SOMMARIO

 

2 CENTRI DI OSHO IN ITALIA

Tutti i Centri di meditazione di Osho divisi per regione

 

6 LE NOTIZIE

Da Pune e dal Mondo

 

8 RIFLESSIONI

La via del cuore "vuoto"

Trascendere la mente, trascendere il cuore per giungere a una chiara, cristallina consapevolezza.

 

L'altra mattina in Buddha Hall

La tua mente cambia a ogni istante, e così le emozioni. Solo il testimoniare...

 

13 IL MAESTRO

Zen: il sentiero del vuoto

Nel rispondere a Coleman Barks, traduttore di Rumi ed esperto di Sufismo, Osho indica i limiti della via del cuore.

 

16 IL MONDO

Educazione: prepararsi a essere se stessi

Invece di continuare a incoraggiare il conformismo è necessario aiutare lo sviluppo delle qualità individuali.

 

22 CONOSCERSI

Come me la cavo?

È semplice accorgersi da soli dei progressi sul cammino della meditazione.

 

24 DALL'ITALIA

Un'alchimia tra cuore e tecnica

La danza come occasione per entrare in contatto con il mondo interiore: esprimere emozioni e pensieri per diventarne consapevoli.

 

27 ESPERIENZE

Deprogrammare un genitore

Per i genitori è spesso quasi impossibile accettare alcune fondamentali scelte di vita dei figli.

 

30 BUDDHA DOVUNQUE

Il grande bianco

Nello spazio incontaminato del circolo polare artico, meditare è più facile .

 

Gatti orologi e consapevolezza

La giornata di un meditatore.

 

38 SPECIALE

Il processo di decondizionamento

Fin dalla nascita veniamo condizionati a comportarci in base a modelli prestabiliti. Diventarne consapevoli è il primo fondamentale passo per liberarci di questa schiavitù.

 

46 BENESSERE

In forma senza stress

Non torturarti, divertiti!

 

48 UN LIBRO DA VIVERE

Dal sesso all'eros cosmico

 

50 TUTTE LE STELLE

Il tuo oroscopo di settembre.

 

52 LA VETRINA

Tutti i libri di Osho in italiano, i video di Osho, le musiche per la meditazione e il rilassamento.

 

60 MEDITAZIONE

STOP !

Una tecnica semplice ma efficace per evitare di comportarsi sempre in maniera automatica.

 

OSHOTIMES INTERNATIONAL

Copyright© 2000 OSHO INTERNATIONAL FOUNDATION Tutti i diritti riservati OSHO® è un marchio registrato di proprietà della Osho International Foundation, usato con il suo permesso.

 

 

 

LE NOTIZIE

 

 

Luna Piena

 

A Pune le piogge monsoniche erano in ritardo, quest’anno, e il loro arrivo è coinciso con quello di migliaia di persone che venivano alla Comune per festeggiare l’Osho Full Moon Festival, che si tiene tutti gli anni per la luna piena di luglio. 11 giorni pieni di avvenimenti: in Buddha Hall molte meditazioni “speciali” – alcune tratte dal Vigyan Bhairav Tantra, il Libro dei Segreti – ed eventi serali quali concerti, recita di poesie da parte di rinomati poeti indiani e una fantastica presentazione sul grande schermo del lavoro di Osho in tutto il mondo. E poi presentazione di nuovi libri, mostra mercato di ceramiche fatte dagli artisti della comune, spettacoli di danza e cabaret un po’ dovunque durante l’intervallo di mezzogiorno: un’atmosfera di celebrazione resa ancora più calda dal fatto che per molti di coloro che amano Osho, in ogni parte dell’India, questa è l’occasione tradizionale per venire a visitare la comune – un viaggio spesso programmato un anno o due in anticipo  e che prevede anche giornate intere in treno e la partecipazione di tutta la famiglia, talvolta anche più di una dozzina di persone fra nonni, nipoti cugini e così via.

 

 

Rinascita in America

 

Contentissima Ma Vatayana, che a Pune si prende cura delle Global Connection, al ritorno dal suo tour negli Stati Uniti. Nell’ambito delle celebrazioni per Osho 2000 ha offerto in sei diverse città americane il “Born Again”, la terapia meditativa ideata da Osho che permette di “tornare bambini” riscoprendo così la creatività, l’innocenza e la gioia di vivere al riparo dalla repressione e dai condizionamenti della famiglia e della società. Il tour di sei settimane ha portato Vatayana dall’Ohio al Texas, dalla California alla Florida con un ritmo tipicamente americano:  gruppo dal venerdì sera al giovedì, poi il venerdì mattina si parte e si raggiunge in volo una nuova città…  dove il tutto riparte. La risposta è stata buona – una dozzina di persone ogni gruppo –  senza contare le 20 o 30 che nelle diverse città si univano ai partecipanti ogni fine settimana per un Meditation Intensive (campo di meditazione). Il 60% dei partecipanti erano persone solo di recente entrate in contatto con la meditazione, spesso dopo aver conosciuto Osho attraverso il suo sito WEB o dai suoi libri che adesso sono pubblicati in USA da un editore di larga diffusione. Un’altra bella novità portata da Vatayana è che i “vecchi sannyasin” americani hanno finalmente superato lo shock dell’improvvisa fine del Ranch e dell’espulsione di Osho dal paese. Si sta diffondendo un nuovo, sano atteggiamento verso Osho e la meditazione, e questa è stata una delle ragioni che l’hanno portata a offrire proprio il Born Again.

 

 

Un Premio a Nirodh

 

Erano in pochi a sapere che Sw. Nirodh – direttore del centro di meditazione Osho Arihant a Varazze, animatore della Oshorchestra e musicologo, fosse anche un poeta. Ma adesso il segreto non è più tale perché ha ricevuto anche un premio. Due sue composizioni sono state scelte per la finale, fra 507 partecipanti, e così gli è stato conferito il diploma d’onore Marca D’Aleramo per la poesia.

 

 

Istinto

Senza cultura

Senza ragione

Senza fatti da raccontare

Ma solo l’istinto

Che cerca la via

Per scorrere e arrivare

Nel non-posto infinito

Dove tutto si comunica

A sorrisi.

 

 

Dagli Appennini alle… Ande

 

Incontri coi brujo (stregoni) dell’Amazzonia, riti sciamanici, piantagioni tropicali, ponti sospesi, tribù di indios… queste sì che sono vacanze, specialmente se si continua ad avere dentro il contatto con Osho e la meditazione. E così Ma Panth Megha, la coordinatrice del centro di Osho di S.Maria Nuova (An) nell’entroterra marchigiano, si è presa un meritato periodo di riposo… ed è andata a trovare Ma Prem Ameeta, nel centro Osho Bhadra di Saguangal, in Ecuador. Già il viaggio è un’avventura: raggiunta Quito, la capitale del paese, bisogna prendere un pullmann di linea, poi un tratto in fuoristrada, attraverso un paesaggio che diventa sempre più selvaggio e affascinante. Finalmente si raggiunge il centro, situato in una finca: “Non trovo le parole adatte per descrivere la bellezza della natura che circonda questo posto. Piantagioni di platanos, radure, fiori,   alberi tropicali, cinguettio di uccellini e il suono del fiume che scroscia fra le pietre – insieme all’accoglienza di Ameeta – mi hanno fatto subito dimenticare la stanchezza del viaggio,” ci scrive Megha. L’azienda agricola produce in proprio latte, yogurt, frutta – anche per il mercato –  e un gran numero di vegetali a coltivazione biologica: non a caso nei loro volantini offrono comida campestre con el sabor autentico de nuestra tierra (non c’è bisogno di traduzione, vero?). Ma oltre allo Zorba si soddisfa anche il Buddha: “La sala di meditazione è situata vicina al fiume, e il solo sedersi lì, ad ascoltare il suono dell’acqua che scorre, mette in pace con se stessi,” racconta Megha, una Reiki master che durante il suo soggiorno ha anche dato alcune iniziazioni. Ancora più emozionante è stato l’incontro con gli indios Los Colorados  così chiamati perché si dipingono di rosso la sommità del capo – e la partecipazione ai riti tenuti dai loro brujo, gli stregoni della tradizione sudamericana. Fra bagni purificatori con erbe magiche, rituali di connessione con la madre terra e “battesimi di luce”, Megha ha anche parlato loro a lungo di Osho, destando un notevole interesse, al punto che le hanno chiesto di portare libri e video quando torna…

Certo, perché a settembre Megha sarà di nuovo in Ecuador, ci sono già in programma un campo di meditazione e alcune iniziazioni di Reiki!

 

 

Arte e Silenzio

 

Ma Prem Veena sta portando in Italia una mostra di arte oggettiva di grande impatto sia emotivo che meditativo: si tratta delle firme di Osho, trasformate in serigrafie, con splendidi colori e di vari formati (alcune raggiungono i 90 x 60 cm.). Un’espressione del tutto particolare della dimensione in cui Osho era ed è immerso.

Come lui stesso ha chiarito: “Se sei immerso in un assoluto silenzio, tutto ciò che accade in quel silenzio assume tonalità nuove. Diventa la nascita dell’arte per eccellenza. D’altra parte, si può anche dire che immergersi nella semplice osservazione di quell’arte risveglia davvero l’esperienza del silenzio. Provare per credere!

La prima opportunità è a Verona. La mostra è organizzata, dal 23 settembre al 1 ottobre, da The Goose is Out, un nuovo spazio gestito da Anjee e Sabaat (Via Sirtori  9  tel. 045 914580) dedicato alla meditazione e alla creatività. L’Osho Times, su uno dei prossimi numeri presenterà un ampio servizio sulle firme di Osho e su tutte le possibili implicazioni dell’arte oggettiva.

 

 

Osho 2000 a Firenze

 

Organizzato da Osho Miasto con l’aiuto del Loto Rosa OMC e dei sannyasin toscani, l’Osho Tribute a Firenze (16–17–18 giugno) è stato ospitato nei prestigiosi locali rinascimentali dell’Accademia Italiana delle Arti in Piazza Pitti, messi a disposizione in spirito di amicizia dal  Presidente dell’accademia, Vincenzo Giubba. Dalla mattina presto a notte fonda si sono alternati eventi di meditazione e concerti, lettura di poesie e danze, con una partecipazione di oltre 300 persone e si è magicamente realizzato un giusto equilibrio tra meditatori e “curiosi” che ha consentito di creare quell’atmosfera da buddhafield così importante per apprezzare la meditazione. Significativi i momenti di spettacolo degli artisti amici di Osho, come Gabin Dabirè & C. coi loro ritmi afro, e Alberto Fortis il grande cantautore degli anni 70 tornato dopo 20 anni passati in America. Momenti che testimoniano come l’apertura alla visione di Osho travalichi i suoi sannyasin raggiungendo il mondo dell’arte e della cultura, presente con i messaggi di Guido Ceronetti, di Barbara Alberti e di Franco Bolelli.

 Per il futuro, Vincenzo Giubba ha confermato la sua disponibilità a proseguire questa collaborazione per favorire “un ponte continuo tra il mondo di Osho e la città di Firenze”.

    (ritorna al sommario)

 

 

La Via del Cuore Vuoto

di Dhiren

 

Dhiren è una persona veramente qualificata per sostenere una discussione sull’intuizione di Osho rispetto alla relazione tra la testa e il cuore, e il superamento di entrambi. Medita da oltre venticinque anni, prima di incontrare Osho aveva seguito il lavoro di Gurdjieff, mentre ora, alla Osho Multiversity di Pune, conduce gruppi sull’amore e la sessualità.

 

 

Alcuni di noi che si considerano in sintonia con la visione di Osho, reputano un “articolo di fede” che sia fondata sul cuore, che sciogliersi e vivere nel cuore sia la meta definitiva di ogni vero meditatore.

Per me il coinvolgimento nel lavoro di Osho e l’aver vissuto in molte comuni, negli ultimi vent’anni o giù di lì, è stata l’occasione per indagare quanto ho veramente compreso, a livello personale, rispetto al cuore. E qualche burrascosa storia d’amore mi ha aiutato di sicuro in tutto questo!

Quando sono arrivato alla comune di Pune, alla fine degli anni settanta, l’energia più palpabile ed evidente era un amore e una devozione così forti, da potersi praticamete toccare, sia nella comune che nei suoi dintorni.

Questo aspetto della vita intorno a Osho era per molti di noi la miccia che, con un bel botto, poteva dare la sveglia al ricercatore addormentato. Per molti di noi, assolutamente ignari fino ad allora che un “sentiero spirituale” potesse diventare un fondamento vivo e sostanzioso delle nostre vite, è stata una rivelazione. Sì, era possibile essere un amante, un creativo e anche un ricercatore sincero.

Comunque Osho non parlava solo del sentiero dell’amore, ma anche del sentiero della consapevolezza o testimonianza.

“Ci sono due sentieri, ci sono solo due sentieri. O si segue la consapevolezza o si segue l’amore. Entrambi arrivano alla stessa meta, ma si muovono su territori diversi.”

Con infinita compassione, negli anni seguenti, Osho rispose a tutte le nostre – stravecchie – domande sull’amore, sulle relazioni e sul sesso. Poi, forse quando sentì che eravamo pronti per riceverla,la bomba! Ci rivelò che anche i nostri sentimenti più intimi e i nostri attaccamenti più profondi facevano parte della mente!

“Il vostro cuore non è che una centrale di pompaggio” ci spiegava, una sosta necessaria per raggiungere l’essere, ma era meglio fermarsi una notte sola. L’amore è essenziale per la crescita spirituale, e tuttavia non è la meta, e noi stavamo imparando quanto sia facile restare bloccati là.

“Devo spezzarvi il cuore,” dichiarava Osho. Ho distrutto la vostra mente – il primo passo è stato fatto. Il secondo passo è più duro, perché il cuore è più vicino all’essere di quanto non lo sia la testa. È molto facile vedere l’immondizia che avete nella testa; è molto difficile vedere quella del cuore… Il lavoro più grosso inizia quando cominciate a disidentificarvi dal vostro cuore.”

Era come se ci avesse blanditi e incantati per farci uscire dalla nostra preoccupazione, prettamente occidentale, per la mente – dalla deificazione che ne avevamo fatto – e ora lentamente ci stava togliendo anche le illusioni sul cuore. Si rifiutava di permettere che usassimo la sua visione radicale della vita – dell’uomo nuovo – per costruirci un riparo.

Quando Osho lasciò l’India per gli Stati Uniti era ormai chiaro che la festa – o almeno quel tipo di festa – era finita. Una festa del tutto differente cominciò presto miracolosamente ad accadere nel deserto dell’Oregon. La via del cuore ora doveva incontrarsi con le vie del mondo e con le crude realtà della costruzione di una città nel mezzo di un nulla.

Come se non bastasse, allo stesso tempo sembrava che Osho ci stesse svezzando dall’incomparabile latte che era la sua presenza fisica. Con un maestro che era quasi completamente entrato in silenzio, cosa dovevamo farcene di tutta quella sovrabbondanza di devozione che una volta era diretta a lui? Dovemmo trovare un’espressione concreta – spesso in senso letterale, visto che abbiamo gettato tonnellate di cemento (concrete in inglese) – e così il costruire giorno e notte diventava quasi un modo di vivere.

La devozione per la visione del maestro divenne il modo attraverso cui l’amore poteva essere condiviso e mostrato. I problemi personali e i “drammi” delle nostre storie d’amore – attraverso i quali spesso cerchiamo di recuperare l’innocenza e il potere del cuore – finirono in secondo piano rispetto ai bisogni della comune.

E così si arrivò, dopo qualche anno, nel settembre 1985, alla rivelazione di tutte le cialtronerie che dovevano portare in poco tempo alla “caduta” di Rajneeshpuram. Una delle lezioni più importanti per me fu di capire la differenza fra innocenza e credulità, e che c’era bisogno di bilanciare fiducia e dubbio, testa e cuore.

Qualche anno dopo, a una del gruppo coinvolta nell’imputazione di tentato omicidio e altri crimini, durante i drammatici eventi che precedettero la partenza di Osho dagli Stati Uniti, fu chiesto come un tale crimine fosse stato anche solo concepibile. Lei rispose qualcosa tipo: “Be”, non dovevamo forse andare oltre il cuore?”

Credeva veramente che andare oltre il cuore fosse una base ragionevole per andare contro il cuore?

Quando la testa non si unisce al cuore a creare una nuova sintesi, ma invece lo stringe fra le sue grinfie, qualsiasi incubo può diventare realtà. Ne sono testimonianza le migliaia di guerre combattute nel nome dell’amore per il “nostro” dio o per la “nostra” patria.

Quello che avevo in precedenza imparato da Gurdjieff ebbe un nuovo sprazzo di vita quando vidi che i tre centri – agire, sentire e pensare (o corpo, cuore e mente) – avevano una vera possibilità di armonizzarsi, di funzionare meno a casaccio e più consapevolmente e creativamente. “Se tutti e tre i centri funzioneranno insieme”– sentii che Osho diceva – “l’uomo potrà funzionare totalmente. Al cento per cento. Possiamo veramente creare un paradiso qui, sulla terra.

Tornando al ranch, in quegli anni stavamo scoprendo sulla nostra pelle che il paradiso di cui Osho parlava, non poteva assolutamente essere accettato come una manifestazione del Sogno Americano.

Quando Osho ritornò in India, il giardino del maestro cominciò a fiorire attorno a lui – e lui cominciò a parlare di “vacuità del cuore”, come sinonimo di consapevolezza. Così facendo usava una parola tanto cara a noi, ma svuotata di tutto quanto noi vi avevamo sempre investito.

E se noi ancora non ne avevamo afferrato il senso, ci pensò lui a chiarircelo a tutte lettere, quando rispose alla domanda di Coleman Barks, uno studioso di Sufismo e famoso traduttore di Rumi, che venne a visitare la comune.

Osho (vedi pg 13) disse a Coleman che il Sufismo è molto bello, che lui – come Coleman – amava Rumi, ma che il Sufismo è basato sulla dualità devoto-dio e che “la via” si trovava al di là dell’amante e dell’amato, del soggetto e dell’oggetto. E suggeriva a Coleman di lasciare lo studio di tutta la sua vita sul Sufismo, per passare allo Zen, la non-mente.

Infatti precedentemente, nei primi anni di Pune, Osho ci aveva detto: “L’amato è dentro di voi, l’adoratore è l’adorato. L’amato è dentro di voi, dovete solo andare al centro più profondo del vostro essere. Scendete dalla testa al cuore, e dal cuore all’essere. Muovetevi dal pensare al sentire. Siate semplicemente e quello sarà l’incontro con l’amato. L’incontro è già avvenuto, solo che non ne siete consapevoli, siete semplicemente inconsci.

Come ho potuto lasciarmelo sfuggire?

Come accade spesso con quello  che Osho dice, sembra che sentiamo solo quello che scegliamo o che riusciamo a sentire.

Più tardi, negli anni di Pune, sera dopo sera, alla fine di ciascun discorso sullo Zen, Osho ci guidò in alcuni dei più intensi e mirati esperimenti: le meditazioni let-go. Mentre ci guidava per alcuni minuti di gibberish e poi nel silenzio e nel “restare come morti”, era solito dire: “Rilassatevi, lasciatevi andare. Il corpo è morto, la mente è andata lontano. Siete rimasti solo con un piccolo centro, ma questo centro è la porta d’entrata dell’esistenza. Attraverso questo centro siete collegati col cuore universale.

 

“Non dimenticate mai la via. È molto semplice: dalla mente al cuore, dal cuore all’essere e dall’essere al puro spazio. Questo puro spazio è il buddha.”

 

Se mai ci potesse essere una mappa vivente per questa esplorazione, il viaggio interiore, questa sembrava quella giusta – non una teoria o una tecnica da provare a un certo punto, ma “un dito che indica direttamente la luna”.

Il senso di tutto ciò non sta nel darvi semplicemente una specie di panoramica di alcuni stadi del lavoro di Osho. Lui ha reso quasi impossibile questo tipo di esercizio intellettuale ed erudito.

Ma forse lo si può vedere metaforicamente, come un modo di capire alcune delle buche – o anche veri e propropri fossi – dove possono cadere i meditatori. Certo si hanno delle reazioni fortissime quando vengono attaccati dei concetti stabilizzati sul significato complessivo della ricerca.

Uno dei modi che usiamo è proiettare le nostre paure all’esterno, su figure percepite come autoritarie o sulla comunità in cui viviamo. Un altro modo è cercare di restituire il colpo a chi “ha disturbato il nostro sonno” – come avrebbe detto Gurdjieff. Oppure cadere in uno stato di rassegnazione e forse tentare di nuovo con un altro dito… meno offensivo!

Un’altra reazione ancora è quella di ignorare assolutamente il cuore per dirigerci verso un’interpretazione pseudo-scientifica della spiritualità. Forse questa è una scelta obbligatoria fatta dalla mente che spera di riuscire a sistematizzare le parole di un maestro, rendendole comode e gradevoli.

Eppure, cosa abbiamo da perdere nel concederci, come Osho suggerisce, di lasciarci portare in ciò che è inconscio e indefinibile e forse anche in ciò che è inconoscibile e indefinibile?

“Chi segue lo Zen chiama questo stato [di verità] lo stato della pura essenza, il tathata. Uno è, semplicemente. Non fa niente, non pensa niente, non sente niente: è, e basta. Questo stato di essenza è l’esperienza estrema della beatitudine. Dopo di essa non c’è niente. Ed è la meta. La ricerca, l’eterna ricerca di ogni essere è arrivare a questo stato di pura essenza.”

 

 

* * * * *

 

 

Fin dall'inizio, dal momento in cui vedi la tua luce, la tua fonte di vita, tutto questo ha una bellezza così straordinaria, che nasce il desiderio di fermarsi, perché sei arrivato. Non farlo! Ad aspettarti c'è molto, molto di più. Quando tu sei completamente svanito... quando ti guardi intorno e non trovi più te stesso... quella è la conclusione. Questo andar oltre è il buddha.

 

 * * * *

 

 Il fatto è che ciò che i Sufi chiamano cuore non è nient’altro che parte della loro mente. La mente può fare molte cose: pensare, provare emozioni, immaginare, sognare, autoipnotizzarsi – tutte queste attività sono della mente. In realtà non esiste un cuore, in questo senso: viene fatto tutto dalla mente. Per tradizione si è sempre fatta questa abituale divisione, e cioè che l’immaginazione, i sentimenti e le emozioni appartengono al cuore. Ma il tuo cuore non è che una centrale di pompaggio. Tutto ciò che pensi, immagini o provi rimane all’interno della mente. La tua mente ha settecento centri che controllano ogni cosa.

Quando lo Zen parla di un cuore vuoto si sta semplicemente riferendo a una mente vuota. Per lo Zen mente e cuore sono sinonimi. L’enfasi è sull’essere vuoti. Una mente che è vuota diventa la porta per l’esistenza che ci circonda – ma prima deve essere davvero vuota. Il Sufismo è un meraviglioso frutto dell’immaginazione. Lo Zen non ha niente a che fare con l’immaginazione.

Bisogna liberarsi di tutto.

Osho, Rinzai: Master of the irrational

    (ritorna al sommario)

 

L’altra mattina in Buddha Hall …

di Nirava Vasu

 

Il tuo corpo nasce e muore. La tua mente cambia a ogni istante. Solo questo testimoniare è la tua eternità.

 

 

 Sì, l’altra mattina sono andata in Buddha Hall per la Vipassana. Arrivata appena in tempo, mi sono seduta comoda (come ci raccomanda sempre la conduttrice) e sono subito andata con l’attenzione a quel pezzetto di pancia, appena sopra l’ombelico, a osservare il respiro che lo solleva nell’inspirazione e lo lascia andare nell’espirazione. Ho sentito immediatamente che era un momento buono, che mi lasciavo andare, che entravo nella meditazione. Però mi frullava ancora per la mente il discorso appena fatto con un’amica. La differenza che Dhiren (stavo traducendo un suo articolo che ne parlava) aveva capito, beato lui, esistere tra la credulità e l’innocenza.

Più volte mi è stato detto che sono innocente. Ma non sono mai riuscita a sentirlo vero, c’era una nota stonata, qualcosa che mi suonava falso. L’innocenza è una bella qualità, mi sarebbe piaciuto possederla, ma non mi sembrava che fosse il mio caso.

Quello che succede a me, a volte, è di non imparare dall’esperienza. Per cui, quando la situazione si ripropone  zac, io ci ricado dentro. Certo c’è anche il lato positivo. Una certa freschezza, l’entusiasmo, lo stupirsi. Tutte cose bellissime alle quali non rinuncerei, ma che mi richiamano alla mente il Puer Eternus, così ben descritto da Jung. L’eterno fanciullo che attraversa la vita, senza invecchiare mai, inventando sempre nuovi scherzi, divertendosi dei suoi giochi, piacevole e contento. Ma, avvertiva Jung, quando l’archetipo è scisso dal suo opposto, le cose non vanno bene. Il Fanciullo non matura mai in un adulto, nella sua pienezza responsabile e il suo opposto,  il vecchio Senex, lasciato solo, diventa sempre più pesante e arcigno. La soluzione, la completezza, la guarigione consistono nella “Coniunxio Oppositorum”. Con altre parole, anche Dhiren arrivava alla stessa conclusione: bisogna equilibrare la fiducia con il dubbio, non può esserci una scissione fra la testa e il cuore.

Allora tutti d’accordo: io non sono innocente, ma credulona.

E mentre questa constatazione galleggiava nella mia mente chiamando a raccolta i sensi di colpa e i rimedi (pur sapendo che non erano mai serviti allo scopo), “tac” mi arriva un colpetto sulla testa (nella meditazione Vipassana, ogni tanto, chi la conduce può colpire leggermente con una bacchetta la testa dei meditatori, non per punirli o per premiarli, ma semplicemente per dare loro un’aggiunta di energia) che ha l’effetto di un sasso lanciato in uno stagno. Da quel colpetto si irradiano cerchi di consapevolezza, che, dalla testa raggiungono il cuore. L’attenzione ritorna al respiro e la consapevolezza mi ricorda che non devo giudicare, ma solo essere testimone dei pensieri e di tutto quello che, di tanto in tanto cattura la mia attenzione, distraendomi.

A questo punto qualcosa si apre, per qualche attimo, la mente si azzittisce e un enorme sospiro parte dal profondo (dei polmoni? dello stomaco?) e libera un’onda di piacere. Quel piacere particolare dove il fisico sconfina nello psichico, il quale lascia perdere e si abbandona allo spirituale, che, in fondo, si dissolve anche lui nel silenzio profondo della beatitudine.

Pochi attimi e poi quello straordinario diaframma che, aprendosi aveva lasciato intravedere il cielo, si richiude. Chissà se la foto è andata a depositarsi in qualche archivio, dove si accumulano tutti i bip di questo tipo per costruire una completezza o se ogni bip vale  solo per se stesso.

Quei cerchi di consapevolezza mi ricordano anche un’altra cosa. Cioè, il mio tema di questi giorni, l’argomento col quale mi cimento, nel tentativo di superarlo o almeno comprenderlo, non è la mia presunta innocenza e i mezzi per farla crescere, il metodo per riunire Puer e Senex, testa e cuore (tutte cose per altro auspicabilissime), ma la mia possibilità di accettarmi così come sono, anzi, proprio nelle mie debolezze. La sospensione del giudizio, la liberazione dai sensi di colpa. E la Vipassana mi chiede proprio di fare questo: senza problemi e analisi psicologiche, devo portare l’attenzione al mio respiro ogni volta che me ne ricordo, senza condannarmi per essermi distratta, perché è solo un esercizio di consapevolezza. Semplice no? Forse è proprio la semplicità la chiave che apre la porta alla beatitudine.

 

 

È il cuore vuoto che genera il buddha

Una volta che il tuo cuore è vuoto, tu sei il buddha – sereno, silenzioso, completamente beato, a casa. Quando ti dico che sei un buddha, Io intendo davvero. Devi solo riprenderti dai sogni, dalle preoccupazioni, dalle cattive abitudini. Devi solamente entrare dentro di te, nel profondo, fino al punto in cui anche il sé comincia a svanire e la porta si apre alla vastità, all'infinito. Esse-re un buddha è l'esperienza di gioia, di eternità, di immortalità, libertà e liberazione supreme.

E nessun altro può farlo per te. È facile: lo devi fare da solo.

Quando il tuo cuore è vuoto, le cose si rivelano come in uno specchio, vi risplendono sopra senza differenza alcuna. Vita e morte... un'illusione. Tutti i buddha... proprio il tuo corpo.

Ognuno deve trovare quel luogo andando profonda-mente dentro di sé, per vedere da dove viene la luce, da dove viene la vita, per poi muoversi in quella direzione senza alcuna paura.

Osho, The Buddha: The Emptiness of the Heart

    (ritorna al sommario)

 

 

ZEN Il Sentiero del Vuoto

 

Coleman Barks, docente di poesia presso l’Università della Georgia (USA) e rinomato traduttore in inglese moderno delle opere di Jalaluddin Rumi, il poeta e mistico sufi del XIII secolo, ha rivolto a Osho questa domanda sul “fuoco” dell’amore che arde in ogni cuore  sufi. La risposta di Osho: una bacchettata zen per tutti coloro che rischiano di perdersi nelle illusioni del “cuore”.

 

Provo molta gratitudine per la tua illuminazione, la tua saggezza, i tuoi esperimenti coraggiosi, la tua vita. Grazie!

Rumi ha detto: “Voglio bruciare, bruciare…” Che cos’è quel bruciare? Shams ha detto: “Sono fuoco”. Hai qualcosa da dire su Shams? Che cosa c’entrano il bruciare e il fuoco con la mia illuminazione?

 

Coleman, hai fatto una domanda molto pericolosa! Perché il bruciare non ha nulla a che fare con la tua illuminazione. Sul cammino dell’illuminazione la questione del bruciare non si pone per nulla.

Ma tu ami Mevlana Jalaluddin Rumi… Anch’io amo quest’uomo. Ma devi capire che il Sufismo dipende ancora dall’ipotesi di un dio. Non è libero dall’idea di dio. I sufi in particolare hanno il concetto di dio come donna. Il loro metodo è l’amore: ama dio più che puoi. Ora, tu ami un’ipotesi impossibile, e ti si richiede di essere totale. Proverai, in maniera più intensa, la stessa sensazione di bruciare che, in scala ridotta, sentono anche gli amanti. Di sicuro gli amanti provano nel cuore questa sensazione di stare bruciando. È una nostalgia profonda, il desiderio di incontrarsi con l’amato, a creare quel fuoco. Amare dio crea necessariamente in te una grande fiamma. Andrai a fuoco perché hai scelto come oggetto d’amore una cosa impossibile: il tuo oggetto d’amore è un’ipotesi. Continuerai a piangere tutte le tue lacrime, e a pregare, e a digiunare; la mente di continuo tornerà a ricordare l’amato, a ripetere il suo nome.

La mente ha la capacità di immaginare qualcosa ed ha anche la capacità di autoipnotizzarsi. Dopo incessanti ripetizioni, puoi persino vedere dio proprio come lo avevi immaginato. È un sottoprodotto della mente. Ti farà felice, ti metterai a danzare dalla gioia.

Ho vissuto con i sufi e ho amato quella gente. Ma sono ancora a un passo dall’essere dei buddha. Anche se le loro poesie sono bellissime – lo sono per forza, perché nascono dall’amore – ciò che provano è un’allucinazione creata dalla mente. Nel Sufismo, la mente viene portata a un tale punto di tensione che diventi quasi folle per l’amato. Tutto il tempo in cui ne stai lontano, in cui sei separato dal tuo amore, ti sembra di bruciare.

Sul cammino della meditazione, dhyan, o zen, non c’è alcun desiderio bruciante perché non c’è un’ipotesi, non c’è dio. E non è un problema di amore. L’uomo dello Zen è profondamente amorevole, ma non ha fatto dell’amore una pratica: nasce solo come prodotto collaterale della sua realizzazione. Ha realizzato la propria qualità di buddha. Questo non c’entra niente con un dio che esiste da qualche parte in cielo. Lui ha raggiunto il centro della propria vita, e da quella posizione esplode nell’amore, nella compassione. Il suo amore arriva dopo l’illuminazione, non è un metodo per l’illuminazione.

Per i sufi, l’amore è il metodo. Dato che l’amore è un metodo, rimane parte della mente. Il tentativo nel cammino dello Zen è di andare oltre la mente, raggiungere la non-mente, essere assolutamente privi di ogni pensiero, incluso quello dell’amore. Lo Zen è il sentiero del vuoto: né dio, né amore, nulla è permesso – solo un puro vuoto in cui anche tu scompari.

Chi è che si sente bruciare? Chi è lì a sentire il fuoco?

Quindi sebbene ami i sufi… Non voglio, Coleman, ferire i tuoi sentimenti, ma vorrei dire sicuramente che un giorno dovrai passare dal Sufismo allo Zen. I sufi vivono ancora nell’immaginazione, non hanno conosciuto lo stato di non-mente. Proprio perché non hanno conosciuto lo stato di non-mente – per quanto bella possa diventare la loro personalità – rimangono proprio sulla soglia dell’illuminazione, ma non sono illuminati. La ragione è chiara: il Sufismo è un ramo, una derivazione dell’islamismo. Porta con sé quasi tutto ciò che c’è di buono nella religione musulmana, ma questa è la religione più bassa che ci sia. L’Islam, il giudaismo, il cristianesimo: sono tutte religioni basate su ipotesi.[…]

Questo è uno dei punti più importanti da ricordare. Qualsiasi religione che inizia dalla fede, dal credere, finirà per darti un’esperienza autoipnotica. Solo il Taoismo e il Buddhismo non iniziano con la fede. Tutto il loro sforzo è di farti iniziare da solo, senza alcun concetto di ciò che troverai. Aperti, disponibili, privi di pregiudizi – senza contare su di una filosofia o un qualche libro sacro; potete andare dentro di voi, con il cuore aperto, e quando arrivate al punto in cui la mente è silenziosa, non c’è nemmeno un pensiero…

Secondo Buddha e il Tao, anche dio è solo un pensiero. Quando non c’è pensiero, raggiungi la cima più alta dell’Everest della consapevolezza. A quel punto sai che ogni essere vivente ha il potenziale di diventare dio. Si dice che Buddha abbia affermato: “Il momento in cui diventai illuminato, rimasi sorpreso: l’esistenza intera è illuminata, solo che la gente non lo comprende. Ognuno porta dentro di sé la propria illuminazione e non la guarda nemmeno”. Buddha ha parlato delle sue esperienze di vite passate. Quando non era un illuminato, ma solo un ricercatore, aveva sentito parlare di un uomo che si era illuminato, e così andò a trovarlo. Non aveva nessuna idea di cosa fosse l’illuminazione, e così era arrivato senza pregiudizi di alcun genere, né a favore né contro. Ma, arrivato vicino all’uomo, si ritrovò a inchinarsi e a toccargli i piedi.

Ne fu molto sorpreso! Non aveva deciso di farlo, toccò i piedi all’uomo contro ogni sua aspettativa. Questa fu la prima sorpresa. Quando si rialzò, la seconda sorpresa fu ancora più grande: l’illuminato toccò i suoi piedi. Lui disse: “Che stai facendo? Sei illuminato, è giusto che io ti tocchi i piedi. Ma perché tu tocchi i miei?” E l’uomo rise e disse: “In passato ci fu un momento in cui non ero illuminato. Adesso sono illuminato. Tu ora non sei illuminato, un giorno lo sarai. Quindi è solo una questione di tempo. Per quanto mi riguarda, tu puoi anche non saperlo, ma io posso vedere il tuo tesoro nascosto”.

Ognuno è un buddha, che ne sia consapevole o no. Non ci sono ipotesi sul la via dello Zen. Ciò che Rumi dice: “Voglio bruciare, bruciare…” è la mente focalizzata su di un amato ipotetico, e il desiderio bruciante di incontrarlo, di sciogliersi in esso. Ma è un dio oggettivo – può essere un uomo o una donna, non ha importanza.

In India, nel Bengala, c’è una piccola setta che crede che solo Krishna è un uomo e tutti gli altri sono donne. Dato che sono tutti donne e c’è un grande, bruciante, desiderio di incontrare l’amato, il dio, dormono con una statua di Krishna nel letto. Ma questi sono tutti giochi della mente. Fatta eccezione per Gautama Buddha e Lao Tzu, e le persone che si sono illuminate nella stessa maniera, tutta l’umanità vive di ipotesi. Apprezzo la poesia di Rumi, apprezzo la bellezza di molti mistici sufi, ma non posso dire che siano illuminati. Vanno ancora a tentoni, e ciò finirà solo quando abbandoneranno l’ipotesi di dio.

La ricerca deve essere all’interno, non all’esterno. Qualsiasi ricerca esterna cambierà solo la personalità. Può renderla più bella, più amorevole, ma si tratta solo di immaginazione.

Coleman, va tutto bene: goditi le belle poesie di Rumi, goditi le belle storie sufi. L’ho fatto anch’io. Ma ti avviso, non perderti in esse. Sono solo un gioco della mente, una strategia di autoipnosi.

Ho detto che hai fatto una domanda pericolosa. Non voglio ferire i tuoi sentimenti e il tuo amore, ma devo dire la verità anche se fa male. Un giorno mi sarai grato.

Il Sufismo non è nulla. Dappertutto è possibile trovare della bella poesia. Sono persone che si ipnotizzano da sole. Il punto reale è quello di arrivare a de-ipnotizzarsi, perché sei stato già ipnotizzato dalla società.

E questa è la situazione in tutto il mondo, in qualsiasi religione. Ho guardato in ogni angolo della terra, e tranne lo Zen non ho trovato un fenomeno religioso completamente puro e che non ha commesso alcun crimine contro l’umanità. Il contributo dello Zen è stato quello di portare più grazia, più bellezza, più amore e una maggiore qualità di meditazione.

Quindi va tutto bene, Coleman; goditi le poesie, ma non pensare che nascano da uno stato di illuminazione. Loro non hanno mai nemmeno sentito la parola illuminazione. Non c’è una parola equivalente a illuminazione in persiano, in urdu o in arabo. Hanno “realizzazione di dio”, realizzazione dell’amato, ma l’amato è separato da te.

Tutta la questione è che persino se trovi questo dio che è separato da te, milioni di persone l’hanno trovato prima di te. Ti troverai in una folla. E che farai quando incontrerai dio? Gli dirai: “Ciao, come va?” Solo incontrarsi non vuol dire molto, tu avrai un’aria imbarazzata e anche dio avrà un’aria imbarazzata: Adesso che ci faccio con questo professor Coleman? Non farlo, non mettere dio in imbarazzo. Dio non esiste. Ciò che esiste è la qualità del divino, e questa qualità è tutt’intorno a te.

Siamo tutti immersi nello stesso oceano.

Un’antica storia: Un giovane pesce, dalla mente molto filosofica, chiese agli altri pesci: “Abbiamo sentito tanto parlare dell’oceano, ma dov’è? Voglio incontrare l’oceano”.

Tutti scrollavano le spalle e dicevano: “Anche noi abbiamo sentito parlare dell’oceano, ma non sappiamo dove sia”.

Un vecchio pesce prese il ragazzo da parte e disse: “Non c’è nessun altro oceano, ci siamo immersi dentro. Nasciamo al suo interno, viviamo al suo interno, moriamo al suo interno. Questo è l’oceano”.

E io ti dico che lo stesso vale per te. Nasciamo nel divino, viviamo nel divino, moriamo nel divino. Bisogna ricordarsi solo di una cosa: puoi passare attraverso questa formidabile esperienza che è la vita dormendo, oppure pienamente sveglio.

La meditazione è l’unico modo di renderti consapevole. Quando sei pienamente consapevole, l’oceano del divino è tutt’intorno a te. La vita stessa, la stessa consapevolezza sono divine. Il divino si esprime in tutte le forme, nelle rose e nei fiori di loto, negli uccelli e negli alberi. Dovunque ci sia vita, c’è solo il divino. Viviamo nell’oceano del divino. Quindi non cercare da qualche parte. Guarda dentro, perché quello è il punto più vicino che puoi trovare. Il Sufismo è bello ma non è la risposta finale, e non dovresti fermarti lì. È un buon modo per iniziare. Finisci con lo Zen.

E dalle vette dello Zen sarai in grado di comprendere il Sufismo più di quanto succeda se vivi nei circoli sufi. Un po’ di distanza è necessaria, e lo Zen ti dà quella distanza. Da quella distanza puoi osservare tutte le religioni. Che cosa fanno? Fanno dei giochetti, magari belli, ma sempre giochetti. Mi chiedi: “Che cosa c’entrano il bruciare e il fuoco con la mia illuminazione?” Proprio niente. In questo preciso momento sei illuminato; entra silenziosamente nel tuo essere… Trova il centro del tuo essere, e hai scoperto il centro dell’intero universo. Alla periferia siamo separati ma al centro siamo tutt’uno. Questa è ciò che chiamo l’esperienza del buddha. Se non diventi un buddha, e ricordati, è a causa della povertà del linguaggio che sono costretto a dire: “Se non diventi…” Lo sei già. Quindi ti devo dire, se non lo riconosci, se non ti ricordi ciò che hai dimenticato… Ogni bambino nella sua innocenza lo sa, e ogni bambino perde la strada a causa di tutte le nozioni di cui viene sommerso dai genitori, dai preti, dagli insegnanti. La sua innocenza viene rapidamente coperta completamente da idiozie di ogni genere.

Tutto lo sforzo della meditazione è di tagliare attraverso gli strati di polvere che la società ti ha riversato addosso e trovare quella piccola “natura del buddha” con cui eri nato. Il giorno in cui trovi la natura del buddha con cui eri nato, il cerchio si chiude. Torni a essere innocente.

Osho

tratto da: Rinzai, Master of the irrational

 

 

Il commento di Coleman Barks a questa risposta è stato: "Osho mi ha aiutato a capire come la poesia e il desiderio siano fonti di autoipnosi. Mi sembra giusto che l'illuminazione, o comunque la si voglia chiamare, sia al di là della mente e del desiderio".

Ecco la lettera che ha inviato a Osho la mattina dopo questo discorso.

 

Caro Osho, che colpo per il mio autoipnotismo estatico! Grazie per la lama affilata che mi hai offerto, con cui farmi strada attraverso la poesia, la mente e il desiderio.

Spero di riuscire semplicemente seduto starmene sa rimirarla!

Avrei potuto vivere la vita intera senza che questa lama mi fosse data. Grazie di nuovo.

    (ritorna al sommario)

 

 

Educazione:

prepararsi ad essere se stessi

 

Un’educazione che stimoli la creatività invece di incoraggiare il conformismo; che non si limiti a impartire nozioni.

Un’istruzione che aiuti ogni persona a sviluppare le proprie qualità individuali, che insegni il piacere di ricercare e imparare.

 

 

Abbiamo bisogno di un’istruzione che miri a un apprendimento che dura tutta la vita. Che non si limiti a fornire titoli e diplomi, ormai per lo più insufficienti anche solo per guadagnarsi da vivere, ma che prepari gli individui ad affrontare i continui e veloci cambiamenti che caratterizzano questa epoca storica. Che ispiri una trasformazione dei valori, non solo nell’interesse dell’organizzazione sociale, ma soprattutto nel rispetto dell’individuo.

 

“Lavorando da tempo nel campo dell’istruzione, sia in India che negli Stati Uniti, l’incontro con la visione di Osho sull’educazione è stata per me come una boccata d’aria fresca. Di base considero il suo punto di vista sull’educazione come una protesta contro i valori e le finalità insite in una educazione tradizionale e contro il ruolo degli insegnanti nel perpetuare questi valori. Per esempio, gli studenti sono portati a credere che il conseguire alte votazioni sia più importante che l’imparare. E così il valore dell’apprendimento in sé si è perso in una giungla di voti, valutazioni, premi e graduatorie. Questa attitudine alla pura competizione – la passione per il potere e i soldi, l’ambizione – si diffonde, al giorno d’oggi, in tutta la gamma delle attività sociali ed economiche.

Basandomi sulla mia esperienza ho compreso l’importanza di ciò che dice Osho: e cioè che solo gli insegnanti possono impedire che i velenosi semi dell’ambizione, della competitività, dell’avidità e della violenza inizino a germogliare. L’insegnante deve lavorare in modo che agli studenti sia possibile entrare in contatto con i reali problemi della vita in modo da poter imparare, scoprire, crescere e usare le loro conoscenze per arrivare alle opportune soluzioni. L’insegnante – che in questa ipotesi assume più in un ruolo di “facilitatore” – deve creare nella classe un clima congegnale allo sviluppo individuale e arrivare con gli studenti a un tipo di relazione interpersonale che permetta loro di fruire appieno delle loro potenzialità.

Osho dice che usando in maniera opportuna computer e televisione – come mezzi educativi – l’insegnante può ora diventare più libero di utilizzare il suo tempo per aiutare lo studente a sviluppare una propria consapevolezza e il proprio potenziale. In questo modo l’insegnante assume maggiormente un ruolo di guida – non trasmettendo cognizioni, bensì mettendo opportunamente a disposizione tutto il complesso del “sapere” in modo da sviluppare le conoscenze e le qualità individuali del giovane.

Osho getta una sfida al nostro modo abituale di considerare il processo educativo. Le idee correnti – e le strutture convenzionali – sull’educazione possono avere un senso, ma in un ambito più grande non hanno un’importanza significativa, possono essere utili ma non portano a un reale sviluppo. Per Osho l’importanza e lo sviluppo reali sono quelli dello spirito, la mente ha un senso in ambito puramente strumentale e utilitaristico.

 Questo è un fondamentale cambiamento del punto di vista sull’educazione, che viene così focalizzata verso una crescita della consapevolezza umana. E ci fa così prestare molta meno attenzione ai voti e agli esami, ai test e alle graduatorie, ai concorsi e alle categorie di specializzazione. Invece di trattare le giovani menti come vasi vuoti che hanno bisogno di essere riempiti con fatti e cifre, assumendo così di stare in qualche modo “educando” l’allievo, Osho favorisce il riconoscimento dell’originale significato, in latino,di educare: portar fuori ciò che è nascosto dentro, il potenziale.”

 

Dr. Vasant Joshi

Visiting Professor

Cleveland State University, Ohio, USA

(Tratto dal testo di una conferenza agli insegnanti)

 

 

I figli e la scuola

 

L’uomo nasce in forma di seme. Nasce in quanto potenzialità. Egli non è un fatto compiuto. E questa è una sua peculiarità ben precisa, è un fenomeno straordinario, perché in tutta l’esistenza solo l’uomo nasce in quanto potenziale; ogni altro animale nasce pienamente realizzato.

Un cane nasce cane, e rimane un cane per tutta la vita. Il leone nasce leone. L’uomo non nasce come uomo. L’uomo nasce come seme: può realizzarsi, può non realizzarsi. L’uomo ha un futuro, nessun altro animale ce l’ha. Tutti gli animali nascono istintivamente perfetti, l’uomo è l’unico animale imperfetto. Per questo è possibile una crescita, un’evoluzione.

L’educazione è un ponte tra ciò che è potenziale e il suo realizzarsi. L’educazione serve ad aiutarti a diventare ciò che sei in forma di seme. Ed è quello che sto facendo qui: questo è un luogo di educazione. Ciò che viene fatto nelle scuole, nei college e nelle università comuni, non è educazione: vi prepara solo per ottenere un buon lavoro, per guadagnare bene, ma non è una vera educazione. Non vi fornisce vita... forse vi può aiutare a ottenere un migliore standard di vita, ma questo non è sinonimo di “vivere meglio”.

La cosiddetta educazione impartita nel mondo ti prepara solo a guadagnarti il pane. E Gesù dice: “L’uomo non può vivere di solo pane”. Ma le vostre università non hanno fatto altro: vi preparano a guadagnarvi il pane in un modo migliore, in maniera più facile, più comoda, con meno sforzo, con minor fatica. Ma si limitano a farvi guadagnare pane e companatico. Questa è un’educazione di tipo estremamente primitivo… non vi prepara alla vita.

Per questo, in tutto il mondo, si vedono in giro così tanti robot che camminano. Sono tutti impiegati perfetti, addetti agli uffici, colletti bianchi: sono perfetti, conoscono il loro mestiere, ma se scruti in loro più a fondo, vedrai che non sono altro che mendicanti. Non hanno gustato una sola goccia di vita. Non hanno imparato cosa sia la vita, cos’è l’amore, cos’è la luce. Non hanno appreso nulla di dio; non hanno assaporato nulla dell’esistenza. Non sanno come cantare, come danzare, come celebrare. Non conoscono la grammatica della vita: sono completamente stupidi. Certo, fanno soldi – guadagnano più degli altri, sono degli esperti, e continuano a salire la scala del successo, salgono sempre più in alto – ma in profondità restano vuoti, sono poveri.

L’educazione serve a donarti la tua ricchezza interiore. Non serve a darti informazioni migliori: questa è un’idea di educazione molto primitiva. La definisco “primitiva” perché affonda le sue radici nella paura, è radicata nell’idea che: “Se non ho un’istruzione, non riuscirò a sopravvivere”.

La chiamo primitiva perché, in fondo in fondo, è molto violenta: ti insegna la competitività, ti rende ambizioso. Non è altro che un preparare a una lotta sanguinaria, in un mondo in cui tutti sono nemici di tutti.

Per questo il mondo è diventato un manicomio. E l’amore non può fiorire da nessuna parte: come potrebbe, in un mondo così competitivo, così violento, in cui tutti sono pronti a tagliar la gola a chiunque? È una realtà estremamente primitiva, perché si basa sulla paura che: “Se non ho un’istruzione più che ottima, se non sono protetto, se non sono bene informato, non riuscirò a sopravvivere nella lotta per la vita.” Si considera la vita solo e unicamente come una lotta.

La mia visione dell’educazione è che la vita non dovrebbe essere considerata una lotta per sopravvivere; la vita dovrebbe essere considerata una celebrazione. La vita non dovrebbe essere solo competizione, dovrebbe essere anche gioia e danza e canto e poesia e musica e pittura… e tutto ciò che il mondo mette a disposizione.

L’educazione dovrebbe prepararti a entrare in sintonia con il mondo, gli alberi, gli uccelli, il cielo, il sole e la luna. E dovrebbe prepararti a essere te stesso.

Per ora ti prepara a essere qualcuno che imita; ti insegna come assomigliare agli altri. Questa è falsa educazione, è una educazione fuorviante. La giusta educazione ti insegna come essere te stesso… autenticamente te stesso.

Tu sei unico. Non esiste qualcun altro simile a te: non è mai esistito, né esisterà mai. Questo è il più grande rispetto che dio ha avuto nei tuoi confronti; questa è la tua gloria: tu sei unico. Non imitare, non diventare un pappagallo. Ma è ciò che l’educazione – o ciò che si definisce “educazione” – continua a fare: ti insegna a imitare; il tuo volto originale viene distrutto.

La parola “educazione” ha due significati, ed entrambi sono bellissimi. Uno è conosciutissimo, anche se non viene affatto messo in pratica, ed è: “estrarre qualcosa dal tuo essere”. “Educazione” significa: “estrarre alla luce ciò che è riposto dentro di te; rendere attuale il tuo potenziale”, così come si estrae acqua dal pozzo.

Ma questo non viene messo in pratica. Al contrario, in te vengono “introdotte” delle cose, nulla viene mai “portato alla luce”. Introducono in te nozioni di geografia, di storia, di scienze, di matematica… alla fine diventi un pappagallo. Siete tutti trattati come computer: come si immagazzinano dati in un computer, così anche in te vengono inseriti dei dati. Le vostre scuole sono luoghi in cui si lavora per stipare le menti con informazioni.

Una vera educazione estrae da te ciò che è nascosto: ciò che dio ha introdotto in te come tesoro, perché lo scoprissi, perché fosse rivelato, perché fosse portato alla luce.

E un altro significato del termine “educazione” – un significato ancor più profondo del primo – è questo: “educazione”, deriva dalla parola educare, cioè guidare dall’oscurità alla luce. È un significato di immenso valore: guidare dall’oscurità alla luce.

L’uomo vive nell’oscurità, nell’inconsapevolezza. E l’uomo può essere ricolmo di luce: la fiamma esiste, deve solo essere stimolata. La consapevolezza esiste, ma deve essere risvegliata. Ti è stata data ogni cosa, l’hai portata con te. Ma l’idea che tu sia diventato un uomo per il semplice fatto di essere nato, è falsa; e questa idea si è trasformata, nel corso dei secoli, in un inganno abnorme.

L’uomo nasce come un’opportunità, in quanto occasione. E pochissimi si realizzano: un Gesù, un Buddha, un Maometto, un Bahauddin. Pochissimi, e distanti tra loro; esseri rari diventano realmente uomini: quando diventano colmi di luce, e non resta più nessuna oscurità; quando non vi è più alcun inconscio che si annida nell’anima; quando tutto è luce, ed essi sono pura consapevolezza.

Consapevolezza, semplice consapevolezza, consapevolezza pura… solo così ci si realizza. In questo caso la vita è una benedizione.

L’educazione serve a condurti dall’oscurità alla luce. Ed è ciò che sto facendo qui… ed è naturale che il mio lavoro non venga accettato come educazione: io non creo impiegati, capistazione, agenti delle tasse.

 

Io creo esseri umani nuovi. E per lo status quo, questo è pericoloso: se ciò che io faccio è educazione, non possono permettere che sopravviva. È una ribellione!

Io vi insegno a essere voi stessi, vi sto insegnando a non aver paura, a non cedere alla pressione della società, a non essere conformisti. Io vi sto insegnando a non aggrapparvi ai comfort e alle comodità, perché la società ve li fornirà a piene mani, ma dovrete pagarne il prezzo. E il prezzo non vale il gioco: ottieni le comodità, ma perdi la tua consapevolezza. Ottieni i comfort, ma perdi l’anima.

Puoi ottenere rispettabilità, ma poi sarai falso ai tuoi stessi occhi: diventi uno pseudo-essere umano; hai tradito te stesso. Ma la società lo vuole: vuole che tu tradisca te stesso. La società ti vuole usare come una macchina, vuole che tu ubbidisca. Alla società non serve che tu operi come un essere intelligente, perché in questo caso ti comporteresti in maniera intelligente, e ci saranno momenti in cui dirai: “No, questo non posso farlo”.

Ad esempio, se sei veramente intelligente e consapevole, non potrai entrare in nessun esercito. È impossibile: per fare parte di un esercito avrai bisogno, quale requisito fondamentale, di essere privo di intelligenza. Ecco perché nell’esercito, fanno di tutto per distruggere la tua intelligenza… occorrono anni per distruggere la tua intelligenza: lo definiscono “addestramento”. Si deve ubbidire a ordini stupidi: “fianco sinist, fianco dest, avanti march, dietro front...”, per giorni e giorni, dal mattino alla sera.

Pian piano, la persona si trasforma in un robot; inizia a funzionare come una macchina. Tutto l’addestramento militare tende a distruggere la tua consapevolezza, fa di te una macchina perfetta! E alla fine, puoi andare e uccidere. Altrimenti, se porti ancora dentro di te un po’ di intelligenza, vedresti che la persona che stai per uccidere è innocente; non ha fatto nulla né a te, né a qualcun altro. E di certo ha moglie e figli, che lo aspettano e che diventeranno mendicanti; può avere una madre o un padre vecchi, che possono impazzire dal dolore... “Perché dovrei uccidere quest’uomo? Solo perché il comandante ha ordinato di aprire il fuoco?”

Una persona intelligente non riuscirà a sparare. Una persona intelligente sceglierebbe di morire, piuttosto che uccidere persone innocenti solo perché qualche folle politicante, volendo entrare in un conflitto armato per avere potere, ha dichiarato guerra a qualcuno… no, non ucciderà nessuno.

Questo definisco “educazione”: rendere le persone più intelligenti. Ed è ciò che sto facendo qui. E se questo fuoco si diffonde, questa vecchia e marcia società non potrà sopravvivere. Sopravvive solo grazie alla vostra incoscienza; si fonda sulla vostra assenza di consapevolezza.

 

 

I ROBOT SONO “UTILI”

I RIBELLI SONO PERICOLOSI

Dal mio punto di vista, l'intera storia del genere umano è solo un lungo e ingiustificato crimine commesso contro ogni individuo. Ha servito gli interessi istituzionali... è stato utile a tutti coloro che detengono il potere, agli intellettuali e ai ricchi, due altre forme di potere. Questa gente vuole che non un solo essere umano sia centrato in se stesso, perché chi è centrato dentro di sé non può essere, sfruttato, non può essere ridotto in schiavitù, non può venire umiliato, non può essere costretto a coltivare un canceroso senso di colpa. Ed è per queste ragioni che si è impedito all'umanità di evolvere.

Fin dall'infanzia, tutti vengono criticati: qualunque cosa si dica o si faccia, è sempre sbagliata. Naturalmente, si diventa timorosi di dire o fare qualunque cosa di propria iniziativa. Chi è obbediente viene apprezzato; chi segue le regole e gli ordini imposti da altri, viene apprezzato. Tutti lo lodano. Questa è una strategia: con-danna colui che cerca di reggersi sulle proprie gambe e loda quanti si limitano a imita-re. Ovviamente il seme interiore di un uomo, la sua potenzialità, non avrà mai l'opportunità di crescere. La cosa è ormai così inveterata, che nessuno la pone in discussione. – OSHO

 

 

 

L’ARTE DI ESSERE GENITORI

 

Per quanto possa essere piccolo un uomo,

dentro di lui dorme un gigante.

 

 

Con i figli, secondo me, si deve fare una sola cosa: condividere con loro la propria vita. Spiega loro che sei stato condizionato dai tuoi genitori, che hai vissuto entro certi limiti, secondo certi ideali e che, a causa di questi limiti e di questi ideali, ti sei lasciato sfuggire completamente la vita, ma che ora non vuoi distruggere la vita ai tuoi figli. Spiega loro che vuoi che siano totalmente liberi, liberi da te, perché per loro tu rappresenti l’intero passato.

Un padre, una madre, devono avere un enorme coraggio per dire ai figli: “Dovete essere liberi da noi. Non ubbiditeci, fate affidamento solo sulla vostra intelligenza. Anche se doveste andare fuori strada, sarà sempre molto meglio che vivere nel “giusto” e rimanere schiavi per sempre. È molto meglio commettere errori da soli e imparare grazie a essi, piuttosto che non commettere errori e seguire qualcun altro; in questo modo, imparerete solo a imitare, e questo è veleno, nient’altro che veleno.”

Se ami, sarà molto facile. Non domandare “come fare”, perché il “come” implica chiedere un metodo, una tecnica, e l’amore non è una tecnica. Ama i tuoi figli, gioisci della loro libertà. Lascia che commettano errori, aiutali a vedere dove hanno sbagliato. Dì loro: “Non è sbagliato commettere errori, commettetene il più possibile, perché così imparerete di più. Ma non ripetete lo stesso errore più volte, perché questo vi renderà stupidi.

Quindi, non ti darò una risposta “semplice”, da applicare. Dovrai vedertela tu, vivendo con i tuoi figli momento per momento, lasciando loro la massima libertà nelle piccole cose.

Il principio dovrebbe essere quello di aiutare i bambini a prestare ascolto ai loro corpi, a prestare ascolto ai loro bisogni. La funzione principale di un genitore è impedire al figlio di cadere in un fosso. La funzione del suo insegnamento è “negativa”.

Ricorda la parola “negativa”… non dev’essere una programmazione positiva, ma solo una sorveglianza negativa; perché i bambini sono bambini e potrebbero infilarsi in situazioni in cui possono farsi del male, possono storpiarsi; ma, anche in questo caso, non ordinare loro di non andare in quella direzione: dai una spiegazione, non farne una questione di obbedienza – lascia che siano loro a scegliere, tu limitati a dare loro un quadro completo dell’intera situazione.

I bambini sono molto ricettivi, e se tu li rispetti, sono pronti ad ascoltare, pronti a comprendere; alla fine, lasciali con la loro comprensione. E si tratta solo dei primissimi anni: presto si stabilizzeranno nella loro intelligenza, e non ci sarà più bisogno della tua sorveglianza. Presto saranno in grado di muoversi per conto loro.

Posso capire il timore dei genitori che i figli vadano in direzioni che a loro non piacciono, ma questo è un problema loro. I figli non sono nati per seguire ciò che a voi piace o non piace. Devono vivere la loro vita, e voi dovreste essere contenti che la vivano, qualunque essa sia.

Ogniqualvolta si segue la propria potenzialità, si diventa sempre “il migliore”. Ogniqualvolta ci si allontana dalle proprie potenzialità, si resta mediocri.

L’intera società è formata da persone mediocri, per la semplice ragione che nessuno è diventato ciò che era suo destino diventare, ma è diventato qualcun altro. E qualunque cosa faccia nella vita, non potrà essere il migliore o sentirsi soddisfatto, né potrà mai essere felice.

Quindi, il lavoro dei genitori è molto delicato, ed è prezioso, perché l’intera vita del figlio ne dipende. Non dargli nessuna programmazione positiva, aiutalo in tutti i modi a realizzare ciò che lui vuole.

La funzione di un padre e di una madre è importantissima, perché essi portano nel mondo un nuovo ospite, che non sa nulla, ma che racchiude in sé grandi potenzialità. E se queste sue potenzialità non si sviluppano, egli sarà infelice.

A nessun genitore piace immaginare i propri figli infelici. Ma tutti pensano nel modo sbagliato. Essi pensano che se diventano dottori, professori, ingegneri, scienziati, i figli saranno felici. Ma che ne sanno! Potranno essere felici solo se diventeranno ciò che devono diventare. Possono solo realizzare il seme che portano dentro di sé.

Dunque, aiutateli in ogni modo, dando loro libertà, e qualsiasi opportunità abbiano bisogno. Di solito, se un bambino chiede qualcosa, la madre dice di no, senza neppure ascoltarlo, senza sentire cosa chiede. Il “no” è una parola autoritaria; il “sì” non lo è. Ecco perché, né il padre, né la madre, né chiunque si trovi in una posizione di autorità, vuole dire di sì, neppure se si tratta di una sciocchezza.

Il bambino vuole andare fuori a giocare: “No!” Il bambino vuole uscire a giocare mentre fuori piove: “No… che ti prendi un raffreddore!” Un raffreddore non è un cancro… e un bambino a cui non è stato concesso di ballare sotto la pioggia, e che in seguito non ha più potuto farlo, ha perduto qualcosa di grande, qualcosa di veramente bello. Un raffreddore ne sarebbe valso il prezzo, e non è detto poi che l’avrebbe preso. Infatti più proteggete il bambino, più diventa delicato; più lo lasciate fare, più si immunizza.

I genitori devono imparare a dire di sì. Novantanove volte su cento, il loro no è solo una manifestazione di autorità. Non tutti possono diventare presidenti… avere autorità su milioni di persone… ma chiunque può diventare un marito, e può avere autorità sulla moglie; ogni moglie può diventare madre, e avere autorità sul figlio; ogni bambino può avere un orsacchiotto, e aver autorità su di lui… farlo volare a calci da una parte all’altra, prenderlo a schiaffi... schiaffi che in realtà voleva dare alla madre e al padre. E il povero orsacchiotto, non ha nessuno al di sotto di lui. Questa è una società autoritaria!

A mio avviso, se creiamo bambini che abbiano libertà, che abbiano sentito solo dei “sì” e solo raramente dei “no”, questa società autoritaria scomparirà: avremo una società più umana.

 

 

È una considerazione molto importante: qualunque cosa un bambino stia facendo, gli adulti sono sempre in agguato, per dirgli di non farla. A nessuno è permesso fiorire secondo la propria natura e questo è il motivo principale per cui nel mondo ci sono tanti idioti-

 

 

Nessuna schiavitù è stata terribile quanto quella del bambino, e nessuna schiavitù ha inaridito l’umanità quanto la schiavitù del bambino. E liberarsi da questa schiavitù sarà uno dei compiti più difficili a cui il genere umano si trova di fronte.

 

 

 

OSHO RACCONTA

 

Nella società è difficile trovare persone

che ti lascino la libertà di essere te stesso

 

 

Rammento la mia infanzia… se io sedevo in silenzio, qualcuno – e in India ci sono ancora grandi famiglie, famiglie patriarcali, la mia era formata come minimo da cinquanta persone – arrivava e chiedeva: “Perché stai seduto in silenzio?” Strano, non potevo stare seduto in silenzio, ma se facevo rumore e saltavo per la casa mi dicevano: “Sei impazzito? Perché salti per tutta la casa?” Vista la situazione, decisi che era meglio combattere fin dall’inizio perché se ci si lascia invischiare da queste persone, diventa difficile uscirne.

Mio padre era molto stupito. Mi diceva: “Non rispondi mai alle domande; invece di rispondere, fai un’altra domanda.

E io gli spiegavo: “Ho visto che può dare ottimi risultati: quando sono seduto in silenzio, se mi chiedi perché lo faccio e io non ti rispondo, ma ti chiedo a mia volta: “Perché non dovrei stare seduto in silenzio? Sei tu che devi darmi una risposta. Tu sei un adulto, hai esperienza; io sono solo un bambino. Spiegami perché non dovrei sedere in silenzio. Tutta la famiglia, un po’ alla volta, capì… “Da questo ragazzo non si riesce a ottenere una risposta, subito ritorce la domanda e ci si trova in difficoltà.” Così smisero di farmi domande.

Si arrivò al punto che anche se io ero lì seduto, mia madre diceva: “Non vedo nessuno in casa”, e io ero proprio lì di fronte a lei! “Mi serve della verdura, qualcuno dovrebbe andare a comprarla.

Io ribattevo: “Se vedo qualcuno, te lo farò sapere. Mi consideravano assente! Avevo dovuto dimostrarlo: se non lo si dimostra, ci si trova in difficoltà. All’inizio si rivolgevano sempre a me. Una volta ad esempio mi dissero: “È la stagione dei manghi, vai al mercato a comprarli.

Andai nel negozio che vendeva i manghi più scadenti e chiesi di darmi i peggiori al prezzo dei migliori. Anche i negozianti si meravigliavano: “Che razza di cliente sei?”

Ribattevo: “Che razza di cliente? Voi ne avrete visti tanti… ma io sono un cliente unico.”

E l’uomo dei manghi era ben contento di darmi i peggiori e di farmeli pagare come se fossero della migliore qualità. Quando tornai a casa mostrai quei manghi marci dicendo: “Sono i migliori, e come tali li ho pagati.” In realtà puzzavano!

Mia madre disse: “Buttali via”.

Replicai: “Perché buttarli? C’è una mendicante, posso portarglieli”. Ma perfino lei li rifiutò.

Mi disse: “Non venire da me, perché mi porti sempre qualcosa di marcio. Dalli ai cani”. Con mio grande stupore, però anche i cani mi temevano: quando buttavo loro qualcosa, fuggivano!

Pian piano, in casa mia, si rassegnarono: “È meglio lasciarlo stare, così com’è. Una cosa è certa: non diventerà mai qualcuno nella vita”.

Avevano ragione. Ho confermato la loro predizione.

Non sono qualcuno di speciale.

Ma a chi interessa essere qualcuno? Io sono me stesso e questo è sufficiente… più che sufficiente.

 

Tutti i brani prodotti sono tratti dal libro

Osho - Figli, una nuova visione, NSC ed.

 

 

L’uomo è stato deviato. Tutti, dai genitori agli insegnati, alla scuola, al college, all’università, alle religioni, ai predicatori, ai vicini … tutti cercano di farvi diventare qualcun altro, e non potrete mai riuscirvi. Potete solo diventare voi stessi oppure, nel caso non ci riusciate, potete essere dei semplici idioti.

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Come me la cavo?

 

Osho

come posso sapere se sto progredendo nella meditazione?

 

 

Quando stai meditando e lavorando su te stesso, se ti chiedi se stai facendo o meno dei progressi questo indica che non ne stai facendo; se fai dei progressi te ne accorgi!

Come mai? È proprio come quando sei malato e prendi delle medicine. Non sei capace di accorgerti se stai guarendo o meno? Se non te ne accorgi e ti poni la domanda, allora vuol dire che non stai guarendo. Star bene è una sensazione così chiara che te ne accorgi facilmente.

Ma perché ci si pone questa domanda? Ci sono svariate ragioni.

Una è che in realtà non stai veramente lavorando su te stesso. Ti stai solo ingannando, ti stai prendendo in giro. Non sei veramente interessato a quello che stai facendo ma solo ai risultati. Se stai davvero facendo qualcosa puoi lasciare che l’esistenza si prenda cura dei risultati. Ma abbiamo una mente che si interessa meno della causa che dell’effetto, una mente avida.

L’avidità vuole avere tutto senza dover fare nulla. E così la mente avida vuole

essere sempre un passo avanti. Sempre che chiede: “Ma succede qualcosa? Sto davvero ottenendo dei risultati o no?”. Occupati veramente di quello che stai facendo e quando succederà qualcosa lo saprai subito. È qualcosa che succede a te, non c’è bisogno di chiedere in giro.

Un’altra ragione per fare questa domanda è che noi crediamo che incontreremo dei segni, dei simboli, pietre miliari che, una volta raggiunte, ci indicano quanta strada abbiamo fatto: “Ho raggiunto questo livello, o quest’altro”. Vogliamo fare i nostri calcoli prima di raggiungere la meta finale.

Vogliamo essere sicuri di aver fatto dei progressi.

Ognuno segue la sua strada, non siamo sullo stesso percorso. Anche se stai seguendo una specifica tecnica di meditazione, non sei sulla stessa strada con qualcun altro, non puoi esserlo. Non c’è un percorso comune. Ogni percorso è individuale e personale.

Le esperienze degli altri non possono aiutarti, possono invece danneggiarti. Non cadere vittima di queste sciocchezze.

Sono importanti solo le tue sensazioni interiori. Se stai facendo dei progressi allora certe cose cominceranno a succedere da sole. Ad esempio comincerai a sentirti sempre più contento.

In realtà quando la meditazione è “piena”, si diventa così contenti che ci si dimentica di meditare perché fare le meditazioni è ancora uno sforzo, vuol dire che sei ancora inappagato. Se un giorno ti dimentichi di meditare e non ne senti una pressante necessità, non senti che ti manca qualcosa, e sei soddisfatto come al solito… questo è un buon segno, ricordatelo.

Non fare della meditazione un’abitudine, conservale tutta la sua vitalità. A poco a poco l’insoddisfazione sparirà, ti sentirai sempre più appagato, e non solo mentre stai facendo meditazione. Se qualcosa accade solo mentre stai facendo meditazione, è falso, è qualcosa di ipnotico. Ha qualche effetto positivo, ma non va molto in profondità. Può servire solo come confronto. Se non succede nulla, nessun momento di meditazione, nessun momento pieno di gioia, non preoccuparti. E se succede qualcosa, non rimanerci attaccato.

Se la meditazione va bene, va in profondità, ti sentirai trasformato durante tutta la giornata. Un sottile senso di appagamento sarà presente in ogni attimo. Qualsiasi cosa tu stia facendo ti accorgerai che dentro di te c’è un senso profondo di tranquilla contentezza.

Ti arrabbierai di meno e più raramente. A poco a poco la collera sparirà. Perché la rabbia è un sintomo di una mente non meditativa, non equilibrata.

Sono queste le indicazioni, in generale. Quindi non credere di aver ottenuto qualcosa perché inizi a vedere delle luci, o dei bei colori. Certo, vanno bene, ma non considerarti soddisfatto finché non vedi dei reali cambiamenti nella tua psicologia: meno rabbia e più amore, meno crudeltà e più compassione. Fino a quando non succede questo, il fatto di vedere luci e colori e di sentire suoni rimane una cosa da bambini. Sono belle cose, molto belle, puoi giocarci, ma la meditazione non mira a questo. Sono cose che succedono, sono provocate dalla meditazione, ma non ne sono il fine.

La meditazione per me non è qualcosa di infantile. È una profonda trasformazione. Come riconoscere questa trasformazione? All’inizio ti accorgerai di questa trasformazione interna nelle tue relazioni con gli altri, e poi andrai ancora più in profondità. Solo allora ti accorgerai dei cambiamenti dentro di te. Così è bene esaminare, osservare accuratamente le tue relazioni con gli altri per vedere se la tua meditazione sta progredendo o meno.

Se vedi che l’amore cresce, un amore senza condizioni, se ti senti sempre più compassionevole, anche senza particolari ragioni, se ti interessa sempre più che gli altri stiano bene, allora la tua meditazione sta crescendo. Lascia perdere tutte le altre cose. E mentre osservi tutto questo ti accorgerai anche di molte cose dentro di te. Sei diventato più silenzioso, la tua mente fa meno “rumore”. Parli quando ce n’è bisogno, altrimenti rimani in silenzio.

Ma non cercare dei segnali infantili. Occupati della meditazione, del tuo modo di interagire con gli altri, che sta cambiando, della tua profonda soddisfazione, del tuo amore. Occupati di tutto questo e all’improvviso, un giorno, sentirai l’energia salire lungo la spina dorsale. Ma non darci troppo peso: osserva e dimenticatene. All’improvviso vedrai una luce particolare: osserva e dimenticatene. Un particolare chakra inizierà inaspettatamente ad aprirsi: osserva e dimenticatene. Non curarti di queste cose, è dannoso. Ciò che conta è la soddisfazione, la pace, il silenzio, l’amore, la compassione e la meditazione.

Una cosa ancora: qualunque cosa tu stia facendo, non pensare che avrai risultati in un futuro. Se stai facendo qualcosa di reale i risultati sono qui e adesso. Nel lavoro su te stesso, se hai meditato oggi non è che avrai risultati domani. Se oggi hai meditato, la fragranza della meditazione, per quanto sottile, sarà presente sul momento. Se sei sensibile te ne puoi accorgere. Se stai facendo qualcosa di reale ha un effetto immediato.

E la meditazione non è qualcosa che fai per un’ora e poi te ne scordi. Davvero! Tutta la tua vita deve essere meditativa. Solo così riesci ad accorgerti dei risultati. Quando dico che tutta la tua vita deve essere meditativa, non ti sto invitando ad andare a sedere a occhi chiusi per ventiquattro ore al giorno e meditare: no! In qualunque situazione puoi essere attento, sensibile, consapevole, e questo darà dei risultati. Così non ci sarà più bisogno di chiedere se stai facendo dei progressi o meno. Solo con questa abilità a rimanere consapevole di tutte le cose che ti stanno succedendo intorno riuscirai a sviluppare la capacità di accorgerti di quello che sta succedendo dentro di te.

 

Osho, tratto da: The Ultimate Alchemy

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Nudi di mente

Un Alchimia tra Cuore e Tecnica

 

In luglio, al Teatro Verdi di Milano, Deepti Canfora, coreografa e insegnante, ha presentato insieme ai suoi allievi NUDI DI MENTE: “Spettacolo di danza e teatro di parola nato da un ideale incontro tra espressione del corpo, ricerca e meditazione”.

 

Nudi di Mente racconta, con il linguaggio del corpo, di quei condizionamenti tenaci e sottili che si creano nella nostra mente di bambini, riproponendosi poi costantemente nella nostra vita adulta, nei rapporti di coppia, nel lavoro, nello studio e in ogni situazione in cui il nostro bambino ferito dubita di potersi lasciare andare a ciò che sente, per paura di non essere amato e accettato.

Meccanismi che, nati da antichi e ingannevoli baratti tra il sentire e il dover essere, tra l’amore e la sopravvivenza emotiva determinano in noi una lacerante frattura tra ciò che pensiamo di essere, crediamo di essere o dovremmo essere. Una dualità imprescindibile e dolorosa tra una parte di noi che vogliamo mostrare, costruita intorno a ciò che ci viene richiesto di essere in cambio di amore, e una parte da nascondere, oscura e perdente, che però prepotentemente ogni tanto si riaffaccia.

Nudi di Mente mostra anche che di tutto ciò si può dubitare, che si possono mettere in dubbio tutte le voci che salgono dentro di noi e che ci inducono a fare e a reagire proprio come bambini sgridati e feriti. E, dubitando, possiamo cominciare a scoprire i tanti noi stessi che si nascondono dentro le nostre più strette convinzioni in un gioco che può trasformarsi in un cammino importante, in una scoperta magnifica.

 

Deepti Canfora ha iniziato a studiare Danza Classica a 11 anni, a Milano. Poi Modern Jazz in Francia con Lynn Mc Murray e a Cannes dove ha frequentato il “Centre International de Dance Rosella Hightower”. Nel ‘75 ha ottenuto il diploma della Royal Academy di Londra e, rientrata in Italia, si è perfeziona a Roma con il Maestro Vladimir Lupov, Maitre du ballet del Kirov e del Bolschoi. La sua vita ha subito un cambiamento radicale quando a 18 anni ha incontrato Osho, di cui è divenuta discepola.

“Mi sono trasferita a Pune,” racconta in un’intervista “dove ho vissuto dal ‘75 all’81 e in quel momento è iniziato il grande viaggio, che ancora oggi continua. Un viaggio esistenziale dal quale non poteva essere esclusa la danza, che, sino ad allora, era stata ricerca di perfezione, fatica, forza di volontà, lotta quotidiana con il corpo per renderlo ubbidiente, disciplinato, e che da quell’incontro si trasforma, accogliendo in sé la qualità di meditazione attiva. Se la mia ricerca ha come oggetto me stessa, la danza diviene il modulo preferenziale per sperimentarne tutti gli aspetti.”

Negli anni si è rafforzata in Deepti l’idea di poter unire le tecniche più tradizionali di danza moderna, jazz e contemporanea, alla terapia e alla meditazione.

Nascono così, utilizzando anche un sapiente connubio tra tecniche di meditazione e di respiro, i corsi di Metaphysical Dance (una forma di danza finalizzata alla ricerca di una totalità espressiva) e il Metaphysical Laboratory (seminari di lavoro terapeutico, meditazione e laboratorio teatrale). Che Deepti definisce: “Un’occasione per entrare in contatto con il nostro mondo interiore, dando espressione a emozioni e pensieri, lasciando che il corpo trasformi ricordi e memorie in movimento, dando loro forma colore e vitalità, attraverso la danza, la parola, il gesto. Si parte da meditazioni specifiche sul cuore spirituale e, a seconda del lavoro che si deve affrontare, ci si sofferma a esplorare i chakra: il corpo lentamente e gradualmente si lascia andare e comincia a trasformare in movimento i propri ricordi, donando loro forma, colore e vitalità. Ognuno riconosce man mano la propria individualità e può esprimerla liberamente in questo spazio, senza temere un giudizio rispetto a quello che sta provando e facendo.

Il suo spettacolo di danza nasce proprio da questo tipo di lavoro, sia nei corsi dove è preponderante lo studio della tecnica della danza, che nei seminari dove: “Il lavoro è più terapeutico e la danza viene intesa non come tecnica, ma come libera espressione corporea. Ogni partecipante viene guidato, senza manipolazioni e coerentemente con la propria storia individuale, in un cammino di crescita, durante il quale affronta gradualmente diversi aspetti della propria vita, da cui magari si è tenuto lontano per lungo tempo: sentimenti di cui si vergogna, emozioni che considera sbagliate o perdenti… e può tradurli e visualizzarli in un’emozione, un colore, gesti o parole. Il corpo può memorizzare blocchi e situazioni emotive profondi: scoprirli e lavorare anche attraverso di essi può restituire all’individuo molta energia perduta.”

Questo tipo di impostazione le ha consentito, soprattutto in questi ultimi anni, di lavorare con allievi non professionisti ottenendo risultati davvero positivi.

“Spesso ci accorgiamo che i cammini individuali sono strade convergenti e il condividere queste esperienze aiuta a creare anche una forza espressiva del gruppo. Naturalmente la ricerca libera e la sperimentazione vanno poi composte in una struttura artistica ed estetica, attraverso quelle regole che fanno la differenza tra un’opera d’arte e la semplice espressione personale, o un lavoro di terapia. Solo così otteniamo il passaggio finale da cui nasce lo spettacolo vero e proprio.

“L’attuale spettacolo” conclude Deepti “racconta di quei meccanismi che si creano nella nostra mente fin da bambini, portandoci a barattare amore con obbedienza, nella convinzione che la nostra sopravvivenza emotiva dipenda unicamente dalla capacità di distorcere la nostra energia naturale. Attraverso tecniche espressive del corpo e scelte teatrali specifiche, come ad esempio il gioco delle ombre, ho voluto mostrare come lavora la nostra mente, come ci spinge a mostrare un’immagine il più possibile aderente a ciò che ci viene richiesto, per essere meglio accolti ed amati, e di come la rafforziamo e ci identifichiamo in essa reprimendo quella che consideriamo sbagliata e perdente.

È una lotta che ci consuma e che ci porta a ricercare conferma del nostro valore in ogni ambito della vita, nelle relazioni, nella cultura, nel lavoro.

Volevo raccontare questa eterna dualità, queste voci della mente che ci creano così tanta sofferenza, ma anche gettare un seme, condividere la mia esperienza, comunicare che è possibile iniziare a osservare questa mente e che piano piano, attraverso la meditazione, possiamo lasciarci cadere dentro, possiamo riposare nel centro del ciclone, e forse iniziare a giocare con tutte queste chiacchiere.”

 

Tu sei una folla, un insieme di molte persone tutte diverse, in conflitto perenne le une con le altre… ecco perché ogni persona soffre tanto, tante voci dentro di te che litigano, che fanno a botte, ognuno cercando di monopolizzare le altre… puoi chiamarle personalità, te stesso, ego.

OSHO

 

 

SPETTACOLI

 

1989 - idea e coreografia di “Aeroporto” spettacolo di danza e acrobazia che debutta al Teatro di Porta Romana di Milano. 1990 - firma alcune coreografie per spettacoli di Teatro-Cabaret: “Orizzonti Inclinati” - Teatro Litta di Milano - “Tempi supplementari” - Sala Fontana di Milano. 1991 - è coautrice, insieme a Giovanni Storti e G.G. Monti di “Diamo i Numeri” spettacolo di cabaret - Teatro Ciak di Milano. 1993 - ideazione, testi e coreografia di “A.A.Ambiente cercasi”, produzione della Cooperativa per lo Spettacolo Culturale. 1994 - soggetto e coreografia di “Lady Shakespeare”, danza e teatro di parola, produzione della Cooperativa per lo Spettacolo Culturale. 1998 - ideazione coreografia e regia di “Falsi piani”, danza e teatro di parola, Teatro Verdi di Milano. 2000 - ideazione coreografia e regia di “Nudi di mente”, danza e teatro di parola e di figura. Teatro Verdi di Milano.

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Deprogrammare un genitore

 

Al giorno d’oggi la meditazione sta diventando parte integrante, e sempre più necessaria, di uno stile di vita contemporaneo. Questo, insieme al sempre più diffuso apprezzamento della genialità della visione di Osho, rende qualsiasi associazione delle sue tecniche di meditazione con le “sette” o il “lavaggio del cervello” del tutto obsoleta. Non così negli anni ottanta: Osho aveva parlato qualche volta nei suoi discorsi, di questa accusa di “lavaggio del cervello”. In una di queste occasioni fece riferimento a una sannyasin canadese – la cui famiglia aveva cercato di farla “deprogrammare”.

 

 

“In giro nel mondo c’è chi mi accusa di lavare il cervello della gente. In effetti quello che io lavo è qualcosa di più profondo; del cervello proprio non me ne importa niente. È il buddha che sto ripulendo da tutta la cenere che l’ha ricoperto per secoli. È necessario un lavaggio a secco, ed è quello che sto facendo.

C’è una nuova professione emergente in Occidente, i deprogrammatori, e molti miei sannyasin sono stati costretti… è appena tornata una sannyasin dal Canada. I genitori l’avevano richiamata con grande amore, dicendole: “Vieni a trovarci, perché non ti vediamo da tanto tempo. Quando la sannyasin è arrivata da loro, ha trovato una situazione totalmente diversa. Avevano preso accordi con due deprogrammatori che cominciarono a parlare contro di me, dicendole che le avevo fatto il lavaggio del cervello: “Stai vivendo in trance, sei sotto ipnosi e noi siamo qui per farti uscire da questa trance.” Ma la realtà è che sono loro a farti il lavaggio del cervello! Personalmente, non ho alcun interesse per la tua mente, o il tuo cervello. Il mio interesse è molto più definitivo. È oltre la mente. La mia funzione è fare pulizia, creare lo spazio per la non-mente.

Osho, Communism: Zen Fire, Zen Wind.

 

 

La canadese a cui si riferisce Osho è Mayoori, una commercialista che oggi risiede a Marin, California. Ecco cosa scriveva sull’Osho Times del 1989 descrivendo il tentativo dei suoi genitori di deprogrammarla.

“Quando i miei genitori mi scrissero invitandomi ad andarli a trovare in Canada a Natale e un telegramma mi informò che c’era un biglietto per me all’aeroporto di Bombay, pensai: “Allora vogliono veramente vedermi!” Così decisi di andare. Ma non trovai l’accettazione che mi aspettavo. Al contrario, l’invito era l’inizio di un inganno su scala familiare per indurmi a incontrare due “deprogrammatori” da loro ingaggiati negli Stati Uniti.

Gli specialisti in cult exit (far uscire dalle sette), come amano farsi chiamare, hanno un forte investimento nell’avere ragione: in primo luogo, devono razionalizzare il loro passato in una setta e le loro esperienze di “lavaggio del cervello”, e inoltre il loro lavoro e il loro tenore di vita dipendono dal successo dei loro “interventi strategici”. Il risultato è che non sono disponibili a discutere o esaminare la verità, ma sono alla ricerca di prove che sostengano le loro posizioni, e sono interessati soltanto a riprogammarti allo status quo. Per fare questo sono pagati dai 250 ai 1000 dollari al giorno.

Quando mi confrontai con la mia famiglia, fui sorpresa dalla veemenza del mio “no”. Veniva da ogni cellula del mio essere. C’era una paura indescrivibile, come se la mia esistenza nel suo complesso fosse messa in questione. Dopo la reazione iniziale, la situazione si tramutò in un dilemma. Potevo fare i bagagli e partire e, in questo caso, se mai fossi tornata dalla mia famiglia sarebbero forse state prese misure persino più drastiche, o potevo dire sì al processo, e sapevo che non sarebbe stato divertente. Decisi di dire sì, di guardare al tutto come un’opporutintà di condividere i frutti della meditazione e del lavoro di Osho. Ero così sicura di lui e del mio spazio interiore, e pensavo che nessuno avrebbe potuto toccarlo.

La mia famiglia disse che voleva “soltanto che io avessi tutti i dati” prima di continuare la scelta di vita che avevo fatto, dopodiché avrebbero abbandonato l’intera questione. Pur sapendo che alla fine avrei dovuto riconoscere il mio disaccordo, pensai che il solo ascoltarli non mi avrebbe danneggiata. Ad ogni modo non mi ci volle molto per scoprire che una volta accettato di iniziare il “counselling”, credevano di avermi intrappolata, e il loro piano segreto mi divenne chiaro. Realizzai che coscientemente o meno, sia la mia famiglia che gli specialisti non si sarebbero ritenuti soddisfatti se non nel riprogrammarmi completamente allo status quo. Ero sconvolta, ricordo di essermi chiesta: “Mio dio, in che situazione mi sono cacciata?”. Più tardi, fui contenta di aver compreso in tempo tutto questo, perché tale comprensione mi permise di essere agguerrita e di colpire duramente quand’era necessario ribadire qualcosa o proteggere me stessa.

Perché la riprogrammazione abbia successo, devono mandarti fuori dal tuo centro. È fondamentale mantenersi centrati in ogni momento. Io, a loro insaputa, tenevo sempre con me il biglietto aereo e i soldi, nel caso avessero tentato di trattenermi.

Mayoori continua descrivendo uno dei due deprogrammatori:

“Era stato un seguace del reverendo Moon per tre anni e aveva trascorso gli ultimi dodici anni facendo lo “specialista di sette e controllo della mente” e si definiva “terapista d’intervento strategico”. La trappola e l’interferenza dei miei genitori erano per lui un intervento strategico: in realtà riteneva indispensabile usare l’inganno. Non capiva che lui era il primo a interferire con la libertà delle persone.

Per tre giorni fui impegnata in un combattimento frontale con questa persona, il cui unico intento era riuscire a spezzare la mia programmazione. Naturalmente, quello che lui non sapeva, o non poteva sapere, è che non c’era nessuna dottrina da spezzare. Da parte sua non c’era alcuna accettazione della mia esperienza personale; la sua risposta fu che io stavo evitando “la verità”. Non c’era reale comunicazione e non c’era nessuno spazio per la mia esperienza, la mia verità, in questo processo. Non era esattamente nei suoi interessi ascoltare tutto ciò, la sua mente non poteva accettarlo. Era come parlare a un muro, a una “cortina di ferro”.

Quello che mi turbava di più era il fatto che i miei genitori avessero dato più fiducia a due estranei, i quali avevano tirato le loro conclusioni da “acquisizioni” di seconda mano, piuttosto che fidarsi di me e della mia esperienza personale. Avevano completamente accettato la storia del mio “lavaggio del cervello”, del mio essere fuori di me e completamente indifesa. I miei familiari erano terrorizzati, avevano occhi da animale braccato, e mio padre divenne persino violento con me. Mi resi conto che erano capaci di qualunque cosa, e questo, affermavano, in nome dell’amore.

Vidi che il rispetto per la libertà altrui era al di là delle loro capacità di comprensione.

Ricordo che dopo il bombardamento ricevuto da otto persone (due deprogrammatori più la mia famiglia) per tre giorni ero completamente esausta. Ciò che ne risultò, alla fine, fu anche un’intensa esperienza di non-sapere. Non era rimasto altro al di fuori della consapevolezza della domanda: “Cos’è questa consapevolezza?”

Il racconto di Mayoori si concludeva così:

“Non so se e quando desidererò mai rientrare in contatto con i miei familiari. Mi addolora il fatto che, invece di trascorrere insieme un periodo di tempo in amore, la mia famiglia abbia preferito un’inquisizione. Tutto ciò mi ha fatto vedere che non siamo noi ad allontanarci dalle nostre famiglie, sono loro ad allontanarsi da noi. In ogni modo, per la prima volta da quando avevo preso il sannyas, avevo potuto sentire il dolore della mia famiglia nel non comprendere me e la mia scelta di vita. Prima ero stata arrogante nell’affermare la mia verità e ora potevo comprendere che le loro azioni erano causate dalla paura e dall’inconsapevolezza. Questa intuizione mi ha aiutata a perdonarli”.

 Quello che allora non poteva sapere era che esattamente dieci anni dopo la storia avrebbe preso tutt’altra piega.

 

In effetti Mayoori ha riallacciato i rapporti con la sua famiglia e con il passare degli anni ha notato che quello che Osho aveva detto, che attraverso di noi arrivava a toccare tutti, era vero. “Invece che fare del proselitismo, ho cominciato ad avere un effetto sulla mia famiglia semplicemente rimanendo me stessa. L’intera faccenda è diventata più accettabile per loro.

Ma ancora dell’altro doveva accadere. Dopo essere andato in pensione, il padre di Mayoori ha deciso di esplorare l’Oriente e le ha proposto di andare in India con lui. Mayoori ha accettato – con la condizione che il loro itinerario avrebbe incluso Pune. Cosa notevole, suo padre si è dichiarato d’accordo.

Fin dal loro arrivo a Delhi, dovunque Mayoori e suo padre girassero, trovavano sempre gente che prima o poi faceva il nome di Osho. Contemporaneamente suo padre apriva gli occhi alla “religiosità dell’India”. Vedere quelle moltitudini di non-cristiani gli ha fatto capire che Gesù era stato solo uno dei tanti maestri e che i non-cristiani non si sbagliavano, erano solo su un sentiero diverso.

“In quei giorni abbiamo parlato tanto di spiritualità e consapevolezza e lui ha cominciato a capire il senso del mio “viaggio” dice Mayoori. “Abbiamo parlato anche della mia esperienza di deprogrammazione. Volevo che vedesse quanto si fosse sbagliato a prendere quella via – e lui ci è riuscito.

Questo era già qualcosa assolutamente al di là di quanto potessi aspettarmi” continua Mayoori. “Quando siamo arrivati a Pune, mio padre aveva chiaramente fatto un passo attraverso la soglia che portava alla sua spiritualità. Era aperto a Osho e alla comune in un modo che non avrei mai creduto possibile… È venuto anche alla White Robe Brotherhood (la meditazione serale con anche un videodiscorso di Osho).

Quando eravamo a Pushkat, una città sacra indiana, un prete ha fatto una puja (rituale religioso indù) per me e poi mi ha detto: “Ho fatto molte puja, ogni giorno per molti anni e devo dirti che sei una donna molto fortunata.” Mentre riflettevo su queste parole, ho capito non solo di essere fortunata per essere stata vista da mio padre in un modo che non avrei mai creduto possibile, ma perché stavo assistendo al risveglio di un’anima, all’inizio di un pellegrinaggio spirituale. E questo mi ha riempita di gratitudine.”

 

 

Quello che mi turbava di più era il fatto che i miei genitori avessero dato più fiducia a due estranei, i quali avevano tirato le loro conclusioni da 'acquisizioni' di seconda mano, piuttosto che fidarsi di me e della mia esperienza personale. Avevano completamente accettato la storia del mio “lavaggio del cervello”, del mio essere fuori di me e completamente indifesa. Mi resi conto che erano capaci di qualunque cosa, e questo, affermavano, in nome dell'amore.

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il grande bianco

di Sangeeta

 

Quasi tutti gli europei del nord sono attirati dal sole e vanno nei mari del sud. Sangeeta invece, che vive a Colonia, viaggia esattamente nella direzione opposta. Ha scoperto la sua passione per l'ambiente glaciale dell'artico - e anche per il freddo mare polare.

 

LA DOLCEZZA, IL BUIO,

LA CHIAREZZA

DEL GRANDE FREDDO,

LA PASSIONE NEL CUORE

E IL CALORE DEGLI AMICI.

 

 

ESCO DALLA PORTA DI CASA, avvolta da un caldissimo giaccone di piuma lungo fino alle ginocchia, e il vento forte mi toglie il respiro. Sono felice. Mi tiro la sciarpa di lana sopra il naso e vado dall'altra parte della casa dove sono legati i cani, che appena mi vedono iniziano a saltare e ad abbaiare eccitati. Voglio sfruttare le poche ore di luce e lasciar correre i nostri due huskie nella tundra (in questo periodo dell'anno – dicembre/gennaio — per quasi sei settimane non c'è la luce diretta del sole ma solo quattro ore di una luce diffusa). Di solito i cani degli eskimo vengo-no usati come cani da slitta, e dunque sono animali forti e abbastanza selvaggi. Così mi ci vuole un po' di tempo per riuscire a preparare Ilannaq e Alliktik. Per trovare gli anelli di metallo del loro collare sono costretta a togliermi i guanti. Il metallo è gelido, i cani continuano a muoversi e a saltare, e mi fanno male le mani dal freddo, ma finalmente ci riesco e la slitta trainata dai due cani mi porta nella tundra.

Dopo cento metri li lascio corre-re, e sono subito in un bagno di sudore. Mi fermo e osservo queste due bombe di energia che sono i miei due cani che corrono muovendosi in grande cerchi, pazzi di gioia. Respiro l'aria gelida e mi guardo in giro, felice – come mi mancava questa grande distesa bianca! Le mie spalle si rilassano e si abbassano di almeno tre centimetri. Non c'è nulla che debba fare. Dopo aver trascorso sei mesi a Colonia, finalmente sono tornata nel “io paese” Cambridge Bay, Nunavut, nella parte canadese dell'artico. Cambridge Bay si trova nella costa sud dell'isola Victoria, a circa trecento chilometri al di sopra del circolo polare artico. Si raggiunge, come quasi tutti i paesi artici, solo in aereo (a meno di non viaggiare per intere giornate con la slitta tradizionale o con la motoslitta).

Dei 1350 abitanti, circa il settanta percento sono Inuit (che nella lingua degli eskimo vuol dire semplice-mente “ere umano”. No, nessuno vive più negli igloo. L'uomo bianco ha “civilizzato” anche l'artico. Tranne i vecchi, sono rimasti solo in pochi a Cambridge Bay a parlare la lingua corrente Inuinnaktun, una forma dialettale della lingua Inuktikut. Co-me tantissimi popoli antichi gli Inuit sono in un gap, una terra di nessuno, tra la loro antica cultura e il mondo moderno. Per due anni sono stata qui come volontaria della "Frontiers Foundation", un'organizzazione canadese che aiuta gli abitanti originari del paese con iniziative pratiche molto efficaci. Dal primo momento ho amato il silenzio, l'enorme spazio, la vastità di questo paese, e persino il freddo. In questa località minuscola situata in mezzo al nulla, ho imparato a essere molto più rilassata, molto più in sintonia con la natura e ho vissuto in un modo semplice e tranquillo.

Dopo alcune settimane si è formato un piccolo gruppo di persone che praticava lo yoga insieme a me una volta la settimana. Questo mi è stato di grande aiuto, per ricordare sempre la consapevolezza, l'essere testimone e la meditazione.

Alcuni tra di loro hanno persino partecipato a diverse meditazioni di Osho. Con due in particolare, mi sono incontrata tre volte alla settimana per fare insieme tante delle incredibili tecniche di meditazione ideate da Osho.

Il mio lavoro, nella scuola superiore con i ragazzi del luogo, era stimolante ma anche stressante. Per questo la possibilità di poter meditare insieme ad altri è stata veramente preziosa. Ho anche tenuto delle lezioni di tecniche di rilassamento che hanno avuto un incredibile successo, soprattutto con i ragazzi dai dodici ai tredici anni. Alcuni di loro hanno anche partecipato alle meditazioni dopo l'orario scolastico. La loro presenza, le loro risate, erano una ventata di aria fresca.

I miei amici di meditazione sono anche le persone che mi hanno introdotto a questo mondo selvaggio, che mi hanno insegnato le tecniche per sopravvivere al grande freddo. Doug, arrivato nell'artico diciassette anni fa, ha vissuto a lungo con i pochi Inuit che vivono ancora “on the land” come si dice qui, lontani dalla “civiltà”, cercando di condurre la vita tradizionale Inuit.

Questa si basa sulla caccia e sulla pesca, e sulla preparazione di vestiti di pelle di caribù e foca, molto semplice e naturale. In periodo Doug ha imparato . dagli Inuit, che da migliaia di anni hanno fatto dell'artico il loro paese. Purtroppo ha anche compreso che, a parte lui stesso, nessuno vuole più vivere in modo tradizionale. Le famiglie con cui aveva vissuto avevano perso lo spirito delle loro tradizioni e anche negli insediamenti più isolati l'alcool e la televisione (l'elettricità viene prodotta da generatori) gioca-no un ruolo decisivo nella vita.

Doug si è stabilito a Cambridge Bay ed è alla ricerca di uno stile di vita che gli permetta di usare la sua creatività "in sintonia col pianeta".

Durante le tante escursioni fatte insieme, Doug mi ha insegnato la maniera di sopravvivere in un ambiente a quaranta gradi sotto zero. Mi ha anche spiegato l'arte di orientarsi in questo luogo sconfinato e quella di avvicinarsi agli animali senza farsi notare. Ero insieme a lui quando ho visto per la prima volta il bue muschiato, un animale meraviglioso, che vive da migliaia di anni nella tundra, alimentandosi di erba e muschio, e i caribù, bellissimi e simili un po' ai nostri cervi, che attraversano questa zona due volte l'anno durante le loro migrazioni.

Doug mi ricorda sempre, solo con il suo modo di essere, di guardare tutto con occhi nuovi – come se vedessi il mondo per la prima volta.

Brent, un altro partecipante alle nostre meditazioni, è venuto nell'e-stremo nord quando aveva solo ventun'anni. Una delle sue molte passioni è la slitta tradizionale tirata dai cani (dog teaming). Nel 1986 ha partecipato a una spedizione di slitte diretta al polo. Dalle esperienze di questo viaggio ha compreso che siamo capaci di fare molto di più di ciò che normalmente crediamo. Brent mi ha insegnato a lavorare con i cani da slitta... e anche ad assecondare il flusso della vita, e fare tesoro di ciò che ci regala. Dopo il mio ennesimo tentativo, inutile e frustrante, di attaccare i cani alla slitta, finito come al solito in una gran baruffa fra di loro, Brent mi ha detto ridendo: "È proprio questo che mi piace del dog teaming: diventi umile. Succede sempre qualcosa di diverso da quello che ti aspettavi". L'estate nell'artico è breve e intensa. Nonostante il sole faccia la sua comparsa molto prima, c'è neve fino alla fine di giugno e il mare sgela solo verso la metà di luglio. Nel periodo di luglio/agosto, quando il sole non tramonta mai, sembra che tutte le piante e gli animali vogliano utilizzare ogni secondo per la riproduzione. Nella tundra c'è vita in abbondanza, migliaia di fiori e di uccelli canori, cigni, anitre e oche che arrivano a grandi stormi... e (purtroppo!) arrivano anche le zanzare. Gli uomini, se non sono legati a una particolare struttura di lavoro, vivono un ritmo di vita completa-mente libero, e a volte si vedono anche alle quattro di mattina i bambini giocare in giro. Non saprei decidere quale stagione preferisco, però l'estate ha un suo fascino particola-re. Per due volte ho organizzato campi di meditazione in un capanno (cabin) lontano dai luoghi abitati. i hanno partecipato da quattro a amici, e per me il regalo più grande è stato stare seduti in silenzio insieme a loro ascoltando la voce del mio amato maestro, mentre fuori gli uccelli tenevano il loro concerto.

Tratto da: Osho Tinto ed. tedesca 02/2000

 

 

Trascorrere un weekend di meditazione in qualche bel centro in mezzo alla natura, o anche alcune settimane nella Comune di Puna, è di sicuro un buon metodo per ritemprarsi e “tirare a lucido” una consapevolezza che ogni tanto sembra proprio un po’ arrugginita (vero?).

Ma qualunque sia la durata delle vacanze che ti puoi permettere (due giorni, due mesi o due anni) prima o poi torni nel bel mezzo della “piazza del mercato”. Ed è proprio qui che la tua consapevolezza viene messa più duramente alla prova. In queste pagine di “Buddha dovunque” troviamo le esperienze di chi usa la meditazione come strumento per portare consapevolezza in qualunque cosa stia facendo.

 

 

Se riusciamo a deautomatizzare le nostre attività, la vita intera diventa una meditazione.

A quel punto ogni piccola cosa – farsi una doccia, mangiare o parlare con un amico – diventa meditazione.

La meditazione è una qualità che si può portare in ogni cosa.

Non si tratta di un’attività specifica.

La gente pensa che meditare sia un atto particolare in cui ti siedi rivolto verso oriente, ripeti mantra e bruci incensi. E fai tutte queste cose a certe ore, in modi particolari e con gesti ben precisi.

La meditazione non ha nulla a che fare con tutte queste cose.

Anche loro sono una maniera di agire automatica, e la meditazione è contraria agli automatismi.

Se riesci a rimanere attento e consapevole, ogni attività diventa meditazione.

Osho

 

 

“Lo so che all’inizio te ne dimenticherai molte volte. Ma tenta di capire questo semplice fatto: quando ti dimentichi, non angustiarti; altrimenti quello che succede è che tu ti dimentichi di essere consapevole, e poi te ne ricordi: “Dio mio, mi ero dimenticato!” – e cominci a dispiacerti… e anche questo è nuovamente un dimenticarsi. Il dimenticato è dimenticato. Adesso che ti sei ricordato, continua. Non dispiacerti mai per i momenti passati. Se ne sono andati. Se cominci a dispiacerti distruggerai anche altri momenti. Così evita le complicazioni: quando dimentichi, dimentichi. Quel capitolo è chiuso. Adesso stai ricordando – ricorda, sii testimone. A poco a poco gli intervalli in cui dimentichi diventeranno più corti, sempre di più. Ci vorrà un po’ di tempo. Non sei un fiore di stagione che in pochi giorni fiorisce e dopo poco è già appassito. Sei un fiore dell’eternità.

Osho

   (ritorna al sommario) 

 

 

Gatti orologi e consapevolezza

 

Rammurthi è uno psicoterapeuta che lavora nel campo del matrimonio, della famiglia e dei bambini, specializzato in problemi dello sviluppo, nel trattamento dell'ansia e della depressione. Vive e lavora nella Bay Area, vicino a San Francisco, e riesce a integrare consapevolezza e lavoro a tempo pieno. Vediamo come...

6:00            veglia insiste che è ora di alzarsi e di meditare, ma il corpo si sente pesante e protesta: non vuole passare dalla calda e comoda sonnolenza a una posizione eretta e consapevolmente all'erta.

Questo è il Brahmamahurtha, considerato in Oriente “il tempo divino” - sebbene, per come la vedo io, ogni momento si può considerare divino e adatto a meditare! — e porta con sé un'atmosfera di silenzio e di quiete.

Mi sono accorto da tempo che una meditazione fatta a quest'ora mi fa star bene per tutta la giornata, così salto su e mi accomodo sul cuscino.

 

 6:15            Mi sono appena sistemato in uno stato in cui sono all'erta e allo stesso tempo rilassato, quando sento la gatta che "M gratta sulla porta e si lamenta; come se non mangiasse da un mese! Subito le do il suo cibo, ben sapendo che se non lo facessi resterei per tutta la giornata col ricordo di quegli insistenti miagolii... rovinando l'effetto della meditazione. E una scocciatura, ma cerco di scuotermela di dosso e ritorno al cuscino e alla sfida della meditazione, che consiste nel restare un osservatore distaccato, senza lasciarmi intrappolare dal solito continuo, ribollente flusso di pensieri. Per aiutarmi conto i respiri, fino a dieci, stando attento al loro ritmo, sia nell'inspirazione che nell'espirazione. Osservo il rumore che fa il mio respiro, il luogo in cui entra ed esce e il suo fluire e, contemporanea-mente seguo i movimenti del petto e dell'addome. Ogni tanto mi ritrovo perso in un pensiero... e così devo tornare, con severa dolcezza, all'osservazione del respiro: altrimenti vorrebbe solo dire star lì seduto a pensare o a sognare.

 

 7:15            Finita l'ora di meditazione, con tento di essermi alzato così presto, vado a farmi la doccia. Poi mi preparo all'incontro quotidiano con i miei sempre imprevedibili “amici” Dow-Jones e NASDAQ. Oddio, NASDAQ è sceso di 100 punti! La paura mi assale (ok, posso meditarci sopra!): situazione inevitabile quando uno come me, con scarso senso finanziario e nessuna preparazione specifica, decide di cimentarsi contro i mulini a vento del mercato azionario.

Si può pensare che un atteggiamento meditativo nei confronti della borsa implichi un approccio giocoso agli investi-menti o una presenza “totale” rispetto al mercato. Ma non ho ancora incontrato nessuno davvero giocoso con i suoi soldi, specie in un mercato che si muove così in fretta. Paura e avidità continuano ad alternarsi. Una cosa è esserne consapevoli e parlarne, ben altra è il non lasciarsi sopraffare dalle emozioni. Eppure, il semplice chiedermi: "Cosa provo, e in quale parte del corpo avverto questa sensazione?" mi aiuta a sentirmi più stabile. E ormai ho imparato che le decisioni migliori riesco a prenderle quando ho “i piedi ben piantati per terra” – senza essere preda delle emozioni o perdermi in pensieri contrastanti.

 

 8:30            Dopo colazione è ora di confermare i miei appunta-menti, per evitare di andare inutilmente su e giù in CI macchina per la Bay Area.

Quello che ho potuto capire è che, se riesco a portare in ogni atto tutta l'attenzione di cui sono capace, corro meno il rischio di creare situazioni incomplete, che tra l'altro mi impedirebbero di essere totale nell'occasione seguente...creando un circolo vizioso.

Credo anche di aver scoperto che mi è più facile portare un'energia meditativa nelle attività che concernono il dare e l'aiuta-re, piuttosto che in attività che riguardano il prendere, il trarre profitto.

Se smettessi le sedute di meditazione, se non ascoltassi più i nastri dei discorsi di Osho, se perdessi contatto con gli amici di Osho, e mettessi invece tutta la mia energia nel fare soldi – come fanno molte persone “di successo” – non credo che questa potrebbe considerarsi una totalità meditativa, inclusiva di tutti gli aspetti dell'essere umano.

 

 9:00            Con Astha, la mia partner, vado a fare una passeggiata lungo un sentiero da dove si aprono vaste vedute di cielo, sole e mare. Come sempre, questi panorami sconfinati ci portano a riflettere sulla vastità della vita, e su quanto siano piccole al confronto le nostre preoccupazioni quotidiane. Oggi siamo fortunati poiché una cerva e i suoi tre “bambi” rimangono fermi a lungo a farsi ammirare: sembrano essere curiosi di noi come noi lo siamo di loro. Guardo gli alberi, i grandi aironi bianchi sulla spiaggia, il sole che spunta dalle nuvole... mi sembra un assaggio di paradiso.

 

 12:00         Mi ci vuole un'ora di macchina per andare al lavoro, il che mi permette di ascoltare un discorso di Osho e trovare una citazione adatta per il satsang – una meditazione di gruppo con musica – che ci sarà questo weekend a casa mia.

Nel mio studio incontro quattro clienti difficili, persone che hanno vissuto gran parte della loro vita all'interno di istituti, e fuori riescono a farcela a stento. Una chiama il 113 e minaccia il suicidio ogni volta che le cose non vanno come vorrebbe lei; un'altra ha delle crisi anche violente. In queste situazioni stressanti ho imparato che mi è utile fermarmi, ascoltare il tono della mia voce, osservare il mio contegno in generale e mi pormi velocemente una serie di domande:

1) I muscoli sono tesi o rilassati?

2) Il respiro è superficiale o profondo?

3) Sto prendendo questa situazione troppo seriamente o riesco ancora a trovarci il lato buffo e divertente?

4) Sono davvero totale, e accetto la realtà di questo momento?

Questo elenco mi aiuta a restare centrato e coi piedi per terra quando interagisco con individui con gravi sintomi di ansia o depressione e tendenze aggressive.

 

 18:00         Torno a casa, dove trovo molte chiamate in segreteria e un mucchio di e-mail. La cassetta della posta è colma. Devo anche stendere dei rapporti scritti sul mio lavoro. E inoltre ho una relazione che per me è molto più importante di tutti i doveri elencati sopra e che richiede tempo ed energia.

Improvvisamente il cellulare suona e vedo un fax sul pavimento. Sono impaziente di sapere come è andata la giornata in borsa. Devo prepararmi a tenere un training per la riduzione dello stress, e il solo pensiero mi dà tensione. Ci sono anche molti amici che vorrei incontrare. Ma la precedenza su tutto va alla gatta, che continua a salire sulla mia borsa e miagolare... vuole la sua cena.

Mentre me ne sto immobile in cucina con in mano una scatoletta di cibo per gatti, mi sento attrarre sottilmente dal richiamo della meditazione: potrei sci-volarci dentro in questo momento. Ma l'onda di pensieri messa in moto dalle attività della giornata mi rende difficile spegnere la mente ed entrare nel mondo del silenzio interiore: sento il peso delle questioni finanziarie, delle responsabilità della famiglia e del lavoro, della stanchezza del corpo... mi sembra un ostacolo alla meditazione. So però di avere gli strumenti per "scegliere" quando è il momento di dire: "ok pensieri, vi ho dato abbastanza attenzione per oggi, adesso è il momento di tuffarmi dentro di me, in fondo non esiste problema che non possa essere risolto a tempo debito, non fuggo dalle responsabilità, ma mi prendo una breve vacanza da voi... ci vediamo dopo!".

 

 

Se basta un Gatto

 

UN GRANDE SANTO stava per morire e disse al suo giovane successore: "Ricordati sempre di una cosa: non lasciare mai che un gatto entri nella tua vita." Detto questo, morì.

Una grande folla si era riunita per ascoltare le ultime parole di questo grande santo... e cosa aveva detto? Non lasciare mai che un gatto entri nella tua vita ! ?

Il successore disse: "Dio mio... innanzitutto, perché mai dovrei far entrare un gatto nella mia vita? E poi, è questa la sostanza di tutta il suo insegnamento?" Ma un vecchio disse: "Tu non lo sai, ma c'è una lunga storia dietro quelle parole. Lui ti ha dato solo la conclusione."

La storia era che quando il santo aveva rinunciato alla moglie, ai figli e alla sua casa ed era andato nell'Himalaia, si era stabilito vicino a un piccolo villaggio di contadini: altrimenti, chi gli avrebbe dato il cibo per sostenersi? Ma gli abitanti del villaggio

erano contenti di avere un santo tutto per loro e gli costruirono una piccola capanna di bambù.

Ma ci furono subito dei problemi: alcuni ratti entrarono nella capanna e cominciarono a rosicchiare il suo langot (uno dei due poveri indumenti che l'uomo possedeva). Allora il santo chiese ai contadini cosa si potesse fare.

E loro risposero: "Perché non ti prendi un gatto del villaggio? Ucciderà i ratti."

Era una soluzione assoluta-mente logica. Così gli abitanti del villaggio gli dettero un buon gatto e il gatto lo liberò di tutti topi. Ora però il santo non solo doveva elemosina-re il suo cibo, ma doveva chiedere anche del latte per il gatto, visto che i topi erano finiti.

E così i paesani gli proposero: "Tutto il villaggio può contribuire con del danaro e comprare una bella mucca, così diventerai davvero in-dipendente. Avrai abbastanza latte per te e per il tuo gatto."

Sembrava proprio una bella idea e così gli regalarono una mucca. Ora il problema era che la vacca aveva bisogno di erba. E così il santo ogni giorno doveva andare al villaggio a elemosinare l'erba.

La gente gli disse: "Una donna è rimasta vedova; suo marito è morto e lei non ha più nessuno. Sarebbe certamente felice di prendersi cura di un santo e tu non dovresti venire al villaggio ogni giorno."

Non ci volle un grande sforzo per persuadere la donna. Cominciò a sbrigare tutte le varie faccende e poi si sa come vanno le cose... dice Basho: "L'erba cresce da sola." In effetti sono molte le cose che crescono da sole. L'erba cominciò a crescere e loro si innamorarono. La donna era bella, il santo era giovane: che ci voleva di più? Era tutto perfetto.

Ma poi, alla fine, arrivarono i

bambini e allora lui pensò: "Dio mio! è la stessa situazione che avevo lasciato dietro di me! Avevo rinunciato al mondo e questa è di nuovo tutta lo stessa faccenda! E cresciuta così lentamente che non me ne sono reso conto, finché non sono arrivati i figli."

A cominciare dal gatto il mondo intero era tornato nella sua vita.

 

Sia la mente che il corpo hanno bisogno di certe cose. Non puoi rinunciare al mondo, devi restare nel mondo. Non c'è nulla da temere; devi solo concentrare la tua energia vitale dentro dite e questo crea tutta la differenza.

Resti nel mondo e tuttavia non sei nel mondo.

Tu sei nel mondo, ma il mondo non è dentro di te.

Secondo me questa è la vera definizione di un sannyasin (un meditatore): restare nel mondo, proprio come un fiore di loto rimane nell'acqua, ma non ne viene toccato.

Osho, tratto da:

The Buddha: The Emptiness of the Heart

    (ritorna al sommario)

 

 

Pelare la cipolla

Il processo di decondizionamento

 

Cosa sono i condizionamenti e perché sono così importanti nelle nostre vite. Perché Osho propone drasticamente di liberarcene, invece di analizzarli o cercare di migliorarli.

 

 

Condizionamento. Uno di quei paroloni un po’ vaghi, così difficili da definire! Una di quelle parole che sai benissimo cosa vogliono dire fino al momento in cui qualcuno ti chiede di darne una definizione, e allora non ti riesce. Ma se consulti un dizionario  cercando aiuto per definire cosa è il processo  di condizionamento, ti accorgerai di una certa aria di circospezione “Mettere qualcuno nella condizione di agire in una determinata maniera” – leggi sul dizionario. O, più brutalmente, “Insieme di situazioni soggettive o oggettive che limitano la libertà di un soggetto”.

E poi c’è la famosa storia di Pavlov e del suo cane. Il campanello suona, il cibo viene ficcato in bocca al cane; il cane produce saliva, mastica e ingoia il cibo. Dopo un paio di volte che l’esercizio viene ripetuto, il campanello suona e il cane sbava anche quando non c’è traccia di cibo. Tremendamente meccanico e stupido, non vi pare? Di sicuro gli esseri umani, nella loro posizione privilegiata di specie dotata di intelligenza e coscienza di sé, non possono essere programmati come un qualsiasi animale da laboratorio… siamo sicuri? C’è da pensarci sopra. O, più scientificamente, andiamo un po’ a guardare veramente a fondo le nostre abitudini e preferenze – e magari anche le nostre convinzioni più profonde e stabili – e vediamo se si riesce a capire da dove vengono. Dal cibo che preferiamo al dentifricio che compriamo, dalle  speranze e paure che abbiamo in una storia d’amore, a come ci sentiamo quando siamo soli con proprio niente da fare – chi può onestamente affermare di vivere la sua vita libero da qualsiasi condizionamento rifilatogli dagli altri?

 

Non fatevi trattare da cani

 

Per la maggior parte di noi il processo comincia presto, nell’infanzia. A seconda della situazione in cui sei nato, ti può succedere che un tipo con una veste lunga ti spruzzi acqua sulla fronte e ti dichiari cristiano o, più dolorosamente, ti tagli un pezzo di pelle e ti chiami ebreo. Magari ti danno un certo nome per indurre uno zio ricco a trattarti bene, oppure te me danno un altro che renda evidente lo status socioeconomico, o le radici culturali, della tua famiglia. Questa in pratica è la preparazione del laboratorio: si appende il campanello al suo posto, si scarta il cibo, si costruisce la gabbia per il cane. Appena sei cresciuto abbastanza da riconoscere che in verità c’è uno spazio dove tu finisci e il mondo esterno comincia, le basi dell’esperimento sono già state fissate. Sei già sulla buona strada per credere che la gabbia sia la tua casa, che il suono del campanello sia la musica del tuo stesso cuore e il cibo la ricompensa per esserti comportato proprio come dovevi.

Al momento di iniziare la scuola materna molti di noi hanno già ricevuto dagli altri strati e strati di idee su chi siamo, come dobbiamo comportarci e in che cosa dobbiamo credere. Gli insegnanti aggiungono ulteriori strati, definendo che cosa è intelligente e che cosa è stupido, quello che vale la pena di conoscere e ciò che è inutile. E noi non siamo solamente vittime del processo, vi prendiamo anche parte attiva. Quando arriviamo all’adolescenza, spesso ci siamo stufati di insegnanti e genitori, possiamo anche essere dei ribelli – ma continuiamo a raccogliere avidamente, da amici e compagni di scuola, ancora altre idee su cosa siamo e chi dovremmo essere. Siamo in eterno nel camerino di prova di un grande magazzino, provandoci comportamenti e attitudini che vanno contro la nostra natura, corrompendo la nostra unicità per renderci adatti alla massa.

 

Proprio come una cipolla

 

Osho  usa spesso l’analogia con la cipolla per descrivere il risultato di quello che chiamiamo condizionamento. Quando ci rendiamo simili a una cipolla, invece di essere quello che veramente siamo, ci procuriamo infelicità e insoddisfazione. Ma visto che abbiamo partecipato attivamente all’intero processo, assorbendo ciò che ci veniva dato e usandolo per costruire ogni strato, va a finire che ci attacchiamo a questi strati come se fossero la nostra pelle, invece di un’armatura.

Abbiamo paura che pelare direttamente la cipolla, per scoprire la realtà che vi è sepolta, possa essere doloroso, possa farci piangere. Allora dipingiamo gli strati di colori diversi, ci incolliamo dei bei lustrini e poi li chiamiamo “carattere” o “personalità”. Oppure, se la lotta per ottenere attenzione, sulla piazza del mercato insieme a tutte le altre cipolle, ci sembra troppo stressante, possiamo rinunciare al mondo, vestire la nostra cipolla con una bella veste fluente e definirla “alternativa”. Se nessuno di questi trucchi funziona, ma continuare a sopportare la “cipollaggine” ci risulta impossibile, possiamo sempre adoperare una bacchetta magica fatta di cristalli, o magari anche un mantra e… puff! trasformarci in una carota con poteri medianici o addirittura in una melanzana illuminata.

La proposta di Osho – e l’oggetto di tutte le meditazioni e di tutte le terapie meditative che ha sviluppato, assieme a terapie di gruppo per preparare la strada – è di continuare a pelare la cipolla fino al suo vuoto essenziale: a quel punto non può fare altro che scomparire. Osho ammette che può essere doloroso e che qualche volta ci farà piangere, ma non smette mai di insistere che lasciar cadere tutti gli strati della cipolla è l’unico scopo significativo di una vita vissuta bene e con sincerità.

Non c’è cosa nel suo lavoro che non sia volta a  sostenere questo processo e il centro di meditazione di Pune è proprio come un calderone dove questo sbucciamento di cipolle viene aiutato da tutte le risate, le lacrime e la compassione che sia umanamente possibile fornire.

Se ti identifichi con un’etichetta – può essere famosa-grafica o anche uomo-fatto-da-sé – ti saranno date infinite occasioni per renderti conto di quanto significato questa cosa abbia veramente per te. Per la femminista o il comunista, per il buddista o l’ebreo, per l’italiano o l’indiano, il gay o l’etero – ciascun discorso di Osho è un campo minato, destinato a far saltare in aria le nostre più care idee su chi o che cosa siamo. Ci sono barzellette che prendono in giro le tue abitudini, storie che ti fanno allentare la presa sulla “tua identità” e tutta una vasta gamma di strumenti per portare allo scoperto sempre nuovi strati di tutte le varietà di cipolle conosciute dall’uomo. E quando tutte quelle varietà diverse si trovano sedute intorno a te, in piscina o a tavola, in un gruppo o nella sala di meditazione, ti sarà più facile vedere la tua programmazione personale –  questo è certo; e anche di sviluppare un po’ di “sense of humour” sull’intera faccenda.

 

 

DECONDIZIONARSI

 

Il paradiso è quando i poliziotti sono inglesi, gli ingegneri sono tedeschi, gli amanti sono italiani, gli organizzatori sono svizzeri e i cuochi sono francesi .

L’inferno è quando i poliziotti sono tedeschi, i cuochi sono inglesi, gli ingegneri sono francesi, gli organizzatori sono italiani e gli amanti sono svizzeri.

 

Forse basta semplicemente dire che il paradiso è la tua vera  natura e il condizionamento è l’inferno.

C’è un solo metodo per verificarlo: sperimentare con tutti quegli strati e vedere che succede.

                                Sarito

 

 

 

Sta a te decidere!

 

L’intento dei gruppi di terapia è di portare partecipanti al loro sé naturale.

Se è così, lo sforzo di essere naturali non è esso stesso innaturale?

 

L’intento dei gruppi terapeutici non è assolutamente quello di portare i partecipanti a raggiungere il loro sé naturale. Il vero scopo di tali gruppi è di portarvi al punto dove potrete scoprire da soli la vostra mancanza di naturalezza.

Nessuno può portarvi al vostro profondo essere originale; non può esserci nessun metodo, nessuna tecnica, nessun accorgimento che possa portarvi al vostro essere originale, il sé naturale – perché, qualsiasi cosa facciate, vi porterà a essere sempre più innaturali.

Allora, qual è lo scopo di un gruppo terapeutico? Semplicemente quello di rendervi consapevoli degli schemi innaturali che avete sviluppato nel vostro essere. Non fa altro che aiutarvi a vedere quanto la vostra vita non segua la vostra vera natura. Questo è tutto. Il fatto stesso di vederlo, comincia a togliere spessore alla cosa. I comportamenti innaturali richiedono un controllo costante. Quando vi sarete resi conto che una cosa è innaturale, si allenta la presa. La mano si apre da sola.

Il gruppo non è uno strumento per farvi aprire la mano. Serve solo a farvi vedere che quello che state facendo non è naturale. Proprio nel fatto di vederlo sta la possibilità della trasformazione.

Questa rivoluzione si attua con la responsabilità, responsabilità individuale.

Tu sei in grado di trasformarti, di abbandonare quei vecchi schemi. Non sono tuoi per destino. Ma se li accetti come se fossero il tuo destino, essi lo diventano. È solo questione di sostenerli o di lasciarli andare.

La società ha fatto molto per importeli, i genitori anche e così la scuola, i preti – tutti hanno fatto il loro lavoro. Ma comunque la responsabilità ultima resta in mano tua.

Ecco perché la terapia di gruppo è un processo difficile, duro. Perché vuoi sottrarti? Perché hai sempre pensato di essere assolutamente giusto e buono: gli altri ti hanno fatto del male.

Nessuno è responsabile, all’infuori di te. Questa è una delle verità più dure da accettare. Ma non appena l’avrai accettata, vedrai che ti porterà una grande libertà, creerà un grande spazio, perché assieme a questa verità immediatamente si apre un’altra possibilità: “Se il responsabile sono io, allora io posso cambiare. Se la responsabilità non è mia, come posso cambiare? Se è una cosa che faccio a me stesso, farà anche male il realizzarlo, però apre una nuova possibilità: che io posso anche smettere di farmi male, posso smettere di essere infelice”.

Il processo del gruppo di terapia non è fatto per renderti naturale, è fatto per renderti consapevole della tua mancanza di naturalezza, della tua falsità.

Nessuno può renderti naturale: l’ha già fatto l’esistenza. Il problema non è imparare a essere naturali, il problema è come disimparare l’innaturale.

Osho, tratto da Take it Easy

 

 

 

Cancellare il Programma

 

è possibile che quelli che sono stati attirati dalla tua visione e si sono ripuliti dai condizionamenti della società, adotino poi delle parti del tuo insegnamento come un altro tipo di condizionamento – come, per esempio, essere totali, accettare la vita, essere aperti, flessibili e non seri?

 

 

Innanzitutto io non insegno dei nuovi valori, un nuovo pacchetto di valori da mettere al posto di quelli vecchi.

Io vi dico di restare senza nessun sistema di valori preconcetti e di indagare da soli la realtà - qualsiasi cosa troverete, sarà la vostra verità.

Non c’è nessun bisogno di crederci: non appena l’avrete conosciuta, non vi porrete più il problema. Si crede solo nelle cose che non si conoscono. Quando si conoscono, si conoscono: il crederci è irrilevante.

Perciò non vi sto dando un altro insieme di credenze, un altro insieme di valori: quello che vi do è una certa tecnica che vi permette di distruggere tutti i condizionamenti. La tecnica in se stessa non è un condizionamento. Non può esserlo, perché non vi viene richiesto di crederci; vi viene chiesto di sperimentarla e, a meno che la vostra esperienza non la convalidi, non c’è bisogno di darle nessuna credibilità.

Non è che dovete credere nel vivere totalmente, perché lo dico io. Io vi dico che io vivo totalmente e che questo è l’unico modo che ho trovato per vivere. Potete provare anche voi. Se vi succede di provare gioia, felicità e voglia di celebrare, allora sta a voi scegliere se continuare così o smettere.

Riguarda la tua domanda e vedrai tu stesso che la meditazione non è un condizionamento. È un decondizionamento, non è fatta per darti dei pensieri, dei ragionamenti o un’ideologia. Serve semplicemente a ripulire tutto e a renderti completamente vuoto. Come può essere un condizionamento?

 

La consapevolezza non può essere un condizionamento. Essa ti appartiene. L’hai portata con te quando sei nato. Nessuno può dartela, devi semplicemente buttare via tutte le schifezze che vi si sono attaccate.

 

Il mio sforzo è di darvi la vostra individualità. Non voglio che niente sia aggiunto a voi. Siete perfetti così come siete nati, è la società che vi trattiene nell’imperfezione. Voglio semplicemente che diventiate consapevoli della vostra perfezione, della vostra bellezza, della vostra gioia, di tutte le benedizioni che sono possibili per voi e che la società impedisce, condizionando la vostra mente.

Non vi do nessun condizionamento. Se fosse stato possibile far diventare la gente più consapevole, mediante un condizionamento, le cose sarebbero state molto più semplici. Se un semplice condizionamento avesse potuto rendere la gente beata, quanto più facile sarebbe stato! Vi hanno fatto credere in menzogne totali – dio, profeti, salvatori, incarnazioni – ma nessuno è riuscito a condizionarvi alla beatitudine, alla spontaneità, alla totalità, per il semplice fatto che sono qualità che già avete – devono solo essere scoperte.

Se avete abbastanza coraggio da rendervi vuoti, vi ritroverete pieni di tutte le vostre qualità naturali, che sono di eccezionale bellezza e possiedono una caratteristica incomparabile: sono eterne. Una volta ritrovate, non si perderanno più.

Osho, tratto da The Path of the Mystic

  

 

Decondizionamento sessuale

Tranquillo, capo, non c’è problema!

 

Arriva da una fattoria del Queensland centrale, in Australia. Ma Abhay è lontano mille miglia dall’immagine dell’australiano alla Crocodile Dundee. È evidentemente un tipo romantico, con lunghi capelli biondi, grandi occhi azzurri e un sorriso timido che lo rendono più simile a Byron che a un duro. Non per questo ha la testa fra le nuvole. A ventotto anni Abhay è gia laureato in economia e produzione, e ha anche ottenuto un diploma post-universitario in filosofia e in export management. E allora, che cosa l’ha portato alla Comune di Osho? Lui dice: problemi sull’amore e la sessualità.

 

“Secondo me c’è una fortissima sinergia fra i condizionamenti maschili e quelli riguardo al sesso. Sono cresciuto in un ambiente rurale molto conservatore e il condizionamento che veniva dai miei genitori era: il sesso è una brutta cosa. Non potevo mai guardare niente alla televisione che implicasse qualcosa di anche lontanamente sessuale, sebbene naturalmente tutto fosse già passato per la censura governativa. Il chiaro messaggio era che di sesso non si parla. Così quello che ho assimilato è stata un’enorme paura e timidezza per il sesso e la nozione che è qualcosa di sbagliato.

Dalla mia adolescenza in poi, fra uomini si parlava moltissimo del “fare sesso”: quanto lo facevamo e con quante donne diverse. Così c’era una grande spinta alla prestazione sessuale, a mostrarsi uomini nel fare sesso. E poiché io venivo da una situazione dove il sesso non era ammesso, il fatto creava in me un dilemma.

Prima di scoprire la Comune di Pune, Abhay aveva cominciato a cercare risposte studiando yoga per diversi mesi a Rishikesh e seguendo poi un ritiro di meditazione buddista in Tailandia. Certo le pratiche yoga e i ritiri buddisti non sembrano i più adatti per esplorare quel tipo di problemi, ma dice Abhay: “La meditazione ha liberato moltissime cose dentro di me. È stato attraverso la meditazione che un po’ alla volta ho cominciato a sentire un nuovo desiderio di relazione. Poi mi sono reso conto che l’approccio buddista non si concilia con la vita di tutti i giorni e così mi sono incamminato verso Pune”.

Quando, arrivato alla Comune, ha potuto sperimentare le varie tecniche meditative di Osho, ne è rimasto completamente sbalordito. “Ciascuna ha una fase iniziale di respirazione o di movimento fisico e il lasciarsi andare in quella fase è così gioioso – a differenza dell’ardua preparazione delle meditazioni buddiste. Segue poi uno stato di silenzio e la profondità a cui mi ha subito portato è sbalorditiva. E ha continuato a succedere. In una sola ora di meditazione sono riuscito a raggiungere strati più profondi che non nei dieci giorni di ritiro buddista che avevo fatto prima.

E cambiamenti ancora più importanti si sono verificati quando ha cominciato a partecipare ai gruppi della Multiversity.

“La meditazione mi aveva reso consapevole delle aree dove era necessario che lavorassi. Ma nei gruppi sono arrivate intuizioni a bizzeffe!”

“Il primo gruppo è stato From Fear to Love (Dalla paura all’amore). Ho visto che non ero spontaneo, che avevo addosso una notevole rigidità, il mio modo per evitare le paure. Ma l’intuizione più grande che mi è arrivata è stata il rendermi conto che potevo divertirmi mentre esploravo questi problemi! Potevo dire a me stesso “Okay, c’è la paura: attraversala e arriva alla prossima situazione”.

Ho visto anche che avevo negato la mia sessualità. A causa del mio condizionamento ero convinto che il sesso fosse una brutta cosa, mentre l’amore non lo era. Il che mi confondeva. Non riuscivo a integrare le due cose, così avevo respinto l’idea che l’amore potesse avere a che fare con la sessualità, che niente di significativo poteva esistere fra me e una donna. Ma come trovare l’intimità senza affrontare tutto il problema della sessualità? Il gruppo ha portato alla luce tutte queste cose.

Ho capito che l’essenza di quello che Osho chiama “crescere in amore” è che se voglio crescere in amore con una donna, devo prima tornare a me stesso. Improvvisamente ho visto come la meditazione sia collegata all’intimità. Non è opposta all’intimità, ne è un ingrediente essenziale.

Ho cominciato a capire qualcosa di più del sesso, dell’amore e dell’essere. Non dovevo più cercare, bastava che stessi bene da solo per attrarre una persona con la quale sarei entrato in sintonia. Allora mi è cominciato a succedere di incontrare l’intimità e ora mi sta portando in esperienze completamente nuove. Per esempio, ho cominciato a rivelare cose di me stesso a una donna, cose che, per il timore di essere rifiutato, non avevo mai detto neppure ai più cari amici maschi.”

Per mezzo di ulteriori esperienze di gruppo gli è riuscito anche di vedere la dinamica tra il desiderio di essere in intimità con qualcuno pur rispettando la propria e il bisogno di stare da soli. Si è reso conto delle dinamiche di potere nelle relazioni – chi in determinati momenti detiene il potere e chi no.

Ma voleva anche esplorare il suo rapporto con gli uomini.

“Per il maschio australiano avere degli amici significa andare in giro a bere birra o a giocare a pallone. È qualcosa di tranquillo, che non crea problemi. Non c’è bisogno di affrontare niente di profondo e forse è una buona maniera che hanno gli uomini per essere amici, in un modo che si ritiene accettabile. Ma io non ero mai stato capace di vivere quel tipo di situazione, neppure quando abitavo in città.

Ho deciso di fare il gruppo di tantra per uomini, perché avevo moltissime resistenze ad avvicinarmi agli uomini. Lo considero parte del mio condizionamento culturale. Va bene stritolare un compagno di bevute in un grosso abbraccio da orso, ma non va bene mettergli il braccio attorno alle spalle in segno d’affetto. Se fai una cosa del genere tutti dicono subito che sei omosessuale.

Dopo tre giorni di gruppo fra tutti noi si era creata una profonda intimità. Tutti avevamo lasciato perdere i giudizi e vedevamo i benefici di quando gli uomini stanno vicini fra loro, si sostengono fra loro. Ho imparato un modo diverso di mettermi in relazione, un modo che mi ha permesso di entrare in contatto con energie molto forti ed elementari e ho visto che potevo smettere di affrontare le cose solo con l’intelletto.

Abhay ha continuato a fare gruppi, per mezzo dei quali ha ottenuto, come lui stesso dice: “una maggiore consapevolezza dei miei condizionamenti di maschio australiano rispetto alla sessualità. Quell’intuizione mi sta rendendo possibile smettere di preoccuparmi per la “prestazione” e finirla con il conteggio delle conquiste. È una sensazione così liberatoria! Invece di stare là a gareggiare con qualcun altro, c’è l’accettazione di me stesso. Per esempio, in passato, credevo di essere molto ingenuo sessualmente. Ora sono arrivato ad accettare che va bene così: di fatto è una specie di innocenza.

Ho anche capito, da quando sono qui, che anche se l’amore è una cosa bellissima, non è mai separato dalla libertà. Se cresci in amore, cresci in libertà – e viceversa.

 

 

Se si diventa consapevoli, allora tante cose non sono più possibili. Non è più possibile cadere in preda all'amore. L'amore inizia a farti crescere, non a cadere. La qualità stessa del tuo amore diventa totalmente diversa. E sempre meno qualcosa che ha a vedere con l'altro, diventa più uno stato del tuo essere. Tu sei pieno d'amore, Io condividi, ma da parte tua non ci sono più pretese.

Osho

 

 

Decondizionamento razziale e religioso

SENZA CATENE

 

Nella vita di Rajini, avvocato trentenne di Londra, i condizionamenti razziali e religiosi hanno giocato un ruolo più grande che in quella della maggior parte di noi.

 

Rajini dice che dopo aver delegato tutto ad un dio che non poteva vedere, voleva essere padrona di se stessa e di decidere da sola.

 

 

Cresciuta a Birmingham, in Inghilterra, dove i suoi genitori emigrarono dalla Giamaica, ha vissuto in un clima di paura. “Da quando mi ricordo ho sempre sentito i miei genitori dire: “La gente là fuori non ti vuole. Stai con quelli della tua razza, perché i bianchi, alla fine, ti pugnalano sempre alle spalle.

Sebbene al giorno d’oggi l’Inghilterra sia diventata molto più multirazziale, le tensioni fra bianchi e neri sono ancora forti: “Perché – dice lei – il condizionamento razziale, da entrambe le parti, è che noi siamo meno dei bianchi. Me ne sono accorta chiaramente sin da bambina. Mi prendevano in giro per il colore della mia pelle, non mi accettavano a giocare con loro, e così ho vissuto una vita a parte, restando ai margini. Ricordo che le mie note personali, a scuola, mi descrivevano come “una che osserva passivamente dal di fuori”: avevo paura a partecipare.

Sono anche cresciuta col fardello che si porta addosso la gente nera, e cioè che non puoi farcela, a meno che tu non sia migliore dei bianchi. C’era una forte pressione ad andare sempre bene negli studi e dimostrare che ero qualcuno.

E così Rajini studiava molto ed era sempre in mezzo ai libri, erano un po’ il suo rifugio.

A diciannove anni, quando studiava legge all’Università di Coventry, si convertì nella Chiesa Cristiana Avventista. Questa aveva dei confini ben precisi nel campo della morale sessuale, e l’aiutò a giustificare il suo rifiuto dell’intimità. Fu un passo che, come avrebbe scoperto più tardi, servì soltanto ad amalgamare la paura del sesso col senso di inferiorità e con l’attitudine negativa alla vita già presenti dentro di lei.

Una volta laureata Rajini andò a Londra, lontana dall’influenza di una madre autoritaria e molto religiosa, e da quella del suo ragazzo, un attivista nel campo dei problemi razziali.

Così solo allora: “Cominciai a sbocciare! Ero sempre stata la figlia obbediente, la fidanzata obbediente, e ora finalmente non c’era più tutta questa gente a dirmi quello che dovevo fare. Scoprii che sono una persona attraente, che fa amicizie facilmente, che è intelligente e ha delle cose da dire. Suona buffo, ma avevo bisogno di essere egoista, di pensare a me e dimenticarmi degli altri: pensare a quello che volevo fare. Avevo delegato tutto a un dio che non potevo vedere. Volevo essere padrona di me stessa e prendere le mie decisioni da sola.

Tali idee eretiche inevitabilmente la portarono verso Osho e verso il sannyas.

Non che così i suoi condizionamenti cristiani se ne siano semplicemente andati in un angolo a morire. È qualcosa che si porta ancora dietro, e se ne rende perfettamente conto.

 e si porta ancora dietro, e se ne rende perfettamente conto. “La paura del sesso è un problema grosso. Di “La paura del sesso è un problema grosso. Di base è la paura di godere della vita – quando mi sto divertendo troppo, ho sempre la sensazione che presto qualcosa andrà sicuramente storto – e questo fa parte del “pacchetto” dei miei condizionamenti, così come la sensazione costante che devo assolutamente essere una brava persona, gentile, generosa, altruista, senza mai mostrare rabbia, altrimenti di sicuro andrò all’inferno.”

Rajini dice di essere: “In un continuo processo di elaborazione di tutte queste cose, per poter vedere quello che è vero per me, così da poter andare avanti senza tutto questo inutile bagaglio.”

Rifiutare il cristianesimo è stato solo l’inizio. Poi ha dovuto confrontarsi con i suoi condizionamenti riguardo al colore della pelle. Cosa strana, il nome sannyasin che ha ricevuto, Rajini, le ha dato la spinta di cui aveva bisogno.

Rajini vuol dire “notte” e all’inizio mi ero persino offesa: pensavo che mi avessero dato quel nome a causa del colore della mia pelle. Io desidero mescolarmi con gli altri, non voglio attirare l’attenzione sul fatto che sono nera. Ma l’aver ricevuto quel nome mi ha fatto affrontare finalmente la mia non accettazione di me stessa. Parte di questo confronto è avvenuto quando ho fatto la Darkness Meditation, durante la quale qualcosa è cambiato dentro di me. È stata un’esperienza mistica.” Continua Rajini: “Mi sono sentita veramente come arrivata a casa. Non c’era bianco, non c’era nero. Non c’erano paragoni o giudizi. C’era solo il niente, solo il buio, il vuoto, la pace. Bellissimo! Nell’ideologia cristiana l’enfasi sulla luce e sull’oscurità è molto forte. Uno degli inni che cantavamo in chiesa dice: “Lavami e rendimi candida come la neve”. Dei neri che chiedevano di essere lavati per diventare bianchi come la neve? È folle! Come facciamo ad accettarci? E l’Africa: “quella terra di ignoranti selvaggi neri”? Io sono cresciuta in mezzo a tutta questa roba. Voglio superare questo contrasto bianco-nero, ma il mio condizionamento razziale comprende l’orgoglio di essere nera e di “stare con quelli della tua razza. Se restiamo in gruppo abbiamo meno da temere dai bianchi”. È una cosa che non accetto, perché è basata sulla paura. Mi sento a mio agio con i neri, parliamo lo stesso linguaggio e abbiamo le stesse esperienze, ma non voglio dover sempre stare insieme a loro. Così sto tentando di uscire da questa paura che ho fin da quando ero bambina.”

Rajini è nella comune – la sua prima volta – ormai da più di due mesi ed è stata, come lei stessa dice: “Un’esperienza di quelle che ti cambiano la vita. Il vero giro di boa è avvenuto col gruppo Primal Feeling. È stato là che ho visto come mi fossi tenuta in corpo un sacco di traumi provenienti dall’infanzia. Lo stesso fatto di rendermene conto ha prodotto un cambiamento dentro di me, perché la consapevolezza mi ha dato potere. E ora mi sento molto più capace di cercare, nella vita, le cose che mi daranno gioia. Il gruppo mi ha anche aiutata a distinguere tra quello che proviene dal condizionamento dei miei genitori e quello che è mio. A volte mi sono accorta di stare recitando la loro storia, invece della mia. Ora posso vedere quando “questa non è la mia storia” e io ho bisogno di trovare la mia storia, di trovare me stessa”.

E che parte ha avuto la meditazione in questo processo?

“La meditazione mi ha portato la libertà. Facevo la Dinamica e la Kundalini, a Londra, e hanno reso di sicuro la mia vita più semplice. La meditazione mi rimette in contatto con la bambina interiore  – una bimba molto giocosa, impertinente, birichina e che ama scherzare con gli altri! Con la meditazione riesco ad affrontare gli stress quotidiani della vita. In qualche modo, se medito, riesco molto di più a vedere il bello della vita e a giudicarmi meno.

Quella piccola bambina spaventata, l’ “osservatricepassiva” che per tanti anni è restata malinconicamente alla periferia della vita, è un lontano ricordo del passato.

Mentre scrivo queste righe, Rajini è nel gruppo del Tantra ad affrontare le sue paure riguardo la sessualità. Lei lo trova “Fantastico!”

L’osservatore distaccato è presente in tutta la sua giornata, ma ora lo è in senso meditativo. La sua capacità a restare disidentificata con ciò che non è essenziale, va di pari passo con la partecipazione totale. “Ora” – butta la testa all’indietro e ride – “ora ballo come una pazza!” Tace un attimo e poi aggiunge piano: “L’altro giorno, mentre camminavo per la comune, pensavo che ho aspettato questo giorno per tutta la vita – il giorno in cui avrei ritrovato me stessa!”osa, altruista, senza mai mostrare rabbia, altrimenti di sicuro andrò all’inferno.”

Rajini dice di essere: “In un continuo processo di elaborazione di tutte queste cose, per poter vedere quello che è vero per me, così da poter andare avanti senza tutto questo inutile bagaglio.”

Rifiutare il cristianesimo è stato solo l’inizio. Poi ha dovuto confrontarsi con i suoi condizionamenti riguardo al colore della pelle. Cosa strana, il nome sannyasin che ha ricevuto, Rajini, le ha dato la spinta di cui aveva bisogno.

Rajini vuol dire “notte” e all’inizio mi ero persino offesa: pensavo che mi avessero dato quel nome a causa del colore della mia pelle. Io desidero mescolarmi con gli altri, non voglio attirare l’attenzione sul fatto che sono nera. Ma l’aver ricevuto quel nome mi ha fatto affrontare finalmente la mia non accettazione di me stessa. Parte di questo confronto è avvenuto quando ho fatto la Darkness Meditation, durante la quale qualcosa è cambiato dentro di me. È stata un’esperienza mistica.” Continua Rajini: “Mi sono sentita veramente come arrivata a casa. Non c’era bianco, non c’era nero. Non c’erano paragoni o giudizi. C’era solo il niente, solo il buio, il vuoto, la pace. Bellissimo! Nell’ideologia cristiana l’enfasi sulla luce e sull’oscurità è molto forte. Uno degli inni che cantavamo in chiesa dice: “Lavami e rendimi candida come la neve”. Dei neri che chiedevano di essere lavati per diventare bianchi come la neve? È folle! Come facciamo ad accettarci? E l’Africa: “quella terra di ignoranti selvaggi neri”? Io sono cresciuta in mezzo a tutta questa roba. Voglio superare questo contrasto bianco-nero, ma il mio condizionamento razziale comprende l’orgoglio di essere nera e di “stare con quelli della tua razza. Se restiamo in gruppo abbiamo meno da temere dai bianchi”. È una cosa che non accetto, per

 

 

"Ribellati contro il condizionamento di massa e diventa un individuo. Solo così saprai chi sei. Ora sai di essere o indù o mussulmano o cristiano. Ma non sei nulla di tutto ciò. Non sei né bianco né nero, non sei né uomo né donna – sei solo pura consapevolezza, senza alcuna definizione. Non ci sono confini per questa consapevolezza, la consapevolezza è infinita."

Osho

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In forma senza stress

 

È stato grazie alla Meditazione Dinamica, il metodo rivoluzionario creato da Osho, che il dottor Devapath, un medico tedesco che ama molto praticare sport, ha imboccato la strada verso una nuova vita. Adesso, dopo più di vent’anni, passati per la maggior parte a occuparsi di terapia del respiro, aspetta l’uscita del suo primo libro Love, Sport and Meditation (Amore, sport e meditazione).

 

 

Devapath considera la Dinamica come “l’attività sportiva per l’uomo moderno” perché, spiega, “non hai bisogno di molto spazio, o di essere all’aria aperta – puoi farla dovunque – e ha tutti gli elementi per mantenere in forma il corpo, e anche lo spirito. Non presenta i tratti negativi tipici di molti sport – la competitività, il misurarsi con gli altri, il focalizzarsi sullo scontro – e si concentra su quelli positivi, quali il liberarsi dalle tensioni, in modo tale da darti un senso di benessere, vitalità e consapevolezza.”

Lo stesso approccio – eliminare gli elementi negativi e accentuare i positivi – sta alla base del suo concetto di fitness creativo. “L’idea è quella di uno stile di vita attivo, simile a quello dei bambini. Un bambino non ha bisogno di frequentare un fitness center. Si tiene in forma semplicemente continuando a scoprire le possibilità del suo corpo, la sua forza e i suoi limiti; con la sua vitalità e spontaneità; con un atteggiamento sempre curioso e pronto a meravigliarsi; con una mente innocente e una respirazione naturale.

Ecco perché ho iniziato a chiedermi se fosse possibile rimanere in forma imparando dai bambini, riscoprendo quello che una volta conoscevamo così bene, senza continuare a inventare tutta una serie di complicati macchinari che spesso sembrano appena usciti da una camera di tortura. E senza spendere un occhio della testa.”

Partendo da questa domanda Devapath ha sviluppato tutta una serie di idee per rimanere in forma in maniera semplice e naturale – liberi da orari, routine e regole – senza spendere e soprattutto divertendosi.

 

 

SETTE CONSIGLI PER IL FITNESS CREATIVO

 

1 Ama il tuo corpo

Amare e rispettare il corpo è fondamentale per sentirsi bene, sia fisicamente che in generale. Troppo spesso abbiamo sacrificato il nostro corpo sull’altare del successo, in nome della competizione. Ci dimentichiamo che il corpo è la nostra “casa”, e che solo prendendoci realmente cura delle sue necessità possiamo fare sport e tenerci in forma in una maniera sana. Dobbiamo dimenticare le idee preconcette, nostre o altrui, su come il corpo dovrebbe essere e imparare ad accettarlo così com’è. A volte basta sedersi per pochi attimi a occhi chiusi e “ascoltare” le esigenze del corpo. Hai mai provato a chiedere al corpo che tipo di esercizio fisico preferisca fare o che tipo di cibo gli sia necessario per mantenersi sano?

 

2 Un bel respiro profondo

Una respirazione profonda pulisce, nutre e rivitalizza il corpo, chiarisce le idee, rende più sensibili e ci porta in uno stato di equilibrio e armonia a livello generale. Quando la respirazione coinvolge correttamente anche il diaframma, tutti gli organi interni vengono ossigenati nella maniera migliore, e stimolati dai suoi movimenti regolari. Questo aiuta a prevenire tutta una serie di disturbi legati alla digestione, dolori di schiena, e disturbi di cuore. Fare un bel respiro profondo ti rivitalizza, e un’espirazione profonda e lenta è particolarmente utile per liberarti dallo stress. Con il respiro possiamo ritrovare un equilibro nel vortice delle emozioni e mantenerci rilassati.

 

3 Sintonizzati con la tua intelligenza emotiva

Spesso siamo sconvolti dalle emozioni e le combattiamo senza necessità. Il reprimerle ci isola da una fonte importante di energia, ci fa perdere il contatto con la nostra sensibilità, la nostra intuizione e ci impedisce di provare qualcosa per noi stessi e per gli altri. Lo stress può far esplodere le emozioni durante la pratica sportiva e queste interferiscono con le nostre prestazioni atletiche, se non sappiamo come trattarle è facile farsi del male o farne ad altri.

Dobbiamo imparare ad accettarle invece di reprimerle. Se le emozioni ci dominano o ci condizionano la vita, abbiamo bisogno di liberarcene attraverso metodi di meditazione attiva. Diventiamo così,  gradualmente, sempre più in grado di osservarle con distacco e di utilizzare l’energia che altrimenti ci fanno perdere.

 

4 Flessibilità

Il corpo migliore è un organismo flessibile, che ha raggiunto un equilibrio nel suo ritmo di attività e passività, o – per usare la terminologia della medicina cinese – fra le energie yin e yang. Spesso siamo portati a dimenticare che ogni attività conduce naturalmente – e il corpo ne ha bisogno – a un successivo periodo di rilassamento. Se, per rimanere in forma,  aumentiamo lo stress con allenamenti eccessivi e prolungati, senza farli seguire da opportuni momenti di rilassamento, siamo sicuramente sulla cattiva strada.

 

5 Amicizia, non competizione

Goditi quello che sei, uomo, donna o bambino. Non hai alcun bisogno di essere differente, non devi diventare qualcun altro. L’idea che l’uomo è più forte è frutto di un condizionamento di secoli. Non considera la forza della donna, la sua capacità di portare amore, sensibilità e benessere nelle nostre vite. Se il tenersi in forma rimane condizionato da questa impronta prettamente maschile e dalla tendenza all’iperattivismo, può diventare pericoloso. Ha bisogno di un aspetto femminile di rilassamento, e della meditazione, per riuscire veramente a darci benessere e gioia. Bisogna scoprire le qualità femminili per raggiungere davvero uno stato di salute naturale.

 

6 Ridere ti tiene in forma

È importante, durante lo sport e gli allenamenti, evitare di essere troppo seri e, appunto, giocare.

Un bambino ride trecento volte al giorno, un adulto quaranta – solo sei volte se è depresso. Questo può spiegare perchè i bambini sono, se non altro all’inizio, sani e felici. Ridere rinforza il sistema immunitario, aumentando il livello di immunoglobulina A, assorbe l’ormone dello stress (cortisolo) e muove più muscoli di ogni altro esercizio. Ridere è la forma di allenamento migliore!

 

7 Sii totale

Riuscire a essere totali e consapevoli in ogni momento aggiunge una nuova dimensione a tutto quello che si fa per tenersi in forma: la dimensione del gioco e della meditazione.

Così, senza tensioni nel corpo, pensieri nella mente ed emozioni nel cuore, non siamo più separati dalla nostra profonda pace interiore.

 

La ricetta di Devapath per restare in forma:

Non torturarti, DIVERTITI

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UN LIBRO DA VIVERE

 

 

DAL SESSO

ALL'EROS COSMICO

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News Services Corporation

Pagine 168 Lire 23.000

 

 

la genesi dell’amore: Amore. Cos’è l’amore? Sentirlo è facile, ma definire l’amore è molto difficile… Le cose più nobili e più belle della vita si possono vivere, si possono conoscere, ma sono difficili da definire, difficili da descrivere. E questa è l’infelicità dell’uomo: negli ultimi quattro-cinquemila anni non hanno fatto altro che parlare e parlare di un fenomeno che avrebbe dovuto vivere con tutto se stesso, di un fenomeno che deve essere realizzato dall’interno: l’amore.

 

il punto di partenza: La pura verità è che il sesso è il punto di partenza dell’amore. Il sesso è l’inizio del viaggio verso l’amore. Da sempre si dice: “Il sesso è peccato, il sesso è irreligioso, il sesso è veleno”. E sembra che non ci rendiamo mai conto che alla fine è l’energia sessuale stessa che scorre e raggiunge l’oceano interiore dell’amore. L’amore è la trasformazione dell’energia sessuale. La fioritura dell’amore proviene dal seme del sesso.

 

tutti dicono di amare: Le madri, le mogli, i figli, i fratelli, le sorelle, gli amici: tutti dicono di amare. Ma se osservate la vita nella sua totalità, non vi è nessun amore evidente. Se tante persone fossero ricolme d’amore dovrebbe esistere una pioggia d’amore; dovremmo vedere il giardino del mondo traboccare di un’infinità di fiori d’amore. Invece siamo avvolti da un’atmosfera diffusa di repulsione. Non si trova neppure un singolo raggio d’amore in questo tristissimo scenario esistenziale.

 

l’importanza della vita: La vita è un tesoro immenso, e l’uomo non fa altro che buttarlo via. Quando arriviamo a renderci conto dell’importanza della vita, ce la siamo lasciata sfuggire. Il segreto, il mistero, la beatitudine, la liberazione, il paradiso: tutto perduto. E la vita è andata sprecata. Io dico che non vi è, né vi può essere, nessun dio all’infuori della vita stessa. Chi si lascia sfuggire la vita, sicuramente si lascerà sfuggire ogni altra cosa.

 

lo spettro del sesso: Oggi abbiamo paura a discutere di sessualità; perché abbiamo una paura mortale a discutere di questo argomento? La nostra società si sarà liberata dello spettro del sesso soltanto quando avremo trovato il coraggio di parlare del sesso in modo razionale e sano. Soltanto capendo il sesso in tutti i suoi aspetti potremo trascenderlo. Non puoi liberarti di un problema chiudendo gli occhi.

 

la percezione di samadhi: Nell’esperienza sessuale esiste un livello più sottile oltre la semplice routine fisica. È un livello che nella sua essenza è religioso. Per comprendere questa esperienza devi stare molto attento. Se non riesci ad afferrare il significato di quest’esperienza, vivrai e morirai nel sesso puro e semplice. Puoi liberarti dal sesso se imparerai a raggiungere il samadhi senza dover sottostare al sesso.

 

i due elementi: La realizzazione che si ha nel momento dell’orgasmo si compone di due elementi: l’assenza di ego e l’assenza di tempo. Il tempo si ferma e l’ego svanisce. A causa dell’assenza dell’ego e del tempo, si ha una chiara visione del proprio sé, del proprio essere reale. Attraverso l’intero arco della sua vita, l’uomo cerca ripetutamente di afferrare quell’attimo di apertura.

 

amore incondizionaTO: Non avete mai notato che quando avete dimostrato un po’ d’amore a qualcuno, un’ondata di gioia riempie tutto il vostro essere? Non vi siete mai resi conto che i momenti più sereni, di soddisfazione, sono stati quelli procurati da momenti di amore incondizionato? L’amore puro può sopravvivere soltanto se non viene adulterato da condizioni.

 

e ricordatevi: Il rapporto tra marito e moglie è l’inizio di un viaggio e non la fine. Poiché si tratta di un viaggio, il marito e la moglie vivono in costante stato di tensione. Un viaggio è sempre faticoso; la pace si trova solo quando si è giunti a destinazione. Il matrimonio non è né lo scopo, né la meta.

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Tecniche di Meditazione

Stop !

 

La mente è fatta di informazioni inserite dentro di noi molto prima che avessimo coscienza per accettarle o rifiutarle. Sono dati determinati, almeno parzialmente, dalla nostra nazionalità, sesso, religione e classe sociale, e possono dirigere l’intero corso della nostra vita. Una vita basata su questi dati ha i suoi vantaggi. È sicura. È protetta. E sicuramente elimina qualsiasi risposta creativa agli eventi del momento. Inoltre, quando riduciamo la nostra esistenza a una serie di routine programmate e di abitudini, va a finire che operiamo come se fosse inserito il pilota automatico.

 

Come interrompere questo “sonnolento” stato di cose?

Se per abitudine porti l’orologio al polso sinistro, prova qualche volta a metterlo a destra. Se mangi tenendo la forchetta nella mano destra, prova a cambiare mano. Certo i pasti dureranno un po’ di più, ma sicuramente scoprirai di essere diventato più attento! I metodi meditativi aiutano a portare consapevolezza in tutti i nostri schemi e pregiudizi inconsci. Ecco un semplice ma efficace antidoto all’automatismo.

 

Comincia a praticare un metodo semplicissimo, almeno sei volte al giorno. Ci vuole mezzo minuto alla volta, cioè tre minuti al giorno. È la più breve meditazione che esista al mondo! Ma devi farla all’improvviso – in questo consiste tutta la sua efficacia.

Stai camminando per strada e improvvisamente te ne ricordi. Fermati, bloccati completamente… neppure un piccolo movimento. Resta attento solo per mezzo minuto. In qualsiasi situazione fermati completamente e fa attenzione a qualsiasi cosa ti accada. Poi ricomincia a muoverti. Sei volte al giorno. Puoi farlo di più, ma non di meno.

Se soltanto ti rendi presente a te stesso, all’improvviso, tutta l’energia cambia. La “catena di montaggio” che stava funzionando nella mente si ferma. E questo avviene così all’improvviso, che la mente non ce la fa a creare subito un nuovo pensiero. La mente ha bisogno di tempo, la mente è stupida. Non può lavorare se non ha tempo, quindi se lo fai all’improvviso… Gurdjieff [il mistico russo] chiamava questo esercizio l’esercizio dello “Stop”.

I suoi discepoli stavano lavorando – chi stava zappando in giardino, chi stava pulendo il pavimento, chi stava cucinando – e improvvisamente lui gridava forte: “Stop!” Tutti dovevano fermarsi – qualsiasi cosa stessero facendo. Se avevi la bocca aperta e stavi per dire qualcosa, dovevi tenerla aperta, non dovevi chiuderla. Se avevi gli occhi aperti, dovevi lasciarli aperti. Se stavi camminando e avevi mosso un passo, dovevi restare con la gamba alzata – che ci riuscissi o no non era di nessuna importanza. Non dovevi modificare niente: dovevi soltanto fermarti così com’eri.

È uno dei metodi più belli sviluppati da Gurdjieff. In quello “Stop” improvvisamente la mente si ferma e per un istante c’è una schiarita. Tutti i pensieri scompaiono – c’è un vuoto e in quel vuoto un’apertura.

Dovunque tu sia, nel momento in cui te ne ricordi, dà una scossa a tutto il tuo essere e fermati. Non solo diventerai consapevole tu, ma presto ti accorgerai che altri si sono resi conto del cambiamento nella tua energia, che qualcosa è accaduto, che qualcosa di nuovo e sconosciuto sta entrando dentro di te.

Allora, sei volte o anche di più… e non per un tempo più lungo, perché, dopo mezzo minuto la vecchia mente tornerà in sé e tutto l’effetto sarà rovinato.

Osho, God is Not For Sale

 

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