SOMMARIO

 

2 CENTRI DI OSHO IN ITALIA

Tutti i Centri di Osho divisi per regione

 

6 LE NOTIZIE

Fuori e dentro la Comune

 

8 IL MAESTRO

I mille volti del silenzio

Il mistero del silenzio del maestro, che non è assenza di suono, ma presenza della totalità dell'essere.

 

12 IL MAESTRO

La tua onestà è la vera protezione

E la sete autentica di verità che ti conduce da un vero maestro.

 

17 Un libro da Vivere

Iniziazione alla Meditazione

Ultima novità editoriale.

 

18 IL MONDO

Lo Zen e la moto...

Il gustoso racconto del viaggio in Europa del nostro astrologo.

 

22 IL MAESTRO

Il divino è qui e ora

L'illuminazione non è un modello ideale da conseguire, è la fioritura del tuo essere.

 

30 BIOGRAFIA

L'esplosione finale

Parte quarta della biografia di Osho.

La descrizione dettagliata dell'evento che cambiò per sempre la sua vita.

 

34 IL MONDO

Y2K: la paura corre sui chip

La paura si insinua nelle nostre vite: che fare? Unti sannyasin americana riflette sull'apocalisse annunciata.

 

38 INCONTRI

L'accattona ovvero l'incubo della vecchiaia

Ma cos'è poi questa paura dei cinquanta? Una donna si interroga.

 

42 INCONTRI

Grigio è bello

Al di là dei modelli imposti dalla società, scopriamo una bellezza che non conosce età.

 

44 INCONTRI

C'è vita dopo i cinquanta?

Sembrerebbe proprio di sì. Le riflessioni di un meditatore giunto alla fatidica meta.

 

46 LA COMUNE

Dal bodywork alla beatitudine

Il percorso evolutivo dell'Osho Rebalancing nel racconto di uno dei suoi fondatori.

 

50 TUTTE LE STELLE

Il tuo oroscopo di agosto.

 

52 LA VETRINA

Tutti i libri di Osho in italiano, i video di Osho, le musiche per la meditazione e il rilassamento.

 

 

 

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NOTIZIE

DENTRO E FUORI LA COMUNE

 

 

Y2K in Italia: le cattive...

 

La situazione italiana rispetto al bug del 2000 è caratterizzata da un interesse a dir poco "molto tiepido" da parte dei poteri pubblici.

"Il Governo non si rende conto. Ascoltano con sospetto i discorsi sul problema della data, pensano forse che il doppio zero sia una stranezza. Non si rendono conto che qui si decide il destino economico del Paese," si lamentava a febbraio il professor Bettinelli, responsabile del comitato Anno 2000 – l'organismo che studia e gestisce l'emergenza Y2K per conto del governo.

Tanto per dare un'idea dei ritardi, il governo americano ha imposto alle banche di essere pronte entro la fine del 98 e in Gran Bretagna la prima task force governativa nasce a maggio del 1997; in Italia il commento è stato: "l'Italia parte spesso in ritardo, ma poi, con brucianti accelerazioni, recupera il tempo perduto" – sembra di essere alla Domenica Sportiva.

A giugno lo stesso comitato ha organizzato una conferenza dalla quale è emersa una situazione variegata, buona per la Borsa e le banche, non molto per "l'azienda Italia" – il clima generale di poca affidabilità potrebbe creare problemi anche alle aziende, specialmente le grandi, sebbene abbiano investito in tempo per essere pronte a Y2K. Nella piccola industria e nel commercio permane purtroppo una preoccupante mancanza di informazione.

La situazione nel settore pubblico è davvero sconfortante: al Policlinico Umberto I° – 2000 posti letto, un sistema informatico di oltre 15 milioni di linee di codice, circa 800 apparecchiature mediche "sensibili alla data" – a febbraio 99 non avevano ancora stabilito né il budget né i responsabili per il bug del Duemila. Rispetto alle aziende che forniscono luce e gas, nella famosa conferenza viene solo detto che hanno ricevuto un questionario e riceveranno in seguito delle istruzioni.

 

 

e le buone notizie

 

A parte le "brucianti accelerazioni" e la millenaria arte di arrangiarsi, la situazione italiana presenta punti positivi.

La scarsa informatizzazione è un punto a favore. In paesi "più avanzati" quasi tutto – benzina, spesa, ristorante etc – si paga con carte di credito e la gente comune potrebbe avere problemi a ritornare ai contanti.

Anche la diffusione di piccoli negozi di quartiere, senza inventari computerizzati, e dove il cliente è conosciuto personalmente da tempo, alleggerirà sicuramente eventuali problemi negli approvvigionamenti.

Il sopravvivere di un buon tessuto di relazioni sociali (familiari, di vicinato e di amicizia) è un altro punto a favore: una crisi di questa portata – anche se magari in gran parte psicologica – non è qualcosa da affrontare, se possibile, da soli. Come fa notare Utne Reader, una rivista progressista statunitense: "Potrebbe essere l'occasione giusta per conoscere i nostri vicini!".

La Croce Rossa americana consiglia di preparare scorte per una settimana: acqua potabile, alimenti non deperibili, pile o candele, i medicinali usati abitualmente, contanti ritirati gradualmente e in anticipo, e avverte di stare davvero attenti se doveste usare in casa il fornellino da campeggio.

L'essere in contatto con altre perso-ne di cui vi fidate e il tenersi informati è davvero essenziale: al momento la fonte migliore è Internet – in italiano ottimo il sito di Osservatorio 2000, talvolta un po' troppo tecnico, e naturalmente il sito di Osho – gli altri mezzi di informazione, riviste e giornali, sembrano un po' troppo occupati a fare del sensazionalismo, specialmente nei titoli, e le informazioni davvero utili spesso non risultano molto chiare.

Rimane la sfida di affrontare qualcosa di mai successo prima e di cui nessuno, davvero nessuno, può essere certo di sapere qualcosa.

 

Buone le prospettive per Y2K a Pune

 

DOPO ALCUNI MESI di intense ricerche, ecco una buona notizia: Pune sarà uno dei posti più sicuri e agevoli durante l'emergenza Y2K. L'impatto del famoso Millennium bug sulla Comune sarà lieve e facile da controllare.

I sistemi interni della Comune: è stato completato un controllo di tutti i nostri sistemi operativi e delle loro diverse funzioni — energia elettrica, acqua, cibo, comunicazioni etc. Sono state identificate le aree critiche e stabiliti i rimedi pratici. Questo include l'adeguamento dei computer, il ricorso al controllo manuale, l'approvvigionamento di scorte adeguate — cibo, gas per cucinare etc. Il controllo e l'implementazione dei sistemi computerizzati nella Comune è iniziato da tempo e verrà terminato entro settembre. Sistemi vitali quali il centralino telefonico e la contabilità sono già pronti. Un sistema per rendere la produzione di energia elettrica all'interno della Comune (attraverso generatori) più flessibile è già a buon punto e verrà completato e reso operativo ben prima della fine dell'anno.

Fattori esterni: a livello generale negli ultimi mesi in India si è verificato un cambiamento importante e positivo. Il governo, anche se in ritardo rispetto alle maggiori aziende private, ha emanato direttive ai vari dipartimenti affinché l'adeguamento sia completato prima della fine di settembre, e ha stanziato i finanziamenti necessari. Per quanto possiamo prevedere il risultato è che in India le infrastrutture non verranno colpite in maniera grave dai problemi provocati da Y2K.

Energia elettrica: abbiamo visitato una centrale elettrica nello stato del Maharastra che è stata costruita più di 30 anni fa e funziona senza l'ausilio di computer — questo tipo di centrale fornisce la maggior parte dell'energia elettrica allo stato. Per ciò che riguarda il sistema di distribuzione, le informazioni forniteci — con piena soddisfazione dei nostri tecnici — dicono che tale sistema, solo parzialmente computerizzato, può passare al controllo manuale nel caso sorgessero dei problemi. Inoltre il centro ha già fatto un test rispetto a Y2K e tutti i sistemi funzionano nel 2000.

Inoltre, siamo stati informati che in tutta l'India, dovunque vengano usati sistemi computerizzati in relazione all'energia elettrica — compresi i più moderni impianti del Maharastra, come quello recentemente costruito dalla Enron Corp. — sono in attuazione progetti di adeguamento alla problematica Y2K.

Abbiamo avuto incontri con una società internazionale di consulenza che lavora con le compagnie elettriche indiane per l'adeguamento a Y2K. Questa ha utilizzato team di esperti americani nel progetto Y2K della compagnia elettrica statale, e ci ha assicurato che nel settore dell'elettricità non ci saranno in Maharastra problemi degni di nota dovuti a Y2K.

I pochi impianti nucleari in India stanno lavorando su Y2K sotto la guida dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica.

Tutto considerato, siamo convinti che la regolare fornitura di energia elettrica a Puna sarà garantita. E possibile che ci sia qualche interruzione — del tipo al quale siamo già abituati — ma non black out prolungati.

Trasporti aerei: gli aeroporti di Delhi e Mumbai hanno dichiarato che per la fine dell'anno saranno Y2K compatibili. Le varie compagnie aeree sono preparate a funzionare normalmente il Primo gennaio 2000. Sembra che Lufthansa abbia previsto personale aggiuntivo — a disposizione in caso di problemi — ma opererà coi suoi normali orari. Abbiamo organizzato riunioni con esperti per avere maggiori informazioni sullo stato esatto del sistema indiano di traffico aereo e sui voli fra l'India e il resto del mondo nei primi giorni del gennaio 2000.

Un gruppo di tecnici esperti sta organizzando incontri con i responsabili del controllo del traffico aereo, delle Ferrovie indiane, delle compagnie petrolifere, dei fornitori di gas da cucina e di gasolio, delle compagnie di telecomunicazioni; oltre a vari incontri con l'Ente elettrico del Maharastra.

Oggi come oggi sembra che tutti siano consapevoli della situazione e stiano rendendo operative le soluzioni, e questo è un buon segno per quanto riguarda una celebrazione del millennio felice e libera da problemi.

 

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I MILLE VOLTI DEL SILENZIO

Le parole a volte possono essere solo scuse, possono essere veicoli del silenzio, possono essere come il vento che sorregge la freccia nel suo percorso verso il centro del bersaglio: l'essere.

 

 

 

LE TUE PAROLE SONO COSÌ BELLE, MA AL TEMPO STESSO SENTIAMO ANCHE UN'ALTRA COMUNICAZIONE ACCADERE QUANDO CI PARLI. CI PARLERESTI DI QUESTA SILENTE COMUNICAZIONE? COME POSSIAMO APRIRCI A ESSA SEMPRE DI PIÙ?

 

LA COMUNICAZIONE SILENZIOSA esiste sempre. Parlando ti sto offrendo il mio essere. Parlare è entrare in relazione tramite l'intelletto; essere con te è comunicare con la mia totalità.

E mentre mi stai ascoltando, se mi stai veramente ascoltando, allora non è solo un ascoltare parole. Ascoltandomi la tua mente si ferma, ascoltandomi smetti di pensare. E quando non stai pensando ti apri, e quando non stai pensando, e la mente non sta funzionando, cominci a sentire con il cuore. Solo allora posso toccarti, avvolgerti e riempirti con la mia presenza.

Le parole non sono che un trucco, per quel che mi riguarda non sono molto interessato alle parole.

Eppure devo parlare, perché mi sono accorto di questo: che quando parlo tu diventi silente, ma se non parlo tu cominci a parlare a te stesso, non sei più silenzioso.

Se sai essere silenzioso senza che io parli allora non ci sarà bisogno di parole. E sto aspettando il momento in cui potrai semplicemente sederti al mio fianco vicino a me, senza pensare. Allora non ci sarà più bisogno di parlare perché parlare è sempre parziale. In questo caso posso arrivare a te direttamente senza bisogno della mediazione delle parole.

Ma se ti dico di sederti in silenzio accanto a me non sarai capace di sedere silente. Non farai che chiacchierare e parlare dentro di te, il dialogo interiore continuerà. Devo parlare per interrompere il tuo dialogo interiore: parlando ti tengo occupato.

Il mio parlare è come dare un giocattolo a un bambino: il bimbo lo prende e se ne va a giocare e, mentre è assorbito dal gioco, sta in silenzio. Ti offro le mie parole come giocattoli. Giocaci! E mentre ci stai giocando ne vieni così assorbito che diventi silenzioso. E ogni volta che sei in silenzio posso scorrere dentro di te.

Le parole possono essere belle, ma non possono mai essere vere. La bellezza è un valore estetico. Puoi goderne, come di un bel dipinto, ma da quel godimento non ne verrà fuori un gran che. Parlare va bene, ma le parole non sono mai vere, non possono esserlo, per loro stessa natura. La verità può essere comunicata soltanto in silenzio.

Ma questo è il paradosso: tutti coloro che hanno insistito nel dire che la verità può essere comunicata soltanto in silenzio hanno usato parole. E un peccato, ma non c'è niente da fare. Bisogna usare le parole per rendervi silenziosi. Quando mi ascolti diventi silente: quel silenzio è importante, ed è quel silenzio che ti farà vedere la verità.

Anche se nelle mie parole vedi un bagliore di verità, quell'intuizione viene dal tuo silenzio, non dalle mie parole. Anche se sei assolutamente certo che quello che sto dicendo è vero, questo senso di assoluta certezza viene dal tuo silenzio, non dalle mie parole.

Ogni volta che sei in silenzio è verità. Tutte le volte che chiacchieri dentro di te, un blaterare come quello delle scimmie, perdi la verità che è sempre presente.

Qualsiasi cosa io faccia, che ti parli, che ti aiuti a meditare con me, che ti spinga a una catarsi, o che ti persuada a ballare e a celebrare, qualsiasi cosa io faccia, il mio scopo è uno solo: aiutarti in qualche modo a diventare silente, perché quando sei in silenzio le porte sono aperte: ti trovi dentro il tempio.

Come arrivi a essere silenzioso non è affatto importante. Diventa silenzioso. Allora io sono dentro di te e tu sei dentro di me. Il silenzio non conosce confini. Nel silenzio, l'amore accade: io divento il tuo amante e tu diventi il mio amante. Tutto ciò che è importante accade nel silenzio. Ma come raggiungere il silenzio è il problema, un problema difficile.

Quindi non sono molto interessato a quello che dico. Ciò che mi interessa è quello che succede a te, qualsiasi cosa io stia dicendo. A volte continuo a contraddirmi: oggi dico una cosa e domani dirò una cosa diversa, perché ciò che importa non è quello che dico. Le mie parole sono come poesia, io non sono un filosofo. Potrò essere un poeta, ma un filosofo no.

Domani dirò una cosa diversa e dopodomani un'altra ancora, non ha importanza. Le mie parole possono contraddirsi ma io non mi contraddico mai – perché oggi dico qualcosa e in te si crea il silenzio, domani dico qualcosa di assolutamente contraddittorio e in te si crea il silenzio. E il giorno dopo di nuovo qualcos'altro, di assolutamente contraddittorio, che contraddice tutto quello che ho detto finora, ma tu diventi silente.

Il tuo silenzio è la mia coerenza. Sono coerente, costantemente coerente: mi contraddico in superficie, ma la corrente interiore rimane sempre la stessa.

E ricorda, se dico la stessa cosa ogni giorno non potrai raggiungere il silenzio, perché ti annoierai e comincerai a parlare dentro di te. Se dico sempre la stessa cosa, essa diventa vecchia. E quando una cosa è vecchia non c'è più il bisogno di starmi a sentire, perché sai già quello che sto per dire, e così dentro di te puoi continuare a parlare. Devo essere molto inventivo nel parlare, qualche volta devo shoccarti. Ma quello che rimane è la coerenza interiore: quella di creare silenzio dentro di te – perché allora posso essere con te e tu con me. E amore e verità possono fiorire. Dovunque c'è silenzio sboccia la verità.

La verità è la fioritura del silenzio.

 

TRATTO DA

La mia via: la via delle nuvole bianche

Edizioni Mediterranee

 

 

 

AMATO OSHO,

PUOI DIRCI QUALCOSA SULLE DIFFERENTI QUALITÀ DEL SILENZIO: IL FONDERSI CON TE, CON L'AMATA E DA SOLI?

 

IL FONDERSI CON L'AMATA è la cosa più facile, perché è molto superficiale e molto momentanea. E soprattutto una cosa fisica. La tua mente continua a chiacchierare dentro di te e il tuo essere non ne è coinvolto. Un semplice fondersi alla periferia.

Il fondersi con il maestro è più difficile. Perché non avviene fra due periferie, ma fra due centri. E il fondersi di due consapevolezze, è l'unione di due anime in un'unità organica.

L'ego deve essere lasciato fuori completamente, la mente deve essere in un profondo silenzio. E non è qualcosa di momentaneo.

Una volta che questa fusione è avvenuta, è per sempre. Non si può tornare indietro.

E una terza cosa è il fondersi da soli. Questa è la più difficile – quasi impossibile. Perché in questo non hai nemmeno una scusa. Per fonderti col tuo amore hai una scusa: la ami. E per fondersi l'altro è necessario. Fondersi con il maestro è difficile, ma non impossibile, l'altro esiste ancora, e tu ti unisci alla consapevolezza dell'altro. Ma da solo, con chi ti unisci? E la cosa più difficile – forse impossibile.

C'è una possibilità sola: se sai come unirti al maestro, tu e la consapevolezza del maestro diverrete una cosa sola. A quel punto sei solo. Non puoi più dire "Siamo in due". Non esiste più "io", né esiste "tu".

Se per solo tu intendi questo stato di unione profonda, allora è possibile, avverrà con l'esistenza stessa.

Ma bisogna iniziare imparando a fondersi con l'amata. Bisogna sempre cominciare dalle cose più facili. Se stai imparando a nuotare, lo fai dove si tocca, non ti butti subito nell'oceano.

Quando sei capace di fonderti in amore con l'amata, allora diventa possibile fondersi con il maestro attraverso la fiducia. La fiducia è una qualità più alta dell'amore.

E se diventi capace di unirti con il maestro, allora il maestro diventa una porta per l'esistenza intera. A quel punto puoi tentare di fonderti in te stesso, da solo.

In realtà non stai veramente fondendoti da solo, sembra solo che lo stai facendo. Ti stai fondendo con l'universo stesso. Dato che l'esistenza non si presenta come "l'altro" – come la tua amata o il maestro – ti sembra di essere da solo. Ma non sei mai da solo. L'esistenza ti circonda da ogni parte.

Sei simile a un pesce nell'oceano. L'oceano è invisibile, ma tenta di capire: in ogni momento stai respirando l'esistenza. Ogni cellula del tuo corpo sta respirando esistenza, dentro... fuori. Ogni poro del tuo corpo sta inspirando ed espirando. Quando ti nutri, e senza nutrimento moriresti, con il cibo assorbi i raggi del sole, i raggi della luna, le stelle più lontane e le loro influenze, la terra stessa. In tutto quello che si presenta come un frutto, in tutto quello che mangi, stai mangiando l'esistenza. Stai respirando l'esistenza.

Non sei da solo. Poiché tutto questo non è visibile, pensi di essere da solo.

E quando hai provato la gioia di fonderti con il tuo maestro, cuore a cuore – da centro a centro – è possibile anche questo passo ulteriore, anche se io lo definisco impossibile. Anche l'impossibile diventa possibile se procedi lungo la strada giusta – passo dopo passo.

Ecco perché non sono contrario all'amore fra uomo e donna. Lo voglio il più profondo e totale possibile, perché questo ti preparerà al secondo passo: il fondersi nel maestro.

Chi non è mai riuscito a fondersi attraverso l'amore con un uomo o una donna, sarà incapace di fondersi con il maestro. Non conosce neppure l'abc. Non ne ha avuto neppure l'esperienza più superficiale. Comincia dalle cose più semplici.

Il maestro è praticamente a metà strada fra te e l'esistenza. Se riesci a fonderti con il maestro in totale fiducia, arrendendoti completamente, scoprirai che dentro al maestro non c'è nessuno, solo il puro vuoto, un'assenza sublime. Una musica senza suono. Un silenzio che non è quello del cimitero, ma quello di un giardino.

Questo ti preparerà. Il maestro e il fondersi in lui sono la disciplina più grande che esista. Ti prepareranno a fonderti con l'esistenza stessa. Ti incoraggeranno e ti daranno un piccolo assaggio... perché dall'esterno il maestro appare come un individuo, man mano che ti unisci a lui, scopri però che non c'è nessuno. Era solo una finestra sull'esistenza. E adesso l'impossibile diventa possibile.

Puoi fonderti in te stesso, da solo. Puoi semplicemente chiudere gli occhi e fonderti con l'esistenza – con il sole, la pioggia, il vento, gli alberi, gli uccelli. Puoi semplicemente espanderti in tutta l'esistenza.

Questi tre tipi di silenzio hanno qualità diverse, ma hanno anche somiglianze.

L'unione di due amanti è l'eco lontana della suprema unione con l'universo. Per fonderti con il maestro, devi arrivarle molto vicino, il suono non è più così distante. E quando ti unisci con l'esistenza, ti stai fondendo nella musica stessa.

Quindi c'è una somiglianza e ci sono differenze, ma le differenze non sono qualitative, si tratta solo di gradi diversi.

Tutte le religioni del mondo hanno continuato a dire all'umanità che la differenza è qualitativa, che fra quando ami una donna, quando ami un maestro e quando ami dio, ci sono differenze di qualità.

Io respingo tassativamente questa idea. La differenza è solo quantitativa.

Le vecchie religioni credevano in una differenza qualitativa e così ti chiedevano di rinunciare alla moglie, al marito, dicendo che senza tale rinuncia non saresti riuscito a raggiungere una qualità diversa di silenzio.

Io non ti chiedo di rinunciare a nulla. Ti dico solo che questi sono tre gradini per entrare nel medesimo tempio. Anche il gradino più basso appartiene allo stesso tempio, ed è assolutamente necessario, così come il secondo e il terzo. Con il terzo gradino tu sei entrato nel tempio.

Non devi rinunciare a nulla.

Tutto deve essere solo approfondito. Tutto deve essere vissuto il più totalmente e intensamente possibile.

 

TRATTO DA

The Hidden Splendor #1

 

 

 

 

IL SORRISO DEL BUDDHA

 

Prima di cominciare a parlare, sorridi. Quando incominci a parlare, il sorriso sparisce e non sorridi più fin quando non hai finito. Ce ne potresti parlare?

 

Mmm... È una domanda significativa perché parlare è una tale tortura, ed è un'attività del tutto inutile. Ma bisogna parlare. Perché non c'è altro modo per portarti verso il silenzio che esiste dentro di me. Tu non lo staresti a sentire, sai ascoltare soltanto le parole. Così sorrido quando comincio a parlare. Ma mentre parlo è difficile sorridere: è una tale tortura, uno sforzo così inutile dire qualcosa che non può venir detto, parlare di ciò di cui non si può parlare, indicare continuamente con il dito la luna che non si può indicare...

Ma non c'è altro modo, per cui devo continuare. Un po' alla volta sarai in grado di sentire il non-verbale, quello che è oltre le parole. Pian piano sarai in grado di ascoltarmi quando non sto parlando e allora non ci sarà più bisogno... allora sorriderò continuamente. E poi quando finisco, sorrido di nuovo perché la tortura è finita.

 

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FIORI NEL SILENZIO

di Swami Deva Sahaja

 

NEL GIARDINO DI LAO Tzu — la casa di Osho nella Comune di Pune – c'è una lunga costruzione, tutta vetrata, la walkway, che a prima vista può sembrare una serra. In realtà è una specie di largo corridoio trasparente costruito dai sannyasin, così che il loro maestro potesse passeggiare in quel meraviglioso giardino lussureggiante, e gioirne, senza l'incomodo del caldo per lui eccessivo, o della pioggia – a volte in India sembra proprio che il clima non ti lasci molte altre scelte – e soprattutto senza essere disturbato dagli svariati animaletti che popolano un giardino lasciato assolutamente libero e selvaggio, quasi una giungla.

Non che Osho la abbia usata poi moltissimo, preferiva di certo stare nella sua stanza, ma si conservano poche e rare foto delle sue passeggiate nella walkway. Ben presto decise che i suoi sannyasin avrebbero apprezzato davvero questo spazio, bello e riparato, soprattutto per delle sedute di meditazione Vipassana e Zazen.

E qui torna il paragone della serra: specialmente se guardati dal giardino, questi meditatori, seduti immobili nelle loro vesti bordeaux dietro un vetro che ne sfuma i contorni, sembrano proprio, fra il rigoglioso verde del giardino, fiori immobili e preziosi, intenti a sbocciare lentamente lontano dalle distrazioni e dai fastidi del mondo esterno.

Nella walkway ho seduto molte volte, a osservare i pensieri per così dire: interessato, talvolta perso, sgomento, annoiato dalla loro ripetitività; grato per quei momenti, sempre più lunghi, di profondo silenzio che riuscivo a vedere fra i pensieri, man mano sempre più lenti e distaccati – sorpreso anche dalla velocità con cui passava il tempo: i quaranta minuti di una seduta mi sembravano neanche cinque o dieci, un nonnulla, al di là dal tempo.

In seguito ho anche aiutato nella conduzione di questi gruppi di meditazione; e ce n'era da fare: è molto importante che i partecipanti non vengano distratti dalla loro meditazione, dalla loro osservazione dei pensieri, dalla loro ricerca del silenzio che è dentro ognuno di noi.

Anche il pulire, lo stesso passare lo straccio umido sul pavimento della walkway aveva una qualità diversa: forse la presenza di Osho, e il silenzio lasciatovi dalle migliaia di persone che avevano scelto quel luogo per sedere in meditazione.

Uno dei miei ricordi più belli, vivo ancora adesso, è il percorrere tutta la walkway la mattina presto, prima dell'inizio della giornata di meditazione, per controllare che tutto – fiori, cuscini, sedili zen, stoini imbottiti, fazzolettini di carta – risultasse davvero bello, in ordine e accogliente..." Dio è verità , certo, ma soprattutto è bellezza" ho sentito dire da Osho.

Dopo le pulizie, e con la necessità di non perdermi nei pensieri perché magari dovevo suonare la campanella di fine seduta, il silenzio durante le meditazioni mi risultava anche più profondo. E qualche volta, nel silenzio che era dentro e fuori me, mi è capitato di sentire – un po' d'immaginazione certo – i lenti passi di Osho che percorrevano la walkway: veniva magari a raccontarmi, senza neppure una parola, una delle sue storie meravigliose.

 

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LA TUA ONESTÀ

È LA VERA PROTEZIONE

 

In questa fine millennio, di fronte al prolificare di sette e guru, le religioni organizzate esprimono la loro «profonda preoccupazione» per questo fenomeno e hanno sicuramente i loro «buoni» motivi…; i mezzi d’informazione ogni tanto presentano casi sensazionali: non solo per colpire l’opinione pubblica, ma soprattutto per rassicurare, in un certo senso, le masse sempre particolarmente sensibili a tutto ciò che giustifica l’inerzia e la paura del nuovo su cui la vita dei più si basa. Anche i ricercatori del vero vogliono dire la loro, ma essendo spesso animati da buonismo o perbenismo finiscono quasi sempre per trovare giustificazioni anche alle sciocchezze più evidenti. In un simile caos spirituale è difficile evitare che la mente ci metta lo zampino, ecco perché è estremamente interessante la prospettiva che Osho ha dato a questo argomento nel rispondere alla domanda di un discepolo.

 

 

Amato Osho,

come ci dobbiamo sentire, quando vediamo giovani veramente aperti e sensibili, semplici e sinceri che rinunciano a tutto per seguire dei presunti messia, falsi e distruttivi, che usano questi seguaci solo per un loro interesse materiale e politico? Sto pensando a un uomo che si fa chiamare Reverendo Moon, e che sta raccogliendo adesioni in quantità, ogni giorno che passa. Quest’uomo, in Occidente, si sta facendo anche molti nemici che criticano aspramente lui e i suoi metodi; ma i suoi poveri seguaci sono ciechi e vedono questa persecuzione come la prova che egli è il nuovo Gesù.

 

È un fenomeno molto complesso e per comprenderlo occorre guardarlo con acume.

Innanzitutto, non è affar vostro. Se qualcuno segue Moon o Muktananda, non è affar tuo. Non dovresti assumere nessuna posizione: chi sei tu per decidere? Come puoi stabilire se Moon ha ragione o ha torto? E perché dovresti deciderlo tu? Tu non lo stai seguendo. Dovresti starne fuori, perché è impossibile stabilire qualcosa non se ne fa parte.

La stessa cosa fu detta anche contro Gesù; e le persone che erano contro Gesù dicevano la stessa cosa ai suoi seguaci: “Perché segui quest’uomo? è un falso messia”. Ecco cosa dicevano gli ebrei contro Gesù. E ancora lo dicono, forse non ad alta voce perché sono stati costretti al silenzio, schiacciati nel corso dei secoli, ma lo dicono ancora. Chi può stabilirlo? E come? Questo è anche quanto si dice contro di me, di voi che seguite me. La gente dirà che siete caduti nelle mani di un uomo pericoloso, che vi ha lavato il cervello, che vi ha distrutto, che vi ha ipnotizzati e così via.

Quindi, prima di tutto, non coinvolgetevi in queste cose. Non perdete il vostro tempo. Se qualcuno sta bene con Moon, è affar suo.

Tu parli di «giovani veramente aperti e sensibili, semplici e sinceri». Se sono veramente tali, prima o poi comprenderanno che questo messia è falso.

Se la loro sincerità non è in grado di rivelare a loro stessi la falsità del loro messia, chi altro può rivelarla? Quindi, lasciate che lo seguano con totalità. Se si stanno muovendo con la persona sbagliata, prima o poi se ne renderanno conto. E se non se ne rendono conto, anche questa è una loro decisione.

In realtà, più critichi Moon e altri personaggi simili, più renderai impossibile ai discepoli vedere da soli. Più criticate, più loro si difenderanno. La logica è una spada a doppio taglio. Quando diventate troppo accaniti contro Moon, lui potrà dire: “Osservate, quanto accade a me, accadde anche a Gesù. La gente è contro di me; è sempre stato così con i grandi profeti, sono sempre stati osteggiati”. Con il vostro accanirvi contro di lui, dimostrate la sua importanza, gli date troppo significato.

Coloro che seguono Moon per lo meno stanno cercando – forse nella direzione sbagliata – ma stanno cercando ed è meglio di coloro che non cercano affatto. Gioiscine. Si muovono con la persona sbagliata, ma si muovono.

Brancolano nel buio, sono lontani dalla soglia, ma si stanno muovendo.

Meglio di coloro che stanno seduti al buio e non brancolano affatto.

Un pericolo esiste, ma tutta la vita è un pericolo.

È meglio essere un seguace di un Moon vivo, che essere seguaci di un Cristo morto; e non sto dicendo che Moon ha ragione o ha torto, forse ha torto – ma per lo meno quel ricercatore ha il coraggio di seguire, di scegliere. Se Moon ha torto, prima o poi l’esperienza personale lo rivelerà – quel ricercatore vedrà che ha torto. Ma le persone che sono semplicemente sedute al buio non arriveranno mai a comprendere se sono nel giusto o no? Il problema vero si ha con queste persone.

Tu hai dato per scontato il tuo essere cristiano. Come puoi essere un cristiano? Sono esistiti solo pochissimi cristiani: coloro che furono i seguaci di Gesù quando era vivo e rischiarono la loro vita.

E il rischio più grande era questo: non esisteva alcun modo per decidere se stavano seguendo la persona giusta o quella sbagliata – ecco qual era il loro rischio più grande. Costoro erano tutti ebrei, e se fossero rimasti nella vecchia chiesa, se fossero rimasti giudei, non ci sarebbe stato alcun rischio, poiché le cose erano stabilite dalla tradizione. Con il passare dei secoli, ogni cosa era diventata fissata, ogni dogma era stato stabilito.

Quelle persone iniziarono a cercare in prima persona, cercavano di aprire gli occhi. Non mi preoccupo se Gesù avesse ragione o torto, ma affermo che quelle persone erano estremamente vive.

Certo, va bene anche seguire Muktananda e, se siete dei ricercatori onesti, per quanto tempo Muktananda o Moon possono ingannarvi? Per quanto? La vostra onestà è l’unica vostra protezione, e null’altro. Continuate: ognuno deve brancolare a lungo, si deve bussare a molte porte prima di giungere a quella giusta. Non c’è nessun altro modo.

Quindi, non criticate. Non ce n’è bisogno e non è affar vostro. Se desiderate seguire Moon, dovrete pensarci, ma se sono altri a seguirlo, lasciate che siano loro a pensarci. Perché dovreste prendervi una loro responsabilità? Perché dovreste avere potere sugli altri? Se qualcuno decide di seguire uno stupido, è una sua decisione e ha la libertà di seguire uno stupido. Se foste costretti a seguire l’uomo più saggio della terra, anche se fosse un Buddha, questo sarebbe orribile, perché ucciderebbe la vostra libertà. Ma se per vostra libera scelta seguite uno stupido, la cosa è stupenda.

La mia enfasi è sulla tua libertà. E le persone che si accaniscono contro Moon, perché lo fanno? Per la stessa ragione per cui furono contro Gesù – infatti, se l’influenza di Moon cresce, sempre più cristiani scomparirebbero diventando “moonisti”.

Queste persone sono contrarie a Bhaktivedanta, il capo del movimento degli Hare Krishna, perché un numero sempre maggiore di persone stanno diventando indù e i cristiani stanno scomparendo. Queste persone sono contro il Maharishi Mahesh Yogi perché sempre più persone abbandonano le preghiere cristiane per dedicarsi alla Meditazione trascendentale. La stessa situazione si presenta ovunque.

Qui, la gente è contro di me perché se voi venite da me, pian piano smettete di essere un parsi, o un indù, non sarete neppure cristiani – diventerete puri esseri umani, semplici esseri umani senza aggettivi.

Quindi, coloro che vivono con gli aggettivi, come possono limitarsi a osservare? Hanno paura perché il loro establishment viene eroso e tenteranno in tutti i modi di ostacolarmi. Il mio suggerimento è semplice: se veramente desiderano che nessuno venga da me, dovrebbero restare indifferenti.

Più si dimostrano avversi, più mi daranno importanza; il loro stesso essere contrari spinge molte persone a interessarsi a me. Il metodo migliore sarebbe di non preoccuparsi di me, di restare indifferenti. Lasciate che le persone vengano e permettete che scoprano da sole. Se troveranno più nutrimento con me che con la loro vecchia chiesa o tempio o moschea, allora, spetterà a loro scegliere; ma se non troveranno alcun nutrimento con me, se ne andranno, proseguendo nella ricerca.

Ma se la gente mi è contraria, voi incominciate a stare sulla difensiva. In questo caso i vostri occhi diventeranno dogmatici e diventerete polemici.

In un modo o nell’altro dovrete dimostrare che il vostro Maestro ha ragione ed è l’unico vero Maestro esistente. A quel punto, anche se a volte vedrete in me degli errori, delle pecche, li ignorerete. Come può il vostro Maestro avere delle pecche, commettere errori nella sua vita? Impossibile. E così facendo vi nascondete. Pian piano la vostra determinazione aumenterà, grazie alla gente che è contro di me. Loro parlano male di me, voi dovete parlare a mio favore… ecco come quelle persone mi stanno aiutando.

Questo è il mio suggerimento: non occorre preoccuparsi – il mondo è vasto e ognuno è libero di scegliere, dovrebbe essere libero di scegliere. Se qualcuno sente di arrivare a qualcosa con Moon – e Moon potrebbe aver torto… e per quanto ne so, ha torto – va bene così e non sarò io a distrarre quella persona da quel percorso. La mia opinione è che Moon ha torto, tuttavia qualcuno può trarne dei benefici. La vita è molto misteriosa: si impara anche dai propri errori. Conosco molte persone, come Muktananda, che non hanno nulla da dare. È un miracolo che anche Muktananda sia potuto diventare un guru. Tuttavia, anche se qualcuno lo segue, non gli dirò di non seguirlo, bensì insisterei perché sia totale: questo è l’unico modo per scoprire, per rendersi conto. Gli dirò: “Procedi senza indugio, a occhi aperti; forse questo è il mezzo grazie al quale la tua vita potrà crescere”. Non c’è nulla di sbagliato in tutto ciò. Perché avere tanta paura? Si impara dagli stupidi quanto dai saggi, dagli pseudo-guru quanto dai guru autentici. Entrambi fanno parte dello stesso fenomeno; in realtà, ricevete ciò che meritate. Ebbene, ci sono persone che si meritano Muktananda; che fare? Si sono guadagnate Muktananda nel corso delle vite passate, molte vite di karma e se lo sono guadagnato. Chi sono io dunque, o chi siete voi, per impedirlo? Perché? Se lo sono meritato, fa parte della loro crescita e devono passare di lì.

 

Un giorno Mulla Nasrudin venne da me molto preoccupato, e mi disse: “Voglio diventare un guru”.

La cosa mi incuriosiva, e gli risposi: “Ci sono delle buone possibilità. Perché no? Provaci”.

Commentò: “È vero, ecco perché ci penso. Se Muktananda di Ganeshpuri può essere un guru, perché non posso farlo io?” e aggiunse: “Osho, ho una richiesta da farti: per favore, forniscimi il primo discepolo”.

Proprio lì vicino vidi un uomo che soffriva di un complesso d’inferiorità, era già stato da diversi psicanalisti – freudiani, junghiani e adleriani – sconfiggendoli tutti, mantenendo quindi i suoi complessi, anzi, diventando ancor più abile. Più vedeva degli psicanalisti e più diventava abile con i suoi complessi. Anzi, ne godeva.

Per cui dissi al Mulla: “Prendi quest’uomo. Prova con lui: soffre di un complesso d’inferiorità”. Nasrudin lo portò con sé, sedette con lui, guardò nei suoi occhi, meditò un pochino, chiuse gli occhi e infine gli disse: “Ho buone notizie per te. Non hai alcun complesso di inferiorità: tu sei davvero inferiore!”

 

Ebbene, ci sono persone che sono veramente inferiori e si meritano Muktananda, Moon e personaggi simili. Ci sono gli stupidi, che farci? Anche i guru stupidi sono necessari. I guru stupidi non potranno scomparire dalla faccia della terra finché non scompariranno le persone stupide. È una sottile legge economica: la vostra domanda dev’essere soddisfatta; qualcuno, da qualche parte, deve fornirvi la merce che richiedete.

La gente pensa che solo Moon o le persone come lui vogliano sfruttare. No, voi stessi volete essere sfruttati, e non trovate pace finché non siete sfruttati.

La gente ritiene che i seguaci siano innocenti. Che sciocchezza. Non è possibile sfruttare un uomo innocente. I seguaci sono furbi, astuti e vengono sfruttati da persone ancora più astute. Una persona innocente non può essere sfruttata da una persona astuta perché l’innocenza è così pura e, nella sua purezza, quella persona vedrà immediatamente l’assurdità della situazione. Non potrete sfruttare una persona innocente, ma solo una astuta.

Quindi non definire quelle persone “semplici e sincere”, non dire che sono sfruttate da disonesti. No, quelle persone devono avere della furbizia in loro: stanno cercando delle scorciatoie, il nirvana. In questo caso chiunque può sfruttarti.

Chiunque può dirti: “Questo ti servirà. È un semplice mantra che devi ripetere per venti minuti al mattino, venti minuti la sera e raggiungerai la beatitudine perfetta”. Ebbene, ti sta fornendo una merce veramente a buon mercato – chiamala Meditazione trascendentale o come vuoi – e se ti presenta una parcella da cento dollari, cosa c’è di sbagliato? E dici che quell’uomo è un imbroglione. Quell’uomo non sta sfruttando la tua innocenza, perché l’innocenza non può essere sfruttata. Una persona innocente comprenderà: “Com’è possibile? Solo pronunciando «Rama, Rama, Rama» per venti minuti al mattino e alla sera, illuminarsi?” Sii ragionevole, e se non lo sei e qualcuno ti chiede cento dollari, ti sta solo chiedendo un prezzo del tutto adeguato alla tua logica. Eppure, gli dai cento dollari, e poi pensi di essere stato sfruttato! Nessuno ti può sfruttare, a meno che tu non sia pronto a esserlo, e nessuno può ingannarti, se non sei pronto a esserlo. La responsabilità è tua, dunque, sta attento e sii responsabile.

 Non essere sciocco, altrimenti è inevitabile che qualcuno diventi il tuo guru. E a quel punto, non metterti a urlare e a piangere, dando in escandescenze, perché sei stato sfruttato.

Desideravi raggiungere il nirvana a un prezzo veramente basso! Ricordati sempre: cadi in schiavitù perché desideri essere schiavo. Non sai rimanere libero, ecco perché cadi in una qualsiasi schiavitù. Ma sei tu a volerlo, altrimenti nessuno può imprigionarti. Tu temi la libertà, hai paura di crescere e hai paura di confrontarti con la vita per ciò che è.

 

Tratto da:

The Discipline of Transcendence

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“Quando la tua ricerca diventa così appassionata – e per appassionata intendo dire che diventa una questione di vita e di morte – quando non riesci più ad acquietarti, a meno di non arrivare alla verità; quando sei pronto a morire per la tua ricerca, solo allora potrai trovare un vero maestro.”

Osho

 

 

 

Il reverendo Sun Myung Moon con la moglie. La sua proposta religiosa è di chiara matrice cristiana e i suoi seguaci lo salutano come il nuovo messia. Nella foto la celebrazione di un matrimonio di massa nello stadio olimpico di Seul, nella Corea del sud, all’inizio di quest’anno. Sulle sette in genere (la sola parola “setta” fa subito insorgere un senso di allarme in chiunque) viene scritto a più riprese su giornali, riviste, libri dossier. Si sono spesi miliardi in tutto il mondo in ricerche sul fenomeno. Sono nati comitati, associazioni, gruppi di psicologi e deprogrammatori mentali per proteggere la società da questa cosiddetta calamità... ma alla fine esiste davvero una differenza radicale tra le persone appartenenti a una setta e le altre che rimangono nel ‘branco’ cristiano? L’immagine che si ha dei primi cristiani non si discosta molto dall’immagine che la stampa oggi dipinge degli entusiasti aderenti a una moderna setta: che sia solo l’entusiamo la vera differenza? In fondo la devozione, la cieca obbedienza, la fede, la totale dedizione alla causa, all’interno della religione cristiana sono considerate delle virtù. È interessante notare come di fronte alle notizie sulle sette chi è già contrario riesce sempre a trovare tutte le ragioni per una condanna, mentre chi è già favorevole riesce sempre a trovare tutte le spiegazioni a sostegno. E allora come si può arrivare a conoscere la verità?

 

 

 

 

SINCERITÀ NELLA RICERCA

 

Quando ogni bisogno inferiore è soddisfatto, allora nasce la spiritualità.

L’Occidente ha soddisfatto le sue necessità primarie. Adesso, all’improvviso, è posseduto da un desiderio, da una passione per l’assoluto; viene sentito in tutto l’Occidente, soprattutto dalle nuove generazioni – un tremito, uno spasimo per l’ignoto. È un momento molto critico.

In questo momento molte persone sfrutteranno il vostro bisogno, perché l’Occidente è come un bambino – un bambino nel mondo dello spirito. In Occidente non si sa fare distinzioni al riguardo. Esiste semplicemente un bisogno ed è tutto ciò che sapete; chiunque arrivi e dica: “Posso soddisfare il tuo bisogno”, chiunque sia sufficientemente astuto, quanto meno per fingere, voi lo seguirete. È naturale.

Prima o poi la finirete con i Moon e i Muktananda, perché prima o poi vedrete che promettono senza approdare a nulla.

Quanto può durare? E solo allora vi interesserete a Maestri veri – Krishnamurti, Gurdjieff o Ramana; solo allora inizierete a interessarvi a loro.

Ma tutto questo è naturale. All’inizio dev’essere così. Non sapete come sono le rose vere, per cui chiunque vi porti delle rose di carta e di plastica, le acquisterete – non conoscendo le rose vere non potete fare alcun paragone. Vi limitate ad acquistarle, ma quanto può durare? Ecco il motivo per cui ho deciso di non andare in Occidente. Al momento è come un supermercato: ci sono un’infinita di persone in piedi sulle loro casse di sapone che urlano, cercando di richiamare la vostra attenzione per vendervi qualcosa, qualcosa di assolutamente inutile. Ho deciso invece di aspettare qui, fino a quando coloro che sono stati con Moon, con Muktananda, con questo o con quello, non abbiano finito e siano arrivati a comprendere che quelle persone non hanno nulla da dare; a quel punto, inevitabilmente verranno in Oriente alla ricerca. Ho deciso di attenderle qui e di non andare là, perché quando un ricercatore arriva, dopo aver viaggiato così a lungo, il suo desiderio è autentico, a quel punto è pronto a rischiare moltissimo. Rischia la sua intera vita.

Ed è meglio che passi prima attraverso il supermercato, così saprà.

Lascia che vadano, aiutali ad andare. Consiglia loro di andare fino in fondo. Sincerità nella ricerca – se è vera, ne usciranno, e ne usciranno più maturi, meno infantili. Ne usciranno con maggiore esperienza. Non c’è nulla di cui preoccuparsi. Non ostacolare mai nessuno se sta veramente andando da qualche parte. Lascia che vada. Esiste solo un modo per imparare, ed è attraverso l’esperienza; non c’è nessun altro modo. E se ritieni che possa perdersi, allora è ciò che si merita, è ciò di cui ha bisogno al momento.

Nulla accade senza che lo si meriti. Qualsiasi cosa ti accada, la meriti.

Nessuno può sfruttarti senza che tu abbia la necessità di essere sfruttato.

Nessuno può renderti schiavo, se non sei pronto a diventarlo e se hai paura della libertà. Non ti succede nulla che tu non desideri ardentemente, che tu non voglia, consciamente o inconsciamente. Questa è la tua vita e la tua libertà.

 

Tratto da:

The Discipline of Transcendence

 

 

 

 

 “Esistono un’infinità di livelli di crescita, un’infinità di tipi di persone, un’infinità di secoli che convivono. Una persona che va da Sai Baba e una persona che viene da me non sono contemporanei, non possono esserlo. Non tutti sono contemporanei. La gente che viene da me è un tipo di persona completamente diversa. In effetti, queste persone sono un po’ in anticipo sul loro tempo: non saranno comprese. Ecco perché, quando venite a Pune la gente non riesce a capire cosa siete e cosa state facendo. Non riesce a immaginarlo perché voi non appartenete a questo secolo; siete in leggero anticipo sul tempo.”

Osho

 

      (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

INIZIAZIONE

ALLA MEDITAZIONE

Edizioni Mediterranee – Pag. 153 L.15.000

 

PREMESSA: In noi esiste qualcosa di non vissuto, di latente. In una parola è l’arte di osservare: semplice essere presenti alle cose, come testimoni imparziali, distaccati, rilassati, passivi eppur coscienti, presenti anche se assenti in quanto attori...

 

UDIRE: “Udire è semplicissimo: gli animali possiedono l’udito, chiunque abbia le orecchie lo possiede; sentire è invece uno stadio di gran lunga più elevato. Il sentire accade quando l’udire non è accompagnato da nient’altro: nella mente non scorrono altri pensieri, nessuna nuvola scorre nel tuo cielo interiore. Allora qualsiasi cosa venga detta, ti arriva così come è stata detta.”

 

MEDITAZIONE: “Ogni volta che riesci a trovare il tempo per essere semplicemente, lascia cadere ogni fare. Se anche per un solo istante non fai assolutamente nulla, e sei semplicemente nel tuo centro, assolutamente rilassato... quella è meditazione. E una volta compreso come si fa – qualcosa fa click dentro di te – puoi restare in quello stato il tempo che vuoi, perfino ventiquattr’ore al giorno! La meditazione non è contro l’azione. Non è vero che si debba fuggire dalla vita. La meditazione insegna semplicemente un nuovo stile di vita: diventi il centro del ciclone.”

 

POSIZIONE: “...Non occorre una posizione particolare, né è richiesto un tempo particolare. Molti pensano che ci sia un tempo preciso in cui meditare. Non è così, non nella meditazione: qualsiasi tempo è il tempo giusto. Devi essere semplicemente rilassato e giocare. E se non accade, non importa; non rattristarti...”

 

MENTE: “Tutto ciò che la mente può fare non può essere meditazione: è qualcosa che va oltre la mente. Fatta eccezione per la meditazione, tutto può essere fatto dalla mente; tutto, tranne la meditazione, poiché non è una realizzazione: esiste già, è la tua natura. La meditazione è la tua natura intrinseca.”

 

BEATITUDINE: “La beatitudine è la meta della vita; la meditazione è il mezzo per raggiungerla. La meta è la beatitudine; la meditazione è il ponte, la barca che ti porta sull’altra sponda. Senza meditazione, nessuno è mai riuscito a conoscere cosa fosse la beatitudine.”

 

IL TEMPO: “Quando si scende nel silenzio interiore, nella propria solitudine, affiora una sottile tensione. Come prima cosa, si pensa di sprecare tempo: non stai facendo nulla, te ne stai semplicemente seduto. Perché sprechi la tua vita? In Occidente si dice che l’ozio è il padre dei vizi. E voi tutti lo sapete, la vostra mente l’ha assimilato, pertanto quando ti siedi in solitudine hai paura. Stai sprecando tempo, non stai facendo nulla, ecco che ti ritrovi a chiederti: ‘Cosa fai qui? Stai semplicemente seduto? Sprecando ogni cosa?’ come se il tuo essere fosse uno spreco!”

 

LA PSICOLOGIA DEI BUDDHA:La Psicologia dei Buddha non è analisi, né sintesi; è trascendenza: è andare oltre la mente. Non è un lavoro all’interno della mente, essa opera per portarti fuori dalla mente. Ed è questo il significato della parola «estasi»: uscire fuori. La psicanalisi non fa altro che potare le foglie dell’albero, ma questo farà nascere altre foglie. Non taglia affatto le radici. La Psicologia dei Buddha taglia le radici stesse dell’albero che crea ogni sorta di nevrosi, di psicosi, che genera un uomo frammentario, meccanico, l’uomo-automa. E il processo è molto semplice...”

 

FRETTA: “Praticamente tutti fuggono il più velocemente possibile lontani da se stessi. E il problema è che non puoi sfuggirti. Ovunque andrai, sarai te stesso. La paura di conoscersi è la più grande paura che esista al mondo. E questo perché sei sempre stato condannato da tutti, per le inezie più sciocche – al punto che ora hai paura di te stesso. Sai di non essere degno. Ovviamente la soluzione migliore e fuggire da te stesso.”

 

      (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

LO ZEN E LA MOTO

SENZA TROPPA MANUTENZIONE

di Deepak

Il nostro astrologo è anche un appassionato di motociclette, qui ci racconta di un suo viaggio in Europa.

 

 

Eccola là – grossa, nera e stupenda. Una vera moto da buddha. Aveva il motore più grosso che l’Harley Davidson avesse mai prodotto e la marmitta più ruggente e lucida che si potesse sognare. C’era così tanto cromo in quella macchina che bisognava mettere gli occhiali da sole anche solo per guardarla.

Non ero mai stato prima in nord Europa, e l’esistenza mi offriva l’opportunità di visitarla a cavallo di una moto così splendente, così costosa e così potente da togliere il respiro. Il suono del motore era come quello del tuono lontano. A guidarla attraverso una di queste strettissime vie di Amsterdam fiancheggiate da alti edifici, ti aspettavi quasi che la sola potenza delle vibrazioni facesse scattare gli allarmi antifurto delle auto parcheggiate ai lati.

Tom era venuto a prendermi a Shipol – l’aeroporto di Amsterdam – mi aveva portato dritto alla moto e dato le chiavi. Ci eravamo incontrati in precedenza a Pune ed eravamo diventati subito grandi amici, quando mi ero vantato di aver portato una Royal Enfield 350cc attraverso i passi dell’Himalaya fino in Ladakh, nei suoi occhi si era accesa una luce e mi aveva chiesto se volevo la sua Harley per farmi un giro in Europa.

L’offerta capitava proprio a puntino. Ero a Pune da talmente tanto tempo che la mia mente si era fatta prendere dal tran tran. Avevo bisogno di un cambiamento. Era il momento di andare lontano, così da potermi poi sentire di nuovo più vicino. Era davvero ora di muovermi, senza sapere dove sarei andato a parare.

Caricai la moto con i miei vestiti, il sacco a pelo, la tenda, il mio computer portatile, alcune parti di ricambio – e feci in modo di fissare tutto quanto il meglio possibile. Sembrava un po’ il carro degli zingari, con un grosso fanale davanti e delle marmitte non poco rumorose. Avevo tutta l’attrezzatura per il campeggio. Il buddha viaggiava al risparmio: pochi fondi e molta fiducia nell’esistenza. Non avevo una meta ben chiara, sapevo solo che volevo visitare il più gran numero possibile di centri di meditazione di Osho.

Uscii ruggendo da L’Aia e in meno di un paio d’ore ero già in un’altra nazione, cosa che per un americano è sempre sorprendente. Qualche ora più tardi uscii dall’autostrada e mi misi a costeggiare il Reno, e mi ritrovai come un bambino a guardare a bocca aperta questo spettacolo mai visto prima, gli antichi castelli che sorgevano sulle alture circostanti, battelli d’ogni tipo che solcavano il fiume. Il vecchio continente per me era nuovo e tutto da scoprire.

Ero ormai nella Foresta Nera, nel mezzo della notte, quando decisi di svoltare per una stradina non asfaltata e trovare una radura dove stendermi a dormire nel mio sacco a pelo. Compresi subito perché la chiamano Foresta Nera: era buio pesto; sebbene ci fosse la luna piena la vegetazione era così folta che non lasciava filtrare alcuna luce.

Mi ero appena addormentato quando fui svegliato dai suoni più orribili e minacciosi che abbia mai sentito in vita mia. Non riuscivo a capire cosa fosse… e si stava avvicinando. “Mio dio!” cominciai a pensare da perfetto americano “Sono qui tutto nudo, senza un fucile, o un coltello… o un missile Cruise… niente di niente.”

È nelle situazioni disperate che nascono le idee migliori, e così saltai sulla Harley e avviai il motore, facendo un tale frastuono da svegliare anche i morti per un raggio di chilometri. Puntai il fanale nella boscaglia, tentando di vedere qualcosa. Poi spensi tutto e mi misi ad ascoltare. Sentii il rumore di qualcosa di sinistro che si allontanava e finalmente mi rilassai. “Ottimo,” pensai “mi sa che ho anche stabilito un record mondiale: il primo sannyasin nudo a spaventare animali selvaggi usando una Harley.”

Alla mattina mi svegliai bagnato da una fastidiosa acquerugiola, e per tutto il giorno guidai sotto una pioggia continua e fredda. Arrivai finalmente nella mia prima casa di sannyasin, a Schwarzenburg, dove Dharmavid e Aadhar mi accolsero con un caldo benvenuto. Mi mostrarono perfino l’apposito spazio sul termosifone dove potevo asciugare i miei stivali ormai fradici. Era una grande casa, vecchia e stupenda, dove tirammo tardi fantasticando sull’organizzazione di un Circo di Osho: venti vecchi autobus pieni di sannyasin in giro per l’Europa.

Dopo un paio di giorni mi ero riscaldato a sufficienza le ossa e così mi diressi verso l’unico passo con l’Italia che non fosse coperto dalla neve. Quasi in cima mi sorpassò qualcosa che andava veramente forte, e con la coda dell’occhio mi accorsi che era una Royal Enfield. Non potevo crederci: “Cosa ci fa una Enfield fuori dall’India, e soprattutto, come riesce a farla andare così veloce?”.

Lo raggiunsi e ci fermammo a parlare, la moto risultò essere una Egli, importata dall’India e rielaborata in Svizzera fino a ottenere una potenza doppia. Proprio in quel momento passò un’ambulanza a sirene spiegate, e noi ci scambiammo uno sguardo pieno di tristezza. Il guidatore della Enfield controllò l’olio e vi scoprì tracce di metallo: il suo motore aveva qualche problema e così dovette tornare indietro. “Eh, queste Enfield…” dissi fra me e me, e continuai da solo. Dietro la prima curva c’era una moto sfasciata nel mezzo della strada, fra grosse pozze di sangue. L’ambulanza si stava allontanando lentamente, la sirena ormai spenta. Basta solo un attimo di inconsapevolezza, sarebbe potuto capitare anche a me.

La tappa seguente era Lugano, dove mi fermai in una casa di sannyasin e incontrai Ishe e Sabino – due persone veramente di cuore. La casa era sulle colline che circondano la città e così decisi di fare una passeggiata nella natura. All’improvviso udii di nuovo quel sinistro grufolio, mi voltai e c’era un grosso maiale selvatico, che con il grugno e le zanne stava scavando il terreno tentando di portare alla luce qualcosa che voleva mangiare. “Ma sono proprio dappertutto!” pensai, mentre mi allontanavo molto velocemente, prima che la belva decidesse di avermi per cena.

In un certo senso mi avrebbe fatto un favore: dovete sapere che ero in viaggio verso la Toscana per incontrare il mio amore e tentare una rappacificazione. Non ha funzionato. Sembra che il cuore, una volta incrinato, non riesca più a saldarsi e guarire. Dopo uno scontro di ego – il milionesimo – ci separammo coi cuori infranti. Una cosa però avevamo capito: una volta soddisfatto il desiderio di essere insieme non sapevamo più cosa fare l’uno dell’altra.

Continuai per raggiungere Miasto. Quando arrivai vennero tutti fuori a vedere da dove venisse quel rumore di tuono. Una volta scopertolo, mi guardarono tutti con ammirazione e mi lasciarono gentilmente passare attraverso il cortile e parcheggiare proprio di fronte al dormitorio.

Quella sera portai il materasso fuori, nel portico, per godermi la brezza e ascoltare i suoni della natura. E nel mezzo della notte fui svegliato da quel grufolio ormai familiare. Stavolta era un intero branco, e siccome non sembravano affatto interessati a saltare sul portico per attaccarmi, mi voltai dall’altra parte e tornai a dormire.

Una sera andai a mangiare con amici in una vecchia trattoria nel vicino paese di Sassa. Sulle pareti erano appese varie teste di cinghiali con delle grandi zanne. Il proprietario ci raccontò come, una volta all’anno, tutti gli uomini del paese si riuniscono per cacciarli, dato che rovinano le coltivazioni. È illegale, disse, cacciarli in gruppi di meno di 25 persone perché sono davvero pericolosi. Fanne infuriare uno e in un batter d’occhio ti avrà attaccato alle gambe, fatto cadere per terra e azzannato alla gola.

La meta successiva – Ibiza – mi portò verso nord e così mi fermai all’Arihant, un centro di meditazione fuori Varazze, immerso nel verde, dove mi offrirono una tenda per poter dormire sulla collina. Ushma allieta tutti con cibo delizioso e Nirodh si occupa di musicoterapia, è molto dotato e riesce a nascondere nelle note livelli diversi di onde cerebrali. I risultati sono davvero profondi.

Aspettai che spiovesse e mi rimisi in viaggio. Volevo percorrere la famosa route Napoleon, ne avevo sentito parlare come di una delle strade più panoramiche d’Europa, così mi diressi verso Gap, in Francia. Ma a un bivio presi la direzione sbagliata, e dopo aver passato l’intera giornata ad andare su e giù per tortuose strade di montagna mi ritrovai a Marsiglia che era già buio. Passai la notte in un campeggio e alla mattina mi diressi verso la Spagna attraversando la riserva naturale della Camargue, una zona paludosa, dove vivono innumerevoli specie di uccelli. A volte mi volavano proprio di fianco, come a tenermi compagnia. La luce del sole che si rifletteva sulle loro candide ali e sulle parti cromate della Harley ci faceva sembrare come due splendenti corpi di luce che viaggiavano insieme.

La prima tappa nel nord della Spagna fu l’Osho Information Center fuori Tarragona. Prem e Indradhanu mi erano venuti incontro per indicarmi la strada. Arrivammo in un posto proprio isolato, dove fui sorpreso di vedere degli edifici e una casa a due piani. Era tutto tenuto benissimo e c’era spazio per gruppi di centinaia di persone. Ma era tutto vuoto! Chiesi il perché e mi risposero che ancora non avevano fatto alcuna pubblicità e neppure sparso la voce.

Prem, che ha uno studio dentistico a Barcellona, mi guidò nel dedalo di stradine vicino al porto fino all’imbarco per Ibiza. Il battello arrivava sull’isola nel mezzo della notte, e io ero lì in fila che mi chiedevo dove avrei trovato da dormire a un’ora così tarda, quando mi sentii chiamare. Era Yash, un sannyasin simpaticissimo che avevo incontrato a Pune, ed ebbi così subito un invito a passare la notte a casa sua. La mattina dopo mi svegliai col suono delle onde che si infrangevano sugli scogli e la vista di questo mare di un verde-blu incredibile che si perdeva fino all’orizzonte.

Passai così un mese sull’isola a godermi l’energia del vivere con altri sannyasin. Non so perché mi piaccia così tanto, forse perché ognuno di noi porta dentro di sé un po’ dell’energia di Osho e così più siamo più energia di Osho riesco a sentire intorno e dentro me. Mi piace la vitalità dei sannyasin e il modo in cui l’energia fluisce quando si è fatto così tanto lavoro su se stessi.

Tutti i giorni guidavo fino a San Juan per il quotidiano appuntamento da Ferdinandito’s, il ristorante dove pranzavo sempre con qualche sannyasin – molti li conoscevo già da Pune, ma era interessante e differente incontrarli di nuovo nel mondo. Nel pomeriggio davo sessioni di astrologia in un posto lì di fronte e ogni sera andavo alla spiaggia di Benirras per ascoltare i tamburi e vedere il sole tramontare nel mare. Era un posto magico, senza tempo; sentivo che sarei potuto rimanere lì fino alla fine dei miei giorni su questo pianeta.

Ma il tempo volava e arrivò presto il momento di riportare la Harley in Olanda; da lì avrei preso un volo per il Messico, dove avevo in programma di partecipare alla mia nona Mystic Rose. Caricai la mia roba sulla moto, la legai bene e presi il traghetto proprio all’ultimo minuto. Giunto in Spagna mi diressi verso nord il più in fretta possibile, incurante della pioggia e del vento. La prima notte mi riparai sotto un tavolo da picnic e il giorno dopo vidi finalmente la bellezza della route Napoleon, mentre passavo dalle Alpi francesi entrando in Svizzera. Era ormai buio quando cercai un posto per dormire, e la mattina mi svegliai circondato da grandissimi girasoli, nel verde e nella natura.

A Berna mi aspettavano Galita e Stanislas. Mi guidarono al campeggio vicino al fiume, dove piantai la tenda, e quando vennero a trovarmi gli amici, tutti insieme balzammo nella corrente impetuosa e ci facemmo trascinare verso valle. Davo sessioni nella tenda, col computer che andava a batterie. Per la prima volta diedi sessioni a non sannyasin e scoprii che anche loro stavano cercando la loro essenza, spesso in un modo piuttosto triste e solitario.

Mi innamorai del centro di Colonia.

Che bello! Un buddhafield sulla strada, in mezzo al mercato, con i suoi negozi e tutto quanto. C’erano tanti vecchi amici. Bodo e Satori arrivarono subito ad abbracciarmi. Govindo mi restituì le 800 rupie che mi doveva – dandomi davvero rupie e non marchi e divertendosi un mondo per lo scherzo. Gitanand, grande e grosso, che organizza ‘Zenfari’ in Kenya, mi chiese di inviargli l’oroscopo mensile dell’Osho Times, ma gli risposi che poteva trovarlo facilmente su Internet.

Il viaggio di ritorno fu spaventoso: incontrai forti piogge su tutto il percorso, la ruota posteriore continuava a slittare, perché il pneumatico era ormai liscio. Il freno davanti si bagnava e non serviva a niente e se usavo quello posteriore rischiavo di slittare. Arrivai all’appartamento di Tom con i denti che battevano dal freddo e dalla paura. Aspettai che spiovesse per poter andare sulla costa a visitare la Humaniversity. Non spiovve mai. Avevano avuto un solo week end di sole in tutta l’estate. Quando ero arrivato in maggio splendeva il sole e gli olandesi mi sembrarono il più felice dei popoli. Adesso invece erano perlopiù di malumore e irritabili.

Guidai fino a Edmond aan Zee nella pioggia e trovai l’Humaniversity al primo colpo. Non si poteva non vederla: è un edificio enorme, un ex-orfanotrofio, e più o meno nel centro della cittadina. Dharmaraj mi fece da guida nella visita e mi organizzò anche un incontro con Veeresh.

Che uomo incredibile, veramente carismatico. Quando seppe che avevo lavorato con il Dr. Maxwell Jones, l’autore di The Therapeutic Community mi offrì di rimanere lì a fare il mio lavoro. Ma io stavo andando in Messico, terra calda e soleggiata, e così rimandammo l’intera faccenda.

All’Aia dissi addio alla Harley e saltai su un aeroplano. Nelle settimane seguenti viaggiai attraverso il Messico, poi al nord degli Stati Uniti fino a Seattle, giù di nuovo fino a San Francisco e poi a Sedona in Arizona, dove il mio amico Don mi disse che stava cercando qualcuno che si prendesse cura della sua casa mentre lui andava a Pune.

Un ottimo affare per entrambi, visto che lui aveva bisogno di qualcuno che desse da mangiare ai suoi polli e io avevo bisogno di un tetto sulla testa per poter scrivere in tranquillità questo articolo.

La casa di Don è in mezzo alla natura, a 20 km dal paese più vicino, e il solo momento in cui posso incontrare qualcuno e scambiare quattro chiacchiere è quando vado in paese a far compere, una volta alla settimana. Altrimenti il silenzio mi circonda e l’isolamento è totale.

La mia sola compagnia è il branco di cinghiali che quasi ogni giorno attraversa l’aia con quel grufolio ormai familiare. Sono più piccoli da queste parti, e si chiamano havelinas. Ormai li guardo con simpatia.

 

      (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

IL DIVINO

È QUI E ORA

È dal tuo essere ordinario che nasce

la radiosità dell’illuminazione

 

 

 

Amato Maestro,

ti ho sentito dire che siamo tutti illuminati. Se è così, perché sono qui ad aspettare che mi succeda qualcosa? È una vecchia abitudine?

 

Veet Vigyanam, una cosa è il sentir dire, altra cosa è il comprendere. Di sicuro mi hai sentito dire che siamo tutti illuminati, ma non ci hai creduto – o perlomeno hai escluso te stesso. “Forse tutti gli altri… ma io, illuminato?” Era troppo per poterlo accettare, da qui la domanda.

La domanda mostra proprio la tua confusione interiore. Stai dicendo “Se è così…”. Io non avevo detto che la tua illuminazione è in qualche modo probabile – forse sei illuminato, forse no. Non c’erano se o ma, era una dichiarazione molto semplice. La ripeto di nuovo: sei illuminato e non puoi essere nient’altro che illuminato.

Ma posso capire i tuoi problemi. Ti hanno detto che sei ignorante e lo hai accettato. Ti hanno detto che non ti meriti nulla e lo hai accettato. Ti hanno detto che non sei bello e lo hai accettato. Guarda quante cose hai accettato senza chiedere se e ma, senza fare neanche una domanda. Fin dall’infanzia, non ti hanno mai dato la giusta prospettiva. Sei stato sempre tirato di qua e di là. “Diventa questo, diventa quest’altro.” Nessuno ha mai pensato che se l’esistenza voleva solo Gautama Buddha, avrebbe prodotto solo tanti Gautama Buddha, proprio come una fabbrica della Ford produce solo auto Ford, in catena di montaggio, con tremenda efficienza: ogni minuto una nuova auto esce dalla catena, per ventiquattro ore al giorno. Ma l’esistenza non vuole una situazione dove ognuno è uguale a tutti gli altri. L’illuminazione di Gautama Buddha è la sua illuminazione. La tua illuminazione è la tua illuminazione.

Il problema nasce quando fai dei raffronti. Cominci a pensare: “Se sono illuminato, allora perché non sono come Gautama Buddha o Gesù Cristo o Bodhidharma? Sono solo Veet Vigyanam. Nessuno si prostra ai miei piedi. Vado in giro e nessuno mi nota. Che illuminazione è mai questa? Di sicuro devo ancora ottenerla. Di sicuro non è ancora successo nulla, deve ancora accadere.”

Questa idea che l’illuminazione sia qualcosa da raggiungere è stata tramandata per migliaia di anni con tale autorità… Ma io ti dico, l’illuminazione non è un risultato, è la tua propria natura. Se ti manca, non è perché non l’hai ancora raggiunta: la ragione è che la stai cercando dappertutto, in ogni luogo, escluso te stesso. Visiti tutti i templi, leggi tutti i vari testi sacri, vai da ogni idiota che dice di essere un maestro.

Voglio che in questo preciso momento tu dichiari di essere illuminato. Non importa… non c’è bisogno che qualcuno ti veneri. Perché mai qualcuno dovrebbe farlo? Stai ponendo all’illuminazione delle condizioni non necessarie.

Questo problema non è solo tuo, ha causato difficoltà a molti altri. I buddhisti non accettano Mahavira come illuminato, perché va in giro nudo, e Gautama Buddha non è nudo. Se Gautama Buddha ha dei bellissimi capelli e Mahavira invece se li estirpa, come fanno a essere entrambi illuminati?

Abbiamo accettato, senza considerarla attentamente, questa idea che ogni illuminato deve essere uguale a ogni altro. Non ha alcun senso! La bellezza dell’esistenza sta nella varietà.

Mi piacerebbe quindi che ognuno fosse illuminato alla sua maniera ed esprimesse a suo modo questa sua illuminazione. Altrimenti tutta questa vita diventerebbe una noia. Prova a immaginare per esempio – come Gesù dice ai suoi discepoli – che “ognuno deve portare la sua croce”. Guardati intorno e immagina che ognuno stia portando la sua croce… e non c’è neppure qualcuno per crocifiggerli, sono tutti troppo occupati a portar croci! Sarebbe tutto così ridicolo!

L’esistenza non produce mai di nuovo la stessa persona. L’unicità – e non la somiglianza – è la regola in questo meraviglioso universo. Nel momento in cui tu accetti questa unicità, arrivi a un immenso rispetto per gli altri così come sono.

Detto in altre parole. Nel momento in cui ti rispetti come illuminato, non puoi far altro che rispettare come illuminato chiunque altro, così com’è. Nessuno ha bisogno di rientrare in categorie predeterminate.

L’illuminazione non è qualcosa di definito, per esempio, dal cibo che uno mangia. Se ci fosse stata una simile regola, piuttosto che mangiar spaghetti avrei rinunciato all’illuminazione! Meno male che nessun testo sacro dice che mangiare spaghetti è una caratteristica essenziale di ogni illuminato.

Se mi capisci bene, se comprendi ciò che sto dicendo, ti sto dicendo che proprio il tuo essere ordinario va perfettamente bene. E se riesci a rilassarti in questo non essere straordinario, proprio questo tuo essere abituale, grazie al rilassamento, diventerà radioso, inizierà a fiorire.

La tua accettazione, il rispetto che avrai di te stesso, porterà nutrimento a questa primavera del tuo essere, e i fiori inizieranno a sbocciare.

Ma tu non sei mai a casa tua. Stai sempre guardando nelle case degli altri. Qualcuno sta guardando nella casa di Gautama Buddha, qualcun altro in quella di Lao Tzu, di Gesù Cristo, di Mosèla situazione è proprio strana: ognuno è stato fuorviato, in maniera tale che è sempre da qualche altra parte – dove non dovrebbe essere – e non è nel posto dove l’esistenza lo vuole.

Io insegno l’immediata e profonda ordinarietà. È l’esperienza più meravigliosa, perché allora non c’è più nessun desiderio, nessuna tensione, nessuna ricerca, nessuna domanda, nessun posto dove andare. Sei già nel posto dove volevi essere.

E tu mi chiedi : “Se è così, perché sto aspettando che succeda qualcosa?” Ma devo proprio risponderti? Magari questo è il tuo tipo speciale di illuminazione: che nonostante tu sia illuminato, ti stai ancora aspettando che succeda qualcosa. È una specie di follia, ma questo certo non distrugge la tua illuminazione. E qualcuno un po’ folle è necessario. Dà sapore alla vita. Senza persone folli l’esistenza perderebbe qualcosa di molto interessante.

Ma tu non riesci neppure ad accettare questo. Continui con le domande: “È una vecchia abitudine?” Stai solo tentando di consolarti perché, sebbene illuminato, continui a guardare di qua e di là a causa di questa vecchia abitudine. Ma più continuerai a guardarti intorno, più rafforzerai l’abitudine, continuerai a indulgerci.

È davvero difficile vedere come il mangiare il tuo cibo in silenzio e con gioia, dormire con tutta la beatitudine che riesci ad avere, condurre una vita comune – fare il falegname o il calzolaio, oppure il pittore, il poeta, il ballerino – rilassarti in qualunque cosa tu sia senza porti degli ideali…

Ma, senza ideali, l’uomo non può essere distrutto, senza ideali non può essere reso schiavo. Se non esiste un ideale da raggiungere, l’uomo non può essere condannato, non può essere costretto a sentirsi in colpa. E nessuno raggiunge mai, anche impegnandosi tutta una vita, l’ideale che si è posto.

Avete mai visto un cristiano diventare come Cristo? Quasi la metà del mondo è cristiana e da duemila anni i cristiani stanno tentando duramente di raggiungere il loro ideale: essere come Cristo. Perché continuano a fallire? E non succede solo ai cristiani – i giainisti, gli indù, i buddhisti, i maomettani, nessuno c’è riuscito. Per una ragione davvero fondamentale, alla quale non ci si può opporre.

Tu puoi essere o te stesso o un totale fallimento. Queste sono le due uniche possibilità.

Ama Gautama Buddha per la sua unicità, ma non imitarlo mai. Lui stesso non ha mai imitato nessun altro, ecco perché è illuminato. È strano che questo semplice fatto non sia mai stato riconosciuto. Mahavira non ha mai imitato nessun altro, ecco perché è illuminato. Mostratemi un singolo illuminato che abbia mai imitato qualcun altro!

Mi ricordo di un uomo meraviglioso, Kabir.

In India gli indù credono che il Gange sia un fiume sacro, e che se muori vicino al Gange hai il paradiso assicurato. Non importa quali crimini hai commesso, quali peccati, quali turpitudini: tutto viene lavato via dalle sacre acque del Gange.

Naturalmente non tutti gli indù possono vivere sulle rive del Gange, ci sarebbe troppa folla. Chi vive li è fortunato, chi non può farlo ci va perlomeno da vecchio, quando sente avvicinarsi la morte. In città come Varanasi, c’è da chiedersi – perché mai ci sono tante persone anziane, tanti vecchi? Da questo punto di vista supera ogni altra città. Tutte queste persone sono venute qui a morire, e adesso aspettano: la morte può arrivare in ogni momento.

A volte succede che in qualche villaggio vicino… Varanasi è una città cara, solo gente ricca può andare a viverci mentre aspetta di morire, i poveri devono accontentarsi dei villaggi vicini. Così naturalmente muoiono nel villaggio, ma immediatamente gli amici e i parenti portano il cadavere sulle rive del Gange. Pochi minuti, o mezz’ora o persino un’ora… non fa differenza. Dio non può essere così crudele. Perdonerà anche queste persone.

Kabir passò tutta la vita a Varanasi, la città più sacra per gli indù.

Di fronte, proprio sull’altra riva del Gange c’è un piccolo villaggio chiamato Magahar. Non so come si sia formata questa idea che chi muore a Varanasi va in paradiso e chi muore a Magahar rinasce come asino. E Magahar è solo dall’altra parte del Gange. Appena Kabir si accorse che stava per arrivare il momento di morire, disse ai suoi amici: “Portatemi a Magahar”.

“Sei matto?” risposero quelli. “Nessuno vuol morire a Magahar. Quelli che ci vivono sono continuamente all’erta – prima che arrivi la morte devono scappare. E tu hai passato tutta la tua vita a Varanasi e adesso che è arrivato il momento giusto vuoi andare a Magahar? Sai perfettamente che chi muore a Magahar diventa poi un asino.”

Kabir disse: “Se non mi state a sentire, sarò costretto ad andarci a piedi. Ma io non voglio nessun debito, né col Gange né con qualche dio. Se sono illuminato, sono illuminato a Varanasi e sono illuminato anche a Magahar. Lasciatemi creare un precedente, questi poveracci di Magahar sono stati condannati per secoli. Fatemi morire a Magahar, perché dopo di me sarà difficile dire che chiunque muoia a Magahar diventa un asino. Perlomeno non lo si potrà dire di Kabir”.

Kabir morì a Magahar. E cambiò quella situazione: adesso nessuno dice più che se muori a Magahar diventerai un asino. Anzi, molte persone che amano Kabir vivono là: Magahar è diventato un luogo sacro per i seguaci di Kabir.

Accadde che Meera, un’altra mistica, andasse a Varanasi, solo per un pellegrinaggio. E Varanasi è sede del più importante concilio di studiosi indù, i cosiddetti saggi, i santi. C’era una grande discussione in corso, perché molti di loro volevano invitare Kabir alla loro conferenza annuale, ma Kabir era solo un tessitore; e per di più non era chiaro se era indù o musulmano. Il suo nome era islamico – Kabir è uno dei nomi di Allah – ed era stato trovato sulle rive del Gange da un monaco indù, Ramananda: un bambino piccolo, abbandonato dai genitori.

è una storia davvero bella…

Era ancora buio, mattina molto presto, quando gli indù fanno il bagno prima di pregare il sole nascente. Mentre Ramananda stava scendendo verso il fiume il bambino si attaccò alle sue vesti. Sorpreso – chi sarà mai? – vide un bimbo, di non più di quattro anni, seduto sui gradini. Cosa fare? Non c’era in giro nessun altro, i genitori lo avevano abbandonato lì.

Ramananda era un uomo di cuore, coraggioso. Si prese cura del bambino, anche se i suoi discepoli dicevano: “Stai correndo un rischio inutile. Gli indù – gli stessi che ti venerano – saranno contro di te. Non dovresti fare certe cose. E per di più sulla mano del bambino c’è scritto in arabico Kabir, il suo nome, prova inoppugnabile che è un musulmano. E un monaco indù non può occuparsi di bambini, ha rinunciato a questo tipo di vita”.

Ma Ramananda rispose: “Non ho mai fatto nulla per farmi venerare, per procurarmi dei seguaci. Se mi seguono è per loro volontà. E se smettono è lo stesso. Nessuno mi impone cosa fare, perché io non l’ho mai imposto a nessun altro”. Così Kabir fu allevato da Ramananda. Alcune persone pensano che dovesse essere indù – a causa di Ramananda – e altre pensano dovesse essere musulmano, a causa del suo nome.

Ora, dato che era considerato la persona più saggia dei suoi tempi, alcuni volevano invitarlo a questo sacro concilio di indù. Lui era solo un tessitore, non un bramino e così ci fu una grande opposizione. Ma siccome in questo concilio nessuno voleva divisioni, giunsero finalmente alla decisione di invitarlo.

Ma quando andarono da Kabir a portargli l’invito, lui pose una condizione: “Dovete invitare anche Meera, che è mia ospite. Potete anche lasciarmi fuori, e al posto mio invitate Meera”.

Ma questo era ancora più problematico: Meera era una donna. Una donna non era mai stata invitata al più alto concilio induista. Una donna non è considerata pura, di base è impura e, a meno che attraverso una disciplina ferrea non riesca a reincarnarsi come uomo, non le è possibile raggiungere il paradiso. Per una donna non c’è una via diretta verso il paradiso, prima deve incarnarsi come uomo. Kabir stava in questo modo ponendo una condizione ancora più difficile.

Gli dissero: “Persino invitare te è stato molto difficile, e adesso vuoi provocarci problemi ancora più grandi?”.

Lui rispose: “Non ritorno mai su ciò che dico. Se non rispettate Meera, vuol dire che non capite proprio nulla, e io non voglio mischiarmi con degli incompetenti”.

I suoi seguaci gli dissero: “È una grande occasione. Nessun tessitore – i tessitori sono la più bassa delle caste indù – è mai stato accettato dai bramini come un saggio. Non perdere questa opportunità”.

“Se sono saggio o meno, lo decido io” rispose Kabir. “Non dipende dall’essere accettato da qualcun altro. Ho fatto questa richiesta perché per secoli gli indù hanno trattato le donne in una maniera così orribile che ora è il momento di cambiare le cose.”

Grazie all’insistenza di Kabir, Meera fu la sola donna – per la prima volta – a entrare in questo concilio di saggi indù. Ne risultò una situazione piuttosto imbarazzante: c’era un musulmano e c’era una donna. L’intera ideologia induista sulla purezza e superiorità venne distrutta.

Kabir continuò a fare il tessitore per tutta la vita. Persino dei re diventarono suoi discepoli, e gli dissero: “Ci vergogniamo che tu, anche ora che sei vecchio, continui a tessere e ad andare poi al mercato a vendere le stoffe. Non ce n’è bisogno, possiamo fornirti noi tutto ciò che vuoi”.

Kabir rispose: “Non è questo il problema. Io voglio che l’umanità si ricordi in futuro che un tessitore può essere illuminato, e che persino da illuminato continua a tessere. Questo mestiere ordinario di tessitore non lo distrae dall’illuminazione, al contrario, il suo tessere diventa la sua preghiera. Qualunque cosa faccia è la sua preghiera, qualunque cosa faccia è la sua meditazione. In qualunque cosa faccia esprime la sua gratitudine all’esistenza. Non è di peso su questa terra, fa quello che può fare. Non posso essere una scultore, non posso essere un grande pittore ma posso di sicuro affermare che nessun altro riesce a tessere come faccio io. In ogni attimo del mio lavoro sono pieno di gratitudine, è una preghiera. E la stoffa che faccio non è solo da vendere, è per servire dio, per servire l’esistenza nella miglior maniera possibile”.

Il termine indù per dio è Ram. E Kabir era solito chiamare ogni cliente che entrava nel suo negozio con lo stesso nome, Ram. “Ram” diceva “ho il tessuto per te. Questa non è una stoffa qualsiasi, abbine cura. Qui ogni fibra sta vibrando con la mia gratitudine, col mio amore, la mia compassione, la mia preghiera. Trattala con rispetto.”

E qualche volta succedeva… era tardi, il mercato stava per chiudere, e lui ancora aspettava. Gli chiedevano allora: “Ma chi stai aspettando? Il mercato sta per chiudere”.

E lui rispondeva: “Sto aspettando Ram, che ancora non è arrivato, ho pronta questa stoffa che ho fatto per lui”. Qualcuno gli aveva fatto un’ordinazione, ma quel giorno il cliente forse non aveva il tempo di andare a ritirarla, o magari pensava di andarci al prossimo giorno di mercato. Ma Kabir aspettava. E allora la gente informava il cliente: “Cosa stai facendo? È ormai tardi e Kabir è rimasto da solo al mercato, ti aspetta, dice che non può credere che Ram si sia dimenticato, o abbia cambiato idea dopo aver dato la sua parola. Dice che aspetterà, a costo di star lì per sette giorni – in India c’è un giorno di mercato alla settimana, tutte le settimane – dice che aspetterà per sette giorni: magari il cliente ha dei problemi, magari è malato, ma Kabir non può muoversi dal mercato, perché se Ram arriva e non lo trova sarebbe pura ingratitudine da parte sua”.

Ora Gautama Buddha viveva in una maniera totalmente diversa, Meera viveva in maniera del tutto diversa. Meera girava tutto il paese, danzando, e così raggiunse Mathura, dove c’è il più grande tempio di Krishna. E il prete del tempio era un fanatico riguardo alle donne. […]

In quel tempio di Krishna non era permesso l’ingresso alle donne, potevano solo pregare all’esterno. Il prete non aveva visto una donna da trent’anni – lui non usciva mai dal tempio e le donne non potevano entrare. Quando seppe di Meera si preoccupò perché di sicuro lei sarebbe arrivata al più grande tempio di Krishna. Mise due guardie all’ingresso: “Se arriva qui Meera a danzare, tenetela fuori.”

Ma quando Meera arrivò ballando, le guardie si scordarono completamente del loro compito, del motivo per il quale stavano lì. La danza era così meravigliosa e Meera stessa era così splendida, radiosa; senza che nessuno lo notasse entrò danzando nel tempio. Il prete era nel bel mezzo delle sue pratiche religiose. Il piatto che teneva in mano, un piatto d’oro pieno di rose… nel veder Meera che entrava nel tempio ballando, il piatto gli cadde dalle mani. Era davvero arrabbiato e disse a Meera: “È contro le regole di questo tempio – nessuna donna può entrare qui!”.

E la risposta di Meera vi sorprenderà, una risposta che si distingue per la sua fragranza particolare, per la sua vitalità in tutta la storia del misticismo. Disse: “Mio dio. Pensavo che solo Krishna qui fosse l’uomo, e chiunque altro di fronte a lui fosse una donna, un’innamorata di Krishna. Oggi ho scoperto due uomini: anche tu sei un uomo!” E la maniera con la quale parlò al prete, lo fece tremare: forse aveva ragione lei. Per il devoto ci sono solo due maniere di considerare dio. Dio può essere visto, nella tradizione Sufi, come una donna – dio è l’amata e il mistico è l’amante – oppure può essere visto, per i mistici indiani, come un uomo e loro sono donne. Lui è l’amante e loro sono le amate.

Meera disse: “Questa situazione deve essere chiarita qui e ora: o dichiari di essere un uomo o devi riconoscere che anche tu sei una donna”.

Il povero prete dovette cedere alla caparbietà di Meera e ammettere: “Anch’io sono una donna”.

Meera disse: “D’ora in poi questa regola è cambiata. Solo le donne possono entrare in questo tempio. Quelli che si ritengono maschi non posso entrare”.

Se consideri le vite di questi mistici non troverai nessuna somiglianza. Troverai solo una profonda unicità. Qualche volta sono così comuni che non riesci neanche a riconoscerli. Qualche volta sono così radiosi che persino i ciechi si accorgono della luce che emanano. Ma non c’è una regola generale, non ci sono caratteristiche fisse. Non devi soddisfare un qualche modello ideale.

Il mio metodo consiste nel liberarti da tutti questi ideali, nel liberarti dall’idea stessa che l’illuminazione è qualcosa che ti succederà in un futuro. Il futuro non esiste. In realtà l’idea che tutto questo succederà in un futuro serve solo a evitare quel rispetto di te stesso che puoi avere solo nel presente.

Ci sono stati degli insegnanti – non erano maestri, erano inconsapevoli proprio come voi. Non erano consapevoli della loro illuminazione. Insegnavano la moralità, la disciplina, i metodi, come diventare illuminati. Ma riuscite a capire la logica interna? Se puoi diventare illuminato, esiste allora la possibilità di diventare non-illuminato di nuovo. Se ci sono metodi per diventare illuminato, devono esistere metodi per farti diventare non-illuminato. È semplice: se puoi ammalarti, puoi ritornare sano, e puoi anche ammalarti di nuovo.

L’illuminazione non è qualcosa che devi ottenere, perché ciò che ottieni può esserti rubato. Ciò che ottieni può essere perso.

Io ti dico che tu sei l’illuminazione stessa.

Non voglio che tu raggiunga l’illuminazione, voglio che tu la viva. Da questo momento, qualunque cosa tu faccia, falla da illuminato.

Amo particolarmente una frase di Alan Watts – una delle persone più importanti dell’Occidente – beveva molto, ma è stato lui a far conoscere in Occidente le parti più essenziali dello Zen e dell’illuminazione: non ne ha scritto da studioso, ma da maestro. Poco prima che morisse, e continuava a bere, un discepolo gli chiese: “Hai mai pensato… se Buddha ti avesse visto bere alcool, cosa credi avrebbe pensato di te?”.

Alan Watts rispose: “Non c’è nessun problema: io bevo sempre in maniera illuminata”.

L’importante non è cosa fai, l’importante è come lo fai. Certo, io accetto questa dichiarazione di Alan Watts. È possibile per un uomo bere alcool in maniera illuminata. Non bisognerebbe porre limiti all’illuminazione. Non dovrebbe aver alcuna ricetta, alcuno schema particolare da seguire.

L’illuminazione dovrebbe essere un’esperienza individuale – la più individuale delle esperienze, non comparabile con quella di nessun altro, unica. Una volta che lo comprendi, tutte le nubi oscure che ti circondano iniziano a sparire.

Veet Vigyanam, continuerò a ripeterlo in continuazione, fino a quando non ti entrerà nella testa: tu sei illuminato. E non devi far nulla di particolare al riguardo, devi semplicemente essere quello che sei, completamente rilassato, in pace con l’esistenza. Nessun posto dove andare, nessun risultato da raggiungere, nessuna meta. Il porsi delle mete è ciò che rende infelici. Cancella ogni meta e comincerai a danzare di gioia in questo esatto momento – ci metti così tanta energia nel tentare di raggiungere le tue mete. Te ne vai lontano nella tua immaginazione, e non ti rimane tempo, non ti rimane spazio, non ti rimane energia per essere qui. Se riesci a raccogliere tutta la tua energia proprio in questo attimo, questa semplice accumulazione di energia diventerà una danza di gioia nel tuo cuore. È quella danza a trasformare tutto, non i tuoi sforzi.

 

Un polacco entra in un’agenzia di viaggi per prenotare una crociera alle Hawaii in offerta speciale. L’impiegato gli dice di entrare in una stanza sul retro per compilare tutte le carte necessarie. Appena entra qualcuno gli

dà una botta in testa e gli vuota le tasche.

Qualche ora dopo entra nella stessa agenzia un italiano, sempre per la stessa crociera alle Hawaii. Anche lui viene indirizzato nella solita stanza, colpito in testa e derubato di ogni bene.

Quando si svegliano i due si ritrovano nel bel mezzo dell’oceano su una minuscola zattera.

L’italiano guarda il polacco e gli dice: “Chissà se riusciremo a tornare in aereo?”.

“Non credo,” risponde il polacco “l’anno scorso non era compreso nel prezzo.”

 

Padre Mario è scelto per andare a far lavoro di missione in una remota zona artica. Dopo qualche mese arriva in visita il vescovo.

“Come ti trovi qui,” gli domanda “tra il giaccio e gli orsi polari?”

“Benissimo” risponde il padre “gli eschimesi sono gente molto ospitale.”

“E il clima?” si informa il vescovo.

“Con la mia grappa e il mio rosario,” risponde l’altro “del freddo non me ne accorgo proprio!”

“Ottimo” dice il vescovo. “A proposito di grappa, un goccio farebbe piacere anche a me.”

“Buona idea” dice padre Mario. “Rosario, portaci la grappa!”

 

Hymie torna a casa un po’ brillo. Entra in camera da letto e dice alla moglie: “Becky, comincia a brontolare, che sennò stasera il letto non riesco proprio a trovarlo!”

 

Godi della tua vita.

È perfetta così com’è.

Il perfezionismo crea solo nevrosi, patologia e disturbi mentali. Io ti insegno a essere comune, semplice. Ti insegno ciò che è naturale. Ti dico che sei già dove stavi tentando di andare: sei proprio a casa. Non sprecare tempo a correre di qua e di là.

Ma ti hanno continuato a ripetere che devi diventare qualcosa d’altro, qualcuno – ecco perché ogni religione è contro di me, tutti i moralisti mi sono contrari. Posso capirli, se io ho ragione allora tutte le tradizioni e tutti gli insegnamenti che hanno spinto l’umanità verso qualche meta lontana sono del tutto criminali. Perché hanno privato le persone della possibilità di vivere, della possibilità di amare, di cantare, di ballare. Della possibilità stessa, in ultima analisi, di riconoscere il divino nel qui e ora. Se non riesci a sentire il divino nella vita di tutti i giorni, non sei una persona intelligente. Se non riesci a permeare anche le tue piccole cose con l’espressione della tua gratitudine, gioia, consapevolezza… allora sei destinato a rimanere miserabile – non solo in questa vita ma anche forse per molte altre.

Non vedo per te grosse possibilità di trovare un altro uomo come me. Incontrerai degli insegnanti di religione, dei missionari… di quelli ne troverai a centinaia. Ma io rispetto assolutamente la tua ordinarietà.

La mia riverenza per le cose di questo mondo è assoluta: non voglio migliorarlo. Per secoli la gente lo ha reso migliore, e migliore, e migliore… e non è migliorato un bel niente. Dammi una possibilità, una sola. Smettila di tentare di diventare migliore.

E ti stupirai nel vedere come tutta l’energia che utilizzavi per migliorarti, diventi la tua danza, la tua celebrazione.

 

tratto da: Om Mani Padme Hum

      (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

 

- PARTE QUARTA -

L’ESPLOSIONE FINALE

Finalmente, alle due del mattino del 21 marzo 1953, all’età di ventun anni, un’esplosione di consapevolezza travolse il giovane Mohan. E l’essere che alla fine si rialzò, dopo esser stato seduto sotto un albero di maulshree, nel giardino di Bhanvortal, nei pressi di Jabalpur, poté affermare:

“In quell’esplosione il vecchio uomo di ieri morì. Questo nuovo uomo è assolutamente nuovo. L’uomo che camminava sul sentiero è morto e non esiste più. Ora non sto più a pensare. Se qualcuno mi pone domande – come fate voi – parlo, non ci penso su, parlo direttamente”.

Nelle parole di Osho che seguono, la descrizione dettagliata dell’evento che cambiò per sempre la sua vita.

 

 

“Mi torna in mente quel giorno fatale, il ventun marzo 1953. Per molte vite avevo lavorato di continuo, lavorato su me stesso, lottato, fatto tutto il possibile, ma non accadeva nulla.

Ora capisco perché non accadeva nulla. Lo sforzo in sé era l’ostacolo, lo strumento in sé era l’impedimento, la spinta stessa a ricercare era la barriera. Non che si possa giungere al compimento senza cercare. La ricerca è necessaria, ma c’è un punto in cui la ricerca deve essere abbandonata. Per attraversare il fiume ci vuole la barca, ma arriva il momento in cui bisogna scendere dalla barca, dimenticarla e lasciarsela dietro.

Lo sforzo è necessario, senza lo sforzo nulla è possibile. Ma anche con il solo sforzo, nulla è possibile.

Poco prima del ventun marzo 1953, sette giorni prima, smisi di lavorare su me stesso. Giunge un momento in cui vedi la totale futilità dello sforzo. Hai fatto tutto quello che potevi fare e non è successo nulla. Hai fatto tutto ciò che è umanamente possibile. Cos’altro puoi fare? In totale rassegnazione abbandoni la ricerca.

E il giorno in cui abbandonai la ricerca, il giorno in cui non stavo più cercando nulla, il giorno in cui non mi aspettavo che accadesse qualcosa, cominciò ad accadere. Dal nulla scaturì una nuova energia. Non arrivava da una fonte particolare. Arrivava dal nulla e dal tutto. Era negli alberi e nelle rocce, nel cielo, nel sole e nell’aria: era dappertutto. Avevo cercato così tenacemente, e pensavo che fosse chissà dove. Invece era lì, vicinissima.

Solo perché stavo cercando ero diventato incapace di vedere ciò che mi era accanto. La ricerca mira sempre a qualcosa di lontano, la ricerca mira a qualcosa di distante: e non c’era distanza alcuna.

Continuando a guardare lontano avevo perso la capacità di guardare da vicino. I miei occhi erano puntati laggiù, all’orizzonte, e avevo perso la capacità di guardare ciò che era vicino, che mi era accanto.

Il giorno in cui arrestai ogni sforzo, anch’io mi arrestai. Perché non si può esistere in assenza di sforzo, non si può esistere senza desiderio, non si può esistere senza lotta.

Il fenomeno dell’ego, del sé, non è un oggetto, è un processo. Non è una sostanza presente dentro di te; lo devi creare in continuazione. è simile all’andare in bicicletta, se pedali continua ad andare, se non pedali, si ferma. Magari prosegue un po’ per forza d’inerzia, ma nel momento in cui smetti di pedalare, anche la bicicletta comincia a fermarsi. Non ha più energia, non ha più potenza per proseguire. Si fermerà e cadrà.

L’ego esiste perché noi continuiamo a pedalare con il desiderio, perché continuiamo a lottare per qualcosa, perché vogliamo superare noi stessi. Il fenomeno dell’ego è solo questo: cerchi di andare al di là di te, di saltare nel futuro, di saltare nel domani. Il salto in ciò che non è esistenziale crea l’ego. E poiché nasce dal non-esistenziale, è simile a un miraggio; è fatto solo di desiderio, è fatto solo di avidità. L’ego non è nel presente, è nel futuro. Se tu sei nel futuro, l’ego ti sembra molto concreto. Se sei nel presente, l’ego è un miraggio, e comincia a svanire.

Il giorno in cui smisi di cercare… e non è esatto dire che smisi di cercare, sarebbe meglio dire il giorno in cui la ricerca cessò. Lasciamelo ripetere, il modo migliore per dirlo è: il giorno in cui la ricerca cessò. Perché se sono io a fermarla, allora io ci sono ancora. Anche il cessare diventa un mio sforzo, anche il cessare diventa un mio desiderio, il desiderio permane, in maniera più sottile.

Il desiderio non può essere fermato, ma solo compreso. E la comprensione lo farà cessare. Ricorda, nessuno può smettere di desiderare, e la realtà accade solo quando il desiderio svanisce.

Per cui il problema è: che fare? Il desiderio esiste e i buddha continuano a dire che con il prossimo respiro puoi arrestare il desiderio. Che fare? In questo modo si crea un gran dilemma. I desideri ci sono, questo è certo. E tu dici di fermarli, e va bene. Ma poi dici anche che non è possibile fermarli. Cosa si può fare allora?

Il desiderio deve essere compreso. Lo puoi comprendere, ne puoi vedere la futilità. Hai bisogno di una percezione diretta, di una penetrazione immediata. Esamina il desiderio, cerca di vedere cos’è, e ne coglierai la natura illusoria, vedrai che non è esistenziale. Allora il desiderio cade e con lui anche dentro di te cade qualcosa.

Desiderio ed ego cooperano tra loro, lavorano insieme. L’ego non può esistere senza il desiderio, il desiderio non può esistere senza l’ego. Il desiderio è ego proiettato, l’ego è desiderio introiettato. Vanno insieme, sono due aspetti dello stesso fenomeno.

Il giorno in cui il desiderio si arrestò sentii svanire ogni speranza. Non c’erano speranze, perché non c’era futuro. Non c’erano speranze, perché tutte le speranze si erano rivelate futili, non portano da nessuna parte. Ti conducono in un circolo vizioso. Ti ronzano continuamente attorno, creando miraggi sempre nuovi, continuano a chiamarti: “Vieni, vieni, la meta è vicina”. Ma per quanto veloce puoi correre, non la raggiungi mai…

Per sette giorni vissi in uno stato di rassegnazione e disperazione complete, ma simultaneamente qualcosa stava sorgendo. Quando dico disperato non intendo ciò che voi intendete. Voglio solo dire che in me non c’era alcuna speranza. La speranza era assente. Non voglio dire che ero triste e scoraggiato. Anzi, ero felice. Ero molto tranquillo, calmo, padrone di me e centrato. Disperato, ma in un modo totalmente diverso. Non essendoci più speranza, come poteva esserci disperazione? Erano svanite entrambe…

Quei sette giorni furono giorni di incredibile trasformazione, di trasformazione totale.

Durante l’ultimo giorno la presenza di un’energia totalmente nuova, di una luce nuova, di una gioia nuova divenne così intensa che era quasi insopportabile: mi sentivo esplodere, mi sembrava di impazzire di beatitudine.

Era impossibile capire cosa stava accadendo. Era un mondo privo di senso, difficile da comprendere, difficile da spiegare. Tutti i testi sacri mi apparivano privi di vita e tutte le parole usate per descrivere questa esperienza apparivano molto pallide, anemiche. Invece era tutto così vivo. Era un’onda gigantesca di beatitudine.

Fu una giornata molto strana, confusa, era un’esperienza sconvolgente. Il passato svaniva, come se non mi fosse mai appartenuto, come se lo avessi letto da qualche parte, come se lo avessi sognato, come se si trattasse della storia di un altro, che avevo sentito raccontare da qualcuno. Stavo liberandomi dal passato, stavo sradicandomi dalla mia storia, stavo perdendo la mia autobiografia. Stavo diventando non-essere, quello che Buddha chiama anatta. I confini svanivano, le distinzioni svanivano.

La mente stava svanendo; si era allontanata di milioni di chilometri. Era difficile afferrarla; si stava allontanando sempre più velocemente, e non c’era alcun bisogno di tenerla vicina. Tutto mi era indifferente. Andava tutto bene. Non sentivo alcun bisogno di mantenere la continuità con il passato.

Verso sera mi divenne difficile sopportarlo: faceva male, era doloroso. Ero come una donna in travaglio: nel momento in cui sta per nascere il bambino, e la donna ha le doglie, soffre moltissimo.

Di solito andavo a letto verso mezzanotte o l’una, ma quel giorno mi era impossibile rimanere sveglio. I miei occhi si chiudevano, era duro tenerli aperti. C’era un senso di imminenza, qualcosa stava per accadere. Era difficile dire che cosa, forse la morte, ma non c’era paura alcuna. Ero pronto. Quei sette giorni erano stati così belli che ero pronto a morire, non avevo più bisogno di nulla. Erano stati così colmi di beatitudine, mi sentivo così appagato, che se fosse giunta la morte, l’avrei accolta a braccia aperte.

Di certo qualcosa stava per accadere, qualcosa di simile alla morte, un evento drastico, che sarebbe stato una morte o una rinascita, una crocifissione o una resurrezione – comunque qualcosa di immensamente prezioso era lì, dietro l’angolo. E non riuscivo a tenere gli occhi aperti. Ero come drogato. Verso le otto andai a dormire. Ma non era proprio sonno. Ora capisco perché Patanjali dice che il sonno e il samadhi sono simili. Con una sola differenza: nel samadhi sei completamente sveglio e addormentato allo stesso tempo. Sveglio e addormentato, il corpo è completamente rilassato, ogni cellula del corpo è totalmente rilassata, tutte le funzioni del corpo sono rilassate, ma la fiamma della consapevolezza continua ad ardere dentro di te… viva, senza creare alcun fumo. Sei all’erta eppure rilassato, privo di tensione, ma completamente sveglio. Il corpo si trova nello stato di sonno più profondo possibile e la tua consapevolezza è al culmine.

La vetta della consapevolezza e la valle del corpo si incontrano.

Andai a dormire. Era un sonno strano. Il corpo dormiva e io ero sveglio. Era molto strano, mi sentivo tirare in due direzioni, due dimensioni come se fossi entrambe le polarità… positivo e negativo si incontravano, sonno e consapevolezza si incontravano, morte e vita si incontravano. Quello è il momento in cui puoi dire: «il creatore e la creazione si incontrano.»

È sconvolgente. Per la prima volta qualcosa ti penetra fino alle radici, ti scuote dalle fondamenta. Dopo quell’esperienza non potrai più essere lo stesso; nella tua vita sorge una nuova visione, una nuova qualità.

Verso mezzanotte i miei occhi si spalancarono d’improvviso, non ero io ad aprirli. Il sonno era stato spezzato da qualcos’altro. Avvertii una presenza straordinaria nella stanza. Era una stanza molto piccola. Attorno a me sentivo una vita che pulsava, una grande vibrazione, una specie di uragano, di tempesta di luce, gioia, estasi. E io vi stavo annegando.

Era così straordinariamente reale che tutto divenne irreale. Le mura della stanza divennero irreali, la casa divenne irreale, il mio corpo divenne irreale. Tutto era irreale perché ora, per la prima volta, la realtà era presente. […] Avvertii un profondo bisogno di precipitarmi fuori dalla stanza, di andare all’aperto, mi sentivo soffocare. Era troppo! Mi avrebbe ucciso! Se fossi rimasto lì ancora un momento, mi avrebbe soffocato: questo sentivo.

Mi precipitai fuori dalla stanza, e uscii per strada. Sentivo un profondo bisogno di starmene lì sotto le stelle, con gli alberi, con la terra… con la natura. Immediatamente, appena fuori, il senso di soffocamento svanì. Era un posto troppo piccolo per un fenomeno così vasto. Persino il cielo è troppo piccolo per un fenomeno così vasto. Più vasto del cielo. Persino il cielo non lo può contenere. Ma fuori mi sentii meglio.

Mi incamminai verso il parco più vicino. E camminavo in modo totalmente nuovo, come se non ci fosse la forza di gravità. Camminavo, o correvo forse, oppure volavo: mi era difficile decidere. Non c’era forza di gravità, mi sentivo privo di peso, come trasportato da una qualche energia. Ero nelle mani di un’altra energia.

Per la prima volta non ero solo, per la prima volta non ero più un individuo, per la prima volta la goccia si era mossa ed era caduta nell’oceano. L’intero oceano era mio, io ero l’oceano. Non c’erano limiti. In me sorse una forza incredibile, potevo fare qualunque cosa, io non c’ero, c’era solo questa forza.

Raggiunsi il parco in cui mi recavo ogni giorno. Il parco era chiuso, chiuso per la notte. Era troppo tardi, era l’una di notte circa. I guardiani erano profondamente addormentati. Dovetti entrare nel parco come un ladro, scavalcando i cancelli. Ma qualcosa mi attirava nel parco. Non potevo assolutamente fermarmi. Fluttuavo, semplicemente… Nel momento in cui entrai nel parco tutto divenne luce, era dappertutto: beatitudine, estasi. Per la prima volta potevo vedere gli alberi: il verde, la vita, la linfa che scorreva. Il parco era addormentato, gli alberi erano addormentati. Ma io lo vedevo pieno di vita, perfino i fili d’erba erano bellissimi.

Mi guardai attorno. Un albero era straordinariamente luminoso il maulshree. Mi attirava, mi risucchiava verso di sé. Non l’avevo scelto io; dio stesso l’aveva scelto. Mi avvicinai all’albero e mi sedetti. Nel momento in cui mi sedetti, le cose cominciarono ad acquietarsi. L’intero universo era pura benedizione.

Mi è difficile dire per quanto rimasi in quello stato. Quando tornai a casa erano le quattro del mattino, per cui devo essere rimasto là per almeno tre ore, ma mi sembrò un tempo infinito. Non aveva nulla a che fare con il tempo dell’orologio. Era al di là del tempo.

Quelle tre ore divennero l’intera eternità, eternità senza fine. Il tempo non esisteva, il tempo non passava, era la realtà pura: vergine, intoccabile, incommensurabile.

E quel giorno accadde qualcosa che è continuato – non come una continuità – ma qualcosa che è rimasto presente come una corrente sotterranea. Non una permanenza: accade di nuovo ogni momento. Ogni momento è un nuovo miracolo.

Non seppi cosa mi era accaduto finché non accadde, e anche allora non capii che si trattava di un evento religioso. Come potevo? Il riconoscimento e la comprensione avvengono sempre come conseguenza di ciò che si conosce. Ciò che sentii fu che tutto quanto era esistito fino a quel momento non esisteva più, e ciò che accadeva ora non era mai esistito in passato.

Ci volle tempo perché mi ci abituassi. Mi adattavo solo chiedendomi: «Chi sei e cosa sei?». E di nuovo questo assestamento era strano perché dipendeva solo da me. Non mi era venuto nulla dall’esterno, che potessi riconoscere. Al contrario, qualcosa di me era caduto. E ciò che era rimasto era ignoto, e mi ci dovevo abituare. Ma neppure ora questa familiarità è completa, perché ogni giorno assume nuove fattezze. Nel momento in cui la si comprende, acquista ulteriori novità. Questo è il viaggio infinito della conoscenza del sé. È senza fine, senza principio… è infinito.

La religiosità non è una conclusione ma una vetta. Assomiglia al fluire di un fiume: ogni giorno lo scenario sulle due sponde cambia, e si vede una nuova luna, stelle nuove. Tutto ciò che sapevamo ieri, oggi è svanito. In questa esperienza suprema non si può mai dire: ‘Sono arrivato. Mi sono realizzato. Ho conosciuto tutto ciò che poteva essere conosciuto.’

Se qualcuno parla in questi termini, non si è affatto realizzato. Si può solo entrare in questa esperienza. E non si raggiunge mai una fine, perché è senza fine. Se qualcuno entra nel mare, può solo dire di esserci entrato, e che la costa sta scomparendo, ma non potrà mai dire di aver incontrato il mare perché non troverà mai un’altra sponda, e ovunque, tutt’intorno, vede solo il mare.

Per questo una persona religiosa non potrà mai scrivere la notizia della propria realizzazione. Può solo dire che il passato non è più presente e ciò che accade ora cambia continuamente, ogni giorno. Per cui è nuovo e continua a rinnovarsi. Non si potrà mai dire che assomiglia a ciò che accadeva ieri. L’esperienza religiosa è una vita sconfinata, che a ogni istante rinnova se stessa e non si ossida mai. E non si può fare alcuno sforzo per conseguirla, né la si consegue mai in pienezza”.

 

(tratto da: The Discipline of Transcendence).

 

L’intera esperienza non ebbe nessuna eco esteriore, e Rajneesh – ormai famoso per la sua eccentricità – continuò gli studi fino alla laurea in filosofia, conseguita nel 1957, per poi intraprendere la carriera universitaria che lo portò dal Raipur Sanskrit College all’University di Jabalpur nel 1960, come professore di filosofia.

 

“In molti mi hanno chiesto come mai, se mi sono illuminato nel 1953, non ho detto nulla a nessuno. Per vent’anni sono stato zitto, ne parlavo solo se qualcuno sollevava un sospetto sincero: «Sento che ti è successo qualcosa. Non so cosa, ma una cosa è certa: qualcosa ti è successo, e tu non sei più una persona simile a me, e lo tieni nascosto».

In vent’anni non più di dieci persone me l’hanno chiesto, e anche in questo caso cercavo di eluderle il più possibile, finché non sentivo che la loro richiesta era sincera. E ne parlavo solo dopo che mi promettevano di mantenere il segreto. Tutti hanno rispettato questa promessa. Ora sono tutti sannyasin... dicevo loro: «Aspettate, aspettate il momento giusto, allora lo dichiarerò».

Ho imparato molto dai buddha del passato. Se Gesù fosse stato più tranquillo nell’affermare di essere il figlio di dio avrebbe donato all’umanità un contributo di gran lunga migliore.”

 

(tratto da: Rajneesh Foundation Press Office Information Files).

      (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

 

Y2K : LA PAURA CORRE SUI CHIP

di Sheela

Una sannyasin americana riflette sull’apocalisse imminente

 

 

Prima di tutto vorrei dire che è stato difficile scrivere questo articolo. Non perché non sia in grado di dire milioni di parole al minuto, né perché non riesca a metterle per iscritto, piuttosto perché scrivere di Y2K, del Millennium bug, significa individuare la giusta prospettiva in cui inquadrarlo.

Per molti anni ho vissuto senza paure. Quando mi sono trovata in situazioni di estremo pericolo ho sempre pensato quanto fosse strano non avvertire alcuna paura – ero semplicemente stupefatta da ciò che stava accadendo.

Una volta, per esempio, in una calda notte d’agosto stavo correndo in moto lungo una tortuosa strada di montagna. Un’improvvisa curva a 90 gradi mi colse impreparata… tutto accadde così in fretta che non lasciai neppure andare l’acceleratore. Volai fuori strada, sopra le cime degli alberi. E tutto mi apparve sorprendente. Ero ancora per aria quando svenni. Al mio risveglio mi ritrovai in un dirupo, con una gamba ridotta male, ma pienamente cosciente.

Mi sentivo molto calma. Cercai di muovermi, ma scoprii che non potevo camminare, quindi cominciai a lanciare un S.O.S. con il clacson della moto. Dopo un po’, decisi di mettermi a gridare «Aiuto!» e… evviva! Arrivarono i soccorsi. Ma non avevo avuto paura, ricordo solo un senso di sorpresa, una grande calma e, naturalmente, la gratitudine verso i miei soccorritori.

Un’altra volta, otto anni fa, vissi il più lungo terremoto della mia vita – ed essendo nata nella California meridionale ne ho vissuti un bel po’. La scossa cominciò la mattina presto; immediatamente saltai fuori dal letto e mi tirai dietro il mio ragazzo mezzo addormentato. Ci precipitammo verso l’uscita, insieme a un amico che viveva in un’altra stanza, cercando nel frattempo di indossare i vestiti che avevamo afferrato in tutta fretta.

Una volta fuori ci abbracciammo stretti, appoggiandoci al vano della porta, come viene consigliato nei manuali di sopravvivenza. Era come se la nostra casa fosse improvvisamente diventata una nave attraccata al porto spazzata da potenti ondate. Tutto era in movimento, la nostra casa, le altre case, le colline.

Improvvisi lampi di luce azzurra illuminavano le colline, e la mia mente non riusciva a capire cosa fossero. Il nostro amico si mise a gridare: “Dio, ti prego, fallo smettere!”. Ma io non avevo paura. La potenza delle natura mi lasciava in uno stato di stupefazione.

Quel terremoto venne poi soprannominato «il gigante gentile», perché sebbene avesse raggiunto il sesto grado della scala Richter non provocò grandi danni, a causa di un movimento rotatorio sotterraneo estremamente morbido. Ancora una volta, ci era andata bene.

Dopo, per qualche giorno, mi ritrovai a guardare le persone con occhi nuovi, meravigliata dall’estrema fragilità della vita umana, ma questa sensazione svanì in fretta. Dimentichiamo tutto così facilmente! Ne parliamo per un giorno o due, e poi torniamo al nostro solito «tran-tran», in quel tranquillo stato mentale in cui la vita sembra sicura e normale. La nostra idea di preparare un «kit di sopravvivenza» venne accantonata in favore di abiti nuovi e un viaggio. E poi, come ho già detto, io non avevo alcuna paura.

Anche l’incontro con Osho, e la mia vita con lui, hanno a che fare con la mia assenza di paura.

Lasciai la California per l’India alla fine del 1977 e rimasi a Pune per quattro anni. Imparai che quando ti innamori di Osho e della meditazione, in qualche modo magico e sorprendente ti innamori anche di un nuovo modo di vivere: delle persone attorno a lui, dei bellissimi giardini della Comune, degli odori dell’India, e soprattutto del buffo modo in cui tutto sembra funzionare, anche se non come avresti pianificato tu.

A Pune era facile essere spontanei, rispondere a ciò che accadeva nel momento, vivere nel presente, qui e ora. La vita era semplice, piena di danze, risate e intenso lavoro. Ho sempre avuto la sensazione che tutto ciò che accadeva era semplicemente perfetto e imparai a vedere che il momento presente è tutto quello che c’è. E basta a se stesso. Lo stesso vale per la mia esperienza nella Comune in Oregon, dove vissi per altri quattro anni dopo «Pune Uno».

Quando alla fine tornai in California, la trovai in qualche modo più bella. Tutto aveva più vita e colore. è buffo come cambiano i posti, dopo che tu sei cambiato.

Oggi vivo vicino a San Diego, un’area piacevole e un po’ funky. Non è una vita dura. Il lavoro mi lascia molto tempo libero da dedicare alle cose che amo: lunghe passeggiate sulla spiaggia, pattinate e serate con gli amici.

Mi piace vivere qui perché il posto è bellissimo e mi concedo davvero il tempo di goderne – o almeno l’ho fatto finché non ho cominciato a preoccuparmi di Y2K. Sì, il Millennium bug mi ha messo in uno stato di agitazione che ho conosciuto solo da bambina. E il buffo è che non so neppure come ha fatto a insinuarsi in me.

La prima a parlarmene è stata mia madre che, povera cara, è costantemente aggiornata su tutti gli eventi drammatici forieri della fine del mondo: complotti segreti all’interno del governo, previsioni di nuovi e devastanti terremoti, profezie di veggenti e affini, e disastri finanziari dovuti al crollo della borsa. Nominate una disgrazia e lei ha sicuramente sentito che sta per arrivare.

È stata lei a passarmi una serie di articoli su Y2K. Potete immaginarvi quanto credito le ho dato… “Su, mamma. Almeno questo risparmiamelo!”

Però ho letto gli articoli, giusto per dimostrarle che erano stronzate. Il tono era davvero estremo e preoccupante. Lo stile, quello di un filmato televisivo, pieno di riferimenti ad agenzie statali, siti web governativi ed esperti del settore. Non capivo bene il legame tra banche, merci, carburanti ed elettricità, ma in mezzo a quel mucchio di congetture su un caos mondiale forse c’era qualcosa di vero.

E così cominciai a porre domande ad «autorità» riconosciute nel mondo dei computer e, guarda caso, un collega di Angelo, il mio ragazzo, mi chiese di rivedere il suo libro su Y2K. John è un consulente di manager, sposato con figli, e si occupa di sistemi. Il suo lavoro consiste nel valutare il quadro generale di un’azienda e vedere in che modo ogni singola parte si integra con le altre, e come il sistema funziona nel suo insieme.

Mi ci vollero tre giorni per correggere il manoscritto e alla fine avevo un mucchio di cose da dire. John era piuttosto negativo riguardo a tutta la faccenda e me lo comunicava con quel suo modo sicuro, con un pizzico di spiritualità, e un contorno di citazioni autorevoli a sostegno del suo punto di vista. Per farvi capire quanto fosse negativo, sappiate che i suoi amici avevano cominciato a chiamarlo “Doomsday Johnny” [doomsday: fine del mondo n.d.t.].

A dispetto della mia critica dura e precisa sul tono del suo scritto, per la quale, con mia sorpresa, John mi fu grato, il libro mi ha fornito un’ottima comprensione di base del problema Y2K.

Come probabilmente sapete, gran parte delle nostre vite dipende da piccoli computer che controllano ogni cosa, e dei quali spesso ignoriamo il funzionamento.

Per esempio, il mio atteggiamento era: okay, potrebbe mancare l’elettricità, ma l’acqua corrente non dovrebbe mancare.

Due amici, bei ragazzi con tanto di cervello, mi hanno spiegato che è un’illusione. Mi hanno detto: “Sheela, per avere l’acqua corrente in casa hai bisogno dell’elettricità”.

“Ma” ho ribattuto “la pressione dell’acqua non dipende dalla forza di gravità? I serbatoi non sono forse costruiti in collina? Sono sicura di averne visti da qualche parte…”

I miei amici si sono guardati annuendo come per dire: “Visto? Non ha proprio idea…”

E così scopro che nella maggior parte delle città è un sistema di pompe elettriche che fornisce all’acqua la pressione necessaria per arrivare fino ai nostri rubinetti.

Oh, oh.

Pensavo che la mia vita fosse semplice. Probabilmente devo lasciar perdere questa teoria.

Sto scoprendo che in realtà dipendo da una rete molto complessa di sistemi tecnologici che mi forniscono merci e servizi essenziali. Se la fornitura di energia elettrica dovesse subire grosse interruzioni avremmo problemi di rifornimento di acqua, beni commestibili e riscaldamento.

Tutte le cose che fluiscono, come i trasporti, le comunicazioni, i soldi, l’elettricità e così via potrebbero risentirne. Man mano che capivo tutte le implicazioni, la morsa che mi stringeva lo stomaco aumentava. La ragazza priva di preoccupazioni dell’anno scorso stava lentamente ma indubbiamente affondando come il Titanic, colpita da un mostruoso iceberg di informazioni.

Per quanto potrebbe durare? Mah! Per la testa mi passavano scenari dai peggiori (niente acqua potabile) ai medi (acqua potabile ma non per il bucato), ai migliori (solita vita).

La mia mente in fondo stava facendo ciò che meglio sa fare: dare i numeri. Di fronte alla paura cosa resta da fare a un guerriero spirituale come me? Cercare di mandarla via. Avevo «bisogno» di scoprire di più.

Mi sono buttata su ogni articolo o notizia relativa a Y2K. Ho cominciato a bombardare di domande amici esperti di computer e chiunque potesse darmi qualche informazione. Ho visitato tutti i siti internet sull’argomento, dagli allarmisti cristiani alla vecchia buona Croce Rossa.

Ho chiesto a ogni amico che mi capitava di incontrare: “Tu cosa ne pensi?”.

In mezzo a un mare di paranoia ho trovato alcune note interessanti, come la “Guida del cittadino per Y2K” pubblicata dalla rivista Utne Reader. I consigli di base sono: “Probabilmente qualcosa succederà ai nostri sistemi di fornitura di beni e servizi. Mentre i professionisti stanno lavorando sui problemi, ci sono alcuni modi per affrontarli insieme.” E poi: “Nel prepararci per Y2K, qualcosa di sorprendente e meraviglioso potrebbe accadere. Finalmente conosceremo i nostri vicini.”

Grazie.

Ho anche scoperto una «regionalità» degli atteggiamenti su Y2K. A New York nessuno si preoccupa. Pensano che siano solo fantasie. In California, invece, è il «Big One» trasferito nel cyberspace, il grande terremoto che si aspettano da molto tempo che farà sparire nell’oceano ogni forma di vita (accompagnato dalle urla finali di tanti veggenti “Ve l’avevamo dettoooo…!”).

Nel proiettare le mie paure nel futuro, ho cominciato a sentire che preparami come individuo, o famiglia o gruppo potrebbe diventare un lavoro infinito, una prospettiva per nulla piacevole. Voglio dire, che senso ha sopravvivere se la vita dovesse essere un’esperienza così avvilente?

Fu a questo punto che mi venne in mente una storiella che Osho ha raccontato in uno dei suoi discorsi, non ricordo quale. Posso riassumerla così: un monaco si ammalò e andò in coma. Pensando che fosse morto, gli altri monaci lo seppellirono in una caverna dove giacevano quelli morti prima di lui.

Quando si svegliò, si rese conto di dove si trovava, e anche che la caverna sarebbe stata aperta solo quando un altro monaco fosse morto. Potevano passare degli anni, ma il monaco era deciso a sopravvivere. Si cibò di scarafaggi e altri insetti che abitavano nella caverna. Per dissetarsi succhiò avidamente le poche gocce di acqua che trasudavano dalla roccia. E per coprirsi usò i quattro stracci in cui erano avvolti gli altri cadaveri.

La sua pelle divenne completamente bianca, e la mancanza di luce lo portò quasi alla cecità. Ma voleva sopravvivere! Tirò avanti così per anni – dieci, venti, trent’anni forse – fino al giorno in cui morì un altro monaco.

Ricordo ancora i gesti di Osho nel raccontare la storia, i movimenti delle sue mani mentre descriveva il monaco che raccoglieva gli insetti nel buio della caverna e li mangiava.

Quando la caverna venne aperta, i monaci scoprirono l’antico collega: fragile, bianco, sporco e puzzolente, sdentato e quasi cieco. Il suo aspetto era così orribile che gli altri monaci pensarono che fosse tornato dal regno dei morti. Ma era sopravvissuto – finché, ovviamente, non morì di nuovo qualche anno dopo.

Il messaggio di Osho, per quanto posso ricordare, fu: “La tua brama di vivere è tale che faresti di tutto per soddisfarla. Non vedi l’assurdità di sopravvivere a ogni costo? Ne vale la pena?”. La cosa reale, stava dicendo, è la qualità e l’intensità con cui vivi, non la durata della vita.

Il ricordare questa storia mi ha aiutata a mettere il problema Y2K nella giusta prospettiva, a tracciare una linea, al di là della quale non sono disposta a lasciarmi guidare dall’ansia. E ho potuto vedere come le paure di ciò che forse accadrà mi impediscono di vivere pienamente ora. Per me la paura sembra esistere solo nell’anticipazione di qualcosa, non quando accade.

Così ora ho un nuovo programma.

Guarderò le mie paure quando arrivano, piuttosto che lasciarmi guidare da loro. Non mi lascerò rovinare la vita da ansia e preoccupazioni. Continuerò a godermela senza dimenticare di danzare, ridere, fare pazzie e divertirmi con gli amici. E mi concederò molto tempo per lunghe camminate e per la meditazione.

Senza però nascondere la testa sotto la sabbia e fingere che non ci sia alcun problema. Preparerò senz’altro delle scorte, soprattutto di beni essenziali come acqua, cibo, prodotti per l’igiene e medicinali, e poi colori e tamburi per dipingere e suonare tutti insieme. Mi piace parlare con amici e vicini di questi preparativi.

Sono felice di sapere che la Comune di Pune è ben preparata per affrontare Y2K. Hanno i loro pozzi, i generatori elettrici, e un’organizzazione già in grado di affrontare i problemi endemici dell’India. Ma il suo vantaggio più grande, secondo me, consiste nell’essere una comunità di persone che desiderano rilassarsi, godersi la vita, meditare, giocare e celebrare.

Questo è ciò che conta. Che io sia qui in California, o a Pune, è la qualità della vita che conta.

 

      (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

L’ACCATTONA

OVVERO

L’INCUBO DELLA VECCHIAIA

di Ma Deva Sarito

 

È possibile dare il benvenuto alla mezza età senza lasciarsi sopraffare dal panico?

In questo articolo Sarito ci racconta il suo percorso interiore.

 

A dir la verità non me l’aspettavo proprio. Questa fase l’avevo già passata, o almeno così credevo.

Quando, alla tenera età di 42 anni, ero entrata in menopausa, ci ero passata attraverso a vele spiegate – più o meno – congratulandomi con me stessa perché dopo una giovinezza vissuta in maniera selvaggia e senza freni, mi sentivo davvero pronta a dare il benvenuto alla mezza età. In quel periodo stavo vivendo felicemente una storia d’amore e già mi vedevo invecchiare tranquillamente accanto al mio partner.

Un paio d’anni più tardi, nel bel mezzo di quello che credevo fosse un altro dei nostri numerosi periodi di lontananza – durante i quali ci occupavamo di cose diverse in differenti parti del globo – lui mi scrisse in una lettera: “C’è una donna nella mia vita”… e non parlava di me.

Nelle settimane seguenti mi sembrò di essere sul punto di morire. Per prepararmi a questa morte imminente meditai molto e mi misi a leggere Nietzsche (non so spiegare perché, ma mi consolava davvero!). Non potevo fare molto altro perché ero da sola a Dallas – Texas – senza nessuno vicino a me che conoscesse questo uomo e che tanto meno capisse perché stavo morendo – visto che il sogno di invecchiare serenamente uno di fianco all’altro si era infranto.

 Quando, sei mesi dopo, riemersi dall’altra parte del tunnel, avevo perso ogni illusione sulle storie d’amore, ed ero ancora viva.

Una vita piacevole, fra l’altro: svaniti i sogni romantici, iniziai a scoprire cosa vuol dire Osho quando parla di «dinamica del relazionarsi» come di cosa diversa da «avere una relazione» – manifestare cioè il proprio amore in maniera non possessiva o legata a dei risultati. Ero ancora molto esigente nelle scelte, lo sono sempre stata, ma in qualche modo mi riusciva sempre di essere innamorata di qualcuno, e di godermi questo amore senza difficoltà. Mi ero abituata a essere indipendente, e mi piaceva sapere che nessuno sarebbe mai entrato nel mio spazio senza prima bussare.

Cominciai a interessarmi agli uomini in quanto persone, e non a vederli solo come possibili partner. Potevo comunicare con le altre donne, senza doverle considerare delle possibili rivali. E la vista di coppie di amici che sembravano avviarsi insieme verso una tranquilla vecchiaia non mi disturbava, anzi mi faceva piacere.

Non solo mi sembrava di sentire il ticchettio del mio orologio interno, le cui lancette si avvicinavano sempre di più alla zona in cui c’è scritto “nonna”, ma mi divertivo come mai prima a giocare e a chiacchierare coi bambini piccoli.

Poi arrivò il mio quarantanovesimo compleanno e, simultaneamente, il panico.

 

 

“Ho quasi cinquant’anni…”

e di fronte a me

si presenta, un po’

barcollante, l’immagine

dell’accattona… Una volta

ne ero spaventata a morte,

non riuscivo neppure

a guardarla. Ma ora l’ho

riconosciuta per quello

che è: un segnale –

un messaggero – certo

non uno dei miei preferiti.

E così la fronteggio con

la domanda: “Va bene,

ho quasi cinquant’anni!

E allora?”.

 

 

Le parole “ho quasi cinquant’anni” continuavano a risuonarmi in testa. Cercai di vedere con precisione di cosa si trattasse. Era simile a qualcosa che mi era già successo: “Oh, mio dio, ho già trent’anni!” In retrospettiva potevo vedere qual era l’essenza di quella ‘paura dei trent’anni’: condizionamenti sociali puri e semplici: avere trent’anni ed essere senza marito, senza figli e senza una carriera era un segno di fallimento. Ma proprio l’anno dopo avevo incontrato Osho, e quando lui mi aveva letteralmente rivoltata tutte quelle cose se ne erano andate da sole. O forse no?

“Ho quasi cinquant’anni…” e di fronte a me si presenta, un po’ barcollante, l’immagine dell’accattona. È una figura vecchia e conosciuta, questa stracciona. Indossa tre, quattro maglioni sdruciti e mangiati dalle tarme sopra almeno due o tre diverse e sbiadite vestagliette a fiori. Dei pesanti collant, una volta elasticizzati, le sono quasi completamente scesi intorno alle caviglie; porta scarpe da tennis di colore e provenienza incerti che le coprono, salvo il buco sull’alluce, i piedi gonfi. I capelli impastati dallo sporco e senza un preciso colore, gli occhi lattiginosi per una incipiente cataratta, la vecchia continua a parlare tra sé raccontandosi storie che nessuno mai potrà capire. Spinge un carrello da supermercato tutto arrugginito, con la plastica rossa dell’impugnatura ormai scolorita dal sole e dalla pioggia, una delle ruote è bloccata e continua a girare a vuoto, rendendo quasi impossibile mantenere il carrello in una traiettoria rettilinea. Dentro si possono notare vecchi sacchetti di plastica che contengono altri sacchetti di plastica (più nuovi?), ammassi informi di indumenti di lana pieni di polvere, tre bottiglie di plastica semivuote e un po’ ammaccate, e due scarpe vecchie e spaiate.

Una volta ne ero spaventata a morte, non riuscivo neppure a guardarla. Ma ora sto imparando a riconoscerla per quello che è: un segnale – un messaggero – certo non uno dei miei preferiti. E così la fronteggio con la domanda: “Va bene, ho quasi cinquant’anni! E allora?”.

Lei non risponde, mi sa che ci vorrà del tempo…

La prima cosa che mi viene in mente è che ho bisogno di un piccolo posto, una casetta, tutto mio. Sono stata una vagabonda per tutta la vita, una vera e propria zingara, mai nello stesso posto per più di sei, otto mesi. Solo ultimamente ho accumulato un po’ di cose veramente utili, ma sono troppe per poter portarmele sempre dietro, e così devo continuamente spedirmi scatoloni di roba, o lasciarli in deposito da qualche amico disponibile. Non riesco neppure a ricordarmi le volte che ho svenduto cucine o camere da letto per poi scoprire, solo pochi mesi dopo, che avrei dovuto ricomprarmele. “Quasi cinquant’anni…” Sto diventando troppo vecchia per queste cose.

Come scopro poco più tardi, il guscio della mia nuova casa esiste già: si tratta di una costruzione inutilizzata e abbastanza grande nella fattoria che mio fratello ha appena comprato. Ha un pavimento in cemento, un tetto in ottime condizioni, una struttura portante con travi in legno: insomma “un magnifico potenziale”, come direbbe un agente immobiliare. Passiamo tutta una giornata a togliere le strutture che non servono, a controllare e riparare i telai delle finestre, a pulire. Davvero soddisfacente come catarsi, e in seguito per un paio di giorni, mentre aspetto che l’odore della vernice nuova se ne vada, faccio il punto della situazione: sto per diventare la zia zitella e un po’ eccentrica che abita subito fuori un paese del Texas di non più di duemila anime, dove l’attività principale è l’allevamento delle capre.

Cooosa? No, no e no! E così, appena riesco a recuperare le rimanenze di vari conti correnti sparsi un po’ dappertutto, compro un biglietto per l’India e passo alcuni mesi di pace e totale rilassamento nell’Osho Commune, lavorando per l’Osho Times.

 

Ma non è così semplice, vero? La vecchia accattona continua a essere là che mi guarda senza parlare.

Vado avanti così per un anno e mezzo, assalita a volte dal bisogno di lasciar perdere quello che sto facendo per andare a fare qualcos’altro da qualche altra parte, con la continua sensazione che il tempo stia per finire. E che quello che mi manca deve essere trovato, se non proprio immediatamente, di sicuro molto in fretta.

Il mio cinquantesimo compleanno passa senza che succeda nulla di speciale. Il panico ora è generale, pervade tutto, non è più legato a qualcosa di particolare. Fluttuo nell’oscurità di un mare senza nome, o forse è solo un ex-pollaio ora vuoto, e quando mi sono stancata ben bene, mi riposo, per poi ricominciare a fluttuare.

In fondo non sono mai stata senza un lavoro interessante da fare, senza amici, senza una casa o un reddito, ma per la maggior parte del tempo è come se non me ne accorgessi. Al di là della gratitudine o dell’ingratitudine, solo questa urgenza che mi rode: di sicuro deve esserci qualcosa di importante… altrove.

Ritorno all’Osho Commune, ed è una festa di compleanno bellissima, con tanti fiori, la torta, le canzoni, e il bidoncino del chai che perde e gocciola sul pavimento.

Qualcosa si rilassa – è la stessa sensazione che ebbi a Dallas quando finii di leggere Umano, troppo umano di Nietzsche: chiusi il libro e lo rimisi sullo scaffale. Non “vado” più per i 50, di anni ne ho cinquantuno ora, e sono ancora viva. Tutta questa storia è ormai quasi finita, me lo sento nelle ossa. E allora perché sono così determinata a lasciare questo posto dove mi sento veramente a casa?

L’accattona è proprio di fronte a me e, finalmente, parla: “Più di metà della tua vita è ormai passata, ragazza mia. Sicura di non avere ancora qualche sogno importante nel cassetto?” Non lo so proprio, presumo che dovrò andare a scoprirlo. Durante la mia festa di addio vedo così tanto amore nei volti che mi circondano che mi metto a piangere.

Di ritorno a New York, mi ritrovo in una casa con un contratto d’affitto da rinnovare e senza alcuna prospettiva di lavoro… da qualunque parte guardi la situazione il messaggio è uno solo: meglio muoversi.

Nel frattempo mi arriva un’offerta per sostituire Prartho come redattrice di Viha Connection (periodico sannyasin californiano ) mentre lei va a Pune – compresa la sua stanza e la sua auto per tutto il periodo. Sebbene la faccenda sembri proprio una cosa dell’altro mondo, possiede una sua innata eleganza. L’unica cosa che potrebbe renderla ancora più attraente sarebbe solo un grande insegna al neon che dicesse Per di qua. Questa volta, invece di svendere la cucina e la camera da letto, deposito i mobili in un magazzino, insieme a tutti i miei vestiti «importanti».

Sono ancora nel buio, certo, ma non è che riesca solamente a mantenermi a galla, faccio già un piccolo passo dopo l’altro, nella certezza che anche questo tunnel abbia una fine.

Mi ci vuole un po’ di tempo per sistemarmi, e darmi un’occhiata intorno. Sulle pareti della casa di Prartho ci sono dipinti bellissimi – mi ero dimenticata che era una pittrice; il cigno sopra Lao Tzu, nel giardino di Osho, l’aveva creato lei tanto tempo fa. Ci sono foto di figli e nipoti, cristalli e pizzi alle finestre che creano arcobaleni e giochi d’ombre quando sono illuminati dal sole. Cose non scelte da me, ma familiari, che sicuramente avrei potuto scegliere… che potrei ancora scegliere. Non riuscirò mai a dipingere decentemente, ma di sicuro ero brava a fare ceramiche, e da qualche parte fa capolino quel sogno che: “Un giorno, quando sarò in pensione…”

Un sabato vado a trovare Krishna Priya in campagna, sono anni che non ci vediamo. Sono in anticipo, lei non è in casa e così mi siedo nel portico e aspetto. Che bel posto! Mi ricorda una casa dove ho vissuto anni fa e che amavo molto. Un ruscello che scorre, col suo mormorio, a soli pochi metri di distanza. Falchi che volano in lenti circoli nel cielo, e dall’altra parte della strada masse di alberi, mossi dal vento. Il silenzio della natura che aiuta a diventare silenziosi dentro, e ti mette a tuo agio.

Poi lei arriva ed entriamo a prendere un tè. Parliamo per ore, facendo anche un lungo giro su per le colline. Mi ritrovo a raccontarle storie della mia vita, non solo quelle recenti ma anche quelle di tanto tempo fa. A un certo punto mi dice: “Hai fatto talmente tante cose.” È come se avessi appena realizzato che sì, è vero. “E non si può tornare indietro…” No, certo, non è nella natura delle cose.

Di ritorno nella mia provvisoria dimora, sembra che mi stia aspettando il riflesso del sogno di Prartho, la scrittrice. In effetti è così che abbiamo ripreso i contatti dopo tanti anni, quando le ho scritto per chiederle di poter pubblicare sull’Osho Times un brano del suo libro – un libro bello, semplice e pieno di luce. Anch’io ho un libro, da anni incompleto, coscienziosamente trasferito da un portatile all’altro, ma mai terminato. Un giorno lo finirò, penso, e quando sarò invitata a parlarne in pubblico avrò l’occasione per esprimere la mia gratitudine verso Osho. Decido di riaprire questo mio libro mai finito e di dargli un’occhiata, veramente, per la prima volta dopo due anni.

Ci sono dozzine di storie, come quelle che ho raccontato a Priya, vite e vite di storie, sogni che finiscono in altri sogni. Storie di scoperte e storie di perdite. Storie di ricordi ancora vivi e di fatti che avevo dimenticato. Storie su come certe cose nella vita continuano a tornare in continuazione, in spirali, per essere affrontate di nuovo, chiedendo ogni volta una comprensione sempre più profonda. È un libro che non sarà mai finito. Mi aspettavo un po’ di tristezza a questo pensiero, invece mi sorprendo nell’avvertire un senso di sollievo e libertà.

Continuo a essere senza marito, senza figli e senza carriera. Ho solo dozzine di storie, raccontate in decine di modi, ogni volta a un diverso livello, che mi fa comprendere qualcosa di nuovo. E nuove storie anche: come poter dimenticare le nuove storie che arrivano, di sicuro, quando le vecchie se ne vanno; ognuna con qualcosa da esprimere, ognuna con i suoi tempi per svolgersi.

E l’accattona mi sorride, con gli occhi limpidi ora, e senza età: “Metà della tua vita è gia passata, ragazza mia. Una buona vita, ed è proprio ora che te la godi, così come viene.”

Le faccio un cenno di saluto, per farle sapere che ho capito, e la guardo allontanarsi con il solito carrello verso il sole nascente.

 

Tratto da Viha Connection

 

 

 

 

“L’innocenza del bambino è povera in realtà, perché è quasi un sinonimo di ignoranza. L’anziano, l’uomo maturo, che è passato attraverso tutte le esperienze di oscurità e luce, di amore e odio, di gioia e infelicità, che è maturato attraverso le diverse situazioni della vita, è giunto al punto in cui non è più attivamente partecipe di qualunque esperienza. L’infelicità arriva… e lui la guarda. La felicità arriva e lui la guarda. è diventato un osservatore sulla vetta del colle. Tutto passa laggiù nell’oscurità delle vallate, ma lui rimane sulla vetta assolata della montagna, e osserva tutto semplicemente in profondo silenzio.

L’innocenza della vecchiaia è ricca. è ricca grazie all’esperienza; è ricca grazie ai fallimenti, ai successi; è ricca grazie alle azioni giuste e a quelle sbagliate, è ricca in molte dimensioni. La sua innocenza non può essere sinonimo di ignoranza. La sua innocenza può essere solo sinonimo di saggezza.”

OSHO

 

      (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

GRIGIO È BELLO

Fotografie di Swami Sarjano

 

“Raramente accade che un vecchio sia bello, ma quando accade puoi essere sicuro che quell’uomo ha vissuto pienamente. Un Rabindranath diventa più bello man mano che invecchia, e i capelli diventano grigi e bianchi e il corpo diventa sempre più vecchio. La sua bellezza ha una nuova qualità – che un giovane non possiede. La giovinezza ha la propria bellezza, che è superficiale; non può avere profondità. è più fisica e meno spirituale. è più legata al corpo e non può avere molta profondità. Il giovane non ha vissuto abbastanza da diventare profondo. Un vecchio che ha vissuto la sua vita – con le sue gioie, le sue benedizioni, le sue maledizioni; i suoi giorni e le sue notti oscure – che ha visto la vita nella sua varietà e ricchezza, che ha conosciuto sofferenze e benedizioni, diventa profondo in modo naturale, acquista profondità in modo naturale. Da vecchio noterai in lui una certa luminosità, simile a una fiamma interiore, molto nascosta, la cui luce filtra attraverso di lui, i cui raggi arrivano anche fuori. Con i suoi capelli bianchi e la sua venerabile età assomiglia all’Everest – quei capelli bianchi assomigliano alle nevi immacolate della vetta himalayana. Se un uomo vive totalmente, se non ha paura di vivere, diventerà ogni giorno più bello.” Osho

 

      (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

C’È VITA DOPO I CINQUANTA?

di Swami Prem Giri

Giunto alla soglia dei cinquant’anni, un sannyasin canadese esplora le varie dimensioni dell’essere: corpo, mente e cuore, e la possibilità di trascendere tutto nello spazio vuoto della meditazione.

 

 

Da poco il mio corpo ha compiuto i cinquant’anni, sicuramente una pietra miliare nella vita – e le malelingue dicono che si può diventare persino più vecchi.

Io appartengo alla generazione degli eterni ragazzi, quelli nati nel dopoguerra, ex–figli dei fiori; e così la mia reazione è stata ovviamente un vitale, positivo diniego di tali voci.

La scorsa primavera, il mio amico Bodhiprem mi ha convinto a fare la “Grouse Grind” con lui. È una scalata di 800 metri a nord di Vancouver, una specie di stepper naturale che ti prende circa un’ora di sbuffi e affanni; con in più il vantaggio che, una volta partito, puoi solo salire o scendere, non puoi mollare tutto e andare da qualche altra parte.

Presto ho notato che grazie all’intenso esercizio fisico il mio corpo e la mia persona assumevano un nuovo splendore e che tutte quelle endorfine e l’ossigeno al cervello, una volta arrivato in cima, mi facevano andare davvero su di giri. Chi ha bisogno di droghe – più sesso e rock and roll – quando puoi trovarle nella natura? E incontrare vecchi caproni – di non meno di 65 anni – che ci superavano allegramente era come avere un’immagine del nostro futuro. È ovvio che l’età è solo un’idea della mente.

Se c’è qualcosa che ho imparato da tutto questo, è la gioia di arrendersi al corpo. I corpi sono fatti per esprimersi, anche a cinquanta, sessanta o settant’anni. Negli ultimi quattro mesi, ogni giorno, ho lasciato che il mio corpo facesse qualsiasi cosa gli andasse di fare, per almeno un’ora al giorno, senza interruzione. In effetti questa è diventata la parte più importante di ogni giornata.

Liberatosi dalle mie interferenze, il mio corpo mostra una sicurezza ostinata nello scegliere le cose che vuole fare. Quasi ogni giorno vuole arrampicarsi, correre, nuotare, ballare – specialmente ballare – e, ogni giorno, lascio che questo bambino irrequieto segua i suoi impulsi. Il mio corpo non lo considera più un privilegio, ma un suo diritto. In fondo, questo è il retaggio della mia specie: per milioni di anni abbiamo continuato a correre nella prateria e nella giungla, non siamo stati seduti, su culi sempre più ampi, davanti a computer o ad ascoltare noiose riunioni senza fine. Per millenni i nostri corpi hanno continuato a correre, per sfuggire alle tigri e ai pelosi mammut, o per inseguire i bufali. Correre, ballare, muoversi permettono al corpo di mantenersi vivo.

Paradossalmente, mi è molto chiaro che non siamo i nostri corpi. Negli ultimi 3 miliardi di anni i nostri corpi hanno occupato solo un millisecondo del più ampio gioco della vita su questo pianeta. Fra altri 4 miliardi di anni, tutta questa recita che si rappresenta sulla terra esploderà in una fiammata di gloria, mentre il sole diventerà una supernova e vaporizzerà i suoi pianeti. Il mondo della materia non è altro che un continuo fluire, e il corpo umano è fatto di materia. Per un miracolo eccezionale, le condizioni sulla terra si sono mantenute abbastanza stabili negli ultimi tre miliardi di anni, permettendo così a milioni di esseri di evolversi, in successive generazioni, dalle più semplici forme di vita fino ad arrivare a questo momento in questo corpo. Il corpo si porta dentro la conoscenza di miliardi di anni.

E, paradosso dei paradossi, pur non essendo io il mio corpo, quando permetto pienamente al mio corpo di allungarsi, correre, danzare, raggiungere i suoi limiti, lui mi benedice e mi fa sentire meglio riguardo a me stesso e alla vita. Certamente la robustezza del corpo toglie senso all’età. Dentro questo corpo abita una mente, e se il corpo ha dei bisogni, altrettanti ne ha la mente. Nella mia vita, la mente è stata, in generale, più potente del corpo. In realtà è stata la dominatrice, nel bene e nel male. La mente non è solo il meccanismo attraverso il quale l’esistenza crea, ma anche lo strumento per mezzo del quale l’ego domina, spesso attraverso il subconscio. Il dare più energia e attenzione al corpo mi è stato d’aiuto per ottenere un maggiore equilibrio.

La mia mente ama creare e io lascio che lo faccia. A cinquant’anni sto per prendere un Master in Business Administration, ho quasi scritto un libro di economia, e sto per iniziare una nuova carriera come consulente finanziario, per mantenermi negli anni che ho davanti. Allenare la mente non è poi così diverso da allenare il corpo. Tutti e due funzionano meglio se si continua a usarli. La mente risente sicuramente meno dell’invecchiamento di quanto succeda al corpo, ma proprio come il corpo, che esalerà alla fine il suo ultimo respiro, anche la mente lo seguirà nel totale oblio.

La gioia e l’amore possono attraversare il corpo e la mente, ma non vi troveranno alcun rifugio sicuro.

E poi ci sono i bisogni del cuore. Possiamo negarli, metterli all’ultimo posto nella nostra lista di priorità, ma loro di sicuro non se ne vanno. Questo è per me qualcosa di veramente importante. Quando presi il sannyas nell’82, Osho mi diede il nome di Prem Giri (montagna d’amore), facendomi capire fin dall’inizio che i flussi d’energia più naturali e forti che percorrono questa forma chiamata Giri sono le vie del cuore.

Il primo periodo di sannyas fu una fase di esperienze liberatorie, ma anche il momento nel quale il mio matrimonio, iniziato con molto amore e altrettanti problemi, cominciò a sfasciarsi. E io non potevo nascondermi il fatto che ero io a scegliere di vivere in questa maniera che sembrava funzionare così poco, anche se il motivo per il quale lo facevo mi sfuggì per molto tempo ancora. Sapevo solo che faceva molto male e che avevo bisogno di passare un periodo molto lungo senza alcun coinvolgimento romantico. A parte questo, c’era il continuo impegno di crescere tre figli con i loro crescenti bisogni, e così gli ultimi quindici anni della mia vita sono passati molto velocemente, in un vortice di attività.

Solo negli ultimi tre anni mi sono sentito libero da questa continua pressione, ed è davvero bello avere del tempo per me. È veramente meraviglioso. So naturalmente che l’amore è molto, molto più che un semplice coinvolgimento romantico. Parte del mio continuo interesse per l’amore si basa sul fatto che sento istintivamente che mentre il corpo e la mente «diventeranno polvere» lo stesso non succederà con l’amore. Quando l’amore è forte e sincero, persino la morte non può distruggere la connessione fra due cuori.

In questi ultimi 15 anni ho imparato la lezione più importante di tutte: amare e accettare me stesso, essere contento di me stesso e della vita, così come siamo. Come Osho ci ha detto così bene, l’amore è in realtà uno stato dell’essere. L’oggetto dell’amore non fa differenza, è il soggetto che importa, colui che ama. Quando due specchi in armonia si aprono uno all’altro, attraverso il cuore si riflette il divino.

Negli ultimi sei mesi ho smesso di pormi degli ostacoli e ho incoraggiato quest’altro bambino vagabondo, il mio cuore, ad andare per la sua strada. Nonne, state attente alle vostre figlie grandi: c’è Giri in circolazione!

E poi c’è quello di cui ha bisogno l’anima, al di là del corpo, della mente e del cuore. Si arriva vicini al divino quando, nel semplice attimo, si scorge l’eternità. Tutti i maestri ci ricordano come l’essere nel momento sia la porta dell’eternità. Per quanto ne so, la maniera migliore per essere nel momento è la meditazione, o seguire il proprio cuore. Ma la mia meditazione sta attraversando fasi alterne, e io sto di nuovo pensando di fare un ritiro di 10 giorni di Vipassana per darmi, per così dire, una mossa. Il silenzio che mi arriva dal fare Vipassana è davvero tangibile, durevole e vasto.

A meno di un inaspettato frontale con un Tir, l’impianto genetico di questo corpo suggerisce che potrei aspettarmi altri 50 anni, prima di una inevitabile, e a quel punto davvero benvenuta, fine. So benissimo che sono io il padrone… da questa parte della mia punta del naso. Ma non proprio io. È il divino, in una delle sue innumerevoli manifestazioni, che fa finta di essere Giri. Se, in tutto questo, c’è un compito per me, è quello di essere vuoto, di levarmi dai piedi e di lasciare che l’esistenza faccia il suo gioco.

 

Tratto da: Osho Pulse – Vancouver

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DAL BODYWORK ALLA BEATITUDINE

di Rakesh

 

Rakesh, uno dei pionieri dell’Osho Rebalancing, ricostruisce il percorso evolutivo di questa innovativa arte terapeutica.

 

 

 

Il lavoro di base è sul corpo; bisogna ricordarlo. Le persone devono essere ricondotte al corpo, se ne sono allontanate troppo andando nella testa; hanno perso del tutto le proprie radici nel corpo.

Osho

 

 

Marzo 1974

Koregaon Park è un’area fatiscente e sonnolenta nei sobborghi di Pune, ancora persa nei sogni dell’antica gloria del periodo del governatorato britannico quando era la sede estiva dei maharajah. Ed è ben lontana dall’immaginare che il suo sonno sta per essere interrotto bruscamente e che diventerà nota e famosa ben oltre i suoi sogni più arditi.

Ma è proprio questo che accade, il 21 marzo per essere esatti, quando Osho si stabilisce al 33 di Koregaon Park. Anni dopo, nel 1980, la Comune accoglie centinaia di devoti lavoratori e moltissimi visitatori. Il campo di energia che si è formato attorno a questo maestro è il maggior punto di richiamo del globo per coloro interessati alla crescita e alla trasformazione interiori.

 

Nel frattempo, riandando al 1940

Wilhelm Reich era di qualche decennio in anticipo rispetto ai contemporanei e per questo venne perseguitato e vessato dallo «status quo». Era un allievo di Freud, il fondatore della psicoanalisi, un sistema che analizza la mente per trovare soluzioni alle infelicità delle persone. Reich cercò tali risposte nel corpo e scoprì che corpo e mente non sono separati, ma costituiscono un’unità inscindibile, il corpomente.

Scoprì che il flusso dell’energia vitale può essere bloccato da tensioni muscolari croniche e che questa energia bloccata ci obbliga a vivere al minimo del nostro potenziale. Usando il tocco, il respiro, il movimento e la terapia verbale, Reich cercò di recuperare quella che lui definì «potenza orgasmica» – uno stato in cui ci si abbandona al flusso naturale dell’energia attraverso il corpomente.

Egli chiamò questa energia «orgonica» (in Oriente viene chiamata prana o chi). L’energia orgonica, quando può circolare liberamente, genera sensazioni di felicità, soddisfazione e appagamento. Questa energia primaria, che secondo Reich è di natura sessuale, si espande ben oltre la sessualità. Sfortunatamente i detentori dello status quo non compresero mai la parte «oltre» il sesso. Sentendosi minacciati, cercarono di distruggere il lavoro di Reich. Naturalmente avevano ragione a sentirsi minacciati. Il lavoro di Reich era sovversivo, rivoluzionario, foriero di un futuro migliore.

Alcuni anni più tardi, Osho – che era in anticipo di mille anni rispetto ai contemporanei – riconobbe la validità del lavoro di Reich all’interno di un contesto tantrico e onorò Reich con il ‘sannyas postumo’ dicendo: “è uno di noi”.

 

Anni Cinquanta e Sessanta

La società riuscì a distruggere Reich, l’individuo, ma a quel punto era già troppo tardi. Il suo lavoro pionieristico aveva scatenato l’immaginazione di altri geni e pionieri nel campo della ricerca sul corpomente.

Per esempio, è in questi anni che Ida Rolf creò un sistema di massaggio realmente innovativo, conosciuto come Rolfing o anche come integrazione strutturale. Il Rolfing mira a neutralizzare gli effetti della forza di gravità agendo sulle rigidità e sulle posizioni coatte del corpo. Secondo tale approccio è la forza di gravità a logorare i nostri corpi e a condurci prematuramente verso la tomba.

Quando gli effetti della forza di gravità vengono ridotti al minimo, viviamo meglio e più a lungo. Ida Rolf si vedeva come “un ponte su cui molti dovranno camminare”.

Allargando la visione di Ida Rolf sul ruolo della forza di gravità, Osho anni dopo ha aggiunto la «legge della grazia». La forza di gravità ci attira verso il basso, ci tiene radicati alla terra. La grazia ci porta verso l’alto, ben oltre la terra. I sannyasin di Osho che fanno bodywork sono incoraggiati a tenere conto di entrambe le leggi per dare maggiore profondità e ricchezza al loro lavoro.

Sempre in questo periodo un allievo di Reich, Alexander Lowen, crea la bioenergetica, un potente strumento che agisce sul corpo per guarire i problemi della mente. Altri reichiani sviluppano terapie che mirano a liberare il respiro. Questo, anni dopo, sfocia nell’esplosione di terapie del respiro, come il Rebirthing, che si propone di ripulire la memoria cellulare del corpo risalendo al momento della nascita e spingendosi anche più indietro nella fase prenatale.

In questo periodo nascono e fioriscono molte altre terapie innovative. Tuttavia, alla fine, quasi tutti sono d’accordo con Lowen, il quale, dopo oltre mezzo secolo di attività deve riconoscere che la terapia ha i suoi limiti – non tutte le ferite possono essere sanate in questo modo.

Perché no? In parte perché la mente si nutre di «problemi» e ne crea costantemente di nuovi. Nella visione di Osho, invece, la terapia viene usata per riattivare il flusso di energia vitale nel corpomente al fine di trascendere la mente stessa.

Moishe Feldenkrais, un altro genio nel campo terapeutico, basò il suo sistema sull’aumento della nostra «consapevolezza» del corpo in tutti i suoi movimenti. È questa maggiore consapevolezza a scatenare il processo di guarigione. Feldenkrais era in grado di osservare anche i più sottili movimenti del corpo e riusciva a insegnarlo agli altri. Osho si spinge ancora più in là, insegnando a osservare colui che osserva, e definisce questo stato «l’osservatore sulla collina».

Milton Traegger insegnò ai terapisti a entrare in contatto con il proprio corpo, con la sua flessibilità, apertura e rilassamento e a trasmettere queste sensazioni ai clienti. Traegger definisce «aggancio» questo stato di sintonia che si crea tra terapista e cliente; e ne vede il collegamento con la meditazione, in cui ci si «aggancia» all’esistenza stessa.

Per i terapisti di Osho è molto facile capire le intuizioni di Traegger. Essi vivono ogni sessione come un’opportunità di meditazione, di contatto con una sorgente universale di energia che fluisce attraverso le mani del terapista e passa poi nel corpo del cliente generando una danza divina: la legge della grazia in azione.

Non posso dimenticare Alexander, il creatore della fantastica tecnica Alexander, e Milton Erickson che è arrivato al corpo attraverso la mente e li ha quindi riuniti da un diverso punto di osservazione.

Come Erickson, i terapisti sanno che durante una sessione cliente e terapista entrano in uno stato simile alla trance in cui la mente inconscia si rilassa ed è maggiormente disponibile al cambiamento, soprattutto a lasciare andare preconcetti sul proprio valore (come, per esempio “per sentirmi bene ho bisogno di respirare in maniera superficiale per potermi tenere questo sorriso stampato in faccia e avere un’aria di superiorità”).

 

1975

“Ogni meditatore ha bisogno di lavorare profondamente sul corpo” – Osho

Perché? Perché l’uomo moderno è così tutto nella testa che è incapace di rimanere seduto rilassato, immobile e quieto. Alcuni anni dopo, Osho diede i tocchi finali alla sua Meditazione Dinamica – una tecnica di meditazione rivoluzionaria il cui scopo è il rilascio della tensione mentale e fisica – e il massaggio profondo ha un effetto simile. Con una serie di sessioni si può far breccia nella corazza del corpo e permettere all’energia di fluire di nuovo. Questo a sua volta diventa una preparazione per la meditazione.

Dopo aver sentito le parole di Osho, tutti a Pune volevano sperimentare il massaggio profondo, e fu in quel periodo che imparai la tecnica Rolfing. Poi cominciai a dare sessioni, 3 o 4 al giorno per 6 giorni alla settimana per 5 anni. Che benedizione! Che scuola! Che vita! Non trovo altre parole per sottolineare il valore che il semplice rilassarsi nel dare sessioni ha per un terapista. Non c’è scuola migliore. E se è possibile dare queste sessioni all’interno di un buddhafield è ancora meglio, dato che l’ambiente offre un ulteriore sostegno al processo di apertura e al lasciarsi andare.

Durante il primo anno mi sentivo come un bambino totalmente sprovveduto che cavalca un’enorme ondata adrenalinica. Vedevo accadere miracoli. Tre miei clienti ebbero dei satori, delle esperienze di profondo risveglio spirituale, durante il ciclo di dieci sessioni di Rolfing. Nei libri sul Rolfing non c’era molto che mi preparasse a questo tipo di esperienze, o a quelle di persone che uscivano dal corpo e rimanevano fuori a lungo osservando tutto dall’alto, o all’incredibile presenza di amore che a volte riempiva la stanza. Una cosa è certa: il profondo rilassamento e riaggiustamento del corpo modifica ogni altro aspetto della persona.

Questi eventi, così misteriosi e meravigliosi, stimolarono il mio appetito. Ne volevo di più. Alla fine, ogni giorno e ogni sessione diventava un evento carico di mistero. E dipendeva solo dalla mia disponibilità. Fu allora che mi resi conto di essere in una scuola misterica. E, incredibilmente, questo è vero oggi come allora.

 

1976

“Non è il tuo lavoro, è il tuo amore…” mi dice Osho durante un colloquio individuale al darshan serale. Non ricordo più la domanda, né il resto della risposta. In qualche modo, con quella frase, qualcosa passò tra lui e me, qualcosa dentro di me si modificò.

Lavorare da uno spazio d’amore rende tutto più facile, divertente e bello. Osho individua nella mancanza d’amore nell’infanzia la causa di tutti i problemi e le malattie umane. Quando il flusso d’amore verso di lui si interrompe, il bambino si sente abbandonato, e questo a sua volta genera sfiducia nella vita in sé.

A Pune l’amore, se lasciato fluire liberamente da cuore a cuore, è l’energia guaritrice per eccellenza. C’è un altro motivo per cui Osho ci invita a coltivare il cuore: quando arriviamo nel cuore, vi troviamo il maestro, pronto a mandarci verso la parte successiva del viaggio che conduce all’essere.

C’è un’incredibile quantità di intuizioni da sperimentare in quest’area. Per i terapisti di Osho il messaggio è chiaro: “la terapia è una funzione dell’amore”. Le tecniche, le forme, gli insegnamenti, non importa quanto acutamente intuitivi, mancano il punto se non sorgono da un cuore pieno d’amore, da un’accettazione incondizionata.

Fu nel dare e ricevere sessioni che ho vissuto le mie prime esperienze di «accettazione incondizionata». Il ricordo della prima volta in cui ho toccato una donna affetta da deformità fisica provocata dalla poliomielite è ancora vivo in me.

Solo un momento prima avevo la pelle d’oca all’idea di toccare un’area così profondamente ferita. Poi le mie mani fecero il primo timido contatto e sentirono la traboccante vitalità di ciò che stavano toccando e fu come un miracolo. Fu come se la sua energia vitale stesse arrivandomi alle mani, mi risalisse lungo le braccia e mi penetrasse il cuore esplodendo in un enorme “Sì!”. Fu l’amore a dare la sessione, e il mio sì, che guarì una mia ferita, stimolò il suo sì e la sua guarigione. Molti anni dopo la donna mi scrisse raccontandomi che dopo quella sessione la sua vita aveva iniziato a cambiare.

Durante l’ultima metà degli anni Settanta, moltissimi terapisti e clienti arrivarono a Pune. Ci scambiavamo sessioni, sperimentavamo nuovi modi per fare le cose, e nuovi modi di guardare ciò che già facevamo. Anche Osho riceveva sessioni di massaggio – “il mio corpo è un test per i terapisti”. Era un periodo in cui gli facevamo domande e ricevevamo risposte, suggerimenti e indicazioni. Un periodo in cui si brancolava nel buio e ogni tanto si vedevano lampi improvvisi che illuminavano l’intero paesaggio.

 

Aprile 1980

“Il nuovo nome è « Rebalancing ».” – Osho

Nell’aprile del 1980, dopo cinque anni di intensa incubazione, demmo vita al sistema terapeutico ideato specificamente per l’uomo nuovo. Osho gli dà il nome di “Rebalancing” e noi lo chiamiamo quindi “Rajneesh Rebalancing” e più tardi “Osho Rebalancing” – un sistema che nasce da una visione illuminata ed è quindi colmo di mistero.

In passato, l’importanza del collegamento corpo-mente-cuore sviluppatosi grazie alla meditazione aveva dato vita a sistemi quali l’ayurveda, l’agopuntura e la medicina cinese.

Oggi anche la scienza è entrata in campo e unendosi alla consapevolezza meditativa crea una varietà di metodi di guarigione quali il sistema craniosacrale, la cromopuntura, l’aurasoma, il tachyon, per nominarne alcuni.

Quando, nel 1987, Osho dice che “l’uomo integrale è lo scopo del rebalancing” noi riusciamo a sentire di cosa sta parlando. L’uomo nuovo che sta nascendo abita il proprio corpo in un modo diverso e più organico.

Walt Whitman ne ha parlato “io canto il corpo elettrico”. Osho gli ha dato una profondità infinita e i suoi terapisti lo stanno vivendo.

 

 

A Pune è possibile ricevere sessioni di Rebalancing tutto l’anno. I prossimi training di Rebalancing offerti dalla Multiversity di Pune: 1ª parte dal 5 dicembre al 29 gennaio, 2ª parte dal 4 febbraio al 25 marzo. Per chi è già rebalancer, il prossimo gennaio ci sarà un corso di aggiornamento di un mese tenuto da Sudas e Sidhamo.

 

      (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

LA FESTA STA PER COMINCIARE... buttati!

 

Il programma del Festival di Osho 2000 si va delineando sempre più: gli ospiti invitati per gli eventi serali in Buddha Hall comprendono Kitaro – il cui album Silk Road ha avuto risonanza mondiale – Upanishad e la sua rock band giapponese, il virtuoso delle tabla Zakir Hussain, il gruppo di percussionisti Taiwanesi U-Theater, il maestro di santoor Shivkumar Shankar e Iliana Citaristi, danzatrice di diversi stili tradizionali indiani.

Naturalmente i nostri musicisti, Milarepa, Miten e Premal, Nivedano, Bindu, Marco e Rupesh, Abodha e Bharti con il loro gruppo Namastè... saranno tutti qui. Sono già in preparazione commedie, un’operetta (o forse un musical) uno spettacolo di varietà e una notte di dance con dj da tutto il mondo.

Ma Prem Maneesha – sì, proprio quella di “Ok, Maneesha?” – guiderà un meditation intensive (campo di meditazione) dal 29 al 31 dicembre, che si trasformerà in una serie di eventi durante tutta la notte del 31 – non vogliamo rovinarvi la sorpresa – che avranno termine con una Dinamica luod in Buddha Hall seguita dalla meditazione della risata per il nuovo millennio. La notte del 1˚ gennaio ci sarà poi la celebrazione dell’iniziazione al sannyas.

Tutti i giorni, durante il Festival, Maneesha presenterà una meditazione nuova. In questo periodo ci saranno anche 3 meditation intensive e tutte le Osho meditative therapies (Mystic Rose, Born Again e No Mind) sono programmate per iniziare in giorni diversi. La prima settimana di gennaio ci sarà inoltre uno speciale ritiro in Samadhi.

Mike e Claudia Booth, i fondatori di Aura Soma, saranno ospiti della Comune nella prima settimana di gennaio, poi arriverà Vereesh e il suo team dalla Humaniversity in Olanda. Devapath presenterà il suo nuovo gruppo Diamond in the Lotus e il team del Tibetan Pulsing il loro nuovo Tibetan Temple. Meera, la famosa pittrice, sta organizzando un grande evento di pittura in Buddha Hall e Prasadam creerà una troupe di teatro di strada che terrà rappresentazioni alle quali le persone potranno spontaneamente unirsi.

All’interno della Comune verrà creato un apposito spazio Gibberish, dove le persone potranno praticarlo in ogni momento della giornata. Esisteranno, d’altra parte, anche oasi di silenzio: ad esempio un’area per mangiare e meditare nella tranquillità a Kabir – con vista sul parco di Osho Teerth – e la Pagoda dell’Arpa ad Acqua per cerimonie del tè e dipinti calligrafici Zen.

Dentro Lao Tzu, nella biblioteca personale di Osho, ci sarà un’esibizione delle sue opere d’arte. Osho International organizzerà una Fiera dove si presenteranno i vari aspetti del lavoro di Osho a livello internazionale, e dal 29 dicembre al 4 gennaio la Conferenza “Osho nel mondo”.

 

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