2 CENTRI DI OSHO IN ITALIA
Tutti i Centri di meditazione di
Osho divisi per regione
6 LE NOTIZIE
8
TIBET
Misteriose e
affascinanti connessioni fra Osho e il Tibet. Dalle parole stesse di Osho e da una intervista del `72 di uno dei suoi primi
discepoli al Karmapa si scoprono tanti interessanti
collegamenti.
...Vite
passate ... Il rituale del Bardo
18 NOVITÀ
Un approccio
moderno a un maestro molto più avanti del suo tempo.
20
PRIMO PIANO
Un'intervista
su un gruppo che sta interessando, a Pune e in
Italia, sempre più persone.
-
Zen: il cammino del paradosso
Osho spiega
come usare la mente per raggiungere la non-mente.
Una
partecipante al gruppo racconta la sua esperienza.
29 LA MAPPA
I
dieci Tori Zen - ultima parte "
...si
ritorna nel mondo vivendo nuovamente in esso e continuando a viverne al di
là."
32 EMOZIONI
La paura può
manifestarsi in varie forme... Da un leggero disagio, a
un nodo allo stomaco, fino al panico che ti travolge come se fosse la fine del
mondo. Bisogna comprenderla e non darle sostegno. Non farti fermare dalla
paura.
38 IL RICERCATORE
Passo dopo passo sulla via
verso la verità.
45 ESPERIENZE
Un nuovo approccio a Pune e al lavoro. Alcuni italiani che partecipano al “Residential Program” ci
raccontano...
- Il coraggio
di vivere il mio sogno
Il racconto di un lungo
soggiorno a Pune.
50
TUTTE LE STELLE
Il
tuo oroscopo di aprile
52
LA VETRINA
Tutti i libri di Osho in
italiano, i video di Osho, le musiche per la meditazione e il rilassamento.
60 NEWS
Cose nuove in Buddha Hall.
Copyright© 2000 OSHO INTERNATIONAL FOUNDATION
Tutti i diritti riservati OSHO® è un marchio registrato di proprietà della
Osho International Foundation,
usato con il suo permesso.
Varazze Varazze
Dal 6 all’8 Aprile al
Palasport di Varazze per celebrare e meditare. Un Festival di tre
giorni dove incontare tanti amici ,
vecchi e nuovi, dove fare insieme le meditazioni di Osho, alcune con la musica
dal vivo… e poi un assaggio di Mystic Rose –
presentato da Prasuna – danze sacre di Gurdjieff con Vasanti, un evento Sufi con Lhama, danza
mediorientale con Deva Antonella. Inoltre Anando,
coordinatrice della Osho Multiversity
di Pune, arriva in Italia per presentatre
al Festival alcuni brevi e interessanti workshop: uno sul centrarsi nell’Hara, un altro sullo spostarsi dalla testa al cuore e così
via. In programma anche eventi musicali, quali un concerto di
piano di Yuki e poi una serata tutta di musica con l’Oshorchestra, le Brioches di Basho e anche techno-dance. Da non dimenticare, e da non perdere, la mostra d’arte oggettiva Le firme di Osho: un’espressione artistica del tutto personale – sono disegni
che Osho otteneva attraverso giochi di
colore nelle firme che faceva sui frontespizi dei libri che aveva letto.
Da queste opere insolite traspare una potenza
che riecheggia i più profondi segreti della calligrafia cinese e
permette di sperimentare ciò che Osho definisce ’arte oggettiva’:
l’arte cioè che nasce dall’essere immersi nel silenzio. Per Informazioni: Tel. 019.918766 o
www.thefestival.it
In Rete…
Sempre al passo coi
tempi! Basta andare in internet, su www.oshoba.it e puoi trovare una vasta
offerta di libri, non solo di Osho, sui temi della
meditazione, della crescita personale, del benessere, delle relazioni
interpersonali – sull’arte di vivere, insomma – ognuno con una scheda di
presentazione e sopratutto selezionati da persone che sono loro stesse, da
anni, sul cammino della ricerca individuale. Anche in campo musicale vale lo stesso
discorso: centinaia di CD ‘doc’ di musica per
meditazione, rilassamento o da usare durante sessioni di massaggio, o Reiki, oltre a bei titoli di musica world, trance, dance e
così via.
E intanto che sei in rete puoi andare a visitare
www.oshoamici.it un sito che accoglie diverse realtà del mondo di Osho oltre a informare su tutto quello che succede
all’OMC Arihant, un centro molto attivo che è anche
fra gli organizzatori del festival di Varazze. E poi c’è il sito del maggior centro italiano www. oshomiasto.it una realtà sempre
più presente nel territorio e anche a livello nazionale con varie iniziative.
Senza dimenticare osho.com il sito multilingue sempre
pieno di novità e che ti tiene ‘in diretta’ con Pune.
Meditazione sulla stampa
Il progetto Healtness di
cui parlavamo nelle ultime news inizia a far vedere i
suoi risultati. Nel numero di febbraio di Sport and Fitness si parla della
meditazione Dinamica di Osho, oltre che di Fiori di Bach
e Feng Shui, appariranno
anche delle interviste a terapisti di Osho e di tutta una serie di meditazioni:
Kundalini, Nadabrahma, No Dimensions ecc… sempre col bel Somraj
come modello. Grazie alla collaborazione con la società
promotrice del festival del Fitness – che si tiene tutti gli anni a Rimini,
Torino, Trieste, Monaco e Miami – è partito questo progetto che vede di ampliare
in maniera olistica il concetto di fitness.
Già dal 14 al 17 giugno 2001 ci sarà, nell'ambito del festival del Fitness di
Rimini, l'anteprima di Healthness, in cui sicuramente
diversi eventi saranno connessi al mondo di Osho. Per
maggiori informazioni: healthness@libero.it
T I B E T
Questo
distante e mitico paese,
situato sul ‘tetto del mondo’, ha continuato
ad affascinare nel tempo ricercatori spirituali di ogni paese e cultura.
Chiunque fosse alla ricerca di qualcosa di diverso, di
un significato più profondo e duraturo della sua vita, di sicuro aveva anche il
Tibet fra le sue mete.
Un paese isolato, dove il
tempo sembrava essersi fermato, dove la spiritualità era il valore principale –
praticamente un immenso monastero, se vogliamo usare
un’immagine di Osho.
Ma le cose sono cambiate.
L’invasione cinese del ‘59 si è trasformata da molti punti di vista in un vero
e proprio disastro. A livello ecologico si assiste a
una deforestazione intensiva, con la conseguente scomparsa dell’habitat naturale
di numerose specie selvatiche e a uno sfruttamento economico – soprattutto
delle miniere – condotto con ben poco rispetto della natura; sul piano sociale
e culturale si emargina la popolazione locale a favore dei numerosissimi
immigrati cinesi (già probabilmente in maggioranza numerica) e si ostacola
l’uso della lingua tibetana. Ci sono inoltre pesanti
ingerenze – per usare un eufemismo – del potere cinese nella vita religiosa
locale; emblematico il caso del Panchan
Lama, uno dei tre capi spirituali del buddhismo tibetano: i cinesi sono riusciti a far nominare in questa
posizione il proprio candidato, facendo sparire il Panchan
Lama legittimamente riconosciuto dal Dalai Lama
stesso.
Tuttavia forse proprio a partire dall’invasione è nata l’incredibile espansione
della cultura tibetana nel mondo, a cui stiamo
assistendo specie in questi ultimi anni: monasteri che sorgono in varie
nazioni, lama itineranti che portano in occidente il loro insegnamento, un
interesse per la medicina tradizionale tibetana che
raggiunge ormai anche periodici di larga diffusione, libri, film di grande
successo come “Sette anni in Tibet” – ed è di questi mesi l’inaugurazione di un
grande sito web tibet.net, non solo
in lingua tibetana ma anche in inglese e soprattutto
in cinese. “Abbiamo fatto un grande sforzo affinché i giovani cinesi potessero
conoscere la versione tibetana della nostra storia,
quella che gli è stata negata nella loro patria” dice il Dalai
Lama stesso nella sua presentazione.
Tutto questo – il riuscire
cioè a rispondere in maniera creativa a una situazione
di vero e proprio colonialismo – dimostra la grande vitalità e le profonde
radici della cultura tibetana, che deriva in
definitiva dalla sua tradizione religiosa.
Il buddhismo
arriva in Tibet per la prima volta nell’ottavo secolo, grazie
all’influenza, si dice, di due mogli – una nepalese, l’altra cinese,
entrambe buddhiste – di un re dell’epoca. La figura
principale di quel periodo è sicuramente Padmasambhava;
a lui si fa risalire quel sincretismo fra Bon (l’originale religione tibetana), buddhismo (di influenza indiana come è facilmente intuibile
dall’affollato pantheon tibetano) e preesistente tantrismo (derivato dagli insegnamenti di Saraha) che è la
particolarità del buddhismo tibetano.
Questa prima fioritura viene interrotta alla fine del
nono secolo dalle persecuzioni di un re locale, contrario a questa forma
religiosa.
Bisogna così aspettare
l’inizio del nuovo millennio per una ripresa, caratterizzata questa volta dalla
presenza di maestri illuminati quali Marpa, Milarepa e anche Atisha (che fu invitato
personalmente a insegnare dal re del Tibet occidentale). Oltre
a figure quali Rinchen Zangpo,
il fondatore di quasi mille monasteri. A partire da
questo periodo si delineano le quattro grandi scuole del buddhismo
tibetano attuale.
Nyingma-pa: la più
vecchia, che si fa risalire a Padmasambhava; è quella
che porta avanti la tradizione del Bardo Thodol (Il
libro tibetano dei morti).
Kagyu-pa: fondata da Marpa e continuata dal famoso Milarepa
(il suo libro “I 100.000 canti di Milarepa” è parte
del bagaglio culturale di ogni tibetano).
Questa scuola dà grande importanza alla ‘trasmissione diretta’
dell’insegnamento da maestro illuminato a discepolo, che si illuminerà
a sua volta diventando poi maestro; il suo lignaggio di illuminati si può far
risalire attraverso Naropa
e Tilopa, fino a Gautama
il Buddha stesso. Appartiene a questa scuola il Karmapa (una delle tre figure religiose principali del
Tibet) ed è proprio in questo ambito che inizia
l’usanza di cercare le nuove reincarnazioni dei leader spirituali – a partire
dalle precise istruzioni lasciate dal primo Karmapa
nel 1200… ora siamo alla 17ma reincarnazione. Sakya-pa:
è nota principalmente per meriti culturali e politici; ha portato i monaci tibetani fino in Mongolia e in Cina – fino cioè alla corte del Kubilai Khan,
il primo a conferire ai lama poteri ‘temporali’.
Gelug-pa: i suoi seguaci sono
facilmente riconoscibili dai cappelli gialli (il caratteristico cappello dei lama tibetani nelle
altre scuole è invece rosso scuro). La scuola a cui appartengono
il Dalai Lama e il Panchen
Lama; sorge alla fine del 1300, auspicando un ritorno agli insegnamenti
originari – i testi di Atisha soprattutto – come
reazione al ‘misticismo’ delle scuole Kagyu-pa e Nyingma-pa. Furono i primi a costruire immensi monasteri –
con migliaia e migliaia di monaci – vere e proprie università dello spirito.
Osho ha parlato a lungo
sugli insegnamenti dei maestri tibetani – vedi nomi
in neretto – dedicando ad alcuni intere serie di
discorsi, ma le sue connessioni col buddhismo tibetano – come vedrai leggendo i testi che seguono – sono
ben più profonde… in un’atmosfera in parte di mistero, un po’ mitica, che ben
si addice all’immagine del Tibet che tutti abbiamo.
Grazie a Mohani per
l’aiuto sulla storia religiosa del Tibet e l’iconografia (email:
mohani@bigfoot.com)
Osho e il Tibet
Nel
1972 Swami Govind Siddharth, un discepolo di Osho, ha avuto
occasione di incontrare il XVI lama Karmapa, la
precedente incarnazione cioè del giovane lama – il XVII Karmapa
– che solo pochi anni fa ha abbandonato avventurosamente il Tibet per andare a
stabilirsi vicino a Dharmsala, in India, dove
risiedono il governo tibetano in esilio e il Dalai Lama.
Ecco cosa racconta di questa sua esperienza.
“Avevo sentito
Osho parlare molte volte dei tibetani, delle loro
scienze occulte, di come meditano e delle cose che hanno imparato da Buddha. E così durante una vacanza
che ho trascorso con mia moglie e le nostre due figlie nel Darjeeling
– una regione a nord est dell’India dove ci sono molti monasteri tibetani – ho voluto naturalmente visitarne qualcuno.
All’ufficio del turismo mi avevano consigliato
quello di Rumtec, che è vicino a
Gantok, la capitale del Sikkim.
Questo è il monastero dove risiede sua santità lama Karmapa,
arrivato dal Tibet in seguito all’invasione delle forze cinesi nel 1959.
Il suo monastero è situato a più di 1500 metri
d’altezza e vi risiedono in permanenza circa 200 persone, tutti monaci. Quando ci siamo arrivati, in macchina, il monastero sembrava
completamente chiuso. Ero molto deluso e mi domandavo se sarei riuscito ad
incontrare il lama Karmapa, o almeno a vedere
l’interno del monastero. Tutto a un tratto si è fatto
vivo un monaco a chiedere se volessimo vedere Sua Santità. Ci ha portato immediatamente
verso l’ala delle abitazioni, mentre andava ad
annunciarci al lama lasciandoci ad aspettare perché, ha detto, il lama al
momento era occupato con alcuni visitatori stranieri. Con mia sorpresa, è
tornato quasi subito con il messaggio che il Lama ci voleva ricevere
immediatamente. Mi è sembrato quasi che mi stesse aspettando: appena entrato
sono andato a toccargli i piedi in segno di rispetto ed egli ha subito posto le
mani sulla mia testa. È un gesto molto raro da parte dei monaci tibetani, e molto significativo.
La pratica normale è che quando ti presenti e ti inchini
a Sua Santità, dovresti porgli sulle ginocchia una sciarpa in segno di omaggio:
se lui sente che il tuo sviluppo spirituale è abbastanza avanzato, te la mette
intorno al collo. Se percepisce poi che sei ancora più
avanzato nella pratica della meditazione, ci sono sciarpe speciali con tre
marchi rossi, e ti metterà al collo una di queste. Se
vuole darti un riconoscimento ancora maggiore, ti metterà una mano sulla testa;
metterne due è una cosa veramente speciale.
Si dice del lama Karmapa
che sia una ‘Incarnazione Divina’.
In Tibet si crede che chiunque ottenga la ‘natura del buddha’
(l’illuminazione) abbia la possibilità, se vuole, di rinascere di nuovo nel
mondo per aiutare gli altri; queste persone vengono
chiamate incarnazioni divine, Bodhisatvas. Ai tempi
di Buddha ci sono state molte persone che hanno
raggiunto l’illuminazione, e alcuni dei lama sono le reincarnazioni di questi
illuminati. Quella attuale è la sedicesima incarnazione
di Dsum Kheynpa, il primo Karmapa, che era nato nel 1110 a.C. e apparteneva a un
lignaggio che risaliva fino a Marpa, uno dei più
grandi maestri tibetani.
Ci sono tre ‘Incarnazioni Divine’:
l’attuale Dalai Lama – al vertice del buddhismo e dello stato tibetano
– Sua Santità il lama Karmapa e il Pancham Lama. Ognuno di questi tre
è a capo di un gruppo di monasteri buddhisti tibetani. Solo un’incarnazione divina può essere a capo di
questi ordini monastici, perché solo colui che è
illuminato può aiutare altri sulla via.
Ho avuto l’occasione di fare al lama Karmapa varie domande. La prima riguardava il terzo occhio:
avevo sentito dire che in Tibet perforano la fronte
per aprirlo. Mi ha risposto che erano tutte chiacchiere, non succede mai. Forse
era successo in un lontano passato, ma non ai nostri giorni.
Certo, ha concluso, una
volta che il terzo occhio si è aperto si possono vedere cose che sono celate
alla percezione normale. Forse è per questo – ho subito pensato – che al mio ingresso
mi aveva sorpreso dicendo: “So da dove vieni”. E
aggiungendo: “Vedo che da qualche parte hai una fotografia o qualcosa che porta
la stessa immagine da entrambi i lati”.
Io sul momento mi ero completamente dimenticato
che attaccato al mio mala c’è un medaglione che ha da
entrambi i lati le foto di Osho, ma una signora inglese che faceva da
traduttrice – il lama Karmapa non parla l’inglese, ma solo il tibetano
– ha notato il mio mala e mi ha chiesto di cosa si trattasse. Gliel’ho spiegato subito, concludendo: “E questa è la fotografia
del mio maestro.” Era molto curiosa di vederla, così mi sono tolto il mala e le ho mostrato la foto. Immediatamente
Sua Santità ha esclamato: “È proprio questo di cui parlavo!” Ha preso in mano
il medaglione, l’ha portato alla fronte e ha detto: “Costui è un Buddha vivente, la più grande incarnazione in India dopo il
Buddha”.
A sentire questo mi è venuto in mente di chiedere
al lama Karmapa dei chiarimenti a proposito di Krishnamurti. Ha risposto: “Per prima cosa non è in India. E in secondo luogo, è un’‘anima realizzata’,
non una ‘incarnazione divina’”. Mi sono fatto
spiegare la differenza tra queste due cose: un’anima realizzata è semplicemente
una persona che si è realizzata, ma non è detto che possa aiutare altre
persone. Se vuole aiutare gli altri deve essere
addestrato nelle scienze esoteriche, e deve nascere e rinascere più volte per
poter ricevere questo addestramento. Solo allora può fare una scelta cosciente
per una nuova rinascita. Il Lama ha aggiunto che Osho è già passato attraverso
tutto questo processo.
In questa vita Osho ha scelto di nascere con lo
scopo preciso di aiutare spiritualmente la gente – solo per questo motivo – e,
come ha affermato ancora il lama: “Osho ha scelto di nascere per questo compito
in piena consapevolezza”. Il Lama si è poi mostrato interessato alle tecniche
di meditazione che Osho insegna, e così gli ho descritto la meditazione
dinamica. Quando gli ho parlato del terzo stadio –
caratterizzato dal gridare ‘hu-hu-hu’ – mi ha fatto
notare che questo “hu” viene dal mantra
tibetano “hum” come per
esempio in “Om mani padme hum”. Mi è apparso davvero entusiasta di questo, mi ha
preso entrambe le mani dicendomi di essere “veramente contento” e che “questi
metodi sono assolutamente corretti, e sono molto simili alle pratiche tibetane: qualsiasi lavoro stiano facendo i discepoli di Osho è simile al nostro”. Ovviamente ci sono alcune
differenze nel linguaggio, ad esempio per ‘kundalini’ loro usano il termine ‘la fiamma ardente’, ma il significato è lo stesso. Riguardo ai metodi
di Osho, in una parola il suo commento è stato:
“Perfetti”.
In seguito mi ha anche raccontato di come Osho
nelle sue vite passate fosse uno dei maestri tibetani e ha aggiunto: “Se vuoi vedere una delle
precedenti incarnazioni del tuo maestro – ai tempi in cui era con noi – puoi
andare in Tibet a guardare la statua d’oro che lo rappresenta e che è
conservata nella sala delle Incarnazioni”.
I tibetani preservano i
corpi degli illuminati in un modo particolare – un po’ come le mummie egiziane.
Il cadavere riceve un trattamento speciale di deidratazione
tale da preservare le sembianze naturali del corpo; a questo punto interviene
l’orafo, che riveste il corpo in oro, trasformandolo in una statua dorata. In
Tibet ci sono 99 statue di grandi ‘incarnazioni divine’ e una di queste,
secondo quanto dice il Lama, è la statua di Osho, nella sua incarnazione di due
vite fa. I cinesi non sono riusciti a distruggerle perché erano state nascoste
in parti molto remote del paese.
L’atteggiamento di lama Karmapa
mostrava tutta la gioia di qualcuno che ha ritrovato qualcosa che sembrava
perduto. Visto il suo entusiasmo, ho pensato subito che fosse stato molto
vicino al nostro maestro nel passato. Tuttavia lui non mi ha
parlato dell’esatta relazione spirituale che aveva avuto con Osho e anch’io,
sebbene molto curioso, non ho voluto fare domande a questo proposito.
Riguardo a Osho e al suo lavoro ha aggiunto poi: “Ha
sempre la mia benedizione; so che Osho sarà in grado di fare qualcosa per
aiutare la gente, più di quello che possiamo fare noi”.
A questo punto mi ha chiesto delle nostre
iniziazioni – il sannyas – così gli ho spiegato: “Non è affatto difficile: veniamo accettati così come siamo,
possiamo fare qualunque cosa e vivere come ci pare; non dobbiamo rinunciare a
nulla, possiamo persino mangiare ciò che ci piace. L’unica cosa che Osho ci
chiede è di fare regolarmente meditazione perché ritiene che in questo modo le
persone possano essere aiutate a ottenere un progresso
spirituale in maniera naturale – ognuno secondo i propri tempi – grazie appunto
alla pratica della meditazione”. Il Lama ha replicato che siamo fortunati:
nella loro tradizione chi riceve un’iniziazione è sottoposto a regole molto
rigide.
Ho chiesto infine al lama Karmapa
chi era il lama di cui Osho è la reincarnazione, ma lui mi ha spiegato di non
poter rispondere e che si tratta di un segreto; non sono cose di cui i tibetani parlano, a meno che la
persona che si è reincarnata non è a capo di un monastero. Però mi ha fatto
capire molto chiaramente che: “Quando il compito di Osho
sarà terminato, lui scomparirà – completamente… – e non saremo più in grado di
trovarlo”. E inoltre ha detto: “Sarà conosciuto in
tutto il mondo, ma solo poche persone riusciranno a comprendere chi sia
veramente. È l’unica persona che può essere il maestro di tutto il mondo in
questo periodo storico, e ha scelto di nascere proprio per questo motivo.” Ha concluso: “Fino a quando uno
non raggiunge l’illuminazione, non può comprendere veramente chi è Osho. E lui è interessato solo a persone che possono comprenderlo,
non vuole perdere tempo. Solo se sente in loro qualche cosa di speciale permetterà che gli stiano vicino”.
Poiché viaggiavo in compagnia di mia moglie e
delle nostre figlie, il lama Karmapa mi ha chiesto
anche quali fossero le indicazioni di Osho riguardo al
sesso e alla vita matrimoniale. Gli ho spiegato che ci era
richiesto di non rinunciare a nulla in maniera forzata – cioè non naturale – e
di affrontare ogni cosa al momento giusto e soprattutto con consapevolezza. E lui mi ha rivelato allora: “Ci sono da noi monasteri
speciali dove le coppie possono vivere insieme perché riteniamo che, se tra i
partner c’è amore profondo, l’atto sessuale può essere sicuramente un modo in
cui possono aiutarsi a vicenda. C’è una scienza anche per questo, ma è valida
solo nel caso di persone profondamente innamorate; altrimenti tutto questo
potrebbe essere nocivo alla loro crescita spirituale”.
In seguito, ho parlato di questo mio incontro con
Osho – che peraltro non mi ha detto esplicitamente di aver conosciuto Sua
Santità il lama Karmapa in una vita passata. In
quell’occasione gli ho chiesto se i tibetani
potessero essere di aiuto nel suo ‘lavoro’. Mi ha
risposto di no, che non era possibile: sono troppo rigorosi per l’era moderna,
i loro tempi di crescita spirituale sono lunghi… e non c’è molto tempo. Parole
simili erano state pronunciate anche da Sua Santità il lama Karmapa.
L’intera
intervista compare come appendice a “Osho, The silent
explosion” fuori stampa
"I pensieri sono proiettati così velocemente dalla tua
ment
che non riesci a
vedere neanche l'intervallo tra un pensiero e l'altro.
Lo schermo è completamente coperto dai pensieri, al
punto tale da impedirti
di vedere che ogni
pensiero è separato dagli altri.
Questo è ciò che dice Tilopa:
i pensieri sono come nuvole, senza nessuna
radice, senza casa.
E un pensiero non
ha alcuna relazione con un altro pensiero;
un pensiero è
un'unità a sé stante, separato dagli altri proprio
come le particelle
di polvere. Ma i pensieri si muovono
così velocemente da
impedirti di vedere l'intervallo tra di loro.
A te sembra che ci sia un'unità, una certa associazione.
Questa associazione è un falso concetto,
ma a causa di
questa associazione, si crea l'ego."
Una
promessa
Alcune delle
pratiche tibetane hanno dello straordinario – un’aria
di esoterismo, di magia,
specialmente ai nostri occhi di occidentali. Ma a
leggere fra le righe, non viene forse in mente qualcosa che succede, fatte le
debite differenze, tutte le sere… in un altro posto?
Quando si dice che Buddha esiste oltre lo spazio, vuole dire che non esiste in
nessun posto in particolare. E come può esistere
qualcuno, quando non è da nessuna parte? Egli esiste, semplicemente esiste – non puoi indicare dove – non si sa dov’è. In questo
senso non è da nessuna parte ed è dappertutto. Per la mente, che vive nello
spazio, è difficile comprendere la dimensione che va oltre lo spazio. Tuttavia
chiunque segua i metodi del Buddha
e diventi un maestro, può entrare immediatamente in contatto con lui. Buddha sta ancora seguendo i suoi discepoli lungo il loro
cammino.
In Tibet ogni anno, nel
giorno in cui Buddha ha lasciato il corpo – una notte
di luna piena chiamata Vaishakh – cinquecento maestri
si riuniscono in una particolare località del monte Kailash.
E proprio lì – a causa di questi cinquecento maestri
riuniti tutti insieme per percepire la discesa del Buddha
– diventa nuovamente visibile.
È un’antica promessa… ma Buddha la mantiene
ancora.
Però ci devono essere
proprio cinquecento maestri – se ne manca anche solo uno, non
succede. Questi cinquecento maestri funzionano come un peso – una zavorra –
perché il Buddha possa discendere. Basta un maestro
in meno, e il fenomeno non accade. È già successo: un anno non c’erano tutti e
non ci fu contatto, almeno non un contatto visibile –
quello invisibile rimane.
In Tibet ci sono molti
maestri, quindi non ci sono difficoltà. Il Tibet è il paese più ‘illuminato’
del mondo, ed è rimasto tale fino ad ora. Ma in futuro
non sarà più così, grazie a Mao. Questi ha distrutto
tutto l’ingegnoso modello culturale che il Tibet aveva creato: l’intero paese
era un monastero. Anche in altri paesi ci sono
monasteri, ma il Tibet in realtà esisteva proprio a causa dei monasteri.
In Tibet la norma è che in
ogni famiglia ci debba essere un monaco, che uno dei figli diventi un lama, in
modo che ogni anno ci siano cinquecento maestri a disposizione. Quando questi si riuniscono sul monte Kailash,
a mezzanotte, Buddha ridiventa visibile: discende nel
tempo e nello spazio.
Continua a guidare i suoi
discepoli: tutti i maestri continuano a farlo. Una volta che sei in stretto
contatto con un maestro – non un semplice insegnante – puoi avere fiducia:
anche se non ti illumini in questa vita, egli
continuerà a guidarti, magari senza che tu te ne accorga.
Osho
Amo l’Himalaya
È
il posto più bello dove morire e, ovviamente, dove vivere. Ma
soprattutto per morire è in assoluto il posto più bello: nelle valli dell’Himalaya morirono Lao Tzu, Buddha, Gesù, Mosè.
Nessun’altra montagna può rivendicare così tanti
amici: Mosè, Gesù, Lao Tzu, Buddha, Bodhidharma,
Milarepa, Marpa, Tilopa, Naropa… e moltissimi
altri.
La
Svizzera è molto bella, ma non è nulla a confronto dell’Himalaya.
È comodo vivere in Svizzera, con tutti i comfort della vita moderna. L’Himalaya è un posto scomodo, non esistono tecnologie: non
ci sono strade, né elettricità, né aeroplani, né ferrovie, niente di niente. Ma è in
situazioni come questa che affiora l’innocenza. Ci si trova trasportati in un
altro tempo, in un altro essere, in un altro spazio.
Volevo morire lassù.
Ma oggi, guardando
nascere il sole, mi sono sentito sollevato: se morissi qui, in particolare in
un giorno bello come
questo, andrebbe benissimo.
Sceglierò di morire
in un giorno in cui
sentirò di essere parte dell’Himalaya. La morte per
me non è una fine, una conclusione: la morte per me è celebrazione.
Osho
IL BARDO
Osho definisce il Bardo Thodol, il rito di passaggio fra la
vita e la morte – conosciuto anche
come il Libro tibetano dei morti – il più grande contributo che il buddhismo
tibetano ha dato al mondo. E
ne ha parlato spesso.
In
Tibet si
pratica una tecnica che si chiama il Bardo. È un processo che inizia quando una persona è in punto di morte. I monaci si siedono intorno a lui e
cominciano a leggere il Bardo, dandogli vari suggerimenti: “Vedi, stai per abbandonare il corpo. Focalizzati sul pensiero che questo corpo se ne
sta andando. Sii
consapevole che molto presto il corpo in cui ti troverai non sarà più quello fisico, ma sarà il tuo corpo sottile. Adesso
hai lasciato il corpo. Adesso sta a te scegliere come reincarnarti”. Gli vengono date indicazioni di questo tipo. In nessun altro
paese del mondo si sono fatte ricerche così approfondite
sulla morte come in Tibet. Il morente ascolta queste indicazioni fino al
momento in cui esala il suo ultimo respiro. Anche dopo la
morte queste ‘istruzioni’ continuano: per il monaco che sta guidando il Bardo
l’uomo non è ‘morto’, anche se ha lasciato il corpo: sa che questo non
influenza la capacità della persona di ascoltare. E adesso inizia a dare
ulteriori indicazioni, così da influire sulla sua
prossima rinascita. È un’ottima situazione per farlo perché l’uomo che è appena
morto può essere liberato da tutte le identificazioni
della sua vita passata. In questi momenti gli si
può ricordare – così da renderlo veramente consapevole – che lui non è
il suo corpo fisico: una cosa altrimenti molto difficile da fare. Adesso può vedere chiaramente che lui continua a esistere, mentre
il corpo giace inerte. E il monaco gli dice: “Vedi, tu sei lì sopra mentre il tuo corpo giace qui sotto. Guarda con attenzione: questo è proprio il corpo col quale
ti eri identificato. E ora i
tuoi cari, i tuoi amici porteranno questo corpo alla pira funeraria. Seguili! Guarda il tuo corpo bruciare, guardalo diventare cenere: e renditi conto che per te non
fa alcuna differenza. Ricordatelo nel proseguimento del tuo viaggio. Non essere
mai più identificato col corpo. Nella tua prossima vita
ricordati, fin dal primo momento, che non sei il corpo. Tutti gli altri
ti diranno che sei il corpo, ma tu continua a
mantenere vivo dentro di te questo ricordo: non permettere che lo
distruggano”.(1)
Appena
morti entriamo in un mondo nuovo, un mondo che non conosciamo
affatto. Questo mondo può spaventarci, farci molta paura perché non assomiglia
a quelle che sono le nostre esperienze ma non è
neanche differente: semplicemente non ha alcuna relazione con la vita sulla
terra. Affrontare questo nuovo mondo fa molta più
paura che ritrovarsi, per esempio, in una nazione straniera, in mezzo a gente
totalmente sconosciuta, senza conoscere né
la loro lingua né i loro costumi.
Il mondo in cui viviamo è un mondo di
corpi fisici. Quando lo lasciamo ci ritroviamo in un mondo incorporeo –
qualcosa di cui non abbiamo alcuna esperienza. Ci fa
ancora più paura perché nel nostro mondo, per quanto strano possa
essere il posto – e diverse le persone e i loro costumi – c’è ancora un legame:
ci troviamo ancora fra esseri umani.
Entrare in un mondo di
spiriti incorporei può spaventarti molto più di quanto tu possa
immaginare.
Di solito lo attraversiamo
in uno stato di inconsapevolezza, e così non ce ne
accorgiamo. Ma se lo percorriamo con consapevolezza ci
troviamo in grandi difficoltà. Ecco perché nel Bardo si cerca di spiegare alla
persona che tipo di mondo si troverà di fronte, cosa può succedere, che tipo di esseri vi si incontrano. Solo chi ha esperienza di
meditazione profonda può essere guidato in questo
esperimento – altrimenti non è nemmeno in grado di sentire cosa gli si sta dicendo. Non riuscirebbe ad ascoltare quello
che gli viene
detto al momento della morte, o a seguire i suggerimenti che gli vengono dati.
Per farlo c’è bisogno di una mente molto silenziosa, vuota. Mentre la
consapevolezza inizia a scomparire a poco a poco, a svanire, e tutti i legami
col mondo materiale cominciano a interrompersi, solo una mente molto silenziosa può
ascoltare messaggi che arrivano da questo mondo; non si possono recepire
altrimenti.
Ricordati
che il momento della morte è l’unico in cui si può fare qualcosa: al momento
della nascita non si può fare nulla. Ma tutto quello che si fa con
la morte, influenza di seguito anche la
nascita. Nasciamo nello
stesso stato in cui siamo morti.
Chi si risveglia a una piena consapevolezza può scegliere, selezionare il
ventre nel quale reincarnarsi; questo mostra come egli non scelga mai nulla
alla cieca, inconsapevolmente. Un illuminato decide in quale ventre
reincarnarsi: è una sua scelta. Individui come Mahavira
o Buddha non sono nati in un posto qualunque, in una
situazione qualsiasi. Sono nati dopo aver preso in
considerazione tutte le possibilità: come sarebbe stato il corpo, da
quali genitori sarebbero stati concepiti, quale sarebbe stata la situazione –
quale potere, quali mezzi avrebbero avuto a disposizione. Hanno deciso di
rinascere dopo aver considerato tutti questi fattori. Hanno un’opinione molto
chiara di cosa scegliere, dove andare… e così fin dal giorno della nascita
trascorrono una vita proprio come se la sono scelta.
La gioia di vivere la vita
che ti sei scelto è qualcosa di unico: la libertà
inizia appunto dall’avere il tipo di vita che decidi tu. Non può esserci lo
stesso tipo di gioia in una vita che ti viene
solamente data, imposta: diventa una schiavitù. In questi casi uno si ritrova
semplicemente ‘spinto’ in questo mondo e poi… quello che succede
succede – non ha alcun ruolo attivo.
Se la nascita stessa deriva
da una nostra scelta, possiamo poi vivere essendo liberi di scegliere. Ma ciò è
possibile solo quando, nella vita precedente, si
arriva a una consapevolezza totale nel momento della morte.(2)
brani
di osho tratti da:
(1) The Great
Path #9 - (2) And Now and Here #2
Si può fermare la ruota?
La morte non è la fine, ma solo il culmine della
vita di un essere umano, la vetta. Non sei finito, vieni
solo trasportato in un altro corpo. È questo il senso orientale della ‘ruota’.
Continua a girare all’infinito. Certo, la si può
fermare, ma non si ferma quando muori.
Questa è una delle
lezioni, la più grande che imparai con la morte di mio
nonno. Piangeva, con gli occhi gonfi di lacrime, e ci chiedeva di fermare la
ruota. Noi eravamo impotenti: come fermarla?
Era la sua ruota; noi non
riuscivamo neppure a vederla. Era la sua consapevolezza, e solo lui poteva fare
qualcosa. Ma poiché lo chiedeva a noi, era ovvio che
non era in grado di farlo da solo: per questo piangeva e continuava a
ripetercelo, come se fossimo sordi. Gli dicevamo: “Ti abbiamo sentito, nonno, e
abbiamo capito. Per favore sta calmo”.
In quel momento accadde
qualcosa di grandioso. Non l’ho mai rivelato a nessuno; forse non è mai stato
il momento… Gli dicevo di stare zitto… e il carretto sobbalzava su quella
strada così accidentata… e lui insisteva: “Ferma la ruota, mi senti? Ferma la
ruota!” Gli dissi: “Sì, ti ascolto, e capisco cosa vuoi dire. Sai che solo tu
la puoi fermare… stai calmo, cercherò di aiutarti”.
Mia nonna era stupefatta.
Mi guardò stupita, con gli occhi spalancati: cosa stavo
dicendo? Come potevo aiutarlo?
Dissi: “Sì, non essere
così sbalordita. All’improvviso mi sono ricordato una delle mie vite passate.
Vedendo la sua morte, mi sono ricordato di una delle mie”. Quella vita e quella morte avvennero in Tibet. È il solo paese che sa, in
maniera veramente scientifica, come fermare la ruota. E
a quel punto iniziai a cantare qualcosa.
Né mia nonna, né mio nonno
moribondo, né l’uomo che guidava il carro e che ascoltava con attenzione,
poterono capire. Addirittura, neppure io potei capire una sola parola di ciò
che cantavo. Solo dodici, tredici anni dopo lo capii.
Per scoprirlo ci vollero tutti quegli anni: era il Bardo Thodol, un rituale tibetano.
In Tibet, quando un uomo
muore, si ripete un mantra, chiamato Bardo. Nel mantra
si dice al morente: “Rilassati, resta in silenzio. Scendi al tuo centro, e
resta lì; non lasciarlo, qualsiasi cosa accada al corpo. Sii un semplice
testimone. Lascia che accada, non interferire. Ricorda, ricorda, ricorda che sei solo un testimone: quella è la tua vera
natura. Se riesci a morire ricordandolo, la ruota si
ferma”.
Ripetei il Bardo Thodol
per mio nonno morente, senza neppure sapere cosa stavo facendo. Era strano, io
lo ripetevo e lui, ascoltandolo, divenne completamente silenzioso. Forse il tibetano aveva un suono così strano… forse non aveva mai
sentito una sola parola di tibetano prima di allora,
forse non sapeva neppure che esistesse un paese chiamato Tibet. Eppure morendo divenne assoluta attenzione e silenzio. Il Bardo funzionò, anche se non lo poté
capire. A volte cose che non capisci funzionano: funzionano
solo perché non le capisci.
tratto
da:
Osho, Bagliori
di un’infanzia dorata. Ed. Mediterranee
DI OSHO PUOI TROVARE
PUBBLICATI IN ITALIANO:
su
Atisha: Il libro della saggezza - Il libro
dell'alchimia interiore - Il libro del risveglio su Tilopa:
Tantra la comprensione suprema su Saraha:
La visione tantrica - L'esperienza tantrica
INOLTRE:
"Bardo
il risveglio dal sogno" di Annalisa:
meditazione tratta dal 'Libro tibetano
dei morti' (2mc + libro)
LA
NADABRAHAMA
È una delle meditazioni praticate regolarmente
all’Osho Meditation Resort
di Pune. Si tratta di un’antica tecnica tibetana di meditazione che crea una vibrazione risanatrice
in tutto il corpo, e comprende anche un movimento delle mani che centra
l’energia nell’hara. Questa meditazione dura un’ora e
ha tre stadi. Può essere praticata in ogni momento della giornata, da soli o in
gruppo, ma è meglio avere lo stomaco vuoto e, alla fine, restare inattivi per
almeno 15 minuti.
Primo
stadio: 30 minuti
Siedi in una posizione rilassata, con gli occhi
chiusi e le labbra unite; quindi inizia l’humming,
emettendo il suono ‘mmmmmmmm’, abbastanza forte da
essere udito dall’esterno, in modo da creare una vibrazione in tutto il corpo.
Visualizza il tuo corpo come un condotto cavo colmo solo di questo suono. Verrà
un momento in cui il suono continuerà da solo e tu diventerai un semplice
ascoltatore. Non occorre seguire alcun tipo particolare di respirazione e, se
lo desideri, puoi cambiare la tonalità, modulando il suono, e puoi anche
muovere il corpo, ma lentamente e con dolcezza.
Secondo
stadio: 15 minuti
Il secondo stadio è diviso in
due parti di 7 minuti e mezzo ciascuna. Nella prima parte, muovi le mani
lentamente, con le palme rivolte verso l’alto, in un movimento circolare
diretto verso l’esterno. Iniziando all’altezza dell’ombelico, entrambe le mani
si muovono in avanti per poi dividersi e formare due larghi
cerchi speculari, uno verso destra e l’altro verso sinistra, e infine
ritornare all’ombelico. Senti che stai offrendo la tua energia all’esterno,
all’universo: il movimento deve essere lentissimo, quasi impercettibile. Dopo 7
minuti e mezzo, gira le palme delle mani verso il basso e muovile con un
movimento circolare diretto verso l’interno. Ora le mani si muoveranno verso
l’ombelico per dividersi verso l’esterno sui lati del corpo, in cerchi
concentrici: senti che stai portando l’energia dentro di te. Come nel primo
stadio, lascia che il resto del corpo, se lo desidera, si muova in modo dolce e
lento.
Terzo
stadio: 15 minuti
Siediti o sdraiati in silenzio, assolutamente tranquillo
e immobile.
Avrete
senz’altro notato
la nostra quarta di copertina degli ultimi mesi con l’elegante logo del nuovo
sito di Osho.
Io sono stata coinvolta
col progetto di traduzione in italiano del sito già a partire
dalla primavera dell’anno scorso, quando ancora il sito era ai suoi
primi passi e stava trovando la sua struttura e i suoi contenuti. Le
connessioni poi erano piuttosto primitive; a volte già aprire una pagina per
tradurre alcune parole era una faccenda che prendeva 10 minuti e magari altri
10 per salvare i cambiamenti, al punto che delle volte mi portavo
dietro un libro per riempire i ‘buchi’ altrimenti voleva dire rimanere là a
fissare uno schermo vuoto per un bel po’ di tempo o portarsi un amico per fare
conversazione. In pochi mesi la situazione si è trasformata completamente:
adesso è tutto molto veloce e il sito si è arricchito di contenuti in una
maniera straordinaria, anche se è comunque sempre in
continua trasformazione. Come si è verificato
anche di recente, in febbraio, con l’ultima ristrutturazione che ha
visto ingrandirsi lo spazio dedicato all’Osho Time Magazine On-line
(in inglese), che adesso riporta un editoriale, articoli di attualità,
interviste, meditazioni, una ricetta e
l’oroscopo. Naturalmente nel sito in italiano c’è sempre una sezione
dedicata al nostro giornale con gli estratti di alcuni
articoli del mese in corso e l’oroscopo.
Dopo anni e anni in cui ho
ascoltato le parole di Osho, e anche vari anni in cui
ho tradotto i suoi discorsi, pensavo di aver sentito già tutto e che non avrei
mai trovato delle cose nuove e sorprendenti, invece quasi ogni giorno devo
ricredermi. La scelta di questi pezzi da mettere in rete è stata fatta con
intelligenza e con un pizzico di senso dell’umorismo, che non fa mai male.
Alcuni sono tratti da brani inediti, altri da vecchi discorsi, o da colloqui
durante i darshan – incontri fra discepoli e maestro
nei primi anni di Pune – altri ancora sono sempre stati lì
sotto i nostri occhi, eppure riescono a essere lo stesso una riscoperta.
Insomma una vera miniera
d’oro.
Per esempio nei giorni
scorsi ero occupata con alcune domande sulla Meditazione, nel sottomenù Domande
Frequenti, che trovi nell’area Meditation Resort, e ho trovato un pezzetto
in cui Osho risponde a una domanda sul come la meditazione possa servire a
risolvere i propri problemi personali. E cosa dice
lui? Dice (cito liberamente): Mi chiedono tutti una
meditazione per risolvere i loro problemi, così poi saranno felici, ma
se non sei felice come fai a meditare? Prima diventa felice e poi medita. Il
motivo per cui
non sei felice è perché cerchi di essere diverso da ciò che sei, perché non sei spontaneo. Lascia
perdere le aspettative degli altri e i condizionamenti che ti
hanno messo in testa, e sii te stesso.
Non male, no?
Oppure quell’altra chicca in risposta a una persona che pensa di non avere abbastanza successo nella meditazione, specie
quando guarda altri che meditano, (e quante volte non è successo anche a noi?)
dove prima di tutto Osho ci ricorda che non ha senso fare confronti e poi
aggiunge: “La meditazione non è difficile. È semplicissima. Proprio perché è
semplice provi questa difficoltà. Vorresti fare molte cose, e non c’è nulla da fare – è quello il problema. È un problema
grosso, perché ci hanno insegnato a fare. Chiediamo
sempre cosa c’è da fare, mentre meditazione
vuol dire uno stato di non-fare: non devi fare nulla, devi smettere di
fare. Devi rimanere in uno stato di completa inazione. Persino pensare è un
certo tipo di fare: lascia cadere anche quello. Provare emozioni è un tipo di
fare: lascia cadere anche quello. Fare, pensare, sentire: quando sono tutti
scomparsi, tu sei. Quello è essere. Ed essere è meditazione. È semplicissimo”. Eh?!?
Stranamente per me (o
forse non così strano!) il mio ‘issue’ del momento –
la zona dolente – è proprio quello della meditazione:
cosa significa per me in questo momento – dopo anni in cui sto ‘meditando’ –
quali sono i ‘risultati’; se è vero che sono riuscita a trovare un piccolo
distacco dalla mente o se questo vale solo fino a che non succede qualcosa di
nuovo, o di inaspettato, o che mi coinvolge troppo a livello emotivo? In questo
senso queste citazioni mi hanno dato delle indicazioni
preziose.
Un altro lato del sito,
più legato ad aspetti pratici ma altrettanto prezioso, è la guida di viaggio
che trovi sempre in Meditation Resort
nel menù Viaggi. Se ci entri, vieni accompagnato passo
passo dal tuo atterraggio all’aeroporto di Bombay (Mumbai) fino a quando arrivi nella tua camera a Pune, con tantissimi consigli e ‘dritte’ su ogni possibile
dettaglio o situazione che puoi incontrare, compresi gli orari dei treni o
degli autobus e i cambi delle valute. È chiaro che tutto questo è il risultato
di un pooling di esperienze
di tante persone, che ora le mettono a disposizione
di tutti. Io, che il viaggio a Pune l’ho fatto
tante volte, ho trovato dei dettagli utili e nuovi.
C’è anche un’area Shop in cui si possono ordinare direttamente in rete,
tramite Oshoba, libri, CD e video – in italiano. E poi una di
Arte, dove trovi le famose firme di Osho e una serie di haiku (poemetti zen) illustrati da dipinti originali di
vari artisti; una di Audio/Video in rete in cui puoi tra l’altro ascoltare (se
hai il supporto tecnico giusto) brevi citazioni di Osho: i “Non-pensieri
del giorno”.
Il sito è vastissimo e
secondo me vale la pena di prendersi un po’ di tempo
per fare il proprio percorso al suo interno seguendo la propria ispirazione, i
propri bisogni, magari per trovare qualcosa di perfetto per il problema del
momento, la zona calda, quella che brucia.
Rajya
Ai Tempi di Buddha
Una persona che sta per tornare a casa dopo un
lungo soggiorno di meditazione a Pune, si lamenta del
fatto che sul ‘mercato’ occidentale sono presenti
tantissime, troppe, vie di ricerca spirituale, e chiede a Osho: “Come posso
parlare di te senza farti sembrare una nuova marca di cereali per la prima
colazione?”.
Dalla risposta appare
chiara la necessità di utilizzare per il messaggio spirituale tutte le nuove
tecnologie disponibili, in modo da poter raggiungere l’uomo contemporaneo nel
modo più ampio possibile.
“Il
mondo è un mercato,
e non c’è niente di sbagliato in questo. Perché sei
così prevenuto? La piazza del mercato è bella! Puoi andare sulle montagne, a
riposarti, ma poi alla fine si torna sulla piazza del mercato. Avrai visto le
illustrazioni dei 10 tori dello Zen.
La cosa fondamentale è non
essere antagonisti nei confronti del mercato… non va bene.
L’atteggiamento di un uomo
autenticamente religioso è che la vita, nel suo complesso, è divina, senza
alcuna condizione. Non c’è niente di male nell’essere una scatola di cereali
che trovi al mercato, quindi non aver paura di parlare di me alla gente e non
aver paura del mercato. Il mercato c’è sempre stato e ci sarà sempre. Verranno sempre vendute anche delle cose sbagliate:
impedirlo è impossibile. Ma per via di queste cose sbagliate, la gente che ha
le cose giuste si spaventa.
Ora in Occidente un
approccio personale è diventato impraticabile. Devi usare i mezzi di
comunicazione di massa. Ai tempi di Buddha era molto
diverso: Buddha si spostava e incontrava la gente
faccia a faccia. Non esistevano i giornali, né la radio o la televisione.
Ma adesso incontrare la
gente di persona è impossibile, specialmente in occidente, a
meno che non vengano usati i mezzi di comunicazione di massa. E naturalmente, quando usi questi mezzi, anche la
meditazione appare come una merce, un oggetto di consumo. Devi usare gli stessi
termini, lo stesso tipo di linguaggio, devi persuadere
la gente usando gli stessi metodi con i quali altri cercano di persuaderli
riguardo ad altre cose. Se dici che questa meditazione
è il massimo, la migliore possibile, sembrerà un annuncio pubblicitario perché
ci sono tanti che parlano così. Dicono: ‘Questo sapone
è il migliore che ci sia, il massimo!’, oppure ‘Questo è il migliore dei
profumi!’ Ci sono profumi che si chiamano ‘Estasi’. Prima o
poi qualcuno chiamerà un profumo Satori
o Samadhi. Devi usare gli stessi termini, lo stesso linguaggio, non ci sono
altre possibilità. Devi usare gli stessi metodi, ma in questo non c’è nulla di
male.
Io sono stato sulle
montagne e sono tornato nella piazza del mercato.
Devi avere coraggio: vai e
usa tutti i mezzi che hai a disposizione, adesso. Non puoi fare come Buddha o Gesù: quei tempi sono
passati. Se continueremo a comportarci come loro, ci vorranno milioni di anni per diffondere le notizie. Quando
finalmente le notizie arriveranno alla gente, la fragranza ormai se ne sarà
andata. Quindi fa’ presto, arriva alla gente finché i “cereali” sono ancora
freschi.”
tratto da:
Osho, Yoga: The Alpha and the Omega Vol 4 Cap 10
Il Satori
è un gruppo residenziale di 7 giorni.
Si lavora sui koan (una
domanda del tipo ‘Chi c’è dentro?’) in diadi – due
persone insieme, cambiando periodicamente il partner – e questo occupa la
maggior parte della giornata. L’impiego del tempo è molto strutturato, per
permettere al partecipante di rimanere focalizzato sulla domanda e fornirgli
uno spazio in cui sia possibile lasciarsi andare verso
l’ignoto. Ci sono meditazioni attive e precisi momenti per mangiare, per
prendersi cura del
proprio corpo e
dell’ambiente… e naturalmente per
dormire. I partecipanti sono in silenzio, tranne che per eventuali colloqui con
chi guida il gruppo. Niente telefonini…! Il Who is in? (Chi c’è
dentro?) è un workshop molto simile, ma della durata di soli tre giorni, che
solo fino a pochi anni fa si chiamava
Enlightement Intensive.
Per
l’Osho Times italiano Priyatama ha intervistato Ganga,
che guida workshop di Satori e Who
is in? all’Osho Meditation Resort di Pune e nel resto del mondo, ecco cosa ci racconta.
Ho incontrato Ganga nel ‘79, nella prima Pune, durante un workshop di Intensive
Enlightement… Mi ricordo ancora l’intensità della sua
presenza, anche nelle meditazioni… nella dinamica…
Ganga è tedesca, ha conseguito il dottorato – per
l’insegnamento universitario – in psicologia, e ha lavorato come psicologa per
bambini a Berlino.
È con Osho dal 1975. Ha partecipato ad almeno 10
training di diverse terapie corporee, usando la sua
preparazione non solo nelle sessioni impastando muscoli… ma anche
impastando pane per la Comune. Ganga ha proprio le mani in pasta!
Quando non è a Puna si diverte a sistemare i giardini degli amici, con il
suo rinomato pollice verde.
Pratica calligrafia
cinese, le illustrazioni in queste pagine sono sue. Dal 1975 ha preso
parte e diretto almeno 100 Who is
in? e Satori.
Priyatama: Sono più di vent’anni
che sei coinvolta in questo lavoro con i koan – Who is in? e Satori. Come è
iniziato?
Ganga: In Germania,
nell’inverno del 1974, qualcuno vestito di arancione
mi aveva detto che a Pasqua a Londra ci sarebbe stato un Intensive Enlightment di 9 giorni. Dopo aver detto di sì, senza avere
la minima idea di cosa stava per succedermi, chiesi al mio compagno se ci
voleva venire. È venuto, ha detestato il gruppo e se ne è
andato via. A me invece è piaciuto moltissimo. Uscendo
dal gruppo ero un’altra donna, nuova! La mia vita ha avuto una svolta di 180
gradi. Il tipo di svolta di cui Osho ha parlato spesso.
Ero tutta fuoco, piena di entusiasmo per
quest’avventura chiamata vita. E il fuoco è ancora
vivo.
P.: Come nasce questo nuovo
metodo di utilizzare i Koan?
G.: Nasce negli anni 70 dal
lavoro di Charles Berner –
fondatore dell’Enlightement Intensive – che ha
suscitato vasto interesse negli USA e in Europa. Con un colpo di genio Berner – psicologo e conoscitore della tradizione Zen – ha messo insieme l’antica tradizione Zen del lavoro con i koan da soli e la moderna tecnica di co-counseling
in cui si lavora in modo non guidato con un partner. La combinazione consente a
ciascun partecipante di esplorare se stesso in modo intenso ma completamente
individuale, con un proprio ritmo. Con l’aiuto degli altri partecipanti,
anch’essi focalizzati nel trovare chi sono, ciascuno partecipa in modo unico,
personale.
Nel lavoro terapeutico, Berner
si era reso conto che le persone che avevano un senso di sé erano molto più
recettive – con un transfert migliore. Beneficiavano
in modo molto più ampio e persistente della terapia
stessa. E così, grazie a una profonda intuizione, ha
creato l’intiera struttura dell’Enlightement
Intensive.
P: Ma che cos’è un koan?
G.: È una domanda che non ha
alcuna risposta intellettuale, e che ti aiuta a uscire dalla mente,
costringendoti a esprimere tutte le possibili risposte mentali… e non finisce
mai e continui a pensarci, sino a che non c’è più niente, e tu stesso diventi
la risposta: ovvero hai un’esperienza diretta di te stesso, sei nel momento,
nello spazio di non-mente, sei consapevole – modi diversi per dire la stessa
cosa.
Ci sono due famiglie di koan.
Una è quella Dharma Combat e
della collezione del Blue Cliff Records.
Il maestro Zen dà al discepolo un koan del tipo: ‘Quante vite vive un gatto?’. Il discepolo, quando si sente
pronto, porta la sua risposta al maestro, che di solito lo rimanda indietro
sino a che non torna con la risposta giusta. A questi koan
c’è una risposta, anche se tradizionalmente viene
mantenuta segreta, affinché ognuno possa raggiungerla autonomamente.
L’altra famiglia di koan
sono i koan di vita, esistenziali.
Non hanno risposta. Possono rimanere con te per tutta la vita. La realizzazione
finale di ognuno di essi è l’illuminazione. Ti
consentono di fare un’esperienza esistenziale, di arrivare al tuo essere,
all’essenza stessa dell’amore, della vita, della verità, della coscienza,
dell’altro, del rilassamento, della bellezza – per dirne solo alcuni.
Conoscenza e intelletto non aiutano molto nel lavoro con i koan
di vita. È più questione di fiducia in quello che trovi, di aprirti a quello
che già esiste –
ed è sempre stato lì, forse solo dimenticato.
P.: Cosa ha detto Osho a
proposito di questo processo, il Satori?
G.: Alcuni sannyasin che avevano lavorato con Charles
Berner e Jeff Love hanno
portato l’Enlightement Intensive a Pune già negli anni 70. Uno dei primi gruppi in una
situazione che andava crescendo rapidamente.
Nel ‘89 Osho ha modificato il koan
Who am I? (chi sono io?) in Who is in? (chi c’è dentro) e questo è
il nome attuale del gruppo. La versione di 7 giorni è il Satori, lavora con la
stessa struttura ma usa molti altri koan di vita. Che cos’è l’amore? Che cos’è la vita? Che cos’è la
verità? Che cos’è l’altro? E
molti altri.
Nella prima Pune, fino
al 1981, Osho consigliava praticamente a chiunque,
appena arrivato, di partecipare all’Enlightement
Intensive. Si tratta di un modo molto diretto e veloce per creare distanza
dalla personalità e arrivare al proprio essere, arrivare
nel momento, cambiare direzione, cominciando a guardarsi dentro. In un’occasione,
ricordo, Osho ha anche detto che il processo aiuta a
creare un ponte fra la parte sinistra e destra del cervello per farle
funzionare insieme. L’ho sentito dire molte volte ‘Per prima
cosa fai l’Enlightement Intensive’,
aggiungendo, per i più riluttanti ‘Ti farà un gran bene!’.
Osho usa, per questo processo, immagini come
‘pelare la cipolla’, togliendo cioè
strato dopo strato finché non resta più niente. Oppure la metafora del trapano,
con cui insistere sinché non si incontra
più nessuna resistenza. E anche l’immagine della spada della consapevolezza,
affilata da entrambe le parti, una diretta verso l’oggetto dell’esperienza e
l’altra rivolta all’interno, verso il soggetto dell’esperienza, verso colui che fa l’esperienza, il chi del ‘Chi c’è dentro?’.
P.: Avresti voglia di dirci
qualcosa sulle tue esperienze? Che cosa ti piace del
Satori?
G.: Vasta come domanda… da
dove posso cominciare? Quello che mi piace di più è che non c’è alcun limite,
tutto è possibile. È un processo meditativo, il che vuol dire essere qui,
essere nel momento, immergersi, godersi la propria essenzialità, ciò che Osho
chiama is-ness, la semplice presenza dell’essere.
È anche un processo di guarigione: facendo
amicizia con quello che è, l’accettazione, l’amore, la fiducia, la
consapevolezza crescono. Gli ideali – i dover essere –
saltano dalla finestra, ci si rilassa e si prova gioia. Il circolo vizioso della personalità si allenta, ci si connette con il
proprio essere e ci si rilassa in esso. Vedere ciascun individuo emergere nella
propria unicità, nel proprio potere autentico e nella
pienezza della propria energia… è qualcosa che ti tocca profondamente.
Il processo non è indirizzato verso un
cambiamento, ma questo accade semplicemente come effetto dell’accettare quello
che è e dell’esprimere la propria verità. È un’incredibile pratica di ascolto, di se stessi e degli altri. Si diventa più
sensibili e svegli alla propria realtà e alla capacità di esprimerla.
Per me una delle esperienze più forti è stata un senso di non separazione: non c’era più dentro e
fuori, tutto era uno. Era come se tutto fosse dentro di me, ma nello stesso
tempo io non ero lì. Ho avuto una esperienza molto
forte, che posso esprimere solo come: ‘io ero ogni cosa’.
La mia pancia era così aperta, che non stavo guardando dai miei occhi… gli ‘occhi’ erano nella mia pancia. Ero molto
rilassata poi, non c’era nessuno sforzo. Ogni cosa era
perfetta, non c’era nulla da cambiare. Ho sperimentato ricchezza e gioia
e una sensibilità incredibile per ogni cosa – davvero
splendido. Mi sono sentita totalmente sostenuta, protetta dalla terra,
come se fossi connessa con il centro dell’universo, ancorata lì. Era come se
l’esistenza mi stesse portando con sé, ma non ero io, non ero separata, era
tutto uno, come… sì… era assolutamente splendido! Un
silenzio tuonante!
P.: Quale è la funzione della
struttura del Satori?
G.: La struttura del gruppo
fornisce un ambiente in cui il partecipante non ha praticamente alcuna
possibilità di disperdere verso l’esterno la sua energia: l’energia si accumula
costantemente e può essere usata per andare in profondità, dentro di sé. Il koan diventa un trapano sinché
non sei andato ‘attraverso’ e non c’è più nessun ostacolo – e sei libero e sei
uno con te stesso.
Questa mattina a colazione ho chiesto a diversi
amici che cosa avevano tratto dal Satori. Qualche risposta: ‘Un
senso di libertà dalle circostanze esterne, essere nel momento’.
‘Quello che è successo è stata una sorpresa totale,
non me lo aspettavo proprio!’. ‘Essere molto più
orientato verso me stesso che verso l’altro: mi ha riportato dentro’. ‘Ho molto più spazio per
me stesso, nella vita quotidiana le cose non mi creano più tanto stress, sono
molto più rilassato’.
Una partecipante, in una lettera, mi ha scritto: ‘Ho una storia d’amore con l’is-ness, l’essenzialità sempre
presente delle cose non si arresta mai. Non è sempre un amore appassionato,
spesso è solo qualcosa di tranquillo… Ma non c’è stato
un momento, dopo il Satori, senza un semplice, chiaro sì alla vita.’
Non è meraviglioso?
All’Osho Meditation Resort di Pune i gruppi di Awareness Intensive: Who is in? vengono
offerti ogni mese – gruppi di Satori sono disponibili soprattutto d’inverno.
Per informazioni sui gruppi a Pune
www.osho.com
Ganga l’anno scorso ha partecipato, con Avikal e Chandrakala, a un Tour mondiale di Satori che ha portato una decina di
gruppi in 7 nazioni diverse.
In Italia quest’anno sono in programma due Satori,
uno nel centro di Sommacampagna in aprile con Avikal e uno al centro di Ebbio in settembre con Ganga; inoltre tre Who is in?, anche a Roma e Milano.Per informazioni dettagliate su questi programmi vedi la
pagina web: www.satori-retreat.com oppure informati scrivendo alle e-mail:
gangasat@yahoo.com -
avikal@aol.com
Pronto per
un altro passo
Ganga
ricorda un'esperienza Satori descritta da Avikal, che
da tempo guida questo tipo di workshop...
“Bene, l'unico modo in cui potrei
esprimere a parole il momento in cui ho sentito accadermi dentro
quest'implosione è: ‘Io sono spazio'. C'è la sensazione di una
assoluta assenza di separazione da qualsiasi cosa. L'oggetto e il
soggetto sono scomparsi. Non so-no, là l'oggetto non è là, solo
quest'esperienza, questa is-ness, questa essenzialità
viva è presente. Mi ha letteralmente spazzato via la mente. Ero tornato a casa.
Ero finalmente là, dove per quarant'anni avevo lottato per essere.
D'improvviso, qualcosa in me era completamente a suo agio, in pace, appagato.
Non man-cava niente, non c'erano desideri, non c'era bisogno
di niente, ogni cosa era perfetta.
Sono rimasto in quell'onda per un paio di
settima-ne e poi piano piano la mente ha cominciato a insinuarsi, essenzialmente come dubbio sulla mia capacità
di mantenere quello spazio, quella realtà. Vecchie abitudini e giudizi
ricomparivano. E allo stesso tempo era in qualche modo
ok, perché qualcosa in me sentiva che non potevo realmente mantenere quello
spazio in ogni momento.
E qui che sono ora. Sento che la vita mi ha
dato esattamente quello di cui avevo bisogno e quello che potevo assorbire per
essere pronto per un altro passo, un altro momento.”
il cammino del paradosso
Il
contributo essenziale
dello Zen sono i Koan.
Il Koan
è un enigma, molto particolare. Un enigma impossibile da risolvere, un enigma che, fin dall’origine, non ha soluzione. Ma si continua a pensarci. Si è costretti a pensarci, a
rifletterci, a meditarci sopra.
Il Koan
è un enigma che non può essere risolto, ma stai lì a pensare per ore ed ore… per sei ore, otto ore, dieci ore, dodici ore, a volte
diciotto ore… il discepolo sta lì seduto, completamente assorto, esaminando il
problema da ogni possibile punto di vista, cercando di penetrarlo ora da un
lato, ora dall’altro. Il discepolo cerca di afferrare il concetto, il problema,
di trovare una soluzione considerandolo da ogni possibile angolo, in ogni dimensione. Si presenta davanti al Maestro e viene rimandato indietro, a se stesso… Che succederà?
Piano piano
gli si esauriranno tutte le possibilità. Ha pensato tutto il pensabile. Ora non
sembra ci siano più possibilità, non c’è modo di
continuare… e poi un giorno, mentre sta semplicemente considerando l’enigma,
nessun pensiero affiora più. È questo il punto: osservare l’enigma senza
pensare. E se non c’è pensiero, puoi vedere
chiaramente l’enigma e coglierne l’assurdità.
Sì certamente, anche prima
hai pensato molte volte che era assurdo… in realtà sapevi
che era assurdo, che non poteva essere risolto… ma anche questo veniva dalla
mente, non era una tua esperienza diretta. Era la soluzione che ne dava la
mente…
Non può essere risolto,
allora perché preoccuparsene? Molliamolo. Dimentichiamocene,
tanto non può essere risolto. Ma anche questo
viene dalla mente. Un giorno, la mente non ha più niente da
dire, e, persa tutta la competenza e l’efficienza, smette di funzionare
per puro e semplice esaurimento. Quando la stessa
intelligenza è inutile, allora – solo allora – la mente scompare. In quel
vuoto, l’esperienza interiore. In quel vuoto l’intuizione. Vedi per la prima
volta chiaramente. In quel vuoto non c’è pensiero, ma accade la comprensione.
Ecco, questo è il punto di trasformazione.
Quando
il pensiero tace e accade il conoscere, quando i pensieri scompaiono e arriva
la chiarezza, vedi che la verità non è qualcosa da pensare, ma da vedere. Questa è la ragione per
cui chiamiamo veggenti – e non pensatori – coloro che hanno raggiunto la
verità. L’hanno vista… l’hanno guardata dentro, non ci
hanno pensato sopra, non sono grandi filosofi, non sono grandi logici. Sono
persone senza una mente, oltre la mente. Guardano
direttamente, non ci sono pensieri che si frappongono fra loro e la realtà. Ciò
che è si rivela esattamente così come è, nella sua
intrinseca essenza. La loro mente non funziona più attraverso i pensieri. Non
ci sono più increspature, la mente è diventata uno specchio puro che
semplicemente riflette, riflette quello che è.
Se puoi ancora pensarci
sopra, allora non è davvero finita. Se pensi che c’è ancora qualcosa su cui
pensare, non è davvero finita, la mente non se ne andrà
via. Non è possibile farlo di proposito, non puoi dire
“Ok, se non posso pensarci sopra, metterò da parte la
mente e cercherò di vedere”. Non sarai in grado di farlo. L’ostacolo è ancora
lì: si tratta ancora di un prodotto della mente e qualsiasi cosa la mente produca non fa che rafforzarla. Se
hai ancora qualcosa cui pensare, se senti che la mente può fornire ancora
qualche risposta, se è rimasta una qualche fiducia, una certa inclinazione
verso la mente, ancora non è finita.
Quando
si arriva alla vera
fine del viaggio, il pensiero cessa e si inizia a vedere.
E questo vedere è rivoluzione, cambiamento, mutazione
radicale.
È come quando usi il trapano. Chiedi ai nostri falegnami… Lo
Zen dice che la situazione è come quando si usa il
trapano. Sino a che puoi continuare a trapanare non è
finita. Quando non c’è più resistenza, quando non c’è più niente da trapanare – il trapano fa bzzzzzzzzzz,
un rumore diverso – allora è finita. Non sono un falegname ma so che, quando si trapana, succede proprio
così. Non l’ho mai usato, ma è proprio così: d’improvviso non ci sono più resistenze. Non c’è più nulla da trapanare.
Il pensiero diventa impotente.
Quando non puoi più trapanare, hai raggiunto la fine. Quando non
puoi più pensare a niente, allora sei arrivato.
Non ci sono più parole, né pensieri,
né immagini, non c’è più niente,
solo non essere. Sei arrivato alla fine della mente, o, se
preferisci, alla fine del mondo. Ti troverai di fronte un cartello con su scritto ‘Questa è la fine del mondo’.
Ma non scappare: qui inizia un’altra dimensione.
E l’altra dimensione, l’altro lato è
quello reale. Il mondo che finisce non è la realtà. Il divino che inizia è la
realtà. Il mondo che finisce è solo la fine di una malattia,
dall’altra parte inizi a essere veramente sano. Sei
sano per la prima volta e intiero e santificato.
Perciò non scappare. Fa paura,
certo. Quando non c’è più nulla da trapanare fa molta paura,
perché sei stato così identificato con la mente che pensi di essere la
mente. E se la mente non funziona più, se non può più inventarsi niente, ti
senti perduto ‘Cosa
sta succedendo, sono impazzito?’. Sì, sembra pazzia. Dico ‘sembra pazzia’ ma
non è come la pazzia vera e propria, non esattamente. Nella pazzia la mente continua. In effetti, nella pazzia la mente funziona di più,
funziona in continuazione per ventiquattr’ore al giorno. Il fatto è che funziona in modo irrazionale,
bizzarro, illogico, irrazionale, irragionevole, in tutte le direzioni, contraddittorio: perde
ogni contatto con la realtà. Cerca di
cogliere questo punto: un pazzo è più nella mente di te. E se continui a stare troppo nella mente, un giorno
impazzisci anche tu. In questo i pazzi sono più avanti di te, usano la mente molto più di te. L’hanno usata oltre ogni limite, ecco
perché sono frenetici, deliranti. È gente con una gran testa.
Quando accade il satori o quando il trapano non va oltre e la mente non
funziona più, per un istante ti potrà sembrare di essere
matto.
In
realtà non è possibile, perché è la mente che impazzisce e adesso che non c’è
più, non può impazzire. Per un istante può sorgerti il sospetto di stare
impazzendo: hai vissuto per così tanto tempo in
compagnia della mente e ora d’improvviso si è fermata. Ti ritrovi nel vuoto. Il
vuoto crea molto
spavento. Assomiglia alla morte. Stai scomparendo, stai perdendo l’identità… Ti senti paralizzato…
per un solo istante!
È a questo punto che c’è
bisogno di un Maestro che ti spinga. Se sente di darti un calcio
ti dà un calcio. Se sente di doverti colpire ti
colpisce. Se sente di doverti baciare ti bacia. Nessuno lo sa. Neanche il Maestro sa esattamente
quello che serve nel momento. È il momento stesso a decidere, e allora con questo piccolo gesto sei spinto dentro – hai fatto il
primo e l’ultimo passo. Fatto il salto, vista l’altra
faccia del fenomeno – letto l’altro lato del cartello – ha inizio l’esperienza
del divino. Ora sei a casa. Non ci sono più problemi, sono
scomparsi.
L’origine di tutti i
problemi, la mente stessa, se ne è andata. Si inizia a vivere una vita senza problemi. Si inizia a vivere davvero per la prima volta.
Ma ricorda che, se incontri
Dio o Buddha o Cristo o altri, non è la vera fine del viaggio. Se arrivi a questo punto e
d’improvviso vedi Cristo di fronte a te che ti inonda
della sua compassione, del suo amore, non sei veramente arrivato alla fine del
viaggio. La mente ti sta giocando l’ultimo scherzo. Oppure…
se incontri Krishna con il suo flauto che suona una
canzone meravigliosa, è l’ultimo tentativo di seduzione della mente per
distrarti…. se incontri Dio seduto su un trono dorato
con angeli attorno, hai fallito ancora. Non è la vera fine
del viaggio, è ancora una proiezione mentale. Bisogna comprenderlo bene,
perché lo Zen insiste molto su questo punto. Se c’è
qualcosa da vedere, se c’è ancora qualche oggetto, non sei alla fine del
viaggio, c’è ancora qualcosa da trapanare.
Ecco perché un grande
Maestro Zen ha detto:” Se incontri Buddha
lungo il cammino, uccidilo subito. Se vedi il patriarca Bodhidharma
lungo il cammino, uccidilo subito.”
Continua a trapanare senza
pietà. Trapana via anche Buddha. Continua a trapanare
fino al puro vuoto, al puro non essere.
tratto da:
Osho,
Zen: the Path of Paradox Vol.1,#9
Impressioni di una
partecipante
Che cos’è il Satori, inteso come gruppo?
Una bella trovata.
Sette giorni di fuoco,
tutto il giorno di fronte a qualcuno con un koan che
rimbalza come una palla da uno all’altro ogni cinque minuti: Dimmi chi sei, Dimmi
che cos’è la fiducia, Dimmi che cos’è l’amore, Dimmi che cos’è la libertà,
Dimmi che cos’è la vita… Dimmi… dimmi…
La testa si surriscalda, si arrovella nel tentativo di trovare una
risposta. Ma al koan non c’è
risposta!
Il koan
non è una domanda ma un paradosso. Oltre quello che la
mente crede di sapere, può arrivare invece la risposta esperienziale,
l’esperienza diretta. Oltre le parole l’esperienza
diretta del koan qui e ora. Forse.
Molto tempo fa ho partecipato all’Intensive Enlightement,
ero appena arrivata a Pune… panico iniziale, noia,
voglia di oppormi alla rigida struttura, voglia di scappare, voglia di
raccontar storie, voglia di sentirmi bene, sentirmi bene ma non cogliere il
punto, esserci ma non saper riconoscere il mio esserci.
Ne
sono uscita con molti punti interrogativi, ma con una grande carica vitale e tanta
voglia di andare avanti.
Poi per molto tempo niente
più koan, sino a due anni fa, quando, mossa da una
gran sete di scoprire di più di me stessa, ho
partecipato al Satori. Mi sentivo brancolare nel buio… Chi sono io… chi sono io mi risuonava
dentro con il ritmo ossessionante di un martello.
Ricordo ancora un momento
preciso in cui mi ero ingarbugliata in risposte
mentali, e poi una notte di inferno, cercando di venire a capo del rebus…
qualcosa si sgretola dentro… no no… non sono quello,
e non sono questo. Ma dove sono mai? Poi la mattina
dopo, senza sforzo è arrivata qualche chiarezza qui e ora. Ecco ecco: questo sono e non quello.
Sempre più intrigata dalla
situazione paradossale in cui i koan mettevano le mie
‘certezze’, ho partecipato al Satori successivo e ad altri ancora.
A volte, volendo
onestamente essere me stessa, mi sono sentita una talpa impazzita che va e va e va… e non sa dove sta andando… dentro la selva oscura,
nell’oscura notte dell’anima, nella paura della vita, tanta paura. Ora so che
ci si può star dentro e una piccola luce rischiara qualche contorno, più forte
meno forte…
Lavorando con le domande
‘Che cos’è la fiducia’ e ‘Che cos’è
l’amore’ ho avuto momenti di meravigliosa esperienza diretta qui e ora. Ero fiducia, ero amore.
Che cosa mi impedisce di essere fiducia, di essere amore ora sempre? Nuvole che coprono il sole, ombre che disconnettono il cuore,
l’essere. Ah, Ah qualcuno risponde!
Il koan
di ora ‘Che cos’è la vita’ è
diventato un compagno della mia giornata. Mi sveglia quando
‘dormo’, se ho paura, se mi perdo nei pensieri.
È una traccia di molliche
di pane da seguire, da cercare, sollevando cespugli, smuovendo terra, girando
l’angolo, guardando avanti, tornando indietro… Già, non basta sapere con la
testa che la vita è gioco, che la vita non conosce
dubbi, non pensa…
La vita semplicemente è.
Ora, se guardo dentro, è
una piccola fiamma che ride. Ora mi sento cercare una risposta nei pensieri,
sto pensando a cosa scrivere… Penso quindi non sono, contromano dal ‘penso quindi sono’ cartesiano…
rivoli mentali, spezzoni di informazioni… sono disconnessa da me stessa, lo
sento, me ne faccio carico.
Tenere viva la fiducia. Che cos’è la vita? Che cos’è la
vita? Al ritmo del koan non si sfugge!
Dal mio viaggio la meglio
storia è una barzelletta di Osho, sull’importanza di
essere se stessi. Racconta di un tipo a colloquio dallo strizzacervelli
che deve decidere il suo rilascio dall’ospedale psichiatrico. Lo strizza gli
chiede “Che cosa farai quando esci da qui?” “Raccolgo
un bel po’ di pietre e le tiro alle finestre di questo ospedale.” Non passa.
Dopo sei mesi riprova e alla stessa domanda risponde: “Mi compro un vestito
nuovo, telefono a una bionda, la invito a cena e poi
in albergo, la comincio a spogliare…” Lo strizza annuisce “E poi che fai?” Il
tipo dice: “Le tolgo il reggicalze e ne faccio una bella fionda per tirare
pietre contro le finestre di questo ospedale!”
L’importanza di essere se stessi, questa la lezione, senza badare a
giudizi, propri e degli altri. Riconoscere chi sono,
al di là di quello che succede attorno, di quello
che faccio. Guardare me stessa come qualcun altro che
agisce nei drammi che io stessa metto in scena…
E poi e poi …
Il Satori ha qualità
estetiche! Mi spiego se riesco. La struttura è un rituale Zen, il tempo e lo
stesso ritmo del giorno e della notte sono
regolati e scanditi da istruzioni molto precise. Ad esempio, durante le
sessioni, l’avvicendarsi – per comunicare quello che il koan è per te qui e ora e ascoltare l’altro – viene scandito dal gong. E questo
rito si ripete inesorabile tutto il giorno. È vero, è una struttura molto
rigida… sveglie a ore impossibili, scandite dal suono
del gong e da istruzioni minute su cosa fare… la prima sessione quando il sole
è ancora nascosto… il cibo molto semplice, zen appunto, una giornata molto molto lunga anche di sera! Ma il
tutto fa sentire protetti. Niente distrae dal koan.
Ah sì… il Satori è un
processo che ognuno fa per sé e con sé soltanto… la strada non è tracciata,
ognuno sceglie la propria.
I gesti si ripetono e la
mente si ribella alla ripetizione, con insofferenze di cui non sempre sono
stata consapevole!
Ma la ripetizione è Zen.
Permette di cercare, trovare, approfondire, scavare dentro. Fa da specchio.
Fare e rifare gli stessi gesti, sempre uguali, ascoltare e riascoltare per
una/cento volte le stesse cose… quanto rispecchia l’essere presente,
in ascolto qui e ora, o anche l’essere nella mente!
Per finire, quando sono
presente l’esperienza diretta scorre facile.
Se ascolto musica, chi/che
cosa in me ascolta e fluttua nei suoni?
Se gioco con il cane chi
/che cosa in me riconosce un guizzo di gioia negli occhi del cane?
Se gioco col mare chi/che
cosa in me gioisce e
gioca con il mare?
Se rido
chi/che cosa in me ride?
Se leggo una poesia chi
che/cosa in me risuona con Rumi?
Se ascolto i suoni del
silenzio chi/che cosa in me ascolta il silenzio?
Satori ha due diversi
significati. Il primo è la condizione esistenziale di satori
in cui ogni cosa, ogni essere è. Gli
uccelli, gli alberi, le montagne, tu e tutti i Buddha...
passati, presenti e futuri. L'esistenza tutta è in satori.
È un altro modo per dire che il divino è ovunque, in
ogni cosa, per dire che divino è l'anima di ogni cosa. La natura del Buddha è la natura di ognuno di
noi.
Il secondo
significato si riferisce al satori come evento. Sin
dall'eternità, gli esseri umani sono nella condizione esistenziale di satori. L'evento satori è quel
momento particolare in cui si smette improvvisamente di non riconoscere questa
condizione. Tu sei Buddha. Quando
il satori accade, proprio in quel momento lo
riconosci o lo ricordi. Questo evento è una finestra che si apre d'improvviso
sulla condizione esistenziale di satori. Ha una
realtà solo apparente. È reale solo agli occhi di chi non ne
ha fatto ancora esperienza. Chi ne ha fatto esperienza riconosce di essere
sempre stato lì, in quella condizione esistenziale che è il satori.
Osho
Satori è la tua natura, non è niente di speciale. Non si tratta di
arrivarci, le cose stanno già così. Ci sei dentro, te
ne sei soltanto dimenticato. Sei troppo occupato con
il mondo esterno e hai dimenticato il tuo vero regno, hai dimenticato il tuo
tesoro, ti sei dimenticato di te stesso. Sei troppo interessato agli altri. Sei
troppo nel mondo e non concedi alla tua natura interiore né tempo né spazio per
avere un dialogo con te stesso… per bisbigliarti qualcosa.
Sei diventato del tutto artificiale. Ti sei creato una falsa
personalità. Nessuno può vivere senza centro, ma tu hai dimenticato il tuo vero
centro e te ne sei creato, come sostituto, uno falso. Questa è la personalità,
l’ego. Ego semplicemente significa vivere con un falso centro. Satori è
abbandonare, lasciar cadere, il falso ed entrare nell’autentico: essere te
stesso, il tuo centro naturale, il tuo sé naturale.
Osho
Satori è una
parola giapponese, significa stato di non-mente.
La mente è
soltanto un meccanismo, ma è troppo vicino a noi e così ci
siamo identificati. Abbiamo completamente dimenticato di esserne
separati. Sarebbe come dire che uno nasce seduto in
macchina… sin dall’inizio sta in macchina, guida la macchina. Non c’è tempo né
possibilità per uscire dalla macchina. Piano piano si identifica con la macchina, e in modo del tutto naturale,
visto che non ha né il tempo né la possibilità di vedere la differenza. È
proprio la stessa cosa con la mente: siamo nati con la mente
e non c’è modo di uscirne, e così non riconosciamo la differenza. Questo è il solo problema da risolvere, tutti gli altri problemi ne sono
una conseguenza. Osserva la mente. Distaccatene un po’. Osserva come funziona:
pensieri che passano, pensieri che vanno, pensieri che
vengono, desideri che sorgono, desideri che scompaiono, ricordi… È come uno
schermo e tu ne sei spettatore, osservatore. Quando
quest’esperienza si rafforza e si consolida, diventi testimone e avviene lo
spostamento. D’improvviso cambia la gestalt. Non sei più la mente, emerge una nuova condizione, lo stato di
non-mente. Ed è una grande liberazione. Dopo quel
momento non ci sono più problemi nella vita, non c’è
più sofferenza. A quel punto tutto è gioia e canto e danza e celebrazione.
Osho
MAPPE INTERIORI 6 – La terza parte dei dieci Tori Zen di Kakuan
In
quest’ultima puntata della mappa riportiamo il commento di osho
sul significato dell’aggiunta degli ultimi due tori fatta dallo Zen alla
raffigurazione originale taoista.
“Originariamente i dipinti erano otto, non dieci e
non erano buddisti ma taoisti.
Le loro origini sono andate perdute, nessuno sa in che modo tutto sia cominciato, né chi sia stato a dipingere i primi tori;
sappiamo però che nel XII secolo un maestro Zen cinese, Kakuan,
li ridipinse; e non si limitò a questo: aggiunse altri due dipinti, quindi da otto diventarono dieci. I
dipinti taoisti finivano
appunto all’ottavo: la vacuità, il nulla, ma Kakuan aggiunse altre due raffigurazioni: ecco il
contributo essenziale dello Zen alla coscienza religiosa.
Quando ci si accinge a compiere
un viaggio nel proprio intimo, si abbandona il mondo, rinunciandovi; ma non
solo il mondo: si rinuncia alla mente in quanto la mente è la causa che sta
alla base del mondo intero. Si rinuncia sia a quanto vi è di esterno,
sia all’interno divenendo pressoché vuoti, ecco che cosa è la meditazione; si
diviene totalmente vuoti, ma è questa la fine di tutto?
Le raffigurazioni taoiste terminavano con il nulla. Kakuan
afferma che questa non è la fine: si ritornerà al mondo, si ritornerà
alla piazza del mercato e solo in quel momento il cerchio sarà completo. Naturalmente, si ritorna completamente rinnovati. Non si ha
nulla a che vedere col passato, che è andato, andato per sempre. Si torna del
tutto rinnovati, risorti, rinati. Tuttavia si ritorna nel mondo, vivendo
nuovamente in esso e continuando a viverne al di là.
Nel profondo dell’intimo il vuoto rimane incorrotto: si vive nel mondo, ma il mondo non è nella nostra mente, il mondo non è dentro di noi.
Si ritorna alla piazza del
mercato, ma non solo: si ritorna con una bottiglia di vino, ebbri del divino,
per aiutare altri a essere ebbri a loro volta, dato
che molti hanno sete, molti stanno cercando, molti stanno barcollando sul loro
cammino, molti giacciono nella più profonda oscurità. Si ritorna al mondo per
compassione. Si aiutano altri viaggiatori ad arrivare.”
8. Superamento del toro e del
sé
Frusta, corda, persona e
toro: tutto si fonde nel Nulla.
Questo cielo è così vasto
che nessun messaggio potrà intaccarlo.
Come può esistere un
fiocco di neve in un fuoco ardente?
Ecco le orme dei
patriarchi.
Commento: La mediocrità se n’è andata. La mente è sgombra da ogni limitazione. Non cerco uno stato di Illuminazione, né, peraltro, rimango dove non esiste
Illuminazione. Poiché non mi soffermo in nessuna di
queste due situazioni, gli occhi non riescono a vedermi. Se centinaia di uccelli disseminassero il mio sentiero di fiori, tale
elogio non avrebbe per me alcun senso.
Nel
momento in cui la mente scompare, anche voi scomparite, perché voi esistete nel
conflitto.
L’ego esiste nella tensione. Per l’ego il dualismo è
necessario: non può esistere senza una realtà duale. Ogniqualvolta state
combattendo, il vostro ego diventa molto marcato. Osservatevi 24 ore al giorno e vedrete i numerosi picchi e le molte valli del
vostro ego; in molte occasioni avrete
la sensazione che non esiste. Se non lottate con
qualcosa, non esiste: è in stretta relazione con il conflitto.
Per questo le persone
continuano a trovare il modo, i mezzi e le scuse per combattere, poiché senza
una battaglia cominciano a scomparire.
Di conseguenza, il
messaggio più grande che posso inviarvi è questo e ricordatelo: dovete giungere
a un punto in cui ogni lotta viene abbandonata. Solo
allora supererete voi stessi. Solo allora cesserete di essere
quel piccolo sé, quel minuscolo sé odioso che siete ora e lo supererete per essere una cosa sola col
Tutto.
L’unicità
è la vera natura dell’esistenza.
La dualità è rappresentata dalla nostra immaginazione. Così, per tutta la vita bramiamo l’amore. Questa brama d’amore non è altro che un
sintomo del fatto che abbiamo creato una falsa dualità dove esiste unicità. La mente è mediocre. La gente,
parlando di alcune persone, dice che hanno una
mentalità mediocre: è sbagliato, perché ogni mente è mediocre. La mente è la
quintessenza della mediocrità. Ricordate: la mediocrità fa parte della mente
stessa.
L’intelligenza non fa
parte della mente, perché l’intelligenza va oltre. Quando
la mente scompare, compare l’intelligenza. Quando la
luna non è nascosta dietro la nube, questa interferisce con il suo splendore,
che non può raggiungervi. In questo caso non riuscite a scorgerne la
lucentezza. Ogni intelligenza è una luna splendente nascosta dietro una nuvola.
La nuvola è la mente: voi siete la non-mente. Quando
non ci sono limitazioni non c’è nemmeno la mente. Come un fiocco di neve scompare in un fuoco ardente, dentro questa energia
del Tutto scompare ogni cosa: frusta, corda, persona e toro.
Ecco le orme dei patriarchi.
Ecco
che scoprite, per la prima volta la fragranza degli Illuminati, il significato
del loro essere, della loro comprensione. Una nuova dimensione dischiude le
proprie porte; chiamatela nirvana, moksha, regno di
dio, chiamatela come vi pare; comunque qualcosa di
assolutamente differente dal mondo che avete conosciuto finora si apre a voi.
9. Raggiungere la Fonte
Troppa
strada si è resa necessaria per tornare alle origini e alla fonte.
Sarebbe
stato meglio essere ciechi e sordi fin dall’inizio!
Restando
nella propria dimora senza curarsi di nulla.
Il fiume
scorre tranquillamente ed i fiori sono rossi.
Commento: Fin dall’inizio la verità è limpida. Librandomi in silenzio osservo le
forme dell’integrazione e della disintegrazione. Chi non è legato alla forma non ha bisogno di essere riformato. L’acqua è smeraldo, la montagna è indaco, e io vedo
ciò che crea e ciò che distrugge.
La ricerca del toro è la ricerca della vita reale, della vita autentica che non
conosce morte. La vita è autentica unicamente quando è
eterna, altrimenti che differenza c’è tra un sogno e ciò che chiamate vita?
La vita, quella reale, non
muore mai. Chi è dunque che muore? Voi morite. L’“Io” muore,
l’ego muore. L’ego è parte della morte, la vita no.
Per cui, se potrete liberarvi dell’ego, avrete piegato
la morte. L’unica cosa che occorre fare mentre si è
alla ricerca del toro è di abbandonare, con il trascorrere del tempo, il
proprio ego. Se
sarete realmente consapevoli, ve ne libererete dopo un solo passo; se
non lo sarete molto, dovrete sbarazzarvene gradualmente.
Un balzo richiede fiducia
e voi non riuscite ad averne. Voi dubitate, siete
stati educati al dubbio. Un giorno però, quando sarete sempre più vicini a casa, quando
la casa sarà proprio di fronte a voi, allora
comprenderete.
Ecco il significato della
fiducia: sarebbe stato meglio essere ciechi e sordi fin dall’inizio.
Ci sono cose che solo voi
potete fare ed altre che possono essere realizzate unicamente
quando voi non siete presenti a farle. Ci sono cose che possono essere
condotte a termine solo con un profondo non-agire: nascita, morte, amore, meditazione. Tutto quanto è bello vi succede:
ricordatelo!
Osservate i fiori sugli
alberi …ed i fiori sono rossi. Gli alberi sono fedeli
a se stessi. Nessun fiore cerca di imitarne un altro: non esiste imitazione, né
competizione, né gelosia.
L’uomo smarrisce la
propria natura autentica a causa del desiderio, dell’imitazione, della gelosia
e della competizione. Tutti cercano di essere qualcun
altro, ed ecco che continuiamo ad allontanarci sempre più dalla fonte
originaria. Tale distanza è in funzione del desiderio.
Dovete essere voi stessi,
senza sforzarvi di essere qualcun altro.
Fin dall’inizio, la verità
non è nascosta. Fin dall’inizio, la verità è proprio di fronte a voi. Fin dall’inizio non esiste nient’altro che la verità.
È in voi qualcosa che non va, non nella verità.
Avete contratto un tale
timore di aprire gli occhi, di vedere la verità, vi siete talmente armonizzati
con la menzogna che per voi scorgere la verità sarà un’esperienza devastante.
Tutta l’immagine che vi siete fatta di voi stessi
crollerà, andrà in frantumi.
Sbarazzatevi di tutti gli
ideali, di tutte le idee su come voi dovreste essere.
Il ‘dovreste’ rappresenta il più grande veleno che
esista. Vivete semplicemente, con naturalezza.
L’acqua è smeraldo e le
montagne sono indaco: accettate i fatti. Vivete con i fatti e non costruite
teorie. Guardate la vostra mente, continua a sfornare
teorie, e non vi consente di accettare nulla, perché continua a pensare: “Le
cose non dovrebbero stare così, ma piuttosto così”. Rimanete a
osservare… dov’è il problema?
Le cose sono come sono e
se accettate questo, se lo comprendete, non occorre fare nient’altro. Siete
tornati a casa! Ogni cosa è conforme alla propria natura, siatelo
anche voi.
10. Nel Mondo
Scalzo e a petto nudo, mi
mescolo alla gente del mondo.
I miei vestiti sono a
brandelli, pieni di polvere,
ed io sono sempre immerso nella beatitudine.
Non adopero alcuna magia
per prolungare la mia vita;
Ora, davanti a me, gli
alberi
diventano vivi.
Commento: Dentro di me, nemmeno migliaia di saggi mi conoscono. La bellezza del
mio giardino è invisibile. Perché si dovrebbero
cercare le orme dei patriarchi? Vado al mercato con la mia bottiglia di vino e
torno con il mio bastone. Visito la bettola e il mercato; chiunque io guardi
diviene Illuminato.
Se si vuole che
l’esistenza sia davvero completa, occorre che il cerchio venga
percorso a ritroso fino a giungere al primissimo passo.
Voi cominciate nel mondo.
Il mondo è il dato di fatto. Quale che sia il luogo dove
cominciate, esso si trova nel mondo. Una cosa è dunque certa: se il
cerchio si è chiuso, il viaggio è terminato e voi siete realizzati, dovete terminare nel mondo. Quando si è a
metà, tutto è sottosopra.
Il mescolarsi con la gente
del mondo costituisce un grande
riconoscimento, la realizzazione del fatto che ciascuno è divino. Ora la
separazione tra mondo e nirvana è scomparsa, ora non
sono più due mondi a sé stanti, ora non esiste più alcuna separazione tra sacro
e profano, ora tutto è sacro o
profano perché tutto è una cosa sola.
Chiamatelo mondo, oppure nirvana: non farà alcuna
differenza.
Ritornato alla pura e
semplice normalità della vita… ...e io
sono sempre immerso nella beatitudine: ovunque io sia la beatitudine
mi circonda. Ora non si tratta più di qualcosa che mi capita, bensì di qualcosa
che è entrato a far parte della mia intrinseca natura. Non avviene più che
talvolta mi senta immerso nella beatitudine e talvolta no; ormai fa parte della mia natura: io sono la beatitudine. E non è questione di prolungare la vita, perchè si vive in
eterno.
La vastità della verità
racchiusa da un essere è tale che nemmeno mille saggi sono in grado di
conoscerla. Non è solo ignota: è addirittura inconoscibile.
Il mistero è l’autentico substrato, l’ultima parola dopo la quale non c’è più
nulla. Non c’è nulla oltre voi. Voi siete l’autentico fondamento su cui si basa
l’esistenza, la vera base del vostro essere. Naturalmente tale base non può
entrare a far parte della conoscenza, in quanto è più profonda della
conoscenza. La bellezza del mio giardino
è invisibile. La si percepisce: la si sente, ma
non la si può conoscere.
Ora nulla è proibito,
nulla viene negato;
ora non esiste nessun no.
Un grande sì vi circonda, ricomprendendo ogni cosa, nessuna esclusa. Nemmeno la bettola è esclusa. Nulla è
escluso, perché il sì è
onnicomprensivo, totale.
Ecco
l’ultima cosa da rammentare: una volta che voi sarete Illuminati, non potrete
imbattervi in qualcuno che non lo sia.
Chiunque voi siate, scoprirete che il mondo è proprio uguale a voi. Nel mondo
continuerete a ritrovare voi stessi. Il mondo è uno specchio: se voi siete
Illuminati, sarete circondati da esseri Illuminati.
Non esiste altra via: sarete circondati da un universo Illuminato. Tutto ciò che esiste, si tratti
di rocce o fiumi, di oceani o di stelle, è costituito
da esseri Illuminati. Dipende da voi trovarvi in un luogo o in un altro. Siete voi a creare il vostro mondo.
Se siete infelici, vivrete
in un mondo infelice. Se sarete Illuminati, vivrete in
un mondo Illuminato. Se dentro di voi la vostra
energia è in festa, anche il Tutto diviene una sinfonia di celebrazione. Voi
siete il mondo!
tratto da:
Osho, La Ricerca La Salamandra Edizioni
Da dove viene la paura? E dove va?
La paura può manifestarsi in varie forme… da un
leggero disagio, a un nodo allo stomaco, fino al
panico, che ti travolge come se si trattasse della fine del mondo. “Qual è il
modo migliore per neutralizzare la paura?” chiede qui un discepolo a Osho.
Tutte
le tue paure sono frutto della tua identificazione. Tu ami una donna e,
nello stesso pacchetto, insieme all’amore arriva la paura: potrebbe lasciarti –
ha già lasciato un altro per mettersi con te. È un
precedente: forse farà la stessa cosa con te. Hai paura,
senti un nodo allo stomaco. Sei troppo attaccato a questa donna.
Non riesci ad accettare
una semplice realtà: sei venuto al mondo solo – eri qui anche ieri, vivevi
senza questa donna, stavi bene e non avevi nessun nodo allo stomaco. Se domani questa donna dovesse lasciarti… perché dovresti
avere un nodo allo stomaco? Sai vivere senza di lei e sarai in grado di farlo.
La paura che domani le cose possano cambiare… Qualcuno potrebbe
morire, tu potresti fare bancarotta… magari ti licenziano. Sono migliaia le
cose che potrebbero cambiare. Senti il peso di un’infinità di paure e nessuna
di esse è giustificata; anche in passato eri pieno di
tutte queste paure, che sono inutili: molte cose sono cambiate, ma tu sei
ancora vivo. E l’uomo ha un’immensa capacità di adattamento
a qualsiasi situazione.
Si dice
che solo l’uomo e lo scarafaggio abbiano questa immensa capacità di adattamento
a qualsiasi situazione. Ecco perché, dovunque trovi un uomo, trovi
anche uno scarafaggio e dovunque trovi uno scarafaggio, trovi anche un uomo. Procedono insieme, tra loro esistono delle analogie. Perfino
in luoghi lontani come il Polo Nord o il Polo Sud… Quando l’uomo raggiunse
questi luoghi, si accorse improvvisamente di aver portato con sé alcuni
scarafaggi – in perfetta salute, vitali e in grado di riprodursi.
Se ti guardi intorno, vedi
che l’uomo vive in migliaia di climi e in situazioni geografiche diverse, in
situazioni sociologiche e politiche e religiose diverse – eppure riesce sempre
a sopravvivere. È sopravvissuto per secoli… le situazioni cambiano
continuamente e l’uomo continua ad adattarsi.
Non hai niente da temere. Se anche il mondo finisse… e allora? Tu finiresti con il
mondo. Pensi forse che, alla fine del mondo, ti ritroverai – tutto solo – su
un’isola? E comunque non preoccuparti: ci sarà sempre qualche
scarafaggio a farti compagnia!
Se il mondo finisce, qual è
il problema? Molte volte mi hanno fatto questa
domanda, ma qual è il problema? Se il mondo finisce,
finisce. La sua fine non creerà alcun problema. Noi non saremo
più qui, saremo finiti insieme al mondo.
Non ci sarà più nessuno a
preoccuparsi. Sarebbe davvero la
massima liberazione dalla paura.
La fine del mondo
significa la fine di ogni problema, la fine di ogni
disagio, la fine di ogni nodo nello stomaco. Nella fine del mondo io non vedo
alcun problema! Ma so che voi tutti siete pieni di
paura.
Il motivo è sempre lo
stesso: la paura è una manifestazione della
mente. La mente è codarda – deve essere codarda perché
non ha alcuna sostanza – è totalmente vuota, perciò ha paura di tutto. La paura
fondamentale della vostra mente è che un giorno voi possiate diventare
consapevoli. Quella sarebbe realmente la fine del mondo!
La paura fondamentale
della vostra mente non è la fine del mondo, ma è la possibilità che voi diventiate consapevoli, che entriate in uno stato meditativo
– nel quale la mente scompare – ecco la paura di fondo! A causa di questa
paura, la vostra mente vi tiene lontani dalla meditazione e crea in voi un
certo conflitto verso una persona come me –
una persona che tenta di diffondere la
meditazione, di mostrarvi la via della consapevolezza e dell’essere testimone.
La vostra mente è mia antagonista – e non senza motivo: la sua paura è davvero fondata. Forse non ne siete consapevoli,
ma la vostra mente è terrorizzata dall’avvicinarsi a qualsiasi cosa possa creare in voi
una maggiore consapevolezza. Sarebbe l’inizio della
fine per la mente. Sarebbe la morte per la mente.
Ma il vostro essere interiore non ha niente da temere. La morte della mente è la sua
rinascita, l’inizio per voi di una vita reale. Dovreste essere felici, di
fronte alla morte della mente dovreste rallegrarvi, poiché non potreste godere di una libertà maggiore. Nient’altro potrebbe darvi
le ali per volare alti nel cielo, nient’altro potrebbe far sì che tutto il
cielo sia vostro.
La mente è una prigione.
Consapevolezza è uscire
dalla prigione – ossia riconoscere di non essere mai stati in prigione, di aver
soltanto pensato di esserci. E tutte le paure
scompariranno. Io vivo nel vostro stesso
mondo, ma non ho mai provato paura, neppure per un istante, poiché nulla
mi può essere sottratto. Certo, potrei essere ucciso – in tal caso starei a guardare ciò che accade. Perché colui
che viene ucciso non sono io, non è la mia consapevolezza.
Nella vita umana la
consapevolezza è la scoperta più grande, il tesoro più prezioso. Senza la consapevolezza sei destinato a vivere nelle tenebre, pieno
di paure. E continuerai a crearti paure sempre
nuove – all’infinito. Vivrai nella paura, morirai nella paura
e non sarai mai in grado di gustare neppure un minimo di libertà. Ma è questo – da sempre
– il tuo potenziale: avresti potuto rivendicarlo in qualsiasi momento… non
l’hai mai fatto. È una responsabilità solo tua.
tratto
da:
Osho, Oltre
la psicologia #5 Oshoba
ed.
La paura può essere anche utile, ma…
La paura è
innata, un fattore intrinseco alla natura umana, ed è qualcosa di essenziale. Senza la paura non saresti
affatto in grado di sopravvivere. La paura è normale. Proprio grazie
alla paura eviterai di mettere la mano su una fiamma. Grazie alla paura terrai
la destra, o la sinistra, sulla strada, a secondo di
quelle che sono le leggi del paese. Grazie alla paura eviti di prendere veleni.
Grazie alla paura quando il camionista suona il clacson, ti togli di mezzo.
Se il bambino non ha paura non c’è
alcuna possibilità che possa sopravvivere. La sua paura è un mezzo per
proteggere la vita. Ma a causa di questa tendenza naturale a proteggersi… e in
questo non c’è niente
di sbagliato, hai il diritto di proteggerti. Hai una vita preziosa da
proteggere, e la paura ti è di aiuto. La paura è
intelligenza. Solo gli idioti non hanno paura, gli imbecilli non hanno paura: è per questo che hanno bisogno di essere protetti,
altrimenti si brucerebbero o salterebbero giù dal tetto o si butterebbero in
mare senza saper nuotare… potrebbero fare qualsiasi cosa. La paura è
intelligenza: quando vedi un serpente attraversare il sentiero davanti ai tuoi
piedi, tu salti via. Questo non è essere vigliacchi, è
semplice intelligenza.
Ma c’è un’altra possibilità… La paura può diventare anormale,
patologica. Allora hai paura di cose di cui non c’è da aver paura
– anche se puoi trovare buoni motivi persino per paure anormali. Ad
esempio, qualcuno ha paura di entrare in una casa. Con la logica, non puoi
provare che ha torto. Ti dice: “Che garanzia c’è che la casa non crollerà?”
Qualcun altro ha paura di viaggiare in treno perché ci sono i disastri
ferroviari. Qualcun altro ancora ha paura di andare in
macchina, perché ci sono gli incidenti stradali. Ed altri hanno paura
degli aerei… Se hai questo genere di paure, non è affatto
una cosa intelligente.
Allora dovresti anche aver paura del tuo letto, perché quasi
il novantasette per cento della gente muore nel suo letto, quindi quello è il posto più pericoloso in cui stare.
Osho
Cosa fare con la paura?
Osho, non ne
posso più di continuare a farmi guidare dalla paura. Si può arrivare a
dominarla o a ucciderla? E
come?
Non
può essere uccisa,
non può essere dominata, può solo essere compresa. La
parola chiave qui è comprensione. Solo il comprenderla – null’altro – può
creare una trasformazione. Se cerchi di dominare la paura, essa rimarrà là,
semplicemente repressa, magari a una profondità tale
da renderla completamente inconscia. A quel punto non ne sarai mai più
consapevole, eppure lei continuerà a vivere laggiù – in cantina – e
continuerà a influenzarti. Potrà dirigerti e
manipolarti, ma in modo così indiretto che non ne sarai consapevole. Il
pericolo, allora, sarà più intenso: non sarai nemmeno in grado di scorgerlo.
Perciò non si tratta di dominare
la paura, o di ucciderla. Ucciderla non è possibile, perché essa contiene una
certa quantità di energia, e l’energia non può essere
distrutta. Hai mai notato com’è grande l’energia che hai
quando hai paura? E la stessa cosa accade con la rabbia; entrambi sono aspetti dello stesso fenomeno. La rabbia è aggressiva mentre la paura è non-aggressiva. La paura è lo
stato negativo della rabbia; la rabbia è lo stato positivo
della paura. Hai mai osservato come diventi forte e potente quando sei
arrabbiato – quanta energia hai?
Oppure, quando hai paura,
corri così veloce da far invidia persino a un
olimpionico. La paura crea energia: la paura è
energia, e l’energia non può essere distrutta. Nemmeno un briciolo di energia può essere rimossa dall’esistenza. Devi
continuare a ricordartelo, perché altrimenti finisci col fare qualcosa di
sbagliato. Non puoi distruggere nulla, tutto ciò che puoi
fare è cambiarne la forma.
Non puoi distruggere una
goccia d’acqua: puoi trasformarla in ghiaccio, puoi farla evaporare, ma
continuerà a esistere. Da qualche parte rimarrà,
perché non può essere eliminata dall’esistenza.
Allo stesso modo non puoi
distruggere la paura. E nel corso dei secoli la gente
ha cercato di fare proprio questo: eliminare la paura, eliminare la rabbia,
eliminare il sesso, eliminare l’avidità – eliminare questo e quello. Tutti ci
hanno provato, senza sosta, e qual è il risultato? L’uomo è nel caos. Nulla in
realtà è stato eliminato, è ancora tutto lì: è nata solo
una gran confusione. Non occorre eliminare nulla, perché comunque
nulla può essere distrutto. E allora cosa si può fare?
La paura va compresa. Che cos’è? Come nasce? Da dove proviene? Cosa
ti sta dicendo? Osservala – senza alcun giudizio – solo
allora sarai in grado di comprendere.
Che cos’è la paura? Per prima
cosa, la paura è sempre collegata a un desiderio. Vuoi
diventare famoso, l’uomo più famoso del mondo: c’è
paura. E se non ci riuscissi? Nasce la paura. La paura
sorge come sottoprodotto del desiderio – per esempio se vuoi diventare l’uomo
più ricco del mondo. E se non ce la facessi? Inizi a
tremare; nasce la paura. Hai una donna… e hai paura, perché domani potresti non
possederla più, potrebbe andarsene con un altro. È viva, può lasciarti. Solo una donna morta non ti lascerà,
e invece lei è ancora viva. In realtà puoi possedere
solo un cadavere, in quel caso non ci sarà alcuna paura, il cadavere starà lì
per sempre. Puoi possedere dei mobili… non ci sarà
alcuna paura. Ma se cerchi di possedere un essere
umano, nasce la paura. Chi lo sa? Ieri lei non c’era, oggi è tua
ma domani chissà, potrebbe appartenere a qualcun altro. Ecco la paura.
La paura nasce dal desiderio di possesso, è un
sottoprodotto. Vuoi possedere, ed ecco la paura. Se
non volessi possedere nulla, non ci sarebbe alcuna paura. Se non avessi il
desiderio di essere questo o quello nel futuro, la
paura non esisterebbe. Se non volessi andare in
paradiso, non nascerebbe alcuna paura: il prete non potrebbe spaventarti. Se non vuoi andare da nessuna parte, nessuno può farti paura.
Se inizi a vivere nel
momento, la paura svanisce. La paura passa attraverso il desiderio.
Fondamentalmente, è il desiderio a creare la paura. Osserva. Quando hai paura,
guarda da dove proviene, qual è il desiderio che la sta provocando, e poi vedi come è futile.
La paura nasce sempre da
qualcosa d’altro. Dovrai osservare queste altre cose, e l’atto stesso
dell’osservare comincerà a cambiarle. Quindi non
chiedere come si fa a dominarla o a ucciderla. Non deve essere dominata, non deve essere uccisa. Non può essere
dominata e non può essere uccisa. Può solo essere
compresa. Lasciati guidare unicamente da questa comprensione.
tratto
da:
Osho, The Heart Sutra
La paura di essere soli
Nessuno vuole essere solo. Tutti vogliono far
parte di una folla, appartenere a un qualche gruppo –
e non a uno solo, a molti… Si fa parte di un credo religioso, di un partito
politico, del Rotary Club… ed esistono un mucchio di
altri piccoli gruppi di cui fare parte. Vuoi avere un sostegno per ventiquattr’ore al giorno perché
il falso, quando è privo di supporto, non sta in piedi. Appena sei da solo,
inizi a sentire uno strano folle timore.
…non è solo una tua paura,
è una paura che hanno tutti. Perché
nessuno è ciò che l’esistenza aveva deciso che fosse. La società, la
cultura, la religione, l’educazione hanno cospirato,
tutte insieme, contro dei bambini innocenti. Il bambino è indifeso, ha bisogno degli altri, e loro hanno tutto
il potere: riescono a fare di lui tutto ciò che vogliono. Non permettono che il
bambino sviluppi il suo destino naturale. Fanno ogni sforzo per trasformare
l’essere umano in un oggetto, in uno strumento. Lasciando crescere il bambino per conto suo, non si può mai essere
sicuri che diventi di una qualche utilità per gli interessi costituiti;
e la società non è pronta ad assumersi
questo rischio. Prende possesso del bambino e inizia a plasmarlo in
qualcosa di utile alla società. In un certo senso
uccide la sua anima, e gli fornisce una falsa identità, in modo che non si accorga nemmeno della mancanza dell’anima – della sua
essenza. Però questa falsa identità è un sostituto
utile solo se rimani all’interno della stessa folla che te l’ha data. Nel
momento in cui ti trovi da solo, il falso comincia a disgregarsi e il reale –
prima represso – ricomincia a esprimersi. Da ciò nasce
la paura di stare da soli.
… avevi creduto di essere qualcuno, e improvvisamente, in un momento di
solitudine, cominci a vedere che non lo sei. Questo ti fa venir paura: ma
allora chi sei?
Osho
“Quasi tutte le persone che ho incontrato
hanno paura della vita. Abbandona ogni paura della vita… ci sono solo due
possibilità: o vivi o hai paura – sei tu che scegli. E cosa c’è da avere paura? Non hai nulla da perdere. E hai tutto da guadagnare. Abbandona tutte le paure e
buttati a capofitto nella vita.”
“La paura della morte non è paura della morte, è paura di rimanere irrealizzati.
Morirai, e nella tua vita non avrai sperimentato nulla, né maturità, né
crescita, né fioritura. Sei arrivato a mani vuote, e te ne andrai
a mani vuote.
Questa è la vera paura!”
Fai luce…
nel buio delle tue paure
Coraggio
significa
entrare nell’ignoto, nonostante tutte le tue paure. Coraggio non significa
assenza di paura. L’assenza di paura arriva
se continui a essere sempre più coraggioso. È
questa l’esperienza ultima del coraggio – sei senza paura: è questa la caratteristica quando il coraggio diventa totale. Ma all’inizio non c’è molta differenza fra un codardo ed un
coraggioso. L’unica differenza è che il codardo ascolta le sue paure e le
segue, mentre chi ha coraggio le mette da parte, e va avanti. Il coraggioso procede nell’ignoto malgrado tutte le sue
paure. Egli riconosce le paure, sa che sono lì.
Voi avete esagerato le
vostre paure. Imparate a osservarle e semplicemente
guardandole inizieranno a diventare più piccole. Voi non le avete mai
osservate… siete scappati dalle vostre paure; vi siete creati delle difese contro di loro… invece di guardare la paura
dritto negli occhi. Non c’è assolutamente nulla da temere,
c’è solo bisogno di un po’ di consapevolezza in più. Quindi,
quale che sia la tua paura, afferrala – prendila e osservala attentamente, proprio nello stesso modo
in cui uno scienziato osserva qualcosa. E resterai
sorpreso: comincerà a sciogliersi, come neve al sole. Quando
avrai finito di esaminarla tutta, sarà già sparita. E quando, senza paura
alcuna, c’è libertà… è
una tale benedizione che non ci sono parole per esprimerla.
La paura accettata diventa libertà, la paura negata, rifiutata, condannata, diventa
senso di colpa. Se tu accetti la paura come parte
della situazione… è una parte della
situazione.
L’uomo è una parte, una parte così piccola, minuscola, e il tutto è incredibilmente
vasto – una goccia, una piccolissima goccia, e il tutto è l’oceano intero. Così
nasce la paura: ‘Potrei perdermi nel tutto, potrei
perdere la mia identità’. Questa è la paura della
morte. Tutte le paure sono paura della morte. E la paura della morte è la paura dell’annullamento. Un uomo
che vive nella paura sta sempre tremando nel suo
intimo. È continuamente sul punto di impazzire perché la vita è immensa, e se
tu hai sempre paura…
E ci sono paure di ogni genere. Puoi farne un elenco lunghissimo, ti
sorprenderà vedere quante paure esistono – ma tu sei
ancora vivo! Ci sono infezioni, malattie, pericoli, rapimenti, terroristi… e la vita è così
breve. E alla fine c’è la morte – che non puoi
evitare. Tutta la tua vita diventerà buia. Abbandona la paura! Hai assimilato la paura nella tua infanzia, inconsapevolmente; ora
consapevolmente lasciala andare, sii maturo. E allora la vita può
diventare una luce, che diventa sempre più forte mano a mano
che tu cresci. È la comprensione il segreto della trasformazione. Cerca di
comprendere un po’ meglio i tuoi sentimenti
e le tue emozioni: ognuno di essi ha il proprio
posto nell’armonia totale del tuo essere. Ma noi siamo stati tenuti all’oscuro delle nostre
potenzialità – di tutte le nostre dimensioni.
…La paura è come il buio. Cosa puoi fare direttamente contro il buio? Non puoi semplicemente liberartene, non lo puoi buttare via. Non
c’è niente da fare con il buio, se non portare luce nella situazione. Ogni
relazione con il buio passa attraverso la luce.
Se vuoi il buio, spegni la
luce – se non vuoi il buio, accendi la luce. Ma dovrai
fare qualcosa con la luce, non direttamente con il buio.
Osho
Sulla soglia dell’ignoto
Se non sai esattamente cosa ti fa paura, allora è
un 'buon' tipo di paura — significa che sei sulla
soglia dell'ignoto. Quando la paura ha un obiettivo
specifico, è una paura comune. Hai paura della morte — è una paura
molto comune, istintiva; non è nulla di speciale, di straordinario. Se hai paura della vecchiaia o delle malattie, sono paure
comuni... normali, che conoscono tutti. La paura speciale è quella che non ha
un oggetto, quella per cui non riesci a trovare alcuna
ragione — quella riesce veramente a spaventarti. Se
puoi trovare una ragione, la mente sarà soddisfatta. Se sai
il perché, la mente avrà una spiegazione a cui aggrapparsi. Tutte le
spiegazioni servono come giustificazioni, non servono
ad altro.
Quando hai una giustificazione
razionale, sei soddisfatto. Ecco perché la gente va dallo
psicoanalista: per avere delle spiegazioni. Anche
una spiegazione stupida è meglio di niente, è qualcosa a cui aggrapparsi. Hai
paura... non chiederti il perché.
Osho
Rabbia:
una maniera per nascondere la paura?
Perché la gente si arrabbia con te? Non sono arrabbiati con te, in realtà hanno paura di te. E per nascondere la paura devono esprimere, proiettare rabbia. La rabbia nasconde sempre
la paura. La gente usa strategie di ogni genere. Ci
sono persone che ridono solo per fermare le lacrime. Ridendo ti dimentichi,
loro si dimenticano… e le lacrime rimangono nascoste.
Nella rabbia, la loro paura rimane nascosta.
È
la paura che
tiene la gente chiusa. Certe persone non ti sentono, perché hanno paura di
ascoltare. E la loro rabbia è in realtà paura che sta a
testa in giù. Solo una persona piena di paure si arrabbia con facilità. Se non si arrabbiasse, saresti in grado di vedere la sua
paura. La rabbia è una copertura. Arrabbiandosi, lui cerca di spaventare te:
prima che tu possa renderti conto della sua paura, cerca di spaventarti.
Capisci
questo semplice meccanismo
psicologico? Non vuole che tu ti accorga che ha paura.
L’unico modo è di far paura a te: allora lui sarà a suo agio. Tu hai paura, lui
non più: non c’è nulla da temere da un uomo che ha paura. La loro rabbia è un
tentativo di ingannare se stessi. Non ha nulla a che
fare con te. Ma ricordati sempre che la rabbia mostra solo
la paura: la rabbia è paura a testa in giù. Dietro la rabbia c’è sempre la paura – a paura è l’altra faccia della rabbia. Quando sei spaventato, l’unico modo di nasconderlo
è di arrabbiarti, perché la paura ti metterebbe allo scoperto.
La rabbia creerà uno
schermo intorno a te, dietro al quale ti
potrai nascondere.
Osho
Non
farti fermare dalla paura
Ci sono le paure e c'è quell’impulso costante di
andare avanti nella tua ricerca. Io spero che non saranno le paure a vincere,
perché chi vive in base alla paura, non vive affatto:
è già come morto. La paura fa parte della morte, non della vita. La vita è
rischio, avventura, andare nell'ignoto. Quindi cerca
di comprendere le tue paure. E ricordati di una cosa:
non dare loro sostegno, perché sono tue nemiche.
Dai sostegno a ciò che c'è in te di
vivo, accendilo di un fuoco che bruci tutte quelle paure in modo da poter
continuare nella tua ricerca.
Osho
“Fondamentalmente
esiste solo una paura. Tutte le altre piccole paure sono prodotti collaterali
della paura principale che l’essere umano porta dentro
di sé.
La
paura è quella di perdersi. Può accadere con la morte o in amore, ma la paura è
la stessa: hai paura di perderti. E la cosa più strana
è che hanno paura di perdere se stessi solo quelli che
non hanno se stessi. Chi ha se stesso non ha paura. In effetti si tratta della paura di essere smascherati. Non
hai nulla da perdere – credi soltanto di avere qualcosa da perdere.”
..anche se si è solo un’umile mucca
Prendendo
spunto da una storia che ha dell’incredibile scopriamo i vari passi verso la
verità.
Osho, quali
sono le cose veramente importanti per chi sta cercando la verità?
Ogni bambino nasce con il desiderio innato di
ricercare la verità. Non è qualcosa che deve imparare o che arriva solo più
avanti nella vita. ‘Sono, ma non so chi sono’: questa semplice verità porta naturalmente a farsi
delle domande. ‘Devo conoscere la realtà del mio essere’: non è una semplice curiosità.
Si può dividere il mondo
in tre gruppi distinti, o categorie: ci sono gli oggetti che sono
ma non sanno di essere – non hanno alcuna base per un’esplorazione della
realtà. Sono chiusi, la loro esistenza è priva di ogni
apertura. Poi ci sono gli animali, che sanno di esistere ma
non hanno l’intelligenza di chiedersi chi sono; sono aperti verso il mondo ma
non hanno l’intelligenza di guardarsi intorno e vedere le stelle e il cielo,
gli uccelli e gli alberi. Che abbiano delle ‘finestre’ sul mondo – chiuse o aperte che siano – non fa molta
differenza.
Ogni tanto c’è un animale molto raro che usa una di queste
finestre. Nell’ashram di Shri
Ramana Maharshi… È stato
una delle persone più significative di questo secolo. Non ha lasciato un vasto
insegnamento: ecco perché non è conosciuto alla stregua di George Gurdjieff
o di J. Krishnamurti. Il suo nome non è conosciuto nemmeno quanto quelli di Sri Aurobindo o di P.D.Ouspenski che erano solo degli insegnanti, profondi sì,
ma non dei veri mistici.
Ramana Maharshi
era una sorgente profonda di energia. Ogni mattina era
solito sedersi coi i suoi discepoli in meditazione, un
satsang
– una profonda comunione silenziosa. Non parlava molto, a
meno che qualcuno gli facesse una domanda. E
anche allora la risposta era brevissima: densa di significato, certo, ma
bisognava cercarlo in profondità. Non dava spiegazioni. I suoi scritti si
limitano a due o tre libretti.
Il suo insegnamento
consisteva soprattutto nel sedersi in comunione silenziosa con i discepoli.
Ovviamente, solo poche persone ne hanno tratto beneficio. Si incontrava
con queste persone ogni mattina, sedendo in meditazione, e una mucca si
avvicinava dall’esterno, infilava la testa nella finestra e restava fino alla
fine del satsang. Questo è andato avanti per anni. La
gente andava e veniva, arrivavano persone nuove, ma la mucca era sempre là… e
sempre all’ora giusta, mai in ritardo.
Un giorno non si fece
vedere e Shri Ramana disse:
“Oggi non possiamo tenere il satsang, perché il mio
vero pubblico non è presente. Ho paura che
la mucca sia molto malata, o
addirittura morta, devo andare a cercarla”. Vivevano su di una montagna nel sud dell’India, Arunachala. La mucca apparteneva a un povero taglialegna che viveva nelle vicinanze. Ramana lasciò il tempio dove si tenevano gli incontri, andò dal taglialegna e chiese: “Che è
successo? Oggi la mucca non è venuta al satsang”.
Il taglialegna rispose: “È
molto malata e ho paura che stia morendo, ma continua a guardare verso la
porta, come se stesse aspettando qualcuno. Forse sta aspettando te, per vederti
un’ultima volta. Forse è proprio per questo che rimane in questo mondo ancora
per un po’ di tempo”.
Ramana entrò e c’erano lacrime
negli occhi della mucca. Morì contenta, con la testa in grembo a Ramana Maharshi. È tutto accaduto
in questo secolo; Ramana la dichiarò illuminata, e
disse alla sua gente di preparare un bel monumento alla sua memoria.
Che un essere umano si illumini è raro… è quasi impossibile che accada a un
animale, ma questa mucca si era realizzata. Non dovrà nascere un’altra volta.
Partendo dal corpo di una mucca, ha sorpassato completamente il mondo degli
esseri umani, è saltata più avanti e si è unita direttamente ai buddha. Una cosa simile accade una volta ogni tanto, casi
rarissimi, ma non può essere considerata la regola, sono eccezioni.
Gli
oggetti sono, ma non sanno di essere. Gli animali sono, sanno di essere, ma non hanno l’intelligenza di chiedersi chi
sono. E non c’è da meravigliarsene: ci sono anche milioni di esseri
umani che non si pongono mai questa domanda – è questa la terza categoria.
L’uomo
esiste, è consapevole di essere, e ha la capacità
innata di indagare sulla sua essenza. Non è qualcosa da imparare, una questione
di educazione, non è una qualità da coltivare: la
ricerca nasce con te. Tu sei la ricerca.
La società ti distrugge.
Ha modi e mezzi molto sofisticati per distruggere la
tua ricerca, per eliminare dal tuo essere questa domanda, o almeno nasconderla.
Il metodo usato è questo: prima ancora che il bambino inizi a chiedersi ‘Chi sono?’…gli viene fornita la risposta. Qualsiasi risposta che
venga data prima che nasca la domanda, non ha alcun
senso: diventa solo un inutile fardello.
Gli dicono
che è anima, che è spirito, che non è un corpo, che non è materiale. Oppure,
nei paesi comunisti, gli dicono che è un corpo, che è
solo materiale, e che nel passato, per paura e per ignoranza, la gente ha
creduto che esistesse l’anima, ma era solo una superstizione. In entrambi i
casi, al bambino viene
data una risposta che non aveva richiesto. La sua mente è pura, delicata…
e lui si fida di sua madre, di suo padre: non ha
motivo di non fidarsi.
Inizia il suo viaggio
credendo a ciò che gli è stato detto, e credere uccide ogni ricerca autonoma.
Acquista conoscenze sempre maggiori. Poi arriva l’istruzione, arriva l’educazione religiosa, e non c’è più fine
all’accumulo di nozioni. Ma sono tutte inutili, e non solo inutili, velenose,
perché il primo passo in sé è sbagliato: non ha fatto nessuna domanda, e già la
risposta gli viene inculcata nella mente… e il bambino
continua a collezionare sempre più risposte. Si è dimenticato ormai completamente che qualsiasi risposta che
non sia una scoperta, che non nasca da questa fondamentale domanda, non ha
alcun senso.
Perciò
l’unica qualità necessaria a un ricercatore della
verità è quella di non credere, di non essere un credente: essere pronto a
rimanere in
uno stato di ignoranza piuttosto che
diventare pieno zeppo di nozioni, perché almeno questo ‘non sapere’
è naturale, semplice, innocente.
E a
partire da questo c’è la possibilità, anzi quasi la certezza, che nasca
la domanda fondamentale, che questo viaggio
di scoperta possa iniziare. Invece, con tutto questo sapere,
sei perso in una giungla di parole, teorie, dottrine, dogmi. E ci sono
tante cose che si contraddicono tra di loro, per cui
diventi sempre più confuso… sempre più pieno di conoscenze e sempre più
confuso.
Per quanto mi riguarda, la
cosa fondamentale per un ricercatore della verità è di riuscire a togliersi da
tutti i sistemi di opinioni preconcette, di credenze,
da tutta questa conoscenza presa in prestito; in altre parole, avere il
coraggio di non sapere piuttosto che possedere della conoscenza che in realtà
non gli appartiene. Il non sapere ha una sua bellezza; almeno è tuo, autentico,
sincero. È nato con te. È il tuo stesso sangue e le tue
stesse ossa.
Tutto
questo sapere è brutto, è solo spazzatura che ti è stata riversata addosso da
altri, e ora ne porti il fardello. E il suo peso è
tale che non avrai alcuna opportunità di indagare
sulla verità per conto tuo. Tutto questo sapere che hai accumulato ti darà automaticamente
la risposta. Se hanno riempito la tua mente con la Bibbia, allora
la domanda troverà risposta nella Bibbia. Se ti hanno
insegnato i Veda, la risposta arriverà dai Veda. Sempre e comunque da qualcosa di esterno a te: non sarà una scoperta
tua. E se non è una tua scoperta, non ti appartiene.
La verità ti libera perché
è una tua scoperta. Ti rende veramente un uomo, altrimenti resti al livello di
un animale: sei ma non sai chi sei.
La ricerca della verità è in effetti la ricerca del tuo essere autentico. Quando hai raggiunto il tuo essere
più profondo, sei anche entrato nell’essenza del tutto; perché alla periferia
siamo diversi, ma al centro ci incontriamo, siamo una
cosa sola. Prova a tracciare molte linee dalla circonferenza di un cerchio fino
al centro: alla circonferenza quelle linee hanno una certa distanza tra di loro, ma puoi vedere che, man mano che si avvicinano
al centro, questa distanza scompare.
Al centro siamo un unico
essere. Ma sulla circonferenza, alla periferia
dell’esistenza, sembriamo separati.
E conoscere la verità del
tuo essere vuol dire conoscere la verità del tutto.
Solo una qualità è
importante, un unico coraggio: quello di non avere paura di essere
ignoranti. Su quel punto non ci possono essere compromessi: non puoi usare conoscenze non tue, e che hanno ben poco valore,
per nasconderti dietro una maschera da uomo saggio. Adesso basta! Sii puro e naturale, e da quella purezza, naturalezza – l’innocenza
di non sapere – nascerà inevitabilmente la tua ricerca.
Ogni essere umano
cercherebbe la verità, se la società non interferisse con i bambini. I bambini sono il gruppo più oppresso, danneggiato, sfruttato, manipolato di
tutti – sono i più indifesi.
Stai approfittando della
vulnerabilità dei bambini piccoli. Ma non sei tu il
responsabile. La stessa cosa è stata fatta anche a te. È difficile decidere chi
è stato il responsabile all’inizio. Ma per quanto indietro andiamo, la
situazione è sempre stata questa: ogni generazione manipola, corrompe la nuova
generazione, e se qualcuno vuole impedirlo, viene
condannato come ‘corruttore della gioventù’.
Socrate è stato condannato
per aver corrotto la gioventù, quando tutto ciò che stava facendo era una cosa
semplicissima: aiutare i suoi discepoli a rimuovere un sapere che era solo
preso a prestito – aiutarli a essere se stessi, per
poi poter ‘conoscere se stessi’. Se
c’è una persona che è stata sinceramente al servizio della verità quella è
Socrate. Eppure fu condannato dal tribunale, dalle
leggi – da chi aveva il potere – fu condannato per corruzione, per aver
corrotto le menti dei giovani.
Stranamente, e proprio
nella terra di Socrate, sono stato condannato anch’io per aver corrotto le
menti delle persone. Sembra che questa tecnologia della ‘corruzione’ si sia
immensamente evoluta negli ultimi duemila anni: a Socrate ci
è voluta tutta una vita per corrompere, mentre io sono rimasto in Grecia
solo due settimane! E già l’arcivescovo locale
minacciava di bruciare la mia casa, di lapidarmi a morte.
Perché hanno tanta paura? Perché
sanno perfettamente che dicono cose senza alcun fondamento: se qualcuno mostra
ai giovani che la loro conoscenza è infondata, che tutte le loro risposte sono
false – perché non si pongono neanche le domande: stanno solo ripetendo a
pappagallo, senza alcuna comprensione reale di ciò che dicono – e basta un
minimo di intelligenza per comprenderlo
immediatamente… È corruzione di giovani questa?
Portare le persone a
cercare la verità, è forse corruzione?
Ma questo sembra essere il crimine
più grave nel mondo in cui – sfortunatamente – stiamo vivendo.
tratto
da:
Osho, Beyond Psychology #31
La Vita, La
Scala e la Via
Gurdjieff spiega come la via che porta alla verità
inizia dalla vita, quella di tutti i giorni, ma è necessaria una grande attenzione per scoprire, ogni volta, cosa ti può
portare al passo successivo. E non solo…
L’uomo vive la sua vita
sottomesso alla legge dell’accidente e sotto due tipi di influenze che
dipendono ancora dall’accidente.
Le influenze della prima specie
sono create nella vita stessa o dalla vita stessa.
Sono le influenze della razza, della famiglia, dell’educazione, della società, della professione, delle maniere,
dei costumi, dell’agiatezza, della povertà, delle idee correnti e così via. Le
influenze della seconda specie sono create invece al di fuori di questa vita,
sono le influenze che ci giungono dal centro interiore o esoterico
dell’umanità; in altre parole, esse sono state create sotto altre leggi, benché su questa terra. Queste
influenze differiscono dalle prime, soprattutto in quanto esse
sono coscienti alla loro origine. Ciò significa che esse sono state create
coscientemente da uomini coscienti, per scopi determinati. Le influenze di
questa specie prendono abitualmente corpo sotto forma di dottrine o di insegnamenti religiosi, di sistemi filosofici, di opere
d’arte e così via.
Queste influenze sono
lanciate nella vita per uno scopo definito, ed esse si mescolano alle influenze
della prima specie. Ma occorre ricordare che queste
influenze sono coscienti soltanto alla loro origine. Allorché
esse arrivano nel vortice generale della vita, cadono sotto la legge
dell’accidente e cominciano ad agire meccanicamente; in altri termini, esse
possono agire o non agire su un dato uomo; esse possono raggiungerlo o non
raggiungerlo. Subendo nella vita, a causa della trasmissione o della interpretazione, ogni sorta di cambiamenti e di
alterazioni, le influenze della seconda specie si riducono a influenze della
prima specie, vale a dire si confondono in un certo senso con esse.
Se ci pensiamo, vedremo che
non è difficile distinguere le influenze create nella vita dalle influenze la
cui sorgente si trova al di fuori della vita. Numerarle, fare un catalogo delle
une e delle altre non è possibile. Occorre comprendere;
e tutto dipenderà dalla nostra comprensione. Ci domandiamo dove comincia la
via. L’inizio della via dipende precisamente da questa comprensione o dalla
capacità di distinguere le due specie d’influenze. La loro ripartizione,
naturalmente, è ineguale. Un certo uomo è meglio accordato alle influenze la
cui sorgente è al di fuori della vita, ed egli ne riceve maggiormente; un altro
ne riceve meno, un terzo ne è pressoché isolato.
Questo è inevitabile. Si tratta già del destino. Parlando in generale e considerando
l’uomo normale che vive in condizioni normali, essendo queste condizioni più o meno le stesse per tutti, si può dire che le
difficoltà sono uguali per tutti. La difficoltà consiste nel separare i due
tipi di influenze. Se un uomo, quando le riceve, non
le separa, non vede e non sente la loro differenza, anche l’azione che esse
esercitano su di lui non sarà separata, cioè, esse
agiranno nello stesso modo, sullo stesso livello, e produrranno gli stessi
risultati. Ma se l’uomo, nel momento in cui riceve queste influenze, comincia a operare una discriminazione e a tenere a parte quelle che
non sono create dalla vita stessa, allora gli diviene gradatamente più facile
separarle, dopo un certo tempo, non può più confonderle con le influenze
ordinarie della vita.
I risultati delle
influenze la cui sorgente si trova al di fuori della vita, si raccolgono dentro
di lui, egli li ricorda tutti assieme, li sente tutti assieme. Questi risultati
cominciano a formare in lui un certo insieme; egli non si rende conto chiaramente di che cosa si tratta,
non scorge né il perché né il come, o se cerca di dare una spiegazione a se
stesso, la sua spiegazione è sbagliata. Tuttavia
l’essenziale non è qui, ma nel fatto che, accumulandosi, i risultati di queste
influenze formano in lui progressivamente, un centro magnetico, che attira
tutte le influenze apparentate e, in tal modo, cresce. Se il centro magnetico
dell’uomo riceve un nutrimento sufficiente e se gli altri lati della sua
personalità, che risultano dalle influenze create
dalla vita, non offrono una forte resistenza, il centro magnetico comincia
allora a influire sul suo orientamento, obbligandolo a un capovolgimento e
anche a muoversi in una certa direzione. Quando il suo centro magnetico ha acquistato una forza e uno
sviluppo sufficienti, un uomo comprende già l’idea della via e comincia a
cercare. La ricerca della via può durare parecchi anni e non condurre a niente.
Ciò dipende dalle condizioni, dalle circostanze, dal potere del centro
magnetico, dal potere e dalla direzione delle tendenze interiori che non sono affatto interessate a questa ricerca, e che possono
distogliere l’uomo dal suo scopo nel preciso momento in cui appare la
possibilità di trovar la via.
Se il centro magnetico
lavora come si deve e se un uomo cerca realmente, oppure anche se, al di fuori di ogni ricerca attiva, egli sente in modo giusto, può
incontrare un altro uomo che conosca la via e sia legato, direttamente o
attraverso un’altra persona, a un centro la cui esistenza sfugge alla legge
dell’accidente e dal quale provengono le idee che hanno formato il centro
magnetico.
Qui ancora, vi sono
molteplici possibilità; ma ne parleremo più tardi. Per il momento, immaginiamo
che quest’uomo abbia incontrato qualcuno che
conosce realmente la via e sia disposto ad aiutarlo. L’influenza
dell’uomo che conosce la via su colui che non la
conosce, è una qualità speciale d’influenza, differente dalle altre due,
innanzi tutto per il fatto che essa è un’influenza diretta e in secondo luogo,
un’influenza cosciente. Le influenze della seconda qualità, che creano il
centro magnetico, sono coscienti alla loro origine, ma in seguito vengono gettate nel turbine generale della vita, ove sono mescolate alle influenze create
dalla vita stessa, e cadono a loro volta sotto la legge dell’accidente. Le
influenze della terza specie le sfuggono interamente, esse stesse sono fuori dalla legge dell’accidente, e così la loro azione ne è
libera. Le influenze della seconda specie possono pervenirci attraverso i
libri, i sistemi filosofici, i rituali. Le
influenze della terza specie non possono agire che direttamente da una persona
all’altra per mezzo della trasmissione orale.
Il momento in cui un uomo
che cerca la via incontra un uomo che la conosce è chiamato la prima soglia o
il primo gradino. A partire da
questa prima soglia, comincia la scala. Tra la ‘vita’ e la ‘via’, vi è la
‘scala’. Ed è soltanto per mezzo della scala che
l’uomo può incamminarsi sulla via. Inoltre,
l’uomo sale questa scala con l’aiuto della sua guida; egli non può salirla
da solo. La via comincia soltanto alla sommità della scala, cioè
dopo l’ultimo gradino o l’ultima soglia, a un livello molto al di sopra della
vita ordinaria.
Di
conseguenza è impossibile rispondere alla domanda: dove comincia la via? La via comincia
con qualche cosa che non è affatto nella vita, come sarebbe dunque possibile precisare la sua origine?
È detto talvolta che nell’ascensione della scala l’uomo non è sicuro di
niente, che può dubitare di tutto, delle proprie forze, della giustezza di ciò
che fa, della sua guida, del sapere e dei
poteri di quest’ultima. Ciò che egli
raggiunge è molto instabile; anche se è arrivato molto in alto sulla
scala, può cadere e gli occorrerà ricominciare tutto. Ma
quando l’ultima soglia è stata oltrepassata ed egli si è incamminato sulla via,
tutto cambia. Per prima cosa tutti i dubbi che poteva
avere sulla sua guida spariscono e allo stesso tempo la sua guida diviene per
lui molto meno necessaria di prima. Sotto molti aspetti,
adesso egli può anche essere indipendente, perché sa dove va.
Inoltre, non può più perdere facilmente i risultati del suo lavoro e non può
più ricadere al livello della vita ordinaria. Anche
se si scosta dalla via, gli sarà impossibile ritornare al punto di partenza.
P.D. Ouspensky,
Frammenti di un insegnamento sconosciuto
#10, Astrolabio ed.
Passo dopo
Passo
Osho, vedo
che ho paura a farti delle domande, e questo mi mostra la poca fiducia che ho
in te. Posso lo stesso essere un tuo sannyasin?
Il
punto non è di essere un mio sannyasin,
il punto è
di essere un sannyasin, un meditatore.
Essere mio sannyasin di sicuro richiede un certo impegno, un
arrendersi. E io non voglio che tu ti arrenda a me, o prenda un impegno con me.
Voglio che ti arrendi alla natura, che ti impegni con
l’esistenza. Non occorre che diventi mio sannyasin, devi solo essere un sannyasin: è questo l’unico modo di essere mio sannyasin.
Non è un fenomeno così
diretto, non è che ti impegni direttamente ad
arrenderti all’esistenza. Quello che accade è che più ti arrendi, più entri in
profonda sintonia con l’esistenza, con la vita, con la natura, più diventi
ricco di amore, comprensione, intuizione – più questa
intuizione ti porterà vicino a me. Scoprirai in me, indirettamente, uno stato
di totale arrendevolezza, di fiducia totale.
Non preoccuparti se per ora non hai questa totale fiducia. Anche se hai solo un po’
di fiducia… basta
per iniziare. È come aprire un conto in banca: non devi avere dei milioni. Il
tuo viaggio può iniziare con una quantità piccolissima di fiducia… e quando il
percorso va più in profondità, anche la fiducia diventa più profonda. Presto ti
ritroverai immerso completamente nella fiducia. In quel momento sentirai che
sei un mio sannyasin.
Chi è arrivato da me in
modo diretto, può perdersi. Chi è arrivato indirettamente non può farlo, perché
prima di arrivare da me aveva già gustato la fragranza
dell’esistenza, del mondo al di là delle apparenze, e perdersi così diventa
impossibile. Ci sono stati molti sannyasin che sono
venuti direttamente da me. Hanno iniziato
dando a me il loro impegno, la loro fiducia.
Questo non è il modo giusto di iniziare,
mostra la presenza di un’opinione preesistente: non mi conoscono – non possono
sapere nulla di me – eppure credono. È pericoloso, perché in una simile
situazione è presente anche il dubbio… e in qualsiasi momento il dubbio può prevalere su ciò in cui si crede. Ma i sannyasin autentici, quelli
veri, sono arrivati da me per una via indiretta. È difficile per te scoprire
chi è arrivato in questo modo, perché è un fenomeno interno, non è così
evidente. Ma le persone che sono arrivate lentamente, cercando di comprendermi,
passo dopo passo, che si stanno muovendo verso l’essere naturali, autentici,
sinceri… improvvisamente scoprono, un bel giorno, di
avere un rapporto profondo con me. Strano
– non ci avevano nemmeno provato, non avevano fatto alcuno sforzo in questo
senso. È una scoperta.
Il sannyas
per me deve essere una scoperta. Solo allora non puoi perderti: è una tua scoperta.
Non preoccuparti se la tua
fiducia è solo parziale… è sufficiente, basterà. Vuoi imparare a nuotare… non
occorre che ti getti subito nell’acqua profonda: c’è il pericolo che tu rimanga
spaventato per tutta la vita – rischi poi di non avvicinarti mai più all’acqua.
C’è una storia Sufi: Mulla Nasruddin
voleva imparare a nuotare, ma avvicinandosi al fiume insieme al maestro che
doveva dargli lezioni di nuoto, scivolò e ci finì dentro… ed era un fiume
profondo. Fu salvato dal suo maestro, ma solo dopo essere andato sott’acqua
alcune volte. Appena tirato sulla riva, recuperò le
sue scarpe e corse via.
Il maestro chiese: “Dove
vai? Eri venuto per imparare a nuotare”.
Lui
replicò: “A questo punto voglio prima imparare a nuotare, e solo poi mi
avvicinerò un’altra volta all’acqua: non voglio avvicinarmi prima, è troppo
pericoloso.
Prima devo imparare a nuotare”. Ma come farà a
imparare a nuotare? Non si può imparare a nuotare rimanendo nella propria
camera da letto. Non c’è un altro modo… Per un caso
sfortunato era entrato nel fiume proprio nella maniera sbagliata. Il
maestro l’avrebbe portato dove l’acqua era bassa, e piano piano
lo avrebbe incoraggiato ad andare in acque più profonde. In seguito, quando fosse diventato più bravo, il maestro
l’avrebbe incoraggiato ad andare sempre più in là.
Un po’ di fiducia è
sufficiente. All’inizio non puoi sperare di avere una fiducia totale.
È
così che iniziamo a fare a noi stessi delle richieste impossibili… e poi non riusciamo a
soddisfarle. Nasce il senso di colpa,
iniziamo a condannarci, a rifiutarci… ‘Non valgo nulla’. Non è affatto necessario. E accade
in tutto il mondo. Tutti si sentono indegni perché vorrebbero già dall’inizio raggiungere il risultato finale. Ovviamente
è impossibile – non ce la fanno – e questo li porta a non iniziare nemmeno il
viaggio.
Per me, l’uomo ha in se
stesso un grandissimo potenziale per un’esistenza in piena consapevolezza. Se lo esplorasse, arriverebbe alla
fine a uno stato divino – non dio, ma la qualità del
divino.
Non devi preoccuparti se
inizi solo con un po’ di fiducia: è sufficiente così. Per iniziare, va bene qualsiasi quantità. Il desiderio stesso
di intraprendere il pellegrinaggio è sufficiente. Non preoccuparti di essere un
mio sannyasin – sii un sannyasin… sii un ricercatore della verità. E magari
da qualche parte, sul tuo percorso, ti incontrerò.
Ti voglio raccontare una
storia Sufi: Un uomo va alla ricerca della verità. Uscendo dalla città, trova un vecchio seduto
sotto un albero. Il giovane non sa dove andare per cercare la verità. Ha
sentito dire che per cercare la verità bisogna andare
da qualche parte – bisogna andare in pellegrinaggio – ma dove? Ci sono strade
che vanno da tutte le parti. Qual è la strada giusta?
Vedendo l’uomo seduto
sotto l’albero, pensa che quell’uomo è abbastanza vecchio da sapere, forse,
quale strada conduce alla verità. Glielo chiede. L’uomo risponde: “Sì, io
conosco la strada. Vai a destra finché arrivi a un
certo albero” – e descrive l’albero dettagliatamente, le foglie, i frutti – “e
sotto di esso vedrai un uomo vecchissimo… per darti un esempio, uno come me ma
più vecchio di trent’anni. Questo è l’uomo che ti
farà da guida”.
Il giovane è molto felice.
Ringrazia il vecchio e si precipita per la strada che quello gli ha indicato. Per trent’anni continua a vagare,
ma non trova l’albero e neanche il vecchio. È stanco – sta invecchiando anche
lui – e così inizia a pensare che sono tutte sciocchezze.
Alla fine decide: “È
meglio tornare a casa… adesso basta! Ho sprecato trent’anni
a cercare la verità, e non ho nemmeno incontrato il vecchio che doveva farmi da
guida. E dio solo sa, quando l’incontrerò, come mi
guiderà e quanto tempo ci vorrà. Sembra una faccenda troppo
complicata, è meglio tornare a casa. Avevo un buon lavoro e l’ho perso
senza una ragione: mi sono messo nei guai perché questa parola ‘verità’
continuava a girarmi nella testa”.
Torna a casa. Passa di
nuovo davanti all’albero, e rimane
scioccato! Questo era l’albero descritto dal vecchio. Poi guarda sotto
l’albero e il vecchio è lì, lo stesso vecchio con trent’anni
di più: corrisponde esattamente alla descrizione. Gli dice: “Mio dio! Ma allora perché mi hai fatto sprecare trent’anni
della mia vita?”
E il vecchio risponde:
“Sono io che ho sprecato i tuoi trent’anni, o sei tu
che hai sprecato i miei? In quel momento non eri pronto per essere guidato: io
ti ho dato tutte le indicazioni, ma tu non hai nemmeno dato
un’occhiata all’albero, e io l’avevo descritto nei minimi dettagli. Ho
descritto la tua guida nei minimi dettagli, e tu non mi hai nemmeno guardato,
non hai visto che stavo descrivendo me stesso. Avevi tanta
fretta… eri troppo giovane. Ma nulla è andato
sprecato. Ho aspettato, sapendo che un giorno saresti tornato, un giorno avresti riconosciuto quest’albero, e questo vecchio:
avresti capito che sono la tua guida!”
La storia ha un significato
veramente profondo.
Hai un po’ di fiducia.
Così non preoccuparti, vai a destra… E questa volta non sotto un albero, ma su
una bella poltrona, troverai un vecchio…
qualcuno che mi somiglia.
tratto
da: Osho, Beyond Psychology # 15
Chi arriva per la prima volta
dall’Italia all’Osho
Meditation Resort di Pune è spesso sorpreso nel vedere
tanti italiani occupati nelle attività più disparate: dalla reception
del Welcome Center, ai vari bar quando si va a fare colazione, al complesso di Basho – sauna,
Jacuzzi, piscina, campi da tennis – al banco delle
informazioni su gruppi e meditazioni in Plaza, o
magari semplicemente in giro ad annaffiare uno dei numerosi giardini… oltre che naturalmente nella grande
cucina dello Zorba, da sempre ‘territorio’ italiano.
Alcuni di loro stanno
partecipando a un programma residenziale che permette
di abitare all’interno del resort e sperimentare il
lavoro come meditazione. Vivere e lavorare qui all’Osho Meditation
Resort di Pune è
un’esperienza da non perdere: puoi scoprire come la meditazione faccia parte
della vita di ogni giorno, di ogni momento; come la
dicotomia fra lavoro e tempo libero sia una cosa imposta dall’esterno, che ci
porta a vedere il lavoro come sofferenza ‘necessaria’ e a farci vivere poi male
anche il tempo libero. Puoi esplorare la tua creatività e il tuo potenziale in
un ambiente che ti rispetta, che non ti giudica in base alle prestazioni e ti
permette di esprimerti in ogni situazione per quello che sei; che ti porta
anzi, attraverso il rilassamento, a esprimere il
meglio di te stesso. Ma sentiamo come alcuni dei partecipanti stanno vivendo questa esperienza.
Premal viene da Rimini, ha il
diploma di maestra, ma ha preferito non dedicarsi all’insegnamento per lavorare
invece all’interno del complesso turistico gestito dalla sua famiglia. Sono
anni che pratica le meditazioni di Osho, e spesso
visita Pune durante i mesi invernali. Racconta:
“Avevo provato già da qualche anno il lavoro come meditazione nei periodi
liberi fra vari corsi. Questa volta ho voluto coinvolgermi in modo più totale e
ho fatto domanda per il Residential Program. All’inizio mi è piaciuto l’aspetto pratico del
programma: vivendo e lavorando all’interno
del resort mi perdo meno nelle varie faccende quotidiane – i vestiti da lavare,
le pulizie, l’andare avanti e indietro da casa. Ho capito subito però che al di là dell’aspetto pratico c’è una qualità energetica,
che è quella che ti dà veramente qualcosa!”. Premal
ha scoperto dentro di sé una estrema flessibilità
rispetto ai compiti da svolgere: “Credo di aver stabilito un record” aggiunge
ridendo, “in quattro mesi ho cambiato 7 lavori! Una cosa simile in Italia mi
avrebbe sconvolta. Qui invece mi sono
davvero potuta confrontare con aspetti diversi di me stessa. Una
situazione simile stimola davvero la tua creatività: scopri capacità che prima
non credevi proprio di avere! In questo mi ha aiutato
molto il senso di gioco che il lavoro
assume qui nella comune – e che praticamente
riesco a trovare solo qui. Mi ha aiutato a sdrammatizzare il mio rifiuto
interiore di ogni cambiamento e a dirmi ‘faccio quello
che posso’ ma senza alcun senso di rassegnazione; anzi, il vedere che me la so cavare in un mucchio di situazioni diverse mi ha dato più fiducia in me stessa”.
Kairava ha 25
anni, arriva da
Pisa, dove ha un’edicola. “Ma nello stesso spazio
espongo e vendo anche quadri,
mi piace fare cose sempre diverse”, tiene a precisare. Pratica le meditazioni di Osho da quasi dieci anni, è la terza volta che visita Pune. Le altre due per un mese al massimo,
ma questa volta si è organizzato con qualcuno che lo sostituisce nel
lavoro in modo da poter restare qui più a lungo. La scelta di partecipare al Residential Program gli è venuta spontanea poco dopo il suo
arrivo: “Non è che fossi venuto per fare qualche gruppo in particolare, mi interessava di più come esperienza di vita, e così mi è
sorta l’esigenza di occupare la mia giornata, oltre che con le meditazioni che
pratico di solito – Dinamica, Kundalini e l’incontro
della White Robe – anche con altre esperienze: so che
più cose diverse si fanno più si cambia dentro”.
Adesso Kairava passa tutta la giornata nel resort,
da mattina a sera, in full immersion. “Saranno
settimane che non esco” aggiunge, “c’è anche una bella piscina immersa nel verde, e dopo la White Robe
posso sempre andare al bar, se mi piglia!”
Per
lui è stato molto importante relazionarsi con persone diverse –
lavora al banco e alla cassa di uno degli snack bar della comune – accorgersi
che anche non sapendo bene l’inglese riusciva lo stesso a comunicare e a farsi
capire senza che nessuno gli facesse pesare i suoi errori, e soprattutto
scoprire come: “Qui c’è da parte di tutti
un maggiore rispetto per te stesso come individuo e per il momento che stai vivendo, non è come in Italia che
praticamente sei costretto a comportarti in un certo modo, ad esempio far
conversazione anche se non hai voglia di parlare… insomma qui non c’è
l’amicizia per forza”.
Per incontrare Manish (36 anni, di Pesaro, una
laurea in giurisprudenza) bisogna andare
verso il complesso sportivo della comune (piscina, Jacuzzi,
sauna, campi da tennis e minipalestra): è lui che lo coordina, organizzando il
lavoro di una dozzina di persone. È da qualche anno che visita regolarmente Pune e dopo aver fatto un certo
numero di gruppi ha voluto provare questa nuova esperienza. “Questo lavoro,
abbastanza complesso, mi è molto utile
per osservare la mia tendenza a diventare iperattivo, a farmi prendere dalle cose
– e perdermi. Fare,
fare, continuo a fare cose – dev’essere
un’abitudine che ho preso da mia madre – corro di qua e di là e alla fine della
giornata sono esausto, sento che non ho finito di fare tutto quello che dovevo
e talvolta faccio fatica a dormire… e penso a quello che dovrò fare domani!”.
Ora sta imparando a essere attivo e rilassato al tempo
stesso: “Ho visto che devo rispettarmi di più, stare più attento ai miei tempi… certo la gente continua a
chiederti, chiederti – questo non puoi impedirlo – ma se ogni volta cominci a
correre, poi finisce che entri in reazione; se invece ti dai i tuoi ritmi
scopri che riesci a fare le stesse cose in maniera
più rilassata… be’ magari non proprio tutte le
volte”.
La
stanza dove Manish abita è a pochi passi dal suo
ufficio, nel bel parco alberato dove ci sono anche la piscina e i campi da tennis:
“All’inizio pensavo che mi sarebbe pesato vivere così vicino a dove lavoro, ma
ho scoperto che mi aiuta molto a superare la solita divisione fra lavoro e
tempo libero: sono qui, vedo quello che c’è da fare, vedo di farlo, insomma
diventa sempre meno lavoro e sempre più vivere”.
Shunyam (27 anni, di Bologna) è
alla sua prima visita a Pune, sono più di tre anni
che fa meditazione e ha partecipato a gruppi e training; due anni fa aveva già
passato quattro mesi vivendo e lavorando in un grosso centro di
Osho in Italia. Ha avuto varie esperienze di lavoro in campo agricolo –
anche nell’azienda familiare – e nella grande
distribuzione. È qui da pochi mesi e si è già ritrovato con un compito molto impegnativo: è diventato uno dei tre
coordinatori di Zorba, il grande
dipartimento che ha il compito di nutrire gli
ospi- ti dell’Osho Meditation
Resort. Tradotto in cifre vuol dire organizzare il
lavoro di quasi un centinaio di persone,
aver pronte migliaia di porzioni di cibo ogni giorno, oltre a gestire 2 caffè (uno ben fornito di frutta e snack per colazioni e spuntini, e l’altro aperto anche tutte le sere dopo cena); e poi le consegne
di derrate (alcune tonnellate al mese) e i controlli
alla fattoria che fornisce al resort le verdure fresche biologiche. È un lavoro
che lo tiene sempre al massimo: “La working meditation è veramente molto più intensa di qualsiasi
gruppo” ci spiega, “hai la possibilità di
vedere ogni tua proiezione, ogni ostacolo che la mente – e non la situazione stessa, a ben guardare – ti
crea nella vita di tutti i giorni, impedendoti di essere centrato e di stare
nel momento. E in questo tipo di lavoro ho davvero bisogno di stare nel
momento, di affrontare le situazioni più svariate riconoscendo la loro
importanza reale, e così magari dimenticarmi dei programmi che mi ero fatto e risolverle
man mano che si presentano.
Al mio arrivo a Pune mi sono preso un po’ di tempo per ambientarmi – era la prima volta che venivo – e poi ho cominciato
a fare qualcosa in Zorba, ma solo saltuariamente; in
seguito ho iniziato a pensare al Residential Program,
ma mi sono accorto che lo stavo considerando dal punto di vista della
convenienza – l’alloggio, le facilitazioni –
che ero ancora nell’ottica dello scambio,
all’interno dei soliti condizionamenti riguardo al lavoro, e così ho aspettato
un po’. Fatta in quel modo, non mi sembrava un’adesione totale e autentica...
poi, continuando a stare qui, ho cominciato a sentirmi veramente a casa, e così
il problema è svanito: non si tratta
più di lavorare e avere in cambio qualcosa,
ma di essere a casa propria e prendersene cura”.
Tutta diversa la storia di Ananta, 25
anni, una studentessa
universitaria di Lecco che da qualche anno pratica
la meditazione. Aveva molta voglia di visitare Pune,
ma non molto tempo a disposizione – lavora anche, oltre a studiare – e così le
è venuta l’idea di includere l’esperimento dell’Osho Meditation
Resort nella sua tesi di laurea. “Ho concordato una tesi in geografia sugli ecovillaggi”
ci dice, “quelle situazioni sempre più frequenti nel mondo dove l’enfasi
è sullo sviluppo del potenziale umano in equilibrio con le esigenze del
pianeta, e parte della tesi – la ricerca sul campo – la faccio
qui.”
Mentre prendeva accordi per il suo soggiorno a Pune, ha sentito
parlare del Residential
Program e ha pensato che vivere e lavorare per un po’ nel resort
le avrebbe dato un’esperienza più
diretta di quello che succede qui.
“Questo periodo
non mi è servito solo
per la tesi, ma anche per scoprire cose su me stessa.
Ad esempio, lavorando al Welcome Center,
dove chi è appena arrivato viene registrato e riceve
le prime informazioni, mi sono accorta che – dopo la prima settimana di
assoluto entusiasmo – spesso alla fine della giornata mi ritrovavo esausta: sempre le stesse cose, sempre le stesse domande, la gente stanca del viaggio che aveva difficoltà a capire. E così ne ho parlato un po’ con le altre persone del team.
Il bello qui a Pune
è che c’è sempre qualcuno con cui parlare, e vieni aiutato a esplorare e a trovare la tua maniera di fare le cose; in Italia
spesso se hai problemi sul lavoro tendi a tenerli nascosti: hai paura di essere
giudicata incapace, o addirittura di perdere il posto! Insomma, parlandone, ho
scoperto che mi preoccupavo più di quante persone stavano aspettando in fila
che dell’individuo che mi trovavo davanti, e il
non ‘vederlo’ rendeva il rapporto totalmente
meccanico, non mi dava niente a livello
personale e finivo per sprecare un mucchio
di energia. Questo naturalmente non
vuol dire che mi devono essere tutti simpatici,
ma ho scoperto che stare nel momento con la
persona che ho davanti, da più dignità sia a me che al mio lavoro.
Questa esperienza, anche se breve, mi ha aiutato a chiarirmi le idee su cosa
voglio fare dopo la laurea. O meglio, su come voglio farlo.
Ho scoperto che la cosa principale è conoscere me stessa, non solo nel campo
del lavoro ma anche nella vita familiare e
nei rapporti di coppia. Certo non è che le cose cambino automaticamente
– non puoi modificare le influenze esterne – ma
conoscendoti puoi lavorare su di te e cambiare
la tua parte del rapporto.”
Il
Coraggio di Vivere il mio sogno
“Cosa vuol dire per me la parola ‘lavoro’?” Azkia, un’assistente sociale
tedesca trentatreenne, si ferma un momento a pensare prima di rispondere.
“Beh, quando avevo appena finito la scuola e mi
chiedevo cosa fare della mia vita, lavoro per me ha voluto dire indipendenza
economica, libertà dagli uomini – da un matrimonio – e un modo di esser parte
della società. Il lavoro era qualcosa che uno doveva fare, questo secondo il parere dei miei genitori e della
cultura in cui sono cresciuta. Da me ci si aspettava non solo che trovassi un
lavoro, ma che si trattasse di una buona professione, cioè
un lavoro che conferisse un certo status sociale, e poi fosse ben pagato e
sicuro.
Ho scelto di lavorare come assistente sociale
perché, oltre a rispondere a questi requisiti, mi offriva una scelta tra
diversi tipi di attività. Ad esempio potevo scegliere
se lavorare con adulti o con bambini: non volevo rimanere bloccata a fare
sempre le stesse cose.”
Alla fine degli studi tuttavia, Azkia si era già fatta un’idea diversa su cosa cercava in
un lavoro. “Lavorare con adulti con problemi di alcool,
divorzio, maltrattamenti da parte del partner,
vagabondaggio e così via, assorbiva moltissima energia e alla fine della
giornata ero completamente esausta. Inoltre cominciavo a capire che non era
importante tanto che lavoro facessi ma il fatto che
fossi contenta di farlo.”
Questo era lo stato delle cose
quando Azkia è arrivata a Pune.
Avendo già fatto molti gruppi di terapia all’Osho Meditation
Center di Colonia, in Germania, ha deciso all’inizio
di dedicare il suo tempo esclusivamente alla meditazione. Ma
dopo un po’ ha preferito coinvolgersi nella comune in modo più vario e dare il
suo contributo. Ecco perché ha deciso di partecipare al
programma di work-meditation. Era anche un
modo di trovare delle basi stabili, in un momento in cui “era tutto nuovo e mi
faceva anche un po’ paura!”, spiega Azkia. “Ero abituata a lavorare ed ero in grado di gestire
compiti diversi: quando studiavo avevo fatto lavori di tutti i tipi.” Per iniziare si è unita al gruppo di
persone che gestiscono la
libreria. Questo voleva dire vendere libri, CD e nastri audio di discorsi e
musica, fare le ordinazioni e rispondere alle domande della gente. Interagire
con i clienti le ha fornito la possibilità di osservare “i
miei trip e quelli degli altri”, dice Azkia.
“Giorno dopo giorno sono diventata più consapevole del mio comportamento, più
capace di osservare le mie reazioni a persone e
situazioni, e di accorgermi se queste nascessero da miei problemi personali o
invece da quelli dell’altro – e in quel caso non avessero niente a che fare con
me.
È stata una nuova esperienza. In passato, la
maggior parte delle volte davo per scontato che ero io
a avere torto – in realtà non mi fidavo di me stessa. Ora ho imparato a
distinguere tra i miei problemi e quelli degli altri.
Il lavoro è diventato una meditazione, si è
alleggerito di tutto il peso associato di solito a questa parola, ha assunto
toni di creatività, attenta sperimentazione: spesso mi sentivo come un bambino
che giocava – tutto preso – prima alla libreria, poi a gestire le cassette di
sicurezza, o nel centro telecomunicazioni – telefoni, fax, e-mail! Ed era
sempre un bel gioco.”
Azkia continua, spiegando le
ragioni di questi cambiamenti: “Qui c’è un’atmosfera che ti incoraggia
a osservare ciò che accade al tuo interno; cosa che non avevo mai potuto fare
quando lavoravo in Germania. La comune è come un organismo che continua a
fluire. Nessuno è un capo e nessuno è uno schiavo: tutti lavorano insieme. Qui
sento veramente la libertà di essere me stessa”.
Un’altra intuizione importante per Azkia è stato il comprendere come
la spinta a recarsi al lavoro tutte le mattine fosse condizionata dalla sua
vecchia abitudine di arrivare sempre in ritardo. “Volevo vedere come me la
cavavo coi sensi di colpa che questa cosa mi causava
di solito sul lavoro”, sorride. “Tutte queste vecchie emozioni sono apparse di nuovo, ma questa volta sono stata in grado di osservarle
bene, accettare il fatto – è vero, sono in ritardo – ma senza il giudizio.” Ed
anche le persone con cui lavorava non avevano problemi
con questo fatto: non la giudicavano, nota Azkia.
“Ho imparato che se mi sento colpevole, mi sento
fuori centro, gli altri se ne accorgono e reagiscono
di conseguenza. È come se il mio evidente senso di colpa, stimoli le reazioni
‘autoritarie’ dell’altro. Dall’altra parte, quando sono centrata in me stessa,
gli altri lo sentono e quindi ricevo una risposta diversa.
Sento di avere molta creatività dentro, ma prima
d’ora non ci avevo mai fatto affidamento; ho lasciato
che gli altri mi convincessero che non era possibile vivere come volevo io. Ora
ho molta più fiducia in me stessa e so che quando tornerò a casa potrò cambiare
il mio modo di vivere.
Questo è ciò che ho ottenuto dal mio soggiorno
qui: per la prima volta sto seguendo la mia voce interiore e non la mia mente, che era solita torturarmi in ogni momento. Questo
mi ha dato l’energia per realizzare i miei sogni, qualunque essi siano! Tutto è possibile nella vita. Non ci sono limiti,
tranne che nella mente.
Come dice Osho: usa la mente – ne hai bisogno – ma usa la mente per seguire il cuore, non il
contrario. È questa per me la cosa più importante che ho
scoperto.”
La più importante,
ma forse ne avrete già sentito parlare, è il
nuovo modo di celebrare il sannyas. Ecco come ce ne parla la
Academy of Inititation
(l’ufficio che si occupa dei nuovi sannyasin):
“L’iniziazione
al sannyas è un qualcosa di personale e la responsabilità di adempiere a ciò che viene chiesto a un sannyasin
– in una parola: la meditazione – è del tutto
individuale. Il sannyas è la tua decisione, una spinta che viene dall’interno, non è qualcosa che ti viene
dato.
Per sottolineare
questo fatto e dargli una maggiore enfasi, qui a Pune
il sannyas viene celebrato in modo da eliminare la figura di ‘colui che lo dà’. La sannyas celebration è proprio per le persone che hanno deciso di essere sannyasin e ‘percorrere
da soli il cammino’.
Tutti gli altri celebrano
con loro, intorno a loro. Le nuove celebrazioni, avvenute di recente nella
comune, sono state allestite al centro della Buddha
Hall, con i musicisti all’interno di un circolo, mentre all’esterno e fino ai
bordi della hall c’erano tante persone che ballavano e
facevano festa. Al centro c’erano inoltre le circa 80 persone che prendevano il
sannyas: prima raccoglievano il foglio con il proprio
nome e poi andavano verso il centro del cerchio stesso. Lì qualcuno ha
preferito sedersi in silenzio, altri invece hanno voluto esprimere la propria
gioia – il senso di meraviglia, la gratitudine per questa nuova opportunità
nella propria vita – ciascuno a modo suo... molti ballando o cantando.
L’eventuale nuovo nome che
le persone prendono durante la celebrazione può anche essere scelto da loro
stessi. Simbolicamente, avere un nuovo nome
è un modo per creare una discontinuità con il passato, e sono ancora molti coloro
che scelgono di avere un nuovo nome. Cambiare il nome può essere estremamente significativo, è un atto simbolico.
“Il significato del cambiamento di nome è quello di
creare un distacco dalla vecchia identità. Adesso cominciamo un viaggio nuovo
con una nuova identità.”
Molte volte Osho ha
chiarito che i simboli esteriori del mala e degli
abiti rossi non fanno un sannyasin.
“Non voglio che la mia gente si perda nel non essenziale. All’inizio è stato necessario. Adesso, dopo anni che mi ascoltate, che mi
capite, siete in una posizione tale per cui potete
essere liberi da tutti quei legami esteriori. E potete, per la prima volta,
essere davvero dei sannyasin, solo se vi muovete verso l’interiorità.”
Per sottolineare
ulteriormente che è la meditazione e solo la meditazione l’unico ingrediente
essenziale, il mala è stato dissociato
dal sannyas. Questo dà anche una nuova libertà, in quanto non solo i sannyasin
ma chiunque scelga di avere questo ornamento o memento per la
meditazione, può averne uno.”
I vari centri
di Osho hanno già ricevuto questo testo
completo attraverso la Global Connections.
Altre novità riguardano le meditazioni in Buddha Hall: tutte le domeniche si può fare la meditazione
Dinamica ‘urlata’, mentre ogni giorno si può fare lo huhuhu ad alta
voce. Inoltre, visto che sempre più persone vengono per soggiorni brevi, il meditation intensive (Campo di meditazione) di 3 giorni che
aveva luogo una volta al mese ora è stato esteso, e si
può fare ogni giorno. C’è un meditation leader a disposizione in Buddha
Hall per presentarne la nuova struttura e rispondere alle domande.
Se poi oltre al buddha hai voglia di celebrare anche il tuo zorba, nessun problema: all’interno del resort
c’è ora anche uno stand ATM, dove puoi prelevare denaro contante con la carta
di credito anche quando le banche sono chiuse.