SOMMARIO

 

 

2 DOVE MEDITARE

I centri di meditazione di Osho regione per regione e altri indirizzi.

 

6 LE NOTIZIE

Da Pune e dal mondo

 

8 SPECIALE

La scienza dell'ipnosi

Come parlare, gentilmente, col proprio inconscio: una approfondita panoramica su questa tecnica dalle molte utilizzazioni. Interviste a ipnoterapisti e il racconto di esperienze personali ci rivelano il valore dell'ipnosi, definita da Osho “un ponte verso la meditazione”

 

20 CONSAPEVOLEZZA

Padri e figli

Sono tante le cose che dividono... non c'è dubbio. Anche se un bambino ha un reale bisogno di dire di "no" ai genitori, più avanti è bene cercare ciò che unisce... ricordandosi, magari, che alla fine conta solo l'amore.

 

32 PRIMO PIANO

Aspettando il genoma

Ogni grande nuova scoperta scientifica fa sempre nascere la speranza che le cose, finalmente, cambieranno per il meglio. Ma è proprio così?

 

36 RIFLESSIONI

I malintesi dello yoga

Viene subito da pensare a una complicata ginnastica piena di contorcimenti corporei. In realtà non è così, ma chi pratica lo yoga spesso non ha alcuna conoscenza della meditazione.

 

42 LA MAPPA

La mappa della personalità

Prima parte

Osho, commentando Lao Tzu, ci guida in un viaggio verso l'essenza interiore

 

48 IL RICERCATORE

Il testimone non va mai in vacanza

Tre precise domande sulla semplice arte dell'essere testimoni.

 

50 TUTTE LE STELLE

Il tuo oroscopo di agosto.

 

52 LA VETRINA

Tutti i libri di Osho in italiano, i video di Osho, le musiche per la meditazione e il rilassamento.

 

60 UN LIBRO DA VIVERE

Il libro della consapevolezza

Ultima parte del commento al messaggio di Atisha: addestrare la mente per comprendere se stessi e il mondo.

 

 

OSHOTIMES INTERNATIONAL

Copyright© 2000 OSHO INTERNATIONAL FOUNDATION Tutti i diritti riservati OSHO® è un marchio registrato di proprietà della Osho International Foundation, usato con il suo permesso.

 

 

 

 

LE NOTIZIE

 

 

Zorba il Buddha

 

È questo il nome dell’ultimo film, recentemente completato, di Lakshen (Antonino Sucameli) regista e produttore che aveva già ottenuto riconoscimenti – Premio di qualità della Presidenza del Consiglio dei Ministri –  con la sua opera precedente “Blue Line” presentata anche al festival di Venezia del ’95.

Zorba il Buddha” è ambientato in una ‘fantastica’ località balneare del Mediterraneo, uno di quei posti ormai famosi in tutto il mondo per le vacanze, il divertimento e le discoteche. È una bella storia d’amore dove i protagonisti scoprono la necessità (lui) di guardare le cose non solo da un punto di vista materiale – i soldi, il successo, il divertirsi – e (lei) di non smarrirsi in ‘ricerche spirituali’ che possono far perdere il contatto con la vita di tutti i giorni, le passioni, i sentimenti, di creare cioè quella sintesi fra la gioia di vivere di uno Zorba e la meditazione del Buddha di cui Osho continua a parlarci.

Una curiosità: il protagonista maschile è Siddharta (il ‘piccolo Siddharta’ del quale Osho parla così spesso nei suoi discorsi della prima Pune)… che nel frattempo è cresciuto e fa l’attore – e anche il DJ, proprio come il protagonista del film.

Zorba il Buddha” sarà probabilmente ai festival di Berlino e di Venezia, ma purtroppo prima di poterlo vedere nelle normali sale cinematografiche bisognerà aspettare che Lakshen trovi un distributore… uno dei tanti problemi di un produttore che vuole mantenersi indipendente (vedi OTI marzo 2000).

 

 

Dall'Italia

 

"Oddio è già agosto e non ho ancora deciso dove andare in vacanza!"… oppure ti sei accorto di non poterne più del solito posto, dove c'è solo da 'ammazzare il tempo' con cose che ormai si fanno da anni…

Eccoti una ghiotta alternativa: è in una splendida località umbra, vicino  a Città di Castello (PG), che Soleluna organizza un Festival dal 10 al 24 agosto; il programma è molto ricco, all'insegna di meditazione e vacanze: ritiri sciamanici, pulsazione con Aneesha, meditazioni tantriche con Sudha… e poi meditazioni di Osho, satsang con musica dal vivo, video, party e un'ampia scelta di sessioni individuali. Il 15-16 agosto, poi, una Osho Celebration riunirà amici vecchi e nuovi da tutta Europa. Le modalità di partecipazione sono flessibili: si può scegliere di partecipare per tutto il periodo, oppure per uno o più segmenti combinati. Il luogo di soggiorno è magnifico (vedi foto) immerso nel verde, ed è possibile fare salutari passeggiate nella natura circostante, magari fino alle vicine cascate. Una vera vacanza per corpo, mente e spirito.

Per ulteriori informazioni e prenotazioni telefonare dal martedì al venerdì dalle 14.30 alle 19.00 allo 011-537465, fax  011-5180511, oppure inviare un’e-mail a: solelun@tin.it

 

 

L'AIDS HA VENT'ANNI

 

Li ha compiuti da poco, risalgono infatti all'estate del 1981 le prime segnalazioni di questa sindrome, prima su un rapporto specialistico del centro di Atlanta per la prevenzione e il controllo delle malattie, e poi sul New York Times. Purtroppo sta "crescendo" bene... in questo lasso di tempo ha già colpito 58 milioni di persone, facendo 22 milioni di morti: attualmente ci sono 36 milioni di mala-ti nel mondo (oltre il 70 per cento nell'Africa sub-sahariana, un altro 16 per cento nel sud-est asiatico). In Africa quasi 10 milioni di bambini sono già rimasti orfani a causa del virus – nei prossimi dieci anni se ne prevedono 40 milioni. Le conseguenze dell'AIDS sulla situazione socioeconomica di questi paesi "in via di espansione" sono drammatiche e le previsioni per la fine del prossimo decennio parlano di 5 milioni di morti all'anno – se si riusciranno a "trovare i soldi" per un'efficace lotta all'epidemia – oppure anche 12 milioni. Ma i pericoli non sono limitati alle aree sottosviluppate del pianeta; nei paesi ricchi dell'occidente generalmente si crede che "ormai di AIDS non si muore più!" – ma non è esatto; i nuovi farmaci antiretrovirali in uso dal '97 hanno certa mente molto più che dimezzato i decessi da AIDS, che però non sono scomparsi, neppure nei paesi dove ci si possono permettere queste costosissime terapie. Proprio questa nuova infondata fiducia sta alla base di una minore attenzione verso la prevenzione che comincia già a far vedere i suoi frutti, specialmente fra i giovani che non hanno vissuto lo "shock" dell'esplosione dell'epidemia negli anni '80. Dati sull'Italia rivelano che nel 90 per cento dei casi è fra tra i 15 e i 24 anni che si con-trae il virus dell'Aids, che la trasmissione è in aumento nei rapporti eterosessuali, e che c'è anche una maggiore probabilità di trasmissione dall'uomo alla donna che dalla donna all'uomo: il rapporto è di 10 a 1.

Sembra proprio che nei paesi ricchi la "nuova faccia" della sieropositività stia diventando quella di una giovane donna. E il momento di portare più consapevolezza alla prevenzione: sesso sicuro usando un profilattico... non è il caso di rovinarsi le vacanze!

 (ritorna al sommario)  

 

 

 

La Scienza dell'ipnosi

 

Per un occidentale, nel lavorare con un maestro di tradizione orientale c’è quasi sempre una piccola nota di dubbio o addirittura di sospetto. Forse ricorderete quanta volte Osho è stato accusato di ‘ipnotizzare’ la gente, quante volte giornalisti o visitatori occasionali rimanevano sorpresi di fronte al numero di persone disposte a dedicare la propria vita a una ‘ricerca’ per loro quasi incomprensibile e non trovavano di meglio per giustificare il fenomeno che parlare appunto di ‘ipnosi’. Questa è l’eredità dei nostri condizionamenti culturali e religiosi, come spiega Osho nel primo brano che vi proponiamo. D’altra parte l’ipnosi si è ormai ritagliata uno spazio quasi ortodosso a livello terapeutico, grazie alla sua capacità di accedere alla mente inconscia, e risolvere così modelli di comportamento e di risposta fossilizzati e nocivi.

Lo spazio c’è, quindi, per passare dalla demonizzazione a un utilizzo pratico di questo metodo, che è in fin dei conti proprio questo, un metodo, una tecnica, che può essere estremamente utile per eliminare gli ostacoli sulla strada della meditazione, ma non è ovviamente l’obiettivo finale.

Una nota divertente: come dice ancora Osho in questo brano: Io non sto cercando di ipnotizzarvi, ma se voi venite ipnotizzati, cosa ci posso fare? E ci mostra, al di là della battuta, come la leggera trance in cui possiamo entrare ascoltando i suoi discorsi, sia una delle sue tecniche fondamentali per portarci - e senza sforzo! - in uno stato di consapevolezza rilassata.

 

 

Amato Osho,

ho capito da alcuni dei tuoi discorsi, in cui parlavi dell’ipnosi, che in essa si diventa totalmente inconsci, sotto ogni aspetto, e si è consapevoli solo della voce dell’ipnotista.

Io non ho mai sperimentato questo stato, ma piuttosto qualcosa di simile a ciò che provo quando sono al discorso, solo un po’ più intenso: mi sento mentalmente e fisicamente paralizzata, priva di ogni volontà di muovermi, parlare o pensare; ma sono assolutamente presente e consapevole di tutto ciò che accade intorno a me. Forse non ho ancora compreso come funziona l’ipnosi, oppure ci sono diversi livelli di trance?

 

Maneesha, l’ipnosi – la scienza stessa dell’ipnosi – ha attraversato momenti disastrosi. È una delle arti più belle, ed è stata usata per secoli in Oriente. L’obiettivo di questa tecnica era quello di darti un aiuto esterno per arrivare alla tranquillità e al silenzio. In sanscrito abbiamo un nome specifico, tandra. Nello stato di tandra, o ipnosi, sei molto vicino alla consapevolezza del risvegliato; solo un velo sottile, quasi trasparente, ti separa dal risvegliato. Può essere penetrato con grande facilità.

Se lavori con un maestro, ti occorre un’enorme fiducia. Entri in un sonno profondo, al punto che non sei più in grado di ascoltare altre voci o rumori. Alcune sedute di ipnosi fatte dalla persona giusta ti aiuteranno a crescere in consapevolezza. È un’esperienza molto strana quella per la quale, creando deliberatamente un sonno profondo, il tuo sonno normale – quello che chiami essere svegli – può essere eliminato. Puoi risvegliarti veramente. Puoi conoscere la realtà così com’è e puoi conoscere te stesso, la tua essenza.

 

 

 

Ma questo è vero solo quando il maestro è autentico. Il vero pericolo è qui. Se il maestro non è autentico, può sfruttarti finché vuole, perché nello stato di trance profonda sentirai solo lui. E  tu ti trovi in un luogo così profondo del tuo essere che, se lui ti dà delle idee, tu sei costretto a seguirle, anche se vanno contro il tuo normale senso etico, la tua coscienza ordinaria. Anche se coscientemente sai che non è una cosa giusta, dovrai farlo lo stesso. Quindi nelle mani della persona sbagliata, l’ipnosi può essere molto pericolosa. Ti può trasformare in tutto ciò che vuole: un assassino, un ladro, uno stupratore – non c’è alcun limite.

Proprio per via di questo pericolo, tutte le religioni si sono sempre opposte all’ipnosi. Il pericolo esiste di sicuro. Io però non sono contrario all’ipnosi, perché secondo me se inizi a vivere in base alle tue paure – se qualcosa è pericoloso, non lo fai – la tua vita si ridurrà praticamente a nulla. Ogni respiro diventa pericoloso: potrebbe portare con sé un virus, un pericolo, una malattia. Ogni amore a cui ti abbandoni può portarti alla confusione e alla follia.

Perché ci sono tante persone che si suicidano, e perché ci sono tanti matti? Non erano nati per impazzire, o per uccidersi, ma sono rimasti invischiati in una situazione tale che hanno dovuto fare qualcosa contro la parte migliore di se stessi. Io sono per l’ipnosi e contro i falsi maestri, in modo assoluto. Invece di eliminare i falsi maestri, tu distruggi una scienza che porta al risveglio: questa è una vera sciocchezza.

Puoi raggiungere una consapevolezza più profonda anche da solo. Ecco perché insisto sulla meditazione. La meditazione non è altro che un tentativo di raggiungere quelle stesse profondità che possono essere raggiunte tramite l’ipnosi con grande facilità. E ciò che sperimenti… che ascoltare ti porta più in profondità nei silenzi del cuore… Allora persino una seduta di ipnosi… Maneesha in questo momento sta facendo sessioni di ipnosi.

È vero che in un uomo realizzato, un uomo che conosce se stesso, qualsiasi parola o gesto sono ipnotizzanti. La gente mi condanna, e ha paura di entrare in questo campus… le ragioni sono del tutto assurde, però in questo c’è un pizzico di verità. Io non ipnotizzo nessuno intenzionalmente, ma se vieni ipnotizzato comunque, cosa posso fare? Dovrei forse disturbarti, quando tu entri così silenziosamente nei luoghi più profondi del tuo essere?

Non è nulla di nuovo. Per quanto si torni indietro con la memoria, la gente si è sempre radunata attorno a dei maestri, solo per restare seduta in silenzio. In Oriente lo chiamiamo darshan. L’Occidente non ne ha mai compreso il significato. Sembra stupido dire: “Vado a vedere il maestro”. Perché non ti metti in casa un ritratto, oppure va bene, puoi andare una volta a vederlo, ma poi basta! Andare a vedere il maestro tutti i giorni… Cosa sei, matto?

L’Occidente non ha mai compreso che vedere – questo è il reale significato della parola darshan – vuol dire essere all’interno del campo di energia di un uomo che è arrivato a conoscere se stesso. Bere dalla sua fonte, guardare nei suoi occhi, sentire le sue mani, ascoltare i suoi silenzi, le sue parole: tutte queste cose, quando conosci te stesso, diventano un’espressione dell’autenticità del tuo essere realizzato.

Gautama Buddha è stato condannato perché ipnotizzava la gente, Mahavira è stato condannato perché ipnotizzava la gente. Nessuno sta facendo nulla, e tuttavia la qualità del loro essere è tale che, se ami abbastanza, se sei aperto abbastanza, se sei abbastanza ricettivo, il solo fatto di star seduto al loro fianco, è sufficiente. Diventerai silenzioso, accadrà una sincronicità.

Qualcosa dentro di te inizierà a scomparire – le nuvole della mente – e il cuore inizierà a vibrare su di una nuova lunghezza d’onda, con una danza, una gioia, con la sensazione che sei molto vicino a casa, che ciò che è accaduto a quest’uomo può accadere anche a te, solo che finora non eri mai andato abbastanza in profondità dentro di te. L’ipnosi è stata adoperata, e io l’accetto come un mezzo valido. L’unica questione è – ma è una questione che vale per tutto – che il metodo è valido, ma tutto dipende dalla validità della persona.

La religione cristiana ha bruciato migliaia di streghe nel Medioevo. L’unica loro colpa era quella di praticare l’ipnosi. E una donna è molto più capace di un uomo di ipnotizzarti. Ha una capacità naturale che porta la gente a fidarsi di lei. Ha una bellezza spontanea che le permette di essere amata; non pensi che una donna così bella possa farti del male.

Il problema per il Cristianesimo in Europa era che, a causa di queste streghe, nessuno andava in chiesa. Le chiese non hanno mai risolto nulla; queste streghe risolvevano davvero i problemi delle persone. Magari le sfruttavano a livello economico, ma non facevano del male a nessuno, anzi, aiutavano la gente a essere più consapevole e sveglia, tramite l’ipnosi. Il prete cristiano sfruttava la gente senza dare in cambio altro che una magra consolazione.

Tutte le religioni sono delle attività commerciali. Le streghe erano una forte concorrenza, e l’uomo non sa far altro che uccidere. Migliaia di donne vennero bruciate vive e l’ipnosi venne condannata insieme a quelle donne, e tuttora viene condannata. In Oriente non abbiamo mai condannato l’ipnosi, perché non l’abbiamo mai praticata. In Oriente abbiamo praticato un metodo molto più avanzato. La presenza di un maestro vivente è sufficiente a inebriarti. Non ti servono bevande alcoliche. La presenza di uno che sa, è automaticamente ipnotica. Non è che faccia nulla, quello è il suo essere.

tratto da:

Osho, Yahoo! The mystic rose # 25

 

 

 

Consapevolezza e rilassamento

 

Amato Osho,

esiste qualcosa che è un misto di ipnosi e meditazione? Quando sono alla tua presenza, mi sento come ipnotizzato, ma allo stesso tempo sono anche consapevole di tutto ciò che mi circonda.

 

Con me può accadere, una combinazione di entrambi... un silenzio in cui ti senti come assente e tuttavia sei consapevole di ogni piccola cosa che ti accade intorno. La mia presenza è un metodo completamente diverso che combina ipnosi e meditazione.

Non è mai stato tentato prima. Se usi solo l'ipnosi, allora non potrai essere consapevole delle cose che ti circondano: ti addormenterai, cadrai in un sonno profondo. Sentirai la voce dell'ipnotista, e nient'altro. Se mediti sarai consapevole, vigile e sarai in grado di udire tutto ciò che accade intorno a te con estrema chiarezza, ma non ci sarà quel-la dolcezza che ti calma e ti acquieta, quando sei addormentato eppure sveglio. Ed è questo che desidero che accada alla mia presenza — tutte e due le cose insieme.

Non voglio che tu venga ipnotizzato - è un metodo antiquato e rozzo. Voglio che entri in uno stato di ipnosi molto leggero. Non c'è alcuno sforzo per ipnotizzarti, ma proprio perché sei così assorbito nell'ascoltarmi, accade da sé, come naturale conseguenza: sei perfettamente consapevole e puoi avere risultati, vantaggi, da entrambe le cose. L'ipnosi ti darà un rilassamento, una sensazione piacevole di distensione, mentre l'attenzione ti renderà testimone di tutto ciò che ti accade intorno. E tra loro non ci sarà contraddizione. lo sto cercando di creare questa sincronicità.

Ecco perché non voglio creare un'altra comune, ma solo una scuola in cui posso par-lare a piccoli gruppi di persone, in maniera che siano tutti vicini e possano entrare insieme nello stato di ipnosi e di meditazione.

La meditazione ha una certa aridità, e l'ipnosi è inconsapevolezza, ma combinate insieme a questo modo, si creano delle nuove qualità. La meditazione è presente, ma non è arida e priva di vita perché l'ipnosi ti fa sentire rilassato, in pace, pieno di vita. L'ipnosi è presente, ma non è inconsapevolezza perché la meditazione ti tiene vigile, sveglio. Nessuno ha mai provato questa combinazione per il semplice motivo che si pensa

va che fossero due fenomeni contraddittori — allora come combinarli? Ma, come ben sai, io sono un uomo di contraddizioni: non credo che ci sia nulla di contraddittorio, tutto può diventare complementare. Meditazione e ipnosi combinate insieme creano un'esperienza molto più ricca di quanto ognuna di esse possa fare separatamente.

TRATTO DA:

Osho, The Path of the Mystic # 4

 

 

 

Il primo passo per la meditazione

 

È possibile che nel tuo metodo di meditazione dinamica siano presenti elementi di ipnosi e di illusione? Quando a chi partecipa non accade nulla, è perché non è sulla strada giusta? Ci sono altri ai quali accadono molte cose; loro sono sulla strada giusta? E possibile che alcuni di loro stiano solo recitando?

 

Ci sono due o tre cose che vanno comprese con grande chiarezza. L'ipnosi è una scienza e può essere usata facilmente per creare delle illusioni. L'ipnosi tuttavia può anche esse-re usata come risorsa. La scienza è sempre una lama a doppio taglio.

l'energia atomica può essere usata per produrre grano nei campi, ma può anche distruggere in un solo colpo tutta l'umanità. Ci sono entrambe le possibilità. La corrente elettrica che fa andare il frigorifero a casa tua può anche ucciderti, ma non potrai ritenere responsabile l'elettricità. Se un egoista adopera l'ipnosi, lo farà per meglio reprimere, distruggere e ingannare l'altro. Ma è possibile anche l'opposto.

L'ipnosi è un'energia neutrale, è una scienza. Può essere usata per spezzare i sogni in cui sei avvolto, e può sradicare illusioni che vanno in profondità.

Il mio metodo è un'ipnosi allo sta-dio iniziale, ma insieme a essa trovi un elemento fondamentale che ti proteggerà dall'essere ipnotizzato, e cioè il testimoniare. Questa è l'unica differenza tra ipnosi e meditazione, ma è una differenza molto grossa. Quando sei ipnotizzato, vieni messo in una condizione di inconsapevolezza; solo così è possibile lavorare su di te. Tuttavia secondo me l'ipnosi è utile per la meditazione, ma solo quando diventi l'osservatore. Allora sei sveglio e vigile, e sai cosa succede in ogni momento. Allora non si può fare nulla contro la tua volontà, sei sempre presente. Nell'ipnosi le suggestioni possono essere usate per farti diventare inconscio, ma anche per spezzare la tua inconsapevolezza.

Quindi i primi passi di ciò che chiamo meditazione sono sempre ipnotici. Devono esserlo, visto che qualsiasi viaggio verso il sé può iniziare solo dal-la mente. Perché tu vivi nella mente, è lì che ti trovi, quindi il viaggio deve partire da lì. Ma questo viaggio può essere di due tipi: o ti condurrà lungo un percorso circolare all'interno della mente in cui continuerai a girare in tondo come il bue che fa girare la macina del mulino senza mai poter smettere, oppure ti porterà ai confini della men-te e da lì potrai fare un salto verso l'esterno. In entrambi i casi, i passi iniziali dovranno essere intrapresi all'interno della mente.

Quindi la forma iniziale dell'ipnosi è la stessa di quella della meditazione, ma la forma finale è diversa e lo è anche il suo obiettivo. C'è in questi pro-cessi un elemento fondamentale che è differente. L'ipnosi richiede subito l'essere inconsci, addormentati, quindi tutte le suggestioni iniziano proprio con il sonno, la sonnolenza, e il resto segue. In meditazione, la suggestione inizia con lo svegliarsi, e in seguito l'accento è sullo stato dell'osservatore. L'osservatore che è in te è sveglio, quindi nessuna entità esterna può influenzarti. Ricorda inoltre che, qualsiasi cosa accada dentro di te, tu resti sempre pienamente cosciente.

Quindi, qual è la differenza tra coloro a cui accadono delle cose e coloro a cui non accadono? Le persone a cui non accade nulla sono persone do-tate di una forza di volontà più debole. Hanno paura, sono terrorizzate. Hanno persino paura che accada qual-cosa! L'uomo, che strana creatura! So-no venuti qui per meditare, sono venuti per far sì che la meditazione avvenisse, ma ora hanno paura che accada veramente. Quando vedono che agli altri accadono delle cose, si chiedono se non sia tutta una commedia. Queste sono misure di difesa. Dicono: "Noi non siamo così deboli da farci influenzare. Queste sono persone deboli". In questo modo danno soddisfazione al loro ego, non sapendo che un processo del genere non può accadere a una persona debole. Non sanno inoltre che può accadere solo a persone intelligenti e non a chi non è intelligente.

Un idiota non può essere ipnotizzato, né può essere condotto alla meditazione. Entrambe le cose sono impossibili. Allo stesso modo, non si può lavorare su di un folle. Più una persona è autentica, genuina, più l'ipnosi sarà veloce. Meno una persona è geniale e più tempo ci vorrà per ipnotizzarla.

Come fanno le persone a razionalizzare la mancanza di intelligenza, di volontà e di genio? Diranno a loro difesa: "Mi sembra che quelli stiano solo recitando. La loro mente è debole e facilmente influenzabile dall'esterno".

Queste sono le nostre misure di di-fesa. Chi scopre che non gli sta accadendo nulla, troverà i mezzi per proteggere il proprio ego. Ma tra quelli a cui non succede nulla e quelli a cui accade, c'è una distanza molto piccola. Manca solo un po' più di fermezza. Se raccogli tutto il tuo coraggio, se il tuo proposito è forte e lasci perdere tutte le inibizioni, accadrà.

Durante un campo una donna venne da me per dirmi che una sua amica l'aveva chiamata al telefono e le aveva detto: "In questi esperimenti a volte la gente si denuda, o fa cose strane. Co-me può una signora di buona famiglia partecipare a queste cose?".

Alcune persone hanno l'illusione di appartenere a famiglie "perbene", mentre gli altri appartengono a famiglie "cattive". Sono tutte misure di difesa. La donna che pensa di appartenere a una buona famiglia, perderà l'occasione di sperimentare e rimarrà chiusa in casa. Se il fatto che qualcuno si spoglia la disturba, allora non è di "buona famiglia". Lei, cosa c'entra?

La nostra mente crea strane scuse. Dice: "Questo è tutto un pasticcio, un imbroglio, non può accadere a me. Non sono un debole, ho una mente potente". Se fosse vero, se fossi una persona forte e intelligente, sarebbe accaduto anche a te.

Una persona intelligente si distingue per la capacità di non prendere decisioni senza prima provare. Una per-sona così non dirà nemmeno che ciò che l'altro fa è falso. Dirà: "Chi sono io per fare commenti su di lui? Etichettarlo come falso non va bene". Chi sei tu per decidere che qualcun altro ha torto? Decisioni sbagliate di questo tipo hanno causato grandi difficoltà.

Se non mi succede nulla, devo scoprire se sto seguendo in pieno le istruzioni dell'esperimento. Se non lo sto facendo con totalità, come può accadere qualcosa? Se il tuo atteggiamento è di fare l'esperimento un po' alla volta, perché farlo? E come avere i pie-di su due barche diverse, ma chi mette i piedi in due barche si troverà in gran-de difficoltà. Una barca sola va bene; se vai all'inferno almeno fallo in una barca. Ma noi siamo proprio strani; abbiamo un piede in una barca che va in paradiso e uno in una barca che va all'inferno!

La realtà è che la mente è confusa e non sa dove andare. E spaventata e in-decisa; si chiede se sarà felice in paradiso o all'inferno. Ma mettendo i pie-di in due barche diverse non arriverai da nessuna parte, morirai per strada.

 

Questo è il funzionamento della men-te, sempre. E schizofrenica. Facciamo uno sforzo per muoverci e poi anche per fermarci. E una cosa molto danno-sa. Fai l'esperimento con un'intensità totale, e non farti delle opinioni rispetto agli altri. Se passi attraverso tutto l'esperimento, accadranno sicuramente delle cose. Io parlo di cose assoluta-mente scientifiche, non di qualche superstizione religiosa.

E un fatto scientifico che, se c'è uno sforzo totale, il risultato accade per forza. Non c'è altro modo, perché dio è energia e questa energia è imparziale. Qui le preghiere o i riti, o il fatto di essere nati in una famiglia di classe alta sul suolo dell'India, non serviranno. E soltanto una questione scientifica. Se una persona passa con sincerità attraverso tutto questo, neppure dio potrà impedirle di avere successo. E se dio non c'è, non ha importanza. Vedi di mettere tutta la tua energia nell'esperimento della meditazione. E prendi le tue decisioni in base alla tua esperienza interiore, non in base all'apparenza esterna degli eventi, altrimenti finirai sulla strada sbagliata.

 

RAI DA:

Osho, In Search of the Miraculous Vol. 2

 

 

 

Autoipnosi o de-ipnosi?

Una meditazione buddhista che può de-ipnotizzarci dai condizionamenti che la società ci ha imposto.

 

Prima di arrivare da te, facevo spesso una meditazione buddhista chiamata Maitri Bhavana. Si inizia dicendo: “Possa io stare bene, possa io essere felice, possa io essere libero dall'inimicizia, possa io essere libero da cattiva volontà contro me stesso”. Quando ci si è fatti penetrare dalle sensazioni generate da questi pensieri, la fase successiva della meditazione consiste nell'estenderla agli altri. Si inizia visualizzando le persone amate e offrendo loro queste sensazioni positive, poi si passa alle persone che si amano di meno, finché si riesce persino a sentire compassione per persone che si odiano.

A me sembrava veramente una buona meditazione, che mi apriva in qualche modo agli altri. E sento ancora che in essa c'è qualcosa di profondo e di fondamentale. Ma l'ho abbandonata quando sono venuta da te, perché ho intravisto il pericolo che diventi una specie di autoipnosi. Questa meditazione mi attira ancora, ma sono confusa: devo riprenderla, magari con un atteggiamento diverso, oppure lasciar perdere? Puoi parlare per favore di questa meditazione? Te ne sarei grata.

 

Maitri Bhavana è una delle meditazioni più penetranti. Non devi aver paura di entrare in una specie di auto-ipnosi; non è così. In realtà è una specie di de-ipnosi. Assomiglia all'ipnosi perché è il processo opposto: sei venuta da casa tua fino a me, hai percorso questa strada, e ora per ritornare devi percorrere la stessa strada. L'unica differenza sarà che ora avrai le spalle verso di me. La strada sarà la stessa, tu sarai lo stessa, ma mentre venivi il tuo volto era rivolto verso di me, ora invece verso di me ci saranno le spalle.

L'essere umano è già ipnotizzato. Qui non si tratta di essere ipnotizzati o non ipnotizzati. Tu sei già ipnotizzata. Tutto ciò che fa la società è una specie di ipnosi. A qualcuno viene detto che è un cristiano, e la ripetizione è così continua che la sua mente ne viene condizionata e lui crede di essere un cristiano. Qualcuno è indù, qualcuno è musulmano: sono tutte ipnosi. Se pensi di avere troppi problemi, quella è ipnosi. Tutto ciò che sei è una specie di ipnosi. La società ti ha dato quelle idee, e ora sei ricolmo di quelle idee e di quei condizionamenti.

Maitri Bhavana è de-ipnosi. E uno sforzo per reinstallare la tua mente naturale; è uno sforzo per ridarti il tuo volto originario; è uno sforzo per portarti al punto in cui eri alla nascita, quando la società non ti aveva ancora corrotto.

Quando un bambino nasce è in Maitri Bhavana. Maitri Bhavana vuol dire una forte sensazione di amicizia, di amore, di compassione. Quando un bambino nasce non conosce l'odio, conosce solo l'amore- L'amore è innato; l'odio verrà imparato solo più tardi. L'amore è innato; la rabbia verrà imparata solo più tardi. L'invidia, la possessività, la gelosia, potrà imparar-le solo in seguito. Queste sono le cose che la società gli insegnerà: come esse

re invidioso, come essere colmo di odio, di rabbia o di violenza. Queste sono le cose che gli verranno insegnate dalla società.

Quando il bambino nasce è soltanto amore. Dev'essere così, perché non ha conosciuto nient'altro. Nel grembo materno non ha incontrato alcun nemico. Ha vissuto per nove mesi in un profondo stato d'amore, circondato e nutrito dall'amore. Non conosce nessuno che gli sia nemico. Conosce solo la madre, l'amore della madre. Quando nasce, tutta la sua esperienza è di amore, perciò come puoi aspettarti che sappia qualcosa sull'odio? Porta con sé questo amore: è il suo volto originario. Poi ci saranno dei problemi, poi ci saranno molte altre esperienze. Comincerà a non fidarsi delle persone. Un bambino appena nato, è pura fiducia.

Maitri Bhavana crea di nuovo la stessa situazione: è de-ipnosi. E uno sforzo per lasciar cadere l'odio, la rabbia, la gelosia, l'invidia, e tornare al mondo in cui eri arrivato all'inizio. Se continui a fare questa meditazione, inizi prima ad amare te stesso, perché sei il più vicino. Poi diffondi questo amore: l'amicizia, la compassione, i senti-menti, i buoni auguri, le benedizioni – alle persone che ami, amici, amanti. Poi a poco a poco, li allarghi alle persone che non ami così tanto, le persone che ti sono indifferenti – che non ami né odi – e poi a quelle che odi. Un po' alla volta ti stai de-ipnotizzando. Un po' alla volta stai creando di nuovo intorno a te un grembo di amore.

Quando un Buddha sta seduto in meditazione, siede nel mezzo dell'esistenza come se tutta l'esistenza fosse diventata di nuovo il grembo di sua madre. Non c'è inimicizia. Ha raggiunto la sua natura originaria, swabhava. E arrivato a conoscere l'uomo essenziale. Adesso puoi anche ucciderlo, ma non puoi distruggere la sua compassione. Anche morendo, rimarrà comunque pieno di compassione verso di te. Puoi ucciderlo, ma non puoi distruggere la sua fiducia. Adesso sa che la fiducia è una cosa così fondamentale che, persa quella, hai perso tutto. E se non perdi la fiducia e tutto il resto va perso, non hai perso nulla. Puoi prendergli tutto, ma non la fiducia.

Maitri Bhavana è bella, puoi farla. Non c'è bisogno di smettere. Ti aiuterà immensamente perché è una tecnica di destrutturazione.

L'ego è fatto di odio, inimicizia, conflitto. Se vuoi lascia-re andare l'ego, dovrai creare più sensazioni di amore. Quando ami, l'ego scompare. Se ami immensamente e incondizionatamente, se ami tutto, l'ego non può esistere. L'ego è la cosa più stupida che possa accadere a un uomo o a una donna. Una volta preso piede, è difficile persino vederlo, perché offusca la vista.

Nell'amore dici: "Anche tu sei importante, non solo io". Quando ami qualcuno, cosa dici? Puoi metterlo in parole o no, ma cosa c'è veramente nel tuo cuore? Dici, con le parole o col silenzio: "Tu sei importante, tanto quanto lo sono io". Se l'amore cresce e diventa più profondo, dirai: "Sei persino più importante di me. Se dovesse nascere una situazione in cui solo uno di noi può sopravvivere, vorrei morire per te, e vorrei che tu sopravvivessi". L'altro è diventato più importante. Questo è il significato della parola beloved, "amato" sei pronto persino a sacrificare la tua vita per la persona che ami.

E se questo fenomeno si allarga sempre più, se si allarga come accade in Maitri Bhavana, a poco a poco inizi a scomparire. Arriveranno molti istanti in cui non sarai affatto presente – completamente silenzio-so, senza alcun ego, senza un centro; sarai solo puro spazio.

Buddha dice: "Quando hai ottenuto questa condizione in modo permanente, e sei diventato parte integrante di questo puro spazio, sei illuminato".

Quando l'ego è scomparso del tutto, sei illuminato; quando sei diventato così privo di ego da non poter nemmeno dire: "Io sono", non puoi nemmeno dire: "Io sono il sé". La parola che Buddha adopera per questo stato è anatta: non-essere, non-sé. Non puoi nemmeno pronunciare la parola "Io", la parola stessa diventa profana. Nell'amore profondo, l'Io scompare. Vieni destrutturato.

Quando il bambino nasce arriva senza un "Io"; esiste, semplicemente, come un foglio bianco, dove non c'è scritto nulla. Adesso la società inizierà a scrivere, e inizierà a re-stringere la sua consapevolezza. La società, a poco a poco, fisserà per lui un ruolo. "Questo è il tuo ruolo, questo sei tu", e lui si atterrà a quel ruolo. Il ruolo non gli permetterà mai di essere felice, perché la felicità è possibile solo quando sei infinito.

Quando sei limitato, ristretto, non puoi essere felice. La felicità non è una funzione della limitatezza, della meschinità; la felicità è una funzione dello spazio infinito. Quando sei così spazioso da poter contenere il tutto, solo allora puoi essere veramente felice.

Maitri Bhavana può essere di grande aiuto.

 

TRATTO DA

Osho – The Beloved - Vol. 1

 

 

 

La dimensione orizzontale

e quella verticale

 

Di solito di un uomo meccanico si può conoscere tutto il passato e il futuro ; di un buddha si può conoscere tutto il passato. C'è una sola cosa che non si può conoscere sul futuro dell'uomo meccanico: se diventerà un buddha. Oppure, se qualcuno è diventato un buddha, non sai nulla del suo futuro, perché il suo futuro è libertà. Ora non esiste più nell'ambito del tempo, quindi non c'è un suo riflesso nel tempo. E l'ipnosi non può penetra-re nell'eternità — lì l'ipnosi è impotente. Lì arriva la meditazione.

L'ipnosi è un metodo orizzontale. Va nel passato e va nel futuro. Copre l'intero territorio. La meditazione è un'ipnosi verticale — va da una certa profondità a una profondità e un'altezza sempre maggiori. Non si muove su un piano orizzontale. Ipnosi e meditazione insieme sono alla base del significato della croce cristiana — l'orizzontale e il verticale. Un essere umano deve espandersi in entrambe le direzioni. Deve salire verticalmente in consapevolezza, e deve penetrare in tutto il materiale della mente — il passato e il futuro. La mente è passato e futuro, la consapevolezza è verticale. Inferno e paradiso, il più basso e il più alto — questa è la consapevolezza. In ogni istante questa consapevolezza incrocia l'orizzontale e lì diventa una croce. L'eternità entra nel tempo in ogni momento, verticalmente.

Prima di tutto l'ipnosi deve andare nel passato. È la cosa più facile, la più credibile, perché pensiamo che il passato sia già accaduto e quindi siamo in grado di ricordarlo. Fatto questo, diventa possibile entrare nel futuro. Quando è accaduto anche questo, è possibile entrare nella dimensione verticale, nell'altezza e nella profondità.

La meditazione è ipnosi nella dimensione verticale, e l'ipnosi è meditazione nella dimensione orizzonta-le. Usale, e con grande intensità.

Osho, The Buddha Disease

 

 

 

Meditazione

vuoi dire

tornare a casa...

 

Qualsiasi oggetto d'amore, qualunque sia, diventa un'ossessione. Sei fuori di te, ossia non sei consapevole. Diventi inconsapevole, entri in un sonno profondo. È così che siamo fatti.

De-ipnosi, o meditazione, sono sinonimi di riportare a casa la propria consapevolezza — che è stata proiettata sull'oggetto. Il procedimento sembra simile all'ipnosi... lo è, ma in realtà è de-ipnosi: il procedimento è lo stesso. Se ti sei allontanato da casa, lo hai fatto su di una strada, camminando con le tue gambe. Ora se vuoi tornare, dovrai di nuovo usare le gambe, e per-correre la stessa strada, solo nel senso opposto. Quella sarà l'unica differenza. Siamo penetrati in profondità nel mondo. Se vogliamo ritornare, il processo sarà lo stesso, solo fatto al contrario.

Quindi l'ipnosi va usata nella direzione opposta, e ogni meditazione è ipnosi nel senso contrario — ogni meditazione. L'unica questione è se stai andando via o se stai ritornando. Se stai ritornando, è meditazione; se stai andando via, è ipnosi. Se qualcosa ti riporta verso te stesso è meditazione; se qualcosa ti porta via da te stesso, è ipnosi — il procedimento è lo stesso. Nell'ipnosi puoi continuare per l'eternità, è un processo senza fine, perché quando hai lasciato il tuo centro, puoi andare dappertutto. Non c'è una fine. La fine arriva solo se ritorni al tuo centro, allora arrivi da qualche parte. Puoi arrivare al punto solo quando raggiungi te stesso. Questo centrarsi è meditazione.

TRATTO DA: Osho, That art Thou

 

 

 

La parola agli

ipnoterapisti

 

Negli ultimi 50 anni la ricerca scientifica ha dimostrato che l'ipnosi può influenzare profondamente il comportamento umano, rilassando e rimettendo a nuovo – in senso figurato – la mente inconscia. Attualmente viene usata in tutto il mondo per aiutare le persone a liberarsi da abitudini dannose quali il fumo, a imparare nuove lingue, a esplorare vite passate, a superare inveterati schemi di comportamento che complicano la vita, e anche, nello stesso tempo, per fare "il lavaggio del cervello" ai consumatori – affinché comprino una merendina piuttosto che un'altra.

La scienza dell'ipnosi si sta ancora sviluppando – tentando di uscire dall'ombra soffusa di paure e tabù nella quale era stata relegata in passato dalla religione. Appena riuscirà a liberarsi dal suo passato di “trucco” da palcoscenico, l'ipnosi permetterà di raggiunge-re livelli di consapevolezza e saggezza finora sconosciuti, proprio per la sua capacità di permettere all'uomo di attingere al potenziale della mente inconscia.

Nelle tre interviste presentate nelle pagine seguenti si può vedere come l'ipnosi, e soprattutto l'autoipnosi, sono strumenti validi per raggiungere una maggiore consapevolezza, se usate insieme alla meditazione.

 

 

 

Un ponte verso la meditazione

 

 

Gopal, un sannyasin canadese, ha guidato fin dal `76 gruppi di meditazione Vipassana e Zazen nella comune di Osho a Pune. Il suo interesse a combinare l'ipnosi con la meditazione è nato dopo aver ascoltato una serie di discorsi (The Path of the Mystic, tenuti nel 1986) in cui Osho approfondiva questo tema. Da allora guida gruppi di autoipnosi e anche un workshop in cui si sperimenta con l'ipnosi in connessione col superconscio.

"Ho iniziato a interessarmi all'autoipnosi perché si tratta di un processo creativo che permette una grande indipendenza e offre un facile collega-mento con la meditazione" dice Gopal. "Spesso le persone sono interessate all'ipnosi, ma hanno qualche difficoltà con la meditazione. Ho constatato come l'ipnosi permetta un profondo rilassamento, sia fisico che men-tale, e a quel punto la meditazione diventa più facile. Nel gruppo di autoipnosi ognuno trova la sua maniera personale di utilizzare vari tipi di tecniche. All'inizio c'è bisogno di aiuto per fare in modo che le persone scoprano questa capacità — il potere dell'ipnosi — che ognuno ha dentro di sé. Ma in seguito ciascuno può utilizzare questa tecnica in ogni settore della propria vita, per aiutare la meditazione ad andare sempre più in profondità e anche per essere presente in ogni momento delle sue attività di tutti i giorni.

All'inizio suggerisco alle persone — parlando con voce calma e usando una delicata musica di sottofondo — di raggiungere uno spazio di rilassamento, accettando qualsiasi cosa stia succedendo in quel momento. Il mio messaggio principale — come dice Osho — è che questo metodo di autoipnosi è molto facile, che possono facilmente impararlo, usando il suono della loro voce e le "immagini" che preferiscono. Così all'inizio del gruppo continuo a ripetere che hanno già questa facoltà di autoipnotizzarsi. Osho dice che

è la maniera migliore di imparare l'auto-ipnosi: avere qualcuno che ti "ipnotizza" continuando a ripetere che sarai capace di farlo da solo, facilmente. E naturalmente nel frattempo do anche il suggerimento che la meditazione diventerà sempre più profonda, giorno dopo giorno.

A poco a poco le persone cominciano a esercitarsi da sole, finché sono capaci di guidare tutto il processo del proprio rilassamento — dandosi anche questi suggerimenti utili alla meditazione, e questo prima di raggiungere uno stato di rilassamento troppo pro-fondo. Osho dice che l'ipnosi è un ponte verso stati di meditazione più pro-fonda, e che nessuno in passato ha usato l'ipnosi per la trasformazione spirituale. Questo mi ha permesso di accettare più facilmente l'ipnosi, che è un metodo molto semplice e davvero bello che si è dimostrato molto efficace per attrarre la gente verso la meditazione: molte persone si sono avvicinate alla meditazione proprio grazie alla sua combinazione con l'ipnosi."

"La funzione principale di questo lavoro è fare in modo che la mente cooperi con la meditazione" continua Gopal. "E una funzione veramente importante perché a causa dei nostri condizionamenti, della nostra 'educazione' abbiamo molte idee che sono contrarie alla meditazione: che è una perdita di tempo, che se non fai qual-cosa non arrivi da nessuna parte nella vita e così via. Io ho chiesto a Osho se fosse sufficiente dare dei “suggerimenti” positivi nell'ipnosi o se si dovesse anche affrontare in modo più diretto la negatività della nostra "vecchia" mente. Mi ha risposto che se c'è una parte della mente che sta creando un problema specifico, è bene persuaderla gentilmente che è giunto il momento di cambiare. Se lo fai in maniera gentile e amichevole, puoi davvero persuadere la mente a cambiare. In un certo senso stai dando alla mente informazioni più intelligenti in modo che arrivi alla comprensione e quindi a desiderare il cambiamento.

Quando si passa da una di queste sessioni di ipnosi alle meditazioni silenziose, le persone si accorgono subito degli effetti, della differenza.

Molti partecipano per ragioni pratiche: prima di tornare in Occidente ad affrontare le sfide del lavoro e della vita di ogni giorno, vogliono avere uno strumento semplice ma efficace che possa aiutarli."

 

 

 

L'ipnosi nella mia vita

 

Mentre leggevo vari testi di Osho sull'ipnosi – da pubblicare poi sull'Osho Times – mi sono ritrovata a ricordare le mie esperienze in questo campo e a riflettere su come l'ipnosi abbia influenzato la mia vita.

La prima volta è stata quando il più giovane dei miei figli, Dave, a sei anni è stato ricoverato in ospedale per una tonsillectomia. Mi ricordavo ancora di tutti i problemi – soprattutto il dolore durante la convalescenza – sofferti da un altro dei miei figli quando, alla stessa età, aveva subito la stessa operazione. Per fortuna questa volta il medico aveva anche una buona esperienza in ipnosi. E stato molto interessante osservare il semplice metodo da lui usato: prima ha chiesto a Dave di chiudere gli occhi e di immaginare di star guardando il suo programma preferito alla televisione e poi, dopo qualche minuto, gli ha detto – come suggestione ipnotica – di ricordare quel programma ogni volta che avesse provato dolore, o anche solo fastidio, e che il dolore sarebbe passato subito. Dopo l'operazione il dottore mi ha detto che Dave aveva avuto bisogno solo di una anestesia molto leggera, proprio grazie all'ipnosi. E la convalescenza mi è sembrata quasi un miracolo: Dave non ha avuto assolutamente nessun fastidio, ha iniziato a mangiare pratica-mente appena tornato a casa, e ogni volta che inghiottiva riuscivo a vedere come il suo sguardo si facesse un po' assente, lontano – di sicuro stava "guardando" il suo programma preferito alla TV.

Poco dopo questo episodio sono ricominciati i miei forti dolori alla schiena: avevo già subito due operazioni, e ora avrei dovuto farne una terza. Ma proprio in quel periodo stavo completando il tirocinio per l'abilitazione all'insegnamento, mi mancavano solo tre settimane e non potevo permettermi di interromperlo. L'ipnosi mi è venuta in aiuto: con una sessione ogni due giorni tenevo il dolore sotto controllo e sono riuscita così ad aspettare per farmi operare fino alla fine dei miei impegni di lavoro.

Qualche anno più tardi ho partecipato a un workshop di “Autoipnosi” e ho iniziato a "giocare" con l'ipnosi nelle situazioni più svariate. Mi ricordo ancora di quando andavo a trovare due dei miei figli che frequentavano una scuola alternativa (la Los Angeles Free School) e mi offrivo di "ipnotizzare" qualsiasi volontario per aiutarlo a rilassarsi. Non solo faceva bene a loro, ma faceva bene anche a me: era l'unica maniera in cui riuscivo a passa re un po' di tempo con quei ragazzini veramente scatenati!

All'inizio degli anni ottanta, vivevo a Pune e, quando Osho è andato in America, ho partecipato con una cinquantina di altri sannyasin al training di De–ipnosi organizzato in Kashmir da Santosh, il terapeuta che teneva workshop e training sull'ipnosi all'ashram. Vivevamo nelle caratteristiche case sulle barche del Lago Dal, a Srinagar, mangiavamo tutti insieme, in maniera molto semplice (ad esempio per un periodo abbiamo mangiato solo verdure crude, una dieta speciale sperimentata in precedenza da Santosh).

Il lavoro vero e proprio di ipnosi era focalizzato sul nostro "bambino interiore", su come, già all'età di quattro anni, fossimo stati condizionati dai genitori e dalla società a credere di aver già sperimentato l'intera gamma possibile di emozioni. Come quindi, per il resto della nostra vita, avremmo provato solo "quelle" emozioni, come avremmo continuato per tutta la vita con le stesse "risposte", con la stessa maniera di interagire con gli altri – in tutte le nostre relazioni. Questo natural-mente a meno di non portare la necessaria consapevolezza in tutto quello che si sta facendo. Questo tipo di lavoro mi entusiasmò così tanto che continuai a partecipare a gruppi sull'ipnosi anche in seguito.

Jeevan

 

 

 

Puoi usare immaginazione

in modo positivo

 

 

Madita è tedesca, pratica le meditazioni di Osho da più di vent'anni e nel campo dell'ipnosi ha un'ampia esperienza, che risale alla fine degli anni `70. Ha fatto parte del Dehypnotherapy Institute di Amsterdam e in seguito ha completato la serie di training in Programmazione Neurolinguistica (PNL) fino a raggiungere la qualifica di "Master Hypnotist".

Dal 1987 guida workshop e training di ipnosi – compreso anche il famoso “Reminding Yourself of the Forgotten Language of Talking to the Mind and Body”, ideato da Osho – sia presso la Multiversity di Pune che nel resto del mondo.

Ecco come ci spiega la bellezza dell'ipnosi: "È possibile usare l'immaginazione in maniera positiva per “rieducare” sia il conscio che l'inconscio. L'ipnosi usa lo stato di trance per aiutare le persone ad aprirsi alla meditazione in ogni istante della loro vita. Tutti i mistici, da tempo immemorabile, ci dicono che l'uomo passa la vita in uno stato di "sonno ipnotico", una specie di trance debilitante dove la mente è molto spesso negativa e piena di paure. L'ipnosi può essere un aiuto per liberarci da questi vecchi condizionamenti inconsci, facendoci vedere come siano possibili nuove scelte – una nuova visione della nostra vita. Usando l'ipnosi non è che il terapista dia delle soluzioni ai problemi del cliente; lo aiuta semplice-mente a trovare da solo quelle "risposte" che sono già presenti dentro di lui. La voce del terapista funziona semplicemente come un aiuto, una guida, ma il processo di ricerca di soluzioni avviene all'interno ed è del tutto autonomo e personale. Il terapeuta non impone le proprie idee, non dà né toglie nulla: insegna semplicemente alla mente conscia il modo di farsi da parte – di rimanere un semplice osservatore – mentre la persona entra in contatto con la parte inconscia, che è il 90 per cento della mente, e si ritiene contenga la saggezza e le risorse dell'intera evoluzione umana."

Madita

 

Nella prossima stagione invernale, a Pune, Madita e l'Hypnosis Team guideranno un training di tre settimane sull'arte e la scienza dell'ipnosi, un workshop focalizzato sull'uso dell'ipnosi per trattare “ferite emotive” e un training di ipnosi per la meditazione.

  (ritorna al sommario)  

 

 

 

Benedetti i genitori

COSA CI UNISCE E COSA CI DIVIDE

 

Non ti hanno mai capito veramente, se ci pensi ti viene una rabbia. Ma non serve a nulla, ci spiega Osho in queste pagine, solo a farsi del male. Prova a capirli tu!

Niente di sbagliato nel voler affermare la tua individualità nei loro confronti, anzi: ti serve a crescere, a diventare sempre più forte, sempre più te stesso. Ma continuare a “disubbidire”... per tutta la vita? Guardali bene, con gli occhi del cuore, senza preconcetti, e magari puoi scoprire che ciò che unisce è molto più importante di ciò che divide.

 

 

Osho,

per la prima volta nella mia vita provo molta rabbia verso i miei genitori. Sono persone semplici, e mi dico che non è colpa loro se non riescono a comprenderti. La mia rabbia entra in forte conflitto con l’amore che provo, e mi ferisce. Sono così arrabbiato mentre scrivo che non riesco neanche a formulare la domanda. Puoi aiutarmi per favore?

 

Ogni bambino si arrabbierebbe se capisse cosa i suoi poveri genitori gli hanno fatto – senza saperlo, inconsciamente. Tutti i loro sforzi sono per il bene del bambino. Le loro intenzioni sono buone, ma la loro consapevolezza è zero. E le buone intenzioni nelle mani di persone inconsapevoli sono pericolose: non possono portare ai risultati che si volevano raggiungere. Potrebbero addirittura creare il risultato opposto.

Tutti i genitori cercano di far diventare il loro bambino ‘meraviglioso’, ma se lo osservi, il mondo assomiglia di più a un orfanotrofio. Sembra che di genitori non ce ne siano mai stati. In effetti, se fosse veramente un orfanotrofio, sarebbe persino meglio: perché almeno saresti te stesso – i genitori non avrebbero interferito con la tua vita.

Perciò essere arrabbiati è naturale, tuttavia è inutile. Essere arrabbiati non aiuta i tuoi genitori e fa del male anche a te.

Si dice che Gautama Buddha abbia fatto un’affermazione molto strana: “Nella rabbia, tu punisci te stesso per le colpe di qualcun altro.” La prima volta che te la trovi davanti, questa affermazione sembra molto strana: che tu punisca te stesso per le colpe di qualcun altro.

I tuoi genitori hanno fatto qualcosa venti o trent’anni fa, e tu sei arrabbiato adesso. La tua rabbia non aiuterà nessuno; non farà altro che creare dentro di te altre ferite. Quando sei vicino a me… Sto cercando di spiegarti l’intero meccanismo dell’educazione dei figli: dovresti riuscire a capire meglio che quello che è successo, che doveva succedere. I tuoi genitori sono stati a loro volta condizionati dai loro. Non c’è modo di scoprire chi è stato il responsabile all’inizio. È una cosa che viene trasmessa di generazione in generazione.

I tuoi genitori fanno esattamente ciò che è stato fatto loro, sono delle vittime. Proverai compassione per loro, e sarai felice di non dover ripetere la stessa cosa nella tua vita. Se decidi di avere dei figli, sarai contento di rompere questo circolo vizioso – di uscire da una situazione che risale all’inizio dei tempi ed è arrivata fino a te – sarai contento di farla finita con questa storia. Non ti comporterai più così con i tuoi figli, o con i figli di qualcun altro.

Devi sentirti fortunato di avere con te un maestro che può spiegarti cosa è accaduto tra genitori e figli: le complessità dell’educazione, le buone intenzioni, i cattivi risultati, il fatto che tutti cercano di fare del loro meglio, ma il mondo continua a peggiorare.

I tuoi genitori non sono stati così fortunati, non hanno avuto un maestro – ma tu sei arrabbiato con loro. Dovresti provare compassione, amore – bontà. Tutto ciò che hanno fatto era inconsapevole. Non potevano fare altro. Con te hanno provato a fare tutto quello che sapevano fare: erano infelici, e hanno messo al mondo un altro essere umano infelice.

Non avevano alcuna chiarezza sulle cause della loro infelicità. Tu hai questa chiarezza, comprendi perché si diventa infelici. Quando comprendi il modo in cui si crea l’infelicità, puoi evitare di crearla anche negli altri.

Cerca di avere comprensione per i tuoi genitori. Hanno lavorato duramente, hanno fatto il possibile, ma purtroppo non avevano idea di come funzioni la psiche. Invece di insegnare loro come essere madre o padre, gli hanno insegnato a essere cristiani o marxisti, a diventare sarti o idraulici, a diventare filosofi: sono tutte cose buone e necessarie, ma manca la cosa fondamentale.

 

 

Fino a quando qualcosa non è proprio la tua esperienza,

non avrà alcun impatto sugli altri

 

 

Se hai intenzione di avere figli, la cosa più importante da imparare è come diventare una madre o un padre. Si dà per scontato che la capacità stessa di dare alla luce dei figli, implichi la capacità di essere madre o padre. È vero, per quel che riguarda semplicemente la nascita in sé… è un atto biologico, non hai bisogno di ricevere alcuna preparazione psicologica. Gli animali se la cavano benissimo, gli uccelli se la cavano benissimo, gli alberi se la cavano benissimo. Ma far nascere un bambino, a livello biologico, è una cosa, ed essere madre o padre è tutta un’altra cosa. C’è bisogno di una profonda educazione, perché stai creando un essere umano.

È una fortuna  che tu possa capire la situazione in cui erano i tuoi genitori. Non è che abbiano fatto qualcosa in particolare contro di te; avrebbero fatto la stessa cosa a qualunque altro bambino fosse nato. Erano programmati così. Non potevano fare altro. Essere arrabbiati con persone impotenti non è giusto. È ingiusto, irragionevole, e in più fa del male anche a te.

Se i tuoi genitori non riescono a comprenderti, non dovresti preoccupartene. Sono solo persone normali che seguono la massa – è più sicuro così. Tu sei uscito dalla massa. Hai scelto una via rischiosa e piena di pericoli. Se non vogliono seguire uno stile di vita pericoloso, è una loro scelta: non dovrebbe essere un motivo perché tu ti arrabbi.

In realtà puoi aiutarli se diventi quell’individuo di cui parlo: più consapevole, più sveglio, più amorevole. Solo vedendoti potranno cambiare. Il vederti cambiato in modo così radicale li farà riflettere, pensare che magari hanno torto. Non c’è altro modo. Non puoi convincerli intellettualmente. Intellettualmente possono discutere, ma le discussioni non hanno mai cambiato nessuno. L’unica cosa che può cambiare le persone è il carisma, il magnetismo, la magia della tua individualità. Allora tutto ciò che tocchi diventa oro.

Quindi, invece di perdere tempo ed energia ad arrabbiarti e a lottare contro il passato che non esiste più, metti tutta la tua energia nel realizzare la magia della tua individualità. Quando i tuoi genitori ti vedranno, non potranno rimanere indifferenti di fronte alle nuove qualità che hai sviluppato, qualità che si fanno notare automaticamente: la tua freschezza, la comprensione, il tuo amore incondizionato, la gentilezza, persino in una situazione in cui sarebbe stato più appropriato arrabbiarsi.

Solo queste cose possono essere dei buoni argomenti. Non occorre che tu dica una parola. I tuoi occhi, il tuo volto, le tue azioni, il tuo comportamento, le tue reazioni, provocheranno in loro un cambiamento.

Cominceranno a chiedere cosa ti è successo, come è successo – perché tutti desiderano queste qualità. Queste sono le vere ricchezze. Nessuno è così ricco da potersi permettere di non avere le cose di cui ti parlo.

Quindi metti la tua energia nel trasformare te stesso. Aiuterà te, e aiuterà i tuoi genitori. Magari potrà creare una reazione a catena. I tuoi genitori potrebbero avere altri figli, potrebbero avere degli amici, e così le cose continueranno a svilupparsi.

È come se tu fossi seduto sulle sponde di un lago tranquillo e gettassi un ciottolo nell’acqua. Il ciottolo è piccolo, all’inizio crea un piccolo cerchio, ma cerchio dopo cerchio… le onde continuano ad allargarsi fino alle zone più lontane, fino ai limiti del lago. Ed era solo un sassolino.

Noi viviamo in una specie di nuova sfera, un nuovo lago psicologico, in cui tutto ciò che facciamo crea intorno a noi un certo tipo di vibrazioni. Queste toccano le persone, e arrivano fino a sorgenti sconosciute.

Basta creare una piccola onda, un’increspatura, di individualità ‘giusta’, e arriverà a molte persone – sicuramente a coloro che sono legati a te più da vicino. Saranno i primi ad accorgersene, e proveranno grande meraviglia. Non crederanno ai loro occhi, perché tutto ciò che conoscono di religiosità, di religione, è la messa della domenica, dove non accade nulla. Sono andati in chiesa ogni domenica per tutta la vita, e tornano a casa che sono identici. Come religione, conoscono la Bibbia o il Corano o la Gita; li hanno letti e riletti, ma non è accaduto nulla, perché non sanno una cosa, e cioè che tu sei un essere vivente e invece un libro è morto. L’uomo che fa la predica in chiesa lo fa per professione. L’ha preparata grazie ai libri, e continua a ripeterla. Non lo ascolta nessuno, per questo nessuno se ne accorge. Ripete la stessa predica che ha fatto due mesi fa. Allora non lo aveva ascoltato nessuno, e anche adesso nessuno lo ascolta. Sai che la predica non è in grado di cambiarti perché non ha cambiato nemmeno il predicatore. Lui è una persona presa nelle cose di questo mondo, proprio come te, magari anche di più.

Nulla gli appartiene veramente, è una sua esperienza individuale. Ma se qualcosa non è una tua esperienza individuale, non potrà influenzare nessuno. Sii estatico. Qui hai un’opportunità per trasformarti totalmente. Aiuta i tuoi poveri genitori, perché loro non hanno avuto questa opportunità; sentiti triste per loro.

 

Osho

tratto da The Path of Mystic #15

 

 

 

DALLA PERSONALITÀ ALL’INDIVIDUALITÀ

Il bambino ha bisogno di dire no! Ma la persona adulta deve imparare a dire di sì.

 

 

Se l’ego è come una scala, puoi usarla, ma non è che tu debba costruire la casa su questa scala. Oppure, se è come una barca, puoi utilizzarla per passare sull’altra sponda, ma poi non è che tu debba trasportarla sulla testa per tutta la vita. L’ego è utile per fare delle cose essenziali, ma non dovrebbe diventare per sempre un fardello; quando il suo scopo è realizzato, lo devi lasciar cadere.

Proprio come un bambino ha bisogno di dire di no, la persona adulta deve imparare a dire di sì. Se il bambino non sa come dire di no ai genitori, alle autorità, agli insegnanti, se non è capace di disobbedire, non potrà realizzare la sua individualità. Non avrà una forma sua. Sarà solo parte della mente della massa, della folla. Sarà impotente, non riuscirà a stare sulle sue gambe. Non avrà alcun rispetto di sé. Rimarrà un guazzabuglio, un caos orrendo. Sarà come se non fosse veramente nato; rimarrà in un utero psicologico per tutta la vita, non maturerà mai. Deve imparare a disobbedire. E i genitori saggi lo aiuteranno a disobbedire, in un modo tale da non creargli pericoli. Gli daranno le occasioni di disobbedire, di dire di no. Questo è proprio il significato della parabola biblica in cui dio dice ad Adamo: “Non mangiare il frutto di questo albero, l’albero del bene e del male. Se lo mangerai, verrai espulso dal paradiso”. È una grande tentazione! Sta dando ad Adamo l’occasione di disobbedirgli. Poi dio dice ad Adamo: “Se mangerai il frutto di questo albero diventerai mortale; ora sei immortale. In secondo luogo, se mangerai questo frutto diventerai simile a un dio, onnisciente”. Vedi che tentazione, e a tanti livelli? Prima di tutto: “Diventerete simili agli dei: onniscienti”. Chi è che non vorrebbe diventare simile a un dio e sapere tutto? E la seconda parte, il pericolo, il rischio: “Se mangerai da quest’albero, diventerai mortale; dovrai morire”. Questa è la sfida! Il pericolo è sempre molto attraente, e la morte è il pericolo più grande. Dio non ha lasciato ad Adamo alcuna possibilità di restare obbediente. Ci dovevano essere milioni di alberi nel Giardino dell’Eden, e solo uno di questi era l’albero della conoscenza; se avesse lasciato in pace Adamo, probabilmente lui non l’avrebbe ancora scoperto. Ma dio non l’ha fatto; gli ha mostrato l’albero e ha creato la tentazione. Pensi che la colpa sia del serpente? Se fosse colpa sua, l’avrebbe fatto comunque per conto di dio. Il serpente dev’essere stato al servizio di dio, deve aver fatto parte della polizia segreta di dio, l’FBI o qualcosa di simile. In tutte le culture il serpente è un simbolo di saggezza. Gesù dice: “Siate saggi come serpenti e innocenti come colombe”. Saggi come serpenti? Dio ha usato l’animale più saggio per far arrivare il messaggio – la tentazione – ad Adamo ed Eva.

Se i genitori fossero veramente saggi, creerebbero per i figli  le occasioni di dire di no, e offrirebbero loro delle belle opportunità. Adesso, senza saperlo, danno loro delle brutte opportunità. Al ragazzo, per esempio, dicono: “Non fumare”. Si tratta di una brutta opportunità, perché così il ragazzo si metterà a fumare; gli hanno fatto venire la tentazione di mettersi a fumare. Dovrebbero dirgli invece: “Non andare fuori al sole, non arrampicarti sugli alberi”. E invece dicono ai figli: “Non mangiare il gelato”. Dovrebbero dire: “Non mangiare la frutta”. Quella sì che sarebbe una tentazione saggia! “Mangia tutto il gelato che vuoi, ma non mangiare la frutta.” Da’ loro una tentazione in modo che possano dirti di no, senza però farsi del male; altrimenti rimarranno deformi per tutta la vita.

Io sono assolutamente a favore della creazione di un ego nel bambino, perché senza l’ego il bambino rimane parte dei genitori. Non diventerà mai un individuo, non potrà mai stare sulle sue gambe. Invece il no e il dire di no creano un’individualità, anche se solo superficiale; il no, essendo negativo, non può creare un’individualità autentica. Quell’individualità superficiale è chiamata personalità; l’ego ti dà una personalità. Che è sempre meglio di niente – almeno ti dà il senso del tuo essere, ti dà una definizione. Però non rimanere per sempre a questo punto; è una fase transitoria, solo un trampolino di lancio. Dalla personalità devi passare all’individualità. Da una individualità superficiale devi arrivare al nucleo dell’individualità. E questo è possibile solo dicendo di sì. Tuttavia il sì è significativo solo quando sei capace di dire di no. Se dici di sì fin dall’inizio, il tuo sì non ha nessun significato, è assolutamente privo di senso. Se sei capace di dire di no, il tuo sì sarà significativo, mentre il tuo no in se stesso non ha alcuna forza. È per questo che la società ti impone una personalità superficiale e falsa. Ma quando arrivi da un Buddha, da un Gesù, da un Krishna, da un Mahavira – da un maestro, da un vero maestro – questi ti insegnerà a dire di sì. Porterà via il no, la tua personalità. La personalità è come il guscio di un uovo – l’ego è il guscio dell’uovo. Protegge la vita, ma solo per un certo periodo; oltre quello, sarà distruttivo. Un giorno dovrai rompere l’uovo in modo che il pulcino possa uscire. Il no crea solo un guscio intorno a te. Va benissimo, è necessario per proteggerti, ma un giorno devi uscirne…

L’integrità, l’individualità, la libertà create dal no, sono solo uno stadio transitorio. Dobbiamo andare oltre: è un vascello che ci lasciamo alle spalle. Quando hai raggiunto il tetto, la scala non ti serve più – è un ponte che va attraversato. Adesso impara come dire di sì. Il no lo conosci già a perfezione. Chi è arrivato da me, lo ha fatto in contrasto con i propri genitori, perché questi ultimi sono indù, musulmani, cristiani, buddisti, giainisti. Io non sono nessuno! Venendo da me, un cristiano diventerà unnon-cristiano e un indù diventerà un non-indù e un musulmano diventerà un non-musulmano. Non sto creando qui una nuova religione, ma piuttosto un uomo nuovo, una nuova consapevolezza. Non sto creando una nuova filosofia o teologia, ma piuttosto una nuova visione, una nuova umanità. Per questo è necessario che lasci perdere le tue ideologie vecchie e marce, e per questo i genitori si oppongono e non vogliono che tu stia qui. Posso capirli: sono preoccupati per te, perché ti amano. La loro preoccupazione non ha alcun fondamento, ma mostra comunque il loro interesse e il loro amore. Vorrebbero che tu restassi all’interno del gregge, dove hanno vissuto loro e i loro antenati. Hanno paura che tu ti smarrisca; loro non hanno ottenuto nulla rimanendo nel gregge, eppure vorrebbero che ci rimanessi anche tu. È più sicuro, più familiare. Sei venuto qui contro i desideri dei suoi genitori; quello è stato il tuo no supremo. Ora io ti insegnerò a dire il sì supremo. La funzione del no è ormai completata; se continui a dire di no anche qui, mi fraintenderai completamente. Non sono tuo padre, non sono tua madre! Devo portarti via questo no e creare il sì. Il lavoro del no è completo; ora hai bisogno di volare più in alto, ora hai bisogno di altezze più elevate dell’essere. E questo è possibile solo tramite il sì, perché il sì è positivo. Il no ti dà una certa individualità negativa, il sì ti dà un’individualità positiva. Un’individualità negativa non è una vera individualità, è solo una personalità, una maschera, che è perfetta se è il momento giusto. Ma ricorda sempre che un giorno o l’altro i mezzi devono essere trascesi. Se vuoi raggiungere la meta, un giorno dovrai abbandonare la strada. Buddha dice: “Una volta ho visto cinque sciocchi che portavano sulla testa la loro barca e ho chiesto: ‘Che state facendo? Perché trasportate sulla testa questa barca?’ Hanno risposto: ‘Questa barca ci ha aiutati ad attraversare il fiume... sull’altra sponda c’erano animali selvaggi, e se fossimo rimasti lì durante la notte ci avrebbero uccisi sicuramente. Non possiamo dimenticare che questa barca è stata una benedizione. Per gratitudine la porteremo per sempre sulla testa!’”. Buddha dice: “Questo è il modo di fare degli stupidi. Si portano in testa le scritture sacre, le ideologie, le filosofie. La barca ora non è più un aiuto ma un peso. Sarebbe stato meglio se fossero morti sull’altra sponda; almeno avrebbero evitato di portare in giro questo peso per tutta la vita. Ora questo fardello li ucciderà!”. Il no va benissimo, ma nessuno può vivere nel no, nessuno può costruire una casa sul no. Il no è un suicidio: usalo, ma poi vai oltre. Sii consapevole, vigile, in modo da non rimanere ingabbiato nel dire di no. Arriva al sì: usalo come un trampolino di lancio. Tutto questo diventerà un ponte, il ponte supremo tra te e dio. Non distruggerà la tua libertà, semplicemente la renderà positiva. Ci sono tre tipi di libertà. La prima è la ‘libertà da’, la libertà negativa: libertà dal padre, dalla madre, dalla chiesa, dalla società. È una libertà di tipo negativo – libertà da – che va bene all’inizio, ma non può essere la meta finale. Quando sarai libero dai genitori, che farai? Quando sarai libero dalla società, non saprai cosa fare. La tua vita perderà ogni significato perché tutto il significato della tua vita era dire di no. E adesso a chi puoi dire di no? Questa ‘libertà da’ non è una gran libertà, ma è meglio di nulla.

Il secondo tipo di libertà è la “libertà per”, la libertà positiva. Non ti interessa negare qualcosa, vuoi invece creare qualcosa. Ad esempio, vuoi essere un poeta, e proprio perché vuoi essere un poeta, devi dire di no ai tuoi genitori. Ma il tuo interesse principale è quello di essere un poeta, quando invece i genitori vorrebbero che diventassi un idraulico. “Meglio fare l’idraulico! Vieni pagato di più, e sei anche molto più rispettabile. Un poeta?! La gente penserà che sei matto! E come vivrai? Come potrai mantenere moglie e figli? La poesia non paga i conti!”. Ma se ami la poesia, se sei pronto a rischiare tutto, questa è una libertà più alta, migliore della prima. È libertà positiva, ‘libertà per’. Persino se devi vivere in povertà, sarai felice e contento. Anche se magari dovrai metterti a tagliare legna per poter continuare a fare il poeta, sarai profondamente felice, realizzato, perché stai facendo ciò che volevi fare, stai seguendo la tua strada. Questa è libertà positiva.

E poi c’è la terza libertà, la più alta; in Oriente la chiamiamo moksha - la libertà suprema, che va al di là sia del negativo che del positivo. Prima impara a dire di no, poi impara a dire di sì, e poi lascia perdere entrambi, e allora puoi semplicemente essere. La terza libertà non è libertà contro qualcosa, o per qualcosa, ma è solo libertà, pura. Uno è libero, questo è tutto, non c’è questione di essere contro, o a favore. La ‘libertà da’ è politica, è per questo che tutte le rivoluzioni politiche falliscono, proprio quando hanno successo. Se non hanno successo puoi continuare a sperare ma, nel momento in cui si realizzano, falliscono, perché allora non sanno cosa fare. È successo così per la rivoluzione francese, per la rivoluzione russa... accade per ogni rivoluzione. Una rivoluzione politica è ‘libertà da’. Eliminato lo zar, non sai più cosa fare. Hai dedicato tutta la vita a lottare contro lo zar; conosci una cosa sola: la lotta contro lo zar. Eliminato lo zar, sei perso; le tue capacità adesso non servono. Ti ritrovi come vuoto. La “libertà per” è artistica, creativa, scientifica. E la ‘libertà pura’ è religiosa. Prima che possa insegnarti “moksha” – la libertà pura, né a favore né contro, neti neti, né questo né quello, solo pura libertà, solo la fragranza della libertà – prima che possa insegnartela, dovrai arrivare alla libertà positiva, la “libertà per”.

Questa è la funzione della comune. È una comune creativa; possiamo essere creativi in mille modi. Saremo creativi in ogni modo possibile, in modo da imparare a dire di sì alla vita. Quando il sì ha distrutto il tuo no, puoi gettarli via entrambi. Quella sarà la vetta della gioia, della libertà, della realizzazione.

Osho

tratto da: Be Still and Know #5

 

 

 

ALLA FINE CONTA SOLO L’AMORE

Una storia fra padre e figlio, una storia di ego, di amore e  di morte

 

 

Per tanto tempo mio padre ha rappresentato tutto quello che io non avrei mai voluto diventare. Aveva uno stile di vita che io avevo rifiutato completamente. Faceva parte della società che io avevo lasciato. Era sempre stato un buon cittadino, un membro utile della società: aveva lavorato fino all’età della pensione, aveva avuto quattro figli, si era comprato una villetta a schiera con il mutuo, guidava una Audi 80, cantava nel coro cittadino ed era in questo senso abbastanza normale. Almeno questa era l’idea che mi ero fatta su di lui.

Io invece ero fuori della norma, ero speciale: prima come hippy, poi come ribelle spirituale. Non avevo imparato un mestiere, avevo fatto un po’ di tutto – viaggiando per il mondo – e a ventitre anni ero diventato sannyasin. Non pensavo né ad assicurarmi la pensione, né a organizzarmi un’esistenza borghese, e neanche a metter su famiglia. Il mio solo interesse era come arrivare all’illuminazione: in che modo potevo riuscire a espandere la mia coscienza; come realizzare la visione di Osho… e così salvare il mondo o almeno migliorare la mia vita. Nient’altro contava. Avevo già trovato il più grande maestro di tutti tempi, ero discepolo di Osho, maestro dei maestri, e così mi trovavo sulla via giusta. La mia anima era salva e di sicuro ero molto superiore al mio papà! Queste erano le idee della mia mente sulla relazione con mio padre: io, l’eroe spirituale e vincente, lui prigioniero della sua inconsapevolezza – il povero perdente.

Non avevo alcuna preoccupazione, avevo poche responsabilità; mi godevo la vita come veniva: vivevo al massimo, con totalità, e così, quasi senza sforzo, aumentava sicuramente la mia consapevolezza. Quindi non poteva più andare male, il mio progresso spirituale era assicurato e l’illuminazione solo una questione di tempo. Questa sarà l’ultima vita in un corpo, perché un illuminato non deve più andare alla scuola del mondo, invece si eleva a livelli sottili in alte sfere.

Lui invece era teso, serio e inconsapevole, ancora molto identificato col mondo della mente. Aveva tante preoccupazioni, cercava di vivere la sua vita nel modo più sicuro possibile. Programmava persino le ferie dettagliatamente e in anticipo. Era soprattutto preso dalla sua mente, proprio come un vero intellettuale. Poverino, cos’altro poteva fare senza un maestro meraviglioso come il mio? Così per tanto tempo ho guardato mio padre con la puzza sotto il naso e con molta arroganza, regalandogli ogni tanto un sorriso di compassione. Ma siccome sono un tipo liberale e abbastanza generoso, volevo che lui partecipasse alla mia fortuna nell’aver trovato Osho. E quindi per ogni compleanno, e anche per Natale, gli regalavo nuovi libri di Osho, musica per la meditazione, una statua di buddha, un panchetto per la meditazione o altre cose preziose in senso esoterico. Forse così sarebbe stato finalmente in grado di capire e avrei potuto anche convincerlo di seguire la mia strada, che era ovviamente quella giusta.

Un giorno poi mi dice, abbastanza seccamente: “Ti prego, risparmiami in futuro i tuoi libri di Osho, non ne voglio vedere più”. Accidenti, che botta! Sembrava proprio che io, nel mio fervore missionario, fossi andato troppo oltre. Aveva ragione lui. Probabilmente aveva intuito la mia intenzione di portarlo sulla ‘giusta strada’ e si era rifiutato.

E chi non l’avrebbe fatto? Non ero sempre stato io a essere allergico al cento per cento a ogni suo suggerimento o consiglio? Fin da ragazzo avevo sempre disubbidito ai suoi ‘ordini’. Lui era il conformista, io invece intendevo fare della mia vita qualcosa di molto significativo e avevo dichiarato ben presto queste mie intenzioni, e lui mi accettava. Mi dava tutta la libertà di fare quello che volevo, di trovare la mia via. Così mi ero tenuto distante da lui per la maggior parte della mia vita. Ho vissuto nel mondo dei sannyasin con tutti i suoi alti e bassi. Ai tempi delle comunità ho collaborato – ero uno degli organizzatori – all’apertura del ristorante Zorba the Buddha a Göttingen… e anche alla sua chiusura. Ho visto il centro Osho Tao di Monaco prima fiorire… e poi finire – insomma ho vissuto molto lontano dalla piattezza di una noiosa vita borghese. Lassù, sulle ‘fredde cime della consapevolezza’, stavo lavorando su di me: facevo la meditazione dinamica al mattino, partecipavo a gruppi di ‘Primal’, al processo ‘Anti-Fischer-Hoffman’ e a moltissimi altri gruppi e training. E molte volte li ho fatti con l’intenzione di eliminare il mio padre interiore e i suoi condizionamenti. Volevo liberarmi da tutti gli obblighi e gli ideali.

E lui? Come ha vissuto tutti questi anni? Non ne so niente, non ho preso parte alla sua vita, non ho chiesto, non ho ascoltato, non ho conosciuto il suo mondo. Oggi mi dispiace, ma ormai è troppo tardi. Lui seguiva il corso della mia vita da una certa distanza, con amore paterno mi aiutava quando poteva, si interessava alle mie esperienze e partecipava ai miei sogni. Cercava di capirmi, voleva essere in grado di seguire i miei pensieri, il mio stile di vita. Quella volta che avevo avuto bisogno di soldi per l’apertura del ristorante, lui mi aveva regalato la stessa somma che avrebbe speso se avessi studiato – ed era venuto per la festa dell’inaugurazione. Quando, grazie alla nostra inesperienza, dopo un po’ c’era stato di nuovo bisogno di soldi, lui aveva garantito col suo nome un grosso prestito in banca. In seguito, dopo solo due anni, ha visto svanire tutto il progetto, insieme ai suoi soldi. E nel frattempo svanivano anche i sogni delle grandi comunità sannyasin, che volevano affermarsi contro il resto del mondo. Ciononostante ha continuato a credere in me, mi ha dato i soldi per un lungo training per diventare terapista, mi ha finanziato il diploma di naturopata… e mi ha comprato la macchina. Voleva semplicemente che io fossi felice e che i miei sogni si realizzassero. E per questo dava tutto ciò che poteva.

Io invece non sapevo quasi nulla della sua vita. E cosa poteva avere di interessante? Io avevo trovato la strada giusta, la sua doveva essere in qualche modo sbagliata. Andavo a trovarlo quando non mi sentivo bene, tutte le volte che c’erano problemi nella mia relazione, oppure quando per realizzare uno dei miei sogni avevo bisogno del suo aiuto. Se guardo indietro mi vergogno di questo mio comportamento! Adesso il pensiero ricorrente è che avrei potuto dargli di più, bilanciando così la sua incredibile generosità. Ora è troppo tardi. Ci sono stati dei momenti in cui gli sono stato veramente vicino, ma sono stati proprio pochi. Un’escursione in Ticino, un’altra nella Foresta Nera, il giorno del suo ultimo compleanno. In quei momenti ho sentito il suo amore e la sua stima. Pensavo sempre dentro di me: “Ci saranno altre possibilità, non devi dare tutto ora, non devi aprirti completamente, puoi dimostrare il tuo amore e la tua gratitudine anche in un altro momento”. Non è assurdo? Solo quando stava per morire sono riuscito a essergli vicino come non era mai successo prima, quando ancora era in vita.

Due anni fa si è ammalato. La diagnosi era atrofia muscolare spinale. Una malattia che avanza lentamente ed è incurabile. A poco a poco paralizza tutto il corpo finché non è più possibile respirare o inghiottire. La mia conclusione fu naturalmente che la sua malattia era la conseguenza del suo stile di vita sbagliato e che adesso per lui era arrivato il momento di imparare a “lasciar andare” invece di tenere e controllare sempre tutto.

Adesso andavo a trovarlo più spesso, mi informavo della sua salute. Si è dovuto ammalare, perché io mi interessassi di più alla sua vita. Sorprendentemente lui riusciva ad accettare la sua malattia abbastanza bene, non si lamentava e prendeva la situazione come un compito da portare a termine. Da più di dieci anni aveva incontrato un maestro zen tedesco e così aveva conosciuto lo zen e la meditazione. Da allora aveva praticato la meditazione ogni giorno – zazen, una disciplina dalla quale ancora oggi io sono molto lontano. Tutto questo processo e poi la malattia, lo rendevano molto tenero e sensibile, adesso piangeva spesso, non nascondeva le sue emozioni più profonde, e anche il suo affetto per me. A questo punto pensavo di avere ancora tanto tempo da passare con lui, cosi rimandavo ancora e non sentivo la necessità di aprirmi di più e di lasciarmi toccare veramente dal suo essere.

Poi le cose sono precipitate. Mia madre mi ha chiamato a Colonia e mi ha detto: ”Tuo padre non sta molto bene, ha di nuovo problemi con il cuore”. Alcune settimane prima lo avevano ricoverato per la stessa cosa, e lo avevano dimesso dopo pochi giorni. Pensavo che fosse ancora così e che non ci fosse da preoccuparsi. La mattina dopo sono andato a trovarlo lo stesso, solo perché la mamma era molto spaventata e preoccupata. Mentre ero in treno mi ha chiamato mia sorella e mi ha detto: “Sta veramente male e i dottori stanno lottando per la sua vita, può morire da un momento all’altro”. All’improvviso mi trovavo di fronte alla morte di mio padre ed ero intrappolato in un treno regionale, lentissimo. Alla partenza avevo persino comprato una rivista per far passare il tempo. Adesso ero lì, immobile e totalmente scioccato, non mi importava più di niente, in un attimo tutto era cambiato. Mi è venuta su una tristezza enorme – perché non gli ho mai detto quanto ci tengo a lui, quanto gli voglio bene? Perché ho sempre rimandato le cose essenziali fra di noi? Perché sono stato così arrogante? Avevo avuto un vago presentimento che la sua morte fosse vicina, però non avevo voluto ascoltare la mia voce interiore, continuavo a dirmi che avrei avuto ancora tanto tempo da trascorrere insieme a lui. Pieno di ansia, dolore e sensi di colpa imploravo l’esistenza che non lo facesse morire proprio ora.

Sono andato direttamente in ospedale nel reparto di terapia intensiva e ho visto che era là, disteso su un lettino. Gli avevano procurato un coma artificiale. Era lì, così fragile e vulnerabile, attaccato alla vita per un filo sottile. I dottori si erano già rassegnati. Ma lui era ancora vivo. Potevo toccarlo e sentire la sua mano calda fra le mie. Potevo accarezzarlo, seguire sul monitor il battito del suo cuore. Potevo parlargli. Anche se non saprò mai se poteva sentirmi – posso solo sperarlo. Si era finalmente aperta la possibilità di mostrargli il mio amore, anche se purtroppo era molto tardi. Ogni cosa aveva perso importanza e io mi sentivo totalmente connesso con lui.

È rimasto fra la vita e la morte per due giorni. Ogni momento poteva essere l’ultimo. Gli siamo rimasti accanto giorno e notte, cercando di aiutarlo come potevamo. Quando gli somministravano qualcosa di forte sembrava riprendersi e io ricominciavo a sperare: forse avevo ancora una possibilità per comunicargli tutte quello che avevo sempre rimandato. Ero presente quando lo hanno fatto uscire dal coma artificiale e l’ho visto aprire gli occhi.  Poter cogliere il suo sguardo mi è già sembrato un grande regalo. Quando poi si è reso conto di guardarmi è anche riuscito a sorridermi debolmente. Ma in quel sorriso così dolce e indimenticabile c’era tanto amore che tutte le parole del mondo non avrebbero potuto esprimere. Aveva messo tutto il suo cuore in un sorriso. Poco dopo le forze lo hanno abbandonato e la paralisi gli impediva di respirare. Sono stati costretti a ricollegarlo agli apparecchi. Dopo altri due giorni abbiamo chiesto di trasportalo in una bella stanza perché potesse morire in pace. Eravamo tutti intorno a lui, io gli tenevo la mano, il momento era giunto, non c’era dramma né lotta, la sua luce si spegneva dolcemente. Un ultimo guizzo e la sua vita era finita. La sua morte accadeva in un modo così normale, così semplice, così dolce. Un attimo prima era vivo, ora la vita aveva lasciato il suo corpo.

Per me è stato il primo incontro diretto con la morte. Di solito era sempre lontana, succedeva agli altri. Ora muore mio padre e muore con così tanta dignità e grazia, con un contegno così discreto e modesto. Gli sono rimasto accanto a lungo, accarezzandogli la testa e sentendo tutto il mio amore per lui. L’aver avuto la possibilità di essergli vicino al momento della morte mi colmava di un senso di gratitudine.

Tutto quanto è successo mi ha fatto ricordare la mia mortalità e le cose veramente importanti nella vita. Due mesi prima, in una lettera per il mio compleanno, mi aveva scritto: “Anche se sui giornali e nella vita pubblica a un uomo viene dato valore a seconda del suo potere politico – o del suo potere economico – dentro di me invece so, e sono sicuro che lo sai anche tu, che alla fine conta solo l’amore, l’amore che riceviamo e l’amore che diamo”.

Deva Parigyan

 

Tratto da

Osho Times ed. tedesca Nov. 2000

 

 

 

Il volto di tuo padre

 

Può succedere: passano gli anni e guardandoti allo specchio vedi qualcuno che assomiglia sempre di più a tuo padre.

 

[Il brano seguente è tratto da un ‘Darshan’ della prima Pune, quando Osho, durante colloqui personali, rispondeva direttamente alle domande del visitatore di fronte a lui. In questo caso appunto una persona che, guardandosi allo specchio, vede il viso di suo padre… e la cosa non gli piace. Pur amando suo padre, dice, non ha più rapporti con lui da quasi vent’anni.]

 

 

Dovrai arrivare a una riconciliazione, perché essere in qualche modo in conflitto con tuo padre è molto pericoloso, infatti una metà di te ‘appartiene’ a tuo padre. Fino a quando non ti riconcili con tuo padre non sarai mai in pace con te stesso – è questo il problema. Ecco perché una riconciliazione è fondamentale per la tua crescita.

Il tuo viso è destinato ad assomigliare a quello di tuo padre. È qualcosa di naturale, è proprio come deve essere. E man mano che invecchi succederà sempre di più che il viso di tuo padre assomigli al tuo e viceversa.

E a te questo non piace – ecco dov’è il problema. Questo vuol dire che non sarai in grado di piacerti. È la tua faccia, e naturalmente la faccia di tuo padre, di tuo nonno, la faccia del tuo bisnonno. È il volto di tutta la storia che ti ha preceduto.

Tu non sei solo. Sei parte di una lunga catena… ci sei collegato. Non saresti qui se tuo padre non fosse esistito. Sei qui a causa sua, non c’è alcuna possibilità di negarlo.

È pericoloso non voler accettare la realtà delle cose, corri un grosso rischio.

Ed è quello che hai continuato a fare. Vedrai sempre di più quanto il tuo volto assomigli a quello di tuo padre, con il passare degli anni il tuo viso ricorderà sempre più il suo: ti diventerà impossibile guardarti allo specchio. Ma anche se non ti guardi allo specchio, le cose non cambiano. Te ne accorgerai in tanti modi – le tue mani, il corpo, il comportamento, il modo di parlare, il tono della voce. Lo troverai dovunque, perché sei parte di lui. Ecco perché tutte le vecchie tradizioni dicono che bisogna riconciliarsi, altrimenti non ci si riconcilierà mai con se stessi.

Lo so che non ti piace, ma puoi superare questa avversione. Fai una cosa: all’inizio sarà difficile, ma dovrai passare attraverso questa esperienza dolorosa. È importante che ogni notte, almeno per venti minuti, mediti sul volto di tuo padre nello specchio. Ricostruiscilo, riconoscilo, osserva le varie somiglianze con il tuo. Anche se provi un forte desiderio di tirarti indietro, di non guardare, di chiudere gli occhi – niente da fare, vai fino in fondo. Meditaci sopra ogni notte per venti minuti e non evitarlo. Se riesci a farlo, entro tre mesi succederanno tante cose. Prima la faccia sembrerà quella di tuo padre. Un giorno poi ti accorgerai che la faccia di tuo padre è sparita e c’è il viso di qualcun altro – magari quello di tuo nonno. Perché c’è anche quello, posso scorgerlo proprio ora – volti dietro volti. Porti in te l’intera storia di una lunga serie di persone, è il tuo retaggio. Nei tuoi occhi, nella tua carnagione – la faccia, i capelli, tutto. Non ci sei solo tu e non c’è modo di essere soli. Il solo modo di esistere è quello di essere collegati a quella catena di persone. Ogni cellula del tuo corpo è il prodotto di questa linea ereditaria, un lungo lignaggio.

Dunque limitati a osservare. Un giorno all’improvviso vedrai che la faccia di tuo padre è sparita, al suo posto c’è quella di qualcun altro. Se hai conosciuto tuo nonno la riconoscerai… un giorno anche quella sparirà – un’altra faccia ancora… Riuscirai ad andare sempre più in profondità in tutte quelle facce, e un giorno all’improvviso ti accorgerai che tutte le facce sono sparite. Lo specchio è vuoto e tu lo stai guardando.

Il giorno in cui tutte le facce saranno sparite, il tuo problema sparirà. Quando tutte le facce scompaiono sei arrivato al nucleo del tuo essere, alla tua essenza, e quella non ha volto; puoi chiamarla la tua vera faccia, ma non è una faccia. Lo Zen lo definisce il volto originario. I Baul lo chiamano l’uomo essenziale, ma non ha una forma. Nascosto dietro tutte quelle facce c’è il tuo essere.

Continua a pelare, buccia dopo buccia. Ne togli una e ne appare un’altra – peli anche quella e ne sveli una nuova. Arriva il momento in cui tutte le bucce sono state tolte e fra le mani ti ritrovi solo il vuoto. Questo vuoto risolverà tutto. A quel punto proverai immenso amore e grande compassione per tuo padre, per tuo nonno, per tutte quelle persone sconosciute che hanno reso possibile la tua esistenza. Avrai davvero compassione, rispetto, amore.

E quando questo succede, vai da tuo padre. Per la prima volta sarai capace di comunicare davvero con lui.

Ma questo metodo, all’inizio, sarà molto penoso, perché quando inizi a osservare, il volto di tuo padre diventa così reale che molte volte ti chiederai se sei tu che stai guardando nello specchio o se invece è tuo padre. Qual è la realtà – tu o l’immagine nello specchio.

E di sicuro ci sarà dolore ,perché tu hai un’avversione – e io la capisco. Quando il bisogno d’amore non è soddisfatto crea un forte risentimento. Tu volevi amarlo. Tu provavi amore per lui, ma non è mai stato corrisposto. Non ti è mai stato ricambiato, non è tornato indietro nulla, il tuo amore era frustrato. E dalla frustrazione sei passato alla rivalsa. Quando l’amore non è ricambiato, si inacidisce, va a male. Diventa amaro, diventa odio. Ma questa tua avversione mostra che tu ami ancora quell’uomo, altrimenti non proveresti nulla. Il tuo odio fa semplicemente vedere come tu stia ancora aspettando – un bel giorno lui arriverà e ti darà tutto il suo amore, proprio come tu avevi sempre desiderato. Ma considera che anche lui può avere qualche problema. Può non aver mai capito cosa volevi, ogni persona ha i suoi limiti. Può darsi che non si sia riconciliato ancora con suo padre.

Se tu avrai un figlio, per esempio, ci saranno dei problemi. Potrai ripetere esattamente il comportamento di tuo padre, oppure tenterai di fare tutto il contrario, esagerando.

E in ogni caso saranno guai. Ci sono due possibilità: o fai troppo, esageri… Ami troppo tuo figlio perché tu non sei mai stato amato e ti senti ancora ferito. Ma anche questo non va bene, troppo amore può essere pericoloso per il bambino. Lo induce a credere che tutti debbano amarlo. E così si aspetta troppo dal mondo: sarà una frustrazione continua e generale. Il mondo non è suo padre o sua madre.

Così se i genitori amano troppo un bambino, lui si aspetta lo stesso tipo di amore da tutto il resto del mondo. A poco a poco diventerà sempre più frustrato, e si arrabbierà con te: “Perché mi hai dato così tanto amore quand’ero piccolo?”

Avere un rapporto equilibrato fra genitori e figli è un tale problema. Si è provato in mille modi – un fallimento totale. Sembra impossibile trovare il modo giusto. Se lo ami troppo, il bambino in seguito se ne risentirà con te: se non lo avessi amato così tanto avrebbe avuto un atteggiamento migliore, più realistico, nei confronti della vita. Non avrebbe avuto così tante aspettative e non ci sarebbero state frustrazioni. Avrebbe potuto evitare molte ansie e pene.

Se non lo avessi amato così tanto … è così che ha fatto tuo padre, e tu sei arrabbiato con lui. Sei ancora arrabbiato – non riesci a tirarti fuori da questa situazione – e pensi che ti abbia tradito. E quando sei stato tradito proprio da tuo padre, come fai ad aspettarti che qualcun altro ti possa amare?

E così sei sempre prevenuto nei confronti dell’amore, sospettoso. Sospetterai sempre che nasconda qualcosa d’altro.

È un tale problema… e finora la comprensione umana non è arrivata al punto di farci scoprire una giusta via di mezzo. Tutto ciò che fai produce cattivi risultati. Se vuoi raggiungere un equilibrio perfetto, anche quello provocherà frustrazioni. Perché tutto sembrerà troppo meccanico, calcolato: dai amore – ma solo quel tanto che basta a mantenere un equilibrio – e poi smetti di dare amore; così che non ce ne sia né troppo né troppo poco. Ma a quel punto uno sembra davvero un calcolatore – troppo matematico – e il bambino si sente frustrato: perché un rapporto, una relazione fra persone, non è matematica. Dovrebbe essere qualcosa che fluisce. Ma non può fluire se il padre segue certe regole: per metà devi dare amore e per metà devi dare al bambino la possibilità di capire che la realtà implica dolore, sofferenza, competizione, lotta … e tutto il resto. A quel punto il bambino inizia a sentire il padre solo come una figura ‘legale’. Naturalmente sta facendo tutto nella maniera giusta, ma lo sta facendo così bene che il rapporto diventa troppo legale, formale; mancano la bellezza, la spontaneità.

E così è di nuovo un problema. A mio avviso i problemi ci saranno comunque e tutti devono arrivare a una riconciliazione, a una comprensione reciproca.

Questo ti aiuterà moltissimo, è bene che cominci a meditare allo specchio.

Ricordati sempre di affrontare le tue paure – è la sola maniera di farla finita con loro, altrimenti continueranno a perseguitarti, come fantasmi.

E tuo padre è ancora vivo, quindi è ancora possibile. Una volta che se ne è andato – anche se dentro di te c’è una riconciliazione – piangerai perché non potrai più andare da lui e dirgli: “Papà ti perdono. E tu perdonami. Le mie pretese erano irrazionali, ero solo un bambino; non ne sapevo niente del mondo e di quanto fosse complicato. Adesso capisco che quello che hai fatto era l’unica cosa che tu potessi fare, perché anche tu sei stato condizionato da tuo padre, da tua madre, dalla società. Eravamo così distanti: c’era un abisso fra di noi… e nessun ponte. Ma per tutto quello che hai fatto ti sono grato”.

Riconciliarti con tuo padre ti porterà a vedere la vita in modo diverso. Diventerai sempre più rilassato, a tuo agio – a casa – e il tuo modo di vivere cambierà. Altrimenti, a quanto vedo, sei sempre in tensione, una tensione profonda, perché combattere col proprio padre vuol dire lottare con metà di se stessi.

Osho

tratto da: The Passion for the Impossible

  (ritorna al sommario)  

 

 

 

Aspettando il Genoma

 

La fede nella scienza – come ogni altra fede, religiosa o politica – ci porta fuori strada. Se ci aspettiamo veramente che sia qualche scoperta scientifica a risolvere tutti i nostri problemi… diventa un po’ come in “Aspettando Godot”.

 

 

Bene, finalmente è arrivata una buona notizia! Adesso possiamo metterci comodi e rilassarci, sapendo che nelle nostre cellule abbiamo tra i 25.000 e i 30.000 geni. Sono i codici dei programmi che dirigono la nostra vita, giusto? All’inizio della ricerca sul genoma umano gli scienziati sono partiti sapendo che il moscerino della frutta e il lombrico avevano solo 15.000 geni: la loro idea era che della gente sveglia come noi dovesse avere almeno 100.000 geni per fare tutte quelle belle cose intelligenti che sappiamo fare. Adesso scopriamo che non solo abbiamo appena il doppio dei geni di un lombrico, ma anche che ne abbiamo solo 300 in più di un qualsiasi topolino. Da non crederci! Solo 300 geni tra Einstein e la vittima preferita di ogni gatto! Negli ultimi venticinque, trent’anni l’attenzione si è spostata, proprio come un pendolo, dalle cause socio-ambientali del comportamento umano a quelle di natura puramente biologica. Verso la metà del XX secolo, persone come R.D. Laing scrivevano libri come ‘Normalità e follia nella famiglia’, in cui si esplorava l’ipotesi che la schizofrenia è fondamentalmente un problema di dinamiche familiari. Thomas Szasz aveva suscitato grande interesse con il suo libro ‘The Manufacture of Madness’ (La fabbrica della follia) nel quale i metodi correnti di diagnosi della follia venivano paragonati alla caccia alle streghe del Medioevo: se ti dichiaravi d’accordo sulla tua follia, non c’era alcun problema; se provavi a negarla, voleva solo dire che non te ne accorgevi – in un modo o nell’altro, finivi nei guai. Di base si considerava la depressione come effetto di una repressione socio-politica, e il behaviorismo di B.F. Skinner finiva per essere considerato una totale sciocchezza. Questo tipo di approccio è arrivato al culmine negli anni ‘60: a quel punto avevamo tutti capito benissimo che il mondo era pazzo, e mettevamo in discussione i criteri per decidere chi si meritava di stare in manicomio. Se fosse davvero il tipo innocuo che andava in giro a dire di essere Gesù… e veniva subito ospedalizzato. O se invece non fosse molto meglio mandarci l’uomo in doppiopetto, pronto a schiacciare il bottone che poteva distruggere il mondo, e che se ne andava in giro in piena libertà, anzi, era persino considerato un eroe.

Jack Nicholson ci ha dato un’immagine perfetta della situazione nel film ‘Qualcuno volò sul nido del cuculo’, nella scena in cui, senza permesso, porta i ricoverati del manicomio a fare una gita in barca. L’uomo che affitta le barche è molto sospettoso, e quando Nicholson gli rivela che tutti loro provengono dal locale ospedale psichiatrico, lo spettatore pensa già che il bel gioco sia finito e che verranno di nuovo riportati dentro. Ma poi lui aggiunge: “Le presento il dottor Tale, e questo è il dottor Talaltro...” mentre la macchina da ripresa scorre lungo i volti dei pazienti. Tutto diventa subito così ‘relativo’.

In quei giorni un fatto era chiaro, e cioè che ‘loro’, le persone al potere, erano i responsabili della società repressiva, che era a sua volta alla base di tutti i problemi. Naturalmente ‘loro’, al contrario, affermavano che, senza quella repressione, anche quel po’ di civiltà che eravamo riusciti a raggiungere non si sarebbe mai verificata. ‘Loro’ davano la colpa a una non meglio specificata ‘natura umana’, una forza distruttiva e incontrollabile, mentre noi, i ribelli, davamo la colpa a loro perché alimentavano il problema con la repressione. Poi, quando il pendolo ha cominciato a spostarsi  dall’attenzione verso l’educazione e l’ambiente a quella verso i fattori biologici, la malattia mentale è diventata essenzialmente un problema di chimica. Se il bambino non sta zitto e buono, e non si comporta bene, dagli il Ritalin con la giustificazione di una bella etichetta ‘scientifica’ che parla di ‘problemi di iperattività e deficit dell’attenzione’. Allora ragazzi, che fate, non state attenti mentre noi distruggiamo il pianeta in cui dovrete vivere da grandi? Be’, in questo caso dobbiamo darvi delle medicine. E se poi decidete di prendere le ‘sostanze chimiche’ che volete voi invece di quelle che vi diamo noi, finite anche in galera!

La depressione così non è più la risposta normale alla repressione, ma diventa semplicemente uno squilibrio chimico. La schizofrenia non è più la risposta normale di alcune persone particolarmente sensibili alla spinta forzata a interiorizzare messaggi ambigui riguardo alla ‘realtà’ – provenienti in continuazione da coloro che li circondano – non è nemmeno una risposta all’impossibilità di essere se stessi. È un altro problema chimico del cervello.

La verità probabilmente è nel mezzo. Di sicuro fino a un certo punto siamo dipendenti dai nostri geni, e dalle sostanze chimiche che produciamo, ma siamo ancora noi a decidere cosa vogliamo essere. Tuttavia al di sotto di queste oscillazioni tra la tendenza a incolpare la biologia, oppure l’educazione e l’ambiente, c’è una questione più profonda. Quella della responsabilità.

Da tempo immemorabile, gli esseri umani si sono divertiti a passare ad altri le loro responsabilità. Abbiamo questa terribile abitudine di volere che qualcuno ci dica cosa fare, e allo stesso pretendere di volere la ‘libertà’. Così ci divertiamo a incolpare ‘loro’ e non ci assumiamo il rischio di prenderci le nostre responsabilità: è colpa del fato o del karma, o di qualche vita passata, o di dio o del governo – di tutto e di tutti tranne che di noi stessi. Questo è proprio il principio su cui si fonda il gioco delle religioni; che sia dio o guru, o santo, patriarca, prete, messia, papa o shankaracharya… la lista è infinita, il gioco è universale.

In ogni campo succede la stessa cosa. Ogni quattro o cinque anni ci trasciniamo fino alla cabina elettorale per eleggere come leader qualcuno che non ci piace neanche tanto, e poi passiamo i successivi quattro o cinque anni a lamentarci perché non ha mantenuto le sue promesse. Il tizio della volta precedente non l’ha fatto e non lo farà neanche il prossimo, eppure continuiamo a percorrere la stessa strada, come pecore che vanno al macello, anno dopo anno. Siamo pecore, e vogliamo un ‘pastore’ che ci guidi... Quando Friedrich Nietzsche dichiarò più di cento anni fa che “Dio è morto, e adesso l’uomo è libero”, riuscì a scioccare tutti e finì in manicomio.

Verso la metà del XX secolo il dramma ‘Aspettando Godot’ è stato un altro richiamo a svegliarci. Gesù può anche aver detto che sarebbe tornato presto, ma quanto dobbiamo aspettare ancora?! La vita è adesso, è qui e ora, e 2000 anni sono un po’ lunghi per un ‘presto’. Ora ci siamo messi ad aspettare il genoma, così avremo finalmente una razionalizzazione scientifica per l’irresponsabilità. Una cosa che spiegherà tutto, dall’alito cattivo alle unghie incarnite. Così non devo essere responsabile io: ‘Sono stati i miei geni, vostro onore!’.

Ma ci sono cattive notizie, per questa ulteriore versione del tentativo del nostro inconscio di incolpare di tutto sempre qualcun altro o qualche altra cosa: i 300 geni che separano te e me dal topolino non saranno in grado di salvarci. Ci avranno anche fatto camminare su due gambe, ci hanno liberato dalla coda e dal pelo, ci hanno fatto crescere un po’ di più ed eliminato quei bei baffetti, ma non ci si può aspettare molto di più. La sorpresa più grande sembra proprio essere l’esistenza di tante cose che i geni non sono in grado di spiegare. Quindi la palla torna a noi. Sì, certo, il prossimo tentativo sarà di analizzare tutte le nostre proteine... ma alla fine, anche andando ancora più in profondità nella nostra struttura chimica, non riusciremo mai a trovare una molecola con su stampata una svastica.

La realtà è che la qualità della vita su questo pianeta è nelle nostre mani. La responsabilità è nostra. Se falliamo, e mandiamo a pezzi il pianeta, non sarà per via dei nostri geni. Sarà perché l’avremo permesso, perché avremo scelto questa strada. Stiamo entrando in un periodo molto interessante in termini di ‘Homo sapiens’. Ora grazie al genoma sappiamo che le differenze tra gli esseri umani sono minime. Tutte le buone ragioni che forniamo come giustificazioni per ammazzarci l’uno con l’altro, come il colore della pelle, o sistemi diversi di valori – o il passaporto di un colore diverso – non sono contenute nei nostri geni. Sono nostre scelte. Facciamo milioni di esperimenti scientifici per indagare su ciò che c’è ‘laggiù’. Ma quanto tempo impieghiamo per scoprire che succede ‘qui dentro’?.

Alcuni anni fa si è tenuta in Spagna una conferenza in cui numerosi scienziati, specializzati in diversi settori della ricerca, si sono riuniti per decidere se l’uomo è – o non è – violento di natura. La conclusione è stata che la natura umana può essere entrambe le cose: dipende tutto da che cosa ne facciamo noi. Questi scienziati inoltre hanno scoperto che l’opinione generale che la natura umana sia fondamentalmente ‘cattiva’ e che quindi abbia bisogno di essere ‘controllata’, crea nella gente un senso di disperazione: se è così, non c’è più nulla da fare. Nella conferenza stampa alla fine del dibattito, queste loro conclusioni furono commentate da molti giornalisti con un: “Be’… richiamateci pure quando avrete scoperto il gene della guerra”.

Il tempo è ora agli sgoccioli, questo intervallo ‘pacifico’ successivo alla guerra fredda potrebbe essere già finito. Si parla di nuovo di missili. Basta accendere la televisione per vedere folle di rifugiati di qualche guerra, per motivi religiosi, ideologici, politici o nazionalistici... La terra trema e le case, mal costruite, crollano; le montagne, private delle loro foreste, creano qualche altra evitabile catastrofe. Di recente alcuni scienziati australiani hanno fatto degli esperimenti per trovare nuovi modi di rafforzare il sistema immunitario, e hanno scoperto per caso come trasformare un normale organismo patogeno in un nuovo, potentissimo killer. E se i livelli degli oceani iniziassero a salire...

Mettiamo che io vada dalla Coca-Cola a dire che ho scoperto il modo di trasformare 85 milioni di persone, nel bel mezzo dell’Europa, in accaniti bevitori di Coca-Cola. Non solo, potrei persino affermare – mentre loro mi guardano increduli – che posso farli diventare persino disposti a uccidere per la Coca-Cola. Anche il direttore di marketing più entusiasta probabilmente chiamerebbe subito il pronto soccorso psichiatrico. Persino se fosse una cosa possibile, pensate solo a che livelli di coercizione bisognerebbe arrivare per realizzare questa idea folle. La tortura al confronto sarebbe niente.

Ma allora, mi chiedo, come mai 85 milioni di persone in Europa sono convinti di essere tedeschi? Pronti magari a morire per la loro patria.

O – se è per questo – inglesi, irlandesi, cattolici, protestanti, singalesi, buddisti, indù, hutu, tutsi, serbi, albanesi, russi, ceceni, israeliani, palestinesi... e via di seguito.

Sì, a un certo livello sappiamo tutti che è un vero disastro. Cosa ci vorrà ancora per arrivare ad alzare le braccia al cielo disperati, e decidersi a cambiar storia? Quanti altri orrori siamo in grado di sopportare?

Certo, noi diciamo: “Ma io, cosa ci posso fare?”. Dipende tutto dalla nostra prospettiva. La storia è piena di tentativi di cambiare le cose. Tutti questi cambiamenti sono avvenuti dall’alto e la nostra tendenza è proprio di vedere l’alto come la fonte del cambiamento. Sono di nuovo ‘loro’ a dover fare qualcosa… o se no c’è sempre dio: è la volontà di dio. Che si tratti di Napoleone o di Hitler, della Thatcher o di Ronald Reagan, o di Lenin – non fa differenza: avevano tutti grandi idee per cambiare la società. Naturalmente in meglio.

Lenin, per esempio, decise che il mondo sarebbe stato molto meglio in rosso. Il suo modo di procedere si può descrivere bene con una metafora, immaginandolo mentre prende un elicottero e spruzza tutta la foresta di rosso, ovviamente ‘dall’alto’. Nel momento in cui finisce la vernice – o le parti di ricambio per l’elicottero – il rosso inizia lentamente a sbiadire e tutto ritorna al colore di prima. Ora la chiesa russa-ortodossa è di ritorno, il presidente russo è quasi uno zar, e la gente è ancora povera e infelice. In realtà non è cambiato quasi nulla. L’alternativa è quella di comprendere che se la foresta deve cambiare colore – diventare rossa, multicolore o che altro – l’unica possibilità reale è che ogni albero della foresta cresca e produca i ‘suoi’ fiori, nei colori che gli sono propri. Non esiste una soluzione a spruzzo. Non ci sono dei ‘loro’ che possano mettere tutto a posto. Non c’è dio o messia che ci salverà. I cambiamenti veri accadono solo un individuo alla volta.

Questo è proprio il miracolo, e la dignità, dell’esperimento chiamato Homo sapiens. Non siamo pecore, e tutto il tempo che passiamo cercando là fuori il pastore giusto è uno spreco, basato su di un modo di pensare già da secoli vecchio e sorpassato. Più ti attacchi all’illusione che il responsabile è qualcun altro, che qualcun altro possa mettere le cose a posto, più le cose andranno di male in peggio. Alla fine saremo costretti ad accettare questa realtà che ci fa tanta paura, e cioè che solo noi possiamo cambiare noi stessi. Se accetteremo la sfida, non solo aiuteremo noi stessi, ma potremo anche, nel nostro percorso, cambiare il colore della foresta. Ciò che Osho ci offre con la sua visione, è un metodo scientifico grazie al quale chiunque desideri cambiare, possa farlo. O, se non ce la facciamo ad affrontare la possibilità di cambiare noi stessi, almeno saremo in grado di capire come mai anche là fuori rimane sempre tutto uguale!

 Amrito

 

Tratto dal ‘Magazine’ su www.osho.com

 

 

NOTE SUL GENOMA

 

Il genoma è la lista delle istruzioni codificate che sono necessarie per dar vita a una persona. Nel codice del Dna di ciascuna dei centomila miliardi di cellule presenti nel corpo umano ci sono tre miliardi di lettere. Le quattro lettere dell'alfabeto del Dna (A, C, G e T) contengono le istruzioni per formare tutti gli organismi, e ogni serie di tre lettere corrisponde a un singolo aminoacido.

Ci sono venti differenti !blocchi costruttivi” (aminoacidi) usati in una varietà di combinazioni per produrre proteine che vanno dalla cheratina dei capelli all'emoglobina del sangue.

Se tutto il Dna del corpo umano venisse messo in fila, coprirebbe la distanza tra la Terra e il Sole e ritorno circa seicento volte.

Le differenze del Dna tra una persona e un'altra sono soltanto dello 0,2 per cento, ossia una base (lettera) su 500.

Numero stimato dei geni: da 30.000 a 40.000 per gli umani, circa 6.000 per un lievito, circa 40.000 per il microbo responsabile della tubercolosi.

  (ritorna al sommario)  

 

 

 

I malintesi dello Yoga

 

Lo yoga è solo ginnastica?

La scienza dello yoga, che abbraccia l’intera scala dal fisico allo spirituale, di solito viene ridotta allo Hatha Yoga, l’insieme di esercizi ginnici e respiratori basati su di essa. Il malinteso più grande è quello sulle asana – le varie posizioni corporee. La pratica continuata di questa ginnastica dà una certa flessibilità e agilità ai muscoli e ai tessuti del corpo, ma questa è solo una preparazione per il lunghissimo viaggio chiamato yoga. La maggior parte delle persone rimane bloccata al primo passo pensando che sia tutto.

 

 

Yoga vuol dire unione, la scienza dell’unione… la meditazione è il fenomeno supremo per quanto riguarda l’unione con la realtà. La meditazione è il dio dello yoga. Lo yoga però è caduto in mani sbagliate, e non solo di recente. È stato nelle mani sbagliate per secoli. La responsabilità originaria va al fondatore stesso, Patanjali. Patanjali ha diviso lo yoga in otto parti. La sua divisione era molto chiara, molto scientifica, ma non teneva conto della stupidità umana. Ha iniziato dal corpo, e quello è il modo giusto di iniziare. La prima parte dello yoga deve essere fisica, perché l’uomo vive alla circonferenza, nel corpo, quindi il lavoro deve iniziare da lì; solo in seguito può arrivare fino alla mente. E quando uno è andato oltre il corpo e oltre la mente, allora accade la terza parte, la meditazione. Quindi, secondo Patanjali, la prima parte riguarda il corpo. Patanjali però non aveva compreso che milioni di persone sarebbero rimaste intrappolate nella prima parte. È per questo motivo che lo yoga è diventato sinonimo di posizioni corporee: il mettersi a testa in giù e il fare contorsioni di ogni genere è ciò che si intende per yoga. Ma questo non è vero yoga, è solo il prologo, la parte introduttiva; e se pensi che l’introduzione sia tutto il libro sei un idiota. Patanjali ha dimenticato di mettere in guardia la gente. Se l’avesse fatto, sarebbe stato meglio. Le persone come Patanjali credono nell’intelligenza altrui, che invece non esiste! Hanno fiducia. La loro fiducia è grandissima, grande quanto la stupidità della gente! Loro rispettano l’intelligenza della gente. Quindi lui non l’ha messa in guardia, mentre invece era un ammonimento assolutamente necessario: “Non lasciatevi intrappolare dalla parte fisica”. Alcune persone, pochissime… Se cento persone si interessano allo yoga, una soltanto riuscirà a uscire dalla trappola del fisico. E quell’unica persona rimarrà intrappolata nella parte psicologica. Su cento persone intrappolate nello psicologico, una soltanto riuscirà a venirne fuori, e solo quando esci dalla mente, lo yoga autentico ha inizio. La prima parte dello yoga ti darà grandi poteri a livello fisico: può farti vivere una vita lunga e veramente sana. Ma a che ti serve una vita lunga? Se sei un idiota, invece di esserlo per settant’anni lo sarai per duecento anni. Non sarà di aiuto a nessuno, anzi sarà una calamità.

Lo yoga può farti vivere a lungo, ma cosa cambia? Non bisognerebbe dare tanta attenzione alla parte fisica. Un po’ va bene, per mantenersi sani, ma solo un po’: altrimenti diventa una giungla inestricabile, ci si può perdere nelle sue sottigliezze, nelle sue complessità. E la seconda parte è ancora più vasta di quella fisica. Se ci entri, puoi ottenere molti poteri psichici, puoi leggere i pensieri, ma che senso ha? Hai già così tanta spazzatura nella testa, che senso ha leggere la spazzatura di qualcun altro? È già una tortura per lui, e tu vuoi leggere i suoi pensieri? E pensi di star facendo una gran cosa! Bisogna liberarsi dai pensieri, non leggerli. Uno deve già liberarsi dai propri, a che scopo leggere quelli degli altri? E cosa pensi di trovare? Vai per strada, vedi un uomo che cammina e pensa al suo cane. E allora? Se ascolti i pensieri della gente, cosa pensi di trovare? Uno pensa alla sua mucca, uno al suo bufalo, uno pensa alla moglie e un altro alla moglie dell’amico! E tu pensi le stesse cose che pensano loro! Magari anche l’altro è uno yogi e legge i pensieri… allora le cose diventeranno molto complicate! La parte fisica è triviale, ordinaria e così anche quella psicologica. Entrambe possono dare potere, ma il potere non è il fine della meditazione. Il potere è politica – qualsiasi tipo di potere è politica. Il potere corrompe – qualsiasi tipo di potere corrompe in maniera assoluta e incondizionata: accade sempre. Perciò dico che l’unica cosa essenziale, il nucleo autentico di ogni religiosità, di tutto lo yoga, di ogni metodo di ricerca, è la meditazione. Bisogna accantonare tutto ciò che non è essenziale. Puoi usare queste cose come trampolini di lancio, come punti di partenza, ma non più di questo. Non preoccuparti troppo di tutte queste cose. I tuoi movimenti dovrebbero focalizzarsi in una sola direzione. Dovresti muoverti come una freccia verso la meditazione, solo in questo modo, con una vita così breve – con così poco tempo, vigore ed energia a disposizione, e con tanti problemi da affrontare – puoi sperare che la freccia raggiunga il bersaglio. E nel momento in cui conosci qualcosa della meditazione – non perché hai pensato qualcosa, ma perché l’hai gustata direttamente – arrivi a un grande rilassamento, a una grande liberazione. Di colpo scompaiono tutte le tensioni: ansie e angosce non ci sono più. Persino se, tanto per cambiare, vuoi provarle, non le trovi. Io ho provato, e ho fallito! A volte cerco con ostinazione di trovare qualche ansietà, e non ci riesco: non funziona. Ho provato in tutti i modi possibili, ma arrivo sempre alla stessa conclusione: non funziona. Quando hai provato il gusto della meditazione, ti è impossibile essere infelice. L’estasi diventa inevitabile, si riversa su di te in modo naturale, come una cascata di fiori che cadono dolcemente su di te dal cielo.

Osho: da un brano inedito

 

 

 

L'importanza dell'individuo

 

Se si presenta solo un modello fisso di meditazione, esso sarà applicabile solo a poche persone. Questo è stato proprio uno dei problemi in passato: modelli fissi di meditazione, non fluidi, ma rigidi, che si adattano ad alcuni tipi di persone, mentre gli altri vengono lasciati nell’oscurità. Il mio lavoro è rendere disponibile a tutti la meditazione. Chiunque voglia meditare dovrebbe poterlo fare, a seconda del suo tipo. Se ha bisogno di riposo, allora la sua meditazione dovrebbe essere il riposo. ‘Stare seduto in silenzio senza far nulla, mentre l’erba cresce da sola’ dovrebbe quindi essere la sua meditazione. Dobbiamo scoprire tante dimensioni della meditazione per quante persone esistono al mondo. E lo schema non dovrebbe essere troppo rigido: non esistono due individui identici. Lo schema deve essere fluido, in modo da adattarsi all’individuo. Nel passato, la pratica era che l’individuo doveva adattarsi allo schema. Io porto una rivoluzione: non è l’individuo che deve adattarsi allo schema, piuttosto lo schema deve adattarsi all’individuo. Ho assoluto rispetto per l’individuo.

Osho

 

 

 

Non solo Yoga

 

Joe Robertson, autore di questo articolo, pratica yoga e meditazione da 25 anni. Insegnante di yoga e direttore del Centro Yoga di Columbia, nel Maryland (USA), di recente è stato a Pune per partecipare ai corsi del famoso Istituto Iyengar – una specie di Mecca per molti praticanti di yoga. Presto questa esperienza lo ha deluso e così ha deciso di passare il resto delle sue vacanze all’Osho Commune, della quale aveva sentito parlare da amici negli Stati Uniti.

 

 

Negli Stati Uniti lo yoga è divenuto molto popolare: recentemente un’intera puntata del talk-show di Oprah Winfrey – una trasmissione seguitissima – è stata dedicata allo yoga. E ad aprile una copertina di Time mostrava la top-model Christy Turlington… nella posizione del gallo (vedi foto pag.37). All’interno un lungo servizio intitolato ‘La scienza dello yoga’.

Nel 1979, quando ho iniziato a praticarlo, lo yoga era considerato un’attività del tutto marginale, qualcosa che facevano solo gli hippie… e altri perditempo. Ora invece le lezioni di yoga stanno diventando sempre più affollate. Come mai?

Nel Centro Yoga dove insegno, i miei nuovi studenti dicono che ad attirarli verso questa disciplina è il desiderio di liberarsi dallo stress, di ottenere una maggiore forza e flessibilità fisica, di guarire da problemi alla schiena evitando interventi chirurgici, di trovare la pace mentale, imparando a rilassarsi. E non c’è dubbio, lo yoga funziona.

Lo stress, anche se di solito provocato da fattori esterni, è in realtà l’esperienza di una mancanza di armonia fra i sistemi interni del corpo. La paura o la rabbia vengono represse; per mantenere buoni rapporti coi clienti, o l’armonia in famiglia.

La salute, come diceva Aristotele, è una storia d’amore perfetta fra gli organi del corpo. Lo yoga può, e riesce, a generare armonia fra corpo, mente e spirito. Il problema sta nell’esistenza di traumi nascosti, di esperienze dolorose, di emozioni represse, che diventano tensioni croniche – croniche contrazioni di muscoli volontari.

Lo yoga può essere anche usato in maniera sbagliata, come un ulteriore strumento di repressione per controllare espressioni ‘inappropriate’ di rabbia o dolore. Alcune persone usano lo yoga per dominare un carattere troppo emotivo. Talvolta succede che dopo, o durante, una lezione di Kundalini Yoga lo studente si ritrovi in uno stato molto emotivo. C’è chi dà la colpa allo yoga, mentre in realtà si tratta solo di emozioni a lungo represse che vengono alla luce: lo yoga ha solamente ‘tolto il tappo’.

Ritengo che Osho voglia dire proprio questo quando parla di ‘liberare il gorilla’, e avverte anche, nel descrivere il secondo stadio – catarsi – della Meditazione Dinamica: “Sarà difficile, perché abbiamo represso così tanto il corpo che la repressione è diventata il nostro stile naturale di vita”.

Una delle differenze fra l’approccio dello yoga e quello che ho sperimentato nella Osho Commune è proprio il controllo in opposizione all’assenza di controllo; il controllo del respiro contro il respiro caotico.

Le regole di Iyengar prescrivono che il pranayama (la parte dello yoga che concerne la respirazione) venga insegnato solo dopo molti anni di pratica delle asana (le varie posizioni del corpo) – e quando si insegna il pranayama ogni dettaglio della respirazione viene meticolosamente controllato. Il respiro nello yoga è sempre controllato, deve sempre seguire un certo ritmo, un certo schema. Quando insegno consapevolezza del respiro spiego sempre come il respiro sia influenzato dalle emozioni della persona, dai suoi pensieri e dal suo livello di energia; nello stesso tempo faccio notare come valga anche il contrario, e cioè che se si regola il respiro si riescono a ‘regolare’ anche le emozioni: se sei stressato, arrabbiato o molto nervoso, il respiro avrà un andamento irregolare, sarà poco profondo, convulso – la maniera più efficace di liberarsi dallo stress è iniziare a respirare lentamente e profondamente, in maniera regolare.

Anche se lo yoga risolve le nostre tensioni fisiche provocate dall’accumularsi di stress, paure, traumi – e di sicuro una respirazione regolare aiuta a liberarsi dallo stress e a ritrovare la calma – il problema con questo tipo di soluzione è che spesso c’è un livello più profondo di tensione sul quale questi metodi non hanno alcun effetto. In questo caso metodi catartici, caotici, hanno un’efficacia molto maggiore: è stata questa la mia esperienza praticando la Meditazione Dinamica di Osho e partecipando a un gruppo – “Respiro: come aprirsi alle emozioni” – qui alla Multiversity di Pune.

Senza conoscere le tecniche di Osho dubito proprio che i miei esercizi di yoga di oggi sarebbero andati in questo modo: mi sentivo piuttosto agitato, ansioso per tutti gli impegni della giornata, ed ero steso sul pavimento della mia stanza, ascoltando la mia musica preferita. Tentavo invano di rilassarmi (dal piano di sopra arrivava anche un martellare continuo, stavano ristrutturando l’appartamento) e così all’improvviso sono scattato in piedi e ho cominciato a ballare come un pazzo: saltavo, mi rotolavo sul pavimento, urtavo contro le pareti, con un balzo ho anche toccato il soffitto… fino a quando non sono crollato, esausto, senza fiato.

E finalmente rilassato.

La classica soluzione yoga sarebbe stata invece una respirazione lenta e regolare, un’asana particolare, quale magari il saluto al sole o lo stare ritti appoggiati sulla testa. Certo, lo yoga funziona, ma molto spesso le emozioni hanno bisogno di qualcosa di diverso, di un metodo catartico. Solo col rilassamento profondo che segue una catarsi si ha un’esperienza di beatitudine, invece che semplicemente di controllo delle emozioni. Altrimenti è come mettere un po’ di profumo su un cane che puzza!

Patanjali definisce lo scopo dello yoga come ‘la sospensione della mente’.

Nel suo libro più famoso BKS Iyengar scrive “Io sono consapevolezza e gioia, lo spazio dove mi si trova si chiama beatitudine”.

Dopo aver partecipato per dieci giorni al corso di asana nel suo istituto qui a Pune, questa mi sembrano solo parole vuote. L’impressione che ho avuto è che il percorso delle asana è non solo arduo, ma praticamente senza fine, che non si arriva mai a posizioni così perfette da poter assicurare la gioia. Per me lo yoga è troppo spesso fissato con le asana, fissato con la forma.

Nella Osho Commune la mia prima impressione è stata esattamente il contrario: mi chiedevo come fosse possibile ottenere un qualche risultato reale quando c’erano da provare così tante tecniche diverse. L’ampiezza della scelta – dalla Dinamica a Vipassana, dal Sufi Whirling alla danza, dal nuoto al tennis… e molto, molto di più – ne fanno il sogno di ogni principiante: una specie di meditazione light, a basso contenuto calorico. Club Med, persino! Più tardi mi sono accorto che la possibilità di scegliere fra così tante cose rendeva difficile diventare ‘fissati’ di una tecnica in particolare.

E poi l’esperienza che accompagnava ogni attività era la stessa: silenzio, consapevolezza… la sospensione della mente!

Joe Robertson

 

 

 

Yoga: La sospensione della mente

 

Patanjali definisce lo yoga come ‘sospensione della mente’. Ma cos’è la mente? Qualcuno è mai riuscito a trovarla? L’errore sta nella concezione errata che la mente sia un oggetto, magari nascosto all’interno del cervello. Qui Osho ci spiega come in realtà si tratti semplicemente  di una funzione, di un’attività.

 

 

Lo yoga è lo stato di non-mente. La parola ‘mente’ comprende tutto: ego, desideri, speranze, filosofie, religioni e scritture. La ‘mente’ comprende tutto questo. Tutto ciò che puoi mettere in pensieri, è mente. Tutto lo scibile, tutto ciò che si può conoscere, si trova all’interno della mente. L’arresto della mente equivale alla sospensione di ciò che è conosciuto e conoscibile. È un salto nell’ignoto. Dove non c’è mente sei nell’ignoto. Lo yoga è un salto nell’ignoto. O meglio, non si dovrebbe neppure dire ‘ignoto’, ma piuttosto ‘inconoscibile’.

Che cos’è la mente? Qual è la sua funzione? Di cosa è fatta? Di solito pensiamo che la mente sia qualcosa di solido che si trova all’interno della testa. Patanjali non è d’accordo, come non sarà d’accordo nessuno che abbia conosciuto la mente dall’interno.

Anche la scienza moderna non è d’accordo. La mente non è una sostanza solida all’interno della testa. È solo una funzione, un’attività: tu cammini e io dico che stai camminando, ma cos’è il camminare? Se ti fermi, dov’è il camminare? Se ti siedi, dov’è andato il camminare? Camminare non è una sostanza, è un’attività. Quindi quando sei seduto, nessuno può chiederti: “Dove hai messo il tuo camminare? Un attimo fa stavi camminando, e ora dov’è finito?”. Ti metterai a ridere e dirai: “Camminare non è un oggetto, è solo un’attività. Posso camminare. Posso fermarmi e poi rimettermi a camminare. È un’attività”.

Anche la mente è un’attività, ma il nome ‘mente’ ci fa credere di essere alla presenza di qualcosa di solido. Sarebbe meglio chiamarla ‘mentare’ proprio come diciamo ‘camminare’. La mente è ‘mentare’, la mente equivale a pensare: è un’attività.

Ho parlato tante volte di Bodhidharma. Quando si recò in Cina, l’imperatore cinese andò a trovarlo e gli disse: “La mia mente è molto inquieta, agitata. Tu sei un grande saggio, ti stavo aspettando. Dimmi cosa dovrei fare per trovare la pace mentale”.

Bodhidharma rispose: “Non fare nulla. Prima però portami la tua mente”. L’imperatore non riusciva a capire; disse: “Che vuoi dire?”. E l’altro replicò: “Vieni domani mattina alle quattro quando non c’è nessuno. Vieni da solo, e ricordati di portare con te la tua mente”.

Per tutta la notte l’imperatore non riuscì a dormire. Molte volte pensò di lasciar perdere tutto: “Quell’uomo dev’essere matto. Cosa intende con: ‘Porta con te la tua mente, non dimenticartene’?”. Ma l’uomo era così affascinante, così carismatico che non poteva cancellare l’appuntamento. Alle quattro saltò giù dal letto, come attirato da una calamita, e disse tra sé: “Devo andare, qualsiasi cosa accada. Quell’uomo ha qualcosa; lo vedo dai suoi occhi. Ha l’aria un po’ folle, ma devo andare lo stesso e vedere cosa succede”.

Quindi andò, e trovò Bodhidharma seduto con un grosso bastone tra le mani. Il saggio gli disse: “Allora sei venuto. Dov’è la mente? L’hai portata oppure no?”.

L’imperatore rispose: “Stai dicendo delle sciocchezze. Quando sono qui, la mente è qui, non è qualcosa che mi posso dimenticare da qualche parte. È dentro di me”. Al che Bodhidharma replicò: “Allora abbiamo già stabilito una cosa: la mente è dentro di te”. L’imperatore disse: “Va bene, è dentro di me”. Bodhidharma aggiunse: “Adesso chiudi gli occhi e cercala. Se scopri dove si trova, indicamela subito, e io le darò pace”.

Quindi l’imperatore chiuse gli occhi, provò e riprovò, cercò e ricercò. Più cercava, più si rendeva conto che la mente non esiste, è un’attività. Non è un oggetto che puoi indicare. Ma nel momento in cui comprese che la mente non è una cosa, gli divenne chiara l’assurdità della sua ricerca. Se la mente non è una cosa, non c’è nulla da fare. Se è un’attività, allora basta non fare questa attività, ecco tutto. Se è come il camminare, smetti di camminare.

Aprì gli occhi, si inchinò a Bodhidharma e disse: “Non c’è una mente che si possa trovare”. Bodhidharma replicò: “Allora le ho dato pace. E tutte le volte in cui ti senti a disagio, guarda dentro , guarda dov’è quel senso di disagio”. Il solo guardare è già contrario alla mente, perché guardare non è lo stesso che pensare. Se guardi con intensità, tutta la tua energia diventa sguardo, la stessa energia che diventerebbe movimento e pensiero.

Lo yoga è sospensione della mente.

Questa è la definizione di Patanjali.Quando la mente non c’è, sei nello yoga; quando è presente, non sei nello yoga. Perciò puoi fare tutte le posizioni yoga che vuoi, ma se la mente continua a funzionare, se continui a pensare, non sei nello yoga. Lo yoga è lo stato di non-mente. Se riesci a rimanere al di fuori della mente, anche senza fare le posizioni, sei diventato uno yogi perfetto. È accaduto a tanti senza fare alcuna posizione, e a tanti altri che le hanno praticate per tutta la vita non è mai accaduto.

La cosa fondamentale da comprendere è che quando l’attività del pensare non è presente, ci sei tu; quando l’attività della mente non è presente, quando i pensieri sono scomparsi – proprio come le nuvole – quando sono svaniti, il tuo essere, come il cielo, viene allo scoperto. È sempre lì, solo che è coperto dalle nuvole, coperto dai pensieri.

Lo yoga è sospensione della mente.

Prova! Quando dico di provare, sembrerà una contraddizione, ma non c’è altro modo di esprimerlo. Perché se provi, il tentativo stesso proviene dalla mente. Puoi sederti in una certa posizione e provare a recitare qualche japa, qualche mantra, oppure puoi provare a rimanere semplicemente seduto in silenzio, senza pensare. Ma allora il non pensare diventa a sua volta pensare. Continui a ripeterti: “Non devi pensare; non pensare; smetti di pensare”, ma è tutto pensare comunque.

Cerca di comprendere. Quando Patanjali dice: non-mente, sospensione della mente, intende un arresto completo. Non ti permetterà di recitare uno japa: ‘Ram, ram, ram’. Ti dirà che questa non è una sospensione, stai ancora usando la mente. Ti dirà: “Fermala e basta!”, ma tu gli chiederai: “In che modo? Come si fa a fermarla?” La mente va avanti. Persino se ti siedi in meditazione, la mente va avanti. Se non fai nulla, continua a fare.

Patanjali dice di osservare. Lascia andare la mente, lascia che continui a fare quello che sta facendo. Tu osserva. Non interferire. Sii testimone, sii un osservatore non coinvolto, come se la mente non ti appartenesse, come se non ti riguardasse. Non preoccupartene! Osserva e lascia che fluisca. Continua a fluire a causa dell’inerzia che ha accumulato, perché l’hai sempre sostenuta nel suo flusso. L’attività possiede ora una sua inerzia e così continua. Tu, non cooperare. Osserva e lascia che la mente fluisca.

Per molte, molte vite, forse un milione di vite, hai cooperato, l’hai aiutata, le hai dato la tua energia. Il fiume continuerà a scorrere per un po’. Se non cooperi, se non te ne preoccupi – la parola che usa Buddha è upesksha, indifferenza: guardare senza preoccuparsi, solo guardare, senza fare nulla – la mente scorrerà come un fiume ancora per un po’ e poi si fermerà da sola. Quando la quantità di moto è terminata, quando tutta l’energia è fluita, la mente si ferma. E quando si ferma, sei nello yoga.

Osho

tratto da Yoga the Alpha and the Omega

  (ritorna al sommario)  

 

 

 

La mappa della personalità

PASSO A PASSO VERSO LA TUA VERA ESSENZA - PARTE PRIMA

 

Lao Tzu dice:

Chi sa di non sapere è il più alto;

chi pretende di sapere ciò che non sa ha una mente malata,

e chi riconosce questa malattia della mente come tale, non è malato.

Il saggio non ha una mente malata perché riconosce la sua malattia come tale,

quindi non è malato.

 

Se non sbucci gli strati della personalità uno per uno e riscopri l’essenza,

la tua mente rimane malata.

 

 

L’uomo è come una cipolla, esattamente come una cipolla: strati su strati di personalità. E dietro a tutti questi strati si nasconde l’essenza. Quest’essenza è il vuoto, sunya. È più un non-essere che un essere, perché l’essere ha delle limitazioni, dei confini. Invece il nucleo più profondo non ha confini, non ha limitazioni, è solo libertà, un libero fluire dell’energia – le sue dimensioni sono infinite.

Se non sbucci gli strati della personalità uno per uno, fino all’ultimo, e riscopri l’essenza, la tua mente rimane malata. La malattia della mente è rimanere bloccata da qualche parte, immobile, come congelata. La malattia della mente è essere bloccata. È un vicolo cieco; è esattamente questo: un posto che non ha via d’uscita. Sei bloccato. Non hai la libertà di fluire, di essere e anche di non-essere. Sei costretto a essere qualcuno. Sei più simile a una dura roccia, che a un fiume.

La libertà è salute. Essere bloccati, fissati, è malattia mentale. E tutti, o quasi, sono malati. Succede raramente che qualcuno abbia il coraggio di penetrare fino al nucleo più profondo del non-essere. Allora diventi un buddha: integro, sano, benedetto.

Dobbiamo comprendere questi strati perché la comprensione è in se stessa una forza di guarigione. Se comprendi esattamente dove sei bloccato, i blocchi iniziano a sciogliersi – questo è il miracolo, il miracolo della comprensione. È la comprensione in se stessa che aiuta questo sblocco, non è necessario fare altro. Se sai con esattezza, se riesci a trovare con precisione dove sei bloccato, dove sei congelato, dove esiste l’impasse, allora il

semplice esserne consapevole, il conoscerlo nella sua totalità, inizia

a scioglierlo.

La conoscenza è una forza di guarigione. Quando il blocco inizia a sciogliersi, ricominci a fluire. Diventi un flusso!

Il primo livello della personalità è il più superficiale – il livello delle convenzioni sociali, delle formalità. È necessario, non c’è in esso nulla di sbagliato. Incontri per strada una persona che conosci; se non dici nulla e anche lei non dice nulla, se non segui le convenzioni sociali, sarete entrambi in imbarazzo. Bisogna fare qualcosa. Non che intendi veramente ciò che dici, si tratta di un lubrificante sociale. Per questo chiamo il primo strato: lo strato del lubrificante.

Aiuta a rendere le cose più scorrevoli. È lo strato del: Buon giorno, come va? Bene! Benissimo! Che bel tempo! Ciao, ci vediamo. È questo strato. E va benissimo! Non c’è nulla di sbagliato. Se lo usi, è perfetto. Ma se ne vieni usato, se sei congelato a questo livello e hai perso ogni contatto con il tuo essere più profondo, se non vai mai oltre questo strato, allora sei bloccato, allora la tua mente è malata.

Va benissimo dire ‘Buon giorno’ a qualcuno, ma una persona che non dice mai niente di più, è gravemente malata. Non ha nessun contatto con la vita. Per questa persona le formalità non sono un lubrificante, sono invece diventate un modo per evitare la vita, per tenersi da parte. Vedi qualcuno e gli dici: “Buon giorno”, ma solo per evitarlo, per potertene andare per la tua strada, e lui per la sua, per sfuggirlo.

Per milioni di persone queste convenzioni sociali sono diventate una cosa fissa, congelata; vivono su questo livello, senza mai andare oltre: è l’etichetta, sono i manierismi, le parole e le chiacchiere, sempre in superficie. Parlano non per comunicare, ma per evitare la comunicazione. Parlano per evitare la situazione imbarazzante di quando incontri veramente l’altro. Sono persone chiuse. Che la loro sia una vita molto infelice, non è certo una sorpresa. È naturale che vivano in un inferno: in realtà sono morti.

…Tanti vivono a questo livello: la loro vita è solo una formalità senza senso. Non vanno da nessuna parte, sono bloccati sulla soglia, non sono mai entrati nella stanza della vita. La vita ha molte stanze, ma loro sono fermi sulla porta, sugli scalini. Gli scalini van bene se li usi per salire, ma se ti fermi lì sono pericolosi.

…Le formalità non sono un modo autentico di relazionarsi. Possono essere un aiuto o un ostacolo: una persona sana le usa per andare più in profondità, la persona malata vi rimane intrappolata. Puoi vedere questa gente tutt’intorno a te, che sorride nei Lions Club, nei Rotary Club. Tutti sempre ben vestiti e pettinati, con un’aria perfettamente a posto – e assolutamente sbagliata. Del tutto malata, folle. È solo una recita, ma per loro diventa uno schema fisso. Quando tornano a casa dal Rotary Club o dal Lions Club, parlano ai loro figli – ma sempre sullo stesso livello. La loro vita è tutta una serie di manierismi. I libri sul galateo sono le loro bibbie, le loro gita e i loro corani; ma loro pensano di aver già fatto tutto ciò che è richiesto dalla società, pensano di essere arrivati.

Questo strato dev’essere mandato in frantumi. Resta consapevole in modo da non rimanere intrappolato. Resta consapevole; se sei bloccato a questo livello, diventane consapevole! La consapevolezza aiuterà a sciogliere il blocco, a farlo evaporare; e l’energia sarà disponibile per entrare nel secondo strato.

Il secondo strato è quello dei ruoli e delle parti.

Il primo strato non ha alcun contatto con la vita, il secondo strato a volte può avere qualche vaga intuizione. Il secondo strato è: io sono il padre e tu sei la madre; oppure, io sono la moglie e tu sei il marito; io sono il padre, tu sei il figlio; io sono il presidente degli Stati Uniti, la regina d’Inghilterra o il presidente Mao Tse Tung, Adolf Hitler, Mussolini. Tutti i politici del mondo vivono al secondo strato, quello dei ruoli.

Tutti pensano di essere l’uomo o la donna più importante del mondo. L’altro giorno un sannyasin mi diceva di aver sognato di essere l’uomo più importante del mondo. Io gli ho detto: “Non meravigliartene, tutti sognano la stessa cosa” – l’uomo più importante del mondo, il più grande filosofo, il più grande di questo e di quello… È il livello dell’ego, il secondo livello.

Per ventiquattr’ore al giorno, ogni giorno, hai ruoli diversi da giocare, a seconda del rapporto in cui ti trovi. Non c’è niente di sbagliato in questo, è un bella commedia, se però non rimani bloccato al suo interno. Devi giocare tutti questi ruoli senza rimanere fissato in alcuno di essi. Devi sempre rimanere libero da tutti i ruoli; dovrebbero essere come vestiti che puoi sempre toglierti in fretta. Se conservi questa capacità, se non sei bloccato, allora puoi giocare il tuo ruolo e non c’è nulla che non vada bene. Fino a questo punto è una bella cosa, ma se diventa la tua vita, se non vai mai oltre, allora è pericoloso. Allora giochi mille ruoli diversi nella vita senza però mai entrare in contatto con la vita...

È uno strato molto grosso. Tanti sono bloccati a questo livello; sono immersi nella merda fino al collo. Portano sulle spalle il carico di tutto il mondo, come se il mondo dipendesse solo da loro. Se loro non esistessero, che accadrebbe al mondo? Ci sarebbe il caos. Se non ci fossero, tutto andrebbe a pezzi: sono loro a tenere tutto insieme.

Queste persone sono molto malate. Le persone del primo livello sono malate, ma non sono molto pericolose. Quelle del secondo strato non sono così malate, ma sono molto più pericolose, perché sono loro che diventano politici, generali, miliardari, sono loro che arrivano al potere.

Accumulano soldi e prestigio, e tante altre cose, e i loro sono giochi pesanti. A causa loro, milioni di persone non riescono ad avere nemmeno un barlume di vita, milioni vengono sacrificati ai loro giochi.

Se sei bloccato nel secondo, diventa consapevole. Ricorda che in ogni livello ci sono sempre due possibilità. Il primo strato è un lubrificante per la persona che lo comprende: non c’è nulla di male, è un aiuto, rende più scorrevole il muoversi nel mondo. Esistono milioni di persone, esistono i conflitti – è inevitabile – ma se sai come essere formale con le persone, se sai comportarti, diventa più facile per te e anche per gli altri: nulla di male. Ma se questo diventa tutto, allora va veramente male. Allora la medicina diventa un veleno.

Bisogna ricordarsi sempre di questa distinzione a tutti i livelli. Al secondo livello, se ti piace il gioco che fai, ricordati bene che è un gioco, che non è una cosa seria – se diventa serio non è più un gioco, è diventata la realtà e tu sei in trappola. Se ti diverti, va benissimo! Goditelo! Aiuta gli altri a divertirsi: il mondo è un palcoscenico, non farne una cosa seria…

Ricorda di essere consapevole, altrimenti se non ti sei bloccato al primo strato, ti bloccherai al secondo.

C’è poi un terzo strato: lo strato del caos. A causa di questo strato la gente ha paura di andare dentro di sé: ecco perché tanti rimangono bloccati al secondo livello.

Nel secondo livello è tutto chiaro e pulito. Le regole sono note, perché ogni gioco ha le sue regole. Se conosci le regole, puoi fare quel gioco. Nel secondo livello nulla è misterioso. In questo secondo strato due più due fa sempre quattro, ma non così nel terzo. Il terzo non è come il secondo, è caos, straordinaria energia, ma senza alcuna regola! Ti fa paura: il terzo strato ti spaventa.

Ecco perché quando inizi a meditare e cadi dal secondo al terzo livello, arrivi al caos. Di colpo non sai più chi sei! Il secondo è il mondo di chi è che cosa… Al terzo livello diventi improvvisamente consapevole di non sapere chi sei! Perdi la tua identità, le regole scompaiono, è un tremendo caos, un vasto oceano tempestoso. Bellissimo se lo comprendi, assolutamente terribile se non lo comprendi. Il terzo livello, se viene compreso bene e se riesci a rimanere vigile al suo interno, ti darà la prima intuizione, la prima visione autentica della vita. In caso contrario diventerai nevrotico. Al terzo livello le persone possono impazzire. Sono persone più oneste di quelle che appartengono al primo e al secondo. Un uomo impazzito è uno che ha lasciato cadere tutte le convenzioni, ha abbandonato i ruoli e ha permesso al caos di travolgerlo. È migliore dei tuoi politici, perché almeno è più sincero e più vero rispetto alla vita.

Non dico di diventare nevrotici o di diventare pazzi; ma la pazzia accade proprio al terzo livello. Tutti i grandi artisti appartengono al terzo livello, e tutti i grandi artisti hanno una tendenza a impazzire. Un Van Gogh può impazzire. Perché? Artisti, musicisti, poeti, pittori appartengono al terzo strato: sono persone sincere, più dei politici, dei cosiddetti monaci, papi, mahatma – questi ultimi appartengono al secondo livello, giocano un ruolo, per esempio quello di essere un mahatma. Il terzo livello è fatto di persone più sincere, più oneste; ma c’è un pericolo. Sono così oneste e sincere che possono cadere nel caos; non rimangono attaccate al mondo delle regole, e si ritrovano nella tempesta.

Se al terzo livello riesci a rimanere consapevole, vigile, meditativo, quel caos si trasforma in un cosmo. È caos perché non sei centrato, non sei consapevole. Se sei consapevole diventi un cosmo – ordine – e non l’ordine delle regole umane, l’ordine del Tao, l’ordine di ciò che in India si chiama Dhamma, Dharma, Rit: l’ordine supremo, non quello creato dall’uomo. E, se rimani consapevole, il caos ci sarà ma tu non sarai nel caos, lo trascenderai – la consapevolezza è un fenomeno di trascendenza. Sai che tutt’intorno c’è il caos, ma nel profondo dentro di te non ci sarà caos. Ti ritrovi subito al di sopra di esso, invece che perso al suo interno.

Poeti, pittori, musicisti si perdono nel caos perché non sanno come essere consapevoli. Ma sono persone oneste. Nei manicomi di tutto il mondo ci sono persone più oneste che nelle capitali del mondo. E se mi permetteranno di fare a modo mio, trasformerò le capitali in manicomi. La gente in manicomio ha bisogno di aiuto, ha bisogno di maestri, che la portino dal terzo livello al quarto. I Sufi hanno una parola particolare per gli individui del terzo livello, li chiamano masta, pazzi, ma pazzi per amore di dio. Sono matti! A scopi pratici sono matti. Hanno bisogno di un maestro che li tenga per mano e li porti nel quarto. Al terzo livello occorre un maestro.

…Al terzo livello ci sono due possibilità. Puoi diventare matto: questa è la paura, ecco perché la gente rimane attaccata al secondo livello. Si attacca con forza perché ha paura che, se perdesse la presa, cadrebbe nel caos. Tutti voi lo sapete: se non rimanete attaccati ai vostri ruoli, cadete nel caos.

Giocate il ruolo del marito e della moglie; se smettete di farlo, diventerete matti. Continuate a giocare il gioco che la società vi ha imposto, con la paura che, se ne usciste, dove potreste andare a finire? Esci dalla società e finisci nel caos. Perdi ogni certezza. C’è solo confusione. Una possibilità è quindi la confusione, la nevrosi, il manicomio; un’altra è che se rimani consapevole, vigile, meditativo, il caos diventa bellissimo. Non è più caos, ha un ordine tutto suo, un ordine interno che è tutto suo. Anche la tempesta può essere bella se in essa rimani consapevole e non identificato. Allora il caos ti circonda come una straordinaria energia che si muove tutt’intorno a te, mentre tu rimani al centro, indisturbato:

la tua consapevolezza non ne viene affatto toccata. Questo ti dà per la prima volta un’idea di cosa significa essere sano.

Quelli del secondo livello sembrano sani, normali, ma non lo sono. Costringili ad andare nel terzo e diventeranno matti. Le persone che sono nel terzo e sono consapevoli, loro sì che sono sane di mente; non puoi farle diventare matte. Nessuna situazione può farle diventare matte. Quelli del secondo livello sono sempre al limite. Basta una piccola spinta – la borsa scende o fanno bancarotta o la moglie muore o il figlio diventa un hippy – e cadono nel terzo, impazziscono. Sono sempre sull’orlo della follia; basta una situazione qualunque, una piccola spinta. Sono arrivati a novantanove gradi; manca solo un grado per bollire, e può accadere in ogni momento. Possono impazzire.

Chi arriva al terzo, consapevole, va oltre la follia. Dopodiché c’è il quarto livello. Solo se riesci a passare per il terzo, puoi entrare nel quarto. Se hai affrontato il caos, se hai affrontato l’anarchia del mondo interiore, sei capace di entrare nel quarto.

Il quarto è il livello della morte, il piano della morte. Dopo il caos occorre affrontare la morte – il caos è una preparazione.

Al quarto livello, se ci arrivi, hai improvvisamente la sensazione di morire – stai morendo. Nella meditazione profonda, quando tocchi il quarto, inizi a sentire che stai morendo. Oppure – dato che la meditazione non è un’esperienza universale – anche in un profondo orgasmo sessuale puoi sentire che stai morendo.

In tutto il mondo persone di culture diverse, con lingue e condizionamenti diversi, quando provano l’orgasmo, vengono improvvisamente colte da una sensazione di morte. Ci sono persino persone che esclamano… specialmente donne, quando provano un orgasmo profondo – quando il loro corpo vibra con un ritmo sconosciuto, è colmo di energia vitale, è diventato una danza – donne di tutto il mondo esclamano parole del tipo: “Sto morendo! Uccidimi!”.

Nei trattati indiani sul sesso si dice: ‘Non tenere mai un pappagallo nella camera in cui fai l’amore’, perché potrebbe imparare; quando fai l’amore e il tuo grido è di gioia totale – ‘Muoio!’ – il pappagallo potrebbe impararlo, e poi ripeterlo, e sarebbe imbarazzante se hai ospiti o gente per casa. Quindi non tenere mai un pappagallo nella camera in cui fai l’amore.

Ecco perché nel corso dei secoli le donne di tutto il mondo si sono represse, hanno imparato a non pronunciare nemmeno una parola – in realtà sono state condizionate a non avere un orgasmo perché è una cosa molto pericolosa; provi una libertà che è simile alla morte. L’ego muore. Improvvisamente perdi completamente la tua identità. Tu non ci sei più, c’è solo la vita che vibra, una vita sconosciuta! Una vita senza alcun nome! Una vita a cui non si possono attribuire categorie. Solo vita. Tu non ci sei, l’onda è scomparsa, è rimasto l’oceano.

Avere un orgasmo profondo vuol dire avere una sensazione oceanica, sentirsi completamente persi. Le donne sono state costrette a non essere attive nel fare l’amore, perché se sono attive sono più inclini – avendo un corpo più sensibile e più delicato – a provare il fenomeno dell’orgasmo, così simile alla morte. Sono state costrette a non pronunciare nemmeno una parola, a non muoversi: devono rimanere in shavasan, sdraiate là come morte, immobili.

Anche l’uomo si è reso conto che se va veramente in profondità nell’orgasmo, ha un’esperienza che lo scuote in maniera straordinaria, un’esperienza scioccante: è morte. Non potrà mai più essere lo stesso. Quindi l’uomo ha imparato l’orgasmo locale, solo nei genitali, in cui il corpo non è coinvolto nella sua totalità. E per secoli le donne si sono completamente dimenticate di poter avere l’orgasmo. È solo da vent’anni a questa parte che abbiamo riscoperto che la donna ha la capacità di avere un orgasmo – e non solo uno, ma addirittura orgasmi multipli. È più potente dell’uomo, e può andare più in profondità dell’uomo nell’orgasmo – nessun uomo può competere con una donna. Eppure questa capacità è stata repressa e nascosta per secoli.

In Oriente le donne si sono completamente dimenticate di cosa sia un orgasmo. Se parlo con una donna indiana, e uso la parola orgasmo, lei non capisce. Cosa vuoi dire? Impossibile! Le è stato insegnato che solo l’uomo prova piacere nel sesso, non la donna; che non è femminile provare piacere. Perché questa repressione? E perché in tutto il mondo il sesso è stato represso tanto in profondità? Il sesso è simile alla morte, è questa la ragione. Tutte le culture reprimono due cose: il sesso e la morte. Si assomigliano tanto che puoi dire quasi che sono due facce della stessa medaglia.

Dev’essere così, perché è proprio attraverso il sesso che nasce la vita; dev’essere attraverso il sesso che la vita di nuovo scompare. La sorgente originaria dev’essere anche il punto in cui il cerchio si chiude. L’onda della vita sorge grazie al sesso – e quindi deve anche placarsi nel sesso. Quindi il sesso è vita e il sesso è morte.

Lo stesso accade nella meditazione. Entri in una grande sintonia, sprofondi all’interno di te stesso finché improvvisamente vai oltre il terzo livello del caos. Stai morendo! Ma se ti spaventi, si creerà un blocco. Nelle persone che hanno incominciato a temere la meditazione – e che poi trovano ogni genere di razionalizzazione per non praticarla – si è creato un blocco. Ma se resti consapevole e permetti che la morte accada, diventi immortale. Sai che la morte sta accadendo tutt’intorno a te, eppure tu non stai morendo. Muori e allo stesso tempo non muori. Muori completamente – eppure sei assolutamente vivo! Questa è l’esperienza più bella che si possa avere.

A questo quarto livello ci sono due possibilità – in ogni livello ci sono due possibilità. La prima è che se muori senza essere consapevole, esisterai come uno zombie, un robot, assente, svanito. In molti manicomi troverai persone del quarto livello che hanno perso la vita, tutta la vitalità. Esistono, ma la loro esistenza è più che altro un vegetare. In Oriente abbiamo un nome per questo quarto tipo che non è riuscito a rimanere consapevole; lo chiamiamo fakir. Fakir è un termine Sufi: sta a indicare uno yogi che ha perso la sua occasione. È arrivato fino in fondo, ma lì non è riuscito a rimanere vigile. Ora è morto; una parte del processo è avvenuta, un’altra no. È morto, ma non è rinato. Rimarrà assente, ti guarderà con occhi vuoti. Se gli dai del cibo, lo mangerà, se non glielo dai, rimarrà per giorni senza mangiare. Vivrà una vita morta. È al quarto stadio, ma non ce l’ha fatta. Dal terzo livello in poi, un Maestro diventa una necessità assoluta. Al quarto, senza un Maestro è quasi impossibile. Morire, puoi farlo facilmente, ma chi ti farà rinascere? Chi ti tirerà fuori dall’esperienza della morte, che è così scioccante e distruttiva che l’ego semplicemente cade?

Il quarto è l’esperienza in cui diventa significativo il simbolo cristiano della croce. È al quarto livello che la croce è significativa: muori. Ma questo non è tutto: Gesù risorge. Croce e resurrezione.

Se al quarto uno muore soltanto, vivrà una vita da zombie. Si muoverà nel mondo come se fosse profondamente addormentato, o in un profondo sonno ipnotico. Ubriaco. Vuoto. La croce è presente dentro di lui, ma la resurrezione non c’è stata. Se rimani vigile – ed è molto difficile rimanere vigili quando stai morendo; ma con un maestro che lentamente lavora su di te, è possibile. Se ti addormenti, il maestro funziona come un allarme. Ti fa diventare sveglio e vigile. Ti dà uno shock, ti fa prestare attenzione, e se riesci a essere vigile e consapevole quando la morte accade tutt’intorno a te, diventi immortale. Allora arrivi al quinto livello.

 

tratto da:

Osho, Tao the three tresaures vol.III

(non tradotto)

  (ritorna al sommario)  

 

 

 

 

IL TESTIMONE NON VA MAI IN VACANZA

 

Un’occasione per Osho di chiarire in maniera semplice alcuni aspetti fondamentali del testimoniare, grazie a tre belle domande di Maneesha, la discepola che durante i discorsi in Buddha Hall leggeva i sutra che poi Osho commentava, e le varie domande dei ricercatori spirituali… oltre a porre non poche domande anche di suo.

 

Amato Maestro

per noi che siamo con te è utile tentare di capire cosa succede nella nostra meditazione e crescita interiore, ed essere capaci di spiegarlo a parole, o abbiamo solo bisogno di osservare?

 

Maneesha, avete solo bisogno di osservare. Nel preciso momento in cui cominciate a chiedervi: “Cosa succede?”, viene reintrodotta la mente. Se cominciate ad analizzare, la mente ritornerà. Qualsiasi cosa facciate, eccetto osservare, la mente rientrerà in campo. È l’unico nemico da evitare, e l’osservare è l’unico rifugio nel quale la mente non può entrare.

La tua domanda è significativa. Si tende a pensare: “Cosa succede?”, e ad analizzare. Senza rendersi conto del fatto che in questo sforzo di analizzare, di trovare spiegazioni, la mente è rientrata dalla porta di servizio. [Nella nostra meditazione] quando osserviamo, tentiamo di liberarci della mente. Tutte le altre attività appartengono alla mente.

Quindi c’è solo bisogno di osservare, c’è solo bisogno di approfondire il più possibile l’osservazione. Vai sempre più in profondità, fino al punto in cui ti lasci indietro la mente di chilometri, e rimane solo il testimoniare.

Questo è il tuo oro puro, questo è il tuo buddha.

 

 

 

Amato Maestro

quando non c’è nulla da percepire - nessuno stimolo che proviene dal corpo o dalla mente, e quindi nessun elemento per poter definire se stessi - quello che rimane è il testimoniare? Non sembra neppure esserci un testimone, ma solo la consapevolezza che non c’è nessuno.

 

È proprio così. Non c’è testimone, c’è solo il testimoniare. C’è solo coscienza, e in essa non esistono né personalità, né forma. C’è solo consapevolezza, come una fiamma che si leva dal nulla e scompare nel nulla; puoi osservarla solo nel mezzo. Hai mai guardato una candela? Dove va a finire la fiamma? Gautama Buddha ha definito la suprema esperienza come “spegnere la candela con un soffio”. Nirvana significa spegnere la candela con un soffio. Non c’è più nulla, solo pura consapevolezza, che non è più neppure confinata dalla tua individualità, ma è solo una nuvola che fluttua, senza una forma stabile – una straordinaria intensità dell’essere, una grande gioia. Ma non è la tua gioia: tu sei assente. Nella tua assenza sorge la gioia, la beatitudine. Nel momento in cui non esisti più, il testimoniare è puro. E questo testimoniare porta con sé la più grande benedizione possibile. Questo testimoniare è il buddha.

 

 

 

Amato Maestro,

dal riconoscimento di un testimone interiore che non vacilla mai, all’adorazione di un dio esterno per il quale la gente è disposta a uccidere – è veramente possibile ora per noi compiere il viaggio a ritroso verso il testimone in un solo istante, con un unico passo? Salvo quando mi trovo seduta proprio di fronte a te, ricordare di essere un testimone mi sembra un compito faticoso quanto il pedalare in salita!

 

Maneesha, non è come pedalare in salita, si tratta di andare in discesa! L’ego è sempre pronto per le salite, il punto è la discesa. Essere semplici, naturali, annullarsi, non può essere così difficile. Comincia prima di tutto a cambiare le tua idee: non è una salita faticosa, è una discesa.

Sei tu a renderlo faticoso. Se è possibile quando sei davanti a me, cosa te lo impedisce quando non sei seduta di fronte a me? Se è possibile con me, è possibile dovunque.

Dici: “Salvo quando mi trovo seduta proprio di fronte a te...”. Ma come fai a essere sicura che io sia proprio lì? Non ne hai nessuna prova. Non puoi credere ai tuoi occhi - ti hanno ingannato moltissime volte. Può essere che tutti coloro che sono riuniti qui si siano addormentati e che stiano tutti sognando di me. Io sono il sogno di tutti voi.

Al di fuori del tuo testimoniare non puoi stabilire se qualcosa abbia o meno una qualche realtà. Quello che credi non è molto affidabile. Nei tuoi sogni, hai mai avuto il dubbio di essere in un sogno? Quando sogni sei talmente coinvolto che il sogno diventa reale, così reale che se stai avendo un incubo - un leone o un drago sono seduti sul tuo petto - dalla paura ti sveglierai, e sentirai un gran sollievo perché era solo un sogno.

Ma persino un sogno ha degli effetti: dal tuo respiro sembrerà che tu abbia corso veloce, il tuo sudore dimostrerà che il tuo corpo, come anche la tua mente, hanno creduto che il drago fosse reale. Non c’è modo di dimostrare che il mondo esterno non sia solo un altro sogno – magari un po’ più lungo, che dura settant’anni; magari un sogno speciale, che ti aspetta quando vai a dormire e ricomincia quando ti svegli. Ma non c’è modo di provare razionalmente che il mondo esterno sia veramente lì. Può essere così, ma può anche non essere.

Quindi non preoccuparti della mia esistenza reale. Potrei essere semplicemente uno stratagemma... di fatto, sono uno stratagemma. Se puoi diventare un testimone quando sei di fronte a me, sai che hai la capacità di diventarlo. Non c’è bisogno di renderlo un compito faticoso. Non prenderlo così sul serio.

Lo so, all’inizio te ne dimenticherai molte volte. Quando te ne dimentichi, non fartene un peso, altrimenti prima ti dimentichi del testimoniare, e poi te ne ricordi e dici: “Dio mio, me n’ero dimenticato! – e te ne penti. Anche questo è un modo di dimenticarsene. Ciò che hai dimenticato, hai dimenticato. Adesso che ti sei ricordato, vai avanti.

Non pentirti mai dei momenti che sono passati. Sono passati. Se inizi a pentirtene, ne distruggerai anche altri. E la mente umana è tale che una dimenticanza è sempre possibile. Ora che ho detto: “Non fartene un peso!”, se ne pentirà, e poi si pentirà di essersi pentita, e il testimoniare sarà sempre più distante.

Evita le complicazioni: quando ti dimentichi, ti dimentichi. Quel capitolo è chiuso. Adesso ti stai ricordando – ricordati, sii testimone. A poco a poco gli intervalli in cui ti dimentichi diventeranno più brevi, e sempre meno. Ci vuole un po’ di tempo. Voi non siete fiori passeggeri che in pochi giorni fioriscono e pochi giorni dopo sono già appassiti. Voi siete fiori dell’eternità.

Non occorre preoccuparsi; se per pochi momenti ti dimentichi il testimoniare, va benissimo. Ora però sii testimone! Non sprecare un solo pensiero per il passato. È una cosa naturale, non sentirti in colpa.

Non voglio che la “mia gente” si senta in colpa, per nessuna ragione. Qualunque cosa sia successa, è andata così! Adesso che sei consapevole, diventa un testimone. Sbaglierai ancora, molte volte ti dimenticherai, molte volte ti sveglierai. Questo è il corso naturale delle cose. Non riguarda solo te; succede a tutti.

Non crearti dei problemi e continua semplicemente a crescere, a testimoniare sempre più e a dimenticare sempre di meno. Arriva un momento – deve arrivare per forza – in cui, anche se vuoi dimenticare, non ti è più possibile. Allora sarai in collera con me, sarai veramente furioso; dirai: “Ora voglio dimenticare e non posso più farlo!”.  Non potrai più dimenticare... il tuo testimoniare sarà diventato così stabile che non potrai neppure prenderti una vacanza. Le vacanze non sono fatte per i santi.

 

tratti  da:

Osho, Rinzai: Master of the Irrational

  (ritorna al sommario)  

 

 

 

Un Libro da Vivere

 

 

IL LIBRO DELLA

CONSAPEVOLEZZA

______________________

Edizioni Del Cigno

Pagine 212 - Lire 25.000

 

 

l’OSSERVATORE: L’osservatore e l’osservato sono due aspetti del testimone. Quando scompaiono l’uno nell’altro, quando si fondono l’uno nell’altro, quando si uniscono – per la prima volta il testimone affiora nella sua totalità. L’osservatore indica il soggetto, l’osservato indica l’oggetto.

L’osservatore significa ciò che è esterno all’osservato e l’osservatore significa anche ciò che è all’interno.

 

compassione: Colui che in questa vita morirà totalmente consapevole, rinascerà solo una volta, perché la prossima volta non avrà bisogno di ritornare ancora. Gli rimarrà solo un po’ di lavoro da fare su se stesso: lavoro che porterà a termine nella sua prossima vita. A colui che in questa vita morirà totalmente consapevole, rimarrà da fare una sola cosa: non ha avuto il tempo di trasformare in compassione la propria consapevolezza. Nella sua prossima vita potrà irradiare come compassione la propria consapevolezza. E, fino a quando la consapevolezza non si sarà trasformata in compassione, qualcosa resta incompleto, qualcosa resta imperfetto.

 

la CONSAPEVOLEZZA INTERIORE: Quando arrivi a conoscere la tua consapevolezza interiore, non sei più un mendicante. Non prendi più niente dall’esterno. Al contrario diventi un imperatore e cominci a riversare il tuo essere nel mondo esterno; lo rendi più bello, diventi una benedizione per il mondo. Questa è la trasformazione. Se sei vigile, darai qualcosa al mondo, sarai un donatore. Ricorda più dai e più possiedi, perché più riversi nel mondo più tutto ciò continuerà a fluire in te.

 

la libertà: Puoi scegliere di essere libero e puoi scegliere la sudditanza: sei talmente libero da poter scegliere l’uno o l’altro stato. Questo fa parte della tua libertà interiore, anche non scegliere fa parte della tua libertà. Quando sei totalmente dissolto nella libertà, quando sei realmente libero, l’ego scompare. L’ego è la tua schiavitù, l’ego è la tua prigione. Nella libertà totale non trovi alcuna traccia di ego.

 

diventa uno: Quando in te ci sono molte presenze, diventi una folla e la folla è rumorosa. Quando diventi uno, in te c’è il silenzio e in quel silenzio potrai cominciare a sentire la presenza del divino. Quando sarai uno, sarai in grado di entrare in comunione con il Tutto. Essendo tu stesso un tutto, sarai in grado di entrare in comunione con il Tutto.

 

Le certezze: Le persone sono piene di certezze, pensano di sapere già tutto. A causa di queste loro certezze, rimangono chiuse. Se sai già tutto, non hai bisogno di indagare e di ricercare. Perché dovresti farlo? Se sai già tutto, puoi tenere chiuse le porte e le tue finestre.

 

la contraddizione: Uso la contraddizione come uno stratagemma. Affermo una cosa e voi, seguendo una vecchia abitudine, vi ci aggrappate; perciò io, il giorno successivo, dovrò contraddirla. Dopo che l’avrò contraddetta, voi dovrete lasciarla perdere. Ma potreste cominciare ad aggrapparvi alla cosa nuova che ho appena detto, e quindi dovrò contraddirmi un’altra volta. E così andremo avanti, voi continuerete ad aggrapparvi a questo e a quello. Ma un giorno, improvvisamente, diventerete consapevoli di ciò che sta accadendo.

 

la vecchiaia: Se stai invecchiando, ricorda che la vecchiaia è il culmine della vita. Ricorda che la vecchiaia può essere l’esperienza più bella. Il vecchio si trova nello stesso stato di quiete dopo una tempesta, quando prevale il silenzio. Quel silenzio può avere una bellezza immensa, una profondità e una ricchezza incredibili. Se il vecchio è realmene maturo, allora diventa bello. Cresci, matura interiormente, diventa più attento e consapevole. La vecchiaia è l’ultima opportunità che ti viene concessa.

 

 (ritorna al sommario)