2 DOVE MEDITARE
I centri di meditazione di Osho regione per
regione e altri indirizzi.
6 LE NOTIZIE
8 SPECIALE
Come
parlare, gentilmente, col proprio inconscio: una approfondita panoramica su questa
tecnica dalle molte utilizzazioni. Interviste a ipnoterapisti e il racconto di
esperienze personali ci rivelano il valore dell'ipnosi, definita da Osho “un
ponte verso la meditazione”
20
CONSAPEVOLEZZA
Sono tante
le cose che dividono... non c'è dubbio. Anche se un bambino ha un reale bisogno
di dire di "no" ai genitori, più avanti è bene cercare ciò che
unisce... ricordandosi, magari, che alla fine conta solo l'amore.
32 PRIMO
PIANO
Ogni grande
nuova scoperta scientifica fa sempre nascere la speranza che le cose,
finalmente, cambieranno per il meglio. Ma è proprio così?
36
RIFLESSIONI
Viene subito
da pensare a una complicata ginnastica piena di contorcimenti corporei. In
realtà non è così, ma chi pratica lo yoga spesso non ha alcuna conoscenza della
meditazione.
42 LA MAPPA
Osho,
commentando Lao Tzu, ci guida in un viaggio verso
l'essenza interiore
48 IL
RICERCATORE
Il
testimone non va mai in vacanza
Tre precise
domande sulla semplice arte dell'essere testimoni.
50 TUTTE LE STELLE
Il tuo oroscopo di agosto.
52 LA VETRINA
Tutti i libri di Osho in italiano, i video di
Osho, le musiche per la meditazione e il rilassamento.
60 UN LIBRO
DA VIVERE
Ultima parte
del commento al messaggio di Atisha: addestrare la
mente per comprendere se stessi e il mondo.
OSHOTIMES INTERNATIONAL
Copyright© 2000 OSHO INTERNATIONAL
FOUNDATION Tutti i diritti riservati OSHO® è un marchio registrato di proprietà
della Osho International Foundation,
usato con il suo permesso.
Zorba il Buddha
È
questo il nome
dell’ultimo film, recentemente completato, di Lakshen
(Antonino Sucameli) regista e produttore che aveva
già ottenuto riconoscimenti – Premio di qualità della Presidenza del Consiglio
dei Ministri – con la sua opera
precedente “Blue Line” presentata anche al festival di Venezia del ’95.
“Zorba il Buddha” è
ambientato in una ‘fantastica’ località balneare del Mediterraneo, uno di quei
posti ormai famosi in tutto il mondo per le vacanze, il divertimento e le
discoteche. È una bella storia d’amore dove i protagonisti scoprono la
necessità (lui) di guardare le cose non solo da un punto di vista materiale – i
soldi, il successo, il divertirsi – e (lei) di non smarrirsi in ‘ricerche spirituali’ che possono far perdere il contatto con la vita
di tutti i giorni, le passioni, i sentimenti, di creare cioè quella sintesi fra
la gioia di vivere di uno Zorba e la meditazione del
Buddha di cui Osho continua a parlarci.
Una curiosità: il
protagonista maschile è Siddharta (il ‘piccolo Siddharta’ del quale Osho parla così spesso nei suoi
discorsi della prima Pune)… che nel frattempo è cresciuto e fa l’attore – e
anche il DJ, proprio come il protagonista del film.
“Zorba il Buddha” sarà
probabilmente ai festival di Berlino e di Venezia, ma purtroppo prima di
poterlo vedere nelle normali sale cinematografiche bisognerà aspettare che Lakshen trovi un distributore… uno dei tanti problemi di un
produttore che vuole mantenersi indipendente (vedi OTI marzo 2000).
Dall'Italia
"Oddio
è già agosto
e non ho ancora deciso dove andare in vacanza!"… oppure ti sei accorto di
non poterne più del solito posto, dove c'è solo da 'ammazzare il tempo' con cose che ormai si fanno da anni…
Eccoti una ghiotta alternativa: è in una splendida
località umbra, vicino a Città di
Castello (PG), che Soleluna organizza un Festival dal
10 al 24 agosto; il programma è molto ricco, all'insegna di meditazione e
vacanze: ritiri sciamanici, pulsazione con Aneesha, meditazioni tantriche
con Sudha… e poi meditazioni di Osho, satsang con musica dal vivo, video, party e un'ampia scelta
di sessioni individuali. Il 15-16 agosto, poi, una Osho Celebration
riunirà amici vecchi e nuovi da tutta Europa. Le modalità di partecipazione
sono flessibili: si può scegliere di partecipare per tutto il periodo, oppure
per uno o più segmenti combinati. Il luogo di soggiorno è magnifico (vedi foto)
immerso nel verde, ed è possibile fare salutari passeggiate nella natura
circostante, magari fino alle vicine cascate. Una vera vacanza per corpo, mente
e spirito.
Per ulteriori informazioni e prenotazioni
telefonare dal martedì al venerdì dalle 14.30 alle 19.00 allo 011-537465,
fax 011-5180511, oppure inviare un’e-mail
a: solelun@tin.it
L'AIDS HA VENT'ANNI
Li ha compiuti da poco, risalgono infatti
all'estate del 1981 le prime segnalazioni di questa sindrome, prima su un
rapporto specialistico del centro di Atlanta per la prevenzione e il controllo
delle malattie, e poi sul New York Times. Purtroppo sta "crescendo"
bene... in questo lasso di tempo ha già colpito 58 milioni di persone, facendo
22 milioni di morti: attualmente ci sono 36 milioni di mala-ti nel mondo (oltre
il 70 per cento nell'Africa sub-sahariana, un altro 16 per cento nel sud-est
asiatico). In Africa quasi 10 milioni di bambini sono già rimasti orfani a
causa del virus – nei prossimi dieci anni se ne prevedono 40 milioni. Le
conseguenze dell'AIDS sulla situazione socioeconomica di questi paesi "in
via di espansione" sono drammatiche e le previsioni per la fine del
prossimo decennio parlano di 5 milioni di morti all'anno – se si riusciranno a
"trovare i soldi" per un'efficace lotta all'epidemia – oppure anche
12 milioni. Ma i pericoli non sono limitati alle aree sottosviluppate del
pianeta; nei paesi ricchi dell'occidente generalmente si crede che "ormai
di AIDS non si muore più!" – ma non è esatto; i nuovi farmaci antiretrovirali in uso dal '97 hanno certa mente molto più
che dimezzato i decessi da AIDS, che però non sono scomparsi, neppure nei paesi
dove ci si possono permettere queste costosissime terapie. Proprio questa nuova
infondata fiducia sta alla base di una minore attenzione verso la prevenzione
che comincia già a far vedere i suoi frutti, specialmente fra i giovani che non
hanno vissuto lo "shock" dell'esplosione dell'epidemia negli anni
'80. Dati sull'Italia rivelano che nel 90 per cento dei casi è fra tra i 15 e i
24 anni che si con-trae il virus dell'Aids, che la trasmissione è in aumento
nei rapporti eterosessuali, e che c'è anche una maggiore probabilità di
trasmissione dall'uomo alla donna che dalla donna all'uomo: il rapporto è di 10
a 1.
Sembra proprio che nei paesi ricchi la "nuova
faccia" della sieropositività stia diventando
quella di una giovane donna. E il momento di portare più consapevolezza alla
prevenzione: sesso sicuro usando un profilattico... non è il caso di rovinarsi
le vacanze!
Per un occidentale, nel lavorare con un maestro di
tradizione orientale c’è quasi sempre una piccola nota di dubbio o addirittura
di sospetto. Forse ricorderete quanta volte Osho è stato accusato di
‘ipnotizzare’ la gente, quante volte giornalisti o visitatori occasionali
rimanevano sorpresi di fronte al numero di persone disposte a dedicare la
propria vita a una ‘ricerca’ per loro quasi incomprensibile e non trovavano di
meglio per giustificare il fenomeno che parlare appunto di ‘ipnosi’. Questa è
l’eredità dei nostri condizionamenti culturali e religiosi, come spiega Osho
nel primo brano che vi proponiamo. D’altra parte l’ipnosi si è ormai ritagliata
uno spazio quasi ortodosso a livello terapeutico, grazie alla sua capacità di
accedere alla mente inconscia, e risolvere così modelli di comportamento e di
risposta fossilizzati e nocivi.
Lo spazio c’è, quindi, per passare dalla
demonizzazione a un utilizzo pratico di questo metodo, che è in fin dei conti
proprio questo, un metodo, una tecnica, che può essere estremamente utile per
eliminare gli ostacoli sulla strada della meditazione, ma non è ovviamente
l’obiettivo finale.
Una nota divertente: come dice ancora Osho in
questo brano: Io non sto cercando di ipnotizzarvi, ma se voi venite
ipnotizzati, cosa ci posso fare? E ci mostra, al di là della battuta, come la
leggera trance in cui possiamo entrare ascoltando i suoi discorsi, sia una
delle sue tecniche fondamentali per portarci - e senza sforzo! - in uno stato
di consapevolezza rilassata.
Amato Osho,
ho capito da
alcuni dei tuoi discorsi, in cui parlavi dell’ipnosi, che in essa si diventa
totalmente inconsci, sotto ogni aspetto, e si è consapevoli solo della voce
dell’ipnotista.
Io non ho
mai sperimentato questo stato, ma piuttosto qualcosa di simile a ciò che provo
quando sono al discorso, solo un po’ più intenso: mi sento mentalmente e
fisicamente paralizzata, priva di ogni volontà di muovermi, parlare o pensare;
ma sono assolutamente presente e consapevole di tutto ciò che accade intorno a
me. Forse non ho ancora compreso come funziona l’ipnosi, oppure ci sono diversi
livelli di trance?
Maneesha, l’ipnosi – la scienza stessa dell’ipnosi – ha
attraversato momenti disastrosi. È una delle arti più belle, ed è stata usata
per secoli in Oriente. L’obiettivo di questa tecnica era quello di darti un
aiuto esterno per arrivare alla tranquillità e al silenzio. In sanscrito
abbiamo un nome specifico, tandra. Nello stato di tandra, o ipnosi, sei molto vicino alla consapevolezza del
risvegliato; solo un velo sottile, quasi trasparente, ti separa dal
risvegliato. Può essere penetrato con grande facilità.
Se lavori con un maestro, ti occorre un’enorme
fiducia. Entri in un sonno profondo, al punto che non sei più in grado di
ascoltare altre voci o rumori. Alcune sedute di ipnosi fatte dalla persona
giusta ti aiuteranno a crescere in consapevolezza. È un’esperienza molto strana
quella per la quale, creando deliberatamente un sonno profondo, il tuo sonno
normale – quello che chiami essere svegli – può essere eliminato. Puoi
risvegliarti veramente. Puoi conoscere la realtà così com’è e puoi conoscere te
stesso, la tua essenza.
Ma questo è vero solo quando il maestro è
autentico. Il vero pericolo è qui. Se il maestro non è autentico, può
sfruttarti finché vuole, perché nello stato di trance profonda sentirai solo
lui. E tu ti trovi in un luogo così
profondo del tuo essere che, se lui ti dà delle idee, tu sei costretto a
seguirle, anche se vanno contro il tuo normale senso etico, la tua coscienza
ordinaria. Anche se coscientemente sai che non è una cosa giusta, dovrai farlo
lo stesso. Quindi nelle mani della persona sbagliata, l’ipnosi può essere molto
pericolosa. Ti può trasformare in tutto ciò che vuole: un assassino, un ladro,
uno stupratore – non c’è alcun limite.
Proprio per via di questo pericolo, tutte le
religioni si sono sempre opposte all’ipnosi. Il pericolo esiste di sicuro. Io
però non sono contrario all’ipnosi, perché secondo me se inizi a vivere in base
alle tue paure – se qualcosa è pericoloso, non lo fai – la tua vita si ridurrà
praticamente a nulla. Ogni respiro diventa pericoloso: potrebbe portare con sé
un virus, un pericolo, una malattia. Ogni amore a cui ti abbandoni può portarti
alla confusione e alla follia.
Perché ci sono tante persone che si suicidano, e
perché ci sono tanti matti? Non erano nati per impazzire, o per uccidersi, ma
sono rimasti invischiati in una situazione tale che hanno dovuto fare qualcosa
contro la parte migliore di se stessi. Io sono per l’ipnosi e contro i falsi
maestri, in modo assoluto. Invece di eliminare i falsi maestri, tu distruggi
una scienza che porta al risveglio: questa è una vera sciocchezza.
Puoi raggiungere una consapevolezza più profonda
anche da solo. Ecco perché insisto sulla meditazione. La meditazione non è
altro che un tentativo di raggiungere quelle stesse profondità che possono
essere raggiunte tramite l’ipnosi con grande facilità. E ciò che sperimenti…
che ascoltare ti porta più in profondità nei silenzi del cuore… Allora persino
una seduta di ipnosi… Maneesha in questo momento sta
facendo sessioni di ipnosi.
È vero che in un uomo realizzato, un uomo che
conosce se stesso, qualsiasi parola o gesto sono ipnotizzanti. La gente mi
condanna, e ha paura di entrare in questo campus… le ragioni sono del tutto
assurde, però in questo c’è un pizzico di verità. Io non ipnotizzo nessuno intenzionalmente,
ma se vieni ipnotizzato comunque, cosa posso fare? Dovrei forse disturbarti,
quando tu entri così silenziosamente nei luoghi più profondi del tuo essere?
Non è nulla di nuovo. Per quanto si torni indietro
con la memoria, la gente si è sempre radunata attorno a dei maestri, solo per
restare seduta in silenzio. In Oriente lo chiamiamo darshan.
L’Occidente non ne ha mai compreso il significato. Sembra stupido dire: “Vado a
vedere il maestro”. Perché non ti metti in casa un ritratto, oppure va bene,
puoi andare una volta a vederlo, ma poi basta! Andare a vedere il maestro tutti
i giorni… Cosa sei, matto?
L’Occidente non ha mai compreso che vedere –
questo è il reale significato della parola darshan –
vuol dire essere all’interno del campo di energia di un uomo che è arrivato a
conoscere se stesso. Bere dalla sua fonte, guardare nei suoi occhi, sentire le
sue mani, ascoltare i suoi silenzi, le sue parole: tutte queste cose, quando
conosci te stesso, diventano un’espressione dell’autenticità del tuo essere
realizzato.
Gautama Buddha è stato condannato
perché ipnotizzava la gente, Mahavira è stato
condannato perché ipnotizzava la gente. Nessuno sta facendo nulla, e tuttavia
la qualità del loro essere è tale che, se ami abbastanza, se sei aperto abbastanza,
se sei abbastanza ricettivo, il solo fatto di star seduto al loro fianco, è
sufficiente. Diventerai silenzioso, accadrà una sincronicità.
Qualcosa dentro di te inizierà a scomparire – le
nuvole della mente – e il cuore inizierà a vibrare su di una nuova lunghezza
d’onda, con una danza, una gioia, con la sensazione che sei molto vicino a
casa, che ciò che è accaduto a quest’uomo può
accadere anche a te, solo che finora non eri mai andato abbastanza in
profondità dentro di te. L’ipnosi è stata adoperata, e io l’accetto come un
mezzo valido. L’unica questione è – ma è una questione che vale per tutto – che
il metodo è valido, ma tutto dipende dalla validità della persona.
La religione cristiana ha bruciato migliaia di
streghe nel Medioevo. L’unica loro colpa era quella di praticare l’ipnosi. E
una donna è molto più capace di un uomo di ipnotizzarti. Ha una capacità
naturale che porta la gente a fidarsi di lei. Ha una bellezza spontanea che le
permette di essere amata; non pensi che una donna così bella possa farti del
male.
Il problema per il Cristianesimo in Europa era
che, a causa di queste streghe, nessuno andava in chiesa. Le chiese non hanno
mai risolto nulla; queste streghe risolvevano davvero i problemi delle persone.
Magari le sfruttavano a livello economico, ma non facevano del male a nessuno,
anzi, aiutavano la gente a essere più consapevole e sveglia, tramite l’ipnosi.
Il prete cristiano sfruttava la gente senza dare in cambio altro che una magra
consolazione.
Tutte le religioni sono delle attività
commerciali. Le streghe erano una forte concorrenza, e l’uomo non sa far altro
che uccidere. Migliaia di donne vennero bruciate vive e l’ipnosi venne
condannata insieme a quelle donne, e tuttora viene condannata. In Oriente non
abbiamo mai condannato l’ipnosi, perché non l’abbiamo mai praticata. In Oriente
abbiamo praticato un metodo molto più avanzato. La presenza di un maestro
vivente è sufficiente a inebriarti. Non ti servono bevande alcoliche. La
presenza di uno che sa, è automaticamente ipnotica. Non è che faccia nulla,
quello è il suo essere.
tratto da:
Osho, Yahoo! The mystic rose # 25
Consapevolezza
e rilassamento
Amato Osho,
esiste
qualcosa che è un misto di ipnosi e meditazione? Quando sono alla tua presenza,
mi sento come ipnotizzato, ma allo stesso tempo sono anche consapevole di tutto
ciò che mi circonda.
Con
me può accadere,
una combinazione di entrambi... un silenzio in cui ti senti come assente e
tuttavia sei consapevole di ogni piccola cosa che ti accade intorno. La mia
presenza è un metodo completamente diverso che combina ipnosi e meditazione.
Non è mai stato tentato prima. Se usi solo
l'ipnosi, allora non potrai essere consapevole delle cose che ti circondano: ti
addormenterai, cadrai in un sonno profondo. Sentirai la voce dell'ipnotista, e
nient'altro. Se mediti sarai consapevole, vigile e sarai in grado di udire
tutto ciò che accade intorno a te con estrema chiarezza, ma non ci sarà quel-la
dolcezza che ti calma e ti acquieta, quando sei addormentato eppure sveglio. Ed
è questo che desidero che accada alla mia presenza — tutte e due le cose
insieme.
Non voglio che tu venga ipnotizzato - è un metodo
antiquato e rozzo. Voglio che entri in uno stato di ipnosi molto leggero. Non
c'è alcuno sforzo per ipnotizzarti, ma proprio perché sei così assorbito
nell'ascoltarmi, accade da sé, come naturale conseguenza: sei perfettamente
consapevole e puoi avere risultati, vantaggi, da entrambe le cose. L'ipnosi ti
darà un rilassamento, una sensazione piacevole di distensione, mentre
l'attenzione ti renderà testimone di tutto ciò che ti accade intorno. E tra
loro non ci sarà contraddizione. lo sto cercando di creare questa sincronicità.
Ecco perché non voglio creare un'altra comune, ma
solo una scuola in cui posso par-lare a piccoli gruppi di persone, in maniera
che siano tutti vicini e possano entrare insieme nello stato di ipnosi e di
meditazione.
La meditazione ha una certa aridità, e l'ipnosi è
inconsapevolezza, ma combinate insieme a questo modo, si creano delle nuove
qualità. La meditazione è presente, ma non è arida e priva di vita perché
l'ipnosi ti fa sentire rilassato, in pace, pieno di vita. L'ipnosi è presente,
ma non è inconsapevolezza perché la meditazione ti tiene vigile, sveglio.
Nessuno ha mai provato questa combinazione per il semplice motivo che si pensa
va che fossero due fenomeni contraddittori —
allora come combinarli? Ma, come ben sai, io sono un uomo di contraddizioni:
non credo che ci sia nulla di contraddittorio, tutto può diventare
complementare. Meditazione e ipnosi combinate insieme creano un'esperienza
molto più ricca di quanto ognuna di esse possa fare separatamente.
TRATTO
DA:
Osho,
The Path of the Mystic # 4
Il primo
passo per la meditazione
È possibile
che nel tuo metodo di meditazione dinamica siano presenti elementi di ipnosi e
di illusione? Quando a chi partecipa non accade nulla, è perché non è sulla
strada giusta? Ci sono altri ai quali accadono molte cose; loro sono sulla
strada giusta? E possibile che alcuni di loro stiano solo recitando?
Ci
sono due o tre cose che
vanno comprese con grande chiarezza. L'ipnosi è una scienza e può essere usata
facilmente per creare delle illusioni. L'ipnosi tuttavia può anche esse-re
usata come risorsa. La scienza è sempre una lama a doppio taglio.
l'energia atomica può essere usata per produrre
grano nei campi, ma può anche distruggere in un solo colpo tutta l'umanità. Ci
sono entrambe le possibilità. La corrente elettrica che fa andare il
frigorifero a casa tua può anche ucciderti, ma non potrai ritenere responsabile
l'elettricità. Se un egoista adopera l'ipnosi, lo farà per meglio reprimere,
distruggere e ingannare l'altro. Ma è possibile anche l'opposto.
L'ipnosi è un'energia neutrale, è una scienza. Può
essere usata per spezzare i sogni in cui sei avvolto, e può sradicare illusioni
che vanno in profondità.
Il mio metodo è un'ipnosi allo sta-dio iniziale,
ma insieme a essa trovi un elemento fondamentale che ti proteggerà dall'essere
ipnotizzato, e cioè il testimoniare. Questa è l'unica differenza tra ipnosi e
meditazione, ma è una differenza molto grossa. Quando sei ipnotizzato, vieni
messo in una condizione di inconsapevolezza; solo così è possibile lavorare su
di te. Tuttavia secondo me l'ipnosi
è utile per la meditazione, ma solo quando diventi l'osservatore. Allora sei sveglio e
vigile, e sai cosa succede in ogni momento. Allora non si può fare nulla contro
la tua volontà, sei sempre presente. Nell'ipnosi le suggestioni possono essere
usate per farti diventare inconscio, ma anche per spezzare la tua
inconsapevolezza.
Quindi i primi passi di ciò che chiamo meditazione
sono sempre ipnotici. Devono esserlo, visto che qualsiasi viaggio verso il sé
può iniziare solo dal-la mente. Perché tu vivi nella mente, è lì che ti trovi,
quindi il viaggio deve partire da lì. Ma questo viaggio può essere di due tipi:
o ti condurrà lungo un percorso circolare all'interno della mente in cui
continuerai a girare in tondo come il bue che fa girare la macina del mulino
senza mai poter smettere, oppure ti porterà ai confini della men-te e da lì potrai
fare un salto verso l'esterno. In entrambi i casi, i passi iniziali dovranno
essere intrapresi all'interno della mente.
Quindi la forma iniziale dell'ipnosi è la stessa
di quella della meditazione, ma la forma finale è diversa e lo è anche il suo
obiettivo. C'è in questi pro-cessi un elemento fondamentale che è differente.
L'ipnosi richiede subito l'essere inconsci, addormentati, quindi tutte le
suggestioni iniziano proprio con il sonno, la sonnolenza, e il resto segue. In
meditazione, la suggestione inizia con lo svegliarsi, e in seguito l'accento è
sullo stato dell'osservatore. L'osservatore che è in te è sveglio, quindi nessuna
entità esterna può influenzarti. Ricorda inoltre che, qualsiasi cosa accada
dentro di te, tu resti sempre pienamente cosciente.
Quindi, qual è la differenza tra coloro a cui
accadono delle cose e coloro a cui non accadono? Le persone a cui non accade
nulla sono persone do-tate di una forza di volontà più debole. Hanno paura,
sono terrorizzate. Hanno persino paura che accada qual-cosa! L'uomo, che strana
creatura! So-no venuti qui per meditare, sono venuti per far sì che la
meditazione avvenisse, ma ora hanno paura che accada veramente. Quando vedono
che agli altri accadono delle cose, si chiedono se non sia tutta una commedia. Queste
sono misure di difesa. Dicono: "Noi non siamo così deboli da farci influenzare.
Queste sono persone deboli". In questo modo danno soddisfazione al loro
ego, non sapendo che un processo del genere non può accadere a una persona
debole. Non sanno inoltre che può accadere solo a persone intelligenti e non a
chi non è intelligente.
Un idiota non può essere ipnotizzato, né può
essere condotto alla meditazione. Entrambe le cose sono impossibili. Allo
stesso modo, non si può lavorare su di un folle. Più una persona è autentica,
genuina, più l'ipnosi sarà veloce. Meno una persona è geniale e più tempo ci
vorrà per ipnotizzarla.
Come fanno le persone a razionalizzare la mancanza
di intelligenza, di volontà e di genio? Diranno a loro difesa: "Mi sembra
che quelli stiano solo recitando. La loro mente è debole e facilmente
influenzabile dall'esterno".
Queste sono le nostre misure di di-fesa. Chi
scopre che non gli sta accadendo nulla, troverà i mezzi per proteggere il
proprio ego. Ma tra quelli a cui non succede nulla e quelli a cui accade, c'è
una distanza molto piccola. Manca solo un po' più di fermezza. Se raccogli
tutto il tuo coraggio, se il tuo proposito è forte e lasci perdere tutte le
inibizioni, accadrà.
Durante un campo una donna venne da me per dirmi
che una sua amica l'aveva chiamata al telefono e le aveva detto: "In
questi esperimenti a volte la gente si denuda, o fa cose strane. Co-me può una
signora di buona famiglia partecipare a queste cose?".
Alcune persone hanno l'illusione di appartenere a
famiglie "perbene", mentre gli altri appartengono a famiglie
"cattive". Sono tutte misure di difesa. La donna che pensa di
appartenere a una buona famiglia, perderà l'occasione di sperimentare e rimarrà
chiusa in casa. Se il fatto che qualcuno si spoglia la disturba, allora non è
di "buona famiglia". Lei, cosa c'entra?
La nostra mente crea strane scuse. Dice:
"Questo è tutto un pasticcio, un imbroglio, non può accadere a me. Non
sono un debole, ho una mente potente". Se fosse vero, se fossi una persona
forte e intelligente, sarebbe accaduto anche a te.
Una persona intelligente si distingue per la
capacità di non prendere decisioni senza prima provare. Una per-sona così non
dirà nemmeno che ciò che l'altro fa è falso. Dirà: "Chi sono io per fare
commenti su di lui? Etichettarlo come falso non va bene". Chi sei tu per
decidere che qualcun altro ha torto? Decisioni sbagliate di questo tipo hanno
causato grandi difficoltà.
Se non mi succede nulla, devo scoprire se sto
seguendo in pieno le istruzioni dell'esperimento. Se non lo sto facendo con
totalità, come può accadere qualcosa? Se il tuo atteggiamento è di fare
l'esperimento un po' alla volta, perché farlo? E come avere i pie-di su due
barche diverse, ma chi mette i piedi in due barche si troverà in gran-de
difficoltà. Una barca sola va bene; se vai all'inferno almeno fallo in una
barca. Ma noi siamo proprio strani; abbiamo un piede in una barca che va in
paradiso e uno in una barca che va all'inferno!
La realtà è che la mente è confusa e non sa dove
andare. E spaventata e in-decisa; si chiede se sarà felice in paradiso o
all'inferno. Ma mettendo i pie-di in due barche diverse non arriverai da
nessuna parte, morirai per strada.
Questo è il funzionamento della men-te, sempre. E
schizofrenica. Facciamo uno sforzo per muoverci e poi anche per fermarci. E una
cosa molto danno-sa. Fai l'esperimento con un'intensità totale, e non farti
delle opinioni rispetto agli altri. Se passi attraverso tutto l'esperimento,
accadranno sicuramente delle cose. Io parlo di cose assoluta-mente scientifiche,
non di qualche superstizione religiosa.
E un fatto scientifico che, se c'è uno sforzo
totale, il risultato accade per forza. Non c'è altro modo, perché dio è energia
e questa energia è imparziale. Qui le preghiere o i riti, o il fatto di essere
nati in una famiglia di classe alta sul suolo dell'India, non serviranno. E
soltanto una questione scientifica. Se una persona passa con sincerità attraverso
tutto questo, neppure dio potrà impedirle di avere successo. E se dio non c'è,
non ha importanza. Vedi di mettere tutta la tua energia nell'esperimento della
meditazione. E prendi le tue decisioni in base alla tua esperienza interiore,
non in base all'apparenza esterna degli eventi, altrimenti finirai sulla strada
sbagliata.
RAI
DA:
Osho,
In Search of the Miraculous Vol. 2
Autoipnosi o
de-ipnosi?
Una meditazione buddhista che può de-ipnotizzarci
dai condizionamenti che la società ci ha imposto.
Prima di
arrivare da te, facevo spesso una meditazione buddhista chiamata Maitri
Bhavana. Si inizia dicendo: “Possa io stare bene, possa io essere felice, possa
io essere libero dall'inimicizia, possa io essere libero da cattiva volontà
contro me stesso”. Quando ci si è fatti penetrare dalle sensazioni generate da
questi pensieri, la fase successiva della meditazione consiste nell'estenderla
agli altri. Si inizia visualizzando le persone amate e offrendo loro queste
sensazioni positive, poi si passa alle persone che si amano di meno, finché si
riesce persino a sentire compassione per persone che si odiano.
A me
sembrava veramente una buona meditazione, che mi apriva in qualche modo agli
altri. E sento ancora che in essa c'è qualcosa di profondo e di fondamentale.
Ma l'ho abbandonata quando sono venuta da te, perché ho intravisto il pericolo
che diventi una specie di autoipnosi. Questa meditazione mi attira ancora, ma
sono confusa: devo riprenderla, magari con un atteggiamento diverso, oppure
lasciar perdere? Puoi parlare per favore di questa meditazione? Te ne sarei
grata.
Maitri
Bhavana è una
delle meditazioni più penetranti. Non devi aver paura di entrare in una specie
di auto-ipnosi; non è così. In realtà è una specie di de-ipnosi. Assomiglia
all'ipnosi perché è il processo opposto: sei venuta da casa tua fino a me, hai
percorso questa strada, e ora per ritornare devi percorrere la stessa strada. L'unica
differenza sarà che ora avrai le spalle verso di me. La strada sarà la stessa,
tu sarai lo stessa, ma mentre venivi il tuo volto era rivolto verso di me, ora
invece verso di me ci saranno le spalle.
L'essere umano è già ipnotizzato. Qui non si
tratta di essere ipnotizzati o non ipnotizzati. Tu sei già ipnotizzata. Tutto ciò
che fa la società è una specie di ipnosi. A qualcuno viene detto che è un
cristiano, e la ripetizione è così continua che la sua mente ne viene
condizionata e lui crede di essere un cristiano. Qualcuno è indù, qualcuno è
musulmano: sono tutte ipnosi. Se pensi di avere troppi problemi, quella è
ipnosi. Tutto ciò che sei è
una specie di ipnosi. La società ti ha dato quelle idee, e ora sei ricolmo di
quelle idee e di quei condizionamenti.
Maitri
Bhavana è de-ipnosi.
E uno sforzo per reinstallare la tua mente naturale; è uno sforzo per ridarti
il tuo volto originario; è uno
sforzo per portarti al punto in cui eri alla nascita, quando la società non ti
aveva ancora corrotto.
Quando un bambino nasce è in Maitri Bhavana.
Maitri Bhavana vuol dire una forte sensazione di amicizia, di amore, di
compassione. Quando un bambino nasce non conosce l'odio, conosce solo l'amore-
L'amore è innato; l'odio verrà imparato solo più tardi. L'amore è innato; la
rabbia verrà imparata solo più tardi. L'invidia, la possessività, la gelosia,
potrà imparar-le solo in seguito. Queste sono le cose che la società gli
insegnerà: come esse
re invidioso, come essere colmo di odio, di rabbia
o di violenza. Queste sono le cose che gli verranno insegnate dalla società.
Quando il bambino nasce è soltanto amore. Dev'essere
così, perché non ha conosciuto nient'altro. Nel grembo materno non ha
incontrato alcun nemico. Ha vissuto per nove mesi in un profondo stato d'amore,
circondato e nutrito dall'amore. Non conosce nessuno che gli sia nemico.
Conosce solo la madre, l'amore della madre. Quando nasce, tutta la sua
esperienza è di amore, perciò come puoi aspettarti che sappia qualcosa
sull'odio? Porta con sé questo amore: è il suo volto originario. Poi ci saranno
dei problemi, poi ci saranno molte altre esperienze. Comincerà a non fidarsi
delle persone. Un bambino appena nato, è pura fiducia.
Maitri Bhavana crea di nuovo la stessa situazione:
è de-ipnosi. E uno sforzo per lasciar cadere l'odio, la rabbia, la gelosia,
l'invidia, e tornare al mondo in cui eri arrivato all'inizio. Se continui a
fare questa meditazione, inizi prima ad amare te stesso, perché sei il più
vicino. Poi diffondi questo amore: l'amicizia, la compassione, i senti-menti, i
buoni auguri, le benedizioni – alle persone che ami, amici, amanti. Poi a poco
a poco, li allarghi alle persone che non ami così tanto, le persone che ti sono
indifferenti – che non ami né odi – e poi a quelle che odi. Un po' alla volta
ti stai de-ipnotizzando. Un po' alla volta stai creando di nuovo intorno a te
un grembo di amore.
Quando un Buddha sta seduto in meditazione, siede
nel mezzo dell'esistenza come se tutta l'esistenza fosse diventata di nuovo il
grembo di sua madre. Non c'è inimicizia. Ha raggiunto la sua natura originaria,
swabhava. E arrivato a conoscere l'uomo essenziale. Adesso puoi anche
ucciderlo, ma non puoi distruggere la sua compassione. Anche morendo, rimarrà
comunque pieno di compassione verso di te. Puoi ucciderlo, ma non puoi
distruggere la sua fiducia. Adesso sa che la fiducia è una cosa così
fondamentale che, persa quella, hai perso tutto. E se non perdi la fiducia e
tutto il resto va perso, non hai perso nulla. Puoi prendergli tutto, ma non la
fiducia.
Maitri Bhavana è bella, puoi farla. Non c'è
bisogno di smettere. Ti aiuterà immensamente perché è una tecnica di destrutturazione.
L'ego è fatto di odio, inimicizia, conflitto. Se
vuoi lascia-re andare l'ego, dovrai creare più sensazioni di amore. Quando ami,
l'ego scompare. Se ami immensamente e incondizionatamente, se ami tutto, l'ego
non può esistere. L'ego è la cosa più stupida che possa accadere a un uomo o a
una donna. Una volta preso piede, è difficile persino vederlo, perché offusca
la vista.
Nell'amore dici: "Anche tu sei importante,
non solo io". Quando ami qualcuno, cosa dici? Puoi metterlo in parole o
no, ma cosa c'è veramente nel tuo cuore? Dici, con le parole o col silenzio:
"Tu sei importante, tanto quanto lo sono io". Se l'amore cresce e
diventa più profondo, dirai: "Sei persino più importante di me. Se dovesse
nascere una situazione in cui solo uno di noi può sopravvivere, vorrei morire
per te, e vorrei che tu sopravvivessi". L'altro è diventato più importante.
Questo è il significato della parola beloved, "amato" sei pronto
persino a sacrificare la tua vita per la persona che ami.
E se questo fenomeno si allarga sempre più, se si
allarga come accade in Maitri Bhavana, a poco a poco inizi a scomparire.
Arriveranno molti istanti in cui non sarai affatto presente – completamente
silenzio-so, senza alcun ego, senza un centro; sarai solo puro spazio.
Buddha dice: "Quando hai ottenuto questa
condizione in modo permanente, e sei diventato parte integrante di questo puro
spazio, sei illuminato".
Quando l'ego è scomparso del tutto, sei
illuminato; quando sei diventato così privo di ego da non poter nemmeno dire:
"Io sono", non puoi nemmeno dire: "Io sono il sé". La
parola che Buddha adopera per questo stato è anatta: non-essere, non-sé. Non
puoi nemmeno pronunciare la parola "Io", la parola stessa diventa
profana. Nell'amore profondo, l'Io scompare. Vieni destrutturato.
Quando il bambino nasce arriva senza un
"Io"; esiste, semplicemente, come un foglio bianco, dove non c'è
scritto nulla. Adesso la società inizierà a scrivere, e inizierà a re-stringere
la sua consapevolezza. La società, a poco a poco, fisserà per lui un ruolo. "Questo
è il tuo ruolo, questo sei tu", e lui si atterrà a quel ruolo. Il ruolo
non gli permetterà mai di essere felice, perché la felicità è possibile solo
quando sei infinito.
Quando sei limitato, ristretto, non puoi essere
felice. La felicità non è una funzione della limitatezza, della meschinità; la
felicità è una funzione dello spazio infinito. Quando sei così spazioso da poter
contenere il tutto, solo allora puoi essere veramente felice.
Maitri Bhavana può essere di grande aiuto.
TRATTO DA
Osho – The
Beloved - Vol. 1
La
dimensione orizzontale
e quella
verticale
Di solito di un uomo meccanico si può conoscere
tutto il passato e il futuro ; di un buddha si può conoscere tutto il passato.
C'è una sola cosa che non si può conoscere sul futuro dell'uomo meccanico: se
diventerà un buddha. Oppure, se qualcuno è diventato un buddha, non sai nulla
del suo futuro, perché il suo futuro è libertà. Ora non esiste più nell'ambito
del tempo, quindi non c'è un suo riflesso nel tempo. E l'ipnosi non può
penetra-re nell'eternità — lì l'ipnosi è impotente. Lì arriva la meditazione.
L'ipnosi è un metodo orizzontale. Va nel passato e
va nel futuro. Copre l'intero territorio. La meditazione è un'ipnosi verticale
— va da una certa profondità a una profondità e un'altezza sempre maggiori. Non
si muove su un piano orizzontale. Ipnosi e meditazione insieme sono alla base
del significato della croce cristiana — l'orizzontale e il verticale. Un essere
umano deve espandersi in entrambe le direzioni. Deve salire verticalmente in consapevolezza,
e deve penetrare in tutto il materiale della mente — il passato e il futuro. La
mente è passato e futuro, la consapevolezza è verticale. Inferno e paradiso, il
più basso e il più alto — questa è la consapevolezza. In ogni istante questa
consapevolezza incrocia l'orizzontale e lì diventa una croce. L'eternità entra
nel tempo in ogni momento, verticalmente.
Prima di tutto l'ipnosi deve andare nel passato. È
la cosa più facile, la più credibile, perché pensiamo che il passato sia già
accaduto e quindi siamo in grado di ricordarlo. Fatto questo, diventa possibile
entrare nel futuro. Quando è accaduto anche questo, è possibile entrare nella
dimensione verticale, nell'altezza e nella profondità.
La meditazione è ipnosi nella dimensione
verticale, e l'ipnosi è meditazione nella dimensione orizzonta-le. Usale, e con
grande intensità.
Osho, The Buddha
Disease
Meditazione
vuoi dire
tornare a
casa...
Qualsiasi oggetto d'amore, qualunque sia, diventa
un'ossessione. Sei fuori di te, ossia non sei consapevole. Diventi
inconsapevole, entri in un sonno profondo. È così che siamo fatti.
De-ipnosi, o meditazione, sono sinonimi di
riportare a casa la propria consapevolezza — che è stata proiettata
sull'oggetto. Il procedimento sembra simile all'ipnosi... lo è, ma in realtà è
de-ipnosi: il procedimento è lo stesso. Se ti sei allontanato da casa, lo hai fatto
su di una strada, camminando con le tue gambe. Ora se vuoi tornare, dovrai di
nuovo usare le gambe, e per-correre la stessa strada, solo nel senso opposto.
Quella sarà l'unica differenza. Siamo penetrati in profondità nel mondo. Se
vogliamo ritornare, il processo sarà lo stesso, solo fatto al contrario.
Quindi l'ipnosi va usata nella direzione opposta,
e ogni meditazione è ipnosi nel senso contrario — ogni meditazione. L'unica
questione è se stai andando via o se stai ritornando. Se stai ritornando, è meditazione;
se stai andando via, è ipnosi. Se qualcosa ti riporta verso te stesso è
meditazione; se qualcosa ti porta via da te stesso, è ipnosi — il procedimento
è lo stesso. Nell'ipnosi puoi continuare per l'eternità, è un processo senza
fine, perché quando hai lasciato il tuo centro, puoi andare dappertutto. Non
c'è una fine. La fine arriva solo se ritorni al tuo centro, allora arrivi da
qualche parte. Puoi arrivare al punto solo quando raggiungi te stesso. Questo
centrarsi è meditazione.
TRATTO
DA: Osho, That art Thou
La parola
agli
ipnoterapisti
Negli
ultimi 50 anni la
ricerca scientifica ha dimostrato che l'ipnosi può influenzare profondamente il
comportamento umano, rilassando e rimettendo a nuovo – in senso figurato – la
mente inconscia. Attualmente viene usata in tutto il mondo per aiutare le
persone a liberarsi da abitudini dannose quali il fumo, a imparare nuove
lingue, a esplorare vite passate, a superare inveterati schemi di comportamento
che complicano la vita, e anche, nello stesso tempo, per fare "il lavaggio
del cervello" ai consumatori – affinché comprino una merendina piuttosto
che un'altra.
La scienza dell'ipnosi si sta ancora sviluppando –
tentando di uscire dall'ombra soffusa di paure e tabù nella quale era stata relegata
in passato dalla religione. Appena riuscirà a liberarsi dal suo passato di
“trucco” da palcoscenico, l'ipnosi permetterà di raggiunge-re livelli di
consapevolezza e saggezza finora sconosciuti, proprio per la sua capacità di
permettere all'uomo di attingere al potenziale della mente inconscia.
Nelle tre interviste presentate nelle pagine
seguenti si può vedere come l'ipnosi, e soprattutto l'autoipnosi, sono
strumenti validi per raggiungere una maggiore consapevolezza, se usate insieme
alla meditazione.
Un ponte
verso la meditazione
Gopal, un sannyasin canadese,
ha guidato fin dal `76 gruppi di meditazione Vipassana e Zazen nella comune di
Osho a Pune. Il suo interesse a combinare l'ipnosi con la meditazione è nato
dopo aver ascoltato una serie di discorsi (The
Path of the Mystic, tenuti nel 1986) in cui Osho approfondiva questo tema.
Da allora guida gruppi di autoipnosi e anche un workshop in cui si sperimenta
con l'ipnosi in connessione col superconscio.
"Ho iniziato a interessarmi all'autoipnosi
perché si tratta di un processo creativo che permette una grande indipendenza e
offre un facile collega-mento con la meditazione" dice Gopal. "Spesso
le persone sono interessate all'ipnosi, ma hanno qualche difficoltà con la
meditazione. Ho constatato come l'ipnosi permetta un profondo rilassamento, sia
fisico che men-tale, e a quel punto la meditazione diventa più facile. Nel
gruppo di autoipnosi ognuno trova la sua maniera personale di utilizzare vari
tipi di tecniche. All'inizio c'è bisogno di aiuto per fare in modo che le persone
scoprano questa capacità — il potere dell'ipnosi — che ognuno ha dentro di sé.
Ma in seguito ciascuno può utilizzare questa tecnica in ogni settore della propria
vita, per aiutare la meditazione ad andare sempre più in profondità e anche per
essere presente in ogni momento delle sue attività di tutti i giorni.
All'inizio suggerisco alle persone — parlando con
voce calma e usando una delicata musica di sottofondo — di raggiungere uno
spazio di rilassamento, accettando qualsiasi cosa stia succedendo in quel
momento. Il mio messaggio principale — come dice Osho — è che questo metodo di
autoipnosi è molto facile, che possono facilmente impararlo, usando il suono
della loro voce e le "immagini" che preferiscono. Così all'inizio del
gruppo continuo a ripetere che hanno già questa facoltà di autoipnotizzarsi.
Osho dice che
è la maniera migliore di imparare l'auto-ipnosi: avere
qualcuno che ti "ipnotizza" continuando a ripetere che sarai capace
di farlo da solo, facilmente. E naturalmente nel frattempo do anche il
suggerimento che la meditazione diventerà sempre più profonda, giorno dopo
giorno.
A poco a poco le persone cominciano a esercitarsi
da sole, finché sono capaci di guidare tutto il processo del proprio
rilassamento — dandosi anche questi suggerimenti utili alla meditazione, e
questo prima di raggiungere uno stato di rilassamento troppo pro-fondo. Osho
dice che l'ipnosi è un ponte verso stati di meditazione più pro-fonda, e che
nessuno in passato ha usato l'ipnosi per la trasformazione spirituale. Questo
mi ha permesso di accettare più facilmente l'ipnosi, che è un metodo molto
semplice e davvero bello che si è dimostrato molto efficace per attrarre la
gente verso la meditazione: molte persone si sono avvicinate alla meditazione
proprio grazie alla sua combinazione con l'ipnosi."
"La funzione principale di questo lavoro è
fare in modo che la mente cooperi con la meditazione" continua Gopal.
"E una funzione veramente importante perché a causa dei nostri condizionamenti,
della nostra 'educazione' abbiamo molte idee che sono contrarie alla
meditazione: che è una perdita di tempo, che se non fai qual-cosa non arrivi da
nessuna parte nella vita e così via. Io ho chiesto a Osho se fosse sufficiente
dare dei “suggerimenti” positivi nell'ipnosi o se si dovesse anche affrontare
in modo più diretto la negatività della nostra "vecchia" mente. Mi ha
risposto che se c'è una parte della mente che sta creando un problema
specifico, è bene persuaderla gentilmente che è giunto il momento di cambiare.
Se lo fai in maniera gentile e amichevole, puoi davvero persuadere la mente a
cambiare. In un certo senso stai dando alla mente informazioni più intelligenti
in modo che arrivi alla comprensione e quindi a desiderare il cambiamento.
Quando si passa da una di queste sessioni di
ipnosi alle meditazioni silenziose, le persone si accorgono subito degli
effetti, della differenza.
Molti partecipano per ragioni pratiche: prima di
tornare in Occidente ad affrontare le sfide del lavoro e della vita di ogni
giorno, vogliono avere uno strumento semplice ma efficace che possa
aiutarli."
L'ipnosi
nella mia vita
Mentre
leggevo vari
testi di Osho sull'ipnosi – da pubblicare poi sull'Osho Times – mi sono
ritrovata a ricordare le mie esperienze in questo campo e a riflettere su come
l'ipnosi abbia influenzato la mia vita.
La prima volta è stata quando il più giovane dei
miei figli, Dave, a sei anni è stato ricoverato in ospedale per una
tonsillectomia. Mi ricordavo ancora di tutti i problemi – soprattutto il dolore
durante la convalescenza – sofferti da un altro dei miei figli quando, alla
stessa età, aveva subito la stessa operazione. Per fortuna questa volta il medico
aveva anche una buona esperienza in ipnosi. E stato molto interessante
osservare il semplice metodo da lui usato: prima ha chiesto a Dave di chiudere
gli occhi e di immaginare di star guardando il suo programma preferito alla
televisione e poi, dopo qualche minuto, gli ha detto – come suggestione ipnotica
– di ricordare quel programma ogni volta che avesse provato dolore, o anche
solo fastidio, e che il dolore sarebbe passato subito. Dopo l'operazione il
dottore mi ha detto che Dave aveva avuto bisogno solo di una anestesia molto
leggera, proprio grazie all'ipnosi. E la convalescenza mi è sembrata quasi un
miracolo: Dave non ha avuto assolutamente nessun fastidio, ha iniziato a
mangiare pratica-mente appena tornato a casa, e ogni volta che inghiottiva
riuscivo a vedere come il suo sguardo si facesse un po' assente, lontano – di
sicuro stava "guardando" il suo programma preferito alla TV.
Poco dopo questo episodio sono ricominciati i miei
forti dolori alla schiena: avevo già subito due operazioni, e ora avrei dovuto
farne una terza. Ma proprio in quel periodo stavo completando il tirocinio per
l'abilitazione all'insegnamento, mi mancavano solo tre settimane e non potevo
permettermi di interromperlo. L'ipnosi mi è venuta in aiuto: con una sessione
ogni due giorni tenevo il dolore sotto controllo e sono riuscita così ad
aspettare per farmi operare fino alla fine dei miei impegni di lavoro.
Qualche anno più tardi ho partecipato a un
workshop di “Autoipnosi” e ho iniziato a "giocare" con l'ipnosi nelle
situazioni più svariate. Mi ricordo ancora di quando andavo a trovare due dei
miei figli che frequentavano una scuola alternativa (la Los Angeles Free
School) e mi offrivo di "ipnotizzare" qualsiasi volontario per
aiutarlo a rilassarsi. Non solo faceva bene a loro, ma faceva bene anche a me:
era l'unica maniera in cui riuscivo a passa re un po' di tempo con quei ragazzini
veramente scatenati!
All'inizio degli anni ottanta, vivevo a Pune e,
quando Osho è andato in America, ho partecipato con una cinquantina di altri
sannyasin al training di De–ipnosi organizzato in Kashmir da Santosh, il
terapeuta che teneva workshop e training sull'ipnosi all'ashram. Vivevamo nelle
caratteristiche case sulle barche del Lago Dal, a Srinagar, mangiavamo tutti
insieme, in maniera molto semplice (ad esempio per un periodo abbiamo mangiato
solo verdure crude, una dieta speciale sperimentata in precedenza da Santosh).
Il lavoro vero e proprio di ipnosi era focalizzato
sul nostro "bambino interiore", su come, già all'età di quattro anni,
fossimo stati condizionati dai genitori e dalla società a credere di aver già
sperimentato l'intera gamma possibile di emozioni. Come quindi, per il resto
della nostra vita, avremmo provato solo "quelle" emozioni, come
avremmo continuato per tutta la vita con le stesse "risposte", con la
stessa maniera di interagire con gli altri – in tutte le nostre relazioni.
Questo natural-mente a meno di non portare la necessaria consapevolezza in
tutto quello che si sta facendo. Questo tipo di lavoro mi entusiasmò così tanto
che continuai a partecipare a gruppi sull'ipnosi anche in seguito.
Jeevan
Puoi usare immaginazione
in modo
positivo
Madita
è tedesca,
pratica le meditazioni di Osho da più di vent'anni e nel campo dell'ipnosi ha
un'ampia esperienza, che risale alla fine degli anni `70. Ha fatto parte del
Dehypnotherapy Institute di Amsterdam e in seguito ha completato la serie di
training in Programmazione Neurolinguistica (PNL) fino a raggiungere la
qualifica di "Master Hypnotist".
Dal 1987 guida workshop e training di ipnosi –
compreso anche il famoso “Reminding Yourself of the Forgotten Language of
Talking to the Mind and Body”, ideato da Osho – sia presso la Multiversity di
Pune che nel resto del mondo.
Ecco come ci spiega la bellezza dell'ipnosi:
"È possibile usare l'immaginazione in maniera positiva per “rieducare” sia
il conscio che l'inconscio. L'ipnosi usa lo stato di trance per aiutare le
persone ad aprirsi alla meditazione in ogni istante della loro vita. Tutti i
mistici, da tempo immemorabile, ci dicono che l'uomo passa la vita in uno stato
di "sonno ipnotico", una specie di trance debilitante dove la mente è
molto spesso negativa e piena di paure. L'ipnosi può essere un aiuto per
liberarci da questi vecchi condizionamenti inconsci, facendoci vedere come
siano possibili nuove scelte – una nuova visione della nostra vita. Usando
l'ipnosi non è che il terapista dia delle soluzioni ai problemi del cliente; lo
aiuta semplice-mente a trovare da solo quelle "risposte" che sono già
presenti dentro di lui. La voce del terapista funziona semplicemente come un aiuto,
una guida, ma il processo di ricerca di soluzioni avviene all'interno ed è del
tutto autonomo e personale. Il terapeuta non impone le proprie idee, non dà né
toglie nulla: insegna semplicemente alla mente conscia il modo di farsi da
parte – di rimanere un semplice osservatore – mentre la persona entra in
contatto con la parte inconscia, che è il 90 per cento della mente, e si
ritiene contenga la saggezza e le risorse dell'intera evoluzione umana."
Madita
Nella prossima stagione invernale, a Pune, Madita
e l'Hypnosis Team guideranno un training di tre settimane sull'arte e la scienza
dell'ipnosi, un workshop focalizzato sull'uso dell'ipnosi per trattare “ferite
emotive” e un training di ipnosi per la meditazione.
COSA CI UNISCE E COSA CI
DIVIDE
Non
ti hanno mai capito veramente, se ci pensi ti viene una rabbia. Ma non serve a
nulla, ci spiega Osho in queste pagine, solo a farsi del male. Prova a capirli
tu!
Niente
di sbagliato nel voler affermare la tua individualità nei loro confronti, anzi:
ti serve a crescere, a diventare sempre più forte, sempre più te stesso. Ma
continuare a “disubbidire”... per tutta la vita? Guardali bene, con gli occhi
del cuore, senza preconcetti, e magari puoi scoprire che ciò che unisce è molto
più importante di ciò che divide.
Osho,
per la prima
volta nella mia vita provo molta rabbia verso i miei genitori. Sono persone
semplici, e mi dico che non è colpa loro se non riescono a comprenderti. La mia
rabbia entra in forte conflitto con l’amore che provo, e mi ferisce. Sono così
arrabbiato mentre scrivo che non riesco neanche a formulare la domanda. Puoi
aiutarmi per favore?
Ogni bambino si arrabbierebbe se capisse cosa i
suoi poveri genitori gli hanno fatto – senza saperlo, inconsciamente. Tutti i
loro sforzi sono per il bene del bambino. Le loro intenzioni sono buone, ma la
loro consapevolezza è zero. E le buone intenzioni nelle mani di persone
inconsapevoli sono pericolose: non possono portare ai risultati che si volevano
raggiungere. Potrebbero addirittura creare il risultato opposto.
Tutti i genitori cercano
di far diventare il loro bambino ‘meraviglioso’, ma se lo osservi, il mondo
assomiglia di più a un orfanotrofio. Sembra che di genitori non ce ne siano mai
stati. In effetti, se fosse veramente un orfanotrofio, sarebbe persino meglio:
perché almeno saresti te stesso – i genitori non avrebbero interferito con la
tua vita.
Perciò essere arrabbiati è
naturale, tuttavia è inutile. Essere arrabbiati non aiuta i tuoi genitori e fa
del male anche a te.
Si dice che Gautama Buddha abbia fatto un’affermazione molto strana:
“Nella rabbia, tu punisci te stesso per le colpe di qualcun altro.” La prima
volta che te la trovi davanti, questa affermazione sembra molto strana: che tu
punisca te stesso per le colpe di qualcun altro.
I tuoi genitori hanno
fatto qualcosa venti o trent’anni fa, e tu sei
arrabbiato adesso. La tua rabbia non aiuterà nessuno; non farà altro che creare
dentro di te altre ferite. Quando sei vicino a me… Sto cercando di spiegarti
l’intero meccanismo dell’educazione dei figli: dovresti riuscire a capire
meglio che quello che è successo, che doveva succedere. I tuoi genitori sono
stati a loro volta condizionati dai loro. Non c’è modo di scoprire chi è stato
il responsabile all’inizio. È una cosa che viene trasmessa di generazione in
generazione.
I tuoi genitori fanno
esattamente ciò che è stato fatto loro, sono delle vittime. Proverai
compassione per loro, e sarai felice di non dover ripetere la stessa cosa nella
tua vita. Se decidi di avere dei figli, sarai contento di rompere questo
circolo vizioso – di uscire da una situazione che risale all’inizio dei tempi
ed è arrivata fino a te – sarai contento di farla finita con questa storia. Non
ti comporterai più così con i tuoi figli, o con i figli di qualcun altro.
Devi sentirti fortunato di
avere con te un maestro che può spiegarti cosa è accaduto tra genitori e figli:
le complessità dell’educazione, le buone intenzioni, i cattivi risultati, il
fatto che tutti cercano di fare del loro meglio, ma il mondo continua a
peggiorare.
I tuoi genitori non sono
stati così fortunati, non hanno avuto un maestro – ma tu sei arrabbiato con
loro. Dovresti provare compassione, amore – bontà. Tutto ciò che hanno fatto
era inconsapevole. Non potevano fare altro. Con te hanno provato a fare tutto
quello che sapevano fare: erano infelici, e hanno messo al mondo un altro
essere umano infelice.
Non avevano alcuna
chiarezza sulle cause della loro infelicità. Tu hai questa chiarezza, comprendi
perché si diventa infelici. Quando comprendi il modo in cui si crea
l’infelicità, puoi evitare di crearla anche negli altri.
Cerca di avere
comprensione per i tuoi genitori. Hanno lavorato duramente, hanno fatto il
possibile, ma purtroppo non avevano idea di come funzioni la psiche. Invece di
insegnare loro come essere madre o padre, gli hanno insegnato a essere cristiani
o marxisti, a diventare sarti o idraulici, a diventare filosofi: sono tutte
cose buone e necessarie, ma manca la cosa fondamentale.
Fino a quando qualcosa
non è proprio la tua esperienza,
non avrà alcun impatto sugli
altri
Se hai intenzione di avere
figli, la cosa più importante da imparare è come diventare una madre o un
padre. Si dà per scontato che la capacità stessa di dare alla luce dei figli,
implichi la capacità di essere madre o padre. È vero, per quel che riguarda
semplicemente la nascita in sé… è un atto biologico, non hai bisogno di
ricevere alcuna preparazione psicologica. Gli animali se la cavano benissimo,
gli uccelli se la cavano benissimo, gli alberi se la cavano benissimo. Ma far
nascere un bambino, a livello biologico, è una cosa, ed essere madre o padre è
tutta un’altra cosa. C’è bisogno di una profonda educazione, perché stai
creando un essere umano.
È una fortuna che tu possa capire la situazione in cui
erano i tuoi genitori. Non è che abbiano fatto qualcosa in particolare contro
di te; avrebbero fatto la stessa cosa a qualunque altro bambino fosse nato. Erano programmati così.
Non potevano fare altro. Essere arrabbiati con persone impotenti non è giusto.
È ingiusto, irragionevole, e in più fa del male anche a te.
Se i tuoi genitori non
riescono a comprenderti, non dovresti preoccupartene. Sono solo persone normali
che seguono la massa – è più sicuro così. Tu sei uscito dalla massa. Hai scelto
una via rischiosa e piena di pericoli. Se non vogliono seguire uno stile di
vita pericoloso, è una loro scelta: non dovrebbe essere un motivo perché tu ti
arrabbi.
In realtà puoi aiutarli se
diventi quell’individuo di cui parlo: più
consapevole, più sveglio, più amorevole. Solo vedendoti potranno cambiare. Il
vederti cambiato in modo così radicale li farà riflettere, pensare che magari hanno torto. Non c’è altro modo.
Non puoi convincerli intellettualmente. Intellettualmente possono discutere, ma
le discussioni non hanno mai cambiato nessuno.
L’unica cosa che può cambiare le persone è il carisma, il magnetismo, la
magia della tua individualità. Allora tutto ciò che tocchi diventa oro.
Quindi, invece di perdere
tempo ed energia ad arrabbiarti e a lottare
contro il passato che non esiste più, metti tutta la tua energia nel
realizzare la magia della tua
individualità. Quando i tuoi genitori ti vedranno, non potranno rimanere indifferenti di fronte alle nuove qualità
che hai sviluppato, qualità che si fanno notare automaticamente: la tua freschezza, la comprensione, il tuo amore
incondizionato, la gentilezza, persino in una situazione in cui sarebbe stato
più appropriato arrabbiarsi.
Solo queste cose possono
essere dei buoni argomenti. Non occorre che tu dica una parola. I tuoi occhi,
il tuo volto, le tue azioni, il tuo comportamento, le tue reazioni,
provocheranno in loro un cambiamento.
Cominceranno a chiedere
cosa ti è successo, come è successo – perché tutti desiderano queste qualità.
Queste sono le vere ricchezze. Nessuno è così ricco da potersi permettere di
non avere le cose di cui ti parlo.
Quindi metti la tua
energia nel trasformare te stesso. Aiuterà te, e aiuterà i tuoi genitori.
Magari potrà creare una reazione a catena. I tuoi genitori potrebbero avere
altri figli, potrebbero avere degli amici, e così le cose continueranno a
svilupparsi.
È come se tu fossi seduto
sulle sponde di un lago tranquillo e gettassi un ciottolo nell’acqua. Il
ciottolo è piccolo, all’inizio crea un piccolo cerchio, ma cerchio dopo
cerchio… le onde continuano ad allargarsi fino alle zone più lontane, fino ai
limiti del lago. Ed era solo un sassolino.
Noi viviamo in una specie
di nuova sfera, un nuovo lago psicologico, in cui tutto ciò che facciamo crea
intorno a noi un certo tipo di vibrazioni. Queste toccano le persone, e
arrivano fino a sorgenti sconosciute.
Basta creare una piccola
onda, un’increspatura, di individualità ‘giusta’, e arriverà a molte persone –
sicuramente a coloro che sono legati a te più da vicino. Saranno i primi ad
accorgersene, e proveranno grande meraviglia. Non crederanno ai loro occhi, perché
tutto ciò che conoscono di religiosità, di religione, è la messa della
domenica, dove non accade nulla. Sono andati in chiesa ogni domenica per tutta
la vita, e tornano a casa che sono identici. Come religione, conoscono la
Bibbia o il Corano o la Gita; li hanno letti e riletti, ma non è accaduto
nulla, perché non sanno una cosa, e cioè che tu sei un essere vivente e invece
un libro è morto. L’uomo che fa la predica in chiesa lo fa per professione.
L’ha preparata grazie ai libri, e continua a ripeterla. Non lo ascolta nessuno,
per questo nessuno se ne accorge. Ripete la stessa predica che ha fatto due
mesi fa. Allora non lo aveva ascoltato nessuno, e anche adesso nessuno lo
ascolta. Sai che la predica non è in grado di cambiarti perché non ha cambiato
nemmeno il predicatore. Lui è una persona presa nelle cose di questo mondo,
proprio come te, magari anche di più.
Nulla
gli appartiene veramente, è una sua esperienza individuale. Ma se qualcosa non
è una tua esperienza individuale, non potrà influenzare nessuno. Sii estatico.
Qui hai un’opportunità per trasformarti totalmente. Aiuta i tuoi poveri
genitori, perché loro non hanno avuto questa opportunità; sentiti triste per
loro.
Osho
tratto da The Path of Mystic #15
DALLA
PERSONALITÀ ALL’INDIVIDUALITÀ
Il bambino ha bisogno di dire
no! Ma la persona adulta deve imparare a dire di sì.
Se
l’ego è come una scala,
puoi usarla, ma non è che tu debba costruire la casa su questa scala. Oppure,
se è come una barca, puoi utilizzarla per passare sull’altra sponda, ma poi non
è che tu debba trasportarla sulla testa per tutta la vita. L’ego è utile per
fare delle cose essenziali, ma non dovrebbe diventare per sempre un fardello;
quando il suo scopo è realizzato, lo devi lasciar cadere.
Proprio come un bambino ha
bisogno di dire di no, la persona adulta deve imparare a dire di sì. Se il
bambino non sa come dire di no ai genitori, alle autorità, agli insegnanti, se
non è capace di disobbedire, non potrà realizzare la sua individualità. Non
avrà una forma sua. Sarà solo parte della mente della massa, della folla. Sarà
impotente, non riuscirà a stare sulle sue gambe. Non avrà alcun rispetto di sé.
Rimarrà un guazzabuglio, un caos orrendo. Sarà come se non fosse veramente
nato; rimarrà in un utero psicologico per tutta la vita, non maturerà mai. Deve
imparare a disobbedire. E i genitori saggi lo aiuteranno a disobbedire, in un
modo tale da non creargli pericoli. Gli daranno le occasioni di disobbedire, di
dire di no. Questo è proprio il significato della
parabola biblica in cui dio dice ad Adamo: “Non mangiare il frutto di questo
albero, l’albero del bene e del male. Se lo mangerai, verrai espulso dal
paradiso”. È una grande tentazione! Sta dando ad Adamo l’occasione di
disobbedirgli. Poi dio dice ad Adamo: “Se mangerai il frutto di questo albero
diventerai mortale; ora sei immortale. In secondo luogo, se mangerai questo
frutto diventerai simile a un dio, onnisciente”. Vedi che tentazione, e a tanti
livelli? Prima di tutto: “Diventerete simili agli dei: onniscienti”. Chi è che
non vorrebbe diventare simile a un dio e sapere tutto? E la seconda parte, il
pericolo, il rischio: “Se mangerai da quest’albero,
diventerai mortale; dovrai morire”. Questa è la sfida! Il pericolo è sempre
molto attraente, e la morte è il pericolo più grande. Dio non ha lasciato ad
Adamo alcuna possibilità di restare obbediente. Ci dovevano essere milioni di
alberi nel Giardino dell’Eden, e solo uno di questi era l’albero della
conoscenza; se avesse lasciato in pace Adamo, probabilmente lui non l’avrebbe ancora
scoperto. Ma dio non l’ha fatto; gli ha mostrato l’albero e ha creato la
tentazione. Pensi che la colpa sia del serpente? Se fosse colpa sua, l’avrebbe
fatto comunque per conto di dio. Il serpente dev’essere
stato al servizio di dio, deve aver fatto parte della polizia segreta di dio,
l’FBI o qualcosa di simile. In tutte le culture il serpente è un simbolo di
saggezza. Gesù dice: “Siate saggi come serpenti e
innocenti come colombe”. Saggi come serpenti? Dio ha usato l’animale più saggio
per far arrivare il messaggio – la tentazione – ad Adamo ed Eva.
Se i genitori fossero
veramente saggi, creerebbero per i figli
le occasioni di dire di no, e offrirebbero loro delle belle opportunità.
Adesso, senza saperlo, danno loro delle brutte opportunità. Al ragazzo, per
esempio, dicono: “Non fumare”. Si tratta di una brutta opportunità, perché così
il ragazzo si metterà a fumare; gli hanno fatto venire la tentazione di
mettersi a fumare. Dovrebbero dirgli
invece: “Non andare fuori al sole, non arrampicarti sugli alberi”. E invece
dicono ai figli: “Non mangiare il gelato”. Dovrebbero dire: “Non mangiare la
frutta”. Quella sì che sarebbe una tentazione saggia! “Mangia tutto il gelato
che vuoi, ma non mangiare la frutta.” Da’ loro una tentazione in modo che
possano dirti di no, senza però farsi del male; altrimenti rimarranno deformi
per tutta la vita.
Io
sono assolutamente a favore della creazione di un ego nel bambino, perché senza
l’ego il bambino rimane parte dei genitori. Non diventerà mai un individuo, non
potrà mai stare sulle sue gambe. Invece il no e il dire di no creano
un’individualità, anche se solo superficiale; il no, essendo negativo, non può
creare un’individualità autentica. Quell’individualità superficiale è chiamata personalità;
l’ego ti dà una personalità. Che è sempre meglio di niente – almeno ti dà il
senso del tuo essere, ti dà una definizione. Però non rimanere per sempre a
questo punto; è una fase transitoria, solo un trampolino di lancio. Dalla
personalità devi passare all’individualità. Da una individualità superficiale
devi arrivare al nucleo dell’individualità. E questo è possibile solo dicendo
di sì. Tuttavia il sì è significativo solo quando sei capace di dire di no. Se dici di sì fin dall’inizio, il tuo sì non ha nessun
significato, è assolutamente privo di senso. Se sei capace di dire di no, il
tuo sì sarà significativo, mentre il tuo no in se stesso non ha alcuna forza. È
per questo che la società ti impone una personalità superficiale e falsa. Ma
quando arrivi da un Buddha, da un Gesù, da un Krishna, da un Mahavira – da un
maestro, da un vero maestro – questi ti insegnerà a dire di sì. Porterà via il
no, la tua personalità. La personalità è come il guscio di un uovo – l’ego è il guscio
dell’uovo. Protegge la vita, ma solo per un certo periodo; oltre quello, sarà
distruttivo. Un giorno dovrai rompere l’uovo in modo che
il pulcino possa uscire. Il no crea solo un guscio intorno a te. Va benissimo, è
necessario per proteggerti, ma un giorno devi uscirne…
L’integrità,
l’individualità, la libertà create dal no, sono solo uno stadio transitorio. Dobbiamo andare oltre:
è un vascello che ci lasciamo alle spalle. Quando hai raggiunto il tetto, la
scala non ti serve più – è un ponte che va attraversato. Adesso impara come
dire di sì. Il no lo conosci già a perfezione. Chi è arrivato da me, lo ha fatto in contrasto con i propri genitori,
perché questi ultimi sono indù, musulmani, cristiani, buddisti, giainisti. Io non sono nessuno! Venendo da me, un
cristiano diventerà unnon-cristiano
e un indù diventerà un non-indù
e un musulmano diventerà un non-musulmano. Non sto creando qui una nuova
religione, ma piuttosto un uomo nuovo, una nuova consapevolezza. Non sto
creando una nuova filosofia o teologia, ma piuttosto una nuova visione, una
nuova umanità. Per questo è necessario che lasci perdere le tue ideologie
vecchie e marce, e per questo i genitori si oppongono e non vogliono che tu
stia qui. Posso capirli: sono preoccupati per te, perché ti amano. La loro
preoccupazione non ha alcun fondamento, ma mostra comunque il loro interesse e
il loro amore. Vorrebbero che tu restassi all’interno del gregge, dove hanno
vissuto loro e i loro antenati. Hanno paura che tu ti smarrisca; loro non hanno
ottenuto nulla rimanendo nel gregge, eppure vorrebbero che ci rimanessi anche
tu. È più sicuro, più familiare. Sei venuto qui contro i desideri dei suoi
genitori; quello è stato il tuo no supremo. Ora io ti insegnerò a dire il sì
supremo. La funzione del no è ormai completata; se continui a dire di no anche
qui, mi fraintenderai completamente. Non sono tuo padre, non sono tua madre!
Devo portarti via questo no e creare il sì. Il lavoro del no è completo; ora
hai bisogno di volare più in alto, ora hai bisogno di altezze più elevate
dell’essere. E questo è possibile solo tramite il sì, perché il sì è positivo.
Il no ti dà una certa individualità negativa, il sì ti dà un’individualità
positiva. Un’individualità negativa non è una vera individualità, è solo una
personalità, una maschera, che è perfetta se è il momento giusto. Ma ricorda
sempre che un giorno o l’altro i mezzi devono essere trascesi. Se vuoi
raggiungere la meta, un giorno dovrai abbandonare la strada. Buddha dice: “Una
volta ho visto cinque sciocchi che portavano sulla testa la loro barca e ho
chiesto: ‘Che state facendo? Perché trasportate sulla testa questa barca?’
Hanno risposto: ‘Questa barca ci ha aiutati ad attraversare il fiume...
sull’altra sponda c’erano animali selvaggi, e se fossimo rimasti lì durante la
notte ci avrebbero uccisi sicuramente. Non possiamo dimenticare che questa
barca è stata una benedizione. Per gratitudine la porteremo per sempre sulla
testa!’”. Buddha dice: “Questo è il modo di fare degli stupidi. Si portano in
testa le scritture sacre, le ideologie, le filosofie. La barca ora non è più un
aiuto ma un peso. Sarebbe stato meglio se fossero morti sull’altra sponda;
almeno avrebbero evitato di portare in giro questo peso per tutta la vita. Ora
questo fardello li ucciderà!”. Il no va benissimo, ma nessuno può vivere nel
no, nessuno può costruire una casa sul no. Il no è un
suicidio: usalo, ma poi vai oltre. Sii consapevole, vigile, in modo da non
rimanere ingabbiato nel dire di no. Arriva al sì:
usalo come un trampolino di lancio. Tutto questo diventerà un ponte, il ponte
supremo tra te e dio. Non distruggerà la tua libertà, semplicemente la renderà
positiva. Ci sono tre tipi di libertà. La prima è la ‘libertà da’, la libertà
negativa: libertà dal padre, dalla madre, dalla chiesa, dalla società. È una
libertà di tipo negativo – libertà da – che va bene all’inizio, ma non può
essere la meta finale. Quando sarai libero dai genitori, che farai? Quando
sarai libero dalla società, non saprai cosa fare. La tua vita perderà ogni
significato perché tutto il significato della tua vita era dire di no. E adesso a chi puoi dire di no? Questa ‘libertà da’ non
è una gran libertà, ma è meglio di nulla.
Il secondo tipo di libertà
è la “libertà per”, la libertà positiva. Non ti interessa negare qualcosa, vuoi
invece creare qualcosa. Ad esempio, vuoi essere un poeta, e proprio perché vuoi
essere un poeta, devi dire di no ai tuoi genitori. Ma il tuo interesse
principale è quello di essere un poeta, quando invece i genitori vorrebbero che
diventassi un idraulico. “Meglio fare l’idraulico! Vieni pagato di più, e sei anche
molto più rispettabile. Un poeta?! La gente penserà che sei matto! E come
vivrai? Come potrai mantenere moglie e figli? La poesia non paga i conti!”. Ma
se ami la poesia, se sei pronto a rischiare tutto, questa è una libertà più
alta, migliore della prima. È libertà positiva, ‘libertà per’.
Persino se devi vivere in povertà, sarai
felice e contento. Anche se magari dovrai metterti a tagliare legna per
poter continuare a fare il poeta, sarai profondamente felice, realizzato,
perché stai facendo ciò che volevi fare, stai seguendo la tua strada. Questa è
libertà positiva.
E poi c’è la terza
libertà, la più alta; in Oriente la chiamiamo moksha - la
libertà suprema, che va al di là sia del negativo che del positivo. Prima
impara a dire di no, poi impara a dire di sì, e poi lascia perdere entrambi, e allora puoi
semplicemente essere. La terza libertà non è libertà contro qualcosa, o per
qualcosa, ma è solo libertà, pura. Uno è libero, questo è tutto, non c’è
questione di essere contro, o a favore. La ‘libertà da’ è politica, è per
questo che tutte le rivoluzioni politiche falliscono, proprio quando hanno
successo. Se non hanno successo puoi continuare a sperare ma, nel momento in
cui si realizzano, falliscono, perché allora non sanno cosa fare. È successo
così per la rivoluzione francese, per la rivoluzione russa... accade per ogni
rivoluzione. Una rivoluzione politica è ‘libertà da’. Eliminato lo zar, non sai
più cosa fare. Hai dedicato tutta la vita a lottare contro lo zar; conosci una
cosa sola: la lotta contro lo zar. Eliminato lo zar, sei perso; le tue capacità
adesso non servono. Ti ritrovi come vuoto.
La “libertà per” è artistica, creativa, scientifica. E la ‘libertà pura’ è religiosa. Prima che possa insegnarti “moksha” – la libertà pura, né a favore né contro, neti neti, né
questo né quello, solo pura libertà, solo la fragranza della libertà – prima
che possa insegnartela, dovrai arrivare alla libertà positiva, la “libertà per”.
Questa è la funzione della
comune. È una comune creativa; possiamo essere creativi in mille modi. Saremo
creativi in ogni modo possibile, in modo da imparare a dire di sì alla vita.
Quando il sì ha distrutto il tuo no, puoi gettarli via entrambi. Quella sarà la
vetta della gioia, della libertà, della realizzazione.
Osho
tratto da: Be Still and Know #5
ALLA FINE CONTA
SOLO L’AMORE
Una storia fra padre e
figlio, una storia di ego, di amore e di
morte
Per
tanto tempo mio padre
ha rappresentato tutto quello che io non avrei mai voluto diventare. Aveva uno
stile di vita che io avevo rifiutato completamente. Faceva parte della società
che io avevo lasciato. Era sempre stato un buon cittadino, un membro utile
della società: aveva lavorato fino all’età della pensione, aveva avuto quattro
figli, si era comprato una villetta a schiera con il mutuo, guidava una Audi 80, cantava nel coro cittadino ed era in questo senso
abbastanza normale. Almeno questa era l’idea che mi ero fatta su di lui.
Io invece ero fuori della
norma, ero speciale: prima come hippy, poi come ribelle spirituale. Non avevo
imparato un mestiere, avevo fatto un po’ di tutto – viaggiando per il mondo – e
a ventitre anni ero diventato sannyasin. Non pensavo né ad assicurarmi la
pensione, né a organizzarmi un’esistenza borghese, e neanche a metter su
famiglia. Il mio solo interesse era come arrivare all’illuminazione: in che
modo potevo riuscire a espandere la mia coscienza; come realizzare la visione
di Osho… e così salvare il mondo o almeno migliorare la mia vita. Nient’altro
contava. Avevo già trovato il più grande maestro di tutti tempi, ero
discepolo di Osho, maestro dei maestri, e così mi trovavo sulla via giusta. La
mia anima era salva e di sicuro ero molto superiore al mio papà! Queste erano le idee
della mia mente sulla relazione con mio padre:
io, l’eroe spirituale e vincente, lui prigioniero della sua
inconsapevolezza – il povero perdente.
Non avevo alcuna
preoccupazione, avevo poche responsabilità; mi godevo la vita come veniva:
vivevo al massimo, con totalità, e così, quasi senza sforzo, aumentava
sicuramente la mia consapevolezza. Quindi non poteva più andare male, il mio
progresso spirituale era assicurato e l’illuminazione solo una questione di
tempo. Questa sarà l’ultima vita in un corpo, perché un illuminato non deve più
andare alla scuola del mondo, invece si eleva a livelli sottili in alte sfere.
Lui
invece era teso, serio
e inconsapevole, ancora molto identificato
col mondo della mente. Aveva tante preoccupazioni, cercava di vivere la
sua vita nel modo più sicuro possibile. Programmava persino le ferie dettagliatamente
e in anticipo. Era soprattutto preso dalla sua mente, proprio come un vero
intellettuale. Poverino, cos’altro poteva fare senza un maestro meraviglioso
come il mio? Così per tanto tempo ho guardato mio padre con la puzza sotto il
naso e con molta arroganza, regalandogli ogni tanto un sorriso di compassione.
Ma siccome sono un tipo liberale e abbastanza generoso, volevo che lui
partecipasse alla mia fortuna nell’aver trovato Osho. E quindi per ogni
compleanno, e anche per Natale, gli regalavo nuovi libri di Osho, musica per la
meditazione, una statua di buddha, un panchetto per la meditazione o altre cose
preziose in senso esoterico. Forse così sarebbe stato finalmente in grado di
capire e avrei potuto anche convincerlo di seguire la mia strada, che era
ovviamente quella giusta.
Un giorno poi mi dice,
abbastanza seccamente: “Ti prego, risparmiami in futuro i tuoi libri di Osho,
non ne voglio vedere più”. Accidenti, che botta! Sembrava proprio che io, nel
mio fervore missionario, fossi andato troppo oltre. Aveva ragione lui.
Probabilmente aveva intuito la mia intenzione di portarlo sulla ‘giusta strada’ e si era rifiutato.
E chi non l’avrebbe fatto?
Non ero sempre stato io a essere allergico al cento per cento a ogni suo
suggerimento o consiglio? Fin da ragazzo avevo sempre disubbidito ai suoi
‘ordini’. Lui era il conformista, io invece intendevo fare della mia vita
qualcosa di molto significativo e avevo dichiarato ben presto queste mie
intenzioni, e lui mi accettava. Mi dava tutta la libertà di fare quello che
volevo, di trovare la mia via. Così mi ero tenuto distante da lui per la
maggior parte della mia vita. Ho vissuto nel mondo dei sannyasin con tutti i
suoi alti e bassi. Ai tempi delle comunità ho collaborato – ero uno degli
organizzatori – all’apertura del ristorante Zorba the
Buddha a Göttingen… e anche alla sua chiusura. Ho
visto il centro Osho Tao di Monaco prima fiorire… e poi finire – insomma ho
vissuto molto lontano dalla piattezza di una noiosa vita borghese. Lassù, sulle
‘fredde cime della consapevolezza’, stavo lavorando
su di me: facevo la meditazione dinamica al mattino, partecipavo a gruppi di ‘Primal’, al processo ‘Anti-Fischer-Hoffman’
e a moltissimi altri gruppi e training. E molte volte li ho fatti con
l’intenzione di eliminare il mio padre interiore e i suoi condizionamenti.
Volevo liberarmi da tutti gli obblighi e gli ideali.
E lui? Come ha vissuto
tutti questi anni? Non ne so niente, non ho preso parte alla sua vita, non ho
chiesto, non ho ascoltato, non ho conosciuto il suo mondo. Oggi mi dispiace, ma
ormai è troppo tardi. Lui seguiva il corso della mia vita da una certa
distanza, con amore paterno mi aiutava quando poteva, si interessava alle mie
esperienze e partecipava ai miei sogni. Cercava di capirmi, voleva essere in grado
di seguire i miei pensieri, il mio stile di vita. Quella volta che avevo avuto
bisogno di soldi per l’apertura del ristorante, lui mi aveva regalato la stessa
somma che avrebbe speso se avessi studiato – ed era venuto per la festa
dell’inaugurazione. Quando, grazie alla nostra inesperienza, dopo un po’ c’era
stato di nuovo bisogno di soldi, lui aveva garantito col suo nome un grosso
prestito in banca. In seguito, dopo solo due anni, ha visto svanire tutto il
progetto, insieme ai suoi soldi. E nel frattempo svanivano anche i sogni delle
grandi comunità sannyasin, che volevano affermarsi contro il resto del mondo.
Ciononostante ha continuato a credere in me, mi ha dato i soldi per un lungo
training per diventare terapista, mi ha finanziato il diploma di naturopata… e mi ha comprato la macchina. Voleva
semplicemente che io fossi felice e che i miei sogni si realizzassero. E per
questo dava tutto ciò che poteva.
Io invece non sapevo quasi
nulla della sua vita. E cosa poteva avere di interessante? Io avevo trovato la
strada giusta, la sua doveva essere in qualche modo sbagliata. Andavo a
trovarlo quando non mi sentivo bene, tutte le volte che c’erano problemi nella
mia relazione, oppure quando per realizzare uno dei miei sogni avevo bisogno
del suo aiuto. Se guardo indietro mi vergogno di questo mio comportamento!
Adesso il pensiero ricorrente è che avrei potuto dargli di più, bilanciando
così la sua incredibile generosità. Ora è troppo tardi. Ci sono stati dei
momenti in cui gli sono stato veramente vicino, ma sono stati proprio pochi.
Un’escursione in Ticino, un’altra nella Foresta Nera, il giorno del suo ultimo
compleanno. In quei momenti ho sentito il suo amore e la sua stima. Pensavo
sempre dentro di me: “Ci saranno altre possibilità, non devi dare tutto ora,
non devi aprirti completamente, puoi dimostrare il tuo amore e la tua
gratitudine anche in un altro momento”. Non è assurdo? Solo quando stava per
morire sono riuscito a essergli vicino come non era mai successo prima, quando
ancora era in vita.
Due anni fa si è ammalato.
La diagnosi era atrofia muscolare spinale. Una malattia che avanza lentamente
ed è incurabile. A poco a poco paralizza tutto il corpo finché non è più
possibile respirare o inghiottire. La mia conclusione fu naturalmente che la
sua malattia era la conseguenza del suo stile di vita sbagliato e che adesso
per lui era arrivato il momento di imparare a “lasciar andare” invece di tenere
e controllare sempre tutto.
Adesso andavo a trovarlo
più spesso, mi informavo della sua salute. Si è dovuto ammalare, perché io mi
interessassi di più alla sua vita. Sorprendentemente lui riusciva ad accettare
la sua malattia abbastanza bene, non si lamentava e prendeva la situazione come
un compito da portare a termine. Da più di dieci anni aveva incontrato un maestro
zen tedesco e così aveva conosciuto lo zen e la meditazione. Da allora aveva
praticato la meditazione ogni giorno – zazen, una
disciplina dalla quale ancora oggi io sono molto lontano. Tutto questo processo
e poi la malattia, lo rendevano molto tenero e sensibile, adesso piangeva
spesso, non nascondeva le sue emozioni più profonde, e anche il suo affetto per
me. A questo punto pensavo di avere ancora tanto tempo da passare con lui, cosi
rimandavo ancora e non sentivo la necessità di aprirmi di più e di lasciarmi
toccare veramente dal suo essere.
Poi le cose sono
precipitate. Mia madre mi ha chiamato a Colonia e mi ha detto: ”Tuo padre non
sta molto bene, ha di nuovo problemi con il cuore”. Alcune settimane prima lo
avevano ricoverato per la stessa cosa, e lo avevano dimesso dopo pochi giorni.
Pensavo che fosse ancora così e che non ci fosse da preoccuparsi. La mattina
dopo sono andato a trovarlo lo stesso, solo perché la mamma era molto
spaventata e preoccupata. Mentre ero in treno mi ha chiamato mia sorella e mi
ha detto: “Sta veramente male e i dottori stanno lottando per la sua vita, può
morire da un momento all’altro”. All’improvviso mi trovavo di fronte alla morte
di mio padre ed ero intrappolato in un treno regionale, lentissimo. Alla
partenza avevo persino comprato una rivista per far passare il tempo. Adesso
ero lì, immobile e totalmente scioccato, non mi importava più di niente, in un
attimo tutto era cambiato. Mi è venuta su una tristezza enorme – perché non gli
ho mai detto quanto ci tengo a lui, quanto gli voglio bene? Perché ho sempre
rimandato le cose essenziali fra di noi? Perché sono stato così arrogante?
Avevo avuto un vago presentimento che la sua morte fosse vicina, però non avevo
voluto ascoltare la mia voce interiore, continuavo a dirmi che avrei avuto ancora tanto tempo da trascorrere insieme
a lui. Pieno di ansia, dolore e sensi
di colpa imploravo l’esistenza che non lo
facesse morire proprio ora.
Sono andato direttamente
in ospedale nel reparto di terapia intensiva e ho visto che era là, disteso su
un lettino. Gli avevano procurato un coma artificiale. Era lì, così fragile e
vulnerabile, attaccato alla vita per un filo sottile. I dottori si erano già
rassegnati. Ma lui era ancora vivo. Potevo toccarlo e sentire la sua mano calda
fra le mie. Potevo accarezzarlo, seguire sul monitor il battito del suo cuore.
Potevo parlargli. Anche se non saprò mai se poteva sentirmi – posso solo
sperarlo. Si era finalmente aperta la possibilità di mostrargli il mio amore,
anche se purtroppo era molto tardi. Ogni cosa aveva perso importanza e io mi
sentivo totalmente connesso con lui.
È rimasto fra la vita e la
morte per due giorni. Ogni momento poteva essere l’ultimo. Gli siamo rimasti
accanto giorno e notte, cercando di aiutarlo come potevamo. Quando gli
somministravano qualcosa di forte sembrava riprendersi e io ricominciavo a
sperare: forse avevo ancora una possibilità per comunicargli tutte quello che
avevo sempre rimandato. Ero presente quando lo hanno fatto uscire dal coma
artificiale e l’ho visto aprire gli occhi.
Poter cogliere il suo sguardo mi è già sembrato un grande regalo. Quando
poi si è reso conto di guardarmi è anche riuscito a sorridermi debolmente. Ma
in quel sorriso così dolce e indimenticabile c’era tanto amore che tutte le
parole del mondo non avrebbero potuto esprimere. Aveva messo tutto il suo cuore
in un sorriso. Poco dopo le forze lo hanno abbandonato e la paralisi gli
impediva di respirare. Sono stati costretti a ricollegarlo agli apparecchi.
Dopo altri due giorni abbiamo chiesto di trasportalo in una bella stanza perché
potesse morire in pace. Eravamo tutti intorno a lui, io gli tenevo la mano, il
momento era giunto, non c’era dramma né lotta, la sua luce si spegneva
dolcemente. Un ultimo guizzo e la sua vita era finita. La sua morte accadeva in
un modo così normale, così semplice, così dolce. Un attimo prima era vivo, ora
la vita aveva lasciato il suo corpo.
Per me è stato il primo
incontro diretto con la morte. Di solito era sempre lontana, succedeva agli
altri. Ora muore mio padre e muore con così tanta dignità e grazia, con un
contegno così discreto e modesto. Gli sono rimasto accanto a lungo,
accarezzandogli la testa e sentendo tutto il mio amore per lui. L’aver avuto la
possibilità di essergli vicino al momento della morte mi colmava di un senso di
gratitudine.
Tutto quanto è successo mi
ha fatto ricordare la mia mortalità e le cose veramente importanti nella vita.
Due mesi prima, in una lettera per il mio compleanno, mi aveva scritto: “Anche
se sui giornali e nella vita pubblica a un uomo viene dato valore a seconda del
suo potere politico – o del suo potere economico – dentro di me invece so, e
sono sicuro che lo sai anche tu, che alla fine conta solo l’amore, l’amore che
riceviamo e l’amore che diamo”.
Deva Parigyan
Tratto da
Osho Times ed. tedesca Nov. 2000
Il volto di tuo padre
Può succedere: passano gli
anni e guardandoti allo specchio vedi qualcuno che assomiglia sempre di più a
tuo padre.
[Il brano
seguente è tratto da un ‘Darshan’ della prima Pune,
quando Osho, durante colloqui personali, rispondeva direttamente alle domande
del visitatore di fronte a lui. In questo caso appunto una persona che,
guardandosi allo specchio, vede il viso di suo padre… e la cosa non gli piace.
Pur amando suo padre, dice, non ha più rapporti con lui da quasi vent’anni.]
Dovrai arrivare a una riconciliazione, perché
essere in qualche modo in conflitto con tuo padre è molto pericoloso, infatti
una metà di te ‘appartiene’ a tuo padre. Fino a quando non ti riconcili con tuo
padre non sarai mai in pace con te stesso – è questo il problema. Ecco perché
una riconciliazione è fondamentale per la tua crescita.
Il tuo viso è destinato ad
assomigliare a quello di tuo padre. È qualcosa di naturale, è proprio come deve
essere. E man mano che invecchi succederà sempre di più che il viso di tuo
padre assomigli al tuo e viceversa.
E a te questo non piace –
ecco dov’è il problema. Questo vuol dire che non sarai in grado di piacerti. È
la tua faccia, e naturalmente la faccia di tuo padre, di tuo nonno, la faccia
del tuo bisnonno. È il volto di tutta la storia che ti ha preceduto.
Tu non sei solo. Sei parte
di una lunga catena… ci sei collegato. Non saresti qui se tuo padre non fosse
esistito. Sei qui a causa sua, non c’è alcuna possibilità di negarlo.
È pericoloso non voler
accettare la realtà delle cose, corri un grosso rischio.
Ed è quello che hai
continuato a fare. Vedrai sempre di più quanto il tuo volto assomigli a quello
di tuo padre, con il passare degli anni il tuo viso ricorderà sempre più il
suo: ti diventerà impossibile guardarti allo specchio. Ma anche se non ti
guardi allo specchio, le cose non cambiano. Te
ne accorgerai in tanti modi – le tue mani, il corpo, il comportamento,
il modo di parlare, il tono della voce. Lo troverai dovunque, perché sei parte
di lui. Ecco perché tutte le vecchie tradizioni dicono che bisogna
riconciliarsi, altrimenti non ci si riconcilierà mai con se stessi.
Lo so che non ti piace, ma
puoi superare questa avversione. Fai una cosa: all’inizio sarà difficile, ma dovrai
passare attraverso questa esperienza dolorosa. È importante che ogni notte,
almeno per venti minuti, mediti sul volto di tuo padre nello specchio.
Ricostruiscilo, riconoscilo, osserva le varie somiglianze con il tuo. Anche se
provi un forte desiderio di tirarti indietro, di non guardare, di chiudere gli
occhi – niente da fare, vai fino in fondo. Meditaci sopra ogni notte per venti
minuti e non evitarlo. Se riesci a farlo, entro tre mesi succederanno tante
cose. Prima la faccia sembrerà quella di tuo padre. Un giorno poi ti accorgerai
che la faccia di tuo padre è sparita e c’è il viso di qualcun altro – magari
quello di tuo nonno. Perché c’è anche quello, posso scorgerlo proprio ora –
volti dietro volti. Porti in te l’intera storia di una lunga serie di persone,
è il tuo retaggio. Nei tuoi occhi, nella tua carnagione – la faccia, i capelli,
tutto. Non ci sei solo tu e non c’è modo di essere soli. Il solo modo di
esistere è quello di essere collegati a quella catena di persone. Ogni cellula
del tuo corpo è il prodotto di questa linea ereditaria, un lungo lignaggio.
Dunque limitati a
osservare. Un giorno all’improvviso vedrai che la faccia di tuo padre è
sparita, al suo posto c’è quella di qualcun altro. Se hai conosciuto tuo nonno
la riconoscerai… un giorno anche quella sparirà – un’altra faccia ancora…
Riuscirai ad andare sempre più in profondità in tutte quelle facce, e un giorno
all’improvviso ti accorgerai che tutte le facce sono sparite. Lo specchio è
vuoto e tu lo stai guardando.
Il giorno in cui tutte le
facce saranno sparite, il tuo problema sparirà. Quando tutte le facce
scompaiono sei arrivato al nucleo del tuo essere, alla tua essenza, e quella
non ha volto;
puoi chiamarla la tua vera faccia, ma non è una faccia. Lo Zen lo definisce il
volto originario. I Baul lo chiamano l’uomo essenziale, ma non
ha una forma. Nascosto dietro tutte quelle facce c’è il tuo essere.
Continua a pelare, buccia
dopo buccia. Ne togli una e ne appare un’altra – peli anche quella e ne sveli
una nuova. Arriva il momento in cui tutte le bucce sono state tolte e fra le
mani ti ritrovi solo il vuoto. Questo vuoto risolverà tutto. A quel punto
proverai immenso amore e grande compassione per tuo padre, per tuo nonno, per
tutte quelle persone sconosciute che hanno reso possibile la tua esistenza.
Avrai davvero compassione, rispetto, amore.
E quando questo succede,
vai da tuo padre. Per la prima volta sarai capace di comunicare davvero con
lui.
Ma questo metodo,
all’inizio, sarà molto penoso, perché quando inizi a osservare, il volto di tuo
padre diventa così reale che molte volte ti chiederai se sei tu che stai
guardando nello specchio o se invece è tuo padre. Qual è la realtà – tu o
l’immagine nello specchio.
E di sicuro ci sarà dolore
,perché tu hai un’avversione – e io la capisco. Quando il bisogno d’amore non è
soddisfatto crea un forte risentimento. Tu volevi amarlo. Tu provavi amore per
lui, ma non è mai stato corrisposto. Non ti è mai stato ricambiato, non è
tornato indietro nulla, il tuo amore era frustrato. E dalla frustrazione sei
passato alla rivalsa. Quando l’amore non è ricambiato, si inacidisce, va a
male. Diventa amaro, diventa odio. Ma questa tua avversione mostra che tu ami
ancora quell’uomo, altrimenti non proveresti nulla.
Il tuo odio fa semplicemente vedere come tu stia ancora aspettando – un bel
giorno lui arriverà e ti darà tutto il suo amore, proprio come tu avevi sempre
desiderato. Ma considera che anche lui può avere qualche problema. Può non aver
mai capito cosa volevi, ogni persona ha i suoi limiti. Può darsi che non si sia
riconciliato ancora con suo padre.
Se tu avrai un figlio, per
esempio, ci saranno dei problemi. Potrai ripetere esattamente il comportamento
di tuo padre, oppure tenterai di fare tutto il contrario, esagerando.
E in ogni caso saranno
guai. Ci sono due possibilità: o fai troppo, esageri… Ami troppo tuo figlio
perché tu non sei mai stato amato e ti senti ancora ferito. Ma anche questo non
va bene, troppo amore può essere pericoloso per il bambino. Lo induce a credere
che tutti debbano amarlo. E così si aspetta troppo dal mondo: sarà una
frustrazione continua e generale. Il mondo non è suo padre o sua madre.
Così se i genitori amano
troppo un bambino, lui si aspetta lo stesso tipo di amore da tutto il resto del
mondo. A poco a poco diventerà sempre più frustrato, e si arrabbierà con te:
“Perché mi hai dato così tanto amore quand’ero
piccolo?”
Avere un rapporto
equilibrato fra genitori e figli è un tale problema. Si è provato in mille modi
– un fallimento totale. Sembra impossibile trovare il modo giusto. Se lo ami
troppo, il bambino in seguito se ne risentirà con te: se non lo avessi amato
così tanto avrebbe avuto un atteggiamento migliore, più realistico, nei
confronti della vita. Non avrebbe avuto così tante aspettative e non ci
sarebbero state frustrazioni. Avrebbe potuto evitare molte ansie e pene.
Se non lo avessi amato
così tanto … è così che ha fatto tuo padre, e tu sei arrabbiato con lui. Sei
ancora arrabbiato – non riesci a tirarti fuori da questa situazione – e pensi
che ti abbia tradito. E quando sei stato tradito proprio da tuo padre, come fai
ad aspettarti che qualcun altro ti possa amare?
E così sei sempre
prevenuto nei confronti dell’amore, sospettoso. Sospetterai sempre che nasconda
qualcosa d’altro.
È un tale problema… e
finora la comprensione umana non è arrivata al punto di farci scoprire una
giusta via di mezzo. Tutto ciò che fai produce cattivi risultati. Se vuoi
raggiungere un equilibrio perfetto, anche quello provocherà frustrazioni.
Perché tutto sembrerà troppo meccanico, calcolato: dai amore – ma solo quel
tanto che basta a mantenere un equilibrio – e poi smetti di dare amore; così
che non ce ne sia né troppo né troppo poco. Ma a quel punto uno sembra davvero
un calcolatore – troppo matematico – e il bambino si sente frustrato: perché un
rapporto, una relazione fra persone, non è matematica. Dovrebbe essere qualcosa
che fluisce. Ma non può fluire se il padre segue certe regole: per metà devi
dare amore e per metà devi dare al bambino la possibilità di capire che la
realtà implica dolore, sofferenza, competizione, lotta … e tutto il resto. A
quel punto il bambino inizia a sentire il padre solo come una figura ‘legale’.
Naturalmente sta facendo tutto nella maniera giusta, ma lo sta facendo così
bene che il rapporto diventa troppo legale, formale; mancano la bellezza, la
spontaneità.
E così è di nuovo un
problema. A mio avviso i problemi ci saranno comunque e tutti devono arrivare a
una riconciliazione, a una comprensione reciproca.
Questo ti aiuterà
moltissimo, è bene che cominci a meditare allo specchio.
Ricordati sempre di
affrontare le tue paure – è la sola maniera di farla finita con loro,
altrimenti continueranno a perseguitarti, come fantasmi.
E tuo padre è ancora vivo,
quindi è ancora possibile. Una volta che se ne è andato – anche se dentro di te
c’è una riconciliazione – piangerai perché non potrai più andare da lui e
dirgli: “Papà ti perdono. E tu perdonami. Le mie pretese erano irrazionali, ero
solo un bambino; non ne sapevo niente del mondo e di quanto fosse complicato.
Adesso capisco che quello che hai fatto era l’unica cosa che tu potessi fare,
perché anche tu sei stato condizionato da tuo padre, da tua madre, dalla
società. Eravamo così distanti: c’era un abisso fra di noi… e nessun ponte. Ma
per tutto quello che hai fatto ti sono grato”.
Riconciliarti con tuo
padre ti porterà a vedere la vita in modo diverso. Diventerai sempre più
rilassato, a tuo agio – a casa – e il tuo modo di vivere cambierà. Altrimenti,
a quanto vedo, sei sempre in tensione, una tensione profonda, perché combattere
col proprio padre vuol dire lottare con metà di se stessi.
Osho
tratto da: The Passion for the Impossible
La
fede nella scienza – come ogni altra fede, religiosa o politica – ci porta
fuori strada. Se ci aspettiamo veramente che sia qualche scoperta scientifica a
risolvere tutti i nostri problemi… diventa un po’ come in “Aspettando Godot”.
Bene,
finalmente è arrivata
una buona notizia! Adesso possiamo metterci comodi e rilassarci, sapendo che
nelle nostre cellule abbiamo tra i 25.000 e i 30.000 geni. Sono i codici dei
programmi che dirigono la nostra vita, giusto? All’inizio della ricerca sul
genoma umano gli scienziati sono partiti sapendo che il moscerino della frutta
e il lombrico avevano solo 15.000 geni: la loro idea era che della gente
sveglia come noi dovesse avere almeno 100.000 geni per fare tutte quelle belle
cose intelligenti che sappiamo fare. Adesso scopriamo che non solo abbiamo
appena il doppio dei geni di un lombrico, ma anche che ne abbiamo solo 300 in
più di un qualsiasi topolino. Da non crederci! Solo 300 geni tra Einstein e la vittima preferita di ogni gatto! Negli ultimi
venticinque, trent’anni l’attenzione si è spostata,
proprio come un pendolo, dalle cause socio-ambientali del comportamento umano a
quelle di natura puramente biologica. Verso la metà del XX secolo, persone come
R.D. Laing scrivevano libri come ‘Normalità e follia
nella famiglia’, in cui si esplorava l’ipotesi che la
schizofrenia è fondamentalmente un problema di dinamiche familiari. Thomas Szasz aveva suscitato
grande interesse con il suo libro ‘The Manufacture of Madness’ (La
fabbrica della follia) nel quale i metodi correnti di diagnosi della follia
venivano paragonati alla caccia alle streghe del Medioevo: se ti dichiaravi
d’accordo sulla tua follia, non c’era alcun problema; se provavi a negarla,
voleva solo dire che non te ne accorgevi – in un modo o nell’altro, finivi nei
guai. Di base si considerava la depressione come effetto di una repressione
socio-politica, e il behaviorismo di B.F. Skinner finiva per essere considerato una totale
sciocchezza. Questo tipo di approccio è arrivato al culmine negli anni ‘60: a
quel punto avevamo tutti capito benissimo che il mondo era pazzo, e mettevamo
in discussione i criteri per decidere chi si meritava di stare in manicomio. Se
fosse davvero il tipo innocuo che andava in giro a dire di essere Gesù… e veniva subito ospedalizzato. O se invece non fosse
molto meglio mandarci l’uomo in doppiopetto, pronto a schiacciare il bottone che
poteva distruggere il mondo, e che se ne andava in giro in piena libertà, anzi,
era persino considerato un eroe.
Jack Nicholson
ci ha dato un’immagine perfetta della situazione nel film ‘Qualcuno volò sul
nido del cuculo’, nella scena in cui, senza permesso,
porta i ricoverati del manicomio a fare una gita in barca. L’uomo che affitta
le barche è molto sospettoso, e quando Nicholson gli
rivela che tutti loro provengono dal locale ospedale psichiatrico, lo
spettatore pensa già che il bel gioco sia finito e che verranno di nuovo
riportati dentro. Ma poi lui aggiunge: “Le presento il dottor Tale, e questo è
il dottor Talaltro...” mentre la macchina da ripresa scorre lungo i volti dei
pazienti. Tutto diventa subito così ‘relativo’.
In quei giorni un fatto era
chiaro, e cioè che ‘loro’, le persone al potere, erano i responsabili della
società repressiva, che era a sua volta alla base di tutti i problemi.
Naturalmente ‘loro’, al contrario, affermavano che, senza quella repressione,
anche quel po’ di civiltà che eravamo riusciti a raggiungere non si sarebbe mai
verificata. ‘Loro’ davano la colpa a una non meglio specificata ‘natura umana’, una forza distruttiva e incontrollabile, mentre
noi, i ribelli, davamo la colpa a loro perché alimentavano il problema con la
repressione. Poi, quando il pendolo ha cominciato a spostarsi dall’attenzione verso l’educazione e
l’ambiente a quella verso i fattori biologici, la malattia mentale è diventata
essenzialmente un problema di chimica. Se il bambino non sta zitto e buono, e
non si comporta bene, dagli il Ritalin con la
giustificazione di una bella etichetta ‘scientifica’ che parla di ‘problemi di iperattività e deficit dell’attenzione’. Allora ragazzi,
che fate, non state attenti mentre noi distruggiamo il pianeta in cui dovrete
vivere da grandi? Be’, in questo caso dobbiamo darvi
delle medicine. E se poi decidete di prendere le ‘sostanze chimiche’
che volete voi invece di quelle che vi diamo noi, finite anche in galera!
La depressione così non è
più la risposta normale alla repressione, ma diventa semplicemente uno
squilibrio chimico. La schizofrenia non è più la risposta normale di alcune
persone particolarmente sensibili alla spinta forzata a interiorizzare messaggi
ambigui riguardo alla ‘realtà’ – provenienti in continuazione da coloro che li
circondano – non è nemmeno una risposta all’impossibilità di essere se stessi.
È un altro problema chimico del cervello.
La verità probabilmente è
nel mezzo. Di sicuro fino a un certo punto siamo dipendenti dai nostri geni, e
dalle sostanze chimiche che produciamo, ma siamo ancora noi a decidere cosa
vogliamo essere. Tuttavia al di sotto di queste oscillazioni tra la tendenza a
incolpare la biologia, oppure l’educazione e l’ambiente, c’è una questione più
profonda. Quella della responsabilità.
Da tempo immemorabile, gli
esseri umani si sono divertiti a passare ad altri le loro responsabilità.
Abbiamo questa terribile abitudine di volere che qualcuno ci dica cosa fare, e
allo stesso pretendere di volere la ‘libertà’. Così ci divertiamo a incolpare
‘loro’ e non ci assumiamo il rischio di prenderci le nostre responsabilità: è
colpa del fato o del karma, o di
qualche vita passata, o di dio o del governo – di tutto e di tutti tranne che
di noi stessi. Questo è proprio il principio su cui si fonda il gioco delle
religioni; che sia dio o guru, o santo, patriarca, prete, messia, papa o shankaracharya… la lista è infinita, il gioco è universale.
In ogni campo succede la
stessa cosa. Ogni quattro o cinque anni ci trasciniamo fino alla cabina elettorale
per eleggere come leader qualcuno che non ci piace neanche tanto, e poi
passiamo i successivi quattro o cinque anni a lamentarci perché non ha
mantenuto le sue promesse. Il tizio della volta precedente non l’ha fatto e non
lo farà neanche il prossimo, eppure continuiamo a percorrere la stessa strada,
come pecore che vanno al macello, anno dopo anno. Siamo pecore, e vogliamo un
‘pastore’ che ci guidi... Quando Friedrich Nietzsche dichiarò più di cento anni fa che “Dio è morto, e
adesso l’uomo è libero”, riuscì a scioccare tutti e finì in manicomio.
Verso la metà del XX
secolo il dramma ‘Aspettando Godot’ è stato un altro
richiamo a svegliarci. Gesù può anche aver detto che
sarebbe tornato presto, ma quanto dobbiamo aspettare ancora?! La vita è adesso,
è qui e ora, e 2000 anni sono un po’ lunghi per un ‘presto’. Ora ci siamo messi
ad aspettare il genoma, così avremo finalmente una razionalizzazione
scientifica per l’irresponsabilità. Una cosa che spiegherà tutto, dall’alito
cattivo alle unghie incarnite. Così non devo essere responsabile io: ‘Sono
stati i miei geni, vostro onore!’.
Ma ci sono cattive
notizie, per questa ulteriore versione del tentativo del nostro inconscio di
incolpare di tutto sempre qualcun altro o qualche altra cosa: i 300 geni che
separano te e me dal topolino non saranno in grado di salvarci. Ci avranno
anche fatto camminare su due gambe, ci hanno liberato dalla coda e dal pelo, ci
hanno fatto crescere un po’ di più ed eliminato quei bei baffetti,
ma non ci si può aspettare molto di più. La sorpresa più grande sembra proprio
essere l’esistenza di tante cose che i geni non sono in grado di spiegare.
Quindi la palla torna a noi. Sì, certo, il prossimo tentativo sarà di
analizzare tutte le nostre proteine... ma alla fine, anche andando ancora più
in profondità nella nostra struttura chimica, non riusciremo mai a trovare una
molecola con su stampata una svastica.
La realtà è che la qualità
della vita su questo pianeta è nelle nostre mani. La responsabilità è nostra.
Se falliamo, e mandiamo a pezzi il pianeta, non sarà per via dei nostri geni.
Sarà perché l’avremo permesso, perché avremo scelto questa strada. Stiamo
entrando in un periodo molto interessante in termini di ‘Homo sapiens’. Ora grazie al genoma sappiamo che le differenze
tra gli esseri umani sono minime. Tutte le buone ragioni che forniamo come
giustificazioni per ammazzarci l’uno con l’altro, come il colore della pelle, o
sistemi diversi di valori – o il passaporto di un colore diverso – non sono
contenute nei nostri geni. Sono nostre scelte. Facciamo milioni di esperimenti
scientifici per indagare su ciò che c’è ‘laggiù’. Ma quanto tempo impieghiamo
per scoprire che succede ‘qui dentro’?.
Alcuni anni fa si è tenuta
in Spagna una conferenza in cui numerosi scienziati, specializzati in diversi
settori della ricerca, si sono riuniti per decidere se l’uomo è – o non è –
violento di natura. La conclusione è stata che la natura umana può essere
entrambe le cose: dipende tutto da che cosa ne facciamo noi. Questi scienziati
inoltre hanno scoperto che l’opinione generale che la natura umana sia
fondamentalmente ‘cattiva’ e che quindi abbia bisogno di essere ‘controllata’,
crea nella gente un senso di disperazione: se è così, non c’è più nulla da
fare. Nella conferenza stampa alla fine del dibattito, queste loro conclusioni
furono commentate da molti giornalisti con un: “Be’…
richiamateci pure quando avrete scoperto il gene della guerra”.
Il tempo è ora agli
sgoccioli, questo intervallo ‘pacifico’ successivo alla guerra fredda potrebbe
essere già finito. Si parla di nuovo di missili. Basta accendere la televisione
per vedere folle di rifugiati di qualche guerra, per motivi religiosi,
ideologici, politici o nazionalistici... La terra trema e le case, mal
costruite, crollano; le montagne, private delle loro foreste, creano qualche
altra evitabile catastrofe. Di recente alcuni scienziati australiani hanno
fatto degli esperimenti per trovare nuovi modi di rafforzare il sistema
immunitario, e hanno scoperto per caso come trasformare un normale organismo
patogeno in un nuovo, potentissimo killer. E se i livelli degli oceani
iniziassero a salire...
Mettiamo che io vada dalla
Coca-Cola a dire che ho scoperto il modo di trasformare 85 milioni di persone,
nel bel mezzo dell’Europa, in accaniti bevitori di Coca-Cola. Non solo, potrei
persino affermare – mentre loro mi guardano increduli – che posso farli
diventare persino disposti a uccidere per la Coca-Cola. Anche il direttore di
marketing più entusiasta probabilmente chiamerebbe subito il pronto soccorso psichiatrico.
Persino se fosse una cosa possibile, pensate solo a che livelli di coercizione
bisognerebbe arrivare per realizzare questa idea folle. La tortura al confronto
sarebbe niente.
Ma allora, mi chiedo, come
mai 85 milioni di persone in Europa sono convinti di essere tedeschi? Pronti
magari a morire per la loro patria.
O – se è per questo –
inglesi, irlandesi, cattolici, protestanti, singalesi,
buddisti, indù, hutu, tutsi,
serbi, albanesi, russi, ceceni, israeliani,
palestinesi... e via di seguito.
Sì, a un certo livello
sappiamo tutti che è un vero disastro. Cosa ci vorrà ancora per arrivare ad
alzare le braccia al cielo disperati, e decidersi a cambiar storia? Quanti
altri orrori siamo in grado di sopportare?
Certo, noi diciamo: “Ma
io, cosa ci posso fare?”. Dipende tutto dalla nostra prospettiva. La storia è
piena di tentativi di cambiare le cose. Tutti questi cambiamenti sono avvenuti
dall’alto e la nostra tendenza è proprio di vedere l’alto come la fonte del
cambiamento. Sono di nuovo ‘loro’ a dover fare qualcosa… o se no c’è sempre
dio: è la volontà di dio. Che si tratti di Napoleone o di Hitler,
della Thatcher o di Ronald Reagan, o di Lenin – non fa differenza: avevano tutti
grandi idee per cambiare la società. Naturalmente in meglio.
Lenin, per esempio, decise
che il mondo sarebbe stato molto meglio in rosso. Il suo modo di procedere si
può descrivere bene con una metafora, immaginandolo mentre prende un elicottero
e spruzza tutta la foresta di rosso, ovviamente ‘dall’alto’.
Nel momento in cui finisce la vernice – o le parti di ricambio per l’elicottero
– il rosso inizia lentamente a sbiadire e tutto ritorna al colore di prima. Ora
la chiesa russa-ortodossa è di ritorno, il presidente
russo è quasi uno zar, e la gente è ancora povera e infelice. In realtà non è
cambiato quasi nulla. L’alternativa è quella di comprendere che se la foresta
deve cambiare colore – diventare rossa, multicolore o che altro – l’unica
possibilità reale è che ogni albero della foresta cresca e produca i ‘suoi’
fiori, nei colori che gli sono propri. Non esiste una soluzione a spruzzo. Non
ci sono dei ‘loro’ che possano mettere tutto a posto. Non c’è dio o messia che
ci salverà. I cambiamenti veri accadono solo un individuo alla volta.
Questo è proprio il
miracolo, e la dignità, dell’esperimento chiamato Homo sapiens. Non siamo
pecore, e tutto il tempo che passiamo cercando là fuori il pastore giusto è uno
spreco, basato su di un modo di pensare già da secoli vecchio e sorpassato. Più
ti attacchi all’illusione che il responsabile è qualcun altro, che qualcun
altro possa mettere le cose a posto, più le cose andranno di male in peggio.
Alla fine saremo costretti ad accettare questa realtà che ci fa tanta paura, e
cioè che solo noi possiamo cambiare noi stessi. Se accetteremo la sfida, non
solo aiuteremo noi stessi, ma potremo anche, nel nostro percorso, cambiare il
colore della foresta. Ciò che Osho ci offre con la sua visione, è un metodo
scientifico grazie al quale chiunque desideri cambiare, possa farlo. O, se non
ce la facciamo ad affrontare la possibilità di cambiare noi stessi, almeno
saremo in grado di capire come mai anche là fuori rimane sempre tutto uguale!
Amrito
Tratto dal ‘Magazine’ su www.osho.com
NOTE SUL GENOMA
Il genoma è la lista delle istruzioni codificate
che sono necessarie per dar vita a una persona. Nel codice del Dna di ciascuna
dei centomila miliardi di cellule presenti nel corpo umano ci sono tre miliardi
di lettere. Le quattro lettere dell'alfabeto del Dna (A, C, G e T) contengono
le istruzioni per formare tutti gli organismi, e ogni serie di tre lettere
corrisponde a un singolo aminoacido.
Ci sono venti differenti !blocchi costruttivi”
(aminoacidi) usati in una varietà di combinazioni per produrre proteine che
vanno dalla cheratina dei capelli all'emoglobina del sangue.
Se tutto il Dna del corpo umano venisse messo in
fila, coprirebbe la distanza tra la Terra e il Sole e ritorno circa seicento
volte.
Le differenze del Dna tra una persona e un'altra
sono soltanto dello 0,2 per cento, ossia una base (lettera) su 500.
Numero stimato dei geni: da 30.000 a 40.000 per
gli umani, circa 6.000 per un lievito, circa 40.000 per il microbo responsabile
della tubercolosi.
Lo
yoga è solo ginnastica?
La
scienza dello yoga, che abbraccia l’intera scala dal fisico allo spirituale, di
solito viene ridotta allo Hatha Yoga, l’insieme di
esercizi ginnici e respiratori basati su di essa. Il malinteso più grande è
quello sulle asana – le varie posizioni corporee. La
pratica continuata di questa ginnastica dà una certa flessibilità e agilità ai
muscoli e ai tessuti del corpo, ma questa è solo una preparazione per il
lunghissimo viaggio chiamato yoga. La maggior parte delle persone rimane
bloccata al primo passo pensando che sia tutto.
Yoga vuol dire unione, la scienza dell’unione… la
meditazione è il fenomeno supremo per quanto riguarda l’unione con la realtà.
La meditazione è il dio dello yoga. Lo yoga però è caduto in mani sbagliate, e
non solo di recente. È stato nelle mani sbagliate per secoli. La responsabilità
originaria va al fondatore stesso, Patanjali. Patanjali ha diviso lo yoga in otto parti. La sua divisione
era molto chiara, molto scientifica, ma non teneva conto della stupidità umana.
Ha iniziato dal corpo, e quello è il modo giusto di iniziare. La prima parte
dello yoga deve essere fisica, perché l’uomo vive alla circonferenza, nel
corpo, quindi il lavoro deve iniziare da lì; solo
in seguito può arrivare fino
alla mente. E quando
uno è andato oltre il corpo e oltre la mente, allora accade la terza parte, la
meditazione. Quindi, secondo Patanjali, la prima parte riguarda il corpo. Patanjali però non aveva compreso che milioni di persone
sarebbero rimaste intrappolate nella prima parte. È per questo motivo che lo
yoga è diventato sinonimo di posizioni corporee: il mettersi a testa in giù e
il fare contorsioni di ogni genere è ciò che si intende per yoga. Ma questo non
è vero yoga, è solo il prologo, la parte introduttiva; e se pensi che
l’introduzione sia tutto il libro sei un idiota. Patanjali
ha dimenticato di mettere in guardia la gente. Se l’avesse fatto, sarebbe stato
meglio. Le persone come Patanjali credono
nell’intelligenza altrui, che invece non esiste! Hanno fiducia. La loro fiducia
è grandissima, grande quanto la stupidità della gente! Loro rispettano
l’intelligenza della gente. Quindi lui non l’ha messa in guardia, mentre invece
era un ammonimento assolutamente necessario: “Non lasciatevi intrappolare dalla
parte fisica”. Alcune persone, pochissime… Se cento persone si interessano allo
yoga, una soltanto riuscirà a uscire dalla trappola del fisico. E quell’unica persona rimarrà intrappolata nella parte
psicologica. Su cento persone intrappolate nello psicologico, una soltanto
riuscirà a venirne fuori, e solo quando esci dalla mente, lo yoga autentico ha
inizio. La prima parte dello yoga ti darà grandi poteri a livello fisico: può
farti vivere una vita lunga e veramente sana. Ma a che ti serve una vita lunga?
Se sei un idiota, invece di esserlo per settant’anni
lo sarai per duecento anni. Non sarà di aiuto a nessuno, anzi sarà una
calamità.
Lo yoga può farti vivere a
lungo, ma cosa cambia? Non bisognerebbe dare tanta attenzione alla parte
fisica. Un po’ va bene, per mantenersi sani, ma solo un po’: altrimenti diventa
una giungla inestricabile, ci si può perdere nelle sue sottigliezze, nelle sue
complessità. E la seconda parte è ancora più vasta di quella fisica. Se ci
entri, puoi ottenere molti poteri psichici, puoi leggere i pensieri, ma che
senso ha? Hai già così tanta spazzatura nella testa, che senso ha leggere la
spazzatura di qualcun altro? È già una tortura per lui, e tu vuoi leggere i
suoi pensieri? E pensi di star facendo una gran cosa! Bisogna liberarsi dai
pensieri, non leggerli. Uno deve già liberarsi dai propri, a che scopo leggere
quelli degli altri? E cosa pensi di trovare? Vai per strada, vedi un uomo che
cammina e pensa al suo cane. E allora? Se ascolti i pensieri della gente, cosa
pensi di trovare? Uno pensa alla sua mucca, uno al suo bufalo, uno pensa alla
moglie e un altro alla moglie dell’amico! E tu pensi le stesse cose che pensano
loro! Magari anche l’altro è uno yogi e legge i
pensieri… allora le cose diventeranno molto complicate! La parte fisica è
triviale, ordinaria e così anche quella psicologica. Entrambe possono dare
potere, ma il potere non è il fine della meditazione. Il potere è politica –
qualsiasi tipo di potere è politica. Il potere corrompe – qualsiasi tipo di
potere corrompe in maniera assoluta e incondizionata: accade sempre. Perciò
dico che l’unica cosa essenziale, il nucleo autentico di ogni religiosità, di
tutto lo yoga, di ogni metodo di ricerca, è la meditazione. Bisogna accantonare
tutto ciò che non è essenziale. Puoi usare queste cose come trampolini di
lancio, come punti di partenza, ma non più di questo. Non preoccuparti troppo
di tutte queste cose. I tuoi movimenti dovrebbero focalizzarsi in una sola
direzione. Dovresti muoverti come una freccia verso la meditazione, solo in
questo modo, con una vita così breve – con così poco tempo, vigore ed energia a
disposizione, e con tanti problemi da affrontare – puoi sperare che la freccia raggiunga il bersaglio. E nel momento in cui
conosci qualcosa della meditazione – non perché hai pensato qualcosa, ma perché
l’hai gustata direttamente – arrivi a un
grande rilassamento, a una grande liberazione. Di colpo scompaiono tutte
le tensioni: ansie e angosce non ci sono più. Persino se, tanto per cambiare,
vuoi provarle, non le trovi. Io ho provato, e ho fallito! A volte cerco con ostinazione di trovare qualche
ansietà, e non ci riesco: non funziona. Ho provato in tutti i modi possibili,
ma arrivo sempre alla stessa conclusione: non funziona. Quando hai provato il
gusto della meditazione, ti è impossibile essere infelice. L’estasi diventa
inevitabile, si riversa su di te in modo naturale, come una cascata di fiori
che cadono dolcemente su di te dal cielo.
Osho: da un brano inedito
L'importanza
dell'individuo
Se si
presenta solo un modello fisso di meditazione, esso sarà applicabile solo a
poche persone. Questo è stato proprio uno dei problemi in passato: modelli
fissi di meditazione, non fluidi, ma rigidi, che si adattano ad alcuni tipi di
persone, mentre gli altri vengono lasciati nell’oscurità. Il mio lavoro è
rendere disponibile a tutti la meditazione. Chiunque voglia meditare dovrebbe
poterlo fare, a seconda del suo tipo. Se ha bisogno di riposo, allora la sua
meditazione dovrebbe essere il riposo. ‘Stare seduto in silenzio senza far
nulla, mentre l’erba cresce da sola’ dovrebbe quindi
essere la sua meditazione. Dobbiamo scoprire tante dimensioni della meditazione
per quante persone esistono al mondo. E lo schema non dovrebbe essere troppo
rigido: non esistono due individui identici. Lo schema deve essere fluido, in
modo da adattarsi all’individuo. Nel passato, la pratica era che l’individuo
doveva adattarsi allo schema. Io porto una rivoluzione: non è l’individuo che
deve adattarsi allo schema, piuttosto lo schema deve adattarsi all’individuo.
Ho assoluto rispetto per l’individuo.
Osho
Non solo
Yoga
Joe Robertson,
autore di questo articolo, pratica yoga e meditazione da 25 anni. Insegnante di
yoga e direttore del Centro Yoga di Columbia, nel Maryland (USA), di recente è
stato a Pune per partecipare ai corsi del famoso Istituto Iyengar
– una specie di Mecca per molti praticanti di yoga. Presto questa esperienza lo
ha deluso e così ha deciso di passare il resto delle sue vacanze all’Osho Commune, della quale aveva sentito parlare da amici negli
Stati Uniti.
Negli
Stati Uniti lo yoga
è divenuto molto popolare: recentemente un’intera puntata del talk-show di Oprah Winfrey – una trasmissione
seguitissima – è stata dedicata allo yoga. E ad aprile una copertina di Time mostrava la top-model Christy Turlington… nella
posizione del gallo (vedi foto pag.37). All’interno
un lungo servizio intitolato ‘La scienza dello yoga’.
Nel 1979, quando ho
iniziato a praticarlo, lo yoga era considerato un’attività del tutto marginale,
qualcosa che facevano solo gli hippie… e altri
perditempo. Ora invece le lezioni di yoga stanno diventando sempre più
affollate. Come mai?
Nel Centro Yoga dove
insegno, i miei nuovi studenti dicono che ad attirarli verso questa disciplina
è il desiderio di liberarsi dallo stress, di ottenere una maggiore forza e
flessibilità fisica, di guarire da problemi alla schiena evitando interventi
chirurgici, di trovare la pace mentale, imparando a rilassarsi. E non c’è
dubbio, lo yoga funziona.
Lo stress, anche se di
solito provocato da fattori esterni, è in realtà l’esperienza di una mancanza
di armonia fra i sistemi interni del corpo. La paura o la rabbia vengono
represse; per mantenere buoni rapporti coi clienti, o l’armonia in famiglia.
La salute, come diceva
Aristotele, è una storia d’amore perfetta fra gli organi del corpo. Lo yoga
può, e riesce, a generare armonia fra corpo, mente e spirito. Il problema sta
nell’esistenza di traumi nascosti, di esperienze dolorose, di emozioni
represse, che diventano tensioni croniche – croniche contrazioni di muscoli
volontari.
Lo yoga può essere anche
usato in maniera sbagliata, come un ulteriore strumento di repressione per
controllare espressioni ‘inappropriate’ di rabbia o dolore. Alcune persone
usano lo yoga per dominare un carattere troppo emotivo. Talvolta succede che
dopo, o durante, una lezione di Kundalini Yoga lo
studente si ritrovi in uno stato molto emotivo. C’è chi dà la colpa allo yoga,
mentre in realtà si tratta solo di emozioni a lungo represse che vengono alla
luce: lo yoga ha solamente ‘tolto il tappo’.
Ritengo che Osho voglia
dire proprio questo quando parla di ‘liberare il gorilla’,
e avverte anche, nel descrivere il secondo stadio – catarsi – della Meditazione
Dinamica: “Sarà difficile, perché abbiamo represso così tanto il corpo che la
repressione è diventata il nostro stile naturale di vita”.
Una delle differenze fra
l’approccio dello yoga e quello che ho sperimentato nella Osho Commune è proprio il controllo in opposizione all’assenza
di controllo; il controllo del respiro contro il respiro caotico.
Le regole di Iyengar prescrivono che il pranayama (la parte dello yoga
che concerne la respirazione) venga insegnato solo dopo molti anni di pratica
delle asana (le varie posizioni del corpo) – e
quando si insegna il pranayama ogni dettaglio della
respirazione viene meticolosamente controllato. Il respiro nello yoga è sempre
controllato, deve sempre seguire un certo ritmo, un certo schema. Quando
insegno consapevolezza del respiro spiego sempre come il respiro sia
influenzato dalle emozioni della persona, dai suoi pensieri e dal suo livello
di energia; nello stesso tempo faccio notare come valga anche il contrario, e
cioè che se si regola il respiro si riescono a ‘regolare’ anche le emozioni: se
sei stressato, arrabbiato o molto nervoso, il respiro avrà un andamento
irregolare, sarà poco profondo, convulso – la maniera più efficace di liberarsi
dallo stress è iniziare a respirare lentamente e profondamente, in maniera
regolare.
Anche se lo yoga risolve
le nostre tensioni fisiche provocate dall’accumularsi di stress, paure, traumi
– e di sicuro una respirazione regolare aiuta a liberarsi dallo stress e a
ritrovare la calma – il problema con questo tipo di soluzione è che spesso c’è
un livello più profondo di tensione sul quale questi metodi non hanno alcun
effetto. In questo caso metodi catartici, caotici, hanno un’efficacia molto
maggiore: è stata questa la mia esperienza praticando la Meditazione Dinamica
di Osho e partecipando a un gruppo – “Respiro: come aprirsi alle emozioni” –
qui alla Multiversity di Pune.
Senza conoscere le
tecniche di Osho dubito proprio che i miei esercizi di yoga di oggi sarebbero
andati in questo modo: mi sentivo piuttosto agitato, ansioso per tutti gli
impegni della giornata, ed ero steso sul pavimento della mia stanza, ascoltando
la mia musica preferita. Tentavo invano di rilassarmi (dal piano di sopra
arrivava anche un martellare continuo, stavano ristrutturando l’appartamento) e
così all’improvviso sono scattato in piedi e ho cominciato a ballare come un
pazzo: saltavo, mi rotolavo sul pavimento, urtavo contro le pareti, con un
balzo ho anche toccato il soffitto… fino a quando non sono crollato, esausto,
senza fiato.
E finalmente rilassato.
La classica soluzione yoga
sarebbe stata invece una respirazione lenta e regolare, un’asana
particolare, quale magari il saluto al sole o lo stare ritti appoggiati sulla
testa. Certo, lo yoga funziona, ma molto spesso le emozioni hanno bisogno di
qualcosa di diverso, di un metodo catartico. Solo col rilassamento profondo che
segue una catarsi si ha un’esperienza di beatitudine, invece che semplicemente
di controllo delle emozioni. Altrimenti è
come mettere un po’ di profumo su un cane che puzza!
Patanjali definisce lo scopo dello yoga come ‘la
sospensione della mente’.
Nel suo libro più famoso
BKS Iyengar scrive “Io sono consapevolezza e gioia,
lo spazio dove mi si trova si chiama beatitudine”.
Dopo aver partecipato per
dieci giorni al corso di asana nel suo istituto qui a
Pune, questa mi sembrano solo parole vuote. L’impressione che ho avuto è che il
percorso delle asana è non solo arduo, ma praticamente
senza fine, che non si arriva mai a posizioni così perfette da poter assicurare
la gioia. Per me lo yoga è troppo spesso fissato con le asana,
fissato con la forma.
Nella Osho Commune la mia prima impressione è stata esattamente il
contrario: mi chiedevo come fosse possibile ottenere un qualche risultato reale
quando c’erano da provare così tante tecniche diverse. L’ampiezza della scelta
– dalla Dinamica a Vipassana, dal Sufi Whirling alla danza, dal nuoto al tennis… e molto, molto di
più – ne fanno il sogno di ogni principiante: una specie di meditazione light, a basso contenuto calorico. Club Med, persino! Più tardi mi sono accorto che la possibilità
di scegliere fra così tante cose rendeva difficile diventare ‘fissati’ di una
tecnica in particolare.
E poi l’esperienza che
accompagnava ogni attività era la stessa: silenzio, consapevolezza… la
sospensione della mente!
Joe Robertson
Yoga: La
sospensione della mente
Patanjali definisce lo yoga come
‘sospensione della mente’. Ma cos’è la mente?
Qualcuno è mai riuscito a trovarla? L’errore sta nella concezione errata che la
mente sia un oggetto, magari nascosto all’interno del cervello. Qui Osho ci
spiega come in realtà si tratti semplicemente
di una funzione, di un’attività.
Lo
yoga è lo stato
di non-mente. La parola ‘mente’ comprende tutto: ego, desideri, speranze,
filosofie, religioni e scritture. La ‘mente’ comprende tutto questo. Tutto ciò
che puoi mettere in pensieri, è mente. Tutto lo scibile, tutto ciò che si può
conoscere, si trova all’interno della mente. L’arresto della mente equivale
alla sospensione di ciò che è conosciuto e conoscibile. È un salto nell’ignoto.
Dove non c’è mente sei nell’ignoto. Lo yoga è un salto nell’ignoto. O meglio,
non si dovrebbe neppure dire ‘ignoto’, ma piuttosto ‘inconoscibile’.
Che
cos’è la mente? Qual è la sua funzione? Di cosa è fatta? Di solito pensiamo che la mente sia
qualcosa di solido che si trova all’interno della testa. Patanjali
non è d’accordo, come non sarà d’accordo nessuno che abbia conosciuto la mente
dall’interno.
Anche la scienza moderna
non è d’accordo. La mente non è una sostanza solida all’interno della testa. È
solo una funzione, un’attività: tu cammini e io dico che stai camminando, ma
cos’è il camminare? Se ti fermi, dov’è il camminare? Se ti siedi, dov’è andato
il camminare? Camminare non è una sostanza,
è un’attività. Quindi quando sei seduto, nessuno può chiederti: “Dove
hai messo il tuo camminare? Un attimo fa stavi camminando, e ora dov’è
finito?”. Ti metterai a ridere e dirai: “Camminare non è un oggetto, è solo un’attività. Posso camminare. Posso fermarmi
e poi rimettermi a camminare. È un’attività”.
Anche la mente è
un’attività, ma il nome ‘mente’ ci fa credere di essere alla presenza di
qualcosa di solido. Sarebbe meglio chiamarla ‘mentare’
proprio come diciamo ‘camminare’. La mente è ‘mentare’,
la mente equivale a pensare: è un’attività.
Ho parlato tante volte di Bodhidharma. Quando si recò in Cina, l’imperatore cinese
andò a trovarlo e gli disse: “La mia mente è molto inquieta, agitata. Tu sei un
grande saggio, ti stavo aspettando. Dimmi cosa dovrei fare per trovare la pace
mentale”.
Bodhidharma rispose: “Non fare nulla.
Prima però portami la tua mente”. L’imperatore non riusciva a capire; disse:
“Che vuoi dire?”. E l’altro replicò: “Vieni domani mattina alle quattro quando
non c’è nessuno. Vieni da solo, e ricordati di portare con te la tua mente”.
Per tutta la notte
l’imperatore non riuscì a dormire. Molte volte pensò di lasciar perdere tutto:
“Quell’uomo dev’essere
matto. Cosa intende con: ‘Porta con te la tua mente, non dimenticartene’?”. Ma l’uomo era così affascinante, così carismatico che non poteva cancellare
l’appuntamento. Alle quattro saltò giù dal letto, come attirato da una calamita, e disse tra sé: “Devo
andare, qualsiasi cosa accada. Quell’uomo ha qualcosa; lo vedo dai suoi occhi. Ha l’aria
un po’ folle, ma devo andare lo stesso e vedere cosa succede”.
Quindi andò, e trovò Bodhidharma seduto con un grosso bastone tra le mani. Il
saggio gli disse: “Allora sei venuto. Dov’è la mente? L’hai portata oppure
no?”.
L’imperatore
rispose: “Stai dicendo delle sciocchezze. Quando sono qui, la mente è qui, non
è qualcosa che mi posso dimenticare da qualche parte. È dentro di me”. Al che Bodhidharma replicò: “Allora abbiamo già stabilito una
cosa: la mente è dentro di te”. L’imperatore disse: “Va bene, è dentro di me”. Bodhidharma aggiunse: “Adesso chiudi gli occhi e cercala.
Se scopri dove si trova, indicamela subito, e io le darò pace”.
Quindi l’imperatore chiuse
gli occhi, provò e riprovò, cercò e ricercò. Più cercava, più si rendeva conto
che la mente non esiste, è un’attività. Non è un oggetto che puoi indicare. Ma
nel momento in cui comprese che la mente non è una cosa, gli divenne chiara
l’assurdità della sua ricerca. Se la mente non è una cosa, non c’è nulla da
fare. Se è un’attività, allora basta non fare questa attività, ecco tutto. Se è
come il camminare, smetti di camminare.
Aprì gli occhi, si inchinò
a Bodhidharma e disse: “Non c’è una mente che si
possa trovare”. Bodhidharma replicò: “Allora le ho
dato pace. E tutte le volte in cui ti senti a disagio, guarda dentro , guarda
dov’è quel senso di disagio”. Il solo guardare è già contrario alla mente,
perché guardare non è lo stesso che pensare. Se guardi con intensità, tutta la
tua energia diventa sguardo, la stessa energia che diventerebbe movimento e
pensiero.
Lo yoga è sospensione della mente.
Questa
è la definizione di Patanjali.Quando la mente non c’è,
sei nello yoga; quando è presente, non sei nello yoga. Perciò puoi fare tutte
le posizioni yoga che vuoi, ma se la mente continua a funzionare, se continui a
pensare, non sei nello yoga. Lo yoga è lo stato di non-mente. Se riesci a
rimanere al di fuori della mente, anche senza fare le posizioni, sei diventato
uno yogi perfetto. È accaduto a tanti senza fare
alcuna posizione, e a tanti altri che le hanno praticate per tutta la vita non
è mai accaduto.
La
cosa fondamentale da comprendere è che quando l’attività del pensare non è
presente, ci sei tu; quando l’attività della mente non è presente, quando i
pensieri sono scomparsi – proprio come le nuvole – quando sono svaniti, il tuo
essere, come il cielo, viene allo scoperto. È sempre lì, solo che è coperto
dalle nuvole, coperto dai pensieri.
Lo yoga è sospensione della mente.
Prova! Quando dico di
provare, sembrerà una contraddizione, ma non c’è altro modo di esprimerlo.
Perché se provi, il tentativo stesso proviene dalla mente. Puoi sederti in una
certa posizione e provare a recitare qualche japa, qualche mantra,
oppure puoi provare a rimanere semplicemente seduto in silenzio, senza pensare. Ma allora il non pensare diventa a sua
volta pensare. Continui a ripeterti: “Non devi pensare; non pensare; smetti di
pensare”, ma è tutto pensare comunque.
Cerca di comprendere.
Quando Patanjali dice: non-mente, sospensione della
mente, intende un arresto completo. Non ti permetterà di recitare uno japa: ‘Ram, ram, ram’. Ti dirà
che questa non è una sospensione, stai ancora usando
la mente. Ti dirà: “Fermala e basta!”, ma tu gli chiederai: “In che
modo? Come si fa a fermarla?” La mente va avanti. Persino se ti siedi in
meditazione, la mente va avanti. Se non fai
nulla, continua a fare.
Patanjali dice di osservare. Lascia
andare la mente, lascia che continui a fare quello che sta facendo. Tu osserva.
Non interferire. Sii testimone, sii un osservatore non coinvolto, come se la
mente non ti appartenesse, come se non ti riguardasse. Non preoccupartene! Osserva e lascia che fluisca.
Continua a fluire a causa dell’inerzia che ha accumulato,
perché l’hai sempre sostenuta nel suo flusso. L’attività possiede ora
una sua inerzia e così continua. Tu, non cooperare.
Osserva e lascia che la mente fluisca.
Per
molte, molte vite, forse un milione di vite, hai cooperato, l’hai aiutata, le
hai dato la tua energia. Il fiume continuerà a scorrere per un po’. Se non
cooperi, se non te ne preoccupi – la parola che usa Buddha è upesksha, indifferenza: guardare senza
preoccuparsi, solo guardare, senza fare nulla – la mente scorrerà come un fiume
ancora per un po’ e poi si fermerà da sola. Quando la quantità di moto è
terminata, quando tutta l’energia è fluita, la mente si ferma. E quando si
ferma, sei nello yoga.
Osho
tratto da Yoga the Alpha and the Omega
PASSO A PASSO VERSO LA TUA VERA
ESSENZA - PARTE PRIMA
Lao
Tzu dice:
Chi sa di non sapere è il più
alto;
chi pretende di sapere ciò che
non sa ha una mente malata,
e chi riconosce questa
malattia della mente come tale, non è malato.
Il saggio non ha una mente
malata perché riconosce la sua malattia come tale,
quindi non è malato.
Se non sbucci gli strati
della personalità uno per uno e riscopri l’essenza,
la tua mente rimane
malata.
L’uomo è come una cipolla, esattamente come una
cipolla: strati su strati di personalità. E dietro a tutti questi strati si
nasconde l’essenza. Quest’essenza è il vuoto, sunya. È più un
non-essere che un essere, perché l’essere ha delle limitazioni, dei confini.
Invece il nucleo più profondo non ha confini, non ha limitazioni, è solo
libertà, un libero fluire dell’energia – le sue dimensioni sono infinite.
Se non sbucci gli strati
della personalità uno per uno, fino all’ultimo, e riscopri l’essenza, la tua
mente rimane malata. La malattia della mente è rimanere bloccata da qualche
parte, immobile, come congelata. La malattia della mente è essere bloccata. È
un vicolo cieco; è esattamente questo: un posto che non ha via d’uscita. Sei
bloccato. Non hai la libertà di fluire, di essere e anche di non-essere. Sei
costretto a essere qualcuno. Sei più simile a una dura roccia, che a un fiume.
La libertà è salute.
Essere bloccati, fissati, è malattia mentale. E tutti, o quasi, sono malati.
Succede raramente che qualcuno abbia il coraggio di penetrare fino al nucleo
più profondo del non-essere. Allora diventi un buddha: integro, sano,
benedetto.
Dobbiamo comprendere
questi strati perché la comprensione è in se stessa una forza di guarigione. Se
comprendi esattamente dove sei bloccato, i blocchi iniziano a sciogliersi –
questo è il miracolo, il miracolo della comprensione. È la comprensione in se
stessa che aiuta questo sblocco, non è necessario fare altro. Se sai con
esattezza, se riesci a trovare con precisione dove sei bloccato, dove sei
congelato, dove esiste l’impasse, allora il
semplice esserne consapevole, il conoscerlo nella
sua totalità, inizia
a scioglierlo.
La conoscenza è una forza
di guarigione. Quando il blocco inizia a sciogliersi, ricominci a fluire.
Diventi un flusso!
Il primo livello
della personalità è il più superficiale – il livello delle convenzioni sociali,
delle formalità.
È necessario, non c’è in esso nulla di sbagliato. Incontri per strada una
persona che conosci; se non dici nulla e anche lei non dice nulla, se non segui
le convenzioni sociali, sarete entrambi in imbarazzo. Bisogna fare qualcosa.
Non che intendi veramente ciò che dici, si tratta di un lubrificante sociale.
Per questo chiamo il primo strato: lo strato del lubrificante.
Aiuta a rendere le cose
più scorrevoli. È lo strato del: Buon giorno, come va? Bene! Benissimo! Che bel
tempo! Ciao, ci vediamo. È questo strato. E va benissimo! Non c’è nulla di
sbagliato. Se lo usi, è perfetto. Ma se ne vieni usato, se sei congelato a
questo livello e hai perso ogni contatto con il tuo essere più profondo, se non
vai mai oltre questo strato, allora sei bloccato, allora la tua mente è malata.
Va benissimo dire ‘Buon giorno’ a qualcuno, ma una persona che non dice mai niente
di più, è gravemente malata. Non ha nessun contatto con la vita. Per questa
persona le formalità non sono un lubrificante, sono invece diventate un modo
per evitare la vita, per tenersi da parte. Vedi qualcuno e gli dici: “Buon
giorno”, ma solo per evitarlo, per potertene andare per la tua strada, e lui
per la sua, per sfuggirlo.
Per milioni di persone
queste convenzioni sociali sono diventate una cosa fissa, congelata; vivono su
questo livello, senza mai andare oltre: è l’etichetta, sono i manierismi, le
parole e le chiacchiere, sempre in superficie. Parlano non per comunicare, ma
per evitare la comunicazione. Parlano per evitare la situazione imbarazzante di
quando incontri veramente l’altro. Sono persone chiuse. Che la loro sia una
vita molto infelice, non è certo una sorpresa. È naturale che vivano in un
inferno: in realtà sono morti.
…Tanti vivono a questo
livello: la loro vita è solo una formalità senza senso. Non vanno da nessuna
parte, sono bloccati sulla soglia, non sono mai entrati nella stanza della
vita. La vita ha molte stanze, ma loro sono fermi sulla porta, sugli scalini. Gli
scalini van bene se li usi per salire, ma se ti fermi
lì sono pericolosi.
…Le formalità non sono un
modo autentico di relazionarsi. Possono essere un aiuto o un ostacolo: una
persona sana le usa per andare più in profondità, la persona malata vi rimane
intrappolata. Puoi vedere questa gente tutt’intorno a
te, che sorride nei Lions Club, nei Rotary Club. Tutti sempre ben vestiti e pettinati, con
un’aria perfettamente a posto – e assolutamente sbagliata. Del tutto malata,
folle. È solo una recita, ma per loro diventa uno schema fisso. Quando tornano
a casa dal Rotary Club o dal Lions
Club, parlano ai loro figli – ma sempre sullo stesso livello. La loro vita è
tutta una serie di manierismi. I libri sul galateo sono le loro bibbie, le loro
gita e i loro corani; ma loro pensano
di aver già fatto tutto ciò che è richiesto dalla società, pensano di essere
arrivati.
Questo strato dev’essere mandato in frantumi. Resta consapevole in modo
da non rimanere intrappolato. Resta consapevole; se sei bloccato a questo
livello, diventane consapevole! La consapevolezza aiuterà a sciogliere il
blocco, a farlo evaporare; e l’energia sarà disponibile per entrare nel secondo
strato.
Il secondo
strato è quello dei ruoli e delle parti.
Il primo strato non ha alcun contatto con la vita,
il secondo strato a volte può avere qualche vaga intuizione. Il secondo strato
è: io sono il padre e tu sei la madre; oppure, io sono la moglie e tu sei il
marito; io sono il padre, tu sei il figlio; io sono il presidente degli Stati
Uniti, la regina d’Inghilterra o il presidente Mao Tse Tung, Adolf
Hitler, Mussolini. Tutti i
politici del mondo vivono al secondo strato, quello dei ruoli.
Tutti pensano di essere
l’uomo o la donna più importante del mondo. L’altro giorno un sannyasin mi
diceva di aver sognato di essere l’uomo più importante del mondo. Io gli ho
detto: “Non meravigliartene, tutti sognano la stessa cosa” – l’uomo più
importante del mondo, il più grande filosofo, il più grande di questo e di
quello… È il livello dell’ego, il secondo livello.
Per ventiquattr’ore
al giorno, ogni giorno, hai ruoli diversi da giocare, a seconda del rapporto in
cui ti trovi. Non c’è niente di sbagliato in questo, è un bella commedia, se
però non rimani bloccato al suo interno. Devi giocare tutti questi ruoli senza
rimanere fissato in alcuno di essi. Devi sempre rimanere libero da tutti i
ruoli; dovrebbero essere come vestiti che puoi sempre toglierti in fretta. Se
conservi questa capacità, se non sei bloccato, allora puoi giocare il tuo ruolo
e non c’è nulla che non vada bene. Fino a questo punto è una bella cosa, ma se
diventa la tua vita, se non vai mai oltre, allora è pericoloso. Allora giochi
mille ruoli diversi nella vita senza però mai entrare in contatto con la
vita...
È uno strato molto grosso.
Tanti sono bloccati a questo livello; sono immersi nella merda
fino al collo. Portano sulle spalle il carico di tutto il mondo, come se il
mondo dipendesse solo da loro. Se loro non esistessero, che accadrebbe al
mondo? Ci sarebbe il caos. Se non ci fossero, tutto andrebbe a pezzi: sono loro
a tenere tutto insieme.
Queste persone sono molto
malate. Le persone del primo livello sono malate, ma non sono molto pericolose.
Quelle del secondo strato non sono così malate, ma sono molto più pericolose,
perché sono loro che diventano politici, generali, miliardari, sono loro che
arrivano al potere.
Accumulano soldi e
prestigio, e tante altre cose, e i loro sono giochi pesanti. A causa loro,
milioni di persone non riescono ad avere nemmeno un barlume di vita, milioni
vengono sacrificati ai loro giochi.
Se sei bloccato nel
secondo, diventa consapevole. Ricorda che in ogni livello ci sono sempre due
possibilità. Il primo strato è un lubrificante per la persona che lo comprende:
non c’è nulla di male, è un aiuto, rende più scorrevole il muoversi nel mondo.
Esistono milioni di persone, esistono i conflitti – è inevitabile – ma se sai
come essere formale con le persone, se sai comportarti, diventa più facile per
te e anche per gli altri: nulla di male. Ma se questo diventa tutto, allora va
veramente male. Allora la medicina diventa un veleno.
Bisogna ricordarsi sempre
di questa distinzione a tutti i livelli. Al secondo livello, se ti piace il
gioco che fai, ricordati bene che è un gioco, che non è una cosa seria – se
diventa serio non è più un gioco, è diventata la realtà e tu sei in trappola.
Se ti diverti, va benissimo! Goditelo! Aiuta gli altri a divertirsi: il mondo è
un palcoscenico, non farne una cosa seria…
Ricorda di essere
consapevole, altrimenti se non ti sei bloccato al primo strato, ti bloccherai
al secondo.
C’è poi un terzo strato:
lo strato del caos. A causa di questo strato la gente ha paura di andare dentro
di sé: ecco perché tanti rimangono bloccati al secondo livello.
Nel secondo livello è
tutto chiaro e pulito. Le regole sono note, perché ogni gioco ha le sue regole.
Se conosci le regole, puoi fare quel gioco. Nel secondo livello nulla è
misterioso. In questo secondo strato due più due fa sempre quattro, ma non così
nel terzo. Il terzo non è come il secondo, è caos, straordinaria energia, ma
senza alcuna regola! Ti fa paura: il terzo strato ti spaventa.
Ecco perché quando inizi a
meditare e cadi dal secondo al terzo livello, arrivi al caos. Di colpo non sai
più chi sei! Il secondo è il mondo di chi è che cosa… Al terzo livello diventi
improvvisamente consapevole di non sapere chi sei! Perdi la tua identità, le
regole scompaiono, è un tremendo caos, un vasto oceano tempestoso. Bellissimo
se lo comprendi, assolutamente terribile se non lo comprendi. Il terzo livello,
se viene compreso bene e se riesci a rimanere vigile al suo interno, ti darà la
prima intuizione, la prima visione autentica della vita. In caso contrario
diventerai nevrotico. Al terzo livello le persone possono impazzire. Sono
persone più oneste di quelle che appartengono al primo e al secondo. Un uomo
impazzito è uno che ha lasciato cadere tutte le convenzioni, ha abbandonato i
ruoli e ha permesso al caos di travolgerlo. È migliore dei tuoi politici,
perché almeno è più sincero e più vero rispetto alla vita.
Non dico di diventare
nevrotici o di diventare pazzi; ma la pazzia accade proprio al terzo livello.
Tutti i grandi artisti appartengono al terzo livello, e tutti i grandi artisti
hanno una tendenza a impazzire. Un Van Gogh può impazzire. Perché? Artisti, musicisti, poeti,
pittori appartengono al terzo strato: sono persone sincere, più dei politici,
dei cosiddetti monaci, papi, mahatma – questi ultimi appartengono al secondo
livello, giocano un ruolo, per esempio quello di essere un mahatma. Il terzo
livello è fatto di persone più sincere, più oneste; ma c’è un pericolo. Sono
così oneste e sincere che possono cadere nel caos; non rimangono attaccate al
mondo delle regole, e si ritrovano nella tempesta.
Se al terzo livello riesci
a rimanere consapevole, vigile, meditativo, quel caos si trasforma in un cosmo.
È caos perché non sei centrato, non sei consapevole. Se sei consapevole diventi
un cosmo – ordine – e non l’ordine delle regole umane, l’ordine del Tao,
l’ordine di ciò che in India si chiama Dhamma, Dharma, Rit: l’ordine
supremo, non quello creato dall’uomo. E, se rimani consapevole, il caos ci sarà
ma tu non sarai nel caos, lo trascenderai – la consapevolezza è un fenomeno di
trascendenza. Sai che tutt’intorno c’è il caos, ma
nel profondo dentro di te non ci sarà caos. Ti ritrovi subito al di sopra di
esso, invece che perso al suo interno.
Poeti, pittori, musicisti
si perdono nel caos perché non sanno come essere consapevoli. Ma sono persone
oneste. Nei manicomi di tutto il mondo ci sono persone più oneste che nelle
capitali del mondo. E se mi permetteranno di fare a modo mio, trasformerò le
capitali in manicomi. La gente in manicomio ha bisogno di aiuto, ha bisogno di
maestri, che la portino dal terzo livello al quarto. I Sufi
hanno una parola particolare per gli individui del terzo livello, li chiamano masta, pazzi, ma
pazzi per amore di dio. Sono matti! A scopi pratici sono matti. Hanno bisogno
di un maestro che li tenga per mano e li porti nel quarto. Al terzo livello
occorre un maestro.
…Al terzo livello ci sono
due possibilità. Puoi diventare matto: questa è la paura, ecco perché la gente
rimane attaccata al secondo livello. Si attacca con forza perché ha paura che,
se perdesse la presa, cadrebbe nel caos. Tutti voi lo sapete: se non rimanete
attaccati ai vostri ruoli, cadete nel caos.
Giocate il ruolo del
marito e della moglie; se smettete di farlo, diventerete matti. Continuate a
giocare il gioco che la società vi ha imposto, con la paura che, se ne usciste,
dove potreste andare a finire? Esci dalla società e finisci nel caos. Perdi
ogni certezza. C’è solo confusione. Una possibilità è quindi la confusione, la
nevrosi, il manicomio; un’altra è che se rimani consapevole, vigile,
meditativo, il caos diventa bellissimo. Non è più caos, ha un ordine tutto suo,
un ordine interno che è tutto suo. Anche la tempesta può essere bella se in
essa rimani consapevole e non identificato. Allora il caos ti circonda come una
straordinaria energia che si muove tutt’intorno a te,
mentre tu rimani al centro, indisturbato:
la tua consapevolezza non ne viene affatto toccata.
Questo ti dà per la prima volta un’idea di cosa significa essere sano.
Quelli del secondo livello
sembrano sani, normali, ma non lo sono. Costringili ad andare nel terzo e
diventeranno matti. Le persone che sono nel terzo e sono consapevoli, loro sì
che sono sane di mente; non puoi farle diventare matte. Nessuna situazione può
farle diventare matte. Quelli del secondo livello sono sempre al limite. Basta
una piccola spinta – la borsa scende o fanno bancarotta o la moglie muore o il
figlio diventa un hippy – e cadono nel terzo, impazziscono. Sono sempre
sull’orlo della follia; basta una situazione qualunque, una piccola spinta.
Sono arrivati a novantanove gradi; manca solo un grado per bollire, e può
accadere in ogni momento. Possono impazzire.
Chi arriva al terzo,
consapevole, va oltre la follia. Dopodiché c’è il
quarto livello. Solo se riesci a passare per il terzo, puoi entrare nel quarto.
Se hai affrontato il caos, se hai affrontato l’anarchia del mondo interiore,
sei capace di entrare nel quarto.
Il quarto è il livello
della morte, il piano della morte. Dopo il caos occorre affrontare la morte –
il caos è una preparazione.
Al quarto livello, se ci
arrivi, hai improvvisamente la sensazione di morire – stai morendo. Nella
meditazione profonda, quando tocchi il quarto, inizi a sentire che stai
morendo. Oppure – dato che la meditazione non è un’esperienza universale –
anche in un profondo orgasmo sessuale puoi sentire che stai morendo.
In tutto il mondo persone
di culture diverse, con lingue e condizionamenti diversi, quando provano
l’orgasmo, vengono improvvisamente colte da una sensazione di morte. Ci sono
persino persone che esclamano… specialmente donne, quando provano un orgasmo
profondo – quando il loro corpo vibra con un ritmo sconosciuto, è colmo di
energia vitale, è diventato una danza – donne di tutto il mondo esclamano
parole del tipo: “Sto morendo! Uccidimi!”.
Nei trattati indiani sul
sesso si dice: ‘Non tenere mai un pappagallo nella camera in cui fai l’amore’,
perché potrebbe imparare; quando fai l’amore e il tuo grido è di gioia totale –
‘Muoio!’ – il pappagallo potrebbe impararlo, e poi ripeterlo, e sarebbe
imbarazzante se hai ospiti o gente per casa. Quindi non tenere mai un
pappagallo nella camera in cui fai l’amore.
Ecco perché nel corso dei
secoli le donne di tutto il mondo si sono represse, hanno imparato a non
pronunciare nemmeno una parola – in realtà sono state condizionate a non avere
un orgasmo perché è una cosa molto pericolosa; provi una libertà che è simile
alla morte. L’ego muore. Improvvisamente perdi completamente la tua identità.
Tu non ci sei più, c’è solo la vita che vibra, una vita sconosciuta! Una vita
senza alcun nome! Una vita a cui non si possono attribuire categorie. Solo
vita. Tu non ci sei, l’onda è scomparsa, è rimasto l’oceano.
Avere un orgasmo profondo
vuol dire avere una sensazione oceanica, sentirsi completamente persi. Le donne
sono state costrette a non essere attive nel fare l’amore, perché se sono
attive sono più inclini – avendo un corpo più sensibile e più delicato – a
provare il fenomeno dell’orgasmo, così simile alla morte. Sono state costrette
a non pronunciare nemmeno una parola, a non muoversi: devono rimanere in shavasan,
sdraiate là come morte, immobili.
Anche l’uomo si è reso
conto che se va veramente in profondità nell’orgasmo, ha un’esperienza che lo
scuote in maniera straordinaria, un’esperienza scioccante: è morte. Non potrà
mai più essere lo stesso. Quindi l’uomo ha imparato l’orgasmo locale, solo nei
genitali, in cui il corpo non è coinvolto nella sua totalità. E per secoli le
donne si sono completamente dimenticate di poter avere l’orgasmo. È solo da
vent’anni a questa parte che abbiamo riscoperto che la donna ha la capacità di
avere un orgasmo – e non solo uno, ma addirittura orgasmi multipli. È più
potente dell’uomo, e può andare più in profondità dell’uomo nell’orgasmo –
nessun uomo può competere con una donna. Eppure questa capacità è stata
repressa e nascosta per secoli.
In Oriente le donne si
sono completamente dimenticate di cosa sia un orgasmo. Se parlo con una donna
indiana, e uso la parola orgasmo, lei non capisce. Cosa vuoi dire? Impossibile!
Le è stato insegnato che solo l’uomo prova piacere nel sesso, non la donna; che
non è femminile provare piacere. Perché questa repressione? E perché in tutto
il mondo il sesso è stato represso tanto in profondità? Il sesso è simile alla
morte, è questa la ragione. Tutte le culture reprimono due cose: il sesso e la
morte. Si assomigliano tanto che puoi dire quasi che sono due facce della
stessa medaglia.
Dev’essere così, perché è
proprio attraverso il sesso che nasce la vita; dev’essere
attraverso il sesso che la vita di nuovo scompare. La sorgente originaria dev’essere anche il punto in cui il cerchio si chiude.
L’onda della vita sorge grazie al sesso – e quindi deve anche placarsi nel
sesso. Quindi il sesso è vita e il sesso è morte.
Lo stesso accade nella
meditazione. Entri in una grande sintonia, sprofondi all’interno di te stesso
finché improvvisamente vai oltre il terzo livello del caos. Stai morendo! Ma se
ti spaventi, si creerà un blocco. Nelle persone che hanno incominciato a temere
la meditazione – e che poi trovano ogni genere di razionalizzazione per non
praticarla – si è creato un blocco. Ma se resti consapevole e permetti che la
morte accada, diventi immortale. Sai che la morte sta accadendo tutt’intorno a te, eppure tu non stai morendo. Muori e allo
stesso tempo non muori. Muori completamente – eppure sei assolutamente vivo!
Questa è l’esperienza più bella che si possa avere.
A questo quarto livello ci
sono due possibilità – in ogni livello ci sono due possibilità. La prima è che
se muori senza essere consapevole, esisterai come uno zombie, un robot,
assente, svanito. In molti manicomi troverai persone del quarto livello che
hanno perso la vita, tutta la vitalità. Esistono, ma la loro esistenza è più
che altro un vegetare. In Oriente abbiamo un nome per questo quarto tipo che
non è riuscito a rimanere consapevole; lo chiamiamo fakir. Fakir
è un termine Sufi: sta a indicare uno yogi che ha perso la sua occasione. È arrivato fino in
fondo, ma lì non è riuscito a rimanere vigile. Ora è morto; una parte del
processo è avvenuta, un’altra no. È morto, ma non è
rinato. Rimarrà assente, ti guarderà con occhi vuoti. Se gli dai del cibo, lo
mangerà, se non glielo dai, rimarrà per giorni senza mangiare. Vivrà una vita
morta. È al quarto stadio, ma non ce l’ha fatta. Dal terzo livello in poi, un
Maestro diventa una necessità assoluta. Al quarto, senza un Maestro è quasi
impossibile.
Morire, puoi farlo facilmente, ma chi ti farà rinascere? Chi ti tirerà fuori
dall’esperienza della morte, che è così scioccante e distruttiva che l’ego
semplicemente cade?
Il quarto è l’esperienza
in cui diventa significativo il simbolo cristiano della croce. È al quarto
livello che la croce è significativa: muori. Ma questo non è tutto: Gesù risorge. Croce e resurrezione.
Se al quarto uno muore
soltanto, vivrà una vita da zombie. Si muoverà nel mondo come se fosse
profondamente addormentato, o in un profondo sonno ipnotico. Ubriaco. Vuoto. La
croce è presente dentro di lui, ma la resurrezione non c’è stata. Se rimani
vigile – ed è molto difficile rimanere vigili quando stai morendo; ma con un
maestro che lentamente lavora su di te, è possibile. Se ti addormenti, il
maestro funziona come un allarme. Ti fa diventare sveglio e vigile. Ti dà uno
shock, ti fa prestare attenzione, e se riesci a essere vigile e consapevole
quando la morte accade tutt’intorno a te, diventi
immortale. Allora arrivi al quinto livello.
tratto da:
Osho, Tao
the three tresaures vol.III
(non tradotto)
IL
TESTIMONE NON VA MAI IN VACANZA
Un’occasione
per Osho di chiarire in maniera semplice alcuni aspetti fondamentali del
testimoniare, grazie a tre belle domande di Maneesha,
la discepola che durante i discorsi in Buddha Hall leggeva i sutra che poi Osho commentava, e le varie domande dei
ricercatori spirituali… oltre a porre non poche domande anche di suo.
Amato
Maestro
per noi che
siamo con te è utile tentare di capire cosa succede nella nostra meditazione e
crescita interiore, ed essere capaci di spiegarlo a parole, o abbiamo solo
bisogno di osservare?
Maneesha, avete solo bisogno di osservare. Nel preciso momento in
cui cominciate a chiedervi: “Cosa succede?”, viene reintrodotta la mente. Se
cominciate ad analizzare, la mente ritornerà. Qualsiasi cosa facciate, eccetto
osservare, la mente rientrerà in campo. È l’unico nemico da evitare, e
l’osservare è l’unico rifugio nel quale la mente non può entrare.
La tua domanda è
significativa. Si tende a pensare: “Cosa succede?”, e ad analizzare. Senza
rendersi conto del fatto che in questo sforzo di analizzare, di trovare
spiegazioni, la mente è rientrata dalla porta di servizio. [Nella nostra meditazione] quando osserviamo, tentiamo di liberarci
della mente. Tutte le altre attività appartengono alla mente.
Quindi c’è solo bisogno di
osservare, c’è solo bisogno di approfondire il più possibile l’osservazione.
Vai sempre più in profondità, fino al punto in cui ti lasci indietro la mente
di chilometri, e rimane solo il testimoniare.
Questo è il tuo oro puro,
questo è il tuo buddha.
Amato
Maestro
quando non c’è nulla da percepire - nessuno stimolo che
proviene dal corpo o dalla mente, e quindi nessun elemento per poter definire
se stessi - quello che rimane è il testimoniare? Non sembra neppure esserci un
testimone, ma solo la consapevolezza che non c’è nessuno.
È proprio così. Non c’è testimone, c’è
solo il testimoniare. C’è solo coscienza, e in essa non esistono né
personalità, né forma. C’è solo consapevolezza, come una fiamma che si leva dal
nulla e scompare nel nulla; puoi osservarla solo nel mezzo. Hai mai guardato
una candela? Dove va a finire la fiamma? Gautama
Buddha ha definito la suprema esperienza come “spegnere la candela con un
soffio”. Nirvana significa spegnere la candela con un soffio. Non c’è più
nulla, solo pura consapevolezza, che non è più neppure confinata dalla tua
individualità, ma è solo una nuvola che fluttua, senza una forma stabile – una
straordinaria intensità dell’essere, una grande gioia. Ma non è la tua gioia:
tu sei assente. Nella tua assenza sorge la gioia, la beatitudine. Nel momento
in cui non esisti più, il testimoniare è puro. E questo testimoniare porta con
sé la più grande benedizione possibile. Questo testimoniare è il buddha.
Amato
Maestro,
dal
riconoscimento di un testimone interiore che non vacilla mai, all’adorazione di
un dio esterno per il quale la gente è disposta a uccidere – è veramente
possibile ora per noi compiere il viaggio a ritroso verso il testimone in un
solo istante, con un unico passo? Salvo quando mi trovo seduta proprio di
fronte a te, ricordare di essere un testimone mi sembra un compito faticoso
quanto il pedalare in salita!
Maneesha, non è come pedalare in salita, si tratta di andare in
discesa! L’ego è sempre pronto per le salite, il punto è la discesa. Essere semplici, naturali,
annullarsi, non può essere così difficile.
Comincia prima di tutto a cambiare le tua idee: non è una salita
faticosa, è una discesa.
Sei tu a renderlo
faticoso. Se è possibile quando sei davanti a me, cosa te lo impedisce quando
non sei seduta di fronte a me? Se è possibile con me, è possibile dovunque.
Dici: “Salvo quando mi
trovo seduta proprio di fronte a te...”. Ma come fai a essere sicura che io sia
proprio lì? Non ne hai nessuna prova. Non puoi credere ai tuoi occhi - ti hanno
ingannato moltissime volte. Può essere che tutti coloro che sono riuniti qui si
siano addormentati e che stiano tutti sognando di me. Io sono il sogno di tutti
voi.
Al di fuori del tuo testimoniare
non puoi stabilire se qualcosa abbia o meno una qualche realtà. Quello che credi non è molto affidabile.
Nei tuoi sogni, hai mai avuto il dubbio di essere in un sogno? Quando sogni sei
talmente coinvolto che il sogno diventa reale, così reale che se stai avendo un
incubo - un leone o un drago sono seduti sul tuo petto - dalla paura ti sveglierai, e sentirai un gran sollievo perché
era solo un sogno.
Ma persino un sogno ha
degli effetti: dal tuo respiro sembrerà che tu abbia corso veloce, il tuo sudore
dimostrerà che il tuo corpo, come anche la tua mente, hanno creduto che il
drago fosse reale. Non c’è modo di dimostrare che il mondo esterno non sia solo
un altro sogno – magari un po’ più lungo, che dura settant’anni;
magari un sogno speciale, che ti aspetta quando vai a dormire e ricomincia
quando ti svegli. Ma non c’è modo di provare razionalmente che il mondo esterno
sia veramente lì. Può essere così, ma può anche non essere.
Quindi non preoccuparti
della mia esistenza reale. Potrei essere semplicemente uno stratagemma... di
fatto, sono uno stratagemma. Se puoi
diventare un testimone quando sei di fronte a me, sai che hai la capacità di
diventarlo. Non c’è bisogno di renderlo un compito faticoso. Non prenderlo così
sul serio.
Lo so, all’inizio te ne dimenticherai
molte volte. Quando te ne dimentichi, non fartene un peso, altrimenti prima ti
dimentichi del testimoniare, e poi te ne ricordi e dici: “Dio mio, me n’ero
dimenticato! – e te ne penti. Anche questo è un modo di dimenticarsene. Ciò che
hai dimenticato, hai dimenticato. Adesso che ti sei ricordato, vai avanti.
Non pentirti mai dei
momenti che sono passati. Sono passati. Se inizi a pentirtene, ne distruggerai
anche altri. E la mente umana è tale che una dimenticanza è sempre possibile.
Ora che ho detto: “Non fartene un peso!”, se ne pentirà, e poi si pentirà di
essersi pentita, e il testimoniare sarà sempre più distante.
Evita le complicazioni:
quando ti dimentichi, ti dimentichi. Quel capitolo è chiuso. Adesso ti stai
ricordando – ricordati, sii testimone. A poco a poco gli intervalli in cui ti
dimentichi diventeranno più brevi, e sempre meno. Ci vuole un po’ di tempo. Voi
non siete fiori passeggeri che in pochi giorni fioriscono e pochi giorni dopo
sono già appassiti. Voi siete fiori dell’eternità.
Non occorre preoccuparsi;
se per pochi momenti ti dimentichi il testimoniare, va benissimo. Ora però sii
testimone! Non sprecare un solo pensiero per il passato. È una cosa naturale,
non sentirti in colpa.
Non voglio che la “mia
gente” si senta in colpa, per nessuna ragione. Qualunque cosa sia successa, è
andata così! Adesso che sei consapevole, diventa un testimone. Sbaglierai
ancora, molte volte ti dimenticherai, molte volte ti sveglierai. Questo è il
corso naturale delle cose. Non riguarda solo te; succede a tutti.
Non crearti dei problemi e
continua semplicemente a crescere, a testimoniare sempre più e a dimenticare
sempre di meno. Arriva un momento – deve arrivare per forza – in cui, anche se
vuoi dimenticare, non ti è più possibile. Allora sarai in collera con me, sarai
veramente furioso; dirai: “Ora voglio dimenticare e non posso più farlo!”. Non potrai più dimenticare... il tuo
testimoniare sarà diventato così stabile che non potrai neppure prenderti una
vacanza. Le vacanze non sono fatte per i santi.
tratti da:
Osho, Rinzai: Master
of the Irrational
IL LIBRO DELLA
CONSAPEVOLEZZA
______________________
Edizioni Del Cigno
Pagine 212 - Lire 25.000
l’OSSERVATORE: L’osservatore e l’osservato sono due aspetti del testimone.
Quando scompaiono l’uno nell’altro, quando si fondono l’uno nell’altro, quando
si uniscono – per la prima volta il testimone affiora nella sua totalità.
L’osservatore indica il soggetto, l’osservato indica l’oggetto.
L’osservatore significa ciò che è esterno
all’osservato e l’osservatore significa anche ciò che è all’interno.
compassione: Colui che in questa vita morirà totalmente consapevole,
rinascerà solo una volta, perché la prossima volta non avrà bisogno di
ritornare ancora. Gli rimarrà solo un po’ di lavoro da fare su se stesso:
lavoro che porterà a termine nella sua prossima vita. A colui che in questa
vita morirà totalmente consapevole, rimarrà da fare una sola cosa: non ha avuto
il tempo di trasformare in compassione la propria consapevolezza. Nella sua
prossima vita potrà irradiare come compassione la propria consapevolezza. E,
fino a quando la consapevolezza non si sarà trasformata in compassione,
qualcosa resta incompleto, qualcosa resta imperfetto.
la CONSAPEVOLEZZA
INTERIORE: Quando
arrivi a conoscere la tua consapevolezza interiore, non sei più un mendicante.
Non prendi più niente dall’esterno. Al contrario diventi un imperatore e
cominci a riversare il tuo essere nel mondo esterno; lo rendi più bello,
diventi una benedizione per il mondo. Questa è la trasformazione. Se sei
vigile, darai qualcosa al mondo, sarai un donatore. Ricorda più dai e più
possiedi, perché più riversi nel mondo più tutto ciò continuerà a fluire in te.
la libertà: Puoi scegliere di essere libero e puoi scegliere
la sudditanza: sei talmente libero da poter scegliere l’uno o l’altro stato.
Questo fa parte della tua libertà interiore, anche non scegliere fa parte della
tua libertà. Quando sei totalmente dissolto nella libertà, quando sei realmente
libero, l’ego scompare. L’ego è la tua schiavitù, l’ego è la tua prigione.
Nella libertà totale non trovi alcuna traccia di ego.
diventa uno: Quando in te ci sono molte presenze, diventi una
folla e la folla è rumorosa. Quando diventi uno, in te c’è il silenzio e in
quel silenzio potrai cominciare a sentire la presenza del divino. Quando sarai
uno, sarai in grado di entrare in comunione con il Tutto. Essendo tu stesso un
tutto, sarai in grado di entrare in comunione con il Tutto.
Le certezze: Le persone sono piene di certezze, pensano di sapere già
tutto. A causa di queste loro certezze, rimangono chiuse. Se sai già tutto, non
hai bisogno di indagare e di ricercare. Perché dovresti farlo? Se sai già
tutto, puoi tenere chiuse le porte e le tue finestre.
la contraddizione: Uso la contraddizione come uno stratagemma.
Affermo una cosa e voi, seguendo una vecchia abitudine, vi ci aggrappate;
perciò io, il giorno successivo, dovrò contraddirla. Dopo che l’avrò
contraddetta, voi dovrete lasciarla perdere. Ma potreste cominciare ad
aggrapparvi alla cosa nuova che ho appena detto, e quindi dovrò contraddirmi
un’altra volta. E così andremo avanti, voi continuerete ad aggrapparvi a questo
e a quello. Ma un giorno, improvvisamente, diventerete consapevoli di ciò che
sta accadendo.
la vecchiaia: Se stai invecchiando, ricorda che la vecchiaia è il culmine
della vita. Ricorda che la vecchiaia può essere l’esperienza più bella. Il
vecchio si trova nello stesso stato di quiete dopo una tempesta, quando prevale
il silenzio. Quel silenzio può avere una bellezza immensa, una profondità e una
ricchezza incredibili. Se il vecchio è realmene
maturo, allora diventa bello. Cresci, matura interiormente, diventa più attento
e consapevole. La vecchiaia è l’ultima opportunità che ti viene concessa.