SOMMARIO

 

2 CENTRI DI OSHO IN ITALIA

Tutti i Centri di meditazione di Osho divisi per regione

 

6 LE NOTIZIE

Da Pune e dal Mondo

 

8 IL MONDO

Politici: una specie in via di estinzione?

Con la globalizzazione i governi nazionali perdono potere. E i politici corrono ai ripari creando nuovi spauracchi.

 

Lo stato: un simbolo della schiavitù umana

Commentando le parole di Nietzsche, Osho offre un'analisi acuta e dissacrante dell'istituzione dello stato.

 

Un lavoro invisibile

Osho sulla più grande rivoluzione possibile: il risveglio della consapevolezza.

 

15 IL CORPO

Joint Release

Un lavoro sulle articolazioni che attraverso l'uso di movimenti ritmici non intrusivi, genera profondo rilassamento.

 

17 PRIMO PIANO

Moralità e verità

Una moralità che non nasca da un'autentica esperienza di verità è pura ipocrisia, una facciata pronta a cadere alla minima difficoltà.

 

26 SPECIALE ARTE

Visioni dal silenzio

Un'anteprima della mostra itinerante delle firme di Osho che Ma Prem Veena sta portando in Italia, accompagnata da una selezione di testi di Osho sull'arte.

 

35 PERCORSI

Fiorire alla vita

Osho commenta Gibran sui sette livelli del piacere. Il video con il testo integrale - in inglese con traduzione allegata - è ora disponibile anche in Italia.

 

38 IL MONDO

Liberi dentro

Un'esperienza di meditazione nelle carceri.

 

42 ESPERIENZE

Qui nel Buddhafield

Ovunque, nello spazio creato dalla presenza di molti ricercatori meditare è più facile.

 

46 IN LIBRERIA

Spiritually incorrect

Presentazione dell'autobiografia di Osho uscita negli Stati Uniti.

 

50 TUTTE LE STELLE

Il tuo oroscopo di ottobre.

 

52 LA VETRINA

Tutti i libri di Osho in italiano, i video di Osho, le musiche per la meditazione e il rilassamento.

 

60 UN LIBRO DA VIVERE

Il Manifesto dello Zen

Gli ultimi discorsi di Osho.

 

OSHOTIMES INTERNATIONAL

Copyright© 2000 OSHO INTERNATIONAL FOUNDATION Tutti i diritti riservati OSHO® è un marchio registrato di proprietà della Osho International Foundation, usato con il suo permesso.

 

 

LE NOTIZIE

 

 

Scienza e Meditazione

 

Veet Maria, da qualche anno, raccoglie pubblicazioni e svolge ricerche sul tema meditazione e scienza, affascinata e incoraggiata dalle parole di Osho su questo argomento: “La scienza si avvicina ogni giorno di più al mistero – possiamo sperare che verrà il giorno in cui scienza e religione si fonderanno l’una nell’altra. La religione diverrà la scienza del mondo interiore e la scienza la religione del mondo esteriore”.

Le pubblicazioni raccolte riguardano gli studi teorici sugli stati di coscienza e le ricerche che hanno utilizzato i tracciati elettroencefalografici di meditanti in azione o, per meglio dire in “non-azione”.

Le ricerche sono state condotte in collaborazione con il “Centro studi e ricerche sugli stati di coscienza” di Milano e hanno messo a punto una metodologia per la valutazione dei ritmi elettroencefalografici nel percorso veglia-sonno che risulta adeguata per verificare i fenomeni neurofisiologici connessi alla meditazione.

“A questo punto,” dice Veet Maria, “ci sembra di avere materiale sufficiente per elaborare un discorso rigoroso e convincente anche in ambito universitario. Ci sembra opportuno inoltre diffondere queste informazioni in ambienti diversi per tentare di correggere i pregiudizi e le interpretazioni distorte che riguardano la meditazione.

Veet Maria parlerà di questo suo lavoro in una conferenza dal titolo Meditazione e Scienza, presentata dal centro di meditazione Osho Surdhama, il giorno 7 novembre ore 15.30 nell’Aula Magna dell’Università di Varese, in Via Ravasi 2. Per Informazioni tel. 0331/857300 (Maria).

 

 

Natura e silenzio

 

Il Centro Divyananda, in provincia di Asti, ha già iniziato dalla scorsa primavera alcune delle varie attività come per esempio gruppi, incontri, eventi e campi di Meditazione. Il centro è immerso in un silenzio incontaminato interrotto solo dal canto degli uccelli, ed è quindi uno spazio ideale per la meditazione. I gestori, Ma Nishanto e Sw Vimal, ora vorrebbero allargare la loro esperienza a un gruppo di amici che vogliano condividere le diverse attività che il mondo di Osho può proporre. “Per chi vuole venire ad abitare qui,” dice Nishanto, “e diventare residente si aprono diverse possibilità, per esempio progettare e preparare le diverse attività dell’anno: gruppi, campi di meditazione, sedute, eventi, music group e serate di festa. Un altro progetto è la coltivazione biologica, l’apicoltura ecc. vista la grande disponibilità di terreno intorno. Oppure far parte di un piano di ristrutturazione di diverse aree, anche per un breve periodo di tempo. Abbiamo una casa che può ospitare fino a 15 persone”.

Se vi interessa vivere e lavorare nella natura, contattate Ma Nishanto e Sw Vimal, Loc. Zotto 1 - 14050 Mombaldone (ASTI) - Tel 0144-950748.

 

 

Visita a Gerusalemme,

città dei messia

 

A Gerusalemme esiste una strana malattia “religiosa” che porta i turisti a credersi personaggi biblici. Gagan ci è stato recentemente e ci racconta: “Dalla terrazza dell’Hotel Petra godo una delle viste più spettacolari di Gerusalemme: il Muro del Pianto, con gli ingressi presidiati dalle camionette dell’esercito, la moschea di Omar, il cui minareto supera opportunamente in altezza la chiesa del Santo Sepolcro, la cupola di quest’ultimo, dove un’altissima croce dorata pareggia, se non vince, il confronto... Ed ecco, improvvisamente, tra campanili e minareti vedo aggirarsi un uomo tutto vestito di bianco: è coperto solo delle lenzuola dell’albergo, vive da mesi in questo terrazzo e dice di essere il messia. Non è il solo: due piani più sotto vive Ernest Moch, un californiano dalla barba e capelli lunghissimi, che lo fanno assomigliare a Babbo Natale. A scanso di equivoci, egli va in giro con una ventiquattrore su cui ha scritto la propria identità: il Profeta Elia.

Il Profeta e il Messia sono solo due casi della cosiddetta ‘Sindrome di Gerusalemme’: un disturbo della psiche che porta alcuni turisti della Città Santa a credersi l’incarnazione di personaggi biblici. Arrivano a Gerusalemme perfettamente normali, poi qualcosa va storto: forse l’atmosfera particolare di questa città li travolge, forse, al contrario, Gerusalemme li delude al punto di sviluppare una personalità psicotica come reazione; fatto sta che si trasformano.

La parola ‘illuminazione’ non fa parte del loro vocabolario, che contempla invece altri termini: il “Messia”’, il “Profeta”, il “Re”.

“Nel corso della mia carriera, ho curato tre Gesù Cristo, un Sansone, due Maddalene e un Re Davide", spiega Yair Bar-El, direttore dell’ospedale psichiatrico di Gerusalemme, cui si deve la definizione di “Sindrome di Gerusalemme”. “La maggior parte di loro vive queste allucinazioni per un breve periodo, ma altri necessitano di cure psichiatriche”. E la faccenda s’è fatta seria, se è vero che nell’anno giubilare i casi di Sindrome di Gerusalemme sono aumentati del 100%.

Tutta questa gente sembra darsi appuntamento nell’Hotel dove soggiorno anch’io, il Petra, forse perché è il più antico di Gerusalemme, forse perché è anche il più economico. Tengono prediche e sermoni, ma nessuno li sta ad ascoltare seriamente. Gli altri ospiti dell’albergo tendono a evitarli, percependo in loro qualcosa di ‘negativo’; del resto, altri messia sono stati portati via dal Petra dalla polizia, perché sospetti agitatori di popolo e provocatori.

Qualcuno comunque li prende sul serio. Per esempio, le autorità di Gerusalemme, che non riescono a dormire a causa di un problema: la cosiddetta “Jerusalem Question”. La riassume così il dottor Bar-El: “Trattiamo tutti i messia che arrivano qua come dei malati di mente; tuttavia, non possiamo fare a meno di chiederci: forse che il vero messia non sarebbe etichettato come “matto”? Chi lo dice che uno di loro non sia davvero il Messia?”.

Già, chi lo dice? Intanto, sul registro delle prenotazioni del Petra Hotel è atteso un arrivo per il 25 dicembre: qualcuno che ha dato come proprio nome, Gesù Cristo”.

 

 

 

Un sito multilingua per sapere tutto su Osho

 

Sul supplemento WEB di Panorama della scorsa estate, riportante gli indirizzi dei siti migliori, nella sezione Religione viene segnalato anche il sito di Osho in italiano it.osho.com “caratterizzato da una veste grafica elegante”.

Osho in rete in italiano è apprezzato anche dai navigatori che visitano il sito con una media di 14.000 al mese e sono sempre in aumento.

L’interesse crescente per internet invita i curatori del sito di Osho a migliorare continuamente il servizio, e così da qualche tempo ha preso vita il nuovo sito multilingua osho.com rinnovato non solo nella veste grafica, ma soprattutto nelle funzionalità e nelle rubriche offerte. Il primo passo dalla home page  è scegliere la lingua: l’italiano è naturalmente presente e le pagine sono ormai quasi tutte tradotte (anche se il lavoro non è mai finito). Ci sono molti testi di Osho divisi per argomenti, il gioco dei tarocchi, una guida per venire a Pune e tantissimo altro.

Sempre su internet, Barnes and Nobles, una delle maggiori catene di librerie in USA, al sito www.bn.com propone le cartoline con le immagini dei famosi Tarocchi Zen nella sezione inspiration. Ogni cartolina elettronica  inviabile in rete, include una frase di Osho: è certamente un modo diverso di mandare i saluti agli amici.

    (ritorna al sommario)

 

 

Politici: una specie in via di estinzione

 

Se solo i politici si prendessero una bella vacanza, staremmo tutti un po’ meglio. Avere un mondo senza politici è solo un desiderio irrealizzabile?

 

Specialmente dopo la conferenza del WTO a Seattle sempre più commentatori stanno facendo notare che i politici si trovano di fronte a una svolta: “La crescente concentrazione di potere economico è stata accompagnata dalla riduzione del potere politico a livello nazionale: il ruolo del governo negli affari economici viene ora considerato obsoleto. Nella maggioranza dei casi, i governi sono sulla difensiva, con un margine di manovra severamente ristretto dalla nuova enfasi sulla disciplina fiscale, con un potere messo continuamente in discussione dall’assalto dei flussi internazionali di capitale e con una comprensione dei problemi ostacolata dagli enormi progressi della tecnologia”. (Claudia Smadja su Newsweek)

Anche in Italia, seppure in maniera più mediata, questa tendenza si può avvertire nelle sempre più numerose ipotesi di candidature di ‘uomini d’impresa’ nelle elezioni (soprattutto locali ma anche nazionali). I nomi sono tanti – da Fazio a Moratti, da Abete a Bazoli, da Pininfarina a Marchini – e spesso gli interpellati rispondono subito con un cortese ma fermo rifiuto, anche perché rimane il sospetto che si tratti di operazioni di facciata per ridare un po’ di credibilità a partiti ormai stanchi e in crisi di fiducia, piuttosto che un reale riconoscimento che i problemi da affrontare sono urgenti, richiedono provate capacità organizzativo-manageriali e una buona preparazione economica: tutte cose spesso carenti nel nostro "politico medio" – nella maggior parte dei casi poco più di un procacciatore di consenso e amministratore di favori.

Quando comunque queste operazioni vanno in porto, come ad esempio nel Comune di Bologna, le contraddizioni che si aprono in seguito fra i partiti e il loro “uomo immagine”  (in questo caso un grosso commerciante) fanno vedere subito due diversi stili di lavoro e lasciano ben sperare per il futuro.

D’altra parte non bisogna dimenticarsi che l’attuale Presidente della Repubblica Italiana si è "fatto le ossa" in banca e non nella nomenklatura  di un qualsiasi partito.

Nell’articolo che segue Amrito ci parla di come questa, per i politici, sembra essere proprio l’ultima spiaggia.

 

 

La nuova parola che fa tendenza, globalizzazione, ha un significato diverso a seconda di chi la usa. Ad esempio, voi state leggendo questa rivista. Ma una volta, tanto tempo fa, c’erano solo libri scritti a mano che magari solo un paio di monaci potevano leggere nello stesso momento. Poi arrivò la stampa e diventò possibile pubblicare un giornale come questo, e stampare copie sufficienti a far sì che ognuno possa avere la sua e leggerla quando ne ha voglia. Poi è arrivato Internet. A questo punto non hai bisogno di comprare tutto il giornale [anche se noi speriamo che continui a farlo, n.d.r.]: chi vuole leggere solo una pagina può avere la propria copia quando gli serve, e poi cancellarla quando ha finito. E se il testo è su una pagina in rete, persone che si trovano in qualunque parte del pianeta possono leggere lo stesso paragrafo nello stesso istante, e magari dopo soli pochi secondi dalla sua pubblicazione.

Forse per te globalizzazione vuol dire e–mail. Oppure acquisti su Internet o avere un telefono cellulare. O magari la diffusione degli alimenti modificati a livello genetico, o il comprare scarpe americane di marca, fatte a Taiwan.

Sia quel che sia, l’avvento della globalizzazione coincide con la comprensione del fatto che la creazione della ricchezza dipende dalla libertà di movimento di merci, capitali, idee, persone, tecnologie. E che i vari governi, ossessionati dall’idea di tenere tutto sotto controllo, sono soltanto un ostacolo.

Uno degli esempi più pregnanti di capitalismo di stato è stato quello dell’Unione Sovietica e della conseguente "uguaglianza nella povertà".

I politici, divisi tra il perdere il potere perché la gente è stufa della povertà e del controllo, e perdere il potere consegnando grossi pezzi del sistema economico a persone che sono capaci di gestire gli affari, si trovano in una posizione insostenibile.

La seconda ipotesi, la perdita di potere a vantaggio del mondo degli affari, ha tempi più lunghi e comunque in questo caso i politici potrebbero ancora rimanere seduti nelle loro poltrone, rassegnandosi solo a avere un po’ meno potere. E così, per loro, la globalizzazione vuol dire la perdita della sovranità nazionale a vantaggio di forze come la Banca Mondiale, l’organizzazione mondiale del commercio (World Trade Organization), o le multinazionali.

I cambiamenti che stiamo attraversando non influenzano solo i politici e il loro potere, ma anche i vari interessi costituiti che Osho chiama nel loro complesso "l’uomo vecchio", e la loro struttura fatiscente basata su confini nazionali e psicologici che vogliono tener divisa l’umanità.

È ovvio aspettarsi una reazione a questi fatti.

Politici tedeschi hanno iniziato una campagna per impedire l’ingresso nel paese a programmatori indiani di computer, nonostante ce ne sia un gran bisogno. Gli austriaci hanno iniziato a giocare col nazismo per dar voce alle loro insicurezze: Vienna, una volta capitale imperiale, è ora solo un posto come un altro per mangiare da MacDonald, magari serviti da un ragazzo dalla pelle molto scura. Tutti quei bei trip di ego sull’essere ‘britannici’ o ‘francesi’ – con senso di superiorità incluso – incominciano a riemergere… e ad apparire sempre più patetici.

Sembra proprio che la prognosi, per i politici di tutto il mondo, sia infausta. Anche per loro è chiaro che il gioco dei confini nazionali diventa sempre meno rilevante e così cercano di aggrapparsi a ogni pagliuzza pur di non affogare. Quale può essere il modo migliore per raccogliere consensi e rimanere al potere? È semplice, basta dare la colpa di tutto a quelli con la pelle scura (o agli ebrei, o ai mussulmani), agli stranieri, agli zingari… gli altri insomma. Rinforzare a tutti i costi l’idea che questi confini nazionali non sono barriere alla libertà, come sembrano ormai a tanti di noi, ma anzi sono lì per proteggerci! E creare la nostalgia per "i bei tempi di una volta", quando il cibo era genuino e gli uomini portavano il cappello, quando le donne e i negri sapevano stare al loro posto, e ai bambini si raccontava ancora della cicogna, di Babbo Natale, e di dio…

La mente, con il suo modo meccanico di ripetere sempre gli stessi pensieri, odia il cambiamento. È per questo che i politici hanno vita facile nel creare nella gente paure e insicurezze nei confronti delle nuove tecnologie e degli immigranti… paura di tutto ciò che è nuovo.

Naturalmente questi rapidi cambiamenti provocano anche preoccupazioni reali. C’è qualcuno in grado di dire cosa sta succedendo veramente? O dove ci porterà questa roulette russa giocata a spese del pianeta?

Scoprire cosa in realtà stia accadendo implica porsi alcune domande fondamentali. Domande sulla consapevolezza e sulla responsabilità: il chiederci se la nostra è una vita che ha una direzione o se invece è del tutto casuale. Domande sul perché bambini bianchi e neri, che all’inizio giocano insieme felici, in seguito, da adulti civilizzati ed educati, si ammazzano l’un l’altro perché non sono del colore giusto. O del sesso giusto, o della nazione giusta o con le ‘idee’ giuste.

Vorrebbe dire chiedersi perché ci vogliono sei anni per insegnare a un medico a prescrivere farmaci, mentre per le persone che vanno al potere non esiste alcun tipo di addestramento e di preparazione specifici. Vorrebbe dire chiedersi perché permettiamo che la scienza del mondo materiale sia ben più avanti di quella del mondo interiore, della consapevolezza e della saggezza.

Vorrebbe dire anche farsi la domanda più imbarazzante di tutte: siamo proprio sicuri che il problema siano loro… e non noi?

Porsi domande di questo tipo ti può portare a essere preso per matto, per utopista o per una persona assolutamente distaccata dalla realtà. Mentre invece fare domande quali: “Ma chi è che ha fatto entrare tutti questi stranieri?” ti fa eleggere come presidente.

Stiamo entrando in un periodo molto pericoloso. Non si possono mettere indietro le lancette dell’orologio. Le forze che abbiamo scatenato sono diventate un vortice incontrollato nelle mani di chi ha potere ma non ha alcuna consapevolezza, e soprattutto neppure il sospetto che proprio questa consapevolezza potrebbe essere l’ingrediente essenziale che manca a questa minestra che, volenti o nolenti, ci tocca mangiare.

 

Amrito

 

 

 

Se i politici scomparissero

non ci sarebbe alcun bisogno di nazioni.

Non riesco a concepire perché

debbano esistere le nazioni.

La scienza ha trasformato il mondo intero

in un piccolo villaggio globale.

È necessario solamente

un innalzamento generale della consapevolezza,

e i politici si scioglieranno come neve al sole.

Con loro se ne andranno

le nazioni, i confini nazionali

e l’idea stupida che alcune nazioni siano speciali,

che siano nate proprio per governare il mondo.

Possiamo fare di questo mondo un paradiso:

i politici dovranno semplicemente partire…

per un lungo, lungo week-end.”

OSHO

From Bondage to Freedom

    (ritorna al sommario)

 

 

Lo Stato: un Simbolo della schiavitù umana

 

“In qualche parte del mondo vi sono ancora popoli e greggi, ma non da noi, fratelli: qui ci sono gli stati…

Lo stato è il più gelido di tutti i gelidi mostri.

Esso è gelido anche quando mente; e questa menzogna gli striscia fuori di bocca: "Io, lo stato, sono il popolo".

È una menzogna! Erano creatori coloro che crearono i popoli e sopra di essi affissero una fede e un amore: così facendo servirono la vita.

Sono i distruttori che sistemano trappole per le moltitudini e le chiamano lo stato: su di esse affiggono una spada e cento desideri.

Dove ancora esiste un popolo, lì la gente non capisce lo stato e lo odia come occhio malvagio, come colpa contro il costume e la legge… Una vita libera è ancora possibile e aperta per le grandi anime. In verità, colui che poco possiede è anche il meno posseduto: sia lodata una povertà moderata!

Soltanto lì, dove finisce lo stato, comincia l’uomo che non è superfluo: là comincia il canto dell’individuo necessario, l’unica e insostituibile melodia.

…così parlò Zarathustra.”

 

 

Le masse, nonostante siano formate da un gran numero di persone, sono molto inferiori a un singolo autentico individuo. Le masse hanno sempre considerato se stesse come greggi di pecore, non come esseri umani.

L’ individuo manifesta la sua dignità e il suo orgoglio, e si rifiuta di essere semplicemente un ingranaggio dell’umanità. Egli vuole dare al mondo un contributo di bellezza, di gioia, di estasi. Non è un mendicante, e il solo modo di non essere un mendicante è condividere il proprio amore, la compassione, l’intelligenza, la saggezza, l’illuminazione.

Ma la massa – e questo succede sempre – cerca di imporsi in modo molto astuto su questi individui. I deboli sono sempre falsi: la falsità è il loro modo di difendersi. E lo stato è la falsità peggiore mai concepita dalle masse.

Lo stato protegge le masse: i ritardati mentali, i cadaverici, i deboli, gli inutili… Chiunque abbia la minima comprensione della condizione umana, non può che essere contrario allo stato, perché lo stato è simbolo della schiavitù dell’uomo.

Lo stato continua a ripetere: “Sono al servizio del popolo”, ma la realtà è proprio l’opposto. I servi diventano padroni perché detengono il potere, perché hanno in mano l’apparato burocratico e gli armamenti. Tutto quel potere viene usato contro quei rari individui che osano ribellarsi contro tutto ciò che è falso, contro la tradizione ormai morta, contro ogni sorta di superstizioni.

Quando arrivai in America, la prima domanda che mi venne fatta fu: “Lei è anarchico? Se lei è anarchico, non può entrare negli Stati Uniti”.

Sono qualcosa di più”, risposi.

Anche l’anarchia è un’ideologia. Secondo la teoria anarchica, lo stato non è necessario, anzi, è una delle peggiori calamità, creata dai deboli contro gli individui forti, sebbene tutto il progresso dell’umanità sia avvenuto grazie a quegli individui forti. Ma senza dubbio c’è bisogno di un’organizzazione funzionale, che però non dovrebbe essere nient’altro che funzionale: non dovrebbe conferire prestigio e potere a quelli che sono al governo.

Ma lo stato è diventato potente… e basta mettere un idiota qualsiasi in una posizione di prestigio, per farlo diventare potente e rispettato da tutti. Costui di per sé non è nessuno. Nel momento in cui perde il posto, la gente si dimentica completamente di lui. L’individuo in sé non ha alcuna integrità, ma lo stato gli conferisce potere. Invece di farli diventare servi del popolo, lo stato rende questi individui padroni del mondo.

Zarathustra è assolutamente contrario allo stato. Ciò non vuol dire che non dovrebbe esserci alcuna organizzazione funzionale. Per organizzazione funzionale intendo una struttura simile a quella delle ferrovie: c’è un presidente ma nessuno sa chi sia, né c’è alcun bisogno di saperlo. In ogni ufficio postale c’è un responsabile, ma nessuno sa chi sia, né c’è alcun bisogno di saperlo.

Primi ministri e presidenti dovrebbero rientrare nella stessa categoria. Dovrebbero venire pagati, perché servono il loro paese, ma non dovrebbero comportarsi come conquistatori, come se il paese fosse loro proprietà, come se fossero loro i padroni del paese.

Tutti i governi mentono e, prima o poi, le loro menzogne vengono alla luce. Eppure nessuno osa affermare che non bisogna credere ai governi, benché essi vengano continuamente sorpresi a mentire.

Presidenti, primi ministri e ministri, prima di entrare in carica, fanno un voto: giurano di essere sempre e solo dalla parte della verità. Ma è quasi impossibile trovare un politico che non menta spudoratamente. Certo, riescono a mentire con una tale faccia tosta, che apparentemente sembra che dicano la verità. Ma le menzogne non possono rimanere nascoste a lungo: prima o poi vengono scoperte. Hanno vita breve.

Esso è gelido anche quando mente; e questa menzogna gli striscia fuori di bocca: “Io, lo stato, sono il popolo”. Lo stato non è il popolo. Lo stato è semplicemente il servitore del popolo, e come tale deve agire.

Eppure il funzionario governativo più insignificante si comporta come se fosse la persona più potente del mondo. Questo dovrebbe essere impedito a individui del genere… quel potere rende la gente avida, disposta a tutto pur di avere più potere, disposta a vender l’anima pur di essere al potere.

 “Dove ancora esiste un popolo, lì la gente non capisce lo Stato e lo odia come occhio malvagio, come colpa contro il costume e la legge… Una vita libera, per le grandi anime, è ancora possibile. In verità, colui che poco possiede è anche il meno posseduto: sia lodata una moderata povertà!”

Questo è un punto importante e va capito. Più si possiede, più si è posseduti, perché si diventa schiavi di ciò che si possiede. Usa le cose, ma non possederle. Non c’è bisogno di possederle.

Ma ci sono persone che non riescono a godere delle cose, a meno che non siano di loro proprietà. C’è una legge fondamentale: puoi possedere gli oggetti inanimati ma, nel momento in cui cerchi di possedere gli esseri umani – tua moglie, tuo marito, i tuoi bambini – cominci a ucciderli, cominci ad avvelenarli… perché possedere un bambino significa distruggere la sua libertà, possedere una moglie significa distruggere la sua libertà.

La libertà è l’essenza, l’anima dell’umanità.

Zarathustra non loda la povertà. Le sue parole hanno un significato ben preciso: “Sia lodata una moderata povertà!” Non la povertà che ti distrugge, non la povertà che ti fa patire la fame. Se tutti sapessero gioire delle piccole cose della vita, non ci sarebbero più né la ricchezza né la povertà, che sono due cose facce della stessa medaglia.

Molti tra i miei sannyasin, quando arrivano in India per la prima volta, rimangono sorpresi, perché vedono che da una parte ci sono persone ricchissime… In India, da un lato vedrete individui ricchissimi, e dall’altro mendicanti, gente che non possiede niente.

“La povertà moderata” è un bellissimo concetto.

Nessuno dovrebbe essere così ricco da non riuscire a spendere il proprio denaro. E nessuno dovrebbe essere talmente povero da morire a causa della sua povertà. Una povertà moderata può produrre, senza imposizioni, una certa uguaglianza a livello economico.

“Soltanto lì, dove finisce lo Stato, comincia l’uomo che non è superfluo: là comincia il canto dell’individuo necessario, l’unica e insostituibile melodia.

Soltanto lì, dove finisce lo stato, nasce l’uomo che non è superfluo, l’individuo unico, con tutti i suoi canti e le sue melodie. Lo stato continua a sopprimere l’unicità delle persone.

I potenti non riescono a tollerare che un individuo che non ha potere sia rispettato da milioni di persone. I potenti capiscono solo il linguaggio del potere, non capiscono il linguaggio dell’amore, non capiscono il linguaggio della creatività.

tratto da

Osho, Zaratustra un dio che danza, Ecig ed.

 

 

In cinquemila anni di giochi politici, cosa è successo? L’uomo vive nella stessa oscurità, nella stessa infelicità, nello stesso inferno. s’, i politici continuano a dargli speranza, speranza in un domani migliore. Ma il domani non arriva mai.

OSHO

    (ritorna al sommario)

 

 

Un Lavoro Invisibile

 

Solo una consapevolezza risvegliata può dare vita a un’azione politica non distruttiva

 

 

Nonostante abbia creato terribili catastrofi, l’attività politica sembra essere l’unico mezzo per combattere l’ingiuastizia nel mondo. è vero che la ricerca che si ispira a te, Osho, esclude l’azione politica?

 

Io amo la vita nella sua totalità. Il mio amore non esclude nulla: comprende tutto. Sì, comprende anche l’attività politica. È la cosa peggiore da includere, ma io non posso farci niente! Però tutto ciò che viene incluso nella mia visione della vita, ne fa parte con una differenza.

In passato l’uomo ha vissuto tutti gli aspetti della sua vita senza alcuna consapevolezza. Ha amato senza consapevolezza e così ha fallito, e l’amore gli ha portato solo infelicità e nient’altro. In passato ha provato di tutto ma tutto si è dimostrato un inferno. Questo è stato anche il caso dell’attività politica.

Ogni rivoluzione si trasforma in controrivoluzione. È ora di comprendere il perché. In questo secolo questo fatto si è ripetuto molte volte; non sto parlando di un passato lontano. È successo in Russia, è successo in Cina e accadrà ancora se continuiamo a funzionare nello stesso vecchio modo. Questo è tutto ciò che l’inconsapevolezza ci può dare.

Quando non hai alcun potere, è facile lottare contro l’ingiustizia; nel momento in cui diventi potente, ti dimentichi completamente dell’ingiustizia. Allora i desideri repressi di dominio cominciano a imporsi. Allora la mente inconscia prende il timone, e inizi a fare le stesse cose che erano state fatte prima dai nemici contro i quali avevi lottato. Per questo scopo avevi messo addirittura in gioco la tua vita!

Lord Acton dice che il potere corrompe. Ciò è vero solo in un senso, mentre in un altro senso è assolutamente falso. È vero se osservi la superficie delle cose: sicuramente il potere corrompe, chiunque diventi potente diventa anche corrotto. È un fatto vero, ma se scavi in profondità in questo fenomeno, allora non è vero.

Non è il potere che corrompe: sono le persone corrotte che sono attratte dal potere. Queste sono persone che vorrebbero fare delle cose che non possono fare senza il potere. Appena ottengono questo potere, tutte le repressioni della mente si fanno sentire. Adesso non c’è nulla che possa sbarrare loro la strada, nulla che possa fermarle: hanno il potere. Non è il potere che le corrompe, esso porta solo in superficie la loro corruzione. La corruzione c’era già in seme; adesso è spuntata. Il potere è stato solo la stagione giusta per farla germogliare. Il potere è come una primavera per i fiori velenosi della corruzione e dell’ingiustizia presenti nel loro essere.

Il potere non è la causa della corruzione, ma solo l’opportunità perché possa esprimersi. Quindi io dico: di base Lord Acton ha torto.

Chi è che si interessa di politica? Sì, la gente entra in politica con degli slogan bellissimi, ma cosa accade a questa gente? Stalin aveva lottato contro l’ingiustizia dello zar. Cosa è accaduto? Proprio lui è diventato il più grande zar che il mondo avesse mai conosciuto, peggiore di Ivan il Terribile!

Mi piacerebbe che i miei sannyasin vivessero la vita totalmente, ma a una condizione assoluta e categorica: quella condizione è la consapevolezza, la meditazione. Per prima cosa vai in profondità nella meditazione, in modo da ripulire l’inconscio completamente da tutti i semi velenosi, in modo che nulla possa essere corrotto e che nulla possa essere portato in vita dal potere. E poi fai tutto ciò che senti di fare.

Non sono contrario all’attività politica, non sono contrario a nulla. Non ho un atteggiamento negativo verso la vita; io affermo la vita, il mio amore per la vita è assoluto!

E naturalmente, quando sulla terra vivono milioni di persone, ci dovrà essere un qualche tipo di politica. La politica non può scomparire del tutto. Sarebbe come eliminare la polizia, o le poste o le ferrovie: sarebbe il caos.

Non sono un anarchico e non sono a favore del caos. Voglio che il mondo sia più bello, più armonioso, che sia più un cosmo che un caos. A volte elogio il caos, solo con lo scopo di distruggere il marcio. Elogio anche la distruttività, solo con lo scopo di creare. Sì, a volte sono molto negativo – sono contrario alle convenzioni, ai conformismi, alle tradizioni – solo allo scopo di rendervi liberi e mettervi in grado di creare visioni nuove, mondi nuovi, perché non restiate imprigionati nel passato, perché possiate avere un futuro e un presente. Ma non sono distruttivo, il mio lavoro è aiutarvi a essere creativi.

A quel punto puoi fare ciò che vuoi: non potrai arrecare alcun danno al mondo. Apporterai qualcosa di buono, qualcosa di bello; sarai per il mondo una benedizione. Senza di questo, senza la consapevolezza, anche se fai una cosa buona, si trasformerà in qualcosa di dannoso.

Qualche giorno fa, Madre Teresa di Calcutta ha ricevuto il premio Nobel. Ora, questa sì che è una cosa veramente stupida! Il comitato che attribuisce i premi Nobel non ha mai fatto prima una cosa così stupida, ma apparentemente sembra una cosa bellissima. Ha ricevuto elogi da tutte le parti del mondo perché ha fatto una gran cosa.

J. Krishnamurti non ha ricevuto il premio Nobel, e lui è uno di quei rarissimi esseri umani, uno dei pochi buddha, che stanno gettando veramente le fondamenta di una pace mondiale. E Madre Teresa ha ricevuto il premio per la pace. Ora, non capisco che cosa ha fatto lei per la pace nel mondo! George Gurdjieff non ha ricevuto il premio Nobel, e ha lavorato duramente per trasformare il nucleo essenziale di ogni essere umano; Raman Maharshi non ha ricevuto il premio Nobel. Il loro è un lavoro invisibile, quello di portare maggiore consapevolezza alla gente. Se procuri pane alla gente, è una cosa visibile; se procuri loro vestiti è visibile, se procuri medicine è visibile. Se procuri dio alla gente, è una cosa assolutamente invisibile.

Solo in apparenza Madre Teresa sta facendo qualcosa di buono: serve i poveri di Calcutta, i malati, gli infermi, i vecchi, gli orfani, le vedove, i lebbrosi, gli storpi, i ciechi. È ovvio che sta facendo una cosa buona! Ma di base ciò che fa per queste persone è solo una specie di consolazione. E dare consolazione ai poveri, ai ciechi, ai lebbrosi, agli orfani, è un atto controrivoluzionario. Consolarli vuol dire aiutarli ad adattarsi alla società esistente, a rimanere in sintonia con lo status quo. Ma i governi sono contenti, i ricchi sono contenti, i potenti sono contenti, perché in realtà lei non serve i ciechi e i poveri; serve gli interessi costituiti, i preti, i politici e i potenti; lei li aiuta a rimanere al potere. Crea un’atmosfera nella quale il vecchio ordine può sopravvivere.

Ma questo è ciò che è sempre accaduto: tu lodi le persone che in qualche modo confermano ciò che è vecchio, morto, che aiutano la società a rimanere immutata.

Il mio lavoro è invisibile. Ciò che sto facendo è in realtà insegnarti, in modo indiretto, la più grande rivoluzione possibile. Ti insegno la ribellione, e questa ribellione ha molte dimensioni: questa ribellione avrà un impatto su qualunque cosa farai. Se farai poesia, scriverai poesie di rivolta. Se farai musica, creerai un nuovo tipo di musica. Se danzerai, la tua danza avrà un sapore diverso. E se entrerai in politica, cambierai completamente il volto dell’azione politica.

Non sono contrario all’attività politica, ma il modo in cui è stata condotta finora è assolutamente insensato. Quindi, all’apparenza, nessuno può notare il mio coinvolgimento nell’attività politica di qualsiasi genere, nessuno può vedere che sono coinvolto in qualche attività pubblica.

Io insegno alle persone a stare sedute in silenzio, a osservare i loro pensieri, a uscire dalla trappola della mente. Un rivoluzionario stupido penserà che sono contrario all’attività politica, che sono un reazionario, che riporterò la società verso il passato.

Io non faccio nulla che possa essere definito politico, sociale: non sono per le riforme sociali o per l’attività politica. Almeno in apparenza sembro una persona che fugge la realtà e che sta aiutando altri a fuggire. È vero, aiuto le persone a fuggire da "se stesse": a fuggire da attività stupide di ogni genere. Per prima cosa affila la tua intelligenza. Osserva di più, in modo che non rimanga nemmeno un angolo buio nel tuo essere. Lascia che ciò che è inconscio in te sia trasformato in consapevolezza. Dopodiché fai pure ciò che vuoi; se vuoi andare all’inferno, vacci con la mia benedizione, perché allora sarai in grado di trasformare anche l’inferno.

Non sono i meditatori che vanno in paradiso, no: dovunque vadano, sono in paradiso e qualunque cosa facciano è divina. Ma questo è un approccio assolutamente nuovo, ci vorrà del tempo per comprenderlo. Uso un linguaggio così diverso che è naturale che io venga frainteso.

tratto da: Osho, The Dhammapada vol. 6

 

Per prima cosa affila la tua intelligenza. Osserva di più, in modo che non rimanga nemmeno un angolo buio nel tuo essere. Lascia che ciò che è inconscio in te sia trasformato in consapevolezza. Dopodichè fai pure ciò che vuoi.

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Joint Release

di Satyo Shunyam

 

Liberarsi dalle tensioni, magari anche da quelle che non ti eri ancora accorto di avere. Tensioni nel fisico che riflettono e amplificano la tensione mentale: siamo corpo-mente e non due entità separate. Una panoramica sul “Joint Release” (rilascio dell’articolazione) tecnica particolare molto usata durante sedute di massaggio Rebalancing.

 

 

Quando partecipai al mio primo training di Rebalancing (che si teneva in un’affascinante località nel deserto alle spalle di Los Angeles) era il 1982 e non avevo nessuna esperienza precedente di massaggio: la mia decisione era motivata principalmente dall’esigenza di “riappropriarmi” del mio corpo, volevo cioè sperimentare una tecnica che mi permettesse di affrontare anche a livello fisico la rigidità di cui iniziavo a essere consapevole, di contattare la mia energia vitale (di cui all’età di 38 anni avevo già perso il ricordo) e farla quindi rivivere. Insomma desideravo soprattutto fare un’intensa esperienza di crescita personale. Non sono rimasto deluso.

Quello che mi impressionò di più, guardando le dimostrazioni dei miei insegnanti, era il modo leggero e nello stesso tempo giocoso e intenso, che usavano per preparare il corpo a ricevere delle “manipolazioni” profonde. Osservandoli era evidente che lavoravano da uno spazio di cuore: nello stesso tempo davano, ricevevano e si divertivano. Era la prima volta che vedevo fare del “Joint Release” o “Tragering”. Ne rimasi affascinato.

Un anno dopo, mentre lavoravo col Rebalancing a Houston in Texas, ho avuto l’occasione di partecipare al training di Trager.

Parlare di Joint Release senza menzionare Milton Trager non sarebbe giusto. Questo perché è Trager che ha creato una tecnica, un approccio – come lui lo chiama – a cui si sono ispirati e si ispirano, magari senza saperlo, tutti coloro che lavorando col massaggio si trovano davanti a una articolazione: un lavoro sul corpo che non è più un massaggio, ma una danza, una danza col corpo dell’altro; e l’altro in questa danza si ritrova in uno spazio più libero, soffice, leggero, dove riesperimenta qualcosa che gli ricorda il benessere che provava quando fluttuava nel grembo materno.

Il Joint Release prende ispirazione dal Trager aggiungendoci l’esperienza di 20 anni di training di Osho Rebalancing, dove vari terapisti, specializzati in tecniche diverse di lavoro sul corpo, si incontrano e condividono le loro diverse esperienze.

In una seduta di Joint Release tu impari qualcosa di te stesso. Attraverso l’uso di movimenti ritmici non intrusivi, dati alle articolazioni di tutto il tuo corpo, viene creato uno spazio profondo di rilassamento e apertura. Esattamente nello stesso modo in cui un bambino piccolo si rilassa e smette di piangere quando è cullato gentilmente. Da quello spazio impari a essere consapevole di come è solitamente il tuo corpo e di come invece potrebbe essere. Impari il piacere di sentirti libero e leggero, impari a liberarti dalle tensioni – il voler sempre tenere tutto sotto controllo – impari a sentirti integrato e coordinato, a sentirti connesso con l’energia che ti circonda e ti sostiene. In breve impari a sentirti “intero”. Tutto ciò è diretto dal cuore verso la mente mediante la creazione di quello spazio profondo e vuoto da cui sorge consapevolezza.

Che cosa offre il Joint Release che non è offerto da altre tecniche di lavoro sul corpo? Offre un modo giocoso e non intrusivo per liberare il corpo dalle tensioni. Senza pressione né sforzo il modo di lavorare è interamente rivolto verso l’obiettivo di creare sensazioni di leggerezza, di libertà e naturale benessere. Voglio sottolineare che normalmente esercitare una forte pressione su muscoli tesi, oppure il forzare l’estensione di articolazioni irrigidite, può causare una reazione di dolore e così creare di nuovo tensione (è chiaro che se tali azioni vengono invece fatte nel modo opportuno da specialisti di massaggio profondo il risultato è liberatorio). Nel Joint Release, quando il tuo collo è aiutato per 15 minuti a compiere movimenti gentili con modi e angoli diversi, ti sarà difficile mantenerne la tensione e mentre il lavoro proseguirà su tutto il corpo, comincerà ad arrivarti alla mente un fluire ritmico di sensazioni piacevoli.

Le persone non sono normalmente consapevoli delle loro tensioni. Quando un cliente viene per una seduta e gli domandiamo dove avverte tensioni nel corpo, di solito indica il collo, o la zona bassa della schiena. Quando poi, alla fine della seduta, si rialza dal tavolo, una delle prime cose che dice è: “Non credevo di avere così tante tensioni…”.

Lavorando sul corpo, inoltre, possono spesso emergere emozioni, o stati d’animo diversi. Nella nostra vita abbiamo fatto tutti, fin dalla nascita, molte esperienze che hanno lasciato in noi la loro impronta, sia fisicamente che psicologicamente. Ogni individuo trasporta dentro di sé un intricato sistema simile a un computer, un registratore senza tasto di cancellazione. Qualunque esperienza lì custodita è destinata a rimanervi, e noi abbiamo sempre la possibilità di ricollegarci a essa – tramite il lavoro sul corpo – per diventare consapevoli degli effetti fisici e psicologici che aveva creato, e così trasformarli in qualcosa di positivo. Quando simili emozioni si manifestano durante una seduta, il nostro approccio è di accettare quello che sta succedendo, senza forzare e nello stesso tempo senza volerlo ridurre, ma dando tempo, rilassando, restando nel cuore… e lentamente ci sarà forse la possibilità di visualizzare avvenimenti del passato, o comunque portare una nuova luce su un particolare evento.

Posso a questo riguardo condividere una mia esperienza personale. Mentre partecipo a un training, durante una seduta in cui una ragazza sta lavorando sulla mia gamba sinistra, mi vengono improvvisamente delle lacrime agli occhi. Sul momento non ho idea del perché sto piangendo, ma mentre la ragazza continua a lavorare amorevolmente sulla mia gamba, visualizzo mia madre seduta a lato del mio letto d’ospedale – avevo quattro anni ed ero lì con la gamba in trazione perché durante una festa in casa me l’ero fratturata in due punti. Prima di quella seduta non avevo mai avuto un ricordo cosciente di quell’avvenimento e per tutta la vita avevo pensato che mia madre non si fosse mai veramente occupata di me… Da quella seduta è totalmente cambiata la coscienza del mio amore per mia madre e anche il mio atteggiamento, sia con lei che con le donne in genere.

 

Nel training di Joint Release si imparano sicuramente diversi modi di lavorare con le articolazioni, ma quello che è più importante per noi che lo guidiamo, è di trasmettere la capacità di essere lì col tuo cliente, aperto ai suoi bisogni, stando nel cuore, in meditazione, intimamente vicino e attento. Questo è ciò che tentiamo maggiormente di insegnare ai nostri studenti. Questo stato d’animo di serenità, di calma, di connessione appagante è in realtà l’essenza di una sessione di Joint Release.

 

 

Il prossimo dicembre la Multiversity offrirà a Pune, per la prima volta, un Training di Joint Release condotto da Ma Dhyan Mukti e Sw. Satyo Shunyam.

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Moralità e Verità

 

Siamo cresciuti in un ambiente che ha cercato da subito di insegnarci cosa è bene e cosa è male, che ci ha dato una moralità da rispettare senza lasciarci fare alcuna esperienza del vero. Una morale che è diventata sinonimo di religione e di religiosità. Ma l’esperienza religiosa reale è il viaggio alle proprie radici. Da lì, poi, sorgerà spontaneamente il senso di cosa è giusto e sbagliato senza bisogno che nessuno ce lo imponga dall’esterno.

 

 

La moralità non è ciò di cui ti hanno parlato per secoli. Tutte le religioni hanno sfruttato l’idea di moralità. Per moralità loro intendono che devi essere sincero, che devi essere onesto, che devi essere caritatevole, che devi essere pietoso, che devi essere non violento. In una parola, prima tutti questi grandi valori devono essere presenti dentro di te, e solo allora puoi diventare religioso.

Il concetto dev’essere ribaltato completamente. Secondo me, se non sei religioso non puoi essere morale. La religione viene prima, la moralità è solo un sottoprodotto. Se trasformi questo sottoprodotto nell’obiettivo del comportamento umano, creerai un’umanità infelice e piena di problemi – e per una causa così valida. Stai mettendo il carro davanti ai buoi, non si possono muovere né i buoi né il carro; sono entrambi bloccati.

Come fa una persona a essere veritiera se non sa cos’è la verità? Come può una persona essere onesta se non sa nemmeno chi è? Come può una persona avere compassione se non conosce la sorgente dell’amore all’interno di sé? Da dove prenderà la compassione? Tutto ciò che può fare in nome della moralità è diventare un ipocrita, un simulatore. Non c’è niente di più brutto che essere un ipocrita. Può fingere, può provarci più che può, ma rimarrà tutto superficiale, epidermico. Se solo gratti un po’, sotto troverai gli istinti animali pienamente vitali, pronti a vendicarsi appena ne avranno la possibilità.

Mettere la moralità prima della religione è uno dei crimini più grandi che le religioni abbiano commesso nei confronti dell’umanità.

La sola idea crea un essere umano represso. E un essere umano represso è malato, diviso a livello psicologico, costantemente in lotta con se stesso, e cerca di fare cose che non vuole veramente fare.

La moralità dovrebbe essere molto rilassata e facile, proprio come la tua ombra; non hai bisogno di tirartela dietro, arriva per conto suo. Ma ciò non è mai accaduto; ciò che è accaduto è un’umanità malata a livello psicologico. Sono tutti tesi, perché qualunque cosa facciano, nasce il conflitto se sia giusta o sbagliata. La tua natura va in una direzione, i tuoi condizionamenti vanno nella direzione opposta, e una casa divisa non può durare a lungo. Quindi tutti cercano di tenersi insieme in qualche modo; perché c’è sempre il pericolo, vicinissimo, di avere un crollo nervoso.

Io non insegno la moralità. La moralità dovrebbe accadere da sola. Io ti insegno direttamente l’esperienza del tuo essere. Se diventi sempre più silenzioso, sereno, calmo e tranquillo, e inizi a comprendere la tua consapevolezza, quando la tua essenza interiore diventa sempre più centrata, le tue azioni rifletteranno la moralità. Non sarà qualcosa che deciderai di fare, sarà una cosa naturale come le rose in un roseto. Non è che il roseto si sottoponga a grandi privazioni, che digiuni o preghi dio, che si autodisciplini in osservanza dei dieci comandamenti; il roseto non fa nulla. Deve essere solo sano, ben nutrito, e i fiori arriveranno, con la loro grande bellezza, quando sarà il momento giusto, e senza sforzo.

Una moralità che accade con fatica è immorale. Una moralità che accade senza sforzo è l’unica moralità che esista. Ecco perché non parlo affatto di moralità, perché è la moralità che ha creato tanti problemi per l’umanità, in ogni campo. Ti sono state date idee preconfezionate su ciò che è giusto o sbagliato. Nella vita, le idee preconfezionate non funzionano, perché la vita continua a cambiare, proprio come un fiume – prende nuove svolte, entra in territori nuovi… dalle montagne alle valli, dalle valli alle pianure, dalle pianure all’oceano.

Ha ragione Eraclito quando dice: “Non puoi entrare due volte nello stesso fiume”, perché esso continua a scorrere. La seconda volta in cui ci entri, è un’acqua diversa. Sono tanto d’accordo con Eraclito che ti dico che non puoi entrare nello stesso fiume neanche una volta, perché mentre i piedi toccano la superficie, l’acqua sotto sta scorrendo; mentre i piedi vanno più in profondità, l’acqua in superficie sta scorrendo; e quando hai toccato il fondo, è passata tanta acqua… non è la stessa acqua, per cui non si può dire che i tuoi passi stiano entrando nello stesso fiume. La vita è come un fiume, un flusso. E tutti voi vi portate dietro dogma prestabiliti. Scopri di non essere mai a posto, perché se segui i dogmi, devi andare contro la vita; se segui la vita, devi andare contro i dogmi.

Quindi tutto il mio lavoro consiste semplicemente nel rendere spontanea la tua moralità. Dovresti essere cosciente e vigile, e rispondere a ogni situazione con consapevolezza assoluta. Allora qualunque cosa farai sarà quella giusta. Il problema non è se le azioni sono giuste o sbagliate, il problema è la consapevolezza, se lo stai facendo con consapevolezza oppure in modo automatico, come un robot.

La mia filosofia è interamente basata sull’elevare la consapevolezza, sul renderla più profonda, fino al punto in cui in te non rimane alcuna inconsapevolezza: sei diventato una colonna di luce. In questa luce, in questa chiarezza, diventa impossibile fare qualcosa di sbagliato. Non è che tu debba evitare di fare qualcosa; persino se volessi farla, non potresti. E all’interno di questa consapevolezza, tutto ciò che fai diventa una benedizione.

La tua azione è morale se nasce dalla consapevolezza, è immorale se nasce dall’inconsapevolezza… potrebbe anche essere la stessa azione.

Ci sono molte tecniche, molti modi e metodi di meditazione per creare consapevolezza, per risvegliare l’intuizione addormentata. E quando questa si sveglia, non è più necessario dirti ciò che è buono, ciò che è morale o ciò che è cattivo, ciò che è immorale; la consapevolezza deciderà da sola. Sarà una cosa spontanea, giovane e fresca, e sempre appropriata, perché tutti i princìpi diventano morti. Se cerchi di adattare la vita ai princìpi, anche tu diventi morto.

La moralità è come una fotografia. La religione è come uno specchio. Se c’è davanti un bambino, riflette il bambino; se c’è davanti un vecchio, riflette il vecchio. È sempre spontanea, risponde alla realtà nel momento. Una persona cosciente è proprio come uno specchio, riflette la realtà e risponde adeguatamente. La sua risposta è morale.

Quindi sto spostando tutta l’enfasi dall’azione alla consapevolezza. E se sempre più persone diventano consapevoli, il mondo diventerà un posto completamente diverso. Un uomo di consapevolezza non andrà in guerra. Anche se le sacre scritture dicono che sacrificarti per il tuo paese, per la tua religione, è una virtù, un uomo di consapevolezza non potrà seguire quell’idea morta. Per lui, l’idea stessa di nazione è immorale, perché divide l’umanità, e la guerra è sicuramente immorale. Puoi trovare bei nomi, belle parole: magari religione, magari ideologia politica, magari cristianesimo o comunismo, sono delle belle idee, ma la realtà è che trasformano esseri umani in macellai.

Uccidi persone che non conosci nemmeno. E sai benissimo che proprio come tu ti sei lasciato dietro una moglie in lacrime, che ti sta aspettando, proprio come tu hai lasciato a casa tuo padre e tua madre anziani, che sperano che il figlio torni a casa vivo, proprio come tu hai lasciato bambini piccoli… anche l’uomo che stai uccidendo ha una moglie, anche lui ha figli, ha un padre e una madre. E non ti ha mai fatto alcun male; né tu ne hai fatto a lui.

Queste sono le cose immorali: le nazioni, le religioni, tutto ciò che discrimina tra le persone e crea conflitti. Un uomo di consapevolezza non sarà avido, perché sarà in grado di vedere che la sua avidità crea miseria; e che le persone affamate e che stanno morendo a causa di questa miseria sono suoi fratelli e sorelle. Non importa che vivano in Etiopia o in India; non importa se hanno la pelle bianca o nera.

Una moralità autentica è un sottoprodotto della consapevolezza. E la religione è l’arte della consapevolezza. Non c’è una religione indù, o una cristiana o musulmana; c’è solo una religione, ed è la religione della consapevolezza; diventi così consapevole, così illuminato e risvegliato, che hai occhi per vedere chiaramente, e puoi rispondere in base a quella chiarezza. Un uomo di consapevolezza non può essere ingannato dalle parole.

Un uomo di consapevolezza vede a fondo e in modo penetrante attraverso le tue parole. Non l’ingannano né dio, né i tuoi libri sacri, né le nazioni, né i politici. Vive in accordo con la sua consapevolezza. Ha un’individualità, un’individualità trasparente come cristallo: uno specchio puro, che niente può offuscare, libero dalla polvere.

E invece per migliaia di anni delle mere parole, a volte per motivi stupidi, banali, hanno ucciso della gente. I cristiani nel medioevo hanno bruciato migliaia di donne. Hanno creato una finzione, la finzione del diavolo. Il diavolo non esiste. Dio non esiste! Ma le persone hanno vissuto nell’inconsapevolezza; viene detto loro di credere in tutto ciò che i capi, i cosiddetti santi continuano ad affermare. Se non ci credi soffrirai all’inferno; se credi sarai ricompensato.

L’intelligenza è stata distrutta. Sono stati tenuti in uno stato di ritardo mentale. Altrimenti sarebbe stato impossibile bruciare migliaia di donne vive per una ragione stranissima, e cioè che queste donne hanno rapporti sessuali con il demonio. Adesso nessuno ha rapporti sessuali con il demonio. Solo nel medioevo, di colpo, il diavolo prese a interessarsi tanto delle donne, e inoltre solo in Europa…!

Nessuno si è mai preoccupato se esistesse davvero un diavolo. Era solo una parola; nessuno ha mai visto il diavolo. Se avessero torturato quelle donne per far loro confessare che avevano rapporti sessuali con dio, avrebbero confessato anche quello! C’è un limite alla sofferenza che si può sopportare.

Delle semplici parole… ma perché ci sono persone che hanno goduto nell’uccidere, nel far soffrire, nel torturare? Perché sono anche loro infelici… molto infelici, molto scontente. Non sopportano di vedere qualcun altro estatico, gioioso. Vogliono che tutti soffrano ciò che stanno soffrendo loro. La moralità è stata un buon espediente per torturare le persone: non hai bisogno di torturarle tu, si torturano da sole. Persino far l’amore con la moglie diventa un peccato. Non parlano nemmeno di far l’amore con la moglie di qualcun altro, il sesso è peccato; e tutto ciò che è collegato al sesso diventa un peccato. Ma il sesso è una cosa naturale, non c’è modo di evitarlo. Così poni la persona di fronte a un dilemma: imprimi nella sua mente l’idea che il sesso è immorale, e le dai una natura che è sensuale e sessuale.

Tutte le religioni hanno giocato con le parole, e non hanno permesso alla gente di essere abbastanza intelligente da riuscire a vedere attraverso le parole. Hanno creato una giungla di parole e teologie e dogmi e credi e culti. E la povera umanità non può che trasportare questo fardello in nome della moralità.

Voglio dirti di non preoccuparti della moralità. L’unico interesse di un sincero ricercatore è la coscienza, una maggiore consapevolezza. La tua consapevolezza si prenderà cura di tutti i tuoi atti. Senza alcuno sforzo, i tuoi atti diventeranno morali; fioriranno intorno a te, proprio come fiori, senza dover fare nulla, senza sforzo. La moralità non è che lo stile di vita di un uomo cosciente.

tratto da: Osho, The Razor’s edge #19

 

 

il saggio e la spada

 

Mi viene in mente una vecchia storia. C’era un re che stava invecchiando. Disse al suo unico figlio, che sarebbe stato il suo successore: “Prima di morire devi imparare l’arte della moralità, perché un re deve essere d’esempio per tutti nel suo regno; nei suoi atti non ci dovrebbe essere nulla di sbagliato. Perciò oggi ti mando dal mio vecchio maestro. Sono vecchio, lui è persino più vecchio di me, quindi non perdere tempo. Impara ogni cosa con intensità, con totalità, senza perdere neanche un istante”.

Il principe si recò dal maestro e rimase sorpreso, sorpreso dal fatto che il maestro fosse un maestro di arti marziali. “Cosa ha a che fare l’arte della spada con la moralità? Forse mio padre si sta rimbambendo.” Ma era arrivato fino alle montagne, quindi pensò: “È meglio vedere il vecchio almeno una volta”.

Entrò. Il vecchio era incredibilmente affascinante e garbato, circondato da una aura di silenzio e di pace. Il principe aveva immaginato di incontrare un guerriero, un samurai, e invece qui c’era un saggio. Stava diventando sempre più perplesso. Chiese al vecchio: “Sei tu il maestro di arti marziali?” Quello rispose: “È così”.

Il principe disse: “Mi ha mandato mio padre, il re, che è tuo discepolo, per imparare da te la moralità. Io non riesco a vedere assolutamente la connessione tra la moralità e l’arte della spada”. Il vecchio rise e disse: “La vedrai presto”.

Il principe replicò: “Io ho fretta. Mio padre è vecchio, e prima che muoia voglio soddisfare il suo desiderio”. Il maestro disse: “Allora sparisci, perché queste cose non possono essere imparate in fretta. La pazienza, una pazienza infinita, è la vera base dell’imparare un’arte, che sia l’arte della spada o la moralità”.

Vedendo gli occhi del vecchio, il principe rimase e disse: “Quando inizieranno le mie lezioni?” Il vecchio rispose: “Sono iniziate proprio adesso. La pazienza è la tua prima lezione. E dovrei anche avvertirti circa la seconda lezione. La seconda lezione è che tu pulirai i pavimenti, pulirai il giardino, raccoglierai le foglie secche, le butterai via. Sta attento, perché potrei colpirti con una spada di legno in qualsiasi momento. Anche se è di legno, può colpire molto forte. Ha procurato fratture a molti”.

Il principe disse: “Ma io sono venuto qui per imparare la moralità, non per procurarmi fratture”. Il vecchio replicò: “Quello verrà a tempo debito, questo è solo l’inizio”. Perplesso, confuso… ma conosceva suo padre, se fosse tornato a mani vuote il vecchio si sarebbe veramente infuriato. Doveva imparare. Da una parte e dall’altra due vecchi pazzi… “E quest’uomo cerca di insegnarmi la moralità picchiandomi! Ma vediamo cosa succederà.” E il maestro cominciò a colpirlo. Lui stava lavando il pavimento, e improvvisamente arrivava un colpo. Stava pulendo il vialetto in giardino, e improvvisamente arrivava un colpo. Ma rimase sorpreso che, dopo una settimana, si stesse sviluppando dentro di lui una certa intuizione. Persino prima che il vecchio potesse avvicinarsi a lui, si toglieva di mezzo. Qualunque cosa stesse facendo, una parte della sua coscienza rimaneva costantemente consapevole del vecchio, di dove questi si trovasse. E il vecchio camminava così silenziosamente da rendere quasi impossibile rimanere all’erta. Eppure lui iniziò a diventarne cosciente, perché con tanti colpi gli faceva male dappertutto.

Andò avanti per un mese. Ma in un mese diventò così bravo, che il vecchio non era più in grado di colpirlo. Il vecchio disse: “Sei veramente figlio di tuo padre. Anche lui era molto perspicace, intenso e totale nell’imparare; non ci vorrà molto tempo. La tua prima lezione è finita oggi, perché per ventiquattr’ore ho cercato di colpirti, ma ti ho trovato sempre sveglio, e ti sei salvato. Da domani mattina dovrai essere più sveglio, perché la spada di legno verrà rimpiazzata da una spada vera. La spada di legno poteva al massimo procurarti una frattura, ma la spada vera potrebbe persino tagliarti la testa. Quindi ci sarà bisogno di più consapevolezza”.

Ma quel singolo mese era stato un insegnamento tale… non si era mai reso conto prima che dentro di lui ci fosse una possibilità così grande di consapevolezza intuitiva. Era istruito, ben educato intellettualmente, ma non aveva idea di una intuizione di qualsiasi tipo. E non aveva paura nemmeno della spada vera, e infatti disse: “È lo stesso. Non puoi colpirmi con la spada di legno, e non puoi neanche colpirmi con la spada autentica. Per me non fa alcuna differenza”.

Per un mese il vecchio provò in ogni modo possibile a colpirlo con la spada autentica, e naturalmente il principe divenne sempre più vigile; doveva farlo, non c’era alternativa. Passò un intero mese, e il vecchio non riusciva nemmeno a toccarlo. Ne era molto contento, e disse: “Sono straordinariamente soddisfatto. Adesso la terza lezione. Finora ti colpivo solo quando eri sveglio. A partire da questa sera, ricordati che potrei colpirti in qualsiasi momento, di notte, mentre stai dormendo. Comincerò nuovamente con la spada di legno”.

Il principe si preoccupò un po’: da sveglio era una cosa, ma mentre dormiva? Però quei due mesi gli avevano dato tremendo rispetto e fiducia nel vecchio e nella sua arte, e anche fiducia nella propria intuizione. Pensò: “Se lo dice lui, è possibile che l’intuizione non dorma mai”.

E questa si dimostrò essere la verità. Il corpo dorme, la mente dorme, ma l’intuizione è sempre sveglia; la consapevolezza è la sua vera natura, ma noi non l’osserviamo mai. Lui dovette farlo, dovette rimanere vigile, persino dormendo.

Il vecchio iniziò a colpirlo, e alcune volte si prese dei colpi molto duri. Ma era grato, non arrabbiato, perché dopo ogni colpo diventava ancora più consapevole, persino nel sonno; proprio come una fiammella, qualcosa rimaneva viva dentro di lui, vigile e attenta. In un mese fu nuovamente in grado di proteggersi anche nel sonno. Appena il vecchio si avvicinava, nel silenzio più totale, senza fare alcun rumore, alcun suono di passi, il giovane saltava su dal letto. Poteva anche essere profondamente addormentato, ma qualcosa rimaneva sveglia.

Nella lezione successiva apparve durante il sonno la spada autentica. La mattina seguente il vecchio disse: “Ora l’ultima lezione, ti colpirò con una spada vera. E tu conosci la mia spada, basta un unico colpo e sei finito. Devi raccogliere tutta la tua consapevolezza”. Il giovane era un po’ preoccupato, un po’ spaventato, perché il gioco stava diventando sempre più pericoloso.

Al primo sole del mattino il vecchio leggeva un libro, seduto sotto un albero nel sole nascente, e il giovane stava raccogliendo le foglie secche. Improvvisamente gli venne un’idea: “Questo vecchio ha continuato a colpirmi per mesi; sarebbe una grande idea… Dovrei cercare di colpire lui e vedere se è all’erta oppure no”.

Mentre questo pensiero gli attraversava la mente, si trovava solo a venti, venticinque metri di distanza – ancora non aveva fatto nulla – quando il vecchio disse: “Ragazzo, sono molto vecchio, e le tue lezioni non sono ancora terminate. Non farti venire queste idee”. Il principe non riusciva a crederci. Si inchinò e disse: “Perdonami, ma non avevo fatto niente, stavo solo pensando… solo un’idea”.

Il vecchio disse: “Quando diventi pienamente vigile, puoi sentire persino il suono dei tuoi pensieri. È una questione di consapevolezza. Non c’è nulla che tu debba fare, basta che pensi e io lo saprò. E anche tu diventerai presto capace di fare la stessa cosa, ancora un po’ di pazienza”.

E venne presto il giorno in cui il giovane iniziò improvvisamente a diventare consapevole che il vecchio stava pensando di colpirlo… senza alcuna ragione. Il vecchio era seduto e leggeva il suo libro, ma l’idea arrivò con tanta chiarezza che andò dal maestro e disse: “Allora stai per colpirmi ancora? Qualche secondo fa ho sentito l’idea”. Il maestro disse: “Hai ragione, stavo pensando di finire la pagina e venire. Ora non c’è più bisogno che resti qui. So che tuo padre è vecchio e ti sta aspettando”.

Ma il giovane disse: “Cosa è successo alla moralità?” Il vecchio rispose: “Dimenticatene completamente. Un uomo che è così vigile può solo essere morale. Non può far del male a nessuno, non può rubare, non può essere sgarbato, crudele; sarà naturalmente pieno di amore e di compassione. Dimenticati proprio della moralità!”

Questa consapevolezza è ciò che chiamo religiosità.

Il principe ritornò. Il padre, che  da lungo tempo lo aspettava con trepidazione, gli disse: “Hai imparato tutto sull’arte della spada?” Il giovane rispose: “Tu mi avevi mandato a imparare l’arte della moralità. Da dove ti è venuta l’idea dell’arte della spada?” Il re disse: “Ti ho mandato a imparare la moralità, l’arte della spada era solo un espediente”.

tratto da:

Osho, The Razor’s Edge #19

21 giorni sola con me stessa

 

“L’unico interesse di un sincero ricercatore è una maggiore consapevolezza”, dice Osho nell’articolo precedente. I 21 giorni di ritiro, in silenzio e isolamento, sono una tecnica da lui consigliata a chi vuole avere un’esperienza di meditazione veramente totalizzante. Qui a Pune, previo colloquio alla Multiversity, è possibile sperimentarla: si vive in una stanza tranquilla all’interno dell’Osho Meditation Resort; con un counselor sempre disponibile in caso ci si trovi di fronte a problemi che sembrano insormontabili e una persona che si occupa del cibo e della lavanderia, e in genere di sbrigare tutte le eventuali piccole incombenze che potrebbero distrarre il meditatore dal silenzio e dall’isolamento. Pubblichiamo qui il breve “diario” di una partecipante, scritto appena uscita da questa esperienza.

 

 

Avevo letto e riletto, molte volte, le istruzioni di Osho (vedi pagine 22 e 24) su questo ritiro di 21 giorni in silenzio e isolamento, e sapevo che tutto quello che dovevo fare era dare attenzione al mio respiro, 24 ore al giorno, e osservare qualsiasi altra cosa si presentasse alla mia attenzione: semplicemente osservarla in maniera distaccata, neutrale. Queste istruzioni mi hanno guidata attraverso queste tre settimane. Per molte volte ho smesso di fare attenzione al mio respiro, oppure non ero in un atteggiamento distaccato e neutrale, ma appena me ne accorgevo… vedevo di tornarci.

L’inizio è stato sorprendentemente facile. Avevo avuto così tanti dubbi e paure nei giorni prima di cominciare – se fosse stata davvero una buona idea fare questo ritiro, se veramente mi sarebbe stato utile – che era un sollievo ritrovarmici finalmente dentro: la sera prima dell’inizio ‘ufficiale’ andai alla meditazione della White Robe col mio distintivo “In silenzio – per favore rispettare” in bella evidenza, chiusi gli occhi e alla fine tornai alla stanza che mi era stata assegnata… tutto qui! Niente più persone, niente più chiacchiere, niente più scrivere, leggere, niente! Nelle prime notti ho avuto qualche incubo, improvviso e repentino, veloce ad andarsene come a venire; quando a causa loro mi svegliavo il primo pensiero era subito “Ok, vediamoci anche questa” e mi accorgevo di tutta quella paura nelle gambe, in tutto il corpo, e poi poco dopo tornavo a dormire. Di giorno, agli inizi, ero ancora piuttosto affaccendata: la Dinamica, la colazione, la Kundalini, la White Robe, due lunghe passeggiate al giorno, mattina e pomeriggio – con gli occhi bassi per non guardare nessuno, e poi i pasti… e inoltre dormivo davvero molto. Anche 11 ore di notte e un altro paio di mattina – non mi sono mai annoiata. In tutto il resto del tempo sedevo in meditazione, e la mente mi offriva così tanti situazioni del passato, gente della quale mi ero totalmente scordata, avvenimenti che avevo totalmente dimenticato fin dal momento in cui erano successi – ed è stato come guardare a tutto il mio percorso nella vita con occhi pieni d’amore, con molta compassione per me stessa. Era qualcosa che mi piaceva molto, e già mi chiedevo: “Ma cosa diceva Osho… che mi sarei trovata di fronte a cose impressionanti? che mi sarebbe venuta paura di morire? È così facile, ogni tanto un incubo e poi per il resto il film della mia vita.” Durante la dinamica ho scoperto molta tristezza dentro di me, e una volta mi sono sentita come di abbracciare stretta stretta una mia nonna – che non ho avuto il tempo di conoscere – e di dirle quanto mi fosse mancata… è stato bellissimo!

Dopo un paio di giorni ho girato la sveglia verso il muro e l’ho usata solo per non arrivare in ritardo alla meditazione della White Robe.

Camminare mi faceva veramente star bene. Guardavo per terra, e facevo il giro di tutta la parte della comune dove ci sono le piramidi – è una camminata bella lunga se si va piano. Certe volte camminavo per anche più di un’ora, devo averne fatti a centinaia di giri in questi 21 giorni. Pensavo  che le camminate sarebbero state noiose – una grigia pavimentazione a pietre sempre uguale – ma è incredibile tutto quello che succede in quest’angolo un po’ nascosto della Comune! Qualcuno che spazza più o meno dovunque, operai della manutenzione che si nascondono dietro i cespugli per una tranquilla chiacchieratina, coppie che cercano angoli isolati per avere accese discussioni senza testimoni, il giardiniere che pianta qualcosa di nuovo anche negli angoli più dimenticati… farfalle che se ne vanno per i fatti loro, gatti che ti salutano miagolando, una meravigliosa coppia di uccelli bianchi e neri e poi tutto ciò che si vede sul sentiero: foglie di tanti tipi diversi e fiori bellissimi e colorati.

Continuavo a guardare a terra, a volte sentivo la gente che mi passava vicino. Il mio naso era estremamente sensibile, potevo sentire odori buoni e cattivi, il sudore…

A questo punto, aspettavo sempre con eccitazione e con piacere che mi portassero da mangiare. La mia dieta era semplice e non avevo voglie particolari, tranne quella di bere una Diet-Coke ogni tanto, e la facevo durare anche due giorni. Soltanto una sera ero così triste che mi sono mangiata tutta la cioccolata ‘biologica’ che mi ero portata dietro!

Riuscivo a osservare dentro di me una certa impazienza, una tensione, la sensazione che qualcosa dovesse succedere. La avvertivo come una contrazione dell’energia e, al sesto giorno (sapevo sempre esattamente che giorno fosse) ho notato tutte queste ragnatele in giro e ho deciso che era arrivato il momento di dare una pulita alla stanza, e l’ho fatto così bene che sono anche riuscita a stirarmi una spalla! Da quel momento ho cominciato a rallentare veramente il mio ritmo. Niente più Dinamica tutti i giorni, e Kundalini molto più tranquille e non sempre.

Poi è arrivato il periodo dei "film a luci rosse". È andato avanti per 4-5 giorni: ero là seduta a meditare, e non so neanche come è iniziato, ma all’improvviso tutto ciò che mi veniva in mente era sesso, sesso, sesso, in ogni possibile variazione. A volte ricordavo cose realmente accadute nella mia vita, ma di solito si trattava di semplici fantasie. Una volta, mi è arrivata l’immagine di una pera. Bella, succosa, rossa e rotonda alla base, ma un po’ magrolina, piccola e non proprio matura nella parte superiore. È questa esattamente la sensazione che avevo del mio corpo. I primi chakra vivi e pulsanti, gli altri, be’, piccoli e fragili. Devo dire che questa fase è stata piuttosto piacevole. Era un po’ come dire: “Be’, mi siedo, chiudo gli occhi e mi guardo un bel film erotico!” Non mi interessavo più tanto del cibo, di quando sarebbe arrivato, all’improvviso qualcuno bussava alla porta ed era più un disturbo che altro. Due volte, ero così eccitata che non ho potuto (e non ho voluto) tenere le mani lontano da me stessa e così ho avuto due orgasmi. Ma mi sono accorta che erano una cosa così piccola, quasi insignificante paragonata all’intensità dell’energia vitale che sentivo, che era meglio lasciare perdere; e non l’ho più fatto, anche perché non volevo disturbare il percorso dell’energia verso l’alto. Dopo tutto, mi appariva chiaro che se fossi stata una "vera meditatrice" non avrei neppure rubacchiato quei due! I filmi a luci rosse sono andati avanti ancora per un giorno o due… e poi è arrivata l’irritabilità.

Mi continuava a venire in mente una particolare persona del mio passato, una che non mi aveva mai approvato e che mi aveva fatto sentire inadeguata, e i miei giudizi su di lei. È andato avanti per diversi giorni. Ho potuto vedere tutte queste sensazioni di indegnità – di non essere all’altezza – tornare e tornare e tornare. Un po’ alla volta qualcosa si è chiarito e alla fine quella persona mi era diventata completamente indifferente, non era più collegata ad alcuna emozione.

Poi un giorno, dopo la White Robe, ho bevuto una Diet-Coke che era un po’ troppo fredda (avevo dimenticato di toglierla dal frigo prima della W.R. come facevo di solito) e puff …mi è venuto il raffreddore! L’ho potuto sentire immediatamente, appena finito di bere.

Così ho rallentato il mio ritmo ancora di più. Niente più meditazioni, niente più White Robe, e quest’ultima mi mancava davvero! La serie in corso di discorsi di Osho: The Razor’s Edge, mi sembrava così appropriata… Ho passato tre giorni sempre a letto, per la maggior parte del tempo sdraiata, ma sempre osservando. Potevo vedere il panico: la mia profonda paura di essere malata. Poi è incominciato un periodo di confusione con la mia caretaker. Volevo più verdure lesse, e lei invece me ne portava di meno. Continuavo a scrivere bigliettini, ma non succedeva niente. E un giorno, aspettando il cibo che era in ritardo e sperando sempre che ci fossero più verdure, ho sentito chiaramente come questa ansia fosse localizzata intorno all’ombelico: era ciò che nei training di Hara Awareness Anando, la conduttrice tedesca, definisce come Mutterschleier (l’energia lasciata dalla madre). Mi accorgevo di come mia madre avesse sempre cercato di fare del suo meglio nei miei confronti, senza però riuscirci la maggior parte delle volte. E sentivo la sua ansia di fare le cose per bene e anche il suo essere troppo tesa per riuscire a veramente entrare in contatto con i miei reali bisogni. Tutta quest’ansia fluttuava intorno all’ombelico, e si fondava su di una profonda sfiducia sul fatto che la vita possa darti veramente ciò di cui hai bisogno, e che la tua vera natura possa essere compresa: tutte queste emozioni, che sono in effetti le emozioni proprie di mia madre, le sentivo attaccate strettamente all’ombelico.

È stato estremamente liberatorio vederle sotto questo aspetto, e riuscire a essere nettamente disidentificata da esse.

Durante il secondo o il terzo giorno di malattia, ho cominciato a mettermi un po’ seduta e a meditare per un po’ di tempo prima di sdraiarmi di nuovo. Tutto ciò era molto diverso da ciò che faccio di solito quando sono malata: leggere, guardare film, cercare di distrarmi insomma. E sedermi in meditazione è diventato sempre più facile. Al quarto giorno di malattia mi sentivo molto meglio e sono riuscita di nuovo a sedermi in meditazione durante tutta la giornata.

In questi giorni ho provato per la prima volta ciò che Osho chiama il salire dell’energia Kundalini. Era una energia molto delicata e morbida, che veniva su a partire dal fondo della spina dorsale, fino ad arrivare in cima. Era un’esperienza così dolce e mi dava un piacere straordinario.

A questo punto l’immagine della pera si è trasformata in qualcosa di più simile a un bambù vuoto.

Mancavano adesso solo due giorni alla fine del ritiro e una parte di me non voleva che finisse. Il desiderio ardente di sedere in meditazione e osservare e osservare, diventava sempre più grande, e mi godevo immensamente i semplici silenzi, e l’esperienza di quella cosa indefinibile chiamata consapevolezza: una certa vastità dentro di me, che non era influenzata da nessuna delle emozioni, pensieri o stati d’animo che mi attraversavano.

Ma d’altra parte ero anche molto eccitata di essere vicina alla fine, di uscire e incontrare il mio amore, di vedere di nuovo gente, di poter guardare gli alberi e il cielo!

Quindi l’ultimo giorno ho potuto anche osservare tutta questa eccitazione! La mattina dopo ho fatto i bagagli, e già questo mi sembrava tanto da ‘fare’! E quando alle 11 hanno bussato alla porta, e aprendo ho trovato davanti a me Shemesh, il mio counselor, e Ambar, la mia caretaker, ero così felice di incontrarli che riuscivo solo a ridere! Siamo rimasti là insieme per un po’ ridendo e poi è iniziato il viaggio successivo, quello di ritorno al mondo esterno! Mi è arrivato tanto amore dagli amici e tanti abbracci, da sentirmi sopraffare dalla gioia.

Gramya

 

 

IL METODO:

OSSERVARE LE PAUSE TRA I RESPIRI

 

Quando inspiri, osserva. Per un istante o la millesima parte di un istante, non c'è respirazione - prima che risalga, prima che si volga all'esterno. Un respiro entra... poi arriva a un punto in cui si arresta. E poi esce. Quando il respiro esce, di nuovo, per un istante, o la frazione di un istante, il respiro si arresta. Quindi rientra in te.

Prima che il respiro entri o esca, c'è un momento in cui non respiri. In quel momento può accadere qualcosa, perché quando non respiri non sei nel mondo. Cerca di capire: quando non respiri sei morto. Ma quel momento è di così breve durata che non lo noti mai. L'inspirazione è rinascita, l'espirazione è morte. L'espirazione è sinonimo di morte, l'inspirazione è sinonimo di vita. Quindi con ogni respiro muori e rinasci. La pausa tra i due è brevissima, ma un'osservazione attenta e sincera ti permetterà di percepirla. Allora non hai bisogno di nient'altro. Sei beato. Sai, l'evento è accaduto.

Non devi educare il respiro. Lascialo com'è.[...]

 

Provaci. All'improvviso lo sentirai; lo puoi sentire: è sempre lì. Tutto è sempre lì, manca solo la consapevolezza. Cosa fare quindi? Prima diventa consapevole del respiro che entra. Osservalo. Dimentica tutto: osserva solo il respiro che entra. Quando ti tocca le narici, percepiscilo in quel punto. Poi il respiro entra in te. Muoviti con il respiro in piena consapevolezza. Mentre scende, scendi con lui, non perderlo. Non andare avanti, non stare indietro. Muoviti insieme a lui, all'unisono.[...]

Respiro e consapevolezza dovrebbero fondersi l'uno nell'altra. Il respiro penetra in te, e tu penetri in te: solo in questo caso sarà possibile afferrare il punto che si trova tra i due respiri. Non sarà facile.

Se continui a praticare la consapevolezza del respiro, la coscienza del respiro, un giorno, all'improvviso, senza saperlo, raggiungi quell'intervallo, in cui il respiro non esiste affatto.

 

tratto da Osho: Meditazione Prima e ultima libertà, Ed. Mediterranee

 

 

 

LEONI SI NASCE, PECORE SI DIVENTA

 

L’ego è un falso fenomeno creato dalla società, come la personalità. L’ego è il centro falso che la società ti ha dato al posto del tuo vero essere. E la personalità è la falsa individualità che la società ha creato, come circonferenza intorno all’ego. Per cui sei catturato nella rete della falsa personalità e del falso ego. E a meno che entrambi spariscano, non puoi vedere ciò che esiste dietro alla loro falsità; non puoi vedere il tuo sé originale e la tua individualità.

La funzione delle religioni organizzate è di tenerti lontano dal tuo vero sé, dal tuo volto originale, dalla tua individualità. La funzione del maestro è diversa.

Un’antica parabola orientale racconta che una leonessa diede alla luce il suo cucciolo saltando da un dirupo all’altro, e il cucciolo cadde in mezzo a un gregge di pecore. Esse lo nutrirono non sapendo che era un leone, il loro nemico.

E il leoncino non venne mai a sapere di essere un leone, perché intorno a lui c’erano solo pecore. Per cui crebbe nel gregge proprio come una pecora.

Le pecore non stanno mai sole; sono sempre in gruppo, sempre appiccicate le une alle altre. Hanno paura di stare da sole; per loro è pericoloso, perché degli animali feroci potrebbero catturarle; devono stare insieme.

I leoni sono sempre soli, mai in gregge.

I leoni hanno un territorio vastissimo, e non permettono a nessuno di entrarvi. A volte sono territori di miglia e miglia. Nessun altro leone può riuscire a penetrarvi senza rischiare un feroce duello in cui uno dei due o persino tutti e due muoiono. I leoni vanno per la loro strada, soli.

Ma questo povero leone non sapeva di essere un leone; non conosceva il suo aspetto. Continuava a crescere, ma le pecore si erano ormai abituate a lui, perché lo avevano cresciuto fin da quando era un cucciolo. Anche se era una pecora strana era pur sempre una pecora che mangiava erba, cosa che i leoni non fanno; i leoni preferirebbero morire piuttosto che mangiare erba.

Ma lui si nutriva di erba, era un vegetariano. Camminava proprio nel mezzo del gregge, per sentirsi al sicuro, anche se era grande e grosso, malgrado non lo sapesse. Non aveva mai ruggito come un leone: come poteva farlo se non aveva nessuna idea di come si facesse? Aveva i sogni di una pecora, le paure di una pecora. Temeva animali feroci che non potevano fargli alcun male.

Un giorno un vecchio leone osservò la scena, e non riuscì a credere ai suoi occhi! Non aveva mai visto pecore e leoni insieme prima, e il giovane leone era così grande! Non era possibile che fossero amici.

Le pecore stavano insieme al leone senza nessuna paura e il leone andava con le pecore perché aveva paura di rimanere solo.

Il vecchio leone non credeva ai suoi occhi. Si mise a rincorrere le pecore, che naturalmente cominciarono a scappare belando terrorizzate. Anche il giovane leone belava. Con enorme difficoltà, il vecchio leone riuscì a catturare il leoncino che belava disperato proprio come una pecora. Lo trascinò sulla riva di uno stagno vicino. Il giovane leone era spaventatissimo, non voleva assolutamente andare, pur essendo più forte dell’altro; se avesse saputo di essere un leone, non avrebbe lasciato che il vecchio leone lo trascinasse fino allo stagno, lo avrebbe ucciso. Ma siccome era una pecora permise al vecchio leone di trascinarlo. Anche se non voleva andare con lui e gli resisteva, pensava di non avere scelta, che lo attendeva morte certa e che era arrivato il suo momento, così come era arrivato per molte altre pecore prima di lui.

Ma sulla riva dello stagno successe un miracolo: il vecchio leone disse al giovane: “Figlio mio, guarda nello stagno”. Vi erano riflessi entrambi. E ci fu una trasformazione improvvisa, perché il suo essere pecora non era una realtà, ma una falsa idea che gli aveva dato la società nella quale era cresciuto. Era la sua personalità ma non la sua individualità. Era il suo ego, ma non il suo vero sé. Era una maschera, non la sua faccia originale.

Per la prima volta guardò entrambe le facce, e, all’improvviso, ruggì. Un ruggito fortissimo sorse dalle profondità del suo essere e fece tremare le colline circostanti.

Il vecchio leone disse: “Il mio lavoro è compiuto. Ho fatto tutto quello che potevo. Adesso sei solo. Adesso sai chi sei.”

tratto da:

Osho, Light on the Path #32

 

 

ESPERIMENTO DI 21 GIORNI IN SILENZIO E SOLITUDINE:

LE ISTRUZIONI DI OSHO

 

È utile praticare la consapevolezza del respiro per un periodo di ventun giorni in totale silenzio e solitudine. Durante l'esperimento praticate una volta ogni giorno la meditazione dinamica e mantenetevi consapevoli ventiquattro ore su ventiquattro della vostra attività respiratoria. Non leggete, non scrivete, non riflettete: sono tutte attività concernenti il corpo mentale e che non hanno alcuna attinenza col corpo eterico.

Potere passeggiare, anzi, vi sarà di giovamento, poiché camminare fa parte del corpo eterico. Tutte le attività manuali hanno a che fare con il corpo eterico. Si dovrebbe aver cura di fare tutto quanto ha attinenza con il corpo eterico. Potete per esempio fare un bagno una o due volte al giorno. E' un'attività eterica.

Quando passeggiate, camminate e basta. Non fate nient'altro: badate esclusivamente a camminare e mentre lo fate tenete gli occhi bassi e semichiusi. Non potrete così vedere altro che dove mettere i piedi. Dovete costringervi a rimanere in un mondo monotono, una stanza appena, sempre con lo stesso pavimento. Se il vostro sistema sensoriale è sopraffatto dalla noia per la costante uniformità degli stimoli, non penserete affatto. Forse alla vostra mente affiorerà qualcosa - vi verranno in mente cose alle quali non avete mai neppure pensato prima. Limitatevi a esserne spettatori. Vi purgherete così di molte cose che erano celate nell'inconscio. Continuate quindi a osservare il respiro, assumendo il ruolo di spettatore indifferente di tutto quel che avviene alla periferia.

Con la continua e attenta osservazione, il respiro diverrà man mano sempre più tenue e impercettibile e questa trasformazione porterà con sé la progressiva acutizzazione della vostra coscienza.

Se continuerete a vegliare sul vostro respiro, conservandovi indifferenti nei confronti di quant'altro possa accadere, la terza settimana sarà di nulla totale e assoluto. Sarà come se tutto fosse svanito, come se tutto si fosse dissolto nella non-esistenza.

Non interrompete l'esperimento prima del ventunesimo giorno. È possibile che dopo la prima settimana la mente vi suggerisca: "Pianta tutto. Non è che un'assurdità". Non prestatele ascolto. Ditevi, una volta per tutte, che per tre settimane non c'è altro posto dove andare.

Qualsiasi particolare vogliate annotarvi, attendete a farlo che il periodo di clausura sia terminato. Non cercate neppure di ricordare: non ce n'è bisogno. Tutto quello che vale la pena di essere rammentato, sarà con voi a esperimento concluso.

 

PER IL TESTO INTEGRALE DELLE ISTRUZIONI:

Osho, Meditazione dinamica: l'arte dell'estasi interiore

Ed. Mediterranee

    (ritorna al sommario)

 

 

VISIONI DAL SILENZIO

 

“Avrai visto la mia firma. Migliaia di volte mi hanno chiesto: “Cosa significa questa firma? In che lingua ti stai firmando?” Non significa nulla! Non è una lingua. Ho risposto in diversi modi, ma la realtà è che non posso firmare: non sono qui. Ho solo creato un simbolo. La mia firma non vuol dire nulla, è solo simbolica. Indica sì qualcosa, ma non significa nulla, non dice nulla. Non è il mio nome. È la più grande benedizione al mondo essere in una condizione in cui puoi affermare: “Non esisto, solo l’esistenza è”.

OSHO

 

 

In Italia, Ma Prem Veena sta organizzando un tour per far conoscere un aspetto di Osho inconsueto: le sue firme. È una espressione insolita e peculiare della dimensione del silenzio in cui egli ha vissuto, che richiama quell’arte Zen, ancora oggi somma espressione di un’arte oggettiva che non sia solo catarsi o semplice espressione personale di un artista.

 

 

Fu nel 1987 che Swami Anand Shantam e Swami Rinzai, due mercanti d’arte giapponesi, rimasero colpiti vedendo i dipinti associati alle firme di Osho: “Di colpo ci siamo sentiti invasi da un senso di pace e di silenzio come non ci era mai accaduto con qualsiasi altra tecnica di meditazione”, hanno raccontato. “Forse per la nostra familiarità con l’arte, il semplice essere presenti e osservare quei dipinti è diventato per noi una tecnica di meditazione naturale e spontanea”.

Sono stati loro ad avere l’idea di trasformare quei dipinti in serigrafie: l’idea era di farle conoscere per avvicinare all’esperienza di quiete coloro che, avendo familiarità con l’arte, possono cogliere le peculiarità implicite nei giochi di colori di queste firme.

Shantam e Rinzai hanno usato una tecnologia computerizzata molto avanzata, per produrre una prima serie di 21 quadri esposta ancor oggi in una mostra permanente nel tempio Tenkawa di Tokyo. La risposta del mondo artistico giapponese è stata entusiasmante. Teriuo Miyagi, insegnante e profondo conoscitore di storia dell’arte, ha commentato: “Di fronte a quelle stampe ho vissuto le stesse sensazioni che provo quando vedo una goccia di rugiada sul cedro di fronte a casa mia. Sono rimasto molto colpito dalla bellezza, dalla delicatezza e dalla chiarezza di queste opere. Racchiudono la profondità di una passeggiata silenziosa tra i prati e gli alberi accarezzati dal vento. Dai dipinti traspare una luce che può scaturire solo da un individuo che ha piena fiducia nell’esistenza”.

Yoshifuku, direttore di una scuola di crescita spirituale di Tokyo ha aggiunto: “Nell’antica arte giapponese viene tramandata una bellezza del tutto particolare, sicuramente dovuta al fatto che tutto avveniva senza fretta e soprattutto senza sforzo alcuno. Si tratta di un fare senza fare dove solo l’arte rimane: l’artista è scomparso. Questa è l’essenza dell’arte, e nei lavori di Osho questa atmosfera è pienamente espressa.

L’arte moderna è ancora catarsi. Riflette il crollo di valori cui stiamo assistendo. Sicuramente nasceranno nuovi valori: una nuova visione della vita fondata sulla bellezza, sulla purezza e sulla sensibilità. Questo momento non è ancora arrivato, ma io conosco il mondo dell’arte, so che questa espressione è anticipatrice di potenzialità future, e posso vedere che l’arte di Osho ha raggiunto le vette di ciò che è eterno, testimoniando così qualcosa di infinitamente prezioso per il futuro del genere umano.

Quando si permette all’essenza di manifestarsi, senza che la personalità interferisca, ecco che l’opera d’arte – di qualsiasi cosa si tratti – diventa espressione dell’anima. Osho ha permesso che accadesse: in questo senso si lega fortemente allo spirito dello Zen. Per me lo Zen è essenzialmente il punto di contatto tra arte e religiosità, e questi lavori ne sono l’espressione contemporanea più elevata”.

Nel 1988 è stata realizzata una seconda serie, e la mostra allestita per l’occasione è stata poi portata negli Stati Uniti, in un tour di 15 città: l’atmosfera di silenzio era ulteriormente sottolineata dalla possibilità di partecipare a momenti di meditazione, intensificando così l’immersione in una dimensione di quiete che “rigenera e reca chiarezza”, come ha commentato un visitatore.

Di certo è raro poter entrare in contatto con opere come queste, che non sono state prodotte per il commercio, ma che nascono come semplici manifestazioni della dimensione della meditazione: “Una persona sensibile di certo avverte tutto questo”, ha detto Veena. “I dipinti-firme di Osho equivalgono alla lettura di un haiku o alla visione di altre manifestazioni artistiche che in passato venivano utilizzate per aiutare i ricercatori a sincronizzarsi con l’essenza del proprio essere”.

 

Osho stesso ha spiegato: “L’arte oggettiva nasce dal vuoto del tuo cuore: diventi un semplice flauto, un bambù cavo, e l’universo canta attraverso di te. Il tuo unico merito è non creare alcun ostacolo: permetti semplicemente all’universo di fluire attraverso di te. Nella tua assenza avviene una vera e propria inondazione che può diventare poesia, dipinto, musica, danza, scultura.

 

Ed è ancora Veena a raccontare: “All’inizio del 1970 lavoravo sulla veranda di Lao Tzu House a Puna, all’esterno della biblioteca di Osho. Ogni pomeriggio Lalita, la sua bibliotecaria, impilava i libri nuovi che venivano portati a Osho da leggere. A fine pomeriggio quei libri tornavano in biblioteca e noi eravamo tutti ansiosi di osservare i dipinti (le firme) che Osho faceva sulla prima pagina di ciascun testo. Quei dipinti mi piacevano immensamente: avevano un’incredibile vibrazione, tanto erano carichi di energia.

Quando nel 1987, Gatasansa della Osho Art Unity, e Shantam espressero a Osho la loro volontà di trasformare in tele quei dipinti, lui ne fu entusiasta e a tutt’oggi sono state fatte 44 serigrafie, curate da un famoso maestro di quest’arte, Ryoichi Ishida. Osho poté vedere alcune di queste stampe prima di lasciare il corpo, e gli piacquero moltissimo. In seguito, quando si iniziarono a organizzare mostre, mi colpì un’idea: sentivo davvero che tutti dovrebbero avere l’opportunità di godere dell’arte di Osho. La mia idea è realizzare un Art Tour, organizzando con i Centri italiani che lo desiderano una mostra di questi disegni serigrafati, in modo che tutti possano vederli, goderne e soprattutto meditare nello spazio che essi creano. L’idea sarebbe anche di avere nello spazio della mostra alcune meditazioni, un po’ di Zazen, o momenti musicali”.

La prima mostra è organizzata a Verona dal 23 settembre al 1 ottobre (tel. 045 914580), altre sono in corso di allestimento. Per informazioni consultate il sito di Oshoamici su Internet, oppure telefonateci (0331 810042).

Di certo la mostra più spettacolare si prefigura quella che verrà allestita a Varazze in occasione del prossimo evento di Meditazione e Celebrazione, il 6 ,7, 8 Aprile 2001. In quell’ambito l’intera serie di 44 quadri verrà presentata all’interno di momenti di meditazione con interventi musicali al pianoforte di Ma Shanti Yuki.

Videha

 

 

ARTE OGGETTIVA

  

In Occidente, Gurdjieff è forse l’unico ad aver diviso l’arte in due parti: l’arte oggettiva e l’arte soggettiva. L’arte soggettiva deriva dalla mente e nasce dall’angoscia. L’arte oggettiva – il Taj Mahal, le caverne di Ellora e Ajanta, i templi di Khajuraho – proviene dalle persone meditative. Che desideravano condividere a partire dal loro amore, dal loro silenzio: questo è il loro contributo al mondo.

L’artista occidentale è vissuto sotto un carico molto pesante. È ora che venga reso consapevole del fatto che c’è qualcosa al di là della mente. Prima devi raggiungere quell’aldilà, e poi potrai creare le stelle; e allora esse non saranno solo una grande gioia per te, saranno anche una grande gioia per gli altri che le vedono.

In una notte di luna piena, siediti vicino al Taj Mahal – senza far nulla, guarda e basta – e sentirai improvvisamente un silenzio discendere su di te, una pace che ti ricolma il cuore. Il costante chiacchierio della mente si arresta.

Un pezzo d’arte oggettiva come il Taj Mahal non va solo visto ma piuttosto vissuto, dopodiché sarai collegato in un certo modo con i creatori di quella splendida architettura. È stato creato da maestri Sufi. La sua stessa forma ha modo di creare al tuo interno un nuovo spazio di estasi. E invece il turista occidentale arriva con la sua macchina fotografica, fa qualche foto qua e là e poi corre via verso qualche altro posto. Non sa come apprezzare l’arte oggettiva. È necessario meditare su di essa; possono essere passati migliaia di anni tra il creatore di quell’opera e te. Di colpo la distanza svanisce, diventi parte di quella gioia creativa, di quella danza creativa.

La creatività è secondaria; la meditazione è essenziale e fondamentale. Tutto dovrebbe scaturire dalla meditazione. Allora essa ti darà una beatitudine, darà al tuo essere una nuova canzone, e aiuterà altri a sperimentarne un po’. Dipenderà dal loro stato di meditazione.

Mi piacerebbe fare un’affermazione molto strana: quella che un grande meditatore troverà più gioia, più pace, più beatitudine persino dello stesso creatore. Se un Gautama Buddha si siede in meditazione vicino al Taj Mahal, allora ciò che quei maestri sufi hanno provato nel crearlo rimarrà molto inferiore. Gautama Buddha proverà qualcosa di molto più profondo, di molto più vero, di molto più bello.

Sia che crei, o che osservi un pezzo di creatività oggettiva, la chiave dovrebbe essere la meditazione.1

 

Gurdjieff chiamava quest’arte "arte oggettiva". Quando qualcuno che ha raggiunto la consapevolezza fa qualcosa, quel qualcosa diventa arte oggettiva. Guardandola, avrai qualche intuizione sul maestro. Il maestro potrebbe essere morto da tremila anni, non importa. Il dipinto, la statua, la scultura lo rappresenterà, e attraverso di essa potrai di nuovo entrare in contatto con lui.2

 

L’arte oggettiva è qualcosa che ti aiuta a diventare centrato, che ti aiuta a diventare sano, integro. Osservando il Taj Mahal con la luna piena, cadrai in uno spazio molto meditativo. Osservando la statua di Buddha, seduto in silenzio assieme alla statua di Buddha, qualcosa in te diventerà silenzioso, qualcosa in te diventerà tranquillo, qualcosa in te diventerà simile a un buddha. È arte oggettiva, ha un enorme significato.

Ma l’arte oggettiva è scomparsa dal mondo, perché dal mondo sono scomparsi i mistici. L’arte oggettiva è possibile solo quando qualcuno è arrivato a un piano più alto dell’essere; è creata da coloro i quali hanno raggiunto la vetta. Loro sono in grado di vedere la vetta e sono anche in grado di vedere la valle. Possono vedere il sommo dell’umanità, la bellezza dell’umanità, ma anche la bruttura e i malanni dell’umanità. Possono vedere fin nelle profondità delle valli oscure dove la gente striscia, e possono vedere i picchi assolati. Loro possono creare qualcosa che aiuti quelli che strisciano nell’oscurità a raggiungere i picchi assolati. La loro arte sarà solo un meccanismo per la tua crescita interiore, perché tu possa maturare.3

 

 

CREATIVITÀ E MEDITAZIONE

 

Chiunque non sia in grado di comprendere la meditazione non può essere un grande poeta. Da dove prenderà ispirazione? È inconsapevole delle proprie fonti. Può comporre poesie; saranno semplici esercizi verbali, linguistici. Possono soddisfare tutte le regole necessarie, ma in esse non ci sarà nulla di poetico. Rimarranno prosa sotto forma di poesia.

D’altra parte il meditatore magari non scrive poesie, ma la sua prosa è poesia. Tutto ciò che dice contiene poesia.

Le persone che non hanno sentito parlare di meditazione non possono essere grandi pittori. Qualunque cosa facciano – pittura, musica, poesia – rimarrà ordinaria.

La meditazione è il sottofondo di tutta la grande creatività.

E il pericolo è che senza la meditazione possono sempre impazzire. La follia è un pericolo potenziale. Essere creativi è una situazione strana. Se crei cose tramite la mente… la mente ha un campo d’azione molto limitato e non è fatta per essere creativa. È un sistema di memoria, ma dato che possiede anche la capacità di immaginare, puoi trasformare quella capacità di immaginare in poesia, in pittura, in musica. Tutto questo diventa pericoloso perché il potenziale della mente è molto limitato. Finisci per esaurirlo.

L’energia creativa deve arrivare dalla meditazione, perché la meditazione non ha altro scopo. E la meditazione è vasta, le sue risorse sono infinite. Puoi condividerla quanto vuoi nella poesia, nella musica, nella scultura, e nuove acque prenderanno a scorrere.4

Dio non è una persona da qualche parte. Dio è solo un nome collettivo dell’energia creativa totale dell’universo. Nel momento in cui sei creativo sei parte di essa, e le persone che non sono creative restano separate dal flusso dell’esistenza. E le persone che sono distruttive non solo sono separate, sono contro l’esistenza. Loro sono i veri peccatori.

La sola virtù degna di essere chiamata virtù è la creatività. Non ha importanza ciò che crei, ma dovrebbe rafforzare la vita, abbellire l’esistenza, rendere il vivere più gioioso, la canzone un po’ più vivace, l’amore un po’ più glorioso; e la vita del creatore inizia a diventare parte dell’eternità e dell’immortalità.

La creatività è forse l’unica religione esistenziale. I momenti di creatività sono i momenti in cui sei tutt’uno con l’universo. In un certo senso ti sei perso, non sei più il tuo vecchio ego… in un altro senso per la prima volta ti sei trovato.

Solo un creatore conosce le profondità della vita e le altezze dell’amore. Quelli che non conoscono la dimensione della creatività rimangono inconsapevoli del significato di religiosità. La vera religione non è culto. La religiosità consiste di una cosa sola: del momento in cui partecipi alla creazione, per quanto piccola sia la tua parte. È significativa, perché puoi farla solo tu e nessun altro.5

 

 

ZEN MEDITAZIONE E ARTE

 

Lo Zen ha trasformato completamente il significato di qualsiasi arte con cui sia entrato in contatto. Nessuna religione ha potuto far questo; anzi, nessuna religione è stata creativa. Sono state tutte distruttive. Lo Zen è la vera essenza della creatività. Puoi fare qualunque cosa, e in ogni caso la tua azione può essere sacra. Il punto non è ciò che fai; il punto è se lo fai con consapevolezza o con inconsapevolezza.

In qualsiasi momento, qualunque cosa tu faccia, falla in piena consapevolezza, con totalità, intensità, amore, e falla come se fosse la cosa più importante da fare al mondo. Fanne un’arte, in modo che in ogni momento la tua vita diventi la vita di un artista.6

Non vogliamo che tutti siano poeti o pittori perché se tutti fossero poeti e/o pittori il mondo sarebbe completamente diverso. Allora non ci sarebbero strutture e politica; la guerra non sarebbe possibile. Il politico dovrebbe scomparire dalla faccia della terra. E chi impazzirebbe per i soldi se ci fossero tanti poeti e tanti pittori e musicisti e cantanti? Chi penserebbe ai soldi?

Quindi tutta questa struttura dipende dalla distruzione della creatività. Questa è una società molto antagonista alla creatività. Consente solo poche persone creative e anche quello solo a scopo di intrattenimento. Una volta ogni tanto puoi andare a un concerto e godertelo; è una specie di rilassamento dal mondo del lavoro. Ma nessuno lo prende sul serio e con sincerità. È qualcosa a parte, uno spettacolo secondario.

La creatività deve diventare la fonte principale, la creatività deve diventare la corrente maggiore della vita, solo allora il mondo sarà diverso. Allora il mondo sarà religioso… non perché ci saranno tante chiese ma perché ci saranno molti pittori, molti poeti, molti cantanti, molti musicisti e molti danzatori. In realtà, tutti dovrebbero saper danzare e cantare e dipingere. Queste cose non dovrebbero essere delle specializzazioni, non lo sono affatto. Dovrebbero essere naturali come respirare, come amare, come dormire.

A una persona che non sa dipingere manca qualcosa. Non è necessario che diventino tutti dei Van Gogh, non è necessario che tutti diventino degli Shakespeare, non serve. Ma tutti dovrebbero essere capaci almeno di scrivere qualche poesia per il loro amore.

Tutti dovrebbero essere capaci di cantare una canzone. Tutti dovrebbero essere capaci di suonare almeno uno strumento. Queste cose dovrebbero far parte della vita; allora potremo creare un tipo diverso di energia, un tipo diverso di umanità.7

 

 

Creatività e società

 

Tutti i bambini sono artisti, tutti i bambini nascono artisti! Siamo noi, poi, a distruggerli, questa è un’altra storia. Altrimenti ogni bambino porta nel mondo una grande creatività. Noi non le diamo spazio perché abbiamo paura della creatività; la consentiamo solo fino a un certo punto, e la consentiamo solo a poche persone.

 

 

NOTE

1.             Osho, The Golden Future

2.             Osho, The First Principle

3.             Osho, The Dhammapada vol.9

4.             Osho, The Sword and the Lotus

5.             Osho, Zaratustra un dio che danza - Ecig Ed.

6.             Osho, The Transmission of the Lamp

7.             Osho, The Guest

    (ritorna al sommario)

 

 

fiorire alla vita

 

Sebbene il piacere non sia la meta finale, è però certamente l’inizio, e non puoi raggiungere la fine se ti sei perso l’inizio. Goditelo, ma ricorda che nella vita c’è molto di più del piacere.

 

 

Il piacere è il fiorire dei tuoi desideri, ma non ne è il frutto.

I fiori sono belli. Puoi gioirne, apprezzarli, ma non possono nutrirti, non possono diventare cibo. Puoi usarli come decorazione, ma non possono diventare il tuo sangue, le tue ossa e il tuo midollo. Questo è ciò che Gibran sta dicendo… è il fiorire dei tuoi desideri, ma non ne è il frutto.

Quindi non fermarti al piacere, c’è molto di più. Goditi i fiori, raccogli i fiori, fanne una ghirlanda, ma ricordati che esistono anche i frutti. E il frutto della tua maturazione non è il piacere; il frutto è l’estasi.

Il piacere è solo l’inizio: l’albero è pronto. I fiori sono una canzone che annuncia che l’albero è gravido, e i frutti stanno per arrivare. Non perderti nei piaceri, ma non sfuggirli neanche. Goditeli, ma ricorda che nella vita c’è molto di più del piacere.

Il piacere è solo l’inizio della vita, non la fine. Il frutto è l’estasi. Ma il piacere ti dà un assaggio di ciò che c’è davanti a te. Ti dà un sogno, un desiderio intenso per qualcosa di più. È una promessa: “Aspetta, e i frutti arriveranno. Non chiudere gli occhi ai fiori, altrimenti non troverai mai i frutti”. Ecco ciò che vi ho ripetuto in continuazione, in modi diversi. Le parole possono essere diverse, ma la canzone è la stessa. Posso entrare nel tempio da porte diverse, ma il tempio è lo stesso.

Zorba è solo un fiore, Buddha è il frutto. Se non hai entrambi, non sei completo, ti manca qualcosa; nel tuo cuore rimarrà sempre un vuoto, un angolo scuro dell’anima. Se Buddha e Zorba non danzano insieme nel tuo essere, il fiore e il frutto, l’inizio e la fine, non conoscerai il vero significato dell’esistenza.

Il significato dell’esistenza non deve essere ricercato dall’intelletto, deve essere sperimentato nella vita.

Chi conosce il piacere ha cominciato a conoscere le proprie ali; adesso deve scoprire come uscire dalla gabbia. Questa gabbia è proprio tua, fatta in casa. È la tua gelosia, che continui a nutrire; è la tua competitività, a cui continui a dare energia; è il tuo ego, che non abbandoni ma continui a portarti dietro, per quanto pesante sia il suo fardello. La gabbia non appartiene a qualcun altro; ecco perché è così facile lasciarla.

È accaduto a un mistico Sufi, Al–Hillaj Mansoor… Amo moltissimo quest’uomo. Ci sono stati molti mistici, e ce ne saranno ancora, ma penso che nessuno avrà la stessa fragranza di Al–Hillaj Mansoor. Era una persona rara in molti sensi. Una volta qualcuno gli chiese: “Come si può essere liberi? Tu parli sempre di libertà, libertà, ma come si può essere liberi?” Lui replicò: “È semplicissimo, guarda”. Erano seduti in una moschea con colonne simili a queste. Al–Hillaj si avvicinò a una colonna, la afferrò con entrambe le mani e iniziò a gridare: “Aiuto! Come posso liberarmi da questa colonna?”.

L’uomo disse: “Non fare il pazzo, sei tu che ti attacchi alla colonna; nessuno sta facendo nulla, nemmeno la colonna sta facendo nulla. Che cos’è questa sciocchezza?”.

Lui rispose: “Questa è solo la mia risposta. Mi hai chiesto come si fa ad essere liberi, ma hai mai chiesto a qualcuno l’arte di non essere libero? Quella la conosci benissimo. Crei sempre nuove catene, nuovi legami… fai tutto da solo. Disfalo! Ed è un bene che sia tutta opera tua, perché puoi disfarla senza chiedere il permesso a nessuno”.

E intanto, Al–Hillaj rimaneva attaccato alla colonna. L’uomo disse: “Almeno adesso ho afferrato il punto, ma per favore lascia la colonna perché si sta raccogliendo una folla. Tutti sanno che sei pazzo, ma m’imbarazza essere insieme a te!”.

Lui disse: “Solo se hai capito veramente, lascerò questa colonna; altrimenti, morirò con essa”.

Lui disse: “Mio dio, farti una domanda vuol dire mettersi nei guai”.

La folla iniziò a insultare questa persona. Dicevano: “Perché disturbi Al–Hillaj? Ma che domanda gli avevi fatto?”.

Lui disse: “È strano, ho solo fatto una semplice domanda: Come si fa ad essere liberi? Invece di rispondere, lui è andato vicino alla colonna e la stringe, e chiama aiuto. Ecco perché siete arrivati voi”.

Intanto Al–Hillaj stava ancora gridando: “Aiuto! Come faccio a liberarmi?”.

Alla fine, l’uomo disse: “Perdonami, ci proverò, ma non prendermi in giro così. Lascia andare la colonna!”.

Lui chiese: “Cosa ne pensi? Sono io che tengo la colonna oppure è la colonna che mi tiene?”.

L’uomo rispose: “Mansoor, anche se sei diventato un grande mistico, eravamo amici d’infanzia, abbiamo studiato nella stessa scuola; davanti a questa folla, ricordati della nostra amicizia. Adesso c’è qui tutta la città, e sono tutti furiosi con me. Non è questo il modo di rispondere a una domanda, io avevo fatto una domanda filosofica”.

Mansoor disse: “Una domanda filosofica? Allora non dovresti venire da un uomo come me. La filosofia è solo per gli sciocchi. Chi è veramente in cerca della verità, solo lui dovrebbe entrare in casa mia: questa è la casa di dio. E io ti ho risposto:Se vuoi essere libero, puoi esserlo in questo preciso momento, perché sei tu che tieni in mano tutte le tue catene come se non fossero catene ma ornamenti. Lasciale andare! Anche se fossero d’oro, non ti permettono comunque di essere libero, e non ti permettono di spiegare le tue ali nell’aria’.”

 

Ah, sì, in verità, il piacere è una canzone di libertà.

E io vorrei che la cantassi con tutto il cuore…

 

 

Allora un eremita, che visitava la città una volta all’anno, si fece avanti e disse: Parlaci del piacere.

E lui rispose, dicendo: Il piacere è una canzone di libertà, ma non è la libertà. È lo sbocciare dei tuoi desideri, ma non il loro frutto. È una profondità che chiama una vetta, ma non è il profondo né l’alto. È il prigioniero che mette le ali, ma non è spazio libero. Ah sì, in verità il piacere è una canzone di libertà. E io sarei lieto che la cantassi con tutto il cuore, e tuttavia non vorrei che perdessi il cuore nel cantare.

Alcuni giovani cercano il piacere come se fosse tutto, e vengono giudicati e condannati. Io non voglio giudicarli né biasimarli. Vorrei che si mettessero alla ricerca. Perché troveranno sì il piacere, ma non sarà solo;sette sono le sue sorelle, e l’ultima tra esse è più bella del piacere. Non hai sentito di quell’uomo che scavava la terra cercando radici e ha trovato un tesoro?

Kalil Gibran

 

 

“Chi conosce il piacere ha cominciato a conoscere le proprie ali; adesso deve scoprire come uscire dalla gabbia. I vecchi non fanno che condannare i giovani che ricercano il piacere, li giudicano dei peccatori, sebbene nel profondo del loro essere vorrebbero essere ancora giovani. Alcuni giovani cercano il piacere come se fosse tutto… È sbagliato pensare che il piacere è tutto, ma è anche sbagliato giudicarli e

condannarli. L’uomo che li condanna nel profondo brama la stessa cosa, ma si scopre più debole, più vecchio, non più all’altezza.

L’uomo saggio dirà: “cerca pure il piacere, non c’è nulla di male in questo. Ma ricorda che non è tutto: ho conosciuto cose migliori e più alte. Ma non voglio bloccare la tua ricerca. Cerca con tutto il cuore! Proprio a partire da questa totalità del cuore e da questa ricerca ed esperienza del piacere, forse inizierai a cercare qualcosa di più alto, qualcosa che sia migliore, più vivo, più bello, qualcosa di immortale”

Il saggio non condanna mai – quello è il criterio di un uomo saggio – e chi condanna non è saggio, è tutt’altro.

 

 

Tantra:oltre il piacere

Il Tantra parla di sette centri, e il piacere non è nemmeno il primo centro. Il piacere è al di sotto del primo centro. Il piacere è un fenomeno biologico, è la tua sessualità.

 

Con il settimo – questo è il punto più alto a cui l’uomo possa salire nel corpo, è chiamato sahasrar, il settimo centro dell’essere – diventi tutt’uno con il tutto. Queste sono le sette sorelle a cui Kahlil Gibran fa cenno, e questo è l’intero spettro della crescita spirituale.

 

Non hai sentito di quell’uomo che scavava la terra cercando radici e ha trovato un tesoro?

È un antico proverbio libanese. Un uomo scavava per cercare radici; era così affamato che non poteva nemmeno permettersi di comprare della frutta, quindi scavava per cercare radici da mangiare. Ma trovò un tesoro. Quando cita questo proverbio, vuole affermare: “Abbiamo iniziato a scavare per cercare radici, il piacere; ma se continui a scavare, puoi trovare tesori inesauribili”.

È un fatto riconosciuto da tutti i mistici orientali che con il settimo centro sei libero da tutte le prigioni, da tutti i pensieri, da tutte le religioni, da tutte le ideologie; con il settimo, la gabbia è scomparsa.

Adesso puoi respirare liberamente nel cielo e puoi volare fino alle stelle.

 

IL TESTO DI GIBRAN E IL COMMENTO DI OSHO DI QUESTE PAGINE SONO TRATTI DA THE MESSIAH VOL 2 # 13 – DISPONIBILE PRESSO OSHOBA IL VIDEO ORIGINALE IN INGLESE CON TRADUZIONE ALLEGATA DAL TITOLO “I SETTE LIVELLI DEL PIACERE”

    (ritorna al sommario)

 

 

Liberi Dentro

Un corso di meditazione in Carcere

 

“È arduo e delicato – all’interno di una struttura che privilegia la sorveglianza e il controllo – trasmettere un messaggio che invita  a "lasciarsi andare", a sperimentare cioè in piena libertà le parti emozionali e mentali di cui la struttura della personalità è formata,” osserva Paragyan  (dott. Vincenzo Fatta), che per qualche mese ha tenuto  un corso di “meditazioni e terapie olistiche” presso la casa circondariale di Pagliarelli (PA).

E ci racconta la sua esperienza.

 

 

Dopo circa un anno – durante il quale la proposta “Metodi di rilassamento e di purificazione all’interno delle case di reclusione” è stata presentata e approvata dal consiglio comunale di Palermo, da me discussa con la direzione del carcere, e dopo le molte formalità e permessi ottenuti dall’autorità giudiziaria per poter iniziare il nostro lavoro – finalmente mi trovo nel teatro all’interno del carcere, davanti a noi (io e il mio collaboratore) una platea di molti detenuti fatti scendere dai loro bracci per assistere alla presentazione di questo insolito e misterioso “corso di meditazione”. Nella mia vita mi ero già trovato nei luoghi più diversi a presentare e promuovere terapie e meditazioni, ma questa volta la scena è iperrealistica: dietro di noi un muro di agenti di custodia e davanti un centinaio di detenuti – per mafia o per altre imputazioni più o meno gravi – molti con un’espressione sfuggente e indecifrabile. Incomincio ad avvertire intorno al plesso solare una sensazione di disagio e un misto di pena e angoscia. Cosa potrò mai dire a queste persone? Come riuscire a condividere qualcosa in un luogo dove con tutte queste restrizioni esterne si vive molto al di sotto delle proprie aspirazioni?

Tutte le emozioni e le sensazioni che mi attraversano in quei lunghissimi momenti di silenzio, la pena che avverto se considero le difficoltà che queste persone affrontano per  mantenere un livello accettabile di normalità, hanno il potere – forse per non entrare nella più sconfortante delle emozioni e per non mettermi a piangere – di farmi esordire con decisione, con parole volutamente provocatorie e quasi di sfida: “Questi metodi non sono per tutti… solo per chi si sente ancora vivo e vuole usare questo tempo a suo vantaggio… solo per chi vuole scoprire più libertà dentro di sé…”. Di fronte a questa sfida, che probabilmente viene anche avvertita da alcuni come una forma di malcelata compassione, improvvisamente l’energia del teatro si anima, mentre continua un silenzio fatto di sguardi che esprimono curiosità, interesse, rifiuto, boria o deliberata indifferenza. Mi dilungo un po’ nei dettagli della proposta, la creazione dentro il carcere di uno spazio giusto per meditare, attraverso tecniche di respirazione, attraverso metodi per rilasciare le tensioni mentali, fisiche ed emozionali che tutti noi abbiamo o lamentiamo, al di là del fatto di trovarsi dentro o fuori dal carcere.

Ormai la sfida è stata lanciata e annuncio che le domande di partecipazione presso la direzione del carcere devono essere accompagnate dal nulla osta del medico che attesti che il partecipante non abbia problemi psichiatrici o malattie infettive… improvvisamente un corso per 20 partecipanti sembra troppo limitato: decine di mani si alzano per segnalare la loro esistenza e la volontà di esserci – non possiamo prendere tutta questa gente… mi sento un po’ a disagio a chiudere la porta in faccia a così tante persone, ma lascio la patata bollente ai rieducatori, confidando nella loro selezione.

Continuando nella spiegazione parlo poi della necessità di espellere dal nostro organismo tossine e veleni accumulati in tante situazioni – rabbia, tristezza, inibizioni – senza che per questo sia necessario un oggetto su cui scaricarle… parlo anche della possibilità di trovare una “libertà interiore indipendentemente dalle circostanze esterne”. Ecco un’altra provocazione e infatti c’è quasi un moto di ribellione in molti: Ma come? La famiglia là fuori non ha niente da mangiare… i bambini non hanno il latte… e poi con tutti i pensieri e le preoccupazioni. Trovo il coraggio di rilanciare, nonostante la pena che sento, avvertendo: “Questo esperimento è solo per quelli che vogliono andare avanti e non vogliono scivolare nelle sabbie mobili del pessimismo, della sfiducia e della pigrizia.” Mi sento sempre più protetto da qualcosa di sconosciuto, e non da quel muro di agenti, senza i quali si potrebbe facilmente immaginare qualcuno dei più incazzati mandare a quel paese, o anche dare una lezione “a questo che viene qui dentro a prenderci per il sedere parlandoci di libertà”. Ma ormai il messaggio è chiaro: “Siamo tutti in prigione, la prigione delle nostre paure, dei condizionamenti, delle nostre ossessioni: paradossalmente voi siete in una situazione più chiara, gli altri, là fuori, si sentono liberi!”. Anche i più polemici sembrano interdetti e nel teatro si avverte una specie di vuoto mentale, ho la sensazione che non c’è più voglia di discutere, tutti mi sembrano diventati improvvisamente rispettosi scolaretti incuriositi, e concentrati nella lettura del foglio dove vengono sottolineati i possibili benefici della meditazione. Ci congediamo, annunciando la nostra intenzione di iniziare quanto prima, dopo avere avuto tutti i permessi per attrezzare la stanza di meditazione con il nostro impianto e gli arredi, e dopo che le domande di partecipazione siano state autorizzate dal medico e dalla direttrice del carcere. Ce ne andiamo fra robuste e vigorose strette di mano che suggellano energeticamente un contatto che inizia come una scommessa.

Mentre scrivo queste note siamo gia a più di metà corso e c’è una partecipazione attiva del 70%: alcuni dei partecipanti sono andati via perché trasferiti o scarcerati, ma nuovi aspiranti attendono le necessarie autorizzazioni. Ci siamo ritagliati il nostro spazio di lavoro, dopo qualche difficoltà con gli operatori di vigilanza che pretendevano un controllo assiduo e continue intrusioni; ora abbiamo la nostra autonomia e così la palestra del carcere – tre volte alla settimana per due ore – diviene un luogo dove il messaggio non è più controllo e repressione, bensì lasciarsi andare e sperimentare, fino a vedere la pienezza e la profondità del proprio essere. Gli agenti di custodia che guardano dallo spioncino mi confidano che anch’essi vorrebbero ogni tanto avere la possibilità di “uscire di testa”. Abbiamo anche rischiato di farci buttare fuori perché abbiamo fatto un po’ troppo casino durante una dinamica, ma adesso tutto va bene. È sbalorditivo, in un luogo dove per sopravvivere sembrerebbe necessario mantenere le corazze della personalità, vedere che nonostante tutto alcuni detenuti trovino, nella solitudine della meditazione, il coraggio di aprirsi a sperimentare le profondità e le ombre del loro essere – prende vita così una maggiore fiducia nella possibilità di un’autoredenzione e una nuova visione della vita.

In questi incontri si è creato uno spazio energetico che come tale non appartiene al carcere, ma è un’oasi dove sentirsi accettati e non giudicati: lentamente siamo arrivati a una fase dove magari si cantano anche canzonette napoletane e ci si racconta barzellette, una naturale conseguenza di una amichevolezza che rende tutto il corso di meditazione pieno di calore umano. Non so fino a che punto questo esperimento contribuirà a migliorare la qualità complessiva della vita dei carcerati, essi stessi vorrebbero continuare oltre i tre mesi del corso, e noi siamo sicuramente disponibili a continuare se l’istituzione vorrà investire in questi metodi, apprezzandoli come una chiave in più nell’impegno rieducativo. Sicuramente questa è per me una grande opportunità di apprendimento e un’occasione per sentirmi centrato e “protetto” anche nelle situazioni apparentemente più disagiate. In realtà fuori o dentro il carcere la situazione di base è la stessa: con la meditazione puoi scoprire, come il mio amato maestro Osho insegna, che dentro di te sei già libero (se lo vuoi!).

Paragyan

 

 

Vite affollate

Ormai anche la stampa straniera si occupa dei problemi delle carceri italiane. The Economist fa notare come pur avendo un rapporto carcerati/popolazione piuttosto basso — in paesi quali gli USA e l'Unione Sovietica è sei/sette volte più grande — le carceri italiane scoppiano: gli ospiti sono 10/15.000 in più di quelli previsti dalle strutture. Questo sovraffollamento in alcuni casi raggiunge situazioni veramente assurde: S. Vittore a Milano è costruito per 800 detenuti... ce ne sono più di 2000. È facile immaginare le situazioni di disagio, anche fisico, che tutto questo comporta. La situazione rivela anche un'endemica carenza di personale — provocata da paghe basse, lavoro demotivante ed estenuanti iter burocratici per l'assunzione — che porta a condizioni di lavoro massacranti e all'impossibilità pratica di organizzare attività sociali o rieducative per gli ospiti al di là del minimo essenziale; oltre che a situazioni emblematiche quali nuove carceri pronte ma vuote per mancanza di agenti e assistenti.

Mentre continua la solita telenovela di promesse del ministro del momento ("Farò 20 nuove prigioni!"), accuse dei tecnici (Più del 10% del bilancio annuo dell'amministrazione penitenziaria viene sprecato) e sospetti (Nel 94 Si è calcolato che ogni posto per i detenuti veniva a costare al contribuente 450 milioni, mentre ne sarebbero bastati 55) non Si riesce veramente a vedere come tutta questa situazione possa essere risolta in tempi brevi.

 

 

 

Voci Dal Carcere

 

“Io credo che qualcosa ho trovato… “A fine corso i partecipanti sono stati invitati a raccontare le loro impressioni. Con un linguaggio scarno e diretto, ben distante da qualsiasi influenza new age, esaminano i vantaggi, piccoli e grandi, che la meditazione ha portato nelle loro vite; riferendosi naturalmente alla loro situazione “estrema”, ma toccando argomenti – i rapporti con se stessi e gli altri, lo stress, la noia, le preoccupazioni – ben presenti nella vita di ognuno.

 

F.P.(riportiamo le sole iniziali per ovvi motivi di discrezione) dichiara onestamente di aver iniziato a frequentare il corso di meditazione “soltanto per evadere un po’ dalla solita vita giornaliera che si fa in carcere”. Ma ha presto scoperto che attraverso queste tecniche gli sta capitando “qualcosa che ancora non riesco a spiegarmi bene”: si sente molto meglio in generale, più vitale, nuovo, “come una macchina quando si rifà il motore. Ho più accettazione di quello che mi gira intorno”, ha superato “nervosità e tensioni che avevo dentro, pronto a esplodere alla minima cosa, anche per il tipo di vita che si conduce in carcere. Oggi, malgrado tutto, posso dire che mi sento libero dentro di me, con meno pesi addosso”.

E conclude constatando che si sente “più saggio, più riflessivo, con meno ira dentro, più originale e autentico”.

 

P.S. ha scoperto l’importanza delle tecniche di meditazione per superare lo stress, e aggiunge: “Questo per me è importante, perché in questo periodo sto affrontando molto stress perché sto viaggiando tanto per via dei miei processi. Quando sono stato tradotto in un altro istituto mi sentivo molto stressato, avevo un nodo allo stomaco, poi nella stanza in cui mi trovavo ho cominciato a usare questa favolosa tecnica…” E i risultati sono tali che dichiara soddisfatto di avere in questo modo imparato a “diventare guaritore di me stesso.”

 

V.F. dice di aver raggiunto una certa serenità interiore. E aggiunge che da queste tecniche di meditazione “posso trarre beneficio anche all’esterno”.

 

B.A. si dichiara “più tranquillo, meno teso, riesco pure a dormire meglio la sera, ho più accettazione di quello che oggi mi gira intorno, anche per il fatto che noi detenuti certamente non facciamo una vita delle migliori, sempre chiusi in una stanza, sdraiati sul letto a guardare la TV”.

 

 

M.B. premette “inizialmente a mio avviso l’ho trovata poco interessante…”.  Poi ha scoperto che “senza accorgermi dentro il mio proprio io cambiava qualcosa.” Fra gli effetti della meditazione fa notare “la tranquillità interiore, ma soprattutto la maestranza di noi stessi”. E conclude auspicando la continuazione e l’allargamento di questo esperimento così che tutti possano “frequentare questo corso ai fini di trarne benessere e civiltà”.

 

Molti fra quelli che hanno partecipato a questo esperimento dichiarano esplicitamente che vorrebbero fosse possibile continuare. E forse qualcosa si sta veramente muovendo, sulla Repubblica del 10 maggio, che tratta di questo corso di meditazione sotto il titolo “Carcere, lezione di libertà interiore”, si parla persino di un progetto simile anche per le guardie carcerarie.

 

 

QUESTA SERA HO PARLATO

Al CARCERATI

 

In una lettera a una discepola, Ma Anandmayee, Osho racconta di un discorso tenuto in un carcere, nel periodo in cui girava tutta l'India tenendo conferenze nelle situazioni più disparate.

 

È circa mezzanotte. Dopo giorni e giorni, il cielo si è schiarito. Tutto appare ripulito dalla pioggia e

una mezzaluna risplende a occidente.

Questa sera ho parlato ai carcerati. Molti di loro erano presenti. Come diventano semplici, che purezza emana dai loro occhi, non appena qualcuno parla con loro – mi ricordo tutto perfettamente.

Ho parlato loro così: "Agli occhi di dio non vi è peccatore, così come non vi è oscurità alla presenza della luce. Per questo io non vi chiedo di pentirvi. Non vi chiedo di abbandonare l'abiezione - il fango - vi chiedo solo di cercare e trovare qualcosa che abbia un reale valore, come dei diamanti. Quando li avrete in mano, l'abiezione vi lascerà spontaneamente. Chi vi chiede di rinunciare a qualcosa è stupido: il mondo esiste al solo scopo di portarvi alla realizzazione. Salendo al gradino superiore della scala, si lascia spontaneamente il precedente. Parlare di rinuncia è negativo: implica pena, dolore e sofferenza. La realizzazione è positiva: implica beatitudine. La rinuncia sembra la prima cosa da fare, in verità come prima cosa viene la realizzazione. Prima di lasciare uno scalino, si deve aver già raggiunto quello successivo. Solo dopo averlo raggiunto, dopo essersi resi conto di averlo raggiunto, si rinuncia al precedente. Allo stesso modo, se si realizza il divino, ciò che appare come peccato se ne va, senza richiedere sforzo alcuno.

E in verità, realizzando quell'unione, si realizza ogni cosa. Nel momento in cui la verità affiora in noi, ogni sogno si dissolve spontaneamente. Non si deve rinunciare ai sogni, occorre svegliarsi. Chi si impegna in quella rinuncia ne ha già riconosciuta la realtà. Per questo possiamo dire: "Aham Brahmasmi — Io sono l'assoluto." Coloro che lo dichiarano, hanno smesso di credere all'esistenza dei sogni: per loro l'oscurità non esiste più.

Amici, conoscete il sé! Svegliatevi alla luce presente dentro di voi e fatela affiorare. Sperimentate il divino dentro di voi. Svegliatevi alla vostra verità, e scoprirete che l'oscurità non esiste affatto. La nostra inconsapevolezza è tenebra, il nostro risveglio è di per sé luce." Così ho parlato a quei carcerati, ma poi ho avuto la sensazione che queste stesse cose devono essere dette a tutti. Infatti, dov'è quell'uomo che non sia un prigioniero?

 

TRATTO DA

OSHO, Semi di Saggezza, NSC Ed.

    (ritorna al sommario)

 

 

Qui nel Buddhafield

 

"Non è la fine del lavoro, è solo l'inizio. Io posso solo aprire la finestra per un istante, in modo da farti vedere che fuori ci sono il cielo infinito e le stelle. Ma poi devi cavartela tu. Devi muoverti - a poco a poco, ma con costanza - e aprire le tue finestre, le tue porte. Ma quei primi sprazzi sono un'assoluta necessità. Senza quelle intuizioni non avrai mai un'idea di ciò che la vita può essere, di ciò che la vita è."

OSHO

 

Il campo di energia nato intorno a Osho e oggi diffuso un po’ in tutto il mondo, è un terreno fertile dove prendono forma momenti spesso decisivi nella vita delle persone, nascono chiarezze sulla propria situazione o crollano certezze mai osservate così da vicino.

 

 

Alla sua prima visita all’Osho Meditation Resort di Pune, Nikhila ha partecipato a vari lavori di gruppo e a sessioni individuali, intervallati da meditazioni. Nella nativa Svezia, Nikhila è una fisioterapista in un grande ospedale universitario; qui nel campus è rimasta molto colpita dalla vasta scelta di gruppi, corsi e training.

 

“Ognuno può trovare qualcosa di interessante per sé, per qualsiasi problema voglia trattare,” dice, e racconta quanto ha dovuto riflettere per prendere la decisione di iscriversi al "Counselor Training" di 4 settimane.

“Di solito sento che devo fare delle cose, che devo dare delle prestazioni e recitare un ruolo. Ma quello che ci insegnano nel training riguarda il rilassarsi e l’accogliere contemporaneamente le emozioni del cliente e le nostre. Mi sono resa conto della tensione che provo di solito quando finisco sotto la lente di ingrandimento e ho imparato a liberarmene.”

Il successivo impegno è stato il Family Constellation Training e poi un gruppo di Hypnosis for Meditation, nel quale i partecipanti imparano come si fa a diventare amici della mente, invece di combatterla e ricevono anche altri aiuti per la meditazione. Ha poi in progetto di seguire altri gruppi.

“Ho cominciato a fare gruppi per la mia crescita personale, ma sto vedendo che posso utilizzare molto di quello che imparo anche nel mio lavoro con gli altri” – ci racconta. Nikhila ha anche partecipato a gruppi in Europa: “ma qui è diverso,” continua. “Negli altri posti, quando il gruppo è finito, devi subito ritornare a lavorare e questo può significare calarti di nuovo nei vecchi schemi. Qui invece posso prendermi tutto il tempo necessario per cambiare le cose nella mia vita, con minore rischio di tornare ai vecchi meccanismi, perché mi trovo in un luogo e con persone che non hanno connessioni col mio passato e dove viene accettato che siamo tutti in trasformazione, cercando dei nuovi modi di essere. Fuori dai gruppi si incontrano gli altri: col contatto che si stabilisce con queste persone, si può vedere se qualcosa è successo dentro di te e puoi sperimentarti meglio.”

“È un bene trovarsi fra persone che vogliono esplorare e sono pronte a esporsi personalmente di più. E, naturalmente, sei sostenuta dalle meditazioni, sia durante il gruppo, che fra un gruppo e l’altro, il che è veramente di grandissimo aiuto.

In Svezia Nikhila ha fatto "terapie verbali", ma non le ha trovate adatte a sé: “Ho bisogno di lavorare sia sul corpo che sulla mente e anche usare la meditazione: senza meditazione non puoi farcela. La meditazione Dinamica mi ha salvato la vita! Avevo tantissime tensioni in tutto il corpo e una grande difficoltà a esprimere quello che volevo dire o che provavo. Nella Dinamica ho avuto l’opportunità di liberarmi delle tensioni e di esprimermi. Sento una reale differenza nel corpo, dopo aver fatto Dinamica per tre mesi. La Kundalini mi ha fatto rilassare ulteriormente e la Nadabrahma mi ha resa più sensibile e mi ha ammorbidita.

Sono proprio contenta di essere venuta qui: per la prima volta nella mia vita mi sento nel posto giusto”.

 

 

Ogni volta che la recluta 25enne israeliana, Shraddho, voleva spaventare sua madre, la minacciava di andare all’Osho Meditation Resort di Pune. A parte il fatto di usarla come “tattica del terrore”, il campus e tutto quello che rappresentava, non aveva mai attratto Shraddho.

 

Questo era quattro mesi – e cinque gruppi – fa; da allora in poi  Shraddho si è catapultato in un modo di vivere completamente diverso.

Il primo passo – che Shraddho ritiene anche il più significativo – è stato un corso di quattro giorni, Opening to Feeling. In esso Shraddho si è trovato ad affrontare e a superare quelle che lui considera le sue difficoltà principali come “per esempio il non riuscire a parlare apertamente di me e neppure a concedermi di manifestare i miei sentimenti, permettermi di piangere e non vergognarmi per averlo fatto. Negli ultimi sei anni avrò pianto forse una volta e senza che nessuno mi vedesse.

Con il gruppo Diamond Birth – un gruppo di respiro – sono cominciate ad affiorare certe intuizioni su condizionamenti interni che gli impedivano di poter scegliere consciamente e in libertà.

“Ho visto che non sono stato forzato ad andare in una certa direzione, ma che ero stato io a fare delle scelte sulla strada da seguire nella mia vita – come per esempio la carriera militare. Ho lasciato l’esercito dopo sei anni di preparazione, parte della quale consisteva nell’imparare a non mostrare la propria debolezza e a non perdere mai il controllo. Ho anche imparato a riconoscere la gerarchia e così ho cominciato a mettere mentalmente le persone più in alto o più in basso di me. Ma ora vedo che tutte quelle qualità erano già dentro di me, anche prima della vita militare. Forse la vita militare le ha rese più evidenti. E forse ho scelto quella via perché c’erano quelle qualità; non che l’esercito mi abbia preso e poi mi abbia cambiato.

Ora so che per potermi liberare dai miei condizionamenti non devo cercare un mondo esterno diverso che mi renda diverso; non posso biasimare nessuno per essere quello che sono.

Questa è stata l’intuizione più importante per me. Ed è stata liberatoria, perché mi lascia intravedere una via d’uscita – non ho bisogno che nessuno sia diverso da quello che è. Ma, d’altra parte, fa un po’ paura, perché vuol dire buttare all’aria la sicurezza di tutto quello che mi circondava; la struttura psicologica di tutta la mia vita fino a oggi.

In tutto questo il bello è stato vedere che il bambino dentro di me è ancora vivo e vegeto. Questo vuol dire che c’è ancora speranza!”

Un’altra trasformazione significativa è avvenuta quando Shraddho ha cominciato ad avere più compassione per se stesso e a giudicarsi meno. “A un certo punto della mia vita ho cominciato a non gradire più il mio corpo – dice – mi vedevo non abbastanza muscoloso, poco maschio: la cosa mi ha fatto smettere di andare a nuotare o di fare qualsiasi attività dove il mio corpo fosse esposto. Era un circolo vizioso: poiché non mi piaceva il mio corpo non mi esponevo al sole; e poiché ero bianco come un cadavere, ecco un’altra buona ragione per non piacermi. Come uscirne?

Qui a Pune nel Breath Group, un giorno stavamo lavorando sulla consapevolezza del nostro corpo e del suo aspetto. All’inizio ero davvero scosso, ma quando ho cominciato a rilassarmi e ad accettare me stesso e il mio corpo, allora mi sono guardato in giro nella stanza: tutti mi sembravano bellissimi! Non giudicavo né me stesso, né nessun altro.”

In questi giorni, quando non ha niente in programma, Shraddho se ne va dritto nella bellissima piscina: adesso può godersela e anche il rilassamento ha la sua vitale importanza!

 

 

CHE COS’È UN BUDDHAFIELD?

 

La parola buddhafield è di grande importanza. Devi comprenderla perché questo è ciò che sto facendo qui: creare un buddhafield. È solo per creare un buddhafield che ci stiamo allontanando dal mondo, stiamo andando molto lontano, in modo che tu abbia a disposizione un’energia completamente diversa.

Un buddhafield è una situazione in cui il tuo buddha addormentato può essere risvegliato. Un buddhafield è un campo di energia in cui puoi iniziare a crescere, a maturare, dove il tuo sonno può essere interrotto, dove puoi essere shockato verso la consapevolezza: un campo elettrico in cui non sarai capace di addormentarti, dove dovrai rimanere sveglio, perché continueranno ad arrivarti degli shock…

…Ci sono energie che vanno messe a tua disposizione, possibilità che devono esserti rese chiare. Devi essere reso consapevole del tuo potenziale, e ti deve essere dato un posto sicuro a partire dal quale puoi lavorare. Un posto dove non vieni distratto dal mondo, un posto dove puoi andare avanti senza essere disturbato dalla massa, un posto dove le cose ordinarie, i tabù, le inibizioni, sono messe da parte, dove una sola cosa è significativa: come diventare un buddha. Dove qualsiasi altra cosa scompare dalla mente: denaro e potere e prestigio; dove tutto il resto diventa insignificante, dove tutto il resto diventa esattamente ciò che è, un mondo di ombre, e tu non sei più perso nelle apparenze.

Maya vuol dire essere intrappolato dalle apparenze. Quella è la più grande illusione al mondo. Le apparenze hanno un grande potere sulla mente. Un buddhafield è un posto in cui ti allontani dal mondo dalle apparenze.

Nel silenzio della comune, nell’atmosfera priva di inibizioni e tabù di una comune, il maestro e il discepolo possono recitare il dramma con totalità. Il massimo è quando il maestro può chinarsi ai piedi del discepolo, quando maestro e discepolo si sciolgono in un’unica realtà. 1

 

Per creare un buddhafield, il maestro deve creare migliaia di discepoli. Deve creare un’energia multidimensionale nella quale persone di tutti i tipi possono dare il loro contributo, riversandovi le loro energie. Deve creare un oceano di energia, così incredibilmente potente che chiunque ci si immerga ne venga necessariamente trasformato, qualche volta anche contro la sua volontà; qualche volta non rendendosi nemmeno conto di cosa stia accadendo.

È più facile che accada con un maestro. È ancora più facile che accada con un maestro che ha un buddhafield. E il mio lavoro non è solo di creare un buddhafield qui, ma di creare delle piccole oasi in tutto il mondo. Non vorrei confinare questa grande opportunità solo a questa piccola comune. Questa comune sarà la sorgente, ma avrà diramazioni in tutto il mondo. Questa sarà la radice, ma è destinata a diventare un grande albero. Arriverà in ogni paese, raggiungerà potenzialmente ogni persona. Creeremo piccole oasi; abbiamo iniziato a creare piccole comuni, centri, in tutto il mondo. 2

 

Un sannyasin (un meditatore), dovunque sia, deve essere uno specchio. Spazio e tempo non fanno differenza: se è aperto a me, è vicino a me tanto quanto lo sei tu qui. E può riflettermi anche dall’angolo più distante della terra. Adesso ho milioni di sannyasin in tutto il mondo. Ho abolito tutte le condizioni che possono impedire alle persone di diventare sannyasin. Questi milioni di persone creeranno una rete di energia che circonda tutta la terra.

C’è solo un sole che sorge alla mattina, ma esso viene riflesso da tutti gli oceani, i laghi, i fiumi, gli stagni. Piccoli stagni riflettono il sole esattamente come un vasto oceano. Un sole sorge, e milioni di posti iniziano a rifletterlo. E non sono solo gli oceani, i laghi, i fiumi, gli stagni; ci sono anche altri riflessi, più sottili.

Anche prima che il sole appaia al di sopra dell’orizzonte, gli uccelli iniziano a cantare. Vengono risvegliati, qualcosa accade loro, una cosa bellissima; perché se no da dove nascerebbe la loro canzone? E sono così pieni di vita! I fiori aprono i petali… anche questi sono riflessi. Non sono obbligati; potrebbero rimanere in bocciolo. Gli uccelli non hanno un obbligo; possono decidere di non cantare, ma una cosa irresistibile al di là del loro controllo… Quando sorge il sole, qualcosa sorge anche dentro di loro: la loro energia vitale, la kundalini. Ovviamente un uccello non può essere un buddha, ma almeno può cantare, danzare, volare nel cielo solo perché è gioioso, può aprire le ali come indicazione di libertà, di vitalità. Può reclamare il cielo intero come proprio.

Tutti i fiori – dal più piccolo fiorellino di campo al più grande fior di loto, tutti di colpo creano una sinfonia. Dimenticano le loro differenze, dimenticano che ci sono fiori poveri e fiori ricchi, che ci sono i proletari e la borghesia, di colpo scompaiono tutte le classi. Nel loro fiorire, nella loro apertura, esprimono tutto ciò che hanno.

Restituiscono all’esistenza come dono ciò che l’esistenza ha dato loro. Non lo conservano, non lo accumulano. Danno indietro mille volte di più, lo moltiplicano, perché ciò che non era, apparentemente, presente nel seme, ciò che non c’era nelle radici, o nell’albero, nei rami, nelle foglie… è arrivato improvvisamente a sbocciare nel fiore: tutti i colori, i profumi. Ma aveva aspettato a lungo nella notte oscura che il sole si levasse.

La presenza del sole improvvisamente viene riflessa in milioni di modi diversi e crea una rete di luce, gioia, pienezza, di estasi traboccante. Questo è ciò che intendo con buddhafield. 3

 

Osho, tratto da:

1. The Diamond Sutra cap.9

2. The Dhammapada: The Way of the Buddha vol.6

3. Light on the path cap.13

 

 

"Il buddhafield può diventare una rete. Nelle mani di un maestro esperto non deve essere confinato a una piccola area; per questo ho introdotto le comuni. E come mettere uno specchio di fronte a una luce. Lo specchio non è in grado di produrre luce, ma può rifletterla. Un'unica luce, circondata da migliaia di specchi può creare una luce di grande portata. Ma è possibile solo se ci sono milioni di persone sparse in tutto il mondo che creano una connessione. Con questa rete di energia possiamo essere in grado di trasformare tante persone che non avevano nessuna idea, che non avevano nemmeno sognato l'esistenza di qualcosa al di là della vita ordinaria."

    (ritorna al sommario)

 

 

Spiritually Incorrect

 

Dell’autobiografia di Osho, un libro di 300 pagine curato da Sarito ed edito in USA da St. Martin Press, la prima edizione, uscita a maggio e tirata in 9000 copie, è finita in 3 settimane! Da agosto su Barnes&Noble.com è disponibile la versione elettronica (eBook) in tutti i vari formati. In tutto il mondo sono già in corso le traduzioni in 7 lingue, italiano compreso.

 

 

Quando a Osho veniva chiesto perché non scrivesse una autobiografia – o anche perché non concedesse tutta una serie di interviste a qualcuno per metterlo in grado di scrivere un resoconto accurato e sistematico della sua vita – rispondeva che lui era interessato alle verità senza tempo, eterne, e non a quei ritagli di attualità che noi usiamo raccogliere e poi definire storia. Oppure chiariva che la sua vera autobiografia era l’insieme dei suoi discorsi, raccolti in centinaia di volumi, e la “sua gente”.

L’uscita, il maggio scorso, di Autobiography of a Spiritually Incorrect Mystic diventa così, in questa ottica, una specie di koan zen. Sarito, che lavora a New York con la OIF e ha compilato questo libro pubblicato da St. Martin’s Press, ce ne parla.

 

Da anni varie case editrici continuavano a chiederci una biografia “ufficiale” di Osho, e noi abbiamo sempre rifiutato. Proprio per la stessa ragione, credo, di cui parlava Osho: cosa si poteva dire di pregnante su di lui che lui stesso non avesse già detto nelle sue centinaia di discorsi? Poi finalmente siamo stati contattati da un editore che riusciva a vedere l’importanza di costruire una “autobiografia” con le parole stesse di Osho: usando ciò che lui aveva raccontato di se stesso, piuttosto che trovare qualcuno che scrivesse su di lui.

E a livello di evoluzione personale questo è successo proprio nel momento in cui eravamo pronti a farlo: prima io non sarei sicuramente riuscita a lavorare a un simile libro. Ho meditato alla sua presenza, sedendo davanti a lui… e questo mi ha cambiato la vita. Ho sviluppato con lui – come molti – una “relazione personale”, anche se lui continuava a chiarire che da parte sua non esisteva nulla di simile nei nostri confronti, e che questa relazione con la sua persona era un totale fraintendimento. Ho dovuto poi imparare a fare a meno della sua presenza fisica, e a vedere cosa questa significasse per me. E nello stesso tempo arrivavano molte persone nuove, che non avevano mai conosciuto Osho “nel corpo”, e vedevo come la loro comprensione della visione di Osho fosse spesso così immediata e profonda – e per me c’erano voluti anni! Personalmente questo mi ha dato – e credo sia lo stesso per molti di noi che hanno conosciuto Osho “nel corpo” e hanno partecipato a tutta l’evoluzione di questo fenomeno – una prospettiva molto più ampia e profonda del suo lavoro.

 

Il libro inizia con le storie che Osho racconta di quando era bambino e dei suoi anni di università. È un’introduzione a come lui si definiva: un uomo comune. Osho dice che la sua biografia è finita con l’illuminazione, e proprio per questo motivo la narrazione convenzionale, di tipo cronologico finisce più o meno con quell’avvenimento. Poi c’è la parte che preferisco: si chiama “Reflections in an Empty Mirror” (riflessi in uno specchio vuoto) e contiene le risposte di Osho alle varie proiezioni che di volta in volta la gente faceva su di lui: cominciando dal “guru del sesso” e via via “fondatore di una setta”, “il guru delle Rolls-Royce” eccetera. Segue tutta una scelta di testi per evidenziare l’apporto originale del suo insegnamento e delle sue tecniche: dalle meditazioni attive fino alla sua visione di Zorba il Buddha e di una “religiosità che trascenda le religioni organizzate”.

C’è poi un’appendice che presenta i fatti principali della sua vita e del suo lavoro – spesso commentati con le sue stesse parole – e un elenco delle fonti.

Credo che alcuni di noi abbiano la tendenza a fissarsi su un particolare periodo storico e decidere: “Ecco, questa era la parte originale, reale del suo lavoro”. Ma diventa molto chiaro, quando si vede tutto questo pellegrinaggio da qui a qui… a qui – perché è sempre qui dove il tutto ci riporta – che l’intero percorso è semplicemente un mistero poliedrico e incredibilmente poetico che continua ad aprirsi davanti a noi.

 

 

 

Sento che l’abilità di Sarito nello scegliere e disporre questi brani riflette una profonda comprensione di Osho e del suo lavoro. E conoscendola personalmente so che il suo impegno nell’affrontare i trabocchetti insiti in ogni antologia è stato profondo e totale: a un certo punto l’ho anche sentita dire che non taglierà mai più, in vita sua, un brano di Osho.

Ma il risultato è davanti ai nostri occhi, e lei esce da questo lungo lavoro facendomi tornare in mente una famosa storia di Osho dove un sarto, al quale il re aveva regalato delle meravigliose forbici d’oro tempestate di pietre preziose, le rifiuta con un sorriso: “Non mi servono, mi basta un semplice ago: non mi interessa tagliare le cose per separarle, preferisco cucirle insieme.”

E proprio in questo modo Sarito dimostra un’impeccabile sensibilità per la ‘poesia’ di Osho, cucendo insieme un testo meravigliosamente leggibile che in qualche modo mantiene intatta la fragranza del silenzio di Osho.

Mi sembra proprio il libro che molti di noi stavano aspettando da tanti anni. Uno dei corsi che tengo è intitolato “Tre mistici moderni” dove esploriamo la vita e il lavoro di Krishnamurti, Gurdjieff e Osho; adesso sono sicura di poter offrire ai miei studenti un’opera introduttiva a Osho che è sullo stesso livello di completezza e profondità di Taccuino di Krishnamurti e La mia giovinezza con Gurdjieff di Fritz Peters.

…Molti avranno magari già letto e ascoltato questi aneddoti sulla vita di Osho prima dell’illuminazione: i ricordi della sua infanzia con la sua cara Nani e il nonno, il continuo confrontarsi con gli insegnanti, i divertenti episodi del suo periodo da studente universitario (specialmente le sue continue, bonarie prese in giro dell’amato Prof. S.S. Roy) e poi lo stile di insegnamento veramente rivoluzionario che adottò in seguito con i propri studenti. Comunque, almeno a me, non è mai capitato prima di vedere tutti questi illuminanti episodi uniti in una maniera tale da poter seguire così facilmente lo “spirito” di Osho nell’affrontare situazioni e drammi comuni a tutti noi: la vita familiare, il sistema educativo, il lavoro, i capi, i soldi...

E Osho ci offre indicazioni su come sia riuscito, in tutto questo, a rimanere imperturbato, impermeabile ai vari condizionamenti sociali. Ad esempio: “Durante la mia vita ho continuato a vedere come, se si è pronti a sacrificare anche solo un po’ la propria rispettabilità, diventa facile seguire la proprie idee. La società vuole imbrogliarti. Da una parte mette la rispettabilità, all’interno del tuo sistema di valori, su di un piedistallo molto alto e dall’altra mette tutte le cose che non vuole farti fare: e così, se le fai, perdi rispettabilità. Ma se sei pronto a dichiarare che la rispettabilità non è qualcosa che ti interessa, la società diventa assolutamente impotente.”

Prartho su “Viha Connection

 

 

“Per trentacinque anni ho continuato a parlare, senza uno scopo. Con tutto quel parlare avrei potuto facilmente diventare primo ministro, o presidente della repubblica, senza sforzo alcuno. Parlando così tanto avrei potuto fare di tutto… e che cosa ci ho guadagnato? Ma innanzitutto non cercavo un guadagno: mi piaceva. Era la mia opera d’arte, era il mio canto, la mia poesia. Proprio quegli attimi, quando io sto parlando e vedo che fra di noi si è creata un’intima comunicazione – una comunione – quei momenti quando vedo che i vostri occhi si illuminano, che avete capito, compreso… mi danno una tale gioia profonda che non credo possa essere superata da niente altro.”

OSHO

 

 

 

La recensione che segue scritta da Bonnie Johnston è apparsa sul numero di maggio di Booklist Review, la “Bibbia dei bibliotecari americani” la rivista cioè che informa decine di migliaia di bibliotecari pubblici e scolastici sulle più importanti novità editoriali da acquisire per la propria biblioteca.

 

 

“L’autobiografia postuma di Osho ci permette di dare uno sguardo in maniera molto soddisfacente alla vita di uno dei più radicali maestri spirituali del XX secolo.

Questo libro, una raccolta di aneddoti raccontati da Osho stesso durante i suoi numerosi discorsi, mantiene un tono colloquiale, che ben si presta a mostrare la personalità  dinamica di questo guru, spesso al centro di controversie, mentre offre esempi della sua visione su meditazione, illuminazione, sesso, denaro, educazione e evoluzione della consapevolezza.

Osho non ha paura di scontrarsi con le maggiori religioni di questo mondo, denunciando chiaramente inconsistenze e ipocrisie dovunque ne veda, e contemporaneamente raccogliendone gli aspetti validi in una sintesi fondata sulla meditazione. Osho risponde anche ad alcune delle critiche che gli sono state fatte per il suo comportamento apparentemente provocatorio e per le sue tendenze da iconoclasta. Si dimostra un uomo affascinante, uno scrittore e conferenziere prolifico, con una grande cultura, e profondamente appassionato nella sua ricerca della verità.

Anche per chi può non essere interessato agli insegnamenti di Osho e alle controversie che hanno circondato il suo movimento, la sua autobiografia si rivela piacevolmente interessante, piena di profondo buon senso e per alcuni, forse, persino una rivelazione.”

 

 

“Sì, sono l’inizio di qualcosa di nuovo, ma non l’inizio di una nuova religione.

Sono l’inizio di un nuovo tipo di religiosità, che non conosce aggettivi, né confini; che conosce solo la libertà dello spirito, il silenzio del tuo essere, la crescita del tuo potenziale, e, alla fine, l’esperienza del divino che ti appartiene – non di un dio esterno a te,

ma di un divino che trabocca dal tuo intimo.”

 

Con queste parole di Osho

inizia la Autobiography of a Spiritually Incorrect Mystic

 

 

IN ITALIA

 

L’edizione italiana dell’autobiografia di Osho uscirà da Mondadori in data non ancora stabilita.

Alcuni estratti saranno comunque disponibili in rete già nella primavera del 2001 quando, nel nuovo portale della maggiore casa editrice italiana, Osho si vedrà assegnato uno spazio tutto suo con foto ed estratti in anteprima dai libri in uscita.

Questo portale (www.scrittorincorso.net), nato per mettere a più stretto contatto autori e pubblico si sta strutturando in veri e propri siti, ciascuno dedicato agli autori che Mondadori ritiene di maggior rilievo.

 

 

Nel frattempo Autobiography of a Spiritually Incorrect Mystic può naturalmente essere ordinato da OSHOBA (prezzo lire 48.000).

 

Sempre sulla vita di Osho sarà disponibile da novembre anche una videobiografia in italiano, Osho 1931-1990, prodotta da Oshoba e N.S.C.

    (ritorna al sommario)

 

 

Un Libro da Vivere

 

 

IL MANIFESTO

DELLO ZEN

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News Services Corporation

Pagine 332 Lire 30.000

 

 

il compito dello zen: L’incredibile compito dello Zen è farvi uscire dalla prigione della mente. Non si tratta di filosofia intellettuale, anzi, non è affatto una filosofia. Non è neppure una religione, perché non presenta finzioni, né menzogne, né consolazioni: è il ruggito di un leone.

 

libertà da se stessi: Avete sentito parlare di molte libertà: libertà politica, libertà psicologica, libertà economica. Esistono molti tipi di libertà, ma lo Zen è la libertà suprema, la libertà da se stessi.

 

thomas merton: La storia di Thomas Merton è molto triste. Tra gli occidentali è stato quello che di più si è avvicinato allo Zen. Aveva la sensibilità di un poeta; gli altri si avvicinano allo Zen con la mente, con l’intelletto. Thomas Merton era un monaco trappista, viveva sotto il controllo del Vaticano. Chiedeva continuamente di poter andare in Giappone a vivere in un monastero zen. Alla fine ebbe la possibilità di partire, ma non aveva capito come operano le religioni organizzate. Quella stessa notte venne trovato morto.

 

più a fondo del cuore: Il cuore può comprendere più in profondità rispetto alla mente; ma lo Zen va molto più a fondo del cuore. Il cuore potrà essere solo una breve sosta, un pernottamento. Mentre stai andando verso il tuo essere, il cuore, l’arte, la musica, la danza, la poesia, la pittura, la scultura, possono essere la semplice sosta di una notte. Devi andare oltre, più a fondo. Devi raggiungere le radici stesse della tua vita.

 

senza scopo: Perseguire qualcosa è sempre un andare all’esterno. Inseguire qualcosa significa sempre rincorrere ciò che è fuori di te. Noi non inseguiamo nulla, abbiamo lasciato cadere tutti questi modi di essere: inseguire questo o quest’altro, rincorrere soldi, potere, prestigio, la realizzazione del sé, dio. Noi semplicemente ci rilassiamo e ci riposiamo nella nostra stessa fonte.

 

una pura ricerca: Tutte le religioni dipendono da menzogne. Lo Zen non è una religione, per cui non ha bisogno di dipendere da menzogne. è una ricerca pura. Non si muove nella ricerca con dei pregiudizi o dei credo. Non dice nemmeno che troverai. Non si può mai dire: vai semplicemente a vedere in prima persona, se all’interno esiste qualcosa oppure no.

 

l’essenza dello zen: Lo Zen non conosce comandamenti. Lo Zen conosce solo una vita smisurata che contiene ogni tipo di contraddizione in profonda armonia. La notte è in armonia con il giorno, la vita è in armonia con la morte, la terra è in armonia con il cielo. La presenza è in armonia con l’assenza. Questa immensa armonia, questa sincronicità è l’essenza del Manifesto dello Zen.

 

la radice dell’infelicità: Non fare richieste all’esistenza, altrimenti soffrirai. Tutti coloro che vivono nell’infelicità, sono infelici semplicemente perché pensano che un certo proposito debba essere adempiuto, un certo successo, una certa ambizione debbano essere raggiunti. E quando non lo sono, e ci sono moltissime probabilità che non lo siano… ti senti infelice. Ma anche se raggiungessi quelle mete, ti sentiresti infelice, perché quando raggiungi qualcosa, scopri che non c’è niente da raggiungere.

 

non più schiavi: La maggior parte della gente ha vissuto in schiavitù a causa di un semplice fattore psicologico: la schiavitù è la sicurezza di una gabbia. Il canarino nella gabbia non si deve preoccupare del cibo, dei nemici, non si deve preoccupare del cambio delle stagioni… ma ha venduto la sua libertà per tutte queste sicurezze. L’intento dello Zen è tirarti fuori da queste gabbie. Queste gabbie hanno nomi bellissimi: cristianesimo, induismo, giainismo, buddhismo. L’intento dello Zen è questo: non importa che tipo o che forma abbia la gabbia in cui vivi, non vivere più in gabbia! L’intero universo è a tua disposizione.

 

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