consapevole della morte. Vede persone morire,
i fiori cadere, vede improvvisamente un uccello morto
o un cane – prende coscienza della morte. Questo è il secondo livello a cui
arriva un bambino. Poi, crescendo,
arrivano tutti i dovresti e non dovresti: dovresti
fare questo o non dovresti fare quello. Non gli si permette di avere libertà,
caotica e totale; deve essere disciplinato,
forzato – e lui è un caos, libertà totale, vorrebbe non avere alcuna regola al
mondo. Ma questa non è una cosa che può essere
permessa: sta diventando un membro della società, quindi il suo caos, la sua
energia multidimensionale deve essere repressa.
Bisogna forzare su di lui delle regole, bisogna insegnargli delle cose – ad
andare al gabinetto e altre cose, e tutto deve diventare buono o cattivo,
diviso: è costretto a scegliere. Così viene creato un
terzo livello di caos, di nevrosi.
I bambini a cui vengono insegnate troppe regole sono più nevrotici; portano
con sé più nevrosi. Ecco perché la nevrosi è un fenomeno
delle società più civilizzate. In una società primitiva la gente non
diventa nevrotica; su di loro non sono state forzate troppe regole. Anzi, gli è
stato permesso di conservare in sé il caos, almeno in parte. Poche
regole: poche possibilità di nevrosi; tante regole: più possibilità di nevrosi.
Il terzo livello.
A quel punto il bambino
inizia a imparare a ‘recitare’. Deve farlo perché non
gli è permesso di essere reale, autentico. Ci sono
momenti in cui sente di odiare sua madre, che continua a costringerlo a fare
cose, ma non può dirglielo, non può dirle che la odia.
Deve dire: Ti amo. Fingere di amarla profondamente. Ora iniziano i giochi, le
parti – il quarto livello. Assumerà dei ruoli.
Persino bambini piccoli
diventano dei politici. Il padre torna a casa e il bambino sorride, perché sa
che se non sorridesse non gli darebbero il gelato. Se sorridi, tuo padre diventa molto generoso, mette subito
mano al portafoglio. Se non sorridi, diventa molto
brusco. Il bambino è diventato un politico. Guarda le
immagini dei politici – sorridono sempre. Hai mai visto qualcuno che fa
propaganda elettorale? Non fa che sorridere – ma è solo uno stirare le labbra,
dentro non c’è alcun sorriso.
A volte accade che diventi
una tale abitudine… Ho conosciuto un politico – sfortunatamente una notte ho
dovuto dormire in camera con lui – durante la notte mi sono alzato e ho
guardato: stava sorridendo. Diventa una tale abitudine che persino nel sonno
non riesce a rilassarsi. Magari sta ancora facendo propaganda…
Il bambino impara che deve
fingere. Non viene accettato così com’è. Deve mostrare
che è proprio come lo vorresti tu. Diventa diviso: ora ha un proprio mondo
privato. Se vuole fumare una sigaretta deve
nascondersi da qualche parte – in garage oppure in strada per non farsi vedere.
Puoi averlo visto fumare, ma prova a chiederglielo e lui lo negherà,
in modo così innocente. Dirà: Ma che dici? Io? Fumare?
Mai! Osserva il suo bel viso innocente: è diventato un perfetto politico, ha
assunto un ruolo.
Poi impara che questi suoi
giochi danno buoni risultati. Se sei autentico,
soffri. Se diventi un esperto in bugie, hai buoni
risultati. Sta imparando come si agisce in
questo pazzo mondo. Il quarto livello è quello dei ruoli.
Poi c’è un
quinto, quello delle formalità. Arriva qualcuno, e lui odia quella persona, ma
la famiglia dice: ‘È un ospite e devi dargli il
benvenuto; non solo, ma devi anche baciarlo’. E lui odia anche solo l'idea: è disgustoso! Ma che può fare? Un bambino è impotente,
non ha potere. Tu hai il potere, la famiglia ha potere, puoi schiacciarlo. Quindi lui sorride, e dà baci, e dice
buon giorno, senza che questo voglia dir nulla: sta
creando un quinto livello.
Questi sono i cinque
livelli. Devi tornare indietro, all’origine. Questo è ciò che Patanjali chiama pratyahara, tornare allo stato originario. Questo è ciò che Mahavir ha chiamato pratikramana, tornare indietro, ricadere nella propria
origine. Questo è ciò che Cristo ha chiamato conversione: ridiventare un bambino.
Allora,
quando tutti gli strati della cipolla sono stati eliminati… Ed è veramente
difficile; persino pelare una normale cipolla è difficile, ti vengono le
lacrime agli occhi; quando
peli la cipolla della tua personalità, ci saranno molte lacrime; è duro,
difficile, ma deve essere fatto altrimenti la vita che vivi è falsa, è malata.
Ora il sutra
di Lao Tzu.
Chi sa di non sapere è il più alto.
È il raggiungimento
dell’innocenza infantile. Chi sa di non
sapere è il più alto. Un bambino non sa, ma non sa
neanche di non sapere. Il saggio non sa, e sa di non
sapere, questa è l’unica differenza tra un bambino e un saggio. Il bambino è
ignorante, ma non è consapevole di esserlo, un saggio è anche lui ignorante, ma è perfettamente
consapevole di esserlo. Questa è la sua saggezza, il suo
sapere: sapere di non sapere.
Chi sa di non sapere è il più alto; chi pretende di sapere ciò
che non sa ha una mente malata.
Pretendere è essere
malati. Fingere è essere falsi. Essere falsi vuol dire
essere bloccati da qualche parte: l’energia non scorre, non è libera di
muoversi. Non sei come un fiume, sei gelato, come un blocco di ghiaccio. In parte morto e in parte vivo.
Chi pretende di sapere ciò che non sa ha una mente malata.
Prova ad analizzare il tuo
stesso essere. Cos’è che sai? Se vai in profondità,
arriverai a capire di non sapere nulla. Puoi avere tante informazioni, ma
quello non è sapere. Se non leggi i testi sacri del
tuo essere, non c’è possibilità di sapere. C’è solo un Corano, una Bibbia e una
Gita, e sono nascosti dentro di te. Se non riesci a decifrarli… proprio di questo ho parlato stamattina: come decifrarli, come sono
andati persi nella giungla della personalità, degli strati della personalità,
delle maschere, delle finzioni. Si perdono.
Ma non del tutto, sono
ancora lì. Cerca, e li troverai. Vai alla ricerca, avvicinati un po’, e prima o poi, ti ritroverai sulla strada giusta. Nel momento
in cui hai trovato la strada, sentirai che tutti i pezzi vanno al loro posto,
si riuniscono creando una sinfonia, le divisioni si
dissolvono e sorge l’unità.
Chi pretende di sapere ciò che non sa ha una mente malata.
Sapere è possibile solo quando trascendi la vita e la morte, non prima. Come
puoi sapere qualcosa se non sei nemmeno arrivato al tuo essere più profondo?
Cosa puoi conoscere se non conosci te stesso? Questo è
il motivo per cui tutti i saggi insistono sul conosci
te stesso. È la chiave segreta di ogni conoscenza. Quell’unica chiave apre mille serrature,
è un passe-partout. Conoscendo l’uno – dice l’Upanishad – conosci tutto. Non conoscendo quell’uno, anche se conoscessi
tutto, non sarebbe di alcuna utilità. Sarebbe solo un fardello. Diventerebbe un
peso. Potrebbe ucciderti, ma non liberarti.
E chi
riconosce questa malattia della mente come tale, non è malato.
Il saggio non ha una mente malata.
Perché? Perché
è vigile, perché osserva. Perché ricorda se stesso.
Non è identificato con alcun livello della personalità. Non è
le formalità, non è l’assumere dei ruoli, non è il caos, non è la morte,
non è la vita. È la trascendenza di tutto ciò.
Perché riconosce
la sua malattia come tale, quindi non è malato.
Questo è uno strumento
utilissimo; usalo per la riscoperta del tuo essere interiore. Esci dal primo
livello, e non aver fretta, perché se lasci qualcosa di incompleto
in un qualsiasi livello, dovrai tornare a quel livello.
Ricorda sempre che dovrai
trascinarti dietro tutto ciò che rimane incompleto. Quando fai la tua ricerca in un livello, falla in modo completo.
Devi arrivare fino in fondo. Non portartela dietro in un
altro livello. Può essere risolta solo nel proprio spazio.
Quando entri nel secondo
livello – quello dei ruoli – osservali e non aver
fretta. E non accettare semplicemente ciò che ti dico io, perché non ti sarà di aiuto. Puoi dire: Sì, questo è ciò che dice
Osho, e sono arrivato a comprenderlo. No, questo non ti aiuterà. La mia
comprensione non può essere anche la tua. Devi percorrere il sentiero con le
tue gambe. Non posso fare il viaggio per te. Al massimo posso indicarti la via.
Ma sei tu a doverla seguire, a camminare, e a muoverti su di essa
con grande attenzione in modo che nulla rimanga incompleto e non vissuto, altrimenti
rimarrà attaccato a te e te lo porterai dietro in un altro livello, e tutto
diventerà caotico e confuso.
Falla
finita con ogni livello, ma quando dico di farla finita, non fraintendermi. Non dico
di smettere di usarlo, non dico di smettere di dire buon giorno alla
gente – dico di non farne tutta la tua vita. Dì pure buon giorno, e se intendi
veramente ciò che dici, è bellissimo: stai augurando una buona giornata! Se sei davvero vivo, anche le tue espressioni formali
diventeranno vive. Visto che stai comunque per
augurare un buon giorno, perché non dovresti intendere veramente ciò che dici?
Lo dici, va detto, e allora dillo con il cuore! Non
dico di smettere di usare tutte le formalità, no, perché è una cosa che è stata
fatta molte volte nel passato. In Occidente sta
accadendo in questo momento, la gente è stufa delle false pretese e si pongono fuori dal consorzio sociale.
Ma questa è una reazione,
non una rivoluzione. Si spostano all’estremo opposto. Non credono nelle
formalità, e la loro vita diventa difficile, e rendono difficile
anche la vita degli altri. Perdono scorrevolezza, e abbandonano tutto ciò che
fa da lubrificante.
In Occidente ora è
diventato normale anche avvicinare una
donna e dirle: Vuoi dormire con me? Anche
un’estranea! Può essere una cosa sincera, lo vuoi veramente, ma è comunque un comportamento aggressivo e violento. Persino se
la donna è pronta a venire con te, il modo in cui lo proponi
può diventare un ostacolo – e può ferire. La donna sente che vuoi solo usarla.
No, un po’ di lubrificante è necessario.
Vai da tuo padre e gli
chiedi dei soldi – non dici nemmeno buon giorno; allora sembra che la tua
relazione con lui sia fatta di soldi. Le cose diventano difficili: sono già difficili, perché renderle ancora più difficili?
Quindi non ti sto dicendo di
abbandonare tutte le formalità – vanno benissimo per quello che servono, sono
perfette. Ricorda solo una cosa, che non dovresti
diventare semplicemente il mondo del formale. Dovresti rimanere consapevole. E se l’altra persona lo desidera, dovreste essere in grado
di spostarvi insieme al secondo livello, quello dei ruoli. E
se l’altro lo desidera, potrete spostarvi al terzo livello, quello del caos.
Se ami una persona, e quella persona ama
te, potrete incontrarvi nel caos più profondo: in esso
c’è una bellezza straordinaria, austera. Due persone nel caos profondo sono
come due nuvole che si incontrano.
Ma solo se qualcuno lo
desidera, ed è pronto a entrare nel tuo caos, solo
allora, altrimenti non invadere l’altro. Non interferire con la vita degli
altri – le formalità sono proprio modi adeguati di evitare di invadere lo
spazio dell’altro.
Va
benissimo assumere dei ruoli, delle parti, perché se qualcuno non è pronto ad andare in
profondità, chi sei tu per costringerlo a farlo? Non ha senso! Vacci tu! Se
invece qualcuno è disponibile a venire con te nel quarto livello, il livello
della morte, se qualcuno ti ama veramente, e vuole una relazione di intimità completa, solo allora puoi lasciare il terzo, e
spostarti nel quarto e nel quinto.
Dal quinto al sesto – il
trascendentale – devi andare da solo. Fino al quinto è utile un maestro. Dal
quinto al sesto devi andare da solo, ma a quel punto sarai pronto. Quando raggiungi il quinto, sei pronto. Un passo in più e –
in totale solitudine – ti dissolvi nell’infinito, nel vuoto interiore.
Questo è ciò che chiamiamo nirvana: una completa cessazione dell’essere, come
quando una goccia cade nell’oceano, e
diventa l’oceano. L’onda scompare, l’individualità non
c’è più, sei diventato il tutto. Quando diventi
il tutto è il momento in cui diventi veramente sano. Ecco
perché Lao Tzu dice:
Il saggio non ha una mente malata.
In realtà il saggio non ha
mente. Come può la sua mente essere malata? E se me lo chiedi, vorrei dirti che tutte le menti sono malate, chi più o chi meno.
Essere nella mente vuol dire essere malati. Cambia solo il grado della
malattia.
Fino al
quinto, c’è la possibilità della mente, perché c’è la possibilità di
identificarsi.
Identificarsi con qualcosa vuol dire creare la mente. Se ti identifichi
con la vita, crei immediatamente la mente. La mente non è altro che
identificazione. Se rimani non identificato, distaccato, un osservatore sulla
collina, un testimone, allora non hai una mente.
Osservare non è un processo mentale. Tutto il resto è mentale. Quindi il saggio è sano perché non ha mente. Raggiungi lo
stato di non-mente. Vai livello per livello. Sbuccia
completamente la cipolla finché ti rimane nelle mani solo il vuoto.
tratto da:
Osho,
Tao The Three
Treasures, Vol III
(non tradotto)
60
Un Libro da
Vivere
BAGLIORI DI
UN’INFANZIA
DORATA
______________________
Edizioni Mediterranee
Pagine 394 - Lire 28.000
il villaggio in cui sono nato: Ricordo sempre il
villaggio in cui sono nato. Resta inspiegabile come mai l’esistenza abbia scelto quel villaggio… doveva essere così! Il
villaggio era meraviglioso. Ho viaggiato in lungo e in largo, ma non ho mai
incontrato quella stessa bellezza. Non si incontra mai
una cosa identica a un’altra. Le cose vanno e vengono, non sono mai le stesse.
infanzia dorata?: Tutti parlano della loro
infanzia dorata, ma raramente, molto raramente, questa è reale. Per lo più si
tratta di menzogne. Ma nessuno le riconosce come tali, in quanto una infinità di persone le racconta… ma un’infanzia dorata è
rarissima. Come prima cosa, devi scegliere la tua nascita: cosa
quasi impossibile. Se non muori in uno stato di
meditazione, non potrai mai scegliere la tua nascita: è una scelta possibile
solo a chi medita, in quanto morirà consapevole, e acquista il diritto di nascere
consapevole.
i miei genitori: Non penso che mio padre
abbia mai guardato un’altra donna con lo stesso amore che ha avuto per mia
madre. Ed è impossibile immaginare – perfino per me, che posso immaginare di
tutto – che mia madre, neppure nei suoi sogni, abbia mai avuto un’altro uomo… è impossibile! Li ho conosciuti entrambi;
erano molto intimi, vicinissimi l’uno all’altra, e così appagati, sebbene
fossero molto poveri… poveri eppure ricchi! Erano
ricchi nella loro povertà, grazie all’amore reciproco.
vivi al massimo: Il minimo è la via del codardo. Se fossi io a
decidere il limite di velocità deciderei il limite
minimo a cui viaggiare: chi non lo supera,
dovrebbe subito essere multato. Noi cerchiamo di raggiungere le stelle,
mentre loro insistono nell’andare col carretto… Io sono a favore del massimo:
vivi al massimo in ogni modo possibile; e se anche decidi di morire, muori al
massimo della velocità! Non morire come un
codardo: tuffati nell’ignoto. Io non mi oppongo all’idea di porre fine
alla vita. Se uno decide di farlo, è un suo diritto. Ma sono fermamente contrario ad una lunga tortura.
l’incontro con la morte: Solo
se amate qualcuno e questi muore, potete realmente
incontrare la morte. Sottolineatelo: si può
incontrare la morte solo quando muore colui che ami. Quando l’amore unito alla morte ti circonda, accade una
trasformazione, una mutazione immensa… è come se nascesse un nuovo essere: non sarai più lo stesso. Ma
la gente non ama, e poiché non ama, non può sperimentare la morte così come
l’ho sperimentata io. Senza l’amore, la morte non ti dà la chiave
dell’esistenza. Unita all’amore, ti dona le chiavi di tutto ciò che esiste.
amore e libertà: Quando sorge l’amore,
immediatamente porta con sé un profondo senso di libertà, di non possessività. Ma quell’amore,
sfortunatamente, accade solo molto di rado.
L’amore unito alla libertà: se lo avete, siete un
re o una regina. Quello è il vero regno di dio, l’amore unito alla libertà.
L’amore vi dà le radici nella terra, e la libertà vi dà le ali. Mio nonno mi
diede entrambe le cose. Mi diede il suo amore, più di quanto avesse
mai dato a mia madre o persino a mia nonna; e mi diede la libertà, il
dono più grande che esista.
la prima discepola: Subito dopo la mia illuminazione corsi al villaggio per incontrare due persone… la prima era Magga Baba. Poi corsi a casa,
dalla mia Nani (nonna). Disse: “Che cosa ti è successo? Non sei più lo
stesso”. Non era illuminata, ma era intelligente a sufficienza per vedere in me
la differenza… Questa è la prima volta che ne parlo a
qualcuno: la mia Nani fu la mia prima discepola. Le insegnai la via. La mia via
è semplice: essere in silenzio, sperimentare in se stessi ciò che è sempre colui che osserva, mai la cosa osservata: conoscere colui
che conosce, e dimenticare il conosciuto.