SOMMARIO

 

2 CENTRI DI OSHO IN ITALIA

Tutti i Centri di Osho divisi per regione

 

6 IL DISCEPOLO

Se stai cercando un maestro

Intelletto, sentimenti o volontà? Tre tipi di maestro a seconda di dove sei centrato.

 

10 IL L MAESTRO

Libertà dal passato

Ribellarsi senza violenza è la sola rivoluzione efficace. Il vero cambiamento sociale è quando milioni di persone si liberano dal passato.

 

16 IL MAESTRO

I segreti dei corpi sottili

Viaggio alla scoperta dei 5 corpi, i 5 gradini che costituiscono la scala verso il proprio essere.

 

24 L'OPINIONE

Stadi di trasformazione interiore

Realtà e fantasie lungo il sentiero verso la realizzazione del sé.

 

29 LA COMUNE

Il programma completo del festival OSH02000 di dicembre /gennaio

Gli ospiti, le serate, gli eventi speciali di questa grande celebrazione.

 

33 LA LETTERA

Oltre l'illuminazione

Il raro incontro fra due illuminati dei nostri giorni, nel resoconto di Ma Anando, segretaria di Osho.

 

34 IL MAESTRO

Proprio dietro l'angolo

...c'è l'illuminazione. Ma se non sei pronto a rischiare tutto quell'angolo è ancora lontano.

 

38 IL MONDO

Una storia infinita

Nel lungo viaggio di Swami Josep e Ma Maria - insieme al loro centro di meditazione - l'eco di altri tempi e altre storie.

 

40 BIOGRAFIA

Gli anni dell'invito

Parte quinta: dal 60 al 70.

 

43 BIOGRAFIA

Parole di fuoco

Una conferenza tenuta da Osho nel 68

 

48 L'ESPERIENZA

Strettamente confidenziale

Condivisione o pettegolezzi? Basta non prendersi troppo sul serio!

 

50 TUTTE LE STELLE

Il tuo oroscopo di giugno e luglio

 

52 LA VETRINA

Tutti i libri di Osho in italiano, i video di Osho, le musiche per la meditazione e il rilassamento.

 

 

 

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SE STAI CERCANDO UN MAESTRO

AAA – discepolo arrivista cerca disperatamente illuminazione a poco prezzo

 

In quest’epoca in cui per noi occidentali si stanno aprendo, dopo secoli di rigido monopolio cristiano, nuovi territori di ricerca religiosa, ci troviamo spesso a essere facile preda, nella nostra ingenuità di neofiti, di chiunque sappia furbescamente affascinarci con facili promesse di illuminazione, beatidudine, eterna saggezza e poteri spirituali; di chiunque riesca a sfruttare la nostra tipica tendenza a pretendere risultati strabilianti in breve tempo e senza troppo impegno.

 

 

Mi hanno chiesto, “Di questi tempi in molti cercano l’illuminazione istantanea, e ci sono tutti questi guru che vanno di qua e di là e dicono di seguirli; c’è tuttavia da domandarsi se in questo modo si trovi davvero la risposta.”

La risposta è dentro di te, non è in nessun altro luogo. Così, se vuoi seguire un uomo, segui quello che ti rimanda a te stesso – perché la risposta è in te. La funzione di un maestro esterno è di aiutarti a trovare il tuo maestro interiore.

Se il guru esterno vuole che ti attacchi a lui e che gli stai intorno, se vuole che rimani sempre dipendente da lui, allora è pericoloso. Evitalo. Non è un maestro. In quel caso è lui che ha bisogno di seguaci, ma non è un maestro. Sta solo soddisfacendo il suo ego. Si sente bene perché ha tanta gente che lo segue. Il suo sentirsi bene non ha niente a che fare con l’illuminazione, il suo star bene è politico: quasi come quello di un qualsiasi politicante al potere. Dà un certo potere il sapere che hai tanti discepoli, tanti seguaci – migliaia di seguaci. Dà potere. È un trip di potere.

Ma se qualcuno è in un trip di potere, non ti aiuterà ad andare nel tuo centro più profondo. Sarà l’ultima persona ad aiutarti. Ti ostacolerà. Creerà ogni sorta di barriere, così che tu non possa raggiungere il tuo centro, perché, se lo raggiungessi, ti libereresti del cosiddetto guru. Non ne avresti più bisogno. Certo, lo ringrazieresti e te ne andresti per la tua strada: gli saresti grato per l’aiuto, per averti guidato verso il tuo essere più profondo, ma questo è tutto.

Sei pronto per muoverti da solo, sei pronto a essere la tua propria essenza.

Allora, ricordati, questo deve essere il tuo criterio di giudizio. Se senti che un certo guru gode all’idea di avere tanti discepoli e sta creando barriere al tuo entrare nel tuo essere profondo; se ti accorgi che desidera che tu gli resti attaccato, e ti rende sempre più indifeso e sempre più dipendente, sempre più timoroso e colpevolizzato, continuando a ripetere: “Solo con me è possibile la tua salvezza”. Se senti che ti toglie la libertà, ti distrugge – allora fuggi da quell’uomo, è il diavolo incarnato. Evitalo.

Cercati qualcuno che non abbia bisogno di seguaci, di una grande folla intorno a sé, che sia profondamente soddisfatto di sé, anche quando è solo, che sia assolutamente contento di se stesso. Quest’uomo potrà esserti di grandissimo aiuto.

Ma, ricordati ancora, la risposta non è in nessun altro luogo, la risposta è dentro di te. Stai già portando la risposta nel tuo profondo. Forse non sei andato a leggerla, forse non sai come decodificarla, forse hai perso la chiave del tuo tempio interiore. Qualcuno ti potrà aiutare. Uno che ha raggiunto il suo essere più profondo, potrà mostrarti la via.

Buddha ha detto: “I buddha indicano solo il sentiero. Il viaggio devi farlo tu.” Loro non possono viaggiare al posto tuo. Nessuno può salvarti. La responsabilità è solo tua: sei stato tu a creare questa schiavitù, e sei tu che puoi liberartene. Sì, qualcuno può aiutarti moltissimo a diventare consapevole, ad accorgerti della situazione.

Ancora una cosa sull’epoca attuale: i vecchi sostegni sono scomparsi. Il Cristianesimo, l’Islam, l’Induismo, il Buddhismo non hanno più su di voi quel tipo di presa che erano soliti avere nel passato. La chiesa, il tempio, la moschea, ora sono solo decorativi, formali. Nessuno ci mette più il cuore.

L’uomo è stato sempre dipendente da credenze, chiese, organizzazioni, scritture – sono tutte cose scomparse. E l’uomo non è ancora diventato adulto. Ha ancora bisogno di qualcuno da cui dipendere – da qui la sua ricerca di guru.

Ai vecchi tempi, il cristiano aveva il suo prete, l’induista il suo guru e il maomettano il suo maulana, ora non sono più importanti. Ma nel profondo dell’uomo c’è una specie di impotenza. L’uomo non è ancora capace di stare da solo, non può reggersi da solo. Ha paura, vuole qualcuno a cui appoggiarsi. Così, è pronto a cadere nella trappola di chiunque affermi: “Io sarò il tuo sostegno.”

Perché c’è tanta gente che cerca l’illuminazione istantanea e perché ci sono tante persone che dichiarano di poter fornire la merce richiesta? È una semplice legge di mercato: se c’è domanda, c’è offerta. Se vuoi l’illuminazione istantanea, ci sarà qualcuno abbastanza furbo, pronto a dirti che te la può fornire. Basta chiedere e troverai il fornitore. Qualsiasi cosa venga richiesta, sarà prodotta. I produttori sono sempre pronti.

Proprio l’altra sera, stavo leggendo un libro. Ero stupefatto. Libri così possono essere scritti solo in quest’epoca e solo in America, in nessun altro posto. L’autore dice, nell’introduzione: “Sei senza lavoro? Sei malato? Sei senza donna o senza uomo? Sei povero? Vorresti avere una salute migliore e più soldi? Vorresti conquistare una donna o un uomo? Ti piacerebbe sconfiggere il tuo nemico? O qualsiasi altra cosa? Qui ne troverai il modo.” E come prova, dice: “Guardate me. Solo tre anni fa ero povero, la vita con mia moglie era una lotta perenne. Ero infelice e pensavo di ammazzarmi. Ero uno degli uomini più disgraziati al mondo. Ma trovai questo segreto da un guru, in Tibet.”

 Questo ‘Tibet’ è meraviglioso. Si può sempre trovare qualcosa in Tibet!

“E il segreto ha funzionato. Ora ho una Cadillac, una bella casa in cui vivere, un sostanzioso conto in banca, la mia vita è diventata assolutamente splendida, l’amore è rifiorito fra me e mia moglie. Sono diventato famoso.” E dà il suo indirizzo. Poi dice: “Potete venire in qualsiasi momento.” Abita a Montreal. “Venite quando volete e vi renderete conto personalmente dei miracoli che sono avvenuti per mezzo del mio guru e della sua benedizione. E posso comunicare anche a voi il segreto.”

Un tempo la gente avrebbe riso di questo tipo di spiritualità. Ma ora ci sono persone proprio così, questi tipi sono diventati davvero importanti. Qualsiasi cosa tu domandi, sono pronti a dartela – o perlomeno, promettono di dartela. Non c’è bisogno di dartela sul serio, basta la promessa. Vai da un guru e, se non hai successo, se non raggiungi quello che vuoi, te ne vai da un altro. E qualcun altro viene dal primo guru; in questo modo la gente continua a muoversi da un guru all’altro, sperando che da qualche parte ciò che vuole succeda.

Innanzitutto sta attento, perché questo mondo è un mercato, un supermarket. Ci sono mistificatori di ogni tipo. Ascoltano quello che tu desideri e dichiarano di potertelo procurare. Parlano la lingua dei tuoi desideri.

Un vero maestro non parla la lingua dei tuoi desideri e delle tue richieste. Un vero maestro promette solo una cosa – la morte. Un vero maestro dice: “Sarò la tua croce. Posso aiutarti a morire e scomparire.” Un maestro reale ti può solo promettere la crocifissione, perché solo attraverso la crocifissione c’è la resurrezione. Solo quando scompari come uomo, dio nasce in te. Solo quando tu non sei, dio è.

Allora, quando trovi un maestro pericoloso, pronto a buttarti nel fuoco, disposto a distruggerti completamente e che non ha alcun bisogno che tu sia un suo seguace, che non gli importa niente se lo segui o no… solo un maestro così potrà in qualche modo aiutarti.

Ma, ricordati sempre, la risposta è dentro di te. Non essendo tu capace di entrare nella tua più profonda essenza, hai bisogno di un qualche aiuto, di qualcuno che conosca la strada: qualcuno che sia andato nel suo essere profondo e che sia perfettamente consapevole della via e delle possibilità di perderla, che sappia quanti trabocchetti, quante svolte sbagliate, quante false porte ci sono e che conosca il duro lavoro che c’è da fare.

Un vero maestro non ti prometterà l’illuminazione istantanea – è semplicemente da stupidi. Non ci sono scorciatoie. Bisogna crescere lentamente, pazientemente. Puoi fare soldi all’istante – puoi diventare un ladro – ma non puoi rubare dio, non puoi diventare quel tipo di ladro. I soldi è possibile farli – puoi ingannare l’esattore delle tasse, l’ufficio delle tasse, ma come farai a ingannare dio?

Se qualcuno ti promette l’illuminazione istantanea, è sicuro che ti ingannerà. E se cadi nella sua trappola, ne sarai responsabile – perché tu per primo hai voluto istantaneamente l’illuminazione. Era una richiesta idiota, che ti ha portato a questa stupidità, a questa prigionia. A dio non si possono fare ordinazioni. Devi prepararti, devi diventarne degno. Il viaggio è lungo. Se mai arriverai, sarai fortunato. Sarai benedetto, se mai ti accadrà.

Non sto dicendo che non può succedere adesso, ricordati. Se sei pronto, se sei pronto ad aspettare per sempre, può avvenire adesso, perché questo momento è potenzialmente quello giusto, come qualsiasi altro momento. In questo momento la porta di dio è aperta, come lo è sempre. Ma avrai bisogno di occhi per vedere, di ali per volare, di una estrema apertura per poter ricevere, avrai bisogno di una mente innocente, senza pensieri, consapevole, piena di amore e di compassione. Queste cose non sono fiori effimeri, hanno bisogno di tempo per affondare le loro radici nella terra.

 

Osho, tratto da

Sufis: the People of the Path

 

 

 

Quando ancora non sei illuminato devi fare una scelta. Ti devi focalizzare su unico punto, proprio come una freccia che si muove verso il bersaglio, senza curarsi delle altre frecce che si muovono da angoli e lati differenti. Se la freccia cominciasse a pensare a tutte le altre possibilità non raggiungerebbe mai il bersaglio: si perderebbe in una confusione totale.

Si sono illuminate sia persone che hanno seguito Mahavira, sia persone che hanno seguito Gautama Buddha. Se me lo chiedi, ciò che le fa arrivare a casa è la totalità, la profonda dedizione e l’impegno assoluto. Queste condizioni vanno soddisfatte, qualunque strada tu stia percorrendo.

In realtà, il percorso non ha alcuna importanza. Quello che conta sono queste tre condizioni: se riesci a soddisfarle, anche il sentiero sbagliato ti porterà al risultato giusto. E se non ci riesci, magari la via è assolutamente giusta... ma tu non arriverai da nessuna parte!

E c’è un’altra cosa da capire: io dicevo questo a proposito degli illuminati, ma esistono molte persone che sono semplicemente degli impostori, e tu non sei in grado di distinguere gli uni dagli altri.

Proprio pochi giorni fa ho ricevuto una lettera da uno dei miei sannyasin più istruiti, Swami dott. Amrito. Egli possiede numerosi titoli accademici e ha scritto molti libri. Ha scritto otto libri su di me. Adesso là in Olanda c’è una persona che parla come se fosse illuminata, e molti sannyasin vanno da lui. La mia segretaria internazionale, Ma Prem Hasya, vedendo la situazione, ha annunciato su tutti i giornali che quell’uomo è un impostore e i sannyasin non dovrebbero andare da lui.

Lo stesso Amrito ci è andato ed è rimasto davvero sconvolto, perché anche secondo lui quell’uomo sembrava illuminato. E io, pur senza conoscerlo, so che non può essere illuminato, perché conosco il suo maestro. Non conosco quell’uomo, ma conosco il suo maestro. Viveva a Bombay e una volta andai a trovarlo, giusto per dargli un’occhiata.

Era conosciuto come Bidi Baba, perché fumava bidi di continuo. Grande illuminazione! Ma, a parte questo, non ho notato alcun indizio di illuminazione, solo un fumatore accanito.

Raccoglieva intorno a se qualche indiano poco istruito, senza cultura… fumava bidi e parlava dell’assoluto. In ogni villaggio indiano si possono trovare un paio di idioti che fanno esattamente le stesse cose. Questo è il paese degli idioti e degli illuminati! Da secoli gli illuminati parlano, e gli idioti hanno memorizzato tutte quelle belle parole. È facile parlare dell’assoluto, brahma, e citare un paio di frasi dalle sacre scritture. I ricercatori spirituali che arrivano dall’Occidente non capiscono che questi sono solo pappagalli, e così quando ascoltano parole solenni su cose sulle quali non sono preparati…

Persino il mendicante più povero ne sa di più sulla metafisica, su grandi ideologie… E quando arriva l’occidentale – che può essere molto istruito, ma con una preparazione scientifica, logica, un’educazione che lo rende un grande intellettuale. A livello di cuore però resta davvero ingenuo, e allora basta un qualsiasi Bidi Baba, un idiota qualunque per fargli una grande impressione.

Questo olandese ha vissuto per mesi accanto a Bidi Baba. Egli non fa menzione del suo nome famoso, ma lo chiama solo col suo nome legale, Nisargadatta Maharaj. Ha scritto molti libri su Nisargadatta Maharaj, rendendolo celebre in tutto il mondo. Ho dato un’occhiata a questi libri: sono pieni di stupidaggini.

Adesso Swami Amrito mi ha scritto: “Osho, devi dire ad Hasya di ritirare la sua affermazione, perché ho visto questo olandese e mi sembra illuminato.”

Gli illuminati non sembrano illuminati, lo sono! E, povero Amrito, questa non è la prima volta. È rimasto molto confuso, ed era inevitabile: già la mia affermazione su Sri Aurobindo – che non era illuminato – lo aveva scosso. E io che posso farci? So che non era illuminato, e che stava ingannando la gente.

 E quando l’ho spiegato nei dettagli ad Amrito e gli ho detto: “Non farti coinvolgere in queste sciocchezze”, mi ha risposto: “Non ci avevo mai pensato.” Ma lui va da una persona all’altra. Per semplice curiosità… Pare una curiosità insaziabile.

Non è solo che gli illuminati criticano gli altri illuminati: devono criticare anche chi non è illuminato e finge di esserlo. È assolutamente necessario smascherare ciò che è falso. Anche questo fa parte della compassione, affinché tu non ti faccia coinvolgere da ciò che non è autentico.

 

Osho, tratto da:

Om Mani Padme Hum

 

 

 

 

GLI STUPIDI

I MEDIOCRI

GLI INTELLIGENTI

 

La gente è fatta così. Pensano che sia una cosa di cui essere fieri. Vengono da me e mi dicono: “Prima sono andato da Guru Maharaji, poi da Muktananda e poi da questo e da quello – ora sono venuto da te.” Credono di essere dei grandi pellegrini, dei grandi ricercatori. Elencano tutti quei nomi e si sentono molto soddisfatti. Stanno semplicemente dimostrando che sono ancora stupidi.

A un vero ricercatore non importa nulla degli insegnanti, non diventerà dipendente da un insegnante. Anche se va da un insegnante, saprà vedere oltre, capire che quello non è altro che un insegnamento e andarsene il più in fretta possibile. Non continuerà a vantarsene, non c’è niente di cui vantarsi.

Uno deve trovare, deve continuare a brancolare nel buio. Ma, mentre brancoli alla ricerca di una porta, qualche volta vai a finire in un angolo della stanza e lì c’è un muro… e sei bloccato e batti la testa… e poi inciampi in qualche mobile, e poi questo e poi quello… e poi arrivi alla porta… Quando trovi la porta, fai l’elenco di quante volte sei inciampato prima? In quale angolo? Su quale mobile? Quante volte ti sei fatto male la testa? Non lo fai, tutto quello che hai passato non ha importanza. Quando hai trovato la porta, tutto quell’inciampare nel buio è finito. Allora, non c’è niente di cui vantarsi.

Infatti, quando dici che sei stato da Muktananda, o da Guru Maharaji, o da Sai Baba, o da questo e da quello, stai semplicemente dicendo che non hai occhi per vedere. Stai dimostrando la tua mancanza di intelligenza.

Ci sono 3 tipi di persone al mondo. Gli stupidi, che sono la maggioranza; poi i mediocri, un po’ meglio; e gli intelligenti.

Gli stupidi si dividono a loro volta in tre categorie – come succede a tutti i tipi di persone. La prima: la persona che funziona tramite la mente. Non che gli serva molto, ma lui funziona così – e cioè, lo stupido intellettuale. Ogni volta che qualcuno dice: “Sono stato da Prabhupad”, io so che è uno stupido intellettuale. La seconda: l’uomo stupido, ma emotivo. Funziona attraverso le emozioni. Allora andrà da Guru Maharaji. Diventerà un premi, un devoto. O la terza possibilità: lo stupido pieno di volontà, di cocciutaggine, alla ricerca dei poteri. Questo andrà da Satya Sai Baba… i miracoli. È quello interessato alla magia.

Quando venite da me e dite che siete stati qua e là, mi state semplicemente mostrando tutte le sciocchezze che avete fatto nel vostro passato.

Il secondo tipo, le menti mediocri, anche queste si dividono in tre gruppi. Se la mente mediocre funziona tramite intelletto, andrà da Sri Aurobindo. Se funziona attraverso i sentimenti, allora andrà da Muktananda. Se invece funziona per mezzo della volontà, seguirà qualche hatha yogi. Troverà un ginnasta e comincerà a torturare il suo corpo. Oppure potrebbe diventare un seguace di un muni giainista. Sarà una specie di masochista, godrà nel torturarsi. Per mezzo della tortura si sentirà potente.

E poi ci sono gli intelligenti, le persone veramente intelligenti. Anche loro hanno tre approcci. Se una persona funziona realmente per mezzo dell’intelligenza, allora andrà o da Krishnamurti o da Ramana. Oppure, se è una persona di sentimento, troverà qualche maestro come Meher Baba. E, se è un uomo di volontà, troverà un maestro come Gurdjieff.

Ma, se hai trovato il maestro, non avrai bisogno di venire da me. Una volta che hai trovato il maestro, non andrai più da nessuna parte. Il tuo viaggio è finito. Solo se non l’hai ancora trovato, continui a cercare. Così, quando dici: “Sono stato con questo e con quello”, semplicemente mi dimostri che ancora non hai trovato.

Il fatto di aver girato, non vuol dire che tu ti sia arricchito di qualche cosa, significa semplicemente che hai continuato a inciampare di qua e di là, senza aver ancora trovato nulla. Mostra semplicemente che manca qualche cosa, e che non l’hai ancora trovata. Non è la tua reale autobiografia, perché quella non è ancora incominciata.

Quando trovi il tuo maestro – fine, punto. Allora hai trovato la porta. Ci passi attraverso ed entri. Dopo non vai più da nessuna parte. Così, se non hai ancora trovato, tutto quello che pensi di aver incontrato non ha nessuna importanza.

 

Osho, tratto da

Sufis: the People of the Path

    (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

 

LIBERTÀ DAL PASSATO

 

 

Ogni ideologia, per quanto rivoluzionaria, produce un nuovo status quo. La liberazione reale è sempre al di là delle ideologie.

 

Lo scopo estremo della liberazione dall’oppressione dello Stato è riaffiorato tra noi, ventilando di nuovo di fronte agli occhi della nostra coscienza il trauma del terrorismo. Media, opinione pubblica, massime autorità dello stato sono subito accorsi a cauterizzare questa ferita usando il vetusto strumento dell’indignazione morale e, subito dopo, si è

passati all’oblio, comune in quest’epoca di indigestioni da informazioni epocali, per cui, a distanza di pochi mesi, già tutto tace... certo, si vorrebbe che tutto fosse rientrato, che nulla di così violento fosse mai successo; si spera che non accada mai più. Purtroppo la storia insegna che nulla sembra essere più umano della violenza legittimata, pertanto è facile supporre che questa Idra dalle cento teste si sia solo nascosta da qualche parte, pronta a rialzare la testa: i guerrieri dell’ideologia da sempre hanno ucciso e uccidono, addirittura sono giunti allo sterminio, giustificato come una crudele e tragica necessità, necessaria per la “salvazione” che tanta violenza vuole dare in dono all’umanità. Nessuna barriera etica sembra essere mai riuscita ad arginare quell’impulso che porta l’uomo all’assassinio ideologico... diamo dunque a Osho l’opportunità di far balenare nella nostra consapevolezza alcune intuizioni che aiutino a leggere il fenomeno della rivoluzione e del rifiuto violento dello Stato a profondità maggiori, in modo da rivedere il significato del viaggio della consapevolezza in cui siamo impegnati in una prospettiva più allargata. È un messaggio la cui portata può aiutare anche quanti si affacciano alle soglie della vita sociale con profonde frustrazioni e potenti energie imbrigliate: Osho suggerisce una nuova rotta di realizzazione che non sia la violenza o un’ideologia totalizzante in cui, inevitabilmente, la coscienza individuale scompare.

 

 

Amato Maestro,

sono nata nella Corea del Sud, ho lasciato quel paese nel 1984 e ho preso il sannyas nel 1985. Quando mi trovavo a Rajneeshpuram, nel 1985, il governo sud coreano arrestò molti miei amici e denunciò loro e me, come comunisti rivoluzionari. Uno di loro fu ucciso prima del giorno del processo, e due furono condannati a morte; tutti gli altri sono ora in prigione e io sto soffrendo molto per questa orribile sventura. I tuoi discepoli in Corea cercano di liberare il loro paese dall’imperialismo americano e, contemporaneamente, cercano il sentiero della verità. È possibile fare questo? Cercare il sentiero della verità e liberare il proprio paese dalla tirannia?

 

Prem Seung, non c’è conflitto fra la tua ricerca della verità, fra la tua libertà spirituale, e la tua lotta contro la tirannia politica – anche se le cose diventano un po’ più complicate.

La priorità dovrebbe andare al raggiungimento della libertà spirituale, perché le tirannie vanno e vengono. E non puoi essere assolutamente certa che quando hai rovesciato una tirannia politica, questa non sarà rimpiazzata da un’altra. Tu puoi combattere contro gli Stati Uniti e contro il loro orribile tentativo di tenere la Corea del Sud in loro potere – di distruggere la gente e la sua libertà.

Ora stanno ammazzando la tua gente, chiamandola comunista. Domani… è necessario che avvenga, perché la storia si muove come il pendolo di un orologio. Da un estremo all’altro, questo è il modo della storia e del tempo. Poiché vi stanno condannando come comunisti – uccidendovi, costringendovi in prigione, condannandovi a morte – questo creerà il movimento opposto, un movimento verso il comunismo.

Nessuna tirannia è riuscita a durare per sempre; i suoi giorni sono limitati. Nessuno può distruggere la volontà della gente. Possono fare del male, possono uccidere, ma un giorno si accorgeranno che il loro sforzo più grande sarà quello di conservare il loro impero, e che tenere la gente in schiavitù, la fa rivoltare contro di loro.

Ma cosa dire del tiranno comunista? Usciresti da una tirannia per metterti nelle mani di un’altra. Certo, non sarebbero uccise le stesse persone e altri sarebbero condannati a morte. Ora le vittime sarebbero quelli che erano diventati agenti degli Stati Uniti – sarebbero uccisi, sarebbero messi a morte. Ma cosa importa chi viene ucciso e chi condannato a morte? – sono tutti sudcoreani, tutti tuoi fratelli e sorelle. E il fenomeno più strano, che va ricordato, è che anche i comunisti, quelli che hanno combattuto contro l’imperialismo americano, molti di loro verrebbero fatti fuori dal regime comunista che l’ha rimpiazzato.

È uno strano destino, ma contiene una logica sottile. Quelli che sono stati rivoluzionari, si abituano a esserlo; e ogni regime è antirivoluzionario. Può essere perfino il regime creato dagli stessi rivoluzionari, però, nel momento in cui gli uomini arrivano al potere, diventano antirivoluzionari, perché a quel punto la rivoluzione è contro il loro potere. Erano a favore della rivoluzione perché questa portava il potere nelle loro mani – semplice logica. E i rivoluzionari non possono credere che si tratti della stessa libertà per la quale hanno combattuto. Sono cambiate solo le persone, ma tutto resta uguale: la stessa burocrazia, gli stessi orribili politici, ma ora saranno sudcoreani, invece che americani.

E dimenticheranno tutte le promesse fatte a quelli che sostenevano la rivoluzione; cominceranno a sfruttare quelle stesse persone. Naturalmente molti rivoluzionari del passato cominceranno ad allontanarsi da chi detiene il potere. Una volta avevano combattuto, spalla a spalla, contro il nemico. Ora cominciano a prendere le distanze, perché la rivoluzione è stata tradita. E ora i rivoluzionari che sono arrivati al potere – e il potere distrugge tutte le loro ideologie rivoluzionarie – cominciano a uccidere quelli che sono rimasti rivoluzionari, perché sono le persone più pericolose. Hanno buttato fuori il precedente regime; possono farlo anche con questo. Non possono essere tollerati.

È un gioco molto complesso. Non dovresti accordargli la priorità; prima dovrebbe venire la tua crescita. Sia che la tirannia sia americana, o cinese o dell’Unione Sovietica, non ha importanza. La tirannia è semplicemente tirannia; è assassina, è criminale. Così, piuttosto che aspettare un meraviglioso futuro, quando l’America se ne sarà andata dalla Corea del Sud e gli stessi sudcoreani saranno al potere… non fidarti troppo. La Storia insegna qualcosa di diverso; la gente rimarrà nella stessa bruttissima situazione, subendo gli stessi orrori. Cambiano solo i macellai, ma il delitto resta lo stesso.

Io non sono contro la lotta per la libertà della tua nazione, ma non darle la priorità. Dalla alla tua libertà spirituale, che non può esserti tolta né dall’America, né dalla Russia, o dalla Cina o da chiunque altro. Se ti riesce, senza turbamenti, di lottare anche contro il tiranno, sono assolutamente d’accordo. Ma non credere che sia facile – è molto difficile. Nel momento in cui cominci a combattere contro i governi, ne sarai così coinvolta, che ti dimenticherai completamente di te stessa.

È brutto essere sottoposti a qualsiasi schiavitù. Ma la peggiore è la schiavitù dell’anima. Liberala dal passato, dalla nazione, dalla religione in cui sei stata allevata. La ricerca della verità dovrebbe continuare a essere il tuo interesse fondamentale e definitivo. Accanto a questa, se ti è rimasta dell’energia, puoi continuare a combattere contro le tirannie politiche. Ma ne sarai delusa.

Tutti quelli che nei tempi passati hanno portato avanti l’idea: “Noi saremo liberi”, sono stati delusi. In questo paese, io ero molto piccolo quando c’era la lotta per la libertà, ma tutta la mia famiglia ne era coinvolta. I miei zii erano in prigione, la mia famiglia era quasi ininterrottamente agli arresti domiciliari. I miei zii non poterono completare gli studi, perché il tempo che avrebbero dovuto passare all’università, lo passarono in prigione. Con ogni tipo di tortura… ma c’era la grande speranza che, per quanto potesse durare, alla fine questa lunga notte sarebbe finita.

È finita, ma il giorno non è ancora spuntato. Questo è il miracolo.

Gli imperialisti britannici se ne sono andati, e quelli che sono venuti al potere avevano combattuto contro l’imperialismo britannico e la sua mancanza di umanità verso la gente di questo paese. Ora sono loro a fare la stessa cosa. Questa non è certamente la libertà che la gente sperava di ottenere.

Mi ricordo i giorni della mia infanzia… quando la grande speranza era nell’aria – come se fossimo arrivati molto vicino all’Età dell’Oro. E, tranne l’assoluta delusione, non è successo niente. Quarant’anni sono passati; ora i governanti sono indiani, non britannici, ma le loro strategie sono le stesse. Il loro attaccamento al potere è lo stesso, lo sfruttamento della gente è lo stesso. La burocrazia è diventata più forte, e il paese ha subito uno shock: “Cosa ne è stato della libertà per la quale abbiamo combattuto? Per che cosa la nostra gioventù è stata crocifissa? Per che cosa migliaia di persone sono state messe in prigione o uccise? È questa la libertà per cui sono stati fatti tanti sacrifici?”

Certo, questa non è libertà. Forse nel mondo politico, quel tipo di libertà non può mai venire, a meno che non nasca il ribelle, non il rivoluzionario. Il rivoluzionario ha fallito, totalmente; e non una sola volta, ma centinaia di volte. Ora può essere accettata come regola: il rivoluzionario parla di grandi cose, promette paradisi, e, quando arriva al potere, si dimostra un tiranno anche peggiore di quelli che lo avevano preceduto.

La mia speranza non risiede più nelle promesse dei rivoluzionari; la mia speranza è nella nascita del ribelle. E la necessità fondamentale del ribelle – la trasformazione essenziale – è la libertà della vostra individualità dal vostro passato, dalla vostra religione, dalla vostra nazione. La meditazione vi aiuterà a diventare individui; e solo una comunità di individui che sono liberi spiritualmente, che hanno rotto tutti i ponti che vanno verso il passato, solo quella comunità avrà occhi che guardano stelle lontane.

In un certo senso, sono tutti poeti, sognatori, mistici, meditatori. E, a meno che non riempiamo il mondo di tali individui, questo mondo è destinato a passare da una tirannia all’altra. Un gioco di assoluta futilità.

Prem Seung, sei tu la priorità. Arriva alle tue radici, trova te stessa, diventa una ribelle, e crea quanti più ribelli ti riesce di creare. Questo è il solo modo che hai per aiutare l’umanità futura a creare un Futuro d’Oro.

 

 

 

 

Di fronte alla follia del mondo la scelta è sempre stata:

spaccare tutto o fuggire.

Ma esiste anche una terza via.

 

 

 

Per favore, puoi dire qualcosa sulla violenza come manifestazione della ribellione?

 

La violenza non può mai far parte dello spirito di ribellione, perché l’intero passato dell’umanità si fonda sulla violenza, e il ribelle vuole creare una discontinuità col passato. La violenza è sempre stata il modus vivendi; per migliaia di anni non abbiamo conosciuto altro che uno stato di violenza permanente, diretta o indiretta. Gli eserciti, la polizia, le prigioni, i giudici, le guerre, le cosiddette grandi religioni, hanno sempre fondato la loro esistenza sulla violenza. E la violenza, se la si osserva alle radici, è sempre un oltraggio nei confronti della vita.

La religione, la consapevolezza religiosa, per me non sono altro che una manifestazione di profondo rispetto per la vita, perché non esiste un Dio al di là della vita, non esiste un paradiso oltre la coscienza. La violenza è distruttiva: è una violazione sia della vita che della coscienza.

Il ribelle è un creativo; la sua filosofia si fonda interamente sulla creatività. Abbiamo vissuto troppo a lungo in modo distruttivo, e che cosa abbiamo ottenuto?

Per questo ho stabilito una distinzione molto netta tra ribelle e reazionario; inoltre ho spiegato chiaramente la differenza tra ribelle e rivoluzionario.

Il reazionario è la categoria più bassa: non riesce mai a staccarsi dal passato. Il passato costituisce il suo punto di riferimento, verso il quale egli reagisce. Ma, a favore o contro, il passato rimane sempre il suo punto focale, il suo contesto esistenziale.

Il rivoluzionario si trova a un livello un po’ più alto del reazionario, perché non si limita a reagire, ma sogna il futuro, insegue un’utopia. Ma per quanto riguarda la violenza, per secoli i rivoluzionari hanno sempre creduto di poter conseguire fini giusti con mezzi sbagliati.

Io rifiuto decisamente questo punto di vista. I giusti fini possono essere conseguiti solamente tramite i giusti mezzi. Dalla violenza non può nascere un’umanità tranquilla, serena, capace di amare. Alla base ci sarà sempre la violenza, che andrà a minare l’intera struttura. Il ribelle deve essere non-violento; non può fare altrimenti. Soltanto se è un individuo non-violento può contribuire a creare un’umanità che viva in pace, senza più guerre, senza più classi sociali.

Chi getta i semi della violenza, non può aspettarsi, non può sperare che i fiori non risentano di quella violenza: i fiori sbocciano da quegli stessi semi. Per questo ogni rivoluzione violenta ha prodotto un’altra società violenta, un’altra cultura basata sulla violenza.

È vergognoso che si debbano ancora mantenere eserciti, che si abbia ancora bisogno di armi atomiche… è indegno che si abbia ancora bisogno di polizia e di prigioni. Un’umanità migliore, un uomo più consapevole, si sbarazzerà di tutte queste stupidaggini che lo circondano e che ne contaminano l’essere.

Il ribelle non può fare le cose a metà, non può scegliere: non può accettare alcune cose del passato e scartarne altre… Il passato nella sua totalità, deve essere completamente negato. Solo così possiamo eliminare gli istinti barbarici che affliggono l’umanità: la crudeltà, la violenza e la profonda mancanza di rispetto nei confronti della vita e dell’esistenza.

La base del mio insegnamento è il rispetto per la vita.

Il ribelle è disposto a morire, ma non a uccidere. Uccidere un essere umano è un’azione animalesca; per quanto nobile sia la causa per cui lo si fa, nel momento stesso in cui si uccide, si tradisce la causa. Guardiamo la cosa da un punto di vista pratico: il ribelle è un individuo in lotta col mondo intero. Anche se scegliesse di praticare la violenza, verrebbe schiacciato. Il suo nemico è il passato e ha a disposizione un potenziale di violenza infinitamente superiore.

Il ribelle deve avere fiducia nell’amore, nella meditazione, deve essere consapevole della propria essenza immortale, ben sapendo che essa rimane integra anche quando il suo corpo viene crocifisso. Non mi riferisco solamente a una ribellione di carattere politico, ma soprattutto al ribelle come individuo, che è un fenomeno spirituale, non un’entità politica. E la spiritualità non può accettare la violenza come mezzo valido per raggiungere i propri fini.

La violenza è semplicemente fuori questione, per quanto riguarda il mio concetto di ribellione e di ribelle. Il mio ribelle non può pensare a distruggere: abbiamo distrutto abbastanza. Non può uccidere: abbiamo ucciso abbastanza.

È giunto il momento di porre fine a questo modo di vivere insensato. Dobbiamo uscire da questa oscurità ed esporci alla luce, anche a costo di perdere la vita.

Il mio ribelle sarà fondamentalmente un meditatore. Non concepisco un ribelle che non sappia meditare, anzi, quella deve essere la sua esperienza fondamentale. Che ti importa di venire ucciso, se sai per certo di essere immortale? Se milioni di meditatori saranno disposti a esporsi a petto nudo ai fucili di questo passato marcio e stantio, forse ci sarà una possibilità, forse questo produrrà un cambiamento anche in coloro che hanno in mano gli strumenti di distruzione.

Non abbiamo mai sperimentato una ribellione su vasta scala. Basta lo sforzo di milioni di persone che meditano, che amano la pace e il silenzio e aboliscono ogni sorta di discriminazione, che è causa di violenza. Basta questo per generare quell’intervallo, per creare quell’interruzione, quella discontinuità necessaria a salvare l’uomo e la vita sul pianeta.

 

Brani di Osho tratti da: The Rebel

     (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

IL CAOS DEL MONDO

 

L’epoca in cui viviamo sembra chiusa all’interno di un paradosso esistenziale che, se non si esprimesse nella vita di ogni giorno in forme tragiche e violente, potrebbe essere visto come il Koan Zen più spettacolare mai ideato, per attirarci verso un risveglio della consapevolezza spettacolare.

Stiamo infatti vivendo una crisi di valori planetaria che dà ogni giorno segnali forti, contraddistinti da una sempre più marcata alienazione sociale e da un sempre più evidente affiorare di disperazione negli individui.

L’Italia non è da meno: la caduta delle ideologie, il frantumarsi di un sistema di valori condivisi, l’annullarsi della famiglia in quanto “mattone” sociale, l’incitamento collettivo sempre più frenetico alla competizione e un ritmo di vita sempre più stressante nel quale ci si ritrova giocoforza coinvolti, sembrano spingere inesorabilmente verso quel territorio di confine dove è facile che esplodano i disturbi psichici più diversi.

In una parola, il mondo si presenta con sempre maggior evidenza come una pura e semplice follia e, per quanto si riduca l’idea che si ha della “grandezza dell’uomo”, sembra non esserci alcuna vetta all’orizzonte.

L’intero stato di cose sembra dunque giustificare sia il “cadere” vittime di una qualsiasi follia, sia il voler piantare tutto per andare a vivere in un paradiso individuale.

Esiste forse un’altra scelta possibile? Osho dice di sì ...

 

 

Amato Maestro,

più entro personalmente in contatto con la follia totale della società, più sento che l’unica cosa da fare sia scappare e vivere in una grotta. La meditazione mi allontana irrimediabilmente da questi pazzi e non mi riesce proprio di giocare i loro giochi. E tuttavia io “so” che questo non è quello che tu ci dici di fare. Qual è la radice del mio fraintendimento?

 

Prem Shunyo, è vero, il mondo è quasi completamente pazzo. Ma non c’è nessun altro mondo in cui andare. Anche le grotte di cui parli sono nel mondo, lo stesso pazzo mondo. Non puoi fuggire da qui.

Una volta ero in viaggio per l’Himalaya, in una parte dove, molto raramente, vanno quelli che cercano la verità. E mi trovavo seduto sotto un bellissimo albero, lo stesso tipo di albero sotto il quale Gautama Buddha si illuminò. Non sapevo che sotto quell’albero vivesse un altro uomo, un sannyasin tradizionale. E, poiché aveva vissuto là per molti anni, si era fatto l’idea di possedere l’albero.

Ero stanco e decisi di riposarmi. Mi stavo semplicemente riposando all’ombra dell’albero, quando arrivò il vecchio che disse: “Lo sai che questo albero mi appartiene?”.

Io dissi: “Dall’aspetto si direbbe che sei un sannyasin, eppure continui a usare il linguaggio del possesso. Guardandoti posso dedurre che hai rinunciato a tutto quello che possedevi nel mondo”.

E lui disse: “Sì, ho lasciato il mondo. Ho rinunciato al mondo”.

 “Ma che differenza c’è? – dissi io – Rinunci al mondo e tuttavia insisti che questo albero ti appartiene? Quando l’hai comprato? Mostrami il certificato.”

Il vecchio disse: “Sei uno strano uomo. Ogni asceta in questa montagna sa che questo albero è mio”.

“Da oggi in poi non lo sarà più; – gli dissi – ci sono tanti alberi, puoi sederti dove vuoi.”

Si arrabbiò moltissimo, era pronto a combattere. Io gli dissi: “Ma tu sei un sannyasin, e non è da sannyasin arrabbiarsi e combattere. Per un albero, poi, che non ha né piantato, né comprato. E io mi sto solo riposando. Fra qualche ora me ne sarò andato. Ma per qualche ora dovrai andare a riposarti sotto qualche altro albero”.

Lui disse: “Non posso muovermi da qui. Perché, come posso fidarmi che lascerai quest’albero? È così bello e frondoso, che ripara anche dalla pioggia”.

Dissi: “Questa è una buona idea. Stavo pensando alle piogge, cosa succederà durante le piogge...” E lui disse: “Cosa vuoi dire? Mancano ancora quattro mesi alle piogge”. E io: “Quattro mesi passeranno proprio come quattro ore, come ti ho detto”.

Si arrabbiò così tanto che cominciò a chiamare gli altri sannyasin che erano sotto altri alberi e nelle grotte; questi arrivarono e lui gli disse: “Questo giovane non ha rispetto per gli anziani, nessun rispetto per chi ha rinunciato”. E tutti mi dissero: “Quest’albero appartiene a questo vecchio”.

Io dissi: “Il linguaggio del possesso appartiene al mondo, e voi avete rinunciato al mondo. Niente vi appartiene, neppure il vostro corpo. Questa è l’attitudine di base di uno che rinuncia al mondo”.

Shunyo, dove vuoi andare? Questo è l’unico mondo ed è vero che è assolutamente pazzo. Ma poi, non è tanto difficile vivere coi pazzi. Bisogna solo cambiare la proprie idee su di loro. A causa dei pazzi, questo mondo è nei guai. Ma, a causa dei pazzi, questo mondo è terribilmente divertente; così comico, che se te lo vuoi godere, puoi farlo. Io non ho mai rinunciato al mondo; e me lo sono goduto in tutte le sue fasi.

È incredibile, se hai un po’ di senso dell’umorismo… questi pazzi fanno cose così ridicole, che puoi divertirti e stare allegra per tutta la vita.

C’era un vescovo in America, proprio vicino a Rajneeshpuram, il cui solo argomento per la predica domenicale erano le mie Rolls Royce. Strano, perché lui non c’entrava assolutamente niente. In ogni predica, in un modo o nell’altro le tirava fuori e poi mi condannava. E non credo che ci fosse niente di cui accusarmi. Il giorno in cui stavo partendo dall’America ricevetti una lettera da questo stesso vescovo – questo è il ridicolo del mondo – che diceva: “Ora che stai partendo, perdonami per aver detto delle cose contro di te, ma non potresti regalare almeno una Rolls Royce alla mia chiesa?”.

E aveva continuato ad attaccarmi per le Rolls Royce! Non era una critica, era invidia profonda. Ma venne fuori e io mi feci proprio una bella risata… era veramente notevole!

Guardati attorno. Questi possono essere pazzi, ma hanno il loro lato bello. E che bisogno c’è di guardare la loro pazzia? Perché non guardare il lato comico?

 

Un prete irlandese era disturbato dal fatto che molte donne del suo gregge gli confessavano di essere state sedotte dal nuovo commesso del droghiere. Come penitenza chiese loro di mettere dieci scellini nella cassetta delle elemosine. Quando il garzone del droghiere andò a confessarsi, il prete gli chiese con voce arrabbiata: “Bene, ragazzo, cosa hai da dirmi della tua condotta?”.

“Solo questo, padre, – rispose il ragazzo – o lei mi dà una buona parte di quelle mance di dieci scellini, oppure io faccio i miei affari con un’altra parrocchia.”

 

Effettivamente il prete stava guadagnando troppo dal fatto che il ragazzo seduceva le donne! E lui non era andato a confessarsi, ma a chiedere la sua percentuale; altrimenti avrebbe fatto affari in un’altra città.

Il mondo è pazzo, ma non è tanto male!

Shunyo, non hai frainteso niente, stai solo prendendo le cose troppo seriamente. E questo è uno dei miei insegnamenti fondamentali: non prendere niente seriamente. Non ne vale la pena… divertiti. Trova dei modi per riempirti il cuore di risate, e non ti sentirai smarrita.

 

In aereo, un passeggero, guardando fuori dal finestrino, comincia improvvisamente a gridare: “Il motore è in fiamme, il motore è in fiamme!”. In pochi secondi tutto l’aereo è nel caos.

Poi arriva il pilota, col paracadute addosso: “Non preoccupatevi, – li rassicura – vado a cercare aiuto.”

 

Sì, il mondo è pazzo, ma non è poi così male. Basta guardarsi attorno e trovare dei modi per ridere e divertirsi. È una tua scelta se essere seria o non esserlo.

 

Due vecchie zitelle paragonavano le loro chiese, discutendo sui servizi religiosi, sulle prediche e sui preti che li tenevano.

“La tua congregazione è grande?” – chiese la prima vecchietta.

“Al contrario – disse l’altra – è così piccola, che quando il prete dice ‘Miei amatissimi’, divento tutta rossa.”

 

La congregazione è così piccola, forse lei è la sola parrocchiana. E lui si rivolge a un pubblico di migliaia di persone, che non sono là. È naturale che quando dice “Miei amatissimi” la vecchia signora arrossisca.

Basta farci attenzione. Io sono stato attento per tutta la mia vita; è un bellissimo pazzo mondo. Non voglio un altro mondo. Non voglio andare in paradiso, dove sono tutti i santi e le persone serie. Preferisco l’inferno; là puoi ridere e trovare buona compagnia: tutta la gente pazza, ogni tipo di peccatori, tutti i poeti, i danzatori, gli attori, le discoteche.

Guarda il mondo con occhi diversi. Ti divertirai! E lo spettacolo è gratuito.

 

Osho, tratto da: The Rebel

     (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

 

I SEGRETI DEI CORPI SOTTILI

Il corpo fisico è solo il primo gradino nella scala che conduce verso l’essere

 

  

Quando l’anima, in collaborazione con i due corpi, e per mezzo dei quattordici strumenti, concepisce degli oggetti, come le parole, viene chiamata ‘manomay kosh’, corpo mentale.

Quando l’anima, in collaborazione con i tre corpi, diventa conscia di tutte le percezioni, viene chiamata ‘vigyanamay kosh’, corpo di consapevolezza.

Quando l’anima, in collaborazione con i quattro corpi, resta nell’innocenza della sua causa, come il seme di un grande albero, viene chiamata ‘anandamay kosh’, corpo di beatitudine.

 

Lingua, parole, pensieri, tutte queste cose creano un corpo dentro di noi. Più si è acculturati e istruiti, più grosso è il corpo mentale. Ma noi non possiamo vederlo come corpo; perciò continuiamo a scaricarci ogni tipo di pensiero, senza curarcene. Un uomo che legge il giornale al mattino non sa che anche quel giornale sta creando il suo corpo mentale. Quando cammina per la strada e legge i cartelloni sui muri, non gli passa neppure per la testa che quelle parole stanno entrando dentro di lui e stanno formando la sua mente.

Siamo del tutto inconsapevoli di come creiamo le nostre menti, per questo la nostra vita è un caos. Se fossimo altrettanto inconsapevoli nel creare il nostro corpo fisico di quanto lo siamo nel creare la nostra mente, anche il corpo fisico diventerebbe un problema. Noi non scegliamo di mangiare ghiaia e sassi, ma per quello che riguarda la mente, mangiamo cose ben peggiori. Tutto crea la mente, qualsiasi cosa entri nella mente, consapevolmente o inconsapevolmente, diventa una sua parte. Ma noi non ci rendiamo conto che il nostro corpo mentale viene creato in ogni momento; qualsiasi cosa sentiamo, o leggiamo, o pensiamo, qualsiasi parola risuoni dentro di noi crea il nostro corpo mentale. Se il tuo vicino ti dice qualcosa senza senso, tu non dici mai: “Per favore non mettere tutta questa immondizia dentro di me.” E, per quanto ti renda conto o meno di come sia facile assorbirla, ti sarà sempre molto difficile buttarla fuori. […]

La mente non perde niente, è un grande raccoglitore. Il corpo mentale continua a raccogliere in modi molto sottili. Qualsiasi cosa abbia ricevuto, come onda di pensiero, anche in vite passate, viene conservato. È essenziale capire questo corpo mentale – perché solo così può essere trasceso.

Ricorda due cose. Innanzitutto il corpo fisico è un corpo denso; dietro c’è il corpo energetico e, dietro di questo, il corpo mentale. Il corpo energetico è il ponte tra il corpo fisico e quello mentale. Prana, il respiro, è la connessione tra i due.

Qualsiasi cosa sia immessa nel corpo, lo è attraverso il respiro. Se la tua mente è piena di desiderio sessuale e il respiro non ne viene disturbato, sarà difficile per quel desiderio raggiungere il corpo fisico; potrà farlo solo attraverso il respiro. […] Molti ritmi di respiro sono stati scoperti nel campo del pranayama, la scienza del respiro vitale. Quando si usano questi diversi ritmi di respiro, avvengono dei cambiamenti nella mente e nel corpo fisico: il corpo fisico sta da questa parte, e il corpo mentale sta dall’altra.

I pensieri sono le cose più sottili nella nostra esperienza, ma anche i pensieri hanno una loro realtà. È stato dimostrato che non è vero che i pensieri siano privi di esistenza materiale, era un’idea sbagliata. Essi hanno un’esistenza materiale, sono concreti, sebbene siano molto sottili. Li ‘mangiamo’, li assorbiamo in ogni momento. Questi pensieri creano un corpo dentro di noi. È una casa costruita con mattoni di pensiero. Perciò il tipo di pensieri che assorbi crea il tipo di corpo mentale che possiedi.

Sotto questo aspetto, l’uomo è molto vulnerabile. Per lo meno in questo secolo è diventato molto vulnerabile. La radio ti mette idee nella testa, così i giornali, i politici, i pubblicitari, tutti ti mettono delle idee in testa; da ogni parte l’uomo viene nutrito di pensieri. E ancora credi di essere tu a prendere le tue decisioni? – ti sbagli.

Vance Packard ha scritto un libro intitolato “Il Persuasore Occulto”.

Quando vai da un tabaccaio e chiedi le sigarette Berkeley – credi che sia una tua scelta? Ti sbagli. Ovunque, intorno a noi, ci sono persuasori occulti che attraverso i giornali, i cartelli sui negozi o sui muri, la televisione, la radio ti dicono “Compra le sigarette Berkeley.” Ti hanno piantato ‘Berkeley’ nella mente.

Devi essere consapevole di come stanno le cose, altrimenti non sei libero. I genitori ti trasmettono la loro religione; gli insegnanti ti danno la conoscenza, a scuola; i pubblicitari, i giornali e la rete di mercato ti influenzano su quello che compri. Vieni manipolato da queste influenze per tutta la vita.

Le nostre menti sono quasi pazze, perché accettiamo simultaneamente cose completamente contraddittorie – migliaia di cose contraddittorie. Ci si lamenta di come la mente sia irrequieta, perplessa, confusa. Incredibilmente, si pensa che sia una malattia da curare. No, l’hai creata tu, e la rinforzi ventiquattr’ore al giorno, immettendovi ogni sorta di cose contraddittorie. Metti dentro un pensiero, poi ne afferri un altro completamente opposto al primo. Questo crea un disagio. C’è una polarizzazione fra i due pensieri; si oppongono e si combattono fra loro e tu ne soffri.

Non sei tu a combattere; dentro di te ci sono pensieri infiniti e sono tutti in conflitto fra loro. Alcuni pensieri vorrebbero andare a est, altri a ovest, altri ancora non vorrebbero muoversi affatto; e tutti sono in tremendo conflitto, come se volessi mandare i buoi del tuo carro in tutte e quattro le direzioni simultaneamente. Tale è la tua condizione. A volte il carro si muove un po’ verso est, a volte verso ovest. Qualche volta i buoi di una direzione sono più forti, un’altra volta i buoi di un’altra direzione sono indolenti… ma la lotta continua e il carro non va da nessuna parte. Alla fine si spaccherà e non ti porterà in nessun posto. Siamo tutti in questa stessa condizione. C’è una confusione interna, un conflitto interno.

Un uomo venne da me e mi disse: “Voglio essere contento nella mia vita, voglio essere soddisfatto, ma non posso fidarmi di nessuno, quindi sono venuto da te – anche se non ho alcuna fiducia nemmeno in te, per favore, dimmi in che modo posso trovare la contentezza.”

Io gli dissi: “Ti indicherò la via, ma tu non ti fiderai del metodo. Lascia perdere questa ricerca della contentezza, perché, in effetti, quello che stai cercando è la scontentezza. Una persona che non si fida di nessuno, non può sperimentare la contentezza” – perché se uno non si fida, deve stare all’erta; ha sempre paura, è sempre in pericolo. Poiché diffida di tutti intorno a sé, gli manca proprio la fiducia. Se la sfiducia di quest’uomo diventa più forte, non riuscirà neppure a stare in casa sua, perché, chissà – la casa potrebbe crollare in ogni momento. E neppure potrà stare fuori, perché potrebbe succedere un incidente. Se la sua sfiducia continua a crescere, alla fine non si fiderà neanche di se stesso.

Infatti, per chi non ha fiducia negli altri, arriva il giorno in cui perde anche la fiducia in se stesso. Il fatto è che non riesce assolutamente a fidarsi; la questione principale è avere fiducia… non è questione di fidarsi di altri o di se stessi. In quel caso la contentezza è impossibile. La contentezza arriva a chi tiene la sua fiducia viva, a dispetto delle condizioni negative, a dispetto della situazione di non affidabilità.

Un bambino sta camminando con suo padre, gli dà la mano; è totalmente rilassato, si fida. Tuttavia non è assolutamente certo che il padre non gli darà uno spintone, né che lo stesso padre non scivoli per terra, ed è anche possibile che il padre dia la mano al figlio in realtà per ricevere lui sostegno. Ma il bambino è soddisfatto.

La contentezza è possibile solo in un certo stato mentale, cioè in un’attitudine piena di fiducia. La scontentezza è l’attitudine del dubbio. Se li vuoi entrambi, allora nascono dei problemi.

La mente diventa un garbuglio, perché facciamo collezione di tutti questi pensieri contraddittori. Se è necessario purificare il corpo mentale, c’è un solo modo e cioè coordinare i pensieri, avere un ritmo, un’armonia. Allora il corpo mentale viene purificato e ci si può entrare.

Il quarto corpo è vigyanamay kosh, il corpo consapevole. Il terzo è creato dai pensieri, il quarto dalla consapevolezza, dalla presenza vigile; e questo è, appunto, il corpo consapevole. Quando diventeremo capaci di osservare i nostri pensieri, come osserviamo le nuvole bianche fluttuanti nel cielo, oppure una fila di gru che volano, quando saremo capaci di guardare i nostri pensieri da lontano e li vedremo volare nel cielo della consapevolezza – allora saremo pronti per conoscere il quarto corpo.

Ma siamo così fortemente attaccati al primo corpo, che non riusciamo a conoscere neppure il secondo. E poi siamo così catturati dal terzo corpo, così completamente sprofondati nella mente, che non possiamo nemmeno concepire l’idea di trascenderla.

Bodhidharma andò in Cina, circa millequattrocento anni fa. Wu, l’imperatore della Cina, gli chiese: “La mia mente è molto irrequieta. C’è un modo per trovare riposo?”

Bodhidharma disse: “Dici che la tua mente non è tranquilla, ma hai mai sentito parlare di una mente tranquilla?”

Wu fu sorpreso e disse: “No, non ho mai saputo di una mente tranquilla.”

Bodhidharma disse: “Allora perché parli di una ‘mente irrequieta’? In verità la mente è irrequieta. ‘Mente irrequieta’… perché usi due parole? L’irrequietezza è la mente, e tu vorresti acquietare la mente? Puoi impazzire, ma la mente, in se stessa, non può mai diventare tranquilla.”

Wu disse: “Ciò significa che morirò con questa irrequietezza?”

Bodhidharma disse: “No, tu puoi andare oltre questa mente, e oltre questa mente c’è la pace. Non puoi pacificare la mente, ma se ne vai al di là, allora quello che troverai è la pace; e quando si raggiunge la pace, la mente diventa tranquilla.”

In effetti, la mente in quanto tale scompare. Non appena il quarto corpo si sviluppa, il terzo comincia a ritirarsi. Così, quando il quarto corpo sarà cresciuto, il terzo, quello mentale, rimarrà solo come cosa utile.

Chi ha sviluppato il quarto corpo, non è avviluppato dai pensieri; quando ne ha bisogno, mette in moto il processo dei pensieri – proprio come coi piedi: li usiamo quando ne abbiamo bisogno. Con l’esperienza del quarto corpo, i pensieri hanno solo una funzione di utilità – quando hai bisogno di pensare, pensi, quando non ce n’è bisogno, non lo fai. Se pensi quando non ce n’è bisogno, sarà difficile sperimentare il quarto corpo. Sarà difficile, perché il tuo pensare continuerà, non obbedirà al tuo comando di fermarsi. E per un motivo. Hai mai notato che i pensieri non si fermano, che non cessano, nonostante tutti i tuoi sforzi? Certo non ti rendi conto che anche il desiderio di non pensare è un pensiero; altrimenti si fermerebbero istantaneamente. Un pensiero non può fermarne un altro, hanno entrambi la stessa forza. Anzi, quando un pensiero cerca di fermarne un altro, questo si rafforzerà ulteriormente: “Chi sei tu per fermare me?”. Se uno schiavo chiede a un altro di fermarsi, l’altro dirà: “Ho voglia di correre. Chi sei tu per impedirmelo? Sono io il padrone.” Lo sforzo stesso di fermare il pensiero non è altro che un pensiero. Un pensiero non ne può fermare un altro.

In realtà funziona solo se il comando viene da un livello più alto e non altrimenti. Quando il comando di fermare i pensieri viene dal vigyanamay kosh, il corpo consapevole, allora nessun pensiero oserà muoversi di un millimetro, si fermerà istantaneamente. Ma l’ordine deve venire da un livello superiore, se viene dallo stesso livello, non funziona.

Questo è il quarto corpo – ne diventerai consapevole solo se lo lascerai crescere. Allora non sarà difficile fermare i pensieri. È come se il padrone fosse tornato e i servi immediatamente si inchinano ai suoi piedi, si mettono in fila e aspettano gli ordini del padrone. Appena un momento prima stavano dichiarando di essere loro i padroni, ma col ritorno del padrone, stanno con le mani giunte, in attesa dei suoi ordini.

Non appena il corpo consapevole si sviluppa adeguatamente, i pensieri aspettano come schiavi – che fanno il loro lavoro, quando è richiesto, e altrimenti vengono ignorati. Giacciono immagazzinati nella memoria e non ti fanno impazzire ventiquattr’ore al giorno, tanto che la sera devi pregarli: “Vi prego, scusate. Smettetela ora, lasciatemi dormire un po’.” Invece non ti ascoltano affatto. Al momento, non sei presente, chi dovrebbero ascoltare? Comincerai a essere presente, quando avrai i primi barlumi del corpo consapevole.

Se vuoi trascendere la mente, non cercare di fermarla. Non puoi fermarla… ma puoi renderla armoniosa, darle ritmo. La mente stessa è confusa; ma è in mano tua, sta a te renderla sana. E non appena la mente diventa sana, comincerai a sentire lo strato dietro di essa – o potrai cercare di creare il quarto strato. Allora, non chiedere alla mente di fermarsi. Fai qualcosa che farà fermare la mente.

La meditazione è la via per risvegliare il quarto corpo, perché la meditazione aumenta lo stato di vigilanza, aumenta la comprensione; la meditazione aumenta la consapevolezza. Quindi, la meditazione è un modo

per aumentare, per sviluppare questo quarto corpo. Te l’ho detto… il quarto corpo è la consapevolezza; la meditazione è il suo nutrimento. I pensieri sono cibo per il terzo corpo e la meditazione è il cibo del quarto corpo. La meditazione è anche energia, la meditazione è anche forza; è una forza come le altre… ma molto sottile. Puoi comprenderlo, facendo un piccolo esperimento. Sentiti il polso per un po’, controlla la sua velocità. Poi chiudi gli occhi e medita sul polso per cinque minuti... siine semplicemente consapevole – e controlla di nuovo la velocità. Troverai un cambiamento nei suoi battiti, non saranno gli stessi di prima. Che cosa ha prodotto la meditazione? L’energia della meditazione fluisce verso il battito del polso e lo accelera. La meditazione è energia.

Un uomo sta camminando, seguilo, focalizza la tua attenzione sul suo collo, guardagli fissamente la nuca; non fare altro, concentrati soltanto. Entro pochi secondi vedrai che l’uomo si sentirà a disagio. Al 90%, entro due minuti si girerà a guardare cosa succede. Tu non hai fatto niente, è bastata la concentrazione, la meditazione… un’energia molto sottile è uscita dal tuo corpo e l’ha toccato.

La meditazione è l’energia più sottile. Anche i fisici sentono che la meditazione deve essere una forma di energia. Non solo i fisiologi e gli psicologi, ma anche i fisici ammettono che la meditazione è energia; perché sta lentamente diventando evidente che, se guardiamo qualcosa meditativamente, quell’oggetto si trasforma; il semplice osservarlo lo trasforma.

Se osserviamo un atomo, l’atomo non si comporta nello stesso modo di quando non è osservato; il fatto che l’osserviamo cambia il suo comportamento. Per esempio, se un uomo sta camminando da solo per la strada, cammina in un certo modo, ma se improvvisamente arriva qualcun altro e percorre la stessa strada, immediatamente il suo passo cambierà. Il cambiamento può essere sottile, ma esiste. Se sei a casa tua e stai facendo il bagno e improvvisamente ti accorgi che qualcuno ti sta spiando dal buco della serratura, il tuo comportamento cambia. Cosa è successo? Questo cambiamento nel comportamento umano è comprensibile, ma gli scienziati dicono che avviene un cambiamento anche negli oggetti; anche gli oggetti si muovono in modo diverso.

Ci sono stati degli esperimenti di meditazione sui fiori, nel laboratorio De la Barre, a Oxford. Qualcuno medita amorevolmente su un fiore, mentre un altro fiore dello stesso tipo viene lasciato senza attenzione. Nessuno medita sul secondo fiore; viene però innaffiato, il sole lo scalda e qualsiasi altra cura è la stessa, ma, a causa della meditazione, il primo fiore cresce e fiorisce molto di più, mentre il secondo resta nano. Semi piantati meditativamente nascono più in fretta di quelli seminati senza meditazione. Che cosa c’è di diverso per i semi? Il fiore è stato influenzato dall’energia della meditazione? Non c’è una connessione ovvia, ma sicuramente, a qualche livello, c’è un’energia che lavora.

La meditazione è il cibo per il quarto corpo. La meditazione che noi facciamo è un tentativo di svegliare il quarto corpo.

Oltre questi quattro corpi, esiste il quinto corpo, che i saggi chiamano il corpo di beatitudine. Quando uno raggiunge il corpo di consapevolezza e

lo purifica con la meditazione, allora emerge il corpo più trasparente.

Il corpo fisico non può mai essere trasparente, perché la materia stessa di cui è fatto è molto densa; per quanto possa essere purificato, per la sua stessa natura, non può diventare totalmente trasparente. L’energia del prana è più trasparente, ma non totalmente. Il corpo mentale può esser reso più trasparente di quello energetico, ma comunque non totalmente. Il più trasparente è il corpo consapevole – completamente trasparente. È così trasparente, che, non solo puoi guardarvi, ma puoi anche camminarvi attraverso. È così trasparente, che non offre alcuna resistenza.

La meditazione è l’energia più pura, energia purificata al massimo. Se l’attraversi, non la senti neppure – nessuna resistenza, nessuna ostruzione. Se sei nella pura energia della consapevolezza, non potrai neanche accorgerti del quarto corpo. Ed è interessante che, non appena entri nel corpo consapevole, invece di sentire questo corpo, sentirai il corpo di beatitudine.

Cerca di capire. Il quarto corpo è così puro, che non è visibile separatamente, come corpo. È come il vetro purissimo che sembra essere invisibile. Se è visibile, vuol dire che c’è ancora qualche impurità; solo se è puro sarà totalmente invisibile. Ma anche il vetro è materia… può essere invisibile, non creare ostacoli per gli occhi, ma se lo attraversi, vi batterai contro.

La consapevolezza invece è l’energia più pura che sia stata mai scoperta, mai riconosciuta. L’energia più sottile, raggiungibile per mezzo dello yoga o della meditazione, è la consapevolezza. Così che, quando ti sveglierai totalmente, non ti accorgerai di questo risveglio, ma di essere beato; oltre il corpo di consapevolezza, c’è il corpo di beatitudine – solo il corpo di beatitudine può essere sperimentato. Il quinto è il corpo di beatitudine. E i saggi hanno chiamato corpo anche questo; non è il sé, è anch’esso un corpo. I saggi dicono che anche la beatitudine è un corpo.

 Cerca di capire alcune cose su questo argomento. Innanzitutto, come ti ho detto, il quarto è il corpo più puro, ma può anche essere impuro; sebbene sia il più puro, può diventare impuro. In noi è impuro, è totalmente impuro. Viene purificato con la meditazione, diventa impuro a causa dell’inconsapevolezza; diventa puro se siamo consapevoli e impuro se non lo siamo. Così tutte le droghe fondamentalmente danneggiano il corpo di consapevolezza. Possono far male anche agli altri corpi, ma questa è un’altra cosa. Potrebbero anche far bene agli altri corpi, ma sono dannose per il corpo di consapevolezza. L’alcol, qualche volta, può far bene al corpo fisico, fino a un certo punto. E può anche succedere che l’alcol possa attivare fortemente la tua energia vitale. Così, spesso, la gioia e la forza che senti dopo aver bevuto dell’alcol appartengono alla tua energia vitale.

L’alcol può migliorare anche il processo del pensiero, in un certo senso. Sembra che sia di aiuto per quelle persone che vivono nei pensieri – poeti, scrittori, pittori, scultori – che vivono di immaginazione, dando forma ai loro pensieri; per loro può essere di beneficio, fino a un certo punto. Ma certamente danneggia il quarto corpo, non gli apporta mai alcun beneficio, perché per il quarto corpo l’inconsapevolezza è impurità, e la consapevolezza è purezza. Per questo corpo, qualsiasi tipo di inconsapevolezza è dannosa. Esso può essere il più puro di tutti, ma può anche diventare impuro; esistono entrambe le possibilità.

La cosa speciale circa il quinto corpo, è che è il più puro. Non può diventare impuro. Ecco perché non c’è una parola che sia l’opposto di beatitudine. La gioia è l’opposto del dispiacere, la pace è l’opposto del turbamento, l’amore è l’opposto dell’odio, la consapevolezza è l’opposto dell’inconsapevolezza, ma la beatitudine non ha opposto. Beatitudine è l’unica parola che non abbia un opposto. Se qualcuno volesse dire ‘non–beatitudine’, sarebbe solo la sua assenza, non il suo opposto. ‘Non–beatitudine’ non ha forma, non ha luogo, non ha esistenza.

Non c’è un’energia opposta alla beatitudine; perciò il quinto corpo è puro. Così non c’è bisogno di far niente per il quinto corpo. Quando il quarto è purificato, il quinto è disponibile. Il quinto è sempre presente. È per questo che tutti sentite la beatitudine come un diritto di nascita, che dovete averla – ecco perché la cercate. Nessuno si chiede mai perché si cerca la beatitudine: “Che bisogno c’è, qual è lo scopo della beatitudine?” Di ogni ricerca ci si può chiedere: “Qual è il suo scopo?”. La ricerca della beatitudine è l’unica a proposito della quale non si può porre questa domanda. L’indagine sembra senza senso.

Le persone mi dicono: “Perché dovremmo cercare il divino? Perché cercare la verità? Qual è lo scopo della vita?”. Ma nessuno viene a chiedermi: “Perché dovrei cercare la beatitudine? Qual è il suo scopo?”. La beatitudine è data per scontata. Perfino la ricerca del divino è in fondo ricerca di beatitudine: non c’è altro fine. La ricerca della verità è in fondo ricerca di beatitudine. Se voi sapeste per certo che non ci sarà beatitudine, dopo aver raggiunto la verità, sprofondereste nel dolore, fermereste immediatamente la vostra ricerca. Non vorreste avere niente a che fare con una ricerca così futile. Nietzsche sollevò la questione. Spesso sollevava questioni profonde, che anche un buddha avrebbe trovato difficili da risolvere. Nietzsche chiese: “Se la beatitudine è la meta della vita, e se vi sentite felici quando mentite, quando non siete sinceri, allora che male c’è a farlo? Se lo scopo della vita è la beatitudine e la trovate nei vostri sogni, allora perché continuare a cercare la verità o la realtà? Se la beatitudine è lo scopo della vita, allora mettete da parte dio. Se la beatitudine si può ottenere con l’illusione, allora di cosa ci preoccupiamo? C’è solo una decisione da prendere: stabilire se la beatitudine è lo scopo della vita o se non lo è.”

Moralisti e teologi non sono riusciti a dare risposta alla domanda di Nietzsche. “Siete sicuri che la verità non porterà dolore?” – chiese Nietzsche. “Perché – dice il filosofo – la nostra esperienza dimostra che la verità è molto amara e che crea molti problemi. Avete proprio deciso che l’illusione porterà sempre difficoltà e sofferenza? La nostra esperienza quotidiana è che l’illusione è molto piacevole! Perché cercate di distruggere i sogni della gente? – visto che questi sogni possono essere anche belli e piacevoli. Naturalmente ci sono pure gli incubi, ma uno se ne può sempre liberare e rendere eterni i sogni gioiosi, senza mai interromperli.

Allora dove sarebbe il bisogno di qualsiasi ricerca?”

Questo ha messo in imbarazzo i teologi – i teologi, non i saggi. Il saggio dice: “I sogni non possono mai essere resi eterni. Il piacere sarà seguito dal dolore, essi sono collegati fra loro. Se qualche volta ottenete una gioia dal falso, è perché il falso vi dà l’illusione di essere reale. Se vi succede di avere barlumi di felicità dal falso, è perché il falso afferma di essere il vero. È questa la ragione per cui nessun bugiardo ammette di esserlo, dichiarerà sempre di essere sincero. Infatti solo un bugiardo afferma di essere sincero, mentre la verità non ha bisogno di dichiarazioni”. Le bugie devono usare la maschera della verità. Se i sogni vogliono sopravvivere, devono creare l’illusione di essere la realtà e affermare di non essere sogni.

La beatitudine non è la gioia, perché la gioia è essenzialmente connessa al dolore. La beatitudine non è un sogno, perché i sogni sono destinati a essere disturbati. E qualcosa che può essere disturbato non è la beatitudine, poiché non c’è l’opposto della beatitudine che possa disturbarla. La beatitudine è non–duale e sola. Quindi, la ricerca della beatitudine esiste, perché è il nostro ultimo corpo – ma è ancora un corpo.

La ricerca dei saggi è così sottile, che non ha paragoni. Anche loro chiamano la beatitudine corpo. Perché? Dicono: “Finché non conoscete la beatitudine, non avete raggiunto quello che vale ottenere; e, finché sarete consapevoli del vostro sapere, la dualità continuerà a essere presente – colui che conosce è ancora separato dalla cosa conosciuta”.

Tu dici: “Sono beato”. Due cose sono evidenti: colui che sente e l’oggetto del sentire. Così la beatitudine è anche una guaina intorno a te e tu sei al centro, consapevole della beatitudine. Non appena avviene questo risveglio… e questo è un risveglio più sottile e difficile del primo… Ti ho detto che la meditazione è il cibo del corpo consapevole; la liberazione dalla mente avviene per mezzo della consapevolezza. Se uno diventa consapevole del corpo di beatitudine, trascende anche la beatitudine e raggiunge la sua essenza. Allora non è il corpo, è il sé.

Ma svegliarsi dalla mente – sebbene molto difficile – è facile rispetto allo svegliarsi dalla beatitudine, perché questo non desideriamo farlo.

Chi vuole svegliarsi dalla beatitudine? La beatitudine è stata l’aspirazione di tutta la nostra vita – per molte vite. Chi desidera separarsi dalla beatitudine? Uno può desiderare di liberarsi dai ceppi, dalle sue catene di ferro, ma nessuno vuol lasciar cadere delle catene d’oro. E la beatitudine non sembra una catena, si presenta come un gioiello con pietre preziose. Ma i saggi dicono che anche questa è una catena. E ricordati che una catena di ferro non è così forte come la catena d’oro con pietre preziose, perché lo stesso prigioniero non vuole liberarsi da questa catena d’oro. Il che rende la catena d’oro più forte.

Il corpo di beatitudine è l’ultima cosa. Perciò, quando la gente chiedeva a Buddha: “Cosa succede nel nirvana? Ci sarà la beatitudine nel nirvana?”, Buddha rispondeva: “Voi non sarete là, come può esserci la beatitudine? Non ci sarete né voi, né la beatitudine.”

Questo è molto interessante, che ci voglia una dualità, per provare la beatitudine, che ci sia bisogno di qualcuno dentro che viva la beatitudine. Ogni esperienza avviene all’esterno – ogni esperienza; colui che la vive è all’interno. Ma possiamo quindi parlare di ‘soggetto dell’esperienza’, quando c’è assenza di esperienza? Se non c’è nessuna esperienza, come potete parlare di un soggetto? Così Buddha dice: “Entrambi spariscono – qualcosa rimane, ma non sei tu; qualcosa rimane, ma non la beatitudine.”

Se il corpo di beatitudine rimane, allora si rinasce nella beatitudine – ma si nasce di nuovo, la vita non finisce. Uno rinasce pieno di beatitudine. La vita è una danza, la vita è beatitudine – ma la vita è là. Il nirvana arriva con l’annichilimento del corpo di beatitudine.

Come svegliarsi dalla beatitudine? Ora come ora non conosciamo la beatitudine, ed è difficile capire la rinuncia a qualcosa che non conosciamo. Come possiamo lasciar andare quello che non abbiamo? È come chiedere a un mendicante di rinunciare a un trono. Il mendicante chiederà: “Dov’è il trono al quale devo rinunciare? Possiamo parlare di rinunce più tardi, prima ditemi dov’è il trono. Prima voglio godermelo, voglio sedermi sul trono”.

Ma parlare di abbandonare questa beatitudine fin dall’inizio ha una sua utilità. Se siete consapevoli, anche prima di avere il trono, che dovrete rinunciarvi, allora il trono non avrà quel fascino ipnotizzante. Dopo tutto è un trono che dovrà essere abbandonato.

Bayazid era un mistico sufi che era solito dire ai suoi discepoli: “Ricordatevi sempre questo mantra: che dovete rinunciare a ogni esperienza, qualsiasi essa sia.”

Hassan, un discepolo di Bayazid, gli chiese: “Anche se è l’esperienza di dio?”

Bayazid rispose: “Ricordati, anche questa deve essere abbandonata. Devi continuare a rinunciare a tutto, finché non rimane niente, non fermarti fino a quando non resta niente, perché posso dirti che quando niente è rimasto, là ci sarà dio. Prima di quel momento, dio te lo sei creato tu. Continua a rinunciare a tutto.”

Il mondo esiste finché ci sono esperienze. Ogni esperienza, anche quella più sottile, appartiene al mondo. L’esperienza della beatitudine è anch’essa parte del mondo.

I saggi hanno fatto delle affermazioni meravigliose. È stupefacente che siano esistite persone così coraggiose. E, mentre queste persone straordinarie descrivevano esperienze tanto rivoluzionarie, accadde una cosa strana, cioè persone, che certo rivoluzionarie non erano, si riunirono intorno a loro! Strano, perché sembra che non capissero neppure quello che udivano. Il saggio dice: “Quando l’anima, in collaborazione coi quattro corpi, rimane nell’innocenza della sua causa, come il seme di un grande albero…”

Quell’innocenza di qualsiasi causa inerente è chiamata corpo di beatitudine. Questa viene detta innocenza di base. Il grande albero è nascosto nel seme e finché il seme non si spacca, l’albero non nasce. Allo stesso modo, lo strato più vicino al sé, il più profondo e quindi il primo, è il corpo di beatitudine. Ma sono stupefacenti, quelli che dicono “rimane nell’innocenza della sua causa”, e quell’innocenza si chiama corpo di beatitudine.

Il corpo di beatitudine è il guscio del sé, come il guscio di un seme. E finché quella beatitudine non è trascesa, l’anima, il sé, non viene raggiunto; finché non si rompe il seme, non può nascere nessun albero. Quelli che credono che i saggi indiani stiano cercando la beatitudine, si sbagliano. I saggi dell’India stanno cercando quello stato in cui anche la beatitudine è stata abbandonata come una cosa priva di valore, che non serve più. Finché c’è bisogno di beatitudine, finché viene desiderata, finché ti interessa, la tua povertà continua. Sarai un imperatore solo quando avrai rinunciato alla beatitudine, così come un seme rinuncia al suo guscio.

Questi sono i cinque corpi. Raggiungere il quinto vuol dire trascendere, perché, non appena sei arrivato al quinto, sarai così vicino al divino, che ne sarai risucchiato. A quel punto non si deve far niente. È come quando un fiore galleggia vicino a un mulinello: piano piano si avvicina e, appena tocca il primo strato o la circonferenza del vortice viene risucchiato nel gorgo, va nel profondo ed è sommerso.

Lo sforzo umano è necessario per raggiungere il quinto corpo, ma non viene richiesto nessuno sforzo per andare oltre. Perciò colui che mentre sta facendo i suoi sforzi per raggiungere il quinto corpo si tiene in mente che è la grazia, la benevolenza, la gentilezza e la compassione del divino che lo attirerà da quel momento in poi, dal quinto in poi, quella persona viene aiutata dalla grazia. Ma se uno, nello sforzo di arrivare al quinto, comincia a pensare che può farcela da solo, allora, tanto per cominciare, gli diventa difficile anche raggiungere il quinto. E anche se arriva al quinto, nella sua vanità potrebbe pensare: “Se sono riuscito a fare tanto, allora posso anche trascendere il quinto. Se sono arrivato così lontano, perché avrei bisogno della grazia del divino?”. Allora può succedere che resti proprio sulla soglia, senza che la forza di attrazione possa toccarlo, possa esercitare il suo potere su di lui, perché la sua ricettività è essenziale affinché la forza funzioni – deve essere pronto a essere risucchiato dentro, solo allora la forza lo attira.

Quindi non la chiamiamo forza di gravitazione, la chiamiamo grazia. C’è una ragione per farlo. La gravitazione è del tutto meccanica, l’attrazione è meccanica. Un magnete non deve essere pronto perché un magnete più grosso lo attiri. Da parte del magnete piccolo non c’è bisogno di essere pronti. Una pietra potrebbe non desiderare di essere risucchiata, ma se la lasci andare la terra l’attirerà verso il basso.

Per questo motivo abbiamo chiamato grazia questa forza; non è meccanica. È necessaria una preparazione per ricevere questa grazia… le mani devono essere aperte, protese a ricevere; solo allora può succedere questa grazia.

 La realizzazione di questa grazia è la chiave per trascendere il quinto corpo, per entrare nel sé immateriale.

Osho, tratto da: The Way Beyond Any Way

 

     (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

STADI DI

TRASFORMAZIONE INTERIORE

di Swami Veeten

 

Queste considerazioni di Veeten, che si riallacciano al tema delle pagine precedenti, forniscono di certo buoni spunti per una riflessione sul valore reale delle nostre esperienze sul percorso verso l’illuminazione.

 

 

Non che lo sbocciare della mia spiritualità sia stato particolarmente ricco di doni, mi interessa però parlarne apertamente, in modo da superare un vecchio tabù, rispettato dai sannyasin di Osho per molti anni: un tacito accordo di non parlare in maniera esplicita delle estatiche, ma talvolta paurose, esperienze interiori che si incontrano facendosi trascinare dalla corrente di beatitudine che si snoda sul percorso del risveglio interiore.

Ci sono ragioni valide per questo silenzio collettivo, convalidate dallo stesso Osho, in quanto agli inizi il ricercatore è quasi sempre sopraffatto da esplosioni di luce interiore, rapimenti estatici, satori accecanti come lampi, esperienze di vite passate, viaggi astrali, spasmi d’estasi e d’agonia al risveglio della kundalini – tutte cose che al contempo lo spaventano e lo esaltano. E quando queste cose succedono veramente – e non sono solamente delle fantasie spirituali, dolci e irresistibili bocconi avvelenati sparsi sul sentiero di ogni viaggio interiore – la spinta a condividerle con gli altri porta ben presto in una palude piena di trabocchetti dell’ego. Dietro al bisogno fin troppo umano del ricercatore spirituale di condividere, si nasconde un pericoloso desiderio infantile di essere al centro dell’attenzione, una spinta profonda a raccogliere “punti illuminazione” di cui quasi sempre l’individuo stesso è innocentemente inconsapevole. Fidatevi, è successo anche a me.

 

Quando arrivai a Puna la prima volta, nel ‘79, ero un ricercatore, ormai maniacale, nel campo dell’esoterico: da anni mi nutrivo di polverosi libroni di teosofia dove – fra mappe dettagliate delle avventure della kundalini – si cantavano le lodi di esperienze extracorporee, vite passate e aperture del terzo occhio. Ero, consapevolmente, un intellettuale che aveva letto troppo, ipersensibile alla minima brezza emozionale, con un intimo anelito che mi portava a cercare un sollievo – quasi suicida – negli scritti di mistici scomparsi ormai da tempo (quale significato ha mai la vita, senza purificarsi al fuoco del Signore???).

La prima volta che lessi le parole di Osho iniziai a piangere, fra gli scaffali solitari e l’odore di stantio di una biblioteca universitaria: in quelle lacrime fui toccato dell’alito d’amore del maestro e il sussurro, amorevole e finale, della sua verità mi scosse fin nelle ossa. Qualche mese più tardi arrivai a Pune, dove il mio cuore, come una timida falena, incontrò quella fiamma vivente. Quando poi, qualche giorno dopo, la sua grazia scese finalmente su di me nel nostro primo colloquio faccia a faccia, non seppi più se ero all’inferno o in paradiso. I fuochi primordiali di energia inconscia che furono accesi in quell’incontro continuarono a divampare al mio interno giorno e notte, impedendomi di dormire per mesi. Come un novello Giona inghiottito dalla balena, mi ritrovai naufrago in un tempestoso oceano di estasi e terrore. Quasi che anni, o forse vite, passati bramando il divino avessero aperto, piano piano e senza farsene accorgere, una porta a me prima sconosciuta in fondo all’anima. Una porta che dava su un altro mondo, i cui selvaggi venti e strane perturbazioni mi trovavano totalmente impreparato.

I soliti muri psicologici, che avevano inconsapevolmente definito e filtrato l’inconscio nella mia cosiddetta normalità, crollarono e io mi ritrovai per qualche tempo a girare su me stesso nel puro vuoto, come una banderuola segnavento in mezzo alla tempesta. Anche se avevo avidamente letto per anni su simili argomenti, e forse persino desiderato da vite e vite un’esperienza simile, quando l’intima corrente di luce prese – per così dire – fuoco, mi spaventai a morte. Tanto per cominciare durante le tranquille letture e le nebulose, nobili fantasie del ricercatore spirituale non si riesce ad cogliere in pieno che la fiamma viva della tua corrente divina, una volta risvegliata, ti afferra, ti possiede con una tale intensità – un torrente in piena di vita – che tu preghi perché si fermi. Quando, nei tuoi sogni ad occhi aperti, fantastichi della fiamma della vita… se scalda troppo puoi sempre spegnerla, non così nella realtà! Uno dei motivi profondi per cui un ricercatore ha bisogno di un maestro vivente è proprio per la necessità che ha di essere consolato – invitato ad arrendersi con gioia a questa spaventosa possessione quando accade nella realtà.

Questa almeno fu la mia esperienza. Per settimane fui ubriaco di un vino che mi introdusse nel mondo delle energie sottili, bruciai in orgasmi esistenziali che quasi non riuscivo a reggere, il mio corpo cadeva improvvisamente in tremori quasi epilettici mentre le mie tensioni inconsce venivano purificate. Spontaneamente iniziai a canalizzare pagine e pagine di vaneggiamenti dal suono vagamente biblico, a metà fra il sermone della montagna e Abramo in acido : “Hai risvegliato il fuoco della tua anima, il sole del Signore camminerà con te…”

In mille modi il mio subconscio stava liberandosi da vite e vite di zavorra mentale e dalle macerie del passato, mentre la nave della mia normalità stava affondando. Non potevo controllare nulla, ero risucchiato in un vortice interiore pieno di buio e di luci, trascinato nell’estatica corrente di un eterno attimo preorgasmico. Ero in estasi… e sull’orlo della follia.

Al di sotto di queste eruzioni però, invisibile persino ai miei stessi occhi, l’ombra del mio ego si alimentava di queste “illuminazioni”, cercando, egualmente bramosa, sia l’attenzione ingenua che i commenti sarcastici di chi mi stava intorno. Con chi sembrava facilmente impressionabile dall’elettrica corrente che vorticava al mio interno, il mio ego si paludava nel mantello di una divina umiltà. Chi invece storceva le labbra in ironica e scettica derisione, era facilmente perdonato dall’alto della mia saggezza, mentre magari borbottavo con cristica compassione: “Perdona loro padre, perché non sanno ciò che fanno”.

Durante questo bizzarro battesimo del fuoco, scrissi a Osho più volte, inviandogli pagine e pagine di irrefutabili rivelazioni di un sé superiore – sognando, nel mio profondo, non solo la sua benedizione, ma anche naturalmente un riconoscimento quale suo figliolo spirituale, ed erede nei reami dell’invisibile. Ah, come stavo deliziosamente porgendo il collo del mio ego, steso sul ceppo, alla sua mannaia zen! Per fortuna il colpo fu lieve, devastante per le dimensioni del mio ego – un Gargantua dei corpi sottili – ma leggero: su un piccolo foglio di carta bianca, nitidamente dattiloscritta, stava la semplice frase di risposta ai miei channeling profetici: “Continua a svuotare la mente”.

“Cosa?” si infuriò il mio ego “Non si è accorto del sublime stato di consapevolezza al di là della mente dal quale mi sono pervenute queste profetiche parole?!”. Poi all’improvviso, nella densa nebbia dell’orgoglio ferito, riuscii a scorgere – nascosto dietro il mio ego – il bambino che si lamentava perché nessuno gli dava attenzione.

Impavido, e ciononostante scosso dalle strane correnti interiori che continuavano a possedere il mio corpo – qualcosa stava veramente succedendo! – scrissi a Osho riguardo alle continue pulsazioni che avvertivo nella testa, una specie di maglio psichico che mi colpiva alla sommità del cranio ogniqualvolta mi rilassavo. Intimamente ero sicuro che mi avrebbe mostrato al pubblico elogio, come un suo fedele discepolo ormai agli ultimi stadi dell’apertura del settimo chakra.

E lui cosa fece? Quel dannato fogliettino di carta con la sua risposta, lungi dal riconoscere che i miei erano sintomi di estasi ancora più alte, diceva solamente: “Vai da un medico”.

Andare da un dottore? È questa la maniera di riconoscere le stimmate di un gigante dello spirito? Comunque, seppur sempre più vergognoso e infuriato nel ricevere da Osho queste risposte terra terra, andai da un medico. Dopo tutto c’era una parte di me spaventata da quello che succedeva. Naturalmente il dottore non riuscii a trovar nulla di sbagliato dal punto di vista fisico, soprattutto perché qualunque cosa stesse succedendo sicuramente non agiva sul piano fisico. Sapevo che stava succedendo qualcosa molto al di là della portata della mia mente razionale, ma non riuscivo ad accorgermi di come il mio ego megalomane si stava sottilmente nutrendo di tutto questo in maniera per così dire spirituale.

La sera stessa, durante il discorso, in una sincronicità divina dove le domande hanno risposta ancora prima di essere formulate, Osho parlò di come egli dovesse in continuazione polverizzare l’ego che contaminava le esperienze interiori del ricercatore spirituale, mettendo in evidenza la necessità, per quest’ultimo, di non condividere all’inizio le sue esperienze. Quando la fiamma dell’inconscio si è risvegliata e inizia a purificare i corpi sottili del ricercatore, la profonda necessità dell’ego spirituale di dichiararsi può sopraffare chiunque. In realtà, il dichiarare se stessi illuminati dopo i primi pochi satori è una pericolosa malattia spirituale, che di recente sembra abbia assunto proporzioni epidemiche.

Sto parlando ora del mio sviluppo interiore perché non solo sono in una situazione di chiarezza interiore che mi fa sentire che posso farlo, ma anche perché esiste un urgente bisogno, fra chi viaggia sullo stesso sentiero spirituale, di condividere le mappe reali del paesaggio interiore, i trabocchetti, le spaventose ma estatiche aperture, le pietre miliari del risveglio interiore. Una delle ragioni per cui la recente epidemia di false illuminazioni non è riconosciuta come tale, è semplicemente perché chi sa – chi per anni è cresciuto interiormente sotto la guida di Osho, abbastanza da poter vedere la ridicolaggine di simili dichiarazioni da parte di persone che hanno appena iniziato il lavoro sul loro percorso spirituale – al riguardo non vuole parlare.

Ma è possibile parlare anche prima di essere illuminati, e ritengo che più condividiamo, più chiarezza ci sarà fra di noi e saremo in grado maggiormente di distinguere fra ciò che è reale e ciò che è semplicemente immaginato.

Noi condividiamo sì la nostra gioia, le nostre risate, il nostro amore e i nostri abbracci, ma non condividiamo alcuna distinzione, intuizione o chiarezza; quasi fossimo persone dotate di una sola ala: con un cuore meravigliosamente soffice, vulnerabile, aperto e fiducioso; ma con un occhio interiore – per distinguere, intuire ed esser chiari – ancora cieco.

E senza il sorgere di questa chiarezza interiore la nostra fiducia è più spesso ancora ingenuità, e il nostro amore rimane sentimentalismo annacquato, invischiato in una rete di bugie new age che minano la nostra crescita reale.

Per queste e altre ragioni, vorrei portare alcune delle mie esperienze nel risveglio dei corpi sottili alla corrente di luce, sperando che anche altri vogliano condividere le loro esperienze – senza bisogno di dichiararsi illuminati. Rimaniamo semplici ricercatori sullo stesso cammino spirituale e lasciamo che la nostra intelligenza ci guidi.

 

Sebbene Osho parli, nelle Sarvasar Upanishad commentate nelle pagine precedenti, del risveglio successivo dei quattro corpi – energetico, mentale, di consapevolezza e di beatitudine – nella mia esperienza questi risvegli sono raramente separati e in successione, bensì sovrapposti e frammisti, così come nel corpo fisico i muscoli si fondono coi nervi, con le ossa, con la pelle e coi legamenti. Vengono separati per meglio capire i dettagli della loro composizione, ma in realtà il loro aprirsi è spesso in simultanea. Le modalità per questa apertura saranno radicalmente differenti da una persona all’altra. Man mano che si diventa capaci di assorbire quantità sempre maggiori di forza vitale, la sensibilità psichica della tua unicità in quanto individuo sboccia in maniere che dipendono dalle doti intrinseche e dai condizionamenti karmici del tuo viaggio di vite e vite. Un pittore può scorgere l’aura, o il fiorire dell’energia di luce che circonda il corpo fisico, un musicista diventerà più sensibile ai suoni e sarà capace di sentire risuonare la bugia o la verità nella voce degli altri, l’amante sarà capace di percepire le onde di energia emozionale che si irradiano pulsando da persone, animali e alberi. Ciascuno diventerà, in maniera quasi intollerabile, sensibile, vivo, sveglio, in sintonia con le facoltà che ha usato maggiormente in passato.

Tuttavia, nonostante l’ampia diversità dei segni immediati di questo risveglio all’interno del corpo energetico, il principio fondamentale rimarrà lo stesso – una reale apertura psichica al mondo delle energie invisibili influenzerà coi suoi cambiamenti tutti i nostri corpi simultaneamente. Non saremo più la stessa persona: le strutture difensive della personalità crolleranno e ne sorgeranno di nuove create consapevolmente, le caratteristiche stesse del nostro relazionarci col mondo diventeranno totalmente differenti. Dico questo perché ho incontrato così spesso ricercatori spirituali in stati illusori di fantasie psichiche, che vedono l’aura, che tremano estaticamente col sorgere della kundalini, che cavalcano le correnti telepatiche dei pensieri e dei sentimenti altrui, e nulla in loro è cambiato.

Inoltre il risveglio del corpo energetico raramente succede all’improvviso, perché l’infusione interiore di luce nei circuiti di questa invisibile ragnatela di energia che avvolge il corpo fisico come una nuvola, crea davvero un grosso impatto a molti livelli, che potrebbe anche danneggiare, se troppo repentino, la capacità degli individui di comprendere e di funzionare all’interno di questo esasperato stato di sensibilità. In effetti il risveglio delle energie sottili all’interno di ognuno dei quattro involucri – energia, mentale/emozionale, di consapevolezza e di beatitudine – avviene generalmente in dosi omeopatiche, guidato da un sé superiore che permette solo un assorbimento limitato, volta per volta.

Io stesso soffrii per molti anni di brevi attacchi epilettici nel corpo sottile, dolorosi spasmi energetici ed emicranie praticamente insopportabili come risultato della mia avidità per uno sviluppo spirituale sempre maggiore. Se hai questa predisposizione, un’impazienza molto comune nel mondo contemporaneo – un’avidità tutta americana che vuole ogni cosa, come il caffè istantaneo, immediatamente – ti troverai molto facilmente a portartela dietro anche nel viaggio spirituale. Una fame che ti forzerà ad avere troppo e troppo presto, incurante dei costi, e potrai così aprirti alle selvagge correnti della grazia prima che i corpi di livello inferiore siano purificati e ricettivi abbastanza per assorbirla. Si impara con pazienza, nel bene e nel male.

Perché quando questa ondata di piena interiore arriva veramente, e non solo nella fantasia come succede spesso, può davvero far paura, perché la sensazione è quella di esser spazzato via da un orgasmo di tutto il corpo che ti travolge in un inebriante vibrazione quasi elettrica al limite del sopportabile, e tu sei perso. E sebbene si desideri ardentemente una simile, estatica piena interiore, quando succede veramente fa paura.

Il risveglio del mio corpo energetico iniziò fin dalla nascita, creando stati interni di paranoia e di fusione spirituale che mi lasciavano totalmente esterrefatto, solo e tagliato fuori da ogni possibilità di condividere un mondo che nessun altro poteva vedere o sentire: non solo vedi gli alberi, ma ti accorgi anche del cuore vibrante delle loro distinte personalità, i cristalli iniziano a vibrare con toni e frequenze simili alla musica, e le persone di fronte a te diventano sempre più trasparenti emozionalmente in modi che spesso ti confondono: ti accorgi di ciò che loro davvero sentono, al di là delle maschere sociali che inconsciamente o meno stanno indossando. Non solo il loro stato psichico o emozionale ti colpisce con la forza di un temporale ai tropici ma anche le vibrazioni – più spesse – dei loro dolori fisici creano spesso dolori corrispondenti nel tuo corpo. Fino a quando non ho imparato a ritrarre, ispessire, cristallizzare e proteggere il mio corpo astrale continuai a soffrire spesso dei disturbi emozionali e fisici di chi incontravo, ritenendo che fossero i miei propri. Non che non avessi problemi di mio, non fraintendetemi.

Per un bambino questo è un fenomeno bizzarro che porta a una specie di schizofrenia sociale: ti accorgi delle reali ferite interiori delle persone, ma li vedi ridere del tutto inconsapevoli che esistano, ascolti persone che si stanno confidando delle verità e sai che stanno mentendo, sei intuitivamente consapevole di cose che loro negheranno con tutte le forze o ti malediranno se le riveli. Nessuna meraviglia che per la maggior parte della mia adolescenza non riuscissi per lo più a parlare, ma potessi solo balbettare confuso. Nessuno mi avrebbe creduto. Aprire bocca sarebbe stato dichiarare che ero matto. Tutto quello che provavo, udivo o vedevo non poteva essere detto in un mondo dove la stragrande maggioranza delle persone non ha nessun contatto col mondo interiore. Una simile capacità cambia totalmente la maniera di essere con se stessi e il mondo.

 

Quando ci si apre e ci si purifica molti processi interiori cambiano automaticamente. La sessualità si libera da condizionamenti esteriori – presi da Playboy o da romanzi romantici, oppure che portano alla ricerca di surrogati di mamma e papà – e si apre a quella elettrizzante chimica che accade in presenza delle persone più strane. Innamorarsi non è più un’esperienza legata ai parametri sociali di posizione, apparenza fisica o successo sui quali l’inconscio era programmato. Per la prima volta si è capaci di ascoltare, e di accorgersi quando l’altro sta veramente ascoltando. Ancora oggi mi meraviglio di come la gente riesca a riempirsi a vicenda le orecchie di chiacchiere, ignara del fatto che l’altra persona o è annoiata, o sta aspettando impaziente di poter dire la sua, o si è persa in fantasie.

Il vantaggio più bello, comunque, del risveglio del corpo energetico è una tremenda sensibilità alle emanazioni di una consapevolezza più alta. Si è sopraffatti dalle pulsazioni estatiche che circondano un illuminato. Quando il corpo energetico è risvegliato e purificato, un essere illuminato può essere sentito con la stessa pratica chiarezza con cui si può dire se in una stanza la luce è accesa o spenta. Personalmente ebbi bisogno di parecchi mesi per poter sedere in presenza di Osho e assorbire le sconvolgenti radiazioni del suo corpo di luce.

Col tempo mi sono accorto però che pochi possono veramente provare queste sensazioni da un punto di vista esistenziale: molti sono incapaci di distinguerle internamente dalle influenze inconsce delle loro proiezioni romantiche, illusioni e condizionamenti.

Lo realizzai quando Osho nell’84 – a Rajneeshpuram, in Oregon – dichiarò illuminate una ventina di persone. Fu per me come una bomba, mi sconvolse a vari livelli, non ultimo il fatto che avevo lavorato fianco a fianco con alcune di queste persone e non mi ero accorto proprio di nulla.

Voglio dire che, sebbene l’arte di entrare in sintonia con le vibrazioni dell’altro richieda sì tutto un procedimento di pulizia mentale, di apertura delle antenne astrali, di ascolto a cuore aperto, mi sembrava impossibile non aver notato affatto l’esplosione atomica di luce che avverto intorno ad un illuminato.

Nei giorni seguenti feci di tutto per entrare discretamente in contatto con 6 o 7 di questi nuovi risvegliati: sedendomi al loro fianco a pranzo, sintonizzandomi con loro come uno Sherlock Holmes dell’esoterico, abbracciandoli – ma non avvertivo nulla: il loro corpo mentale/emozionale era in disordine come quello del loro vicino… e allora, forse che Osho diceva bugie? E perché?

Ero veramente senza un punto di riferimento: ne parlai con qualche amico, e fui sconvolto nello scoprire che nessuno notava alcuna differenza di energia fra Osho e questi nuovi illuminati. Alcuni mi risposero con un caramelloso: “Non è splendido che stiamo diventando tutti illuminati?” altri mi ripetevano a pappagallo la frase d’obbligo in questi casi: “Osho sa cosa sta facendo, chi credi di essere per metterlo in discussione?” E qualcuno mi disse davvero di sentire nuove, meravigliose onde di energia provenire da queste persone, totalmente cambiate.

Tempi duri per me, nessun altro si accorgeva di quello che io percepivo così chiaramente, e la dichiarazione di Osho mi dava torto. Durò tre mesi, finalmente una sera Osho nel discorso dichiarò che tutto questo affare di quella ventina di illuminati era stato solo un grande scherzo.

A quel punto, in quella prova del fuoco, la mia chiarezza si cristallizzò, permettendo alla mia capacità critica di diventare come un faro in questo viaggio nella scura notte del corpo mentale/emozionale. Ciò che voglio porre in rilievo con questa storia è che il mondo dell’energia è di base un mondo di sogno, dove è facile davvero perdersi in fantasie spirituali. Per percorrerlo c’è bisogno di interrogarsi senza pregiudizi su tutto ciò che si sta “vedendo”, di senso dell’umorismo per non prendersi troppo sul serio e della capacità di discriminare fra ciò che è vero e ciò che è fantasia.

Il mondo astrale esiste davvero, il corpo energetico è la sua porta, ma è parte di questo mondo di sogno, e l’ego qui può prendere il volo e perdersi per sempre. Ne ho visti molti che si sono dichiarati illuminati dopo che un satori da asilo infantile li aveva risvegliati al mondo dell’energia; coinvolgendo così anche ricercatori assetati e creduloni. Ma questa ingenuità non è innocenza, è stupidità, vaghezza, pigrizia a risvegliarsi alle reali difficoltà del percorso spirituale. Solo affinando le capacità di discriminazione si arriva a una chiarezza meditativa e senza giudizio.

 

 

 

“L’esperienza dell’illuminazione è un tale grande shock per il tuo corpo, per la tua mente, per tutto il tuo insieme. È esattamente come una fulminazione. Tutto ciò che eri stato prima viene semplicemente distrutto. Lo shock è tale che potresti dimenticare di respirare, potresti non accorgerti che il tuo cuore si è fermato. Essere preparati è necessario non per l’illuminazione in sé, ma per assorbire questo shock.

C’è bisogno di prepararsi non tanto per raggiungere l’illuminazione, ma per fare in modo che quando arriva, tu non cada a pezzi ma rimanga centrato, silenzioso e in pace, permettendo così che questa grande esperienza accada. Ma non ti distrugga. La tua preparazione è necessaria per salvare la tua vita da questa grande esperienza.”

 

Osho:

The Great Pilgrimage from Here to Here

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OLTRE L’ILLUMINAZIONE

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa lettera di Anando, che è stata per tanti anni la segretaria di Osho.

 

Osho onora Tamo-san con una pioggia di petali di rosa

 

Mi è stato chiesto di recente di rispondere a due seguaci di Tamo-san, l’anziana bella signora giapponese, la cui illuminazione fu riconosciuta da Osho. In un articolo apparso in una rivista sannyasin australiana, questi seguaci hanno erroneamente dichiarato – di certo con le migliori intenzioni – che Osho aveva detto che, dopo aver lasciato il proprio corpo, sarebbe entrato in quello di Tamo-san.

Inutile precisare che Osho non lo disse. Ve lo immaginate, dopo tutte le difficoltà avute col suo corpo, desiderare di entrare in un altro – per giunta più vecchio – e che non parla neppure la lingua della maggior parte della sua gente?

Poiché ero la segretaria di Osho, a quel tempo fui assegnata a seguire i suoi rapporti con Tamo-san, e sono così una testimone diretta degli avvenimenti.

Quando ho letto l’articolo, ho sentito che questo entusiasmo dei suoi seguaci era il risultato di un’informazione sbagliata e di un fraintendimento fra l’essere illuminati, che ho sentito Osho definire come “diritto di nascita” di tutti noi, e l’essere ciò che Osho chiama “al di là dell’illuminazione”, che è qualcosa di totalmente diverso.

Così, prima di rispondere, sono andata a controllare quelli che io ho soprannominato gli Akashics – gli appunti di tutti i messaggi di Osho.

Ho trovato la corrispondenza tra Osho e Tamo-san così affascinante e così significativa – rispetto ad argomenti quali l’illuminazione, di cui oggi si sente tanto parlare in giro – che ho pensato fosse arrivato davvero il momento giusto di portarli alla conoscenza di tutti quanti.

Tamo-san arrivò a Pune, dal Giappone, nel 1988. Osho seppe che era una famosa veggente, la quale, sentendo che Osho era stato avvelenato, era venuta per riuscire a vedere lui, un buddha vivente, prima che morisse.

Quella sera, in Buddha Hall, Osho la cosparse di petali di rosa. Le dette anche un documento dove riconosceva la sua illuminazione, e dove c’era una nota: “Io so, e anche tu certo saprai, che c’è un altro passo da fare – andare oltre l’illuminazione e diventare il nulla.”

Il giorno dopo Tamo-san mi disse di riferire questo a Osho: “Non c’è niente oltre l’illuminazione.” Mi disse anche che non capiva perché lui doveva stare in alto, sul podio e lei giù, sul pavimento.

Osho mi dettò questa risposta da consegnarle: “Quando dici C’è, rimani nel positivo. Il positivo ha un confine, è limitato. Questo è un argomento complicato che costituì la base della disputa che il Buddhismo ebbe con l’Induismo e l’Esistenzialismo. Buddha aveva assolutamente ragione, il positivo è limitato e, alla fine, l’esistenza diventa una. Il positivo da solo non è sufficiente. Buddha, per esprimerlo, usò parole come ciò che è, quidditas, l’essenza, lo stato di fatto delle cose. Il negativo è infinito, non ha confini. Ecco perché Buddha lo chiamò Nirvana. Prima viene l’illuminazione; dove c’è una certa chiarezza rispetto alle cose. Ma l’illuminazione è positiva, è un’esperienza, colui che la sperimenta è ancora lì. Dopo, viene la realizzazione del nulla, l’infinito nulla dell’esistenza.”

Allora Osho mi spiegò (questa citazione è dai miei appunti): “Lei dice, ‘Non c’è niente oltre l’illuminazione’. Il punto chiave è quell’ è – un sostegno per il positivo. E la dualità resta. L’illuminazione è un’esperienza, proprio come anche l’amore o la rabbia sono esperienze. L’illuminato è ancora lì; «Io sono illuminato». L’illuminazione e colui che è illuminato sono due, l’esperienza e lo sperimentatore sono due. La dualità resta il problema.

A un certo punto diventa chiaro che, oltre l’illuminazione, oltre la dualità, rimane solo il nulla, nessuna dualità, nessun «Io», nessuno sperimentatore, nessuna esperienza, nessuna illuminazione – solo l’infinita, eterna Esistenza. Quando questo succede mentre si è ancora nel corpo, viene detto Nirvana, il nulla. Quando avviene al momento della morte, quando il corpo ritorna ai suoi elementi, è chiamato Mahaparanirvana – la consapevolezza che si dissolve nell’esistenza.”

 

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PROPRIO DIETRO L’ANGOLO

 

Nella pagina precedente Osho parla di andare oltre l’illuminazione il che per molti di noi può suonare addirittura come fantascienza perché in realtà si stanno chiedendo, “Ma dov’è l’illuminazione?”

 

 

Amato Maestro,

anni fa, qui insieme a te, avevo la sensazione che l’illuminazione fosse proprio dietro l’angolo. Adesso mi sembra lontana milioni di chilometri. L’intera idea dell’illuminazione è solo un altro stratagemma? Non so più davvero cosa credere.

 

L’illuminazione non è uno stratagemma. Tutti gli stratagemmi sono finalizzati all’illuminazione, ma l’illuminazione in sé è una realtà assoluta. Tu adesso pensi che sia lontana milioni di chilometri, mentre prima sembrava proprio dietro l’angolo. Quello era uno stratagemma: farti credere che fosse proprio dietro l’angolo. È certamente lontana chilometri, ma quei chilometri sono relativi: dipendono dall’intensità del tuo anelito. Possono essere più lunghi o più corti. Puoi continuare a cercarla per vite, e puoi trovarla oggi.

Devi comprendere il concetto di relatività. Quei chilometri non sono una realtà in sé: dipendono da te. Se la tua aspirazione è tiepida, allora quei chilometri sono molto lunghi, forse troppo. Potrebbe essere impossibile per te raggiungere l’illuminazione. Ma se il tuo anelito è una fiamma nel tuo cuore, e tu ne sei avvolto, allora quei chilometri possono miracolosamente diventare molto brevi, al punto che talvolta un maestro può dire: “Puoi ottenerla qui e ora”, e spariscono del tutto. Ma il problema è avere un anelito così profondo, totale e intenso da trasformarsi nella tua stessa vita e nel battito stesso del tuo cuore; da avvolgerti ventiquattr’ore al giorno, da diventare la tua inspirazione ed espirazione. Qualunque cosa tu stia facendo, ci sarà un flusso sotterraneo di ricerca profonda che continuerà. Anche mentre dormi, la corrente sotterranea di ricerca non si arresta. Ti addormenti con un desiderio, ti svegli con lo stesso desiderio; e tra questi due momenti puoi anche addormentarti, ma il desiderio andrà avanti nel tuo inconscio.

Io ti ho detto che l’illuminazione è proprio dietro l’angolo; questo è senz’altro uno stratagemma. Per la maggior parte di voi non è proprio dietro l’angolo, ma alcuni la possono rendere tale in base al loro amore…

Esistono molte categorie: qualcuno è semplicemente curioso, non ha aspirazioni, è interessato solo perché gli altri sono alla ricerca dell’illuminazione. Comincia a pensare che qualcosa deve esserci, se così tante persone la stanno cercando, ma nessun campanello suona nel suo cuore, nessun click avviene nel suo essere. Allora essa è lontana un milione di chilometri. Alcuni sono semplici studenti: stanno studiando l’illuminazione come una materia, per aumentare il proprio sapere e divenire più colti. Non hanno il desiderio di raggiungerla, il desiderio di mettersi in viaggio. Vogliono sapere tutto al riguardo: forse un giorno potrebbe tornargli utile.

Nello Sri Lanka c’era un grande saggio che stava morendo. Tutti i suoi discepoli… ed erano migliaia, perché il saggio aveva più di cento anni, aveva vissuto a lungo, era stato un uomo carismatico e aveva attratto molte persone. Udendo che stava per lasciare il corpo, essi giunsero da tutte le parti del paese per avere l’ultimo darshan con lui, essere alla sua presenza per l’ultima volta e avvertire quel silenzio, quella celebrazione e quella fragranza che erano sempre intorno a lui.

Prima di morire, il vecchio aprì gli occhi e disse: “Mi avete amato, e avete amato tutto ciò che vi ho insegnato. Adesso sto lasciando il corpo… Se qualcuno vuole venire con me, può alzarsi in piedi”. I maestri sono persone folli e bizzarre. A quel punto tutti cominciarono a guardarsi l’un l’altro pensando: “Quello è un discepolo molto anziano, forse vuole andare lui”. Ma tutti si guardavano, e nessuno si alzava.

E il vecchio disse: “Chi sarà pronto a venire con me si illuminerà. Non verrà con la sua consapevolezza comune, ma in piena coscienza”. Ma un grande silenzio pesava su quella folla di migliaia di discepoli. Alla fine un uomo alzò la mano, ma avendo paura di essere frainteso, disse: “Per favore, non fraintendermi. Non mi sto alzando, sto semplicemente sollevando la mano. Vorrei sapere cosa sono l’illuminazione e la morte”.

Il vecchio rispose: “Sono pronto a portarti con me; puoi avere da te l’esperienza sia dell’illuminazione che della morte”.

Egli disse: “Mi sarebbe piaciuto tanto venire con te, ma ci sono ancora molte cose incomplete. Mia moglie è malata, i miei figli sono piccoli e mia figlia sta per sposarsi, per cui ora proprio non posso. Ma voglio informarmi per poter ricordare, e quando mi sarà possibile, farò le cose in questo modo”.

Il vecchio si mise a ridere. Disse: “Sei stato con me per quasi quarant’anni, e in questi quarant’anni non ti ho parlato d’altro che dell’illuminazione, in modi diversi e da diversi aspetti. E in quarant’anni tu non sei riuscito a completare le tue cose… Quanti anni ancora ti ci vorranno?”.

Egli disse: “Perdonami. In realtà, sono solo uno studente. Non esiste alcuna aspirazione in me a diventare illuminato; non voglio correre un simile rischio, perdipiù insieme alla morte. Ma sono molto interessato a saperne qualcosa. Puoi fidarti della mia sincerità per quello che riguarda la conoscenza”. Questa è una categoria.

Poi ci sono persone che desiderano davvero… che non sono semplici studenti, ma discepoli; e nessuno può dubitare delle loro intenzioni, ma vogliono che l’illuminazione gli venga data. Stanno aspettando un salvatore. Non sono pronte a percorrere il cammino da sole: sembra troppo difficile. Perché non aspettare la venuta del salvatore?

Milioni di buddhisti, di cristiani e di indù stanno aspettando il salvatore. Anche questa è una strategia della mente, molto astuta, per rinviare; il salvatore non arriva, e tu non devi passare attraverso un’esperienza pericolosa. È bellissimo parlarne, leggerne, e conoscerne qualcosa; ed è anche bellissimo che qualcun altro possa semplicemente dartela. Ma l’illuminazione non è di quelle cose che possono semplicemente essere date; te la devi guadagnare, ti devi muovere, devi crescere ed evolvere.

Non puoi restare come sei e illuminarti. Te la devi guadagnare.

Devi purificare la tua consapevolezza, approfondire la tua meditazione, rendere incondizionato il tuo amore. E devi andare oltre la mente e il corpo, fino a un punto dentro di te che è il centro del tuo essere, e che è destinato a illuminarsi. Per questo è necessario un desiderio molto profondo, per il quale puoi rischiare ogni cosa e sei pronto a morire. Allora l’illuminazione è proprio dietro l’angolo… Persino l’angolo è troppo lontano. Forse, per l’uomo con un desiderio totale, l’illuminazione è lì, dentro di lui; ecco perché dico che si tratta di un fenomeno relativo, molto elastico. Quei chilometri possono essere lunghi o molto brevi; alla fine dipende tutto da te.

Anand Somen, mi hai anche detto: “Ogni giorno ti vedo qui, così radioso e pieno di luce, tanto lontano dalla realtà quotidiana della mia vita”.

Non darlo per scontato, perché un giorno non mi vedrai. E allora ti pentirai di tutti quei giorni in cui ero vivo e disponibile, e avrei potuto aiutarti in ogni modo possibile. È una strana caratteristica della mente umana, quella di diventare consapevole delle cose solo una volta che le hai perdute. Quando le hai tendi a dimenticartene: diventano troppo ovvie.

Mi hai detto: “Sei un faro luminoso che mostra la via, e la possibilità che qualcosa di più grande accada in me”. Fino a quando mi vedrai ancora come un faro luminoso che mostra la via? È ora: dovresti incamminarti; altrimenti a cosa servono il mio richiamo, la mia luce e il mio invito, se tu non ti muovi di un millimetro?

Semplicemente non perderti nel godere la mia presenza, deve diventare anche la tua esperienza, e per questo dovrai percorrere la via. Si dice che Gautama il Buddha abbia detto: “I buddha possono solo mostrarti la via, non possono percorrerla per te.” Nessuno lo può fare; non fa parte della natura delle cose. Tu dici: “Anni fa, qui insieme a te, sentivo che l’illuminazione era proprio dietro l’angolo…” Eri nuovo, e per i nuovi arrivati devo essere seducente. Se non dicessi: “È proprio dietro l’angolo”, non sarebbero interessati all’illuminazione. Hanno troppe cose da fare nella vita, cose futili, ma in base alla loro consapevolezza, in questo momento sembrano molto importanti. Se invece dico: “È proprio dietro l’angolo”, anche un uomo senza un grande desiderio di illuminarsi potrebbe pensare: “Che male c’è? Diamogli un’occhiata… È solo dietro l’angolo”.

Ma una volta che ti sei mosso di quel tanto, le cose cominciano a cambiare. È sufficiente un leggero movimento nella tua consapevolezza e non ti potrai più fermare, perché cominceranno a esplodere nuove esperienze. Forse l’illuminazione non è dietro l’angolo, ma ci sono cose estremamente belle, tranquille, silenziose e appaganti. E quando avrai raggiunto l’angolo, farai esperienza di tutte quelle cose e ti scorderai delle occupazioni passate. Sorgerà inevitabilmente un grande desiderio di andare un po’ più avanti, un po’ più in profondità; forse le cose sono più interessanti… E più in profondità vai, più diventano interessanti. E quando la fragranza diventa la tua fragranza, e non solo la mia parola, allora essa si impossessa di te. Anche se l’obiettivo è lontano milioni di chilometri, una fragranza leggera di una consapevolezza che si sta evolvendo è seduzione sufficiente per farti seguire il sentiero.

Ma nemmeno quando era dietro l’angolo, tu hai esplorato quell’angolo. Al contrario, hai accettato l’idea che fosse proprio dietro l’angolo, e quindi, perché avere fretta? Possiamo continuare a essere quello che siamo. In qualsiasi istante, in un giorno qualunque – quando hai perso la fidanzata, quando sei stato licenziato dal lavoro, quando non hai nient’altro da fare – puoi dare un’occhiata a quell’angolo. Ma quel momento non arriva mai; una ragazza ti lascia, e prima ancora che se ne sia andata è già arrivata l’altra.

La moglie di Mulla Nasruddin stava morendo, e Mulla chiese: “C’è qualcosa che posso fare per renderti felice nell’ultimo momento della tua vita?”

Lei disse: “Si, promettimi che non sposerai quella strega, Fatima.”

Nasruddin disse: “Non ti preoccupare. E poi i tuoi vestiti non le vanno bene.”

Ha già deciso per Fatima. Sta soltanto pensando a come adattare i vestiti della moglie, perché la moglie è grassa e Fatima no, è giovane.

Un problema se ne va, e dieci altri attendono in fila alla tua porta. Pensavi che sarebbe rimasto del tempo per ricercare qualcosa sull’illuminazione, ma questi problemi continuano a crescere, non hanno fine. Anche quando starai morendo, dovrai lasciare le cose a metà, senza aver messo mano a molti problemi. E adesso, siccome non posso continuare a dirti che l’illuminazione è dietro l’angolo… Prima o poi devo dirti che è un lungo viaggio, lungo a causa tua. A giudicare dal tuo approccio, è lungo milioni di chilometri.

Puoi riportarla indietro all’angolo, ma devi creare la passione. Le persone inseguono il potere, i soldi e il prestigio; dedicano tutta la vita a questo. E vogliono ricevere gratuitamente cose come l’illuminazione. Non vogliono pagare alcun prezzo per esse, nemmeno muovere qualche passo.

Adesso tu dici: “Non sembra più qualcosa di grande importanza, vederti tutti i giorni è sufficiente di per sé”.

Questa è una conclusione molto pericolosa, perché un giorno sicuramente non mi vedrai. Io non posso farci nulla. Mi piacerebbe restare con te per sempre, ma le cose funzionano così. Oggi sono con te, domani non si sa, e dopodomani è certo che me ne dovrò andare.

Puoi essere nutrito dalla mia presenza, puoi berla, puoi lasciare che io ti riempia; ma tutte queste cose dovrebbero suscitare in te la passione di raggiungere lo stesso stato in cui io mi trovo. Altrimenti non riuscirai a consolarti, e la tua infelicità sarà grande, perché avrai fatto di me qualcosa di assoluto.

La mia presenza è momentanea. Stiamo insieme per un momento, per alcuni al massimo, e poi dobbiamo andarcene. E questa partenza non si può cancellare. Quindi gioisci, ma non essere soddisfatto. La gioia per la mia presenza e il tuo amore per me dovrebbero manifestarsi nella tua ricerca appassionata dell’illuminazione. Non esiste altro modo.

Ed è solo per consolarti che stai chiedendo: “Tutta la storia dell’illuminazione è solo un altro stratagemma?” Ti piacerebbe se io ti dicessi: “Sì, Somen, è solo uno stratagemma. Rilassati, non devi andare da nessuna parte, non devi crescere.” Ma io non posso dirtelo. Ti amo; ecco perché non posso dirti nulla per consolarti, per renderti momentaneamente felice e distruggere le tue possibilità per il futuro.

L’illuminazione non è uno stratagemma. Ogni stratagemma è finalizzato all’illuminazione.

Tu dici: “Non so più davvero cosa credere. Tu, la tua presenza e i miei occhi colmi di lacrime sono tutto ciò che ho”.

Non ti si chiede di credere in niente, perché io non sono qui per creare dei credenti; io voglio degli indagatori. Non sono qui per creare seguaci obbedienti; voglio ricercatori ribelli, non gente che sia incapace di dire: “No!”; poiché, per me, a meno che tu non sia capace di dire no, il tuo sì non ha significato. A meno che tu non dubiti, non potrai trovare la fiducia autentica. È solo attraverso il dubbio, e l’oscura notte del dubbio, che arrivi al punto in cui trovi qualcosa di indubitabile. A quel punto sorge la fiducia. Non c’è più bisogno di preoccuparsi per cosa credere.

Va bene che tu dica: “Tu, la tua presenza e le lacrime nei miei occhi sono tutto ciò che ho.”

Questo è ciò che sai, superficialmente. Se vai più in profondità nel tuo essere e nella meditazione, avrai molto di più. Non perderai la mia presenza, di fatto essa diventerà più profonda. Sarai in grado di avvertirla in molte più dimensioni di quanto tu non stia facendo adesso. Sarai in grado di vederla con più chiarezza, con più comprensione, e sarà più nutriente.

E le tue lacrime diventeranno sempre più lacrime di gioia, di beatitudine, di gratitudine. Diventeranno alla fine le tue preghiere, perché a meno che un uomo non sappia pregare con le lacrime, non sa cosa sia la preghiera. Le preghiere fatte di parole non sono preghiere, perché la parole vengono dalla testa e la testa non conosce la gratitudine. Le lacrime arrivano da una sorgente più profonda, dal tuo cuore; e dicono molto di più, contengono molto di più.

Le parole sono vuote, le lacrime contengono un immenso significato. Le tue lacrime diventeranno sempre più gioiose, sempre più musicali, sempre più piene di canti, sempre più una danza in sé. Ma non rimanere nello stesso posto: dove ti trova la mattina, non dovrebbe trovarti la sera; devi muoverti. Il luogo in cui la sera ti lascia, non dovrebbe essere quello in cui ti trovi al mattino; devi muoverti. La vita è breve e il viaggio smisurato, e colmo di tesori. E a meno che tu non ne faccia la tua unica passione, non riuscirai a raggiungere l’illuminazione. Ma a ogni modo, essa è dietro l’angolo.

 

Osho, tratto da The Rebel

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UNA STORIA INFINITA

 

È con piacere che vi propongo la storia di Ananto nei pressi di Imperia, il Centro di Meditazione vicino a dove abito. La storia è un’avventura speciale, come quella che ogni persona sul sentiero della meditazione vive, forse un ennesimo “sogno nel cassetto” che Osho ha scoperto e portato alla luce.

 

 

Sorrido nel sentire, dalla voce di Maria e Josep, i particolari di quella che ha tutti gli ingredienti per essere davvero una storia “infinita” (ananto significa infinito) e mi perdo nel loro simpatico e personalissimo italiano che ha qualcosa di immediato, semplice, essenziale come i due protagonisti di questa avventura. È curioso come anche i loro nomi rimandino a una antica favola che tutti ben conosciamo, così la fantasia si perde a trovare simbolicamente analogie con il viaggio di un’altra coppia, un Giuseppe e una Maria che portavano anch’essi un tesoro segreto...

 

Josep: “Tutto cominciò nel ‘79 quando Osho, durante un leaving darshan (l’incontro con il maestro prima di partire da Pune), ha detto a me e a Maria, dandoci il nome per il futuro centro, di tornare nel nostro paese e fare qualcosa per lui laggiù, nonostante avessimo manifestato un grande desiderio di rimanere lì a Pune.

Così ci siamo ritrovati in Jugoslavia noi due con i vestiti rossi e i mala, tra 22 milioni di altre persone lontane, secondo noi, migliaia di anni luce da termini quali ricerca spirituale, crescita interiore, meditazione etc. Fra l’entusiasmo e l’emozione di chi ha appena ricevuto un dono prezioso (il sannyas) e lo vuole condividere è nato «Rajneesh Ananto Meditation Centar» in Jugoslavia sul mare Adriatico, in una casa liberatasi dopo una «provvidenziale» scossa di terremoto.

Lentamente questo seme gettato senza alcun progetto preciso cresceva, sempre più persone arrivavano da città vicine e lontane per meditare e partecipare a gruppi di terapia, qualcuno prendeva il sannyas – e così il governo locale, al servizio del regime comunista, vedeva un numero sempre maggiore di strani personaggi vestiti di rosso e con un medaglione al collo.

Questa era una provocazione troppo forte per passare inosservata, tanto più nel clima politico della Jugoslavia di allora; l’11 Dicembre 1981, compleanno di Osho, sono stato invitato a presentarmi alla stazione di polizia per un colloquio-interrogatorio a conclusione del quale mi hanno detto di lasciare questa storia o di lasciare il paese.”

 

Maria: “Siamo andati in Germania, io ero incinta di sette mesi di Kamal, nostro figlio ora sedicenne, i nostri soli bagagli erano un borsone e un sitar; lì abbiamo vissuto in una comune vicino a Norimberga per un paio di anni, finché Sheela nell’84 l’ha chiusa. Kamal era cresciuto e noi eravamo pronti a ripartire, il nostro viaggio è ripreso alla ricerca di un nuovo terreno per quel seme che era ormai parte di noi; dopo alcune brevi tappe nel sud della Francia e in Spagna, abbiamo deciso di fermarci in Italia, vicino a Imperia nell’entroterra ligure. Anche qui nell’88 eravamo i soli sannyasin della zona.

I primi passi per avvicinarsi alla gente locale sono stati i concerti con Miten, Joshua e Devakant che, con la loro musica, hanno aperto una breccia per introdurre il mondo di Osho. La risposta delle persone è stata positiva e si è cominciato a organizzare le prime meditazioni in Imperia o nei paesi vicini, in case private o in spazi che qualche nuovo amico metteva a disposizione. Poi nel momento in cui abbiamo deciso di riaprire ufficialmente Ananto OMC, nel ‘96, la nostra vicina, una signora tedesca che possiede un vecchio mulino ristrutturato accanto a un piccolo torrente, ci ha proposto di usare questi locali, dove lei viene solo poche volte all’anno, per le attività del centro. È un posto molto suggestivo, immerso nel verde, cullato dallo scrosciare continuo dell’acqua, un piccolo paradiso di purezza e di quiete; noi ci prendiamo cura volentieri di questa oasi che miracolosamente ospita il nostro “tesoro non più segreto”.

 

...E siamo ancora lì, ma la storia di Ananto continua e chissà cosa porterà ancora: la magia sta proprio nel viaggio che giorno dopo giorno porta nuovi regali, difficoltà, progetti, sorprese... come quella che l’estate scorsa a Pune c’erano 5 persone provenienti da Imperia e dintorni.

Nel centro vivono fisse tre persone, ma attorno a questo nucleo si sta creando un piccolo buddhafield di amici che vanno e vengono; alcuni si fermano a lungo, altri regolarmente si incontrano durante la settimana o nei campi di meditazione mensili, durante i concerti e le feste, per celebrare e meditare insieme, dando spazio alla creatività in tanti modi, anche nel lavorare la terra o nel preparare con Maria prelibati pasti vegetariani con i prodotti dell’orto e del bosco.

Il contatto con una natura così pulita e incontaminata è stata una guida e una scelta di vita per Josep e Maria, che piano piano stanno creando uno spazio dove sia possibile imparare a conoscersi e rispettarsi riavvicinandosi ai ritmi naturali e ascoltando i messaggi della terra, un luogo di vacanze-lavoro per scoprire i segreti dell’agricoltura biologica e uno spazio per gruppi che vogliano passare un week-end di silenzio e quiete.

 

L’intervista l’abbiamo conclusa qui a Prelà, nel delizioso giardino che circonda il piccolo chalet di Josep e Maria, dove si respira l’atmosfera dei giardini della Comune di Puna in miniatura, qui in questo piccolo punto di energia nascosto in una selvaggia e prorompente natura ligure a pochi chilometri dal mare.

E mi rendo conto della fortuna e dell’importanza di avere a poca distanza dal posto dove vivo, un luogo dove posso lasciarmi cullare dall’energia del buddhafield, immergermi nelle meditazioni, per percorrere o ritrovare facilmente la giusta direzione e condividere con dei compagni di viaggio quello spazio interiore verso cui Osho mi ha indicato la strada.

 

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GLI ANNI DELL’INVITO

 

Parte quinta – Tra il 1960 e il 1970 Osho viaggia incessantemente da una parte all’altra dell’India portando a più gente possibile il suo messaggio, il suo invito alla meditazione.

 

 

Dopo aver concluso gli studi universitari, Osho divenne docente di filosofia al Raiput Sanskrit College e più tardi all’Università di Jabalpur. Nei primi anni sessanta cominciò a tenere conferenze in tutta l’India su temi spirituali e filosofici, sollevando ovunque controversie e sconvolgendo gli ascoltatori con discorsi ricchi di passione e capaci di infiammare gli animi dei più sensibili. Altri godevano di tanta oratoria, del suo genio intellettuale e delle sue analisi profonde.

I suoi punti di vista in materia politica, religiosa, e soprattutto sessuale, crearono attriti non indifferenti con le autorità governative e con le organizzazioni religiose tradizionali: ovunque andasse attirava folle che lo acclamavano e folle che lo osteggiavano.

 

“In quei dieci anni ho viaggiato tantissimo: un’altra persona impiegherebbe due o tre vite per compiere lo stesso numero di chilometri. E ho parlato tantissimo: un altro ci impiegherebbe dieci o quindici vite per dire tutte quelle cose.

Viaggiavo dalla mattina alla sera, andavo ovunque. Tre settimane su quattro ero in treno. La mattina ero a Bombay, la sera a Calcutta e il giorno dopo a Amritsar, e il giorno successivo a Ludhiana o a Delhi. L’intero paese era il mio campo d’azione. E ovunque andassi, naturalmente, sorgevano controversie in abbondanza...” (1)

L’approccio analitico e intellettuale stimolò un piccolo gruppo di persone, spingendole sempre più vicine al maestro, e nell’estate del 1964, questi decise di introdurle, attraverso tecniche di meditazione da lui stesso preparate, a un approccio più esperienziale.

Osho diresse personalmente un campo di meditazione di dieci giorni, sulle colline del Rajasthan, dove i primi seguaci sperimentarono lo stato di non-mente che egli chiama meditazione.

Questa novità fece subito il giro della nazione, suscitando una sequela di critiche da parte dell’ortodossia religiosa, che lo accusava di usare tecniche bizzarre, e sconvolgenti per quanti le praticavano. Il risultato di tanta incomprensione fu esattamente l’opposto di quello aspettato: l’Acharya si vide circondato da intere folle incuriosite da tanto parlare e desiderose di sperimentare in prima persona quanto egli aveva da offrire. Nel 1966 Osho rinunciò alla Cattedra di Filosofia per dedicarsi totalmente all’attività spirituale: i due anni successivi verranno poi ricordati come «gli anni dell’invito», in quanto Osho li spese, lavorando senza sosta, per riunire intorno a sé «la sua gente».

Verso la fine degli anni ‘60 questa fase del lavoro sembrò conclusa: con un piccolo gruppo di discepoli si stabilì a Bombay, e iniziò a ricevere anche i primi discepoli venuti dall’Occidente, cosciente che il suo esperimento si stava allargando su scala mondiale, e che lui stesso sarebbe in breve divenuto l’araldo di un uomo nuovo: “L’ultima parte di questo secolo sarà risolutiva. L’ultima parte di questo secolo deciderà il destino dei secoli a venire. Questo sarà un periodo determinante, la fine di questo secolo vedrà o la totale distruzione dell’umanità – cui farà seguito la completa eliminazione della vita su questo pianeta – oppure la nascita di un uomo nuovo. Un uomo che non odierà la vita, com’è successo in passato; un uomo che amerà la vita. Un uomo che non sarà in alcun modo negativo, bensì sarà affermativo. Un uomo che non desidererà una vita dopo la morte, ma vivrà momento per momento in gioia assoluta, e considererà questa vita come un dono e non come a una punizione. Che non sarà antagonista nei confronti del corpo, ma lo rispetterà in quanto tempio dell’anima. Che amerà e non avrà timore dell’amore; che vivrà ogni tipo di relazione e tuttavia sarà capace di restare se stesso.

Non esiste una terza possibilità. Così com’è l’uomo non può sopravvivere: o cambia se stesso e si trasforma, o deve morire e lasciar libera la terra”. (2)

 

Tra il ‘70 e il ‘71 si verificò un assestamento: “Per vent’anni ho viaggiato senza essere protetto da una sola guardia del corpo. Vivevo in costante pericolo: la gente mi tirava pietre, scarpe, ogni sorta di oggetto. Se avessi dichiarato di essere illuminato, sarei stato ucciso facilmente; non era affatto difficile, poteva essere fatto facilmente. Ma per vent’anni conservai un assoluto silenzio. E feci questa dichiarazione solo quando vidi che intorno a me si era raccolto un numero considerevole di persone, in grado di capirlo... un numero di persone sufficiente che mi appartenesse, che fosse con me.

Lo dichiarai solo quando capii che avrei potuto creare il mio piccolo mondo senza dovermi più rapportare con le folle, le masse e l’inconsapevolezza delle moltitudini.” (3)

Il nome di Acharya, che lo aveva caratterizzato in India fino a quel momento, venne lasciato cadere, e fu sostituito con il termine Bhagwan: “il benedetto”.

Bhagwan è un nome-simbolo, che sottolinea tutte le qualità connesse con il cuore, l’amore e la devozione. L’intenzione era simbolizzare un lavoro centrato nella dimensione del cuore, lavoro che d’ora in poi avrebbe avuto l’amore come leitmotive, in sintonia con lo spirito bhakta, sufi e tantrico. L’enfasi intellettuale propria dell’Acharya cadde, per lasciar spazio a una comunione cuore a cuore di quanti desideravano entrare in contatto diretto con lui.

“Alcuni anni fa, un giorno chiamai Yoga Chinmaya e gli dissi di trovarmi un nuovo nome perché da quel momento in poi avrei lavorato in modo nuovo. In tutta l’India ero conosciuto come l’Acharya. Acharya significa insegnante, e io lo ero: viaggiavo e insegnavo. Si trattò unicamente di una fase introduttiva del mio lavoro: invitare la gente. Una volta che l’invito raggiunse tutti, smisi di viaggiare. Ora, chi lo desidera deve venire a me. Io sono andato alle loro case, ho bussato alle loro porte: ho detto loro che esisto e che possono venire in qualsiasi momento lo desiderino. Ora avrei aspettato.

Chinmaya mi portò diversi nomi per indicare questa nuova fase… gli dissi: «Scopri qualcosa di universale. Cerca qualcosa che non sia relativo». E alla fine trovò il termine «Bhagwan». Mi piacque. Dissi: «Per alcuni anni andrà bene, alla fine potremo abbandonare anche questo nome». L’ho scelto con un’intenzione ben precisa e ha funzionato, perché coloro che venivano da me a scopo puramente intellettuale, smisero di venire. Era troppo per il loro ego… smisero di venire. Ora ho cambiato totalmente la mia funzione. Ho iniziato a lavorare a un livello diverso, in una dimensione diversa. Ora vi impartisco l’essere, non il sapere. Io sono qui per svegliarvi. Non vi darò conoscenza, vi darò saggezza, comprensione, e questa è una dimensione del tutto diversa. Questo nome ha funzionato come uno spartiacque: sono rimasti solo coloro che sono pronti a dissolversi con me. Tutti gli altri sono scomparsi, creando dello spazio intorno alla mia presenza. Altrimenti mi sarei trovato soffocato da una folla assordante, e venirmi vicino sarebbe stato molto difficile per i veri ricercatori. Le folle sono scomparse. La parola «Bhagwan» ha avuto l’effetto di un’esplosione nucleare. Mi ha reso un buon servizio. Sono felice di averla scelta”.(4)

 

I primi discepoli occidentali, insieme a discepoli indiani, venivano a volte mandati in Kirtan Mandali, gruppetti che andavano per i villaggi portando canti devozionali, meditazioni e registrazioni dei discorsi del maestro.

Nel 1970, in aprile, Osho presentò per la prima volta la Meditazione Dinamica, che sostituiva, inglobandole, tutte le tecniche usate negli anni precedenti. Questa tecnica venne presentata come la medicina ideale per quanti, vivendo nella società contemporanea, non ne vogliono restare vittime.

Fu il principio di quel processo di de-automatizzazione che diverrà con gli anni la caratteristica del sannyas (l’iniziazione a discepolo), la cui nascita può essere fatta risalire al settembre del 1970, quando a Manali – in una splendida conca ai piedi dell’Himalaya – Osho iniziò i primi sei discepoli (sannyasin). Lo scopo essenziale era creare nel mondo un risveglio spirituale, eliminando ogni distinzione e ogni divisione di razza, nazione e credo, per dare vita a una comunità internazionale di ricercatori della trasformazione interiore.

Il rapido incremento di discepoli occidentali non lasciava dubbi sul fatto che il messaggio di Osho ben rispondeva a quella crisi di valori che interessava il mondo intero.

L’iniziazione implicava il cambio del nome, il portare un mala (una collana di 108 grani con un medaglione che racchiude l’immagine del maestro) e indossare abiti con colori solari (all’inizio solo ocra e poi anche rossi).

Nessuno poteva aver più dubbi sul distacco da ogni forma religiosa tradizionale, e molti antichi simpatizzanti decisero di allontanarsi definitivamente, lasciando il gruppo di devoti che riconosceva in Osho un maestro illuminato, ed era pronto a dedicarsi totalmente e con impegno a realizzare la sua visione di un uomo nuovo, lavorando alla trasformazione di se stessi per mezzo della meditazione. Ciò condusse a un’ulteriore evoluzione.

 

“La gente riesce a tollerare un buddha se è da solo, sanno che è solo… e finché viaggiavo da solo per il paese non c’erano molti problemi. Il giorno in cui iniziai a dare il sannyas la società ha drizzato le orecchie. Perché? Perché creare un Buddhafield, creare un sangha (comunità di devoti), significa creare una soluzione alternativa alla società. Non sei più un singolo individuo: acquisisci potere, puoi fare qualcosa. Ora puoi anche far nascere una rivoluzione”. (5)

 

Era evidente la necessità di trovare un luogo dove poter creare un laboratorio alchemico per quanti attraverso Osho ricercavano con sempre maggior determinazione la propria trasformazione e che ruotavano costantemente intorno al maestro, ormai stabilitosi a Bombay in un moderno appartamento ai Woodlands. Il flusso di ricercatori spirituali, soprattutto occidentali, aumentava sempre più, man mano che i primi araldi ritornavano nei loro paesi d’origine con la notizia che un buddha vivente era pronto a condividere il suo essere con chiunque andasse fino a lui.

 

[continua nel prossimo numero]

 

NOTE

1.Osho: Dimensioni oltre il conosciuto - ed.Mediterranee

2.Osho: Io sono la soglia - ed. Mediterranee

3.Rajneesh Foundation Press Office Information Files

4.Osho: The Discipline of Transcendence vol. II

5. Osho: Il Libro dell’alchimia interiore - Il Cigno ed.

 

Dopo il 1966 Osho concentra tutte le sue energie in due anni di incessante viaggiare per tutta l’India.

Era una vita molto intensa sempre in città diverse, ospite di amici o promotori delle sue conferenze

per una notte o due e poi treni, auto, aerei, migliaia di persone con le proprie domande,

i propri condizionamenti, amore e rabbia, ricerca genuina e interessi puramente intellettuali.

È stato un periodo particolarmente pesante per il corpo di Osho, anni destinati a segnare per sempre la sua salute.

 

 

 

 

Cronache di quei giorni

 

Queste brevi annotazioni di viaggio sono liberamente tratte dal libro one hundred tales for ten thousand buddhas di Ma Dharm Jyoti, vicina a Osho fin dal ‘68.

 

Sto aspettando al binario della Victoria Station dove arriverà Osho sul treno da Jabalpur. Con mia sorpresa nessuno dei suoi amici è in vista e comincio a chiedermi se le informazioni che ho sono esatte. Decido comunque di aspettare fino a che non arriva il treno. I miei occhi continuano a guardarsi intorno alla ricerca di un qualche viso conosciuto, ma invano. Fa molto caldo e inizio a sudare…

Osho scende e chiede: “E gli altri dove sono?”.

Gli rispondo “Non so perché non siano qui, ma so dove sarai ospitato” e gli chiedo se vuole andarci in taxi.

Lui mi dice che è meglio aspettare, perché presto arriverà sicuramente qualcuno…

Finalmente, dopo più di mezzora, vediamo arrivare di corsa Ishwarbhai, Lahrubhai e qualche altro: anche loro sono molto sorpresi, perché le ferrovie avevano annunciato che il treno era in ritardo.

 

Osho è ospite a casa di Sohan a Pune, e ogni sera tiene discorsi in pubblico in un posto situato a una notevole distanza. Stasera è già tempo di partire per raggiungerlo, ma l’autista che ci deve portare ancora non si è fatto vedere. Aspettiamo ancora cinque minuti e poi Osho, guardando l’orologio, fa: “È tardi ormai, andiamo”. E prima che qualcuno possa dire qualcosa apre la portiera, si siede al posto di guida e avvia il motore. Io e Sohan ci guardiamo sbalordite, poi io apro la portiera, faccio sedere Sohan di fianco a lui e mi accomodo nel sedile di dietro. Osho guida molto veloce, e noi sediamo lì trattenendo il fiato. Ci sono così tante svolte da fare sul percorso, chissà se si ricorda la strada…

In pochi minuti, con mia gran sorpresa, siamo già a destinazione. Gli amici che sono lì ad accogliere Osho si avvicinano all’auto e aprono la portiera posteriore. Io scendo e loro mi chiedono dove sia Osho. Il quale nel frattempo si è già aperto da solo la portiera anteriore e ha cominciato ad avviarsi verso il palco. Lo indico col dito e intanto guardo l’orologio, siamo arrivati con due minuti di anticipo. A Osho non piace essere in ritardo per questi discorsi in pubblico.

 

Osho è arrivato da Jabalpur. Deve continuare per Udaipur in aereo. Le Indian Airlines sono in sciopero da giorni e noi speriamo che finisca da un momento all’altro ma invece continua. Non riusciamo a pensare a nessuna alternativa per arrivare a Udaipur e così suggeriamo a Osho di rimandare il campo di meditazione. Ma lui è determinato ad arrivare in tempo. Noi non sappiamo come fare: i posti in treno sono tutti prenotati, con anche liste d’attesa. Osho suggerisce che si può chiedere alla direzione delle ferrovie di aggiungere una carrozza extra (con aria condizionata) al “Postale del Gujarat” e riservare già otto cuccette per tutti gli amici che faranno il viaggio con noi. Con nostra grande sorpresa il responsabile delle prenotazioni è entusiasta dell’idea, controlla le liste di attesa e immediatamente dà l’ok. Abbiamo le nostre otto cuccette riservate e torniamo velocemente a informare Osho e gli altri di prepararsi ed essere alla stazione centrale di Bombay per le otto di sera.

Siamo tutti molto felici ed eccitati di viaggiare insieme a Osho. Lui siede tutto contento a gambe incrociate sulla sua cuccetta e noi gli stiamo intorno; ci racconta storielle divertenti e presto tutto lo scompartimento si riempie di risate: arrivano persino altre persone a vedere cosa sta succedendo.

 

Gli amici che hanno organizzato per Osho diversi incontri a Baroda sono davvero strani: stasera Osho deve parlare da qualche parte ma loro non vogliono dirci il nome del posto e vogliono accompagnarci Osho senza di noi. Quando lo riferisco a Osho mi risponde: “È semplice, prendete un risciò e fategli seguire l’auto che mi porta.”

L’idea mi piace e funziona davvero, appena arrivata sul posto comincio a seguire Osho senza dire una parola; nella sala conferenze mi siedo al suo fianco e sistemo il mio piccolo registratore senza badare a uno degli organizzatori che mi è vicino. Alla fine della conferenza quest’uomo viene da me e mi ringrazia per averla registrata. Mi invita poi a tornare indietro nella stessa auto di Osho. Io sono sollevata e inizio a camminare dietro a Osho felice come un bambino che ha appena vinto un premio.

 

     (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

PAROLE DI FUOCO

Un rara trascrizione del testo di una conferenza sui limiti del sistema educativo convenzionale, tenuto a Bombay nel 1968 da Osho, che solo un paio d’anni prima aveva abbandonato il lavoro di professore universitario per dedicarsi interamente a realizzare la sua visione dell’uomo nuovo. L’argomento è ancora attuale e torna sempre alla ribalta in Italia in questo periodo dell’anno.

 

 

Sa Vidya Ya Vimuktaye. La conoscenza ti libera.

Questa è una frase meravigliosa. È la definizione più originale del sapere. È la definizione del sapere ed è anche un criterio. Ma forse potreste non essere consapevoli dell’altro lato della questione. Noi non siamo liberati. Qualunque cosa abbiamo imparato non può essere un sapere reale, dev’essere stato qualcosa di falso. La nostra vita non ha conosciuto alcuna liberazione, e quindi le scuole nelle quali abbiamo studiato non devono essere state vere scuole, ma anti-scuole, perché la vera prova sta nell’ottenere il dono della liberazione. Come dovremo chiamare quel sapere che non ci ha portato questo frutto, questa gioia? In tutto il mondo il sapere continua ad aumentare, continuano a esserci sempre più scuole, college, università, ma non sembra proprio che l’uomo si sia liberato. L’uomo invece continua a essere sempre più legato, condizionato e cade sempre più in basso.

Abbiamo forse commesso qualche errore fondamentale? Può darsi che questo sapere che sta aumentando sia un falso sapere. Io dico che è falso. Non ho alcun dubbio al proposito. Sono certo che quello che si sta proponendo nel mondo come sapere è un falso sapere, perché l’animo dell’uomo non sembra diventare più libero per mezzo suo, ma al contrario si trova sempre più imprigionato, schiavizzato. La consapevolezza dell’umanità non sembra aumentare, ma diminuire. La forza vitale dell’uomo non sembra affatto salire verso il divino, bensì sembra scendere verso l’animale.

Possiamo davvero definire istruita la gente che ha avuto questo tipo di insegnamento? Pieni di buone intenzioni ci stiamo adoperando senza sosta a sviluppare questo tipo di educazione. I bene intenzionati continuano ad aumentare il numero di scuole, università e istituti così da fornire maggiori possibilità di istruzione. Ma l’esperienza di questi ultimi duemila anni ci dice che le cose stanno altrimenti.

Da una parte c’è un aumento del sapere, dall’altra sembra che l’uomo stia peggiorando. Da una parte aumenta l’istruzione, dall’altra la qualità della vita peggiora. Da una parte si sviluppa l’intelletto, dall’altra l’animo umano sembra cadere a pezzi. C’è qualcosa di profondamente sbagliato. Oggi nel mondo ci sono più istruzione ed educazione, più università che in ogni altro secolo, ma nello stesso tempo ci sono più infelicità, più dolore e meno pace che nel passato. La vita dell’uomo è davvero rovinata da questo tipo di educazione. Pieni di belle speranze e buone intenzioni noi educhiamo i nostri figli. Abbiamo grandi sogni e desideri per la crescita dei nostri figli, ma scopriamo che dalla loro educazione non abbiamo ottenuto molto. Lo vediamo succedere proprio davanti ai nostri occhi, nondimeno continuiamo a riprodurre lo stesso tipo di educazione. È difficile immaginare che ci possa essere qualcuno più cieco e stupido dell’uomo. L’uomo non ha imparato nulla dalle sue esperienze passate, non ha imparato alcuna lezione.

Possiamo chiamare educata la gente d’oggi, quando tutta la loro educazione sta distruggendo i valori più alti e ne porta avanti di infimi? Possiamo chiamare istruito chi è sempre pronto a rinunciare a cose importanti per ottenere cose di poco conto, chi è pronto a vendersi l’anima per il benessere materiale, chi non ha valore più alto che il denaro, chi non ha altro scopo nella vita che raggiungere una posizione di potere, chi nella vita presta più attenzione a problemi senza senso che a cose significative? Una simile educazione può liberare? No, è impossibile. Facciamo diventare i nostri figli ingegneri, medici, matematici e chimici. Ma quella non è educazione, è solo un sistema, un mezzo per guadagnarsi da vivere; solo una sistemazione per avere maggiori guadagni. Mandiamo i nostri figli a studiare in Europa e America, e pensiamo di aver fatto chissà cosa. Ma stiamo solo insegnando loro a guadagnarsi il pane in un maniera più efficiente – niente di più. Non li stiamo educando e neppure stabilendo un qualche collegamento con l’educazione, in quanto educazione significa la nascita di valori reali e più elevati nella vita.

A cosa porterà il nascere di valori reali e più elevati nella vita? L’uomo si libererà, diventerà totalmente beato. Più la vita si sposta verso valori più alti, più le limitazioni scompaiono. Quali sono le limitazioni, quali sono le catene? Sono i valori più bassi.

Cos’è la liberazione? Un viaggio verso il sublime, andando sempre più in alto, trascendendo se stessi giorno dopo giorno. Il vero apprendere, la vera conoscenza sono un viaggio verso altezze elevate. Ma noi insegniamo forse la trascendenza? No, insegniamo l’egoismo, lo sfruttamento, l’accaparrare solo per se stessi. Insegniamo solo a esaudire i nostri desideri e aspettative in maniera più efficiente, pensando così di dare ai nostri figli una reale educazione. Questa è un’idea senza senso.

 

Nella scuola di un vecchio saggio, tre allievi avevano superato con successo l’ultimo esame. Il loro insegnante comunque continuava ad avvertirli, di tanto in tanto, che li aspettava ancora un’ultima prova. Arrivò l’ultimo giorno di scuola, furono consegnati i diplomi, la cerimonia era finita e ancora nessuna traccia dell’esame finale, ma gli studenti non dissero nulla: forse l’insegnante se ne era dimenticato. Impacchettarono le loro cose e andarono dall’insegnante per salutarlo prima di partire. Più tardi, sulla strada, stavano pensando all’ultimo esame. Era sera tardi e dovevano raggiungere il prossimo villaggio prima del cadere della notte. La strada era difficile e passava attraverso la giungla: si stava facendo davvero buio e nell’area c’erano animali selvaggi. Videro che il sentiero si inoltrava nel folto ed era ostruito dai rovi.

Uno degli studenti saltò sopra i rami spinosi. Il secondo trovò una piccola scorciatoia per evitarli. Il terzo posò il suo carico e a poco a poco cominciò a strappare i rovi e a buttarli fuori dal sentiero.

Gli altri due gli chiesero se era diventato matto: “Non c’è tempo di strappare i rovi, sta arrivando il buio, dobbiamo sbrigarci ad arrivare al villaggio. Non c’è tempo, sbrigati!”.

Il terzo studente rispose: “Se fosse giorno non ci sarebbe alcun pericolo, chiunque potrebbe vedere le spine, ma fra un po’ sarà così buio che nessuno riuscirà a scorgerle. Se pur sapendolo passiamo di qui senza pensare a quelli che seguiranno, tutta la nostra educazione non ha più alcun significato. Io pulirò il sentiero dai rovi – voi continuate pure”.

In quel momento saltò fuori il vecchio saggio, che si era nascosto lì vicino: era stato lui a mettere tutti quei rovi sul sentiero. Era questo il loro ultimo esame. Ai due studenti che volevano continuare disse di tornare alla scuola, non avevano passato l’esame finale. Lo aveva superato solo il terzo studente, che si era fermato a liberare il sentiero.

Chi sa come liberare la vita dalle spine è veramente educato, istruito. Chi toglie i rovi dalla strada per gli altri, un giorno spargerà fiori sulla stessa strada. Ma chi vede i rovi sul sentiero, e passa ignorandoli, è destinato un giorno a mettere rovi sul cammino altrui.

L’ultimo esame è sempre quello dell’amore. L’amore è davvero il valore supremo. Le altezze sublimi, nella vita, sono quelle dell’amore. L’Everest, il più alto picco della vita, è l’amore.

La nostra scuola insegna l’amore? La nostra scuola non ne è neppure consapevole. La nostra scuola insegna invece l’ego. Ego e amore sono due valori opposti. Dove c’è ego non c’è amore. Dove c’è amore non c’è ego. L’educazione attuale insegna l’ego, e fin dall’infanzia facciamo in modo di affinare l’ego.

Un bambino va alla scuola elementare e subito gli chiediamo di essere il primo. Chi arriva primo è premiato. Gli altri non ricevono alcun premio e vengono ignorati. Se ci sono 30 bambini in una classe, solo uno di loro può essere il primo. La felicità di uno viene basata sull’infelicità e la frustrazione dei rimanenti 29. Questo è il tipo di educazione che noi forniamo.

Chi è arrivato primo è felice e contento, non perché è arrivato primo, ma perché ha lasciato indietro gli altri. Stiamo insegnando la violenza. La violenza ha un significato solo: non vuol dire altro che gioire delle sofferenze altrui. E che altro stiamo insegnando ai nostri figli se non l’essere contenti delle disgrazie altrui? Se c’è un solo studente in una classe, arriverà primo, ma non sarà contento. Ma se ci sono 30 studenti nella classe, e lui è il primo, sarà contento di aver lasciato indietro gli altri 29. Se gli studenti sono tremila, la sua gioia è ancora maggiore. Se ci sono trecentomila studenti, la sua gioia e la sua felicità saranno senza limiti. Nel diventare il presidente di una nazione, superando il resto della popolazione di quel paese, si diventa veramente euforici. Ecco perché la politica è violenza – perché è una gara per arrivare primi.

La religione ha un senso diverso, la conoscenza va in tutt’altra direzione.

Gesù dice: beati gli ultimi… Strano, o è matto Gesù o siamo matti noi tutti – noi che dirigiamo le scuole, che trasmettiamo la conoscenza, noi insegnanti… noi insegniamo: beati coloro che riescono ad arrivare primi.

La corsa per arrivare primi non può liberare proprio nessuno, per ragioni fondamentali: la prima è che chi partecipa a questa gara rimane in conflitto e in tensione, ha iniziato a combattere. Sta creando una inimicizia con gli altri, e chi crea ostilità non può liberarsene, ne rimane vincolato. Solo chi è in amicizia con tutti può diventare libero. E solo chi non è in competizione con nessuno può essere amico di tutti. Qual è il significato dell’amicizia se non: “Non sono in competizione con te”. Cosa vuol dire inimicizia se non: “Siamo in competizione. O vinco io o vinci tu. Non ci sono altre possibilità – o tu o io – non possiamo vincere tutti e due”.

Noi insegniamo a essere competitivi. Fin dall’infanzia instilliamo il veleno della competizione, della violenza, dell’ambizione nelle menti dei bambini. E poi riteniamo che queste siano scuole. No, queste sono antiscuole, centri per disimparare. Queste istituzioni distorcono la mente dell’uomo e lo rendono alienato. Qui si insegna l’inferiorità e in seguito l’uomo continua a correre come un pazzo per tutto il resto della vita. Non fa alcuna differenza se la corsa è per i soldi, per farsi una posizione o per il potere, quello che insegniamo è gareggiare, la frenesia della corsa. Questa smania non può rendere sano nessuno.

Questo è il tipo di frenesia che creiamo nella mente dei bambini. La febbre dell’ambizione è tale che il bambino inizia a correre come un pazzo. Questo è ciò che chiamiamo frenesia della vita. Ma questa frenesia può liberarti? No, ti può far morire ma non liberare. La maggior parte di noi muore in questo processo, non si libera. La via alla liberazione è diversa.

Solo quel tipo di educazione che è priva d’ambizione, che non ne crea alcuna, può liberare. Ma noi crediamo che senza ambizione sia impossibile ogni progresso. La prima cosa importante da ricordare è che il semplice essere davanti, in vantaggio sugli altri, non ha di per sé alcun valore. Un’altra cosa da ricordare è che ci sono maniere diverse di progredire: una è primeggiare sugli altri, un’altra è superare se stessi.

Devo andare più avanti di quanto ero ieri. Questa è la mia sfida a me stesso, non una competizione con gli altri. Non devo rimanere dove mi trovavo ieri, quando il sole è tramontato; la nuova alba deve vedermi più avanti, devo trascendere me stesso.

Questo tipo di educazione può liberarti. Ti insegna l’arte di trascendere te stesso. L’educazione che ti insegna a competere con gli altri non potrà mai liberarti. È importante comprendere come quelli che si aspettano di lasciare indietro gli altri, corrono tutta la vita senza arrivare da nessuna parte, perché continueranno sempre a trovare qualcuno da sorpassare davanti a loro. Chi invece si impegna a trascendere se stesso, arriverà un giorno a un punto tale che non ci sarà rimasto più nulla da trascendere. Mahavira è lì, Buddha è lì, Cristo e Krishna sono lì. A quel punto si arriva allo stadio supremo della trascendenza del sé. Il nome di questo stato supremo è l’esperienza del divino, la liberazione, un punto al di là del quale non c’è più movimento, non c’è più nulla da raggiungere.

Dov’è questa meta suprema? Il nome di questa meta suprema è liberazione, moksha. Quando una persona trascende se stessa da ogni punto di vista, quando non rimane più nulla da superare, allora c’è la liberazione. Ma chi continua a impegnarsi nel superare gli altri non raggiungerà mai il supremo punto della trascendenza. Perché? Perché gli altri sono tantissimi. Superare tutti quanti non solo non è facile, ma non è neppure possibile. Avete mai sentito di qualcuno che ha dichiarato di essere assolutamente il primo, di non aver nessuno davanti a sé? Né Napoleone, né Sikandar, né Nehru osano dire che non c’è nessuno più grande di loro. Nessuno può osare tanto.

C’era uno scienziato di nome Peare che faceva esperimenti con degli scarabei stercorari. Questi insetti sono mirabili – seguono in continuazione il leader. Fin tanto che il loro capo continua a zampettare, tutti gli altri lo seguono, nessuno si ferma. Anche loro, come l’uomo, hanno questa abitudine. Svariati tipi di insetti hanno queste manie tipicamente umane – come il seguire il capo.

Peare prese un grosso piatto circolare e ci mise una dozzina di insetti. E questi cominciarono a percorrerlo in circolo seguendo il loro leader. Il piatto era circolare e così il percorso non aveva mai fine. Finché il capo non si arrestava, nessuno degli altri poteva farlo – e un capo come può fermarsi, quando tutti i suoi seguaci continuano a zampettargli dietro. Si troverebbe in estremo imbarazzo. Così il leader continua a procedere e anche gli altri insetti continuano ad andare. Gli Alessandri e i Napoleoni tirano avanti e i loro seguaci li seguono. Se il capo si ferma, gli altri lo riterranno un fallito, dovranno scegliere un altro capo. Se i seguaci si fermano, il capo li chiama vigliacchi! Alla fine gli insetti iniziarono a morire di sfinimento, uno dopo l’altro. Non riuscirono a capire che non c’era fine al loro viaggio, visto che il percorso era circolare.

Se consideriamo attentamente la situazione dell’uomo, nessuno ha mai raggiunto la fine del suo viaggio. Questo sta semplicemente a dimostrare che anche il nostro percorso è circolare, continua a girare in tondo. E c’è sempre qualcuno davanti a noi e qualcuno dietro di noi. Non arriva mai il momento in cui uno è in testa a tutti o dietro a tutti – e così il viaggio continua finché ci si stanca e si muore. Non succede solo agli insetti di Peare. Anche l’uomo muore di sfinimento dopo aver continuato a girare in tondo. I passanti ti spostano di lato e continuano il loro cammino. Ma nessuno considera attentamente quelli che se ne sono andati, per vedere se per caso anche lui è destinato a una fine simile. Fino a oggi nessun uomo ha mai avuto successo in questa corsa alla competizione. Non succederà mai, è un viaggio che non ha fine.

 

Osho, tratto da: Revolution in Education

 

     (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

STRETTAMENTE CONFIDENZIALE

Condivisione o pettegolezzo? Ma Nirava Vasu che ha fatto prima l’insegnante, poi la psicoterapeuta, e ora è sannyasin a tempo pieno, si pone questa domanda e scopre come è facile rispondervi.

 

 

Condivisione è una parola che ho imparato a usare nel mondo sannyasin. Non so ancora decidermi se la trovo una bella parola, o se in qualche modo mi disturba. Cerco di chiarirmi un po’.

Cosa vuol dire? Che ti senti qualcosa che ti pesa dentro e trovi qualcuno disposto ad ascoltarti. Mi è successo, appena arrivata a Pune. Situazioni del rapporto madre (io) – figli (loro). Cose vecchie e sempre nuove, sempre attive cioè, sempre lì. Un caro amico mi ascolta, partecipe e sorridente e io parlo, parlo. Poi, alla fine, lui mi abbraccia e mi ringrazia, per aver condiviso con lui le mie «paturnie».

Mi sentivo proprio meglio, però quel ringraziamento mi frullava per la testa: ma perché mi ha ringraziata? E mi pareva proprio sincero. Sì, mi ricordavo di aver ringraziato di ritorno qualche paziente in lacrime, rilassato e grato per quello che era successo poco prima, per come si era sentito sollevato e chiarito e alleggerito. Anch’io ero sincera. Ringraziavo per quella parte della storia del paziente, nella quale mi ero ritrovata e che avevo potuto vedere con maggiore distacco e, quindi, chiarezza. Però, ahimè, devo confessare che qualche volta ringraziavo solo formalmente. Mi pareva giusto, non farli sentire in debito verso di me, e mentivo.

Ma qui, a Pune, era tutta un’altra storia. La mia libertà, che avevo trovato (e che ancora ogni giorno, con mia immensa gioia, allarga i suoi confini) e di cui mi sono perdutamente innamorata, mi portava a essere più sincera, un po’ di più, ogni volta.

Così ho apprezzato la condivisione. Tutto mi era chiaro.

Però, poi, un giorno, mi è successo qualcosa, qui nell’ashram. Con una persona, o, meglio, contro una persona.

Ho cercato di meditare, di riflettere, di non dare troppa energia (come un’amica mi aveva consigliato una volta) a un fatto negativo, però la cosa mi pesava sul cuore. Appena mi si è presentata l’occasione, ho condiviso. Ma si vede che non mi è bastato, perché pochi giorni dopo, ho condiviso di nuovo (sempre la stessa cosa), e poi ancora una terza volta.

A questo punto mi sono confusa: era una condivisione o un pettegolezzo? Perché, ragionavo, se racconto cose mie, dei miei figli, va bene. La mia famiglia è lontana, e di me cosa si può pensare? Che sono triste, che ho dei problemi, che non sono stata una madre perfetta, cioè che sono umana. E ho visto che poi gli amici mi sorridevano e accoglievano come prima. Quindi tutto bene. Mi viene in mente la citazione di Osho che sempre la stessa amica, mi ha consigliato di attaccare sul muro in camera mia: “Right is easy and easy is right”.

Però, nel caso che mi rendeva perplessa, era coinvolta un’altra persona dell’ashram. Il mio condividere non era strettamente personale. Avrei dovuto tacere? E qui spuntava fuori un altro condizionamento, un’angoscia che mi ero portata dietro per tutti gli anni in cui avevo lavorato come psicoterapeuta, legata dal segreto professionale a non parlare, a non dir niente.

Situazione molto angusta, che, specialmente in una città piccola, come nel mio caso, mi aveva costretta a ritirarmi sempre di più. Non c’era convegno, o festa, o salotto, dove non ci fossero dei miei pazienti, o parenti dei pazienti, o amici dei pazienti o amici degli amici. Non era nella mia natura, non mi riusciva di diventare silenziosa (parte del mio nome sannyasin è Nirava cioé silenzio!), per non sbagliare mi sono isolata e mi sono anche detta che mi piaceva!

E improvvisamente, qui, ero libera!

Un’amica, con la quale, appunto, condividevo queste mie incertezze, mi ha rassicurata. Anche Osho lo faceva. Diceva tutto di tutti. Tu gli andavi a raccontare i tuoi segreti più intimi, e lui te li spiattellava davanti a tutti. E che succedeva? Niente. Anzi, succedeva che ti trovavi nella posizione per guardare le tue angosce con un po’ di distacco, le riconoscevi simili a tante altre, non così terribili come avevi sempre pensato che fossero, e, se era il momento giusto perché questo avvenisse, te ne potevi anche liberare.

Riprendo la citazione di Osho e corro ad attaccarla sul muro, in camera mia: “Right is easy and easy is right” solo se non ti prendi troppo sul serio sei sulla strada giusta; esporre le tue ferite alla luce del sole aiuta a guarirle.

 

 

 

Amato Maestro,

ho trasceso la sfera dei pettegolezzi; per favore, dammi alcuni aforismi su cui meditare.

 

Devageet, è praticamente impossibile andare oltre i pettegolezzi, soprattutto in un luogo così vivo e così sacro! I pettegolezzi sono qualcosa di così assolutamente intrinseco a una vita vissuta con allegria, che non occorre neppure andarne oltre: bisognerebbe goderne. Inoltre, essi contengono un particolare frammento di verità che dovrebbe essere scoperto: nessun pettegolezzo è soltanto una bugia.

È uno strano fenomeno, ma tutti i vangeli non sono altro che menzogne; viceversa, nessun pettegolezzo è solo una menzogna: esiste qualcosa in esso, un qualche frammento di verità.

Le persone serie sono assuefatte ai vangeli… ma se chi non è serio inizia a trascendere i pettegolezzi, cosa resterà mai? Tu hai già trasceso i vangeli… adesso, ti restano soltanto i pettegolezzi. La vita è sempre stata presa seriamente, e questo ha creato un’umanità assolutamente infelice.

La vita dovrebbe essere presa come un divertimento! Solo così potremo creare un paradiso sulla terra.

La vita non è profana, né sacra; quelle sono le parole usate dalle persone serie. Esse passano da un estremo all’altro: o la condannano, o la rendono divina… ma la verità è sempre nel mezzo. Esattamente nel mezzo, sei immerso nel vero.

La vita non è profana né divina: è soltanto un’incredibile occasione per gioire, per essere allegri. Nel momento in cui la definisci «profana», inizi a sentirti in colpa. Ti storpi con le tue stesse mani: non puoi danzare – la danza diventa qualcosa di profano, e viene condannata – non puoi cantare, non puoi celebrare.

Ta-Kuan, un maestro zen, stava morendo. Chiese della carta e il suo pennello per calligrafia. Nel mondo dello zen è una tradizione consolidata che i maestri, allorché si apprestano a lasciare questa vita, lascino per iscritto le loro ultime parole… Ta-Kuan tracciò sul foglio la parola che in giapponese corrisponde a «sogno». Rise, chiuse gli occhi… il pennello cadde dalla sua mano.

Ma prima di scrivere queste sue ultime volontà, aveva dato istruzioni precise ai suoi discepoli: “Mettetemi semplicemente sotto terra, dietro al tempio, perché io sono parte della terra e la terra ora mi reclama, per rinnovarmi, per crearmi di nuovo. Sono stanco, ed essa mi vuole condurre al riposo… e non disperatevi quando sarò morto; al contrario, celebrate… non costruite alcun monumento sulla mia tomba, perché io sto tornando a casa: per me non è una tomba, è un semplice entrare in un riposo eterno. Dunque, gioite, cantate, danzate, celebrate e proseguite nel vostro lavoro quotidiano come se nulla fosse accaduto.”

Le persone come Ta-Kuan comprendono la vita, sebbene sia un sogno non deve per questo essere condannata. È un sogno meraviglioso: lo si può cantare, lo si può danzare, lo si può abbellire, lo si può rendere ancor più bello.

Chiamarlo «sogno» non è una condanna. Ta-Kuan aveva raccomandato ai discepoli di celebrare e di proseguire nel loro lavoro quotidiano come se nulla fosse accaduto… le persone che sanno, non si sentono mai in colpa nei confronti della vita e non pongono mai la vita su un gradino più alto, rendendola irraggiungibile… se così fosse si potrebbe solo inchinarsi, piegarsi a terra, perdendo ogni dignità, ogni orgoglio, ogni rispetto di sé, riducendosi poi a pregare un’ipotetica divinità della vita… qualcuno che non esiste, perso nelle regioni più remote del cielo.

Tutte le religioni hanno fatto entrambe queste cose. Da un lato hanno condannato la vostra vita comune, creando nel mondo un incredibile e malato senso di colpa: ogni suo piacere è stato avvelenato. Il biasimo si estende così lontano e a profondità così abissali, che nessuno di voi riesce a godere neppure il cibo che mangia. Non potete godere il vostro amore, i vostri vestiti, non potete godere di nulla! Qualcosa dentro di voi continua a condannare… sentite di commettere sempre qualcosa di sbagliato.

Non vedete mai la vostra naturalezza, non riuscite ad accettare ciò che siete, senza alcun ideale.

Devageet, nei pettegolezzi non c’è nulla di male: basta che si spettegoli in maniera illuminata. Abbellisci i tuoi pettegolezzi, fa’ in modo che anche i pettegolezzi facciano parte della tua comprensione, del tuo amore, della tua compassione. Perfino i pettegolezzi ti mostreranno chi sei… essi sono la tua firma! Il pettegolezzo diventa maligno quando è frutto della gelosia, della perfidia, della violenza, quando viene usato solo per schiacciare qualcuno, per abbatterlo; quando è frutto di una mente vendicativa… ma questo non è un errore dovuto al pettegolezzo in quanto tale.

Il pettegolezzo può essere frutto di una mente meditativa. Può essere frutto dell’amore, della pace interiore. In realtà il pettegolezzo è un’arte del tutto particolare: non tutti sono capaci di spettegolare. Esistono pettegoli nati!

Devageet, non potrai mai vincere il pettegolezzo: è qualcosa di intrinseco alla tua natura. Tu sei un pettegolo nato!

 

Osho, tratto da:

The Great Pilgrimage from Here to Here

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L’OCCHIO

DEL CICLONE

Edizioni News Services Corporation

Pagine 174 Lire 20.000

 

INTRODUZIONE: La vita è colma di meraviglia, è meraviglia! Tutti noi nel profondo, abbiamo il desiderio di riconnetterci con questo mondo di meraviglia e di gioia che troppo spesso sembra perduto per sempre. In questo libro Osho parla di questa profonda aspirazione, di quella dimensione di stupore e dei mezzi per realizzare la bellezza di essere vivi, per includere la meraviglia nella nostra esistenza.

 

KUNDA: “Lo spazio in cui è contenuta l’energia vitale è come una kunda, un bacino pieno d’acqua vicino al centro sessuale; per questo l’energia viene chiamata kundalini, è come se fosse una kunda.”

 

CENTRO: “Esiste un centro dentro ognuno di noi, dove è possibile conoscere dio, dove è possibile intravedere la verità e da dove possiamo entrare in contatto con la forza primordiale della vita. Ed è proprio in questo centro che non conosce limiti che si trova la porta verso la libertà, verso la libertà assoluta.”

 

LAMENTELE: “...Smettetela di lamentarvi, per tre giorni. Non brontolate se il cibo non è buono. Non lamentatevi se di notte vi mordono le zanzare. Per tre giorni lasciate che ci sia accettazione di qualunque cosa accada. E c’è una ragione per non lamentarsi: una mente che si lamenta non è mai in pace. Le nostre lamentele sono di poca importanza, ma ciò che perdiamo è qualcosa di immenso. Quindi non brontolate; per tre giorni stabilite con chiarezza che non vi lamenterete di nulla.”

 

RISVEGLIARE: C’è qualche pericolo nel risvegliare la kundalini? “Vi è un notevole pericolo. In realtà c’è il rischio di perdere ciò che noi reputiamo essere la nostra vita. Non rimarremo gli stessi dopo che è stata risvegliata la kundalini. Tutto cambierà; tutto: le nostre relazioni, le nostre emozioni, il nostro mondo e tutto ciò che abbiamo conosciuto fino a ieri.”

 

PERICOLO: “La verità è che quanto più rischiamo, quanto più viviamo pericolosamente, tanto più siamo vivi. E quanta più paura abbiamo, tanto più siamo morti. Di fatto i morti non devono affrontare nessun pericolo. La meditazione è il pericolo più grande che ci sia, perché la meditazione è la porta che conduce al raggiungimento delle maggiori profondità della vita – all’Assoluto.”

 

LA DINAMICA: “È bene comprendere che le prime tre fasi della dinamica, sono soltanto passi verso la meditazione, non sono la meditazione in quanto tale. La quarta fase è meditazione. La quarta fase è la porta, le altre tre sono i gradini che portano alla soglia. I gradini non sono la porta, ti conducono soltanto alla soglia. La quarta fase è la porta che conduce alla meditazione, che è rilassamento e riposo, vuoto, abbandono e silenzio, dissoluzione e morte...”

 

SAHAJA YOGA: “Essere Sahaja, essere naturale significa «ciò che è, è»: adesso non c’è più nessun modo per evitarlo, devo viverlo; e lo vivrò, lo sarò. Ma questo essere e vivere con quello che si è, è talmente doloroso da essere quasi impossibile. Sahaja yoga significa: sappi che sei ciò che sei; non cercare di cambiarlo nemmeno un po’. Quello che è, è. Conoscete quello che è, e vivete con esso. Quello che è, è un fatto; vivete con quel fatto. Vivete ciò che di fatto è la vostra vita.”

 

COME FINISCE: “Negli ultimi tempi ho pregato costantemente nella speranza che possa avvenire un’esplosione collettiva nella vita di milioni di persone. E voi potete essere di grande aiuto in questa impresa. Una tale esplosione nella vostra vita avrà un valore immenso, non soltanto per voi, ma per tutta l’umanità. Nella speranza e con la preghiera che non accendiate solo la vostra lampada, ma che possiate anche accendere altre lampade spente, io vi saluto. Vi sono grato per avermi ascoltato in pace e con tanto amore, e io mi inchino a dio seduto in ognuno di voi. Per favore accettate il mio saluto.”

 

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