SOMMARIO

 

2 CENTRI DI OSHO IN ITALIA

Tutti i Centri di meditazione di Osho divisi per regione

 

6 LE NOTIZIE

Fuori e dentro la Comune

 

8 ESPERIENZE

Il significato del tempo

La celebrazione del nuovo millennio e il cambiamento interiore.

 

 

10 IL MAESTRO

Sono passati mille anni...

Le differenze fra tempo cronologico, tempo psicologico e tempo reale.

Ferma l'orologio del tempo...

Il rapporto tra tempo e mente.

L'illuminazione comincia...

Dalla mente all'eternità.

In principio...

Ma quando è nato l'universo?

 

16 BIOGRAFIA

Ricostruire il Buddhafield

Osho ritorna a Pune dopo sei anni e inizia l'ultima fase del suo lavoro.

 

22 IL MAESTRO

E dio creò l'uomo...

Partendo da un'ipotesi non verificata, dio, e utilizzando paure e sensi di colpa, le religioni organizzate vogliono creare in noi una "coscienza" che in realtà è solo un insieme di condizionamenti e non ha nulla a che fare con la vera consapevolezza.

 

30 IL MAESTRO

1.758.640.175 Diavoli

Ma quanti diavoli ci sono?

E perchè dobbiamo averne paura?

 

38 IL MAESTRO

Omicidi di stato

Osho contro la pena di morte.

 

42 INTERVISTA

Al di là della famiglia

La nuova tecnica della Costellazione Familiare vista all'interno della meditazione e della visione di Osho; segue un'intervista a Bert Hellinger, il suo fondatore.

 

50 TUTTE LE STELLE

Il tuo oroscopo di maggio.

 

52 LA VETRINA

Tutti i libri di Osho in italiano, i video di Osho, le musiche per la meditazione e il rilassamento.

 

60 RIFLESSIONI

Tante scuse

Il Papa chiede finalmente perdono, ma i dubbi che lascia sono molti

 

 

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LE NOTIZIE

 

 

Osho e i diamanti

 

Da più di cinquant’anni De Beers, la più grossa società al mondo per il commercio dei diamanti, organizza un concorso internazionale proprio per premiare i migliori designer nel campo dei gioielli con diamanti. L’ultimo si è svolto a Parigi, con concorrenti da 16 nazioni diverse; 2500 le opere presentate ai giudici, utilizzando una quantità di pietre da capogiro, 47.000, per un peso totale di quasi duemila carati… cose da mille e una notte! Uno dei trenta vincitori dei De Beers Diamonds International Awards è stata Marga Premen, una sannyasin brasiliana, da 18 anni con Osho, che a suo tempo aveva deciso di utilizzare i diamanti nei gioielli che creava proprio perché ‘fanno ricordare la pura consapevolezza!’. L’opera che ha vinto il premio si chiama “Oceanic Love” ed è una collana in oro bianco, platino e corallo con 166 pietre per complessivi 26,44 carati di diamanti. Ben quattro orafi sono stati impegnati per quasi tre mesi… a fondere, scolpire e incastonare tutte le pietre, provandola persino su persone diverse prima di completarla.

 

 

Se siete interessati

 

Un progetto con anche possibilità di vita in comune, sta partendo con grosse potenzialità in Piemonte – nel Monferrato – a pochi chilometri dal confine con la Liguria. La proprietà è costituita da 22 ettari di terreno collinare con valli, boschi e spazi coltivabili; il paesaggio e le vedute sono incantevoli: le Langhe sono una delle terre più rinomate per la bellezza del paesaggio e per la ricchezza dei prodotti locali. La cascina è ampia e comprende varie unità: la casa è già pronta per essere abitata, anche se tutto il resto del complesso necessita di essere ristrutturato e abbellito. Il progetto generale prevede anche la creazione di attività turistiche – la proprietà è già designata come zona turistica – la conservazione delle aree boschive e la coltivazione biologica. Proprietà limitrofe ne permettono l’espansione in un secondo tempo. Si prevede anche da giugno uno spazio per  meditazioni giornaliere, campi mensili e altri avvenimenti. Ma Prem Nishanto e Sw. Gyan Vimal, i promotori di questa iniziativa, hanno dichiarato che verrà dato ampio spazio a chi vorrà inserirsi nelle diverse attività per sostenere il progetto.

 Per informazioni: tel. 0144 - 950748 oppure 0329 - 2126445.

 

 

Un nuovo centro

 

Il 21 marzo il centro di meditazione Osho Surdhama ha inaugurato la sua nuova sede a Castiglione Olona, in provincia di Varese. Il centro è situato in un ala di una villa del ‘700, con annesso parco e una meravigliosa vista sulla valle dell’Olona. Il centro è gestito da Ma Veet Maria e Sw. Veetchitta, che si prenderanno cura di organizzare il programma e tutte le attività connesse. “Sono felice che il centro abbia trovato una sua sede stabile” è la prima cosa che ci racconta Veetchitta. “Negli anni scorsi, organizzavamo eventi e meditazioni ‘itineranti’, cioè in spazi presi in affitto oppure in case di amici. Questo periodo è stato utile per mettere a fuoco le varie possibilità che di volta in volta si sono presentate. Alla fine siamo riusciti a trovare la soluzione ottimale quando Veet Maria ha deciso di offrire un grande spazio di sua proprietà per farne la sede.” “È stato naturale prendere questa decisione,”– dice Veet Maria – “dopo anni di Pune il mio corpo ha deciso di aver bisogno di un clima a lui più congeniale, ma nello stesso tempo mi era chiaro che volevo restare connessa a quello spazio energetico che si crea quando diverse persone meditano insieme. Per iniziare offriremo le meditazioni di Osho, compresa la meditazione serale della White Robe. Abbiamo molte idee e progetti in cantiere, ma preferiamo partire lentamente, la sala di meditazione è stata concepita e attrezzata anche per ospitare corsi di Danze Sacre di Gurdjieff e di volta in volta verranno offerte giornate di meditazione intensiva – vere e proprie maratone di meditazione”. Osho Surdhama opererà a livello locale, non essendo in grado di accogliere ospiti o organizzare attività con grandi numeri di partecipanti e darà il benvenuto a tutti quanti vorranno visitarlo e partecipare alle sue attività.

 

Osho Surdhama Via Matteotti 10, 21043 Castiglione Olona - Va 

Tel. 0332-781790 e-mail aurum@iol.it

 

 

L'Enciclopedia

 

Dall’Osho Villaggio Globale di Bagni di Lucca ci informano che sarà presto disponibile in rete L’Enciclopedia Olistica della Nuova Cultura Planetaria.

È frutto di un lavoro durato alcuni anni e risponde alla necessità di riunire e dare una prima sintesi storica, sociale ed evolutiva alla miriade di attività creative emerse negli ultimi decenni in vari campi che si ricollegano a una visione unitaria di questo nostro pianeta e di tutti i suoi abitanti. È divisa in sezioni che spaziano dalla coscienza planetaria a scienza, spiritualità, esperienze interiori, salute globale, esperienze di trasformazione, ecologia e sostenibilità: per finire con un’utile rete di contatti. Ogni possibile futuro – si dichiara nella presentazione – deve necessariamente nascere dalla trasformazione coscienza umana per arrivare a una dimensione planetaria, che abbracci l’ecosistema e l’umanità in modo unitario. Per informazioni:

www.globalvillage–it.com/pianeta

 

Altre novità

Notizie anche da Osho Nirvesha, il centro di meditazione di Bibbona, sulla costa toscana fra Livorno e Piombino. La locazione è splendida: due case coloniche, completamente ristrutturate, immerse nella pace di un oliveto, da uno dei poggioli si possono anche vedere meravigliosi tramonti sul Tirreno; il mare è a soli 10 minuti d'auto, un po' di più in bicicletta, e questo ne fa anche un luogo per vacanze "meditative" oltre che per gruppi e training. Per questa estate ci sarà un nuovo spazio per pranzi e cene, in progetto anche una piscina, ma sembra che dovrà essere rimandata all'anno prossimo. E poi un nuovissimo sito web www.multinet.it/home/nirvesha dove si può consultare il calendario delle attività, vedere foto del centro avere indicazioni su come arrivarci e così via. Per il momento il testo è solo in inglese – un particolare un po' strano per un centro situato in Italia – ma Dhara, una delle coordinatrici, mi ha assicurato che la traduzione è praticamente finita e fra pochissimo il sito sarà multilingue.

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IL SIGNIFICATO DEL TEMPO

 

Ormai ci siamo tutti accorti che il mondo non è finito allo scadere del fatidico millennio. Anche i più ‘previdenti’ avranno finito di mangiarsi tutto lo scatolame che si erano ammassati in casa in previsione del crollo (parziale, totale…) della società dei consumi. Negli Stati Uniti si ritrovano con qualche centinaio di migliaia di armi da fuoco in più in libera circolazione (le vendite erano aumentate del 20% nell’ultimo periodo dell’anno scorso) e purtroppo qualcuno troverà il modo di usare anche quelle. Il famigerato Y2K – ve lo ricordate?… il baco del millennio – più che aver rosicchiato le radici informatiche e tecnologiche della nostra vita moderna sembra aver dato da mangiare a un numero quasi infinito di programmatori, esperti di software, ‘esperti’ in genere e affini. Va tutto avanti come prima? Non è detto. Se in qualche modo in questo periodo ci siamo accorti che i cambiamenti importanti non dipendono dall’orologio o dal calendario, ma dalle nostre scelte – dal nostro modo di rapportarci con la realtà, dalla nostra maniera di ‘vivere’ il tempo – un’evoluzione di sicuro c’è stata. È questo il ‘nuovo’ che val la pena cercare, per riuscire poi, come ci spiega Osho, a trovare la dimensione che è al di là del tempo.

 

Un neo-sannyasin al millennio di Pune

 

Venire a Pune per il millennio è stata un’esperienza nuova ed esaltante, soprattutto per uno come me che aveva appena preso il sannyas.

È stato qualcosa di fulmineo, sono stato spinto da un improvviso desiderio-necessità che mi diceva di andare fino in fondo: “Hai fatto il passo del sannyas, ora va’ a Pune.”

La Comune di Pune! Per me, dopo tutti i racconti degli amici sannyasin, era diventata ormai luogo mitico. Il luogo dove Osho aveva fatto gli ultimi discorsi; dove, mi hanno detto, il suo samadhi accoglie chi desidera meditare in uno spazio di particolare silenzio, aiutato dall’energia del maestro, che ancora si diffonde.

A rendere la cosa ancora più eccitante, io arrivavo per il Millennio. Sapevo che c’erano grandi preparativi, sapevo che ci sarebbe stata moltissima gente e quindi anche confusione, pericolo di trovarmi nel caos… ma questo aspetto, anziché fermarmi, mi sollecitava, rendeva il tutto più attraente.

Avevo preso il Sannyas a Sommacampagna, il 26  dicembre: ci tenevo molto a celebrare quell’occasione in quel centro di meditazione, dove avevo tanti amici da quando avevo iniziato ad avvicinarmi a Osho, due anni prima. E quindi sono arrivato a Pune solo il 30 dicembre, il penultimo giorno del vecchio 1999.

E subito dopo the Big Jump – il Grande Balzo verso il Varco del Millennio – così atteso ed enfatizzato da molti.

Al mio arrivo la vibrazione del cambiamento, del "giro di boa" millenario, era palpabile nell’aria. Un andirivieni continuo nella Comune segnalava un evento inusitato, e io ero piuttosto disorientato per esserci caduto dentro proprio all’ultimo momento. I nastri, i festoni, le luminarie, i manifesti e le decorazioni di ogni colore si moltiplicavano in ogni spiazzo circostante e ci si trovava immersi nel cantiere della grande festa. Le meditazioni, in Buddha Hall – con un numero di partecipanti per me così insolitamente spropositato – si susseguivano in un suggestivo scenario di luci diverse, che si fondevano l’una nell’altra.

Il 31 Dicembre, giorno fatidico, il serpentone di chi aspettava d’entrare in Buddha Hall per la White Robe giungeva fino al samadhi di Osho. Si respirava l’attesa, ma con un grande senso di tranquillità collettiva. Dopo qualche ora, all’avvicinarsi della mezzanotte, con la voce di Osho che guidava una meditazione, il pienone era ancora maggiore: non si poteva più entrare in Buddha Hall e molti  – tra cui io –  seguivamo da fuori, oltre la zanzariera che la circonda tutto intorno.

A mezzanotte l’esplosione: il Varco del Millennio era avvenuto – towards a new dawn, a new man, a new humanity – il vascello cominciava a muoversi. Scoppiavano le musiche, esplodevano le danze in un’orgia collettiva di colori, sensazioni e movimento che si trasferiva da uno spazio all’altro, dalla Buddha Hall alla Plaza, alle Piramidi, ai normali percorsi – divenuti per l’occasione piste da ballo e spazi per abbracci, scambi d’auguri, e ogni tipo di espressione creativa personale. C’era chi si era costruito una maschera, chi girava con delle semplici trombette, per non parlare naturalmente dei vestiti di mille colori che variegavano la scena.

L’esplosione continua nella notte, dura fino oltre le 4 del mattino, poi si acquieta, si vedono gli "ultimi fuochi" e si va verso la Dinamica, la prima "meditazione evento" del millennio. Meditazione evento perché i meditatori danzeranno nell’alba del III millennio, simile a quella che 1000 anni fa meravigliò la gente delle contrade europee, in attesa della "Fine del Mondo". Vergine innocenza sconcertante, questa nitida alba che ci sorprende tra le lucette colorate sui rami e il nostro sonnecchiare residuo di una nottata di festa.

Poi la giornata s’incanala nei suoi binari normali, attraverso il succedersi delle meditazioni (quella della risata, il Satsang, poi ancora il discorso di Osho), ma la gente ha comunque quell’effervescenza particolare dei giorni speciali – quelli che non si dimenticheranno più – e si coglie, sotto la pelle, in tutti, il desiderio di sentire intensamente un giorno così nuovo, così bambino, così fresco...

Che messaggio ci darà questa nuova apertura, questo inizio di una Nuova Era?...

Il mio soggiorno a Pune è breve: si conclude con un gruppo, il Diamond of Love: conoscenza dell’intimità.

Sto tuttora frequentandolo, ed è un modo per sperimentare l’altra dimensione di Pune (che con la "Festa Millenaria" rischiavo di perdere): quella che ti permette di guardarti dentro, quella del "conosci te stesso" per andare a vedere anche paure, ansie, insicurezze alle quali inevitabilmente un’esperienza del genere ti mette di fronte – e che in realtà abbiamo dentro da sempre. È un modo per sintonizzarmi con la mia parte più intima, per avvicinarmi alla vera esperienza della meditazione, aiutato dai  discorsi di Osho, dalla sua presenza ancora presente in tutta la Comune, dall’energia dei sannyasin che mi circondano.

Perché quello che sta diventando sempre più chiaro dentro di me, è la consapevolezza che, al di là delle aspettative di cambiamenti portati dall’alto, di svolte guidate dalle stelle, dalle congiunzioni astrali, la vera trasformazione, quella a cui tutti noi – ricercatori di verità – aspiriamo, è la trasformazione di noi stessi, dei nostri punti di vista: è un passaggio da un sentire, condizionato da vecchi insegnamenti ammuffiti, a un nuovo sentire, più fresco, più nuovo, proveniente dal cuore. Sentire il nostro corpo fisico, le sue vibrazioni; sentire qualche attimo di silenzio profondo; sentire noi stessi, per quello che veramente siamo, accettarci e quindi sentire gli altri e accettarli in maniera diversa e più sincera. E, per la felicità anche di un solo assaggio di questo nuovo sentire, lasciarsi andare alla gratitudine, alla celebrazione, alla danza.

Tra pochi giorni torno in Italia, il mio è stato un soggiorno-lampo. Ho voluto provare il "gusto forte" del Millennio a Pune, perché l’impronta della Nuova Era fosse all’insegna della meditazione, dell’amore, della festa, della celebrazione.

 

Sw. Dhyan Nityam

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Sono passati mille anni

 

…oppure no? Nella realtà dei fatti sta succedendo qualcosa di diverso

 

 

Il più grande dei miracoli è conoscere che cos’è il tempo. Conoscere che cos’è il tempo è conoscere cos’è la vita. Conoscere che cos’è il tempo è conoscere che cos’è la verità.

Quello che noi normalmente chiamiamo tempo, non è il vero tempo. È il tempo in senso cronologico. Per cui ricordati che il tempo può essere suddiviso e classificato in tre modi diversi: cronologico, psicologico e reale.

Il primo tipo di tempo è quello scandito dall’orologio. È un tempo pratico,  non reale. È un accordo preso all’interno della società umana. Abbiamo deciso di dividere il giorno in 24 ore. Che la terra compia un giro completo intorno al suo asse in 24 ore è un concetto molto arbitrario, siamo noi che abbiamo stabilito che è così. Poi abbiamo deciso di dividere le ore in sessanta minuti. E non c’è nessuna necessità intrinseca per una suddivisione di questo genere.

Altre civiltà potrebbero avere una suddivisione diversa, potremmo dividere le ore in cento minuti – nessuno ce lo può proibire.

Poi abbiamo diviso i minuti in sessanta secondi. Anche questo è arbitrario: è semplicemente pratico. È il tempo scandito dall’orologio. Ciò è necessario perché altrimenti la società cadrebbe nel caos. È veramente necessario avere degli standard comuni – come i soldi, le diverse valute. Una banconota da cento rupie, un conto da dieci dollari, o qualunque altra cosa del genere – sono semplicemente convenzioni che la società ha deciso di adottare. Ma non hanno niente a che vedere con la vita reale.

Quando l’uomo non sarà più sulla terra, gli orologi continueranno forse a segnare le ore, ma non ci sarà assolutamente nessun ‘tempo’. Nessuno se ne preoccuperà, nessuno ci farà caso. Senza la presenza dell’uomo il tempo scandito dall’orologio si fermerà immediatamente, e questo dimostra che questo tipo di tempo è una creazione dell’uomo, è un prodotto della società. Più una società è elevata – e quando dico "più elevata" intendo dire che diventa più complessa – è sempre più ossessionata dal tempo scandito dall’orologio. L’uomo primitivo non ha nessun bisogno dell’orologio. Se gli metti davanti un orologio diventa solo confuso, si chiede: a quale scopo un orologio? A cosa può servire un orologio a un uomo primitivo? Al contrario un uomo civilizzato non può vivere senza un orologio. È quasi impossibile vivere in una società civilizzata senza un orologio, perché l’intera società si muove secondo il susseguirsi delle ore. Ma ricorda: questa è una falsa idea del tempo. Non ha niente a che fare con la realtà.

Più in profondità, proprio al di sotto, c’è un altro tempo che non è reale, ma è molto più reale del tempo cronologico: è il tempo psicologico. C’è un orologio biologico dentro di voi, di cui le donne sono consapevoli più che gli uomini. E anche loro non lo saranno a lungo, perché stanno in ogni maniera imitando gli uomini. Il loro corpo funziona ancora come un orologio interiore: le mestruazioni arrivano ogni ventotto giorni. Il corpo funziona come un orologio interiore, un orologio biologico.

Se stai attento, vedrai che ti viene fame a una certa ora tutti i giorni. Se stai bene e sei sano, le tue necessità iniziano a seguire un certo schema e poi la stessa modalità tende a ripetersi. Si interrompe solo quando non stai bene, altrimenti il corpo andrà avanti tranquillamente a seguire questo semplice ritmo. E se ne diventi consapevole sarai sicuramente più vitale di chi invece non lo è: sarai più vicino alla realtà.

Il tempo cronologico è fisso, deve esserlo, è una necessità sociale, ma il tempo psicologico è fluido, non è così stabile perché ogni persona ha la propria psicologia, la propria mente. Hai notato? – Quando sei felice il tempo passa veloce.

Non è il tuo orologio che si muove più in fretta: l’orologio non ha nulla a che fare con te. Si muove al proprio ritmo – in sessanta secondi si muove un minuto, in sessanta minuti si muove un’ora… e così via – se sei felice o infelice non importa. Se sei infelice è la tua mente a essere in un tempo diverso, diverso da quello di quando sei felice.

Se all’improvviso arriva il tuo amato, se senza preavviso bussa alla porta… il tempo quasi si ferma. Passeranno le ore – anche se non fate niente di particolare: seduti vicini, mano nella mano, guardando la luna – le ore passeranno e vi sembrerà che sia passato solo un minuto. Il tempo passa molto, molto in fretta quando sei felice. Quando sei infelice – perché è morto qualcuno, qualcuno che amavi – allora il tempo passerà molto, molto, molto lentamente.

Il terzo poi è il tempo reale, esistenziale. Il tempo reale non è per nulla tempo, perché il tempo reale è eternità. Il tempo reale non è un processo. Avviene simultaneamente. Il futuro, il passato, il presente non sono tre cose separate, non c’è bisogno di unirle.

È un eterno adesso, è eternità. Non è che il tempo trascorra, ti passi di fianco, vicino a te. Dove se ne va? E da dove è arrivato? È là – o meglio, è qui. Il tempo è. Non è un processo. Se diventi consapevole del processo del tempo – il momento che è, il momento che è passato, quello che deve arrivare – se porti il tuo samadhi in tutto questo, accade all’improvviso la conoscenza della realtà ultima: perché nel momento in cui osservi attraverso il tuo samadhi, la distinzione tra il presente, il futuro, e il passato scompare. Questi tempi scompaiono perché la distinzione è falsa.

All’improvviso diventi consapevole dell’eternità. Allora il tempo è simultaneità. Nulla scorre, nulla sta arrivando: tutto è, semplicemente è.

Questa essenza è conosciuta come divinità, questa essenza è ciò che chiamiamo il divino. Se puoi vedere il tempo attraverso gli occhi del satori, del samadhi, il tempo scompare. Questo è l’ultimo miracolo – dopo c’è soltanto kaivalya, la liberazione. Quando il tempo scompare, tutto scompare, perché l’intero mondo del desiderio, dell’ambizione, della motivazione, esiste solo a causa del concetto errato di tempo. Il tempo è una creazione: il tempo come processo – passato, presente e futuro – è in realtà una proiezione del desiderio. Questa è una delle più grandi intuizioni della saggezza orientale: che il tempo e il suo processo sono in realtà una proiezione del desiderio.

Dato che desideri qualcosa che non hai, tu crei il futuro. E poiché hai degli attaccamenti, da ciò crei il passato. Non puoi lasciare andare ciò che non è più davanti a te e vuoi trattenerlo, e così crei la memoria. E crei il futuro a causa di ciò che ancora non è arrivato, e che tu stai aspettando. Il futuro e il passato sono stati della mente, non parti del tempo. Il tempo è eterno. Non è diviso. È uno, intero.

Tu vivi in quello cronologico – e così finisci a vivere nel mondo della cronaca di giornale: nel mondo dei politici, dei pazzi, della gente piena solo di ambizioni. Oppure se vivi nel tuo tempo psicologico allora vivi nel mondo dei folli, oppure solo nel mondo della fantasia, del sogno, della poesia. Quando il tempo scompare e ti circonda l’eternità, quando il tempo non è più un processo ma una fonte di energia – un eterno adesso – allora diventi capace di entrare nelle cose e di comprendere, senza alcuna definizione dall’esterno.

 

Osho, tratto da: Yoga: The Alpha and the Omega # 9

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Ferma l'orologio del tuo tempo

 

…basta fermare la mente, e sfuggire così alle fauci della morte.

 

 

In sanscrito si usa la stessa parola per indicare il tempo e la morte. La morte è chiamata kal e anche il tempo è kal. Forse il sanscrito è l’unica lingua al mondo che abbia la stessa parola per il tempo e per la morte. È per questo che si può veramente affermare che  il sanscrito sia l’unica lingua trasformata dalle intuizioni dei saggi, dei veggenti: tutte le altre sono rimaste lingue comuni.

Per diecimila anni, in Oriente, migliaia di persone si sono illuminate e hanno cambiato l’intima struttura della lingua sanscrita. Le hanno dato la fragranza della loro illuminazione, hanno reso luminose le parole: hanno dato a quelle parole dei significati che non possono essere dati da persone non illuminate.

Ora, chiamare la morte e il tempo con la stessa parola mostra una grande intuizione. Non è una questione di conoscenze linguistiche, si tratta di avere sperimentato qualcosa di grandissimo valore. La morte e il tempo sono la stessa cosa: vivere nel tempo vuol dire vivere nella morte. E quando scompare il tempo, nello stesso momento scompare la morte.

Così quando sei in assoluto silenzio, quando nessun pensiero attraversa la tua mente, il tempo si dissolve: non hai più idea di che ora sia. E nel momento in cui il tempo scompare e l’orologio della tua mente si ferma, improvvisamente entri in quel mondo che è fuori dal tempo, il mondo dell’eterno, il mondo dell’assoluto.

Un ricercatore spirituale chiede a Gesù… questo non si trova citato nel Nuovo Testamento, ma fa parte della tradizione Sufi. Dunque un ricercatore chiede a Gesù: “Quale sarà la cosa più significativa nel tuo regno dei cieli?”. E la risposta è stupefacente. Gesù dice: “Il tempo non esisterà più. Questa sarà la cosa più rilevante nel mio regno dei cieli – il tempo non ci sarà più. Non ci sarà passato, o futuro: ci sarà solo il presente.”

E lasciate che vi dica che il presente non fa parte del tempo. Naturalmente, di solito, nelle scuole e nelle università vi è stato detto e insegnato – i vostri dizionari non la finiscono mai di ripeterlo – che il tempo si divide in passato, presente e futuro. È assolutamente sbagliato, secondo coloro che sanno è sbagliato. Passato e futuro sono il tempo, ma non il presente: il presente appartiene all’eternità. Passato e futuro appartengono al mondo del relativo. Tra i due trova posto l’altrove, il trascendente – e questo è il presente. L’adesso fa parte dell’eternità.

Se usi gli strumenti della meditazione, lascerai la mente alle tue spalle e la mente è la sorgente sia del tempo che della morte. La mente è il tempo, la mente è la morte. Con la meditazione, con l’osservazione della mente, puoi andare oltre la morte.

 

Osho, tratto da: I Am That #13

 

 

Ho chiesto a della gente che giocava a carte, a scacchi: "Che state facendo?".

Mi hanno risposto: "Stiamo ammazzando il tempo."

Fin da piccolo sono stato contrario a questa espressione “ammazzare il tempo”. Mio nonno era un grande giocatore di scacchi e gli dicevo sempre: "Stai invecchiando e stai ancora ammazzando il tempo. Non vedi che è il tempo invece ad ammazzare te?".

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L'illuminazione comincia…

 

…quando muore la mente.

 

 

Bisogna rendere chiara una distinzione, quella fra il cervello e la mente. Il cervello è parte del corpo. Ogni bambino nasce con un cervello fresco, ma non con una mente fresca. La mente è uno strato di condizionamenti attorno alla consapevolezza. Tu non te lo ricordi, ed è questo il motivo per cui esiste una discontinuità. In ogni vita quando una persona muore, anche il cervello muore, ma la mente viene "lasciata andare" dal cervello e diventa come uno strato attorno alla consapevolezza. Tale strato è immateriale, è solo come una vibrazione. E così attorno alla consapevolezza ci sono centinaia di strati.

Quando ho detto che un bambino nasce con una mente come una tabula rasa, intendevo parlare del cervello. La mente è molto antica, è vecchia come l’esistenza. Non ha un inizio, ma ha una fine. Il giorno in cui sei capace di lasciar cadere tutti quegli strati accumulati nei secoli, la mente muore. Finisce. E qui bisogna comprendere come l’illuminazione ha un inizio, ma non una fine; in questo modo sei tu che connetti entrambe le cose. La mente non ha un inizio, è sempre stata con te. Così a un certo momento puoi lasciarla andare.

La fine della mente è l’illuminazione. Pertanto l’illuminazione continua. Ha un inizio, ma non ha fine. Insieme queste due cose coprono l’eternità intera, dal passato al futuro.

Ma il cervello nasce ogni volta che entri in un corpo e muore ogni volta che lo lasci. Solo il suo contenuto – che è la mente – non muore: rimane con la consapevolezza. È questo il motivo per cui è possibile ricordare le vite passate – persino quando eri un animale o un albero, oppure una roccia. Tutte quelle ‘menti’ sono ancora con te. Ma dal momento che la psicologia non distingue fra mente e cervello, e la scienza accetta la non distinzione… nella lingua corrente, mente e cervello sono quasi sinonimi. Per questo motivo qualche volta me ne dimentico e invece di usare la parola cervello uso la parola mente.

In quelle lingue in cui è stata compiuta una profonda ricerca nella realtà interiore, esistono invece molte parole per descrivere fenomeni diversi, in esse esiste una parola per cervello che non può essere confusa assolutamente con mente. La parola mente deriva dal sanscrito manas – ma manas significa strato – così ci saranno diversi strati: manas animali, manas vegetali, a seconda dei diversi stadi di evoluzione attraverso cui sei passato. E in sanscrito il tutto, l’insieme di questi strati, non è chiamato manas, bensì chittam. È chiamato chittam perché non è parte del corpo, ma parte della consapevolezza. Consapevolezza in sanscrito si dice chetana: e proprio perché è attaccato a chetana si chiama chittam. Queste lingue sono molto precise rispetto alle parole e al loro significato. La ragione è chiara: hanno ricercato a lungo e trovato queste differenze.

Chittam è tutto il passato, tutte le menti che collettivamente sono attaccate a chetana, alla consapevolezza; esse verranno lasciate andare tutte insieme, una volta abbandonate è come se ti fossi tolto i vestiti e la tua consapevolezza fosse rimasta nuda. Questa nuda consapevolezza è l’esperienza ultima dell’essere.

Tutte le menti che hai abbandonato rimangono nel fondo del cervello, così se una persona illuminata vuole rivederle, può farlo: proprio come tu puoi andare in cantina a cercare fra tutto il ciarpame che hai accatastato.

Il problema non è il cervello, perché il cervello è solo una macchina. Il problema è il contenuto del cervello: la mente. Il cervello è solo un contenitore e in ogni vita ricevi un contenitore nuovo. Il vecchio contenuto viene trasferito in un nuovo strato che sta intorno alla consapevolezza.

Fino a quando non ti illumini la mente ti rimane attaccata addosso. È come la polvere di tutte le vite che hai vissuto, tutte le memorie che si liberano subito dopo la morte. E quei ricordi continuano a stare attaccati alla consapevolezza. Formano uno strato molto spesso. La meditazione è lo strumento per fare un buco in questo spesso strato e raggiungere le acque sotterranee della consapevolezza. Per questo la meditazione ha un inizio, ma non ha una fine.

Osho, tratto da: The Path of the Mystic # 8

 

 

 

Si racconta che quando il mistico assidico Muzheed si illuminò, l'orologio sul muro si fermò all'improvviso. Forse è successo davvero - infatti è possibile - o forse no, ma il simbolismo è chiaro: quando la mente si ferma, il tempo si ferma; quando il pendolo (della mente) si ferma, l'orologio si ferma. Da quel momento in poi l'orologio non si è più mosso, da quel momento segna sempre la stessa ora.

Il tempo è creato dal movimento della mente, proprio come il movimento del pendolo. La mente si muove, e tu avverti il tempo. Quando non c'è movimento il tempo non può essere avvertito. Gli scienziati e i mistici sono d'accordo su questo punto: che è il movimento a creare il fenomeno del tempo. Se non ti muovi, se stai immobile, il tempo scompare... e ti trovi nell'eternità.

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In principio…

 

…non c’è stato un principio: l’esistenza non funziona così.

 

Negli ultimi otto anni un numeroso gruppo internazionale di ricerca ha raccolto dati attraverso il telescopio spaziale Hubble con lo scopo di determinare l’età, le dimensioni e il destino finale dell’universo. Secondo la leader di questo gruppo, Wendy Freedman, dell’Istituto Carnegie di Washington, i ricercatori sono ora in grado di asserire che la nascita dell’universo avvenne in un "big bang", un’esplosione accaduta tra 12 e 13,5 miliardi di anni fa – molto più recentemente di quanto si pensava finora.

Ma nessuno nella comunità scientifica sembra pronto a mettere in dubbio l’ipotesi fondamentale che questo “big bang” è stato realmente la causa originaria dell’inizio della creazione. Questa ipotesi, da parte sua, ha permesso ai teologi cristiani di affermare che la teoria del “big bang” è in accordo con l’asserzione biblica che dio ha creato l’universo in un momento storico specifico. Osho offre invece una diversa visione:

 

La prima cosa da ricordare è che nel corso di trecento anni la religione ha continuato a perdere terreno. Dapprima la religione ha cercato di distruggere la scienza. Non ci è riuscita perché la verità non si può distruggere e la scienza era più veritiera della religione, riguardo al mondo oggettivo. In realtà la religione non ha alcun fondamento per fare delle affermazioni circa il mondo oggettivo.

Quando la scienza ha cominciato a investigare il mondo oggettivo, le istituzioni religiose si sono spaventate moltissimo. Se ci fosse stato uno come Gesù, non si sarebbe spaventato per niente, avrebbe detto: “Su questo argomento, date retta alla scienza”. Se ci fosse stato Buddha, avrebbe detto: “Ascoltate quello che vi dice la scienza”. Ma non c’erano buddha in Occidente, dove la scienza era in crescita. Persone come Galileo e Copernico e Keplero furono torturate in ogni modo perché le istituzioni religiose – la chiesa – avevano molta paura: ciò che la scienza diceva andava contro le loro sacre scritture.

A poco a poco la scienza si è impadronita di tutto il territorio del mondo oggettivo. Ovviamente la religione si è messa sulle difensive: sta perdendo terreno e deve difendersi. Così cerca di appropriarsi di qualunque scoperta della scienza e di adattarla in qualche modo alla sua dottrina, perché ora l’unica possibilità che ha di sopravvivere è di dimostrare di essere in accordo con la scienza. All’inizio era l’esatto contrario. Se uno scienziato voleva sopravvivere, l’unico modo era di provare che tutte le sue scoperte erano in accordo con le sacre scritture, che davano ragione alle scritture, che non erano assolutamente in contrasto.

Adesso è cambiato tutto: se la religione vuole esistere nel mondo, deve continuamente fare riferimento alla scienza. Quando la scienza scopre qualcosa, la religione se ne appropria immediatamente e cerca di provare che era proprio quello che aveva sempre detto.

Questa teoria del "big bang" non ha niente a che fare con l’atteggiamento religioso e con la teoria della creazione. Nella teoria del “big bang” non c’è dio, è solo un evento casuale: non si tratta di creazione, ricorda, perché non esiste nessun creatore in questa teoria. Ma la religione è sempre sulle difensive, cercando continuamente qualcosa a cui attaccarsi. La teoria del "big bang" dice che il mondo fu creato in un’esplosione improvvisa, in un grande sfolgorio di luce. E la chiesa ha pensato bene di approfittarne: si può sempre trovare un modo, un collegamento logico. Si può affermare “Sì, è giusto, questo è proprio ciò che avevamo sempre detto. Da principio dio disse: ‘Che la luce sia!’ e adesso questa teoria scientifica dice che ci fu una grande esplosione e che il mondo all’improvviso fu creato.”

Ma la cosa più importante manca – non fatevi ingannare. La religione continua ad affermare che dio disse: “Che la luce sia”. La cosa basilare per loro non è la luce, la cosa importante è dio che afferma "Che la luce sia". Ma quel dio manca assolutamente nella teoria del big bang: non c’è nessun dio, fu un avvenimento improvviso, non una creazione.

Ed è successo miliardi di anni fa. Non si può nemmeno essere sicuri dell’esistenza di Krishna, solo cinquemila anni fa. Non si può nemmeno essere certi di Gesù, se si sia trattato di un personaggio storico o di un mito – e si tratta solo di duemila anni fa. Pensi davvero di poter essere certo di qualcosa che accadde venti miliardi di anni fa? Sono tutte ipotesi. E io continuo ad affermare che il mondo non è mai stato creato, non c’è mai stato un inizio. Perché dico che non c’è stato un inizio? È facile. Persino se credi nella teoria del big bang, ci deve essere stato ‘qualcosa’ che è esploso. Pensi forse che il niente possa esplodere? Se c’era qualcosa, un fattore x, con un nome qualsiasi, queste stupidaggini non m’interessano: x, y o z, comunque si voglia chiamare ciò che esplose, se c’era qualcosa prima dell’esplosione, allora l’esplosione non è il principio. Può essere un inizio, ma non l’inizio.

E quando dico che non c’è mai stato un inizio, intendo proprio l’inizio. Qualcosa era già presente, sia che sia esplosa, sia che sia cresciuta lentamente – in un giorno o in sei, o in un singolo istante, non importa. Ci deve essere stato qualcosa prima, perché una cosa può nascere solo da una cosa. Anche se dici che non c’era nulla prima, e tutto apparve dal nulla, allora questo tuo nulla è pieno di qualcosa, non è veramente un nulla.

Per questo dico che non c’è mai stato un principio e non ci sarà mai una fine. Forse un qualche inizio… forse molti inizi e forse molte fini, ma mai il primo e mai l’ultimo. Siamo sempre nel mezzo. L’esistenza non è una creazione ma una ‘creatività’, un continuo processo creativo. Non è che cominci un giorno e poi finisca un altro. Va sempre avanti, è un processo continuo.

Per questo dico che tutte queste ipotesi sono inutili, che non sono necessarie, non servono ad alcuno scopo. Questo era anche l’approccio di Buddha. Se qualcuno poneva una domanda del tipo: “Chi ha creato il mondo?” – se il mondo sia mai stato creato o se sia non-creato – Buddha rispondeva con un’altra domanda. Chiedeva: “Se viene deciso chi ha creato il mondo, ciò aiuterà forse la tua illuminazione? Ti aiuterà a diventare più silenzioso, più meditativo, più consapevole?”

Di certo la persona rispondeva: “No, non mi aiuterà. Non ha importanza chi ha creato il mondo. Non aiuterà la mia illuminazione e non mi renderà più meditativo”.

E Buddha continuava: “E allora perché preoccupasi di tutto questo? Pensa a ciò che ti può aiutare a diventare più meditativo, pensa a cose che ti possono aiutare a liberarti dagli attaccamenti dell’ego, pensa a ciò che ti può alla fine condurre allo stato di samadhi”.

Il mio approccio è lo stesso: queste sono domande irrilevanti. A causa di queste domande irrilevanti ci sono state controversie di ogni tipo nel corso dei secoli, migliaia di persone hanno sprecato la loro vita discutendo su chi ha creato il mondo – e in che data esattamente e così via. Credo che queste persone fossero dei nevrotici. Non credo che fossero persone sane e normali. A chi interessa tutto ciò? E a che cosa serve? Non ha alcuna importanza, è solo un’astrazione.

Osho, tratto da: The Book of Wisdom #28

 (ritorna al sommario)

 

 

 

Ricostruire il Buddhafield

 

 

Parte undicesima - Osho ritorna a Pune, che aveva lasciato quasi sei anni prima. Le vessazioni delle autorità indiane non gli impediscono di mettersi subito alacremente al lavoro per ricreare, in una dimensione diversa, alti livelli di energia e un’atmosfera di meditazione. Le condizioni per portare chiunque sia disponibile a maggiori livelli di consapevolezza, lungo quel cammino verso ciò che Osho definisce il diritto di nascita di ogni essere umano: l’illuminazione.

 

Osho ritorna a Pune, nella sede del vecchio Ashram che aveva fondato negli anni settanta, quasi sei anni dopo averla lasciata per andare negli Stati Uniti. Arrivava da Bombay, dove per quattro mesi, alla fine del suo world tour, era stato ospite nella casa di un discepolo. Le ragioni di questo trasferimento erano la necessità di trovare uno spazio che potesse accogliere il numero sempre maggiore di persone che arrivava per ascoltarlo – la presenza ai discorsi di Osho tenuti a Bombay aveva dovuto essere persino regolata da un sistema di turni – e le continue minacce, inoltre, dei gruppi estremisti indù che avevano reso praticamente insostenibile la situazione per il proprietario della casa e la sua famiglia.

Questo tipo di problemi continuò anche subito dopo l’arrivo a Pune, e vi si aggiunsero le minacce della polizia.

Così ricorda Shunyo, che per anni aveva seguito Osho insieme alle persone che si prendevano cura delle sue necessità domestiche.

“Quando arrivò, verso le quattro di mattina del 4 gennaio, la strada che attraversava l’Ashram straripava di sannyasin in attesa di salutarlo. Lui era sdraiato sul sedile posteriore della macchina, addormentato. Si svegliò e salutò tutti senza alzarsi, ancora avvolto nelle coperte; sembrava un bambino che era stato svegliato nel cuore della notte.

Tre ore più tardi arrivò la polizia con un mandato che gli impediva l’entrata nella città di Pune. Se glielo avessero consegnato prima di arrivare in città, avrebbe commesso un reato, entrandoci. Ma era partito da Bombay di notte, per evitare il caldo e il traffico, e la polizia si accorse in ritardo della sua presenza.

Quando arrivarono all’Ashram, vollero andare in Lao Tzu e salire nella stanza dove Osho stava ancora dormendo. Nessuno era mai entrato nella sua stanza, mentre dormiva, e per tutti noi era un’incredibile intrusione, un vero e proprio insulto.

Dalle scale, potemmo sentire delle urla che provenivano dalla stanza di Osho: era la sua voce. Quelle urla proseguirono per una decina di minuti, poi Vivek entrò nella stanza e chiese ai poliziotti se volevano una tazza di tè! Vivek ci disse poi che le sembrarono subito sollevati, di certo non credevano che quell’incontro sarebbe stato così intenso, ed erano contenti di poter avere una scusa per tirarsi fuori da quella situazione.” (1)

 

Anche dopo la ferma reazione di Osho a quell’intrusione le vessazioni continuarono, il questore inviò persino una lista di regole alla quale bisognava attenersi per evitare la chiusura dell’Ashram: vi si stabiliva addirittura la lunghezza e il contenuto dei discorsi di Osho – che si sarebbero dovuti tenere alla presenza di poliziotti armati – quante meditazioni al giorno si potevano avere e quanto lunghe, il numero massimo di visitatori ammessi (mille!) e la schedatura negli uffici della polizia di tutti i non indiani. D’altra parte arrivarono anche manifestazioni di stima, persino dal sindaco di Pune, che presentò anche a Osho scuse ufficiali e aiutò a prevenire ogni azione della squadra demolizioni inviata dal governo (agli altri tentativi di intimidazione si erano anche aggiunti un paio di bulldozer ‘governativi’ che stazionavano in permanenza fuori dal portone pronti a radere al suolo alcuni edifici dall’Ashram dei quali “si stava verificando la legalità”).

Osho comunque non si lascia affatto intimidire, le varie ordinanze vengono contestate in tribunale e solo pochi giorni dopo l’arrivo a Pune riprendono i discorsi in pubblico, sia al mattino che alla sera, nell’auditorio di Chuang Tzu – proprio dentro Lao Tzu dove Osho abita. Inizia commentando “Il Profeta” di Kahlil Gibran ed è subito chiaro il percorso che sta indicando a tutti coloro che lo ascoltano, sia a chi lo aveva seguito in America e nelle sue peregrinazioni intorno al mondo, sia a chi era appena arrivato a lui, sentendone magari parlare sui giornali o da amici o in giro per l’India:

“Per aspettare c’è bisogno di una immensa fiducia nel fatto che, qualunque cosa accada, in realtà non importa. Ogni seme deve imparare solo una cosa: aspettare la stagione giusta, aspettare l’arrivo della primavera. Il seme non può farci nulla. Non può far arrivare la primavera; la stagione giusta arriverà da sé. E se il seme si sforza di fare qualcosa proprio questo suo fare lo può rendere chiuso, non ricettivo. Un seme deve semplicemente essere aperto, ricettivo, in attesa… e quando arriva la primavera. E una cosa è certa nel profondo del cuore di questo seme: la primavera di sicuro arriva, perché il seme ha visto i fiori tutto intorno a lui, tutto un giardino. Avete visto Buddha fiorire, ma questa fiducia non è nata. Avete guardato nei miei occhi ma questa fiducia non è nata – ci sono ancora dubbi, domande, scetticismo. E di solito i fiori non parlano ai semi. Ma chissà? Io ci sto provando. Qualcuno potrebbe davvero ascoltare, qualcuno potrebbe vedere, potrebbe imparare il modo di risvegliarsi. Questa è l’unica religione che conosco…

La religione è un viaggio di ritorno – e siete tutti arrivati con un biglietto di ritorno. Ma questa volta, nel ritorno, sarete totalmente consci, svegli, consapevoli. Ed era questo lo scopo di tutto questo viaggio, di chiudere il cerchio: dall’inconscio alla consapevolezza, dal buio alla luce, dalla morte all’eternità. È questo il motivo per cui siete qui…

Fino ad ora quando dicevate di essere aperti era solo una cosa superficiale. Ma adesso la gioia di tornare a casa è così grande che la forza di questa gioia, la sua abbondanza, spalanca tutte le porte del cuore.

Il vostro cuore è un seme.

Quando con gioia apre tutte le sue porte diventa un fiore.

Siete arrivati a casa.

Ci sono state molte notti buie, ci sono state molte angosce e molti incubi, adesso tutto è finito. La vostra gioia è tale che si diffonde sopra tutto l’oceano. Diventa oceanica. é proprio questo il sentimento che William James chiama oceanico.” (2)

 

Ben al di là dell’atmosfera un po’ sonnolenta, e dell’aria di lieve abbandono che si era instaurata nell’Ashram di Pune in tutti quegli anni in cui solo uno sparuto gruppo di sannyasin era rimasto a prendersene cura, l’avvio del ‘lavoro’ partì a piena velocità  – come ricorda una testimone di quei giorni:

“Durante le prime settimane, osservavo Osho danzare con noi nell’auditorio, con una totalità e una forza al di là di qualunque cosa noi potessimo dargli in cambio. Stava caricando di energia l’atmosfera e teneva discorsi infuocati; compresi che stava ricominciando da capo. Stava ricominciando da zero con tutti noi.

Qualunque tipo di magia stesse creando, funzionò. Iniziarono ad arrivare sannyasin da ogni parte del mondo. Dapprima titubanti, poi sempre più sicuri… Alla fine di febbraio l’Ashram era in ebollizione: la pentola era sul fuoco! (3)

 

Per più di un anno i discorsi avvengono sia di mattina che di sera, dapprima in Chuang Tzu e in seguito, a partire dal settembre 87, nella Buddha Hall, appena finita di ricostruire, che permetteva una partecipazione molto più numerosa. L’impegno di Osho nel comunicare con “la sua gente” è costante e intenso: durante il periodo di tre anni che va dal 1987 al 1990 parla per un equivalente di 48 libri, un’impresa che ha quasi del miracoloso considerando che praticamente per un terzo del tempo la sua salute non gli permette di tenere alcun discorso pubblico.

In realtà viveva solo per questo: rispondendo a una domanda sulla sua vita personale, su come passasse le sue giornate, le riassumeva argutamente così:

“Detto in breve: vi parlo due volte al giorno se il mio corpo lo premette. Ogni tanto non ce la fa. Sempre due volte al giorno, poi, mi lavo – mi basta una doccia veloce, in fretta. Millecinquecento calorie di cibo – che neanche un bambino troverebbe sufficiente – perché se ne mangio di più finisce che divento un membro del club dei “poltroni”. Non che abbia niente contro di loro. È brava gente che non ha mai fatto male a nessuno. Ma comunque non ci tengo a far parte del club. Ecco qui, visto che me l’hai chiesto, la mia autobiografia. E poi due momenti dedicati al sonno – diciotto ore in tutto.

Non ho ambizioni per il domani. Se per caso sono ancora qui vi parlerò di cose che potrebbero aiutarvi nella vostra ricerca. Se non ci sarò più… forse anche quello potrà aiutarvi, perché in quel caso non potrete più darmi per scontato. Forse il mio ricordo vi può dare molta più luce di quanta ve ne posso dare io. Non datemi mai per scontato, perché non ho nulla che mi faccia rimanere qui: nessun desiderio, nessuna ambizione, nessun posto dove voglio andare.” (4)

 

Nei suoi discorsi, quasi paradossalmente, Osho continua a enfatizzare il valore del silenzio, affermando che lui – piuttosto che un ‘insegnamento’ globale e specifico – ha da offrire a chi lo sta ascoltando delle precise tecniche di trasformazione. Non parla quindi per spiegarci qualcosa di particolare bensì soprattutto per permetterci di avere un’esperienza di alcuni momenti di silenzio.

“È possibile ascoltarmi in due diversi modi: c’è quello dello studioso – che ascolterà le mie parole – e quello del ricercatore spirituale, che ascolterà i miei silenzi. I silenzi sono la mia maniera di comunicare con voi. Le mie parole esistono solo per dividere, con voi, dei piccoli intervalli di silenzio. Una parola viene usata così che, prima che io ne pronunci un’altra, voi potete sentire il silenzio che vi pervade. Nessuno ha mai usato prima il linguaggio in questa maniera: per creare semplicemente delle occasioni di silenzio. Quando siete da soli la vostra mente continua a chiacchierare e non vi permette di essere in silenzio. Ma qui sono io che continuo a parlare e così voi ne siete liberati… almeno per alcuni momenti, quelli in cui state aspettando la mia prossima parola. E questo aspettare vi fornisce in modo naturale una esperienza di silenzio.” (5)

 

Molte furono le tecniche, gli stratagemmi usati da Osho per portare le persone presenti ai suoi discorsi a queste esperienze di silenzio, all’inizio ‘danzava’ – muovendo energicamente le braccia – insieme al suo pubblico, accompagnato da una musica selvaggia, sia all’entrata che all’uscita dall’auditorio. Poi, sempre prima e dopo il discorso, iniziarono degli esercizi di stop: durante questa frenetica danza in crescendo Osho improvvisamente fermava le braccia a mezz’aria – la musica si interrompeva – e ognuno rimaneva fermo, come congelato: e poi la musica e la danza ricominciavano… e così via, per più e più volte. Un altro mezzo, sempre gradito, per portare i suoi ascoltatori a un’esperienza di silenzio erano le famose barzellette di Osho:

 

“E adesso una barzelletta… e lo scopo non è la barzelletta in sé. Lo scopo è la risata che la segue, perché quando ridete il vostro continuo pensare si ferma. In quella risata non siete più nella mente” (6)

“Questo silenzio è meraviglioso, ma ogni risata lo rende più profondo. Non ve ne siete mai accorti? Dopo ogni risata entrate in un livello di silenzio più profondo. È quasi come essere su una strada, al buio, e passa un’automobile con i fari accesi. Improvvisamente arriva la luce dove c’era prima l’oscurità. Ma quando la macchina è ormai passata l’oscurità diventa più profonda. Qui succede qualcosa di molto simile, ecco perché ho iniziato a dire "è tempo per la preghiera" quando inizio a raccontare le mie barzellette. (7)

 

Nei discorsi di questo periodo Osho continua anche, con molta più urgenza che in ogni periodo precedente, a mettere in guardia la sua gente contro i pericoli di un attaccamento alla sua presenza fisica. Spiega come questa attrazione, questo desiderio di essergli vicino fisicamente, derivi dalla limitata consapevolezza di chi, per il momento, ha esperienza di se stesso solo come corpo – e non ancora a livelli più alti. Non è la vicinanza fisica in realtà che la persona cerca, ma quella spirituale, l’unica che veramente importa. E aggiunge:

“Non perderti nel godere della mia presenza, tutto questo deve diventare anche l’esperienza tua personale, e a questo scopo devi percorrere la tua strada. Si dice che Gautama il Buddha affermasse: ‘Un buddha può solo mostrarti la strada, non può percorrerla per te.’ Nessuno può farlo, non fa parte della natura delle cose. Tu mi dici che vedermi ogni giorno ti basta, questa è una conclusione molto pericolosa, perché un giorno di sicuro non mi vedrai più. Oggi sono con te, domani non si sa, e di sicuro dopodomani dovrò andarmene. La mia presenza è momentanea. Siamo insieme per un momento – al massimo pochi momenti – e poi dobbiamo separarci. Questa partenza non può essere cancellata. Goditi la mia presenza, ma non fermarti lì.” (8)

Nel novembre dell’87 Osho inizia ad avere grossi problemi di salute fisica – ai denti, all’orecchio, alle giunture e alle ossa di una spalla e di un braccio – nei tre quattro mesi seguenti i dolori al corpo gli impediranno sempre più spesso di uscire da Lao Tzu per andare a tenere i discorsi in Buddha Hall. In questo periodo Osho inizia a ricevere frequenti sedute di massaggio terapeutico e rebalancing (vedi OTI Nov 99) da alcuni suoi discepoli, mentre i medici tentano di capire quali siano le cause ultime di tutti questi sintomi.

(Continua sul  numero di giugno)

 

 

UNA STRANA FOLLA

 

"Diventerai poi consapevole che ti circonda una strana folla. Non è la solita gente che incontri in piazza, al mercato – queste sono persone che stanno cercando, persone che si pongono delle domande. Gente che è pronta a sacrificare tutto per la verità. Hanno rinunciato a una conoscenza presa in prestito e stanno cercando qualcosa per conto loro, personalmente.

Perché tutto ciò che non è la tua esperienza, per te non va bene. Può essere stata la cosa giusta per Gautama il Buddha, può essere andata bene per Gesù Cristo, ma non per te.

Tu sei un individuo unico, così come sei. Devi trovare la verità da solo, non seguendo le orme di qualcun altro. Il mondo della verità è quasi come il cielo, dove gli uccelli volano ma non lasciano tracce. Anche nel mondo della verità non ci sono tracce, non ci sono le impronte di Gesù, di Gautama il Buddha o di Lao Tzu. E un mondo di pura consapevolezza: dove puoi mai lasciare delle orme?" 9

 

 

IL GIORNO CHE INIZI

A TROVARMI DOVUNQUE TU SIA

É IL PIÙ GRANDE GIORNO

DELLA TUA VITA

 

 

BASTA ENTRARE IN QUESTO LUOGO...

 

Osho risponde a una domanda sulla sottile "magia" del buddhafield.

 

VARCANDO LA SOGLIA DI QUESTO 'TEMPIO' HO AVVERTITO UNA FRAGRANZA CHE HA CONTINUATO A RESTARE IN ME, UGUALE, FIN DAL PRIMO MOMENTO. COME SARÀ POSSIBILE PORTARE CON ME QUESTA FRAGRANZA, QUANDO PARTIRÒ?

 

La fragranza che hai avvertito in questo luogo di ricerca spirituale non è qualcosa che puoi lasciare qui, quando parti. E un insieme di amore, meditazione, silenzio, fiducia — valori che sostengono la vita — un canto di gratitudine, una danza... insieme agli alberi e alle stelle. Questa fragranza ti fa provare un'esperienza nuova, di un'atmosfera che non esiste nel mondo esterno. Se mediti diventerai parte di questo stesso luogo. E così, dovunque andrai, questa fragranza ti seguirà come un'ombra — anche gli altri se ne accorgeranno.

Non è la prima volta che mi viene fatta una domanda simile. Molte persone, dal momento in cui entrano qui, sentono all'improvviso di essere entrate come in un altro mondo — l'aria stessa è diversa, l'atmosfera è differente — come fossero tornati a casa. Ed è inevitabile che ci sia questa certa fragranza, perché ci sono così tante persone che meditano, e a poco a poco la loro essenza interiore sta sbocciando. Lo scopo di tutte le persone che sono qui è del tutto diverso da quello di ogni altro gruppo di gente nel mondo esterno. Queste sono persone che stanno cercando il principio essenziale, esistenziale della vita. L'evoluzione della loro consapevolezza è a stadi diversi, ma tutti loro, insieme, comunicano un palpito proprio di stadi più alti. E così quando entri in questo tempio scoprirai che l'aria è diversa, gli alberi sono diversi, le persone sono differenti. E se anche tu diventi un meditatore, e io so che lo stai diventando, questa fragranza inizierà a scaturire proprio dall'intimo del tuo essere. E anche gli altri potranno accorgersene, dovunque tu vada.

Mi piacerebbe che tu ti distinguessi dalla folla, non per i vestiti o per qualcosa di esteriore, ma proprio solo per il tuo essere — il tuo silenzio, la tua pace, il tuo amore, i tuoi occhi. 10

 

 

 

NOTE:

1. e 3. Shunyo, "I miei giorni di luce con Osho"

Ed. Il Cigno

2.  Osho, "I silenzi dell'anima" Ed. N.S.C.

4.  Osho, Om shanti shanti shanti #1

5.  Osho, Om Mani Padme Hum #18

6.  Osho, The invitation #9

7.  Osho, The zen manifesto #16

8.  Osho, The rebel #3

9.  Osho, The greatest piligrinage from here to here #25

10. Osho, The invitation #20

 (ritorna al sommario)

 

 

 

E Dio Creò l’Uomo

 

Osho esamina i fondamenti delle religioni organizzate e ci spiega come queste siano per lo più basate su un’ipotesi infondata: dio. Questa è solo una proiezione dell’uomo creata dalle sue paure. Solo la meditazione può portarci alla realtà.

 

Amato Osho,

durante i quaranta giorni e le quaranta notti che Gesù ha passato nel deserto, ha forse meditato? Lui non parla mai della meditazione, non dice se ne avesse avuto qualche esperienza. Ma allora cosa faceva laggiù?

 

Non meditava. Se avesse meditato le cose nel mondo sarebbero cambiate. Ciò che ha fatto in quei quaranta giorni e quaranta notti è stato pregare. Pregava un dio che non conosceva: nessuno sa se esiste veramente oppure no.

Milioni di persone hanno pregato e il cielo è rimasto assolutamente indifferente: nessuna risposta, nessuna reazione.

Tutta l’ideologia di Gesù e della cristianità è basata su di una invenzione. È un’opera di fantasia a carattere religioso. E ciò è vero per tutte le religioni che si basano sulla preghiera.

Ci sono due tipi di religioni al mondo: le religioni fondate sulla preghiera e quelle basate sulla meditazione.

Le religioni fondate sulla preghiera sono false, perché fin dall’inizio si basano sul credere nell’esistenza di un dio. Credere non è sapere: la fede non può distruggere il dubbio. Al massimo può riuscire a reprimere il dubbio, o almeno a mascherarlo, ma sotto alla fede continui sempre a dubitare se ciò che credi è vero oppure no. Il dubbio muore per suo conto solo quando sai, quando comprendi – allora non è più una questione di dubbi. Il credere contiene in sé il dubbio.

Il metodo per rinforzare un sistema di credenze è la preghiera. Dapprima c’è un falso dio – un’invenzione creata dalla tua paura, una fobia – e poi inizi a pregare questo dio che è una tua invenzione.

La Bibbia afferma che dio creò l’uomo a sua immagine. Se solo osservi bene questa affermazione… non ci vuole una grande intelligenza per vedere che è un’idiozia. L’uomo che conosci è forse fatto secondo l’immagine di dio? E se questa è l’immagine di dio, non puoi aspettarti niente di meglio da questo dio. No, quella affermazione è sbagliata, e non è nemmeno molto rispettosa verso dio. È come se si dicesse: “L’uomo ha creato i bufali a sua immagine.”

Dio ha creato l’uomo a sua somiglianza? È proprio questa l’immagine di dio: tutte le invidie, le disgrazie, tutte le disperazioni, le angosce, le guerre, gli assassini, gli stupri? …e l’elenco non finisce più. È proprio questa l’immagine di dio, il suo riflesso nello specchio?

Questa affermazione in primo luogo manca di ogni rispetto, di senso religioso. E in secondo luogo, è falsa. La verità è che l’uomo ha creato dio a sua immagine. Dio non ha creato l’uomo, è l’uomo ad aver creato dio. Ecco perché ci sono centinaia di dei al mondo, persone diverse hanno creato tipi diversi di dio, secondo le proprie idee. Un dio cinese non sarà interessante per gli altri, e l’idea di dio di qualcun altro non sarà attraente per i cinesi – essi sono una razza diversa, con delle differenze estremamente chiare: non hanno folte barbe o baffi, nella loro barba puoi contare magari una dozzina di peli, se ce ne sono di più diventa selvaggia. Secondo loro, sono le persone più civilizzate del pianeta, e anche il loro dio ha quella dozzina di peli nella barba. Gli dei degli indù non hanno barbe e nemmeno baffi. In nessuna religione che ha avuto origine in India: l’induismo, il gianismo, il buddismo… Sembra che gli dei degli indù abbiano cominciato a radersi fin dall’inizio dei tempi: la prima cosa che hanno creato deve essere stata un rasoio. Non è vero che all’inizio ci fu il Verbo, e dio era con il Verbo, e dio era il Verbo, sciocchezze! La prima cosa fu un rasoio! E dio era con il rasoio e dio si faceva la barba da solo, dato che non trovava nessun barbiere.

Nessuno ha potuto rispondere alla mia domanda, del perché questa gente sia senza barba, ma la ragione, come la vedo io, è che l’India non vuole che i suoi dei invecchino. Devono rimanere giovani al punto che la barba e i baffi non hanno ancora cominciato a crescere. E restano bloccati là. È questa un’ idea fissa degli indù: nel loro paradiso hanno le apsarasuna specie di assistenti di volo – e non permettono loro di superare i sedici anni. Sono passati milioni di anni e queste hanno ancora sedici anni. Naturalmente i loro dei non hanno più di diciotto anni al massimo – è necessario che sia così, altrimenti sarebbe una situazione davvero brutta: degli sporchi vecchiacci …con delle ragazzine.

Ma il dio cristiano invece – e il dio degli ebrei – è un vecchio, non una persona giovane. È vecchissimo, ha la barba bianca, perché ciò che è vecchio vale oro: più uno è vecchio e più è saggio. Nessuno può essere più vecchio di dio, ricordatelo. Ecco perché Adamo ed Eva ricevettero da lui la proibizione di mangiare i frutti dei due alberi, quello della conoscenza e quello della vita eterna. Perché impedirglielo? Perché mangiando i frutti dell’albero della vita eterna sarebbero diventati più vecchi dello stesso dio. E lui non vuole che nessuno sia più vecchio di lui perché vuole essere il capo.

Persone diverse hanno concezioni diverse, e hanno creato il loro dio a loro immagine e somiglianza. La cosa più stupida è che sono seduti di fronte a uno specchio pregando a mani giunte il riflesso della loro faccia, e pensano di star facendo qualcosa di religioso, qualcosa di spirituale. La preghiera è indirizzata a un dio fittizio, ecco perché in realtà non ha alcun valore.

La meditazione è una cosa completamente diversa.

Gesù non ha nessuna idea della meditazione.

Sfortunatamente, in Occidente la dimensione della meditazione è mancata completamente, per via dell’ebraismo, del cristianesimo, dell’Islam, che hanno dominato il mondo occidentale e costretto la gente a pregare.

In Occidente c’è stata anzi una condanna della meditazione, specie da parte dei religiosi: a loro la meditazione appare qualcosa di egoistico, perché non ha bisogno di dio né della preghiera. Meditare vuol dire solo stare seduto in un silenzio molto profondo, così che riesci ad arrivare fino al centro del tuo essere: è un affondare dentro di sé. Non ha niente a che fare con qualcun altro.

Quelli che non comprendono la meditazione, la definiscono egoistica.

Ma la meditazione ti conduce alla tua vera realtà. La preghiera ti porta solo al tuo riflesso, è una cosa futile: parli con il tuo riflesso. Non potrà aiutarti in alcun modo. Certo può dare forza al tuo ego sapere che dio ha il tuo stesso aspetto, che ti ha creato a sua immagine.

E quindi chi prega diventa necessariamente egoista, arrogante, si sente superiore: questo sarà il suo atteggiamento costante.

Il meditatore diventa umile. Non si sente moralmente superiore: quando raggiunge il suo centro diventa più estatico, più pacifico, più in armonia con l’esistenza. Si libera di tutti i problemi, di tutte le domande: ha compreso. Adesso non c’è più il problema del dubbio.

La religione basata sulla preghiera comincia con la fede. La religione basata sulla meditazione non comincia con il credere, bensì finisce con la certezza di una comprensione assoluta. Ma questo sapere deve essere distinto dalla semplice conoscenza. I meditatori non diventano dei sapienti. Sanno che l’esistenza è divina nella sua totalità. Il loro sapere è innocente, non intellettuale. Il loro sapere li rende umili, perché possono vedere che tutti abbiamo lo stesso centro: solo alla periferia siamo diversi, ma al centro siamo tutt’uno.

 

Osho, Tratto da: Transmission of the Lamp # 46

 

 

 

 

Chi ha dato inizio a questo universo?

 

Non c’è bisogno di qualcuno che gli abbia dato inizio, perché questo universo non ha avuto un inizio, e non avrà una fine.

Questa tipo di domanda è stata sfruttata da tutte le religioni. Tutti vogliono sapere chi ha creato l’universo, in quanto la mente è troppo limitata per concepire un universo che non ha un inizio, un universo che non ha una fine: che si estende dall’eternità all’eternità. Proprio perché non sei in grado di concepire questa vastità, nasce la domanda: “Chi ha creato l’universo? Chi gli ha dato inizio?” Ma se c’era già qualcuno per iniziarlo, ci doveva già essere un universo. Capisci? Se c’era già qualcuno per dargli inizio, non puoi chiamarlo un vero inizio: c’era già qualcuno!

Se pensi che dio sia un elemento indispensabile… il fatto che dio abbia creato il mondo ti rassicura, perché così esiste un inizio. Ma allora chi ha creato dio? Ricadi nello stesso problema.

Tutte le religioni hanno affermato che dio esiste eternamente, non è creato. Ma se questo è vero per dio, perché non può essere vero per l’esistenza stessa? Essa è autonoma, esiste di per sé. Non è necessario un creatore, perché il creatore richiede a sua volta un altro creatore, e così ti ritrovi in una assurda regressione. La questione rimane aperta, la sposti solo più in là. Il problema non si può risolvere, proprio perché la domanda è sbagliata.

L’universo non ha inizio, non è stato creato da nessuno. Non ha fine. Ricorda, se avesse un inizio, ci sarebbe sicuramente anche una fine. Qualsiasi nascita è l’inizio di una morte.

Quindi va bene così. Liberati di questo dio, perché se può creare il mondo può anche distruggerlo. Ogni mondo che è stato creato deve prima o poi sicuramente venire distrutto. Se c’è nascita, c’è morte. Solo un universo senza inizio può essere infinito.

Questa domanda esiste solo perché le capacità della mente sono molto limitate. Ecco perché voglio che andiate al di là della mente. Solo la non-mente può concepire qualcosa che esiste senza inizio e senza fine: ciò che è incomprensibile diventa in questo modo assolutamente chiaro. Non c’è alcun problema. Chi si è levato al di sopra della mente, si è anche levato allo stesso tempo al di sopra di dio. Dio è un bisogno della mente.

Perché la mente non può concepire qualcosa di infinito, di eterno: ciò che è in grado di immaginare è molto limitato. Il problema nasce a causa dell’incapacità della mente, della sua impotenza. Hai mai pensato che dio non sarà assolutamente in grado di risolvere il tuo problema? La stessa domanda si porrà a monte: chi ha creato dio? Qualsiasi ipotesi che non elimini questa domanda, è assolutamente inutile. Qualsiasi risposta che porti la domanda ancora più a monte senza riuscire ad affrontarla non è la risposta giusta.

Puoi trovare una risposta solo nella tua personale esperienza dell’eternità. Allora saprai che l’universo non è stato creato da nessuno. Non ha inizio e non ha fine. Tu stesso non hai né inizio né fine. Quando riesci ad avere questa esperienza all’interno del tuo essere, allora sai che l’esistenza è autonoma, non creata. Una cosa creata non può essere mai più di un meccanismo, non può essere una realtà organica. Un’automobile può essere creata, l’uomo no. Se l’uomo fosse creato, diventerebbe una cosa meccanica, un robot. Puoi smontare una macchina, farla a pezzi – le ruote e tutto il resto – e poi puoi mettere di nuovo insieme i pezzi e la macchina andrà benissimo. Ma prova a tagliare a pezzi un uomo e poi ad unirli insieme… l’uomo non ci sarà più. Un fenomeno organico non può essere sezionato, senza eliminare tutto il suo mistero. Puoi unire di nuovo le parti, ma avrai solo un cadavere, non un essere umano vivente.

La dignità dell’esistenza non è creata. La dignità di essere uomini non è creata. Dio è un insulto all’esistenza, all’uomo, alla consapevolezza, a tutto! Dio è un’umiliazione, non è una soluzione per nessun problema. Anzi, ne crea di nuovi e non ne risolve nessuno. Al mondo esistono trecento religioni e sono in lotta l’una con l’altra. Sono tutte state create a causa di questa idea di dio, e tutte ne hanno sviluppato una propria versione. Ogni religione ha la propria idea, perché è comunque una favola.

Non ci sono idee diverse riguardo al sole. Non ci sono idee diverse riguardo alle rose. Puoi avere idee differenti solo riguardo a una finzione. L’idea stessa di dio esiste perché la nostra mente non può comprendere l’eternità. Quando riesci a levarti al di là delle limitazioni della mente fino alla non-mente, illimitata, puoi concepire tutto ciò che prima era inimmaginabile. Dio non è necessario.

Osho, tratto da: God is Dead #2


Una favola redditizia

 

Basandosi sull’autorità dei vangeli, quasi tutti hanno l’idea che Gesù Cristo sia stato una figura storica. Questa breve panoramica ci chiarisce come il dibattito sulla sua reale esistenza sia stato ostacolato dalle autorità ecclesiastiche e che non si è in grado di chiarire se la figura sulla quale si fonda la religione cattolica sia veramente esistita o meno.

 

La figura di Gesù Cristo è avvolta nella nebbia più spessa: la ricerca storica non è in grado di darci nessuna informazione certa su di lui. Strauss, uno studioso che ha scritto una monumentale ‘Vita di Gesù’, ha detto: “Non si vuole ammetterlo, ma chiunque si è seriamente occupato di questa materia, sa che vi sono pochi grandi uomini della storia sui quali siamo tanto imperfettamente informati come su Gesù’. Tutti coloro che hanno parlato di Gesù non lo conoscevano, e si rivolgevano a uomini che lo conoscevano ancor meno; quanto agli evangelisti, nessuno di loro è una figura storica, e nessuno ha scritto a meno di mezzo secolo di distanza dai fatti narrati. Renan, un prete spretato che ha scritto un’altra ‘Vita di Gesù’ messa all’indice dalla Chiesa, deve ammettere che “la scienza non può dire nulla di certo, e arriverà forse un giorno a delle negazioni.”

I vangeli, che vengono considerati fonti storiche sulla vita di Gesù, non possono in realtà essere ritenuti tali, in quanto non sono un documento storico o biografico, ma uno strumento di catechesi e di propaganda. I primi Padri della Chiesa non facevano riferimento che a vangeli considerati in seguito apocrifi – all’epoca di Costantino ne esistevano una cinquantina – e solo a partire dal Concilio di Nicea nel 325, per iniziativa di Costantino stesso e del vescovo Eusebio, gli attuali vangeli divennero l’inconfutabile parola di Dio. I manoscritti più antichi che conserviamo non vanno oltre il IV secolo, e in essi sono stati contati 250.000 errori o contraddizioni; tra queste, alcune molto grossolane, anche se poco note: il censimento di Augusto probabilmente non è mai esistito, la città di Betlemme pare non fosse ancora stata fondata, il mare in tempesta che Gesù placò con la sua voce è in realtà un lago. Lo storico Di Lisimaco Verati, sulla scorta di Niceforo Gregoras (1269–1360) e di Cesare Baronio (1538–1607), ha spiegato come avvenne la scelta di questi vangeli. Nell’appendice del documento conclusivo del Concilio si legge: “Alla presenza di Costantino furono collocati alla rinfusa sull’altare tutti i vangeli allora circolanti, poi s’invocò fervorosamente lo Spirito Santo e subito i vangeli apocrifi caddero per terra e sull’altare rimasero solo gli autentici.” Poco oltre si legge: “Essendo morti i due padri conciliari Crisanto e Musonio, quando già tutti gli altri avevano firmato gli atti, dietro devota orazione risuscitarono, vi apposero le loro firme e tosto rimorirono.” Fu in occasione di quel concilio, tra l’altro, che gran parte dei documenti contrari a questa ortodossia che si stava affermando andò distrutta per sempre.

Nonostante i vangeli ci presentino la figura di Gesù come una persona dalla vita la più straordinaria e pubblica possibile, al punto da costringere le autorità ad arrestarlo di nascosto in circostanze drammatiche, il silenzio della storia su di lui è pressoché totale. Scartati i vangeli, che non possono considerarsi probatori di alcunché, ci restano un pugno di testimonianze latine ed ebraiche che, o sono evidenti interpolazioni, o si riferiscono a Gesù in modo indiretto e per sentito dire, per indicare la superstizione che da lui prese il nome. Il primo a parlarne, in un’altra terra e in un’altra lingua, è Tacito, quando già sono passate due generazioni dall’epoca presunta dei fatti. Nessuno hai mai visto Gesù o conosciuto qualcuno che lo avesse visto, e nessuno può essere garante della sua esistenza. I due storici ebrei dell’epoca, Flavio Giuseppe e Giusto di Tiberiade, dovrebbero logicamente parlarcene, ma Flavio Giuseppe non lo fa, essendo il suo passo su Gesù, per opinione concorde di tutti gli studiosi, un’interpolazione; altrettanto dicasi di Giusto, la cui opera esisteva ancora nel IX secolo, e Fozio, che la lesse, si stupì di non trovarvi traccia del Cristo.

Non bastasse il silenzio della storia, esistono numerosi documenti precedenti la nascita di Gesù che possono considerarsi la fonte di buona parte dei vangeli. I celebri manoscritti del Mar Morto parlano di una comunità essena che faceva capo a un Maestro di Giustizia, autoproclamatosi Redentore del Mondo e discendente di David, che venne crocefisso tra il 65 e il 63 a.C. su istigazione del sacerdote di Gerusalemme, Aristobulo. Questo "Maestro di Giustizia" governava la comunità attraverso un collegio di dodici discepoli.

Analogie ancora più evidenti si riscontrano in India, dove l’idea del dio redentore era già presente nella figura di Krishna, nato da una vergine cui era stato annunciato l’evento miracoloso; la nascita ebbe luogo in un ovile e il neonato ebbe subito l’adorazione dei pastori. Il Rajah di Madura, informato in sogno della nascita di un bambino che lo avrebbe scalzato dal trono, decise di massacrare tutti i bambini nati quella notte. Krishna riuscì miracolosamente a fuggire e cominciò la sua vita di predicazioni e di miracoli, guadagnandosi l’appellattivo di Jezeus, cioè nato dalla pura essenza divina (Jezeus Krishna = Gesù Cristo?). Tutto questo 3500 anni prima dell’era volgare.

Ma senza bisogno di spingersi troppo lontano, già nel mondo pagano esistevano racconti mitologici dalle forti similitudini col racconto biblico. Mitra, il dio redentore della Persia, nasce in una grotta da una vergine il 25 dicembre, al solstizio d’inverno, e la sua nascita è annunciata da una stella che appare all’oriente, oltre che dall’omaggio dei Re magi. Come Gesù, egli muore all’equinozio di primavera; il suo culto era tanto simile a quello cristiano, che S. Giustino ipotizzò che il diavolo avesse rivelato ai persiani i misteri del cristianesimo prima ancora che Cristo fosse nato!

Tra parentesi, qualcosa di simile si verificò nel secolo scorso, quando il missionario padre Huc, al suo ritorno dal Tibet, pubblicò una relazione in cui spiegava la straordinaria somiglianza di molte pratiche buddhiste con quelle cristiane come un inganno del diavolo, che aveva voluto suggerire ai tibetani le pratiche cattoliche; il buon padre non aveva preso in considerazione l’eventualità che i cristiani, la cui religione è molto più recente di quella buddhista, avessero copiato qualcosa. Le autorità vaticane, meno ingenue del missionario, ritirarono il libro e non mandarono più in missione padre Huc.

Tornando al mondo antico, è notevole che l’imperatore Adriano considerasse cristiani ed egizi come “un’unica superstizione.” Gli egizi avevano infatti il loro redentore in Serapide, che nasce da una vergine al solstizio d’inverno, muore all’equinozio di primavera e subito risuscita. Alle pareti del tempio di Luxor si vedono raffigurate, con diciotto secoli d’anticipo sul mito cristiano, le scene dell’Annunciazione, della Concezione, della Nascita e dell’Adorazione dei tre magi.

Oltre a molti aspetti della figura di Gesù Cristo, è di derivazione pagana buona parte della liturgia cristiana. Gli antichi romani avevano già la loro eucaristia, cioè un sacrificio simbolico di pane e vino. Nei templi di Bacco si operava il miracolo dell’acqua tramutata in vino; i buddhisti avevano la corona che poi sarebbe diventata il rosario; il pater, il credo e il confiteor erano preghiere note ai persiani; la confessione era praticata dal bramanismo e ancora presso i persiani, con relativa assoluzione dai peccati. Perfino i vestiti cerimoniali possono in gran parte rinvenirsi in religioni precedenti a quella cristiana.

Il silenzio della storia su Gesù si estende anche agli apostoli, dei quali ci parlano solo le fonti bibliche, ed esclusivamente come personaggi soprannaturali o taumaturghi. Gli unici fatti storici attribuiti agli apostoli, come il viaggio di Pietro a Roma, la sua inverosimile disputa con Simon Mago e la sua crocefissione, sono tutti contenuti in libri considerati apocrifi dalla Chiesa stessa.

Per chiudere, ricordiamo quello che sembra abbia detto un personaggio insospettabile come Leone X, il papa che provocò le ire di Martin Lutero, nonché il mecenate del rinascimento italiano: “La favola di Cristo ci è tanto redditizia, che sarebbe da stolti avvertire gli ignoranti dell’inganno.”

 

Sw. Gagan

 

Notizie tratte da E. Bossi:

Gesù Cristo non è mai esistito”

Ed. La Fiaccola

 

 

 Coscienza e consapevolezza

 

Attraverso il condizionamento sociale e religioso all’uomo viene fornita una “coscienza”. Gli viene anche fatto credere che questa qualità sia innata e sia sua. In realtà si tratta solo di risposte condizionate a quello che gli è stato insegnato essere bene o male.

Questo porta a comportamenti automatici, a una bontà ‘meccanica’, nella speranza di avere il premio ultimo: il paradiso. Ben altra cosa – ci spiega Osho, commentando un brano della dichiarazione dei diritti dell’uomo – è un comportamento che nasce dalla consapevolezza, frutto della meditazione.

 

“TUTTI GLI ESSERI UMANI SONO DOTATI DI RAGIONE E DI COSCIENZA E DOVREBBERO COMPORTARSI L’UNO CON L’ALTRO IN UNO SPIRITO DI FRATELLANZA”

Dalla dichiarazione dei diritti dell’uomo

 

 

Queste sono tutte assunzioni prive di ogni validità. Non tutti gli esseri umani nascono con la ragione, sono dotati di ragione. Ad esempio, ci sono persone, pochissime… Ho appena nominato Bertrand Russell, di lui si può dire che è dotato di ragione. Lo stesso per J. Krishnamurti… ma le persone comuni vivono secondo superstizioni di ogni genere. Se non hai abbandonato tutte le tue superstizioni, non ti si può definire una persona razionale. Che cos’è la ragione?

Secondo gli indù, la vacca è tua madre. Questa è la ‘ragione’.

Una volta, parlando con uno shankaracharya – l’equivalente del papa nella religione indù – gli chiesi: “Sei sicuro che la vacca sia tua madre?”

Lui rispose: “Cosa vuoi dire?”

“Proprio adesso,” gli dissi “mentre entravo nel tempio, ho incontrato tua madre. Così mi è sorto il dubbio: chi è tua madre, questa donna oppure la mucca? O forse quest’ultima è solo la tua madre adottiva?”

Lui disse: “Ma di che stai parlando? La donna è la mia madre biologica, mentre la mucca è la mia madre spirituale”.

Io dissi: “Mio Dio! Cosa mi dici allora del toro? Avrai pure una qualche relazione col toro o no? È forse il tuo padre spirituale? E tu chi sei? Solo un toro, o magari sei castrato, non sei nemmeno un toro”.

Vivi nella superstizione, e poi parli di ragione.

Tutti i cristiani credono – e i politici che hanno redatto questa dichiarazione sono al novanta per cento cristiani – tutti i cristiani credono che Gesù nacque da una madre vergine. E sono degli esseri razionali…

Chiedi a questi cristiani: “Dov’è la vostra razionalità?” Gesù nasce da  una madre vergine. Inoltre viene crocifisso e poi risorge, fa tornare alla vita persone già morte, e tutto ciò è il fondamento da cui dipende la fede cristiana. Se solo elimini alcuni concetti – è molto strano – scoprirai che quella cristiana è una delle religioni più irreligiose, la più povera di spirito religioso.

La nascita dalla vergine, cancellala, se sei dotato di ragione. La resurrezione, cancellala, se sei dotato di ragione. Camminare sulle acque, cancellalo. Far tornare i morti alla vita, cancellalo. Cambiare l’acqua in alcool… non solo cancellalo, ma trova questo bel tipo e consegnalo alla polizia, perché è un reato, non un miracolo.

Ma se tutte queste cose vengono eliminate, che rimane della dottrina cristiana? Questa è la povertà del cristianesimo. Nel buddhismo, non c’è nulla da eliminare, perché non c’è nulla che sia fondato sulla superstizione. Lo stesso Buddha ha fatto in modo di eliminare qualsiasi cosa che avesse sentore di superstizione: la sua è razionalità pura.

Ma affermare che l’uomo è dotato di ragione dalla nascita… Non mi pare proprio. Se osservi il mondo, non sembra essere un mondo razionale. Non abbiamo vissuto secondo i dettami della ragione, ma piuttosto seguendo ogni genere di irrazionalità. Ma queste sono delle paroline dolci da credere: sei "dotato di ragione". Più sei sciocco, più puoi crederci, ti viene più facile.

 

“…e di coscienza, e dovrebbero comportarsi l’uno verso l’altro in uno spirito di fratellanza.”

 

La vera coscienza sorge solo dopo profonda meditazione, mai prima di questa. È la fioritura massima della meditazione. Nell’intero corso della storia, solo pochissime persone in tutto il mondo sono state coscienti, sono state consapevoli. Le religioni di tutto il mondo hanno cercato di dividere la coscienza dalla consapevolezza per un motivo preciso: la consapevolezza viene solo con la meditazione. Per quanto tempo puoi ingannare la gente?

È solo quando fai luce nella stanza che l’oscurità svanisce. Nel momento in cui sei in uno stato meditativo, sei consapevole, sei sveglio. Loro hanno creato un’altra parola: “coscienza”. Coscienza è ciò che i preti, la chiesa, la religione, ti insegnano riguardo a ciò che è giusto o sbagliato, ciò che è una virtù o un peccato: tutti questi insegnamenti formano la tua coscienza. È un espediente molto astuto per separare la coscienza dalla consapevolezza.

Non ci può essere coscienza senza consapevolezza. Eppure loro hanno creato una coscienza falsa, artificiale.

Ad esempio, io sono nato in una religione molto antica, il Giainismo, forse la più antica che ci sia. È una religione non molto diffusa, con pochi fedeli, ma anche loro hanno le loro superstizioni. Fino a diciotto anni, non avevo mai visto un pomodoro in casa mia. Forse che i pomodori sono pericolosi? Ma il fatto che il colore dei pomodori è anche il colore della carne, è stato sufficiente per farli bandire. Fino a diciotto anni non avevo mai mangiato di notte, perché questa religione lo proibisce: puoi mangiare solo tra il sorgere ed il tramontare del sole. Se mangi di notte, potresti mangiare un insetto, una formica: sarebbe una violenza. Quindi è meglio mangiare con la luce, in piena luce. Quando avevo diciotto anni, insieme ad alcuni amici andai a visitare un bel castello, a poche miglia da dove abitavo. Non ci avevo nemmeno pensato al cibo, ma andare su per la collina verso il castello… era un posto bellissimo, antico, e c’erano molte cose da vedere, per cui nessuno aveva voglia di preparare da mangiare.” Finché c’è il sole,” dissero gli amici, che erano di una diversa religione” non perdiamo tempo. Ci sono ancora tante cose da vedere”.

Ero l’unico che non era abituato a mangiare di sera. Il cibo fu pronto per le nove o le dieci, delizioso e dopo un giorno intero di digiuno, di fame, e tanto movimento su per la montagna, mi trovavo in un dilemma: che fare? Dissi loro: “C’è una grossa difficoltà. Non ho mai mangiato di sera: la religione in cui sfortunatamente sono nato, pensa che se mangi di notte, andrai all’inferno. Il problema è che non riesco ad immaginare di poter mangiare di sera, dopo diciotto anni di continuo condizionamento”. Ma loro mi convinsero, e c’era bisogno di una grande forza di persuasione. Mangiai, ma non riuscii a dormire: vomitai tutta la notte. Ora, nessun altro si mise a vomitare. Con me c’erano venti persone, dormivano tutti tranquillamente: erano stanchi, e avevano mangiato bene. Io rimasi sveglio tutta la notte, a vomitare. Finché non riuscii a liberarmi di tutto il cibo, non potei prendere sonno. Solo alla mattina verso le cinque mi addormentai.

Questo fatto mi diede l’idea che forse mangiare di sera è veramente pericoloso. Una volta soltanto, e la notte divenne un inferno! E questi venti amici stanno dormendo così bene: nessuno ha vomitato, quindi non c’era nulla che non andasse nel cibo. Qualcosa non va nei miei condizionamenti: sono stato allevato con un’idea sbagliata. Quando poi hai accettato questa idea, essa crea una falsa coscienza che continua a ripeterti: “Non fare questo, non fare quello”.

Questa non è consapevolezza. La consapevolezza sa cosa fare esattamente   e cosa non fare. Non è una questione di scelta. La consapevolezza è uno stato di non-scelta, sai cosa fare e basta.

Non nasci con una coscienza. Essa viene creata dalla religione, che sfrutta l’uomo grazie alla creazione di questa coscienza.

È giunta l’ora di non usare più la parola ‘coscienza’ perché è ormai associata ad un lungo passato e ha connotazioni sbagliate. Dovresti usare la parola ‘consapevolezza’. La consapevolezza è la fragranza che si sprigiona quando diventi assolutamente silenzioso, non compare alla nascita. È vero, se raggiungi la consapevolezza, sarà una nuova nascita, rinascerai.

Se hai consapevolezza e silenzio e meditazione, non c’è nessun bisogno di dire che l’umanità è una. È, lo puoi sperimentare direttamente.

Non è solo una fratellanza, è una fratellanza e una sorellanza! Ma questo sarà solo un prodotto collaterale: non è necessario farne una dichiarazione di diritto.

 

Osho, tratto da: Sermons in Stones # 26

 

 

 

 

IL MECCANISMO DELLA BONTÀ

 

NON ESISTE UNA BONTÀ “meccanica”. La bontà non può essere meccanica, nulla di automatico – inconsapevole – può essere buono. E una contraddizione in termini. La bontà può solo essere consapevole, non automatica, e la cattiveria può solo essere meccanica, prodotta dall'inconsapevolezza. Per secoli questo tipo di bontà meccanica, automatica è stata insegnata alla gente, per il semplice fatto che è molto facile: la gente vive già in maniera meccanica. Per portare vera bontà nelle loro vite, autentica virtù, bisogna trasformare la loro inconsapevolezza in consapevolezza, cambiare il buio in luce. E un duro sforzo e d'altronde la società non ha alcun interesse a farlo. In effetti ne ha paura perché ogni volta che persone realmente buone sono apparse al mondo hanno creato problemi per la società: sono stati dei grandi ribelli, erano talmente consapevoli da vedere chiaramente cosa si nascondeva dietro agli stupidi giochi di ognuno, scoprivano le nostre bugie e i nostri imbrogli – impossibile ingannarli, sfruttarli o farne degli schiavi. La società non teme le persone che si comportano in maniera automatica perché sono facilmente manipolabili. Dipendono dalla società, vivono sempre per la collettività, seguono sempre la folla. La folla è a suo agio con queste persone. Ed è facile creare questa bontà meccanica perché la gente è meccanica. Basta rimpiazzare le idee "cattive" con quelle "buone", senza cambiare assolutamente l'essere. Per esempio l'inferno – l'idea di inferno – è creato proprio per questo motivo. La gente ha paura, vive nella paura, e i preti si sono accorti fin dall'inizio che se ne potevano approfittare: mettiamogli ancora più paura. Hanno descritto l'inferno così dettagliatamente, hanno creato così tanta paura nella gente, che la gente ne è stata condizionata – per paura. Lo stesso tipo di condizionamento si può fare oggi in modo più facile, perché abbiamo tecnologie più sviluppate. Non c'è bisogno di inculcare per anni l'idea d'inferno, così che una persona diventi meccanicamente buona. Ora puoi chiedere a Pavlov, Skinner e agli altri comportamentisti: ti insegneranno qualche sistema. Bastano delle scosse elettriche.

Qualcuno fuma e tu non vuoi che fumi – gli dai delle scosse elettriche: ogni volta che fuma gliene dai una. In tre giorni smette sicuramente di fumare, perché appena prende in mano una sigaretta comincerà a tremare. Sarà terrorizzato dall'idea della scossa che arriva. Ecco come si "insegna" ai topi, alle scimmie e agli scimpanzè. Nello stesso modo si tenta di insegnare agli esseri umani. I preti creano l'inferno, i politici creano le prigioni – solo per torturare la gente. Se li torturi abbastanza, ci fanno l'abitudine. Pavlov lo chiama "riflesso condizionato". Skinner continua a lavorare sui topi e a scoprire come condizionarli, sostiene che lo stesso metodo è applicabile agli esseri umani. Basta creare la paura e non faranno certe cose – oppure creare il desiderio...

Ecco perché furono creati il paradiso e l'inferno. Sono semplicemente strategie per dominare le persone. Crea paura se non vuoi che la gente faccia qualcosa e crea l'idea di ricompensa per ciò che vuoi che faccia – in questo modo hai creato un comportamento meccanico. Non faranno il ”male” e faranno il "bene". Ma che razza di bene è?

E un inganno della società, della chiesa, dello stato – degli interessi costituiti. Non ha cambiato l'essere dell'uomo. Non lo ha reso più consapevole, non gli ha dato più gioia, più voglia di celebrare. Non gli ha fatto provare alcuna beatitudine. Non ha aperto alcuna finestra da cui si possa dare uno sguardo al divino.

Io non la chiamo bontà, virtù. La virtù dovrebbe essere un prodotto della consapevolezza. Devi diventare così consapevole che non puoi più fare del male – non perché sei condizionato ma perché ti accorgi che è male. La bontà meccanica non è vera bontà: è solo una facciata. Per essere buoni è necessaria intelligenza e consapevolezza.

OSHO, TRATTO DA: Dhammphada vol. 1O # 12

 (ritorna al sommario)

 

 

 

1.758.640.175

DIAVOLI

 

C’è da averne paura. Esattamente quello che vogliono coloro che da secoli ci hanno propinato queste fandonie: farci vivere nella paura, sotto il peso dei sensi di colpa, senza praticamente nessuna possibilità di goderci la vita. Viene data enfasi ai poteri del maligno e non viene fatto cenno alcuno alle bellezze della vita e della ‘creazione’: in fondo ‘siamo a questo mondo per soffrire!’. Si fa così del diavolo il padrone del mondo: sempre capace di indurci in tentazione, farci peccare e rovinarci per l’eternità. Di recente un paio di teologi cattolici hanno cominciato a discutere, dall’alto delle loro torri d’avorio, se il diavolo esiste o meno: è sicuramente una novità – ai tempi sarebbero finiti sul rogo – ma rimane irrilevante se si considerano i condizionamenti di secoli che pesano sull’inconscio collettivo. Anche il Papa sembra abbia detto che "l’inferno è un luogo dello spirito", forse si è accorto che le mappe dell’inferno e del paradiso riportate nella Divina Commedia non sono più vendibili.

 

Secondo un libro di Corrado Balducci, un diplomatico del Vaticano, l’esercito satanico è formato esattamente da unmiliardosettecentocinquantottomilioniseicentoquarantamilacentosettancinque diavoli. Sicuramente questo diplomatico deve aver visitato l’inferno!

E potrei chiedere quante persone fanno parte dell’armata di dio? Sono forse solo quei tre tipi, il padre, lo Spirito Santo e l’unico figliolo, Gesù? Ma allora che possibilità c’è che dio vinca contro il demonio?

Ripeto il numero in modo che possiate ricordarlo meglio.

L’esercito satanico è formato esattamente da unmiliardosettecentocinquantottomilioniseicentoquarantamilacentosettancinque diavoli. Non c’è speranza per l’umanità!

Forse è per questo motivo che dio è fuggito in qualche stella lontana con, per unica compagnia, il suo unico figliolo e lo Spirito Santo… vista la situazione.

Uno si chiede come fanno queste persone ad arrivare a conclusioni del genere. Per esempio questo diplomatico… ha visitato l’inferno? Nella dottrina cristiana non è possibile ritornare dall’inferno. Una volta là ci rimani per sempre, per l’eternità. Come avrà fatto lui a uscirne? Contraddicendo per di più ciò che insegna la sua stessa religione. E se uno non è andato all’inferno, come può riuscire a contare un tale numero di diavoli… restandosene seduto in qualche stanza del Vaticano?

Eppure nessun cristiano ha mostrato di notare l’idiozia di quest’uomo. Proprio non posso crederci. Da una parte la dottrina cristiana afferma che se sprofondi nell’inferno, per te è finita lì – la porta è chiusa per sempre e brucerai tra le fiamme per l’eternità.

È stato proprio per via di questo punto, che uno dei più significativi pensatori di questo secolo, Bertrand Russell, ha deciso di uscire dalla chiesa, esattamente su questo punto. Ha scritto anche un libro ‘Why I am not a christian (Perché non sono un cristiano). Bertrand Russell si pone la domanda: “In una vita, quanti peccati potrò commettere? Tutti i peccati che ho commesso e tutti quelli che avrei voluto commettere e tutti quelli che ho sognato di commettere… Se persino quelli vengono messi nel conto, il giudice più severo non potrà mettermi in prigione per più di quattro anni e mezzo. Un’eternità tra le fiamme? Non ho commesso ancora peccati a sufficienza!”

Lui porta anche molti altri argomenti, ma il punto fondamentale è questo: che è proprio assurdo. Se continui a commettere peccati dal giorno della tua nascita, giorno e notte, finché non finisci nella tomba, persino allora non si può giustificare un’eternità tra le fiamme dell’inferno. Settant’anni di peccati senza interruzione, neanche per mangiare o per dormire, ma anche così settant’anni sono solo settant’anni. Un numero tale di peccati… e comunque non sei in grado di commetterne tanti. Qualche volta dovrai mangiare, qualche volta dormire o amare, qualche volta dovrai andare al cinema. E adesso c’è anche la televisione!

Ma la dottrina cristiana insiste, senza dare alcuna spiegazione, che se commetti dei peccati… Quanti? Almeno dovrebbero fornire un numero, per esempio se ne commetti una dozzina allora ci si può passare sopra… Puoi commetterne uno, puoi commetterne mille… la punizione è la stessa. Che giustizia è mai questa?

E questa gente che si è messa a contare i diavoli…

Nel Medio Evo uccidevano le donne, chiamandole streghe. La parola ‘strega’ non è in se stessa una brutta parola – in origine è collegata a un simbolo di saggezza – ma il cristianesimo ha inquinato tutto il mondo, ne ha distrutto la bellezza.

Il papa aveva creato un tribunale speciale per scoprire tutte le streghe e ucciderle, perché erano “possedute dal demonio”. Nessuno sa niente di dio, nessuno sa niente del demonio, eppure migliaia e migliaia di donne finirono bruciate vive! E in che modo? Bastava anche solo una denuncia per iniziare il processo.

L’informazione poteva arrivare da chiunque, essere persino anonima: “Sospetto che una donna del mio quartiere sia una strega.” Quella donna veniva immediatamente catturata dal tribunale, messa in prigione, torturata, picchiata, violentata.

Mi sono venute in mente quelle donne quando ho avuto problemi con la schiena, circa otto anni fa. Mi venne portata una macchina per la trazione fatta per stirare il corpo, le gambe in una direzione, la testa in un’altra, il tutto per raddrizzare la spina dorsale. In quel momento mi sono ricordato che questa macchina per la trazione è stata inventata dai cristiani per torturare le donne. Su quella macchina ho potuto conoscere un po’ di tortura, ma quelle donne venivano veramente fatte a pezzi.

Mettevano loro sul petto grossi blocchi di ghiaccio. Se non confessavano, non le lasciavano più uscire dalla prigione: “Confessa che hai avuto rapporti sessuali con il diavolo!” Naturalmente  finisce che è meglio confessare piuttosto che essere sottoposti a queste torture. E le torture andavano avanti fino alla confessione finale: non c’era modo di venirne fuori.

E i vescovi che le torturavano, le istruivano su quello che dovevano dire in tribunale. Quando confessavano: “Sì, ho avuto rapporti sessuali con il demonio”, allora il prete diceva loro: “Devi dire alla corte come si fa a riconoscere il diavolo. Devi dire che ha il pene biforcuto”.

Quelle povere donne erano costrette a confessare queste cose in tribunale. I giudici chiedevano loro: “Come puoi capire che si tratta del demonio e non di un uomo?” Allora dovevano descrivere i particolari dei genitali del diavolo. Ovviamente deve essere qualcosa di speciale, biforcuto: e questa era prova sufficiente.

Le costringevano a confessare, creavano le prove, e le donne venivano bruciate vive. Hanno ucciso migliaia di donne nel nome di dio: era necessario distruggere il demonio. Ma ora, vedendo questo gran numero di diavoli… Non penso che solo con l’uccidere qualche migliaia di donne sul rogo si possa eliminare il diavolo. Uccidi le donne e il diavolo ne troverà delle altre, e ci sono così tanti diavoli!

Strano… meglio bruciare il diavolo, non la donna. La donna era solo una vittima – era il diavolo il vero criminale. È una strana logica: bruci la vittima perché non sei assolutamente in grado di trovare il diavolo.

Non esiste alcun diavolo, né esiste alcun dio. Queste sono fantasie create dalle religioni per torturare l’umanità, per sfruttarla meglio, per creare nell’umanità paura e avidità.

Osho, tratto da:  One Seed make the whole earth green

 

 

TUTTE LE RELIGIONI HANNO USATO LA COLPA

PER DISTRUGGERE LA TUA DIGNITÀ, IL TUO ORGOGLIO,

E PER FARE DI TE SOLO UNO SCHIAVO.

 

 

IL DIAVOLO E IL PREDICATORE

 

In America è in crescita un nuovo fenomeno: l'evangelismo televisivo. Che bisogno c'è di muoversi? Basta trasmettere la predica dallo studio televisivo per raggiungere milioni di case.

Il predicatore evangelista Jim Bakker, è riapparso alla TV americana. Dove era andato e perché? Aveva ammesso di aver avuto dei rapporti sessuali con la sua segretaria e rapporti omosessuali con un altro predicatore - tutto ciò era accaduto alcuni mesi fa – dopodichè era sparito. Voleva evitare il suo pubblico, che fino a quel momento lo aveva considerato un grande predicatore – pensavano che dio parlasse attraverso di lui. Ma quando hanno scoperto che non solo faceva sesso con la segretaria, ma che aveva anche rapporti con un prete... e alla televisione parlava a tutti della grandezza del celibato.

Queste sono le persone che veramente rovinano l'umanità e la sua fiducia. Ora è tornato. Che giustificazione ha trovato? Dice che è stato il diavolo a fargli fare ciò che ha fatto.

E non è successo solo una volta: per anni il diavolo gli ha detto di farlo, di far l'amore con la segretaria, di avere relazioni omosessuali con l'altro predicatore ...è stato il diavolo.

Ma cosa stava facendo dio nel frattempo? Se non è in grado di salvare il suo predicatore, pensi che potrà salvare te? Il diavolo sembra essere ben più potente.

Ha detto: "Il diavolo era invidioso perché stavo formando una nuova chiesa." Ma allora dio? Stavi creando una nuova chiesa per lui... dio sembra essere assolutamente impotente: per anni era il diavolo ad averti in suo potere.

E tu continuavi a predicare il celibato... Non potevi dire alla gente: "Il diavolo mi ha costretto a fare cose che non volevo fare." Ti hanno colto sul fatto mentre facevi l'amore con la segretaria, e di sicuro non c'era alcun diavolo a costringerti a farlo, magari minacciandoti con una pistola.

Non è un caso che l'adorazione del diavolo sia in crescita in tutto il mondo, specie

nei paesi cristiani. E questi adoratori del diavolo sono ex-cristiani che si sono accorti che dio è un incapace: il diavolo è molto più potente. È ovvio che tutti vogliano stare dalla parte del vincitore. Dicono: "State ingannando la gente dicendo loro che dio li salverà, dio non può fare nulla! E il diavolo il più potente."

E stato il diavolo che Adamo ed Eva hanno ascoltato, non dio. Dio aveva detto ad Adamo ed Eva di non mangiare i frutti di due alberi: uno era l'albero della saggezza e l'altro era l'albero della vita eterna.

Io non riesco assolutamente... Ho cercato in mille modi di comprendere questa storia. Un padre che vuole impedire alle sue creature di essere sagge e di avere una vita eterna? Ma che padre è? E il tuo peggior nemico, il vero nemico dell'umanità. E quando Eva mangiò il frutto, le si aprirono gli occhi. Vide un mondo completamente diverso. Corse da Ada¬mo e gli disse di mangiare il frutto. Così dio li colse in flagrante ma, invece di trovare qualche argomento per controbattere il diavolo, si comportò proprio come un idiota: li scacciò dal paradiso. Disse loro: "Avete commesso il peccato più grande..."

La saggezza è peccato? Allora l'ignoranza deve esse-re una virtù. La ricerca della vita eterna è peccato? Allora suicidarsi diventa una virtù.

Non posso dire nulla contro gli adoratori del demonio. Stanno facendo la cosa giusta: va benissimo se gli adoratori del diavolo e quelli di dio si combattono e si distruggono a vicenda. Questa sarà davvero una grande benedizione per l'umanità.

Chi sopravviverà potrà godere di tutte le gioie di questo pianeta, e di tutte le possibilità di sviluppare le sue potenzialità di infinita saggezza e di vita eterna.

Dobbiamo trovare quei due alberi!

E se dio si intromette ... mandalo via! Adamo ed Eva erano poveri, nudi, ed erano solo in due. Adesso l'umanità è cresciuta abbastanza. Invece di essere scacciata da dio, può mandarlo via dal paradiso. Ha già vissuto là abbastanza a lungo. E ora che se ne vada!

OSHO, TRATTO DA: One Seed make the whole earth green

 

 

IL SENSO DI COLPA È

FONDAMENTALE PER ESSERE

UN CRISTIANO.

LA VERA RELIGIOSITÀ NON

NASCE DALLA COLPA

MA DAL SILENZIO, DALL'AMORE,

DA UNO STATO DI MEDITAZIONE

 

 

COME NON GODERSI LA VITA

 

NON DIRE MAI di sentirti in colpa. Eli-mina la colpa... e all'improvviso accetti l'esistenza, e l'esistenza accetta te. Una profonda sintonia, una profonda fiducia nasce fra te e il tutto. Non voglio che vi sentiate in colpa: il prete vi-ve grazie alla tua colpa. Più ti senti in colpa, e più il prete diventa potente, perché lui ha le chiavi per aiutarti, per condurti fuori dalla tua colpa. Prima crea la colpa, poi ti da le chiavi per uscirne. Prima crea la malattia, poi ti vende la medicina. Io elimino la malattia alle radici. Non sono qui per venderti nessuna medicina, ma per dirti come tagliare le radici stesse della malattia.

 

È estremamente significativo che gli alberi non stiano ad ascoltare i vostri preti cattolici. Farebbero sentire in colpa anche le rose: "Perché avete le spine?". E la rosa che danza nel vento, nella pioggia, al sole ...all'improvviso diventa triste. Finisce la danza, la gioia scompare, e così anche la fragranza. E adesso la spina, una ferita, diventa la sua unica realtà. "Perché hai le spine?!". Ma non ci sono cespugli di rose così stupidi da ascoltare un prete e così le rose continuano a danzare... e con le rose, anche le spine continuano a danzare.

L'intera esistenza è senza colpa. E l'uomo, nel momento in cui si libera dal senso di colpa, diviene parte del flusso universale della vita.

Per le così dette religioni, a meno che tu non ti senta in colpa non sei religioso – per loro più ti senti in colpa e più sei religioso. Per me quando non trovi più nulla di cui sentirti in colpa, solo a quel punto sei diventato vera-mente religioso.

 

Tutte le religioni insieme hanno portato l'umanità alla povertà più profonda. Hanno condannato il denaro e hanno elogiato così tanto la povertà che, per quanto mi riguarda, sono i maggiori criminali che il mondo abbia mai conosciuto.

Guarda cosa ha detto Gesù: Un cammello potrà passare attraverso la cruna di un ago, ma un ricco non potrà mai entrare nel regno dei cieli. La ricchezza viene condannata. Il benessere viene condannato. Il denaro è condannato. Il mondo viene diviso in due campi. Il novantotto per cento della gente vive in povertà, ma con la gran-de consolazione che – là dove i ricchi non potranno entrare – loro saranno ricevuti dagli angeli che suonano l'arpa e cantano: "Alleluia...!" E il due percento di ricchi vivono con un tremendo senso di colpa proprio perché sono ricchi. Non possono godersi la loro ricchezza per via di questo senso di colpa. La ricchezza crea in loro senso di colpa: non saranno consolati per-ché non stanno soffrendo, non potranno entrare in paradiso perché hanno tanto sulla terra. Saranno gettati nell'inferno. Il povero vive già all'inferno, ma ci vive con una consolazione. Il mondo intero è stato così reso nemico di se stesso. Io sono forse la prima per-sona che rispetta il denaro, la ricchezza, perché può aiutarti a arricchirti in tutte le dimensioni.

 

Io ho tanti sannyasin in Italia, e tutte le volte che arrivano qui possono vedere che il loro essere cristiani è una cosa superficiale: la realtà è il loro essere pagani, ed è questo essere pagani che mi interessa.

L'Italia può tornare nuovamente alla gloria, ma non come nazione cattolica.

Cattolica... la parola stessa mostra la degradazione della mente italiana, dell'anima italiana. La sua bellezza stava nel suo essere pagana, nel suo amore per la vita, nel suo amore per i canti e le danze, nel suo amore per il corpo.

Per me, questo essere pagani è l'inizio di una reale spiritualità. Zorba è l'inizio e Buddha è la fine. Quando riusciamo a creare una sintesi tra il pagano e l'essere risvegliato, illuminato, siamo di fronte all'uomo completo. Puoi chiamare questa la mia filosofia: la filosofia dell'uomo completo. Non c'è nulla che debba essere negato: tutto deve fondersi in una splendida orchestra, in una meravigliosa sinfonia


 

 Il Paradiso?

no grazie

 

 

Amato Osho,

quando Gesù salì in cielo, era da solo. Quando Maometto salì in cielo, lo fece sul suo cavallo.

Amato maestro, tu ci andrai in macchina?

 

Prem Nivedana, la domanda che mi fai è molto complicata. Non è una domanda facile. Per prima cosa, io non seguirò la strada di Gesù e di Maometto. La mia strada è quella opposta. Loro sono andati tutti in cielo. Per essere sincero con te, a me il paradiso non interessa! Sono molto più interessato all’inferno, perché le persone più belle sono tutte là: i musicisti, i danzatori, i poeti, i pittori, persone che hanno espresso grande creatività in tutte le dimensioni – tutti quelli che avevano del colore nelle loro vite – gente ricca di energia. Loro sono tutti finiti all’inferno, non in paradiso.

In paradiso ci sono solo delle prugne secche, gente avvizzita. Non potrei tollerare la loro compagnia nemmeno per un momento. Pensa a essere circondato solo da santi: c’è da sentirsi soffocare. Il paradiso non è più il posto dove andare: se vuoi incontrare Leone Tolstoi e Bertrand Russell e Albert Einstein, se vuoi vedere Gautama il Buddha, Lao Tzu e Chuang Tzu, se vuoi conoscere Dostoievsky, Chekhov, Turghenev, se vuoi incontrare Van Gogh o Picasso, il posto giusto è l’inferno

Io non andrò dove sono andati Gesù o dove è andato Maometto col suo cavallo. Non andrò per quella strada. Tutte le volte che ho sentito parlare di quel posto, non mi ha mai interessato molto. Per esempio, non c’è acqua, perché tutti i fiumi sono fatti di latte e miele. Non posso fare il bagno nel latte e nel miele. E poi è latte vecchissimo: ormai deve essere diventato yoghurt o burro! Ormai puzza. Non si può avere una coca-cola: non ci sono bevande fredde, solo quell’orribile latte e miele. Prova a pensarci! Da tempo immemorabile un mucchio di santi – che si lavano poco – continuano a nuotare in quei fiumi, a sporcarli in ogni modo.

I santi sono sempre contrari alle novità. E tutto quello che c’è di piacevole sulla terra è nuovo, non è stato fatto in quei sei giorni quando dio creava il mondo. Non c’è nessun riferimento a shampoo, balsamo o sapone, nella creazione. Non si parla di nulla, è stato tutto fatto dall’uomo. Tutte le comodità e i generi di conforto sono stati creati dall’uomo. Dio ha lasciato questo mondo praticamente nel caos. D’altra parte in sei giorni non è che si possa fare molto.

Che cosa fanno i santi in cielo? Non ho mai sentito dire che un uomo intelligente vada in paradiso.

Se vuoi trovarti in buona compagnia, con persone intelligenti, creative, geniali, le troverai tutte all’inferno: i grandi scienziati, i grandi tecnologi. Loro hanno già trasformato l’inferno completamente: non sono più state scritte nuove sacre scritture, ed è per questo che nessuno sa quanto sono cambiate le cose. L’inferno non è più lo stesso. È diventato il posto più bello che esista perché tutti i grandi uomini sono là.

La gente va all’inferno con grande paura, tensione, paranoia. Io ci andrò tranquillo: molti dei miei sannyasin sono già là. Ne manderò ancora molti prima di andare, giusto per preparare tutti quanti per il mio arrivo. Creeremo una comune. Penso che con dio sarebbe molto difficile. Con il diavolo posso cavarmela: capace che prende anche il sannyas.

Quindi, Nivedana, se pensi di andare in paradiso, lascia perdere …Tu verrai con me! Lui ha fatto questa domanda perché, sentendomi parlare di Gesù e di Maometto e di altri, deve aver pensato che prenderò la stessa strada. No, Gesù e Maometto se ne sono pentiti entrambi, ma in cielo non c’è l’uscita. Quando sei entrato, sei entrato per l’eternità. Non puoi uscire. Questi poveretti non avevano capito che stavano andando nel posto sbagliato. Ma, quando saremo arrivati all’inferno, cercheremo di creare un’uscita secondaria in paradiso, per recuperare le persone giuste che sono nel posto sbagliato. Non sono molte: sono solo pochissimi che sono andati nel posto sbagliato e che vale la pena di tirare fuori. Alcune persone sono andate in cielo senza comprendere bene la situazione, e ora se ne pentono, ma nessuno ha mai fatto niente per salvarli dal paradiso. Queste persone pensavano che avrebbero potuto salvare te. Adesso sono rimaste intrappolate dalla situazione e nessuno va ad aiutarle. Io ho un piano. Per prima cosa sistemiamoci all’inferno e poi potremo cercare persone simpatiche che ora stanno soffrendo, circondate dai santi. I santi sono gente morta che nella loro vita hanno imparato una cosa sola, e cioè come non vivere, come essere quasi morti in questa esistenza così vitale.

Le persone che amano la vita, che ne godono, che amano cantare e ballare …per loro il posto giusto è l’inferno. E là si trovano tutte le persone importanti, tutti i rivoluzionari, tutti i ribelli. Tutti quelli che non erano d’accordo su come dio aveva creato il mondo, che volevano migliorarlo, si sono tutti ritrovati all’inferno, e quella non è gente che se ne sta con le mani in mano! Hanno migliorato l’inferno, l’hanno cambiato completamente: ristoranti, discoteche e nessuna discriminazione di nazione, religione, razza o colore… solo gioia! E tutte quelle storie sul fuoco eterno non sono più vere: hanno usato quel fuoco per far funzionare i treni e le fabbriche. Tutto quello che hai sentito dire sull’inferno non è più assolutamente vero.

 

Osho, tratto da: Sat chit Anand # 24

 

 

Un Essere di Luce

 

Durante la mia recente esperienza con la morte, sono venuto in contatto con molte storie di persone di culture diverse e di religioni diverse e di diverse provenienze culturali, che avevano temporaneamente lasciato il corpo e sembravano a chi li vedesse, essere morti. Riportavano di aver visto "un essere di luce", che era assolutamente amabile e compassionevole.

Potrebbe questo "essere di luce" essere la base su cui è stato creato il concetto di dio?

 

No, assolutamente. Questa esperienza è autentica. Succede qualche volta alla gente che è quasi morta, non completamente, ma quasi. Vedono un essere luminoso. È il loro stesso essere, non dio. Meditando incontrerai lo stesso essere luminoso, senza morire.

La meditazione è una specie di morte. Sei separato dal corpo, sei separato dalla mente – è ciò che accade anche morendo. Sei separato dal corpo, sei separato dalla mente. All’improvviso divieni consapevole di un essere luminoso, che credi essere separato da te perché non hai mai avuto questa esperienza prima. Se sei stato un meditatore, lo riconoscerai. “Questo sono io”. Tu sei una luce, un corpo pieno di luce dentro questo corpo – una fiamma, una eterna fiamma di luce. Ma coloro che sono quasi morti e ritornano in vita – e che non hanno nessuna esperienza di meditazione – credono di aver visto qualcosa, un essere luminoso. Lo ricordano vagamente, indistintamente, un eco lontano, ma lo ricordano. Hanno visto qualcosa luminoso. Naturalmente non riescono a concepire di aver visto se stessi.

Dio non si basa sull’esperienza di coloro che sono quasi morti e sono tornati in vita. Ma la meditazione sa esattamente cosa è successo a queste persone – hanno incontrato se stessi. Ma poiché l’incontro avveniva per la prima volta, e così in fretta… è arrivato come un fulmine e poi è andato via – sono tornati in vita. Naturalmente credono di aver visto un qualche oggetto, una persona che gli stava di fronte con un corpo radiante, luminoso, dal momento che durante la vita hanno visto solo oggetti. Non hanno mai incontrato "il soggetto". Un meditatore non commetterà questo errore. Un meditatore riconoscerà immediatamente - sia che sia vivo o morto – di essere lui stesso quella luce eterna e luminosa.

 

Osho, tratto da: I Celebrate Myself #2

 (ritorna al sommario)

 

 

 

OMICIDI DI STATO

 

L'inutilità e la barbarie della pena di morte.

 

 

L'ANNO SCORSO almeno 24 nazioni (e fra queste le due maggiori potenze mondiali: Stati Uniti e Cina) hanno

esercitato il diritto di uccidere legalmente alcuni loro cittadini; per reati che vanno dall'omicidio, al mercato nero, ai rapporti omosessuali, e con rituali più o meno "umanitari"

L'iniziativa dell'Unione Europea di ottenere dall'ONU una risoluzione per "istituire una moratoria sulle esecuzione" in tutti gli stati membri — a partire dal 2000 — è naufragata, ufficialmente, contro l'opposizione di paesi arabi e asiatici. Lo stesso Papa, durante la sua visita in Messico e Stati Uniti, non ha osato andare più in là di una richiesta di sospensione delle esecuzioni "per la durata del Giubileo! Del resto anche la dottrina ufficiale della Chiesa Cattolica "non esclude" la pena capitale.

Nessuno sembra voler considerare la dimostrata inutilità della pena di morte come deterrente. Non si rileva alcuna diminuzione di omicidi quando viene introdotta o reintrodotta, e neppure dopo la ripresa delle esecuzioni in seguito a una moratoria; mentre al contrario è evidente una diminuzione degli omicidi dopo l'abolizione. Esiste persino uno studio americano che rileva un aumento degli omicidi nel mese seguente a una esecuzione — ricerca fatta evidentemente quando le esecuzioni erano meno frequenti di adesso: al 1 marzo sono già dieci le condanne eseguite nel solo Texas, lo stato dove è governatore Bush Jr., probabile futuro presidente degli Stati Uniti.

Il nodo principale del problema, forse, è in questa perversa alleanza — già tante volte denunciata da Osho — fra la totale inconsapevolezza della folla e gli interessi dei politici. Come commentava amaramente un attivista americano qualche anno fa: "Molti uomini politici sanno per esperienza che la pena di morte è inutile per ridurre i crimini, ma se osano dichiararlo rischiano di perdere le elezioni contro avversari che sfruttano le paure inconsce del grande pubblico". A guardar bene però, sembra che si tratti di qualcosa di più preoccupante che semplici paure inconsce: il Texas ha persino un sito in Internet dove è possibile seguire "in tempo reale"' lo svolgersi delle esecuzioni, anche se non in video.

Al di là di questa moderna riedizione di panem et circenses, comunqu’e, le prospettive per il futuro non sono disastrose: dal `76 una media di due nazioni all'anno hanno abolito la pena di morte, e solo le Filippine l'hanno realmente reintrodotta. Anche negli Stati Uniti il governatore dell'Illinois ha recentemente deciso, perlomeno, di sospendere le esecuzione, preoccupato da una sconcertante frequenza di "errori giudiziari" in questi casi.

Rimane emblematica la storia di Chipita Rodriguez, impiccata nel 1883, e riconosciuta innocente solo pochi anni fa.

 

 

OSHO RISPONDE A UNA DOMANDA SULLA PENA DI MORTE

 

La pena di morte è la prova degradante dell'inumanità dell'uomo verso gli altri uomini. Essa rivela che l'uomo sta ancora vivendo in una età di barbarie. La civiltà è solo un'idea, non è ancora diventata realtà.

La pena di morte è talmente stupido che è necessario esaminare tutti i suoi aspetti per comprendere come mai una cosa così stupida sia esistita in tutte le civiltà, le culture e le nazioni. E persino successo che in alcuni paesi in cui era stata abolita, sia stata poi nuovamente adottata. In altri paesi è stata sostituita dall'ergastolo, che è peggio della stessa pena di morte: è meglio morire in un attimo piuttosto che continuare a morire lentamente per cinquanta o sessant'anni.

Cambiare la sentenza di morte in una di carcere a vita non vuoi dire andare verso la civilizzazione, ma sprofondare ancora di più in un'oscurità barbara ed inumana, nell'inconsapevolezza.

La prima cosa da ricordare è che la pena di morte non è veramente una punizione. Se non sei in grado di dare la vita come ricompensa, non puoi dare la morte come punizione. E pura logica, non c'è alternativa: se non sei in grado di dare la vita, che diritto hai di prenderla?

La cosa strana a questo mondo è che se non provi che sei innocente, vieni ritenuto colpevole. Questo è contrario a ogni ideale dell'umanitario: democrazia, libertà, rispetto per l'individuo. La regola dovrebbe essere che sei innocente a meno che non si provi la tua colpevolezza. Certo questo viene detto, a parole, ma in realtà succede tutto il contrario. Così l'uomo continua a dire una cosa e a fare l'opposto. Dice di essere civilizzato, di avere una cultura, ma non è civilizzato e non possiede alcuna cultura. La pena di morte ne è una prova sufficiente. Questa è la legge di una società barbarica, una regola molto semplice: occhio per occhio, una vita per una vita. Se qualcuno ti taglia una mano, la regola in una società barbarica sarà molto semplice: anche a lui verrà tagliata una mano. E così si è continuato a fare nei secoli. La pena di morte applica la stessa legge: occhio per occhio. Se si sospetta che un uomo abbia commesso un omicidio, allora deve essere assassinato. Ma è strano: se uccidere è un crimine, come puoi pensare di eliminare questo crimine dalla società scommettendo lo stesso tipo di delitto? Un uomo era stato assassinato ... adesso gli assassinati saranno due. E non è nemmeno sicuro che sia stato quell'uomo a uccidere l'altro: non è facile provare un omicidio.

Se l'omicidio è sbagliato, allora che sia commesso dall'individuo o dalla società e dai suoi tribunali, non fa alcuna differenza.

 

 

Se l'omicidio è sbagliato, allora

che sia commesso dall'individuo

o dalla società e dai suoi tribunali,

non fa alcuna differenza.

 

 

Uccidere è sicuramente un crimine. La pena di morte è un crimine perpetrato dalla società contro un singolo individuo indifeso. Non posso definirla una pena, è un crimine.

Ed è facile capire perché venga commesso: è una vendetta. La società si vendica perché l'uomo non ha seguito le sue regole: la società è pronta a ucciderlo. Ma nessuno si preoccupa del fatto che quando qualcuno uccide, è una prova che la persona è

malata a livello psicologico. Invece di mandarlo in prigione o di giustiziarlo, quest'uomo dovrebbe essere mandato in una casa di cura dove ci si potrà prendere cura di lui, a livello fisico, psicologico e spirituale.

Sì, è vero, un uomo è stato assassinato, ma non possiamo fare niente al riguardo. Uccidendo quest'altro uomo pensi forse che il primo ritornerà a vivere? Quell'uomo è perso per sempre, non c'è modo di richiamarlo alla vita. Certo, c'è una cosa che puoi fare, puoi uccidere anche l'altro. Vuoi lavare il sangue con il sangue, il fango con il fango.

Trecento anni fa in molte culture si pensava che il folle stesse fingendo. In altre culture si pensava che fosse posseduto da spiriti. In altre ancora si riteneva che fosse semplicemente matto, ma che comunque una punizione potesse curarlo. Lo si curava con le percosse – un trattamento davvero strano! – e praticando dei salassi. Si pensava infatti che avesse un eccesso di energia. Naturalmente, quando prelievi sangue, la persona si indebolisce: continui prelievi provocano segni di sfinitezza, e in questo modo la sua follia sembrava curata.

Quando un uomo veniva picchiato, poteva anche raramente succedere che l'uomo tornasse alla ragione. E come se una persona sta dormendo e tu cominci a picchiarla: lei si sveglia! Un folle è andato fuori dalla

mente conscia. Se lo percuoti molto forte, può anche succedere, una volta ogni tanto, che si risvegli di nuovo alla coscienza. Ciò divenne la prova che le percosse erano il trattamento giusto. Ma accadeva solo una volta ogni tanto: nel novantanove per cento dei casi il folle veniva picchiato inutilmente. Ma quell'unica eccezione diventava la regola. Si credeva che fosse posseduto da spiriti, fantasmi ... anche in questo caso picchialo: in realtà non stai picchiando lui, stai picchiando i fantasmi che lo posseggono e, con queste percosse, li farai fuggire. E una volta ogni tanto, ma solo una volta ogni tanto, nell'un per cento dei casi, non di più...

I matti hanno bisogni di metodi di meditazione per uscire dalla loro follia. I criminali hanno bisogno di trattamenti psicologici e di sostegno spirituale. Sono profondamente malati, e tu punisci delle persone malate. Se qualcuno uccide, è perché ha portato dentro di sé la tendenza a uccidere per lungo tempo. Non è che improvvisamente, senza motivo, ammazzi qualcuno.

Le persone cercano sempre di trovare delle giustificazioni: per esempio che sono arrabbiate con te. Pensano di essere arrabbiato con te, ma non è vero. Si portavano dietro quella rabbia da tempo – bolliva dentro di loro – erano seduti su di un vulcano. Aspettavano solo che qualcuno fornisse loro una scusa: tu hai fornito la scusa, e loro sono esplosi. Sembra che il responsabile dell'esplosione sia tu. Ma non è così, tu sei solo una scusa casuale, non sei responsabile. Se non l'avessi causata tu l'esplosione, l'avrebbe fatto qualcun altro. Se si verifica un omicidio allora è la società che dovrebbe essere punita, tutta la società dovrebbe scontare la pena. Che cosa è successo in questa società? Che cosa ne hai fatto di quest'uomo perché sentisse di commettere un omicidio? Perché è diventato così distruttivo?

La natura dà a tutti un'energia di tipo creativo. Diventa distruttiva solo quando viene ostacolata, quando le viene impedito di fluire naturalmente. Ogni volta che il flusso tende ad andare in modo naturale, viene ostacolato dalla società, viene paralizzato, viene spinto nell'altra direzione.

Nessuno ha bisogno della pena di morte, nessuno la merita. Anzi non solo la pena di morte non è giusta, non lo è neanche nessun altro tipo di punizione: la punizione non può mai curare.

Ogni giorno il numero dei criminali aumenta, ogni giorno si costruiscono nuove prigioni. E strano, non dovrebbe essere così. Dovrebbe succedere esattamente l'opposto, perché con tanti tribunali e tante punizioni e tante prigioni, i crimini dovrebbero diminuire, ci dovrebbero essere meno criminali e, piano piano, meno prigioni, meno tribunali. Ma non succede così.

Mi viene in mente che in Gran Bretagna, solo cento anni fa, per il furto era molto comune la punizione corporale. E la punizione doveva essere somministrata in una pubblica piazza così che la gente potesse vedere cosa accade se rubi, in modo che potesse imparare. Doveva essere per loro una lezione: se rubi ti accadrà questo, sarai umiliato pubblicamente. La persona veniva fatta spogliare e frustata finché il sangue cominciava a scorrere.

Ma ciò che è accaduto – solo cento anni fa – è che questa punizione è stata abbandonata perché sì è scoperto che quando si raccoglieva una folla – e migliaia di persone si riunivano per lo spettacolo – non era un buon segno. Quando migliaia di persone si riuniscono per vedere una scena così orrenda, ciò dimostra che qualcosa non va in loro. Forse vorrebbero anche loro picchiare una persona nuda, ma non ne hanno il coraggio: almeno così possono guardare mentre accade.

Questo è proprio ciò che fai continuamente. Ami il calcio: non giochi – per questo ci sono giocatori professionisti – tu guardi. Ti identifichi con una certa squadra di giocatori di calcio e ti ecciti, proprio come se stessi partecipando. Osserva la folla in uno stadio: migliaia di persone eccitate, come se fosse una questione di vita e di morte. Gridano, urlano, gettano in aria i berretti, litigano tra di loro perché l'altro sta facendo il tifo per la squadra avversaria. I giocatori di calcio stanno giocando la loro partita, ma cosa stanno facendo le migliaia di spettatori? Anche loro sono, a livello psicologico, dei partecipanti, forse persino più eccitati dei giocatori veri. Questi sono dei professionisti, è il loro mestiere, mentre quegli idioti si scaldano senza una buona ragione. E non sono nemmeno tutti lì: la vera folla è seduta di fronte alla televisione, sono milioni.

Cosa succedeva agli spettatori delle esecuzioni in Gran Bretagna? Erano talmente coinvolti nello spettacolo che c'erano dappertutto borsaioli pronti a tagliare le loro tasche. Era facile perché erano talmente coinvolti da dimenticare sia se stessi che le tasche. E nel frattempo l'uomo viene picchiato quasi a morte, e i borseggiatori...

Non puoi insegnare tramite la punizione. I giuristi, gli esperti legali, i politici hanno continuato a dirti nel corso dei secoli: "Senza le punizioni, come può imparare la gente? Cominceranno tutti a commettere crimini: dobbiamo punire perché continuino ad aver paura".

La paura non è assolutamente il modo giusto di insegnare. Il risultato della punizione è di abituare le gente alla paura... lo shock iniziale non c'è più. Sanno già cosa potrebbe succedere: "Al massimo potrete picchiarmi. Posso sopportarlo. E poi tra cento ladri riuscite a catturarne solo uno o due". Ora, se non sei pronto a correre questo rischio – il novantotto per cento di successo, il due per cento di fallimento – che uomo sei?

Nessuno può imparare attraverso la punizione. La stessa persona che viene punita, non impara quello che tu vorresti. Sì, c'è qualcosa che impara: a indurirsi sempre di più. Quando una persona finisce in prigione, quella diventa la sua casa: là trova persone con la sua stessa mentalità. Là trova la sua vera società. All'esterno era uno straniero: là è nel suo mondo. Tutti comprendono la sua lingua, e può incontrare degli esperti.

Tu magari sei solo un dilettante, un apprendista, forse per te è la prima volta . Ma quando vivi con degli esperti ovviamente impari le loro tecniche, le strategie, i metodi: impari dalla loro esperienza. La prigione è quasi un'università in cui si insegna il crimine a spese dello stato. Ci trovi professori del crimine, gente di ogni risma che ha commesso ogni tipo immaginabile di delitto. È naturale che il nuovo arrivato impari. E c'è una cosa che è presente in ogni prigione... io sono stato in molte prigioni. La convinzione generale è che non è il crimine a farti finire in prigione, ma l'essere catturato: e così se impari a commettere i reati nel modo “giusto”... Non si tratta di fare le cose giuste, l'importante è fare le cose sbagliate in modo giusto. Ogni recluso impara in prigione il modo giusto di fare le cose sbagliate.

Quando una persona inizia a entrare e uscire di galera, non potrà mai trovarsi a suo agio in un altro posto: prima o poi tornerà in prigione. A poco a poco la prigione diventa per lui un'alternativa alla società. Ci si trova meglio, si sente a casa: nessuno lo guarda dall'alto in basso, nessuno pensa di essere superiore, o lo considera inferiore. Tutti sono dei criminali. Nessuno è un prete e nessuno è un saggio e nessuno è un santo: sono tutti dei poveri esseri umani con tutte le loro debolezze e fragilità. Fuori si sente rifiutato, abbandonato.

 

 

 

La società si vendica

perché l'individuo

non ha seguito

le sue regole.

 

 

Che società è questa, in cui la gente si sente libera in galera, e quando è fuori si sente imprigionata?

E questa è la storia di quasi tutti i criminali. All'inizio è magari per un reato minore – forse aveva fame, forse aveva freddo e aveva bisogno di una coperta, e l'ha rubata – quelle piccole necessità che dovrebbero essere soddisfatte, altrimenti la società non dovrebbe continuare ad aumentare in popolazione, a produrre persone. Da una parte si continua a creare sempre più persone, sempre di più, in continuazione, e non ci sono cose a sufficienza per loro: né cibo, né vestiti, né riparo. E allora? Si stanno mettendo queste persone in una situazione in cui devono necessariamente diventare dei criminali. La popolazione mondiale deve essere ridotta a un terzo di quella attuale, se vuoi che il crimine scompaia.

Ma nessuno vuole che il crimine scompaia perché la scomparsa del crimine vuol dire la scomparsa dei giudici, degli avvocati, degli esperti in legge, dei parlamenti, dei poliziotti, dei carcerieri. Si creerà un grande problema di disoccupazione: nessuno vuole che qualcosa cambi per il meglio. Tutti dicono di volere che le cose cambino per il meglio, ma tutti continuano a peggiorarle, perché più va male, più si crea occupazione. Se le cose vanno veramente male, hai più probabilità di star bene. I criminali sono necessari perché tu ti possa sentire una persona morale e rispettabile.

I peccatori sono necessari perché i santi possano sentirsi santi. Senza i peccatori, chi sarà il santo? Se la società fosse formata solo da persone per bene, pensi davvero che ti ricorderesti di Gesù Cristo dopo duemila anni? A che scopo? È una società criminale quella che ricorda Gesù Cristo

per duemila anni.

È facile da comprendere. Come mai ti ricordi di Gautama il Buddha? Se al mondo ci fossero milioni di buddha, di persone risvegliate... in che cosa Buddha era così speciale? Si sarebbe perso nella massa. Ma sono passati venticinque secoli e lui si erge come una colonna, come il picco di una montagna molto al di sopra di te e della tua testa. In realtà Buddha, Gesù, Maometto, Mahavira non sono giganti: sei tu che sei un pigmeo. E ogni gigante ha un investimento nel fatto che tu rimanga un pigmeo, altrimenti non sarebbe più un gigante.

È una grande cospirazione. Io sono contrario a questa cospirazione. Io non sono né un gigante né un pigmeo. Io sono solo me stesso.

Non mi paragono con nessun altro, quindi nessuno è più in basso di me e nessuno è più in alto di me. A causa di questo semplice fatto posso vedere in modo diretto: non ci sono interessi costituiti che creano distorsioni nella mia visione.

Questa è la mia risposta: la pena di morte è solo la prova che l'uomo deve ancora essere civilizzato, deve ancora creare una cultura e imparare valori umanitari. Al mondo nessuno è un criminale, non lo è mai stato. Certo, ci sono persone... loro hanno bisogno di compassione, non di essere imprigionati, non di essere puniti. Tutte le prigioni dovrebbero essere trasformate in case di cura per la mente.

 

Osho TRATTO DA: From Darkness to Light # 4

 (ritorna al sommario)

 

 

 

al di la della famiglia

La Costellazione Famigliare

 

Questa nuova tecnica creata qualche anno fa da Bert Hellinger – del quale proponiamo in seguito un’intervista – aiuta a far luce sulle strutture di relazione nascoste all’interno di ogni famiglia, portando così l’individuo a diventare più consapevole della sua situazione reale.  Arpita intervista qui Svagito, che da tempo conduce gruppi e sedute di Costellazione Familiare nella Multiversity a Pune, dove lavora anche nel campo della terapia del respiro, massaggio psichico e Star Sapphire.

 

Arpita: Puoi descriverci in generale in cosa consiste il lavoro della Costellazione Familiare?

 

Svagito: Nella Costellazione Familiare si ricrea la struttura di una famiglia. In pratica (durante un gruppo) funziona in questo modo: un partecipante sceglie alcuni membri del gruppo per rappresentare i membri della sua famiglia d’origine – o della famiglia attuale. Sono soprattutto importanti i membri che hanno avuto un destino particolare: persone che sono morte prematuramente o che hanno avuto qualche menomazione fisica – o grave malattia – o che sono state separate dalla famiglia per qualche motivo.

La persona dispone poi questi ‘familiari’ in piedi nella stanza e in relazione l’uno con l’altro, ma senza atteggiamenti particolari: gesti o posizioni corporee. La persona sceglie inoltre anche un rappresentante per se stessa. A questo punto a ognuno viene chiesto quali sono le sue sensazioni: come si sente in quella situazione. E si scopre che, pur senza conoscere alcun particolare della persona che stanno interpretando, ne esprimono chiaramente i caratteri distintivi – in maniera sorprendente persino per il protagonista della sessione. In questo modo, all’interno di questo sistema familiare ricreato per l’occasione, i vari meccanismi di relazione diventano ben presto evidenti. Il terapista comincia allora a spostare le persone all’interno della struttura, verificando dove queste si sentono più a loro agio: cerca così di trovare un ordine, un equilibrio più naturale. Il terapista chiede inoltre ai vari ‘familiari’ di dire l’uno all’altro delle frasi semplici, in modo da rendere palese questo nuovo equilibrio. Durante tutto questo processo il terapista rimane in stretto contatto con ogni persona, e fornisce un feedback immediato rispetto ai suoi movimenti e alle frasi che dice. L’idea generale dietro a tutto questo è che in ogni sistema familiare ciascun membro ha lo stesso diritto di esserne riconosciuto parte integrante, ma spesso per alcuni di loro questo non è mai successo. Prendiamo il caso di un nonno morto prematuramente, lasciando i figli ancora piccoli (e quindi non in grado di dargli un ‘riconoscimento’) a soffrire di questa perdita. Con il passare del tempo è possibile che un nipote di questa persona arrivi a rappresentare inconsciamente per il proprio genitore la figura di questo padre morto e quasi dimenticato. Si potrebbe dire che il sistema familiare cerca di compensare le proprie perdite, anche se così facendo non si può dire che ci si comporti bene verso il nuovo venuto. È proprio così che i bambini vengono trascinati, in un certo qual modo, nel passato della loro famiglia.

Bisogna chiarire che non è che esistano delle aspettative consapevoli, né da parte dei genitori né da quella dei figli – succede inconsapevolmente: una specie di legge inconscia che opera all’interno della famiglia senza essere chiara a nessuno dei componenti.

 

Arpita: Quando hai cominciato a lavorare con questa tecnica e perché?

 

Svagito: Ho cominciato a lavorare con la Costellazione Familiare tre anni fa. Di fatto ne avevo già sentito parlare prima ma, in quanto sannyasin, non mi interessava un granché scavare nel passato. Non avevo neppure molti rapporti con la mia famiglia, non ero molto interessato ai miei genitori. A poco a poco ho cominciato però a osservare che su questo tema c’era in me una specie di rifiuto, un po’ di arroganza, insomma un atteggiamento non amorevole. E ho compreso che quando Osho ci parla di amare noi stessi, di fatto ci dice anche di amare i nostri genitori; perché di fatto noi ‘siamo’ i nostri genitori… e i loro genitori, che li hanno preceduti: è tutto concatenato. Per me quello che è veramente interessante in questo lavoro è che di base è connesso con un ‘sì’ alla vita: di fatto si può andare oltre la famiglia solo partendo dalla gratitudine e dal rispetto, non dalla rabbia o dall’arroganza. Questa è la ragione per cui qui a Pune chiamiamo questo lavoro ‘Oltre la famiglia".

 

Arpita: Secondo te chi può essere maggiormente interessato a lavorare con la Costellazione Familiare

 

Svagito: In realtà chiunque voglia comprendere i propri condizionamenti, comprendere le ragioni recondite di alcuni suoi comportamenti. È un modo per liberarsi dai condizionamenti, cosa che avviene non solo guardando a se stessi come individui, ma guardando al sistema da cui si proviene, considerando l’intero contesto. È una maniera di comprendere meglio se stessi.

 

Arpita: Ho sentito dire che Hellinger – il creatore di questa tecnica – viene criticato da alcune persone per l’uso di concetti quali rispetto e onore. Viene considerato un po’ un conservatore in questo campo.

 

Svagito: Molte persone fraintendono questi concetti. Anche Osho parla del rispetto, e dice che si deve esserne degni. Noi facciamo una distinzione chiara fra l’obbedienza al genitore e la riconoscenza per averci fatto nascere. L’essere riconoscenti non è collegato per niente al tipo di persone che ti ritrovi come genitori. In realtà è onorare l’esistenza stessa, riconoscere che, attraverso queste persone, ci è stata data la vita. È qualcosa di spirituale! Di fatto io posso onorare mio padre e comunque disobbedirgli. Onorare il padre e la madre nel giusto modo significa riconoscere quello che ci è arrivato da loro e utilizzarlo creativamente. Si deve andare quindi, al di là dei propri genitori, e crescere. La maggior parte delle persone segue ciò che i genitori dicono o vogliono, ma di fatto non li rispettano, sopprimono semplicemente il proprio risentimento. D’altra parte le persone che si oppongono ai genitori spesso si ritrovano poi uguali ai genitori stessi, di fatto ne hanno seguito l’esempio. E questo mi ricorda quando Osho parla della vera ribellione, che deve nascere dal rispetto e dall’amore.

 

Arpita: Come è possibile conciliare tutto questo con un lavoro di tipo Primal, al quale la maggior parte delle persone sembra più abituata?

 

Svagito: Questa domanda si ricollega a quanto ho appena detto. In un certo qual modo il lavoro di Primal è un primo passo. Se abbiamo represso troppo, dobbiamo tirar fuori tutta questa energia: tutta la rabbia e il risentimento che abbiamo nell’inconscio. Il lavoro di Primal va bene per questo: ti aiuta a sbloccare questo tipo d’energia… e i genitori sono una buona scusa per farlo. Tutti noi tendiamo a riversare la responsabilità su qualcun altro: fa parte della nostra inconsapevolezza. All’inizio va bene, abbiamo bisogno di farlo! Ma a un certo punto arriva il momento di fare un altro passo: quello di comprendere che non possiamo separarci dall’esistenza, che non siamo un’isola. Nessuno ci ha mai chiesto quale padre o madre volevamo e non possiamo decidere di scegliere genitori diversi: siamo tutti profondamente legati al nostro passato, proprio come un albero è collegato alle sue radici.

 

Arpita: Non ti sembra una contraddizione, in questo nostro ambito che privilegia l’unicità dell’individuo, il ricondurlo nel contesto della famiglia?

 

Svagito: Noi non riportiamo nessuno in seno alla famiglia, al contesto familiare; semplicemente guardiamo la realtà… e la famiglia è una realtà. Essere un individuo è possibile solamente quando si è in grado di guardare al proprio passato e comprendere i propri condizionamenti.

Osho dice che ciò accade soltanto attraverso una profonda comprensione della propria mente.

 

Arpita: Allora questo si riaggancia alla distinzione che Osho fa tra reazione e ribellione?

 

Svagito: Certo, ciò che distingue la reazione dalla ribellione è che quest’ultima ha origine dall’amore e dal rispetto: è un ‘sì’, un ‘sì’ alla vita, un ‘sì’ a se stessi .

 

Arpita: Puoi farci un esempio di una sessione di Costellazione Familiare?

 

Svagito: La persona che riceve la sessione (in questo primo esempio) dice di aver avuto sempre una salute molto delicata, e di essere spesso vittima di piccoli incidenti. All’inizio gli faccio scegliere chi rappresenterà la propria madre, il padre, i fratelli, le sorelle (anche nonni e zii, se lo ritiene necessario) e se stesso. Lui poi li dispone nella stanza, e noto che lo fa in una maniera ben precisa: tutti che guardano nella stessa direzione. Questa è quasi sempre un’indicazione del fatto che qualcuno è stato dimenticato, e allora gli chiedo se manca qualcuno e lui mi dice: “Ah sì, c’è stato anche un altro fratellino, prima che nascessi io, ma è morto subito!”. Allora io scelgo una nuova persona che rappresenti il fratello mancante e la metto di fronte a tutti gli altri. Avverto subito in tutti quanti una certa sensazione di sollievo: come se questa persona venisse di fatto ‘riconosciuta’, reintegrata nella famiglia. E così succede che il fratello nato in seguito (la persona che sta ricevendo la sessione) ha ora una possibilità maggiore di comprendere quale perdita lui abbia compensato all’interno della famiglia e quale posto abbia inconsciamente occupato. In questo modo può aver chiare le cause dei suoi problemi di salute e della sua autodistruttività. Tutto questo gli dà la possibilità di affrontare la sua situazione in maniera positiva.

Un altro esempio che ricordo è quello di una donna il cui padre, prima di formarsi una famiglia, aveva avuto una relazione molto importante con una compagna che aveva poi lasciato. In questo caso la figlia ‘rappresentava’ inconsciamente la vecchia compagna del genitore, e aveva nei confronti del padre un attaccamento esasperato, non come una figlia, ma quasi come un’amante abbandonata. Durante la sessione di Costellazione Familiare questo processo di sostituzione è diventata evidente: quando il ‘padre’ ha riconosciuto la sua vecchia amante, la figlia si è sentita sollevata e ha avuto la possibilità di tornare a essere semplicemente una figlia.

 

Arpita: É sufficiente una seduta…?

 

Svagito: Normalmente una seduta è sufficiente: sia che la persona scelga di fare una costellazione sulla famiglia attuale, o una costellazione sulla famiglia di origine e così vedere se stessa nel sistema attuale o nel sistema da cui proviene. Questo di fatto è sufficiente, e poi si lascia che quello che si è osservato – le varie cose che sono successe – agiscano all’interno della persona. Il lavoro può essere più o meno completo: magari dopo un po’ di tempo emergerà qualcosa di nuovo e allora si potrà riconsiderare la situazione, ma non è che si usa fare una serie di sedute come in altri tipi di terapia. Si potrà lavorare con la Costellazione Familiare in sedute individuali o in gruppi. Nei gruppi di solito è più facile perché ci sono tutti gli altri partecipanti fra i quali si possono scegliere gli interpreti per i ruoli della tua famiglia.

 

Arpita: Nella tua esperienza in questo campo hai incontrato situazioni che si possono definire tipicamente italiane?.

 

Svagito: Mi sono accorto che in Italia la madre è quasi sempre la figura centrale della famiglia… e continua a rimanerlo. Ciò ha delle profonde conseguenze: significa che per un figlio è difficile diventare uomo.

Per esempio in nessun altro paese ho incontrato tanti uomini, anche di età superiore ai 40 anni, che vivono ancora con la mamma. Per diventare veramente uomo un figlio deve ‘ricevere’ qualcosa dal padre – così come una figlia deve ricevere dalla madre per diventare donna. Il ruolo dell’uomo non viene veramente rispettato, neppure quando il figlio forma una nuova famiglia: la moglie non lo rispetta e di conseguenza attira i figli più verso di sé e la propria famiglia d’origine. E in questo modo il ciclo continua a riprodursi, provocando facilmente, per esempio, atteggiamenti da macho. Il macho è semplicemente un ragazzo che fa finta di essere forte: di fatto è spaventato dalle donne e dall’intimità. E questo crea solo grosse conflittualità.

 

Arpita: Tu utilizzi esattamente la struttura creata da Hellinger o l’hai rielaborata sulla base del lavoro di Osho?

 

Svagito: La tecnica di Hellinger rimane invariata, così come altre tecniche terapeutiche che vengono utilizzate in campo sannyasin. La differenza qui è che viene inserita in un contesto in cui c’è la comprensione della meditazione. Hellinger non parla di meditazione, anche se si può avvertire che c’è da parte sua una grandissima apertura e una totale accettazione di ciò che lui chiama il fluire. Il principio di base che ci guida è che più ci si libera dai conflitti che si hanno, in questo caso con la famiglia, più la meditazione riesce ad andare in profondità: non è che si voglia arrivare alla “famiglia felice”. Si tratta di preparare il terreno per la meditazione: si può dire che il nostro lavoro qui è un accorgimento per aiutare la gente a entrare più facilmente in uno spazio di meditazione.

 

Arpita: Secondo te come mai questo lavoro sta avendo tanto successo?

 

Svagito:  Probabilmente adesso è il momento giusto per questo tipo di lavoro: io lo vedo come un prendere sempre di più coscienza del fatto che stiamo vivendo in sistemi, che non siamo isole, che siamo tutti connessi. I principi di questo lavoro di fatto si possono applicare anche ad altri sistemi, non solo a quello familiare, nell’organizzazione del lavoro per esempio. Diventa chiaro che ognuno è parte di un sistema più grande. Secondo me questa comprensione – che non siamo semplicemente individui sconnessi, ma parti di molti sistemi – era davvero necessaria. Credo che questo sia uno dei contributi principali di questo lavoro: ti fa vedere che molti problemi hanno un’origine – una causa – sistemica e che non è facile risolverli solo tramite un lavoro individuale. Anche dopo un lungo processo terapeutico è spesso impossibile raggiungere determinate comprensioni senza guardare all’intero sistema, al contesto complessivo dal quale proveniamo. Questo ci dà una visione più nuova e più ampia.

 

Arpita: Può essere considerato anche un aiuto per la meditazione?

 

Svagito: La Costellazione Familiare così come altri lavori terapeutici aiuta a liberare la mente dai conflitti – ti aiuta ad avere una mente rilassata. Come dice Osho, se la tua mente è rilassata ti è più facile entrare in uno stato di meditazione. Per me l’importanza di questo lavoro è che si basa sull’accettazione della vita e dell’esistenza che non cerca di cambiare, aggiustare o migliorare qualcosa. Ti aiuta semplicemente a portare alcune cose alla luce, piuttosto che a cambiarle, e questo, per quanto mi riguarda, è connesso con la meditazione. Una dalle basi di questo lavoro è la fiducia che la nostra vita sia collegata in qualche modo a qualcosa di più grande – noi non siamo isole – e questo anche Osho continua a ripetercelo.

 

 

 

Swami Dhyan Svagito è con Osho dal 1981 e da 15 anni si occupa di psicoterapia. Questa estate in Italia condurrà gruppi di Costellazione Familiare a Napoli e nei centri di Osho di: Sommacampagna (VR), Udine (Rakesh), Milano (Surjan) e Bergamo (Archan).

Per altre informazioni:

e-mail svagito1meera@compuserve.com

 

 

OLTRE LA FAMIGLIA

 

Sta accadendo una cosa molto bella, veramente importante. La tribù sta scomparendo. La famiglia sta scomparendo, il matrimonio sta scomparendo, anche l’amicizia sta scomparendo… È un bene – perché tutto questo ti lascia da solo, e così hai la possibilità di essere te stesso. L’uomo tribale è solo un numero all’interno della tribù. L’uomo tribale è il più primitivo, quello meno evoluto, più vicino agli animali che all’umanità. La sua vita si svolge solo come un’unità all’interno della tribù. È un bene che le tribù siano scomparse. La scomparsa delle tribù ha creato le famiglie. In quella situazione la famiglia era davvero un vantaggio, perché la tribù era molto grande mentre la famiglia era un’unità piccola. Nella famiglia avevi più libertà che nella tribù, la cui struttura era estremamente dittatoriale e potente. Il potere del capo tribù era assoluto, fino al punto di uccidere. La tribù era una mente collettiva, ed esiste ancora nel tuo inconscio collettivo. La famiglia in quel momento è stato un passo avanti, perché ti ha reso parte di un’unità più ristretta, dandoti un po’ di libertà. La famiglia diventa protettiva nei tuoi confronti. Ora anche la famiglia sta scomparendo, perché ciò che in un dato momento è protettivo, prima o poi è destinato a diventare repressivo. È come quando stai facendo crescere un alberello e lo circondi con una rete di protezione. Non puoi dimenticarti di rimuoverla quando l’albero è un po’ più grande, perché quella stessa rete impedirà che l’albero cresca ulteriormente. Quando l’avevi sistemata, l’albero era sottile come il dito di una mano. Ecco perché dovevi proteggerlo: dagli animali, dai bambini. Ma quando l’albero cresce e si allarga, allora quella rete che prima l’aveva protetto diventa una costrizione – devi eliminarla. Ora è arrivato quel momento. La famiglia non è più una protezione, è diventata una costrizione. Uscire dalla tribù è stato un grande passo. Ora c’è un altro passo da fare: dalla famiglia alla comune.

 

Osho, Tratto da: From Personality to Individuality

 

 

Intervista con Bert Hellinger

 

Bert Hellinger

è nato nel 1925, ha studiato filosofia, teologia e pedagogia. Ha lavorato per 16 anni in un ordine missionario cattolico presso gli Zulù, in Sudafrica. In seguito divenne psicanalista, e nel corso delle sue esperienze con le dinamiche di gruppo, la terapia del Primal, della Gestalt, l’Analisi Transazionale, la Terapia Familiare, l’Ipnosi Ericksoniana e la Programmazione Neurolinguistica (PNL), ha maturato la propria Terapia Sistemica della Famiglia, con la quale è divenuto famoso, grazie anche alla sua genialità nell’individuare i problemi e nell’accedere alle soluzioni.

 

BERT HELLINGER LAVORA CON UN ATTEGGIAMENTO INTERIORE

CHE PUÒ ESSERE ANCHE DEFINITO “NO MIND”.

HELLINGER LO CHIAMA “CENTRO VUOTO”

 

Dr. Wilfrid Nelles: Signor Hellinger, lei si comporta come un terapeuta, eppure non lo è. Come si definirebbe?

 

Bert Hellinger: In un certo senso mi considero un insegnante. Ma, prima ancora, mi considero un essere umano in risonanza con l’umanità nel suo insieme, una persona in grado di mettere in moto qualcosa.

Sono una persona alla ricerca della sintonia: sono cioè una persona in grado di aiutare quando qualcosa che appartiene al mondo invisibile emerge e diventa evidente. Ed è ciò che succede nelle costellazioni familiari, quando improvvisamente qualcosa viene portato alla luce. Ma, a dire il vero, non è neanche questo il punto. In fondo quello che sento è di essere uno strumento di qualcosa che non comprendo.

 

Dr. W. Nelles: Eppure lei insegna. Lei insegna il giusto modo di affrontare situazioni di vita esistenziali, insegna anche a terapeuti il giusto atteggiamento ed il giusto modo di trattare le cose. Da dove le viene questo? Dal non comprendere?

 

B. Hellinger: Sì. E in questo mi avvalgo di qualcosa di molto semplice: sento dentro di me dove va il flusso, e semplicemente mi abbandono a esso. Se improvvisamente si ferma, se non riesco ad andare avanti o se sento che sono su una falsa pista, semplicemente mi fermo. Può accadere allora che per molto, molto tempo – anche per mesi – io non faccia niente, e rimango in questo spazio rilassato finché dall’esterno e spesso in modo del tutto sorprendente, non arriva qualcosa che mi porta in una nuova direzione. Questo è il punto. Non mi preoccupo di come aiutare qualcuno, oppure della questione esistenziale, o di come insegnare qualcosa alla gente… Non mi pongo questi problemi.

 

Dr. W. Nelles: Questa in fondo è la realizzazione spirituale della sua vita.

 

B. Hellinger: Si potrebbe anche chiamarla spirituale, ma io sono molto restio a usare questo termine. Poco fa una persona, riferendosi alla mia conferenza di ieri, sul tema “Psicoterapia e religione”, mi ha chiesto se per me la dedizione è qualcosa di importante. Gli ho risposto: “No, perché significherebbe collegarsi di nuovo all’idea di ‘fare’ qualcosa. Invece si è semplicemente spinti, portati da un flusso.” Al che lui ha ribadito: “Ma allora è qualcosa di completamente naturale, senza una struttura predefinita? Si vibra semplicemente all’unisono con questo campo naturale?” Gli ho risposto : “Sì, così mi sembra più esatto.” Questa è dunque l’ultima rinuncia, la rinuncia allo spirituale, al divino. Questo è l’atteggiamento più conforme all’essenza misteriosa di ogni cosa, a ciò che è. Ti porta al vuoto.

 

Dr. W. Nelles: La sua è stata una lunga strada, dall’essere prete a quest’ultima rinuncia!

 

B. Hellinger: Sì, è stato anche questo… il sacerdozio mi era stato inconsciamente assegnato come un compito dai condizionamenti insiti nella mia famiglia d’origine. Ma l’ho fatto con dedizione e con tutto me stesso. A un certo punto, però, mi sono imbattuto in qualcosa che mi ha fatto capire, senza ombra di dubbio, che questa strada non portava a niente. Questo mi ha spinto in un altra direzione – ma di nuovo senza un progetto – con molte cosiddette coincidenze, che retrospettivamente si rivelano come una guida, o segni della provvidenza, nelle mani della quale mi rimetto… sì, come un essere spinto, ma spinto in una maniera molto delicata, che mi permette di rimanere presente a me stesso.

 

Dr. W. Nelles: Che non la spinge via da sé, ma che la porta a sé?

 

B. Hellinger: Sì. Questo procedere è sempre connesso a una sfida. Se per un certo periodo ho fatto qualcosa, tutto a un tratto sento molto distintamente che è impossibile andare avanti, ed essere allo stesso tempo presente a me stesso. Improvvisamente si presenta una sfida, che richiede coraggio e capacità di rischiare – vi si entra come si suol dire alla cieca – questo è il modo di andare avanti. C’è sempre un certo rischio. In fondo è così  che va avanti la vita. Il pensare in termini di sicurezze è esattamente l’opposto.

 

Dr. W. Nelles: Nel suo lavoro concreto, lei si muove in campo terapeutico, – lo chiama anche ‘Terapia Sistemica’ – ma ciò di cui lei mi sta parlando adesso va molto al di là della terapia.

B. Hellinger: Sì, molto, molto al di là. A volte faccio della terapia mirata, quando dico qualcosa a una persona riguardo a un sintomo. Ma fondamentalmente il mio lavoro va molto al di là di questo. È come essere in uno stato di grazia, di benessere. Grazia, non inteso nel senso di salvezza, ma nel senso che, dopo essersi persi o esser stati sviati, si ritorna a essere connessi con qualcosa di portante – qualunque cosa sia. Esiste come un ordine preesistente e quando entriamo in contatto con questo ordine, ci sentiamo espandere, ci sentiamo completi, anche se non sempre felici – ma non è questo il punto.

La sofferenza fa parte di questo stato, come pure le preoccupazioni e le sfide, ma alla base di tutto c’è una profonda tranquillità. Ritornando all’immagine del fiume: a volte esso può travolgerti con una forza immensa, al punto da farti quasi perdere conoscenza. Questa esperienza avviene a volte in guerra, ed è pur sempre lo stesso fiume, con il quale si è in sintonia, anche se ti trascina in questo modo, a volte invece il fiume fluisce molto lentamente, placidamente e noi siamo tranquilli. Entrambi questi aspetti appartengono allo stesso fiume. Ci sono persone che vengono travolte dall’orrore, e questa è un’esperienza tremenda… ma è pur sempre lo stesso fiume, con il quale siamo in sintonia.

Essere in sintonia non porta a vivere solo momenti pacifici, ma anche momenti travagliati.

 

Dr. W. Nelles: E lei non assume alcuna posizione morale nei confronti di questo?

 

B. Hellinger: Per niente! Proprio per niente! Non va bene. Qualche volta assisto spaventato a ciò che succede, ma senza prendere posizione, senza sentirmi indignato.

 

Dr. W. Nelles: In un seminario dove si lavorava con le costellazioni familiari, ci fu il caso di una donna – madre di un paziente – della quale si sapeva che era stata violentata da un soldato russo. Quando venne messa in scena la costellazione, la persona che rappresentava la madre crollò a terra gridando: “Non era uno soltanto, era un intero esercito!” Allora tutti gli uomini vennero messi di fronte a lei, e venne chiesto al primo come si sentisse. Questi si strinse nelle spalle e disse laconicamente: “Beh… è la guerra. Sono cose che succedono in guerra!” La donna sentì come una scossa nel corpo. Alzò lo sguardo e disse: “Dillo ancora!” Quando lui ripeté la frase, lei si rimise in piedi, lo guardò dritto negli occhi e disse: “Ecco, è proprio così.” In questa circostanza la donna entrò in contatto con la sua forza e la sua dignità – si sentì lei stessa una ‘guerriera’ – e in questo modo si liberò dal peso di ciò che le era successo. In questo lavoro c’è una cosa profondamente toccante e cioè che quando c’è sintonia con ciò che è, le vittime si trasformano in "agenti attivi", e da qui si sprigiona una grande forza.

B. Hellinger: Se invece, come accade di solito, si rimane invischiati nell’indignazione, le vittime reagiscono e si trasformano in seguito in aggressori. Lei ha fatto un bellissimo esempio: diventando consapevoli della situazione si diventa "agenti attivi" e ciò è incredibilmente diverso. In questa nostra società di gente indignata, purtroppo non c’è quasi posto per una cosa del genere. Questa indignazione è del tutto fasulla: è gente che non ha provato la sofferenza in prima persona, o che l’ha rimossa. Chi ha provato e riconosciuto la sofferenza, o anche la colpa, ha lasciato l’indignazione alle spalle. Solo così si riesce ad arrivare alla calma e alla forza.

 

Dr. W. Nelles:  Ciò che lei dice rientra molto nella sfera religiosa, in qualunque modo la si voglia definire.

 

B. Hellinger: Ma se ho cercato appena un momento fa di dare una definizione precisa, per evitare di ricadere in questo ambito

 

Dr. W. Nelles: …neanche nel senso di "religione naturale" o "attitudine religiosa", come lei accennò nella sua conferenza? Come profondo rispetto o naturale raccoglimento?

 

B. Hellinger: L’attitudine religiosa è una definizione senza contenuto, mentre ‘umiltà’ o ‘raccoglimento’ sono parole che fanno vibrare qualcosa, con cui è facile entrare in contatto, come le parole ‘onore’, o ‘rispetto’.

 

Dr. W. Nelles: Lei usa volentieri queste grosse parole, che suonano un po’ antiquate. Si tratta anche di concetti con i quali molti hanno grandi difficoltà, e che le hanno conferito la fama di essere un conservatore.

 

B. Hellinger: Sì, sì. Ma chi ascolta queste parole ha il vantaggio di sapere subito a cosa si riferiscono. Ci si può chiedere invece se ciò di cui parlo sia religioso, se il concetto di religione sia quello adatto. La religione viene anche definita come un ricollegamento, o un qualcosa di cui facciamo parte, e anche questo è un modo di entrare in sintonia, ma non si sa bene con cosa, se è qualcosa che va oltre la natura... In ogni caso va al di là della mia portata. C’è comunque la conferma che intorno a noi c’è qualcosa di più grande, di cui facciamo parte. La si può chiamare "grande anima" o "campi morfogenetici" o come si vuole, ma non sappiamo se dietro a questo ci sia qualcosa di divino. E per entrare in sintonia basta la formula più facile. Questa è molto più efficace che se invece diciamo che ciò a cui mi riferisco è religioso o spirituale. Implica un’estrema rinuncia, ed è proprio questa che rende possibile il vuoto interiore. È attraverso la nostra esperienza, la nostra vita quotidiana, qualunque essa sia, attraverso il nostro esporci e il nostro farci valere nella vita, che veniamo portati dentro a questa rinuncia. Non ci sono arrivato tramite lo sforzo, la meditazione o cose del genere, per niente.

Il lavorare con le famiglie e il vedere quanto piccolo sia il mio contributo, quanto sia guidato da qualcos’altro, mi permette di ‘scomparire’. Non sono io che rinuncio, ma è la rinuncia che accade: come la cosa più naturale di questo mondo.

 

Dr. W. Nelles: Bisogna anche prendere atto della realtà, prenderla così com’è?

 

B. Hellinger: Sì, senza una direzione prefissata… completamente esposti, per così dire.

 

Dr. W. Nelles: Durante le rappresentazioni c’è un momento – quando sono tutti in piedi e hanno espresso cosa sentono nel ruolo che stanno rappresentando – in cui il terapeuta da ricettivo diventa attivo. In questo modo interferisce nella vita del paziente. È permesso questo? Cosa le accade in queste circostanze?

 

B. Hellinger: Non penso a niente. Sento semplicemente che quello è il momento. Sono lì senza parole, e d’un tratto faccio o dico qualcosa. Questo nasce semplicemente da ciò che c’era un momento prima, non ha uno scopo preciso. Ci sono però eccezioni, in cui vedo subito dalla rappresentazione di partenza dove sta la soluzione. Qualche volta invece non so proprio come andare avanti, e poi mi arriva una spinta da qualche parte, qualche volta anche dal pubblico, e la colgo al volo. Può essere anche un errore… fa parte del processo.

L’errore provoca una eco nei rappresentanti messi in scena, che riporta il processo sul giusto binario. Anche in esso dunque c’è qualcosa di salutare, su cui posso contare.

 

Dr. W. Nelles: Ci sono però anche errori, di cui non ci si accorge subito, e poi il paziente va a casa con una soluzione apparente.

 

B. Hellinger:  Qualcuno crolla anche, e sembra che il terapeuta gli abbia arrecato un danno. Ma improvvisamente si rende conto che dietro a questo atteggiamento c’è una sua idea ben precisa, e cioè quella di dover essere in controllo.

 

Dr. W. Nelles: Vuol dire che lei si distacca totalmente dall’idea che sia il terapeuta a risolvere qualcosa?

 

B. Hellinger: Esatto. Questo però non significa che non lavoro per giungere alla soluzione e che faccio finta di non volerla. Il flusso porta verso la soluzione. Se così è, vado con la corrente e mi rallegro quando la soluzione arriva. Ma se la corrente si blocca, io mi tiro indietro. Allora è il paziente che continua. Tutta l’energia è con lui.

 

Dr. W. Nelles: Questo allora non è niente di negativo? Per un osservatore esterno o per i diretti interessati è spesso scioccante che il terapeuta interrompa semplicemente la rappresentazione.

 

B. Hellinger: No, non è assolutamente niente di negativo. Il processo continua allora nell’intimo del paziente. In fondo, cos’è che fa effetto? Non è certo il terapeuta! Ciò che fa effetto è la realtà. Se il destino del paziente è quello di usarmi come strumento per la soluzione, va bene così. Se però voglio arrivare io alla soluzione, in modo per così dire arbitrario – non va bene. Questa specie di voglia di risolvere il problema è destinata a fallire. La migliore impostazione che posso avere è questa: affido il paziente alla ‘bontà’ del suo essere.

 

Intervista tratta dal materiale pervenutoci dagli organizzatori del primo Seminario che Bert Hellinger terrà in Italia, a Verona.

Per informazioni: Dott. Silvia Miclavez

Tel.e fax +39 - 0432 - 470551  www.hellinger.it

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Tante Scuse

 

Il Papa chiede finalmente perdono per duemila anni di peccati commessi dal cattolicesimo contro le donne, gli ebrei, le minoranze e i diritti dei popoli. Ma solo pochi giorni dopo il Vaticano ci ricasca, attaccando ferocemente le decisioni della Comunità Europea e i diritti delle minoranze omosessuali.

 

 

Con grande sfoggio di pompa e di ‘sofferenza’, e qualche lacuna nei contenuti, anche il Papa ha chiesto scusa, anzi perdono, per le sette più gravi colpe dei cristiani nei duemila anni della loro storia.

Il fatto è inaudito, certo, e vorrebbe mostrare l’intenzione della chiesa cattolica di iniziare il suo terzo millennio monda da ogni peccato: non a caso il rituale si è svolto nella basilica di S. Pietro, intorno all’altare della Confessione, con la partecipazione attiva – erano loro a leggere l’elenco dei peccati – dei nomi più importanti della Curia Vaticana.

Anche gli stessi commentatori cattolici, comunque, hanno espresso perplessità su quello che è stato detto per descrivere queste famose colpe.

Ma è la situazione reale, attuale, riguardo ad alcuni dei temi affrontati che può far nascere i dubbi maggiori: è stato chiesto perdono, ad esempio, per la violazione della dignità delle donne – riferendosi probabilmente all’equazione donna = sesso = diavolo, che di sicuro è ancora viva nella testa di tanti uomini di Chiesa – ma è da ipocriti farlo quando ancora alle donne è vietato il sacerdozio e un efficace controllo delle nascite è tuttora strenuamente combattuto dal Vaticano.

È stato chiesto perdono agli ebrei perchè hanno sofferto a causa di un comportamento poco evangelico da parte dei cattolici – che dolce eufemismo! – senza neanche menzionare l’Olocausto. Il problema diventa ancora più di fondo quando si vede che la richiesta di perdono fatta dal Papa è basata sulla “responsabilità oggettiva che accomuna i cristiani”. Si vuol continuare a non fare alcuna distinzione fra la gerarchia ecclesiastica – che rimane una struttura oppressiva e autoritaria, a partire dal Papa ‘infallibile’ per arrivare ai sacerdoti, unici interpreti autorizzati della verità – e un popolo di fedeli che, per un complesso di ragioni sociali e culturali, non riesce a liberarsi da una serie di condizionamenti che va spesso a infierire sulla loro dignità di esseri umani. Si continua a voler fare di tutta l’erba un fascio.

Che invece una differenza esiste diventa palese se si torna ad esempio alla questione degli ebrei: come può il Papa voler accomunare il Vaticano, che non si è mai opposto all’Olocausto – e che ha più tardi protetto e aiutato innumerevoli nazisti – con tutti i fedeli cattolici, fra i quali non pochi, spesso a rischio della vita, hanno nascosto e aiutato come potevano gli ebrei in quei momenti?

Anche il riferimento alle Crociate e all’Inquisizione lascia perplessi: se ne parla praticamente come di violenze commesse al servizio della verità. Di quale verità si tratti non è ben certo, quando persino l’esistenza storica di Gesù Cristo è dubbia (vedi pag. 25) e ormai si sa che il potere della Santa Sede è cresciuto nei secoli fondandosi su di un falso storico come “La Donazione di Costantino”. Si dimentica che le mitiche Crociate, al di là della propaganda, furono essenzialmente un precoce episodio di espansione coloniale: nuovi mercati e nuove proprietà terriere (feudi) nell’area orientale del mediterraneo.  E anche dell’Inquisizione, un tremendo esercizio di isteria collettiva e di paura, vengono taciute come al solito le motivazioni economiche: le proprietà terriere e i beni degli eretici, spesso ingenti, venivano confiscati – persino durante la caccia alle streghe i preti specializzati nel “riconoscerle” venivano spesso ricompensati con "un tanto a strega" – sei pence in Inghilterra, ad esempio, come risulta.

Al di là delle riflessioni in buona fede provocate in alcuni fedeli, e nonostante facili entusiasmi alla “viva il parroco” di qualche intellettuale, lo scarso valore reale di tutta questa faccenda delle scuse è stato dimostrato, meno di una settimana dopo, quando il Pontificio Consiglio per la famiglia è sceso in campo con incredibile durezza contro una risoluzione del Parlamento Europeo a favore del riconoscimento civile delle coppie di fatto gay.

Dopo un’interpretazione delle leggi vigenti assolutamente al di fuori della loro competenza – la risoluzione non ha in nessun modo un autentico valore legislativo né di orientamento obbligatorio – i santi padri si producono in un attacco viscerale contro le coppie gay, il cui riconoscimento sarebbe secondo loro contrario alla "profonda aspirazione dei popoli" seguono i soliti ordini di scuderia ai parlamentari cattolici. Si tratta qui di ben due peccati in uno da parte della Chiesa: contro i diritti democratici dei cittadini e contro i diritti civili di una minoranza. Ma tanto, avranno forse pensato i santi padri, ci sarà pure un Papa, fra mille o duemila anni, a chiedere perdono.

Se poi fra mille anni non ci sarà più nessun Papa… beh, pensano di sicuro molti altri, MEGLIO!

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