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CENTRI DI OSHO IN ITALIA
Tutti i Centri di Osho divisi per regione
8
LE NOTIZIE
10
ESPERIENZE
Alla ricerca delle danze sacre
Il
racconto di un'appassionante avventura per recuperare un patrimonio di consapevolezza
e bellezza.
14
BIOGRAFIA
Osho,
dopo circa tre anni di silenzio riprende a parlare.
18
LA MENTE
Se
non ci stacchiamo
20
LA MENTE
I
problemi della società non sono altro che il prodotto dei nostri problemi
personali.
26
ESPERIENZE
Lavorare
Stanca?
-
Il racconto di sannyasin con professioni molto impegnative.
-
La possibilità di sperimentare qualcosa di diverso all'interno
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IL MAESTRO
Una
sottile e inspiegabile qualità che solo poche persone posseggono.
38
IL MONDO
La
presenza di Osho in Italia in modi sempre diversi.
Quattro
situazioni raccontate dai protagonisti.
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ESPERIENZE
47
ESPERIENZE
Un
approccio consapevole alla morte può renderla un'esperienza piena di significato
e ricca di doni.
50 TUTTE LE STELLE
Il tuo oroscopo di marzo
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LA VETRINA
Tutti
i libri di Osho in italiano, i video di Osho, le musiche per la meditazione e
il rilassamento.
60 UN LIBRO DA VIVERE
Il
libro raccoglie 365 lettere scritte da Osho a discepoli e amici dal 1962 al
1971.
Copyright© 2000 OSHO INTERNATIONAL FOUNDATION
Tutti i diritti riservati OSHO® è un marchio registrato di proprietà della
Osho International Foundation,
usato con il suo permesso.
100 musicisti
Il festival Osho 2000 a Pune (vedi foto nelle due pagine precedenti), così ricco di manifestazioni, spettacoli, concerti
e feste, ha potuto contare sulla presenza di ben 100 musicisti sannyasin che si
sono impegnati con grande gioia e creatività a produrre sempre ottima musica
per le meditazioni dal vivo, la White Robe, le sedute in samadhi, le Sannyas
Celebration. Non ci si rende conto forse di cosa vuol dire se non si sa che le
musiche – ad esempio della White Robe – sono sempre nuove, create tutti i giorni
con sole tre quattro ore di prove. I risultati sono sempre stupefacenti: ritmi
vivaci e vitali per danzare, o anche
di estrema sensibilità e dolcezza che si
armonizzano coi momenti di silenzio. Un grande ritorno in questo periodo
è stato quello del brasiliano Nivedano, il percussionista che ha suonato dal
vivo per tanti anni alla presenza di Osho. Soprattutto sua è la paternità di
quel ritmo particolare che prende il nome di “oshoba” un misto di samba e
trance dance che Osho ha riconosciuto come l’ideale per la danza che precede il
silenzio durante le White Robe. E così durante il festival abbiamo visto un
risorgere alla grande proprio di questo tipo di musica. Hanno dato un
importante contributo anche i musicisti italiani, soprattutto con le proprie doti
vocali e melodiche. Madhuro, chitarra e voce, dice: “Anche oggi quando suono
alle White Robe ritrovo ed esprimo l’esperienza di fusione interiore,
abbandono, rilassamento e beatitudine che ho sempre vissuto alla presenza di
Osho”. Un’altra italiana, Dipti, ha allietato tutti con la sua bella voce
suadente: “Quando canto nella Buddha Hall di Pune mi sento libera, non ho
davanti a me un pubblico, ma migliaia di meditatori e quindi anch’io mi esprimo
da uno spazio diverso, non sono lì per esibirmi: è un momento per riconnettermi con la parte più sensibile di me
stessa”. Naturalmente si sono rivisti tutti i volti più noti della scena
musicale sannyasin: Miten e Premal, Milarepa, Bindu, Surabhi, Neera... è
stata davvero un’esplosione di
creatività musicale a livelli forse
mai raggiunti prima.
Bella da morire
Nel maggio del 1999, durante il loro tour negli
Stati Uniti, i musicisti Premal e Miten hanno avuto occasione di incontrare
Elisabeth Kubler-Ross. Questa dottoressa svizzera, nota in tutto il mondo per i
suoi studi pionieristici sulla morte e i problemi correlati,
è lei stessa molto malata. Ma quando Miten e
Premal sono andati a visitarla nella sua casa di Phoenix in Arizona, aveva
appena finito una corsa solitaria di qualche chilometro sulla sua sedia a rotelle
ed era, come disse lei ‘un po’ stanca’. “Abbiamo cominciato a cantare qualche
canzone.” dice Premal “Le piaceva soprattutto quella intitolata The other side
e quando siamo arrivati alle parole ‘Sono pronta per l’amore, sono pronta a
volare’ lei ha esclamato: ‘Certo, certo che lo sono!’. È una persona molto
sincera e ha un’accettazione totale di se stessa – anche quando è un po’
scorbutica e magari si fuma una sigaretta. Ci ha regalato una copia della sua
autobiografia “L’anello della vita” e ci ha chiesto di cantare al suo funerale,
noi abbiamo accettato. Vuole proprio morire adesso, è veramente pronta a farlo
e lo dichiara molto apertamente. Ha una vera e propria passione per ET e quando
incontra qualcuno, invece di una stretta di mano o un abbraccio, lo saluta col
gesto di ET. Voleva un migliaio di palloncini con la scritta di ET per il suo
funerale, e quando le hanno detto che non si poteva per una questione di
copyright ha immediatamente preso il telefono e chiamato lo stesso Spielberg
(il regista del film). Una settimana dopo i mille palloncini di ET sono stati
consegnati a casa sua.
Contro lo stress
L’ultima produzione della società di video
Insearch, che si intitola “Meditation for
Busy Women” (la meditazione per donne molto impegnate), è stata presentata
in una premiere in Buddha Hall la sera del 2 dicembre e ha ricevuto
un’accoglienza davvero calorosa. È il quarto video prodotto dalla società di
Mridulla, una sannyasin che ha unito le sue capacità professionali al suo amore
per la meditazione, e si rivolge a donne impegnate nel lavoro che vogliono evitare, o
minimizzare, i danni che lo stress produce nelle loro vite. Vengono presentati
metodi semplici e veloci per rilassarsi e per ridurre o evitare le tensioni che
si possono creare ogni giorno nella vita d’ufficio,
con esempi pratici basati proprio su un normale ambiente di lavoro. Il
video finisce con una tecnica guidata di 15 minuti che si può fare seguendo
passo passo quello che succede nel video. Maneesha, che si è occupata dei
testi, si è basata sulle tecniche di meditazione di Osho tratte dal Libro dei segreti (ed. Bompiani) e da Meditazione
prima e ultima libertà (ed. Mediterranee).
“Non c’è dubbio che la meditazione, come diceva Osho, è diventata qualcosa
di cui tutti parlano” dice Maneesha “Ma attraverso il mio lavoro di giornalista
e la mia esperienza nel guidare gruppi di meditazione in tutto il mondo, ho
scoperto che spesso le persone non hanno molto chiaro in cosa questa
meditazione consiste, in questo video potranno vedere un’ampia gamma di metodi
sia attivi che passivi. Ci è anche sembrato giusto indirizzarlo alle donne,
perché c’è una affinità naturale fra le qualità femminili e la meditazione, che
ancora non ha ricevuto la dovuta attenzione”. Il video è stato fatto per un distributore
statunitense che lo lancerà dapprima sul mercato USA nel 2000. Esiste anche una
versione norvegese che verrà distribuita da
KK, una delle principali
riviste femminili locali.
Si inizia il millennio con
qualcosa di nuovo
Delusi dal nuovo millennio? Troppo uguale a quello
vecchio? A Sommacampagna non è andata così, ce lo racconta Nitya, la nostra
inviata speciale!
“A dare la spinta giusta per mettere in moto
qualcosa di nuovo sono stati 130 amici sannyasin che si sono incontrati qui
nell’Osho Meditation Center, tirato a lucido e impreziosito da una splendida
Buddha Hall completamente rinnovata per l’occasione. L’evento del Millennio è
stato celebrato con Ma Yoga Sudha in un campo di meditazione non-stop di tre
giorni. Chi scrive arrivava direttamente da Puna, il 31 dicembre, ed è stata
messa subito ‘in silenzio’ insieme agli altri. E nel silenzio si sono alternate
meditazioni, decorazione della casa, preparativi in cucina (con il supporto
davvero eccezionale di Manuela e Vichara, che insieme allo staff della casa
hanno cucinato divinamente e ininterrottamente per sei giorni!). Dopo la
Kundalini e la White Robe del 31, con musica dal vivo di Joshua e Ravi, siamo
usciti dal silenzio e abbiamo incontrato gli altri 100 amici che arrivavano per
il cenone. È stato bellissimo vedere come l’energia del campo di meditazione
fosse di sostegno i nuovi ospiti. Il Centro si è trasformato in un grande nido
pieno d’amore e ‘presenza’, in un grembo che ha accolto e accettato ognuno
proprio nello spazio in cui si trovava. Il clamoroso cenone è stato
intervallato dalla meditazione di Atisha, prima di mezzanotte, dai balli di
Heena e dalla disco dance. Cinque minuti di assoluto silenzio e stop di ogni
attività hanno preceduto la mezzanotte. Poi brindisi, dolce, Stop Dance e
infine Nataraj (alle 5 di mattina!). Qualcuno poi è crollato sul letto, altri
erano impegnati nelle ‘conquiste’ d’inizio Millennio e molti hanno iniziato
direttamente con la Dinamica.
E via di nuovo con meditazioni, lavoro in comune,
discorso di Osho e White Robe, in un’energia che sembrava inesauribile. La
sensazione è stata quella di fluttuare in un tempo dilatato all’infinito, senza
più riferimenti, mille miglia lontani – e allo stesso tempo molto più vicini –
da un mondo che forse si stava agitando per paura di un crollo in borsa. Ancora
una volta la vita ha dimostrato di essere infinitamente generosa e di prendersi
cura di tutti gli amici che sono sul cammino.
Con un’abbondanza d’amore che continua a stupire”.
Alla
Ricerca della danza sacra
Una lunga, appassionante avventura per recuperare
questo patrimonio di bellezza
e consapevolezza, lasciato all’umanità da uno dei
più grandi mistici di questo secolo.
I Movimenti di Gurdjieff, chiamati anche Danze o
Danze Sacre, sono uno spettacolo unico ed emozionante per chiunque abbia avuto
la possibilità di assistervi, e molto di più per chi ha la fortuna di
parteciparvi. Di per sé sono sequenze di posizioni del corpo – ognuna dura dai
5 ai 10 minuti – durante le quali molto spesso succede che le diverse parti
debbano muoversi secondo ritmi asincroni. Difficili da descrivere a parole –
anche perché possono essere molto diverse una dall’altra, lente o veloci,
aggraziate e femminili oppure maschili, ritmiche, armoniose o caotiche – le
Danze toccano molti aspetti, ma esprimono comunque
un’energia fortissima, creando uno spazio di
meditazione che coinvolge tutti, danzatori
e spettatori. Sono ‘il capolavoro’ di uno dei più grandi mistici di questo secolo, la sua
eredità più concreta e duratura.
Gurdjieff ha posto una speciale attenzione nel crearle, spesso attingendo al
patrimonio tradizionale di monasteri e scuole religiose orientali, dal Tibet al
Caucaso, talvolta inventandole di sana pianta. Alcune conservano distintamente
lo spirito, l’esperienza della tradizione da cui derivano o a cui si inspirano,
altre sono inclassificabili, impossibili da etichettare. Tutte però stupiscono,
arrivano direttamente al cuore di chi le fa o le guarda.
Abbiamo chiesto a Ma Prem Vasanti, una sannyasin
che da dieci anni pratica le Danze Sacre, di spiegarci un po’ della loro magia.
Vasanti è fiorentina, un metro e sessantacinque di energia allo stato puro, uno
sguardo che esprime insieme innocenza infantile, ironia toscana e una volontà di ferro. A Gurdjieff una così, lo giureresti,
sarebbe piaciuta molto. È sannyasin dal ‘79, lavora dal ‘90 sui
Movimenti insegnando e tenendo gruppi in Italia. Agli inizi d’aprile sarà a
Varazze con un workshop per il Festival di Osho 2000 e terrà poi un gruppo a Firenze. Lei, nel
corso di più chiacchierate, ci ha raccontato la storia dell’avventura
collettiva dei discepoli a cui Osho ha dato il compito di recuperare il
patrimonio delle Danze di Gurdjieff, un progetto quasi impossibile, ma entusiasmante al punto da coinvolgere per anni persone ed energie
in un viaggio che è stato soprattutto una navigazione ‘a vista’, ricca di
sorprese e di incertezze. Una storia che a sentirla oggi te li fa sembrare
tutti un po’ matti, e forse lo sono davvero, ma anche il racconto di un
itinerario personale, di una ricerca che dura ancora…
Osho
e Gurdjieff
“Per prima cosa è interessante sapere
come è nata l’idea stessa di avere dei gruppi sulle Danze Sacre di Gurdjieff.
Ogni tanto Osho aveva delle idee che al
momento apparivano pazzesche, ma che poi non si rivelavano per niente
tali. Una volta vide il film ‘Incontri con uomini straordinari’, tratto
dall’autobiografia di Gurdjieff, e disse che il film non era un granché, ma le
danze erano davvero importanti, bisognava farle! E così Amiyo – che ancora oggi
guida il corso intensivo di Sacre Danze qui a Pune – e Yogendra, i due
sannyasin ai quali Osho aveva affidato il progetto, si sono ritrovati con un
video di dieci minuti di Danze, tutto quello che era disponibile al momento, e
un enorme universo tutto da esplorare.
Amiyo iniziò a lavorare sul video: da quelle poche
immagini, utilizzando il suo intuito, la sua esperienza di ballerina e
soprattutto con enorme pazienza – guardando e riguardando le immagini in
moviola, a volte si trattava di pochi fotogrammi – ricavò sette Danze! C’era
una base da cui partire. Osho aveva dato indicazioni ben precise: insegnare in
silenzio, tranne uno spazio per la condivisione a fine giornata prima della
Kundalini, non doveva essere un gruppo di terapia – lasciare spazio alle emozioni,
certo, ma senza soffermarsi – l’importante era restare centrati sui movimenti.
All’inizio avevamo dunque
poche danze,
poi ne abbiamo scoperte su un libro delle altre: la ‘Prima’ e la ‘Seconda’
obbligatorie; piano piano si sono aperte nuove strade. Alcuni movimenti ce li
fornirono Prasad e Darshan, e poi Deva Ugo, persone che erano state all’interno
della scuola di Gurdjieff. E così si costituì un piccolo repertorio, ma
all’inizio dovevamo un po’ anche improvvisare…
Lavoravamo con poco materiale, le danze erano
ancora in formazione ma fin dall’inizio se ne sentiva subito lo spirito
fortissimo, un senso di presenza, le stesse cose che si possono percepire ora
quando si guarda la rappresentazione della
Danze in Buddha Hall che è il culmine di ogni corso.
All’inizio sembrava molto difficile trovare nuovi
movimenti perché nel sistema di Gurdjieff sono molto restii a divulgarli; hanno
probabilmente l’idea che se altre persone li utilizzassero, lo farebbero in
maniera superficiale, sarebbe solo un inutile esercizio ginnico. Invece
la nostra esperienza con Osho, il suo supporto, ci permette di
sperimentare spazi non solo ‘tecnici’ nei
movimenti: il nostro obbiettivo non è
tanto la perfetta esecuzione della danza
quanto l’osservazione di noi stessi mentre siamo impegnati nella perfetta esecuzione dei vari movimenti.
All’inizio, inoltre, non
disponevamo neppure delle musiche originali, che sono state acquisite col
tempo da varie parti, grazie soprattutto alla fiducia che alcuni sannyasin hanno ispirato a persone che le
conoscevano.
Sono contenta che oggi
abbiamo a disposizione le musiche originali, anche se non mi sembrano
assolutamente essenziali per le Danze; per anni abbiamo lavorato con altre
musiche, altrettanto belle e suggestive, preparate da Devakant. Un’altra delle difficoltà di scoprire i vari movimenti è data dal fatto che i superstiti dell’epoca di Gurdjieff, morto nel ‘49, sono pochi e molto
anziani.”
Una
discepola di Gurdjieff
“Per esempio c’è una donna francese che
ai tempi di Gurdjieff quando eseguivano le Danze in pubblico era una delle sei
in prima fila; l’ho conosciuta quattro anni fa, sono andata ad Amsterdam
apposta per incontrarla, un’esperienza molto interessante. Volevo proprio
vedere un discepolo di Gurdjieff che lo avesse conosciuto di persona: chi è
venuto dopo ha molto spesso una durezza che non credo fosse nello spirito
genuino di Gurdjieff. Ritengo che lui utilizzasse questa durezza, questa
fermezza, come stratagemma, qualcosa che comunque nasceva dalla sua profonda
compassione – le persone che lo hanno seguito senza un contatto diretto si sono
fatte prendere un po’ troppo da questa serietà nei confronti del Lavoro (così
viene chiamato il complesso di insegnamenti di Gurdjieff).
La donna che mi sono trovata di fronte era
piccola, energica e piena di gioia di vivere. A sentirla descrivere il suo
primo incontro con Gurdjieff, mi è tornato in mente il mio primo incontro con
Osho: la stessa sensazione di aver trovato una persona capace di vedere dentro
di me la mia potenzialità, il seme, la stessa sensazione di sentirsi
riconosciuti, di poter iniziare un nuovo cammino. Al di là di questo mi è
sembrata piuttosto riservata; per cinque
giorni, quando ha saputo che io e i due miei amici che mi accompagnavano
eravamo sannyasin, si è rifiutata di mostrarci qualcosa di nuovo. C’era come
una pesantezza nell’aria; da una parte lei voleva davvero insegnare – è anziana
e vuole trasmettere il bagaglio di insegnamenti originali che sono in suo
possesso – ma aveva anche una gran paura di commettere una leggerezza. Apparteneva alla Gurdjieff Foundation, che
rappresenta un po’ l’ortodossia pura tra quelli che seguono la via di Gurdjieff
ma si era anche resa conto del pericolo di atrofizzazione insito in queste
situazioni piuttosto limitate. Voleva quindi insegnare le Danze a ‘tutti’ ma,
ora che si trovava di fronte a persone provenienti dalle situazioni più
disparate, dubitava che il nostro fosse un approccio serio. Quando l’ho rivista, il giugno scorso nel contesto di un
altro seminario, c’è stata molta più apertura. All’inizio ci ha richiesto una
descrizione di noi stessi e io ho scritto ‘sono una discepola di Osho’,
ripetendolo molte volte. Una volta le ho
anche detto che Osho è un maestro illuminato, il mio maestro: non sapevo
se queste parole me l’avrebbero alienata come era già successo in precedenza,
ma i compromessi non mi piacciono. Lei non ha dato un gran peso a queste mie
affermazioni, le ha un pochino passate in sordina
per così dire, però non ha neanche cessato di insegnarmi nuovi
Movimenti. È successa anche un’altra
cosa con lei, che mi ha fatto sentire molto fiera di me stessa. Durante un
colloquio un po’ più privato – anziché essere tutti e quaranta eravamo
suddivisi in tre gruppetti – ho osato dire: ‘Io avrei un’idea di che cosa sia
il Lavoro’. (Tutto il sistema di Gurdjieff si basa sul Lavoro, su comprendere
cosa sia questo Lavoro). Poi ho aggiunto: ‘Io
ho un maestro illuminato, Osho. Lui per me è uno specchio, che riflette
il mio essere qui e ora, collegata a una realtà più grande. Per me questo
spazio non è il Lavoro, ma piuttosto è un
regalo dell’esistenza. Ma quando perdo questo spazio, come faccio a
ritrovarlo? Ecco, proprio questo è il Lavoro.’ Lei me l’ha confermato e io sono
stata molto contenta. Me l’ha confermato un po’ sottovoce, forse perché avevo
nominato – di nuovo – Osho; allora prima si è guardata in giro e poi mi ha
detto ‘Si’. Mi ha anche chiesto se avevo un’altra domanda, e io le ho detto: ‘Faccio queste Danze da dieci anni, perché
le amo così tanto?’. ‘Nel tuo caso è chiaro,’ mi ha risposto, ‘perché allineano
i tuoi tre centri: il centro fisico, l’emotivo e il centro intellettuale.
Continua a fare queste Danze’. Mi ha fatto molto piacere sentire questa risposta da una persona che fino a quattro
anni prima non voleva nemmeno incontrarci.”
Ricordi di Gurdjieff
“Questa donna, di cui stiamo parlando,
ci ha raccontato qualcosa della sua vita con Gurdjieff e delle sue abitudini,
anche apparentemente strane, tipo il ‘brindisi degli idioti’.
Ad esempio la prima volta in cui venne introdotta nella stanza dove Gurdjieff
teneva i suoi banchetti, andò istintivamente a mettersi di fianco a lui, inginocchiata per terra. Gurdjieff
le donò un pezzo di dolce e lei si sentì immediatamente accettata dal maestro. Era
durante questi grandi pranzi che Gurdjieff faceva il ‘brindisi degli idioti’ – ma su questo non ha fornito particolari –
so solo che c’era l’Idiota Quadrato,
l’Idiota Normale, l’Idiota Circolare e tanti altri tipi di Idioti. Questa cosa degli Idioti, per quanto
a prima vista possa sembrare strana e incomprensibile – o anche un atteggiamento molto duro, persino offensivo – ha un suo
senso preciso: credo che Gurdjieff in questo modo volesse indicare la
caratteristica principale della
persona, il carattere distintivo della
personalità, la sua maschera, l’ostacolo
maggiore – e in questo sta l’idiozia – per
una crescita oltre la personalità, verso la vera essenza, ciò che egli chiamava
l’anima… e così prima faceva la ‘foto’ alla persona e poi la prendeva in giro!
Ci ha raccontato anche di altri atteggiamenti di
Gurdjieff con i discepoli: strani, ironici ma in qualche modo affettuosi,
sicuramente utili per aiutarli a trascendere convenzioni sociali e condizionamenti, e prepararli per il Lavoro:
durante questi pranzi lui aveva alla sua destra una donna che chiamava poubelle
(spazzatura), alla quale dava le cose che non aveva più voglia di
mangiare e, se lei non le voleva, accanto c’era un’altra persona –
soprannominata egout (fogna) – a cui
lei poteva riversare questo surplus. Mi raccontò, come a volte Gurdjieff
caricasse in auto lei e le altre danzatrici della prima fila, che venivano
chiamate dagli altri discepoli ‘le vacche sacre’ – e le portasse in giro
guidando a una velocità spaventosa. Da queste storie del suo maestro mi
arrivava certo un’immagine di serietà, ma ancora più di determinazione – una
specie di spirito zen: totale, ma con una vena di follia, serio, ma mai
serioso. Non doveva per niente essere rigido
come tendono a farlo apparire alcuni gurdjieffiani.”
Le
Danze
“Dai tempi delle prime
Danze, messe
insieme con l’aiuto di quei sannyasin che si ricordavano i movimenti appresi
altrove, abbiamo continuato a cercarne altre, e ne abbiamo trovate in giro,
quasi sempre per vie traverse. Ad esempio una volta conducevo un gruppo in
Italia, avevo insegnato diverse Danze e alla fine un ragazzo, che era nel
sistema di Gurdjieff, accettò di farci vedere una Danza nuova, che io ho dovuto
imparare in cinque minuti netti, a velocità folle: dopo cinque minuti ci aveva
già ripensato, credeva di aver fatto qualcosa che non avrebbe mai dovuto fare,
ma ormai era troppo tardi. I primi contatti erano di questo tipo, avventurosi,
un po’ di seconda mano… del resto Gurdjieff avrebbe amato una cosa così! Vista la nostra sincerità, la nostra
determinazione a proseguire in questa ricerca, si sono a poco a poco aperte
delle strade. In America qualche anno fa Marna, una sannyasin che ha insegnato
anche a Pune, entrò in contatto con un gruppo Gurdjeffiano (della tradizione di
Bennet); loro erano aperti, compresero il nostro potenziale e iniziarono a
insegnarci. Questo fu un ponte, finalmente qualche porta si apriva. Sono
tuttora molto grata a quelle persone, però le ho trovate un po’ farraginose,
tendono a parlare molto, a chiacchierare, il Lavoro diventa un po’ troppo
intellettuale, anche se non perde in sincerità. Con Osho noi facciamo
prima! E così abbiamo fatto questo esperimento: prendere alcuni di questi
insegnanti e chieder loro di insegnare in un
nostro gruppo. L’abbiamo provato per la prima volta quest’anno in
America, secondo me con ottimi risultati: la struttura fondamentalmente seguiva
le indicazioni di Osho, quindi molte meno chiacchiere, brevi condivisioni alla
fine di ogni giornata di gruppo, meditazione Dinamica e Kundalini. Non eravamo
tutti sannyasin, c’erano anche persone
della Quarta Via, del sistema di Gurdjieff, e ovviamente non è che le
meditazioni fossero obbligatorie, però c’era davvero molto più silenzio e molto
più spazio per le Danze in sé. Poi ho trovato un altro insegnante, John
Wilkinson. Avevo paura che fosse una storia come quella con l’insegnante di
Amsterdam di cui parlavo prima, allora gli ho telefonato e gli ho chiesto
‘Quante ore al giorno insegni?’, ‘Che Danze insegni?’, ‘Me le fai registrare?’,
‘Io insegno le Danze, non ho tempo da perdere’. Poteva anche rispondermi
picche, invece questo approccio deciso e diretto ha funzionato, mi ha preso in
simpatia, era talmente curioso che vuole
incontrare anche altri sannyasin. Ora gli porterò un video di Osho, mi
ha fatto molte domande su Osho, lui sapeva solo quello che si può leggere sui
giornali… le varie cose sul ranch che i giornali americani avevano pubblicato. Gli ho quindi spiegato l’altra
versione dei fatti e alla fine mi ha detto: ‘Mi è sempre piaciuto questo Osho’.
Ora di Danze ne conosciamo circa centocinquanta,
se ne scopriamo altrettante, arriveremo a
conoscerle tutte. Ciascuna Danza è come un ‘koan zen’, la risposta è
sempre diversa e deve arrivare dal momento. In alcune Danze bisogna coordinare
la gamba destra e la gamba sinistra: è un lavoro sulla coordinazione. In altre
Danze è un lavoro sull’equilibrio, in altre ancora ci sono molti elementi e
l’unico modo per farli propri – e questo è vero per tutte le Danze – è
raggiungere uno spazio in cui la mente è impegnata, ma non attivamente. È anche
necessario che il corpo sia impegnato, che le emozioni siano presenti,
altrimenti diventa solo un movimento morto, senza vita. Quindi le Danze
obbligano a entrare in contatto con il corpo, con le emozioni, ma anche con la
mente: spesso c’è una sequenza da ricordare, più o meno lunga, più o meno
difficile. Se però queste parti si impegnano in maniera ‘attiva’, succede
proprio l’opposto, cioè il corpo diventa troppo rigido, le emozioni allontanano
dal presente anziché aiutare a entrarci e la mente proprio non ce la fa a
controllare tutto. Queste tre parti
quindi devono essere impegnate – allineate – allo stesso tempo, ma nessuna può
essere tesa, ‘attiva’.
Il corpo viene sollecitato a esercitare la propria
memoria, a lavorare in maniera indipendente dalla mente, a ritrovare equilibrio
e armonia in uno stato di vigile rilassamento, muovendosi con precisione ma
senza tensioni.
Le emozioni si liberano con il movimento stesso o
con le parole che, a volte, si pronunciano durante la danza e che arrivano al
cuore. Le emozioni si osservano, il lavoro non ha niente di catartico. Perfino
le emozioni negative hanno uno spazio, possono essere usate. La mente diventa solo uno strumento, le viene
tolto spazio, potere, controllo. I condizionamenti vengono a galla:
perfezionismo, sensi di colpa, ricordi
della scuola e della maestra. Spesso quando
si insegna si vede che immediatamente le persone hanno la tendenza a mettersi
un po’ sull’attenti. Va bene! Fa parte di questo lavoro.
Se questa non fosse una
delle tematiche che vogliamo affrontare non faremmo questo lavoro, però è
proprio necessario osservare come funzionano certi meccanismi: quando sento che
il mio corpo
va in tensione, probabilmente è scattato un
altro di questi condizionamenti.
Gurdjieff soleva dire ai
discepoli: ‘Non
avete un’anima’ e Osho ci ha spiegato cosa intendesse: era un modo per far
capire loro che non erano in relazione col proprio vero essere.
Ecco, le Danze sono un
potente strumento
per entrare in contatto con il nostro centro interiore, per aiutare il Buddha
che è in noi a rivelarsi.”
Parte nona – Mentre continua alacremente il lavoro per costruire e far
funzionare Rajneeshpuram, l’ostilità delle autorità americane sommerge la
comune in una marea di cause giudiziarie, portando in primo piano l’aspetto
legale/politico nella gestione della comune.
Osho, dopo circa tre anni di silenzio,
riprende a parlare in pubblico tenendo discorsi quotidiani per i discepoli e
rilasciando interviste alla stampa.
“Certo, si lavorava dodici quattordici ore al
giorno, anche di più magari, e ti posso dire che non mi sono mai sentito così
bene in vita mia, alla sera poi non è che crollavo a letto distrutto, andavo al
bar a divertirmi con gli amici, a bermi una birra magari, e anche a ballare.”
Non è raro sentirsi raccontare cose simili da chi ha avuto la fortuna di
lavorare a Rajneeshpuram, la città sorta in pochi anni nel deserto dell’Oregon
centrale, i livelli di energia e l’intensità del lavoro erano incredibili. Certo,
c’era tutto da costruire e da far funzionare, c’era un sogno collettivo da
realizzare, ma quello che sorprendeva ancora di più i visitatori occasionali, o
chi era appena arrivato per fare un’esperienza nella comune sannyasin –
proveniente di solito da situazioni dove i confini fra lavoro e tempo libero,
fra fatica e divertimento erano ben precisi – era che si potesse lavorare così
tanto... divertendosi: prendendosi lo spazio per prepararsi un tè, o anche solo
per sorridersi, per amoreggiare e organizzarsi la serata. E se poi una tempesta
di vento rovinava tutto il lavoro di una giornata – ricorda ancora oggi
un’italiana che faceva parte del team che erigeva tende per accomodare gli
ospiti di un festival estivo – dopo un attimo di sbalordimento si scoppiava
tutti a ridere.
Non solo questa intensità e totalità distruggevano la dicotomia lavoro tempo libero, rendendo il primo espressione
di creatività ed energia, attività pura… vita insomma, ma andavano persino a
intaccare la contrapposizione fra lavoro e riposo, portando a una
trasformazione alchemica dell’energia di cui Osho, qualche anno dopo, parlerà facendo proprio riferimento a questo
periodo (vedi pag. 33 di questo numero).
Mentre a ritmi vertiginosi si continuava a
costruire il ranch, aumentavano anche le cause legali… alla stessa velocità. In
Oregon, lo stato americano dove si trovava la comune sannyasin, quella che
all’inizio era stata semplice curiosità verso queste strane persone vestite
d’arancione e di rosso che volevano andare a abitare in una zona così sperduta
e non molto ospitale, si trasformò in avversione, grazie dapprima all’ostilità
verso Osho (definito persino l’anticristo) di gruppi cristiano-fondamentalisti
e ben presto alla scoperta da parte dei politici locali di quali e quanti vantaggi
elettorali si potevano ricavare fomentando e poi cavalcando questa ondata di
bigottismo e xenofobia.
Permessi di costruzione prima concessi venivano in
seguito cancellati, la stessa esistenza legale di Rajneeshpuram come città – e
quindi il diritto ad avere infrastrutture che permettessero il vivere civile di
qualche migliaio di persone – dopo essere stata regolarmente approvata venne in
seguito negata. Dopo che un primo tentativo di sabotare il progetto, basato su
pretesti ambientalistici, si rivelò un fallimento di fronte al grandioso lavoro
di recupero ecologico fatto dalla Comune, furono trovate persino delle
motivazioni costituzionali: la stessa esistenza della città avrebbe violato la
divisione fra chiesa e stato. “E questo detto da persone che scrivono sui loro
dollari ‘In God we trust’ (abbiamo fede in dio)…” commenterà Osho; al quale fra
l’altro poco prima era stato negato un permesso di soggiorno richiesto in
qualità di “maestro religioso”. Questa situazione costringe Rajneeshpuram e la
comune a dare un’estrema importanza all’aspetto legale e politico, al punto che
nell’84 nell’ufficio legale della comune lavorano più di 200 persone impegnate
a seguire dozzine di casi giudiziari.
A parte politici e detrattori l’esperimento di
Rajneeshpuram aveva attratto anche l’attenzione di vari ricercatori sociali che
con diverse inchieste cercavano di stabilire le motivazioni sociopsicologiche
che spingevano i sannyasin della comune a qualcosa di così diverso dall’american way of life. Nei risultati di
questi studi veniva sempre fatto notare l’alto livello culturale dei
partecipanti (60% di laureati) e l’assenza assoluta di crimini, alcolismo e
violenza. E non mancavano analisi su chi era percepito come il personaggio
chiave di tutta la faccenda.
“Siccome Rajneesh (Osho) non
parlava in
pubblico e concedeva pochissime interviste – fino all’ottobre dell’84 – Ma
Anand Sheela, la principale portavoce e assistente personale di Osho, divenne
di fatto la leader della comune. Fece poco per favorire una cooperazione o ridurre
i conflitti. La sua maniera di parlare era tagliente,
fiera, caustica, cruda, arrogante e sempre sulla difensiva. Questo suo
atteggiamento non solo favoriva le ostilità ma richiamava anche su
Rajneeshpuram molta attenzione da parte dei media.” 1
In un’intervista di qualche anno dopo a un
giornalista che gli faceva notare – pur riconoscendo a Sheela intelligenza e
abilità sui problemi pratici – come questi lati duri e autoritari della sua
personalità erano assolutamente evidenti, Osho rispose che se ne era accorto
sicuramente ma che una certa durezza era necessaria perché la comune era
circondata da politici che volevano liberarsene e che se la comune fosse stata
rappresentata da persone “innocenti” questi politicanti l’avrebbero subito
distrutta. Questa volontà dei politici appare chiara da documenti ottenuti
qualche anno più tardi attraverso un’ordinanza del tribunale dove si scopre
come persone ad alti livelli nell’amministrazione Reagan sono coinvolte nello spingere ogni tipo di agenzie
federali e statali a trovare qualsiasi mezzo legale per distruggere la comune
ed espellere Osho dagli Stati Uniti.
Nel frattempo Sheela, a quel tempo assistente
personale di Osho e portavoce della comune annuncia la costituzione di una
religione: il Rajneeshismo. In una rara intervista televisiva durante il suo
periodo di silenzio, alla domanda quale sia la sua visione per il futuro del
Rajneeshismo, Osho risponde: “Il Rajneeshismo non è una religione come il
Cristianesimo, l’Induismo, l’Islam, il Buddismo etc. Il nome non deve
fuorviarvi. Mostra semplicemente una carenza del linguaggio – per essere
veramente esatti bisognerebbe dire che il Rajneeshismo è una religione senza
religione. In altre parole si tratta di
religiosità, senza un dogma, un culto o delle credenze, ha solo le
qualità dell’amore, del silenzio, della meditazione, della preghiera. E quindi
non può finire mai. Non è nata con me. È qualcosa che è sempre esistito e
continuerà a esistere. È la vera essenza dell’evoluzione umana, della
consapevolezza e della sua cultura. Buddha, Gesù, Krishna sono espressioni di
questo spirito, ma in quei giorni non era possibile per una religione
manifestarsi così come può farlo adesso…” 2
Viene pubblicato anche un piccolo libro intitolato
Rajneeshismo: una raccolta di corte citazioni dai primi discorsi di Osho. Si
fonda un’Accademia di Rajneeshismo che si occupi delle questioni
“ecclesiastiche”, creando cerimonie per i momenti importanti della vita –
nascita matrimonio, morte – nominando le
varie figure dei ministri di questo culto; si iniziano le giornate con un
cantico detto gacciami.
“Nei miei colloqui con l’INS
(l’ente americano che si occupa di immigrazione e permessi di soggiorno)
insistevo che avrei preferito chiamare religiosità la mia visione filosofica,
ma loro hanno ribattuto che non era possibile perché nessuna delle loro
categorie si chiamava religiosità. Si possono presentare domande (per permessi
di soggiorno) solo per il settore religione. Il settore religiosità non era da
loro previsto. Io spiegavo loro che esisteva una differenza. Una religione è un
sistema fisso di credenze, ha dei dogmi. La religiosità è solo una qualità,
come l’amore. Non è qualcosa di organizzato. Non ha né preti né suore. È
ribellione contro tutto ciò che distrugge la ragione umana. Ma loro mi
risposero che non potevano accettare nessuna richiesta se non fosse stata usata
la parola religione. E così risposi che per ottemperare alle loro stupide
categorie avrei usato la parola religione. Ecco perché l’ho usata. Ma in questo
mio periodo di silenzio Sheela è riuscita a svilupparla in maniera più
organizzata: una religione, una gerarchia.” 3
Nell’ottobre dell’84 Osho decide di porre termine
al suo periodo di silenzio ormai durato tre anni e ricominciare a fare discorsi
pubblici ogni giorno nel Mandir (la grande struttura dove avvenivano le
meditazioni collettive e le celebrazioni alla presenza di Osho).
La sua assistente personale, Sheela, tenta
dapprima di convincerlo a non farlo, dicendosi preoccupata per la sua salute,
ma poi viene deciso che i discorsi verranno tenuti davanti a un limitato gruppo
di sannyasin all’interno della residenza di Osho e ripresi su videocassette che
verranno poi proiettate per tutti quanti all’interno del Mandir. Poco dopo i
primi discorsi Sheela tenta di sospendere queste proiezioni pubbliche “perché
c’è troppo lavoro da fare” e dopo molte proteste si arriva al compromesso di
proiettare i discorsi di Osho alla sera molto tardi, dopo la lunga giornata di
lavoro.
Fin dai primi discorsi Osho colpisce per la sua
critica serrata di tutte le religioni tradizionali e inizia a parlare
dichiarando che c’è bisogno di rendere più chiaro, completandolo, il quadro
della sua visione che aveva continuato a tratteggiare per così tanti anni.
Adesso, dopo aver a lungo commentato le opere di altri maestri, parlerà
esclusivamente della sua verità – la sua più intima esperienza – davanti alla
“sua gente”, quelli che attraverso questo lungo periodo di silenzio sono andati
al di là di un mero rapporto intellettuale, hanno rafforzato un contatto non
più con le sue parole, ma con la sua presenza, con l’essere stesso di Osho –
una comunione e non più una comunicazione.
Osho parla della morte delle religioni, di dio
come menzogna, della responsabilità che ognuno deve prendersi riguardo alla propria
vita, del valore dell’individuo, della ribellione.
“Ma stranamente l’uomo ha tentato di diventare
come dio. Invece di tentare di diventare un uomo, ha tentato a lungo di
diventare come dio. E non può diventare dio, perché dio non c’è, niente di simile
è possibile. Ma in questo sforzo di innalzarsi al livello di dio, l’uomo cade,
è inevitabile. E cadendo cade più in basso del livello di essere umano. Ecco
dove hanno sbagliato tutti i vostri uomini di religione, i vostri cosiddetti
santi: tentando di diventare dio, sono caduti al di sotto dello stato di essere
umano, sono diventati subumani.” 4
“Mi hanno chiesto in molti perché continuo a
insistere nel distruggere la fede della gente in dio. È semplice aritmetica:
senza distruggere dio non posso aiutarvi a distruggere il vostro ego. Se non
c’è dio l’esistenza continua a fluire, a
muoversi a crescere a espandersi, nessuno la sta controllando, nessuno
la mantiene in vita, è autonoma…
Ecco cosa intendo quando dico che non c’è dio, che
l’esistenza è autonoma. Gli alberi crescono autonomamente, gli uccelli volano,
il sole sorge per conto suo. Ed è bello che non ci sia nessuno dietro a tutta
questa meravigliosa esistenza, a farla diventare uno spettacolo di marionette.
Questo è ciò che tutte le religioni ti insegnano, senza nessuna eccezione, che
tu sei un burattino. Con dio tu non puoi essere nient’altro che un burattino, i
fili sono tutti nelle sue mani. Voglio che tu sia silenzioso, meditativo,
cercando dentro di te per vedere se c’è qualcuno. E sarai sorpreso di scoprire
che non c’è nessuno, solo la pura esistenza, autonoma. Non c’è nessuna entità dentro di te. Tu sei parte integrante
dell’intera esistenza. Sei unito agli alberi, ai fiumi, all’oceano in
migliaia di modi – visibili e invisibili.
Non sei separato.” 5
Osho spiega che mentre commentava i maestri delle
religioni del passato era costretto, sia dall’argomento che dal pubblico, a
usare un linguaggio di tipo religioso, ma ora può parlare liberamente, esporre
la sua verità, mandare al diavolo dio, l’inferno, il paradiso, le leggi
karmiche…
“Ora ho trovato le persone che possono portare il
mio lavoro in tutto il mondo. Ora voglio dire le cose che volevo dire fin
dall’inizio, ma era difficile, perché nessuno era pronto ad ascoltarle. Ora c’è
la mia gente – coi cuori aperti, pronti ad assorbirmi, ad assimilarmi
totalmente
È quasi come accendere una candela con un’altra
candela. Puoi continuare a farlo, puoi accendere così milioni di candele. E la
prima candela non perde niente, non è che abbia perso della luce ora che
milioni di candele stanno bruciando. Non ha perso niente, anzi ha guadagnato.
Ero una candela sola in un mondo di tenebre, ora milioni di candele stanno
facendo luce ogni dove.
La loro luce è la stessa.
Le loro fiamme sono diverse.
Ogni sannyasin deve coltivare la sua propria
fiamma.
Ma la luce sarà la stessa.” 6
A partire dal festival di luglio del ‘95 Osho
inizia a tenere i discorsi direttamente nel Mandir, davanti a ventimila persone
– durante il festival – e circa ottomila in seguito. Inizia anche a concedere
ogni sera interviste alla stampa mondiale, dichiarando che lo fa perché il suo
messaggio non è limitato a un solo particolare gruppo di persone, è per tutti
gli esseri umani in quanto tali e lui li vuole raggiungere il più direttamente
possibile, attraverso i mezzi d’informazione.
Il 14 settembre Sheela e un gruppo di suoi stretti
collaboratori lasciano improvvisamente, di nascosto, la comune per trasferirsi
in Germania. Subito dopo cominciano a venire alla luce tutta una serie di intrighi
e persino molte illegalità che avevano perpetrato approfittando del loro
strapotere.
[continua sul numero di
aprile]
note:
1.
Tratto da: Osho Rajneesh and his
disciples: some western perceptions
2. Osho, intervista apparsa su
The Rajneesh Times 19-8-83
3.
Osho, The Last Testament vol 3 # 8
4.
Osho, From Darkness to Light # 13
5.
Osho, From the False to the Truth # 18
6.
Osho, From Personality to Individuality # 14.
LA BASE DEL MIO INSEGNAMENTO
In quegli anni Osho sia nei suoi discorsi che
nelle interviste con la stampa continua a precisare la non istituzionalità del
suo messaggio religioso che pone l’accento sul valore intrinseco dell’individuo ed è contro ogni tipo di organizzazione
religiosa e culto della persona.
Il nucleo essenziale del mio insegnamento è:
nessun credo, nessun dogma, nessuna fede, nessuna religione, niente che sia
preso in prestito. Puoi fare affidamento solo su ciò che hai sperimentato di
persona; devi dubitare di tutto il resto. Proprio come le altre religioni trovano
il loro fondamento nella fede, il mio è nel dubbio. Il mio principio
fondamentale è lo stesso su cui si basa la scienza: dubita, finché non trovi
qualcosa nella tua esperienza di cui è impossibile dubitare.
La scienza si muove verso l’esterno, io mi muovo
verso l’interiorità. Questo movimento verso l’interno è ciò che chiamo
meditazione. Per poterti muovere all’interno devi compiere tre semplici passi,
e il quarto accade da solo.
Il primo passo è osservare tutte le tue attività;
quello è il tuo corpo e quelle sono le sue azioni: camminare, tagliare legna,
attingere acqua dalla fonte. Rimani un testimone. Non agire da robot.
In secondo luogo, quando diventi capace di
osservare il tuo corpo, di essere un testimone delle sue azioni, puoi fare il
secondo passo: osservare le attività della tua mente: pensieri, sogni,
fantasie. Rimani un testimone, come se ti trovassi sul ciglio di una strada e,
su questa strada, stesse passando una processione di pensieri. Tu non ne sei
parte. Sei solo uno specchio che riflette, senza giudicare, perché uno specchio
non ha giudizi. Con un bel viso, lo specchio non dice: “Splendido.” Con un viso
brutto, lo specchio non dice: “Oh no!” Lo specchio non fa che riflettere tutto
ciò che appare di fronte ad esso. Esattamente allo stesso modo uno deve
diventare un testimone puro, senza giudizi, valutazioni: questo è buono, questo
è cattivo. Allora si verifica una strana esperienza: quando la tua capacità di
osservazione cresce, i pensieri diminuiscono, e nella stessa percentuale. Se il
tuo testimoniare è il dieci per cento, ci sarà un novanta per cento di
pensieri; se la tua consapevolezza, la tua coscienza, è del novanta per cento,
ci sarà solo un dieci per cento di pensieri. Col cento per cento di capacità di
osservazione, ci sarà il nulla totale; questo è lo stato di non-mente, questa è
la porta verso il terzo e ultimo passo.
Adesso osserva le emozioni più sottili, gli stati
d’animo. I pensieri non sono così sottili. Gli stati d’animo, un’ombra di
tristezza, una certa gioia.
Il primo passo riguarda il corpo, il secondo la
mente, il terzo il cuore. E quando puoi osservare anche il terzo, il quarto
accade da solo. All’improvviso un salto quantico, e ti ritrovi proprio al
centro del tuo essere, dove non c’è nulla di cui essere consapevoli. La consapevolezza è consapevole di se
stessa, la coscienza è cosciente di se stessa.
Questo è il momento dell’estasi suprema, del samadhi,
dell’illuminazione, o comunque vuoi chiamarlo; in ogni caso questo è il momento
supremo, al di sopra del quale non c’è nulla. Non c’è modo di andare oltre,
perché dovunque tu vada al di là di esso, sarai comunque un testimone. Se inizi
a osservare l’osservatore, non sei
andato più in alto; sei sempre un testimone. Quindi l’osservazione è la fine
del viaggio, sei arrivato a casa.
Il mio insegnamento è tutto qui. È assolutamente
scientifico. Non ha bisogno di fede, ciò che serve è sperimentare. Non chiedo a
nessuno di aver fede in me. Chiedo solo di provare e sperimentare.
So che accadrà anche a te perché è accaduto a me,
e io sono un essere umano normale proprio come te. Non sostengo di essere un
profeta o un salvatore o un’incarnazione di Dio. Non vanto alcuna capacità
speciale. Sono proprio uguale a te. L’unica differenza è che tu stai ancora
dormendo, e io sono sveglio. È solo una questione di tempo, prima o poi anche
tu ti sveglierai.
Quindi non c’è alcun bisogno di fare di me un
oggetto di venerazione, non c’è bisogno di adorarmi. Se mi ami veramente,
questo è sufficiente perché tu possa partecipare all’esperimento. Ti darò una
garanzia: accade veramente. Ti posso dare un incoraggiamento, ma non sarò il
tuo salvatore. Non mi prenderò la responsabilità, ma farò del mio meglio per
scuoterti e far sì che ti svegli.
Osho, tratto da: The Last Testament vol 3
#2
Di recente ho visto un
comico in una
satira dei messaggi pubblicitari, iniziava declamando con voce profonda: “Per
duemila anni, l’uomo ha continuato a cercare un deodorante che funzioni
veramente”. Dopo una breve pausa, continuava: “Però, è un sacco di tempo che
puzza!”.
Negli ultimi, non duemila ma quattro milioni di
anni, ci sono stati in giro per questo pianeta vari modelli sperimentali
dell’animale chiamato Homo Sapiens. Non ho idea di come si sia evoluto il
nostro odore, all’esterno, ma all’interno il puzzo è terribile. Siamo
intrappolati nella follia della violenza. Solo negli ultimi tremila anni siamo
riusciti a combattere circa 5000 guerre. Come dice Osho: “Sembra che l’uomo non
sia nient’altro che uno strumento necessario per ulteriori guerre e
distruzioni”.
Se fossero necessarie ulteriori prove del fatto
che c’è qualcosa di sicuramente sbagliato, basta leggere un giornale qualunque
e segnare in nero tutte le storie di gente che fa violenza a se stessa, in
rosso quelle di violenza verso qualcun altro e in verde quelle di violenza nei
confronti dell’ambiente. Alla fine ti restano giusto gli annunci economici e le
previsioni del tempo.
Andiamo a lavorare con sorrisi educati sui nostri volti, ma sotto sotto siamo pieni
di rabbia. Persone gentili e amichevoli un momento e, l’attimo dopo, barbari
assassini. Uccidiamo perché l’altro ha un dio diverso, un differente colore di
pelle, un naso di forma diversa o appartiene all’altro sesso. Qualunque scusa è
buona. Poi, se ci rimane un po’ di tempo tra una strage e l’altra, distruggiamo
piante e animali, inquiniamo l’aria e l’acqua, roviniamo la terra, e guardiamo
dall’altra parte mentre l’AIDS miete le sue vittime. Naturalmente ci
assicuriamo di produrre molti più bambini di quanti possiamo o vogliamo
allevare. Se poi non riusciamo a scaricare la rabbia su qualcun altro, possiamo
sempre far del male a noi stessi, con le droghe per esempio, o persino il
suicidio. Quando infine la situazione diventa assolutamente caotica, ci
domandiamo come mai abbiamo così tanti problemi.
È incredibile vedere come possiamo essere molto
brillanti in certe cose e al tempo stesso molto stupidi in altre. In molti
campi gli esseri umani hanno raggiunto livelli straordinari: le sculture di
Michelangelo, i libri di Dostoevsky, l’arte di Osho, il Taj Mahal, Khajuraho. E
poi l’uomo sulla luna, i microchips, la microchirurgia. La lista è lunghissima.
Ma quando si tratta di rispondere a domande molto
semplici su noi stessi, il compito ci sembra impossibile, si finisce in un
vicolo cieco. Riguardo alla violenza e alla rabbia menzionate prima, per
esempio, che fine ha fatto questa nostra genialità?
Quando in qualche scuola americana esplode uno dei
frequenti episodi di follia adolescenziale – causando morti e feriti – dobbiamo
sorbirci settimane di dibattiti tormentati fra i cosiddetti esperti, che si
interrogano sulle ‘responsabilità sociali’, sul ruolo dei mezzi di
comunicazione e così via.
Discorsi assurdi e superficiali. Certo, i mezzi di
comunicazione hanno le loro responsabilità, ma chi li ha creati? Noi. Certo,
questi episodi sono il prodotto di un certo tipo di società, ma chi l’ha
creata? Noi.
Forse che i bambini bianchi arrivano già su questo
pianeta odiando i bambini neri? I bambini serbi odiano quelli albanesi fin
dalla nascita? E quelli israeliani i palestinesi? O i neonati maschi odiano le
femmine? O nascono tutti quanti già determinati a distruggere l’ambiente?
Dove le imparano tutte queste cose? Da noi,
ovviamente. E noi da chi le abbiamo imparate? Dai nostri genitori, dalla loro
società – una situazione che continua immutata da milioni di anni, e che non ci
impedisce di parlare con orgoglio dei ‘nostri figli’ e di come abbiamo
condiviso con loro la nostra ‘eredità culturale’. Ma di che cosa stiamo
parlando?
Cosa hanno prodotto l’autocontrollo, la
disciplina, la serietà, la moralità, l’obbedienza, il credere in dio – tutti
questi nostri splendidi “valori”? La sterminio degli indiani d’America?
L’assassinio di milioni di ebrei in Germania? La ‘pulizia etnica’ nei Balcani?
Il sistema di caste in India? L’AIDS? La distruzione delle foreste equatoriali?
Hiroshima? Nagasaki?
E il genio umano? Basta il semplice buon senso per
comprendere che la maggior parte delle ragioni per cui facciamo del male e
uccidiamo, dipende dal fatto che vogliamo imporre i nostri ‘valori’ a ogni
nuova generazione. Ieri vuole
comandare sull’oggi.
Quando Krishnamurti afferma che il mondo siamo
noi, ha perfettamente ragione. Questo mondo è la nostra creazione. Ma questa è
solo una parte del problema. Il fatto che continuiamo a forzare sulle nuove
generazioni, anno dopo anno, la stessa attitudine alla violenza è una follia al
di là di ogni comprensione. Consideriamo magari intelligente porsi di continuo
complicate domande sull’origine dell’universo, ma nessuno invece sembra
chiedersi perché siamo così orgogliosi del nostro violento passato e come mai
questo continui a influenzarci anche oggi. La verità è che siamo ancora
condizionati da tradizioni barbare e,
quel che è peggio, continuiamo a modellare le nuove generazioni con le stesse
idee. Perché non esiste alcuno studio scientifico su questi meccanismi di
condizionamento mentale? Senza parlare poi dell’urgente necessità di una
scienza che si occupi di decondizionamento. Osho riconosce che questo processo
può avvenire anche quando l’individuo si allontana dalla società, ma ribadisce
che il suo metodo è quello invece di fare in modo che sia la società a uscire
dall’individuo. È questo il valore reale del decondizionamento. E poi dovremmo
anche occuparci della scienza della meditazione, per evitare di ritrovarci
condizionati di nuovo.
Siamo appena passati dal secolo più violento nella
storia dell’umanità a un nuovo millennio pieno di incertezze: continueremo ad
avere ‘abbastanza’ acqua e cibo? Riuscirà l’AIDS a decimare l’umanità e a
distruggerne le basi economiche? Ci sarà una guerra nucleare? Oppure la fine
verrà con una ‘più moderna’ guerra batteriologica?
A meno che non decidiamo finalmente di investire
nella scienza del comprendere noi stessi altrettanta energia di quanta ne
adoperiamo per capire ogni cosa al di fuori di noi, questo esperimento chiamato
Homo Sapiens è destinato a fallire. La scelta che abbiamo di fronte non ci
lascia molte possibilità. Abbiamo bisogno di riconoscere finalmente che il
passato è stato un disastro e che continuare a perpetuarlo vuole dire
assicurarsi un presente egualmente disastroso. Altrimenti, se proprio non siamo
capaci di dare un addio al passato, potremmo ritrovarci senza più un futuro.
L'origine del problema
È facile vedere quanta negatività esiste
nel mondo. Ma da dove viene? Non è generata dal “lato oscuro della forza” che
agisce contro l’umanità, ma è la somma di tutte le nostre piccole negatività
individuali.
In realtà, se non ti sei
prima
liberato dei tuoi problemi personali, non puoi avere la prospettiva giusta per
comprendere i problemi mondiali. Se la tua casa è in completo disordine, se il
tuo essere più intimo è confuso, non sei nella situazione per comprendere
problemi più vasti. Non hai nemmeno una comprensione di te stesso, comincia da
lì, perché ogni altro approccio sarà sbagliato.
Persone che sono in uno stato di tremenda confusione
mentale cominciano ad aiutare gli altri e a proporre soluzioni. Queste persone
creano più problemi al mondo di quanti ne risolvano. Sono loro i veri
seminatori di discordia: i politici, gli economisti, i dirigenti pubblici, i
missionari. Sono loro a provocare disastri: la loro consapevolezza interiore
non è ancora chiara e sono già pronti ad intromettersi nei problemi degli
altri. In effetti questo è il loro modo di evitare la realtà, di non
fronteggiarla.
Ricorda che il problema del mondo sei tu, tu sei il problema: se prima non lo
risolvi, tutto ciò che fai renderà solo le cose ancora più complicate. Prima di
tutto metti in ordine casa tua, crea un universo al posto dell’attuale caos.
Un’antica storia indiana, una favola molto vecchia
ma tuttora importante dice...
Un re potente, ma un po’ stupido, si lamentava che
le asperità del terreno gli facevano male ai piedi. Ordinò così che l’intero
regno fosse ricoperto da un tappeto fatto di cuoio, appunto per proteggergli i
piedi. Il buffone di corte sentendo questo ordine scoppiò a ridere: “Il re è ha
avuto un’idea davvero ridicola!” disse.
Il re si arrabbiò moltissimo e minacciò il
buffone: “Trova tu una soluzione migliore, altrimenti ti farò decapitare”.
Il buffone rispose: “O sire,
taglia dei pezzetti di cuoio e copriti i piedi con quelli”. Ed è così che
nacquero le scarpe.
Non è necessario ricoprire tutta la terra di
cuoio; se ti copri i piedi avrai coperto anche la terra. Questo è l’inizio
della saggezza.
È vero, ci sono dei problemi, sono d’accordo. Sono
problemi grossi. La vita è veramente un inferno. Esiste la povertà,
l’infelicità, la violenza, – ci sono follie di ogni genere – è vero, ma
continuo ad insistere che il problema sorge nell’animo dell’individuo. Il
problema esiste perché gli individui sono nel caos. Il caos totale non è
null’altro che la somma di tanti fenomeni: tutti noi abbiamo contribuito con il
nostro caos.
Il mondo è una rete di relazioni; siamo collegati
l’uno con l’altro. Io sono nevrotico, tu sei nevrotico: a questo punto la
relazione diventa molto, molto nevrotica – si moltiplica, non si raddoppia
soltanto. Tutti sono nevrotici, è per questo che il mondo è nevrotico. Adolf
Hitler non nasce per caso, siamo noi a crearlo. Il Vietnam non nasce per caso,
lo creiamo noi. È il nostro materiale infetto che emerge: paghiamo il prezzo
del nostro caos. Inizia sempre da te: tu sei il problema mondiale. Quindi non
cercare di evitare la realtà del tuo mondo interiore, questo è il primo passo.
La povertà non è la radice del problema, la radice
è l’avidità. La povertà ne è il risultato. Continui a combattere la povertà ma
non può succedere nulla. La radice è l’avidità; deve essere sradicata. La
guerra non è il problema, l’aggressività individuale è il problema, la guerra
ne è solo il prodotto.
Il problema non è la guerra e i vari Bertrand
Russel non possono essere di nessun aiuto. Il problema è l’aggressività
all’interno di ogni individuo. Le persone non sono in pace con se stesse,
quindi deve esistere la guerra, altrimenti queste persone diventerebbero matte.
Cambia alla radice: è necessaria una
trasformazione radicale, non basterà
una semplice riforma. Ma potresti anche non capire: io sono qui e parlo sempre
di meditazione... no, non puoi vedere la connessione – come la meditazione è in
relazione con la guerra. Io riesco a vedere questa connessione, ma tu non la
riconosci.
La mia idea è che se anche solo l’uno per cento
dell’umanità diventa meditativa, le guerre scompariranno, è questo l’unico
modo. È proprio necessario liberare una simile quantità di energia meditativa.
Se l’uno per cento dell’umanità, il che vuol dire una persona ogni cento,
diventa meditativa, le cose si struttureranno in modo completamente diverso. Ci
sarà meno avidità: di conseguenza si ridurrà la povertà. La causa della povertà
non è la scarsità dei prodotti – la causa è che la gente fa incetta di cose,
perché la gente è avida.
Pensa se gli uccelli fossero soliti accaparrare...
alcuni diventano ricchi e alcuni diventano poveri; allora gli uccelli americani
diventeranno i più ricchi di tutti, e il resto del mondo ne soffrità. Ma loro
non accumulano niente, quindi non c’è povertà. Hai mai visto un uccello povero?
Tra gli animali della foresta nessuno è povero e nessuno è ricco. Non vedi
neppure uccelli grassi e uccelli magri e mingherlini. Tutti i corvi sono
simili, non puoi nemmeno distinguerli l’uno dall’altro. Perché? Loro gioiscono,
non accumulano.
Vivere nel momento, vivere nel presente, vivere
con amore, con amicizia, responsabilmente... e allora il mondo sarà completamente
diverso. L’individuo deve cambiare, perché il mondo non è altro che una
proiezione dell’animo individuale.
Ma ci sono delle persone a cui piace prendere vie
molto tortuose: vorrebbero prima cambiare il resto del mondo e solo in seguito
arrivare a se stessi. Ma lasciami dire che non sarai mai in grado di arrivare a
te stesso se prendi una strada così lunga.
Ho sentito dire... Un vecchio era seduto sul
ciglio della strada per Delhi mentre passava un giovane in macchina.
Quest’ultimo si fermò e chiese al vecchio: “Quanto dista Delhi da qui?” Il
vecchio rispose: “Se continui nella direzione in cui stai andando adesso, è
molto, molto lontana. Dovrai fare il giro del mondo, perché Delhi è proprio
dietro di te, a sole due miglia”.
Se ti volti indietro, non è molto lontano, sono
solo un paio di minuti. Se vuoi cambiare il mondo intero e solo in seguito
pensi di cambiare te stesso, non ci riuscirai mai: non arriverai mai a casa.
Comincia da dove sei. Sei parte di questo mondo orrendo: se cambi te stesso, cambi
anche il mondo. Cosa sei, se non una parte di questo brutto mondo? Perché vuoi
cambiare il tuo vicino? Probabilmente lui non ne sarà contento, non sarà
d’accordo, o non sarà interessato. Se sei diventato consapevole che il mondo ha
bisogno di una grande trasformazione, allora sei proprio tu il mondo più vicino
a te stesso: comincia da lì!
Osho, tratto da: The Divine Melody # 8
Cosa fare con le
nostre emozioni negative che ci pesano addosso?
Amato Osho,
emotivamente mi sento del tutto esausta. Qualcosa mi sta dilaniando,
ma non riesco a capire cosa sia. Negli ultimi giorni sono passata attraverso
momenti di intenso odio per me stessa. Sono come delle crisi, durante le quali
mi sembra impossibile si possa amare una creatura come me. A un altro livello
mi dico di osservare, di essere consapevole di queste emozioni, di ricordarmi
che non sono reali. Ma quando sono nelle loro grinfie, è davvero molto reale –
dipende tutto da cosa prevale nel
momento. Quando riesco a uscire da questo tumulto interiore, mi vedo come una
pazza che continua con la sua routine quotidiana, apparentemente del tutto
normale. È così che si cresce, oppure sono solo fuori di testa, schizofrenica,
intrappolata in un circolo vizioso?
Ognuno ha i suoi alti e
bassi, è
naturale. C’è solo una cosa in cui sbagli, che ti farà impiegare più tempo per
liberarti della tua infelicità: quando senti queste emozioni negative verso te
stessa, non cercare di osservarle. Non è ancora il momento. Vivile. È questo tuo
osservare che ti dà l’idea della schizofrenia o della personalità frammentata,
perché da un lato provi queste emozioni negative verso te stessa e dall’altro
cerchi di ricordarti che sei solo un testimone e che si tratta solo di idee che
presto svaniranno. Ti stai dividendo in due.
La prima cosa che ti suggerisco è di non dividerti
in due.
Avrei potuto suggerirti di osservare, ma non è
ancora il momento, non sei ancora matura per farlo. Prima di essere veramente
totale nell’osservarti, devi passare attraverso l’inferno di tutte queste
emozioni negative; altrimenti saranno solo represse, pronte a saltar fuori in
ogni momento, appena sei un po’ più vulnerabile. È meglio liberarsene, ma
questo non significa che devi osservarle. Dimenticati dell’osservazione. Vivi
ogni emozione che provi: sei tu. Comunque ti senti, odiosa, brutta, indegna –
sii totalmente presente in questi stati d’animo. Prima dà loro la possibilità
di emergere completamente nella mente cosciente. Adesso, con il tuo tentativo
di osservarli, li stai reprimendo nell’inconscio; anche quando ti occupi del
tuo lavoro di tutti i giorni, li stai nuovamente ricacciando giù. Non è così
che puoi liberartene.
Lascia che la emozioni
vengano fuori: vivile, soffrile. Sarà difficile e anche noioso, ma incredibilmente
gratificante. Quando le hai vissute, sofferte, accettate, quando puoi dire che
questa sei tu – ti sei trovata fatta così, non sono una tua creazione, quindi
non meriti una condanna – quando le emozioni sono vissute con consapevolezza,
senza alcuna repressione, vedrai che scompaiono da sole. Il loro potere su di
te diventa minore, la loro presa si allenta. E quando cominciano a svanire,
arriva il momento in cui puoi osservare.
In Oriente raccontano una
parabola: un elefante che passa da una porta… l’elefante è passato, ma la sua
ombra è ancora all’interno e assomiglia a un elefante. L’elefante è già uscito
ed è rimasta solo la sua ombra, questo è il momento di osservare perché le
ombre non possono tornare nell’inconscio; le ombre non esistono. Se osservi, se
sei consapevole, l’ombra morirà, svanirà. Ma prima lascia uscire l’elefante.
Ti stai tenendo dentro un elefante. Puoi
nasconderlo, ma per quanto tempo? E
continuerai a essere obbligata a trasportare l’elefante, con tutto il
suo peso… tutte le tue azioni ne saranno influenzate. Farai qualcosa, ma con
rabbia, farai qualcosa, ma piena di odio – farai qualunque cosa quasi come uno
zombie, perché quell’elefante è troppo pesante.
La responsabilità non è tua. Nessuno, in realtà,
ne è responsabile. Una volta il responsabile era dio, quella era la sua unica
funzione, ma ora è morto. Puoi scaricare la responsabilità sulla società o sui
genitori, ma non ti sarà di grande aiuto. Può consolarti forse, ma non è una
soluzione. Ricordati che nessuno è responsabile: ti sei ritrovata così. Non ci
vedo niente di strano: ci passano tutti, chi più chi meno.
Ricordati solo di una cosa: più grande è
l’elefante che stai trasportando, maggiore sarà il tuo sollievo e la libertà
quando te ne liberi. C’è sempre un equilibrio: se la tua sofferenza è grande,
sarà grande anche l’estasi. Quindi non preoccuparti. Va bene così.
Vivilo e basta.
Per il momento, l’unica soluzione per te è di
vivere con totalità, affinché l’elefante possa uscire, senza paura: “Ora sono
pronta a vivere, non ho più niente da nascondere”.
Qualsiasi cosa, appena arriva alla mente
cosciente, si disperde; quando poi rimane solo l’ombra, quello è il momento di
diventare consapevole. Adesso può causare solo schizofrenia, in quel momento ti
procurerà chiarezza.
Non preoccuparti dei grandi problemi. Tutti i
nostri problemi sono piccoli. Noi stessi siamo piccoli, come potremmo avere
grandi problemi? Inoltre, quanto più grande è il problema, tanto maggiore sarà
la tua libertà, la tua beatitudine quando il problema sarà scomparso. C’è un
perfetto equilibrio.
Ma ricordati di non reprimere. La tua idea di
osservare, di essere consapevole e basta,
in questo momento non è altro che repressione.
Te lo dirò io, un giorno: “Adesso è il momento di
cominciare a svegliarsi, a osservare”. So che me lo chiederai di nuovo, abbi un
po’ di pazienza… ce la possiamo permettere tutti.
Amato Osho,
mi hai forse suggerito che questo è il momento di vivere ed
esprimere le mie emozioni negative, che in passato non mi sono mai concessa di
mostrare in pubblico? Mi ricordo di una esperienza in un gruppo, anni fa, dove
uno degli esercizi era di esprimere, alla propria maniera, l’emozione che
veniva suggerita: io non ero riuscita a
esprimere nient’altro che la rabbia. In realtà forse non sapevo nemmeno,
in maniera conscia, cosa fossero quelle emozioni, non mi permettevo nemmeno di
ammettere che esistessero. Sto cercando di mettere insieme i pezzi di questo
puzzle. Sono sulla strada giusta?
Arpita, prima di tutto
fai attenzione
a non fraintendermi. Io ho detto: “Esprimi le tue emozioni negative”, non ho
detto: “Pubblicamente”. È così che si travisano le cose.
Ora, se sei in collera con qualcuno e inizi a
esprimere la tua ira, l’altro non farà come Gautama il Buddha, non rimarrà
seduto in silenzio. Non è una statua di marmo, anche lui farà qualcosa. Tu
esprimi la tua rabbia, lui farà altrettanto.
E questo farà crescere la tua rabbia – rabbia e
violenza scatenano nell’altro le stesse emozioni, con in più la voglia di
vendicarsi. E a questo punto tu ti scalderai ancora di più, perché ti è stato
detto di esprimere le tue emozioni.
Sì, ti ho detto di esprimerle – ma non in
pubblico.
Se sei arrabbiata, vai nella tua stanza, chiuditi
dentro, picchia il cuscino, mettiti davanti allo specchio, grida contro la tua
immagine, dì le cose che avresti voluto dire e non hai mai detto a nessuno. Ma
deve essere un fenomeno privato, altrimenti non si finisce più. Queste cose
continuano a girare in circolo, e noi invece vogliamo porvi fine.
Nel momento in cui provi delle emozioni negative
riguardo a qualcuno, il problema non è quella persona. Il problema è che tu hai
una certa quantità di rabbia dentro, e quell’energia deve essere diffusa
nell’universo. Non devi reprimerla, ricacciarla dentro di te.
Quindi, se ti dico: “Esprimila”, intendo sempre in
privato, quando sei da sola. È una meditazione, non una lotta. Se sei triste,
siediti nella tua stanza e sentiti quanto più triste che puoi, non può
nuocerti. Sii veramente triste e osserva quanto dura. Niente dura per sempre,
presto se ne andrà. Se vuoi piangere, piangi, ma in privato.
Queste cose non hanno niente a che fare con gli
altri. È tutto un tuo problema: perché farne un atto pubblico? Non è questa la
maniera di risolverlo, anzi!
Ogni giorno, prima di andare a dormire, mettiti
seduta per un’ora sul letto e fai tutte le cose folli che avresti sempre voluto
fare, tutto ciò che si fa quando è si è arrabbiati, violenti, distruttivi. Non
è detto che devi distruggere cose di valore; basta fare a pezzettini della
carta e buttarla in giro… lo sai come vanno queste cose. Questo basterà.
Distruggi cose di poco conto – ma fallo nella tua
intimità, in modo che quando ne esci sei fresca, rinnovata.
Se vuoi fare qualcosa in pubblico, segui l’esempio
di una tribù di primitivi. Vai dalla persona con cui eri arrabbiata e dille:
“Tra me e me, sono stata molto arrabbiata con te. Ho gridato, ti ho insultato,
ti ho detto delle cose sgradevoli; per favore, perdonami. Ma l’ho fatto in
privato, perché era un mio problema; non ha niente a che fare con te. Tuttavia
era in un certo modo diretto verso di te, e tu non sai nulla –
quindi ti devo delle scuse”.
Questo va fatto in pubblico, perché in questo modo
le persone riescono ad aiutarsi l’una con l’altra. L’altro così non si
arrabbia, al contrario, ti risponde: “Non servono delle scuse, non mi hai fatto
niente di male. Se ti senti a posto, pulita, è stato un buon esercizio”.
Ma non portare in pubblico la tua negatività, le
tue cose brutte, altrimenti cercando di
risolvere piccoli problemi, ne crei di più grandi. Sta’ molto attenta.
Tutto ciò che è negativo deve essere fatto in privato, quando sei da sola. Se
vuoi fare una dichiarazione pubblica – perché magari avevi in mente qualcuno
per cui provavi odio, qualcuno che hai ucciso mentre strappavi la carta a
pezzettini – va’ da lui e chiedigli umilmente perdono.
Qui puoi notare la differenza rispetto alle
cosiddette terapie occidentali. Queste
non hanno… il loro effetto è temporaneo. Cerca di capire una volta per tutte
che il problema è solo tuo, per cui deve essere risolto nella tua intimità.
Non lavare i panni sporchi in pubblico. Non ce n’è
bisogno. Perché coinvolgere altre persone se non è necessario? Perché crearti
una brutta immagine, se non è necessario?
Mi viene in mente una storia molto strana. Siamo a
una grande conferenza, una conferenza mondiale di psicologi, psicoanalisti,
terapisti e esperti di ogni scuola che studia la mente umana. Un grande
psicoanalista deve leggere la sua relazione, ma non riesce a farlo perché la
sua attenzione viene distratta continuamente da una giovane psicoanalista
seduta in prima fila accanto a un tipo vecchio e brutto che continua a toccarle
il seno. E lei non si scompone affatto. Lo psicoanalista non riesce a leggee la
sua relazione. Cerca di nascondersi dietro le carte, ma perde continuamente il
segno. Alla fine, il tumulto interiore è tale che dice: “È impossibile”.
Il pubblico non riesce a comprendere cosa sia
impossibile, né il motivo del suo strano comportamento. Non era mai successo
prima: un pensatore estremamente sistematico, che oggi dice sciocchezze. Legge
mezza frase e poi un’altra che non ha nessun rapporto con la prima, poi arriva
a un’altra pagina, e ora sta dicendo: “È tutto scombinato e non posso…”
E non vuol guardare la donna in prima fila.
Qualcuno si alza e dice: “Ma che succede? Perché
ti stai comportando da stupido?”
“Non mi sto comportando da
stupido”
risponde. “Questa giovane donna non sta facendo nulla mentre quel vecchio
sporcaccione le tocca il seno”. La donna dice: “Ma questo non è un problema
tuo. Tu dovresti leggere la tua relazione. Persino per me non è un problema. È
un problema del vecchio, perché dovrei preoccuparmene? È sessualmente represso,
magari non ha goduto abbastanza a lungo del seno di sua madre. E così a
quest’età… deve avere ottant’anni. Non mi sta facendo alcun male. Non è un
problema mio, perché dovrei farlo smettere? E non è un problema tuo, perché ti
disturba tanto? È solo un problema suo. Dovrebbe farsi psicoanalizzare ed è lui
stesso un grande psicoanalista. In realtà è il mio maestro”.
Ma capire il punto di vista della donna – quello
che lui fa non è un mio problema – richiede una personalità estremamente
integrata, una visione cristallina del fatto che anche se sta facendo qualcosa
con lei, il problema è interamente del vecchio.
La donna poi continua: “Perché dovrebbe darmi
fastidio? Questo poveretto probabilmente risente della sua infanzia e non ha
mai trovato il modo… e adesso ha già un piede nella tomba. Se gli posso dare un
po’ di soddisfazione, non c’è niente di male. A me non dà assolutamente
fastidio, quello che non capisco è come mai tu non sia riuscito a leggere la
tua relazione. Mi sembra che tu sia nella stessa barca di questo vecchio. Hai
anche tu lo stesso problema”.
Ed è proprio così. Quell’uomo ha lo stesso
problema perché altrimenti non troverebbe nulla di cui preoccuparsi. Può
leggere la sua relazione e lasciare che il vecchio continui a fare ciò che sta
facendo; se la ragazza non fa nulla per fermarlo e non sembra neanche
accorgersene, non sono affari suoi.
Se la gente potesse occuparsi dei propri problemi
e non continuasse a diffonderli in giro… perché così tendono a ingrandirsi.
Ciò di cui questo vecchietto ha bisogno è solo un
biberon, in modo che la notte, quando è solo, possa succhiare il latte tiepido
ed essere felice. Al buio, se si tratta di un capezzolo o di una tettarella di
gomma non fa nessuna differenza. Tutto ciò che gli serve è un biberon tutte le
notti… così che possa morire in pace e senza problemi. E invece scarica il
problema su una povera donna che non c’entra per nulla..
E in più disturba anche uno che è completamente al
di fuori di tutta la faccenda, solo perché anche lui ha lo stesso problema.
Tieni per te i tuoi problemi privati. Nessuna
terapia di gruppo può essere di molto aiuto, perché ciò che fai in un gruppo
non si può fare nel normale contesto sociale. Il gruppo non può diventare tutta
la tua vita: al di fuori del gruppo avrai gli stessi problemi.
Ciò che ti sto dando è un metodo semplice, che
puoi applicare facilmente da sola. Ripulisci la mente inconscia e poi vai nel
mondo – con le altre persone – con un viso più rilassato, occhi più
limpidi… azioni più umane. Va tutto bene
Arpita, solo non fraintendermi. Hai usato la parola ‘pubblico’, ma non c’è
niente di pubblico, è un tuo problema.
Perché disturbare gli altri? Anche loro hanno i loro problemi. Lascia che anche
loro si occupino dei loro problemi in privato. Per il resto, sei sulla strada
giusta. Esprimiti. Trova un modo di esprimere che sia il più economico possibile,
il meno costoso, ma fallo sempre quando sei da sola, in maniera che solo tu
conosca la sgradevolezza di ciò che hai espresso.
Osho, brani tratti da: The Transmission of the Lamp #6 e #10
LAVORARE STANCA?
L'atteggiamento
predominante nei confronti del lavoro, può cambiare quando si incontra la
meditazione. Swami Prem Marco lavora da 12 anni come assistente di volo; è
sannyasin dal 1980, ci racconta la sua esperienza.
HO
COMINCIATO A LAVORARE abbastanza presto. A lavorare per vivere, intendo. Pur
appartenendo a una generazione che si compiaceva di avere, tra le sue parole
d'ordine, quella del "rifiuto del lavoro", a me è toccato lavorare
subito... quando si dice la fortuna, nella vita. Avevo meno di vent'anni, l'età
in cui il lavoro, quello vero, fatto per necessità o per scelta, è solo una
condanna e inoltre il primo impatto fu un mezzo trauma. Si trattava perlopiù di
cose saltuarie, quasi sempre lavoro nero, spesso anche malpagato. Così dopo
qualche annetto passato tra capiofficina schiavisti, ristoratori disonesti e
altri padroni di questa fatta, avevo maturato una profonda convinzione: il
lavoro era una fregatura.
L'incontro
con Osho ha cambiato tante cose nella mia vita, ha stravolto la mia percezione
del mondo, di me stesso, ha dato un diverso sapore, una diversa qualità alle
mie esperienze. E mi ha anche fatto capire qualcosa del mio atteggiamento sul
lavoro. Posso assicurare che per me è stato uno choc sentir parlare di essere
totali nel lavoro, del lavoro come gioia, come meditazione. Tutto ciò che
sentivo o leggevo dal maestro sull'essere creativi o sul trovare uno spazio di
meditazione anche nei gesti ripetitivi, sulla dignità dei
La
gente vive una costante conflittualità col proprio lavoro, la maggior parte ne
è insoddisfatta ma non può rinunciarvi, per motivi che vanno ben oltre il
bisogno di soldi,
Non
è mica poco! Capisci perché c'è gente che nella vita non ha fatto altro che
lavorare. Capisci anche le ragioni profonde di quella paura nello sguardo dei
colleghi che stanno per andare in pensione, del loro disorientamento. Sorridono
nervosi, fanno battute sulla loro prossima libertà, ma ti rendi conto che ne
sono terrorizzati. Dopo venti, trent'anni di fatica, conflitti gerarchici,
beghe sindacali e tutto il corollario di quotidiana follia che accompagna un
lavoro "normale" li vedi ancora pieni di rimpianto – quella follia
era essenziale alla loro sopravvivenza. Quando parlo di sopravvivenza dico sul
serio, ne ho visti tanti andare in pensione e non solo morire di noia, ma
morire proprio e nel giro di poco tempo! Forse il mio ambiente – faccio
l'assistente di volo – soffre di stress o patologie particolari ma credo che in
realtà quello che li uccide sia l'assenza improvvisa di una identificazione così
forte. Questo è vero per tutti comunque, magari in misura diversa tutti si
corre il rischio di vivere la nostra vita in nome e per conto di altri interessi:
la produzione, il profitto, il successo, la carriera – tutto ciò che ci
allontana da noi stessi, dalla nostra solitudine. A volte ne parlo con le
persone, coi colleghi, cerco di condividere un esperienza di lavoro diversa,
come capita a Pune: vengono fuori cose interessanti, ma anche difficoltà. Una
domanda classica è: "Ma come! Non ti pagano?" Dissociare il lavoro
dal denaro – cioè fissare il prezzo del proprio tempo, della propria vita –
diventa il primo passo per cominciare a parlare di lavorare come un'attività
creativa,
Già,
“lavorare stanca", dicono, ma secondo me stanca di più chi non ha mai
avuto la possibilità di lavorare non per fuggire da se stesso, ma per
ritrovarsi.
Sintonizzarsi
su
IL
PROBLEMA NON E' IL LAVORO
Amato
Osho,
l'uomo
moderno – in questa era tecnologica caratterizzata dalla velocità, dalla
fretta, dell'iperattività e dalla tensione – alla fine della giornata di lavoro
si sente completamente esausto. In questa situazione per lui è difficile
raggiungere il silenzio e la quiete interiore. Spiega per favore quali sono le
ragioni di questo fatto e cosa si può fare.
LA
SITUAZIONE APPARENTEMENTE È QUESTA. Ma non è così, anzi è vero proprio il
contrario. Non ti senti esausto per
colpa
dell'era dell'industrializzazione, del lavoro, della tensione. Sei esausto
perché hai perso il contatto con la tua quiete interiore. Il problema non è il
lavoro, il problema sei tu. Il problema non è neppure in questo periodo
storico: il problema sei tu. Non pensare che l'uomo moderno sia più carico di
lavoro, ne ha di meno. L'uomo primitivo lavora molto di più. La
meccanizzazione, l'industrializzazione, aiutano a risparmiare tempo. Questo è
proprio il loro scopo, e ci sono riuscite.
Ma
poi se hai del tempo a disposizione e non hai tranquillità interiore, se hai
del tempo ma non sai cosa farne, sorgono dei problemi. Un uomo primitivo ha
meno problemi, non perché sia silenzioso e tranquillo, ma perché ha meno tempo
– o non ne ha per niente – per crearsi dei problemi. Tu hai più tempo ma non
sai cosa farne. Puoi usarlo per un viaggio all'interno di te stesso. Se l'uomo
non riesce a usare il tempo per questo scopo – per l'interiorità – sarà la sua
fine. Non c'è più speranza, perché si continua ad avere sempre più tempo a
disposizione. Presto il mondo intero si proverà in una condizione di
meccanizzazione e di automazione. Avrai tempo e non saprai cosa farne. Per la
prima volta nella storia l'uomo avrà realizzato quell'utopia che ha sempre
sognato... e poi si ritroverà a non sapere cosa farne.
Hai
a disposizione più tempo che in qualunque altra epoca, e non sei esausto a
causa del tuo lavoro: sei esausto per-ché hai perso il contatto interiore,
perché non sai come si fa ad andare in profondità e a ritrovarsi, in questo
modo, rivitalizzato. Hai perso perfino la capacità di dormire. Quello era il
metodo naturale per andare dentro di te. Alla mattina ci si svegliava freschi,
ricaricati, rivitalizzati. Ma ora abbiamo perso questa capacità e la causa di
tutto questo è la rivoluzione meccanica, perché ora i nostri corpi non sono
costretti a lavorare. Per via del minore lavoro, sei meno stanco, non hai fatto
alcuno sforzo e così non riesci a dormire.
I
contadini, nei villaggi, dormono ancora perfettamente: i loro corpi sono così
esausti alla fine della giornata che cado-no in un sonno profondo. Il tuo corpo
non è così stanco, ecco perché continui a rigirarti nel letto. Il lavoro
manuale è stato sostituito dalle macchine e tu sei meno stanco, ricordatelo. E
poi non riesci a dormire, e così si perde la fonte naturale della
rivitalizzazione interiore. Al mattino sei più esausto della sera prima, poi
inizia un altro giorno e la stanchezza continua a crescere. La vita che stai
vivendo è spossante. Non solo sei esausto alla sera, anche alla mattina sei stanco.
Che cosa è successo?
L'uomo
ha bisogno di un contatto continuo con la fonte interiore. Non chiedermi come
può riuscire a meditare un uomo esausto, è lo stesso che chiedermi come fa un
malato a prendere le medicine — ne ha bisogno, gli sono necessarie. Sei
esausto, la meditazione per te sarà come una medicina. E non dire che non hai
tempo. Ne hai moltissimo, più di quello che ti serve. La gente spreca il tempo
in tanti modi, gioca a carte. Se chiedi qualcosa, ti diranno: "Stiamo
ammazzando il tempo." Le sale cinematografiche sono piene zeppe. Che cosa
ci fa la gente? Ammazza il tempo! Vanno al bar, nei pub. Cosa stanno facendo?
Ammazzano il tempo!
Ma
tu non puoi ammazzare il tempo. E solo il tempo che può ammazzare te. Adesso
non c'è nessuno che non abbia tempo, e non pensare che il tempo sia una
quantità limitata. Non pensare che ogni giorno consista di ventiquattr'ore, non
è vero! Dipende da te. Dipende da te, da quante ore ci metti. Dipende da
quello. Perdere tempo è una cosa, vive-re è tutta un'altra cosa. Una giornata
non è un'entità fissa — un buddha può usarla in modo tale da trasformarla in
un'intera vita. Non è una questione di quantità, alla fine tutto dipende da
quello che ci metti dentro tu. Tu sei il creatore. Noi creiamo il nostro tempo,
creiamo lo spazio, creiamo l'ambiente in cui viviamo. Qualunque sia la tua
posizione nella vita
Metti
che devi percorrere due chilometri per arrivare a piedi al tuo lavoro: quando
vai in ufficio questo percorso ti esaurisce. Ma se è domenica e stai facendo
una passeggiata — e cammini fino all'ufficio e poi torni indietro — allora è
solo un divertimento, non ti sentirai affatto esausto, anzi, ti sentirai
rinvigorito. Se fai una cosa come lavoro, ti esaurisce. Se fai la stessa cosa
come gioco, ti senti ricaricato. Non è il lavoro: è l'atteggiamento. La mente che
vive in meditazione trasforma tutto il lavoro in un gioco, e la mente non
meditativa trasforma anche il gioco in un lavoro.
Osserva
le persone che giocano a carte. Sono tese. Non stanno “giocando” a carte: è
diventato un lavoro. Adesso è una questione di vita o di morte, non è più un
gioco. Se perdono, non riescono a dormire di notte e persino se vincono non
dormiranno la notte. In entrambi i casi saranno esausti. Non è un gioco, non
servirà a ricaricarli. Potrà solo stancarli di più.
Osserva
i bambini, "lavorano" più di te eppure non sono mai esausti. Sono sempre pieni
di energia. Perché? Perché ogni cosa che fanno è un gioco. Prima o poi, a causa
dell'industrializzazione, con l'introduzione di processi completa-mente
automatizzati, l'uomo avrà solo una dimensione: quella del gioco. Allora il
lavoro non avrà più alcun significato; tutti i vecchi insegnamenti — il lavoro
è un dovere, bisogna lavorare, guadagnarsi il pane col sudore della fronte —
non avranno più alcun senso.
Tempo
libero, piacere, divertimento, festa, gioco, saranno le parole chiave del
futuro. La serietà sarà considerata una malattia; la giocosità sarà simbolo di
sanità mentale. Si avrà sempre più tempo, persino i vecchi dovranno essere come
bambini che giocano. Solo così potranno sopravvivere, altrimenti rimarrà loro
solo il suicidio.
Tutta
la storia dell'umanità finora è stata basata sul lavoro. D'ora in poi sarà
invece basata sul gioco. La meditazione ti dà una nuova fanciullezza, una nuova
innocenza, una nuova festosità. Allora la vita diventa una celebrazione, non un
lavoro. Quindi non cercare delle scuse: possono sembrarti valide, ma sono
pericolose. E la meditazione non è in conflitto con quello che fai. Se vai in
ufficio, vacci in modo meditativo. Se stai lavorando nel tuo ufficio, fallo in
modo meditativo, rilassato. Allora non ti sentirai esausto. Prendi tutto come
un gioco,
La
meditazione ti dona una nuova qualità della mente, quindi non si tratta di
avere tempo oppure no. Non dico che devi meditare per tre ore al giorno, che
devi usare tre ore della tua vita, della tua vita lavorativa, no! Se puoi
farlo, bene. Se non ti è possibile, non usarla come scusa. Cerca di cambiare
atteggiamento
Se
scrivi qualcosa fallo con piena consapevolezza. Se scavi un fosso fallo con
piena consapevolezza. Sia che tu stia lavorando per strada o in ufficio o al
mercato, fallo con piena consapevolezza.
Resta nel presente e vedrai: non ti sentirai mai esaurito. Avrai più tempo, più energia - ne sprecherai di meno - e alla fine la tua vita diventerà solo un gioco.
OSHO,
TRATTO DA: Ultimate Alchemy 2 #8
LAVORO
&
NITYA
È UNA GIORNALISTA MILANESE DI 29 ANNI, DA SETTE LAVORA PER LA RIZZOLI, HA PRESO
IL SANNAYS TRE ANNI FA.
"DA
QUANDO HO PRESO IL SANNYAS la meditazione è diventata parte della mia vita
quotidiana. Non è successo subito però. Ho lavorato su di me, partecipando a
gruppi e campi di meditazione. Piano piano uno spazio si è aperto dentro di me,
mi sono trovata spontaneamente a mettere la cassetta della kundalini nello
stereo e a chiudere le tende del salotto (questione di privacy!). E poi la cosa
è diventata naturale. I miei sono stati finora orari lavorativi senza tregua e,
avendo notato che nella meditazione mi fa bene avere un orario fisso – in cui
nessuno può interrompermi – ho scelto la mattina come momento per la mia ora di
libertà: stacco il telefono e faccio la Chakra Breathing. Constato che poi
tutto rallenta, cambia anche il modo in cui cammino. E difficile fare una
distinzione tra meditazione e lavoro su di me, tutto è talmente
trasformativo...
Dopo
aver avuto delle comprensioni di fondo sui meccanismi delle relazioni, della
mente e altro ancora, datemi dal lavoro terapeutico, la meditazione si è
affinata e mi porta in spazi diversi. Tutto è cambiato, la visione che ho di
me, della mia famiglia, delle mie relazioni, del mio lavoro. A livello molto
pratico noto una lucidità mai avuta prima, datami dal semplice essere in
contatto con come mi sento, con me stessa insomma.
Quando
sono connessa a me stessa mi sento molto rilassata. Mettiamola così: nel
passato mi capitava di essere molto distante da me stessa, dal mio cuore, dal
mio senti-re. Risultato? Senza saperlo ero persa. E qualcosa che in una
redazione costa molto caro, si arriva alla sera devasta-ti, svuotati, spremuti
come un tubetto di dentifricio ormai
Con
la meditazione è diverso. C'è un fenomeno, per esempio, che non so spiegare
logicamente ma di cui sono sempre più cosciente: partendo da questo filo
interiore di connessione con me stessa mi accorgo di non usare la mente quando
scrivo. Non so a cosa attingo, mi viene da dire dalla mia "presenza"
– qualcosa che emerge da dentro. In un certo senso sono in uno spazio di
meditazione, mi sento a casa (qualsiasi sia l'argomento che sto trattando), e
non ho la sensazione di essere stanca e svuotata, anzi, capita addirittura il
contrario. Prima invece mi sentivo spesso esausta.
La
meditazione mi regala spazi sempre più generosi all'interno di me stessa, in
cui affondo dolcemente, a volte sento davvero che sono spazi di non-mente: è a
quel punto che scrivere si trasforma in un divertimento – mi diverto, questa è
la parola giusta. E poi soprattutto non mi prendo sul serio – anche se faccio la
faccia seria quando il direttore mi spiega che genere di articolo vuole che
scriva, e recito la parte della giornalista impegnata. Intervisto spesso
personaggi noti, ho una certa facilità nel connettermi con la gente.
Ma
anche questo aspetto si è arricchito con la meditazione. Mi accorgo di lasciare
molto più spazio a chi ho di fronte. Quando intervisto è come se muovessi dei
fili, sto attenta che il mio interlocutore non parta per un altro sentiero. Non
è facile condurre e lasciare liberi allo stesso tempo... Solo qualche anno fa
mi muovevo diversamente. Capito come avrebbe dovuto essere l'articolo secondo
chi lo richiedeva, sapevo da dove sarei dovuta partire e dove dovevo arrivare:
quindi spingevo in senso "orizzontale". Ma non mi sentivo presente,
né a me stessa né a chi avevo di fronte. Oggi mi accorgo che più vado in
profondità con me stessa, più l'altro – la mia preda del momento – mi segue,
Ho
sempre creduto che il mio fosse il re dei lavori 'men-tali'. Ho scoperto che
non è vero, dipende tutto da me. Ai giornalisti piace credere di essere molto
importanti per il fatto di maneggiare le informazioni da dare al mondo, è
facile cadere nella trappola dell'identificazione, del potere. E stato così
anche per me. Ho a che fare con la manipolazione, i giochi di potere, la sfida.
Meditare ha significalo letteralmente fare un passo fuori dalla situazione,
prenderne le distanze per poter osservare... le notizie, le dinamiche interne
alle redazioni, le mie reazioni.
La
meditazione ha avuto un ruolo fondamentale anche in merito alla mia
consapevolezza dei giochi di potere, nel lavoro come nelle relazioni con amici
o amanti, non fa differenza.
Talvolta
è difficile distinguere l'amore di cui parla Osho dai modi sottili in cui, in
nome dell'amore, controlliamo gli altri. Si tratta di meccanismi quasi
impercettibili, può essere anche il modo in cui si invita qualcuno alla
macchinetta del caffé, non si tratta di chissà quali cose. Nella vita privata
può essere doloroso per me vedere tutto questo – riguarda gli altri e me allo
stesso tempo – non esser-ne cosciente forse mi faceva soffrire meno. Ma per una
vita di relazione in ufficio, quindi ancora una volta per il mio lavoro, la
scoperta di queste dinamiche interiori, grazie alla meditazione, è stata un regalo
immenso. Credo che, paradossalmente, senza incontrare il maestro e la
meditazione, non sarei più in grado di confrontarmi con questo tipo di lavoro.
Che, in questa nuova prospettiva, sembra invece fare ancora parte del mio
cammino."
LA
COMUNE
SPERIMENTARE
UN APPROCCIO
IL
LAVORO OCCUPA UN BELLA PORZIONE della nostra vita.
Tutto
questo sta per cambiare, o è già cambiato, per un gruppo di persone della Osho
Commune di Pune. Queste persone prendono parte a un programma che promette di
"fornire un'esperienza diretta del lavoro come strumento di trasformazione
interiore".
Questo
programma è stato creato per adattarsi a persone di tutti i tipi, con le più
diverse esperienze di lavoro alle spalle, e anche a chi ha appena finito
l'università o la scuola. Affronta problemi quali basso livello d'autostima,
stress, abitudine a caricarsi di troppe responsabilità, scarsa flessibilità per
eccesso di pianificazione, attaccamento ai risultati e a fare le cose sempre in
un certo modo.
Questa
è una vacanza di lavoro con una grande differenza: quella di accadere
all'interno di una comunità inter-nazionale fondata sulla crescita personale
attraverso il lavoro, la terapia e la meditazione. A coordinare il programma
c'è Samarpan – in precedenza ha lavorato come economista e giornalista – che
conosce bene i problemi legati al mondo del lavoro ed è anche consapevole dei
profondi cambiamenti – dovuti ai progressi tecnologici, alla generale riduzione
dei posti di lavoro e alla maggiore mobilità – che stanno avvenendo attualmente
in questi campo.
Se
vogliamo stare alla pari con tutti questi cambiamenti e allo stesso tempo
conservare la nostra salute mentale, dobbiamo affinare notevolmente le nostre
attuali capacità e magari svilupparne delle nuove. L'approccio più comune a
questo problema è quello di proporre nuovi modelli di comportamento – ad
esempio flessibilità, responsabilità, accettazione di situazioni incerte o
ambigue – ma, fa notare Samarpan: "Anch'io facevo qualcosa di simile
quando insegnavo organizzazione del lavoro. Ma non è possibile essere
flessibili, o tenere alto il morale e così via, se prima non si è fatta un po'
di pulizia nella mente inconscia. Altrimenti tutto questo diventa solo un'altra
serie di modelli puramente ideali che verranno costantemente sabotati dai
comportamenti inconsci".
Per
cominciare a esplorare la mente inconscia può essere naturalmente d'aiuto
qualche gruppo di terapia; il problema è che alla fine, ritornati in un
ambiente di lavoro che prevede poco o nessun sostegno a un nuovo modo di
essere, può diventare molto difficile applicare le intuizioni avute durante il
gruppo. Questo è ciò che fa del programma nella Commune di Pune un'esperienza
così unica. I partecipanti possono veramente diventare coscienti dei
"Quando
lavori con altre persone, emergono dei problemi di cui nel tuo solito ambiente
di lavoro non ti rendi conto o che hai imparato a evitare attraverso meccanismi
di difesa come l'uscire ossessivamente tutte le sere, il bere o il prendere
droghe, o psicofarmaci." osserva Samarpan. "Qui non hai a
disposizione questi mezzi di fuga, e così cose che di solito verrebbero
comprese solo dopo anni, vengono immediatamente alla luce. Questo inoltre è un
villaggio globale, con gente da ogni parte del mondo, e così lavorando insieme
a tedeschi, italiani, rumeni o israeliani, è più facile comprendere, per
contrasto, il proprio particolare condizionamento: potresti anche scoprire che
ciò che consideravi come una tua caratteristica individuale è in effetti parte
di un condiziona-mento collettivo. Ad esempio, lavorare come un negro e voler
fare ogni cosa in maniera sempre totalmente perfetta è un classico di noi
tedeschi!" continua Samarpan "Certo non c'è niente di male nel fare
le cose fino in fondo, ma se agisci così solo perché sei stato condizionato e
non perché l'indicazione pro-viene dalla tua consapevolezza, rimani uno schiavo
di quel particolare modello di comportamento. Quando te ne accorgi, allora puoi
anche scegliere, invece di funzionare come un automa: puoi decidere come
comportarti a seconda di cosa è più appropriato nel momento."
Durante
questo programma si possono svolgere i più diversi lavori: dal cucinare a
organizzare gli approvvigionamenti per le migliaia di pasti serviti ogni giorno
all'interno della comune, dalle pulizie alla direzione di uno dei diparti-menti
della Comune o di un particolare progetto (come ad esempio sta facendo la
stessa Samarpan).
Per
partecipare all'Osho Work Meditation Camp bisogna avere più di 18 anni e
impegnarsi per un periodo di 3–6 mesi. La cosa più importante è quel-la di
voler veramente affrontare i propri condizionamenti che impediscono la
creatività nel lavoro. La preferenza è data a persone che hanno già visitato la
comune. E' fornito l'alloggio in dormitori, o spazi condivisi, all'interno
della comune. Naturalmente il partecipante può scegliere – a sue spese –
alberghi o stanze in affitto nelle immediate vicinanze. E necessario avere un
biglietto di ritorno e abbastanza soldi per cibo, spese personali ed emergenze.
Per
informazioni puoi mandare un e-mail: workmed@osho.net o scrivere.
LE
TANTE FACCE DEL LAVORO IN COLLOQUI DIRETTI FRA OSHO E ALCUNI SUOI DISCEPOLI
(Una
sannyasin, che lavora i gioielli, dice che ha continuato a mettere tutta la sua
energia nel lavoro, ma che qualche volta ciò che fa le sembra senza senso.)
Devi
capire due o tre cose... La prima è che il tuo lavoro sta andando proprio bene.
Ma l'idea che un lavoro finito e completato sia privo di senso, è nella mente
di chiunque faccia qualcosa di creativo. Non succede solo quando chi crea è
consapevole, altrimenti è inevitabile.
E'
necessaria una grande consapevolezza per vedere che la gioia del dipingere sta
nel dipingere stesso. Non c'è risultato — il fine e i mezzi non sono separati.
Se ti diverti a fare qualcosa, quello è il suo senso — non chiedere nient'altro.
Cos'altro ti serve? Mentre stavi facendo qualcosa — dipingendo, scolpendo — eri
persa in ciò che facevi. Quella era
Il
fine stava proprio nell'azione in se stessa. Nell'atto stesso sei cresciuta,
sei diventata più profonda: è questo che hai ottenuto. Sei andata più vicino al
centro del tuo essere. Se sei consapevole, questo senso di inutilità – di
mancanza di significato – scomparirà.
(Un
sannyasin dice che ogni volta che fa un lavoro, si sente, consciamente o
inconsciamente, respinto dai suoi superiori e non apprezzato come si aspetta.)
E
allora non aspettartelo! Si vede che ti aspetti troppo. Il problema è sempre
dentro di te, mai nell'altro. Ti aspetti troppo di essere apprezzato... Hai
fatto il tuo lavoro – ti è piaciuto, ti sei divertito a farlo. Perché
prendertela per certi atteggiamenti?
(Il
sannyasin risponde che i superiori non sono soddisfatti del lavoro.)
Questo
è un problema loro! Se tu sei soddisfatto basta, lascia che loro restino
insoddisfatti. Fa il tuo lavoro al meglio
(Una
nuova sannyasin chiede che tipo di lavoro dovrebbe fare: ha provato molte cose
ma nessuna l'ha soddisfatta.)
La
mia sensazione è che non c'è niente che possa soddisfarti. Qualunque cosa tu
abbia fatto, o farai in futuro, non creerà alcuna differenza. Non hai bisogno
di un altro lavoro, ma di una nuova maniera di essere. Non ti serve un soggetto
diverso su cui lavorare, ma una prospettiva differente con cui guardare le
cose.
Puoi continuare a cambiare lavoro, ma ogni tipo di lavoro ha le sue limitazioni e le sue restrizioni. Non troverai nulla che non abbia delle limitazioni...
OSHO,
TRATTO DA DIVERSI Darshan Diary
IL MAESTRO
IL
LAVORO COME TOTALITA'
La
totalità nel lavoro ti porta a scoprire dimensioni al di là della fatica. Stati
di energia difficilmente raggiungibili nella normale attività di tutti i
giorni, nei quali puoi attingere a risorse che non sono più solo le
"tue", dove arrivi a scoprire spazi che altrimenti potrebbero
rimanere sconosciuti.
AMATO
OSHO,
NELLA
NOSTRA COMUNE IN OREGON LAVORAVO DAVVERO MOLTE ORE OGNI GIORNO E QUESTO DI
SOLITO INFLUIVA SULLO STATO DELLA MIA MENTE, PERMETTENDOMI DI SPERIMENTARE DI
CONTINUO ALTI PICCHI DI MEDITAZIONE. QUI A BOMBAY SEMBRA CHE QUESTO GENERE DI
COSE NON MI ACCADA PIÙ, NONOSTANTE SIA FACILE RILASSARSI E NON CI SIA MOLTO DA
LAVO-RARE. SPIEGAMI, PER FAVORE, SE CIÒ E' DOVUTO ALL'AMBIENTE E ALLA
SITUAZIONE PRESENTE O SE DIPENDE DA ALTRE CAUSE.
SURAJ
PRAKASH, il metodo usato nella Comune in Oregon deriva da Gurdjieff. Questi a
sua volta l'aveva tratto da antiche fonti Sufi.
Ci
sono alcune cose che devi capi-re prima di poter comprendere la risposta alla
tua domanda.
Secondo
Gurdjieff — e io sono d'accordo con lui — l'energia vitale ha
quattro
livelli. Il primo livello è molto scarso, serve solo per il lavoro di tutti i
giorni. Quando arriva la sera sei stanco e vuoi andartene a letto. Questa
energia per tutti i giorni ha bisogno di essere ricaricata durante la notte.
Alla mattina sei di nuovo fresco e pronto per il lavoro.
Il
secondo livello è quello d'emergenza. E più grande proprio perché ha a che fare
con le emergenze. Arrivi a casa stanco, per tutto il giorno ti sei dato da
fare... e non è stata una di quelle belle giornate in cui tutto ciò che tocchi
diventa oro, è stata una giornata difficile. Stanco, frustrato, vuoi solo
lasciarti cadere sul letto e dormire, ma proprio mentre ti stai mettendo a
letto — e sfortunatamente sei ancora sveglio — la casa prende fuoco! Ti
dimentichi ogni stanchezza, corri per ore per spegnere le fiamme. Ti sei
dimenticato della fame, ti sei dimenticato che volevi solo andare a letto. Sei
pieno di energia - vibrante
Se
digiuni a lungo, sei costretto a vivere al livello di emergenza. Se ti perdi
nella foresta per giorni, sei costretto a vivere al livello di emergenza. Di
solito, la vita che ci siamo creati è così sicura e confortevole che milioni di
persone non hanno alcuna esperienza di questo livello di emergenza
dell'energia.
Poi
c'è un terzo livello, ancora maggiore. Esso ti connette con la vita dell'intero
universo. Poi, ancora più in profondità, c'è il quarto livello: senza confini,
illimitato. Quando raggiungi il quarto sei tutt'uno con l’esistenza. Allora
tutta l'energia dell'esistenza ti appartiene.
Nella
Comune in Oregon... e tutti all'esterno l'hanno frainteso. Perché la gente
ragiona solo all'interno dei propri condizionamenti, e pensa che tutto finisca
lì, mentre in realtà niente ha confini – puoi continuare a esplorare qualsiasi
cosa in ogni dimensione, a livelli diversi, senza mai arrivare alla fine. Si
lavorava dodici e a volte quattordici ore al giorno. Agli estranei sembrava che
queste persone fossero ipnotizzate – chi accetterebbe altrimenti di lavorare di
continuo per quattordici ore? Ma in realtà si trattava di un processo di
evoluzione della consapevolezza. E circa tra le dodici e le quindici ore che il
primo livello scompare, finisce. Se lavori duramente per dodici ore, consumi il
primo livello di energia. Di solito ti fermi, vai a mangiare e poi a letto.
A
questo punto entra in campo Gurdjieff, che dice: "Se adesso puoi
continuare, in un momento in cui non c'è più forza, in cui ti sembra di esse-re
completamente svuotato di energia – perché non ne conosci gli altri livelli –
continua!". Arriva il momento in cui improvvisamente si esaurisce l'energia
che usi giorno per giorno e, a quel punto, si rende disponibile il secondo
livello. L'energia che ti inonda è così potente che chiunque arrivi a quel
livello si sente in grado di fare qualsiasi cosa. Niente è impossibile: tanta è
l'energia adesso. Ma prima che tu possa raggiungere il secondo livello, devi
aver esaurito il primo. Non è possibile fornirti prove o spiegazioni di questo:
devi farlo, sperimentare in prima persona. Chiunque l'abbia fatto non si è mai
trovato a mani vuote. Quando sei riuscito a sperimentare il secondo livello di
energia – puro, in-contaminato – il tuo desiderio di andare più in profondità
diventa di per sé come una sete, un intenso anelito... Se continui a lavorare
per trentasei ore, senza pause, puoi aprirti un passaggio verso il terzo
livello di energia.
Essere
a questo livello vuoi dire riuscire a conoscere ciò che avevi sempre voluto
conoscere. E proprio in questo li-vello che si può sperimentare l'amore senza
attaccamento, l'amore come condivisione, non come relazione. In questo stato di
energia sperimenti te stesso come separato dal corpo, dalla mente, da tutto.
Diventi solo un testimone – e questo è il quarto.
Tra
il terzo e il quarto livello c'è come un paravento giapponese – solo carta,
molto sottile. Mentre sei nel terzo puoi persino vedere ciò che si muove
all'interno del quarto, al di là dello schermo. Si tratta solo di rimuovere
questo schermo, perché ti sarebbe impossibile cercare di esaurire il terzo
livello attraverso il lavoro. Non si riesce a esaurirlo, è molto più vasto di
te. Qui sei connesso con la vita nella sua totalità.
Il
quarto ti riconduce a casa, alla natura cristallina del tuo essere.
Suraj
Prakash, qui a Bombay sei rilassato perché non c'è molto lavoro da fare, ecco
quindi che la tua meditazione non va più in profondità. Il ruolo di quel lavoro
era essenziale. Se sei rilassato per tutta la giornata, il tuo rilassamento
resta superficiale, si estende per un lungo periodo, ma è molto sottile. Se hai
lavorato intensa-mente per dodici o quattordici ore me-riti la stessa intensità
e la stessa profondità di rilassamento: è un fenomeno naturale, parte di una
natura che si prende continuamente cura di te. Ma nemmeno la natura può andare
contro le sue stesse leggi.
La
legge è: se vuoi sperimentare un rilassamento profondo dovrai fare uno sforzo
profondo.
Fai
uno sforzo così che il primo li-vello che non è mai fresco... deve essere
adoperato tutti i giorni. Sono so-lo spiccioli, non serve risparmiare per
conservarli. Appena comincerai a lavorare con totalità, vedrai che la tua
meditazione ritornerà.
OSHO,
TRATTO DA
Sermon
in Stones #10
Perché alcune persone ci attraggono in maniera
inspiegabile?
Osho ci spiega le diverse facce di questo
fenomeno.
Amato Osho,
che cos’è il carisma? Si trova in persone di ogni tipo, sia
consapevoli che inconsapevoli. È una qualità così impalpabile: posso dire
quando una persona ha carisma, ma non so definire cosa sia.
Sudha, il carisma è un mistero. Si trova in
persone che sono centrate nel loro essere, che hanno concentrato le loro
energie, che non vanno a pezzi, che si sono consolidate, che sono diventate
intere, non divise – il significato vero del termine ‘individuo’.
Ogni individuo ha carisma. Ma individuo vuole dire
ciò che è indivisibile. Non puoi dividerlo in frammenti, non puoi dire: “Questa
parte è sbagliata, questa parte è giusta”. Non puoi creare alcuna schizofrenia
in quella persona – è una e intera. È proprio questo fenomeno di essere uno,
centrato e intero, a creare un’attrazione magnetica.
L’attrazione magnetica non può essere vista. Puoi
vedere il magnete, puoi vedere i pezzetti di metallo che si muovono verso il
magnete, ma non puoi vedere il magnetismo, non puoi vedere questo potere.
Tutti i poteri sono invisibili. Tutta l’energia è
invisibile.
Il carisma è l’energia della consapevolezza che si
è sistemata al proprio posto – a suo agio, a casa sua – che è arrivata. Ora,
non c’è da andare da nessun’altra parte. Completamente rilassati, senza
tensioni, senza ansie, senza desideri – in breve, senza contrasti che torturino
la mente – si è arrivati all’Essere, con la E maiuscola. Nel momento che tocchi
il tuo Essere, non sei più un’entità separata dall’universo – ne sei diventata
una parte, tutt’uno con questa esistenza piena di vitalità.
Ma il problema esiste… se vedi il carisma in
Gautama il Buddha, non c’è problema. Puoi capirlo – è un uomo che ha raggiunto
la sua fioritura. Lo vedi. Nei suoi occhi puoi vedere la profondità, nei suoi
gesti la grazia. Puoi sentire nelle sue parole un’autorità che può venire solo
dall’esperienza, non dalla conoscenza.
Il problema sorge quando trovi delle qualità
carismatiche nell’uomo ordinario, che non ha mai meditato, che non è mai andato
dentro di sé, che è come chiunque altro. Ma qualche volta succede – senti
un’attrazione magnetica. È molto difficile per te – che non sei arrivata al tuo
centro – fare una distinzione tra l’uomo che è centrato – per cui esercita
un’attrazione magnetica – e l’uomo che non è così centrato e tuttavia ti fa
sentire una certa attrazione. Non riesci a distinguerlo proprio perché non
l’hai sperimentato nel tuo stesso essere.
L’uomo ordinario ha talvolta qualche cosa di
simile al potere carismatico, ma non si tratta affatto di potere carismatico. È
qualcosa di completamente opposto – è un eccesso traboccante di energia
sessuale. In un’esperienza carismatica, l’energia nella persona è nel centro
più alto. È nel settimo chakra, nel sahastrara,
oltre il quale entri nell’infinito, oltre il quale tu non ci sei più, tu sei il
tutto.
Si tratta della stessa energia. L’uomo ha sette
centri, centri principali. L’energia, a causa della forza di gravità, è
immagazzinata nel centro più basso, come in un pozzo. In natura l’acqua scorre
verso il basso, si raccoglie sempre nel luogo più basso. L’acqua non può andare
verso l’alto, a meno che non si inventi qualche strumento che cancelli l’effetto
della forza di gravità. Tutta la scienza della religiosità, della meditazione,
non è nient’altro che creare metodi, stratagemmi, tecniche, per cancellare
l’effetto di questa forza di gravità e permettere all’energia di essere libera
di salire. Appena l’energia comincia a risalire,
vedrai che i cambiamenti iniziano da soli. I tuoi comportamenti
cambieranno, le tue azioni cambieranno, cambierà la direzione stessa della tua
vita. Ne sarai sorpresa e anche gli altri lo saranno. Cosa è successo? – avevano
visto la tua collera, la tua rabbia, la tua gelosia, l’odio, e all’improvviso
diffondi solo amore. Se l’energia raggiunge il centro del cuore, il quarto
chakra, tutta la tua vita diventerà così dolce, così fragrante, così bella – e
sei solo a metà della strada. Se l’energia sale ancora di più, il tuo carisma
diventa sempre più evidente.
Tutto dipende da quanto in alto è arrivata
l’energia. Oltre il centro del cuore, il carisma sarà sentito da molti, ma non
da tutti. Il quinto centro è nella gola. Quando l’energia raggiunge il centro
della gola, il tuo carisma inizia a essere percepito anche attraverso le
parole: vengono dal tuo cuore, provengono dalla tua interiorità, portano con sé
il profumo del tuo centro più profondo.
I contemporanei di Gesù dicevano… Gesù non era
istruito, non era un uomo di cultura – era un povero, il figlio di un falegname
– suo padre non poteva permettersi di farlo studiare. Ma la gente era stupita:
non sapeva leggere, non sapeva scrivere, ma quando parlava non aveva uguali.
Non per le sue ragioni, o per la sua autorità. Era il carisma che le sue parole
portavano con sé. Lo dicevano anche i suoi nemici, che nessun uomo aveva mai
parlato come Gesù. E non diceva niente di speciale – ma il modo in cui lo
diceva era certamente speciale, lo stato in cui era, mentre lo diceva, era
sicuramente speciale.
Mi è capitato di leggere migliaia di articoli –
scritti in tutto il mondo, in lingue diverse – a mio favore o contro di me,
soprattutto contro, e quasi senza eccezioni dicevano tutti le stesse cose. Una è: “Non dovresti andare a
sentire Osho. Perché, non importa cosa dica, quando sei davanti a lui ti sembra
giusta. Più tardi, a casa, potrà anche sembrarti sospetta, potrai avere dei
dubbi.” Alcuni hanno avanzato l’ipotesi: “Ti ipnotizza.” Soltanto pochi – e
nessuno che mi avesse ascoltato – hanno immaginato che le mie parole avessero
un potere carismatico. Io so solo una
cosa – che no sono un oratore, che non conosco l’arte del parlare. Tutto quello
che so è che, se ho sperimentato qualcosa, posso trasmettervela con tutta la
mia autorità, con l’intero mio essere che la sostiene. E se voi siete aperti e
disponibili, forse la parola può raggiungere il tempio più profondo del vostro
essere, può arrivare fin là per mezzo di
qualcosa che proviene dal mio carisma.
Col procedere dell’energia verso l’alto, si arriva
al sesto centro, quello del terzo occhio – situato fra le sopracciglia, proprio
nel mezzo. È quando l’energia raggiunge il terzo occhio, che la presenza della
persona… Non è solo per il fatto che lui sia lì, non è solo una presenza
fisica... è la presenza spirituale che si comincia a sentire. Il suo corpo
diventa meno importante, le sue parole si trasformano in eco lontane, ma la sua presenza, la pura
presenza, diventa un’attrazione così forte che c’è una sola esperienza che può
dartene un’idea: quella dell’innamoramento. È fuori da qualsiasi razionalità,
non puoi spiegarlo, ma lo sai. Non puoi dirlo, ma lo senti. E se l’energia
raggiunge il settimo, che è il punto in cui ti risvegli, allora è arrivata al
picco più alto dell’evoluzione. Allora la persona è carisma puro.
Qualsiasi cosa tocchi, diventa oro.
Dovunque si sieda, diventa luogo sacro. Qualsiasi cosa dica, diventa un ‘testo sacro’. Le
sue azioni acquistano una bellezza incredibile. Anche senza far nulla apre le
porte al soprannaturale. Dice la verità anche quando tace, anche il suo
silenzio parla.
Quelli che riescono a capire
il linguaggio del silenzio, ne godono, ne sono beati, sanno perfettamente che
questo è l’uomo che hanno cercato per secoli, per molte vite.
Il potere carismatico è la
stessa energia
sessuale trasformata, purificata. Era
veleno nel centro più basso, è diventata nettare, in quello più alto. Ma anche
nel centro più basso, il suo potere è fortissimo. E tu sai che a volte senti
una forte attrazione per un uomo ordinario. Ricordati, quell’attrazione è sessuale,
e l’attrazione sessuale è cieca. Ma le
persone ordinarie conoscono solo quella attrazione: quando incontrano per caso
un uomo con del carisma, non hanno nessun mezzo per distinguere fra i due tipi
di attrazioni. È per questo motivo che Sudha mi chiede perché questa
forza viene sentita a volte in persone illuminate e a volte in chi non è
illuminato. Non è la stessa forza – anche se nasce dalla stessa energia. Ma, quando
viene dal centro più basso, è rozza, primitiva, animale. La sua influenza ti
trascinerà in regni più bassi dell’essere.
Ma se trovi una persona veramente carismatica, sei
fortunato. È abbastanza sedersi ai suoi piedi, perché lui diffonde la sua
energia intorno a sé – sia che ci sia qualcuno, sia che non ci sia nessuno. Se
tu sei ricettivo, aperto, disponibile, semplicemente restando vicino a una
persona carismatica proverai per la prima volta il gusto della religione.
Sto dicendo gusto, non comprensione, non sto
parlando di conoscenza. In effetti è proprio un gusto. Tutto il tuo essere lo
prova. Ogni fibra lo sente – è un nutrimento, un nutrimento divino.
Osho, tratto da:
Sermons in Stones # 24
Osho, la sua visione e le sue meditazioni
sono sempre di più presenti in Italia grazie all’intraprendenza di vari
sannyasin che con intelligenza e sensibilità riescono a superare i pregiudizi
che possono incontrare nel campo di attività dove si trovano ad operare. Quello
che scoprono è che il valore del messaggio di Osho si evidenzia da sé e viene
facilmente riconosciuto, tutto ciò che serve è ingegnarsi a trovare modi nuovi
per invitare ad averne il primo assaggio.
Ushma, che si prende cura insieme a nirodh del Osho Arihant
meditation center a Varazze, uno dei primi centri a portare Osho in Italia, ci
scrive la sua esperienza con le impiegate di una delle più grandi banche
italiane.
Tutto ha avuto inizio
l’estate scorsa:
l’estate è il momento in cui nel nostro centro di meditazione proponiamo una
vacanza–meditazione, proprio per dare l’opportunità a persone nuove di
avvicinarsi alla meditazione in modo semplice e ancora più rilassato. L’estate
scorsa è stata qui una dirigente di una filiale Cariplo di Milano. Sperimentare
la vita in un centro di Osho e le sue meditazioni è stata per lei un’esperienza
così positiva che, al suo rientro, ne ha parlato con una dei responsabili del dopo lavoro dei dipendenti della Cariplo
di Milano – che organizza le varie attività culturali e sportive. E così siamo
stati contattati con la richiesta di recarci a Milano per far sperimentare le
meditazioni di Osho in un incontro durante un fine settimana – da organizzare
in una palestra della Cariplo, in centro città.
Ed ecco che quel sabato mattina mi ritrovo in
viaggio con la mia valigetta piena di CD delle meditazioni e con la mente piena
di pensieri: chissà che persone serie e stressate mi troverò di fronte,
riuscirò a sostenere la situazione, riuscirò a ‘lasciar passare’ Osho, ad
affrontare le loro domande, le loro richieste, le loro paure… e le mie???
E poi eccole lì, un gruppo di sole donne che mi
aspetta sorridendo. Metto vicino a me una piccola foto di Osho e inizio con la
presentazione: lui è Osho, il mio maestro, che ha creato le meditazioni che
sperimenterete in questi giorni… sono meditazioni attive: contattare le proprie
emozioni, riconoscerle, esprimerle – l’importanza di tutto questo per preparare
il terreno… Non parlo a lungo, amo di più passare subito all’esperienza
diretta, e neppure loro, d’altra parte, sono venute per assistere a una
conferenza: e così iniziamo con il Gibberish. E già alla fine di questa prima
tecnica di meditazione mi sento dire: “per la prima volta mi sono permessa di
lasciarmi andare”, “per la prima volta mi sono sentita libera”, “ho visto i
limiti e i condizionamenti che io stessa
mi pongo”… ecc. Funziona!
Sono stati due giorni molto intensi, molto ricchi.
Le meditazioni sperimentate sono
state parecchie: Kundalini, No Dimenson, Nadabrahma, Latihan e anche la
Dinamica alla mattina della domenica. In due giorni ho visto aprirsi di fronte
a me un processo di trasformazione in ognuna di loro – ognuna a modo suo
naturalmente, ma in tutte ho sentito una grossa disponibilità, e tutte hanno
scoperto l’importanza di inserire la meditazione nella loro vita. Ci siamo
lasciate con reciproca gratitudine e commozione, ci siamo abbracciate con
grande calore, decise a incontrarci di nuovo, a coinvolgere altri colleghi e
colleghe… Al ritorno, in macchina, ascolto un discorso di Osho: “Se gli atomi
di materia possono esplodere e causare tanta distruzione, quanto può essere
creativa l’esplosione consapevole di esseri viventi!… Dobbiamo creare ciò che
io chiamo un’esplosione a catena”.
Contenta di essere questo piccolo atomo di consapevolezza
che sta esplodendo… coinvolgendo sempre più persone… continuo a guidare
sorridendo verso casa.
In seguito a una news – su un
numero dell’OTI dell’anno scorso – che
finiva invitando i politici a “fare la Dinamica”, una nostra lettrice ci ha
subito risposto: guardate che a qualcuno l’ho già fatta fare.Ciò che segue è la
sua storia…
Devi insegna Yoga da vent’anni, è sannyasin da
tre, e oltre ai suoi corsi regolari – ha anche scritto il libro “Yoga facile
facile” – lavora in una famosa clinica
dove si praticano cure naturali per la salute e il benessere.
Questa splendida clinica di lusso è frequentata in
gran parte da cosiddetti VIP, italiani e stranieri: grandi attori, cantanti
alla moda, calciatori e campioni sportivi, grandi firme della moda, industriali
famosi e naturalmente politici – con o
senza scorta. Le persone che vengono qui, restano una settimana o due, seguiti
da uno staff di specialisti della salute e della bellezza.
Lo scopo fondamentale del loro soggiorno è
dimagrire e disintossicarsi, all’interno di una piacevole vacanza. Spesso arrivano con molti chili in più: aspetto e esami medici denunciano uno stile
di vita non proprio salutare. Quando partono sono riposati, dimagriti e con le
migliori intenzioni – che spesso
rimangono tali – di rivedere il loro stile di vita. Durante il soggiorno, oltre
a seguire un regime spesso molto drastico
– dieta, niente alcolici,
etc – viene anche loro a mancare quello
che nella vita abituale consente a molte persone di tenere l’ansia sotto controllo:
ritmi di lavoro frenetico, applausi del pubblico, sensazione di essere
indispensabili – il potere nelle sue varie forme.
Taluni diventano quasi come bambini, che si
lasciano accudire, tra bagni, massaggi e altre piacevoli cose che servono
principalmente, a mio parere, a non lasciare troppi spazi vuoti. Tra queste
attività è inserito e molto consigliato lo yoga, che insegno da anni –
naturalmente qui ne posso dare solo i primi rudimenti. All’inizio lo trovavo un
po’ frustrante rispetto ai miei corsi in città, dove gli allievi mi seguono con
entusiasmo da molti anni: qui il contatto con le persone è limitato a pochi
giorni, poi se ne vanno, ne arrivano altri e bisogna ricominciare. Inoltre
queste persone possono assumere, vivendo situazioni di privazione,
atteggiamenti annoiati o anche arroganti, e per me è facile entrare nel
giudizio. Però ho potuto notare che, se riesco a rimanere centrata e in uno
spazio di cuore, posso accorgermi di quanta ansia, paura e solitudine c’è dentro di loro; le stesse cose
che trovo in me, solo che io ho avuto la fortuna di trovare ed amare un maestro
illuminato: Osho.
Ho avuto così la sorpresa di scoprire anche delle
persone stupende e svolgo il mio lavoro con più entusiasmo. In molti sento
sempre più spesso una voglia di qualcosa
che vada al di là delle loro innegabili soddisfazioni materiali, un bisogno
‘spirituale’ che non è solo moda.
Ho potuto constatare che se io resto in uno spazio
di apertura e di non giudizio molti si aprono, e chiedono, e io mi diverto a
rispondere: leggo parole di Osho, consiglio i suoi libri.
Dopo la lezione di yoga spesso faccio pescare una
carta dei tarocchi di Osho, anche se non le interpreto: leggo semplicemente il
pensiero corrispondente… e poi restiamo un po’ in silenzio. E piano piano,
facendo molta attenzione a non creare rifiuti – e senza voler invadere spazi
delicati – ho iniziato a proporre le
meditazioni: Kundalini, Gibberish e anche Dinamica. Ne parlo, lascio che si
incuriosiscano, che chiedano di sperimentare. Non sempre… non tutti…
Così in punta di piedi la meditazione entra in
questo ambiente… forse non a caso. Anche per questo continuo a fare questo
lavoro, sento che è importante che questa possibilità sia offerta anche a
questo tipo di persone, che sono quelle poi che fanno da traino alle masse. E
accade che anche i politici – colti in quel loro spazio vulnerabile che a volte
si concedono – sperimentano la
meditazione, si entusiasmano e quando ripartono forse dimenticano… ma forse no.
Da bambina talvolta mi divertivo a giocare con uno specchio, facendo arrivare
il sole negli angoli più bui del giardino. Adesso mi piace sentirmi come uno
specchietto che riflette i raggi di Osho, e così continuo a giocare e a
divertirmi… anche con i politici!
Smita e Gathen si prendono cura dell’Osho Prabha Information Center
di Ferrara. Lei, sannyasin dal ‘96, ha una lunga esperienza come coordinatrice
di strutture psichiatriche residenziali, lui è sannyasin da 20 anni, si occupa
soprattutto di giardinaggio, e da tempo conduce campi di meditazione in città
vicine.
Nel 1998 siamo stati
contattati dai responsabili di una comunità per il recupero dalle
tossicodipendenze che opera nei pressi di Ferrara, erano interessati ad
affiancare alcune tecniche di meditazione al processo terapeutico di recupero.
Oltre agli operatori, fin dal primo incontro ci
siamo trovati di fronte un gruppo di ragazzi da poco arrivati dalla ‘strada’, e
abbiamo la sorpresa di scoprire che alcune tecniche, soprattutto la meditazione
dinamica, erano già utilizzate e che l’invito pervenutoci era per approfondire
ed espandere questa esperienza: ci siamo sentiti coinvolti in questa grande
sfida e così abbiamo organizzato subito il primo campo di meditazione presso
Saman (questo il nome della comunità), anche per poter vedere la disponibilità
reale a partecipare a un programma di incontri periodici.
Fu un’esperienza straordinaria! Con la
collaborazione di alcuni amici sannyasin siamo riusciti a catalizzare
l’attenzione di tutti i ragazzi – circa 20 partecipanti – anche dei più riluttanti;
è stato l’inizio di una esperienza umanamente fantastica, durante la quale
siamo stati costretti a riesaminare gli stereotipi riguardo ai ‘drogati’ che
anche noi ci portavamo dentro e abbiamo iniziato a condividere con loro la
visione della meditazione. In un posto dove la terapia è prioritaria nel
processo di disintossicazione, portare tecniche di meditazione – creare cioè
uno spazio di assenza di giudizio e di accettazione – ha dato loro la
possibilità di sperimentare un nuovo modo di essere in relazione con se stessi
e con gli altri. Ci vuole coraggio per esporre se stessi, da qualunque
esperienza si provenga, per mettersi in gioco e imparare a sperimentarsi in
maniera nuova. Noi ci siamo sentiti di onorare questo coraggio…
La meditazione ha la grande capacità di bucare il
muro delle nostre rigidità e di farci assaporare quanta bellezza ed armonia
esiste dentro ed intorno a noi. Ricordo di aver sentito dire da Osho che non
puoi affrontare il buio da solo, hai bisogno di una candela, la luce stessa
espandendosi prenderà il posto del buio.
Da questo primo campo di meditazione si è
sviluppato poi un programma che comprendeva un incontro settimanale e una
giornata intera di meditazione ogni mese. Il nostro lavoro si è inizialmente
focalizzato sulla consapevolezza corporea
ed emotiva utilizzando tecniche catartiche come il Gibberish ed
espressioni corporee attraverso la danza con la Trance Dance e Stop Dance e
Bioenergetica. Abbiamo dedicato una particolare attenzione al massaggio (Gathen
è specializzato in massaggio olistico), creando delle sedute di gruppo dove
allo scambio seguivano momenti di grande espressione emotiva e fisica, ridando
una dignità – che durante il periodo dell’uso della droga era andata perduta –
alla dimensione corporea. All’interno del percorso terapeutico la meditazione
mette l’enfasi sulla crescita dell’individuo in quanto tale, che può così
trovare dentro di sé le motivazioni e i mezzi per essere presente nella
società. Non si tratta di reinserire in qualche modo degli individui che in
maniera autodistruttiva hanno ‘deciso’ di disadattarsi, ma di dar loro
strumenti per cercare nell’intimo creatività, fiducia in se stessi ed autostima… che sono poi le cose di cui ognuno è in
cerca. Quest’anno il progetto si ingrandisce: prepareremo anche coloro che, fra
quelli che hanno terminato ormai il percorso di recupero, si apprestano a
lavorare all’interno delle varie comunità in funzione di operatori, in modo di
renderli capaci di condurre le varie tecniche di meditazione. Vedremo di trasmetter
loro non solo la struttura delle tecniche ma anche la loro ‘anima’, in modo che
la meditazione possa sostenere con sempre maggior efficacia il processo
terapeutico.
Sw. Lakshen (Antonino Sucameli), regista e produttore, è sannyasin
dal 1978. Il suo primo lungometraggio ‘Blue Line’ è stato presentato in vari
Festival Internazionali fra cui quello di Venezia nel 1995 ed ha vinto il
Premio di Qualità dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Qui ci racconta
la sua esperienza e i suoi progetti.
L’intento con cui iniziai a scrivere racconti e
poi a volerli rendere film visti da più gente possibile fu, e rimane tutt’oggi,
il desiderio di condividere attraverso un’espressione artistica il percorso di
chi cerca la verità. Forse si tratta del retaggio nelle mie vite passate coi
Sufi : la tradizione che più di altre ha generato figure di mistici-artisti
inseriti nel mondo, pur senza appartenere a esso! Oppure una frase di Gurdjieff
stampata nel mio cuore come un marchio a caldo: ‘Nella strada spirituale, se
non si ridà all’esterno ciò che si è imparato all’interno, non si può
procedere!’. E infine la geniale indicazione di Osho a vivere come Zorba il
Buddha, celebrando la propria danza… e allo stesso tempo andarne oltre. Fatto
sta che, al di là dello specifico cinematografico della mia esperienza, credo
che la comprensione del reale può accadere solo quando la dualità e
l’opposizione fra spirito e materia
scompaiono. Per questo motivo mi è chiaro sempre più come le
aspettative, le frustrazioni, i rilassamenti e le prove d’integrità, di
pazienza e di accettazione che ho affrontato e continuo ad affrontare sul
cammino della ricerca ‘esteriore’, trovino l’identica controparte in quella
‘interiore’. Quando all’inizio della mia avventura mi trasferii a Roma: capoluogo
della cinematografia in Italia (così come della politica e del Vaticano…), ebbi
il primo ‘satori’ quando scoprii che non esistono più produttori: persone che
credendo in un progetto possano finanziarlo! La figura del produttore oggi come
oggi, nella giungla del ‘sacro’ mercato, non è altro che quella di appaltatore
di fondi pubblici che sfrutta le sue conoscenze per ottenere pre–vendite
televisive con cui finanziare e guadagnare senza rischi: difficile trovarne
qualcuno che abbia spirito imprenditoriale o anche solo che stia seriamente ad
ascoltarti. Fu tramite questa dolorosa rivelazione che si attivò un’inversione
a 180 gradi grazie a cui decisi di volermi autoprodurre. Non è comunque una
strada che consiglio a chiunque perché si tratta di doversi sdoppiare
continuamente in due ruoli ( rtistico-spirituale e produttivo-materiale) cercando allo stesso tempo di mantenere
coesione fra entrambi. Questo rapporto dialettico fra ciò che si può ancora
indicare come Zorba da una parte e Buddha dall’altra… è uno dei temi del film
che ho in preparazione (verrà girato a Ibiza fra settembre e novembre). Il
protagonista principale maschile è un giovane d.j. inserito nel contesto “sex,
drug and rock and roll” di Ibiza e desidera aprire un locale tutto suo. Nel porticciolo
un giorno arriva una mistica navigatrice solitaria alla cui barca a vela si è
rotto l’albero… Fra i due nasce una storia d’amore tramite cui lui imparerà a
guardare le cose non solo da un punto vista materiale, mentre lei riacquisterà
contatto con la terra, la passione e i sentimenti che nella sua ricerca
‘spirituale’ aveva perduto. Una serie di situazioni romantiche, drammatiche e
anche spassose (come il tentativo d’insegnare ai detenuti di una prigione di
Ibiza, la meditazione dinamica…) portano, sia i due protagonisti che gli altri
personaggi, a confrontarsi anche col problema di come finanziare il locale, che
alla fine si chiamerà proprio Zorba il Buddha! Inventare fiction che comunicano
più o meno metaforicamente gli insegnamenti di Osho è ciò che ispira il mio
lavoro e… per saltare ancora di più nell’occhio del ciclone, sto mettendo
insieme, per farne un film, gli aneddoti che Osho stesso ha raccontato riguardo
alla sua vita fino all’illuminazione. Questi primi ventun’anni ricchi di
avventura, integrità, sforzi e senso d’umorismo… rappresentano infatti le
radici dell’uomo pronto a trasformare il mondo!
Gli spettatori avranno quindi la possibilità – al di là di qualsiasi
opinione sul lavoro successivo del maestro – d’identificarsi con il bambino e
poi l’adolescente, ricercatore di se stesso in un’India a metà fra i racconti
di Kipling e il Siddharta di Hermann Hesse.
Lakshen può essere contattato via e-mail: sucameli@libero.it
Un incidente.
Un estraneo che sta morendo.
Un’immediata intimità seguita
da un improvviso distacco.
Saranno state le due del mattino. Ero in moto
con un amico e tornavo a casa da un party, quando abbiamo visto un uomo e una
moto stesi su un lato della strada: c’era stato un incidente.
I due guardiani notturni già accorsi sembravano
sconvolti e non facevano niente. Il mio amico ha fevvisSaranno state le due del
mattino. Ero in moto con un amico e tornavo a casa da un party, quando abbiamo
visto un uomo e una moto stesi su un lato della strada: c’era stato un
incidente.
I due guardiani notturni già accorsi sembravano
sconvolti e non facevano niente. Il mio amico ha fermato la moto e siamo scesi
a vedere. Lui ha dato un’occhiata, è tornato alla moto e mi ha chiesto di
aspettare mentre cercava un’ambulanza.
Ero a disagio. La prima reazione è stata di
rifiuto della situazione: me ne tornavo tranquillo da una festa… un modo ben
duro e sgradevole di finire una bella serata. Ora mi trovavo per strada solo e
al buio con un estraneo ferito. Insomma non c’era via d’uscita… mi toccava
rimanere e vedere cosa si poteva fare per dargli una mano.
Era steso sul fianco destro e di primo acchito non
potevo capire quanto fosse ferito, ma avevo abbastanza esperienza – soprattutto
in cure infermieristiche e pronto soccorso – per capire che era messo male. Ho
gridato al mio amico di rimediare l’ambulanza molto velocemente perché
probabilmente non avrebbe resistito più di pochi minuti.
Poi gli ho dato un’occhiata più da vicino.
Sconvolto, ho visto che aveva il cranio sfondato in tre punti e sangue e
materia cerebrale sgorgavano a fiotti dalla nuca. Era semplicemente irreale –
trovarsi improvvisamente faccia a faccia con un essere umano in quelle
condizioni, e tuttavia ancora vivo.
L’uomo ansimava, sentivo che cercava di rimanere
nel corpo, di restare vivo, respirando con forza, gli occhi spalancati.
Guardandolo negli occhi potevo vedere un’espressione di smarrimento e shock,
come se si stesse chiedendo: “Che ci faccio qui? Che mi è successo? Aiutami!”.
Mi sono inginocchiato al suo fianco in uno stato
di panico. “E adesso cosa faccio?” mi chiedevo. Cercavo di trovare un modo per
limitare i danni, ma sentivo anche un grande senso di impotenza per via
dell’estensione delle ferite… dovevo fare qualcosa, ma non c’era niente che
potessi fare.
All’improvviso, tutto è svanito. Orrore, shock,
nausea e ronzio alla testa, e quel senso di “tutto questo è troppo” non c’erano
più. Sono saltato direttamente nel cuore, in uno spazio di accettazione: tutto
era in qualche modo normale e giusto, anche la certezza che quella persona se
ne doveva andare, doveva lasciare il corpo, le ferite erano troppo gravi. Avevo
lavorato con handicappati e sapevo che se anche fosse sopravvissuto sarebbe
stato come un vegetale.
Inginocchiato accanto a lui, lo tenevo vicino. Gli
ho messo la mano all’altezza del cuore, mi sentivo calmo e rilassato,
improvvisamente non c’erano più distanze tra me e lui. Nel “qui e ora”
avvertivo un incredibile senso di intimità.
Così mi sono ritrovato a sussurrargli nelle orecchie:
“Lasciati andare… va bene… puoi mollare tutto...”.
Mentre lo sorreggevo, lui ha continuato a
respirare... è andato avanti così per cinque, dieci minuti anche se mi è
sembrata un’eternità. E poi a un certo punto se ne è andato – ho avuto la
sensazione improvvisa che se ne fosse andato, insieme a un senso di espansione,
gioia e luce. Non era più in agonia, la lotta era finita. Era ancora presente
in qualche modo, ma non era più nel corpo.
Con la polizia è arrivata anche una folla di
curiosi e la situazione si è fatta caotica. Qualcuno ha suggerito di metterlo
in un risciò per portarlo in ospedale, ma non mi è sembrata la soluzione
migliore, era troppo grande e grosso.
Mi sentivo molto protettivo nei suoi confronti,
era come il mio paziente, mi apparteneva. Non volevo che qualcuno lo trattasse
male. Ho chiesto alla polizia di procurare un mezzo più grande e dopo un po’
sono arrivati con un camioncino. Nessuno lo voleva toccare, così ho dovuto
urlare per farmi aiutare a caricarlo. L’ho accompagnato fino all’ospedale.
Mi sentivo molto sereno, tutto sembrava così
ordinario. Gli tenevo la testa tra le mani e l’altra mano era dietro, al cuore,
che sentivo caldo ma non lottava più. Se ne era andato, era ancora sospeso
appena appena attorno al suo corpo.
Siamo arrivati in ospedale e medici e infermieri
lo hanno caricato su una barella e trasportato in sala operatoria dove hanno
provato a rianimarlo. Ho trovato il tutto un po’ brutale, mi sembrava ovvio che
stavano cercando di riportare in vita una persona già morta. Seguivano la
solita routine – lo stereotipo per cui bisogna salvare una vita a ogni costo –
invece di restare semplicemente accanto a una persona che sta lasciando il
corpo.
Più tardi mi hanno detto quello che sapevo già: il
cuore era fermo quando era arrivato in ospedale. Hanno desistito dopo una
decina di minuti.
Io e il mio amico abbiamo chiesto di rimanere con
lui, di poterci sedere accanto a lui per un po’, così gli hanno dato una pulita
e lo hanno portato fuori su una barella. Eravamo seduti vicino a lui nel
corridoio. Sembrava così strano… voglio dire un momento prima ero a una festa e
poco dopo nel corridoio di un ospedale accanto a un cadavere.
Potevo ancora avvertire la sua presenza lì
attorno, ma dopo una decina di minuti se ne era veramente andato, era arrivato
il momento di andare via.
Sentivo il bisogno di una tazza di tè e di
qualcosa da mangiare – reazione tipicamente inglese – così me ne sono andato
col mio amico alla caffetteria di un albergo vicino. Ci siamo seduti a bere un
tè. C’era una partita di calcio in televisione e cercavo di seguirla, di uscire
dallo spazio in cui ero stato col morto. Ma era impossibile.
Mi sentivo strano; incredibilmente strano ma
calmo… era come un film.
Sono arrivato a casa alle cinque di mattina, mi
sono fatto una doccia lunghissima, mi sono coperto di aura soma, sono rimasto
seduto in giardino per un po’ e finalmente mi sono messo a letto.
Mi sono alzato quattro ore dopo, intorno alle
nove, e sono andato alla Comune. Mi sentivo ancora calmo e tranquillo.
Incontrando gli amici, non potevo fare a meno di parlarne – era come se ci
fosse un’urgenza di condividere, capire, scaricarmi. Gli amici mi ascoltavano
con attenzione ma capivo che nessuno avrebbe veramente capito quello che
provavo se non ci fosse passato.
Il giorno dopo – finalmente avevo dormito come si
deve – ho cominciato ad avere una sensazione di lutto, di perdita. Ero stato
così vicino a quella persona, come fosse dentro di me e improvvisamente se ne
era andata. Mi sentivo solo, abbandonato.
Mi sono venuti un sacco di dubbi… forse avrei
dovuto fare di più per salvarlo. Chi ero io per decidere che doveva andarsene?
Da dove mi era venuta l’idea che la cosa migliore per lui fosse morire?
Ricordo che pensavo: “Per quale ragione ho
incontrato quel tipo? Che significato può avere per la mia vita?”. Continuavo a
ripetermi queste cose.
Quella notte, dopo il discorso, sono tornato sulla
scena dell’incidente. Volevo sapere chi era quell’uomo. Mi stavo convincendo
che fosse una specie di sbandato, senza una vera vita e che ciò, in qualche
modo, avrebbe messo a posto le cose.
Ho scoperto invece che viveva lì vicino, che aveva
un lavoro, un figlio, una vita. Era tedesco, lavorava a Pune per conto di una
ditta tedesca. Ho scoperto anche come era successo l’incidente: aveva fatto
tutto da solo, andava forte – forse aveva bevuto un po’ – era scivolato su un
mucchio di spazzatura che copriva parte della strada, perdendo il controllo, e
aveva sbattuto la testa contro un muretto. Non aveva il casco.
Per caso ho incontrato dei suoi compagni di
lavoro, erano arrivati mentre ero lì a chiedere di lui. Quando ho detto loro
quello che era successo, sono rimasti shoccati. Hanno fatto una corsa in
ospedale, ma il corpo era già in viaggio per la Germania, la direzione
dell’azienda era stata più veloce.
Il giorno dopo ho cominciato a sentire dolori e
tensione al cuore, e difficoltà a respirare. Mi sentivo stanco, al limite del
collasso. Così ho deciso di fare una sessione di ipnosi durante la quale ho
rivissuto tutta la storia, soprattutto il tormento sul prendere decisioni
sbagliate, quella sensazione su “chi ero io per decidere che uno doveva
andarsene”.
Nella sessione tutto si è collegato con un
episodio della mia infanzia, quando mia madre aveva lasciato la famiglia. Non
voleva fare la madre. Da qualche parte avevo sempre portato dentro di me l’idea
che non avrebbe dovuto farlo. Avrebbe dovuto fare la cosa giusta, stare con me,
fare la mamma. Il bimbo dentro di me non aveva mai accettato il suo abbandono.
Durante la sessione ho capito che aveva fatto bene
– doveva andarsene, era la cosa giusta per lei. Allo stesso modo, anch’io avevo
fatto la cosa giusta nel mio breve incontro con quel moribondo. Anche lui se ne
doveva andare.
Durante la sessione ebbi la forte sensazione di
essere di nuovo un bambino, di vedere e accettare la storia con mia madre,
comprendendo che era meglio che se ne andasse… Grazie a una situazione così
inaspettata ho potuto affrontare quella antica questione. Inoltre sono
diventato consapevole di quanto tempo ed energia spreco nelle mie relazioni con
le donne, di quanta attenzione do a delle banalità: incontrarsi, avvicinarsi,
innamorarsi, poi rompere, sentirsi feriti e abbandonati, non desiderare più di
parlare… e realizzarne ora la stupidità, perché non puoi mai veramente sapere
quanto qualcuno rimarrà con te. Questa esperienza me lo ha reso chiaro: mai
lasciare qualcosa in sospeso con qualcuno, è meglio finire le cose.
Ho anche voluto leggere tutto quello che Osho dice
sulla morte. È incredibile il numero di libri di Osho che ho letto – ne ho
contati 168 l’anno scorso – e tuttavia non riuscivo a ricordare nulla sull’arte
di morire, a parte quei discorsi sul celebrare la morte, che avevo sempre
trovati un po’ strani.
Ora che il problema è venuto alla luce è stato un
bene leggere tutto sulla morte, da differenti angolazioni. Ho visto quanto sia
importante celebrare, perché se non celebri finisci per forza nella tristezza,
nella morbosità, nel lutto, in tutti i dubbi e i meccanismi della mente. È
veramente importante celebrare e lasciare che l’energia si espanda e voli,
proprio come mi è capitato nel momento in cui quell’uomo ha lasciato il corpo.
Spesso mi chiedo: cosa accadrà quando morirò?
Lascerò il corpo in maniera totalmente inconsapevole, o sarò capace di mantenere
un’attenzione consapevole? Ho capito che la chiave consiste nell’accettare ciò
che succede. Se troverò lo spazio per l’accettazione, allora sarò consapevole
quando me ne andrò e sarà una bellissima esperienza – questo è il mio feeling.
Se lotterò, diventerò inconsapevole.
Ho anche capito che tutti noi affronteremo questa
situazione nel futuro. Mi ero sempre chiesto perché Osho parli così tanto della
morte. Ora lo so: perché è un’esperienza che ci riguarda tutti.
Questa citazione di Osho mi ricorda molto come mi
sentivo la notte di quello strano incontro con la morte. Sta parlando di
Vipassana, una sannyasin in punto di morte, e del suo compagno:
“Sat Prem è venuto da me la notte scorsa.
Vipassana è sul letto di morte. Era molto preoccupato, turbato, profondamente
sconvolto, e giustamente. Il momento della morte di qualcuno che hai amato
profondamente ti ricorda la tua morte. L’attimo della morte è una grande
rivelazione. Ti fa sentire impotente, privo di difese. Ti fa sentire come se
non esistessi. L’illusione di essere scompare.
Sat Prem piangeva. Non è uomo che pianga con
facilità, non è uomo da sentirsi facilmente indifeso; le lacrime non gli
appartengono. Ma era sconvolto. Chiunque lo sarebbe – perché improvvisamente ti
rendi conto che il terreno sotto i tuoi piedi è scomparso. Non puoi farci
niente. Qualcuno che ami sta morendo. Preferiresti sacrificare la tua vita, ma
non puoi. Non si può fare nulla. Si sta solo lì ad aspettare, in profonda
impotenza.
Quel momento può deprimerti e può renderti triste,
oppure può farti iniziare il grande viaggio alla ricerca della verità.”
Nota: Vimal è interessato ad avere contatti con
persone che hanno vissuto esperienze simili. La sua e–mail:
namaste@oshobuddhafield.co.ukamente non c’erano
più distanze tra me e lui. Nel “qui e ora” avvertivo Così mi sono ritrovato a
sussurrargli nelle orecchie: “Lasciati andare… va bene… puoi mollare tutto...”.
Mentre lo sorreggevo, lui ha continuato a
respirare... è andato avanti così per cinque, dieci minuti anche se mi è
sembrata un’eternità. E poi a un certo punto se ne è andato – ho avuto la
sensazione improvvisa che se ne fosse andato, insieme a un senso di espansione,
gioia e luce. Non era più in agonia, la lotta era finita. Era ancora presente
in qualche modo, ma non era più nel corpCon la polizia è arrivata anche una folla di curiosi e la situazione si è fatta caotica.
Qualcuno ha suggerito di metterlo in un risciò per p
Vicini in silenzio
Quando qualcuno che amiamo sta per morire
il regalo migliore che possiamo fargli è la nostra presenza silenziosa.
Un’amica mi ha scritto che due giorni dopo la morte del padre,
mentre era seduta accanto al suo corpo, ha sentito sorgere dentro di sé
un’energia incredibile. Cosa succede intorno a una persona morta?
Quando una persona muore, la sua energia si
libera. Se sei ricettivo, la puoi sentire; se sei disponibile e aperto,
sentirai crescere il tuo livello di energia. Dipende da molte cose – che tipo
era il morto, che tipo di energia aveva. Se era un uomo portato alla rabbia,
alla violenza, allora è meglio non restargli vicino, perché tutta la sua rabbia
repressa, la sua violenza repressa, saranno liberate e se tutta quell’energia
penetra in te, potrebbe farti del male.
Quando una persona sta morendo, o è morta, viene
naturale restare accanto a lei in silenzio – nessuno fa rumore, nessuno parla.
La morte è un fenomeno così misterioso che tutti ne sono profondamente toccati.
Così, per prima cosa, è bene
essere consapevoli del tipo di personalità di chi sta morendo. Se era un uomo
amorevole, compassionevole, gentile, sempre pronto ad aiutare, sempre disposto
a condividere quello che aveva, allora restargli vicino, in silenzio, ti sarà
di grande aiuto. Quando se ne andrà, queste energie si irradieranno intorno a
lui.
Ma se aveva problemi sessuali, o era violento, o addirittura una specie di
criminale, è meglio non stargli vicino: tutto quello che ha accumulato durante
la vita si staccherà ora da lui. Sta per cambiare casa e tutti i mobili resteranno nella casa vecchia. Non può
portare con sé tutti quei mobili, li distribuirà in giro.
È per questo motivo che le tre grandi religioni
dell’India – induismo, giainismo e buddhismo – hanno deciso che il corpo della
persona morta deve essere bruciato il più in fretta possibile, così che non
trasmetta cose inutili o pericolose – la maggior parte delle persone si portano dentro, represse, delle brutte cose.
Altre religioni hanno deciso di non bruciare i
corpi, ma di metterli nelle tombe. È pericoloso. In questo modo si conservano tutta la rabbia, l’odio, la
sessualità repressa, la violenza accumulati in vita: tutte queste energie si diffonderanno dalle loro tombe,
e si possono prendere, come una malattia: sono contagiose.
In Oriente, quando un uomo
che è riuscito a realizzare se stesso sta per morire, lo annuncia in anticipo,
così che tutti i suoi discepoli possano
raggiungerlo per condividere la sua energia – il suo ultimo dono. Vuole morire
fra la sua gente, fra i suoi discepoli, che lo possono comprendere ed essere
ricettivi; e disperde fra di loro tutto quel tesoro di stati interiori
meravigliosi che ha accumulato durante la vita.
Nella sua autobiografia, Bennet ricorda come, dopo
la seconda guerra mondiale, si sentisse talmente esaurito, distrutto – era
stato al fronte – da pensare di essere vicino a
morire. Ma prima voleva assolutamente vedere per l’ultima volta il suo
maestro, George Gurdjieff. Così andò a trovarlo a Parigi. Era appena entrato,
che Gurdjieff gli chiese: “Cosa ti succede, Bennet, sei così pallido, sembri in
punto di morte. Sei arrivato al momento giusto.
Vieni vicino a me”. Gli prese le mani, lo guardò fisso negli occhi e in
breve Bennet cominciò a sentire un
enorme flusso di energia che fluiva verso di lui – ma questo era solo un
aspetto della cosa – si accorse anche che nel frattempo Gurdjieff stava
diventando sempre più pallido e si spaventò, per fermarlo gli disse che ormai
si sentiva bene, assolutamente a posto.
Gurdjieff, dicendo di non preoccuparsi, raggiunse
la stanza da bagno e vi si chiuse dentro. Dopo dieci minuti uscì che stava
benissimo.
Bennet ricorda: “Non avevo mai pensato che
l’energia si potesse trasferire in un modo così semplice”.
Ma l’energia si trasferisce davvero.
Bennet se ne accorse perché quella era una maniera
davvero diretta di farlo. In altri modi, ogni maestro trasferisce la sua
energia alla sua gente – ogni volta che ti guarda negli occhi – ogni volta che
ti viene vicino. Che altro può darti? Ha raggiunto tutto quello che si può
raggiungere in vita. Ora la sua energia è solo da condividere.
Ma se sta morendo qualcuno a cui sei strettamente
legato: tuo padre, tua madre, tuo marito, tuo figlio, il tuo amico – e tu vuoi
fare qualcosa per partecipare… la persona sta morendo, tu sei vivo – puoi sederti accanto a lei, metterle
la mano sul cuore o tenerle le mani, e restare in silenzio, in pace. Così
riuscirai a trasmetterle, a comunicarle, la tua pace, il tuo silenzio;
se puoi aiutarla a morire in pace, in silenzio, avrai fatto una buona cosa, una bellissima azione. Dopo
potrai sentirti un po’ debole, stanco, esausto; ma non è niente – un po’
di riposo e tutto tornerà a posto.
Dunque è possibile aiutare
la persona che muore a farlo nella maniera migliore, ma devi essere in uno
stato di silenzio e di pace, trovarti a un livello superiore da cui l’energia
può fluire. L’energia scorre proprio come
l’acqua, verso il basso. Non può scorrere verso l’alto. Ricordati però
che l’energia può essere trasmessa in tutti e due i sensi. Se chi muore ha un temperamento davvero
cattivo, è meglio evitarlo; non riusciresti ad aiutarlo e, al contrario, potresti in qualche modo subire la sua influenza –
potrebbe trasmetterti la sua cattiveria, piantarne i semi nel tuo cuore,
nel tuo essere. È meglio evitarlo. Ma se è una brava persona, se non ha fatto
mai male a nessuno… e soprattutto se tu la
ami, se provi affetto per lei, allora puoi trasmetterle la tua energia.
È questo il momento giusto – e anche l’ultima possibilità di farle un regalo:
non avrai più un’altra occasione.
E non può esserci migliore regalo di questo,
perché questo regalo può cambiare il suo cammino futuro: se muore in pace e in
silenzio, rinascerà su un piano più alto. Ma devi fare molta attenzione. Non
cercare di sederti in meditazione per aiutare Hitler – non ci provare. È al di
là delle tue possibilità. Non puoi dargli la tua energia, sarà lui che la darà
a te – e tanto più facilmente, se sarai in silenzio e in pace.
Bisogna essere molto prudenti con una persona
morente, possono succedere tante cose. La sua vita futura può esserne
influenzata, così come la tua… a meno che tu non sia a livelli così alti di
consapevolezza che niente può più influenzarti. In quel caso non c’è problema,
allora puoi stare, in piena consapevolezza, anche accanto a Hitler, non
riuscirà a farti minimamente del male. Forse sarai tu a poterlo aiutare, almeno
un po’.
Osho
tratto da: The
Transmission of the Lamp
La morte
non è
la fine
della vita:
è il completamento
di una esistenza,
il ‘crescendo’ di una vita, l’apice,
il finale.
non può esistere.
Nella visione di Osho l’eutanasia, la libertà
cioè di scegliere il momento della propria morte, è un diritto riconosciuto di
ogni essere umano.
Alcuni anni fa il mio interesse per la meditazione
mi ha condotto a lavorare con persone vicine a morire e in questo modo ho avuto
la possibilità di essere presente a una morte liberamente scelta.
Avevo incontrato Amrita, una vivace donna olandese di quasi sessant’anni,
attraverso un amico comune. Alcuni mesi prima le era stato diagnosticato un cancro
al pancreas, irreversibile.
Quando sono andata a trovarla nella sua casa di
Gronningen, in Olanda, era già così debilitata da rendere troppo dolorosa una
qualsiasi attività: ormai passava la maggior parte del tempo a letto. Durante
il nostro incontro abbiamo cercato di scoprire insieme come potesse prepararsi
nella maniera migliore alla morte imminente e alla separazione dai figli. Sebbene il periodo passato insieme fosse molto
breve – io dovevo lasciare l’Olanda per alcuni mesi – siamo riuscite a diventare
molto intime. Quando ci si trova di fronte alla morte non c’è tempo per alcuna
superficialità, per convenevoli sociali. Le emozioni, che siano paura,
frustrazione o affetto, tendono a diventare intense. Quando sono andata a
salutarla prima di partire, ho sentito con certezza che quello sarebbe stato
l’addio e con molto amore le ho augurato ‘buon viaggio’.
Quattro mesi dopo era invece ancora viva, ma solo
per poco: mi ha telefonato il giorno stesso del mio ritorno in Olanda, per
dirmi che il dolore era diventato insopportabile e che, col consenso del suo medico, aveva già scelto la data
dell’eutanasia. E mi ha chiesto di assisterla in questo viaggio.
Profondamente commossa dal suo invito, il
pomeriggio del giorno fissato ero a casa sua. Ascoltandola, era chiaro che era
pronta a morire: lei e la sua famiglia avevano passato le settimane precedenti
finendo ogni faccenda rimasta incompleta, e lei era pronta a lasciarli senza
rimpianti. Aveva meditato regolarmente e ascoltato la cassetta di una
meditazione guidata che le avevo preparato: una specie di prova generale per
abbandonarsi alla morte.
A un certo momento nella nostra conversazione, si
è girata a guardare fuori dalla finestra: era primavera e nel giardino c’era un
albero pieno di gemme. “Sono molto grata alla vita,” disse “sono riuscita a
fare così tanto!”.
Mi ha parlato dei suoi viaggi, dei suoi amici,
delle persone che aveva amato, di come il conoscere Osho avesse trasformato
completamente la sua vita e anche la sua disposizione verso questo particolare
momento. Sorridendo, ha aggiunto: “Sai, sento che sto andandomene portandomi
dentro una luce.”
Abbiamo parlato, insieme con i figli, di come le
sarebbe piaciuto passare gli ultimi istanti. Suo
figlio e sua figlia, entrambi sui trent’anni, erano felici di
assecondare i desideri della madre. Poi li ho lasciati – le ultime ore insieme
da soli – per tornare solo dopo le otto di sera.
Secondo il programma, Amrita aveva già salutato il
figlio e la figlia, che ora avrebbero aspettato il dottore, mentre io mi recavo
nella camera della madre. Seduta sul letto vicino a lei, le ho ricordato che
non era troppo tardi per cambiare idea e che avrebbe potuto fermare la
procedura in qualsiasi momento. “No, sono pronta”
mi ha detto a bassa voce, prendendomi con tenerezza la mano tra le sue.
Poi abbiamo chiuso gli occhi, come eravamo già d’accordo, per meditare insieme
nei suoi ultimi venti minuti di vita.
Venti minuti dopo, quando i suoi figli sono
entrati silenziosamente insieme al dottore, Amrita ha aperto brevemente gli
occhi, per guardarli, senza parlare, prima di ritornare alla sua meditazione. I
figli si sono seduti insieme dall’altro lato del letto mentre il cane di casa –
come d’abitudine – vi saliva, per raggomitolarsi tranquillamente ai piedi di
Amrita. La luce era soffusa e si sentiva la sua musica preferita, sullo sfondo.
Amrita indossava la white robe e il “mala” che aveva usato tante volte per
meditare alla presenza di Osho.
Jan, il giovane dottore ha chiesto con un sorriso
se eravamo pronti. Ho guardato Amrita ricordandole ciò che aveva chiesto – e
cioè che quando si fosse sentita pronta per l’iniezione avrebbe semplicemente
dovuto alzare un dito, in modo da poter continuare a meditare senza
interruzione.
Dopo un paio di minuti ha dato il segnale,
staccando allo stesso tempo lentamente la sua mano dalla mia. Quel semplice
gesto mi ha toccato il cuore: una tale dignità e integrità. Jan ha iniziato a
iniettare lentamente la sostanza che avrebbe causato l’arresto del cuore e nel
frattempo io le parlavo a bassa voce, incoraggiandola a continuare a rilassarsi
e a lasciarsi andare. Dopo breve tempo, il ritmo del suo respiro ci ha fatto
capire che si trovava in uno stato di incoscienza molto profondo. E subito
dopo, tutti e quattro stavamo osservando attentamente il suo volto, Amrita
cominciò a ridere!
Sorpresi, ci siamo guardati e abbiamo iniziato
anche noi a ridere. Come potevamo non farlo? Se lei trovava tutta la faccenda
così buffa…
A poco a poco la sua risata si è affievolita, era
evidente che stava entrando in un livello più profondo di incoscienza.
Continuavo a parlarle e a osservare la pulsazione sul suo collo, che a poco a
poco ha iniziato a diventare irregolare fino a fermarsi del tutto.
Amrita era clinicamente “morta”.
Ho continuato a parlarle, dicendole che ora il suo
corpo era morto, che lei non era il corpo, che era la sua consapevolezza; ora
era libera di andare nell’ignoto, nel nuovo: “Noi ti amiamo e siamo con te.
Osho è con te. Va’ pure avanti, va tutto bene, amore. Va’ pure avanti verso la
luce.”
Molti anni prima avevo studiato da levatrice e ora
sentivo che guidare Amrita nella morte non era poi molto diverso dal guidare
una donna durante il parto. Il modo in cui aveva scelto di morire era così
sano, così dignitoso, così civile. Il mio essere presente come sostegno per
un’altra meditatrice – qualcuno che avevo imparato ad amare e a rispettare –
sembrava profondamente giusto.
Siamo rimasti con lei per altre tre ore, al
momento di separarci Jan – la cui onestà, sensibilità e gratitudine mi avevano
commosso – ci ha detto che la morte di Amrita era stata la più bella alla quale
avesse mai assistito.
La mattina dopo mi sono svegliata piena di
vitalità, iniziando a cantare prima ancora di venir fuori dal letto, nonostante
avessi dormito solo poche ore. Ho cantato fino al bagno, sotto la doccia,
mentre mi vestivo. Mi piace a volte cantare da sola, ma questo era diverso: mi
sembrava di sentire Amrita intorno a me, che ballava e rideva, libera!
Amrita è stata una lezione su come si può morire
che rimarrà sempre con me.
La morte
è parte integrante
e organica della vita,
e ne è profondamente amica.
Senza
la morte,
la vita
Morte e creatività
Dolore, amore, espressione e disidentificazione
nell’esperienza di un attore… e di un figlio.
di Sw. Prem Kallol
Un anno fa decidevo di concretizzare un vecchio
progetto rappresentando un testo teatrale a me molto caro: “Il contrabbasso” di
Patrick Suskind, (autore anche del romanzo Il profumo). Si tratta di un
monologo, la confessione di un professore d’orchestra in aperto rapporto
conflittuale con il suo strumento. Questo contrabbasso, amato e odiato, resta
in realtà per il musicista solo un pretesto per parlare di sé e del proprio
male di vivere, inscenando un sapiente pastiche di musica e psicologia, che
sfocia in situazioni decisamente grottesche.
A due settimane appena dall’inizio delle prove mia
madre veniva ricoverata in ospedale per alcuni accertamenti. L’esito fu
sconcertante: i medici diagnosticarono un cancro che le lasciava solo due mesi
di vita. Mi assalì una profonda tristezza, una sensazione di impotenza. A mia
madre volevo tanto bene, cosa potevo fare per riversare tutto il mio amore in
quel poco tempo di vita che le restava?
All’inizio ho pensato che la realizzazione dello
spettacolo fosse assolutamente incompatibile con quell’assistenza costante e
amorevole, necessaria per accompagnare mia madre alla morte. Avrei voluto
abbandonare o rimandare il progetto teatrale: alle prove mancavo di
concentrazione, avevo crolli psicofisici dovuti alle lunghe notti trascorse in
ospedale accanto a lei – anche se fortunatamente non ero l’unico a starle
vicino, altro amore infatti riceveva anche da mio fratello e dalle mie due
sorelle. Grazie anche al sostegno della mia amica regista, il progetto teatrale
comunque andò avanti, diventando nel contempo uno strumento per la mia
crescita. Potevo constatare come l’amore per mia madre e l’esperienza teatrale
in corso non si sottraevano energie l’un l’altro ma al contrario si nutrivano
reciprocamente. Le prove teatrali diventavano uno spazio in cui grazie alle
tecniche di improvvisazione potevo esprimere e riversare quella quantità di
emozioni che stavo vivendo in quei giorni – il dolore, la rabbia – dando grande
spessore e autenticità alla ricerca del personaggio da rappresentare. Allo
stesso tempo – in quanto attore su di un palcoscenico – mi era facile prendere
le distanze dai miei sentimenti e trovare quel distacco necessario per non
identificarsi. Quando tornavo da mia madre potevo scoprire come questa
esperienza di recitazione mi stava aiutando a non essere sopraffatto dalle
emozioni – profondamente coinvolto, ma non travolto, testimone di ciò che mi
stava accadendo – e a esserle vicino con amore. Ho ancora il ricordo vivo di
quei momenti trascorsi con mia madre, dove una forza interiore che via via
andava crescendo mi consentiva di evitare di trasmetterle facili illusioni di
guarigione. Stavo con lei in amore, nel momento presente, e fra le
complicazioni e le paure del decorso della malattia riuscivo anche a renderla
partecipe del lavoro teatrale in cui ero coinvolto: le recitavo brani e dal suo
volto vedevo nascere lo stupore, la meraviglia e poi un sorriso lo stesso che ancora ricordo di quell’ultima
volta quando la portammo a vedere il mare. E così, momento dopo momento, mi
accorgevo che in questo modo mi preparavo consapevolmente alla sua scomparsa.
Oggi riconosco come l’espressione teatrale abbia avuto per me un ruolo
“terapeutico”: portando lo spettacolo in vari centri di meditazione di Osho mi
sono accorto che non stavo solo presentando un testo prima di portarlo nei
teatri, ma che in realtà stavo condividendo con amici in grado di capirmi tutta
questa mia esperienza di amore, dolore, espressione e disidentificazione.
Kallol e The
Leela Theatre Company saranno presenti con “In alto mare” il 7 aprile a Varazze
durante il festival Osho 2000 in Italia.
UNA TAZZA
DI TE’
News Services Corporation
Pag. 288 – lire 32.000
introduzione: Questo libro è letteralmente una Tazza di Tè:
disseta e acquieta. Queste pagine traboccano infatti dell’amore, sono piene
della consapevolezza e della compassione che ogni Maestro illuminato ha per
coloro che hanno sete di vita spirituale. Il libro contiene 365 lettere scritte
da Osho a discepoli, amici e amanti negli anni più intensi della sua vita: dal
1962 al 1971. Il suo messaggio è limpido, allegro, privo di qualsiasi
filosofeggiare, mai teorico: un amore sottile accompagna queste parole di cui
piano piano ci si sente i destinatari…”
1.: “Ho ricevuto la tua lettera.
Con quanto amore insisti che io scriva qualcosa,
ed eccomi qua, immerso in un profondo silenzio! Parlo, lavoro, ma resto
profondamente immerso nel vuoto interiore. Là, non v’è movimento alcuno. Sembra
dunque che io viva due vite al tempo stesso. Che commedia! Ma forse la vita è
una commedia e diventarne consapevoli schiude la porta a una libertà unica.”
6.: “…Vedo la vita colma di
beatitudine. Di solito non abbiamo occhi per vederla e quindi ne siamo
depauperati, ma questa percezione può essere creata. Forse non è corretto dire
che si può creare: esiste già, si tratta solo di aprire gli occhi, ogni cosa
d’improvviso si trasforma.”
27.: “Quando la vita è colma
d’amore è assoluta beatitudine. Nella vita sono poveri solo coloro che non
hanno amore nel cuore, e come descrivere l’immensa fortuna di coloro il
cui cuore nulla possiede se non amore!
Nei momenti di tale abbondanza si incontra Dio. Solo l’amore, null’altro, ho
conosciuto come Dio.’’
43.: “Mi hai chiesto di
parlarti del senso dell’umorismo. Il senso dell’umorismo dovrebbe essere
diretto verso se stessi – è una gran cosa ridere di se stessi, e chi è in grado
di ridere di sé pian piano acquista sollecitudine e compassione per gli altri. Nel mondo intero non
vi è evento alcuno, né altro soggetto, che
ci inviti alla risata più di noi stessi.”
60.: “Il silenzio riesce a dire
ciò che le parole mancano. Il vuoto abbraccia anche ciò che le righe non
possono contenere. Infatti chi può resistere all’abbraccio del grande
vuoto?
Nulla resta inespresso dal silenzio. Dove le
parole falliscono, il silenzio è colmo di significato.”
109.: “Il tempio di Dio è aperto
solo ai cuori che danzano, che cantano, che sono felici. Un cuore triste non vi
può entrare: evita dunque la tristezza.
Riempi il tuo cuore di colori lussureggianti come quelli di un pavone –
e senza motivo alcuno. Chi ha un motivo
per esere felice, non lo è realmente.
Danza e canta – non per gli altri non per un
motivo qualsiasi, danza solo per la gioia di danzare; canta semplicemente per
la gioia di cantare; allora tutta la tua vita diventa divina e solo allora si
trasforma in preghiera.
Vivere così è essere liberi.”
221.: “Sii uno straniero a te
stesso. Vedi la vita come un fiume che scorre nel tempo. Resta sulla riva, né
curioso né preoccupato. Dà un’occhiata o osserva lo scorrere del passato che
fluttua tra i ricordi…”
230.: “Il pensiero divide, divide
ad infinitum, pertanto non può mai giungere alla totalità, al tutto. E il tutto
è laddove le parti non sono – oppure esistono solo a uso della mente – e se non
esiste la mente, ecco che non esistono le parti.”
273.: “Vivere nella mente è
vivere nell’infelicità, nella miseria, in agonia e all’inferno. La mente è
l’inferno. Sii consapevole d’acchito di tutto questo. Allora ecco una nuova
apertura: lo schiudersi del presente, l’aprirsi di ciò che è. Il presente è la
sola esperienza, ovvero è l’esistenza. Sii nel presente e sarai liberato. Vivi
nel presente ed ecco la beatitudine. ”
285.: “Gli occhi sono ciechi. Si deve guardare attraverso il cuore. Non credere dunque ai tuo occhi, credi al cuore.”