2 CENTRI DI OSHO IN
ITALIA
Tutti i Centri di Osho
divisi per regione
Fuori e
dentro la Comune
8 IL MONDO
Gli amari frutti della competizione
Quando l'immagine e il successo economico sono gli obbiettivi
primari da conquistare a ogni costo, il rischio è molto elevato.
12 IL MAESTRO
Di mistici e maestri
Un Buddha, anche se non è più nel
corpo, si impegna a sostenere nel loro cammino tutti quelli che l'hanno amato.
Ho visto il futuro e non è americano Ehi amico, dove vai così
di fretta?
Zorba il buddha a Manhattan
La ricerca della felicità
Immagini di una nazione che si muove veloce, non si sa bene
dove vada... e si trascina dietro tutto il mondo.
24 IL CUORE
Il corpo è uno specchio
Il rapporto fra un buddha e il suo
corpo: intervista a chi ha fatto a Osho più di 100 trattamenti di massaggio.
29 IL MAESTRO
L'essenza della meditazione
Utilizzare ogni occasione per osservare il corpo, i pensieri,
le emozioni: l'importante non è ciò che vedi, ma scoprire in te il testimone.
34 INTERVISTA
Mission impossible:
meditare a Kargil
Guerra e pace - interiori - dal teatro dei recenti scontri fra
India e Pakistan, nel racconto di un ufficiale dell'esercito.
36 BIOGRAFIA
La mitica Poona
I primi anni dell'Ashram e il lavoro
di Osho fra meditazione e terapia.
37 BIOGRAFIA
Il maestro al lavoro
Un gruppo di Encounter a colloquio
con Osho in un Darshan del '76.
Perché sono contro Gandhi
Uno dei protagonisti di questo secolo visto dagli occhi, privi
di ogni ipocrisia, di un maestro illuminato.
50 TUTTE LE STELLE
Il tuo oroscopo di giugno e luglio
52 LA VETRINA
Tutti i libri di Osho in italiano, i video di
Osho, le musiche per la meditazione e il rilassamento.
Guida Spirituale, nuova ristampa
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DENTRO E FUORI LA COMUNE
Classico
meditativo: OSHORCHESTRA
Lanciatissima la Oshorchestra,
primo esperimento italiano di musica classica strumentale meditativa. Col suo
instancabile animatore Nirodh: "Io faccio un po'
di tutto, dal musico al tecnico del suono", ci sono cantanti e musicisti (sannyasin e amici di Osho) che hanno una lunga esperienza
di musica classica, maturata in alcuni casi anche in grandi orchestre come
quella della Rai o del Teatro alla Scala. Ha già al suo attivo quattro CD con
la RED, in cantiere un CD che sarà abbinato al Calendario astrologico 2000 di Branko (ed. Mondadori). È possibile ascoltarla anche dal
vivo: il 19 settembre era alla chiusura del festival di Astra a Milano, con una
meditazione no-dimension e musiche su testi di Kalhil Gibran.
Connessioni
Su una rivista di computer non ti aspetti certo di
trovare foto di Osho. Ma in Germania la Microsoft ha deciso di usare questo
volto sorridente per pubblicizzare il suo nuovo SQL Server, con lo slogan
"A milioni sono collegati con lui! E poi, "Mondi diversi hanno
bisogno di una piattaforma comune" spiega la Microsoft, e continua
descrivendo i pregi del suo nuovo software: "Affascina con idee nuove...
Trasmette valori universali... E ci rende felici..." Ci si chiede se stia
parlando del server o di Osho...
In Italia...
e nel mondo
Ancora Osho al centro dell'attenzione il 15 luglio
scorso a Piazza di Spagna, quando
durante l'annuale galà di moda che presenta le creazioni
dei migliori stilisti del mondo, Kenzo ha fatto sfilare le sue modelle al ritmo della musica
del primo stadio della meditazione
dinamica. Il tutto è durato pochi minuti e poi... lo STOP! (sempre preso
dalla stessa fonte)... e la musica è cambiata. Il tutto con grande tempismo e
grande classe. Quasi negli stessi giorni, dall'altra parte dell'Italia, a
Torino, Michela – l'artista sannyasin che ha esposto anche qui a Pune
– partecipava a Theatropolis, festival internazionale
di arte teatrale, presentando Operosa
Conchiglia, un'esposizione in continua evoluzione. Alcuni sannyasin degli OMC romani I Delfini e Kivani
sono andati all'Isola della Maddalena per un progetto importante: portare la meditazione nel cuore delle vacanze. Sono tornati stanchi,
soddisfatti, con storie magiche da
raccontare e naturalmente... abbronzati. Il film di Jabbar
Patel sulla vita del dottor Ambedkar, leader degli intoccabili
indiani, al quale hanno partecipato più di 120
sannyasin di Osho, sarà presto presentato a
Londra al National Arts
Festival, prima della normale distribuzione. Anche in Spagna i libri di Osho vanno forte: la casa editrice di Madrid, Distribuciones Alfaomega, sta
espandendo il suo programma con una serie di 15 nuovi titoli. A New York più di 100 libri di Osho in 12
lingue diverse sono stati regalati alla Donnel Lybrary da Nyama della Osho International di Manhattan.
Quelli che
la meditazione
L'ultima domenica di agosto, su Raidue, per tutto il pomeriggio si è parlato di meditazione
e di calcio (!?).
All'interno del programma Quelli che il calcio è andato in onda un reportage su Miasto dove
praticamente Brosio faceva la cronaca minuto per
minuto delle varie meditazioni, pur privilegiando naturalmente i collegamenti
coi vari stadi quando qualcuno segnava un gol o c'era una bella azione da
vedere. Le reazioni sono state contrastanti: se da un lato l'informazione è
arrivata a milioni di persone, dall'altro presentare la meditazione come
riempitivo e intrattenimento rende veramente difficile apprezzarne la bellezza e
finisce probabilmente con l'interessare molto poco.
Vota Osho!
La rivista americana Time sta conducendo un
sondaggio tra i suoi lettori per creare una lista delle 100 persone più
influenti del ventesimo secolo. I risultati preliminari stanno già apparendo
sulla rivista e indicano una decisa tendenza a votare Adolf
Hitler o Saddam Hussein, insomma personalità molto distruttive. Osho per
ora non c'è, cosa che non sorprende, visto che riconoscere Osho come una delle
persone più influenti del secolo significherebbe cambiare le idee tradizionali
su cosa è importante a questo mondo. …………………………………………
United Colors
of Osho
I sannyasin del
dipartimento che si occupa di mantenere la Comune di Pune
pulita e accogliente, lavorano in grande armonia nonostante provengano da tanti
paesi diversi, e sono convinti che Benetton non possa
competere con i loro united colors
perché qui è una realtà e non una finzione pubblicitaria. …………………………………………
Shakespeare & Co.
Una riedizione un po' impertinente di Romeo e
Giulietta è stata fra gli eventi più applauditi del Festival estivo di Ko Hsuan, la scuola inglese che
si ispira alla visione di Osho. Quasi 250 persone (fra adulti e ragazzi),
alcune delle quali arrivate anche dall'India o dal Giappone, hanno partecipato
a questa kermesse di tre giorni che offriva mostre, concerti, teatro, cabaret e
disco con musica anche dal vivo, per una celebrazione praticamente non stop. A Pune intanto, al teatro del Meera
Barn, Savita dava voce, in
un monologo serrato e comicissimo, ai problemi di una madre inglese qualunque
che tenta di capire una figlia irresistibilmente attratta verso Pune e il misticismo orientale: "E poi dice che deve
liberarsi del passato... e io che non sapevo nemmeno che ne avesse uno..."
Al successo dello spettacolo hanno contribuito le canzoni di Darshana, le musiche di Anosha e Mukti, le danze di Avirbhav e Isha, con la regia di Jivan Mary.
Libri e
poster
Il Publisher's Weekly lo definisce un ottimo affare: la St. Martin's Press,
una casa editrice internazionale con sede a New
York, ha recentemente firmato un accordo con la Osho International
Foundation per una serie di
12 libri. Chiamata "Intuizioni per un nuovo
modo di vivere", la serie comincerà a uscire da quest'autunno
fino al 2001.
Consiste di paper backs su vari soggetti discussi da Osho, mazzi di carte di
"trasformazione" e anche un'autobiografia di Osho. I primi tre titoli
che appariranno in ottobre sono imperniati sulla creatività, la maturità e il
coraggio. La Osho International, dopo aver ricevuto
numerose richieste di stampe di immagini tratte dagli Osho Zen Tarot, ha deciso di renderle disponibili in grande formato
e con una stampa di alta qualità. La presentazione e il sistema di ordinazioni
apparirà presto sull'Osho web site.
GLI
AMARI FRUTTI DELLA COMPETIZIONE
In una società che inizia sempre più presto a «prepararti
alla vita» – dando importanza esclusivamente a valori quali il successo
economico, l’ambizione, la competitività e l’immagine – si crea uno spazio
sempre maggiore per un profondo disagio giovanile, che tende spesso a sfociare
in tragedie. L’alternativa è creare, attraverso la meditazione, un sempre
maggior numero di situazioni dove sia possibile per chi è giovane esplorare il
proprio reale potenziale, nel rispetto dell’individualità di ognuno, insieme
agli altri e non contro.
LE
RADICI DI UNA TRAGEDIA
Nell’aprile
di quest’anno, l’America veniva scossa dalla tragedia
della Scuola Superiore di Columbine, dove 13 ragazzi
furono uccisi a colpi di arma da fuoco da due giovani pistoleri, di 17 e 18
anni. I killer, che alla fine della strage si sono suicidati, venivano
descritti come dei giovani alienati che subivano le angherie dei ‘bulli’ della
scuola e che appartenevano a una combriccola di emarginati con la tendenza a
vestirsi tutti allo stesso modo. Pochi giorni dopo un altro giovane pistolero
sparò ai suoi compagni di scuola, ferendone molti, perché era stato lasciato
dalla sua ragazza. Negli ultimi due anni, ci sono stati nove incidenti del
genere nelle scuole degli Stati Uniti.
Facile
accesso ad armi da fuoco di qualsiasi tipo, oltre a un’industria dello
spettacolo che esalta la violenza, sono considerate come due delle cause
principali.
Ma, come
spiega Osho, le radici vanno molto più in profondità, toccando il centro di una
cultura – non solo americana – che pone l’accento, fin dalla più tenera età,
sul bisogno di creare un’opinione di sé basata sul confronto e la competizione:
“Ogni essere
umano nasce innocente, pacifico, amabile… non sa niente della competizione
spietata che c’è nel mondo. Ma, prima che la sua pace, il suo amore e la sua
fiducia possano diventare una forza ribelle, noi cominciamo a distruggere tutto
quello che di bello c’è in lui e lo sostituiamo con tutto quello che di brutto
c’è in noi. Questo è quello che i nostri genitori hanno fatto a noi, e noi lo
ripetiamo sui nostri figli.
Generazione
dopo generazione lo stesso disagio, la stessa malattia, continua a essere
trasferita di mano in mano. Con tutte le migliori intenzioni del mondo i
genitori, gli insegnanti, i politici, i preti, tutti continuano a imporre ai
giovani le idee di competizione, di confronto, di ambizione: preparando ogni
bambino alla dura lotta che dovrà affrontare nella vita – in altre parole, alla
violenza e all’aggressività.
Loro sanno
che se non sarai aggressivo sarai lasciato indietro. Devi affermarti – e
affermarti con forza – e devi competere, come se fosse questione di vita o di
morte. Questa è la struttura portante del nostro sistema educativo.
I genitori
ti danno tutti gli incentivi possibili: “Se sarai il primo avrai un bel
premio.” Essere il primo – questo fa onore ai genitori e alla famiglia. Tutti
ti insegnano a essere in testa agli altri, a ogni costo. Prima o poi i bambini
diventano frenetici, cominciano a correre più forte. Anche se devono far del
male a qualcuno per passare avanti, lo faranno. La violenza fa necessariamente
parte di una società competitiva.
In una
società competitiva non hai amici. Chiunque finge di esserti amico, ma sono
tutti tuoi nemici, perché tutti lottano per salire sulla stessa scala. Ognuno è
tuo nemico, perché può avere successo e costringerti al fallimento. E presto le
persone imparano l’arte di imbrogliare gli altri, cominciano a usare mezzi
illeciti, perché questi mezzi ti fanno guadagnare tempo.
Tutta questa
società è violenta e tu devi essere ancora più violento, se hai delle
ambizioni.
Io voglio un
uomo non ambizioso, non competitivo, che non cerchi il potere, che sia un
ribelle. Ogni bambino può diventare un simile ribelle: tutto quello di cui ha
bisogno è di non essere forviato dalla sua innocenza.
Ognuno ha un
ribelle dentro di sé – ma la società è troppo potente. Fa di te un vigliacco,
ti fa diventare furbo. Non ti permette di essere autenticamente te stesso. Non
vuole che nessuno sia autenticamente se stesso, perché, altrimenti, ci
sarebbero ribelli dappertutto.”
Osho, tratto da: The Rebel
DICIOTTO ANNI, È NEL
MONDO SANNYASIN DA QUANDO NE AVEVA SETTE. HA RICEVUTO UN’EDUCAZIONE CHE PARTE
DA UN APPROCCIO DIVERSO, VENENDO IN CONTATTO CON LA MEDITAZIONE, COSA CHE LO HA
AIUTATO A GETTARE DELLE SOLIDE BASI PER IL RESTO DELLA SUA VITA. IN QUESTA
INTERVISTA PARLA DI QUELLO CHE SECONDO LA SUA ESPERIENZA È VERAMENTE
DETERMINANTE PER FAR CRESCERE UN RAGAZZO SANO E FELICE.
Faruk, quando hai sentito parlare di
Osho per la prima volta?
Tutte le
sere, mia madre usciva di casa alle sei e ritornava davvero molto felice.
Questa situazione mi faceva sorgere molti interrogativi. Volevo sapere dove
andasse. E così glielo domandai, e lei chiese a Osho se potevo venire anch’io
in Buddha Hall per la meditazione serale. I bambini
non erano ammessi, perché potevano diventare irrequieti e disturbare il
silenzio. Ma Osho disse che io potevo venire. Tutti mi dissero almeno 50 volte
che avrei dovuto stare zitto! Quando entrai fu estremamente facile
sintonizzarsi con Osho e il silenzio. Poi Osho raccontò una barzelletta e tutti
risero fragorosamente. Mi guardai intorno sorpreso: volevo dire a tutti di
stare zitti. Fu qui che per la prima volta mi accorsi che esisteva qualcosa di diverso.
All’epoca avevo sette anni.
Una volta
eravamo in visita da Osho. Io corsi dentro la stanza e mi nascosi in bagno,
allora lui si mise in piedi sulla porta, in modo da non lasciarmi scappare, ma
io gli passai rapidamente sotto il braccio. È un ricordo molto dolce quello di
aver giocato con lui.
Cosa ci dici della tua educazione?
L’anno dopo
andai a studiare a Mahabaleshwar [località a poche are da Pune,
rinomata per il clima e sede di prestigiosi collegi n.d.t.].
A scuola c’erano 980 bambini, 40 nella mia classe. Avevo un senso come di
claustrofobia. Non c’era molta connessione tra i bambini e gli insegnanti.
L’atmosfera era piuttosto rigida e competitiva. Non ero felice, e lo dissi a
mia madre: insieme decidemmo che sarei andato a Ko Hsuan (una scuola collegata alla Comune), in Inghilterra.
Quale fu la tua reazione a questo cambiamento?
Ero il primo
indiano ad andare là. Ci volle un po’ di tempo per il reciproco adattamento, ma
a poco e poco feci delle amicizie. Era molto diverso dalla vita viziata a cui
ero abituato in India. La scuola è composta solo dai bambini e dai professori,
che svolgono così ogni mansione: la cucina, la pulizia, i vari lavoretti di
manutenzione. Cominciai a prendermi cura di me stesso, apprezzando il senso di
responsabilità e d’indipendenza.
Com’è una scuola basata sulla visione di Osho
riguardo all’educazione?
Ci sono
tutte le materie fondamentali (Matematica, Scienze, Inglese), e vengono fatti
tutti gli esami accademici previsti dalla legge inglese – e i ragazzi ottengono
risultati molto superiori alla media. Ma, a parte questo, hai molta libertà di
scelta sulle materie che vuoi studiare. Il bello è che si presta molta
attenzione alla musica, all’arte, alla creatività in generale. In una scuola
normale non vi vengono dedicate più di due ore alla settimana, mentre da noi
erano molte al giorno. E l’attenzione non è tanto sull’essere i migliori,
quanto sul dare il meglio di sé: cosa che automaticamente rende più
interessante e ricco l’apprendimento. Gli esami vengono trasformati in qualcosa
che ti piace. Siccome apprezzo la musica, per il mio esame d’arte ho
organizzato un concerto con i miei amici. Ho creato io i poster e la
pubblicità, e la cosa si presentava davvero molto bene.
Il rapporto tra ragazzi e professori è diverso?
Tutti i
professori sono sannyasin, e quindi il rapporto è
completamente diverso dalla solita telenovela del povero studente e del cattivone seduto in cattedra. Loro non sono soltanto
persone che cercano di riempirti la testa di qualcosa, ma sono anche amici.
Sono molto aperti, si prendono cura di te e ti ascoltano. Se a un certo punto
un insegnante si sbaglia, puoi immediatamente farglielo notare. Le classi sono
senza dubbio più caotiche di quelle in cui esiste una disciplina forzata –
dove, nella calma generale, alcuni studenti dormono, altri sognano e altri
ancora leggono riviste! Ma i voti che prendiamo sono buoni e ci divertiamo a
imparare. Ai ragazzi non viene detto ciò che è giusto o sbagliato: arrivano a
scoprirlo da soli.
Tutti i
lunedì avevamo la riunione generale della scuola. Iniziavamo col gibberish, o anche ridendo e piangendo (come nella
meditazione Mystic Rose). Poi gli adulti (come
vengono chiamati i professori) parlavano delle loro riunioni e i ragazzi
parlavano di come si sentivano, e di ciò che volevano fare. Siccome i ragazzi
erano trattati con rispetto, abbiamo imparato a restituire questo rispetto in
modo genuino, come qualcosa che arriva da dentro, senza il peso dell’ipocrisia.
E questo a sua volta aiuta ad avere rapporti amichevoli anche coi genitori.
Com’era il rapporto dei ragazzi tra di loro?
Eravamo
molto vicini gli uni agli altri, tutti quanti, e solidali. Abbiamo condiviso
molte esperienze, siamo cresciuti insieme. Tra di noi c’era molto calore umano:
se qualcuno per qualche ragione se ne andava, eravamo tutti tristi. I ragazzi
più grandi si sentivano protettivi verso quelli più giovani. Non eravamo
competitivi gli uni con gli altri, e non vivevamo nessuno degli altri come una
minaccia, per cui avevamo lo spazio per volerci bene.
La meditazione era parte della tua educazione?
Certo non
sedevamo a occhi chiusi cercando di osservare il respiro! Ma qualche volta
andavamo insieme a fare la Kundalini o la Nataraj. Nella sala c’era ogni giorno un discorso di Osho,
e potevamo decidere di sederci ad ascoltarlo. Ko Hsuan di per sé possiede un’atmosfera molto meditativa. È
situata in campagna, lontana da tutto. Tutt’intorno
vi sono colline ondulate, boschi e natura.
La nostra
meditazione era molto attiva – per dei ragazzi non può essere altrimenti.
Avevamo diversi modi di sfogare l’energia, oltre a varie attività più
ricreative come l’equitazione, il calcio e il basket – all’aperto o al chiuso –
la pallavolo, il tennis, e una grande sala da musica. Ogni sabato, nel nostro
campo di basket al coperto, organizzavamo un party, con della buona musica
adatta per ballare. Tutto ciò costituiva l’oggetto della nostra meditazione. La
possibilità di esprimermi in tanti modi mi ha donato chiarezza, oltre alla
capacità di andare dentro.
E dopo la scuola cosa hai fatto?
Dopo sono
venuto a Pune, ho fatto un po’ di design (a Ko Hsuan avevo frequentato il
corso di base) nella Comune e ho anche suonato parecchio. Adesso sto facendo un
corso avanzato di grafica su computer.
Poi
ritornerò a Ko Hsuan. Non
vedo l’ora di rivedere i vecchi amici e suonare con loro.
Per il
futuro non ho programmi precisi, ma di sicuro voglio tornare alla mia scuola
per insegnare, per restituire qualcosa di ciò che ho ricevuto.
La compassione è l’elemento che distingue i
maestri dai mistici: un amore profondo per gli esseri umani che infrange tutte
le barriere di spazio e tempo. Anche dopo la morte infatti i maestri continuano
a dare sostegno a coloro che li hanno amati.

AMATO MAESTRO, QUANDO
HAI RACCONTATO LA STORIA DI GAUTAMA IL BUDDHA CHE, ALLA PORTA DEL PARADISO,
ASPETTA L’ULTIMO ESSERE UMANO, HO PIANTO E HO VISTO TE CHE CI ASPETTAVI. VOGLIO
CHIEDERTI: ASPETTERAI ANCHE ME? PROPRIO ADESSO STO METTENDOCELA TUTTA PER
RISVEGLIARMI, MA CI VUOL TEMPO PER OGNI COSA, CI SARÀ ABBASTANZA TEMPO ANCHE
PER ME?
Samvedo, quella di Gautama il Buddha
che aspetta alla porta del paradiso, finché non entra l’ultimo essere umano,
non è solo una storia. Può non essere reale, ma porta un’immensa verità
nascosta dentro di sé.
La prima
cosa che devi capire è la differenza tra i fatti e la verità. La storia normale
tiene conto dei fatti – quello che effettivamente avviene nel mondo della
materia, gli avvenimenti. Non si cura della verità, perché quella non accade
nel mondo della materia, appartiene al mondo della consapevolezza. E l’uomo non
è ancora abbastanza maturo per occuparsi degli eventi della consapevolezza.
Sicuramente
si occupa degli eventi che avvengono nel tempo e nello spazio: quelli sono i
fatti. Ma non è abbastanza maturo, non abbastanza intuitivo per considerare
quello che avviene oltre il tempo e lo spazio – in altri termini, quello che
avviene oltre la mente, quello che avviene nella consapevolezza. Un giorno si
dovrà scrivere tutta la storia con un orientamento completamente diverso,
perché i fatti sono banalità – anche se sono materiali non hanno importanza. E
le verità sono immateriali, ma hanno importanza.
Con un nuovo
orientamento della storia, in futuro ci si interesserà di ciò che avvenne
dentro Gautama Buddha,
quando divenne illuminato, e di cosa continuò a succedere, per quarantadue
anni, mentre era nel corpo dopo l’illuminazione. E quello che avveniva in quei
quarantadue anni, non si interruppe solo perché il corpo morì. Non aveva niente
a che fare col corpo, accadeva all’interno della consapevolezza, e la
consapevolezza continua. Il pellegrinaggio della consapevolezza è infinito.
Così, quello che stava avvenendo nella consapevolezza, all’interno del corpo,
continuerà a succedere fuori del corpo. Questo è facile da capire.
Questa
dunque è una storia di avvenimenti interiori. Per quarantadue anni Gautama Buddha non fu altro che
pura compassione. Non c’era alcuna necessità, per lui, di vivere ancora in
questo mondo. Aveva raggiunto tutto quello che la vita poteva dargli, aveva
raggiunto i picchi più alti. Ma continuò a lavorare, continuò per quarantadue
anni, nonostante la debolezza del corpo, la vecchiaia, la malattia.
La sua
compassione era grande. Ai suoi discepoli insegnava: “Prima di diventare
illuminati, dovete imparare la via della compassione. Se diventate illuminati
prima di aver imparato la compassione, penserete che non c’è bisogno di sostare
su questa spiaggia triste, infelice e piena di sofferenze. La vostra barca è
arrivata, ha raggiunto l’aldilà – aldilà di tutte le sofferenze, aldilà
dell’infelicità. E non è solo una questione di andare oltre la sofferenza e
l’infelicità, è un andare nella più profonda beatitudine, nell’estasi eterna.”
Aspettò qui
per quarantadue anni insegnando la via della compassione ai suoi studenti, ai
suoi discepoli, ai suoi devoti.
Prima che
avvenga l’illuminazione… se hai imparato a essere compassionevole, solo allora
resterai sulla riva, per aiutare gli altri che soffrono, che brancolano nel
buio. Tu facevi parte di quella stessa gente: sono i tuoi fratelli e sorelle.
Non vuoi condividere con loro la tua esperienza dell’assoluto, quell’esplosione di luce?
Ora tu sei
capace di dare occhi a quelli che sono ciechi. Sei capace di disperdere
l’oscurità nella quale hanno vissuto per delle vite intere.
E non c’è
fretta, la tua barca può aspettare. Dovrà restare finché sarai pronto per
partire. Nessuno ti costringe ad andare immediatamente – per quanto la
tentazione ci sia, perché hai lavorato per l’illuminazione solo per andare
sull’altra riva… e ora che il momento è arrivato, ritardarlo sembra difficile.
Per resistere alla tentazione hai bisogno di un’enorme compassione per quelli
che sono ancora ciechi, che soffrono e sono ancora terribilmente infelici.
Per
quarantadue anni, nonostante il suo fragile corpo, Buddha
continuò a spostarsi di villaggio in villaggio, alla ricerca di quelli che
erano pronti a ricevere il dono che aveva portato per loro. È naturale
concludere che, anche dopo la morte del corpo, la sua consapevolezza sia ancora
pronta ad aiutare quelli che hanno bisogno di aiuto e che sono abbastanza
coraggiosi da aprire il loro cuore.
Questa
storia simboleggia la compassione di Gautama il Buddha. Questa storia è la storia di ogni grande maestro.
Non tutti i mistici sono maestri, sebbene tutti i maestri siano mistici. Un
mistico sperimenta il supremo sbocciare del suo essere e scompare nell’eterno,
senza pensare una sola volta agli altri che sono rimasti indietro. Il maestro è
uno che arriva alla stessa esperienza ma si impedisce di dissolversi
nell’eterno, nell’infinito.
Sotto molti
aspetti la compassione è anche una specie di attaccamento. È la più pura forma
di amore, ma è anche un attaccamento, in ultima analisi. Per mezzo di questo
sottile filo di attaccamento, il maestro evita di dissolversi completamente
nell’universo. Puoi scomparire solo quando tutti gli attaccamenti, tutti i
desideri si sono dileguati. Anche la compassione è desiderio; anche aiutare è
un desiderio. E i maestri hanno sempre cercato vie, a seconda delle loro
personalità, della loro unicità…
Vi ho
raccontato la storia di Ramakrishna. I suoi discepoli
si imbarazzavano sempre molto, perché mentre stava parlando di meditazione,
estasi, verità assoluta… improvvisamente, nel mezzo del discorso, diceva: “Un
momento, torno subito. Sento un odorino delizioso che arriva dalla cucina.”
Andava in cucina e chiedeva a Sharada, sua moglie:
“Che cosa stai cucinando? Il profumo è così buono che ho dovuto interrompere il
mio discorso, non potevo resistere alla tentazione di sapere che cosa stai
preparando. L’estasi e dio e altre cose simili – sono cose eterne. Possono
aspettare un po’.”
Ma le
persone che erano lì ad ascoltarlo si sentivano molto imbarazzate,
particolarmente quelle che lo amavano di più – pensavano che quel comportamento
non fosse adeguato alla figura di un grande maestro. Avrebbe dovuto aver
trasceso tutte quelle cose... e non era neppure al di là del cibo! A tal punto
che mentre parla di argomenti elevati, e improvvisamente arriva un profumino,
lui si ferma nel bel mezzo di una frase, non la completa neppure! E dice: “Un
momento, torno subito!”
Sharada era imbarazzata. Molte volte
disse a Ramakrishna: “Non va bene fare così. Stai
diventando lo zimbello di tutti.”
Anche i suoi
discepoli più intimi lo pregavano di smetterla di comportarsi in quel modo,
dato che spesso i visitatori si lamentavano dicendo: “E voi dite che quest’uomo è illuminato? Quest’uomo
sembra pazzo! Se è così attaccato al cibo, come sarà rispetto alle altre
cose?”.
Ramakrishna ascoltava i consigli di tutti,
ma continuava a fare come al solito. Un giorno Sharada
cominciò a piangere e a lamentarsi perché a causa sua la gente continua a
tormentarla dicendole: “Devi fare qualcosa. Solo tu puoi impedirglielo”. E
disse a Ramakrishna: “Cosa posso fare io? Come posso
impedirtelo? Al massimo, posso dirti di non farlo. E qualsiasi cosa stia
preparando, la preparo per te. Entro mezz’ora la mangerai. Non c’è bisogno di
venire in cucina, interrompendo il discorso… e il discorso tratta della realtà assoluta!”.
Vedendo le
sue lacrime, Ramakrishna rispose: “A quanto pare vuoi
realmente sapere qual è il segreto di questo mio comportamento. Non biasimarmi
dopo: io ho continuato a evitare l’argomento, ma c’è un limite a tutto. Ti dirò
la verità. Il cibo è l’unica cosa alla quale mi tengo attaccato, altrimenti non
potrei restare nel corpo. Questa è la mia strategia. E il giorno in cui
mostrerò indifferenza verso il cibo, sappi che resterò qui nel mondo solo per
altri tre giorni. Ora sarai soddisfatta, e dillo anche a tutti quelli che sono
così preoccupati per questo fatto”.
Nessuno ci credette veramente; pensavano che fosse solo per
consolarli, una razionalizzazione. Ma Sharada divenne
molto attenta e vigile. Un giorno, quando portò il cibo nella stanza dove Ramakrishna stava riposando… di solito saltava su dal letto
e immediatamente guardava nei piatti; “Che cosa hai portato?”; ma quel giorno,
quando vide Sharada entrare, le girò le spalle, non
saltò su dal letto. Era la prima volta che mostrava indifferenza. Sharada si ricordò quello che le aveva detto pochi anni
prima e che tutti gli altri avevano dimenticato.
I piatti le
caddero dalle mani, i discepoli accorsero. “Cosa succede?” chiesero.
Lei disse:
“Forse voi avete dimenticato, chiamate il dottore immediatamente”. E il dottore
disse: “Ha un cancro alla gola e non può vivere più di tre giorni”. E aggiunse:
“Sono stupito di come abbia fatto a vivere con questo cancro per tanti anni.
Avrebbe dovuto morire molti anni fa; il tumore esiste già da tempo, non è recente”.
Ed esattamente dopo tre giorni Ramakrishna morì.
I maestri
hanno usato i loro metodi personali per indugiare su questa riva, ed è quasi
impossibile comprendere le loro strategie. La gente le capisce solo dopo,
quando ormai è inutile.
Mi stai
chiedendo, anch’io aspetterò te? Io ti sto aspettando, e continuerò ad
aspettarti, sia nel corpo, che fuori del corpo.
Le persone
che ho amato, le persone che mi hanno aperto i loro cuori, che si sono
avventurate sul pericoloso sentiero della devozione, che hanno camminato sul
filo del rasoio – per loro certamente aspetterò per l’eternità.
I mistici
che scompaiono immediatamente dopo l’illuminazione, perdono la grande
opportunità di sapere che l’illuminazione può essere anche condivisa; e più la
condividi, più diventa luminosa, sostanziosa, colma di beatitudine. In questo
senso i mistici sono poveri, paragonati ai maestri; ritengono di aver trovato
il tesoro, e questo è vero, l’hanno trovato – ma distribuire quel tesoro lo
aumenta, lo rende più abbondante.
Aspettare
non è un esercizio futile: aspettare è una gioia. E man mano che la gente che
stai aspettando continua a infiammarsi di amore, di verità, di luce… non è solo
che loro diventano illuminati, ma il maestro continua a diventare sempre più
illuminato, per ognuno dei suoi discepoli. È un’esperienza fresca che continua
a ripetersi. Con ogni discepolo che diventa illuminato, il maestro diventa di
nuovo illuminato. La sua illuminazione si rinnova costantemente, non diventa
mai vecchia, appassita. È una storia totalmente diversa, che i mistici si
perdono.
Sarò lì ad
aspettarti, Samvedo. E non preoccuparti del tempo.
Tu dici:
“Sto mettendo tutta la mia energia nel risvegliarmi.” Tu credi di metterci
tutta la tua energia – perché, se ci metti davvero tutta la tua energia, non
c’è ragione per non risvegliarti. Non che tu mi stia mentendo, tu stai parlando
di quella che credi sia tutta la tua energia. Ma tu conosci solo una parte
della tua energia, quella che è cosciente. E stai impiegando totalmente solo
quella parte, che è un decimo della tua energia totale. Un’energia nove volte
maggiore è disponibile nell’inconscio, ed è quella che sta frenando tutto. E quell’energia è nove volte più forte. Così tu stai tentando
di tutto…
Nella tua
situazione, almeno una volta, ci sono finiti tutti. Hai un incubo, vuoi
svegliarti, ci provi con tutte le tue forze: vuoi aprire gli occhi, vuoi
muovere le mani, ma gli occhi non si aprono e non riesci a muovere neppure una
mano. Per un momento ti sembra di essere paralizzato. Sembra che questo incubo
non debba finire mai. Ma tutti gli incubi finiscono. Nonostante ci sia
un’energia nove volte maggiore contraria al risveglio… se tu continui a
provare, piano piano sempre più energia inconscia si
aggiunge ai tuoi sforzi. Nel momento in cui anche solo il cinquantuno per cento
della tua energia è per il risveglio, ti sveglierai… non è necessario il cento
per cento.
E qualche
volta ti è capitato di essere stanco, di aver lavorato sodo ma senza alcun
risultato. Lasci perdere l’intero progetto e ti rilassi, e quello che non era
successo prima, avviene immediatamente: uno stato di rilassamento è essenziale
per il tuo risveglio. Quando fai uno sforzo, sei teso naturalmente, hai fretta.
Vuoi che succeda tutto il più presto possibile. Tutte queste tensioni non ti
permettono di rilassarti.
Questa
storia ti aiuterà...
Per anni
Nonno Goldstein era stato testardo e con un pessimo
carattere, niente e nessuno riusciva a farlo contento. Poi, in una notte,
cambiò carattere. Gentilezza e ottimismo gli brillavano attorno.
“Nonno,”
chiese il nipote “che cosa ti ha fatto cambiare così improvvisamente?”
“Be’, figliolo,” disse il vecchio. “Ho lottato tutta la vita
per avere una mente tranquilla e serena e non mi ha portato niente di buono.
Così ho deciso di accontentarmi di quella che avevo.”
Aveva
semplicemente smesso di sforzarsi. Stava cercando di avere una mente
tranquilla, serena, e questo lo rendeva irascibile, irritato, perché tutti
disturbavano la possibilità e la speranza di ottenerla. Ma il giorno in cui
decise di farne a meno, si rilassò e improvvisamente scoprì l’appagamento.
Tu dici:
“Per tutto ci vuole tempo”.
Non è vero.
Per tutto ci vuole tempo, tranne che per l’illuminazione. È l’unica eccezione e
deve essere un’eccezione. Perché qualsiasi altra cosa appartiene al mondo.
L’illuminazione è un raggio che viene dall’aldilà. Non ha bisogno di tempo. Ci
vuole tempo per imparare che tutti gli sforzi sono inutili, perché ogni sforzo
ti rende teso e, in uno stato di tensione, l’illuminazione non può avvenire. Il
rilassamento è assolutamente necessario. Se puoi rilassarti in questo momento,
non è necessaria altra condizione. L’aldilà si aprirà improvvisamente e una
pioggia di fiori comincerà a scendere su di te.
Così avvenne
allo stesso Gautama il Buddha.
Aveva lottato così duramente… forse come nessun altro, in tutta la storia
dell’uomo, ha mai lottato. Per sei anni, si concentrò su una cosa sola, una
meta, facendo tutto ciò che era raccomandato nelle sacre scritture. Quasi
distrusse il suo corpo praticando quei difficili metodi, quelle discipline:
sono tutti una specie di tortura, e lui si torturò da solo. Era un uomo con una
mente totale – se voleva fare una cosa, non era il tipo che si faceva
sconfiggere, la faceva – e quella divenne la barriera.
Quando
nacque gli astrologi avevano dichiarato che, o sarebbe diventato l’imperatore
di tutto il mondo, o sarebbe diventato un illuminato. Avrebbe potuto diventare
l’imperatore di tutto il mondo senza grande difficoltà. Era un uomo di potere,
di concentrazione, di intelligenza. Ma aveva scelto di diventare illuminato. E
lottò per quello, nello stesso modo in cui devi lottare se cerchi di
conquistare il mondo – e questo fu il suo fallimento.
Poi, in una
notte di luna piena, quella che c’è stata proprio pochi giorni fa – la stessa
luna piena, lo stesso mese – lasciò perdere ogni sforzo. Vedendone la futilità,
vedendo che non succedeva niente… qualsiasi cosa facesse falliva. Prima aveva
rinunciato al mondo, e ora rinunciava a ogni spiritualità, rinunciava anche
all’altro mondo. Dormì del tutto rilassato, per la prima volta in sei anni. Non
c’era più niente da fare, nessuna tensione, nessun sogno, nessun desiderio, era
finito tutto.
Quando si
svegliò il giorno dopo, di mattina presto, l’ultima stella stava scomparendo
dal cielo. Aprì gli occhi, vide che l’ultima stella stava scomparendo e,
sorprendentemente, sentì che con quell’ultima stella
che scompariva, scompariva anche lui. Quello che lui stava cercando era
arrivato quando non l’aspettava, quando aveva già abbandonato l’intero
progetto. Ma ora si trovava nella posizione giusta.
L’illuminazione
non ha bisogno di tempo. Non è un fenomeno che accade nel tempo. Avviene in un
attimo.
E tu mi
chiedi: “Ci sarà abbastanza tempo anche per me?”. Il tempo è più che
sufficiente. Il tempo è eterno, c’è sempre tempo. Eppure non c’è assolutamente
bisogno di tempo.
L’esistenza
ti concede però tanto
tempo, quanto ne vuoi. Ti elargisce milioni di vite, con la fiducia e la
speranza che un certo giorno, in un certo momento, tu sarai nella giusta sintonia
e la musica eterna discenderà su di te.
Dunque non
c’è niente da preoccuparsi. Non essere precipitoso, non avere fretta. La
meditazione dovrebbe essere uno sforzo senza sforzo, molto paziente e privo di
fatica: senza tensione, senza il desiderio che l’illuminazione avvenga
velocemente, perché queste sono barriere. Dovresti semplicemente goderti la
meditazione, perché preoccuparti dell’illuminazione? Verrà quando il tempo sarà
maturo, non sono fatti tuoi.
Medita,
divertiti, canta, danza, siedi in silenzio, rilassati. Ogni volta che sei
centrato, ogni volta che sei rilassato – e non sai in quale momento, in quale
situazione, le stelle ti saranno favorevoli… L’illuminazione avviene
all’improvviso. Non è un processo graduale, non arriva a rate. Non è che devi
diventare un pochino illuminato, poi un altro po’. Improvvisamente ti illumini,
non è un processo.
Ma io certamente ti starò aspettando. Con quelli che mi hanno
amato, con quelli che hanno ricevuto il mio amore, io ho preso un impegno. Farò di tutto per restare nel corpo, e farò di tutto – anche dopo
aver lasciato il corpo – per essere continuamente intorno a te. Tu non
riuscirai a vedermi, ma io potrò vedere te. Ricordati solo questo: non
deludermi.
L’illuminazione
avviene quasi come una goccia di rugiada che evapora improvvisamente nel sole
del mattino. Solo un momento prima era lì, così bella sulla foglia di loto, più
bella di qualsiasi perla. E solo un attimo dopo non si trova più. Il sole è
sorto e la goccia di rugiada è scomparsa.
Osho, tratto da: The Rebel, #
27
NON
È AMERICANO!
di Subhuti
Si dice sempre che gli Stati Uniti sono avanti di
anni rispetto all’Italia, e che noi prima o poi faremo nostro tutto ciò che
oggi fa tendenza in America. In altre parole l’America di oggi in molte cose è
il nostro immediato futuro. Ecco quindi l’importanza di osservare attentamente
gli orientamenti della società americana per riuscire a capire meglio ciò che
bene o male diventerà o è già diventato un trend anche in Italia e per non
farsi coinvolgere troppo da un’onda collettiva che non sa bene dove sta
andando, ma nonostante ciò ci va con forza e determinazione.
Mentre
il secondo millennio scivola via e il mondo
scruta ansiosamente l’alba del terzo, chiedendosi semplicemente quanto buona o
cattiva sarà la vita nei prossimi mille anni, io ho una notizia sconcertante:
ho visto il futuro… e non è americano.
Come potete
immaginare, ho esitato prima di rivelare questa shoccante
novità a un pubblico ignaro. Dopotutto, il mondo è il giocattolo dell’America.
L’economia del libero mercato, praticamente inventata a Wall
Street, è divenuta il brillante modello globale dello stile di vita moderno. Il
sistema politico democratico, apparentemente sperimentato in Inghilterra, ma di
fatto creato dai ribelli che scrissero la Costituzione degli Stati Uniti, viene
ora considerato l’unica forma di governo umanitaria.
In più, il
sacro diritto delle industrie americane d’invadere il pianeta con Coca Cola,
Big Mac, jeans Calvin Klein, cartoni animati di Disney,
canzoni di Madonna, film di Leonardo di Caprio e quant’altro, non viene messo in dubbio da nessuno; nemmeno
da quelle cariatidi dei marxisti–leninisti–maoisti
del governo cinese.
Com’è
possibile, allora, che il nostro futuro sia così ingrato e scortese da volgere
le spalle a tutti i doni elargiti dallo zio Sam? La
risposta, signore e signori, è la meditazione. La meditazione è il futuro, e la
meditazione, non c’è alcun dubbio, non è americana. Sedersi in silenzio, non
fare nulla e concentrare l’attenzione sul terzo occhio potrebbe non essere così
pericoloso come possedere una tessera del Partito Comunista negli anni ‘50; ma
di una cosa sono certo, che il compianto senatore Joe
McCarthy, il flagello dei sinistrorsi, dei socialisteggianti e dei devianti sociali, avrebbe
considerato la meditazione come profondamente sovversiva dell’ “American Way of
Life”.
E, per una
volta nella sua vita, il demagogico senatore avrebbe avuto ragione.
Date
un’occhiata, se non l’avete già fatto, alle impressioni di Yogendra
su New York City, nelle pagine seguenti; date un’occhiata al terribile senso di
fretta e urgenza che pervade la Grande Mela. Dove sta andando questa gente?
Cosa sta inseguendo con tanta velocità e in modo così unidirezionale?
Ma è ovvio,
la felicità: quel grande e degno obiettivo inciso a caratteri d’oro nella
Dichiarazione d’Indipendenza come il diritto e il privilegio di ogni uomo.
Tuttavia,
c’è un piccolo problema. Dopo aver zelantemente inseguito quest’obiettivo
per più di duecento anni, non c’è il minimo segno che gli americani vi si siano
avvicinati. Anzi, sembrano più stressati, infelici e frustrati che mai.
La cosa non
meraviglia, perché in realtà – come Osho mette in rilievo nelle pagine
successive – la felicità, per sua stessa natura, non può essere perseguita.
Perché? Perché non sta là sugli scaffali del supermercato, come un bene che
attende di essere agguantato. Sta qui, dentro di noi, in attesa di essere
rinvenuta nei nostri cuori e nelle nostre menti.
Naturalmente,
questa qualità interiore reagisce a stimoli esterni – chiedi un appuntamento a
una bella ragazza e vedi cosa accade se dice sì – ma essenzialmente si tratta
di uno stato naturale, accessibile a ogni essere umano in qualsiasi
circostanza.
Le
implicazioni sono profonde, perché se gli americani scoprissero che la felicità
va trovata «qui e ora» e non «là e allora», tutta la loro cultura subirebbe un
crollo catastrofico; o magari un’apertura.
Pensate che
stia esagerando? Riflettete un momento: l’obbligo di migliorarsi è la vera linfa
del sogno americano. Un ragazzo qualsiasi può diventare il presidente della più
grande nazione del mondo, un giovane che lavora in un giornale può diventare
miliardario, una segretaria può diventare una star. Dai programmi per bambini
alle TV commerciali, agli slogan dell’esercito, il messaggio è lo stesso. Puoi
farcela. Puoi arrivare. Basta che ti sforzi.
Ma se il là
fosse davvero qua, se realmente non ci fosse alcun posto dove andare, allora il
motore made–in–Detroit che guida la macchina
americana verso l’appagamento in qualche futuro dorato – è proprio dietro
l’angolo, gente – comincerebbe a perdersi nelle sue stesse emissioni.
Non siete
convinti? Guardatela così: l’America, come nessun altro paese in precedenza, ha
sostenuto la crescita dell’ego individuale. Naturalmente, coloro che hanno
successo devono indossare una maschera di modestia: un presidente appena eletto
deve chinare la testa in segno di rituale gratitudine per i suoi elettori, un
vincitore di premio Oscar deve ringraziare tutti, dal regista a sua madre. Ma
che tu sia Oprah Winney, O.J. Simpson o semplicemente la
segretaria preferita del presidente, avverti l’ossessione nazionale del culto
per la fama e la personalità.
La
meditazione invece porta brutte novità ai cittadini americani intenti a
lustrare l’ego: il premio finale dell’appagamento interiore non si ottiene
ingigantendo l’io, bensì dissolvendolo; il “sé” che noi conosciamo si deve
dissolvere nel “non sé” di cui parla Gautama il Buddha.
Questa, come
potete immaginare, è una prospettiva completamente non americana. L’obiettivo
della manualistica newage su come migliorare se
stessi così in voga in America è una costante riprogrammazione
della mente – cambiando idee e atteggiamenti – per creare un’immagine di sé più
accettabile, luminosa e brillante.
Lo Zen,
d’altro canto, getta un secchio d’acqua fredda su questo approccio: non
sprecare tempo armeggiando con la mente; abbandonala semplicemente e trova il
tuo essere.
Come farlo?
Con la meditazione.
C’è ancora
una cosa, che quasi non ho il coraggio di menzionare, perché colpisce il cuore
stesso dell’America: il mito dell’amore eterno. La macchina dei sogni
hollywoodiana, tessitrice di favole moderne, martella il suo messaggio
praticamente in ogni film: l’amore è l’esperienza umana suprema, il vero amore
non muore mai, da qualche parte là fuori c’è un’anima gemella fatta su misura
per te, e insieme realizzerete il vostro destino.
La gente
comune, ahimé, deve rassegnarsi alla realtà: l’amore va e viene, una grande
passione si raffredda in una noiosa convivenza, i cuori teneri vengono
dilaniati dal dolore del tradimento, del divorzio e della separazione.
Solo gli
illuminati sanno che la fragranza dell’amore non può raggiungere l’altro fino a
quando non è fiorita dentro di sé, fino a quando non ami e non accetti
sinceramente te stesso, per quello che sei davvero, nella tua solitudine.
Come farlo?
Avete indovinato... con la meditazione.
Gli
americani scopriranno la meditazione nel terzo millennio? La mia ipotesi è… sì,
e, strano a dirsi, questo avverrà attraverso sforzi ancora più duri e corse
ancora più frenetiche di adesso. Presto o tardi si stancheranno, si
arrenderanno esausti, si sederanno, si rilasseranno e berranno una tazza di tè…
Allora potrà
cominciare la vera rivoluzione americana.
EHI
AMICO, DOVE VAI COSÌ DI FRETTA?
di Yogendra
Le
riflessioni di due meditatori su New York City
Dopo aver
passato molti anni alla Osho Commune di Pune, nella quale ho imparato a usare il lavoro come
tecnica di meditazione, recentemente ho avuto l’opportunità di soggiornare a
New York. E non ho potuto fare a meno di notare l’atteggiamento che hanno verso
il lavoro gli abitanti della metropoli più dinamica e indaffarata del mondo.
La prima
cosa che ho notato è che a New York tutti hanno fretta. Questo fenomeno mi è
balzato agli occhi il primo lunedì mattina dopo il mio arrivo. Stavo camminando
lungo una strada del centro, quando in una vetrina ho visto esposti quattro o
cinque cuccioli di razza diversa. Stavano litigando, come fanno tutti i
cuccioli, e io mi sono fermato a guardarli giocare.
Era
un’esperienza così spassosa che mi sono girato per vedere se qualcun altro si
stesse divertendo come me. Con mia sorpresa, non c’è stato uno che abbia
rallentato, figuriamoci poi che si sia fermato. Al contrario, nessuno gettava
un’occhiata nella nostra direzione. Il contrasto con la mia esperienza a Pune era molto forte: lì, camminando per la Comune, scorgi
spesso persone impegnate in qualche attività, o lavoro, che hanno sempre il
tempo di apprezzare il momento presente: salutare un amico, osservare una
mangusta correre attraverso il sentiero, ascoltare il canto di un uccello,
sedersi per un caffè…
Le
sensazione di divertimento e rilassamento è sempre presente, e il lavoro
procede ugualmente. Anzi, come ho scoperto per me, acquista una qualità di
riposo e rilassamento – non soltanto durante le pause – che ha rivoluzionato
ogni mio concetto sull’«etica del lavoro». In questo modo, lavoro e
rilassamento non sono separati.
In netto
contrasto, nelle stazioni della metropolitana di New York la gente cammina
incessantemente fino al termine della piattaforma, spiando i tunnel in cerca
del prossimo treno, come se in qualche modo il solo guardare affrettasse il suo
arrivo. I treni, a ogni modo, arrivano ogni 3 minuti!
Durante la
mia permanenza, mi è diventato sempre più chiaro che i newyorkesi
possiedono poco l’abilità, o capacità, di rilassarsi dentro di sé nel corso
delle attività quotidiane. Qui l’intera cultura è ispirata dalla fretta, che a
sua volta appare radicata nella paura: paura di far tardi all’appuntamento,
paura di non portare a termine il lavoro, paura di non realizzare gli
obiettivi…
Ed è proprio
alla paura che viene attribuita la responsabilità di gran parte del successo
del modello aziendale americano. Secondo Andy Grove, il direttore di Intel, una
delle più grandi aziende mondiali, il suo successo è dovuto in larga misura
alla paura della competizione sul mercato.
Come
corollario, il business viene spesso paragonato a una guerra, dove ogni
compagnia tenta di «schiacciare» il rivale per avere successo. È sufficiente
seguire il processo sull’antitrust contro la Microsoft, costantemente sulle
prime pagine dei giornali americani, per udire questo linguaggio di
distruzione. Con la sua filosofia che mira ad annientare gli avversari, la
Microsoft è diventata l’azienda di maggior successo nel mondo.
Una domanda
che merita di venire posta è: “Ne vale la pena?” Questa dedizione assoluta al
successo economico, soddisfa la sua promessa implicita, cioè la felicità
dell’individuo, o semplicemente lo inserisce in un processo infinito di
obiettivi sempre maggiori, rinviando continuamente l’istante dell’appagamento?
Ancora più
significativa la storia che mi ha raccontato un amico che studia filosofia alla
Columbia University di New York. Nel corso di una lezione di religione, egli
osservò che era un peccato che l’Occidente non avesse prodotto fiori di
consapevolezza simili a Gautama il Buddha o Lao Tzu.
Con sua
sorpresa, il professore di religione si arrabbiò molto a questa affermazione, e
rispose sostenendo che in realtà l’Occidente ha conquistato il mondo. Come se
conquistare il mondo potesse in qualche modo compensare la mancanza nella
cultura occidentale di consapevolezze illuminate! E ciò da un professore di
religione!
Questo mi
conduce a un’altra considerazione: una delle cose che ho imparato come
discepolo di Osho è che la meditazione è per sua natura una qualità femminile.
Essa richiede una certa passività, una certa ricettività, la capacità e la
volontà di dissolvere l’io individuale nell’oceano di consapevolezza che ci
circonda.
Questo non
vuol dire che solo le donne possono meditare. La «femminilità» non è una
qualità esclusiva della metà femminile della nostra specie; in realtà, a New
York, la maggior parte delle donne che ho incontrato sembrano più maschili
degli uomini. Simili al ritratto umoristico di donna single, madre e
lavoratrice messo in scena dall’attrice Michelle Pfeiffer nel film “Un giorno per caso”, esse sentono di
dover essere molto aggressive per emergere in un mondo maschile, e i loro
sforzi sono ancora più determinati di quelli degli uomini. Né vuol dire che
l’uomo deve rinunciare alle sue qualità maschili: prospettiva questa che alla
maggior parte dei maschi americani provoca brividi d’orrore, oltre a far
seppellire il naso nel giornale più vicino, o in una partita alla TV. Si tratta
semplicemente di trovare il giusto equilibrio. Non è un «o/o», bensì la
possibilità di un «e/e».
Vorrei
aggiungere che la mia visita a New York è stata un’esperienza molto bella. Ho
scoperto una ricchezza di talento e creatività che è semplicemente
meravigliosa. Ma sento anche che c’è una carenza di qualità femminili e di
senso di rilassamento, due elementi che aggiungerebbero molto alla qualità
generale della vita a New York. E da qualche parte i newyorkesi
avvertono il vuoto lasciato da questa mancanza. Forse è per questo che così
tante storie d’amore hollywoodiane sono ambientate a New York. Penso a tre
recenti film con Meg Ryan,
ai capolavori di Woody Allen,
agli Oscar vinti da Jack Nicholson e Helen Hurt per le loro
interpretazioni in “Qualcosa è cambiato”.
Perché una
visione tanto romantica di una città così spietata? Forse, sotto la sua corazza
protettiva, l’abitante di New York ha una segreta nostalgia per il lato delicato
e femminile della sua natura. Il dubbio è che l’effetto calmante di un film
romantico si dissolva dopo poche ore, e al mattino seguente egli si ritrovi nel
mezzo della sua mentalità frenetica. L’effetto della meditazione dura invece
considerevolmente più a lungo.
Zorba
il Buddha a Manhattan
di Sarito
Sono le otto
del mattino e tutti intorno a me sono seduti con gli occhi chiusi. Facce dai
colori che sfumano dal cioccolato scuro, al caffè,
all’olivastro, all’avorio – donne e uomini, vecchi e giovani e di mezz’età,
silenziosi e immobili.
Improvvisamente
una voce irrompe nella quiete, acuta e nitida, come lo scoppio del tuono in un
temporale:
“Prossima
fermata 51esima strada. Trasferimenti possibili ai treni E, F e N. 51esima
strada è la prossima.”
È la mia
fermata e i miei quotidiani sette minuti di meditazione sotterranea sono quasi
finiti. Mentre il treno sbanda e stride nella frenata, mi faccio strada verso
la porta più vicina, mezzo trasportata dai corpi che improvvisamente si agitano
e spingono, premendo contro il mio. Per un momento un gomito aguzzo si infila
nel mio braccio e subito si ritira scusandosi.
“Prima lasciate uscire. Lasciate uscire la gente,
prima di salire sul treno.”
Pressato
contro il muro dei passeggeri in attesa, il fiume di corpi si separa in unità
individuali, di lunghezza giusta per passare attraverso il cancelletto
ruotante e poi confluire di nuovo in cerca di luce e aria di superficie. Certe
mattine mi lascio scivolare in uno spazio magico in questo fiume; divento una
bolla che fluttua nell’acqua, trasportata dal fiume, una piccola bolla
trasparente con dentro un segreto invisibile. Stamattina la bolla è rimasta
impigliata in un mulinello, dietro una donna anziana con le caviglie gonfie e
pratiche scarpe dalla suola di gomma, che si sta facendo strada faticosamente e
lentamente, su per le scale. Rallento, resto dietro di lei; in qualche modo mi
tocca il cuore e mi vedo come uno scudo intorno a lei, che le garantisce il
permesso, che le concede di metterci il tempo che vuole in questa corrente
frettolosa.
Amo la
città. La forza pura della sua follia, del suo rumore e della sua fretta,
provoca in me una centratura non comune e una vigilanza, come se manovrassi un
kayak lungo le rapide. L’unico modo per procedere è cooperare, buttarsi a
capofitto, occhi ben aperti, ogni senso allerta.
Sulla
bilancia Zorba–Buddha, io sono sempre scivolata verso
il piatto di Buddha, a tal punto che il Maestro, nel
discorso di iniziazione, sentì di dovermi ricordare (in modo piuttosto severo,
pensai) che essere “distaccati” non voleva dire non godersi la vita. Essendo un
numero cinque (di picche!), secondo l’enneagramma, ho
introiettato il modello del “Buddha
non illuminato” – e questa città caotica mi sembra proprio l’antidoto giusto
per il mio eccesso di introversione e di studiato distacco.
Da quando
sono qui ho imparato a dire esattamente quello che voglio – o che non voglio –
senza mezzi termini, per concludere affari al telefono in maniera soddisfacente
o per far sorridere alle mie battute anche il più scontroso e stanco commesso
di drogheria. Tutti talenti che non speravo più di poter padroneggiare in
questa vita. Ordino pane integrale in panetteria e mi capiscono, senza dover
ripetere, vado a sedermi da sola a un tavolino in un caffè,
parlo con sconosciuti nell’ascensore. Mi meraviglio di me.
Ma… e la
meditazione? Sto forse seguendo un movimento del pendolo tra introversione ed
estroversione, intrappolata nell’ingannevole dualismo della mente? Quante
volte, nel mese scorso, ho fatto la Dinamica, o la Kundalini,
o mi sono anche soltanto seduta a guardare i miei pensieri, per una certa
quantità di tempo al giorno? Ecco la risposta. Secondo lo stile cittadino
lavoro dieci ore al giorno o anche di più, e torno a casa o per sedermi come un
vegetale davanti alla televisione, o per lavorare ancora. Faccio lunghe
passeggiate in campagna nel silenzio della natura? Quasi mai. Ma sto cercando
di persuadere il nasturzio che è nel vaso sul mio balcone ad arrampicarsi sulla
ringhiera e attutire così la vista dell’edificio dall’altra parte della strada.
Sotto molti
aspetti sono fortunata – lavoro con altri sannyasin,
e due volte la settimana ci tratteniamo la sera in ufficio e ci sediamo insieme
attorno a un video di Osho. È una disciplina che non manca mai di pulire
profondamente la mente che, probabilmente per questo, tenta sempre di dirmi che
è troppo stanca e che preferirebbe piuttosto andare a casa. Un paio di
settimane fa Miten e Premal
sono passati di qui e ho avuto la benedizione di potermi immergere nel silenzio
e nella musica. Non solo una volta, ma due volte in tre giorni – un
intenerimento del cuore che mi ha ricordato quanto duro potrebbe diventare se
mi dovessi innamorare troppo della mia competenza cittadina appena scoperta.
Nel
frattempo ci sono molte opportunità, come i miei sette minuti di meditazione
sotterranea – solo per osservare, solo per fluire, solo per essere, per trovare
il centro del ciclone. Zorba il Buddha
nello stile di Manhattan, il vecchio vagabondo, ha
trovato casa. Persino il tipo che vende ciambelle all’angolo della 50esima
strada con Lexington Avenue mi conosce abbastanza
bene da preparare il mio pacchetto prima ancora che parli – di quale altra
prova ho bisogno?
La
ricerca della felicità
Tutti inseguiamo la felicità. Questa ricerca è persino
inclusa, quale diritto inalienabile del cittadino, nella Costituzione degli
Stati Uniti, che anche in questo campo sono diventati il paese guida del resto
del mondo. Osho ci mette in guardia su alcuni fondamentali equivoci che rendono
questa ricerca sempre più frenetica e frustrante.
Esiste un’arte della felicità?
Il libro del Dalai
Lama
“L’arte della felicità” è sulla lista dei bestseller del New York Times da parecchi mesi. Scritto in collaborazione con uno
psichiatra americano, il libro è rivolto specificamente al lettore occidentale,
per fornirgli risposte ai normali problemi della vita quotidiana.
Il leader spirituale dei tibetani
afferma che la felicità è lo scopo della vita, spiega come lui stesso ha
raggiunto la serenità e offre consigli per ottenere la stessa pace interiore.
Secondo il Dalai Lama,
la vera felicità si sviluppa e si mantiene attraverso un allenamento della
mente, usando diversi metodi di autodisciplina, identificando quali sono i
fattori che creano sofferenza ed eliminandoli gradatamente, coltivando invece
quelli che apportano felicità.
Osho
commenta:
C’è solo una
cosa che può trasformare ed è andare al di là della mente, al di là del
pensiero, e arrivare a uno spazio in cui il cielo è assolutamente sgombro dalle
nuvole. A quel punto non sorgono più domande e nessuna risposta è necessaria.
La gente
pensa che Gautama il Buddha,
Mahavira, Zarathustra o Lao-Tzu abbiano trovato la risposta. Si sbagliano. Hanno
perso entrambe: domanda e risposta. Hanno trovato un silenzio indisturbato sia
da domande che da risposte.
Quando l’ho
detto ai lama buddhisti tibetani,
sono rimasti shoccati perché pensavano che Gautama il Buddha avesse trovato
la risposta. Ho detto loro: “Se trovi la risposta, sei ancora all’interno della
mente, sei ancora molto vicino alla domanda”. Gautama
il Buddha è andato oltre la domanda e la risposta. Ha
trovato il silenzio, indistruttibile.
La filosofia
trova risposte, la vera religione trova uno stato che va molto oltre domande e
risposte. Queste sono infantili, sono come giocattoli per bambini. La mente è
estremamente furba. Usa le tradizioni, usa le religioni e le filosofie, e solo
per sopravvivere. Ti dà ogni genere di domande e quindi di risposte, per
sopravvivere. Ma qualsiasi questione sollevata dalla mente è futile tanto
quanto qualsiasi risposta trovata dalla mente.
La mente è
un esercizio in pura futilità.
Solo
pochissime persone al mondo sono state in grado di realizzare la verità che la
mente è l’unico nostro problema.
Se possiamo
andare al di là della mente, verso il silenzio, in un silenzio completo e
profondo, assolutamente indisturbato, nemmeno da un accenno di pensiero, allora
abbiamo trovato non la risposta, ma qualcosa di esistenziale, una
trasformazione, una mutazione, una rivoluzione in noi stessi che distrugge ogni
domanda e risposta, e ci lascia in totale serenità, in grandiosa beatitudine.
La
meditazione non è che l’annichilimento della mente.
La
meditazione non è un allenamento della mente: la meditazione è la fine della
mente.
Vivere aldilà
della mente non vuol dire che non puoi adoperarla. Al contrario solo chi vive
aldilà è in grado di usare la mente come uno strumento. La mente continua a
torturare chi non ne è andato aldilà, è un incubo. Egli non può usare la mente
perché non è al di sopra di essa.
Sii un
testimone della mente.
Nel tuo
testimoniare, l’aldilà ti aprirà le porte.
Tratto da: The Golden Future
Chi la cerca non la trova …
Prova a
cercare la felicità e di sicuro non la troverai.
Sono in
disaccordo con Gesù Cristo su molti punti, anche su punti che sembrano molto
innocenti, e per questo sembra che io sia molto duro. Gesù dice: “Cerca e
troverai. Chiedi e ti sarà dato. Bussa e ti sarà aperto.” Non sono d’accordo.
I pazzi che
scrissero la costituzione americana furono certamente influenzati da Gesù
Cristo – è naturale, erano tutti cristiani. Quando parlarono di “ricerca della
felicità”, consciamente o inconsciamente, dovevano avere in mente le parole di
Gesù: “Cerca e troverai”.
Ma io ti
dico: cerca e sicuramente non troverai mai.
Non cercare
ed ecco che è là, davanti a te.
Smetti
semplicemente di cercare e la troverai, perché per cercare devi fare uno sforzo
della mente, mentre non cercare vuol dire essere rilassato. E la felicità è
possibile solo se sei rilassato.
Un ricercatore
non è rilassato. Come può esserlo? Non può permettersi il rilassamento. Sarai
sorpreso se ti guardi intorno, troverai gente di paesi poverissimi che è più
contenta. Il maggior numero di persone infelici si trova negli Stati Uniti. È
una cosa strana. In America la ricerca della felicità è un diritto di nascita.
Non si trova in nessun’altra costituzione al mondo…
Questo è il
problema. La felicità avviene. Non puoi organizzarla, costruirla, non puoi
procurartela.
La felicità
è qualcosa al di là del tuo sforzo, oltre te.
Ma mentre
stai semplicemente scavando una buca nel tuo giardino, se sei totalmente
assorbito nel tuo lavoro, se hai dimenticato tutto il mondo, te compreso – ecco
la felicità!
La felicità
è sempre con te.
Non ha
niente a che vedere con lo scavo di una buca nel giardino.
La felicità
non ha niente a che vedere con nessuna cosa.
È
semplicemente il tuo modo di stare al mondo, senza aspettative, rilassato, a
tuo agio. E la felicità c’è semplicemente, non è che viene e va. È sempre là, proprio come il respiro, il battito del
cuore, il sangue che circola nel corpo.
Ma la mente
americana ha una sua idea a proposito, così in ogni campo – politica, affari,
religione – vuole arrivare. Gli americani stanno sempre andando da qualche
parte, e vanno veloci, perché, se si tratta di andare, allora perché non farlo
velocemente? E non chiedere dove stai andando – perché nessuno lo sa.
Una cosa è
certa, stanno andando a tutta velocità, con tutta la velocità che riescono a
tenere, che riescono a raggiungere. Di che altro c’è bisogno? Stai andando,
stai andando a tutta velocità: stai affermando il tuo diritto di nascita.
Così gli
americani passano da una donna a un’altra donna, a un’altra donna, a un’altra
ancora; da un uomo, a un altro e ancora a un altro; da un’attività a un’altra
attività; da un lavoro a un altro lavoro – alla ricerca della felicità. E
stranamente sembra sempre che sia lì e che qualcun altro se la stia godendo,
così cominci a inseguirla. E quando anche tu arrivi, la felicità non c’è più.
Tratto da: From Personality to Individuality
La mente smaniosa
La
mente smaniosa di arrivare, non sarà mai beata, sarà
sempre tesa. E quando raggiunge qualcosa, la mente ambiziosa si sentirà
frustrata, perché ora dovrà inventarsi nuove mete. È ciò che succede in
America. Molte delle mete del secolo scorso sono state raggiunte, così ora
l’America si trova in uno stato di profonda frustrazione.
Tutte le
mete dei fondatori che crearono l’America e la costituzione americana sono
state quasi raggiunte. In America la società è diventata opulenta, per la prima
volta nella storia dell’umanità. Sono quasi tutti ricchi. Il povero
dell’America è il ricco di qui, dell’India.
Le mete sono
state quasi raggiunte – che fare ora? La società è diventata ricca: il cibo è
assicurato, la casa pure, quasi tutti hanno un’automobile, una radio, un
frigorifero, la televisione – ora, che fare? Ci si sente profondamente
frustrati, bisogna trovare altre mete. E sembra che non ce ne siano. Invece di
una macchina, ne puoi avere due – un garage con due macchine è diventato una
meta – o puoi avere due case, ma a questo si arriverà in una decina d’anni.
Qualunque sia la meta, può essere raggiunta. Dopo di che la mente ambiziosa si
sente frustrata. Cosa fare a questo punto? Ha di nuovo bisogno di una meta, e
se la deve inventare.
Così
l’intera economia americana ora dipende dalla creazione di nuove mete. Date
mete alla gente – è questo che la pubblicità e il sistema pubblicitario stanno
facendo. Create mete, seducete la gente: “Ora questa è la meta! Devi avere
questa cosa, altrimenti la vita è senza scopo!”. E la gente comincia a correre,
perché ha una mente ambiziosa. Ma dove porta tutto questo? Porta a un numero
sempre maggiore di nevrosi.
Solo una
mente priva di ambizione può trovare pace.
Tratto da: Vedanta: Seven Steps to Samadhi
Divertimento o Gioia?
Di solito,
quello che credi sia gioia, non è gioia; al massimo è divertimento. È solo un
modo per evitare di stare con te stesso. È un modo per intossicarti, per essere
immerso in qualcosa, così puoi dimenticare la tua infelicità, le
preoccupazioni, l’angoscia, l’ansia.
Così si
pensa che qualsiasi divertimento sia gioia – non lo è. Qualsiasi cosa che venga
dall’esterno, non è gioia, non può esserlo. La gioia nasce dalla profondità del
tuo essere. È una cosa assolutamente indipendente – indipendente da qualsiasi
circostanza esterna. E non è una fuga da se stessi; in realtà è un incontro con
se stessi. La gioia nasce solo quando sei arrivato a casa.
Poiché sei
senza gioia, cerchi il divertimento. Uno dei più grandi romanzieri russi, Gorky, si trovò a visitare l’America e gli furono mostrate
tutte le cose che gli americani hanno inventato per divertirsi, per evadere da
se stessi. L’uomo che conduceva il tour e che gli stava mostrando tutte quelle
cose, sperava di farlo molto felice, ma più gli mostravano queste cose, più Gorky sembrava infelice e triste.
Così che la
guida gli chiese: “Cosa c’è che non va? Non riesce a capire?”. E Gorky disse: “Riesco a capire benissimo, ecco perché sono
triste. Questo paese deve essere privo di gioia, altrimenti non avrebbe bisogno
di tanti divertimenti”.
Solo una
persona senza gioia ha bisogno di essere intrattenuta. Più il mondo diventa
privo di gioia, più abbiamo bisogno di televisione, film, Hollywood e mille altre
cose. Abbiamo sempre più bisogno di alcol, sempre più bisogno di nuove droghe –
solo per evitare l’infelicità in cui ci troviamo, solo per non affrontare
l’angoscia in cui siamo immersi, solo per dimenticare tutto, in qualche modo.
Ma dimenticando non si raggiunge alcunché.
Tratto da: This is it
In questa intervista, Anubuddha,
che da vent’anni lavora nel campo del massaggio
terapeutico, racconta la sua esperienza di quando si è trovato a fare una serie
di trattamenti di massaggio a Osho: un viaggio alla scoperta del tipo di
rapporto che un buddha ha con il proprio corpo.
Quando hai visto Osho per la prima volta?
Nel 1976,
quando lui era già a Pune. L’anno prima avevo
conosciuto alcuni sannyasin e avevo iniziato a praticare
le sue tecniche di meditazione, e così, in un certo senso, avevo iniziato ad
avvicinarmi a lui. Da tempo speravo di riuscire a trovare un maestro che mi
aiutasse nella mia vita spirituale e quando scoprii cosa diceva Osho e in cosa
consistevano le sue meditazioni ne fui colpito profondamente. Iniziai ad
approfondire questa esperienza che divenne così il vero amore della mia vita.
Lavoravi già come fisioterapista prima di
incontrare Osho?
Non proprio,
avevo qualche nozione di fisioterapia soprattutto perché avevo fatto molta
atletica durante il periodo universitario, ma il mio vero lavoro sul corpo
iniziò solo dopo aver preso il sannyas. Tutto quello
che ho imparato è stato filtrato attraverso ciò che Osho diceva durante i suoi
discorsi, e dalla qualità della sua presenza. Sin dalla prima volta che l’ho
incontrato sono rimasto affascinato da come riusciva a essere così attivo,
rilassato e pieno di grazia. Osho si muoveva con una grazia che non era solo
esteriore, non c’era davvero alcuna tensione interna. Un occhio esperto come il
mio non poteva fare a meno di notare che Osho si muoveva in modo più rilassato
di qualsiasi altra persona, e riusciva a comunicare molto meglio quello che
stava dicendo. Era come se le parole seguissero il corpo, in modo istantaneo.
Penso che si veda anche dai video, che i movimenti del corpo e le sue parole
erano come collegati.
Quando è stata la prima volta che hai fatto un
trattamento a Osho? Te lo ha chiesto lui?
Era la fine
del gennaio 1988. Ero sannyasin da dodici anni, e la
mia attività principale era il massaggio terapeutico… Non posso chiamarlo
lavoro, non è la parola adatta. Ero appena tornato da Bangkok, quando un
mattino arrivò Neelam (allora segretaria di Osho) a
chiedermi se potevo fare un trattamento a Osho nel pomeriggio. Non ebbi molto
tempo per pensarci, subito dopo arrivò Amrito (il
medico di Osho) a spiegarmi che le gambe di Osho erano diventate molto deboli e
la spalla destra gli dava grossi fastidi… e così andai.
Allora si
cercava di capire da dove venisse il dolore, se fosse qualcosa di psicologico o
di fisico.
Osho non
aveva alcun dolore di tipo psicologico, in lui non c’erano né tensione né
preoccupazione: il suo corpo soffriva terribilmente, ma il suo atteggiamento
era estremamente rilassato. Era molto interessante vedere una persona che non
si preoccupava di nulla, che non mostrava davvero alcun segno di ansia.
Dunque mi
trovavo di fronte a un caso nuovo. Non so cosa si possa fare con il veleno, ma
so una cosa: che ogni malattia mortale del corpo deriva da un certo tipo di
avvelenamento.
Penso che
sia successo qualcosa, in America, in quei giorni quando Osho sparì… Anche lui
lo ha detto. C’era chi non credeva possibile che a Osho fosse accaduta una cosa
così terribile. Anch’io forse… Non è che mi convinsi che fu avvelenato; allora
non lo ero. Ora, avendo avuto tempo per rifletterci, mi è assolutamente chiaro
che al suo corpo deve essere stato fatto qualcosa. Ma questo è un altro
discorso.
Il modo in
cui muoveva il corpo per me è tuttora fonte d’insegnamento, al solo ripensarci:
la sua estrema sensibilità, senza alcun tipo di forzatura. Sarebbe splendido
avere potuto riprendere Osho in video quando arrivava per i trattamenti con un
lungi sui pantaloncini con cui rimaneva quando si sdraiava sul lettino; e il
modo con cui si levava il lungi, come se fosse stato un ballerino. Non potevi
davvero aspettarti un movimento più coordinato ma allo stesso tempo così nonchalant… Mi godevo quel momento praticamente quanto
tutti gli altri della sessione.
Tu sai che
nel massaggio, oltre alla parte meccanica, che certamente esiste, ce n’è anche
un’altra di tipo energetico, che non dipende da quella meccanica. Nel mio
lavoro, parte di ciò che faccio per aiutare la gente consiste semplicemente nel
condividere amore: nei punti in cui c’è il dolore puoi vedere che manca
qualcosa, che potremmo chiamare energia d’amore.
Era molto
curioso, con Osho, trovarsi nella posizione di colui che dà, in cui lasciavo
che la mia comprensione e la mia energia d’amore fluissero nel tocco. Era
troppo… non so come dire. Ma lui lo faceva sembrare così semplice, così normale
che non ho mai avuto la sensazione che fosse al di là delle mie possibilità.
La prima volta che hai fatto un trattamento a Osho
ti eri preparato una specie di programma – prima farò questa cosa e poi proverò
quest’altra tecnica – o no?
In tanti
anni di lavoro ho imparato a essere attento alle reazioni della persona e a
rispondere alla situazione, piuttosto che fare programmi. In realtà, posso dire
di trattare ciascun individuo in modo diverso. Osho sottolineava spesso che
questo è l’approccio giusto, e io cercavo di fare così. Comunque, ero preparato
per ciò che mi avevano detto fosse il suo problema: sapevo quali tecniche
utilizzare in modo che il corpo ne traesse giovamento. Per il resto, aspettavo
e osservavo i risultati.
All’inizio
gli chiesi cosa stava succedendo e lui mi spiegò cosa sentiva nel corpo, e
questo mi diede un’idea su cosa fare. Iniziai massaggiando la zona
lombosacrale, perché è da lì che partono i nervi che arrivano ai piedi, e
allora pensavo che avrei dovuto iniziare in qualche modo a restituire
sensibilità a quell’area. Lui sembrava molto robusto,
invece… chi l’ha visto sa quanto fosse delicato, molto più di una persona
normale. Puoi parlare di persone delicate e ultra delicate, ma lui erano anni
che non faceva nulla di fisico per cui la sua muscolatura era estremamente
rilassata.
A volte,
quando una persona ha un dolore fisico, puoi avvertire che il sistema nervoso
gioca la sua parte; ma Osho non aveva alcuna componente emotiva che
contribuisse al dolore. Era la prima volta che vedevo con tanta chiarezza il
dolore del corpo come qualcosa di puramente fisico, non creato da paure o
resistenze alla vita – al contrario, Osho era totalmente aperto a ciò che dalla
vita arrivava.
Era tutto
molto strano, perché spesso c’era un miglioramento, il corpo stava meglio, ma
poi il dolore tornava. Avevo la sensazione di una costante che ogni tanto
veniva sconfitta, ma poi si ripresentava.
Nel tuo trattamento ti basavi totalmente sulle
indicazioni che lui ti dava su dove sentiva il dolore?
Sì e no.
Quando hai fatto questo lavoro per anni, sai che certi mutamenti nei tessuti
indicano i punti dove c’è dolore, e in alcune zone del suo corpo potevi
chiaramente percepire questi cambiamenti.
L’essere con
Osho mi dava energia in continuazione… Ricevevo energia per tutto il tempo, e
mi sentivo incessantemente grato. Quando l’ho sentito parlare dei tre tipi di
persone che, per ragioni diverse, stavano con lui – lo studente, il discepolo e
il devoto – quello che mi si confaceva maggiormente era il devoto. Avevo
affinità anche con gli altri due, tutti e tre mi riguardavano, ma per quella
sentivo proprio: “Questo sono davvero io.” Ho imparato moltissimo sulla
ricettività semplicemente aprendomi all’energia di Osho. Ma poi, quando si
sdraiava sul lettino e si rilassava, in un certo senso ero io quello che dava
energia! Era una situazione davvero buffa.
Ma come ho
detto, egli non ha mai fatto nulla che mi potesse mettere a disagio: era tutto
proprio assolutamente normale. Ho sempre avuto la sensazione che egli stesse
lavorando su un piano temporale diverso dal nostro. Come se, nel presente,
stesse facendo qualcosa che avrebbe poi influenzato il futuro. Non ho mai
saputo cosa stesse succedendo realmente.
Ma era così
bello vederlo durante le sedute di massaggio… Era davvero ricettivo. Posso dire
di non aver mai visto nessuno dei miei pazienti così rilassato e consapevole
del tocco.
Da parte
mia, cercavo sempre di lasciare fuori dalla porta i miei problemi, le mie
nevrosi – o cose del genere – ma in realtà non ho mai dovuto preoccuparmi di
questo: ho sempre avuto la sensazione che potevo essere me stesso. Potevo fare
i miei commenti in modo del tutto libero e spontaneo; non ho mai sentito l’obbligo
di comportarmi in un certo modo.
Molte volte,
durante le sessioni, lui rideva; aveva dolori dappertutto e stava davvero male
da non poter nemmeno alzarsi dal letto, tuttavia ne parlava in un modo molto
distaccato. Il problema quindi era in un certo senso ancora più grande, perché
dovevo continuare a ricordare che nel corpo di Osho c’era qualcosa che non
andava bene; anche se per me essere con lui in quel modo, ogni giorno, era come
una festa ed era quindi facile dimenticarlo. Ero in una situazione davvero
strana. Facevo tutto il possibile per dargli dei benefici, mi adoperavo al
massimo, ma per me restava un grande divertimento essere vicino a lui a quel
modo.
Da parte sua
non ho mai avvertito la pressione di dover fare qualcosa che alleviasse il
dolore. L’approccio di Osho era sempre: “Vediamo un po’ cosa succede.”.
Ero sempre sorpreso di quanto Osho fosse naturale
e a suo agio col corpo. E il suo corpo mi colpiva moltissimo, per la sua
bellissima energia – un’incredibile presenza. Si poteva sentire che la
consapevolezza è davvero fisicamente tangibile.
Parlavate anche di argomenti che non riguardavano
i trattamenti?
Sì, molti
argomenti diversi. È difficile ricordare tutto. Ho preso pochissimi appunti.
Centocinquanta trattamenti sono tanti, e non mi restano che cinque o sei pagine
di appunti. Si parlava di cose pratiche, come sistemare la stanza ad esempio,
ma ho anche annotato alcune delle altre cose che mi diceva. Nella maggior parte
dei casi non ho mai voluto prendere note. Quello che era successo il giorno
prima, non posso dire fosse irrilevante, ma praticamente lo era, perché il
giorno seguente era così denso e nuovo e diverso…
Ricordo un
commento molto interessante: una volta Anando, che
era una delle sue segretarie, disse che era sempre molto intenso lavorare
vicino a lui, perché non si poteva mai fare affidamento su quello che era
successo il giorno prima, ieri era sempre un passato più che remoto. Abbiamo
avuto un bellissimo trattamento ieri, tutto era perfetto, ma oggi è oggi, amico
mio, e c’è di sicuro qualcosa di nuovo. Era sempre come… un miracolo.
Osho parla
della necessità di una nuova educazione corporea per permettere alla gente di
rilassarsi veramente. Lui era estremamente rilassato con il corpo. Sebbene si
stesse ormai avvicinando ai sessant’anni, potevi
ancora sentire che quel corpo era stato molto attivo, anche se per quasi
quindici anni non avesse fatto proprio nulla. Era successo qualcosa di davvero
singolare: verso i quarantadue o quarantatre anni aveva praticamente smesso di
muoversi, mentre prima di allora era stato molto attivo anche da un punto di
vista fisico. Si era dato davvero da fare.
Gli hai mai consigliato una qualche attività
fisica?
Non proprio;
al massimo gli chiedevo di voltarsi se lo stavo massaggiando mentre era sdraiato
sulla pancia e avevo bisogno che si girasse – altrimenti non gli dicevo proprio
nulla. E anche così, lui ci scherzava sopra. Era davvero divertente.
Spesso ero
presente quando arrivavano medici da fuori per visitarlo. Un’esperienza molto
interessante: questi dottori pensavano sempre di essere tenuti a sapere cosa
c’era di sbagliato, per cui stilavano una diagnosi precisa cui poi facevano
seguire qualche rigoroso programma di cura.
Una volta
uno di questi medici disse a Osho che doveva iniziare a fare esercizio fisico.
Lui non sembrava per niente convinto, per cui il dottore cominciò a spiegargli
dettagliatamente perché era così importante, nel tentativo di convincerlo.
Quando se ne andò, Osho gli rivolse un gentile sguardo di commiato, la porta si
chiuse, lui aspettò un secondo e cominciò a ridere. Fino a quel momento era
stato molto gentile, sembrava totalmente d’accordo col dottore, ma dopo che se
ne fu andato disse: “Non farò alcun esercizio fisico.” Quindi mi chiese: “Tu
che ne pensi?”
A me in realtà
piace molto lo yoga, che è un tipo di esercizio fisico, e sono sempre stato uno
sportivo; però ho sempre pensato che invecchiando l’esercizio fisico non sia
davvero molto salutare. Quando sei giovane giochi e usi molto il corpo, ma
penso che le idee correnti su cosa mantenga l’uomo in buona salute quando
invecchia non siano davvero corrette. Per me l’esercizio fisico di per sé non è
la soluzione giusta; dovrebbe succedere in modo molto più naturale, oppure
attraverso la meditazione o comunque lo sviluppo della consapevolezza del
corpo. Quindi non avrei mai detto a Osho: “Fai esercizio fisico”. Ma lui mi
stava chiedendo cosa ne pensassi, e così gli dissi che l’unica cosa che mi
veniva in mente era che lui si muoveva già tutti i giorni per venire a tenere i
discorsi in Buddha Hall. Al che rispose che certe
volte, mentre stava parlando, il suo corpo era così partecipe in quest’azione che si scordava del dolore.
A quel punto
tutto quello che potevo suggerirgli era di muovere di più la testa mentre
parlava: siccome il dottore gli aveva consigliato di fare esercizi per il
collo, avrebbe potuto guardare di più in giro per la Buddha
Hall. E poi mi misi a ridere.
Lui mi
chiese il perché. Gli spiegai che conoscevo molte persone che cercavano di
sedersi in un certo punto davanti a lui, perché per la maggior parte del tempo
la sua testa era voltata in quella direzione e quindi in quella posizione si
avevano maggiori probabilità di un contatto visivo. Cominciò a ridere, e io
dissi che le persone desideravano realmente vedere i suoi occhi mentre stava
parlando – e questo lo fece ridere ancora di più.
Ma quella
sera, durante il discorso, a un certo punto si fermò e disse: “Adesso devo fare
dell’esercizio fisico”, e cominciò a girare la testa in tutte le direzioni. Era
davvero buffo. Scatenò un mare di risate.
Sono
convinto che quello che lui diceva, che l’essere naturali fa bene anche alla
salute, sia assolutamente vero. Osho non aveva nulla da fare – se ne stava
seduto in camera per lo più – quindi si rilassava e basta. Siccome non aveva
nulla da fare, non faceva nulla.
So che hai provato qualche macchina da ginnastica
passiva concepita apposta per lui…
Non erano
concepite apposta per lui. Quando sentimmo parlare di queste macchine, alcuni
di noi pensarono che sarebbero state ottime per Osho, perché lui diceva sempre:
“Non faccio esercizio fisico, non voglio farlo”. Non ho mai consigliato alcuna
cura a Osho, ma quando arrivarono le macchine lui mi chiese di imparare a
usarle per poi spiegarglielo. Ero molto contento, perché la cosa era
divertente, ma da parte mia avevo intuito che queste cose non andavano
d’accordo con la sua energia. Innanzitutto, la macchina ha un motore che vibra,
e se sei sensibile queste vibrazioni ti danno molto fastidio.
A ogni modo,
penso che Osho volesse farmi vedere che era ben disposto a fare qualsiasi cosa
fosse necessaria per la cura del suo corpo. È così buffo essere insieme a
qualcuno che si preoccupa e non si preoccupa allo stesso tempo: lui non si
curava del corpo, ma allo stesso tempo se ne curava totalmente. È difficile da
spiegare. Diciamo che non se ne preoccupava nel senso che non aveva tensioni,
preoccupazioni o mancanza di fiducia.
Ma poi ha veramente utilizzato queste macchine?
Sì, ricordo
ancora il giorno in cui venne a provarle per la prima volta: era una situazione
comica, avrei voluto avere una macchina fotografica. Avevamo attrezzato una
stanza (ora è quella con lo studio dentistico) con diciassette diverse macchine
disposte secondo una sequenza logica di movimenti corporei. E lui arriva con
dei calzettoni bianchi da atletica – tirati su fin molto sopra al ginocchio – i
pantaloncini e, sopra, un accappatoio blu molto casual, e dice: “Okay, sono
pronto. Da dove cominciamo?” con un tono da atleta professionista prima di un
allenamento.
All’inizio
disse che queste macchine erano interessanti: potevano essere usate per aiutare
l’osservazione e rendere più facile il disidentificarsi
dal corpo. Ma dopo una decina di giorni disse che quelle macchine erano
tremende, che dovevamo portarle via, e di non portare più altre cose da
provare, per favore. Era come se avesse fatto questo tentativo più che altro
perché i sannyasin volevano che ci provasse. Erano le
persone che si prendevano cura di lui che insistevano nel provare qualsiasi
cosa potesse farlo star meglio.
Si sentiva meglio dopo i tuoi trattamenti?
Diceva di
sentirsi meglio e che gli piacevano moltissimo. Per quanto mi riguarda, non
avevo mai dato così tante sessioni a nessuno.
Questa è una
cosa che ho visto Osho fare con molti sannyasin, non
soltanto con me: se ti chiedeva di fare qualcosa, era sempre ciò in cui eri in
qualche modo esperto, ma ogni volta lui lo trasformava in un modo tale che non
potevi più farlo nel modo in cui eri abituato. E così diventava una situazione
totalmente nuova.
Fare
trattamenti ogni giorno alla stessa persona per oltre sessanta giorni è un
fatto molto insolito e non sai mai come risponderà il corpo in tutto questo
tempo: non puoi fare a meno di pensare che il corpo comincerà a stancarsi di
ciò che stai facendo, e in realtà non puoi saperlo!
Ma con Osho
era sempre molto facile: se mi diceva che in qualche modo i miei trattamenti
gli giovavano, era chiaro che continuavo a farglieli.
Nel rebalancing, il tipo di massaggio che pratico maggiormente,
di solito si dà un trattamento alla settimana, in modo tale che il corpo abbia
il tempo necessario per assestarsi. Ma noi ne facevamo una o due al giorno, sì,
qualche volta anche due al giorno. Penso che in quel momento un aiuto fisico di
questo tipo fosse molto utile al suo corpo.
Lavoravo su
tutto il corpo, da cima a fondo, dai muscoli più profondi a quelli più in
superficie, dal lavoro sull’energia a quello su tessuti muscolari veramente
profondi. Mi accorgevo di come lui sentisse che rispettavo profondamente il suo
corpo e non esageravo nell’approccio terapeutico. E così potevo fare molte
cose. All’inizio non ero sicuro se preferiva dei tocchi gentili e leggeri, o
forti e decisi. Scoprii che gradiva entrambi. In realtà, era il suo corpo che
li voleva entrambi. Così furono dei trattamenti molto pieni. E lui mi diceva
sempre dove fermarmi di più, dove dare più energia; anche perché già fin dai
tempi di Pune 1 (1974-1981) aveva avuto qualche
fastidio alla schiena e non ne era mai guarito. Per un po’ era stato meglio, ma
poi aveva continuato ad avere dei disturbi.
Qualche
volta lo giravo, lo muovevo, e lui era così rilassato, che mentre, per esempio,
gli muovevo un braccio, poteva continuare a parlare e il braccio non diventava
teso. Non aveva bisogno di smettere di parlare, io gli potevo muovere il
braccio e lui nel frattempo mi raccontava qualcosa. Come bodyworker
era straordinario toccare una persona così capace di rilassarsi totalmente, ma
come discepolo mi sentivo in una situazione irreale, in cui Osho era ricettivo
e io attivo. Ancora non posso credere di aver ricevuto un simile regalo!
Mi rendevo
conto che Osho si fidava veramente di me, non si proteggeva in alcun modo, così
che il nostro diventava un momento di vera intimità; sentire da parte sua così
tanta fiducia ha avuto molta importanza per me.
Per un po’
ho pensato che la sua energia vitale – l’energia di cui usufruiamo tutti –
riuscisse a fargli superare questa situazione; ho anche pensato che i
trattamenti avessero realmente una forza maggiore del male: mi accorgevo che si
sentiva realmente meglio, mentre prima non riusciva neppure a camminare. In
quei giorni creò la Mystic Rose e Born
Again, furono cioè momenti pieni di energia.
D’altro lato
mi accorgevo anche che non c’era niente che io potessi realmente fare, e questa
sensazione mi accompagnava costantemente. Potevo fare del mio meglio, ma
sembrava che il suo corpo avesse qualcosa che non si poteva curare. Ed ecco
perché do credito all’ipotesi dell’avvelenamento, perché tentammo veramente
ogni tipo di cura.
Ti ricordi dell’ultimo trattamento che gli hai
fatto?
Se me lo
ricordo? Sì, fu bellissimo, sì. Allora non sapevo che sarebbe stato l’ultimo,
lo avrei saputo dopo. Forse non fu l’ultimo trattamento! Ci incontriamo ancora…
in forma diversa.
Sì, fu proprio
una bella esperienza. Non credo che un uomo possa essere più elegante e più
bello. Solo il modo in cui si muoveva… non credo che un uomo possa muoversi con
una regalità maggiore della sua e, al tempo stesso, essere senza pretese, come
se nel muoversi non tenesse per nulla conto della presenza degli altri. C’era
solo lui, con se stesso, che si muoveva! Non credo che si potesse migliorare la
forma, quanto al contenuto… voglio dire… era semplicemente incredibile!
Il dolore
fisico fa parte della vita e della morte; non c’è modo
di dissolverlo. Ma non crea mai problemi. Lo hai notato? Il problema viene solo
quando cominci a pensarci. Se pensi alla vecchiaia, ti fa paura, ma i vecchi
non tremano. Se pensi alle malattie, ti fanno paura, ma quando la malattia è
già presente, la paura non c’è, non ci sono problemi. La si accetta come un
fatto. Il problema reale è sempre psicologico. Il dolore fisico è parte della
vita. Quando cominci a pensarci, non è più dolore fisico, è diventato
psicologico. Pensi alla morte, hai paura. Ma quando la morte arriva veramente,
la paura non c’è più. La paura è sempre per qualcosa nel futuro. La paura non
esiste mai nel momento presente.
Se stai andando al
fronte durante la guerra, sarai spaventato, estremamente ansioso. Tremerai, non
riuscirai a dormire: sarai assalito dagli incubi. Ma una volta arrivato al
fronte, puoi chiedere ai soldati, una volta arrivato te ne dimentichi
completamente. I proiettili passano e tu ti godi il tuo pranzo; le bombe cadono
e tu giochi a carte. La paura riguarda il futuro. Allora il problema non è
fisico, perché la paura esiste nella tua psicologia. Quando il dolore è
attuale, fisico, non c’è problema. La realtà non è mai un problema; sono solo
le idee sulla realtà che creano il problema.
Quindi la prima cosa da
comprendere è che se puoi cancellare il dolore psicologico, non resta alcun
problema. Allora inizi a vivere nel momento. “Psicologico” vuol dire del
passato, del futuro, mai del presente. La mente non esiste nel presente. Nel
presente esiste la realtà, non la mente. La mente esiste nel passato e nel
futuro, e nel passato e nel futuro la realtà non esiste. Il fatto è che la
mente e la realtà non si incontrano mai. Non si sono mai viste in faccia. La
realtà rimane sconosciuta alla mente, e la mente rimane sconosciuta alla
realtà.
Osho, tratto da: The Discipline of Transcendence
Essere un testimone è il
metodo più semplice e il più infallibile: spezzando l’identificazione con la
mente la tagli alle radici e ti ritrovi ad aver trasceso il mondo.
AMATO MAESTRO,
L’ALTRA SERA, DURANTE IL DARSHAN, ASCOLTANDO LA TUA RISPOSTA A
NIVEDANO, IL VOLTO MI SI È BAGNATO DI LACRIME. PER LA PRIMA VOLTA, IN QUESTI
SETTE ANNI CHE HO PASSATO CON TE, HO CAPITO, NON SOLO INTELLETTUALMENTE, MA
SENTENDOLO REALMENTE, CHE GUARDARE DENTRO È L’UNICO MODO PER TROVARE I VERI
TESORI DELLA VITA. EPPURE, SEBBENE IO LO STIA SENTENDO MOLTO FORTEMENTE, QUESTO
FATTO NON HA RESO PIÙ FACILE IL MEDITARE, IL GUARDARMI DENTRO. IN PASSATO
L’ARGOMENTO PREFERITO SUL QUALE VOLEVO ASCOLTARTI PARLARE È SEMPRE STATO
L’AMORE E LE RELAZIONI. ORA NON MI SAZIO MAI DI ASCOLTARE LE TUE PAROLE SULLA
MEDITAZIONE. AMATO MAESTRO, PUOI PARLARE DELLA MEDITAZIONE VIPASSANA?
Ci sono centinaia di metodi di
meditazione, ma forse la Vipassana è un caso unico;
allo stesso modo, ci sono migliaia di mistici, ma Gautama
il Buddha ha una sua propria originalità. Buddha è ineguagliabile e, sotto molti aspetti, ha fatto
più lui per l’umanità che chiunque altro.
Perché mi è venuto in mente Gautama il Buddha? Mi sono
ricordato di lui, perché mi hai fatto una domanda sulla Vipassana.
Questa è la meditazione per mezzo della quale Buddha
raggiunse l’illuminazione.
La parola stessa vipassana
in pali, la lingua usata da Buddha… egli sapeva perfettamente
anche il sanscrito: essendo un principe aveva studiato i testi letterari più
raffinati di quei giorni. Ma quando cominciò a parlare non usò mai il
sanscrito, perché era la lingua degli intellettuali, dei bramini, dei preti,
non del popolo. Non è mai stata una lingua viva. Ha una sua unicità fra tutte
le lingue del mondo – la usavano solo le persone istruite, gli studiosi, per
parlare tra loro, e a causa della sua incomprensibilità le masse sono state
tratte in inganno: tradotta non contiene niente di speciale e qualche volta non
vi si trovano altro che idiozie, ma ha un suono molto musicale. La sua
costruzione è perfetta, più di ogni altra lingua del mondo. È assolutamente
completa – l’alfabeto è di cinquantadue lettere, l’inglese ne ha solo ventisei,
e quindi gli altri ventisei suoni non si trovano nella lingua inglese. Il
sanscrito è ricco il doppio, perché può esprimere tutti i suoni possibili, non
ha lasciato neppure un suono fuori dal suo alfabeto. Tiene conto delle più
sottili sfumature – sono stati inclusi anche suoni molto difficili da
pronunciare, suoni usati molto raramente, ma che è pur possibile usare.
Ma Gautama
il Buddha decise di parlare la lingua delle masse. Fu
un passo rivoluzionario, perché la lingua usata dalle masse non è mai grammaticalmente
corretta. Attraverso l’uso e il cambiamento di tono o suono fatti dalla gente
comune, le parole diventano più semplici, non sono più complicate.
Il pali è la lingua di persone
semplici e in qualche modo innocenti e ignoranti. Vipassana
è un loro termine. In sanscrito ha il suo corrispondente, che il popolo ha
cambiato per convenienza. In sanscrito è vipashyana –
che è un po’ difficile. Ma in pali è semplicemente vipassana.
Il significato è lo stesso. Il significato letterale della parola è guardare,
quello metaforico è osservare, testimoniare. Gautama
il Buddha ha scelto una meditazione che si può dire
essenziale. Tutte le altre meditazioni sono modi diversi di essere dei
testimoni, ma il testimoniare è presente in tutte le meditazioni, come parte
essenziale – non può essere evitato. Buddha ha
cancellato ogni altra cosa e ha mantenuto solo la parte essenziale – il
testimoniare.
Il testimoniare ha tre livelli
successivi – Buddha è un pensatore molto scientifico.
Comincia col corpo, perché è il più facile da osservare. È facile osservare la
mia mano che si solleva. Posso osservarmi mentre cammino per la strada, posso
esser testimone di ogni passo che faccio. Posso osservarmi mentre mangio.
Così il primo passo nella vipassana, il più facile, è la testimonianza delle azioni
del corpo. Tutti i metodi scientifici cominciano sempre dalla cosa più
semplice.
E mentre osservi il corpo, sarai
stupito delle nuove esperienze. Quando muovi una mano con attenzione,
vigilanza, consapevolezza, sentirai una certa grazia, un certo silenzio nella
mano. Puoi fare il movimento senza osservarlo: sarà più veloce, ma perderà la
grazia.
Buddha camminava
molto lentamente, a tal punto che gli venne chiesto perché camminasse così. E
lui rispose: “Fa parte della mia meditazione: camminare sempre come si cammina
in inverno in un torrente freddo… lentamente, con attenzione, perché l’acqua è
molto fredda; vigile, perché la corrente è molto forte, facendo attenzione a
ogni passo, perché si può scivolare sulle pietre e finire nel torrente”.
Il metodo resta lo stesso, solo
l’oggetto cambia a ogni livello. Il secondo passo è osservare la mente. Ora ti
muovi in un mondo più sottile – osservi i tuoi pensieri. Se sei riuscito a
osservare il tuo corpo, non ci sarà nessuna difficoltà. I pensieri sono onde
sottili – onde elettroniche, onde radio – ma sono fatti di materia, proprio
come il tuo corpo. Non sono visibili, come non lo è l’aria, ma l’aria è
materia, come le pietre; così sono i tuoi pensieri, materiali ma invisibili.
Questo è il secondo passo, il livello
intermedio. Ti stai muovendo verso l’invisibilità, ma osservare i pensieri… è
ancora una cosa materiale. L’unico requisito è non giudicare.
Non giudicare, perché nel momento in
cui cominci a giudicare, ti dimentichi di osservare. Non c’è niente contro il
giudicare. La ragione per cui è proibito è che non appena cominci a giudicare –
“Questo è un pensiero buono” – per quello spazio di tempo non stai osservando.
Hai cominciato a pensare, ti sei coinvolto. Non sei rimasto distaccato, ai lati
della strada, a guardare semplicemente il traffico.
Non partecipare – sia lodando, che
valutando o condannando – non ci dovrebbe essere nessun tipo di atteggiamento
rispetto a quello che ti passa per la mente. Dovresti osservare i tuoi pensieri
come nuvole che passano nel cielo. Tu non esprimi giudizi sulle nuvole – quella
nuvola nera è molto cattiva, questa bianca sembra che sia saggia. Le nuvole
sono nuvole, non sono né cattive, né buone.
Così sono i pensieri – una semplice
onda sottile che ti attraversa la mente. Guardala senza giudizio, e sarai di
nuovo molto sorpreso. Non appena la tua osservazione si sarà consolidata, i
pensieri diminuiranno sempre più. La proporzione è esattamente la stessa: se ti
sei stabilizzato a osservare al cinquanta per cento, allora il cinquanta per
cento dei tuoi pensieri scomparirà. Se hai raggiunto il sessanta per cento di
osservazione, allora ci sarà solo il quaranta per cento di pensieri. Quando
sarai un testimone puro al novantanove per cento, solo ogni tanto ci sarà un
pensiero solitario – l’uno per cento – che passa per la strada. Per il resto il
traffico è scomparso; quel traffico da ora di punta non c’è più. Quando sarai
senza giudizi al cento per cento, un puro testimone, vorrà dire che sei solo
uno specchio, perché uno specchio non esprime mai giudizi. Una donna brutta si
guarda – lo specchio non giudica. Una bella donna si specchia, non fa nessuna
differenza. Nessuno si guarda allo specchio – lo specchio resta puro come
quando qualcuno vi si riflette. Il riflettere qualcuno non lo turba, ma neppure
il non riflettere.
Il testimoniare diventa uno specchio.
Questo è un grande traguardo nella
meditazione. Sei arrivato a metà del percorso e hai superato la parte più
difficile. Ora conosci il segreto, e basta applicare quello stesso segreto a
oggetti diversi.
Dai pensieri, devi partire per
esperienze più sottili – emozioni, sentimenti, stati d’animo… dalla mente al
cuore, alle stesse condizioni: niente giudizi, puro testimoniare. E la sorpresa
sarà che la maggior parte delle emozioni, dei sentimenti e degli stati d’animo
dai quali sei posseduto… Per esempio, quando ti senti triste, diventi veramente
triste, sei posseduto dalla tristezza. Quando ti senti arrabbiato, non è
qualcosa di parziale. Diventi pieno di rabbia, ogni fibra del tuo essere trema
di rabbia.
Osservando il cuore, l’esperienza sarà
che ora niente ti possiede. La tristezza viene e va; tu non diventi triste. La
felicità viene e va; non diventi neppure felice. Qualsiasi cosa si muova negli
strati profondi del tuo cuore, non ti influenza affatto. Per la prima volta
provi il gusto di essere il padrone. Non sei più uno schiavo che può essere
spinto avanti e indietro, di qua e di là, in una posizione in cui qualsiasi
emozione, qualsiasi sentimento o persona ti può disturbare per una banalità.
La gente viene disturbata da qualunque
sciocchezza, da cose senza senso. Qualcuno ti passa accanto strizzando
l’occhio. Non ha fatto niente. L’occhio è suo e ha tutto il diritto di
strizzarlo. È un suo diritto costituzionale. Nessuno può impedire a chicchessia
di strizzare gli occhi – ma perché ti disturba? E se lui prende l’abitudine di
strizzarti l’occhio ogni volta che ti incontra, cominci ad arrabbiarti. La
nostra consapevolezza è così piccola che viene sovraccaricata e posseduta da
qualsiasi cosa – sia esso uno stato d’animo, o un sentimento, o un’emozione.
Quando il testimoniare raggiungerà
questo terzo stadio, per la prima volta sarai padrone di te stesso: niente ti
disturberà, niente potrà sopraffarti, tutto resterà molto lontano… laggiù in
fondo, e tu sarai in cima alla vetta. Questi sono i tre passi della Vipassana. La Vipassana ha
diversi tipi di metodi – questo è uno. Perché il buddhismo
si estese per tutta l’Asia orientale. In Estremo Oriente la Vipassana
ha una struttura diversa; in Giappone si osserva l’addome, mentre si inspira e
si espira. Ecco perché in Giappone le statue di Buddha
hanno una pancia enorme. In India non ci sono statue di Buddha
con la pancia; non è atletico, non è bello. Ma i Buddha
giapponesi devono averla, perché il metodo della Vipassana
consiste nel porre attenzione al movimento della pancia, non del torace. Il
torace resta silente, immobile; solo la pancia va su quando si inspira e giù
quando si espira. Osservarla è la Vipassana
prevalente in Giappone.
A Ceylon ci
sono due stadi: il primo è sempre osservare il respiro, non nella pancia, ma
nel naso. Quando inspiri l’aria tocca le narici, osservala. E quando l’aria
calda esce, osserva anche questo. Questo è il primo stadio. Il secondo: quando
inspiri, c’è un intervallo, prima che il respiro torni fuori – un momento di
riposo, alcuni secondi. Osserva quei pochi secondi, quando il respiro è fermo.
Se riesci a osservare quei momenti, sarai capace di farlo anche quando il
respiro è fuori. Quando il respiro esce, prima che rientri, c’è un breve
intervallo – lo stesso di quando si inspira. Osserva anche quello, diventane
semplicemente consapevole.
In Tibet hanno un altro metodo, in
Corea un altro, in Cina un altro ancora, ma la cosa essenziale è essere un
testimone. Quello che ho descritto in tre passi, è secondo me il più semplice,
il più facile… chiunque può farlo. Non c’è bisogno di alcuna dottrina,
disciplina o grande comprensione. E dopo questi tre passi viene l’esperienza
reale. Questi tre passi ti conducono alla porta del tempio, che è aperta.
Quando sarai diventato un perfetto
osservatore del tuo corpo, della tua mente e del tuo cuore, non potrai fare
niente di più, devi solo aspettare. Quando la perfezione è completa a questi
tre livelli, il quarto passo avviene da solo, come un premio. È un salto
quantico, dal cuore all’essere, al vero centro della tua esistenza. Tu non puoi
farlo; succede – devi ricordartelo.
Non cercare di farlo, perché se cerchi
di farlo certamente fallirai. È un evento spontaneo. Tu prepari i tre passi, il
quarto passo è una ricompensa dell’esistenza stessa; è un salto quantico.
Improvvisamente la tua forza vitale, il tuo essere un testimone, penetra nel
centro stesso del tuo essere. Sei arrivato a casa.
Puoi chiamarlo autorealizzazione,
puoi chiamarlo illuminazione, puoi chiamarlo liberazione suprema, ma al di là
di questo non c’è più niente da raggiungere. Sei arrivato alla fine della tua
ricerca, hai trovato la verità ultima dell’esistenza e la grande estasi che si
porta dietro, come un’ombra, tutta intorno a sé.
Un ebreo e un irlandese stanno
discutendo di sesso. L’irlandese dice che, secondo il suo prete, il sesso è un
lavoro ed è inteso soltanto a procreare. “No” – dice l’ebreo – “il mio rabbi
dice che il sesso è un piacere. Se fosse un lavoro, lo faremmo fare agli
irlandesi.”
La meditazione non è un lavoro. La
meditazione è pura beatitudine.
Man mano che vai nel profondo,
incontrerai spazi sempre più belli, luoghi sempre più luminosi. Sono il tuo
tesoro… silenzi sempre più profondi, che non sono solo assenza di rumori, ma
presenza di canzoni senza suono – musicali, vive e danzanti. Quando
raggiungerai il punto estremo del tuo essere, il centro del ciclone, lì
troverai dio, non come persona, ma come luce, come consapevolezza, come verità,
come bellezza – come tutto quello che l’uomo ha sognato da secoli. E quei
tesori sognati sono nascosti proprio dentro di lui. Non è una pratica ascetica,
fastidiosa e tormentosa; è molto piacevole, musicale, poetica che procede
diventando sempre di più gioia, pura e semplice gioia. Non è lavoro, è
preghiera – l’unica preghiera che io conosca. Per me preghiera significa:
quando hai raggiunto il tuo essere, senti una gratitudine enorme verso
l’esistenza. Quella gratitudine è l’unica, reale, autentica preghiera; tutte le
altre preghiere sono dei falsi, sono pseudo-preghiere,
confezionate. Questa gratitudine sorgerà dentro di te, come la fragranza che
emana dalle rose.
È un bene che tu abbia rinunciato alle
domande infantili sul partner, sulla partner, sulle tue cosiddette relazioni;
non conosci te stesso e vuoi metterti in relazione con l’altro!
È un bene che tu faccia domande sulla
meditazione. Questo non solo ti porterà a una trasformazione, ma trasformerà
anche le tue relazioni. Porterà anche un autentico traboccare d’amore, e solo
allora potrai renderti conto che quello che avevi chiamato amore, non era
amore; era semplice bramosia, desiderio biologico, che proveniva dai tuoi
ormoni. Solo un meditatore conosce l’amore non biologico, che arriva come
abbondanza spirituale, che contiene l’urgenza di condividere – perché più lo
condividi, più ne hai.
Uno swami
ebreo, Goldstein, porta fuori a cena una bellissima
Ma. Vanno nel ristorante più caro di Pune e
banchettano con spaghetti italiani, sushi giapponesi e vino francese. Per
dessert scelgono una torta al cioccolato tedesca e, per finire, prendono caffè brasiliano. Quando il cameriere gli porta il conto, Goldstein scopre di aver lasciato a casa il portafogli.
Così prende una foto di Osho e la porge al cameriere. “Cos’è questa?” chiede il
cameriere.
La mia mastercard,
risponde Goldstein.
La meditazione è la tua mastercard!
Osho, tratto da: The Rebel #17
NE VUOI UN
ASSAGGIO ?
MEDITAZIONE
CON SORPRESA
Ecco
una meditazione di Osho particolarmente interessante, la Gourishankar,
dove nella terza fase il magico diventa tangibile. È un magico in punta di
piedi: il corpo viene mosso da una leggera brezza interiore che non richiede il
nostro controllo. Il fenomeno oltre a essere affascinante permette con estrema
facilità di osservare una volta tanto il proprio corpo con distacco, da una
certa distanza…
OSHO GOURISHANKAR
Si tratta di una meditazione serale.
Osho ha spiegato che una corretta respirazione nel primo stadio produrrà una
carica di ossigeno nella circolazione sanguigna da farti vibrare alle altezze
del Gourishankar (l’Everest).
• Primo stadio (15 minuti)
Siedi a occhi chiusi. Inspira
profondamente dal naso fino a riempirti i polmoni. Trattieni il respiro il più
possibile, poi espira dalla bocca, con dolcezza, e tieni i polmoni vuoti quanto
più a lungo ti è possibile. Continua questo ciclo di respirazione per tutto il
primo stadio.
• Secondo stadio (15 minuti)
Torna a respirare normalmente e, senza
mettere a fuoco, osserva la fiamma di una candela o di una luce blu
intermittente. Tieni il corpo immobile...
• Terzo stadio (15 minuti)
A occhi chiusi, alzati in piedi e
lascia che il corpo sia sciolto e ricettivo. Sentirai che un’energia sottile
farà muovere il corpo, al di là del tuo controllo. Lasciati dondolare: non
essere tu a muoverti, lascia che il movimento accada, dolcemente e con grazia.
• Quarto stadio (15 minuti)
Sdraiati tenendo gli occhi chiusi, e
resta in silenzio e immobile.
OSSERVARE
LE PROPRIE
CONTRADDIZIONI
SENZA ALCUN GIUDIZIO
Rispondendo
alla domanda di un sannyasin, confuso perché ha
scoperto dentro di sé due lati contraddittori – uno ricettivo e vulnerabile, e
l‘altro forte ed energetico – Osho porta nella vita quotidiana la dimensione
della meditazione come “osservazione distaccata di sé” a tempo pieno. È solo un
esempio, un pretesto per ricordarci che la meditazione è un processo che piano piano dovrà occupare tutta la nostra vita e non solo quell’oretta al giorno che riusciamo a ritagliarci
faticosamente tra le nostre attività. Un’ora al giorno di consapevolezza contro
23 ore di inconsapevolezza, sarebbe una partita dall’esito scontato.
“Non c’è alcun problema. Tutti hanno
questi due lati: è l’anomalia congenita di ogni uomo e ogni donna – una metà è
maschile, l’altra è femminile. E deve essere così, perché una parte viene dal
padre e l’altra dalla madre.
Tu sei il prodotto di due diversi tipi
di persone, di due psicologie differenti. Naturalmente hanno creato due lati in
te: il lato vulnerabile, amoroso, fiducioso – cioè la donna. E quello forte,
competitivo, efficiente – l’uomo.
E ovviamente, quando esci di casa devi
cambiare la tua personalità. Devi nascondere la parte vulnerabile e indossare
una maschera più forte, d’acciaio. Stai entrando nel mondo della competizione.
Tutto diventa un problema quando
cominci a pensare che dentro di te non ci dovrebbe essere una simile
dialettica, quello è il momento in cui la cosa si trasforma in un problema. Se
capisci che questa dialettica è davvero necessaria… le due parti sono complementari.
Ci vogliono tutte e due, proprio come il giorno e la notte, la vita e la morte
– c’è bisogno di entrambe. Non c’è da preoccuparsi se ci sono questi due lati.
Sono le tue due porte, e devi
cominciare a osservare te stesso come la terza porta. Tu non sei né questo né
quello: puoi cambiarli, sono come vestiti. Ti metti gli abiti da donna o ti
metti quelli da guerriero – sono abiti, di sicuro non sono te.
In realtà, quelle due parti dentro di
te sono due parti della tua mente, due emisferi della mente, e sono
assolutamente necessarie, come due ali, o due mani. Un uccello non può
sollevarsi in volo nel cielo con una sola ala. Quelle due ali sono
assolutamente necessarie: non sono in contrasto fra di loro. Anche se i loro
movimenti sono contrastanti, si sostengono a vicenda, si aiutano l’un l’altra.
E, cosa più fondamentale, aiutano l’uccello, che è il terzo.
Va assolutamente bene così: fuori fai
il Don Chisciotte, portati sempre la spada. Anche se
si tratta di una spada finta, niente di male, perché una spada vera potrebbe
essere pericolosa – come maneggiarla? – e potresti farti male da solo.
Procurati dei grossi baffi e trova della buona colla tedesca, per farli stare
su. Ma quando torni a casa, metti da parte questo travestimento – con cura,
perché domani dovrai usarlo di nuovo. E non prendere tutte queste cose
seriamente. Sono solo i normali fatti della vita – si ha bisogno di cose
diverse in posti diversi.
Quando esci di casa, entri in un campo
di battaglia, dove tutti competono con tutti quanti gli altri; si combattono
mille e una battaglia, senza che tu possa vederle. Sono tutti insieme, uniti in
maniere invisibili, che si combattono l’uno con l’altro: battaglie che
avvengono per cose insignificanti.
Una coppia stava firmando in municipio
– si stavano sposando. Non appena l’uomo ebbe firmato, la donna disse al
sindaco: “Voglio divorziare immediatamente, adesso!”
Il sindaco disse: “È pazza? Ha firmato
proprio adesso per il matrimonio e già vuole il divorzio?”
Lei rispose: “Certo. Vedendo la mia
firma, lui ha firmato per ben tre volte – e in lettere molto più grandi. Meglio
litigare subito, e dire addio a questo individuo. Non voglio andare avanti così
per tutta la vita!”
La gente continua a litigare per cose
senza importanza. È naturale che ti ritrovi senza amore, senza fiducia, sempre
in difesa, duro, pieno di dubbi, sospettoso, scettico, prendendo tutti per tuoi
antagonisti, per tuoi nemici.
Ma è un gioco.
Non identificarti troppo con questa
parte della commedia. Quando torni a casa, liberatene completamente, e torna a
essere l’altra parte, quella che prima era stata negata.
Poi, una volta che cominci a
trasferirti agevolmente da una parte all’altra, ti sarà sempre più chiaro che
tu sei separato dalle due parti, che tu sei solo un testimone, un osservatore:
questa è la tua mente, ma non il tuo essere.
Quello che è consapevole di tutto
questo gioco è l’essere.
E realizzare l’essere vuol dire
realizzare tutto ciò che val la pena di realizzare.
Osho, tratto da: Sermons in Stones #5
MEDITARE
A KARGIL
Se pensi che meditare nella tua
indaffarata vita quotidiana sia difficile, prova a immaginare la situazione di
un meditatore che sta facendo il servizio militare in zona di guerra!
Intervista di Ma Bodhi
Taruna.
Immagina una persona seduta in Buddha Hall nella Osho Commune di
Pune, che sta facendo la meditazione Nadabrahma nella sua tunica bordeaux sperimentando uno
stato di profondo silenzio interiore.
Adesso lascia pure che la tua
immaginazione si scateni! Sullo sfondo puoi vedere l’anfiteatro creato dai
maestosi picchi innevati dell’Himalaya, intorno a te
soffia una fresca brezza che fa stormire i rari cespugli di rosa selvatica di
montagna.
In questo silenzio potresti sentire
cadere uno spillo.
All’improvviso senti il suono assordante
di un’esplosione, gentile contributo di un pubblico rumoroso… i soldati indiani
e pakistani, armati fino ai denti, che si tirano bombe a vicenda. La tensione
nell’aria si può tagliare con il coltello: l’intera area è disseminata di
proiettili, bombe e trappole minate, l’incubo peggiore per qualunque essere
umano. E nel mezzo di questo caos, una persona è seduta e sta facendo
quietamente la meditazione Nadabrahma.
Potrebbe sembrare un sogno impossibile
e invece è proprio la realtà di un giovane ufficiale dell’esercito che ha
permesso che Osho e le sue meditazioni penetrassero in ogni situazione della
sua vita.
Quando
ti sei avvicinato a Osho per la prima volta?
Avevo sentito parlare di Osho sin da
quando frequentavo le scuole, ma solo 10 anni fa ebbi finalmente il coraggio di
prendere in mano uno dei suoi libri e ne fui completamente affascinato. Sentii
di dover assolutamente visitare la Comune per avere un’esperienza diretta della
meditazione e per sentire la presenza di Osho. In quel periodo prestavo
servizio nell’esercito a Pune.
Qual
è stata la tua esperienza iniziale qui?
Credo si sia trattato di un’esperienza
simile a quella che molti hanno fatto arrivando nel Buddhafield
per la prima volta. Sono stato come preso da un’onda di energia. Era come cominciare
a conoscermi dall’interno e sperimentare finalmente la meditazione e l’amore.
La meditazione Dinamica mi ha aiutato a esprimere l’odio e la rabbia per tanto
tempo repressi; si è di certo trattato di un profondo processo di pulizia. Ma
la meditazione Nadabrahma è la mai preferita; quando
l’ho fatta, per la prima volta mi sono sentito avvolto da un senso di pace e
silenzio, un’esperienza che si ripete tuttora.
Come
si accordava tutto ciò con il resto della tua vita in quel momento?
All’inizio ci sono stati molti
conflitti. Da una parte avevo un’esperienza sottile e diretta del mio cuore e
di altre parti sensibili di me. Dall’altra ero sempre nell’esercito, dove
l’attenzione è su come accrescere la forza fisica e mentale e dove il cuore è
assolutamente inesistente! Ho sentito che i due lati non avevano alcuna
possibilità di incontrarsi.
Come
sei riuscito allora a integrare questi due aspetti della tua vita?
È stata la più grande rivelazione che
abbia mai avuto. Ho capito che stando seduto in un angolo a occhi chiusi, avrei
potuto sperimentare un senso di silenzio, ma che sarebbe stata anche una forma
di evasione e di fuga. La realtà della guerra e della violenza non sarebbe
scomparsa per quello. Il messaggio di Osho è che l’evasione non è la stessa cosa
della rinuncia:
Rimani
distaccato, ma resta qui, perché non c’è nessun altro posto dove essere. Questo
è l’unico mondo possibile, non esiste un altro mondo. Per questo i tuoi monaci
e muni e sadhu che siedono
nei templi e nei monasteri o nelle caverne dell’Himalaya,
sono solo delle persone che evadono la realtà. Rinuncia! Ma non c’è alcun
motivo di scappare. Rinuncia eppure rimani qui. Sii nel mondo senza essere del
mondo. Resta tra la folla ma rimani solo. Fai migliaia di cose. Tutto ciò che è
necessario fare, fallo, ma non essere colui che fa. Non fare appello all’ego,
questo è tutto.
Inoltre ho sentito di essere entrato
in contatto con la mia donna interiore, cioè le qualità femminili di amore,
ricettività, pace, e ho iniziato a sviluppare un certo equilibrio tra le due
parti al mio interno.
Ho compreso che far parte
dell’esercito era in realtà una benedizione. Sapevo che se in quella
situazione fossi riuscito a mantenere la mia meditazione, il silenzio, la
consapevolezza e il cuore, allora avrei vinto definitivamente la mia
“battaglia” interiore. Avrei così trovato il mio modo di essere nel
mondo, di trovarmi nel mezzo dei suoi pesanti avvenimenti e tuttavia conservare
un umore giocoso, sapendo perfettamente che si tratta di un sogno, di un ruolo
da adempiere, di una parte da recitare, ma niente da prendere troppo sul serio.
Mi
vuoi raccontare qual è la tua situazione attuale?
Al momento sono vicino al settore di Kargil, la zona calda, lungo la linea di controllo tra
Pakistan e India. Entrambi i paesi hanno truppe schierate lungo tutto il
territorio.
Com’è
l’atmosfera?
La tensione che si è accumulata tra i
due paesi negli ultimi cinquant’anni è ora arrivata
al massimo.
Le condizioni fisiche sono molto dure,
la temperatura è di circa -50C. Non ci sono alberi, solo i cespugli che
crescono a una tale altitudine. In più c’è pochissimo ossigeno nell’aria per
cui la sopravvivenza è una lotta continua.
Durante il giorno dobbiamo controllare
le nostre postazioni lungo il confine, sempre in guardia per un attacco o un
bombardamento.
Come
fai a entrare in contatto con la meditazione in una situazione del genere?
Essere con Osho mi ha insegnato a
vedere il positivo in ogni situazione e a trasformarla in un processo di
crescita. Quello che mi trovo a vivere è il momento più intenso della mia vita
e tutte le mie energie nascoste vengono scosse fino alle radici. È una
provocazione per il mio dinamismo e per la mia consapevolezza che viene spinta
al massimo. Il pericolo è grande, ogni momento rischi di morire e questo mi
riporta continuamente nel presente. Devo rispondere a ogni situazione al meglio
delle mie possibilità, eppure c’è un senso di separazione dagli eventi.
Ogni pomeriggio ascolto una cassetta
di Osho e faccio anche la Nadabrahma. Persino in
tutto questo caos sono sensibile al silenzio e alla bellezza dell’Himalaya. Dentro di me sono molto rilassato e posso anche
passare questa energia a tutti quelli che mi circondano con un effetto molto
bello sull’energia collettiva. E poi avverto un senso crescente di compassione
e di amore che crea una differenza di qualità nel mio modo di agire. Questo
influenza tutti intorno a me e crea una differenza nell’atmosfera. Naturalmente
devo anche imparare a mantenere il mio senso dell’umorismo. Per esempio in
mezzo a tutta la tensione mi diverto ad allineare una serie di scatolette lungo
la linea di confine, una cosa proprio buffa da vedere, e tutti scoppiano a
ridere.
Cosa
mi puoi dire dello spettro costante della morte che ti segue come un’ombra?
La paura della morte sta lentamente
sparendo. Penso che questo sia il dono più grande. Come ha detto Osho ci sono
due tipi di morte: una è quella normale, inconscia e inconsapevole. Un
meditatore muore volontariamente mentre sta meditando. Ciò che riteneva essere
se stesso svanisce. Così quando la morte arriva veramente, non c’è niente da
aver paura perché hai già conosciuto la sensazione molte volte.
Essere
vicini alla morte è una grande benedizione. Adesso puoi smettere di giocare a
carte, puoi smettere di perdere tempo. L’unica cosa rimasta prima che arrivi la
morte è conoscere te stesso. E quando la morte si avvicina non ti puoi
permettere di rimanere nell’ignoranza riguardo a te stesso. Proprio questa
vicinanza ti rende capace di comprendere l’assenza della morte che è dentro di
te. L’arte della meditazione è tutta qui, andare il più possibile in profondità
dentro di te, fino al centro del tuo essere. E ne sarai sorpreso, al centro del
tuo essere sei eterno. La morte non esiste. Niente muore in realtà, cambia solo
la forma.
PARTE
SESTA – Il 1974, anno della
fondazione dell’ashram di Pune,
segna l’inizio di una nuova fase del lavoro di Osho. Non avendo più a che fare
con grandi masse, ma potendo lavorare su un numero ristretto di individui
veramente motivati, Osho può utilizzare elementi di terapia occidentale, uniti
alla meditazione, per sviluppare quella che chiamerà la psicologia dei buddha. Si sviluppa nel contempo un legame
discepolo-maestro, dal quale Osho però negli anni a seguire prenderà sempre più
distanza.
Quelli piantati al Woodlands di Bombay furono i primi semi della futura
comunità che nel 1974 avrebbe trovato a Pune (allora
più conosciuta come Poona) la sistemazione per la
fase successiva di questo viaggio infinito. Ci vollero quattro anni perché Osho
si ritirasse completamente dalla vita pubblica per concentrare il lavoro solo
sui suoi discepoli: benché non viaggiasse, teneva ancora sporadici discorsi –
in auditori colmi a dismisura – i cui ascoltatori toccavano punte di 50.000.
Inoltre, per quanti desideravano
passare dalla curiosità all’esperienza, creò campi di meditazione intensivi che
guidava personalmente. La sua vitalità sprizzava tangibile per riversarsi su
quanti partecipavano a questi campi. La sua voce spingeva e incoraggiava i
meditatori portandoli a una travolgente intensità, e la sua presenza li
guidava, trasformandosi in un agente catalizzatore, il cui potere magnetico
trasportava in spazi meditativi sempre più profondi.
“Quando smisi di viaggiare avevo già
raccolto intorno a me un buon numero di persone, e così iniziai una nuova fase:
campi di meditazione, in località collinari o nel lontano Kashmir. Per un po’
ha funzionato, perché mi tenevo lontano dalle città, ma i politicanti non
possono stare a lungo senza far nulla. Avevano così paura di essere estromessi
dalle loro posizioni di potere che cominciarono a ostacolare i nostri campi di
meditazione. Scoprivamo solo al nostro arrivo che le prenotazioni alberghiere
fatte in precedenza erano state cancellate dal governo locale con la scusa di
dover tenere – proprio in quell’albergo – una qualche
conferenza, che in realtà poi non sarebbe mai avvenuta.
Quando divenne impossibile organizzare
campi di meditazione, mi trasferii a Pune – per
rimanervi. Ora chiunque voglia venire da me deve venir qui, perché è stato reso
praticamente impossibile ogni mio movimento.” (1)
“Scoprii che questi campi di
meditazione mi stavano creando dei problemi. Il parlamento del Rajasthan votò per non farmi più entrare in quello stato. E
io avevo organizzato campi a Mount Abu, che è appunto in Rajasthan.
In Gujarat, fu il primo ministro stesso, Morarji Desai, a proporre una
legge per bandirmi da quello stato. E io andavo di solito a tenere campi di
meditazione in quello stato, a Nargol… chilometri e
chilometri di grandi alberi saru. Sotto c’è sempre
ombra perché in alto sono molto ricchi di rami e foglie, e crescono vicini
l’uno all’altro. Essendo proprio di fianco al mare si può sentire il rumore
delle onde che si frangono e ascoltarlo mentre si è seduti nella foresta, ben
distanti l’uno dall’altro.” (2)
Il 21 marzo 1974, Osho festeggiò due
volte il ventunesimo anniversario della sua illuminazione: in mattinata
nell’appartamento ai Woodlands di Bombay, e nel
pomeriggio a Pune, in una proprietà di quasi tre
ettari situata al 17 di Koregaon Park, dove si iniziò
a creare lo Shree Rajneesh Ashram.
Lo spostamento a Pune
segnò un rapido cambiamento di scena: intorno al maestro si consolidò una
comunità, all’interno di un ashram in cui era
possibile sperimentare tecniche di meditazione e metodi di vita utili per
ritrovare un’armonia dimenticata. La regia divenne sempre più sottile, Osho era
sempre meno visibile: dopo un breve periodo di malattia e di isolamento, usciva
ormai dalla sua stanza solo per i discorsi del mattino e per il darshan serale – dove iniziava al sannyas
ricercatori che arrivavano sempre più anche dall’Occidente, oltre a rispondere
alle loro domande, consigliando loro anche meditazioni personalizzate.
A Pune i
primi discorsi in inglese, nel maggio 1974, furono basati su domande e
risposte, Osho spiegava i suoi metodi, il rapporto maestro discepolo, e lo
sviluppo del suo lavoro. Pubblicati con il titolo La mia via, la via delle nuvole bianche, ebbero il potere di
attirare un gran numero di ricercatori spirituali dall’Occidente.
Nel primo campo di meditazione tenuto
a Pune, Osho annunciò l’inizio di una nuova fase: per
la prima volta non avrebbe guidato più di persona le meditazioni, per
l’occasione la sua poltrona, vuota, venne portata nella nuova Meditation Hall.
“Se vuoi essere con me non puoi essere
nella mente. Le due cose non possono succedere insieme. Quando sei nella mente
non sei con me; quando non c’è la mente, tu sei con me. E io posso lavorare
solo se tu sei con me.
Questo campo, da molti punti di vista,
sarà diverso. Sto iniziando una fase completamente nuova del mio lavoro… Una
novità è che io non sarò presente; ci sarà solo la mia poltrona vuota. Ma
vedete di non sentire la mia mancanza, perché in un certo senso io sarò là, e
d’altra parte di fronte a voi c’è sempre stata una poltrona vuota. Anche adesso
questa poltrona è vuota, non c’è nessuno seduto qui. Io vi sto parlando, ma non
c’è nessuno che vi sta parlando. È difficile da capire… ma anche adesso questa
poltrona è vuota. Finora, in tutti gli altri campi di meditazione, sono sempre
stato con voi perché non eravate pronti. Adesso sento che siete pronti. E avete
bisogno di essere aiutati a diventare sempre più pronti a lavorare in mia
assenza, perché se sono presente potreste provare un tipo di entusiasmo che è
falso. Il solo fatto di sentire che sono presente vi può spingere a fare cose
che non avreste mai pensato di fare: potreste sforzarvi solo per
impressionarmi. Ma questo non servirebbe a nulla, è utile solo ciò che arriva
veramente dal vostro essere. La mia poltrona sarà là. Io continuerò a
osservarvi, ma sentitevi completamente liberi. E non pensate al fatto che io
non sono presente perché questo potrebbe deprimervi, e quella depressione
disturberà la vostra meditazione.” (3)
In aggiunta alla Meditazione Dinamica,
Osho sviluppò in questo primo anno a Pune molte nuove
meditazioni della durata di un’ora: Whirling, Kundalini, Nataraj, Nadabrahma, Gourishankar, Vipassana, Devavani, Mandala – le
stesse che continuano a essere tutt’oggi alla base
del programma giornaliero della Comune.
L’obiettivo era di adeguare il vasto patrimonio
delle tecniche di meditazione sviluppate nei secoli in Oriente, alle necessità
dell’uomo dei nostri giorni, sia orientale che occidentale.
“La meditazione non era qualcosa di
arduo o difficile, ma per la mente occidentale o persino per la mente orientale
contemporanea – totalmente conquistata dall’ideologia dell’Occidente – non è un
compito facile osservare la mente. È stata talmente riempita a forza di rifiuti
e spazzatura, che il semplice osservarla ti fa quasi impazzire. È un film che
comincia, ma non finisce mai. Puoi continuare a guardare, giorno dopo giorno,
anno dopo anno, e la mente è sempre pronta a fornirti nuove immagini, nuovi
sogni.
Proprio per questo ho dovuto creare
qualche altra tecnica – Dinamica, Kundalini e così
via – prima che tu possa affrontare una meditazione come Vipassana,
di silenziosa osservazione della mente. Ho creato delle tecniche per aiutarti
nella catarsi, un aiuto a liberarti della tua spazzatura invece di perdere
tempo a osservarla.” (4)
Negli stessi anni Osho diede il via
anche ai primi gruppi di terapia, nella cui struttura erano incluse ogni giorno
le meditazioni Dinamica e Kundalini – oltre al campo
di meditazione all’inizio o alla fine del gruppo stesso. A guidarli erano
terapisti del movimento di crescita interiore, sviluppatosi negli anni sessanta
soprattutto in Inghilterra e Stati Uniti, che avevano scoperto come l’incontro
con un maestro illuminato e con la meditazione potesse dare al loro lavoro –
oltre che alla loro stessa crescita – possibilità e prospettive prima
inimmaginabili.
“Quando qui a Pune
è nata l’università (l’organizzazione dei gruppi e delle sessioni individuali)
qualcuno l’ha chiamata Esalen Est. Esalen è un centro di crescita interiore in California. E
tu mi chiedi se questa università è differente dai centri di crescita
californiani. Di sicuro è differente! Persino il fondatore di Esalen è venuto a Pune per essere
iniziato al sannyas. È diventato un sannyasin. E si è potuto accorgere della differenza: quello
che si faceva là era solo lavoro intellettuale, e quello che viene fatto a Pune è invece esistenziale ed esperienziale.
A Esalen non c’era nulla di simile alla meditazione,
e la meditazione è il mio insegnamento fondamentale.” (5)
Era Osho, durante i darshan, ad assegnare alle persone i diversi gruppi da
fare, e a incontrarsi con i partecipanti, una volta terminato il gruppo,
fornendo anche consigli ai diversi terapisti che guidavano i gruppi. Alla fine
del 1977 erano già disponibili una cinquantina di gruppi diversi e l’Ashram iniziò a essere conosciuto come il più grande centro
di crescita spirituale di tutto il mondo, attirando decine di migliaia di
persone ogni anno.
“Mi chiedi se è vero che ho detto che
i miei terapisti sono i migliori del mondo, e qual è la differenza fra loro e i
famosi terapisti di Esalen.
Certo che i miei terapisti sono i
migliori, per la semplice ragione che gli altri sono semplicemente terapisti,
non sono meditatori. I miei sono anche dei meditatori. La terapia è qualcosa di
superficiale, può pulire il terreno, ma avere semplicemente un terreno pulito
non è come avere un giardino. C’è bisogno di qualcosa di più.
La terapia non è costruttiva: toglie
solamente le erbacce, tira via le pietre dal terreno, lo prepara a essere un
giardino. Ma il suo lavoro finisce qui. La terapia occidentale è ancora a uno
stadio molto primitivo. Deve farne ancora di strada! E finché non si unisce
alla meditazione, può solo recare un po’ di beneficio in superficie, ma non può
realmente aiutare la persona a crescere. E richiede così tanto tempo. Ci sono
persone che sono state in psicoanalisi – o altri tipi di terapie – per dieci,
dodici anni. Hanno cambiato terapista, ma i loro problemi sono rimasti gli
stessi. Hanno scavato a fondo nei sogni; hanno provato nuove scuole – Freud, Jung, Adler,
Assagioli – e le loro spiegazioni per un po’ sono
sembrate davvero importanti. Ma non hanno portato alcun cambiamento. Sembra
anzi che le persone finiscano con il diventare dipendenti dalla terapia.” (6)
Questo tipo di lavoro iniziato da Osho
a Pune, in cui le tecniche terapeutiche occidentali
venivano rivoluzionate attraverso i metodi di meditazione orientali venne
definito da lui la “psicologia dei buddha”.
Mentre la tradizionale psicologia
occidentale si occupa quasi unicamente di curare le patologie mentali tentando
al meglio di adattarle a una società di per se stessa non sana, e le
tradizionali “psicologie” orientali, quali yoga, zen e sufismo,
si rivolgono a persone sane ed equilibrate – peraltro sempre più difficili da
trovare nella società odierna – per aiutarle a mantenersi tali, Osho individua
l’urgenza di una terza psicologia che chiarisca finalmente l’obbiettivo finale
del lavoro delle prime due.
Questo percorso, che inizia dalla
psicologia occidentale, può portare solo verso una nuova forma di religiosità,
ben diversa naturalmente dall’appartenenza a una qualsiasi delle religioni
organizzate – ormai esclusivamente strutture socio-politiche con le quali ci si
trova identificati per condizionamenti che risalgono fin dalla nascita – una
religiosità che esprime la scelta individuale di trasformare la propria
consapevolezza.
“La psicologia dei buddha
è un approccio totalmente radicale. Bisogna inoltrarsi nella propria
consapevolezza senza dividerla, senza analizzarla, senza giudicarla, senza dare
valutazioni, senza condannarla, senza dire niente al riguardo. Semplicemente
entrarci e vedere esattamente di che cosa si tratta. La mente deve sparire del tutto,
solo allora vi accorgerete di cosa sia la consapevolezza – perché la mente
continua a creare increspature sulla superficie, e lo specchio ne è disturbato,
continuando a riflettere in maniera distorta. Quando lo specchio svanisce
completamente, la mente sparisce del tutto e rimane il puro silenzio, kokoro, il nulla, satori, samadhi – quel samadhi è lo stato
del tuo essere indisturbato da ogni tipo di analisi. Quello è il tuo stato
originario. Quello è ciò che si chiama divinità.” (7)
Mentre il maestro si ritraeva sempre
più dalla vita pubblica, il tipo di energia, di instancabile attività, che
aveva caratterizzato i suoi anni precedenti si trasferiva, in qualche modo, nei
suoi discepoli.
Uscito di scena il maestro, vi
entrarono i discepoli, che si misero al lavoro con un’esplosiva vitalità.
C’erano da soddisfare le esigenze pratiche di un numero sempre maggiore di
persone che in ogni modo e per le ragioni più disparate arrivavano fino a
questo “incanto d’arancio”, la mitica Poona. Il cibo,
le pulizie, la manutenzione, le costruzioni (risalgono a quel periodo il Chuang Tzu Auditorium, sede ora
del samadhi di Osho, e la prima Buddha
Hall), la logistica dei gruppi di terapia, i vestiti arancioni,
i mala e le scatoline di legno intagliato che Osho regalava ai suoi sannyasin, la pubblicazione e distribuzione di libri,
periodici e cassette che portavano in tutto il mondo le parole di Osho, le
prime ridottissime coltivazioni biologiche… e persino, per un breve periodo di
tempo, un paio di mucche per avere latte igienicamente sicuro. Tutto succedeva
nell’Ashram. Dietro a tutto questo acceso dinamismo,
che talvolta sconvolgeva certi visitatori abituati al ritmo sonnolento e
“meditativo” del tradizionale ashram indiano, c’era
Osho che invitava a sperimentare una nuova, necessaria, visione del lavoro.
“Il lavoro non è importante, bensì
quello che succede dentro di te mentre lo svolgi: quello è il nocciolo della
questione. Se porta luce nel tuo essere; se ti dà una profonda soddisfazione;
se ti rende pieno di amore e di gioia – a quel punto è irrilevante ciò che stai
facendo.” (8)
Non pochi di quelli che arrivavano per
incontrare un maestro illuminato, sperimentarne le meditazioni, partecipare ai
famosi – e spesso temuti – gruppi di terapia, rimanevano poi, una volta
terminata questa “scuola preparatoria”, per partecipare alla vita della Comune
usando appunto il lavoro come meditazione, come metodo di trasformazione
personale.
La meditazione cominciò sempre più a
uscire dall’ambito delle tecniche, dall’eccezionalità delle situazioni nei
gruppi di terapia, per permeare ogni attività, la vita di tutti i giorni. E l’ashram divenne così un laboratorio di vita, un Buddhafield: “È un campo di energia in cui voi potete
iniziare a crescere, a maturare, dove il vostro sonno può essere spezzato, dove
potete essere scossi alla consapevolezza. È un campo elettrico dove non
riuscirete più ad addormentarvi, dove dovrete stare svegli.” (9)
E, oltre la vita, la meditazione
inizia a permeare, nell’esperienza che i discepoli di Osho fanno all’interno
del Buddhafield, anche la morte.
Quando nel 1976 una sannyasin
olandese che viveva nell’Ashram, Ma Vipassana, muore di un tumore cerebrale, Osho dice: “ Vipassana ha accettato la morte, questa è una delle cose
più difficili da fare, è possibile solo se sei in profonda meditazione.
Altrimenti è impossibile, perché la mente, l’intera mente umana è stata
condizionata contro la morte. Ci hanno insegnato per secoli che la morte è
contro la vita, che la morte è nemica della vita che la morte è la fine della
vita. E così noi siamo spaventati e non possiamo rilassarci. E se non siamo
rilassati riguardo alla morte, rimarremo tesi per tutta la vita – perché la
morte non è separata dalla vita. Non è la fine della vita, al contrario, ne è
il crescendo, il culmine.
Chi ha paura della morte ha paura di
tutto. Perderà ogni occasione. Se non accetti la morte rimani solo a metà,
rimani solo una parte, rimani zoppo. Quando accetti anche la morte, diventi
bilanciato. Allora accetti tutto – il giorno e la notte, l’estate e l’inverno,
la luce e il buio.” (10)
NOTE
1. Osho: The Path Of The Mystic
2. Osho: Hyakujo, The Everest Of Zen
3. Osho: A Bird On The Wing
4. Osho: Sat Chit Anand
5. Osho: The Last Testament 2
6. Osho: Light On The Path
7. Osho: Zen: The Path Of Paradox vol 1
8. Osho: The New Dawn
9. Osho: The Secret
10. Osho: Nothing To Lose But Your Head
IL
MAESTRO AL LAVORO
Osho a colloquio con i partecipanti di
un gruppo di Encounter
Osho: Com’è andato il gruppo?
Neerjo (una dottoressa dalla Germania): Ho avuto
molte buone esperienze. Ma adesso mi sono bloccata. Ieri ho sentito molta
energia negativa, odio e distruttività. Sentivo una grande voglia di
distruggere e non mi permettevo di farlo.
Osho: La distruttività in sé non è un
male. Può essere usata in modo molto creativo. In realtà nessuno può
abbandonare la distruttività. L’unica differenza tra una persona creativa e una
distruttiva è sull’enfasi.
La persona distruttiva è interessata
solo alla distruzione. Qualche volta, anche se crea qualcosa, lo fa solo per
distruggerla. Se ha fatto amicizia, in profondità vuole solo distruggerla. Il
suo piacere è nella distruzione, la distruzione è il suo obiettivo. Se si
innamora, dentro di sé sa che è solo per distruggere poi qualcosa. Come puoi
distruggere l’amore se non è presente? Per distruggerlo, devi prima crearlo.
La persona creativa possiede una
distruttività uguale a quella della persona distruttiva, ma l’enfasi qui è
rovesciata. Egli distrugge le cose per creare. Se vuoi creare il nuovo, devi abbattere
il vecchio. Se sei molto creativo, devi distruggere tante cose, perché non
esiste creatività senza distruzione.
Quindi una persona creativa non è
priva di distruttività. L’unica differenza è che usa la distruttività come
mezzo verso la creazione. Entrambe le persone possiedono tutte e due le
qualità.
Per cui non pensare che la
distruttività sia qualcosa di sbagliato. Devi imparare a usarla. È una cosa
bellissima. Maggiore è la creatività, più grande sarà la distruttività: come
puoi creare il nuovo se non distruggi il vecchio? Ma tu devi trovare la maniera
di usare la distruttività in modo creativo. Essa rappresenta una grande forza.
Canalizzata, diventa meravigliosa. Lasciata nel caos diventerà suicida, perché
l’esito finale è la distruzione di se stessa. Quanto a lungo puoi continuare a
distruggere le altre cose? Un giorno si arriverà al risultato finale:
distruggerai te stessa. In realtà tu ti stai preparando a questo. Distruggi
questo e quello – questa relazione, quell’amicizia,
questa persona, quell’amore – e un giorno
semplicemente ti stufi di tutto. Ora vuoi distruggere l’oggetto finale: te
stessa. Ecco perché la gente si suicida.
Quindi io non sono contro la
distruttività, ma sono certamente a favore della creatività. Devi convogliare
tutta la tua distruttività in qualche attività creativa. Hai molte cose da
distruggere. La gelosia: distruggila; l’odio: distruggilo; l’aggressione, la
rabbia, la possessività: distruggile. Tutte queste
cose esistono dentro di te, e se le distruggerai diventerai un buddha.
Hai gli strumenti per farlo. Se il
fuoco c’è, usalo; brucia tutte queste cose. E dopo ogni distruzione avvertirai
un nuovo flusso di energia… l’energia aumenterà immensamente. Se riesci a
distruggere la gelosia, uccidila, e vedrai svilupparsi dentro di te cose
meravigliose. L’amore diventa estremamente facile, se riesci a distruggere la
gelosia; altrimenti è la gelosia che distrugge l’amore. Se distruggi l’odio,
improvvisamente ti trovi con così tanto amore che non poni più alcuna
condizione: non ti interessa se la persona sia degna o meno d’amore. Non te ne
preoccupi, quando hai così tanto da dare! Tu semplicemente dai, e ti senti
grata che l’altro abbia accettato.
Per come la vedo io, la tua
responsabilità verso la creatività è grande. Forse è questa la ragione per cui
ti senti tanto distruttiva. Usa questa distruttività prima che ti faccia
impazzire.
E non contrastarla. Ricorda che è
semplicemente energia. Il fuoco che brucia la casa è lo stesso che cucina per
te. Il fuoco che procura luce e calore, può anche ucciderti: è lo stesso fuoco.
Tu hai l’energia; hai solo bisogno di una direzione. E il tuo sannyas sarà creativo, per cui non ti preoccupare. (rivolto al terapista) Hai qualcosa da
dire su di lei?
Teertha (il terapista): Si è trovata più a suo
agio quando nel gruppo accadevano cose negative. Ogni tanto permette alla sua
energia di fluire, ma in genere si trova molto a disagio se quello che succede
è positivo.
Osho: Mm, è perché non sa vivere in un
campo d’energia positiva. Aiutala a disfarsi della negatività. Quando si trova
nella negatività, aiutala a esprimerla. Portala fino in fondo, perché quello è
l’unico modo di cambiare. Bisognerebbe andare fino all’estremo, poi il pendolo
torna indietro.
(a
Neerjo) Non puoi tornare indietro da metà strada.
Se lo fai, ci sarà uno strascico, ti sentirai molto a disagio. Può essere che
tu fossi davvero arrabbiata, e in qualche modo riuscissi a non andarci dentro.
Forse non avrai espresso la tua rabbia, ma essa si diffonderà in tutto il tuo
essere. Circolerà nel tuo sangue. Si muoverà nel tuo respiro. Ti avvelenerà e
avvelenerà tutto ciò che tocchi. È meglio andarci dentro con tutto il cuore, in
modo da farla finita. Così finirà prima, e tu ne uscirai più pura che in
precedenza.
(rivolto
al terapista) Limitati a portarla profondamente nella negatività. In questi
due giorni, aiutala ad andare il più lontano che può; non cercare di riportarla
indietro. Spingila sino alla fine, all’estremo, nell’abisso, in modo che possa
vedere da sé dove si sta dirigendo e quale può essere il risultato se continua
ad andare avanti così. A quel punto sarà la sua mente a indietreggiare. E
quando vedi che sta tornando indietro da sola, forniscile un’esperienza
positiva. Lei l’apprezzerà.
In realtà, si sta portando dietro
della negatività da molti giorni e vuole liberarsene; per questo ogni volta che
c’è una situazione negativa si sente bene. È adatta a lei, in quei momenti
anche lei può essere negativa. Accade… Se dentro di te hai della violenza e non
riesci a farci nulla, il semplice vedere un omicidio alla TV ti rilasserà. Ecco
perché la gente vede tanti film di omicidi e legge tanti gialli. Voleva fare
qualcosa di simile, ma era troppo pericoloso, troppo rischioso. Allora si
identifica con un film, con la TV o con un romanzo. Oppure, quando due persone
litigano per strada, si raduna una folla. La folla non è assolutamente
interessata alle persone, ma solo alla violenza. Avrai forse notato che se il
litigio in qualche modo si placa, tutti se ne vanno delusi: volevano che accadesse
qualcosa, ma non è successo nulla. Quando al mattino leggi i giornali, sei
molto curioso di sapere se è successo qualcosa o meno, se è stato ucciso
qualcuno o è scoppiata la guerra. Se non è successo nulla, ti senti un po’
frustrato: non ci sono novità, nulla di eccitante.
Quindi quando nel gruppo c’è della
negatività, Neerjo si sente eccitata; si sente molto
su di giri. Avrebbe voluto fare queste cose e non c’è riuscita. Ma non lasciare
che faccia la spettatrice, questo non la aiuterà: è quello che ha fatto per
tutta la vita. Costringila a partecipare.
(a
Neerjo) E ricorda anche tu. Partecipa. Se ti
trovi in una situazione che esprime rabbia, partecipa. Che cosa c’è di
sbagliato? Questo è l’obiettivo del gruppo: far uscire quello che c’è dentro, e
se vuoi colpire, picchia un cuscino.
Neerjo: Non è
abbastanza. C’è qualcosa di più…
Osho: Mettiti a fare qualcosa di
distruttivo. È possibile; non c’è problema. Si possono trovare modi e mezzi.
Puoi prendere in mano un coltello e uccidere il cuscino: uccidilo per davvero.
Entra nella furia dell’uccidere: questo ti sarà d’aiuto. Il valore dell’Encounter è proprio questo: porta fuori tutto quello che
hai dentro di te. Quando una cosa arriva alla mente conscia, il suo veleno non
avrà più effetto su di te. Inconscia, è pericolosa. Quando è conscia, il
pericolo è cessato.
In caso contrario, sei come un
burattino mosso dai fili dell’inconscio. Porta alla luce queste cose, e anche
il burattino comincerà a ridere e a vedere quanto tutto ciò sia ridicolo: “Sono
stato sotto l’influenza e la schiavitù delle mie stesse emozioni”. Quando è
troppo è troppo.
Quindi, portalo totalmente alla luce
della consapevolezza. Funzionerà. Tu sei venuta da me: non puoi rimanere
distruttiva a lungo.
Sanjaya (un altro partecipante): Mi sono
osservato il meglio che potevo, durante l’Encounter,
e sento di avere una grande quantità di maschere.
Osho: Mm… (al terapista) qualcosa su di lui?
Teertha: Quando
nessuno lo guarda, si scioglie un poco, ma non appena riceve un po’ di
attenzione, lotta. Vede tutto ciò che gli viene detto come un giudizio contro
di lui.
Osho chiede a Sanjaya di
chiudere gli occhi e di lasciare che l’energia si muova. Dopo averlo osservato
abbassare la testa e quindi muoversi come se stesse per cadere all’indietro, lo
richiama…
Osho: Non c’è nessun grosso problema: tu
non hai molte maschere.
(al
terapista) Ha una maschera sola: ecco perché è tanto protettivo. La sua
maschera è molto sottile e quindi, non appena gli dai attenzione, vi si
aggrappa perché è l’unica che ha. Se si possiedono molte maschere, non importa:
ne casca una e ce n’è un’altra. E se va via anche quella, ce n’è un’altra
ancora. Esistono strati su strati, perché preoccuparsi? Lui però ha una
maschera molto sottile. Una volta persa, è persa, e quindi vi si aggrappa con
forza. Ma non esiste nulla di cui preoccuparsi.
In questi due giorni, mettilo al
centro e dagli più attenzione che puoi. Nella sua infanzia non ha ricevuto
molta attenzione. Non è stato amato. Non ha sentito calore nel mondo. Si è
sentito trascurato e rifiutato. Si è sentito come un peso. Ha sentito che
avrebbe dovuto costruirsi la propria vita e nessuno lo avrebbe aiutato. Si
sente indifeso, e per questo ha sempre paura. Crede che se sparisse la sua
maschera, lui stesso sparirebbe. Sarebbe vuoto e basta.
Quindi sii semplicemente più amorevole
verso di lui ed egli si denuderà con tanta facilità, si abbandonerà con tanta
scioltezza che ne sarà sorpreso. Ma dagli attenzione e sii amorevole verso di
lui. Ha bisogno di attenzione, di calore. Ed esploderà. In questi due giorni
vedrai accadere in lui una trasformazione.
(a
Sanjaya) Non hai molto da perdere: ecco perché
hai paura. Quindi non ti preoccupare; finisci semplicemente questi due giorni,
mm?
Sanjaya,
a testa bassa, mormora una risposta a Osho e ritorna al suo posto dietro al
gruppo, dove comincia a piangere sommessamente.
Premananda (uno psicologo dagli Stati Uniti): Ho un
problema in questo gruppo, ed è lo stesso che avevo nel Tathata…
Semplicemente è difficile aprirsi, lasciarsi andare… Far emergere una qualsiasi
cosa.
Osho (al
terapista): Hai qualcosa da dirmi su di lui?
Teertha: Penso che il
lavoro con lui sia stato per lo più indiretto. Affrontando le cose in modo
diretto, oppone molta resistenza. Ma in realtà non sembra che abbia una corazza
molto dura. Dentro di lui pare esserci molta delicatezza. La mia ipotesi è che
sia molto spaventato da quella delicatezza.
Osho: Teertha
potrebbe avere ragione. Il tuo problema non sembra essere che sei duro dentro,
ma che sei astuto. Ecco perché non ti apri. Tu non sei duro; Teertha ha ragione. Dentro sei delicato, ma sei molto
astuto, e la tua astuzia funge da durezza; non lascia entrare nulla.
Razionalizzi. Più che altro sei un pensatore. Il tuo cuore è molto delicato, ma
niente riesce a raggiungerlo. Il terreno è molto tenero, ma il seme lo deve
raggiungere, altrimenti non germoglierà. L’astuzia della mente semplicemente
non lo permette. Funziona come una guardia al cancello: non lo lascia entrare.
Tu sei molto calcolatore, astuto e intelligente: questo è il tuo problema. Il
problema non è la durezza del cuore.
Per cui fai una cosa: comincia a fare
delle pazzie. (Al terapista) Dagli un
po’ di cose folli da fare… Cose assurde.
Premananda: Lo ha già
fatto.
Osho: Ma potresti aver razionalizzato. Hai
bisogno di cose davvero folli; questo ti farà rilassare. La tua testa deve
essere costretta in tali stupidaggini da perdere la sua astuzia. Quando vede
che è inutile fare i furbi, e che tutto questo è semplicemente folle, allora lo
permetterà.
Ma accadrà. La follia più importante è
già successa: sei diventato sannyasin (risata). Adesso si tratta solo di
aspettare, è una questione di tempo. Una volta che la mente non vigila, le cose
accadranno. Basta che succeda anche una sola volta.
Quando avrai avuto un bagliore della
delicatezza del tuo cuore, non ascolterai mai più la mente, perché vorrebbe
dire solo sprecare senza motivo una vita preziosa. Tutto ciò che è meraviglioso
accade attraverso il cuore. La mente è un servo che pretende di essere il
padrone. Il cuore è il padrone, ma è così umile da non dirlo mai… Un padrone
così buono che anche se ha la sensazione che il servo sia seduto sul trono,
decide di lasciarlo divertire, tanto non c’è nulla di male. Così il servo è
diventato sempre più sicuro di sé; a poco a poco ha usurpato il trono. Non è
minimamente interessato al padrone autentico. In realtà, lo ha completamente
dimenticato; pensa di essere lui il padrone.
Una volta che sei in grado di intuire
questo, tutto cambierà. Allora il passaggio si sarà aperto. Ma io sono qui, non
ti preoccupare. Ogni volta che in questi due giorni ci sarà un momento di
follia, prova a entrarci. In questi due giorni, esci semplicemente dalle
categorie della mente. Fai cose folli, qualsiasi cosa ti viene sul momento;
qualsiasi cosa sto dicendo. Se improvvisamente senti di voler stare nudo e
ballare, fallo e vedi cosa succede: così, sui due piedi. Lascia che gli altri
pensino che tu sia pazzo.
Se riesci a essere un poco pazzo, ogni
cosa andrà al suo posto. Per te un po’ di follia è come una medicina. Questa è
la mia prescrizione, per il momento. Poi vedremo! (risata)
Osho, tratto dal diario dei darshan:
The Passion for the Impossible
Qui vorrei dire
qualcosa che ho tenuto segreto per tutta la vita: Buddha
ha dichiarato prima di morire che sarebbe ritornato dopo venticinque secoli e
che il suo nome sarebbe stato Maitreya. Maitreya vuol dire l’amico. I buddha
non ritornano; nessun illuminato ritorna mai, era solo un modo di dire…
Quello che voleva dire
è di enorme importanza. Non ha niente a che fare con il suo ritorno; non può
ritornare. Ciò che intendeva era che l’antico rapporto tra maestro e discepolo
sarebbe diventato irrilevante in venticinque secoli. Era la sua chiarezza di
percezione, non stava facendo una predizione, era solo la sua chiarezza nel
vedere come stanno cambiando le cose, come sono cambiate nel passato e come
stanno ancora cambiando, ci sarebbero voluti almeno venticinque secoli perché
la relazione tra maestro e discepolo fosse sorpassata. Allora il maestro illuminato
diventerà semplicemente l’amico.
Io avevo sempre
desiderato di non essere un maestro per nessuno. Ma le persone vogliono un
maestro, vogliono essere discepoli, per questo ho giocato questo ruolo. È
arrivato il momento in cui vi devo dire che ora molti di voi sono pronti ad
accettarmi come un amico. Quelli che sono in armonia con me continuamente,
senza nessuna interruzione, sono i soli veri amici.
Osho, The Last Testament, Vol. 3
Il
Mahatma Gandhi è uno di quegli uomini che ha lasciato
il segno, proprio perché aveva un sogno potente da attuare: la giustizia e
l’autodeterminazione del popolo indiano, all’epoca sottomesso al dominio
inglese. Per tradurre in realtà i suoi ideali, Gandhi
di fatto sacrificò la sua vita, pur improntandosi alla più estrema
non-violenza. È difficile dire se ciò che ha ottenuto era effettivamente quello
che intendeva realizzare, di certo oggi il Paese sta sperimentando i limiti
degli ideali sui quali gli uomini del Partito del Congresso, che a lui si
ispiravano, posero le basi dell’India indipendente.
Da
più parti, in quell’immenso subcontinente che
oggigiorno è la più grande democrazia esistente, si sente l’esigenza di una
nuova figura di riferimento. E da tempo molti uomini politici e molti
intellettuali riconoscono in Osho il rappresentante di quello spirito
dell’India le cui origini si perdono nei millenni.
K.
Singh, il più famoso opinionista indiano, sul
quotidiano Times Of India, ha da diversi anni, promosso Osho a “padre della patria”, definendolo
“uno dei dieci uomini che hanno determinato il destino dell’India”, con questa
precisa motivazione: “Osho è in grado di trasmettere più dello stesso Gandhi lo spirito di ricerca della Verità che è il vero
senso e il valore reale, da tempo immemorabile, dell’India”.
Nelle
pagine seguenti ecco che cosa ha da dire Osho su Gandhi...
UNA
BREVE BIOGRAFIA
Mohandas Karamchand Gandhi – nato nel 1869
a Porbandar – dopo i primi anni di studio in India,
partì per Londra nel 1888 per laurearsi in giurisprudenza. Tornato in India nel
1891 cominciò a esercitare la professione d’avvocato. Nel 1893 si trasferì in
Sud Africa, dove le condizioni dei 150.000 indiani che vivevano in quel paese
lo colpirono profondamente e lo convinsero a rimanere in quella regione sino al
1914, con l’intento di organizzare i suoi connazionali. Nel 1906 proclamò, per
la prima volta, il cosiddetto satyagraha per protestare contro un’imposta che il governo
sudafricano voleva applicare.
Il satyagraha,
interpretato di solito come resistenza passiva, significa letteralmente insistere per la verità; come ci dice lo
stesso Gandhi: “Tale insistenza arma chi vi si dedica
di una potenza impareggiabile. In essa non vi è posto per la violenza, l’unica
forza di applicazione universale è quella dell’ahimsa o amore. Il satyagrahi (chi pratica la
resistenza passiva) dovrà soffrire con gioia anche fino alla morte”. Le regole
di vita del satyagrahi si riassumono perciò in
sopportazione senza rabbia, senza reazione violenta, ma anche senza obbedire
agli ordini giudicati ingiusti.
Nel 1914, nonostante la forte
repressione, Gandhi trionfava: l’imposta era
soppressa ed era concessa libertà di residenza in Sud Africa agli indiani.
Ritornato in India nel 1915, Gandhi partecipò all’attività del Partito del Congresso
nazionale indiano che propugnava l’idea di autonomia (swaraj). Alla fine della Prima
guerra mondiale le promesse fatte all’India dagli inglesi non furono mantenute:
anziché concedere nuove libertà, si ebbero forti restrizioni: Gandhi proclamò la prima satyagraha.
La campagna riuscì a unire musulmani e indù. Obiettivo principale era
assicurare all’India l’indipendenza economica (swadesi): rinunciare alle bevande
alcooliche, ripudiare le macchine e tornare
all’industria domestica del telaio, usare solamente stoffe filate e tessute in
India, rinunciare a tutte le cariche governative. Nel 1921 Gandhi
incitò alla disubbidienza civile: rifiuto di pagare le tasse e di sottostare
alle leggi inglesi. Nel 1922 venne arrestato e condannato a sei anni di carcere,
ma fu liberato nel 1924. Nel 1929, al Congresso nazionale di Lahore, fece approvare un ordine del giorno dove si
affermava che l’autonomia doveva intendersi ormai come indipendenza completa.
Nel 1932 Gandhi proclamò la seconda campagna di
disubbidienza civile e fu imprigionato con tutti i capi del movimento
nazionalista. Con un digiuno durato 145 ore (20-26 settembre 1932) riuscì però
a imporre la sua volontà al governo inglese, ottenendo una prima – seppur
controversa – vittoria: abolizione dei collegi elettorali separati per gli
intoccabili (la casta più povera), e diritto di rappresentanza nel parlamento
nazionale. Nelle elezioni del 1937 il Partito del Congresso risultò vittorioso
e fece approvare una nuova costituzione.
Durante la seconda guerra mondiale Gandhi condusse la terza campagna della satyagraha
contro la guerra, appoggiato da Jawaharlal Nehru. Nel 1946 un’assemblea costituente e un governo di
transizione indiano prepararono l’indipendenza e nel 1947 venne finalmente
firmato l’Indian Independent
Act. L’indipendenza e la conseguente creazione di due
stati separati, India e Pakistan, scatenò un violento conflitto tra indù e
musulmani, con carneficine e centinaia di migliaia di morti. Nel 1948 Gandhi venne assassinato da Nathuram
Godse, un fanatico proveniente dalle organizzazioni
dell’estremismo indù di Pune, le stesse da cui
sarebbe arrivato in seguito Vilas Tupe,
che nel maggio 1980 attentò alla vita di Osho in Buddha
Hall.
LA
VIOLENZA NASCOSTA DI GANDHI
Il Mahatma Gandhi
coltivava la non violenza, ma io ho scrutato a fondo nella sua vita e ho
scoperto che è una delle persone più violente di questo secolo. Ma la sua è una
violenza molto raffinata, la sua violenza è così sofisticata da apparire quasi
come non violenza.
Se, per esempio, sei arrabbiato,
normalmente provi collera verso la persona che l’ha provocata. Gandhi invece si adirava con se stesso, non con l’altra
persona. Dirigeva la sua rabbia verso di sé, la introvertiva.
In questo modo è veramente difficile da scoprire. Iniziava un digiuno, fino
alla morte, iniziava a tormentarsi. E riusciva astutamente ad angosciare gli
altri con le sofferenze che si infliggeva da solo.
Nel suo ashram,
se qualcuno era scoperto a bere tè… Il tè è una bevanda innocente, ma nell’ashram di Gandhi berlo era
peccato. Questi ashram sono fatti per creare sensi di
colpa, non perdono un’occasione per colpevolizzare la gente. Sono questi i
segreti del mestiere: utilizzano proprio ogni possibilità. Anche un tè può
bastare e così lo usano: se qualcuno è scoperto a bere tè, è un peccatore.
E la gente era solita bere tè, ma
doveva farlo di nascosto. Solo per bere un tè bisognava nascondersi come dei
ladri, ingannare, diventare degli ipocriti! Ecco cosa hanno fatto a milioni di
persone le vostre cosiddette religioni. Invece di svilupparne la spiritualità
li hanno resi degli ipocriti.
Faranno finta di non bere tè, ma una
volta ogni tanto verranno colti con le mani nel sacco. E Gandhi
faceva sorvegliare la gente, aveva informatori nascosti per scoprire chi
andasse contro le regole. E ogni volta che qualcuno veniva scoperto, Gandhi lo faceva chiamare… e poi iniziava un digiuno per
punire se stesso. “Ma che logica è mai questa?” vi chiederete. È una logica
molto semplice, usata in India da secoli. Il trucco è che Gandhi
usava dire: “Si vede che ancora non sono un maestro perfetto, ecco perché un
discepolo riesce a ingannarmi. Devo purificarmi. Mi hai ingannato perché c’è
ancora qualche imperfezione in me”.
Quale umiltà! E Gandhi
poi cominciava a tormentarsi, iniziava un digiuno. Gandhi
sta digiunando perché tu hai bevuto una tazza di tè. Come ti sentiresti? Un
digiuno di tre giorni a causa tua, solo per una tazza di tè! Davvero una
situazione pesante per te. Se ti avesse colpito sulla testa non sarebbe stato
così duro. Se ti avesse rimproverato, se ti avesse punito, se avesse imposto a
te il digiuno, sarebbe stato molto più semplice – e molto più compassionevole.
Ma il maestro stesso sta digiunando,
soffre, e nell’ashram tu vedi la condanna in ogni
sguardo. Tutti ti considerano un grande peccatore: a causa tua il maestro sta
soffrendo, e per una tazza di tè, poi. Come sei caduto in basso!
E la persona andava a gettarsi ai suoi
piedi, a piangere e lamentarsi, ma Gandhi non
ascoltava. Doveva purificare se stesso.
Tutto questo è violenza; io non la
chiamo non violenza. È violenza e insieme vendetta, ma in maniera così sottile
che è davvero difficile scoprirlo.
Osho, tratto da: Ah This!
LA
VIOLENZA CONTRO LA SUA FAMIGLIA
Paragonare Adolf
Hitler con il Mahatma Gandhi
può sembrare assurdo, ma non lo è. Mahatma Gandhi
predicava la non violenza, ma non era un uomo non violento. Predicare è una
cosa, ma vivere è del tutto diverso. Vi porterò alcuni esempi per farvi capire
cosa intendo. Gandhi aveva un ashram
in Sud Africa, chiamato Phoenix. E tormentava in continuazione sua moglie
perché lei non voleva pulire i gabinetti delle altre persone dell’ashram. In India questo lavoro è accettabile solo per una
certa casta: la più bassa, gli intoccabili. Gente di casta più alta non fa mai
quel tipo di lavoro. La moglie di Gandhi, Kasturba, era una donna semplice, legata alle tradizioni.
Per lei era davvero qualcosa di pesante. Visto che si rifiutava – era anche
incinta – Gandhi la scacciò di casa nel mezzo della
notte, dicendole che fino a quando non avesse riconosciuto il suo errore non
sarebbe stata riammessa.
Nella notte gelida, una donna incinta
in un paese nel quale non conosce la lingua per poter comunicare con altre
persone – ritenete questo un comportamento non violento? Io non posso
considerarlo tale, è pura violenza. In primo luogo, se Gandhi
ritiene giusto pulire gabinetti, può farlo lui. Ma costringere sua moglie a
farlo è oltrepassare i limiti delle libertà individuali – e anche questo è
violenza.
Gandhi ha avuto
cinque figli. Il primo, Haridas scappò di casa perché
Gandhi non gli permetteva di frequentare nessuna
scuola. Gandhi era contrario al sistema educativo
moderno, riteneva che tale sistema, specialmente quello scientifico, avesse
distrutto la religione, l’innocenza, la fede delle persone, e così non aveva
intenzione alcuna di istruire i suoi figli. Haridas
era molto interessato a conoscere sempre più cose. Naturalmente voleva
frequentare delle scuole, io non vedo nulla di sbagliato in questo. In fondo
tutto ciò che Gandhi sapeva proveniva dalla sua
istruzione, e Gandhi era stato educato in
Inghilterra. Se il sistema scolastico inglese non era riuscito a rovinarlo, a
distruggere la sua religiosità, perché mai temere che potesse nuocere al
figlio?
Ma era talmente contrario, che si
arrivò a un confronto, disse ad Haridas: “Smetti di
chiedere di poter frequentare una scuola, o altrimenti vattene. Questa non è
più la tua casa.”
Haridas doveva essere
un bambino coraggioso e se ne andò di casa.
Considerate questa non violenza? La
violenza non consiste solo nell’uccidere le persone. La violenza è
nell’attitudine, nella maniera di affrontare le cose. Gandhi
stava tentando di imporre al figlio la propria ideologia: questa non è per
niente non violenza. E dire a un bambino di accettare questa ideologia o di
andarsene da casa per non tornarci più – questo sembra un comportamento duro,
rigido, sgradevole.
Haridas se ne andò a
stare con un lontano parente, che riteneva che la sua richiesta non fosse
sbagliata e che lo mandò a scuola. E siccome Haridas
era diventato istruito, Gandhi non lo accettò più in
casa; non solo questo ma lo diseredò e gli disse che non era più suo figlio.
Questo è un comportamento estremamente
violento e vendicativo.
Osho da: From Death to
Deathlessness
UN ALTRO
UOMO CERTO SUPERIORE
Mi ricordo un giovane. Si chiamava Subhash Chandra. Divenne un
grande rivoluzionario e io lo rispetto immensamente, fu l’unico uomo in India a
opporsi al Mahatama Gandhi:
si accorse che tutte queste pretese di grande religiosità erano semplici
espedienti politici. Gli indiani si credono sempre molto religiosi. È solo ciò
che credono – nessuno è religioso. E Gandhi recitava
questo ruolo di santo solo per poter essere il maggior esponente politico del
paese. Tutti quelli che si credevano molto religiosi erano naturalmente dei
sostenitori del Mahatma Gandhi.
Un solo uomo si oppose, Subhash,
e immediatamente la falsità di tutta la faccenda risultò evidente. Quello che
successe fu: il Mahatma Gandhi soleva dire di essere
al di là di odio e amore, di aver superato l’ira e la violenza – perché questa
era la sua intera filosofia, superare la violenza e diventare non violento,
diventare così amorevole da amare persino i propri nemici. Subash
era noto per non essere d’accordo col Mahatma Gandhi,
sebbene fossero nello stesso partito. C’era solo un partito – il partito del
Congresso – che si batteva per l’indipendenza del paese e così tutti quelli che
volevano la libertà erano lì. E Subash si presentò
come candidato per la presidenza del Congresso e immediatamente la falsità del
Mahatma Gandhi fu svelata. Da un lato insegnava che
bisognava amare i propri nemici, ma poi, vedendo che la nomina di Subash a presidente del partito avrebbe potuto mettere in
pericolo la sua leadership e la sua filosofia, divenne tutta un’altra persona. Subash non era un ipocrita e aveva concrete possibilità di
vittoria. Solo lo stesso Mahatma Gandhi avrebbe
potuto batterlo, ma la candidatura avrebbe significato per Gandhi
scendere, e di molto, dalle vette della sua santità: così iniziò ad appoggiare
un suo candidato, un certo Dottor Pattabhi Sitaramayya, pensando che con il suo favore avrebbe avuto
una vittoria sicura. Ma Subash era molto amato dai
giovani, dalla parte più viva del partito, e questo Dottor Pattabhi
era un perfetto sconosciuto. Era un buon seguace del Mahatma Gandhi, lo avrebbe servito fedelmente, ma in India non lo
conosceva nessuno.
E Subash era quasi un
leone, lottò e, incredibilmente, vinse.
Gandhi non partecipò neppure
alla riunione dove Subash venne dichiarato
presidente. Si era dimenticato tutta la sua filosofia.
E nei fatti Subash si
dimostrò un uomo molto più grande. Vedendo che Gandhi
stava tentando di creare una divisione nel partito – il che avrebbe significato
anche dividere il movimento di liberazione del paese – diede le dimissioni
dalla presidenza, solo per mantenere l’unità del movimento.
Si sacrificò completamente, e per evitare la
contrapposizione abbandonò persino il paese.
Osho, tratto da: Sat Chit Anand
LA
BENEDIZIONE DEI CACCIA
…Così dissi che la non-violenza di Gandhi non era una filosofia spirituale, ma una strategia
politica. Ed è stato provato dai fatti. Prima dell’indipendenza aveva promesso
che nel momento in cui l’India fosse stata libera, tutti gli eserciti si
sarebbero sciolti, tutte le armi sarebbero state buttate nell’oceano.
Dopo l’indipendenza, è stato tutto dimenticato. Né
gli eserciti sono stati disciolti, né le armi sono finite nell’oceano; al
contrario, lo stesso Gandhi benedì il primo attacco
al Pakistan. Tre aerei dell’aeronautica indiana vennero per ricevere la sua
benedizione e lui uscì dalla sua casa e li benedisse.
Osho, tratto da: Hari Om Tat Sat
GHANDI NON
ERA UN MEDITATORE
Il Mahatma Gandhi non
conobbe mai la verità, perché era sulla strada sbagliata. Per conoscere la
verità bisogna meditare, ma per meditare si deve uscire dalla mente, e allora
non si può più essere un uomo politico.
Questo è il problema: il politico deve stare nella
mente, costantemente nella mente. La mente è un meccanismo astuto. Il Mahatma Gandhi non seppe mai niente di meditazione.
Un uomo che conosceva la meditazione gli aveva
scritto, ma lui si sentì offeso e insultato. Quell’uomo
visse anche a Pune – Meher Baba. Aveva vissuto per trent’anni
in silenzio, in assoluto silenzio, senza pronunciare una sola parola. Era uno
dei più grandi mistici di tutti i tempi, ma fu biasimato dalla gente di Pune, così come lo sono io.
Meher Baba,
sapendo che il Mahatma Gandhi voleva conoscere la
verità, gli mandò con molto amore un telegramma. Era in silenzio totale, ma
faceva dei gesti e la persona che era rimasta con lui per trent’anni
era diventata capace di interpretare i suoi gesti. Avevano sviluppato un
sistema per comunicare, una comunicazione profonda, cuore a cuore, tra Meher Baba e il suo segretario, Adi Irani.
Adi Irani
era venuto una volta a trovarmi e mi accorsi della bellezza di quell’uomo – uno spazio così bello, un tale silenzio.
Doveva per forza succedere: vivere con un maestro come Meher
Baba per trent’anni, bere
il suo nettare, la sua presenza... e lui era il suo interprete. Non era una
trasmissione da mente a mente, perché la mente di Meher
Baba era stata messa da parte: era un messaggio da
cuore a cuore.
Così Adi Irani aveva ricevuto il messaggio. E mandò un telegramma al
Mahatma Gandhi: “Se realmente vuoi conoscere la
verità, vieni qui. Resta con Meher Baba per qualche giorno. Egli sente una grande compassione
per te, che stai lottando così duramente per ottenere la verità, ma il tuo non
è il modo giusto.”
Il Mahatma Gandhi si offese
terribilmente, proprio come una persona qualsiasi. Si sentì davvero insultato.
Il suo segretario rispose al telegramma, dicendo:
“Continua pure per la tua strada. Io sto cercando
di trovare la verità a modo mio, e a modo mio la troverò. Non voglio l’aiuto di
nessuno.”
L’uomo politico è molto egoista. Anche se qualcuno
vuole aiutarlo, non lo accetterà. Ma questi politici continuano a parlare di
religione: il Mahatma Gandhi ne parlava in
continuazione.
Gandhi scrisse un commento alla Srimad Bhagavad Gita, un commento
estremamente infantile – sono stati scritti migliaia di commenti alla Bhagavad Gita e quello del Mahatma Gandhi
è davvero il più infantile. È il solo commento che può essere adottato come
testo nella scuola elementare.
Osho, tratto da: Guida Spirituale
LA PROVA
DELLA CASTITÀ
Non puoi meditare, se non hai trasceso il sesso.
Ma la trascendenza non deve essere intesa come repressione, come si credeva un
tempo. La trascendenza è esperienza, tanta esperienza che non sei più preso
dall'attrazione, dall'infatuazione.
Il desiderio sessuale non ha più presa su di te,
si stacca da te, così come le foglie secche cadono dagli alberi. Tu non devi
fare alcuno sforzo. Se ti sforzi per lasciarlo andare, resterà con te. E se il
sesso è là, la meditazione è impossibile: non ti permetterà di entrare nel
silenzio. E una delle più tormentose forme biologiche di schiavitù. E un bene
liberarsene sperimentandolo in maniera totale e intensa – senza pensare affatto
alla meditazione. Il sesso, vissuto nella sua totalità, ti porterà alla
meditazione, e allora la meditazione sarà molto facile, perché non ci sarà un
impedimento biologico contro di essa. I tuoi cosiddetti preti, monaci, santi,
non possono meditare.
Perfino un uomo come il Mahatma Gandhi, all'età di 70 anni, aveva sogni erotici. Il
risultato di un'intera vita di repressione. E alla fine, a 75 anni, cominciò a
dormire con donne nude.
I suoi discepoli, che erano diventati i governanti
del paese – lui era il più grande leader spirituale e politico, contemporaneamente
– cercarono di tenere nascosto questo fatto: le masse del paese non dovevano
saperlo. Lo protessero con ogni mezzo. La notizia non doveva diffondersi, la
gente non doveva sapere niente di tutto ciò. C'era il pericolo che Gandhi potesse perdere tutta la sua santità. La gente lo
aveva rispettato, lo aveva seguito... e, prima della morte, vedere la sua
caduta, il suo fallimento.
Cercarono di convincerlo di non farlo più, ma lui
aveva le sue spiegazioni e scuse. Soleva dire: "Questo è un esperimento per
provare la mia castità, se sono veramente un uomo casto oppure no." La
mente è molto furba. Nessuno al mondo ha mai provato la castità in questo modo.
Se sei casto, non credo che tu possa avere qualche dubbio, sai se l'idea
dell'altro sesso ti viene in mente o no. Non hai bisogno di una prova. Sarà
sufficiente quello che tu stesso sai, se la tua mente è attraversata da
pensieri erotici, da sogni, da fantasie, o se invece non lo è.
Ma, il fatto reale è che Gandhi
era tormentato... e non è che fosse un bugiardo, era un uomo molto sincero, ma
seguiva sinceramente il sentiero sbagliato. Ricordati sempre: la sola sincerità
non potrà aiutarti. Puoi essere molto sincero, molto onesto, molto
ardimentoso... ma se sei sul sentiero sbagliato, tutta la tua sincerità non ti
porterà alla meta che ti eri prefisso, ma esattamente al suo opposto.
Gandhi non poté mai capire cosa
fosse la meditazione e questo fu una delle sue grandi sconfitte. Non riusciva a
capire che puoi essere libero da ogni desiderio, solo se l'hai vissuto
completamente, interamente. Se è rimasto qualcosa di non vissuto, continuerà a
perseguitarti.
Osho, TRATTO DA:
The Great Pilgrimage: from here to here
OSHO PIANSE
ALLA MORTE DI GANDHI
Ho parlato contro il Mahatma Gandhi
migliaia di volte, perché non condivido niente della sua filosofia della vita.
Ma il giorno che lo uccisero a colpi di pistola – avevo diciassette anni – mio
padre mi scoprì a piangere.
Mi chiese: "Proprio tu piangi per Gandhi? Tu, che hai sempre polemizzato contro di lui?"
Gli dissi: "Non solo piango, ma voglio anche
andare al suo funerale."
Proprio per chiarire voglio dirvi che c'erano
molte cose del Mahatma Gandhi che amavo e mi
piacevano...
Amavo la sua sincerità.
Non mentiva mai. Qualunque cosa credesse vera,
cercava di viverla sinceramente. Che poi non fosse vera, è un'altra questione.
Gli porto rispetto per la sua sincerità.
Osho, tratto da:
Bagliori di un'infanzia
dorata
ERA CONTRO
IL PROGRESSO
Gandhi voleva che tutto quello
che era stato inventato dopo l'arcolaio, venisse distrutto. Era contro le
ferrovie, perché in India i treni sono stati usati per rendere schiava la
nazione.
I treni, in India, non furono costruiti per la
comodità della gente, come qualcosa di cui tutti potessero servirsi. Furono
costruiti per trasportare le truppe, in modo che nel giro di poche ore i
soldati potessero andare da una parte all'altra del paese. Per controllare un
paese così vasto, gli inglesi dovettero costruire una grande rete ferroviaria.
Il suo scopo principale era militare, spostare le truppe. Ma questo fatto non
può spingerci a decidere di distruggere treni e ferrovie. Questo
significherebbe ridurre gli spostamenti della gente, farla ricadere nel
Medioevo.
Gandhi non era favorevole
neppure a cose innocenti come telegrammi, telegrafi, uffici postali, perché
all'inizio furono cose usate per tenere la nazione sotto controllo. Lentamente
furono trasformate in servizi pubblici.
Tutte le invenzioni sono state prima usate a scopi
militari, dai guerrafondai, e, alla fine, sono diventate di uso comune. Quello
che serve non è tornare indietro, altrimenti si distrugge tutta l'umanità.
Quello di cui c'è bisogno è andare avanti e imparare la lezione dal passato:
con l'obiettivo di sviluppare la consapevolezza umana di pari passo con lo
sviluppo della tecnologia scientifica. Sarà questa la protezione contro la
possibilità che la tecnologia sia usata per danneggiare l'umanità.
Osho, tratto da: The New Dawn
CONTRO GLI
INTOCCABILI
Gandhi fu il re senza corona
dell'India per la semplice ragione che sapeva torturare se stesso più di
chiunque altro. Per qualsiasi minima ragione si metteva a digiunare "fino
alla morte".
Per esempio, digiunò contro il Dottor Ambedkar, che era il capo degli intoccabili. Ambedkar voleva che gli intoccabili avessero i loro collegi
elettorali e i loro candidati, altrimenti non sarebbero stati mai rappresentati
in nessun parlamento, da nessuna parte. Chi darebbe il suo voto a un calzolaio.
In India i calzolai sono considerati intoccabili – chi li voterebbe?
La posizione di Ambedkar
era perfettamente logica e molto umana. Ma Gandhi
cominciò un digiuno, dicendo: "Sta cercando di creare una divisione nella
società Indù." La divisione esiste da diecimila anni. Il povero Ambedkar non stava creando la divisione, stava semplicemente
dicendo che un quarto della popolazione del paese era stata oppressa e
angariata per migliaia di anni.
Ma Gandhi disse:
"Finché vivo, non lo permetterò. Fanno parte della società indù, perciò
non possono avere un sistema di voto separato." – e continuò il suo
digiuno.
Per ventuno giorni Ambedkar
continuò a non cedere, ma ogni giorno che passava... con tutto il paese che
faceva pressione. Cominciò a pensare che se il vecchio fosse morto, ci
sarebbero stati scontri e grandi spargimenti di sangue. Era chiaro che lui
sarebbe stato ammazzato immediatamente, e milioni di intoccabili sarebbero
stati uccisi, dovunque, per tutto il paese...
Alla fine dovette accettare le condizioni di Gandhi. Andò da lui, portandogli la colazione e disse:
"Accetto le tue condizioni. Non chiederemo un voto separato o candidati
separati. Per favore, accetta questa spremuta d'arancia." E Gandhi l'accettò.
Ma quella spremuta, quel solo bicchiere di succo
d'arancia, conteneva il sangue di milioni di persone.
TRATTO DA: From Personality to Individuality
GUIDA
SPIRITUALE
Edizioni News Services Corporation
Pagine 355 Lire 32.000
DESIDERATA: “Oggi ci addentriamo
nelle parole più belle mai scritte, è un testo brevissimo chiamato la
Desiderata. Allora ascolta la saggezza
del saggio: Passa tranquillamente tra il rumore e la fretta, e ricorda quanta
pace può esserci nel silenzio. Nei limiti del possibile, senza doverti
abbassare, sii in buoni rapporti con tutti. Dì la tua verità con calma e
chiarezza; e ascolta gli altri, anche i noiosi e gli ignoranti, anche loro
hanno una storia da raccontare.”
VERITÁ: “L’uomo alla ricerca della verità impara
non solo ascoltando il saggio; impara ascoltando anche chi non è saggio – o è
saggio in modo diverso – perché tutti hanno una storia da raccontare e tutti
hanno vissuto una vita e qualcosa della vita di tutti può esserti di
grandissimo aiuto, può darti un’intuizione.”
SILENZIO: “Dai un po’ di tempo, di energia, ai
momenti di silenzio, perché solo nei momenti di silenzio conoscerai che cosa è
la pace. E la persona che ha assaporato un po’ di pace è ricca, è immensamente
ricca perché inizia a conoscere il regno interiore di dio.”
MEDITAZIONE: “Meditazione significa
tagliare la radice dei problemi. La meditazione non è la soluzione di alcun problema
specifico, non risolve nulla. Aiuta semplicemente a liberarsi dalla mente,
creatrice di problemi. Aiuta semplicemente a sgusciare fuori dalla mente, come
un serpente sguscia dalla sua vecchia pelle.”
SOFFERENZA: “La sofferenza è
semplicemente un segno che indica che non sei dove dovresti, non ti stai
muovendo per realizzare il tuo destino, non stai fiorendo al massimo delle tue
potenzialità, ti lasci distrarre e trascinare dagli altri.”
CONFRONTI: “Non fare mai confronti. Il confronto è
una malattia, una delle peggiori malattie. Eppure ci viene insegnato fin dalla
più tenera infanzia. Tua madre ti confronta con gli altri bambini, tuo padre ti
confronta con gli altri bambini. L’insegnate fa confronti. Fin dall’inizio ti
viene insegnato a confrontarti con gli altri. Questa è la malattia peggiore che
esista; è simile a un cancro che continua a rodere e a distruggere la tua
anima: ogni individuo è unico, e non è possibile nessun tipo di confronto.”
VIVI: “Il mio messaggio è molto semplice: vivi
la vita nel modo più pericoloso possibile. Vivi la vita totalmente,
intensamente, appassionatamente, perché fatta eccezione per la vita, non esiste
altro dio. Quindi lasciati possedere dalla vita in tutte le sue forme, i
colori, le dimensioni; l’intero arcobaleno, tutte le note musicali.”
FIDUCIA: “La fiducia è un mistero: questa è la
prima cosa che si deve capire della fiducia. Per cui non la si può spiegare. È
la forma più elevata di amore, è l’essenza stessa dell’amore. L’amore in sé è
già un mistero, è qualcosa di indefinibile, ma l’amore è simile a una
circonferenza e la fiducia ne è il centro, l’anima. L’amore è un tempio e la
fiducia ne è il tabernacolo, là dove dimora dio.”
TU SEI: “Tu
sei un figlio dell’universo, non meno degli alberi e delle stelle, è un tuo
diritto essere qui. Ne fai parte! Non sei uno straniero. Non sei qui per
caso: sei intrinsecamente necessario. Ricorda: l’esigenza più grande nella vita
è sentirsi necessari, e se riesci a sentire che la vita intera ha bisogno di
te, sarai felice. Sarai trasformato! Se riesci a sentire che l’esistenza ha
bisogno di te, farai l’esperienza più significativa, che ti lascerà estatico:
capirai che qualcuno sente la tua mancanza, che se tu mancassi, ci sarebbe un
vuoto. Non sei inutile, non sei superfluo, hai un’importanza tremenda. Per cui,
ama te stesso. Sei necessario quanto lo sono gli alberi, i fiori, gli uccelli,
il sole, la luna, le stelle. Devi essere qui e hai il diritto di essere così
come sei. Afferma te stesso per ciò che sei; non sentirti mai in colpa.”