2
CENTRI DI OSHO IN ITALIA
Tutti i Centri di
meditazione di Osho divisi per regione
6
LE NOTIZIE
8
ESPERIENZE
La celebrazione del nuovo
millennio e il cambiamento interiore.
10
IL MAESTRO
Le differenze fra tempo
cronologico, tempo psicologico e tempo reale.
Il rapporto tra tempo e
mente.
Dalla mente all'eternità.
Ma quando è nato l'universo?
16
BIOGRAFIA
Osho ritorna a Pune dopo sei anni e inizia l'ultima fase del suo lavoro.
22
IL MAESTRO
Partendo da un'ipotesi non
verificata, dio, e utilizzando paure e sensi di colpa, le religioni organizzate
vogliono creare in noi una "coscienza" che in realtà è solo un insieme
di condizionamenti e non ha nulla a che fare con la vera consapevolezza.
30
IL MAESTRO
Ma quanti diavoli ci sono?
E perchè dobbiamo averne
paura?
38
IL MAESTRO
Osho contro la pena di morte.
42
INTERVISTA
La nuova tecnica della Costellazione
Familiare vista all'interno della meditazione e della visione di Osho; segue
un'intervista a Bert Hellinger,
il suo fondatore.
50
TUTTE LE STELLE
Il tuo oroscopo di maggio.
Tutti i libri di Osho in
italiano, i video di Osho, le musiche per la meditazione e il rilassamento.
60
RIFLESSIONI
Il Papa chiede finalmente
perdono, ma i dubbi che lascia sono molti
Copyright© 2000 OSHO INTERNATIONAL FOUNDATION
Tutti i diritti riservati OSHO® è un marchio registrato di proprietà della
Osho International Foundation,
usato con il suo permesso.
Osho e i diamanti
Da più di cinquant’anni De Beers, la più
grossa società al mondo per il commercio dei diamanti, organizza un concorso
internazionale proprio per premiare i migliori designer nel campo dei gioielli
con diamanti. L’ultimo si è svolto a Parigi, con concorrenti da 16 nazioni
diverse; 2500 le opere presentate ai giudici, utilizzando una quantità di
pietre da capogiro, 47.000, per un peso totale di quasi duemila carati… cose da
mille e una notte! Uno dei trenta vincitori dei De Beers
Diamonds International Awards è stata Marga Premen, una sannyasin brasiliana, da 18 anni con Osho, che a suo tempo
aveva deciso di utilizzare i diamanti nei gioielli che creava proprio perché
‘fanno ricordare la pura consapevolezza!’. L’opera che ha vinto il premio si
chiama “Oceanic Love” ed è una collana in oro bianco,
platino e corallo con 166 pietre per complessivi 26,44 carati di diamanti. Ben
quattro orafi sono stati impegnati per quasi tre mesi… a fondere, scolpire e
incastonare tutte le pietre, provandola persino su persone diverse prima di
completarla.
Se siete interessati
Un progetto con anche
possibilità di vita in comune, sta partendo con grosse potenzialità in Piemonte
– nel Monferrato – a pochi chilometri dal confine con la Liguria. La proprietà
è costituita da 22 ettari di terreno collinare con valli, boschi e spazi
coltivabili; il paesaggio e le vedute sono incantevoli: le Langhe
sono una delle terre più rinomate per la bellezza del paesaggio e per la
ricchezza dei prodotti locali. La cascina è ampia e comprende varie unità: la
casa è già pronta per essere abitata, anche se tutto il resto del complesso
necessita di essere ristrutturato e abbellito. Il progetto generale prevede
anche la creazione di attività turistiche – la proprietà è già designata come
zona turistica – la conservazione delle aree boschive e la coltivazione
biologica. Proprietà limitrofe ne permettono l’espansione in un secondo tempo.
Si prevede anche da giugno uno spazio per
meditazioni giornaliere, campi mensili e altri avvenimenti. Ma Prem Nishanto e Sw. Gyan Vimal,
i promotori di questa iniziativa, hanno dichiarato che verrà dato ampio spazio
a chi vorrà inserirsi nelle diverse attività per sostenere il progetto.
Per informazioni: tel. 0144 - 950748 oppure
0329 - 2126445.
Un nuovo centro
Il 21 marzo il centro di
meditazione Osho Surdhama
ha inaugurato la sua nuova sede a Castiglione
Olona, in provincia di Varese. Il centro è situato in un ala di una villa del
‘700, con annesso parco e una meravigliosa vista sulla valle dell’Olona. Il
centro è gestito da Ma Veet Maria
e Sw. Veetchitta, che si
prenderanno cura di organizzare il programma e tutte le attività connesse.
“Sono felice che il centro abbia trovato una sua sede stabile” è la prima cosa
che ci racconta Veetchitta. “Negli anni scorsi,
organizzavamo eventi e meditazioni ‘itineranti’, cioè in spazi presi in affitto
oppure in case di amici. Questo periodo è stato utile per mettere a fuoco le
varie possibilità che di volta in volta si sono presentate. Alla fine siamo riusciti
a trovare la soluzione ottimale quando Veet Maria ha deciso di offrire un grande spazio di sua
proprietà per farne la sede.” “È stato naturale prendere questa decisione,”–
dice Veet Maria – “dopo
anni di Pune il mio corpo ha deciso di aver bisogno
di un clima a lui più congeniale, ma nello stesso tempo mi era chiaro che
volevo restare connessa a quello spazio energetico che si crea quando diverse
persone meditano insieme. Per iniziare offriremo le meditazioni di Osho,
compresa la meditazione serale della White Robe.
Abbiamo molte idee e progetti in cantiere, ma preferiamo partire lentamente, la
sala di meditazione è stata concepita e attrezzata anche per ospitare corsi di
Danze Sacre di Gurdjieff e di volta in volta verranno
offerte giornate di meditazione intensiva – vere e proprie maratone di
meditazione”. Osho Surdhama opererà a livello locale,
non essendo in grado di accogliere ospiti o organizzare attività con grandi
numeri di partecipanti e darà il benvenuto a tutti quanti vorranno visitarlo e
partecipare alle sue attività.
Osho Surdhama
Via Matteotti 10, 21043 Castiglione Olona - Va
Tel. 0332-781790 e-mail
aurum@iol.it
L'Enciclopedia
Dall’Osho Villaggio
Globale di Bagni di Lucca ci informano che sarà presto disponibile in rete
L’Enciclopedia Olistica della Nuova Cultura
Planetaria.
È frutto di un lavoro
durato alcuni anni e risponde alla necessità di riunire e dare una prima
sintesi storica, sociale ed evolutiva alla miriade di attività creative emerse
negli ultimi decenni in vari campi che si ricollegano a una visione unitaria di
questo nostro pianeta e di tutti i suoi abitanti. È divisa in sezioni che
spaziano dalla coscienza planetaria a scienza, spiritualità, esperienze
interiori, salute globale, esperienze di trasformazione, ecologia e sostenibilità:
per finire con un’utile rete di contatti. Ogni possibile futuro – si dichiara
nella presentazione – deve necessariamente nascere dalla trasformazione
coscienza umana per arrivare a una dimensione planetaria, che abbracci
l’ecosistema e l’umanità in modo unitario. Per informazioni:
www.globalvillage–it.com/pianeta
Altre novità
Notizie anche da Osho Nirvesha, il centro di meditazione di Bibbona,
sulla costa toscana fra Livorno e Piombino. La
locazione è splendida: due case coloniche, completamente ristrutturate, immerse
nella pace di un oliveto, da uno dei poggioli si possono anche vedere
meravigliosi tramonti sul Tirreno; il mare è a soli 10 minuti d'auto, un po' di
più in bicicletta, e questo ne fa anche un luogo per vacanze "meditative"
oltre che per gruppi e training. Per questa estate ci sarà un nuovo spazio per
pranzi e cene, in progetto anche una piscina, ma sembra che dovrà essere
rimandata all'anno prossimo. E poi un nuovissimo sito web www.multinet.it/home/nirvesha dove si può consultare il calendario delle
attività, vedere foto del centro avere indicazioni su come arrivarci e così
via. Per il momento il testo è solo in inglese – un particolare un po' strano
per un centro situato in Italia – ma Dhara, una delle
coordinatrici, mi ha assicurato che la traduzione è praticamente finita e fra
pochissimo il sito sarà multilingue.
Ormai ci siamo tutti accorti che il mondo non è
finito allo scadere del fatidico millennio. Anche i più ‘previdenti’ avranno
finito di mangiarsi tutto lo scatolame che si erano ammassati in casa in
previsione del crollo (parziale, totale…) della società dei consumi. Negli
Stati Uniti si ritrovano con qualche centinaio di migliaia di armi da fuoco in
più in libera circolazione (le vendite erano aumentate del 20% nell’ultimo
periodo dell’anno scorso) e purtroppo qualcuno troverà il modo di usare anche
quelle. Il famigerato Y2K – ve lo
ricordate?… il baco del millennio – più che aver rosicchiato le radici
informatiche e tecnologiche della nostra vita moderna sembra aver dato da
mangiare a un numero quasi infinito di programmatori, esperti di software,
‘esperti’ in genere e affini. Va tutto avanti come prima? Non è detto. Se in
qualche modo in questo periodo ci siamo accorti che i cambiamenti importanti
non dipendono dall’orologio o dal calendario, ma dalle nostre scelte – dal
nostro modo di rapportarci con la realtà, dalla nostra maniera di ‘vivere’ il
tempo – un’evoluzione di sicuro c’è stata. È questo il ‘nuovo’ che val la pena
cercare, per riuscire poi, come ci spiega Osho, a trovare la dimensione che è
al di là del tempo.
Un neo-sannyasin
al millennio di Pune
Venire a Pune per il millennio è stata un’esperienza nuova ed
esaltante, soprattutto per uno come me che aveva appena preso il sannyas.
È stato qualcosa di
fulmineo, sono stato spinto da un improvviso desiderio-necessità che mi diceva
di andare fino in fondo: “Hai fatto il passo del sannyas,
ora va’ a Pune.”
La Comune di Pune! Per me, dopo tutti i racconti degli amici sannyasin, era diventata ormai luogo mitico. Il luogo dove
Osho aveva fatto gli ultimi discorsi; dove, mi hanno detto, il suo samadhi accoglie chi desidera meditare in uno spazio di
particolare silenzio, aiutato dall’energia del maestro, che ancora si diffonde.
A rendere la cosa ancora
più eccitante, io arrivavo per il Millennio. Sapevo che c’erano grandi
preparativi, sapevo che ci sarebbe stata moltissima gente e quindi anche
confusione, pericolo di trovarmi nel caos… ma questo aspetto, anziché fermarmi,
mi sollecitava, rendeva il tutto più attraente.
Avevo preso il Sannyas a Sommacampagna, il
26 dicembre: ci tenevo molto a celebrare
quell’occasione in quel centro di meditazione, dove
avevo tanti amici da quando avevo iniziato ad avvicinarmi a Osho, due anni
prima. E quindi sono arrivato a Pune solo il 30
dicembre, il penultimo giorno del vecchio 1999.
E subito dopo the Big Jump – il Grande Balzo verso il Varco del Millennio – così
atteso ed enfatizzato da molti.
Al mio arrivo la
vibrazione del cambiamento, del "giro di boa" millenario, era
palpabile nell’aria. Un andirivieni continuo nella Comune segnalava un evento
inusitato, e io ero piuttosto disorientato per esserci caduto dentro proprio
all’ultimo momento. I nastri, i festoni, le luminarie, i manifesti e le decorazioni
di ogni colore si moltiplicavano in ogni spiazzo circostante e ci si trovava
immersi nel cantiere della grande festa. Le meditazioni, in Buddha
Hall – con un numero di partecipanti per me così insolitamente spropositato –
si susseguivano in un suggestivo scenario di luci diverse, che si fondevano
l’una nell’altra.
Il 31 Dicembre, giorno
fatidico, il serpentone di chi aspettava d’entrare in Buddha
Hall per la White Robe giungeva fino al samadhi di Osho. Si respirava l’attesa, ma con un grande
senso di tranquillità collettiva. Dopo qualche ora, all’avvicinarsi della
mezzanotte, con la voce di Osho che guidava una meditazione, il pienone era
ancora maggiore: non si poteva più entrare in Buddha
Hall e molti – tra cui io – seguivamo da fuori, oltre la zanzariera che
la circonda tutto intorno.
A mezzanotte
l’esplosione: il Varco del Millennio era avvenuto – towards
a new dawn, a new man, a new humanity
– il vascello cominciava a muoversi. Scoppiavano le musiche, esplodevano le
danze in un’orgia collettiva di colori, sensazioni e movimento che si
trasferiva da uno spazio all’altro, dalla Buddha Hall
alla Plaza, alle Piramidi, ai normali percorsi –
divenuti per l’occasione piste da ballo e spazi per abbracci, scambi d’auguri,
e ogni tipo di espressione creativa personale. C’era chi si era costruito una
maschera, chi girava con delle semplici trombette, per non parlare naturalmente
dei vestiti di mille colori che variegavano la scena.
L’esplosione continua
nella notte, dura fino oltre le 4 del mattino, poi si acquieta, si vedono gli
"ultimi fuochi" e si va verso la Dinamica, la prima "meditazione
evento" del millennio. Meditazione evento perché i meditatori danzeranno
nell’alba del III millennio, simile a quella che 1000 anni fa meravigliò la
gente delle contrade europee, in attesa della "Fine del Mondo".
Vergine innocenza sconcertante, questa nitida alba che ci sorprende tra le
lucette colorate sui rami e il nostro sonnecchiare residuo di una nottata di
festa.
Poi la giornata
s’incanala nei suoi binari normali, attraverso il succedersi delle meditazioni
(quella della risata, il Satsang, poi ancora il
discorso di Osho), ma la gente ha comunque quell’effervescenza
particolare dei giorni speciali – quelli che non si dimenticheranno più – e si
coglie, sotto la pelle, in tutti, il desiderio di sentire intensamente un
giorno così nuovo, così bambino, così fresco...
Che messaggio ci darà
questa nuova apertura, questo inizio di una Nuova Era?...
Il mio soggiorno a Pune è breve: si conclude con un gruppo, il Diamond of Love: conoscenza dell’intimità.
Sto tuttora
frequentandolo, ed è un modo per sperimentare l’altra dimensione di Pune (che con la "Festa Millenaria" rischiavo di
perdere): quella che ti permette di guardarti dentro, quella del "conosci
te stesso" per andare a vedere anche paure, ansie, insicurezze alle quali
inevitabilmente un’esperienza del genere ti mette di fronte – e che in realtà
abbiamo dentro da sempre. È un modo per sintonizzarmi con la mia parte più
intima, per avvicinarmi alla vera esperienza della meditazione, aiutato
dai discorsi di Osho, dalla sua presenza
ancora presente in tutta la Comune, dall’energia dei sannyasin
che mi circondano.
Perché quello che sta
diventando sempre più chiaro dentro di me, è la consapevolezza che, al di là
delle aspettative di cambiamenti portati dall’alto, di svolte guidate dalle
stelle, dalle congiunzioni astrali, la vera trasformazione, quella a cui tutti
noi – ricercatori di verità – aspiriamo, è la trasformazione di noi stessi, dei
nostri punti di vista: è un passaggio da un sentire, condizionato da vecchi
insegnamenti ammuffiti, a un nuovo sentire, più fresco, più nuovo, proveniente
dal cuore. Sentire il nostro corpo fisico, le sue vibrazioni; sentire qualche
attimo di silenzio profondo; sentire noi stessi, per quello che veramente
siamo, accettarci e quindi sentire gli altri e accettarli in maniera diversa e
più sincera. E, per la felicità anche di un solo assaggio di questo nuovo
sentire, lasciarsi andare alla gratitudine, alla celebrazione, alla danza.
Tra pochi giorni torno
in Italia, il mio è stato un soggiorno-lampo. Ho voluto provare il "gusto
forte" del Millennio a Pune, perché l’impronta
della Nuova Era fosse all’insegna della meditazione, dell’amore, della festa,
della celebrazione.
Sw. Dhyan Nityam
…oppure
no? Nella realtà dei fatti sta succedendo qualcosa di diverso
Il più grande dei miracoli è conoscere
che cos’è il tempo. Conoscere che cos’è il tempo è conoscere cos’è la vita.
Conoscere che cos’è il tempo è conoscere che cos’è la verità.
Quello
che noi normalmente chiamiamo tempo, non è il vero tempo. È il tempo in senso cronologico. Per cui ricordati che il tempo
può essere suddiviso e classificato in tre
modi diversi: cronologico, psicologico e reale.
Il primo tipo di tempo è quello scandito dall’orologio.
È un tempo pratico, non reale. È un accordo preso all’interno della società umana. Abbiamo deciso
di dividere il giorno in 24 ore. Che la
terra compia un giro completo
intorno al suo asse in 24 ore è un
concetto molto arbitrario, siamo noi che abbiamo stabilito che è così. Poi abbiamo deciso di dividere le ore in
sessanta minuti. E non c’è nessuna necessità intrinseca per una suddivisione di questo genere.
Altre
civiltà potrebbero avere una suddivisione diversa, potremmo dividere le ore in
cento minuti – nessuno ce lo può proibire.
Poi
abbiamo diviso i minuti in sessanta secondi. Anche questo è arbitrario: è
semplicemente pratico. È il tempo scandito dall’orologio. Ciò è necessario
perché altrimenti la società cadrebbe nel caos. È veramente necessario avere
degli standard comuni – come i soldi, le diverse valute. Una banconota da cento
rupie, un conto da dieci dollari, o qualunque altra cosa del genere – sono
semplicemente convenzioni che la società ha deciso di adottare. Ma non hanno
niente a che vedere con la vita reale.
Quando
l’uomo non sarà più sulla terra, gli orologi continueranno forse a segnare le
ore, ma non ci sarà assolutamente nessun ‘tempo’. Nessuno se ne preoccuperà,
nessuno ci farà caso. Senza la presenza dell’uomo il tempo scandito
dall’orologio si fermerà immediatamente, e questo dimostra che questo tipo di
tempo è una creazione dell’uomo, è un prodotto della società. Più una società è
elevata – e quando dico "più elevata" intendo dire che diventa più
complessa – è sempre più ossessionata dal tempo scandito dall’orologio. L’uomo
primitivo non ha nessun bisogno dell’orologio. Se gli metti davanti un orologio
diventa solo confuso, si chiede: a quale scopo un orologio? A cosa può servire
un orologio a un uomo primitivo? Al contrario un uomo civilizzato non può
vivere senza un orologio. È quasi impossibile vivere in una società civilizzata
senza un orologio, perché l’intera società si muove secondo il susseguirsi
delle ore. Ma ricorda: questa è una falsa idea del tempo. Non ha niente a che
fare con la realtà.
Più
in profondità, proprio al di sotto, c’è un altro tempo che non è reale, ma è
molto più reale del tempo cronologico: è il tempo psicologico. C’è un orologio
biologico dentro di voi, di cui le donne sono consapevoli più che gli uomini. E
anche loro non lo saranno a lungo, perché stanno in ogni maniera imitando gli
uomini. Il loro corpo funziona ancora come un orologio interiore: le
mestruazioni arrivano ogni ventotto giorni. Il corpo
funziona come un orologio interiore, un orologio biologico.
Se stai attento, vedrai che ti viene fame a una certa
ora tutti i giorni. Se stai bene e sei sano, le tue necessità iniziano a
seguire un certo schema e poi la stessa modalità tende a ripetersi. Si
interrompe solo quando non stai bene, altrimenti il corpo andrà avanti
tranquillamente a seguire questo semplice ritmo. E se ne diventi consapevole
sarai sicuramente più vitale di chi invece non lo è: sarai più vicino alla
realtà.
Il
tempo cronologico è fisso, deve esserlo, è una necessità sociale, ma il tempo
psicologico è fluido, non è così stabile perché ogni persona ha la propria
psicologia, la propria mente. Hai notato? – Quando sei felice il tempo passa
veloce.
Non
è il tuo orologio che si muove più in fretta: l’orologio non ha nulla a che
fare con te. Si muove al proprio ritmo – in sessanta secondi si muove un
minuto, in sessanta minuti si muove un’ora… e così via – se sei felice o
infelice non importa. Se sei infelice è la tua mente a essere in un tempo
diverso, diverso da quello di quando sei felice.
Se
all’improvviso arriva il tuo amato, se senza preavviso bussa alla porta… il
tempo quasi si ferma. Passeranno le ore – anche se non fate niente di
particolare: seduti vicini, mano nella mano, guardando la luna – le ore
passeranno e vi sembrerà che sia passato solo un minuto. Il tempo passa molto,
molto in fretta quando sei felice. Quando sei infelice – perché è morto
qualcuno, qualcuno che amavi – allora il tempo passerà molto, molto, molto
lentamente.
Il
terzo poi è il tempo reale, esistenziale. Il tempo reale non è per nulla tempo,
perché il tempo reale è eternità. Il tempo reale non è un processo. Avviene
simultaneamente. Il futuro, il passato, il presente non sono tre cose separate,
non c’è bisogno di unirle.
È
un eterno adesso, è eternità. Non è che il tempo trascorra, ti passi di fianco,
vicino a te. Dove se ne va? E da dove è arrivato? È là – o meglio, è qui. Il
tempo è. Non è un processo. Se diventi consapevole del processo del tempo – il
momento che è, il momento che è passato, quello che deve arrivare – se porti il
tuo samadhi
in tutto questo, accade all’improvviso la conoscenza della realtà ultima:
perché nel momento in cui osservi attraverso il tuo samadhi,
la distinzione tra il presente, il futuro, e il passato scompare. Questi tempi
scompaiono perché la distinzione è falsa.
All’improvviso
diventi consapevole dell’eternità. Allora il tempo è simultaneità. Nulla
scorre, nulla sta arrivando: tutto è, semplicemente è.
Questa
essenza è conosciuta come divinità, questa essenza è ciò che chiamiamo il
divino. Se puoi vedere il tempo attraverso gli occhi del satori, del samadhi,
il tempo scompare. Questo è l’ultimo miracolo – dopo c’è soltanto kaivalya, la liberazione. Quando il tempo
scompare, tutto scompare, perché l’intero mondo del desiderio, dell’ambizione,
della motivazione, esiste solo a causa del concetto errato di tempo. Il tempo è
una creazione: il tempo come processo – passato, presente e futuro – è in
realtà una proiezione del desiderio. Questa è una delle più grandi intuizioni
della saggezza orientale: che il tempo e il suo processo sono in realtà una
proiezione del desiderio.
Dato
che desideri qualcosa che non hai, tu crei il futuro. E poiché hai degli
attaccamenti, da ciò crei il passato. Non puoi lasciare andare ciò che non è
più davanti a te e vuoi trattenerlo, e così crei la memoria. E crei il futuro a
causa di ciò che ancora non è arrivato, e che tu stai aspettando. Il futuro e
il passato sono stati della mente, non parti del tempo. Il tempo è eterno. Non
è diviso. È uno, intero.
Tu
vivi in quello cronologico – e così finisci a vivere nel mondo della cronaca di
giornale: nel mondo dei politici, dei pazzi, della gente piena solo di
ambizioni. Oppure se vivi nel tuo tempo psicologico allora vivi nel mondo dei
folli, oppure solo nel mondo della fantasia, del sogno, della poesia. Quando il
tempo scompare e ti circonda l’eternità, quando il tempo non è più un processo
ma una fonte di energia – un eterno adesso – allora diventi capace di entrare
nelle cose e di comprendere, senza alcuna definizione dall’esterno.
Osho, tratto da:
Yoga: The Alpha and the Omega # 9
Ferma
l'orologio del tuo tempo
…basta fermare la mente, e
sfuggire così alle fauci della morte.
In
sanscrito si usa la stessa parola per indicare il tempo e
la morte. La morte è chiamata kal e anche il tempo è kal. Forse il sanscrito è l’unica lingua al mondo che abbia la stessa
parola per il tempo e per la morte. È per questo che si può veramente affermare
che il sanscrito sia l’unica lingua
trasformata dalle intuizioni dei saggi, dei veggenti: tutte le altre sono
rimaste lingue comuni.
Per
diecimila anni, in Oriente, migliaia di persone si sono illuminate e hanno
cambiato l’intima struttura della lingua sanscrita. Le hanno dato la fragranza della loro illuminazione,
hanno reso luminose le parole: hanno dato a quelle parole dei significati che non possono essere dati da persone
non illuminate.
Ora, chiamare la morte e
il tempo con la stessa parola mostra una grande intuizione. Non è una questione
di conoscenze linguistiche, si tratta di avere sperimentato qualcosa di
grandissimo valore. La morte e il tempo sono la stessa cosa: vivere nel tempo
vuol dire vivere nella morte. E quando scompare il tempo, nello stesso momento
scompare la morte.
Così quando sei in
assoluto silenzio, quando nessun pensiero attraversa la tua mente, il tempo si
dissolve: non hai più idea di che ora sia. E nel momento in cui il tempo
scompare e l’orologio della tua mente si ferma, improvvisamente entri in quel
mondo che è fuori dal tempo, il mondo dell’eterno, il mondo dell’assoluto.
Un ricercatore
spirituale chiede a Gesù… questo non si trova citato
nel Nuovo Testamento, ma fa parte della tradizione Sufi.
Dunque un ricercatore chiede a Gesù: “Quale sarà la
cosa più significativa nel tuo regno dei cieli?”. E la risposta è stupefacente.
Gesù dice: “Il tempo non esisterà più. Questa sarà la
cosa più rilevante nel mio regno dei cieli – il tempo non ci sarà più. Non ci
sarà passato, o futuro: ci sarà solo il presente.”
E lasciate che vi dica
che il presente non fa parte del tempo. Naturalmente, di solito, nelle scuole e
nelle università vi è stato detto e insegnato – i vostri dizionari non la
finiscono mai di ripeterlo – che il tempo si divide in passato, presente e
futuro. È assolutamente sbagliato, secondo coloro che sanno è sbagliato.
Passato e futuro sono il tempo, ma non il
presente: il presente appartiene all’eternità. Passato e futuro appartengono
al mondo del relativo. Tra i due trova posto l’altrove, il trascendente – e
questo è il presente. L’adesso fa parte dell’eternità.
Se usi gli strumenti
della meditazione, lascerai la mente alle tue spalle e la mente è la sorgente
sia del tempo che della morte. La mente è il tempo, la mente è la morte. Con la
meditazione, con l’osservazione della mente, puoi andare oltre la morte.
Osho, tratto da: I Am That #13
Ho chiesto a della gente
che giocava a carte, a scacchi: "Che state facendo?".
Mi hanno risposto:
"Stiamo ammazzando il tempo."
Fin da piccolo sono
stato contrario a questa espressione “ammazzare il tempo”. Mio nonno era un
grande giocatore di scacchi e gli dicevo sempre: "Stai invecchiando e stai
ancora ammazzando il tempo. Non vedi che è il tempo invece ad ammazzare
te?".
…quando muore la mente.
Bisogna
rendere chiara una distinzione, quella fra il cervello e la
mente. Il cervello è parte del corpo. Ogni bambino nasce con un cervello
fresco, ma non con una mente fresca. La mente è uno strato di condizionamenti
attorno alla consapevolezza. Tu non te lo ricordi, ed è questo il motivo per
cui esiste una discontinuità. In ogni vita quando una persona muore, anche il
cervello muore, ma la mente viene "lasciata andare" dal cervello e
diventa come uno strato attorno alla consapevolezza. Tale strato è immateriale,
è solo come una vibrazione. E così attorno alla consapevolezza ci sono
centinaia di strati.
Quando ho detto che un
bambino nasce con una mente come una tabula rasa, intendevo parlare del
cervello. La mente è molto antica, è vecchia come l’esistenza. Non ha un
inizio, ma ha una fine. Il giorno in cui sei capace di lasciar cadere tutti
quegli strati accumulati nei secoli, la mente muore. Finisce. E qui bisogna
comprendere come l’illuminazione ha un inizio, ma non una fine; in questo modo
sei tu che connetti entrambe le cose. La mente non ha un inizio, è sempre stata
con te. Così a un certo momento puoi lasciarla andare.
La fine della mente è
l’illuminazione. Pertanto l’illuminazione continua. Ha un inizio, ma non ha
fine. Insieme queste due cose coprono l’eternità intera, dal passato al futuro.
Ma il cervello nasce
ogni volta che entri in un corpo e muore ogni volta che lo lasci. Solo il suo
contenuto – che è la mente – non muore: rimane con la consapevolezza. È questo
il motivo per cui è possibile ricordare le vite passate – persino quando eri un
animale o un albero, oppure una roccia. Tutte quelle ‘menti’ sono ancora con
te. Ma dal momento che la psicologia non distingue fra mente e cervello, e la
scienza accetta la non distinzione… nella lingua corrente, mente e cervello
sono quasi sinonimi. Per questo motivo qualche volta me ne dimentico e invece
di usare la parola cervello uso la parola mente.
In quelle lingue in cui
è stata compiuta una profonda ricerca nella realtà interiore, esistono invece
molte parole per descrivere fenomeni diversi, in esse esiste una parola per
cervello che non può essere confusa assolutamente con mente. La parola mente
deriva dal sanscrito manas
– ma manas significa strato – così ci saranno diversi
strati: manas animali, manas
vegetali, a seconda dei diversi stadi di evoluzione attraverso cui sei passato.
E in sanscrito il tutto, l’insieme di questi strati, non è chiamato manas, bensì chittam. È chiamato chittam perché
non è parte del corpo, ma parte della consapevolezza. Consapevolezza in
sanscrito si dice chetana:
e proprio perché è attaccato a chetana si chiama chittam. Queste lingue sono molto precise rispetto alle
parole e al loro significato. La ragione è chiara: hanno ricercato a lungo e
trovato queste differenze.
Chittam
è tutto il passato, tutte le menti che collettivamente sono attaccate a chetana, alla consapevolezza; esse verranno lasciate andare
tutte insieme, una volta abbandonate è come se ti fossi tolto i vestiti e la
tua consapevolezza fosse rimasta nuda. Questa nuda consapevolezza è
l’esperienza ultima dell’essere.
Tutte le menti che hai
abbandonato rimangono nel fondo del cervello, così se una persona illuminata
vuole rivederle, può farlo: proprio come tu puoi andare in cantina a cercare
fra tutto il ciarpame che hai accatastato.
Il problema non è il
cervello, perché il cervello è solo una macchina. Il problema è il contenuto
del cervello: la mente. Il cervello è solo un contenitore e in ogni vita ricevi
un contenitore nuovo. Il vecchio contenuto viene trasferito in un nuovo strato
che sta intorno alla consapevolezza.
Fino a quando non ti
illumini la mente ti rimane attaccata addosso. È come la polvere di tutte le
vite che hai vissuto, tutte le memorie che si liberano subito dopo la morte. E
quei ricordi continuano a stare attaccati alla consapevolezza. Formano uno
strato molto spesso. La meditazione è lo strumento per fare un buco in questo
spesso strato e raggiungere le acque sotterranee della consapevolezza. Per
questo la meditazione ha un inizio, ma non ha una fine.
Osho, tratto da: The Path of the
Mystic # 8
Si racconta che quando
il mistico assidico Muzheed
si illuminò, l'orologio sul muro si fermò all'improvviso. Forse è successo
davvero - infatti è possibile - o forse no, ma il simbolismo è chiaro: quando
la mente si ferma, il tempo si ferma; quando il pendolo (della mente) si ferma,
l'orologio si ferma. Da quel momento in poi l'orologio non si è più mosso, da
quel momento segna sempre la stessa ora.
Il tempo è creato dal
movimento della mente, proprio come il movimento del pendolo. La mente si
muove, e tu avverti il tempo. Quando non c'è movimento il tempo non può essere
avvertito. Gli scienziati e i mistici sono d'accordo su questo punto: che è il
movimento a creare il fenomeno del tempo. Se non ti muovi, se stai immobile, il
tempo scompare... e ti trovi nell'eternità.
…non c’è stato un principio:
l’esistenza non funziona così.
Negli
ultimi otto anni un numeroso gruppo internazionale di ricerca
ha raccolto dati attraverso il telescopio spaziale Hubble
con lo scopo di determinare l’età, le dimensioni e il destino finale
dell’universo. Secondo la leader di questo gruppo, Wendy
Freedman, dell’Istituto Carnegie
di Washington, i ricercatori sono ora in
grado di asserire che la nascita dell’universo avvenne in un "big
bang", un’esplosione accaduta tra 12 e 13,5 miliardi di anni fa – molto
più recentemente di quanto si pensava finora.
Ma
nessuno nella comunità
scientifica sembra pronto a mettere in dubbio l’ipotesi fondamentale che
questo “big bang” è stato realmente la causa originaria dell’inizio della
creazione. Questa ipotesi, da parte sua, ha
permesso ai teologi cristiani di affermare che la teoria del “big bang”
è in accordo con l’asserzione biblica che dio ha creato l’universo in un
momento storico specifico. Osho offre invece una diversa visione:
La
prima cosa da ricordare è che nel corso di trecento anni la
religione ha continuato a perdere terreno. Dapprima la religione ha cercato di
distruggere la scienza. Non ci è riuscita perché la verità non si può
distruggere e la scienza era più veritiera della religione, riguardo al mondo
oggettivo. In realtà la religione non ha alcun fondamento per fare delle
affermazioni circa il mondo oggettivo.
Quando la scienza ha cominciato
a investigare il mondo oggettivo, le istituzioni religiose si sono spaventate
moltissimo. Se ci fosse stato uno come Gesù, non si
sarebbe spaventato per niente, avrebbe detto: “Su questo argomento, date retta
alla scienza”. Se ci fosse stato Buddha, avrebbe
detto: “Ascoltate quello che vi dice la scienza”. Ma non c’erano buddha in Occidente, dove la scienza era in crescita.
Persone come Galileo e Copernico e Keplero furono torturate in ogni modo perché le istituzioni
religiose – la chiesa – avevano molta paura: ciò che la scienza diceva andava
contro le loro sacre scritture.
A poco a poco la scienza
si è impadronita di tutto il territorio del mondo oggettivo. Ovviamente la
religione si è messa sulle difensive: sta perdendo terreno e deve difendersi.
Così cerca di appropriarsi di qualunque scoperta della scienza e di adattarla
in qualche modo alla sua dottrina, perché ora l’unica possibilità che ha di
sopravvivere è di dimostrare di essere in accordo con la scienza. All’inizio
era l’esatto contrario. Se uno scienziato voleva sopravvivere, l’unico modo era
di provare che tutte le sue scoperte erano in accordo con le sacre scritture,
che davano ragione alle scritture, che non erano assolutamente in contrasto.
Adesso è cambiato tutto:
se la religione vuole esistere nel mondo, deve continuamente fare riferimento
alla scienza. Quando la scienza scopre qualcosa, la religione se ne appropria
immediatamente e cerca di provare che era proprio quello che aveva sempre
detto.
Questa teoria del
"big bang" non ha niente a che fare con l’atteggiamento religioso e
con la teoria della creazione. Nella teoria del “big bang” non c’è dio, è solo
un evento casuale: non si tratta di creazione, ricorda, perché non esiste
nessun creatore in questa teoria. Ma la religione è sempre sulle difensive,
cercando continuamente qualcosa a cui attaccarsi. La teoria del "big
bang" dice che il mondo fu creato in un’esplosione improvvisa, in un
grande sfolgorio di luce. E la chiesa ha pensato bene di approfittarne: si può
sempre trovare un modo, un collegamento logico. Si può affermare “Sì, è giusto,
questo è proprio ciò che avevamo sempre detto. Da principio dio disse: ‘Che la
luce sia!’ e adesso questa teoria scientifica dice che ci fu una grande
esplosione e che il mondo all’improvviso fu creato.”
Ma
la cosa più importante manca – non fatevi ingannare. La religione continua ad
affermare che dio disse: “Che la luce sia”. La cosa basilare per loro non è la
luce, la cosa importante è dio che afferma "Che la luce sia". Ma quel
dio manca assolutamente nella teoria del big bang: non c’è nessun dio, fu un
avvenimento improvviso, non una creazione.
Ed è successo miliardi
di anni fa. Non si può nemmeno essere sicuri dell’esistenza di Krishna, solo cinquemila anni fa. Non si può nemmeno essere
certi di Gesù, se si sia trattato di un personaggio
storico o di un mito – e si tratta solo di duemila anni fa. Pensi davvero di
poter essere certo di qualcosa che accadde venti miliardi di anni fa? Sono
tutte ipotesi. E io continuo ad affermare che il mondo non è mai stato creato,
non c’è mai stato un inizio. Perché dico che non c’è stato un inizio? È facile.
Persino se credi nella teoria del big bang, ci deve essere stato ‘qualcosa’ che
è esploso. Pensi forse che il niente possa esplodere? Se c’era qualcosa, un
fattore x, con un nome qualsiasi, queste stupidaggini non m’interessano: x, y o
z, comunque si voglia chiamare ciò che esplose, se c’era qualcosa prima
dell’esplosione, allora l’esplosione non è
il principio. Può essere un inizio, ma non l’inizio.
E quando dico che non
c’è mai stato un inizio, intendo proprio l’inizio. Qualcosa era già presente,
sia che sia esplosa, sia che sia cresciuta lentamente – in un giorno o in sei,
o in un singolo istante, non importa. Ci deve essere stato qualcosa prima,
perché una cosa può nascere solo da una cosa. Anche se dici che non c’era nulla
prima, e tutto apparve dal nulla, allora questo tuo nulla è pieno di qualcosa,
non è veramente un nulla.
Per questo dico che non
c’è mai stato un principio e non ci sarà mai una fine. Forse un qualche inizio…
forse molti inizi e forse molte fini, ma mai il primo e mai l’ultimo. Siamo
sempre nel mezzo. L’esistenza non è una creazione ma una ‘creatività’, un
continuo processo creativo. Non è che cominci un giorno e poi finisca un altro.
Va sempre avanti, è un processo continuo.
Per questo dico che
tutte queste ipotesi sono inutili, che non sono necessarie, non servono ad
alcuno scopo. Questo era anche l’approccio di Buddha.
Se qualcuno poneva una domanda del tipo: “Chi ha creato il mondo?” – se il
mondo sia mai stato creato o se sia non-creato – Buddha
rispondeva con un’altra domanda. Chiedeva: “Se viene deciso chi ha creato il
mondo, ciò aiuterà forse la tua illuminazione? Ti aiuterà a diventare più
silenzioso, più meditativo, più consapevole?”
Di certo la persona
rispondeva: “No, non mi aiuterà. Non ha importanza chi ha creato il mondo. Non
aiuterà la mia illuminazione e non mi renderà più meditativo”.
E Buddha
continuava: “E allora perché preoccupasi di tutto questo? Pensa a ciò che ti può
aiutare a diventare più meditativo, pensa a cose che ti possono aiutare a
liberarti dagli attaccamenti dell’ego, pensa a ciò che ti può alla fine
condurre allo stato di samadhi”.
Il
mio approccio è lo stesso: queste sono domande irrilevanti. A causa di queste
domande irrilevanti ci sono state controversie di ogni tipo nel corso dei
secoli, migliaia di persone hanno sprecato la loro vita discutendo su chi ha
creato il mondo – e in che data esattamente e così via. Credo che queste
persone fossero dei nevrotici. Non credo che fossero persone sane e normali. A
chi interessa tutto ciò? E a che cosa serve? Non ha alcuna importanza, è solo
un’astrazione.
Osho, tratto da: The Book of Wisdom #28
Parte undicesima - Osho
ritorna a Pune, che aveva lasciato quasi sei anni
prima. Le vessazioni delle autorità indiane non gli impediscono di mettersi
subito alacremente al lavoro per ricreare, in una dimensione diversa, alti
livelli di energia e un’atmosfera di meditazione. Le condizioni per portare
chiunque sia disponibile a maggiori livelli di consapevolezza, lungo quel
cammino verso ciò che Osho definisce il diritto di nascita di ogni essere
umano: l’illuminazione.
Osho
ritorna a Pune, nella sede del
vecchio Ashram che aveva fondato negli anni settanta,
quasi sei anni dopo averla lasciata per andare negli Stati Uniti. Arrivava da
Bombay, dove per quattro mesi, alla fine del suo world tour, era stato ospite nella casa di un discepolo. Le ragioni
di questo trasferimento erano la necessità di trovare uno spazio che potesse
accogliere il numero sempre maggiore di persone che arrivava per ascoltarlo –
la presenza ai discorsi di Osho tenuti a Bombay aveva dovuto essere persino
regolata da un sistema di turni – e le continue minacce, inoltre, dei gruppi estremisti indù che avevano reso
praticamente insostenibile la situazione per il proprietario della casa e la
sua famiglia.
Questo tipo di problemi
continuò anche subito dopo l’arrivo a Pune, e vi si
aggiunsero le minacce della polizia.
Così
ricorda Shunyo, che per anni aveva seguito Osho
insieme alle persone che si prendevano cura delle sue necessità domestiche.
“Quando
arrivò, verso le quattro di mattina del 4 gennaio, la strada che attraversava
l’Ashram straripava di sannyasin
in attesa di salutarlo. Lui era sdraiato sul
sedile posteriore della macchina, addormentato. Si svegliò e salutò
tutti senza alzarsi, ancora avvolto nelle coperte; sembrava un bambino che era
stato svegliato nel cuore della notte.
Tre
ore più tardi arrivò la polizia con un mandato che gli impediva l’entrata nella
città di Pune. Se glielo avessero consegnato prima di
arrivare in città, avrebbe commesso un reato, entrandoci. Ma era partito da
Bombay di notte, per evitare il caldo e il traffico, e la polizia si accorse in
ritardo della sua presenza.
Quando arrivarono all’Ashram,
vollero andare in Lao Tzu e salire
nella stanza dove Osho stava ancora dormendo. Nessuno era mai entrato nella sua
stanza, mentre dormiva, e per tutti noi era un’incredibile intrusione, un vero
e proprio insulto.
Dalle scale, potemmo
sentire delle urla che provenivano dalla stanza di Osho: era la sua voce.
Quelle urla proseguirono per una decina di minuti, poi Vivek
entrò nella stanza e chiese ai poliziotti se volevano una tazza di tè! Vivek ci disse poi che le sembrarono subito sollevati, di
certo non credevano che quell’incontro sarebbe stato
così intenso, ed erano contenti di poter avere una scusa per tirarsi fuori da
quella situazione.” (1)
Anche dopo la ferma
reazione di Osho a quell’intrusione le vessazioni
continuarono, il questore inviò persino una lista di regole alla quale
bisognava attenersi per evitare la chiusura dell’Ashram:
vi si stabiliva addirittura la lunghezza e il contenuto dei discorsi di Osho –
che si sarebbero dovuti tenere alla presenza di poliziotti armati – quante
meditazioni al giorno si potevano avere e quanto lunghe, il numero massimo di
visitatori ammessi (mille!) e la schedatura negli uffici della polizia di tutti
i non indiani. D’altra parte arrivarono anche manifestazioni di stima, persino
dal sindaco di Pune, che presentò anche a Osho scuse
ufficiali e aiutò a prevenire ogni azione della squadra demolizioni inviata dal
governo (agli altri tentativi di intimidazione si erano anche aggiunti un paio
di bulldozer ‘governativi’ che stazionavano in permanenza fuori dal portone
pronti a radere al suolo alcuni edifici dall’Ashram
dei quali “si stava verificando la legalità”).
Osho comunque non si
lascia affatto intimidire, le varie ordinanze vengono contestate in tribunale e
solo pochi giorni dopo l’arrivo a Pune riprendono i
discorsi in pubblico, sia al mattino che alla sera, nell’auditorio di Chuang Tzu – proprio dentro Lao Tzu dove Osho abita. Inizia commentando “Il Profeta” di Kahlil Gibran ed è subito chiaro
il percorso che sta indicando a tutti coloro che lo ascoltano, sia a chi lo
aveva seguito in America e nelle sue peregrinazioni intorno al mondo, sia a chi
era appena arrivato a lui, sentendone magari parlare sui giornali o da amici o
in giro per l’India:
“Per aspettare c’è
bisogno di una immensa fiducia nel fatto che, qualunque cosa accada, in realtà
non importa. Ogni seme deve imparare solo una cosa: aspettare la stagione
giusta, aspettare l’arrivo della primavera. Il seme non può farci nulla. Non
può far arrivare la primavera; la stagione giusta arriverà da sé. E se il seme
si sforza di fare qualcosa proprio questo suo fare lo può rendere chiuso, non
ricettivo. Un seme deve semplicemente essere aperto, ricettivo, in attesa… e
quando arriva la primavera. E una cosa è certa nel profondo del cuore di questo
seme: la primavera di sicuro arriva, perché il seme ha visto i fiori tutto
intorno a lui, tutto un giardino. Avete visto Buddha
fiorire, ma questa fiducia non è nata. Avete guardato nei miei occhi ma questa
fiducia non è nata – ci sono ancora dubbi, domande, scetticismo. E di solito i
fiori non parlano ai semi. Ma chissà? Io ci sto provando. Qualcuno potrebbe
davvero ascoltare, qualcuno potrebbe
vedere, potrebbe imparare il modo di risvegliarsi. Questa è l’unica
religione che conosco…
La religione è un
viaggio di ritorno – e siete tutti arrivati con un biglietto di ritorno. Ma
questa volta, nel ritorno, sarete totalmente consci, svegli, consapevoli. Ed era questo lo scopo di tutto questo viaggio, di chiudere il cerchio: dall’inconscio
alla consapevolezza, dal buio alla
luce, dalla morte all’eternità. È
questo il motivo per cui siete qui…
Fino ad ora quando
dicevate di essere aperti era solo una cosa superficiale. Ma adesso la gioia di
tornare a casa è così grande che la forza di questa gioia, la sua abbondanza,
spalanca tutte le porte del cuore.
Il vostro cuore è un
seme.
Quando con gioia apre
tutte le sue porte diventa un fiore.
Siete arrivati a casa.
Ci sono state molte
notti buie, ci sono state molte angosce e molti incubi, adesso tutto è finito.
La vostra gioia è tale che si diffonde sopra tutto l’oceano. Diventa oceanica. é
proprio questo il sentimento che William James chiama
oceanico.” (2)
Ben
al di là dell’atmosfera un po’ sonnolenta, e dell’aria di lieve abbandono che
si era instaurata nell’Ashram di Pune
in tutti quegli anni in cui solo uno sparuto gruppo di sannyasin
era rimasto a prendersene cura, l’avvio del ‘lavoro’ partì a piena
velocità – come ricorda una testimone di
quei giorni:
“Durante
le prime settimane, osservavo Osho danzare con noi nell’auditorio, con una
totalità e una forza al di là di qualunque cosa noi potessimo dargli in cambio.
Stava caricando di energia l’atmosfera e
teneva discorsi infuocati; compresi che stava ricominciando da capo.
Stava ricominciando da zero con tutti
noi.
Qualunque tipo di magia
stesse creando, funzionò. Iniziarono ad arrivare
sannyasin da ogni parte del mondo. Dapprima titubanti, poi
sempre più sicuri… Alla fine di febbraio l’Ashram era
in ebollizione: la pentola era sul fuoco! (3)
Per
più di un anno i discorsi avvengono sia di mattina che di sera, dapprima in Chuang Tzu e in seguito, a
partire dal settembre 87, nella Buddha Hall, appena
finita di ricostruire, che permetteva una partecipazione molto più numerosa.
L’impegno di Osho nel comunicare con “la
sua gente” è costante e intenso: durante il periodo di tre anni che va
dal 1987 al 1990 parla per un equivalente di 48 libri, un’impresa che ha quasi
del miracoloso considerando che praticamente per un terzo del tempo la sua salute
non gli permette di tenere alcun discorso pubblico.
In
realtà viveva solo per questo: rispondendo a una domanda sulla sua vita
personale, su come passasse le sue giornate, le riassumeva argutamente così:
“Detto in breve: vi
parlo due volte al giorno se il mio corpo lo premette. Ogni tanto non ce la fa.
Sempre due volte al giorno, poi, mi lavo – mi basta una doccia veloce, in
fretta. Millecinquecento calorie di cibo – che neanche un bambino troverebbe
sufficiente – perché se ne mangio di più finisce che divento un membro del club
dei “poltroni”. Non che abbia niente contro di loro. È brava gente che non ha
mai fatto male a nessuno. Ma comunque non ci tengo a far parte del club. Ecco
qui, visto che me l’hai chiesto, la mia autobiografia. E poi due momenti
dedicati al sonno – diciotto ore in tutto.
Non ho ambizioni per il
domani. Se per caso sono ancora qui vi parlerò di cose che potrebbero aiutarvi
nella vostra ricerca. Se non ci sarò più… forse anche quello potrà aiutarvi,
perché in quel caso non potrete più darmi per scontato. Forse il mio ricordo vi
può dare molta più luce di quanta ve ne posso dare io. Non datemi mai per
scontato, perché non ho nulla che mi faccia rimanere qui: nessun desiderio,
nessuna ambizione, nessun posto dove voglio andare.” (4)
Nei suoi discorsi, quasi
paradossalmente, Osho continua a enfatizzare il valore del silenzio, affermando
che lui – piuttosto che un ‘insegnamento’ globale e specifico – ha da offrire a
chi lo sta ascoltando delle precise tecniche di trasformazione. Non parla
quindi per spiegarci qualcosa di particolare bensì soprattutto per permetterci
di avere un’esperienza di alcuni momenti di silenzio.
“È possibile ascoltarmi
in due diversi modi: c’è quello dello studioso – che ascolterà le mie parole –
e quello del ricercatore spirituale, che ascolterà i miei silenzi. I silenzi
sono la mia maniera di comunicare con voi. Le mie parole esistono solo per
dividere, con voi, dei piccoli intervalli di silenzio. Una parola viene usata
così che, prima che io ne pronunci un’altra, voi potete sentire il silenzio che
vi pervade. Nessuno ha mai usato prima il linguaggio in questa maniera: per
creare semplicemente delle occasioni di silenzio.
Quando siete da soli la vostra mente continua a chiacchierare e non vi
permette di essere in silenzio. Ma qui sono io che continuo a parlare e così
voi ne siete liberati… almeno per alcuni momenti, quelli in cui state
aspettando la mia prossima parola. E questo aspettare vi fornisce in modo
naturale una esperienza di silenzio.” (5)
Molte furono le
tecniche, gli stratagemmi usati da Osho per portare le persone presenti ai suoi
discorsi a queste esperienze di silenzio,
all’inizio ‘danzava’ – muovendo energicamente le braccia – insieme al
suo pubblico, accompagnato da una musica selvaggia, sia all’entrata che
all’uscita dall’auditorio. Poi, sempre prima e dopo il discorso, iniziarono
degli esercizi di stop: durante questa frenetica danza in crescendo Osho
improvvisamente fermava le braccia a mezz’aria – la musica si interrompeva – e
ognuno rimaneva fermo, come congelato: e poi la musica e la danza
ricominciavano… e così via, per più e più volte. Un altro mezzo, sempre
gradito, per portare i suoi ascoltatori a un’esperienza di silenzio erano le
famose barzellette di Osho:
“E adesso una
barzelletta… e lo scopo non è la barzelletta in sé. Lo scopo è la risata che la
segue, perché quando ridete il vostro continuo pensare si ferma. In quella
risata non siete più nella mente” (6)
“Questo
silenzio è meraviglioso, ma ogni risata lo rende più profondo. Non
ve ne siete mai accorti? Dopo ogni risata entrate in un livello di silenzio più
profondo. È quasi come essere su una
strada, al buio, e passa un’automobile con i fari accesi.
Improvvisamente arriva la luce dove c’era prima l’oscurità. Ma quando la
macchina è ormai passata l’oscurità diventa più profonda. Qui succede qualcosa
di molto simile, ecco perché ho iniziato a dire "è tempo per la
preghiera" quando inizio a raccontare le mie barzellette. (7)
Nei discorsi di questo
periodo Osho continua anche, con molta più urgenza che in ogni periodo
precedente, a mettere in guardia la sua gente contro i pericoli di un
attaccamento alla sua presenza fisica. Spiega come questa attrazione, questo
desiderio di essergli vicino fisicamente, derivi dalla limitata consapevolezza
di chi, per il momento, ha esperienza di se stesso solo come corpo – e non
ancora a livelli più alti. Non è la vicinanza fisica in realtà che la persona
cerca, ma quella spirituale, l’unica che veramente importa. E aggiunge:
“Non perderti nel godere
della mia presenza, tutto questo deve diventare anche l’esperienza tua
personale, e a questo scopo devi percorrere la tua strada. Si dice che Gautama il Buddha affermasse: ‘Un
buddha può solo mostrarti la strada, non può
percorrerla per te.’ Nessuno può farlo, non fa parte della natura delle cose.
Tu mi dici che vedermi ogni giorno ti basta, questa è una conclusione molto
pericolosa, perché un giorno di sicuro non mi vedrai più. Oggi sono con te,
domani non si sa, e di sicuro dopodomani dovrò andarmene. La mia presenza è
momentanea. Siamo insieme per un momento – al massimo pochi momenti – e poi
dobbiamo separarci. Questa partenza non può essere cancellata. Goditi la mia
presenza, ma non fermarti lì.” (8)
Nel novembre dell’87
Osho inizia ad avere grossi problemi di salute fisica – ai denti, all’orecchio,
alle giunture e alle ossa di una spalla e di un braccio – nei tre quattro mesi
seguenti i dolori al corpo gli impediranno sempre più spesso di uscire da Lao Tzu per andare a tenere i discorsi in Buddha
Hall. In questo periodo Osho inizia a ricevere frequenti sedute di massaggio
terapeutico e rebalancing (vedi OTI Nov 99) da alcuni suoi discepoli, mentre i medici tentano
di capire quali siano le cause ultime di tutti questi sintomi.
(Continua sul
numero di giugno)
UNA STRANA FOLLA
"Diventerai poi
consapevole che ti circonda una strana folla. Non è la solita gente che
incontri in piazza, al mercato – queste sono persone che stanno cercando,
persone che si pongono delle domande. Gente che è pronta a sacrificare tutto
per la verità. Hanno rinunciato a una conoscenza presa in prestito e stanno
cercando qualcosa per conto loro, personalmente.
Perché tutto ciò che non
è la tua esperienza, per te non va bene. Può essere stata la cosa giusta per Gautama il Buddha, può essere
andata bene per Gesù Cristo, ma non per te.
Tu sei un individuo
unico, così come sei. Devi trovare la verità da solo, non seguendo le orme di
qualcun altro. Il mondo della verità è quasi come il cielo, dove gli uccelli
volano ma non lasciano tracce. Anche nel mondo della verità non ci sono tracce,
non ci sono le impronte di Gesù, di Gautama il Buddha o di Lao Tzu. E un mondo di pura consapevolezza: dove puoi mai
lasciare delle orme?" 9
IL GIORNO CHE INIZI
A TROVARMI DOVUNQUE TU
SIA
É IL PIÙ GRANDE GIORNO
DELLA TUA VITA
BASTA ENTRARE IN QUESTO
LUOGO...
Osho
risponde a una domanda sulla sottile "magia" del buddhafield.
VARCANDO LA SOGLIA DI
QUESTO 'TEMPIO' HO AVVERTITO UNA FRAGRANZA CHE HA CONTINUATO A RESTARE IN ME,
UGUALE, FIN DAL PRIMO MOMENTO. COME SARÀ POSSIBILE PORTARE CON ME QUESTA
FRAGRANZA, QUANDO PARTIRÒ?
La fragranza che hai
avvertito in questo luogo di ricerca spirituale non è qualcosa che puoi
lasciare qui, quando parti. E un insieme di amore, meditazione, silenzio,
fiducia — valori che sostengono la vita — un canto di gratitudine, una danza...
insieme agli alberi e alle stelle. Questa fragranza ti fa provare un'esperienza
nuova, di un'atmosfera che non esiste nel mondo esterno. Se mediti diventerai
parte di questo stesso luogo. E così, dovunque andrai, questa fragranza ti
seguirà come un'ombra — anche gli altri se ne accorgeranno.
Non è la prima volta che
mi viene fatta una domanda simile. Molte persone, dal momento in cui entrano
qui, sentono all'improvviso di essere entrate come in un altro mondo — l'aria
stessa è diversa, l'atmosfera è differente — come fossero tornati a casa. Ed è
inevitabile che ci sia questa certa fragranza, perché ci sono così tante
persone che meditano, e a poco a poco la loro essenza interiore sta sbocciando.
Lo scopo di tutte le persone che sono qui è del tutto diverso da quello di ogni
altro gruppo di gente nel mondo esterno. Queste sono persone che stanno
cercando il principio essenziale, esistenziale della vita. L'evoluzione della
loro consapevolezza è a stadi diversi, ma tutti loro, insieme, comunicano un
palpito proprio di stadi più alti. E così quando entri in questo tempio
scoprirai che l'aria è diversa, gli alberi sono diversi, le persone sono
differenti. E se anche tu diventi un meditatore, e io so che lo stai diventando,
questa fragranza inizierà a scaturire proprio dall'intimo del tuo essere. E
anche gli altri potranno accorgersene, dovunque tu vada.
Mi piacerebbe che tu ti
distinguessi dalla folla, non per i vestiti o per qualcosa di esteriore, ma proprio
solo per il tuo essere — il tuo silenzio, la tua pace, il tuo amore, i tuoi
occhi. 10
NOTE:
1. e 3. Shunyo, "I
miei giorni di luce con Osho"
Ed. Il Cigno
2. Osho,
"I silenzi dell'anima" Ed. N.S.C.
4. Osho, Om shanti shanti shanti
#1
5. Osho, Om Mani Padme Hum #18
6. Osho, The invitation #9
7. Osho, The zen
manifesto #16
8. Osho, The rebel #3
9. Osho, The greatest piligrinage
from here to here #25
10. Osho, The invitation
#20
Osho esamina i fondamenti delle religioni
organizzate e ci spiega come queste siano per lo più basate su un’ipotesi
infondata: dio. Questa è solo una proiezione dell’uomo creata dalle sue paure.
Solo la meditazione può portarci alla realtà.
Amato Osho,
durante i quaranta giorni
e le quaranta notti che Gesù ha passato nel deserto, ha forse meditato? Lui non
parla mai della meditazione, non dice se ne avesse avuto qualche esperienza. Ma
allora cosa faceva laggiù?
Non meditava. Se
avesse meditato le cose nel mondo sarebbero cambiate. Ciò che ha fatto in quei
quaranta giorni e quaranta notti è stato pregare. Pregava un dio che non
conosceva: nessuno sa se esiste veramente oppure no.
Milioni di persone hanno
pregato e il cielo è rimasto assolutamente indifferente: nessuna risposta,
nessuna reazione.
Tutta l’ideologia di Gesù e della cristianità è basata su di una invenzione. È
un’opera di fantasia a carattere religioso. E ciò è vero per tutte le religioni
che si basano sulla preghiera.
Ci sono due tipi di
religioni al mondo: le religioni fondate sulla preghiera e quelle basate sulla
meditazione.
Le religioni fondate
sulla preghiera sono false, perché fin dall’inizio si basano sul credere
nell’esistenza di un dio. Credere non è sapere: la fede non può distruggere il
dubbio. Al massimo può riuscire a reprimere il dubbio, o almeno a mascherarlo,
ma sotto alla fede continui sempre a dubitare se ciò che credi è vero oppure no. Il dubbio muore per suo conto solo quando sai, quando
comprendi – allora non è più una questione di dubbi. Il credere contiene in sé
il dubbio.
Il metodo per rinforzare
un sistema di credenze è la preghiera. Dapprima c’è un falso dio –
un’invenzione creata dalla tua paura, una fobia – e poi inizi a pregare
questo dio che è una tua invenzione.
La Bibbia afferma che
dio creò l’uomo a sua immagine. Se solo osservi bene questa affermazione… non
ci vuole una grande intelligenza per vedere che è un’idiozia. L’uomo che
conosci è forse fatto secondo l’immagine di dio? E se questa è l’immagine di
dio, non puoi aspettarti niente di meglio da questo dio. No, quella
affermazione è sbagliata, e non è nemmeno molto rispettosa verso dio. È come se
si dicesse: “L’uomo ha creato i bufali a sua immagine.”
Dio ha creato l’uomo a
sua somiglianza? È proprio questa l’immagine di dio: tutte le invidie, le disgrazie,
tutte le disperazioni, le angosce, le guerre, gli assassini, gli stupri? …e
l’elenco non finisce più. È proprio questa l’immagine di dio, il suo riflesso
nello specchio?
Questa affermazione in
primo luogo manca di ogni rispetto, di senso religioso. E in secondo luogo, è
falsa. La verità è che l’uomo ha creato dio a sua immagine. Dio non ha creato
l’uomo, è l’uomo ad aver creato dio. Ecco perché ci sono centinaia di dei al
mondo, persone diverse hanno creato tipi diversi di dio, secondo le proprie idee.
Un dio cinese non sarà interessante per gli altri, e l’idea di dio di qualcun
altro non sarà attraente per i cinesi – essi sono una razza diversa, con delle
differenze estremamente chiare: non hanno folte barbe o baffi, nella loro barba
puoi contare magari una dozzina di peli, se ce ne sono di più diventa
selvaggia. Secondo loro, sono le persone più civilizzate del pianeta, e anche
il loro dio ha quella dozzina di peli nella barba. Gli dei degli indù non hanno
barbe e nemmeno baffi. In nessuna religione che ha avuto origine in India: l’induismo, il gianismo, il
buddismo… Sembra che gli dei degli indù abbiano cominciato a radersi fin
dall’inizio dei tempi: la prima cosa che hanno creato deve essere stata un
rasoio. Non è vero che all’inizio ci fu il Verbo, e dio era con il Verbo, e dio
era il Verbo, sciocchezze! La prima cosa fu un rasoio! E dio era con il rasoio
e dio si faceva la barba da solo, dato che non trovava nessun barbiere.
Nessuno ha potuto
rispondere alla mia domanda, del perché questa gente sia senza barba, ma la
ragione, come la vedo io, è che l’India non vuole che i suoi dei invecchino. Devono rimanere giovani al punto che la barba e
i baffi non hanno ancora cominciato a crescere. E restano bloccati là. È questa
un’ idea fissa degli indù: nel loro paradiso hanno le apsaras – una specie di assistenti di
volo – e non permettono loro di superare i sedici anni. Sono passati milioni di
anni e queste hanno ancora sedici anni. Naturalmente i loro dei non hanno più
di diciotto anni al massimo – è necessario che sia così, altrimenti sarebbe una
situazione davvero brutta: degli sporchi vecchiacci …con delle ragazzine.
Ma il dio cristiano
invece – e il dio degli ebrei – è un vecchio, non una persona giovane. È
vecchissimo, ha la barba bianca, perché ciò che è vecchio vale oro: più uno è
vecchio e più è saggio. Nessuno può essere più vecchio di dio, ricordatelo.
Ecco perché Adamo ed Eva ricevettero da lui la proibizione di mangiare i frutti
dei due alberi, quello della conoscenza e quello della vita eterna. Perché
impedirglielo? Perché mangiando i frutti dell’albero della vita eterna
sarebbero diventati più vecchi dello stesso dio. E lui non vuole che nessuno
sia più vecchio di lui perché vuole essere il capo.
Persone
diverse hanno concezioni diverse, e hanno creato il loro dio a
loro immagine e somiglianza. La cosa più stupida è che sono seduti di fronte a
uno specchio pregando a mani giunte il riflesso della loro faccia, e pensano di
star facendo qualcosa di religioso, qualcosa di spirituale. La preghiera è
indirizzata a un dio fittizio, ecco perché in realtà non ha alcun valore.
La meditazione è una
cosa completamente diversa.
Gesù
non ha nessuna idea della meditazione.
Sfortunatamente, in
Occidente la dimensione della meditazione è mancata completamente, per via
dell’ebraismo, del cristianesimo, dell’Islam, che hanno dominato il mondo
occidentale e costretto la gente a pregare.
In
Occidente c’è stata anzi una condanna della meditazione, specie da parte dei
religiosi: a loro la meditazione appare qualcosa di egoistico, perché non ha
bisogno di dio né della preghiera. Meditare vuol dire solo stare seduto in un
silenzio molto profondo, così che riesci ad arrivare fino al centro del tuo
essere: è un affondare dentro di sé. Non ha niente a che fare con qualcun altro.
Quelli che non
comprendono la meditazione, la definiscono egoistica.
Ma la meditazione ti
conduce alla tua vera realtà. La preghiera ti porta solo al tuo riflesso, è una
cosa futile: parli con il tuo riflesso. Non potrà aiutarti in alcun modo. Certo
può dare forza al tuo ego sapere che dio ha il tuo stesso aspetto, che ti ha
creato a sua immagine.
E quindi chi prega
diventa necessariamente egoista, arrogante, si sente superiore: questo sarà il
suo atteggiamento costante.
Il meditatore diventa
umile. Non si sente moralmente superiore: quando raggiunge il suo centro
diventa più estatico, più pacifico, più in armonia con l’esistenza. Si libera
di tutti i problemi, di tutte le domande: ha compreso. Adesso non c’è più il
problema del dubbio.
La religione basata
sulla preghiera comincia con la fede. La religione basata sulla meditazione non
comincia con il credere, bensì finisce con la certezza di una comprensione
assoluta. Ma questo sapere deve essere distinto dalla semplice conoscenza. I
meditatori non diventano dei sapienti. Sanno che l’esistenza è divina nella sua
totalità. Il loro sapere è innocente, non intellettuale. Il loro sapere li
rende umili, perché possono vedere che tutti abbiamo lo stesso centro: solo
alla periferia siamo diversi, ma al centro siamo tutt’uno.
Osho, Tratto da: Transmission
of the Lamp # 46
Chi ha dato inizio a questo universo?
Non c’è bisogno di
qualcuno che gli abbia dato inizio, perché questo universo non ha avuto un
inizio, e non avrà una fine.
Questa tipo di domanda è
stata sfruttata da tutte le religioni. Tutti vogliono sapere chi ha creato
l’universo, in quanto la mente è troppo limitata per concepire un universo che
non ha un inizio, un universo che non ha una fine: che si estende dall’eternità
all’eternità. Proprio perché non sei in grado di concepire questa vastità,
nasce la domanda: “Chi ha creato l’universo? Chi gli ha dato inizio?” Ma se
c’era già qualcuno per iniziarlo, ci doveva già essere un universo. Capisci? Se
c’era già qualcuno per dargli inizio, non puoi chiamarlo un vero inizio: c’era
già qualcuno!
Se pensi che dio sia un
elemento indispensabile… il fatto che dio abbia creato il mondo ti rassicura,
perché così esiste un inizio. Ma allora chi ha creato dio? Ricadi nello stesso
problema.
Tutte le religioni hanno
affermato che dio esiste eternamente, non è creato. Ma se questo è vero per
dio, perché non può essere vero per l’esistenza stessa? Essa è autonoma, esiste
di per sé. Non è necessario un creatore, perché il creatore richiede a sua
volta un altro creatore, e così ti ritrovi in una assurda regressione. La
questione rimane aperta, la sposti solo più in là. Il problema non si può
risolvere, proprio perché la domanda è sbagliata.
L’universo non ha
inizio, non è stato creato da nessuno. Non ha fine. Ricorda, se avesse un
inizio, ci sarebbe sicuramente anche una fine. Qualsiasi nascita è l’inizio di
una morte.
Quindi va bene così.
Liberati di questo dio, perché se può creare il mondo può anche distruggerlo.
Ogni mondo che è stato creato deve prima o poi sicuramente venire distrutto. Se
c’è nascita, c’è morte. Solo un universo senza inizio può essere infinito.
Questa domanda esiste
solo perché le capacità della mente sono molto limitate. Ecco perché voglio che
andiate al di là della mente. Solo la non-mente può concepire qualcosa che
esiste senza inizio e senza fine: ciò che è incomprensibile diventa in questo
modo assolutamente chiaro. Non c’è alcun problema. Chi si è levato al di sopra
della mente, si è anche levato allo stesso tempo al di sopra di dio. Dio è un
bisogno della mente.
Perché la mente non può
concepire qualcosa di infinito, di eterno: ciò che è in grado di immaginare è
molto limitato. Il problema nasce a causa dell’incapacità della mente, della
sua impotenza. Hai mai pensato che dio non sarà assolutamente in grado di
risolvere il tuo problema? La stessa domanda si porrà a monte: chi ha creato
dio? Qualsiasi ipotesi che non elimini questa domanda, è assolutamente inutile.
Qualsiasi risposta che porti la domanda ancora più a monte senza riuscire ad affrontarla
non è la risposta giusta.
Puoi trovare una
risposta solo nella tua personale esperienza dell’eternità. Allora saprai che
l’universo non è stato creato da nessuno. Non ha inizio e non ha fine. Tu
stesso non hai né inizio né fine. Quando riesci ad avere questa esperienza
all’interno del tuo essere, allora sai che l’esistenza è autonoma, non creata.
Una cosa creata non può essere mai più di un meccanismo, non può essere una
realtà organica. Un’automobile può essere creata, l’uomo no.
Se l’uomo fosse creato, diventerebbe una cosa meccanica, un robot. Puoi
smontare una macchina, farla a pezzi – le ruote e tutto il resto – e poi puoi
mettere di nuovo insieme i pezzi e la macchina andrà benissimo. Ma prova a
tagliare a pezzi un uomo e poi ad unirli insieme… l’uomo non ci sarà più. Un
fenomeno organico non può essere sezionato, senza eliminare tutto il suo
mistero. Puoi unire di nuovo le parti, ma avrai solo un cadavere, non un essere
umano vivente.
La dignità
dell’esistenza non è creata. La dignità di essere uomini non è creata. Dio è un
insulto all’esistenza, all’uomo, alla consapevolezza, a tutto! Dio è
un’umiliazione, non è una soluzione per nessun problema. Anzi, ne crea di nuovi
e non ne risolve nessuno. Al mondo esistono trecento religioni e sono in lotta
l’una con l’altra. Sono tutte state create a causa di questa idea di dio, e
tutte ne hanno sviluppato una propria versione. Ogni religione ha la propria
idea, perché è comunque una favola.
Non ci sono idee diverse
riguardo al sole. Non ci sono idee diverse riguardo alle rose. Puoi avere idee
differenti solo riguardo a una finzione. L’idea stessa di dio esiste perché la
nostra mente non può comprendere l’eternità. Quando riesci a levarti al di là
delle limitazioni della mente fino alla non-mente, illimitata, puoi concepire
tutto ciò che prima era inimmaginabile. Dio non è necessario.
Osho, tratto da: God is Dead #2
Basandosi sull’autorità dei
vangeli, quasi tutti hanno l’idea che Gesù Cristo sia
stato una figura storica. Questa breve panoramica ci chiarisce come il
dibattito sulla sua reale esistenza sia stato ostacolato dalle autorità
ecclesiastiche e che non si è in grado di chiarire se la figura sulla quale si
fonda la religione cattolica sia veramente esistita o meno.
La
figura di Gesù Cristo è avvolta nella nebbia più spessa: la
ricerca storica non è in grado di darci nessuna informazione certa su di lui. Strauss, uno studioso che ha scritto una monumentale ‘Vita
di Gesù’, ha detto: “Non si vuole ammetterlo, ma chiunque
si è seriamente occupato di questa materia, sa che vi sono pochi grandi uomini
della storia sui quali siamo tanto imperfettamente informati come su Gesù’. Tutti coloro che hanno parlato di Gesù non lo conoscevano, e si rivolgevano a uomini che lo conoscevano ancor meno;
quanto agli evangelisti, nessuno di loro è una figura storica, e nessuno ha
scritto a meno di mezzo secolo di distanza
dai fatti narrati. Renan, un prete spretato che ha
scritto un’altra ‘Vita di Gesù’ messa all’indice
dalla Chiesa, deve ammettere che “la scienza non può dire nulla di certo, e
arriverà forse un giorno a delle negazioni.”
I vangeli, che vengono
considerati fonti storiche sulla vita di Gesù, non
possono in realtà essere ritenuti tali, in quanto non sono un documento storico
o biografico, ma uno strumento di catechesi e di propaganda. I primi Padri
della Chiesa non facevano riferimento che a vangeli considerati in seguito
apocrifi – all’epoca di Costantino ne esistevano una cinquantina – e solo a
partire dal Concilio di Nicea nel 325, per iniziativa di Costantino stesso e
del vescovo Eusebio, gli attuali vangeli divennero l’inconfutabile parola di
Dio. I manoscritti più antichi che conserviamo non vanno oltre il IV secolo, e in essi sono stati contati 250.000
errori o contraddizioni; tra queste, alcune molto grossolane, anche se poco
note: il censimento di Augusto probabilmente non è mai esistito, la città di
Betlemme pare non fosse ancora stata fondata, il mare in tempesta che Gesù placò con la sua voce è in realtà un lago. Lo storico
Di Lisimaco Verati, sulla scorta di Niceforo Gregoras (1269–1360) e
di Cesare Baronio (1538–1607), ha spiegato come
avvenne la scelta di questi vangeli. Nell’appendice del documento conclusivo
del Concilio si legge: “Alla presenza di Costantino furono collocati alla
rinfusa sull’altare tutti i vangeli allora circolanti, poi s’invocò fervorosamente lo Spirito Santo e subito i vangeli apocrifi
caddero per terra e sull’altare rimasero solo gli autentici.” Poco oltre si
legge: “Essendo morti i due padri conciliari Crisanto e Musonio,
quando già tutti gli altri avevano firmato gli atti, dietro devota orazione risuscitarono, vi apposero le loro firme
e tosto rimorirono.” Fu in occasione di quel
concilio, tra l’altro, che gran parte dei documenti contrari a questa
ortodossia che si stava affermando andò distrutta per sempre.
Nonostante i vangeli ci
presentino la figura di Gesù come una persona dalla
vita la più straordinaria e pubblica possibile, al punto da costringere le
autorità ad arrestarlo di nascosto in circostanze drammatiche, il silenzio
della storia su di lui è pressoché totale. Scartati i vangeli, che non possono
considerarsi probatori di alcunché, ci restano un pugno di testimonianze latine
ed ebraiche che, o sono evidenti interpolazioni, o si riferiscono a Gesù in modo indiretto e per sentito dire, per indicare la
superstizione che da lui prese il nome. Il primo a parlarne, in un’altra terra
e in un’altra lingua, è Tacito, quando già sono passate due generazioni
dall’epoca presunta dei fatti. Nessuno hai mai visto Gesù
o conosciuto qualcuno che lo avesse visto, e nessuno può essere garante della
sua esistenza. I due storici ebrei dell’epoca, Flavio Giuseppe e Giusto di
Tiberiade, dovrebbero logicamente parlarcene, ma Flavio Giuseppe non lo fa, essendo
il suo passo su Gesù, per opinione concorde di tutti
gli studiosi, un’interpolazione; altrettanto dicasi di Giusto, la cui opera
esisteva ancora nel IX secolo, e Fozio, che la lesse,
si stupì di non trovarvi traccia del Cristo.
Non bastasse il silenzio
della storia, esistono numerosi documenti precedenti la nascita di Gesù che possono considerarsi la fonte di buona parte dei
vangeli. I celebri manoscritti del Mar Morto parlano di una comunità essena che faceva capo a un Maestro di Giustizia, autoproclamatosi Redentore del Mondo e discendente di
David, che venne crocefisso tra il 65 e il 63 a.C. su istigazione del sacerdote
di Gerusalemme, Aristobulo.
Questo "Maestro di Giustizia" governava la comunità attraverso
un collegio di dodici discepoli.
Analogie ancora più
evidenti si riscontrano in India, dove l’idea del dio redentore era già
presente nella figura di Krishna, nato da una vergine
cui era stato annunciato l’evento miracoloso; la nascita ebbe luogo in un ovile
e il neonato ebbe subito l’adorazione dei pastori. Il Rajah di Madura, informato in sogno della nascita di un bambino che
lo avrebbe scalzato dal trono, decise di massacrare tutti i bambini nati quella
notte. Krishna riuscì miracolosamente a fuggire e
cominciò la sua vita di predicazioni e di miracoli, guadagnandosi l’appellattivo di Jezeus, cioè nato
dalla pura essenza divina (Jezeus Krishna
= Gesù Cristo?). Tutto questo 3500 anni prima
dell’era volgare.
Ma senza bisogno di
spingersi troppo lontano, già nel mondo pagano esistevano racconti mitologici
dalle forti similitudini col racconto biblico. Mitra, il dio redentore della
Persia, nasce in una grotta da una vergine il 25 dicembre, al solstizio
d’inverno, e la sua nascita è annunciata da una stella che appare all’oriente, oltre che dall’omaggio
dei Re magi. Come Gesù, egli muore all’equinozio di
primavera; il suo culto era tanto simile a quello cristiano, che S. Giustino
ipotizzò che il diavolo avesse rivelato ai persiani i misteri del cristianesimo
prima ancora che Cristo fosse nato!
Tra
parentesi, qualcosa di simile si verificò nel secolo scorso, quando il
missionario padre Huc, al suo ritorno dal Tibet,
pubblicò una relazione in cui spiegava la straordinaria somiglianza di molte
pratiche buddhiste con quelle cristiane come un
inganno del diavolo, che aveva voluto suggerire ai tibetani
le pratiche cattoliche; il buon padre non aveva preso in considerazione
l’eventualità che i cristiani, la cui religione è molto più recente di quella buddhista, avessero copiato qualcosa. Le autorità
vaticane, meno ingenue del missionario,
ritirarono il libro e non mandarono più in missione padre Huc.
Tornando al mondo
antico, è notevole che l’imperatore Adriano considerasse cristiani ed egizi
come “un’unica superstizione.” Gli egizi avevano infatti il loro redentore in Serapide, che nasce da una vergine al solstizio d’inverno,
muore all’equinozio di primavera e subito risuscita. Alle pareti del tempio di
Luxor si vedono raffigurate, con diciotto secoli d’anticipo sul mito cristiano,
le scene dell’Annunciazione, della Concezione,
della Nascita e dell’Adorazione dei tre magi.
Oltre a molti aspetti
della figura di Gesù Cristo, è di derivazione pagana
buona parte della liturgia cristiana. Gli antichi romani avevano già la loro
eucaristia, cioè un sacrificio simbolico di pane e vino. Nei templi di Bacco si
operava il miracolo dell’acqua tramutata in vino; i buddhisti
avevano la corona che poi sarebbe diventata il rosario; il pater, il credo e il
confiteor erano preghiere note ai persiani; la
confessione era praticata dal bramanismo e ancora
presso i persiani, con relativa assoluzione dai peccati. Perfino i vestiti
cerimoniali possono in gran parte rinvenirsi in religioni precedenti a quella
cristiana.
Il silenzio della storia
su Gesù si estende anche agli apostoli, dei quali ci
parlano solo le fonti bibliche, ed esclusivamente come personaggi
soprannaturali o taumaturghi. Gli unici fatti storici attribuiti agli apostoli,
come il viaggio di Pietro a Roma, la sua inverosimile disputa con Simon Mago e
la sua crocefissione, sono tutti contenuti in libri
considerati apocrifi dalla Chiesa stessa.
Per chiudere, ricordiamo
quello che sembra abbia detto un personaggio insospettabile come Leone X, il
papa che provocò le ire di Martin Lutero, nonché il
mecenate del rinascimento italiano: “La favola di Cristo ci è tanto redditizia,
che sarebbe da stolti avvertire gli
ignoranti dell’inganno.”
Sw. Gagan
Notizie tratte da E. Bossi:
“Gesù Cristo non è mai
esistito”
Ed. La Fiaccola
Attraverso il condizionamento
sociale e religioso all’uomo viene fornita una “coscienza”. Gli viene anche
fatto credere che questa qualità sia innata e sia sua. In realtà si tratta solo
di risposte condizionate a quello che gli è stato insegnato essere bene o male.
Questo porta a comportamenti
automatici, a una bontà ‘meccanica’, nella speranza di avere il premio ultimo:
il paradiso. Ben altra cosa – ci spiega Osho, commentando un brano della
dichiarazione dei diritti dell’uomo – è un comportamento che nasce dalla consapevolezza,
frutto della meditazione.
“TUTTI
GLI ESSERI UMANI SONO DOTATI DI RAGIONE E DI COSCIENZA E DOVREBBERO COMPORTARSI
L’UNO CON L’ALTRO IN UNO SPIRITO DI FRATELLANZA”
Dalla
dichiarazione dei diritti dell’uomo
Queste
sono tutte assunzioni prive di ogni validità. Non tutti gli
esseri umani nascono con la ragione, sono dotati di ragione. Ad esempio, ci
sono persone, pochissime… Ho appena nominato Bertrand
Russell, di lui si può dire che è dotato di ragione.
Lo stesso per J. Krishnamurti… ma le persone comuni
vivono secondo superstizioni di ogni genere. Se non hai abbandonato tutte le
tue superstizioni, non ti si può definire una persona razionale. Che cos’è la
ragione?
Secondo gli indù, la
vacca è tua madre. Questa è la ‘ragione’.
Una volta, parlando con
uno shankaracharya – l’equivalente del papa nella
religione indù – gli chiesi: “Sei sicuro che la vacca sia tua madre?”
Lui rispose: “Cosa vuoi
dire?”
“Proprio adesso,” gli
dissi “mentre entravo nel tempio, ho incontrato tua madre. Così mi è sorto il dubbio:
chi è tua madre, questa donna oppure la mucca? O forse quest’ultima
è solo la tua madre adottiva?”
Lui disse: “Ma di che
stai parlando? La donna è la mia madre biologica, mentre la mucca è la mia
madre spirituale”.
Io dissi: “Mio Dio! Cosa
mi dici allora del toro? Avrai pure una qualche relazione col toro o no? È
forse il tuo padre spirituale? E tu chi sei? Solo un toro, o magari sei
castrato, non sei nemmeno un toro”.
Vivi nella
superstizione, e poi parli di ragione.
Tutti i cristiani
credono – e i politici che hanno redatto questa dichiarazione sono al novanta
per cento cristiani – tutti i cristiani credono che Gesù
nacque da una madre vergine. E sono degli esseri razionali…
Chiedi a questi
cristiani: “Dov’è la vostra razionalità?” Gesù nasce
da una madre vergine. Inoltre viene
crocifisso e poi risorge, fa tornare alla vita persone già morte, e tutto ciò è
il fondamento da cui dipende la fede cristiana. Se solo elimini alcuni concetti
– è molto strano – scoprirai che quella cristiana è una delle religioni più
irreligiose, la più povera di spirito religioso.
La nascita dalla
vergine, cancellala, se sei dotato di ragione. La resurrezione, cancellala, se
sei dotato di ragione. Camminare sulle acque, cancellalo. Far tornare i morti
alla vita, cancellalo. Cambiare l’acqua in alcool… non solo cancellalo, ma
trova questo bel tipo e consegnalo alla polizia, perché è un reato, non un
miracolo.
Ma se tutte queste cose
vengono eliminate, che rimane della dottrina cristiana? Questa è la povertà del
cristianesimo. Nel buddhismo,
non c’è nulla da eliminare, perché non c’è nulla che sia fondato sulla
superstizione. Lo stesso Buddha ha fatto in modo di
eliminare qualsiasi cosa che avesse sentore di superstizione: la sua è
razionalità pura.
Ma affermare che l’uomo
è dotato di ragione dalla nascita… Non mi pare proprio. Se osservi il mondo,
non sembra essere un mondo razionale. Non abbiamo vissuto secondo i dettami
della ragione, ma piuttosto seguendo ogni genere di irrazionalità. Ma queste
sono delle paroline dolci da credere: sei "dotato
di ragione". Più sei sciocco, più puoi crederci, ti viene più
facile.
“…e di coscienza, e
dovrebbero comportarsi l’uno verso l’altro in uno spirito di fratellanza.”
La vera coscienza sorge
solo dopo profonda meditazione, mai prima di questa. È la fioritura massima
della meditazione. Nell’intero corso della storia, solo pochissime persone in
tutto il mondo sono state coscienti, sono state consapevoli. Le religioni di
tutto il mondo hanno cercato di dividere la coscienza dalla consapevolezza per
un motivo preciso: la consapevolezza viene solo con la meditazione. Per quanto
tempo puoi ingannare la gente?
È solo quando fai luce
nella stanza che l’oscurità svanisce. Nel momento in cui sei in uno stato
meditativo, sei consapevole, sei sveglio. Loro hanno creato un’altra parola:
“coscienza”. Coscienza è ciò che i preti, la chiesa, la religione, ti insegnano
riguardo a ciò che è giusto o sbagliato, ciò che è una virtù o un peccato:
tutti questi insegnamenti formano la tua coscienza. È un espediente molto
astuto per separare la coscienza dalla consapevolezza.
Non ci può essere
coscienza senza consapevolezza. Eppure
loro hanno creato una coscienza falsa, artificiale.
Ad esempio, io sono nato
in una religione molto antica, il Giainismo, forse la
più antica che ci sia. È una religione non molto diffusa, con pochi fedeli, ma
anche loro hanno le loro superstizioni. Fino a diciotto anni, non avevo mai
visto un pomodoro in casa mia. Forse che i pomodori sono pericolosi? Ma il
fatto che il colore dei pomodori è anche il colore della carne, è stato
sufficiente per farli bandire. Fino a diciotto anni non avevo mai mangiato di notte, perché questa religione lo proibisce:
puoi mangiare solo tra il sorgere ed il tramontare del sole. Se mangi di notte,
potresti mangiare un insetto, una formica: sarebbe una violenza. Quindi è
meglio mangiare con la luce, in piena luce. Quando avevo diciotto anni, insieme
ad alcuni amici andai a visitare un bel castello, a poche miglia da dove
abitavo. Non ci avevo nemmeno pensato al cibo, ma andare su per la collina
verso il castello… era un posto bellissimo, antico, e c’erano molte cose da
vedere, per cui nessuno aveva voglia di preparare da mangiare.” Finché c’è il
sole,” dissero gli amici, che erano di una diversa religione” non perdiamo
tempo. Ci sono ancora tante cose da vedere”.
Ero l’unico che non era
abituato a mangiare di sera. Il cibo fu pronto per le nove o le dieci, delizioso e dopo un giorno intero di digiuno,
di fame, e tanto movimento su per la montagna, mi trovavo in un dilemma: che fare? Dissi loro: “C’è una grossa
difficoltà. Non ho mai mangiato di sera: la religione in cui sfortunatamente
sono nato, pensa che se mangi di notte, andrai all’inferno. Il problema è che
non riesco ad immaginare di poter mangiare di sera, dopo diciotto anni di continuo condizionamento”. Ma loro mi convinsero,
e c’era bisogno di una grande forza di persuasione. Mangiai, ma non riuscii a
dormire: vomitai tutta la notte. Ora, nessun altro si mise a vomitare. Con me
c’erano venti persone, dormivano tutti tranquillamente: erano stanchi, e
avevano mangiato bene. Io rimasi sveglio tutta la notte, a vomitare. Finché non
riuscii a liberarmi di tutto il cibo, non potei prendere sonno. Solo alla
mattina verso le cinque mi addormentai.
Questo fatto mi diede
l’idea che forse mangiare di sera è veramente pericoloso. Una volta soltanto, e
la notte divenne un inferno! E questi venti amici stanno dormendo così bene:
nessuno ha vomitato, quindi non c’era nulla che non andasse nel cibo. Qualcosa
non va nei miei condizionamenti: sono stato allevato con un’idea sbagliata.
Quando poi hai accettato questa idea, essa crea una falsa coscienza che
continua a ripeterti: “Non fare questo, non fare quello”.
Questa non è
consapevolezza. La consapevolezza sa cosa
fare esattamente e cosa non fare. Non è
una questione di scelta. La consapevolezza è uno stato di non-scelta,
sai cosa fare e basta.
Non nasci con una
coscienza. Essa viene creata dalla religione, che sfrutta l’uomo grazie alla
creazione di questa coscienza.
È giunta l’ora di non
usare più la parola ‘coscienza’ perché è ormai associata ad un lungo passato e
ha connotazioni sbagliate. Dovresti usare la parola ‘consapevolezza’. La
consapevolezza è la fragranza che si sprigiona quando diventi assolutamente
silenzioso, non compare alla nascita. È vero, se raggiungi la consapevolezza,
sarà una nuova nascita, rinascerai.
Se hai consapevolezza e
silenzio e meditazione, non c’è nessun bisogno di dire che l’umanità è una. È,
lo puoi sperimentare direttamente.
Non è solo una
fratellanza, è una fratellanza e una sorellanza! Ma questo sarà solo un
prodotto collaterale: non è necessario farne una dichiarazione di diritto.
Osho, tratto da: Sermons
in Stones # 26
IL MECCANISMO DELLA BONTÀ
NON ESISTE UNA BONTÀ
“meccanica”. La bontà non può essere meccanica, nulla di automatico –
inconsapevole – può essere buono. E una contraddizione in termini. La bontà può
solo essere consapevole, non automatica, e la cattiveria può solo essere
meccanica, prodotta dall'inconsapevolezza. Per secoli questo tipo di bontà
meccanica, automatica è stata insegnata alla gente, per il semplice fatto che è
molto facile: la gente vive già in maniera meccanica. Per portare vera bontà
nelle loro vite, autentica virtù, bisogna trasformare la loro inconsapevolezza
in consapevolezza, cambiare il buio in luce. E un duro sforzo e d'altronde la
società non ha alcun interesse a farlo. In effetti ne ha paura perché ogni
volta che persone realmente buone sono apparse al mondo hanno creato problemi
per la società: sono stati dei grandi ribelli, erano talmente consapevoli da
vedere chiaramente cosa si nascondeva dietro agli stupidi giochi di ognuno,
scoprivano le nostre bugie e i nostri imbrogli – impossibile ingannarli,
sfruttarli o farne degli schiavi. La società non teme le persone che si comportano
in maniera automatica perché sono facilmente manipolabili. Dipendono dalla società,
vivono sempre per la collettività, seguono sempre la folla. La folla è a suo
agio con queste persone. Ed è facile creare questa bontà meccanica perché la
gente è meccanica. Basta rimpiazzare le idee "cattive" con quelle
"buone", senza cambiare assolutamente l'essere. Per esempio l'inferno
– l'idea di inferno – è creato proprio per questo motivo. La gente ha paura, vive
nella paura, e i preti si sono accorti fin dall'inizio che se ne potevano
approfittare: mettiamogli ancora più paura. Hanno descritto l'inferno così
dettagliatamente, hanno creato così tanta paura nella gente, che la gente ne è
stata condizionata – per paura. Lo stesso tipo di condizionamento si può fare
oggi in modo più facile, perché abbiamo tecnologie più sviluppate. Non c'è
bisogno di inculcare per anni l'idea d'inferno, così che una persona diventi
meccanicamente buona. Ora puoi chiedere a Pavlov, Skinner e agli altri comportamentisti:
ti insegneranno qualche sistema. Bastano delle scosse elettriche.
Qualcuno fuma e tu non
vuoi che fumi – gli dai delle scosse elettriche: ogni volta che fuma gliene dai
una. In tre giorni smette sicuramente di fumare, perché appena prende in mano
una sigaretta comincerà a tremare. Sarà terrorizzato dall'idea della scossa che
arriva. Ecco come si "insegna" ai topi, alle scimmie e agli scimpanzè.
Nello stesso modo si tenta di insegnare agli esseri umani. I preti creano
l'inferno, i politici creano le prigioni – solo per torturare la gente. Se li
torturi abbastanza, ci fanno l'abitudine. Pavlov lo
chiama "riflesso condizionato". Skinner
continua a lavorare sui topi e a scoprire come condizionarli, sostiene che lo
stesso metodo è applicabile agli esseri umani. Basta creare la paura e non
faranno certe cose – oppure creare il desiderio...
Ecco perché furono
creati il paradiso e l'inferno. Sono semplicemente strategie per dominare le
persone. Crea paura se non vuoi che la gente faccia qualcosa e crea l'idea di
ricompensa per ciò che vuoi che faccia – in questo modo hai creato un
comportamento meccanico. Non faranno il ”male” e faranno il "bene".
Ma che razza di bene è?
E un inganno della
società, della chiesa, dello stato – degli interessi costituiti. Non ha
cambiato l'essere dell'uomo. Non lo ha reso più consapevole, non gli ha dato
più gioia, più voglia di celebrare. Non gli ha fatto provare alcuna beatitudine.
Non ha aperto alcuna finestra da cui si possa dare uno sguardo al divino.
Io non la chiamo bontà,
virtù. La virtù dovrebbe essere un prodotto della consapevolezza. Devi
diventare così consapevole che non puoi più fare del male – non perché sei
condizionato ma perché ti accorgi che è male. La bontà meccanica non è vera
bontà: è solo una facciata. Per essere buoni è necessaria intelligenza e
consapevolezza.
OSHO, TRATTO DA: Dhammphada
vol. 1O # 12
DIAVOLI
C’è
da averne paura. Esattamente quello che vogliono coloro che da secoli ci hanno
propinato queste fandonie: farci vivere nella paura, sotto il peso dei sensi di
colpa, senza praticamente nessuna possibilità di goderci la vita. Viene data
enfasi ai poteri del maligno e non viene fatto cenno alcuno alle bellezze della
vita e della ‘creazione’: in fondo ‘siamo a questo mondo per soffrire!’. Si fa
così del diavolo il padrone del mondo: sempre capace di indurci in tentazione,
farci peccare e rovinarci per l’eternità. Di recente un paio di teologi
cattolici hanno cominciato a discutere, dall’alto delle loro torri d’avorio, se
il diavolo esiste o meno: è sicuramente una novità – ai tempi sarebbero finiti
sul rogo – ma rimane irrilevante se si considerano i condizionamenti di secoli
che pesano sull’inconscio collettivo. Anche il Papa sembra abbia detto che
"l’inferno è un luogo dello spirito", forse si è accorto che le mappe
dell’inferno e del paradiso riportate nella Divina Commedia non sono più
vendibili.
Secondo
un libro di Corrado Balducci, un
diplomatico del Vaticano, l’esercito satanico è formato esattamente da unmiliardosettecentocinquantottomilioniseicentoquarantamilacentosettancinque
diavoli. Sicuramente questo diplomatico deve aver visitato l’inferno!
E potrei chiedere quante
persone fanno parte dell’armata di dio? Sono forse solo quei tre tipi, il
padre, lo Spirito Santo e l’unico figliolo, Gesù? Ma
allora che possibilità c’è che dio vinca contro il demonio?
Ripeto il numero in modo
che possiate ricordarlo meglio.
L’esercito satanico è formato
esattamente da unmiliardosettecentocinquantottomilioniseicentoquarantamilacentosettancinque
diavoli. Non c’è speranza per l’umanità!
Forse è per questo
motivo che dio è fuggito in qualche stella lontana con, per unica compagnia, il
suo unico figliolo e lo Spirito Santo… vista la situazione.
Uno si chiede come fanno
queste persone ad arrivare a conclusioni del genere. Per esempio questo
diplomatico… ha visitato l’inferno? Nella dottrina cristiana non è possibile
ritornare dall’inferno. Una volta là ci rimani per sempre, per l’eternità. Come
avrà fatto lui a uscirne? Contraddicendo per di più ciò che insegna la sua
stessa religione. E se uno non è andato all’inferno, come può riuscire a
contare un tale numero di diavoli… restandosene seduto in qualche stanza del
Vaticano?
Eppure nessun cristiano
ha mostrato di notare l’idiozia di quest’uomo.
Proprio non posso crederci. Da una parte la dottrina cristiana afferma che se
sprofondi nell’inferno, per te è finita lì – la porta è chiusa per sempre e
brucerai tra le fiamme per l’eternità.
È stato proprio per via
di questo punto, che uno dei più significativi pensatori di questo secolo, Bertrand Russell, ha deciso di
uscire dalla chiesa, esattamente su questo punto. Ha scritto anche un libro ‘Why I am not a christian’ (Perché non sono un cristiano). Bertrand
Russell si pone la domanda: “In una vita, quanti
peccati potrò commettere? Tutti i peccati che ho commesso e tutti quelli che
avrei voluto commettere e tutti quelli che ho sognato di commettere… Se persino
quelli vengono messi nel conto, il giudice più severo non potrà mettermi in prigione
per più di quattro anni e mezzo. Un’eternità tra le fiamme? Non ho commesso
ancora peccati a sufficienza!”
Lui porta anche molti
altri argomenti, ma il punto fondamentale è questo: che è proprio assurdo. Se
continui a commettere peccati dal giorno della tua nascita, giorno e notte,
finché non finisci nella tomba, persino allora non si può giustificare
un’eternità tra le fiamme dell’inferno. Settant’anni
di peccati senza interruzione, neanche per mangiare o per dormire, ma anche
così settant’anni sono solo settant’anni.
Un numero tale di peccati… e comunque non sei in grado di commetterne tanti.
Qualche volta dovrai mangiare, qualche volta dormire o amare, qualche volta
dovrai andare al cinema. E adesso c’è anche la televisione!
Ma la dottrina cristiana
insiste, senza dare alcuna spiegazione, che se commetti dei peccati… Quanti?
Almeno dovrebbero fornire un numero, per esempio se ne commetti una dozzina
allora ci si può passare sopra… Puoi commetterne uno, puoi commetterne mille…
la punizione è la stessa. Che giustizia è mai questa?
E questa gente che si è
messa a contare i diavoli…
Nel Medio Evo uccidevano
le donne, chiamandole streghe. La parola ‘strega’ non è in se stessa una brutta
parola – in origine è collegata a un simbolo di saggezza – ma il cristianesimo
ha inquinato tutto il mondo, ne ha distrutto la bellezza.
Il papa aveva creato un
tribunale speciale per scoprire tutte le streghe e ucciderle, perché erano “possedute
dal demonio”. Nessuno sa niente di dio, nessuno sa niente del demonio, eppure migliaia
e migliaia di donne finirono bruciate vive! E in che modo? Bastava anche solo
una denuncia per iniziare il processo.
L’informazione poteva
arrivare da chiunque, essere persino anonima: “Sospetto che una donna del mio
quartiere sia una strega.” Quella donna veniva immediatamente catturata dal
tribunale, messa in prigione, torturata, picchiata, violentata.
Mi sono venute in mente
quelle donne quando ho avuto problemi con la schiena, circa otto anni fa. Mi
venne portata una macchina per la trazione fatta per stirare il corpo, le gambe
in una direzione, la testa in un’altra, il tutto per raddrizzare la spina
dorsale. In quel momento mi sono ricordato che questa macchina per la trazione
è stata inventata dai cristiani per torturare le donne. Su quella macchina ho
potuto conoscere un po’ di tortura, ma quelle donne venivano veramente fatte a
pezzi.
Mettevano loro sul petto
grossi blocchi di ghiaccio. Se non confessavano, non le lasciavano più uscire
dalla prigione: “Confessa che hai avuto rapporti sessuali con il diavolo!”
Naturalmente finisce che è meglio
confessare piuttosto che essere sottoposti a queste torture. E le torture
andavano avanti fino alla confessione finale: non c’era modo di venirne fuori.
E i vescovi che le
torturavano, le istruivano su quello che dovevano dire in tribunale. Quando
confessavano: “Sì, ho avuto rapporti sessuali con il demonio”, allora il prete
diceva loro: “Devi dire alla corte come si fa a riconoscere il diavolo. Devi
dire che ha il pene biforcuto”.
Quelle povere donne erano
costrette a confessare queste cose in tribunale. I giudici chiedevano loro:
“Come puoi capire che si tratta del demonio e non di un uomo?” Allora dovevano
descrivere i particolari dei genitali del diavolo. Ovviamente deve essere
qualcosa di speciale, biforcuto: e questa era prova sufficiente.
Le costringevano a
confessare, creavano le prove, e le donne venivano bruciate vive. Hanno ucciso
migliaia di donne nel nome di dio: era necessario distruggere il demonio. Ma
ora, vedendo questo gran numero di diavoli… Non penso che solo con l’uccidere
qualche migliaia di donne sul rogo si possa eliminare il diavolo. Uccidi le
donne e il diavolo ne troverà delle altre, e ci sono così tanti diavoli!
Strano… meglio bruciare
il diavolo, non la donna. La donna era solo una vittima – era il diavolo il
vero criminale. È una strana logica: bruci la vittima perché non sei
assolutamente in grado di trovare il diavolo.
Non esiste alcun
diavolo, né esiste alcun dio. Queste sono fantasie create dalle religioni per
torturare l’umanità, per sfruttarla meglio, per creare nell’umanità paura e
avidità.
Osho, tratto da: One Seed make
the whole earth green
TUTTE LE RELIGIONI HANNO
USATO LA COLPA
PER DISTRUGGERE LA TUA
DIGNITÀ, IL TUO ORGOGLIO,
E PER FARE DI TE SOLO
UNO SCHIAVO.
IL DIAVOLO E IL PREDICATORE
In America è in crescita
un nuovo fenomeno: l'evangelismo televisivo. Che bisogno c'è di muoversi? Basta
trasmettere la predica dallo studio televisivo per raggiungere milioni di case.
Il predicatore
evangelista Jim Bakker, è
riapparso alla TV americana. Dove era andato e perché? Aveva ammesso di aver
avuto dei rapporti sessuali con la sua segretaria e rapporti omosessuali con un
altro predicatore - tutto ciò era accaduto alcuni mesi fa – dopodichè era
sparito. Voleva evitare il suo pubblico, che fino a quel momento lo aveva
considerato un grande predicatore – pensavano che dio parlasse attraverso di
lui. Ma quando hanno scoperto che non solo faceva sesso con la segretaria, ma
che aveva anche rapporti con un prete... e alla televisione parlava a tutti
della grandezza del celibato.
Queste sono le persone
che veramente rovinano l'umanità e la sua fiducia. Ora è tornato. Che
giustificazione ha trovato? Dice che è stato il diavolo a fargli fare ciò che
ha fatto.
E non è successo solo
una volta: per anni il diavolo gli ha detto di farlo, di far l'amore con la
segretaria, di avere relazioni omosessuali con l'altro predicatore ...è stato
il diavolo.
Ma cosa stava facendo
dio nel frattempo? Se non è in grado di salvare il suo predicatore, pensi che
potrà salvare te? Il diavolo sembra essere ben più potente.
Ha detto: "Il
diavolo era invidioso perché stavo formando una nuova chiesa." Ma allora
dio? Stavi creando una nuova chiesa per lui... dio sembra essere assolutamente
impotente: per anni era il diavolo ad averti in suo potere.
E tu continuavi a
predicare il celibato... Non potevi dire alla gente: "Il diavolo mi ha
costretto a fare cose che non volevo fare." Ti hanno colto sul fatto
mentre facevi l'amore con la segretaria, e di sicuro non c'era alcun diavolo a
costringerti a farlo, magari minacciandoti con una pistola.
Non è un caso che
l'adorazione del diavolo sia in crescita in tutto il mondo, specie
nei paesi cristiani. E
questi adoratori del diavolo sono ex-cristiani che si sono accorti che dio è un
incapace: il diavolo è molto più potente. È ovvio che tutti vogliano stare
dalla parte del vincitore. Dicono: "State ingannando la gente dicendo loro
che dio li salverà, dio non può fare nulla! E il diavolo il più potente."
E stato il diavolo che
Adamo ed Eva hanno ascoltato, non dio. Dio aveva detto ad Adamo ed Eva di non
mangiare i frutti di due alberi: uno era l'albero della saggezza e l'altro era
l'albero della vita eterna.
Io non riesco
assolutamente... Ho cercato in mille modi di comprendere questa storia. Un
padre che vuole impedire alle sue creature di essere sagge e di avere una vita
eterna? Ma che padre è? E il tuo peggior nemico, il vero nemico dell'umanità. E
quando Eva mangiò il frutto, le si aprirono gli occhi. Vide un mondo completamente
diverso. Corse da Ada¬mo e gli disse di mangiare il frutto. Così dio li colse
in flagrante ma, invece di trovare qualche argomento per controbattere il
diavolo, si comportò proprio come un idiota: li scacciò dal paradiso. Disse
loro: "Avete commesso il peccato più grande..."
La saggezza è peccato?
Allora l'ignoranza deve esse-re una virtù. La ricerca della vita eterna è
peccato? Allora suicidarsi diventa una virtù.
Non posso dire nulla
contro gli adoratori del demonio. Stanno facendo la cosa giusta: va benissimo
se gli adoratori del diavolo e quelli di dio si combattono e si distruggono a
vicenda. Questa sarà davvero una grande benedizione per l'umanità.
Chi sopravviverà
potrà godere di tutte le gioie di questo pianeta, e di tutte le possibilità di
sviluppare le sue potenzialità di infinita saggezza e di vita eterna.
Dobbiamo trovare quei
due alberi!
E se dio si intromette
... mandalo via! Adamo ed Eva erano poveri, nudi, ed erano solo in due. Adesso
l'umanità è cresciuta abbastanza. Invece di essere scacciata da dio, può
mandarlo via dal paradiso. Ha già vissuto là abbastanza a lungo. E ora che se
ne vada!
OSHO,
TRATTO DA: One Seed make the whole earth green
IL SENSO DI COLPA È
FONDAMENTALE PER ESSERE
UN CRISTIANO.
LA VERA RELIGIOSITÀ NON
NASCE DALLA COLPA
MA DAL SILENZIO,
DALL'AMORE,
DA UNO STATO DI
MEDITAZIONE
COME NON GODERSI LA VITA
NON DIRE MAI di sentirti
in colpa. Eli-mina la colpa... e all'improvviso accetti l'esistenza, e
l'esistenza accetta te. Una profonda sintonia, una profonda fiducia nasce fra
te e il tutto. Non voglio che vi sentiate in colpa: il prete vi-ve grazie alla
tua colpa. Più ti senti in colpa, e più il prete diventa potente, perché lui ha
le chiavi per aiutarti, per condurti fuori dalla tua colpa. Prima crea la
colpa, poi ti da le chiavi per uscirne. Prima crea la malattia, poi ti vende la
medicina. Io elimino la malattia alle radici. Non sono qui per venderti nessuna
medicina, ma per dirti come tagliare le radici stesse della malattia.
È estremamente
significativo che gli alberi non stiano ad ascoltare i vostri preti cattolici.
Farebbero sentire in colpa anche le rose: "Perché avete le spine?". E
la rosa che danza nel vento, nella pioggia, al sole ...all'improvviso diventa
triste. Finisce la danza, la gioia scompare, e così anche la fragranza. E
adesso la spina, una ferita, diventa la sua unica realtà. "Perché hai le
spine?!". Ma non ci sono cespugli di rose così stupidi da ascoltare un
prete e così le rose continuano a danzare... e con le rose, anche le spine continuano
a danzare.
L'intera esistenza è
senza colpa. E l'uomo, nel momento in cui si libera dal senso di colpa, diviene
parte del flusso universale della vita.
Per le così dette
religioni, a meno che tu non ti senta in colpa non sei religioso – per loro più
ti senti in colpa e più sei religioso. Per me quando non trovi più nulla di cui
sentirti in colpa, solo a quel punto sei diventato vera-mente religioso.
Tutte le religioni
insieme hanno portato l'umanità alla povertà più profonda. Hanno condannato il
denaro e hanno elogiato così tanto la povertà che, per quanto mi riguarda, sono
i maggiori criminali che il mondo abbia mai conosciuto.
Guarda cosa ha detto Gesù: Un cammello potrà passare attraverso la cruna di un
ago, ma un ricco non potrà mai entrare nel regno dei cieli. La ricchezza viene
condannata. Il benessere viene condannato. Il denaro è condannato. Il mondo
viene diviso in due campi. Il novantotto per cento della gente vive in povertà,
ma con la gran-de consolazione che – là dove i ricchi non potranno entrare – loro
saranno ricevuti dagli angeli che suonano l'arpa e cantano:
"Alleluia...!" E il due percento di ricchi vivono con un tremendo
senso di colpa proprio perché sono ricchi. Non possono godersi la loro
ricchezza per via di questo senso di colpa. La ricchezza crea in loro senso di
colpa: non saranno consolati per-ché non stanno soffrendo, non potranno entrare
in paradiso perché hanno tanto sulla terra. Saranno gettati nell'inferno. Il
povero vive già all'inferno, ma ci vive con una consolazione. Il mondo intero è
stato così reso nemico di se stesso. Io sono forse la prima per-sona che
rispetta il denaro, la ricchezza, perché può aiutarti a arricchirti in tutte le
dimensioni.
Io ho tanti sannyasin in Italia, e tutte le volte che arrivano qui
possono vedere che il loro essere cristiani è una cosa superficiale: la realtà
è il loro essere pagani, ed è questo essere pagani che mi interessa.
L'Italia può tornare
nuovamente alla gloria, ma non come nazione cattolica.
Cattolica... la parola
stessa mostra la degradazione della mente italiana, dell'anima italiana. La sua
bellezza stava nel suo essere pagana, nel suo amore per la vita, nel suo amore
per i canti e le danze, nel suo amore per il corpo.
Per me, questo essere
pagani è l'inizio di una reale spiritualità. Zorba è
l'inizio e Buddha è la fine. Quando riusciamo a
creare una sintesi tra il pagano e l'essere risvegliato, illuminato, siamo di
fronte all'uomo completo. Puoi chiamare questa la mia filosofia: la filosofia
dell'uomo completo. Non c'è nulla che debba essere negato: tutto deve fondersi
in una splendida orchestra, in una meravigliosa sinfonia
no grazie
Amato
Osho,
quando
Gesù salì in cielo, era da solo. Quando Maometto salì in cielo, lo fece sul suo
cavallo.
Amato
maestro, tu ci andrai in macchina?
Prem
Nivedana, la domanda che mi fai è molto complicata. Non è
una domanda facile. Per prima cosa, io non seguirò la strada di Gesù e di Maometto. La mia strada è quella opposta. Loro
sono andati tutti in cielo. Per essere sincero con te, a me il paradiso non
interessa! Sono molto più interessato all’inferno, perché le persone più belle
sono tutte là: i musicisti, i danzatori, i poeti, i pittori, persone che hanno
espresso grande creatività in tutte le dimensioni – tutti quelli che avevano
del colore nelle loro vite – gente ricca di energia. Loro sono tutti finiti
all’inferno, non in paradiso.
In paradiso ci sono solo
delle prugne secche, gente avvizzita. Non potrei tollerare la loro compagnia
nemmeno per un momento. Pensa a essere circondato solo da santi: c’è da
sentirsi soffocare. Il paradiso non è più il posto dove andare: se vuoi
incontrare Leone Tolstoi e Bertrand
Russell e Albert Einstein, se vuoi vedere Gautama
il Buddha, Lao Tzu e Chuang Tzu, se vuoi conoscere Dostoievsky, Chekhov, Turghenev, se vuoi incontrare Van
Gogh o Picasso, il posto
giusto è l’inferno
Io non andrò dove sono
andati Gesù o dove è andato Maometto col suo cavallo.
Non andrò per quella strada. Tutte le volte che ho sentito parlare di quel
posto, non mi ha mai interessato molto. Per esempio, non c’è acqua, perché
tutti i fiumi sono fatti di latte e miele. Non posso fare il bagno nel latte e
nel miele. E poi è latte vecchissimo: ormai deve essere diventato yoghurt o burro! Ormai puzza. Non si può avere una
coca-cola: non ci sono bevande fredde, solo quell’orribile
latte e miele. Prova a pensarci! Da tempo immemorabile un mucchio di santi –
che si lavano poco – continuano a nuotare in quei fiumi, a sporcarli in ogni
modo.
I santi sono sempre
contrari alle novità. E tutto quello che c’è di piacevole sulla terra è nuovo,
non è stato fatto in quei sei giorni quando dio creava il mondo. Non c’è nessun
riferimento a shampoo, balsamo o sapone, nella creazione. Non si parla di
nulla, è stato tutto fatto dall’uomo. Tutte le comodità e i generi di conforto
sono stati creati dall’uomo. Dio ha lasciato questo mondo praticamente nel
caos. D’altra parte in sei giorni non è che si possa fare molto.
Che cosa fanno i santi
in cielo? Non ho mai sentito dire che un uomo intelligente vada in paradiso.
Se vuoi trovarti in
buona compagnia, con persone intelligenti, creative, geniali, le troverai tutte
all’inferno: i grandi scienziati, i grandi tecnologi.
Loro hanno già trasformato l’inferno completamente: non sono più state scritte
nuove sacre scritture, ed è per questo che nessuno sa quanto sono cambiate le
cose. L’inferno non è più lo stesso. È diventato il posto più bello che esista
perché tutti i grandi uomini sono là.
La gente va all’inferno
con grande paura, tensione, paranoia. Io ci andrò tranquillo: molti dei miei sannyasin sono già là. Ne manderò ancora molti prima di
andare, giusto per preparare tutti quanti per il mio arrivo. Creeremo una
comune. Penso che con dio sarebbe molto difficile. Con il diavolo posso
cavarmela: capace che prende anche il sannyas.
Quindi, Nivedana, se pensi di andare in paradiso, lascia perdere
…Tu verrai con me! Lui ha fatto questa domanda perché, sentendomi parlare di Gesù e di Maometto e di altri, deve aver pensato che
prenderò la stessa strada. No, Gesù e Maometto se ne
sono pentiti entrambi, ma in cielo non c’è l’uscita. Quando sei entrato, sei
entrato per l’eternità. Non puoi uscire. Questi poveretti non avevano capito
che stavano andando nel posto sbagliato. Ma, quando saremo arrivati
all’inferno, cercheremo di creare un’uscita secondaria in paradiso, per
recuperare le persone giuste che sono nel posto sbagliato. Non sono molte: sono
solo pochissimi che sono andati nel posto sbagliato e che vale la pena di
tirare fuori. Alcune persone sono andate in cielo senza comprendere bene la
situazione, e ora se ne pentono, ma nessuno ha mai fatto niente per salvarli
dal paradiso. Queste persone pensavano che avrebbero potuto salvare te. Adesso
sono rimaste intrappolate dalla situazione e nessuno va ad aiutarle. Io ho un
piano. Per prima cosa sistemiamoci all’inferno e poi potremo cercare persone
simpatiche che ora stanno soffrendo, circondate dai santi. I santi sono gente
morta che nella loro vita hanno imparato una cosa sola, e cioè come non vivere,
come essere quasi morti in questa esistenza così vitale.
Le persone che amano la
vita, che ne godono, che amano cantare e ballare …per loro il posto giusto è
l’inferno. E là si trovano tutte le persone importanti, tutti i rivoluzionari,
tutti i ribelli. Tutti quelli che non erano d’accordo su come dio aveva creato
il mondo, che volevano migliorarlo, si sono tutti ritrovati all’inferno, e
quella non è gente che se ne sta con le mani in mano! Hanno migliorato
l’inferno, l’hanno cambiato completamente: ristoranti, discoteche e nessuna
discriminazione di nazione, religione, razza o colore… solo gioia! E tutte
quelle storie sul fuoco eterno non sono più vere: hanno usato quel fuoco per
far funzionare i treni e le fabbriche. Tutto quello che hai sentito dire
sull’inferno non è più assolutamente vero.
Osho,
tratto da: Sat chit
Anand # 24
Un Essere di Luce
Durante
la mia recente esperienza con la morte, sono venuto in contatto con molte
storie di persone di culture diverse e di religioni diverse e di diverse
provenienze culturali, che avevano temporaneamente lasciato il corpo e
sembravano a chi li vedesse, essere morti. Riportavano di aver visto "un
essere di luce", che era assolutamente amabile e compassionevole.
Potrebbe
questo "essere di luce" essere la base su cui è stato creato il
concetto di dio?
No, assolutamente.
Questa esperienza è autentica. Succede qualche volta alla gente che è quasi
morta, non completamente, ma quasi. Vedono un essere luminoso. È il loro stesso
essere, non dio. Meditando incontrerai lo stesso essere luminoso, senza morire.
La meditazione è una
specie di morte. Sei separato dal corpo, sei separato dalla mente – è ciò che
accade anche morendo. Sei separato dal corpo, sei separato dalla mente.
All’improvviso divieni consapevole di un essere luminoso, che credi essere
separato da te perché non hai mai avuto questa esperienza prima. Se sei stato
un meditatore, lo riconoscerai. “Questo sono io”. Tu sei una luce, un corpo
pieno di luce dentro questo corpo – una fiamma, una eterna fiamma di luce. Ma
coloro che sono quasi morti e ritornano in vita – e che non hanno nessuna
esperienza di meditazione – credono di aver visto qualcosa, un essere luminoso.
Lo ricordano vagamente, indistintamente, un eco lontano, ma lo ricordano. Hanno
visto qualcosa luminoso. Naturalmente non riescono a concepire di aver visto se
stessi.
Dio non si basa
sull’esperienza di coloro che sono quasi morti e sono tornati in vita. Ma la
meditazione sa esattamente cosa è successo a queste persone – hanno incontrato
se stessi. Ma poiché l’incontro avveniva per la prima volta, e così in fretta…
è arrivato come un fulmine e poi è andato via – sono tornati in vita.
Naturalmente credono di aver visto un qualche oggetto, una persona che gli
stava di fronte con un corpo radiante, luminoso, dal momento che durante la
vita hanno visto solo oggetti. Non hanno mai incontrato "il
soggetto". Un meditatore non commetterà questo errore. Un meditatore
riconoscerà immediatamente - sia che sia vivo o morto – di essere lui stesso
quella luce eterna e luminosa.
Osho, tratto da: I Celebrate Myself
#2
L'inutilità
e la barbarie della pena di morte.
L'ANNO SCORSO almeno 24
nazioni (e fra queste le due maggiori potenze mondiali: Stati Uniti e Cina)
hanno
esercitato il diritto di
uccidere legalmente alcuni loro cittadini; per reati che vanno dall'omicidio,
al mercato nero, ai rapporti omosessuali, e con rituali più o meno
"umanitari"
L'iniziativa dell'Unione
Europea di ottenere dall'ONU una risoluzione per "istituire una moratoria
sulle esecuzione" in tutti gli stati membri — a partire dal 2000 — è
naufragata, ufficialmente, contro l'opposizione di paesi arabi e asiatici. Lo
stesso Papa, durante la sua visita in Messico e Stati Uniti, non ha osato
andare più in là di una richiesta di sospensione delle esecuzioni "per la
durata del Giubileo! Del resto anche la dottrina ufficiale della Chiesa
Cattolica "non esclude" la pena capitale.
Nessuno sembra voler
considerare la dimostrata inutilità della pena di morte come deterrente. Non si
rileva alcuna diminuzione di omicidi quando viene introdotta o reintrodotta, e
neppure dopo la ripresa delle esecuzioni in seguito a una moratoria; mentre al
contrario è evidente una diminuzione degli omicidi dopo l'abolizione. Esiste
persino uno studio americano che rileva un aumento degli omicidi nel mese
seguente a una esecuzione — ricerca fatta evidentemente quando le esecuzioni
erano meno frequenti di adesso: al 1 marzo sono già dieci le condanne eseguite
nel solo Texas, lo stato dove è governatore Bush Jr.,
probabile futuro presidente degli Stati Uniti.
Il nodo principale del
problema, forse, è in questa perversa alleanza — già tante volte denunciata da
Osho — fra la totale inconsapevolezza della folla e gli interessi dei politici.
Come commentava amaramente un attivista americano qualche anno fa: "Molti
uomini politici sanno per esperienza che la pena di morte è inutile per ridurre
i crimini, ma se osano dichiararlo rischiano di perdere le elezioni contro
avversari che sfruttano le paure inconsce del grande pubblico". A guardar
bene però, sembra che si tratti di qualcosa di più preoccupante che semplici
paure inconsce: il Texas ha persino un sito in Internet dove è possibile
seguire "in tempo reale"' lo svolgersi delle esecuzioni, anche se non
in video.
Al di là di questa
moderna riedizione di panem et
circenses, comunqu’e, le prospettive per il futuro
non sono disastrose: dal `76 una media di due nazioni all'anno hanno abolito la
pena di morte, e solo le Filippine l'hanno realmente reintrodotta. Anche negli
Stati Uniti il governatore dell'Illinois ha recentemente deciso, perlomeno, di
sospendere le esecuzione, preoccupato da una sconcertante frequenza di
"errori giudiziari" in questi casi.
Rimane emblematica la
storia di Chipita Rodriguez,
impiccata nel 1883, e riconosciuta innocente solo pochi anni fa.
OSHO RISPONDE A UNA DOMANDA
SULLA PENA DI MORTE
La pena di morte è la
prova degradante dell'inumanità dell'uomo verso gli altri uomini. Essa rivela
che l'uomo sta ancora vivendo in una età di barbarie. La civiltà è solo
un'idea, non è ancora diventata realtà.
La pena di morte è
talmente stupido che è necessario esaminare tutti i suoi aspetti per
comprendere come mai una cosa così stupida sia esistita in tutte le civiltà, le
culture e le nazioni. E persino successo che in alcuni paesi in cui era stata
abolita, sia stata poi nuovamente adottata. In altri paesi è stata sostituita
dall'ergastolo, che è peggio della stessa pena di morte: è meglio morire in un
attimo piuttosto che continuare a morire lentamente per cinquanta o sessant'anni.
Cambiare la sentenza di
morte in una di carcere a vita non vuoi dire andare verso la civilizzazione, ma
sprofondare ancora di più in un'oscurità barbara ed inumana, nell'inconsapevolezza.
La prima cosa da
ricordare è che la pena di morte non è veramente una punizione. Se non sei in
grado di dare la vita come ricompensa, non puoi dare la morte come punizione. E
pura logica, non c'è alternativa: se non sei in grado di dare la vita, che
diritto hai di prenderla?
La cosa strana a questo
mondo è che se non provi che sei innocente, vieni ritenuto colpevole. Questo è
contrario a ogni ideale dell'umanitario: democrazia, libertà, rispetto per
l'individuo. La regola dovrebbe essere che sei innocente a meno che non si
provi la tua colpevolezza. Certo questo viene detto, a parole, ma in realtà
succede tutto il contrario. Così l'uomo continua a dire una cosa e a fare
l'opposto. Dice di essere civilizzato, di avere una cultura, ma non è
civilizzato e non possiede alcuna cultura. La pena di morte ne è una prova
sufficiente. Questa è la legge di una società barbarica, una regola molto
semplice: occhio per occhio, una vita per una vita. Se qualcuno ti taglia una
mano, la regola in una società barbarica sarà molto semplice: anche a lui verrà
tagliata una mano. E così si è continuato a fare nei secoli. La pena di morte
applica la stessa legge: occhio per occhio. Se si sospetta che un uomo abbia
commesso un omicidio, allora deve essere assassinato. Ma è strano: se uccidere
è un crimine, come puoi pensare di eliminare questo crimine dalla società scommettendo
lo stesso tipo di delitto? Un uomo era stato assassinato ... adesso gli
assassinati saranno due. E non è nemmeno sicuro che sia stato quell'uomo a uccidere l'altro: non è facile provare un
omicidio.
Se l'omicidio è
sbagliato, allora che sia commesso dall'individuo o dalla società e dai suoi
tribunali, non fa alcuna differenza.
Se
l'omicidio è sbagliato, allora
che
sia commesso dall'individuo
o
dalla società e dai suoi tribunali,
non
fa alcuna differenza.
Uccidere è sicuramente
un crimine. La pena di morte è un crimine perpetrato dalla società contro un
singolo individuo indifeso. Non posso definirla una pena, è un crimine.
Ed è facile capire
perché venga commesso: è una vendetta. La società si vendica perché l'uomo non
ha seguito le sue regole: la società è pronta a ucciderlo. Ma nessuno si preoccupa
del fatto che quando qualcuno uccide, è una prova che la persona è
malata a livello
psicologico. Invece di mandarlo in prigione o di giustiziarlo, quest'uomo dovrebbe essere mandato in una casa di cura dove
ci si potrà prendere cura di lui, a livello fisico, psicologico e spirituale.
Sì, è vero, un uomo è
stato assassinato, ma non possiamo fare niente al riguardo. Uccidendo quest'altro uomo pensi forse che il primo ritornerà a
vivere? Quell'uomo è perso per sempre, non c'è modo
di richiamarlo alla vita. Certo, c'è una cosa che puoi fare, puoi uccidere
anche l'altro. Vuoi lavare il sangue con il sangue, il fango con il fango.
Trecento anni fa in
molte culture si pensava che il folle stesse fingendo. In altre culture si
pensava che fosse posseduto da spiriti. In altre ancora si riteneva che fosse
semplicemente matto, ma che comunque una punizione potesse curarlo. Lo si
curava con le percosse – un trattamento davvero strano! – e praticando dei
salassi. Si pensava infatti che avesse un eccesso di energia. Naturalmente,
quando prelievi sangue, la persona si indebolisce: continui prelievi provocano
segni di sfinitezza, e in questo modo la sua follia sembrava curata.
Quando un uomo veniva picchiato,
poteva anche raramente succedere che l'uomo tornasse alla ragione. E come se
una persona sta dormendo e tu cominci a picchiarla: lei si sveglia! Un folle è
andato fuori dalla
mente conscia. Se lo
percuoti molto forte, può anche succedere, una volta ogni tanto, che si
risvegli di nuovo alla coscienza. Ciò divenne la prova che le percosse erano il
trattamento giusto. Ma accadeva solo una volta ogni tanto: nel novantanove per
cento dei casi il folle veniva picchiato inutilmente. Ma quell'unica
eccezione diventava la regola. Si credeva che fosse posseduto da spiriti,
fantasmi ... anche in questo caso picchialo: in realtà non stai picchiando lui,
stai picchiando i fantasmi che lo posseggono e, con queste percosse, li farai
fuggire. E una volta ogni tanto, ma solo una volta ogni tanto, nell'un per
cento dei casi, non di più...
I matti hanno bisogni di
metodi di meditazione per uscire dalla loro follia. I criminali hanno bisogno
di trattamenti psicologici e di sostegno spirituale. Sono profondamente malati,
e tu punisci delle persone malate. Se qualcuno uccide, è perché ha portato
dentro di sé la tendenza a uccidere per lungo tempo. Non è che improvvisamente,
senza motivo, ammazzi qualcuno.
Le persone cercano
sempre di trovare delle giustificazioni: per esempio che sono arrabbiate con
te. Pensano di essere arrabbiato con te, ma non è vero. Si portavano dietro
quella rabbia da tempo – bolliva dentro di loro – erano seduti su di un
vulcano. Aspettavano solo che qualcuno fornisse loro una scusa: tu hai fornito
la scusa, e loro sono esplosi. Sembra che il responsabile dell'esplosione sia
tu. Ma non è così, tu sei solo una scusa casuale, non sei responsabile. Se non
l'avessi causata tu l'esplosione, l'avrebbe fatto qualcun altro. Se si verifica
un omicidio allora è la società che dovrebbe essere punita, tutta la società
dovrebbe scontare la pena. Che cosa è successo in questa società? Che cosa ne
hai fatto di quest'uomo perché sentisse di commettere
un omicidio? Perché è diventato così distruttivo?
La natura dà a tutti
un'energia di tipo creativo. Diventa distruttiva solo quando viene ostacolata,
quando le viene impedito di fluire naturalmente. Ogni volta che il flusso tende
ad andare in modo naturale, viene ostacolato dalla società, viene paralizzato,
viene spinto nell'altra direzione.
Nessuno ha bisogno della
pena di morte, nessuno la merita. Anzi non solo la pena di morte non è giusta,
non lo è neanche nessun altro tipo di punizione: la punizione non può mai
curare.
Ogni giorno il numero
dei criminali aumenta, ogni giorno si costruiscono nuove prigioni. E strano,
non dovrebbe essere così. Dovrebbe succedere esattamente l'opposto, perché con
tanti tribunali e tante punizioni e tante prigioni, i crimini dovrebbero
diminuire, ci dovrebbero essere meno criminali e, piano piano,
meno prigioni, meno tribunali. Ma non succede così.
Mi viene in mente che in
Gran Bretagna, solo cento anni fa, per il furto era molto comune la punizione
corporale. E la punizione doveva essere somministrata in una pubblica piazza
così che la gente potesse vedere cosa accade se rubi, in modo che potesse
imparare. Doveva essere per loro una lezione: se rubi ti accadrà questo, sarai
umiliato pubblicamente. La persona veniva fatta spogliare e frustata finché il
sangue cominciava a scorrere.
Ma ciò che è accaduto –
solo cento anni fa – è che questa punizione è stata abbandonata perché sì è
scoperto che quando si raccoglieva una folla – e migliaia di persone si
riunivano per lo spettacolo – non era un buon segno. Quando migliaia di persone
si riuniscono per vedere una scena così orrenda, ciò dimostra che qualcosa non
va in loro. Forse vorrebbero anche loro picchiare una persona nuda, ma non ne
hanno il coraggio: almeno così possono guardare mentre accade.
Questo è proprio ciò che
fai continuamente. Ami il calcio: non giochi – per questo ci sono giocatori
professionisti – tu guardi. Ti identifichi con una certa squadra di giocatori
di calcio e ti ecciti, proprio come se stessi partecipando. Osserva la folla in
uno stadio: migliaia di persone eccitate, come se fosse una questione di vita e
di morte. Gridano, urlano, gettano in aria i berretti, litigano tra di loro
perché l'altro sta facendo il tifo per la squadra avversaria. I giocatori di
calcio stanno giocando la loro partita, ma cosa stanno facendo le migliaia di
spettatori? Anche loro sono, a livello psicologico, dei partecipanti, forse
persino più eccitati dei giocatori veri. Questi sono dei professionisti, è il
loro mestiere, mentre quegli idioti si scaldano senza una buona ragione. E non
sono nemmeno tutti lì: la vera folla è seduta di fronte alla televisione, sono
milioni.
Cosa succedeva agli
spettatori delle esecuzioni in Gran Bretagna? Erano talmente coinvolti nello
spettacolo che c'erano dappertutto borsaioli pronti a tagliare le loro tasche.
Era facile perché erano talmente coinvolti da dimenticare sia se stessi che le
tasche. E nel frattempo l'uomo viene picchiato quasi a morte, e i
borseggiatori...
Non puoi insegnare
tramite la punizione. I giuristi, gli esperti legali, i politici hanno
continuato a dirti nel corso dei secoli: "Senza le punizioni, come può
imparare la gente? Cominceranno tutti a commettere crimini: dobbiamo punire
perché continuino ad aver paura".
La paura non è
assolutamente il modo giusto di insegnare. Il risultato della punizione è di
abituare le gente alla paura... lo shock iniziale non c'è più. Sanno già cosa
potrebbe succedere: "Al massimo potrete picchiarmi. Posso sopportarlo. E
poi tra cento ladri riuscite a catturarne solo uno o due". Ora, se non sei
pronto a correre questo rischio – il novantotto per cento di successo, il due
per cento di fallimento – che uomo sei?
Nessuno può imparare
attraverso la punizione. La stessa persona che viene punita, non impara quello
che tu vorresti. Sì, c'è qualcosa che impara: a indurirsi sempre di più. Quando
una persona finisce in prigione, quella diventa la sua casa: là trova persone
con la sua stessa mentalità. Là trova la sua vera società. All'esterno era uno
straniero: là è nel suo mondo. Tutti comprendono la sua lingua, e può
incontrare degli esperti.
Tu magari sei solo un
dilettante, un apprendista, forse per te è la prima volta . Ma quando vivi con
degli esperti ovviamente impari le loro tecniche, le strategie, i metodi:
impari dalla loro esperienza. La prigione è quasi un'università in cui si
insegna il crimine a spese dello stato. Ci trovi professori del crimine, gente
di ogni risma che ha commesso ogni tipo immaginabile di delitto. È naturale che
il nuovo arrivato impari. E c'è una cosa che è presente in ogni prigione... io
sono stato in molte prigioni. La convinzione generale è che non è il crimine a
farti finire in prigione, ma l'essere catturato: e così se impari a commettere
i reati nel modo “giusto”... Non si tratta di fare le cose giuste, l'importante
è fare le cose sbagliate in modo giusto. Ogni recluso impara in prigione il
modo giusto di fare le cose sbagliate.
Quando una persona
inizia a entrare e uscire di galera, non potrà mai trovarsi a suo agio in un
altro posto: prima o poi tornerà in prigione. A poco a poco la prigione diventa
per lui un'alternativa alla società. Ci si trova meglio, si sente a casa:
nessuno lo guarda dall'alto in basso, nessuno pensa di essere superiore, o lo
considera inferiore. Tutti sono dei criminali. Nessuno è un prete e nessuno è un
saggio e nessuno è un santo: sono tutti dei poveri esseri umani con tutte le
loro debolezze e fragilità. Fuori si sente rifiutato, abbandonato.
La
società si vendica
perché
l'individuo
non
ha seguito
le
sue regole.
Che società è questa, in
cui la gente si sente libera in galera, e quando è fuori si sente imprigionata?
E questa è la storia di
quasi tutti i criminali. All'inizio è magari per un reato minore – forse aveva
fame, forse aveva freddo e aveva bisogno di una coperta, e l'ha rubata – quelle
piccole necessità che dovrebbero essere soddisfatte, altrimenti la società non dovrebbe
continuare ad aumentare in popolazione, a produrre persone. Da una parte si
continua a creare sempre più persone, sempre di più, in continuazione, e non ci
sono cose a sufficienza per loro: né cibo, né vestiti, né riparo. E allora? Si
stanno mettendo queste persone in una situazione in cui devono necessariamente
diventare dei criminali. La popolazione mondiale deve essere ridotta a un terzo
di quella attuale, se vuoi che il crimine scompaia.
Ma nessuno vuole che il
crimine scompaia perché la scomparsa del crimine vuol dire la scomparsa dei giudici,
degli avvocati, degli esperti in legge, dei parlamenti, dei poliziotti, dei
carcerieri. Si creerà un grande problema di disoccupazione: nessuno vuole che
qualcosa cambi per il meglio. Tutti dicono di volere che le cose cambino per il
meglio, ma tutti continuano a peggiorarle, perché più va male, più si crea occupazione.
Se le cose vanno veramente male, hai più probabilità di star bene. I criminali
sono necessari perché tu ti possa sentire una persona morale e rispettabile.
I peccatori sono
necessari perché i santi possano sentirsi santi. Senza i peccatori, chi sarà il
santo? Se la società fosse formata solo da persone per bene, pensi davvero che
ti ricorderesti di Gesù Cristo dopo duemila anni? A
che scopo? È una società criminale quella che ricorda Gesù
Cristo
per duemila anni.
È facile da comprendere.
Come mai ti ricordi di Gautama il Buddha?
Se al mondo ci fossero milioni di buddha, di persone
risvegliate... in che cosa Buddha era così speciale?
Si sarebbe perso nella massa. Ma sono passati venticinque secoli e lui si erge
come una colonna, come il picco di una montagna molto al di sopra di te e della
tua testa. In realtà Buddha, Gesù,
Maometto, Mahavira non sono giganti: sei tu che sei
un pigmeo. E ogni gigante ha un investimento nel fatto che tu rimanga un
pigmeo, altrimenti non sarebbe più un gigante.
È una grande
cospirazione. Io sono contrario a questa cospirazione. Io non sono né un
gigante né un pigmeo. Io sono solo me stesso.
Non mi paragono con
nessun altro, quindi nessuno è più in basso di me e nessuno è più in alto di
me. A causa di questo semplice fatto posso vedere in modo diretto: non ci sono
interessi costituiti che creano distorsioni nella mia visione.
Questa è la mia
risposta: la pena di morte è solo la prova che l'uomo deve ancora essere
civilizzato, deve ancora creare una cultura e imparare valori umanitari. Al
mondo nessuno è un criminale, non lo è mai stato. Certo, ci sono persone...
loro hanno bisogno di compassione, non di essere imprigionati, non di essere
puniti. Tutte le prigioni dovrebbero essere trasformate in case di cura per la
mente.
Osho
TRATTO DA: From Darkness to Light # 4
La
Costellazione Famigliare
Questa
nuova tecnica creata qualche anno fa da Bert Hellinger – del quale proponiamo in seguito un’intervista –
aiuta a far luce sulle strutture di relazione nascoste all’interno di ogni
famiglia, portando così l’individuo a diventare più consapevole della sua
situazione reale. Arpita
intervista qui Svagito, che da tempo conduce gruppi e
sedute di Costellazione Familiare nella Multiversity
a Pune, dove lavora anche nel campo della terapia del
respiro, massaggio psichico e Star Sapphire.
Arpita:
Puoi descriverci in generale in cosa consiste il lavoro della Costellazione
Familiare?
Svagito:
Nella Costellazione Familiare si ricrea la struttura di una famiglia. In
pratica (durante un gruppo) funziona in questo modo: un partecipante sceglie
alcuni membri del gruppo per rappresentare i membri della sua famiglia
d’origine – o della famiglia attuale. Sono soprattutto importanti i membri che
hanno avuto un destino particolare: persone che sono morte prematuramente o che
hanno avuto qualche menomazione fisica – o grave malattia – o che sono state
separate dalla famiglia per qualche motivo.
La persona dispone poi
questi ‘familiari’ in piedi nella stanza e in relazione l’uno con l’altro, ma
senza atteggiamenti particolari: gesti o posizioni corporee. La persona sceglie
inoltre anche un rappresentante per se stessa. A questo punto a ognuno viene
chiesto quali sono le sue sensazioni: come si sente in quella situazione. E si
scopre che, pur senza conoscere alcun particolare della persona che stanno
interpretando, ne esprimono chiaramente i caratteri distintivi – in maniera
sorprendente persino per il protagonista della sessione. In questo modo,
all’interno di questo sistema familiare ricreato per l’occasione, i vari
meccanismi di relazione diventano ben presto evidenti. Il terapista comincia
allora a spostare le persone all’interno della struttura, verificando dove
queste si sentono più a loro agio: cerca così di trovare un ordine, un
equilibrio più naturale. Il terapista chiede inoltre ai vari ‘familiari’ di
dire l’uno all’altro delle frasi semplici, in modo da rendere palese questo
nuovo equilibrio. Durante tutto questo processo
il terapista rimane in stretto contatto con ogni persona, e fornisce un
feedback immediato rispetto ai suoi movimenti e alle frasi che dice. L’idea
generale dietro a tutto questo è che in ogni sistema familiare ciascun membro
ha lo stesso diritto di esserne riconosciuto parte integrante, ma spesso per
alcuni di loro questo non è mai successo. Prendiamo il caso di un nonno morto prematuramente, lasciando
i figli ancora piccoli (e quindi non in grado di dargli un ‘riconoscimento’)
a soffrire di questa perdita. Con il passare del tempo è possibile che un
nipote di questa persona arrivi a rappresentare inconsciamente per
il proprio genitore la figura di questo padre morto e quasi dimenticato. Si
potrebbe dire che il sistema familiare cerca di compensare le proprie perdite,
anche se così facendo non si può dire che ci si comporti bene verso il nuovo
venuto. È proprio così che i bambini vengono trascinati, in un certo qual modo,
nel passato della loro famiglia.
Bisogna chiarire che non
è che esistano delle aspettative consapevoli, né da parte dei genitori né da
quella dei figli – succede inconsapevolmente: una specie di legge inconscia che
opera all’interno della famiglia senza essere chiara a nessuno dei componenti.
Arpita:
Quando hai cominciato a lavorare con questa tecnica e perché?
Svagito:
Ho cominciato a lavorare con la
Costellazione Familiare tre anni fa. Di fatto ne avevo già sentito parlare
prima ma, in quanto sannyasin, non mi interessava un granché scavare
nel passato. Non avevo neppure molti rapporti con la mia famiglia, non ero
molto interessato ai miei genitori. A poco a poco ho cominciato però a
osservare che su questo tema c’era in me una specie di rifiuto, un po’ di
arroganza, insomma un atteggiamento non amorevole. E ho compreso che quando
Osho ci parla di amare noi stessi, di fatto ci dice anche di amare i nostri
genitori; perché di fatto noi ‘siamo’ i nostri genitori… e i loro genitori, che
li hanno preceduti: è tutto concatenato. Per me quello che è veramente
interessante in questo lavoro è che di base è connesso con un ‘sì’ alla vita:
di fatto si può andare oltre la famiglia solo partendo dalla gratitudine e dal
rispetto, non dalla rabbia o dall’arroganza. Questa è la ragione per cui qui a Pune chiamiamo questo lavoro ‘Oltre la famiglia".
Arpita:
Secondo te chi può essere maggiormente interessato a lavorare con la
Costellazione Familiare
Svagito:
In realtà chiunque voglia comprendere i propri condizionamenti, comprendere le
ragioni recondite di alcuni suoi comportamenti. È un modo per liberarsi dai
condizionamenti, cosa che avviene non solo guardando a se stessi come
individui, ma guardando al sistema da cui si proviene, considerando l’intero
contesto. È una maniera di comprendere meglio se stessi.
Arpita:
Ho sentito dire che Hellinger – il creatore di questa
tecnica – viene criticato da alcune persone per l’uso di concetti quali
rispetto e onore. Viene considerato un po’ un conservatore in questo campo.
Svagito:
Molte persone fraintendono questi concetti. Anche Osho parla del rispetto, e
dice che si deve esserne degni. Noi
facciamo una distinzione chiara fra l’obbedienza al genitore e la
riconoscenza per averci fatto nascere. L’essere riconoscenti non è collegato
per niente al tipo di persone che ti ritrovi come genitori. In realtà è onorare
l’esistenza stessa, riconoscere che, attraverso queste persone, ci è stata data
la vita. È qualcosa di spirituale! Di fatto io posso onorare mio padre e
comunque disobbedirgli. Onorare il padre e la madre nel giusto modo significa
riconoscere quello che ci è arrivato da loro e utilizzarlo creativamente. Si
deve andare quindi, al di là dei propri genitori, e crescere. La maggior parte
delle persone segue ciò che i genitori dicono o vogliono, ma di fatto non li rispettano, sopprimono semplicemente
il proprio risentimento. D’altra parte le persone che si oppongono ai genitori
spesso si ritrovano poi uguali ai genitori stessi, di fatto ne hanno seguito
l’esempio. E questo mi ricorda quando Osho parla della vera ribellione, che
deve nascere dal rispetto e dall’amore.
Arpita:
Come è possibile conciliare tutto questo con un lavoro di tipo Primal, al quale la maggior parte delle persone sembra più
abituata?
Svagito:
Questa domanda si ricollega a quanto ho appena detto. In un certo qual modo il
lavoro di Primal è un primo passo. Se abbiamo
represso troppo, dobbiamo tirar fuori tutta questa energia: tutta la rabbia e
il risentimento che abbiamo nell’inconscio. Il lavoro di Primal
va bene per questo: ti aiuta a sbloccare questo tipo d’energia… e i genitori
sono una buona scusa per farlo. Tutti noi tendiamo a riversare la
responsabilità su qualcun altro: fa parte della nostra inconsapevolezza.
All’inizio va bene, abbiamo bisogno di farlo! Ma a un certo punto arriva il
momento di fare un altro passo: quello di comprendere che non possiamo
separarci dall’esistenza, che non siamo un’isola. Nessuno ci ha mai chiesto
quale padre o madre volevamo e non possiamo decidere di scegliere genitori
diversi: siamo tutti profondamente legati al nostro passato, proprio come un
albero è collegato alle sue radici.
Arpita:
Non ti sembra una contraddizione, in questo nostro ambito che privilegia l’unicità
dell’individuo, il ricondurlo nel contesto della famiglia?
Svagito:
Noi non riportiamo nessuno in seno alla famiglia, al contesto familiare;
semplicemente guardiamo la realtà… e la famiglia è una realtà. Essere un
individuo è possibile solamente quando si è in grado di guardare al proprio
passato e comprendere i propri condizionamenti.
Osho dice che ciò accade
soltanto attraverso una profonda comprensione della propria mente.
Arpita:
Allora questo si riaggancia alla distinzione che Osho fa tra reazione e
ribellione?
Svagito:
Certo, ciò che distingue la reazione dalla ribellione è che quest’ultima
ha origine dall’amore e dal rispetto: è un ‘sì’, un ‘sì’ alla vita, un ‘sì’ a
se stessi .
Arpita:
Puoi farci un esempio di una sessione di Costellazione Familiare?
Svagito:
La persona che riceve la sessione (in questo primo esempio) dice di aver avuto
sempre una salute molto delicata, e di essere spesso vittima di piccoli
incidenti. All’inizio gli faccio scegliere chi rappresenterà la propria madre,
il padre, i fratelli, le sorelle (anche nonni e zii, se lo ritiene necessario)
e se stesso. Lui poi li dispone nella stanza, e noto che lo fa in una maniera
ben precisa: tutti che guardano nella stessa direzione. Questa è quasi sempre
un’indicazione del fatto che qualcuno è stato dimenticato, e allora gli chiedo
se manca qualcuno e lui mi dice: “Ah sì, c’è stato anche un altro fratellino,
prima che nascessi io, ma è morto subito!”. Allora io scelgo una nuova persona
che rappresenti il fratello mancante e la metto di fronte a tutti gli altri.
Avverto subito in tutti quanti una certa sensazione di sollievo: come se questa
persona venisse di fatto ‘riconosciuta’, reintegrata nella famiglia. E così
succede che il fratello nato in seguito (la persona che sta ricevendo la
sessione) ha ora una possibilità maggiore di comprendere quale perdita lui
abbia compensato all’interno della famiglia e quale posto abbia inconsciamente
occupato. In questo modo può aver chiare le cause dei suoi problemi di salute e
della sua autodistruttività. Tutto questo gli dà la
possibilità di affrontare la sua situazione in maniera positiva.
Un
altro esempio che ricordo è quello di una donna il cui
padre, prima di formarsi una famiglia, aveva avuto una relazione molto
importante con una compagna che aveva poi lasciato. In questo caso la figlia
‘rappresentava’ inconsciamente la vecchia compagna del genitore, e aveva nei
confronti del padre un attaccamento esasperato, non come una figlia, ma quasi
come un’amante abbandonata. Durante la sessione di Costellazione Familiare
questo processo di sostituzione è diventata evidente: quando il ‘padre’ ha
riconosciuto la sua vecchia amante, la figlia si è sentita sollevata e ha avuto
la possibilità di tornare a essere semplicemente una figlia.
Arpita: É sufficiente una seduta…?
Svagito:
Normalmente una seduta è sufficiente: sia che la persona scelga di fare una
costellazione sulla famiglia attuale, o una costellazione sulla famiglia di
origine e così vedere se stessa nel sistema attuale o nel sistema da cui proviene.
Questo di fatto è sufficiente, e poi si lascia che quello che si è osservato –
le varie cose che sono successe – agiscano all’interno della persona. Il lavoro
può essere più o meno completo: magari dopo un po’ di tempo emergerà qualcosa
di nuovo e allora si potrà riconsiderare la situazione, ma non è che si usa
fare una serie di sedute come in altri tipi di terapia. Si potrà lavorare con
la Costellazione Familiare in sedute individuali o in gruppi. Nei gruppi di
solito è più facile perché ci sono tutti gli altri partecipanti fra i quali si
possono scegliere gli interpreti per i ruoli della tua famiglia.
Arpita:
Nella tua esperienza in questo campo hai incontrato situazioni che si possono
definire tipicamente italiane?.
Svagito:
Mi sono accorto che in Italia la madre è quasi sempre la figura centrale della
famiglia… e continua a rimanerlo. Ciò ha delle profonde conseguenze: significa
che per un figlio è difficile diventare uomo.
Per esempio in nessun
altro paese ho incontrato tanti uomini, anche di età superiore ai 40 anni, che
vivono ancora con la mamma. Per diventare veramente uomo un figlio deve
‘ricevere’ qualcosa dal padre – così come
una figlia deve ricevere dalla madre per diventare donna. Il ruolo dell’uomo
non viene veramente rispettato, neppure quando il figlio forma una nuova
famiglia: la moglie non lo rispetta e di conseguenza attira i figli più verso
di sé e la propria famiglia d’origine. E in questo modo il ciclo
continua a riprodursi, provocando facilmente, per esempio, atteggiamenti da macho.
Il macho è semplicemente un ragazzo che fa finta di essere forte: di fatto è spaventato dalle donne e dall’intimità. E questo crea solo
grosse conflittualità.
Arpita:
Tu utilizzi esattamente la struttura creata da Hellinger
o l’hai rielaborata sulla base del lavoro di Osho?
Svagito:
La tecnica di Hellinger rimane invariata, così come
altre tecniche terapeutiche che vengono utilizzate in campo sannyasin.
La differenza qui è che viene inserita in un contesto in cui c’è la
comprensione della meditazione. Hellinger non parla
di meditazione, anche se si può avvertire che c’è da parte sua una grandissima
apertura e una totale accettazione di ciò che lui chiama il fluire. Il
principio di base che ci guida è che più ci si libera dai conflitti che si hanno,
in questo caso con la famiglia, più la meditazione riesce ad andare in
profondità: non è che si voglia arrivare alla “famiglia felice”. Si tratta di
preparare il terreno per la meditazione: si può dire che il nostro lavoro qui è
un accorgimento per aiutare la gente a entrare più facilmente in uno spazio di
meditazione.
Arpita:
Secondo te come mai questo lavoro sta avendo tanto successo?
Svagito: Probabilmente adesso è il momento giusto per
questo tipo di lavoro: io lo vedo come un prendere sempre di più coscienza del
fatto che stiamo vivendo in sistemi, che non siamo isole, che siamo tutti
connessi. I principi di questo lavoro di fatto si possono applicare anche ad
altri sistemi, non solo a quello familiare, nell’organizzazione del lavoro per
esempio. Diventa chiaro che ognuno è parte di un sistema più grande. Secondo me
questa comprensione – che non siamo semplicemente individui sconnessi, ma parti
di molti sistemi – era davvero necessaria. Credo che questo sia uno dei
contributi principali di questo lavoro: ti fa vedere che molti problemi hanno
un’origine – una causa – sistemica e che non è facile risolverli solo tramite
un lavoro individuale. Anche dopo un lungo
processo terapeutico è spesso impossibile raggiungere determinate
comprensioni senza guardare all’intero sistema, al contesto complessivo dal
quale proveniamo. Questo ci dà una visione più nuova e più ampia.
Arpita:
Può essere considerato anche un aiuto per la meditazione?
Svagito:
La Costellazione Familiare così come altri lavori terapeutici aiuta a liberare
la mente dai conflitti – ti aiuta ad avere una mente rilassata. Come dice Osho,
se la tua mente è rilassata ti è più facile entrare in uno stato di
meditazione. Per me l’importanza di questo lavoro è che si basa
sull’accettazione della vita e dell’esistenza che non cerca di cambiare,
aggiustare o migliorare qualcosa. Ti aiuta semplicemente a portare alcune cose
alla luce, piuttosto che a cambiarle, e
questo, per quanto mi riguarda, è connesso con la meditazione. Una dalle
basi di questo lavoro è la fiducia che la nostra vita sia collegata in qualche
modo a qualcosa di più grande – noi non siamo isole – e questo anche Osho
continua a ripetercelo.
Swami
Dhyan Svagito è con Osho dal 1981 e da 15 anni si occupa di psicoterapia.
Questa estate in Italia condurrà gruppi di Costellazione Familiare a Napoli e
nei centri di Osho di: Sommacampagna (VR), Udine (Rakesh), Milano (Surjan) e
Bergamo (Archan).
Per
altre informazioni:
e-mail svagito1meera@compuserve.com
OLTRE LA FAMIGLIA
Sta accadendo una cosa
molto bella, veramente importante. La tribù sta scomparendo. La famiglia sta
scomparendo, il matrimonio sta scomparendo, anche l’amicizia sta scomparendo… È
un bene – perché tutto questo ti lascia da solo, e così hai la possibilità di
essere te stesso. L’uomo tribale è solo un numero all’interno della tribù.
L’uomo tribale è il più primitivo, quello meno evoluto, più vicino agli animali
che all’umanità. La sua vita si svolge solo come un’unità all’interno della
tribù. È un bene che le tribù siano scomparse. La scomparsa delle tribù ha
creato le famiglie. In quella situazione la famiglia era davvero un vantaggio,
perché la tribù era molto grande mentre la famiglia era un’unità piccola. Nella
famiglia avevi più libertà che nella tribù, la cui struttura era estremamente
dittatoriale e potente. Il potere del capo tribù era assoluto, fino al punto di
uccidere. La tribù era una mente collettiva, ed esiste ancora nel tuo inconscio
collettivo. La famiglia in quel momento è stato un passo avanti, perché ti ha
reso parte di un’unità più ristretta, dandoti un po’ di libertà. La famiglia
diventa protettiva nei tuoi confronti. Ora anche la famiglia sta scomparendo,
perché ciò che in un dato momento è protettivo, prima o poi è destinato a
diventare repressivo. È come quando stai facendo crescere un alberello e lo
circondi con una rete di protezione. Non puoi dimenticarti di rimuoverla quando
l’albero è un po’ più grande, perché quella stessa rete impedirà che l’albero
cresca ulteriormente. Quando l’avevi sistemata, l’albero era sottile come il
dito di una mano. Ecco perché dovevi proteggerlo: dagli animali, dai bambini.
Ma quando l’albero cresce e si allarga, allora quella rete che prima l’aveva
protetto diventa una costrizione – devi eliminarla. Ora è arrivato quel
momento. La famiglia non è più una protezione, è diventata una costrizione.
Uscire dalla tribù è stato un grande passo. Ora c’è un altro passo da fare:
dalla famiglia alla comune.
Osho, Tratto da: From Personality to Individuality
Intervista
con Bert Hellinger
Bert Hellinger
è
nato nel 1925, ha studiato filosofia, teologia e pedagogia. Ha lavorato per 16
anni in un ordine missionario cattolico presso gli Zulù, in Sudafrica. In
seguito divenne psicanalista, e nel corso delle sue esperienze con le dinamiche
di gruppo, la terapia del Primal, della Gestalt, l’Analisi Transazionale,
la Terapia Familiare, l’Ipnosi Ericksoniana e la
Programmazione Neurolinguistica (PNL), ha maturato la
propria Terapia Sistemica della Famiglia, con la quale è divenuto famoso,
grazie anche alla sua genialità nell’individuare i problemi e nell’accedere
alle soluzioni.
BERT HELLINGER LAVORA CON UN ATTEGGIAMENTO INTERIORE
CHE PUÒ ESSERE ANCHE DEFINITO “NO MIND”.
HELLINGER LO CHIAMA “CENTRO VUOTO”
Dr. Wilfrid Nelles: Signor Hellinger, lei si comporta come un terapeuta, eppure non lo
è. Come si definirebbe?
Bert Hellinger:
In un certo senso mi considero un insegnante. Ma, prima ancora, mi considero un
essere umano in risonanza con l’umanità nel suo insieme, una persona in grado di
mettere in moto qualcosa.
Sono una persona alla
ricerca della sintonia: sono cioè una persona in grado di aiutare quando
qualcosa che appartiene al mondo invisibile emerge e diventa evidente. Ed è ciò
che succede nelle costellazioni familiari, quando improvvisamente qualcosa
viene portato alla luce. Ma, a dire il vero, non è neanche questo il punto. In
fondo quello che sento è di essere uno strumento di qualcosa che non comprendo.
Dr. W. Nelles:
Eppure lei insegna. Lei insegna il giusto modo di affrontare situazioni di vita
esistenziali, insegna anche a terapeuti il giusto atteggiamento ed il giusto
modo di trattare le cose. Da dove le viene questo? Dal non comprendere?
B. Hellinger:
Sì. E in questo mi avvalgo di qualcosa di molto semplice: sento dentro di me
dove va il flusso, e semplicemente mi abbandono a esso. Se
improvvisamente si ferma, se non riesco ad andare avanti o se sento che sono su
una falsa pista, semplicemente mi fermo. Può accadere allora che per molto,
molto tempo – anche per mesi – io non faccia niente, e rimango in questo spazio
rilassato finché dall’esterno e spesso in modo del tutto sorprendente, non
arriva qualcosa che mi porta in una nuova direzione. Questo è il punto. Non mi
preoccupo di come aiutare qualcuno, oppure della questione esistenziale, o di
come insegnare qualcosa alla gente… Non mi pongo questi problemi.
Dr. W. Nelles:
Questa in fondo è la realizzazione spirituale della sua vita.
B. Hellinger:
Si potrebbe anche chiamarla spirituale, ma io sono molto restio a usare questo
termine. Poco fa una persona, riferendosi alla mia conferenza di ieri, sul tema
“Psicoterapia e religione”, mi ha chiesto se per me la dedizione è qualcosa di
importante. Gli ho risposto: “No, perché significherebbe collegarsi di nuovo
all’idea di ‘fare’ qualcosa. Invece si è semplicemente spinti, portati da un
flusso.” Al che lui ha ribadito: “Ma allora è qualcosa di completamente
naturale, senza una struttura predefinita? Si vibra semplicemente all’unisono
con questo campo naturale?” Gli ho risposto : “Sì, così mi sembra più esatto.”
Questa è dunque l’ultima rinuncia, la rinuncia allo spirituale, al divino.
Questo è l’atteggiamento più conforme all’essenza misteriosa di ogni cosa, a
ciò che è. Ti porta al vuoto.
Dr. W. Nelles:
La sua è stata una lunga strada, dall’essere prete a quest’ultima
rinuncia!
B. Hellinger:
Sì, è stato anche questo… il sacerdozio mi era stato inconsciamente assegnato
come un compito dai condizionamenti insiti nella mia famiglia d’origine. Ma
l’ho fatto con dedizione e con tutto me stesso. A un certo punto, però, mi sono
imbattuto in qualcosa che mi ha fatto capire, senza ombra di dubbio, che questa
strada non portava a niente. Questo mi ha spinto in un altra direzione – ma di
nuovo senza un progetto – con molte cosiddette coincidenze, che retrospettivamente si rivelano come una guida, o segni
della provvidenza, nelle mani della quale mi rimetto… sì, come un essere
spinto, ma spinto in una maniera molto delicata, che mi permette di rimanere
presente a me stesso.
Dr. W. Nelles:
Che non la spinge via da sé, ma che la porta a sé?
B. Hellinger:
Sì. Questo procedere è sempre connesso a una sfida. Se per un certo periodo ho
fatto qualcosa, tutto a un tratto sento molto distintamente che è impossibile
andare avanti, ed essere allo stesso tempo presente a me stesso.
Improvvisamente si presenta una sfida, che richiede coraggio e capacità di
rischiare – vi si entra come si suol dire alla cieca
– questo è il modo di andare avanti. C’è sempre un certo rischio. In fondo è
così che va avanti la vita. Il pensare
in termini di sicurezze è esattamente l’opposto.
Dr. W. Nelles:
Nel suo lavoro concreto, lei si muove in campo terapeutico, – lo chiama anche
‘Terapia Sistemica’ – ma ciò di cui lei mi sta
parlando adesso va molto al di là della terapia.
B. Hellinger:
Sì, molto, molto al di là. A volte faccio della terapia mirata, quando dico
qualcosa a una persona riguardo a un sintomo. Ma fondamentalmente il mio lavoro
va molto al di là di questo. È come essere in uno stato di grazia, di benessere.
Grazia, non inteso nel senso di salvezza, ma nel senso che, dopo essersi persi
o esser stati sviati, si ritorna a essere connessi con qualcosa di portante –
qualunque cosa sia. Esiste come un ordine preesistente e quando entriamo in
contatto con questo ordine, ci sentiamo espandere, ci sentiamo completi, anche
se non sempre felici – ma non è questo il punto.
La sofferenza fa parte
di questo stato, come pure le preoccupazioni e le sfide, ma alla base di tutto
c’è una profonda tranquillità. Ritornando all’immagine del fiume: a volte esso
può travolgerti con una forza immensa, al punto da farti quasi perdere
conoscenza. Questa esperienza avviene a volte in guerra, ed è pur sempre lo
stesso fiume, con il quale si è in sintonia, anche se ti trascina in questo
modo, a volte invece il fiume fluisce molto lentamente, placidamente e noi
siamo tranquilli. Entrambi questi aspetti appartengono allo stesso fiume. Ci
sono persone che vengono travolte dall’orrore, e questa è un’esperienza
tremenda… ma è pur sempre lo stesso fiume, con il quale siamo in sintonia.
Essere in sintonia non
porta a vivere solo momenti pacifici, ma anche momenti travagliati.
Dr. W. Nelles:
E lei non assume alcuna posizione morale nei confronti di questo?
B. Hellinger:
Per niente! Proprio per niente! Non va bene. Qualche volta assisto spaventato a
ciò che succede, ma senza prendere posizione, senza sentirmi indignato.
Dr. W. Nelles:
In un seminario dove si lavorava con le costellazioni familiari, ci fu il caso
di una donna – madre di un paziente – della quale si sapeva che era stata
violentata da un soldato russo. Quando venne messa in scena la costellazione,
la persona che rappresentava la madre crollò a terra gridando: “Non era uno
soltanto, era un intero esercito!” Allora tutti gli uomini vennero messi di
fronte a lei, e venne chiesto al primo come si sentisse. Questi si strinse
nelle spalle e disse laconicamente: “Beh… è la guerra. Sono cose che succedono
in guerra!” La donna sentì come una scossa nel corpo. Alzò lo sguardo e disse: “Dillo
ancora!” Quando lui ripeté la frase, lei si rimise in piedi, lo guardò dritto
negli occhi e disse: “Ecco, è proprio così.” In questa circostanza la donna
entrò in contatto con la sua forza e la sua dignità – si sentì lei stessa una
‘guerriera’ – e in questo modo si liberò dal peso di ciò che le era successo. In
questo lavoro c’è una cosa profondamente toccante e cioè che quando c’è
sintonia con ciò che è, le vittime si trasformano in "agenti attivi",
e da qui si sprigiona una grande forza.
B. Hellinger:
Se invece, come accade di solito, si rimane invischiati nell’indignazione, le
vittime reagiscono e si trasformano in seguito in aggressori. Lei ha fatto un
bellissimo esempio: diventando consapevoli della situazione si diventa
"agenti attivi" e ciò è incredibilmente diverso. In questa nostra
società di gente indignata, purtroppo non c’è quasi posto per una cosa del
genere. Questa indignazione è del tutto fasulla: è gente che non ha provato la
sofferenza in prima persona, o che l’ha rimossa. Chi ha provato e riconosciuto
la sofferenza, o anche la colpa, ha lasciato l’indignazione alle spalle. Solo
così si riesce ad arrivare alla calma e alla forza.
Dr. W. Nelles:
Ciò che lei dice
rientra molto nella sfera religiosa, in qualunque modo la si voglia definire.
B. Hellinger:
Ma se ho cercato appena un momento fa di dare una definizione precisa, per
evitare di ricadere in questo ambito
Dr. W. Nelles:
…neanche nel senso di "religione naturale" o "attitudine
religiosa", come lei accennò nella sua conferenza? Come profondo rispetto
o naturale raccoglimento?
B. Hellinger:
L’attitudine religiosa è una definizione senza contenuto, mentre ‘umiltà’ o
‘raccoglimento’ sono parole che fanno vibrare qualcosa, con cui è facile
entrare in contatto, come le parole ‘onore’, o ‘rispetto’.
Dr. W. Nelles:
Lei usa volentieri queste grosse parole, che suonano un po’ antiquate. Si
tratta anche di concetti con i quali molti hanno grandi difficoltà, e che le
hanno conferito la fama di essere un conservatore.
B. Hellinger:
Sì, sì. Ma chi ascolta queste parole ha il vantaggio di sapere subito a cosa si
riferiscono. Ci si può chiedere invece se ciò di cui parlo sia religioso, se il
concetto di religione sia quello adatto. La religione viene anche definita come
un ricollegamento, o un qualcosa di cui facciamo
parte, e anche questo è un modo di entrare in sintonia, ma non si sa bene con
cosa, se è qualcosa che va oltre la natura... In ogni caso va al di là della
mia portata. C’è comunque la conferma che intorno a noi c’è qualcosa di più
grande, di cui facciamo parte. La si può chiamare "grande anima" o
"campi morfogenetici" o come si vuole, ma
non sappiamo se dietro a questo ci sia qualcosa di divino. E per entrare in
sintonia basta la formula più facile. Questa è molto più efficace che se invece
diciamo che ciò a cui mi riferisco è religioso o spirituale. Implica un’estrema
rinuncia, ed è proprio questa che rende possibile il vuoto interiore. È
attraverso la nostra esperienza, la nostra vita quotidiana, qualunque essa sia,
attraverso il nostro esporci e il nostro farci valere nella vita, che veniamo
portati dentro a questa rinuncia. Non ci sono arrivato tramite lo sforzo, la
meditazione o cose del genere, per niente.
Il lavorare con le
famiglie e il vedere quanto piccolo sia il mio contributo, quanto sia guidato da qualcos’altro, mi permette di ‘scomparire’.
Non sono io che rinuncio, ma è la rinuncia che accade: come la cosa più
naturale di questo mondo.
Dr. W. Nelles:
Bisogna anche prendere atto della realtà, prenderla così com’è?
B. Hellinger:
Sì, senza una direzione prefissata… completamente esposti, per così dire.
Dr. W. Nelles:
Durante le rappresentazioni c’è un momento – quando sono tutti in piedi e hanno
espresso cosa sentono nel ruolo che stanno rappresentando – in cui il terapeuta
da ricettivo diventa attivo. In questo modo interferisce nella vita del
paziente. È permesso questo? Cosa le accade in queste circostanze?
B. Hellinger:
Non penso a niente. Sento semplicemente che quello è il momento. Sono lì senza
parole, e d’un tratto faccio o dico qualcosa. Questo nasce semplicemente da ciò
che c’era un momento prima, non ha uno scopo preciso. Ci sono però eccezioni,
in cui vedo subito dalla rappresentazione di partenza dove sta la soluzione.
Qualche volta invece non so proprio come andare avanti, e poi mi arriva una
spinta da qualche parte, qualche volta anche dal pubblico, e la colgo al volo.
Può essere anche un errore… fa parte del processo.
L’errore provoca una eco
nei rappresentanti messi in scena, che riporta il processo sul giusto binario.
Anche in esso dunque c’è qualcosa di salutare, su cui posso contare.
Dr. W. Nelles:
Ci sono però anche errori, di cui non ci si accorge subito, e poi il paziente
va a casa con una soluzione apparente.
B. Hellinger: Qualcuno crolla anche, e sembra che il
terapeuta gli abbia arrecato un danno. Ma improvvisamente si rende conto che
dietro a questo atteggiamento c’è una sua idea ben precisa, e cioè quella di
dover essere in controllo.
Dr. W. Nelles:
Vuol dire che lei si distacca totalmente dall’idea che sia il terapeuta a
risolvere qualcosa?
B. Hellinger:
Esatto. Questo però non significa che non lavoro per giungere alla soluzione e
che faccio finta di non volerla. Il flusso porta verso la soluzione. Se così è,
vado con la corrente e mi rallegro quando la soluzione arriva. Ma se la
corrente si blocca, io mi tiro indietro. Allora è il paziente che continua.
Tutta l’energia è con lui.
Dr. W. Nelles:
Questo allora non è niente di negativo? Per un osservatore esterno o per i
diretti interessati è spesso scioccante che il terapeuta interrompa
semplicemente la rappresentazione.
B. Hellinger:
No, non è assolutamente niente di negativo. Il processo continua allora
nell’intimo del paziente. In fondo, cos’è che fa effetto? Non è certo il
terapeuta! Ciò che fa effetto è la realtà. Se il destino del paziente è quello
di usarmi come strumento per la soluzione, va bene così. Se però voglio
arrivare io alla soluzione, in modo per così dire arbitrario – non va bene.
Questa specie di voglia di risolvere il problema è destinata a fallire. La migliore impostazione che
posso avere è questa: affido il paziente alla ‘bontà’ del suo essere.
Intervista tratta dal materiale pervenutoci dagli
organizzatori del primo Seminario che Bert Hellinger terrà in Italia, a Verona.
Per informazioni: Dott. Silvia Miclavez
Tel.e fax +39 - 0432 -
470551 www.hellinger.it
Il
Papa chiede finalmente perdono per duemila anni di peccati commessi dal
cattolicesimo contro le donne, gli ebrei, le minoranze e i diritti dei popoli.
Ma solo pochi giorni dopo il Vaticano ci ricasca, attaccando ferocemente le
decisioni della Comunità Europea e i diritti delle minoranze omosessuali.
Con
grande sfoggio di pompa e di ‘sofferenza’, e qualche lacuna nei contenuti,
anche il Papa ha chiesto scusa, anzi perdono, per le sette più gravi colpe dei
cristiani nei duemila anni della loro storia.
Il
fatto è inaudito, certo, e vorrebbe mostrare l’intenzione della chiesa
cattolica di iniziare il suo terzo millennio monda da ogni peccato: non a caso
il rituale si è svolto nella basilica di S. Pietro, intorno all’altare della
Confessione, con la partecipazione attiva – erano loro a leggere l’elenco dei
peccati – dei nomi più importanti della Curia Vaticana.
Anche
gli stessi commentatori cattolici, comunque, hanno espresso perplessità su
quello che è stato detto per descrivere queste famose colpe.
Ma
è la situazione reale, attuale, riguardo ad alcuni dei temi affrontati che può
far nascere i dubbi maggiori: è stato chiesto perdono, ad esempio, per la
violazione della dignità delle donne – riferendosi probabilmente all’equazione
donna = sesso = diavolo, che di sicuro è ancora viva nella testa di tanti
uomini di Chiesa – ma è da ipocriti farlo quando ancora alle donne è vietato il
sacerdozio e un efficace controllo delle nascite è tuttora strenuamente
combattuto dal Vaticano.
È
stato chiesto perdono agli ebrei perchè hanno sofferto a causa di un
comportamento poco evangelico da
parte dei cattolici – che dolce eufemismo! – senza neanche menzionare
l’Olocausto. Il problema diventa ancora più di fondo quando si vede che la
richiesta di perdono fatta dal Papa è basata sulla “responsabilità oggettiva
che accomuna i cristiani”. Si vuol continuare a non fare alcuna
distinzione fra la gerarchia ecclesiastica
– che rimane una struttura oppressiva e autoritaria, a partire dal Papa
‘infallibile’ per arrivare ai sacerdoti, unici interpreti autorizzati della
verità – e un popolo di fedeli che, per un complesso di ragioni sociali e
culturali, non riesce a liberarsi da una serie di condizionamenti che va spesso
a infierire sulla loro dignità di esseri umani. Si continua a voler fare di
tutta l’erba un fascio.
Che
invece una differenza esiste diventa palese se si torna ad esempio alla
questione degli ebrei: come può il Papa voler accomunare il Vaticano, che non
si è mai opposto all’Olocausto – e che ha più tardi protetto e aiutato
innumerevoli nazisti – con tutti i fedeli cattolici, fra i quali non pochi,
spesso a rischio della vita, hanno nascosto e aiutato come potevano gli ebrei
in quei momenti?
Anche
il riferimento alle Crociate e all’Inquisizione lascia perplessi: se ne parla
praticamente come di violenze commesse al servizio della verità. Di quale
verità si tratti non è ben certo, quando persino l’esistenza storica di Gesù Cristo è dubbia (vedi pag. 25) e ormai si sa che il
potere della Santa Sede è cresciuto nei secoli fondandosi su di un falso
storico come “La Donazione di Costantino”. Si dimentica che le mitiche
Crociate, al di là della propaganda, furono essenzialmente un precoce episodio
di espansione coloniale: nuovi mercati e
nuove proprietà terriere (feudi) nell’area orientale del mediterraneo. E anche dell’Inquisizione, un tremendo
esercizio di isteria collettiva e di paura, vengono taciute come al solito le
motivazioni economiche: le proprietà terriere e i beni degli eretici, spesso
ingenti, venivano confiscati – persino durante la caccia alle streghe i preti
specializzati nel “riconoscerle” venivano spesso ricompensati con "un tanto a strega" –
sei pence in Inghilterra, ad esempio, come risulta.
Al
di là delle riflessioni in buona fede provocate in alcuni fedeli, e nonostante
facili entusiasmi alla “viva il parroco” di qualche intellettuale, lo scarso
valore reale di tutta questa faccenda delle scuse è stato dimostrato, meno di
una settimana dopo, quando il Pontificio Consiglio per la famiglia è sceso in
campo con incredibile durezza contro una risoluzione del
Parlamento Europeo a favore del
riconoscimento civile delle coppie di fatto gay.
Dopo
un’interpretazione delle leggi vigenti assolutamente al di fuori della loro
competenza – la risoluzione non ha in nessun modo un autentico valore
legislativo né di orientamento obbligatorio – i santi padri si producono in un
attacco viscerale contro le coppie gay, il cui riconoscimento sarebbe secondo
loro contrario alla "profonda aspirazione dei popoli" seguono i
soliti ordini di scuderia ai parlamentari cattolici. Si tratta qui di ben due
peccati in uno da parte della Chiesa: contro i diritti democratici dei
cittadini e contro i diritti civili di una minoranza. Ma tanto,
avranno forse pensato i santi padri, ci
sarà pure un Papa, fra mille o duemila anni, a chiedere perdono.
Se
poi fra mille anni non ci sarà più nessun Papa… beh, pensano di sicuro molti
altri, MEGLIO!