SOMMARIO

 

2 CENTRI DI OSHO IN ITALIA
Tutti i Centri di Osho divisi per regione

 

8 LE NOTIZIE

Fuori e dentro la Comune

 

10 ESPERIENZE

Alla ricerca delle danze sacre

Il racconto di un'appassionante avventura per recuperare un patrimonio di consapevolezza e bellezza.

 

14 BIOGRAFIA

Il ritorno dal silenzio

Osho, dopo circa tre anni di silenzio riprende a parlare.

 

18 LA MENTE

Addio al Passato

Se non ci stacchiamo completamente dal passato continueremo a ripetere gli stessi errori.

 

20 LA MENTE

L'origine del problema

I problemi della società non sono altro che il prodotto dei nostri problemi personali.

Per non seminare negatività

Riconoscendo le nostre emozioni negative possiamo liberarcene senza continuare a creare problemi a noi e agli altri.

 

26 ESPERIENZE

Lavorare Stanca?

L'esperienza del lavoro

- Il racconto di sannyasin con professioni molto impegnative.

- La visione di Osho.

- La possibilità di sperimentare qualcosa di diverso all'interno della Comune.

 

36 IL MAESTRO

Il Carisma

Una sottile e inspiegabile qualità che solo poche persone posseggono.

 

38 IL MONDO

Una questione di creatività

La presenza di Osho in Italia in modi sempre diversi.

Quattro situazioni raccontate dai protagonisti.

 

42 ESPERIENZE

Un incontro ravvicinato

Ritrovarsi vicini a qualcuno che muore può creare una profonda intimità prima dell'inevitabile distacco.

 

47 ESPERIENZE

Morire con dignità

Un approccio consapevole alla morte può renderla un'esperienza piena di significato e ricca di doni.

 

50 TUTTE LE STELLE

Il tuo oroscopo di marzo

 

52 LA VETRINA

Tutti i libri di Osho in italiano, i video di Osho, le musiche per la meditazione e il rilassamento.

 

60 UN LIBRO DA VIVERE

Una tazza di tè - Ristampa

Il libro raccoglie 365 lettere scritte da Osho a discepoli e amici dal 1962 al 1971.

 

 

OSHOTIMES INTERNATIONAL

Copyright© 2000 OSHO INTERNATIONAL FOUNDATION Tutti i diritti riservati OSHO® è un marchio registrato di proprietà della Osho International Foundation, usato con il suo permesso.

 

 

 

 

LE NOTIZIE

 

100 musicisti

 

Il festival Osho 2000 a Pune (vedi foto nelle due pagine precedenti), così ricco di manifestazioni, spettacoli, concerti e feste, ha potuto contare sulla presenza di ben 100 musicisti sannyasin che si sono impegnati con grande gioia e creatività a produrre sempre ottima musica per le meditazioni dal vivo, la White Robe, le sedute in samadhi, le Sannyas Celebration. Non ci si rende conto forse di cosa vuol dire se non si sa che le musiche – ad esempio della White Robe – sono sempre nuove, create tutti i giorni con sole tre quattro ore di prove. I risultati sono sempre stupefacenti: ritmi vivaci e vitali per danzare, o anche di estrema sensibilità e dolcezza che si armonizzano coi momenti di silenzio. Un grande ritorno in questo periodo è stato quello del brasiliano Nivedano, il percussionista che ha suonato dal vivo per tanti anni alla presenza di Osho. Soprattutto sua è la paternità di quel ritmo particolare che prende il nome di “oshoba” un misto di samba e trance dance che Osho ha riconosciuto come l’ideale per la danza che precede il silenzio durante le White Robe. E così durante il festival abbiamo visto un risorgere alla grande proprio di questo tipo di musica. Hanno dato un importante contributo anche i musicisti italiani, soprattutto con le proprie doti vocali e melodiche. Madhuro, chitarra e voce, dice: “Anche oggi quando suono alle White Robe ritrovo ed esprimo l’esperienza di fusione interiore, abbandono, rilassamento e beatitudine che ho sempre vissuto alla presenza di Osho”. Un’altra italiana, Dipti, ha allietato tutti con la sua bella voce suadente: “Quando canto nella Buddha Hall di Pune mi sento libera, non ho davanti a me un pubblico, ma migliaia di meditatori e quindi anch’io mi esprimo da uno spazio diverso, non sono lì per esibirmi: è un momento per riconnettermi con la parte più sensibile di me stessa”. Naturalmente si sono rivisti tutti i volti più noti della scena musicale sannyasin: Miten e Premal, Milarepa, Bindu, Surabhi, Neera... è stata davvero un’esplosione di creatività musicale a livelli forse mai raggiunti prima.

 

 

Bella da morire

 

Nel maggio del 1999, durante il loro tour negli Stati Uniti, i musicisti Premal e Miten hanno avuto occasione di incontrare Elisabeth Kubler-Ross. Questa dottoressa svizzera, nota in tutto il mondo per i suoi studi pionieristici sulla morte e i problemi correlati,

è lei stessa molto malata. Ma quando Miten e Premal sono andati a visitarla nella sua casa di Phoenix in Arizona, aveva appena finito una corsa solitaria di qualche chilometro sulla sua sedia a rotelle ed era, come disse lei ‘un po’ stanca’. “Abbiamo cominciato a cantare qualche canzone.” dice Premal “Le piaceva soprattutto quella intitolata The other side e quando siamo arrivati alle parole ‘Sono pronta per l’amore, sono pronta a volare’ lei ha esclamato: ‘Certo, certo che lo sono!’. È una persona molto sincera e ha un’accettazione totale di se stessa – anche quando è un po’ scorbutica e magari si fuma una sigaretta. Ci ha regalato una copia della sua autobiografia “L’anello della vita” e ci ha chiesto di cantare al suo funerale, noi abbiamo accettato. Vuole proprio morire adesso, è veramente pronta a farlo e lo dichiara molto apertamente. Ha una vera e propria passione per ET e quando incontra qualcuno, invece di una stretta di mano o un abbraccio, lo saluta col gesto di ET. Voleva un migliaio di palloncini con la scritta di ET per il suo funerale, e quando le hanno detto che non si poteva per una questione di copyright ha immediatamente preso il telefono e chiamato lo stesso Spielberg (il regista del film). Una settimana dopo i mille palloncini di ET sono stati consegnati a casa sua.

 

 

Contro lo stress

 

L’ultima produzione della società di video Insearch, che si intitola “Meditation for Busy Women” (la meditazione per donne molto impegnate), è stata presentata in una premiere in Buddha Hall la sera del 2 dicembre e ha ricevuto un’accoglienza davvero calorosa. È il quarto video prodotto dalla società di Mridulla, una sannyasin che ha unito le sue capacità professionali al suo amore per la meditazione, e si rivolge a donne impegnate  nel lavoro che vogliono evitare, o minimizzare, i danni che lo stress produce nelle loro vite. Vengono presentati metodi semplici e veloci per rilassarsi e per ridurre o evitare le tensioni che si possono creare ogni giorno nella vita d’ufficio, con esempi pratici basati proprio su un normale ambiente di lavoro. Il video finisce con una tecnica guidata di 15 minuti che si può fare seguendo passo passo quello che succede nel video. Maneesha, che si è occupata dei testi, si è basata sulle tecniche di meditazione di Osho tratte dal Libro dei segreti (ed. Bompiani) e da Meditazione prima e ultima libertà (ed. Mediterranee).

“Non c’è dubbio che la meditazione, come diceva Osho, è diventata qualcosa di cui tutti parlano” dice Maneesha “Ma attraverso il mio lavoro di giornalista e la mia esperienza nel guidare gruppi di meditazione in tutto il mondo, ho scoperto che spesso le persone non hanno molto chiaro in cosa questa meditazione consiste, in questo video potranno vedere un’ampia gamma di metodi sia attivi che passivi. Ci è anche sembrato giusto indirizzarlo alle donne, perché c’è una affinità naturale fra le qualità femminili e la meditazione, che ancora non ha ricevuto la dovuta attenzione”. Il video è stato fatto per un distributore statunitense che lo lancerà dapprima sul mercato USA nel 2000. Esiste anche una versione norvegese che verrà distribuita da KK, una delle principali riviste femminili locali.

 

 

Si inizia il millennio con qualcosa di nuovo

 

Delusi dal nuovo millennio? Troppo uguale a quello vecchio? A Sommacampagna non è andata così, ce lo racconta Nitya, la nostra inviata speciale!

“A dare la spinta giusta per mettere in moto qualcosa di nuovo sono stati 130 amici sannyasin che si sono incontrati qui nell’Osho Meditation Center, tirato a lucido e impreziosito da una splendida Buddha Hall completamente rinnovata per l’occasione. L’evento del Millennio è stato celebrato con Ma Yoga Sudha in un campo di meditazione non-stop di tre giorni. Chi scrive arrivava direttamente da Puna, il 31 dicembre, ed è stata messa subito ‘in silenzio’ insieme agli altri. E nel silenzio si sono alternate meditazioni, decorazione della casa, preparativi in cucina (con il supporto davvero eccezionale di Manuela e Vichara, che insieme allo staff della casa hanno cucinato divinamente e ininterrottamente per sei giorni!). Dopo la Kundalini e la White Robe del 31, con musica dal vivo di Joshua e Ravi, siamo usciti dal silenzio e abbiamo incontrato gli altri 100 amici che arrivavano per il cenone. È stato bellissimo vedere come l’energia del campo di meditazione fosse di sostegno i nuovi ospiti. Il Centro si è trasformato in un grande nido pieno d’amore e ‘presenza’, in un grembo che ha accolto e accettato ognuno proprio nello spazio in cui si trovava. Il clamoroso cenone è stato intervallato dalla meditazione di Atisha, prima di mezzanotte, dai balli di Heena e dalla disco dance. Cinque minuti di assoluto silenzio e stop di ogni attività hanno preceduto la mezzanotte. Poi brindisi, dolce, Stop Dance e infine Nataraj (alle 5 di mattina!). Qualcuno poi è crollato sul letto, altri erano impegnati nelle ‘conquiste’ d’inizio Millennio e molti hanno iniziato direttamente con la Dinamica.

E via di nuovo con meditazioni, lavoro in comune, discorso di Osho e White Robe, in un’energia che sembrava inesauribile. La sensazione è stata quella di fluttuare in un tempo dilatato all’infinito, senza più riferimenti, mille miglia lontani – e allo stesso tempo molto più vicini – da un mondo che forse si stava agitando per paura di un crollo in borsa. Ancora una volta la vita ha dimostrato di essere infinitamente generosa e di prendersi cura di tutti gli amici che sono sul cammino.

Con un’abbondanza d’amore che continua a stupire”.


(ritorna al sommario)

 

 

Alla Ricerca della danza sacra

 

Una lunga, appassionante avventura per recuperare questo patrimonio di bellezza

e consapevolezza, lasciato all’umanità da uno dei più grandi mistici di questo secolo.

 

I Movimenti di Gurdjieff, chiamati anche Danze o Danze Sacre, sono uno spettacolo unico ed emozionante per chiunque abbia avuto la possibilità di assistervi, e molto di più per chi ha la fortuna di parteciparvi. Di per sé sono sequenze di posizioni del corpo – ognuna dura dai 5 ai 10 minuti – durante le quali molto spesso succede che le diverse parti debbano muoversi secondo ritmi asincroni. Difficili da descrivere a parole – anche perché possono essere molto diverse una dall’altra, lente o veloci, aggraziate e femminili oppure maschili, ritmiche, armoniose o caotiche – le Danze toccano molti aspetti, ma esprimono comunque un’energia fortissima, creando uno spazio di meditazione che coinvolge tutti, danzatori e spettatori. Sono ‘il capolavoro’ di uno dei più grandi mistici di questo secolo, la sua eredità più concreta e duratura. Gurdjieff ha posto una speciale attenzione nel crearle, spesso attingendo al patrimonio tradizionale di monasteri e scuole religiose orientali, dal Tibet al Caucaso, talvolta inventandole di sana pianta. Alcune conservano distintamente lo spirito, l’esperienza della tradizione da cui derivano o a cui si inspirano, altre sono inclassificabili, impossibili da etichettare. Tutte però stupiscono, arrivano direttamente al cuore di chi le fa o le guarda.

Abbiamo chiesto a Ma Prem Vasanti, una sannyasin che da dieci anni pratica le Danze Sacre, di spiegarci un po’ della loro magia. Vasanti è fiorentina, un metro e sessantacinque di energia allo stato puro, uno sguardo che esprime insieme innocenza infantile, ironia toscana e una volontà di ferro. A Gurdjieff una così, lo giureresti, sarebbe piaciuta molto. È sannyasin dal ‘79, lavora dal ‘90 sui Movimenti insegnando e tenendo gruppi in Italia. Agli inizi d’aprile sarà a Varazze con un workshop per il Festival di Osho 2000  e terrà poi un gruppo a Firenze. Lei, nel corso di più chiacchierate, ci ha raccontato la storia dell’avventura collettiva dei discepoli a cui Osho ha dato il compito di recuperare il patrimonio delle Danze di Gurdjieff, un progetto quasi impossibile, ma entusiasmante al punto da coinvolgere per anni persone ed energie in un viaggio che è stato soprattutto una navigazione ‘a vista’, ricca di sorprese e di incertezze. Una storia che a sentirla oggi te li fa sembrare tutti un po’ matti, e forse lo sono davvero, ma anche il racconto di un itinerario personale, di una ricerca che dura ancora…

 

Osho e Gurdjieff

“Per prima cosa è interessante sapere come è nata l’idea stessa di avere dei gruppi sulle Danze Sacre di Gurdjieff. Ogni tanto Osho aveva delle idee che al momento apparivano pazzesche, ma che poi non si rivelavano per niente tali. Una volta vide il film ‘Incontri con uomini straordinari’, tratto dall’autobiografia di Gurdjieff, e disse che il film non era un granché, ma le danze erano davvero importanti, bisognava farle! E così Amiyo – che ancora oggi guida il corso intensivo di Sacre Danze qui a Pune – e Yogendra, i due sannyasin ai quali Osho aveva affidato il progetto, si sono ritrovati con un video di dieci minuti di Danze, tutto quello che era disponibile al momento, e un enorme universo tutto da esplorare.

Amiyo iniziò a lavorare sul video: da quelle poche immagini, utilizzando il suo intuito, la sua esperienza di ballerina e soprattutto con enorme pazienza – guardando e riguardando le immagini in moviola, a volte si trattava di pochi fotogrammi – ricavò sette Danze! C’era una base da cui partire. Osho aveva dato indicazioni ben precise: insegnare in silenzio, tranne uno spazio per la condivisione a fine giornata prima della Kundalini, non doveva essere un gruppo di terapia – lasciare spazio alle emozioni, certo, ma senza soffermarsi – l’importante era restare centrati sui movimenti.

All’inizio avevamo dunque poche danze, poi ne abbiamo scoperte su un libro delle altre: la ‘Prima’ e la ‘Seconda’ obbligatorie; piano piano si sono aperte nuove strade. Alcuni movimenti ce li fornirono Prasad e Darshan, e poi Deva Ugo, persone che erano state all’interno della scuola di Gurdjieff. E così si costituì un piccolo repertorio, ma all’inizio dovevamo un po’ anche improvvisare…

Lavoravamo con poco materiale, le danze erano ancora in formazione ma fin dall’inizio se ne sentiva subito lo spirito fortissimo, un senso di presenza, le stesse cose che si possono percepire ora quando si guarda la rappresentazione della Danze in Buddha Hall che è il culmine di ogni corso.

All’inizio sembrava molto difficile trovare nuovi movimenti perché nel sistema di Gurdjieff sono molto restii a divulgarli; hanno probabilmente l’idea che se altre persone li utilizzassero, lo farebbero in maniera superficiale, sarebbe solo un inutile esercizio ginnico. Invece la nostra esperienza con Osho, il suo supporto, ci permette di sperimentare spazi non solo ‘tecnici’ nei movimenti: il nostro obbiettivo non è tanto la perfetta esecuzione della danza quanto l’osservazione di noi stessi mentre siamo impegnati nella perfetta esecuzione dei vari movimenti.

All’inizio, inoltre, non disponevamo neppure delle musiche originali, che sono state acquisite col tempo da varie parti, grazie soprattutto alla fiducia che alcuni sannyasin hanno ispirato a persone che le conoscevano.

Sono contenta che oggi abbiamo a disposizione le musiche originali, anche se non mi sembrano assolutamente essenziali per le Danze; per anni abbiamo lavorato con altre musiche, altrettanto belle e suggestive, preparate da Devakant. Un’altra delle difficoltà di scoprire i vari movimenti è data dal fatto che i superstiti dell’epoca di Gurdjieff, morto nel ‘49, sono pochi e molto anziani.”

 

Una discepola di Gurdjieff

“Per esempio c’è una donna francese che ai tempi di Gurdjieff quando eseguivano le Danze in pubblico era una delle sei in prima fila; l’ho conosciuta quattro anni fa, sono andata ad Amsterdam apposta per incontrarla, un’esperienza molto interessante. Volevo proprio vedere un discepolo di Gurdjieff che lo avesse conosciuto di persona: chi è venuto dopo ha molto spesso una durezza che non credo fosse nello spirito genuino di Gurdjieff. Ritengo che lui utilizzasse questa durezza, questa fermezza, come stratagemma, qualcosa che comunque nasceva dalla sua profonda compassione – le persone che lo hanno seguito senza un contatto diretto si sono fatte prendere un po’ troppo da questa serietà nei confronti del Lavoro (così viene chiamato il complesso di insegnamenti di Gurdjieff).

La donna che mi sono trovata di fronte era piccola, energica e piena di gioia di vivere. A sentirla descrivere il suo primo incontro con Gurdjieff, mi è tornato in mente il mio primo incontro con Osho: la stessa sensazione di aver trovato una persona capace di vedere dentro di me la mia potenzialità, il seme, la stessa sensazione di sentirsi riconosciuti, di poter iniziare un nuovo cammino. Al di là di questo mi è sembrata piuttosto riservata;  per cinque giorni, quando ha saputo che io e i due miei amici che mi accompagnavano eravamo sannyasin, si è rifiutata di mostrarci qualcosa di nuovo. C’era come una pesantezza nell’aria; da una parte lei voleva davvero insegnare – è anziana e vuole trasmettere il bagaglio di insegnamenti originali che sono in suo possesso – ma aveva anche una gran paura di commettere una leggerezza. Apparteneva alla Gurdjieff Foundation, che rappresenta un po’ l’ortodossia pura tra quelli che seguono la via di Gurdjieff ma si era anche resa conto del pericolo di atrofizzazione insito in queste situazioni piuttosto limitate. Voleva quindi insegnare le Danze a ‘tutti’ ma, ora che si trovava di fronte a persone provenienti dalle situazioni più disparate, dubitava che il nostro fosse un approccio serio. Quando l’ho rivista, il giugno scorso nel contesto di un altro seminario, c’è stata molta più apertura. All’inizio ci ha richiesto una descrizione di noi stessi e io ho scritto ‘sono una discepola di Osho’, ripetendolo molte volte. Una volta le ho anche detto che Osho è un maestro illuminato, il mio maestro: non sapevo se queste parole me l’avrebbero alienata come era già successo in precedenza, ma i compromessi non mi piacciono. Lei non ha dato un gran peso a queste mie affermazioni, le ha un pochino passate in sordina per così dire, però non ha neanche cessato di insegnarmi nuovi Movimenti.  È successa anche un’altra cosa con lei, che mi ha fatto sentire molto fiera di me stessa. Durante un colloquio un po’ più privato – anziché essere tutti e quaranta eravamo suddivisi in tre gruppetti – ho osato dire: ‘Io avrei un’idea di che cosa sia il Lavoro’. (Tutto il sistema di Gurdjieff si basa sul Lavoro, su comprendere cosa sia questo Lavoro). Poi ho aggiunto: ‘Io ho un maestro illuminato, Osho. Lui per me è uno specchio, che riflette il mio essere qui e ora, collegata a una realtà più grande. Per me questo spazio non è il Lavoro, ma piuttosto è un regalo dell’esistenza. Ma quando perdo questo spazio, come faccio a ritrovarlo? Ecco, proprio questo è il Lavoro.’ Lei me l’ha confermato e io sono stata molto contenta. Me l’ha confermato un po’ sottovoce, forse perché avevo nominato – di nuovo – Osho; allora prima si è guardata in giro e poi mi ha detto ‘Si’. Mi ha anche chiesto se avevo un’altra domanda, e io le ho detto: ‘Faccio queste Danze da dieci anni, perché le amo così tanto?’. ‘Nel tuo caso è chiaro,’ mi ha risposto, ‘perché allineano i tuoi tre centri: il centro fisico, l’emotivo e il centro intellettuale. Continua a fare queste Danze’. Mi ha fatto molto piacere sentire questa risposta da una persona che fino a quattro anni prima non voleva nemmeno incontrarci.”

 

Ricordi di Gurdjieff

“Questa donna, di cui stiamo parlando, ci ha raccontato qualcosa della sua vita con Gurdjieff e delle sue abitudini, anche apparentemente strane, tipo il ‘brindisi degli idioti’.

Ad esempio la prima volta in cui venne introdotta nella stanza dove Gurdjieff teneva i suoi banchetti, andò istintivamente a mettersi di fianco a lui, inginocchiata per terra. Gurdjieff le donò un pezzo di dolce e lei si sentì immediatamente accettata dal maestro. Era durante questi grandi pranzi che Gurdjieff faceva il ‘brindisi degli idioti’ – ma su questo non ha fornito particolari – so solo che c’era l’Idiota Quadrato, l’Idiota Normale, l’Idiota Circolare e tanti altri tipi di Idioti. Questa cosa degli Idioti, per quanto a prima vista possa sembrare strana e incomprensibile – o anche un atteggiamento molto duro, persino offensivo – ha un suo senso preciso: credo che Gurdjieff in questo modo volesse indicare la caratteristica principale della persona, il carattere distintivo della personalità, la sua maschera,  l’ostacolo maggiore – e in questo sta l’idiozia – per una crescita oltre la personalità, verso la vera essenza, ciò che egli chiamava l’anima… e così prima faceva la ‘foto’ alla persona e poi la prendeva in giro!

Ci ha raccontato anche di altri atteggiamenti di Gurdjieff con i discepoli: strani, ironici ma in qualche modo affettuosi, sicuramente utili per aiutarli a trascendere convenzioni sociali e condizionamenti, e prepararli per il Lavoro: durante questi pranzi lui aveva alla sua destra una donna che chiamava poubelle (spazzatura), alla quale dava le cose che non aveva più voglia di mangiare e, se lei non le voleva, accanto c’era un’altra persona – soprannominata egout (fogna) – a cui lei poteva riversare questo surplus. Mi raccontò, come a volte Gurdjieff caricasse in auto lei e le altre danzatrici della prima fila, che venivano chiamate dagli altri discepoli ‘le vacche sacre’ – e le portasse in giro guidando a una velocità spaventosa. Da queste storie del suo maestro mi arrivava certo un’immagine di serietà, ma ancora più di determinazione – una specie di spirito zen: totale, ma con una vena di follia, serio, ma mai serioso. Non doveva per niente essere rigido come tendono a farlo apparire alcuni gurdjieffiani.”

 

Le Danze

“Dai tempi delle prime Danze, messe insieme con l’aiuto di quei sannyasin che si ricordavano i movimenti appresi altrove, abbiamo continuato a cercarne altre, e ne abbiamo trovate in giro, quasi sempre per vie traverse. Ad esempio una volta conducevo un gruppo in Italia, avevo insegnato diverse Danze e alla fine un ragazzo, che era nel sistema di Gurdjieff, accettò di farci vedere una Danza nuova, che io ho dovuto imparare in cinque minuti netti, a velocità folle: dopo cinque minuti ci aveva già ripensato, credeva di aver fatto qualcosa che non avrebbe mai dovuto fare, ma ormai era troppo tardi. I primi contatti erano di questo tipo, avventurosi, un po’ di seconda mano… del resto Gurdjieff avrebbe amato una cosa così! Vista la nostra sincerità, la nostra determinazione a proseguire in questa ricerca, si sono a poco a poco aperte delle strade. In America qualche anno fa Marna, una sannyasin che ha insegnato anche a Pune, entrò in contatto con un gruppo Gurdjeffiano (della tradizione di Bennet); loro erano aperti, compresero il nostro potenziale e iniziarono a insegnarci. Questo fu un ponte, finalmente qualche porta si apriva. Sono tuttora molto grata a quelle persone, però le ho trovate un po’ farraginose, tendono a parlare molto, a chiacchierare, il Lavoro diventa un po’ troppo intellettuale, anche se non perde in sincerità. Con Osho noi facciamo prima! E così abbiamo fatto questo esperimento: prendere alcuni di questi insegnanti e chieder loro di insegnare in un nostro gruppo. L’abbiamo provato per la prima volta quest’anno in America, secondo me con ottimi risultati: la struttura fondamentalmente seguiva le indicazioni di Osho, quindi molte meno chiacchiere, brevi condivisioni alla fine di ogni giornata di gruppo, meditazione Dinamica e Kundalini. Non eravamo tutti sannyasin, c’erano anche persone della Quarta Via, del sistema di Gurdjieff, e ovviamente non è che le meditazioni fossero obbligatorie, però c’era davvero molto più silenzio e molto più spazio per le Danze in sé. Poi ho trovato un altro insegnante, John Wilkinson. Avevo paura che fosse una storia come quella con l’insegnante di Amsterdam di cui parlavo prima, allora gli ho telefonato e gli ho chiesto ‘Quante ore al giorno insegni?’, ‘Che Danze insegni?’, ‘Me le fai registrare?’, ‘Io insegno le Danze, non ho tempo da perdere’. Poteva anche rispondermi picche, invece questo approccio deciso e diretto ha funzionato, mi ha preso in simpatia, era talmente curioso che vuole incontrare anche altri sannyasin. Ora gli porterò un video di Osho, mi ha fatto molte domande su Osho, lui sapeva solo quello che si può leggere sui giornali… le varie cose sul ranch che i giornali americani avevano pubblicato. Gli ho quindi spiegato l’altra versione dei fatti e alla fine mi ha detto: ‘Mi è sempre piaciuto questo Osho’. Ora di Danze ne conosciamo circa centocinquanta, se ne scopriamo altrettante, arriveremo a conoscerle tutte. Ciascuna Danza è come un ‘koan zen’, la risposta è sempre diversa e deve arrivare dal momento. In alcune Danze bisogna coordinare la gamba destra e la gamba sinistra: è un lavoro sulla coordinazione. In altre Danze è un lavoro sull’equilibrio, in altre ancora ci sono molti elementi e l’unico modo per farli propri – e questo è vero per tutte le Danze – è raggiungere uno spazio in cui la mente è impegnata, ma non attivamente. È anche necessario che il corpo sia impegnato, che le emozioni siano presenti, altrimenti diventa solo un movimento morto, senza vita. Quindi le Danze obbligano a entrare in contatto con il corpo, con le emozioni, ma anche con la mente: spesso c’è una sequenza da ricordare, più o meno lunga, più o meno difficile. Se però queste parti si impegnano in maniera ‘attiva’, succede proprio l’opposto, cioè il corpo diventa troppo rigido, le emozioni allontanano dal presente anziché aiutare a entrarci e la mente proprio non ce la fa a controllare tutto. Queste tre parti quindi devono essere impegnate – allineate – allo stesso tempo, ma nessuna può essere tesa, ‘attiva’.

Il corpo viene sollecitato a esercitare la propria memoria, a lavorare in maniera indipendente dalla mente, a ritrovare equilibrio e armonia in uno stato di vigile rilassamento, muovendosi con precisione ma senza tensioni.

Le emozioni si liberano con il movimento stesso o con le parole che, a volte, si pronunciano durante la danza e che arrivano al cuore. Le emozioni si osservano, il lavoro non ha niente di catartico. Perfino le emozioni negative hanno uno spazio, possono essere usate.  La mente diventa solo uno strumento, le viene tolto spazio, potere, controllo. I condizionamenti vengono a galla: perfezionismo, sensi di colpa,  ricordi della scuola e della maestra. Spesso quando si insegna si vede che immediatamente le persone hanno la tendenza a mettersi un po’ sull’attenti. Va bene! Fa parte di questo lavoro.

Se questa non fosse una delle tematiche che vogliamo affrontare non faremmo questo lavoro, però è proprio necessario osservare come funzionano certi meccanismi: quando sento che il mio corpo va in tensione, probabilmente è scattato un altro di questi condizionamenti.

Gurdjieff soleva dire ai discepoli: ‘Non avete un’anima’ e Osho ci ha spiegato cosa intendesse: era un modo per far capire loro che non erano in relazione col proprio vero essere.

Ecco, le Danze sono un potente strumento per entrare in contatto con il nostro centro interiore, per aiutare il Buddha che è in noi a rivelarsi.”

 

(ritorna al sommario)

 

Il Ritorno del Silenzio

 

Parte nona – Mentre continua alacremente il lavoro per costruire e far funzionare Rajneeshpuram, l’ostilità delle autorità americane sommerge la comune in una marea di cause giudiziarie, portando in primo piano l’aspetto legale/politico nella gestione della comune.

Osho, dopo circa tre anni di silenzio, riprende a parlare in pubblico tenendo discorsi quotidiani per i discepoli e rilasciando interviste alla stampa.

 

“Certo, si lavorava dodici quattordici ore al giorno, anche di più magari, e ti posso dire che non mi sono mai sentito così bene in vita mia, alla sera poi non è che crollavo a letto distrutto, andavo al bar a divertirmi con gli amici, a bermi una birra magari, e anche a ballare.” Non è raro sentirsi raccontare cose simili da chi ha avuto la fortuna di lavorare a Rajneeshpuram, la città sorta in pochi anni nel deserto dell’Oregon centrale, i livelli di energia e l’intensità del lavoro erano incredibili. Certo, c’era tutto da costruire e da far funzionare, c’era un sogno collettivo da realizzare, ma quello che sorprendeva ancora di più i visitatori occasionali, o chi era appena arrivato per fare un’esperienza nella comune sannyasin – proveniente di solito da situazioni dove i confini fra lavoro e tempo libero, fra fatica e divertimento erano ben precisi – era che si potesse lavorare così tanto... divertendosi: prendendosi lo spazio per prepararsi un tè, o anche solo per sorridersi, per amoreggiare e organizzarsi la serata. E se poi una tempesta di vento rovinava tutto il lavoro di una giornata – ricorda ancora oggi un’italiana che faceva parte del team che erigeva tende per accomodare gli ospiti di un festival estivo – dopo un attimo di sbalordimento si scoppiava tutti a ridere.

Non solo questa intensità e totalità distruggevano la dicotomia lavoro tempo libero, rendendo il primo espressione di creatività ed energia, attività pura… vita insomma, ma andavano persino a intaccare la contrapposizione fra lavoro e riposo, portando a una trasformazione alchemica dell’energia di cui Osho, qualche anno dopo, parlerà facendo proprio riferimento a questo periodo (vedi pag. 33 di questo numero).

 

Mentre a ritmi vertiginosi si continuava a costruire il ranch, aumentavano anche le cause legali… alla stessa velocità. In Oregon, lo stato americano dove si trovava la comune sannyasin, quella che all’inizio era stata semplice curiosità verso queste strane persone vestite d’arancione e di rosso che volevano andare a abitare in una zona così sperduta e non molto ospitale, si trasformò in avversione, grazie dapprima all’ostilità verso Osho (definito persino l’anticristo) di gruppi cristiano-fondamentalisti e ben presto alla scoperta da parte dei politici locali di quali e quanti vantaggi elettorali si potevano ricavare fomentando e poi cavalcando questa ondata di bigottismo e xenofobia.

Permessi di costruzione prima concessi venivano in seguito cancellati, la stessa esistenza legale di Rajneeshpuram come città – e quindi il diritto ad avere infrastrutture che permettessero il vivere civile di qualche migliaio di persone – dopo essere stata regolarmente approvata venne in seguito negata. Dopo che un primo tentativo di sabotare il progetto, basato su pretesti ambientalistici, si rivelò un fallimento di fronte al grandioso lavoro di recupero ecologico fatto dalla Comune, furono trovate persino delle motivazioni costituzionali: la stessa esistenza della città avrebbe violato la divisione fra chiesa e stato. “E questo detto da persone che scrivono sui loro dollari ‘In God we trust’ (abbiamo fede in dio)…” commenterà Osho; al quale fra l’altro poco prima era stato negato un permesso di soggiorno richiesto in qualità di “maestro religioso”. Questa situazione costringe Rajneeshpuram e la comune a dare un’estrema importanza all’aspetto legale e politico, al punto che nell’84 nell’ufficio legale della comune lavorano più di 200 persone impegnate a seguire dozzine di casi giudiziari.

A parte politici e detrattori l’esperimento di Rajneeshpuram aveva attratto anche l’attenzione di vari ricercatori sociali che con diverse inchieste cercavano di stabilire le motivazioni sociopsicologiche che spingevano i sannyasin della comune a qualcosa di così diverso dall’american way of life. Nei risultati di questi studi veniva sempre fatto notare l’alto livello culturale dei partecipanti (60% di laureati) e l’assenza assoluta di crimini, alcolismo e violenza. E non mancavano analisi su chi era percepito come il personaggio chiave di tutta la faccenda.

“Siccome Rajneesh (Osho) non parlava in pubblico e concedeva pochissime interviste – fino all’ottobre dell’84 – Ma Anand Sheela, la principale portavoce e assistente personale di Osho, divenne di fatto la leader della comune. Fece poco per favorire una cooperazione o ridurre i conflitti. La sua maniera di parlare era tagliente, fiera, caustica, cruda, arrogante e sempre sulla difensiva. Questo suo atteggiamento non solo favoriva le ostilità ma richiamava anche su Rajneeshpuram molta attenzione da parte dei media.” 1

 

In un’intervista di qualche anno dopo a un giornalista che gli faceva notare – pur riconoscendo a Sheela intelligenza e abilità sui problemi pratici – come questi lati duri e autoritari della sua personalità erano assolutamente evidenti, Osho rispose che se ne era accorto sicuramente ma che una certa durezza era necessaria perché la comune era circondata da politici che volevano liberarsene e che se la comune fosse stata rappresentata da persone “innocenti” questi politicanti l’avrebbero subito distrutta. Questa volontà dei politici appare chiara da documenti ottenuti qualche anno più tardi attraverso un’ordinanza del tribunale dove si scopre come persone ad alti livelli nell’amministrazione Reagan sono coinvolte nello spingere ogni tipo di agenzie federali e statali a trovare qualsiasi mezzo legale per distruggere la comune ed espellere Osho dagli Stati Uniti.

Nel frattempo Sheela, a quel tempo assistente personale di Osho e portavoce della comune annuncia la costituzione di una religione: il Rajneeshismo. In una rara intervista televisiva durante il suo periodo di silenzio, alla domanda quale sia la sua visione per il futuro del Rajneeshismo, Osho risponde: “Il Rajneeshismo non è una religione come il Cristianesimo, l’Induismo, l’Islam, il Buddismo etc. Il nome non deve fuorviarvi. Mostra semplicemente una carenza del linguaggio – per essere veramente esatti bisognerebbe dire che il Rajneeshismo è una religione senza religione. In altre parole si tratta di religiosità, senza un dogma, un culto o delle credenze, ha solo le qualità dell’amore, del silenzio, della meditazione, della preghiera. E quindi non può finire mai. Non è nata con me. È qualcosa che è sempre esistito e continuerà a esistere. È la vera essenza dell’evoluzione umana, della consapevolezza e della sua cultura. Buddha, Gesù, Krishna sono espressioni di questo spirito, ma in quei giorni non era possibile per una religione manifestarsi così come può farlo adesso…” 2

Viene pubblicato anche un piccolo libro intitolato Rajneeshismo: una raccolta di corte citazioni dai primi discorsi di Osho. Si fonda un’Accademia di Rajneeshismo che si occupi delle questioni “ecclesiastiche”, creando cerimonie per i momenti importanti della vita – nascita matrimonio, morte –  nominando le varie figure dei ministri di questo culto; si iniziano le giornate con un cantico detto gacciami.

“Nei miei colloqui con l’INS (l’ente americano che si occupa di immigrazione e permessi di soggiorno) insistevo che avrei preferito chiamare religiosità la mia visione filosofica, ma loro hanno ribattuto che non era possibile perché nessuna delle loro categorie si chiamava religiosità. Si possono presentare domande (per permessi di soggiorno) solo per il settore religione. Il settore religiosità non era da loro previsto. Io spiegavo loro che esisteva una differenza. Una religione è un sistema fisso di credenze, ha dei dogmi. La religiosità è solo una qualità, come l’amore. Non è qualcosa di organizzato. Non ha né preti né suore. È ribellione contro tutto ciò che distrugge la ragione umana. Ma loro mi risposero che non potevano accettare nessuna richiesta se non fosse stata usata la parola religione. E così risposi che per ottemperare alle loro stupide categorie avrei usato la parola religione. Ecco perché l’ho usata. Ma in questo mio periodo di silenzio Sheela è riuscita a svilupparla in maniera più organizzata: una religione, una gerarchia.” 3

Nell’ottobre dell’84 Osho decide di porre termine al suo periodo di silenzio ormai durato tre anni e ricominciare a fare discorsi pubblici ogni giorno nel Mandir (la grande struttura dove avvenivano le meditazioni collettive e le celebrazioni alla presenza di Osho).

La sua assistente personale, Sheela, tenta dapprima di convincerlo a non farlo, dicendosi preoccupata per la sua salute, ma poi viene deciso che i discorsi verranno tenuti davanti a un limitato gruppo di sannyasin all’interno della residenza di Osho e ripresi su videocassette che verranno poi proiettate per tutti quanti all’interno del Mandir. Poco dopo i primi discorsi Sheela tenta di sospendere queste proiezioni pubbliche “perché c’è troppo lavoro da fare” e dopo molte proteste si arriva al compromesso di proiettare i discorsi di Osho alla sera molto tardi, dopo la lunga giornata di lavoro.

Fin dai primi discorsi Osho colpisce per la sua critica serrata di tutte le religioni tradizionali e inizia a parlare dichiarando che c’è bisogno di rendere più chiaro, completandolo, il quadro della sua visione che aveva continuato a tratteggiare per così tanti anni. Adesso, dopo aver a lungo commentato le opere di altri maestri, parlerà esclusivamente della sua verità – la sua più intima esperienza – davanti alla “sua gente”, quelli che attraverso questo lungo periodo di silenzio sono andati al di là di un mero rapporto intellettuale, hanno rafforzato un contatto non più con le sue parole, ma con la sua presenza, con l’essere stesso di Osho – una comunione e non più una comunicazione.

Osho parla della morte delle religioni, di dio come menzogna, della responsabilità che ognuno deve prendersi riguardo alla propria vita, del valore dell’individuo, della ribellione.

 

“Ma stranamente l’uomo ha tentato di diventare come dio. Invece di tentare di diventare un uomo, ha tentato a lungo di diventare come dio. E non può diventare dio, perché dio non c’è, niente di simile è possibile. Ma in questo sforzo di innalzarsi al livello di dio, l’uomo cade, è inevitabile. E cadendo cade più in basso del livello di essere umano. Ecco dove hanno sbagliato tutti i vostri uomini di religione, i vostri cosiddetti santi: tentando di diventare dio, sono caduti al di sotto dello stato di essere umano, sono diventati subumani.” 4

 

“Mi hanno chiesto in molti perché continuo a insistere nel distruggere la fede della gente in dio. È semplice aritmetica: senza distruggere dio non posso aiutarvi a distruggere il vostro ego. Se non c’è dio l’esistenza continua a fluire, a muoversi a crescere a espandersi, nessuno la sta controllando, nessuno la mantiene in vita, è autonoma…

Ecco cosa intendo quando dico che non c’è dio, che l’esistenza è autonoma. Gli alberi crescono autonomamente, gli uccelli volano, il sole sorge per conto suo. Ed è bello che non ci sia nessuno dietro a tutta questa meravigliosa esistenza, a farla diventare uno spettacolo di marionette. Questo è ciò che tutte le religioni ti insegnano, senza nessuna eccezione, che tu sei un burattino. Con dio tu non puoi essere nient’altro che un burattino, i fili sono tutti nelle sue mani. Voglio che tu sia silenzioso, meditativo, cercando dentro di te per vedere se c’è qualcuno. E sarai sorpreso di scoprire che non c’è nessuno, solo la pura esistenza, autonoma. Non c’è nessuna entità dentro di te. Tu sei parte integrante dell’intera esistenza. Sei unito agli alberi, ai fiumi, all’oceano in migliaia di modi – visibili e invisibili. Non sei separato.” 5

 

Osho spiega che mentre commentava i maestri delle religioni del passato era costretto, sia dall’argomento che dal pubblico, a usare un linguaggio di tipo religioso, ma ora può parlare liberamente, esporre la sua verità, mandare al diavolo dio, l’inferno, il paradiso, le leggi karmiche…

 

“Ora ho trovato le persone che possono portare il mio lavoro in tutto il mondo. Ora voglio dire le cose che volevo dire fin dall’inizio, ma era difficile, perché nessuno era pronto ad ascoltarle. Ora c’è la mia gente – coi cuori aperti, pronti ad assorbirmi, ad assimilarmi totalmente

È quasi come accendere una candela con un’altra candela. Puoi continuare a farlo, puoi accendere così milioni di candele. E la prima candela non perde niente, non è che abbia perso della luce ora che milioni di candele stanno bruciando. Non ha perso niente, anzi ha guadagnato. Ero una candela sola in un mondo di tenebre, ora milioni di candele stanno facendo luce ogni dove.

La loro luce è la stessa.

Le loro fiamme sono diverse.

Ogni sannyasin deve coltivare la sua propria fiamma.

Ma la luce sarà la stessa.” 6

 

A partire dal festival di luglio del ‘95 Osho inizia a tenere i discorsi direttamente nel Mandir, davanti a ventimila persone – durante il festival – e circa ottomila in seguito. Inizia anche a concedere ogni sera interviste alla stampa mondiale, dichiarando che lo fa perché il suo messaggio non è limitato a un solo particolare gruppo di persone, è per tutti gli esseri umani in quanto tali e lui li vuole raggiungere il più direttamente possibile, attraverso i mezzi d’informazione.

 

Il 14 settembre Sheela e un gruppo di suoi stretti collaboratori lasciano improvvisamente, di nascosto, la comune per trasferirsi in Germania. Subito dopo cominciano a venire alla luce tutta una serie di intrighi e persino molte illegalità che avevano perpetrato approfittando del loro strapotere.

[continua sul numero di aprile]

 

note:

1. Tratto da: Osho Rajneesh and his disciples: some western perceptions

2. Osho, intervista apparsa su

The Rajneesh Times 19-8-83

3. Osho, The Last Testament  vol 3 # 8

4. Osho, From Darkness to Light # 13

5. Osho, From the False to the Truth # 18

6. Osho, From Personality to Individuality # 14.

 

 

LA BASE DEL MIO INSEGNAMENTO

 

In quegli anni Osho sia nei suoi discorsi che nelle interviste con la stampa continua a precisare la non istituzionalità del suo messaggio religioso che pone l’accento sul valore intrinseco dell’individuo ed è contro ogni tipo di organizzazione religiosa e culto della persona.

 

Il nucleo essenziale del mio insegnamento è: nessun credo, nessun dogma, nessuna fede, nessuna religione, niente che sia preso in prestito. Puoi fare affidamento solo su ciò che hai sperimentato di persona; devi dubitare di tutto il resto. Proprio come le altre religioni trovano il loro fondamento nella fede, il mio è nel dubbio. Il mio principio fondamentale è lo stesso su cui si basa la scienza: dubita, finché non trovi qualcosa nella tua esperienza di cui è impossibile dubitare.

La scienza si muove verso l’esterno, io mi muovo verso l’interiorità. Questo movimento verso l’interno è ciò che chiamo meditazione. Per poterti muovere all’interno devi compiere tre semplici passi, e il quarto accade da solo.

Il primo passo è osservare tutte le tue attività; quello è il tuo corpo e quelle sono le sue azioni: camminare, tagliare legna, attingere acqua dalla fonte. Rimani un testimone. Non agire da robot.

In secondo luogo, quando diventi capace di osservare il tuo corpo, di essere un testimone delle sue azioni, puoi fare il secondo passo: osservare le attività della tua mente: pensieri, sogni, fantasie. Rimani un testimone, come se ti trovassi sul ciglio di una strada e, su questa strada, stesse passando una processione di pensieri. Tu non ne sei parte. Sei solo uno specchio che riflette, senza giudicare, perché uno specchio non ha giudizi. Con un bel viso, lo specchio non dice: “Splendido.” Con un viso brutto, lo specchio non dice: “Oh no!” Lo specchio non fa che riflettere tutto ciò che appare di fronte ad esso. Esattamente allo stesso modo uno deve diventare un testimone puro, senza giudizi, valutazioni: questo è buono, questo è cattivo. Allora si verifica una strana esperienza: quando la tua capacità di osservazione cresce, i pensieri diminuiscono, e nella stessa percentuale. Se il tuo testimoniare è il dieci per cento, ci sarà un novanta per cento di pensieri; se la tua consapevolezza, la tua coscienza, è del novanta per cento, ci sarà solo un dieci per cento di pensieri. Col cento per cento di capacità di osservazione, ci sarà il nulla totale; questo è lo stato di non-mente, questa è la porta verso il terzo e ultimo passo.

Adesso osserva le emozioni più sottili, gli stati d’animo. I pensieri non sono così sottili. Gli stati d’animo, un’ombra di tristezza, una certa gioia.

Il primo passo riguarda il corpo, il secondo la mente, il terzo il cuore. E quando puoi osservare anche il terzo, il quarto accade da solo. All’improvviso un salto quantico, e ti ritrovi proprio al centro del tuo essere, dove non c’è nulla di cui essere consapevoli. La consapevolezza è consapevole di se stessa, la coscienza è cosciente di se stessa. Questo è il momento dell’estasi suprema, del samadhi, dell’illuminazione, o comunque vuoi chiamarlo; in ogni caso questo è il momento supremo, al di sopra del quale non c’è nulla. Non c’è modo di andare oltre, perché dovunque tu vada al di là di esso, sarai comunque un testimone. Se inizi a osservare l’osservatore, non sei andato più in alto; sei sempre un testimone. Quindi l’osservazione è la fine del viaggio, sei arrivato a casa.

Il mio insegnamento è tutto qui. È assolutamente scientifico. Non ha bisogno di fede, ciò che serve è sperimentare. Non chiedo a nessuno di aver fede in me. Chiedo solo di provare e sperimentare.

So che accadrà anche a te perché è accaduto a me, e io sono un essere umano normale proprio come te. Non sostengo di essere un profeta o un salvatore o un’incarnazione di Dio. Non vanto alcuna capacità speciale. Sono proprio uguale a te. L’unica differenza è che tu stai ancora dormendo, e io sono sveglio. È solo una questione di tempo, prima o poi anche tu ti sveglierai.

Quindi non c’è alcun bisogno di fare di me un oggetto di venerazione, non c’è bisogno di adorarmi. Se mi ami veramente, questo è sufficiente perché tu possa partecipare all’esperimento. Ti darò una garanzia: accade veramente. Ti posso dare un incoraggiamento, ma non sarò il tuo salvatore. Non mi prenderò la responsabilità, ma farò del mio meglio per scuoterti e far sì che ti svegli.

Osho, tratto da: The Last Testament vol 3 #2

 


 

 

 

 

Addio al passato

 Il passato è stato un disastro e continuare a perpetuarlo vuole dire assicurarsi un presente egualmente disastroso.

 

Di recente ho visto un comico in una satira dei messaggi pubblicitari, iniziava declamando con voce profonda: “Per duemila anni, l’uomo ha continuato a cercare un deodorante che funzioni veramente”. Dopo una breve pausa, continuava: “Però, è un sacco di tempo che puzza!”.

Negli ultimi, non duemila ma quattro milioni di anni, ci sono stati in giro per questo pianeta vari modelli sperimentali dell’animale chiamato Homo Sapiens. Non ho idea di come si sia evoluto il nostro odore, all’esterno, ma all’interno il puzzo è terribile. Siamo intrappolati nella follia della violenza. Solo negli ultimi tremila anni siamo riusciti a combattere circa 5000 guerre. Come dice Osho: “Sembra che l’uomo non sia nient’altro che uno strumento necessario per ulteriori guerre e distruzioni”.

Se fossero necessarie ulteriori prove del fatto che c’è qualcosa di sicuramente sbagliato, basta leggere un giornale qualunque e segnare in nero tutte le storie di gente che fa violenza a se stessa, in rosso quelle di violenza verso qualcun altro e in verde quelle di violenza nei confronti dell’ambiente. Alla fine ti restano giusto gli annunci economici e le previsioni del tempo.

Andiamo a lavorare con sorrisi educati  sui nostri volti, ma sotto sotto siamo pieni di rabbia. Persone gentili e amichevoli un momento e, l’attimo dopo, barbari assassini. Uccidiamo perché l’altro ha un dio diverso, un differente colore di pelle, un naso di forma diversa o appartiene all’altro sesso. Qualunque scusa è buona. Poi, se ci rimane un po’ di tempo tra una strage e l’altra, distruggiamo piante e animali, inquiniamo l’aria e l’acqua, roviniamo la terra, e guardiamo dall’altra parte mentre l’AIDS miete le sue vittime. Naturalmente ci assicuriamo di produrre molti più bambini di quanti possiamo o vogliamo allevare. Se poi non riusciamo a scaricare la rabbia su qualcun altro, possiamo sempre far del male a noi stessi, con le droghe per esempio, o persino il suicidio. Quando infine la situazione diventa assolutamente caotica, ci domandiamo come mai abbiamo così tanti problemi.

È incredibile vedere come possiamo essere molto brillanti in certe cose e al tempo stesso molto stupidi in altre. In molti campi gli esseri umani hanno raggiunto livelli straordinari: le sculture di Michelangelo, i libri di Dostoevsky, l’arte di Osho, il Taj Mahal, Khajuraho. E poi l’uomo sulla luna, i microchips, la microchirurgia. La lista è lunghissima.

Ma quando si tratta di rispondere a domande molto semplici su noi stessi, il compito ci sembra impossibile, si finisce in un vicolo cieco. Riguardo alla violenza e alla rabbia menzionate prima, per esempio, che fine ha fatto questa nostra genialità?

Quando in qualche scuola americana esplode uno dei frequenti episodi di follia adolescenziale – causando morti e feriti – dobbiamo sorbirci settimane di dibattiti tormentati fra i cosiddetti esperti, che si interrogano sulle ‘responsabilità sociali’, sul ruolo dei mezzi di comunicazione e così via.

Discorsi assurdi e superficiali. Certo, i mezzi di comunicazione hanno le loro responsabilità, ma chi li ha creati? Noi. Certo, questi episodi sono il prodotto di un certo tipo di società, ma chi l’ha creata? Noi.

Forse che i bambini bianchi arrivano già su questo pianeta odiando i bambini neri? I bambini serbi odiano quelli albanesi fin dalla nascita? E quelli israeliani i palestinesi? O i neonati maschi odiano le femmine? O nascono tutti quanti già determinati a distruggere l’ambiente?

Dove le imparano tutte queste cose? Da noi, ovviamente. E noi da chi le abbiamo imparate? Dai nostri genitori, dalla loro società – una situazione che continua immutata da milioni di anni, e che non ci impedisce di parlare con orgoglio dei ‘nostri figli’ e di come abbiamo condiviso con loro la nostra ‘eredità culturale’. Ma di che cosa stiamo parlando?

Cosa hanno prodotto l’autocontrollo, la disciplina, la serietà, la moralità, l’obbedienza, il credere in dio – tutti questi nostri splendidi “valori”? La sterminio degli indiani d’America? L’assassinio di milioni di ebrei in Germania? La ‘pulizia etnica’ nei Balcani? Il sistema di caste in India? L’AIDS? La distruzione delle foreste equatoriali? Hiroshima? Nagasaki?

E il genio umano? Basta il semplice buon senso per comprendere che la maggior parte delle ragioni per cui facciamo del male e uccidiamo, dipende dal fatto che vogliamo imporre i nostri ‘valori’ a ogni nuova generazione. Ieri vuole comandare sull’oggi.

Quando Krishnamurti afferma che il mondo siamo noi, ha perfettamente ragione. Questo mondo è la nostra creazione. Ma questa è solo una parte del problema. Il fatto che continuiamo a forzare sulle nuove generazioni, anno dopo anno, la stessa attitudine alla violenza è una follia al di là di ogni comprensione. Consideriamo magari intelligente porsi di continuo complicate domande sull’origine dell’universo, ma nessuno invece sembra chiedersi perché siamo così orgogliosi del nostro violento passato e come mai questo continui a influenzarci anche oggi. La verità è che siamo ancora condizionati da tradizioni  barbare e, quel che è peggio, continuiamo a modellare le nuove generazioni con le stesse idee. Perché non esiste alcuno studio scientifico su questi meccanismi di condizionamento mentale? Senza parlare poi dell’urgente necessità di una scienza che si occupi di decondizionamento. Osho riconosce che questo processo può avvenire anche quando l’individuo si allontana dalla società, ma ribadisce che il suo metodo è quello invece di fare in modo che sia la società a uscire dall’individuo. È questo il valore reale del decondizionamento. E poi dovremmo anche occuparci della scienza della meditazione, per evitare di ritrovarci condizionati di nuovo.

Siamo appena passati dal secolo più violento nella storia dell’umanità a un nuovo millennio pieno di incertezze: continueremo ad avere ‘abbastanza’ acqua e cibo? Riuscirà l’AIDS a decimare l’umanità e a distruggerne le basi economiche? Ci sarà una guerra nucleare? Oppure la fine verrà con una ‘più moderna’ guerra batteriologica?

A meno che non decidiamo finalmente di investire nella scienza del comprendere noi stessi altrettanta energia di quanta ne adoperiamo per capire ogni cosa al di fuori di noi, questo esperimento chiamato Homo Sapiens è destinato a fallire. La scelta che abbiamo di fronte non ci lascia molte possibilità. Abbiamo bisogno di riconoscere finalmente che il passato è stato un disastro e che continuare a perpetuarlo vuole dire assicurarsi un presente egualmente disastroso. Altrimenti, se proprio non siamo capaci di dare un addio al passato, potremmo ritrovarci senza più un futuro.


 (ritorna al sommario)

 

 

LA MENTE

 

L'origine del problema

 

È facile vedere quanta negatività esiste nel mondo. Ma da dove viene? Non è generata dal “lato oscuro della forza” che agisce contro l’umanità, ma è la somma di tutte le nostre piccole negatività individuali.

 

In realtà, se non ti sei prima liberato dei tuoi problemi personali, non puoi avere la prospettiva giusta per comprendere i problemi mondiali. Se la tua casa è in completo disordine, se il tuo essere più intimo è confuso, non sei nella situazione per comprendere problemi più vasti. Non hai nemmeno una comprensione di te stesso, comincia da lì, perché ogni altro approccio sarà sbagliato.

Persone che sono in uno stato di tremenda confusione mentale cominciano ad aiutare gli altri e a proporre soluzioni. Queste persone creano più problemi al mondo di quanti ne risolvano. Sono loro i veri seminatori di discordia: i politici, gli economisti, i dirigenti pubblici, i missionari. Sono loro a provocare disastri: la loro consapevolezza interiore non è ancora chiara e sono già pronti ad intromettersi nei problemi degli altri. In effetti questo è il loro modo di evitare la realtà, di non fronteggiarla.

Ricorda che il problema del mondo sei tu, tu sei il problema: se prima non lo risolvi, tutto ciò che fai renderà solo le cose ancora più complicate. Prima di tutto metti in ordine casa tua, crea un universo al posto dell’attuale caos.

Un’antica storia indiana, una favola molto vecchia ma tuttora importante dice...

 

Un re potente, ma un po’ stupido, si lamentava che le asperità del terreno gli facevano male ai piedi. Ordinò così che l’intero regno fosse ricoperto da un tappeto fatto di cuoio, appunto per proteggergli i piedi. Il buffone di corte sentendo questo ordine scoppiò a ridere: “Il re è ha avuto un’idea davvero ridicola!” disse.

Il re si arrabbiò moltissimo e minacciò il buffone: “Trova tu una soluzione migliore, altrimenti ti farò decapitare”.

Il buffone rispose: “O sire, taglia dei pezzetti di cuoio e copriti i piedi con quelli”. Ed è così che nacquero le scarpe.

 

Non è necessario ricoprire tutta la terra di cuoio; se ti copri i piedi avrai coperto anche la terra. Questo è l’inizio della saggezza.

È vero, ci sono dei problemi, sono d’accordo. Sono problemi grossi. La vita è veramente un inferno. Esiste la povertà, l’infelicità, la violenza, – ci sono follie di ogni genere – è vero, ma continuo ad insistere che il problema sorge nell’animo dell’individuo. Il problema esiste perché gli individui sono nel caos. Il caos totale non è null’altro che la somma di tanti fenomeni: tutti noi abbiamo contribuito con il nostro caos.

Il mondo è una rete di relazioni; siamo collegati l’uno con l’altro. Io sono nevrotico, tu sei nevrotico: a questo punto la relazione diventa molto, molto nevrotica – si moltiplica, non si raddoppia soltanto. Tutti sono nevrotici, è per questo che il mondo è nevrotico. Adolf Hitler non nasce per caso, siamo noi a crearlo. Il Vietnam non nasce per caso, lo creiamo noi. È il nostro materiale infetto che emerge: paghiamo il prezzo del nostro caos. Inizia sempre da te: tu sei il problema mondiale. Quindi non cercare di evitare la realtà del tuo mondo interiore, questo è il primo passo.

La povertà non è la radice del problema, la radice è l’avidità. La povertà ne è il risultato. Continui a combattere la povertà ma non può succedere nulla. La radice è l’avidità; deve essere sradicata. La guerra non è il problema, l’aggressività individuale è il problema, la guerra ne è solo il prodotto.

Il problema non è la guerra e i vari Bertrand Russel non possono essere di nessun aiuto. Il problema è l’aggressività all’interno di ogni individuo. Le persone non sono in pace con se stesse, quindi deve esistere la guerra, altrimenti queste persone diventerebbero matte.

Cambia alla radice: è necessaria una trasformazione radicale, non basterà una semplice riforma. Ma potresti anche non capire: io sono qui e parlo sempre di meditazione... no, non puoi vedere la connessione – come la meditazione è in relazione con la guerra. Io riesco a vedere questa connessione, ma tu non la riconosci.

La mia idea è che se anche solo l’uno per cento dell’umanità diventa meditativa, le guerre scompariranno, è questo l’unico modo. È proprio necessario liberare una simile quantità di energia meditativa. Se l’uno per cento dell’umanità, il che vuol dire una persona ogni cento, diventa meditativa, le cose si struttureranno in modo completamente diverso. Ci sarà meno avidità: di conseguenza si ridurrà la povertà. La causa della povertà non è la scarsità dei prodotti – la causa è che la gente fa incetta di cose, perché la gente è avida.

Pensa se gli uccelli fossero soliti accaparrare... alcuni diventano ricchi e alcuni diventano poveri; allora gli uccelli americani diventeranno i più ricchi di tutti, e il resto del mondo ne soffrità. Ma loro non accumulano niente, quindi non c’è povertà. Hai mai visto un uccello povero? Tra gli animali della foresta nessuno è povero e nessuno è ricco. Non vedi neppure uccelli grassi e uccelli magri e mingherlini. Tutti i corvi sono simili, non puoi nemmeno distinguerli l’uno dall’altro. Perché? Loro gioiscono, non accumulano.

Vivere nel momento, vivere nel presente, vivere con amore, con amicizia, responsabilmente... e allora il mondo sarà completamente diverso. L’individuo deve cambiare, perché il mondo non è altro che una proiezione dell’animo individuale.

Ma ci sono delle persone a cui piace prendere vie molto tortuose: vorrebbero prima cambiare il resto del mondo e solo in seguito arrivare a se stessi. Ma lasciami dire che non sarai mai in grado di arrivare a te stesso se prendi una strada così lunga.

 

Ho sentito dire... Un vecchio era seduto sul ciglio della strada per Delhi mentre passava un giovane in macchina. Quest’ultimo si fermò e chiese al vecchio: “Quanto dista Delhi da qui?” Il vecchio rispose: “Se continui nella direzione in cui stai andando adesso, è molto, molto lontana. Dovrai fare il giro del mondo, perché Delhi è proprio dietro di te, a sole due miglia”.

 

Se ti volti indietro, non è molto lontano, sono solo un paio di minuti. Se vuoi cambiare il mondo intero e solo in seguito pensi di cambiare te stesso, non ci riuscirai mai: non arriverai mai a casa. Comincia da dove sei. Sei parte di questo mondo orrendo: se cambi te stesso, cambi anche il mondo. Cosa sei, se non una parte di questo brutto mondo? Perché vuoi cambiare il tuo vicino? Probabilmente lui non ne sarà contento, non sarà d’accordo, o non sarà interessato. Se sei diventato consapevole che il mondo ha bisogno di una grande trasformazione, allora sei proprio tu il mondo più vicino a te stesso: comincia da lì!

Osho, tratto da: The Divine Melody # 8


 (ritorna al sommario)

 

 

 

Per non seminare negatività

 

Cosa fare con le nostre emozioni negative che ci pesano addosso?

 

 

Amato Osho,

emotivamente mi sento del tutto esausta. Qualcosa mi sta dilaniando, ma non riesco a capire cosa sia. Negli ultimi giorni sono passata attraverso momenti di intenso odio per me stessa. Sono come delle crisi, durante le quali mi sembra impossibile si possa amare una creatura come me. A un altro livello mi dico di osservare, di essere consapevole di queste emozioni, di ricordarmi che non sono reali. Ma quando sono nelle loro grinfie, è davvero molto reale – dipende tutto da cosa prevale  nel momento. Quando riesco a uscire da questo tumulto interiore, mi vedo come una pazza che continua con la sua routine quotidiana, apparentemente del tutto normale. È così che si cresce, oppure sono solo fuori di testa, schizofrenica, intrappolata in un circolo vizioso?

 

Ognuno ha i suoi alti e bassi, è naturale. C’è solo una cosa in cui sbagli, che ti farà impiegare più tempo per liberarti della tua infelicità: quando senti queste emozioni negative verso te stessa, non cercare di osservarle. Non è ancora il momento. Vivile. È questo tuo osservare che ti dà l’idea della schizofrenia o della personalità frammentata, perché da un lato provi queste emozioni negative verso te stessa e dall’altro cerchi di ricordarti che sei solo un testimone e che si tratta solo di idee che presto svaniranno. Ti stai dividendo in due.

La prima cosa che ti suggerisco è di non dividerti in due.

Avrei potuto suggerirti di osservare, ma non è ancora il momento, non sei ancora matura per farlo. Prima di essere veramente totale nell’osservarti, devi passare attraverso l’inferno di tutte queste emozioni negative; altrimenti saranno solo represse, pronte a saltar fuori in ogni momento, appena sei un po’ più vulnerabile. È meglio liberarsene, ma questo non significa che devi osservarle. Dimenticati dell’osservazione. Vivi ogni emozione che provi: sei tu. Comunque ti senti, odiosa, brutta, indegna – sii totalmente presente in questi stati d’animo. Prima dà loro la possibilità di emergere completamente nella mente cosciente. Adesso, con il tuo tentativo di osservarli, li stai reprimendo nell’inconscio; anche quando ti occupi del tuo lavoro di tutti i giorni, li stai nuovamente ricacciando giù. Non è così che puoi liberartene.

Lascia che la emozioni vengano fuori: vivile, soffrile. Sarà difficile e anche noioso, ma incredibilmente gratificante. Quando le hai vissute, sofferte, accettate, quando puoi dire che questa sei tu – ti sei trovata fatta così, non sono una tua creazione, quindi non meriti una condanna – quando le emozioni sono vissute con consapevolezza, senza alcuna repressione, vedrai che scompaiono da sole. Il loro potere su di te diventa minore, la loro presa si allenta. E quando cominciano a svanire, arriva il momento in cui puoi osservare.

In Oriente raccontano una parabola: un elefante che passa da una porta… l’elefante è passato, ma la sua ombra è ancora all’interno e assomiglia a un elefante. L’elefante è già uscito ed è rimasta solo la sua ombra, questo è il momento di osservare perché le ombre non possono tornare nell’inconscio; le ombre non esistono. Se osservi, se sei consapevole, l’ombra morirà, svanirà. Ma prima lascia uscire l’elefante.

Ti stai tenendo dentro un elefante. Puoi nasconderlo, ma per quanto tempo? E continuerai a essere obbligata a trasportare l’elefante, con tutto il suo peso… tutte le tue azioni ne saranno influenzate. Farai qualcosa, ma con rabbia, farai qualcosa, ma piena di odio – farai qualunque cosa quasi come uno zombie, perché quell’elefante è troppo pesante.

La responsabilità non è tua. Nessuno, in realtà, ne è responsabile. Una volta il responsabile era dio, quella era la sua unica funzione, ma ora è morto. Puoi scaricare la responsabilità sulla società o sui genitori, ma non ti sarà di grande aiuto. Può consolarti forse, ma non è una soluzione. Ricordati che nessuno è responsabile: ti sei ritrovata così. Non ci vedo niente di strano: ci passano tutti, chi più chi meno.

Ricordati solo di una cosa: più grande è l’elefante che stai trasportando, maggiore sarà il tuo sollievo e la libertà quando te ne liberi. C’è sempre un equilibrio: se la tua sofferenza è grande, sarà grande anche l’estasi. Quindi non preoccuparti. Va bene così.

Vivilo e basta.

Per il momento, l’unica soluzione per te è di vivere con totalità, affinché l’elefante possa uscire, senza paura: “Ora sono pronta a vivere, non ho più niente da nascondere”.

Qualsiasi cosa, appena arriva alla mente cosciente, si disperde; quando poi rimane solo l’ombra, quello è il momento di diventare consapevole. Adesso può causare solo schizofrenia, in quel momento ti procurerà chiarezza.

Non preoccuparti dei grandi problemi. Tutti i nostri problemi sono piccoli. Noi stessi siamo piccoli, come potremmo avere grandi problemi? Inoltre, quanto più grande è il problema, tanto maggiore sarà la tua libertà, la tua beatitudine quando il problema sarà scomparso. C’è un perfetto equilibrio.

Ma ricordati di non reprimere. La tua idea di osservare, di essere consapevole e basta,  in questo momento non è altro che repressione.

Te lo dirò io, un giorno: “Adesso è il momento di cominciare a svegliarsi, a osservare”. So che me lo chiederai di nuovo, abbi un po’ di pazienza… ce la possiamo permettere tutti.

 

 

Amato Osho,

mi hai forse suggerito che questo è il momento di vivere ed esprimere le mie emozioni negative, che in passato non mi sono mai concessa di mostrare in pubblico? Mi ricordo di una esperienza in un gruppo, anni fa, dove uno degli esercizi era di esprimere, alla propria maniera, l’emozione che veniva suggerita: io non ero riuscita a  esprimere nient’altro che la rabbia. In realtà forse non sapevo nemmeno, in maniera conscia, cosa fossero quelle emozioni, non mi permettevo nemmeno di ammettere che esistessero. Sto cercando di mettere insieme i pezzi di questo puzzle. Sono sulla strada giusta?

 

Arpita, prima di tutto fai attenzione a non fraintendermi. Io ho detto: “Esprimi le tue emozioni negative”, non ho detto: “Pubblicamente”. È così che si travisano le cose.

Ora, se sei in collera con qualcuno e inizi a esprimere la tua ira, l’altro non farà come Gautama il Buddha, non rimarrà seduto in silenzio. Non è una statua di marmo, anche lui farà qualcosa. Tu esprimi la tua rabbia, lui farà altrettanto.

E questo farà crescere la tua rabbia – rabbia e violenza scatenano nell’altro le stesse emozioni, con in più la voglia di vendicarsi. E a questo punto tu ti scalderai ancora di più, perché ti è stato detto di esprimere le tue emozioni.

Sì, ti ho detto di esprimerle – ma non in pubblico.

Se sei arrabbiata, vai nella tua stanza, chiuditi dentro, picchia il cuscino, mettiti davanti allo specchio, grida contro la tua immagine, dì le cose che avresti voluto dire e non hai mai detto a nessuno. Ma deve essere un fenomeno privato, altrimenti non si finisce più. Queste cose continuano a girare in circolo, e noi invece vogliamo porvi fine.

Nel momento in cui provi delle emozioni negative riguardo a qualcuno, il problema non è quella persona. Il problema è che tu hai una certa quantità di rabbia dentro, e quell’energia deve essere diffusa nell’universo. Non devi reprimerla, ricacciarla dentro di te.

Quindi, se ti dico: “Esprimila”, intendo sempre in privato, quando sei da sola. È una meditazione, non una lotta. Se sei triste, siediti nella tua stanza e sentiti quanto più triste che puoi, non può nuocerti. Sii veramente triste e osserva quanto dura. Niente dura per sempre, presto se ne andrà. Se vuoi piangere, piangi, ma in privato.

Queste cose non hanno niente a che fare con gli altri. È tutto un tuo problema: perché farne un atto pubblico? Non è questa la maniera di risolverlo, anzi!

Ogni giorno, prima di andare a dormire, mettiti seduta per un’ora sul letto e fai tutte le cose folli che avresti sempre voluto fare, tutto ciò che si fa quando è si è arrabbiati, violenti, distruttivi. Non è detto che devi distruggere cose di valore; basta fare a pezzettini della carta e buttarla in giro… lo sai come vanno queste cose. Questo basterà.

Distruggi cose di poco conto – ma fallo nella tua intimità, in modo che quando ne esci sei fresca, rinnovata.

Se vuoi fare qualcosa in pubblico, segui l’esempio di una tribù di primitivi. Vai dalla persona con cui eri arrabbiata e dille: “Tra me e me, sono stata molto arrabbiata con te. Ho gridato, ti ho insultato, ti ho detto delle cose sgradevoli; per favore, perdonami. Ma l’ho fatto in privato, perché era un mio problema; non ha niente a che fare con te. Tuttavia era in un certo modo diretto verso di te, e tu non sai nulla    quindi ti devo delle scuse”.

Questo va fatto in pubblico, perché in questo modo le persone riescono ad aiutarsi l’una con l’altra. L’altro così non si arrabbia, al contrario, ti risponde: “Non servono delle scuse, non mi hai fatto niente di male. Se ti senti a posto, pulita, è stato un buon esercizio”.

Ma non portare in pubblico la tua negatività, le tue cose brutte, altrimenti cercando di  risolvere piccoli problemi, ne crei di più grandi. Sta’ molto attenta. Tutto ciò che è negativo deve essere fatto in privato, quando sei da sola. Se vuoi fare una dichiarazione pubblica – perché magari avevi in mente qualcuno per cui provavi odio, qualcuno che hai ucciso mentre strappavi la carta a pezzettini – va’ da lui e chiedigli umilmente perdono.

Qui puoi notare la differenza rispetto alle cosiddette  terapie occidentali. Queste non hanno… il loro effetto è temporaneo. Cerca di capire una volta per tutte che il problema è solo tuo, per cui deve essere risolto nella tua intimità.

Non lavare i panni sporchi in pubblico. Non ce n’è bisogno. Perché coinvolgere altre persone se non è necessario? Perché crearti una brutta immagine, se non è necessario?

Mi viene in mente una storia molto strana. Siamo a una grande conferenza, una conferenza mondiale di psicologi, psicoanalisti, terapisti e esperti di ogni scuola che studia la mente umana. Un grande psicoanalista deve leggere la sua relazione, ma non riesce a farlo perché la sua attenzione viene distratta continuamente da una giovane psicoanalista seduta in prima fila accanto a un tipo vecchio e brutto che continua a toccarle il seno. E lei non si scompone affatto. Lo psicoanalista non riesce a leggee la sua relazione. Cerca di nascondersi dietro le carte, ma perde continuamente il segno. Alla fine, il tumulto interiore è tale che dice: “È impossibile”.

Il pubblico non riesce a comprendere cosa sia impossibile, né il motivo del suo strano comportamento. Non era mai successo prima: un pensatore estremamente sistematico, che oggi dice sciocchezze. Legge mezza frase e poi un’altra che non ha nessun rapporto con la prima, poi arriva a un’altra pagina, e ora sta dicendo: “È tutto scombinato e non posso…”

E non vuol guardare la donna in prima fila.

Qualcuno si alza e dice: “Ma che succede? Perché ti stai comportando da stupido?”

“Non mi sto comportando da stupido” risponde. “Questa giovane donna non sta facendo nulla mentre quel vecchio sporcaccione le tocca il seno”. La donna dice: “Ma questo non è un problema tuo. Tu dovresti leggere la tua relazione. Persino per me non è un problema. È un problema del vecchio, perché dovrei preoccuparmene? È sessualmente represso, magari non ha goduto abbastanza a lungo del seno di sua madre. E così a quest’età… deve avere ottant’anni. Non mi sta facendo alcun male. Non è un problema mio, perché dovrei farlo smettere? E non è un problema tuo, perché ti disturba tanto? È solo un problema suo. Dovrebbe farsi psicoanalizzare ed è lui stesso un grande psicoanalista. In realtà è il mio maestro”.

Ma capire il punto di vista della donna – quello che lui fa non è un mio problema – richiede una personalità estremamente integrata, una visione cristallina del fatto che anche se sta facendo qualcosa con lei, il problema è interamente del vecchio.

La donna poi continua: “Perché dovrebbe darmi fastidio? Questo poveretto probabilmente risente della sua infanzia e non ha mai trovato il modo… e adesso ha già un piede nella tomba. Se gli posso dare un po’ di soddisfazione, non c’è niente di male. A me non dà assolutamente fastidio, quello che non capisco è come mai tu non sia riuscito a leggere la tua relazione. Mi sembra che tu sia nella stessa barca di questo vecchio. Hai anche tu lo stesso problema”.

Ed è proprio così. Quell’uomo ha lo stesso problema perché altrimenti non troverebbe nulla di cui preoccuparsi. Può leggere la sua relazione e lasciare che il vecchio continui a fare ciò che sta facendo; se la ragazza non fa nulla per fermarlo e non sembra neanche accorgersene, non sono affari suoi.

Se la gente potesse occuparsi dei propri problemi e non continuasse a diffonderli in giro… perché così tendono a ingrandirsi.

Ciò di cui questo vecchietto ha bisogno è solo un biberon, in modo che la notte, quando è solo, possa succhiare il latte tiepido ed essere felice. Al buio, se si tratta di un capezzolo o di una tettarella di gomma non fa nessuna differenza. Tutto ciò che gli serve è un biberon tutte le notti… così che possa morire in pace e senza problemi. E invece scarica il problema su una povera donna che non c’entra per nulla..

E in più disturba anche uno che è completamente al di fuori di tutta la faccenda, solo perché anche lui ha lo stesso problema.

Tieni per te i tuoi problemi privati. Nessuna terapia di gruppo può essere di molto aiuto, perché ciò che fai in un gruppo non si può fare nel normale contesto sociale. Il gruppo non può diventare tutta la tua vita: al di fuori del gruppo avrai gli stessi problemi.

Ciò che ti sto dando è un metodo semplice, che puoi applicare facilmente da sola. Ripulisci la mente inconscia e poi vai nel mondo – con le altre persone – con un viso più rilassato, occhi più limpidi…  azioni più umane. Va tutto bene Arpita, solo non fraintendermi. Hai usato la parola ‘pubblico’, ma non c’è niente di  pubblico, è un tuo problema. Perché disturbare gli altri? Anche loro hanno i loro problemi. Lascia che anche loro si occupino dei loro problemi in privato. Per il resto, sei sulla strada giusta. Esprimiti. Trova un modo di esprimere che sia il più economico possibile, il meno costoso, ma fallo sempre quando sei da sola, in maniera che solo tu conosca la sgradevolezza di ciò che hai espresso.

 

Osho, brani tratti da: The Transmission of the Lamp #6 e #10

(ritorna al sommario)


ESPERIENZE

LAVORARE STANCA?

 

 

L'atteggiamento predominante nei confronti del lavoro, può cambiare quando si incontra la meditazione. Swami Prem Marco lavora da 12 anni come assistente di volo; è sannyasin dal 1980, ci racconta la sua esperienza.

 

 

HO COMINCIATO A LAVORARE abbastanza presto. A lavorare per vivere, intendo. Pur appartenendo a una generazione che si compiaceva di avere, tra le sue parole d'ordine, quella del "rifiuto del lavoro", a me è toccato lavorare subito... quando si dice la fortuna, nella vita. Avevo meno di vent'anni, l'età in cui il lavoro, quello vero, fatto per necessità o per scelta, è solo una condanna e inoltre il primo impatto fu un mezzo trauma. Si trattava perlopiù di cose saltuarie, quasi sempre lavoro nero, spesso anche malpagato. Così dopo qualche annetto passato tra capiofficina schiavisti, ristoratori disonesti e altri padroni di questa fatta, avevo maturato una profonda convinzione: il lavoro era una fregatura.

L'incontro con Osho ha cambiato tante cose nella mia vita, ha stravolto la mia percezione del mondo, di me stesso, ha dato un diverso sapore, una diversa qualità alle mie esperienze. E mi ha anche fatto capire qualcosa del mio atteggiamento sul lavoro. Posso assicurare che per me è stato uno choc sentir parlare di essere totali nel lavoro, del lavoro come gioia, come meditazione. Tutto ciò che sentivo o leggevo dal maestro sull'essere creativi o sul trovare uno spazio di meditazione anche nei gesti ripetitivi, sulla dignità dei lavori più umili, il loro significato profondo per la mia crescita, minava alla base le mie convinzioni! Piano piano si faceva largo dentro di me una nuova consapevolezza, si mettevano a nudo le mie resistenze, la mia pigrizia, le pseudo ragioni con cui giustificavo il mio rifiuto a vivere in totalità una parte così importante della mia vita. Lavorare nella Comune è stata l'occasione di mettere alla prova questa crescita. Col passare degli anni, intanto, continuavo a lavorare nel mondo, naturalmente, inserendomi sempre di più nel “mercato”, ma imparando a mantenere un distacco nei con-fronti dei suoi meccanismi. L'essere sannyasin, cercando di vivere con consapevolezza la vita e i suoi giochi, ti può far sentire un misfit, un outsider, ma questa stessa estraneità ti dà una forza straordinaria e ti protegge dal rischio di fini-re preda degli ingranaggi. Oggi, pur essendo molti anni che faccio lo stesso lavoro, mi rendo conto di quanto io sia lontano dalle motivazioni e dalle manie dei miei colleghi e in maniera ancor più evidente quando, dopo qualche mese passato nella Comune, ritorno a calarmi in quel mondo.

La gente vive una costante conflittualità col proprio lavoro, la maggior parte ne è insoddisfatta ma non può rinunciarvi, per motivi che vanno ben oltre il bisogno di soldi, di uno stipendio. Il lavoro offre sicurezza della propria identità, del proprio ruolo, dell'appartenenza a un gruppo socia-le, a un ambiente, diventa una nevrosi, ma anche un attaccamento. Allontana la paura del silenzioso trascorrere del tempo, riempie le giornate, le pagine bianche della nostra vita; le riempie spesso di noia, di stress o di amarezze ma le riempie e tanto basta, uno evita di trovarsi faccia a faccia con se stesso, nel qui e ora.

Non è mica poco! Capisci perché c'è gente che nella vita non ha fatto altro che lavorare. Capisci anche le ragioni profonde di quella paura nello sguardo dei colleghi che stanno per andare in pensione, del loro disorientamento. Sorridono nervosi, fanno battute sulla loro prossima libertà, ma ti rendi conto che ne sono terrorizzati. Dopo venti, trent'anni di fatica, conflitti gerarchici, beghe sindacali e tutto il corollario di quotidiana follia che accompagna un lavoro "normale" li vedi ancora pieni di rimpianto – quella follia era essenziale alla loro sopravvivenza. Quando parlo di sopravvivenza dico sul serio, ne ho visti tanti andare in pensione e non solo morire di noia, ma morire proprio e nel giro di poco tempo! Forse il mio ambiente – faccio l'assistente di volo – soffre di stress o patologie particolari ma credo che in realtà quello che li uccide sia l'assenza improvvisa di una identificazione così forte. Questo è vero per tutti comunque, magari in misura diversa tutti si corre il rischio di vivere la nostra vita in nome e per conto di altri interessi: la produzione, il profitto, il successo, la carriera – tutto ciò che ci allontana da noi stessi, dalla nostra solitudine. A volte ne parlo con le persone, coi colleghi, cerco di condividere un esperienza di lavoro diversa, come capita a Pune: vengono fuori cose interessanti, ma anche difficoltà. Una domanda classica è: "Ma come! Non ti pagano?" Dissociare il lavoro dal denaro – cioè fissare il prezzo del proprio tempo, della propria vita – diventa il primo passo per cominciare a parlare di lavorare come un'attività creativa, fatta per il proprio piacere, per la propria crescita. Poi c'è la cosa più difficile di tutte: mantenere uno spazio di meditazione mentre si lavora lì, sul campo di battaglia! Non è facile davvero, il mio è un lavoro stressante, sempre in mezzo a una folla di persone spesso nervose, o addirittura spaventate, che ti fanno le richieste più assurde come fossero le più normali, ti scaricano addosso tutte le loro tensioni, divertano aggressivi oppure infantili. La meditazione è davvero la chiave per andare oltre, per riuscire a essere arche lì, in mezzo al caos, in contatto con se stessi, per rimanere nel cuore, in uno spazio di calma, rilassamento, anche se gli altri sono agitati, in tensione. L'esperienza fatta alla Comune, dove lavorare diventa di per sé una meditazione, un'occasione per sperimentare spazi di crescita, per vivere nel presente e quindi per non alienarsi ma al contrario per portare gioia e totalità nel lavoro – questa esperienza posso portarla lì, e funziona! Mi aiuta a rimanere me stesso, a essere spontaneo ma anche a esprimere qualità importanti per il mio lavoro: rimanere centrati, essere disponibili senza farsi sopraffare, trasmettere serenità e sicurezza. E tra le altre cose mi stanco molto meno.

Già, “lavorare stanca", dicono, ma secondo me stanca di più chi non ha mai avuto la possibilità di lavorare non per fuggire da se stesso, ma per ritrovarsi.

 

 

Sintonizzarsi su quello che ti fa piacere in quello che stai facendo piuttosto di cercare in continuazione qualcosa che ti darà piacere facendolo. Se ti fermi a quello che ti fa piacere - se fai solo ciò che ti piace - rischi di fermarti lì. Rischi presto di annoiarti o di addormentarti

  

 

IL PROBLEMA NON E' IL LAVORO

 

Amato Osho,

l'uomo moderno – in questa era tecnologica caratterizzata dalla velocità, dalla fretta, dell'iperattività e dalla tensione – alla fine della giornata di lavoro si sente completamente esausto. In questa situazione per lui è difficile raggiungere il silenzio e la quiete interiore. Spiega per favore quali sono le ragioni di questo fatto e cosa si può fare.

 

LA SITUAZIONE APPARENTEMENTE È QUESTA. Ma non è così, anzi è vero proprio il contrario. Non ti senti esausto per

colpa dell'era dell'industrializzazione, del lavoro, della tensione. Sei esausto perché hai perso il contatto con la tua quiete interiore. Il problema non è il lavoro, il problema sei tu. Il problema non è neppure in questo periodo storico: il problema sei tu. Non pensare che l'uomo moderno sia più carico di lavoro, ne ha di meno. L'uomo primitivo lavora molto di più. La meccanizzazione, l'industrializzazione, aiutano a risparmiare tempo. Questo è proprio il loro scopo, e ci sono riuscite.

Ma poi se hai del tempo a disposizione e non hai tranquillità interiore, se hai del tempo ma non sai cosa farne, sorgono dei problemi. Un uomo primitivo ha meno problemi, non perché sia silenzioso e tranquillo, ma perché ha meno tempo – o non ne ha per niente – per crearsi dei problemi. Tu hai più tempo ma non sai cosa farne. Puoi usarlo per un viaggio all'interno di te stesso. Se l'uomo non riesce a usare il tempo per questo scopo – per l'interiorità – sarà la sua fine. Non c'è più speranza, perché si continua ad avere sempre più tempo a disposizione. Presto il mondo intero si proverà in una condizione di meccanizzazione e di automazione. Avrai tempo e non saprai cosa farne. Per la prima volta nella storia l'uomo avrà realizzato quell'utopia che ha sempre sognato... e poi si ritroverà a non sapere cosa farne.

Hai a disposizione più tempo che in qualunque altra epoca, e non sei esausto a causa del tuo lavoro: sei esausto per-ché hai perso il contatto interiore, perché non sai come si fa ad andare in profondità e a ritrovarsi, in questo modo, rivitalizzato. Hai perso perfino la capacità di dormire. Quello era il metodo naturale per andare dentro di te. Alla mattina ci si svegliava freschi, ricaricati, rivitalizzati. Ma ora abbiamo perso questa capacità e la causa di tutto questo è la rivoluzione meccanica, perché ora i nostri corpi non sono costretti a lavorare. Per via del minore lavoro, sei meno stanco, non hai fatto alcuno sforzo e così non riesci a dormire.

I contadini, nei villaggi, dormono ancora perfettamente: i loro corpi sono così esausti alla fine della giornata che cado-no in un sonno profondo. Il tuo corpo non è così stanco, ecco perché continui a rigirarti nel letto. Il lavoro manuale è stato sostituito dalle macchine e tu sei meno stanco, ricordatelo. E poi non riesci a dormire, e così si perde la fonte naturale della rivitalizzazione interiore. Al mattino sei più esausto della sera prima, poi inizia un altro giorno e la stanchezza continua a crescere. La vita che stai vivendo è spossante. Non solo sei esausto alla sera, anche alla mattina sei stanco. Che cosa è successo?

L'uomo ha bisogno di un contatto continuo con la fonte interiore. Non chiedermi come può riuscire a meditare un uomo esausto, è lo stesso che chiedermi come fa un malato a prendere le medicine — ne ha bisogno, gli sono necessarie. Sei esausto, la meditazione per te sarà come una medicina. E non dire che non hai tempo. Ne hai moltissimo, più di quello che ti serve. La gente spreca il tempo in tanti modi, gioca a carte. Se chiedi qualcosa, ti diranno: "Stiamo ammazzando il tempo." Le sale cinematografiche sono piene zeppe. Che cosa ci fa la gente? Ammazza il tempo! Vanno al bar, nei pub. Cosa stanno facendo? Ammazzano il tempo!

Ma tu non puoi ammazzare il tempo. E solo il tempo che può ammazzare te. Adesso non c'è nessuno che non abbia tempo, e non pensare che il tempo sia una quantità limitata. Non pensare che ogni giorno consista di ventiquattr'ore, non è vero! Dipende da te. Dipende da te, da quante ore ci metti. Dipende da quello. Perdere tempo è una cosa, vive-re è tutta un'altra cosa. Una giornata non è un'entità fissa — un buddha può usarla in modo tale da trasformarla in un'intera vita. Non è una questione di quantità, alla fine tutto dipende da quello che ci metti dentro tu. Tu sei il creatore. Noi creiamo il nostro tempo, creiamo lo spazio, creiamo l'ambiente in cui viviamo. Qualunque sia la tua posizione nella vita - il tuo lavoro e le tue condizioni materiali — non usarla come scusa. Meditare è sempre possibile, e la meditazione non richiede tempo. Richiede una profonda comprensione, non tempo. E non è in conflitto con altre cose. Ad esempio, se stai mangiando, mangia con consapevolezza. Non ti serve più tempo. Anzi risparmierai tempo, perché mangerai di meno. Con la consapevolezza mangerai di meno, con la consapevolezza diventerai più efficiente. Risparmierai tempo. Con la consapevolezza perderai meno energia, ne sprecherai di meno. Persino dopo un'intera giornata di lavoro, sarai fresco come al mattino, perché non è il lavoro che ti esaurisce: è il tuo atteggiamento.

Metti che devi percorrere due chilometri per arrivare a piedi al tuo lavoro: quando vai in ufficio questo percorso ti esaurisce. Ma se è domenica e stai facendo una passeggiata — e cammini fino all'ufficio e poi torni indietro — allora è solo un divertimento, non ti sentirai affatto esausto, anzi, ti sentirai rinvigorito. Se fai una cosa come lavoro, ti esaurisce. Se fai la stessa cosa come gioco, ti senti ricaricato. Non è il lavoro: è l'atteggiamento. La mente che vive in meditazione trasforma tutto il lavoro in un gioco, e la mente non meditativa trasforma anche il gioco in un lavoro.

Osserva le persone che giocano a carte. Sono tese. Non stanno “giocando” a carte: è diventato un lavoro. Adesso è una questione di vita o di morte, non è più un gioco. Se perdono, non riescono a dormire di notte e persino se vincono non dormiranno la notte. In entrambi i casi saranno esausti. Non è un gioco, non servirà a ricaricarli. Potrà solo stancarli di più.

Osserva i bambini, "lavorano" più di te eppure non sono mai esausti. Sono sempre pieni di energia. Perché? Perché ogni cosa che fanno è un gioco. Prima o poi, a causa dell'industrializzazione, con l'introduzione di processi completa-mente automatizzati, l'uomo avrà solo una dimensione: quella del gioco. Allora il lavoro non avrà più alcun significato; tutti i vecchi insegnamenti — il lavoro è un dovere, bisogna lavorare, guadagnarsi il pane col sudore della fronte — non avranno più alcun senso.

Tempo libero, piacere, divertimento, festa, gioco, saranno le parole chiave del futuro. La serietà sarà considerata una malattia; la giocosità sarà simbolo di sanità mentale. Si avrà sempre più tempo, persino i vecchi dovranno essere come bambini che giocano. Solo così potranno sopravvivere, altrimenti rimarrà loro solo il suicidio.

Tutta la storia dell'umanità finora è stata basata sul lavoro. D'ora in poi sarà invece basata sul gioco. La meditazione ti dà una nuova fanciullezza, una nuova innocenza, una nuova festosità. Allora la vita diventa una celebrazione, non un lavoro. Quindi non cercare delle scuse: possono sembrarti valide, ma sono pericolose. E la meditazione non è in conflitto con quello che fai. Se vai in ufficio, vacci in modo meditativo. Se stai lavorando nel tuo ufficio, fallo in modo meditativo, rilassato. Allora non ti sentirai esausto. Prendi tutto come un gioco, e non ti stancherai, anzi il lavoro diventerà un piacere.

La meditazione ti dona una nuova qualità della mente, quindi non si tratta di avere tempo oppure no. Non dico che devi meditare per tre ore al giorno, che devi usare tre ore della tua vita, della tua vita lavorativa, no! Se puoi farlo, bene. Se non ti è possibile, non usarla come scusa. Cerca di cambiare atteggiamento e trasforma il lavoro in un atto di meditazione.

Se scrivi qualcosa fallo con piena consapevolezza. Se scavi un fosso fallo con piena consapevolezza. Sia che tu stia lavorando per strada o in ufficio o al mercato, fallo con piena consapevolezza.

Resta nel presente e vedrai: non ti sentirai mai esaurito. Avrai più tempo, più energia - ne sprecherai di meno - e alla fine la tua vita diventerà solo un gioco.

 

OSHO, TRATTO DA: Ultimate Alchemy 2 #8

 

 

LAVORO & MEDITAZIONE

 

NITYA È UNA GIORNALISTA MILANESE DI 29 ANNI, DA SETTE LAVORA PER LA RIZZOLI, HA PRESO IL SANNAYS TRE ANNI FA.

 

"DA QUANDO HO PRESO IL SANNYAS la meditazione è diventata parte della mia vita quotidiana. Non è successo subito però. Ho lavorato su di me, partecipando a gruppi e campi di meditazione. Piano piano uno spazio si è aperto dentro di me, mi sono trovata spontaneamente a mettere la cassetta della kundalini nello stereo e a chiudere le tende del salotto (questione di privacy!). E poi la cosa è diventata naturale. I miei sono stati finora orari lavorativi senza tregua e, avendo notato che nella meditazione mi fa bene avere un orario fisso – in cui nessuno può interrompermi – ho scelto la mattina come momento per la mia ora di libertà: stacco il telefono e faccio la Chakra Breathing. Constato che poi tutto rallenta, cambia anche il modo in cui cammino. E difficile fare una distinzione tra meditazione e lavoro su di me, tutto è talmente trasformativo...

Dopo aver avuto delle comprensioni di fondo sui meccanismi delle relazioni, della mente e altro ancora, datemi dal lavoro terapeutico, la meditazione si è affinata e mi porta in spazi diversi. Tutto è cambiato, la visione che ho di me, della mia famiglia, delle mie relazioni, del mio lavoro. A livello molto pratico noto una lucidità mai avuta prima, datami dal semplice essere in contatto con come mi sento, con me stessa insomma.

 Quando inizio un lavoro, ad esempio, mi siedo e comincio a leggere velocemente le informazioni raccolte sull'argomento su cui devo scrivere un articolo, giusto per avere il senso generale. Ma la parte importante, adesso, è lasciare molto spazio per capire quale è il mio “feeling sull'argomento, tralasciando per un attimo l'aspetto puramente intellettuale e informativo. Inizio a calarmi nella situazione e aspetto fino al momento in cui viene fuori qual-cosa, un'immagine, una frase, un'idea. Questo è fondamentale per creare l'inizio dell'articolo, la parte più importante, quella con cui si cattura l'attenzione del lettore: se non lo si incolla alla pagina subito, lo si perde per sempre. E ve-do che con la meditazione quello che scrivo non è altro che la traduzione in parole di immagini che mi arrivano alla mente nitide e incisive. Mi rendo conto molto velocemente anche di cosa non mi piace di quello che scrivo.

Quando sono connessa a me stessa mi sento molto rilassata. Mettiamola così: nel passato mi capitava di essere molto distante da me stessa, dal mio cuore, dal mio senti-re. Risultato? Senza saperlo ero persa. E qualcosa che in una redazione costa molto caro, si arriva alla sera devasta-ti, svuotati, spremuti come un tubetto di dentifricio ormai finito. Rendo l'idea? E col passare dei giorni non si fa altro che accumulare stress, senza tregua, fino al punto di non essere più lucidi, e quasi incapaci di scrivere.

Con la meditazione è diverso. C'è un fenomeno, per esempio, che non so spiegare logicamente ma di cui sono sempre più cosciente: partendo da questo filo interiore di connessione con me stessa mi accorgo di non usare la mente quando scrivo. Non so a cosa attingo, mi viene da dire dalla mia "presenza" – qualcosa che emerge da dentro. In un certo senso sono in uno spazio di meditazione, mi sento a casa (qualsiasi sia l'argomento che sto trattando), e non ho la sensazione di essere stanca e svuotata, anzi, capita addirittura il contrario. Prima invece mi sentivo spesso esausta.

La meditazione mi regala spazi sempre più generosi all'interno di me stessa, in cui affondo dolcemente, a volte sento davvero che sono spazi di non-mente: è a quel punto che scrivere si trasforma in un divertimento – mi diverto, questa è la parola giusta. E poi soprattutto non mi prendo sul serio – anche se faccio la faccia seria quando il direttore mi spiega che genere di articolo vuole che scriva, e recito la parte della giornalista impegnata. Intervisto spesso personaggi noti, ho una certa facilità nel connettermi con la gente.

Ma anche questo aspetto si è arricchito con la meditazione. Mi accorgo di lasciare molto più spazio a chi ho di fronte. Quando intervisto è come se muovessi dei fili, sto attenta che il mio interlocutore non parta per un altro sentiero. Non è facile condurre e lasciare liberi allo stesso tempo... Solo qualche anno fa mi muovevo diversamente. Capito come avrebbe dovuto essere l'articolo secondo chi lo richiedeva, sapevo da dove sarei dovuta partire e dove dovevo arrivare: quindi spingevo in senso "orizzontale". Ma non mi sentivo presente, né a me stessa né a chi avevo di fronte. Oggi mi accorgo che più vado in profondità con me stessa, più l'altro – la mia preda del momento – mi segue, accade simultaneamente. E sento molto rispetto per chi ho di fronte, anche quando non condivido quello che dice (e in qualche modo lo devo scrivere, senza che una parte di me si opponga, cosa che altererebbe la comunicazione). La dinamica non è semplice, mi aiuta probabilmente l'essere diventata più consapevole dei miei giudizi.

Ho sempre creduto che il mio fosse il re dei lavori 'men-tali'. Ho scoperto che non è vero, dipende tutto da me. Ai giornalisti piace credere di essere molto importanti per il fatto di maneggiare le informazioni da dare al mondo, è facile cadere nella trappola dell'identificazione, del potere. E stato così anche per me. Ho a che fare con la manipolazione, i giochi di potere, la sfida. Meditare ha significalo letteralmente fare un passo fuori dalla situazione, prenderne le distanze per poter osservare... le notizie, le dinamiche interne alle redazioni, le mie reazioni.

La meditazione ha avuto un ruolo fondamentale anche in merito alla mia consapevolezza dei giochi di potere, nel lavoro come nelle relazioni con amici o amanti, non fa differenza.

Talvolta è difficile distinguere l'amore di cui parla Osho dai modi sottili in cui, in nome dell'amore, controlliamo gli altri. Si tratta di meccanismi quasi impercettibili, può essere anche il modo in cui si invita qualcuno alla macchinetta del caffé, non si tratta di chissà quali cose. Nella vita privata può essere doloroso per me vedere tutto questo – riguarda gli altri e me allo stesso tempo – non esser-ne cosciente forse mi faceva soffrire meno. Ma per una vita di relazione in ufficio, quindi ancora una volta per il mio lavoro, la scoperta di queste dinamiche interiori, grazie alla meditazione, è stata un regalo immenso. Credo che, paradossalmente, senza incontrare il maestro e la meditazione, non sarei più in grado di confrontarmi con questo tipo di lavoro. Che, in questa nuova prospettiva, sembra invece fare ancora parte del mio cammino."

 

  

LA COMUNE

SPERIMENTARE UN APPROCCIO DIVERSO AL LAVORO

 

IL LAVORO OCCUPA UN BELLA PORZIONE della nostra vita. Di solito lo si considera legato alla sopravvivenza, ma può anche essere un'espressione della propria creatività e un modo di relazionarsi con gli altri. Per la maggiore parte della gente comunque il lavoro non è mai un'esperienza fine a se stessa: lavori tutto il giorno per poterti finalmente rilassare di sera, lavori tutta la settimana per goderti il weekend, lavori tutto l'anno per poterti fare le ferie... lavori tutta la vita per andare pensione. Per molti il lavoro è una parte poco piacevole ma inevitabile della vita: bisogna tenere duro affinché si possano poi fare le cose che contano veramente. In poche parole il lavoro così come è non funziona.

 

Tutto questo sta per cambiare, o è già cambiato, per un gruppo di persone della Osho Commune di Pune. Queste persone prendono parte a un programma che promette di "fornire un'esperienza diretta del lavoro come strumento di trasformazione interiore".

Questo programma è stato creato per adattarsi a persone di tutti i tipi, con le più diverse esperienze di lavoro alle spalle, e anche a chi ha appena finito l'università o la scuola. Affronta problemi quali basso livello d'autostima, stress, abitudine a caricarsi di troppe responsabilità, scarsa flessibilità per eccesso di pianificazione, attaccamento ai risultati e a fare le cose sempre in un certo modo.

Questa è una vacanza di lavoro con una grande differenza: quella di accadere all'interno di una comunità inter-nazionale fondata sulla crescita personale attraverso il lavoro, la terapia e la meditazione. A coordinare il programma c'è Samarpan – in precedenza ha lavorato come economista e giornalista – che conosce bene i problemi legati al mondo del lavoro ed è anche consapevole dei profondi cambiamenti – dovuti ai progressi tecnologici, alla generale riduzione dei posti di lavoro e alla maggiore mobilità – che stanno avvenendo attualmente in questi campo.

Se vogliamo stare alla pari con tutti questi cambiamenti e allo stesso tempo conservare la nostra salute mentale, dobbiamo affinare notevolmente le nostre attuali capacità e magari svilupparne delle nuove. L'approccio più comune a questo problema è quello di proporre nuovi modelli di comportamento – ad esempio flessibilità, responsabilità, accettazione di situazioni incerte o ambigue – ma, fa notare Samarpan: "Anch'io facevo qualcosa di simile quando insegnavo organizzazione del lavoro. Ma non è possibile essere flessibili, o tenere alto il morale e così via, se prima non si è fatta un po' di pulizia nella mente inconscia. Altrimenti tutto questo diventa solo un'altra serie di modelli puramente ideali che verranno costantemente sabotati dai comportamenti inconsci".

Per cominciare a esplorare la mente inconscia può essere naturalmente d'aiuto qualche gruppo di terapia; il problema è che alla fine, ritornati in un ambiente di lavoro che prevede poco o nessun sostegno a un nuovo modo di essere, può diventare molto difficile applicare le intuizioni avute durante il gruppo. Questo è ciò che fa del programma nella Commune di Pune un'esperienza così unica. I partecipanti possono veramente diventare coscienti dei meccanismi abituali coi quali compromettono – anche quando sono in un ambiente come questo, che li sostiene completamente nella loro esplorazione interiore – le soddisfazioni che possono provenire dal lavoro.

"Quando lavori con altre persone, emergono dei problemi di cui nel tuo solito ambiente di lavoro non ti rendi conto o che hai imparato a evitare attraverso meccanismi di difesa come l'uscire ossessivamente tutte le sere, il bere o il prendere droghe, o psicofarmaci." osserva Samarpan. "Qui non hai a disposizione questi mezzi di fuga, e così cose che di solito verrebbero comprese solo dopo anni, vengono immediatamente alla luce. Questo inoltre è un villaggio globale, con gente da ogni parte del mondo, e così lavorando insieme a tedeschi, italiani, rumeni o israeliani, è più facile comprendere, per contrasto, il proprio particolare condizionamento: potresti anche scoprire che ciò che consideravi come una tua caratteristica individuale è in effetti parte di un condiziona-mento collettivo. Ad esempio, lavorare come un negro e voler fare ogni cosa in maniera sempre totalmente perfetta è un classico di noi tedeschi!" continua Samarpan "Certo non c'è niente di male nel fare le cose fino in fondo, ma se agisci così solo perché sei stato condizionato e non perché l'indicazione pro-viene dalla tua consapevolezza, rimani uno schiavo di quel particolare modello di comportamento. Quando te ne accorgi, allora puoi anche scegliere, invece di funzionare come un automa: puoi decidere come comportarti a seconda di cosa è più appropriato nel momento."

 

Durante questo programma si possono svolgere i più diversi lavori: dal cucinare a organizzare gli approvvigionamenti per le migliaia di pasti serviti ogni giorno all'interno della comune, dalle pulizie alla direzione di uno dei diparti-menti della Comune o di un particolare progetto (come ad esempio sta facendo la stessa Samarpan).

Per partecipare all'Osho Work Meditation Camp bisogna avere più di 18 anni e impegnarsi per un periodo di 3–6 mesi. La cosa più importante è quel-la di voler veramente affrontare i propri condizionamenti che impediscono la creatività nel lavoro. La preferenza è data a persone che hanno già visitato la comune. E' fornito l'alloggio in dormitori, o spazi condivisi, all'interno della comune. Naturalmente il partecipante può scegliere – a sue spese – alberghi o stanze in affitto nelle immediate vicinanze. E necessario avere un biglietto di ritorno e abbastanza soldi per cibo, spese personali ed emergenze.

Per informazioni puoi mandare un e-mail: workmed@osho.net o scrivere.

 

 

LE TANTE FACCE DEL LAVORO IN COLLOQUI DIRETTI FRA OSHO E ALCUNI SUOI DISCEPOLI

 

(Una sannyasin, che lavora i gioielli, dice che ha continuato a mettere tutta la sua energia nel lavoro, ma che qualche volta ciò che fa le sembra senza senso.)

 

Devi capire due o tre cose... La prima è che il tuo lavoro sta andando proprio bene. Ma l'idea che un lavoro finito e completato sia privo di senso, è nella mente di chiunque faccia qualcosa di creativo. Non succede solo quando chi crea è consapevole, altrimenti è inevitabile.

E' necessaria una grande consapevolezza per vedere che la gioia del dipingere sta nel dipingere stesso. Non c'è risultato — il fine e i mezzi non sono separati. Se ti diverti a fare qualcosa, quello è il suo senso — non chiedere nient'altro. Cos'altro ti serve? Mentre stavi facendo qualcosa — dipingendo, scolpendo — eri persa in ciò che facevi. Quella era la tua gioia, la tua meditazione. Eri fuori dalla mente, quello era il tuo satori. Ma quando il lavoro è finito, naturalmente ritorni nella mente e la mente comincia a chiedere: "Ma a che serve? Che senso ha? Adesso è finito e tu hai fatto tutto con tanta passione. Che cosa hai ottenuto?"

Il fine stava proprio nell'azione in se stessa. Nell'atto stesso sei cresciuta, sei diventata più profonda: è questo che hai ottenuto. Sei andata più vicino al centro del tuo essere. Se sei consapevole, questo senso di inutilità – di mancanza di significato – scomparirà.

 

(Un sannyasin dice che ogni volta che fa un lavoro, si sente, consciamente o inconsciamente, respinto dai suoi superiori e non apprezzato come si aspetta.)

E allora non aspettartelo! Si vede che ti aspetti troppo. Il problema è sempre dentro di te, mai nell'altro. Ti aspetti troppo di essere apprezzato... Hai fatto il tuo lavoro – ti è piaciuto, ti sei divertito a farlo. Perché prendertela per certi atteggiamenti?

(Il sannyasin risponde che i superiori non sono soddisfatti del lavoro.)

Questo è un problema loro! Se tu sei soddisfatto basta, lascia che loro restino insoddisfatti. Fa il tuo lavoro al meglio e non aspettarti alcun riconoscimento. Chi vuole essere apprezzato non potrà mai fare un buon lavoro: è proiettato nel risultato, in quello che dirà la gente – non è totalmente nel lavoro. Sii totale quando lavori, la tua ricompensa è proprio questa. Il premio è intrinseco. Tu ti stai divertendo, questa è la tua ricompensa. Se si divertono anche i superiori, quella è la loro ricompensa. Se non si divertono ...

 

(Una nuova sannyasin chiede che tipo di lavoro dovrebbe fare: ha provato molte cose ma nessuna l'ha soddisfatta.)

La mia sensazione è che non c'è niente che possa soddisfarti. Qualunque cosa tu abbia fatto, o farai in futuro, non creerà alcuna differenza. Non hai bisogno di un altro lavoro, ma di una nuova maniera di essere. Non ti serve un soggetto diverso su cui lavorare, ma una prospettiva differente con cui guardare le cose.

Puoi continuare a cambiare lavoro, ma ogni tipo di lavoro ha le sue limitazioni e le sue restrizioni. Non troverai nulla che non abbia delle limitazioni...

 

OSHO, TRATTO DA DIVERSI Darshan Diary

  

 

IL MAESTRO

IL LAVORO COME TOTALITA'

 

La totalità nel lavoro ti porta a scoprire dimensioni al di là della fatica. Stati di energia difficilmente raggiungibili nella normale attività di tutti i giorni, nei quali puoi attingere a risorse che non sono più solo le "tue", dove arrivi a scoprire spazi che altrimenti potrebbero rimanere sconosciuti.

 

 

AMATO OSHO,

NELLA NOSTRA COMUNE IN OREGON LAVORAVO DAVVERO MOLTE ORE OGNI GIORNO E QUESTO DI SOLITO INFLUIVA SULLO STATO DELLA MIA MENTE, PERMETTENDOMI DI SPERIMENTARE DI CONTINUO ALTI PICCHI DI MEDITAZIONE. QUI A BOMBAY SEMBRA CHE QUESTO GENERE DI COSE NON MI ACCADA PIÙ, NONOSTANTE SIA FACILE RILASSARSI E NON CI SIA MOLTO DA LAVO-RARE. SPIEGAMI, PER FAVORE, SE CIÒ E' DOVUTO ALL'AMBIENTE E ALLA SITUAZIONE PRESENTE O SE DIPENDE DA ALTRE CAUSE.

 

SURAJ PRAKASH, il metodo usato nella Comune in Oregon deriva da Gurdjieff. Questi a sua volta l'aveva tratto da antiche fonti Sufi.

Ci sono alcune cose che devi capi-re prima di poter comprendere la risposta alla tua domanda.

Secondo Gurdjieff — e io sono d'accordo con lui — l'energia vitale ha

 

 

quattro livelli. Il primo livello è molto scarso, serve solo per il lavoro di tutti i giorni. Quando arriva la sera sei stanco e vuoi andartene a letto. Questa energia per tutti i giorni ha bisogno di essere ricaricata durante la notte. Alla mattina sei di nuovo fresco e pronto per il lavoro.

Il secondo livello è quello d'emergenza. E più grande proprio perché ha a che fare con le emergenze. Arrivi a casa stanco, per tutto il giorno ti sei dato da fare... e non è stata una di quelle belle giornate in cui tutto ciò che tocchi diventa oro, è stata una giornata difficile. Stanco, frustrato, vuoi solo lasciarti cadere sul letto e dormire, ma proprio mentre ti stai mettendo a letto — e sfortunatamente sei ancora sveglio — la casa prende fuoco! Ti dimentichi ogni stanchezza, corri per ore per spegnere le fiamme. Ti sei dimenticato della fame, ti sei dimenticato che volevi solo andare a letto. Sei pieno di energia - vibrante - tanto che persino quando l'incendio è domato ti ci vorranno delle ore prima di riuscire a dormire, da tanto sei sovreccitato. Non aveva preso fuoco solo la casa, ma anche tu! Adesso ti ci vuole un po' di tempo per tornare freddo. Un po' di tempo prima che tutti quei pensieri che si agitava-no dentro di te si tranquillizzino. E questo il livello d'emergenza.

Se digiuni a lungo, sei costretto a vivere al livello di emergenza. Se ti perdi nella foresta per giorni, sei costretto a vivere al livello di emergenza. Di solito, la vita che ci siamo creati è così sicura e confortevole che milioni di persone non hanno alcuna esperienza di questo livello di emergenza dell'energia.

Poi c'è un terzo livello, ancora maggiore. Esso ti connette con la vita dell'intero universo. Poi, ancora più in profondità, c'è il quarto livello: senza confini, illimitato. Quando raggiungi il quarto sei tutt'uno con l’esistenza. Allora tutta l'energia dell'esistenza ti appartiene.

Nella Comune in Oregon... e tutti all'esterno l'hanno frainteso. Perché la gente ragiona solo all'interno dei propri condizionamenti, e pensa che tutto finisca lì, mentre in realtà niente ha confini – puoi continuare a esplorare qualsiasi cosa in ogni dimensione, a livelli diversi, senza mai arrivare alla fine. Si lavorava dodici e a volte quattordici ore al giorno. Agli estranei sembrava che queste persone fossero ipnotizzate – chi accetterebbe altrimenti di lavorare di continuo per quattordici ore? Ma in realtà si trattava di un processo di evoluzione della consapevolezza. E circa tra le dodici e le quindici ore che il primo livello scompare, finisce. Se lavori duramente per dodici ore, consumi il primo livello di energia. Di solito ti fermi, vai a mangiare e poi a letto.

A questo punto entra in campo Gurdjieff, che dice: "Se adesso puoi continuare, in un momento in cui non c'è più forza, in cui ti sembra di esse-re completamente svuotato di energia – perché non ne conosci gli altri livelli – continua!". Arriva il momento in cui improvvisamente si esaurisce l'energia che usi giorno per giorno e, a quel punto, si rende disponibile il secondo livello. L'energia che ti inonda è così potente che chiunque arrivi a quel livello si sente in grado di fare qualsiasi cosa. Niente è impossibile: tanta è l'energia adesso. Ma prima che tu possa raggiungere il secondo livello, devi aver esaurito il primo. Non è possibile fornirti prove o spiegazioni di questo: devi farlo, sperimentare in prima persona. Chiunque l'abbia fatto non si è mai trovato a mani vuote. Quando sei riuscito a sperimentare il secondo livello di energia – puro, in-contaminato – il tuo desiderio di andare più in profondità diventa di per sé come una sete, un intenso anelito... Se continui a lavorare per trentasei ore, senza pause, puoi aprirti un passaggio verso il terzo livello di energia.

Essere a questo livello vuoi dire riuscire a conoscere ciò che avevi sempre voluto conoscere. E proprio in questo li-vello che si può sperimentare l'amore senza attaccamento, l'amore come condivisione, non come relazione. In questo stato di energia sperimenti te stesso come separato dal corpo, dalla mente, da tutto. Diventi solo un testimone – e questo è il quarto.

Tra il terzo e il quarto livello c'è come un paravento giapponese – solo carta, molto sottile. Mentre sei nel terzo puoi persino vedere ciò che si muove all'interno del quarto, al di là dello schermo. Si tratta solo di rimuovere questo schermo, perché ti sarebbe impossibile cercare di esaurire il terzo livello attraverso il lavoro. Non si riesce a esaurirlo, è molto più vasto di te. Qui sei connesso con la vita nella sua totalità.

Il quarto ti riconduce a casa, alla natura cristallina del tuo essere.

Suraj Prakash, qui a Bombay sei rilassato perché non c'è molto lavoro da fare, ecco quindi che la tua meditazione non va più in profondità. Il ruolo di quel lavoro era essenziale. Se sei rilassato per tutta la giornata, il tuo rilassamento resta superficiale, si estende per un lungo periodo, ma è molto sottile. Se hai lavorato intensa-mente per dodici o quattordici ore me-riti la stessa intensità e la stessa profondità di rilassamento: è un fenomeno naturale, parte di una natura che si prende continuamente cura di te. Ma nemmeno la natura può andare contro le sue stesse leggi.

La legge è: se vuoi sperimentare un rilassamento profondo dovrai fare uno sforzo profondo.

Fai uno sforzo così che il primo li-vello che non è mai fresco... deve essere adoperato tutti i giorni. Sono so-lo spiccioli, non serve risparmiare per conservarli. Appena comincerai a lavorare con totalità, vedrai che la tua meditazione ritornerà.

 

OSHO, TRATTO DA

Sermon in Stones #10

(ritorna al sommario)

  

 

Il Carisma

 

Perché alcune persone ci attraggono in maniera inspiegabile?

Osho ci spiega le diverse facce di questo fenomeno.

 

Amato Osho,

che cos’è il carisma? Si trova in persone di ogni tipo, sia consapevoli che inconsapevoli. È una qualità così impalpabile: posso dire quando una persona ha carisma, ma non so definire cosa sia.

 

Sudha, il carisma è un mistero. Si trova in persone che sono centrate nel loro essere, che hanno concentrato le loro energie, che non vanno a pezzi, che si sono consolidate, che sono diventate intere, non divise – il significato vero del termine ‘individuo’.

Ogni individuo ha carisma. Ma individuo vuole dire ciò che è indivisibile. Non puoi dividerlo in frammenti, non puoi dire: “Questa parte è sbagliata, questa parte è giusta”. Non puoi creare alcuna schizofrenia in quella persona – è una e intera. È proprio questo fenomeno di essere uno, centrato e intero, a creare un’attrazione magnetica.

L’attrazione magnetica non può essere vista. Puoi vedere il magnete, puoi vedere i pezzetti di metallo che si muovono verso il magnete, ma non puoi vedere il magnetismo, non puoi vedere questo potere.

Tutti i poteri sono invisibili. Tutta l’energia è invisibile.

Il carisma è l’energia della consapevolezza che si è sistemata al proprio posto – a suo agio, a casa sua – che è arrivata. Ora, non c’è da andare da nessun’altra parte. Completamente rilassati, senza tensioni, senza ansie, senza desideri – in breve, senza contrasti che torturino la mente – si è arrivati all’Essere, con la E maiuscola. Nel momento che tocchi il tuo Essere, non sei più un’entità separata dall’universo – ne sei diventata una parte, tutt’uno con questa esistenza piena di vitalità.

Ma il problema esiste… se vedi il carisma in Gautama il Buddha, non c’è problema. Puoi capirlo – è un uomo che ha raggiunto la sua fioritura. Lo vedi. Nei suoi occhi puoi vedere la profondità, nei suoi gesti la grazia. Puoi sentire nelle sue parole un’autorità che può venire solo dall’esperienza, non dalla conoscenza.

Il problema sorge quando trovi delle qualità carismatiche nell’uomo ordinario, che non ha mai meditato, che non è mai andato dentro di sé, che è come chiunque altro. Ma qualche volta succede – senti un’attrazione magnetica. È molto difficile per te – che non sei arrivata al tuo centro – fare una distinzione tra l’uomo che è centrato – per cui esercita un’attrazione magnetica – e l’uomo che non è così centrato e tuttavia ti fa sentire una certa attrazione. Non riesci a distinguerlo proprio perché non l’hai sperimentato nel tuo stesso essere.

L’uomo ordinario ha talvolta qualche cosa di simile al potere carismatico, ma non si tratta affatto di potere carismatico. È qualcosa di completamente opposto – è un eccesso traboccante di energia sessuale. In un’esperienza carismatica, l’energia nella persona è nel centro più alto. È nel settimo chakra, nel sahastrara, oltre il quale entri nell’infinito, oltre il quale tu non ci sei più, tu sei il tutto.

Si tratta della stessa energia. L’uomo ha sette centri, centri principali. L’energia, a causa della forza di gravità, è immagazzinata nel centro più basso, come in un pozzo. In natura l’acqua scorre verso il basso, si raccoglie sempre nel luogo più basso. L’acqua non può andare verso l’alto, a meno che non si inventi qualche strumento che cancelli l’effetto della forza di gravità. Tutta la scienza della religiosità, della meditazione, non è nient’altro che creare metodi, stratagemmi, tecniche, per cancellare l’effetto di questa forza di gravità e permettere all’energia di essere libera di salire. Appena l’energia comincia a risalire, vedrai che i cambiamenti iniziano da soli. I tuoi comportamenti cambieranno, le tue azioni cambieranno, cambierà la direzione stessa della tua vita. Ne sarai sorpresa e anche gli altri lo saranno. Cosa è successo? – avevano visto la tua collera, la tua rabbia, la tua gelosia, l’odio, e all’improvviso diffondi solo amore. Se l’energia raggiunge il centro del cuore, il quarto chakra, tutta la tua vita diventerà così dolce, così fragrante, così bella – e sei solo a metà della strada. Se l’energia sale ancora di più, il tuo carisma diventa sempre più evidente.

Tutto dipende da quanto in alto è arrivata l’energia. Oltre il centro del cuore, il carisma sarà sentito da molti, ma non da tutti. Il quinto centro è nella gola. Quando l’energia raggiunge il centro della gola, il tuo carisma inizia a essere percepito anche attraverso le parole: vengono dal tuo cuore, provengono dalla tua interiorità, portano con sé il profumo del tuo centro più profondo.

I contemporanei di Gesù dicevano… Gesù non era istruito, non era un uomo di cultura – era un povero, il figlio di un falegname – suo padre non poteva permettersi di farlo studiare. Ma la gente era stupita: non sapeva leggere, non sapeva scrivere, ma quando parlava non aveva uguali. Non per le sue ragioni, o per la sua autorità. Era il carisma che le sue parole portavano con sé. Lo dicevano anche i suoi nemici, che nessun uomo aveva mai parlato come Gesù. E non diceva niente di speciale – ma il modo in cui lo diceva era certamente speciale, lo stato in cui era, mentre lo diceva, era sicuramente speciale.

Mi è capitato di leggere migliaia di articoli – scritti in tutto il mondo, in lingue diverse – a mio favore o contro di me, soprattutto contro, e quasi senza eccezioni dicevano tutti le  stesse cose. Una è: “Non dovresti andare a sentire Osho. Perché, non importa cosa dica, quando sei davanti a lui ti sembra giusta. Più tardi, a casa, potrà anche sembrarti sospetta, potrai avere dei dubbi.” Alcuni hanno avanzato l’ipotesi: “Ti ipnotizza.” Soltanto pochi – e nessuno che mi avesse ascoltato – hanno immaginato che le mie parole avessero un potere carismatico.  Io so solo una cosa – che no sono un oratore, che non conosco l’arte del parlare. Tutto quello che so è che, se ho sperimentato qualcosa, posso trasmettervela con tutta la mia autorità, con l’intero mio essere che la sostiene. E se voi siete aperti e disponibili, forse la parola può raggiungere il tempio più profondo del vostro essere, può arrivare fin là per mezzo di qualcosa che proviene dal mio carisma.

Col procedere dell’energia verso l’alto, si arriva al sesto centro, quello del terzo occhio – situato fra le sopracciglia, proprio nel mezzo. È quando l’energia raggiunge il terzo occhio, che la presenza della persona… Non è solo per il fatto che lui sia lì, non è solo una presenza fisica... è la presenza spirituale che si comincia a sentire. Il suo corpo diventa meno importante, le sue parole si trasformano in eco lontane, ma la sua presenza, la pura presenza, diventa un’attrazione così forte che c’è una sola esperienza che può dartene un’idea: quella dell’innamoramento. È fuori da qualsiasi razionalità, non puoi spiegarlo, ma lo sai. Non puoi dirlo, ma lo senti. E se l’energia raggiunge il settimo, che è il punto in cui ti risvegli, allora è arrivata al picco più alto dell’evoluzione. Allora la persona è carisma puro.

Qualsiasi cosa tocchi, diventa oro.

Dovunque si sieda, diventa luogo sacro. Qualsiasi cosa dica, diventa un ‘testo sacro’. Le sue azioni acquistano una bellezza incredibile. Anche senza far nulla apre le porte al soprannaturale. Dice la verità anche quando tace, anche il suo silenzio parla.

Quelli che riescono a capire il linguaggio del silenzio, ne godono, ne sono beati, sanno perfettamente che questo è l’uomo che hanno cercato per secoli, per molte vite.

Il potere carismatico è la stessa energia sessuale trasformata, purificata. Era veleno nel centro più basso, è diventata nettare, in quello più alto. Ma anche nel centro più basso, il suo potere è fortissimo. E tu sai che a volte senti una forte attrazione per un uomo ordinario. Ricordati, quell’attrazione è sessuale, e l’attrazione sessuale è cieca. Ma le persone ordinarie conoscono solo quella attrazione: quando incontrano per caso un uomo con del carisma, non hanno nessun mezzo per distinguere fra i due tipi di attrazioni. È per questo motivo che Sudha mi chiede perché questa forza viene sentita a volte in persone illuminate e a volte in chi non è illuminato. Non è la stessa forza – anche se nasce dalla stessa energia. Ma, quando viene dal centro più basso, è rozza, primitiva, animale. La sua influenza ti trascinerà in regni più bassi dell’essere.

Ma se trovi una persona veramente carismatica, sei fortunato. È abbastanza sedersi ai suoi piedi, perché lui diffonde la sua energia intorno a sé – sia che ci sia qualcuno, sia che non ci sia nessuno. Se tu sei ricettivo, aperto, disponibile, semplicemente restando vicino a una persona carismatica proverai per la prima volta il gusto della religione.

Sto dicendo gusto, non comprensione, non sto parlando di conoscenza. In effetti è proprio un gusto. Tutto il tuo essere lo prova. Ogni fibra lo sente – è un nutrimento, un nutrimento divino.

 

Osho, tratto da:

Sermons in Stones # 24

 

 (ritorna al sommario)

 

 

UNA QUESTIONE DI CREATIVITÀ

 

Osho, la sua visione e le sue meditazioni sono sempre di più presenti in Italia grazie all’intraprendenza di vari sannyasin che con intelligenza e sensibilità riescono a superare i pregiudizi che possono incontrare nel campo di attività dove si trovano ad operare. Quello che scoprono è che il valore del messaggio di Osho si evidenzia da sé e viene facilmente riconosciuto, tutto ciò che serve è ingegnarsi a trovare modi nuovi per invitare ad averne il primo assaggio.

 

Ushma, che si prende cura insieme a nirodh del Osho Arihant meditation center a Varazze, uno dei primi centri a portare Osho in Italia, ci scrive la sua esperienza con le impiegate di una delle più grandi banche italiane.

 

Tutto ha avuto inizio l’estate scorsa: l’estate è il momento in cui nel nostro centro di meditazione proponiamo una vacanza–meditazione, proprio per dare l’opportunità a persone nuove di avvicinarsi alla meditazione in modo semplice e ancora più rilassato. L’estate scorsa è stata qui una dirigente di una filiale Cariplo di Milano. Sperimentare la vita in un centro di Osho e le sue meditazioni è stata per lei un’esperienza così positiva che, al suo rientro, ne ha parlato con una dei responsabili  del dopo lavoro dei dipendenti della Cariplo di Milano – che organizza le varie attività culturali e sportive. E così siamo stati contattati con la richiesta di recarci a Milano per far sperimentare le meditazioni di Osho in un incontro durante un fine settimana – da organizzare in una palestra della Cariplo, in centro città.

Ed ecco che quel sabato mattina mi ritrovo in viaggio con la mia valigetta piena di CD delle meditazioni e con la mente piena di pensieri: chissà che persone serie e stressate mi troverò di fronte, riuscirò a sostenere la situazione, riuscirò a ‘lasciar passare’ Osho, ad affrontare le loro domande, le loro richieste, le loro paure… e le mie???

E poi eccole lì, un gruppo di sole donne che mi aspetta sorridendo. Metto vicino a me una piccola foto di Osho e inizio con la presentazione: lui è Osho, il mio maestro, che ha creato le meditazioni che sperimenterete in questi giorni… sono meditazioni attive: contattare le proprie emozioni, riconoscerle, esprimerle – l’importanza di tutto questo per preparare il terreno… Non parlo a lungo, amo di più passare subito all’esperienza diretta, e neppure loro, d’altra parte, sono venute per assistere a una conferenza: e così iniziamo con il Gibberish. E già alla fine di questa prima tecnica di meditazione mi sento dire: “per la prima volta mi sono permessa di lasciarmi andare”, “per la prima volta mi sono sentita libera”, “ho visto i limiti e i condizionamenti che io stessa mi pongo”… ecc. Funziona!

Sono stati due giorni molto intensi, molto ricchi. Le meditazioni sperimentate sono state parecchie: Kundalini, No Dimenson, Nadabrahma, Latihan e anche la Dinamica alla mattina della domenica. In due giorni ho visto aprirsi di fronte a me un processo di trasformazione in ognuna di loro – ognuna a modo suo naturalmente, ma in tutte ho sentito una grossa disponibilità, e tutte hanno scoperto l’importanza di inserire la meditazione nella loro vita. Ci siamo lasciate con reciproca gratitudine e commozione, ci siamo abbracciate con grande calore, decise a incontrarci di nuovo, a coinvolgere altri colleghi e colleghe… Al ritorno, in macchina, ascolto un discorso di Osho: “Se gli atomi di materia possono esplodere e causare tanta distruzione, quanto può essere creativa l’esplosione consapevole di esseri viventi!… Dobbiamo creare ciò che io chiamo un’esplosione a catena”.

Contenta di essere questo piccolo atomo di consapevolezza che sta esplodendo… coinvolgendo sempre più persone… continuo a guidare sorridendo verso casa.

 

 

In seguito a una news  – su un numero dell’OTI dell’anno scorso –  che finiva invitando i politici a “fare la Dinamica”, una nostra lettrice ci ha subito risposto: guardate che a qualcuno l’ho già fatta fare.Ciò che segue è la sua storia…

 

Devi insegna Yoga da vent’anni, è sannyasin da tre, e oltre ai suoi corsi regolari – ha anche scritto il libro “Yoga facile facile” – lavora in una  famosa clinica dove si praticano cure naturali per la salute e il benessere.

Questa splendida clinica di lusso è frequentata in gran parte da cosiddetti VIP, italiani e stranieri: grandi attori, cantanti alla moda, calciatori e campioni sportivi, grandi firme della moda, industriali famosi e naturalmente politici –  con o senza scorta. Le persone che vengono qui, restano una settimana o due, seguiti da uno staff di specialisti della salute e della bellezza.

Lo scopo fondamentale del loro soggiorno è dimagrire e disintossicarsi, all’interno di una piacevole vacanza. Spesso arrivano con molti chili in più: aspetto e esami medici denunciano uno stile di vita non proprio salutare. Quando partono sono riposati, dimagriti e con le migliori intenzioni –  che spesso rimangono tali – di rivedere il loro stile di vita. Durante il soggiorno, oltre a seguire un regime spesso molto drastico    dieta, niente alcolici, etc  – viene anche loro a mancare quello che nella vita abituale consente a molte persone di tenere l’ansia sotto controllo: ritmi di lavoro frenetico, applausi del pubblico, sensazione di essere indispensabili – il potere nelle sue varie forme.

Taluni diventano quasi come bambini, che si lasciano accudire, tra bagni, massaggi e altre piacevoli cose che servono principalmente, a mio parere, a non lasciare troppi spazi vuoti. Tra queste attività è inserito e molto consigliato lo yoga, che insegno da anni – naturalmente qui ne posso dare solo i primi rudimenti. All’inizio lo trovavo un po’ frustrante rispetto ai miei corsi in città, dove gli allievi mi seguono con entusiasmo da molti anni: qui il contatto con le persone è limitato a pochi giorni, poi se ne vanno, ne arrivano altri e bisogna ricominciare. Inoltre queste persone possono assumere, vivendo situazioni di privazione, atteggiamenti annoiati o anche arroganti, e per me è facile entrare nel giudizio. Però ho potuto notare che, se riesco a rimanere centrata e in uno spazio di cuore, posso accorgermi di quanta ansia, paura e  solitudine c’è dentro di loro; le stesse cose che trovo in me, solo che io ho avuto la fortuna di trovare ed amare un maestro illuminato: Osho.

Ho avuto così la sorpresa di scoprire anche delle persone stupende e svolgo il mio lavoro con più entusiasmo. In molti sento sempre più spesso  una voglia di qualcosa che vada al di là delle loro innegabili soddisfazioni materiali, un bisogno ‘spirituale’ che non è solo moda.

Ho potuto constatare che se io resto in uno spazio di apertura e di non giudizio molti si aprono, e chiedono, e io mi diverto a rispondere: leggo parole di Osho, consiglio i suoi libri.

Dopo la lezione di yoga spesso faccio pescare una carta dei tarocchi di Osho, anche se non le interpreto: leggo semplicemente il pensiero corrispondente… e poi restiamo un po’ in silenzio. E piano piano, facendo molta attenzione a non creare rifiuti – e senza voler invadere spazi delicati –  ho iniziato a proporre le meditazioni: Kundalini, Gibberish e anche Dinamica. Ne parlo, lascio che si incuriosiscano, che chiedano di sperimentare. Non sempre… non tutti…

Così in punta di piedi la meditazione entra in questo ambiente… forse non a caso. Anche per questo continuo a fare questo lavoro, sento che è importante che questa possibilità sia offerta anche a questo tipo di persone, che sono quelle poi che fanno da traino alle masse. E accade che anche i politici – colti in quel loro spazio vulnerabile che a volte si concedono –  sperimentano la meditazione, si entusiasmano e quando ripartono forse dimenticano… ma forse no. Da bambina talvolta mi divertivo a giocare con uno specchio, facendo arrivare il sole negli angoli più bui del giardino. Adesso mi piace sentirmi come uno specchietto che riflette i raggi di Osho, e così continuo a giocare e a divertirmi… anche con i politici!

 

 

Smita e Gathen si prendono cura dell’Osho Prabha Information Center di Ferrara. Lei, sannyasin dal ‘96, ha una lunga esperienza come coordinatrice di strutture psichiatriche residenziali, lui è sannyasin da 20 anni, si occupa soprattutto di giardinaggio, e da tempo conduce campi di meditazione in città vicine.

 

Nel 1998 siamo stati contattati dai responsabili di una comunità per il recupero dalle tossicodipendenze che opera nei pressi di Ferrara, erano interessati ad affiancare alcune tecniche di meditazione al processo terapeutico di recupero.

Oltre agli operatori, fin dal primo incontro ci siamo trovati di fronte un gruppo di ragazzi da poco arrivati dalla ‘strada’, e abbiamo la sorpresa di scoprire che alcune tecniche, soprattutto la meditazione dinamica, erano già utilizzate e che l’invito pervenutoci era per approfondire ed espandere questa esperienza: ci siamo sentiti coinvolti in questa grande sfida e così abbiamo organizzato subito il primo campo di meditazione presso Saman (questo il nome della comunità), anche per poter vedere la disponibilità reale a partecipare a un programma di incontri periodici.

Fu un’esperienza straordinaria! Con la collaborazione di alcuni amici sannyasin siamo riusciti a catalizzare l’attenzione di tutti i ragazzi – circa 20 partecipanti – anche dei più riluttanti; è stato l’inizio di una esperienza umanamente fantastica, durante la quale siamo stati costretti a riesaminare gli stereotipi riguardo ai ‘drogati’ che anche noi ci portavamo dentro e abbiamo iniziato a condividere con loro la visione della meditazione. In un posto dove la terapia è prioritaria nel processo di disintossicazione, portare tecniche di meditazione – creare cioè uno spazio di assenza di giudizio e di accettazione – ha dato loro la possibilità di sperimentare un nuovo modo di essere in relazione con se stessi e con gli altri. Ci vuole coraggio per esporre se stessi, da qualunque esperienza si provenga, per mettersi in gioco e imparare a sperimentarsi in maniera nuova. Noi ci siamo sentiti di onorare questo coraggio…

La meditazione ha la grande capacità di bucare il muro delle nostre rigidità e di farci assaporare quanta bellezza ed armonia esiste dentro ed intorno a noi. Ricordo di aver sentito dire da Osho che non puoi affrontare il buio da solo, hai bisogno di una candela, la luce stessa espandendosi prenderà il posto del buio.

Da questo primo campo di meditazione si è sviluppato poi un programma che comprendeva un incontro settimanale e una giornata intera di meditazione ogni mese. Il nostro lavoro si è inizialmente focalizzato sulla consapevolezza corporea ed emotiva utilizzando tecniche catartiche come il Gibberish ed espressioni corporee attraverso la danza con la Trance Dance e Stop Dance e Bioenergetica. Abbiamo dedicato una particolare attenzione al massaggio (Gathen è specializzato in massaggio olistico), creando delle sedute di gruppo dove allo scambio seguivano momenti di grande espressione emotiva e fisica, ridando una dignità – che durante il periodo dell’uso della droga era andata perduta – alla dimensione corporea. All’interno del percorso terapeutico la meditazione mette l’enfasi sulla crescita dell’individuo in quanto tale, che può così trovare dentro di sé le motivazioni e i mezzi per essere presente nella società. Non si tratta di reinserire in qualche modo degli individui che in maniera autodistruttiva hanno ‘deciso’ di disadattarsi, ma di dar loro strumenti per cercare nell’intimo creatività, fiducia in se stessi ed autostima… che sono poi le cose di cui ognuno è in cerca. Quest’anno il progetto si ingrandisce: prepareremo anche coloro che, fra quelli che hanno terminato ormai il percorso di recupero, si apprestano a lavorare all’interno delle varie comunità in funzione di operatori, in modo di renderli capaci di condurre le varie tecniche di meditazione. Vedremo di trasmetter loro non solo la struttura delle tecniche ma anche la loro ‘anima’, in modo che la meditazione possa sostenere con sempre maggior efficacia il processo terapeutico.

 

 

Sw. Lakshen (Antonino Sucameli), regista e produttore, è sannyasin dal 1978. Il suo primo lungometraggio ‘Blue Line’ è stato presentato in vari Festival Internazionali fra cui quello di Venezia nel 1995 ed ha vinto il Premio di Qualità dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Qui ci racconta la sua esperienza e i suoi progetti.

 

L’intento con cui iniziai a scrivere racconti e poi a volerli rendere film visti da più gente possibile fu, e rimane tutt’oggi, il desiderio di condividere attraverso un’espressione artistica il percorso di chi cerca la verità. Forse si tratta del retaggio nelle mie vite passate coi Sufi : la tradizione che più di altre ha generato figure di mistici-artisti inseriti nel mondo, pur senza appartenere a esso! Oppure una frase di Gurdjieff stampata nel mio cuore come un marchio a caldo: ‘Nella strada spirituale, se non si ridà all’esterno ciò che si è imparato all’interno, non si può procedere!’. E infine la geniale indicazione di Osho a vivere come Zorba il Buddha, celebrando la propria danza… e allo stesso tempo andarne oltre. Fatto sta che, al di là dello specifico cinematografico della mia esperienza, credo che la comprensione del reale può accadere solo quando la dualità e l’opposizione fra spirito e materia scompaiono. Per questo motivo mi è chiaro sempre più come le aspettative, le frustrazioni, i rilassamenti e le prove d’integrità, di pazienza e di accettazione che ho affrontato e continuo ad affrontare sul cammino della ricerca ‘esteriore’, trovino l’identica controparte in quella ‘interiore’. Quando all’inizio della mia avventura mi trasferii a Roma: capoluogo della cinematografia in Italia (così come della politica e del Vaticano…), ebbi il primo ‘satori’ quando scoprii che non esistono più produttori: persone che credendo in un progetto possano finanziarlo! La figura del produttore oggi come oggi, nella giungla del ‘sacro’ mercato, non è altro che quella di appaltatore di fondi pubblici che sfrutta le sue conoscenze per ottenere pre–vendite televisive con cui finanziare e guadagnare senza rischi: difficile trovarne qualcuno che abbia spirito imprenditoriale o anche solo che stia seriamente ad ascoltarti. Fu tramite questa dolorosa rivelazione che si attivò un’inversione a 180 gradi grazie a cui decisi di volermi autoprodurre. Non è comunque una strada che consiglio a chiunque perché si tratta di doversi sdoppiare continuamente in due ruoli ( rtistico-spirituale e produttivo-materiale)  cercando allo stesso tempo di mantenere coesione fra entrambi. Questo rapporto dialettico fra ciò che si può ancora indicare come Zorba da una parte e Buddha dall’altra… è uno dei temi del film che ho in preparazione (verrà girato a Ibiza fra settembre e novembre). Il protagonista principale maschile è un giovane d.j. inserito nel contesto “sex, drug and rock and roll” di Ibiza e desidera aprire un locale tutto suo. Nel porticciolo un giorno arriva una mistica navigatrice solitaria alla cui barca a vela si è rotto l’albero… Fra i due nasce una storia d’amore tramite cui lui imparerà a guardare le cose non solo da un punto vista materiale, mentre lei riacquisterà contatto con la terra, la passione e i sentimenti che nella sua ricerca ‘spirituale’ aveva perduto. Una serie di situazioni romantiche, drammatiche e anche spassose (come il tentativo d’insegnare ai detenuti di una prigione di Ibiza, la meditazione dinamica…) portano, sia i due protagonisti che gli altri personaggi, a confrontarsi anche col problema di come finanziare il locale, che alla fine si chiamerà proprio Zorba il Buddha! Inventare fiction che comunicano più o meno metaforicamente gli insegnamenti di Osho è ciò che ispira il mio lavoro e… per saltare ancora di più nell’occhio del ciclone, sto mettendo insieme, per farne un film, gli aneddoti che Osho stesso ha raccontato riguardo alla sua vita fino all’illuminazione. Questi primi ventun’anni ricchi di avventura, integrità, sforzi e senso d’umorismo… rappresentano infatti le radici dell’uomo pronto a trasformare il mondo!  Gli spettatori avranno quindi la possibilità – al di là di qualsiasi opinione sul lavoro successivo del maestro – d’identificarsi con il bambino e poi l’adolescente, ricercatore di se stesso in un’India a metà fra i racconti di Kipling e il Siddharta di Hermann Hesse.

 

Lakshen può essere contattato via e-mail: sucameli@libero.it

 (ritorna al sommario)

 

 

Un Incontro Ravvicinato

 

Un incidente.

Un estraneo che sta morendo.

Un’immediata intimità seguita

da un improvviso distacco.

 

Saranno state le due del mattino. Ero in moto con un amico e tornavo a casa da un party, quando abbiamo visto un uomo e una moto stesi su un lato della strada: c’era stato un incidente.

I due guardiani notturni già accorsi sembravano sconvolti e non facevano niente. Il mio amico ha fevvisSaranno state le due del mattino. Ero in moto con un amico e tornavo a casa da un party, quando abbiamo visto un uomo e una moto stesi su un lato della strada: c’era stato un incidente.

I due guardiani notturni già accorsi sembravano sconvolti e non facevano niente. Il mio amico ha fermato la moto e siamo scesi a vedere. Lui ha dato un’occhiata, è tornato alla moto e mi ha chiesto di aspettare mentre cercava un’ambulanza.

Ero a disagio. La prima reazione è stata di rifiuto della situazione: me ne tornavo tranquillo da una festa… un modo ben duro e sgradevole di finire una bella serata. Ora mi trovavo per strada solo e al buio con un estraneo ferito. Insomma non c’era via d’uscita… mi toccava rimanere e vedere cosa si poteva fare per dargli una mano.

Era steso sul fianco destro e di primo acchito non potevo capire quanto fosse ferito, ma avevo abbastanza esperienza – soprattutto in cure infermieristiche e pronto soccorso – per capire che era messo male. Ho gridato al mio amico di rimediare l’ambulanza molto velocemente perché probabilmente non avrebbe resistito più di pochi minuti.

Poi gli ho dato un’occhiata più da vicino. Sconvolto, ho visto che aveva il cranio sfondato in tre punti e sangue e materia cerebrale sgorgavano a fiotti dalla nuca. Era semplicemente irreale – trovarsi improvvisamente faccia a faccia con un essere umano in quelle condizioni, e tuttavia ancora vivo.

L’uomo ansimava, sentivo che cercava di rimanere nel corpo, di restare vivo, respirando con forza, gli occhi spalancati. Guardandolo negli occhi potevo vedere un’espressione di smarrimento e shock, come se si stesse chiedendo: “Che ci faccio qui? Che mi è successo? Aiutami!”.

Mi sono inginocchiato al suo fianco in uno stato di panico. “E adesso cosa faccio?” mi chiedevo. Cercavo di trovare un modo per limitare i danni, ma sentivo anche un grande senso di impotenza per via dell’estensione delle ferite… dovevo fare qualcosa, ma non c’era niente che potessi fare.

All’improvviso, tutto è svanito. Orrore, shock, nausea e ronzio alla testa, e quel senso di “tutto questo è troppo” non c’erano più. Sono saltato direttamente nel cuore, in uno spazio di accettazione: tutto era in qualche modo normale e giusto, anche la certezza che quella persona se ne doveva andare, doveva lasciare il corpo, le ferite erano troppo gravi. Avevo lavorato con handicappati e sapevo che se anche fosse sopravvissuto sarebbe stato come un vegetale.

Inginocchiato accanto a lui, lo tenevo vicino. Gli ho messo la mano all’altezza del cuore, mi sentivo calmo e rilassato, improvvisamente non c’erano più distanze tra me e lui. Nel “qui e ora” avvertivo un incredibile senso di intimità.

Così mi sono ritrovato a sussurrargli nelle orecchie: “Lasciati andare… va bene… puoi mollare tutto...”.

Mentre lo sorreggevo, lui ha continuato a respirare... è andato avanti così per cinque, dieci minuti anche se mi è sembrata un’eternità. E poi a un certo punto se ne è andato – ho avuto la sensazione improvvisa che se ne fosse andato, insieme a un senso di espansione, gioia e luce. Non era più in agonia, la lotta era finita. Era ancora presente in qualche modo, ma non era più nel corpo.

Con la polizia è arrivata anche una folla di curiosi e la situazione si è fatta caotica. Qualcuno ha suggerito di metterlo in un risciò per portarlo in ospedale, ma non mi è sembrata la soluzione migliore, era troppo grande e grosso.

Mi sentivo molto protettivo nei suoi confronti, era come il mio paziente, mi apparteneva. Non volevo che qualcuno lo trattasse male. Ho chiesto alla polizia di procurare un mezzo più grande e dopo un po’ sono arrivati con un camioncino. Nessuno lo voleva toccare, così ho dovuto urlare per farmi aiutare a caricarlo. L’ho accompagnato fino all’ospedale.

Mi sentivo molto sereno, tutto sembrava così ordinario. Gli tenevo la testa tra le mani e l’altra mano era dietro, al cuore, che sentivo caldo ma non lottava più. Se ne era andato, era ancora sospeso appena appena attorno al suo corpo.

Siamo arrivati in ospedale e medici e infermieri lo hanno caricato su una barella e trasportato in sala operatoria dove hanno provato a rianimarlo. Ho trovato il tutto un po’ brutale, mi sembrava ovvio che stavano cercando di riportare in vita una persona già morta. Seguivano la solita routine – lo stereotipo per cui bisogna salvare una vita a ogni costo – invece di restare semplicemente accanto a una persona che sta lasciando il corpo.

Più tardi mi hanno detto quello che sapevo già: il cuore era fermo quando era arrivato in ospedale. Hanno desistito dopo una decina di minuti.

Io e il mio amico abbiamo chiesto di rimanere con lui, di poterci sedere accanto a lui per un po’, così gli hanno dato una pulita e lo hanno portato fuori su una barella. Eravamo seduti vicino a lui nel corridoio. Sembrava così strano… voglio dire un momento prima ero a una festa e poco dopo nel corridoio di un ospedale accanto a un cadavere.

Potevo ancora avvertire la sua presenza lì attorno, ma dopo una decina di minuti se ne era veramente andato, era arrivato il momento di andare via.

Sentivo il bisogno di una tazza di tè e di qualcosa da mangiare – reazione tipicamente inglese – così me ne sono andato col mio amico alla caffetteria di un albergo vicino. Ci siamo seduti a bere un tè. C’era una partita di calcio in televisione e cercavo di seguirla, di uscire dallo spazio in cui ero stato col morto. Ma era impossibile.

Mi sentivo strano; incredibilmente strano ma calmo… era come un film.

Sono arrivato a casa alle cinque di mattina, mi sono fatto una doccia lunghissima, mi sono coperto di aura soma, sono rimasto seduto in giardino per un po’ e finalmente mi sono messo a letto.

Mi sono alzato quattro ore dopo, intorno alle nove, e sono andato alla Comune. Mi sentivo ancora calmo e tranquillo. Incontrando gli amici, non potevo fare a meno di parlarne – era come se ci fosse un’urgenza di condividere, capire, scaricarmi. Gli amici mi ascoltavano con attenzione ma capivo che nessuno avrebbe veramente capito quello che provavo se non ci fosse passato.

Il giorno dopo – finalmente avevo dormito come si deve – ho cominciato ad avere una sensazione di lutto, di perdita. Ero stato così vicino a quella persona, come fosse dentro di me e improvvisamente se ne era andata. Mi sentivo solo, abbandonato.

Mi sono venuti un sacco di dubbi… forse avrei dovuto fare di più per salvarlo. Chi ero io per decidere che doveva andarsene? Da dove mi era venuta l’idea che la cosa migliore per lui fosse morire?

Ricordo che pensavo: “Per quale ragione ho incontrato quel tipo? Che significato può avere per la mia vita?”. Continuavo a ripetermi queste cose.

Quella notte, dopo il discorso, sono tornato sulla scena dell’incidente. Volevo sapere chi era quell’uomo. Mi stavo convincendo che fosse una specie di sbandato, senza una vera vita e che ciò, in qualche modo, avrebbe messo a posto le cose.

Ho scoperto invece che viveva lì vicino, che aveva un lavoro, un figlio, una vita. Era tedesco, lavorava a Pune per conto di una ditta tedesca. Ho scoperto anche come era successo l’incidente: aveva fatto tutto da solo, andava forte – forse aveva bevuto un po’ – era scivolato su un mucchio di spazzatura che copriva parte della strada, perdendo il controllo, e aveva sbattuto la testa contro un muretto. Non aveva il casco.

Per caso ho incontrato dei suoi compagni di lavoro, erano arrivati mentre ero lì a chiedere di lui. Quando ho detto loro quello che era successo, sono rimasti shoccati. Hanno fatto una corsa in ospedale, ma il corpo era già in viaggio per la Germania, la direzione dell’azienda era stata più veloce.

Il giorno dopo ho cominciato a sentire dolori e tensione al cuore, e difficoltà a respirare. Mi sentivo stanco, al limite del collasso. Così ho deciso di fare una sessione di ipnosi durante la quale ho rivissuto tutta la storia, soprattutto il tormento sul prendere decisioni sbagliate, quella sensazione su “chi ero io per decidere che uno doveva andarsene”.

Nella sessione tutto si è collegato con un episodio della mia infanzia, quando mia madre aveva lasciato la famiglia. Non voleva fare la madre. Da qualche parte avevo sempre portato dentro di me l’idea che non avrebbe dovuto farlo. Avrebbe dovuto fare la cosa giusta, stare con me, fare la mamma. Il bimbo dentro di me non aveva mai accettato il suo abbandono.

Durante la sessione ho capito che aveva fatto bene – doveva andarsene, era la cosa giusta per lei. Allo stesso modo, anch’io avevo fatto la cosa giusta nel mio breve incontro con quel moribondo. Anche lui se ne doveva andare.

Durante la sessione ebbi la forte sensazione di essere di nuovo un bambino, di vedere e accettare la storia con mia madre, comprendendo che era meglio che se ne andasse… Grazie a una situazione così inaspettata ho potuto affrontare quella antica questione. Inoltre sono diventato consapevole di quanto tempo ed energia spreco nelle mie relazioni con le donne, di quanta attenzione do a delle banalità: incontrarsi, avvicinarsi, innamorarsi, poi rompere, sentirsi feriti e abbandonati, non desiderare più di parlare… e realizzarne ora la stupidità, perché non puoi mai veramente sapere quanto qualcuno rimarrà con te. Questa esperienza me lo ha reso chiaro: mai lasciare qualcosa in sospeso con qualcuno, è meglio finire le cose.

Ho anche voluto leggere tutto quello che Osho dice sulla morte. È incredibile il numero di libri di Osho che ho letto – ne ho contati 168 l’anno scorso – e tuttavia non riuscivo a ricordare nulla sull’arte di morire, a parte quei discorsi sul celebrare la morte, che avevo sempre trovati un po’ strani.

Ora che il problema è venuto alla luce è stato un bene leggere tutto sulla morte, da differenti angolazioni. Ho visto quanto sia importante celebrare, perché se non celebri finisci per forza nella tristezza, nella morbosità, nel lutto, in tutti i dubbi e i meccanismi della mente. È veramente importante celebrare e lasciare che l’energia si espanda e voli, proprio come mi è capitato nel momento in cui quell’uomo ha lasciato il corpo.

Spesso mi chiedo: cosa accadrà quando morirò? Lascerò il corpo in maniera totalmente inconsapevole, o sarò capace di mantenere un’attenzione consapevole? Ho capito che la chiave consiste nell’accettare ciò che succede. Se troverò lo spazio per l’accettazione, allora sarò consapevole quando me ne andrò e sarà una bellissima esperienza – questo è il mio feeling. Se lotterò, diventerò inconsapevole.

Ho anche capito che tutti noi affronteremo questa situazione nel futuro. Mi ero sempre chiesto perché Osho parli così tanto della morte. Ora lo so: perché è un’esperienza che ci riguarda tutti.

Questa citazione di Osho mi ricorda molto come mi sentivo la notte di quello strano incontro con la morte. Sta parlando di Vipassana, una sannyasin in punto di morte, e del suo compagno:

 

“Sat Prem è venuto da me la notte scorsa. Vipassana è sul letto di morte. Era molto preoccupato, turbato, profondamente sconvolto, e giustamente. Il momento della morte di qualcuno che hai amato profondamente ti ricorda la tua morte. L’attimo della morte è una grande rivelazione. Ti fa sentire impotente, privo di difese. Ti fa sentire come se non esistessi. L’illusione di essere scompare.

Sat Prem piangeva. Non è uomo che pianga con facilità, non è uomo da sentirsi facilmente indifeso; le lacrime non gli appartengono. Ma era sconvolto. Chiunque lo sarebbe – perché improvvisamente ti rendi conto che il terreno sotto i tuoi piedi è scomparso. Non puoi farci niente. Qualcuno che ami sta morendo. Preferiresti sacrificare la tua vita, ma non puoi. Non si può fare nulla. Si sta solo lì ad aspettare, in profonda impotenza.

Quel momento può deprimerti e può renderti triste, oppure può farti iniziare il grande viaggio alla ricerca della verità.”

 

Nota: Vimal è interessato ad avere contatti con persone che hanno vissuto esperienze simili. La sua e–mail:

namaste@oshobuddhafield.co.ukamente non c’erano più distanze tra me e lui. Nel “qui e ora” avvertivo Così mi sono ritrovato a sussurrargli nelle orecchie: “Lasciati andare… va bene… puoi mollare tutto...”.

Mentre lo sorreggevo, lui ha continuato a respirare... è andato avanti così per cinque, dieci minuti anche se mi è sembrata un’eternità. E poi a un certo punto se ne è andato – ho avuto la sensazione improvvisa che se ne fosse andato, insieme a un senso di espansione, gioia e luce. Non era più in agonia, la lotta era finita. Era ancora presente in qualche modo, ma non era più nel corpCon la polizia è arrivata anche una folla di curiosi e la situazione si è fatta caotica. Qualcuno ha suggerito di metterlo in un risciò per p

 

 

Vicini in silenzio

 

Quando qualcuno che amiamo sta per morire il regalo migliore che possiamo fargli è la nostra presenza silenziosa.

 

Un’amica mi ha scritto che due giorni dopo la morte del padre, mentre era seduta accanto al suo corpo, ha sentito sorgere dentro di sé un’energia incredibile. Cosa succede intorno a una persona morta?

 

Quando una persona muore, la sua energia si libera. Se sei ricettivo, la puoi sentire; se sei disponibile e aperto, sentirai crescere il tuo livello di energia. Dipende da molte cose – che tipo era il morto, che tipo di energia aveva. Se era un uomo portato alla rabbia, alla violenza, allora è meglio non restargli vicino, perché tutta la sua rabbia repressa, la sua violenza repressa, saranno liberate e se tutta quell’energia penetra in te, potrebbe farti del male.

Quando una persona sta morendo, o è morta, viene naturale restare accanto a lei in silenzio – nessuno fa rumore, nessuno parla. La morte è un fenomeno così misterioso che tutti ne sono profondamente toccati.

Così, per prima cosa, è bene essere consapevoli del tipo di personalità di chi sta morendo. Se era un uomo amorevole, compassionevole, gentile, sempre pronto ad aiutare, sempre disposto a condividere quello che aveva, allora restargli vicino, in silenzio, ti sarà di grande aiuto. Quando se ne andrà, queste energie si irradieranno intorno a lui.

Ma se aveva problemi sessuali,  o era violento, o addirittura una specie di criminale, è meglio non stargli vicino: tutto quello che ha accumulato durante la vita si staccherà ora da lui. Sta per cambiare casa e tutti i mobili resteranno nella casa vecchia. Non può portare con sé tutti quei mobili, li distribuirà in giro.

È per questo motivo che le tre grandi religioni dell’India – induismo, giainismo e buddhismo – hanno deciso che il corpo della persona morta deve essere bruciato il più in fretta possibile, così che non trasmetta cose inutili o pericolose – la maggior parte delle persone si portano dentro, represse, delle brutte cose.

Altre religioni hanno deciso di non bruciare i corpi, ma di metterli nelle tombe. È pericoloso. In questo modo  si conservano tutta la rabbia, l’odio, la sessualità repressa, la violenza accumulati in vita: tutte queste energie si diffonderanno dalle loro tombe, e si possono prendere, come una malattia: sono contagiose.

In Oriente, quando un uomo che è riuscito a realizzare se stesso sta per morire, lo annuncia in anticipo, così che  tutti i suoi discepoli possano raggiungerlo per condividere la sua energia – il suo ultimo dono. Vuole morire fra la sua gente, fra i suoi discepoli, che lo possono comprendere ed essere ricettivi; e disperde fra di loro tutto quel tesoro di stati interiori meravigliosi che ha accumulato durante la vita.

Nella sua autobiografia, Bennet ricorda come, dopo la seconda guerra mondiale, si sentisse talmente esaurito, distrutto – era stato al fronte – da pensare di essere vicino a  morire. Ma prima voleva assolutamente vedere per l’ultima volta il suo maestro, George Gurdjieff. Così andò a trovarlo a Parigi. Era appena entrato, che Gurdjieff gli chiese: “Cosa ti succede, Bennet, sei così pallido, sembri in punto di morte. Sei arrivato al momento giusto. Vieni vicino a me”. Gli prese le mani, lo guardò fisso negli occhi e in breve  Bennet cominciò a sentire un enorme flusso di energia che fluiva verso di lui – ma questo era solo un aspetto della cosa – si accorse anche che nel frattempo Gurdjieff stava diventando sempre più pallido e si spaventò, per fermarlo gli disse che ormai si sentiva bene, assolutamente a posto.

Gurdjieff, dicendo di non preoccuparsi, raggiunse la stanza da bagno e vi si chiuse dentro. Dopo dieci minuti uscì che stava benissimo.

Bennet ricorda: “Non avevo mai pensato che l’energia si potesse trasferire in un modo così semplice”.

Ma l’energia si trasferisce davvero.

Bennet se ne accorse perché quella era una maniera davvero diretta di farlo. In altri modi, ogni maestro trasferisce la sua energia alla sua gente – ogni volta che ti guarda negli occhi – ogni volta che ti viene vicino. Che altro può darti? Ha raggiunto tutto quello che si può raggiungere in vita. Ora la sua energia è solo da condividere.

Ma se sta morendo qualcuno a cui sei strettamente legato: tuo padre, tua madre, tuo marito, tuo figlio, il tuo amico – e tu vuoi fare qualcosa per partecipare… la persona sta morendo, tu sei vivo – puoi sederti accanto a lei, metterle la mano sul cuore o tenerle le mani, e restare in silenzio, in pace. Così riuscirai a trasmetterle, a comunicarle, la tua pace, il tuo silenzio; se puoi aiutarla a morire in pace, in silenzio, avrai fatto una buona cosa, una bellissima azione. Dopo potrai sentirti un po’ debole, stanco, esausto; ma non è niente – un po’ di riposo e tutto tornerà a posto.

Dunque è possibile aiutare la persona che muore a farlo nella maniera migliore, ma devi essere in uno stato di silenzio e di pace, trovarti a un livello superiore da cui l’energia può fluire. L’energia scorre proprio come l’acqua, verso il basso. Non può scorrere verso l’alto. Ricordati però che l’energia può essere trasmessa in tutti e due i sensi. Se chi muore ha un temperamento davvero cattivo, è meglio evitarlo; non riusciresti ad aiutarlo e, al contrario, potresti in qualche modo subire la sua influenza – potrebbe trasmetterti la sua cattiveria, piantarne i semi nel tuo cuore, nel tuo essere. È meglio evitarlo. Ma se è una brava persona, se non ha fatto mai male a nessuno… e soprattutto se tu la ami, se provi affetto per lei, allora puoi trasmetterle la tua energia. È questo il momento giusto – e anche l’ultima possibilità di farle un regalo: non avrai più un’altra occasione.

E non può esserci migliore regalo di questo, perché questo regalo può cambiare il suo cammino futuro: se muore in pace e in silenzio, rinascerà su un piano più alto. Ma devi fare molta attenzione. Non cercare di sederti in meditazione per aiutare Hitler – non ci provare. È al di là delle tue possibilità. Non puoi dargli la tua energia, sarà lui che la darà a te – e tanto più facilmente, se sarai in silenzio e in pace.

Bisogna essere molto prudenti con una persona morente, possono succedere tante cose. La sua vita futura può esserne influenzata, così come la tua… a meno che tu non sia a livelli così alti di consapevolezza che niente può più influenzarti. In quel caso non c’è problema, allora puoi stare, in piena consapevolezza, anche accanto a Hitler, non riuscirà a farti minimamente del male. Forse sarai tu a poterlo aiutare, almeno un po’.

 

Osho tratto da: The Transmission of the Lamp

 

(ritorna al sommario)

 

 

MORIRE CON DIGNITÀ

 

 

La morte

non è

la fine

della vita:

è il completamento

di una esistenza,

il ‘crescendo’ di una vita, l’apice,

il finale.

non può esistere.

 

 

Nella visione di Osho l’eutanasia, la libertà cioè di scegliere il momento della propria morte, è un diritto riconosciuto di ogni essere umano.

Alcuni anni fa il mio interesse per la meditazione mi ha condotto a lavorare con persone vicine a morire e in questo modo ho avuto la possibilità di essere presente a una morte liberamente scelta.

Avevo incontrato Amrita, una vivace donna olandese di quasi sessant’anni, attraverso un amico comune. Alcuni mesi prima le era stato diagnosticato un cancro al pancreas, irreversibile.

Quando sono andata a trovarla nella sua casa di Gronningen, in Olanda, era già così debilitata da rendere troppo dolorosa una qualsiasi attività: ormai passava la maggior parte del tempo a letto. Durante il nostro incontro abbiamo cercato di scoprire insieme come potesse prepararsi nella maniera migliore alla morte imminente e alla separazione dai figli. Sebbene il periodo passato insieme fosse molto breve – io dovevo lasciare l’Olanda per alcuni mesi – siamo riuscite a diventare molto intime. Quando ci si trova di fronte alla morte non c’è tempo per alcuna superficialità, per convenevoli sociali. Le emozioni, che siano paura, frustrazione o affetto, tendono a diventare intense. Quando sono andata a salutarla prima di partire, ho sentito con certezza che quello sarebbe stato l’addio e con molto amore le ho augurato ‘buon viaggio’.

Quattro mesi dopo era invece ancora viva, ma solo per poco: mi ha telefonato il giorno stesso del mio ritorno in Olanda, per dirmi che il dolore era diventato insopportabile e che, col consenso del suo medico, aveva già scelto la data dell’eutanasia. E mi ha chiesto di assisterla in questo viaggio.

Profondamente commossa dal suo invito, il pomeriggio del giorno fissato ero a casa sua. Ascoltandola, era chiaro che era pronta a morire: lei e la sua famiglia avevano passato le settimane precedenti finendo ogni faccenda rimasta incompleta, e lei era pronta a lasciarli senza rimpianti. Aveva meditato regolarmente e ascoltato la cassetta di una meditazione guidata che le avevo preparato: una specie di prova generale per abbandonarsi alla morte.

A un certo momento nella nostra conversazione, si è girata a guardare fuori dalla finestra: era primavera e nel giardino c’era un albero pieno di gemme. “Sono molto grata alla vita,” disse “sono riuscita a fare così tanto!”.

Mi ha parlato dei suoi viaggi, dei suoi amici, delle persone che aveva amato, di come il conoscere Osho avesse trasformato completamente la sua vita e anche la sua disposizione verso questo particolare momento. Sorridendo, ha aggiunto: “Sai, sento che sto andandomene portandomi dentro una luce.”

Abbiamo parlato, insieme con i figli, di come le sarebbe piaciuto passare gli ultimi istanti. Suo figlio e sua figlia, entrambi sui trent’anni, erano felici di assecondare i desideri della madre. Poi li ho lasciati – le ultime ore insieme da soli – per tornare solo dopo le otto di sera.

Secondo il programma, Amrita aveva già salutato il figlio e la figlia, che ora avrebbero aspettato il dottore, mentre io mi recavo nella camera della madre. Seduta sul letto vicino a lei, le ho ricordato che non era troppo tardi per cambiare idea e che avrebbe potuto fermare la procedura in qualsiasi momento. “No, sono pronta” mi ha detto a bassa voce, prendendomi con tenerezza la mano tra le sue. Poi abbiamo chiuso gli occhi, come eravamo già d’accordo, per meditare insieme nei suoi ultimi venti minuti di vita.

Venti minuti dopo, quando i suoi figli sono entrati silenziosamente insieme al dottore, Amrita ha aperto brevemente gli occhi, per guardarli, senza parlare, prima di ritornare alla sua meditazione. I figli si sono seduti insieme dall’altro lato del letto mentre il cane di casa – come d’abitudine – vi saliva, per raggomitolarsi tranquillamente ai piedi di Amrita. La luce era soffusa e si sentiva la sua musica preferita, sullo sfondo. Amrita indossava la white robe e il “mala” che aveva usato tante volte per meditare alla presenza di Osho.

Jan, il giovane dottore ha chiesto con un sorriso se eravamo pronti. Ho guardato Amrita ricordandole ciò che aveva chiesto – e cioè che quando si fosse sentita pronta per l’iniezione avrebbe semplicemente dovuto alzare un dito, in modo da poter continuare a meditare senza interruzione.

Dopo un paio di minuti ha dato il segnale, staccando allo stesso tempo lentamente la sua mano dalla mia. Quel semplice gesto mi ha toccato il cuore: una tale dignità e integrità. Jan ha iniziato a iniettare lentamente la sostanza che avrebbe causato l’arresto del cuore e nel frattempo io le parlavo a bassa voce, incoraggiandola a continuare a rilassarsi e a lasciarsi andare. Dopo breve tempo, il ritmo del suo respiro ci ha fatto capire che si trovava in uno stato di incoscienza molto profondo. E subito dopo, tutti e quattro stavamo osservando attentamente il suo volto, Amrita cominciò a ridere!

Sorpresi, ci siamo guardati e abbiamo iniziato anche noi a ridere. Come potevamo non farlo? Se lei trovava tutta la faccenda così buffa…

A poco a poco la sua risata si è affievolita, era evidente che stava entrando in un livello più profondo di incoscienza. Continuavo a parlarle e a osservare la pulsazione sul suo collo, che a poco a poco ha iniziato a diventare irregolare fino a fermarsi del tutto.

Amrita era clinicamente “morta”.

Ho continuato a parlarle, dicendole che ora il suo corpo era morto, che lei non era il corpo, che era la sua consapevolezza; ora era libera di andare nell’ignoto, nel nuovo: “Noi ti amiamo e siamo con te. Osho è con te. Va’ pure avanti, va tutto bene, amore. Va’ pure avanti verso la luce.”

Molti anni prima avevo studiato da levatrice e ora sentivo che guidare Amrita nella morte non era poi molto diverso dal guidare una donna durante il parto. Il modo in cui aveva scelto di morire era così sano, così dignitoso, così civile. Il mio essere presente come sostegno per un’altra meditatrice – qualcuno che avevo imparato ad amare e a rispettare – sembrava profondamente giusto.

Siamo rimasti con lei per altre tre ore, al momento di separarci Jan – la cui onestà, sensibilità e gratitudine mi avevano commosso – ci ha detto che la morte di Amrita era stata la più bella alla quale avesse mai assistito.

La mattina dopo mi sono svegliata piena di vitalità, iniziando a cantare prima ancora di venir fuori dal letto, nonostante avessi dormito solo poche ore. Ho cantato fino al bagno, sotto la doccia, mentre mi vestivo. Mi piace a volte cantare da sola, ma questo era diverso: mi sembrava di sentire Amrita intorno a me, che ballava e rideva, libera!

Amrita è stata una lezione su come si può morire che rimarrà sempre con me.

 

 

 

La morte

è parte integrante

e organica della vita,

e ne è profondamente amica.

Senza

la morte,

la vita

 

 

Morte e creatività

 

Dolore, amore, espressione e disidentificazione nell’esperienza di un attore… e di un figlio.

di Sw. Prem Kallol

 

Un anno fa decidevo di concretizzare un vecchio progetto rappresentando un testo teatrale a me molto caro: “Il contrabbasso” di Patrick Suskind, (autore anche del romanzo Il profumo). Si tratta di un monologo, la confessione di un professore d’orchestra in aperto rapporto conflittuale con il suo strumento. Questo contrabbasso, amato e odiato, resta in realtà per il musicista solo un pretesto per parlare di sé e del proprio male di vivere, inscenando un sapiente pastiche di musica e psicologia, che sfocia in situazioni decisamente grottesche.

A due settimane appena dall’inizio delle prove mia madre veniva ricoverata in ospedale per alcuni accertamenti. L’esito fu sconcertante: i medici diagnosticarono un cancro che le lasciava solo due mesi di vita. Mi assalì una profonda tristezza, una sensazione di impotenza. A mia madre volevo tanto bene, cosa potevo fare per riversare tutto il mio amore in quel poco tempo di vita che le restava?

All’inizio ho pensato che la realizzazione dello spettacolo fosse assolutamente incompatibile con quell’assistenza costante e amorevole, necessaria per accompagnare mia madre alla morte. Avrei voluto abbandonare o rimandare il progetto teatrale: alle prove mancavo di concentrazione, avevo crolli psicofisici dovuti alle lunghe notti trascorse in ospedale accanto a lei – anche se fortunatamente non ero l’unico a starle vicino, altro amore infatti riceveva anche da mio fratello e dalle mie due sorelle. Grazie anche al sostegno della mia amica regista, il progetto teatrale comunque andò avanti, diventando nel contempo uno strumento per la mia crescita. Potevo constatare come l’amore per mia madre e l’esperienza teatrale in corso non si sottraevano energie l’un l’altro ma al contrario si nutrivano reciprocamente. Le prove teatrali diventavano uno spazio in cui grazie alle tecniche di improvvisazione potevo esprimere e riversare quella quantità di emozioni che stavo vivendo in quei giorni – il dolore, la rabbia – dando grande spessore e autenticità alla ricerca del personaggio da rappresentare. Allo stesso tempo – in quanto attore su di un palcoscenico – mi era facile prendere le distanze dai miei sentimenti e trovare quel distacco necessario per non identificarsi. Quando tornavo da mia madre potevo scoprire come questa esperienza di recitazione mi stava aiutando a non essere sopraffatto dalle emozioni – profondamente coinvolto, ma non travolto, testimone di ciò che mi stava accadendo – e a esserle vicino con amore. Ho ancora il ricordo vivo di quei momenti trascorsi con mia madre, dove una forza interiore che via via andava crescendo mi consentiva di evitare di trasmetterle facili illusioni di guarigione. Stavo con lei in amore, nel momento presente, e fra le complicazioni e le paure del decorso della malattia riuscivo anche a renderla partecipe del lavoro teatrale in cui ero coinvolto: le recitavo brani e dal suo volto vedevo nascere lo stupore, la meraviglia e poi un sorriso  lo stesso che ancora ricordo di quell’ultima volta quando la portammo a vedere il mare. E così, momento dopo momento, mi accorgevo che in questo modo mi preparavo consapevolmente alla sua scomparsa. Oggi riconosco come l’espressione teatrale abbia avuto per me un ruolo “terapeutico”: portando lo spettacolo in vari centri di meditazione di Osho mi sono accorto che non stavo solo presentando un testo prima di portarlo nei teatri, ma che in realtà stavo condividendo con amici in grado di capirmi tutta questa mia esperienza di amore, dolore, espressione e disidentificazione.

 

Kallol e The Leela Theatre Company saranno presenti con “In alto mare” il 7 aprile a Varazze durante il festival Osho 2000 in Italia.

 

 (ritorna al sommario)

 

Un Libro da Vivere

 

UNA TAZZA

DI TE’

News Services Corporation

Pag. 288 – lire 32.000

 

 

introduzione: Questo libro è letteralmente una Tazza di Tè: disseta e acquieta. Queste pagine traboccano infatti dell’amore, sono piene della consapevolezza e della compassione che ogni Maestro illuminato ha per coloro che hanno sete di vita spirituale. Il libro contiene 365 lettere scritte da Osho a discepoli, amici e amanti negli anni più intensi della sua vita: dal 1962 al 1971. Il suo messaggio è limpido, allegro, privo di qualsiasi filosofeggiare, mai teorico: un amore sottile accompagna queste parole di cui piano piano ci si sente i destinatari…”

 

1.: “Ho ricevuto la tua lettera.

Con quanto amore insisti che io scriva qualcosa, ed eccomi qua, immerso in un profondo silenzio! Parlo, lavoro, ma resto profondamente immerso nel vuoto interiore. Là, non v’è movimento alcuno. Sembra dunque che io viva due vite al tempo stesso. Che commedia! Ma forse la vita è una commedia e diventarne consapevoli schiude la porta a una libertà unica.”

 

6.: “…Vedo la vita colma di beatitudine. Di solito non abbiamo occhi per vederla e quindi ne siamo depauperati, ma questa percezione può essere creata. Forse non è corretto dire che si può creare: esiste già, si tratta solo di aprire gli occhi, ogni cosa d’improvviso si trasforma.”

 

27.: “Quando la vita è colma d’amore è assoluta beatitudine. Nella vita sono poveri solo coloro che non hanno amore nel cuore, e come descrivere l’immensa fortuna di coloro il cui  cuore nulla possiede se non amore! Nei momenti di tale abbondanza si incontra Dio. Solo l’amore, null’altro, ho conosciuto come Dio.’’

 

43.: “Mi hai chiesto di parlarti del senso dell’umorismo. Il senso dell’umorismo dovrebbe essere diretto verso se stessi – è una gran cosa ridere di se stessi, e chi è in grado di ridere di sé pian piano acquista sollecitudine e compassione per gli altri. Nel mondo intero non vi è evento alcuno, né altro soggetto, che ci inviti alla risata più di noi stessi.”

 

60.: “Il silenzio riesce a dire ciò che le parole mancano. Il vuoto abbraccia anche ciò che le righe non possono contenere. Infatti chi può resistere all’abbraccio del grande vuoto? 

Nulla resta inespresso dal silenzio. Dove le parole falliscono, il silenzio è colmo di significato.”

 

109.: “Il tempio di Dio è aperto solo ai cuori che danzano, che cantano, che sono felici. Un cuore triste non vi può entrare: evita dunque la tristezza. Riempi il tuo cuore di colori lussureggianti come quelli di un pavone – e senza motivo  alcuno. Chi ha un motivo per esere felice, non lo è realmente.

Danza e canta – non per gli altri non per un motivo qualsiasi, danza solo per la gioia di danzare; canta semplicemente per la gioia di cantare; allora tutta la tua vita diventa divina e solo allora si trasforma in preghiera.

Vivere così è essere liberi.”

 

221.: “Sii uno straniero a te stesso. Vedi la vita come un fiume che scorre nel tempo. Resta sulla riva, né curioso né preoccupato. Dà un’occhiata o osserva lo scorrere del passato che fluttua tra i ricordi…”

 

230.: “Il pensiero divide, divide ad infinitum, pertanto non può mai giungere alla totalità, al tutto. E il tutto è laddove le parti non sono – oppure esistono solo a uso della mente – e se non esiste la mente, ecco che non esistono le parti.”

 

273.: “Vivere nella mente è vivere nell’infelicità, nella miseria, in agonia e all’inferno. La mente è l’inferno. Sii consapevole d’acchito di tutto questo. Allora ecco una nuova apertura: lo schiudersi del presente, l’aprirsi di ciò che è. Il presente è la sola esperienza, ovvero è l’esistenza. Sii nel presente e sarai liberato. Vivi nel presente ed ecco la beatitudine. ”

 

285.: Gli occhi sono ciechi. Si deve guardare attraverso il cuore. Non credere dunque ai tuo occhi, credi al cuore.”

 

(ritorna al sommario)