SOMMARIO

 

2 CENTRI DI OSHO IN ITALIA

Tutti i Centri di meditazione di Osho divisi per regione

 

6 LE NOTIZIE

Da Pune e dal mondo

 

8 PRIMO PIANO

Il gap generazionale

Una mancanza reciproca di rispetto, l'impossibilità di comunicare. Una situazione sempre più grave che non sembra avere soluzioni.

 

12 IL CUORE

La Via del Sufi

Un'introduzione a cos'è il sufismo, un percorso mistico caratterizzato da un affascinate mondo di aneddoti, magiche sincronicità, maestri e discepoli itineranti. Segue una serie di poesie di Rumi e foto di dervisci danzanti. Infine un'intrigante storia vera su un misterioso testamento.

 

18 LE EMOZIONI

Come trasformare la rabbia

Le esplosioni di rabbia diventano ogni giorno più frequenti, sia come sfogo a livello individuale che come shoccanti catarsi collettive periodiche negli stadi e sulle piazze. Ma sono davvero così inevitabili?

 

25 LE EMOZIONI

Il lavoro sulle emozioni

L'Osho Pulsation: una tecnica di origine reichiana che lavora sulle emozioni partendo dal corpo.

 

29 HAIKU

I giorni e i mesi che passano

L'haiku di Basho sul tempo che passa davanti al testimone immobile.

 

30 LIBRI

Libri che fanno anima

Il catalogo completo della NSC la casa editrice italiana da anni specializzata in libri di Osho.

 

33 LA MAPPA

Quant'è lungo il viaggio?

Il sutra di Buddha che illustra l'intero percorso possibile della consapevolezza umana.

 

38 L'OPINIONE

La potenza della meditazione

Il Dott. Marco Mannelli, neurofisiologo e ricercatore del CNR, sulle meditazioni di Osho.

 

40 ESPERIENZE

Sannyasin per caso...

A volte si riconosce il proprio maestro spirituale qualche tempo dopo esserne diventati discepoli.

 

46 IL RICERCATORE

Ma è davvero la prima volta?

Un insolito sogno notturno diventa spunto per una riflessione su vite passate... presenti e future.

Come non perdersi

Dovremo davvero ricominciare tutto da capo nella prossima vita?

 

50 TUTTE LE STELLE

Il tuo oroscopo di gennaio

 

52 LA VETRINA

Tutti i libri di Osho in italiano, i video di Osho, le musiche per la meditazione e il rilassamento.

 

 

  OSHOTIMES INTERNATIONAL

Copyright© 2000 OSHO INTERNATIONAL FOUNDATION Tutti i diritti riservati OSHO® è un marchio registrato di proprietà della Osho International Foundation, usato con il suo permesso.

 

LE NOTIZIE

 

 

Creatività

 

Ulteriori successi per Deva Manfredo – il famoso artista di Miasto – invitato a Livigno per Pietrarte “Intervento internazionale di LandArt” dove alla sua opera Pietrasogno è stato conferito il secondo premio. Le sue sono installazioni-composizioni, che occupano anche diversi metri quadri, in ciotoli, sabbia e pietre naturali (non tagliate e non legate) che vengono create sul posto. “Le pietre sono perfette, così come sono quando le trovo. La natura possiede un’incredibile moltitudine e individualità nella sua espressione creativa. La natura, le pietre vivranno molto più a lungo di noi. Sono state, sono e saranno. Il mio intervento è un piccolo momento di eternità,” dice Manfredo che negli ultimi anni ha tenuto mostre-allestimenti in varie parti d’Italia. Quasi duecento delle sue opere permanenti sono visibili nella Selva di Sogno, un parco di sculture in pietra iniziato negli anni 80 intorno a Miasto e consigliato anche dai“Sentieri nell’arte” della Regione Toscana. Per visite e informazioni contattare Deva Manfredo a Miasto.

 

 

Una nuova legge

 

In Italia l'8 novembre è stata finalmente approvata in via definitiva la legge sulla “Disciplina delle associazioni di promozione sociale”, che si occupa della veste legale di situazioni non-profit e potrebbe offrire una buona opportunità ai vari centri di meditazione di Osho e a iniziative analoghe per trovare un ambito legale più consono alla loro particolare situazione e ai loro scopi. Nirodh, di www.oshoamici.it ci scrive che sembra una legge ben fatta, anche se per chiarire alcuni punti bisognerà aspettare altre leggi più particolareggiate.

 

 

Nuova presenza in Italia

 

Un grande party ha celebrato la  nascita di una nuova proposta nel panorama sannyasin italiano. A Maiolo, nel Montefeltro (entroterra di Rimini), sabato 11 novembre più di 250 persone hanno meditato insieme con musica dal vivo, partecipato a una prelibata cena, ballato sino all'alba, per poi continuare la festa la domenica mattina con satsang e mala celebration. All’inaugurazione hanno partecipato un gran numero di musicisti: Subodha e Prafulla delle “Brioche di Basho”, Chinta di Hamsafar, gli Hierba Mala e gli In Canto, la cui musica è andata avanti sino al mattino – ospite d'onore il percussionista Rupesh. Questa iniziativa di 15 sannyasin, sostenuti da altri amici, offre una struttura davvero unica: una proprietà di circa 5 ettari, a 700 mt. di altitudine con il mare all'orizzonte e circondata da boschi di querce e antiche rocche, un ex-albergo completamente ristrutturato con 25 camere, ognuna con bagno e telefono – inoltre cucina professionale e una vasta sala da pranzo con vista panoramica sulla valle. Una cura particolare è stata posta per la sala di meditazione e quelle per le sessioni. Inoltre 10 villini completamente autonomi, con camera da letto, soggiorno, bagno, telefono; una grande piscina immersa nel parco, pizzeria e ristorantino per la stagione più mite, bar, campo da tennis e, molto presto, una piscina riscaldata. Il programma ha proposte molto varie: oltre a weekend di meditazioni di Osho, anche Aurasoma, lavoro sul respiro, diversi training e inoltre sessioni e workshop in collegamento con l’Osho Academy di Sedona. Per informazioni tel. 0541/926227, o  fax 0541/846506.

 

 

L'Aids nel 20000

 

Anche quest’anno sul fronte della lotta all’AIDS non si sono poi viste grosse novità. Il “Nuovo vaccino italiano” annunciato la scorsa primavera è nella realtà ben lontano, non sono neppure pronti a quanto pare i laboratori per gli studi preliminari – e son questioni di anni, non di mesi.

Anche l’altro ‘vaccino’ elaborato alla Harvard Medical School di Boston a parte i suoi ottimi risultati sulle scimmie non è privo di problemi: gli stessi ricercatori americani non hanno “idea, almeno per il momento, sulla durata della risposta immunitaria stimolata da questa terapia combinata” e la scoperta sembra davvero importante solo in quanto si è dimostrato indispensabile per l’efficacia il combinare al vaccino vero e proprio delle sostanze che aumentassero le risposte immunitarie dell’organismo.

L’unica cosa che sta cambiando nel panorama generale è la sempre maggiore attenzione data dai mezzi d’informazione a chi rifiuta di curarsi con i classici cocktail di AZT e ‘proteasi inibitori’  che  vengono prescritti agli HIV-positivi.

Anche una sannyasin italiana – Sandeh, sieropositiva da 10 anni – ci ha scritto di questa sua scelta. “Capii che da quel momento potevo scegliere di vivere come vittima dell'esistenza, o prendere in mano la mia vita e vivere ciò che mi restava come ho sempre voluto vivere,” ci racconta di quando ha avuto l’esito del test. È proprio in quel periodo che  ha iniziato a fare meditazione; e qualche anno più tardi non ha voluto seguire i consigli dei medici che le prescrivevano AZT e ‘proteasi inibitori’ – anche perché aveva avuto la possibilità di vederne i gravi effetti collaterali. Ha iniziato a curarsi con medicine non allopatiche, seguendo rigorose cure disintossicanti, prestando la massima attenzione a come tratta il proprio corpo: da più di un anno ha persino smesso di assumere ormoni femminili (Sandeh è transessuale).

I risultati di tutta questa attenzione al proprio reale benessere psicofisico le sembrano veramente entusiasmanti, e anche alcuni dei valori degli esami clinici mostrano reali miglioramenti. Non si tratta di un caso isolato: sempre più dubbi stanno nascendo sull’efficacia reale di questi trattamenti (AZT e ‘proteasi inibitori’). Si arriva persino a mettere in dubbio le attuali spiegazioni scientifiche sulle cause della malattia, come ha fatto per esempio il presidente del Sud Africa Thabo Mbeki, al congresso sull’AIDS di quest’anno a Città del Capo, creando un notevole scalpore sui mezzi di informazione e provocando una controdichiarazione firmata da 5000 scienziati. Insomma c’è un mucchio di confusione in giro, e questo sta portando molte persone a trascurare – in nome delle teorie più disparate –  la più elementare delle precauzioni: i rapporti protetti dal preservativo. E sembra proprio questa la ragione dell’aumento di nuovi casi di sieropositività (ad esempio a S. Francisco nel 1999 sono stati il doppio del ‘97) in situazioni dove la prevenzione aveva già raggiunto ottimi risultati. È in una situazione confusa come quella attuale che l’invito di Osho a una sempre maggiore consapevolezza, e a rendersi conto che la responsabilità è sempre e comunque individuale, sembra proprio essere l’unica via sicura.

 

 

Cartoline da Puna

 

Sta arrivando sempre più gente, amici vecchi e nuovi, e così è iniziata anche la vita notturna: specialmente il sabato sera quando, dopo la sannyas celebration, al bar di Bodhidharma c’è sempre un sacco di persone che parlano con gli amici, fanno nuove conoscenze, bevono qualcosa e magari si fanno anche una pizzetta o due… dopo tutto quel ballare! E di certo a Pune non si mangia solo pizza: il ristorante Gourmet Italiano del venerdì sera può vantare cuoche e cuochi dal Friuli a Bologna, e fino alla Sicilia; e poi ci sono le serate giapponesi, indiane, coreane... Visto che (soprattutto qui) non si vive di solo pane, anche la Multiversity è entrata a pieno regime nella sua offerta di corsi, training e workshop: a gennaio Shunyo e Devapath presentano Diamond Love, un workshop su respiro e meditazione (che si ripete anche a fine febbraio) e in seguito un completo Osho Counselor Training insieme a Dwari, Harisharan e Svagito. Inoltre training di Family Constellation, Tantra (con Gitama e Dhiren)... insomma per il programma di questi mesi non basterebbero due pagine di Osho Times. E quindi vi consigliamo di andare su osho.com cliccare Meditation Resort e poi Multiversity e lì potete trovare i dettagli mese per mese. Se poi la descrizione di qualche gruppo ancora non c’è in italiano… abbiate pazienza – stiamo traducendo per voi!

  (ritorna al sommario) 

 

 

 

Il GAP Generazionale

Una mancanza reciproca di rispetto

 

Non c’è più rispetto! Si sente dire ormai da tempo da ‘vecchi’ di ogni età, esterefatti, ancor più che preoccupati, dai loro rapporti con le giovani generazioni. “Quand’ero giovane io, se mio nonno parlava lo stavo a sentire, e zitto… adesso apro bocca e mi dicono subito ‘Ma che vuoi? che non sai neanche navigare in Internet!’, e questa è la nipotina piccola, che quello grande ha già diciott’anni e quando parla degli studi che vuol fare all’università non lo capisco neanche più”.

Dall’altra parte, quella dei giovani, ci si lamenta spesso che quello che ci si sente dire è solamente “Ma guarda come vai in giro conciato! E questo non va bene... e io alla tua età... e quello non lo devi fare!”.

E così ognuno si ritira sempre di più fra i suoi ‘pari’ e qualsiasi possibile scambio significativo fra persone di generazioni diverse viene a mancare.

Quali sono le cause di questa situazione? Esiste un modo per incontrarsi tra generazioni diverse? Osho ci fornisce alcuni suggerimenti.

 

 

In passato non è mai esistita una frattura tra generazioni, quindi occorre guardare in profondità come mai, per la prima volta nella storia dell’uomo, si è giunti addirittura a usare l’espressione ‘gap generazionale’... ed è una frattura che diventa ogni giorno più profonda. Sembra impossibile richiuderla.

Di certo nasconde un importante fattore psicologico. In passato non esisteva la gioventù; forse vi sorprenderà, ma i bambini diventavano adulti, senza passare attraverso la giovinezza. Un bambino di sei o sette anni cominciava a lavorare con il padre: se il padre era falegname, imparava a fare il falegname, o almeno lo aiutava. Se il padre era agricoltore, andava in campagna con lui, l’aiutava con gli animali, le mucche, i cavalli. A sei o sette anni entrava nella vita; a vent’anni era sposato con figli.

In passato non esisteva una ‘generazione giovane’, per cui non esisteva alcuna frattura. Le generazioni si susseguivano con continuità, senza intervalli. Quando il padre moriva, il figlio lo aveva già sostituito in tutti i campi della vita. Non c’era tempo per il gioco; non c’era tempo per l’istruzione; non esistevano scuole, licei, università.

In passato l’unico modo per apprendere era lavorare insieme agli anziani, il solo modo per imparare era seguirli, e, naturalmente, la generazione più vecchia era sempre rispettata, perché aveva il compito di insegnare. I vecchi sapevano, e i giovani erano ignoranti: è naturale che chi fosse ignorante provasse rispetto per coloro che erano i depositari di tutte le conoscenze. Perciò, in passato, era inconcepibile che i giovani non rispettassero gli anziani o che potessero, anche solo lontanamente, sognare di saperne più di loro. Le conoscenze erano un fattore determinante.

Le persone che conoscevano detenevano il potere; chi non aveva nessuna conoscenza non aveva potere. Deve essere nato in quei giorni il proverbio “Sapere è potere”. Era la sola regola nella vita. Ecco perché non si è mai sentito parlare di rivolte dei giovani contro i vecchi.

Questa generazione è giunta a uno stadio completamente diverso, nuovo. Il figlio non segue mai le orme del padre. Lui va a scuola, il padre va in negozio, all’ufficio, in fabbrica. Quando un ragazzo esce dall’università ha venticinque anni: in questi venticinque anni non ha avuto contatti con la generazione precedente. L’unico rapporto era economico: i vecchi lo hanno aiutato economicamente. In questi venticinque anni accadono molte cose: prima di tutto il figlio sa molte più cose dei genitori, perché loro sono andati a scuola almeno venti o venticinque anni prima, e in questi venticinque anni le conoscenze hanno fatto passi da gigante, sono aumentate enormemente... Leggendo, studiando, si può conoscere quanto si vuole.

È una sfortuna che esista questo gap tra generazioni. È necessario cambiare l’intero sistema educativo, alle radici. In breve... oggi noi prepariamo le persone a guadagnarsi la vita, non a vivere. Per venticinque anni, cioè per un terzo della vita, noi prepariamo i giovani a procurarsi da vivere. Non prepariamo mai le persone alla morte... e la vita dura solo settant’anni, mentre la morte è la porta sull’eternità. Richiede un eccezionale tirocinio.

Secondo me – e sento che è ciò che accadrà in futuro se l’umanità sopravvive – l’educazione dovrà essere divisa: quindici anni per prepararsi a procurarsi da vivere, e di nuovo, dopo i quarantadue anni, dieci anni per prepararsi alla morte.

L’educazione va divisa in due momenti. Tutti andranno all’università, ovviamente in università diverse – o in diversi dipartimenti della stessa università – in una, si preparano i ragazzi alla vita, e nell’altra, si preparano coloro che hanno vissuto la vita e ora vogliono conoscere qualcosa di più, oltre la vita.

In questo modo, la frattura generazionale scomparirà. Allora le persone più anziane saranno più tranquille, più silenziose, più in pace, più sagge – e sarà utile ascoltare i loro consigli.

La seconda parte dell’educazione comprenderà la meditazione, la consapevolezza, l’attenzione, l’amore, la compassione, la creatività... e di nuovo ci troveremo senza fratture tra generazioni. I giovani rispetteranno i vecchi non per ragioni formali, ma perché essi sono veramente degni di rispetto: conoscono qualcosa che è al di là della mente, e i giovani conoscono solo ciò che avviene nella mente.

Il giovane si dibatte ancora nelle futilità mondane, mentre il vecchio è al di là delle nuvole, ha quasi raggiunto le stelle – il rispetto non sarà una questione di buona educazione: non si potrà fare a meno di provare rispetto, sarà un impulso del vostro cuore, non una formalità insegnatavi da altri.

I vecchi dovrebbero comportarsi da illuminati. E non solo comportarsi come tali, dovrebbero essere illuminati. Dovrebbero diventare una luce per coloro che sono ancora giovani e soggetti a infatuazioni biologiche, ai legami della natura. Loro hanno trasceso: possono diventare delle stelle in grado di fare da guida.

Se l’educazione alla morte e l’educazione per guadagnarsi da vivere sono separate, se tutti frequentano due volte l’università – la prima per imparare a muoversi nel mondo delle banalità e la seconda per conoscere l’eterno – la frattura tra generazioni scomparirà. E il modo in cui svanirà, sarà bellissimo. 1

 

 

UN RACCONTO SUFI

 

Una donna, devota di un mistico Sufi, era preoccupata per il suo unico figlio: vivevano soli, il padre era morto, e il ragazzo era tutta la sua vita... voleva che diventasse qualcuno.

Il ragazzo amava moltissimo mangiare dolci e ogni altro tipo di porcherie... la madre fece di tutto, cercò aiuto dappertutto, da insegnanti, da preti... tutti fecero del loro meglio, ma il ragazzo era assolutamente indifferente ai loro consigli, e continuava a mangiare dolci.

Era il suo unico figlio, per cui alla fine, la madre pensò di rilassarsi e di dare al figlio ciò che voleva, altrimenti non avrebbe più mangiato nulla. D’altro canto, il bambino non mangiava più nulla che non gli piacesse, e le cose che gli piacevano non erano sane, non lo nutrivano, gli avrebbero solo creato problemi.

Il mistico Sufi, nel suo girovagare, era passato dal villaggio, e la donna pensò che fosse un’ottima occasione: quell’uomo aveva intorno a sé un’aura così intensa e potente, forse sarebbe riuscito a cambiare la stupida mentalità di suo figlio. Gli portò il ragazzo... era diventata praticamente un’abitudine per lei, portarlo da chiunque pensava potesse aiutarlo. Il ragazzo la seguì con riluttanza, recalcitrava... per lui era diventata, si può dire, una questione di autostima!

E quando la donna spiegò al maestro Sufi la situazione, lui rispose: “Mi devi perdonare. Adesso non posso dire neppure una parola a questo bellissimo ragazzo. Sono vecchio, ho settant’anni, ma ci vorranno come minimo due settimane prima che io gli possa dire qualcosa.”

La donna rimase allibita. Chiunque, anche il più idiota, era sempre pronto a dare dei consigli... e un grande mistico, venerato da migliaia di persone, si limitava a dire: “Scusami, ma adesso non posso darti nessun consiglio. Devi darmi come minimo due settimane.”

Per la prima volta, il ragazzo lasciò cadere ogni riluttanza, ogni resistenza. Per la prima volta si sentì rispettato, accettato, riconosciuto nella sua dignità di essere umano: non era condannato a priori... vide che quel vecchio aveva veramente preso a cuore il suo caso, voleva dargli un consiglio davvero fondato... ma aveva bisogno come minimo due settimane. La madre, invece, era sconvolta: stentava a credere che questo grande mistico non fosse in grado di dare, all’istante, un consiglio al ragazzo, su qualcosa di così semplice... ma cosa poteva farci? Dovettero aspettare le due settimane.

Dopo due settimane, tornarono. Questa volta il ragazzo era felicissimo di andare. Di fatto, era ansioso: aveva contato i giorni, perché desiderava rivedere il mistico: “È un uomo completamente diverso da tutti gli altri dai quali mi hai portato”... e la donna era stupita, perché prima era sempre stato recalcitrante. Ma era sempre stato portato contro la sua volontà, era stato costretto... questa volta, invece, non vedeva l’ora! Credeva di non poter aspettare due settimane: furono le più lunghe di tutta la sua vita.

Alla fine, il giorno arrivò... e all’alba, il bambino si lavò, si cambiò i vestiti, si preparò... la madre chiese: “Che fretta hai?”

Lui le rispose: “Voglio vedere quell’uomo... è il solo che ho sentito capace di rispettare il suo prossimo.”

In ogni altro caso, dare consigli agli altri è una sorta di umiliazione; è come dire: “Io so, mentre tu non sai. Io sono la guida, tu devi farti guidare. Io sono l’insegnante, tu l’allievo.” È una forma di piacere egoico, il cui prezzo è l’umiliazione dell’altro.

Andarono, e la donna fu la prima a chiedere: “Prima di passare al ragazzo, voglio sapere come mai ti ci sono volute due settimane... è un problema metafisico così complesso?”

E il mistico rispose: “Se lo fosse stato, avrei risposto immediatamente; qui si tratta invece di un problema esistenziale. Io ho settant’anni, lui ne ha solo sette... ho vissuto dieci volte più di lui, eppure mi piacciono ancora i dolci. E fino a quando a me piacerà mangiare dolci, non potrò mai dire nulla a lui. In queste due settimane ho tentato di non mangiarne e osservare cosa succede... il mio consiglio si fonda sulla mia esperienza, non sulla semplice opinione comune che i dolci non fanno bene. Forse è vero, ma se non riesco a smettere di mangiarne io, che ho settant’anni, come ci si può aspettare che un ragazzino... non posso dargli nessun consiglio!”

Il ragazzino era colpitissimo. Un uomo di quell’età si era inflitto delle privazioni per due settimane? E il vecchio disse al ragazzo: “Figliolo, è molto difficile. Sono riuscito a non mangiare più dolci, e non ne mangerò più per il resto della mia vita... ma consigliarlo a te, mi imbarazza un po’: sei così giovane. Se ti piacciono, sarà difficilissimo smettere, e importelo sarebbe violenza, una violazione dei tuoi diritti come individuo. Quindi, posso solo dirti che fa bene ed è salutare non mangiare dolci, ma è difficilissimo: è una sfida. Puoi scegliere di accettarla o no. Io ho smesso per il resto della mia vita... e solo ora ho l’autorità per dirti che anche tu puoi smettere. Di certo però, è una cosa difficilissima. Sei pronto ad accettare questa sfida, quest’avventura?”

E il ragazzo disse: “Li abbandono in questo preciso istante, e per il resto della mia vita. Se ci sei riuscito tu, perché non posso farcela io? E tu sei così vecchio... io sono così giovane. Tu ti indebolisci ogni giorno che passa, io mi rafforzo! Posso accettare questa sfida... la cosa non mi preoccupa minimamente.”

La madre stentava a credere a ciò che stava accadendo: era un miracolo! Il ragazzo stava convincendo il vecchio di essere in grado... e il vecchio diceva: “Ho la sensazione che anche tu debba pensarci su per due settimane, provarci prima...”.

E il ragazzino: “No, smetto seduta stante; qui, alla tua presenza... e con la tua benedizione!” 2

 

brani di osho tratti da:

1 The Great Pilgrimage from Here to Here # 7

2 The Invitation # 12

 

 

LA VERA MATURITÀ

 

Le qualità di una persona matura sono molto particolari, perché 'maturità' dà la sensazione che la persona debba ave-re esperienza, che sia già di una certa età, vecchia. Fisicamente può anche essere vecchia, ma spiritualmente è come un bambino, innocente. La sua maturità non è semplicemente l'esperienza guadagnata in una lunga vita. In quel caso non sarebbe un bambino, e non sarebbe una 'presenza': sarebbe una persona che ha esperienza, che sa molte cose, ma non una persona matura.

La maturità non ha nulla a che fare con le esperienze di vita. Ha a che fare con il viaggio interiore, con le esperienze interiori.

Più una persona penetra all'interno di sé, e più è matura. Quando ha raggiunto il centro stesso del suo essere, è perfettamente matura. Ma in quel momento la persona svanisce, e rima-ne solo la presenza...

Tutto il sapere svanisce, e resta solo l'innocenza.

La maturità ha una certa fragranza. Dona all'individuo una bellezza straor¬dinaria. Dà intelligenza, l'intelligenza più acuta. Ti fa diventare puro amore. Le tue azioni sono amore, e le tue non-azioni sono amore; la tua vita è amore, e la tua morte è amore. Sei semplicemente un fiore dell'amore.

L'Occidente ha definizioni di maturità che sono molto infantili. L'Occidente con la parola maturità intende che non sei più innocente, che sei maturato tramite le esperienze della vita, che non puoi essere facilmente ingannato, che non puoi essere sfruttato, che hai dentro di te qualcosa di simile a una roccia, solida — una protezione, una sicurezza.

Questa definizione è molto banale, grossolana. E vero, al mondo ci sono persone mature di questo tipo. Ma la maturità come la vedo io è un fenomeno completamente diverso, proprio all'opposto di questa definizione. La maturità non ti farà diventare come una roccia; ti rende vulnerabile, così semplice e dolce.

La maturità per me è un fenomeno spirituale.

TRATTO DA: Osho, Beyond Psychology #37

 

 

Guardati dentro

 

Quando ti arrabbi con tuo figlio o tua figlia, dicendo di farlo per il suo bene, guardati dentro e considera se è vero. Tuo figlio è stato disobbediente e tu ti arrabbi, dicendo di volerlo cambiare per il suo bene. Guarda dentro di te, e considera la verità. Stai pensando al suo bene o sei semplicemente offeso perché ti ha disobbedito? Sei urtato perché ti ha disobbedito. L’ego è ferito per la disubbidienza di tuo figlio.

Questa è la verità, il fatto in sé, ma continui a fingere che le cose non stiano così: stavi solo pensando al suo bene, ecco perché sei arrabbiato. Altrimenti, come potresti arrabbiarti? Sei un padre così amorevole, non puoi arrabbiarti. Come potresti mai? Lo ami così tanto, ma siccome lui ‘si sta incamminando per una strada sbagliata’ e tu ‘lo ami’, vorresti cambiarlo, ecco perché sei arrabbiato. Vuoi solo aiutarlo.

È la verità? Stai veramente tentando di aiutarlo o sei offeso perché ti ha disobbedito? E sei così sicuro che qualsiasi cosa tu gli dica vada bene per lui? Guarda profondamente dentro di te, considera la realtà, e sii autentico. Se la verità è che sei offeso dalla sua disubbidienza, devi essere pienamente consapevole che è per questo che sei arrabbiato. È questo l’essere autentici.

 

Osho, I segreti della trasformazione ed. Bompiani

 (ritorna al sommario)  

 

 

 

La Via dei Sufi

 

Mistici che percorrono la via dell’amore. Non impartiscono dottrine, insegnano a essere.  Piuttosto che dare informazioni verbali, preferiscono creare situazioni, trovando sempre metodi straordinari per provocare consapevolezza.

 

il sufismo non è una concezione del mondo; è una visione, ma non una concezione del mondo. Avere una concezione del mondo vuol dire restare ciò che si è, e iniziare a credere in una filosofia, in una particolare interpretazione della realtà. Rimani quello che sei, non sei per nulla cambiato. Una concezione del mondo ti dà un po’ di conoscenza in più, diventi più colto.

Una visione ti cambia. Una visione è possibile solo quando sei trasformato, quando vieni portato ad altre altezze, ad altre altitudini, ad altri spazi esistenziali.

Il sufismo è una visione. Di fatto chiamarlo “sufismo” non è esatto perché non è affatto un ‘ismo’. I Sufi non lo chiamano sufismo, è un nome dato da estranei. I Sufi chiamano la loro visione “tas sawuri”, una visione d’amore, un approccio d’amore alla realtà. È innamorarsi dell’esistenza. La persona che pondera sull’esistenza è un po’ antagonista perché riduce l’esistenza a un problema: come se l’esistenza la stesse sfidando e lei dovesse decodificare, decifrare, distruggere il mistero. E così lotta.

I Sufi dicono: noi e l’esistenza siamo un’unità. Non è affatto necessario lottare. Siate persuasivi, cooperate, invitate, amate, aiutate, e l’esistenza stessa inizierà a rivelarvi i suoi misteri. Non occorre violentarla. L’approccio filosofico, quello scientifico, quello intellettuale, sono un atto di violenza, sono un forzare l’esistenza a rivelare il proprio cuore. Sono uno spogliare l’esistenza con la forza e la violenza. La violenza può implicare metodi scientifici oppure metodi logici – non è importante – ma la violenza esiste. Il filosofo parte dal punto di vista che la natura non è disposta a rivelare i suoi misteri: deve essere costretta. Questo è un approccio violento.

Il sufismo afferma che non è necessario, che l’esistenza sta aspettando che ti avvicini a lei così da poterti rivelare il suo cuore. L’esistenza sta aspettando che ti innamori di lei. Se sei profondamente innamorato dell’esistenza, essa inizia ad aprirsi, inizia a rivelare i suoi segreti. A lungo ha aspettato che ti avvicinassi. Te ne puoi innamorare.

Una concezione del mondo è un atteggiamento aggressivo, una visione è un atteggiamento d’amore.

Vi ho detto che il sufismo non è un sistema, perché tutti i sistemi creano schiavitù, costruiscono intorno a voi delle prigioni. Sufismo è libertà. Non crea intorno a voi alcun sistema. Non vi dice di credere a un sistema particolare. Certo, parla di fiducia, ma non parla di credere.

La fiducia è una cosa completamente diversa. Il credere è dar fede a una teoria, a una filosofia, a una concezione del mondo; credi nell’islamismo, credi nell’hinduismo, credi nel cristianesimo. Ma quando hai fiducia, ti fidi della vita. Non credi nella vita, ti fidi della vita. Il credere è un misero sostituto della fiducia. E ricorda: credere dipende ancora una volta dalla testa; la fiducia sorge dal cuore. Le loro qualità sono diverse, completamente differenti, diametralmente opposte. Se riesci a trovare un luogo, uno spazio, in cui non viene imposto un credo ma viene aiutata la fiducia, restaci. Quello è il posto adatto per poter crescere, e crescere nella libertà. Non esiste altra crescita: la sola crescita è crescere nella libertà.

Vi ho detto che il sufismo non è una filosofia, ma non è neppure un’anti-filosofia. Semplicemente non prende in considerazione le filosofie, né le anti-filosofie: passa oltre, è indifferente. Dice: perché curarsi delle parole quando è disponibile la realtà? Quando si può bere l’acqua, perché preoccuparsi delle teorie sull’acqua?

Quando si può stare sotto il sole e giocare coi suoi raggi, perché curarsi delle teorie? Perché non avere un’esperienza autentica? La filosofia continua a girare in tondo, gira intorno alle cose senza mai penetrare il cuore della verità. Pensa “intorno” alla verità, ma pensare alla verità significa falsificarla. La verità deve essere incontrata, non essere pensata. La verità deve essere vissuta, non creduta.

La verità non è una conclusione: non si perviene alla verità tramite un processo sillogistico. La verità è presente! Tu sei verità, gli alberi sono verità, gli uccelli sono verità, il sole, la luna. La verità è ovunque, e tu chiudi gli occhi per pensare alla verità? Pensarci ti porterà fuori strada.

Non è necessario pensarla. Vivila! Solo vivendola perverrai a conoscerla.

Il sufismo non è un modo di pensare, ma un modo di vivere, uno stile di vita; non una filosofia di vita, ma un modo di vivere.

Ho detto che il sufismo non è speculativo. Speculazione significa pensare a qualcosa che non si è conosciuto. E questo è ridicolo! Speculazione indica un cieco che pensa alla luce, un sordo che pensa alla musica.

Il sufismo non è un gioco della mente, per questo è pratico, assolutamente pratico. Se chiedi a un Sufi qualcosa su Dio, riderà oppure canterà un canto che non si riferisce affatto a Dio, oppure ti narrerà una storia che sembra non avere alcuna relazione con la domanda. Sta semplicemente dicendo: “Non essere sciocco. Siamo pratici!”.

Tu gli chiedi del paradiso e lui parlerà della tua infelicità e di come lasciarla cadere: questo è essere pratici.

Poiché il paradiso non è altrove, quando avete lasciato cadere le vostre miserie, siete in paradiso, o meglio, per essere più veri, voi siete il paradiso.

I Sufi parlano sempre di tecniche, di metodi. Non parlano mai di “cosa”, parlano solo di “come”. In questo modo sono scientifici come qualsiasi scienziato. È una totale perdita di tempo parlare del paradiso: date dei metodi, cosicché il paradiso possa essere esplorato all’interno del vostro essere. È un fenomeno interiore, è il vostro spazio interiore. E lo stesso vale per l’inferno.

Il sufismo non è neppure una religione. Piuttosto è una religiosità. Non ha chiesa, non ha testi, Bibbia o Corano o Veda o Dhammapada. Non ha libri, non ha nessun testo sacro. Non ha chiese. Il sufismo è una religiosità molto, molto libera e fluttuante. Chiunque può essere un Sufi. Si può essere un Sufi ovunque: è un approccio pratico per la creazione di religiosità.

Tratto da: Osho, La leggenda delle sabbie, N.S.C. ed.

 

 

La Illaha Ill Allah – Dio è, e solo dio è.

 

 

Esiste solo l'Amato

 

Dio è, e solo dio è.

Questa è l'essenza fondamentale del sentiero dei Sufi, il puro seme. Da questo seme è cresciuto l'albero del Sufismo. In questa piccola affermazione è contenuto il senso profondo di tutte le religioni.

Questa dichiarazione fa sì che dio diventi sinonimo di esistenza. Dio è l'essenza di tutto ciò che è. Dio non è separato dalla sua creazione. Il creatore è nella sua creazione: non vi è dualità, non vi è separazione, non vi è distanza. Pertanto, qualsiasi cosa incontriate, è dio. Gli alberi e i fiumi e i monti: sono tutte manifestazioni di dio. Tu e le persone che ami, come pure le persone che odii, sono tutte manifestazioni di dio. Questa piccola affermazione può tra-sformare tutta la tua esistenza. Può cambiare l'intera gestalt della tua comprensione. Nel momento in cui capisci che tutto è uno, l'amore fiorisce da solo. E l'amore è Sufismo.

Il Sufismo non ha nessun interesse per la conoscenza. Il suo unico interesse è l'amore, un amore intenso, appassionato: come innamorarsi dell'universo, come entra-re in sintonia con il tutto. Le cosiddette religioni organizzate insegnano un dualismo in cui il creatore è separato dalla creazione, il creatore è più in alto rispetto alla creazione — perché nella creazione qualcosa non va, e bisogna rinunciarvi. I Sufi non rinunciano, celebrano. E qui io vi insegno questo: celebrate!

TRATTO DA: Osho, Il Segreto (in ristampa)

 

 

 

In Cammino

 

Continua a camminare

anche se non vi è alcun luogo

da raggiungere.

 

Non cercare di guardare attraverso le distanze.

Questo non è per gli esseri umani.

 

Cammina verso il tuo centro

e non dove la paura

ti conduce.

 

 

Abbiamo bruciato ogni traccia di

lavoro e professione;

non abbiamo altro se non poesie e

canzoni d’amore ora.

 

Cantiamo del cuore, dell’anima e dell’amato

soltanto per bruciare ogni traccia

del cuore, dell’anima, dell’amato.

 

 

danza derviscio, danza

porta il volto di dio

di fronte a te.

 

Solo l’amore può innalzare

il cuore così in alto

da lasciare che il sole gli restituisca

il suo colore originale!

Cercalo vicino a te,

l’amico, creatore del ritmo divino.

 

Oh, danza derviscio, danza

sappi che porti felicità al tuo maestro

ogni volta che sorridi.

 

L’altra sera,

così tante lacrime hanno preso il volo

portate in alto dalla gioia,

che il cielo ricolmo se n’é lamentato.

Allora ho scoperto dio,

che ancora una volta

si nascondeva nel mio cuore

e non ho potuto fare a meno

di danzare.

 

Danza, derviscio, danza,

scrivi migliaia di luminosi segreti

sulle porte dell’esistenza

così che anche chi è cieco

saprà dove siamo,

e potrà unirsi a noi,

in questo amore.

 

Danza, derviscio, danza

porta il volto,

oh porta il volto del tuo

Amato di fronte a te!

 

 

L’amore viene

e mi rende vuoto.

L’amore viene

e mi ricolma della presenza

dell’Amato.

Diventa il sangue del mio corpo,

le mie braccia, le mie gambe.

Diventa tutto!

ora ciò che resta di me è soltanto

un nome,

il resto appartiene all’Amato.

 

 

Il sufi non parla di sé, del suo lavoro o delle sue tecniche... il sufi ti racconta una storia, ti legge una poesia, ti porta a fare un'esperienza... e così anche Lahma, che conduce gruppi sufi a Pune e nel mondo, e sarà anche presente al Festival di Varazze domenica 8 aprile, ha voluto farvi apprezzare al-cune fra le più belle poesie di Rumi e Hafiz, mistici e poeti persiani, tra i più ama-ti nel mondo sufi.

 

 

 

Una Storia Sufi

 

Le vie del maestro sono misteriose, come peraltro la vita stessa. Questa affascinante storia di tre discepoli sufi alle prese con un’eredità impossibile ne è un esempio.

 

C’era una volta un Sufi che voleva essere sicuro che i suoi discepoli trovassero, dopo la sua morte, il maestro giusto per loro.

Un maestro non vi aiuterà solo mentre è in vita, ma farà in modo che, anche dopo la sua scomparsa, chi ha avuto fiducia in lui non sia lasciato solo a metà strada. Questo maestro Sufi stava morendo e sicuramente si preoccupava di quelli fra i suoi discepoli che ancora non avevano raggiunto uno stadio finale. Doveva fare qualcosa anche per loro. Il ‘lavoro’ dei Sufi avviene certamente in maniere molto strane, ma di sicuro sanno ciò che stanno facendo. Il maestro avrebbe potuto dire subito di andare da Hazrat Alì – che era il genero di Maometto – sarebbe stato così facile dire di andare da Alì! Ma non sarebbe stato giusto. Voleva che lo scoprissero da soli: quando scopri qualcosa per conto tuo assume un valore molto maggiore. E così mise in opera uno stratagemma...

Per cui nel suo testamento, dopo i lasciti obbligatori per legge, lasciò ai suoi discepoli diciassette dromedari con le seguenti disposizioni…

Doveva essere uno di questi dervisci nomadi che percorrono il deserto con carovane di dromedari, insieme ai discepoli.

Dividerete questi dromedari tra voi tre in questo modo: il più vecchio ne avrà la metà, quello di mezzo ne avrà un terzo, e il più giovane un nono.

Una cosa di sicuro strana, assurda – ma un maestro è illogico, non si preoccupa molto della logica. Questo è uno stratagemma: qualcosa che non può essere risolto con la matematica.

Alla sua morte, dopo la lettura del testamento, i discepoli rimasero dapprima molto stupiti da queste disposizioni così inefficienti.

Erano davvero stupiti. Deve essere sorto loro anche qualche dubbio: che disposizioni aveva mai dato? Diciassette dromedari, metà dei quali… bisognava tagliare un dromedario a metà? E poi un terzo… altri dromedari da uccidere? Come si può dividere in questo modo degli animali vivi! Di sicuro avranno pensato che magari era così vecchio da non ricordarsi più bene come fare i calcoli. Tutta la faccenda era così assurda, così profondamente assurda. Saranno sorti dei dubbi, delle perplessità: era questo lo stratagemma. Il maestro voleva che i discepoli fossero sconcertati. Aveva escogitato uno stratagemma perfetto.

Uno disse: Potremmo possedere questi dromedari in comune.

A questo punto cominciarono a pensare a cosa fare da un punto di vista logico. Gli ordini del maestro non potevano essere eseguiti così com’erano – bisognava pur trovare un modo – e quindi si incominciò a interpretarli.

Qualcun altro chiese consiglio e ritornò dicendo: Ci hanno detto di fare una divisione approssimativa.

Qualcuno, sicuramente un saggio, avrà consigliato semplicemente di fare una divisione approssimativa. Non c’era bisogno di tagliare i dromedari, bastava dividerli in maniera approssimativa, la più esatta possibile. Ma i Sufi, ricordate, non credono in una verità approssimativa. Sono persone molto accurate: ciò che dicono ha un significato preciso, non parlano a vanvera.

Cominciando a chiedere ad altre persone, le cose iniziarono sempre più ad allontanarsi dalle intenzioni del Maestro.

…furono consigliati da un giudice di vendere i dromedari e poi dividere il denaro.

A questo punto la faccenda stava diventando molto pratica: ottima idea, perché preoccuparsi, i soldi si possono sempre dividere, basta vendere i dromedari.

Altri ancora ritenevano il lascito nullo in quando le disposizioni non potevano essere eseguite.

Adesso le interpretazioni stanno diventando sempre di più. E i discepoli cominciarono a riflettere. Quando un maestro ti ordina di fare qualcosa, non è che devi cominciare a analizzare, ma devi ascoltarlo – devi meditarci sopra, non pensarci. Altrimenti ne perderai il significato. Devi meditarci, nel tuo intimo, devi dormirci sopra. Devi tenere questa cosa dentro di te e aspettare – solo aspettare, continuando a tenerla dentro di te. Ricordare e aspettare. Non cominciare a cercare interpretazioni. Le tue interpretazioni saranno le tue personali e non avranno alcun significato. Non solo, possono essere persino dannose.

Il maestro aveva messo in opera un grande stratagemma, così che i discepoli potessero trovare un nuovo maestro. Ma tutte queste cose che venivano loro suggerite erano contrarie alle sue intenzioni: nessuno aveva la minima idea di quali fossero le sue reali intenzioni.

Le tue interpretazioni saranno solo un riflesso della tua mente. Così quando un maestro opera uno stratagemma su di te, non pensarci sopra – ne perderai il significato. Il pensarci sopra è un modo sicuro per mancarlo. Devi meditarci sopra. E prima o poi qualcosa si aprirà dentro di te, e avrai un’intuizione, e sarà quello il significato reale dello stratagemma.

Non si tratta in realtà del testamento. Al maestro non è che interessano i dromedari e come verranno divisi. Per un maestro sono faccende di così poco conto!

A quel punto cominciarono a pensare che ci dovesse essere una qualche ragione nascosta in questa disposizione del maestro e iniziarono a domandare di qualcuno che fosse capace di risolvere problemi insolubili.

Finalmente si accorgono di una cosa: il problema sembra essere insolubile. Tutte le soluzioni proposte sono inadeguate, poco pertinenti. Nessuna sembra veramente adatta alla situazione.

Il problema sembrava essere insolubile, e lo diventava ancora di più, man mano che ricevevano consigli dalla gente. Così nella loro consapevolezza si fece luce un’idea: dovevano cercare qualcuno che potesse risolvere problemi insolubili. E si sa che i Sufi sono bravi a risolvere questi problemi: in realtà tutti i grandi problemi sono irresolubili, perché la vita è un mistero, non può essere risolta. E i Sufi sono interessati al mistero, non alla soluzione. Tutta la ricerca spirituale è interessata a ciò che non si può risolvere.

All’inizio erano andati dal giudice, dall’avvocato, dal sindaco… gente così. E poi si resero conto che il problema sembrava insolubile: nessuna di quelle soluzioni sembrava adeguata. E così pensarono di andare da qualcuno interessato in problemi insolubili, nei misteri della vita.

Tutti quelli ai quali avevano chiesto avevano fallito, fino a quando arrivarono alla porta del genero del profeta, Hazrat Alì. Egli disse: “Ecco la vostra soluzione: io aggiungerò un dromedario al numero originario. Così dei diciotto dromedari al più anziano ne andranno la metà, nove. Il secondo avrà un terzo del totale, e cioè sei dromedari, e il più giovane un nono, cioè due dromedari. In tutto diciassette: ne avanza uno, il mio dromedario, che così mi viene restituito.”

E infatti i Sufi dicono che i tuoi problemi non possono essere risolti, a meno che il maestro non ti dia un po’ del suo essere. È questo il significato di tutta la storia.

Ci sono diciassette dromedari – quei diciassette dromedari sei tu, e non riesci a concludere nulla fino a quando non arrivi da un uomo pieno di compassione che non solo è pronto a risolvere i tuoi problemi, ma è anche pronto a coinvolgersi.

Erano stati da molte persone, ma nessuno aveva pensato che bastava aggiungere un dromedario – e quando i dromedari diventano diciotto è semplice, si possono dividere perfettamente. Il maestro è qualcuno che è pronto a coinvolgersi con te. Quando ti arrendi a un maestro, lui ti apre tutto se stesso, diventa disponibile, si coinvolge. Tu ti sei impegnato e anche lui si è impegnato con te. In realtà non è che tu gli dai qualcosa: non hai niente da dargli. Tu gli dai quello che in realtà non hai e lui inizia a darti quello che ha.

Questi discepoli erano arrivati con un problema, di per sé insolubile, ma Hazrat Alì lo ha risolto. E il mezzo è stato aggiungere ai loro uno dei suoi dromedari. Così la prima cosa da ricordarsi è che un maestro è una persona che può darti il suo essere, che si impegna con te, che fa diventare i tuoi problemi un suo problema, che non pensa e basta – dall’esterno, come uno spettatore – lui partecipa!

E poi c’è la bellissima frase.

Ne avanza uno, il mio dromedario, che così mi viene restituito.

Perché qualsiasi cosa il maestro ti dia, gli ritorna sempre indietro. Qualsiasi cosa venga data torna indietro al maestro, perché è nella natura stessa di queste cose che non ci possa essere un trasferimento. Al massimo un prestito. È il suo essere, come può dartelo? L’essere non può essere dato – può solo prestartelo, per un momento. Ma anche se solo per un momento le cose ti diventano chiare… e poi tutto ciò che appartiene al maestro gli ritorna.

In questo modo i discepoli trovarono il loro nuovo maestro.

 

tratto da: Sufis the People of the Paths vol.2 #9

  (ritorna al sommario) 

 

 

 

Come trasformare

la RABBIA

 

Parliamo questa volta di una delle emozioni più frequenti, la rabbia: sebbene ci sia stato insegnato a reprimerla — per essere così delle persone 'civili' — la pressione è tale che non sempre si riesce a farlo, arrivando così a scoppi improvvisi, incontrollabili, assolutamente sproporzionati alla situazione che si sta vivendo — la classica goccia che fa traboccare il vaso. A ben vedere è la repressione stessa a portarci a comportamenti simili, oltre ad avvelenarci in vari modi la vita. Come si può fare a usci-re da questo circolo vizioso?

 

 

 “La rabbia è bella”, dice un mio amico, peraltro molto calmo. A sentirlo per la prima volta ti sorprende: ci è sempre stato insegnato l’opposto. Come può la rabbia diventare bella? Nella rabbia, emergono da sorgenti trascurate e sconosciute le emozioni che avevi represso. Non è possibile mettersi sul viso una maschera quando il fuoco della rabbia prende il controllo del tuo corpo. Sono un dolore reale e le tue vecchie ferite che ti fanno reagire tanto, e tanto in fretta. La rabbia è un’opportunità per confrontarsi con la propria autenticità. È una strada verso l’essere reale.

Se si permette alla rabbia di esprimersi, per esempio nella meditazione dinamica, essa può aiutarti in un viaggio verso una nuova, più reale, dimensione della vita. La rabbia può essere di grande aiuto per riconoscere il proprio sé reale.

È necessario, tuttavia, imparare un piccolo trucco: spostare il fuoco dell’attenzione dalla persona che ne è la causa immediata e – con un grande sforzo – fare luce invece su se stessi.

Che cos’è che mi fa tanto arrabbiare? Che cosa mi ferisce? E chi è che viene insultato dentro di me? Questo metodo di seguire le tracce della rabbia fino ad arrivare alla sorgente da cui nasce, è un vitale strumento per trasformare apparenze in realtà. Chiunque ami la verità deve avere il coraggio di includere la rabbia nel suo viaggio, accettandola e persino dandole il benvenuto, come a un’altra opportunità di scoprire qualcosa della propria natura più profonda. Che cos’è che rende bella la rabbia? Scopri la sua bellezza e liberatene.

Samarpan 

 

 

È molto facile controllare, è molto difficile trasformare. È molto facile controllare. Puoi controllare la rabbia, ma che fai? La reprimi. E che succede quando reprimi qualcosa? La direzione del movimento cambia: prima andava all’esterno, e se la reprimi, inizia ad andare all’interno – la direzione cambia.

Che la rabbia si dirigesse all’esterno era una cosa positiva, perché il veleno deve essere gettato fuori. È male che la rabbia si muova verso l’interno, perché questo vuol dire che tutta la tua struttura corpo-mente verrà avvelenata. E se continui a farlo per un lungo periodo di tempo… come fanno tutti, perché la società insegna il controllo, non la trasformazione. La società dice “Controllati!” e, attraverso questo controllo, tutte le cose negative vengono gettate sempre più in profondità nell’inconscio, e poi diventano un elemento costante dentro di te. Allora non è più che a volte sei arrabbiato e a volte no: sei arrabbiato e basta. A volte esplodi, e a volte non esplodi perché non c’è una scusa, o devi ancora trovarla. E ricorda si trovano scuse dappertutto!

Sei arrabbiato. Dato che hai represso tanta rabbia, ora non c’è mai un momento in cui non sei arrabbiato – al massimo, a volte sei meno arrabbiato e a volte di più. Tutto il tuo essere è avvelenato dalla repressione. Mangi con rabbia; quando una persona mangia senza rabbia ha una qualità diversa: è bello guardarla, perché mangia in modo non violento. Magari mangia carne, ma la mangia in modo non violento; tu forse mangi solo verdure e frutta, ma se la rabbia è stata repressa, mangi in modo violento.

 

 

Unghie e denti: l’espressione naturale della rabbia

 

Quando mangi, i denti, la bocca rilasciano rabbia. Fai a pezzi il cibo come se fosse il nemico. E ricorda: quando gli animali sono arrabbiati, che fanno? Sono possibili solo due cose – non hanno bombe atomiche e non hanno armi – che possono fare? o ti mordono o ti graffiano.

Queste sono le armi naturali del corpo: unghie e denti. È molto difficile che tu faccia qualcosa con le unghie, perché la gente dirà che sei come un animale. Quindi l’unica cosa che ti rimane per esprimere la rabbia o la violenza è la bocca, e anche quella non puoi usarla per mordere qualcuno. Ecco perché diciamo ‘un morso di pane’, ‘solo un morso’.

Mangi il tuo cibo con violenza, come se il cibo fosse un nemico. E ricorda che, se il cibo è un nemico, non ti nutrirà veramente, nutrirà tutto ciò che c’è in te di malato. La gente che ha represso la rabbia mangia di più: nel loro corpo continuano ad accumulare del grasso inutile. E hai notato che le persone grasse sorridono sempre? Senza motivo, anche se non c’è una ragione, le persone grasse continuano a sorridere. Perché? Questo è il loro volto, la loro maschera: hanno una tale paura della loro rabbia e della loro violenza che devono conservare sempre una faccia sorridente… e poi continuare a mangiare.

Mangiare di più è violenza, rabbia. Poi tutto questo si diffonde in ogni parte, in ogni campo della tua vita: farai l’amore, ma sarà più violenza che amore, avrà in sé molta aggressività. Ecco perché l’orgasmo profondo in amore diventa impossibile, perché in profondità hai paura che, se perdi completamente il controllo, potresti uccidere tua moglie o la tua amata, o la moglie potrebbe uccidere il marito o l’amante. Hai una grande paura della tua rabbia!

La prossima volta che fai l’amore, osserva: stai facendo gli stessi movimenti che si fanno quando c’è un’aggressione. Osserva il volto, tieni uno specchio con te in modo da vedere cosa succede alla tua faccia! Tutte le distorsioni della rabbia e dell’aggressione saranno presenti.

Nell’assumere il cibo, diventi arrabbiato: guarda una persona che mangia. Guarda una persona che fa l’amore – la rabbia è diventata così profonda che persino l’amore, un’attività completamente all’opposto della rabbia, persino l’amore ne viene avvelenato. Allora basta che tu apra la porta e c’è rabbia; posi un libro sul tavolo e c’è rabbia, stringi la mano a qualcuno e c’è rabbia – perché ora sei rabbia personificata.

 

 

Con la repressione alimenti l’inconscio

 

Con la repressione, la mente viene divisa. La parte che accetti diventa la mente cosciente, e la parte che neghi diventa l’inconscio. Questa non è una divisione naturale: accade per via della repressione. Nell’inconscio tu getti tutta la spazzatura che la società rifiuta. Ma ricorda che tutto ciò che getti via diventa sempre più parte di te: va nelle mani, nelle ossa, nel sangue, nel battito del tuo cuore. Adesso gli psicologi dicono che quasi l’ottanta per cento delle malattie sono causate da emozioni represse: tanti attacchi cardiaci vogliono dire che una tale rabbia è stata repressa nel cuore, un tale odio, che il cuore ne è stato avvelenato.

Perché? Perché l’uomo reprime tanto e diventa malato? Perché la società ti insegna a controllare, non a trasformare, e la via della trasformazione è completamente diversa. Tanto per cominciare, non è per niente la via del controllo, anzi è l’opposto.

Tanto per cominciare nel controllare reprimi, nella trasformazione tu esprimi. Ma non è necessario esprimere verso qualcun altro, perché l’altro è assolutamente irrilevante. La prossima volta che ti senti arrabbiato, vai a correre intorno alla casa per sette volte, e dopo siediti sotto un albero e osserva: dove è andata la rabbia? Non l’hai repressa, non l’hai controllata, non l’hai scaricata su qualcun altro, perché se la scarichi su qualcuno si crea una catena, dato che l’altro è stupido come te, inconsapevole proprio come te. Se scarichi la rabbia su di un’altra persona, e se l’altro è un illuminato, non ci sarà alcun problema: lui ti aiuterà a liberartene, a rilasciarla e a passare attraverso una catarsi. Ma se l’altro è ignorante come te, quando scarichi rabbia su di lui, reagirà. Getterà ancora più rabbia su di te, perché è represso proprio quanto te. Allora inizia il circolo vizioso: tu la scarichi su di lui, lui la scarica su di te, e diventate nemici.

Non gettarla su qualcuno. È la stessa cosa di quando senti di dover vomitare: non vai a vomitare su qualcuno. La rabbia ha bisogno del vomito. Vai in bagno e vomita! Ciò servirà a ripulire tutto il corpo: può essere pericoloso reprimere il vomito, e dopo aver vomitato ti sentirai fresco, alleggerito; ti sentirai bene, sano. Qualcosa non andava nel cibo che hai mangiato e il corpo l’ha rifiutato. Non volerlo tener dentro per forza.

La rabbia è solo un vomito mentale. Qualcosa non va in ciò che hai preso dentro di te, e tutto il tuo essere psichico vuole gettarlo all’esterno, ma non è necessario gettarlo su qualcuno. Dato che la gente lo butta sugli altri, la società ti dice di controllarlo.

 

 

Esprimi, non controllare

 

Non è necessario gettare la rabbia su qualcuno. Puoi andare in bagno, puoi fare una lunga camminata: vuol dire che c’è qualcosa dentro che ha bisogno di una forte attività per essere liberata. Vai a correre un po’, e sentirai che è stata eliminata, oppure prendi un cuscino e picchialo, combatti con il cuscino, mordilo finché mani e denti sono rilassati. Con una catarsi di cinque minuti ti senti subito alleggerito, e quando capirai questo, non ti scaricherai più su qualcun altro, perché è totalmente stupido.

Quindi la prima cosa, sulla via della trasformazione, è esprimere la rabbia, ma non con qualcuno: se la esprimi con qualcuno non la puoi esprimere totalmente. Vorresti forse uccidere, ma non è possibile; vorresti mordere, ma non è possibile. Ma puoi farlo con un cuscino. Il cuscino non reagisce, il cuscino non va in tribunale, il cuscino non ti è nemico, il cuscino non farà nulla. Il cuscino sarà felice, e riderà di te.

 

 

Sii consapevole

 

La seconda cosa da ricordare: sii consapevole. Per restare in controllo, non c’è bisogno di alcuna consapevolezza: lo fai meccanicamente, come un robot. La rabbia appare, e c’è un meccanismo per cui di colpo ti chiudi tutto in te stesso, ti limiti. Se invece osservi, il controllo potrebbe non essere così facile.

La società non ti insegna mai a osservare, perché quando qualcuno osserva è completamente aperto. Questo è parte della consapevolezza: si diventa aperti, e voler reprimere qualcosa ed essere aperti è una contraddizione – la cosa finisce con l’emergere. La società ti insegna a chiuderti in te stesso, a rintanarti, senza lasciare nemmeno una piccola apertura perché qualcosa possa uscire.

Ma ricordati: se niente ha la possibilità di uscire, nello stesso tempo non riesce a entrare nulla. Quando la rabbia non può uscire, sei chiuso. Stai toccando una bella pietra, niente può entrare; guardi un fiore, niente può entrare – i tuoi occhi sono chiusi, morti. Baci una persona, niente può entrare perché sei chiuso. Vivi una vita insensibile.

La sensibilità cresce con la consapevolezza. Con il controllo diventi ottuso, morto. È parte del meccanismo del controllo: se sei ottuso e morto, niente può influenzarti, come se il corpo fosse diventato una fortezza, un bastione di difesa. Niente potrà influenzarti, né un insulto né l’amore.

Ma il costo di questo controllo è molto alto… e non è necessario. Diventa il solo scopo della vita: come controllarti – e poi morire! Lo sforzo di controllarti prende tutta la tua energia, e alla fine c’è solo la morte. Così la vita diventa qualcosa di noioso, di morto: stai solo tirando avanti in qualche modo.

La società ti insegna a controllarti e a condannare, perché un bambino si controllerà solo quando sentirà che una cosa viene condannata. La rabbia è una cosa cattiva; il sesso è una cosa cattiva; tutto ciò che deve essere controllato deve essere in qualche modo mostrato al bambino come peccato, come male...

La rabbia è qualcosa di molto vitale, perché è una forza protettiva. Se un bambino non può arrabbiarsi mai, non riuscirà a sopravvivere. In certi momenti devi essere arrabbiato. Il bambino deve mostrare il suo essere; il bambino in certi momenti deve affermare il suo ‘territorio’, altrimenti non avrà spina dorsale.

La rabbia è bella, il sesso è bello. Ma le cose belle possono diventare orrende. Dipende tutto da te. Se le condanni, diventano brutte, se le trasformi, diventano divine. La rabbia trasformata diventa compassione, perché l’energia è la stessa. Un buddha ha compassione: da dove arriva la sua compassione? È la stessa energia che prima diventava rabbia, quella stessa energia diventa compassione.

Quindi ricorda che se condanni un fenomeno naturale, diventa velenoso, ti distrugge, diventa distruttivo e suicida. Se lo trasformi, diventa divino, diventa una forza divina, diventa un elisir. Con questo tramite arrivi all’immortalità, a un essere che non conosce la morte. Ma è necessaria una trasformazione.

Quando trasformi non controlli mai, diventi solo più consapevole. La rabbia accade, osservala! È un fenomeno bellissimo, energia che si muove dentro di te, e diventa rovente!

È proprio come l’elettricità nelle nuvole. La gente ha sempre avuto paura dell’elettricità: nei tempi passati, quando erano tutti ignoranti, pensavano che questa elettricità fosse un dio arrabbiato, minaccioso, che voleva punirli – che voleva creare paura in modo che la gente lo adorasse e si accorgesse che dio era là e voleva punirli.

Ma ora abbiamo addomesticato quel dio. Ora lo stesso dio passa attraverso il tuo ventilatore, o il condizionatore o il frigo – un dio che ti serve per tutto ciò di cui hai bisogno. Quel dio è diventato un’energia domestica, non è più arrabbiato e non è più minaccioso. Tramite la scienza, una forza esterna è stata trasformata in un amico.

La stessa cosa avviene per le forze interiori, tramite la religiosità. La rabbia è proprio come l’elettricità del corpo: non sai cosa farne. O ammazzi qualcuno o ammazzi te stesso. La società ti dice che se ti suicidi va bene, è un problema tuo, ma non devi ammazzare qualcun altro – e per quanto riguarda la società va bene così. Quindi o diventi aggressivo o diventi repressivo. La religiosità dice che sono sbagliati entrambi.

La cosa fondamentale è diventare consapevoli, arrivare a conoscere il segreto di questa energia, la rabbia, questa elettricità interna. L’elettricità è ‘calda’, e diventa la fonte dell’aria condizionata. Anche la rabbia è calda – e diventa la fonte della compassione.

La compassione è un’aria condizionata interiore. Improvvisamente tutto è fresco e bello, e niente può disturbarti, l’esistenza ti diventa amica. Adesso non ci sono più nemici… perché quando guardi attraverso gli occhi della rabbia, ognuno diventa un nemico; quando guardi attraverso gli occhi della compassione, ognuno è un amico, un vicino. Quando ami, dio è dappertutto; quando odi, c’è dappertutto il diavolo. È il tuo punto di vista proiettato sulla realtà.

È necessaria la consapevolezza, non condannare, e tramite la consapevolezza la trasformazione avviene spontaneamente. Se diventi consapevole della tua rabbia, la comprensione si fa strada in te. Solo con l’osservare, senza giudizi, senza dire questo è buono, questo è cattivo – solo osservando il tuo cielo interiore.

 

 

Meditazione

 

C’è il fulmine, la rabbia, ti senti scoppiare, tutto il sistema nervoso trema e si scuote, senti un tremito in tutto il corpo – è un bel momento perché quando l’energia è all’opera puoi osservarla facilmente, quando non c’è non puoi osservare.

Chiudi gli occhi e meditaci sopra. Non lottare, guarda cosa sta accadendo – il cielo pieno di elettricità, tanti fulmini, tanta bellezza – sdraiati a terra e guarda il cielo e osserva. Poi fai lo stesso all’interno.

Ci sono le nuvole, perché senza nuvole non ci può essere il fulmine: ci sono nubi nere, pensieri. Qualcuno ti ha insultato, qualcuno ha riso di te, qualcuno ha detto questo o quello… tante nuvole, nubi nere nel cielo interiore e tanti fulmini. Osserva! È una scena bellissima, e anche terribile perché non capisci. È misteriosa, e se il mistero non viene compreso, diventa terribile, ne hai paura. Ma quando il mistero viene compreso, diventa una grazia, un dono, perché ora ne hai le chiavi, e con le chiavi sei tu il padrone.

Non è che lo controlli, diventi il padrone perché sei consapevole. Più diventi consapevole, più penetri in profondità, all’interno, perché la consapevolezza va verso l’interno: più consapevole, più dentro; totalmente consapevole, perfettamente dentro; meno consapevole, più all’esterno; inconsapevole – sei completamente all’esterno, che ti aggiri fuori della tua casa.

L’inconsapevolezza è un vagare all’esterno, la consapevolezza è un approfondirsi dell’interiorità.

Quindi guarda! E se non c’è rabbia sarà difficile guardare: cos’è che puoi guardare? Il cielo è così vuoto, e non sei ancora in grado di guardare il vuoto. Quando c’è rabbia, guarda, osserva, e vedrai presto un cambiamento. Il momento in cui entra in gioco l’osservatore, la rabbia ha già iniziato a raffreddarsi, il calore si è perso. Allora puoi capire che tutto il calore è dato da te: è la tua identificazione che la rende bollente, e nel momento in cui senti che non è più calda, la paura se ne è andata, e non ti senti più identificato con essa, ti senti diverso, vedi una certa distanza. La rabbia è lì, come un lampeggiare intorno a te, ma tu non sei la rabbia.

Inizia a sorgere una collina – diventi un osservatore: giù nella valle c’è il balenare dei fulmini… la distanza cresce sempre di più… e arriva il momento in cui di colpo non sei più legato a quello che succede. L’identificazione è infranta, e nel momento in cui si rompe il legame, subito tutto questo infuocato processo diventa qualcosa di fresco, di nuovo: la rabbia diventa compassione.

tratto da Osho, And the flowers showered

 

 

* * * * *

 

 

L’eredità di Gurdjieff

 

Suo padre morì quando Gurdjieff aveva solo nove anni; doveva essere stato un uomo molto speciale. Chiamò a sé Gurdjieff e gli disse: “Sto morendo, e non ho nulla da lasciarti in eredità. Ti lascio orfano e povero. Ti voglio solo dare un consiglio, lo stesso che mi era stato dato da mio padre. Ho scoperto che quel consiglio si è dimostrato la ricchezza più grande che un padre può passare al figlio. Tu sei così giovane, forse non sarai in grado di comprenderlo. Ma ricordalo; presto anche tu riuscirai a comprenderlo e comunque, che tu lo comprenda o no, inizia a comportarti di conseguenza. Ascolta con molta attenzione e poi ripeti ciò che ti dico”.

Era un consiglio semplice. Il consiglio era: “Se qualcuno ti insulta, ti umilia, ti ferisce, non devi reagire immediatamente. Devi dire a quella persona: ‘Dovrai aspettare ventiquattr’ore, e poi verrò a darti la risposta. È una cosa sacra per me; l’ho promesso a mio padre sul letto di morte’. Perciò aspetta ventiquattr’ore e poi recati da quella persona. In quelle ventiquattr’ore avrai una possibilità di diventare più consapevole. La gente reagisce immediatamente, non c’è tempo a sufficienza per diventare consapevoli. Reagiscono come macchine. Quindi, se scopri che aveva ragione, va’ da lui e ringrazialo. Se scopri che aveva torto, non c’è bisogno di andare da lui; o, se vuoi, puoi andare a dirgli che ti sembra che lui abbia frainteso”. E Gurdjieff era solito dire, più avanti nella sua vita: “Quel semplice consiglio, datomi da mio padre prima di morire, ha trasformato completamente la mia vita perché mi ha dato una certa consapevolezza, una certa attenzione. Non potevo far nulla immediatamente, all’istante. Dovevo aspettare ventiquattr’ore. E non puoi rimanere arrabbiato per ventiquattro ore”.

Un uomo sveglio agisce in modo completamente diverso dal resto dell’umanità, che è profondamente addormentata.

tratto da: Osho, The Golden future #2

 

 

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La rabbia è energia

 

Non dico che la rabbia è sbagliata. Dico solo che è energia, un'energia meravigliosa. Quando la rabbia appare, sii consapevole, e riconosci in essa il miracolo. Quando si presenta, riconoscila e se rimani consapevole ti sorprenderai — ci sarà una sorpresa per te e può essere la più grande della tua vita: se ne sei consapevole la rabbia svanirà. Si trasformerà, diventerà energia pura: la rabbia si trasformerà in compassione, in per-dono, in amore.

E non c'è bisogno di reprimerla, così non ci sarà nessun veleno ad appesantirti. E non sarai arrabbiato, così non farai del male a nessuno. Siete entrambi salvi: l'altro, l'oggetto della tua rabbia, e tu stesso. Prima o soffrivi tu o soffriva quell'altro. Quello che sto dicendo è che nessuno deve soffri-re, basta prendere coscienza, lascia che ci sia consapevolezza. La rabbia arriverà ma sarà 'consumata' dalla tua consapevolezza. Non si può essere arrabbiati con consapevolezza e non si può essere avidi consapevolmente, o consapevolmente gelosi. La consapevolezza è la chiave di tutto.

TRATTO DA: Osho, The book of wisdom

 

 

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O depresso o sempre incazzato

Ma non c’è un’altra maniera di vivere?

 

Stai trattenendo la tua rabbia, è dentro di te che si sta accumulando. Basta un piccolo insulto, e scoppi. La tua reazione è completamente sproporzionata all’insulto ricevuto. E molte volte te ne accorgi anche, che non era poi quella gran cosa – e allora perché hai reagito in quella maniera folle?

Certe volte non sei nemmeno stato provocato. L’altro non era nemmeno consapevole di insultarti, e tu ti sei offeso, sei diventato matto.

Hai portato dentro di te la rabbia per un lungo periodo, e ora sta traboccando. Stava proprio aspettando il momento giusto per trovare una situazione ‘razionale’ e buttare la responsabilità sulle spalle altrui.

La pazienza è possibile solo se non continui a reprimerti, altrimenti diventerai insofferente.

Osserva: normalmente la rabbia non è negativa, fa naturalmente parte della vita, va e viene. Ma se la reprimi allora diventa un problema, allora continuerai ad accumularla. Allora non sarà più una questione di andare e venire; diventerà la tua essenza.

Allora non sarai arrabbiato qualche volta: continui a essere arrabbiato, rimani infuriato, e aspetti solo il momento che qualcuno ti provochi.

Anche un piccolo accenno di provocazione, e già prendi fuoco e fai cose delle quali poi dici di averle fatte ‘a dispetto di me stesso’. Analizza l’espressione ‘a dispetto di me stesso’, come puoi fare qualunque cosa contraria al tuo volere? Ma l’espressione è perfettamente adeguata.

La rabbia repressa crea una pazzia temporanea, qualche cosa che succede al di là del tuo controllo: vorresti reprimerla ma a un certo punto trabocca, esplode. Improvvisamente è sfuggita al tuo controllo. Non potevi far niente, non sapevi come fare – ed è venuta fuori. Una persona così può anche non arrabbiarsi, ma in realtà vive nella rabbia, se la porta sempre dentro.

Se guardi le persone… mettiti al lato della strada e osserva, troverai due tipi di persone, guarda le loro facce. Ci sono due tipi di persone: una è il tipo triste, che sembra sempre abbattuto, che si trascina dietro il peso della vita; l’altra è il tipo arrabbiato – con la pazzia che gli bolle dentro, pronto a esplodere in ogni momento. La rabbia è tristezza attiva; la tristezza è rabbia inattiva. Non sono due cose diverse.

Guarda il tuo comportamento: quand’è che ti ritrovi a essere triste? Sarai triste solo nelle situazioni in cui non puoi essere arrabbiato. Il capoufficio ti critica e tu non puoi reagire, non sarebbe ‘economico’. Non puoi arrabbiarti e devi continuare a sorridere – allora diventi triste. L’energia diventa stagnante. Torni a casa da tua moglie e ogni piccolezza, ogni cosa irrilevante ti fa arrabbiare.

Alla gente la rabbia piace, la gustano, perché sentono che almeno fanno qualcosa. Invece nella tristezza senti che qualche cosa è stata fatta a te.

Eri dalla parte passiva. Ti hanno fatto qualche cosa e tu ti sei sentito impotente: non potevi rimbeccare, render la pariglia, non potevi reagire. Dopo una sfuriata, ti senti un po’ sollevato, dopo un grand’ attacco di rabbia ci si sente rilassati… stai bene, ti senti vivo. Anche tu puoi fare qualcosa.

Non puoi farlo col capo, ma puoi farlo con tua moglie. La quale aspetta il ritorno dei figli – non va bene infuriarsi troppo col marito! È lui il capo e la moglie dipende da lui: è rischioso arrabbiarsi. Aspetterà i bambini, e allora può sgridarli e picchiarli – per il loro bene.

E cosa faranno i figli? Andranno nelle loro camere, a stracciare i libri, a rompere le bambole, a maltrattare il cane o tormentare il gatto. Dovranno reagire, tutti dobbiamo reagire, se no diventiamo tristi.

Le persone che vedi per strada e che sono diventate tristi, – così tanto che la loro faccia non esprime nient’altro – sono persone così deboli, così giù – al gradino più basso – che non possono trovare nessuno con cui arrabbiarsi. Sono persone tristi.

Più su nella scala troverai persone arrabbiate. Più in alto vai, più troverai persone infuriate. Più vai giù più saranno tristi.

Se sei India, guarda gli intoccabili, la classe più bassa, sono tristi. E dopo vai a vedere i bramini – sono pieni di collera. Un bramino è sempre arrabbiato: per ogni sciocchezza diventa matto. È un bramino!

Un intoccabile può essere solo triste perché non ha nessuno più in basso di lui per scaricare la sua rabbia.

Rabbia e tristezza sono le due facce della stessa energia… repressa.

La pazienza viene se non sei né arrabbiato né triste. La pazienza è un fenomeno meraviglioso. Se non sei arrabbiato con qualcuno, né sei triste ‘a causa’  di qualcuno  – rabbia e tristezza se ne andranno entrambi. La tua energia si è sistemata, centrata; sei tornato a casa… pazienza vuol dire che sei tornato a casa. Adesso niente può distrarti o disturbarti, sei così felice, così beato che tutto il resto è irrilevante.

Qualcuno ti insulta: non hai bisogno di sentirti insultato, sei cosi felice. L’hai mai notato? Se sei felice e qualcuno ti insulta non ti arrabbi. Se invece sei infelice diventi veramente arrabbiato e questo dimostra solo la matematicità del fatto. Se sei infelice, sei pronto ad arrabbiarti, ma se sei felice, la stessa cosa non ti tocca affatto.

Se sei profondamente beato, gustando semplicemente  ogni momento della tua vita come se fosse un regalo divino, che importa? Non ne vale la pena, hai già con te una cosa così preziosa e tutto il resto diventa irrilevante.

 

tratto da: Osho, Nirvana, l’ultimo incubo Ecig ed.

 

 

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UNA PERSONA CHE SI PUÒ INFURIARE E DIMENTICARSENE IL MOMENTO DOPO, È UNA BELLA PERSONA. LA TROVERAI SEMPRE AMICHEVOLE, VIVA, AMOREVOLE, COMPASSIONEVOLE.

 

 

Ti sei arrabbiato con un bambino ed egli è arrabbiato con te. Guardalo in faccia! È così rosso in viso e in collera che ti vorrebbe uccidere. Grida: “Non parlerò mai più con te! Basta!” E un minuto dopo ti siede in braccio a chiacchierare piacevolmente. Ha già dimenticato. Qualunque cosa egli abbia detto durante la collera, non lo porta con se. Non è diventato un bagaglio nella sua mente. Sì, lì per lì, era arrabbiato, ma adesso tutto quello che ha urlato in quel momento è sparito. Non si è impegnato per sempre: sul momento si è accalorato, certo, ma la sua vita continua a fluire – non si è irrigidito

Quello che c’era, adesso non c’è più. Non lo porterà dentro per sempre, in eterno. Anche se glielo ricorderai, riderà dicendo “ma non ha senso!”. Dirà “non ricordo, ho detto proprio così? Impossibile”. Dirà “Come potrei aver detto una cosa del genere? Lo devi aver immaginato!”

È stata una sfuriata. Bisogna capirlo: un uomo che vive nel momento, delle volte è arrabbiato, delle volte felice, delle volte triste, ma di sicuro non porterà questi sentimenti dentro di sé per sempre. Una persona che è molto controllata e non permette alle sue emozioni di manifestarsi è molto pericolosa. Quando la insulti, non reagisce. Si trattiene. E pian piano accumulerà tanta rabbia che si troverà a fare qualche cosa di brutto.

Non c’è niente di sbagliato in un momentaneo accesso di rabbia. Io non sono contro la rabbia. Sono contrario alla rabbia accumulata. Non sono contrario al sesso, ma contro una sessualità accumulata. Tutto quello che è nel momento, è giusto, tutto quello che è trasportato dal passato, è male, è malato, è patologico.

 

tratto da: Osho, Tao The Pathless Path vol. 2

 (ritorna al sommario)  

 

 

 

Il Lavoro sull'emozioni

 

Tra le terapie di Osho ce ne sono molte che lavorano sulle emozioni represse, come la rabbia, la gelosia e la paura. Sudha e Aneesha, due note terapiste di Osho, si sono incontrate durante un workshop in Italia e hanno iniziato a parlare di W. Reich e della tecnica chiamata Pulsation,tecnica che lavora principalmente sull’espressione delle emozioni.

 

 

Sudha: Aneesha, puoi parlarmi del tuo background in terapia reichiana? So che sei andata più in profondità in questo tipo di lavoro di qualunque altro terapista di Osho che conosco. Forse potresti iniziare col dirmi come hai cominciato.

 

Aneesha: Beh, subito dopo i vent’anni, ho cominciato a leggere Wilhelm Reich. Avevo trovato un suo libro, credo fosse “La rivoluzione sessuale”, e ho visto che ciò che lui diceva era proprio vero. Attraverso tutta una serie di circostanze ho scoperto poi un terapista reichiano, che stava iniziando un programma di training. Si trattava di Charles Kelly, a Los Angeles, e così mi sono iscritta al suo training che si svolgeva nei week-end. Il training durava in tutto due anni e mezzo, e a 25 anni ero una terapista reichiana diplomata. Sin dall’inizio avevo sentito che ero proprio nata per questo genere di lavoro, e sapevo anche di essere molto fortunata per averlo scoperto!

Fu così che andai poi a vivere all’Esalen Institute (il più famoso centro di terapie non tradizionali degli anni ‘70) come terapista, terapista residente. Vivevo in California e praticavo il lavoro reichiano. Per circa nove mesi avevo avuto un piccolo studio professionale, il lavoro stava crescendo, ma sentivo di non voler rimanere isolata, volevo far parte di qualcosa di più grande, e in quel momento Esalen era la cosa più grande, più comunitaria che esitesse. Avevo già guidato dei gruppi là grazie alla connessione con il mio insegnante, e così ho chiesto di potermici trasferire e la risposta è stata positiva. Vivevo ad Esalem quando ho sentito parlare di Osho per la prima volta. Mi è capitato di lavorare anche a Londra, e proprio là ho incontrato Veeresh e Somendra (terapisti già sannyasin), c’eri anche tu! (rivolta a Sudha). Insomma un mucchio di persone davvero straordinarie, connesse con Osho. Quando ho sentito parlare della Meditazione Dinamica e l’ho sperimentata, in tutta la sua energia e vitalità, qualcosa è immediatamente ‘risuonato’ in me. Questa meditazione ha respirazione, catarsi, espressione, rilassamento, meditazione e celebrazione: tutto ciò che mi era sempre sembrato necessario nel mio lavoro. Io l’ho sempre collegato alla celebrazione – e così mi sono avvicinata a Osho tramite questo forte interesse per la Meditazione Dinamica. Ho avuto subito la sensazione che tutto questo fosse come confluire in un fiume più grande, un modo per non rimanere isolata nel mio lavoro. Ed è stato proprio così. Sono andata a Pune e sono diventata sannyasin. Mi sono subito sentita coinvolta totalmente e questo mi ha dato un grande entusiasmo.

Poi la terza volta che ero a Pune, mi sembra, Osho mi ha chiesto ‘Be’, che cosa vorresti fare nel periodo che stai qui?’ e io ho risposto ‘Penso che mi piacerebbe guidare dei gruppi di terapia’ – avevo già partecipato a dei gruppi – lui ha detto che andava bene… e così sono diventata una terapista di Osho, e da allora ho fondamentalmente continuato a far sempre questo lavoro. Che naturalmente ha iniziato ad assumere un gusto particolare: il lavoro che mi era stato insegnato si è riempito sempre di più con Osho e la meditazione. E la meditazione, in questa atmosfera, si è approfondita. Il lavoro che faccio è ancora prettamente reichiano nella forma, ma sento che nel tempo ha assunto naturalmente una sfumatura diversa da prima, un sapore particolare.

 

Come colleghi con la meditazione il corpo e il lavoro con l’energia?

 

Be’, è mia esperienza personale che, quando respiro profondamente, quando lascio uscire le emozioni racchiuse nel corpo – quando il corpo si rilassa nell’intenso fluire di energia che accade naturalmente attraverso il respiro e il rilascio di emozioni – cado nel silenzio, cado nel mio centro, mi rilasso in profondità all’interno di me stessa in un modo che di sicuro non accade se non faccio quelle cose. È un po’ il seguito naturale del caricarsi di energia, di esprimere e lasciarsi andare… così che dopo, il profondo silenzio in cui ci si ritrova è qualcosa che accade con molta più facilità e naturalezza.

 

Qual è il ruolo della comprensione e dell’intuizione nel tuo lavoro?

 

Trovo che l’intuizione nasce da una certa esperienza di ciò che è naturale. Non lavoro a livello psicologico, non vado veramente a scavare in quel settore, non è quello il campo particolare dove sono qualificata e ho una lunga pratica. Ma capisco e ho un’esperienza profonda dell’energia naturale, della vitalità e del fluire del corpo.

 

È come se il corpo ti parlasse, o sbaglio?

 

Il corpo… è tutto lì. Ha la sua saggezza, ha la sua intelligenza, e la sua comprensione è radicata nel naturale – la biologia, direi – ciò con cui nasciamo, come opposto al bagaglio psicologico che collezioniamo durante la vita. Quindi, nel momento in cui possiamo ricadere in quel piacere naturale di essere presenti nel corpo, le cose vengono comprese a un livello molto immediato e semplice. Sono verità semplici quelle che il corpo rivela – semplici e ovvie. E accade in maniera spontanea. Per me è sempre un miracolo come, lavorando con il corpo, diventino possibili così tante intuizioni.

Voglio anche dire qualcosa su ciò che è accaduto alla mia sessualità tramite questo tipo di lavoro, perché Reich aveva un grande interesse verso la sessualità. Il lavoro di tutta la sua vita è stato centrato sulla sessualità e sul riaffermarne la naturalezza – lavorava in una società con valori ancora molto ‘vittoriani’, molto repressivi. Veniva dalla scuola freudiana, che cominciava allora a uscire da una fase di fortissima repressione.

Il lavoro di Reich iniziò con la sessualità e gradualmente arrivò ad includere il lavoro con le emozioni. La sua osservazione fu che quando il corpo è teso, represso e controllato, l’energia sessuale e le sensazioni sessuali vengono ridotte in modo drastico: diventi poco sensibile e poco vivo. Quando aiutava le persone attraverso il lavoro sulla muscolatura e la respirazione, come faccio anch’io, poteva notare da ciò che dicevano i pazienti e da ciò che intuiva lui stesso, che la loro vita sessuale cambiava e si apriva notevolmente. Persone frigide o impotenti diventavano sessualmente vive, permettendosi di avere sensazioni sessuali e provando piacere nel sesso per la prima volta. E questo è successo anche a me. Sono cresciuta negli anni ‘50, e i miei condizionamenti, ciò che mi avevano insegnato, mi portavano a non provare piacere nel sesso, addirittura a ignorarlo. Nelle mie prime esperienze sessuali c’era del divertimento e un certo piacere, ma non un piacere profondo, orgasmico. Questo è diventato possibile solo dopo le mie esperienze reichiane, quando il mio corpo si è liberato e l’energia ha iniziato a fluire. Sono diventata orgasmica, viva, molto più vitale. Il fluire delle emozioni, l’espressione, la vitalità che attraversano il corpo; tutto questo porta semplicemente un arricchimento dove prima c’era opacità, piattezza.

 

Io mi accorgo esattamente dello stesso fenomeno quando le persone lavorano a livello psicologico: se fanno solo del lavoro psicologico e non includono anche il corpo – il lavoro con quella componente dell’energia che è nel corpo – possono rimanere per degli anni senza fare alcun progresso.

 

Sì, è proprio così. Naturalmente quando lavori sulla psiche viene influenzato anche il corpo, e viceversa se lavori sul corpo, la psiche ne viene influenzata. Il lavoro psicologico porta molta comprensione, ma la connessione con il corpo e la vitalità, e il tipo di comprensione legata al corpo, verranno a mancare. È molto importante lavorare sul corpo – sul respiro e l’energia – mentre si lavora con la psiche. Mi sembra che quando la ‘bioenergia’ viene liberata, allora è essenziale introdurre il lavoro psicologico in modo che possa essere integrato anche il contenuto della mente. È necessaria un’integrazione a tutti i livelli.

 

Ti prepari a condurre un training di Pulsation. Chi ne può ricavare beneficio? È un training in cui insegni alcune tecniche terapeutiche, oppure è per persone che vogliono sperimentare a livello personale?

 

Lo considero qualcosa di completo, perché inizia con l’esperienza pratica, in modo da avere delle solide radici sulle quali basare poi la comprensione. Iniziamo con l’esperienza, e poi passiamo alla teoria del lavoro reichiano e come questo si relaziona a Osho, alla sua visione e alla meditazione. Osho ha detto moltissime cose su Reich. Una di queste è che era un maestro tantrico, seppur inconsapevolmente, e che doveva essere stato un maestro tantrico in una vita passata. Ha detto persino che gli dava il sannyas alla memoria. Ha parlato del lavoro di Reich con il corpo, le emozioni, per lasciare andare ciò che è represso, specialmente la rabbia. Ha parlato di Reich con molto amore. Ho guardato nella biblioteca di Osho e ho visto che ha i libri di Reich, e che ha scritto delle brevi note ai margini.

Da questo training può trarre vantaggio chiunque voglia fare un’esperienza profonda di queste tecniche. Poi, dopo la parte teorica, cominciamo a far pratica con le sedute. Insegneremo a dare sessioni di ‘emotional release’, sessioni reichiane, e faremo molta pratica fra di noi nel gruppo. E ci sarà anche una supervisione: verrai tu Sudha a insegnare tecniche di counseling. Anche per chi non è interessato a diventare un terapista, questa è un’esperienza molto profonda e intensa, utile. Comunque è un training indirizzato specialmente a persone che vogliono imparare le tecniche del lavoro reichiano di ‘emotional release’, magari per integrare le conoscenze che già adoperano nel loro lavoro, o per acquisire un’esperienza di base che può in seguito essere integrata con altri training: Counseling Training o The Tantra Experience ad esempio.

Se qualcuno vuole veramente solo un assaggio, allora è possibile fare un gruppo di 5 giorni. Ma col training completo puoi andare davvero in profondità, sia a livello di esperienza personale che a livello di apprendimento di tecniche terapeutiche.

 

 

 

UN MODERNO MAESTRO TANTRICO

 

WILHELM REICH è uno dei nomi più importanti del mondo della psicologia. Cominciò a lavorare sull'energia umana e naturalmente se si lavora sull'energia umana si arriva alla fonte di tutto — l'energia sessuale. Dal quel momento tutti si rivoltarono contro di lui: il governo gli era contro, gli psicologi gli erano contrari, e la sua situazione diventò molto strana. Il suo lavoro era strano, duro... Gli fu reso ancora più difficile dalla società, Io condannarono immediatamente dicendo che era in combutta con il diavolo — proprio come dicono di me! — dicevano che il sesso doveva essere ripudiato e che lui insegnava alla gente strane cose. I suoi esercizi hanno di mostrato la sua genialità. Cominciò a guarire le persone. Ma la scienza medica, la chiesa, il governo — tutti cominciarono a creargli molte difficoltà. Era disperato perché, sapendo di aver trovato qualcosa di veramente importante per il genere umano, scoprì che non poteva convincere nessuno. Era pronto a discutere tutto quello che aveva scoperto. Ma le sue scoperte erano in conflitto con la così detta moralità, erano contrarie all'intera struttura sociale, educativa, politica. Dopo la sua morte il suo lavoro rimase incompiuto: ha un'immensa potenzialità. Ha bisogno di essere sviluppato e questo deve succedere in connessione con il Tantra. Chiamo Wilhelm Reich un moderno maestro di Tantra, anche se lui stesso non ne era consapevole; forse nelle sue vite passate ha conosciuto i segreti del Tantra — per ché il suo lavoro li contiene. Ci sarà una "rinascita" di Wilhelm Reich perché ciò che faceva era assolutamente scientifico. E forse un giorno... Molti fra i miei sannyasin hanno studiato psicologia, psicoanalisi e alcuni cominceranno a lavorare su Wilhelm Reich. È uno dei nostri. Gli do il sannyas postumo!

Osho

 

 

 

COS'È L'OSHO PULSATION

E IL NEO-REICHIAN BODYWORK AND EMOTIONAL RELEASE

 

Le tecniche di Osho Pulsation aiutano le persone a contattare le proprie emozioni represse, a farne di nuovo l'esperienza e ad esprimerle.

Questo approccio aggira la mente andando a lavorare direttamente con il corpo. Così, la respirazione profonda neo-reichiana e un lavoro diretto e di contatto con l'armatura muscolare, in combinazione con movimenti espressivi del corpo e con l'emissione di suoni, dissolvono le tensioni che impediscono il fluire dell'energia vitale. Quando queste tensioni si allentano, le emozioni profonda-mente represse possono uscire sotto f orma di ondate di rabbia, terrore o lacrime e con tutti gli effetti che si accompagnano a livello corporeo. Spesso riemergono spontaneamente memorie degli eventi originariamente repressi che così diventano di nuovo consci. Nella fase successiva a queste scariche di energia e forti emozioni non controllate, il corpo si rilassa in profondità e diventa disponibile a sensazioni d'amore, gioia, fiducia e risata, sensazioni più delicate e di espansione.

Uno dei contributi più significativi alla psicoterapia occidentale è venuto da Wilhelm Reich. È stato il primo psicoterapista a includere il corpo e il rilascio emozionale nel proprio lavoro con la gente. Tutte le terapie espressive contemporanee che nella teoria e nelle tecniche terapeutiche usano il respiro, la catarsi e la regressione emotiva (ad esempio, la Terapia Primal), hanno praticamente le loro radici reichiane. Di fatto, le meditazioni attive di Osho, e specialmente la Dinamica, sono chiaramente di derivazione reichiana.

 (ritorna al sommario)  

 

 

 

"I giorni e i mesi che passano
sono gli eterni viaggiatori del tempo.”

 

“I giorni e i mesi che passano sono gli eterni viaggiatori del tempo.” Perché Basho ha scritto questo haiku?

Chi non sa niente di Zen non potrà trovarci alcun significato… solo chi conosce il contesto – e il contesto è l’essere un testimone.

Questo haiku non è che dica qualcosa sul testimone, in effetti dice tutto sul testimone. È proprio come uno specchio. I mesi, i giorni e gli anni sono eterni viaggiatori. Continuano a passare davanti a noi, mentre noi siamo sempre qui e ora. Noi non ci spostiamo. Tutta la nostra esistenza è qui e ora, sempre. Non importa dove sia il nostro corpo. L’haiku ha un significato solo per chi medita. Tutto continua a passare. È una carovana di stelle, di giorni, di mesi, di anni e di stagioni. Ma tu? Tu resti semplicemente qui, osservando in silenzio tutta questa processione. Questo centro che non si muove mai è il centro, non solo tuo, ma di tutta l’esistenza. L’intera esistenza si sta muovendo attorno a questo centro. Sapere questo ti stabilizza. Hai trovato la tua interezza e ti rilassi. Tutti i desideri scompaiono, tutte le ambizioni si dissolvono. Non c’è nessun luogo dove andare, niente da conseguire. Tutto è come deve essere. Nel momento in cui sperimenti questo – cioè, che tutto è come deve essere – diventi un buddha. Questo è quello che chiamiamo illuminazione.

tratto da: Hyakujo: The Everest of Zen

 

 

E PER IL NUOVO ANNO CHE STA PER PASSARCI DAVANTI….

SUGURI PER LA VOSTRA ODISSEA NELLO SPAZIO INTERIORE !

  (ritorna al sommario) 

 

 

 

Quant’è lungo il viaggio?

 

MAPPE INTERIORI 3 – Il viaggio in realtà non è lungo, fa tutto parte del tuo sogno… però fin quando non ti svegli chissà quanta strada ti toccherà fare…

 

 

Il Buddha ha detto,

è meglio dar da mangiare a un uomo buono

che dar da mangiare a cento uomini cattivi.

È meglio dar da mangiare a uno che osserva

i cinque precetti di Buddha

che dar da mangiare a mille uomini buoni.

È meglio dar da mangiare a uno srotapanna

che dar da mangiare a diecimila di coloro

che osservano i cinque precetti di Buddha.

È meglio dar da mangiare a uno skridagamin

che dar da mangiare a un milione di srotapanna.

È meglio dar da mangiare a un anagamin

che dar da mangiare a dieci milioni di skridagamin.

È meglio dar da mangiare a un arhat

che dar da mangiare a cento milioni di anagamin.

È meglio dar da mangiare a un pratyak buddha

che dar da mangiare a un miliardo di arhat.

È meglio dar da mangiare a uno dei buddha

del presente o del passato o del futuro

che dar da mangiare a dieci miliardi di buddha pratyak.

È meglio dar da mangiare a uno che è al di sopra

della conoscenza, della parzialità, della disciplina,

e dell’illuminazione che dar da mangiare a cento miliardi di buddha del passato, presente e futuro.

 

 

 

Una delle cose fondamentali da comprendere è che le distanze sono solo fenomeni di sogno, nella realtà non esistono. Si può essere in un sonno molto leggero, o in un sonno molto profondo, o in uno stato simile al coma. Esistono delle distanze… Se vuoi svegliare qualcuno, allora il primo, il cui sonno è molto leggero – mezzo addormentato e mezzo sveglio – può essere svegliato in fretta; ma tutti possono essere svegliati. È solo una questione di intensità dell’impegno necessario per risvegliare dall’esterno, e di forza necessaria per svegliarsi dall’interno.

Tutti voi avete provato momenti, durante un incubo, in cui volevate svegliarvi ma non riuscivate a muovervi. Poi, in un minuto, vi svegliate. È strano, solo un momento prima sembrava impossibile anche solo aprire gli occhi o muovere le mani, e dopo un minuto sei completamente sveglio.

La distanza tra me e te è solo una distanza di sogno, quindi non c’è bisogno di essere tristi, o di pensare che sarà un viaggio lungo e difficile. È un fenomeno molto semplice e naturale. Se riesci a rilassarti – e niente è più facile del rilassamento – le cose inizieranno a succedere per loro conto.

Il sutra di Gautama il Buddha è simbolico. Dar da mangiare a qualcuno vuol dire curarlo, rispettarlo, amarlo, fare qualcosa per lui, per compassione, gentilezza o amore o rispetto. Quindi non bisogna prendere il cibo alla lettera.

Il sutra dice: è meglio dar da mangiare a un uomo buono che dar da mangiare a cento uomini cattivi.

Chi è l’uomo buono? L’uomo buono è quello che agisce spontaneamente nel modo giusto. Ricorda bene la parola ‘spontaneamente’. L’uomo buono non è quello che si sforza di agire nel modo approvato come buono dalla società in cui è nato… quella potrebbe anche non essere una cosa buona. Ci sono centinaia di società al mondo, sono esistite centinaia di civiltà, e non c’è neanche una cosa che non sia stata lodata come buona da qualcuno o condannata come cattiva da qualcun altro. Quindi non è una questione che deve essere decisa dalla morale esterna. La decisione deve avvenire in base alla tua spontaneità. Tutto ciò che nasce dal tuo cuore – e quindi non è una reazione ma una risposta – quella è un’azione buona.

Buddha dice: è meglio dar da mangiare a un uomo buono – perché è difficile trovare anche un solo uomo buono, un uomo spontaneo, un uomo le cui azioni nascono dal cuore – che dar da mangiare a cento uomini cattivi. Per quanto riguarda l’uomo cattivo, chiunque agisca nel ‘sonno’, inconsapevolmente, è cattivo. Il cattivo e il buono non sono relativi all’azione; riguardano la consapevolezza con cui le azioni sono compiute. Una spontanea consapevolezza, essere svegli, vigili, oppure inconsapevolezza… l’azione può essere la stessa, ma la sua qualità cambia a secondo del tocco dell’uomo che la sta compiendo.

Buddha sta dicendo che prendersi cura di cento uomini addormentati, inconsapevoli, che non sanno chi sono, non sanno perché esistono, non sanno dove stanno andando, perché si stanno muovendo; uomini che sono parte della massa, non sono ancora uomini, sono pecore… Buddha dice che è meglio rispettare l’uomo spontaneo, sveglio.

Devo sottolineare la parola ‘rispetto’, perché di solito vuol dire solo onore. Ma il significato etimologico della parola ‘rispetto’ (ri-spetto) è: un uomo che vorresti rivedere molte volte; un uomo che riesce a toccarti il cuore, che ha un impatto magnetico su di te, in modo che vuoi guardarlo molte volte.

È meglio dar da mangiare a uno che osserva i cinque precetti di Buddha che dar da mangiare a mille persone buone.

Buddha ti dà la grande dimensione della consapevolezza, i suoi dettami, e il modo in cui devi comportarti, perché questo comportamento sarà per te una trasformazione. I cinque precetti di Buddha sono in un certo senso molto semplici, se si seguono esattamente gli insegnamenti di Buddha; altrimenti diventano una tortura auto inflitta. L’uomo buono agisce spontaneamente, ma l’uomo con i cinque precetti ha una certa responsabilità insieme alla sua spontaneità: essa ha una meta, una visione molto ben definita. Lui sa cosa sta facendo, perché lo sta facendo, e sa quali saranno i risultati. Agisce con grande consapevolezza. I cinque precetti sono semplici, ma la consapevolezza ne deve essere la base…

I cinque precetti: il primo è la non violenza; qualunque sia la situazione, non deve agire in modo violento. La sua risposta dovrebbe essere sempre non violenta, perché siamo parte di un’unica esistenza. Chiunque tu ferisca, in fin dei conti stai ferendo te stesso. Oggi puoi anche non comprenderlo, ma un giorno quando diventerai più consapevole, dirai: “Mio dio! Ho inflitto quella ferita a me stesso, e con le mie mani”. Avevi ferito qualcun altro pensando che esistano differenti persone, separate. Nessuno è separato.

L’esistenza intera è un’unica unità cosmica.

Da questa comprensione nasce la non violenza.

Il secondo è la non possessività. Se l’esistenza è una, e se l’esistenza si prende cura degli alberi, degli animali, delle montagne, degli oceani – dal più piccolo filo d’erba fino alla stella più grande – allora si prenderà cura anche di te. Perché essere possessivi? La possessività dimostra solo una cosa: che non riesci a fidarti dell’esistenza; devi organizzare per te stesso una forma separata di sicurezza. Non riesci a fidarti dell’esistenza.

La non possessività è di base fiducia nell’esistenza.

Non c’è bisogno di possedere, perché l’universo intero è già nostro.

Il terzo è non rubare. Se è un universo solo, rubare è stupido come… Ho sentito dire che un borseggiatore aveva delle difficoltà nel trovare persone da borseggiare. Ma era così abituato, e per lui era così difficile accettare il fatto che non era riuscito in tutto il giorno a far nulla, che svuotava le proprie tasche! La gente può ingannare se stessa fino a questo punto.

In realtà questo è proprio ciò che facciamo. È tutto nostro, eppure rubiamo in modo sottile. Non vuol dire che devi rubare soldi o cose; puoi rubare pensieri, puoi rubare parole. Tutte le tue conoscenze sono rubate. Non è qualcosa che hai scoperto, è qualcosa che hai preso, raccolto di qua e di là. E allora, senza pensarci due volte, con faccia impassibile, dici al mondo: “Questa è la mia opinione”. Non è la tua opinione! Non sei nemmeno consapevole di te stesso, che opinione puoi avere? Tutto questo fa quindi parte del rubare.

Il quarto è il non gusto. È diventata una tortura, ma non era questo il suo significato originario. Un uomo della sensibilità di Gautama il Buddha non può creare torture. La sua idea del non gusto era solo quella di non correre dietro al gusto. Il cibo è per il nutrimento del corpo; il gusto è secondario, non renderlo primario. E in secondo luogo, i suoi discepoli erano tutti monaci; dovevano mendicare. E lui era un uomo attento. Non avrebbe mai voluto che la sua gente diventasse un fardello per la società. Se avessero cominciato a chiedere: ‘Vogliamo questo, vogliamo quello… per favore preparami questo piatto per domani quando verrò a mendicare’, sarebbero diventati davvero un problema. Buddha vietava più di un pasto. A noi sembra difficile, ma è solo questione di abitudine. Non violenza, non possessività, non rubare, non gusto… e il quinto precetto è la compassione.

Viviamo nella passione, le nostre vite sono in preda alle passioni. La passione provoca sempre sconvolgimenti: andiamo su e giù, un giorno stiamo bene, un giorno male, il giorno segue la notte… Allo stesso modo una vita basata sulle passioni oscilla in continuazione fra il piacere e il dolore – e questi due si bilanciano.

La compassione vuol dire non vivere appassionatamente, ma vivere nella calma, nella quiete, nel silenzio. La compassione può essere senza alti e bassi; è una serenità profonda. Ciò che accade all’esterno non ha importanza, il centro del tuo essere rimane calmo, indisturbato.

Quindi Buddha dice: È meglio dar da mangiare a uno che osserva i cinque precetti di Buddha che dar da mangiare a mille uomini buoni.

È meglio dar da mangiare a uno srotapanna che dar da mangiare a diecimila di coloro che osservano i cinque precetti di Buddha.

Srotapanna è una parola molto bella. Vuol dire: “Colui che è entrato nel fiume”. Letteralmente, srot vuol dire “la sorgente”; srotapanna significa “colui che è entrato nel fiume che conduce alla sorgente”. Non rimane più sulla riva. L’uomo che segue i cinque precetti può ancora essere fermo sulla riva.

Uno srotapanna ha più peso, più valore. Mettendosi in viaggio ha rischiato. Si è spostato dalla riva, è entrato nel fiume – è pronto ad andare alla sorgente. Ha fatto il passo più coraggioso che un uomo possa mai fare nella vita. La sponda sembra così sicura, e puoi renderla molto confortevole. Entrare in un fiume sconosciuto… nessuno sa dove stia andando; certo verso l’ignoto e forse alla fine nell’inconoscibile… L’uomo che ha il coraggio di entrarci, lo srotapanna, è meglio dar da mangiare a lui – uno srotapanna – piuttosto che dar da mangiare a diecimila di coloro che osservano i precetti del Buddha.

È meglio dar da mangiare a uno skridagamin che dar da mangiare a un milione di srotapanna.

Un milione di srotapanna sono niente in confronto con uno skridagamin: uno che ha raggiunto la sorgente. Un milione di srotapanna sono entrati nella corrente, ma possono anche rimanere bloccati là. Il loro primo passo può essere anche l’ultimo, perché il viaggio diventerà sempre più misterioso, sempre più inconoscibile, sempre di più al di là della mente e del controllo.

Quindi molti entreranno nella corrente, ma solo alcuni arriveranno sino in fondo. Colui che raggiunge la fine, lo skridagamin, è pari a un milione di srotapanna.

È meglio dar da mangiare a un anagamin che dar da mangiare a dieci milioni di skridagamin.

Coloro i quali hanno raggiunto la sorgente non rimarranno necessariamente là. Potrebbero tornare indietro. Anagamin significa ‘chi non guarderà indietro’; tornare indietro è fuori questione.

Lo skridagamin potrebbe essere andato avanti per qualche strana ragione, magari l’ego: è una persona forte; quando i più deboli si fermano o rinunciano, lui andrà fino in fondo, ma dentro di lui ci sono ancora tutti i desideri, che possono essere realizzati – o almeno puoi sperare che siano realizzati – solo sulla sponda. Tornerà indietro. Non può rimanere là alla sorgente.

Solo uno che rimane alla sorgente e non torna indietro, anagaminGamin vuol dire ‘andare’. Anagamin vuol dire ‘uno che non torna indietro’.

È meglio dar da mangiare a un anagamin che dar da mangiare a dieci milioni di skridagamin. È meglio dar da mangiare a un arhat che dar da mangiare a cento milioni di anagamin.

Adesso le cose diventano un po’ più sottili. Arhat vuol dire ‘il vittorioso’. Adesso per lui non c’è più nulla da realizzare: è arrivato a casa. L’anagamin è arrivato alla sorgente. Non tornerà indietro, ma ci sono delle debolezza in lui che non gli permettono di essere pienamente vittorioso. Ha raggiunto il posto da cui è possibile la vittoria. Non tornerà indietro, ma non va neanche avanti. Un arhat è uno che va più avanti dell’anagamin. L’anagamin è così felice di essere arrivato alla sorgente che sente che questo è tutto; è arrivato, ma anche questa è un’illusione. C’è molto di più. L’arhat non è soddisfatto, anche se è una situazione molto piacevole, carina. Ma lui non ha cominciato questo viaggio, questo pellegrinaggio per arrivare a una condizione piacevole. Vuole la verità, ed è pronto a perdere tutti i piaceri, anche questo piacere spirituale di essere alla sorgente. Lui cerca la verità, non il piacere.

È meglio dar da mangiare a un arhat che dar da mangiare a cento milioni di anagamin. È meglio dar da mangiare a un buddha pratyak che dar da mangiare a un miliardo di arhat.

Pratyak buddha significa: ‘Un uomo che ha raggiunto l’illuminazione’. L’arhat è vittorioso ma non è illuminato. C’è ancora oscurità al centro del suo essere. Un pratyak buddha è uno la cui oscurità è completamente scomparsa: è diventato solo luce. L’arhat ha conquistato la verità; il pratyak buddha è diventato verità. Non è una questione di vittoria, non sono più due cose separate; da qui la differenza. La distanza continua a diventare sempre più grande.

È meglio dar da mangiare a uno dei buddha del presente o del passato o del futuro che dar da mangiare a dieci miliardi di buddha pratyak.

Qual è la differenza tra buddha pratyak e buddha? Il buddha pratyak è uno che si è illuminato, ma non diventa un maestro. Ha sperimentato l’illuminazione, ma non può spiegarla. Non è interessato agli altri, o a condividere la sua esperienza con qualcun altro. Ha lo stesso stato di un buddha, ma la differenza è che un buddha vuole condividerlo, e il buddha pratyak lo tiene dentro di sé. È diventato la verità, ma questa grande realizzazione è limitata solo a se stesso. Un buddha lavora duramente, fra ostacoli di ogni genere, difficoltà, per raggiungere le persone, per raggiungere quelli che sono in cammino ma rimangono ancora nell’oscurità.

Una storia su Gautama il Buddha è che quando raggiunse i cancelli del nirvana rimase là, con la schiena rivolta ai cancelli. I cancelli erano aperti, e le guardie lo invitavano ad entrare. Erano pronti ad accoglierlo, perché passano dei secoli, i cancelli si aprono solo una volta ogni tanto. Erano immensamente felici che qualcuno fosse diventato un buddha. Ma Buddha rifiutò. La storia è simbolica. Lui afferma: “A meno che ogni essere vivente passi tramite me nel nirvana, io resterò qui. Sarò l’ultimo. Non posso andare da solo, devo prendere tutti con me. Loro stanno lottando nel dolore e nell’infelicità, e pensate che io possa godermi il nirvana e la sua estasi straordinaria? Non è possibile. Aspetterò. Voi potete aspettare, io rimanendo qui cercherò di aiutare quelle anime in lotta, che inciampano nell’oscurità, che camminano a tentoni nell’oscurità. Non sarò soddisfatto fino a che saranno entrati tutti, solo allora verrò dentro e farò chiudere le porte”.

Buddha è sicuramente uno degli uomini più ricchi di intuizione. Non si ferma a se stesso. Chiunque altro si sarebbe fermato là: è una tendenza naturale quella di portare se stessi al punto più alto, e poi fermarsi.

È meglio dar da mangiare a uno che è al di sopra della conoscenza, della parzialità, della disciplina, e dell’illuminazione che dar da mangiare a cento miliardi di buddha del passato, presente e futuro.

L’ultima categoria ha un grande significato, perché sarà la categoria più fraintesa. Uno che è al di sopra della conoscenza, non sarà coerente, si contraddirà. Uno che è al di sopra della parzialità, non può favorire un lato della verità, un aspetto della verità: a rischio di essere contraddittorio ne sosterrà ogni aspetto. Sosterrà gli opposti, e naturalmente apparirà illogico, apparirà assurdo. Uno che è al di sopra della disciplina – che non ha disciplina, che vive momento per momento, che non ha un certo ordine da seguire – non seguirà nulla. In ogni momento deciderà cosa fare.

Non puoi mettere un uomo del genere in una categoria. Non puoi chiamarlo buono, o cattivo; non puoi chiamarlo religioso, o irreligioso, perché non segue alcuna disciplina. E trascende non solo la disciplina, ma persino l’illuminazione.

L’illuminazione è l’esperienza suprema, ma è ancora un’esperienza… la più alta, ma ancora parte di tutte le esperienze: le altre saranno più in basso, questa sarà la più alta. Alla fine uno trascende anche questa. Uno semplicemente se ne dimentica. Diventa la sua natura.

All’inizio, quando arrivi dalla tua ignoranza all’illuminazione, c’è una tale differenza che sei immensamente grato. Ma ora l’ignoranza è finita. A poco a poco, l’illuminazione perde l’eccitazione che aveva da principio. Non è più estasi, è solo la tua natura. E nessuno si ricorda della propria natura.

Questa è la categoria più alta di cui Buddha riesce a parlare: al di là della conoscenza, della disciplina, dell’illuminazione. Un uomo così verrà contrastato da tutti, un uomo così verrà condannato da tutti. Un uomo così dovrà necessariamente fronteggiare il mondo intero, per il semplice motivo che tutto ciò a cui il mondo dà valore, lui lo ha trasceso.

Va al di là della logica, di ogni comprensione. Persino l’illuminazione viene lasciata indietro. L’uomo diventa assolutamente comune, ordinario, senza alcuna disciplina – un vagabondo con una bottiglia di vino da godersi all’ombra di un albero, e un flauto da suonare – assolutamente ordinario. Ma la sua normalità non è la normalità che conosciamo; la sua ordinarietà è una cosa straordinaria. Sarà frainteso, sarà condannato. Ora, chi potrà accettarlo come maestro? Chi lo accetterà come buddha?

Ma Gautama il Buddha lo ha messo al di sopra di se stesso. Dice: È meglio dar da mangiare a uno che è al di sopra della conoscenza, della parzialità, della disciplina, e dell’illuminazione, che dar da mangiare a cento miliardi di buddha del passato, presente e futuro.

Questo sutra mostra la bellezza di quest’uomo, la sua grandezza, la sua grandiosità.

tratto da:

Osho, Beyond Psychology #28

  (ritorna al sommario) 

 

 

 

L'importanza e la potenza della meditazione

 

 

L’unica reale trasformazione può arrivare solo dal nostro interno, ed è possibile se riusciamo a conoscere in profondità il nostro essere. Ma come? C’è un solo mezzo per farlo, la meditazione.

 

 

 

Essere e fare

La vita ha due polarità: l’essere e il fare. L’essere è la tua natura: è sempre con te, non devi fare nulla per averlo. È qualcosa che esiste già, che sei fin da ora; non è qualcosa che possiedi. Non esiste nessuna distanza: sei già il tuo essere. Il fare è una conquista. Ciò che fai non esiste ancora: se fai qualcosa, accade, se non la fai, non accade. E tutto ciò che ancora non è, non è il tuo essere.

Per vivere, per sopravvivere, devi fare molte cose, e queste finiscono a poco a poco con l’ostacolare la conoscenza del tuo essere. L’attività è la circonferenza, dove vivi e non puoi fare a meno di vivere, ma non è il centro: tu non sei la circonferenza. L’avere è il risultato del fare: tutto ciò che hai è il risultato di azioni. Ma beni e azioni alla fine soffocano e nascondono il centro.

 

La meditazione

La prima cosa da capire è che tutto ciò che hai e che puoi fare non è il tuo essere: l’essere precede ogni azione e ogni possesso. Ma la mente è sempre ossessionata dal fare e dall’avere, per cui l’essere è al di là della mente, o al di sotto di essa. Come raggiungere quel centro è sempre stato l’obiettivo della ricerca religiosa e di tutti coloro che vogliono conoscere la propria realtà essenziale, il cuore e il fondamento del proprio essere. Per capire devi comprendere a fondo la distinzione tra centro e circonferenza.

 Perciò fai attenzione: tutto ciò che puoi avere, come i soldi, la fama o il sapere, non sei tu – è qualcosa che hai, sono tue proprietà, e quindi altro da te. Inoltre, tutto ciò che fai non è il tuo essere, perché lo puoi fare, oppure non farlo. L’azione è una scelta. Puoi scegliere di farla o di non farla, puoi diventare un santo o un ladro. Ma essere santo o ladro sono entrambe azioni, è una scelta che si può sempre cambiare: il santo può diventare ladro e il ladro santo. L’essere non è queste cose: l’essere viene prima dell’essere santo o ladro.

Ogni volta che devi fare qualcosa, devi essere già, altrimenti non potresti farla. Chi sarebbe infatti a correre, ridere, rubare o diventare santo? L’essere deve precedere ogni attività. L’attività può essere scelta, l’essere no. L’essere è colui che sceglie, non la cosa scelta, e non si può scegliere colui che sceglie: esiste già, non puoi farci nulla. Ricorda: l’avere e il fare stanno a te come una circonferenza sta al centro. Ma tu sei il centro.

 

Se non ti conosci non puoi cambiare

Il vero problema è che le nostre maschere finiscono con l’ingannare noi stessi. Essere autentici non vuol dire avere idee o principi, ma capire bene qual è la propria realtà interiore. Qual è lo stato reale della mente? C’è violenza? C’è rabbia?

Conosci la tua realtà interiore, perché è l’unica cosa che si può cambiare. Una finzione non si può trasformare. Se vuoi cambiare, devi conoscere la tua realtà, ciò che sei. Prima conosci i fatti per quello che sono. Come si fa? Affrontandoli senza interpretazioni. 

 

La meditazione è la maniera di far cadere le maschere. Ecco il perché dell’enfasi sull’essere libero dai pensieri – senza il pensiero è impossibile per te crearti delle maschere. In uno stato di consapevolezza senza pensieri sarai reale – perché di base sono i pensieri a creare le tue maschere.

tratto da: Osho, I Segreti della Trasformazione (Ed.Bompiani)

2a parte de Il Libro dei Segreti

 

 

 

 

Semplice e allo stesso tempo complesso

 

 

Queste righe del dott. Marco Mannelli (neurofisiologo, ricercatore del CNR, specializzato nello studio degli stati di coscienza) si riferiscono in generale alle varie tecniche di meditazione di cui Osho ci parla, e mostrano quanto il suo approccio sia valido e interessante da un punto di vista scientifico.

 

Ho trovato la lettura dei testi di Osho molto sorprendente: da queste pagine traspare una conoscenza talmente profonda della meditazione da rendere i molti libri e i molti articoli che ho letto nel passato solo pallidi e frusti tentativi accademici per capire una pratica, la meditazione, al tempo stesso semplice ed estremamente complessa.

La mia sorpresa nasce da molti fattori. Innanzitutto dalla grande cultura che si intuisce dietro le parole: Osho non conosce solo uno o due metodi di meditazione, li conosce tutti. Egli non conosce solo la fenomenologia soggettiva di questa o quella pratica, conosce gli effetti di tutte le pratiche e li ha riordinati in una sequenza di eventi essenziali che accomuna tutte le pratiche fra loro.

Egli non comunica questa notevole sintesi in un linguaggio criptico/esoterico o attraverso metafore letterarie, ma in termini divulgativi e comprensibili da tutti.

Egli non inquadra la pratica della meditazione solo in un ambito spirituale e/o religioso, ma la presenta anche come un metodo per lo sviluppo psicologico soggettivo e il benessere interiore. Nel sottolineare questa valenza laica e profana della meditazione Osho evita di presentarsi come il missionario di un sistema di fede e, al tempo stesso, dimostra di conoscere bene la gerarchia dei bisogni primari dell’uomo.

Ma forse l’aspetto più stupefacente di queste pagine consiste nel loro contenuto scientifico.

Nella seconda metà di questo secolo le neuroscienze sperimentali si sono attivamente occupate di meditazione, di yoga, di pratiche di autocontrollo somatico e psichico e di stati di coscienza. In altre parole, si sono interessate delle conseguenze quantitative della meditazione.

L’approccio quantitativo, che consiste, in pratica, nella misurazione di alcuni parametri fisiologici prima, durante e dopo gli esercizi e/o le pratiche, è l’unico approccio prevedibile dalla mentalità scientifica occidentale, ma insufficiente ad abbracciare l’intera fenomenologia della meditazione o, come dice spesso Osho, a svelare la sua vera essenza. L’approccio quantitativo assomiglia a un gioco di scatole cinesi in quanto smonta, uno per uno, una serie di eventi concatenati tra loro per studiarli singolarmente secondo il principio di causa/effetto. Con ciò si finisce per perdere di vista il significato globale della concatenazione, o meglio, la natura dei legami concatenanti. Nella ricerca scientifica occidentale, per secoli, questo modo di procedere è stato continuamente premiato da scoperte e successi sempre più gratificanti, tanto che ha finito per diventare l’unico modo per fare scienza. Alla fine di una lunga serie di studi frazionati, di osservazioni sganciate dal contesto sistemico occorre una mente sintetica che ricolleghi tra loro i singoli pezzi e ridia un senso all’intero fenomeno che era all’origine.

Osho è palesemente consapevole di queste dinamiche epistemologiche e delle istanze scientifiche che si trovano dietro la fenomenologia della meditazione e, saltando a piè pari tutte le discussioni intermedie che riempiono abitualmente i testi degli ‘esperti’, indica una via precisa e netta, che è quasi un programma sperimentale. O, almeno, così la può intendere uno specialista che si occupi di questi argomenti. È una scorciatoia possibile solo se si conoscono sia il pensiero orientale che occidentale e se si ha una sufficiente cultura degli incroci, ovvero se si ha un’idea di ciò che succede all’intersezione dei confini tra la filosofia e la psicologia e tra queste e le neuroscienze, tra la psichiatria e la neurofisiologia e tra queste e quelle che oggi si chiamano ‘scienze cognitive’.

In altre parole Osho dimostra di possedere una cultura molto vasta e di saperla restituire in termini semplici e divulgativi.

Questa gradevole semplicità di linguaggio è certamente la conseguenza dell’esperienza diretta di ciò di cui parla e probabilmente, per chi lo sappia cogliere, non ci potrebbe essere un argomento più convincente per dimostrare l’importanza e la potenza della meditazione.

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Sannyasin per caso

 

Ma io che ci faccio in questa storia? Una domanda che ogni tanto può sorgere a chi si è incamminato sul sentiero della meditazione… Senza voler dare risposte definitive, per sé o per gli altri, è sempre utile guardarsi dentro. Le sorprese possono essere molto piacevoli. Ecco cosa ci racconta Dhaara, che oltre a ‘fare’ la sannyasin – ovvero la discepola di Osho – fa anche la ricercatrice in antropologia culturale e sociale, presso l’Ecole Française d’Extrême Orient.

 

Ogni giorno mi stupisco e meraviglio. Com’è possibile che una come me stia con Osho? Quando dico una come me, mi riferisco a un punto di vista storico, legato agli eventi sociali della mia vita (i condizionamenti, per dirla in linguaggio psicologico). Non solo il passato, ma anche una parte importante della mia vita presente – il mio ambiente di lavoro – sembrano fatti apposta per resistere a Osho. Mi trovo qui a scrivere perciò di una difficoltà quotidiana, e di una via, un po’ umile, che mi si è aperta.

A questo punto, per spiegarmi meglio, devo fare un ritratto di me, scegliendo soprattutto i lati convenzionali, gli stratagemmi per aderire a un gruppo, a un’immagine collettiva, e tralasciando il mio sentire. Descrivo cioè un tipo, un’epoca, un ambiente, e la loro forza di attrazione per me.

 

vita e crisi di un’intellettuale edonista

Sono nata nel 1962 in una città di provincia. La famiglia: piccola borghesia agricola, come avrei imparato poi a definirla. Ma prendiamomi già grandicella.

Ho fatto il liceo (classico, ovviamente) nei tempi in cui si occupavano le scuole e si ‘faceva politica ‘. Alcuni, appena appena più vecchi di me, partivano negli stessi anni per l’India e tornavano vestiti di arancione; io no, non l’avrei mai fatto: io lottavo per il Sudamerica, l’autogestione e l’intervento sul territorio. Gli arancioni erano tanto disprezzabili e ridicoli quanto i discotecari: avulsi dalla realtà i primi, schiavi delle apparenze i secondi – così si pensava fra di noi. Fra di noi, che ci sentivamo così reali, si ballava solo rock in spazi occupati o al massimo, qualche danza popolare di popoli sfruttati.

Poi sono venuti gli anni ottanta con quello che allora si battezzò ‘riflusso’: la saturazione dell’impegno sociale in virtù di un individualismo estremo. Certo, io lavoravo all’Arci e scrivevo per il giornale che avevamo (io e i miei sodali) fondato. Studiavo però psicologia in una facoltà dove il grande duello era fra gli psicanalitici (i buoni) e i comportamentisti (i cattivi), dove i primi risolvevano l’individuo nei suoi microdrammi e i secondi in una serie di comportamenti da regolare. E poiché io stavo con gli psicanalitici, mi raffinavo sempre più negli esercizi di parola, nell’analisi dell’individuo e nelle interpretazioni.

Il riflusso apriva poi le porte al consumismo del piacere, e io mi ci tuffavo a pesce. Così fra la psicanalisi, la vela, lo sci alpinismo, i viaggi, i musei, mi forgiavo un involucro intellettual-godereccio sempre più completo.

Intelligentemente, caldeggiavo un equilibrio fondato sull’introspezione psicanalitica e sulle radici culturali: si noterà che i guru indiani e le loro menate non erano proprio affar mio. Poiché inoltre avevo il dono del discorso, facevo quadrare ogni cosa, a parole, e pensavo di conoscermi sempre meglio. Tuttavia, non so quanto equilibrio, radici culturali e ironica conoscenza di sé ci fossero davvero nel mio essere. A lavorare come psicologa ci ho provato per un anno, con i ‘tossici’, ma ho mollato in preda all’angoscia. Mi sono allora rotta le corna nel giornalismo, e poi venduta l’anima in pubblicità. Infine la turris eburnea (trad.: l’egotrip) delle traduzioni letterarie. E poi la crisi: tutto ciò non mi piace, è così tutto difficile, che faccio?

Ecco, uno si dirà, e qui la Dhaara ha incontrato Osho. È ancora il 1989, buon per lei. Macché. Qui la Dhaara, che ancor Dhaara non era, ha riaffilato le armi e ha ricominciato a studiare. E di borsa di studio in borsa di studio si è beccata un dottorato in antropologia nella cittadella del razionalismo europeo: la Francia. Argomento di studi: le nuove forme della devozione induista. E dai e dai, ne ha fatto il suo mestiere.

 

ciò che pensano quelli come me

Ci siamo? Si sta chiarendo il quadro generale? La vediamo, questa Dhaara cresciuta fra Lou Reed, Mozart e i Nirvana, educata al gamelan giavanese e alle orchestre funerarie tamil? Accompagnata da Calvino, Steinbeck, Yourcenar e Lévy-Strauss? Intrisa di un’estetica intransigente che accoglie i rappers suburbani, il kitsch anni settanta e le stoffe indaco dei timoresi, ma aborrisce il new age? La vediamo far colazione con i giornali internazionali e scrivere sui siti web letterari? Sempre un po’ a disagio, a volte un po’ antipatica, spesso divertente… ma affilata come una lama?

Bene. E ora esaminiamo più precisamente il mio ambiente di lavoro: il mondo accademico. Sono ricercatrice, con i miei colleghi si parla molto. Ma se parlo di Osho a un collega ricercatore, quello pensa che si tratti dell’argomento del mio prossimo articolo. Magari troverà ‘interessante’ ciò che gli racconto, così come quando gli racconto dei culti di possessione dei Tamil – la mia specializzazione. Gli antropologi, intellettualmente, sono tolleranti…

Più spesso, però, le parole che un mio collega, un mio amico, usa per descrivere i sannyasin e il loro mondo appartengono a un altro registro: ‘indottrinati’, ‘incapaci di farcela da sé’, ‘pieni di menate new age, ‘i seguaci’; ‘impoverimento della vera cultura tantrica shivaita’, ‘sincretismo semplicista di nebulose terapie e elementi di cultura indiana dozzinale’, la Comune e le sue attività. Mi viene fatto notare, per esempio, che nella cultura sanscrita (quindi induista e in parte anche buddista) i sannyasin (letteralmente: ‘i rinuncianti’), sono i maschi di alta casta sposati e con figli che rinunciano alla famiglia e ai beni terreni per una vita di ascesi: sannyasin una donna di trent’anni, o anche venti, ma che scemenza. Le conosco bene queste parole. In una certa misura, sono anche le mie. Anzi, sono proprio io a precisare il senso originario della parola sannyasin.

 

la pratica senza il maestro

Comunque arrivati a un certo punto ho cominciato a meditare. Le cose stavano così: non ne volevo saper niente del maestro (e infatti dormivo profondamente durante le white robe con i discorsi di Osho), ma tolleravo tutti i fronzoli new age e le musichette plin plon perché caspita, meditare mi piaceva. Mi aveva liberata dall’insonnia, mica poco. E se avevo l’insonnia, se spesso scomparivo in tornadi di angoscia era (anche) perché la mia adesione al mio mondo – raffinato, brillante – faceva acqua da tutte le parti. Tralasciamo: guardavo nel libro le meditazioni e le facevo, quasi come si prende una medicina.

Certo, era un po’ dura nei gruppidi terapia. Peggio che mai quando, sia come sia, sono arrivata a Pune: tutti lì in lacrime per i video di questo indiano agghindato un po’ pacchiano, con lustrini, copricapo e rolex, tutti a parlare del loro rapporto con Osho, e io? Niente! Ci provavo: ma più mi sforzavo, più velocemente tutte quelle parole mi si affollavano intorno. No, io no, io non potevo. Mi andava bene quello che si faceva alla comune, i gruppi erano spesso potenti ma io questo ‘culto della personalità’ del guru indiano… non potevo, non posso. Nonostante ciò, ho preso il sannyas – anzi: mi ha preso il sannyas. Questi sono i fatti, che all’epoca, nel 1998, ho interpretato a profusione, ma che ora preferisco nudi e crudi. Mi trovavo a Pune e per non continuare a scornacchiarmi sul maestro sì o il maestro no, ma soprattutto perché avevo grosse ‘gattone’ da pelare, mi sparavo un’overdose di tutte le meditazioni e i gruppi possibili nel breve periodo di tempo che mi era dato. Attendevo una risposta della compagnia aerea per sapere quando sarei ripartita e, nel ciclone meditativo nel quale turbinavo, ho fatto la mia prima sessione di respiro – un ciclone nel ciclone. Quando me ne sono rimessa, svuotata e stupita com’ero, un solo pensiero si è manifestato: se sabato prossimo sono ancora qui, prendo il sannyas. Testa o croce. Questa frase l’ho detta, e dopo che l’ho detta, mi è sembrata irreversibile; è successo che non sono partita e, un po’ per sfida, mi sono prenotata per il sannyas.

Sono quindi diventata sannyasin per caso, o per intuito, ma con lingua biforcuta: senza maestro, insomma. E, chiedo: è possibile la meditazione senza il maestro? Sembrava di no. Infatti io regolarmente a casa smettevo di meditare. E se cercavo lumi in un gruppo o rivolgendomi ai quattro sannyasin sparuti che conoscevo, finivo sempre lì: il maestro, senza il maestro non vai avanti. Mi sono allora arresa, per disperazione: se ci voleva un maestro, lo volevo anch’io! Eppure quel maestro lì non lo potevo avere per come era stata la mia vita fino a quel momento – una vita contro. Me ne dovevo andare da Osho, forse? Inutile dire che non ero molto originale in questo desiderio di avere anch’io il maestro come ce l’hanno tutti gli altri e che qualcuno ne ha già parlato direttamente a Osho, in uno dei discorsi. Non proprio negli stessi termini, ma così l’ho recepito io quando l’ho sentito una sera alla white robe, durante un training. Miracolosamente, quella sera là ero sveglia, sveglia e disperata, per essere precisi. Ed ecco che sento Osho dire che non c’è bisogno di sentire il maestro, basta solo la meditazione – osservare. Un attimo: Osho sei ridicolo – ho pensato apertamente – Osho sei pacchiano, sei contraddittorio… e mi sono rilassata. Che liberazione! Mi sentivo un po’ meno disperata perché stando così le cose, non ero più automaticamente un’esclusa, un’handicappata irrecuperabile solo perché non ‘sentivo’ il maestro. Ero assente, certo, ma avevo la giustificazione del preside.

 

il senso di un maestro ‘ridicolo’

Paradosso: riconoscevo a Osho il potere di liberarmi dal desiderio di avere lui come maestro. Non c’è male, per un’intellettuale. Però tant’è, per alcuni giorni mi sono dimenticata del dilemma. E poi, durante lo stesso training, in un esercizio dove mi stavo incasinando in modo particolarmente patetico, sento la terapista dirmi, alzando la voce al di sopra del brusio ambiente: “Dhaara, fai parlare il maestro che è in te!”. E prima di poter reagire (‘fottiti, io il maestro non ce l’ho!’) lo vedo, il maestro che è in me. Io, l’intellettuale, vedo Osho nella mia pancia. È ridicolo, è pacchiano ed è in me ed è il mio maestro. Orpo!, mi dico, e cerco di scacciarlo.

Ma è tenace, non se ne va. Se lo lascio parlare, inoltre – dico bene: se lo lascio parlare – va a confortare una voce mia altrimenti troppo debole perché io riesca a distinguerla nel bailamme di voci, rumori e grida che spesso mi risuonano dentro. La voce di Osho entra in concordanza di fase con questa vocina mia e la amplifica piacevolmente, in barba ai rolex e ai vestitoni da mago. Anzi, anzi, proprio i rolex e i vestitoni da mago mi ricordano che non è vero che sono sempre e solo io a parlare, e che viceversa, se non ci sono io ad ascoltare veramente – o almeno, una parte di quell’agglomerato complesso denominato Dhaara – è inutile menarsela col maestro. Questi momenti di amplificazione in cui io sento la ‘mia’ voce con la voce del maestro (connessi ad assenza di angoscia, a calo della paura, a maggiore stabilità e a un certo divertimento, non bazzecole) li devo, in fin dei conti, anche alla discordanza estetica e intellettuale che esiste fra il mio mondo e quello di Osho. Ma guarda tu.

E questa è la fine della storia, o almeno, della storia che posso raccontare adesso e che farà magari anche sorridere i sannyasin di vecchio pelo. Non finisce, cioè, che finalmente trovo che tutto quello che riguarda Osho – la comune, la musica, i vestiti, la terminologia – è bello, anche se tutte queste cose si sono ora ricoperte di un velo di affetto simile all’affetto globale, riconoscente, che posso provare per la mia città natale. Ma non spingerò oltre questo paragone, che già sento voglia di sfottere e immagino, fianco a fianco sulla mensolina, due bolle di plastica di quelle che se le scuoti cade la neve sul monumentino: la basilica palladiana, in una bolla, e nell’altra, la Buddha Hall!

Alla fine della storia mi accorgo anche che era più comodo, da un certo punto di vista, desiderare il maestro assente piuttosto che stare in rapporto con un maestro presente. Così mi viene da ridere con un’eco di paura. Dentro di me, un Osho affettuoso e facile e un Osho inaccettabile si sovrappongono e si disgiungono e non so, non lo so per davvero, a che cosa la loro presenza mi conduce.

Ma Dhaara

 

 

NON C'È BISOGNO DI UNA RAGIONE PER PRENDERE IL SANNYAS

 

La persona che prende il sannyas per una ragione, qualsiasi, lo sta prendendo per la ragione sbagliata! Il sannyas si prende solo per gioia — non è questione di logica. È una sto-ria d'amore! Non ti innamori per una ragione. Se ti innamori per qualche motivo, ti disinnamorerai subito, perché nessun motivo rimane per sempre. Le ragioni sono mutevoli come la sabbia. Oggi sembra una cosa razionale, domani potrebbe sembrare irrazionale. I moti-vi cambiano come il clima. La mente non è mai la stessa, nemmeno per due istanti consecutivi, ed è la mente a fornire i motivi. E il sannyas non viene preso dalla mente. Come fa la mente a prendere il sannyas? Sannyas vuoi dire lasciar andare la mente! Il sannyas è una cosa che nasce nel cuore. Ecco perché è un sentimento, una storia d'amore, che non ha alcun motivo. È un desiderio che sorge dentro di te, una nostalgia... Questa nostalgia non ha una meta, ma ha una fonte. E la fonte è il cuore.

TRATTO DA: Osho, Guida Spirituale #4

 

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"Poi, mentre impari sempre più a conoscermi, scoprirai con sorpresa che non sono né un filosofo né un teologo. E quello che dico è solo un mezzo per farti sedere in meditazione con me, in silenzio. lo faccio quello che parla, la tua mente rimane in silenzio e il tuo cuore comincia ad avvicinarsi. Pian piano i nostri cuori si incontreranno, entreranno in sincronia. Più in là ci sarà l'incontro dell'essere. Allora i pensieri non contano più, per niente. Quello che importa è semplicemente la luce che nascondo nel mio essere. Una volta che diventi consapevole di questo, la mia presenza diventa nutrimento, cibo. Allora tutta cambierà.

Osho

 

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"Adesso sei qui con tutte quelle fantasie, desideri, aspettative, e i tuoi occhi sono asciutti, e non succede nulla. Dovrai abbandonare le tue aspettative. Dovrai diventare di nuovo innocente. Dovrai iniziare a funzionare di nuovo dal non-sapere, altrimenti creerai un inferno per te stessa, e senza alcuna necessità. Sarà un inferno assolutamente privato, perché altri, seduti proprio accanto a te, saranno in paradiso. Non posso soddisfare le tue aspettative, non posso soddisfare le tue fantasie, non posso soddisfare i tuoi desideri. Posso soddisfare te, ma non la tua mente. Hai portato con te una grossa mente. Sarà difficile lasciarla andare, e prima la lasci cadere, meglio sarà."

Oho

 

 

NON GUARDARTI

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Osho risponde a un visitatore che esprime le difficoltà che trova nel decidersi a diventare un sannyasin

 

IL SANNYAS È SEMPRE DIFFICILE. Ma solo per il primo passo, perché è una trasformazione da uno stile di vita a un altro completamente diverso. La mente trova sempre difficile adattar-si a modi di vita diversi. Il vecchio stile lo conosci molto bene; puoi andare avanti a occhi chiusi, quasi dormendo, come un robot. Ma un nuovo modo di vita richiede consapevolezza, vigilanza; un modo nuovo renderà necessario reimparare la vita da zero.

Il sannyas è semplicemente un'iniziazione a nuovi spazi dentro di te, un cambiamento dalla testa al cuore, dal-la logica all'amore, dai tuoi soliti condizionamenti a una mente non condizionata, a una libertà di cui non sai nemmeno di essere capace.

Il sannyas è come un uccellino che è rimasto in gabbia: la gabbia è dorata, un oggetto artistico, di grande valore, ma per l'uccellino non è altro che una prigione. Tuttavia l'uccellino ha vissuto a lungo nella gabbia, essa gli ha tolto la libertà, la vastità del cielo, i voli verso il sole, la gioia. Ha qua-si distrutto la sua capacità di volare.

 

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"Se accetti che il mutamento è la natura della realtà, e che tutto cambierà; se in ogni istante hai ben presente che l'attimo futuro potrebbe portare qualcosa di totalmente nuovo, e che ciò che è reale in questo momento sarà disperso come la nuvola che era qui poco fa e ora non c'è più.... Se c'è questa consapevolezza, allora nessun cambiamento sarà difficile, allora qualsiasi cambiamento sarà accetta-bile. Non gli resisterai, non lo vorrai diverso. Persino se ti porta via con tutti i tuoi bei sogni, i tuoi amati desideri, i tuoi castelli in aria, non ti sentirai frustrato, perché fin dall'inizio hai accettato che questo sarebbe potuto succedere. Per cui non ci sarà conflitto, non ci sarà frustrazione. Sarai a tuo agio."

Osho

 

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Forse quell'uccellino si è già dimenticato di avere ali. Ma la gabbia è sicurezza, protezione dall'ignoto. L'uccellino non deve preoccuparsi per i giorni a venire, non deve preoccupar-si del cibo. Anche ad aprire la porta della gabbia, l'uccellino esiterà a veni-re fuori. C'è molto da perdere: la sicurezza, la certezza. Chi lo conosce questo cielo infinito? Dove andrà a posarsi? Ha dimenticato completamente di avere le ali. Conosci qualcosa solo se la usi. Se un uccello non ha mai usato le ali, come fa a ricordarsene?

Le porte sono aperte, il cielo è invitante, gli altri uccelli stanno volando, è solo questione di un po' di coraggio. Ecco perché dico che la difficoltà è solo nel primo passo. Se l'uccellino può trovare il coraggio di lanciarsi nell'aria, quelle ali, di cui non era più cosciente, si aprono all'improvviso. Vola. Il cielo gli appartiene, totalmente.

Il sannyas è una iniziazione alla libertà, il renderti consapevole delle tue ali, il renderti consapevole anche che il cielo intero, con tutte le sue stelle, ti appartiene. Il sannyas è fiducia nell'esistenza. La gente si sente sempre molto bene quando cammina sulla strada più larga, dove camminano già milioni di persone. Magari non andate da nessuna parte, ma solo perché siete in tanti a muovervi, provi una certa fiducia: non è possibile che tante perso-ne si sbaglino. Il mio insegnamento sta tutto nel fatto che se non inizi a muoverti da solo, a usci-re dalla folla... perché la folla non è mai arrivata da nessuna parte, e non si è mai sentito dire di una folla che si sia illuminata. Una folla rimane una folla, sempre: cieca, muta, priva di direzione. Continua a muoversi solo perché c'è sempre qualcuno davanti a essa che va avanti.

Dove sta andando questa folla? ... ma farne parte è molto comodo. La gente diventa nervosa se è da sola, e il sannyas è l'arte di essere da soli. Se non impari a essere solo, non sarai mai un individuo; e se non impari a essere solo non potrai mai andare dentro di te... perché una folla là non può arrivarci. Nemmeno il tuo amico più intimo, nemmeno il tuo amato, può arrivare dentro di te; là, devi andarci da solo. Quella è una strada assolutamente privata. E un tuo privilegio, nessuno può interferire, e quella è proprio la tua sorgente di vita.

Ricorda una cosa: il passato non esiste più, e attaccarsi al passato vuol dire attaccarsi a ciò che è già morto. E una cosa molto pericolosa, perché limita e restringe la tua vita, nel presente e nel futuro. Bisognerebbe sempre continuare a eliminare il passato, ciò che è morto. Questo è uno dei punti fondamentali del sannyas, il rinnovarsi in ogni momento, il morire al passato e nuovamente rinascere. Ciò che è andato è andato, non guardar-ti indietro.

TRATTO DA: Osho, The Razor's Edge # 21

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Ma e davvero la prima volta?

 

Certo, molti di noi hanno probabilmente già avuto

esperienze di meditazione in vite passate, su un percorso

di ricerca interiore. E allora, com’è che siamo ancora qui?

 

 

Mi è successa una cosa curiosa: l’altra notte ho fatto un sogno. E fin qui tutto normale perché in fondo mi ricordo dei miei sogni più o meno tutti i giorni. Però in questo sogno morivo. O meglio, rinascevo. Una nuova vita, sconosciuta, tutta da scrivere, tutta da esplorare. Una nuova avventura davanti a me. Ma subito dopo il primo stupore per la novità della situazione, mi sono di botto reso conto da osservatore esterno che di tutto quello che ho vissuto in questa vita (quella reale in cui mi trovo ancora oggi, quella in cui mi trovo ora a scrivere a te che leggi) non mi ricordavo assolutamente niente. Quel mio nuovo io, quella nuova persona che ero io nel sogno, non sapeva niente di niente dei miei vent’anni di meditazione, della mia ricerca interiore, delle mie scoperte su “cosa c’è dentro di me”, nemmeno di Osho!

E allora come fossi uno speaker esterno al sogno mi sono trovato a cercare di far ricordare a quel nuovo io che vedevo in scena nel sogno “ma come non ti ricordi di questo?” No! “ma come non ti ricordi di quello?” No! “e di quello?” Nemmeno!

Ma come è possibile? Aiuto!! la sopresa mi ha svegliato e il sogno è finito lì.

Ma non mi sono svegliato al 100%... hai presente quel dolce dormiveglia in cui sei un po’ di qua e un po’ di là, né qua né là. Quel dolce limbo in cui ti puoi abbandonare alle fantasie che quasi sembrano realtà. E così in quello spazio tra il chiaro e scuro mi sono messo a continuare il sogno immaginando tutte le implicazioni...

Cosa vuol dire rinascere? Se guardo la mia vita presente è chiaro che è la mia prima in assoluto. La prima volta che cammino su questo pianeta, che guardo questi fiori, che incontro le persone, che medito, che ho incontrato un maestro illuminato... o no? Io non ricordo proprio niente, la mia esistenza comincia con rari ‘quadretti ricordo’ interiori da qualche parte intorno ai 3 anni. Prima di quello, il nulla.

Eppure...

Tempo fa in meditazione mi sono trovato a vivere uno spazio interiore di infinita dolcezza e gratitudine. Uno spazio con la grazia di un mondo che sta “al di là”, un mondo che non è la mia realtà quotidiana. È stato uno di quei momenti che nella loro straordinarietà sono in fondo normali, cose che capitano quando si medita e che tutti i viaggiatori interiori si trovano a incontrare qua e là, diamanti gettati sul sentiero, perle trovate sulla spiaggia. Segnali che la meditazione procede.

Ma quella volta mi sono subito reso conto, senza dubbio alcuno, con una certezza assoluta, che io quella perla l’avevo già raccolta. E non in questa vita, ma prima. Una specie di déjà vu interiore: mi ero già trovato seduto ai piedi di un illuminato verso il quale avevo sentito amore e gratitudine, proprio come in questa vita li ho sentiti per Osho. Ho cercato di ricordare di più, di vedere chi ero io in quella vita, chi era quell’illuminato verso cui provavo tutta questa gratitudine… ma niente.

E quindi non è vero che è la prima volta. E non è vero che è tutto nuovo. Invece è vero che mi sono dimenticato TUTTO! ma proprio tutto. Mi sono rimesso in cammino in questa vita imparando a parlare, andando a scuola, facendo un mucchio di cazzate, scoprendo un mucchio di cose belle, innamorandomi, e poi in età matura trovandomi con una sete interiore che non sapevo proprio come saziare. Finché non mi sono incamminato sulla via della meditazione grazie all’incontro con Osho.

E qui torniamo al mio dormiveglia seguito al sogno, in cui, dipinto tutto questo panorama, mi sono finalmente svegliato del tutto di fronte alla chiarezza che: nonostante abbia già incontrato un maestro illuminato (o magari pure più di uno!) in una qualche mia lontana o vicina vita passata, in questa vita ho comunque dovuto rifare tutto il percorso dalla A alla Z – e non so nemmeno a che lettera sono arrivato finora – come fosse la prima volta in assoluto! Col rischio di sbagliare tutto, di perdermi in qualche viottolo laterale buio e sporco in cui forse sta vagando il grosso dell’umanità e in cui posso ancora finire a ogni passo.

Dal sogno ero forse finito in un incubo? Per un po’ ho temuto di sì. Perché se di quel maestro illuminato del passato mi sono dimenticato così completamente, se di quell’incontro che mi aveva aperto a dimensioni profonde e fondamentali ero riuscito a dimenticare tutto, come potevo essere certo che nella mia prossima vita non avrei perso tutto il vissuto, tutti i tesori, tutte le chiarezze e le maturità che ho trovato in questa? Non solo: se quell’incontro non era riuscito a farmi trovare l’illuminazione, la fioritura massima che un essere umano può raggiungere, allora voleva dire che potevo perdere il treno di nuovo, adesso in questa vita, nonostante abbia incontrato di nuovo un illuminato che mi ha dato tanti strumenti di trasformazione e che le ha provate proprio tutte per risvegliarmi.

L’incubo poi è diventato ancora più buio quando ho iniziato a considerare che ammesso ma non concesso che nella prossima vita mi si fosse pian pianino di nuovo risvegliato (chissà come?) il desiderio profondo di entrare dentro di me, di muovermi sulla via della meditazione, io in fondo che garanzie avevo di riuscire di nuovo a incontrare e riconoscere un maestro illuminato capace di portarmi in profondità? magari avrei dovuto vagare per vite e vite prima di avere la fortuna di incontrare di nuovo un’occasione di trasformazione vera.

Insomma lì nel mio letto le cose si erano proprio messe male, la situazione non era delle più rosee. Meglio alzarsi.

Doccia e colazione rendono la vita decisamente più vivibile... e l’incubo in un certo senso era svanito. Dico “in un certo senso” perché in fondo è una possibilità reale, un futuro davvero possibile, non ho nessuna garanzia di niente e non è affatto una pura immaginazione, ma un dato di fatto con cui fare i conti.

Però la freschezza del mattino mi ha fatto sentire la linfa che scorre, il presente pieno di potenzialità, una vita ancora tutta da scrivere. Insomma sono o non sono qui, adesso? Ho o non ho la chiarezza di aver iniziato un cammino interiore pieno di indubbio nutrimento, sul quale non ho nessuna perplessità che è la cosa giusta per me adesso?

E allora eccolo il bandolo della matassa, il punto risolutore. Io sono qui, adesso e l’occasione di sveglairmi l’ho qui tra le mie mani. Ora ho una possibilità. Se è vero che il futuro è sconosciuto, il presente è nelle mie mani. Se non altro quella parte di presente che mi permette di voler meditare, di voler estendere a tutte le 24 ore la magica dimensione della meditazione, di decidere di vivere la mia vita portando alla luce il buddha nascosto dentro di me, in modo che impregni della sua grazia ogni mio gesto, emozione, parola.

 

 

* * * * *

 

 

Osho suggerisce di fare della meditazione una parte regolare della vita di tutti i giorni.

Dice che a volte si può anche saltare un pasto – anzi, può essere utile – ma saltare una meditazione vuol dire distruggere mesi di lavoro.

 

È un lavoro molto delicato. Lungo un periodo di mesi si crea un’energia, ma in pochi giorni può scomparire se non sei arrivato al punto conosciuto come il punto di non ritorno.

È la stessa cosa di quando scaldi l’acqua a novanta gradi: è ancora acqua. Poi a novantacinque gradi… è ancora acqua. A novantacinque gradi è ancora acqua, e se smetti di scaldarla, si raffredderà: il calore verrà disperso. Ma se arriva a cento gradi,  fa un salto di qualità: evapora. È arrivata al punto nel quale accade un cambiamento radicale.

Lo stesso accade con la meditazione. Continui ad accumularla: è cumulativa. Continui ad accumulare un’energia sottile nel tuo essere. Arriva sempre più in alto, sempre più in alto: novanta gradi, novantacinque gradi. Se ti fermi a quel punto, svanirà. Verrà dissipata, perché la vita è non-meditativa, e può facilmente distruggerla.

Il mondo intero è non-meditativo. La gente che incontri, con cui lavori e parli, è tutta non-meditativa. Quando sei a livelli alti di energia, la gente, che non è così in alto, ti risucchierà – senza accorgersene. È come nel caso dell’acqua, che tende a scorrere verso il basso. Tutte le energie si spostano verso il basso. Le persone sono come valli. È naturale che la tua energia cominci a fluire verso di loro, visto che il loro livello è più basso del tuo. Quindi la regolarità nel meditare è molto, molto importante. Altrimenti costruisci qualcosa e poi pensi: ‘Adesso ho fatto abbastanza: mi sento benissimo’. Per qualche giorno ti sentirai bene, ma poi l’energia verrà nuovamente persa. Se invece vai avanti con regolarità, a poco a poco il livello  di energia cresce, e un giorno accade di colpo che ‘evapori’. Allora la meditazione diventa una cosa naturale. Se la fai o no, non ha importanza. Se non la fai, sei ancora in meditazione. Se dormi… La meditazione diventa tutta la tua vita. Prima che ciò accada è importante la regolarità.

tratto da: Osho, The passion for the impossible #18

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Come non perdersi

 

“Osho, quando hai detto che, se non otteniamo la consapevolezza totale in questa vita, dovremo ricominciare da capo, e passare ancora una volta attraverso tutta un’evoluzione come esseri umani, ne sono rimasto molto colpito. È possibile perdere completamente queste poche intuizioni di luce, bellezza e consapevolezza che abbiamo ottenuto con l’essere sannyasin?”

 

È una domanda molta complicata. Tutto ciò che raggiungi in questa vita rimarrà con te, ma deve essere qualcosa che hai ottenuto veramente, non solo un’intuizione. Puoi vedere i picchi himalayani da migliaia di chilometri di distanza, è un’intuizione. Ma raggiungere quei picchi sarà una realizzazione.

Un’intuizione ti aiuta ad andare avanti, verso la realizzazione, ma se una cosa non diventa un’esperienza cristallizzata nella tua vita, verrà perduta – dovrai ricominciare dal principio.

Ci sarà una differenza, e cioè che nell’inconscio rimarrà un’ombra della tua vita passata, un eco lontano, come se avessi intravisto qualcosa. Così quando avrai nuovamente l’intuizione, forse sentirai che non è una cosa nuova, che l’hai conosciuta prima. Ma altrimenti, solo ciò che hai ottenuto e che si è cristallizzato verrà con te, coscientemente, nell’altra vita… in maniera consapevole, non come un’ombra vaga, un eco distante nell’inconscio, ma come una certezza cosciente che queste cime himalayane esistono, e che tu ci sei stato. Non ci sarà alcun dubbio, alcuna esitazione.

Mi chiedi: “È possibile perdere completamente queste poche intuizioni di luce, bellezza e consapevolezza che abbiamo ottenuto con l’essere sannyasin?”

Hai avuto quelle intuizioni anche in molte altre vite, e le hai perse. Non erano mai diventate parte integrante del tuo essere, sono rimaste solo dei bei ricordi. Ma i ricordi non sono realizzazioni. È come se avessi visto qualcosa in un sogno, magari è vero, magari no.

Quindi se senti che ora sta accadendo qualcosa, fai ogni sforzo perché non rimanga solo un’intuizione passeggera, ma diventi un’esperienza reale, diventi parte integrante del tuo essere. Solo allora può venire con te in un’altra vita.

È possibile portare tutte le tue esperienze con te in un’altra vita, e non cominciare proprio dal principio, ma invece da dove avevi smesso nella vita passata. Ma sii chiaro: un’intuizione è molto fragile, un’intuizione è molto superficiale. Per quanto possa essere toccante nel momento… anche domani potresti cominciare a dubitare se è veramente accaduta o se te la sei immaginata. E la vita dopo questa… è un viaggio molto lungo.

Queste intuizioni sono solo incentivi ad andare verso la cristallizzazione. Fanne un’esperienza così profonda che diventi parte di te, e non ci sia modo di dimenticarla o perderla. Non rimanere soddisfatto solo delle intuizioni. Gioiscine, ma usale solo come un’indicazione verso cose più grandi.

Una cosa è vedere qualcosa da lontano, e un’altra è diventare quella cosa. Una visione passeggera dell’amore è proprio come una brezza che scompare in pochi secondi; un’intuizione del silenzio è come la fragranza di una rosa che hai sentito per un momento, e ora non sai dove è andata.

Quando dico “Cristallizza la tua esperienza”, vuol dire che non è sufficiente avere delle belle intuizioni. È bene, ma non è abbastanza. Dovresti diventare tu stesso la fragranza della rosa: l’intuizione è solo una freccia che punta verso questa possibilità – certo serve, ma tu resti lì non ti sei ancora mosso. Anche nella vita passata, hai incontrato molte volte delle splendide esperienze e ora non sai nemmeno che ci sono state delle vite passate.

La vita ha un meccanismo per cui quando una persona muore, a meno che sia un illuminato, diventa quasi inconscia: entra in coma prima che la morte, la morte vera e propria, accada. Quindi non sa nulla della morte, e rimane in stato di coma finché non rinasce. Quei nove mesi nel grembo della madre sono uno stato di coma: il bambino dorme profondamente per ventiquattr’ore al giorno per nove mesi. Raramente accade che qualcuno muoia coscientemente. Accade solo a grandi meditatori che conoscono bene la strada che la morte percorrerà, perché nelle loro meditazioni hanno viaggiato su quel cammino molte volte: è lo stesso cammino. Quando vanno in profondità nella meditazione, il corpo viene lasciato alle spalle, la mente viene lasciata indietro, e così il cuore. Rimane solo uno splendido silenzio, pienamente vigile e cosciente.

Lo stesso accade quando muori. Se hai meditato, allora la morte non è un’esperienza nuova. Ti sorprenderà vedere come nella meditazione sei morto ogni giorno, e ogni giorno sei tornato alla vita. Una persona del genere muore con grande consapevolezza, quindi sa cos’è la morte, e una persona così rimane cosciente nel grembo della madre. Anche la sua nascita è consapevole. Dal primo momento in cui arriva sulla terra, sa tutto ciò che è accaduto nelle vite passate, e lo ricorda.

Ho incontrato molti bambini… Ciò accade in particolare in India, perché fuori dell’India – dove dominano la religione cristiana o ebraica o musulmana – la mente è stata condizionata a credere che c’è una sola vita. Loro non sanno nulla di meditazione. Hanno sostituito la meditazione con la preghiera, e preghiera vuol dire pregare un dio fittizio – è una cosa infantile. La meditazione non ha bisogno di un dio, tu sei sufficiente. Sei una realtà, e esplori la realtà fino al nucleo più profondo.

In India tutte le religioni sono d’accordo su di un unico punto; differiscono nelle loro filosofie, differiscono in ogni cosa, ma su di una cosa sono tutti d’accordo, che la vita è una continuità: la morte arriva milioni di volte. La morte è solo un cambiare il corpo, un cambiare casa, e questo processo continua, finché diventi completamente illuminato. Allora non è più necessario entrare in un altro grembo, perché la vita era una scuola, un training: lo hai completato. La tua illuminazione è il culmine della tua istruzione sull’esistenza. Adesso non devi più entrare in un altro corpo. Puoi entrare nel grembo dell’universo, sei preparato a questo.

Quindi, quando hai delle intuizioni, non ti fermare a loro. Le tue intuizioni dovrebbero creare dentro di te insoddisfazione, non soddisfazione. Dovrebbero creare un desiderio intenso di avvicinarti sempre di più e di più, e di più a ciò che hai intravisto da lontano. Non vuoi solo vederlo, anche se da vicino: vuoi diventarlo.

Puoi diventare amore, puoi diventare silenzio, puoi diventare gioia, puoi diventare tutte queste esperienze bellissime: bellezza, luce, consapevolezza. Queste non sono cose impossibili, sono il tuo potenziale. Quindi porta ogni intuizione fino al suo termine ultimo. Questo è ciò che chiamo cristallizzazione.

Quando sei cristallizzato, quando hai capito di essere amore, di essere luce, di essere consapevolezza, allora non c’è più il problema di dimenticarsene. Allora queste esperienze verranno con te. E, nella tua vita successiva, crescerai ancora di più, dalla consapevolezza alla superconsapevolezza – andrai oltre queste esperienze. Ma se rimani soddisfatto delle tue intuizioni, c’è il pericolo che vengano cancellate. La morte è un tale shock, e un coma così lungo che, quando ti svegli, avrai dimenticato tutte quelle intuizioni.

tratto da: Osho, The Golden Future #2

 

 

 

Lo stesso accade quando muori. Se hai meditato, allora la morte non è un’esperienza nuova.

Ti sorprenderà vedere come nella meditazione sei morto ogni giorno, e ogni giorno sei tornato alla vita.

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Un Libro Da Vivere

 

 

I SEGRETI DELLA

TRASFORMAZIONE

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2ª PARTE DE "IL LIBRO DEI SEGRETI"

Edizioni Bompiani

Pagine 440 Lire 7.000

 

 

vigyan Bhairava Tantra: Vigyan significa coscienza, Bhairava significa lo stato al di là della coscienza e Tantra significa metodo, metodo per andare al di là della coscienza. Il tantra dice che questa è una dualità: inconscio e conscio. Se vi muovete dall’incoscienza alla coscienza vi state muovendo da una dualità all’altra: muovetevi al di là di entrambe!

 

non decidere: Non cadere in uno schema. Nessuno sa cosa succederà quando diventerai consapevole. Non decidere in anticipo che lascerai andare questa cosa o quell’altra. Non decidere. Nessuno lo sa. Aspetta! Sii consapevole e lascia sbocciare il tuo essere. Nessuno sa cosa succederà. Per ognuno esiste una possibilità ignota di fioritura, non è necessario seguire nessuno, perché ogni seguire è pericoloso, distruttivo; qualsiasi imitazione è un suicidio. Aspetta!

 

sei l’universo intero: Il mare, la sabbia, le stelle sono uno con te. Non sei un’isola: sei organicamente uno con questo universo. L’universo intero è dentro di te, e tu sei tutto dentro l’universo. Se non arrivi a capire, sentire e realizzare tutto ciò, non raggiungerai quell’amore che è uno stato d’animo.

 

il tantra: Il tantra è assolutamente scientifico. Comincia da dove sei, non da dove puoi essere. Il tantra non ha condanne verso il corpo. Il tantra è una totale accettazione delle cose per quello che sono. Il corpo è un veicolo meraviglioso, molto misterioso e complesso. Usalo, non lottarci contro; aiutalo. Nell’istante in cui vai contro di lui, vai contro te stesso. Il tantra dice: “Conosci il corpo e i suoi segreti”.

 

immagina: Immagina semplicemente che tutti i tuoi sogni siano stati esauditi, che adesso hai la casa e l’automobile che hai sempre sognato: e adesso? Prova a immaginare: hai tutto ciò di cui hai bisogno, tutto: e adesso? All’improvviso ogni significato scompare. Sei sospeso sopra un abisso, non resta nulla da fare. Non hai più senso. Sei sempre stato senza senso, ma non ne eri consapevole. Se anche possedessi il mondo intero, cosa accadrebbe? Che soddisfazione ci sarebbe?

 

le strade: In questo mondo, sono molte le strade che possono condurti alla verità. Non esiste un monopolio. Anche strade diametralmente opposte, sentieri contradittori, possono condurti allo stesso punto. Non esiste un’unica via. Al contrario, più vai in profondità, più ti renderai conto che le vie sono tante quanti i ricercatori, poiché ogni ricercatore deve cominciare da dove si trova; non può usare una via già tracciata. Fondamentalmente, è il tuo movimento a creare la via. Non esiste alcun sentiero tracciato, non esistono strade maestre, già pronte all’uso. La ricerca interiore assomiglia più al cielo che alla terra.

 

non controllare: il tantra dice di non provare a controllare. Chi sei tu per controllare, e come puoi farlo? Il tuo controlla sarà solo un’illusione. Cerca di capirlo. Prova a capire la natura interiore, il fenomeno, le dinamiche delle energie, e quella comprensione ti trasformerà automaticamente. Il cambiamento non è uno sforzo. Se il cambiamento fosse uno sforzo, non potrebbe originare beatitudine.

 

paura della vita: Noi abbiamo paura della vita, perché la vita è un flusso e la mente vuole certezze. Se vuoi essere davvero vivo, sii pronto a essere insicuro. Non esiste certezza, e non esiste modo di creare certezza! Il modo è uno solo: non vivere. Solo allora sarai sicuro. L’insicurezza è l’essenza della vita, ma la mente vuole sicurezza.

 

sii un uomo: Sii un semplice uomo, senza filosofie, senza idee verso la vita. Sii un ricercatore, qualcuno che si interroga profondamente per sapere cos’è la vita. Non imporre nessuna ideologia su di essa, e diventerà molto facile entrare in meditazione.

 

il tantra non è: Non è una filosofia. La stessa parola “tantra” vuol dire tecnica. Ecco perché in questo libro troviamo solo tecniche e nessuna filosofia.

 

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