2 CENTRI DI OSHO IN ITALIA
Tutti i Centri di meditazione di Osho divisi per
regione
6 LE NOTIZIE
8 EMOZIONI
L'importante
se si vuole comprenderla e superarla è arrivarne alle radici.
12 PRIMO PIANO
La questione
fondamentale di ogni ricerca interiore è quella della responsabilità
individuale.
-
Aver fiducia nella consapevolezza.
-
Il sannyas, la mia più grande storia d'amore.
22 BUDDHA DOVUNQUE
Tecniche di
rilassamento, consapevolezza e benessere in una situazione di lavoro molto
insolita.
Il mercato
globale alla ricerca di lavoratori meditativi
-
Come raggiungere il Nirvana...
...senza
rinunciare alla carriera.
32 MEDITAZIONE
Non puoi sfuggire
alla verità, è meglio affrontarla e accettarla. E meglio viverla. Lo specchio
della consapevolezza Crea consapevolmente nella tua vita situazioni che vanno
a scuotere abitudini e automatismi.
33 CONSAPEVOLEZZA
Tutti noi abbiamo desideri, grandi e piccoli,
impossibili... viverli in modo chiaro e consapevole non è facile .
38 LA MAPPA
Dalla terra
al cielo... e oltre. Una particolareggiata mappa dal commento di Osho
sui"Yogasutra" di Patanjali. Un percorso tutto all'interno di te
stesso.
44 INTERVISTA
Enzo
Biagi intervista Osho.
48 INCONTRI
Il canto ha un suo mistero...
riscopri la tua vera voce.
50 TUTTE LE STELLE
Il tuo oroscopo di maggio
52 LA VETRINA
Tutti i libri di Osho in italiano, i video di
Osho, le musiche per la meditazione e il rilassamento.
60 UN LIBRO DA VIVERE
Il
seme della Ribellione - Vol. I
Commenti ai
Vangeli Apocrifi di San Tommaso
Copyright© 2000 OSHO INTERNATIONAL FOUNDATION
Tutti i diritti riservati OSHO® è un marchio registrato di proprietà della
Osho International Foundation,
usato con il suo permesso.
Dinamica!
Il 21 Marzo, inizio della primavera, si sono
conclusi i 21 giorni di Meditazione Dinamica in tutto il mondo promossi dalla
Global Connections e soprannominati ‘le pulizie di primavera’.
La partecipazione qui
all’Osho Meditation Resort di Pune è stata considerevole: quasi 400 persone
tutte le mattine in Buddha Hall, un’energia che si faceva veramente sentire –
considerando anche che per l’occasione era possibile fare tutti i giorni il
secondo stadio della meditazione, la catarsi, ‘urlata’! Nel mondo più di una
ventina di centri di Osho – o altre situazioni dove si praticano le sue
meditazioni – hanno aderito all’iniziativa: dalla Lituania a Taiwan, da Paros
(Grecia) a Odessa (Ucraina). Talvolta all’inizio con pochi partecipanti, che
poi però aumentavano man mano che cresceva l’entusiasmo e si vedevano i
‘benefici’.
Se non hai partecipato…
be’, è ancora primavera e un po’ di pulizia fa sempre bene!
Freschi
freschi
Novità su Osho nel recente panorama editoriale
italiano.
La prima di queste è: OSHO 1931 1990 Videobiografia di un mistico contemporaneo con allegato il volumetto
“Meditazione l’arte dell’ascolto”. Un video intenso della durata di 50 minuti,
doppiato in italiano che ripercorre il vortice di eventi che hanno accompagnato
la vita di questo raro ‘maestro di realtà’. Da non lasciarsi scappare l’estrema
ironia con cui Osho continua a scherzare sulle tante etichette – e dicerie –
che hanno accompagnato il ‘carnevale di luci e colori’ creatosi intorno a lui. Tra i temi trattati:
“Perché pensi ci siano tante donne giovani e
attraenti intorno a te?”. – “Come spieghi le tue Rolls Royce?”. – Tutte le
religioni del mondo sono state sadomasochiste. – Tecniche di meditazione basate
su principi scientifici. – L’incontro di Zorba e di Buddha, l’incontro tra
la terra e il cielo. – Non sei né il corpo, né la mente e non sei solo questa vita,
sei la vita eterna.
A una giornalista che gli chiede: “Chi sei?”, Osho
risponde: “Sono solo me stesso. Né profeta, né messia. Solo un comune essere
umano, proprio come te”. Nel video, la giornalista commenta, tra l’ilarità dei
presenti: “Be’ non proprio come me...” E Osho replica: “Giusto, non proprio. Tu
sei ancora addormentata. Ma questa non è una gran differenza. Un giorno anch’io
ero addormentato. Un giorno anche tu riuscirai a svegliarti. Ti puoi svegliare
in questo momento, nessuno te lo impedisce. Quindi la differenza è
insignificante”. Osho vuol sottolineare che – qualsiasi cosa egli sia –
divinizzarlo o adorarlo (ma vorremmo aggiungere anche demonizzarlo o sminuirlo)
non serve. Non serve ridurlo alle proprie categorie... Un aiuto al risveglio:
questo è il solo senso della vita di Osho. Appena uscito è anche il secondo
volume di Il seme della ribellione. L'opera completa – a pg. 60 puoi leggere
alcuni brani tratti dal primo volume – è in tre parti e conterrà i ventuno
discorsi di Osho sui detti di Gesù tratti dai Vangeli Apocrifi di San Tommaso.
Databili tra la seconda metà del secolo I e la prima metà del II, i Vangeli di
San Tommaso registrano 'le parole segrete dette da Gesù il vivente'. A
differenza degli altri apostoli, Tommaso non funge semplicemente da scrivano.
Gesù, dopo averlo preso in disparte, gli rivela una conoscenza non condivisa
dagli altri (Vangelo di Tommaso, 13). Si tratta di una conoscenza interiore
(Vangelo di Tommaso, 108) che egli ha messo per iscritto per chiunque abbia
orecchie per intendere (Vangelo di Tommaso 8; 21; 63; 65; 96). La tradizione
gnostica orientale si dilunga molto su Tommaso, che presenta come del tutto
diverso dal Tommaso dubbioso per antonomasia (Giovanni 20; 24; 29): qui diventa
il prototipo della conoscenza di sé individuale... associandolo dunque alla
tradizione della 'conoscenza di sé' che risale alla massima delfica 'conosci te
stesso' e a Platone (nell'Alcibiade Primo, attribuito a Platone, Socrate
afferma che si arriverà a conoscere se stessi, se ci si prenderà cura di se
stessi). In questa tradizione affiora dunque un viaggio interiore del tutto
diverso dalla fede e dalla dottrina del cristianesimo classico e comune.
Caratteristiche che il
commento di Osho riesce ad evidenziare perfettamente. Due novità da non perdere.
VACANZE INTELLIGENTI
È bene pensarci per tempo! Qui all’Osho Meditation
Resort di Pune il programma della
Multiversity offre nei mesi estivi
spunti molto interessanti quali un Tantric
Pulsation Intensive – due settimane
a partire da fine maggio Fra i leader anche Aneesha, vedi l’OTI di gennaio dove
viene intervistata su questo tipo di tecnica. Da metà luglio poi, per tre
settimane, la Mystic Rose con anche
la possibilità di seguirne il Training.
E a fine estate tre settimane di Gurdjieff
Awareness: un intenso workshop residenziale focalizzato sui Movimenti del
mistico armeno G.I. Gurdjieff (le Sacre Danze, vedi OTI dicembre 2000). Per date e dettagli
consultate il sito di Osho sul WEB o contattate la Multiversity. Se poi avete
più tempo e vi interessa fare un’esperienza di vita e di lavoro come
meditazione, c’è il Residential Program
che potrebbe fare al caso vostro: per informazioni
oltre che guardare sul sito osho.com,
potete scrivere in inglese a “Work as Meditation” presso la Comune di Pune.
Ma non tutti hanno voglia
di andare così distante ed ecco quindi alcune opportunità di divertimento,
rilassamento, celebrazione e meditazione più vicine a casa! Volete imparare il
vostro inglese o migliorarlo? Vi serve per lavoro, per apprezzare meglio tutto ciò che è disponibile su Internet o per quando
viaggiate all’estero? In Inghilterra c’è l’Osho School of English. Se vuoi
delle informazioni: oseil@croydonhall.co.uk oppure
tel +44 1984 642200 (Lonika) fax 640052
– dove l’inglese viene insegnato come lingua internazionale e che
organizza corsi sia in luglio che in agosto.
È possibile partecipare tutti i giorni alle
meditazioni di Osho, sono disponibili vari tipi di sessioni individuali…
o si può fare semplicemente il turista meditativo e visitare la splendida
campagna del Somerset.
Se invece preferite
qualcosa di più caldo... perché non Paros (Grecia)
e il ritiro di 10 giorni ‘Tantralife‘
guidato da Radha, nota terapista italiana (info: e-mail lavanya@interfree.it
oppure tel. 0584 791423).
Ma non è che manchino le
occasioni anche in Italia per fare
vacanze in un ambiente di celebrazione e meditazione, incontrando persone che sono sulla vostra stessa onda:
anche quest’anno Osho Miasto propone OLÈ - Osho Love Explosion – 15 giorni di
celebrazione agli inizi di agosto; un avvenimento che ha sempre molto successo
e grande partecipazione.
Una nuova iniziativa
invece quella organizzata da Soleluna
dal 10 al 24 agosto: un festival in
Umbria vicino a Città di Castello.
Meditazioni, musica dal vivo, party, corsi, sessioni individuali e workshop – ci sarà Aneesha con Pulsation, Sudha con Tantric meditation, ritiri
sciamanici e altro ancora. Per il programma
completo e-mail solelun@tin.it o tel. 011 537465. Un'occasione non solo per celebrare, meditare, o
'lavorare su se stessi', ma anche semplicemente per rilassarsi incontrando bella gente: il tutto in un
bellissimo hotel – una villa del ‘700 – con campi di calcetto, tennis, basket, pallavolo e una
megapiscina nel parco secolare.
Insomma non mancano le
occasioni per far fruttare le vacanze su tutti i piani e tornare (a casa, a
scuola o al lavoro) veramente ricaricati.
Ecco
la nuova piramide
Ce n’è ancora molto di
lavoro da fare… come si vede dalle foto in questa pagina, ma si comincia già a
vedere quanto sarà bella e grande (i lati sono di 35 mt.) la nuova Hall di
meditazione all’Osho Meditation Resort di Pune. La copertura che vedete nella
foto in alto non è ancora quella definitiva.
Certe volte viene considerata quasi una qualità, anche se
naturalmente può essere un problema nelle relazioni con gli altri.
L’importante, se si vuole comprenderla e superarla, è arrivarne alle radici.
La
timidezza è il sottoprodotto di un ego molto, molto sottile. Il problema non è la
timidezza, la timidezza è solo un sintomo –
hai un ego molto sottile. Con le cose di tutti i giorni funziona
perfettamente, ma con quelle non familiari esiste un pericolo. Con le cose a te
note sei un esperto – l’ego le conosce, e sa cosa fare per rimanere in
controllo. Ma con le cose di cui non hai dimestichezza – che non conosci –
l’ego non sa cosa fare, non ha alcuna competenza ad affrontare situazioni
sconosciute. Così si rimpicciolisce, si ritira. Questo senso di contrarsi in se
stessi si chiama timidezza. La timidezza fa
parte dell’ego; più una persona è egoista più sembra timida perché non
vuole aprirsi a nuove situazioni: potrebbe non
esserne all’altezza.
Le situazioni nuove
possono imbarazzarti, possono toglierti la terra sotto i piedi. Per cui la timidezza non è mai realmente un problema – è
solo un sintomo.
Si è sempre pensato che la
timidezza fosse una buona qualità perché protegge l’ego. Pensiamo che una
persona timida sia una persona buona, perché non è aggressiva, ma non è così!
La sua aggressione è molto sottile. Il timido è sempre in disparte, mantiene le
distanze. La distanza è solo una strategia, se i problemi diventano troppi, si
può sempre scappare.
Il timido non si coinvolge
mai, rimane alla periferia dalle situazioni e finge: ‘Sono timido – ecco perchè
non mi mescolo alla folla, non cerco rapporti interpersonali, non so comunicare
con le persone che non conosco, non ho rapporti con la gente – perché sono
timido.’
La timidezza è una scusa,
una spiegazione usata per nascondersi: copre molte cose, ma fondamentalmente
copre proprio l’ego.
Le donne di solito sono
più timide degli uomini, perché sono molto egoiste. Eppure in passato sono
state apprezzate per questa loro timidezza, particolarmente
in oriente. Si pensa che sia proprio della donna essere timida. Guarda sempre
in basso, si ritrae, non prende nessuna iniziativa. Alla donna orientale quella
occidentale sembra volgare, non sofisticata e mascolina proprio perché non è
timida. Ma la donna orientale è molto egoista, la sua timidezza è una facciata,
solo una bella maschera.
Non pensare perciò che sia
la timidezza è problema – non lo è. Se vuoi affrontare veramente il problema, guarda l’ego: è là che lo trovi, la causa è
là.
Una volta compresa la
causa reale, le cose possono cambiare facilmente. Se si continua a combattere
solo il sintomo, le cose non cambieranno mai.
tratto da:
Osho,
The Madman Guide to Enlinghtment #25
Solo la meditazione
Osho, qual è
la differenza tra essere umile, essere timido e nascondersi per paura?
La
differenza
tra essere umile, essere timido e nascondersi per paura è grandissima. Ma
l’inconsapevolezza umana è tale che nessuno riesce a fare distinzioni tra le
proprie azioni e il modo in cui interagisce con la realtà; la differenza,
altrimenti, sarebbe così chiara che persino fare questa domanda non avrebbe
senso.
Prima di tutto devi
considerare più attentamente la parola ‘umile’. Tutte le religioni le hanno
dato una connotazione sbagliata: per umile intendono solo l’opposto di egoista.
Non è così. Persino l’esatto opposto dell’ego sarà ancora ego, solo nascosto
dietro una facciata. Questo si vede ogni tanto nella cosiddetta persona umile:
pensa di essere più umile di chiunque altro… e quello è l’ego. L’umiltà non
conosce questo tipo di linguaggio.
Per avidità, – a causa di
una tremenda avidità di entrare in paradiso e godersi tutti i suoi piaceri, –
un uomo è capace di reprimere il suo ego e diventare umile. Prima che possa
dirti cos’è la vera umiltà, devi comprendere quella falsa. Se non comprendi la
falsa umiltà, è impossibile definire quella vera. In realtà, quando comprendi
quella falsa, la vera umiltà sorge spontaneamente nella tua visione. La falsa
umiltà è solo ego represso, che finge di essere umile ma desidera comunque
essere superiore. La vera umiltà non ha nulla a che fare con l’ego: è assenza
dell’ego. Non vuole essere superiore a nessuno. È pura e semplice comprensione
del fatto che nessuno è superiore, e nessuno è inferiore; le persone sono solo
se stesse, uniche in modo incomparabile.
Non puoi paragonarle e trovarle superiori o inferiori. Quindi la persona
veramente umile è molto difficile da comprendere, perché non sarà umile nel
modo in cui lo intendi tu. Hai conosciuto centinaia di persone umili, ma erano
tutti egoisti, e tu non sei in grado di riconoscere il loro ego represso.
La vera umiltà è
semplicemente assenza dell’ego. Vuol dire abbandonare interamente la
personalità – tutte le ‘decorazioni’ accumulate intorno a te – ed essere simile
a un bambino che non sa chi è, che non sa nulla del mondo. Ha occhi che vedono
con chiarezza; può vedere il verde degli alberi con più lucidità di come lo
vedi tu. I tuoi occhi sono pieni di quella polvere che chiami conoscenza,
sapere. Per quale motivo hai accumulato questa polvere che ti sta rendendo
cieco? Perché il sapere dà enorme energia al tuo ego. Tu sai, e gli altri no.
La persona umile non sa
nulla. Ha percorso il cerchio completo fino a tornare all’innocenza
dell’infanzia. È colmo di meraviglia. Vede misteri dappertutto. Raccoglie sassi
e conchiglie sulla spiaggia e se ne rallegra
come se avesse trovato diamanti e smeraldi e rubini.
I bambini hanno una enorme
chiarezza. In quella chiarezza, in quella trasparenza,
in quella prospettiva il mondo appare come un miracolo. La persona umile
ritorna a questa esistenza miracolosa. Noi la diamo per scontata, ma non siamo
in grado di capire come dallo stesso terreno nascano il fiore di loto, e la
rosa, e milioni di altri fiori. La terra non ha colori; e allora da dove
arrivano tutti quei colori meravigliosi? La terra è rozza; da dove vengono le
rose vellutate? La terra non è verde; da dove arrivano tutti gli alberi verdi?
La persona umile è come se
fosse di nuovo un bambino. Non ha pretese, ma solo gratitudine, gratitudine per
ogni cosa; è persino grata per cose di cui tu non puoi nemmeno immaginare si
possa essere grati.
Una persona umile vive una
vita di gratitudine senza condizioni; non è solo grata a dio, ma anche agli
esseri umani, agli alberi, alle stelle, a tutto.
Essere timidi è un’altra
espressione dell’ego, anche se è stato trasformato quasi in un ornamento. Una
persona timida, specie una donna in Oriente,
viene considerata particolarmente aggraziata proprio perché è timida; ma queste
donne sono timide solo perché la cosa viene molto apprezzata. In Occidente
piano piano questa timidezza sta scomparendo nelle donne, perché non viene più
considerata di qualche valore. È solo il segnale di una tradizione di
schiavitù. La donna moderna in Occidente se ne è liberata perché era anche una
catena, un legame, che deve essere spezzata se la donna vuole essere libera.
Quali sono i momenti in
cui inizi a sentirti timido? Sono i momenti in cui qualcuno ti loda, i momenti
in cui qualcuno ti dice: ‘Sei così bella!’ – e sai che non è vero, che non ci
sono in giro così tante persone belle. Ma quasi tutti incontrano qualche idiota
che dirà loro: ‘Sei così bella!’ E proprio allora sorge la timidezza perché sai
che non è vero, ma soddisfa talmente il tuo ego!
Puoi provare, puoi dire a
un donna molto brutta, o a un uomo brutto: ‘Mio
dio! Il mondo non ha mai visto qualcuno come te. Sei così bella che persino
Cleopatra non è niente al tuo confronto’. Persino la donna più brutta non sarà
capace di negarlo. Anzi ti dirà: ‘Sei la sola persona che dimostra di avere
buon gusto…’
La persona priva di ego
non si sente mai timida. Se dici qualcosa di falso su di lei, lei stessa lo
confuterà. Vuole mostrarsi in tutta la sua autenticità.
E l’ultima cosa:
‘nascondersi per paura’. Sono tutte diverse espressioni dell’ego: una falsa
umiltà, l’essere timidi – sapendo perfettamente che ciò che viene detto non è
vero – e la terza, il nascondersi per paura.
Tranne l’ego, non c’è
elemento in te che possa provare paura, perché l’ego è l’unica cosa falsa e
destinata a morire. Il tuo corpo non scomparirà – semplicemente si dissolverà nei
suoi elementi di base – né morirà la consapevolezza. Continuerà il suo viaggio
verso livelli e forme più alti di espressione, o si dissolverà infine nella
consapevolezza universale.
Ma quella non è morte. È
diventare più grandi, più vasti… infiniti ed eterni. Non è una perdita. L’unica
cosa che morirà, ed è morta tutte le volte in cui sei morto – il corpo torna ai
suoi elementi materiali, la consapevolezza va nella consapevolezza universale o
in una nuova forma di consapevolezza – l’unica cosa che muore più e più volte è
l’ego. Ecco perché l’ego è la causa fondamentale di tutta la paura che c’è in
te.
Un uomo privo di ego è
anche privo di paure.
Per quanto ti riguarda si
tratta solo di una distinzione intellettuale. Non così per me: è la mia
esperienza. Il giorno in cui il mio ego è scomparso, ho scoperto un tipo
completamente diverso di umiltà. Ho scoperto che non c’è nessun motivo per
essere timidi, e non mi sono mai nascosto per paura. Questa può diventare anche
la tua esperienza: a meno che non diventi un’esperienza, la sola comprensione
intellettuale non serve. La meditazione è un aiuto a liberarti dall’ego, e
allora tutte e tre queste cose scompariranno. Ma se ti trovi in uno stato di
inconsapevolezza, sarà molto difficile distinguere tra l’umiltà autentica e
quella finta.
Un uomo mi ha detto: ‘Non
solo non so cosa mi porterà il domani, ma non sono ancora del tutto sicuro di
ciò che mi è successo ieri’.
Viviamo
tutti come sonnambuli, camminiamo nel sonno. La nostra consapevolezza
è un fenomeno così superficiale, e la nostra inconsapevolezza è profondissima…
Le nostre azioni nascono tutte dall’inconscio; le nostre decisioni nascono
dalla mente cosciente. Ecco perché azioni e decisioni non vanno mai di pari
passo. Dici qualcosa ma poi fai qualcos’altro, perché dentro di te sei
completamente diviso.
Chi agisce è la parte
inconscia, mentre la mente cosciente è così piccola che riesce solo a produrre
parole. Per quanto riguarda l’azione e lo stile di vita, essi provengono
dall’inconscio. È vastissimo – la tua eredità di milioni di anni di evoluzione
umana – e straordinariamente potente. Ricorda che se sei in balia
dell’inconscio, non c’è alcuna possibilità di vedere le cose esattamente come
sono. Tranne che con la meditazione, non c’è altro modo di portar luce
nell’oscurità inconscia del tuo essere. Man mano che la meditazione progredisce, cresce la consapevolezza, e diminuisce
l’inconsapevolezza. Al livello più alto la consapevolezza è totale e
l’inconsapevolezza è completamente scomparsa. Quello è il momento in cui le tue
parole, la tua vita e il tuo essere hanno lo stesso
significato, sono in sintonia: non c’è frattura, divisione o
antagonismo.
Sarà bene che non ti
limiti a una curiosità intellettuale riguardo alle distinzioni tra le cose. Vai
più in profondità nella tua meditazione, e poi la risposta nascerà dentro di
te. Solo una risposta che è tua, può renderti veramente saggio.
tratto da:
Osho,
Satyam Shivam Sundaram #11
Guardate un bambino
Lo avete osservato – a giocare con la sabbia in
riva al mare o a rincorrere una farfalla? Osservatelo, ma non mettetelo in
imbarazzo, se si imbarazza non è più un bambino. Osservatelo, di nascosto…
Assorto, il bambino è completamente perso.
E com’è bello! Il suo viso grazioso, i colori, la
gioia, l’allegria, la contentezza, la vitalità – è come se avesse le ali, ed è
cosi rapito. Quando è cosi immerso in ciò che fa, è vicino a dio, è nel Tao – è
sul cammino – sta godendo il momento. È tremendamente felice, così felice che
non si rende conto della sua felicità: solo le persone che soffrono sono
coscienti della felicità. È cosi felice … Dopo, provate a portarvi una macchina
fotografica e a fare una foto al bambino. Nel momento in cui si rende conto di
essere nel mirino della macchina, la sua contentezza sparisce. La sua faccia è
diventata una maschera. I suoi occhi non sono più rapiti – hanno perso ogni
splendore, sono diventati opachi. Non è più dinamico: è diventato statico,
rigido. È imbarazzato, è entrato in gioco l’ego:
insieme alla macchina
fotografica è arrivato l’ego.
Osho
L'amore fluisce solo nella tua assoluta
"nudità",
mai altrimenti, perché quell'assoluta
nudità
è la tua innocenza primaria.
E tutta l'esistenza è nuda, eccetto l'uomo.
L'uomo si nasconde. E non si nasconde solo
dietro a dei vestiti — si nasconde dietro
a migliaia di alte cose. È molto timido,
si vergogna — e tutta questa timidezza
arriva dall'ego. Osho
Tra tutte le cose che Osho ha affermato, ce ne
sono alcune che possiamo accettare più facilmente perché, almeno in apparenza,
sono in accordo con le nostre idee. E altre che invece preferiremmo che non
avesse mai detto, perché mettono in discussione, o distruggono, quelle opinioni
e credenze (e illusioni) che ci sono così care e su cui abbiamo costruito tante
parti della nostra vita, anche quella della ricerca ‘spirituale’.
È interessante vedere le reazioni della mente a
queste affermazioni: una, probabilmente la più comune, un’improvvisa sordità.
Di colpo, riusciamo a pensare a qualcos’altro o ad addormentarci o a cancellare
il messaggio con grande velocità. Questo è forse ciò che è accaduto con i brani
tratti dalla serie di discorsi su Zarathustra che trovi in queste pagine.
Questo è ciò che ho provato quando ho riascoltato
qualche mese fa questi discorsi in Buddha Hall: ma aveva detto veramente queste
cose, ma io dov’ero mentre ero
lì ad ‘ascoltarle’ e non le ho sentite?
In questi brani Osho ci riporta alla questione
fondamentale di ogni ricerca interiore, quella della responsabilità
individuale, del fatto che per quanto cerchiamo disperatamente qualcuno che ci
dia delle indicazioni, una direzione, delle regole da seguire, una via già
percorsa e dei compagni di viaggio per sentirci magari meno soli e meno
spaventati, in fin dei conti dobbiamo arrivare a comprendere che la via non
esiste, che ognuno di noi deve crearsi la propria, e che il percorso si fa da
soli. Senza escludere la possibilità di incontrarsi, di nutrirsi a vicenda e di
imparare dagli altri – maestri, persone amate o incontri casuali che siano.
È l’altra
faccia della nostra libertà.
Tutte
le religioni
e le filosofie sono basate sull’assunzione che esista una via verso la verità
suprema. Zarathustra lo nega completamente.
Afferma che non c’è una via come tale. E se non c’è una via come tale,
le conseguenze sono straordinarie. Prima di tutto, se chi crede nella via
avesse ragione, allora la via esisterebbe già, non dovresti fare altro che
seguirla, dovresti semplicemente percorrere la via. È così che sono state
create le religioni organizzate. Ci sono strade e superstrade, e milioni di
persone che camminano insieme verso la verità suprema. Nessuno si preoccupa
nemmeno se qualcuno arrivi mai da qualche parte. Venticinque secoli sono
trascorsi, e milioni di persone hanno percorso la via che pensavano essere
quella di Gautama il Buddha. Ma nessuno si è mai girato indietro e ha detto:
“Sono arrivato; la via mi ha portato alla terra promessa”. E la situazione è la
stessa per tutte le altre religioni: gli indù non sono riusciti a produrre un
altro Krishna, né i cristiani hanno prodotto un altro Cristo.
È strano… milioni di
persone stanno ancora seguendo delle routine, delle preghiere, delle scritture;
esse costituiscono la loro ‘via’. E tutte le vie hanno fallito, perché se
avessero avuto successo, il mondo sarebbe stato completamente diverso. Non
sarebbe stato un mondo di guerre continue, di violenza, di crimini, assassini,
suicidi, follia, di perversioni di ogni genere. L’uomo non sarebbe stato così
infelice come in effetti è. Egli non è altro che una ferita profonda che non
riesce a guarire. Ognuno nasconde la sua ferita. Sorridi per nascondere le
lacrime, e mostri agli altri di essere perfettamente a posto; e tutti sanno che
non c’è nulla che sia a posto.
Avevo un amico, e tutte le
volte che lo incontravo, gli chiedevo sempre: “Come vanno le cose?” e la sua
risposta era meccanica, sempre uguale: “Va tutto bene”. Ho chiesto ad altri
amici di quest’uomo, e loro mi hanno detto: “Non vuol dire nulla; dice a tutti
così. Chiedigli qualsiasi cosa: ‘Come sta tua moglie?’ –– ‘Va tutto bene’.
‘Come stanno i bambini?’ –– ‘Va tutto bene’”.
Un giorno l’ho incontrato
sulla strada per l’università, e volevo chiederglielo di nuovo, perché avevo
saputo che tre mesi prima era morto suo padre. Quindi gli ho chiesto: “Come sta
tuo padre?” E lui ha risposto: “È stato benissimo per tre mesi, proprio molto
bene”. Non riuscivo a credere alle mie orecchie. Il padre era morto; certo era
stato molto bene per tre mesi, non aveva creato problemi o difficoltà. Ma lui
aveva risposto nello stesso modo abituale.
Tutti mostrano una faccia
che non è la loro. Che cosa vuol dire esattamente Zarathustra, quando dice che
la via non esiste?
Vuol dire molte cose. La
prima: devi camminare, e creare la via col tuo camminare; non troverai un
sentiero già fatto. Arrivare alla realizzazione suprema della verità non è così
a buon mercato. Devi creare la via col tuo stesso camminare; il sentiero non è
già pronto, non sta lì ad aspettarti. È come il cielo: gli uccelli volano, ma
non lasciano impronte. Non puoi seguirli; non rimane alcuna impronta.
Zarathustra dice: “Gautama
il Buddha sarà anche arrivato, ma nel cielo della consapevolezza non rimangono
impronte, non viene creato un sentiero. Ognuno deve creare il proprio”. Ciò
vuole anche dire che la religione non può essere un fenomeno organizzato. È di
base un fenomeno individuale.
È come l’amore, non puoi
avere l’amore organizzato. Una persona si innamora, non un’organizzazione. E,
nell’amore, almeno c’è l’altra persona, ma nella ricerca della verità, sei
assolutamente solo. Essa va persino più in alto dell’amore perché questo almeno
permette la presenza di un’altra persona; non sei completamente solo. La verità
non ti consente nemmeno di avere un compagno che venga con te. E la ragione per
la quale non può consentirlo è semplice: la verità non è là fuori da qualche
parte, è dentro di te. E dentro di te puoi solo andare da solo. Non puoi
portare qualcuno con te.
Nel cielo interiore della
consapevolezza devi trovare ciò che cerchi, creando tu la strada. Nell’animo di
un vigliacco ciò crea paura; ma il coraggioso, l’audace, proveranno un fremito,
un grande eccitamento; sarà una grande sfida essere in solitudine, da soli,
senza strada e senza indicazioni. È una grande gioia per l’anima coraggiosa.
Ecco perché l’esperienza
della verità è sempre vergine. Nessuno è stato là prima di te. Nessuno può
arrivare là prima di te. Tutti sono stati nel proprio centro; il tuo centro
interiore è ancora vergine e rimarrà vergine a meno che non lo raggiungi tu.
La ricerca della verità è
innamorarsi di se stessi. La ricerca della verità non è un fenomeno oggettivo;
è solo uno scoprire se stessi, arrivare a conoscere la bellezza e l’estasi, la
pace e l’eternità della tua esistenza. Non occorre che diventi un seguace: ogni
seguace va nella direzione sbagliata, solo per il fatto che sta seguendo. Non
occorre che tu scelga una strada: scegliere è già iniziare il viaggio nella
direzione sbagliata. Non devi avere l’ideale di Gautama Buddha o di Gesù o di
Mahavira o di Krishna, perché avere un ideale non ti permette di essere da
solo. Questi ideali, presenti nella tua immaginazione, verranno con te. Da qui
nascono le affermazioni straordinarie di Gautama Buddha: “Se mi incontri sul
cammino, uccidimi immediatamente”, e di Zarathustra che dice: “Guardati dai
cosiddetti sapienti, e più in particolare guardati da Zarathustra”.
Se ti innamori di un uomo
come Zarathustra – una cosa molto facile, molto consolante – il tuo stesso
amore diventerà un ostacolo, una barriera nella ricerca della tua purezza,
della tua innocenza, del sé autentico. Le affermazioni di questa sera hanno un
grande significato.
tratto
da:
Osho, Zarathustra: il profeta che ride #16 ECIG ed.
Devozione:
si o no?
Riflessioni
su una scelta che in realtà solo la nostra mente ci chiede di fare
Quando
si parla
della devozione e del rapporto individuale
con Osho, mi viene subito da notare l’intensità delle reazioni che
questo argomento suscita; è facile che si crei un’atmosfera emozionale e difensiva,
come se qualsiasi cambiamento, anche solo di immagine o di atteggiamenti
esteriori metta in pericolo qualcosa di più profondo. Ma è proprio vero, o è
solo che ci siamo adagiati chi più chi meno (confessiamocelo) nel senso di
appartenenza e di ‘famiglia’ creato da quelli che sono solo simboli e reminder
(le foto, i marmetti, le canzoncine)? Niente di male, se ci ricordiamo però che
il lavoro è un altro e le responsabilità tutte nostre.
Al
mio arrivo a Pune tanti anni fa (completamente digiuna di qualsiasi esperienza ‘spirituale’) avevo subito notato
atteggiamenti ‘devoti’ in molte persone: gente che si metteva faccia a terra di
fronte al maestro, che sgomitava o faceva la fila per ore per essere nelle
prime file al discorso; c’era un certo senso di invidia e di rispetto per
quelli che erano stati con ‘Bhagwan’ per anni, avevano parlato direttamente con
lui molte volte, l’idea che fossero ‘più
avanzati’ di noi, idea che non veniva
certo smentita dall’atteggiamento di
queste persone, insomma uno scambio di proiezioni a non finire.
Tutti quelli che
arrivavano, (allora eravamo noi i nuovi sannyasin) cercavano di imitare quelli
che c’erano già. L’ho fatto anch’io,
all’inizio con un certo disagio, e poi con sempre più naturalezza e devo
dire che alla fine mi ci trovavo benissimo, entrando in spazi bellissimi di
rilassamento, di let-go, di fiducia nell’esistenza. Nel frattempo la mia casa
si era riempita di foto, con quelle preferite a cui rivolgersi nei momenti
difficili, sentivo ‘l’energia’ alla presenza di Osho, e così via, ma ho anche
scoperto alcune dimensioni che non avevo mai contattato prima e che hanno arricchito la mia vita. C’era un’ombra
che accompagnava questa ‘devozione’, ovviamente il senso di dipendenza da una
persona (Osho), un luogo (Pune) o simili, un senso di regressione infantile e
altrettanto ovviamente un senso di superiorità rispetto agli altri (i non
sannyasin, i non meditatori). Quello che mi chiedo adesso è se la devozione,
sottratti gli aspetti più infantili e dipendenti, sottratto il senso di
sicurezza che deriva dal fatto di riconoscersi in una ‘famiglia’, ha ancora un
senso e può aiutarmi nel percorso, se posso
usarla come strumento per accedere a dimensioni diverse da quelle solite della logica, della mente, e magari
per aiutarmi in alcuni passaggi in cui
la mente rimane arroccata, bloccata.
La mia tendenza, in questo
momento della mia vita, è quella di fare a meno il più possibile di tutte le
decorazioni e gli accessori, e di essere il più onesta possibile sul fatto che
ciò che faccio è proprio ciò che voglio fare, che gli strumenti che uso sono
adatti a me; cerco di controllare se c’è un’evoluzione o no. In questo senso
penso di essere andata un po’ all’estremo opposto e vedo che rifiuto tutti i
supporti esterni, incluso il rapporto ‘personale’ con il maestro. Ad esempio
non mi è venuto mai in mente di andare a cercare
un altro maestro, un’altra persona a cui rapportarmi come ‘discepola’,
ma vedo che rifiuto anche il rapporto personale con il ‘mio’ maestro, e c’è
qualcosa di poco chiaro, perché queste cose, quando le vedo negli altri, mi
danno un po’ sui nervi. Insomma non c’è
pace e distacco, almeno non sempre.
Per essere onesta, devo
aggiungere che quelle poche volte in cui mi capita, per esempio in qualche
White Robe, di entrare in quello spazio che io identifico con la devozione, e
che dall’interno è una sensazione di apertura, di sciogliersi dei nodi, di
vicinanza con l’esistenza, maestro e persone incluse, di ‘amore’, sto benissimo, sono più felice, sto meglio di quando
mi sembra di essere più ‘me’, più presente, anche più meditativa.
Sarà la famosa divisione
tra il sentiero della meditazione e quello della devozione che si ripropone
all’interno, sarà la frattura tra maschile e femminile? Davvero non è possibile avere un’integrazione tra le due
parti; devo proprio scegliere tra una cosa che diventa a volte molto arida e
anche dolorosa, e una che mi sembra il più delle volte campata in aria e
irreale?
La ragione mi dice: vai
per la tua strada a qualsiasi costo, con tutta la gratitudine possibile per il
maestro e per ciò che ha creato, ma ricordando che la strada è dura e molto, molto solitaria.
E una vocina mi dice che è
anche una buona scusa per chiudermi nella mia torre ed evitare il confronto.
La mia soluzione è una
non-soluzione: c’è una decisione di fondo di vivere la realtà con più
consapevolezza possibile e senza stampelle, ma c’è anche un’accettazione di
quei momenti un po’ magici in cui i confini individuali si rilassano e tendono
a scomparire e che portano grande rilassamento e un senso di ‘amore’ per
l’esistenza. E devo confessare che sotto la doccia ogni tanto canto qualche
canzoncina ‘devozionale’. Certo che non è su questo che baso la mia vita.
Rajya
Aver
fiducia nella consapevolezza
Zarathustra
non ha una dottrina
da predicare, non ha alcun ideale che debba essere realizzato da tutti. Non ha
una moralità prestabilita: ha fiducia nella sua spontanea consapevolezza.
Questa fiducia è così grande che egli è in grado di negare dio senza alcuna
difficoltà. Sul cammino della verità, devi scegliere tra dio e il tuo essere.
Se scegli dio, hai scelto
la schiavitù, e non potrai diventare molto di più di un predicatore e una
vittima di un dio capriccioso. Ma se scegli te stesso, devi negare dio. Per chi
vuol essere se stesso, dio è il vincolo più forte. L’umanità ha negato se
stessa, quando ha scelto dio. E puoi vedere in che situazione è caduto l’uomo.
Quando sei uno schiavo,
dimentichi tutte le responsabilità verso te stesso: è dio che si prende cura di
te. Ma se dio è solo un’ipotesi, solo
qualcosa in cui credi, allora sei veramente nei pasticci. Tu eri un fenomeno
reale e, se avessi avuto fiducia, la tua consapevolezza sarebbe cresciuta, e
invece hai negato la realtà a favore di una finzione, perché quest’ultima è più
comoda. Ti libera dalle responsabilità, ma distrugge anche la tua libertà.
Ricorda che libertà e responsabilità vanno sempre di pari passo. Non puoi
scegliere solo la libertà o solo la responsabilità. O scegli entrambe o neghi
entrambre.
Zarathustra nega dio
perché ama l’uomo. Zarasthustra nega dio perché può vedere chiaramente che
l’uomo stesso è in grado di diventare un dio. L’unico ostacolo al suo diventare
un dio è il credere a qualche altro dio; allora resterà solo un devoto, un
credente. Zarathustra ha una visione molto chiara, e i venticinque secoli che
sono passati da lui fino a noi hanno provato tutto ciò che dice in queste sue
affermazioni di oggi.
L’uomo è diventato molto
piccolo, meschino: non può crescere
all’ombra di un dio onnipotente. Una piccola pianta di rose non può crescere
all’ombra di un albero gigantesco. Quando fai una scelta in favore di
tutte le finzioni che l’uomo ha inventato, questo è l’inizio della tua caduta.
La tua dignità va in mille pezzi.
Un uomo che ha dignità, ha
fiducia in se stesso, e tramite questa fiducia di sé, si fida anche
dell’esistenza. Egli è reale, l’esistenza è reale mentre dio è solo una
creazione dei preti per portarti fuori strada, fuori dalla realtà. Una volta
che ti sei allontanato dalla tua natura e realtà, diventerai sempre più
infelice, sempre più cattivo, sempre più invidioso.
È l’ipotesi stessa di dio
che ha reso la vita dell’uomo una tragedia. L’uomo ha dimenticato di cantare,
di danzare, ha dimenticato se stesso. Non sa chi è, quale sia il suo potenziale,
e quali i diritti fondamentali che la natura gli ha dato. Vive nell’oscurità, e
non è una creatura dell’oscurità. Vive in un modo innaturale, perverso che
distrugge tutta la sua grazia, la sua bellezza e tutte le sue possibilità di
crescita.
Le parole di Zarathustra
vanno comprese con grande chiarezza, perché sono quasi profetiche. Riguardano
proprio te! Riguardano il mondo che è venuto in essere in questi venticinque
secoli.
tratto
da:
Osho, Zarathustra: il profeta che ride #11 ed.ECIG
La DEVOZIONE
LIBERA
Se
sei una persona orientata verso il cuore, l’amore può aiutarti a crescere e a
trascendere la mente.
Questa tecnica è racchiusa in due sole parole: ‘La
devozione libera’. In realtà è una sola,
perché ‘libera’ è la conseguenza della devozione. Cosa si intende per
devozione? Nel Vigyan Bhairav Tantra sono presenti due tipi di tecniche. Uno
per coloro che sono orientati verso la testa, l’intelletto e la scienza, l’altro per coloro che sono orientati
verso il cuore e le emozioni, verso la poesia. Coloro che pensano e coloro che sentono: questi sono i due tipi
fondamentali.
La prima tecnica che ho
insegnato era adatta a una mente scientifica. La seconda, ‘La devozione
libera’, è per una mente poetica. Scopri a quale tipo appartieni, e ricorda:
nessun tipo sta più in alto o più in basso. Non pensare che il tipo
intellettuale stia più in alto, o che stia
più in alto il tipo sentimentale, no! Sono solo modi di essere.
Questa seconda tecnica è
per coloro che sentono. Come mai? Perché la devozione è rivolta a qualcun altro
ed è cieca. Nella devozione l’altro diventa più importante di te. È una
questione di fiducia. L’intellettuale non può fidarsi di nessuno; può solo
criticare. Non può avere fiducia. Può dubitare, ma non può avere fede. Cerca
prove, argomenti, e solo quando è soddisfatto,
allora crede. Ma ha mancato il punto, perché la fede non è argomentativa
e non è basata su prove. Se ci sono prove, non c’è bisogno di fede.
Dimentica la devozione.
Comprendi prima l’amore; allora sarai in grado di capire la devozione. In
inglese si dice: ‘cadere in amore’. Perché? Non cade nulla, eccetto la testa. E
questo perché il linguaggio è creato dagli intellettuali. Per loro l’amore è
una follia, una pazzia. Se uno ‘cade’ in amore, vuol dire che ora ti puoi aspettare
di tutto da lui. È matto, nessun ragionamento servirà, con lui non si può
ragionare. Ti innamori di qualcuno. Tutti dicono che non ne è degno, o che stai
entrando in un territorio pericoloso, oppure che ti stai dimostrando pazzo e
potresti trovare un partner migliore. Ma non serve a nulla; nessun ragionamento funziona. Quando sei innamorato,
la ragione non serve.
Osserva due amanti, il
loro comportamento, il loro modo di comunicare. È irrazionale. Usano un
linguaggio infantile. Perché? Perché la tua prima esperienza d’amore è stata
con tua madre. Le parole che hai pronunciato per prime erano parole d’amore.
Quindi, anche se possiedi
un linguaggio molto evoluto, quando ami torni indietro: ricadi nel
linguaggio infantile. E solo se sei profondamente in amore, cadrai in silenzio. A quel punto non riuscirai a dire
nulla al tuo amato. Oppure, potete parlare incidentalmente, ma in realtà non
c’è alcuna conversazione.
Due amanti cadranno in
silenzio, e quando cominciano a parlare
puoi essere certo che l’amore è scomparso: sono diventati degli estranei.
Cos’è la loro
comunicazione? È irrazionale. Si sentono sintonizzati su una differente dimensione dell’esistenza, e si sentono felici
in quella sintonia. Come mai? L’amore implica molte sofferenze. Tuttavia, gli amanti
sono felici. L’amore ha in sé un dolore profondo, perché quando diventi uno con
l’altro è sempre difficile. Due menti diventano una: non sono solo due corpi a
diventare uno. Ecco la differenza tra il
sesso e l’amore. Quando si uniscono solo i corpi, non è molto difficile
e non c’è dolore. È una delle cose più facili. Tutti gli animali lo possono
fare. È facile.
Ma quando due persone si
amano, è difficile, perché due menti si devono dissolvere ed essere assenti.
Solo allora si crea lo spazio, e l’amore può fiorire. Ma l’amore non può essere
dimostrato, è così interiore e soggettivo.
Cosa accade in amore? L’altro diventa
importante, più importante di te. Tu
diventi la periferia e lui il centro.
La logica è sempre
incentrata su di sé; la mente resta sempre incentrata sull’ego. ‘Io’ sono il
centro e tutto ruota intorno a ‘me’ e per ‘me’. Così funziona la ragione. Se segui troppo a lungo la ragione, arriverai
alle stesse conclusioni di Berkeley, che affermava: “Io solo esisto e tutto il
resto è solo un’idea della mente”.
Dunque se la ragione va
fino in fondo, al limite della logica, a quel punto resto solo io e tutto
diventa un sogno. Così funziona la ragione.
Del tutto opposta è la via
del cuore. Io divento il mistero, e tu, l’altro, l’amato, diventi il reale. Se
ti muovi fino al limite estremo, questo si trasforma in devozione. Se il tuo
amore arriva al punto estremo, per cui ti dimentichi completamente di esistere,
non hai più alcuna idea di te stesso e solo l’altro resta, quella è devozione.
L’amore può diventare
devozione. L’amore è il primo passo. Solo a quel punto la devozione può
fiorire. Ma per noi anche l’amore è una realtà lontanissima; solo il sesso è
reale. L’amore ha due possibilità: o cade nel sesso e diventa una cosa
corporea, o si eleva nella devozione e diventa una cosa spirituale. L’amore sta
proprio in mezzo. Sotto c’è l’abisso del sesso, e oltre c’è il cielo aperto, il
cielo senza confini della devozione.
E quando non sei più,
anche l’altro non è più l’altro, poiché lo è solo quando tu sei presente.
Quando l’‘io’ scompare, anche il ‘tu’ scompare. In amore fai il primo passo:
l’altro diventa importante. Quindi gli amanti possono avere bagliori di
devozione. Ecco perché, in India, l’amata chiamava l’amante il suo dio.
Solo sulle vette l’altro diventa
dio, e l’altro diventa dio solo quando tu non sei più. Questa esperienza può
essere sviluppata. Se ne fai un sadhana, una pratica spirituale, se ne fai una
ricerca interiore, se non ti limiti a giocare con l’amore ma ne fai un mezzo
per trasformare te stesso, allora si tramuta in devozione.
Nella devozione ti arrendi
completamente, e questa resa può essere a un dio che può esistere come non
esistere nell’alto dei cieli, oppure a un insegnante che può essere un
Risvegliato come non esserlo, o a un amante che può esserne degno, come non
esserlo; è irrilevante. Se permetti a te stesso di dissolverti per l’altro,
avrai raggiunto la trasformazione.
‘La devozione libera’:
questo è il motivo per cui solo in amore abbiamo intuizioni della libertà.
Quando ami, acquisti un’invisibile libertà. È paradossale, perché tutti gli
altri vedono che sei divenuto uno schiavo. Se ami qualcuno, le persone intorno
a te penseranno che entrambi siete diventati schiavi l’uno dell’altra. Invece
avrete bagliori della libertà. L’amore è libertà.
Come mai? Perché l’ego è
la schiavitù: non esiste altra schiavitù. Potete dissolvervi l’uno nell’altra,
e diventare l’uno per l’altra un cielo in cui volare. Quando l’altro si apre
per te, e tu ti muovi in lui, puoi volare.
L’amore è libertà, ma non
libertà totale. Se l’amore diventa devozione, allora diventa libertà assoluta.
Ciò implica la resa totale. Quindi, per coloro che sentono, più che pensare,
questo è il sutra: ‘La devozione libera’.
Se tu non sei da nessuna
parte, l’amato sarà ovunque.
Se tu sei da qualche
parte, l’amato non sarà da nessuna parte.
tratto da:
Osho, Il
Libro dei Segreti ed. Bompiani
Quando e
utile il mito
La
religione è solo un modo di riconnettersi con se stessi e con il tutto.
È vero, sto creando qui una favola: la favola del
maestro e del discepolo, la favola di dio e del devoto. In realtà è un mito, ma
è pieno di vita. Non c’è modo di giungere alla realtà se non passando
attraverso una profonda mitologia. L’uomo è perso nelle bugie. Dalle menzogne
non c’è un percorso diretto verso la verità. Il mito è un ponte tra la bugia e
la verità. Un mito contiene in sé qualcosa di vero e qualcosa di falso: è un
ponte.
Questa è la straordinaria
storia fantastica di Puna. Tutto ciò che accade qui è fittizio: questa gente
vestita in arancione, e tante cose pazze che succedono, e io che vi sostengo e
vi guido verso un luogo inesistente, promettendo cose che non si possono
promettere.
L’uomo vive nelle
menzogne, dio vive nella verità; come creare un ponte tra queste due realtà?
L’uomo è una bugia, dio è verità: come collegarli? È praticamente impossibile.
L’unico modo è il mito: una favola, certo, una favola spirituale. Tutte le
religioni sono irreali, e così tutte le mitologie, eppure possono essere di
grande aiuto. Una mitologia ha in sé una parte di verità – forse solo un
riflesso – e una parte di menzogna. Tramite il mito puoi avvicinarti alla
verità.
Ecco perché nel corso dei
secoli si è sempre insistito:se trovi un maestro vivente, non perdere
l’occasione. Un maestro vivente è un mito, una parte di falso e una di vero,
entrambe le cose. Una parte di falso vuol dire una parte di umano, e una parte
di vero vuol dire una parte del divino. Per questo il Vangelo dice che Gesù è
il figlio dell’uomo e il figlio di
dio. È un mito. Essere il figlio dell’uomo e
il figlio di dio è impossibile, ma un mito è proprio questo: dio e l’uomo che
si incontrano, il figlio di dio e il figlio dell’uomo, una parte di menzogna e
una parte di verità.
Ma
scomparso Gesù, rimane solo la bugia. Il Papa non è un mito, e nemmeno lo è lo
Shankaracharya di Puri: sono morti. Non parlano per esperienza personale;
parlano seguendo la tradizione.
Un mito è un fiore molto
delicato, simile a una rosa. Al mattino è lì in tutta la sua gloria – persino
Salomone ne sarebbe geloso – e alla sera è già scomparsa. Così fragile, e così
forte. Nella brezza del mattino, era così forte e così bella. Persino il cielo
infinito si deve essere sentito invidioso, e persino il sole si deve essere
sentito invidioso. Una rosa è una rosa, così piccola, eppure così bella; così
fragile, eppure così vitale, così viva, così fragrante. Alla sera, i petali
sono caduti a terra e il fiore non c’è più.
Gesù è fragile, e così
anche Buddha.
Per questo hanno
crocifisso Gesù e avvelenato Socrate e ucciso Mansur. E poi li hanno adorati.
Le stesse persone che uccidono Gesù, poi lo adoreranno. Adoreranno persino la
croce, perché Gesù è morto sulla croce. Sono le stesse persone. Gli assassini e
gli adoratori non sono persone distinte. Sono gli stessi individui, la stessa
mente e la stessa stupidità umana.
Sì, è una favola quella
che sto creando qui, ma è viva. Questa è la differenza. Finché sono qui, il
mito è un ponte vivo; puoi attraversarlo per raggiungere l’ignoto.
‘La via della
religione’ è la via della verità, la via
della natura. La parola ‘religione’ deriva da una radice latina religare che significa ‘legarti
insieme’. Normalmente sei separato dall’esistenza. Ti sei dimenticato che non
sei in sintonia con essa. Hai iniziato a muoverti per conto tuo. Hai perso il
contatto con la realtà. Hai iniziato a vivere nella tua immaginazione. Questo è
ciò che chiamo una menzogna. Hai iniziato a vivere una vita separata; non sei
più collegato con l’esistenza. Sei diventato un ‘idiota’. La parola ‘idiota’ è bellissima;
proviene da una radice che significa ‘uno che vive una vita separata’. Uno che
ha un idioma di vita proprio, è un idiota. Il mondo va in una direzione e tu
vai in un’altra: sei un idiota. L’esistenza intera si muove in una direzione, e
tu hai il tuo obiettivo privato!
Un uomo che corre dietro
ai soldi è un idiota, perché il sole non corre dietro ai soldi, la luna non
corre dietro ai soldi, gli alberi non corrono dietro ai soldi e nemmeno gli
animali; i fiumi, le montagne non sono così
idioti. L’esistenza intera vive senza il denaro e l’uomo ne va pazzo.
Soffre di idiozia, la più grande malattia che esista: ha un obiettivo privato.
‘La via della religione’
vuol dire non essere degli idioti, non
avere una meta privata. La religione vuol dire ciò che ti ricompone. Non sei
dilaniato, non sei ridotto in mille pezzi: diventi integro.
La religione è la scienza
che ricerca il linguaggio dimenticato dell’estasi. Quando sei in armonia con
l’esistenza, c’è estasi, c’è beatitudine, c’è benedizione.
Accade anche a te. Forse
non ne sei consapevole. A volte guardi un albero, e il verde ti ricolma: d’un
tratto sei in sintonia con l’albero. Non sei più l’osservatore e l’albero non è
più l’osservato; non siete separati. Qualcosa vi unisce; di colpo c’è un
contatto, una relazione, un legame. La mente smette di chiacchierare, sei
silenzioso come l’albero. Cominci a sentire. Il tuo cuore pulsa di una nuova
vitalità, di una nuova vibrazione… ed ecco la beatitudine.
A poco a poco questi rari
momenti ti rendono consapevole del perché sei infelice. Sei infelice perché non
sei con l’esistenza. In un modo o nell’altro lotti con lei. Sei infelice perché
non sei arreso al tutto. La parte cerca di conquistare il tutto: guarda che
sciocchezza!
Ma se ti hanno inculcato
idee precise a favore o contro, sarà difficile. Un cristiano non può essere un
uomo religioso, un ateo non può essere religioso; sono già pieni di idee. Hanno
già deciso, senza aver sperimentato nulla.
Non sono qui per
inculcarvi qualche ideologia. Sto cercando di aiutarvi ad abbandonare tutte le
ideologie in modo che diventiate vuoti, puri, vergini, in modo che i vostri
occhi diventino limpidi e possiate raggiungere una chiarezza. In questa
chiarezza comprenderai cos’è la religione. Non attraverso i libri, non attraverso
la Bibbia e il Corano e i Veda, no, attraverso la chiarezza. Quando la parte
osserva il tutto e comprende di esserne parte, ed è felice perché ‘Questa
vastità è la mia vastità, non sono separato da essa, sono tutt’uno con essa’,
ed inizia a danzare in quest’unità, allora è nata la religione. La religione
non è un’ideologia, la religione è un’esperienza.
tratto da:
Osho,
Ecstasy: the forgotten language # 4
Il
Sannyas, la mia più grande storia d'amore
Una
leader di gruppi di meditazione ci parla di amore, devozione e del suo modo di
essere in contatto con il maestro.
Forse si tratta dell’enigma romantico risolutivo. Una sensazione che
combina le altezze dell’amore con una profonda dimensione spirituale, che
comprende sicuramente una promessa di estasi… persino lo svanire dentro di sé dell’oggetto della devozione,
e la libertà da se stessi.
Da sannyasin ‘veterana’ ho
sentito Osho ripetere tante volte che amore e meditazione sono la strada, e
sottolineare il fatto che per molti di noi sono entrambi necessari.
La meditazione ci avrebbe
resi più aperti all’amore, amare avrebbe approfondito la nostra meditazione… e la devozione era la forma più alta dell’amore!
Molto tempo prima di
incontrare Osho ero stata una ‘avventuriera’ della meditazione, avevo praticato per anni meditazioni sufi, ma era
l’approccio buddhista quello che mi attraeva di più: tutto ciò che appariva
anche vagamente legato alla religione non mi piaceva per nulla. Poi Osho mi ha
chiesto di guidare gruppi di meditazione, cosa che ho fatto negli ultimi 25
anni. Subito dopo che ho iniziato con
questi gruppi, Osho ha risposto in uno dei suoi discorsi a una domanda che mi
ha toccato profondamente, dandomi
un’indicazione che ho usato costantemente
nella mia esplorazione spirituale. La
domanda era: “Come mai hai scelto una buddhista come me per guidare la sufi
dance, e una sufi come Pradeepa per guidare i gruppi di Vipassana?” Per quel
che ricordo, a Osho questa domanda era piaciuta molto e si è fatto un bel po’
di risate nel rispondere. Ha affermato di essere un maestro pazzo, e che questo
era appunto il modo in cui lavorava con noi. Anche in un’altra occasione mi
aveva detto che ero stata una sufi per molte vite, ma che questa vita doveva
essere una di meditazione, e allora ho capito che questo deve essere vero per
molti di noi. Il XX secolo (e anche il XXI adesso) ha distorto e distrutto completamente il cammino della devozione; è molto facile fraintenderlo! Invece di essere
una possibilità di scomparire, di sciogliersi, è diventato la glorificazione
dell’amore sentimentale e persino una potenziale e pericolosa maniera di
rafforzare ‘l’ego spirituale’ in un cuore stupido o non sano…
Non c’è bisogno di dire
che Osho è l’amore della mia vita: ho sempre sentito una grande gioia e un
grande onore quando Osho mi ha chiesto di fare qualcosa per il suo lavoro, e
suppongo che molte persone che mi conoscono siano convinte che io sono una
‘devota’… Mentre io invece esamino ‘le grossolane impurità del mio cuore’ e mi
chiedo se diventerà mai di un bianco puro come la neve. Il sannyas è la più
grande storia d’amore del mondo: è stata proprio l’attrazione magnetica della
presenza di Osho, della sua grazia e del suo amore, che mi ha dato il coraggio
di entrare nell’ignoto, nonostante le mie paure… che si contano a milioni! Ma
questo è ciò che è accaduto a me, la mia esperienza personale, e in seguito è
stata sempre la meditazione il mio ‘compito a casa’: forse è vero che, come
dice Osho, le cose più preziose della vita arrivano sempre in modo indiretto!
Essere in grado di
contribuire al sogno di una persona amata, grazie al traboccare dell’energia, è stata una delle esperienze più
fortunate della mia vita di ricercatrice spirituale; per me non faceva
differenza il fatto che Osho fosse nel corpo oppure no, sapevo che dipendeva
tutto da me! Quando il mio cuore e il mio essere sono aperti, ogni momento può essere trascendentale. Ma in
una giornata difficile, questa consapevolezza può sembrare un fardello e una
maledizione.
Nei miei gruppi ho sempre
sottolineato con forza la relazione simbiotica di amore e meditazione, usando
diverse citazioni di Osho su questo tema: quando dice che di fatto sono le due
ali dello stesso gabbiano!
Ma il voler razionalizzare
il messaggio di Osho, fa perdere di vista ciò che è al di là della mente, il
paradosso supremo che non può essere compreso dal ragionamento lineare…
Non importa se ciò che
dico sembra
contraddittorio: sospetto di essere comunque una dilettante in
confronto col mio amato maestro!
Pradeepa
Un Concetto
nuovo di religione
Dio
è solo un nome per tutto l’amore che l’esistenza ti dà.
Ho
fiducia nella natura.
Non ho fiducia nelle tue leggi: esse hanno corrotto l’umanità. Ora basta! È
arrivato il momento di fare un rogo di
tutte le vecchie, marce religioni in modo da poter far nascere un
concetto totalmente nuovo di religione, uno che affermi la vita, una religione
che sia di amore e non di leggi, una religione della natura e non di
disciplina, una religione di totalità e non di perfezione, una religione di
sentimenti e non di pensieri. Il cuore dovrebbe diventare il maestro, e poi
tutto il resto andrà a posto da solo.
Se sei capace di aver
fiducia nella natura, a poco a poco diventi calmo, silenzioso, felice, pieno di
gioia, celebrativo, perché la natura celebra. La natura è celebrazione.
Guardati intorno. Puoi forse vedere un fiore che assomigli a uno dei tuoi
santi? O un arcobaleno? O una nuvola, un uccello che canta, o la luce del sole
che si riflette nelle acque di un fiume, o una
stella? Il mondo celebra. Il mondo non è triste. Il mondo è una canto,
una canzone bellissima, e la danza continua. Diventa parte di questa danza e fidati della tua natura.
Se hai fiducia nella tua
natura, a poco a poco ti avvicinerai alla natura cosmica. Quella è l’unica
strada. Sei parte del cosmo. Quando ti fidi di te, ti fidi anche del cosmo che è dentro di te. La via è questa.
Seguendo un filo sottile, puoi arrivare fino alla meta suprema. Se hai fiducia
in te stesso, hai anche fiducia nel dio che ti ha creato. Se non hai fiducia in
te stesso, non l’hai neanche nel dio che ti ha creato.
Chi è che ti ha dato il
sesso? Naturalmente è dio che ti ha dato il sesso. E chi è che ti ha insegnato
il Bramacharya e il celibato? I tuoi cosiddetti santi. I tuoi santi sono contro
dio. Chi ti ha dato l’appetito? Dio. E chi ti ha insegnato a digiunare? I
santi.
Sono a favore di dio e
contro i santi, perché i santi sono contro dio. Ti insegno a essere naturale, a
essere spontaneo. Non ti insegno la repressione, le restrizioni. Ti insegno la
libertà. Se ti limiti troppo e ti reprimi troppo, morirai ancora prima di
morire, e la tua vita sarà stantia, smorta.
Quando guardo le
cosiddette persone religiose vedo che non hanno più una vita. Per loro non
basta qualche consiglio. Sono morti! In realtà dovrebbero già trovarsi nella
tomba. Vanno in giro illegalmente. Sono spettri: vivono una vita postuma. Si sono suicidati, eppure continuano
a camminare e pretendono di essere vivi. Mi dispiace per loro, tuttavia sono
persone pericolose perché continuano a fare ad altri ciò che è stato fatto a
loro. Insegnano le stesse assurdità agli
altri. Continuano a storpiare i bambini, a paralizzare le nuove vite in
boccio, ad avvelenare le nuove sorgenti. È tutto ciò che sono capaci di fare.
Non sanno fare altro. Non sono stati capaci di vivere, e ora rendono gli altri
incapaci di vivere.
Stai
attento. Non cadere mai nella trappola di una persona morta. È meglio essere
irreligiosi. È meglio non credere in dio e non andare in chiesa o al tempio o alla moschea,
ma essere vivi, perché la vita è l’autentica chiesa di dio. Dimenticati di dio e non hai perso nulla, ma inizia a
distruggere la vita e hai perso tutto,
perché la vita è dio.
Io ti insegno la vita,
l’amore, perché questo è dio come lo vedo io.
Le limitazioni create
dalla religione sono solo una tua idea. Se diventi consapevole, puoi disfartene
immediatamente, sull’istante.
Lascia perdere tutte le
discipline e tutte le limitazioni, inizia a muoverti e a lasciare che dio viva
in te, e lascia che viva attraverso di te nella libertà. Abbi fiducia nella
libertà e abbi fiducia in dio, e non potrai mai perdere.
Non sto dicendo che la tua
vita sarà sempre rose e fiori. Niente affatto, ci saranno le spine, ma anche
quelle servono. Non dico che la tua vita
sarà sempre facile. Molte volte sarà
amara, difficile, ma è così che la vita cresce, attraverso la
dialettica. Non sto dicendo che sarai
sempre buono. A volte sarai anche cattivo,
ma una cosa è certa: quando sarai cattivo
sarai veramente cattivo, quando sarai buono sarai veramente buono. Ci si può fidare di te, si può contare su
di te. Quando sei arrabbiato, ci si
può fidare che la tua non è una rabbia falsa, fredda: è viva e calda. E
quando ami, ci si può fidare che il tuo è un amore caldo e vibrante.
tratto da:
Osho, Ecstasy:
the forgotten
language # 6
Né sono in
riti o cerimonie,
né nello
yoga o nella rinuncia.
Né sono in riti o cerimonie… La religione si
deteriora, si corrompe nei rituali. Quando una religione è morta diventa
ritualistica. Quando una religione è viva, rimane spontanea. Se vuoi pregare,
lascia che sia un fenomeno spontanea. Non ripetere rituali, altrimenti diventa
una cosa futile, senza senso: stai sprecando il tuo tempo. Se ti alzi ogni
mattina ad una certa ora, reciti una certa preghiera, con un modo particolare
di recitarla e la ripeti in modo meccanico, non arriverai mai a sapere cos’è la
preghiera.
La preghiera non è una cosa che si può fare. Basta
lasciarla accadere. Seduto in silenzio, guardi gli alberi, e improvvisamente è
lì. A volte arriva e a volte no. Non puoi forzarla. Una preghiera forzata non è
più preghiera. La preghiera è come l’amore: a volte c’è e a volte non c’è.
Quando non c’è sei impotente, non c’è nulla che tu possa fare. O c’è qualcosa
che puoi fare? Puoi fingere. Puoi far finta di essere così amorevole, ma nel
profondo sai che l’amore non c’è. Ti abitui all’imitazione, alla finzione, alla
falsità. Se osservi vedrai che a volte viene come una brezza che si leva. In
questo preciso istante non c’è un alito di vento e gli alberi sono immobili.
Che possono fare? Aspettano. Quando la brezza arriva, si mettono a danzare. Non
hanno un rituale, non dicono: “Adesso è mattina, è ora di danzare; dov’è la
brezza?” e se non arriva: “Allora proviamo per conto nostro, magari facciamo
qualche posizione yoga, eseguiamo qualche rituale, qualche esercizio così
possiamo ondeggiare comunque...”. No, non se ne preoccupano affatto. Aspettano.
Guarda, stanno aspettando. Quando arriverà la brezza, si metteranno a danzare.
La preghiera è così: arriva. Giunge senza darti un preavviso della sua venuta.
Perciò rimani aperto, disponibile. A volte di
notte mentre sei a letto, all’improvviso è lì – la stanza si riempie di una
presenza sconosciuta. Non puoi fare nulla. È lì. Puoi gioirne, puoi essere
felice, te ne puoi deliziare. Puoi danzare: la brezza si è levata. Puoi
ondeggiare, puoi intonare un canto.
Lascia che questa canzone sia una canzone del
cuore, di questo momento. Non occorre ripetere parole di altri. Non occorre
imparare a memoria. Non serve ripetere preghiere cristiane o indù. Sono tutte
false. La preghiera vera nasce spontaneamente. A volte può essere silenziosa:
non dici nulla, nemmeno un grazie. A volte ti piace parlare con dio o persino litigare con lui. Se sei
arrabbiato, cosa puoi farci? E a volte sei colmo di devozione, e ti inchini.
Altre volte uno dice a dio: “Va bene, tu sei lì, ma non ho voglia di parlare
con te. Quindi come io ti ho aspettato, mi puoi aspettare anche tu...”. Le vie
dell’amore sono misteriose – e dio comprenderà.
Lascia che la tua preghiera sia molto spontanea,
molto vera. Se c’è rabbia, che altro puoi offrirgli? Offri la rabbia. Se c’è
amore, offri l’amore. Qualunque cosa ci sia, offrila, e non fingere mai
qualcosa che non c’è – e dio ti comprenderà. Dio non è altro che la
straordinaria comprensione che l’esistenza mostra verso di te. Ma se sei falso,
allora stai cercando di ingannarla, e non puoi ingannare l’esistenza. È
impossibile. Puoi ingannare solo te stesso. Continuerai ad accumulare intorno a
te falsità su falsità, finché rimarrai asfissiato, soffocato dalle tue stesse
falsità – morirai sotto il peso delle tue menzogne.
Non sono nei templi né nelle moschee: non sono
nella Kaaba né nel Kailash. Né sono in riti o cerimonie, né nello yoga o nella
rinuncia.
Quindi non andare da nessuna parte. Resta dove
sei, e sii vero, autentico e spontaneo.
tratto da:
Osho, Ecstasy:
the forgotten language # 1
Quattrocento chilometri a nord est di
Perth, il Fokker 50 vola al di sopra di una vasta distesa di deserto
australiano. Cespugli scoloriti e rare piante messe a dura prova da un clima
impietoso punteggiano un paesaggio altrimenti privo di qualsiasi elemento di
rilievo.
Subhadro guarda dal
finestrino del piccolo velivolo, senza fiato per la durezza del paesaggio
sottostante. Il terreno è di quell’incredibile rosso così tipico
dell’entroterra australiano. È facile capire perché la gente chiama questi
posti “l’aldilà dell’aldilà”. Buffo osservare dove la sta portando il suo amore
per la meditazione! I compagni di viaggio di Subadhro sono lavoratori della
miniera di nickel della Western Mining Corporation a Mount Keith. Fanno parte
di una comunità di cinquecento persone che lavorano sulla base di turni: alcuni
in compiti legati direttamente nella miniera, altri come addetti alla gestione
e manutenzione delle strutture abitative e logistiche. Ci sono guidatori di
mezzi pesanti, addetti ai macchinari, ingegneri,
geologi, addetti agli impianti di
lavorazione del materiale, amministratori, cuochi e addetti alle
pulizie. Subadhro sa che il loro lavoro è fatto di turni estenuanti di dodici
ore al giorno, per un periodo che va dai nove ai quattordici giorni. Durante questo periodo vivono lontano dalle loro
famiglie, isolati non solo dai loro cari ma anche dal resto del mondo. Nel
piccolo insediamento hanno a disposizione una piscina, alcuni campi da tennis e
naturalmente un pub, ma questo è tutto, non ci sono altri modi in cui alleviare
la tensione della vita quotidiana. Oltre agli effetti negativi dello stress sul
sonno, sull’efficienza lavorativa e sul livello di soddisfazione, sono
pesantemente esposti agli incidenti sul lavoro. Questa era la preoccupazione
principale della Western Mining. La compagnia mineraria si era messa in
contatto già sette anni prima con la Health Pro Consultants, una compagnia di
consulenze aziendali con base a Leederville, Perth. La HPC, che è indirizzata a
trattare problemi di salute in ambito aziendale,
aveva in quell’occasione predisposto per i lavoratori un programma per
migliorare il benessere a livello fisico, mentale ed emozionale.
Quando la Western Mining
ha richiesto ancora una volta il suo aiuto, la HPC ha optato per un corso di
massaggio, meditazione e aromaterapia.
Subadhro era stata la
scelta più ovvia con il suo diploma in
Remedial Massage, una specializzazione in massaggio profondo,
Rebalancing, Trager, Riflessologia, Aromaterapia e la sua esperienza di
meditazione.
Così ora è qui, con
l’aereo che sta per atterrare e una piacevole sensazione di eccitazione che la
pervade.
Pochi minuti più tardi,
vacillando per l’impatto del calore – la temperatura supera i 40 gradi
all’ombra – si avvia verso la pensilina che è tutto ciò che il posto offre come
terminal dell’aeroporto.
Due ore dopo si trova di
fronte a un gruppo di visi attenti, pronta per la sua prima sessione.
“Mi aspettavo di trovarmi
davanti a un gruppo di rudi minatori avvinazzati, degli australiani genuini” dice Subhadro con un largo sorriso. “Ma ci
sono tanti tipi di persone qui, che arrivano dalle più diverse condizioni
sociali. E ci sono più donne di quanto mi aspettassi, forse il trenta per
cento. Persone belle, sensibili, intelligenti, molte di loro mi sono piaciute
subito”.
Subadhro è consapevole dei
tanti pregiudizi che esistono riguardo alla meditazione. Quindi decide di
affrontare prima di tutto questo tema. “Ho detto che la meditazione non è
confinata alla mente – come accade per esempio nelle visualizzazioni guidate. E
che non si tratta neppure di fermare il pensiero e di lasciare il corpo e vedere
strane luci, o altri esoterismi di questo genere. Ho descritto la meditazione
come una scienza interiore e ho suggerito che l’unico modo per sapere se la
meditazione funziona davvero è quello di farla”.
Alcuni degli addetti ai
turni di notte hanno problemi di insonnia. A loro Subadhro suggerisce una tecnica di rilassamento progressivo. “Li ho
guidati in un viaggio nel corpo partendo dai piedi e rilassando consapevolmente una parte del corpo dopo
l’altra fino ad arrivare alla testa. Poi li ho guidati a osservare –
dall’interno – il respiro che entra ed esce senza sforzo.
Tutti avevano problemi di
rilassamento – sia gli impiegati che gli operai. Ho suggerito loro di sedere in
silenzio osservando il respiro e tutti i pensieri e le emozioni che arrivavano.
Come mi aspettavo, molti di loro hanno detto che lo trovavano molto difficile:
la mente continuava a mettersi di mezzo. Ho quindi deciso di fare un esercizio di scuotimento del corpo,
come nella meditazione Kundalini ideata da Osho, dopodiché ci siamo seduti in silenzio osservando quanto accadeva all’interno. In questo modo hanno
potuto sperimentare come sia molto più facile essere immobili e silenziosi dopo
una qualche forma di attività. Poi ho guidato una meditazione di
ascolto, utilizzando le campane tibetane. Hanno potuto così sperimentare la
meditazione come ricettività e rilassamento totale: non il focalizzarsi o il
puntare l’attenzione su qualcosa, ma una disponibilità rilassata e
un’accettazione di tutto ciò che è dentro e fuori di noi.
Ho poi condotto una
‘camminata’ Vipassana di alcuni minuti per far loro sperimentare come la
consapevolezza può far parte delle azioni di ogni giorno – lavarsi i denti o
preparare una tazza di tè. E poi abbiamo provato a fare la camminata della
Vipassana all’indietro – e qui hanno riso tutti, e hanno afferrato il mio
messaggio: meditare non vuol dire essere seri!”
Nella sessione di
massaggio i partecipanti hanno appreso le
tecniche di base del massaggio e dell’automassaggio valide per mal di
testa e tensioni al collo e alle spalle. Subadhro ha inoltre spiegato i
principi dell’aromaterapia e ha mostrato i
punti di shiatsu che si possono praticare su di sé e sugli altri per
eliminare le tensioni.
Alla fine dei dieci
giorni, i commenti sono stati molto positivi. “Mi hanno detto che finalmente
sono riusciti a vedere il modo in cui loro stessi creavano le tensioni e a
capire quindi come ridurre lo stress. Hanno dichiarato quasi all’unanimità di
aver imparato a essere più “consapevoli nel proprio lavoro”. Di fatto il programma
ha dato risultati così soddisfacenti che la compagnia ha chiesto a Subadhro di
tornare in futuro per un altro corso.
“Mi hanno trattata come
un’eroina!” ricorda ridendo Subadhro, “e mi hanno offerto un passaggio sul più
grande camion australiano! Viene utilizzato per trasportare rocce, pesa 250
tonnellate, è alto 8 metri e lungo 12. Ho potuto anche fare delle passeggiate
nel deserto. È stato stupefacente: il nulla tutto intorno a me. Ho visto anche
un po’ della vita degli animali selvaggi: alcuni incredibili uccelli canterini,
qualche koala e persino un canguro!”
tratto da: Osho Times International
in rete
www.osho.com
È chiaro per tutti: ci sono cambiamenti a tutti i
livelli! Nel clima, nella natura, nella società e nell’economia. Anche il
nostro piccolo mondo personale non è più al sicuro dai cambiamenti. Il rapido
sviluppo tecnologico, la manipolazione genetica, la profonda ristrutturazione
dell’economia e della società e un’umanità che ha preso la velocità di Internet,
lasciano la loro impronta su di noi.
L’insicurezza, e spesso anche una
reazione contro tutto ciò che è nuovo, sono
le conseguenze di questi cambiamenti. Prima era tutto più semplice, eravamo in
grado di orientarci in mezzo a strutture familiari e ben definite.
“Tutto andava molto meglio
prima!”.
Delle volte anch’io mi
scopro a dire così nel mio dialogo interiore. Le frontiere spariscono e persino
in politica troviamo nuovi principi: quello che conta oggi è il risultato.
Nessun settore si può più permettere di rimanere legato a vecchie gerarchie,
ideologie o-ismi. Valgono le famose parole del filosofo Eraclito “Panta rei –
tutto scorre”. È un mondo in cui il vecchio si dissolve per lasciare spazio al
nuovo.
Ma il
cambiamento fa paura;
vuol dire abbandonare i miei soliti comportamenti automatici, guardare in modo
diverso, imparare, essere sveglio e flessibile per trovare una risposta a
situazioni sempre nuove. Spiritualità e vita quotidiana si mescolano sempre di
più l’una con l’altra. In uno studio pubblicato recentemente riguardo ai Future Values cioè i valori che
decideranno la nostra vita di domani, è risultato chiaramente che: L’uomo del
futuro avrà bisogno di intuizione e equilibrio interiore; dovrà mobilitare
tutte le sue risorse, il che vuole dire che dovrà essere pronto a imparare, a
gestirsi in modo completamente autonomo, a pensare globalmente e a preferire
ditte il cui management abbia una tendenza spirituale. Sta arrivando il cosiddetto matriarchal swing:
le donne, grazie alla loro migliore abilità nell’avere a che fare con le
emozioni – che hanno una vasta influenza su molti fattori, dal modo di pensare
alla gestione dei rapporti personali – avranno un’influenza sempre maggiore.
Mobilità, consapevolezza corporea e un continuo rinnovamento delle conoscenze
sono tendenze che stanno già emergendo. Lo studio parla di liquid modernity: tutto fluisce, tutto si trasforma.
Una grossa
parte del
successo di una ditta si basa naturalmente sulla qualità e competenza, su uno
sviluppo tecnologico costante, sul marketing e sul servizio. Questa parte è
sostenuta da computer, dati, cifre di vendita e budgets. Questi sono i fattori
misurabili duri in base ai quali si
possono calcolare razionalmente il giro d’affari e i profitti, cioè il successo
di una ditta. Questi fattori possono essere rafforzati grazie a programmi di
educazione continuativa, a un buon management,
a una buona programmazione del
servizio, delle pubbliche relazioni, della pubblicità, e così via.
Ma una parte importante
del successo di un’impresa sta anche nei fattori cosiddetti morbidi: la collaborazione tra colleghi,
l‘atmosfera sul posto di lavoro, il ritrovare una visione comunitaria della
ditta, e una buona capacità di gestire conflitti e problemi.
La domanda che sicuramente
molte imprese si pongono è la seguente: “Come trovare un’integrazione tra il software uomo e la forza della nostra
impresa?”. Il caso ideale sarebbe quello di un individuo posto al centro di una
rete di relazioni sane e vitali all’interno della ditta, in modo che tutto
fluisca alla perfezione. Molte ditte hanno già compreso questo punto e, sia che
la chiamino intelligenza emozionale, gestione del cambiamento o ricerca di
una visione”, la direzione è la stessa: L’uomo deve essere in grado di poter
esprimersi a pieno per dare il meglio di se stesso.
La richiesta
è per qualità
come l’integrità, l’originalità e anche la collaborazione reciproca e il
rispetto verso i colleghi di lavoro. In breve, le capacità spirituali e sociali
sono i fondamenti del successo economico. La maturità di una persona cresce
insieme alla sua consapevolezza, e il modo migliore di sviluppare quest’ultima
è attraverso la meditazione. Senza queste capacità, anche le migliori idee e
concetti valgono ben poco. Si creano troppi ostacoli. Quando strategie e decisioni
non possono crescere e trasformarsi, la causa si trova nello stress, nella
paura, nella sfiducia, nella rabbia e nei conflitti d’autorità – l’ego è il più
grosso nemico del cambiamento. Altre ragioni possono essere la mancanza di
comunicazione, le proiezioni sul capo o sugli altri collaboratori, la tendenza
a ritirarsi nel cinismo o in un sabotaggio inconsapevole – un comportamento che
definirei distruttivo e che ha sempre le sue radici nell’ego. Ne deriva la
necessità di sviluppare i cosiddetti fattori morbidi grazie all’introduzione di una cultura meditativa
all’interno della ditta.
Gli effetti
positivi
della meditazione sono quelli di sviluppare chiarezza, centratura,
soddisfazione e vitalità. La meditazione sostiene le capacità individuali e
anche la maturità interiore di una persona. Ha un effetto anche su chi ci
circonda: clienti, associati o colleghi verranno influenzati dal nostro calore
umano, dalla nostra energia e carisma. Questa qualità è chiamata abilità sociale, cioè la capacità di
cooperare e di dare un contributo reale alla comunità di lavoro.
Le imprese
al giorno
d’oggi hanno anche assunto l’aspetto di Global
players; in questo senso la competizione diventa un gioco e la ditta ha un
‘allenatore’ come nello sport. In questo momento gli ‘allenatori’ stanno avendo
grande successo. L’allenatore sostiene la ditta trovando incentivi per i
lavoratori e motivandoli a una prestazione ottimale, e inoltre aiuta a superare
positivamente i periodi difficili di cambiamento.
la
presenza è la base per la meditazione
Solo colui che vive nel qui e ora, ha la capacità
di comprendere ciò che accade nel momento. Ogni lavoro svolto con presenza è
meditativo. Quando la persona che lavora è veramente presente, le difficoltà
vengono affrontate subito, discusse e risolte. Le conseguenze sono una maggiore
chiarezza ed efficienza, e una visione più vasta. I problemi vengono ridotti al
minimo.
Il nostro corpo è la
migliore àncora per rimanere nel
presente perché può funzionare solo nel qui ed ora: non possiamo respirare o
muoverci o sentire nel passato o nel futuro. In questo senso, la consapevolezza
del corpo è il primo passo per ritrovare se stessi.
Ogni lavoratore che abbia
un forte senso del sé avrà un buon contatto con se stesso, e conoscerà quindi i
suoi limiti e i suoi punti di forza. Quando è in grado di percepire e validare
i suoi sentimenti, può anche riconoscere gli effetti che questi hanno sul suo
ambiente. È in grado di gestire i suoi alti e bassi, e può per esempio evitare
abitudini di lavoro che lo portano all’esaurimento. Non arriva a scoppi di
emozioni incontrollabili, né cade in momenti di depressione.
Una persona di questo tipo
è emotivamente bilanciata.
la
meditazione risveglia la nostra intelligenza
Non nel senso di intelletto – che è solo l’insieme
delle conoscenze acquisite – ma proprio della capacità di pensiero autonoma, di
avere le proprie vedute e di non diventare semplici esecutori di ordini. I
problemi in questa prospettiva vengono percepiti come sfide. Il lavoratore dà
il suo contributo personale, diventa un imprenditore
nel suo settore, diventa creativo. La creatività si sviluppa a partire da uno
stato meditativo e conduce oltre i vecchi modi di pensare. Essa significa
un’apertura verso nuove possibilità e modi di operare diversi.
Questo
modo di lavorare dà grande soddisfazione e diventa divertente. L’entusiasmo che cresce
dentro, diventa una forte motivazione. In questo senso il lavoro non ha bisogno
di riconoscimenti esterni – di premi o gratifiche particolari – perché essere
al posto giusto nella struttura aziendale è già un modo di sentirsi appagati.
Ma per questo è essenziale la responsabilità individuale e il sentire di avere
la possibilità di poter effettuare delle scelte. Ognuno diventa responsabile
del suo ambiente di lavoro e può essere creativo. Il denaro gioca un ruolo
secondario. La conseguenza naturale della presenza di lavoratori altamente
motivati all’interno dell’impresa è che questa avrà un andamento molto più
stabile.
relazioni
con i clienti
Empatia è la capacità di riconoscere
e di risuonare con le emozioni di clienti, partners o colleghi. Grazie a essa
la relazione con i clienti diventa amichevole, attenta e sensibile. La capacità
di percepire i sentimenti altrui è una conseguenza del saper gestire le proprie
emozioni. Per provare empatia si deve
essere puliti, in pace con se stessi. Niente è più utile della meditazione per
questa pulizia interiore. Da ciò nasce anche la capacità di lavorare in un
team, di creare una interazione cooperativa nel gruppo di collaboratori: un
gruppo è molto di più della somma dei suoi partecipanti. In un gruppo del
genere non esisteranno attriti emozionali tra gli individui. Il cosiddetto mobbing (dinamiche negative che si
creano all’interno di un gruppo) non potrà accadere, perché ci sarà rispetto e
riconoscimento reciproco tra i colleghi. Questo clima rilassato e vivace attira
nuovi clienti e collaboratori. Il lavoro diventa piacevole. Lavoratori che
irradiano positività sono le fondamenta per un’azienda sana e che fluisce.
Molti sportivi, musicisti
come anche manager e scienziati hanno familiarità con i cosiddetti white moments: sono momenti in cui tutto
funziona perfettamente, è un piacere lavorare, giocare e creare. Si è appagati
con quello che si fa, senza sforzo e con grande soddisfazione. È uno stato in
cui il lavoratore è totalmente rilassato ed è in grado di dare tutta la sua
attenzione al compito che sta svolgendo. La consapevolezza non è più separata
dall’azione. Questo flow (flusso) può
riguardare un gruppo o anche tutta l’azienda portando alla cosiddetta best performance (prestazione ottimale).
Questo flow è stato di recente
analizzato in vari studi scientifici: ha numerose componenti che sono sotto la
diretta influenza delle persone. È possibile renderlo più forte oppure bloccarlo
o rallentarlo. Osho parla spesso del flow
quando parla della meditazione come uno stato che trova appagamento non nel
risultato ma nel processo stesso dell’attività.
La
meditazione non è un fast food.
Non si può ottenere in un
paio di giorni grazie a un input esterno; funziona soltanto se viene praticata
in maniera costante e duratura. Si tratta di
eliminare abitudini e condizionamenti profondi, praticati inconsciamente
per molti anni. Un’impresa che riesce a vivere la meditazione nel suo caos
quotidiano, avrà ‘successo’, non solo dal lato economico, del potere e
dell’immagine, ma anche dei valori come la gioia, la creatività e l’amore. E
queste sono le cose che contano veramente.
Deva Parigyan
L’articolo
è stato tratto
dall’Osho
Times ed.tedesca #10 ottobre 2000
Come
raggiungere il nirvana senza rinunciare alla carriera
Nijen,
laureato in Informatica, quindici anni di esperienza in ruoli manageriali e di
consulente direzionale presso note multinazionali – con inoltre una lunga
pratica di meditazione ci racconta:
Tutto è iniziato un paio di anni fa, all’ombra di
un eucalipto su una spiaggia dell’isola di Patmos. Leggevo un libro di
management – grande bestseller internazionale – dove l’autore aveva analizzato
i profili di un grande numero di persone che si sono affermate
professionalmente come manager o imprenditori di successo, per sintetizzare le
loro attitudini chiave e svelare al mondo la loro ricetta magica. Una vera
fiera delle buone intenzioni: avere spirito d’iniziativa, cooperare, gestire le
priorità, saper ascoltare, ecc. Tutte cose condivisibili, ma… Come fare? Tante
belle regoline e basta!
Peccato che gli approcci
comportamentali basati su regole mentali non funzionino, anzi, più ne abbiamo
bisogno e meno possono funzionare. Per esempio, in una situazione di
sollecitazioni e di stress, quando proprio avrei bisogno di saper dire “Stop!
Quali sono le mie priorità?”, sono normalmente così in preda alle emozioni e
identificato con tutti questi ‘problemi urgenti da risolvere’ che reagirò in
modo automatico – quindi non consapevole – dimenticando bellamente le famose
regole d’oro di cui sopra. Il problema reale è che anche gli approcci più
moderni fra quelli finora accettati nelle aziende, pur riconoscendo la
necessità di affrontare questo tipo di problemi in modo nuovo, si arenano sul
“Come fare”. Per forza: non sanno cosa sia la meditazione!
E così su quella spiaggia
dell’Egeo, ho cominciato a mettere le basi del progetto Nirvana Consulting,
insieme a Hasyo, mia compagna d’amore e di vita, nonché esperta bodyworker e
terapista.
Io sono un manager
meditatore (un manager new age, come
mi è stato detto scherzosamente). Ho iniziato a meditare e lavorare su di me
più di vent’anni fa: all’inizio in modo discontinuo e negli ultimi dieci in
modo continuativo, pur sperimentando strade diverse. Poi l’incontro con Osho,
un lungo corteggiamento fino al classico colpo di fulmine: ci ho messo tre anni
ad andare a Pune e prendere il sannyas! Intanto mi ero laureato in informatica,
e a 33 anni divento dirigente d’azienda: rampante e ricercatissimo dai
‘cacciatori di teste’. Quindi la mia esperienza è che si può avere successo nel
mondo del lavoro con una qualità diversa: con dei bei rapporti con le persone,
un vita privata ricca e vivace, trovando anche lo spazio per sé, per meditare e
fare i gruppi.
Naturalmente non sono
state solo rose e fiori, ma anche gran tormentoni di vario tipo, incluso ‘che
sannyasin sei se non molli tutto e vai a Pune per un anno?’. Ma in fondo la mia
vita adulta è stata questo, qui ho costruito le mie qualità e le mie esperienze
e, per di più, divertendomi un sacco e facendo sempre quello che mi andava. Da
qui il desiderio di condividere la mia esperienza con altri.
Oggi il lavoro (insieme
alle relazioni) è uno dei grandi temi nella vita di tutti. Sembriamo un po’
delle formiche impazzite. Ormai la tendenza è che chi lavora, lavora tanto,
perché flessibilità, telefonini e internet non danno più tregua, tanto che il
confine tra tempo libero e lavorativo è sempre più difficile da delimitare a
priori. E questo anche indipendentemente dai ruoli e dai tipi di lavoro.
Il fatto è che non c’è mai
stato tanto benessere diffuso come oggi, tanta libertà per decidere che fare
della propria vita e tante opportunità. Allo stesso tempo le persone che hanno
meno di 50 anni sono cresciute con un’educazione ed esperienze diverse dal
passato per cui non sono più totalmente identificate con gli stereotipi
tradizionali borghesi: soldi, carriera, status, famiglia. Si trovano dentro al
grande ingranaggio ma, in fondo, c’è tanta insoddisfazione e difficoltà a
scegliere, perché le regole di una volta – imposte dall’esterno – sono
appassite e prive di vita, e trovare delle ‘regole’ dentro (per sapere chi
sono, cosa voglio, dove vado?) …è un bel casino! Il disagio è diffuso e reale.
Cosa propone
quindi Nirvana Consulting?
Abbiamo costruito un sito Internet ricco di
contenuti e – dallo scorso ottobre, a Milano – teniamo serate di meditazione
ogni lunedì sera e campi di meditazione una domenica al mese.
A marzo abbiamo iniziato a
offrire un modulo di 4 week-end – suddiviso in due cicli, uno base e uno
avanzato – dal titolo ‘Meditazione e professione nella vita quotidiana’ che si
focalizza su: consapevolezza del corpo, gestione dello stress e centratura,
autostima, equilibrio e potere nelle relazioni interpersonali, responsabilità,
creatività e libertà. In particolare nel primo ciclo di base vediamo nello
specifico cosa è lo stress, in che modo si manifesta e viene vissuto dai
partecipanti a livello individuale. Portiamo comprensione a quello che
significa la mente e l’esserne identificati. Sperimentiamo inoltre diversi
strumenti che abbiamo a disposizione per portare più rilassatezza e
soddisfazione nella nostra professione: la centratura, la consapevolezza del
corpo e soprattutto la meditazione.
La cosa buona è che
rispetto a dieci anni fa non è più ‘scandaloso’ parlare di meditazione: anche
nei villaggi Valtur ormai vengono offerte sessioni di Reiki! La cattiva notizia
invece è che approcciare persone nuove e proporgli la meditazione è difficile
perché più ne hanno bisogno e… meno tempo hanno!! In questi mesi sto
verificando quanto tutto ciò sia un bel gioco e un grande momento di crescita
personale, pur essendo difficile e impegnativo. Vi saprò dire tra qualche mese e
comunque… conosco i miei polli!
Per
informazioni sulle attività di Nirvana Consulting
visita il
sito www.nirvanaconsulting.net
tel: 0258315992 email: info@nirvanaconsulting.net
TEST
Oye
como va?
1 Sei assillato/a
dalle responsabilità e ti chiedi ‘chi me lo ha fatto fare’? SI NO
2 Sei assorbito/a
dalla carriera e a volte ti chiedi perché?
SI
NO
3 Hai degli
obiettivi che ti sembrano irraggiungibili? SI NO
4 I clienti
pretendono da te entro 24 ore soluzioni a problemi impossibili? SI NO
5 Hai ogni tanto
sentimenti violenti nei confronti del capo o dei colleghi? SI NO
6 Sei stressato/a
oltre misura e ti sembra di aver raggiunto il limite? SI NO
·
Se hai dato almeno una risposta affermativa
vuol dire che sei una persona veramente in gamba perché ti rendi conto che la
tua vita potrebbe essere migliore. Infatti è possibile condurre un vita più
autentica, gioiosa, ricca di soddisfazioni, senza essere schiavi dello stress e
senza perdere di vista il senso del nostro esistere.
“Io dico: conosci te stesso, sii te stesso. Questo
è sufficiente in quanto filosofia di vita, basta e avanza. Tutto il resto
seguirà di per sé.
E ricorda: non importa quale lavoro fai, non è
quello lo scopo della tua vita; puoi fare qualsiasi cosa. Puoi essere un
ciabattino, puoi essere un falegname, puoi essere un ballerino o un musicista –
non ha alcuna importanza. Qualsiasi cosa ti dia beatitudine, qualsiasi cosa ti
dia pace, qualsiasi cosa porti in te una maggiore consapevolezza, qualsiasi
cosa renda la tua vita colma di gratitudine …qualsiasi lavoro andrà bene.
Il lavoro in sé non è importante, il fattore
decisivo è ciò che accade dentro di te, mentre fai quel lavoro. Se porta luce
nel tuo essere, se ti porta un profondo appagamento, se ti rende più amorevole
e gioioso, allora non ha affatto importanza ciò che fai: fallo e fallo con
totalità. Più totalmente lo farai, maggiore sarà l’intelligenza che userai per
farlo, più la tua individualità diventerà autentica, più il tuo potenziale si
attualizzerà, e più scoprirai di avvicinarti al tuo destino, alla tua vera
dimora.
tratto
da:
Osho, Meditazione, motivazione e management
NSC Ed.
29
LO SPECCHIO DELLA CONSAPEVOLEZZA
A tutti noi piace guardarci allo specchio.
Come mai? Perché ci piace osservare l’immagine che abbiamo in mente di creare.
Nella
nostra vita abbiamo tutti le nostre debolezze e difficoltà, ci sono problemi e tragedie.
Vogliamo cambiare, essere diversi, ma mettere in pratica questi pensieri ci
sembra straordinariamente difficile. La ragione è che siamo identificati con
una ‘seconda natura’, quella della Mente.
Consapevolezza
come specchio vuol
dire che la usiamo come uno specchio grazie al quale possiamo osservare il
nostro mondo interiore. Adoperare la consapevolezza per osservarci è già una tecnica di meditazione perché mette
allo scoperto quegli aspetti del nostro mondo interiore che preferiremmo non
vedere.
Quando lavoriamo con la
consapevolezza, tutto ciò che dobbiamo fare è guardare tutto con chiarezza, e
permetterci di vedere le cose esattamente come sono. Ad esempio, se ‘sai’ che
c’è solo un modo ‘giusto’ di fare qualcosa, molto probabilmente entrerai in
conflitto con altri membri della tua famiglia. O se non riesci ad ascoltare e a
tenere in considerazione i punti di vista degli altri, sarà difficile per te
prendere decisioni intelligenti, e arriverai anche a sentirti isolato nella tua
vita sociale e lavorativa. All’inizio potresti anche non renderti conto che sei
tu che stai creando il conflitto o l’isolamento, però sarai sicuramente in
grado di sentire l’isolamento e cercherai una soluzione al problema.
Naturalmente riconoscere
di aver creato questa situazione in cui ti trovi non è facile – è doloroso – e,
appena te ne accorgi, vuoi uscirne il più presto possibile. Ma probabilmente il
tuo schema mentale ha radici profonde, per cui non puoi decidere di cambiarlo
così di colpo, o meglio la possibilità c’è, ma non funziona quasi mai!
Combattere con il problema non farà che fornirgli altra energia, e farlo
peggiorare ancora di più. A quel punto entra il campo il giudice che hai dentro
di te: ti condanni per aver creato il problema, oppure te ne vergogni e cerchi
di negare persino la sua esistenza, e poi ti senti in colpa e ti dici che sei
stupido, sbagliato, senza speranza.
Prima di tutto dobbiamo
riuscire a vederci come siamo. Senza giudicare, ma affrontando con coraggio la
situazione com’è: questo è il processo alchemico della consapevolezza.
Cercare
di cambiare non serve. Certo
tutti vorremmo cambiare in meglio, ma è impossibile se prima non ci accettiamo
così come siamo. Siamo sempre occupati a cercare di essere diversi, rinnegando
la nostra unicità, perché la nostra educazione ci insegna a vivere in base ai
valori di qualcun altro, valori che non ci appartengono. Il problema è che
finché non ci accettiamo come siamo, con i nostri lati buoni ma anche con i
cattivi, la trasformazione è impossibile.
Osho
ha una sola medicina per cambiare:
la meditazione. Medita, e la trasformazione accade spontaneamente; non è
possibile arrivarci in un altro modo. È possibile però rendere più facile il
cambiamento – e rendere più facile la meditazione – sviluppando la comprensione
dei suoi modi di operare:
1. Riconosci che ciò che fai non nasce
sempre dalla tua vera natura. Nota come siamo identificati con il corpo, i
pensieri, le emozioni, e come ne veniamo largamente dominati. In questa
operazione perdiamo noi stessi e non riusciamo a essere ‘testimoni’.
2. Comprendi che questa ‘seconda natura’ è stata creata con lo scopo preciso
di evitare di osservare, e di vivere, la nostra vera natura. Non ci vediamo
come siamo veramente, perché siamo circondati da una nebbia di idee su come dovremmo essere. Se ci guardiamo allo
specchio mentre stiamo parlando, o ci vediamo in un video, a volte non
riusciamo neanche a riconoscerci.
3. Impara a guardare te stesso e il
mondo in questo specchio di consapevolezza, e con la stessa facilità con cui
guardi nello specchio di casa. Siamo abituati a guardare tutto attraverso un
filtro. La mente filtra le nostre percezioni: vediamo noi stessi e tutto ciò
che ci circonda in base a ciò che pensiamo, non com’è in realtà. Pensaci un
attimo: anche quando senti al telefono la voce di qualcuno che non conosci
affatto, alla fine della conversazione ti sei già fatta una certa opinione su
questa persona. Cerca di coglierti sul fatto mentre stai giudicando tutto ciò
di cui fai esperienza in base a idee preconcette, e scoprirai come vedere le
cose con più chiarezza, così come sono.
4. Crea consapevolmente situazioni nella tua vita che vanno a scuotere la
‘seconda natura’, che trova espressione in strati su strati di abitudini, ormai
del tutto automatiche. Nota come molte delle azioni che compi nella vita di
tutti i giorni – quando ti alzi, ti vesti, vai al lavoro, organizzi la stanza o
la scrivania, quando incontri la famiglia o i colleghi, come ti comporti in
situazioni di conflitto – sono sempre le stesse, ogni giorno, sono automatiche,
come se quello fosse l’unico modo possibile di agire.
5. Portiamo sempre con noi il nostro
passato. Ci hanno insegnato a credere nei valori di altri: genitori,
insegnanti…, la lista è infinita. Ma neanche loro stanno vivendo i loro valori.
Da piccoli, quando siamo estremamente ricettivi e vulnerabili, crediamo che da
questi valori imposti dipenda la nostra sopravvivenza, e finiamo per credere
che queste opinioni e comportamenti falsi siano la nostra vera natura. Iniziamo
a pensare allora che ciò che sentiamo dentro di noi è sbagliato, e che il vero
‘io’ è quello che gli altri ci costringono a essere.
La personalità falsa che
emerge da questo processo è anche chiamata Mente.
Essa rappresenta il passato, il conosciuto, i valori prestabiliti che tentiamo
di seguire, le fedi che adottiamo ecc. La base fisiologica associata con la
mente – il cervello – è solo una parte del corpo creata per servire l’essere,
ma poi, nel corso del processo ‘educativo’ diventa la padrona di tutto.
Ciò che accade di
conseguenza è che viviamo solo quella parte del nostro potenziale che ottiene
l’approvazione della Mente. Il lavoro della Mente diventa quello di mantenere
l’intelligenza entro limiti che non mettano in pericolo la sua supremazia.
È un gioco molto strano.
Ho creato io la mia Mente, quindi solo io posso cambiarla. Tuttavia, le abbiamo
lasciato tanto spazio che non riusciamo più nemmeno a percepire il dilemma. E
nel frattempo la Mente si dà da fare per trovare razionalizzazioni e
giustificazioni di ogni genere perché le cose rimangano come sono. L’unica
medicina che ci aiuta a rompere questo circolo vizioso è la meditazione.
Quando usi la
consapevolezza come specchio per comprendere te stesso e il tuo mondo,
qualsiasi cosa può esserti utile: lavorare al computer, una conferenza di
affari, l’incontro con un amico o con la persona amata, un conflitto personale, un momento triste o uno felice,
possono essere tutte valide lezioni e darti qualche intuizione su di te. Quando ti rendi conto del meccanismo,
impari a non giudicare. Questa consapevolezza crea un’atmosfera in cui tutta la
tua vita diventa meditazione.
Sahajanand
Spontaneità
una virtù nascosta
Se ti lasci guidare in
continuazione dalla mente perdi le tue potenzialità più profonde. Con la
meditazione, vivendo nel momento, puoi riuscire a essere spontaneo, a esprimere
veramente ciò che sei.
Come
mai abbiamo perso la spontaneità? In base a quale espediente?
L’espediente è quello di dividere. Non puoi essere spontaneo sull’oggi perché
devi pensare al domani. Non puoi essere spontaneo su questo momento perché devi
pensare al momento successivo. Non puoi essere spontaneo in questa vita perché
devi pensare alla vita dopo la morte. Non puoi essere spontaneo in ciò che fai,
perché devi pensare alle conseguenze. È sempre una divisione tra adesso e
allora, tra qui e là. Quindi la spontaneità va persa.
Chi è spontaneo? Uno che
vive nel momento come se questo momento fosse tutto, è spontaneo. E questo
momento è tutto. All’inizio sarà solo ‘come se’, ma piano piano, quando entri
in armonia con il momento, arriverai a comprendere che non è ‘come se’, ma è
l’unica realtà che esista.
La spontaneità, inoltre,
è pericolosa. O meglio, la spontaneità è un pericolo. Dire ‘pericolosa’ vuol
dire che la pericolosità è una qualità, una cosa casuale. Quindi dico che è
meglio affermare che la spontaneità è pericolo; allora non è una qualità, ma è
qualcosa di intrinseco alla spontaneità. Allora non ci può mai essere la
spontaneità senza pericolo: il pericolo è spontaneità.
Cosa voglio dire? La
prima cosa: quando sei spontaneo, non stai controllando la situazione, non puoi
essere in controllo. Se sei in controllo allora l’azione non è spontanea,
allora stai pensando alle conseguenze, ai risultati, a questo e a quello, a
mille cose diverse. Stai gestendo la situazione. Un’azione spontanea è una in
cui non sei tu il manager – nella quale il manager è dio, il tutto, o puoi
chiamarlo Tao – nella quale non sei più in controllo, hai lasciato andare il
controllo, hai rinunciato al controllo. Ora non sai cosa sta accadendo, non sai
dove stai andando, non sai quale sarà il risultato… e non te ne preoccupi,
nemmeno un pochino. Sei qui e ora, totalmente. L’azione è così totale che ne
sei assorbito, non ne rimani all’esterno. Controllare qualcosa vuol dire
rimanere al di fuori di essa. Per controllare qualcosa devi rimanerne fuori.
Chi controlla non può mai essere all’interno dell’azione, chi controlla è
sempre al di fuori, quindi chi controlla non può mai godere di quello che fa.
Per ricavarne piacere, devi scomparire nell’azione. È quello scomparire il
pericolo: adesso sarai vulnerabile– è naturale, è ovvio. Adesso non sai. Tutto
è possibile. E non sei in controllo, quindi non puoi dirigere, questo è il
pericolo. Non c’è più una direzione. Sei completamente ubriaco con il momento,
immerso in esso, rilassato in esso in modo tale che non riesci più nemmeno a
sentire chi sei. Ricordati, la sensazione di ‘Io sono’ è la sensazione di una
mente tesa. Quando la tensione scompare anche questo ‘Io’ scompare. L’ego non è
nient’altro che tensione accumulata nel passato, e rispetto al futuro. Ti sei
mai accorto di qualche momento nella tua vita quando non c’eri? Quelli erano
momenti di benedizione, quelli erano momenti di grande estasi, di grande
beatitudine. In quei momenti ti si erano aperte le porte del paradiso.
Ma il paradiso si apre
solo se sei aperto tu, e quando ti apri c’è pericolo. Il pericolo è
semplicemente che adesso il futuro non è nelle tue mani, il futuro diventa
imprevedibile. Sei nelle mani del tutto – è questo il pericolo…
Hai mai sentito parlare
di un uomo che abbia vissuto senza pericolo? Vivere vuol dire essere in
pericolo, morire vuol dire essere fuori pericolo. Chi è nella tomba è fuori
pericolo, fuori da qualsiasi pericolo. Adesso non gli può capitare nulla:
nessuno può insultarlo, nessuno può derubarlo, nessuno può ucciderlo – non è
più possibile neppure morire – è assolutamente fuori da qualsiasi pericolo.
Le persone che hanno
paura del pericolo cominciano quindi a vivere in una specie di tomba: creano
una tomba di sicurezze intorno a loro, e iniziano a vivere in quella tomba –
una tomba molto sottile, una tomba mentale. Si sentono protetti.
Ma da chi ti stai
proteggendo? Dalla vita. Nel momento in cui ti proteggi, crei delle barriere
alla vita, e allora arriverà sempre meno vita…
Una persona sicura è una
persona morta. Vivere vuol dire vivere pericolosamente, vivere vuol dire rimane
aperti a tutte le possibilità. E le possibilità sono infinite. Non sei limitato
a una sola possibilità, hai un essere che è illimitato, senza confini. Puoi
essere qualsiasi cosa, il prossimo momento può portare qualsiasi cosa. Nel
profondo ogni individuo è tutta l’umanità, e non solo tutta l’umanità, ma tutta
l’esistenza. Dentro te esiste l’albero, dentro te esiste il cane, dentro te
esiste la tigre – in te esistono tutto il passato e tutto il futuro. A livello ‘atomico’
tutto ciò che è accaduto nel mondo – e tutto ciò che accadrà – esiste in te
come potenzialità. Puoi essere in milioni di modi diversi: ecco perché vivere
vuol dire vivere pericolosamente; vivere vuol dire vivere attraverso il
cambiamento, il movimento. Rimani un fiume. All’interno delle tue sicurezze
diventerai una pozza d’acqua: non ci sarà movimento né dinamismo. Statica,
stagnante, la pozza d’acqua diventa sporca e a poco a poco muore. Un fiume è
vivo e nessuno sa cosa accadrà. Può perdersi nel deserto. Ciò che accadrà è
imprevedibile. Una vita prevedibile è una vita meccanica; quando sei
imprevedibile, pulsi di vita, palpiti, vibri. Allora dio, o il Tao, o il tutto,
vivono attraverso di te.
tratto da:
Osho, Tao, the
Pathless Path Vol. 2
Osserva il respiro per scoprirlo
“Se dici che sei felice,
quando in realtà non lo
sei,
il respiro ne verrà
influenzato.
Non potrà essere naturale.
È impossibile.”
Non puoi sfuggire la verità. È meglio affrontarla,
è meglio accettarla, è meglio viverla. Quando inizi a vivere una vita di
verità, di autenticità – il tuo volto originario – tutti i problemi svaniscono
perché cade il conflitto, non sei più diviso. Allora la tua voce acquista
unità, il tuo essere diventa un’orchestra. In questo momento, quando dici
qualcosa, il corpo dice qualcos’altro; quando la lingua dice qualcosa, gli
occhi dicono qualcos’altro nello stesso momento.
Tante volte la gente viene
da me e io chiedo: “Come state?” E loro dicono: “Siamo tanto, tanto felici”. E
io non posso crederlo perché i loro volti sono così depressi, senza gioia,
senza allegria! I loro occhi non hanno
alcuna brillantezza, alcuna luce. E quando dicono: “Siamo felici”, persino la
parola “felice” non ha un suono tanto felice. Sembra che la stiano trascinando,
con fatica. Il tono, il volto, l’espressione, il modo in cui stanno seduti o in
piedi, tutto smentisce le loro affermazioni, racconta un’altra storia. Inizia
ad osservare la gente. Quando dicono di essere felici, osserva. Cerca un
indizio. Sono veramente felici? E subito ti accorgerai che c’è qualche parte di
loro che sta dicendo qualcos’altro.
Poi a poco a poco inizia a
osservare te stesso. Quando dici di essere felice, e non lo sei, il tuo respiro
ne verrà influenzato. Non può essere naturale. È impossibile. Perché la verità
è che non sei affatto felice. Se avessi detto: “Sono infelice”, il respiro
sarebbe rimasto naturale. Non ci sarebbe stato conflitto. Ma tu hai detto:
“Sono felice”. Hai subito represso qualcosa; qualcosa che stava emergendo, è
stata nuovamente spinta in basso. A causa di questo sforzo, il respiro cambia
ritmo: non è più armonioso. Il tuo volto non esprime più grazia, i tuoi occhi
assumono un’aria di furbizia.
Prima osserva gli altri,
perché sarà più facile essere obiettivi con loro. Quando riuscirai a scorgere i
segni giusti su di loro, usali anche per te. E osserva: quando dici la verità,
la tua voce ha un tono musicale; quando menti, c’è una nota stonata. Quando
dici la verità, sei uno, completo; quando menti non sei totale, è sorto un
conflitto.
Osserva questi sottili
fenomeni, perché essi sono il risultato dell’essere integri oppure no. Quando
sei tutt’uno, quando non stai andando in pezzi; quando sei uno, all’unisono con
te stesso, vedrai che sei subito felice. Questo è il significato della parola
‘yoga’. Questo è essere uno yogi: uno che è completo, armonico, all’unisono con
se stesso; le cui parti sono tutte in relazione tra di loro, interdipendenti,
non contraddittorie, non in conflitto, le cui parti sono in pace l’una con
l’altra. Nel suo essere, esiste una grande amicizia. È un tutt’uno, completo.
A volte, in qualche raro
momento, ti è accaduto di diventare integro. Stai osservando l’oceano, la sua
forza selvaggia, e di colpo ti dimentichi le tue divisioni, la tua
schizofrenia; ti rilassi. Oppure, sei nell’Himalaya e vedi le nevi eterne sulle
cime delle montagne, e senti improvvisamente una qualità nuova che ti circonda:
non devi essere falso perché non c’è nessuno con cui fingere. Trovi un’unione
interna. Oppure, ascolti della bella musica, e ti fondi in un essere unico.
In qualunque momento, in
qualunque situazione diventi uno, integro, una certa pace, una gioia nasce
dentro di te e ti circonda. Ti senti realizzato.
Non occorre rimanere in
attesa di questi momenti; possono diventare la tua vita normale, naturale.
Questi momenti straordinari possono diventare momenti normali, ordinari: questo
è proprio l’approccio dello Zen. Puoi vivere una vita straordinaria conducendo
un’esistenza assolutamente ordinaria: tagliando legna, portando acqua dalla
sorgente, puoi essere in una meravigliosa armonia con te stesso. Puoi essere in
armonia pulendo il pavimento, lavando i tuoi vestiti, cucinando, perché
l’essenziale è fare tutto con totalità, con gioia, godendoti ogni momento.
tratto
da: Osho, Dang Dang Doko
Dang: Talks on Zen
Tutti
noi abbiamo desideri, grandi e piccoli, egoistici, impossibili… o anche cose
vere e profonde che nascono direttamente dal cuore. Ma non è sempre facile
viverli in modo chiaro e consapevole.
I desideri sono proiezioni sul futuro che
nascono perché supponiamo di aver bisogno di qualcosa che nel qui e ora non
c’è: “Se incontrassi il grande amore della mia vita sarei felice.” “Se avessi
molti soldi e non dovessi lavorare potrei godermi la vita.”
Cominciamo a sognare come
sarebbe se avessimo questo o quello. Se poi i sogni non si realizzano siamo
tristi, delusi, qualche volta addirittura depressi. Quando invece i nostri
desideri vengono appagati, constatiamo che la soddisfazione,
così attesa, molto spesso non arriva, o almeno non come l’abbiamo sognata. Di solito la gioia è breve – un
semplice rilassarsi della tensione di voler avere qualcosa – e subito siamo
presi da altri, nuovi desideri: la nostra contentezza viene rimandata a un
lontano futuro.
I saggi di tutti tempi
hanno capito questo meccanismo; il loro consiglio è di raggiungere uno stato
dove non ci sono desideri. Ma questo cercare di non farsi prendere dal
desiderio diventa ancora una volta un desiderare – a questo punto ti ritrovi in
un vicolo cieco. I desideri sono soggetti
allo stesso meccanismo dei pensieri: se ci identifichiamo, tutto diventa
difficile.
Qualche volta i desideri
funzionano anche come specchio delle nostre maggiori difficoltà, ci mostrano i
punti che contengono una possibiltà di crescita, se superati… ‘Vorrei che il mio amore non mi lasciasse
mai’ è uno di questi tipici desideri.
E Oscar Wilde commenta:
‘Se gli dei vogliono punire qualcuno, appagano i suoi desideri’. Quando usiamo
i desideri per coprire il vuoto interiore oppure una nostra presunta
imperfezione, vediamo che la cosa in realtà non funziona. Un desidero appagato
ci dimostra chiaramente che non possiamo essere sempre contenti e inoltre quanto siamo dipendenti dalle circostanze
esterne.
La pubblicità e la
‘cultura’ prevalente nella nostra società ci suggeriscono di comprare e
possedere questo e quello per avere successo, gioia e potere. Se ti lasci
prendere da questa eccitazione, data dai
desideri, comincia una storia infinita: anche se avessimo tante cose –
tutte quelle che ci propongono – non ci basterebbero mai. ‘Voglio di più’
continua a dire la nostra mente.
Abbiamo chiesto a qualche
meditatore quali siano i suoi desideri e che
significato abbiano nella sua vita quotidiana. Ed ecco cosa ci hanno
detto:
Bruciare i
semi del desiderio
‘Questo sarà il tuo nuovo nome: Anand Nirbija’ Ero
seduto davanti a Osho e non riuscivo a capire bene. Ero in preda a una grande
emozione – gioia e paura contemporaneamente.
La mia mente sembrava non funzionare
più, dentro di me scoprivo un silenzio mai prima conosciuto. Nirbija, mi
spiegava Osho, è uno stato interiore che si raggiunge quando i semi del
desiderio sono bruciati. ‘Verrai di nuovo imprigionato dai tuoi desideri… si deve
osservare questo meccanismo di continuo… fin quando riesci a capire la vera
natura di questi semi.’ Per uno come me che non aveva nessuna esperienza di
meditazione, questi suggerimenti erano qualcosa di assolutamente nuovo. Mi
accorgo, oggi, che Osho mi stava dando delle indicazioni che mi sarebbero
servite nel tempo.
Con il suo modo affettuoso
e semplice mi ha insegnato che anche se mi sento senza desideri, e quindi
libero, nella mia mente ci sono ancora tanti semi di desiderio, come se stessero sottoterra aspettando di germogliare.
E quindi in un attimo posso di nuovo tornare prigioniero dei miei desideri.
Il mio nome non era dato a
caso. Un forte desiderio di essere fra i migliori era stata fino a quel momento
la motivazione principale della mia vita: vengo
da una famiglia dove il realizzare le proprie ambizioni è molto
importante e così naturalmente desideravo avere successo, soprattutto nella
vita professionale. Questo per me era collegato alla creatività: volevo
affrontare sfide sempre più grandi. Qualche volta la sera a letto quasi mi
ubriacavo con le immagini colorate che sognavo per il mio futuro. E poi cercavo
di realizzare questi progetti. Non era una vita molto rilassata: non c’era
fiducia nel flusso naturale della vita. Desiderare ti prende molte energie.
Quando ho preso il sannyas – mi sono accorto in seguito – ho cambiato solo le
parole della mia lista dei desideri: adesso desideravo diventare un famoso
terapista, desideravo raggiungere l’illuminazione… e così via.
Oggi, dopo un mucchio di
dinamiche e tanti gruppi di crescita interiore, quando arrivo di nuovo di
fronte ai miei desideri, sento spesso una voce dentro di me. Le ho anche dato
un nome: è Bill, il mio navigatore interiore. È molto prudente e mi avverte
quando un forte desiderio potrebbe allontanarmi dal corso della mia vita. Lo
immagino studiare la bussola e poi propormi la direzione che porta al silenzio e a una maggiore chiarezza interiore. È
in sintonia col mio cuore quando sente che è necessario cambiare rotta –
anche se devo superare la paura dell’ignoto. So che proprio Bill, a suo tempo,
mi ha indicato la strada verso l’India,
dove avrei incontrato Osho e la meditazione. (Anand Nirbija)
Il carosello
colorato dei miei desideri e il flusso discreto del silenzio
Sì, sono certamente immerso giorno e notte in un
oceano di desideri. Appena esco la mattina dai miei sogni, vedo come si sveglia
anche il meccanismo del desiderare. E va avanti per tutto il giorno: qualche
volta si pone in primo piano e altre volte perde un po’ di importanza –
restando però sempre presente. Ci sono desideri che vorrebbero che la mia
situazione attuale fosse diversa, e ci sono desideri che vorrebbero diverso il
mio essere. Esistono altri desideri come quelli di una pace interiore,
dell’amore, di un appagamento totale e certamente quello di raggiungere
l’illuminazione per sciogliermi nell’esistenza… come se sapessi che cosa vuol
dire realmente. Ma adesso la cosa diventa proprio interessante. Non so come, ma
ultimamente ho cominciato a capire qualcosa: anche se questo film interiore
continua ad andare avanti quasi senza pause, esiste nel contempo un’istanza che
osserva tutto il dramma messo in moto dai miei desideri.
Ma chi è questo
osservatore, questa consapevolezza che riconosce che tutti i desideri, ma
proprio tutti, sono tentativi della mente per sopravvivere, per controllare e
per prendere le decisioni fondamentali? Sembra che la mente non possa che agire
cosi. Nel momento in cui smetti di pedalare, la bicicletta cade…
Potrei desiderare che le
cose vadano diversamente? Per essere forse più felice, più soddisfatto?
Difficile saperlo. Ora scopro sempre di più che mi rimane almeno una scelta: in
che direzione volgere la mia attenzione. Mi lascio catturare dalle promesse
della mente, oppure mi assumo il rischio di mettere la mia attenzione proprio
su quell’istanza che sta nello sfondo, quel delicato flusso del silenzio? Ma la
cosa meravigliosa è che non appena la mia attenzione si sposta dalle cose viste
a chi le vede, qualcosa di incredibile
succede: più mi pongo come testimone, più emerge uno spazio vuoto,
un’ampiezza interiore! Lì non c’è niente, nessuna persona, nessun ego, nessuna
cosa, solo un’idea dell’essere, leggera come un soffio. Non resto a lungo in
questo spazio: la mia cara mente sa benissimo come attirarmi fuori – la sua
capacità di sedurmi è stupefacente. È veramente buffo: sebbene abbia fatto
tante volte l’esperienza che la mente fa grandi promesse e poi non le mantiene,
ancora m’illudo che questa volta possa essere diverso – che mi riesca di raggiungere
quello che ho appassionatamente desiderato. Che bel gioco! (Veet Ateet)
Parigyan
L’articolo
è stato tratto dall’Osho Times ed. tedesca #12 Dicembre 2000
“Quando
i tuoi desideri scompaiono,il mondo esiste ancora, ma è un mondo completamente
nuovo.
È
fresco, colorato, bellissimo.”
Desiderii o bisogni?
Una
semplice distinzione che ti permette di vivere meglio.
I bisogni possono essere soddisfatti, ma i desideri no. Il
desiderio è un bisogno impazzito. I bisogni sono semplici, fanno parte della natura;
i desideri sono molto complessi, non fanno parte della natura. Sono creati
dalla mente. I bisogni esistono momento per momento, è la vita stessa a
crearli. I desideri non sono momento per momento, sono sempre per il futuro.
Non è la vita che li crea, sono proiezioni della mente. I desideri sono
proiezioni, non sono veri bisogni. Questa è la prima cosa da comprendere, e più
profondamente la comprenderai, meglio sarà. Che cos’è il desiderio? È la mente
che si sposta nel futuro. I bisogni appartengono a questo momento; se hai fame,
è un bisogno, e deve essere soddisfatto, ed è possibile soddisfarlo. Non c’è
alcun problema al riguardo. Se hai sete, hai sete qui e ora, devi cercare
dell’acqua. Devi soddisfare questo bisogno, è un bisogno vitale. I desideri,
invece, non sono così. Desideri diventare il presidente di una nazione. Non è
un bisogno, è un ambizione, è una proiezione dell’ego nel futuro. Oppure
desideri il paradiso, anche quello è nel futuro; o desideri dio, sempre nel
futuro. Ricorda, i bisogni sono sempre qui e ora, sono esistenziali. Ma i
desideri non sono mai qui e ora, sono non-esistenziali. Sono solo mentali, sono
nella mente. E non possono essere soddisfatti perché la loro stessa natura è
quella di proiettarsi nel futuro.
Sono proprio come
l’orizzonte. Se lo guardi, sembra che la terra incontri il cielo nelle
vicinanze. È così chiaro! Puoi arrivarci a piedi! Ma potresti camminare per
sempre, e la distanza rimarrà sempre la stessa; la terra incontrerà il cielo
sempre un passo più in là. Non raggiungerai mai il punto in cui la terra
incontra il cielo. Non si incontrano mai. È solo apparenza, ciò che gli indù
chiamano maya: appare, ma non è così.
Sembra che tu sia a una certa distanza. Più arrivi vicino e più comprendi che
non è così. L’orizzonte si sposta un po’ più in là, e la distanza da te rimane
sempre la stessa.
La distanza tra te e il
tuo desiderio rimane sempre la stessa. Come puoi soddisfarlo? Se desideri
diecimila rupie, chissà, un giorno potrai possederle. Ma nel momento in cui le
avrai ottenute, il desiderio sarà andato diecimila volte più in là. Ne hai
mille; ne desideri diecimila. Ora ne hai diecimila: ne desidererai centomila.
La distanza è la stessa. Puoi averne centomila, non fa alcuna differenza. Dieci
volte di più, ma il desiderio rimane lo stesso.
I bisogni sono semplici.
Possono essere soddisfatti. Hai fame e mangi; hai sete e bevi; hai sonno e vai
a dormire.
I desideri sono molto
complessi e sofisticati. Sei frustrato, ma non a causa dei tuoi bisogni. La
causa sono i desideri. E se i desideri prendono troppa della tua energia, non
sarai in grado di soddisfare nemmeno i tuoi bisogni, perché chi sarà presente
per soddisfarli? Ti sposti nel futuro, pensi al futuro, la tua mente sta
sognando. Chi è rimasto per soddisfare i normali bisogni quotidiani? Tu non ci
sei. Preferiresti rimanere affamato ma riuscire a raggiungere l’orizzonte.
Vorresti rimandare i tuoi bisogni in modo che l’energia si muova completamente
verso il desiderio. Ma alla fine, scopri che il desiderio non è soddisfatto e,
visto che i bisogni sono stati trascurati, sei completamente a pezzi. E il
tempo perduto non può essere recuperato; non puoi tornare indietro.
Si racconta una vecchia
storia, quella di un vecchio saggio il cui nome era Mencio. Era un seguace di
Confucio e morì a una età molto tarda. Qualcuno gli chiese: ‘Se ti fosse ridata
la vita, come ricominceresti?’. Rispose Mencio: ‘Farò più attenzione ai miei
bisogni e meno ai desideri’. E questa realizzazione accadrà anche a te.
Tuttavia arriva sempre molto tardi, quando la vita non è più nelle tue mani. Se
ti fosse ridata la vita…
I bisogni sono belli; i
desideri sono brutti. I bisogni sono del corpo; i desideri sono psicologici. Ma
guarda i tuoi cosiddetti santi e saggi; condannano i tuoi bisogni e aiutano invece
la proiezione dei tuoi desideri. Dicono: ‘Che stai facendo? Mangi e dormi e
basta? Sprechi la tua vita? Cerca di raggiungere il paradiso! Il paradiso è il
desiderio supremo. Il paradiso ti aspetta, e tu sprechi la vita in cose banali,
vegetando soltanto. Alzati in piedi e corri, perché non c’è rimasto molto
tempo! Vai! Bussa alle porte del cielo! Trova dio! Ma non startene lì così!’.
Condannano sempre i tuoi
bisogni e aiutano sempre i tuoi desideri. Ecco perché il mondo è diventato così
orrendo: tutti sono pieni di desideri, ma nessuno vede soddisfatti i suoi
bisogni. Ciò che potrebbe venire soddisfatto viene invece trascurato, e ciò che
non può essere soddisfatto viene alimentato. Da qui la miseria umana. Chuang
Tzu sostiene i bisogni. Soddisfali, e non badare ai desideri. Lascia perdere
anche l’idea del desiderio, perché il futuro non esiste, c’è solo il presente.
Ed è bellissimo! Quando hai fame, mangi: il futuro non c’è.
Resta nel qui e ora.
Questo momento è sufficiente, non chiedere di più. Un vero saggio è colui che
vive nel momento, per il quale questo momento è abbastanza. È realizzato. Per
lui non c’è paradiso, lui stesso è il paradiso. Per lui non c’è dio, è
diventato lui stesso divino.
Sarà difficile, perché
tutto ciò che ti dico è in contrasto con molti secoli di condizionamenti – di
veleni.
Mangia quando hai fame, e
in quel momento fai diventare l’atto di mangiare una celebrazione. Celebra!
Perché chissà, la prossima volta potresti anche non esserci. Potrebbe mancarti
l’appetito, oppure questo bel pezzo di pane. Potrebbe mancare la sete, oppure
questo fiume. Bevi! Fai in modo di essere qui, totale, così che il tempo si
arresti: perché non è il tempo che si muove, è la tua mente. Se sei in questo
momento, totalmente, se godi il momento con tutto il tuo essere, il tempo si
ferma. Non esiste il muoversi del tempo, non esiste orizzonte e non esiste il
tentativo di raggiungerlo. E invece tutti hanno fretta di raggiungere
l’orizzonte.
Tutti hanno fretta. Dove
vai così di corsa? Hai mai visto qualcuno che sia arrivato da qualche parte?
Hai mai sentito di qualcuno che sia arrivato da qualche parte grazie alla
fretta, all’impazienza, alla velocità? Abbiamo sentito parlare di quei pochi
che sono arrivati fermandosi, ma mai di qualcuno che sia arrivato correndo.
Buddha si è fermato ed è arrivato. Gesù si è fermato ed è arrivato. Chuang Tzu
si è fermato ed è arrivato. La tua meta è dentro di te, non hai altro posto
dove andare. E invece il desiderio ti conduce in terre lontane, in tempi
lontani, in punti lontani dello spazio. Più desideri, più vai di fretta, più
perdi te stesso: frustrato, lacero, sei a pezzi ancora prima di morire.
Ma anche in questa rovina,
il desiderio esiste ancora. Hai collezionato una vita intera di esperienze di
desiderio, e la mente ti dice: “Hai fallito perché non ti sei sforzato
abbastanza. Guarda, altri hanno avuto successo. Guarda i tuoi vicini. Loro
hanno avuto successo, ma tu hai fallito perché non correvi abbastanza veloce.
La prossima volta tienti pronto”.
Raduni tutti questi
atteggiamenti in un seme, poi nasci un’altra volta, e il circolo vizioso
ricomincia. Dove stai andando? C’è un posto dove andare? Persino se arrivi da
qualche parte sarai ancora te stesso. Persino se ti fanno presidente in questo
preciso momento – di questo paese o di qualunque altro – pensi che cambierà
qualcosa? Rimarrai lo stesso, la stessa persona frustrata, la stessa persona
ambiziosa, con la stessa tensione, la stessa angoscia, gli stessi incubi.
La tua vita è solamente un
incubo: tanti desideri, tanti orizzonti, tante cose da raggiungere prima che la
vita sia perduta. Ecco perché hai tanta fretta, non puoi rimanere fermo in
nessun posto. Corri e corri e corri finché non cadi nelle braccia della morte.
È la morte la fine dei tuoi sforzi. Ricorda, la prima cosa è che i bisogni sono
belli. Questa è la differenza tra altri saggi, o cosiddetti saggi, e Chuang
Tzu: i bisogni sono belli e i desideri sono brutti. La distinzione è: il
bisogno viene dal corpo e il desiderio è creato dalla mente. Gli animali, gli
uccelli, gli alberi sono più felici perché non hanno una mente per desiderare;
sono felici dovunque si trovino. Vivono e muoiono, ma non sono mai angosciati,
in tensione. Questa è la prima cosa da ricordare, la distinzione, la
distinzione ben definita tra desideri e bisogni. Accetta i bisogni – non c’è
nulla di sbagliato in essi – ma lascia perdere i desideri, perché tutto è
sbagliato in essi, in quanto non ti permettono di essere qui e ora. Ed è questa
l’unica esistenza possibile. Non ce n’è un’altra.
Quanti bisogni puoi avere?
Hai bisogno di cibo, hai bisogno di acqua, di un tetto e di un cuore che ti
ama, ecco tutto. Se non ci fossero tanti desideri, il mondo sarebbe in questo
momento un giardino dell’Eden. A causa dei desideri non possiamo fare attenzione
ai semplici bisogni. E guarda… persino gli animali riescono a soddisfare i loro
bisogni, ma l’uomo non ne è capace. Perché l’uomo è povero? Non perché la terra
è povera, ma perché l’uomo, a causa della sua follia, mette energia nei
desideri.
tratto da:
Osho, When the Shoe Fits #10
“Tempo vuol dire mente.
Il tempo è una
proiezione della mente. Non esiste, è solo un’illusione. Solo il presente
esiste, e il presente non fa parte del tempo.
Il presente fa parte
dell’eternità. Il passato è tempo, il futuro è tempo: entrambi sono
non-esistenziali.
Creiamo il passato
perché siamo attaccati alla memoria; attaccarsi alla memoria è la fonte del
passato. E creiamo il futuro perché abbiamo ancora tanti desideri da realizzare, tante fantasie da realizzare.
I desideri hanno bisogno del futuro come schermo su cui poter essere
proiettati.”
Osho
Dalla terra al cielo… e oltre:
Un
percorso tutto all’interno di te stesso. Una particolareggiata mappa dei 5
corpi dal commento di Osho sui ‘Yogasutra’ di Patanjali – il testo di oltre
5000 anni fa che sta alla base dello sviluppo dello Yoga.
La filosofia di Patanjali divide la personalità
umana in cinque ‘semi’, cinque corpi. Afferma che non hai solo un corpo; hai
strati su strati di corpi, esattamente cinque. Il primo corpo è chiamato annamaya kosha: il corpo
dell’alimentazione, il corpo della terra, che è fatto di terra e deve essere
costantemente nutrito col cibo. Il cibo viene dalla terra. Se smetti di
mangiare, il tuo annamaya kosha inaridisce e muore. Quindi è necessario essere
molto attenti su ciò che si mangia: quel cibo ti forma e ti influenza in mille
modi, dato che il cibo prima o poi diventa qualcosa di diverso. Diventa sangue,
ossa, midollo. Circola nel tuo essere e continua a influenzarti. Quindi la
purezza del cibo crea un annamaya kosha puro, un corpo alimentare puro.
E se il primo corpo è
puro, leggero, non greve, allora è facile entrare nel secondo corpo; altrimenti
sarà difficile, sarai sovraccarico.
Hai mai osservato cosa
accade quando hai mangiato troppo e troppo pesante? Subito senti una specie di
sonno, di letargia. Vorresti andartene a letto, la consapevolezza inizia subito
a sparire. Quando il primo corpo è troppo appesantito, è difficile che ci sia
una grande consapevolezza. Per questo il digiuno è sempre stato importante per
tutte le religioni. Ma digiunare è una scienza e non bisognerebbe prenderla
alla leggera.
Dovrebbe essere praticato,
con molta attenzione, solo dopo che si è compreso il funzionamento di annamaya
kosha. E dovrebbe essere fatto con una guida esperta, la guida di qualcuno che
è passato attraverso tutte le fasi del proprio annamaya kosha; ma non solo:
deve essere andato al di là, essere in grado di osservare il suo annamaya kosha
come testimone. Altrimenti il digiuno può essere pericoloso. Bisogna allora
vedere di mangiare la giusta quantità e il giusto tipo di cibo, non c’è bisogno
di digiunare. Ma è una cosa importante perché questo è il primo corpo e, quasi
tutti, rimangono attaccati al primo corpo: non vanno mai nel secondo. Milioni
di persone non si rendono nemmeno conto di avere un secondo corpo, un corpo più
profondo, nascosto dietro il primo rivestimento. La prima copertura è
grossolana.
Il secondo corpo viene
chiamato da Patanjali pranayama kosha,
corpo energetico, corpo elettrico: consiste di campi elettrici. L’agopuntura ha
a che fare proprio con questo. Questo secondo corpo è più sottile del primo, e
chi va dal primo corpo al secondo diventa un campo di energia,
straordinariamente attraente, magnetico, ipnotico. Se ti avvicini a questa
persona, ti sentirai rivitalizzato, caricato. Se invece stai vicino a chi vive
solo nel suo primo corpo – quello del cibo – ti sentirai impoverito: ti
toglierà energia.
Molte volte ti capita di
incontrare delle persone e sentire che ti stanno ‘prendendo’ energia. Quando se
ne vanno ti senti svuotato, sfinito, come se qualcuno avesse sfruttato la tua
energia.
Perciò se vivi troppo a
contatto con persone orientate verso il primo corpo ti sentirai sempre
appesantito, teso, annoiato, addormentato, senza energia, sempre al punto più
basso della tua energia; e non avrai alcuna energia da usare per la crescita,
per andare più in alto.
Questo tipo di persona,
orientata all’annamaya kosha, vive per il cibo. Mangia e mangia e mangia, e
quella è tutta la sua vita. Rimane in qualche maniera infantile.
La prima cosa che fa il
bambino quando arriva al mondo è respirare – succhiare aria – e poi succhiare
latte. La prima cosa che il bambino deve fare è prendersi cura del suo primo
corpo – quello collegato al cibo. Se una persona rimane legata al cibo, rimane
infantile, la sua crescita ne soffre.
Il secondo corpo,
pranayama kosha, ti dà una nuova libertà, ti dà più spazio. Il secondo corpo è
più grande del primo; non è confinato al tuo corpo fisico. È all’interno del
corpo fisico ed è anche all’esterno del corpo fisico. Ti circonda come un clima
sottile, un’aura di energia.
Ora in Unione Sovietica
hanno scoperto che è possibile ottenere le fotografie del corpo energetico. Lo
chiamano bioplasma, ma è il prana.
L’energia, l’elan vital, o ciò che i
taoisti chiamano chi, ora può essere
fotografata.
Ora è diventata quasi una
cosa scientifica.
In Unione Sovietica è
stata fatta una grande scoperta, e cioè che prima che il corpo fisico venga
affetto da una malattia, ne verrà affetto il corpo energetico, sei mesi prima.
Solo dopo accade al corpo fisico. Se sei sul punto di prendere la tubercolosi o
il cancro, o qualunque altra malattia, il tuo corpo energetico inizia a
mostrarne i segni sei mesi prima. Nessun test, nessun esame del corpo fisico
mostra qualcosa, ma il corpo elettrico inizia a mostrarlo. Prima appare nel
pranayama kosha, poi entra nell’annamaya kosha. Quindi ora affermano che è
possibile curare una persona prima ancora che si ammali. Se succederà proprio
così, nessuno si ammalerà più. Prima ancora che ti renda conto che sei malato,
la tua fotografia con il metodo Kirlian mostrerà che il tuo corpo fisico è in
procinto di essere affetto da una malattia. Essa può essere prevenuta intervenendo
nel pranayama kosha.
Ecco perché lo yoga
insiste moltissimo sulla purezza della respirazione, perché il pranayama kosha
è fatto di un’energia sottile che viaggia dentro di te con la respirazione. Se
respiri nel modo giusto, il tuo pranayama kosha rimane sano e integro e vivo.
Una persona in simile non si sente mai stanca, una persona simile è sempre
disponibile a fare qualcosa, è sempre pronta a rispondere – sempre pronta a
rispondere al momento – a raccogliere la sfida. È sempre pronta.
Non la troverai mai
impreparata, in qualunque momento. Non che programmi il suo futuro, no. Ma ha
così tanta energia che qualunque cosa accada, è pronta a rispondere. La sua
energia trabocca. Il t’ai-chi lavora
sul pranayama kosha. Il pranayam
lavora sul pranayama kosha.
E se sai come respirare
naturalmente, ti espanderai fino al secondo corpo. E il secondo corpo è più
forte del primo e vive più a lungo del primo. Quando qualcuno muore, per quasi
tre giorni puoi vedere il suo bioplasma. A volte viene scambiato per un fantasma.
Il corpo fisico muore, ma il corpo energetico continua a muoversi. E quelli che
hanno una profonda esperienza della morte, dicono che per tre giorni è molto
difficile per la persona che è morta credere di essere morta, perché la stessa
forma – più vitale che mai, più sana che
mai, più bella che mai – la circonda.
Dipende dalla grandezza del
bioplasma; può andare avanti per tredici giorni o anche di più.
Se la persona è stata
veramente in sintonia con il suo pranayama kosha, questo può durare, può avere un’esistenza propria.
Il modo naturale di
respirare deve essere compreso a fondo. Osserva
i bambini, e come respirano in modo naturale.
Ecco perché i bambini sono sempre pieni di energia. I genitori sono
stanchi, ma loro no. Non puoi competere con un bambino.
Da
dove proviene quell’energia? Proviene dal pranayama kosha. Un bambino respira naturalmente,
e quindi inspira anche più prana, più chi,
che va ad accumularsi nella pancia. La pancia
è il serbatoio, il luogo in cui si accumula.
Osserva un bambino: è quello il modo giusto di respirare. Quando un
bambino respira, il petto non è coinvolto. La pancia va su e giù: respira dalla
pancia. Tutti i bambini hanno un po’ di pancia; quella pancia esiste per via
della respirazione e del serbatoio di energia.
Quello è il modo giusto di
respirare: ricordati di non usare troppo il torace. A volte può essere usato,
in momenti d’emergenza. Corri per salvarti la vita, allora puoi usarlo. È un
meccanismo d’emergenza. Allora puoi usare
un respiro breve, veloce, e metterti a correre. Ma di solito non si dovrebbe
usare il petto. E bisogna ricordare che è adatto solo alle situazioni di
emergenza, perché è difficile respirare naturalmente
in una situazione di emergenza. Se respiri naturalmente, rimani calmo e
tranquillo, non puoi correre, non puoi lottare. Sei così calmo e padrone di te
che sei quasi un buddha. E in un’emergenza – se va a fuoco la casa – se respiri
naturalmente non riuscirai a salvare nulla. O se una tigre ti salta addosso
nella foresta e tu continui a respirare naturalmente… non te ne preoccuperai
neanche, dirai: “Va bene, lasciamola fare”. Non sarai in grado di proteggerti.
Perciò la natura ti ha
dato un meccanismo d’emergenza, il petto: quando ti attacca una tigre devi
respirare nel torace, non più in maniera naturale. Così hai maggiori
possibilità di correre, di combattere – più energia da bruciare velocemente.
E in una situazione di
emergenza ci sono solo due alternative: la fuga o la lotta. Entrambe hanno
bisogno di un’energia molto superficiale ma intensa – superficiale, ma in uno
stato di agitazione, di tensione.
Ora
se respiri sempre dal petto, sarai teso, nervoso. Se respiri sempre dal petto,
avrai sempre paura. Perché la respirazione nel petto è adatta
solo alle situazioni in cui c’è paura. Se questa diventa
un’abitudine, avrai sempre paura, sarai teso, sempre in fuga. Il nemico non
c’è, ma tu immagini che sia presente. È così che si crea la paranoia.
Anche in Occidente alcune
persone hanno scoperto questo fenomeno:
Alexander Lowen e altre persone che hanno lavorato sulla bioenergia. È
il prana. Loro sono arrivati alla conclusione che nelle persone che hanno
paura, il petto è in tensione e il respiro è estremamente superficiale. Se
riescono ad approfondire il respiro, a portarlo a toccare la pancia, il centro
dell’hara, allora la paura svanisce. Se riescono a rilassare la muscolatura,
come succede nel Rolfing… Ida Rolf ha inventato uno dei più bei metodi per
cambiare la struttura interna del corpo. Infatti se hai respirato male per
molti anni, hai sviluppato una muscolatura, e quella muscolatura sarà di
ostacolo, non permettendoti di respirare in modo giusto, in profondità. E anche
se te ne ricordi per qualche secondo – ti metti a respirare in profondità –
appena ti ritroverai nuovamente impegnato nel tuo lavoro, inizierai a fare dei
respiri superficiali, di petto. Va modificata la muscolatura. E quando è
cambiata, la paura svanisce e così anche la tensione.
Il Rolfing è un aiuto
straordinario; ma lavora sul pranayama kosha, il secondo corpo, il corpo del
bioplasma, il corpo bionergetico, il corpo del chi, o qualunque nome gli vuoi
dare.
Osserva un bambino –
quello è il respiro naturale – e respira allo stesso modo. Lascia che la pancia
si sollevi quando inspiri, lascia che si abbassi quando espiri. E lascialo accadere
in un ritmo tale che diventi quasi una canzone della tua energia, una danza –
ritmica, armonica – e ti sentirai così rilassato, così vivo e vitale che ora
non puoi nemmeno immaginare che tanta vitalità sia possibile.
Poi c’è il terzo corpo, manumaya kosha, il corpo mentale. Il
terzo è più grande del secondo, più sottile del secondo, più elevato del
secondo.
Gli animali hanno il
secondo corpo ma non il terzo. Gli animali hanno una grande vitalità.
Guarda
come cammina un leone: che
bellezza, che grazia, che splendore. L’uomo ne è sempre stato invidioso. Guarda
la corsa di un cervo: che leggerezza, che energia, che grande fenomeno
energetico. L’uomo se ne è sempre sentito
geloso. Ma l’energia dell’uomo va più in alto.
Il terzo corpo è manumaya
kosha, il corpo mentale. È più grande, più spazioso del secondo. E se non
riesci a formarlo, rimarrai un uomo quasi solo in potenza, non un uomo vero. La
parola inglese man (uomo) deriva da man, manumaya – viene dalla radice
sanscrita man. La parola hindi per uomo è manushya, anche questa viene dalla
stessa radice man, la mente. È la mente che ti rende un uomo. Ma tu non ce
l’hai veramente. Ciò che hai al suo posto è solo un meccanismo condizionato.
Vivi per imitazione: allora non hai una mente. Quando cominci a vivere di tuo,
spontaneamente, quando cominci a dare la tua risposta ai problemi della vita,
quando diventi responsabile, stai formando il manumaya kosha. Allora il corpo
mentale cresce.
Di solito se sei un indù,
o un maomettano o un cristiano, hai una mente presa a prestito: non è tua.
Forse Cristo è arrivato a una grande esplosione di manumaya kosha, e poi gli
altri non hanno fatto che ripetere.
Quella
ripetizione non diventerà una crescita dentro di te. Quella ripetizione sarà un
ostacolo. Non ripetere; cerca piuttosto di comprendere. Diventa sempre più
vivo, autentico, sensibile. Anche se c’è la possibilità di smarrirsi… lascia
che accada: non c’è modo di crescere se hai troppa paura di commettere errori. Gli errori vanno bene.
Bisogna commettere degli sbagli. Non commettere due volte lo stesso sbaglio, ma
non aver paura di sbagliare. Le persone che hanno troppa paura di sbagliare non
possono mai crescere. Rimangono seduti al loro posto, con la paura di fare un
passo. Non sono vivi.
La mente cresce quando affronti
le situazioni, le fronteggi stando sulle tue gambe. Usi la tua energia per
risolverle. Non chiedere eternamente consiglio. Prendi in mano le redini della
tua vita; ecco cosa intendo quando ti dico di fare le tue cose. Ti metterai nei
pasticci: è più sicuro seguire gli altri, è più comodo seguire la società, la
routine, le tradizioni, le sacre scritture. È molto facile perché tutti sono
dei seguaci, devi solo diventare parte del gregge, devi muoverti insieme alla
folla dovunque vada – non è più una tua responsabilità. Ma il tuo
corpo mentale, il tuo manumaya kosha, soffrirà moltissimo, terribilmente: non
crescerà. Non avrai la tua mente, e
perderai qualcosa di molto, molto bello, qualcosa che fa da ponte per una
crescita più grande.
E ricordati sempre che,
qualunque cosa ti dica, può essere presa in due modi.
Puoi semplicemente
accettarla sulla base della mia autorità: “Osho dice così, quindi dev’essere
vero”; e allora soffrirai, non potrai crescere.
Qualunque
cosa io dica, ascoltala, cerca
di comprenderla, mettila in atto nella tua vita, guarda come funziona, e poi
arriva alle tue conclusioni. Possono
essere le stesse, oppure no.
Non possono mai essere
esattamente le stesse, perché hai una personalità diversa, sei un individuo,
unico. Tutto ciò che dico è mio, ha necessariamente radici profonde dentro di
me. Tu puoi arrivare a conclusioni simili,
ma mai esattamente le stesse. Quindi le mie conclusioni non dovrebbero diventare le tue. Dovresti cercare di comprendermi, di imparare, ma non dovresti
accumulare conoscenze ottenute da me e non dovresti accumulare le mie conclusioni. È così che il tuo
corpo-mente crescerà.
Ma la gente prende delle
scorciatoie. Dice: “Se tu sei arrivato alla conoscenza, basta. Che bisogno c’è
che ci mettiamo a provare e sperimentare? Crediamo in te”. Uno che crede non ha
manumaya kosha. Ha solo un falso manumaya kosha che non proviene dal suo stesso
essere, ma che è stato forzato dall’esterno.
Poi più in alto del
manumaya kosha, più grande del manumaya kosha, c’è il vigyanamaya kosha, il corpo intuitivo. È incredibilmente spazioso.
Adesso non c’è più la ragione – va oltre la ragione. È diventato molto, molto
sottile: è una comprensione intuitiva. È vedere direttamente la natura delle
cose, non un cercare di pensare alle cose. Il cipresso nel cortile: lo osservi.
Non ci pensi sopra, nell’intuizione non c’è un pensare ‘riguardo’ a un oggetto.
Diventi disponibile, ricettivo, e la realtà ti rivela la sua natura. Non
proietti. Non stai cercando una ragione o una conclusione, proprio per nulla.
Non stai nemmeno cercando. Aspetti, e la realtà si rivela: è una rivelazione.
Il corpo intuitivo ti porta fino ad orizzonti molto lontani, ma c’è ancora un
altro corpo.
Quello è il quinto corpo, anandamaya kosha, il corpo estatico. È
veramente straordinario. È fatto di pura estasi; persino l’intuizione viene
trascesa.
Questi cinque semi sono
solo semi, ricorda. Al di là di questi cinque c’è la tua realtà. Questi sono
solo semi che ti circondano. Il primo è grossolano: sei praticamente
intrappolato in un metro e settanta di
corpo. Il secondo è più grande, il terzo è ancora più grande, il quarto
ancora di più, il quinto è grandissimo, e tuttavia sono ancora semi. Sono tutti
limitati. Se lasci andare tutti i semi e rimani nudo nella tua realtà, allora sei
infinito.
Ecco cosa dice lo yoga:
sei dio, aham brahmasmi. Sei il
Brahman stesso. Ora sei la realtà suprema, ora tutte le barriere sono scomparse. Cerca di comprenderlo, le barriere sono dei cerchi
che ti circondano.
La prima barriera è
durissima. Uscirne è molto difficile.
La gente rimane confinata
nel corpo fisico e pensa che la vita fisica sia tutto ciò che c’è. Non fermarti
là: il corpo fisico è solo un passo verso il corpo energetico. Il corpo
energetico è di nuovo solo un passo verso il corpo mentale. Anche quello è a
sua volta solo un passo verso il corpo intuitivo. Anche quello è un passo verso
il corpo estatico. E dal corpo estatico puoi fare il salto – ora non ci sono
più scalini – puoi fare il salto nell’abisso del tuo essere, che è infinito, eterno.
Sono cinque semi. In
relazione a questi cinque semi, lo yoga ha un’altra dottrina sui cinque bhutas, i cinque grandi elementi. Come
il corpo è fatto di cibo, di terra, la terra è il primo grande elemento. Non ha
nulla a che fare con questo pianeta terra, ricordalo. L’elemento dice
semplicemente che dove c’è materia, c’è terra; ciò che è materiale, grossolano,
è terra. In te diventa il corpo, all’esterno è il corpo di tutto. Le stelle
sono fatte di terra.
Tutto ciò che esiste è
fatto di terra. Il primo strato è fatto di terra. Cinque bhutas vuol dire
cinque grandi elementi: terra, fuoco, acqua, aria, etere.
La terra corrisponde al
primo corpo, annamaya kosha, il corpo alimentare. Il fuoco corrisponde al
secondo corpo – il corpo energetico, bioplasma, chi – il pranayama kosha ha la
qualità del fuoco. Il terzo è l’acqua; corrisponde al terzo corpo, il manumaya,
il corpo mentale. Ha la qualità dell’acqua. Osserva la mente, come continua a
fluire, sempre in movimento, scorrendo come un fiume. Il quarto è l’aria, è
quasi invisibile. Non puoi vederlo, ma è là – puoi solo sentirlo.
Esso corrisponde al corpo intuitivo, vigyanamaya kosha. E poi c’è akash,
l’etere; non puoi nemmeno sentirlo, è diventato persino più sottile dell’aria.
Puoi solo crederci: aver fiducia che ci sia. È puro spazio, è estasi.
Ma tu sei più puro dello
spazio puro, più sottile dello spazio puro. La tua realtà è quasi non
esistente: ecco perché Buddha la chiama anatta,
non-sé. Il tuo sé è un non-sé, il tuo essere è quasi un non-essere. Perché
non-essere? Perché si è allontanato moltissimo da tutti gli elementi
grossolani. È puro essere. Non si può dire niente al riguardo, nessuna
descrizione sarà adeguata. Questi sono i cinque bhutas, i cinque grandi
elementi, che corrispondono ai cinque kosha, i cinque corpi, dentro di te.
Ci sono sette chakra. La parola chakra non vuol dire
veramente centro; la parola ‘centro’ non spiega o non descrive o non la traduce
con esattezza, perché quando diciamo ‘il centro’, sembra qualcosa di statico. E
chakra vuol dire qualcosa di dinamico. La parola chakra vuol dire ‘la ruota’,
la ruota che si muove. Perciò chakra è un centro dinamico del tuo essere, quasi
come un vortice, un turbine, il centro del ciclone. È dinamico, crea intorno a
te un campo di energia.
Sette chakra. Il primo è
un ponte e l’ultimo è un ponte; i rimanenti cinque corrispondono ai cinque
mahabhutas, i grandi elementi, e ai cinque semi. Il sesso è un ponte, un ponte
tra te e ciò che c’è di più grossolano, prakriti,
la natura. Sahasrar, il settimo chakra, è anche un ponte, un ponte tra te e
l’abisso, il supremo. Questi due sono ponti. I restanti cinque centri
corrispondono ai cinque elementi e ai cinque corpi.
Questa è la struttura del
sistema di Patanjali. Ricorda che è arbitrario. Deve essere usato come uno
strumento, non discusso come un dogma. Non è una dottrina, una parte di qualche
teologia. È solo una mappa utile. Vai in un paese straniero, sconosciuto, e
porti con te una mappa. La mappa non rappresenta veramente il territorio; come
può una mappa rappresentare il territorio? La mappa è piccolissima, il
territorio è grande. Sulla mappa le città sono solo dei puntini. Come possono
quei puntini corrispondere a grandi città? Sulla mappa le strade sono solo
delle linee. Come possono le strade essere solo delle linee? Le montagne sono
solo un segno, i fiumi sono solo un segno, e quelli più piccoli non vengono
riportati. Appaiono solo quelli grandi. È una mappa, non una dottrina.
Non ci sono solo cinque
corpi, ci sono molti corpi, perché tra due corpi ce n’è un altro che li unisce
insieme, e così via. Sei simile a una cipolla, strati su strati, ma questi
cinque possono servire: sono i corpi principali, fondamentali. Quindi non
preoccuparti se i buddisti dicono che ci sono sette corpi e i giainisti che ce
ne sono nove. Non c’è nulla di sbagliato, e non c’è contraddizione, perché sono
solo mappe. Se studi la mappa di tutto il mondo, scompaiono anche le grandi
città e i grandi fiumi. Se studi la mappa di una nazione, allora appaiono molte
cose nuove che non c’erano sulla mappa mondiale. In quella di una città, ce ne
saranno moltissime. Ci possono essere più o meno cose: dipende.
I giainisti dicono nove,
Buddha sette, Patanjali dice cinque. Ci sono scuole che dicono solo tre. E
tutti hanno ragione, perché non stanno discutendo un argomento, ti stanno solo
dando degli strumenti di lavoro. Io penso che cinque sia quasi il numero
perfetto. Più di cinque sono troppi, meno di cinque sono troppo pochi, cinque
sembra quasi perfetto. E Patanjali è un pensatore molto equilibrato.
tratto da:
Osho, Yoga
the Alpha and the Omega Vol 9
L’intervista rilasciata da
Osho a Enzo Biagi nel 1986 a Kathmandu
Dopo
aver lasciato gli Stati Uniti, e dopo un breve soggiorno a Kulu Manali, in
India, Osho arriva a Kathmandu, in Nepal, all’inizio di gennaio del 1986. Qui
viene intervistato da Enzo Biagi per il suo programma Spot, di Raiuno. La crew
televisiva li filma mentre parlano durante una breve passeggiata. Il programma,
apparso alla fine di gennaio dello stesso anno, è stato visto da due o tre
milioni di persone. Riportiamo qui una parte di questa intervista.
Enzo Biagi: Come prima cosa vorrei
chiederti qual è il tuo insegnamento.
Osho: Io non ho nessun
insegnamento. Non sono un insegnante. Non dò nessuna filosofia di vita, né
alcuna disciplina, né programmi da seguire. Ho un approccio alla vita ben
preciso, che condivido con i miei amici. E
il mio approccio inizia con una deprogrammazione. Per ciò che mi
riguarda questa è la parola chiave.
Essere iniziati alla mia
amicizia significa essere iniziati a un processo di deprogrammazione.
Ogni essere umano viene
programmato dalla nascita a essere cristiano, hindu, ebreo, mussulmano. Il
bambino nasce innocente, ma immediatamente
viene appesantito da migliaia di concetti, coi quali vive poi tutta la vita. In
questo modo si vive una vita fasulla; non è autentica, non è onesta, perché non
ti appartiene.
Non hai scoperto tu le
cose che tenti di vivere… ecco perché, come prima cosa, aiuto la gente a
liberarsi da tutti i suoi condizionamenti. Chi viene da me, anche se è
cristiano, non lo sarà più; anche se è un hindu, non lo sarà più; anche se è
mussulmano, non lo sarà più. Io mi limito a ridare a ciascuno la propria
innocenza, la propria umanità, la
propria purezza, la propria individualità.
Il mio lavoro tende
essenzialmente a distruggere i
condizionamenti di quanti vengono da
me. Ed è un lavoro semplicissimo, perché nessuno di quei condizionamenti
ha basi logiche, nessuno si fonda sull’intelligenza.
Sono tutte superstizioni,
sorrette da impalcature logiche, ma quella logica è falsa. Non esiste nulla di
autentico, Ad esempio, tutte le religioni si fondano sulla menzogna più grande
che esista al mondo: Dio.
Nessuna religione è
riuscita a dimostrare in maniera logica e scientifica la sua esistenza;
tuttavia, tutte continuano a inculcare in ogni bambino l’idea di dio. È
semplicissimo eliminarla: si deve solo far vedere a chi ti sta di fronte che si
tratta di un’idea imposta. La tua intelligenza non l’ha mai accettata.
Viceversa si tratta di una corruzione della tua innocenza da parte di genitori,
insegnanti, preti, che con la logica ti hanno plagiato.
Tutte le religioni
affermano che dio è necessario, altrimenti chi avrebbe creato l’esistenza? C’è l’esistenza, quindi ci deve essere un
creatore. Senza un creatore, come può esistere la creazione? Ma poi non vanno
oltre. Una persona intelligente andrebbe oltre e chiederebbe: “Ma in questo
caso, chi ha creato dio?”. Se dio esiste senza che esista un creatore, dova va
a finire la vostra logica?
L’esistenza ha bisogno di
un creatore, ma il creatore no? Non è logico. Questo non è altro che
un’ingannevole manipolazione dell’innocenza umana; un bambino non è in grado di
mettersi a discutere. Si limita ad accettarlo come un dato di fatto.
Tutti gli argomenti
riguardanti dio, il paradiso, l’inferno, seguono la stessa linea. Il mio lavoro
tende a distruggere la falsa struttura della logica; a quel punto le vostre
fondamenta iniziano a sgretolarsi, scompaiono le vostre mitologie, lasciandovi
uno spazio incontaminato, da cui sorge la vostra individualità.
A quel punto non sei più
parte di una folla.
Il mio lavoro fondamentale
è questo: renderti un individuo, non un semplice
ingranaggio del sistema, non una particella della massa.
Voglio darti un’integrità,
una libertà dell’anima, in modo tale che tu non sia più vittima di alcuna
schiavitù, che sia cristianesimo, induismo, ebraismo: per la prima volta sarai
semplicemente te stesso.
A quel punto entrerà in
gioco la tua ricerca della verità, la tua
indagine nella verità.
E ricorda, tutte le
risposte che ti sono state da altri non potranno mai salvarti. Solo la tua
risposta, quella che troverai con le tue mani, con la tua ricerca, potrà
liberarti dall’ignoranza, dall’infelicità, dall’angoscia.
Io non ho insegnamenti.
Offro solo espedienti, stratagemmi. Non sono un insegnante, sono un Maestro.
Gli insegnanti offrono
insegnamenti, i Maestri possiedono
espedienti, stratagemmi, metodologie per trasformare la gente.
Biagi: Come spieghi l’effetto
carismatico che hai sulla gente?
Osho: È molto semplice. Io non
sono un politicante. Gli uomini politici esprimono in parole ciò che la gente
desidera sentire.
Io esprimo con le parole
la mia esperienza. Senza preoccuparmi se
piace o non piace a chi mi ascolta.
Quando parlo, parlo con
tutto il mio cuore, senza rispettare affatto le tue reazioni. La mia è
semplicità, onestà. Non cerco in nessun modo di influenzarti. Non ho affatto il
desiderio di convertirti. Mi limito a condividere la mia esperienza e questo mi
diverte, mi allieta.
Al mondo troverai persone
interessate a te solo perché vogliono convertirti. Non troverai persone che
abbiano il semplice desiderio di condividere con te il loro cuore e la loro
anima.
Non so cosa sia il
carisma, perché non ho incontrato nessuna personalità carismatica, nel mondo
intero. Non mi interessa influenzare nessuno. Mi rende incredibilmente felice condividere con te la mia visione.
E forse la mia schiettezza, la mia verità, l’autorità che traspare dietro alle mie parole, hanno su di te un effetto
carismatico. E quando parlo di ‘mia autorità’, questo non significa che sono
una persona autoritaria. Esiste una differenza abissale che deve essere
ricordata.
Un uomo autoritario ha
sempre un’autorità fittizia. Quando Gesù dice: “Ascoltami, perché le mie parole
vengono da Dio”, parla in modo autoritario. Usa il nome di Dio per
rafforzare la propria autorità. Quando il papa parla, parla in nome di Gesù
Cristo. È autoritario. Io non lo sono, perché non parlo in nome di nessuno. Non
ho Dio che mi sostiene, né una sacra bibbia. Parlo semplicemente per esperienza
personale; e questo mi dà un’incredibile autorità.
Forse tutte queste qualità
sommate, l’autorità che si intravede dietro le mie parole, la mia esperienza,
il mio desiderio di non influenzarti, la schiettezza con cui espongo la verità,
la mia riconoscenza verso di te, che mi ascolti… non sei tu a dovermi
riconoscenza. Io ti sono riconoscente, perché mi hai dato l’opportunità di
alleggerirmi il cuore: è carico, come lo è una nuvola di pioggia; vuole
riversare da qualche parte la sua acqua. Ha la stessa fragranza di una rosa che
schiude i suoi petali: desidera una brezza
che porti quanto più lontano possibile il suo
profumo… per questo ti sono riconoscente.
Forse è tutto questo ad
averti dato l’impressione del carisma. Altrimenti io sono un semplicissimo
essere umano. Non faccio miracoli, non trasformo l’acqua in vino, perché non
sono un criminale e quello è un crimine: sofisticare l’acqua! Non rivendico di
essere l’unigenito figlio di Dio. Non dico che devi credere in me; al contrario, ti provoco a pensare, a dubitare, a essere
scettico. Perché so che se dubiti,
se ti interroghi, troverai inevitabilmente la verità che io stesso ho trovato.
Solo le persone che
dubitano della loro verità ti forzano a credere, ad avere fede. Perché hanno
paura che, se ricerchi in prima persona, non troverai nessun riscontro di ciò
che dicono.
Il loro insistere sulla
fede dimostra che loro stessi non sanno. Altrimenti, perché avere paura del
dubbio e della ricerca? Io invito a ricercare, a indagare, perché so che
qualsiasi cosa io dica esiste dentro di te, proprio come esiste in me.
Biagi: Cos’è il sesso e cos’è
l’amore?
Osho: Il sesso è una funzione
biologica. Tutti gli animali sono esseri sessuali. Solo l’uomo ha il privilegio
di avere qualcosa di più elevato: non il semplice incontro di due corpi, ma
l’incontro di due anime. E questo è l’amore.
L’amore può contenere in
sé il sesso.
Il sesso non può inglobare
in sé l’amore.
Il sesso è una cosa minuscola.
L’amore è vasto e tremendo. Può esistere anche senza il sesso. Un rapporto
d’amore non deve necessariamente implicare il sesso.
Anzi, per esperienza posso
dire che più ci si eleva oltre il sesso e più si inizia a gioire di una
comunicazione spirituale con un amico, una donna, un uomo. Da quello stadio di
comunione il sesso sembra così distante, così vittima della biologia, se
confrontato con la libertà che dà l’amore, con la crescita e l’espandersi che
continua ad avere, che è possibile non desiderare più di scendere nelle valli
oscure della sessualità. Ma io non impongo limiti di nessun tipo. Dico
semplicemente che quando l’amore cresce in profondità, il sesso impallidisce. E
quando l’amore raggiunge la sua estrema fioritura, il sesso scompare.
Diventa una cosa
infantile. Pensaci, mettiti in disparte e guardati fare l’amore. Resterai
esterrefatto: tu che fai tutti quegli esercizi ginnici? Ti sembra stupido,
idiota!
L’amore
è la vera trasformazione dell’energia
sessuale. Ma accade solo quando accetti il sesso come una cosa naturale. Non
potrà mai verificarsi con i monaci di tutte le religioni del mondo. Sono tutte
persone cui manca l’amore. Non possono amare, perché non si sono neppure addentrate nel sesso. Hanno evitato di
conoscere l’energia primaria che può essere trasformata in amore; ragion per
cui possono parlare d’amore, ma i loro
discorsi non sono altro che idiozie. Non sanno nulla dell’amore e non lo
possono capire. È necessario fare un passo alla volta e il corpo rappresenta il
primo passo.
Non lo puoi ignorare, è
essenziale, perché ha le sue radici nell’esistenza. Ignorarlo vuol
semplicemente dire suicidarsi. Ignorarlo vuol dire aprire le porte alla
perversione. Per cui tutti i monaci e tutte le suore, di tutte le religioni,
sono pervertiti, per quanto riguarda il
sesso. Cercheranno altre scappatoie: diventeranno omosessuali e
lesbiche. E questo è disgustoso…
Le religioni hanno
costretto le persone a diventare omosessuali, lesbiche, a fare l’amore con
animali, ma ancora continuiamo a rispettare il celibato. Dovrebbe essere
dichiarato un atto criminale.
Nessuno può restare
celibe:è contro natura. Devi imparare ad accettare la natura e tramite
quell’accettazione vi è la trascendenza.
Vivendo un rapporto
fondato sul sesso, è possibile che con l’intimità si crei qualcosa di nuovo e
cioè l’amore. Quando l’amore cresce, il sesso si ritira: è la stessa energia
che si trasmuta, si sposta in una forma
superiore. Quando l’amore raggiunge
la maturità, il sesso scompare. Questo è il vero celibato. Tu non fai nulla per
ottenerlo. Ti viene dato in dono dalla natura.
Quando affiora come dono
naturale dell’esistenza, ha una sua bellezza incredibile; ma quando te lo
imponi produci omosessualità, finché un giorno spunta anche l’AIDS.
Proprio l’altro giorno
qualcuno mi ha detto che Madre Teresa sta aprendo a New York un ospizio per
malati di AIDS. “Sta compiendo una grandissima opera umanitaria”, ha commentato
chi me ne parlava.
“Non dire assurdità” ho
ribattuto “è questa gente che ha creato l’AIDS. Se adesso apre ospedali,
sanatori, non è altro che un’azione dettata dal pentimento.” Non è affatto un’opera umanitaria. L’intero Vaticano
dovrebbe essere trasformato in un sanatorio per malati di AIDS, visto che loro
ne sono i responsabili.
Io mi limito a insegnarti
ad accettare la tua natura e attraverso quell’accettazione accadono trasformazioni gigantesche. Ma sono spontanee, non le si deve forzare. L’amore ha
una sua bellezza. Il sesso è brutto. Il sesso assomiglia alle radici di un roseto: saranno inevitabilmente brutte.
L’amore è simile alle rose… ma quelle radici
continuano a mandare energia alle rose ed è quell’energia che dà vita
alle rose, per cui non dirò mai: “Taglia le radici, perché non sono belle!”.
Non tagliarle, aiutale a
rafforzarsi e vedrai fiorire migliaia di rose. Allora sperimenterai ciò che io
chiamo amore.
Biagi: L’ultima domanda, qual è
la tua ricetta per essere felici?
Osho: Ogni bambino nasce
felice. Ogni bambino nasce innocente
e meraviglioso. Ma poi accade qualcosa e tutti quei bambini meravigliosi si
perdono; la loro innocenza viene distrutta. Tutta la loro felicità si trasforma
in disperazione.
Osserva un bambino che
raccoglie conchiglie sulla spiaggia: è più felice dell’uomo più ricco del
mondo.
Qual è il suo segreto?
Quel segreto è anche il mio.
Il bambino vive nel
momento presente, si gode il sole, l’aria salmastra della spiaggia, la
meravigliosa distesa di sabbia. È qui e ora. Non pensa al passato, non pensa al
futuro. E qualsiasi cosa fa, la fa con totalità, intensamente; ne è così
assorbito da scordare ogni altra cosa.
Il segreto della felicità
è tutto qui: qualsiasi cosa fai non permettere al passato di distrarre la mente
e non permettere al futuro di disturbarti. Perché il passato non esiste più e
il futuro non esiste ancora. Vivere nei ricordi, vivere nell’immaginazione
significa vivere una vita non esistenziale;
e vivendo fuori dall’esistenza ti sfugge cosa l’esistenza è. Sarai
inevitabilmente infelice, perché per tutta la vita ti lascerai sfuggire la vita
stessa.
Perdi un’occasione dopo
l’altra, ma la vita non ti dà due istanti contemporaneamente: te ne dà solo uno
alla volta! E quell’istante può essere vissuto oppure ce lo si può lasciar
sfuggire.
Esistono due modi per
farselo sfuggire: o ci si lascia appesantire dal passato oppure ci si fa
attrarre dal futuro… e l’istante scompare!
Ci si lascia sfuggire ciò
che è reale desiderando ciò che reale non è: l’infelicità umana è tutta qui.
Io cerco di aiutare i miei
amici a capire una cosa sola: vivi nel presente.
In questo istante, ora,
non esiste infelicità, né sofferenza, né angoscia.
Se ti allontani dal
presente, entri in un mondo irreale… e
l’irrealtà sarà inevitabilmente fonte
di infelicità. La realtà è estatica e il solo modo di collegarsi al
reale è non lasciarsi sfuggire il momento presente. Se conosci il gusto, se
anche una sola volta hai assaporato cosa si prova a essere nel presente – a
volte, mentre guardi un’alba o un tramonto, sii semplicemente presente, così
potrai assaporarne il gusto – ti stupirai, ma possiederai per sempre la chiave
che ti introduce nel reale. Una chiave universale che può aprire tutte le porte
dei misteri della vita, delle sue estasi e delle sue bellezze.
Non avete bisogno di un
Gesù Cristo che vi conduca in paradiso; siete in grado di essere in paradiso
qui e ora. Perché il paradiso non è da qualche parte nell’alto dei cieli. È
qui, da qualche parte!
Nel qui e ora non troverai
dio, ma una cosa più grande: troverai un’essenza divina. Questo è il termine
che designa l’esperienza suprema della beatitudine.
Ricorda quelle due parole:
qui e ora, e conoscerai il segreto della felicità suprema. Non è mai esistito
altro segreto, né mai ne esisterà un altro. È tutto qui!
Ed è semplicissimo,
facilmente a portata di mano di ogni essere umano. Non occorre appartenere a
una chiesa o a un’organizzazione. Non devi portare con te una sacra Bibbia, i
Veda, la Gita o il Corano. Devi solo capire un po’ di più la tua mente e le sue
funzioni, come agisce. La mente non è mai nel presente, mentre il tempo è
sempre presente; per cui la mente e il tempo non si incontrano mai. Ecco dov’è
la tragedia: a ogni istante ti sfugge il treno
e continuerai a perderlo per tutta la vita.
Un grande mistico stava
morendo. I suoi discepoli gli erano vicini e gli chiesero: “Maestro, qual è il
tuo ultimo messaggio?”
Il Maestro morente aprì
gli occhi e indicò col dito il tetto della sua capanna. Uno scoiattolo stava
giocando; tutti i discepoli guardarono verso l’altro e per un istante vi fu un silenzio assoluto.
Il Maestro disse: “Questo
è il messaggio di tutta la mia vita. Vivi nel momento. È meraviglioso ascoltare lo scoiattolo che gioca sul tetto,
senza preoccuparsi di altro”. E aggiunse: “Ora, posso morire?” e morì col
sorriso sulle labbra, il volto soffuso di beatitudine. Perfino nell’ultimo
istante della vita il suo messaggio fu: sii qui e ora.
Quello è anche il mio
messaggio.
tratto da:
Osho, Il significato dell’esistenza IDM ed.
Sono
un bambino che raccoglie conchiglie e pietruzze colorate lungo la spiaggia del
tempo… sono terribilmente soddisfatto: non so chi sono, perché non sono.
Osho
Il potere del canto dal voce alla tua voce
Il canto ha un suo mistero
perché è un incontro, un’unione di opposti. Nel canto ci sono il suono e il
silenzio. Il canto dice qualcosa, ma lo dice in maniera tale che non puoi
impossessartene. Non che non dica qualcosa – anzi, ti rende accessibili molte
cose – ma non puoi afferrarlo, non puoi prenderne possesso. Se tenti di
possederlo, lo uccidi. Non puoi stringerlo in pugno… è
troppo delicato. Devi tenerlo
nel tuo cuore.
Osho
Il canto ha sicuramente radici profonde nel
patrimonio dell’umanità. Da tempi immemorabili è legato ai riti sacri – dai
‘canti della creazione’ degli aborigeni australiani fino al canto gregoriano
della tradizione cristiana, dal canto del muezzin che chiama alla preghiera
fino alle sonorità del buddismo tibetano. Sicuramente non è un caso che molte
delle opere di maestri del passato – il Canto di Mahamudra, i 100.000 canti di
Milarepa – vengano chiamate in questo modo proprio per sottolineare il fatto
che esprimono un’esperienza profonda, che va al di là del semplice verbale. Anche nella guarigione suono e
canto erano onnipresenti, anche se solo recentemente si è ricominciato a studiare l’effetto vibratorio del
suono sulle cellule e ad applicarlo come mezzo di guarigione. Gli antichi
avevano una conoscenza dei suoni, del canto e del ritmo che permetteva loro di
creare campi energetici collettivi che sostenevano lo svolgersi di attività
lavorative e facilitavano la coordinazione di movimenti di gruppo anche
nell’uso di strumenti e macchinari.
Il canto – insieme ai
suoni, alla musica – permette di esprimere le emozioni più profonde: le parole,
infatti, non bastano a convogliare l’intensità di stati d’animo quali la gioia,
il dolore, la spiritualità, la sensualità,
il trionfo, l’estasi. Fa parte della natura dell’uomo esprimere le
esperienze più intime attraverso il canto. È un sapere innato: il canto
ricollega a uno stato di autenticità e di verità del nostro essere profondo. Ed
è in una maniera assolutamente inaspettata che Pratibha – che ora da vari anni conduce workshop e seminari di
VOICING® – ha scoperto il potere del canto.
“È successo negli anni
‘70” ci racconta “nel corso di un lungo viaggio di ricerca spirituale in Sud
America – il mio grande viaggio mistico che in seguito mi avrebbe portato, in
tutt’altra parte del mondo, a incontrare Osho.
Ero in un contesto particolare e d’un tratto mi sono letteralmente ‘sentita
cantare’. Premetto che fino a quel momento facevo parte del folto stuolo di
persone che si credono stonate, già dall’infanzia avevo abbandonato ogni
tentativo canoro, compresi anche quelli molto privati sotto la doccia... Questa
esperienza fu tanto più intensa proprio perché non me l’aspettavo, avevo
scoperto qualcosa che non credevo fosse mio. Ciò che usciva dalla mia bocca era
straordinario: sia per la bellezza che per il potere e la forza di questo canto
sconosciuto che si esprimeva ‘mio malgrado’; mi accorgevo della totalità con
cui ogni cellula del mio sistema ne era coinvolta,
senza dare spazio ad alcuna interferenza mentale. Questo evento mi cambiò
radicalmente e mi aprì la porta verso l’intensa esplorazione del suono, della
voce e dell’ascolto.”
Nel VOICING® si dà molta
attenzione all’ascolto per recuperare così quello che è il significato sonoro
sia dei suoni, ma soprattutto quello delle voci umane, al di là del significato
del linguaggio. “In realtà è una riscoperta” spiega Pratibha “Ogni bambino
molto piccolo sa riconoscere e capire perfettamente il significato della voce,
al di là del significato delle parole. Saper ‘leggere’ una voce non è
necessariamente la prerogativa dell’esperto. La voce, ancora più accuratamente
del linguaggio corporeo, non mente, rivela cioè con precisione anche gli
aspetti di ‘falsità’ che tutti noi, in misure diverse, esprimiamo. E
chiaramente non si tratta di un ascolto rivolto solo verso l’esterno: uno dei
primi passi che queste rivelazioni ci portano a fare è cominciare a riconoscere
– e ad accettare – la dicotomia fra chi siamo veramente e ciò che pensiamo di
essere – l’immagine di noi che coltiviamo con tanto accanimento – la nostra
personalità.
La personalità si basa su
parti favorite e parti negate, e di conseguenza anche la voce favorisce alcune
tonalità, alcuni timbri e ne esclude degli altri.”
Durante il VOICING® il
partecipante è incoraggiato a fronteggiare e sfidare i propri giudizi e a
passare attraverso le proprie paure, sempre per mezzo del canto. Cantare, infatti, è il modo ideale per
rimuovere i blocchi. In un clima di fiducia e accettazione il partecipante può
rivelare a sé stesso – e agli altri – le varie parti di sé, anche quelle prima nascoste.
“Il
processo” spiega Pratibha “comprende diversi aspetti atti a riattivare la conoscenza e la
sensibilità verso i suoni, la fiducia nelle proprie capacità canore ed
espressive; andando anche a toccare condizionamenti profondi. Quanti di noi,
infatti, non si ricordano frasi come: ‘Stai zitto’, ‘Parla più piano’, ‘Non
gridare’, ‘Ma cosa stai cantando?’ ‘Ma taci che sei stonato’ e così via. Quanti
di noi si sono sentiti, o si sentono tuttora inadeguati – o addirittura
terrorizzati – quando devono confrontarsi con un pubblico, esprimersi in
situazioni insolite o anche solo semplicemente esprimersi. Ma il fulcro, il
grande tesoro del canto, è l’accettazione: non si può cantare quello che non si
accetta di vivere. Lo si può magari urlare, e infatti da molti anni in terapia
si usa l’urlo come mezzo di espressione e rilascio emozionale. Con l’urlo si
vuole eliminare, buttar via, qualcosa che preme dall’interno – e a volte ciò è
necessario per allentare la pressione – ma la vera trasformazione sta nel
comprendere e nell’accettare. Nel canto
celebri te stesso in ogni tua espressione, e quindi anche il dolore, la
rabbia, la nostalgia… tutto si espande nel canto, acquistando dignità, per poi
dissolversi – lasciando un profondo senso di pienezza interiore. Il potere del
canto è quello della trasformazione. Il canto diventa così il ponte fra la sfera psicologica e quella spirituale. Ritrovando
la connessione tra il mondo interiore e la voce cantata si riscoprono timbri e
toni inaspettati, a volte sconcertanti e sublimi, tutta una gamma di
comunicazione che credevamo inaccessibile.”
Il VOICING® non è utile
solamente a chi lavora specificamente nel campo della comunicazione – siano
essi operatori dei media, cantanti, attori – o a chi, come terapisti, medici,
operatori sociali, educatori, può trarre un beneficio professionale
dall’imparare ad ascoltare e ad ascoltarsi. “E non è neppure limitato” spiega
Pratibha “a coloro per cui la comunicazione e il confronto con gli altri sono
fonte di ansia, difficoltà e inibizioni. Certo, queste persone ritroveranno,
nel corso del processo, più sicurezza e fluidità nell’esporre la propria
realtà. Il VOICING®, in effetti, si rivolge a chiunque abbia la passione di
ritrovare se stesso.”
“In questo processo niente
viene escluso, non l’ego, non le difese, non le paure; tutto viene accettato,
espresso – usato – attraverso il canto per provocarne così la trasformazione. Non
‘butti via’ il problema ma ci vai in profondità, attraverso la tua accettazione
che ti permette di ‘cantarlo’. Alcuni partecipanti hanno definito questo
processo un completamento del lavoro sulle emozioni e sensazioni: può diventare
un ponte fra terapia e spiritualità. Ed è questa secondo me la qualità
essenziale del canto, la sua sacralità. Una spiritualità che non si distacca
dal corpo e dalla materia – negandoli – ma che li comprende, inglobandoli per
divenirne la celebrazione.”
“Senza dimenticare poi”
conclude sorridendo “che se prima cantavi solo sotto la doccia, imparerai a
farlo dovunque!”.
IL SEME
DELLA RIBELLIONE - VOL. I
__________________________
Pagine 176 - Lire 23.000
Il
maestro: Con
un Maestro dovete fidarvi e lasciar cadere la vostra corazza – questo è
assolutamente necessario. Perfino con un amante potete conservare parte della
corazza e non essere completamente aperti,
ma con il Maestro la disponibilità deve essere totale, altrimenti non può
succedere nulla. Dovete avere una fiducia totale, perché solo allora vi
verranno rivelati i segreti e offerte le chiavi.
saper
ascoltare: Per
ascoltare Gesù dovete essere così silenziosi che non c’è più neanche il
tremolio di un pensiero, neanche un movimento nel vostro essere; solo allora lo
potete veramente sentire, capire conoscere. Gesù diceva sempre: “Solo chi ha orecchie per sentire, mi
capirà. Chi ha occhi per vedere, mi vedrà!”
fare
domande: Quando
un discepolo fa una domanda, non ha una risposta in mente: chiede semplicemente
perché non sa. Fate attenzione a una cosa:quando ponete una domanda, avete già
in mente la risposta? Ponete la domanda a partire dalle vostre conoscenze? In
questo caso non può esserci nessun incontro e, anche se vi rispondo, la mia
risposta non vi toccherà mai veramente. Non siete abbastanza vuoti per
riceverla.
fretta: La natura non ha fretta.
Ricordate che la mente ha sempre fretta mentre la natura non ha mai fretta; la natura sa aspettare perché è eterna. Non
c’è bisogno di affrettarsi: la vita va avanti all’infinito, la vita è
un’eternità. Per la mente invece il tempo è breve. La mente dice:“Il tempo è
denaro”. La vita non direbbe mai una cosa del genere. Il linguaggio della vita
è il linguaggio dell’esperienza, non del tempo.
Per la vita non esiste la morte, ma per la mente la morte esiste.
il
fuoco:
Esistono
delle tecniche per riaccendere il fuoco interiore che ora è quasi spento,
coperto dalle ceneri. Deve essere riattizzato, riscoperto, riacceso; bisogna
dargli dell’altro combustibile. Quando il fuoco interiore è completamente acceso, improvvisamente siete trasformati.
Nessuna trasformazione è possibile senza il fuoco. Se si riscalda l’acqua fino
a cento gradi, essa evapora, diventa vapore – le sue qualità cambiano
completamente.
La
famiglia: La
famiglia esiste in rapporto al corpo: il padre è padre in relazione al corpo.
Se pensate di essere il corpo allora siete necessariamente legati a vostro
padre. Ma se capite di non essere il corpo, chi è più vostro padre? In che modo
sareste legati a lui? Vostra madre ha partorito il vostro corpo, non voi.
Quando non siete più identificati con il corpo siete separati dalla famiglia,
ne siete come sradicati.
Gesù: Gesù viene frainteso sia
dai teologi che dai mistici del cuore, perché non è orientato né verso la testa
né verso il cuore: Gesù non ha orientamento, dice proprio di sbarazzarvi di tutti gli orientamenti, di tutto ciò che
è esterno, e di arrivare al centro più intimo dove solo voi esistete, dove soltanto l’essere vibra, dove c’è solo
l’Esistenza.
pentimento: Pentirsi è bello se viene dal cuore, se si
comprende che: “Sì, Gesù ha ragione, abbiamo sprecato la nostra vita”. Questo
sprecare la vita è peccato – non è Adamo che ha commesso il peccato – siete voi
che peccate sprecando il vostro grande potenziale, la vostra opportunità di
crescere, di essere divini; sprecando il vostro tempo dietro cose inutili.
Quando diventerete coscienti di questo, ve ne pentirete. E se questo pentimento
vi verrà dal cuore, vi purificherà. Questo
è uno degli aspetti più belli del cristianesimo.
preghiera: Se pregate, pregate
per delle
false ragioni; se digiunate, digiunate per delle ragioni false – perché voi
siete falsi. Il problema non è dunque cosa sia giusto fare, ma come essere
giusti nel proprio essere. Se il vostro essere è giusto, automaticamente tutto
ciò che fate sarà giusto.