SOMMARIO

 

2 CENTRI DI OSHO IN ITALIA

Tutti i Centri di Osho divisi per regione

 

6 LE NOTIZIE

Fuori e dentro la Comune

 

8 IL MONDO

Gli amari frutti della competizione

Quando l'immagine e il successo economico sono gli obbiettivi primari da conquistare a ogni costo, il rischio è molto elevato.

 

12 IL MAESTRO

Di mistici e maestri

Un Buddha, anche se non è più nel corpo, si impegna a sostenere nel loro cammino tutti quelli che l'hanno amato.

 

16 SPECIALE AMERICA

Ho visto il futuro e non è americano Ehi amico, dove vai così di fretta?

Zorba il buddha a Manhattan

La ricerca della felicità

Immagini di una nazione che si muove veloce, non si sa bene dove vada... e si trascina dietro tutto il mondo.

 

24 IL CUORE

Il corpo è uno specchio

Il rapporto fra un buddha e il suo corpo: intervista a chi ha fatto a Osho più di 100 trattamenti di massaggio.

 

29 IL MAESTRO

L'essenza della meditazione

Utilizzare ogni occasione per osservare il corpo, i pensieri, le emozioni: l'importante non è ciò che vedi, ma scoprire in te il testimone.

 

34 INTERVISTA

Mission impossible: meditare a Kargil

Guerra e pace - interiori - dal teatro dei recenti scontri fra India e Pakistan, nel racconto di un ufficiale dell'esercito.

 

36 BIOGRAFIA

La mitica Poona

I primi anni dell'Ashram e il lavoro di Osho fra meditazione e terapia.

 

37 BIOGRAFIA

Il maestro al lavoro

Un gruppo di Encounter a colloquio con Osho in un Darshan del '76.

43 IL MAESTRO

Perché sono contro Gandhi

Uno dei protagonisti di questo secolo visto dagli occhi, privi di ogni ipocrisia, di un maestro illuminato.

50 TUTTE LE STELLE

Il tuo oroscopo di giugno e luglio

 

52 LA VETRINA

Tutti i libri di Osho in italiano, i video di Osho, le musiche per la meditazione e il rilassamento.

 

60 UN LIBRO DA VIVERE

Guida Spirituale, nuova ristampa

 

 

 

. . . . . . . . .  . . . . . . . . .

 

 

 

NOTIZIE

DENTRO E FUORI LA COMUNE

 

 

Classico meditativo: OSHORCHESTRA

 

Lanciatissima la Oshorchestra, primo esperimento italiano di musica classica strumentale meditativa. Col suo instancabile animatore Nirodh: "Io faccio un po' di tutto, dal musico al tecnico del suono", ci sono cantanti e musicisti (sannyasin e amici di Osho) che hanno una lunga esperienza di musica classica, maturata in alcuni casi anche in grandi orchestre come quella della Rai o del Teatro alla Scala. Ha già al suo attivo quattro CD con la RED, in cantiere un CD che sarà abbinato al Calendario astrologico 2000 di Branko (ed. Mondadori). È possibile ascoltarla anche dal vivo: il 19 settembre era alla chiusura del festival di Astra a Milano, con una meditazione no-dimension e musiche su testi di Kalhil Gibran.

 

 

 Connessioni

 

Su una rivista di computer non ti aspetti certo di trovare foto di Osho. Ma in Germania la Microsoft ha deciso di usare questo volto sorridente per pubblicizzare il suo nuovo SQL Server, con lo slogan "A milioni sono collegati con lui! E poi, "Mondi diversi hanno bisogno di una piattaforma comune" spiega la Microsoft, e continua descrivendo i pregi del suo nuovo software: "Affascina con idee nuove... Trasmette valori universali... E ci rende felici..." Ci si chiede se stia parlando del server o di Osho...

 

 

In Italia... e nel mondo

 

Ancora Osho al centro dell'attenzione il 15 luglio scorso a Piazza di Spagna, quando durante l'annuale galà di moda che presenta le creazioni dei migliori stilisti del mondo, Kenzo ha fatto sfilare le sue modelle al ritmo della musica del primo stadio della meditazione dinamica. Il tutto è durato pochi minuti e poi... lo STOP! (sempre preso dalla stessa fonte)... e la musica è cambiata. Il tutto con grande tempismo e grande classe. Quasi negli stessi giorni, dall'altra parte dell'Italia, a Torino, Michela – l'artista sannyasin che ha esposto anche qui a Pune – partecipava a Theatropolis, festival internazionale di arte teatrale, presentando Operosa Conchiglia, un'esposizione in continua evoluzione. Alcuni sannyasin degli OMC romani I Delfini e Kivani sono andati all'Isola della Maddalena per un progetto importante: portare la meditazione nel cuore delle vacanze. Sono tornati stanchi, soddisfatti, con storie magiche da raccontare e naturalmente... abbronzati. Il film di Jabbar Patel sulla vita del dottor Ambedkar, leader degli intoccabili indiani, al quale hanno partecipato più di 120 sannyasin di Osho, sarà presto presentato a Londra al National Arts Festival, prima della normale distribuzione. Anche in Spagna i libri di Osho vanno forte: la casa editrice di Madrid, Distribuciones Alfaomega, sta espandendo il suo programma con una serie di 15 nuovi titoli. A New York più di 100 libri di Osho in 12 lingue diverse sono stati regalati alla Donnel Lybrary da Nyama della Osho International di Manhattan.

 

 

Quelli che la meditazione

 

L'ultima domenica di agosto, su Raidue, per tutto il pomeriggio si è parlato di meditazione e di calcio (!?).

All'interno del programma Quelli che il calcio è andato in onda un reportage su Miasto dove praticamente Brosio faceva la cronaca minuto per minuto delle varie meditazioni, pur privilegiando naturalmente i collegamenti coi vari stadi quando qualcuno segnava un gol o c'era una bella azione da vedere. Le reazioni sono state contrastanti: se da un lato l'informazione è arrivata a milioni di persone, dall'altro presentare la meditazione come riempitivo e intrattenimento rende veramente difficile apprezzarne la bellezza e finisce probabilmente con l'interessare molto poco.

 

 

Vota Osho!

 

La rivista americana Time sta conducendo un sondaggio tra i suoi lettori per creare una lista delle 100 persone più influenti del ventesimo secolo. I risultati preliminari stanno già apparendo sulla rivista e indicano una decisa tendenza a votare Adolf Hitler o Saddam Hussein, insomma personalità molto distruttive. Osho per ora non c'è, cosa che non sorprende, visto che riconoscere Osho come una delle persone più influenti del secolo significherebbe cambiare le idee tradizionali su cosa è importante a questo mondo. …………………………………………

 

 

United Colors of Osho

 

I sannyasin del dipartimento che si occupa di mantenere la Comune di Pune pulita e accogliente, lavorano in grande armonia nonostante provengano da tanti paesi diversi, e sono convinti che Benetton non possa competere con i loro united colors perché qui è una realtà e non una finzione pubblicitaria. …………………………………………

 

 

Shakespeare & Co.

 

Una riedizione un po' impertinente di Romeo e Giulietta è stata fra gli eventi più applauditi del Festival estivo di Ko Hsuan, la scuola inglese che si ispira alla visione di Osho. Quasi 250 persone (fra adulti e ragazzi), alcune delle quali arrivate anche dall'India o dal Giappone, hanno partecipato a questa kermesse di tre giorni che offriva mostre, concerti, teatro, cabaret e disco con musica anche dal vivo, per una celebrazione praticamente non stop. A Pune intanto, al teatro del Meera Barn, Savita dava voce, in un monologo serrato e comicissimo, ai problemi di una madre inglese qualunque che tenta di capire una figlia irresistibilmente attratta verso Pune e il misticismo orientale: "E poi dice che deve liberarsi del passato... e io che non sapevo nemmeno che ne avesse uno..." Al successo dello spettacolo hanno contribuito le canzoni di Darshana, le musiche di Anosha e Mukti, le danze di Avirbhav e Isha, con la regia di Jivan Mary.

 

 

Libri e poster

 

Il Publisher's Weekly lo definisce un ottimo affare: la St. Martin's Press,

una casa editrice internazionale con sede a New York, ha recentemente firmato un accordo con la Osho International Foundation per una serie di

12 libri. Chiamata "Intuizioni per un nuovo modo di vivere", la serie comincerà a uscire da quest'autunno fino al 2001.

Consiste di paper backs su vari soggetti discussi da Osho, mazzi di carte di "trasformazione" e anche un'autobiografia di Osho. I primi tre titoli che appariranno in ottobre sono imperniati sulla creatività, la maturità e il coraggio. La Osho International, dopo aver ricevuto numerose richieste di stampe di immagini tratte dagli Osho Zen Tarot, ha deciso di renderle disponibili in grande formato e con una stampa di alta qualità. La presentazione e il sistema di ordinazioni apparirà presto sull'Osho web site.

 

       (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

GLI AMARI FRUTTI DELLA COMPETIZIONE

In una società che inizia sempre più presto a «prepararti alla vita» – dando importanza esclusivamente a valori quali il successo economico, l’ambizione, la competitività e l’immagine – si crea uno spazio sempre maggiore per un profondo disagio giovanile, che tende spesso a sfociare in tragedie. L’alternativa è creare, attraverso la meditazione, un sempre maggior numero di situazioni dove sia possibile per chi è giovane esplorare il proprio reale potenziale, nel rispetto dell’individualità di ognuno, insieme agli altri e non contro.

 

 

LE RADICI DI UNA TRAGEDIA

 

Nell’aprile di quest’anno, l’America veniva scossa dalla tragedia della Scuola Superiore di Columbine, dove 13 ragazzi furono uccisi a colpi di arma da fuoco da due giovani pistoleri, di 17 e 18 anni. I killer, che alla fine della strage si sono suicidati, venivano descritti come dei giovani alienati che subivano le angherie dei ‘bulli’ della scuola e che appartenevano a una combriccola di emarginati con la tendenza a vestirsi tutti allo stesso modo. Pochi giorni dopo un altro giovane pistolero sparò ai suoi compagni di scuola, ferendone molti, perché era stato lasciato dalla sua ragazza. Negli ultimi due anni, ci sono stati nove incidenti del genere nelle scuole degli Stati Uniti.

Facile accesso ad armi da fuoco di qualsiasi tipo, oltre a un’industria dello spettacolo che esalta la violenza, sono considerate come due delle cause principali.

Ma, come spiega Osho, le radici vanno molto più in profondità, toccando il centro di una cultura – non solo americana – che pone l’accento, fin dalla più tenera età, sul bisogno di creare un’opinione di sé basata sul confronto e la competizione:

 

“Ogni essere umano nasce innocente, pacifico, amabile… non sa niente della competizione spietata che c’è nel mondo. Ma, prima che la sua pace, il suo amore e la sua fiducia possano diventare una forza ribelle, noi cominciamo a distruggere tutto quello che di bello c’è in lui e lo sostituiamo con tutto quello che di brutto c’è in noi. Questo è quello che i nostri genitori hanno fatto a noi, e noi lo ripetiamo sui nostri figli.

Generazione dopo generazione lo stesso disagio, la stessa malattia, continua a essere trasferita di mano in mano. Con tutte le migliori intenzioni del mondo i genitori, gli insegnanti, i politici, i preti, tutti continuano a imporre ai giovani le idee di competizione, di confronto, di ambizione: preparando ogni bambino alla dura lotta che dovrà affrontare nella vita – in altre parole, alla violenza e all’aggressività.

Loro sanno che se non sarai aggressivo sarai lasciato indietro. Devi affermarti – e affermarti con forza – e devi competere, come se fosse questione di vita o di morte. Questa è la struttura portante del nostro sistema educativo.

I genitori ti danno tutti gli incentivi possibili: “Se sarai il primo avrai un bel premio.” Essere il primo – questo fa onore ai genitori e alla famiglia. Tutti ti insegnano a essere in testa agli altri, a ogni costo. Prima o poi i bambini diventano frenetici, cominciano a correre più forte. Anche se devono far del male a qualcuno per passare avanti, lo faranno. La violenza fa necessariamente parte di una società competitiva.

In una società competitiva non hai amici. Chiunque finge di esserti amico, ma sono tutti tuoi nemici, perché tutti lottano per salire sulla stessa scala. Ognuno è tuo nemico, perché può avere successo e costringerti al fallimento. E presto le persone imparano l’arte di imbrogliare gli altri, cominciano a usare mezzi illeciti, perché questi mezzi ti fanno guadagnare tempo.

Tutta questa società è violenta e tu devi essere ancora più violento, se hai delle ambizioni.

Io voglio un uomo non ambizioso, non competitivo, che non cerchi il potere, che sia un ribelle. Ogni bambino può diventare un simile ribelle: tutto quello di cui ha bisogno è di non essere forviato dalla sua innocenza.

Ognuno ha un ribelle dentro di sé – ma la società è troppo potente. Fa di te un vigliacco, ti fa diventare furbo. Non ti permette di essere autenticamente te stesso. Non vuole che nessuno sia autenticamente se stesso, perché, altrimenti, ci sarebbero ribelli dappertutto.”

 

Osho, tratto da: The Rebel

 

 

 

 

DICIOTTO ANNI, È NEL MONDO SANNYASIN DA QUANDO NE AVEVA SETTE. HA RICEVUTO UN’EDUCAZIONE CHE PARTE DA UN APPROCCIO DIVERSO, VENENDO IN CONTATTO CON LA MEDITAZIONE, COSA CHE LO HA AIUTATO A GETTARE DELLE SOLIDE BASI PER IL RESTO DELLA SUA VITA. IN QUESTA INTERVISTA PARLA DI QUELLO CHE SECONDO LA SUA ESPERIENZA È VERAMENTE DETERMINANTE PER FAR CRESCERE UN RAGAZZO SANO E FELICE.

 

Faruk, quando hai sentito parlare di Osho per la prima volta?

Tutte le sere, mia madre usciva di casa alle sei e ritornava davvero molto felice. Questa situazione mi faceva sorgere molti interrogativi. Volevo sapere dove andasse. E così glielo domandai, e lei chiese a Osho se potevo venire anch’io in Buddha Hall per la meditazione serale. I bambini non erano ammessi, perché potevano diventare irrequieti e disturbare il silenzio. Ma Osho disse che io potevo venire. Tutti mi dissero almeno 50 volte che avrei dovuto stare zitto! Quando entrai fu estremamente facile sintonizzarsi con Osho e il silenzio. Poi Osho raccontò una barzelletta e tutti risero fragorosamente. Mi guardai intorno sorpreso: volevo dire a tutti di stare zitti. Fu qui che per la prima volta mi accorsi che esisteva qualcosa di diverso. All’epoca avevo sette anni.

Una volta eravamo in visita da Osho. Io corsi dentro la stanza e mi nascosi in bagno, allora lui si mise in piedi sulla porta, in modo da non lasciarmi scappare, ma io gli passai rapidamente sotto il braccio. È un ricordo molto dolce quello di aver giocato con lui.

 

Cosa ci dici della tua educazione?

L’anno dopo andai a studiare a Mahabaleshwar [località a poche are da Pune, rinomata per il clima e sede di prestigiosi collegi n.d.t.]. A scuola c’erano 980 bambini, 40 nella mia classe. Avevo un senso come di claustrofobia. Non c’era molta connessione tra i bambini e gli insegnanti. L’atmosfera era piuttosto rigida e competitiva. Non ero felice, e lo dissi a mia madre: insieme decidemmo che sarei andato a Ko Hsuan (una scuola collegata alla Comune), in Inghilterra.

 

Quale fu la tua reazione a questo cambiamento?

Ero il primo indiano ad andare là. Ci volle un po’ di tempo per il reciproco adattamento, ma a poco e poco feci delle amicizie. Era molto diverso dalla vita viziata a cui ero abituato in India. La scuola è composta solo dai bambini e dai professori, che svolgono così ogni mansione: la cucina, la pulizia, i vari lavoretti di manutenzione. Cominciai a prendermi cura di me stesso, apprezzando il senso di responsabilità e d’indipendenza.

 

Com’è una scuola basata sulla visione di Osho riguardo all’educazione?

Ci sono tutte le materie fondamentali (Matematica, Scienze, Inglese), e vengono fatti tutti gli esami accademici previsti dalla legge inglese – e i ragazzi ottengono risultati molto superiori alla media. Ma, a parte questo, hai molta libertà di scelta sulle materie che vuoi studiare. Il bello è che si presta molta attenzione alla musica, all’arte, alla creatività in generale. In una scuola normale non vi vengono dedicate più di due ore alla settimana, mentre da noi erano molte al giorno. E l’attenzione non è tanto sull’essere i migliori, quanto sul dare il meglio di sé: cosa che automaticamente rende più interessante e ricco l’apprendimento. Gli esami vengono trasformati in qualcosa che ti piace. Siccome apprezzo la musica, per il mio esame d’arte ho organizzato un concerto con i miei amici. Ho creato io i poster e la pubblicità, e la cosa si presentava davvero molto bene.

 

Il rapporto tra ragazzi e professori è diverso?

Tutti i professori sono sannyasin, e quindi il rapporto è completamente diverso dalla solita telenovela del povero studente e del cattivone seduto in cattedra. Loro non sono soltanto persone che cercano di riempirti la testa di qualcosa, ma sono anche amici. Sono molto aperti, si prendono cura di te e ti ascoltano. Se a un certo punto un insegnante si sbaglia, puoi immediatamente farglielo notare. Le classi sono senza dubbio più caotiche di quelle in cui esiste una disciplina forzata – dove, nella calma generale, alcuni studenti dormono, altri sognano e altri ancora leggono riviste! Ma i voti che prendiamo sono buoni e ci divertiamo a imparare. Ai ragazzi non viene detto ciò che è giusto o sbagliato: arrivano a scoprirlo da soli.

Tutti i lunedì avevamo la riunione generale della scuola. Iniziavamo col gibberish, o anche ridendo e piangendo (come nella meditazione Mystic Rose). Poi gli adulti (come vengono chiamati i professori) parlavano delle loro riunioni e i ragazzi parlavano di come si sentivano, e di ciò che volevano fare. Siccome i ragazzi erano trattati con rispetto, abbiamo imparato a restituire questo rispetto in modo genuino, come qualcosa che arriva da dentro, senza il peso dell’ipocrisia. E questo a sua volta aiuta ad avere rapporti amichevoli anche coi genitori.

 

Com’era il rapporto dei ragazzi tra di loro?

Eravamo molto vicini gli uni agli altri, tutti quanti, e solidali. Abbiamo condiviso molte esperienze, siamo cresciuti insieme. Tra di noi c’era molto calore umano: se qualcuno per qualche ragione se ne andava, eravamo tutti tristi. I ragazzi più grandi si sentivano protettivi verso quelli più giovani. Non eravamo competitivi gli uni con gli altri, e non vivevamo nessuno degli altri come una minaccia, per cui avevamo lo spazio per volerci bene.

 

La meditazione era parte della tua educazione?

Certo non sedevamo a occhi chiusi cercando di osservare il respiro! Ma qualche volta andavamo insieme a fare la Kundalini o la Nataraj. Nella sala c’era ogni giorno un discorso di Osho, e potevamo decidere di sederci ad ascoltarlo. Ko Hsuan di per sé possiede un’atmosfera molto meditativa. È situata in campagna, lontana da tutto. Tutt’intorno vi sono colline ondulate, boschi e natura.

La nostra meditazione era molto attiva – per dei ragazzi non può essere altrimenti. Avevamo diversi modi di sfogare l’energia, oltre a varie attività più ricreative come l’equitazione, il calcio e il basket – all’aperto o al chiuso – la pallavolo, il tennis, e una grande sala da musica. Ogni sabato, nel nostro campo di basket al coperto, organizzavamo un party, con della buona musica adatta per ballare. Tutto ciò costituiva l’oggetto della nostra meditazione. La possibilità di esprimermi in tanti modi mi ha donato chiarezza, oltre alla capacità di andare dentro.

 

E dopo la scuola cosa hai fatto?

Dopo sono venuto a Pune, ho fatto un po’ di design (a Ko Hsuan avevo frequentato il corso di base) nella Comune e ho anche suonato parecchio. Adesso sto facendo un corso avanzato di grafica su computer.

Poi ritornerò a Ko Hsuan. Non vedo l’ora di rivedere i vecchi amici e suonare con loro.

Per il futuro non ho programmi precisi, ma di sicuro voglio tornare alla mia scuola per insegnare, per restituire qualcosa di ciò che ho ricevuto.

 

        (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

DI MISTICI E MAESTRI

La compassione è l’elemento che distingue i maestri dai mistici: un amore profondo per gli esseri umani che infrange tutte le barriere di spazio e tempo. Anche dopo la morte infatti i maestri continuano a dare sostegno a coloro che li hanno amati.

 

 

 

AMATO MAESTRO, QUANDO HAI RACCONTATO LA STORIA DI GAUTAMA IL BUDDHA CHE, ALLA PORTA DEL PARADISO, ASPETTA L’ULTIMO ESSERE UMANO, HO PIANTO E HO VISTO TE CHE CI ASPETTAVI. VOGLIO CHIEDERTI: ASPETTERAI ANCHE ME? PROPRIO ADESSO STO METTENDOCELA TUTTA PER RISVEGLIARMI, MA CI VUOL TEMPO PER OGNI COSA, CI SARÀ ABBASTANZA TEMPO ANCHE PER ME?

 

Samvedo, quella di Gautama il Buddha che aspetta alla porta del paradiso, finché non entra l’ultimo essere umano, non è solo una storia. Può non essere reale, ma porta un’immensa verità nascosta dentro di sé.

La prima cosa che devi capire è la differenza tra i fatti e la verità. La storia normale tiene conto dei fatti – quello che effettivamente avviene nel mondo della materia, gli avvenimenti. Non si cura della verità, perché quella non accade nel mondo della materia, appartiene al mondo della consapevolezza. E l’uomo non è ancora abbastanza maturo per occuparsi degli eventi della consapevolezza.

Sicuramente si occupa degli eventi che avvengono nel tempo e nello spazio: quelli sono i fatti. Ma non è abbastanza maturo, non abbastanza intuitivo per considerare quello che avviene oltre il tempo e lo spazio – in altri termini, quello che avviene oltre la mente, quello che avviene nella consapevolezza. Un giorno si dovrà scrivere tutta la storia con un orientamento completamente diverso, perché i fatti sono banalità – anche se sono materiali non hanno importanza. E le verità sono immateriali, ma hanno importanza.

Con un nuovo orientamento della storia, in futuro ci si interesserà di ciò che avvenne dentro Gautama Buddha, quando divenne illuminato, e di cosa continuò a succedere, per quarantadue anni, mentre era nel corpo dopo l’illuminazione. E quello che avveniva in quei quarantadue anni, non si interruppe solo perché il corpo morì. Non aveva niente a che fare col corpo, accadeva all’interno della consapevolezza, e la consapevolezza continua. Il pellegrinaggio della consapevolezza è infinito. Così, quello che stava avvenendo nella consapevolezza, all’interno del corpo, continuerà a succedere fuori del corpo. Questo è facile da capire.

Questa dunque è una storia di avvenimenti interiori. Per quarantadue anni Gautama Buddha non fu altro che pura compassione. Non c’era alcuna necessità, per lui, di vivere ancora in questo mondo. Aveva raggiunto tutto quello che la vita poteva dargli, aveva raggiunto i picchi più alti. Ma continuò a lavorare, continuò per quarantadue anni, nonostante la debolezza del corpo, la vecchiaia, la malattia.

La sua compassione era grande. Ai suoi discepoli insegnava: “Prima di diventare illuminati, dovete imparare la via della compassione. Se diventate illuminati prima di aver imparato la compassione, penserete che non c’è bisogno di sostare su questa spiaggia triste, infelice e piena di sofferenze. La vostra barca è arrivata, ha raggiunto l’aldilà – aldilà di tutte le sofferenze, aldilà dell’infelicità. E non è solo una questione di andare oltre la sofferenza e l’infelicità, è un andare nella più profonda beatitudine, nell’estasi eterna.”

Aspettò qui per quarantadue anni insegnando la via della compassione ai suoi studenti, ai suoi discepoli, ai suoi devoti.

Prima che avvenga l’illuminazione… se hai imparato a essere compassionevole, solo allora resterai sulla riva, per aiutare gli altri che soffrono, che brancolano nel buio. Tu facevi parte di quella stessa gente: sono i tuoi fratelli e sorelle. Non vuoi condividere con loro la tua esperienza dell’assoluto, quell’esplosione di luce?

Ora tu sei capace di dare occhi a quelli che sono ciechi. Sei capace di disperdere l’oscurità nella quale hanno vissuto per delle vite intere.

E non c’è fretta, la tua barca può aspettare. Dovrà restare finché sarai pronto per partire. Nessuno ti costringe ad andare immediatamente – per quanto la tentazione ci sia, perché hai lavorato per l’illuminazione solo per andare sull’altra riva… e ora che il momento è arrivato, ritardarlo sembra difficile. Per resistere alla tentazione hai bisogno di un’enorme compassione per quelli che sono ancora ciechi, che soffrono e sono ancora terribilmente infelici.

Per quarantadue anni, nonostante il suo fragile corpo, Buddha continuò a spostarsi di villaggio in villaggio, alla ricerca di quelli che erano pronti a ricevere il dono che aveva portato per loro. È naturale concludere che, anche dopo la morte del corpo, la sua consapevolezza sia ancora pronta ad aiutare quelli che hanno bisogno di aiuto e che sono abbastanza coraggiosi da aprire il loro cuore.

Questa storia simboleggia la compassione di Gautama il Buddha. Questa storia è la storia di ogni grande maestro. Non tutti i mistici sono maestri, sebbene tutti i maestri siano mistici. Un mistico sperimenta il supremo sbocciare del suo essere e scompare nell’eterno, senza pensare una sola volta agli altri che sono rimasti indietro. Il maestro è uno che arriva alla stessa esperienza ma si impedisce di dissolversi nell’eterno, nell’infinito.

Sotto molti aspetti la compassione è anche una specie di attaccamento. È la più pura forma di amore, ma è anche un attaccamento, in ultima analisi. Per mezzo di questo sottile filo di attaccamento, il maestro evita di dissolversi completamente nell’universo. Puoi scomparire solo quando tutti gli attaccamenti, tutti i desideri si sono dileguati. Anche la compassione è desiderio; anche aiutare è un desiderio. E i maestri hanno sempre cercato vie, a seconda delle loro personalità, della loro unicità…

Vi ho raccontato la storia di Ramakrishna. I suoi discepoli si imbarazzavano sempre molto, perché mentre stava parlando di meditazione, estasi, verità assoluta… improvvisamente, nel mezzo del discorso, diceva: “Un momento, torno subito. Sento un odorino delizioso che arriva dalla cucina.” Andava in cucina e chiedeva a Sharada, sua moglie: “Che cosa stai cucinando? Il profumo è così buono che ho dovuto interrompere il mio discorso, non potevo resistere alla tentazione di sapere che cosa stai preparando. L’estasi e dio e altre cose simili – sono cose eterne. Possono aspettare un po’.”

Ma le persone che erano lì ad ascoltarlo si sentivano molto imbarazzate, particolarmente quelle che lo amavano di più – pensavano che quel comportamento non fosse adeguato alla figura di un grande maestro. Avrebbe dovuto aver trasceso tutte quelle cose... e non era neppure al di là del cibo! A tal punto che mentre parla di argomenti elevati, e improvvisamente arriva un profumino, lui si ferma nel bel mezzo di una frase, non la completa neppure! E dice: “Un momento, torno subito!”

Sharada era imbarazzata. Molte volte disse a Ramakrishna: “Non va bene fare così. Stai diventando lo zimbello di tutti.”

Anche i suoi discepoli più intimi lo pregavano di smetterla di comportarsi in quel modo, dato che spesso i visitatori si lamentavano dicendo: “E voi dite che quest’uomo è illuminato? Quest’uomo sembra pazzo! Se è così attaccato al cibo, come sarà rispetto alle altre cose?”.

Ramakrishna ascoltava i consigli di tutti, ma continuava a fare come al solito. Un giorno Sharada cominciò a piangere e a lamentarsi perché a causa sua la gente continua a tormentarla dicendole: “Devi fare qualcosa. Solo tu puoi impedirglielo”. E disse a Ramakrishna: “Cosa posso fare io? Come posso impedirtelo? Al massimo, posso dirti di non farlo. E qualsiasi cosa stia preparando, la preparo per te. Entro mezz’ora la mangerai. Non c’è bisogno di venire in cucina, interrompendo il discorso… e il discorso tratta della realtà assoluta!”.

Vedendo le sue lacrime, Ramakrishna rispose: “A quanto pare vuoi realmente sapere qual è il segreto di questo mio comportamento. Non biasimarmi dopo: io ho continuato a evitare l’argomento, ma c’è un limite a tutto. Ti dirò la verità. Il cibo è l’unica cosa alla quale mi tengo attaccato, altrimenti non potrei restare nel corpo. Questa è la mia strategia. E il giorno in cui mostrerò indifferenza verso il cibo, sappi che resterò qui nel mondo solo per altri tre giorni. Ora sarai soddisfatta, e dillo anche a tutti quelli che sono così preoccupati per questo fatto”.

Nessuno ci credette veramente; pensavano che fosse solo per consolarli, una razionalizzazione. Ma Sharada divenne molto attenta e vigile. Un giorno, quando portò il cibo nella stanza dove Ramakrishna stava riposando… di solito saltava su dal letto e immediatamente guardava nei piatti; “Che cosa hai portato?”; ma quel giorno, quando vide Sharada entrare, le girò le spalle, non saltò su dal letto. Era la prima volta che mostrava indifferenza. Sharada si ricordò quello che le aveva detto pochi anni prima e che tutti gli altri avevano dimenticato.

I piatti le caddero dalle mani, i discepoli accorsero. “Cosa succede?” chiesero.

Lei disse: “Forse voi avete dimenticato, chiamate il dottore immediatamente”. E il dottore disse: “Ha un cancro alla gola e non può vivere più di tre giorni”. E aggiunse: “Sono stupito di come abbia fatto a vivere con questo cancro per tanti anni. Avrebbe dovuto morire molti anni fa; il tumore esiste già da tempo, non è recente”. Ed esattamente dopo tre giorni Ramakrishna morì.

I maestri hanno usato i loro metodi personali per indugiare su questa riva, ed è quasi impossibile comprendere le loro strategie. La gente le capisce solo dopo, quando ormai è inutile.

Mi stai chiedendo, anch’io aspetterò te? Io ti sto aspettando, e continuerò ad aspettarti, sia nel corpo, che fuori del corpo.

Le persone che ho amato, le persone che mi hanno aperto i loro cuori, che si sono avventurate sul pericoloso sentiero della devozione, che hanno camminato sul filo del rasoio – per loro certamente aspetterò per l’eternità.

I mistici che scompaiono immediatamente dopo l’illuminazione, perdono la grande opportunità di sapere che l’illuminazione può essere anche condivisa; e più la condividi, più diventa luminosa, sostanziosa, colma di beatitudine. In questo senso i mistici sono poveri, paragonati ai maestri; ritengono di aver trovato il tesoro, e questo è vero, l’hanno trovato – ma distribuire quel tesoro lo aumenta, lo rende più abbondante.

Aspettare non è un esercizio futile: aspettare è una gioia. E man mano che la gente che stai aspettando continua a infiammarsi di amore, di verità, di luce… non è solo che loro diventano illuminati, ma il maestro continua a diventare sempre più illuminato, per ognuno dei suoi discepoli. È un’esperienza fresca che continua a ripetersi. Con ogni discepolo che diventa illuminato, il maestro diventa di nuovo illuminato. La sua illuminazione si rinnova costantemente, non diventa mai vecchia, appassita. È una storia totalmente diversa, che i mistici si perdono.

Sarò lì ad aspettarti, Samvedo. E non preoccuparti del tempo.

Tu dici: “Sto mettendo tutta la mia energia nel risvegliarmi.” Tu credi di metterci tutta la tua energia – perché, se ci metti davvero tutta la tua energia, non c’è ragione per non risvegliarti. Non che tu mi stia mentendo, tu stai parlando di quella che credi sia tutta la tua energia. Ma tu conosci solo una parte della tua energia, quella che è cosciente. E stai impiegando totalmente solo quella parte, che è un decimo della tua energia totale. Un’energia nove volte maggiore è disponibile nell’inconscio, ed è quella che sta frenando tutto. E quell’energia è nove volte più forte. Così tu stai tentando di tutto…

Nella tua situazione, almeno una volta, ci sono finiti tutti. Hai un incubo, vuoi svegliarti, ci provi con tutte le tue forze: vuoi aprire gli occhi, vuoi muovere le mani, ma gli occhi non si aprono e non riesci a muovere neppure una mano. Per un momento ti sembra di essere paralizzato. Sembra che questo incubo non debba finire mai. Ma tutti gli incubi finiscono. Nonostante ci sia un’energia nove volte maggiore contraria al risveglio… se tu continui a provare, piano piano sempre più energia inconscia si aggiunge ai tuoi sforzi. Nel momento in cui anche solo il cinquantuno per cento della tua energia è per il risveglio, ti sveglierai… non è necessario il cento per cento.

E qualche volta ti è capitato di essere stanco, di aver lavorato sodo ma senza alcun risultato. Lasci perdere l’intero progetto e ti rilassi, e quello che non era successo prima, avviene immediatamente: uno stato di rilassamento è essenziale per il tuo risveglio. Quando fai uno sforzo, sei teso naturalmente, hai fretta. Vuoi che succeda tutto il più presto possibile. Tutte queste tensioni non ti permettono di rilassarti.

Questa storia ti aiuterà...

Per anni Nonno Goldstein era stato testardo e con un pessimo carattere, niente e nessuno riusciva a farlo contento. Poi, in una notte, cambiò carattere. Gentilezza e ottimismo gli brillavano attorno.

“Nonno,” chiese il nipote “che cosa ti ha fatto cambiare così improvvisamente?”

Be’, figliolo,” disse il vecchio. “Ho lottato tutta la vita per avere una mente tranquilla e serena e non mi ha portato niente di buono. Così ho deciso di accontentarmi di quella che avevo.”

Aveva semplicemente smesso di sforzarsi. Stava cercando di avere una mente tranquilla, serena, e questo lo rendeva irascibile, irritato, perché tutti disturbavano la possibilità e la speranza di ottenerla. Ma il giorno in cui decise di farne a meno, si rilassò e improvvisamente scoprì l’appagamento.

Tu dici: “Per tutto ci vuole tempo”.

Non è vero. Per tutto ci vuole tempo, tranne che per l’illuminazione. È l’unica eccezione e deve essere un’eccezione. Perché qualsiasi altra cosa appartiene al mondo. L’illuminazione è un raggio che viene dall’aldilà. Non ha bisogno di tempo. Ci vuole tempo per imparare che tutti gli sforzi sono inutili, perché ogni sforzo ti rende teso e, in uno stato di tensione, l’illuminazione non può avvenire. Il rilassamento è assolutamente necessario. Se puoi rilassarti in questo momento, non è necessaria altra condizione. L’aldilà si aprirà improvvisamente e una pioggia di fiori comincerà a scendere su di te.

Così avvenne allo stesso Gautama il Buddha. Aveva lottato così duramente… forse come nessun altro, in tutta la storia dell’uomo, ha mai lottato. Per sei anni, si concentrò su una cosa sola, una meta, facendo tutto ciò che era raccomandato nelle sacre scritture. Quasi distrusse il suo corpo praticando quei difficili metodi, quelle discipline: sono tutti una specie di tortura, e lui si torturò da solo. Era un uomo con una mente totale – se voleva fare una cosa, non era il tipo che si faceva sconfiggere, la faceva – e quella divenne la barriera.

Quando nacque gli astrologi avevano dichiarato che, o sarebbe diventato l’imperatore di tutto il mondo, o sarebbe diventato un illuminato. Avrebbe potuto diventare l’imperatore di tutto il mondo senza grande difficoltà. Era un uomo di potere, di concentrazione, di intelligenza. Ma aveva scelto di diventare illuminato. E lottò per quello, nello stesso modo in cui devi lottare se cerchi di conquistare il mondo – e questo fu il suo fallimento.

Poi, in una notte di luna piena, quella che c’è stata proprio pochi giorni fa – la stessa luna piena, lo stesso mese – lasciò perdere ogni sforzo. Vedendone la futilità, vedendo che non succedeva niente… qualsiasi cosa facesse falliva. Prima aveva rinunciato al mondo, e ora rinunciava a ogni spiritualità, rinunciava anche all’altro mondo. Dormì del tutto rilassato, per la prima volta in sei anni. Non c’era più niente da fare, nessuna tensione, nessun sogno, nessun desiderio, era finito tutto.

Quando si svegliò il giorno dopo, di mattina presto, l’ultima stella stava scomparendo dal cielo. Aprì gli occhi, vide che l’ultima stella stava scomparendo e, sorprendentemente, sentì che con quell’ultima stella che scompariva, scompariva anche lui. Quello che lui stava cercando era arrivato quando non l’aspettava, quando aveva già abbandonato l’intero progetto. Ma ora si trovava nella posizione giusta.

L’illuminazione non ha bisogno di tempo. Non è un fenomeno che accade nel tempo. Avviene in un attimo.

E tu mi chiedi: “Ci sarà abbastanza tempo anche per me?”. Il tempo è più che sufficiente. Il tempo è eterno, c’è sempre tempo. Eppure non c’è assolutamente bisogno di tempo.

L’esistenza ti concede però tanto tempo, quanto ne vuoi. Ti elargisce milioni di vite, con la fiducia e la speranza che un certo giorno, in un certo momento, tu sarai nella giusta sintonia e la musica eterna discenderà su di te.

Dunque non c’è niente da preoccuparsi. Non essere precipitoso, non avere fretta. La meditazione dovrebbe essere uno sforzo senza sforzo, molto paziente e privo di fatica: senza tensione, senza il desiderio che l’illuminazione avvenga velocemente, perché queste sono barriere. Dovresti semplicemente goderti la meditazione, perché preoccuparti dell’illuminazione? Verrà quando il tempo sarà maturo, non sono fatti tuoi.

Medita, divertiti, canta, danza, siedi in silenzio, rilassati. Ogni volta che sei centrato, ogni volta che sei rilassato – e non sai in quale momento, in quale situazione, le stelle ti saranno favorevoli… L’illuminazione avviene all’improvviso. Non è un processo graduale, non arriva a rate. Non è che devi diventare un pochino illuminato, poi un altro po’. Improvvisamente ti illumini, non è un processo.

Ma io certamente ti starò aspettando. Con quelli che mi hanno amato, con quelli che hanno ricevuto il mio amore, io ho preso un impegno. Farò di tutto per restare nel corpo, e farò di tutto – anche dopo aver lasciato il corpo – per essere continuamente intorno a te. Tu non riuscirai a vedermi, ma io potrò vedere te. Ricordati solo questo: non deludermi.

L’illuminazione avviene quasi come una goccia di rugiada che evapora improvvisamente nel sole del mattino. Solo un momento prima era lì, così bella sulla foglia di loto, più bella di qualsiasi perla. E solo un attimo dopo non si trova più. Il sole è sorto e la goccia di rugiada è scomparsa.

 

Osho, tratto da: The Rebel, # 27

 

        (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

HO VISTO IL FUTURO E...

NON È AMERICANO!

di Subhuti

Si dice sempre che gli Stati Uniti sono avanti di anni rispetto all’Italia, e che noi prima o poi faremo nostro tutto ciò che oggi fa tendenza in America. In altre parole l’America di oggi in molte cose è il nostro immediato futuro. Ecco quindi l’importanza di osservare attentamente gli orientamenti della società americana per riuscire a capire meglio ciò che bene o male diventerà o è già diventato un trend anche in Italia e per non farsi coinvolgere troppo da un’onda collettiva che non sa bene dove sta andando, ma nonostante ciò ci va con forza e determinazione.

 

 

Mentre il secondo millennio scivola via e il mondo scruta ansiosamente l’alba del terzo, chiedendosi semplicemente quanto buona o cattiva sarà la vita nei prossimi mille anni, io ho una notizia sconcertante: ho visto il futuro… e non è americano.

Come potete immaginare, ho esitato prima di rivelare questa shoccante novità a un pubblico ignaro. Dopotutto, il mondo è il giocattolo dell’America. L’economia del libero mercato, praticamente inventata a Wall Street, è divenuta il brillante modello globale dello stile di vita moderno. Il sistema politico democratico, apparentemente sperimentato in Inghilterra, ma di fatto creato dai ribelli che scrissero la Costituzione degli Stati Uniti, viene ora considerato l’unica forma di governo umanitaria.

In più, il sacro diritto delle industrie americane d’invadere il pianeta con Coca Cola, Big Mac, jeans Calvin Klein, cartoni animati di Disney, canzoni di Madonna, film di Leonardo di Caprio e quant’altro, non viene messo in dubbio da nessuno; nemmeno da quelle cariatidi dei marxisti–leninisti–maoisti del governo cinese.

Com’è possibile, allora, che il nostro futuro sia così ingrato e scortese da volgere le spalle a tutti i doni elargiti dallo zio Sam? La risposta, signore e signori, è la meditazione. La meditazione è il futuro, e la meditazione, non c’è alcun dubbio, non è americana. Sedersi in silenzio, non fare nulla e concentrare l’attenzione sul terzo occhio potrebbe non essere così pericoloso come possedere una tessera del Partito Comunista negli anni ‘50; ma di una cosa sono certo, che il compianto senatore Joe McCarthy, il flagello dei sinistrorsi, dei socialisteggianti e dei devianti sociali, avrebbe considerato la meditazione come profondamente sovversiva dell’ “American Way of Life”.

E, per una volta nella sua vita, il demagogico senatore avrebbe avuto ragione.

Date un’occhiata, se non l’avete già fatto, alle impressioni di Yogendra su New York City, nelle pagine seguenti; date un’occhiata al terribile senso di fretta e urgenza che pervade la Grande Mela. Dove sta andando questa gente? Cosa sta inseguendo con tanta velocità e in modo così unidirezionale?

Ma è ovvio, la felicità: quel grande e degno obiettivo inciso a caratteri d’oro nella Dichiarazione d’Indipendenza come il diritto e il privilegio di ogni uomo.

Tuttavia, c’è un piccolo problema. Dopo aver zelantemente inseguito quest’obiettivo per più di duecento anni, non c’è il minimo segno che gli americani vi si siano avvicinati. Anzi, sembrano più stressati, infelici e frustrati che mai.

La cosa non meraviglia, perché in realtà – come Osho mette in rilievo nelle pagine successive – la felicità, per sua stessa natura, non può essere perseguita. Perché? Perché non sta là sugli scaffali del supermercato, come un bene che attende di essere agguantato. Sta qui, dentro di noi, in attesa di essere rinvenuta nei nostri cuori e nelle nostre menti.

Naturalmente, questa qualità interiore reagisce a stimoli esterni – chiedi un appuntamento a una bella ragazza e vedi cosa accade se dice sì – ma essenzialmente si tratta di uno stato naturale, accessibile a ogni essere umano in qualsiasi circostanza.

Le implicazioni sono profonde, perché se gli americani scoprissero che la felicità va trovata «qui e ora» e non «là e allora», tutta la loro cultura subirebbe un crollo catastrofico; o magari un’apertura.

Pensate che stia esagerando? Riflettete un momento: l’obbligo di migliorarsi è la vera linfa del sogno americano. Un ragazzo qualsiasi può diventare il presidente della più grande nazione del mondo, un giovane che lavora in un giornale può diventare miliardario, una segretaria può diventare una star. Dai programmi per bambini alle TV commerciali, agli slogan dell’esercito, il messaggio è lo stesso. Puoi farcela. Puoi arrivare. Basta che ti sforzi.

Ma se il là fosse davvero qua, se realmente non ci fosse alcun posto dove andare, allora il motore made–in–Detroit che guida la macchina americana verso l’appagamento in qualche futuro dorato – è proprio dietro l’angolo, gente – comincerebbe a perdersi nelle sue stesse emissioni.

Non siete convinti? Guardatela così: l’America, come nessun altro paese in precedenza, ha sostenuto la crescita dell’ego individuale. Naturalmente, coloro che hanno successo devono indossare una maschera di modestia: un presidente appena eletto deve chinare la testa in segno di rituale gratitudine per i suoi elettori, un vincitore di premio Oscar deve ringraziare tutti, dal regista a sua madre. Ma che tu sia Oprah Winney, O.J. Simpson o semplicemente la segretaria preferita del presidente, avverti l’ossessione nazionale del culto per la fama e la personalità.

La meditazione invece porta brutte novità ai cittadini americani intenti a lustrare l’ego: il premio finale dell’appagamento interiore non si ottiene ingigantendo l’io, bensì dissolvendolo; il “sé” che noi conosciamo si deve dissolvere nel “non sé” di cui parla Gautama il Buddha.

Questa, come potete immaginare, è una prospettiva completamente non americana. L’obiettivo della manualistica newage su come migliorare se stessi così in voga in America è una costante riprogrammazione della mente – cambiando idee e atteggiamenti – per creare un’immagine di sé più accettabile, luminosa e brillante.

Lo Zen, d’altro canto, getta un secchio d’acqua fredda su questo approccio: non sprecare tempo armeggiando con la mente; abbandonala semplicemente e trova il tuo essere.

Come farlo? Con la meditazione.

C’è ancora una cosa, che quasi non ho il coraggio di menzionare, perché colpisce il cuore stesso dell’America: il mito dell’amore eterno. La macchina dei sogni hollywoodiana, tessitrice di favole moderne, martella il suo messaggio praticamente in ogni film: l’amore è l’esperienza umana suprema, il vero amore non muore mai, da qualche parte là fuori c’è un’anima gemella fatta su misura per te, e insieme realizzerete il vostro destino.

La gente comune, ahimé, deve rassegnarsi alla realtà: l’amore va e viene, una grande passione si raffredda in una noiosa convivenza, i cuori teneri vengono dilaniati dal dolore del tradimento, del divorzio e della separazione.

Solo gli illuminati sanno che la fragranza dell’amore non può raggiungere l’altro fino a quando non è fiorita dentro di sé, fino a quando non ami e non accetti sinceramente te stesso, per quello che sei davvero, nella tua solitudine.

Come farlo? Avete indovinato... con la meditazione.

Gli americani scopriranno la meditazione nel terzo millennio? La mia ipotesi è… sì, e, strano a dirsi, questo avverrà attraverso sforzi ancora più duri e corse ancora più frenetiche di adesso. Presto o tardi si stancheranno, si arrenderanno esausti, si sederanno, si rilasseranno e berranno una tazza di tè…

Allora potrà cominciare la vera rivoluzione americana.

 

        (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

EHI AMICO, DOVE VAI COSÌ DI FRETTA?

di Yogendra

Le riflessioni di due meditatori su New York City

 

 

Dopo aver passato molti anni alla Osho Commune di Pune, nella quale ho imparato a usare il lavoro come tecnica di meditazione, recentemente ho avuto l’opportunità di soggiornare a New York. E non ho potuto fare a meno di notare l’atteggiamento che hanno verso il lavoro gli abitanti della metropoli più dinamica e indaffarata del mondo.

La prima cosa che ho notato è che a New York tutti hanno fretta. Questo fenomeno mi è balzato agli occhi il primo lunedì mattina dopo il mio arrivo. Stavo camminando lungo una strada del centro, quando in una vetrina ho visto esposti quattro o cinque cuccioli di razza diversa. Stavano litigando, come fanno tutti i cuccioli, e io mi sono fermato a guardarli giocare.

Era un’esperienza così spassosa che mi sono girato per vedere se qualcun altro si stesse divertendo come me. Con mia sorpresa, non c’è stato uno che abbia rallentato, figuriamoci poi che si sia fermato. Al contrario, nessuno gettava un’occhiata nella nostra direzione. Il contrasto con la mia esperienza a Pune era molto forte: lì, camminando per la Comune, scorgi spesso persone impegnate in qualche attività, o lavoro, che hanno sempre il tempo di apprezzare il momento presente: salutare un amico, osservare una mangusta correre attraverso il sentiero, ascoltare il canto di un uccello, sedersi per un caffè

Le sensazione di divertimento e rilassamento è sempre presente, e il lavoro procede ugualmente. Anzi, come ho scoperto per me, acquista una qualità di riposo e rilassamento – non soltanto durante le pause – che ha rivoluzionato ogni mio concetto sull’«etica del lavoro». In questo modo, lavoro e rilassamento non sono separati.

In netto contrasto, nelle stazioni della metropolitana di New York la gente cammina incessantemente fino al termine della piattaforma, spiando i tunnel in cerca del prossimo treno, come se in qualche modo il solo guardare affrettasse il suo arrivo. I treni, a ogni modo, arrivano ogni 3 minuti!

Durante la mia permanenza, mi è diventato sempre più chiaro che i newyorkesi possiedono poco l’abilità, o capacità, di rilassarsi dentro di sé nel corso delle attività quotidiane. Qui l’intera cultura è ispirata dalla fretta, che a sua volta appare radicata nella paura: paura di far tardi all’appuntamento, paura di non portare a termine il lavoro, paura di non realizzare gli obiettivi…

Ed è proprio alla paura che viene attribuita la responsabilità di gran parte del successo del modello aziendale americano. Secondo Andy Grove, il direttore di Intel, una delle più grandi aziende mondiali, il suo successo è dovuto in larga misura alla paura della competizione sul mercato.

Come corollario, il business viene spesso paragonato a una guerra, dove ogni compagnia tenta di «schiacciare» il rivale per avere successo. È sufficiente seguire il processo sull’antitrust contro la Microsoft, costantemente sulle prime pagine dei giornali americani, per udire questo linguaggio di distruzione. Con la sua filosofia che mira ad annientare gli avversari, la Microsoft è diventata l’azienda di maggior successo nel mondo.

Una domanda che merita di venire posta è: “Ne vale la pena?” Questa dedizione assoluta al successo economico, soddisfa la sua promessa implicita, cioè la felicità dell’individuo, o semplicemente lo inserisce in un processo infinito di obiettivi sempre maggiori, rinviando continuamente l’istante dell’appagamento?

Ancora più significativa la storia che mi ha raccontato un amico che studia filosofia alla Columbia University di New York. Nel corso di una lezione di religione, egli osservò che era un peccato che l’Occidente non avesse prodotto fiori di consapevolezza simili a Gautama il Buddha o Lao Tzu.

Con sua sorpresa, il professore di religione si arrabbiò molto a questa affermazione, e rispose sostenendo che in realtà l’Occidente ha conquistato il mondo. Come se conquistare il mondo potesse in qualche modo compensare la mancanza nella cultura occidentale di consapevolezze illuminate! E ciò da un professore di religione!

Questo mi conduce a un’altra considerazione: una delle cose che ho imparato come discepolo di Osho è che la meditazione è per sua natura una qualità femminile. Essa richiede una certa passività, una certa ricettività, la capacità e la volontà di dissolvere l’io individuale nell’oceano di consapevolezza che ci circonda.

Questo non vuol dire che solo le donne possono meditare. La «femminilità» non è una qualità esclusiva della metà femminile della nostra specie; in realtà, a New York, la maggior parte delle donne che ho incontrato sembrano più maschili degli uomini. Simili al ritratto umoristico di donna single, madre e lavoratrice messo in scena dall’attrice Michelle Pfeiffer nel film “Un giorno per caso”, esse sentono di dover essere molto aggressive per emergere in un mondo maschile, e i loro sforzi sono ancora più determinati di quelli degli uomini. Né vuol dire che l’uomo deve rinunciare alle sue qualità maschili: prospettiva questa che alla maggior parte dei maschi americani provoca brividi d’orrore, oltre a far seppellire il naso nel giornale più vicino, o in una partita alla TV. Si tratta semplicemente di trovare il giusto equilibrio. Non è un «o/o», bensì la possibilità di un «e/e».

Vorrei aggiungere che la mia visita a New York è stata un’esperienza molto bella. Ho scoperto una ricchezza di talento e creatività che è semplicemente meravigliosa. Ma sento anche che c’è una carenza di qualità femminili e di senso di rilassamento, due elementi che aggiungerebbero molto alla qualità generale della vita a New York. E da qualche parte i newyorkesi avvertono il vuoto lasciato da questa mancanza. Forse è per questo che così tante storie d’amore hollywoodiane sono ambientate a New York. Penso a tre recenti film con Meg Ryan, ai capolavori di Woody Allen, agli Oscar vinti da Jack Nicholson e Helen Hurt per le loro interpretazioni in “Qualcosa è cambiato”.

Perché una visione tanto romantica di una città così spietata? Forse, sotto la sua corazza protettiva, l’abitante di New York ha una segreta nostalgia per il lato delicato e femminile della sua natura. Il dubbio è che l’effetto calmante di un film romantico si dissolva dopo poche ore, e al mattino seguente egli si ritrovi nel mezzo della sua mentalità frenetica. L’effetto della meditazione dura invece considerevolmente più a lungo.

 

        (ritorna al SOMMARIO)

 

 

Zorba il Buddha a Manhattan

di Sarito

 

Sono le otto del mattino e tutti intorno a me sono seduti con gli occhi chiusi. Facce dai colori che sfumano dal cioccolato scuro, al caffè, all’olivastro, all’avorio – donne e uomini, vecchi e giovani e di mezz’età, silenziosi e immobili.

Improvvisamente una voce irrompe nella quiete, acuta e nitida, come lo scoppio del tuono in un temporale:

“Prossima fermata 51esima strada. Trasferimenti possibili ai treni E, F e N. 51esima strada è la prossima.”

È la mia fermata e i miei quotidiani sette minuti di meditazione sotterranea sono quasi finiti. Mentre il treno sbanda e stride nella frenata, mi faccio strada verso la porta più vicina, mezzo trasportata dai corpi che improvvisamente si agitano e spingono, premendo contro il mio. Per un momento un gomito aguzzo si infila nel mio braccio e subito si ritira scusandosi.

“Prima lasciate uscire. Lasciate uscire la gente, prima di salire sul treno.”

Pressato contro il muro dei passeggeri in attesa, il fiume di corpi si separa in unità individuali, di lunghezza giusta per passare attraverso il cancelletto ruotante e poi confluire di nuovo in cerca di luce e aria di superficie. Certe mattine mi lascio scivolare in uno spazio magico in questo fiume; divento una bolla che fluttua nell’acqua, trasportata dal fiume, una piccola bolla trasparente con dentro un segreto invisibile. Stamattina la bolla è rimasta impigliata in un mulinello, dietro una donna anziana con le caviglie gonfie e pratiche scarpe dalla suola di gomma, che si sta facendo strada faticosamente e lentamente, su per le scale. Rallento, resto dietro di lei; in qualche modo mi tocca il cuore e mi vedo come uno scudo intorno a lei, che le garantisce il permesso, che le concede di metterci il tempo che vuole in questa corrente frettolosa.

Amo la città. La forza pura della sua follia, del suo rumore e della sua fretta, provoca in me una centratura non comune e una vigilanza, come se manovrassi un kayak lungo le rapide. L’unico modo per procedere è cooperare, buttarsi a capofitto, occhi ben aperti, ogni senso allerta.

Sulla bilancia Zorba–Buddha, io sono sempre scivolata verso il piatto di Buddha, a tal punto che il Maestro, nel discorso di iniziazione, sentì di dovermi ricordare (in modo piuttosto severo, pensai) che essere “distaccati” non voleva dire non godersi la vita. Essendo un numero cinque (di picche!), secondo l’enneagramma, ho introiettato il modello del “Buddha non illuminato” – e questa città caotica mi sembra proprio l’antidoto giusto per il mio eccesso di introversione e di studiato distacco.

Da quando sono qui ho imparato a dire esattamente quello che voglio – o che non voglio – senza mezzi termini, per concludere affari al telefono in maniera soddisfacente o per far sorridere alle mie battute anche il più scontroso e stanco commesso di drogheria. Tutti talenti che non speravo più di poter padroneggiare in questa vita. Ordino pane integrale in panetteria e mi capiscono, senza dover ripetere, vado a sedermi da sola a un tavolino in un caffè, parlo con sconosciuti nell’ascensore. Mi meraviglio di me.

Ma… e la meditazione? Sto forse seguendo un movimento del pendolo tra introversione ed estroversione, intrappolata nell’ingannevole dualismo della mente? Quante volte, nel mese scorso, ho fatto la Dinamica, o la Kundalini, o mi sono anche soltanto seduta a guardare i miei pensieri, per una certa quantità di tempo al giorno? Ecco la risposta. Secondo lo stile cittadino lavoro dieci ore al giorno o anche di più, e torno a casa o per sedermi come un vegetale davanti alla televisione, o per lavorare ancora. Faccio lunghe passeggiate in campagna nel silenzio della natura? Quasi mai. Ma sto cercando di persuadere il nasturzio che è nel vaso sul mio balcone ad arrampicarsi sulla ringhiera e attutire così la vista dell’edificio dall’altra parte della strada.

Sotto molti aspetti sono fortunata – lavoro con altri sannyasin, e due volte la settimana ci tratteniamo la sera in ufficio e ci sediamo insieme attorno a un video di Osho. È una disciplina che non manca mai di pulire profondamente la mente che, probabilmente per questo, tenta sempre di dirmi che è troppo stanca e che preferirebbe piuttosto andare a casa. Un paio di settimane fa Miten e Premal sono passati di qui e ho avuto la benedizione di potermi immergere nel silenzio e nella musica. Non solo una volta, ma due volte in tre giorni – un intenerimento del cuore che mi ha ricordato quanto duro potrebbe diventare se mi dovessi innamorare troppo della mia competenza cittadina appena scoperta.

Nel frattempo ci sono molte opportunità, come i miei sette minuti di meditazione sotterranea – solo per osservare, solo per fluire, solo per essere, per trovare il centro del ciclone. Zorba il Buddha nello stile di Manhattan, il vecchio vagabondo, ha trovato casa. Persino il tipo che vende ciambelle all’angolo della 50esima strada con Lexington Avenue mi conosce abbastanza bene da preparare il mio pacchetto prima ancora che parli – di quale altra prova ho bisogno?

 

        (ritorna al SOMMARIO)

 

 

La ricerca della felicità

 

Tutti inseguiamo la felicità. Questa ricerca è persino inclusa, quale diritto inalienabile del cittadino, nella Costituzione degli Stati Uniti, che anche in questo campo sono diventati il paese guida del resto del mondo. Osho ci mette in guardia su alcuni fondamentali equivoci che rendono questa ricerca sempre più frenetica e frustrante.

 

 

Esiste un’arte della felicità?

 

Il libro del Dalai Lama “L’arte della felicità” è sulla lista dei bestseller del New York Times da parecchi mesi. Scritto in collaborazione con uno psichiatra americano, il libro è rivolto specificamente al lettore occidentale, per fornirgli risposte ai normali problemi della vita quotidiana.

Il leader spirituale dei tibetani afferma che la felicità è lo scopo della vita, spiega come lui stesso ha raggiunto la serenità e offre consigli per ottenere la stessa pace interiore.

Secondo il Dalai Lama, la vera felicità si sviluppa e si mantiene attraverso un allenamento della mente, usando diversi metodi di autodisciplina, identificando quali sono i fattori che creano sofferenza ed eliminandoli gradatamente, coltivando invece quelli che apportano felicità.

 

Osho commenta:

C’è solo una cosa che può trasformare ed è andare al di là della mente, al di là del pensiero, e arrivare a uno spazio in cui il cielo è assolutamente sgombro dalle nuvole. A quel punto non sorgono più domande e nessuna risposta è necessaria.

La gente pensa che Gautama il Buddha, Mahavira, Zarathustra o Lao-Tzu abbiano trovato la risposta. Si sbagliano. Hanno perso entrambe: domanda e risposta. Hanno trovato un silenzio indisturbato sia da domande che da risposte.

Quando l’ho detto ai lama buddhisti tibetani, sono rimasti shoccati perché pensavano che Gautama il Buddha avesse trovato la risposta. Ho detto loro: “Se trovi la risposta, sei ancora all’interno della mente, sei ancora molto vicino alla domanda”. Gautama il Buddha è andato oltre la domanda e la risposta. Ha trovato il silenzio, indistruttibile.

La filosofia trova risposte, la vera religione trova uno stato che va molto oltre domande e risposte. Queste sono infantili, sono come giocattoli per bambini. La mente è estremamente furba. Usa le tradizioni, usa le religioni e le filosofie, e solo per sopravvivere. Ti dà ogni genere di domande e quindi di risposte, per sopravvivere. Ma qualsiasi questione sollevata dalla mente è futile tanto quanto qualsiasi risposta trovata dalla mente.

La mente è un esercizio in pura futilità.

Solo pochissime persone al mondo sono state in grado di realizzare la verità che la mente è l’unico nostro problema.

Se possiamo andare al di là della mente, verso il silenzio, in un silenzio completo e profondo, assolutamente indisturbato, nemmeno da un accenno di pensiero, allora abbiamo trovato non la risposta, ma qualcosa di esistenziale, una trasformazione, una mutazione, una rivoluzione in noi stessi che distrugge ogni domanda e risposta, e ci lascia in totale serenità, in grandiosa beatitudine.

La meditazione non è che l’annichilimento della mente.

La meditazione non è un allenamento della mente: la meditazione è la fine della mente.

Vivere aldilà della mente non vuol dire che non puoi adoperarla. Al contrario solo chi vive aldilà è in grado di usare la mente come uno strumento. La mente continua a torturare chi non ne è andato aldilà, è un incubo. Egli non può usare la mente perché non è al di sopra di essa.

Sii un testimone della mente.

Nel tuo testimoniare, l’aldilà ti aprirà le porte.

 

Tratto da: The Golden Future

        (ritorna al SOMMARIO)

 

 

Chi la cerca non la trova …

 

Prova a cercare la felicità e di sicuro non la troverai.

Sono in disaccordo con Gesù Cristo su molti punti, anche su punti che sembrano molto innocenti, e per questo sembra che io sia molto duro. Gesù dice: “Cerca e troverai. Chiedi e ti sarà dato. Bussa e ti sarà aperto.” Non sono d’accordo.

I pazzi che scrissero la costituzione americana furono certamente influenzati da Gesù Cristo – è naturale, erano tutti cristiani. Quando parlarono di “ricerca della felicità”, consciamente o inconsciamente, dovevano avere in mente le parole di Gesù: “Cerca e troverai”.

Ma io ti dico: cerca e sicuramente non troverai mai.

Non cercare ed ecco che è là, davanti a te.

Smetti semplicemente di cercare e la troverai, perché per cercare devi fare uno sforzo della mente, mentre non cercare vuol dire essere rilassato. E la felicità è possibile solo se sei rilassato.

Un ricercatore non è rilassato. Come può esserlo? Non può permettersi il rilassamento. Sarai sorpreso se ti guardi intorno, troverai gente di paesi poverissimi che è più contenta. Il maggior numero di persone infelici si trova negli Stati Uniti. È una cosa strana. In America la ricerca della felicità è un diritto di nascita. Non si trova in nessun’altra costituzione al mondo…

Questo è il problema. La felicità avviene. Non puoi organizzarla, costruirla, non puoi procurartela.

La felicità è qualcosa al di là del tuo sforzo, oltre te.

Ma mentre stai semplicemente scavando una buca nel tuo giardino, se sei totalmente assorbito nel tuo lavoro, se hai dimenticato tutto il mondo, te compreso – ecco la felicità!

La felicità è sempre con te.

Non ha niente a che vedere con lo scavo di una buca nel giardino.

La felicità non ha niente a che vedere con nessuna cosa.

È semplicemente il tuo modo di stare al mondo, senza aspettative, rilassato, a tuo agio. E la felicità c’è semplicemente, non è che viene e va. È sempre là, proprio come il respiro, il battito del cuore, il sangue che circola nel corpo.

Ma la mente americana ha una sua idea a proposito, così in ogni campo – politica, affari, religione – vuole arrivare. Gli americani stanno sempre andando da qualche parte, e vanno veloci, perché, se si tratta di andare, allora perché non farlo velocemente? E non chiedere dove stai andando – perché nessuno lo sa.

Una cosa è certa, stanno andando a tutta velocità, con tutta la velocità che riescono a tenere, che riescono a raggiungere. Di che altro c’è bisogno? Stai andando, stai andando a tutta velocità: stai affermando il tuo diritto di nascita.

Così gli americani passano da una donna a un’altra donna, a un’altra donna, a un’altra ancora; da un uomo, a un altro e ancora a un altro; da un’attività a un’altra attività; da un lavoro a un altro lavoro – alla ricerca della felicità. E stranamente sembra sempre che sia lì e che qualcun altro se la stia godendo, così cominci a inseguirla. E quando anche tu arrivi, la felicità non c’è più.

 

Tratto da: From Personality to Individuality

 

 

La mente smaniosa

 

La mente smaniosa di arrivare, non sarà mai beata, sarà sempre tesa. E quando raggiunge qualcosa, la mente ambiziosa si sentirà frustrata, perché ora dovrà inventarsi nuove mete. È ciò che succede in America. Molte delle mete del secolo scorso sono state raggiunte, così ora l’America si trova in uno stato di profonda frustrazione.

Tutte le mete dei fondatori che crearono l’America e la costituzione americana sono state quasi raggiunte. In America la società è diventata opulenta, per la prima volta nella storia dell’umanità. Sono quasi tutti ricchi. Il povero dell’America è il ricco di qui, dell’India.

Le mete sono state quasi raggiunte – che fare ora? La società è diventata ricca: il cibo è assicurato, la casa pure, quasi tutti hanno un’automobile, una radio, un frigorifero, la televisione – ora, che fare? Ci si sente profondamente frustrati, bisogna trovare altre mete. E sembra che non ce ne siano. Invece di una macchina, ne puoi avere due – un garage con due macchine è diventato una meta – o puoi avere due case, ma a questo si arriverà in una decina d’anni. Qualunque sia la meta, può essere raggiunta. Dopo di che la mente ambiziosa si sente frustrata. Cosa fare a questo punto? Ha di nuovo bisogno di una meta, e se la deve inventare.

Così l’intera economia americana ora dipende dalla creazione di nuove mete. Date mete alla gente – è questo che la pubblicità e il sistema pubblicitario stanno facendo. Create mete, seducete la gente: “Ora questa è la meta! Devi avere questa cosa, altrimenti la vita è senza scopo!”. E la gente comincia a correre, perché ha una mente ambiziosa. Ma dove porta tutto questo? Porta a un numero sempre maggiore di nevrosi.

Solo una mente priva di ambizione può trovare pace.

 

Tratto da: Vedanta: Seven Steps to Samadhi

 

 

Divertimento o Gioia?

 

Di solito, quello che credi sia gioia, non è gioia; al massimo è divertimento. È solo un modo per evitare di stare con te stesso. È un modo per intossicarti, per essere immerso in qualcosa, così puoi dimenticare la tua infelicità, le preoccupazioni, l’angoscia, l’ansia.

Così si pensa che qualsiasi divertimento sia gioia – non lo è. Qualsiasi cosa che venga dall’esterno, non è gioia, non può esserlo. La gioia nasce dalla profondità del tuo essere. È una cosa assolutamente indipendente – indipendente da qualsiasi circostanza esterna. E non è una fuga da se stessi; in realtà è un incontro con se stessi. La gioia nasce solo quando sei arrivato a casa.

Poiché sei senza gioia, cerchi il divertimento. Uno dei più grandi romanzieri russi, Gorky, si trovò a visitare l’America e gli furono mostrate tutte le cose che gli americani hanno inventato per divertirsi, per evadere da se stessi. L’uomo che conduceva il tour e che gli stava mostrando tutte quelle cose, sperava di farlo molto felice, ma più gli mostravano queste cose, più Gorky sembrava infelice e triste.

Così che la guida gli chiese: “Cosa c’è che non va? Non riesce a capire?”. E Gorky disse: “Riesco a capire benissimo, ecco perché sono triste. Questo paese deve essere privo di gioia, altrimenti non avrebbe bisogno di tanti divertimenti”.

Solo una persona senza gioia ha bisogno di essere intrattenuta. Più il mondo diventa privo di gioia, più abbiamo bisogno di televisione, film, Hollywood e mille altre cose. Abbiamo sempre più bisogno di alcol, sempre più bisogno di nuove droghe – solo per evitare l’infelicità in cui ci troviamo, solo per non affrontare l’angoscia in cui siamo immersi, solo per dimenticare tutto, in qualche modo. Ma dimenticando non si raggiunge alcunché.

 

Tratto da: This is it

        (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

 

IL CORPO È UNO SPECCHIO

In questa intervista, Anubuddha, che da vent’anni lavora nel campo del massaggio terapeutico, racconta la sua esperienza di quando si è trovato a fare una serie di trattamenti di massaggio a Osho: un viaggio alla scoperta del tipo di rapporto che un buddha ha con il proprio corpo.

 

 

Quando hai visto Osho per la prima volta?

Nel 1976, quando lui era già a Pune. L’anno prima avevo conosciuto alcuni sannyasin e avevo iniziato a praticare le sue tecniche di meditazione, e così, in un certo senso, avevo iniziato ad avvicinarmi a lui. Da tempo speravo di riuscire a trovare un maestro che mi aiutasse nella mia vita spirituale e quando scoprii cosa diceva Osho e in cosa consistevano le sue meditazioni ne fui colpito profondamente. Iniziai ad approfondire questa esperienza che divenne così il vero amore della mia vita.

 

Lavoravi già come fisioterapista prima di incontrare Osho?

Non proprio, avevo qualche nozione di fisioterapia soprattutto perché avevo fatto molta atletica durante il periodo universitario, ma il mio vero lavoro sul corpo iniziò solo dopo aver preso il sannyas. Tutto quello che ho imparato è stato filtrato attraverso ciò che Osho diceva durante i suoi discorsi, e dalla qualità della sua presenza. Sin dalla prima volta che l’ho incontrato sono rimasto affascinato da come riusciva a essere così attivo, rilassato e pieno di grazia. Osho si muoveva con una grazia che non era solo esteriore, non c’era davvero alcuna tensione interna. Un occhio esperto come il mio non poteva fare a meno di notare che Osho si muoveva in modo più rilassato di qualsiasi altra persona, e riusciva a comunicare molto meglio quello che stava dicendo. Era come se le parole seguissero il corpo, in modo istantaneo. Penso che si veda anche dai video, che i movimenti del corpo e le sue parole erano come collegati.

 

Quando è stata la prima volta che hai fatto un trattamento a Osho? Te lo ha chiesto lui?

Era la fine del gennaio 1988. Ero sannyasin da dodici anni, e la mia attività principale era il massaggio terapeutico… Non posso chiamarlo lavoro, non è la parola adatta. Ero appena tornato da Bangkok, quando un mattino arrivò Neelam (allora segretaria di Osho) a chiedermi se potevo fare un trattamento a Osho nel pomeriggio. Non ebbi molto tempo per pensarci, subito dopo arrivò Amrito (il medico di Osho) a spiegarmi che le gambe di Osho erano diventate molto deboli e la spalla destra gli dava grossi fastidi… e così andai.

Allora si cercava di capire da dove venisse il dolore, se fosse qualcosa di psicologico o di fisico.

Osho non aveva alcun dolore di tipo psicologico, in lui non c’erano né tensione né preoccupazione: il suo corpo soffriva terribilmente, ma il suo atteggiamento era estremamente rilassato. Era molto interessante vedere una persona che non si preoccupava di nulla, che non mostrava davvero alcun segno di ansia.

Dunque mi trovavo di fronte a un caso nuovo. Non so cosa si possa fare con il veleno, ma so una cosa: che ogni malattia mortale del corpo deriva da un certo tipo di avvelenamento.

Penso che sia successo qualcosa, in America, in quei giorni quando Osho sparì… Anche lui lo ha detto. C’era chi non credeva possibile che a Osho fosse accaduta una cosa così terribile. Anch’io forse… Non è che mi convinsi che fu avvelenato; allora non lo ero. Ora, avendo avuto tempo per rifletterci, mi è assolutamente chiaro che al suo corpo deve essere stato fatto qualcosa. Ma questo è un altro discorso.

Il modo in cui muoveva il corpo per me è tuttora fonte d’insegnamento, al solo ripensarci: la sua estrema sensibilità, senza alcun tipo di forzatura. Sarebbe splendido avere potuto riprendere Osho in video quando arrivava per i trattamenti con un lungi sui pantaloncini con cui rimaneva quando si sdraiava sul lettino; e il modo con cui si levava il lungi, come se fosse stato un ballerino. Non potevi davvero aspettarti un movimento più coordinato ma allo stesso tempo così nonchalant… Mi godevo quel momento praticamente quanto tutti gli altri della sessione.

Tu sai che nel massaggio, oltre alla parte meccanica, che certamente esiste, ce n’è anche un’altra di tipo energetico, che non dipende da quella meccanica. Nel mio lavoro, parte di ciò che faccio per aiutare la gente consiste semplicemente nel condividere amore: nei punti in cui c’è il dolore puoi vedere che manca qualcosa, che potremmo chiamare energia d’amore.

Era molto curioso, con Osho, trovarsi nella posizione di colui che dà, in cui lasciavo che la mia comprensione e la mia energia d’amore fluissero nel tocco. Era troppo… non so come dire. Ma lui lo faceva sembrare così semplice, così normale che non ho mai avuto la sensazione che fosse al di là delle mie possibilità.

 

La prima volta che hai fatto un trattamento a Osho ti eri preparato una specie di programma – prima farò questa cosa e poi proverò quest’altra tecnica – o no?

In tanti anni di lavoro ho imparato a essere attento alle reazioni della persona e a rispondere alla situazione, piuttosto che fare programmi. In realtà, posso dire di trattare ciascun individuo in modo diverso. Osho sottolineava spesso che questo è l’approccio giusto, e io cercavo di fare così. Comunque, ero preparato per ciò che mi avevano detto fosse il suo problema: sapevo quali tecniche utilizzare in modo che il corpo ne traesse giovamento. Per il resto, aspettavo e osservavo i risultati.

All’inizio gli chiesi cosa stava succedendo e lui mi spiegò cosa sentiva nel corpo, e questo mi diede un’idea su cosa fare. Iniziai massaggiando la zona lombosacrale, perché è da lì che partono i nervi che arrivano ai piedi, e allora pensavo che avrei dovuto iniziare in qualche modo a restituire sensibilità a quell’area. Lui sembrava molto robusto, invece… chi l’ha visto sa quanto fosse delicato, molto più di una persona normale. Puoi parlare di persone delicate e ultra delicate, ma lui erano anni che non faceva nulla di fisico per cui la sua muscolatura era estremamente rilassata.

A volte, quando una persona ha un dolore fisico, puoi avvertire che il sistema nervoso gioca la sua parte; ma Osho non aveva alcuna componente emotiva che contribuisse al dolore. Era la prima volta che vedevo con tanta chiarezza il dolore del corpo come qualcosa di puramente fisico, non creato da paure o resistenze alla vita – al contrario, Osho era totalmente aperto a ciò che dalla vita arrivava.

Era tutto molto strano, perché spesso c’era un miglioramento, il corpo stava meglio, ma poi il dolore tornava. Avevo la sensazione di una costante che ogni tanto veniva sconfitta, ma poi si ripresentava.

 

Nel tuo trattamento ti basavi totalmente sulle indicazioni che lui ti dava su dove sentiva il dolore?

Sì e no. Quando hai fatto questo lavoro per anni, sai che certi mutamenti nei tessuti indicano i punti dove c’è dolore, e in alcune zone del suo corpo potevi chiaramente percepire questi cambiamenti.

 

L’essere con Osho mi dava energia in continuazione… Ricevevo energia per tutto il tempo, e mi sentivo incessantemente grato. Quando l’ho sentito parlare dei tre tipi di persone che, per ragioni diverse, stavano con lui – lo studente, il discepolo e il devoto – quello che mi si confaceva maggiormente era il devoto. Avevo affinità anche con gli altri due, tutti e tre mi riguardavano, ma per quella sentivo proprio: “Questo sono davvero io.” Ho imparato moltissimo sulla ricettività semplicemente aprendomi all’energia di Osho. Ma poi, quando si sdraiava sul lettino e si rilassava, in un certo senso ero io quello che dava energia! Era una situazione davvero buffa.

Ma come ho detto, egli non ha mai fatto nulla che mi potesse mettere a disagio: era tutto proprio assolutamente normale. Ho sempre avuto la sensazione che egli stesse lavorando su un piano temporale diverso dal nostro. Come se, nel presente, stesse facendo qualcosa che avrebbe poi influenzato il futuro. Non ho mai saputo cosa stesse succedendo realmente.

Ma era così bello vederlo durante le sedute di massaggio… Era davvero ricettivo. Posso dire di non aver mai visto nessuno dei miei pazienti così rilassato e consapevole del tocco.

Da parte mia, cercavo sempre di lasciare fuori dalla porta i miei problemi, le mie nevrosi – o cose del genere – ma in realtà non ho mai dovuto preoccuparmi di questo: ho sempre avuto la sensazione che potevo essere me stesso. Potevo fare i miei commenti in modo del tutto libero e spontaneo; non ho mai sentito l’obbligo di comportarmi in un certo modo.

Molte volte, durante le sessioni, lui rideva; aveva dolori dappertutto e stava davvero male da non poter nemmeno alzarsi dal letto, tuttavia ne parlava in un modo molto distaccato. Il problema quindi era in un certo senso ancora più grande, perché dovevo continuare a ricordare che nel corpo di Osho c’era qualcosa che non andava bene; anche se per me essere con lui in quel modo, ogni giorno, era come una festa ed era quindi facile dimenticarlo. Ero in una situazione davvero strana. Facevo tutto il possibile per dargli dei benefici, mi adoperavo al massimo, ma per me restava un grande divertimento essere vicino a lui a quel modo.

Da parte sua non ho mai avvertito la pressione di dover fare qualcosa che alleviasse il dolore. L’approccio di Osho era sempre: “Vediamo un po’ cosa succede.”.

 

 

Ero sempre sorpreso di quanto Osho fosse naturale e a suo agio col corpo. E il suo corpo mi colpiva moltissimo, per la sua bellissima energia – un’incredibile presenza. Si poteva sentire che la consapevolezza è davvero fisicamente tangibile.

 

 

Parlavate anche di argomenti che non riguardavano i trattamenti?

Sì, molti argomenti diversi. È difficile ricordare tutto. Ho preso pochissimi appunti. Centocinquanta trattamenti sono tanti, e non mi restano che cinque o sei pagine di appunti. Si parlava di cose pratiche, come sistemare la stanza ad esempio, ma ho anche annotato alcune delle altre cose che mi diceva. Nella maggior parte dei casi non ho mai voluto prendere note. Quello che era successo il giorno prima, non posso dire fosse irrilevante, ma praticamente lo era, perché il giorno seguente era così denso e nuovo e diverso…

Ricordo un commento molto interessante: una volta Anando, che era una delle sue segretarie, disse che era sempre molto intenso lavorare vicino a lui, perché non si poteva mai fare affidamento su quello che era successo il giorno prima, ieri era sempre un passato più che remoto. Abbiamo avuto un bellissimo trattamento ieri, tutto era perfetto, ma oggi è oggi, amico mio, e c’è di sicuro qualcosa di nuovo. Era sempre come… un miracolo.

Osho parla della necessità di una nuova educazione corporea per permettere alla gente di rilassarsi veramente. Lui era estremamente rilassato con il corpo. Sebbene si stesse ormai avvicinando ai sessant’anni, potevi ancora sentire che quel corpo era stato molto attivo, anche se per quasi quindici anni non avesse fatto proprio nulla. Era successo qualcosa di davvero singolare: verso i quarantadue o quarantatre anni aveva praticamente smesso di muoversi, mentre prima di allora era stato molto attivo anche da un punto di vista fisico. Si era dato davvero da fare.

 

Gli hai mai consigliato una qualche attività fisica?

Non proprio; al massimo gli chiedevo di voltarsi se lo stavo massaggiando mentre era sdraiato sulla pancia e avevo bisogno che si girasse – altrimenti non gli dicevo proprio nulla. E anche così, lui ci scherzava sopra. Era davvero divertente.

Spesso ero presente quando arrivavano medici da fuori per visitarlo. Un’esperienza molto interessante: questi dottori pensavano sempre di essere tenuti a sapere cosa c’era di sbagliato, per cui stilavano una diagnosi precisa cui poi facevano seguire qualche rigoroso programma di cura.

Una volta uno di questi medici disse a Osho che doveva iniziare a fare esercizio fisico. Lui non sembrava per niente convinto, per cui il dottore cominciò a spiegargli dettagliatamente perché era così importante, nel tentativo di convincerlo. Quando se ne andò, Osho gli rivolse un gentile sguardo di commiato, la porta si chiuse, lui aspettò un secondo e cominciò a ridere. Fino a quel momento era stato molto gentile, sembrava totalmente d’accordo col dottore, ma dopo che se ne fu andato disse: “Non farò alcun esercizio fisico.” Quindi mi chiese: “Tu che ne pensi?”

A me in realtà piace molto lo yoga, che è un tipo di esercizio fisico, e sono sempre stato uno sportivo; però ho sempre pensato che invecchiando l’esercizio fisico non sia davvero molto salutare. Quando sei giovane giochi e usi molto il corpo, ma penso che le idee correnti su cosa mantenga l’uomo in buona salute quando invecchia non siano davvero corrette. Per me l’esercizio fisico di per sé non è la soluzione giusta; dovrebbe succedere in modo molto più naturale, oppure attraverso la meditazione o comunque lo sviluppo della consapevolezza del corpo. Quindi non avrei mai detto a Osho: “Fai esercizio fisico”. Ma lui mi stava chiedendo cosa ne pensassi, e così gli dissi che l’unica cosa che mi veniva in mente era che lui si muoveva già tutti i giorni per venire a tenere i discorsi in Buddha Hall. Al che rispose che certe volte, mentre stava parlando, il suo corpo era così partecipe in quest’azione che si scordava del dolore.

A quel punto tutto quello che potevo suggerirgli era di muovere di più la testa mentre parlava: siccome il dottore gli aveva consigliato di fare esercizi per il collo, avrebbe potuto guardare di più in giro per la Buddha Hall. E poi mi misi a ridere.

Lui mi chiese il perché. Gli spiegai che conoscevo molte persone che cercavano di sedersi in un certo punto davanti a lui, perché per la maggior parte del tempo la sua testa era voltata in quella direzione e quindi in quella posizione si avevano maggiori probabilità di un contatto visivo. Cominciò a ridere, e io dissi che le persone desideravano realmente vedere i suoi occhi mentre stava parlando – e questo lo fece ridere ancora di più.

Ma quella sera, durante il discorso, a un certo punto si fermò e disse: “Adesso devo fare dell’esercizio fisico”, e cominciò a girare la testa in tutte le direzioni. Era davvero buffo. Scatenò un mare di risate.

Sono convinto che quello che lui diceva, che l’essere naturali fa bene anche alla salute, sia assolutamente vero. Osho non aveva nulla da fare – se ne stava seduto in camera per lo più – quindi si rilassava e basta. Siccome non aveva nulla da fare, non faceva nulla.

 

So che hai provato qualche macchina da ginnastica passiva concepita apposta per lui…

Non erano concepite apposta per lui. Quando sentimmo parlare di queste macchine, alcuni di noi pensarono che sarebbero state ottime per Osho, perché lui diceva sempre: “Non faccio esercizio fisico, non voglio farlo”. Non ho mai consigliato alcuna cura a Osho, ma quando arrivarono le macchine lui mi chiese di imparare a usarle per poi spiegarglielo. Ero molto contento, perché la cosa era divertente, ma da parte mia avevo intuito che queste cose non andavano d’accordo con la sua energia. Innanzitutto, la macchina ha un motore che vibra, e se sei sensibile queste vibrazioni ti danno molto fastidio.

A ogni modo, penso che Osho volesse farmi vedere che era ben disposto a fare qualsiasi cosa fosse necessaria per la cura del suo corpo. È così buffo essere insieme a qualcuno che si preoccupa e non si preoccupa allo stesso tempo: lui non si curava del corpo, ma allo stesso tempo se ne curava totalmente. È difficile da spiegare. Diciamo che non se ne preoccupava nel senso che non aveva tensioni, preoccupazioni o mancanza di fiducia.

 

Ma poi ha veramente utilizzato queste macchine?

Sì, ricordo ancora il giorno in cui venne a provarle per la prima volta: era una situazione comica, avrei voluto avere una macchina fotografica. Avevamo attrezzato una stanza (ora è quella con lo studio dentistico) con diciassette diverse macchine disposte secondo una sequenza logica di movimenti corporei. E lui arriva con dei calzettoni bianchi da atletica – tirati su fin molto sopra al ginocchio – i pantaloncini e, sopra, un accappatoio blu molto casual, e dice: “Okay, sono pronto. Da dove cominciamo?” con un tono da atleta professionista prima di un allenamento.

All’inizio disse che queste macchine erano interessanti: potevano essere usate per aiutare l’osservazione e rendere più facile il disidentificarsi dal corpo. Ma dopo una decina di giorni disse che quelle macchine erano tremende, che dovevamo portarle via, e di non portare più altre cose da provare, per favore. Era come se avesse fatto questo tentativo più che altro perché i sannyasin volevano che ci provasse. Erano le persone che si prendevano cura di lui che insistevano nel provare qualsiasi cosa potesse farlo star meglio.

 

Si sentiva meglio dopo i tuoi trattamenti?

Diceva di sentirsi meglio e che gli piacevano moltissimo. Per quanto mi riguarda, non avevo mai dato così tante sessioni a nessuno.

Questa è una cosa che ho visto Osho fare con molti sannyasin, non soltanto con me: se ti chiedeva di fare qualcosa, era sempre ciò in cui eri in qualche modo esperto, ma ogni volta lui lo trasformava in un modo tale che non potevi più farlo nel modo in cui eri abituato. E così diventava una situazione totalmente nuova.

Fare trattamenti ogni giorno alla stessa persona per oltre sessanta giorni è un fatto molto insolito e non sai mai come risponderà il corpo in tutto questo tempo: non puoi fare a meno di pensare che il corpo comincerà a stancarsi di ciò che stai facendo, e in realtà non puoi saperlo!

Ma con Osho era sempre molto facile: se mi diceva che in qualche modo i miei trattamenti gli giovavano, era chiaro che continuavo a farglieli.

Nel rebalancing, il tipo di massaggio che pratico maggiormente, di solito si dà un trattamento alla settimana, in modo tale che il corpo abbia il tempo necessario per assestarsi. Ma noi ne facevamo una o due al giorno, sì, qualche volta anche due al giorno. Penso che in quel momento un aiuto fisico di questo tipo fosse molto utile al suo corpo.

Lavoravo su tutto il corpo, da cima a fondo, dai muscoli più profondi a quelli più in superficie, dal lavoro sull’energia a quello su tessuti muscolari veramente profondi. Mi accorgevo di come lui sentisse che rispettavo profondamente il suo corpo e non esageravo nell’approccio terapeutico. E così potevo fare molte cose. All’inizio non ero sicuro se preferiva dei tocchi gentili e leggeri, o forti e decisi. Scoprii che gradiva entrambi. In realtà, era il suo corpo che li voleva entrambi. Così furono dei trattamenti molto pieni. E lui mi diceva sempre dove fermarmi di più, dove dare più energia; anche perché già fin dai tempi di Pune 1 (1974-1981) aveva avuto qualche fastidio alla schiena e non ne era mai guarito. Per un po’ era stato meglio, ma poi aveva continuato ad avere dei disturbi.

Qualche volta lo giravo, lo muovevo, e lui era così rilassato, che mentre, per esempio, gli muovevo un braccio, poteva continuare a parlare e il braccio non diventava teso. Non aveva bisogno di smettere di parlare, io gli potevo muovere il braccio e lui nel frattempo mi raccontava qualcosa. Come bodyworker era straordinario toccare una persona così capace di rilassarsi totalmente, ma come discepolo mi sentivo in una situazione irreale, in cui Osho era ricettivo e io attivo. Ancora non posso credere di aver ricevuto un simile regalo!

Mi rendevo conto che Osho si fidava veramente di me, non si proteggeva in alcun modo, così che il nostro diventava un momento di vera intimità; sentire da parte sua così tanta fiducia ha avuto molta importanza per me.

Per un po’ ho pensato che la sua energia vitale – l’energia di cui usufruiamo tutti – riuscisse a fargli superare questa situazione; ho anche pensato che i trattamenti avessero realmente una forza maggiore del male: mi accorgevo che si sentiva realmente meglio, mentre prima non riusciva neppure a camminare. In quei giorni creò la Mystic Rose e Born Again, furono cioè momenti pieni di energia.

D’altro lato mi accorgevo anche che non c’era niente che io potessi realmente fare, e questa sensazione mi accompagnava costantemente. Potevo fare del mio meglio, ma sembrava che il suo corpo avesse qualcosa che non si poteva curare. Ed ecco perché do credito all’ipotesi dell’avvelenamento, perché tentammo veramente ogni tipo di cura.

 

Ti ricordi dell’ultimo trattamento che gli hai fatto?

Se me lo ricordo? Sì, fu bellissimo, sì. Allora non sapevo che sarebbe stato l’ultimo, lo avrei saputo dopo. Forse non fu l’ultimo trattamento! Ci incontriamo ancora… in forma diversa.

Sì, fu proprio una bella esperienza. Non credo che un uomo possa essere più elegante e più bello. Solo il modo in cui si muoveva… non credo che un uomo possa muoversi con una regalità maggiore della sua e, al tempo stesso, essere senza pretese, come se nel muoversi non tenesse per nulla conto della presenza degli altri. C’era solo lui, con se stesso, che si muoveva! Non credo che si potesse migliorare la forma, quanto al contenuto… voglio dire… era semplicemente incredibile!

 

 

 

 

Il dolore fisico fa parte della vita e della morte; non c’è modo di dissolverlo. Ma non crea mai problemi. Lo hai notato? Il problema viene solo quando cominci a pensarci. Se pensi alla vecchiaia, ti fa paura, ma i vecchi non tremano. Se pensi alle malattie, ti fanno paura, ma quando la malattia è già presente, la paura non c’è, non ci sono problemi. La si accetta come un fatto. Il problema reale è sempre psicologico. Il dolore fisico è parte della vita. Quando cominci a pensarci, non è più dolore fisico, è diventato psicologico. Pensi alla morte, hai paura. Ma quando la morte arriva veramente, la paura non c’è più. La paura è sempre per qualcosa nel futuro. La paura non esiste mai nel momento presente.

Se stai andando al fronte durante la guerra, sarai spaventato, estremamente ansioso. Tremerai, non riuscirai a dormire: sarai assalito dagli incubi. Ma una volta arrivato al fronte, puoi chiedere ai soldati, una volta arrivato te ne dimentichi completamente. I proiettili passano e tu ti godi il tuo pranzo; le bombe cadono e tu giochi a carte. La paura riguarda il futuro. Allora il problema non è fisico, perché la paura esiste nella tua psicologia. Quando il dolore è attuale, fisico, non c’è problema. La realtà non è mai un problema; sono solo le idee sulla realtà che creano il problema.

Quindi la prima cosa da comprendere è che se puoi cancellare il dolore psicologico, non resta alcun problema. Allora inizi a vivere nel momento. “Psicologico” vuol dire del passato, del futuro, mai del presente. La mente non esiste nel presente. Nel presente esiste la realtà, non la mente. La mente esiste nel passato e nel futuro, e nel passato e nel futuro la realtà non esiste. Il fatto è che la mente e la realtà non si incontrano mai. Non si sono mai viste in faccia. La realtà rimane sconosciuta alla mente, e la mente rimane sconosciuta alla realtà.

 

Osho, tratto da: The Discipline of Transcendence

        (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

 

L’ESSENZA DELLA MEDITAZIONE

Essere un testimone è il metodo più semplice e il più infallibile: spezzando l’identificazione con la mente la tagli alle radici e ti ritrovi ad aver trasceso il mondo.

 

 

AMATO MAESTRO,

L’ALTRA SERA, DURANTE IL DARSHAN, ASCOLTANDO LA TUA RISPOSTA A NIVEDANO, IL VOLTO MI SI È BAGNATO DI LACRIME. PER LA PRIMA VOLTA, IN QUESTI SETTE ANNI CHE HO PASSATO CON TE, HO CAPITO, NON SOLO INTELLETTUALMENTE, MA SENTENDOLO REALMENTE, CHE GUARDARE DENTRO È L’UNICO MODO PER TROVARE I VERI TESORI DELLA VITA. EPPURE, SEBBENE IO LO STIA SENTENDO MOLTO FORTEMENTE, QUESTO FATTO NON HA RESO PIÙ FACILE IL MEDITARE, IL GUARDARMI DENTRO. IN PASSATO L’ARGOMENTO PREFERITO SUL QUALE VOLEVO ASCOLTARTI PARLARE È SEMPRE STATO L’AMORE E LE RELAZIONI. ORA NON MI SAZIO MAI DI ASCOLTARE LE TUE PAROLE SULLA MEDITAZIONE. AMATO MAESTRO, PUOI PARLARE DELLA MEDITAZIONE VIPASSANA?

 

Ci sono centinaia di metodi di meditazione, ma forse la Vipassana è un caso unico; allo stesso modo, ci sono migliaia di mistici, ma Gautama il Buddha ha una sua propria originalità. Buddha è ineguagliabile e, sotto molti aspetti, ha fatto più lui per l’umanità che chiunque altro.

Perché mi è venuto in mente Gautama il Buddha? Mi sono ricordato di lui, perché mi hai fatto una domanda sulla Vipassana. Questa è la meditazione per mezzo della quale Buddha raggiunse l’illuminazione.

La parola stessa vipassana in pali, la lingua usata da Buddha… egli sapeva perfettamente anche il sanscrito: essendo un principe aveva studiato i testi letterari più raffinati di quei giorni. Ma quando cominciò a parlare non usò mai il sanscrito, perché era la lingua degli intellettuali, dei bramini, dei preti, non del popolo. Non è mai stata una lingua viva. Ha una sua unicità fra tutte le lingue del mondo – la usavano solo le persone istruite, gli studiosi, per parlare tra loro, e a causa della sua incomprensibilità le masse sono state tratte in inganno: tradotta non contiene niente di speciale e qualche volta non vi si trovano altro che idiozie, ma ha un suono molto musicale. La sua costruzione è perfetta, più di ogni altra lingua del mondo. È assolutamente completa – l’alfabeto è di cinquantadue lettere, l’inglese ne ha solo ventisei, e quindi gli altri ventisei suoni non si trovano nella lingua inglese. Il sanscrito è ricco il doppio, perché può esprimere tutti i suoni possibili, non ha lasciato neppure un suono fuori dal suo alfabeto. Tiene conto delle più sottili sfumature – sono stati inclusi anche suoni molto difficili da pronunciare, suoni usati molto raramente, ma che è pur possibile usare.

Ma Gautama il Buddha decise di parlare la lingua delle masse. Fu un passo rivoluzionario, perché la lingua usata dalle masse non è mai grammaticalmente corretta. Attraverso l’uso e il cambiamento di tono o suono fatti dalla gente comune, le parole diventano più semplici, non sono più complicate.

Il pali è la lingua di persone semplici e in qualche modo innocenti e ignoranti. Vipassana è un loro termine. In sanscrito ha il suo corrispondente, che il popolo ha cambiato per convenienza. In sanscrito è vipashyana – che è un po’ difficile. Ma in pali è semplicemente vipassana. Il significato è lo stesso. Il significato letterale della parola è guardare, quello metaforico è osservare, testimoniare. Gautama il Buddha ha scelto una meditazione che si può dire essenziale. Tutte le altre meditazioni sono modi diversi di essere dei testimoni, ma il testimoniare è presente in tutte le meditazioni, come parte essenziale – non può essere evitato. Buddha ha cancellato ogni altra cosa e ha mantenuto solo la parte essenziale – il testimoniare.

Il testimoniare ha tre livelli successivi – Buddha è un pensatore molto scientifico. Comincia col corpo, perché è il più facile da osservare. È facile osservare la mia mano che si solleva. Posso osservarmi mentre cammino per la strada, posso esser testimone di ogni passo che faccio. Posso osservarmi mentre mangio.

Così il primo passo nella vipassana, il più facile, è la testimonianza delle azioni del corpo. Tutti i metodi scientifici cominciano sempre dalla cosa più semplice.

E mentre osservi il corpo, sarai stupito delle nuove esperienze. Quando muovi una mano con attenzione, vigilanza, consapevolezza, sentirai una certa grazia, un certo silenzio nella mano. Puoi fare il movimento senza osservarlo: sarà più veloce, ma perderà la grazia.

Buddha camminava molto lentamente, a tal punto che gli venne chiesto perché camminasse così. E lui rispose: “Fa parte della mia meditazione: camminare sempre come si cammina in inverno in un torrente freddo… lentamente, con attenzione, perché l’acqua è molto fredda; vigile, perché la corrente è molto forte, facendo attenzione a ogni passo, perché si può scivolare sulle pietre e finire nel torrente”.

Il metodo resta lo stesso, solo l’oggetto cambia a ogni livello. Il secondo passo è osservare la mente. Ora ti muovi in un mondo più sottile – osservi i tuoi pensieri. Se sei riuscito a osservare il tuo corpo, non ci sarà nessuna difficoltà. I pensieri sono onde sottili – onde elettroniche, onde radio – ma sono fatti di materia, proprio come il tuo corpo. Non sono visibili, come non lo è l’aria, ma l’aria è materia, come le pietre; così sono i tuoi pensieri, materiali ma invisibili.

Questo è il secondo passo, il livello intermedio. Ti stai muovendo verso l’invisibilità, ma osservare i pensieri… è ancora una cosa materiale. L’unico requisito è non giudicare.

Non giudicare, perché nel momento in cui cominci a giudicare, ti dimentichi di osservare. Non c’è niente contro il giudicare. La ragione per cui è proibito è che non appena cominci a giudicare – “Questo è un pensiero buono” – per quello spazio di tempo non stai osservando. Hai cominciato a pensare, ti sei coinvolto. Non sei rimasto distaccato, ai lati della strada, a guardare semplicemente il traffico.

Non partecipare – sia lodando, che valutando o condannando – non ci dovrebbe essere nessun tipo di atteggiamento rispetto a quello che ti passa per la mente. Dovresti osservare i tuoi pensieri come nuvole che passano nel cielo. Tu non esprimi giudizi sulle nuvole – quella nuvola nera è molto cattiva, questa bianca sembra che sia saggia. Le nuvole sono nuvole, non sono né cattive, né buone.

Così sono i pensieri – una semplice onda sottile che ti attraversa la mente. Guardala senza giudizio, e sarai di nuovo molto sorpreso. Non appena la tua osservazione si sarà consolidata, i pensieri diminuiranno sempre più. La proporzione è esattamente la stessa: se ti sei stabilizzato a osservare al cinquanta per cento, allora il cinquanta per cento dei tuoi pensieri scomparirà. Se hai raggiunto il sessanta per cento di osservazione, allora ci sarà solo il quaranta per cento di pensieri. Quando sarai un testimone puro al novantanove per cento, solo ogni tanto ci sarà un pensiero solitario – l’uno per cento – che passa per la strada. Per il resto il traffico è scomparso; quel traffico da ora di punta non c’è più. Quando sarai senza giudizi al cento per cento, un puro testimone, vorrà dire che sei solo uno specchio, perché uno specchio non esprime mai giudizi. Una donna brutta si guarda – lo specchio non giudica. Una bella donna si specchia, non fa nessuna differenza. Nessuno si guarda allo specchio – lo specchio resta puro come quando qualcuno vi si riflette. Il riflettere qualcuno non lo turba, ma neppure il non riflettere.

Il testimoniare diventa uno specchio.

Questo è un grande traguardo nella meditazione. Sei arrivato a metà del percorso e hai superato la parte più difficile. Ora conosci il segreto, e basta applicare quello stesso segreto a oggetti diversi.

Dai pensieri, devi partire per esperienze più sottili – emozioni, sentimenti, stati d’animo… dalla mente al cuore, alle stesse condizioni: niente giudizi, puro testimoniare. E la sorpresa sarà che la maggior parte delle emozioni, dei sentimenti e degli stati d’animo dai quali sei posseduto… Per esempio, quando ti senti triste, diventi veramente triste, sei posseduto dalla tristezza. Quando ti senti arrabbiato, non è qualcosa di parziale. Diventi pieno di rabbia, ogni fibra del tuo essere trema di rabbia.

Osservando il cuore, l’esperienza sarà che ora niente ti possiede. La tristezza viene e va; tu non diventi triste. La felicità viene e va; non diventi neppure felice. Qualsiasi cosa si muova negli strati profondi del tuo cuore, non ti influenza affatto. Per la prima volta provi il gusto di essere il padrone. Non sei più uno schiavo che può essere spinto avanti e indietro, di qua e di là, in una posizione in cui qualsiasi emozione, qualsiasi sentimento o persona ti può disturbare per una banalità.

La gente viene disturbata da qualunque sciocchezza, da cose senza senso. Qualcuno ti passa accanto strizzando l’occhio. Non ha fatto niente. L’occhio è suo e ha tutto il diritto di strizzarlo. È un suo diritto costituzionale. Nessuno può impedire a chicchessia di strizzare gli occhi – ma perché ti disturba? E se lui prende l’abitudine di strizzarti l’occhio ogni volta che ti incontra, cominci ad arrabbiarti. La nostra consapevolezza è così piccola che viene sovraccaricata e posseduta da qualsiasi cosa – sia esso uno stato d’animo, o un sentimento, o un’emozione.

Quando il testimoniare raggiungerà questo terzo stadio, per la prima volta sarai padrone di te stesso: niente ti disturberà, niente potrà sopraffarti, tutto resterà molto lontano… laggiù in fondo, e tu sarai in cima alla vetta. Questi sono i tre passi della Vipassana. La Vipassana ha diversi tipi di metodi – questo è uno. Perché il buddhismo si estese per tutta l’Asia orientale. In Estremo Oriente la Vipassana ha una struttura diversa; in Giappone si osserva l’addome, mentre si inspira e si espira. Ecco perché in Giappone le statue di Buddha hanno una pancia enorme. In India non ci sono statue di Buddha con la pancia; non è atletico, non è bello. Ma i Buddha giapponesi devono averla, perché il metodo della Vipassana consiste nel porre attenzione al movimento della pancia, non del torace. Il torace resta silente, immobile; solo la pancia va su quando si inspira e giù quando si espira. Osservarla è la Vipassana prevalente in Giappone.

A Ceylon ci sono due stadi: il primo è sempre osservare il respiro, non nella pancia, ma nel naso. Quando inspiri l’aria tocca le narici, osservala. E quando l’aria calda esce, osserva anche questo. Questo è il primo stadio. Il secondo: quando inspiri, c’è un intervallo, prima che il respiro torni fuori – un momento di riposo, alcuni secondi. Osserva quei pochi secondi, quando il respiro è fermo. Se riesci a osservare quei momenti, sarai capace di farlo anche quando il respiro è fuori. Quando il respiro esce, prima che rientri, c’è un breve intervallo – lo stesso di quando si inspira. Osserva anche quello, diventane semplicemente consapevole.

In Tibet hanno un altro metodo, in Corea un altro, in Cina un altro ancora, ma la cosa essenziale è essere un testimone. Quello che ho descritto in tre passi, è secondo me il più semplice, il più facile… chiunque può farlo. Non c’è bisogno di alcuna dottrina, disciplina o grande comprensione. E dopo questi tre passi viene l’esperienza reale. Questi tre passi ti conducono alla porta del tempio, che è aperta.

Quando sarai diventato un perfetto osservatore del tuo corpo, della tua mente e del tuo cuore, non potrai fare niente di più, devi solo aspettare. Quando la perfezione è completa a questi tre livelli, il quarto passo avviene da solo, come un premio. È un salto quantico, dal cuore all’essere, al vero centro della tua esistenza. Tu non puoi farlo; succede – devi ricordartelo.

Non cercare di farlo, perché se cerchi di farlo certamente fallirai. È un evento spontaneo. Tu prepari i tre passi, il quarto passo è una ricompensa dell’esistenza stessa; è un salto quantico. Improvvisamente la tua forza vitale, il tuo essere un testimone, penetra nel centro stesso del tuo essere. Sei arrivato a casa.

Puoi chiamarlo autorealizzazione, puoi chiamarlo illuminazione, puoi chiamarlo liberazione suprema, ma al di là di questo non c’è più niente da raggiungere. Sei arrivato alla fine della tua ricerca, hai trovato la verità ultima dell’esistenza e la grande estasi che si porta dietro, come un’ombra, tutta intorno a sé.

Un ebreo e un irlandese stanno discutendo di sesso. L’irlandese dice che, secondo il suo prete, il sesso è un lavoro ed è inteso soltanto a procreare. “No” – dice l’ebreo – “il mio rabbi dice che il sesso è un piacere. Se fosse un lavoro, lo faremmo fare agli irlandesi.”

La meditazione non è un lavoro. La meditazione è pura beatitudine.

Man mano che vai nel profondo, incontrerai spazi sempre più belli, luoghi sempre più luminosi. Sono il tuo tesoro… silenzi sempre più profondi, che non sono solo assenza di rumori, ma presenza di canzoni senza suono – musicali, vive e danzanti. Quando raggiungerai il punto estremo del tuo essere, il centro del ciclone, lì troverai dio, non come persona, ma come luce, come consapevolezza, come verità, come bellezza – come tutto quello che l’uomo ha sognato da secoli. E quei tesori sognati sono nascosti proprio dentro di lui. Non è una pratica ascetica, fastidiosa e tormentosa; è molto piacevole, musicale, poetica che procede diventando sempre di più gioia, pura e semplice gioia. Non è lavoro, è preghiera – l’unica preghiera che io conosca. Per me preghiera significa: quando hai raggiunto il tuo essere, senti una gratitudine enorme verso l’esistenza. Quella gratitudine è l’unica, reale, autentica preghiera; tutte le altre preghiere sono dei falsi, sono pseudo-preghiere, confezionate. Questa gratitudine sorgerà dentro di te, come la fragranza che emana dalle rose.

È un bene che tu abbia rinunciato alle domande infantili sul partner, sulla partner, sulle tue cosiddette relazioni; non conosci te stesso e vuoi metterti in relazione con l’altro!

È un bene che tu faccia domande sulla meditazione. Questo non solo ti porterà a una trasformazione, ma trasformerà anche le tue relazioni. Porterà anche un autentico traboccare d’amore, e solo allora potrai renderti conto che quello che avevi chiamato amore, non era amore; era semplice bramosia, desiderio biologico, che proveniva dai tuoi ormoni. Solo un meditatore conosce l’amore non biologico, che arriva come abbondanza spirituale, che contiene l’urgenza di condividere – perché più lo condividi, più ne hai.

Uno swami ebreo, Goldstein, porta fuori a cena una bellissima Ma. Vanno nel ristorante più caro di Pune e banchettano con spaghetti italiani, sushi giapponesi e vino francese. Per dessert scelgono una torta al cioccolato tedesca e, per finire, prendono caffè brasiliano. Quando il cameriere gli porta il conto, Goldstein scopre di aver lasciato a casa il portafogli. Così prende una foto di Osho e la porge al cameriere. “Cos’è questa?” chiede il cameriere.

La mia mastercard, risponde Goldstein.

 

La meditazione è la tua mastercard!

 

Osho, tratto da: The Rebel #17

        (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 NE VUOI UN ASSAGGIO ?

 

MEDITAZIONE CON SORPRESA

Ecco una meditazione di Osho particolarmente interessante, la Gourishankar, dove nella terza fase il magico diventa tangibile. È un magico in punta di piedi: il corpo viene mosso da una leggera brezza interiore che non richiede il nostro controllo. Il fenomeno oltre a essere affascinante permette con estrema facilità di osservare una volta tanto il proprio corpo con distacco, da una certa distanza…

 

OSHO GOURISHANKAR

Si tratta di una meditazione serale. Osho ha spiegato che una corretta respirazione nel primo stadio produrrà una carica di ossigeno nella circolazione sanguigna da farti vibrare alle altezze del Gourishankar (l’Everest).

• Primo stadio (15 minuti)

Siedi a occhi chiusi. Inspira profondamente dal naso fino a riempirti i polmoni. Trattieni il respiro il più possibile, poi espira dalla bocca, con dolcezza, e tieni i polmoni vuoti quanto più a lungo ti è possibile. Continua questo ciclo di respirazione per tutto il primo stadio.

 

• Secondo stadio (15 minuti)

Torna a respirare normalmente e, senza mettere a fuoco, osserva la fiamma di una candela o di una luce blu intermittente. Tieni il corpo immobile...

 

• Terzo stadio (15 minuti)

A occhi chiusi, alzati in piedi e lascia che il corpo sia sciolto e ricettivo. Sentirai che un’energia sottile farà muovere il corpo, al di là del tuo controllo. Lasciati dondolare: non essere tu a muoverti, lascia che il movimento accada, dolcemente e con grazia.

 

• Quarto stadio (15 minuti)

Sdraiati tenendo gli occhi chiusi, e resta in silenzio e immobile.

 

 

OSSERVARE LE PROPRIE

CONTRADDIZIONI SENZA ALCUN GIUDIZIO

Rispondendo alla domanda di un sannyasin, confuso perché ha scoperto dentro di sé due lati contraddittori – uno ricettivo e vulnerabile, e l‘altro forte ed energetico – Osho porta nella vita quotidiana la dimensione della meditazione come “osservazione distaccata di sé” a tempo pieno. È solo un esempio, un pretesto per ricordarci che la meditazione è un processo che piano piano dovrà occupare tutta la nostra vita e non solo quell’oretta al giorno che riusciamo a ritagliarci faticosamente tra le nostre attività. Un’ora al giorno di consapevolezza contro 23 ore di inconsapevolezza, sarebbe una partita dall’esito scontato.

 

“Non c’è alcun problema. Tutti hanno questi due lati: è l’anomalia congenita di ogni uomo e ogni donna – una metà è maschile, l’altra è femminile. E deve essere così, perché una parte viene dal padre e l’altra dalla madre.

Tu sei il prodotto di due diversi tipi di persone, di due psicologie differenti. Naturalmente hanno creato due lati in te: il lato vulnerabile, amoroso, fiducioso – cioè la donna. E quello forte, competitivo, efficiente – l’uomo.

E ovviamente, quando esci di casa devi cambiare la tua personalità. Devi nascondere la parte vulnerabile e indossare una maschera più forte, d’acciaio. Stai entrando nel mondo della competizione.

Tutto diventa un problema quando cominci a pensare che dentro di te non ci dovrebbe essere una simile dialettica, quello è il momento in cui la cosa si trasforma in un problema. Se capisci che questa dialettica è davvero necessaria… le due parti sono complementari. Ci vogliono tutte e due, proprio come il giorno e la notte, la vita e la morte – c’è bisogno di entrambe. Non c’è da preoccuparsi se ci sono questi due lati.

Sono le tue due porte, e devi cominciare a osservare te stesso come la terza porta. Tu non sei né questo né quello: puoi cambiarli, sono come vestiti. Ti metti gli abiti da donna o ti metti quelli da guerriero – sono abiti, di sicuro non sono te.

In realtà, quelle due parti dentro di te sono due parti della tua mente, due emisferi della mente, e sono assolutamente necessarie, come due ali, o due mani. Un uccello non può sollevarsi in volo nel cielo con una sola ala. Quelle due ali sono assolutamente necessarie: non sono in contrasto fra di loro. Anche se i loro movimenti sono contrastanti, si sostengono a vicenda, si aiutano l’un l’altra. E, cosa più fondamentale, aiutano l’uccello, che è il terzo.

Va assolutamente bene così: fuori fai il Don Chisciotte, portati sempre la spada. Anche se si tratta di una spada finta, niente di male, perché una spada vera potrebbe essere pericolosa – come maneggiarla? – e potresti farti male da solo. Procurati dei grossi baffi e trova della buona colla tedesca, per farli stare su. Ma quando torni a casa, metti da parte questo travestimento – con cura, perché domani dovrai usarlo di nuovo. E non prendere tutte queste cose seriamente. Sono solo i normali fatti della vita – si ha bisogno di cose diverse in posti diversi.

Quando esci di casa, entri in un campo di battaglia, dove tutti competono con tutti quanti gli altri; si combattono mille e una battaglia, senza che tu possa vederle. Sono tutti insieme, uniti in maniere invisibili, che si combattono l’uno con l’altro: battaglie che avvengono per cose insignificanti.

 

Una coppia stava firmando in municipio – si stavano sposando. Non appena l’uomo ebbe firmato, la donna disse al sindaco: “Voglio divorziare immediatamente, adesso!”

Il sindaco disse: “È pazza? Ha firmato proprio adesso per il matrimonio e già vuole il divorzio?”

Lei rispose: “Certo. Vedendo la mia firma, lui ha firmato per ben tre volte – e in lettere molto più grandi. Meglio litigare subito, e dire addio a questo individuo. Non voglio andare avanti così per tutta la vita!”

La gente continua a litigare per cose senza importanza. È naturale che ti ritrovi senza amore, senza fiducia, sempre in difesa, duro, pieno di dubbi, sospettoso, scettico, prendendo tutti per tuoi antagonisti, per tuoi nemici.

Ma è un gioco.

Non identificarti troppo con questa parte della commedia. Quando torni a casa, liberatene completamente, e torna a essere l’altra parte, quella che prima era stata negata.

Poi, una volta che cominci a trasferirti agevolmente da una parte all’altra, ti sarà sempre più chiaro che tu sei separato dalle due parti, che tu sei solo un testimone, un osservatore: questa è la tua mente, ma non il tuo essere.

Quello che è consapevole di tutto questo gioco è l’essere.

E realizzare l’essere vuol dire realizzare tutto ciò che val la pena di realizzare.

 

Osho, tratto da: Sermons in Stones #5

        (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

 

MISSION IMPOSSIBLE

MEDITARE A KARGIL

 

Se pensi che meditare nella tua indaffarata vita quotidiana sia difficile, prova a immaginare la situazione di un meditatore che sta facendo il servizio militare in zona di guerra! Intervista di Ma Bodhi Taruna.

 

 

Immagina una persona seduta in Buddha Hall nella Osho Commune di Pune, che sta facendo la meditazione Nadabrahma nella sua tunica bordeaux sperimentando uno stato di profondo silenzio interiore.

Adesso lascia pure che la tua immaginazione si scateni! Sullo sfondo puoi vedere l’anfiteatro creato dai maestosi picchi innevati dell’Himalaya, intorno a te soffia una fresca brezza che fa stormire i rari cespugli di rosa selvatica di montagna.

In questo silenzio potresti sentire cadere uno spillo.

All’improvviso senti il suono assordante di un’esplosione, gentile contributo di un pubblico rumoroso… i soldati indiani e pakistani, armati fino ai denti, che si tirano bombe a vicenda. La tensione nell’aria si può tagliare con il coltello: l’intera area è disseminata di proiettili, bombe e trappole minate, l’incubo peggiore per qualunque essere umano. E nel mezzo di questo caos, una persona è seduta e sta facendo quietamente la meditazione Nadabrahma.

Potrebbe sembrare un sogno impossibile e invece è proprio la realtà di un giovane ufficiale dell’esercito che ha permesso che Osho e le sue meditazioni penetrassero in ogni situazione della sua vita.

 

Quando ti sei avvicinato a Osho per la prima volta?

Avevo sentito parlare di Osho sin da quando frequentavo le scuole, ma solo 10 anni fa ebbi finalmente il coraggio di prendere in mano uno dei suoi libri e ne fui completamente affascinato. Sentii di dover assolutamente visitare la Comune per avere un’esperienza diretta della meditazione e per sentire la presenza di Osho. In quel periodo prestavo servizio nell’esercito a Pune.

 

Qual è stata la tua esperienza iniziale qui?

Credo si sia trattato di un’esperienza simile a quella che molti hanno fatto arrivando nel Buddhafield per la prima volta. Sono stato come preso da un’onda di energia. Era come cominciare a conoscermi dall’interno e sperimentare finalmente la meditazione e l’amore. La meditazione Dinamica mi ha aiutato a esprimere l’odio e la rabbia per tanto tempo repressi; si è di certo trattato di un profondo processo di pulizia. Ma la meditazione Nadabrahma è la mai preferita; quando l’ho fatta, per la prima volta mi sono sentito avvolto da un senso di pace e silenzio, un’esperienza che si ripete tuttora.

 

Come si accordava tutto ciò con il resto della tua vita in quel momento?

All’inizio ci sono stati molti conflitti. Da una parte avevo un’esperienza sottile e diretta del mio cuore e di altre parti sensibili di me. Dall’altra ero sempre nell’esercito, dove l’attenzione è su come accrescere la forza fisica e mentale e dove il cuore è assolutamente inesistente! Ho sentito che i due lati non avevano alcuna possibilità di incontrarsi.

 

Come sei riuscito allora a integrare questi due aspetti della tua vita?

È stata la più grande rivelazione che abbia mai avuto. Ho capito che stando seduto in un angolo a occhi chiusi, avrei potuto sperimentare un senso di silenzio, ma che sarebbe stata anche una forma di evasione e di fuga. La realtà della guerra e della violenza non sarebbe scomparsa per quello. Il messaggio di Osho è che l’evasione non è la stessa cosa della rinuncia:

 

Rimani distaccato, ma resta qui, perché non c’è nessun altro posto dove essere. Questo è l’unico mondo possibile, non esiste un altro mondo. Per questo i tuoi monaci e muni e sadhu che siedono nei templi e nei monasteri o nelle caverne dell’Himalaya, sono solo delle persone che evadono la realtà. Rinuncia! Ma non c’è alcun motivo di scappare. Rinuncia eppure rimani qui. Sii nel mondo senza essere del mondo. Resta tra la folla ma rimani solo. Fai migliaia di cose. Tutto ciò che è necessario fare, fallo, ma non essere colui che fa. Non fare appello all’ego, questo è tutto.

 

Inoltre ho sentito di essere entrato in contatto con la mia donna interiore, cioè le qualità femminili di amore, ricettività, pace, e ho iniziato a sviluppare un certo equilibrio tra le due parti al mio interno.

Ho compreso che far parte dell’esercito era in realtà una benedizione. Sapevo che se in quella situazione fossi riuscito a mantenere la mia meditazione, il silenzio, la consapevolezza e il cuore, allora avrei vinto definitivamente la mia “battaglia” interiore. Avrei così trovato il mio modo di essere nel mondo, di trovarmi nel mezzo dei suoi pesanti avvenimenti e tuttavia conservare un umore giocoso, sapendo perfettamente che si tratta di un sogno, di un ruolo da adempiere, di una parte da recitare, ma niente da prendere troppo sul serio.

 

Mi vuoi raccontare qual è la tua situazione attuale?

Al momento sono vicino al settore di Kargil, la zona calda, lungo la linea di controllo tra Pakistan e India. Entrambi i paesi hanno truppe schierate lungo tutto il territorio.

 

Com’è l’atmosfera?

La tensione che si è accumulata tra i due paesi negli ultimi cinquant’anni è ora arrivata al massimo.

Le condizioni fisiche sono molto dure, la temperatura è di circa -50C. Non ci sono alberi, solo i cespugli che crescono a una tale altitudine. In più c’è pochissimo ossigeno nell’aria per cui la sopravvivenza è una lotta continua.

Durante il giorno dobbiamo controllare le nostre postazioni lungo il confine, sempre in guardia per un attacco o un bombardamento.

 

Come fai a entrare in contatto con la meditazione in una situazione del genere?

Essere con Osho mi ha insegnato a vedere il positivo in ogni situazione e a trasformarla in un processo di crescita. Quello che mi trovo a vivere è il momento più intenso della mia vita e tutte le mie energie nascoste vengono scosse fino alle radici. È una provocazione per il mio dinamismo e per la mia consapevolezza che viene spinta al massimo. Il pericolo è grande, ogni momento rischi di morire e questo mi riporta continuamente nel presente. Devo rispondere a ogni situazione al meglio delle mie possibilità, eppure c’è un senso di separazione dagli eventi.

Ogni pomeriggio ascolto una cassetta di Osho e faccio anche la Nadabrahma. Persino in tutto questo caos sono sensibile al silenzio e alla bellezza dell’Himalaya. Dentro di me sono molto rilassato e posso anche passare questa energia a tutti quelli che mi circondano con un effetto molto bello sull’energia collettiva. E poi avverto un senso crescente di compassione e di amore che crea una differenza di qualità nel mio modo di agire. Questo influenza tutti intorno a me e crea una differenza nell’atmosfera. Naturalmente devo anche imparare a mantenere il mio senso dell’umorismo. Per esempio in mezzo a tutta la tensione mi diverto ad allineare una serie di scatolette lungo la linea di confine, una cosa proprio buffa da vedere, e tutti scoppiano a ridere.

 

Cosa mi puoi dire dello spettro costante della morte che ti segue come un’ombra?

La paura della morte sta lentamente sparendo. Penso che questo sia il dono più grande. Come ha detto Osho ci sono due tipi di morte: una è quella normale, inconscia e inconsapevole. Un meditatore muore volontariamente mentre sta meditando. Ciò che riteneva essere se stesso svanisce. Così quando la morte arriva veramente, non c’è niente da aver paura perché hai già conosciuto la sensazione molte volte.

 

Essere vicini alla morte è una grande benedizione. Adesso puoi smettere di giocare a carte, puoi smettere di perdere tempo. L’unica cosa rimasta prima che arrivi la morte è conoscere te stesso. E quando la morte si avvicina non ti puoi permettere di rimanere nell’ignoranza riguardo a te stesso. Proprio questa vicinanza ti rende capace di comprendere l’assenza della morte che è dentro di te. L’arte della meditazione è tutta qui, andare il più possibile in profondità dentro di te, fino al centro del tuo essere. E ne sarai sorpreso, al centro del tuo essere sei eterno. La morte non esiste. Niente muore in realtà, cambia solo la forma.

 

        (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

LA MITICA POONA

 

PARTE SESTA – Il 1974, anno della fondazione dell’ashram di Pune, segna l’inizio di una nuova fase del lavoro di Osho. Non avendo più a che fare con grandi masse, ma potendo lavorare su un numero ristretto di individui veramente motivati, Osho può utilizzare elementi di terapia occidentale, uniti alla meditazione, per sviluppare quella che chiamerà la psicologia dei buddha. Si sviluppa nel contempo un legame discepolo-maestro, dal quale Osho però negli anni a seguire prenderà sempre più distanza.

 

 

Quelli piantati al Woodlands di Bombay furono i primi semi della futura comunità che nel 1974 avrebbe trovato a Pune (allora più conosciuta come Poona) la sistemazione per la fase successiva di questo viaggio infinito. Ci vollero quattro anni perché Osho si ritirasse completamente dalla vita pubblica per concentrare il lavoro solo sui suoi discepoli: benché non viaggiasse, teneva ancora sporadici discorsi – in auditori colmi a dismisura – i cui ascoltatori toccavano punte di 50.000.

Inoltre, per quanti desideravano passare dalla curiosità all’esperienza, creò campi di meditazione intensivi che guidava personalmente. La sua vitalità sprizzava tangibile per riversarsi su quanti partecipavano a questi campi. La sua voce spingeva e incoraggiava i meditatori portandoli a una travolgente intensità, e la sua presenza li guidava, trasformandosi in un agente catalizzatore, il cui potere magnetico trasportava in spazi meditativi sempre più profondi.

“Quando smisi di viaggiare avevo già raccolto intorno a me un buon numero di persone, e così iniziai una nuova fase: campi di meditazione, in località collinari o nel lontano Kashmir. Per un po’ ha funzionato, perché mi tenevo lontano dalle città, ma i politicanti non possono stare a lungo senza far nulla. Avevano così paura di essere estromessi dalle loro posizioni di potere che cominciarono a ostacolare i nostri campi di meditazione. Scoprivamo solo al nostro arrivo che le prenotazioni alberghiere fatte in precedenza erano state cancellate dal governo locale con la scusa di dover tenere – proprio in quell’albergo – una qualche conferenza, che in realtà poi non sarebbe mai avvenuta.

Quando divenne impossibile organizzare campi di meditazione, mi trasferii a Pune – per rimanervi. Ora chiunque voglia venire da me deve venir qui, perché è stato reso praticamente impossibile ogni mio movimento.” (1)

“Scoprii che questi campi di meditazione mi stavano creando dei problemi. Il parlamento del Rajasthan votò per non farmi più entrare in quello stato. E io avevo organizzato campi a Mount Abu, che è appunto in Rajasthan. In Gujarat, fu il primo ministro stesso, Morarji Desai, a proporre una legge per bandirmi da quello stato. E io andavo di solito a tenere campi di meditazione in quello stato, a Nargol… chilometri e chilometri di grandi alberi saru. Sotto c’è sempre ombra perché in alto sono molto ricchi di rami e foglie, e crescono vicini l’uno all’altro. Essendo proprio di fianco al mare si può sentire il rumore delle onde che si frangono e ascoltarlo mentre si è seduti nella foresta, ben distanti l’uno dall’altro.” (2)

Il 21 marzo 1974, Osho festeggiò due volte il ventunesimo anniversario della sua illuminazione: in mattinata nell’appartamento ai Woodlands di Bombay, e nel pomeriggio a Pune, in una proprietà di quasi tre ettari situata al 17 di Koregaon Park, dove si iniziò a creare lo Shree Rajneesh Ashram.

 

Lo spostamento a Pune segnò un rapido cambiamento di scena: intorno al maestro si consolidò una comunità, all’interno di un ashram in cui era possibile sperimentare tecniche di meditazione e metodi di vita utili per ritrovare un’armonia dimenticata. La regia divenne sempre più sottile, Osho era sempre meno visibile: dopo un breve periodo di malattia e di isolamento, usciva ormai dalla sua stanza solo per i discorsi del mattino e per il darshan serale – dove iniziava al sannyas ricercatori che arrivavano sempre più anche dall’Occidente, oltre a rispondere alle loro domande, consigliando loro anche meditazioni personalizzate.

A Pune i primi discorsi in inglese, nel maggio 1974, furono basati su domande e risposte, Osho spiegava i suoi metodi, il rapporto maestro discepolo, e lo sviluppo del suo lavoro. Pubblicati con il titolo La mia via, la via delle nuvole bianche, ebbero il potere di attirare un gran numero di ricercatori spirituali dall’Occidente.

Nel primo campo di meditazione tenuto a Pune, Osho annunciò l’inizio di una nuova fase: per la prima volta non avrebbe guidato più di persona le meditazioni, per l’occasione la sua poltrona, vuota, venne portata nella nuova Meditation Hall.

 

“Se vuoi essere con me non puoi essere nella mente. Le due cose non possono succedere insieme. Quando sei nella mente non sei con me; quando non c’è la mente, tu sei con me. E io posso lavorare solo se tu sei con me.

Questo campo, da molti punti di vista, sarà diverso. Sto iniziando una fase completamente nuova del mio lavoro… Una novità è che io non sarò presente; ci sarà solo la mia poltrona vuota. Ma vedete di non sentire la mia mancanza, perché in un certo senso io sarò là, e d’altra parte di fronte a voi c’è sempre stata una poltrona vuota. Anche adesso questa poltrona è vuota, non c’è nessuno seduto qui. Io vi sto parlando, ma non c’è nessuno che vi sta parlando. È difficile da capire… ma anche adesso questa poltrona è vuota. Finora, in tutti gli altri campi di meditazione, sono sempre stato con voi perché non eravate pronti. Adesso sento che siete pronti. E avete bisogno di essere aiutati a diventare sempre più pronti a lavorare in mia assenza, perché se sono presente potreste provare un tipo di entusiasmo che è falso. Il solo fatto di sentire che sono presente vi può spingere a fare cose che non avreste mai pensato di fare: potreste sforzarvi solo per impressionarmi. Ma questo non servirebbe a nulla, è utile solo ciò che arriva veramente dal vostro essere. La mia poltrona sarà là. Io continuerò a osservarvi, ma sentitevi completamente liberi. E non pensate al fatto che io non sono presente perché questo potrebbe deprimervi, e quella depressione disturberà la vostra meditazione.” (3)

In aggiunta alla Meditazione Dinamica, Osho sviluppò in questo primo anno a Pune molte nuove meditazioni della durata di un’ora: Whirling, Kundalini, Nataraj, Nadabrahma, Gourishankar, Vipassana, Devavani, Mandala – le stesse che continuano a essere tutt’oggi alla base del programma giornaliero della Comune.

L’obiettivo era di adeguare il vasto patrimonio delle tecniche di meditazione sviluppate nei secoli in Oriente, alle necessità dell’uomo dei nostri giorni, sia orientale che occidentale.

 

“La meditazione non era qualcosa di arduo o difficile, ma per la mente occidentale o persino per la mente orientale contemporanea – totalmente conquistata dall’ideologia dell’Occidente – non è un compito facile osservare la mente. È stata talmente riempita a forza di rifiuti e spazzatura, che il semplice osservarla ti fa quasi impazzire. È un film che comincia, ma non finisce mai. Puoi continuare a guardare, giorno dopo giorno, anno dopo anno, e la mente è sempre pronta a fornirti nuove immagini, nuovi sogni.

Proprio per questo ho dovuto creare qualche altra tecnica – Dinamica, Kundalini e così via – prima che tu possa affrontare una meditazione come Vipassana, di silenziosa osservazione della mente. Ho creato delle tecniche per aiutarti nella catarsi, un aiuto a liberarti della tua spazzatura invece di perdere tempo a osservarla.” (4)

 

Negli stessi anni Osho diede il via anche ai primi gruppi di terapia, nella cui struttura erano incluse ogni giorno le meditazioni Dinamica e Kundalini – oltre al campo di meditazione all’inizio o alla fine del gruppo stesso. A guidarli erano terapisti del movimento di crescita interiore, sviluppatosi negli anni sessanta soprattutto in Inghilterra e Stati Uniti, che avevano scoperto come l’incontro con un maestro illuminato e con la meditazione potesse dare al loro lavoro – oltre che alla loro stessa crescita – possibilità e prospettive prima inimmaginabili.

 

“Quando qui a Pune è nata l’università (l’organizzazione dei gruppi e delle sessioni individuali) qualcuno l’ha chiamata Esalen Est. Esalen è un centro di crescita interiore in California. E tu mi chiedi se questa università è differente dai centri di crescita californiani. Di sicuro è differente! Persino il fondatore di Esalen è venuto a Pune per essere iniziato al sannyas. È diventato un sannyasin. E si è potuto accorgere della differenza: quello che si faceva là era solo lavoro intellettuale, e quello che viene fatto a Pune è invece esistenziale ed esperienziale. A Esalen non c’era nulla di simile alla meditazione, e la meditazione è il mio insegnamento fondamentale.” (5)

 

Era Osho, durante i darshan, ad assegnare alle persone i diversi gruppi da fare, e a incontrarsi con i partecipanti, una volta terminato il gruppo, fornendo anche consigli ai diversi terapisti che guidavano i gruppi. Alla fine del 1977 erano già disponibili una cinquantina di gruppi diversi e l’Ashram iniziò a essere conosciuto come il più grande centro di crescita spirituale di tutto il mondo, attirando decine di migliaia di persone ogni anno.

 

“Mi chiedi se è vero che ho detto che i miei terapisti sono i migliori del mondo, e qual è la differenza fra loro e i famosi terapisti di Esalen.

Certo che i miei terapisti sono i migliori, per la semplice ragione che gli altri sono semplicemente terapisti, non sono meditatori. I miei sono anche dei meditatori. La terapia è qualcosa di superficiale, può pulire il terreno, ma avere semplicemente un terreno pulito non è come avere un giardino. C’è bisogno di qualcosa di più.

La terapia non è costruttiva: toglie solamente le erbacce, tira via le pietre dal terreno, lo prepara a essere un giardino. Ma il suo lavoro finisce qui. La terapia occidentale è ancora a uno stadio molto primitivo. Deve farne ancora di strada! E finché non si unisce alla meditazione, può solo recare un po’ di beneficio in superficie, ma non può realmente aiutare la persona a crescere. E richiede così tanto tempo. Ci sono persone che sono state in psicoanalisi – o altri tipi di terapie – per dieci, dodici anni. Hanno cambiato terapista, ma i loro problemi sono rimasti gli stessi. Hanno scavato a fondo nei sogni; hanno provato nuove scuole – Freud, Jung, Adler, Assagioli – e le loro spiegazioni per un po’ sono sembrate davvero importanti. Ma non hanno portato alcun cambiamento. Sembra anzi che le persone finiscano con il diventare dipendenti dalla terapia.” (6)

 

Questo tipo di lavoro iniziato da Osho a Pune, in cui le tecniche terapeutiche occidentali venivano rivoluzionate attraverso i metodi di meditazione orientali venne definito da lui la “psicologia dei buddha”.

Mentre la tradizionale psicologia occidentale si occupa quasi unicamente di curare le patologie mentali tentando al meglio di adattarle a una società di per se stessa non sana, e le tradizionali “psicologie” orientali, quali yoga, zen e sufismo, si rivolgono a persone sane ed equilibrate – peraltro sempre più difficili da trovare nella società odierna – per aiutarle a mantenersi tali, Osho individua l’urgenza di una terza psicologia che chiarisca finalmente l’obbiettivo finale del lavoro delle prime due.

Questo percorso, che inizia dalla psicologia occidentale, può portare solo verso una nuova forma di religiosità, ben diversa naturalmente dall’appartenenza a una qualsiasi delle religioni organizzate – ormai esclusivamente strutture socio-politiche con le quali ci si trova identificati per condizionamenti che risalgono fin dalla nascita – una religiosità che esprime la scelta individuale di trasformare la propria consapevolezza.

“La psicologia dei buddha è un approccio totalmente radicale. Bisogna inoltrarsi nella propria consapevolezza senza dividerla, senza analizzarla, senza giudicarla, senza dare valutazioni, senza condannarla, senza dire niente al riguardo. Semplicemente entrarci e vedere esattamente di che cosa si tratta. La mente deve sparire del tutto, solo allora vi accorgerete di cosa sia la consapevolezza – perché la mente continua a creare increspature sulla superficie, e lo specchio ne è disturbato, continuando a riflettere in maniera distorta. Quando lo specchio svanisce completamente, la mente sparisce del tutto e rimane il puro silenzio, kokoro, il nulla, satori, samadhi – quel samadhi è lo stato del tuo essere indisturbato da ogni tipo di analisi. Quello è il tuo stato originario. Quello è ciò che si chiama divinità.” (7)

 

Mentre il maestro si ritraeva sempre più dalla vita pubblica, il tipo di energia, di instancabile attività, che aveva caratterizzato i suoi anni precedenti si trasferiva, in qualche modo, nei suoi discepoli.

Uscito di scena il maestro, vi entrarono i discepoli, che si misero al lavoro con un’esplosiva vitalità. C’erano da soddisfare le esigenze pratiche di un numero sempre maggiore di persone che in ogni modo e per le ragioni più disparate arrivavano fino a questo “incanto d’arancio”, la mitica Poona. Il cibo, le pulizie, la manutenzione, le costruzioni (risalgono a quel periodo il Chuang Tzu Auditorium, sede ora del samadhi di Osho, e la prima Buddha Hall), la logistica dei gruppi di terapia, i vestiti arancioni, i mala e le scatoline di legno intagliato che Osho regalava ai suoi sannyasin, la pubblicazione e distribuzione di libri, periodici e cassette che portavano in tutto il mondo le parole di Osho, le prime ridottissime coltivazioni biologiche… e persino, per un breve periodo di tempo, un paio di mucche per avere latte igienicamente sicuro. Tutto succedeva nell’Ashram. Dietro a tutto questo acceso dinamismo, che talvolta sconvolgeva certi visitatori abituati al ritmo sonnolento e “meditativo” del tradizionale ashram indiano, c’era Osho che invitava a sperimentare una nuova, necessaria, visione del lavoro.

“Il lavoro non è importante, bensì quello che succede dentro di te mentre lo svolgi: quello è il nocciolo della questione. Se porta luce nel tuo essere; se ti dà una profonda soddisfazione; se ti rende pieno di amore e di gioia – a quel punto è irrilevante ciò che stai facendo.” (8)

 

Non pochi di quelli che arrivavano per incontrare un maestro illuminato, sperimentarne le meditazioni, partecipare ai famosi – e spesso temuti – gruppi di terapia, rimanevano poi, una volta terminata questa “scuola preparatoria”, per partecipare alla vita della Comune usando appunto il lavoro come meditazione, come metodo di trasformazione personale.

La meditazione cominciò sempre più a uscire dall’ambito delle tecniche, dall’eccezionalità delle situazioni nei gruppi di terapia, per permeare ogni attività, la vita di tutti i giorni. E l’ashram divenne così un laboratorio di vita, un Buddhafield: “È un campo di energia in cui voi potete iniziare a crescere, a maturare, dove il vostro sonno può essere spezzato, dove potete essere scossi alla consapevolezza. È un campo elettrico dove non riuscirete più ad addormentarvi, dove dovrete stare svegli.” (9)

 

E, oltre la vita, la meditazione inizia a permeare, nell’esperienza che i discepoli di Osho fanno all’interno del Buddhafield, anche la morte.

 Quando nel 1976 una sannyasin olandese che viveva nell’Ashram, Ma Vipassana, muore di un tumore cerebrale, Osho dice: “ Vipassana ha accettato la morte, questa è una delle cose più difficili da fare, è possibile solo se sei in profonda meditazione. Altrimenti è impossibile, perché la mente, l’intera mente umana è stata condizionata contro la morte. Ci hanno insegnato per secoli che la morte è contro la vita, che la morte è nemica della vita che la morte è la fine della vita. E così noi siamo spaventati e non possiamo rilassarci. E se non siamo rilassati riguardo alla morte, rimarremo tesi per tutta la vita – perché la morte non è separata dalla vita. Non è la fine della vita, al contrario, ne è il crescendo, il culmine.

Chi ha paura della morte ha paura di tutto. Perderà ogni occasione. Se non accetti la morte rimani solo a metà, rimani solo una parte, rimani zoppo. Quando accetti anche la morte, diventi bilanciato. Allora accetti tutto – il giorno e la notte, l’estate e l’inverno, la luce e il buio.” (10)

 

NOTE

1. Osho: The Path Of The Mystic

2. Osho: Hyakujo, The Everest Of Zen

3. Osho: A Bird On The Wing

4. Osho: Sat Chit Anand

5. Osho: The Last Testament 2

6. Osho: Light On The Path

7. Osho: Zen: The Path Of Paradox vol 1

8. Osho: The New Dawn

9. Osho: The Secret

10. Osho: Nothing To Lose But Your Head

 

        (ritorna al SOMMARIO)

 

 

IL MAESTRO AL LAVORO

Osho a colloquio con i partecipanti di un gruppo di Encounter

 

Osho: Com’è andato il gruppo?

 

Neerjo (una dottoressa dalla Germania): Ho avuto molte buone esperienze. Ma adesso mi sono bloccata. Ieri ho sentito molta energia negativa, odio e distruttività. Sentivo una grande voglia di distruggere e non mi permettevo di farlo.

 

Osho: La distruttività in sé non è un male. Può essere usata in modo molto creativo. In realtà nessuno può abbandonare la distruttività. L’unica differenza tra una persona creativa e una distruttiva è sull’enfasi.

La persona distruttiva è interessata solo alla distruzione. Qualche volta, anche se crea qualcosa, lo fa solo per distruggerla. Se ha fatto amicizia, in profondità vuole solo distruggerla. Il suo piacere è nella distruzione, la distruzione è il suo obiettivo. Se si innamora, dentro di sé sa che è solo per distruggere poi qualcosa. Come puoi distruggere l’amore se non è presente? Per distruggerlo, devi prima crearlo.

La persona creativa possiede una distruttività uguale a quella della persona distruttiva, ma l’enfasi qui è rovesciata. Egli distrugge le cose per creare. Se vuoi creare il nuovo, devi abbattere il vecchio. Se sei molto creativo, devi distruggere tante cose, perché non esiste creatività senza distruzione.

Quindi una persona creativa non è priva di distruttività. L’unica differenza è che usa la distruttività come mezzo verso la creazione. Entrambe le persone possiedono tutte e due le qualità.

Per cui non pensare che la distruttività sia qualcosa di sbagliato. Devi imparare a usarla. È una cosa bellissima. Maggiore è la creatività, più grande sarà la distruttività: come puoi creare il nuovo se non distruggi il vecchio? Ma tu devi trovare la maniera di usare la distruttività in modo creativo. Essa rappresenta una grande forza. Canalizzata, diventa meravigliosa. Lasciata nel caos diventerà suicida, perché l’esito finale è la distruzione di se stessa. Quanto a lungo puoi continuare a distruggere le altre cose? Un giorno si arriverà al risultato finale: distruggerai te stessa. In realtà tu ti stai preparando a questo. Distruggi questo e quello – questa relazione, quell’amicizia, questa persona, quell’amore – e un giorno semplicemente ti stufi di tutto. Ora vuoi distruggere l’oggetto finale: te stessa. Ecco perché la gente si suicida.

Quindi io non sono contro la distruttività, ma sono certamente a favore della creatività. Devi convogliare tutta la tua distruttività in qualche attività creativa. Hai molte cose da distruggere. La gelosia: distruggila; l’odio: distruggilo; l’aggressione, la rabbia, la possessività: distruggile. Tutte queste cose esistono dentro di te, e se le distruggerai diventerai un buddha.

Hai gli strumenti per farlo. Se il fuoco c’è, usalo; brucia tutte queste cose. E dopo ogni distruzione avvertirai un nuovo flusso di energia… l’energia aumenterà immensamente. Se riesci a distruggere la gelosia, uccidila, e vedrai svilupparsi dentro di te cose meravigliose. L’amore diventa estremamente facile, se riesci a distruggere la gelosia; altrimenti è la gelosia che distrugge l’amore. Se distruggi l’odio, improvvisamente ti trovi con così tanto amore che non poni più alcuna condizione: non ti interessa se la persona sia degna o meno d’amore. Non te ne preoccupi, quando hai così tanto da dare! Tu semplicemente dai, e ti senti grata che l’altro abbia accettato.

Per come la vedo io, la tua responsabilità verso la creatività è grande. Forse è questa la ragione per cui ti senti tanto distruttiva. Usa questa distruttività prima che ti faccia impazzire.

E non contrastarla. Ricorda che è semplicemente energia. Il fuoco che brucia la casa è lo stesso che cucina per te. Il fuoco che procura luce e calore, può anche ucciderti: è lo stesso fuoco. Tu hai l’energia; hai solo bisogno di una direzione. E il tuo sannyas sarà creativo, per cui non ti preoccupare. (rivolto al terapista) Hai qualcosa da dire su di lei?

 

Teertha (il terapista): Si è trovata più a suo agio quando nel gruppo accadevano cose negative. Ogni tanto permette alla sua energia di fluire, ma in genere si trova molto a disagio se quello che succede è positivo.

 

Osho: Mm, è perché non sa vivere in un campo d’energia positiva. Aiutala a disfarsi della negatività. Quando si trova nella negatività, aiutala a esprimerla. Portala fino in fondo, perché quello è l’unico modo di cambiare. Bisognerebbe andare fino all’estremo, poi il pendolo torna indietro.

(a Neerjo) Non puoi tornare indietro da metà strada. Se lo fai, ci sarà uno strascico, ti sentirai molto a disagio. Può essere che tu fossi davvero arrabbiata, e in qualche modo riuscissi a non andarci dentro. Forse non avrai espresso la tua rabbia, ma essa si diffonderà in tutto il tuo essere. Circolerà nel tuo sangue. Si muoverà nel tuo respiro. Ti avvelenerà e avvelenerà tutto ciò che tocchi. È meglio andarci dentro con tutto il cuore, in modo da farla finita. Così finirà prima, e tu ne uscirai più pura che in precedenza.

(rivolto al terapista) Limitati a portarla profondamente nella negatività. In questi due giorni, aiutala ad andare il più lontano che può; non cercare di riportarla indietro. Spingila sino alla fine, all’estremo, nell’abisso, in modo che possa vedere da sé dove si sta dirigendo e quale può essere il risultato se continua ad andare avanti così. A quel punto sarà la sua mente a indietreggiare. E quando vedi che sta tornando indietro da sola, forniscile un’esperienza positiva. Lei l’apprezzerà.

In realtà, si sta portando dietro della negatività da molti giorni e vuole liberarsene; per questo ogni volta che c’è una situazione negativa si sente bene. È adatta a lei, in quei momenti anche lei può essere negativa. Accade… Se dentro di te hai della violenza e non riesci a farci nulla, il semplice vedere un omicidio alla TV ti rilasserà. Ecco perché la gente vede tanti film di omicidi e legge tanti gialli. Voleva fare qualcosa di simile, ma era troppo pericoloso, troppo rischioso. Allora si identifica con un film, con la TV o con un romanzo. Oppure, quando due persone litigano per strada, si raduna una folla. La folla non è assolutamente interessata alle persone, ma solo alla violenza. Avrai forse notato che se il litigio in qualche modo si placa, tutti se ne vanno delusi: volevano che accadesse qualcosa, ma non è successo nulla. Quando al mattino leggi i giornali, sei molto curioso di sapere se è successo qualcosa o meno, se è stato ucciso qualcuno o è scoppiata la guerra. Se non è successo nulla, ti senti un po’ frustrato: non ci sono novità, nulla di eccitante.

Quindi quando nel gruppo c’è della negatività, Neerjo si sente eccitata; si sente molto su di giri. Avrebbe voluto fare queste cose e non c’è riuscita. Ma non lasciare che faccia la spettatrice, questo non la aiuterà: è quello che ha fatto per tutta la vita. Costringila a partecipare.

(a Neerjo) E ricorda anche tu. Partecipa. Se ti trovi in una situazione che esprime rabbia, partecipa. Che cosa c’è di sbagliato? Questo è l’obiettivo del gruppo: far uscire quello che c’è dentro, e se vuoi colpire, picchia un cuscino.

 

Neerjo: Non è abbastanza. C’è qualcosa di più…

 

Osho: Mettiti a fare qualcosa di distruttivo. È possibile; non c’è problema. Si possono trovare modi e mezzi. Puoi prendere in mano un coltello e uccidere il cuscino: uccidilo per davvero. Entra nella furia dell’uccidere: questo ti sarà d’aiuto. Il valore dell’Encounter è proprio questo: porta fuori tutto quello che hai dentro di te. Quando una cosa arriva alla mente conscia, il suo veleno non avrà più effetto su di te. Inconscia, è pericolosa. Quando è conscia, il pericolo è cessato.

In caso contrario, sei come un burattino mosso dai fili dell’inconscio. Porta alla luce queste cose, e anche il burattino comincerà a ridere e a vedere quanto tutto ciò sia ridicolo: “Sono stato sotto l’influenza e la schiavitù delle mie stesse emozioni”. Quando è troppo è troppo.

Quindi, portalo totalmente alla luce della consapevolezza. Funzionerà. Tu sei venuta da me: non puoi rimanere distruttiva a lungo.

 

Sanjaya (un altro partecipante): Mi sono osservato il meglio che potevo, durante l’Encounter, e sento di avere una grande quantità di maschere.

 

Osho: Mm… (al terapista) qualcosa su di lui?

 

Teertha: Quando nessuno lo guarda, si scioglie un poco, ma non appena riceve un po’ di attenzione, lotta. Vede tutto ciò che gli viene detto come un giudizio contro di lui.

 

Osho chiede a Sanjaya di chiudere gli occhi e di lasciare che l’energia si muova. Dopo averlo osservato abbassare la testa e quindi muoversi come se stesse per cadere all’indietro, lo richiama…

 

Osho: Non c’è nessun grosso problema: tu non hai molte maschere.

(al terapista) Ha una maschera sola: ecco perché è tanto protettivo. La sua maschera è molto sottile e quindi, non appena gli dai attenzione, vi si aggrappa perché è l’unica che ha. Se si possiedono molte maschere, non importa: ne casca una e ce n’è un’altra. E se va via anche quella, ce n’è un’altra ancora. Esistono strati su strati, perché preoccuparsi? Lui però ha una maschera molto sottile. Una volta persa, è persa, e quindi vi si aggrappa con forza. Ma non esiste nulla di cui preoccuparsi.

In questi due giorni, mettilo al centro e dagli più attenzione che puoi. Nella sua infanzia non ha ricevuto molta attenzione. Non è stato amato. Non ha sentito calore nel mondo. Si è sentito trascurato e rifiutato. Si è sentito come un peso. Ha sentito che avrebbe dovuto costruirsi la propria vita e nessuno lo avrebbe aiutato. Si sente indifeso, e per questo ha sempre paura. Crede che se sparisse la sua maschera, lui stesso sparirebbe. Sarebbe vuoto e basta.

Quindi sii semplicemente più amorevole verso di lui ed egli si denuderà con tanta facilità, si abbandonerà con tanta scioltezza che ne sarà sorpreso. Ma dagli attenzione e sii amorevole verso di lui. Ha bisogno di attenzione, di calore. Ed esploderà. In questi due giorni vedrai accadere in lui una trasformazione.

(a Sanjaya) Non hai molto da perdere: ecco perché hai paura. Quindi non ti preoccupare; finisci semplicemente questi due giorni, mm?

 

Sanjaya, a testa bassa, mormora una risposta a Osho e ritorna al suo posto dietro al gruppo, dove comincia a piangere sommessamente.

 

Premananda (uno psicologo dagli Stati Uniti): Ho un problema in questo gruppo, ed è lo stesso che avevo nel Tathata… Semplicemente è difficile aprirsi, lasciarsi andare… Far emergere una qualsiasi cosa.

 

Osho (al terapista): Hai qualcosa da dirmi su di lui?

 

Teertha: Penso che il lavoro con lui sia stato per lo più indiretto. Affrontando le cose in modo diretto, oppone molta resistenza. Ma in realtà non sembra che abbia una corazza molto dura. Dentro di lui pare esserci molta delicatezza. La mia ipotesi è che sia molto spaventato da quella delicatezza.

 

Osho: Teertha potrebbe avere ragione. Il tuo problema non sembra essere che sei duro dentro, ma che sei astuto. Ecco perché non ti apri. Tu non sei duro; Teertha ha ragione. Dentro sei delicato, ma sei molto astuto, e la tua astuzia funge da durezza; non lascia entrare nulla. Razionalizzi. Più che altro sei un pensatore. Il tuo cuore è molto delicato, ma niente riesce a raggiungerlo. Il terreno è molto tenero, ma il seme lo deve raggiungere, altrimenti non germoglierà. L’astuzia della mente semplicemente non lo permette. Funziona come una guardia al cancello: non lo lascia entrare. Tu sei molto calcolatore, astuto e intelligente: questo è il tuo problema. Il problema non è la durezza del cuore.

Per cui fai una cosa: comincia a fare delle pazzie. (Al terapista) Dagli un po’ di cose folli da fare… Cose assurde.

 

Premananda: Lo ha già fatto.

 

Osho: Ma potresti aver razionalizzato. Hai bisogno di cose davvero folli; questo ti farà rilassare. La tua testa deve essere costretta in tali stupidaggini da perdere la sua astuzia. Quando vede che è inutile fare i furbi, e che tutto questo è semplicemente folle, allora lo permetterà.

Ma accadrà. La follia più importante è già successa: sei diventato sannyasin (risata). Adesso si tratta solo di aspettare, è una questione di tempo. Una volta che la mente non vigila, le cose accadranno. Basta che succeda anche una sola volta.

Quando avrai avuto un bagliore della delicatezza del tuo cuore, non ascolterai mai più la mente, perché vorrebbe dire solo sprecare senza motivo una vita preziosa. Tutto ciò che è meraviglioso accade attraverso il cuore. La mente è un servo che pretende di essere il padrone. Il cuore è il padrone, ma è così umile da non dirlo mai… Un padrone così buono che anche se ha la sensazione che il servo sia seduto sul trono, decide di lasciarlo divertire, tanto non c’è nulla di male. Così il servo è diventato sempre più sicuro di sé; a poco a poco ha usurpato il trono. Non è minimamente interessato al padrone autentico. In realtà, lo ha completamente dimenticato; pensa di essere lui il padrone.

Una volta che sei in grado di intuire questo, tutto cambierà. Allora il passaggio si sarà aperto. Ma io sono qui, non ti preoccupare. Ogni volta che in questi due giorni ci sarà un momento di follia, prova a entrarci. In questi due giorni, esci semplicemente dalle categorie della mente. Fai cose folli, qualsiasi cosa ti viene sul momento; qualsiasi cosa sto dicendo. Se improvvisamente senti di voler stare nudo e ballare, fallo e vedi cosa succede: così, sui due piedi. Lascia che gli altri pensino che tu sia pazzo.

Se riesci a essere un poco pazzo, ogni cosa andrà al suo posto. Per te un po’ di follia è come una medicina. Questa è la mia prescrizione, per il momento. Poi vedremo! (risata)

 

Osho, tratto dal diario dei darshan:

The Passion for the Impossible

 

 

 

Qui vorrei dire qualcosa che ho tenuto segreto per tutta la vita: Buddha ha dichiarato prima di morire che sarebbe ritornato dopo venticinque secoli e che il suo nome sarebbe stato Maitreya. Maitreya vuol dire l’amico. I buddha non ritornano; nessun illuminato ritorna mai, era solo un modo di dire…

Quello che voleva dire è di enorme importanza. Non ha niente a che fare con il suo ritorno; non può ritornare. Ciò che intendeva era che l’antico rapporto tra maestro e discepolo sarebbe diventato irrilevante in venticinque secoli. Era la sua chiarezza di percezione, non stava facendo una predizione, era solo la sua chiarezza nel vedere come stanno cambiando le cose, come sono cambiate nel passato e come stanno ancora cambiando, ci sarebbero voluti almeno venticinque secoli perché la relazione tra maestro e discepolo fosse sorpassata. Allora il maestro illuminato diventerà semplicemente l’amico.

Io avevo sempre desiderato di non essere un maestro per nessuno. Ma le persone vogliono un maestro, vogliono essere discepoli, per questo ho giocato questo ruolo. È arrivato il momento in cui vi devo dire che ora molti di voi sono pronti ad accettarmi come un amico. Quelli che sono in armonia con me continuamente, senza nessuna interruzione, sono i soli veri amici.

 

Osho, The Last Testament, Vol. 3

        (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

 

PERCHÈ SONO CONTRO GANDHI

 

Il Mahatma Gandhi è uno di quegli uomini che ha lasciato il segno, proprio perché aveva un sogno potente da attuare: la giustizia e l’autodeterminazione del popolo indiano, all’epoca sottomesso al dominio inglese. Per tradurre in realtà i suoi ideali, Gandhi di fatto sacrificò la sua vita, pur improntandosi alla più estrema non-violenza. È difficile dire se ciò che ha ottenuto era effettivamente quello che intendeva realizzare, di certo oggi il Paese sta sperimentando i limiti degli ideali sui quali gli uomini del Partito del Congresso, che a lui si ispiravano, posero le basi dell’India indipendente.

Da più parti, in quell’immenso subcontinente che oggigiorno è la più grande democrazia esistente, si sente l’esigenza di una nuova figura di riferimento. E da tempo molti uomini politici e molti intellettuali riconoscono in Osho il rappresentante di quello spirito dell’India le cui origini si perdono nei millenni.

K. Singh, il più famoso opinionista indiano, sul quotidiano Times Of India, ha da diversi anni, promosso Osho a “padre della patria”, definendolo “uno dei dieci uomini che hanno determinato il destino dell’India”, con questa precisa motivazione: “Osho è in grado di trasmettere più dello stesso Gandhi lo spirito di ricerca della Verità che è il vero senso e il valore reale, da tempo immemorabile, dell’India”.

Nelle pagine seguenti ecco che cosa ha da dire Osho su Gandhi...

 

 

 

 

UNA BREVE BIOGRAFIA

 

Mohandas Karamchand Gandhi – nato nel 1869 a Porbandar – dopo i primi anni di studio in India, partì per Londra nel 1888 per laurearsi in giurisprudenza. Tornato in India nel 1891 cominciò a esercitare la professione d’avvocato. Nel 1893 si trasferì in Sud Africa, dove le condizioni dei 150.000 indiani che vivevano in quel paese lo colpirono profondamente e lo convinsero a rimanere in quella regione sino al 1914, con l’intento di organizzare i suoi connazionali. Nel 1906 proclamò, per la prima volta, il cosiddetto satyagraha per protestare contro un’imposta che il governo sudafricano voleva applicare.

Il satyagraha, interpretato di solito come resistenza passiva, significa letteralmente insistere per la verità; come ci dice lo stesso Gandhi: “Tale insistenza arma chi vi si dedica di una potenza impareggiabile. In essa non vi è posto per la violenza, l’unica forza di applicazione universale è quella dell’ahimsa o amore. Il satyagrahi (chi pratica la resistenza passiva) dovrà soffrire con gioia anche fino alla morte”. Le regole di vita del satyagrahi si riassumono perciò in sopportazione senza rabbia, senza reazione violenta, ma anche senza obbedire agli ordini giudicati ingiusti.

Nel 1914, nonostante la forte repressione, Gandhi trionfava: l’imposta era soppressa ed era concessa libertà di residenza in Sud Africa agli indiani.

Ritornato in India nel 1915, Gandhi partecipò all’attività del Partito del Congresso nazionale indiano che propugnava l’idea di autonomia (swaraj). Alla fine della Prima guerra mondiale le promesse fatte all’India dagli inglesi non furono mantenute: anziché concedere nuove libertà, si ebbero forti restrizioni: Gandhi proclamò la prima satyagraha. La campagna riuscì a unire musulmani e indù. Obiettivo principale era assicurare all’India l’indipendenza economica (swadesi): rinunciare alle bevande alcooliche, ripudiare le macchine e tornare all’industria domestica del telaio, usare solamente stoffe filate e tessute in India, rinunciare a tutte le cariche governative. Nel 1921 Gandhi incitò alla disubbidienza civile: rifiuto di pagare le tasse e di sottostare alle leggi inglesi. Nel 1922 venne arrestato e condannato a sei anni di carcere, ma fu liberato nel 1924. Nel 1929, al Congresso nazionale di Lahore, fece approvare un ordine del giorno dove si affermava che l’autonomia doveva intendersi ormai come indipendenza completa. Nel 1932 Gandhi proclamò la seconda campagna di disubbidienza civile e fu imprigionato con tutti i capi del movimento nazionalista. Con un digiuno durato 145 ore (20-26 settembre 1932) riuscì però a imporre la sua volontà al governo inglese, ottenendo una prima – seppur controversa – vittoria: abolizione dei collegi elettorali separati per gli intoccabili (la casta più povera), e diritto di rappresentanza nel parlamento nazionale. Nelle elezioni del 1937 il Partito del Congresso risultò vittorioso e fece approvare una nuova costituzione.

Durante la seconda guerra mondiale Gandhi condusse la terza campagna della satyagraha contro la guerra, appoggiato da Jawaharlal Nehru. Nel 1946 un’assemblea costituente e un governo di transizione indiano prepararono l’indipendenza e nel 1947 venne finalmente firmato l’Indian Independent Act. L’indipendenza e la conseguente creazione di due stati separati, India e Pakistan, scatenò un violento conflitto tra indù e musulmani, con carneficine e centinaia di migliaia di morti. Nel 1948 Gandhi venne assassinato da Nathuram Godse, un fanatico proveniente dalle organizzazioni dell’estremismo indù di Pune, le stesse da cui sarebbe arrivato in seguito Vilas Tupe, che nel maggio 1980 attentò alla vita di Osho in Buddha Hall.

 

 

 

 

LA VIOLENZA NASCOSTA DI GANDHI

 

Il Mahatma Gandhi coltivava la non violenza, ma io ho scrutato a fondo nella sua vita e ho scoperto che è una delle persone più violente di questo secolo. Ma la sua è una violenza molto raffinata, la sua violenza è così sofisticata da apparire quasi come non violenza.

Se, per esempio, sei arrabbiato, normalmente provi collera verso la persona che l’ha provocata. Gandhi invece si adirava con se stesso, non con l’altra persona. Dirigeva la sua rabbia verso di sé, la introvertiva. In questo modo è veramente difficile da scoprire. Iniziava un digiuno, fino alla morte, iniziava a tormentarsi. E riusciva astutamente ad angosciare gli altri con le sofferenze che si infliggeva da solo.

Nel suo ashram, se qualcuno era scoperto a bere tè… Il tè è una bevanda innocente, ma nell’ashram di Gandhi berlo era peccato. Questi ashram sono fatti per creare sensi di colpa, non perdono un’occasione per colpevolizzare la gente. Sono questi i segreti del mestiere: utilizzano proprio ogni possibilità. Anche un tè può bastare e così lo usano: se qualcuno è scoperto a bere tè, è un peccatore.

E la gente era solita bere tè, ma doveva farlo di nascosto. Solo per bere un tè bisognava nascondersi come dei ladri, ingannare, diventare degli ipocriti! Ecco cosa hanno fatto a milioni di persone le vostre cosiddette religioni. Invece di svilupparne la spiritualità li hanno resi degli ipocriti.

Faranno finta di non bere tè, ma una volta ogni tanto verranno colti con le mani nel sacco. E Gandhi faceva sorvegliare la gente, aveva informatori nascosti per scoprire chi andasse contro le regole. E ogni volta che qualcuno veniva scoperto, Gandhi lo faceva chiamare… e poi iniziava un digiuno per punire se stesso. “Ma che logica è mai questa?” vi chiederete. È una logica molto semplice, usata in India da secoli. Il trucco è che Gandhi usava dire: “Si vede che ancora non sono un maestro perfetto, ecco perché un discepolo riesce a ingannarmi. Devo purificarmi. Mi hai ingannato perché c’è ancora qualche imperfezione in me”.

Quale umiltà! E Gandhi poi cominciava a tormentarsi, iniziava un digiuno. Gandhi sta digiunando perché tu hai bevuto una tazza di tè. Come ti sentiresti? Un digiuno di tre giorni a causa tua, solo per una tazza di tè! Davvero una situazione pesante per te. Se ti avesse colpito sulla testa non sarebbe stato così duro. Se ti avesse rimproverato, se ti avesse punito, se avesse imposto a te il digiuno, sarebbe stato molto più semplice – e molto più compassionevole.

Ma il maestro stesso sta digiunando, soffre, e nell’ashram tu vedi la condanna in ogni sguardo. Tutti ti considerano un grande peccatore: a causa tua il maestro sta soffrendo, e per una tazza di tè, poi. Come sei caduto in basso!

E la persona andava a gettarsi ai suoi piedi, a piangere e lamentarsi, ma Gandhi non ascoltava. Doveva purificare se stesso.

Tutto questo è violenza; io non la chiamo non violenza. È violenza e insieme vendetta, ma in maniera così sottile che è davvero difficile scoprirlo.

 

Osho, tratto da: Ah This!

 

 

 

 

LA VIOLENZA CONTRO LA SUA FAMIGLIA

 

Paragonare Adolf Hitler con il Mahatma Gandhi può sembrare assurdo, ma non lo è. Mahatma Gandhi predicava la non violenza, ma non era un uomo non violento. Predicare è una cosa, ma vivere è del tutto diverso. Vi porterò alcuni esempi per farvi capire cosa intendo. Gandhi aveva un ashram in Sud Africa, chiamato Phoenix. E tormentava in continuazione sua moglie perché lei non voleva pulire i gabinetti delle altre persone dell’ashram. In India questo lavoro è accettabile solo per una certa casta: la più bassa, gli intoccabili. Gente di casta più alta non fa mai quel tipo di lavoro. La moglie di Gandhi, Kasturba, era una donna semplice, legata alle tradizioni. Per lei era davvero qualcosa di pesante. Visto che si rifiutava – era anche incinta – Gandhi la scacciò di casa nel mezzo della notte, dicendole che fino a quando non avesse riconosciuto il suo errore non sarebbe stata riammessa.

Nella notte gelida, una donna incinta in un paese nel quale non conosce la lingua per poter comunicare con altre persone – ritenete questo un comportamento non violento? Io non posso considerarlo tale, è pura violenza. In primo luogo, se Gandhi ritiene giusto pulire gabinetti, può farlo lui. Ma costringere sua moglie a farlo è oltrepassare i limiti delle libertà individuali – e anche questo è violenza.

Gandhi ha avuto cinque figli. Il primo, Haridas scappò di casa perché Gandhi non gli permetteva di frequentare nessuna scuola. Gandhi era contrario al sistema educativo moderno, riteneva che tale sistema, specialmente quello scientifico, avesse distrutto la religione, l’innocenza, la fede delle persone, e così non aveva intenzione alcuna di istruire i suoi figli. Haridas era molto interessato a conoscere sempre più cose. Naturalmente voleva frequentare delle scuole, io non vedo nulla di sbagliato in questo. In fondo tutto ciò che Gandhi sapeva proveniva dalla sua istruzione, e Gandhi era stato educato in Inghilterra. Se il sistema scolastico inglese non era riuscito a rovinarlo, a distruggere la sua religiosità, perché mai temere che potesse nuocere al figlio?

Ma era talmente contrario, che si arrivò a un confronto, disse ad Haridas: “Smetti di chiedere di poter frequentare una scuola, o altrimenti vattene. Questa non è più la tua casa.”

Haridas doveva essere un bambino coraggioso e se ne andò di casa.

Considerate questa non violenza? La violenza non consiste solo nell’uccidere le persone. La violenza è nell’attitudine, nella maniera di affrontare le cose. Gandhi stava tentando di imporre al figlio la propria ideologia: questa non è per niente non violenza. E dire a un bambino di accettare questa ideologia o di andarsene da casa per non tornarci più – questo sembra un comportamento duro, rigido, sgradevole.

Haridas se ne andò a stare con un lontano parente, che riteneva che la sua richiesta non fosse sbagliata e che lo mandò a scuola. E siccome Haridas era diventato istruito, Gandhi non lo accettò più in casa; non solo questo ma lo diseredò e gli disse che non era più suo figlio.

Questo è un comportamento estremamente violento e vendicativo.

 

Osho da: From Death to Deathlessness

 

 

 

 

UN ALTRO UOMO CERTO SUPERIORE

 

Mi ricordo un giovane. Si chiamava Subhash Chandra. Divenne un grande rivoluzionario e io lo rispetto immensamente, fu l’unico uomo in India a opporsi al Mahatama Gandhi: si accorse che tutte queste pretese di grande religiosità erano semplici espedienti politici. Gli indiani si credono sempre molto religiosi. È solo ciò che credono – nessuno è religioso. E Gandhi recitava questo ruolo di santo solo per poter essere il maggior esponente politico del paese. Tutti quelli che si credevano molto religiosi erano naturalmente dei sostenitori del Mahatma Gandhi.

Un solo uomo si oppose, Subhash, e immediatamente la falsità di tutta la faccenda risultò evidente. Quello che successe fu: il Mahatma Gandhi soleva dire di essere al di là di odio e amore, di aver superato l’ira e la violenza – perché questa era la sua intera filosofia, superare la violenza e diventare non violento, diventare così amorevole da amare persino i propri nemici. Subash era noto per non essere d’accordo col Mahatma Gandhi, sebbene fossero nello stesso partito. C’era solo un partito – il partito del Congresso – che si batteva per l’indipendenza del paese e così tutti quelli che volevano la libertà erano lì. E Subash si presentò come candidato per la presidenza del Congresso e immediatamente la falsità del Mahatma Gandhi fu svelata. Da un lato insegnava che bisognava amare i propri nemici, ma poi, vedendo che la nomina di Subash a presidente del partito avrebbe potuto mettere in pericolo la sua leadership e la sua filosofia, divenne tutta un’altra persona. Subash non era un ipocrita e aveva concrete possibilità di vittoria. Solo lo stesso Mahatma Gandhi avrebbe potuto batterlo, ma la candidatura avrebbe significato per Gandhi scendere, e di molto, dalle vette della sua santità: così iniziò ad appoggiare un suo candidato, un certo Dottor Pattabhi Sitaramayya, pensando che con il suo favore avrebbe avuto una vittoria sicura. Ma Subash era molto amato dai giovani, dalla parte più viva del partito, e questo Dottor Pattabhi era un perfetto sconosciuto. Era un buon seguace del Mahatma Gandhi, lo avrebbe servito fedelmente, ma in India non lo conosceva nessuno.

E Subash era quasi un leone, lottò e, incredibilmente, vinse.

Gandhi non partecipò neppure alla riunione dove Subash venne dichiarato presidente. Si era dimenticato tutta la sua filosofia.

E nei fatti Subash si dimostrò un uomo molto più grande. Vedendo che Gandhi stava tentando di creare una divisione nel partito – il che avrebbe significato anche dividere il movimento di liberazione del paese – diede le dimissioni dalla presidenza, solo per mantenere l’unità del movimento.

Si sacrificò completamente, e per evitare la contrapposizione abbandonò persino il paese.

 

Osho, tratto da: Sat Chit Anand

 

 

 

 

LA BENEDIZIONE DEI CACCIA

 

…Così dissi che la non-violenza di Gandhi non era una filosofia spirituale, ma una strategia politica. Ed è stato provato dai fatti. Prima dell’indipendenza aveva promesso che nel momento in cui l’India fosse stata libera, tutti gli eserciti si sarebbero sciolti, tutte le armi sarebbero state buttate nell’oceano.

Dopo l’indipendenza, è stato tutto dimenticato. Né gli eserciti sono stati disciolti, né le armi sono finite nell’oceano; al contrario, lo stesso Gandhi benedì il primo attacco al Pakistan. Tre aerei dell’aeronautica indiana vennero per ricevere la sua benedizione e lui uscì dalla sua casa e li benedisse.

 

Osho, tratto da: Hari Om Tat Sat

 

 

 

 

GHANDI NON ERA UN MEDITATORE

 

Il Mahatma Gandhi non conobbe mai la verità, perché era sulla strada sbagliata. Per conoscere la verità bisogna meditare, ma per meditare si deve uscire dalla mente, e allora non si può più essere un uomo politico.

Questo è il problema: il politico deve stare nella mente, costantemente nella mente. La mente è un meccanismo astuto. Il Mahatma Gandhi non seppe mai niente di meditazione.

Un uomo che conosceva la meditazione gli aveva scritto, ma lui si sentì offeso e insultato. Quell’uomo visse anche a PuneMeher Baba. Aveva vissuto per trent’anni in silenzio, in assoluto silenzio, senza pronunciare una sola parola. Era uno dei più grandi mistici di tutti i tempi, ma fu biasimato dalla gente di Pune, così come lo sono io.

Meher Baba, sapendo che il Mahatma Gandhi voleva conoscere la verità, gli mandò con molto amore un telegramma. Era in silenzio totale, ma faceva dei gesti e la persona che era rimasta con lui per trent’anni era diventata capace di interpretare i suoi gesti. Avevano sviluppato un sistema per comunicare, una comunicazione profonda, cuore a cuore, tra Meher Baba e il suo segretario, Adi Irani.

Adi Irani era venuto una volta a trovarmi e mi accorsi della bellezza di quell’uomo – uno spazio così bello, un tale silenzio. Doveva per forza succedere: vivere con un maestro come Meher Baba per trent’anni, bere il suo nettare, la sua presenza... e lui era il suo interprete. Non era una trasmissione da mente a mente, perché la mente di Meher Baba era stata messa da parte: era un messaggio da cuore a cuore.

Così Adi Irani aveva ricevuto il messaggio. E mandò un telegramma al Mahatma Gandhi: “Se realmente vuoi conoscere la verità, vieni qui. Resta con Meher Baba per qualche giorno. Egli sente una grande compassione per te, che stai lottando così duramente per ottenere la verità, ma il tuo non è il modo giusto.”

Il Mahatma Gandhi si offese terribilmente, proprio come una persona qualsiasi. Si sentì davvero insultato.

Il suo segretario rispose al telegramma, dicendo:

“Continua pure per la tua strada. Io sto cercando di trovare la verità a modo mio, e a modo mio la troverò. Non voglio l’aiuto di nessuno.”

L’uomo politico è molto egoista. Anche se qualcuno vuole aiutarlo, non lo accetterà. Ma questi politici continuano a parlare di religione: il Mahatma Gandhi ne parlava in continuazione.

Gandhi scrisse un commento alla Srimad Bhagavad Gita, un commento estremamente infantile – sono stati scritti migliaia di commenti alla Bhagavad Gita e quello del Mahatma Gandhi è davvero il più infantile. È il solo commento che può essere adottato come testo nella scuola elementare.

 

Osho, tratto da: Guida Spirituale

 

 

 

 

LA PROVA DELLA CASTITÀ

 

Non puoi meditare, se non hai trasceso il sesso. Ma la trascendenza non deve essere intesa come repressione, come si credeva un tempo. La trascendenza è esperienza, tanta esperienza che non sei più preso dall'attrazione, dall'infatuazione.

Il desiderio sessuale non ha più presa su di te, si stacca da te, così come le foglie secche cadono dagli alberi. Tu non devi fare alcuno sforzo. Se ti sforzi per lasciarlo andare, resterà con te. E se il sesso è là, la meditazione è impossibile: non ti permetterà di entrare nel silenzio. E una delle più tormentose forme biologiche di schiavitù. E un bene liberarsene sperimentandolo in maniera totale e intensa – senza pensare affatto alla meditazione. Il sesso, vissuto nella sua totalità, ti porterà alla meditazione, e allora la meditazione sarà molto facile, perché non ci sarà un impedimento biologico contro di essa. I tuoi cosiddetti preti, monaci, santi, non possono meditare.

Perfino un uomo come il Mahatma Gandhi, all'età di 70 anni, aveva sogni erotici. Il risultato di un'intera vita di repressione. E alla fine, a 75 anni, cominciò a dormire con donne nude.

I suoi discepoli, che erano diventati i governanti del paese – lui era il più grande leader spirituale e politico, contemporaneamente – cercarono di tenere nascosto questo fatto: le masse del paese non dovevano saperlo. Lo protessero con ogni mezzo. La notizia non doveva diffondersi, la gente non doveva sapere niente di tutto ciò. C'era il pericolo che Gandhi potesse perdere tutta la sua santità. La gente lo aveva rispettato, lo aveva seguito... e, prima della morte, vedere la sua caduta, il suo fallimento.

Cercarono di convincerlo di non farlo più, ma lui aveva le sue spiegazioni e scuse. Soleva dire: "Questo è un esperimento per provare la mia castità, se sono veramente un uomo casto oppure no." La mente è molto furba. Nessuno al mondo ha mai provato la castità in questo modo. Se sei casto, non credo che tu possa avere qualche dubbio, sai se l'idea dell'altro sesso ti viene in mente o no. Non hai bisogno di una prova. Sarà sufficiente quello che tu stesso sai, se la tua mente è attraversata da pensieri erotici, da sogni, da fantasie, o se invece non lo è.

Ma, il fatto reale è che Gandhi era tormentato... e non è che fosse un bugiardo, era un uomo molto sincero, ma seguiva sinceramente il sentiero sbagliato. Ricordati sempre: la sola sincerità non potrà aiutarti. Puoi essere molto sincero, molto onesto, molto ardimentoso... ma se sei sul sentiero sbagliato, tutta la tua sincerità non ti porterà alla meta che ti eri prefisso, ma esattamente al suo opposto.

Gandhi non poté mai capire cosa fosse la meditazione e questo fu una delle sue grandi sconfitte. Non riusciva a capire che puoi essere libero da ogni desiderio, solo se l'hai vissuto completamente, interamente. Se è rimasto qualcosa di non vissuto, continuerà a perseguitarti.

 

Osho, TRATTO DA:

The Great Pilgrimage: from here to here

 

 

 

 

OSHO PIANSE ALLA MORTE DI GANDHI

 

Ho parlato contro il Mahatma Gandhi migliaia di volte, perché non condivido niente della sua filosofia della vita. Ma il giorno che lo uccisero a colpi di pistola – avevo diciassette anni – mio padre mi scoprì a piangere.

Mi chiese: "Proprio tu piangi per Gandhi? Tu, che hai sempre polemizzato contro di lui?"

Gli dissi: "Non solo piango, ma voglio anche andare al suo funerale."

Proprio per chiarire voglio dirvi che c'erano molte cose del Mahatma Gandhi che amavo e mi piacevano...

Amavo la sua sincerità.

Non mentiva mai. Qualunque cosa credesse vera, cercava di viverla sinceramente. Che poi non fosse vera, è un'altra questione. Gli porto rispetto per la sua sincerità.

 

Osho, tratto da:

Bagliori di un'infanzia dorata

 

 

 

 

ERA CONTRO IL PROGRESSO

 

Gandhi voleva che tutto quello che era stato inventato dopo l'arcolaio, venisse distrutto. Era contro le ferrovie, perché in India i treni sono stati usati per rendere schiava la nazione.

I treni, in India, non furono costruiti per la comodità della gente, come qualcosa di cui tutti potessero servirsi. Furono costruiti per trasportare le truppe, in modo che nel giro di poche ore i soldati potessero andare da una parte all'altra del paese. Per controllare un paese così vasto, gli inglesi dovettero costruire una grande rete ferroviaria. Il suo scopo principale era militare, spostare le truppe. Ma questo fatto non può spingerci a decidere di distruggere treni e ferrovie. Questo significherebbe ridurre gli spostamenti della gente, farla ricadere nel Medioevo.

Gandhi non era favorevole neppure a cose innocenti come telegrammi, telegrafi, uffici postali, perché all'inizio furono cose usate per tenere la nazione sotto controllo. Lentamente furono trasformate in servizi pubblici.

Tutte le invenzioni sono state prima usate a scopi militari, dai guerrafondai, e, alla fine, sono diventate di uso comune. Quello che serve non è tornare indietro, altrimenti si distrugge tutta l'umanità. Quello di cui c'è bisogno è andare avanti e imparare la lezione dal passato: con l'obiettivo di sviluppare la consapevolezza umana di pari passo con lo sviluppo della tecnologia scientifica. Sarà questa la protezione contro la possibilità che la tecnologia sia usata per danneggiare l'umanità.

 

Osho, tratto da: The New Dawn

 

 

 

 

CONTRO GLI INTOCCABILI

 

Gandhi fu il re senza corona dell'India per la semplice ragione che sapeva torturare se stesso più di chiunque altro. Per qualsiasi minima ragione si metteva a digiunare "fino alla morte".

Per esempio, digiunò contro il Dottor Ambedkar, che era il capo degli intoccabili. Ambedkar voleva che gli intoccabili avessero i loro collegi elettorali e i loro candidati, altrimenti non sarebbero stati mai rappresentati in nessun parlamento, da nessuna parte. Chi darebbe il suo voto a un calzolaio. In India i calzolai sono considerati intoccabili – chi li voterebbe?

La posizione di Ambedkar era perfettamente logica e molto umana. Ma Gandhi cominciò un digiuno, dicendo: "Sta cercando di creare una divisione nella società Indù." La divisione esiste da diecimila anni. Il povero Ambedkar non stava creando la divisione, stava semplicemente dicendo che un quarto della popolazione del paese era stata oppressa e angariata per migliaia di anni.

Ma Gandhi disse: "Finché vivo, non lo permetterò. Fanno parte della società indù, perciò non possono avere un sistema di voto separato." – e continuò il suo digiuno.

Per ventuno giorni Ambedkar continuò a non cedere, ma ogni giorno che passava... con tutto il paese che faceva pressione. Cominciò a pensare che se il vecchio fosse morto, ci sarebbero stati scontri e grandi spargimenti di sangue. Era chiaro che lui sarebbe stato ammazzato immediatamente, e milioni di intoccabili sarebbero stati uccisi, dovunque, per tutto il paese...

Alla fine dovette accettare le condizioni di Gandhi. Andò da lui, portandogli la colazione e disse: "Accetto le tue condizioni. Non chiederemo un voto separato o candidati separati. Per favore, accetta questa spremuta d'arancia." E Gandhi l'accettò.

Ma quella spremuta, quel solo bicchiere di succo d'arancia, conteneva il sangue di milioni di persone.

 

TRATTO DA: From Personality to Individuality

         (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

 

 

 

GUIDA SPIRITUALE

Edizioni News Services Corporation

Pagine 355 Lire 32.000

 

DESIDERATA: “Oggi ci addentriamo nelle parole più belle mai scritte, è un testo brevissimo chiamato la Desiderata. Allora ascolta la saggezza del saggio: Passa tranquillamente tra il rumore e la fretta, e ricorda quanta pace può esserci nel silenzio. Nei limiti del possibile, senza doverti abbassare, sii in buoni rapporti con tutti. Dì la tua verità con calma e chiarezza; e ascolta gli altri, anche i noiosi e gli ignoranti, anche loro hanno una storia da raccontare.”

 

VERITÁ: “L’uomo alla ricerca della verità impara non solo ascoltando il saggio; impara ascoltando anche chi non è saggio – o è saggio in modo diverso – perché tutti hanno una storia da raccontare e tutti hanno vissuto una vita e qualcosa della vita di tutti può esserti di grandissimo aiuto, può darti un’intuizione.”

 

SILENZIO: “Dai un po’ di tempo, di energia, ai momenti di silenzio, perché solo nei momenti di silenzio conoscerai che cosa è la pace. E la persona che ha assaporato un po’ di pace è ricca, è immensamente ricca perché inizia a conoscere il regno interiore di dio.”

 

MEDITAZIONE: “Meditazione significa tagliare la radice dei problemi. La meditazione non è la soluzione di alcun problema specifico, non risolve nulla. Aiuta semplicemente a liberarsi dalla mente, creatrice di problemi. Aiuta semplicemente a sgusciare fuori dalla mente, come un serpente sguscia dalla sua vecchia pelle.”

 

SOFFERENZA: “La sofferenza è semplicemente un segno che indica che non sei dove dovresti, non ti stai muovendo per realizzare il tuo destino, non stai fiorendo al massimo delle tue potenzialità, ti lasci distrarre e trascinare dagli altri.”

 

CONFRONTI: “Non fare mai confronti. Il confronto è una malattia, una delle peggiori malattie. Eppure ci viene insegnato fin dalla più tenera infanzia. Tua madre ti confronta con gli altri bambini, tuo padre ti confronta con gli altri bambini. L’insegnate fa confronti. Fin dall’inizio ti viene insegnato a confrontarti con gli altri. Questa è la malattia peggiore che esista; è simile a un cancro che continua a rodere e a distruggere la tua anima: ogni individuo è unico, e non è possibile nessun tipo di confronto.”

 

VIVI: “Il mio messaggio è molto semplice: vivi la vita nel modo più pericoloso possibile. Vivi la vita totalmente, intensamente, appassionatamente, perché fatta eccezione per la vita, non esiste altro dio. Quindi lasciati possedere dalla vita in tutte le sue forme, i colori, le dimensioni; l’intero arcobaleno, tutte le note musicali.”

 

FIDUCIA: “La fiducia è un mistero: questa è la prima cosa che si deve capire della fiducia. Per cui non la si può spiegare. È la forma più elevata di amore, è l’essenza stessa dell’amore. L’amore in sé è già un mistero, è qualcosa di indefinibile, ma l’amore è simile a una circonferenza e la fiducia ne è il centro, l’anima. L’amore è un tempio e la fiducia ne è il tabernacolo, là dove dimora dio.”

 

TU SEI: “Tu sei un figlio dell’universo, non meno degli alberi e delle stelle, è un tuo diritto essere qui. Ne fai parte! Non sei uno straniero. Non sei qui per caso: sei intrinsecamente necessario. Ricorda: l’esigenza più grande nella vita è sentirsi necessari, e se riesci a sentire che la vita intera ha bisogno di te, sarai felice. Sarai trasformato! Se riesci a sentire che l’esistenza ha bisogno di te, farai l’esperienza più significativa, che ti lascerà estatico: capirai che qualcuno sente la tua mancanza, che se tu mancassi, ci sarebbe un vuoto. Non sei inutile, non sei superfluo, hai un’importanza tremenda. Per cui, ama te stesso. Sei necessario quanto lo sono gli alberi, i fiori, gli uccelli, il sole, la luna, le stelle. Devi essere qui e hai il diritto di essere così come sei. Afferma te stesso per ciò che sei; non sentirti mai in colpa.”

 

       (ritorna al SOMMARIO)