2 CENTRI DI OSHO IN
ITALIA
Tutti i Centri di Osho
divisi per regione
Fuori e
dentro
I mille
volti del silenzio
Il mistero
del silenzio del maestro, che non è assenza di suono, ma presenza della
totalità dell'essere.
12 IL MAESTRO
La tua
onestà è la vera protezione
E la sete
autentica di verità che ti conduce da un vero maestro.
Iniziazione
alla Meditazione
Ultima
novità editoriale.
18 IL MONDO
Lo Zen e la
moto...
Il gustoso
racconto del viaggio in Europa del nostro astrologo.
22 IL MAESTRO
Il divino è
qui e ora
L'illuminazione
non è un modello ideale da conseguire, è la fioritura del tuo essere.
30 BIOGRAFIA
L'esplosione
finale
Parte quarta
della biografia di Osho.
La
descrizione dettagliata dell'evento che cambiò per sempre la sua vita.
34 IL MONDO
Y2K: la
paura corre sui chip
La paura si
insinua nelle nostre vite: che fare? Unti sannyasin
americana riflette sull'apocalisse annunciata.
38 INCONTRI
L'accattona
ovvero l'incubo della vecchiaia
Ma cos'è poi
questa paura dei cinquanta? Una donna si interroga.
42 INCONTRI
Grigio è
bello
Al di là dei
modelli imposti dalla società, scopriamo una bellezza che non conosce età.
44 INCONTRI
C'è vita
dopo i cinquanta?
Sembrerebbe
proprio di sì. Le riflessioni di un meditatore giunto alla fatidica meta.
46
Dal bodywork alla beatitudine
Il percorso
evolutivo dell'Osho Rebalancing nel racconto di uno
dei suoi fondatori.
50 TUTTE LE STELLE
Il tuo oroscopo di
agosto.
52
Tutti i libri di Osho in
italiano, i video di Osho, le musiche per la meditazione e il rilassamento.
. . . . . . . . .
. . . . . . . . .
DENTRO E FUORI
Y2K in
Italia: le cattive...
La situazione italiana rispetto al bug del 2000 è caratterizzata da un interesse a dir poco
"molto tiepido" da parte dei poteri pubblici.
"Il Governo non si rende conto. Ascoltano con
sospetto i discorsi sul problema della data, pensano forse che il doppio zero
sia una stranezza. Non si rendono conto che qui si decide il destino economico
del Paese," si lamentava a febbraio il professor Bettinelli,
responsabile del comitato Anno 2000 – l'organismo che studia e gestisce
l'emergenza Y2K per conto del governo.
Tanto per dare un'idea dei ritardi, il governo
americano ha imposto alle banche di essere pronte entro la fine del 98 e in
Gran Bretagna la prima task force governativa nasce a maggio del 1997; in
Italia il commento è stato: "l'Italia parte spesso in ritardo, ma poi, con
brucianti accelerazioni, recupera il tempo perduto" – sembra di essere
alla Domenica Sportiva.
A giugno lo stesso comitato ha organizzato una
conferenza dalla quale è emersa una situazione variegata, buona per
La situazione nel settore pubblico è davvero
sconfortante: al Policlinico Umberto I° – 2000 posti letto, un sistema
informatico di oltre 15 milioni di linee di codice, circa 800 apparecchiature
mediche "sensibili alla data" – a febbraio 99 non avevano ancora
stabilito né il budget né i responsabili per il bug
del Duemila. Rispetto alle aziende che forniscono luce e gas, nella famosa
conferenza viene solo detto che hanno ricevuto un questionario e riceveranno in
seguito delle istruzioni.
e le buone
notizie
A parte le "brucianti accelerazioni" e
la millenaria arte di arrangiarsi, la situazione italiana presenta punti
positivi.
La scarsa informatizzazione è un punto a favore.
In paesi "più avanzati" quasi tutto – benzina, spesa, ristorante etc – si paga con carte di credito e la gente comune
potrebbe avere problemi a ritornare ai contanti.
Anche la diffusione di piccoli negozi di
quartiere, senza inventari computerizzati, e dove il cliente è conosciuto
personalmente da tempo, alleggerirà sicuramente eventuali problemi negli
approvvigionamenti.
Il sopravvivere di un buon tessuto di relazioni
sociali (familiari, di vicinato e di amicizia) è un altro punto a favore: una
crisi di questa portata – anche se magari in gran parte psicologica – non è
qualcosa da affrontare, se possibile, da soli. Come fa notare Utne Reader, una rivista progressista
statunitense: "Potrebbe essere l'occasione giusta per conoscere i nostri
vicini!".
L'essere in contatto con altre perso-ne di cui vi
fidate e il tenersi informati è davvero essenziale: al momento la fonte migliore
è Internet – in italiano ottimo il sito di Osservatorio 2000, talvolta un po'
troppo tecnico, e naturalmente il sito di Osho – gli altri mezzi di
informazione, riviste e giornali, sembrano un po' troppo occupati a fare del sensazionalismo, specialmente nei titoli, e le informazioni
davvero utili spesso non risultano molto chiare.
Rimane la sfida di affrontare qualcosa di mai
successo prima e di cui nessuno, davvero nessuno, può essere certo di sapere
qualcosa.
Buone le
prospettive per Y2K a Pune
DOPO
ALCUNI MESI
di intense ricerche, ecco una buona notizia: Pune
sarà uno dei posti più sicuri e agevoli durante l'emergenza Y2K. L'impatto del
famoso Millennium bug sulla
Comune sarà lieve e facile da controllare.
I sistemi
interni della Comune:
è stato completato un controllo di tutti i nostri sistemi operativi e delle
loro diverse funzioni — energia elettrica, acqua, cibo, comunicazioni etc. Sono
state identificate le aree critiche e stabiliti i rimedi pratici. Questo
include l'adeguamento dei computer, il ricorso al controllo manuale,
l'approvvigionamento di scorte adeguate — cibo, gas per cucinare etc. Il
controllo e l'implementazione dei sistemi computerizzati nella Comune è
iniziato da tempo e verrà terminato entro settembre. Sistemi vitali quali il centralino
telefonico e la contabilità sono già pronti. Un sistema per rendere la
produzione di energia elettrica all'interno della Comune (attraverso
generatori) più flessibile è già a buon punto e verrà completato e reso
operativo ben prima della fine dell'anno.
Fattori
esterni:
a livello generale negli ultimi mesi in India si è verificato un cambiamento
importante e positivo. Il governo, anche se in ritardo rispetto alle maggiori
aziende private, ha emanato direttive ai vari dipartimenti affinché l'adeguamento
sia completato prima della fine di settembre, e ha stanziato i finanziamenti
necessari. Per quanto possiamo prevedere il risultato è che in India le
infrastrutture non verranno colpite in maniera grave dai problemi provocati da
Y2K.
Energia
elettrica:
abbiamo visitato una centrale elettrica nello stato del Maharastra
che è stata costruita più di 30 anni fa e funziona senza l'ausilio di computer
— questo tipo di centrale fornisce la maggior parte dell'energia elettrica allo
stato. Per ciò che riguarda il sistema di distribuzione, le informazioni
forniteci — con piena soddisfazione dei nostri tecnici — dicono che tale
sistema, solo parzialmente computerizzato, può passare al controllo manuale nel
caso sorgessero dei problemi. Inoltre il centro ha già fatto un test rispetto a
Y2K e tutti i sistemi funzionano nel 2000.
Inoltre, siamo stati informati che in tutta
l'India, dovunque vengano usati sistemi computerizzati in relazione all'energia
elettrica — compresi i più moderni impianti del Maharastra,
come quello recentemente costruito dalla Enron Corp.
— sono in attuazione progetti di adeguamento alla problematica Y2K.
Abbiamo avuto incontri con una società
internazionale di consulenza che lavora con le compagnie elettriche indiane per
l'adeguamento a Y2K. Questa ha utilizzato team di esperti americani nel
progetto Y2K della compagnia elettrica statale, e ci ha assicurato che nel
settore dell'elettricità non ci saranno in Maharastra
problemi degni di nota dovuti a Y2K.
I pochi impianti nucleari in India stanno
lavorando su Y2K sotto la guida dell'Agenzia Internazionale per l'Energia
Atomica.
Tutto considerato, siamo convinti che la regolare
fornitura di energia elettrica a Puna sarà garantita.
E possibile che ci sia qualche interruzione — del tipo al quale siamo già
abituati — ma non black out prolungati.
Trasporti
aerei:
gli aeroporti di Delhi e Mumbai hanno dichiarato che
per la fine dell'anno saranno Y2K compatibili. Le varie compagnie aeree sono
preparate a funzionare normalmente il Primo gennaio 2000. Sembra che Lufthansa abbia previsto personale aggiuntivo — a
disposizione in caso di problemi — ma opererà coi suoi normali orari. Abbiamo
organizzato riunioni con esperti per avere maggiori informazioni sullo stato
esatto del sistema indiano di traffico aereo e sui voli fra l'India e il resto
del mondo nei primi giorni del gennaio 2000.
Un gruppo di tecnici esperti sta organizzando
incontri con i responsabili del controllo del traffico aereo, delle Ferrovie
indiane, delle compagnie petrolifere, dei fornitori di gas da cucina e di
gasolio, delle compagnie di telecomunicazioni; oltre a vari incontri con l'Ente
elettrico del Maharastra.
Oggi come oggi sembra che tutti siano consapevoli
della situazione e stiano rendendo operative le soluzioni, e questo è un buon
segno per quanto riguarda una celebrazione del millennio felice e libera da
problemi.
Le parole a
volte possono essere solo scuse, possono essere veicoli del silenzio, possono
essere come il vento che sorregge la freccia nel suo percorso verso il centro
del bersaglio: l'essere.
LE TUE
PAROLE SONO COSÌ BELLE, MA AL TEMPO STESSO SENTIAMO ANCHE UN'ALTRA
COMUNICAZIONE ACCADERE QUANDO CI PARLI. CI PARLERESTI DI QUESTA SILENTE
COMUNICAZIONE? COME POSSIAMO APRIRCI A ESSA SEMPRE DI PIÙ?
E mentre mi stai ascoltando, se mi stai veramente
ascoltando, allora non è solo un ascoltare parole. Ascoltandomi la tua mente si
ferma, ascoltandomi smetti di pensare. E quando non stai pensando ti apri, e
quando non stai pensando, e la mente non sta funzionando, cominci a sentire con
il cuore. Solo allora posso toccarti, avvolgerti e riempirti con la mia
presenza.
Le parole non sono che un trucco, per quel che mi
riguarda non sono molto interessato alle parole.
Eppure devo parlare, perché mi sono accorto di
questo: che quando parlo tu diventi silente, ma se non parlo tu cominci a
parlare a te stesso, non sei più silenzioso.
Se sai essere silenzioso senza che io parli allora
non ci sarà bisogno di parole. E sto aspettando il momento in cui potrai
semplicemente sederti al mio fianco vicino a me, senza pensare. Allora non ci
sarà più bisogno di parlare perché parlare è sempre parziale. In questo caso
posso arrivare a te direttamente senza bisogno della mediazione delle parole.
Ma se ti dico di sederti in silenzio accanto a me
non sarai capace di sedere silente. Non farai che chiacchierare e parlare
dentro di te, il dialogo interiore continuerà. Devo parlare per interrompere il
tuo dialogo interiore: parlando ti tengo occupato.
Il mio parlare è come dare un giocattolo a un
bambino: il bimbo lo prende e se ne va a giocare e, mentre è assorbito dal
gioco, sta in silenzio. Ti offro le mie parole come giocattoli. Giocaci! E
mentre ci stai giocando ne vieni così assorbito che diventi silenzioso. E ogni
volta che sei in silenzio posso scorrere dentro di te.
Le parole possono essere belle, ma non possono mai
essere vere. La bellezza è un valore estetico. Puoi goderne, come di un bel
dipinto, ma da quel godimento non ne verrà fuori un gran che. Parlare va bene,
ma le parole non sono mai vere, non possono esserlo, per loro stessa natura. La
verità può essere comunicata soltanto in silenzio.
Ma questo è il paradosso: tutti coloro che hanno
insistito nel dire che la verità può essere comunicata soltanto in silenzio
hanno usato parole. E un peccato, ma non c'è niente da fare. Bisogna usare le
parole per rendervi silenziosi. Quando mi ascolti diventi silente: quel
silenzio è importante, ed è quel silenzio che ti farà vedere la verità.
Anche se nelle mie parole vedi un bagliore di
verità, quell'intuizione viene dal tuo silenzio, non
dalle mie parole. Anche se sei assolutamente certo che quello che sto dicendo è
vero, questo senso di assoluta certezza viene dal tuo silenzio, non dalle mie
parole.
Ogni volta che sei in silenzio è verità. Tutte le
volte che chiacchieri dentro di te, un blaterare come quello delle scimmie,
perdi la verità che è sempre presente.
Qualsiasi cosa io faccia, che ti parli, che ti
aiuti a meditare con me, che ti spinga a una catarsi, o che ti persuada a
ballare e a celebrare, qualsiasi cosa io faccia, il mio scopo è uno solo:
aiutarti in qualche modo a diventare silente, perché quando sei in silenzio le
porte sono aperte: ti trovi dentro il tempio.
Come arrivi a essere silenzioso non è affatto
importante. Diventa silenzioso. Allora io sono dentro di te e tu sei dentro di
me. Il silenzio non conosce confini. Nel silenzio, l'amore accade: io divento
il tuo amante e tu diventi il mio amante. Tutto ciò che è importante accade nel
silenzio. Ma come raggiungere il silenzio è il problema, un problema difficile.
Quindi non sono molto interessato a quello che
dico. Ciò che mi interessa è quello che succede a te, qualsiasi cosa io stia
dicendo. A volte continuo a contraddirmi: oggi dico una cosa e domani dirò una
cosa diversa, perché ciò che importa non è quello che dico. Le mie parole sono
come poesia, io non sono un filosofo. Potrò essere un poeta, ma un filosofo no.
Domani dirò una cosa diversa e dopodomani un'altra
ancora, non ha importanza. Le mie parole possono contraddirsi ma io non mi
contraddico mai – perché oggi dico qualcosa e in te si crea il silenzio, domani
dico qualcosa di assolutamente contraddittorio e in te si crea il silenzio. E
il giorno dopo di nuovo qualcos'altro, di assolutamente contraddittorio, che
contraddice tutto quello che ho detto finora, ma tu diventi silente.
Il tuo silenzio è la mia coerenza. Sono coerente,
costantemente coerente: mi contraddico in superficie, ma la corrente interiore
rimane sempre la stessa.
E ricorda, se dico la stessa cosa ogni giorno non
potrai raggiungere il silenzio, perché ti annoierai e comincerai a parlare
dentro di te. Se dico sempre la stessa cosa, essa diventa vecchia. E quando una
cosa è vecchia non c'è più il bisogno di starmi a sentire, perché sai già
quello che sto per dire, e così dentro di te puoi continuare a parlare. Devo
essere molto inventivo nel parlare, qualche volta devo shoccarti.
Ma quello che rimane è la coerenza interiore: quella di creare silenzio dentro
di te – perché allora posso essere con te e tu con me. E amore e verità possono
fiorire. Dovunque c'è silenzio sboccia la verità.
La verità è la fioritura del silenzio.
TRATTO DA
La
mia via: la via delle nuvole bianche
Edizioni
Mediterranee
AMATO OSHO,
PUOI DIRCI
QUALCOSA SULLE DIFFERENTI QUALITÀ DEL SILENZIO: IL FONDERSI CON TE, CON L'AMATA
E DA SOLI?
IL
FONDERSI CON L'AMATA
è la cosa più facile, perché è molto superficiale e molto momentanea. E
soprattutto una cosa fisica. La tua mente continua a chiacchierare dentro di te
e il tuo essere non ne è coinvolto. Un semplice fondersi alla periferia.
Il fondersi con il maestro è più difficile. Perché
non avviene fra due periferie, ma fra due centri. E il fondersi di due
consapevolezze, è l'unione di due anime in un'unità organica.
L'ego deve essere lasciato fuori completamente, la
mente deve essere in un profondo silenzio. E non è qualcosa di momentaneo.
Una volta che questa fusione è avvenuta, è per
sempre. Non si può tornare indietro.
E una terza cosa è il fondersi da soli. Questa è
la più difficile – quasi impossibile. Perché in questo non hai nemmeno una scusa.
Per fonderti col tuo amore hai una scusa: la ami. E per fondersi l'altro è
necessario. Fondersi con il maestro è difficile, ma non impossibile, l'altro
esiste ancora, e tu ti unisci alla consapevolezza dell'altro. Ma da solo, con
chi ti unisci? E la cosa più difficile – forse impossibile.
C'è una possibilità sola: se sai come unirti al
maestro, tu e la consapevolezza del maestro diverrete una cosa sola. A quel
punto sei solo. Non puoi più dire "Siamo in due". Non esiste più
"io", né esiste "tu".
Se per solo tu intendi questo stato di unione
profonda, allora è possibile, avverrà con l'esistenza stessa.
Ma bisogna iniziare imparando a fondersi con
l'amata. Bisogna sempre cominciare dalle cose più facili. Se stai imparando a
nuotare, lo fai dove si tocca, non ti butti subito nell'oceano.
Quando sei capace di fonderti in amore con
l'amata, allora diventa possibile fondersi con il maestro attraverso la
fiducia. La fiducia è una qualità più alta dell'amore.
E se diventi capace di unirti con il maestro,
allora il maestro diventa una porta per l'esistenza intera. A quel punto puoi
tentare di fonderti in te stesso, da solo.
In realtà non stai veramente fondendoti da solo,
sembra solo che lo stai facendo. Ti stai fondendo con l'universo stesso. Dato
che l'esistenza non si presenta come "l'altro" – come la tua amata o
il maestro – ti sembra di essere da solo. Ma non sei mai da solo. L'esistenza
ti circonda da ogni parte.
Sei simile a un pesce nell'oceano. L'oceano è
invisibile, ma tenta di capire: in ogni momento stai respirando l'esistenza.
Ogni cellula del tuo corpo sta respirando esistenza, dentro... fuori. Ogni poro
del tuo corpo sta inspirando ed espirando. Quando ti nutri, e senza nutrimento
moriresti, con il cibo assorbi i raggi del sole, i raggi della luna, le stelle
più lontane e le loro influenze, la terra stessa. In tutto quello che si
presenta come un frutto, in tutto quello che mangi, stai mangiando l'esistenza.
Stai respirando l'esistenza.
Non sei da solo. Poiché tutto questo non è
visibile, pensi di essere da solo.
E quando hai provato la gioia di fonderti con il
tuo maestro, cuore a cuore – da centro a centro – è possibile anche questo
passo ulteriore, anche se io lo definisco impossibile. Anche l'impossibile
diventa possibile se procedi lungo la strada giusta – passo dopo passo.
Ecco perché non sono contrario all'amore fra uomo
e donna. Lo voglio il più profondo e totale possibile, perché questo ti
preparerà al secondo passo: il fondersi nel maestro.
Chi non è mai riuscito a fondersi attraverso
l'amore con un uomo o una donna, sarà incapace di fondersi con il maestro. Non
conosce neppure l'abc. Non ne ha avuto neppure
l'esperienza più superficiale. Comincia dalle cose più semplici.
Il maestro è praticamente a metà strada fra te e
l'esistenza. Se riesci a fonderti con il maestro in totale fiducia,
arrendendoti completamente, scoprirai che dentro al maestro non c'è nessuno,
solo il puro vuoto, un'assenza sublime. Una musica senza suono. Un silenzio che
non è quello del cimitero, ma quello di un giardino.
Questo ti preparerà. Il maestro e il fondersi in
lui sono la disciplina più grande che esista. Ti prepareranno a fonderti con
l'esistenza stessa. Ti incoraggeranno e ti daranno un piccolo assaggio...
perché dall'esterno il maestro appare come un individuo, man mano che ti unisci
a lui, scopri però che non c'è nessuno. Era solo una finestra sull'esistenza. E
adesso l'impossibile diventa possibile.
Puoi fonderti in te stesso, da solo. Puoi
semplicemente chiudere gli occhi e fonderti con l'esistenza – con il sole, la
pioggia, il vento, gli alberi, gli uccelli. Puoi semplicemente espanderti in
tutta l'esistenza.
Questi tre tipi di silenzio hanno qualità diverse,
ma hanno anche somiglianze.
L'unione di due amanti è l'eco lontana della
suprema unione con l'universo. Per fonderti con il maestro, devi arrivarle
molto vicino, il suono non è più così distante. E quando ti unisci con
l'esistenza, ti stai fondendo nella musica stessa.
Quindi c'è una somiglianza e ci sono differenze,
ma le differenze non sono qualitative, si tratta solo di gradi diversi.
Tutte le religioni del mondo hanno continuato a
dire all'umanità che la differenza è qualitativa, che fra quando ami una donna,
quando ami un maestro e quando ami dio, ci sono differenze di qualità.
Io respingo tassativamente questa idea. La
differenza è solo quantitativa.
Le vecchie religioni credevano in una differenza
qualitativa e così ti chiedevano di rinunciare alla moglie, al marito, dicendo
che senza tale rinuncia non saresti riuscito a raggiungere una qualità diversa di
silenzio.
Io non ti chiedo di rinunciare a nulla. Ti dico
solo che questi sono tre gradini per entrare nel medesimo tempio. Anche il
gradino più basso appartiene allo stesso tempio, ed è assolutamente necessario,
così come il secondo e il terzo. Con il terzo gradino tu sei entrato nel
tempio.
Non devi rinunciare a nulla.
Tutto deve essere solo approfondito. Tutto deve
essere vissuto il più totalmente e intensamente possibile.
TRATTO DA
The
Hidden Splendor #1
IL SORRISO
DEL BUDDHA
Prima di
cominciare a parlare, sorridi. Quando incominci a parlare, il sorriso sparisce
e non sorridi più fin quando non hai finito. Ce ne potresti parlare?
Mmm... È una domanda
significativa perché parlare è una tale tortura, ed è un'attività del tutto
inutile. Ma bisogna parlare. Perché non c'è altro modo per portarti verso il
silenzio che esiste dentro di me. Tu non lo staresti a sentire, sai ascoltare
soltanto le parole. Così sorrido quando comincio a parlare. Ma mentre parlo è
difficile sorridere: è una tale tortura, uno sforzo così inutile dire qualcosa
che non può venir detto, parlare di ciò di cui non si può parlare, indicare
continuamente con il dito la luna che non si può indicare...
Ma non c'è altro modo, per cui devo continuare. Un
po' alla volta sarai in grado di sentire il non-verbale, quello che è oltre le
parole. Pian piano sarai in grado di ascoltarmi quando non sto parlando e
allora non ci sarà più bisogno... allora sorriderò continuamente. E poi quando
finisco, sorrido di nuovo perché la tortura è finita.
FIORI NEL SILENZIO
di Swami Deva Sahaja
NEL
GIARDINO DI LAO Tzu — la casa di Osho nella Comune di Pune – c'è una lunga costruzione, tutta vetrata, la walkway, che a prima vista può sembrare una serra. In
realtà è una specie di largo corridoio trasparente costruito dai sannyasin, così che il loro maestro potesse passeggiare in
quel meraviglioso giardino lussureggiante, e gioirne, senza l'incomodo del
caldo per lui eccessivo, o della pioggia – a volte in India sembra proprio che
il clima non ti lasci molte altre scelte – e soprattutto senza essere
disturbato dagli svariati animaletti che popolano un giardino lasciato
assolutamente libero e selvaggio, quasi una giungla.
Non che Osho la abbia usata poi moltissimo,
preferiva di certo stare nella sua stanza, ma si conservano poche e rare foto
delle sue passeggiate nella walkway. Ben presto
decise che i suoi sannyasin avrebbero apprezzato
davvero questo spazio, bello e riparato, soprattutto per delle sedute di
meditazione Vipassana e Zazen.
E qui torna il paragone della serra: specialmente
se guardati dal giardino, questi meditatori, seduti immobili nelle loro vesti
bordeaux dietro un vetro che ne sfuma i contorni, sembrano proprio, fra il
rigoglioso verde del giardino, fiori immobili e preziosi, intenti a sbocciare
lentamente lontano dalle distrazioni e dai fastidi del mondo esterno.
Nella walkway ho seduto
molte volte, a osservare i pensieri per così dire: interessato, talvolta perso,
sgomento, annoiato dalla loro ripetitività; grato per quei momenti, sempre più
lunghi, di profondo silenzio che riuscivo a vedere fra i pensieri, man mano
sempre più lenti e distaccati – sorpreso anche dalla velocità con cui passava
il tempo: i quaranta minuti di una seduta mi sembravano neanche cinque o dieci,
un nonnulla, al di là dal tempo.
In seguito ho anche aiutato nella conduzione di
questi gruppi di meditazione; e ce n'era da fare: è molto importante che i
partecipanti non vengano distratti dalla loro meditazione, dalla loro
osservazione dei pensieri, dalla loro ricerca del silenzio che è dentro ognuno
di noi.
Anche il pulire, lo stesso passare lo straccio
umido sul pavimento della walkway aveva una qualità
diversa: forse la presenza di Osho, e il silenzio lasciatovi dalle migliaia di
persone che avevano scelto quel luogo per sedere in meditazione.
Uno dei miei ricordi più belli, vivo ancora
adesso, è il percorrere tutta la walkway la mattina
presto, prima dell'inizio della giornata di meditazione, per controllare che
tutto – fiori, cuscini, sedili zen, stoini imbottiti, fazzolettini di carta –
risultasse davvero bello, in ordine e accogliente..." Dio è verità ,
certo, ma soprattutto è bellezza" ho sentito dire da Osho.
Dopo le pulizie, e con la necessità di non
perdermi nei pensieri perché magari dovevo suonare la campanella di fine
seduta, il silenzio durante le meditazioni mi risultava anche più profondo. E
qualche volta, nel silenzio che era dentro e fuori me, mi è capitato di sentire
– un po' d'immaginazione certo – i lenti passi di Osho che percorrevano la walkway: veniva magari a raccontarmi, senza neppure una
parola, una delle sue storie meravigliose.
In questa fine millennio, di
fronte al prolificare di sette e guru, le religioni organizzate esprimono la
loro «profonda preoccupazione» per questo fenomeno e hanno sicuramente i loro
«buoni» motivi…; i mezzi d’informazione ogni tanto presentano casi
sensazionali: non solo per colpire l’opinione pubblica, ma soprattutto per
rassicurare, in un certo senso, le masse sempre particolarmente sensibili a
tutto ciò che giustifica l’inerzia e la paura del nuovo su cui la vita dei più
si basa. Anche i ricercatori del vero vogliono dire la loro, ma essendo spesso
animati da buonismo o perbenismo finiscono quasi
sempre per trovare giustificazioni anche alle sciocchezze più evidenti. In un
simile caos spirituale è difficile evitare che la mente ci metta lo zampino,
ecco perché è estremamente interessante la prospettiva che Osho ha dato a
questo argomento nel rispondere alla domanda di un discepolo.
Amato Osho,
come ci dobbiamo sentire, quando vediamo giovani veramente
aperti e sensibili, semplici e sinceri che rinunciano a tutto per seguire dei
presunti messia, falsi e distruttivi, che usano questi seguaci solo per un loro
interesse materiale e politico? Sto pensando a un uomo che si fa chiamare
Reverendo Moon, e che sta raccogliendo adesioni in
quantità, ogni giorno che passa. Quest’uomo, in
Occidente, si sta facendo anche molti nemici che criticano aspramente lui e i
suoi metodi; ma i suoi poveri seguaci sono ciechi e vedono questa persecuzione
come la prova che egli è il nuovo Gesù.
È
un fenomeno molto
complesso e per comprenderlo occorre guardarlo con acume.
Innanzitutto, non è affar
vostro. Se qualcuno segue Moon o Muktananda,
non è affar tuo. Non dovresti assumere nessuna
posizione: chi sei tu per decidere? Come puoi stabilire se Moon
ha ragione o ha torto? E perché dovresti deciderlo tu? Tu non lo stai seguendo.
Dovresti starne fuori, perché è impossibile stabilire qualcosa non se ne fa parte.
La stessa cosa fu detta anche contro Gesù; e le
persone che erano contro Gesù dicevano la stessa cosa ai suoi seguaci: “Perché
segui quest’uomo? è un falso messia”. Ecco cosa
dicevano gli ebrei contro Gesù. E ancora lo dicono, forse non ad alta voce perché
sono stati costretti al silenzio, schiacciati nel corso dei secoli, ma lo
dicono ancora. Chi può stabilirlo? E come? Questo è anche quanto si dice contro
di me, di voi che seguite me. La gente dirà che siete caduti nelle mani di un
uomo pericoloso, che vi ha lavato il cervello, che vi ha distrutto, che vi ha
ipnotizzati e così via.
Quindi, prima di tutto, non coinvolgetevi in
queste cose. Non perdete il vostro tempo. Se qualcuno sta bene con Moon, è affar suo.
Tu parli di «giovani veramente aperti e sensibili,
semplici e sinceri». Se sono veramente tali, prima o poi comprenderanno che
questo messia è falso.
Se la loro sincerità non è in grado di rivelare a
loro stessi la falsità del loro messia, chi altro può rivelarla? Quindi,
lasciate che lo seguano con totalità. Se si stanno muovendo con la persona
sbagliata, prima o poi se ne renderanno conto. E se non se ne rendono conto,
anche questa è una loro decisione.
In realtà, più critichi Moon
e altri personaggi simili, più renderai impossibile ai discepoli vedere da
soli. Più criticate, più loro si difenderanno. La logica è una spada a doppio
taglio. Quando diventate troppo accaniti contro Moon,
lui potrà dire: “Osservate, quanto accade a me, accadde anche a Gesù. La gente
è contro di me; è sempre stato così con i grandi profeti, sono sempre stati
osteggiati”. Con il vostro accanirvi contro di lui, dimostrate la sua
importanza, gli date troppo significato.
Coloro che seguono Moon
per lo meno stanno cercando – forse nella direzione sbagliata – ma stanno cercando
ed è meglio di coloro che non cercano affatto. Gioiscine. Si muovono con la
persona sbagliata, ma si muovono.
Brancolano nel buio, sono lontani dalla soglia, ma
si stanno muovendo.
Meglio di coloro che stanno seduti al buio e non
brancolano affatto.
Un pericolo esiste, ma tutta la vita è un
pericolo.
È meglio essere un seguace di un Moon vivo, che essere seguaci di un Cristo morto; e non sto
dicendo che Moon ha ragione o ha torto, forse ha
torto – ma per lo meno quel ricercatore ha il coraggio di seguire, di
scegliere. Se Moon ha torto, prima o poi l’esperienza
personale lo rivelerà – quel ricercatore vedrà che ha torto. Ma le persone che
sono semplicemente sedute al buio non arriveranno mai a comprendere se sono nel
giusto o no? Il problema vero si ha con queste persone.
Tu hai dato per scontato il tuo essere cristiano.
Come puoi essere un cristiano? Sono esistiti solo pochissimi cristiani: coloro
che furono i seguaci di Gesù quando era vivo e rischiarono la loro vita.
E il rischio più grande era questo: non esisteva
alcun modo per decidere se stavano seguendo la persona giusta o quella
sbagliata – ecco qual era il loro rischio più grande. Costoro erano tutti
ebrei, e se fossero rimasti nella vecchia chiesa, se fossero rimasti giudei,
non ci sarebbe stato alcun rischio, poiché le cose erano stabilite dalla
tradizione. Con il passare dei secoli, ogni cosa era diventata fissata, ogni
dogma era stato stabilito.
Quelle persone iniziarono a cercare in prima
persona, cercavano di aprire gli occhi. Non mi preoccupo se Gesù avesse ragione
o torto, ma affermo che quelle persone erano estremamente vive.
Certo, va bene anche seguire Muktananda
e, se siete dei ricercatori onesti, per quanto tempo Muktananda
o Moon possono ingannarvi? Per quanto? La vostra
onestà è l’unica vostra protezione, e null’altro. Continuate: ognuno deve
brancolare a lungo, si deve bussare a molte porte prima di giungere a quella
giusta. Non c’è nessun altro modo.
Quindi, non criticate. Non ce n’è bisogno e non è affar vostro. Se desiderate seguire Moon,
dovrete pensarci, ma se sono altri a seguirlo, lasciate che siano loro a
pensarci. Perché dovreste prendervi una loro responsabilità? Perché dovreste
avere potere sugli altri? Se qualcuno decide di seguire uno stupido, è una sua
decisione e ha la libertà di seguire uno stupido. Se foste costretti a seguire
l’uomo più saggio della terra, anche se fosse un Buddha,
questo sarebbe orribile, perché ucciderebbe la vostra libertà. Ma se per vostra
libera scelta seguite uno stupido, la cosa è stupenda.
La mia enfasi è sulla tua libertà. E le persone
che si accaniscono contro Moon, perché lo fanno? Per
la stessa ragione per cui furono contro Gesù – infatti, se l’influenza di Moon cresce, sempre più cristiani scomparirebbero
diventando “moonisti”.
Queste persone sono contrarie a Bhaktivedanta, il capo del movimento degli Hare Krishna, perché un numero
sempre maggiore di persone stanno diventando indù e i cristiani stanno
scomparendo. Queste persone sono contro il Maharishi Mahesh Yogi perché sempre più
persone abbandonano le preghiere cristiane per dedicarsi alla Meditazione
trascendentale. La stessa situazione si presenta ovunque.
Qui, la gente è contro di me perché se voi venite
da me, pian piano smettete di essere un parsi, o un indù, non sarete neppure
cristiani – diventerete puri esseri umani, semplici esseri umani senza
aggettivi.
Quindi, coloro che vivono con gli aggettivi, come
possono limitarsi a osservare? Hanno paura perché il loro establishment viene
eroso e tenteranno in tutti i modi di ostacolarmi. Il mio suggerimento è
semplice: se veramente desiderano che nessuno venga da me, dovrebbero restare
indifferenti.
Più si dimostrano avversi, più mi daranno
importanza; il loro stesso essere contrari spinge molte persone a interessarsi
a me. Il metodo migliore sarebbe di non preoccuparsi di me, di restare
indifferenti. Lasciate che le persone vengano e permettete che scoprano da
sole. Se troveranno più nutrimento con me che con la loro vecchia chiesa o
tempio o moschea, allora, spetterà a loro scegliere; ma se non troveranno alcun
nutrimento con me, se ne andranno, proseguendo nella ricerca.
Ma se la gente mi è contraria, voi incominciate a
stare sulla difensiva. In questo caso i vostri occhi diventeranno dogmatici e
diventerete polemici.
In un modo o nell’altro dovrete dimostrare che il
vostro Maestro ha ragione ed è l’unico vero Maestro esistente. A quel punto,
anche se a volte vedrete in me degli errori, delle pecche, li ignorerete. Come
può il vostro Maestro avere delle pecche, commettere errori nella sua vita?
Impossibile. E così facendo vi nascondete. Pian piano la vostra determinazione
aumenterà, grazie alla gente che è contro di me. Loro parlano male di me, voi
dovete parlare a mio favore… ecco come quelle persone mi stanno aiutando.
Questo è il mio suggerimento: non occorre
preoccuparsi – il mondo è vasto e ognuno è libero di scegliere, dovrebbe essere
libero di scegliere. Se qualcuno sente di arrivare a qualcosa con Moon – e Moon potrebbe aver
torto… e per quanto ne so, ha torto – va bene così e non sarò io a distrarre
quella persona da quel percorso. La mia opinione è che Moon
ha torto, tuttavia qualcuno può trarne dei benefici. La vita è molto
misteriosa: si impara anche dai propri errori. Conosco molte persone, come Muktananda, che non hanno nulla da dare. È un miracolo che
anche Muktananda sia potuto diventare un guru.
Tuttavia, anche se qualcuno lo segue, non gli dirò di non seguirlo, bensì
insisterei perché sia totale: questo è l’unico modo per scoprire, per rendersi
conto. Gli dirò: “Procedi senza indugio, a occhi aperti; forse questo è il
mezzo grazie al quale la tua vita potrà crescere”. Non c’è nulla di sbagliato
in tutto ciò. Perché avere tanta paura? Si impara dagli stupidi quanto dai
saggi, dagli pseudo-guru quanto dai guru autentici.
Entrambi fanno parte dello stesso fenomeno; in realtà, ricevete ciò che
meritate. Ebbene, ci sono persone che si meritano Muktananda;
che fare? Si sono guadagnate Muktananda nel corso
delle vite passate, molte vite di karma e se lo sono guadagnato. Chi sono io dunque,
o chi siete voi, per impedirlo? Perché? Se lo sono meritato, fa parte della
loro crescita e devono passare di lì.
Un giorno Mulla Nasrudin venne da me molto preoccupato, e mi disse: “Voglio
diventare un guru”.
La cosa mi incuriosiva, e gli risposi: “Ci sono
delle buone possibilità. Perché no? Provaci”.
Commentò: “È vero, ecco perché ci penso. Se Muktananda di Ganeshpuri può
essere un guru, perché non posso farlo io?” e aggiunse: “Osho, ho una richiesta
da farti: per favore, forniscimi il primo discepolo”.
Proprio lì vicino vidi un uomo che soffriva di un
complesso d’inferiorità, era già stato da diversi psicanalisti – freudiani, junghiani e adleriani –
sconfiggendoli tutti, mantenendo quindi i suoi complessi, anzi, diventando
ancor più abile. Più vedeva degli psicanalisti e più diventava abile con i suoi
complessi. Anzi, ne godeva.
Per cui dissi al Mulla:
“Prendi quest’uomo. Prova con lui: soffre di un
complesso d’inferiorità”. Nasrudin lo portò con sé,
sedette con lui, guardò nei suoi occhi, meditò un pochino, chiuse gli occhi e
infine gli disse: “Ho buone notizie per te. Non hai alcun complesso di
inferiorità: tu sei davvero inferiore!”
Ebbene, ci sono persone che sono veramente
inferiori e si meritano Muktananda, Moon e personaggi simili. Ci sono gli stupidi, che farci?
Anche i guru stupidi sono necessari. I guru stupidi non potranno scomparire
dalla faccia della terra finché non scompariranno le persone stupide. È una
sottile legge economica: la vostra domanda dev’essere
soddisfatta; qualcuno, da qualche parte, deve fornirvi la merce che richiedete.
La gente pensa che solo Moon
o le persone come lui vogliano sfruttare. No, voi stessi volete essere
sfruttati, e non trovate pace finché non siete sfruttati.
La gente ritiene che i seguaci siano innocenti.
Che sciocchezza. Non è possibile sfruttare un uomo innocente. I seguaci sono
furbi, astuti e vengono sfruttati da persone ancora più astute. Una persona
innocente non può essere sfruttata da una persona astuta perché l’innocenza è
così pura e, nella sua purezza, quella persona vedrà immediatamente l’assurdità
della situazione. Non potrete sfruttare una persona innocente, ma solo una
astuta.
Quindi non definire quelle persone “semplici e
sincere”, non dire che sono sfruttate da disonesti. No, quelle persone devono
avere della furbizia in loro: stanno cercando delle scorciatoie, il nirvana. In
questo caso chiunque può sfruttarti.
Chiunque può dirti: “Questo ti servirà. È un
semplice mantra che devi ripetere per venti minuti al
mattino, venti minuti la sera e raggiungerai la beatitudine perfetta”. Ebbene,
ti sta fornendo una merce veramente a buon mercato – chiamala Meditazione
trascendentale o come vuoi – e se ti presenta una parcella da cento dollari,
cosa c’è di sbagliato? E dici che quell’uomo è un imbroglione.
Quell’uomo non sta sfruttando la tua innocenza,
perché l’innocenza non può essere sfruttata. Una persona innocente comprenderà:
“Com’è possibile? Solo pronunciando «Rama, Rama, Rama» per venti minuti al
mattino e alla sera, illuminarsi?” Sii ragionevole, e se non lo sei e qualcuno
ti chiede cento dollari, ti sta solo chiedendo un prezzo del tutto adeguato
alla tua logica. Eppure, gli dai cento dollari, e poi pensi di essere stato
sfruttato! Nessuno ti può sfruttare, a meno che tu non sia pronto a esserlo, e
nessuno può ingannarti, se non sei pronto a esserlo. La responsabilità è tua,
dunque, sta attento e sii responsabile.
Non essere
sciocco, altrimenti è inevitabile che qualcuno diventi il tuo guru. E a quel
punto, non metterti a urlare e a piangere, dando in escandescenze, perché sei
stato sfruttato.
Desideravi raggiungere il nirvana a un prezzo
veramente basso! Ricordati sempre: cadi in schiavitù perché desideri essere
schiavo. Non sai rimanere libero, ecco perché cadi in una qualsiasi schiavitù.
Ma sei tu a volerlo, altrimenti nessuno può imprigionarti. Tu temi la libertà,
hai paura di crescere e hai paura di confrontarti con la vita per ciò che è.
Tratto da:
The
Discipline of Transcendence
“Quando
la tua ricerca diventa così appassionata – e per appassionata intendo dire che
diventa una questione di vita e di morte – quando non riesci più ad
acquietarti, a meno di non arrivare alla verità; quando sei pronto a morire per
la tua ricerca, solo allora potrai trovare un vero maestro.”
Osho
Il reverendo Sun
Myung Moon con la moglie. La sua proposta religiosa è di chiara matrice
cristiana e i suoi seguaci lo salutano come il nuovo messia. Nella foto la
celebrazione di un matrimonio di massa nello stadio olimpico di Seul, nella
Corea del sud, all’inizio di quest’anno. Sulle sette in genere (la sola parola
“setta” fa subito insorgere un senso di allarme in chiunque) viene scritto a
più riprese su giornali, riviste, libri dossier. Si sono spesi miliardi in
tutto il mondo in ricerche sul fenomeno. Sono nati comitati, associazioni,
gruppi di psicologi e deprogrammatori mentali per proteggere la società da
questa cosiddetta calamità... ma alla fine esiste davvero una differenza
radicale tra le persone appartenenti a una setta e le altre che rimangono nel
‘branco’ cristiano? L’immagine che si ha dei primi cristiani non si discosta
molto dall’immagine che la stampa oggi dipinge degli entusiasti aderenti a una
moderna setta: che sia solo l’entusiamo la vera differenza? In fondo la
devozione, la cieca obbedienza, la fede, la totale dedizione alla causa,
all’interno della religione cristiana sono considerate delle virtù. È
interessante notare come di fronte alle notizie sulle sette chi è già contrario
riesce sempre a trovare tutte le ragioni per una condanna, mentre chi è già
favorevole riesce sempre a trovare tutte le spiegazioni a sostegno. E allora
come si può arrivare a conoscere la verità?
SINCERITÀ NELLA RICERCA
Quando ogni bisogno inferiore è soddisfatto,
allora nasce la spiritualità.
L’Occidente ha soddisfatto le sue necessità
primarie. Adesso, all’improvviso, è posseduto da un desiderio, da una passione
per l’assoluto; viene sentito in tutto l’Occidente, soprattutto dalle nuove
generazioni – un tremito, uno spasimo per l’ignoto. È un momento molto critico.
In questo momento molte persone sfrutteranno il
vostro bisogno, perché l’Occidente è come un bambino – un bambino nel mondo
dello spirito. In Occidente non si sa fare distinzioni al riguardo. Esiste
semplicemente un bisogno ed è tutto ciò che sapete; chiunque arrivi e dica:
“Posso soddisfare il tuo bisogno”, chiunque sia sufficientemente astuto, quanto
meno per fingere, voi lo seguirete. È naturale.
Prima o poi la finirete con i Moon
e i Muktananda, perché prima o poi vedrete che
promettono senza approdare a nulla.
Quanto può durare? E solo allora vi interesserete
a Maestri veri – Krishnamurti, Gurdjieff
o Ramana; solo allora inizierete a interessarvi a
loro.
Ma tutto questo è naturale. All’inizio dev’essere così. Non sapete come sono le rose vere, per cui
chiunque vi porti delle rose di carta e di plastica, le acquisterete – non
conoscendo le rose vere non potete fare alcun paragone. Vi limitate ad
acquistarle, ma quanto può durare? Ecco il motivo per cui ho deciso di non
andare in Occidente. Al momento è come un supermercato: ci sono un’infinita di
persone in piedi sulle loro casse di sapone che urlano, cercando di richiamare
la vostra attenzione per vendervi qualcosa, qualcosa di assolutamente inutile.
Ho deciso invece di aspettare qui, fino a quando coloro che sono stati con Moon, con Muktananda, con questo
o con quello, non abbiano finito e siano arrivati a comprendere che quelle
persone non hanno nulla da dare; a quel punto, inevitabilmente verranno in
Oriente alla ricerca. Ho deciso di attenderle qui e di non andare là, perché
quando un ricercatore arriva, dopo aver viaggiato così a lungo, il suo
desiderio è autentico, a quel punto è pronto a rischiare moltissimo. Rischia la
sua intera vita.
Ed è meglio che passi prima attraverso il
supermercato, così saprà.
Lascia che vadano, aiutali ad andare. Consiglia
loro di andare fino in fondo. Sincerità nella ricerca – se è vera, ne
usciranno, e ne usciranno più maturi, meno infantili. Ne usciranno con maggiore
esperienza. Non c’è nulla di cui preoccuparsi. Non ostacolare mai nessuno se
sta veramente andando da qualche parte. Lascia che vada. Esiste solo un modo
per imparare, ed è attraverso l’esperienza; non c’è nessun altro modo. E se
ritieni che possa perdersi, allora è ciò che si merita, è ciò di cui ha bisogno
al momento.
Nulla accade senza che lo si meriti. Qualsiasi
cosa ti accada, la meriti.
Nessuno può sfruttarti senza che tu abbia la
necessità di essere sfruttato.
Nessuno può renderti schiavo, se non sei pronto a
diventarlo e se hai paura della libertà. Non ti succede nulla che tu non
desideri ardentemente, che tu non voglia, consciamente o inconsciamente. Questa
è la tua vita e la tua libertà.
Tratto da:
The
Discipline of Transcendence
“Esistono un’infinità di livelli di crescita,
un’infinità di tipi di persone, un’infinità di secoli che convivono. Una
persona che va da Sai Baba e una persona che viene da
me non sono contemporanei, non possono esserlo. Non tutti sono contemporanei.
La gente che viene da me è un tipo di persona completamente diversa. In
effetti, queste persone sono un po’ in anticipo sul loro tempo: non saranno
comprese. Ecco perché, quando venite a Pune la gente
non riesce a capire cosa siete e cosa state facendo. Non riesce a immaginarlo
perché voi non appartenete a questo secolo; siete in leggero anticipo sul
tempo.”
Osho
INIZIAZIONE
ALLA
MEDITAZIONE
Edizioni
Mediterranee – Pag.
PREMESSA: In noi esiste qualcosa di
non vissuto, di latente. In una parola è l’arte di osservare: semplice essere
presenti alle cose, come testimoni imparziali, distaccati, rilassati, passivi
eppur coscienti, presenti anche se assenti in quanto attori...
UDIRE: “Udire è semplicissimo:
gli animali possiedono l’udito, chiunque abbia le orecchie lo possiede; sentire
è invece uno stadio di gran lunga più elevato. Il sentire accade quando l’udire
non è accompagnato da nient’altro: nella mente non scorrono altri pensieri,
nessuna nuvola scorre nel tuo cielo interiore. Allora qualsiasi cosa venga
detta, ti arriva così come è stata detta.”
MEDITAZIONE: “Ogni volta che riesci a
trovare il tempo per essere semplicemente, lascia cadere ogni fare. Se anche
per un solo istante non fai assolutamente nulla, e sei semplicemente nel tuo
centro, assolutamente rilassato... quella è meditazione. E una volta compreso
come si fa – qualcosa fa click dentro di te – puoi restare in quello stato il
tempo che vuoi, perfino ventiquattr’ore al giorno! La
meditazione non è contro l’azione. Non è vero che si debba fuggire dalla vita.
La meditazione insegna semplicemente un nuovo stile di vita: diventi il centro
del ciclone.”
POSIZIONE: “...Non occorre una
posizione particolare, né è richiesto un tempo particolare. Molti pensano che
ci sia un tempo preciso in cui meditare. Non è così, non nella meditazione:
qualsiasi tempo è il tempo giusto. Devi essere semplicemente rilassato e
giocare. E se non accade, non importa; non rattristarti...”
MENTE: “Tutto ciò che la mente
può fare non può essere meditazione: è qualcosa che va oltre la mente. Fatta
eccezione per la meditazione, tutto può essere fatto dalla mente; tutto, tranne
la meditazione, poiché non è una realizzazione: esiste già, è la tua natura. La
meditazione è la tua natura intrinseca.”
BEATITUDINE: “La beatitudine è la meta
della vita; la meditazione è il mezzo per raggiungerla. La meta è la
beatitudine; la meditazione è il ponte, la barca che ti porta sull’altra
sponda. Senza meditazione, nessuno è mai riuscito a conoscere cosa fosse la
beatitudine.”
IL TEMPO: “Quando si scende nel
silenzio interiore, nella propria solitudine, affiora una sottile tensione.
Come prima cosa, si pensa di sprecare tempo: non stai facendo nulla, te ne stai
semplicemente seduto. Perché sprechi la tua vita? In Occidente si dice che
l’ozio è il padre dei vizi. E voi tutti lo sapete, la vostra mente l’ha
assimilato, pertanto quando ti siedi in solitudine hai paura. Stai sprecando
tempo, non stai facendo nulla, ecco che ti ritrovi a chiederti: ‘Cosa fai qui?
Stai semplicemente seduto? Sprecando ogni cosa?’ come se il tuo essere fosse
uno spreco!”
FRETTA: “Praticamente tutti
fuggono il più velocemente possibile lontani da se stessi. E il problema è che
non puoi sfuggirti. Ovunque andrai, sarai te stesso. La paura di conoscersi è
la più grande paura che esista al mondo. E questo perché sei sempre stato
condannato da tutti, per le inezie più sciocche – al punto che ora hai paura di
te stesso. Sai di non essere degno. Ovviamente la soluzione migliore e fuggire
da te stesso.”
SENZA TROPPA MANUTENZIONE
di Deepak
Il nostro
astrologo è anche un appassionato di motociclette, qui ci racconta di un suo
viaggio in Europa.
Eccola là – grossa, nera e stupenda. Una vera moto
da buddha. Aveva il motore più grosso che l’Harley Davidson avesse mai
prodotto e la marmitta più ruggente e lucida che si potesse sognare. C’era così
tanto cromo in quella macchina che bisognava mettere gli occhiali da sole anche
solo per guardarla.
Non ero mai stato prima in nord Europa, e
l’esistenza mi offriva l’opportunità di visitarla a cavallo di una moto così
splendente, così costosa e così potente da togliere il respiro. Il suono del
motore era come quello del tuono lontano. A guidarla attraverso una di queste strettissime
vie di Amsterdam fiancheggiate da alti edifici, ti aspettavi quasi che la sola
potenza delle vibrazioni facesse scattare gli allarmi antifurto delle auto
parcheggiate ai lati.
Tom era venuto a prendermi a Shipol – l’aeroporto di Amsterdam – mi aveva portato dritto
alla moto e dato le chiavi. Ci eravamo incontrati in precedenza a Pune ed eravamo diventati subito grandi amici, quando mi
ero vantato di aver portato una Royal Enfield 350cc attraverso i passi dell’Himalaya
fino in Ladakh, nei suoi occhi si era accesa una luce
e mi aveva chiesto se volevo la sua Harley per farmi
un giro in Europa.
L’offerta capitava proprio a puntino. Ero a Pune da talmente tanto tempo che la mia mente si era fatta
prendere dal tran tran. Avevo bisogno di un cambiamento.
Era il momento di andare lontano, così da potermi poi sentire di nuovo più
vicino. Era davvero ora di muovermi, senza sapere dove sarei andato a parare.
Caricai la moto con i miei vestiti, il sacco a
pelo, la tenda, il mio computer portatile, alcune parti di ricambio – e feci in
modo di fissare tutto quanto il meglio possibile. Sembrava un po’ il carro
degli zingari, con un grosso fanale davanti e delle marmitte non poco rumorose.
Avevo tutta l’attrezzatura per il campeggio. Il buddha
viaggiava al risparmio: pochi fondi e molta fiducia nell’esistenza. Non avevo
una meta ben chiara, sapevo solo che volevo visitare il più gran numero
possibile di centri di meditazione di Osho.
Uscii ruggendo da L’Aia e in meno di un paio d’ore
ero già in un’altra nazione, cosa che per un americano è sempre sorprendente.
Qualche ora più tardi uscii dall’autostrada e mi misi a costeggiare il Reno, e
mi ritrovai come un bambino a guardare a bocca aperta questo spettacolo mai
visto prima, gli antichi castelli che sorgevano sulle alture circostanti,
battelli d’ogni tipo che solcavano il fiume. Il vecchio continente per me era
nuovo e tutto da scoprire.
Ero ormai nella Foresta Nera, nel mezzo della
notte, quando decisi di svoltare per una stradina non asfaltata e trovare una
radura dove stendermi a dormire nel mio sacco a pelo. Compresi subito perché la
chiamano Foresta Nera: era buio pesto; sebbene ci fosse la luna piena la
vegetazione era così folta che non lasciava filtrare alcuna luce.
Mi ero appena addormentato quando fui svegliato
dai suoni più orribili e minacciosi che abbia mai sentito in vita mia. Non
riuscivo a capire cosa fosse… e si stava avvicinando. “Mio dio!” cominciai a
pensare da perfetto americano “Sono qui tutto nudo, senza un fucile, o un
coltello… o un missile Cruise… niente di niente.”
È nelle situazioni disperate che nascono le idee
migliori, e così saltai sulla Harley e avviai il
motore, facendo un tale frastuono da svegliare anche i morti per un raggio di
chilometri. Puntai il fanale nella boscaglia, tentando di vedere qualcosa. Poi
spensi tutto e mi misi ad ascoltare. Sentii il rumore di qualcosa di sinistro
che si allontanava e finalmente mi rilassai. “Ottimo,” pensai “mi sa che ho
anche stabilito un record mondiale: il primo sannyasin
nudo a spaventare animali selvaggi usando una Harley.”
Alla mattina mi svegliai bagnato da una fastidiosa
acquerugiola, e per tutto il giorno guidai sotto una pioggia continua e fredda.
Arrivai finalmente nella mia prima casa di sannyasin,
a Schwarzenburg, dove Dharmavid
e Aadhar mi accolsero con un caldo benvenuto. Mi
mostrarono perfino l’apposito spazio sul termosifone dove potevo asciugare i
miei stivali ormai fradici. Era una grande casa, vecchia e stupenda, dove
tirammo tardi fantasticando sull’organizzazione di un Circo di Osho: venti
vecchi autobus pieni di sannyasin in giro per
l’Europa.
Dopo un paio di giorni mi ero riscaldato a
sufficienza le ossa e così mi diressi verso l’unico passo con l’Italia che non
fosse coperto dalla neve. Quasi in cima mi sorpassò qualcosa che andava
veramente forte, e con la coda dell’occhio mi accorsi che era una Royal Enfield. Non potevo
crederci: “Cosa ci fa una Enfield fuori dall’India, e
soprattutto, come riesce a farla andare così veloce?”.
Lo raggiunsi e ci fermammo a parlare, la moto risultò
essere una Egli, importata dall’India e rielaborata in Svizzera fino a ottenere
una potenza doppia. Proprio in quel momento passò un’ambulanza a sirene
spiegate, e noi ci scambiammo uno sguardo pieno di tristezza. Il guidatore
della Enfield controllò l’olio e vi scoprì tracce di
metallo: il suo motore aveva qualche problema e così dovette tornare indietro.
“Eh, queste Enfield…” dissi fra me e me, e continuai
da solo. Dietro la prima curva c’era una moto sfasciata nel mezzo della strada,
fra grosse pozze di sangue. L’ambulanza si stava allontanando lentamente, la
sirena ormai spenta. Basta solo un attimo di inconsapevolezza, sarebbe potuto
capitare anche a me.
La tappa seguente era Lugano, dove mi fermai in
una casa di sannyasin e incontrai Ishe
e Sabino – due persone veramente di cuore. La casa era sulle colline che
circondano la città e così decisi di fare una passeggiata nella natura.
All’improvviso udii di nuovo quel sinistro grufolio,
mi voltai e c’era un grosso maiale selvatico, che con il grugno e le zanne
stava scavando il terreno tentando di portare alla luce qualcosa che voleva
mangiare. “Ma sono proprio dappertutto!” pensai, mentre mi allontanavo molto
velocemente, prima che la belva decidesse di avermi per cena.
In un certo senso mi avrebbe fatto un favore:
dovete sapere che ero in viaggio verso
Continuai per raggiungere Miasto.
Quando arrivai vennero tutti fuori a vedere da dove venisse quel rumore di
tuono. Una volta scopertolo, mi guardarono tutti con ammirazione e mi
lasciarono gentilmente passare attraverso il cortile e parcheggiare proprio di
fronte al dormitorio.
Quella sera portai il materasso fuori, nel
portico, per godermi la brezza e ascoltare i suoni della natura. E nel mezzo
della notte fui svegliato da quel grufolio ormai
familiare. Stavolta era un intero branco, e siccome non sembravano affatto
interessati a saltare sul portico per attaccarmi, mi voltai dall’altra parte e
tornai a dormire.
Una sera andai a mangiare con amici in una vecchia
trattoria nel vicino paese di Sassa. Sulle pareti
erano appese varie teste di cinghiali con delle grandi zanne. Il proprietario
ci raccontò come, una volta all’anno, tutti gli uomini del paese si riuniscono
per cacciarli, dato che rovinano le coltivazioni. È illegale, disse, cacciarli
in gruppi di meno di 25 persone perché sono davvero pericolosi. Fanne infuriare
uno e in un batter d’occhio ti avrà attaccato alle gambe, fatto cadere per
terra e azzannato alla gola.
La meta successiva – Ibiza – mi portò verso nord e
così mi fermai all’Arihant, un centro di meditazione
fuori Varazze, immerso nel verde, dove mi offrirono
una tenda per poter dormire sulla collina. Ushma
allieta tutti con cibo delizioso e Nirodh si occupa
di musicoterapia, è molto dotato e riesce a
nascondere nelle note livelli diversi di onde cerebrali. I risultati sono
davvero profondi.
Aspettai che spiovesse e mi rimisi in viaggio.
Volevo percorrere la famosa route Napoleon, ne avevo
sentito parlare come di una delle strade più panoramiche d’Europa, così mi
diressi verso Gap, in Francia. Ma a un bivio presi la direzione sbagliata, e
dopo aver passato l’intera giornata ad andare su e giù per tortuose strade di
montagna mi ritrovai a Marsiglia che era già buio. Passai la notte in un
campeggio e alla mattina mi diressi verso
La prima tappa nel nord della Spagna fu l’Osho Information Center fuori Tarragona.
Prem e Indradhanu mi erano
venuti incontro per indicarmi la strada. Arrivammo in un posto proprio isolato,
dove fui sorpreso di vedere degli edifici e una casa a due piani. Era tutto
tenuto benissimo e c’era spazio per gruppi di centinaia di persone. Ma era
tutto vuoto! Chiesi il perché e mi risposero che ancora non avevano fatto
alcuna pubblicità e neppure sparso la voce.
Prem, che ha uno studio
dentistico a Barcellona, mi guidò nel dedalo di stradine vicino al porto fino all’imbarco
per Ibiza. Il battello arrivava sull’isola nel mezzo della notte, e io ero lì
in fila che mi chiedevo dove avrei trovato da dormire a un’ora così tarda,
quando mi sentii chiamare. Era Yash, un sannyasin simpaticissimo che avevo incontrato a Pune, ed ebbi così subito un invito a passare la notte a
casa sua. La mattina dopo mi svegliai col suono delle onde che si infrangevano
sugli scogli e la vista di questo mare di un verde-blu incredibile che si
perdeva fino all’orizzonte.
Passai così un mese sull’isola a godermi l’energia
del vivere con altri sannyasin. Non so perché mi
piaccia così tanto, forse perché ognuno di noi porta dentro di sé un po’
dell’energia di Osho e così più siamo più energia di Osho riesco a sentire
intorno e dentro me. Mi piace la vitalità dei sannyasin
e il modo in cui l’energia fluisce quando si è fatto così tanto lavoro su se
stessi.
Tutti i giorni guidavo fino a San Juan per il quotidiano appuntamento da Ferdinandito’s,
il ristorante dove pranzavo sempre con qualche sannyasin
– molti li conoscevo già da Pune, ma era interessante
e differente incontrarli di nuovo nel mondo. Nel pomeriggio davo sessioni di
astrologia in un posto lì di fronte e ogni sera andavo alla spiaggia di Benirras per ascoltare i tamburi e vedere il sole tramontare
nel mare. Era un posto magico, senza tempo; sentivo che sarei potuto rimanere
lì fino alla fine dei miei giorni su questo pianeta.
Ma il tempo volava e arrivò presto il momento di
riportare
A Berna mi aspettavano Galita
e Stanislas. Mi guidarono al campeggio vicino al
fiume, dove piantai la tenda, e quando vennero a trovarmi gli amici, tutti
insieme balzammo nella corrente impetuosa e ci facemmo trascinare verso valle.
Davo sessioni nella tenda, col computer che andava a batterie. Per la prima
volta diedi sessioni a non sannyasin e scoprii che
anche loro stavano cercando la loro essenza, spesso in un modo piuttosto triste
e solitario.
Mi innamorai del centro di Colonia.
Che bello! Un buddhafield
sulla strada, in mezzo al mercato, con i suoi negozi e tutto quanto. C’erano
tanti vecchi amici. Bodo e Satori
arrivarono subito ad abbracciarmi. Govindo mi
restituì le 800 rupie che mi doveva – dandomi davvero rupie e non marchi e
divertendosi un mondo per lo scherzo. Gitanand,
grande e grosso, che organizza ‘Zenfari’ in Kenya, mi
chiese di inviargli l’oroscopo mensile dell’Osho Times,
ma gli risposi che poteva trovarlo facilmente su Internet.
Il viaggio di ritorno fu spaventoso: incontrai
forti piogge su tutto il percorso, la ruota posteriore continuava a slittare,
perché il pneumatico era ormai liscio. Il freno davanti si bagnava e non
serviva a niente e se usavo quello posteriore rischiavo di slittare. Arrivai
all’appartamento di Tom con i denti che battevano dal
freddo e dalla paura. Aspettai che spiovesse per poter andare sulla costa a
visitare
Guidai fino a Edmond aan Zee nella pioggia e trovai l’Humaniversity al primo colpo. Non si poteva non vederla: è
un edificio enorme, un ex-orfanotrofio, e più o meno nel centro della
cittadina. Dharmaraj mi fece da guida nella visita e
mi organizzò anche un incontro con Veeresh.
Che uomo incredibile, veramente carismatico.
Quando seppe che avevo lavorato con il Dr. Maxwell Jones, l’autore di The Therapeutic
Community mi offrì di rimanere lì a fare il mio lavoro. Ma io stavo andando in
Messico, terra calda e soleggiata, e così rimandammo l’intera faccenda.
All’Aia dissi addio alla Harley
e saltai su un aeroplano. Nelle settimane seguenti viaggiai attraverso il
Messico, poi al nord degli Stati Uniti fino a Seattle, giù di nuovo fino a San
Francisco e poi a Sedona in Arizona, dove il mio
amico Don mi disse che stava cercando qualcuno che si prendesse cura della sua
casa mentre lui andava a Pune.
Un ottimo affare per entrambi, visto che lui aveva
bisogno di qualcuno che desse da mangiare ai suoi polli e io avevo bisogno di
un tetto sulla testa per poter scrivere in tranquillità questo articolo.
La casa di Don è in mezzo alla natura, a
La mia sola compagnia è il branco di cinghiali che
quasi ogni giorno attraversa l’aia con quel grufolio
ormai familiare. Sono più piccoli da queste parti, e si chiamano havelinas. Ormai li guardo con simpatia.
È QUI E ORA
È dal tuo essere ordinario che nasce
la radiosità dell’illuminazione
Amato Maestro,
ti ho sentito dire che siamo
tutti illuminati. Se è così, perché sono qui ad aspettare che mi succeda
qualcosa? È una vecchia abitudine?
Veet Vigyanam,
una cosa è il
sentir dire, altra cosa è il comprendere. Di sicuro mi hai sentito dire che
siamo tutti illuminati, ma non ci hai creduto – o perlomeno hai escluso te
stesso. “Forse tutti gli altri… ma io, illuminato?” Era troppo per poterlo
accettare, da qui la domanda.
La domanda mostra proprio la tua confusione
interiore. Stai dicendo “Se è così…”. Io non avevo detto che la tua
illuminazione è in qualche modo probabile – forse sei illuminato, forse no. Non
c’erano se o ma, era una dichiarazione molto semplice. La ripeto di nuovo: sei
illuminato e non puoi essere nient’altro che illuminato.
Ma posso capire i tuoi problemi. Ti hanno detto
che sei ignorante e lo hai accettato. Ti hanno detto che non ti meriti nulla e
lo hai accettato. Ti hanno detto che non sei bello e lo hai accettato. Guarda
quante cose hai accettato senza chiedere se e ma, senza fare neanche una
domanda. Fin dall’infanzia, non ti hanno mai dato la giusta prospettiva. Sei
stato sempre tirato di qua e di là. “Diventa questo, diventa quest’altro.” Nessuno ha mai pensato che se l’esistenza
voleva solo Gautama Buddha,
avrebbe prodotto solo tanti Gautama Buddha, proprio come una fabbrica della Ford
produce solo auto Ford, in catena di montaggio, con
tremenda efficienza: ogni minuto una nuova auto esce dalla catena, per
ventiquattro ore al giorno. Ma l’esistenza non vuole una situazione dove ognuno
è uguale a tutti gli altri. L’illuminazione di Gautama
Buddha è la sua illuminazione. La tua illuminazione è
la tua illuminazione.
Il problema nasce quando fai dei raffronti.
Cominci a pensare: “Se sono illuminato, allora perché non sono come Gautama Buddha o Gesù Cristo o Bodhidharma? Sono solo Veet Vigyanam. Nessuno si prostra ai miei piedi. Vado in giro e
nessuno mi nota. Che illuminazione è mai questa? Di sicuro devo ancora
ottenerla. Di sicuro non è ancora successo nulla, deve ancora accadere.”
Questa idea che l’illuminazione sia qualcosa da
raggiungere è stata tramandata per migliaia di anni con tale autorità… Ma io ti
dico, l’illuminazione non è un risultato, è la tua propria natura. Se ti manca,
non è perché non l’hai ancora raggiunta: la ragione è che la stai cercando
dappertutto, in ogni luogo, escluso te stesso. Visiti tutti i templi, leggi
tutti i vari testi sacri, vai da ogni idiota che dice di essere un maestro.
Voglio che in questo preciso momento tu dichiari
di essere illuminato. Non importa… non c’è bisogno che qualcuno ti veneri.
Perché mai qualcuno dovrebbe farlo? Stai ponendo all’illuminazione delle
condizioni non necessarie.
Questo problema non è solo tuo, ha causato
difficoltà a molti altri. I buddhisti non accettano Mahavira come illuminato, perché va in giro nudo, e Gautama Buddha non è nudo. Se Gautama Buddha ha dei bellissimi
capelli e Mahavira invece se li estirpa, come fanno a
essere entrambi illuminati?
Abbiamo accettato, senza considerarla
attentamente, questa idea che ogni illuminato deve essere uguale a ogni altro.
Non ha alcun senso! La bellezza dell’esistenza sta nella varietà.
Mi piacerebbe quindi che ognuno fosse illuminato
alla sua maniera ed esprimesse a suo modo questa sua illuminazione. Altrimenti
tutta questa vita diventerebbe una noia. Prova a immaginare per esempio – come
Gesù dice ai suoi discepoli – che “ognuno deve portare la sua croce”. Guardati
intorno e immagina che ognuno stia portando la sua croce… e non c’è neppure
qualcuno per crocifiggerli, sono tutti troppo occupati a portar croci! Sarebbe
tutto così ridicolo!
L’esistenza non produce mai di nuovo la stessa
persona. L’unicità – e non la somiglianza – è la regola in questo meraviglioso
universo. Nel momento in cui tu accetti questa unicità, arrivi a un immenso
rispetto per gli altri così come sono.
Detto in altre parole. Nel momento in cui ti
rispetti come illuminato, non puoi far altro che rispettare come illuminato
chiunque altro, così com’è. Nessuno ha bisogno di rientrare in categorie
predeterminate.
L’illuminazione non è qualcosa di definito, per
esempio, dal cibo che uno mangia. Se ci fosse stata una simile regola,
piuttosto che mangiar spaghetti avrei rinunciato all’illuminazione! Meno male
che nessun testo sacro dice che mangiare spaghetti è una caratteristica
essenziale di ogni illuminato.
Se mi capisci bene, se comprendi ciò che sto
dicendo, ti sto dicendo che proprio il tuo essere ordinario va perfettamente
bene. E se riesci a rilassarti in questo non essere straordinario, proprio
questo tuo essere abituale, grazie al rilassamento, diventerà radioso, inizierà
a fiorire.
La tua accettazione, il rispetto che avrai di te
stesso, porterà nutrimento a questa primavera del tuo essere, e i fiori
inizieranno a sbocciare.
Ma tu non sei mai a casa tua. Stai sempre
guardando nelle case degli altri. Qualcuno sta guardando nella casa di Gautama Buddha, qualcun altro in
quella di Lao Tzu, di Gesù Cristo, di Mosè… la
situazione è proprio strana: ognuno è stato fuorviato, in maniera tale che è
sempre da qualche altra parte – dove non dovrebbe essere – e non è nel posto
dove l’esistenza lo vuole.
Io insegno l’immediata e profonda ordinarietà. È l’esperienza più meravigliosa, perché allora
non c’è più nessun desiderio, nessuna tensione, nessuna ricerca, nessuna
domanda, nessun posto dove andare. Sei già nel posto dove volevi essere.
E tu mi chiedi : “Se è così, perché sto aspettando
che succeda qualcosa?” Ma devo proprio risponderti? Magari questo è il tuo tipo
speciale di illuminazione: che nonostante tu sia illuminato, ti stai ancora
aspettando che succeda qualcosa. È una specie di follia, ma questo certo non
distrugge la tua illuminazione. E qualcuno un po’ folle è necessario. Dà sapore
alla vita. Senza persone folli l’esistenza perderebbe qualcosa di molto
interessante.
Ma tu non riesci neppure ad accettare questo.
Continui con le domande: “È una vecchia abitudine?” Stai solo tentando di
consolarti perché, sebbene illuminato, continui a guardare di qua e di là a
causa di questa vecchia abitudine. Ma più continuerai a guardarti intorno, più
rafforzerai l’abitudine, continuerai a indulgerci.
È davvero difficile vedere come il mangiare il tuo
cibo in silenzio e con gioia, dormire con tutta la beatitudine che riesci ad
avere, condurre una vita comune – fare il falegname o il calzolaio, oppure il
pittore, il poeta, il ballerino – rilassarti in qualunque cosa tu sia senza
porti degli ideali…
Ma, senza ideali, l’uomo non può essere distrutto,
senza ideali non può essere reso schiavo. Se non esiste un ideale da
raggiungere, l’uomo non può essere condannato, non può essere costretto a
sentirsi in colpa. E nessuno raggiunge mai, anche impegnandosi tutta una vita,
l’ideale che si è posto.
Avete mai visto un cristiano diventare come
Cristo? Quasi la metà del mondo è cristiana e da duemila anni i cristiani
stanno tentando duramente di raggiungere il loro ideale: essere come Cristo.
Perché continuano a fallire? E non succede solo ai cristiani – i giainisti, gli indù, i buddhisti,
i maomettani, nessuno c’è riuscito. Per una ragione davvero fondamentale, alla
quale non ci si può opporre.
Tu
puoi essere o te stesso o un totale fallimento. Queste sono le due uniche
possibilità.
Ama Gautama Buddha per la sua unicità, ma non imitarlo mai. Lui stesso
non ha mai imitato nessun altro, ecco perché è illuminato. È strano che questo
semplice fatto non sia mai stato riconosciuto. Mahavira
non ha mai imitato nessun altro, ecco perché è illuminato. Mostratemi un singolo
illuminato che abbia mai imitato qualcun altro!
Mi ricordo di un uomo meraviglioso, Kabir.
In India gli indù credono che il Gange sia un
fiume sacro, e che se muori vicino al Gange hai il paradiso assicurato. Non
importa quali crimini hai commesso, quali peccati, quali turpitudini: tutto
viene lavato via dalle sacre acque del Gange.
Naturalmente non tutti gli indù possono vivere
sulle rive del Gange, ci sarebbe troppa folla. Chi vive li è fortunato, chi non
può farlo ci va perlomeno da vecchio, quando sente avvicinarsi la morte. In
città come Varanasi, c’è da chiedersi – perché mai ci
sono tante persone anziane, tanti vecchi? Da questo punto di vista supera ogni
altra città. Tutte queste persone sono venute qui a morire, e adesso aspettano:
la morte può arrivare in ogni momento.
A volte succede che in qualche villaggio vicino… Varanasi è una città cara, solo gente ricca può andare a
viverci mentre aspetta di morire, i poveri devono accontentarsi dei villaggi
vicini. Così naturalmente muoiono nel villaggio, ma immediatamente gli amici e
i parenti portano il cadavere sulle rive del Gange. Pochi minuti, o mezz’ora o
persino un’ora… non fa differenza. Dio non può essere così crudele. Perdonerà
anche queste persone.
Kabir passò tutta la vita a Varanasi, la città più sacra per gli indù.
Di fronte, proprio sull’altra riva del Gange c’è
un piccolo villaggio chiamato Magahar. Non so come si
sia formata questa idea che chi muore a Varanasi va
in paradiso e chi muore a Magahar rinasce come asino.
E Magahar è solo dall’altra parte del Gange. Appena Kabir si accorse che stava per arrivare il momento di
morire, disse ai suoi amici: “Portatemi a Magahar”.
“Sei matto?” risposero quelli. “Nessuno vuol
morire a Magahar. Quelli che ci vivono sono
continuamente all’erta – prima che arrivi la morte devono scappare. E tu hai
passato tutta la tua vita a Varanasi e adesso che è
arrivato il momento giusto vuoi andare a Magahar? Sai
perfettamente che chi muore a Magahar diventa poi un
asino.”
Kabir disse: “Se non mi state a
sentire, sarò costretto ad andarci a piedi. Ma io non voglio nessun debito, né
col Gange né con qualche dio. Se sono illuminato, sono illuminato a Varanasi e sono illuminato anche a Magahar.
Lasciatemi creare un precedente, questi poveracci di Magahar
sono stati condannati per secoli. Fatemi morire a Magahar,
perché dopo di me sarà difficile dire che chiunque muoia a Magahar
diventa un asino. Perlomeno non lo si potrà dire di Kabir”.
Kabir morì a Magahar. E cambiò quella situazione: adesso nessuno dice
più che se muori a Magahar diventerai un asino. Anzi,
molte persone che amano Kabir vivono là: Magahar è diventato un luogo sacro per i seguaci di Kabir.
Accadde che Meera,
un’altra mistica, andasse a Varanasi, solo per un
pellegrinaggio. E Varanasi è sede del più importante
concilio di studiosi indù, i cosiddetti saggi, i santi. C’era una grande
discussione in corso, perché molti di loro volevano invitare Kabir alla loro conferenza annuale, ma Kabir
era solo un tessitore; e per di più non era chiaro se era indù o musulmano. Il
suo nome era islamico – Kabir è uno dei nomi di Allah
– ed era stato trovato sulle rive del Gange da un monaco indù, Ramananda: un bambino piccolo, abbandonato dai genitori.
è una storia davvero bella…
Era ancora buio, mattina molto presto, quando gli
indù fanno il bagno prima di pregare il sole nascente. Mentre Ramananda stava scendendo verso il fiume il bambino si
attaccò alle sue vesti. Sorpreso – chi sarà mai? – vide un bimbo, di non più di
quattro anni, seduto sui gradini. Cosa fare? Non c’era in giro nessun altro, i
genitori lo avevano abbandonato lì.
Ramananda era un uomo di cuore,
coraggioso. Si prese cura del bambino, anche se i suoi discepoli dicevano:
“Stai correndo un rischio inutile. Gli indù – gli stessi che ti venerano –
saranno contro di te. Non dovresti fare certe cose. E per di più sulla mano del
bambino c’è scritto in arabico Kabir, il suo nome,
prova inoppugnabile che è un musulmano. E un monaco indù non può occuparsi di
bambini, ha rinunciato a questo tipo di vita”.
Ma Ramananda rispose:
“Non ho mai fatto nulla per farmi venerare, per procurarmi dei seguaci. Se mi
seguono è per loro volontà. E se smettono è lo stesso. Nessuno mi impone cosa
fare, perché io non l’ho mai imposto a nessun altro”. Così Kabir
fu allevato da Ramananda. Alcune persone pensano che
dovesse essere indù – a causa di Ramananda – e altre
pensano dovesse essere musulmano, a causa del suo nome.
Ora, dato che era considerato la persona più
saggia dei suoi tempi, alcuni volevano invitarlo a questo sacro concilio di
indù. Lui era solo un tessitore, non un bramino e così ci fu una grande
opposizione. Ma siccome in questo concilio nessuno voleva divisioni, giunsero
finalmente alla decisione di invitarlo.
Ma quando andarono da Kabir
a portargli l’invito, lui pose una condizione: “Dovete invitare anche Meera, che è mia ospite. Potete anche lasciarmi fuori, e al
posto mio invitate Meera”.
Ma questo era ancora più problematico: Meera era una donna. Una donna non era mai stata invitata
al più alto concilio induista. Una donna non è considerata pura, di base è
impura e, a meno che attraverso una disciplina ferrea non riesca a reincarnarsi
come uomo, non le è possibile raggiungere il paradiso. Per una donna non c’è
una via diretta verso il paradiso, prima deve incarnarsi come uomo. Kabir stava in questo modo ponendo una condizione ancora
più difficile.
Gli dissero: “Persino invitare te è stato molto
difficile, e adesso vuoi provocarci problemi ancora più grandi?”.
Lui rispose: “Non ritorno mai su ciò che dico. Se
non rispettate Meera, vuol dire che non capite
proprio nulla, e io non voglio mischiarmi con degli incompetenti”.
I suoi seguaci gli dissero: “È una grande
occasione. Nessun tessitore – i tessitori sono la più bassa delle caste indù –
è mai stato accettato dai bramini come un saggio. Non perdere questa
opportunità”.
“Se sono saggio o meno, lo decido io” rispose Kabir. “Non dipende dall’essere accettato da qualcun altro.
Ho fatto questa richiesta perché per secoli gli indù hanno trattato le donne in
una maniera così orribile che ora è il momento di cambiare le cose.”
Grazie all’insistenza di Kabir,
Meera fu la sola donna – per la prima volta – a
entrare in questo concilio di saggi indù. Ne risultò una situazione piuttosto
imbarazzante: c’era un musulmano e c’era una donna. L’intera ideologia induista
sulla purezza e superiorità venne distrutta.
Kabir continuò a fare il
tessitore per tutta la vita. Persino dei re diventarono suoi discepoli, e gli
dissero: “Ci vergogniamo che tu, anche ora che sei vecchio, continui a tessere
e ad andare poi al mercato a vendere le stoffe. Non ce n’è bisogno, possiamo
fornirti noi tutto ciò che vuoi”.
Kabir rispose: “Non è questo il
problema. Io voglio che l’umanità si ricordi in futuro che un tessitore può
essere illuminato, e che persino da illuminato continua a tessere. Questo
mestiere ordinario di tessitore non lo distrae dall’illuminazione, al
contrario, il suo tessere diventa la sua preghiera. Qualunque cosa faccia è la
sua preghiera, qualunque cosa faccia è la sua meditazione. In qualunque cosa
faccia esprime la sua gratitudine all’esistenza. Non è di peso su questa terra,
fa quello che può fare. Non posso essere una scultore, non posso essere un
grande pittore ma posso di sicuro affermare che nessun altro riesce a tessere
come faccio io. In ogni attimo del mio lavoro sono pieno di gratitudine, è una
preghiera. E la stoffa che faccio non è solo da vendere, è per servire dio, per
servire l’esistenza nella miglior maniera possibile”.
Il termine indù per dio è Ram. E Kabir era solito chiamare ogni cliente che entrava nel suo
negozio con lo stesso nome, Ram. “Ram” diceva “ho il tessuto per te. Questa non
è una stoffa qualsiasi, abbine cura. Qui ogni fibra sta vibrando con la mia
gratitudine, col mio amore, la mia compassione, la mia preghiera. Trattala con
rispetto.”
E qualche volta succedeva… era tardi, il mercato
stava per chiudere, e lui ancora aspettava. Gli chiedevano allora: “Ma chi stai
aspettando? Il mercato sta per chiudere”.
E lui rispondeva: “Sto aspettando Ram, che ancora
non è arrivato, ho pronta questa stoffa che ho fatto per lui”. Qualcuno gli
aveva fatto un’ordinazione, ma quel giorno il cliente forse non aveva il tempo
di andare a ritirarla, o magari pensava di andarci al prossimo giorno di
mercato. Ma Kabir aspettava. E allora la gente
informava il cliente: “Cosa stai facendo? È ormai tardi e Kabir
è rimasto da solo al mercato, ti aspetta, dice che non può credere che Ram si
sia dimenticato, o abbia cambiato idea dopo aver dato la sua parola. Dice che
aspetterà, a costo di star lì per sette giorni – in India c’è un giorno di
mercato alla settimana, tutte le settimane – dice che aspetterà per sette
giorni: magari il cliente ha dei problemi, magari è malato, ma Kabir non può muoversi dal mercato, perché se Ram arriva e
non lo trova sarebbe pura ingratitudine da parte sua”.
Ora Gautama Buddha viveva in una maniera totalmente diversa, Meera viveva in maniera del tutto diversa. Meera girava tutto il paese, danzando, e così raggiunse Mathura, dove c’è il più grande tempio di Krishna. E il prete del tempio era un fanatico riguardo
alle donne. […]
In quel tempio di Krishna
non era permesso l’ingresso alle donne, potevano solo pregare all’esterno. Il
prete non aveva visto una donna da trent’anni – lui
non usciva mai dal tempio e le donne non potevano entrare. Quando seppe di Meera si preoccupò perché di sicuro lei sarebbe arrivata al
più grande tempio di Krishna. Mise due guardie
all’ingresso: “Se arriva qui Meera a danzare,
tenetela fuori.”
Ma quando Meera arrivò
ballando, le guardie si scordarono completamente del loro compito, del motivo
per il quale stavano lì. La danza era così meravigliosa e Meera
stessa era così splendida, radiosa; senza che nessuno lo notasse entrò danzando
nel tempio. Il prete era nel bel mezzo delle sue pratiche religiose. Il piatto
che teneva in mano, un piatto d’oro pieno di rose… nel veder Meera che entrava nel tempio ballando, il piatto gli cadde
dalle mani. Era davvero arrabbiato e disse a Meera:
“È contro le regole di questo tempio – nessuna donna può entrare qui!”.
E la risposta di Meera
vi sorprenderà, una risposta che si distingue per la sua fragranza particolare,
per la sua vitalità in tutta la storia del misticismo. Disse: “Mio dio. Pensavo
che solo Krishna qui fosse l’uomo, e chiunque altro
di fronte a lui fosse una donna, un’innamorata di Krishna.
Oggi ho scoperto due uomini: anche tu sei un uomo!” E la maniera con la quale
parlò al prete, lo fece tremare: forse aveva ragione lei. Per il devoto ci sono
solo due maniere di considerare dio. Dio può essere visto, nella tradizione Sufi, come una donna – dio è l’amata e il mistico è
l’amante – oppure può essere visto, per i mistici indiani, come un uomo e loro
sono donne. Lui è l’amante e loro sono le amate.
Meera disse: “Questa situazione
deve essere chiarita qui e ora: o dichiari di essere un uomo o devi riconoscere
che anche tu sei una donna”.
Il povero prete dovette cedere alla caparbietà di Meera e ammettere: “Anch’io sono una donna”.
Meera disse: “D’ora in poi
questa regola è cambiata. Solo le donne possono entrare in questo tempio.
Quelli che si ritengono maschi non posso entrare”.
Se consideri le vite di questi mistici non
troverai nessuna somiglianza. Troverai solo una profonda unicità. Qualche volta
sono così comuni che non riesci neanche a riconoscerli. Qualche volta sono così
radiosi che persino i ciechi si accorgono della luce che emanano. Ma non c’è
una regola generale, non ci sono caratteristiche fisse. Non devi soddisfare un
qualche modello ideale.
Il mio metodo consiste nel liberarti da tutti
questi ideali, nel liberarti dall’idea stessa che l’illuminazione è qualcosa
che ti succederà in un futuro. Il futuro non esiste. In realtà l’idea che tutto
questo succederà in un futuro serve solo a evitare quel rispetto di te stesso
che puoi avere solo nel presente.
Ci sono stati degli insegnanti – non erano
maestri, erano inconsapevoli proprio come voi. Non erano consapevoli della loro
illuminazione. Insegnavano la moralità, la disciplina, i metodi, come diventare
illuminati. Ma riuscite a capire la logica interna? Se puoi diventare
illuminato, esiste allora la possibilità di diventare non-illuminato di nuovo.
Se ci sono metodi per diventare illuminato, devono esistere metodi per farti
diventare non-illuminato. È semplice: se puoi ammalarti, puoi ritornare sano, e
puoi anche ammalarti di nuovo.
L’illuminazione non è qualcosa che devi ottenere,
perché ciò che ottieni può esserti rubato. Ciò che ottieni può essere perso.
Io ti dico che tu sei l’illuminazione stessa.
Non
voglio che tu raggiunga l’illuminazione, voglio che tu la viva. Da questo
momento, qualunque cosa tu faccia, falla da illuminato.
Amo particolarmente una frase di Alan Watts – una delle persone
più importanti dell’Occidente – beveva molto, ma è
stato lui a far conoscere in Occidente le parti più essenziali dello Zen e
dell’illuminazione: non ne ha scritto da studioso, ma da maestro. Poco prima
che morisse, e continuava a bere, un discepolo gli chiese: “Hai mai pensato… se
Buddha ti avesse visto bere alcool, cosa credi
avrebbe pensato di te?”.
Alan Watts
rispose: “Non c’è nessun problema: io bevo sempre in maniera illuminata”.
L’importante non è cosa fai, l’importante è come
lo fai. Certo, io accetto questa dichiarazione di Alan
Watts. È possibile per un uomo bere alcool in maniera
illuminata. Non bisognerebbe porre limiti all’illuminazione. Non dovrebbe aver
alcuna ricetta, alcuno schema particolare da seguire.
L’illuminazione dovrebbe essere un’esperienza
individuale – la più individuale delle esperienze, non comparabile con quella
di nessun altro, unica. Una volta che lo comprendi, tutte le nubi oscure che ti
circondano iniziano a sparire.
Veet Vigyanam,
continuerò a ripeterlo in continuazione, fino a quando non ti entrerà nella
testa: tu sei illuminato. E non devi far nulla di particolare al riguardo, devi
semplicemente essere quello che sei, completamente rilassato, in pace con
l’esistenza. Nessun posto dove andare, nessun risultato da raggiungere, nessuna
meta. Il porsi delle mete è ciò che rende infelici. Cancella ogni meta e
comincerai a danzare di gioia in questo esatto momento – ci metti così tanta
energia nel tentare di raggiungere le tue mete. Te ne vai lontano nella tua
immaginazione, e non ti rimane tempo, non ti rimane spazio, non ti rimane
energia per essere qui. Se riesci a raccogliere tutta la tua energia proprio in
questo attimo, questa semplice accumulazione di energia diventerà una danza di
gioia nel tuo cuore. È quella danza a trasformare tutto, non i tuoi sforzi.
Un polacco entra in un’agenzia di viaggi per
prenotare una crociera alle Hawaii in offerta speciale. L’impiegato gli dice di
entrare in una stanza sul retro per compilare tutte le carte necessarie. Appena
entra qualcuno gli
dà una botta in testa e gli vuota le tasche.
Qualche ora dopo entra nella stessa agenzia un
italiano, sempre per la stessa crociera alle Hawaii. Anche lui viene
indirizzato nella solita stanza, colpito in testa e derubato di ogni bene.
Quando si svegliano i due si ritrovano nel bel
mezzo dell’oceano su una minuscola zattera.
L’italiano guarda il polacco e gli dice: “Chissà
se riusciremo a tornare in aereo?”.
“Non credo,” risponde il polacco “l’anno scorso
non era compreso nel prezzo.”
Padre Mario è scelto per andare a far lavoro di
missione in una remota zona artica. Dopo qualche mese arriva in visita il
vescovo.
“Come ti trovi qui,” gli domanda “tra il giaccio e
gli orsi polari?”
“Benissimo” risponde il padre “gli eschimesi sono
gente molto ospitale.”
“E il clima?” si informa il vescovo.
“Con la mia grappa e il mio rosario,” risponde
l’altro “del freddo non me ne accorgo proprio!”
“Ottimo” dice il vescovo. “A proposito di grappa,
un goccio farebbe piacere anche a me.”
“Buona idea” dice padre Mario. “Rosario, portaci
la grappa!”
Hymie torna a casa un po’
brillo. Entra in camera da letto e dice alla moglie: “Becky,
comincia a brontolare, che sennò stasera il letto non riesco proprio a
trovarlo!”
Godi della tua vita.
È perfetta così com’è.
Il perfezionismo crea solo nevrosi, patologia e
disturbi mentali. Io ti insegno a essere comune, semplice. Ti insegno ciò che è
naturale. Ti dico che sei già dove stavi tentando di andare: sei proprio a
casa. Non sprecare tempo a correre di qua e di là.
Ma ti hanno continuato a ripetere che devi
diventare qualcosa d’altro, qualcuno – ecco perché ogni religione è contro di
me, tutti i moralisti mi sono contrari. Posso capirli, se io ho ragione allora
tutte le tradizioni e tutti gli insegnamenti che hanno spinto l’umanità verso
qualche meta lontana sono del tutto criminali. Perché hanno privato le persone
della possibilità di vivere, della possibilità di amare, di cantare, di
ballare. Della possibilità stessa, in ultima analisi, di riconoscere il divino
nel qui e ora. Se non riesci a sentire il divino nella vita di tutti i giorni,
non sei una persona intelligente. Se non riesci a permeare anche le tue piccole
cose con l’espressione della tua gratitudine, gioia, consapevolezza… allora sei
destinato a rimanere miserabile – non solo in questa vita ma anche forse per
molte altre.
Non vedo per te grosse possibilità di trovare un altro
uomo come me. Incontrerai degli insegnanti di religione, dei missionari… di
quelli ne troverai a centinaia. Ma io rispetto assolutamente la tua ordinarietà.
La mia riverenza per le cose di questo mondo è
assoluta: non voglio migliorarlo. Per secoli la gente lo ha reso migliore, e
migliore, e migliore… e non è migliorato un bel niente. Dammi una possibilità,
una sola. Smettila di tentare di diventare migliore.
E ti stupirai nel vedere come tutta l’energia che
utilizzavi per migliorarti, diventi la tua danza, la tua celebrazione.
tratto da: Om Mani Padme Hum
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PARTE QUARTA -
L’ESPLOSIONE FINALE
Finalmente,
alle due del mattino del 21 marzo 1953, all’età di ventun
anni, un’esplosione di consapevolezza travolse il giovane Mohan.
E l’essere che alla fine si rialzò, dopo esser stato seduto sotto un albero di maulshree, nel giardino di Bhanvortal,
nei pressi di Jabalpur, poté affermare:
“In
quell’esplosione il vecchio uomo di ieri morì. Questo
nuovo uomo è assolutamente nuovo. L’uomo che camminava sul sentiero è morto e
non esiste più. Ora non sto più a pensare. Se qualcuno mi pone domande – come
fate voi – parlo, non ci penso su, parlo direttamente”.
Nelle
parole di Osho che seguono, la descrizione dettagliata dell’evento che cambiò
per sempre la sua vita.
“Mi
torna in mente
quel giorno fatale, il ventun marzo 1953. Per molte
vite avevo lavorato di continuo, lavorato su me stesso, lottato, fatto tutto il
possibile, ma non accadeva nulla.
Ora capisco perché non accadeva nulla. Lo sforzo
in sé era l’ostacolo, lo strumento in sé era l’impedimento, la spinta stessa a
ricercare era la barriera. Non che si possa giungere al compimento senza
cercare. La ricerca è necessaria, ma c’è un punto in cui la ricerca deve essere
abbandonata. Per attraversare il fiume ci vuole la barca, ma arriva il momento
in cui bisogna scendere dalla barca, dimenticarla e lasciarsela dietro.
Lo sforzo è necessario, senza lo sforzo nulla è
possibile. Ma anche con il solo sforzo, nulla è possibile.
Poco prima del ventun
marzo 1953, sette giorni prima, smisi di lavorare su me stesso. Giunge un
momento in cui vedi la totale futilità dello sforzo. Hai fatto tutto quello che
potevi fare e non è successo nulla. Hai fatto tutto ciò che è umanamente
possibile. Cos’altro puoi fare? In totale rassegnazione abbandoni la ricerca.
E il giorno in cui abbandonai la ricerca, il
giorno in cui non stavo più cercando nulla, il giorno in cui non mi aspettavo
che accadesse qualcosa, cominciò ad accadere. Dal nulla scaturì una nuova
energia. Non arrivava da una fonte particolare. Arrivava dal nulla e dal tutto.
Era negli alberi e nelle rocce, nel cielo, nel sole e nell’aria: era
dappertutto. Avevo cercato così tenacemente, e pensavo che fosse chissà dove.
Invece era lì, vicinissima.
Solo perché stavo cercando ero diventato incapace
di vedere ciò che mi era accanto. La ricerca mira sempre a qualcosa di lontano,
la ricerca mira a qualcosa di distante: e non c’era distanza alcuna.
Continuando a guardare lontano avevo perso la
capacità di guardare da vicino. I miei occhi erano puntati laggiù,
all’orizzonte, e avevo perso la capacità di guardare ciò che era vicino, che mi
era accanto.
Il giorno in cui arrestai ogni sforzo, anch’io mi
arrestai. Perché non si può esistere in assenza di sforzo, non si può esistere
senza desiderio, non si può esistere senza lotta.
Il fenomeno dell’ego, del sé, non è un oggetto, è
un processo. Non è una sostanza presente dentro di te; lo devi creare in
continuazione. è simile all’andare in bicicletta, se pedali continua ad andare,
se non pedali, si ferma. Magari prosegue un po’ per forza d’inerzia, ma nel
momento in cui smetti di pedalare, anche la bicicletta comincia a fermarsi. Non
ha più energia, non ha più potenza per proseguire. Si fermerà e cadrà.
L’ego esiste perché noi continuiamo a pedalare con
il desiderio, perché continuiamo a lottare per qualcosa, perché vogliamo
superare noi stessi. Il fenomeno dell’ego è solo questo: cerchi di andare al di
là di te, di saltare nel futuro, di saltare nel domani. Il salto in ciò che non
è esistenziale crea l’ego. E poiché nasce dal non-esistenziale, è simile a un
miraggio; è fatto solo di desiderio, è fatto solo di avidità. L’ego non è nel
presente, è nel futuro. Se tu sei nel futuro, l’ego ti sembra molto concreto.
Se sei nel presente, l’ego è un miraggio, e comincia a svanire.
Il giorno in cui smisi di cercare… e non è esatto
dire che smisi di cercare, sarebbe meglio dire il giorno in cui la ricerca
cessò. Lasciamelo ripetere, il modo migliore per dirlo è: il giorno in cui la
ricerca cessò. Perché se sono io a fermarla, allora io ci sono ancora. Anche il
cessare diventa un mio sforzo, anche il cessare diventa un mio desiderio, il
desiderio permane, in maniera più sottile.
Il desiderio non può essere fermato, ma solo
compreso. E la comprensione lo farà cessare. Ricorda, nessuno può smettere di
desiderare, e la realtà accade solo quando il desiderio svanisce.
Per cui il problema è: che fare? Il desiderio
esiste e i buddha continuano a dire che con il
prossimo respiro puoi arrestare il desiderio. Che fare? In questo modo si crea
un gran dilemma. I desideri ci sono, questo è certo. E tu dici di fermarli, e
va bene. Ma poi dici anche che non è possibile fermarli. Cosa si può fare
allora?
Il desiderio deve essere compreso. Lo puoi
comprendere, ne puoi vedere la futilità. Hai bisogno di una percezione diretta,
di una penetrazione immediata. Esamina il desiderio, cerca di vedere cos’è, e
ne coglierai la natura illusoria, vedrai che non è esistenziale. Allora il
desiderio cade e con lui anche dentro di te cade qualcosa.
Desiderio ed ego cooperano tra loro, lavorano
insieme. L’ego non può esistere senza il desiderio, il desiderio non può
esistere senza l’ego. Il desiderio è ego proiettato, l’ego è desiderio introiettato. Vanno insieme, sono due aspetti dello stesso
fenomeno.
Il giorno in cui il desiderio si arrestò sentii
svanire ogni speranza. Non c’erano speranze, perché non c’era futuro. Non
c’erano speranze, perché tutte le speranze si erano rivelate futili, non
portano da nessuna parte. Ti conducono in un circolo vizioso. Ti ronzano
continuamente attorno, creando miraggi sempre nuovi, continuano a chiamarti:
“Vieni, vieni, la meta è vicina”. Ma per quanto veloce puoi correre, non la
raggiungi mai…
Per sette giorni vissi in uno stato di
rassegnazione e disperazione complete, ma simultaneamente qualcosa stava
sorgendo. Quando dico disperato non intendo ciò che voi intendete. Voglio solo
dire che in me non c’era alcuna speranza. La speranza era assente. Non voglio
dire che ero triste e scoraggiato. Anzi, ero felice. Ero molto tranquillo,
calmo, padrone di me e centrato. Disperato, ma in un modo totalmente diverso.
Non essendoci più speranza, come poteva esserci disperazione? Erano svanite
entrambe…
Quei sette giorni furono
giorni di incredibile trasformazione, di trasformazione totale.
Durante l’ultimo giorno la presenza di un’energia
totalmente nuova, di una luce nuova, di una gioia nuova divenne così intensa
che era quasi insopportabile: mi sentivo esplodere, mi sembrava di impazzire di
beatitudine.
Era impossibile capire cosa stava accadendo. Era
un mondo privo di senso, difficile da comprendere, difficile da spiegare. Tutti
i testi sacri mi apparivano privi di vita e tutte le parole usate per
descrivere questa esperienza apparivano molto pallide, anemiche. Invece era
tutto così vivo. Era un’onda gigantesca di beatitudine.
Fu una giornata molto strana, confusa, era
un’esperienza sconvolgente. Il passato svaniva, come se non mi fosse mai
appartenuto, come se lo avessi letto da qualche parte, come se lo avessi
sognato, come se si trattasse della storia di un altro, che avevo sentito
raccontare da qualcuno. Stavo liberandomi dal passato, stavo sradicandomi dalla
mia storia, stavo perdendo la mia autobiografia. Stavo diventando non-essere,
quello che Buddha chiama anatta.
I confini svanivano, le distinzioni svanivano.
La mente stava svanendo; si era allontanata di
milioni di chilometri. Era difficile afferrarla; si stava allontanando sempre
più velocemente, e non c’era alcun bisogno di tenerla vicina. Tutto mi era
indifferente. Andava tutto bene. Non sentivo alcun bisogno di mantenere la
continuità con il passato.
Verso sera mi divenne difficile sopportarlo:
faceva male, era doloroso. Ero come una donna in travaglio: nel momento in cui
sta per nascere il bambino, e la donna ha le doglie, soffre moltissimo.
Di solito andavo a letto verso mezzanotte o l’una,
ma quel giorno mi era impossibile rimanere sveglio. I miei occhi si chiudevano,
era duro tenerli aperti. C’era un senso di imminenza, qualcosa stava per accadere.
Era difficile dire che cosa, forse la morte, ma non c’era paura alcuna. Ero
pronto. Quei sette giorni erano stati così belli che ero pronto a morire, non
avevo più bisogno di nulla. Erano stati così colmi di beatitudine, mi sentivo
così appagato, che se fosse giunta la morte, l’avrei accolta a braccia aperte.
Di certo qualcosa stava per accadere, qualcosa di
simile alla morte, un evento drastico, che sarebbe stato una morte o una
rinascita, una crocifissione o una resurrezione – comunque qualcosa di immensamente
prezioso era lì, dietro l’angolo. E non riuscivo a tenere gli occhi aperti. Ero
come drogato. Verso le otto andai a dormire. Ma non era proprio sonno. Ora
capisco perché Patanjali dice che il sonno e il samadhi sono simili. Con una sola differenza: nel samadhi sei completamente sveglio e addormentato allo
stesso tempo. Sveglio e addormentato, il corpo è completamente rilassato, ogni
cellula del corpo è totalmente rilassata, tutte le funzioni del corpo sono
rilassate, ma la fiamma della consapevolezza continua ad ardere dentro di te…
viva, senza creare alcun fumo. Sei all’erta eppure rilassato, privo di
tensione, ma completamente sveglio. Il corpo si trova nello stato di sonno più
profondo possibile e la tua consapevolezza è al culmine.
La vetta della consapevolezza e la valle del corpo
si incontrano.
Andai a dormire. Era un sonno strano. Il corpo
dormiva e io ero sveglio. Era molto strano, mi sentivo tirare in due direzioni,
due dimensioni come se fossi entrambe le polarità… positivo e negativo si incontravano,
sonno e consapevolezza si incontravano, morte e vita si incontravano. Quello è
il momento in cui puoi dire: «il creatore e la creazione si incontrano.»
È sconvolgente. Per la prima volta qualcosa ti
penetra fino alle radici, ti scuote dalle fondamenta. Dopo quell’esperienza
non potrai più essere lo stesso; nella tua vita sorge una nuova visione, una
nuova qualità.
Verso mezzanotte i miei occhi si spalancarono
d’improvviso, non ero io ad aprirli. Il sonno era stato spezzato da
qualcos’altro. Avvertii una presenza straordinaria nella stanza. Era una stanza
molto piccola. Attorno a me sentivo una vita che pulsava, una grande
vibrazione, una specie di uragano, di tempesta di luce, gioia, estasi. E io vi
stavo annegando.
Era così straordinariamente reale che tutto
divenne irreale. Le mura della stanza divennero irreali, la casa divenne
irreale, il mio corpo divenne irreale. Tutto era irreale perché ora, per la
prima volta, la realtà era presente. […] Avvertii un profondo bisogno di
precipitarmi fuori dalla stanza, di andare all’aperto, mi sentivo soffocare.
Era troppo! Mi avrebbe ucciso! Se fossi rimasto lì ancora un momento, mi
avrebbe soffocato: questo sentivo.
Mi precipitai fuori dalla stanza, e uscii per
strada. Sentivo un profondo bisogno di starmene lì sotto le stelle, con gli
alberi, con la terra… con la natura. Immediatamente, appena fuori, il senso di
soffocamento svanì. Era un posto troppo piccolo per un fenomeno così vasto.
Persino il cielo è troppo piccolo per un fenomeno così vasto. Più vasto del
cielo. Persino il cielo non lo può contenere. Ma fuori mi sentii meglio.
Mi incamminai verso il parco più vicino. E
camminavo in modo totalmente nuovo, come se non ci fosse la forza di gravità.
Camminavo, o correvo forse, oppure volavo: mi era difficile decidere. Non c’era
forza di gravità, mi sentivo privo di peso, come trasportato da una qualche
energia. Ero nelle mani di un’altra energia.
Per la prima volta non ero solo, per la prima
volta non ero più un individuo, per la prima volta la goccia si era mossa ed
era caduta nell’oceano. L’intero oceano era mio, io ero l’oceano. Non c’erano
limiti. In me sorse una forza incredibile, potevo fare qualunque cosa, io non
c’ero, c’era solo questa forza.
Raggiunsi il parco in cui mi recavo ogni giorno.
Il parco era chiuso, chiuso per la notte. Era troppo tardi, era l’una di notte
circa. I guardiani erano profondamente addormentati. Dovetti entrare nel parco
come un ladro, scavalcando i cancelli. Ma qualcosa mi attirava nel parco. Non
potevo assolutamente fermarmi. Fluttuavo, semplicemente… Nel momento in cui
entrai nel parco tutto divenne luce, era dappertutto: beatitudine, estasi. Per
la prima volta potevo vedere gli alberi: il verde, la vita, la linfa che
scorreva. Il parco era addormentato, gli alberi erano addormentati. Ma io lo
vedevo pieno di vita, perfino i fili d’erba erano bellissimi.
Mi guardai attorno. Un albero era
straordinariamente luminoso il maulshree. Mi
attirava, mi risucchiava verso di sé. Non l’avevo scelto io; dio stesso l’aveva
scelto. Mi avvicinai all’albero e mi sedetti. Nel momento in cui mi sedetti, le
cose cominciarono ad acquietarsi. L’intero universo era pura benedizione.
Mi è difficile dire per quanto rimasi in quello
stato. Quando tornai a casa erano le quattro del mattino, per cui devo essere
rimasto là per almeno tre ore, ma mi sembrò un tempo infinito. Non aveva nulla
a che fare con il tempo dell’orologio. Era al di là del tempo.
Quelle tre ore divennero l’intera eternità,
eternità senza fine. Il tempo non esisteva, il tempo non passava, era la realtà
pura: vergine, intoccabile, incommensurabile.
E
quel giorno accadde qualcosa che è continuato – non come una continuità – ma
qualcosa che è rimasto presente come una corrente sotterranea. Non una
permanenza: accade di nuovo ogni momento. Ogni momento è un nuovo miracolo.
Non seppi cosa mi era accaduto finché non accadde,
e anche allora non capii che si trattava di un evento religioso. Come potevo?
Il riconoscimento e la comprensione avvengono sempre come conseguenza di ciò
che si conosce. Ciò che sentii fu che tutto quanto era esistito fino a quel
momento non esisteva più, e ciò che accadeva ora non era mai esistito in
passato.
Ci volle tempo perché mi ci abituassi. Mi adattavo
solo chiedendomi: «Chi sei e cosa sei?». E di nuovo questo assestamento era
strano perché dipendeva solo da me. Non mi era venuto nulla dall’esterno, che
potessi riconoscere. Al contrario, qualcosa di me era caduto. E ciò che era
rimasto era ignoto, e mi ci dovevo abituare. Ma neppure ora questa familiarità
è completa, perché ogni giorno assume nuove fattezze. Nel momento in cui la si
comprende, acquista ulteriori novità. Questo è il viaggio infinito della
conoscenza del sé. È senza fine, senza principio… è infinito.
La religiosità non è una conclusione ma una vetta.
Assomiglia al fluire di un fiume: ogni giorno lo scenario sulle due sponde
cambia, e si vede una nuova luna, stelle nuove. Tutto ciò che sapevamo ieri,
oggi è svanito. In questa esperienza suprema non si può mai dire: ‘Sono
arrivato. Mi sono realizzato. Ho conosciuto tutto ciò che poteva essere
conosciuto.’
Se qualcuno parla in questi termini, non si è
affatto realizzato. Si può solo entrare in questa esperienza. E non si
raggiunge mai una fine, perché è senza fine. Se qualcuno entra nel mare, può
solo dire di esserci entrato, e che la costa sta scomparendo, ma non potrà mai
dire di aver incontrato il mare perché non troverà mai un’altra sponda, e
ovunque, tutt’intorno, vede solo il mare.
Per questo una persona religiosa non potrà mai
scrivere la notizia della propria realizzazione. Può solo dire che il passato
non è più presente e ciò che accade ora cambia continuamente, ogni giorno. Per
cui è nuovo e continua a rinnovarsi. Non si potrà mai dire che assomiglia a ciò
che accadeva ieri. L’esperienza religiosa è una vita sconfinata, che a ogni
istante rinnova se stessa e non si ossida mai. E non si può fare alcuno sforzo
per conseguirla, né la si consegue mai in pienezza”.
(tratto da: The Discipline of Transcendence).
L’intera
esperienza non ebbe nessuna eco esteriore, e Rajneesh
– ormai famoso per la sua eccentricità – continuò gli studi fino alla laurea in
filosofia, conseguita nel 1957, per poi intraprendere la carriera universitaria
che lo portò dal Raipur Sanskrit
College all’University di Jabalpur nel 1960, come
professore di filosofia.
“In molti mi hanno chiesto come mai, se mi sono
illuminato nel 1953, non ho detto nulla a nessuno. Per vent’anni
sono stato zitto, ne parlavo solo se qualcuno sollevava un sospetto sincero:
«Sento che ti è successo qualcosa. Non so cosa, ma una cosa è certa: qualcosa
ti è successo, e tu non sei più una persona simile a me, e lo tieni nascosto».
In vent’anni non più di
dieci persone me l’hanno chiesto, e anche in questo caso cercavo di eluderle il
più possibile, finché non sentivo che la loro richiesta era sincera. E ne
parlavo solo dopo che mi promettevano di mantenere il segreto. Tutti hanno
rispettato questa promessa. Ora sono tutti sannyasin...
dicevo loro: «Aspettate, aspettate il momento giusto, allora lo dichiarerò».
Ho imparato molto dai buddha
del passato. Se Gesù fosse stato più tranquillo nell’affermare di essere il
figlio di dio avrebbe donato all’umanità un contributo di gran lunga migliore.”
(tratto da: Rajneesh Foundation Press
Office Information Files).
Y2K
:
di Sheela
Una sannyasin americana riflette sull’apocalisse imminente
Prima
di tutto vorrei dire
che è stato difficile scrivere questo articolo. Non perché non sia in grado di
dire milioni di parole al minuto, né perché non riesca a metterle per iscritto,
piuttosto perché scrivere di Y2K, del Millennium bug, significa individuare la giusta prospettiva in cui
inquadrarlo.
Per molti anni ho vissuto senza paure. Quando mi
sono trovata in situazioni di estremo pericolo ho sempre pensato quanto fosse
strano non avvertire alcuna paura – ero semplicemente stupefatta da ciò che
stava accadendo.
Una volta, per esempio, in una calda notte
d’agosto stavo correndo in moto lungo una tortuosa strada di montagna.
Un’improvvisa curva a 90 gradi mi colse impreparata… tutto accadde così in
fretta che non lasciai neppure andare l’acceleratore. Volai fuori strada, sopra
le cime degli alberi. E tutto mi apparve sorprendente. Ero ancora per aria
quando svenni. Al mio risveglio mi ritrovai in un dirupo, con una gamba ridotta
male, ma pienamente cosciente.
Mi sentivo molto calma. Cercai di muovermi, ma
scoprii che non potevo camminare, quindi cominciai a lanciare un S.O.S. con il clacson della moto. Dopo un po’, decisi di
mettermi a gridare «Aiuto!» e… evviva! Arrivarono i soccorsi. Ma non avevo
avuto paura, ricordo solo un senso di sorpresa, una grande calma e,
naturalmente, la gratitudine verso i miei soccorritori.
Un’altra volta, otto anni fa, vissi il più lungo
terremoto della mia vita – ed essendo nata nella California meridionale ne ho
vissuti un bel po’. La scossa cominciò la mattina presto; immediatamente saltai
fuori dal letto e mi tirai dietro il mio ragazzo mezzo addormentato. Ci
precipitammo verso l’uscita, insieme a un amico che viveva in un’altra stanza,
cercando nel frattempo di indossare i vestiti che avevamo afferrato in tutta
fretta.
Una volta fuori ci abbracciammo stretti,
appoggiandoci al vano della porta, come viene consigliato nei manuali di
sopravvivenza. Era come se la nostra casa fosse improvvisamente diventata una
nave attraccata al porto spazzata da potenti ondate. Tutto era in movimento, la
nostra casa, le altre case, le colline.
Improvvisi lampi di luce azzurra illuminavano le
colline, e la mia mente non riusciva a capire cosa fossero. Il nostro amico si
mise a gridare: “Dio, ti prego, fallo smettere!”. Ma io non avevo paura. La
potenza delle natura mi lasciava in uno stato di stupefazione.
Quel terremoto venne poi soprannominato «il
gigante gentile», perché sebbene avesse raggiunto il sesto grado della scala Richter non provocò grandi danni, a causa di un movimento
rotatorio sotterraneo estremamente morbido. Ancora una volta, ci era andata
bene.
Dopo, per qualche giorno, mi ritrovai a guardare
le persone con occhi nuovi, meravigliata dall’estrema fragilità della vita
umana, ma questa sensazione svanì in fretta. Dimentichiamo tutto così
facilmente! Ne parliamo per un giorno o due, e poi torniamo al nostro solito
«tran-tran», in quel tranquillo stato mentale in cui la vita sembra sicura e
normale. La nostra idea di preparare un «kit di sopravvivenza» venne
accantonata in favore di abiti nuovi e un viaggio. E poi, come ho già detto, io
non avevo alcuna paura.
Anche l’incontro con Osho, e la mia vita con lui,
hanno a che fare con la mia assenza di paura.
Lasciai
A Pune era facile essere
spontanei, rispondere a ciò che accadeva nel momento, vivere nel presente, qui
e ora. La vita era semplice, piena di danze, risate e intenso lavoro. Ho sempre
avuto la sensazione che tutto ciò che accadeva era semplicemente perfetto e
imparai a vedere che il momento presente è tutto quello che c’è. E basta a se
stesso. Lo stesso vale per la mia esperienza nella Comune in Oregon, dove vissi
per altri quattro anni dopo «Pune Uno».
Quando alla fine tornai in California, la trovai
in qualche modo più bella. Tutto aveva più vita e colore. è buffo come cambiano
i posti, dopo che tu sei cambiato.
Oggi vivo vicino a San Diego, un’area piacevole e
un po’ funky. Non è una vita dura. Il lavoro mi
lascia molto tempo libero da dedicare alle cose che amo: lunghe passeggiate
sulla spiaggia, pattinate e serate con gli amici.
Mi piace vivere qui perché il posto è bellissimo e
mi concedo davvero il tempo di goderne – o almeno l’ho fatto finché non ho
cominciato a preoccuparmi di Y2K. Sì, il Millennium bug mi ha messo in uno stato di agitazione che ho conosciuto
solo da bambina. E il buffo è che non so neppure come ha fatto a insinuarsi in
me.
La prima a parlarmene è stata mia madre che,
povera cara, è costantemente aggiornata su tutti gli eventi drammatici forieri
della fine del mondo: complotti segreti all’interno del governo, previsioni di
nuovi e devastanti terremoti, profezie di veggenti e affini, e disastri
finanziari dovuti al crollo della borsa. Nominate una disgrazia e lei ha
sicuramente sentito che sta per arrivare.
È stata lei a passarmi una serie di articoli su
Y2K. Potete immaginarvi quanto credito le ho dato… “Su, mamma. Almeno questo
risparmiamelo!”
Però ho letto gli articoli, giusto per dimostrarle
che erano stronzate. Il tono era davvero estremo e
preoccupante. Lo stile, quello di un filmato televisivo, pieno di riferimenti
ad agenzie statali, siti web governativi ed esperti del settore. Non capivo
bene il legame tra banche, merci, carburanti ed elettricità, ma in mezzo a quel
mucchio di congetture su un caos mondiale forse c’era qualcosa di vero.
E così cominciai a porre domande ad «autorità»
riconosciute nel mondo dei computer e, guarda caso, un collega di Angelo, il
mio ragazzo, mi chiese di rivedere il suo libro su Y2K. John
è un consulente di manager, sposato con figli, e si occupa di sistemi. Il suo
lavoro consiste nel valutare il quadro generale di un’azienda e vedere in che
modo ogni singola parte si integra con le altre, e come il sistema funziona nel
suo insieme.
Mi ci vollero tre giorni per correggere il
manoscritto e alla fine avevo un mucchio di cose da dire. John
era piuttosto negativo riguardo a tutta la faccenda e me lo comunicava con quel
suo modo sicuro, con un pizzico di spiritualità, e un contorno di citazioni
autorevoli a sostegno del suo punto di vista. Per farvi capire quanto fosse
negativo, sappiate che i suoi amici avevano cominciato a chiamarlo “Doomsday Johnny” [doomsday: fine del mondo n.d.t.].
A dispetto della mia critica dura e precisa sul
tono del suo scritto, per la quale, con mia sorpresa, John
mi fu grato, il libro mi ha fornito un’ottima comprensione di base del problema
Y2K.
Come probabilmente sapete, gran parte delle nostre
vite dipende da piccoli computer che controllano ogni cosa, e dei quali spesso
ignoriamo il funzionamento.
Per esempio, il mio atteggiamento era: okay,
potrebbe mancare l’elettricità, ma l’acqua corrente non dovrebbe mancare.
Due amici, bei ragazzi con tanto di cervello, mi
hanno spiegato che è un’illusione. Mi hanno detto: “Sheela,
per avere l’acqua corrente in casa hai bisogno dell’elettricità”.
“Ma” ho ribattuto “la pressione dell’acqua non
dipende dalla forza di gravità? I serbatoi non sono forse costruiti in collina?
Sono sicura di averne visti da qualche parte…”
I miei amici si sono guardati annuendo come per
dire: “Visto? Non ha proprio idea…”
E così scopro che nella maggior parte delle città
è un sistema di pompe elettriche che fornisce all’acqua la pressione necessaria
per arrivare fino ai nostri rubinetti.
Oh, oh.
Pensavo che la mia vita fosse semplice.
Probabilmente devo lasciar perdere questa teoria.
Sto scoprendo che in realtà dipendo da una rete
molto complessa di sistemi tecnologici che mi forniscono merci e servizi
essenziali. Se la fornitura di energia elettrica dovesse subire grosse
interruzioni avremmo problemi di rifornimento di acqua, beni commestibili e
riscaldamento.
Tutte le cose che fluiscono, come i trasporti, le
comunicazioni, i soldi, l’elettricità e così via potrebbero risentirne. Man
mano che capivo tutte le implicazioni, la morsa che mi stringeva lo stomaco
aumentava. La ragazza priva di preoccupazioni dell’anno scorso stava lentamente
ma indubbiamente affondando come il Titanic, colpita
da un mostruoso iceberg di informazioni.
Per quanto potrebbe durare? Mah! Per la testa mi
passavano scenari dai peggiori (niente acqua potabile) ai medi (acqua potabile
ma non per il bucato), ai migliori (solita vita).
La mia mente in fondo stava facendo ciò che meglio
sa fare: dare i numeri. Di fronte alla paura cosa resta da fare a un guerriero
spirituale come me? Cercare di mandarla via. Avevo «bisogno» di scoprire di
più.
Mi sono buttata su ogni articolo o notizia
relativa a Y2K. Ho cominciato a bombardare di domande amici esperti di computer
e chiunque potesse darmi qualche informazione. Ho visitato tutti i siti
internet sull’argomento, dagli allarmisti cristiani alla vecchia buona Croce
Rossa.
Ho chiesto a ogni amico che mi capitava di
incontrare: “Tu cosa ne pensi?”.
In mezzo a un mare di paranoia ho trovato alcune
note interessanti, come la “Guida del cittadino per Y2K” pubblicata dalla
rivista Utne Reader. I
consigli di base sono: “Probabilmente qualcosa succederà ai nostri sistemi di
fornitura di beni e servizi. Mentre i professionisti stanno lavorando sui
problemi, ci sono alcuni modi per affrontarli insieme.” E poi: “Nel prepararci
per Y2K, qualcosa di sorprendente e meraviglioso potrebbe accadere. Finalmente
conosceremo i nostri vicini.”
Grazie.
Ho anche scoperto una «regionalità»
degli atteggiamenti su Y2K. A New York nessuno si preoccupa. Pensano che siano
solo fantasie. In California, invece, è il «Big One» trasferito nel cyberspace, il grande terremoto che si aspettano da molto
tempo che farà sparire nell’oceano ogni forma di vita (accompagnato dalle urla
finali di tanti veggenti “Ve l’avevamo dettoooo…!”).
Nel proiettare le mie paure nel futuro, ho
cominciato a sentire che preparami come individuo, o famiglia o gruppo potrebbe
diventare un lavoro infinito, una prospettiva per nulla piacevole. Voglio dire,
che senso ha sopravvivere se la vita dovesse essere un’esperienza così
avvilente?
Fu a questo punto che mi venne in mente una
storiella che Osho ha raccontato in uno dei suoi discorsi, non ricordo quale.
Posso riassumerla così: un monaco si ammalò e andò in coma. Pensando che fosse
morto, gli altri monaci lo seppellirono in una caverna dove giacevano quelli
morti prima di lui.
Quando si svegliò, si rese conto di dove si
trovava, e anche che la caverna sarebbe stata aperta solo quando un altro
monaco fosse morto. Potevano passare degli anni, ma il monaco era deciso a
sopravvivere. Si cibò di scarafaggi e altri insetti che abitavano nella
caverna. Per dissetarsi succhiò avidamente le poche gocce di acqua che
trasudavano dalla roccia. E per coprirsi usò i quattro stracci in cui erano
avvolti gli altri cadaveri.
La sua pelle divenne completamente bianca, e la
mancanza di luce lo portò quasi alla cecità. Ma voleva sopravvivere! Tirò
avanti così per anni – dieci, venti, trent’anni forse
– fino al giorno in cui morì un altro monaco.
Ricordo ancora i gesti di Osho nel raccontare la
storia, i movimenti delle sue mani mentre descriveva il monaco che raccoglieva
gli insetti nel buio della caverna e li mangiava.
Quando la caverna venne aperta, i monaci
scoprirono l’antico collega: fragile, bianco, sporco e puzzolente, sdentato e
quasi cieco. Il suo aspetto era così orribile che gli altri monaci pensarono
che fosse tornato dal regno dei morti. Ma era sopravvissuto – finché,
ovviamente, non morì di nuovo qualche anno dopo.
Il messaggio di Osho, per quanto posso ricordare,
fu: “La tua brama di vivere è tale che faresti di tutto per soddisfarla. Non
vedi l’assurdità di sopravvivere a ogni costo? Ne vale la pena?”. La cosa
reale, stava dicendo, è la qualità e l’intensità con cui vivi, non la durata
della vita.
Il ricordare questa storia mi ha aiutata a mettere
il problema Y2K nella giusta prospettiva, a tracciare una linea, al di là della
quale non sono disposta a lasciarmi guidare dall’ansia. E ho potuto vedere come le paure di ciò
che forse accadrà mi impediscono di vivere pienamente ora. Per me la paura sembra
esistere solo nell’anticipazione di qualcosa, non quando accade.
Così ora ho un nuovo programma.
Guarderò le mie paure quando arrivano, piuttosto
che lasciarmi guidare da loro. Non mi lascerò rovinare la vita da ansia e
preoccupazioni. Continuerò a godermela senza dimenticare di danzare, ridere,
fare pazzie e divertirmi con gli amici. E mi concederò molto tempo per lunghe
camminate e per la meditazione.
Senza però nascondere la testa sotto la sabbia e
fingere che non ci sia alcun problema. Preparerò senz’altro delle scorte,
soprattutto di beni essenziali come acqua, cibo, prodotti per l’igiene e
medicinali, e poi colori e tamburi per dipingere e suonare tutti insieme. Mi
piace parlare con amici e vicini di questi preparativi.
Sono felice di sapere che
Questo è ciò che conta. Che io sia qui in
California, o a Pune, è la qualità della vita che
conta.
OVVERO
L’INCUBO DELLA VECCHIAIA
di
Ma Deva Sarito
È possibile
dare il benvenuto alla mezza età senza lasciarsi sopraffare dal panico?
In questo
articolo Sarito ci racconta il suo percorso
interiore.
A
dir la verità
non me l’aspettavo proprio. Questa fase l’avevo già passata, o almeno così credevo.
Quando, alla tenera età di 42 anni, ero entrata in
menopausa, ci ero passata attraverso a vele spiegate – più o meno –
congratulandomi con me stessa perché dopo una giovinezza vissuta in maniera
selvaggia e senza freni, mi sentivo davvero pronta a dare il benvenuto alla
mezza età. In quel periodo stavo vivendo felicemente una storia d’amore e già
mi vedevo invecchiare tranquillamente accanto al mio partner.
Un paio d’anni più tardi, nel bel mezzo di quello
che credevo fosse un altro dei nostri numerosi periodi di lontananza – durante
i quali ci occupavamo di cose diverse in differenti parti del globo – lui mi
scrisse in una lettera: “C’è una donna nella mia vita”… e non parlava di me.
Nelle settimane seguenti mi sembrò di essere sul
punto di morire. Per prepararmi a questa morte imminente meditai molto e mi
misi a leggere Nietzsche (non so spiegare perché, ma
mi consolava davvero!). Non potevo fare molto altro perché ero da sola a Dallas
– Texas – senza nessuno vicino a me che conoscesse questo uomo e che tanto meno
capisse perché stavo morendo – visto che il sogno di invecchiare serenamente
uno di fianco all’altro si era infranto.
Quando, sei
mesi dopo, riemersi dall’altra parte del tunnel, avevo perso ogni illusione
sulle storie d’amore, ed ero ancora viva.
Una vita piacevole, fra l’altro: svaniti i sogni
romantici, iniziai a scoprire cosa vuol dire Osho quando parla di «dinamica del
relazionarsi» come di cosa diversa da «avere una relazione» – manifestare cioè
il proprio amore in maniera non possessiva o legata a dei risultati. Ero ancora
molto esigente nelle scelte, lo sono sempre stata, ma in qualche modo mi
riusciva sempre di essere innamorata di qualcuno, e di godermi questo amore
senza difficoltà. Mi ero abituata a essere indipendente, e mi piaceva sapere
che nessuno sarebbe mai entrato nel mio spazio senza prima bussare.
Cominciai a interessarmi agli uomini in quanto
persone, e non a vederli solo come possibili partner. Potevo comunicare con le
altre donne, senza doverle considerare delle possibili rivali. E la vista di
coppie di amici che sembravano avviarsi insieme verso una tranquilla vecchiaia
non mi disturbava, anzi mi faceva piacere.
Non solo mi sembrava di sentire il ticchettio del
mio orologio interno, le cui lancette si avvicinavano sempre di più alla zona
in cui c’è scritto “nonna”, ma mi divertivo come mai prima a giocare e a
chiacchierare coi bambini piccoli.
Poi arrivò il mio quarantanovesimo compleanno e,
simultaneamente, il panico.
“Ho quasi cinquant’anni…”
e di fronte a me
si presenta, un po’
barcollante, l’immagine
dell’accattona… Una volta
ne ero spaventata a morte,
non riuscivo neppure
a guardarla. Ma ora l’ho
riconosciuta per quello
che è: un segnale –
un messaggero – certo
non uno dei miei preferiti.
E così la fronteggio con
la domanda: “Va bene,
ho quasi cinquant’anni!
E allora?”.
Le parole “ho quasi cinquant’anni”
continuavano a risuonarmi in testa. Cercai di vedere con precisione di cosa si
trattasse. Era simile a qualcosa che mi era già successo: “Oh, mio dio, ho già trent’anni!” In retrospettiva potevo vedere qual era
l’essenza di quella ‘paura dei trent’anni’:
condizionamenti sociali puri e semplici: avere trent’anni
ed essere senza marito, senza figli e senza una carriera era un segno di
fallimento. Ma proprio l’anno dopo avevo incontrato Osho, e quando lui mi aveva
letteralmente rivoltata tutte quelle cose se ne erano andate da sole. O forse
no?
“Ho quasi cinquant’anni…”
e di fronte a me si presenta, un po’ barcollante, l’immagine dell’accattona. È
una figura vecchia e conosciuta, questa stracciona. Indossa tre, quattro
maglioni sdruciti e mangiati dalle tarme sopra almeno due o tre diverse e
sbiadite vestagliette a fiori. Dei pesanti collant, una volta elasticizzati, le
sono quasi completamente scesi intorno alle caviglie; porta scarpe da tennis di
colore e provenienza incerti che le coprono, salvo il buco sull’alluce, i piedi
gonfi. I capelli impastati dallo sporco e senza un preciso colore, gli occhi
lattiginosi per una incipiente cataratta, la vecchia continua a parlare tra sé
raccontandosi storie che nessuno mai potrà capire. Spinge un carrello da
supermercato tutto arrugginito, con la plastica rossa dell’impugnatura ormai
scolorita dal sole e dalla pioggia, una delle ruote è bloccata e continua a
girare a vuoto, rendendo quasi impossibile mantenere il carrello in una
traiettoria rettilinea. Dentro si possono notare vecchi sacchetti di plastica
che contengono altri sacchetti di plastica (più nuovi?), ammassi informi di
indumenti di lana pieni di polvere, tre bottiglie di plastica semivuote e un
po’ ammaccate, e due scarpe vecchie e spaiate.
Una volta ne ero spaventata a morte, non riuscivo
neppure a guardarla. Ma ora sto imparando a riconoscerla per quello che è: un
segnale – un messaggero – certo non uno dei miei preferiti. E così la
fronteggio con la domanda: “Va bene, ho quasi cinquant’anni!
E allora?”.
Lei non risponde, mi sa che ci vorrà del tempo…
La prima cosa che mi viene in mente è che ho
bisogno di un piccolo posto, una casetta, tutto mio. Sono stata una vagabonda
per tutta la vita, una vera e propria zingara, mai nello stesso posto per più
di sei, otto mesi. Solo ultimamente ho accumulato un po’ di cose veramente
utili, ma sono troppe per poter portarmele sempre dietro, e così devo
continuamente spedirmi scatoloni di roba, o lasciarli in deposito da qualche
amico disponibile. Non riesco neppure a ricordarmi le volte che ho svenduto
cucine o camere da letto per poi scoprire, solo pochi mesi dopo, che avrei
dovuto ricomprarmele. “Quasi cinquant’anni…” Sto diventando
troppo vecchia per queste cose.
Come scopro poco più tardi, il guscio della mia
nuova casa esiste già: si tratta di una costruzione inutilizzata e abbastanza
grande nella fattoria che mio fratello ha appena comprato. Ha un pavimento in
cemento, un tetto in ottime condizioni, una struttura portante con travi in
legno: insomma “un magnifico potenziale”, come direbbe un agente immobiliare.
Passiamo tutta una giornata a togliere le strutture che non servono, a
controllare e riparare i telai delle finestre, a pulire. Davvero soddisfacente
come catarsi, e in seguito per un paio di giorni, mentre aspetto che l’odore
della vernice nuova se ne vada, faccio il punto della situazione: sto per
diventare la zia zitella e un po’ eccentrica che abita subito fuori un paese
del Texas di non più di duemila anime, dove l’attività principale è
l’allevamento delle capre.
Cooosa?
No, no e no! E
così, appena riesco a recuperare le rimanenze di vari conti correnti sparsi un
po’ dappertutto, compro un biglietto per l’India e passo alcuni mesi di pace e
totale rilassamento nell’Osho Commune, lavorando per
l’Osho Times.
Ma non è così semplice, vero?
La vecchia accattona continua a essere là che mi guarda senza parlare.
Vado avanti così per un anno e mezzo, assalita a
volte dal bisogno di lasciar perdere quello che sto facendo per andare a fare
qualcos’altro da qualche altra parte, con la continua sensazione che il tempo
stia per finire. E che quello che mi manca deve essere trovato, se non proprio
immediatamente, di sicuro molto in fretta.
Il mio cinquantesimo compleanno passa senza che
succeda nulla di speciale. Il panico ora è generale, pervade tutto, non è più
legato a qualcosa di particolare. Fluttuo nell’oscurità di un mare senza nome,
o forse è solo un ex-pollaio ora vuoto, e quando mi sono stancata ben bene, mi
riposo, per poi ricominciare a fluttuare.
In fondo non sono mai stata senza un lavoro
interessante da fare, senza amici, senza una casa o un reddito, ma per la
maggior parte del tempo è come se non me ne accorgessi. Al di là della
gratitudine o dell’ingratitudine, solo questa urgenza che mi rode: di sicuro
deve esserci qualcosa di importante… altrove.
Ritorno all’Osho Commune,
ed è una festa di compleanno bellissima, con tanti fiori, la torta, le canzoni,
e il bidoncino del chai che perde e gocciola sul
pavimento.
Qualcosa si rilassa – è la stessa sensazione che
ebbi a Dallas quando finii di leggere Umano,
troppo umano di Nietzsche: chiusi il libro e lo
rimisi sullo scaffale. Non “vado” più per i 50, di anni ne ho cinquantuno ora,
e sono ancora viva. Tutta questa storia è ormai quasi finita, me lo sento nelle
ossa. E allora perché sono così determinata a lasciare questo posto dove mi
sento veramente a casa?
L’accattona è proprio di fronte a me e,
finalmente, parla: “Più di metà della tua vita è ormai passata, ragazza mia.
Sicura di non avere ancora qualche sogno importante nel cassetto?” Non lo so
proprio, presumo che dovrò andare a scoprirlo. Durante la mia festa di addio
vedo così tanto amore nei volti che mi circondano che mi metto a piangere.
Di ritorno a New York, mi ritrovo in una casa con
un contratto d’affitto da rinnovare e senza alcuna prospettiva di lavoro… da
qualunque parte guardi la situazione il messaggio è uno solo: meglio muoversi.
Nel frattempo mi arriva un’offerta per sostituire Prartho come redattrice di Viha
Connection (periodico sannyasin californiano ) mentre
lei va a Pune – compresa la sua stanza e la sua auto
per tutto il periodo. Sebbene la faccenda sembri proprio una cosa dell’altro
mondo, possiede una sua innata eleganza. L’unica cosa che potrebbe renderla
ancora più attraente sarebbe solo un grande insegna al neon che dicesse Per di qua. Questa volta, invece di
svendere la cucina e la camera da letto, deposito i mobili in un magazzino, insieme
a tutti i miei vestiti «importanti».
Sono ancora nel buio, certo, ma non è che riesca
solamente a mantenermi a galla, faccio già un piccolo passo dopo l’altro, nella
certezza che anche questo tunnel abbia una fine.
Mi ci vuole un po’ di tempo per sistemarmi, e
darmi un’occhiata intorno. Sulle pareti della casa di Prartho
ci sono dipinti bellissimi – mi ero dimenticata che era una pittrice; il cigno
sopra Lao Tzu, nel giardino di Osho, l’aveva creato
lei tanto tempo fa. Ci sono foto di figli e nipoti, cristalli e pizzi alle
finestre che creano arcobaleni e giochi d’ombre quando sono illuminati dal
sole. Cose non scelte da me, ma familiari, che sicuramente avrei potuto
scegliere… che potrei ancora scegliere. Non riuscirò mai a dipingere
decentemente, ma di sicuro ero brava a fare ceramiche, e da qualche parte fa
capolino quel sogno che: “Un giorno, quando sarò in pensione…”
Un sabato vado a trovare Krishna
Priya in campagna, sono anni che non ci vediamo. Sono
in anticipo, lei non è in casa e così mi siedo nel portico e aspetto. Che bel
posto! Mi ricorda una casa dove ho vissuto anni fa e che amavo molto. Un
ruscello che scorre, col suo mormorio, a soli pochi metri di distanza. Falchi
che volano in lenti circoli nel cielo, e dall’altra parte della strada masse di
alberi, mossi dal vento. Il silenzio della natura che aiuta a diventare
silenziosi dentro, e ti mette a tuo agio.
Poi lei arriva ed entriamo a prendere un tè.
Parliamo per ore, facendo anche un lungo giro su per le colline. Mi ritrovo a
raccontarle storie della mia vita, non solo quelle recenti ma anche quelle di
tanto tempo fa. A un certo punto mi dice: “Hai fatto talmente tante cose.” È
come se avessi appena realizzato che sì, è vero. “E non si può tornare
indietro…” No, certo, non è nella natura delle cose.
Di ritorno nella mia provvisoria dimora, sembra
che mi stia aspettando il riflesso del sogno di Prartho,
la scrittrice. In effetti è così che abbiamo ripreso i contatti dopo tanti
anni, quando le ho scritto per chiederle di poter pubblicare sull’Osho Times un brano del suo libro – un libro bello, semplice e
pieno di luce. Anch’io ho un libro, da anni incompleto, coscienziosamente
trasferito da un portatile all’altro, ma mai terminato. Un giorno lo finirò,
penso, e quando sarò invitata a parlarne in pubblico avrò l’occasione per
esprimere la mia gratitudine verso Osho. Decido di riaprire questo mio libro
mai finito e di dargli un’occhiata, veramente, per la prima volta dopo due
anni.
Ci sono dozzine di storie, come quelle che ho
raccontato a Priya, vite e vite di storie, sogni che
finiscono in altri sogni. Storie di scoperte e storie di perdite. Storie di
ricordi ancora vivi e di fatti che avevo dimenticato. Storie su come certe cose
nella vita continuano a tornare in continuazione, in spirali, per essere
affrontate di nuovo, chiedendo ogni volta una comprensione sempre più profonda.
È un libro che non sarà mai finito. Mi aspettavo un po’ di tristezza a questo
pensiero, invece mi sorprendo nell’avvertire un senso di sollievo e libertà.
Continuo a essere senza marito, senza figli e
senza carriera. Ho solo dozzine di storie, raccontate in decine di modi, ogni
volta a un diverso livello, che mi fa comprendere qualcosa di nuovo. E nuove
storie anche: come poter dimenticare le nuove storie che arrivano, di sicuro,
quando le vecchie se ne vanno; ognuna con qualcosa da esprimere, ognuna con i
suoi tempi per svolgersi.
E l’accattona mi sorride, con gli occhi limpidi
ora, e senza età: “Metà della tua vita è gia passata, ragazza mia. Una buona
vita, ed è proprio ora che te la godi, così come viene.”
Le faccio un cenno di saluto, per farle sapere che
ho capito, e la guardo allontanarsi con il solito carrello verso il sole
nascente.
Tratto da Viha Connection
“L’innocenza
del bambino è povera in realtà, perché è quasi un sinonimo di ignoranza.
L’anziano, l’uomo maturo, che è passato attraverso tutte le esperienze di
oscurità e luce, di amore e odio, di gioia e infelicità, che è maturato
attraverso le diverse situazioni della vita, è giunto al punto in cui non è più
attivamente partecipe di qualunque esperienza. L’infelicità arriva… e lui la
guarda. La felicità arriva e lui la guarda. è diventato un osservatore sulla
vetta del colle. Tutto passa laggiù nell’oscurità delle vallate, ma lui rimane
sulla vetta assolata della montagna, e osserva tutto semplicemente in profondo
silenzio.
L’innocenza
della vecchiaia è ricca. è ricca grazie all’esperienza; è ricca grazie ai
fallimenti, ai successi; è ricca grazie alle azioni giuste e a quelle
sbagliate, è ricca in molte dimensioni. La sua innocenza non può essere
sinonimo di ignoranza. La sua innocenza può essere solo sinonimo di saggezza.”
OSHO
GRIGIO È BELLO
Fotografie di Swami
Sarjano
“Raramente
accade che un vecchio sia bello, ma quando accade puoi essere sicuro che quell’uomo ha vissuto pienamente. Un Rabindranath
diventa più bello man mano che invecchia, e i capelli diventano grigi e bianchi
e il corpo diventa sempre più vecchio. La sua bellezza ha una nuova qualità –
che un giovane non possiede. La giovinezza ha la propria bellezza, che è
superficiale; non può avere profondità. è più fisica e meno spirituale. è più
legata al corpo e non può avere molta profondità. Il giovane non ha vissuto
abbastanza da diventare profondo. Un vecchio che ha vissuto la sua vita – con
le sue gioie, le sue benedizioni, le sue maledizioni; i suoi giorni e le sue
notti oscure – che ha visto la vita nella sua varietà e ricchezza, che ha
conosciuto sofferenze e benedizioni, diventa profondo in modo naturale,
acquista profondità in modo naturale. Da vecchio noterai in lui una certa
luminosità, simile a una fiamma interiore, molto nascosta, la cui luce filtra
attraverso di lui, i cui raggi arrivano anche fuori. Con i suoi capelli bianchi
e la sua venerabile età assomiglia all’Everest – quei capelli bianchi
assomigliano alle nevi immacolate della vetta himalayana.
Se un uomo vive totalmente, se non ha paura di vivere, diventerà ogni giorno
più bello.” Osho
di Swami Prem Giri
Giunto alla
soglia dei cinquant’anni, un sannyasin
canadese esplora le varie dimensioni dell’essere: corpo, mente e cuore, e la
possibilità di trascendere tutto nello spazio vuoto della meditazione.
Da
poco il mio corpo
ha compiuto i cinquant’anni, sicuramente una pietra
miliare nella vita – e le malelingue dicono che si può diventare persino più
vecchi.
Io appartengo alla generazione degli eterni
ragazzi, quelli nati nel dopoguerra, ex–figli dei fiori; e così la mia reazione
è stata ovviamente un vitale, positivo diniego di tali voci.
La scorsa primavera, il mio amico Bodhiprem mi ha convinto a fare la “Grouse
Grind” con lui. È una scalata di
Presto ho notato che grazie all’intenso esercizio
fisico il mio corpo e la mia persona assumevano un nuovo splendore e che tutte
quelle endorfine e l’ossigeno al cervello, una volta arrivato in cima, mi
facevano andare davvero su di giri. Chi ha bisogno di droghe – più sesso e rock
and roll – quando puoi trovarle nella natura? E
incontrare vecchi caproni – di non meno di 65 anni – che ci superavano allegramente
era come avere un’immagine del nostro futuro. È ovvio che l’età è solo un’idea
della mente.
Se c’è qualcosa che ho imparato da tutto questo, è
la gioia di arrendersi al corpo. I corpi sono fatti per esprimersi, anche a
cinquanta, sessanta o settant’anni. Negli ultimi
quattro mesi, ogni giorno, ho lasciato che il mio corpo facesse qualsiasi cosa
gli andasse di fare, per almeno un’ora al giorno, senza interruzione. In
effetti questa è diventata la parte più importante di ogni giornata.
Liberatosi dalle mie interferenze, il mio corpo
mostra una sicurezza ostinata nello scegliere le cose che vuole fare. Quasi
ogni giorno vuole arrampicarsi, correre, nuotare, ballare – specialmente
ballare – e, ogni giorno, lascio che questo bambino irrequieto segua i suoi
impulsi. Il mio corpo non lo considera più un privilegio, ma un suo diritto. In
fondo, questo è il retaggio della mia specie: per milioni di anni abbiamo
continuato a correre nella prateria e nella giungla, non siamo stati seduti, su
culi sempre più ampi, davanti a computer o ad
ascoltare noiose riunioni senza fine. Per millenni i nostri corpi hanno
continuato a correre, per sfuggire alle tigri e ai pelosi mammut, o per
inseguire i bufali. Correre, ballare, muoversi permettono al corpo di
mantenersi vivo.
Paradossalmente, mi è molto chiaro che non siamo i
nostri corpi. Negli ultimi 3 miliardi di anni i nostri corpi hanno occupato
solo un millisecondo del più ampio gioco della vita
su questo pianeta. Fra altri 4 miliardi di anni, tutta questa recita che si rappresenta
sulla terra esploderà in una fiammata di gloria, mentre il sole diventerà una
supernova e vaporizzerà i suoi pianeti. Il mondo della materia non è altro che
un continuo fluire, e il corpo umano è fatto di materia. Per un miracolo
eccezionale, le condizioni sulla terra si sono mantenute abbastanza stabili
negli ultimi tre miliardi di anni, permettendo così a milioni di esseri di
evolversi, in successive generazioni, dalle più semplici forme di vita fino ad
arrivare a questo momento in questo corpo. Il corpo si porta dentro la
conoscenza di miliardi di anni.
E, paradosso dei paradossi, pur non essendo io il
mio corpo, quando permetto pienamente al mio corpo di allungarsi, correre,
danzare, raggiungere i suoi limiti, lui mi benedice e mi fa sentire meglio
riguardo a me stesso e alla vita. Certamente la robustezza del corpo toglie
senso all’età. Dentro questo corpo abita una mente, e se il corpo ha dei
bisogni, altrettanti ne ha la mente. Nella mia vita, la mente è stata, in
generale, più potente del corpo. In realtà è stata la dominatrice, nel bene e
nel male. La mente non è solo il meccanismo attraverso il quale l’esistenza
crea, ma anche lo strumento per mezzo del quale l’ego domina, spesso attraverso
il subconscio. Il dare più energia e attenzione al corpo mi è stato d’aiuto per
ottenere un maggiore equilibrio.
La mia mente ama creare e io lascio che lo faccia.
A cinquant’anni sto per prendere un Master in
Business Administration, ho quasi scritto un libro di
economia, e sto per iniziare una nuova carriera come consulente finanziario,
per mantenermi negli anni che ho davanti. Allenare la mente non è poi così
diverso da allenare il corpo. Tutti e due funzionano meglio se si continua a
usarli. La mente risente sicuramente meno dell’invecchiamento di quanto succeda
al corpo, ma proprio come il corpo, che esalerà alla fine il suo ultimo
respiro, anche la mente lo seguirà nel totale oblio.
La gioia e l’amore possono attraversare il corpo e
la mente, ma non vi troveranno alcun rifugio sicuro.
E poi ci sono i bisogni del cuore. Possiamo
negarli, metterli all’ultimo posto nella nostra lista di priorità, ma loro di
sicuro non se ne vanno. Questo è per me qualcosa di veramente importante.
Quando presi il sannyas nell’82, Osho mi diede il
nome di Prem Giri (montagna d’amore), facendomi
capire fin dall’inizio che i flussi d’energia più naturali e forti che
percorrono questa forma chiamata Giri sono le vie del cuore.
Il primo periodo di sannyas
fu una fase di esperienze liberatorie, ma anche il momento nel quale il mio
matrimonio, iniziato con molto amore e altrettanti problemi, cominciò a
sfasciarsi. E io non potevo nascondermi il fatto che ero io a scegliere di
vivere in questa maniera che sembrava funzionare così poco, anche se il motivo
per il quale lo facevo mi sfuggì per molto tempo ancora. Sapevo solo che faceva
molto male e che avevo bisogno di passare un periodo molto lungo senza alcun
coinvolgimento romantico. A parte questo, c’era il continuo impegno di crescere
tre figli con i loro crescenti bisogni, e così gli ultimi quindici anni della
mia vita sono passati molto velocemente, in un vortice di attività.
Solo negli ultimi tre anni mi sono sentito libero
da questa continua pressione, ed è davvero bello avere del tempo per me. È
veramente meraviglioso. So naturalmente che l’amore è molto, molto più che un
semplice coinvolgimento romantico. Parte del mio continuo interesse per l’amore
si basa sul fatto che sento istintivamente che mentre il corpo e la mente
«diventeranno polvere» lo stesso non succederà con l’amore. Quando l’amore è
forte e sincero, persino la morte non può distruggere la connessione fra due
cuori.
In questi ultimi 15 anni ho imparato la lezione
più importante di tutte: amare e accettare me stesso, essere contento di me
stesso e della vita, così come siamo. Come Osho ci ha detto così bene, l’amore
è in realtà uno stato dell’essere. L’oggetto dell’amore non fa differenza, è il
soggetto che importa, colui che ama. Quando due specchi in armonia si aprono
uno all’altro, attraverso il cuore si riflette il divino.
Negli ultimi sei mesi ho smesso di pormi degli
ostacoli e ho incoraggiato quest’altro bambino
vagabondo, il mio cuore, ad andare per la sua strada. Nonne, state attente alle
vostre figlie grandi: c’è Giri in circolazione!
E poi c’è quello di cui ha bisogno l’anima, al di
là del corpo, della mente e del cuore. Si arriva vicini al divino quando, nel
semplice attimo, si scorge l’eternità. Tutti i maestri ci ricordano come
l’essere nel momento sia la porta dell’eternità. Per quanto ne so, la maniera
migliore per essere nel momento è la meditazione, o seguire il proprio cuore.
Ma la mia meditazione sta attraversando fasi alterne, e io sto di nuovo
pensando di fare un ritiro di 10 giorni di Vipassana
per darmi, per così dire, una mossa. Il silenzio che mi arriva dal fare Vipassana è davvero tangibile, durevole e vasto.
A meno di un inaspettato frontale con un Tir,
l’impianto genetico di questo corpo suggerisce che potrei aspettarmi altri 50
anni, prima di una inevitabile, e a quel punto davvero benvenuta, fine. So
benissimo che sono io il padrone… da questa parte della mia punta del naso. Ma
non proprio io. È il divino, in una delle sue innumerevoli manifestazioni, che
fa finta di essere Giri. Se, in tutto questo, c’è un compito per me, è quello
di essere vuoto, di levarmi dai piedi e di lasciare che l’esistenza faccia il
suo gioco.
Tratto da: Osho Pulse – Vancouver
di Rakesh
Rakesh, uno dei pionieri
dell’Osho Rebalancing, ricostruisce il percorso
evolutivo di questa innovativa arte terapeutica.
Il lavoro di
base è sul corpo; bisogna ricordarlo. Le persone devono essere ricondotte al
corpo, se ne sono allontanate troppo andando nella testa; hanno perso del tutto
le proprie radici nel corpo.
Osho
Marzo 1974
Koregaon Park è un’area fatiscente
e sonnolenta nei sobborghi di Pune, ancora persa nei
sogni dell’antica gloria del periodo del governatorato britannico quando era la
sede estiva dei maharajah. Ed è ben lontana dall’immaginare che il suo sonno
sta per essere interrotto bruscamente e che diventerà nota e famosa ben oltre i
suoi sogni più arditi.
Ma è proprio questo che accade, il 21 marzo per
essere esatti, quando Osho si stabilisce al 33 di Koregaon
Park. Anni dopo, nel 1980,
Nel
frattempo, riandando al 1940
Wilhelm Reich
era di qualche decennio in anticipo rispetto ai contemporanei e per questo
venne perseguitato e vessato dallo «status quo». Era un allievo di Freud, il fondatore della psicoanalisi, un sistema che
analizza la mente per trovare soluzioni alle infelicità delle persone. Reich cercò tali risposte nel corpo e scoprì che corpo e
mente non sono separati, ma costituiscono un’unità inscindibile, il corpomente.
Scoprì che il flusso dell’energia vitale può
essere bloccato da tensioni muscolari croniche e che questa energia bloccata ci
obbliga a vivere al minimo del nostro potenziale. Usando il tocco, il respiro,
il movimento e la terapia verbale, Reich cercò di
recuperare quella che lui definì «potenza orgasmica» – uno stato in cui ci si
abbandona al flusso naturale dell’energia attraverso il corpomente.
Egli chiamò questa energia «orgonica»
(in Oriente viene chiamata prana o chi).
L’energia orgonica, quando può circolare liberamente,
genera sensazioni di felicità, soddisfazione e appagamento. Questa energia primaria,
che secondo Reich è di natura sessuale, si espande
ben oltre la sessualità. Sfortunatamente i detentori dello status quo non
compresero mai la parte «oltre» il sesso. Sentendosi minacciati, cercarono di
distruggere il lavoro di Reich. Naturalmente avevano
ragione a sentirsi minacciati. Il lavoro di Reich era
sovversivo, rivoluzionario, foriero di un futuro migliore.
Alcuni anni più tardi, Osho – che era in anticipo
di mille anni rispetto ai contemporanei – riconobbe la validità del lavoro di Reich all’interno di un contesto tantrico
e onorò Reich con il ‘sannyas
postumo’ dicendo: “è uno di noi”.
Anni
Cinquanta e Sessanta
La società riuscì a distruggere Reich, l’individuo, ma a quel punto era già troppo tardi.
Il suo lavoro pionieristico aveva scatenato l’immaginazione di altri geni e
pionieri nel campo della ricerca sul corpomente.
Per esempio, è in questi anni che Ida Rolf creò un sistema di massaggio realmente innovativo,
conosciuto come Rolfing o anche come integrazione
strutturale. Il Rolfing mira a neutralizzare gli
effetti della forza di gravità agendo sulle rigidità e sulle posizioni coatte
del corpo. Secondo tale approccio è la forza di gravità a logorare i nostri
corpi e a condurci prematuramente verso la tomba.
Quando gli effetti della forza di gravità vengono
ridotti al minimo, viviamo meglio e più a lungo. Ida Rolf
si vedeva come “un ponte su cui molti dovranno camminare”.
Allargando la visione di Ida Rolf
sul ruolo della forza di gravità, Osho anni dopo ha aggiunto la «legge della
grazia». La forza di gravità ci attira verso il basso, ci tiene radicati alla
terra. La grazia ci porta verso l’alto, ben oltre la terra. I sannyasin di Osho che fanno bodywork
sono incoraggiati a tenere conto di entrambe le leggi per dare maggiore
profondità e ricchezza al loro lavoro.
Sempre in questo periodo un allievo di Reich, Alexander Lowen, crea la bioenergetica, un
potente strumento che agisce sul corpo per guarire i problemi della mente.
Altri reichiani sviluppano terapie che mirano a
liberare il respiro. Questo, anni dopo, sfocia nell’esplosione di terapie del
respiro, come il Rebirthing, che si propone di
ripulire la memoria cellulare del corpo risalendo al momento della nascita e
spingendosi anche più indietro nella fase prenatale.
In questo periodo nascono e fioriscono molte altre
terapie innovative. Tuttavia, alla fine, quasi tutti sono d’accordo con Lowen, il quale, dopo oltre mezzo secolo di attività deve
riconoscere che la terapia ha i suoi limiti – non tutte le ferite possono
essere sanate in questo modo.
Perché no? In parte perché la mente si nutre di
«problemi» e ne crea costantemente di nuovi. Nella visione di Osho, invece, la
terapia viene usata per riattivare il flusso di energia vitale nel corpomente al fine di trascendere la mente stessa.
Moishe Feldenkrais,
un altro genio nel campo terapeutico, basò il suo sistema sull’aumento della
nostra «consapevolezza» del corpo in tutti i suoi movimenti. È questa maggiore
consapevolezza a scatenare il processo di guarigione. Feldenkrais
era in grado di osservare anche i più sottili movimenti del corpo e riusciva a
insegnarlo agli altri. Osho si spinge ancora più in là, insegnando a osservare
colui che osserva, e definisce questo stato «l’osservatore sulla collina».
Milton Traegger insegnò
ai terapisti a entrare in contatto con il proprio corpo, con la sua
flessibilità, apertura e rilassamento e a trasmettere queste sensazioni ai
clienti. Traegger definisce «aggancio» questo stato
di sintonia che si crea tra terapista e cliente; e ne vede il collegamento con la
meditazione, in cui ci si «aggancia» all’esistenza stessa.
Per i terapisti di Osho è molto facile capire le
intuizioni di Traegger. Essi vivono ogni sessione
come un’opportunità di meditazione, di contatto con una sorgente universale di
energia che fluisce attraverso le mani del terapista e passa poi nel corpo del
cliente generando una danza divina: la legge della grazia in azione.
Non posso dimenticare Alexander,
il creatore della fantastica tecnica Alexander, e
Milton Erickson che è arrivato al corpo attraverso la
mente e li ha quindi riuniti da un diverso punto di osservazione.
Come Erickson, i
terapisti sanno che durante una sessione cliente e terapista entrano in uno
stato simile alla trance in cui la mente inconscia si rilassa ed è maggiormente
disponibile al cambiamento, soprattutto a lasciare andare preconcetti sul
proprio valore (come, per esempio “per sentirmi bene ho bisogno di respirare in
maniera superficiale per potermi tenere questo sorriso stampato in faccia e
avere un’aria di superiorità”).
1975
“Ogni
meditatore ha bisogno di lavorare profondamente sul corpo” – Osho
Perché? Perché l’uomo moderno è così tutto nella
testa che è incapace di rimanere seduto rilassato, immobile e quieto. Alcuni
anni dopo, Osho diede i tocchi finali alla sua Meditazione Dinamica – una
tecnica di meditazione rivoluzionaria il cui scopo è il rilascio della tensione
mentale e fisica – e il massaggio profondo ha un effetto simile. Con una serie
di sessioni si può far breccia nella corazza del corpo e permettere all’energia
di fluire di nuovo. Questo a sua volta diventa una preparazione per la
meditazione.
Dopo aver sentito le parole di Osho, tutti a Pune volevano sperimentare il massaggio profondo, e fu in
quel periodo che imparai la tecnica Rolfing. Poi
cominciai a dare sessioni, 3 o 4 al giorno per 6 giorni alla settimana per 5
anni. Che benedizione! Che scuola! Che vita! Non trovo altre parole per
sottolineare il valore che il semplice rilassarsi nel dare sessioni ha per un
terapista. Non c’è scuola migliore. E se è possibile dare queste sessioni
all’interno di un buddhafield è ancora meglio, dato
che l’ambiente offre un ulteriore sostegno al processo di apertura e al
lasciarsi andare.
Durante il primo anno mi sentivo come un bambino
totalmente sprovveduto che cavalca un’enorme ondata adrenalinica. Vedevo
accadere miracoli. Tre miei clienti ebbero dei satori,
delle esperienze di profondo risveglio spirituale, durante il ciclo di dieci
sessioni di Rolfing. Nei libri sul Rolfing non c’era molto che mi preparasse a questo tipo di
esperienze, o a quelle di persone che uscivano dal corpo e rimanevano fuori a
lungo osservando tutto dall’alto, o all’incredibile presenza di amore che a
volte riempiva la stanza. Una cosa è certa: il profondo rilassamento e riaggiustamento del corpo modifica ogni altro aspetto della
persona.
Questi eventi, così misteriosi e meravigliosi,
stimolarono il mio appetito. Ne volevo di più. Alla fine, ogni giorno e ogni
sessione diventava un evento carico di mistero. E dipendeva solo dalla mia
disponibilità. Fu allora che mi resi conto di essere in una scuola misterica. E, incredibilmente, questo è vero oggi come
allora.
1976
“Non è il tuo lavoro, è il tuo amore…” mi dice
Osho durante un colloquio individuale al darshan
serale. Non ricordo più la domanda, né il resto della risposta. In qualche
modo, con quella frase, qualcosa passò tra lui e me, qualcosa dentro di me si
modificò.
Lavorare da uno spazio d’amore rende tutto più
facile, divertente e bello. Osho individua nella mancanza d’amore nell’infanzia
la causa di tutti i problemi e le malattie umane. Quando il flusso d’amore
verso di lui si interrompe, il bambino si sente abbandonato, e questo a sua
volta genera sfiducia nella vita in sé.
A Pune l’amore, se
lasciato fluire liberamente da cuore a cuore, è l’energia guaritrice per
eccellenza. C’è un altro motivo per cui Osho ci invita a coltivare il cuore:
quando arriviamo nel cuore, vi troviamo il maestro, pronto a mandarci verso la
parte successiva del viaggio che conduce all’essere.
C’è un’incredibile quantità di intuizioni da
sperimentare in quest’area. Per i terapisti di Osho
il messaggio è chiaro: “la terapia è una funzione dell’amore”. Le tecniche, le
forme, gli insegnamenti, non importa quanto acutamente intuitivi, mancano il
punto se non sorgono da un cuore pieno d’amore, da un’accettazione
incondizionata.
Fu nel dare e ricevere sessioni che ho vissuto le
mie prime esperienze di «accettazione incondizionata». Il ricordo della prima
volta in cui ho toccato una donna affetta da deformità fisica provocata dalla
poliomielite è ancora vivo in me.
Solo un momento prima avevo la pelle d’oca
all’idea di toccare un’area così profondamente ferita. Poi le mie mani fecero
il primo timido contatto e sentirono la traboccante vitalità di ciò che stavano
toccando e fu come un miracolo. Fu come se la sua energia vitale stesse
arrivandomi alle mani, mi risalisse lungo le braccia e mi penetrasse il cuore
esplodendo in un enorme “Sì!”. Fu l’amore a dare la sessione, e il mio sì, che
guarì una mia ferita, stimolò il suo sì e la sua guarigione. Molti anni dopo la
donna mi scrisse raccontandomi che dopo quella sessione la sua vita aveva
iniziato a cambiare.
Durante l’ultima metà degli anni Settanta,
moltissimi terapisti e clienti arrivarono a Pune. Ci
scambiavamo sessioni, sperimentavamo nuovi modi per fare le cose, e nuovi modi
di guardare ciò che già facevamo. Anche Osho riceveva sessioni di massaggio –
“il mio corpo è un test per i terapisti”. Era un periodo in cui gli facevamo
domande e ricevevamo risposte, suggerimenti e indicazioni. Un periodo in cui si
brancolava nel buio e ogni tanto si vedevano lampi improvvisi che illuminavano
l’intero paesaggio.
Aprile 1980
“Il nuovo
nome è « Rebalancing ».” – Osho
Nell’aprile del 1980, dopo cinque anni di intensa
incubazione, demmo vita al sistema terapeutico ideato specificamente per l’uomo
nuovo. Osho gli dà il nome di “Rebalancing” e noi lo
chiamiamo quindi “Rajneesh Rebalancing”
e più tardi “Osho Rebalancing” – un sistema che nasce
da una visione illuminata ed è quindi colmo di mistero.
In passato, l’importanza del collegamento corpo-mente-cuore sviluppatosi grazie alla meditazione
aveva dato vita a sistemi quali l’ayurveda,
l’agopuntura e la medicina cinese.
Oggi anche la scienza è entrata in campo e
unendosi alla consapevolezza meditativa crea una varietà di metodi di
guarigione quali il sistema craniosacrale, la cromopuntura, l’aurasoma, il tachyon, per nominarne alcuni.
Quando, nel 1987, Osho dice che “l’uomo integrale
è lo scopo del rebalancing” noi riusciamo a sentire
di cosa sta parlando. L’uomo nuovo che sta nascendo abita il proprio corpo in
un modo diverso e più organico.
Walt Whitman
ne ha parlato “io canto il corpo elettrico”. Osho gli ha dato una profondità
infinita e i suoi terapisti lo stanno vivendo.
A Pune è possibile ricevere sessioni di Rebalancing
tutto l’anno. I prossimi training di Rebalancing
offerti dalla Multiversity di Pune:
1ª parte dal 5 dicembre al 29 gennaio, 2ª parte dal 4 febbraio al 25 marzo. Per
chi è già rebalancer, il prossimo gennaio ci sarà un
corso di aggiornamento di un mese tenuto da Sudas e Sidhamo.
Il programma del Festival
di Osho 2000 si va delineando sempre più: gli ospiti invitati per gli eventi
serali in Buddha Hall comprendono Kitaro
– il cui album Silk Road ha avuto risonanza mondiale
– Upanishad e la sua rock band giapponese, il virtuoso
delle tabla Zakir Hussain, il gruppo di percussionisti Taiwanesi
U-Theater, il maestro di santoor
Shivkumar Shankar e Iliana
Citaristi, danzatrice di diversi stili tradizionali indiani.
Naturalmente i nostri musicisti, Milarepa, Miten e Premal, Nivedano, Bindu, Marco e Rupesh, Abodha e Bharti con il loro
gruppo Namastè... saranno tutti qui. Sono già in
preparazione commedie, un’operetta (o forse un musical) uno spettacolo di
varietà e una notte di dance con dj da tutto il
mondo.
Ma Prem Maneesha – sì, proprio quella di “Ok,
Maneesha?” – guiderà un meditation
intensive (campo di meditazione) dal 29 al 31 dicembre, che si trasformerà in
una serie di eventi durante tutta la notte del 31 – non vogliamo rovinarvi la
sorpresa – che avranno termine con una Dinamica luod
in Buddha Hall seguita dalla meditazione della risata
per il nuovo millennio. La notte del 1˚ gennaio ci sarà poi la
celebrazione dell’iniziazione al sannyas.
Tutti i giorni, durante il Festival, Maneesha presenterà una meditazione nuova. In questo
periodo ci saranno anche 3 meditation intensive e
tutte le Osho meditative therapies (Mystic Rose, Born Again e No Mind) sono programmate
per iniziare in giorni diversi. La prima settimana di gennaio ci sarà inoltre
uno speciale ritiro in Samadhi.
Mike e Claudia Booth, i fondatori di Aura Soma, saranno ospiti della
Comune nella prima settimana di gennaio, poi arriverà Vereesh
e il suo team dalla Humaniversity in Olanda. Devapath presenterà il suo nuovo gruppo Diamond
in the Lotus e il team del Tibetan
Pulsing il loro nuovo Tibetan
Temple. Meera, la famosa
pittrice, sta organizzando un grande evento di pittura in Buddha
Hall e Prasadam creerà una troupe di teatro di strada
che terrà rappresentazioni alle quali le persone potranno spontaneamente
unirsi.
All’interno della Comune verrà creato un apposito
spazio Gibberish, dove le persone potranno praticarlo
in ogni momento della giornata. Esisteranno, d’altra parte, anche oasi di
silenzio: ad esempio un’area per mangiare e meditare nella tranquillità a Kabir – con vista sul parco di Osho Teerth
– e
Dentro Lao Tzu, nella
biblioteca personale di Osho, ci sarà un’esibizione delle sue opere d’arte.
Osho International organizzerà una Fiera dove si
presenteranno i vari aspetti del lavoro di Osho a livello internazionale, e dal
29 dicembre al 4 gennaio