2 CENTRI DI OSHO IN
ITALIA
Tutti i Centri di Osho
divisi per regione
Se
stai cercando un maestro
Intelletto,
sentimenti o volontà? Tre tipi di maestro a seconda di dove sei centrato.
10 IL
L MAESTRO
Libertà
dal passato
Ribellarsi
senza violenza è la sola rivoluzione efficace. Il vero cambiamento sociale è
quando milioni di persone si liberano dal passato.
16 IL
MAESTRO
I
segreti dei corpi sottili
Viaggio
alla scoperta dei 5 corpi, i 5 gradini che costituiscono la scala verso il
proprio essere.
24 L'OPINIONE
Stadi
di trasformazione interiore
Realtà
e fantasie lungo il sentiero verso la realizzazione del sé.
29 LA
COMUNE
Il
programma completo del festival OSH02000 di dicembre /gennaio
Gli
ospiti, le serate, gli eventi speciali di questa grande celebrazione.
33 LA
LETTERA
Oltre
l'illuminazione
Il
raro incontro fra due illuminati dei nostri giorni, nel resoconto di Ma Anando, segretaria di Osho.
34 IL
MAESTRO
Proprio
dietro l'angolo
...c'è
l'illuminazione. Ma se non sei pronto a rischiare tutto quell'angolo
è ancora lontano.
38 IL
MONDO
Una
storia infinita
Nel
lungo viaggio di Swami Josep
e Ma Maria - insieme al loro centro di meditazione - l'eco di altri tempi e
altre storie.
40 BIOGRAFIA
Gli anni
dell'invito
Parte
quinta: dal 60 al 70.
43 BIOGRAFIA
Parole di
fuoco
Una
conferenza tenuta da Osho nel 68
48 L'ESPERIENZA
Strettamente
confidenziale
Condivisione
o pettegolezzi? Basta non prendersi troppo sul serio!
50 TUTTE LE STELLE
Il tuo oroscopo di giugno e luglio
52 LA VETRINA
Tutti i libri di Osho in italiano, i video di
Osho, le musiche per la meditazione e il rilassamento.
. . . . . . . . .
. . . . . . . . .
AAA
– discepolo arrivista cerca disperatamente illuminazione a poco prezzo
In
quest’epoca in cui per noi occidentali si stanno
aprendo, dopo secoli di rigido monopolio cristiano, nuovi territori di ricerca
religiosa, ci troviamo spesso a essere facile preda, nella nostra ingenuità di
neofiti, di chiunque sappia furbescamente affascinarci con facili promesse di
illuminazione, beatidudine, eterna saggezza e poteri
spirituali; di chiunque riesca a sfruttare la nostra tipica tendenza a
pretendere risultati strabilianti in breve tempo e senza troppo impegno.
Mi hanno chiesto, “Di questi tempi in
molti cercano l’illuminazione istantanea, e ci sono tutti questi guru che vanno
di qua e di là e dicono di seguirli; c’è tuttavia da domandarsi se in questo
modo si trovi davvero la risposta.”
La risposta è dentro di te, non è in
nessun altro luogo. Così, se vuoi seguire un uomo, segui quello che ti rimanda
a te stesso – perché la risposta è in te. La funzione di un maestro esterno è
di aiutarti a trovare il tuo maestro interiore.
Se il guru esterno vuole che ti
attacchi a lui e che gli stai intorno, se vuole che rimani sempre dipendente da
lui, allora è pericoloso. Evitalo. Non è un maestro. In quel caso è lui che ha
bisogno di seguaci, ma non è un maestro. Sta solo soddisfacendo il suo ego. Si
sente bene perché ha tanta gente che lo segue. Il suo sentirsi bene non ha
niente a che fare con l’illuminazione, il suo star bene è politico: quasi come
quello di un qualsiasi politicante al potere. Dà un certo potere il sapere che
hai tanti discepoli, tanti seguaci – migliaia di seguaci. Dà potere. È un trip
di potere.
Ma se qualcuno è in un trip di potere,
non ti aiuterà ad andare nel tuo centro più profondo. Sarà l’ultima persona ad
aiutarti. Ti ostacolerà. Creerà ogni sorta di barriere, così che tu non possa
raggiungere il tuo centro, perché, se lo raggiungessi, ti libereresti del
cosiddetto guru. Non ne avresti più bisogno. Certo, lo ringrazieresti e te ne
andresti per la tua strada: gli saresti grato per l’aiuto, per averti guidato
verso il tuo essere più profondo, ma questo è tutto.
Sei pronto per muoverti da solo, sei
pronto a essere la tua propria essenza.
Allora, ricordati, questo deve essere
il tuo criterio di giudizio. Se senti che un certo guru gode all’idea di avere
tanti discepoli e sta creando barriere al tuo entrare nel tuo essere profondo;
se ti accorgi che desidera che tu gli resti attaccato, e ti rende sempre più
indifeso e sempre più dipendente, sempre più timoroso e colpevolizzato,
continuando a ripetere: “Solo con me è possibile la tua salvezza”. Se senti che
ti toglie la libertà, ti distrugge – allora fuggi da quell’uomo,
è il diavolo incarnato. Evitalo.
Cercati qualcuno che non abbia bisogno
di seguaci, di una grande folla intorno a sé, che sia profondamente soddisfatto
di sé, anche quando è solo, che sia assolutamente contento di se stesso. Quest’uomo potrà esserti di grandissimo aiuto.
Ma, ricordati ancora, la risposta non
è in nessun altro luogo, la risposta è dentro di te. Stai già portando la
risposta nel tuo profondo. Forse non sei andato a leggerla, forse non sai come
decodificarla, forse hai perso la chiave del tuo tempio interiore. Qualcuno ti
potrà aiutare. Uno che ha raggiunto il suo essere più profondo, potrà mostrarti
la via.
Buddha ha detto: “I buddha indicano solo il sentiero. Il viaggio devi farlo
tu.” Loro non possono viaggiare al posto tuo. Nessuno può salvarti. La
responsabilità è solo tua: sei stato tu a creare questa schiavitù, e sei tu che
puoi liberartene. Sì, qualcuno può aiutarti moltissimo a diventare consapevole,
ad accorgerti della situazione.
Ancora una cosa sull’epoca attuale: i
vecchi sostegni sono scomparsi. Il Cristianesimo, l’Islam, l’Induismo, il Buddhismo non hanno
più su di voi quel tipo di presa che erano soliti avere nel passato. La chiesa,
il tempio, la moschea, ora sono solo decorativi, formali. Nessuno ci mette più
il cuore.
L’uomo è stato sempre dipendente da
credenze, chiese, organizzazioni, scritture – sono tutte cose scomparse. E
l’uomo non è ancora diventato adulto. Ha ancora bisogno di qualcuno da cui
dipendere – da qui la sua ricerca di guru.
Ai vecchi tempi, il cristiano aveva il
suo prete, l’induista il suo guru e il maomettano il suo maulana,
ora non sono più importanti. Ma nel profondo dell’uomo c’è una specie di
impotenza. L’uomo non è ancora capace di stare da solo, non può reggersi da
solo. Ha paura, vuole qualcuno a cui appoggiarsi. Così, è pronto a cadere nella
trappola di chiunque affermi: “Io sarò il tuo sostegno.”
Perché c’è tanta gente che cerca
l’illuminazione istantanea e perché ci sono tante persone che dichiarano di
poter fornire la merce richiesta? È una semplice legge di mercato: se c’è
domanda, c’è offerta. Se vuoi l’illuminazione istantanea, ci sarà qualcuno
abbastanza furbo, pronto a dirti che te la può fornire. Basta chiedere e
troverai il fornitore. Qualsiasi cosa venga richiesta, sarà prodotta. I
produttori sono sempre pronti.
Proprio l’altra sera, stavo leggendo
un libro. Ero stupefatto. Libri così possono essere scritti solo in quest’epoca e solo in America, in nessun altro posto.
L’autore dice, nell’introduzione: “Sei senza lavoro? Sei malato? Sei senza
donna o senza uomo? Sei povero? Vorresti avere una salute migliore e più soldi?
Vorresti conquistare una donna o un uomo? Ti piacerebbe sconfiggere il tuo
nemico? O qualsiasi altra cosa? Qui ne troverai il modo.” E come prova, dice:
“Guardate me. Solo tre anni fa ero povero, la vita con mia moglie era una lotta
perenne. Ero infelice e pensavo di ammazzarmi. Ero uno degli uomini più
disgraziati al mondo. Ma trovai questo segreto da un guru, in Tibet.”
Questo ‘Tibet’ è meraviglioso. Si può sempre
trovare qualcosa in Tibet!
“E il segreto ha funzionato. Ora ho
una Cadillac, una bella casa in cui vivere, un
sostanzioso conto in banca, la mia vita è diventata assolutamente splendida,
l’amore è rifiorito fra me e mia moglie. Sono diventato famoso.” E dà il suo
indirizzo. Poi dice: “Potete venire in qualsiasi momento.” Abita a Montreal.
“Venite quando volete e vi renderete conto personalmente dei miracoli che sono
avvenuti per mezzo del mio guru e della sua benedizione. E posso comunicare
anche a voi il segreto.”
Un tempo la gente avrebbe riso di
questo tipo di spiritualità. Ma ora ci sono persone proprio così, questi tipi
sono diventati davvero importanti. Qualsiasi cosa tu domandi, sono pronti a
dartela – o perlomeno, promettono di dartela. Non c’è bisogno di dartela sul
serio, basta la promessa. Vai da un guru e, se non hai successo, se non
raggiungi quello che vuoi, te ne vai da un altro. E qualcun altro viene dal
primo guru; in questo modo la gente continua a muoversi da un guru all’altro,
sperando che da qualche parte ciò che vuole succeda.
Innanzitutto sta attento, perché
questo mondo è un mercato, un supermarket. Ci sono mistificatori di ogni tipo.
Ascoltano quello che tu desideri e dichiarano di potertelo procurare. Parlano
la lingua dei tuoi desideri.
Un vero maestro non parla la lingua
dei tuoi desideri e delle tue richieste. Un vero maestro promette solo una cosa
– la morte. Un vero maestro dice: “Sarò la tua croce. Posso aiutarti a morire e
scomparire.” Un maestro reale ti può solo promettere la crocifissione, perché
solo attraverso la crocifissione c’è la resurrezione. Solo quando scompari come
uomo, dio nasce in te. Solo quando tu non sei, dio è.
Allora, quando trovi un maestro
pericoloso, pronto a buttarti nel fuoco, disposto a distruggerti completamente
e che non ha alcun bisogno che tu sia un suo seguace, che non gli importa
niente se lo segui o no… solo un maestro così potrà in qualche modo aiutarti.
Ma, ricordati sempre, la risposta è
dentro di te. Non essendo tu capace di entrare nella tua più profonda essenza,
hai bisogno di un qualche aiuto, di qualcuno che conosca la strada: qualcuno
che sia andato nel suo essere profondo e che sia perfettamente consapevole
della via e delle possibilità di perderla, che sappia quanti trabocchetti,
quante svolte sbagliate, quante false porte ci sono e che conosca il duro
lavoro che c’è da fare.
Un vero maestro non ti prometterà
l’illuminazione istantanea – è semplicemente da stupidi. Non ci sono
scorciatoie. Bisogna crescere lentamente, pazientemente. Puoi fare soldi
all’istante – puoi diventare un ladro – ma non puoi rubare dio, non puoi
diventare quel tipo di ladro. I soldi è possibile farli – puoi ingannare
l’esattore delle tasse, l’ufficio delle tasse, ma come farai a ingannare dio?
Se qualcuno ti promette
l’illuminazione istantanea, è sicuro che ti ingannerà. E se cadi nella sua
trappola, ne sarai responsabile – perché tu per primo hai voluto
istantaneamente l’illuminazione. Era una richiesta idiota, che ti ha portato a
questa stupidità, a questa prigionia. A dio non si possono fare ordinazioni.
Devi prepararti, devi diventarne degno. Il viaggio è lungo. Se mai arriverai,
sarai fortunato. Sarai benedetto, se mai ti accadrà.
Non sto dicendo che non può succedere
adesso, ricordati. Se sei pronto, se sei pronto ad aspettare per sempre, può
avvenire adesso, perché questo momento è potenzialmente quello giusto, come
qualsiasi altro momento. In questo momento la porta di dio è aperta, come lo è
sempre. Ma avrai bisogno di occhi per vedere, di ali per volare, di una estrema
apertura per poter ricevere, avrai bisogno di una mente innocente, senza
pensieri, consapevole, piena di amore e di compassione. Queste cose non sono
fiori effimeri, hanno bisogno di tempo per affondare le loro radici nella
terra.
Osho, tratto da
Sufis: the People of the Path
Quando ancora non sei
illuminato devi fare una scelta. Ti devi focalizzare su unico punto, proprio
come una freccia che si muove verso il bersaglio, senza curarsi delle altre
frecce che si muovono da angoli e lati differenti. Se la freccia cominciasse a
pensare a tutte le altre possibilità non raggiungerebbe mai il bersaglio: si
perderebbe in una confusione totale.
Si sono illuminate sia persone che
hanno seguito Mahavira, sia persone che hanno seguito
Gautama Buddha. Se me lo
chiedi, ciò che le fa arrivare a casa è la totalità, la profonda dedizione e
l’impegno assoluto. Queste condizioni vanno soddisfatte, qualunque strada tu
stia percorrendo.
In realtà, il percorso non ha alcuna
importanza. Quello che conta sono queste tre condizioni: se riesci a
soddisfarle, anche il sentiero sbagliato ti porterà al risultato giusto. E se
non ci riesci, magari la via è assolutamente giusta... ma tu non arriverai da
nessuna parte!
E c’è un’altra cosa da capire: io
dicevo questo a proposito degli illuminati, ma esistono molte persone che sono
semplicemente degli impostori, e tu non sei in grado di distinguere gli uni
dagli altri.
Proprio pochi giorni fa ho ricevuto
una lettera da uno dei miei sannyasin più istruiti, Swami dott. Amrito. Egli possiede
numerosi titoli accademici e ha scritto molti libri. Ha scritto otto libri su
di me. Adesso là in Olanda c’è una persona che parla come se fosse illuminata,
e molti sannyasin vanno da lui. La mia segretaria
internazionale, Ma Prem Hasya,
vedendo la situazione, ha annunciato su tutti i giornali che quell’uomo è un impostore e i sannyasin
non dovrebbero andare da lui.
Lo stesso Amrito
ci è andato ed è rimasto davvero sconvolto, perché anche secondo lui quell’uomo sembrava illuminato. E io, pur senza conoscerlo,
so che non può essere illuminato, perché conosco il suo maestro. Non conosco quell’uomo, ma conosco il suo maestro. Viveva a Bombay e
una volta andai a trovarlo, giusto per dargli un’occhiata.
Era conosciuto come Bidi Baba, perché fumava bidi di continuo. Grande illuminazione! Ma, a parte questo,
non ho notato alcun indizio di illuminazione, solo un fumatore accanito.
Raccoglieva intorno a se qualche
indiano poco istruito, senza cultura… fumava bidi e
parlava dell’assoluto. In ogni villaggio indiano si possono trovare un paio di
idioti che fanno esattamente le stesse cose. Questo è il paese degli idioti e
degli illuminati! Da secoli gli illuminati parlano, e gli idioti hanno
memorizzato tutte quelle belle parole. È facile parlare dell’assoluto, brahma, e citare un paio di frasi dalle sacre scritture. I
ricercatori spirituali che arrivano dall’Occidente non capiscono che questi
sono solo pappagalli, e così quando ascoltano parole solenni su cose sulle
quali non sono preparati…
Persino il mendicante più povero ne sa
di più sulla metafisica, su grandi ideologie… E quando arriva l’occidentale –
che può essere molto istruito, ma con una preparazione scientifica, logica,
un’educazione che lo rende un grande intellettuale. A livello di cuore però
resta davvero ingenuo, e allora basta un qualsiasi Bidi
Baba, un idiota qualunque per fargli una grande
impressione.
Questo olandese ha vissuto per mesi
accanto a Bidi Baba. Egli
non fa menzione del suo nome famoso, ma lo chiama solo col suo nome legale, Nisargadatta Maharaj. Ha scritto
molti libri su Nisargadatta Maharaj,
rendendolo celebre in tutto il mondo. Ho dato un’occhiata a questi libri: sono
pieni di stupidaggini.
Adesso Swami
Amrito mi ha scritto: “Osho, devi dire ad Hasya di ritirare la sua affermazione, perché ho visto
questo olandese e mi sembra illuminato.”
Gli illuminati non sembrano
illuminati, lo sono! E, povero Amrito, questa non è
la prima volta. È rimasto molto confuso, ed era inevitabile: già la mia
affermazione su Sri Aurobindo
– che non era illuminato – lo aveva scosso. E io che posso farci? So che non
era illuminato, e che stava ingannando la gente.
E quando l’ho spiegato nei dettagli ad Amrito e gli ho detto: “Non farti coinvolgere in queste
sciocchezze”, mi ha risposto: “Non ci avevo mai pensato.” Ma lui va da una
persona all’altra. Per semplice curiosità… Pare una curiosità insaziabile.
Non è solo che gli illuminati
criticano gli altri illuminati: devono criticare anche chi non è illuminato e
finge di esserlo. È assolutamente necessario smascherare ciò che è falso. Anche
questo fa parte della compassione, affinché tu non ti faccia coinvolgere da ciò
che non è autentico.
Osho, tratto
da:
Om
Mani Padme Hum
GLI STUPIDI
I MEDIOCRI
GLI INTELLIGENTI
La gente è fatta così. Pensano che sia
una cosa di cui essere fieri. Vengono da me e mi dicono: “Prima sono andato da
Guru Maharaji, poi da Muktananda
e poi da questo e da quello – ora sono venuto da te.” Credono di essere dei
grandi pellegrini, dei grandi ricercatori. Elencano tutti quei nomi e si
sentono molto soddisfatti. Stanno semplicemente dimostrando che sono ancora
stupidi.
A un vero ricercatore non importa
nulla degli insegnanti, non diventerà dipendente da un insegnante. Anche se va
da un insegnante, saprà vedere oltre, capire che quello non è altro che un
insegnamento e andarsene il più in fretta possibile. Non continuerà a
vantarsene, non c’è niente di cui vantarsi.
Uno deve trovare, deve continuare a
brancolare nel buio. Ma, mentre brancoli alla ricerca di una porta, qualche
volta vai a finire in un angolo della stanza e lì c’è un muro… e sei bloccato e
batti la testa… e poi inciampi in qualche mobile, e poi questo e poi quello… e
poi arrivi alla porta… Quando trovi la porta, fai l’elenco di quante volte sei
inciampato prima? In quale angolo? Su quale mobile? Quante volte ti sei fatto
male la testa? Non lo fai, tutto quello che hai passato non ha importanza.
Quando hai trovato la porta, tutto quell’inciampare
nel buio è finito. Allora, non c’è niente di cui vantarsi.
Infatti, quando dici che sei stato da Muktananda, o da Guru Maharaji, o
da Sai Baba, o da questo e da quello, stai
semplicemente dicendo che non hai occhi per vedere. Stai dimostrando la tua
mancanza di intelligenza.
Ci sono 3 tipi di persone al mondo.
Gli stupidi, che sono la maggioranza; poi i mediocri, un po’ meglio; e gli
intelligenti.
Gli stupidi si dividono a loro volta
in tre categorie – come succede a tutti i tipi di persone. La prima: la persona
che funziona tramite la mente. Non che gli serva molto, ma lui funziona così –
e cioè, lo stupido intellettuale. Ogni volta che qualcuno dice: “Sono stato da Prabhupad”, io so che è uno stupido intellettuale. La
seconda: l’uomo stupido, ma emotivo. Funziona attraverso le emozioni. Allora
andrà da Guru Maharaji. Diventerà un premi, un
devoto. O la terza possibilità: lo stupido pieno di volontà, di cocciutaggine,
alla ricerca dei poteri. Questo andrà da Satya Sai Baba… i miracoli. È quello interessato alla magia.
Quando venite da me e dite che siete
stati qua e là, mi state semplicemente mostrando tutte le sciocchezze che avete
fatto nel vostro passato.
Il secondo tipo, le menti mediocri,
anche queste si dividono in tre gruppi. Se la mente mediocre funziona tramite
intelletto, andrà da Sri Aurobindo.
Se funziona attraverso i sentimenti, allora andrà da Muktananda.
Se invece funziona per mezzo della volontà, seguirà qualche hatha
yogi. Troverà un ginnasta e comincerà a torturare il
suo corpo. Oppure potrebbe diventare un seguace di un muni
giainista. Sarà una specie di masochista, godrà nel
torturarsi. Per mezzo della tortura si sentirà potente.
E poi ci sono gli intelligenti, le
persone veramente intelligenti. Anche loro hanno tre approcci. Se una persona
funziona realmente per mezzo dell’intelligenza, allora andrà o da Krishnamurti o da Ramana. Oppure,
se è una persona di sentimento, troverà qualche maestro come Meher Baba. E, se è un uomo di
volontà, troverà un maestro come Gurdjieff.
Ma, se hai trovato il maestro, non
avrai bisogno di venire da me. Una volta che hai trovato il maestro, non andrai
più da nessuna parte. Il tuo viaggio è finito. Solo se non l’hai ancora
trovato, continui a cercare. Così, quando dici: “Sono stato con questo e con
quello”, semplicemente mi dimostri che ancora non hai trovato.
Il fatto di aver girato, non vuol dire
che tu ti sia arricchito di qualche cosa, significa semplicemente che hai
continuato a inciampare di qua e di là, senza aver ancora trovato nulla. Mostra
semplicemente che manca qualche cosa, e che non l’hai ancora trovata. Non è la
tua reale autobiografia, perché quella non è ancora incominciata.
Quando trovi il tuo maestro – fine,
punto. Allora hai trovato la porta. Ci passi attraverso ed entri. Dopo non vai
più da nessuna parte. Così, se non hai ancora trovato, tutto quello che pensi
di aver incontrato non ha nessuna importanza.
Osho, tratto da
Sufis: the People of the Path
Ogni ideologia, per quanto rivoluzionaria,
produce un nuovo status quo. La liberazione reale è sempre al di là delle
ideologie.
Lo
scopo estremo della liberazione dall’oppressione dello Stato è riaffiorato tra
noi, ventilando di nuovo di fronte agli occhi della nostra coscienza il trauma
del terrorismo. Media, opinione pubblica, massime autorità dello stato sono
subito accorsi a cauterizzare questa ferita usando il vetusto strumento
dell’indignazione morale e, subito dopo, si è
passati
all’oblio, comune in quest’epoca di indigestioni da
informazioni epocali, per cui, a distanza di pochi mesi, già tutto tace...
certo, si vorrebbe che tutto fosse rientrato, che nulla di così violento fosse
mai successo; si spera che non accada mai più. Purtroppo la storia insegna che
nulla sembra essere più umano della violenza legittimata, pertanto è facile
supporre che questa Idra dalle cento teste si sia solo nascosta da qualche
parte, pronta a rialzare la testa: i guerrieri dell’ideologia da sempre hanno
ucciso e uccidono, addirittura sono giunti allo sterminio, giustificato come
una crudele e tragica necessità, necessaria per la “salvazione” che tanta
violenza vuole dare in dono all’umanità. Nessuna barriera etica sembra essere
mai riuscita ad arginare quell’impulso che porta
l’uomo all’assassinio ideologico... diamo dunque a Osho l’opportunità di far
balenare nella nostra consapevolezza alcune intuizioni che aiutino a leggere il
fenomeno della rivoluzione e del rifiuto violento dello Stato a profondità
maggiori, in modo da rivedere il significato del viaggio della consapevolezza
in cui siamo impegnati in una prospettiva più allargata. È un messaggio la cui
portata può aiutare anche quanti si affacciano alle soglie della vita sociale
con profonde frustrazioni e potenti energie imbrigliate: Osho suggerisce una
nuova rotta di realizzazione che non sia la violenza o un’ideologia
totalizzante in cui, inevitabilmente, la coscienza individuale scompare.
Amato
Maestro,
sono
nata nella Corea del Sud, ho lasciato quel paese nel 1984 e ho preso il sannyas nel 1985. Quando mi trovavo a Rajneeshpuram,
nel 1985, il governo sud coreano arrestò molti miei amici e denunciò loro e me,
come comunisti rivoluzionari. Uno di loro fu ucciso prima del giorno del
processo, e due furono condannati a morte; tutti gli altri sono ora in prigione
e io sto soffrendo molto per questa orribile sventura. I tuoi discepoli in
Corea cercano di liberare il loro paese dall’imperialismo americano e,
contemporaneamente, cercano il sentiero della verità. È possibile fare questo?
Cercare il sentiero della verità e liberare il proprio paese dalla tirannia?
Prem Seung, non c’è conflitto fra la tua ricerca della verità,
fra la tua libertà spirituale, e la tua lotta contro la tirannia politica –
anche se le cose diventano un po’ più complicate.
La priorità dovrebbe andare al
raggiungimento della libertà spirituale, perché le tirannie vanno e vengono. E
non puoi essere assolutamente certa che quando hai rovesciato una tirannia
politica, questa non sarà rimpiazzata da un’altra. Tu puoi combattere contro
gli Stati Uniti e contro il loro orribile tentativo di tenere la Corea del Sud
in loro potere – di distruggere la gente e la sua libertà.
Ora stanno ammazzando la tua gente,
chiamandola comunista. Domani… è necessario che avvenga, perché la storia si
muove come il pendolo di un orologio. Da un estremo all’altro, questo è il modo
della storia e del tempo. Poiché vi stanno condannando come comunisti –
uccidendovi, costringendovi in prigione, condannandovi a morte – questo creerà
il movimento opposto, un movimento verso il comunismo.
Nessuna tirannia è riuscita a durare
per sempre; i suoi giorni sono limitati. Nessuno può distruggere la volontà
della gente. Possono fare del male, possono uccidere, ma un giorno si
accorgeranno che il loro sforzo più grande sarà quello di conservare il loro
impero, e che tenere la gente in schiavitù, la fa rivoltare contro di loro.
Ma cosa dire del tiranno comunista?
Usciresti da una tirannia per metterti nelle mani di un’altra. Certo, non
sarebbero uccise le stesse persone e altri sarebbero condannati a morte. Ora le
vittime sarebbero quelli che erano diventati agenti degli Stati Uniti –
sarebbero uccisi, sarebbero messi a morte. Ma cosa importa chi viene ucciso e
chi condannato a morte? – sono tutti sudcoreani,
tutti tuoi fratelli e sorelle. E il fenomeno più strano, che va ricordato, è
che anche i comunisti, quelli che hanno combattuto contro l’imperialismo
americano, molti di loro verrebbero fatti fuori dal regime comunista che l’ha
rimpiazzato.
È uno strano destino, ma contiene una
logica sottile. Quelli che sono stati rivoluzionari, si abituano a esserlo; e
ogni regime è antirivoluzionario. Può essere perfino il regime creato dagli
stessi rivoluzionari, però, nel momento in cui gli uomini arrivano al potere,
diventano antirivoluzionari, perché a quel punto la rivoluzione è contro il
loro potere. Erano a favore della rivoluzione perché questa portava il potere
nelle loro mani – semplice logica. E i rivoluzionari non possono credere che si
tratti della stessa libertà per la quale hanno combattuto. Sono cambiate solo
le persone, ma tutto resta uguale: la stessa burocrazia, gli stessi orribili
politici, ma ora saranno sudcoreani, invece che
americani.
E dimenticheranno tutte le promesse
fatte a quelli che sostenevano la rivoluzione; cominceranno a sfruttare quelle
stesse persone. Naturalmente molti rivoluzionari del passato cominceranno ad
allontanarsi da chi detiene il potere. Una volta avevano combattuto, spalla a
spalla, contro il nemico. Ora cominciano a prendere le distanze, perché la
rivoluzione è stata tradita. E ora i rivoluzionari che sono arrivati al potere
– e il potere distrugge tutte le loro ideologie rivoluzionarie – cominciano a
uccidere quelli che sono rimasti rivoluzionari, perché sono le persone più
pericolose. Hanno buttato fuori il precedente regime; possono farlo anche con
questo. Non possono essere tollerati.
È un gioco molto complesso. Non
dovresti accordargli la priorità; prima dovrebbe venire la tua crescita. Sia
che la tirannia sia americana, o cinese o dell’Unione Sovietica, non ha
importanza. La tirannia è semplicemente tirannia; è assassina, è criminale.
Così, piuttosto che aspettare un meraviglioso futuro, quando l’America se ne
sarà andata dalla Corea del Sud e gli stessi sudcoreani
saranno al potere… non fidarti troppo. La Storia insegna qualcosa di diverso;
la gente rimarrà nella stessa bruttissima situazione, subendo gli stessi
orrori. Cambiano solo i macellai, ma il delitto resta lo stesso.
Io non sono contro la lotta per la
libertà della tua nazione, ma non darle la priorità. Dalla alla tua libertà
spirituale, che non può esserti tolta né dall’America, né dalla Russia, o dalla
Cina o da chiunque altro. Se ti riesce, senza turbamenti, di lottare anche
contro il tiranno, sono assolutamente d’accordo. Ma non credere che sia facile
– è molto difficile. Nel momento in cui cominci a combattere contro i governi,
ne sarai così coinvolta, che ti dimenticherai completamente di te stessa.
È brutto essere sottoposti a qualsiasi
schiavitù. Ma la peggiore è la schiavitù dell’anima. Liberala dal passato,
dalla nazione, dalla religione in cui sei stata allevata. La ricerca della
verità dovrebbe continuare a essere il tuo interesse fondamentale e definitivo.
Accanto a questa, se ti è rimasta dell’energia, puoi continuare a combattere
contro le tirannie politiche. Ma ne sarai delusa.
Tutti quelli che nei tempi passati
hanno portato avanti l’idea: “Noi saremo liberi”, sono stati delusi. In questo
paese, io ero molto piccolo quando c’era la lotta per la libertà, ma tutta la
mia famiglia ne era coinvolta. I miei zii erano in prigione, la mia famiglia
era quasi ininterrottamente agli arresti domiciliari. I miei zii non poterono
completare gli studi, perché il tempo che avrebbero dovuto passare
all’università, lo passarono in prigione. Con ogni tipo di tortura… ma c’era la
grande speranza che, per quanto potesse durare, alla fine questa lunga notte
sarebbe finita.
È finita, ma il giorno non è ancora
spuntato. Questo è il miracolo.
Gli imperialisti britannici se ne sono
andati, e quelli che sono venuti al potere avevano combattuto contro
l’imperialismo britannico e la sua mancanza di umanità verso la gente di questo
paese. Ora sono loro a fare la stessa cosa. Questa non è certamente la libertà
che la gente sperava di ottenere.
Mi ricordo i giorni della mia
infanzia… quando la grande speranza era nell’aria – come se fossimo arrivati
molto vicino all’Età dell’Oro. E, tranne l’assoluta delusione, non è successo
niente. Quarant’anni sono passati; ora i governanti
sono indiani, non britannici, ma le loro strategie sono le stesse. Il loro
attaccamento al potere è lo stesso, lo sfruttamento della gente è lo stesso. La
burocrazia è diventata più forte, e il paese ha subito uno shock: “Cosa ne è
stato della libertà per la quale abbiamo combattuto? Per che cosa la nostra
gioventù è stata crocifissa? Per che cosa migliaia di persone sono state messe
in prigione o uccise? È questa la libertà per cui sono stati fatti tanti
sacrifici?”
Certo, questa non è libertà. Forse nel
mondo politico, quel tipo di libertà non può mai venire, a meno che non nasca
il ribelle, non il rivoluzionario. Il rivoluzionario ha fallito, totalmente; e
non una sola volta, ma centinaia di volte. Ora può essere accettata come
regola: il rivoluzionario parla di grandi cose, promette paradisi, e, quando
arriva al potere, si dimostra un tiranno anche peggiore di quelli che lo
avevano preceduto.
La mia speranza non risiede più nelle
promesse dei rivoluzionari; la mia speranza è nella nascita del ribelle. E la
necessità fondamentale del ribelle – la trasformazione essenziale – è la
libertà della vostra individualità dal vostro passato, dalla vostra religione,
dalla vostra nazione. La meditazione vi aiuterà a diventare individui; e solo
una comunità di individui che sono liberi spiritualmente, che hanno rotto tutti
i ponti che vanno verso il passato, solo quella comunità avrà occhi che
guardano stelle lontane.
In un certo senso, sono tutti poeti,
sognatori, mistici, meditatori. E, a meno che non riempiamo il mondo di tali
individui, questo mondo è destinato a passare da una tirannia all’altra. Un
gioco di assoluta futilità.
Prem Seung, sei tu la priorità. Arriva alle tue radici, trova te
stessa, diventa una ribelle, e crea quanti più ribelli ti riesce di creare.
Questo è il solo modo che hai per aiutare l’umanità futura a creare un Futuro
d’Oro.
Di fronte alla
follia del mondo la scelta è sempre stata:
spaccare tutto o
fuggire.
Ma esiste anche
una terza via.
Per
favore, puoi dire qualcosa sulla violenza come manifestazione della ribellione?
La violenza non può mai far parte
dello spirito di ribellione, perché l’intero passato dell’umanità si fonda
sulla violenza, e il ribelle vuole creare una discontinuità col passato. La
violenza è sempre stata il modus vivendi; per migliaia di anni non abbiamo
conosciuto altro che uno stato di violenza permanente, diretta o indiretta. Gli
eserciti, la polizia, le prigioni, i giudici, le guerre, le cosiddette grandi
religioni, hanno sempre fondato la loro esistenza sulla violenza. E la
violenza, se la si osserva alle radici, è sempre un oltraggio nei confronti della
vita.
La religione, la consapevolezza
religiosa, per me non sono altro che una manifestazione di profondo rispetto
per la vita, perché non esiste un Dio al di là della vita, non esiste un
paradiso oltre la coscienza. La violenza è distruttiva: è una violazione sia
della vita che della coscienza.
Il ribelle è un creativo; la sua
filosofia si fonda interamente sulla creatività. Abbiamo vissuto troppo a lungo
in modo distruttivo, e che cosa abbiamo ottenuto?
Per questo ho stabilito una
distinzione molto netta tra ribelle e reazionario; inoltre ho spiegato
chiaramente la differenza tra ribelle e rivoluzionario.
Il reazionario è la categoria più
bassa: non riesce mai a staccarsi dal passato. Il passato costituisce il suo
punto di riferimento, verso il quale egli reagisce. Ma, a favore o contro, il
passato rimane sempre il suo punto focale, il suo contesto esistenziale.
Il rivoluzionario si trova a un
livello un po’ più alto del reazionario, perché non si limita a reagire, ma
sogna il futuro, insegue un’utopia. Ma per quanto riguarda la violenza, per
secoli i rivoluzionari hanno sempre creduto di poter conseguire fini giusti con
mezzi sbagliati.
Io rifiuto decisamente questo punto di
vista. I giusti
fini possono essere conseguiti solamente tramite i giusti mezzi. Dalla violenza
non può nascere un’umanità tranquilla, serena, capace di amare. Alla base ci
sarà sempre la violenza, che andrà a minare l’intera struttura. Il ribelle
deve essere non-violento; non può fare altrimenti. Soltanto se è un individuo
non-violento può contribuire a creare un’umanità che viva in pace, senza più
guerre, senza più classi sociali.
Chi getta i semi della violenza, non
può aspettarsi, non può sperare che i fiori non risentano di quella violenza: i
fiori sbocciano da quegli stessi semi. Per questo ogni rivoluzione violenta ha
prodotto un’altra società violenta, un’altra cultura basata sulla violenza.
È vergognoso che si debbano ancora
mantenere eserciti, che si abbia ancora bisogno di armi atomiche… è indegno che
si abbia ancora bisogno di polizia e di prigioni. Un’umanità migliore, un uomo
più consapevole, si sbarazzerà di tutte queste stupidaggini che lo circondano e
che ne contaminano l’essere.
Il ribelle non può fare le cose a
metà, non può scegliere: non può accettare alcune cose del passato e scartarne
altre… Il passato nella sua totalità, deve essere completamente negato. Solo
così possiamo eliminare gli istinti barbarici che affliggono l’umanità: la
crudeltà, la violenza e la profonda mancanza di rispetto nei confronti della
vita e dell’esistenza.
La base del mio insegnamento è il
rispetto per la vita.
Il ribelle è disposto a morire, ma non
a uccidere. Uccidere un essere umano è un’azione animalesca; per quanto nobile
sia la causa per cui lo si fa, nel momento stesso in cui si uccide, si tradisce
la causa. Guardiamo la cosa da un punto di vista pratico: il ribelle è un
individuo in lotta col mondo intero. Anche se scegliesse di praticare la
violenza, verrebbe schiacciato. Il suo nemico è il passato e ha a disposizione
un potenziale di violenza infinitamente superiore.
Il ribelle deve avere fiducia
nell’amore, nella meditazione, deve essere consapevole della propria essenza
immortale, ben sapendo che essa rimane integra anche quando il suo corpo viene
crocifisso. Non mi riferisco solamente a una ribellione di carattere politico,
ma soprattutto al ribelle come individuo, che è un fenomeno spirituale, non
un’entità politica. E la spiritualità non può accettare la violenza come mezzo
valido per raggiungere i propri fini.
La violenza è semplicemente fuori
questione, per quanto riguarda il mio concetto di ribellione e di ribelle. Il
mio ribelle non può pensare a distruggere: abbiamo distrutto abbastanza. Non
può uccidere: abbiamo ucciso abbastanza.
È giunto il momento di porre fine a
questo modo di vivere insensato. Dobbiamo uscire da questa oscurità ed esporci
alla luce, anche a costo di perdere la vita.
Il mio ribelle sarà fondamentalmente
un meditatore. Non concepisco un ribelle che non sappia meditare, anzi, quella
deve essere la sua esperienza fondamentale. Che ti importa di venire ucciso, se
sai per certo di essere immortale? Se milioni di meditatori saranno disposti a
esporsi a petto nudo ai fucili di questo passato marcio e stantio, forse ci
sarà una possibilità, forse questo produrrà un cambiamento anche in coloro che
hanno in mano gli strumenti di distruzione.
Non abbiamo mai sperimentato una
ribellione su vasta scala. Basta lo sforzo di milioni di persone che meditano,
che amano la pace e il silenzio e aboliscono ogni sorta di discriminazione, che
è causa di violenza. Basta questo per generare quell’intervallo,
per creare quell’interruzione, quella discontinuità
necessaria a salvare l’uomo e la vita sul pianeta.
Brani di Osho tratti da: The Rebel
IL
CAOS DEL MONDO
L’epoca
in cui viviamo sembra chiusa all’interno di un paradosso esistenziale che, se
non si esprimesse nella vita di ogni giorno in forme tragiche e violente,
potrebbe essere visto come il Koan Zen più
spettacolare mai ideato, per attirarci verso un risveglio della consapevolezza
spettacolare.
Stiamo
infatti vivendo una crisi di valori planetaria che dà ogni giorno segnali
forti, contraddistinti da una sempre più marcata alienazione sociale e da un
sempre più evidente affiorare di disperazione negli individui.
L’Italia
non è da meno: la caduta delle ideologie, il frantumarsi di un sistema di
valori condivisi, l’annullarsi della famiglia in quanto “mattone” sociale,
l’incitamento collettivo sempre più frenetico alla competizione e un ritmo di
vita sempre più stressante nel quale ci si ritrova giocoforza coinvolti,
sembrano spingere inesorabilmente verso quel territorio di confine dove è
facile che esplodano i disturbi psichici più diversi.
In
una parola, il mondo si presenta con sempre maggior evidenza come una pura e
semplice follia e, per quanto si riduca l’idea che si ha della “grandezza
dell’uomo”, sembra non esserci alcuna vetta all’orizzonte.
L’intero
stato di cose sembra dunque giustificare sia il “cadere” vittime di una
qualsiasi follia, sia il voler piantare tutto per andare a vivere in un
paradiso individuale.
Esiste
forse un’altra scelta possibile? Osho dice di sì ...
Amato
Maestro,
più entro
personalmente in contatto con la follia totale della società, più sento che
l’unica cosa da fare sia scappare e vivere in una grotta. La meditazione mi
allontana irrimediabilmente da questi pazzi e non mi riesce proprio di giocare
i loro giochi. E tuttavia io “so” che questo non è quello che tu ci dici di
fare. Qual è la radice del mio fraintendimento?
Prem Shunyo, è vero, il mondo è quasi completamente pazzo. Ma
non c’è nessun altro mondo in cui andare. Anche le grotte di cui parli sono nel
mondo, lo stesso pazzo mondo. Non puoi fuggire da qui.
Una volta ero in viaggio per l’Himalaya, in una parte dove, molto raramente, vanno quelli
che cercano la verità. E mi trovavo seduto sotto un bellissimo albero, lo
stesso tipo di albero sotto il quale Gautama Buddha si illuminò. Non sapevo che sotto quell’albero vivesse un altro uomo, un sannyasin
tradizionale. E, poiché aveva vissuto là per molti anni, si era fatto l’idea di
possedere l’albero.
Ero stanco e decisi di riposarmi. Mi
stavo semplicemente riposando all’ombra dell’albero, quando arrivò il vecchio
che disse: “Lo sai che questo albero mi appartiene?”.
Io dissi: “Dall’aspetto si direbbe che
sei un sannyasin, eppure continui a usare il
linguaggio del possesso. Guardandoti posso dedurre che hai rinunciato a tutto
quello che possedevi nel mondo”.
E lui disse: “Sì, ho lasciato il
mondo. Ho rinunciato al mondo”.
“Ma che differenza c’è? – dissi io – Rinunci
al mondo e tuttavia insisti che questo albero ti appartiene? Quando l’hai
comprato? Mostrami il certificato.”
Il vecchio disse: “Sei uno strano
uomo. Ogni asceta in questa montagna sa che questo albero è mio”.
“Da oggi in poi non lo sarà più; – gli
dissi – ci sono tanti alberi, puoi sederti dove vuoi.”
Si arrabbiò moltissimo, era pronto a
combattere. Io gli dissi: “Ma tu sei un sannyasin, e
non è da sannyasin arrabbiarsi e combattere. Per un
albero, poi, che non ha né piantato, né comprato. E io mi sto solo riposando.
Fra qualche ora me ne sarò andato. Ma per qualche ora dovrai andare a riposarti
sotto qualche altro albero”.
Lui disse: “Non posso muovermi da qui.
Perché, come posso fidarmi che lascerai quest’albero?
È così bello e frondoso, che ripara anche dalla pioggia”.
Dissi: “Questa è una buona idea. Stavo
pensando alle piogge, cosa succederà durante le piogge...” E lui disse: “Cosa
vuoi dire? Mancano ancora quattro mesi alle piogge”. E io: “Quattro mesi
passeranno proprio come quattro ore, come ti ho detto”.
Si arrabbiò così tanto che cominciò a
chiamare gli altri sannyasin che erano sotto altri
alberi e nelle grotte; questi arrivarono e lui gli disse: “Questo giovane non
ha rispetto per gli anziani, nessun rispetto per chi ha rinunciato”. E tutti mi
dissero: “Quest’albero appartiene a questo vecchio”.
Io dissi: “Il linguaggio del possesso
appartiene al mondo, e voi avete rinunciato al mondo. Niente vi appartiene,
neppure il vostro corpo. Questa è l’attitudine di base di uno che rinuncia al
mondo”.
Shunyo, dove vuoi
andare? Questo è l’unico mondo ed è vero che è assolutamente pazzo. Ma poi, non
è tanto difficile vivere coi pazzi. Bisogna solo cambiare la proprie idee su di
loro. A causa dei pazzi, questo mondo è nei guai. Ma, a causa dei pazzi, questo
mondo è terribilmente divertente; così comico, che se te lo vuoi godere, puoi
farlo. Io non ho mai rinunciato al mondo; e me lo sono goduto in tutte le sue
fasi.
È incredibile, se hai un po’ di senso
dell’umorismo… questi pazzi fanno cose così ridicole, che puoi divertirti e
stare allegra per tutta la vita.
C’era un vescovo in America, proprio
vicino a Rajneeshpuram, il cui solo argomento per la
predica domenicale erano le mie Rolls Royce. Strano, perché lui non c’entrava assolutamente
niente. In ogni predica, in un modo o nell’altro le tirava fuori e poi mi
condannava. E non credo che ci fosse niente di cui accusarmi. Il giorno in cui
stavo partendo dall’America ricevetti una lettera da questo stesso vescovo –
questo è il ridicolo del mondo – che diceva: “Ora che stai partendo, perdonami
per aver detto delle cose contro di te, ma non potresti regalare almeno una Rolls Royce alla mia chiesa?”.
E aveva continuato ad attaccarmi per
le Rolls Royce! Non era una
critica, era invidia profonda. Ma venne fuori e io mi feci proprio una bella
risata… era veramente notevole!
Guardati attorno. Questi possono
essere pazzi, ma hanno il loro lato bello. E che bisogno c’è di guardare la
loro pazzia? Perché non guardare il lato comico?
Un prete irlandese era disturbato dal
fatto che molte donne del suo gregge gli confessavano di essere state sedotte
dal nuovo commesso del droghiere. Come penitenza chiese loro di mettere dieci
scellini nella cassetta delle elemosine. Quando il garzone del droghiere andò a
confessarsi, il prete gli chiese con voce arrabbiata: “Bene, ragazzo, cosa hai
da dirmi della tua condotta?”.
“Solo questo, padre, – rispose il
ragazzo – o lei mi dà una buona parte di quelle mance di dieci scellini, oppure
io faccio i miei affari con un’altra parrocchia.”
Effettivamente il prete stava
guadagnando troppo dal fatto che il ragazzo seduceva le donne! E lui non era
andato a confessarsi, ma a chiedere la sua percentuale; altrimenti avrebbe
fatto affari in un’altra città.
Il mondo è pazzo, ma non è tanto male!
Shunyo, non hai
frainteso niente, stai solo prendendo le cose troppo seriamente. E questo è uno
dei miei insegnamenti fondamentali: non prendere niente seriamente. Non ne vale
la pena… divertiti. Trova dei modi per riempirti il cuore di risate, e non ti
sentirai smarrita.
In aereo, un passeggero, guardando
fuori dal finestrino, comincia improvvisamente a gridare: “Il motore è in
fiamme, il motore è in fiamme!”. In pochi secondi tutto l’aereo è nel caos.
Poi arriva il pilota, col paracadute
addosso: “Non preoccupatevi, – li rassicura – vado a cercare aiuto.”
Sì, il mondo è pazzo, ma non è poi
così male. Basta guardarsi attorno e trovare dei modi per ridere e divertirsi.
È una tua scelta se essere seria o non esserlo.
Due vecchie zitelle paragonavano le
loro chiese, discutendo sui servizi religiosi, sulle prediche e sui preti che
li tenevano.
“La tua congregazione è grande?” –
chiese la prima vecchietta.
“Al contrario – disse l’altra – è così
piccola, che quando il prete dice ‘Miei amatissimi’,
divento tutta rossa.”
La congregazione è così piccola, forse
lei è la sola parrocchiana. E lui si rivolge a un pubblico di migliaia di
persone, che non sono là. È naturale che quando dice “Miei amatissimi” la
vecchia signora arrossisca.
Basta farci attenzione. Io sono stato
attento per tutta la mia vita; è un bellissimo pazzo mondo. Non voglio un altro
mondo. Non voglio andare in paradiso, dove sono tutti i santi e le persone
serie. Preferisco l’inferno; là puoi ridere e trovare buona compagnia: tutta la
gente pazza, ogni tipo di peccatori, tutti i poeti, i danzatori, gli attori, le
discoteche.
Guarda il mondo con occhi diversi. Ti
divertirai! E lo spettacolo è gratuito.
Osho, tratto da: The Rebel
Il
corpo fisico è solo il primo gradino nella scala che conduce verso l’essere
Quando
l’anima, in collaborazione con i due corpi, e per mezzo dei quattordici
strumenti, concepisce degli oggetti, come le parole, viene chiamata ‘manomay kosh’, corpo mentale.
Quando
l’anima, in collaborazione con i tre corpi, diventa conscia di tutte le
percezioni, viene chiamata ‘vigyanamay kosh’, corpo di consapevolezza.
Quando
l’anima, in collaborazione con i quattro corpi, resta nell’innocenza della sua
causa, come il seme di un grande albero, viene chiamata ‘anandamay
kosh’, corpo di beatitudine.
Lingua, parole, pensieri, tutte queste
cose creano un corpo dentro di noi. Più si è acculturati e istruiti, più grosso
è il corpo mentale. Ma noi non possiamo vederlo come corpo; perciò continuiamo
a scaricarci ogni tipo di pensiero, senza curarcene. Un uomo che legge il
giornale al mattino non sa che anche quel giornale sta creando il suo corpo
mentale. Quando cammina per la strada e legge i cartelloni sui muri, non gli
passa neppure per la testa che quelle parole stanno entrando dentro di lui e
stanno formando la sua mente.
Siamo del tutto inconsapevoli di come
creiamo le nostre menti, per questo la nostra vita è un caos. Se fossimo
altrettanto inconsapevoli nel creare il nostro corpo fisico di quanto lo siamo
nel creare la nostra mente, anche il corpo fisico diventerebbe un problema. Noi
non scegliamo di mangiare ghiaia e sassi, ma per quello che riguarda la mente,
mangiamo cose ben peggiori. Tutto crea la mente, qualsiasi cosa entri nella mente,
consapevolmente o inconsapevolmente, diventa una sua parte. Ma noi non ci
rendiamo conto che il nostro corpo mentale viene creato in ogni momento;
qualsiasi cosa sentiamo, o leggiamo, o pensiamo, qualsiasi parola risuoni
dentro di noi crea il nostro corpo mentale. Se il tuo vicino ti dice qualcosa
senza senso, tu non dici mai: “Per favore non mettere tutta questa immondizia
dentro di me.” E, per quanto ti renda conto o meno di come sia facile
assorbirla, ti sarà sempre molto difficile buttarla fuori. […]
La mente non perde niente, è un grande
raccoglitore. Il corpo mentale continua a raccogliere in modi molto sottili.
Qualsiasi cosa abbia ricevuto, come onda di pensiero, anche in vite passate,
viene conservato. È essenziale capire questo corpo mentale – perché solo così
può essere trasceso.
Ricorda due cose. Innanzitutto il
corpo fisico è un corpo denso; dietro c’è il corpo energetico e, dietro di
questo, il corpo mentale. Il corpo energetico è il ponte tra il corpo fisico e
quello mentale. Prana, il respiro, è la connessione
tra i due.
Qualsiasi cosa sia immessa nel corpo,
lo è attraverso il respiro. Se la tua mente è piena di desiderio sessuale e il
respiro non ne viene disturbato, sarà difficile per quel desiderio raggiungere
il corpo fisico; potrà farlo solo attraverso il respiro. […] Molti ritmi di
respiro sono stati scoperti nel campo del pranayama,
la scienza del respiro vitale. Quando si usano questi diversi ritmi di respiro,
avvengono dei cambiamenti nella mente e nel corpo fisico: il corpo fisico sta
da questa parte, e il corpo mentale sta dall’altra.
I pensieri sono le cose più sottili
nella nostra esperienza, ma anche i pensieri hanno una loro realtà. È stato
dimostrato che non è vero che i pensieri siano privi di esistenza materiale,
era un’idea sbagliata. Essi hanno un’esistenza materiale, sono concreti,
sebbene siano molto sottili. Li ‘mangiamo’, li assorbiamo in ogni momento.
Questi pensieri creano un corpo dentro di noi. È una casa costruita con mattoni
di pensiero. Perciò il tipo di pensieri che assorbi crea il tipo di corpo
mentale che possiedi.
Sotto questo aspetto, l’uomo è molto
vulnerabile. Per lo meno in questo secolo è diventato molto vulnerabile. La
radio ti mette idee nella testa, così i giornali, i politici, i pubblicitari,
tutti ti mettono delle idee in testa; da ogni parte l’uomo viene nutrito di
pensieri. E ancora credi di essere tu a prendere le tue decisioni? – ti sbagli.
Vance Packard ha scritto un libro intitolato “Il Persuasore
Occulto”.
Quando vai da un tabaccaio e chiedi le
sigarette Berkeley – credi che sia una tua scelta? Ti
sbagli. Ovunque, intorno a noi, ci sono persuasori occulti che attraverso i
giornali, i cartelli sui negozi o sui muri, la televisione, la radio ti dicono
“Compra le sigarette Berkeley.” Ti hanno piantato ‘Berkeley’ nella mente.
Devi essere consapevole di come stanno
le cose, altrimenti non sei libero. I genitori ti trasmettono la loro
religione; gli insegnanti ti danno la conoscenza, a scuola; i pubblicitari, i
giornali e la rete di mercato ti influenzano su quello che compri. Vieni
manipolato da queste influenze per tutta la vita.
Le nostre menti sono quasi pazze,
perché accettiamo simultaneamente cose completamente contraddittorie – migliaia
di cose contraddittorie. Ci si lamenta di come la mente sia irrequieta,
perplessa, confusa. Incredibilmente, si pensa che sia una malattia da curare.
No, l’hai creata tu, e la rinforzi ventiquattr’ore al
giorno, immettendovi ogni sorta di cose contraddittorie. Metti dentro un
pensiero, poi ne afferri un altro completamente opposto al primo. Questo crea
un disagio. C’è una polarizzazione fra i due pensieri; si oppongono e si
combattono fra loro e tu ne soffri.
Non sei tu a combattere; dentro di te
ci sono pensieri infiniti e sono tutti in conflitto fra loro. Alcuni pensieri
vorrebbero andare a est, altri a ovest, altri ancora non vorrebbero muoversi
affatto; e tutti sono in tremendo conflitto, come se volessi mandare i buoi del
tuo carro in tutte e quattro le direzioni simultaneamente. Tale è la tua
condizione. A volte il carro si muove un po’ verso est, a volte verso ovest.
Qualche volta i buoi di una direzione sono più forti, un’altra volta i buoi di
un’altra direzione sono indolenti… ma la lotta continua e il carro non va da
nessuna parte. Alla fine si spaccherà e non ti porterà in nessun posto. Siamo
tutti in questa stessa condizione. C’è una confusione interna, un conflitto
interno.
Un uomo venne da me e mi disse:
“Voglio essere contento nella mia vita, voglio essere soddisfatto, ma non posso
fidarmi di nessuno, quindi sono venuto da te – anche se non ho alcuna fiducia
nemmeno in te, per favore, dimmi in che modo posso trovare la contentezza.”
Io gli dissi: “Ti indicherò la via, ma
tu non ti fiderai del metodo. Lascia perdere questa ricerca della contentezza,
perché, in effetti, quello che stai cercando è la scontentezza. Una persona che
non si fida di nessuno, non può sperimentare la contentezza” – perché se uno
non si fida, deve stare all’erta; ha sempre paura, è sempre in pericolo. Poiché
diffida di tutti intorno a sé, gli manca proprio la fiducia. Se la sfiducia di quest’uomo diventa più forte, non riuscirà neppure a stare
in casa sua, perché, chissà – la casa potrebbe crollare in ogni momento. E
neppure potrà stare fuori, perché potrebbe succedere un incidente. Se la sua
sfiducia continua a crescere, alla fine non si fiderà neanche di se stesso.
Infatti, per chi non ha fiducia negli
altri, arriva il giorno in cui perde anche la fiducia in se stesso. Il fatto è
che non riesce assolutamente a fidarsi; la questione principale è avere
fiducia… non è questione di fidarsi di altri o di se stessi. In quel caso la
contentezza è impossibile. La contentezza arriva a chi tiene la sua fiducia
viva, a dispetto delle condizioni negative, a dispetto della situazione di non
affidabilità.
Un bambino sta camminando con suo
padre, gli dà la mano; è totalmente rilassato, si fida. Tuttavia non è
assolutamente certo che il padre non gli darà uno spintone, né che lo stesso
padre non scivoli per terra, ed è anche possibile che il padre dia la mano al
figlio in realtà per ricevere lui sostegno. Ma il bambino è soddisfatto.
La contentezza è possibile solo in un
certo stato mentale, cioè in un’attitudine piena di fiducia. La scontentezza è
l’attitudine del dubbio. Se li vuoi entrambi, allora nascono dei problemi.
La mente diventa un garbuglio, perché
facciamo collezione di tutti questi pensieri contraddittori. Se è necessario
purificare il corpo mentale, c’è un solo modo e cioè coordinare i pensieri,
avere un ritmo, un’armonia. Allora il corpo mentale viene purificato e ci si
può entrare.
Il quarto corpo è vigyanamay
kosh, il corpo consapevole. Il terzo è creato dai
pensieri, il quarto dalla consapevolezza, dalla presenza vigile; e questo è,
appunto, il corpo consapevole. Quando diventeremo capaci di osservare i nostri
pensieri, come osserviamo le nuvole bianche fluttuanti nel cielo, oppure una
fila di gru che volano, quando saremo capaci di guardare i nostri pensieri da
lontano e li vedremo volare nel cielo della consapevolezza – allora saremo
pronti per conoscere il quarto corpo.
Ma siamo così fortemente attaccati al
primo corpo, che non riusciamo a conoscere neppure il secondo. E poi siamo così
catturati dal terzo corpo, così completamente sprofondati nella mente, che non
possiamo nemmeno concepire l’idea di trascenderla.
Bodhidharma andò in Cina,
circa millequattrocento anni fa. Wu, l’imperatore
della Cina, gli chiese: “La mia mente è molto irrequieta. C’è un modo per
trovare riposo?”
Bodhidharma disse: “Dici
che la tua mente non è tranquilla, ma hai mai sentito parlare di una mente
tranquilla?”
Wu fu sorpreso e
disse: “No, non ho mai saputo di una mente tranquilla.”
Bodhidharma disse:
“Allora perché parli di una ‘mente irrequieta’? In
verità la mente è irrequieta. ‘Mente irrequieta’…
perché usi due parole? L’irrequietezza è la mente, e tu vorresti acquietare la
mente? Puoi impazzire, ma la mente, in se stessa, non può mai diventare
tranquilla.”
Wu disse: “Ciò
significa che morirò con questa irrequietezza?”
Bodhidharma disse: “No,
tu puoi andare oltre questa mente, e oltre questa mente c’è la pace. Non puoi
pacificare la mente, ma se ne vai al di là, allora quello che troverai è la
pace; e quando si raggiunge la pace, la mente diventa tranquilla.”
In effetti, la mente in quanto tale
scompare. Non appena il quarto corpo si sviluppa, il terzo comincia a
ritirarsi. Così, quando il quarto corpo sarà cresciuto, il terzo, quello
mentale, rimarrà solo come cosa utile.
Chi ha sviluppato il quarto corpo, non
è avviluppato dai pensieri; quando ne ha bisogno, mette in moto il processo dei
pensieri – proprio come coi piedi: li usiamo quando ne abbiamo bisogno. Con
l’esperienza del quarto corpo, i pensieri hanno solo una funzione di utilità –
quando hai bisogno di pensare, pensi, quando non ce n’è bisogno, non lo fai. Se
pensi quando non ce n’è bisogno, sarà difficile sperimentare il quarto corpo.
Sarà difficile, perché il tuo pensare continuerà, non obbedirà al tuo comando
di fermarsi. E per un motivo. Hai mai notato che i pensieri non si fermano, che
non cessano, nonostante tutti i tuoi sforzi? Certo non ti rendi conto che anche
il desiderio di non pensare è un pensiero; altrimenti si fermerebbero
istantaneamente. Un pensiero non può fermarne un altro, hanno entrambi la
stessa forza. Anzi, quando un pensiero cerca di fermarne un altro, questo si
rafforzerà ulteriormente: “Chi sei tu per fermare me?”. Se uno schiavo chiede a
un altro di fermarsi, l’altro dirà: “Ho voglia di correre. Chi sei tu per
impedirmelo? Sono io il padrone.” Lo sforzo stesso di fermare il pensiero non è
altro che un pensiero. Un pensiero non ne può fermare un altro.
In realtà funziona solo se il comando
viene da un livello più alto e non altrimenti. Quando il comando di fermare i
pensieri viene dal vigyanamay kosh,
il corpo consapevole, allora nessun pensiero oserà muoversi di un millimetro,
si fermerà istantaneamente. Ma l’ordine deve venire da un livello superiore, se
viene dallo stesso livello, non funziona.
Questo è il quarto corpo – ne
diventerai consapevole solo se lo lascerai crescere. Allora non sarà difficile
fermare i pensieri. È come se il padrone fosse tornato e i servi immediatamente
si inchinano ai suoi piedi, si mettono in fila e aspettano gli ordini del
padrone. Appena un momento prima stavano dichiarando di essere loro i padroni,
ma col ritorno del padrone, stanno con le mani giunte, in attesa dei suoi
ordini.
Non appena il corpo consapevole si
sviluppa adeguatamente, i pensieri aspettano come schiavi – che fanno il loro
lavoro, quando è richiesto, e altrimenti vengono ignorati. Giacciono
immagazzinati nella memoria e non ti fanno impazzire ventiquattr’ore
al giorno, tanto che la sera devi pregarli: “Vi prego, scusate. Smettetela ora,
lasciatemi dormire un po’.” Invece non ti ascoltano affatto. Al momento, non
sei presente, chi dovrebbero ascoltare? Comincerai a essere presente, quando
avrai i primi barlumi del corpo consapevole.
Se vuoi trascendere la mente, non
cercare di fermarla. Non puoi fermarla… ma puoi renderla armoniosa, darle
ritmo. La mente stessa è confusa; ma è in mano tua, sta a te renderla sana. E
non appena la mente diventa sana, comincerai a sentire lo strato dietro di essa
– o potrai cercare di creare il quarto strato. Allora, non chiedere alla mente
di fermarsi. Fai qualcosa che farà fermare la mente.
La meditazione è la via per
risvegliare il quarto corpo, perché la meditazione aumenta lo stato di
vigilanza, aumenta la comprensione; la meditazione aumenta la consapevolezza.
Quindi, la meditazione è un modo
per aumentare, per sviluppare questo
quarto corpo. Te l’ho detto… il quarto corpo è la consapevolezza; la
meditazione è il suo nutrimento. I pensieri sono cibo per il terzo corpo e la
meditazione è il cibo del quarto corpo. La meditazione è anche energia, la
meditazione è anche forza; è una forza come le altre… ma molto sottile. Puoi
comprenderlo, facendo un piccolo esperimento. Sentiti il polso per un po’,
controlla la sua velocità. Poi chiudi gli occhi e medita sul polso per cinque
minuti... siine semplicemente consapevole – e controlla di nuovo la velocità.
Troverai un cambiamento nei suoi battiti, non saranno gli stessi di prima. Che
cosa ha prodotto la meditazione? L’energia della meditazione fluisce verso il
battito del polso e lo accelera. La meditazione è energia.
Un uomo sta camminando, seguilo, focalizza la tua attenzione sul suo collo,
guardagli fissamente la nuca; non fare altro, concentrati soltanto. Entro pochi
secondi vedrai che l’uomo si sentirà a disagio. Al 90%, entro due minuti si
girerà a guardare cosa succede. Tu non hai fatto niente, è bastata la
concentrazione, la meditazione… un’energia molto sottile è uscita dal tuo corpo
e l’ha toccato.
La meditazione è l’energia più
sottile. Anche i fisici sentono che la meditazione deve essere una forma di
energia. Non solo i fisiologi e gli psicologi, ma anche i fisici ammettono che
la meditazione è energia; perché sta lentamente diventando evidente che, se
guardiamo qualcosa meditativamente, quell’oggetto si trasforma; il semplice osservarlo lo
trasforma.
Se osserviamo un atomo, l’atomo non si
comporta nello stesso modo di quando non è osservato; il fatto che l’osserviamo
cambia il suo comportamento. Per esempio, se un uomo sta camminando da solo per
la strada, cammina in un certo modo, ma se improvvisamente arriva qualcun altro
e percorre la stessa strada, immediatamente il suo passo cambierà. Il
cambiamento può essere sottile, ma esiste. Se sei a casa tua e stai facendo il
bagno e improvvisamente ti accorgi che qualcuno ti sta spiando dal buco della
serratura, il tuo comportamento cambia. Cosa è successo? Questo cambiamento nel
comportamento umano è comprensibile, ma gli scienziati dicono che avviene un
cambiamento anche negli oggetti; anche gli oggetti si muovono in modo diverso.
Ci sono stati degli esperimenti di
meditazione sui fiori, nel laboratorio De la Barre, a Oxford. Qualcuno medita
amorevolmente su un fiore, mentre un altro fiore dello stesso tipo viene
lasciato senza attenzione. Nessuno medita sul secondo fiore; viene però
innaffiato, il sole lo scalda e qualsiasi altra cura è la stessa, ma, a causa
della meditazione, il primo fiore cresce e fiorisce molto di più, mentre il
secondo resta nano. Semi piantati meditativamente
nascono più in fretta di quelli seminati senza meditazione. Che cosa c’è di
diverso per i semi? Il fiore è stato influenzato dall’energia della
meditazione? Non c’è una connessione ovvia, ma sicuramente, a qualche livello,
c’è un’energia che lavora.
La meditazione è il cibo per il quarto
corpo. La meditazione che noi facciamo è un tentativo di svegliare il quarto
corpo.
Oltre questi quattro corpi, esiste il
quinto corpo, che i saggi chiamano il corpo di beatitudine. Quando uno
raggiunge il corpo di consapevolezza e
lo purifica con la meditazione, allora
emerge il corpo più trasparente.
Il corpo fisico non può mai essere trasparente,
perché la materia stessa di cui è fatto è molto densa; per quanto possa essere
purificato, per la sua stessa natura, non può diventare totalmente trasparente.
L’energia del prana è più trasparente, ma non
totalmente. Il corpo mentale può esser reso più trasparente di quello
energetico, ma comunque non totalmente. Il più trasparente è il corpo
consapevole – completamente trasparente. È così trasparente, che, non solo puoi
guardarvi, ma puoi anche camminarvi attraverso. È così trasparente, che non offre
alcuna resistenza.
La meditazione è l’energia più pura,
energia purificata al massimo. Se l’attraversi, non la senti neppure – nessuna
resistenza, nessuna ostruzione. Se sei nella pura energia della consapevolezza,
non potrai neanche accorgerti del quarto corpo. Ed è interessante che, non
appena entri nel corpo consapevole, invece di sentire questo corpo, sentirai il
corpo di beatitudine.
Cerca di capire. Il quarto corpo è
così puro, che non è visibile separatamente, come corpo. È come il vetro
purissimo che sembra essere invisibile. Se è visibile, vuol dire che c’è ancora
qualche impurità; solo se è puro sarà totalmente invisibile. Ma anche il vetro
è materia… può essere invisibile, non creare ostacoli per gli occhi, ma se lo
attraversi, vi batterai contro.
La consapevolezza invece è l’energia
più pura che sia stata mai scoperta, mai riconosciuta. L’energia più sottile,
raggiungibile per mezzo dello yoga o della meditazione, è la consapevolezza.
Così che, quando ti sveglierai totalmente, non ti accorgerai di questo
risveglio, ma di essere beato; oltre il corpo di consapevolezza, c’è il corpo
di beatitudine – solo il corpo di beatitudine può essere sperimentato. Il
quinto è il corpo di beatitudine. E i saggi hanno chiamato corpo anche questo;
non è il sé, è anch’esso un corpo. I saggi dicono che anche la beatitudine è un
corpo.
Cerca di capire alcune cose su questo
argomento. Innanzitutto, come ti ho detto, il quarto è il corpo più puro, ma
può anche essere impuro; sebbene sia il più puro, può diventare impuro. In noi
è impuro, è totalmente impuro. Viene purificato con la meditazione, diventa
impuro a causa dell’inconsapevolezza; diventa puro se siamo consapevoli e
impuro se non lo siamo. Così tutte le droghe fondamentalmente danneggiano il
corpo di consapevolezza. Possono far male anche agli altri corpi, ma questa è
un’altra cosa. Potrebbero anche far bene agli altri corpi, ma sono dannose per
il corpo di consapevolezza. L’alcol, qualche volta, può far bene al corpo
fisico, fino a un certo punto. E può anche succedere che l’alcol possa attivare
fortemente la tua energia vitale. Così, spesso, la gioia e la forza che senti
dopo aver bevuto dell’alcol appartengono alla tua energia vitale.
L’alcol può migliorare anche il
processo del pensiero, in un certo senso. Sembra che sia di aiuto per quelle
persone che vivono nei pensieri – poeti, scrittori, pittori, scultori – che
vivono di immaginazione, dando forma ai loro pensieri; per loro può essere di
beneficio, fino a un certo punto. Ma certamente danneggia il quarto corpo, non
gli apporta mai alcun beneficio, perché per il quarto corpo l’inconsapevolezza
è impurità, e la consapevolezza è purezza. Per questo corpo, qualsiasi tipo di
inconsapevolezza è dannosa. Esso può essere il più puro di tutti, ma può anche
diventare impuro; esistono entrambe le possibilità.
La cosa speciale circa il quinto
corpo, è che è il più puro. Non può diventare impuro. Ecco perché non c’è una
parola che sia l’opposto di beatitudine. La gioia è l’opposto del dispiacere,
la pace è l’opposto del turbamento, l’amore è l’opposto dell’odio, la
consapevolezza è l’opposto dell’inconsapevolezza, ma la beatitudine non ha
opposto. Beatitudine è l’unica parola che non abbia un opposto. Se qualcuno
volesse dire ‘non–beatitudine’, sarebbe solo la sua
assenza, non il suo opposto. ‘Non–beatitudine’ non ha
forma, non ha luogo, non ha esistenza.
Non c’è un’energia opposta alla
beatitudine; perciò il quinto corpo è puro. Così non c’è bisogno di far niente
per il quinto corpo. Quando il quarto è purificato, il quinto è disponibile. Il
quinto è sempre presente. È per questo che tutti sentite la beatitudine come un
diritto di nascita, che dovete averla – ecco perché la cercate. Nessuno si
chiede mai perché si cerca la beatitudine: “Che bisogno c’è, qual è lo scopo
della beatitudine?” Di ogni ricerca ci si può chiedere: “Qual è il suo scopo?”.
La ricerca della beatitudine è l’unica a proposito della quale non si può porre
questa domanda. L’indagine sembra senza senso.
Le persone mi dicono: “Perché dovremmo
cercare il divino? Perché cercare la verità? Qual è lo scopo della vita?”. Ma
nessuno viene a chiedermi: “Perché dovrei cercare la beatitudine? Qual è il suo
scopo?”. La beatitudine è data per scontata. Perfino la ricerca del divino è in
fondo ricerca di beatitudine: non c’è altro fine. La ricerca della verità è in
fondo ricerca di beatitudine. Se voi sapeste per certo che non ci sarà
beatitudine, dopo aver raggiunto la verità, sprofondereste nel dolore,
fermereste immediatamente la vostra ricerca. Non vorreste avere niente a che
fare con una ricerca così futile. Nietzsche sollevò
la questione. Spesso sollevava questioni profonde, che anche un buddha avrebbe trovato difficili da risolvere. Nietzsche chiese: “Se la beatitudine è la meta della vita,
e se vi sentite felici quando mentite, quando non siete sinceri, allora che
male c’è a farlo? Se lo scopo della vita è la beatitudine e la trovate nei
vostri sogni, allora perché continuare a cercare la verità o la realtà? Se la
beatitudine è lo scopo della vita, allora mettete da parte dio. Se la
beatitudine si può ottenere con l’illusione, allora di cosa ci preoccupiamo?
C’è solo una decisione da prendere: stabilire se la beatitudine è lo scopo
della vita o se non lo è.”
Moralisti e teologi non sono riusciti
a dare risposta alla domanda di Nietzsche. “Siete
sicuri che la verità non porterà dolore?” – chiese Nietzsche.
“Perché – dice il filosofo – la nostra esperienza dimostra che la verità è
molto amara e che crea molti problemi. Avete proprio deciso che l’illusione
porterà sempre difficoltà e sofferenza? La nostra esperienza quotidiana è che
l’illusione è molto piacevole! Perché cercate di distruggere i sogni della
gente? – visto che questi sogni possono essere anche belli e piacevoli.
Naturalmente ci sono pure gli incubi, ma uno se ne può sempre liberare e
rendere eterni i sogni gioiosi, senza mai interromperli.
Allora dove sarebbe il bisogno di
qualsiasi ricerca?”
Questo ha messo in imbarazzo i teologi
– i teologi, non i saggi. Il saggio dice: “I sogni non possono mai essere resi
eterni. Il piacere sarà seguito dal dolore, essi sono collegati fra loro. Se
qualche volta ottenete una gioia dal falso, è perché il falso vi dà l’illusione
di essere reale. Se vi succede di avere barlumi di felicità dal falso, è perché
il falso afferma di essere il vero. È questa la ragione per cui nessun bugiardo
ammette di esserlo, dichiarerà sempre di essere sincero. Infatti solo un
bugiardo afferma di essere sincero, mentre la verità non ha bisogno di
dichiarazioni”. Le bugie devono usare la maschera della verità. Se i sogni
vogliono sopravvivere, devono creare l’illusione di essere la realtà e
affermare di non essere sogni.
La beatitudine non è la gioia, perché
la gioia è essenzialmente connessa al dolore. La beatitudine non è un sogno,
perché i sogni sono destinati a essere disturbati. E qualcosa che può essere
disturbato non è la beatitudine, poiché non c’è l’opposto della beatitudine che
possa disturbarla. La beatitudine è non–duale e sola.
Quindi, la ricerca della beatitudine esiste, perché è il nostro ultimo corpo –
ma è ancora un corpo.
La ricerca dei saggi è così sottile,
che non ha paragoni. Anche loro chiamano la beatitudine corpo. Perché? Dicono:
“Finché non conoscete la beatitudine, non avete raggiunto quello che vale
ottenere; e, finché sarete consapevoli del vostro sapere, la dualità continuerà
a essere presente – colui che conosce è ancora separato dalla cosa conosciuta”.
Tu dici: “Sono beato”. Due cose sono
evidenti: colui che sente e l’oggetto del sentire. Così la beatitudine è anche
una guaina intorno a te e tu sei al centro, consapevole della beatitudine. Non
appena avviene questo risveglio… e questo è un risveglio più sottile e
difficile del primo… Ti ho detto che la meditazione è il cibo del corpo
consapevole; la liberazione dalla mente avviene per mezzo della consapevolezza.
Se uno diventa consapevole del corpo di beatitudine, trascende anche la
beatitudine e raggiunge la sua essenza. Allora non è il corpo, è il sé.
Ma svegliarsi dalla mente – sebbene
molto difficile – è facile rispetto allo svegliarsi dalla beatitudine, perché
questo non desideriamo farlo.
Chi vuole svegliarsi dalla
beatitudine? La beatitudine è stata l’aspirazione di tutta la nostra vita – per
molte vite. Chi desidera separarsi dalla beatitudine? Uno può desiderare di
liberarsi dai ceppi, dalle sue catene di ferro, ma nessuno vuol lasciar cadere
delle catene d’oro. E la beatitudine non sembra una catena, si presenta come un
gioiello con pietre preziose. Ma i saggi dicono che anche questa è una catena.
E ricordati che una catena di ferro non è così forte come la catena d’oro con
pietre preziose, perché lo stesso prigioniero non vuole liberarsi da questa
catena d’oro. Il che rende la catena d’oro più forte.
Il corpo di beatitudine è l’ultima
cosa. Perciò, quando la gente chiedeva a Buddha:
“Cosa succede nel nirvana? Ci sarà la beatitudine nel nirvana?”, Buddha rispondeva: “Voi non sarete là, come può esserci la
beatitudine? Non ci sarete né voi, né la beatitudine.”
Questo è molto interessante, che ci
voglia una dualità, per provare la beatitudine, che ci sia bisogno di qualcuno
dentro che viva la beatitudine. Ogni esperienza avviene all’esterno – ogni
esperienza; colui che la vive è all’interno. Ma possiamo quindi parlare di
‘soggetto dell’esperienza’, quando c’è assenza di esperienza? Se non c’è
nessuna esperienza, come potete parlare di un soggetto? Così Buddha dice: “Entrambi spariscono – qualcosa rimane, ma non
sei tu; qualcosa rimane, ma non la beatitudine.”
Se il corpo di beatitudine rimane,
allora si rinasce nella beatitudine – ma si nasce di nuovo, la vita non
finisce. Uno rinasce pieno di beatitudine. La vita è una danza, la vita è
beatitudine – ma la vita è là. Il nirvana arriva con l’annichilimento del corpo
di beatitudine.
Come svegliarsi dalla beatitudine? Ora
come ora non conosciamo la beatitudine, ed è difficile capire la rinuncia a
qualcosa che non conosciamo. Come possiamo lasciar andare quello che non
abbiamo? È come chiedere a un mendicante di rinunciare a un trono. Il
mendicante chiederà: “Dov’è il trono al quale devo rinunciare? Possiamo parlare
di rinunce più tardi, prima ditemi dov’è il trono. Prima voglio godermelo,
voglio sedermi sul trono”.
Ma parlare di abbandonare questa
beatitudine fin dall’inizio ha una sua utilità. Se siete consapevoli, anche
prima di avere il trono, che dovrete rinunciarvi, allora il trono non avrà quel
fascino ipnotizzante. Dopo tutto è un trono che dovrà essere abbandonato.
Bayazid era un
mistico sufi che era solito dire ai suoi discepoli:
“Ricordatevi sempre questo mantra: che dovete
rinunciare a ogni esperienza, qualsiasi essa sia.”
Hassan, un discepolo
di Bayazid, gli chiese: “Anche se è l’esperienza di
dio?”
Bayazid rispose:
“Ricordati, anche questa deve essere abbandonata. Devi continuare a rinunciare
a tutto, finché non rimane niente, non fermarti fino a quando non resta niente,
perché posso dirti che quando niente è rimasto, là ci sarà dio. Prima di quel
momento, dio te lo sei creato tu. Continua a rinunciare a tutto.”
Il mondo esiste finché ci sono
esperienze. Ogni esperienza, anche quella più sottile, appartiene al mondo.
L’esperienza della beatitudine è anch’essa parte del mondo.
I saggi hanno fatto delle affermazioni
meravigliose. È stupefacente che siano esistite persone così coraggiose. E,
mentre queste persone straordinarie descrivevano esperienze tanto
rivoluzionarie, accadde una cosa strana, cioè persone, che certo rivoluzionarie
non erano, si riunirono intorno a loro! Strano, perché sembra che non capissero
neppure quello che udivano. Il saggio dice: “Quando l’anima, in collaborazione
coi quattro corpi, rimane nell’innocenza della sua causa, come il seme di un
grande albero…”
Quell’innocenza di
qualsiasi causa inerente è chiamata corpo di beatitudine. Questa viene detta
innocenza di base. Il grande albero è nascosto nel seme e finché il seme non si
spacca, l’albero non nasce. Allo stesso modo, lo strato più vicino al sé, il
più profondo e quindi il primo, è il corpo di beatitudine. Ma sono
stupefacenti, quelli che dicono “rimane nell’innocenza della sua causa”, e quell’innocenza si chiama corpo di beatitudine.
Il corpo di beatitudine è il guscio
del sé, come il guscio di un seme. E finché quella beatitudine non è trascesa,
l’anima, il sé, non viene raggiunto; finché non si rompe il seme, non può
nascere nessun albero. Quelli che credono che i saggi indiani stiano cercando
la beatitudine, si sbagliano. I saggi dell’India stanno cercando quello stato
in cui anche la beatitudine è stata abbandonata come una cosa priva di valore,
che non serve più. Finché c’è bisogno di beatitudine, finché viene desiderata,
finché ti interessa, la tua povertà continua. Sarai un imperatore solo quando
avrai rinunciato alla beatitudine, così come un seme rinuncia al suo guscio.
Questi sono i cinque corpi.
Raggiungere il quinto vuol dire trascendere, perché, non appena sei arrivato al
quinto, sarai così vicino al divino, che ne sarai risucchiato. A quel punto non
si deve far niente. È come quando un fiore galleggia vicino a un mulinello:
piano piano si avvicina e, appena tocca il primo strato
o la circonferenza del vortice viene risucchiato nel gorgo, va nel profondo ed
è sommerso.
Lo sforzo umano è necessario per
raggiungere il quinto corpo, ma non viene richiesto nessuno sforzo per andare
oltre. Perciò colui che mentre sta facendo i suoi sforzi per raggiungere il
quinto corpo si tiene in mente che è la grazia, la benevolenza, la gentilezza e
la compassione del divino che lo attirerà da quel momento in poi, dal quinto in
poi, quella persona viene aiutata dalla grazia. Ma se uno, nello sforzo di
arrivare al quinto, comincia a pensare che può farcela da solo, allora, tanto
per cominciare, gli diventa difficile anche raggiungere il quinto. E anche se
arriva al quinto, nella sua vanità potrebbe pensare: “Se sono riuscito a fare
tanto, allora posso anche trascendere il quinto. Se sono arrivato così lontano,
perché avrei bisogno della grazia del divino?”. Allora può succedere che resti
proprio sulla soglia, senza che la forza di attrazione possa toccarlo, possa
esercitare il suo potere su di lui, perché la sua ricettività è essenziale
affinché la forza funzioni – deve essere pronto a essere risucchiato dentro,
solo allora la forza lo attira.
Quindi non la chiamiamo forza di
gravitazione, la chiamiamo grazia. C’è una ragione per farlo. La gravitazione è
del tutto meccanica, l’attrazione è meccanica. Un magnete non deve essere
pronto perché un magnete più grosso lo attiri. Da parte del magnete piccolo non
c’è bisogno di essere pronti. Una pietra potrebbe non desiderare di essere
risucchiata, ma se la lasci andare la terra l’attirerà verso il basso.
Per questo motivo abbiamo chiamato
grazia questa forza; non è meccanica. È necessaria una preparazione per
ricevere questa grazia… le mani devono essere aperte, protese a ricevere; solo
allora può succedere questa grazia.
La realizzazione di questa grazia è la chiave
per trascendere il quinto corpo, per entrare nel sé immateriale.
Osho, tratto da: The
Way Beyond Any Way
TRASFORMAZIONE
INTERIORE
di Swami Veeten
Queste considerazioni di Veeten, che si riallacciano al tema delle pagine
precedenti, forniscono di certo buoni spunti per una riflessione sul valore
reale delle nostre esperienze sul percorso verso l’illuminazione.
Non
che lo sbocciare della mia spiritualità sia stato particolarmente ricco di
doni, mi interessa però parlarne apertamente, in modo da superare un vecchio
tabù, rispettato dai sannyasin di Osho per molti
anni: un tacito accordo di non parlare in maniera esplicita delle estatiche, ma
talvolta paurose, esperienze interiori che si incontrano facendosi trascinare
dalla corrente di beatitudine che si snoda sul percorso del risveglio
interiore.
Ci
sono ragioni valide per questo silenzio collettivo, convalidate dallo stesso
Osho, in quanto agli inizi il ricercatore è quasi sempre sopraffatto da
esplosioni di luce interiore, rapimenti estatici, satori
accecanti come lampi, esperienze di vite passate, viaggi astrali, spasmi
d’estasi e d’agonia al risveglio della kundalini –
tutte cose che al contempo lo spaventano e lo esaltano. E quando queste cose
succedono veramente – e non sono solamente delle fantasie spirituali, dolci e
irresistibili bocconi avvelenati sparsi sul sentiero di ogni viaggio interiore
– la spinta a condividerle con gli altri porta ben presto in una palude piena di
trabocchetti dell’ego. Dietro al bisogno fin troppo umano del ricercatore
spirituale di condividere, si nasconde un pericoloso desiderio infantile di
essere al centro dell’attenzione, una spinta profonda a raccogliere “punti
illuminazione” di cui quasi sempre l’individuo stesso è innocentemente
inconsapevole. Fidatevi, è successo anche a me.
Quando arrivai a Puna
la prima volta, nel ‘79, ero un ricercatore, ormai maniacale, nel campo
dell’esoterico: da anni mi nutrivo di polverosi libroni di teosofia dove – fra
mappe dettagliate delle avventure della kundalini –
si cantavano le lodi di esperienze extracorporee, vite passate e aperture del
terzo occhio. Ero, consapevolmente, un intellettuale che aveva letto troppo,
ipersensibile alla minima brezza emozionale, con un intimo anelito che mi
portava a cercare un sollievo – quasi suicida – negli scritti di mistici
scomparsi ormai da tempo (quale significato ha mai la vita, senza purificarsi
al fuoco del Signore???).
La prima volta che lessi le parole di
Osho iniziai a piangere, fra gli scaffali solitari e l’odore di stantio di una
biblioteca universitaria: in quelle lacrime fui toccato dell’alito d’amore del
maestro e il sussurro, amorevole e finale, della sua verità mi scosse fin nelle
ossa. Qualche mese più tardi arrivai a Pune, dove il
mio cuore, come una timida falena, incontrò quella fiamma vivente. Quando poi,
qualche giorno dopo, la sua grazia scese finalmente su di me nel nostro primo
colloquio faccia a faccia, non seppi più se ero all’inferno o in paradiso. I
fuochi primordiali di energia inconscia che furono accesi in quell’incontro continuarono a divampare al mio interno
giorno e notte, impedendomi di dormire per mesi. Come un novello Giona
inghiottito dalla balena, mi ritrovai naufrago in un tempestoso oceano di
estasi e terrore. Quasi che anni, o forse vite, passati bramando il divino
avessero aperto, piano piano e senza farsene
accorgere, una porta a me prima sconosciuta in fondo all’anima. Una porta che
dava su un altro mondo, i cui selvaggi venti e strane perturbazioni mi
trovavano totalmente impreparato.
I soliti muri psicologici, che avevano
inconsapevolmente definito e filtrato l’inconscio nella mia cosiddetta
normalità, crollarono e io mi ritrovai per qualche tempo a girare su me stesso
nel puro vuoto, come una banderuola segnavento in mezzo alla tempesta. Anche se
avevo avidamente letto per anni su simili argomenti, e forse persino desiderato
da vite e vite un’esperienza simile, quando l’intima corrente di luce prese –
per così dire – fuoco, mi spaventai a morte. Tanto per cominciare durante le
tranquille letture e le nebulose, nobili fantasie del ricercatore spirituale
non si riesce ad cogliere in pieno che la fiamma viva della tua corrente
divina, una volta risvegliata, ti afferra, ti possiede con una tale intensità –
un torrente in piena di vita – che tu preghi perché si fermi. Quando, nei tuoi
sogni ad occhi aperti, fantastichi della fiamma della vita… se scalda troppo
puoi sempre spegnerla, non così nella realtà! Uno dei motivi profondi per cui un
ricercatore ha bisogno di un maestro vivente è proprio per la necessità che ha
di essere consolato – invitato ad arrendersi con gioia a questa spaventosa
possessione quando accade nella realtà.
Questa almeno fu la mia esperienza.
Per settimane fui ubriaco di un vino che mi introdusse nel mondo delle energie
sottili, bruciai in orgasmi esistenziali che quasi non riuscivo a reggere, il
mio corpo cadeva improvvisamente in tremori quasi epilettici mentre le mie
tensioni inconsce venivano purificate. Spontaneamente iniziai a canalizzare
pagine e pagine di vaneggiamenti dal suono vagamente biblico, a metà fra il
sermone della montagna e Abramo in acido : “Hai risvegliato il fuoco della tua
anima, il sole del Signore camminerà con te…”
In mille modi il mio subconscio stava
liberandosi da vite e vite di zavorra mentale e dalle macerie del passato,
mentre la nave della mia normalità stava affondando. Non potevo controllare
nulla, ero risucchiato in un vortice interiore pieno di buio e di luci,
trascinato nell’estatica corrente di un eterno attimo preorgasmico.
Ero in estasi… e sull’orlo della follia.
Al di sotto di queste eruzioni però,
invisibile persino ai miei stessi occhi, l’ombra del mio ego si alimentava di
queste “illuminazioni”, cercando, egualmente bramosa, sia l’attenzione ingenua
che i commenti sarcastici di chi mi stava intorno. Con chi sembrava facilmente
impressionabile dall’elettrica corrente che vorticava al mio interno, il mio
ego si paludava nel mantello di una divina umiltà. Chi invece storceva le labbra
in ironica e scettica derisione, era facilmente perdonato dall’alto della mia
saggezza, mentre magari borbottavo con cristica
compassione: “Perdona loro padre, perché non sanno ciò che fanno”.
Durante questo bizzarro battesimo del
fuoco, scrissi a Osho più volte, inviandogli pagine e pagine di irrefutabili
rivelazioni di un sé superiore – sognando, nel mio profondo, non solo la sua
benedizione, ma anche naturalmente un riconoscimento quale suo figliolo
spirituale, ed erede nei reami dell’invisibile. Ah, come stavo deliziosamente
porgendo il collo del mio ego, steso sul ceppo, alla sua mannaia zen! Per
fortuna il colpo fu lieve, devastante per le dimensioni del mio ego – un Gargantua dei corpi sottili – ma leggero: su un piccolo
foglio di carta bianca, nitidamente dattiloscritta, stava la semplice frase di
risposta ai miei channeling profetici: “Continua a
svuotare la mente”.
“Cosa?” si infuriò il mio ego “Non si
è accorto del sublime stato di consapevolezza al di là della mente dal quale mi
sono pervenute queste profetiche parole?!”. Poi all’improvviso, nella densa
nebbia dell’orgoglio ferito, riuscii a scorgere – nascosto dietro il mio ego –
il bambino che si lamentava perché nessuno gli dava attenzione.
Impavido, e ciononostante scosso dalle
strane correnti interiori che continuavano a possedere il mio corpo – qualcosa
stava veramente succedendo! – scrissi a Osho riguardo alle continue pulsazioni
che avvertivo nella testa, una specie di maglio psichico che mi colpiva alla
sommità del cranio ogniqualvolta mi rilassavo. Intimamente ero sicuro che mi
avrebbe mostrato al pubblico elogio, come un suo fedele discepolo ormai agli
ultimi stadi dell’apertura del settimo chakra.
E lui cosa fece? Quel dannato
fogliettino di carta con la sua risposta, lungi dal riconoscere che i miei
erano sintomi di estasi ancora più alte, diceva solamente: “Vai da un medico”.
Andare da un dottore? È questa la
maniera di riconoscere le stimmate di un gigante dello spirito? Comunque,
seppur sempre più vergognoso e infuriato nel ricevere da Osho queste risposte
terra terra, andai da un medico. Dopo tutto c’era una
parte di me spaventata da quello che succedeva. Naturalmente il dottore non
riuscii a trovar nulla di sbagliato dal punto di vista fisico, soprattutto
perché qualunque cosa stesse succedendo sicuramente non agiva sul piano fisico.
Sapevo che stava succedendo qualcosa molto al di là della portata della mia
mente razionale, ma non riuscivo ad accorgermi di come il mio ego megalomane si
stava sottilmente nutrendo di tutto questo in maniera per così dire spirituale.
La sera stessa, durante il discorso,
in una sincronicità divina dove le domande hanno risposta ancora prima di
essere formulate, Osho parlò di come egli dovesse in continuazione polverizzare
l’ego che contaminava le esperienze interiori del ricercatore spirituale,
mettendo in evidenza la necessità, per quest’ultimo,
di non condividere all’inizio le sue esperienze. Quando la fiamma
dell’inconscio si è risvegliata e inizia a purificare i corpi sottili del
ricercatore, la profonda necessità dell’ego spirituale di dichiararsi può
sopraffare chiunque. In realtà, il dichiarare se stessi illuminati dopo i primi
pochi satori è una pericolosa malattia spirituale,
che di recente sembra abbia assunto proporzioni epidemiche.
Sto parlando ora del mio sviluppo
interiore perché non solo sono in una situazione di chiarezza interiore che mi
fa sentire che posso farlo, ma anche perché esiste un urgente bisogno, fra chi
viaggia sullo stesso sentiero spirituale, di condividere le mappe reali del
paesaggio interiore, i trabocchetti, le spaventose ma estatiche aperture, le
pietre miliari del risveglio interiore. Una delle ragioni per cui la recente
epidemia di false illuminazioni non è riconosciuta come tale, è semplicemente
perché chi sa – chi per anni è cresciuto interiormente sotto la guida di Osho,
abbastanza da poter vedere la ridicolaggine di simili dichiarazioni da parte di
persone che hanno appena iniziato il lavoro sul loro percorso spirituale – al
riguardo non vuole parlare.
Ma è possibile parlare anche prima di
essere illuminati, e ritengo che più condividiamo, più chiarezza ci sarà fra di
noi e saremo in grado maggiormente di distinguere fra ciò che è reale e ciò che
è semplicemente immaginato.
Noi condividiamo sì la nostra gioia, le
nostre risate, il nostro amore e i nostri abbracci, ma non condividiamo alcuna
distinzione, intuizione o chiarezza; quasi fossimo persone dotate di una sola
ala: con un cuore meravigliosamente soffice, vulnerabile, aperto e fiducioso;
ma con un occhio interiore – per distinguere, intuire ed esser chiari – ancora
cieco.
E senza il sorgere di questa chiarezza
interiore la nostra fiducia è più spesso ancora ingenuità, e il nostro amore
rimane sentimentalismo annacquato, invischiato in una rete di bugie new age che minano la nostra crescita reale.
Per queste e altre ragioni, vorrei
portare alcune delle mie esperienze nel risveglio dei corpi sottili alla
corrente di luce, sperando che anche altri vogliano condividere le loro
esperienze – senza bisogno di dichiararsi illuminati. Rimaniamo semplici
ricercatori sullo stesso cammino spirituale e lasciamo che la nostra
intelligenza ci guidi.
Sebbene Osho parli, nelle Sarvasar Upanishad commentate
nelle pagine precedenti, del risveglio successivo dei quattro corpi – energetico,
mentale, di consapevolezza e di beatitudine – nella mia esperienza questi
risvegli sono raramente separati e in successione, bensì sovrapposti e
frammisti, così come nel corpo fisico i muscoli si fondono coi nervi, con le
ossa, con la pelle e coi legamenti. Vengono separati per meglio capire i
dettagli della loro composizione, ma in realtà il loro aprirsi è spesso in
simultanea. Le modalità per questa apertura saranno radicalmente differenti da
una persona all’altra. Man mano che si diventa capaci di assorbire quantità
sempre maggiori di forza vitale, la sensibilità psichica della tua unicità in
quanto individuo sboccia in maniere che dipendono dalle doti intrinseche e dai
condizionamenti karmici del tuo viaggio di vite e
vite. Un pittore può scorgere l’aura, o il fiorire dell’energia di luce che
circonda il corpo fisico, un musicista diventerà più sensibile ai suoni e sarà
capace di sentire risuonare la bugia o la verità nella voce degli altri,
l’amante sarà capace di percepire le onde di energia emozionale che si
irradiano pulsando da persone, animali e alberi. Ciascuno diventerà, in maniera
quasi intollerabile, sensibile, vivo, sveglio, in sintonia con le facoltà che
ha usato maggiormente in passato.
Tuttavia, nonostante l’ampia diversità
dei segni immediati di questo risveglio all’interno del corpo energetico, il
principio fondamentale rimarrà lo stesso – una reale apertura psichica al mondo
delle energie invisibili influenzerà coi suoi cambiamenti tutti i nostri corpi
simultaneamente. Non saremo più la stessa persona: le strutture difensive della
personalità crolleranno e ne sorgeranno di nuove create consapevolmente, le
caratteristiche stesse del nostro relazionarci col mondo diventeranno
totalmente differenti. Dico questo perché ho incontrato così spesso ricercatori
spirituali in stati illusori di fantasie psichiche, che vedono l’aura, che
tremano estaticamente col sorgere della kundalini, che cavalcano le correnti telepatiche dei
pensieri e dei sentimenti altrui, e nulla in loro è cambiato.
Inoltre il risveglio del corpo
energetico raramente succede all’improvviso, perché l’infusione interiore di
luce nei circuiti di questa invisibile ragnatela di energia che avvolge il
corpo fisico come una nuvola, crea davvero un grosso impatto a molti livelli,
che potrebbe anche danneggiare, se troppo repentino, la capacità degli
individui di comprendere e di funzionare all’interno di questo esasperato stato
di sensibilità. In effetti il risveglio delle energie sottili all’interno di
ognuno dei quattro involucri – energia, mentale/emozionale, di consapevolezza e
di beatitudine – avviene generalmente in dosi omeopatiche, guidato da un sé
superiore che permette solo un assorbimento limitato, volta per volta.
Io stesso soffrii per molti anni di
brevi attacchi epilettici nel corpo sottile, dolorosi spasmi energetici ed
emicranie praticamente insopportabili come risultato della mia avidità per uno
sviluppo spirituale sempre maggiore. Se hai questa predisposizione,
un’impazienza molto comune nel mondo contemporaneo – un’avidità tutta americana
che vuole ogni cosa, come il caffè istantaneo,
immediatamente – ti troverai molto facilmente a portartela dietro anche nel
viaggio spirituale. Una fame che ti forzerà ad avere troppo e troppo presto,
incurante dei costi, e potrai così aprirti alle selvagge correnti della grazia
prima che i corpi di livello inferiore siano purificati e ricettivi abbastanza
per assorbirla. Si impara con pazienza, nel bene e nel male.
Perché quando questa ondata di piena
interiore arriva veramente, e non solo nella fantasia come succede spesso, può
davvero far paura, perché la sensazione è quella di esser spazzato via da un
orgasmo di tutto il corpo che ti travolge in un inebriante vibrazione quasi
elettrica al limite del sopportabile, e tu sei perso. E sebbene si desideri
ardentemente una simile, estatica piena interiore, quando succede veramente fa
paura.
Il risveglio del mio corpo energetico
iniziò fin dalla nascita, creando stati interni di paranoia e di fusione
spirituale che mi lasciavano totalmente esterrefatto, solo e tagliato fuori da
ogni possibilità di condividere un mondo che nessun altro poteva vedere o
sentire: non solo vedi gli alberi, ma ti accorgi anche del cuore vibrante delle
loro distinte personalità, i cristalli iniziano a vibrare con toni e frequenze
simili alla musica, e le persone di fronte a te diventano sempre più
trasparenti emozionalmente in modi che spesso ti
confondono: ti accorgi di ciò che loro davvero sentono, al di là delle maschere
sociali che inconsciamente o meno stanno indossando. Non solo il loro stato
psichico o emozionale ti colpisce con la forza di un temporale ai tropici ma
anche le vibrazioni – più spesse – dei loro dolori fisici creano spesso dolori
corrispondenti nel tuo corpo. Fino a quando non ho imparato a ritrarre,
ispessire, cristallizzare e proteggere il mio corpo astrale continuai a
soffrire spesso dei disturbi emozionali e fisici di chi incontravo, ritenendo
che fossero i miei propri. Non che non avessi problemi di mio, non
fraintendetemi.
Per un bambino questo è un fenomeno
bizzarro che porta a una specie di schizofrenia sociale: ti accorgi delle reali
ferite interiori delle persone, ma li vedi ridere del tutto inconsapevoli che
esistano, ascolti persone che si stanno confidando delle verità e sai che stanno
mentendo, sei intuitivamente consapevole di cose che loro negheranno con tutte
le forze o ti malediranno se le riveli. Nessuna meraviglia che per la maggior
parte della mia adolescenza non riuscissi per lo più a parlare, ma potessi solo
balbettare confuso. Nessuno mi avrebbe creduto. Aprire bocca sarebbe stato
dichiarare che ero matto. Tutto quello che provavo, udivo o vedevo non poteva
essere detto in un mondo dove la stragrande maggioranza delle persone non ha
nessun contatto col mondo interiore. Una simile capacità cambia totalmente la
maniera di essere con se stessi e il mondo.
Quando ci si apre e ci si purifica
molti processi interiori cambiano automaticamente. La sessualità si libera da
condizionamenti esteriori – presi da Playboy o da romanzi romantici, oppure che
portano alla ricerca di surrogati di mamma e papà – e si apre a quella
elettrizzante chimica che accade in presenza delle persone più strane.
Innamorarsi non è più un’esperienza legata ai parametri sociali di posizione,
apparenza fisica o successo sui quali l’inconscio era programmato. Per la prima
volta si è capaci di ascoltare, e di accorgersi quando l’altro sta veramente
ascoltando. Ancora oggi mi meraviglio di come la gente riesca a riempirsi a
vicenda le orecchie di chiacchiere, ignara del fatto che l’altra persona o è
annoiata, o sta aspettando impaziente di poter dire la sua, o si è persa in
fantasie.
Il vantaggio più bello, comunque, del
risveglio del corpo energetico è una tremenda sensibilità alle emanazioni di
una consapevolezza più alta. Si è sopraffatti dalle pulsazioni estatiche che
circondano un illuminato. Quando il corpo energetico è risvegliato e
purificato, un essere illuminato può essere sentito con la stessa pratica
chiarezza con cui si può dire se in una stanza la luce è accesa o spenta.
Personalmente ebbi bisogno di parecchi mesi per poter sedere in presenza di
Osho e assorbire le sconvolgenti radiazioni del suo corpo di luce.
Col tempo mi sono accorto però che
pochi possono veramente provare queste sensazioni da un punto di vista
esistenziale: molti sono incapaci di distinguerle internamente dalle influenze
inconsce delle loro proiezioni romantiche, illusioni e condizionamenti.
Lo realizzai quando Osho nell’84 – a Rajneeshpuram, in Oregon – dichiarò illuminate una ventina
di persone. Fu per me come una bomba, mi sconvolse a vari livelli, non ultimo
il fatto che avevo lavorato fianco a fianco con alcune di queste persone e non
mi ero accorto proprio di nulla.
Voglio dire che, sebbene l’arte di
entrare in sintonia con le vibrazioni dell’altro richieda sì tutto un
procedimento di pulizia mentale, di apertura delle antenne astrali, di ascolto
a cuore aperto, mi sembrava impossibile non aver notato affatto l’esplosione
atomica di luce che avverto intorno ad un illuminato.
Nei giorni seguenti feci di tutto per
entrare discretamente in contatto con 6 o 7 di questi nuovi risvegliati:
sedendomi al loro fianco a pranzo, sintonizzandomi con loro come uno Sherlock Holmes dell’esoterico,
abbracciandoli – ma non avvertivo nulla: il loro corpo mentale/emozionale era
in disordine come quello del loro vicino… e allora, forse che Osho diceva
bugie? E perché?
Ero veramente senza un punto di
riferimento: ne parlai con qualche amico, e fui sconvolto nello scoprire che
nessuno notava alcuna differenza di energia fra Osho e questi nuovi illuminati.
Alcuni mi risposero con un caramelloso: “Non è splendido che stiamo diventando
tutti illuminati?” altri mi ripetevano a pappagallo la frase d’obbligo in
questi casi: “Osho sa cosa sta facendo, chi credi di essere per metterlo in
discussione?” E qualcuno mi disse davvero di sentire nuove, meravigliose onde
di energia provenire da queste persone, totalmente cambiate.
Tempi duri per me, nessun altro si
accorgeva di quello che io percepivo così chiaramente, e la dichiarazione di
Osho mi dava torto. Durò tre mesi, finalmente una sera Osho nel discorso
dichiarò che tutto questo affare di quella ventina di illuminati era stato solo
un grande scherzo.
A quel punto, in quella prova del
fuoco, la mia chiarezza si cristallizzò, permettendo alla mia capacità critica
di diventare come un faro in questo viaggio nella scura notte del corpo
mentale/emozionale. Ciò che voglio porre in rilievo con questa storia è che il
mondo dell’energia è di base un mondo di sogno, dove è facile davvero perdersi
in fantasie spirituali. Per percorrerlo c’è bisogno di interrogarsi senza
pregiudizi su tutto ciò che si sta “vedendo”, di senso dell’umorismo per non
prendersi troppo sul serio e della capacità di discriminare fra ciò che è vero
e ciò che è fantasia.
Il mondo astrale esiste davvero, il
corpo energetico è la sua porta, ma è parte di questo mondo di sogno, e l’ego
qui può prendere il volo e perdersi per sempre. Ne ho visti molti che si sono
dichiarati illuminati dopo che un satori da asilo
infantile li aveva risvegliati al mondo dell’energia; coinvolgendo così anche
ricercatori assetati e creduloni. Ma questa ingenuità non è innocenza, è
stupidità, vaghezza, pigrizia a risvegliarsi alle reali difficoltà del percorso
spirituale. Solo affinando le capacità di discriminazione si arriva a una
chiarezza meditativa e senza giudizio.
“L’esperienza
dell’illuminazione è un tale grande shock per il tuo corpo, per la tua mente,
per tutto il tuo insieme. È esattamente come una fulminazione. Tutto ciò che
eri stato prima viene semplicemente distrutto. Lo shock è tale che potresti
dimenticare di respirare, potresti non accorgerti che il tuo cuore si è
fermato. Essere preparati è necessario non per l’illuminazione in sé, ma per
assorbire questo shock.
C’è
bisogno di prepararsi non tanto per raggiungere l’illuminazione, ma per fare in
modo che quando arriva, tu non cada a pezzi ma rimanga centrato, silenzioso e
in pace, permettendo così che questa grande esperienza accada. Ma non ti distrugga.
La tua preparazione è necessaria per salvare la tua vita da questa grande
esperienza.”
Osho:
The Great Pilgrimage from Here to Here
Riceviamo
e volentieri pubblichiamo questa lettera di Anando,
che è stata per tanti anni la segretaria di Osho.
Osho onora Tamo-san
con una pioggia di petali di rosa
Mi è stato chiesto di recente di
rispondere a due seguaci di Tamo-san, l’anziana bella
signora giapponese, la cui illuminazione fu riconosciuta da Osho. In un
articolo apparso in una rivista sannyasin
australiana, questi seguaci hanno erroneamente dichiarato – di certo con le
migliori intenzioni – che Osho aveva detto che, dopo aver lasciato il proprio
corpo, sarebbe entrato in quello di Tamo-san.
Inutile precisare che Osho non lo
disse. Ve lo immaginate, dopo tutte le difficoltà avute col suo corpo,
desiderare di entrare in un altro – per giunta più vecchio – e che non parla
neppure la lingua della maggior parte della sua gente?
Poiché ero la segretaria di Osho, a
quel tempo fui assegnata a seguire i suoi rapporti con Tamo-san,
e sono così una testimone diretta degli avvenimenti.
Quando ho letto l’articolo, ho sentito
che questo entusiasmo dei suoi seguaci era il risultato di un’informazione
sbagliata e di un fraintendimento fra l’essere illuminati, che ho sentito Osho
definire come “diritto di nascita” di tutti noi, e l’essere ciò che Osho chiama
“al di là dell’illuminazione”, che è qualcosa di totalmente diverso.
Così, prima di rispondere, sono andata
a controllare quelli che io ho soprannominato gli Akashics – gli appunti di tutti i
messaggi di Osho.
Ho trovato la corrispondenza tra Osho
e Tamo-san così affascinante e così significativa –
rispetto ad argomenti quali l’illuminazione, di cui oggi si sente tanto parlare
in giro – che ho pensato fosse arrivato davvero il momento giusto di portarli
alla conoscenza di tutti quanti.
Tamo-san arrivò a Pune, dal Giappone, nel 1988. Osho seppe che era una famosa
veggente, la quale, sentendo che Osho era stato avvelenato, era venuta per riuscire
a vedere lui, un buddha vivente, prima che morisse.
Quella sera, in Buddha
Hall, Osho la cosparse di petali di rosa. Le dette anche un documento dove
riconosceva la sua illuminazione, e dove c’era una nota: “Io so, e anche tu
certo saprai, che c’è un altro passo da fare – andare oltre l’illuminazione e
diventare il nulla.”
Il giorno dopo Tamo-san
mi disse di riferire questo a Osho: “Non c’è niente oltre l’illuminazione.” Mi
disse anche che non capiva perché lui doveva stare in alto, sul podio e lei
giù, sul pavimento.
Osho mi dettò questa risposta da
consegnarle: “Quando dici C’è, rimani
nel positivo. Il positivo ha un confine, è limitato. Questo è un argomento
complicato che costituì la base della disputa che il Buddhismo
ebbe con l’Induismo e l’Esistenzialismo. Buddha aveva assolutamente ragione, il positivo è limitato
e, alla fine, l’esistenza diventa una. Il positivo da solo non è sufficiente. Buddha, per esprimerlo, usò parole come ciò che è, quidditas,
l’essenza, lo stato di fatto delle cose. Il negativo è infinito, non ha
confini. Ecco perché Buddha lo chiamò Nirvana. Prima
viene l’illuminazione; dove c’è una certa chiarezza rispetto alle cose. Ma
l’illuminazione è positiva, è un’esperienza, colui che la sperimenta è ancora
lì. Dopo, viene la realizzazione del nulla, l’infinito nulla dell’esistenza.”
Allora Osho mi spiegò (questa
citazione è dai miei appunti): “Lei dice, ‘Non c’è niente oltre
l’illuminazione’. Il punto chiave è quell’ è – un sostegno per il positivo. E la
dualità resta. L’illuminazione è un’esperienza, proprio come anche l’amore o la
rabbia sono esperienze. L’illuminato è ancora lì; «Io sono illuminato».
L’illuminazione e colui che è illuminato sono due, l’esperienza e lo
sperimentatore sono due. La dualità resta il problema.
A un certo punto diventa chiaro che,
oltre l’illuminazione, oltre la dualità, rimane solo il nulla, nessuna dualità,
nessun «Io», nessuno sperimentatore, nessuna esperienza, nessuna illuminazione
– solo l’infinita, eterna Esistenza. Quando questo succede mentre si è ancora
nel corpo, viene detto Nirvana, il nulla. Quando avviene al momento della
morte, quando il corpo ritorna ai suoi elementi, è chiamato Mahaparanirvana
– la consapevolezza che si dissolve nell’esistenza.”
Nella
pagina precedente Osho parla di andare oltre l’illuminazione il che per molti
di noi può suonare addirittura come fantascienza perché in realtà si stanno
chiedendo, “Ma dov’è l’illuminazione?”
Amato
Maestro,
anni fa,
qui insieme a te, avevo la sensazione che l’illuminazione fosse proprio dietro
l’angolo. Adesso mi sembra lontana milioni di chilometri. L’intera idea
dell’illuminazione è solo un altro stratagemma? Non so più davvero cosa
credere.
L’illuminazione non è uno stratagemma.
Tutti gli stratagemmi sono finalizzati all’illuminazione, ma l’illuminazione in
sé è una realtà assoluta. Tu adesso pensi che sia lontana milioni di
chilometri, mentre prima sembrava proprio dietro l’angolo. Quello era uno
stratagemma: farti credere che fosse proprio dietro l’angolo. È certamente
lontana chilometri, ma quei chilometri sono relativi: dipendono dall’intensità
del tuo anelito. Possono essere più lunghi o più corti. Puoi continuare a
cercarla per vite, e puoi trovarla oggi.
Devi comprendere il concetto di relatività.
Quei chilometri non sono una realtà in sé: dipendono da te. Se la tua
aspirazione è tiepida, allora quei chilometri sono molto lunghi, forse troppo.
Potrebbe essere impossibile per te raggiungere l’illuminazione. Ma se il tuo
anelito è una fiamma nel tuo cuore, e tu ne sei avvolto, allora quei chilometri
possono miracolosamente diventare molto brevi, al punto che talvolta un maestro
può dire: “Puoi ottenerla qui e ora”, e spariscono del tutto. Ma il problema è
avere un anelito così profondo, totale e intenso da trasformarsi nella tua
stessa vita e nel battito stesso del tuo cuore; da avvolgerti ventiquattr’ore al giorno, da diventare la tua inspirazione
ed espirazione. Qualunque cosa tu stia facendo, ci sarà un flusso sotterraneo
di ricerca profonda che continuerà. Anche mentre dormi, la corrente sotterranea
di ricerca non si arresta. Ti addormenti con un desiderio, ti svegli con lo
stesso desiderio; e tra questi due momenti puoi anche addormentarti, ma il
desiderio andrà avanti nel tuo inconscio.
Io ti ho detto che l’illuminazione è proprio dietro l’angolo;
questo è senz’altro uno stratagemma. Per la maggior parte di voi non è proprio
dietro l’angolo, ma alcuni la possono rendere tale in base al loro amore…
Esistono molte categorie: qualcuno è
semplicemente curioso, non ha aspirazioni, è interessato solo perché gli altri
sono alla ricerca dell’illuminazione. Comincia a pensare che qualcosa deve
esserci, se così tante persone la stanno cercando, ma nessun campanello suona
nel suo cuore, nessun click avviene nel suo essere. Allora essa è lontana un
milione di chilometri. Alcuni sono semplici studenti: stanno studiando
l’illuminazione come una materia, per aumentare il proprio sapere e divenire
più colti. Non hanno il desiderio di raggiungerla, il desiderio di mettersi in
viaggio. Vogliono sapere tutto al riguardo: forse un giorno potrebbe tornargli
utile.
Nello Sri Lanka c’era un grande saggio che stava morendo. Tutti i
suoi discepoli… ed erano migliaia, perché il saggio aveva più di cento anni,
aveva vissuto a lungo, era stato un uomo carismatico e aveva attratto molte
persone. Udendo che stava per lasciare il corpo, essi giunsero da tutte le
parti del paese per avere l’ultimo darshan con lui,
essere alla sua presenza per l’ultima volta e avvertire quel silenzio, quella
celebrazione e quella fragranza che erano sempre intorno a lui.
Prima di morire, il vecchio aprì gli
occhi e disse: “Mi avete amato, e avete amato tutto ciò che vi ho insegnato.
Adesso sto lasciando il corpo… Se qualcuno vuole venire con me, può alzarsi in
piedi”. I maestri sono persone folli e bizzarre. A quel punto tutti
cominciarono a guardarsi l’un l’altro pensando: “Quello è un discepolo molto
anziano, forse vuole andare lui”. Ma tutti si guardavano, e nessuno si alzava.
E il vecchio disse: “Chi sarà pronto a
venire con me si illuminerà. Non verrà con la sua consapevolezza comune, ma in
piena coscienza”. Ma un grande silenzio pesava su quella folla di migliaia di
discepoli. Alla fine un uomo alzò la mano, ma avendo paura di essere frainteso,
disse: “Per favore, non fraintendermi. Non mi sto alzando, sto semplicemente
sollevando la mano. Vorrei sapere cosa sono l’illuminazione e la morte”.
Il vecchio rispose: “Sono pronto a
portarti con me; puoi avere da te l’esperienza sia dell’illuminazione che della
morte”.
Egli disse: “Mi sarebbe piaciuto tanto
venire con te, ma ci sono ancora molte cose incomplete. Mia moglie è malata, i
miei figli sono piccoli e mia figlia sta per sposarsi, per cui ora proprio non
posso. Ma voglio informarmi per poter ricordare, e quando mi sarà possibile,
farò le cose in questo modo”.
Il vecchio si mise a ridere. Disse:
“Sei stato con me per quasi quarant’anni, e in questi
quarant’anni non ti ho parlato d’altro che
dell’illuminazione, in modi diversi e da diversi aspetti. E in quarant’anni tu non sei riuscito a completare le tue cose…
Quanti anni ancora ti ci vorranno?”.
Egli disse: “Perdonami. In realtà,
sono solo uno studente. Non esiste alcuna aspirazione in me a diventare
illuminato; non voglio correre un simile rischio, perdipiù
insieme alla morte. Ma sono molto interessato a saperne qualcosa. Puoi fidarti
della mia sincerità per quello che riguarda la conoscenza”. Questa è una
categoria.
Poi ci sono persone che desiderano
davvero… che non sono semplici studenti, ma discepoli; e nessuno può dubitare
delle loro intenzioni, ma vogliono che l’illuminazione gli venga data. Stanno
aspettando un salvatore. Non sono pronte a percorrere il cammino da sole:
sembra troppo difficile. Perché non aspettare la venuta del salvatore?
Milioni di buddhisti,
di cristiani e di indù stanno aspettando il salvatore. Anche questa è una
strategia della mente, molto astuta, per rinviare; il salvatore non arriva, e
tu non devi passare attraverso un’esperienza pericolosa. È bellissimo parlarne, leggerne, e
conoscerne qualcosa; ed è anche bellissimo che qualcun altro possa
semplicemente dartela. Ma l’illuminazione non è di quelle cose che possono
semplicemente essere date; te la devi guadagnare, ti devi muovere, devi
crescere ed evolvere.
Non puoi restare come sei e illuminarti. Te la devi guadagnare.
Devi purificare la tua consapevolezza,
approfondire la tua meditazione, rendere incondizionato il tuo amore. E devi
andare oltre la mente e il corpo, fino a un punto dentro di te che è il centro
del tuo essere, e che è destinato a illuminarsi. Per questo è necessario un
desiderio molto profondo, per il quale puoi rischiare ogni cosa e sei pronto a
morire. Allora l’illuminazione è proprio dietro l’angolo… Persino l’angolo è
troppo lontano. Forse, per l’uomo con un desiderio totale, l’illuminazione è
lì, dentro di lui; ecco perché dico che si tratta di un fenomeno relativo,
molto elastico. Quei chilometri possono essere lunghi o molto brevi; alla fine
dipende tutto da te.
Anand Somen, mi hai anche detto: “Ogni giorno ti vedo qui, così
radioso e pieno di luce, tanto lontano dalla realtà quotidiana della mia vita”.
Non darlo per scontato, perché un
giorno non mi vedrai. E allora ti pentirai di tutti quei giorni in cui ero vivo
e disponibile, e avrei potuto aiutarti in ogni modo possibile. È una strana
caratteristica della mente umana, quella di diventare consapevole delle cose
solo una volta che le hai perdute. Quando le hai tendi a dimenticartene:
diventano troppo ovvie.
Mi hai detto: “Sei un faro luminoso che
mostra la via, e la possibilità che qualcosa di più grande accada in me”. Fino
a quando mi vedrai ancora come un faro luminoso che mostra la via? È ora:
dovresti incamminarti; altrimenti a cosa servono il mio richiamo, la mia luce e
il mio invito, se tu non ti muovi di un millimetro?
Semplicemente non perderti nel godere
la mia presenza, deve diventare anche la tua esperienza, e per questo dovrai
percorrere la via. Si dice che Gautama il Buddha abbia detto: “I buddha
possono solo mostrarti la via, non possono percorrerla per te.” Nessuno lo può
fare; non fa parte della natura delle cose. Tu dici: “Anni fa, qui insieme a
te, sentivo che l’illuminazione era proprio dietro l’angolo…” Eri nuovo, e per
i nuovi arrivati devo essere seducente. Se non dicessi: “È proprio dietro
l’angolo”, non sarebbero interessati all’illuminazione. Hanno troppe cose da
fare nella vita, cose futili, ma in base alla loro consapevolezza, in questo
momento sembrano molto importanti. Se invece dico: “È proprio dietro l’angolo”,
anche un uomo senza un grande desiderio di illuminarsi potrebbe pensare: “Che
male c’è? Diamogli un’occhiata… È solo dietro l’angolo”.
Ma una volta che ti sei mosso di quel
tanto, le cose cominciano a cambiare. È sufficiente un leggero movimento nella
tua consapevolezza e non ti potrai più fermare, perché cominceranno a esplodere
nuove esperienze. Forse l’illuminazione non è dietro l’angolo, ma ci sono cose
estremamente belle, tranquille, silenziose e appaganti. E quando avrai
raggiunto l’angolo, farai esperienza di tutte quelle cose e ti scorderai delle
occupazioni passate. Sorgerà inevitabilmente un grande desiderio di andare un
po’ più avanti, un po’ più in profondità; forse le cose sono più interessanti…
E più in profondità vai, più diventano interessanti. E quando la fragranza
diventa la tua fragranza, e non solo la mia parola, allora essa si impossessa
di te. Anche se l’obiettivo è lontano milioni di chilometri, una fragranza
leggera di una consapevolezza che si sta evolvendo è seduzione sufficiente per
farti seguire il sentiero.
Ma nemmeno quando era dietro l’angolo,
tu hai esplorato quell’angolo. Al contrario, hai
accettato l’idea che fosse proprio dietro l’angolo, e quindi, perché avere
fretta? Possiamo continuare a essere quello che siamo. In qualsiasi istante, in
un giorno qualunque – quando hai perso la fidanzata, quando sei stato
licenziato dal lavoro, quando non hai nient’altro da fare – puoi dare
un’occhiata a quell’angolo. Ma quel momento non
arriva mai; una ragazza ti lascia, e prima ancora che se ne sia andata è già
arrivata l’altra.
La moglie di Mulla
Nasruddin stava morendo, e Mulla
chiese: “C’è qualcosa che posso fare per renderti felice nell’ultimo momento
della tua vita?”
Lei disse: “Si, promettimi che non
sposerai quella strega, Fatima.”
Nasruddin disse: “Non
ti preoccupare. E poi i tuoi vestiti non le vanno bene.”
Ha già deciso per Fatima. Sta soltanto
pensando a come adattare i vestiti della moglie, perché la moglie è grassa e
Fatima no, è giovane.
Un problema se ne va, e dieci altri
attendono in fila alla tua porta. Pensavi che sarebbe rimasto del tempo per
ricercare qualcosa sull’illuminazione, ma questi problemi continuano a
crescere, non hanno fine. Anche quando starai
morendo, dovrai lasciare le cose a metà, senza aver messo mano a molti problemi.
E adesso, siccome non posso continuare a dirti che l’illuminazione è dietro
l’angolo… Prima o poi devo dirti che è un lungo viaggio, lungo a causa tua. A
giudicare dal tuo approccio, è lungo milioni di chilometri.
Puoi riportarla indietro all’angolo,
ma devi creare la passione. Le persone inseguono il potere, i soldi e il
prestigio; dedicano tutta la vita a questo. E vogliono ricevere gratuitamente
cose come l’illuminazione. Non vogliono pagare alcun prezzo per esse, nemmeno
muovere qualche passo.
Adesso tu dici: “Non sembra più
qualcosa di grande importanza, vederti tutti i giorni è sufficiente di per sé”.
Questa è una conclusione molto
pericolosa, perché un giorno sicuramente non mi vedrai. Io non posso farci
nulla. Mi piacerebbe restare con te per sempre, ma le cose funzionano così.
Oggi sono con te, domani non si sa, e dopodomani è certo che me ne dovrò
andare.
Puoi essere nutrito dalla mia
presenza, puoi berla, puoi lasciare che io ti riempia; ma tutte queste cose
dovrebbero suscitare in te la passione di raggiungere lo stesso stato in cui io
mi trovo. Altrimenti non riuscirai a consolarti, e la tua infelicità sarà
grande, perché avrai fatto di me qualcosa di assoluto.
La mia presenza è momentanea. Stiamo
insieme per un momento, per alcuni al massimo, e poi dobbiamo andarcene. E
questa partenza non si può cancellare. Quindi gioisci, ma non essere
soddisfatto. La gioia per la mia presenza e il tuo amore per me dovrebbero
manifestarsi nella tua ricerca appassionata dell’illuminazione. Non esiste altro
modo.
Ed è solo per consolarti che stai
chiedendo: “Tutta la storia dell’illuminazione è solo un altro stratagemma?” Ti
piacerebbe se io ti dicessi: “Sì, Somen, è solo uno
stratagemma. Rilassati, non devi andare da nessuna parte, non devi crescere.”
Ma io non posso dirtelo. Ti amo; ecco perché non posso dirti nulla per
consolarti, per renderti momentaneamente felice e distruggere le tue
possibilità per il futuro.
L’illuminazione non è uno stratagemma.
Ogni stratagemma è finalizzato all’illuminazione.
Tu dici: “Non so più davvero cosa
credere. Tu, la tua presenza e i miei occhi colmi di lacrime sono tutto ciò che
ho”.
Non ti si chiede di credere in niente,
perché io non sono qui per creare dei credenti; io voglio degli indagatori. Non
sono qui per creare seguaci obbedienti; voglio ricercatori ribelli, non gente
che sia incapace di dire: “No!”; poiché, per me, a meno che tu non sia capace
di dire no, il tuo sì non ha significato. A meno che tu non dubiti, non potrai
trovare la fiducia autentica. È solo attraverso il dubbio, e l’oscura notte del
dubbio, che arrivi al punto in cui trovi qualcosa di indubitabile. A quel punto
sorge la fiducia. Non c’è più bisogno di preoccuparsi per cosa credere.
Va bene che tu dica: “Tu, la tua
presenza e le lacrime nei miei occhi sono tutto ciò che ho.”
Questo è ciò che sai,
superficialmente. Se vai più in profondità nel tuo essere e nella meditazione,
avrai molto di più. Non perderai la mia presenza, di fatto essa diventerà più
profonda. Sarai in grado di avvertirla in molte più dimensioni di quanto tu non
stia facendo adesso. Sarai in grado di vederla con più chiarezza, con più
comprensione, e sarà più nutriente.
E le tue lacrime diventeranno sempre
più lacrime di gioia, di beatitudine, di gratitudine. Diventeranno alla fine le
tue preghiere, perché a meno che un uomo non sappia pregare con le lacrime, non
sa cosa sia la preghiera. Le preghiere fatte di parole non sono preghiere,
perché la parole vengono dalla testa e la testa non conosce la gratitudine. Le
lacrime arrivano da una sorgente più profonda, dal tuo cuore; e dicono molto di
più, contengono molto di più.
Le parole sono vuote, le lacrime
contengono un immenso significato. Le tue lacrime diventeranno sempre più
gioiose, sempre più musicali, sempre più piene di canti, sempre più una danza
in sé. Ma non rimanere nello stesso posto: dove ti trova la mattina, non
dovrebbe trovarti la sera; devi muoverti. Il luogo in cui la sera ti lascia,
non dovrebbe essere quello in cui ti trovi al mattino; devi muoverti. La vita è
breve e il viaggio smisurato, e colmo di tesori. E a meno che tu non ne faccia
la tua unica passione, non riuscirai a raggiungere l’illuminazione. Ma a ogni
modo, essa è dietro l’angolo.
Osho, tratto da The Rebel
È con piacere che vi
propongo la storia di Ananto nei pressi di Imperia,
il Centro di Meditazione vicino a dove abito. La storia è un’avventura
speciale, come quella che ogni persona sul sentiero della meditazione vive,
forse un ennesimo “sogno nel cassetto” che Osho ha scoperto e portato alla
luce.
Sorrido
nel sentire, dalla voce di Maria e Josep, i particolari di quella che ha tutti gli ingredienti
per essere davvero una storia “infinita” (ananto
significa infinito) e mi perdo nel loro simpatico e personalissimo italiano che
ha qualcosa di immediato, semplice, essenziale come i due protagonisti di
questa avventura. È curioso come anche i loro nomi rimandino a una antica
favola che tutti ben conosciamo, così la fantasia si perde a trovare
simbolicamente analogie con il viaggio di un’altra coppia, un Giuseppe e una
Maria che portavano anch’essi un tesoro segreto...
Josep: “Tutto cominciò nel ‘79
quando Osho, durante un leaving darshan
(l’incontro con il maestro prima di partire da Pune),
ha detto a me e a Maria, dandoci il nome per il futuro centro, di tornare nel
nostro paese e fare qualcosa per lui laggiù, nonostante avessimo manifestato un
grande desiderio di rimanere lì a Pune.
Così ci siamo ritrovati in Jugoslavia noi due con
i vestiti rossi e i mala, tra 22 milioni di altre persone lontane, secondo noi,
migliaia di anni luce da termini quali ricerca spirituale, crescita interiore,
meditazione etc. Fra l’entusiasmo e l’emozione di chi ha appena ricevuto un
dono prezioso (il sannyas) e lo vuole condividere è
nato «Rajneesh Ananto Meditation Centar» in Jugoslavia
sul mare Adriatico, in una casa liberatasi dopo una «provvidenziale» scossa di
terremoto.
Lentamente questo seme gettato senza alcun
progetto preciso cresceva, sempre più persone arrivavano da città vicine e
lontane per meditare e partecipare a gruppi di terapia, qualcuno prendeva il sannyas – e così il governo locale, al servizio del regime
comunista, vedeva un numero sempre maggiore di strani personaggi vestiti di
rosso e con un medaglione al collo.
Questa era una provocazione troppo forte per
passare inosservata, tanto più nel clima politico della Jugoslavia di allora;
l’11 Dicembre 1981, compleanno di Osho, sono stato invitato a presentarmi alla
stazione di polizia per un colloquio-interrogatorio a conclusione del quale mi
hanno detto di lasciare questa storia o di lasciare il paese.”
Maria: “Siamo andati in Germania, io ero incinta
di sette mesi di Kamal, nostro figlio ora sedicenne,
i nostri soli bagagli erano un borsone e un sitar; lì
abbiamo vissuto in una comune vicino a Norimberga per un paio di anni, finché Sheela nell’84 l’ha chiusa. Kamal
era cresciuto e noi eravamo pronti a ripartire, il nostro viaggio è ripreso
alla ricerca di un nuovo terreno per quel seme che era ormai parte di noi; dopo
alcune brevi tappe nel sud della Francia e in Spagna, abbiamo deciso di
fermarci in Italia, vicino a Imperia nell’entroterra ligure. Anche qui nell’88
eravamo i soli sannyasin della zona.
I primi passi per avvicinarsi alla gente locale
sono stati i concerti con Miten, Joshua
e Devakant che, con la loro musica, hanno aperto una
breccia per introdurre il mondo di Osho. La risposta delle persone è stata
positiva e si è cominciato a organizzare le prime meditazioni in Imperia o nei
paesi vicini, in case private o in spazi che qualche nuovo amico metteva a
disposizione. Poi nel momento in cui abbiamo deciso di riaprire ufficialmente Ananto OMC, nel ‘96, la nostra vicina, una signora tedesca
che possiede un vecchio mulino ristrutturato accanto a un piccolo torrente, ci
ha proposto di usare questi locali, dove lei viene solo poche volte all’anno,
per le attività del centro. È un posto molto suggestivo, immerso nel verde,
cullato dallo scrosciare continuo dell’acqua, un piccolo paradiso di purezza e
di quiete; noi ci prendiamo cura volentieri di questa oasi che miracolosamente
ospita il nostro “tesoro non più segreto”.
...E siamo ancora lì, ma la storia di Ananto continua e chissà cosa porterà ancora: la magia sta
proprio nel viaggio che giorno dopo giorno porta nuovi regali, difficoltà,
progetti, sorprese... come quella che l’estate scorsa a Pune
c’erano 5 persone provenienti da Imperia e dintorni.
Nel centro vivono fisse tre persone, ma attorno a
questo nucleo si sta creando un piccolo buddhafield
di amici che vanno e vengono; alcuni si fermano a lungo, altri regolarmente si
incontrano durante la settimana o nei campi di meditazione mensili, durante i
concerti e le feste, per celebrare e meditare insieme, dando spazio alla
creatività in tanti modi, anche nel lavorare la terra o nel preparare con Maria
prelibati pasti vegetariani con i prodotti dell’orto e del bosco.
Il contatto con una natura così pulita e
incontaminata è stata una guida e una scelta di vita per Josep
e Maria, che piano piano stanno creando uno spazio
dove sia possibile imparare a conoscersi e rispettarsi riavvicinandosi ai ritmi
naturali e ascoltando i messaggi della terra, un luogo di vacanze-lavoro per
scoprire i segreti dell’agricoltura biologica e uno spazio per gruppi che
vogliano passare un week-end di silenzio e quiete.
L’intervista
l’abbiamo conclusa qui a Prelà, nel delizioso
giardino che circonda il piccolo chalet di Josep e
Maria, dove si respira l’atmosfera dei giardini della Comune di Puna in miniatura, qui in questo piccolo punto di energia
nascosto in una selvaggia e prorompente natura ligure a pochi chilometri dal
mare.
E mi rendo
conto della fortuna e dell’importanza di avere a poca distanza dal posto dove
vivo, un luogo dove posso lasciarmi cullare dall’energia del buddhafield, immergermi nelle meditazioni, per percorrere o
ritrovare facilmente la giusta direzione e condividere con dei compagni di
viaggio quello spazio interiore verso cui Osho mi ha indicato la strada.
Parte
quinta – Tra il 1960 e il 1970 Osho viaggia incessantemente da una parte
all’altra dell’India portando a più gente possibile il suo messaggio, il suo
invito alla meditazione.
Dopo aver concluso gli studi
universitari, Osho divenne docente di filosofia al Raiput
Sanskrit College e più tardi all’Università di Jabalpur. Nei primi anni sessanta cominciò a tenere
conferenze in tutta l’India su temi spirituali e filosofici, sollevando ovunque
controversie e sconvolgendo gli ascoltatori con discorsi ricchi di passione e
capaci di infiammare gli animi dei più sensibili. Altri godevano di tanta
oratoria, del suo genio intellettuale e delle sue analisi profonde.
I suoi punti di vista in materia
politica, religiosa, e soprattutto sessuale, crearono attriti non indifferenti
con le autorità governative e con le organizzazioni religiose tradizionali:
ovunque andasse attirava folle che lo acclamavano e folle che lo osteggiavano.
“In quei dieci anni ho viaggiato
tantissimo: un’altra persona impiegherebbe due o tre vite per compiere lo
stesso numero di chilometri. E ho parlato tantissimo: un altro ci impiegherebbe
dieci o quindici vite per dire tutte quelle cose.
Viaggiavo dalla mattina alla sera,
andavo ovunque. Tre settimane su quattro ero in treno. La mattina ero a Bombay,
la sera a Calcutta e il giorno dopo a Amritsar, e il
giorno successivo a Ludhiana o a Delhi. L’intero
paese era il mio campo d’azione. E ovunque andassi, naturalmente, sorgevano
controversie in abbondanza...” (1)
L’approccio analitico e intellettuale
stimolò un piccolo gruppo di persone, spingendole sempre più vicine al maestro,
e nell’estate del 1964, questi decise di introdurle, attraverso tecniche di
meditazione da lui stesso preparate, a un approccio più esperienziale.
Osho diresse personalmente un campo di
meditazione di dieci giorni, sulle colline del Rajasthan,
dove i primi seguaci sperimentarono lo stato di non-mente che egli chiama
meditazione.
Questa novità fece subito il giro
della nazione, suscitando una sequela di critiche da parte dell’ortodossia
religiosa, che lo accusava di usare tecniche bizzarre, e sconvolgenti per
quanti le praticavano. Il risultato di tanta incomprensione fu esattamente
l’opposto di quello aspettato: l’Acharya si vide
circondato da intere folle incuriosite da tanto parlare e desiderose di
sperimentare in prima persona quanto egli aveva da offrire. Nel 1966 Osho
rinunciò alla Cattedra di Filosofia per dedicarsi totalmente all’attività
spirituale: i due anni successivi verranno poi ricordati come «gli
anni dell’invito», in quanto Osho li spese,
lavorando senza sosta, per riunire intorno a sé «la sua gente».
Verso la fine degli anni ‘60 questa
fase del lavoro sembrò conclusa: con un piccolo gruppo di discepoli si stabilì
a Bombay, e iniziò a ricevere anche i primi discepoli venuti dall’Occidente,
cosciente che il suo esperimento si stava allargando su scala mondiale, e che
lui stesso sarebbe in breve divenuto l’araldo di un uomo nuovo: “L’ultima parte
di questo secolo sarà risolutiva. L’ultima parte di questo secolo deciderà il
destino dei secoli a venire. Questo sarà un periodo determinante, la fine di
questo secolo vedrà o la totale distruzione dell’umanità – cui farà seguito la
completa eliminazione della vita su questo pianeta – oppure la nascita di un
uomo nuovo. Un uomo che non odierà la vita, com’è successo in passato; un uomo
che amerà la vita. Un uomo che non sarà in alcun modo negativo, bensì sarà
affermativo. Un uomo che non desidererà una vita dopo la morte, ma vivrà
momento per momento in gioia assoluta, e considererà questa vita come un dono e
non come a una punizione. Che non sarà antagonista nei confronti del corpo, ma
lo rispetterà in quanto tempio dell’anima. Che amerà e non avrà timore
dell’amore; che vivrà ogni tipo di relazione e tuttavia sarà capace di restare
se stesso.
Non esiste una terza possibilità. Così
com’è l’uomo non può sopravvivere: o cambia se stesso e si trasforma, o deve
morire e lasciar libera la terra”. (2)
Tra il ‘70 e il ‘71 si verificò un
assestamento: “Per vent’anni ho viaggiato senza
essere protetto da una sola guardia del corpo. Vivevo in costante pericolo: la
gente mi tirava pietre, scarpe, ogni sorta di oggetto. Se avessi dichiarato di
essere illuminato, sarei stato ucciso facilmente; non era affatto difficile,
poteva essere fatto facilmente. Ma per vent’anni
conservai un assoluto silenzio. E feci questa dichiarazione solo quando vidi
che intorno a me si era raccolto un numero considerevole di persone, in grado
di capirlo... un numero di persone sufficiente che mi appartenesse, che fosse
con me.
Lo dichiarai solo quando capii che
avrei potuto creare il mio piccolo mondo senza dovermi più rapportare con le
folle, le masse e l’inconsapevolezza delle moltitudini.” (3)
Il nome di Acharya,
che lo aveva caratterizzato in India fino a quel momento, venne lasciato
cadere, e fu sostituito con il termine Bhagwan: “il
benedetto”.
Bhagwan è un
nome-simbolo, che sottolinea tutte le qualità connesse con il cuore, l’amore e
la devozione. L’intenzione era simbolizzare un lavoro centrato nella dimensione
del cuore, lavoro che d’ora in poi avrebbe avuto l’amore come leitmotive, in sintonia con lo spirito bhakta,
sufi e tantrico. L’enfasi
intellettuale propria dell’Acharya cadde, per lasciar
spazio a una comunione cuore a cuore di quanti desideravano entrare in contatto
diretto con lui.
“Alcuni anni fa, un giorno chiamai
Yoga Chinmaya e gli dissi di trovarmi un nuovo nome
perché da quel momento in poi avrei lavorato in modo nuovo. In tutta l’India
ero conosciuto come l’Acharya. Acharya
significa insegnante, e io lo ero: viaggiavo e insegnavo. Si trattò unicamente
di una fase introduttiva del mio lavoro: invitare la gente. Una volta che
l’invito raggiunse tutti, smisi di viaggiare. Ora, chi lo desidera deve venire
a me. Io sono andato alle loro case, ho bussato alle loro porte: ho detto loro
che esisto e che possono venire in qualsiasi momento lo desiderino. Ora avrei
aspettato.
Chinmaya mi portò
diversi nomi per indicare questa nuova fase… gli dissi: «Scopri
qualcosa di universale. Cerca qualcosa che non sia relativo». E alla fine trovò il termine «Bhagwan». Mi
piacque. Dissi: «Per alcuni anni andrà bene,
alla fine potremo abbandonare anche questo nome».
L’ho scelto con un’intenzione ben precisa e ha funzionato, perché coloro che
venivano da me a scopo puramente intellettuale, smisero di venire. Era troppo
per il loro ego… smisero di venire. Ora ho cambiato totalmente la mia funzione.
Ho iniziato a lavorare a un livello diverso, in una dimensione diversa. Ora vi
impartisco l’essere, non il sapere. Io sono qui per svegliarvi. Non vi darò
conoscenza, vi darò saggezza, comprensione, e questa è una dimensione del tutto
diversa. Questo nome ha funzionato come uno spartiacque: sono rimasti solo
coloro che sono pronti a dissolversi con me. Tutti gli altri sono scomparsi,
creando dello spazio intorno alla mia presenza. Altrimenti mi sarei trovato
soffocato da una folla assordante, e venirmi vicino sarebbe stato molto
difficile per i veri ricercatori. Le folle sono scomparse. La parola «Bhagwan» ha avuto l’effetto di un’esplosione nucleare. Mi ha reso
un buon servizio. Sono felice di averla scelta”.(4)
I primi discepoli occidentali, insieme
a discepoli indiani, venivano a volte mandati in Kirtan
Mandali, gruppetti che andavano per i villaggi portando canti devozionali, meditazioni e registrazioni dei discorsi del
maestro.
Nel 1970, in aprile, Osho presentò per
la prima volta la Meditazione Dinamica, che sostituiva, inglobandole, tutte le
tecniche usate negli anni precedenti. Questa tecnica venne presentata come la
medicina ideale per quanti, vivendo nella società contemporanea, non ne
vogliono restare vittime.
Fu il principio di quel processo di
de-automatizzazione che diverrà con gli anni la caratteristica del sannyas (l’iniziazione a discepolo), la cui nascita può
essere fatta risalire al settembre del 1970, quando a Manali – in una splendida
conca ai piedi dell’Himalaya – Osho iniziò i primi
sei discepoli (sannyasin). Lo scopo essenziale era
creare nel mondo un risveglio spirituale, eliminando ogni distinzione e ogni
divisione di razza, nazione e credo, per dare vita a una comunità
internazionale di ricercatori della trasformazione interiore.
Il rapido incremento di discepoli
occidentali non lasciava dubbi sul fatto che il messaggio di Osho ben
rispondeva a quella crisi di valori che interessava il mondo intero.
L’iniziazione implicava il cambio del
nome, il portare un mala (una collana di 108 grani con un medaglione che
racchiude l’immagine del maestro) e indossare abiti con colori solari
(all’inizio solo ocra e poi anche rossi).
Nessuno poteva aver più dubbi sul
distacco da ogni forma religiosa tradizionale, e molti antichi simpatizzanti
decisero di allontanarsi definitivamente, lasciando il gruppo di devoti che
riconosceva in Osho un maestro illuminato, ed era pronto a dedicarsi totalmente
e con impegno a realizzare la sua visione di un uomo nuovo, lavorando alla
trasformazione di se stessi per mezzo della meditazione. Ciò condusse a
un’ulteriore evoluzione.
“La gente riesce a tollerare un buddha se è da solo, sanno che è solo… e finché viaggiavo
da solo per il paese non c’erano molti problemi. Il giorno in cui iniziai a
dare il sannyas la società ha drizzato le orecchie.
Perché? Perché creare un Buddhafield, creare un sangha (comunità di devoti), significa creare una soluzione
alternativa alla società. Non sei più un singolo individuo: acquisisci potere,
puoi fare qualcosa. Ora puoi anche far nascere una rivoluzione”. (5)
Era evidente la necessità di trovare
un luogo dove poter creare un laboratorio alchemico per quanti attraverso Osho
ricercavano con sempre maggior determinazione la propria trasformazione e che
ruotavano costantemente intorno al maestro, ormai stabilitosi a Bombay in un
moderno appartamento ai Woodlands. Il flusso di
ricercatori spirituali, soprattutto occidentali, aumentava sempre più, man mano
che i primi araldi ritornavano nei loro paesi d’origine con la notizia che un buddha vivente era pronto a condividere il suo essere con
chiunque andasse fino a lui.
[continua
nel prossimo numero]
NOTE
1.Osho:
Dimensioni oltre il conosciuto - ed.Mediterranee
2.Osho:
Io sono la soglia - ed. Mediterranee
3.Rajneesh Foundation Press Office
Information Files
4.Osho: The Discipline of
Transcendence vol. II
5.
Osho: Il Libro dell’alchimia interiore - Il Cigno ed.
Dopo il 1966 Osho concentra tutte le sue energie in due anni di incessante viaggiare per tutta l’India.
Era una vita molto intensa sempre in città diverse, ospite di amici o promotori delle sue conferenze
per una notte o due e poi treni, auto, aerei, migliaia di persone con le proprie domande,
i propri condizionamenti, amore e rabbia, ricerca genuina e interessi puramente intellettuali.
È stato un periodo particolarmente pesante per il corpo di Osho,
anni destinati a segnare per sempre la sua salute.
Cronache
di quei giorni
Queste
brevi annotazioni di viaggio sono liberamente tratte dal libro one hundred tales for
ten thousand buddhas di Ma Dharm Jyoti, vicina a Osho fin
dal ‘68.
Sto aspettando al binario della
Victoria Station dove arriverà Osho sul treno da Jabalpur.
Con mia sorpresa nessuno dei suoi amici è in vista e comincio a chiedermi se le
informazioni che ho sono esatte. Decido comunque di aspettare fino a che non
arriva il treno. I miei occhi continuano a guardarsi intorno alla ricerca di un
qualche viso conosciuto, ma invano. Fa molto caldo e inizio a sudare…
Osho scende e chiede: “E gli altri
dove sono?”.
Gli rispondo “Non so perché non siano
qui, ma so dove sarai ospitato” e gli chiedo se vuole andarci in taxi.
Lui mi dice che è meglio aspettare,
perché presto arriverà sicuramente qualcuno…
Finalmente, dopo più di mezzora,
vediamo arrivare di corsa Ishwarbhai, Lahrubhai e qualche altro: anche loro sono molto sorpresi,
perché le ferrovie avevano annunciato che il treno era in ritardo.
Osho è ospite a casa di Sohan a Pune, e ogni sera tiene
discorsi in pubblico in un posto situato a una notevole distanza. Stasera è già
tempo di partire per raggiungerlo, ma l’autista che ci deve portare ancora non
si è fatto vedere. Aspettiamo ancora cinque minuti e poi Osho, guardando
l’orologio, fa: “È tardi ormai, andiamo”. E prima che qualcuno possa dire
qualcosa apre la portiera, si siede al posto di guida e avvia il motore. Io e Sohan ci guardiamo sbalordite, poi io apro la portiera,
faccio sedere Sohan di fianco a lui e mi accomodo nel
sedile di dietro. Osho guida molto veloce, e noi sediamo lì trattenendo il
fiato. Ci sono così tante svolte da fare sul percorso, chissà se si ricorda la
strada…
In pochi minuti, con mia gran
sorpresa, siamo già a destinazione. Gli amici che sono lì ad accogliere Osho si
avvicinano all’auto e aprono la portiera posteriore. Io scendo e loro mi
chiedono dove sia Osho. Il quale nel frattempo si è già aperto da solo la
portiera anteriore e ha cominciato ad avviarsi verso il palco. Lo indico col
dito e intanto guardo l’orologio, siamo arrivati con due minuti di anticipo. A
Osho non piace essere in ritardo per questi discorsi in pubblico.
Osho è arrivato da Jabalpur.
Deve continuare per Udaipur in aereo. Le Indian Airlines sono in sciopero
da giorni e noi speriamo che finisca da un momento all’altro ma invece
continua. Non riusciamo a pensare a nessuna alternativa per arrivare a Udaipur e così suggeriamo a Osho di rimandare il campo di
meditazione. Ma lui è determinato ad arrivare in tempo. Noi non sappiamo come
fare: i posti in treno sono tutti prenotati, con anche liste d’attesa. Osho
suggerisce che si può chiedere alla direzione delle ferrovie di aggiungere una
carrozza extra (con aria condizionata) al “Postale del Gujarat”
e riservare già otto cuccette per tutti gli amici che faranno il viaggio con
noi. Con nostra grande sorpresa il responsabile delle prenotazioni è entusiasta
dell’idea, controlla le liste di attesa e immediatamente dà l’ok. Abbiamo le nostre otto cuccette riservate e torniamo
velocemente a informare Osho e gli altri di prepararsi ed essere alla stazione
centrale di Bombay per le otto di sera.
Siamo tutti molto felici ed eccitati
di viaggiare insieme a Osho. Lui siede tutto contento a gambe incrociate sulla
sua cuccetta e noi gli stiamo intorno; ci racconta storielle divertenti e
presto tutto lo scompartimento si riempie di risate: arrivano persino altre
persone a vedere cosa sta succedendo.
Gli amici che hanno organizzato per
Osho diversi incontri a Baroda sono davvero strani:
stasera Osho deve parlare da qualche parte ma loro non vogliono dirci il nome
del posto e vogliono accompagnarci Osho senza di noi. Quando lo riferisco a
Osho mi risponde: “È semplice, prendete un risciò e fategli seguire l’auto che
mi porta.”
L’idea mi piace e funziona davvero, appena
arrivata sul posto comincio a seguire Osho senza dire una parola; nella sala
conferenze mi siedo al suo fianco e sistemo il mio piccolo registratore senza
badare a uno degli organizzatori che mi è vicino. Alla fine della conferenza quest’uomo viene da me e mi ringrazia per averla
registrata. Mi invita poi a tornare indietro nella stessa auto di Osho. Io sono
sollevata e inizio a camminare dietro a Osho felice come un bambino che ha
appena vinto un premio.
Un
rara trascrizione del testo di una conferenza sui limiti del sistema educativo
convenzionale, tenuto a Bombay nel 1968 da Osho, che solo un paio d’anni prima
aveva abbandonato il lavoro di professore universitario per dedicarsi
interamente a realizzare la sua visione dell’uomo nuovo. L’argomento è ancora
attuale e torna sempre alla ribalta in Italia in questo periodo dell’anno.
Sa Vidya
Ya Vimuktaye. La conoscenza
ti libera.
Questa è una frase meravigliosa. È la
definizione più originale del sapere. È la definizione del sapere ed è anche un
criterio. Ma forse potreste non essere consapevoli dell’altro lato della
questione. Noi non siamo liberati. Qualunque cosa abbiamo imparato non può
essere un sapere reale, dev’essere stato qualcosa di
falso. La nostra vita non ha conosciuto alcuna liberazione, e quindi le scuole
nelle quali abbiamo studiato non devono essere state vere scuole, ma
anti-scuole, perché la vera prova sta nell’ottenere il dono della liberazione.
Come dovremo chiamare quel sapere che non ci ha portato questo frutto, questa
gioia? In tutto il mondo il sapere continua ad aumentare, continuano a esserci
sempre più scuole, college, università, ma non sembra proprio che l’uomo si sia
liberato. L’uomo invece continua a essere sempre più legato, condizionato e
cade sempre più in basso.
Abbiamo forse commesso qualche errore
fondamentale? Può darsi che questo sapere che sta aumentando sia un falso
sapere. Io dico che è falso. Non ho alcun dubbio al proposito. Sono certo che
quello che si sta proponendo nel mondo come sapere è un falso sapere, perché
l’animo dell’uomo non sembra diventare più libero per mezzo suo, ma al
contrario si trova sempre più imprigionato, schiavizzato. La consapevolezza
dell’umanità non sembra aumentare, ma diminuire. La forza vitale dell’uomo non
sembra affatto salire verso il divino, bensì sembra scendere verso l’animale.
Possiamo davvero definire istruita la
gente che ha avuto questo tipo di insegnamento? Pieni di buone intenzioni ci
stiamo adoperando senza sosta a sviluppare questo tipo di educazione. I bene
intenzionati continuano ad aumentare il numero di scuole, università e istituti
così da fornire maggiori possibilità di istruzione. Ma l’esperienza di questi
ultimi duemila anni ci dice che le cose stanno altrimenti.
Da una parte c’è un aumento del
sapere, dall’altra sembra che l’uomo stia peggiorando. Da una parte aumenta
l’istruzione, dall’altra la qualità della vita peggiora. Da una parte si
sviluppa l’intelletto, dall’altra l’animo umano sembra cadere a pezzi. C’è
qualcosa di profondamente sbagliato. Oggi nel mondo ci sono più istruzione ed
educazione, più università che in ogni altro secolo, ma nello stesso tempo ci
sono più infelicità, più dolore e meno pace che nel passato. La vita dell’uomo
è davvero rovinata da questo tipo di educazione. Pieni di belle speranze e
buone intenzioni noi educhiamo i nostri figli. Abbiamo grandi sogni e desideri
per la crescita dei nostri figli, ma scopriamo che dalla loro educazione non
abbiamo ottenuto molto. Lo vediamo succedere proprio davanti ai nostri occhi,
nondimeno continuiamo a riprodurre lo stesso tipo di educazione. È difficile
immaginare che ci possa essere qualcuno più cieco e stupido dell’uomo. L’uomo
non ha imparato nulla dalle sue esperienze passate, non ha imparato alcuna
lezione.
Possiamo chiamare educata la gente
d’oggi, quando tutta la loro educazione sta distruggendo i valori più alti e ne
porta avanti di infimi? Possiamo chiamare istruito chi è sempre pronto a
rinunciare a cose importanti per ottenere cose di poco conto, chi è pronto a vendersi
l’anima per il benessere materiale, chi non ha valore più alto che il denaro,
chi non ha altro scopo nella vita che raggiungere una posizione di potere, chi
nella vita presta più attenzione a problemi senza senso che a cose
significative? Una simile educazione può liberare? No, è impossibile. Facciamo
diventare i nostri figli ingegneri, medici, matematici e chimici. Ma quella non
è educazione, è solo un sistema, un mezzo per guadagnarsi da vivere; solo una
sistemazione per avere maggiori guadagni. Mandiamo i nostri figli a studiare in
Europa e America, e pensiamo di aver fatto chissà cosa. Ma stiamo solo
insegnando loro a guadagnarsi il pane in un maniera più efficiente – niente di
più. Non li stiamo educando e neppure stabilendo un qualche collegamento con
l’educazione, in quanto educazione significa la nascita di valori reali e più
elevati nella vita.
A cosa porterà il nascere di valori
reali e più elevati nella vita? L’uomo si libererà, diventerà totalmente beato.
Più la vita si sposta verso valori più alti, più le limitazioni scompaiono.
Quali sono le limitazioni, quali sono le catene? Sono i valori più bassi.
Cos’è la liberazione? Un viaggio verso
il sublime, andando sempre più in alto, trascendendo se stessi giorno dopo
giorno. Il vero apprendere, la vera conoscenza sono un viaggio verso altezze
elevate. Ma noi insegniamo forse la trascendenza? No, insegniamo l’egoismo, lo
sfruttamento, l’accaparrare solo per se stessi. Insegniamo solo a esaudire i
nostri desideri e aspettative in maniera più efficiente, pensando così di dare
ai nostri figli una reale educazione. Questa è un’idea senza senso.
Nella scuola di un vecchio saggio, tre
allievi avevano superato con successo l’ultimo esame. Il loro insegnante
comunque continuava ad avvertirli, di tanto in tanto, che li aspettava ancora
un’ultima prova. Arrivò l’ultimo giorno di scuola, furono consegnati i diplomi,
la cerimonia era finita e ancora nessuna traccia dell’esame finale, ma gli
studenti non dissero nulla: forse l’insegnante se ne era dimenticato.
Impacchettarono le loro cose e andarono dall’insegnante per salutarlo prima di
partire. Più tardi, sulla strada, stavano pensando all’ultimo esame. Era sera
tardi e dovevano raggiungere il prossimo villaggio prima del cadere della
notte. La strada era difficile e passava attraverso la giungla: si stava
facendo davvero buio e nell’area c’erano animali selvaggi. Videro che il
sentiero si inoltrava nel folto ed era ostruito dai rovi.
Uno degli studenti saltò sopra i rami
spinosi. Il secondo trovò una piccola scorciatoia per evitarli. Il terzo posò
il suo carico e a poco a poco cominciò a strappare i rovi e a buttarli fuori
dal sentiero.
Gli altri due gli chiesero se era
diventato matto: “Non c’è tempo di strappare i rovi, sta arrivando il buio,
dobbiamo sbrigarci ad arrivare al villaggio. Non c’è tempo, sbrigati!”.
Il terzo studente rispose: “Se fosse
giorno non ci sarebbe alcun pericolo, chiunque potrebbe vedere le spine, ma fra
un po’ sarà così buio che nessuno riuscirà a scorgerle. Se pur sapendolo passiamo
di qui senza pensare a quelli che seguiranno, tutta la nostra educazione non ha
più alcun significato. Io pulirò il sentiero dai rovi – voi continuate pure”.
In quel momento saltò fuori il vecchio
saggio, che si era nascosto lì vicino: era stato lui a mettere tutti quei rovi
sul sentiero. Era questo il loro ultimo esame. Ai due studenti che volevano
continuare disse di tornare alla scuola, non avevano passato l’esame finale. Lo
aveva superato solo il terzo studente, che si era fermato a liberare il sentiero.
Chi sa come liberare la vita dalle
spine è veramente educato, istruito. Chi toglie i rovi dalla strada per gli
altri, un giorno spargerà fiori sulla stessa strada. Ma chi vede i rovi sul
sentiero, e passa ignorandoli, è destinato un giorno a mettere rovi sul cammino
altrui.
L’ultimo esame è sempre quello
dell’amore. L’amore è davvero il valore supremo. Le altezze sublimi, nella
vita, sono quelle dell’amore. L’Everest, il più alto picco della vita, è
l’amore.
La nostra scuola insegna l’amore? La
nostra scuola non ne è neppure consapevole. La nostra scuola insegna invece
l’ego. Ego e amore sono due valori opposti. Dove c’è ego non c’è amore. Dove
c’è amore non c’è ego. L’educazione attuale insegna l’ego, e fin dall’infanzia
facciamo in modo di affinare l’ego.
Un bambino va alla scuola elementare e
subito gli chiediamo di essere il primo. Chi arriva primo è premiato. Gli altri
non ricevono alcun premio e vengono ignorati. Se ci sono 30 bambini in una
classe, solo uno di loro può essere il primo. La felicità di uno viene basata
sull’infelicità e la frustrazione dei rimanenti 29. Questo è il tipo di
educazione che noi forniamo.
Chi è arrivato primo è felice e
contento, non perché è arrivato primo, ma perché ha lasciato indietro gli
altri. Stiamo insegnando la violenza. La violenza ha un significato solo: non
vuol dire altro che gioire delle sofferenze altrui. E che altro stiamo
insegnando ai nostri figli se non l’essere contenti delle disgrazie altrui? Se
c’è un solo studente in una classe, arriverà primo, ma non sarà contento. Ma se
ci sono 30 studenti nella classe, e lui è il primo, sarà contento di aver
lasciato indietro gli altri 29. Se gli studenti sono tremila, la sua gioia è
ancora maggiore. Se ci sono trecentomila studenti, la sua gioia e la sua felicità
saranno senza limiti. Nel diventare il presidente di una nazione, superando il
resto della popolazione di quel paese, si diventa veramente euforici. Ecco
perché la politica è violenza – perché è una gara per arrivare primi.
La religione ha un senso diverso, la
conoscenza va in tutt’altra direzione.
Gesù dice: beati gli ultimi… Strano, o
è matto Gesù o siamo matti noi tutti – noi che dirigiamo le scuole, che
trasmettiamo la conoscenza, noi insegnanti… noi insegniamo: beati coloro che
riescono ad arrivare primi.
La corsa per arrivare primi non può
liberare proprio nessuno, per ragioni fondamentali: la prima è che chi
partecipa a questa gara rimane in conflitto e in tensione, ha iniziato a
combattere. Sta creando una inimicizia con gli altri, e chi crea ostilità non
può liberarsene, ne rimane vincolato. Solo chi è in amicizia con tutti può
diventare libero. E solo chi non è in competizione con nessuno può essere amico
di tutti. Qual è il significato dell’amicizia se non: “Non sono in competizione
con te”. Cosa vuol dire inimicizia se non: “Siamo in competizione. O vinco io o
vinci tu. Non ci sono altre possibilità – o tu o io – non possiamo vincere
tutti e due”.
Noi insegniamo a essere competitivi.
Fin dall’infanzia instilliamo il veleno della competizione, della violenza,
dell’ambizione nelle menti dei bambini. E poi riteniamo che queste siano
scuole. No, queste sono antiscuole, centri per disimparare. Queste istituzioni
distorcono la mente dell’uomo e lo rendono alienato. Qui si insegna
l’inferiorità e in seguito l’uomo continua a correre come un pazzo per tutto il
resto della vita. Non fa alcuna differenza se la corsa è per i soldi, per farsi
una posizione o per il potere, quello che insegniamo è gareggiare, la frenesia
della corsa. Questa smania non può rendere sano nessuno.
Questo è il tipo di frenesia che
creiamo nella mente dei bambini. La febbre dell’ambizione è tale che il bambino
inizia a correre come un pazzo. Questo è ciò che chiamiamo frenesia della vita.
Ma questa frenesia può liberarti? No, ti può far morire ma non liberare. La
maggior parte di noi muore in questo processo, non si libera. La via alla
liberazione è diversa.
Solo quel tipo di educazione che è
priva d’ambizione, che non ne crea alcuna, può liberare. Ma noi crediamo che
senza ambizione sia impossibile ogni progresso. La prima cosa importante da
ricordare è che il semplice essere davanti, in vantaggio sugli altri, non ha di
per sé alcun valore. Un’altra cosa da ricordare è che ci sono maniere diverse
di progredire: una è primeggiare sugli altri, un’altra è superare se stessi.
Devo andare più avanti di quanto ero
ieri. Questa è la mia sfida a me stesso, non una competizione con gli altri.
Non devo rimanere dove mi trovavo ieri, quando il sole è tramontato; la nuova
alba deve vedermi più avanti, devo trascendere me stesso.
Questo tipo di educazione può
liberarti. Ti insegna l’arte di trascendere te stesso. L’educazione che ti
insegna a competere con gli altri non potrà mai liberarti. È importante
comprendere come quelli che si aspettano di lasciare indietro gli altri,
corrono tutta la vita senza arrivare da nessuna parte, perché continueranno
sempre a trovare qualcuno da sorpassare davanti a loro. Chi invece si impegna a
trascendere se stesso, arriverà un giorno a un punto tale che non ci sarà rimasto
più nulla da trascendere. Mahavira è lì, Buddha è lì, Cristo e Krishna
sono lì. A quel punto si arriva allo stadio supremo della trascendenza del sé.
Il nome di questo stato supremo è l’esperienza del divino, la liberazione, un
punto al di là del quale non c’è più movimento, non c’è più nulla da
raggiungere.
Dov’è questa meta suprema? Il nome di
questa meta suprema è liberazione, moksha. Quando una persona trascende se stessa da ogni punto
di vista, quando non rimane più nulla da superare, allora c’è la liberazione.
Ma chi continua a impegnarsi nel superare gli altri non raggiungerà mai il
supremo punto della trascendenza. Perché? Perché gli altri sono tantissimi.
Superare tutti quanti non solo non è facile, ma non è neppure possibile. Avete
mai sentito di qualcuno che ha dichiarato di essere assolutamente il primo, di
non aver nessuno davanti a sé? Né Napoleone, né Sikandar,
né Nehru osano dire che non c’è nessuno più grande di
loro. Nessuno può osare tanto.
C’era uno scienziato di nome Peare che faceva esperimenti con degli scarabei stercorari.
Questi insetti sono mirabili – seguono in continuazione il leader. Fin tanto
che il loro capo continua a zampettare, tutti gli altri lo seguono, nessuno si
ferma. Anche loro, come l’uomo, hanno questa abitudine. Svariati tipi di
insetti hanno queste manie tipicamente umane – come il seguire il capo.
Peare prese un
grosso piatto circolare e ci mise una dozzina di insetti. E questi cominciarono
a percorrerlo in circolo seguendo il loro leader. Il piatto era circolare e
così il percorso non aveva mai fine. Finché il capo non si arrestava, nessuno
degli altri poteva farlo – e un capo come può fermarsi, quando tutti i suoi
seguaci continuano a zampettargli dietro. Si troverebbe in estremo imbarazzo.
Così il leader continua a procedere e anche gli altri insetti continuano ad
andare. Gli Alessandri e i Napoleoni tirano avanti e
i loro seguaci li seguono. Se il capo si ferma, gli altri lo riterranno un
fallito, dovranno scegliere un altro capo. Se i seguaci si fermano, il capo li
chiama vigliacchi! Alla fine gli insetti iniziarono a morire di sfinimento, uno
dopo l’altro. Non riuscirono a capire che non c’era fine al loro viaggio, visto
che il percorso era circolare.
Se consideriamo attentamente la
situazione dell’uomo, nessuno ha mai raggiunto la fine del suo viaggio. Questo
sta semplicemente a dimostrare che anche il nostro percorso è circolare,
continua a girare in tondo. E c’è sempre qualcuno davanti a noi e qualcuno
dietro di noi. Non arriva mai il momento in cui uno è in testa a tutti o dietro
a tutti – e così il viaggio continua finché ci si stanca e si muore. Non
succede solo agli insetti di Peare. Anche l’uomo
muore di sfinimento dopo aver continuato a girare in tondo. I passanti ti
spostano di lato e continuano il loro cammino. Ma nessuno considera
attentamente quelli che se ne sono andati, per vedere se per caso anche lui è
destinato a una fine simile. Fino a oggi nessun uomo ha mai avuto successo in
questa corsa alla competizione. Non succederà mai, è un viaggio che non ha
fine.
Osho, tratto da: Revolution in Education
Condivisione
o pettegolezzo? Ma Nirava Vasu
che ha fatto prima l’insegnante, poi la psicoterapeuta, e ora è sannyasin a tempo pieno, si pone questa domanda e scopre
come è facile rispondervi.
Condivisione è una parola che ho imparato a usare
nel mondo sannyasin. Non so ancora decidermi se la
trovo una bella parola, o se in qualche modo mi disturba. Cerco di chiarirmi un
po’.
Cosa vuol dire? Che ti senti qualcosa che ti pesa
dentro e trovi qualcuno disposto ad ascoltarti. Mi è successo, appena arrivata
a Pune. Situazioni del rapporto madre (io) – figli
(loro). Cose vecchie e sempre nuove, sempre attive cioè, sempre lì. Un caro
amico mi ascolta, partecipe e sorridente e io parlo, parlo. Poi, alla fine, lui
mi abbraccia e mi ringrazia, per aver condiviso con lui le mie «paturnie».
Mi sentivo proprio meglio, però quel
ringraziamento mi frullava per la testa: ma perché mi ha ringraziata? E mi
pareva proprio sincero. Sì, mi ricordavo di aver ringraziato di ritorno qualche
paziente in lacrime, rilassato e grato per quello che era successo poco prima,
per come si era sentito sollevato e chiarito e alleggerito. Anch’io ero
sincera. Ringraziavo per quella parte della storia del paziente, nella quale mi
ero ritrovata e che avevo potuto vedere con maggiore distacco e, quindi,
chiarezza. Però, ahimè, devo confessare che qualche
volta ringraziavo solo formalmente. Mi pareva giusto, non farli sentire in
debito verso di me, e mentivo.
Ma qui, a Pune, era
tutta un’altra storia. La mia libertà, che avevo trovato (e che ancora ogni
giorno, con mia immensa gioia, allarga i suoi confini) e di cui mi sono
perdutamente innamorata, mi portava a essere più sincera, un po’ di più, ogni
volta.
Così ho apprezzato la condivisione. Tutto mi era
chiaro.
Però, poi, un giorno, mi è successo qualcosa, qui
nell’ashram. Con una persona, o, meglio, contro una
persona.
Ho cercato di meditare, di riflettere, di non dare
troppa energia (come un’amica mi aveva consigliato una volta) a un fatto
negativo, però la cosa mi pesava sul cuore. Appena mi si è presentata
l’occasione, ho condiviso. Ma si vede che non mi è bastato, perché pochi giorni
dopo, ho condiviso di nuovo (sempre la stessa cosa), e poi ancora una terza
volta.
A questo punto mi sono confusa: era una
condivisione o un pettegolezzo? Perché, ragionavo, se racconto cose mie, dei
miei figli, va bene. La mia famiglia è lontana, e di me cosa si può pensare?
Che sono triste, che ho dei problemi, che non sono stata una madre perfetta,
cioè che sono umana. E ho visto che poi gli amici mi sorridevano e accoglievano
come prima. Quindi tutto bene. Mi viene in mente la citazione di Osho che
sempre la stessa amica, mi ha consigliato di attaccare sul muro in camera mia:
“Right is easy and easy is right”.
Però, nel caso che mi rendeva perplessa, era
coinvolta un’altra persona dell’ashram. Il mio
condividere non era strettamente personale. Avrei dovuto tacere? E qui spuntava
fuori un altro condizionamento, un’angoscia che mi ero portata dietro per tutti
gli anni in cui avevo lavorato come psicoterapeuta, legata dal segreto
professionale a non parlare, a non dir niente.
Situazione molto angusta, che, specialmente in una
città piccola, come nel mio caso, mi aveva costretta a ritirarmi sempre di più.
Non c’era convegno, o festa, o salotto, dove non ci fossero dei miei pazienti,
o parenti dei pazienti, o amici dei pazienti o amici degli amici. Non era nella
mia natura, non mi riusciva di diventare silenziosa (parte del mio nome sannyasin è Nirava cioé silenzio!), per non sbagliare mi sono isolata e mi
sono anche detta che mi piaceva!
E improvvisamente, qui, ero libera!
Un’amica, con la quale, appunto, condividevo
queste mie incertezze, mi ha rassicurata. Anche Osho lo faceva. Diceva tutto di
tutti. Tu gli andavi a raccontare i tuoi segreti più intimi, e lui te li
spiattellava davanti a tutti. E che succedeva? Niente. Anzi, succedeva che ti
trovavi nella posizione per guardare le tue angosce con un po’ di distacco, le riconoscevi
simili a tante altre, non così terribili come avevi sempre pensato che fossero,
e, se era il momento giusto perché questo avvenisse, te ne potevi anche
liberare.
Riprendo la citazione di Osho e corro ad
attaccarla sul muro, in camera mia: “Right is easy and easy is right” solo se non ti prendi troppo sul serio sei sulla
strada giusta; esporre le tue ferite alla luce del sole aiuta a guarirle.
Amato Maestro,
ho trasceso la sfera dei pettegolezzi; per favore,
dammi alcuni aforismi su cui meditare.
Devageet, è praticamente impossibile andare oltre
i pettegolezzi, soprattutto in un luogo così vivo e così sacro! I pettegolezzi
sono qualcosa di così assolutamente intrinseco a una vita vissuta con allegria,
che non occorre neppure andarne oltre: bisognerebbe goderne. Inoltre, essi
contengono un particolare frammento di verità che dovrebbe essere scoperto:
nessun pettegolezzo è soltanto una bugia.
È uno strano fenomeno, ma tutti i vangeli non sono
altro che menzogne; viceversa, nessun pettegolezzo è solo una menzogna: esiste
qualcosa in esso, un qualche frammento di verità.
Le persone serie sono assuefatte ai vangeli… ma se
chi non è serio inizia a trascendere i pettegolezzi, cosa resterà mai? Tu hai
già trasceso i vangeli… adesso, ti restano soltanto i pettegolezzi. La vita è
sempre stata presa seriamente, e questo ha creato un’umanità assolutamente
infelice.
La vita dovrebbe essere presa come un
divertimento! Solo così potremo creare un paradiso sulla terra.
La vita non è profana, né sacra; quelle sono le
parole usate dalle persone serie. Esse passano da un estremo all’altro: o la
condannano, o la rendono divina… ma la verità è sempre nel mezzo. Esattamente
nel mezzo, sei immerso nel vero.
La vita non è profana né divina: è soltanto
un’incredibile occasione per gioire, per essere allegri. Nel momento in cui la
definisci «profana», inizi a sentirti in colpa. Ti storpi con le tue stesse
mani: non puoi danzare – la danza diventa qualcosa di profano, e viene
condannata – non puoi cantare, non puoi celebrare.
Ta-Kuan, un maestro zen, stava
morendo. Chiese della carta e il suo pennello per calligrafia. Nel mondo dello
zen è una tradizione consolidata che i maestri, allorché si apprestano a
lasciare questa vita, lascino per iscritto le loro ultime parole… Ta-Kuan tracciò sul foglio la parola che in giapponese
corrisponde a «sogno». Rise, chiuse gli occhi… il pennello cadde dalla sua
mano.
Ma prima di scrivere queste sue ultime volontà,
aveva dato istruzioni precise ai suoi discepoli: “Mettetemi semplicemente sotto
terra, dietro al tempio, perché io sono parte della terra e la terra ora mi
reclama, per rinnovarmi, per crearmi di nuovo. Sono stanco, ed essa mi vuole
condurre al riposo… e non disperatevi quando sarò morto; al contrario,
celebrate… non costruite alcun monumento sulla mia tomba, perché io sto
tornando a casa: per me non è una tomba, è un semplice entrare in un riposo
eterno. Dunque, gioite, cantate, danzate, celebrate e proseguite nel vostro
lavoro quotidiano come se nulla fosse accaduto.”
Le persone come Ta-Kuan
comprendono la vita, sebbene sia un sogno non deve per questo essere
condannata. È un sogno meraviglioso: lo si può cantare, lo si può danzare, lo
si può abbellire, lo si può rendere ancor più bello.
Chiamarlo «sogno» non è una condanna. Ta-Kuan aveva raccomandato ai discepoli di celebrare e di
proseguire nel loro lavoro quotidiano come se nulla fosse accaduto… le persone
che sanno, non si sentono mai in colpa nei confronti della vita e non pongono
mai la vita su un gradino più alto, rendendola irraggiungibile… se così fosse
si potrebbe solo inchinarsi, piegarsi a terra, perdendo ogni dignità, ogni
orgoglio, ogni rispetto di sé, riducendosi poi a pregare un’ipotetica divinità
della vita… qualcuno che non esiste, perso nelle regioni più remote del cielo.
Tutte le religioni hanno fatto entrambe queste
cose. Da un lato hanno condannato la vostra vita comune, creando nel mondo un
incredibile e malato senso di colpa: ogni suo piacere è stato avvelenato. Il
biasimo si estende così lontano e a profondità così abissali, che nessuno di
voi riesce a godere neppure il cibo che mangia. Non potete godere il vostro
amore, i vostri vestiti, non potete godere di nulla! Qualcosa dentro di voi
continua a condannare… sentite di commettere sempre qualcosa di sbagliato.
Non vedete mai la vostra naturalezza, non riuscite
ad accettare ciò che siete, senza alcun ideale.
Devageet, nei pettegolezzi non c’è
nulla di male: basta che si spettegoli in maniera illuminata. Abbellisci i tuoi
pettegolezzi, fa’ in modo che anche i pettegolezzi facciano parte della tua
comprensione, del tuo amore, della tua compassione. Perfino i pettegolezzi ti
mostreranno chi sei… essi sono la tua firma! Il pettegolezzo diventa maligno
quando è frutto della gelosia, della perfidia, della violenza, quando viene
usato solo per schiacciare qualcuno, per abbatterlo; quando è frutto di una
mente vendicativa… ma questo non è un errore dovuto al pettegolezzo in quanto
tale.
Il pettegolezzo può essere frutto di una mente
meditativa. Può essere frutto dell’amore, della pace interiore. In realtà il
pettegolezzo è un’arte del tutto particolare: non tutti sono capaci di
spettegolare. Esistono pettegoli nati!
Devageet, non potrai mai vincere
il pettegolezzo: è qualcosa di intrinseco alla tua natura. Tu sei un pettegolo
nato!
Osho, tratto da:
The Great
Pilgrimage from Here to Here
L’OCCHIO
DEL
CICLONE
Edizioni News Services Corporation
Pagine 174 Lire 20.000
INTRODUZIONE: La vita è
colma di meraviglia, è meraviglia! Tutti noi nel profondo, abbiamo il desiderio
di riconnetterci con questo mondo di meraviglia e di gioia che troppo spesso
sembra perduto per sempre. In questo libro Osho parla di questa profonda
aspirazione, di quella dimensione di stupore e dei mezzi per realizzare la
bellezza di essere vivi, per includere la meraviglia nella nostra esistenza.
KUNDA: “Lo spazio in
cui è contenuta l’energia vitale è come una kunda, un
bacino pieno d’acqua vicino al centro sessuale; per questo l’energia viene
chiamata kundalini, è come se fosse una kunda.”
CENTRO: “Esiste un
centro dentro ognuno di noi, dove è possibile conoscere dio, dove è possibile
intravedere la verità e da dove possiamo entrare in contatto con la forza
primordiale della vita. Ed è proprio in questo centro che non conosce limiti
che si trova la porta verso la libertà, verso la libertà assoluta.”
LAMENTELE:
“...Smettetela di lamentarvi, per tre giorni. Non brontolate se il cibo non è
buono. Non lamentatevi se di notte vi mordono le zanzare. Per tre giorni
lasciate che ci sia accettazione di qualunque cosa accada. E c’è una ragione
per non lamentarsi: una mente che si lamenta non è mai in pace. Le nostre
lamentele sono di poca importanza, ma ciò che perdiamo è qualcosa di immenso.
Quindi non brontolate; per tre giorni stabilite con chiarezza che non vi
lamenterete di nulla.”
RISVEGLIARE: C’è qualche
pericolo nel risvegliare la kundalini? “Vi è un
notevole pericolo. In realtà c’è il rischio di perdere ciò che noi reputiamo
essere la nostra vita. Non rimarremo gli stessi dopo che è stata risvegliata la
kundalini. Tutto cambierà; tutto: le nostre
relazioni, le nostre emozioni, il nostro mondo e tutto ciò che abbiamo
conosciuto fino a ieri.”
PERICOLO: “La verità è
che quanto più rischiamo, quanto più viviamo pericolosamente, tanto più siamo
vivi. E quanta più paura abbiamo, tanto più siamo morti. Di fatto i morti non
devono affrontare nessun pericolo. La meditazione è il pericolo più grande che
ci sia, perché la meditazione è la porta che conduce al raggiungimento delle
maggiori profondità della vita – all’Assoluto.”
LA
DINAMICA: “È bene comprendere che le prime tre fasi della dinamica, sono
soltanto passi verso la meditazione, non sono la meditazione in quanto tale. La
quarta fase è meditazione. La quarta fase è la porta, le altre tre sono i
gradini che portano alla soglia. I gradini non sono la porta, ti conducono
soltanto alla soglia. La quarta fase è la porta che conduce alla meditazione,
che è rilassamento e riposo, vuoto, abbandono e silenzio, dissoluzione e
morte...”
SAHAJA
YOGA: “Essere Sahaja, essere naturale
significa «ciò che è, è»: adesso non
c’è più nessun modo per evitarlo, devo viverlo; e lo vivrò, lo sarò. Ma questo
essere e vivere con quello che si è, è talmente doloroso da essere quasi
impossibile. Sahaja yoga significa: sappi che sei ciò
che sei; non cercare di cambiarlo nemmeno un po’. Quello che è, è. Conoscete
quello che è, e vivete con esso. Quello che è, è un fatto; vivete con quel
fatto. Vivete ciò che di fatto è la vostra vita.”
COME
FINISCE: “Negli ultimi tempi ho pregato costantemente nella speranza che
possa avvenire un’esplosione collettiva nella vita di milioni di persone. E voi
potete essere di grande aiuto in questa impresa. Una tale esplosione nella
vostra vita avrà un valore immenso, non soltanto per voi, ma per tutta
l’umanità. Nella speranza e con la preghiera che non accendiate solo la vostra
lampada, ma che possiate anche accendere altre lampade spente, io vi saluto. Vi
sono grato per avermi ascoltato in pace e con tanto amore, e io mi inchino a
dio seduto in ognuno di voi. Per favore accettate il mio saluto.”