SOMMARIO

 

2 CENTRI DI OSHO IN ITALIA

Tutti i Centri di meditazione di Osho divisi per regione

 

6 LE NOTIZIE

Fuori e dentro la Comune

 

8 L'AMORE NEL 21 SECOLO

Cos'è la gelosia?

Ci sono cose che spesso tentiamo di nascondere persino a noi stessi.

Storie di ordinaria gelosia

Per affrontarla devi prenderti le tue responsabilità.

Un problema di base

La gelosia può nascere perché si vive il sesso in maniera repressa.

 

16 IL FESTIVAL

Il grande evento a Varazze

Il racconto di questi entusiasmanti tre giorni che hanno visto centinaia di persone meditare e celebrare.

Contro lo stress

I momenti salienti del workshop di Anando.

Fare un click!

L'importanza di questo avvenimento. Riflessioni di Sw. Anand Videha.

 

24 CONOSCERSI

Le relazioni... una finestra sull'anima

Le nostre storie di relazione sono probabilmente il palcoscenico più ricco che vi sia per imparare a conoscere la vita e noi stessi.

 

28 INTERVISTA

Oltre il dipinto

Meera, la nota pittrice, ci parla di cosa le piace dell'arte italiana e ci spiega perché ha dipinto in Italia alcune delle sue opere più belle.

 

30 BUDDHA DOVUNQUE

Silenzio: lo puoi portare anche in città

Con la meditazione puoi riuscire a trovare la quiete anche nel frenetico mondo d'oggi.

 

32 BEST SELLER-LONG SELLER

Il grande successo dei libri di Osho.

 

33 UN LIBRO DA VIVERE

Tecniche di liberazione

La meditazione spiegata all'uomo d'oggi.

 

34 CONSAPEVOLEZZA

Hai una sigaretta?

Osho ci spiega alcune delle radici profonde di questa schiavitù, facendoci notare come solo la consapevolezza possa veramente liberarci.

 

40 BIOGRAFIA

Osho: mai nato mai morto

Sempre più in profondità, sempre più distaccato dal corpo; l'intensità e la bellezza di quegli ultimi anni.

 

50 TUTTE LE STELLE

Il tuo oroscopo di luglio.

 

52 LA VETRINA

Tutti i libri di Osho in italiano, i video di Osho, le musiche per la meditazione e il rilassamento.

 

60 MEDITAZIONE

Respirare dalla pianta dei piedi

L'importanza di ritrovare le nostre radici e vivere in modo naturale

 

  

OSHOTIMES INTERNATIONAL

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LE NOTIZIE

 

Questa volta a Firenze

The Festival

 

Dopo il successo dell’appuntamento di Varazze (vedi pp. 16 e seguenti)

The Festival si "sposta" a Firenze,  dove dal 16 al 18 giugno lo potrete trovare in una locazione centralissima: l’Accademia Italiana in piazza Pitti. Sempre all’insegna della meditazione e della celebrazione, si potrà seguire un programma denso di avvenimenti: dimostrazioni pratiche delle varie tecniche di meditazione di Osho, workshop su come prendere distanza dalla propria mente ed entrare in sintonia col cuore, meditazioni con musica dal vivo e tecniche dal Vigyan Bhairav Tantra. E inoltre spettacoli serali come le Sacre Danze di Gurdjieff, concerti, recital… e la cucina dei famosi cuochi di Miasto. Uno spazio dedicato alle minisessioni renderà possibile sperimentare fino a una dozzina di diverse tecniche.

Per informazioni sul festival:

Osho Miasto tel 0577/960124

o Ma Bodhisu tel 0335/7072131

e-mail: oshomiasto@oshomiasto.it.

Aggiornamenti in tempo reale e programma on line alla pagina internet: www.oshoamici.it/festival.

 

 

Osho va forte …

 

Oltre alla buona posizione conquistate recentemente, e non è la prima volta,  da un titolo di Osho nelle classifiche generali dei libri più venduti in Italia (vedi pg. 32) c’è un’altra bella notizia, sempre in campo editoriale, che arriva dalla recente Fiera del Libro di Torino:

Il libro Quell’oscuro intervallo è l’amore – dove Osho commenta vari aspetti di questo tema sempre così presente nelle nostre vite – è al terzo posto fra i libri più venduti negli Autogrill delle autostrade italiane, preceduto solo da una raccolta di ricette di cucina e da un libro sulla mitologia… Osho va davvero forte! Il titolo è pubblicato dal gruppo Demetra, che è fra i primi cinque editori italiani, una società giovane, molto innovativa nel campo editoriale, che ha scelto di essere presente soprattutto nella "grande distribuzione": centri commerciali, ipermercati e Autogrill (appunto). Hanno oltre 110  punti vendita di proprietà in situazioni di questo tipo, riuscendo così a raggiungere bene anche i "non lettori", le persone cioè che per abitudini culturali non frequentano i librai tradizionali. Demetra ha in catalogo anche un altro titolo di Osho Tu sei il mondo, discorsi tratti da Sermons in Stones sul tema della responsabilità individuale.

Anche questo titolo vende molto bene, ma più nei negozi che sulle autostrade… misteri della circolazione.

 

 

Kundalini al Liceo

 

Il liceo è quello di Mendriso, nel Canton Ticino, quella parte della Svizzera dove si parla italiano. Un allieva, che fa parte della commissione per gli spazi autogestiti, ha contattato una sannyasin locale, Chahat, invitandola a presentare  e far sperimentare alcune tecniche di meditazione di Osho durante l’orario di scuola. È stato un gran successo. Decine di studenti si sono impegnati nella Kundalini – era per tutti la prima esperienza – e tutti quanti alla fine hanno detto che volevano poterla fare ogni settimana. In altri due incontri sono state proposte, sempre con successo, la meditazione Mandala e l’Aurasoma, quest’ultima alla presenza anche di alcuni docenti. Era per tutti veramente la prima volta che entravano in contatto con la meditazione, e molti l’hanno valutata un’esperienza davvero significativa. Ripartirà quasi sicuramente quando iniziano di nuovo le scuole. È ormai da molto tempo che Chahat apre "non solo la sua casa ma anche il suo cuore" – come ci scrive con grande semplicità – a chi vuole meditare, ascoltare e ascoltarsi, sperimentare, cambiare; ogni mercoledì sera ci sono incontri di meditazione e inoltre Chahat organizza gruppi di crescita interiore e ogni mese celebrazioni per la luna piena. Le serate e gli incontri sono aperti a tutti, anche a chi non sa nulla della meditazione o di Osho.

Per saperne di più: Chahat Bianchi Via Pollini 13 CH 6850 Mendrisio. Tel 0041-91-6465605 oppure -76-3163706 e mail: fungo@freesurf.ch

 

 

Meditare in carcere

 

Siamo tutti prigionieri, dei condizionamenti sociali, delle nostre paure, del passato, della mente che la vuol sempre far da padrona… ma di sicuro alcuni sono molto più prigionieri di altri.

La situazione esplosiva delle carceri italiane continua a occupare le prime pagine dei giornali: sovraffollamento, violenze, suicidi. Il detenuto si trova all’interno di strutture spesso fatiscenti (edifici che risalgono anche ai secoli scorsi) e inadeguate (10 mq di spazio ‘abitativo’ ogni due persone in media), senza praticamente nulla da fare tutto il giorno (le attività lavorative sono addirittura in declino, causa un’endemica carenza di educatori e assistenti sociali, e l’estenuante iter burocratico richiesto per l’approvazione di ogni cosa). Dall’altra parte ci sono coloro che lavorano in carcere per guadagnarsi da vivere: guardie carcerarie spinte all’uso di metodi "troppo sbrigativi" dalle carenze di personale, da idiozie burocratiche (se manca anche un semplice metal detector, per controllare se i detenuti abbiano lamette o coltelli bisogna in continuazione compiere umilianti ispezioni corporali), da un diffuso malessere sempre più diffuso; si sviluppa così una cultura della violenza che negando l’umanità della controparte (il detenuto) fa di fatto sparire anche la propria.

In questo desolante panorama di repressione anche una piccola goccia di consapevolezza può riuscire a fare molte cose. È nato così il progetto di Paragyan per portare “Metodi di rilassamento e purificazione all’interno delle case di reclusione”. Il carcere in questione è quello della sua città, Palermo; c’è voluto un anno per ottenere tutte le necessarie autorizzazioni, ma finalmente questo piccolo esperimento è partito: tre incontri ogni settimana per due ore di meditazione. I partecipanti hanno mostrato di comprendere l’utilità di questi metodi per liberarsi da  tensioni mentali, fisiche ed emozionali (che tutti abbiamo, figurarsi poi quando si vive in un carcere), e così si è  venuta a creare – i posti sono limitati – persino una lista d’attesa. Anche alcune delle guardie, che saltuariamente danno un’occhiata di controllo nella palestra dove si tengono le meditazioni, hanno scoperto che la cosa potrebbe far bene anche loro.

In uno dei prossimi numeri torneremo a parlare di questo esperimento, con una testimonianza dello stesso Paragyan.

 

 

Zorba il Buddha DOC

 

Vivere come Zorba il Buddha vi riesce un po’ difficile? Provate a meditare durante le vostre vacanze in Grecia.

C’è un nuovo centro di Osho a Paros, nelle isole Cicladi, che sembra proprio adatto per fornirvi questa esperienza doc. È situato in una bella villa – a qualche distanza dai vicini, ma a solo mezz’ora a piedi dal mare – circondata da una proprietà di 6000 mq dove crescono non solo verdure biologiche, ma anche olivi, aranci, peschi, albicocchi e così via. Vino, formaggi e olio d’oliva provengono dal posto, scelti fra i prodotti migliori. Per quanto riguarda la meditazione tutte le settimane c’è un White Robe e tutte le sere una Kundalini, alla quale partecipano anche molti dei turisti locali. Il centro può ospitare fino a dodici persone, in camere con una vista stupenda sul Mare Egeo e sulle montagne, e nell’isola ci sono molte altre possibilità di alloggio.

Per informazioni e-mail: premanando@otenet.gr oppure scrivete a: Osho Information Center, PO Box 126, 84400 Paros, le Cicladi, GRECIA.

   (ritorna al sommario)

 

 

Cos'é la Gelosia

 

Anche senza arrivare a casi estremi, la gelosia ci tormenta un po’ tutti, con o senza ‘ragione’. Magari senza volerlo ammettere, neppure a noi stessi, magari mentre continuiamo a ripeterci che

non va bene, che dovremmo essere più moderni, più permissivi.

Ma non è certo nascondendola o giudicandola come qualcosa di sorpassato che riusciremo a liberarcene. Solo riconoscendo la gelosia come qualcosa di nostro e osservandola, con occhi liberi da pregiudizi e proiezioni, all’interno delle nostre storie d’amore, possiamo avere qualche possibilità di comprenderla e superarla.

 

 

Amato Osho,

la gelosia è ancora un’altra forma di viltà?

 

La gelosia è molto complicata. Ha molti ingredienti. La viltà è uno di questi; altri sono un atteggiamento egoistico, il desiderio di monopolizzare, un’esperienza non d’amore ma solo di possessività, una tendenza a essere competitivi, una paura profondamente radicata di essere inferiori…

Sono tante le cose implicate nella gelosia.

Ami una persona, o almeno pensi di amare una persona… Se ami veramente, allora la gelosia è impossibile. Se scopri che questa persona ama qualcun altro, sarai felice: ami questa persona, lei è felice con qualcun altro e tutto ciò che vuoi è renderla felice. Non proverai gelosia, anzi ti sentirai grato verso l’altra persona che ha fatto felice chi ami. Proverai un grande senso di amicizia. Ma questo vale per l’amore vero, che è una situazione rara. Ciò che esiste sotto il nome di amore, è solo un’idea.

Quando tu ‘ami’ una persona vuol dire che la possiedi. Quando ‘ami’ una persona vuol dire che lui non può amare nessun altro. Se ama qualcuno, ti sta insultando: sta dimostrando che sei inferiore, che ci sono persone migliori, più degne di amore di te. Ferisce il tuo ego, ferisce la tua possessività, ferisce la tua idea di averne il monopolio.

E fondamentalmente si tratta di vigliaccheria, perché non vuoi affrontare la realtà di questo tuo ‘amore’ in modo onesto. Il punto non è che il tuo amante ama qualcun altro. La cosa importante è: ma tu ami veramente questa persona? E tu non hai abbastanza coraggio da affrontare questa domanda. Questa è la domanda vera da fare.

Se ami questa persona allora niente altro ha importanza.

L’amore dà libertà.

Se ami la persona, non interferisci. Non cerchi mai di interferire con la sua vita privata. Non apri le sue lettere, non gli guardi nelle tasche e nel diario, e non ti segni i numeri di telefono. Non cerchi di trovare una traccia. Tutto questo è molto brutto.

Cerca di comprenderlo. E se non affronti questo tipo di realtà, questa è vigliaccheria.

Per mascherarla, fai tali scene di gelosia che ti dimentichi completamente della tua viltà. È necessario essere molto chiari: amare quest’uomo è solo un’idea tua, o è una realtà? La realtà non ha problemi, solo le idee causano problemi perché sono puramente superficiali. Al di sotto c’è un mucchio d’immondizia. Basta una piccola cosa e subito iniziano i guai.

Le persone che pensano di amarsi, non fanno che tormentarsi a vicenda, cercando di manipolare l’altro. Vogliono che l’altra persona sia solo una marionetta, e loro ne tengano in mano i fili. Ci sarà un conflitto continuo, infelicità e dolore.

Sì, è proprio la viltà che perpetua questa tortura. Affronta i fatti: se ami quest’uomo oppure no. Se lo ami, allora non ci sono condizioni da porre. Se non lo ami, chi sei tu per porre condizioni?

In entrambi i casi è tutto chiaro. Se lo ami, lo ami così com’è. Se non lo ami, anche allora non c’è problema: può fare ciò che vuole.

Ma è necessario affrontare le proprie emozioni in modo molto onesto e sincero. Fronteggiare onestamente le tue emozioni ti mostrerà immediatamente il cammino.

La vita non è difficile, siamo noi a renderla così perché siamo dei vigliacchi: non vediamo qualcosa che sappiamo essere lì.

Cerca di capire che cosa provi veramente per l’altra persona, e la gelosia scomparirà. Nella maggior parte dei casi con la gelosia scomparirà anche ciò che tu chiami amore. Ma va bene così, perché che senso ha avere un amore colmo di gelosia, che non è affatto amore? Se la gelosia scompare e l’amore resta… allora hai qualcosa di solido nella tua vita, qualcosa che vale la pena di avere. 

Osho, tratto da: Light on the Path #26

 

 

L’AMORE CONOSCE LA DIFFERENZA

 

L’amore vero conosce la differenza fra gelosia e amore. Non fa confusioni. Non ci si può nascondere dietro la gelosia, e pretendere che sia amore.

Ma di fatto tu non hai ancora conosciuto l’amore. E come puoi perdere fiducia in qualcosa che non hai ancora conosciuto? Puoi perdere fiducia nella gelosia, puoi perdere fiducia nel possesso,  puoi perdere fiducia nella rabbia, nel desiderio, ma se non hai ancora incontrato l’amore, come puoi perdere fiducia in esso? Per avere fiducia, o per perdere fiducia nell’amore è necessaria almeno un po’ d’esperienza e tu l’amore non l’hai ancora incontrato.

Scava ancora un poco e sarai in grado di comprendere. Che cosa è la gelosia? Questo tu lo sai. Che cosa è il possesso? Anche questo tu lo sai. Va bene, vuol dire che ti stai evolvendo. Questo è il modo in cui ognuno dovrebbe evolversi. All’inizio tutto è confuso, mescolato: come se il fango fosse mescolato con l’oro  Poi si deve mettere l’oro nel fuoco: tutto quello che non è oro brucia, viene eliminato. Solo l’oro puro esce dal fuoco. La consapevolezza è il fuoco, l’amore è l’oro: la gelosia, il possesso, l’odio, la rabbia, il desiderio sono le impurità. Stai diventando più consapevole. Adesso riesci a vedere che cosa è la gelosia e puoi vedere che non è amore, metà della battaglia è stata vinta: puoi riconoscere la gelosia. Ma non hai ancora conosciuto che cosa è l’amore. Sei sulla strada giusta. Ma non perdere la speranza, non perdere il coraggio perché presto o tardi sarai in grado di conoscere anche che cosa è l’amore. Stai avvicinandoti a casa. La tua gelosia almeno pretende di essere amore Se non ti senti geloso pensi magari di non essere più innamorato. E ti aggrappi alla gelosia perché ti piacerebbe aggrapparti all’amore –  alla tua idea di amore se non altro. Se la tua donna o il tuo uomo va con qualcun altro e tu non ti senti geloso, pensi immediatamente di non amare più, perché per secoli è stato detto che gli amanti sono gelosi. La gelosia è diventata parte integrante del tuo amore: senza gelosia il tuo amore muore. Solo con la gelosia il tuo cosiddetto amore può rimanere vivo. E la tua mente è molto astuta, molto abile nel trovare spiegazioni razionali. La tua mente dice che è naturale sentirti geloso quando il tuo amore ti lascia. Se hai amato talmente tanto, come puoi evitare questa ferita, questo dolore quando il tuo amore ti lascia?

Di fatto tu stai godendo della tua ferita, in maniera molto sottile e inconsapevole. La tua ferita ti fa sentire un grande amante: qualcuno che ha amato così profondamente che ora è totalmente distrutto perché l’amato lo ha lasciato. Anche se non sei veramente distrutto farai finta di esserlo, crederai nella tua stessa bugia.

Osserva bene ogni aspetto della tua sofferenza: c’è probabilmente in essa un certo tipo di piacere al quale non vuoi rinunciare; oppure c’è in essa il barlume di una speranza, che continua a tenerti lì, come un miraggio, come una carota penzolante davanti a un asino.

Ma la verità tende a rivelarsi. La verità si rivela sempre, la verità è rivelazione. Continua a provare, cercare, trovare. Probabilmente farai molti errori ma non c’è altra maniera di crescere. Provare e sbagliare sono l’unico modo. E man mano che avanzi eliminerai gli errori, e meno errori farai più crescerà la chiarezza. Non fermarti a metà. 

Non è l’amore che è geloso. Osserva, guarda, osserva ancora. Quando ti senti geloso, non è l’amore che si sente geloso: l’amore non conosce gelosia. Così come il sole non sa nulla dell’oscurità, così l’amore non conosce nulla della gelosia.

È l’ego che si sente ferito, è l’ego che si sente competitivo, in costante lotta. È l’ego che è ambizioso e vuole sentirsi più in alto degli altri, vuole essere speciale. È l’ego che inizia a sentirsi geloso, possessivo, perché l’ego può esistere solo nel possedere. Più possiedi, più il tuo ego viene rafforzato; se non possiedi nulla l’ego non può esistere. L’ego si sostiene con il possesso, dipende dal possesso. Così se hai più denaro, più potere, più prestigio – una bella donna, un bell’uomo, bei bambini – l’ego viene immensamente nutrito. Quando il possesso scompare, quando non possiedi assolutamente nulla, non troverai più l’ego dentro di te. Non troverai nessuno che possa dire IO.

E se tu pensi che QUESTO sia il tuo amore, certamente anche il tuo amore scomparirà. Il tuo amore non è veramente amore, È gelosia, possesso, odio, rabbia, violenza, è mille e una cosa, tranne che amore.

Si camuffa da amore.

Osho, tratto da: The Beloved vol 1 #10

 

 

 

La gente con il termine amore

intende una specie di monopolio,

senza capire un fatto molto semplice:

nel momento in cui possiedi

un essere umano,

lo uccidi.

 

 

Ami qualcuno, e vuoi possederlo

semplicemente per paura

che un domani se ne possa andare

con qualcun altro.

La paura del domani

Distrugge il tuo oggi.

 

 

 

SEI GELOSO? MEDITACI SOPRA

 

Quando ti dico di meditare sulla gelosia non ti sto dicendo di pensarci sopra, non ti sto dicendo di analizzarla, totalmente concentrato, e neppure di contemplarla. Quando ti dico di meditarci sopra, significa che devi guardarla, esserne il testimone. Qualunque sia il problema – rabbia, sessualità, gelosia, avidità, ego – la cura è sempre la stessa.

Se la gelosia ti fa soffrire, guarda bene come nasce, come ti afferra e ti circonda come una nube, tenta di manipolarti, ti trascina in situazioni nelle quali non avresti voluto mai trovarti; e alla fine ti ritrovi solo pieno di frustrazioni, svuotato di ogni energia… negativo, depresso, frustrato. Guarda bene tutto questo. Ma ricordati di non condannarlo, perché se lo condanni sei tornato nella mente, nel giudizio. Non ti sto dicendo di condannare la gelosia. Guarda i fatti così come sono, senza condanne, senza apprezzamenti, senza giudizi, a favore o contro. Osserva e basta, distante, centrato, come se tutto questo non avesse nulla a che fare con te. Sii veramente scientifico in questa osservazione.

Le conclusioni aprioristiche fanno di una persona un credente, non uno scienziato. Quando ti dico di meditare, intendo dire osservare. Sii uno scienziato del tuo mondo interiore. Lascia che la mente sia il tuo laboratorio, osserva, ma ricordati: senza condannare. Non dire che la gelosia non va bene. Chi lo sa? Sì, l’hai sentito dire, te lo hanno detto, ma questo è quello che dicono gli altri, non è la tua esperienza personale. Devi essere molto ‘esistenziale’, sperimentare: Non dire di sì o di no a nulla a meno che il tuo esperimento non lo confermi. Devi essere completamente senza giudizi.

Cosa succede dentro di te quando osservi senza giudizio? Cominci a osservare al di là delle apparenze. La gelosia diventa trasparente, ne vedi la stupidità, ne vedi la follia. E non è che hai deciso a priori che è qualcosa di stupido, perché se lo fai perdi questa occasione.

Ricorda bene: io non ti sto dicendo di decidere che è stupida, che è folle. Se lo decidi con la testa, non serve a niente. Guarda e basta, senza decidere prima, osserva semplicemente la realtà, quello che c’è. Che cos’è questa gelosia? Che cos’è questa energia che chiamiamo gelosia? Osservala come osserveresti un fiore, guardala e basta. Se non trai conclusioni, i tuoi occhi sono puliti: raggiunge la chiarezza solo chi non ha tratto conclusioni a priori. Osserva, guarda e la cosa diventerà evidente, trasparente, e tu ARRIVERAI a vederne la stupidità. E noterai che una volta compresane la stupidità, sparirà per conto proprio. Non avrai bisogno di fare nulla. Io non ti sto dicendo che devi smettere di essere geloso. Chi te lo dice non capisce nulla. Ti sto dicendo di guardare, osservare, meditare, e se è una cosa stupida se ne andrà da sola – come fai a continuare a trascinarti dietro qualcosa di stupido? Ma questa stupidità deve essere compresa proprio attraverso la tua esperienza. Se l’esperienza non è tua, finisci solo col reprimere, col condannare. Ma in questo modo non guarderai più la tua gelosia, la nasconderai solo nel profondo del tuo inconscio – dove continuerà a bollire, a crescere. E questa crescita sarà davvero pericolosa, perché rimarrà nascosta. Crescerà come un tumore e si diffonderà in tutta la tua vita, aspettando solo un’occasione per esplodere – prima o poi succederà.

Osho, tratto da: The Guest #3

   (ritorna al sommario)

 

 

STORIE DI ORDINARIA GELOSIA...

 

Due esperienze molto diverse, ma accomunate dall'impegno a prendersi le proprie responsabilità e dalla decisione di guardarsi dentro, per quanto possa essere spiacevole ciò che si vede.

 

LEI RACCONTA...

 

Non avevo mai saputo cosa fosse la gelosia, non ne avevo proprio la più pallida idea. Le mie prime storie d'amore sono state più o meno platoniche e anche la gelosia in quelle storie aveva un sapore molto platonico. Con mio marito, la gelosia non ha mai avuto modo di emergere: da parte sua era talmente scontato che ero la donna della sua vita, che non mi avrebbe mai lasciato e che non cercava niente di meglio. Aveva chiuso, si

fa per dire, la seduzione in un cassetto e rivolto tutta la sua energia ad altri interessi, soprattutto lavoro e carriera. Da parte mia la relazione con lui era cominciata in maniera tranquilla, forse anche rassegnata. Nasceva dalla mia paura, che era anche ferma convinzione, che nessuno mi potesse amare e così quando ho incontrato lui, che è letteralmente impazzito per me, mi sono detta: "Forse è l'unico uomo al mondo che possa amarmi" e gli ho detto sì, rifugiandomi in uno spazio affettivo che assomigliava più a una relazione con un fratello piuttosto che con un compagno di vita.

Dal mio spazio tranquillo, che di fatto era un po' "congelato" anche se a quell'epoca non me ne accorgevo, vedevo le mie amiche disperarsi nei travagli di amori passionali, di relazioni incasinate, di continui prendersi e lasciarsi. Venivano tutte da me a sfogarsi, ero un porto sicuro, una persona tranquilla, serena, che sapeva dare il consiglio giusto, che sapeva farti rilassare. E io ascoltavo questi racconti di gelosie feroci, questi episodi di stati quasi allucinatori e mi chiedevo come potessero donne così belle, colte, intelligenti ridursi in uno stato simile. Mi sembrava impossibile che non riuscissero a vedersi, che non potessero semplicemente dire basta e uscire da quello stato di totale cecità e annullamento. Devo confessare che mi sentivo anche più fortunata, più matura, come al di sopra di tutte queste cose e non potevo fare a meno di giudicarle. Non capivo che ero semplicemente chiusa, chiusa al dolore innanzitutto, ma anche al piacere, alla risata, a qual siasi tipo di emozione. Lasciarmi andare a qualcosa era pericoloso: potevo perdermi e ritrovarmi improvvisa mente in un mondo sconosciuto che non ero in grado di gestire. Allora non lo sapevo ma mi stavo proteggendo alla grande, non sapevo quanto mi stessi in realtà ferendo, quanto mi stessi negando. Ci voleva davvero qual cosa di straordinario per tirarmi fuori dal mio bozzolo.

Osho è arrivato nella mia vita per vie indirette: era semplicemente quello che io chiamavo il `guru' della persona da cui avevo cominciato, un po' per noia, un po' per curiosità, a prendere sessioni di ipnosi. Non sentivo di avere realmente dei problemi o di dover lavorare su me stessa, ma comunque...! Continuavo a esplorare questo nuovo mondo e ben presto ho dovuto ammettere che mi sentivo bene fra persone che meditavano, che mi sentivo viva e che provavo emozioni che non avevo mai conosciuto prima. Poi in un gruppo ho incontrato un uomo e ho scoperto cosa significava per me essere innamorata: era un qualcosa di totalmente nuovo e travolgente... e mi sono lasciata travolgere! Sono rimasta lì senza difese e in balia delle emozioni, che arrivavano come un vento furioso, da tutte le direzioni, che mi scuotevano, che mi spossavano, che mi lasciavano come morta. Ed è arrivata anche lei, la gelosia, la più infida, la più irrazionale delle emozioni: è arrivata in punta di piedi, timidamente, e poi ha cominciato a prendere spazio, a farsi astuta, a cogliermi di sorpresa.

All'inizio le davo nomi diversi e la giustificavo, anzi ero quasi grata del fatto di poter "sentire", sì anche qualcosa di così meschino, ma che mi faceva "sentire". Poi ho cominciato a vergognarmene anche perché con il passare del tempo non mi limitavo più alle sensazioni ma passavo ai fatti: mi sono ritrovata, ad esempio, ad aprire senza neanche pensarci un istante una lettera indirizzata al mio nuovo compagno.

Ho cominciato a vergognarmene soprattutto perché mi rendevo conto che la gelosia non era scatenata dal comportamento dell'altro ma che era qualcosa di mio, mi apparteneva, l'avevo dentro... non gliela potevo ributtare addosso in alcun modo.

La prova del fuoco è stata quella di vivere un mese con lui a Pune. La mia salvezza, in un certo senso, è stata che lui non mi ha mai dato motivo di gelosia, ciononostante io ho fatto veramente di tutto per macerarmi, per castrarmi. Quando è arrivato a Pune, dieci giorni dopo di me, sono come entrata in clausura: io e lui, lui ed io, sempre insieme, soli. Lui è un tipo riservato e tranquillo, io lo sono diventata per l'occasione: non l'ho mollato un attimo. Per quanto mangiassimo da soli, vivessimo da soli, meditassimo da soli, riuscivo comunque a sprecare un sacco di energia a seguire ogni suo sguardo, a spiare le sue reazioni quando incontrava qualcuna che, secondo me, avrebbe anche potuto vagamente piacergli, a immaginare situazioni "pericolose" quando per qualche motivo ci dovevamo separare. Infine se ne è andato ed io mi sono stupita per il gran senso di sollievo che mi ha inondata poche ore dopo la sua partenza. Ho realizzato che questa gelosia, quasi fosse una droga da cui ero dipendente, mi aveva tenuto occupata in maniera totale per ventiquattro ore al giorno: peggio di un lavoro a tempo pieno, e di sicuro non gratificante.

Quando entro in questi spazi lui non riesce neanche lontanamente a immaginare quello che sto vivendo, se non nel momento in cui alla fine capitolo e condivido lo spazio di disperazione in cui piombo improvvisamente per una frase, per un gesto, o anche solo per interpretazioni esasperate di un linguaggio comune, l'inglese, che per nessuno dei due è la lingua madre.

Che fare? Osho dice che quando c'è gelosia l'amore non c'è o comunque non c'è ancora. E a questo punto ci sono arrivata anch'io: all'accettazione del fatto che, dietro questo folle amore dichiarato a parole, c'è solo l'embrione di un amore – molto fragile e delicato, che va veramente nutrito, coltivato, amato. Sento anche che in questo momento per me è importante andare in profondità in quello che mi trovo di fronte. Qui e ora per me c'è la gelosia ed è importante per me viverla intensamente, morire ogni volta – per poi accorgermi che non sono ancora "morta, anzi ogni volta sono meno "morta" di prima. E come un processo di purificazione. Sento che posso farlo perché ho un compagno con il quale sono in grado di condividere, malgrado la vergogna, tutto quello che mi succede. Ed è come se ogni volta qualcosa di sporco venisse lavato via, come se un peso mi venisse tolto dalle spalle, come se facessi ogni volta un passo avanti verso qualcosa... non so esattamente cosa, ma ha un sapore di leggerezza, di risata, di gioco. Verso l'amore?... Chissà!

Ma Arpita

 

 

LUI RACCONTA...

 

SULLA GELOSIA sono un esperto. Sì,

credo di aver provato questo sentimento, nella mia vita, sotto tali varietà di forme e intensità, da potermi definire un esperto del settore. Sono geloso d'amici, luoghi, cose, di mia figlia e, naturalmente, della mia fidanzata. Da ragazzo giudicavo la possessività un sentimento grezzo, che limitava la libertà delle persone e che, quindi, andava estirpato dall'animo umano. A chi mi chiedeva se fossi geloso rispondevo di no. Vi lascio immaginare che conflitto interiore potesse innescare questo mio negare, in nome della ragione, una verità. Comunque l'inconsapevolezza faceva sì che non mi accorgessi di quanto fossi falso e ridicolo.

Ma venne il giorno in cui la gelosia, naturalmente grazie a una donna, uscì così forte e prepotente da rendersi manifesta persino ai miei occhi ostinatamente chiusi. Ammisi d'essere geloso, fu un piccolo shock, ma la mente, subito, sostenne che sì, la gelosia esiste, l'hanno tutti gli esseri umani e quindi anch'io, che però, essendo intelligente, posso tenerla sotto controllo (ovvero non esprimerla).

Neanche questa fu una buona soluzione: ogni volta che, inevitabilmente, tornava a galla, mi giudicavo come retrogrado e sorpassato. Poi, nella mia vita, entrarono Osho e la meditazione, facendomi iniziare il viaggio verso una consapevolezza più profonda di me stesso. Iniziai a scavare nel pozzo del mio inconscio e, tra le prime cose che affiorarono, indovinate un po' cosa c'era? Proprio lei: la gelosia. E stato duro scoprire di essere geloso anche di un amico, non lo ritenevo possibile.

Poi ho incontrato una compagna che sembra fatta apposta per aiutarmi ad andare sempre più dentro questo sentimento: è moderatamente infedele, e, soprattutto, mi lascia ogni anno per dei mesi: lei va a Pune e io rimango in Italia. Vi assicuro che questo viaggio annuale attraverso la mia possessività è, ogni volta, molto intenso. Ma ho capito che se voglio arrivare all'amore, quello vero, quello di cui parla Osho, devo attraversare ancora parecchie crisi, fino a riuscire a dare totale libertà a lei, fino a essere totalmente libero io.

Ho già avuto, in passato, un assaggio di questa libertà interiore: tanti anni fa, a Pune, quando mi era appena innamorato della mia attuale compagna. Una sera mi invitò ad andare con lei a una festa, dove a un certo punto la persi di vista: un'ora dopo la rividi mentre stava andandosene assieme a un altro. Si accorse che l'avevo vista e mi salutò con un gesto timido della mano, e l'espressione di chi si rende conto di star facendo una marachella. Io stavo ballando e, improvvisamente, mi ritrovai di fronte a una scelta: avrei potuto lasciarmi prendere dallo sconforto e stare male come un cane per il resto della sera. Invece scelsi, e mi ricordo perfettamente che fu una mia scelta, di osservare quello che mi stava accadendo, quello che saliva dal profondo... e continuai a ballare. Il giorno dopo la incontrai a colazione e riuscii a parlarle con amore, senza astio, come se nulla mi fosse stato tolto, la sera prima. Perché era di questo che mi ero accorto guardando dentro di me: che nessuno mi aveva tolto nulla, che io ero in grado di amarmi comunque, e di bastare a me stesso.

Adesso quello è solo un ricordo, certi momenti di centratura non durano molto, ma mi aiuta a sapere sempre che è mia la scelta fra la libertà dell'amore o le catene della gelosia. E che delle scelte che io faccio non posso incolpare gli altri.

 

Swami Freni Dhania

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UN PROBLEMA DI BASE

 

AMATO OSHO,

PERCHÉ IL SESSO È SEMPRE STATO ACCOMUNATO CON LA RABBIA, LA GELOSIA, LA CRUDELTÀ, L'AVIDITÀ, LA POSSESSIVITÀ, LA VIOLENZA, E MAI CON IL DIVERTIMENTO, LA GIOIA, L'AMORE, IL GIOCO, L'AMICIZIA E LE ALTRE GRANDI COSE CON CUI TU LO HAI ASSOCIATO?

 

IL SESSO NON HA NULLA a che vedere con la gelosia, la rabbia, la possessività. Ma la mente umana è stata condizionata dai poteri costituiti, in modo da poter sfruttare la sorgente stessa della tua energia vitale — il sesso — per il perseguimento dei propri interessi.

Per esempio, l'uomo è di natura poligamo, e per uomo non intendo solo i maschi ma anche le donne. Gli esseri umani sono poligami, ma tutte le società hanno imposto la monogamia. Ed è questo a creare il problema. Il problema non nasce dal sesso, il problema nasce dalla monogamia.

Ti ritrovi legato a una donna o a un uomo... è naturale che ogni tanto desideri avere qualcosa di diverso, così come ogni tanto hai voglia di qualcosa di diverso da mangiare.

Lo stesso uomo, sempre lo stesso odore; la stessa donna: la stessa geografia che hai esplorato migliaia di volte. Devi esplorarla ogni volta di nuovo... e non c'è più niente da esplorare, conosci già tutto. Sei stufo. E una cosa intelligente: solo chi è intelligente può annoiarsi. Ti piacerebbe molto avere ogni tanto un'altra donna, un altro uomo.

Se la società fosse diretta non da persone che vogliono sfruttarti ma da persone intelligenti, da persone che vogliono permetterti di realizzare la tua natura fino al massimo delle sue possibilità, la gelosia non esisterebbe. La moglie capirebbe che una volta ogni tanto il marito ha bisogno di un'altra donna: "Proprio come io ho bisogno di un altro uomo". E perfettamente naturale. Siamo tutti esseri umani. Che cosa c'è di male se oggi giochi a tennis con un partner, e domani con un altro partner? Diventi geloso? Sicuramente no! Qui non si tratta di niente di più del tennis: due energie che si incontrano e si mescolano.

Le religioni insistono sul fatto che la monogamia deve continuare per via dei figli: altrimenti, chi sarà responsabile dei figli? La pillola ha reso possibile che il sesso non sia più una schiavitù, perché i figli non sono più un problema. Il sesso è libero dalla schiavitù biologica. Ecco perché continuo a ripetere che la pillola è la più grande rivoluzione, la più grande scoperta dopo quella del fuoco.

 

Quando non c'è gelosia non c'è più rabbia, e così tutte le qualità di io cui parlo appaiono automaticamente. Una donna che ti dà libertà, un uomo che non cerca mai di possederti: pensi che non nascerà amicizia tra due persone così? Quando un uomo dà libertà a sua moglie e una moglie dà libertà al marito, nascerà sicuramente una grande amicizia, una grande intimità. L'amicizia apre la possibilità di diventare più vicini, di essere più intimi.

Ma le società del passato non hanno mai voluto che ciò accadesse. Volevano che la gente rimanesse annoiata: lega per sempre una donna a un uomo, e hai iniziato il viaggio verso la noia più totale. Queste persone profondamente annoiate, pur soffrendo non possono ribellarsi. Non possono

 

raggiungere il culmine della loro intelligenza; la noia ne distrugge ogni possibilità.

Quando due persone si danno libertà a vicenda, entrambi si arricchiscono di esperienze. Magari c'era un tesoro in tua moglie di cui non ti rendevi conto. Facendo l'amore con un'altra donna, lo scopri; l'altra donna diventa un grande aiuto. Ora tua moglie non è solo la solita vecchia geografia; qualcosa di nuovo, una nuova visione, un angolo nuovo, un nuovo territorio...

Ma i poteri costituiti non vogliono che tu sia intelligente, ricco di esperienze, che tu possa raggiungere il punto più alto del tuo potenziale, perché per loro è pericoloso. Puoi restare uno schiavo solo se sei povero di esperienze, povero di intelligenza. Puoi rimanere schiavo solo se sei un marito sottomesso. Sai benissimo che non riesci a controllare nemmeno tua moglie. Non cercherai mai di fare uno sforzo per salire più in alto in qualunque campo, perché sai che tua moglie ti tirerà giù immediatamente. E la moglie è rimasta imprigionata in casa. Su chi si può vendicare? Chi è responsabile di tutto ciò? Non trova nessun altro tranne il marito.

 

Il mio compito è di aiutarti a capire che l'amore non è una merce. Pensi che tua moglie si consumerà se va con un altro uomo, che quando tornerà sarà vuota e non avrà più amore? L'amore non è una merce.

Io sono per la ricchezza in ogni dimensione della vita. Sono contro la povertà in ogni dimensione della vita. Ti hanno mantenuto in uno stato di povertà psicologica, spirituale e fisica, affinché alcuni potessero diventare presidenti, primi ministri, re e regine, affinché alcuni diventassero papi, ayatollah... Per questi pochi, viene sacrificata l'intera umanità! Voglio che ti ribelli contro ogni tentativo fatto per sottrarti la tua libertà.

La libertà per me è l'esperienza suprema, la più bella, la più divina. Mai, per nessuna ragione, permetti che la tua libertà venga turbata. Qualunque sia il prezzo, mantieni intatta la tua libertà. Ciò ti farà diventare un uomo vero, una donna vera. Ora, sei solo una marionetta: in te non c'è niente che sia reale, tutto è irreale. E poiché è tutto così irreale, ti senti infelice.

La realtà ti libera dall'infelicità, e ti conduce in un mondo nuovo ed estatico.

 

From Death to Deathlessness Cap 7 # 8

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The Festival

 

Il grande evento nazionale al Palasport di Varazze, dal 7 al 9 aprile: giornate intense dedicate alla meditazione, alla musica, al teatro e alle danze.

 

“The Festival” c’era scritto sul grande striscione blu all’esterno dell’edificio del Palasport, a poca distanza da un mare risplendente di sole. Era sicuramente questo il posto, la meta dei 500 meditatori che si apprestavano a riunirsi in un vero e proprio buddhafield. Potevamo già sentirne il fermento mentre eravamo impegnati ad aprire i tanti pacchi di libri di Osho e a preparare il banchetto dell’Osho Times italiano: i benvenuti affettuosi, qualcuno sempre pronto a darci una mano… i nostri cuori si scaldavano mentre la musica “dal mondo di Osho iniziava a uscire dagli altoparlanti.

Swami Anand Videha, il curatore delle opere di Osho in Italia, ha aperto ufficialmente il festival con gioia, appunti pratici… e qualche barzelletta. Poi ha presentato Ma Deva Anando, arrivata dalla Osho Multiversity di Pune per tenere vari corsi e meditazioni durante questo week-end, e le ha subito  chiesto – così sul momento – di guidarci in una tecnica di rilassamento. È stato veramente un buon suggerimento, perché Anando è riuscita immediatamente a far trovare uno spazio di meditazione a tutte le persone che si erano raccolte fino a quel momento – portandoci nel qui e ora, creando fin dall’inizio quella vibrazione di meditazione che ha continuato poi nel tempo a crescere e ad approfondirsi.

Anando ha parlato anche di alcuni cambiamenti avvenuti nella comune di Pune. Ci ha ricordato come, da quando Osho ha lasciato il corpo, le persone che dirigono la comune hanno dovuto imparare a essere molto attenti riguardo a una cosa che Osho ha affermato: “Badate a non creare una religione!”. Come sanno tutti quelli che hanno letto i suoi libri, Osho accusa le religioni di essere basate su rituali privi di significato e sull’adorazione di qualcosa che è al di fuori di noi stessi: esse sottraggono all’individuo la responsabilità della propria trasformazione.

La maggioranza delle persone che arrivano alla Osho Commune International, vengono lì per imparare e praticare la meditazione e non perché attratte da una particolare personalità (Osho). Sembra addirittura che qualcuno, appena arrivato al Welcome Center, abbia chiesto: “Ma mi volete spiegare che cos’è un Osho?”

È apparso quindi essenziale rimettere a fuoco la maniera in cui la Comune si presenta: guardandola con gli occhi di chi arriva per la prima volta  si poteva notare come nello spazio di venti metri, dall’ingresso principale fino al cancello di Lao Tzu, ci fossero ben 13 foto di Osho. Perché non tenerne solo due o tre delle più belle, in modo che si notino meglio,  che si possano vedere veramente?

Nella Buddha Hall, che Anando ha definito il posto più importante della comune,  non viene più esposta la foto di Osho durante le meditazioni. Anche la sua sedia, che veniva sempre portata dentro l’auditorium all’inizio della meditazione serale della White Robe Brotherhood, non viene più utilizzata. Anando ha detto che al principio le sembrava che la sedia fosse necessaria a creare un’atmosfera di meditazione, ma è poi diventato sempre più chiaro che questa atmosfera non ha niente a che fare con nessuno di questi oggetti – le foto, la sedia – ma è legata alla presenza delle persone sedute in meditazione in Buddha Hall. Ogni giorno sono loro a creare insieme quel silenzio, quella tranquillità: è un’esperienza viva di meditazione e non un morto rituale religioso. “E Pune significa meditazione”, ha concluso.

La meditazione era anche il tema del week-end di Varazze. La prima mattina oltre 100 persone hanno fatto la Dinamica e la sera oltre 300 hanno partecipato alla Kundalini. Domenica le presenze sono cresciute a oltre 400 persone, e la meditazione della No-dimension, tenuta a mezzogiorno, è risultata davvero grandiosa.

Il corso tenuto da Anando (vedi articolo a pag. 19) è stato il punto focale del festival. Lei è riuscita a portarci tutti insieme a una comprensione e a un’esperienza più chiare e più profonde della meditazione.

Le tecniche che ci ha presentato e le sue spiegazioni provenivano chiaramente da una lunga esperienza personale, e altrettanto chiaramente riflettevano il messaggio essenziale di Osho. È stato veramente un gran regalo avere qui Anando a guidarci nelle meditazioni per questi tre giorni.

Questo festival ha goduto di una perfetta organizzazione e oltre al programma di Anando, ci ha anche offerto bellissimi corsi, lezioni e spettacoli. Ma Vasanti, che divide il suo tempo fra Firenze e Pune, ci ha guidato – anche noi principianti – nelle tecniche di centratura delle danze sacre di Gurdjieff (vedi Osho Times italiano di marzo di quest’anno). E verso la fine delle danze abbiamo constatato, con sorpresa,  che tutti quanti riuscivamo a rimanere su linee quasi diritte e a muoverci come un unico corpo – con i piedi che contavano i passi avanti e indietro e le braccia che si muovevano in sei posizioni diverse!

La prima sera il Leela Theatre Co. ha presentato uno spettacolo intitolato: “In alto mare”, una tragicommedia di S. Mrozek messa in scena da Kallol e interpretata da Menaka, Jivan, Shanti e dallo stesso Kallol, con la collaborazione tecnica di Swapana.

Uno spettacolo concertistico di grande concezione ed esecuzione è stato offerto il secondo giorno da Yuki Abragams: “L’intimità del suono”, questo il titolo, è il risultato di un anno di preparazione: alla musica si accompagna una proiezione di diapositive che raccontano storie della natura, storie di persone, una relazione d’amore che si evolve nello stare bene da soli. Invece di spiegare a parole queste immagini, Yuki usa il suo piano per esprimere la storia in musica, forse l’unico linguaggio possibile per un soggetto così delicato.

La sera di sabato è stata dedicata allo spettacolo del popolare cantante Ivan Cattaneo con il suo entusiasmante concerto, “Zoocietà 2000”. Il pubblico non è riuscito a stare semplicemente seduto a guardare e ascoltare, ma ha dovuto alzarsi e ballare! Ivan ha chiaramente gradito questa risposta così vivace, e fra il palco e il pubblico si è subito creato un circolo di energia che ha portato l’entusiasmo generale a livelli sempre più alti.

Nel pomeriggio dell’ultimo giorno “I Girasoli” hanno presentato uno spettacolo di teatro/danza, con la direzione e la musica di Yuki Abragams. Ci ha lasciato tutti affascinati con i suoi colori, la sua dolcezza e la sua sensualità. Questa rappresentazione senza parole, “Direzione Primavera”, ci ha regalato momenti lirici di leggerezza, momenti di gioia, e ci ha alla fine cosparso di petali di rosa e invitato a partecipare alla danza.

Il programma grandioso di questo esperimento “alchemico” così chiamato “The Festival”, ci ha poi riuniti tutti quanti la domenica sera per una danza conclusiva di pace e centratura: Ma Lahma ci ha guidato nelle danze Sufi. Abbiamo formato due cerchi concentrici. La musica era dal vivo, la “Oshoorchestra” al completo con percussioni, djiembe, flauti e bousouki – e al ritmo di un duff, ci siamo presi per mano e i due cerchi hanno cominciato a girare in direzioni opposte, mentre noi gridavamo i “mantra” Sufi con quanto fiato avevamo in corpo. Mentre il suono dei tamburi si affievoliva ci siamo fermati, e Lahma ci ha aiutati a formare un terzo cerchio e ci ha guidati nei gesti del rituale Sufi: in ginocchio, entrambe le mani sul cuore, un inchino, continuando a ripetere i nomi sacri. Seguendo il ritmo dei tamburi, i movimenti e le voci sono continuati in un crescendo, fino a farci sentire quasi ubriachi nella nostra lode al divino presente in noi e in tutto questo universo. Poi abbiamo iniziato a girare su noi stessi nel Whirling. Come per magia sono apparse alcune ampie gonne Sufi che si sono aperte come corolle di fiori nel rapido roteare, regalandoci la loro grazia. Siamo scomparsi nel Whirling, entrando nel nulla dentro di noi. Se per caso una parte della nostra mente – sempre così occupata altrove – ci era ancora rimasta attaccata addosso, di sicuro è svanita completamente durante questa “trance dance” Sufi: eravamo solo nel momento!

Alle 18,30 di domenica il programma di meditazioni del festival è concluso. La sala è colma di energia. La gente balla o anche solo parla fra amici, vecchi e nuovi. C’è un’atmosfera calda e dolce di celebrazione… senza alcun motivo speciale, solo per il fatto di essere insieme, di essere vivi, di aver potuto scoprire la meditazione. Abbiamo lasciato Varazze più chiari e più leggeri: un senso che è insieme di vuoto e di pienezza… e con tanta gratitudine.

 

Mille grazie agli organizzatori:

Osho Arihant Meditation Center, Varazze; News Services Corporation, Milano; Osho International, Pune; Oshoba, Tradate; Osho Tour, Varese. E un grazie  speciale a tutti quelli che, al di là dell’organizzazione, ma riconoscendosi in questo piccolo buddhafield che per qualche giorno si è creato a Varazze, hanno dato una mano.

 

Ma Prem Lolita

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Contro lo STRESS

 

L’importanza della meditazione nella vita di ogni giorno: rilassarsi, prendere distanza dalle situazioni e riuscire così a ridurre lo stress.

 

Durante il week-end del Festival, Ma Deva Anando si è incontrata con i partecipanti in sei diverse occasioni per sviluppare un programma focalizzato sul rilassamento, la riduzione dello stress e la meditazione. Anando ha lavorato direttamente con Osho come assistente personale. C’è una sensazione innegabile dell’impatto di questa esperienza nello spirito fresco di Anando, nella sua chiarezza e nella sua energia estatica.

Il primo incontro è stato chiamato “Che cos’è la meditazione?” Nelle mani di Anando è diventato un’esperienza guidata verso il momento presente…

Hai voglia di provare adesso?

“La nostra mente esiste solo in due tempi” ha chiarito “il passato o il futuro. Il corpo invece è sempre nel presente, ecco perché molte tecniche di meditazione cominciano con l’attenzione al corpo. Il corpo è in stretto rapporto con la consapevolezza, quindi i sensi corporei possono essere adoperati come sostegno di quest’ultima. Ad esempio, metti l’attenzione sui suoni che stai ascoltando in questo momento, quelli vicini e quelli più lontani. Tutti i suoni accadono in questo preciso momento. Mentre stai solo ascoltando i suoni, la mente non è coinvolta”.

Si può anche usare il cibo per portare la consapevolezza al momento presente. Ci sono molte opportunità di praticare questa tecnica. A un certo punto sono state fatte passare tra i partecipanti delle coppette piene di uva passa e ognuno è stato invitato a prenderne un chicco e a tenerlo nel palmo della mano. Mentre Anando ci diceva: “Guardalo. Guardalo come se questo fosse l’unico cibo che avrai oggi – anche se so che è difficile immaginarlo per degli italiani! Ma osserva il cibo prima di mangiarlo. Senti questo chicco d’uva, annusalo, avvicinalo persino all’orecchio, senti qualche suono? Adesso mettilo in bocca e senti la sua consistenza, fallo girare in bocca, comincia a masticarlo lentamente, assaporalo prima di ingoiarlo.

Questa è la chiave fondamentale di tutte le tecniche di meditazione: portare consapevolezza al momento presente focalizzando l’attenzione sul respirare, l’ascoltare, il guardare, l’assaggiare, il toccare.

“La meditazione è molto semplice.” Spiega Anando. “Purtroppo alla mente piacciono le cose difficili e complicate. La meditazione è anche un fenomeno del tutto naturale. Inizia con le piccole cose. Mettiti per un giorno l’orologio sul braccio opposto a quello che usi di solito. Ogni volta che guardi che ora è, dovrai avere una certa consapevolezza, non potrai agire automaticamente. Scegli due cose che ogni giorno fai automaticamente, ad esempio lavarti i denti, far partire la macchina, persino guidare tutti i giorni lungo la stessa strada. Porta consapevolezza a queste due cose mentre le fai. Questi sono solo pretesti per portare l’energia al momento e al di fuori della mente. Questo è un esempio, un assaggio di una tecnica di meditazione. La pratica poi dipende da te”.

Anando ha esaminato in profondità gli aspetti dello stress nella vita moderna: le ricerche sulle sue cause e sui vari sintomi, quali siano i conseguenti danni e come, con una profonda comprensione di questi meccanismi, si possa fermarne tutto questo processo. Nel suo incontro, “Stress, come neutralizzarlo”, Anando ha condiviso con noi la sua ricerca, iniziando con un’affermazione di Osho diretta a tutti i meditatori: “È sempre importante comprendere i meccanismi di ogni cosa”. C’è una meccanismo di risposta innato nel nostro corpo che si chiama sistema di "attacco o fuga". Ogniqualvolta ti trovi in una situazione di stress, questo è il modo in cui il corpo risponde:

 

A una minaccia reale o immaginaria di pericolo seguono automaticamente questi sintomi fisiologici:

ghiandola pineale = produce adrenalina

pressione del sangue = alta

battito cardiaco = veloce

fegato = produce glucosio

circolazione = veloce

ghiandola pituitaria = produce adrenalina e cortisone

 

Una situazione naturale di “attacco o fuga”’ è il caso del coniglio e della volpe. Una mattina una volpe vede un coniglio e pensa: “Mmm, che bella colazione”. Il coniglio vede la volpe e pensa: “Pericolo!!” Immediatamente tutti i ‘sintomi’ invadono il suo corpo, preparando il coniglio a fuggire per salvarsi la vita o, al limite, a lottare contro la volpe. Con l’aggiunta di adrenalina e di cortisone nel corpo, il coniglio ha la possibilità di sfuggire alla volpe.

Ma prova a metterli entrambi in una situazione artificiale: in un laboratorio scientifico, ognuno nella sua gabbia, ognuno sul suo "tappeto scorrevole" in modo che possa correre sul posto, e poi metti le gabbie vicine l’una all’altra, e che succederà? La volpe cercherà di raggiungere il coniglio e il coniglio cercherà di sfuggire alla volpe, ma entrambi senza successo. La volpe sarà molto frustrata… e il coniglio? Il coniglio sta sperimentando quello che si chiama stress cronico. Probabilmente morirà d’infarto!

Lo stress cronico è un risultato di questa risposta di "attacco o fuga" che diventa operativa nel corpo tutte le volte in cui la mente riconosce uno stimolo come pericoloso. Per noi adesso non è più in realtà una questione di vita o di morte… non ci sono più mammut che minacciano di calpestarci. Magari stai semplicemente lavorando o sei insieme agli amici e improvvisamente ti senti insultato o rifiutato, il tuo ego si sente minacciato. Ma questo basta per scatenare il meccanismo che percepisce il pericolo, e finisci per avere tutti i sintomi neurologici e fisiologici del coniglio quando è di fronte alla volpe.

Ma che accade quando la società ci impedisce di reagire alla situazione, quando non possiamo né ‘attaccare’ né ‘fuggire’: quando non possiamo prendere a pugni il capoufficio oppure fare una scenata agli amici e neanche scappare dall’ufficio o da una cena. Reprimiamo, reprimiamo tutto.

Puoi accorgerti del fatto che stai reprimendo se il tuo respiro cambia ritmo o quasi si arresta. Il corpo reagisce chimicamente secondo i dettami della natura, ma se non possiamo dargli spazio, se non possiamo attaccare o fuggire, i ‘sintomi’ rimangono nel corpo. Il risultato è che il corpo si intossica. Ad esempio, il cortisone è collegato con la memoria e l’apprendimento. Se è in eccesso nel corpo, influenzerà negativamente la memoria. I sintomi da stress nel sistema circolatorio  si evolvono in problemi cardiaci.

Che cosa possiamo fare a questo riguardo?

Con la meditazione possiamo creare una maggiore distanza dalle situazioni della vita. In questo modo esse non saranno più percepite dalla mente come pericolo: c’è uno spazio, una distanza. L’impatto della sensazione di essere feriti, insultati o rifiutati non sarà più così forte.

Dà un’occhiata al carico di stress che si può accumulare durante tutta una giornata. Magari ti svegli tardi, e sei già stressato perché sai che arriverai in ritardo sul lavoro, e così rovesci il caffè; poi in macchina vai troppo veloce, rischi e quasi provochi un incidente. Tre semafori rossi: un’altro stress! Lo sguardo di un collega ti sembra proprio ostile, il carico di lavoro è sempre più grande, a mezzogiorno mangi in fretta e male – una tortura per lo stomaco – alla fine della giornata non sei riuscito a finire tutto quello che avresti dovuto fare. Verso sera, quando finalmente torni a casa, accendi la TV e guardi il telegiornale – e sai benissimo che belle notizie ci sono! – poi ti sistemi sul divano a guardare un film pieno di scene di violenza. Non c’è da stupirsi se fai fatica ad addormentarti! La mattina dopo ti svegli tardi…

Quando tutto questo accade giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese… le tossine si accumulano. Ti serve molto di più di una meditazione tradizionale in cui sei seduto in silenzio! Hai bisogno di attività fisica per eliminare queste tossine. Hai bisogno di far muovere il corpo, regolarmente e con vigore.

 

E qui è dove entra in campo Osho – maestro illuminato contemporaneo – che  ha inventato la meditazione Dinamica proprio per noi, per il nostro stile di vita stressante.

Inizia con una respirazione veloce e caotica: caotica nel senso che non ha uno schema regolare. L’accento è sull’espirazione. Arricchisci tutte le cellule del corpo dando loro più ossigeno. Dopo dieci minuti entri nel secondo stadio in cui usi il corpo e la voce per esprimere tutto ciò che è stato attivato dalla respirazione. Urla, danza, canta, grida, muoviti per dieci minuti.

Il terzo stadio è stare in piedi sul posto e saltare in modo che i talloni colpiscano il pavimento con forza. Nello stesso tempo le braccia sono levate in alto sopra la testa e gridi ripetutamente il mantra Sufi HU. Ciò ti fa salire delle ondate di energia dalla terra attraverso i piedi su fino alle mani.

Dopo dieci minuti una voce dice ‘STOP’ e ti fermi di colpo, come congelato, esattamente dove sei. In questo momento tutta la tua energia sta pulsando al suo massimo. Se segui questa energia, se fluisci insieme a essa, riesci a entrare in meditazione – senza perderti, come al solito, nei tuoi pensieri. Devi renderti conto che per andare dentro ci vuole energia. Usa l’energia creata dai primi tre stadi.

Nello stadio finale ti muovi al suono della musica e ti abbandoni alla danza: celebra te stesso.

 

Sabato pomeriggio c’è stato un incontro chiamato “Spazio di condivisione con Anando” in cui ci è stato possibile fare tante domande. Una persona ha chiesto: “Mi sembra di vivere sempre nel caos, pieno di problemi. Come posso uscire da questo modo di vivere così insoddisfacente?”

Anando ha risposto così:

“Il problema risale alla divisione, che tanti fanno, tra “buono” e “cattivo”. Tratta l’energia di questo momento come qualcosa di nuovo e fresco, completamente separata dal passato e dal futuro: resta nel momento. Dà il benvenuto al caos: è pura energia. Lascia che passi attraverso di te. Abbiamo delle aspettative così grandi riguardo a noi stessi. Dovremmo trattarci con un po’ più di dolcezza.

Siamo quello che siamo. Dobbiamo comprenderci e accettarci esattamente come siamo. Allora i problemi si “sciolgono”.

Il punto fondamentale è essere rilassati e rispettarsi. Le emozioni attraverso cui passiamo vanno tutte bene: nel momento in cui arriviamo a questa comprensione i problemi si ‘sciolgono’.

Ad esempio, la tristezza: se sei triste, stattene un po’ da solo e non perderti a cercarne le cause. Considerala solo come energia. Dalle spazio, falla sentire la benvenuta finché arriverà a sopraffarti.

Ti sorprenderà vedere che è in realtà un’emozione molto profonda e dolce e che si trasforma facilmente in gioia”.

 

 

Allontanarsi per vedere meglio

 

La meditazione può riuscire a farti vedere varie situazioni stressanti della vita da una distanza tale che la mente non le ‘interpreta’ più automaticamente come un pericolo. L’impatto delle emozioni non sarà più così forte. In questo modo si riesce a vedere meglio ogni situazione nella sua realtà.

 

La mente prova infelicità, sofferenza, prova emozioni di ogni genere, attaccamenti, desideri e nostalgie, ma sono tutte proiezioni della mente. Dietro la mente si trova il tuo sé reale, che non è mai andato via. È sempre stato qui.

 

Ma di solito sei così vicino ai pensieri, alle emozioni, alle parole, che non puoi nemmeno immaginare che ci sia un cielo oltre le nuvole, che al di là delle nuvole ci sia la luna piena.

Dovrai andare oltre le nuvole per vedere la luna.

 

La mente è una parte che pensa, e il cuore è un’altra parte della stessa mente, che sente.

Sentire e pensare, pensieri ed emozioni… ma l’osservare è separato da entrambi.

Mentre stai pensando, l’osservatore osserva… un pensiero sta passando, oppure sei arrabbiato… l’osservatore continua ad osservare. Passa un’emozione, proprio come passano le nuvole e tu puoi vederle.

 

Non sei né buono né cattivo.

Non sei né piacevole né spiacevole.

Non sei né pensiero né emozione.

Non sei il cuore né la mente.

 

E quando senti quella pace sei più lontano dalla superficie. Non che là non succeda nulla, ma quando provi questo e quando sei ricolmo di pace, sentirai una distanza: dalla strada arrivano rumori ma ora c’è una grande distanza, un grande spazio. Le cose accadono, ma non provocano alcun disturbo, anzi, ti portano ancora più silenzio.

Questo è il miracolo. I bambini giocano, qualcuno sta ascoltando la radio, qualcun altro starà litigando e il mondo intero continua a girare, ma tu senti che una grande distanza è intervenuta tra te e tutto il resto. Quella distanza arriva perché ti sei allontanato dalla periferia. Le cose accadono alla periferia e a te sembra che stiano accadendo a qualcun altro. Non sei coinvolto. Niente ti disturba, quindi non sei coinvolto.

Osho, brani da “Emotions” e “Il Libro dei Segreti”

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Fare un....click

 

Swami Anand Videha, il curatore delle opere di Osho in Italia, è uno degli organizzatori del Festival tenutosi a Varazze. Gli abbiamo chiesto alcune riflessioni sull’importanza di questo avvenimento.

 

Qualcosa nella nostra vita rimane sempre sospeso fuori dal tempo: noi infatti viviamo talmente coinvolti nei particolari della vita di tutti i giorni nel susseguirsi di cose da fare, di emozioni che attraggono la nostra attenzione, nelle dinamiche psicologiche che le nostre relazioni scatenano che ci dimentichiamo di esistere anche in una dimensione più profonda, là dove la vita esiste per intero da sempre e noi siamo pienamente immersi in quella esistenza.

Eppure, esistono istanti magici in cui si è appagati e aperti: nessun dettaglio, nessun desiderio offusca la nostra percezione, non recitiamo più una parte, non continuiamo a ripetere tutto ciò che rappresenta la vita nel mondo qualcosa che noi, e tutti prima e dopo di noi, abbiamo ripetuto un infinito numero di volte, ottenendo il semplice risultato di perderci, di sfinirci, di annientarci.

Se la pienezza arriva di rado nella nostra vita, accade solo perchè è raro per noi vivere in quello stato di grazia che ci fa sentire vicini al cielo. Tutto qui.

E poi, quando viene il momento in cui si iniziano a tirare i primi bilanci, ecco che si ha la sensazione di aver sbagliato tutto. Ed ecco che si perde tempo a cercare un colpevole, il colpevole: la madre, il padre, carenze psicologiche scaturite nella prima infanzia, complessi dovuti alla realtà familiare, al contesto sociale, mancanze o perdite o presenze asfissianti che hanno segnato la nostra vita per sempre, condizionamenti e pressioni e chissà cos’altro che ci hanno portati, a un certo punto, a tradire inesorabilmente noi stessi. E quando ci si rende conto, la soluzione sembra essere quella di accontentarsi, perchè nella vita non è prevista la possibilità di tornare indietro, di rifare, di ricominciare da capo.

Ebbene, proprio al Festival di Varazze, ho avuto la sensazione che un mattone, un mattone fondamentale sia stato posto nella vita di tutti i partecipanti: l’intuizione della possibilità di un cambiamento di rotta, o addirittura qualcosa che in molti ha già portato a un cambiamento di rotta.

è stata una sintonia immediata tra tutti: non esistevano barricate o mura fittizie. Abbiamo partecipato tutti, meditando e celebrando insieme, perdendoci nella nostra presenza, e così ritrovandoci.

Personalmente mi è piaciuta la qualità dell’energia: determinata a trarre il massimo nutrimento dal programma offerto, e creando proprio grazie a questa determinazione un campo di energia meditativa che dava a tutti la possibilità di trarre quel nutrimento. Anche i più renitenti si sono trovati quasi da subito trasportati nella dimensione interiore. Certo, abbiamo scatenato quello che è il sommo paradosso della vita: noi siamo il nutrimento di noi stessi, ma per percepirlo abbiamo bisogno di una cassa di risonanza che ci aiuti a immergerci in noi stessi; 500 persone che meditano insieme, creano quella cassa di risonanza, e l’immersione è rapida... in un lampo ci si trova in quel mare di quiete, là dove si è, senza essere nulla e nessuno. Là dove è possibile non essere, e tornare così a vivere partendo dal nulla che noi siamo.

Da quell’impatto si torna a vivere rigenerati. Certo, per qualche giorno ci si sente sperduti: è successo a me, ad alcuni amici con cui ho condiviso nei giorni successivi come ci si sentiva, ad altri di cui ho sentito dire... ma poi la vita riprende più sana, diversa.

Qualcuno ha usato l’immersione in quella dimensione per fare finalmente quella scelta che da tempo sentiva, ma che non aveva mai avuto il coraggio di attuare. Altri si sono immersi di più in ciò che già facevano, riconoscendo che la noia che forse ritmava un po’ troppo la loro vita era dovuta a una mancanza di totalità, altri ancora si sono incontrati da uno spazio di cuore; tutti, semplicemente, si sono ritrovati se stessi, per un attimo, forse troppo breve per qualcuno, ma per molti così intenso da lasciare un segno.

Quel segno ha spinto qualcuno a fare la pace con se stesso, a non tradirsi più, a non delegare più a nulla e a nessuno la responsabilità delle proprie miserie, e a stabilire un impegno interiore a non dimenticare più il proprio vero volto, intravisto in potenza ma proprio per questo percepito come compito da realizzare nella vita quotidiana.

Io credo che il regalo più bello che il Festival di Varazze ha fatto a tutti è proprio questo: incontrandosi, è possibile creare un campo di energia che permette di essere se stessi, e in quella dimensione si può essere ciò che siamo, pienamente accettati dalle persone intorno a noi.

è stata dunque un’esperienza importante, e il volume di gratitudine che ci accompagna, i tantissimi che hanno voluto chiamare o scrivere agli organizzatori per ringraziare, ci ha spinto a rischiare ancora e a organizzare per l’anno prossimo un altro Festival, sempre ad aprile, il 6, 7 e 8, per consolidare questo momento di condivisione e per rendere concreto il nostro essere compagni di viaggio di un maestro che ci ha lasciato eredi di una visione che vede noi tutti liberi e consapevoli.

Personalmente, ho sentito la responsabilità di creare uno spazio in cui sia possibile sentire la concretezza della meditazione e che aiuti quindi a vedere ciò che da soli difficilmente potremmo immaginare: la concretezza e la vastità del nostro potenziale. E proprio la qualità dell’energia di tutti coloro che hanno partecipato al Festival ha dissolto in me alcune paure, alcune idee preconcette, e perché no, alcuni pregiudizi (facendomi anche vedere quanto facilmente questi si possono creare); all’inizio mi ha stupito, infatti, vedere quante persone fossero venute, attratte dalla semplice idea di passare un week end a meditare insieme. Poi ho visto l’importanza della celebrazione: è fondamentale affiancarla alla meditazione, per evitare di toccare un estremo di serietà, ancora dettata dalla paura... paura di perdersi di nuovo, adesso che ci si è ritrovati un pochino!

In verità ciò che Osho indica è qualcosa di impossibile, eppure di reale: essere in silenzio, perfettamente quieti, eppure pienamente presenti; fluire compatti; essere cristallizzati eppure dissolti nel flusso della vita; lasciarsi andare per ritrovare se stessi... qualcosa di incredibilmente complesso, eppure così semplice che basta fare un click per capirlo e viverlo.

Come ho avuto occasione di dire nel messaggio di arrivederci, alla fine del Festival, è fondamentale passare parola, per trasmettere a quanti quest’anno non sono venuti, la validità e la concretezza di questa esperienza: più saremo l’anno prossimo e più in profondità scenderemo in noi stessi. Come organizzatori, ci stiamo rendendo conto delle tante mancanze, dovute anche all’inesperienza, e stiamo già lavorando per migliorare tutto: l’audio, penalizzato dall’acustica che ha un palasport;  le bevande e soprattutto l’accoglienza di coloro che si affacciano per la prima volta sull’immensità del loro essere... per moltissimi, infatti, questa è stata "la prima volta", una cosa che in realtà non ci aspettavamo.

A costoro in particolare l’invito a scrivere, per condividere la loro esperienza e soprattutto per consigliarci, dicendoci proprio ciò che hanno visto come mancanza... sull’Osho Times, vogliamo creare una rubrica fissa: “The Festival” in cui pubblicare queste condivisioni, ma soprattutto dove annunciare, mese dopo mese, i contenuti del prossimo evento, in modo da accompagnare a un’esperienza sempre più intensa e profonda... in questo modo, sarà possibile ritrovarsi soli nella propria dimensione interiore, senza più soffrire di solitudine. 

Arrivederci all’anno prossimo, dunque... con la speranza di leggere su queste pagine i resoconti delle vostre esperienze. Con amore.

Sw. Anand Videha

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Le relazioni: una finestra sull'anima

 

Le nostre storie di relazione sono probabilmente il palcoscenico più ricco che vi sia per imparare a conoscere la vita e noi stessi. Qualsiasi questione emotiva irrisolta verrà in superficie - non solo con il partner, ma anche con amici e figure di autorità. In quest’area, la vita cattura la nostra attenzione e ve la trattiene. Essa usa queste situazioni per costringerci ad affrontare parti di noi che ci fanno paura e che possono essere dolorose. Anche se abbiamo delle idee su come dovrebbero essere la nostra vita e i nostri amori, o riguardo a chi siamo o dovremmo essere, spesso le cose non vanno secondo i nostri piani. Ma è proprio nelle difficoltà che possiamo imparare così tanto su noi stessi. Ho scoperto che tutti i nostri conflitti, frustrazioni e difficoltà nelle storie di relazione si riducono a tre fondamentali questioni emozionali e spirituali. Ognuna di esse ha origine a partire da un trauma accaduto nell’infanzia e il processo per risolverlo segna un passaggio fondamentale nel viaggio dell’anima. La prima questione è la vergogna, il nostro senso di inadeguatezza così profondamente radicato. La seconda è lo shock, la nostra risposta cellulare ai traumi della vita infantile. E la terza è l’abbandono, la privazione d’amore e il nostro profondo senso di solitudine.

 

 

“Quando ero bambino uno dei miei film preferiti era su Hans Christian Andersen, con Danny Kaye. I miei genitori ci comprarono il disco con le canzoni del film, una di queste era "C’era una volta un brutto anatroccolo", la storia di una piccola anatra veramente brutta, esclusa dal mondo delle anatre per la sua diversità. L’anatroccolo fu costretto a vagabondare, finché un giorno si trovò in mezzo a dei cigni e scoprì che anche lui era un bellissimo cigno a cui però era accaduto di nascere nel mondo sbagliato.

In un certo senso, siamo anche noi in viaggio verso la riscoperta della nostra vera natura di “cigni”, del nostro sé reale. Abbiamo ingannato noi stessi credendo di essere “anatre”. Anatre che vedono e sentono se stesse come creature spaventate, brutte, non amate e non amabili, che vivono in un mondo estraneo e ostile. I cigni invece, vedono e sentono se stessi come esseri amabili e ricchi di doti, che vivono pacificamente in un mondo che può essere splendido.”

Tratto dall’introduzione di “Uscire dalla Paura” Edizioni Urrà.

 

 

La Vergogna e il Senso di Inadeguatezza

 

Alcuni di noi possono trascorrere anni e anni di vita fuggendo da un inconscio senso di inadeguatezza, coprendolo con ogni sorta di compensazioni e maschere. Poi succede che il mondo ci crolla addosso quando un partner ci lascia, quando perdiamo dei soldi o il lavoro e ci ritroviamo a mettere in discussione tutta la nostra vita. Altri non sono riusciti a mascherare le insicurezze che li affliggono sin da quando ne hanno memoria. In entrambi i casi, la maggior parte di noi avverte un fondamentale senso di “non essere all’altezza”.

A livello psicologico, la vergogna nasce dal non essere abbastanza considerati o valutati per quello che si è sin dalla prima infanzia o dall’ essere stati costretti ad indossare una maschera pur di ottenere amore, riconoscimento e approvazione.

A livello spirituale, riconoscere questo senso di vergogna e lavorarci sopra, è un percorso fondamentale per l’anima. Ciò fa nascere una profonda compassione e sensibilità e ci costringe a trovare il nostro sé, la nostra creatività, non più attraverso un ego battagliero, ma attraverso uno spazio di rilassamento e di riconoscimento della nostra essenza. Io ho sempre creduto che per essere creativo dovevo sforzarmi e lottare. Ma è stato solo grazie al viaggio dentro al mio senso di vergogna che ho potuto poi apprezzare le mie qualità come terapista e insegnante.

Il nostro viaggio attraverso il senso di vergogna inizia quando cominciamo ad accorgerci che essa fa parte della nostra vita e che è lì da molto tempo. Cominciamo a diventare consapevoli di come venga provocata e si manifesti nella nostra vita – soprattutto nelle relazioni. Cominciamo ad accorgerci di quanto abbiamo cercato di tenerla nascosta e del senso di falsità che nasce quando cerchi di scappare da essa. Possiamo poi risalire alle radici della nostra vergogna nell’infanzia e provare compassione per il bambino o la  bambina che non avevano altra scelta se non quella di cercare di sopravvivere in un mondo difficile che negava loro sostegno, e nel quale forse accadevano anche degli abusi. A un certo punto del percorso abbiamo cominciato ad accorgerci in modo graduale che la vergogna è un prodotto del passato, che talvolta può prendere il sopravvento, ma che non è ciò che noi siamo veramente.

Con l’amore e il sostegno degli altri e di noi stessi, cominciamo a scoprire la bellezza e le qualità che abbiamo sempre avuto, e ad accorgerci che esse si manifestano naturalmente quando non ci sono pressioni, conflitti, critiche o minacce.

 

 

Shock, Paura e Trauma

 

La seconda  questione principale che è alla base delle nostre battaglie di relazione e del nostro danneggiato senso del sé, è lo shock. Lo shock è uno stato di paralisi fisica, verbale ed emozionale che deriva da un trauma dell’infanzia. Spesso gli eventi che determinano lo shock vengono dimenticati o sepolti in profondità, ma ne possiamo riscontrare effetti molto evidenti nella nostra vita.

Lo shock crea disagio nel sesso, nella creatività, nelle relazioni, nell’affermazione e in qualsiasi tipo di prestazione. Ognuno di noi ha dei differenti sintomi di shock. Possono essere cronici come le fobie o manifestarsi attraverso malattie come l’asma, l’eczema e molte altre. Lo shock può manifestarsi tutte le volte in cui avvertiamo o sentiamo o anticipiamo qualsiasi tipo di pressione, minaccia, critica, rifiuto o attacco.

In effetti, dentro di noi siamo così sensibili che spesso anche gli eventi più banali possono stimolare il nostro shock, e ci ritroviamo incapaci di funzionare.

Uno degli aspetti peggiori dello shock è che può essere così sottile e dominante che quando arriva non ne siamo consapevoli. Ci troviamo semplicemente paralizzati e poi ce ne vergogniamo. Questo diventa un circolo vizioso molto doloroso. Lo shock è iniziato la prima volta in cui siamo stati traumatizzati. è stato il modo in cui il nostro sistema nervoso ha reagito al panico e al senso di minaccia che ci sopraffacevano. Il corpo ha una sua memoria e basta una lieve provocazione perché il nostro sistema nervoso ritorni immediatamente al momento del trauma originario. Consciamente possiamo anche non renderci affatto conto di ciò che ci sta succedendo.

Ciò può causare molti problemi in una relazione intima perché  poche persone comprendono veramente cosa sia lo shock. Quando si manifesta nel sesso o in altre situazioni di relazione, non riusciamo ad essere presenti. La paura ci ha sopraffatti e l’altra persona non è in grado di comprendere cosa ci sia accaduto, e può irritarsi o rattristarsi perché la connessione è stata interrotta. Se poi,  una volta che lo shock è stato provocato, ci viene fatta pressione per riprendere il contatto e rimanere presenti, ciò non fa che peggiorare le cose.

Il viaggio attraverso lo shock richiede lo sviluppo della comprensione per imparare ad avere la sensibilità di riconoscere quando e come si manifesta nel quotidiano. Quando finalmente capiamo quanto profondo sia il trauma e che effetti abbia nella nostra vita, possiamo acquisire una maggiore sensibilità e cominciare a vedere la vita in modo diverso: molto di più da uno spazio di cuore.

 

 

Abbandono, Deprivazione e Solitudine

 

La terza questione principale che il relazionarsi porta in superficie è la più profonda di tutte. Si tratta della nostra solitudine interiore. Passiamo la vita a fuggirla con tutte le distrazioni possibili, ma, prima o poi, essa ci raggiunge poiché è sempre dentro di noi e aspetta solo di essere provocata. Quando questo sentimento viene esposto, la paura e il panico possono essere così estremi che ci sembra di morire. Ci troviamo di fronte alla nostra solitudine ogni volta che un’altra persona non corrisponde alle nostre aspettative. Queste situazioni le chiamiamo “piccoli abbandoni” e si manifestano soprattutto quando veniamo lasciati o respinti dal nostro/a amato/a. Quello che proviamo è una sensazione di vuoto e di panico che spesso non sembra avere alcuna relazione con l’evento che lo ha provocato. In effetti, si tratta dell’eco di un’esperienza di abbandono o di tradimento che risale ai primi anni di vita e che ci ha così profondamente spaventati da doverne poi rimuovere il ricordo.

Prima di cominciare ad affrontare questa ferita in tutta la sua intensità, le relazioni che viviamo sono solo un modo per evitare la solitudine.

Nelle nostre fantasie immaginiamo di trovare qualcuno che non ci farà mai provare la solitudine e il tradimento. Siamo sempre alla ricerca di tale persona e rimaniamo ripetutamente delusi quando questa persona non corrisponde alle nostre aspettative. Ciò che noi consideriamo “amore” è spesso nient’altro che uno sforzo per evitare la solitudine. Cerchiamo qualcuno che riempia la sensazione interiore di vuoto che ci portiamo dentro. Ma la tregua da questo vuoto, che noi cerchiamo nell’altro, dobbiamo trovarla in noi stessi e possiamo farlo solo andando dentro la ferita dell’abbandono.

Quando cominciamo ad affrontarla con consapevolezza possiamo smettere di proiettare su un’altra persona, e arrenderci a sentire questo vuoto. Il mio maestro spirituale ha definito l’affrontare la propria solitudine come il grande momento di accettazione che prepara la strada alla meditazione. Rilassarsi in questa accettazione porta ad una pace profonda e permette che l’amore profondo e l’intimità entrino nella nostra vita.

 

 

CONCLUSIONE

 

Se esaminiamo oggi le nostre storie di relazione dalla prospettiva di queste tre questioni: vergogna, shock e abbandono, possiamo scoprire delle lezioni preziose per la nostra crescita emotiva e spirituale. In effetti non abbiamo molta scelta riguardo a ciò che la vita ci porta. Le cose accadono. L’energia ci muove e noi la seguiamo. Ma una comprensione di questi tre aspetti del percorso dell’anima ci fornisce una struttura e un significato per la nostra esperienza. Invece che dare la colpa agli altri, lamentarci e compatirci, possiamo goderci il viaggio, qualsiasi esso sia. Talvolta può essere gioioso, altre volte doloroso, raramente è noioso.

 

 

IL GRUPPO “VERGOGNA E INDEGNITÀ” CONDOTTO DA SWAMI KRISHNANANDA E MA DHYAN AMANA, AVVERRÀ A ROMA DAL 15 AL 19 LUGLIO, SARANNO 5 GIORNI PER ESPLORARE E COMPRENDERE LE FERITE DELL’INFANZIA CHE ANCORA OGGI CI CONDIZIONANO E PARALIZZANO.

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oltre il dipinto

 

La stessa forza che si manifesta in un albero, una roccia, un fiore o una notte di luna piena, si può anche manifestare in un dipinto di queste cose o in una poesia che ce le evochi. Questa è l’arte che noi tutti preferiamo, che nasce dalla meditazione, da un annullarsi  dell’artista che riesce così a diventare semplicemente un’ulteriore manifestazione di quella stessa forza. Partendo da questa base, oltre che da una amicizia di quasi trent’anni e da una comune connessione con Osho, Meera e Anand hanno finalmente dato alle stampe un bellissimo libro di dipinti e poesie (un progetto che già avevamo preannunciato, con molte illustrazioni dei dipinti e alcune delle poesie, nel numero dell’Osho Times italiano del Luglio 98). In questo libro, a differenza di altre opere similari, non troverete i dipinti a commento delle poesie, o viceversa, bensì "due colonne, separate e distinte a sostegno dello stesso tempio" come viene detto, riprendendo l’immagine cara a Kalhil Gibran, nella prefazione di Sw. Prem Nirvano, assistente di letteratura a Cambridge.

 

Non è questo il tipo d’arte che induca a disquisizioni, critiche e analisi – è fondata sul silenzio – e così abbiamo preferito intervistare Meera, la pittrice – nota per i suoi training e gruppi qui a Pune – soprattutto dopo che ci ha confidato che alcuni dei suoi lavori più belli sono stati fatti in Italia.

 

 

OTI: Ci hai detto che l’Italia ti piace e ti ispira. Puoi parlarcene?

 

Meera: Ho un rapporto profondo con l’Italia e con i maestri italiani, soprattutto con Giotto, la cui arte tocca davvero il mio cuore. Naturalmente lui è un cristiano ma lasciando da parte il messaggio cattolico lui ha realmente trasmesso nei suoi dipinti questo suo anelito, questo desiderio di andare oltre. Quello che mi ha toccato particolarmente in questo artista sono gli affreschi ad Assisi, in cui ci sono questi angeli che piangono in cielo perché Gesù è morto. Sì per me questo è veramente sorprendente perché nella concezione normale gli angeli non piangono. Questa è un’ idea veramente unica. L’Italia può darti molte suggestioni inaspettate e questo mi piace molto. Un altro artista che amo è Morandi: è talmente nuovo, e mi fa capire che gli italiani hanno un talento per la meditazione perché i suoi dipinti trasmettono una sensazione profonda di silenzio. Ho visto molti dei suoi dipinti raffiguranti: vasi, magari una forma di pane, sono molto semplici. Qualche volta ha persino dipinto lo stesso soggetto ripetutamente con luci diverse e sempre riesce a dare questa impressione di uno spazio di silenzio. La gente dice che gli italiani sono un po’ pazzi ma io non credo che sia vero se riescono a fare cose così. Un altro pittore che mi piace molto è Piero della Francesca. Anche lui ha questa qualità particolare: ti fa vedere veramente cosa può essere l’arte, il dipinto diventa in realtà solo una porta per andare oltre. Questi tre pittori mi hanno fatto innamorare dell’Italia, dell’atmosfera italiana e così quando ho avuto un invito ad andare a Gibilmanna per lavorare, per dipingere non ho esitato un momento. Ero in una casa sulle montagne, vivevamo molto semplicemente, quasi poveramente. E dipingevamo nei dintorni, nei campi, nei boschi, nelle notti di luna piena. E stato un periodo di intensa creatività per me, sicuramente alcuni dei miei dipinti migliori sono stati fatti in Italia.

 

OTI: So che conduci anche molti gruppi e training in Italia. Vorrei sapere quali sono le caratteristiche particolari degli italiani all’interno del lavoro che stai facendo. Noi italiani pensiamo un po’ tutti di essere degli artisti, riusciamo davvero a esprimere la nostra creatività dipingendo?

 

Meera: Quando mi fai questa domanda comincio subito a sorridere. Con gli italiani mi trovo veramente bene. Per il tipo di lavoro che insegno c’è bisogno di qualcosa, qualcosa che è difficile definire a parole, qualcosa che hai o che non hai. Non si tratta di imparare una tecnica, ma di esprimersi. Ha qualcosa a che fare con l’identificazione. Osho ad esempio dice che per dipingere i bambù devi diventare un bambù.

Magari per gli italiani è difficile disidentificarsi, essere chiari e distaccati rispetto a qualcosa, ma l’immedesimarsi, questa specie di connessione attraverso il cuore, per loro è molto facile. Sono molto connessi con le emozioni – certe volte si perdono nelle emozioni – e questo è un bene perché il mio lavoro è proprio quello di fare esprimere le emozioni. Questo identificarsi nelle emozioni può anche essere giudicato negativamente, ma d’altra parte io in Italia riesco ad avere dei gruppi molto vivaci, vivi. Le persone sono molto sincere sia fuori che dentro: magari si difendono un po’ all’inizio ma basta molto poco, veramente poco, e si lasciano andare e così anch’io mi esprimo molto di più… sono molto più pazza del solito in Italia!

Il tipo di persone che partecipano ai miei gruppi mi permettono veramente di essere me stessa.

Il posto dove faccio più gruppi in Italia è Miasto, mi piace molto come situazione perché è nella natura e ti offre molte possibilità: se vuoi stare da solo, ti è possibile; se vuoi mescolarti agli altri ci sono molte persone… e soprattutto puoi immergerti nella natura, è proprio lì a portata di mano. C’è una vitalità, un invito a essere uno zorba – a goderti la vita –  che pervade tutto.

Oltre che a Miasto faccio anche gruppi a Milano, in Sicilia, al OMC Nirvesha e all’Osho Archan di Bergamo.

 

 

Il libro “Blossoming” è di 144 pagine, in inglese e giapponese, formato 30x30cm con riproduzioni anche su due pagine (prezzo indicativo sui 100 dollari). La distribuzione ancora non è organizzata ma di sicuro Meera avrà alcune copie con sé quando girerà l’Italia per i suoi gruppi e training, non molte però perché il libro pesa più di due chili.

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Silenzio: lo puoi portare anche in città

 

Come si può mantenere

la pace interiore nella

frenesia dell’Occidente?

 

Una volta che l’hai raggiunta, non puoi perderla. Anche a volerlo, non ci riusciresti. Quando ottieni veramente qualcosa poi non la perdi mai più. Altrimenti vuol dire che questa pace profonda era solo un’illusione. Devi esserti ingannato. O qualcosa deve averti dato l’idea di esserci arrivato.

Se vai sull’Himalaya, troverai pace e silenzio. Là regna l’eterno silenzio. In quel silenzio, di riflesso, cominci a sentirti silenzioso anche tu. Non credere di esserlo diventato veramente: è l’Himalaya che si riflette dentro di te. Quel silenzio appartiene all’Himalaya, non a te: quando torni giù in pianura se ne va. Sei di nuovo agitato, anzi sei di nuovo l’agitazione, l’ansia, l’angoscia. Credi di aver perduto qualcosa che avevi ottenuto? No – perché non l’avevi mai avuto. Apparteneva all’Himalaya e ancora gli appartiene. Eri entrato in una certa situazione, ma non in un certo stato. La situazione è qualcosa fuori di te, lo stato è qualcosa dentro di te.

E poi ti sei ingannato. È così facile ingannare se stessi. Uno vuole credere di aver raggiunto la meta, perché questo nutre davvero l’ego: sono arrivato, ce l’ho fatta.

Molta gente viene in India. Venendo dall’Occidente, l’India sembra silenziosa, pacifica, povera, ma contenta. In un certo senso, l’India è indietro di circa duemila anni. Quando da New York arrivi in India, o da Londra all’Himalaya, stai andando indietro nel tempo. Tutto è primitivo, selvaggio, barbaro. Uno si sente bene, sente di nuovo una certa libertà. Il rumore, l’ansia, la tensione, la continua fretta – l’andare sempre da qualche parte senza sapere dove si sta andando – comuni in Occidente, qui non esistono. Le cose si muovono lentamente. Sembra che tutto si muova senza direzione, molto silenziosamente. Si può sentire ancora una certa vibrazione. Gli Indiani possono anche non sentirla, perché ci sono nati dentro, proprio come un pesce non si accorge del mare. Ma quando la gente arriva dall’Occidente ha quasi uno shock: una certa consapevolezza. Il loro ‘sonno’ viene interrotto e cominciano a credere di avere raggiunto un certo stato di pace. Ma non è così facile raggiungerlo. Non è un viaggio aereo: non si può volare da uno stato della mente a un altro stato della mente. Non è un viaggio, è un pellegrinaggio.

La differenza fra viaggio e pellegrinaggio è che un viaggio va da un punto dello spazio a un altro, un pellegrinaggio va dall’esterno all’interno, dallo spazio al non-spazio. È facile a questo punto venire ingannati, non da altri, ma da se stessi. Poi torni indietro e quella libertà, quel silenzio, quella meditazione sono perdute. Da questo nasce la domanda su come sostenere questo stato mentale.

Non c’è bisogno di sostenerlo. È così vivo e vitale che si sostiene da solo. Ha un’energia enorme. Non ha bisogno dell’aiuto di nessuno. In effetti, non hai nessun bisogno di sostenerlo: è lui che sostiene te. È più grande di te, più profondo di te – è la tua vera natura – sei tu nella tua gloria più eccelsa.

Non ha bisogno di nessun sostegno e niente può allontanarti da questo stato. Una volta raggiunto, è raggiunto per sempre. Non puoi perderlo. Se lo perdi significa che hai ingannato te stesso.

“Come si fa a sostenerlo nelle frenesia dell’Occidente?” Se non continua a esistere, allora non vale. Qualsiasi meditazione che abbia valore, sarà viva anche nella piazza del mercato. Nessuna frenesia può allontanarti dallo stato meditativo, non c’è frastuono di mercato che possa disturbarlo. Diventa come respirare. In realtà lo sentirai più forte nella piazza del mercato che sull’Himalaya, perché sull’Himalaya manca il contrasto. Se hai ascoltato la musica interiore, la sentirai meglio nel rumore del traffico, a causa del contrasto. Di notte puoi vedere le stelle nel cielo, non di giorno - perché manca il contrasto. La notte è così scura, in quell’oscurità vellutata riesci a vedere quelle belle stelle che di giorno non si mostrano. Sono sempre là al loro posto, non sono andate da nessuna parte – restano nel cielo – ma manca il contrasto. Questo ho capito, è stata questa la mia esperienza: che qualsiasi cosa tu raggiunga, la gusterai di più, la sentirai di più – verrà a galla nel tuo essere più chiaramente, chiara come un cristallo – ogniqualvolta la farai risaltare contro il suo opposto. Se la meditazione è sincera, ti sarà più chiara a New York, la sentirai meglio a Londra. Circondandoti di opposti, pulserà più chiaramente. Se non hai raggiunto una vera pace, puoi venire in Oriente, e sentirti bene… poi torni in Occidente e non c’è più. È stato un viaggio, non un pellegrinaggio. Hai viaggiato da un punto all’altro dello spazio, non hai viaggiato dallo spazio al non-spazio. La meditazione è un pellegrinaggio dal fuori al dentro. Una volta che l’hai raggiunta non riesci a perderla neanche volendo.

Osho, tratto da: Come follow to you

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BEST seller – LONG seller

Il nuovo libro di Osho edito a gennaio da Mondadori: La Via del Cuore (vedi OTI di febbraio) ha raggiunto il nono posto fra i libri più venduti in Italia (dati Demoskopea dell’ultima settimana di marzo). Col sottotitolo “L’uomo nuovo per il nuovo millennio” propone un balzo quantico di consapevolezza a quanti stanno affrontando le sfide del mondo odierno. Questo libro sottolinea le doti –  responsabilità, creatività, intelligenza, giocosità e maturità – necessarie agli uomini del nostro tempo, mettendo nel contempo a fuoco le opportunità, e le sfide, insite nel campo dello sviluppo –  scientifico e tecnologico – e dell’educazione. Questo editore ripete così il successo di Che cos’è la meditazione che raggiunse i primi posti nelle classifiche dell’agosto del ‘97. Il prossimo “best seller” di Osho in uscita da Mondadori sarà Orme sulle rive dell’ignoto (il seguito di L’arte di ricrearsi) che completerà così la traduzione di Walk without feet.

 

Bompiani/Rizzoli è la casa editrice che già nel ‘88, in un periodo difficile in cui sembrava che ogni potere politico volesse bandire Osho "dal pianeta Terra", aveva pubblicato La Bibbia di Rajneesh portandola per alcune settimane nella classifica dei Best-seller.  Solo l’anno scorso questo editore ha venduto ben 15.000 copie del classico Tantra, la comprensione suprema, il libro  presente ormai sul mercato da 22 anni. I più recenti titoli di Osho  pubblicati da  Bompiani Rizzoli sono Amore e libertà e (a settembre) I segreti della trasformazione – il secondo volume, molto atteso, del Libro dei segreti.

 

 

 

 

Perché dovrei affliggermi ora è il titolo di un bellissimo discorso di Osho sullo Zen, e fu uno dei primi libretti della famosa collana millelire, vendendo ben 170.000 copie e rimanendo, nel 92, per due mesi nella lista dei Best-seller. È il titolo che ha fatto conoscere Osho a tutta una nuova generazione di lettori, creando così la possibilità di nuove traduzioni e pubblicazioni. Stampa Alternativa lo ripresenta, arricchito da un altro discorso di Osho, nella collana "Margini", a un prezzo sempre giovane di 8000 lire.

 

 

 

 

  (ritorna al sommario)

 

 

Un Libro da Vivere

 

 

 

TECNICHE DI LIBERAZIONE

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News Services Corporation

Pagine 222 Lire 26.000

 

Meditazione Dinamica: La Meditazione Dinamica è un metodo che utilizza la tensione per creare una situazione in cui possa accadere la meditazione. Se tutto il tuo essere è in uno stato di tensione massima, rimane un’unica possibilità: la distensione, il rilassamento. Di solito non si può entrare direttamente in uno stato di rilassamento, ma se tutto il tuo essere è stato portato a un punto massimo di tensione, il passo successivo è automatico, spontaneo: si crea il silenzio.

 

essere identificati col proprio corpo: Sei totalmente identificato con il tuo corpo perché normalmente non esiste alcun distacco. Quello che fai tu, lo fa il tuo corpo, o viceversa. Tu e le azioni del tuo corpo sembrano realtà identiche. Ma quando il corpo prende il suo corso, diventa un automa. Cominciano ad accadere cose che non hai mai voluto, che non hai mai immaginato possibili. “Sono io che faccio questo?” E sai che non sei tu a farlo. Non l’hai voluto, eppure la danza continua, ed è anche molto intensa! In questo caso si è prodotto un distacco. Esiste distacco tra chi agisce e l’azione: non sei tu ad agire.

 

L’equilibrio vitale: Il problema reale non è l’uso eccessivo dell’intelligenza, ma il non uso delle emozioni. Nella nostra civiltà l’emozione è esclusa completamente, pertanto si perde l’equilibrio e si sviluppa una personalità che pende tutta da una parte: se si usasse anche l’emozione non ci sarebbe alcuno squilibrio. Occorre conservare un equilibrio ragionevole tra emozioni e intelletto, altrimenti ne risulterà una personalità malata.

 

religione, l’ultimo dei lussi: Esiste una differenza fondamentale tra la religione di un povero e quella di un ricco. Se un povero si interessa alla religione, la userà come un semplice surrogato: anche se prega dio, lo fa per motivi economici; in lui non è ancora sorto il problema essenziale dell’uomo. Dunque Max ha ragione quando dice che la religione è l’oppio dei popoli.

 

dio è l’esistenza stessa: Dio è una parola fasulla, un termine inventato dai preti. Di fatto, chiedere se dio esiste è assurdo. Per coloro che sanno, dio è l’esistenza, oppure l’esistenza è dio. Le cose esistono, dio no. Una sedia esiste, perché potrebbe non esistere. Dio è esistenza, l’essenza stessa dell’esistere.

 

dal nulla: Una cosa è certa: nulla è morto. Noi siamo parte dell’oceano della vita, noi siamo vitalità allo stato puro. Ci è inconcepibile, perché continuiamo a vedere l’universo da un particolare punto di vista; e quella prospettiva è fuorviante. Se quella prospettiva cade, e non vi è più un ego da cui guardare, allora non si potrà più dire che, morendo, si va da qualche parte: sei esistito e continuerai a esistere. Anche se tutto si dissolve, nulla in realtà scompare per sempre,  nulla finisce.

 

Come possiamo aprirci alla dimensione superiore: La mente inferiore si sposta molto facilmente all’estremo opposto, perché l’apertura inferiore ha solo due strade possibili davanti a sé: la repressione o l’indulgenza. Sembrano diametralmente opposte ma non lo sono. …Se non reprimi né indulgi, l’energia non riuscirà a muoversi sul piano orizzontale; comincerà a muoversi verticalmente. Quel movimento verticale è trasformazione.

 

Come mai esiste tanta frustrazione nel mondo?: Perché esiste un’immensa aspettativa. Se hai aspettative, esisterà la frustrazione. Non averne, e non ci sarà frustrazione alcuna. La frustrazione è una conseguenza: più aspettative hai, più sarai causa della tua stessa frustrazione. Dunque il problema in realtà, non è la frustrazione, quello è il risultato; il problema è l’aspettativa. La frustrazione è solo l’ombra che accompagna l’aspettativa. Se non hai mai aspettative, se vivi in uno stato mentale dove l’aspettativa non affiora, le cose saranno più semplici.

   (ritorna al sommario)

 

 

Hai una sigaretta

 

Un punto di vista insolito sulvizio’ del fumo. Due ‘ricette’ originali ed efficaci per smettere di fumare. E un pressante invito a essere totali e consapevoli qualunque cosa si stia facendo!

 

Amato maestro,

voglio smettere di fumare, che cosa ne dici?

 

Mahendra, perché? Perché vuoi smettere di fumare? Cosa c’è che non va nel fumare? Sì, è un po’ stupido – da sciocchi – inalare ed esalare il fumo, ti avvelena, sprechi i soldi e la vita. Ma non è un peccato, e neppure un crimine. Non dovresti sentirti in colpa per questo. Forse vivrai un po’ meno, due o tre anni in meno di quanto avresti potuto vivere. Ma qual è il vantaggio di vivere tre anni in più? Creeresti ancora un po’ più di confusione nel mondo – così è meglio che te ne vada prima. E il mondo poi è anche fin troppo popolato.

Mahendra tu mi dici che vuoi smettere di fumare.

In primo luogo perché? – Perché hai letto che ti fa male alla salute? Ma della tua salute che ne farai?

C’è una bellissima storia su Gesù che non viene riportata nei vangeli.

…Ho sempre avuto l’impressione che sia stata cancellata, nei secoli, perché è una storia pericolosa. Ma i Sufi l’hanno conservata intatta e ce l’hanno tramandata. Ci sono alcune storie su Gesù che i Sufi hanno salvato, dovrebbero essere ringraziati per questo perché sono le storie più belle di tutti i vangeli. Questa è molto bella.

Gesù arrivò in un villaggio. Vide un uomo che giaceva nel fango, che gridava e parlava incoerentemente, facendo un mucchio di chiasso. Era difficile capire cosa volesse dire, era evidentemente molto ubriaco. Gesù gli andò vicino per tentare di capire cosa stava dicendo, forse aveva bisogno di aiuto. Quando gli fu vicino ne riconobbe il viso. Scosse l’uomo. L’uomo aprì gli occhi e Gesù disse: “Non mi riconosci? Io ti conosco.”

L’uomo rispose: “Ti riconosco anch’io, ma per favore lasciami solo”. Gesù gli disse, “Per quanto mi ricordo eri malato, molto malato, quasi sul punto di morire, e io ti ho curato. Ho compiuto un miracolo, ma non vedo nessuna gratitudine nei tuoi occhi.

L’uomo rispose: “Gratitudine? Io stavo per morire e finalmente l’avrei fatta finita con questa brutta vita. Tu mi hai ridato la salute? Chi te ne ha dato il diritto?”

Gesù era sbigottito – non ci aveva mai pensato. Disse: “Ma adesso sei sano e puoi usare questa tua salute.

L’uomo rispose: “Questo è proprio ciò che sto facendo. Quando si è sani si beve, si mangia, e ci si gode la vita. Cos’altro potrei fare della mia salute?”

Questa è davvero una buona domanda. Cosa si può fare della propria salute? Mangiare, bere, e godersela! E l’uomo pareva essere quasi arrabbiato con Gesù.

Gesù se ne andò stupito, e subito dopo vide un altro uomo che amoreggiava con una donna. Si avvicinò e gli disse: “Fermati, io ti conosco molto bene. Eri cieco e io ti ho restituito la vista.

E l’uomo rispose: “E adesso cos’altro potrei farne degli occhi? Gli occhi sono fatti per guardare e cercare la bellezza. E questa donna… hai visto com’è bella? Lasciami! Non ho più tempo per te.”

Gesù era molto triste perché credeva di aver aiutato queste persone. Uscì dal villaggio e incontrò un uomo che stava per uccidersi. Gli chiese: “La vita è così preziosa! Perché ti vuoi uccidere?” L’uomo guardò Gesù e rispose: “Non mi riconosci? Ero morto e tu hai disturbato la mia morte e mi hai riportato in vita. È troppo! Non sopporto più questa vita. Ne ho abbastanza! E per favore, ho fatto tutti i preparativi per uccidermi e tu sei tornato di nuovo… non fare un nuovo miracolo. Non voglio nessuno dei tuoi miracoli!”

Questa è una strana storia, ma di grande significato. L’uomo è fatto così, è talmente cieco: se è sano farà qualcosa di sbagliato, se è vivo farà qualcosa di sbagliato, se ha gli occhi farà… vedrà qualcosa di sbagliato.

A meno che tu non sia consapevole continuerai a fare cose sbagliate.

Questo è il motivo per cui, in Oriente, Buddha, Mahavira, Lao Tzu – e altri come loro – non hanno mai fatto dei miracoli. O meglio, hanno fatto un solo miracolo e cioè trasformare l’inconsapevolezza in consapevolezza: perché a meno che questo non avvenga tutto è sbagliato. È come dare una spada nelle mani di un bambino: o si taglierà o taglierà qualcun altro. Non dai del veleno a un bambino per giocare: è pericoloso. L’uomo è inconsapevole, quasi come fosse completamente ubriaco.

Cosa credi di ottenere se smetti di fumare?

L’uomo è inconsapevole. Sembra soltanto cosciente, ma non lo è per niente.

Piuttosto che chiedermi cosa ho da dire su questo argomento, dovresti osservare bene cosa ti succede. In primo luogo, la cosa più importante è vedere perché fumi. Se non ne comprendi la causa – e se la causa non è rimossa – smetterai magari di fumare, ma poi inizierai a masticare chewing-gum, e in seguito forse comincerai a parlare moltissimo.

Io non fumo. Se un giorno smetterò di parlare forse dovrò cominciare a fumare!

Devi fare qualche cosa d’altro!

 

Un giovane tutto eccitato spinge la ragazza sul sedile posteriore della macchina e pieno di desiderio comincia ad accarezzarla. Lei gli resiste e lo respinge, ma lui continua a toccarla dappertutto con le mani, quasi fosse un polipo. Lei alla fine gli molla un ceffone urlandogli: “Ma che ti piglia? Sei sempre così educato e gentile.”

E lui: “Lo so, ma non posso farci nulla, sto cercando di smettere di fumare.

 

Il fumo tiene lontano molte persone da cose ben più pericolose. La mano è impegnata, la bocca è impegnata, la mente è impegnata. Non stai facendo male a nessuno in particolare… solo a te stesso. Ed è un tuo diritto, sei libero di farlo. Altrimenti dovresti fare qualcos’altro!

Hai mai notato? Ogni volta che ti senti nervoso, teso, cominci a fumare. Ti aiuta a calmarti, a rilassarti un po’. La vita altrimenti sarebbe troppo stressante. Quando non ti senti nervoso, quando stai bene, quando sei rilassato, non ti ricordi di fumare. Possono passare ore intere senza che tu abbia voglia di fumare… non ce n’è alcun motivo.

Altrimenti hai paura di fare qualcosa di sbagliato. Meglio tenersi occupati.

Mahendra, il mio suggerimento è: per prima cosa guarda in profondità questa tua abitudine di fumare. Meditaci su, vedi di scoprire in primo luogo perché fumi. Forse avrai bisogno di alcuni mesi per questo: più riuscirai ad andare in profondità, più te ne libererai. Non smettere di fumare. L’abitudine di fumare se ne andrà grazie alla tua comprensione, e sarà tutta un’altra faccenda. Se la voglia di fumare scompare perché ne sei andato alla radice e ne hai visto i motivi… Ad esempio può darsi che il seno della madre ti sia stato tolto prima di quanto tu volessi e così fumare è solo un sostituto.

A molte persone, e questo è stato loro di aiuto, ho suggerito: “Se davvero vuoi smettere di fumare, comincia a succhiarti il pollice.” Alcuni mi hanno risposto: “Ma questo mi farà sentire molto stupido!”. È vero… fumando vi sembra di fare una grande cosa, ma state facendo proprio la stessa cosa, e in effetti è più dannoso. Se vi succhiate il pollice non è dannoso per niente, ma fumare è dannoso. Ma dal momento che fumano tutti ed è accettato vi sembra che sia una cosa da adulti…

I ragazzini vogliono crescere, non fosse altro che per poter fumare. Quando vedono gli adulti fumare si sentono inferiori – a loro non è permesso: “Sei troppo piccolo – aspetta un po'. Questa è una cosa da adulti.”

Simboleggia un po’ l’essere già adulto. E se poi fumi sigarette davvero di lusso o sigari molto cari – rari, esotici – questo mostra il tuo successo, fa vedere a tutti che sei arrivato. Ti dà una certa dignità.

Vai in profondità dentro a tutto questo. Può darsi che il seno della madre ti sia stato tolto troppo presto. Allora questo è il mio suggerimento: la sera prima di andare a letto prendi un biberon con un ciuccio di plastica e succhialo. Tutte le sere prima di andare a letto torna a essere un bambino. Continua a succhiare. Riempi il biberon di latte caldo. Questo è quello che ti dà  il fumo. Il fumo caldo che ti entra dentro diventa un sostituto del latte materno.

Devi esplorare le cause in profondità. Una delle grandi cose nella vita è che se comprendi le radici profonde di qualsiasi cosa la puoi superare senza alcuna difficoltà, senza usare la forza di volontà. Se usi la forza di volontà per smettere troverai subito un sostituto – sarai costretto a trovare un sostituto.

Forse non ti è permesso di parlare quanto vorresti: in ufficio il tuo capo non te lo permette e a casa non te lo permette tua moglie. Lei parla in continuazione, e non ti dà il tempo di parlare. Hai paura di metterti nei guai: qualunque cosa dici è sbagliata. Tua moglie ne approfitta, prende lo spunto e comincia a sgridarti. E così a casa devi nasconderti dietro a un giornale. Che tu lo legga o meno non importa, devi comunque nasconderti dietro al giornale. Devi sembrare preso, occupato, così non devi parlare e non devi ascoltare cosa sta dicendo tua moglie.

Le donne in tutto il mondo, tranne in pochi paesi occidentali, non fumano per la semplice ragione che parlano tanto. Le loro labbra hanno già così tanto esercizio, non ne hanno bisogno! In alcuni paesi in occidente hanno cominciato a fumare: la causa è il movimento di liberazione della donna. Devono competere con gli uomini su tutto, che abbia un senso o meno non importa. Ho paura che un giorno cominceranno a pisciare stando in piedi, così saranno uguali agli uomini!

Sebbene sia stupido lo faranno.

Cerca, esplora le cause della tua abitudine di fumare, e se potrai trovarne la causa, il fumare scomparirà da solo. Non tentare di smettere con la forza – lascia semplicemente che scompaia da solo attraverso l’osservazione, con la consapevolezza.

Così non ti dico di smettere di fumare o di smettere qualcos’altro, ma ti suggerisco, come sempre, di osservare, meditare – sii consapevole, vai alla radice. Questa è una regola fondamentale della vita: se puoi comprendere la radice di qualcosa, essa scompare, evapora. Se non ne comprendi la radice, continuerà… in una forma o nell’altra.

 

Osho, tratto da:

Dhammapada vol. 9 #4

 

 

SE SEI UN FUMATORE, PROVA AD USARE

UN CIUCCIOTTO, TI SORPRENDERÀ.

HA AIUTATO MOLTISSIME PERSONE.

IO LO CONSIGLIO A TANTI.

SE QUALCUNO VIENE A CHIEDERMI COME

PUÒ SMETTERE DI FUMARE, IO GLI DICO:

"PRENDITI UN CIUCCIOTTO, UN SOSTITUTO

DEL SENO, E TIENILO IN BOCCA. ATTACCA

TELO AL COLLO E, QUANDO SENTI CHE VUOI

FUMARE, METTITELO IN BOCCA E GODITELO.

DOPO TRE SETTIMANE SARAI SORPRESO:

LA VOGLIA DI FUMARE È SCOMPARSA."

 

 

Fuma con totalità

 

Un amico è venuto a trovarmi l’altro giorno e mi ha detto di essere molto preoccupato riguardo la sua dipendenza dal fumo.

Gli ho detto: “Mi sembra che ti sei diviso in due parti, di cui una è dipendente dal fumo mentre l’altra è dipendente dalla preoccupazione. Altrimenti come puoi fumare e preoccuparti nello stesso momento? O fumi o ti preoccupi. Ma poiché fumi e ti preoccupi contemporaneamente, è ovvio che ci sono due esseri in te, uno dei quali continua a fumare, mentre l’altro continua a pentirsene, a condannarsi, a maledire questa cosa. Così il problema diventa che quello che fuma continuerà a fumare fino alla fine dei suoi giorni e quell’altro continuerà a pentirsene, per tutto il resto del tempo.

 Quello che si pente farà continuamente dei proponimenti, si riprometterà di smettere di fumare, mentre il fumatore continuerà impunemente a mancare a quelle promesse, una dopo l’altra.

Dovresti fare solo una delle due cose: o fumare senza pentirtene, o pentirti e non fumare. Se fai tutte e due le cose insieme, sarai sempre in un inferno. Se fumi, diventa un fumatore totale, non uno parziale.

Coinvolgiti totalmente nel fumo senza risparmiare una virgola del tuo essere. Non permettere che nemmeno un piccolo frammento del tuo essere resti distaccato da ciò che fai, come un giudice pronto a condannare il fumo o a giustificarlo.

Se puoi trovare un’integrazione e una completezza nel fumare, allora verrà un giorno in cui quest’uomo integro potrà smettere di fumare, e smettere senza sforzo, completamente. Chi può fumare con totalità può anche smettere, con la stessa totalità. Questa persona non vivrà perennemente in conflitto tra il fumare e il non fumare: essere o non essere. E potrà godersi sia il fumare che il non fumare”.

Una persona frammentata non è né di qua né di là. Non è né carne né pesce… e neppure una mosca bianca. È perennemente in conflitto, infelice, come se fosse all’inferno. È infelice quando fuma, perché l’altra parte lo condanna come peccatore. E quando smette di fumare, il fumatore dentro di lui si fa sentire, perché gli manca un grande piacere e un gran lusso.

Questa persona è immancabilmente avvilita: agitata, disturbata e comunque sia infelice. Qualunque cosa faccia non può sfuggire al conflitto, all’inquietudine e alla sofferenza. Non può mai sentirsi serena, raggiungere una certa stabilità.

Solo colui che è integrato, intero e totale, può essere sereno e stabile. Perché allora non c’è in lui alcuna parte che possa essere disturbata e instabile. Uno che è completo, che è totale, che diventa uno con tutte le situazioni che incontra, una persona così cessa di essere un testimone – trascende anche il testimone.

Osho, tratto da: Krishna: The man and his philosophy #20

 

 

Fumo e meditazione

 

Quando diventerai più meditativo, molte cose cambieranno. Ad esempio, una persona più meditativa smetterà di fumare. Non potrà più farlo, perché fumare non è che una forma di nervosismo. Quando sei nervoso, fumi. Ti aiuta a mantenerti normale. Ma perché, qual è il motivo? Perché, quando cominci a fumare, puoi rimanere nella normalità? Fumare è una regressione, non è altro che tornare al seno della madre… Ecco cos’è il fumare: una regressione psicologica. Quando sei nervoso – se ti trovi in un momento critico, difficile, se stai aspettando di essere chiamato per un’intervista di lavoro, se stai tremando – immediatamente prendi una sigaretta dal pacchetto e cominci a fumare. Ti calma.

Ma una persona che medita non ha bisogno di smettere di fumare: la cosa succede per proprio conto. Deve smettere per forza perché il nervosismo ormai non c’è più, ora si sente a posto, a casa. Nello stato di meditazione inizia a radicarsi nel proprio essere: non trema più, non ha più paura del mondo.

Non c’è più niente di cui aver paura. Persino la morte non lo spaventa più, perché ora ha visto qualcosa dentro di sé che non può morire. Fumare non è più necessario. Ecco perché non ti dico di fare una cosa o di farne un’altra.

Il mio approccio è tutto qui: medita, e le cose cambieranno da sole.

 

Osho, tratto da:

The Secret #17

 

 

“Quando tiri fuori dalla tasca il pacchetto di sigarette, fa’ ogni gesto lentamente. Goditi ogni istante, non c’è fretta. Sii cosciente, attento consapevole: tiralo fuori con lentezza, con piena consapevolezza. Poi prendi una sigaretta dal pacchetto sempre con consapevolezza estrema, lentamente, non con la fretta incosciente e meccanica di un tempo. Quindi inizia a tamburellare la sigaretta sul pacchetto, ma con estrema attenzione: ascoltane il suono, come si fa con lo Zen, quando il samovar inizia a cantare e il tè si mette a bollire… e avvertine il profumo: aspira la fragranza della sigaretta, la sua bellezza… Il tabacco è divino come ogni altra cosa. Sentine la fragranza: è il profumo di dio.

 Poi metti la sigaretta tra le labbra, con estrema consapevolezza, e accendila rimanendo sempre assolutamente consapevole. Goditi ogni atto, ogni minimo gesto,  dividilo in una serie di movimenti lentissimi, così potrai raffinare sempre di più la tua consapevolezza.

Poi aspira la prima boccata: dio sotto forma di fumo. Gli hindu dicono Annam Brahm, il cibo è dio. E perché non il fumo? Tutto è dio. Riempiti i polmoni fino in fondo: è un pranayam, una nuova tecnica yoga di respirazione! Poi espira, rilassati, e aspirane un’altra boccata, procedi sempre con lentezza.

Se ci riesci, rimarrai sorpreso; presto ti accorgerai di quanto tutto questo sia stupido. Non perché tutti ti hanno detto che è stupido, non perché  è stato condannato da altri: lo vedrai di persona. E vederlo non sarà  solo una constatazione intellettuale, sarà una realizzazione di tutto il tuo essere: sarà una visione della tua totalità.

 

Osho, tratto da: Il libro Arancione, Ed. Mediterranee

 

La persona alla quale Osho aveva consigliato originariamente questa tecnica di meditazione dopo tre mesi non fumava più.

 

 

Il Momento Giusto

 

Un umorista sosteneva che smettere di fumare è la cosa più facile del mondo: lui ci era riuscito centinaia di volte! In effetti nove fumatori su dieci dicono di poter smettere quando vogliono, ma raramente lo fanno, pur essendo consci di quanto il fumo faccia male. Naturalmente non è così facile, smetterla col fumo è molto difficile, se non altro perché è un processo che ti mette brutalmente a confronto con le proprie angosce. Io ho iniziato a fumare verso i diciotto anni e, circa quindici anni dopo, ho smesso per la prima volta. Avevo appena preso il primo livello di Reiki e, tra gli altri, uno degli effetti che mi fece fu di aumentare considerevolmente la percezione del mio corpo. Potevo sentirlo tutto, organo per organo, con una chiarezza fino ad allora sconosciuta. Ed è così che seppi, senza ombra di dubbio, che chi sostiene che la nicotina dà dipendenza fisica è in errore. Iniziai ad avere degli strani fenomeni, ogni volta che fumavo una sigaretta. Ad esempio, ogni tanto, avevo delle specie di conati, senza vomito. Ma, pur sapendo che questi erano chiari segnali che il corpo mi mandava, continuavo a fumare. Poi iniziai ad averli anche al solo gesto di prendere in mano un pacchetto di sigarette con l’intenzione di accenderne una.

 Ma, pur sentendomi sempre più in colpa per il poco rispetto che dimostravo nei confronti del corpo, fumavo. Giunsi al punto di avere convulsioni al solo vedere gente fumare in televisione. E allora non sono più riuscito a fare finta di niente: ho pensato seriamente a cosa poter fare per smettere. Era da un po’ che osservavo la mia mente, e mi era chiaro che l’atto del fumare copriva una mia paura. Un giorno presi il coraggio a due mani, regalai le ultime sigarette che avevo e mi buttai nel baratro, pronto ad affrontare la paura senza il paracadute delle sigarette.

Scoprii che l’angoscia che coprivo non era quella che pensavo che fosse, ma un’altra, più inconscia. E venne alla luce. E più volte al giorno mi trovai a confronto con la mente che spingeva in una direzione, e il corpo che tirava in un’altra. E io in mezzo a osservare: è stata una meditazione fortissima e continua, non potevo sfuggire alla consapevolezza se non riprendendo a fumare, ma ho scelto la consapevolezza.

Il bello è che non è stata poi così dura, di solito si prende come scusa per non smettere il fatto che il fisico abbia bisogno di nicotina perché è assuefatto: non c’è menzogna più grande, i miei polmoni non ne potevano più, il corpo mi è stato di grande aiuto in questo processo.

Pochi anni dopo, a Pune, conobbi una meravigliosa ragazza…  fumatrice. Spesso si appartava allo smoking temple (lo spazio che in ashram è riservato ai fumatori). A volte le tenevo compagnia e, quasi per darmi una ragione della mia presenza lì, iniziai a fumare bidi, dei piccoli sigari indiani. “Tanto”, pensavo, “una volta tornato a casa dovrò smettere per forza, in Italia sono quasi introvabili”. E infatti smisi di fumare bidi e ripresi con le sigarette! La meravigliosa ragazza, che continuavo a frequentare, smise di fumare dopo poco tempo e, naturalmente, iniziò subito a premere perché smettessi anch’io. Non c’è cosa peggiore, per un fumatore, che avere qualcuno che ti perseguita per farti smettere. È una scelta e, come tutte le scelte, deve essere fatta quando è il tuo momento, non quando è il momento di qualcun altro. Il mio momento è tornato un anno e mezzo fa. Sentivo i polmoni così pieni di catarro che decisi di smettere davvero. Allora cominciai a fumare sempre di più, e più la tosse aumentava più fumavo. Finché il mio corpo non disse basta e mi fu impossibile continuare.

 Allora rifeci il salto e, di nuovo, mi trovai a confronto con l’angoscia. Ma questa volta fu più semplice, il grosso del lavoro l’avevo già fatto anni prima, non incontrai più niente di sconosciuto. Conoscevo i trucchi dell’ego, almeno quelli che riguardano il fumo, ma fu lo stesso un’altra bella meditazione. E comunque la parte più difficile l’avevo già affrontata: ero riuscito a convincere la mia meravigliosa ragazza che fumavo il doppio per smettere del tutto!

Sw. Prem Dhana

 

 

 

Non prenderti in giro da solo. Sei libero, ma questa libertà è molto pericolosa perché non ti lascia neanche un angolo per poterti nascondere. Non puoi gettare la responsabilità su qualcun altro. Semplicemente, e assolutamente, sei responsabile tu. Osserva e nota questo fatto, e la verità ti libererà.

Se sei in grado di vederlo, allora non importa se decidi di fumare o di bere. O se decidi di smettere, anche questo non ha importanza. L’unica cosa che conti è di essere sempre consapevole della tua libertà. Se non sei consapevole di questo, allora ciò che succederà è che sentirai che nulla veramente può smettere. Continua a ritornare, e naturalmente diventa sempre peggio. Torna ancora più forte.

Ma non pensare a te come una vittima; non lo sei. Prova ciò che ti ho detto, ma osserva bene ciò che ti dico.

Fumare... prendi la decisione di non fumare più. Fai cadere di mano la sigaretta, e poi osserva. Continua a osservare. Ogniqualvolta hai voglia di fumare, non dire che dipende da una vecchia abitudine. È una decisione del momento, non una vecchia abitudine. Continui a gettare la responsabilità sulle vecchie abitudini solo per salvare la faccia. Per favore non farlo. Afferma: “Adesso ho deciso di nuovo di fumare”. Nessuno te lo impedisce: è una decisione tua. Puoi cancellarla o puoi di nuovo scegliere in questo senso. Ma sottolinea sempre che è una decisione nuova, e così non cadrai mai nelle grinfie delle cosiddette abitudini, delle cosiddette abitudini meccaniche. Ti sentirai un uomo libero. Fumare o non fumare non è importante; ciò che è significativo è il fatto di sentirsi un uomo libero. Non c’è niente che sia più significativo di questo. E io sono qui per renderti consapevole della tua libertà. Se vai dai cosiddetti santi, ti renderanno cosciente della tua meccanicità: questa è la differenza. Ti renderanno cosciente della tua meccanicità, e creeranno una nuova meccanicità dentro di te. Ti diranno: “Hai fumato per trent’anni? Ora fai voto di non fumare mai più”. Prima c’era la vecchia abitudine; adesso ti stanno dicendo di creare un’abitudine nuova, ancora più forte, per distruggere quella vecchia. Allora l’abitudine diventerà quella di non fumare, ma non ci sarà libertà. Se fumi oppure no, sei sempre una vittima. Tutta la mia enfasi sta nel renderti consapevole della tua libertà. Fa’ che la tua vita scaturisca da questa libertà. Tutto ciò che decidi dipende sempre da te. Chi sono io per dirti di fumare o di non fumare, di bere o di non bere? Queste sciocchezze non mi interessano; devi decidere tu. Tu sei il tuo maestro. Queste sono cose insignificanti, futili. Ciò che conta davvero è che tu rimanga cosciente, rimanga radicato nella tua libertà. Non fare mai nulla che vada contro la tua libertà. Agire liberamente è essere virtuosi, agire perché costretti è peccato.

Osho, tratto da: Come follow to you vol4 #6

   (ritorna al sommario)

 

 

OSHO:
MAI NATO MAI MORTO

 

L'ULTIMA PUNTATA DI UNA BIOGRAFIA

Negli ultimi anni della sua vita la presenza di Osho in pubblico iniziò sempre più a diradarsi, ma non così il suo impegno per lo sviluppo della comune che aveva creato e per la crescita della consapevolezza della sua gente.

 

Dopo la sua partenza dagli Stati Uniti la salute fisica di Osho era andata peggiorando sempre di più.

Fin dal ’86, mentre era in Uruguay, aveva già iniziato a manifestare un calo della vista e tremolii all’occhio, con in più la perdita di capelli. Nell’anno seguente forti dolori alla spalla destra, e un’otite che non era stato possibile curare con antibiotici ed era stata risolta solo mediante un intervento chirurgico. Alla fine dell’87 dei campioni completi (sangue urine e capelli) furono mandati per analisi in un laboratorio medico specializzato di Londra e risultò che tutti questi sintomi potevano essere spiegati solo come conseguenza di un avvelenamento da tallio. Col suo solito umorismo Osho aveva fatto inviare i campioni sotto il nome fittizio di David Washington, lo stesso che era stato costretto a usare quando – il 5 e 6 novembre 85 –  venne rinchiuso illegalmente nel carcere federale di El Reno (Oklahoma USA), il  luogo dove tutti gli indizi indicano sia avvenuto l’avvelenamento. (Per approfondire vedi Operazione Socrate).

Per tutto l’88 i problemi si intensificano: i dolori si diffondono a tutto il lato destro del corpo, i disturbi agli occhi lo costringono a portare sempre occhiali da sole, sincopi improvvise, dolori al petto e difficoltà respiratorie. Alla fine di quell’anno durante un discorso tenuto dopo una delle sue assenze sempre più lunghe e frequenti  dalla Buddha Hall Osho dice: “Per sette giorni e sette notti ho lottato contro il veleno. Una notte persino Amrito, il mio medico, ha cominciato a dubitare che sarei riuscito a sopravvivere”. Le varie cure e i trattamenti sembravano non avere più alcun effetto, se non temporaneo. Ciononostante, nei periodi in cui le sue condizioni fisiche gli permettevano di presentarsi in Buddha Hall per i discorsi, Osho dimostrava una straordinaria energia. Come racconta una testimone di quei giorni:

 

Quando tornò a parlarci, nel gennaio 1989, i suoi discorsi a volte duravano quattro ore. Non era mai successo prima e solo ora comprendo ciò che diceva a proposito della fiamma della candela: “Quando la candela arriva alla fine e le rimangono solo alcuni istanti prima di sparire, proprio all’ultimo momento, la fiamma improvvisamente diventa più forte e risplende con tutta la sua luce. (1)

 

Osho parla ancora sullo Zen, anche se il commento alle varie storie viene sempre più riportato all’attualità – al qui e ora – sia rispondendo a domande di discepoli, sia prendendo spunto direttamente dagli avvenimenti del giorno. Già nell’ottobre dell’anno precedente durante una visita alla comune del Prof. Coleman Barks, noto studioso di sufismo e traduttore americano di Mevlana Jalaluddin Rumi – il mistico dal quale deriva la tradizione dei dervisci – Osho risponde a una sua domanda facendogli notare come il sufismo dipenda ancora da un ipotetico dio, non si sia ancora liberato da questa ipotesi: viva ancora nell’immaginazione. E continua:

 

“Il sufismo è bellissimo, ma non è la risposta finale, e tu non dovresti fermarti lì. Arriva allo Zen... Tu mi chiedi: "Cosa ha a che fare con la mia illuminazione quell’ardore, quel fuoco di cui parlano i mistici sufi?" Nulla. Tu sei illuminato in questo esatto momento: basta che entri nel silenzio del tuo essere interiore. Trova il centro del tuo essere e avrai trovato il centro dell’intero universo. Alla periferia siamo separati, ma nel centro siamo una cosa sola. È questa che io chiamo l’esperienza del buddha. Fino a quando non diventi un buddha – e ricorda è solo per una carenza di linguaggio che devo dire: ‘Fino a quando non diventi… ‘ Lo sei già! Fino a quando non lo riconosci, fino a quando non ti ricordi di ciò che hai dimenticato…”(2)

Osho risponde anche a un giornalista americano che gli scrive: “Se sei venuto a salvare l’umanità, perché allora parli contro Gesù?” chiarendogli che lui non è qui per salvare nessuno, e che ha parlato contro Gesù proprio perché Gesù prometteva una salvezza che in realtà era solo consolatoria: qualcosa di molto pericoloso, in quanto in questo modo la gente è portata a non prendersi alcuna responsabilità, a pensare che basti credere e si sarà salvati… magari il giorno del giudizio. (3)

 

“Io non voglio salvare nessuno. È una responsabilità vostra, perché dovrei interferire nella vostra vita? …anche se questa interferenza per caso potesse funzionare. Io posso spiegarvi la mia esperienza, posso indicarvi dei percorsi possibili. Ma voi dovrete percorrere da soli la vostra strada, senza alcuna illusione.”

 

Già in precedenza Osho aveva ripetutamente chiarito di non essere né un leader, né una specie di prete; e di non avere neppure una filosofia o una sorta di dottrina da insegnare: ciò che stava facendo era semplicemente aiutare la sua gente a guardarsi dentro – solo in questo modo era possibile riconoscere la propria reale essenza. E ribadiva:

 

“Il mio compito qui è di portarvi a uno spazio di non-mente. Così che potete agire partendo da questo spazio; in questo modo l’azione è diretta: considera semplicemente la situazione che avete di fronte. Immediatamente sorge dentro di voi la risposta giusta a questa situazione, e voi agite. Non si tratta di moralità o di coscienza religiosa: si tratta solo di una risposta immediata alla situazione. E una risposta diretta nasce solo da uno spazio di meditazione. Io sciocco di proposito la vostra mente, continuo a trovare nuove maniere per farlo… non risparmierò nessuno! (4)

Un esempio pratico, e anche umoristico, di questo talento per scioccare la sua gente, per spingerla al di là di ogni attaccamento – prendendosi contemporaneamente gioco di ogni proiezione e investimento di tipo religioso che si potesse fare sulla sua persona –  può essere visto anche nell’episodio dei cambiamenti di nome. Il 26 dicembre del 1988 dichiara di non voler usare più il nome Bhagwan col quale era da lungo tempo conosciuto.

 

“Non rispetto per nulla questa parola. In realtà la condanno, non è per niente bella – anche se a modo mio ho tentata di trasformarla, ma la stupidità degli Indù non lo permette. Ho tentato di dargli un nuovo significato, un nuovo senso, una nuova accezione: ho detto che significa ‘il benedetto”, un uomo il cui essere partecipa in pieno alla beatitudine dell’esistenza, ma questa era una mia invenzione. La parola Bhagwan in sé è molto brutta. Non voglio più essere chiamato Bhagwan, ne ho avuto abbastanza. (5)

 

E così Osho decide di farsi chiamare Gotama il Buddha, prendendo spunto da una dichiarazione fatta pochi mesi prima da Katue Ishida – una celebre veggente e mistica del più grande e famoso tempio scintoista del Giappone – che aveva affermato, guardando una foto di Osho: “Questo è l’uomo in cui lo spirito del Buddha è disceso!”.

E questo è il primo di quattro nuovi nomi.

Due giorni dopo Osho cambia il suo nome in Maitreya il Buddha. (Maitreya, e cioè "l’amico" era il nome che Gotama il Buddha aveva preannunciato per quando sarebbe nuovamente ‘tornato').

Il 30 dicembre Osho dichiara che Buddha ha avuto grossi problemi ad adattarsi al ventesimo secolo e così se ne è andato.

“E ora devo fare una dichiarazione di un’importanza storica ancora maggiore: che io sono semplicemente me stesso. Potete continuare a chiamarmi il Buddha ma questo non ha niente ha che fare con Gotama o Maitreya. Sono un buddha per conto mio. La parola buddha indica semplicemente colui che si è risvegliato alla realtà. La povera Anando (la sua assistente personale) avrà qualche problema perché adesso dichiaro che il mio nome deve essere Shree Rajneesh Zorba il Buddha. (6)

In seguito, il 7 gennaio, sceglie ancora un altro nuovo nome Shree Rajneesh. Finalmente il 27 febbraio ‘89 i suoi discepoli scelgono collettivamente di chiamarlo Osho Rajneesh. In seguito diventerà semplicemente Osho: un appellativo di rispetto utilizzato talvolta nella tradizione Zen per rivolgersi al maestro, il cui uso si fa risalire a Eka, discepolo dello stesso Bodhidharma.

Osho stesso aveva già spiegato questo termine commentando alcune storie zen, e gli piaceva soprattutto associarlo al termine "oceanic experience" (Osho e oceanic hanno in inglese un suono molto simile) coniato dal noto psicologo americano William James.

“William James ha dato al mondo questa parola ‘oceanic'. L’oceano c’è sempre stato, ma talvolta un uomo col dono dell’intuizione può vederne nuovi significati. È la prima persona a usare il termine oceanico nel senso di ampio vasto, infinito, eterno, immortale. L’oceano è sempre lì… continuano a formarsi onde dopo onde. Proprio come nell’oceano normale questo succede anche nell’oceano della consapevolezza: onda dopo onda, una gioia infinita, albe senza fine, una continua celebrazione… (7)

Questo episodio finale della lunga saga dei cambiamenti di nome avveniva mentre Osho teneva quella che sarebbe diventata l’ultima serie dei suoi discorsi: “Il Manifesto dello Zen” su un tema molto significativo “libertà da se stessi".

Il 10 aprile Osho pronuncia il suo ultimo discorso in pubblico che è ricordato come “Sammasati”, la stessa ultima parola pronunciata da Gotama il Buddha. Sammasati, il giusto ricordo della tradizione buddhista: ricordati che sei un buddha.

La salute non gli permetteva più di tenere lunghi discorsi, ma vedeva di fare in modo, se possibile, di andare di sera in Buddha Hall per l’inizio della meditazione della White Robe.

 

“In agosto, sul finire del monsone, nell’ashram iniziò un periodo di grande celebrazione, con Osho che veniva a sedersi con noi in silenzio in Buddha Hall. Sembrava stessimo entrando in una nuova fase con lui, e la gioia di vederlo ancora non venne diminuita dal messaggio che mandò a tutti tramite Anando. Il suo messaggio era: “Pochi hanno capito le mie parole. Usava la poca energia rimastagli per incontrare la sua gente ogni sera. Sul podio si muoveva molto lentamente e non poteva più danzare con noi. Mi chiedeva: “Rimpiangono la mia danza?” Una volta gli risposi: “Non possiamo essere sempre dipendenti da te per celebrare, dobbiamo trovare in noi stessi la sorgente della celebrazione. Quando lo dissi, mi sentii strana, perché suonava freddo, ma era vero. Lui godeva nel vederci felici e in celebrazione, era molto soddisfatto del silenzio che stava crescendo nelle nostre meditazioni e diverse volte disse che tutti incominciavano veramente a capire. “Il silenzio sta diventando molto compatto, si può quasi toccare. (8)

 

Pur diventando sempre più fragile continuava a interessarsi della vita quotidiana della Comune, mandando spesso messaggi e indicazioni attraverso la sua assistente personale, Anando, come quello ai terapisti per invitarli a spiegare ai partecipanti nei gruppi l’importanza del lavoro: “Se vuoi veramente meditare e andare in profondità dentro te stesso sono necessarie almeno sei ore di lavoro giornaliero – questo fa parte dell’intero processo di trasformazione della tua energia”. (9)

 

“Lavoro e rilassamento non sono contraddittori. Di fatto più ti immergi nel lavoro, più riesci a raggiungere un profondo rilassamento. Così entrambi hanno la loro importanza: più lavori duro più profondamente puoi rilassarti. Il lavoro è parte necessaria della vostra trasformazione. I gruppi ti puliscono la mente, ma senza il lavoro la mente continuerà di nuovo ad accumulare immondizia. La meditazione ti porta al di là della mente, ma inizia a tagliare le radici nel sistema corpo-mente, e io vi voglio interi, integri. Le terapie vi puliscono da tutta l’immondizia accumulata nei secoli, e poi voi stessi dovrete fare in modo che il corpo sia ben ancorato nella quotidianità, e finalmente la meditazione può crescere, come fiori su un albero… alto fino al cielo”. (10)

 

Continuava anche ad esporre ai suoi collaboratori sempre nuovi progetti per l’espansione della Comune, come il complesso delle piramidi e il Club Meditation – con piscina e campi da tennis – che non fece in tempo a vedere completati. O come la nuova Buddha Hall e il Dharamsala per l’accoglienza dei visitatori la cui costruzione sarebbe iniziata solo dopo anni e anni. Il corpo diventava sempre più debole e i dolori si facevano sempre più forti, Anche il polso si affievoliva e iniziava a essere irregolare… Poco dopo aver detto ad Amrito – il suo medico personale che gli proponeva un intervento di rianimazione – “No, lasciatemi andare, l’esistenza decide i suoi tempi.”

Osho, il 19 gennaio 1990, lascia il corpo.

 

 

 

Una sola domanda… e come trovarne la risposta.

 

Ero solito chiedermi: “Chi sono io?”.

È impossibile contare quanti giorni e quante notti ho passato a pormi questa domanda. L’intelletto mi dava delle risposte sentite da altri o frutto di condizionamenti. Erano tutte parole prese a prestito, senza vita e per niente appaganti. Risuonavano in superficie e poi scomparivano.

L’essere interiore non ne era toccato. Nessuna eco veniva udita in profondità. C’erano molte risposte a quella domanda, ma nessuna era corretta, e io non ne venivo toccato: nessuna riusciva a elevarsi fino al livello della domanda.

Poi capii che la domanda veniva dal centro, mentre le risposte toccavano solo la periferia. La domanda era mia… ma le risposte venivano dall’esterno, la domanda sorgeva dal mio essere più profondo, le risposte erano imposte dall’esterno.

Questa intuizione divenne una rivoluzione e una nuova dimensione mi fu rivelata.

Le risposte dell’intelletto erano prive di significato. Non avevano alcuna attinenza con il quesito. Era stata fatta a pezzi un’illusione. Che sollievo! Era come se una porta fosse stata spalancata, riempiendo di luce il buio.

Era il mio intelletto a dare le risposte: l’errore era questo. E a causa di queste false risposte la vera risposta non poteva sorgere. Qualche verità stava lottando per emergere; nelle profondità della consapevolezza qualche seme stava cercando di aprirsi un varco verso la luce. Era l’intelletto l’ostacolo.

  Quando questo fu chiaro, le risposte cominciarono a diminuire. Il sapere acquisito dall’esterno cominciò a evaporare. La domanda andò ancora di più in profondità. Io non feci niente, continuai soltanto a osservare.

  Qualcosa di insolito stava accadendo. Ero senza parole. Cosa potevo fare? Al massimo ero un semplice testimone. Le reazioni della periferia si affievolivano, morivano, diventavano inesistenti. Ora il centro cominciava a risuonare in modo più completo. “Chi sono io?” Tutto il mio essere era scosso da questa sete. Fu una tempesta violenta. Ogni respiro tremava, sussultava. “Chi sono io?” Come una freccia la domanda penetrava ogni cosa e si dirigeva verso l’interno. Era una sete così forte! Tutta la mia vita era diventata questa sete! Tutto stava bruciando. E come una lingua di fuoco la domanda rimaneva lì. “Chi sono io?”  La sorpresa fu che l’intelletto era completamente silenzioso. Non c’era più l’incessante flusso di pensieri. Cos’era successo? La periferia era completamente silenziosa. Non c’erano pensieri, non c’erano condizionamenti del passato. C’ero solo io e c’era anche la domanda. No, no, ero io stesso la domanda. E allora l’esplosione. In un attimo tutto fu trasformato. La domanda era caduta. La risposta era arrivata da qualche dimensione sconosciuta.

  La verità si raggiunge con un’esplosione improvvisa, non gradualmente. Non la si può costringere ad apparire. Arriva. Il vuoto è la soluzione, non le parole. Diventare senza risposte è la risposta. Qualcuno ieri ha chiesto, e ogni giorno qualcuno di voi lo chiede: “Qual è la risposta?”

  Se ve la dico io, non ha alcun significato. Il suo significato si trova nel coglierla da soli.

Osho, tratto da: Semi di saggezza N.S.C. editore

 

 

libertà da se stessi

 

Il grande compito dello Zen è di farti uscire dalla prigione della mente. Non è una filosofia intellettuale, anzi non è per nulla una filosofia; e neppure una religione, perché non comprende né finzioni né bugie, e nessun tipo di consolazione. È il ruggito di un leone. La cosa più straordinaria che lo Zen abbia introdotto nel mondo è la libertà da se stessi.

Tu hai sentito parlare di altre libertà, ma la libertà da se stessi è la libertà suprema: non-essere, e permettere che l’esistenza si esprima in tutta la sua spontaneità e il suo splendore. Ma è l’esistenza, …non sei tu e non sono io. È la vita stessa che danza, non sei tu e non sono io.

Quando vai oltre la mente, persino l’idea di unIo’ scompare. Quando anche l’Io scompare e inizi a sentirti profondamente coinvolto nell’esistenza, senza alcun limite, solo allora lo Zen è arrivato a fiorire dentro di te.

Quello è lo stato, lo spazio, della consapevolezza risvegliata. Ma al centro non ha nessun "Io", né un "atman", né un sé. Per chiarirtelo meglio… Socrate dice: “Conosci te stesso”. Gautama il Buddha dice: “Conosci; conosci soltanto, e non troverai alcun te stesso”. Vai in profondità nella tua consapevolezza, e più vai in profondità, più il tuo sé inizia a sciogliersi. Questa è forse la ragione per cui nessuna religione, tranne lo Zen, ha praticato la meditazione, perché la meditazione distrugge dio, distrugge l’ego, distrugge il sé. Ti lascia in un vuoto assoluto. È solo la mente che ti fa temere il vuoto assoluto…

Puoi sperimentare tutto questo solo lasciandoti cadere sempre più in profondità, oltre la mente, fino ad arrivare alla parte più profonda del tuo essere, fino ad arrivare proprio alla fonte da dove la tua vita ha iniziato a fluire. Improvvisamente comprendi che l’immagine che avevi di te stesso era arbitraria: tu non hai forma, sei infinito. Vivevi in una gabbia, ma appena comprendi che le tue risorse sono infinite, di colpo la gabbia svanisce e puoi spiegare le ali nel cielo azzurro e scomparire. Questa è la libertà da se stessi. Ma non ci si può arrivare usando l’intelletto, è possibile solo attraverso la meditazione. Lo Zen è un altro nome per meditazione…

Quando conosci la meditazione, non devi essere il seguace di nessuno. I tuoi occhi sono aperti, e davanti a te puoi vedere la luce che ti mostra il cammino, e tutto ciò che è giusto e tutto ciò che è buono accade senza dover fare alcuna scelta. Non sei tu a deciderlo… è solo che non puoi fare altrimenti.

Osho, Tratto da:

Il Manifesto dello Zen#1 N.S.C. editore

 

 

 

Sammasati:

ricordatevi di voi stessi!

 

Quando gli chiesero come volesse

essere ricordato, Osho rispose:

“Vorrei semplicemente essere

perdonato e dimenticato.

Non c’è bisogno di ricordarmi.

È necessario che vi ricordiate

di voi stessi! La gente si è

ricordata di Buddha, Gesù,

Confucio e Khrishna.

E questo non ha aiutato nessuno.

Quindi, questo è ciò che vorrei:

dimenticatemi completamente

e perdonatemi anche, perché

sarà difficile dimenticarmi.

Ecco perché vi dico di perdonarmi,

per avervi creato questo problema.

Ricordatevi di voi stessi.” (12)

 

 

“Ricordarti che sei un buddha

è l’esperienza più preziosa:

si tratta della tua eternità,

della tua immortalità.

Non si tratta di te, ma proprio

della tua esistenza.

Diventi una cosa sola

con le stelle e gli alberi e il cielo

e l’oceano. Non sei più separato.

L’ultima parola pronunciata

da Buddha è stata sammasati.

Ricordati che sei un buddha…

sammasati. “ (12)

 

 

vi lascio il mio sogno

 

Amrito e Jayesh erano con Osho quando lasciò il corpo. Amrito racconta: «Come tutti sapete, in questi ultimi giorni il corpo di Osho si è notevolmente indebolito. Nel corso della notte (del 18 gennaio) è diventato sempre più debole. Ogni movimento gli causava una grandissima sofferenza. Ieri mattina ho notato che anche il suo polso era debole e leggermente irregolare. Gli ho detto che pensavo stesse per morire. Lui ha annuito. Gli ho chiesto se potevo chiamare il cardiologo e preparare un intervento di rianimazione. Lui ha risposto: “No, lasciatemi andare, l’esistenza decide i suoi tempi.

Mentre lo stavo sorreggendo verso il bagno mi ha sussurrato: “Qui dentro mettete la moquette su tutto il pavimento, identica a questo tappetino.” Poi ha voluto andare alla sua poltrona. Si è seduto e ha incominciato a dare disposizioni per le poche cose che ha nella sua stanza. “A chi posso dare questo?” ha detto, indicando il piccolo stereo. “È un apparecchio stereofonico. Piacerà a Nirupa?”, ha chiesto. Nirupa aveva pulito la sua stanza per anni.

Poi ha esaminato con cura tutta la stanza e ha lasciato indicazioni per ogni oggetto. “Quelli li dovete togliere,” ha detto, riferendosi ai deumidificatori, che di recente gli erano sembrati troppo rumorosi, “e assicuratevi che ci sia un condizionatore d’aria sempre in funzione.”

Era incredibile: con molta semplicità, in modo molto pratico e dettagliato, si è preso cura di ogni cosa. Era talmente rilassato che sembrava stesse partendo per il fine settimana.

Poi si è seduto sul letto, e io gli ho chiesto cosa dovevamo fare per il suo samadhi. “Mettete le mie ceneri in Chuang Tzu, sotto il letto. Così la gente potrà andare là a meditare.

E riguardo a questa stanza?” gli ho chiesto.

“Andrebbe bene per il samadhi?” mi ha chiesto lui.

“No,” ho risposto, “Chuang Tzu andrà benissimo.” E ho aggiunto che ci sarebbe piaciuto tenere la sua camera così com’è.

“Allora abbellitela,” ha esclamato. Poi ha aggiunto che gli sarebbe piaciuto fosse rifatta in marmo.

E per la celebrazione?” ho chiesto.

“Portatemi semplicemente in Buddha Hall per dieci minuti, poi portatemi alla pira funeraria per la cremazione… e mettetemi le calze e il cappello, prima di portare fuori il corpo.

Gli ho chiesto cosa avrei dovuto dire a tutti voi.

Mi ha risposto di dirvi che da quando è stato nella cella di Charlotte, nella Carolina del Nord, in America, il suo corpo si è progressivamente deteriorato. Ha aggiunto che nel carcere in Oklahoma è stato avvelenato col tallio ed esposto a radiazioni, cosa di cui siamo venuti a conoscenza solo in seguito, dopo aver consultato degli esperti. Ha detto di essere stato avvelenato in modo tale da non lasciare tracce. “Questo corpo martoriato è l’opera dei fondamentalisti cristiani e del governo degli Stati Uniti. Poi ha concluso dicendo che si era tenuto per sé il dolore ma che “vivere in questo corpo era diventato un inferno.”

Poi si è sdraiato di nuovo per riposare. Allora sono andato da Jayesh per dirgli che Osho stava chiaramente per lasciare il corpo. Quando Osho mi ha richiamato, gli ho annunciato che c’era anche Jayesh e lui ha detto di farlo entrare. Ci siamo seduti sul letto e Osho ha pronunciato le sue ultime parole.

“Non parlate mai di me al passato. La mia presenza qui sarà molto più intensa, senza il peso di questo corpo martoriato. Ricordate alla mia gente che mi sentiranno molto di più: se ne accorgeranno subito.”

A un certo punto, mentre tenevo la sua mano tra le mie, ho incominciato a piangere. Mi ha guardato quasi con severità: “No, non è così che si fa. Ho smesso immediatamente e lui mi ha sorriso con dolcezza.

Osho ha poi parlato a Jayesh di come vuole che si espanda il suo lavoro. Ha preannunciato che dal momento in cui avesse lasciato il corpo, sarebbe arrivata molta più gente; molte più persone avrebbero dimostrato interesse e il suo lavoro si sarebbe espanso incredibilmente, oltre ogni nostra immaginazione. Per lui era chiaro che non dover sopportare il peso del suo corpo, avrebbe aiutato il suo lavoro a fiorire.

Poi ha detto: “VI LASCIO IL MIO SOGNO.”

Infine ha sussurrato qualcosa, parlava così sottovoce che Jayesh ha dovuto avvicinare l’orecchio alla sua bocca e  ha detto: “E ricorda, Anando è la mia messaggera.” Poi, dopo una pausa, ha aggiunto: “No, Anando sarà la mia medium.

A quel punto Jayesh si è fatto da parte e Osho si è rivolto a me: “Medium è la parola giusta?” Poiché non avevo sentito le parole precedenti, non ho capito. “Meeting?” ho chiesto.

“No,” ha risposto, “medium, per Anando, lei sarà la mia medium.”

Si è ridisteso tranquillamente e noi siamo rimasti seduti accanto a lui, mentre io gli sentivo il polso.

Lentamente lo sentivo svanire. Quando era ormai impercettibile, gli ho detto: “Osho, penso che ci siamo. Ha fatto dolcemente cenno di sì con il capo e ha chiuso gli occhi per l’ultima volta.»

Dal resoconto di Amrito in Buddha Hall

 

 note:

 

(1) (8) (11) I Miei giorni di luce con Osho - Il Cigno Edizioni

(2) Rinzai: Master of the Irrational #2

(3) Om mani Padme Hum #8

(4) Communist Zen fire, Zen Wind #5

(5) No mind #1

(6) No mind #5

(7) The Invitation #16

(9) Ad Anando per i terapisti

(10) Appunto del 9 luglio 1989

(12) Il Manifesto dello Zen N.S.C. ed.

 

 

DA SOLO A SOLO

 

LA SOLITUDINE È LA CHIAVE PER TUTTE LE PORTE

Una famosa terapista racconta, in maniera semplice e diretta, la sua lunga esperienza con la solitudine. Guarda a fondo le sue proiezioni sulla figura di Osho e i problemi che ne derivano ora che non è più nel corpo. Al di là degli episodi narrati, è nell’impegno a guardarsi dentro e nell’onestà ad affrontare ciò che si vede il grande valore di questa testimonianza.

 

Fu la morte a costringermi al confronto più duro con la solitudine. Successe molti anni fa, quando mio marito – amico e amore mio – improvvisamente e inaspettatamente morì per un aneurisma, dopo una lezione di ginnastica in Buddha Hall. Mi trovai a confrontarmi con la solitudine come mai mi era successo prima. Tanti sentimenti confluivano in me: lo shock, la perdita, il dolore di essere abbandonata, e, allo stesso tempo, la gioia di essere così vicina a Osho, di sapere quanto Vimalkirti fosse stato fortunato a morire proprio "nelle braccia" della comune del maestro. Complessivamente era un’esperienza terribilmente forte e sorprendentemente bella.

E quello che rimase, dopo tutte le celebrazioni e l’ultimo saluto, fu un sentimento di solitudine, un profondo abisso interiore, un senso di perdita – un vuoto che non avrei più potuto colmare in vita mia. Feci il possibile per dimenticare e vivere di nuovo una vita ‘normale’, ma quel ricordo, quelle reminiscenze, erano sempre dolorosamente presenti. Stavo toccando quello spazio interiore dove si è assolutamente soli, seppure circondati dalla speranza un giorno, di uscirne, di incontrare ed entrare in contatto ancora con qualcuno. La speranza di potersi fondere con qualcuno – o almeno con l’esistenza o con Osho.

Mi ci volle molto tempo per riuscire a relazionarmi di nuovo con la gente. Alla luce della morte, mi sembrava che niente avesse più importanza, che tutto fosse superficiale. E c’era quel dolore, un’inspiegabile sofferenza nel cuore, che non voleva abbandonarmi. Allo stesso tempo, c’era anche una sensazione di libertà e di leggerezza. Ma non mi riusciva più di entrare in una relazione. Mi sembravano così effimere: un giorno, in un modo o nell’altro, dovrò lasciarlo andare. Allora, perché darmi da fare? Non importa quello che faccio o dove vado, quando morirò, sarò sola. Questo ricordo dell’inevitabile era, ed è tuttora, dentro di me – sempre.

Ebbi bisogno di molto tempo per accettare questo fatto, che la mia vita di relazione non sarebbe stata mai più quella di prima. Trasferii tutto il mio desiderio nella relazione col maestro, sentendo Osho come l’eterno amante, quello al quale è possibile legarsi oltre qualsiasi morte. Così, senza saperlo, feci di lui il centro della mia vita, molto di più di quanto già non lo fosse, riversando in lui tutto l’amore che non riuscivo a esprimere. Lui era il mio amante interiore, un amante che mi ricordava la solitudine, pur essendo sempre presente. Immersa nella comune, seduta ai suoi piedi ogni giorno, sentivo di essere nel posto più bello al mondo. All’interno della comune sperimentai una solitudine che sembrava protetta e sicura; resa tale dalla presenza di Osho, molto profonda, trasformatrice e imprevedibile. Non mi sentivo più sola.

Poi Osho lasciò il corpo. Improvvisamente mi trovai di nuovo ad affrontare quell’incredibile sensazione di sentirmi totalmente sola. Ero scioccata, non potevo crederci. Vedevo chiaramente che ora dovevo prendermi la responsabilità per qualsiasi cosa facessi. Fino ad allora, grazie alla comune e alla sua presenza, in qualche modo mi era stato dato tutto, si era provveduto a ogni cosa. Ora, improvvisamente tutto ricadeva su di me – una sfida enorme, che mi sembrava impossibile accettare.

Mi sentivo come se fossi stata lanciata da uno stagno tranquillo in mezzo al vasto oceano. Tutti i miei sentimenti di solitudine mi assalirono di nuovo, insieme a una grossa paura. Tutto quello che era stato ‘assorbito’ dalla presenza di Osho, dopo la morte di Vimalkirti, improvvisamente riemerse dalla mia oscurità interiore. Non mi sentivo sola, ma deserta. Quella sensazione, profonda dentro di me, di annegare in un enorme vuoto, era di nuovo là. Volevo fronteggiare quel sentimento di solitudine e di perdita di me stessa, così decisi di lasciare la comune e di vivere in Occidente.

Mi resi conto che Osho non poteva togliermi più quel terribile senso di solitudine: che l’avrei portato con me fino alla morte. Il rendermi conto di questo mi terrorizzava: ce l’avrei fatta? Se non ci ero riuscita in presenza di Osho, come avrei potuto farcela da sola? Avevo perso la grande occasione della mia vita? Mi sentivo come un punto di domanda, piena di dubbi. Persi fiducia in me stessa, nel lavoro di Osho. L’oscura notte dell’anima era cominciata.

Da allora in poi, passai i miei giorni alla ricerca di altri insegnanti, maestri, e metodi, sempre sperando che potessero aiutarmi ad affrontare quel luogo di solitudine dentro di me. E ricevetti molto. Kalindi e Gayle, le due donne che tenevano il corso “Miracle of Love”, mi incoraggiarono ad affrontare il dolore che mi tenevo dentro e a imparare a fidarmi del potere delle lacrime e della preghiera. Per un po’ mi trovai divisa, fra stare con loro o con Osho, ma alla fine mi resi conto che, anche se Osho non è più nel corpo, io sono con lui. Però c’era sempre quel forte desiderio di una presenza viva. Allora non potevo accorgermi che stavo cercando di riempire lo stesso vuoto, per affrontare il quale avevo lasciato Pune. Stavo ancora cercando "l’altro" a cui relazionarmi, al quale appoggiarmi per poter non affrontare quell’insopportabile solitudine.

Ispirata dal “Miracle of Love”, tornai a Pune e partecipai alla creazione del corso “Path of Love”. Questo  lavoro mi prese totalmente. Passai moltissimo tempo a condurre gruppi, un’esperienza molto profonda e appagante. Mi sento spesso grata di avere la possibilità di creare uno spazio dove tante persone possono essere aiutate, sostenute – sentirsi amate. È un tale dono poter condividere il lavoro di Osho con tante persone. E, tuttavia, comincio a rendermi conto che posso anche usare il mio lavoro per tenermi totalmente occupata, così da evitare di affrontare nuovamente la mia solitudine. Posso vedere quanto questo lavoro crei in me dipendenza, perché solo così non devo affrontare quello spazio interiore. Penso che per qualsiasi terapista, o conduttore di gruppi, sentirsi utile e sentirsi speciale siano due grandissime trappole.

Anche se tutto andava bene col mio lavoro – a volte potevo sentire la presenza di Osho, ma in qualche modo era diverso, più distante, via, lontano – il mio scontento interiore continuava a persistere. Ogni volta che mi trovavo sola da qualche parte, quello spaventoso senso di perdita di me bussava alla porta. Non importava che fossi una brava conduttrice di gruppi, non importava quanto fossi di aiuto e portassi avanti il suo lavoro, quella paura mi mostrava che tutto questo andava bene, ma che c’era dell’altro, qualcosa che chiamavo paura del vuoto o paura di essere nessuno. Come un suono di fondo, questa sensazione era sempre parte della mia musica.

Per puro caso incontrai Shantimayi, una donna molto speciale e, allo stesso tempo, molto comune, una della mia età, che è illuminata. Immediatamente entrai in un forte profondo contatto con lei (ed è ancora così); non potevo fare a meno di essere attratta dal suo vivo nettare divino. Di nuovo mi trovai a sperare che col suo aiuto avrei avuto il coraggio di affrontare me stessa. E in effetti lei mi spinse – mi ha sempre dato un sacco di coraggio e tantissima fiducia per andare avanti – e, con molto amore e accettazione, mi mandò dritta dentro di me. Ma, nonostante la mia forte connessione con lei, mi resi chiaramente conto che il mio impegno, le mie fondamenta di base, il mio amore, sono con Osho.

Per quanto io tenti di andar dentro in presenza di altri illuminati, non c’è altro modo per me, al di fuori della mia relazione con Osho.

Quando arrivò una lettera dall’Inner Circle di Pune, che mi diceva che non potevo più essere una terapista di Osho, a meno che non fossi con Osho "a 24 carati", non fu per me una grossa sorpresa. Mi stava diventando chiara la mia posizione: in effetti mi stavo rendendo conto, sempre di più, che quello di cui avevo bisogno era il rivolgermi a me stessa, che nessuno dal di fuori poteva darmi quella soddisfazione interiore. Sono arrivata a capire che devo essere capace di affrontare il fatto che Osho ha lasciato il corpo. Dopo aver passato 24 anni con lui, devo riuscirci. E, con questa comprensione, il bisogno di essere sola aumenta sempre di più.

In Dicembre feci un ritiro in Australia. Sola, in una casetta, in silenzio, meditando e basta. Improvvisamente sentii un enorme dolore che mi fece piangere dal mio intimo più profondo, perché compresi la verità: che Osho non è più qui, come amante o come "l’altro". Sentii che dovevo lasciarlo andare come relazione personale, e con questa consapevolezza arrivò un terribile senso di vuoto. Mi lasciai cadere in quell’abisso. Continuò per giorni - intenso, spaventoso, a volte acutamente doloroso, ma, in qualche modo, riuscii ad accettarlo. Per la prima volta sentii di essere capace di stare da sola – non con l’aiuto di una comune, o del mio amante, o del mio lavoro o di Osho, ma col mio aiuto.

Mi sentii in sintonia a me stessa e, in quella sensazione, avvertii Osho dentro di me. Non là fuori, ma dentro. Che rivelazione! Che profondo rilassamento interiore e che sensazione di riposo: non dovevo più fuggire da me stessa. È difficile descriverlo a parole, ma divenne evidente per me che è tutto dentro e che questa solitudine è la chiave per ogni cosa.

 Quando tornai a Pune, entrai in una tale armonia con l’energia di Osho, che, per la prima volta da quando aveva lasciato il corpo, lo sentii dentro e fuori di me. Non come una presenza personale, ma come una forte presenza che è semplicemente Osho – così impersonale e tuttavia così intima, profonda. Partecipai al gruppo Satori che fu una delle più belle esperienze mai avute, un assaggio della consapevolezza che tutto è dentro di noi.

Con questo nuovo senso che tutto è dentro di me, non solo è venuto il bisogno di essere sempre più sola, ma anche la capacità di goderne! Trovo che, nella mia solitudine, vengo continuamente riempita di amore e di vitalità. Parole grosse, lo so. È così difficile descriverlo, ma c’è un tal senso di libertà e di amicizia, dentro di me, ora – semplice e silenzioso.

Tutto è possibile adesso.

Grazie, amato maestro.

 di Ma Prem Turiya

Tratto da: Viha Connection

  (ritorna al sommario)

 

 

Respirare dalla pianta dei piedi

 

La parte inferiore del corpo è un problema per molte persone, quasi la maggioranza di esse. La parte inferiore è come morta perché nel corso dei secoli il sesso è stato represso. La gente ha imparato ad avere paura di muoversi al di sotto del centro sessuale. Sono rigidi, rimangono al di sopra del centro sessuale. In realtà molte persone vivono nella testa o, se sono un po’ più coraggiosi, nel petto.

Al massimo possono arrivare giù fino all’ombelico ma mai oltre, quindi metà del corpo è come se fosse paralizzata e, come conseguenza, metà della vita è anche come paralizzata. Allora ci sono molte cose che diventano impossibili, perché la parte inferiore del corpo rappresenta le radici. Le radici sono queste. Le gambe sono le radici e ti connettono con la terra. Perciò le persone rimangono a fluttuare come fantasmi, disconnessi con la terra. Bisogna ritornare ai piedi...

Più vai in profondità e più il respiro diventa profondo. I confini del tuo essere coincidono quasi perfettamente con i confini del tuo respiro. Quando questi confini si allargano e toccano i piedi, il respiro può quasi raggiungere i piedi; non in senso fisiologico, ma più in un senso psicologico.

 A quel punto hai rivendicato il corpo nella sua interezza. Per la prima volta sei intero, tutto di un pezzo, unito.

Cerca di sentire sempre di più i piedi. A volte prova solo a stare con i piedi sulla terra senza scarpe e senti la freschezza, la dolcezza, il calore. Senti tutto ciò che la terra è in grado di dare in quel momento, e lascia che fluisca attraverso di te. E permetti che la tua energia fluisca nella terra. Rimani connesso con la terra.

Se hai questa connessione con la terra, sei anche connesso con la vita. Se hai questa connessione con la terra, sei connesso con il tuo corpo. Se hai questa connessione con la terra, diventerai molto sensibile e integrato, e questo è ciò di cui c’è bisogno.

Osho, tratto da: A rose is a rose is a rose

 

 

LA TECNICA

 

Ridi dalla pianta dei piedi

 

Quando: Come ultima cosa alla sera prima di dormire e come prima cosa alla mattina.

 

1. Siediti o resta in piedi sul pavimento nel mezzo della    stanza con gli occhi chiusi. Puoi anche metterti in piedi sull’erba a piedi nudi se hai un prato a disposizione.

 

Metti il peso alla stessa maniera su entrambi i piedi.

 

2. Adesso senti le onde della risata provenire dai piedi e muoversi verso l’alto. Lascia che scuotano tutto il corpo. All’inizio forse dovrai farlo in maniera un po’ esagerata, per aiutare il movimento.

 

  (ritorna al sommario)