2 CENTRI DI OSHO IN ITALIA
Tutti i Centri di meditazione di Osho divisi per regione
6 LE NOTIZIE
8 L'AMORE NEL 21 SECOLO
Ci sono cose che spesso tentiamo di nascondere persino a noi stessi.
Per affrontarla devi prenderti le tue responsabilità.
La gelosia può nascere perché si vive il sesso in maniera repressa.
16 IL FESTIVAL
Il racconto di questi entusiasmanti tre giorni che hanno visto centinaia
di persone meditare e celebrare.
I momenti salienti del workshop di Anando.
L'importanza di questo avvenimento. Riflessioni di Sw. Anand Videha.
24 CONOSCERSI
Le
relazioni... una finestra sull'anima
Le nostre
storie di relazione sono probabilmente il palcoscenico più ricco che vi sia per
imparare a conoscere la vita e noi stessi.
28 INTERVISTA
Meera, la
nota pittrice, ci parla di cosa le piace dell'arte italiana e ci spiega perché
ha dipinto in Italia alcune delle sue opere più belle.
30 BUDDHA DOVUNQUE
Silenzio:
lo puoi portare
Con la
meditazione puoi riuscire a trovare la quiete anche nel frenetico mondo d'oggi.
32 BEST SELLER-LONG SELLER
Il
grande successo dei libri di Osho.
33 UN LIBRO DA VIVERE
La
meditazione spiegata all'uomo d'oggi.
34 CONSAPEVOLEZZA
Osho ci spiega alcune delle radici profonde di questa schiavitù, facendoci
notare come solo la consapevolezza possa veramente liberarci.
40 BIOGRAFIA
Sempre
più in profondità, sempre più distaccato dal corpo; l'intensità e la bellezza di
quegli ultimi anni.
50 TUTTE LE STELLE
Il tuo
oroscopo di luglio.
52 LA VETRINA
Tutti i
libri di Osho in italiano, i video di Osho, le musiche per la meditazione e il
rilassamento.
60 MEDITAZIONE
Respirare
dalla pianta dei piedi
L'importanza
di ritrovare le nostre radici e vivere in modo naturale
Copyright© 2000 OSHO INTERNATIONAL FOUNDATION
Tutti i diritti riservati OSHO® è un marchio registrato di proprietà della
Osho International Foundation,
usato con il suo permesso.
Questa volta a Firenze
The Festival
Dopo il successo dell’appuntamento di Varazze
(vedi pp. 16 e seguenti)
The Festival si "sposta" a Firenze,
dove dal 16 al 18 giugno lo potrete trovare in una locazione
centralissima: l’Accademia Italiana in piazza Pitti. Sempre all’insegna della
meditazione e della celebrazione, si potrà seguire un programma denso di avvenimenti: dimostrazioni pratiche delle varie tecniche
di meditazione di Osho, workshop su come prendere distanza dalla propria mente
ed entrare in sintonia col cuore, meditazioni con musica dal vivo e tecniche
dal Vigyan Bhairav Tantra. E inoltre spettacoli serali come
le Sacre Danze di Gurdjieff, concerti, recital… e la cucina dei famosi cuochi
di Miasto. Uno spazio dedicato alle minisessioni renderà possibile
sperimentare fino a una dozzina di diverse tecniche.
Per informazioni sul festival:
Osho Miasto tel 0577/960124
o Ma Bodhisu tel
0335/7072131
e-mail:
oshomiasto@oshomiasto.it.
Aggiornamenti in tempo
reale e programma on line alla pagina internet: www.oshoamici.it/festival.
Osho va forte …
Oltre alla buona
posizione conquistate recentemente, e non è la prima volta, da un titolo di Osho nelle classifiche
generali dei libri più venduti in Italia (vedi pg. 32) c’è un’altra bella
notizia, sempre in campo editoriale, che arriva dalla recente Fiera del Libro
di Torino:
Il libro
Quell’oscuro intervallo è l’amore – dove Osho commenta vari aspetti di questo
tema sempre così presente nelle nostre vite – è al terzo posto fra i libri più
venduti negli Autogrill delle autostrade italiane, preceduto solo da una
raccolta di ricette di cucina e da un libro sulla mitologia… Osho va davvero
forte! Il titolo è pubblicato dal gruppo Demetra, che è fra i primi cinque
editori italiani, una società giovane, molto innovativa nel campo editoriale,
che ha scelto di essere presente soprattutto nella
"grande distribuzione": centri commerciali, ipermercati e Autogrill
(appunto). Hanno oltre 110
punti vendita di proprietà in situazioni di questo tipo,
riuscendo così a raggiungere bene anche i "non lettori", le persone
cioè che per abitudini culturali non frequentano i librai tradizionali. Demetra
ha in catalogo anche un altro titolo di Osho Tu sei il
mondo, discorsi tratti da Sermons in Stones sul tema della responsabilità
individuale.
Anche questo titolo vende molto bene, ma più nei negozi che sulle
autostrade… misteri della circolazione.
Kundalini al Liceo
Il liceo è quello di Mendriso, nel Canton Ticino,
quella parte della Svizzera dove si parla italiano. Un
allieva, che fa parte della commissione per gli spazi autogestiti, ha
contattato una sannyasin locale, Chahat, invitandola a presentare e far sperimentare alcune tecniche di
meditazione di Osho durante l’orario di scuola. È stato un gran successo.
Decine di studenti si sono impegnati nella Kundalini – era per
tutti la prima esperienza – e tutti quanti alla fine hanno detto che
volevano poterla fare ogni settimana. In altri due incontri sono state
proposte, sempre con successo, la meditazione Mandala e l’Aurasoma,
quest’ultima alla presenza anche di alcuni docenti. Era
per tutti veramente la prima volta che entravano in contatto con la
meditazione, e molti l’hanno valutata un’esperienza davvero significativa.
Ripartirà quasi sicuramente quando iniziano di nuovo
le scuole. È ormai da molto tempo che Chahat apre "non solo la sua casa ma
anche il suo cuore" – come ci scrive con grande
semplicità – a chi vuole meditare, ascoltare e ascoltarsi, sperimentare,
cambiare; ogni mercoledì sera ci sono incontri di meditazione e inoltre Chahat
organizza gruppi di crescita interiore e ogni mese celebrazioni per la luna
piena. Le serate e gli incontri sono aperti a tutti, anche a chi non sa nulla
della meditazione o di Osho.
Per saperne di più: Chahat
Bianchi Via Pollini 13 CH 6850 Mendrisio. Tel 0041-91-6465605 oppure -76-3163706 e
mail: fungo@freesurf.ch
Meditare in carcere
Siamo tutti prigionieri, dei condizionamenti
sociali, delle nostre paure, del passato, della mente che la vuol sempre far da
padrona… ma di sicuro alcuni sono molto più
prigionieri di altri.
La situazione esplosiva delle carceri italiane
continua a occupare le prime pagine dei giornali:
sovraffollamento, violenze, suicidi. Il
detenuto si trova all’interno di strutture spesso fatiscenti (edifici
che risalgono anche ai secoli scorsi) e inadeguate (10 mq di spazio ‘abitativo’
ogni due persone in media), senza praticamente nulla
da fare tutto il giorno (le attività lavorative sono addirittura in declino,
causa un’endemica carenza di educatori e assistenti sociali, e l’estenuante
iter burocratico richiesto per l’approvazione di ogni cosa). Dall’altra parte
ci sono coloro che lavorano in carcere per guadagnarsi
da vivere: guardie carcerarie spinte all’uso di metodi "troppo
sbrigativi" dalle carenze di personale, da idiozie burocratiche (se manca
anche un semplice metal detector, per controllare se i detenuti abbiano lamette
o coltelli bisogna in continuazione compiere umilianti ispezioni corporali), da
un diffuso malessere sempre più diffuso; si sviluppa così una cultura della violenza che negando l’umanità della controparte
(il detenuto) fa di fatto sparire anche la propria.
In questo desolante panorama di repressione anche
una piccola goccia di consapevolezza può riuscire a fare molte cose. È nato
così il progetto di Paragyan per portare “Metodi di rilassamento e purificazione
all’interno delle case di reclusione”. Il carcere in questione è quello della
sua città, Palermo; c’è voluto un anno per ottenere tutte le necessarie
autorizzazioni, ma finalmente questo piccolo esperimento è partito: tre
incontri ogni settimana per due ore di meditazione. I partecipanti hanno
mostrato di comprendere l’utilità di questi metodi per liberarsi da tensioni mentali,
fisiche ed emozionali (che tutti abbiamo, figurarsi poi quando si vive in un
carcere), e così si è venuta a creare –
i posti sono limitati – persino una lista d’attesa. Anche alcune delle guardie,
che saltuariamente danno
un’occhiata di controllo nella palestra dove si tengono le
meditazioni, hanno scoperto che la cosa potrebbe far bene anche loro.
In uno dei prossimi numeri
torneremo a parlare di questo esperimento, con una
testimonianza dello stesso Paragyan.
Zorba il Buddha DOC
Vivere come Zorba il Buddha vi riesce un po’
difficile? Provate a meditare durante le vostre vacanze in Grecia.
C’è un nuovo centro di Osho
a Paros, nelle isole Cicladi, che sembra proprio adatto per fornirvi questa
esperienza doc. È situato in una bella villa – a qualche distanza dai vicini,
ma a solo mezz’ora a piedi dal mare – circondata da una proprietà di 6000 mq
dove crescono non solo verdure biologiche, ma anche olivi, aranci, peschi,
albicocchi e così via. Vino, formaggi e olio d’oliva provengono dal posto,
scelti fra i prodotti migliori. Per quanto riguarda la
meditazione tutte le settimane c’è un White Robe e tutte le sere una
Kundalini, alla quale partecipano anche molti dei turisti locali. Il centro può
ospitare fino a dodici persone, in camere con una vista stupenda sul Mare Egeo
e sulle montagne, e nell’isola ci sono molte altre possibilità di alloggio.
Per
informazioni e-mail: premanando@otenet.gr oppure scrivete a: Osho Information
Center, PO Box 126, 84400 Paros, le Cicladi, GRECIA.
Anche senza arrivare a casi estremi, la gelosia ci tormenta un po’
tutti, con o senza ‘ragione’. Magari senza volerlo ammettere, neppure a noi
stessi, magari mentre continuiamo a ripeterci che
non va bene, che dovremmo essere più moderni, più permissivi.
Ma non è certo nascondendola o giudicandola come qualcosa di
sorpassato che riusciremo a liberarcene. Solo riconoscendo la gelosia come
qualcosa di nostro e osservandola, con occhi liberi da pregiudizi e proiezioni,
all’interno delle nostre storie d’amore, possiamo avere qualche possibilità di
comprenderla e superarla.
Amato Osho,
la gelosia è ancora un’altra forma di viltà?
La gelosia è molto complicata. Ha
molti ingredienti. La viltà è uno di questi; altri sono un atteggiamento
egoistico, il desiderio di monopolizzare, un’esperienza non d’amore ma solo di
possessività, una tendenza a essere competitivi, una
paura profondamente radicata di essere inferiori…
Sono tante le cose
implicate nella gelosia.
Ami una persona, o almeno pensi
di amare una persona… Se ami veramente, allora la gelosia è impossibile. Se scopri che questa persona
ama qualcun altro, sarai felice: ami questa persona, lei è felice con
qualcun altro e tutto ciò che vuoi è renderla felice. Non proverai
gelosia, anzi ti sentirai grato verso l’altra persona che ha fatto felice chi
ami. Proverai un grande senso di amicizia. Ma questo vale per l’amore vero, che è una situazione rara.
Ciò che esiste sotto il nome di amore, è solo un’idea.
Quando tu ‘ami’ una
persona vuol dire che la possiedi. Quando ‘ami’ una persona vuol dire che lui
non può amare nessun altro. Se ama qualcuno, ti sta insultando: sta
dimostrando che sei inferiore, che ci sono persone migliori, più degne di amore di te. Ferisce il tuo ego, ferisce
la tua possessività, ferisce la tua idea di averne il monopolio.
E fondamentalmente si
tratta di vigliaccheria, perché non vuoi affrontare la realtà di questo tuo
‘amore’ in modo onesto. Il punto non è che il tuo
amante ama qualcun altro. La cosa importante è: ma tu ami veramente questa
persona? E tu non hai abbastanza coraggio da
affrontare questa domanda. Questa è la domanda vera da fare.
Se ami questa persona allora niente altro ha importanza.
L’amore dà libertà.
Se ami la persona, non
interferisci. Non cerchi mai di interferire con la sua vita privata. Non apri
le sue lettere, non gli guardi nelle tasche e nel diario, e non ti segni i
numeri di telefono. Non cerchi di trovare una traccia. Tutto questo è molto
brutto.
Cerca di comprenderlo. E se non affronti questo tipo di realtà, questa è
vigliaccheria.
Per mascherarla, fai tali
scene di gelosia che ti dimentichi completamente della
tua viltà. È necessario essere molto chiari: amare quest’uomo è solo un’idea
tua, o è una realtà? La realtà non ha problemi, solo le idee causano problemi perché sono puramente superficiali. Al di sotto c’è
un mucchio d’immondizia. Basta una piccola cosa e subito iniziano i guai.
Le persone che pensano di
amarsi, non fanno che tormentarsi a vicenda, cercando di manipolare l’altro.
Vogliono che l’altra persona sia solo una marionetta, e loro ne tengano in mano i fili. Ci sarà un conflitto continuo,
infelicità e dolore.
Sì, è proprio la viltà che
perpetua questa tortura. Affronta i fatti: se ami quest’uomo oppure no. Se lo
ami, allora non ci sono condizioni da porre. Se non lo
ami, chi sei tu per porre condizioni?
In entrambi i casi è tutto chiaro. Se lo ami, lo ami
così com’è. Se non lo ami, anche allora non c’è
problema: può fare ciò che vuole.
Ma è necessario affrontare
le proprie emozioni in modo molto onesto e sincero. Fronteggiare onestamente le
tue emozioni ti mostrerà immediatamente il cammino.
La vita non è difficile,
siamo noi a renderla così perché siamo dei vigliacchi: non vediamo qualcosa che
sappiamo essere lì.
Cerca di capire che cosa
provi veramente per l’altra persona, e la gelosia scomparirà. Nella maggior
parte dei casi con la gelosia scomparirà anche ciò che tu chiami amore. Ma va
bene così, perché che senso ha avere un amore colmo di gelosia, che non è affatto amore? Se la gelosia scompare e l’amore resta…
allora hai qualcosa di solido nella tua vita, qualcosa
che vale la pena di avere.
Osho, tratto da: Light on the Path #26
L’AMORE
CONOSCE LA DIFFERENZA
L’amore vero conosce la differenza fra gelosia
e amore. Non fa confusioni. Non ci si può nascondere dietro la gelosia, e
pretendere che sia amore.
Ma di
fatto tu non hai ancora conosciuto l’amore. E
come puoi perdere fiducia in qualcosa che non hai ancora conosciuto? Puoi
perdere fiducia nella gelosia, puoi perdere fiducia nel possesso, puoi perdere fiducia
nella rabbia, nel desiderio, ma se non hai ancora incontrato l’amore, come puoi
perdere fiducia in esso? Per avere fiducia, o per perdere fiducia
nell’amore è necessaria almeno un po’ d’esperienza e tu l’amore non l’hai
ancora incontrato.
Scava ancora un poco e
sarai in grado di comprendere. Che cosa è la gelosia?
Questo tu lo sai. Che cosa è il possesso? Anche questo tu lo sai. Va bene, vuol dire
che ti stai evolvendo. Questo è il modo in cui ognuno dovrebbe evolversi.
All’inizio tutto è confuso, mescolato: come se il fango fosse mescolato con
l’oro Poi si
deve mettere l’oro nel fuoco: tutto quello che non è oro brucia, viene
eliminato. Solo l’oro puro esce dal fuoco. La consapevolezza è il fuoco,
l’amore è l’oro: la gelosia, il possesso, l’odio, la rabbia, il desiderio sono le impurità. Stai diventando più consapevole. Adesso
riesci a vedere che cosa è la gelosia e puoi vedere che non è amore, metà della
battaglia è stata vinta: puoi riconoscere la gelosia. Ma
non hai ancora conosciuto che cosa è l’amore. Sei sulla strada giusta. Ma non perdere la speranza, non perdere il coraggio perché presto o
tardi sarai in grado di conoscere anche che cosa è l’amore. Stai
avvicinandoti a casa. La tua gelosia almeno pretende di essere
amore Se non ti senti geloso pensi magari di non essere più innamorato. E ti
aggrappi alla gelosia perché ti piacerebbe aggrapparti all’amore – alla tua idea di
amore se non altro. Se la tua donna o il tuo uomo va con qualcun altro e tu non
ti senti geloso, pensi immediatamente di non amare
più, perché per secoli è stato detto che gli amanti sono gelosi. La gelosia è
diventata parte integrante del tuo amore: senza gelosia il tuo
amore muore. Solo con la gelosia il tuo cosiddetto
amore può rimanere vivo. E la tua mente è molto
astuta, molto abile nel trovare spiegazioni razionali. La tua mente dice che è naturale sentirti geloso quando il tuo amore ti
lascia. Se hai amato talmente tanto, come puoi
evitare questa ferita, questo dolore quando il tuo
amore ti lascia?
Di fatto tu stai godendo della tua ferita, in maniera molto sottile e
inconsapevole. La tua ferita ti fa sentire un grande amante: qualcuno che ha
amato così profondamente che ora è totalmente distrutto perché l’amato lo ha
lasciato. Anche se non sei veramente distrutto farai
finta di esserlo, crederai nella tua stessa bugia.
Osserva
bene ogni aspetto della tua
sofferenza: c’è probabilmente in essa un certo tipo di
piacere al quale non vuoi rinunciare; oppure c’è in essa il barlume di una
speranza, che continua a tenerti lì, come un miraggio, come una carota
penzolante davanti a un asino.
Ma la verità tende a
rivelarsi. La verità si rivela sempre, la verità è
rivelazione. Continua a provare, cercare, trovare. Probabilmente farai molti errori ma non c’è altra maniera di crescere.
Provare e sbagliare sono l’unico modo. E man mano che avanzi eliminerai
gli errori, e meno errori farai più crescerà la chiarezza. Non fermarti a
metà.
Non è l’amore che è
geloso. Osserva, guarda, osserva ancora. Quando ti senti geloso, non è l’amore che si sente geloso:
l’amore non conosce gelosia. Così come il sole non sa nulla
dell’oscurità, così l’amore non conosce nulla della gelosia.
È l’ego che si sente
ferito, è l’ego che si sente competitivo, in costante lotta. È l’ego che è
ambizioso e vuole sentirsi più in alto degli altri, vuole essere speciale. È
l’ego che inizia a sentirsi geloso, possessivo, perché l’ego può esistere solo
nel possedere. Più possiedi, più il tuo ego viene
rafforzato; se non possiedi nulla l’ego non può esistere. L’ego si sostiene con il possesso, dipende dal possesso. Così se hai
più denaro, più potere, più prestigio – una bella donna, un bell’uomo, bei
bambini – l’ego viene immensamente nutrito. Quando il possesso scompare, quando non possiedi
assolutamente nulla, non troverai più l’ego dentro di te. Non troverai nessuno
che possa dire IO.
E se tu
pensi che QUESTO sia il tuo amore, certamente anche il tuo amore scomparirà. Il tuo amore non è veramente amore, È gelosia, possesso, odio, rabbia,
violenza, è mille e una cosa, tranne che amore.
Si camuffa da amore.
Osho,
tratto da: The Beloved vol 1 #10
La gente con il termine amore
intende una specie
di monopolio,
senza capire un
fatto molto semplice:
nel momento in
cui possiedi
un essere
umano,
lo uccidi.
Ami qualcuno, e vuoi possederlo
semplicemente per paura
che un domani
se ne possa andare
con qualcun
altro.
La paura del domani
Distrugge il tuo oggi.
SEI GELOSO? MEDITACI SOPRA
Quando ti dico di meditare
sulla gelosia non ti sto dicendo di pensarci sopra,
non ti sto dicendo di analizzarla, totalmente concentrato, e neppure di
contemplarla. Quando ti dico di meditarci sopra, significa
che devi guardarla, esserne il testimone. Qualunque sia
il problema – rabbia, sessualità, gelosia, avidità, ego – la cura è sempre la
stessa.
Se la gelosia ti fa
soffrire, guarda bene come nasce, come ti afferra e ti circonda come una nube,
tenta di manipolarti, ti trascina in situazioni nelle quali non avresti voluto mai trovarti; e alla fine ti ritrovi solo
pieno di frustrazioni, svuotato di ogni
energia… negativo, depresso, frustrato. Guarda bene tutto questo. Ma ricordati di non condannarlo, perché se lo condanni sei tornato
nella mente, nel giudizio. Non ti sto dicendo di condannare la gelosia. Guarda i fatti così come sono, senza condanne, senza
apprezzamenti, senza giudizi, a favore o contro. Osserva e basta, distante,
centrato, come se tutto questo non avesse nulla a che fare con te. Sii
veramente scientifico in questa osservazione.
Le conclusioni
aprioristiche fanno di una persona un credente, non uno scienziato. Quando ti dico di meditare,
intendo dire osservare. Sii uno scienziato del tuo mondo interiore.
Lascia che la mente sia il tuo laboratorio, osserva, ma ricordati: senza
condannare. Non dire che la gelosia non va bene. Chi
lo sa? Sì, l’hai sentito dire, te lo hanno detto, ma
questo è quello che dicono gli altri, non è la tua esperienza personale. Devi
essere molto ‘esistenziale’, sperimentare:
Non dire di sì o di no a nulla a meno che il
tuo esperimento non lo confermi. Devi essere completamente senza giudizi.
Cosa succede dentro di te quando osservi senza giudizio? Cominci a
osservare al di là delle apparenze. La gelosia diventa trasparente, ne vedi la
stupidità, ne vedi la follia. E non è che hai deciso a
priori che è qualcosa di stupido, perché se lo fai perdi questa
occasione.
Ricorda bene: io non ti
sto dicendo di decidere che è stupida, che è folle. Se
lo decidi con la testa, non serve a niente. Guarda e basta, senza decidere
prima, osserva semplicemente la realtà,
quello che c’è. Che cos’è questa gelosia? Che
cos’è questa energia che chiamiamo gelosia? Osservala
come osserveresti un fiore, guardala e basta. Se non trai conclusioni, i tuoi occhi sono puliti: raggiunge
la chiarezza solo chi non ha tratto conclusioni a priori. Osserva, guarda e la
cosa diventerà evidente, trasparente, e tu ARRIVERAI a vederne la stupidità. E noterai che una volta compresane la stupidità, sparirà per
conto proprio. Non avrai bisogno di fare nulla. Io non ti sto dicendo che devi smettere di essere geloso. Chi te lo dice
non capisce nulla. Ti sto dicendo di guardare, osservare, meditare, e se è una
cosa stupida se ne andrà da sola – come fai a
continuare a trascinarti dietro qualcosa di stupido? Ma
questa stupidità deve essere compresa proprio attraverso la tua esperienza. Se l’esperienza non è tua, finisci solo col reprimere, col
condannare. Ma in questo modo non guarderai più la tua
gelosia, la nasconderai solo nel profondo del tuo inconscio – dove continuerà a bollire, a crescere. E
questa crescita sarà davvero pericolosa, perché rimarrà nascosta.
Crescerà come un tumore e si diffonderà in tutta la tua vita, aspettando
solo un’occasione per esplodere – prima o poi
succederà.
Osho,
tratto da: The
Guest #3
STORIE DI ORDINARIA GELOSIA...
Due
esperienze molto diverse, ma accomunate dall'impegno a prendersi le proprie
responsabilità e dalla decisione di guardarsi dentro, per quanto possa essere
spiacevole ciò che si vede.
LEI RACCONTA...
Non avevo mai saputo cosa fosse
la gelosia, non ne avevo proprio la più pallida idea. Le mie prime storie
d'amore sono state più o meno platoniche e anche la gelosia in quelle storie
aveva un sapore molto platonico. Con mio marito, la gelosia non ha mai avuto
modo di emergere: da parte sua era talmente scontato che ero la donna della
sua vita, che non mi avrebbe mai lasciato e che non cercava niente di meglio.
Aveva chiuso, si
fa per dire, la seduzione in un
cassetto e rivolto tutta la sua energia ad altri interessi, soprattutto lavoro
e carriera. Da parte mia la relazione con lui era cominciata in maniera
tranquilla, forse anche rassegnata. Nasceva dalla mia paura, che era anche
ferma convinzione, che nessuno mi potesse amare e così quando ho incontrato
lui, che è letteralmente impazzito per me, mi sono detta: "Forse è l'unico
uomo al mondo che possa amarmi" e gli ho detto sì, rifugiandomi in uno
spazio affettivo che assomigliava più a una relazione con un fratello
piuttosto che con un compagno di vita.
Dal mio spazio tranquillo, che di
fatto era un po' "congelato" anche se a quell'epoca non me ne
accorgevo, vedevo le mie amiche disperarsi nei travagli di amori passionali, di
relazioni incasinate, di continui prendersi e lasciarsi. Venivano tutte da me a
sfogarsi, ero un porto sicuro, una persona tranquilla, serena, che sapeva dare
il consiglio giusto, che sapeva farti rilassare. E io ascoltavo questi racconti
di gelosie feroci, questi episodi di stati quasi allucinatori e mi chiedevo
come potessero donne così belle, colte, intelligenti ridursi in uno stato
simile. Mi sembrava impossibile che non riuscissero a vedersi, che non
potessero semplicemente dire basta e uscire da quello stato di totale cecità e
annullamento. Devo confessare che mi sentivo anche più fortunata, più matura,
come al di sopra di tutte queste cose e non potevo fare a meno di giudicarle.
Non capivo che ero semplicemente chiusa, chiusa al dolore innanzitutto, ma anche
al piacere, alla risata, a qual siasi tipo di emozione. Lasciarmi andare a
qualcosa era pericoloso: potevo perdermi e ritrovarmi improvvisa mente in un
mondo sconosciuto che non ero in grado di gestire. Allora non lo sapevo ma mi stavo
proteggendo alla grande, non sapevo quanto mi stessi in realtà ferendo, quanto
mi stessi negando. Ci voleva davvero qual cosa di straordinario per tirarmi
fuori dal mio bozzolo.
Osho è arrivato nella mia vita
per vie indirette: era semplicemente quello che io chiamavo il `guru' della
persona da cui avevo cominciato, un po' per noia, un po' per curiosità, a
prendere sessioni di ipnosi. Non sentivo di avere realmente dei problemi o di
dover lavorare su me stessa, ma comunque...! Continuavo a esplorare questo
nuovo mondo e ben presto ho dovuto ammettere che mi sentivo bene fra persone
che meditavano, che mi sentivo viva e che provavo emozioni che non avevo mai
conosciuto prima. Poi in un gruppo ho incontrato un uomo e ho scoperto cosa
significava per me essere innamorata: era un qualcosa di totalmente nuovo e
travolgente... e mi sono lasciata travolgere! Sono rimasta lì senza difese e in
balia delle emozioni, che arrivavano come un vento furioso, da tutte le
direzioni, che mi scuotevano, che mi spossavano, che mi lasciavano come morta.
Ed è arrivata anche lei, la gelosia, la più infida, la più irrazionale delle
emozioni: è arrivata in punta di piedi, timidamente, e poi ha cominciato a
prendere spazio, a farsi astuta, a cogliermi di sorpresa.
All'inizio le davo nomi diversi e
la giustificavo, anzi ero quasi grata del fatto di poter "sentire",
sì anche qualcosa di così meschino, ma che mi faceva "sentire". Poi
ho cominciato a vergognarmene anche perché con il passare del tempo non mi
limitavo più alle sensazioni ma passavo ai fatti: mi sono ritrovata, ad
esempio, ad aprire senza neanche pensarci un istante una lettera indirizzata al
mio nuovo compagno.
Ho cominciato a vergognarmene
soprattutto perché mi rendevo conto che la gelosia non era scatenata dal comportamento
dell'altro ma che era qualcosa di mio, mi apparteneva, l'avevo dentro... non
gliela potevo ributtare addosso in alcun modo.
La prova del fuoco è stata quella
di vivere un mese con lui a Pune. La mia salvezza, in un certo senso, è stata
che lui non mi ha mai dato motivo di gelosia, ciononostante io ho fatto veramente
di tutto per macerarmi, per castrarmi. Quando è arrivato a Pune, dieci giorni
dopo di me, sono come entrata in clausura: io e lui, lui ed io, sempre insieme,
soli. Lui è un tipo riservato e tranquillo, io lo sono diventata per
l'occasione: non l'ho mollato un attimo. Per quanto mangiassimo da soli,
vivessimo da soli, meditassimo da soli, riuscivo comunque a sprecare un sacco
di energia a seguire ogni suo sguardo, a spiare le sue reazioni quando
incontrava qualcuna che, secondo me, avrebbe anche potuto vagamente piacergli,
a immaginare situazioni "pericolose" quando per qualche motivo ci
dovevamo separare. Infine se ne è andato ed io mi sono stupita per il gran
senso di sollievo che mi ha inondata poche ore dopo la sua partenza. Ho
realizzato che questa gelosia, quasi fosse una droga da cui ero dipendente, mi
aveva tenuto occupata in maniera totale per ventiquattro ore al giorno: peggio
di un lavoro a tempo pieno, e di sicuro non gratificante.
Quando entro in questi spazi lui
non riesce neanche lontanamente a immaginare quello che sto vivendo, se non
nel momento in cui alla fine capitolo e condivido lo spazio di disperazione
in cui piombo improvvisamente per una frase, per un gesto, o anche solo per
interpretazioni esasperate di un linguaggio comune, l'inglese, che per
nessuno dei due è la lingua madre.
Che fare? Osho dice che quando c'è
gelosia l'amore non c'è o comunque non c'è ancora. E a questo punto ci sono
arrivata anch'io: all'accettazione del fatto che, dietro questo folle amore
dichiarato a parole, c'è solo l'embrione di un amore – molto fragile e delicato,
che va veramente nutrito, coltivato, amato. Sento anche che in questo momento
per me è importante andare in profondità in quello che mi trovo di fronte.
Qui e ora per me c'è la gelosia ed è importante per me viverla intensamente,
morire ogni volta – per poi accorgermi che non sono ancora "morta, anzi ogni
volta sono meno "morta" di prima. E come un processo di purificazione.
Sento che posso farlo perché ho un compagno con il quale sono in grado di
condividere, malgrado la vergogna, tutto quello che mi succede. Ed è come
se ogni volta qualcosa di sporco venisse lavato via, come se un peso mi venisse
tolto dalle spalle, come se facessi ogni volta un passo avanti verso qualcosa...
non so esattamente cosa, ma ha un sapore di leggerezza, di risata, di gioco.
Verso l'amore?... Chissà!
Ma Arpita
LUI RACCONTA...
SULLA GELOSIA sono un esperto.
Sì,
credo di aver provato questo
sentimento, nella mia vita, sotto tali varietà di forme e intensità, da
potermi definire un esperto del settore. Sono geloso d'amici, luoghi, cose, di
mia figlia e, naturalmente, della mia fidanzata. Da ragazzo giudicavo la possessività
un sentimento grezzo, che limitava la libertà delle persone e che, quindi,
andava estirpato dall'animo umano. A chi mi chiedeva se fossi geloso rispondevo
di no. Vi lascio immaginare che conflitto interiore potesse innescare questo
mio negare, in nome della ragione, una verità. Comunque l'inconsapevolezza
faceva sì che non mi accorgessi di quanto fossi falso e ridicolo.
Ma venne il giorno in cui la
gelosia, naturalmente grazie a una donna, uscì così forte e prepotente da
rendersi manifesta persino ai miei occhi ostinatamente chiusi. Ammisi d'essere
geloso, fu un piccolo shock, ma la mente, subito, sostenne che sì, la gelosia
esiste, l'hanno tutti gli esseri umani e quindi anch'io, che però, essendo
intelligente, posso tenerla sotto controllo (ovvero non esprimerla).
Neanche questa fu una buona
soluzione: ogni volta che, inevitabilmente, tornava a galla, mi giudicavo come
retrogrado e sorpassato. Poi, nella mia vita, entrarono Osho e la meditazione,
facendomi iniziare il viaggio verso una consapevolezza più profonda di me
stesso. Iniziai a scavare nel pozzo del mio inconscio e, tra le prime cose che
affiorarono, indovinate un po' cosa c'era? Proprio lei: la gelosia. E stato
duro scoprire di essere geloso anche di un amico, non lo ritenevo possibile.
Poi ho incontrato una compagna
che sembra fatta apposta per aiutarmi ad andare sempre più dentro questo
sentimento: è moderatamente infedele, e, soprattutto, mi lascia ogni anno per
dei mesi: lei va a Pune e io rimango in Italia. Vi assicuro che questo viaggio
annuale attraverso la mia possessività è, ogni volta, molto intenso. Ma ho
capito che se voglio arrivare all'amore, quello vero, quello di cui parla
Osho, devo attraversare ancora parecchie crisi, fino a riuscire a dare totale
libertà a lei, fino a essere totalmente libero io.
Ho già avuto, in passato, un
assaggio di questa libertà interiore: tanti anni fa, a Pune, quando mi era
appena innamorato della mia attuale compagna. Una sera mi invitò ad andare
con lei a una festa, dove a un certo punto la persi di vista: un'ora dopo la
rividi mentre stava andandosene assieme a un altro. Si accorse che l'avevo
vista e mi salutò con un gesto timido della mano, e l'espressione di chi si
rende conto di star facendo una marachella. Io stavo ballando e, improvvisamente,
mi ritrovai di fronte a una scelta: avrei potuto lasciarmi prendere dallo
sconforto e stare male come un cane per il resto della sera. Invece scelsi, e
mi ricordo perfettamente che fu una mia scelta, di osservare quello che mi
stava accadendo, quello che saliva dal profondo... e continuai a ballare. Il
giorno dopo la incontrai a colazione e riuscii a parlarle con amore, senza
astio, come se nulla mi fosse stato tolto, la sera prima. Perché era di questo
che mi ero accorto guardando dentro di me: che nessuno mi aveva tolto nulla,
che io ero in grado di amarmi comunque, e di bastare a me stesso.
Adesso quello è solo un ricordo,
certi momenti di centratura non durano molto, ma mi aiuta a sapere sempre che
è mia la scelta fra la libertà dell'amore o le catene della gelosia. E che
delle scelte che io faccio non posso incolpare gli altri.
Swami Freni Dhania
AMATO OSHO,
PERCHÉ IL SESSO È SEMPRE STATO
ACCOMUNATO CON LA RABBIA, LA GELOSIA, LA CRUDELTÀ, L'AVIDITÀ, LA POSSESSIVITÀ,
LA VIOLENZA, E MAI CON IL DIVERTIMENTO, LA GIOIA, L'AMORE, IL GIOCO, L'AMICIZIA
E LE ALTRE GRANDI COSE CON CUI TU LO HAI ASSOCIATO?
IL SESSO NON HA NULLA a che
vedere con la gelosia, la rabbia, la possessività. Ma la mente umana è stata
condizionata dai poteri costituiti, in modo da poter sfruttare la sorgente
stessa della tua energia vitale — il sesso — per il perseguimento dei propri
interessi.
Per esempio, l'uomo è di natura
poligamo, e per uomo non intendo solo i maschi ma anche le donne. Gli esseri
umani sono poligami, ma tutte le società hanno imposto la monogamia. Ed è
questo a creare il problema. Il problema non nasce dal sesso, il problema
nasce dalla monogamia.
Ti ritrovi legato a una donna o a
un uomo... è naturale che ogni tanto desideri avere qualcosa di diverso, così
come ogni tanto hai voglia di qualcosa di diverso da mangiare.
Lo stesso uomo, sempre lo stesso
odore; la stessa donna: la stessa geografia che hai esplorato migliaia di
volte. Devi esplorarla ogni volta di nuovo... e non c'è più niente da
esplorare, conosci già tutto. Sei stufo. E una cosa intelligente: solo chi è
intelligente può annoiarsi. Ti piacerebbe molto avere ogni tanto un'altra
donna, un altro uomo.
Se la società fosse diretta non
da persone che vogliono sfruttarti ma da persone intelligenti, da persone che
vogliono permetterti di realizzare la tua natura fino al massimo delle sue
possibilità, la gelosia non esisterebbe. La moglie capirebbe che una volta ogni
tanto il marito ha bisogno di un'altra donna: "Proprio come io ho bisogno
di un altro uomo". E perfettamente naturale. Siamo tutti esseri umani. Che
cosa c'è di male se oggi giochi a tennis con un partner, e domani con un altro
partner? Diventi geloso? Sicuramente no! Qui non si tratta di niente di più del
tennis: due energie che si incontrano e si mescolano.
Le religioni insistono sul fatto
che la monogamia deve continuare per via dei figli: altrimenti, chi sarà
responsabile dei figli? La pillola ha reso possibile che il sesso non sia più
una schiavitù, perché i figli non sono più un problema. Il sesso è libero
dalla schiavitù biologica. Ecco perché continuo a ripetere che la pillola è la
più grande rivoluzione, la più grande scoperta dopo quella del fuoco.
Quando non c'è gelosia non c'è più rabbia, e così tutte le
qualità di io cui parlo appaiono automaticamente. Una donna che ti dà libertà,
un uomo che non cerca mai di possederti: pensi che non nascerà amicizia tra due
persone così? Quando un uomo dà libertà a sua moglie e una moglie dà libertà al
marito, nascerà sicuramente una grande amicizia, una grande intimità.
L'amicizia apre la possibilità di diventare più vicini, di essere più intimi.
Ma le società del passato non hanno mai voluto che ciò
accadesse. Volevano che la gente rimanesse annoiata: lega per sempre una
donna a un uomo, e hai iniziato il viaggio verso la noia più totale. Queste
persone profondamente annoiate, pur soffrendo non possono ribellarsi. Non
possono
raggiungere il culmine della loro
intelligenza; la noia ne distrugge ogni possibilità.
Quando due persone si danno
libertà a vicenda, entrambi si arricchiscono di esperienze. Magari c'era un
tesoro in tua moglie di cui non ti rendevi conto. Facendo l'amore con un'altra
donna, lo scopri; l'altra donna diventa un grande aiuto. Ora tua moglie non è
solo la solita vecchia geografia; qualcosa di nuovo, una nuova visione, un
angolo nuovo, un nuovo territorio...
Ma i poteri costituiti non
vogliono che tu sia intelligente, ricco di esperienze, che tu possa
raggiungere il punto più alto del tuo potenziale, perché per loro è pericoloso.
Puoi restare uno schiavo solo se sei povero di esperienze, povero di
intelligenza. Puoi rimanere schiavo solo se sei un marito sottomesso. Sai
benissimo che non riesci a controllare nemmeno tua moglie. Non cercherai mai
di fare uno sforzo per salire più in alto in qualunque campo, perché sai che
tua moglie ti tirerà giù immediatamente. E la moglie è rimasta imprigionata in
casa. Su chi si può vendicare? Chi è responsabile di tutto ciò? Non trova
nessun altro tranne il marito.
Il mio compito è di aiutarti a
capire che l'amore non è una merce. Pensi che tua moglie si consumerà se va con
un altro uomo, che quando tornerà sarà vuota e non avrà più amore? L'amore non
è una merce.
Io sono per la ricchezza in ogni
dimensione della vita. Sono contro la povertà in ogni dimensione della vita.
Ti hanno mantenuto in uno stato di povertà psicologica, spirituale e fisica,
affinché alcuni potessero diventare presidenti, primi ministri, re e regine,
affinché alcuni diventassero papi, ayatollah... Per questi pochi, viene
sacrificata l'intera umanità! Voglio che ti ribelli contro ogni tentativo
fatto per sottrarti la tua libertà.
La libertà per me è l'esperienza
suprema, la più bella, la più divina. Mai, per nessuna ragione, permetti che la
tua libertà venga turbata. Qualunque sia il prezzo, mantieni intatta la tua
libertà. Ciò ti farà diventare un uomo vero, una donna vera. Ora, sei solo una
marionetta: in te non c'è niente che sia reale, tutto è irreale. E poiché è tutto
così irreale, ti senti infelice.
La realtà ti libera
dall'infelicità, e ti conduce in un mondo nuovo ed estatico.
From Death to Deathlessness Cap 7 # 8
Il
grande evento nazionale al Palasport di Varazze, dal 7 al 9 aprile: giornate
intense dedicate alla meditazione, alla musica, al teatro e alle danze.
“The Festival” c’era scritto sul grande
striscione blu all’esterno dell’edificio del Palasport, a poca distanza da un
mare risplendente di sole. Era sicuramente
questo il posto, la meta dei 500 meditatori che si apprestavano a
riunirsi in un vero e proprio buddhafield. Potevamo
già sentirne il fermento mentre
eravamo impegnati ad aprire i tanti pacchi di libri di Osho e a preparare il
banchetto dell’Osho Times italiano: i benvenuti affettuosi, qualcuno sempre pronto a darci una mano… i nostri cuori si
scaldavano mentre la musica “dal mondo di Osho iniziava a uscire dagli
altoparlanti.
Swami Anand Videha, il curatore delle opere di Osho in Italia, ha aperto ufficialmente il festival con
gioia, appunti pratici… e qualche barzelletta. Poi ha presentato
Ma Deva Anando, arrivata dalla Osho Multiversity di Pune per tenere vari
corsi e meditazioni durante questo week-end, e le ha subito chiesto – così sul
momento – di guidarci in una tecnica di rilassamento. È stato veramente un buon
suggerimento, perché Anando è riuscita immediatamente a far trovare uno spazio di meditazione a tutte le persone che si
erano raccolte fino a quel momento – portandoci nel qui e ora, creando fin
dall’inizio quella vibrazione di meditazione che ha continuato poi nel tempo a
crescere e ad approfondirsi.
Anando ha parlato anche di alcuni cambiamenti avvenuti nella comune di Pune. Ci ha
ricordato come, da quando Osho ha lasciato il corpo, le persone che dirigono la
comune hanno dovuto imparare a essere molto attenti
riguardo a una cosa che Osho ha affermato: “Badate a non creare una
religione!”. Come sanno tutti quelli che hanno letto i suoi libri, Osho accusa
le religioni di essere basate su rituali privi di significato e sull’adorazione
di qualcosa che è al di fuori di noi stessi: esse
sottraggono all’individuo la responsabilità della propria trasformazione.
La maggioranza delle
persone che arrivano alla Osho Commune International,
vengono lì per imparare e praticare la meditazione e non perché attratte da una
particolare personalità (Osho). Sembra addirittura che qualcuno, appena arrivato al Welcome
Center, abbia chiesto: “Ma mi volete spiegare che cos’è un Osho?”
È apparso quindi
essenziale rimettere a fuoco la maniera in cui la Comune si presenta:
guardandola con gli occhi di chi arriva per la prima volta si poteva
notare come nello spazio di venti metri, dall’ingresso principale fino
al cancello di Lao Tzu, ci fossero ben 13 foto di Osho. Perché non tenerne solo
due o tre delle più belle, in modo che si notino meglio, che si possano vedere veramente?
Nella Buddha Hall, che
Anando ha definito il posto più importante della comune, non viene più esposta la foto di Osho
durante le meditazioni. Anche la sua sedia, che veniva
sempre portata dentro l’auditorium all’inizio della meditazione serale della
White Robe Brotherhood, non viene più utilizzata. Anando ha detto
che al principio le sembrava che la sedia fosse necessaria a creare
un’atmosfera di meditazione, ma è poi diventato sempre più chiaro che questa
atmosfera non ha niente a che fare con nessuno di questi oggetti – le foto, la
sedia – ma è legata alla presenza
delle persone sedute in meditazione in Buddha Hall. Ogni giorno sono loro a
creare insieme quel silenzio, quella tranquillità: è
un’esperienza viva di meditazione e non un morto rituale religioso. “E Pune
significa meditazione”, ha concluso.
La meditazione era anche
il tema del week-end
di Varazze. La prima mattina
oltre 100 persone hanno fatto la Dinamica e la sera
oltre 300 hanno partecipato alla Kundalini. Domenica le presenze sono cresciute
a oltre 400 persone, e la meditazione della
No-dimension, tenuta a mezzogiorno, è risultata davvero grandiosa.
Il corso tenuto da Anando
(vedi articolo a pag. 19) è stato il punto focale del festival. Lei è riuscita
a portarci tutti insieme a una comprensione e a
un’esperienza più chiare e più profonde della meditazione.
Le tecniche che ci ha
presentato e le sue spiegazioni provenivano chiaramente da una lunga esperienza
personale, e altrettanto chiaramente riflettevano
il messaggio essenziale di Osho. È stato
veramente un gran regalo avere qui Anando a guidarci nelle meditazioni per
questi tre giorni.
Questo festival ha goduto di una perfetta organizzazione e oltre al programma
di Anando, ci ha anche offerto bellissimi corsi, lezioni e spettacoli. Ma Vasanti, che divide il suo tempo fra Firenze e Pune, ci
ha guidato – anche noi principianti – nelle tecniche di centratura delle danze
sacre di Gurdjieff (vedi Osho Times italiano di marzo di quest’anno). E verso
la fine delle danze abbiamo constatato, con sorpresa, che tutti quanti riuscivamo a rimanere
su linee quasi diritte e a muoverci come un unico corpo – con i piedi che
contavano i passi avanti e indietro e le braccia che si muovevano in sei
posizioni diverse!
La prima sera il Leela
Theatre Co. ha presentato uno spettacolo intitolato: “In alto mare”, una
tragicommedia di S. Mrozek messa in scena da Kallol e interpretata da Menaka,
Jivan, Shanti e dallo stesso Kallol, con la collaborazione tecnica di Swapana.
Uno
spettacolo concertistico di grande
concezione ed esecuzione è stato offerto il secondo giorno da Yuki Abragams:
“L’intimità del suono”, questo il titolo, è il risultato di un anno di
preparazione: alla musica si accompagna una proiezione di diapositive che raccontano storie della natura, storie
di persone, una relazione d’amore che si evolve nello stare bene da soli.
Invece di spiegare a parole queste immagini, Yuki usa il suo piano per
esprimere la storia in musica, forse l’unico linguaggio possibile per un
soggetto così delicato.
La sera di sabato è stata
dedicata allo spettacolo del popolare cantante Ivan Cattaneo con il suo entusiasmante concerto, “Zoocietà 2000”. Il pubblico non è
riuscito a stare semplicemente seduto a guardare e ascoltare, ma ha dovuto
alzarsi e ballare! Ivan ha chiaramente gradito questa risposta così vivace, e
fra il palco e il pubblico si è subito creato un circolo di energia che ha portato l’entusiasmo generale
a livelli sempre più alti.
Nel pomeriggio dell’ultimo
giorno “I Girasoli” hanno presentato uno spettacolo di teatro/danza, con la
direzione e la musica di Yuki Abragams. Ci ha lasciato tutti affascinati con i
suoi colori, la sua dolcezza e la sua sensualità.
Questa rappresentazione senza parole, “Direzione Primavera”, ci ha regalato
momenti lirici di leggerezza, momenti di gioia, e ci ha alla
fine cosparso di petali di rosa e invitato a partecipare alla danza.
Il programma grandioso di questo esperimento
“alchemico” così chiamato “The Festival”, ci ha poi riuniti tutti quanti
la domenica sera per una danza conclusiva di pace e centratura: Ma Lahma ci ha
guidato nelle danze Sufi. Abbiamo formato due cerchi concentrici. La musica era dal vivo, la “Oshoorchestra”
al completo con percussioni, djiembe,
flauti e bousouki – e al ritmo di un
duff, ci siamo presi per mano e i due cerchi hanno
cominciato a girare in direzioni opposte, mentre noi gridavamo i “mantra” Sufi
con quanto fiato avevamo in corpo. Mentre il suono dei tamburi si affievoliva
ci siamo fermati, e Lahma ci ha aiutati a formare un
terzo cerchio e ci ha guidati nei gesti del rituale Sufi: in ginocchio,
entrambe le mani sul cuore, un inchino, continuando a ripetere i nomi sacri.
Seguendo il ritmo dei tamburi, i movimenti e le voci sono continuati in un
crescendo, fino a farci sentire quasi ubriachi nella nostra lode al divino
presente in noi e in tutto questo universo. Poi
abbiamo iniziato a girare su noi stessi nel Whirling. Come per magia sono apparse alcune ampie gonne Sufi
che si sono aperte come corolle di fiori nel rapido roteare, regalandoci la
loro grazia. Siamo scomparsi nel Whirling, entrando nel nulla dentro di noi. Se
per caso una parte della nostra mente – sempre così occupata altrove – ci era ancora rimasta attaccata addosso, di sicuro è svanita
completamente durante questa “trance dance” Sufi: eravamo solo nel momento!
Alle
18,30 di domenica il programma di meditazioni del
festival è concluso. La sala è colma di energia. La
gente balla o anche solo parla fra amici, vecchi e nuovi. C’è un’atmosfera
calda e dolce di celebrazione… senza alcun motivo speciale, solo per il fatto di essere insieme, di essere vivi, di aver potuto scoprire
la meditazione. Abbiamo lasciato Varazze più chiari e più leggeri: un senso che
è insieme di vuoto e di pienezza… e con tanta gratitudine.
Mille grazie agli organizzatori:
Osho Arihant Meditation
Center, Varazze; News Services Corporation, Milano; Osho International, Pune;
Oshoba, Tradate; Osho Tour, Varese. E un grazie speciale a tutti quelli che, al di là
dell’organizzazione, ma riconoscendosi in questo piccolo buddhafield che per
qualche giorno si è creato a Varazze, hanno dato una mano.
Ma Prem Lolita
L’importanza della
meditazione nella vita di ogni giorno: rilassarsi,
prendere distanza dalle situazioni e riuscire così a ridurre lo stress.
Durante il week-end del Festival, Ma Deva Anando si è incontrata con i
partecipanti in sei diverse occasioni per sviluppare un programma focalizzato
sul rilassamento, la riduzione dello stress e la meditazione. Anando ha
lavorato direttamente con Osho come assistente personale. C’è una sensazione
innegabile dell’impatto di questa esperienza nello
spirito fresco di Anando, nella sua chiarezza e nella sua energia estatica.
Il
primo incontro è stato chiamato “Che cos’è la meditazione?”
Nelle mani di Anando è diventato un’esperienza guidata verso il momento
presente…
Hai voglia di provare
adesso?
“La nostra mente esiste
solo in due tempi” ha chiarito “il passato o il futuro. Il corpo invece è
sempre nel presente, ecco perché molte tecniche di meditazione cominciano con
l’attenzione al corpo. Il corpo è in stretto rapporto con la
consapevolezza, quindi i sensi corporei possono essere adoperati come
sostegno di quest’ultima. Ad esempio, metti l’attenzione sui suoni che stai
ascoltando in questo momento, quelli vicini
e quelli più lontani. Tutti i suoni accadono in questo preciso momento. Mentre stai solo ascoltando i suoni, la mente non è
coinvolta”.
Si può anche usare il cibo
per portare la consapevolezza al momento
presente. Ci sono molte opportunità di praticare questa tecnica. A un certo punto sono state fatte passare tra i partecipanti
delle coppette piene di uva passa e ognuno è stato invitato a prenderne un
chicco e a tenerlo nel palmo della mano. Mentre Anando
ci diceva: “Guardalo. Guardalo come se questo fosse l’unico cibo che avrai oggi – anche se so che è difficile
immaginarlo per degli italiani! Ma osserva il cibo prima
di mangiarlo. Senti questo chicco d’uva, annusalo, avvicinalo
persino all’orecchio, senti qualche suono? Adesso mettilo in bocca e
senti la sua consistenza, fallo girare in bocca, comincia a masticarlo
lentamente, assaporalo prima di ingoiarlo.”
Questa è la chiave
fondamentale di tutte le tecniche di meditazione: portare consapevolezza al
momento presente focalizzando l’attenzione sul respirare, l’ascoltare, il guardare, l’assaggiare, il toccare.
“La meditazione è molto
semplice.” Spiega Anando. “Purtroppo alla mente piacciono le cose difficili e
complicate. La meditazione è anche un fenomeno del tutto naturale. Inizia con
le piccole cose. Mettiti per un giorno l’orologio sul braccio opposto a quello
che usi di solito. Ogni volta che guardi che ora è, dovrai avere una certa
consapevolezza, non potrai agire automaticamente. Scegli due cose che ogni
giorno fai automaticamente, ad esempio lavarti i
denti, far partire la macchina, persino guidare tutti i giorni lungo la stessa
strada. Porta consapevolezza a queste due cose mentre
le fai. Questi sono solo pretesti per portare
l’energia al momento e al di fuori della mente. Questo è un esempio, un
assaggio di una tecnica di meditazione. La pratica poi dipende da te”.
Anando ha esaminato in
profondità gli aspetti dello stress nella vita moderna: le ricerche sulle sue
cause e sui vari sintomi, quali siano i conseguenti danni e come, con una
profonda comprensione di questi meccanismi, si possa fermarne tutto questo processo. Nel suo incontro, “Stress, come
neutralizzarlo”, Anando ha condiviso con noi la sua ricerca, iniziando con
un’affermazione di Osho diretta a tutti i meditatori:
“È sempre importante comprendere i meccanismi di ogni cosa”. C’è una meccanismo di
risposta innato nel nostro corpo che si chiama sistema di "attacco o
fuga". Ogniqualvolta ti trovi in una situazione di stress, questo è il
modo in cui il corpo risponde:
A una minaccia reale o
immaginaria di pericolo seguono automaticamente questi sintomi fisiologici:
ghiandola pineale = produce adrenalina
pressione del sangue = alta
battito cardiaco = veloce
fegato = produce glucosio
circolazione = veloce
ghiandola pituitaria
= produce adrenalina e cortisone
Una situazione naturale di “attacco o fuga”’ è il
caso del coniglio e della volpe. Una mattina una volpe vede un coniglio e
pensa: “Mmm, che bella colazione”. Il coniglio vede la volpe e pensa: “Pericolo!!” Immediatamente tutti i ‘sintomi’ invadono il suo corpo,
preparando il coniglio a fuggire per salvarsi la vita o, al limite, a lottare
contro la volpe. Con l’aggiunta di adrenalina e di
cortisone nel corpo, il coniglio ha la possibilità di sfuggire alla volpe.
Ma prova a metterli entrambi
in una situazione artificiale: in un laboratorio scientifico, ognuno nella sua
gabbia, ognuno sul suo "tappeto scorrevole" in modo che possa correre
sul posto, e poi metti le gabbie vicine l’una all’altra, e che succederà? La
volpe cercherà di raggiungere il coniglio e il coniglio
cercherà di sfuggire alla volpe, ma entrambi senza successo. La volpe sarà
molto frustrata… e il coniglio? Il coniglio sta sperimentando quello che si
chiama stress cronico. Probabilmente morirà d’infarto!
Lo stress cronico è un
risultato di questa risposta di "attacco o fuga" che diventa
operativa nel corpo tutte le volte in cui la mente
riconosce uno stimolo come pericoloso. Per noi adesso non è più in realtà una
questione di vita o di morte… non ci sono più mammut
che minacciano di calpestarci. Magari stai semplicemente lavorando o sei
insieme agli amici e improvvisamente ti senti insultato o rifiutato, il tuo ego
si sente minacciato. Ma questo basta per scatenare il
meccanismo che percepisce il pericolo, e finisci per avere tutti i sintomi
neurologici e fisiologici del coniglio quando è di fronte alla volpe.
Ma che accade
quando la società ci impedisce di reagire alla situazione, quando non possiamo
né ‘attaccare’ né ‘fuggire’: quando non possiamo prendere a pugni il
capoufficio oppure fare una scenata agli amici e neanche scappare dall’ufficio
o da una cena. Reprimiamo, reprimiamo tutto.
Puoi accorgerti del fatto
che stai reprimendo se il tuo respiro cambia ritmo o quasi si arresta. Il corpo
reagisce chimicamente secondo i dettami della natura, ma se non possiamo dargli
spazio, se non possiamo attaccare o fuggire, i
‘sintomi’ rimangono nel corpo. Il risultato è che il corpo si
intossica. Ad esempio, il cortisone è collegato con la memoria e
l’apprendimento. Se è in eccesso nel corpo,
influenzerà negativamente la memoria. I sintomi da stress nel sistema
circolatorio si
evolvono in problemi cardiaci.
Che cosa possiamo fare a
questo riguardo?
Con la meditazione
possiamo creare una maggiore distanza dalle situazioni della vita. In questo
modo esse non saranno più percepite dalla mente come pericolo: c’è uno spazio,
una distanza. L’impatto della sensazione di essere feriti, insultati o
rifiutati non sarà più così forte.
Dà
un’occhiata
al carico di stress che si può accumulare durante tutta una giornata. Magari ti
svegli tardi, e sei già stressato perché sai che arriverai in ritardo sul
lavoro, e così rovesci il caffè; poi in macchina vai troppo veloce, rischi e
quasi provochi un incidente. Tre semafori rossi: un’altro
stress! Lo sguardo di un collega ti sembra proprio ostile, il carico di
lavoro è sempre più grande, a mezzogiorno mangi in fretta e male – una tortura
per lo stomaco – alla fine della giornata non sei riuscito a finire tutto
quello che avresti dovuto fare. Verso sera, quando
finalmente torni a casa, accendi la TV e guardi il telegiornale – e sai
benissimo che belle notizie ci sono! – poi ti sistemi sul divano a guardare un
film pieno di scene di violenza. Non c’è da stupirsi se fai fatica ad addormentarti! La mattina dopo ti svegli tardi…
Quando tutto questo accade
giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese… le tossine si
accumulano. Ti serve molto di più di una meditazione tradizionale in cui sei
seduto in silenzio! Hai bisogno di attività fisica per
eliminare queste tossine. Hai bisogno di far muovere il corpo, regolarmente e
con vigore.
E qui è dove entra in
campo Osho – maestro illuminato contemporaneo – che ha inventato la meditazione Dinamica
proprio per noi, per il nostro stile di vita stressante.
Inizia con una
respirazione veloce e caotica: caotica nel senso che
non ha uno schema regolare. L’accento è sull’espirazione. Arricchisci tutte le
cellule del corpo dando loro più ossigeno. Dopo dieci minuti entri nel secondo
stadio in cui usi il corpo e la voce per esprimere tutto ciò che è stato
attivato dalla respirazione. Urla, danza, canta,
grida, muoviti per dieci minuti.
Il terzo stadio è stare in
piedi sul posto e saltare in modo che i talloni colpiscano il pavimento con
forza. Nello stesso tempo le braccia sono levate in alto sopra la testa e gridi
ripetutamente il mantra Sufi HU. Ciò ti fa salire delle ondate di energia dalla terra attraverso i piedi su fino alle mani.
Dopo dieci minuti una voce
dice ‘STOP’ e ti fermi di colpo, come congelato, esattamente dove sei. In questo momento tutta la tua energia sta pulsando al suo
massimo. Se segui questa energia, se fluisci insieme a
essa, riesci a entrare in meditazione – senza perderti, come al solito, nei
tuoi pensieri. Devi renderti conto che per andare dentro ci vuole energia. Usa
l’energia creata dai primi tre stadi.
Nello stadio finale ti
muovi al suono della musica e ti abbandoni alla danza: celebra te stesso.
Sabato pomeriggio c’è
stato un incontro chiamato “Spazio di condivisione con Anando” in cui ci è stato possibile fare tante domande. Una persona ha
chiesto: “Mi sembra di vivere sempre nel caos, pieno di problemi. Come posso
uscire da questo modo di vivere così insoddisfacente?”
Anando ha risposto così:
“Il problema risale alla divisione,
che tanti fanno, tra “buono” e “cattivo”. Tratta l’energia di questo momento
come qualcosa di nuovo e fresco, completamente separata dal passato e dal
futuro: resta nel momento. Dà il benvenuto al caos: è pura energia. Lascia che
passi attraverso di te. Abbiamo delle aspettative così
grandi riguardo a noi stessi. Dovremmo trattarci con un po’ più di dolcezza.
Siamo quello che siamo. Dobbiamo comprenderci
e accettarci esattamente come siamo. Allora i problemi si
“sciolgono”.
Il punto fondamentale è
essere rilassati e rispettarsi. Le emozioni attraverso cui passiamo
vanno tutte bene: nel momento in cui arriviamo a questa comprensione i problemi
si ‘sciolgono’.
Ad esempio, la tristezza:
se sei triste, stattene un po’ da solo e non perderti a cercarne le cause.
Considerala solo come energia. Dalle spazio, falla
sentire la benvenuta finché arriverà a sopraffarti.
Ti sorprenderà vedere che
è in realtà un’emozione molto profonda e dolce e che si trasforma facilmente in
gioia”.
Allontanarsi per vedere meglio
La meditazione può
riuscire a farti vedere varie situazioni stressanti della vita da una distanza
tale che la mente non le ‘interpreta’ più automaticamente come un pericolo.
L’impatto delle emozioni non sarà più così forte. In questo modo si riesce a
vedere meglio ogni situazione nella sua realtà.
La mente prova infelicità, sofferenza, prova
emozioni di ogni genere, attaccamenti, desideri e
nostalgie, ma sono tutte proiezioni della mente. Dietro la mente si trova il
tuo sé reale, che non è mai andato via. È sempre stato qui.
Ma di solito sei così vicino ai pensieri, alle
emozioni, alle parole, che non puoi nemmeno immaginare
che ci sia un cielo oltre le nuvole, che al di là delle nuvole ci sia la luna
piena.
Dovrai andare oltre le nuvole per vedere la luna.
La mente è una parte che pensa, e il cuore è
un’altra parte della stessa mente, che sente.
Sentire e pensare, pensieri ed emozioni… ma
l’osservare è separato da entrambi.
Mentre stai pensando,
l’osservatore osserva… un pensiero sta passando, oppure sei arrabbiato…
l’osservatore continua ad osservare. Passa un’emozione, proprio come passano le nuvole e tu puoi vederle.
Non sei né buono né cattivo.
Non sei né piacevole né
spiacevole.
Non sei né pensiero né
emozione.
Non sei il cuore né la mente.
E quando senti quella pace
sei più lontano dalla superficie. Non che là non succeda nulla, ma quando provi
questo e quando sei ricolmo di pace, sentirai una distanza: dalla strada
arrivano rumori ma ora c’è una grande distanza, un
grande spazio. Le cose accadono, ma non provocano alcun disturbo, anzi, ti
portano ancora più silenzio.
Questo è il miracolo. I bambini giocano, qualcuno
sta ascoltando la radio, qualcun altro starà litigando e il mondo intero
continua a girare, ma tu senti che una grande distanza
è intervenuta tra te e tutto il resto. Quella distanza arriva perché ti sei
allontanato dalla periferia. Le cose accadono alla periferia e a te sembra che
stiano accadendo a qualcun altro. Non sei coinvolto. Niente ti disturba, quindi
non sei coinvolto.
Osho, brani da “Emotions” e
“Il Libro dei Segreti”
Swami
Anand Videha, il curatore delle opere di Osho in
Italia, è uno degli organizzatori del Festival tenutosi a Varazze. Gli abbiamo
chiesto alcune riflessioni sull’importanza di questo avvenimento.
Qualcosa nella nostra vita rimane sempre
sospeso fuori dal tempo: noi infatti viviamo talmente
coinvolti nei particolari della vita di tutti i giorni nel susseguirsi di cose
da fare, di emozioni che attraggono la nostra attenzione, nelle dinamiche
psicologiche che le nostre relazioni scatenano che ci dimentichiamo di esistere
anche in una dimensione più profonda, là dove la vita esiste per intero da
sempre e noi siamo pienamente immersi in quella esistenza.
Eppure, esistono istanti magici
in cui si è appagati e aperti: nessun dettaglio, nessun desiderio offusca la
nostra percezione, non recitiamo più una parte, non continuiamo a ripetere
tutto ciò che rappresenta la vita nel mondo qualcosa che noi, e tutti prima e
dopo di noi, abbiamo ripetuto un infinito numero di volte, ottenendo il
semplice risultato di perderci, di sfinirci, di annientarci.
Se la pienezza arriva di
rado nella nostra vita, accade solo perchè è raro per noi vivere in quello
stato di grazia che ci fa sentire vicini al cielo. Tutto qui.
E poi, quando viene il
momento in cui si iniziano a tirare i primi bilanci,
ecco che si ha la sensazione di aver sbagliato tutto. Ed ecco che si perde
tempo a cercare un colpevole, il colpevole: la madre, il padre, carenze psicologiche scaturite nella prima infanzia,
complessi dovuti alla realtà familiare, al contesto sociale, mancanze o perdite
o presenze asfissianti che hanno segnato la nostra vita per sempre, condizionamenti e pressioni e chissà
cos’altro che ci hanno portati, a un certo punto, a tradire inesorabilmente noi
stessi. E quando ci si rende conto, la soluzione
sembra essere quella di accontentarsi, perchè nella vita non è prevista la
possibilità di tornare indietro, di rifare, di ricominciare da capo.
Ebbene, proprio al
Festival di Varazze, ho avuto la sensazione che un mattone, un mattone
fondamentale sia stato posto nella vita di tutti i partecipanti: l’intuizione
della possibilità di un cambiamento di rotta, o addirittura qualcosa che in
molti ha già portato a un cambiamento di rotta.
è stata una sintonia
immediata tra tutti: non esistevano barricate o mura fittizie. Abbiamo partecipato tutti, meditando e celebrando
insieme, perdendoci nella nostra presenza, e così ritrovandoci.
Personalmente mi è
piaciuta la qualità dell’energia: determinata a trarre il massimo nutrimento
dal programma offerto, e creando proprio grazie a questa determinazione un
campo di energia meditativa che dava a tutti la
possibilità di trarre quel nutrimento. Anche i più
renitenti si sono trovati quasi da subito trasportati nella dimensione
interiore. Certo, abbiamo scatenato quello che è il sommo paradosso della vita:
noi siamo il nutrimento di noi stessi, ma per percepirlo abbiamo bisogno di una
cassa di risonanza che ci aiuti a immergerci in noi
stessi; 500 persone che meditano insieme, creano quella cassa di risonanza, e
l’immersione è rapida... in un lampo ci si trova in quel mare di quiete, là
dove si è, senza essere nulla e nessuno. Là dove è possibile non essere, e
tornare così a vivere partendo dal nulla che noi siamo.
Da quell’impatto si torna
a vivere rigenerati. Certo, per qualche giorno ci si sente sperduti: è successo
a me, ad alcuni amici con cui ho condiviso nei giorni successivi come ci si
sentiva, ad altri di cui ho sentito dire... ma poi la
vita riprende più sana, diversa.
Qualcuno ha usato
l’immersione in quella dimensione per fare finalmente quella
scelta che da tempo sentiva, ma che non aveva mai avuto il coraggio di attuare.
Altri si sono immersi di più in ciò che già facevano, riconoscendo che la noia
che forse ritmava un po’ troppo la loro vita era dovuta
a una mancanza di totalità, altri ancora si sono incontrati da uno spazio di
cuore; tutti, semplicemente, si sono ritrovati se stessi, per un attimo, forse
troppo breve per qualcuno, ma per molti così intenso da lasciare un segno.
Quel segno ha spinto
qualcuno a fare la pace con se stesso, a non tradirsi più, a non delegare più a
nulla e a nessuno la responsabilità delle proprie miserie, e a stabilire un
impegno interiore a non dimenticare più il proprio vero volto, intravisto in
potenza ma proprio per questo percepito come compito da realizzare nella vita
quotidiana.
Io credo che il regalo più
bello che il Festival di Varazze ha fatto a tutti è
proprio questo: incontrandosi, è possibile creare un campo di energia che
permette di essere se stessi, e in quella dimensione si può essere ciò che
siamo, pienamente accettati dalle persone intorno a noi.
è stata dunque
un’esperienza importante, e il volume di gratitudine che ci accompagna, i
tantissimi che hanno voluto chiamare o scrivere agli organizzatori per
ringraziare, ci ha spinto a rischiare ancora e a
organizzare per l’anno prossimo un altro Festival, sempre ad aprile, il 6, 7 e
8, per consolidare questo momento di condivisione e per rendere concreto il
nostro essere compagni di viaggio di un maestro che ci ha lasciato eredi di una
visione che vede noi tutti liberi e consapevoli.
Personalmente,
ho sentito la responsabilità
di creare uno spazio in cui sia possibile sentire la
concretezza della meditazione e che aiuti quindi a vedere ciò che da soli
difficilmente potremmo immaginare: la concretezza e la vastità del nostro
potenziale. E proprio la qualità dell’energia di tutti coloro
che hanno partecipato al Festival ha dissolto in me alcune paure, alcune idee
preconcette, e perché no, alcuni pregiudizi (facendomi anche vedere quanto facilmente questi si possono
creare); all’inizio mi ha stupito, infatti, vedere quante persone fossero
venute, attratte dalla semplice idea di passare un week end a meditare insieme.
Poi ho visto l’importanza della celebrazione: è fondamentale affiancarla alla
meditazione, per evitare di toccare un estremo di serietà, ancora dettata dalla
paura... paura di perdersi di nuovo, adesso che ci si
è ritrovati un pochino!
In verità ciò che Osho
indica è qualcosa di impossibile, eppure di reale:
essere in silenzio, perfettamente quieti, eppure pienamente presenti; fluire
compatti; essere cristallizzati eppure dissolti nel flusso della vita;
lasciarsi andare per ritrovare se stessi... qualcosa di incredibilmente
complesso, eppure così semplice che basta fare un click per capirlo e viverlo.
Come ho avuto occasione di
dire nel messaggio di arrivederci, alla fine del
Festival, è fondamentale passare parola, per trasmettere a quanti quest’anno
non sono venuti, la validità e la concretezza di questa esperienza: più saremo
l’anno prossimo e più in profondità scenderemo in noi stessi. Come
organizzatori, ci stiamo rendendo conto delle tante mancanze, dovute anche
all’inesperienza, e stiamo già lavorando per migliorare tutto: l’audio,
penalizzato dall’acustica che ha un palasport; le bevande e soprattutto l’accoglienza
di coloro che si affacciano per la prima volta sull’immensità del loro
essere... per moltissimi, infatti, questa è stata "la prima volta",
una cosa che in realtà non ci aspettavamo.
A costoro in particolare
l’invito a scrivere, per condividere la loro esperienza e soprattutto per
consigliarci, dicendoci proprio ciò che hanno visto
come mancanza... sull’Osho Times, vogliamo creare una rubrica fissa: “The
Festival” in cui pubblicare queste condivisioni, ma soprattutto dove
annunciare, mese dopo mese, i contenuti del prossimo evento, in modo da accompagnare a un’esperienza sempre più
intensa e profonda... in questo modo, sarà possibile ritrovarsi soli nella
propria dimensione interiore, senza più soffrire di solitudine.
Arrivederci all’anno prossimo, dunque... con la speranza di leggere su
queste pagine i resoconti delle vostre esperienze. Con amore.
Sw. Anand
Videha
Le
relazioni: una finestra sull'anima
Le nostre storie di relazione
sono probabilmente il palcoscenico più ricco che vi sia
per imparare a conoscere la vita e noi stessi. Qualsiasi questione emotiva
irrisolta verrà in superficie - non solo con il partner, ma anche con amici e
figure di autorità. In quest’area, la vita cattura la
nostra attenzione e ve la trattiene. Essa usa queste situazioni per
costringerci ad affrontare parti di noi che ci fanno
paura e che possono essere dolorose. Anche se abbiamo delle idee su come
dovrebbero essere la nostra vita e i nostri amori, o riguardo a chi siamo o dovremmo essere, spesso le cose non vanno secondo i
nostri piani. Ma è proprio nelle difficoltà che possiamo imparare così tanto su noi stessi. Ho scoperto che tutti i nostri
conflitti, frustrazioni e difficoltà nelle storie di relazione si riducono a
tre fondamentali questioni emozionali e spirituali. Ognuna di esse ha origine a partire da un trauma accaduto
nell’infanzia e il processo per risolverlo segna un passaggio fondamentale nel
viaggio dell’anima. La prima questione è la vergogna, il nostro senso di inadeguatezza così profondamente radicato. La seconda è
lo shock, la nostra risposta cellulare ai traumi della vita infantile. E la terza è l’abbandono, la privazione d’amore e il nostro
profondo senso di solitudine.
“Quando ero bambino uno dei miei film preferiti era su Hans Christian Andersen, con Danny Kaye. I
miei genitori ci comprarono il disco con le canzoni del film,
una di queste era "C’era una volta un brutto anatroccolo", la
storia di una piccola anatra veramente brutta, esclusa dal mondo delle anatre
per la sua diversità. L’anatroccolo fu costretto a vagabondare, finché un giorno
si trovò in mezzo a dei cigni e scoprì che anche lui era un bellissimo cigno a cui però era accaduto di nascere nel mondo sbagliato.
In un certo senso, siamo anche noi in viaggio
verso la riscoperta della nostra vera natura di “cigni”, del nostro
sé reale. Abbiamo ingannato noi stessi credendo di essere
“anatre”. Anatre che vedono e sentono se stesse come
creature spaventate, brutte, non amate e non amabili, che vivono in un mondo
estraneo e ostile. I cigni invece, vedono e sentono se stessi
come esseri amabili e ricchi di doti, che vivono pacificamente in un mondo che
può essere splendido.”
Tratto dall’introduzione
di “Uscire dalla Paura” Edizioni Urrà.
La Vergogna e il Senso di Inadeguatezza
Alcuni
di noi possono trascorrere anni e anni di vita fuggendo da un inconscio senso di inadeguatezza,
coprendolo con ogni sorta di compensazioni e maschere. Poi succede che
il mondo ci crolla addosso quando un partner ci
lascia, quando perdiamo dei soldi o il lavoro e ci ritroviamo a mettere in
discussione tutta la nostra vita. Altri non sono riusciti a mascherare le
insicurezze che li affliggono sin da quando ne hanno
memoria. In entrambi i casi, la maggior parte di noi avverte un fondamentale
senso di “non essere all’altezza”.
A livello psicologico, la
vergogna nasce dal non essere abbastanza considerati o valutati per quello che
si è sin dalla prima infanzia o dall’ essere stati
costretti ad indossare una maschera pur di ottenere amore, riconoscimento e
approvazione.
A livello spirituale,
riconoscere questo senso di vergogna e lavorarci sopra, è un percorso
fondamentale per l’anima. Ciò fa nascere una profonda compassione e sensibilità
e ci costringe a trovare il nostro sé, la nostra
creatività, non più attraverso un ego battagliero, ma attraverso uno spazio di
rilassamento e di riconoscimento della nostra
essenza. Io ho sempre creduto che per essere creativo dovevo
sforzarmi e lottare. Ma è stato solo grazie al viaggio dentro al mio senso di vergogna che ho potuto poi apprezzare le mie
qualità come terapista e insegnante.
Il nostro viaggio
attraverso il senso di vergogna inizia quando
cominciamo ad accorgerci che essa fa parte della nostra vita e che è lì da
molto tempo. Cominciamo a diventare consapevoli di come venga
provocata e si manifesti nella nostra vita – soprattutto nelle relazioni.
Cominciamo ad accorgerci di quanto abbiamo cercato di tenerla nascosta e del
senso di falsità che nasce quando cerchi di scappare
da essa. Possiamo poi risalire alle radici della nostra vergogna nell’infanzia
e provare compassione per il bambino o la bambina che non avevano altra scelta
se non quella di cercare di sopravvivere in un mondo difficile che negava loro
sostegno, e nel quale forse accadevano anche degli abusi. A
un certo punto del percorso abbiamo cominciato ad accorgerci in modo graduale
che la vergogna è un prodotto del passato,
che talvolta può prendere il sopravvento, ma che non è ciò che noi siamo
veramente.
Con l’amore e il sostegno
degli altri e di noi stessi, cominciamo a scoprire la bellezza e le qualità che
abbiamo sempre avuto, e ad accorgerci che esse
si manifestano naturalmente quando non ci sono pressioni, conflitti, critiche o minacce.
Shock,
Paura e Trauma
La seconda questione principale che è alla base delle nostre
battaglie di relazione e del nostro danneggiato senso del sé, è lo shock. Lo
shock è uno stato di paralisi fisica, verbale ed emozionale che deriva da un
trauma dell’infanzia. Spesso gli eventi che determinano
lo shock vengono dimenticati o sepolti in
profondità, ma ne possiamo riscontrare effetti molto evidenti nella nostra vita.
Lo shock crea disagio nel sesso, nella creatività, nelle relazioni, nell’affermazione e in qualsiasi tipo di prestazione. Ognuno di noi ha dei differenti
sintomi di shock. Possono
essere cronici come le fobie o manifestarsi attraverso malattie come l’asma, l’eczema e molte altre. Lo shock può
manifestarsi tutte le volte in cui avvertiamo o sentiamo o anticipiamo
qualsiasi tipo di pressione, minaccia, critica, rifiuto o attacco.
In effetti, dentro di noi
siamo così sensibili che spesso anche gli eventi più banali possono stimolare il nostro shock, e ci ritroviamo
incapaci di funzionare.
Uno degli aspetti peggiori
dello shock è che può essere così sottile e dominante che quando arriva non ne
siamo consapevoli. Ci troviamo semplicemente paralizzati e poi ce ne
vergogniamo. Questo diventa un circolo vizioso molto
doloroso. Lo shock è iniziato la prima volta in cui siamo stati traumatizzati. è stato il modo in cui il nostro
sistema nervoso ha reagito al panico e al senso di minaccia che ci
sopraffacevano. Il corpo ha una sua memoria e basta una lieve provocazione
perché il nostro sistema nervoso ritorni immediatamente
al momento del trauma originario.
Consciamente possiamo anche non renderci affatto
conto di ciò che ci sta succedendo.
Ciò può causare molti
problemi in una relazione intima perché poche persone
comprendono veramente cosa sia lo shock. Quando si manifesta nel sesso o
in altre situazioni di relazione, non riusciamo ad essere
presenti. La paura ci ha sopraffatti e l’altra
persona non è in grado di comprendere cosa ci sia accaduto, e può irritarsi o
rattristarsi perché la connessione è stata interrotta. Se poi, una volta che lo
shock è stato provocato, ci viene fatta pressione per riprendere il contatto e
rimanere presenti, ciò non fa che peggiorare le cose.
Il viaggio attraverso lo
shock richiede lo sviluppo della comprensione per imparare ad avere la
sensibilità di riconoscere quando e come si manifesta nel quotidiano. Quando
finalmente capiamo quanto profondo sia il trauma e che effetti abbia nella nostra vita,
possiamo acquisire una maggiore sensibilità e cominciare a vedere la
vita in modo diverso: molto di più da uno spazio di cuore.
Abbandono,
Deprivazione e Solitudine
La terza questione principale che il
relazionarsi porta in superficie è la più profonda di
tutte. Si tratta della nostra solitudine interiore. Passiamo la vita a fuggirla
con tutte le distrazioni possibili, ma, prima o poi,
essa ci raggiunge poiché è sempre dentro di noi e aspetta solo di essere
provocata. Quando questo sentimento viene esposto, la
paura e il panico possono essere così estremi che ci sembra di morire. Ci
troviamo di fronte alla nostra solitudine ogni volta che un’altra persona non
corrisponde alle nostre aspettative. Queste situazioni
le chiamiamo “piccoli abbandoni” e si manifestano soprattutto
quando veniamo lasciati o respinti
dal nostro/a amato/a. Quello che proviamo è una sensazione di vuoto e di
panico che spesso non sembra avere alcuna
relazione con l’evento che lo ha provocato. In effetti, si tratta
dell’eco di un’esperienza di abbandono o di tradimento
che risale ai primi anni di vita e che ci ha così profondamente spaventati da
doverne poi rimuovere il ricordo.
Prima di cominciare ad
affrontare questa ferita in tutta la sua intensità, le relazioni che viviamo sono solo un modo per evitare la solitudine.
Nelle nostre fantasie
immaginiamo di trovare qualcuno che non ci farà mai provare la solitudine e il
tradimento. Siamo sempre alla ricerca di tale
persona e rimaniamo ripetutamente delusi quando
questa persona non corrisponde alle nostre aspettative. Ciò che noi
consideriamo “amore” è spesso nient’altro che uno sforzo per evitare la
solitudine. Cerchiamo qualcuno che riempia la
sensazione interiore di vuoto che ci portiamo dentro. Ma la tregua da questo
vuoto, che noi cerchiamo nell’altro, dobbiamo trovarla
in noi stessi e possiamo farlo solo andando dentro la ferita dell’abbandono.
Quando
cominciamo ad affrontarla con consapevolezza possiamo smettere
di proiettare su un’altra persona, e arrenderci a sentire questo vuoto. Il mio maestro spirituale ha definito
l’affrontare la propria solitudine come il grande
momento di accettazione che prepara
la strada alla meditazione. Rilassarsi in questa accettazione porta ad una pace profonda e permette che l’amore profondo e l’intimità
entrino nella nostra vita.
CONCLUSIONE
Se esaminiamo oggi le nostre storie di
relazione dalla prospettiva di queste tre questioni: vergogna, shock e
abbandono, possiamo scoprire delle lezioni preziose
per la nostra crescita emotiva e spirituale. In effetti
non abbiamo molta scelta riguardo a ciò che la vita ci porta. Le cose accadono.
L’energia ci muove e noi la seguiamo. Ma una
comprensione di questi tre aspetti del percorso dell’anima ci fornisce una
struttura e un significato per la nostra esperienza. Invece che dare la colpa agli altri, lamentarci e compatirci, possiamo
goderci il viaggio, qualsiasi esso sia. Talvolta può essere gioioso, altre volte doloroso, raramente è noioso.
IL GRUPPO “VERGOGNA E INDEGNITÀ” CONDOTTO DA SWAMI
KRISHNANANDA E MA DHYAN AMANA, AVVERRÀ A ROMA DAL 15 AL 19 LUGLIO, SARANNO 5
GIORNI PER ESPLORARE E COMPRENDERE LE FERITE DELL’INFANZIA CHE ANCORA OGGI CI
CONDIZIONANO E PARALIZZANO.
La stessa forza che si manifesta in un albero, una
roccia, un fiore o una notte di luna piena, si può anche manifestare in un
dipinto di queste cose o in una poesia che ce le
evochi. Questa è l’arte che noi tutti preferiamo, che nasce dalla meditazione,
da un annullarsi dell’artista
che riesce così a diventare semplicemente un’ulteriore manifestazione di quella
stessa forza. Partendo da questa base, oltre che da una amicizia
di quasi trent’anni e da una comune connessione con Osho, Meera e Anand hanno
finalmente dato alle stampe un bellissimo libro di dipinti e poesie (un
progetto che già avevamo preannunciato, con molte illustrazioni dei dipinti e
alcune delle poesie, nel numero dell’Osho Times italiano del Luglio 98). In
questo libro, a differenza di altre opere similari,
non troverete i dipinti a commento delle poesie, o viceversa, bensì "due
colonne, separate e distinte a sostegno dello stesso tempio" come viene
detto, riprendendo l’immagine cara a Kalhil Gibran, nella prefazione di Sw.
Prem Nirvano, assistente di letteratura a Cambridge.
Non
è questo il tipo d’arte che induca a disquisizioni,
critiche e analisi – è fondata sul silenzio – e così abbiamo preferito
intervistare Meera, la pittrice – nota per i suoi training e gruppi qui a Pune
– soprattutto dopo che ci ha confidato che alcuni dei suoi lavori più belli
sono stati fatti in Italia.
OTI: Ci hai detto che l’Italia ti piace e ti ispira. Puoi parlarcene?
Meera: Ho un rapporto profondo
con l’Italia e con i maestri italiani, soprattutto con Giotto, la cui arte
tocca davvero il mio cuore. Naturalmente lui è un cristiano
ma lasciando da parte il messaggio cattolico lui ha realmente trasmesso
nei suoi dipinti questo suo anelito, questo desiderio di andare oltre. Quello
che mi ha toccato particolarmente in questo artista
sono gli affreschi ad Assisi, in cui ci sono questi angeli che piangono in
cielo perché Gesù è morto. Sì per me questo è veramente sorprendente perché
nella concezione normale gli angeli non piangono. Questa è un’
idea veramente unica. L’Italia può darti molte suggestioni inaspettate e
questo mi piace molto. Un altro artista che amo è Morandi: è
talmente nuovo, e mi fa capire che gli italiani hanno un talento per la
meditazione perché i suoi dipinti trasmettono una sensazione profonda di silenzio.
Ho visto molti dei suoi dipinti raffiguranti: vasi, magari una forma di pane, sono molto semplici. Qualche volta ha persino dipinto lo
stesso soggetto ripetutamente con luci diverse e sempre riesce a dare questa impressione di uno spazio di silenzio. La gente dice che gli italiani sono un po’ pazzi ma io non credo che
sia vero se riescono a fare cose così. Un altro pittore che mi piace molto è
Piero della Francesca. Anche
lui ha questa qualità particolare: ti fa vedere veramente cosa può essere l’arte,
il dipinto diventa in realtà solo una porta per andare oltre. Questi tre
pittori mi hanno fatto innamorare dell’Italia, dell’atmosfera italiana e così
quando ho avuto un invito ad andare a Gibilmanna per lavorare, per dipingere
non ho esitato un momento. Ero in una casa sulle montagne,
vivevamo molto semplicemente, quasi poveramente. E
dipingevamo nei dintorni, nei campi, nei boschi, nelle notti di luna piena. E
stato un periodo di intensa creatività per me,
sicuramente alcuni dei miei dipinti migliori sono stati fatti in Italia.
OTI: So che conduci anche
molti gruppi e training in Italia. Vorrei sapere quali
sono le caratteristiche particolari degli italiani all’interno del lavoro che
stai facendo. Noi italiani pensiamo un po’ tutti di essere degli artisti,
riusciamo davvero a esprimere la nostra creatività
dipingendo?
Meera: Quando mi fai questa domanda comincio subito a sorridere. Con gli
italiani mi trovo veramente bene. Per il tipo di lavoro che insegno c’è bisogno
di qualcosa, qualcosa che è difficile definire a parole, qualcosa che hai o che
non hai. Non si tratta di imparare una tecnica, ma di esprimersi. Ha qualcosa a
che fare con l’identificazione. Osho ad esempio dice
che per dipingere i bambù devi diventare un bambù.
Magari per gli italiani è
difficile disidentificarsi, essere chiari e distaccati rispetto a qualcosa, ma
l’immedesimarsi, questa specie di connessione attraverso il cuore, per loro è
molto facile. Sono molto connessi con le emozioni – certe volte si perdono
nelle emozioni – e questo è un bene perché il mio
lavoro è proprio quello di fare esprimere le emozioni. Questo identificarsi
nelle emozioni può anche essere giudicato negativamente, ma d’altra parte io in
Italia riesco ad avere dei gruppi molto vivaci, vivi. Le persone sono molto
sincere sia fuori che dentro: magari si difendono un
po’ all’inizio ma basta molto poco, veramente poco, e si lasciano andare e così
anch’io mi esprimo molto di più… sono molto più pazza del solito in Italia!
Il tipo di persone che
partecipano ai miei gruppi mi permettono veramente di
essere me stessa.
Il posto dove faccio più
gruppi in Italia è Miasto, mi piace molto come
situazione perché è nella natura e ti offre molte possibilità: se vuoi stare da
solo, ti è possibile; se vuoi mescolarti agli altri ci sono molte persone… e
soprattutto puoi immergerti nella natura, è proprio lì a portata di mano. C’è
una vitalità, un invito a essere uno zorba – a goderti
la vita – che pervade tutto.
Oltre che a Miasto faccio
anche gruppi a Milano, in Sicilia, al OMC Nirvesha e
all’Osho Archan di Bergamo.
Il libro “Blossoming” è di 144 pagine, in inglese
e giapponese, formato 30x30cm con riproduzioni anche
su due pagine (prezzo indicativo sui 100 dollari). La distribuzione ancora non
è organizzata ma di sicuro Meera avrà alcune copie con
sé quando girerà l’Italia per i suoi gruppi e training, non molte però perché
il libro pesa più di due chili.
Silenzio:
lo puoi portare anche in città
Come si può mantenere
la pace interiore nella
frenesia
dell’Occidente?
Una
volta che l’hai raggiunta, non puoi perderla. Anche a
volerlo, non ci riusciresti. Quando ottieni veramente qualcosa poi non la perdi mai più. Altrimenti vuol dire
che questa pace profonda era solo un’illusione. Devi esserti ingannato. O qualcosa deve averti dato l’idea di esserci arrivato.
Se vai sull’Himalaya, troverai
pace e silenzio. Là regna l’eterno silenzio. In quel silenzio, di riflesso,
cominci a sentirti silenzioso anche tu. Non credere di esserlo diventato
veramente: è l’Himalaya che si riflette dentro di te. Quel silenzio appartiene
all’Himalaya, non a te: quando torni giù in pianura se ne
va. Sei di nuovo agitato, anzi sei di nuovo l’agitazione, l’ansia, l’angoscia.
Credi di aver perduto qualcosa che avevi ottenuto? No –
perché non l’avevi mai avuto. Apparteneva all’Himalaya e ancora gli appartiene. Eri entrato in una certa situazione, ma non in
un certo stato. La situazione è
qualcosa fuori di te, lo stato è qualcosa dentro di te.
E poi ti sei ingannato. È così facile
ingannare se stessi. Uno vuole credere di aver
raggiunto la meta, perché questo nutre davvero l’ego: sono arrivato, ce l’ho fatta.
Molta
gente viene in India. Venendo dall’Occidente, l’India sembra silenziosa,
pacifica, povera, ma contenta. In un certo senso,
l’India è indietro di circa duemila anni. Quando da New York
arrivi in India, o da Londra all’Himalaya, stai andando indietro nel tempo.
Tutto è primitivo, selvaggio, barbaro. Uno si sente bene,
sente di nuovo una certa libertà. Il rumore, l’ansia, la tensione, la
continua fretta – l’andare sempre da qualche parte senza sapere dove si sta
andando – comuni in Occidente, qui non esistono. Le
cose si muovono lentamente. Sembra che tutto si muova senza direzione, molto
silenziosamente. Si può sentire ancora una certa vibrazione. Gli Indiani
possono anche non sentirla, perché ci sono nati dentro,
proprio come un pesce non si accorge del mare. Ma
quando la gente arriva dall’Occidente ha quasi uno shock: una certa
consapevolezza. Il loro ‘sonno’ viene interrotto e
cominciano a credere di avere raggiunto un certo stato di pace. Ma non è così facile raggiungerlo. Non è un viaggio aereo:
non si può volare da uno stato della mente a un altro
stato della mente. Non è un viaggio, è un
pellegrinaggio.
La
differenza fra viaggio e pellegrinaggio è che un viaggio va da un punto dello
spazio a un altro, un pellegrinaggio va dall’esterno
all’interno, dallo spazio al non-spazio. È facile a questo punto venire ingannati, non da altri, ma da se stessi. Poi torni
indietro e quella libertà, quel silenzio, quella
meditazione sono perdute. Da questo nasce la domanda su come sostenere questo
stato mentale.
Non
c’è bisogno di sostenerlo. È così vivo e vitale che si sostiene da solo. Ha
un’energia enorme. Non ha bisogno dell’aiuto di nessuno. In effetti, non hai
nessun bisogno di sostenerlo: è lui che sostiene te. È più grande di te, più profondo di te – è la tua vera
natura – sei tu nella tua gloria più eccelsa.
Non
ha bisogno di nessun sostegno e niente può allontanarti da questo stato. Una volta raggiunto, è raggiunto per sempre. Non puoi
perderlo. Se lo perdi significa che hai ingannato te
stesso.
“Come
si fa a sostenerlo nelle frenesia dell’Occidente?” Se
non continua a esistere, allora non vale. Qualsiasi meditazione che abbia valore, sarà viva anche nella piazza del mercato.
Nessuna frenesia può allontanarti dallo stato meditativo, non c’è frastuono di
mercato che possa disturbarlo. Diventa come respirare.
In realtà lo sentirai più forte nella piazza del mercato che sull’Himalaya,
perché sull’Himalaya manca il contrasto. Se hai
ascoltato la musica interiore, la sentirai meglio nel rumore del traffico, a
causa del contrasto. Di notte puoi vedere le stelle nel cielo, non di giorno -
perché manca il contrasto. La notte è così scura, in quell’oscurità vellutata
riesci a vedere quelle belle stelle che di giorno non
si mostrano. Sono sempre là al loro posto, non sono andate da nessuna parte –
restano nel cielo – ma manca il contrasto. Questo ho capito, è stata questa la mia esperienza: che qualsiasi
cosa tu raggiunga, la gusterai di più, la sentirai di più – verrà a galla nel
tuo essere più chiaramente, chiara come un cristallo – ogniqualvolta la farai
risaltare contro il suo opposto. Se la meditazione è
sincera, ti sarà più chiara a New York, la sentirai meglio a Londra.
Circondandoti di opposti, pulserà più chiaramente. Se non hai raggiunto una vera pace, puoi venire in Oriente,
e sentirti bene… poi torni in Occidente e non c’è più. È stato un viaggio, non
un pellegrinaggio. Hai viaggiato da un punto all’altro dello
spazio, non hai viaggiato dallo spazio al non-spazio. La meditazione è
un pellegrinaggio dal fuori al dentro. Una volta che l’hai raggiunta non riesci
a perderla neanche volendo.
Osho, tratto da: Come follow to you

Il nuovo libro di Osho
edito a gennaio da Mondadori: La Via del Cuore (vedi OTI di febbraio) ha raggiunto
il nono posto fra i libri più venduti in Italia (dati Demoskopea dell’ultima
settimana di marzo). Col sottotitolo “L’uomo nuovo per il nuovo millennio” propone
un balzo quantico di consapevolezza a quanti stanno affrontando le sfide del
mondo odierno. Questo libro sottolinea le doti – responsabilità, creatività, intelligenza, giocosità
e maturità – necessarie agli uomini del nostro tempo, mettendo nel contempo
a fuoco le opportunità, e le sfide, insite nel campo dello sviluppo –
scientifico e tecnologico – e dell’educazione. Questo
editore ripete così il successo di Che cos’è la meditazione che raggiunse
i primi posti nelle classifiche dell’agosto del ‘97. Il prossimo “best seller”
di Osho in uscita da Mondadori sarà Orme sulle rive dell’ignoto (il seguito di L’arte di ricrearsi) che
completerà così la traduzione di Walk
without feet.

Bompiani/Rizzoli è la casa editrice che già nel
‘88, in un periodo difficile in cui sembrava che ogni potere politico volesse
bandire Osho "dal pianeta Terra", aveva pubblicato La
Bibbia di Rajneesh portandola per alcune settimane nella classifica dei
Best-seller. Solo l’anno scorso questo editore ha venduto ben 15.000 copie del classico
Tantra, la comprensione suprema, il libro
presente ormai sul mercato da 22 anni. I più recenti titoli di Osho pubblicati
da Bompiani Rizzoli sono Amore e libertà
e (a settembre) I segreti della trasformazione – il secondo volume, molto atteso,
del Libro dei segreti.

Perché dovrei affliggermi ora è il titolo di un
bellissimo discorso di Osho sullo Zen, e fu uno dei
primi libretti della famosa collana millelire, vendendo ben 170.000 copie e
rimanendo, nel 92, per due mesi nella lista dei Best-seller. È il titolo che ha
fatto conoscere Osho a tutta una nuova generazione di lettori, creando così la
possibilità di nuove traduzioni e pubblicazioni. Stampa Alternativa lo
ripresenta, arricchito da un altro discorso di Osho,
nella collana "Margini", a un prezzo sempre giovane di 8000 lire.
TECNICHE DI LIBERAZIONE
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Pagine 222 Lire 26.000
Meditazione Dinamica: La Meditazione
Dinamica è un metodo che utilizza la tensione per creare una situazione in cui
possa accadere la meditazione. Se tutto il tuo essere
è in uno stato di tensione massima, rimane
un’unica possibilità: la distensione, il rilassamento. Di solito non si
può entrare direttamente in uno stato di rilassamento, ma se tutto il tuo
essere è stato portato a un punto massimo di tensione,
il passo successivo è automatico, spontaneo: si crea il silenzio.
essere identificati col proprio corpo:
Sei
totalmente identificato con il tuo corpo perché normalmente non esiste alcun
distacco. Quello che fai tu, lo fa il tuo corpo, o
viceversa. Tu e le azioni del tuo corpo sembrano realtà identiche. Ma quando il corpo prende il suo corso, diventa un automa.
Cominciano ad accadere cose che non hai mai voluto, che non hai mai immaginato
possibili. “Sono io che faccio questo?” E
sai che non sei tu a farlo. Non l’hai voluto, eppure la danza continua,
ed è anche molto intensa! In questo caso si è prodotto un distacco. Esiste
distacco tra chi agisce e l’azione: non sei tu ad agire.
L’equilibrio vitale: Il problema reale non è
l’uso eccessivo dell’intelligenza, ma il non uso delle emozioni. Nella nostra
civiltà l’emozione è esclusa completamente, pertanto si perde l’equilibrio e si
sviluppa una personalità che pende tutta da una parte: se si usasse anche
l’emozione non ci sarebbe alcuno squilibrio. Occorre
conservare un equilibrio ragionevole tra emozioni e intelletto, altrimenti ne
risulterà una personalità malata.
religione, l’ultimo dei lussi: Esiste una differenza fondamentale tra la religione di un
povero e quella di un ricco. Se un povero si interessa
alla religione, la userà come un semplice surrogato: anche se prega dio, lo fa
per motivi economici; in lui non è ancora sorto il problema essenziale
dell’uomo. Dunque Max ha ragione quando dice che la
religione è l’oppio dei popoli.
dio è l’esistenza stessa: Dio è una parola fasulla, un
termine inventato dai preti. Di fatto, chiedere se dio esiste è assurdo. Per
coloro che sanno, dio è l’esistenza, oppure l’esistenza è dio.
Le cose esistono, dio no. Una sedia esiste, perché
potrebbe non esistere. Dio è esistenza, l’essenza stessa dell’esistere.
dal nulla:
Una cosa è
certa: nulla è morto. Noi siamo parte dell’oceano della vita,
noi siamo vitalità allo stato puro. Ci è inconcepibile,
perché continuiamo a vedere l’universo da un particolare punto di vista; e
quella prospettiva è fuorviante. Se quella prospettiva cade, e non vi è più un
ego da cui guardare, allora non si potrà più dire che,
morendo, si va da qualche parte: sei esistito e continuerai a esistere. Anche
se tutto si dissolve, nulla in realtà scompare per sempre, nulla finisce.
Come possiamo aprirci alla dimensione
superiore: La mente inferiore si sposta molto facilmente all’estremo
opposto, perché l’apertura inferiore ha solo due strade possibili davanti a sé:
la repressione o l’indulgenza. Sembrano diametralmente opposte
ma non lo sono. …Se non reprimi né indulgi,
l’energia non riuscirà a muoversi sul piano orizzontale; comincerà a muoversi
verticalmente. Quel movimento verticale è trasformazione.
Come mai esiste tanta frustrazione nel mondo?: Perché esiste un’immensa
aspettativa. Se hai aspettative, esisterà la
frustrazione. Non averne, e non ci sarà frustrazione alcuna. La frustrazione è
una conseguenza: più aspettative hai, più sarai causa
della tua stessa frustrazione. Dunque il problema in realtà, non è la
frustrazione, quello è il risultato; il problema è l’aspettativa.
La frustrazione è solo l’ombra che accompagna
l’aspettativa. Se non hai mai aspettative, se vivi in
uno stato mentale dove l’aspettativa non affiora, le cose saranno più semplici.
Un
punto di vista insolito sul ‘vizio’ del fumo. Due
‘ricette’ originali ed efficaci per smettere di fumare. E un pressante invito a essere totali e consapevoli qualunque cosa si stia
facendo!
Amato maestro,
voglio
smettere di fumare, che cosa ne dici?
Mahendra,
perché? Perché vuoi smettere di fumare? Cosa c’è che non va nel fumare? Sì, è un po’ stupido – da
sciocchi – inalare ed esalare il fumo, ti avvelena, sprechi i soldi e la vita. Ma non è un peccato, e neppure un crimine. Non dovresti
sentirti in colpa per questo. Forse vivrai un po’ meno, due o tre anni in meno
di quanto avresti potuto vivere. Ma
qual è il vantaggio di vivere tre anni in più? Creeresti ancora un po’ più di
confusione nel mondo – così è meglio che te ne vada
prima. E il mondo poi è anche fin troppo popolato.
Mahendra tu mi dici che vuoi smettere di fumare.
In primo luogo perché? – Perché hai letto che ti fa male alla salute? Ma della tua salute che ne farai?
C’è una bellissima storia
su Gesù che non viene riportata nei vangeli.
…Ho sempre avuto
l’impressione che sia stata cancellata, nei secoli, perché è una storia
pericolosa. Ma i Sufi l’hanno conservata intatta e ce l’hanno
tramandata. Ci sono alcune storie su Gesù che i Sufi hanno salvato, dovrebbero essere ringraziati per questo perché sono le
storie più belle di tutti i vangeli. Questa è molto bella.
Gesù arrivò in un
villaggio. Vide un uomo che giaceva nel fango, che gridava e parlava
incoerentemente, facendo un mucchio di chiasso. Era difficile capire cosa volesse dire, era evidentemente molto ubriaco. Gesù gli andò
vicino per tentare di capire cosa stava dicendo, forse aveva bisogno di aiuto. Quando gli fu vicino ne riconobbe
il viso. Scosse l’uomo. L’uomo aprì gli occhi e Gesù disse: “Non mi riconosci?
Io ti conosco.”
L’uomo rispose: “Ti
riconosco anch’io, ma per favore lasciami solo”. Gesù gli disse, “Per quanto mi
ricordo eri malato, molto malato, quasi sul punto di morire, e io ti ho curato.
Ho compiuto un miracolo, ma non vedo nessuna gratitudine nei tuoi occhi.”
L’uomo rispose:
“Gratitudine? Io stavo per morire e finalmente l’avrei
fatta finita con questa brutta vita. Tu mi hai ridato la salute? Chi te ne ha dato il diritto?”
Gesù era
sbigottito – non ci aveva mai pensato. Disse: “Ma adesso sei sano e puoi
usare questa tua salute.”
L’uomo rispose: “Questo è
proprio ciò che sto facendo. Quando si è sani si beve,
si mangia, e ci si gode la vita. Cos’altro potrei fare
della mia salute?”
Questa è davvero una buona
domanda. Cosa si può fare della propria salute?
Mangiare, bere, e godersela! E l’uomo pareva essere
quasi arrabbiato con Gesù.
Gesù se ne
andò stupito, e subito dopo vide un altro uomo che amoreggiava con una donna.
Si avvicinò e gli disse: “Fermati, io ti conosco molto bene. Eri cieco e io ti
ho restituito la vista.”
E l’uomo rispose: “E
adesso cos’altro potrei farne degli occhi? Gli occhi
sono fatti per guardare e cercare la bellezza. E
questa donna… hai visto com’è bella? Lasciami! Non ho più tempo per te.”
Gesù era molto triste
perché credeva di aver aiutato queste persone. Uscì dal villaggio e incontrò un
uomo che stava per uccidersi. Gli chiese: “La vita è così preziosa! Perché ti vuoi uccidere?” L’uomo guardò Gesù e rispose: “Non
mi riconosci? Ero morto e tu hai disturbato la mia
morte e mi hai riportato in vita. È troppo! Non sopporto più questa vita. Ne ho
abbastanza! E per favore, ho fatto tutti i preparativi per uccidermi e tu sei tornato di nuovo… non fare un nuovo miracolo. Non voglio
nessuno dei tuoi miracoli!”
Questa è una strana
storia, ma di grande significato. L’uomo è fatto così,
è talmente cieco: se è sano farà qualcosa di sbagliato, se è vivo farà qualcosa
di sbagliato, se ha gli occhi farà… vedrà qualcosa di sbagliato.
A meno
che tu
non sia consapevole continuerai a fare cose sbagliate.
Questo è il motivo per cui, in Oriente, Buddha, Mahavira, Lao Tzu – e altri
come loro – non hanno mai fatto dei miracoli. O meglio, hanno fatto un solo
miracolo e cioè trasformare l’inconsapevolezza in
consapevolezza: perché a meno che questo non avvenga tutto è sbagliato. È come
dare una spada nelle mani di un bambino: o si taglierà o taglierà
qualcun altro. Non dai del veleno a un bambino per
giocare: è pericoloso. L’uomo è inconsapevole, quasi come fosse
completamente ubriaco.
Cosa credi di ottenere se
smetti di fumare?
L’uomo è inconsapevole.
Sembra soltanto cosciente, ma non lo è per niente.
Piuttosto che chiedermi
cosa ho da dire su questo argomento, dovresti
osservare bene cosa ti succede. In primo luogo, la cosa più importante è vedere
perché fumi. Se non ne comprendi la causa – e se la
causa non è rimossa – smetterai magari di fumare, ma poi inizierai a masticare
chewing-gum, e in seguito forse comincerai a parlare moltissimo.
Io non fumo. Se un giorno
smetterò di parlare forse dovrò cominciare a fumare!
Devi fare qualche cosa
d’altro!
Un giovane tutto eccitato
spinge la ragazza sul sedile posteriore della macchina e pieno di desiderio
comincia ad accarezzarla. Lei gli resiste e lo respinge, ma lui continua a
toccarla dappertutto con le mani, quasi fosse un
polipo. Lei alla fine gli molla un ceffone urlandogli: “Ma che ti piglia? Sei
sempre così educato e gentile.”
E lui: “Lo so, ma non
posso farci nulla, sto cercando di smettere di fumare.”
Il fumo tiene lontano
molte persone da cose ben più pericolose. La mano è impegnata, la bocca è impegnata, la mente è impegnata. Non stai facendo male a
nessuno in particolare… solo a te stesso. Ed è un tuo
diritto, sei libero di farlo. Altrimenti dovresti fare qualcos’altro!
Hai mai notato? Ogni volta
che ti senti nervoso, teso, cominci a fumare. Ti aiuta a calmarti, a rilassarti
un po’. La vita altrimenti sarebbe troppo stressante. Quando
non ti senti nervoso, quando stai bene, quando sei rilassato, non ti ricordi di
fumare. Possono passare ore intere senza che tu abbia voglia di fumare… non ce
n’è alcun motivo.
Altrimenti hai paura di fare
qualcosa di sbagliato. Meglio tenersi occupati.
Mahendra, il mio
suggerimento è: per prima cosa guarda in profondità questa tua abitudine di
fumare. Meditaci su, vedi di scoprire in primo luogo perché fumi. Forse avrai
bisogno di alcuni mesi per questo: più riuscirai ad
andare in profondità, più te ne libererai.
Non smettere di fumare. L’abitudine di fumare se ne andrà
grazie alla tua comprensione, e sarà tutta un’altra faccenda. Se la voglia di
fumare scompare perché ne sei andato alla radice e ne hai visto i motivi… Ad
esempio può darsi che il seno della madre ti sia stato
tolto prima di quanto tu volessi e così fumare è solo un sostituto.
A molte persone, e questo
è stato loro di aiuto, ho suggerito: “Se davvero vuoi
smettere di fumare, comincia a succhiarti il pollice.” Alcuni mi hanno
risposto: “Ma questo mi farà sentire molto stupido!”. È vero… fumando vi sembra
di fare una grande cosa, ma state facendo proprio la
stessa cosa, e in effetti è più dannoso. Se vi succhiate il pollice
non è dannoso per niente, ma fumare è dannoso.
Ma dal momento che fumano tutti ed è accettato vi sembra
che sia una cosa da adulti…
I ragazzini vogliono crescere, non fosse altro che per poter fumare.
Quando vedono gli adulti fumare si sentono inferiori –
a loro non è permesso: “Sei troppo piccolo – aspetta un po'. Questa è una cosa
da adulti.”
Simboleggia un po’
l’essere già adulto. E se poi fumi sigarette davvero di lusso o sigari molto
cari – rari, esotici – questo mostra il tuo successo, fa vedere a tutti che sei arrivato. Ti dà una certa dignità.
Vai in profondità dentro a tutto questo. Può darsi che il seno della madre ti sia stato tolto troppo presto. Allora questo è il mio
suggerimento: la sera prima di andare a letto prendi un biberon con un ciuccio
di plastica e succhialo. Tutte le sere prima di andare a letto torna a essere un bambino. Continua a succhiare. Riempi il biberon
di latte caldo. Questo è quello che ti dà il fumo. Il fumo caldo che ti entra
dentro diventa un sostituto del latte materno.
Devi esplorare le cause in
profondità. Una delle grandi cose nella vita è che se comprendi le radici
profonde di qualsiasi cosa la puoi superare senza alcuna difficoltà, senza
usare la forza di volontà. Se usi la forza di volontà per smettere
troverai subito un sostituto – sarai costretto a trovare un sostituto.
Forse non ti è permesso di
parlare quanto vorresti: in ufficio il tuo capo non te lo permette e a casa non
te lo permette tua moglie. Lei parla in continuazione, e non ti dà il tempo di
parlare. Hai paura di metterti nei guai: qualunque cosa dici
è sbagliata. Tua moglie ne approfitta, prende lo spunto
e comincia a sgridarti. E così a casa devi nasconderti dietro a un giornale. Che tu lo legga o
meno non importa, devi comunque nasconderti dietro al giornale. Devi sembrare
preso, occupato, così non devi parlare e non devi
ascoltare cosa sta dicendo tua moglie.
Le donne in tutto il
mondo, tranne in pochi paesi occidentali, non fumano
per la semplice ragione che parlano tanto. Le loro labbra hanno già così tanto esercizio, non ne hanno bisogno! In alcuni paesi
in occidente hanno cominciato a fumare: la causa è il movimento di liberazione
della donna. Devono competere con gli uomini su tutto, che abbia
un senso o meno non importa. Ho paura che un giorno cominceranno
a pisciare stando in piedi, così saranno uguali agli uomini!
Sebbene sia stupido lo faranno.
Cerca, esplora le cause
della tua abitudine di fumare, e se potrai trovarne la causa, il fumare
scomparirà da solo. Non tentare di smettere con la forza – lascia semplicemente
che scompaia da solo attraverso l’osservazione, con la consapevolezza.
Così non ti dico di
smettere di fumare o di smettere qualcos’altro, ma ti
suggerisco, come sempre, di osservare, meditare – sii consapevole, vai alla
radice. Questa è una regola fondamentale della vita: se puoi comprendere la
radice di qualcosa, essa scompare, evapora. Se non ne
comprendi la radice, continuerà… in una forma o nell’altra.
Osho,
tratto da:
Dhammapada vol. 9 #4
SE SEI UN FUMATORE, PROVA AD USARE
UN CIUCCIOTTO, TI SORPRENDERÀ.
HA AIUTATO MOLTISSIME PERSONE.
IO LO CONSIGLIO A TANTI.
SE QUALCUNO VIENE A CHIEDERMI COME
PUÒ SMETTERE DI FUMARE, IO GLI DICO:
"PRENDITI UN CIUCCIOTTO, UN SOSTITUTO
DEL SENO, E TIENILO IN BOCCA. ATTACCA
TELO AL COLLO E, QUANDO SENTI CHE VUOI
FUMARE, METTITELO IN BOCCA E GODITELO.
DOPO TRE SETTIMANE SARAI SORPRESO:
LA VOGLIA DI FUMARE È SCOMPARSA."
Fuma con totalità
Un amico è venuto a trovarmi l’altro giorno e mi
ha detto di essere molto preoccupato riguardo la sua
dipendenza dal fumo.
Gli ho detto: “Mi sembra che ti sei diviso in due
parti, di cui una è dipendente dal fumo mentre l’altra
è dipendente dalla preoccupazione. Altrimenti come puoi fumare e preoccuparti
nello stesso momento? O fumi o ti preoccupi. Ma poiché fumi e ti preoccupi contemporaneamente, è ovvio
che ci sono due esseri in te, uno dei quali continua a fumare, mentre l’altro
continua a pentirsene, a condannarsi, a maledire questa cosa. Così il problema
diventa che quello che fuma continuerà a fumare fino alla fine dei suoi giorni
e quell’altro continuerà a pentirsene, per tutto il
resto del tempo.
Quello che
si pente farà continuamente dei proponimenti, si riprometterà di smettere di
fumare, mentre il fumatore continuerà impunemente a mancare a quelle promesse,
una dopo l’altra.
Dovresti fare solo una delle due cose: o fumare
senza pentirtene, o pentirti e non fumare. Se fai tutte e due le cose insieme, sarai sempre in un inferno.
Se fumi, diventa un fumatore totale, non uno parziale.
Coinvolgiti totalmente nel fumo senza risparmiare
una virgola del tuo essere. Non permettere che nemmeno un piccolo frammento del
tuo essere resti distaccato da ciò che fai, come un giudice pronto a condannare
il fumo o a giustificarlo.
Se puoi trovare un’integrazione e una completezza nel fumare,
allora verrà un giorno in cui quest’uomo integro potrà smettere di fumare, e
smettere senza sforzo, completamente. Chi può fumare con totalità può anche smettere, con la stessa totalità. Questa persona
non vivrà perennemente in conflitto tra il fumare e il non fumare:
essere o non essere. E potrà godersi sia il fumare che
il non fumare”.
Una
persona frammentata non è né di qua né di là. Non è né carne né pesce… e
neppure una mosca bianca. È perennemente in conflitto,
infelice, come se fosse all’inferno. È infelice quando
fuma, perché l’altra parte lo condanna come peccatore. E quando smette di
fumare, il fumatore dentro di lui si fa sentire, perché gli manca un grande piacere e un gran lusso.
Questa
persona è immancabilmente avvilita: agitata, disturbata e comunque
sia infelice. Qualunque cosa faccia non può sfuggire al
conflitto, all’inquietudine e alla sofferenza. Non può mai sentirsi
serena, raggiungere una certa stabilità.
Solo
colui che è integrato, intero e totale, può essere
sereno e stabile. Perché allora non c’è in lui alcuna parte
che possa essere disturbata e instabile. Uno che è completo, che è
totale, che diventa uno con tutte le situazioni che incontra, una persona così
cessa di essere un testimone – trascende anche il testimone.
Osho, tratto da: Krishna: The man and his philosophy
#20
Fumo
e meditazione
Quando diventerai più meditativo,
molte cose cambieranno. Ad esempio, una persona più meditativa smetterà
di fumare. Non potrà più farlo, perché fumare non è che
una forma di nervosismo. Quando sei nervoso, fumi. Ti
aiuta a mantenerti normale. Ma perché, qual è il motivo?
Perché, quando cominci a fumare, puoi rimanere nella
normalità? Fumare è una regressione, non è altro che
tornare al seno della madre… Ecco cos’è il fumare: una regressione psicologica.
Quando sei nervoso – se ti trovi in un momento
critico, difficile, se stai aspettando di essere chiamato per un’intervista di
lavoro, se stai tremando – immediatamente prendi una sigaretta dal pacchetto e
cominci a fumare. Ti calma.
Ma una persona che medita
non ha bisogno di smettere di fumare: la cosa succede per proprio conto. Deve
smettere per forza perché il nervosismo ormai non c’è più, ora si sente a
posto, a casa. Nello stato di meditazione inizia a radicarsi nel proprio
essere: non trema più, non ha più paura del mondo.
Non c’è più niente di cui
aver paura. Persino la morte non lo spaventa più, perché ora ha visto qualcosa
dentro di sé che non può morire. Fumare non è più necessario. Ecco perché non ti dico di fare una cosa o di farne un’altra.
Il mio approccio è tutto
qui: medita, e le cose cambieranno da sole.
Osho,
tratto da:
The Secret
#17
“Quando tiri fuori dalla tasca il pacchetto di
sigarette, fa’ ogni gesto lentamente. Goditi ogni istante,
non c’è fretta. Sii cosciente, attento consapevole: tiralo fuori con
lentezza, con piena consapevolezza. Poi prendi una sigaretta dal pacchetto
sempre con consapevolezza estrema, lentamente, non con la fretta incosciente e
meccanica di un tempo. Quindi inizia a tamburellare la
sigaretta sul pacchetto, ma con estrema attenzione: ascoltane il suono, come si
fa con lo Zen, quando il samovar inizia a cantare e il tè si mette a bollire… e
avvertine il profumo: aspira la fragranza della sigaretta, la sua bellezza… Il
tabacco è divino come ogni altra cosa. Sentine la
fragranza: è il profumo di dio.
Poi metti la sigaretta tra le labbra, con
estrema consapevolezza, e accendila rimanendo sempre assolutamente consapevole.
Goditi ogni atto, ogni minimo gesto, dividilo in una serie di movimenti
lentissimi, così potrai raffinare sempre di più la tua consapevolezza.
Poi aspira la prima
boccata: dio sotto forma di fumo. Gli hindu dicono Annam
Brahm, il cibo è dio. E perché non il fumo?
Tutto è dio. Riempiti i polmoni fino in fondo: è un pranayam, una nuova tecnica yoga di respirazione! Poi espira,
rilassati, e aspirane un’altra boccata, procedi sempre con lentezza.
Se ci riesci, rimarrai
sorpreso; presto ti accorgerai di quanto tutto questo sia stupido. Non perché
tutti ti hanno detto che è stupido, non perché è stato condannato da altri: lo vedrai di
persona. E vederlo non sarà solo una constatazione intellettuale,
sarà una realizzazione di tutto il tuo
essere: sarà una visione della tua totalità.
Osho,
tratto da: Il
libro Arancione, Ed. Mediterranee
La persona alla quale Osho aveva consigliato
originariamente questa tecnica di meditazione dopo tre mesi
non fumava più.
Il
Momento Giusto
Un umorista sosteneva che smettere di fumare è la cosa più facile del mondo: lui ci era riuscito
centinaia di volte! In effetti nove fumatori su dieci
dicono di poter smettere quando vogliono, ma raramente lo fanno, pur essendo
consci di quanto il fumo faccia male. Naturalmente non è così facile, smetterla
col fumo è molto difficile, se non
altro perché è un processo che ti mette brutalmente a confronto con le proprie
angosce. Io ho iniziato a fumare verso i diciotto anni e, circa quindici anni dopo, ho smesso per la prima volta. Avevo appena preso
il primo livello di Reiki e, tra gli altri, uno degli effetti che mi fece fu di aumentare considerevolmente la percezione del mio
corpo. Potevo sentirlo tutto, organo per organo, con una chiarezza fino ad allora sconosciuta. Ed è così che seppi, senza ombra di dubbio, che chi sostiene che la nicotina dà
dipendenza fisica è in errore. Iniziai ad avere degli strani fenomeni, ogni
volta che fumavo una sigaretta. Ad esempio, ogni tanto, avevo delle specie di
conati, senza vomito. Ma, pur sapendo che questi erano
chiari segnali che il corpo mi mandava, continuavo a fumare. Poi iniziai ad
averli anche al solo gesto di prendere in mano un pacchetto di sigarette con
l’intenzione di accenderne una.
Ma, pur
sentendomi sempre più in colpa per il poco rispetto che dimostravo nei
confronti del corpo, fumavo. Giunsi al punto di avere
convulsioni al solo vedere gente fumare in televisione. E
allora non sono più riuscito a fare finta di niente: ho pensato seriamente a
cosa poter fare per smettere. Era da un po’ che osservavo la mia mente, e mi
era chiaro che l’atto del fumare copriva una mia
paura. Un giorno presi il coraggio a due mani, regalai
le ultime sigarette che avevo e mi buttai nel baratro, pronto ad affrontare la
paura senza il paracadute delle sigarette.
Scoprii che l’angoscia che
coprivo non era quella che pensavo che fosse, ma un’altra, più inconscia. E venne alla luce. E più volte al
giorno mi trovai a confronto con la mente che spingeva in una direzione, e il
corpo che tirava in un’altra. E io in mezzo a
osservare: è stata una meditazione fortissima e continua, non potevo sfuggire
alla consapevolezza se non riprendendo a fumare, ma ho scelto la consapevolezza.
Il bello è che non è stata
poi così dura, di solito si prende come scusa per non smettere
il fatto che il fisico abbia bisogno di nicotina perché è assuefatto:
non c’è menzogna più grande, i miei polmoni non ne potevano più, il corpo mi è
stato di grande aiuto in questo processo.
Pochi anni dopo, a Pune,
conobbi una meravigliosa ragazza… fumatrice. Spesso si appartava allo
smoking temple (lo spazio che in ashram è riservato ai fumatori). A volte le
tenevo compagnia e, quasi per darmi una ragione della mia presenza lì, iniziai
a fumare bidi, dei piccoli sigari
indiani. “Tanto”, pensavo, “una volta tornato a casa
dovrò smettere per forza, in Italia sono quasi introvabili”. E infatti smisi di fumare bidi e ripresi con le sigarette! La
meravigliosa ragazza, che continuavo a frequentare, smise di fumare dopo poco
tempo e, naturalmente, iniziò subito a premere perché smettessi anch’io. Non
c’è cosa peggiore, per un fumatore, che avere qualcuno che ti perseguita per
farti smettere. È una scelta e, come tutte le scelte, deve essere fatta quando è il tuo momento, non quando è il momento di
qualcun altro. Il mio momento è
tornato un anno e mezzo fa. Sentivo i polmoni così pieni di catarro che decisi
di smettere davvero. Allora cominciai a fumare sempre di più, e più la tosse
aumentava più fumavo. Finché il mio corpo non disse
basta e mi fu impossibile continuare.
Allora rifeci il salto e, di nuovo, mi trovai
a confronto con l’angoscia. Ma questa volta fu più semplice, il grosso del
lavoro l’avevo già fatto anni prima, non incontrai più
niente di sconosciuto. Conoscevo i trucchi dell’ego, almeno quelli che
riguardano il fumo, ma fu lo stesso un’altra bella meditazione. E comunque la parte più difficile l’avevo già affrontata: ero
riuscito a convincere la mia meravigliosa ragazza che fumavo il doppio per
smettere del tutto!
Sw. Prem
Dhana
Non prenderti in giro da solo. Sei libero, ma questa libertà è molto pericolosa perché non ti
lascia neanche un angolo per poterti nascondere. Non puoi gettare la
responsabilità su qualcun altro. Semplicemente, e
assolutamente, sei responsabile tu. Osserva e nota questo fatto, e la
verità ti libererà.
Se sei in grado di vederlo,
allora non importa se decidi di fumare o di bere. O se
decidi di smettere, anche questo non ha importanza. L’unica
cosa che conti è di essere sempre consapevole della tua libertà. Se non sei consapevole di questo, allora ciò che succederà è
che sentirai che nulla veramente può smettere. Continua a ritornare, e
naturalmente diventa sempre peggio. Torna ancora più forte.
Ma non pensare a te come una
vittima; non lo sei. Prova ciò che ti ho detto, ma osserva bene ciò che ti
dico.
Fumare... prendi la
decisione di non fumare più. Fai cadere di mano la sigaretta, e poi osserva.
Continua a osservare. Ogniqualvolta hai voglia di
fumare, non dire che dipende da una vecchia abitudine.
È una decisione del momento, non una vecchia abitudine. Continui a gettare la
responsabilità sulle vecchie abitudini solo per salvare la faccia. Per favore
non farlo. Afferma: “Adesso ho deciso di nuovo di fumare”. Nessuno te lo
impedisce: è una decisione tua. Puoi cancellarla o puoi
di nuovo scegliere in questo senso. Ma sottolinea
sempre che è una decisione nuova, e così non cadrai mai nelle grinfie delle
cosiddette abitudini, delle cosiddette abitudini meccaniche. Ti sentirai un
uomo libero. Fumare o non fumare non è importante; ciò che è significativo
è il fatto di sentirsi un uomo libero. Non c’è niente che sia più significativo di questo. E io sono
qui per renderti consapevole della tua libertà. Se vai
dai cosiddetti santi, ti renderanno cosciente della tua meccanicità: questa è
la differenza. Ti renderanno cosciente della tua meccanicità, e creeranno una
nuova meccanicità dentro di te. Ti diranno: “Hai fumato per trent’anni? Ora fai
voto di non fumare mai più”. Prima c’era la vecchia abitudine; adesso ti stanno
dicendo di creare un’abitudine nuova, ancora più forte, per distruggere quella
vecchia. Allora l’abitudine diventerà quella di non fumare, ma non ci sarà
libertà. Se fumi oppure no, sei sempre una vittima.
Tutta la mia enfasi sta nel renderti consapevole della tua libertà. Fa’ che la
tua vita scaturisca da questa libertà. Tutto ciò che
decidi dipende sempre da te. Chi sono io per dirti di fumare o di non fumare, di bere o di non bere? Queste sciocchezze non mi interessano; devi decidere tu. Tu sei il tuo maestro.
Queste sono cose insignificanti, futili. Ciò che conta davvero è che tu rimanga
cosciente, rimanga radicato nella tua libertà. Non fare mai nulla che vada contro la tua libertà. Agire
liberamente è essere virtuosi, agire perché costretti
è peccato.
Osho,
tratto da: Come follow to you vol4 #6
L'ULTIMA
PUNTATA DI UNA BIOGRAFIA
Negli
ultimi anni della sua vita la presenza di Osho in
pubblico iniziò sempre più a diradarsi, ma non così il suo impegno per lo
sviluppo della comune che aveva creato e per la crescita della consapevolezza
della sua gente.
Dopo la sua partenza dagli Stati Uniti la salute fisica di Osho era andata peggiorando sempre
di più.
Fin dal ’86, mentre era in
Uruguay, aveva già iniziato a manifestare un calo della vista e tremolii
all’occhio, con in più la perdita di capelli. Nell’anno seguente forti dolori alla spalla destra, e un’otite che
non era stato possibile curare con antibiotici ed era stata risolta solo
mediante un intervento chirurgico. Alla fine dell’87 dei
campioni completi (sangue urine e capelli) furono mandati per analisi in
un laboratorio medico specializzato di Londra e risultò che tutti questi
sintomi potevano essere spiegati solo come conseguenza di un avvelenamento da
tallio. Col suo solito umorismo Osho aveva fatto inviare i campioni sotto il
nome fittizio di David Washington, lo stesso che era stato costretto a usare quando – il 5 e 6 novembre 85 – venne rinchiuso illegalmente nel carcere
federale di El Reno (Oklahoma USA), il
luogo dove tutti gli indizi indicano sia avvenuto l’avvelenamento. (Per approfondire vedi Operazione Socrate).
Per tutto l’88 i problemi si intensificano: i dolori si diffondono a tutto il lato
destro del corpo, i disturbi agli occhi lo costringono a portare sempre
occhiali da sole, sincopi improvvise, dolori al petto e difficoltà
respiratorie. Alla fine di quell’anno durante un discorso tenuto dopo una delle sue assenze sempre più lunghe e frequenti dalla Buddha Hall Osho dice: “Per sette
giorni e sette notti ho lottato contro il veleno. Una notte persino Amrito, il
mio medico, ha cominciato a dubitare che sarei riuscito a sopravvivere”. Le varie
cure e i trattamenti sembravano non avere
più alcun effetto, se non temporaneo.
Ciononostante, nei periodi in cui le sue condizioni fisiche gli permettevano di presentarsi in Buddha Hall
per i discorsi, Osho dimostrava una straordinaria energia. Come racconta una
testimone di quei giorni:
“Quando
tornò a parlarci, nel gennaio 1989, i suoi discorsi a volte duravano quattro
ore. Non era mai successo prima e solo ora comprendo ciò che diceva a proposito
della fiamma della candela: “Quando la candela arriva alla fine e le rimangono
solo alcuni istanti prima di sparire, proprio all’ultimo
momento, la fiamma improvvisamente diventa più forte e risplende con tutta la
sua luce.” (1)
Osho parla ancora sullo
Zen, anche se il commento alle varie storie viene sempre più riportato
all’attualità – al qui e ora – sia rispondendo a domande di discepoli, sia
prendendo spunto direttamente dagli avvenimenti del giorno. Già nell’ottobre
dell’anno precedente durante una visita alla comune del Prof. Coleman Barks,
noto studioso di sufismo e traduttore americano di Mevlana Jalaluddin Rumi – il
mistico dal quale deriva la tradizione dei dervisci – Osho
risponde a una sua domanda facendogli notare come il sufismo dipenda ancora da
un ipotetico dio, non si sia ancora liberato da questa ipotesi: viva ancora
nell’immaginazione. E continua:
“Il sufismo è bellissimo,
ma non è la risposta finale, e tu non dovresti
fermarti lì. Arriva allo Zen... Tu mi chiedi: "Cosa ha
a che fare con la mia illuminazione quell’ardore, quel fuoco di cui parlano i
mistici sufi?" Nulla. Tu sei illuminato in questo esatto
momento: basta che entri nel silenzio del tuo essere interiore. Trova il centro
del tuo essere e avrai trovato il centro dell’intero
universo. Alla periferia siamo separati, ma nel centro siamo una cosa sola. È
questa che io chiamo l’esperienza del buddha. Fino a quando non diventi un
buddha – e ricorda è solo per una carenza di
linguaggio che devo dire: ‘Fino a quando non diventi… ‘ Lo sei già! Fino a
quando non lo riconosci, fino a quando non ti ricordi di ciò che hai dimenticato…”(2)
Osho risponde anche a un giornalista americano che gli scrive: “Se sei venuto a
salvare l’umanità, perché allora parli contro Gesù?” chiarendogli che lui non è
qui per salvare nessuno, e che ha parlato contro Gesù proprio perché Gesù
prometteva una salvezza che in realtà era solo consolatoria: qualcosa di molto
pericoloso, in quanto in questo modo la gente è portata a non prendersi alcuna
responsabilità, a pensare che basti credere e si sarà salvati… magari il giorno
del giudizio. (3)
“Io non voglio salvare
nessuno. È una responsabilità vostra, perché dovrei interferire nella vostra vita? …anche se questa interferenza
per caso potesse funzionare. Io posso spiegarvi la mia
esperienza, posso indicarvi dei percorsi possibili. Ma voi dovrete
percorrere da soli la vostra strada, senza alcuna illusione.”
Già in precedenza Osho
aveva ripetutamente chiarito di non essere né un leader,
né una specie di prete; e di non avere neppure una filosofia o una sorta di
dottrina da insegnare: ciò che stava facendo era semplicemente aiutare la sua
gente a guardarsi dentro – solo in questo modo era possibile riconoscere la
propria reale essenza. E ribadiva:
“Il mio compito qui è di
portarvi a uno spazio di non-mente. Così
che potete agire partendo da questo spazio; in questo modo l’azione è diretta:
considera semplicemente la situazione che avete di fronte.
Immediatamente sorge dentro di voi la risposta giusta a questa situazione, e
voi agite. Non si tratta di moralità o di coscienza religiosa: si tratta solo
di una risposta immediata alla situazione. E una risposta
diretta nasce solo da uno spazio di meditazione. Io sciocco
di proposito la vostra mente, continuo a trovare nuove maniere per farlo… non
risparmierò nessuno! (4)
Un esempio pratico, e
anche umoristico, di questo talento per scioccare la sua gente, per spingerla al di là di ogni attaccamento – prendendosi
contemporaneamente gioco di ogni proiezione e investimento di tipo religioso
che si potesse fare sulla sua persona – può essere visto anche nell’episodio dei
cambiamenti di nome. Il 26 dicembre del 1988 dichiara di non voler usare più il
nome Bhagwan col quale era da lungo tempo conosciuto.
“Non rispetto per nulla
questa parola. In realtà la condanno, non è per niente bella
– anche se a modo mio ho tentata di trasformarla, ma la stupidità degli
Indù non lo permette. Ho tentato di dargli un nuovo significato, un nuovo
senso, una nuova accezione: ho detto che significa ‘il
benedetto”, un uomo il cui essere partecipa in pieno alla beatitudine
dell’esistenza, ma questa era una mia invenzione. La parola Bhagwan in sé è
molto brutta. Non voglio più essere chiamato Bhagwan, ne ho
avuto abbastanza. (5)
E così Osho decide di
farsi chiamare Gotama il Buddha, prendendo spunto da una dichiarazione fatta
pochi mesi prima da Katue Ishida – una celebre veggente e mistica del più
grande e famoso tempio scintoista del Giappone – che aveva affermato, guardando
una foto di Osho: “Questo è l’uomo in cui lo spirito
del Buddha è disceso!”.
E questo è il primo di
quattro nuovi nomi.
Due giorni dopo Osho cambia il suo nome
in Maitreya il Buddha. (Maitreya,
e cioè "l’amico" era il nome che Gotama il Buddha aveva preannunciato
per quando sarebbe nuovamente ‘tornato').
Il 30 dicembre Osho
dichiara che Buddha ha avuto grossi problemi ad
adattarsi al ventesimo secolo e così se ne è andato.
“E ora devo fare una
dichiarazione di un’importanza storica ancora maggiore: che io sono
semplicemente me stesso. Potete continuare a chiamarmi
il Buddha ma questo non ha niente ha che fare con
Gotama o Maitreya. Sono un buddha per conto mio. La parola buddha indica
semplicemente colui che si è risvegliato alla realtà.
La povera Anando (la sua assistente personale) avrà qualche problema perché
adesso dichiaro che il mio nome deve essere Shree Rajneesh Zorba il Buddha.” (6)
In seguito, il 7 gennaio,
sceglie ancora un altro nuovo nome Shree Rajneesh. Finalmente
il 27 febbraio ‘89 i suoi discepoli scelgono collettivamente di chiamarlo Osho
Rajneesh. In seguito diventerà semplicemente Osho: un appellativo di
rispetto utilizzato talvolta nella tradizione Zen per rivolgersi al maestro, il
cui uso si fa risalire a Eka, discepolo dello stesso
Bodhidharma.
Osho stesso aveva già
spiegato questo termine commentando alcune storie zen, e gli piaceva
soprattutto associarlo al termine "oceanic experience" (Osho e
oceanic hanno in inglese un suono molto simile) coniato dal noto psicologo
americano William James.
“William James ha dato al
mondo questa parola ‘oceanic'. L’oceano c’è sempre stato, ma talvolta un uomo
col dono dell’intuizione può vederne nuovi significati. È la prima persona a usare il termine oceanico nel senso di ampio vasto,
infinito, eterno, immortale. L’oceano è sempre lì… continuano
a formarsi onde dopo onde. Proprio
come nell’oceano normale questo
succede anche nell’oceano della consapevolezza: onda dopo onda, una
gioia infinita, albe senza fine, una continua celebrazione… (7)
Questo episodio finale
della lunga saga dei cambiamenti di nome avveniva mentre
Osho teneva quella che sarebbe diventata l’ultima serie dei suoi discorsi: “Il
Manifesto dello Zen” su un tema molto significativo “libertà da se stessi".
Il 10 aprile Osho
pronuncia il suo ultimo discorso in pubblico che è ricordato come “Sammasati”,
la stessa ultima parola pronunciata da Gotama il Buddha.
Sammasati, il giusto ricordo della tradizione buddhista: ricordati che sei un
buddha.
La salute non gli
permetteva più di tenere lunghi discorsi, ma vedeva di fare in modo, se
possibile, di andare di sera in Buddha Hall per l’inizio della meditazione della White Robe.
“In agosto, sul finire del
monsone, nell’ashram iniziò un periodo di grande
celebrazione, con Osho che veniva a sedersi con noi in silenzio in Buddha Hall.
Sembrava stessimo entrando in una nuova fase con lui, e la gioia di vederlo
ancora non venne diminuita dal messaggio che mandò a
tutti tramite Anando. Il suo messaggio era: “Pochi hanno capito le mie parole.” Usava la poca energia rimastagli per incontrare la sua
gente ogni sera. Sul podio si muoveva molto lentamente e non poteva più danzare
con noi. Mi chiedeva: “Rimpiangono la mia danza?” Una volta gli risposi: “Non
possiamo essere sempre dipendenti da te per celebrare, dobbiamo trovare in noi
stessi la sorgente della celebrazione.” Quando lo dissi, mi
sentii strana, perché suonava freddo, ma era vero. Lui godeva nel vederci
felici e in celebrazione, era molto soddisfatto del silenzio che stava
crescendo nelle nostre meditazioni e diverse volte disse
che tutti incominciavano veramente a capire. “Il silenzio sta diventando molto compatto, si può quasi toccare.” (8)
Pur diventando sempre più
fragile continuava a interessarsi della vita
quotidiana della Comune, mandando spesso
messaggi e indicazioni attraverso la sua assistente personale, Anando,
come quello ai terapisti per invitarli a spiegare ai partecipanti nei gruppi
l’importanza del lavoro: “Se vuoi veramente
meditare e andare in profondità dentro te stesso sono necessarie almeno sei ore
di lavoro giornaliero – questo fa parte dell’intero processo di trasformazione
della tua energia”. (9)
“Lavoro e rilassamento non sono contraddittori. Di fatto più ti immergi
nel lavoro, più riesci a raggiungere un profondo rilassamento. Così entrambi hanno la loro importanza: più lavori duro più profondamente
puoi rilassarti. Il lavoro è parte necessaria della vostra trasformazione. I
gruppi ti puliscono la mente, ma senza il lavoro la mente
continuerà di nuovo ad accumulare immondizia.
La meditazione ti porta al di là della mente, ma
inizia a tagliare le radici nel sistema corpo-mente,
e io vi voglio interi, integri. Le terapie vi puliscono da tutta l’immondizia
accumulata nei secoli, e poi voi stessi dovrete fare in modo che il corpo sia
ben ancorato nella quotidianità, e finalmente la meditazione può crescere, come
fiori su un albero… alto fino al cielo”. (10)
Continuava
anche ad esporre
ai suoi collaboratori sempre nuovi progetti per l’espansione della Comune, come
il complesso delle piramidi e il Club Meditation – con piscina e campi da
tennis – che non fece in tempo a vedere completati. O come la
nuova Buddha Hall e il Dharamsala per l’accoglienza dei visitatori la cui
costruzione sarebbe iniziata solo dopo anni e anni. Il corpo diventava
sempre più debole e i dolori si facevano sempre più forti, Anche il polso si
affievoliva e iniziava a essere irregolare… Poco dopo
aver detto ad Amrito – il suo medico personale che gli proponeva un intervento
di rianimazione – “No, lasciatemi andare, l’esistenza decide i suoi tempi.”
Osho, il 19 gennaio 1990,
lascia il corpo.
Una sola domanda… e come trovarne la
risposta.
Ero solito chiedermi: “Chi sono io?”.
È impossibile contare quanti giorni e quante notti ho passato a pormi questa domanda. L’intelletto
mi dava delle risposte sentite da altri o frutto di condizionamenti. Erano
tutte parole prese a prestito, senza vita e per niente appaganti. Risuonavano
in superficie e poi scomparivano.
L’essere interiore non ne era
toccato. Nessuna eco veniva udita in profondità.
C’erano molte risposte a quella domanda, ma nessuna era corretta, e io non ne venivo toccato: nessuna riusciva a elevarsi fino al livello
della domanda.
Poi capii che la domanda veniva dal centro, mentre
le risposte toccavano solo la periferia. La domanda era mia…
ma le risposte venivano dall’esterno, la domanda sorgeva dal mio essere
più profondo, le risposte erano imposte dall’esterno.
Questa intuizione divenne una rivoluzione e una
nuova dimensione mi fu rivelata.
Le risposte dell’intelletto erano prive di
significato. Non avevano alcuna attinenza con il
quesito. Era stata fatta a pezzi un’illusione. Che
sollievo! Era come se una porta fosse stata spalancata, riempiendo di luce il
buio.
Era il mio intelletto a dare le risposte: l’errore
era questo. E a causa di queste false risposte la vera
risposta non poteva sorgere. Qualche verità stava lottando per emergere; nelle
profondità della consapevolezza qualche seme stava cercando di aprirsi un varco
verso la luce. Era l’intelletto l’ostacolo.
Quando questo fu chiaro, le risposte cominciarono a
diminuire. Il sapere acquisito dall’esterno cominciò a
evaporare. La domanda andò ancora di più in profondità. Io non feci niente,
continuai soltanto a osservare.
Qualcosa di insolito stava accadendo. Ero senza parole. Cosa potevo fare? Al massimo ero un semplice testimone. Le
reazioni della periferia si affievolivano, morivano, diventavano inesistenti.
Ora il centro cominciava a risuonare in modo più completo. “Chi sono io?” Tutto
il mio essere era scosso da questa sete. Fu una tempesta violenta. Ogni respiro
tremava, sussultava. “Chi sono io?” Come una freccia la domanda penetrava ogni cosa e si dirigeva verso
l’interno. Era una sete così forte! Tutta la mia vita era diventata questa
sete! Tutto stava bruciando. E come una lingua di fuoco la
domanda rimaneva lì. “Chi sono io?” La sorpresa fu che l’intelletto era
completamente silenzioso. Non c’era più l’incessante flusso di pensieri.
Cos’era successo? La periferia era completamente
silenziosa. Non c’erano pensieri, non c’erano
condizionamenti del passato. C’ero solo io e c’era anche la domanda. No, no, ero
io stesso la domanda. E allora l’esplosione. In un
attimo tutto fu trasformato. La domanda era caduta. La risposta era arrivata da
qualche dimensione sconosciuta.
La verità
si raggiunge con un’esplosione improvvisa, non gradualmente. Non la si può costringere ad apparire. Arriva. Il vuoto è la
soluzione, non le parole. Diventare senza risposte è la risposta.
Qualcuno ieri ha chiesto, e ogni giorno qualcuno di voi lo chiede: “Qual è la
risposta?”
Se ve la dico io, non ha alcun significato. Il suo significato
si trova nel coglierla da soli.
Osho, tratto da: Semi di
saggezza N.S.C. editore
libertà da se stessi
Il grande
compito dello
Zen è di farti uscire dalla prigione della mente. Non è una filosofia
intellettuale, anzi non è per nulla una filosofia; e neppure una religione,
perché non comprende né finzioni né bugie, e nessun tipo di consolazione. È il
ruggito di un leone. La cosa più straordinaria che lo
Zen abbia introdotto nel mondo è la libertà da se stessi.
Tu hai sentito parlare di altre libertà, ma la libertà da se stessi è la libertà
suprema: non-essere, e permettere che l’esistenza si esprima in tutta la sua
spontaneità e il suo splendore. Ma è l’esistenza, …non
sei tu e non sono io. È la vita stessa che danza, non sei tu e non sono io.
Quando vai oltre la mente,
persino l’idea di un ‘Io’
scompare. Quando anche l’Io scompare e inizi a
sentirti profondamente coinvolto nell’esistenza, senza alcun limite, solo
allora lo Zen è arrivato a fiorire dentro di te.
Quello è lo stato, lo
spazio, della consapevolezza risvegliata. Ma al centro
non ha nessun "Io", né un "atman", né un sé. Per
chiarirtelo meglio… Socrate dice: “Conosci te stesso”.
Gautama il Buddha dice: “Conosci; conosci soltanto, e
non troverai alcun te stesso”. Vai in profondità nella tua consapevolezza, e
più vai in profondità, più il tuo sé inizia a sciogliersi. Questa è forse la
ragione per cui nessuna religione, tranne lo Zen, ha praticato la meditazione,
perché la meditazione distrugge dio, distrugge l’ego,
distrugge il sé. Ti lascia in un vuoto assoluto. È solo la mente che ti fa
temere il vuoto assoluto…
Puoi sperimentare tutto
questo solo lasciandoti cadere sempre più in profondità, oltre la mente, fino
ad arrivare alla parte più profonda del tuo essere, fino ad arrivare proprio
alla fonte da dove la tua vita ha iniziato a fluire. Improvvisamente comprendi
che l’immagine che avevi di te stesso era arbitraria:
tu non hai forma, sei infinito. Vivevi in una gabbia, ma appena comprendi che le tue risorse sono infinite, di colpo la
gabbia svanisce e puoi spiegare le ali nel cielo azzurro e scomparire. Questa è
la libertà da se stessi. Ma non ci si può arrivare
usando l’intelletto, è possibile solo attraverso la meditazione. Lo Zen è un
altro nome per meditazione…
Quando conosci la meditazione,
non devi essere il seguace di nessuno. I tuoi occhi sono aperti, e davanti a te
puoi vedere la luce che ti mostra il cammino, e tutto ciò che è giusto e tutto
ciò che è buono accade senza dover fare alcuna
scelta. Non sei tu a deciderlo… è solo che non puoi fare altrimenti.
Osho,
Tratto da:
Il Manifesto dello Zen#1
N.S.C. editore
Sammasati:
ricordatevi
di voi stessi!
Quando gli chiesero come volesse
essere ricordato, Osho rispose:
“Vorrei semplicemente
essere
perdonato e dimenticato.
Non c’è bisogno di
ricordarmi.
È necessario che vi
ricordiate
di voi stessi! La gente si è
ricordata di Buddha, Gesù,
Confucio e Khrishna.
E questo non ha aiutato
nessuno.
Quindi, questo è ciò che vorrei:
dimenticatemi completamente
e perdonatemi anche, perché
sarà difficile dimenticarmi.
Ecco perché vi dico di
perdonarmi,
per avervi creato questo
problema.
Ricordatevi di voi
stessi.” (12)
“Ricordarti che sei un
buddha
è l’esperienza più
preziosa:
si tratta della tua
eternità,
della tua immortalità.
Non si tratta di te, ma
proprio
della tua esistenza.
Diventi una cosa sola
con le stelle e gli alberi e
il cielo
e l’oceano. Non sei più
separato.
L’ultima parola
pronunciata
da Buddha è stata sammasati.
Ricordati che sei un
buddha…
sammasati. “ (12)
vi lascio il mio sogno
Amrito
e Jayesh
erano con Osho quando lasciò il corpo. Amrito
racconta: «Come tutti sapete, in questi ultimi giorni
il corpo di Osho si è notevolmente indebolito. Nel corso
della notte (del 18 gennaio) è diventato sempre più debole. Ogni
movimento gli causava una grandissima sofferenza. Ieri mattina ho notato che
anche il suo polso era debole e leggermente irregolare. Gli ho detto che pensavo stesse per morire. Lui ha annuito. Gli ho
chiesto se potevo chiamare il cardiologo e preparare
un intervento di rianimazione. Lui ha risposto: “No, lasciatemi andare,
l’esistenza decide i suoi tempi.”
Mentre lo stavo
sorreggendo verso il bagno mi ha sussurrato: “Qui
dentro mettete la moquette su tutto il pavimento, identica a questo tappetino.”
Poi ha voluto andare alla sua poltrona. Si è seduto e
ha incominciato a dare disposizioni per le poche cose che ha nella sua stanza.
“A chi posso dare questo?” ha detto, indicando il piccolo stereo. “È un
apparecchio stereofonico. Piacerà a Nirupa?”, ha
chiesto. Nirupa aveva pulito la sua stanza per anni.
Poi ha esaminato con cura
tutta la stanza e ha lasciato indicazioni per ogni oggetto. “Quelli li dovete
togliere,” ha detto, riferendosi ai deumidificatori,
che di recente gli erano sembrati troppo rumorosi, “e assicuratevi che ci sia
un condizionatore d’aria sempre in funzione.”
Era incredibile: con molta
semplicità, in modo molto pratico e dettagliato, si è preso cura di ogni cosa. Era talmente rilassato che sembrava
stesse partendo per il fine settimana.
Poi si è seduto sul letto,
e io gli ho chiesto cosa dovevamo fare per il suo samadhi. “Mettete le mie
ceneri in Chuang Tzu, sotto il letto. Così la gente potrà andare là a meditare.”
“E
riguardo a questa stanza?” gli ho chiesto.
“Andrebbe bene per il
samadhi?” mi ha chiesto lui.
“No,”
ho risposto, “Chuang Tzu andrà benissimo.” E ho
aggiunto che ci sarebbe piaciuto tenere la sua camera così com’è.
“Allora abbellitela,” ha esclamato. Poi ha aggiunto che gli sarebbe piaciuto fosse rifatta in marmo.
“E per la celebrazione?” ho chiesto.
“Portatemi semplicemente
in Buddha Hall per dieci minuti, poi portatemi alla pira funeraria per la
cremazione… e mettetemi le calze e il cappello, prima di portare fuori il
corpo.”
Gli ho chiesto cosa avrei
dovuto dire a tutti voi.
Mi ha risposto di dirvi che da quando è stato nella cella di Charlotte, nella
Carolina del Nord, in America, il suo corpo si è progressivamente deteriorato. Ha aggiunto che nel carcere
in Oklahoma è stato avvelenato col tallio ed esposto a radiazioni, cosa di cui
siamo venuti a conoscenza solo in seguito, dopo aver
consultato degli esperti. Ha detto di essere stato avvelenato in modo tale da
non lasciare tracce. “Questo corpo
martoriato è l’opera dei fondamentalisti cristiani e del governo degli
Stati Uniti.” Poi ha concluso
dicendo che si era tenuto per sé il dolore ma che “vivere in questo corpo era
diventato un inferno.”
Poi si è sdraiato di nuovo
per riposare. Allora sono andato da Jayesh per dirgli
che Osho stava chiaramente per lasciare il corpo. Quando
Osho mi ha richiamato, gli ho annunciato che c’era anche Jayesh e lui ha detto
di farlo entrare. Ci siamo seduti sul letto e Osho ha pronunciato le sue ultime
parole.
“Non parlate mai di me al
passato. La mia presenza qui sarà molto più intensa, senza il peso di questo
corpo martoriato. Ricordate alla mia gente che mi sentiranno molto di più: se ne accorgeranno subito.”
A un certo punto, mentre
tenevo la sua mano tra le mie, ho incominciato a piangere. Mi ha guardato quasi
con severità: “No, non è così che si fa.” Ho smesso
immediatamente e lui mi ha sorriso con dolcezza.
Osho ha poi parlato a
Jayesh di come vuole che si espanda il suo lavoro. Ha preannunciato che dal
momento in cui avesse lasciato il corpo, sarebbe arrivata
molta più gente; molte più persone avrebbero dimostrato interesse e il suo
lavoro si sarebbe espanso incredibilmente, oltre ogni nostra immaginazione. Per
lui era chiaro che non dover sopportare il peso del suo corpo, avrebbe aiutato
il suo lavoro a fiorire.
Poi ha detto: “VI LASCIO
IL MIO SOGNO.”
Infine ha sussurrato
qualcosa, parlava così sottovoce che Jayesh ha dovuto avvicinare l’orecchio
alla sua bocca e ha
detto: “E ricorda, Anando è la mia messaggera.” Poi, dopo una pausa, ha
aggiunto: “No, Anando sarà la mia medium.”
A quel punto Jayesh si è
fatto da parte e Osho si è rivolto a me: “Medium è la parola giusta?”
Poiché non avevo sentito le parole precedenti, non ho capito. “Meeting?” ho chiesto.
“No,”
ha risposto, “medium, per Anando, lei sarà la mia medium.”
Si è ridisteso
tranquillamente e noi siamo rimasti seduti
accanto a lui, mentre io gli sentivo il polso.
Lentamente
lo sentivo svanire. Quando
era ormai impercettibile, gli ho detto: “Osho, penso che ci siamo.” Ha fatto dolcemente cenno di sì con il capo e ha chiuso
gli occhi per l’ultima volta.»
Dal resoconto di Amrito
in Buddha Hall
(1) (8) (11) I Miei giorni di luce con
Osho - Il Cigno Edizioni
(2) Rinzai: Master of the
Irrational #2
(3)
Om mani Padme Hum #8
(4)
Communist Zen fire, Zen Wind #5
(5)
No mind #1
(6) No mind #5
(7) The Invitation #16
(9) Ad Anando per i terapisti
(10) Appunto del 9 luglio 1989
(12) Il Manifesto dello Zen
N.S.C. ed.
DA
SOLO A SOLO
LA SOLITUDINE È LA CHIAVE PER TUTTE LE
PORTE
Una famosa terapista racconta, in maniera
semplice e diretta, la sua lunga esperienza con la solitudine. Guarda a fondo
le sue proiezioni sulla figura di Osho e i problemi
che ne derivano ora che non è più nel corpo. Al di là degli
episodi narrati, è nell’impegno a guardarsi dentro e nell’onestà ad affrontare
ciò che si vede il grande valore di questa testimonianza.
Fu
la morte a
costringermi al confronto più duro con la solitudine. Successe molti anni fa,
quando mio marito – amico e amore mio –
improvvisamente e inaspettatamente morì per un aneurisma, dopo una lezione di
ginnastica in Buddha Hall. Mi trovai a confrontarmi con la solitudine come mai
mi era successo prima. Tanti sentimenti confluivano in me: lo shock, la
perdita, il dolore di essere abbandonata, e, allo stesso tempo, la gioia di essere così vicina a Osho, di sapere quanto Vimalkirti
fosse stato fortunato a morire proprio "nelle braccia" della
comune del maestro. Complessivamente era un’esperienza terribilmente forte e
sorprendentemente bella.
E quello che rimase, dopo tutte le celebrazioni e l’ultimo
saluto, fu un sentimento di solitudine, un profondo abisso interiore, un senso
di perdita – un vuoto che non avrei più potuto colmare in vita mia. Feci il
possibile per dimenticare e vivere di nuovo una vita ‘normale’,
ma quel ricordo, quelle reminiscenze, erano sempre dolorosamente
presenti. Stavo toccando quello spazio interiore dove si è
assolutamente soli, seppure circondati dalla speranza un giorno, di uscirne, di
incontrare ed entrare in contatto ancora con qualcuno. La
speranza di potersi fondere con qualcuno – o almeno con l’esistenza o con Osho.
Mi ci volle
molto tempo per riuscire a relazionarmi di nuovo con
la gente. Alla luce della morte, mi sembrava che niente avesse più importanza,
che tutto fosse superficiale. E c’era quel dolore, un’inspiegabile sofferenza nel
cuore, che non voleva abbandonarmi. Allo
stesso tempo, c’era anche una sensazione di libertà e di leggerezza. Ma non mi riusciva più di entrare in una relazione. Mi
sembravano così effimere: un giorno, in un modo o nell’altro, dovrò lasciarlo
andare. Allora, perché darmi da fare? Non importa quello che faccio o dove
vado, quando morirò, sarò sola. Questo ricordo dell’inevitabile era, ed è tuttora, dentro di me – sempre.
Ebbi bisogno di molto tempo per accettare questo fatto, che la mia vita di relazione
non sarebbe stata mai più quella di prima. Trasferii tutto il mio desiderio
nella relazione col maestro, sentendo Osho come l’eterno amante, quello al quale è possibile legarsi oltre qualsiasi morte. Così, senza
saperlo, feci di lui il centro della mia vita, molto di più di quanto già non
lo fosse, riversando in lui tutto l’amore che non riuscivo
a esprimere. Lui era il mio amante interiore, un amante
che mi ricordava la solitudine, pur essendo sempre presente. Immersa nella
comune, seduta ai suoi piedi ogni giorno, sentivo di essere nel posto più bello
al mondo. All’interno della comune sperimentai
una solitudine che sembrava protetta e sicura; resa tale dalla presenza di Osho, molto
profonda, trasformatrice e imprevedibile. Non mi sentivo più sola.
Poi Osho
lasciò il corpo. Improvvisamente mi trovai di nuovo ad
affrontare quell’incredibile sensazione di sentirmi totalmente sola. Ero scioccata, non potevo crederci. Vedevo chiaramente che
ora dovevo prendermi la responsabilità per qualsiasi
cosa facessi. Fino ad allora, grazie alla comune e
alla sua presenza, in qualche modo mi era stato dato tutto, si era provveduto a
ogni cosa. Ora, improvvisamente
tutto ricadeva su di me – una sfida enorme, che mi sembrava impossibile
accettare.
Mi sentivo
come se fossi stata lanciata da uno stagno tranquillo in mezzo al vasto oceano.
Tutti i miei sentimenti di solitudine mi assalirono di nuovo, insieme a una grossa paura. Tutto quello che era stato ‘assorbito’
dalla presenza di Osho, dopo la morte di Vimalkirti,
improvvisamente riemerse dalla mia oscurità interiore. Non mi sentivo sola, ma deserta. Quella sensazione, profonda
dentro di me, di annegare in un enorme vuoto, era di nuovo là. Volevo fronteggiare quel sentimento di solitudine e di perdita di
me stessa, così decisi di lasciare la comune e di vivere in Occidente.
Mi resi
conto che Osho non poteva togliermi più quel terribile senso di solitudine: che
l’avrei portato con me fino alla morte. Il rendermi
conto di questo mi terrorizzava: ce l’avrei fatta? Se
non ci ero riuscita in presenza di Osho, come avrei
potuto farcela da sola? Avevo perso la grande occasione
della mia vita? Mi sentivo come un punto di domanda, piena di dubbi. Persi
fiducia in me stessa, nel lavoro di Osho. L’oscura
notte dell’anima era cominciata.
Da allora
in poi, passai i miei giorni alla ricerca di altri
insegnanti, maestri, e metodi, sempre
sperando che potessero aiutarmi ad affrontare quel luogo di solitudine
dentro di me. E ricevetti molto. Kalindi e Gayle, le due donne che tenevano il corso “Miracle of
Love”, mi incoraggiarono ad affrontare il dolore che
mi tenevo dentro e a imparare a fidarmi del potere delle lacrime e della
preghiera. Per un po’ mi trovai divisa, fra
stare con loro o con Osho, ma alla fine mi resi conto che, anche se Osho non è
più nel corpo, io sono con lui. Però c’era sempre quel
forte desiderio di una presenza viva. Allora non potevo accorgermi che stavo
cercando di riempire lo stesso vuoto, per affrontare il quale avevo lasciato Pune. Stavo ancora cercando
"l’altro" a cui relazionarmi, al quale
appoggiarmi per poter non affrontare quell’insopportabile solitudine.
Ispirata
dal “Miracle of Love”, tornai a Pune e partecipai alla creazione del corso
“Path of Love”. Questo
lavoro mi prese totalmente. Passai moltissimo tempo a condurre gruppi, un’esperienza molto profonda e
appagante. Mi sento spesso grata di avere la possibilità di creare uno spazio
dove tante persone possono essere aiutate, sostenute – sentirsi amate. È un
tale dono poter condividere il lavoro di Osho con tante
persone. E, tuttavia, comincio a rendermi conto che
posso anche usare il mio lavoro per tenermi totalmente occupata, così da
evitare di affrontare nuovamente la mia solitudine. Posso vedere quanto questo
lavoro crei in me dipendenza, perché solo così non devo affrontare quello
spazio interiore. Penso che per qualsiasi terapista, o conduttore di gruppi,
sentirsi utile e sentirsi speciale siano due
grandissime trappole.
Anche se
tutto andava bene col mio lavoro – a volte potevo
sentire la presenza di Osho, ma in qualche modo era diverso, più distante, via,
lontano – il mio scontento interiore continuava a persistere. Ogni volta che mi
trovavo sola da qualche parte, quello spaventoso senso di perdita di me bussava
alla porta. Non importava che fossi una brava conduttrice di gruppi, non
importava quanto fossi di aiuto e portassi avanti il
suo lavoro, quella paura mi mostrava che tutto questo andava bene, ma che c’era
dell’altro, qualcosa che chiamavo paura del vuoto o paura di essere nessuno.
Come un suono di fondo, questa sensazione era sempre parte della
mia musica.
Per puro
caso incontrai Shantimayi, una donna molto speciale e, allo stesso tempo, molto
comune, una della mia età, che è illuminata.
Immediatamente entrai in un forte profondo contatto con lei
(ed è ancora così); non potevo fare a meno di essere attratta dal suo
vivo nettare divino. Di nuovo mi trovai a sperare che col suo aiuto avrei avuto
il coraggio di affrontare me stessa. E in effetti lei
mi spinse – mi ha sempre dato un sacco di coraggio e tantissima fiducia per
andare avanti – e, con molto amore e
accettazione, mi mandò dritta dentro di me. Ma, nonostante la mia forte
connessione con lei, mi resi chiaramente conto che il mio impegno, le mie
fondamenta di base, il mio amore, sono con Osho.
Per quanto
io tenti di andar dentro in presenza di altri
illuminati, non c’è altro modo per me, al di fuori della mia relazione con
Osho.
Quando
arrivò una lettera dall’Inner Circle di Pune, che mi diceva
che non potevo più essere una terapista di Osho, a meno che non fossi con Osho
"a 24 carati", non fu per me una grossa sorpresa. Mi stava diventando
chiara la mia posizione: in effetti mi stavo rendendo
conto, sempre di più, che quello di cui avevo bisogno era il rivolgermi a me
stessa, che nessuno dal di fuori poteva darmi quella soddisfazione interiore.
Sono arrivata a capire che devo essere capace di affrontare
il fatto che Osho ha lasciato il corpo. Dopo aver passato 24 anni con
lui, devo riuscirci. E, con questa comprensione, il bisogno di
essere sola aumenta sempre di più.
In Dicembre
feci un ritiro in Australia. Sola, in una casetta, in silenzio, meditando e
basta. Improvvisamente sentii un enorme dolore che mi fece piangere dal mio intimo più profondo, perché compresi la verità: che Osho non
è più qui, come amante o come "l’altro". Sentii che dovevo lasciarlo
andare come relazione personale, e con questa consapevolezza arrivò un
terribile senso di vuoto. Mi lasciai cadere in quell’abisso. Continuò
per giorni - intenso, spaventoso, a volte acutamente doloroso, ma, in qualche
modo, riuscii ad accettarlo. Per la prima volta sentii di essere capace di stare da sola – non con l’aiuto di una
comune, o del mio amante, o del mio lavoro o di Osho, ma col mio aiuto.
Mi sentii in sintonia a me stessa e, in quella sensazione, avvertii
Osho dentro di me. Non là fuori, ma dentro. Che
rivelazione! Che profondo rilassamento interiore e che
sensazione di riposo: non dovevo più fuggire da me stessa. È difficile
descriverlo a parole, ma divenne evidente per me che è
tutto dentro e che questa solitudine è la chiave per ogni cosa.
Quando tornai a Pune, entrai in una tale
armonia con l’energia di Osho, che, per la prima volta
da quando aveva lasciato il corpo, lo sentii dentro e fuori di me. Non come una
presenza personale, ma come una forte presenza che è semplicemente Osho – così
impersonale e tuttavia così intima, profonda. Partecipai al gruppo Satori che
fu una delle più belle esperienze mai avute, un
assaggio della consapevolezza che tutto è dentro di noi.
Con questo
nuovo senso che tutto è dentro di me, non solo è venuto il bisogno di essere
sempre più sola, ma anche la capacità di goderne! Trovo
che, nella mia solitudine, vengo continuamente riempita di amore e di vitalità.
Parole grosse, lo so. È così difficile
descriverlo, ma c’è un tal senso di libertà e di amicizia,
dentro di me, ora – semplice e silenzioso.
Tutto è
possibile adesso.
Grazie,
amato maestro.
Tratto da: Viha Connection
Respirare dalla pianta dei piedi
La parte inferiore del corpo è un problema per molte persone,
quasi la maggioranza di esse. La parte inferiore è
come morta perché nel corso dei secoli il sesso è stato represso. La gente ha
imparato ad avere paura di muoversi al di sotto del
centro sessuale. Sono rigidi, rimangono al di sopra del
centro sessuale. In realtà molte persone vivono nella testa o, se sono un po’ più coraggiosi, nel petto.
Al massimo possono arrivare giù fino all’ombelico ma mai
oltre, quindi metà del corpo è come se fosse paralizzata e, come conseguenza,
metà della vita è anche come paralizzata. Allora ci sono molte cose che
diventano impossibili, perché la parte inferiore del corpo rappresenta le
radici. Le radici sono queste. Le gambe sono le radici e ti connettono con la
terra. Perciò le persone rimangono a fluttuare come
fantasmi, disconnessi con la terra. Bisogna ritornare ai piedi...
Più vai in profondità e più il respiro diventa profondo. I
confini del tuo essere coincidono quasi perfettamente con i confini del tuo
respiro. Quando questi confini si allargano e toccano
i piedi, il respiro può quasi raggiungere i piedi; non in senso fisiologico, ma
più in un senso psicologico.
A quel punto hai
rivendicato il corpo nella sua interezza. Per la prima volta sei intero, tutto
di un pezzo, unito.
Cerca di sentire sempre di più i piedi. A volte prova solo a
stare con i piedi sulla terra senza scarpe e senti la freschezza, la dolcezza,
il calore. Senti tutto ciò che la terra è in grado di dare in quel momento, e
lascia che fluisca attraverso di te. E permetti che la
tua energia fluisca nella terra. Rimani connesso con la terra.
Se hai questa connessione con la terra, sei anche
connesso con la vita. Se hai
questa connessione con la terra, sei connesso con il tuo corpo. Se hai questa connessione con la terra, diventerai molto
sensibile e integrato, e questo è ciò di cui c’è bisogno.
Osho,
tratto da: A
rose is a rose is a rose
LA TECNICA
Ridi dalla pianta
dei piedi
Quando: Come ultima cosa alla sera prima di dormire e come prima cosa alla mattina.
1. Siediti o resta in piedi
sul pavimento nel mezzo della stanza con gli occhi chiusi. Puoi
anche metterti in piedi sull’erba a piedi nudi se hai
un prato a disposizione.
Metti
il peso alla stessa maniera su entrambi i piedi.
2. Adesso senti le onde della
risata provenire dai piedi e muoversi verso l’alto. Lascia che scuotano tutto
il corpo. All’inizio forse dovrai farlo in maniera un po’ esagerata, per aiutare
il movimento