SOMMARIO

 

2 CENTRI DI OSHO IN ITALIA

Tutti i Centri di Osho divisi per regione

 

6 LE NOTIZIE

Fuori e dentro la Comune

 

8 IL CUORE

Osho in Italia

Riflessioni sul meeting dei Centri di Meditazione di Osho nel nostro paese.

 

10 IL MONDO

Osho 2000 Italia

Un invito a partecipare alla celebrazione di fine Millennio con Osho.

 

12 IL MAESTRO

Le rose, non le spine

La mente è negativa. Dando tutta l'attenzione al positivo, questa attitudine svanisce.

 

20 BIOGRAFIA

Le prime sfide di un ribelle

Parte seconda della biografia di Osho. Gli episodi fondamentali e gli aneddoti più gustosi del periodo tra i sette e i quattordici anni.

 

24 IL MAESTRO

I misteri del cuore

Il cuore è una tappa obbligata lungo il sentiero alle sorgenti dell'essere.

 

29 LA MEDITAZIONE

Essere Presenti

Alla scoperta della bellezza e della potenza delle danze conosciute come Osho Gurdjieff Movements viste attraverso lo sguardo di istruttori, danzatori e musicisti.

 

38 IL CUORE

Musica & Silenzio

Il percorso di un musicista e ricercatore spirituale alla scoperta della sacralità.

 

40 LA MENTE

Tutti sappiamo come si fa a lavorare...

Conscious Livinq, un nuovo approccio che combina meditazione ed espressione gioiosa della creatività.

 

44 IL MONDO

Un tipo di quelli che non perdono mai la calma

La storia del monaco Zen Hakuin ha qualcosa da insegnarci.

 

46 IL MAESTRO

Gioia incontenibile

Il racconto intimo di una discepola sui momenti trascorsi ai piedi del maestro.

 

48 TUTTE LE STELLE

Il tuo oroscopo di giugno e luglio

 

52 LA VETRINA

Tutti i libri di Osho in italiano, i video di Osho, le musiche per la meditazione e il rilassamento.

 

60 IL MAESTRO

Mosche e Buddha

Sull'ordinarietà dell'essere un buddha.

 

 

 

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NOTIZIE

DENTRO E FUORI LA COMUNE

 

 

Osho e TV via cavo

È da tre anni che Tarangita diffonde i discorsi di Osho sulla TV via cavo nella sua città natale, Amsterdam. Ora si sta espandendo a Rotterdam, Utrecht e L'Aia, le principali metropoli olandesi. "In tutte le grandi città del mondo è possibile diffondere Osho via cavo senza grosse difficoltà," ci dice. "Chiunque sia interessato a questa opportunità può contattarmi e io posso aiutarlo ad avviare il progetto." L'e-mail di Tarangita è tara@xs4a11.nl, si può anche scriverle presso l'Osho Mevlana Commune Pynackerstr. 7A 1072 JS Amsterdam Olanda.

 

 

Da Berlino arrivano DJ ...

 

Marcos Lopez è uno dei DJ di Fritz Radio, un'emittente di giovani che si riesce a ricevere in tutta Europa. "Sono venuto qui perché nella mia testa si è accesa una lampadina. Mi piace davvero la musica dal vivo che ascolto qui nella Comune, fin dalla prima volta mi ha fatto sentire contento... di essere contento!" La sua meditazione preferita in Buddha Hall ... ballare, of course.

L'ambasciatore tedesco in India, il Dr. Heinrich Dieckmann, trovandosi a Pune per qualche giorno, ha visitato la Comune. Lo accompagnava anche la moglie, figlia del famoso cancelliere tedesco Konrad Adenauer.

L'ambiente e l'atmosfera della Comune sono stati apprezzati così tanto che i due hanno fatto un secondo giro di visita più tardi nella stessa mattinata.

 

 

Danze Odissi in B.H.

 

Ma Darshana ha debuttato in Buddha Hall, dopo anni di studio, con una rappresentazione di danza nello stile tradizionale di Orissa. Lo spettacolo, parte delle celebrazioni per il 46mo anniversario dell'Illuminazione di Osho, si è svolto alla presenza di Kelucheram Mohapatra, il leggendario riscopritore di questo stile, derivato dalle danze sacre che anticamente le devadasi tenevano in luoghi di culto quali il Jagannath Temple di Puri e il tempio del Dio-Sole di Konark, durante le cerimonie religiose. Queste pratiche erano state fortemente svilite e avversate - fino all'estinzione - durante la dominazione inglese e nei primi anni dopo l'indipendenza. Il motivo? Il solito: la danza ha un forte contenuto sensuale - la danzatrice, sposa di dio, celebra il suo amore per lui - e dunque la donna nella cerimonia assume un'importanza maggiore di quella dei preti.

 

 

Pulp Shakespeare

 

Shola, una giovane attrice australiana non pensava certo agli Oscar di Shakespeare in love quando ha deciso di dirigere una versione pulp di Sogno di una notte di mezza estate, qui, all'aperto, fra i giardini della Comune. "Questi ultimi anni sono stati per me così pieni di drammi e farse d'amore che mi sono perfettamente ritrovata nella famosa scena dei quattro innamorati nella foresta," ci spiega.

Il pubblico ha particolarmente apprezzato l'intera rappresentazione e soprattutto la conclusione: gli innamorati decidono di evitare le noie della vita di coppia e preferiscono continuare a celebrare il loro essere single.

 

 

Una buona tazzina di caffè, proprio all'italiana

 

 

Anche nella Comune è ora possibile avere un buon espresso fatto all'italiana. Nel nuovo Cappuccino Bar, vicino alla Plaza - a due passi da Buddha Hall - si può scegliere fra espresso, macchiato e cappuccino (... anche se all'inizio c'era scritto capucchino). Inoltre, visto che ci sono anche i gelati - testati giornalmente per assicurare la massima igiene - se non è ora di punta si riesce a ottenere persino un buon affogato al caffè. Tutto questo grazie all'entusiasmo, e alla bravura, di Ma Prem Ambara di Varese, Sw Dhyan Asmito di Cattolica e Ma Sunder Amara di... Amsterdam (che comunque parla l'italiano deliziosamente).

 

 

Aurasoma ...

 

... non solo su Panorama - vedi foto e notizia qui sotto - ma anche in Giappone, dove Amalin, una sannyasin che conduce training a Pune, ha aperto a Nagoya la prima clinica giapponese interamente dedicata all'Aurasoma. Vi si possono avere non solo trattamenti individuali, ma anche corsi per apprendere questa tecnica di consapevolezza e guarigione che si basa su colori ed essenze. Amalin si è specializzata a Pune e in Inghilterra, luogo di nascita dell'Aurasoma.

 

 

Osho su Panorama

 

 

Osho si guadagna quattro stelle su Web - il supplemento a Panorama n. 10 del 22 aprile. L'articolo menziona www.oshoamici.it come sito interessante per la meditazione on-line e ne loda le caratteristiche musicali e informative. Il sito è utile anche come punto d'incontro, per trovare notizie editoriali e per l'organizzazione di meditazioni collettive. Complimenti Nirodh!

 

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Osho in Italia

Riflessioni sul meeting dei Centri di Osho

tenutosi a Varazze il 18/19 marzo.

Appassionante, semplice eppur intenso, intimo

sebbene fossero presenti 80 persone

 

 

La mia sensazione di essere parte di una comune energetica, diffusa ovunque, una rete di energia che ha potenzialità immense, ha preso corpo toccando con mano l’incredibile creatività che accompagna i progetti più diversi, un po’ dovunque in Italia.

Internet è il parallelo immediato a questa rete, o campo di energia o Buddhafield, ed è forse grazie a Internet che è possibile riportare a casa il senso di quella tangibilità e tenerla viva.

Per questo l’invito a collegarsi a Internet è affiorato più volte nei tanti discorsi fatti: è come ritagliarsi uno spazio di tempo reale nel villaggio globale che ha preso vita nel mondo intero, facendo sentire presenti al di là dei confini spazio/temporali, gli amici più lontani, e soprattutto le idee che, comunicate a costo praticamente zero, diventano vettori di un rinnovamento della coscienza che non va sottovalutato.

Spero che questo invito non cada nel vuoto: sarà infatti possibile, in futuro, incontrarsi per poi evolvere ciò di cui si parla, nei mesi successivi, facendo in modo che le parole diventino progetti concreti, e non si perdano, diluite in quello spazio che facilmente può separare, anche perché il tempo le riduce facilmente a ricordi, a qualcosa di vecchio.

Molto di ciò che ho illustrato – soprattutto del mio lavoro – è accaduto perché decine di persone hanno sostenuto un’idea iniziale, elaborandola e concretizzandola. E questo ha voluto dire comunicazione, prima di ogni altra cosa. E per comunicare è importante conoscersi e incontrarsi...

Ho parlato, nel mio saluto finale di un arrivederci più allargato il prossimo anno: sento infatti che incontrarsi sia importante: “Una volta l’anno”, ho detto, e aggiungo ora: “Perché si abbia un’intensità nell’incontro che dia corpo a quell’incontrarsi”, ma forse non ho sottolineato una cosa, che ritengo importante: vorrei che il prossimo incontro sia aperto a chiunque si sente parte della visione di Osho, senza dover essere necessariamente un Centro, sia per condividere la sua esperienza, sia per trovare in un incontro di energie stimoli e spunti di creatività.

Inoltre, quello che mi sono dimenticato di dire è che, al di là di un incontro annuale “tutti insieme”, sarebbe importante che i fili conduttori che hanno preso vita in questi due giorni passati insieme, siano tessuti e fermati in progetti concreti, nell’arco dell’anno.

Questo vuol dire anche incontrarsi separatamente, in gruppi più piccoli, per progetti specifici: mi spiace di non aver sottolineato questo punto, dandolo un po’ per scontato, visto che nel mio lavoro “con” Osho, l’incontro con quanti collaborano a un progetto comune è all’ordine del giorno.

Spero dunque che il gruppo di persone riunitesi per parlare di “Osho Tribute 2000” si incontri il 4 settembre a Miasto, come ha proposto Bodhisu. E spero che questo incontro si allarghi e che permetta l’accadere di una miriade di eventi che costelli tutto l’anno prossimo, rendendo concreto quel senso della festa che Osho ha sottolineato più volte.

Ho parlato tanto dei libri, qualcuno ha detto che forse ho esagerato, lasciando una sensazione di “televendita”. Anche qui ho dato per scontato il mio entusiasmo per i libri di Osho. Non ne ho parlato tanto per venderli – in realtà in questo momento si vendono da soli – quanto per rafforzare l’informazione che ne escono tanti e che tantissime persone li leggono. Osho è apprezzato da editori e lettori: non è il caso dunque di tenerlo per sé… è bene condividerlo e lasciare che sempre più persone si avvicinino a lui, senza interferire sul loro percorso.

Il senso delle mie parole, forse rimasto inespresso, è che Osho, visti i 50/60.000 lettori l’anno, si presenta benissimo da solo e da solo si sta diffondendo… a quanti si pongono come Centri di Meditazione o di Informazione, spetta la responsabilità di creare uno spazio vuoto in cui quella presenza diventi tangibile.

So che è possibile: il volume di silenzio che abbiamo creato nella White Robe serale, testimonia il silenzio che ciascuno crea nel proprio ambiente, e forse quello, più delle tante parole, porta a dire che la presenza di Osho non è così lontana, come potrebbe far credere l’assenza fisica.

In tanti hanno detto tante cose. Una vorrei che fosse approfondita, senza aspettare l’anno prossimo: come rendere più legale il lavoro dei Centri, in modo che la loro presenza sul territorio sia rispettata e sostenuta, e non tanto sopportata, perché in fondo innocua.

Tante sono le responsabilità di quanti hanno creato o creano un Centro di Meditazione: una maggior condivisione di certo potrà solo arricchire e rendere meno pesante il lavoro di ciascuno. Di certo, dunque, uno spazio ci sarà sempre per approfondire questo aspetto del Lavoro – o Gioco – che la visione di Osho implica, ma spero che la comunicazione continui nell’arco dell’anno, tra quanti si sono riuniti nel nostro meeting a parlare di queste tematiche.

Per tutto il resto... arrivederci all’anno prossimo!         .

Swami Anand Videha

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OSHO 2000 ITALIA

di Sw Veetchitta

 

 

Mentre sto scrivendo la guerra in Kossovo è iniziata da tre settimane. Le poche volte che mi capita di guardare la televisione o di leggere i giornali, vengo travolto da immagini di dolore, di violenza e mi assale un senso di tristezza e impotenza. È per me tuttora inconcepibile che la stupidità umana arrivi a un tale livello di aberrazione.

E nel mezzo di tutto ciò, mi ritrovo a scrivere un articolo per promuovere Osho 2000 Italia. Se vi state chiedendo cosa sia Osho 2000 Italia, continuate a leggere e lo scoprirete subito.

In occasione della fine del millennio e in concomitanza con i 10 anni da quando Osho ha lasciato il corpo, si terrà presso la Osho Commune di Pune un festival di celebrazione e meditazione che inizierà l’11 dicembre 1999 e terminerà il 19 Gennaio 2000. Ci saranno tutte le possibilità di andare fuori di testa, o per meglio dire, di andare aldilà della mente. Ve la immaginate una celebrazione non-stop di 40 giorni? Intravedo la seria possibilità che qualcuno di noi sia ‘costretto’ a illuminarsi, appena realizza che è meglio celebrare che vivere nella sofferenza e nella mente.

E per quelli di noi che non si illumineranno?

Niente paura, c’è Osho 2000 Italia.

Al termine del festival di Pune e per tutta la durata dell’anno 2000, la celebrazione continuerà in tutta Italia. Mi spiego meglio.

L’idea conduttrice – il cuore di tutta la faccenda – è quella di portare Osho nel mondo, dando la possibilità a tutte quelle persone, sannyasin e non, che sono state ispirate dalla sua visione di dichiarare al mondo intero quanto si sentono grate; e quanto sono state fortunate nell’incontrarlo e nell’includere i suoi insegnamenti nella propria vita.

Personalmente, quando si trattava di rivelare la mia connessione con Osho o il fatto che ero un suo discepolo, ho sempre tenuto nei confronti del mondo un profilo basso: ho sempre avuto l’impressione di disturbare il sonno del mio interlocutore, di essere invasivo.

Non che mi nascondessi o negassi il mio coinvolgimento, ma mi ponevo in modo ricettivo. Aspettavo che fosse l’altro a interessarsi e a quel punto, a seconda della mia percezione della ricettività della persona che avevo davanti, mi concedevo di raccontare e trasmettere la mia esperienza. Adesso però i tempi sono cambiati. La situazione non permette più di essere passivi.

È giunto il momento di essere propositivi.

Osho ha lasciato al mondo la visione di un uomo nuovo e noi, che lo amiamo, ne siamo i veicoli. La visione di Osho, per quanto mi è dato di comprendere, è l’unica a tracciare un percorso nuovo per l’uomo, dove si tenga conto di tutte le dimensioni. Un percorso che si stacca completamente da tutti i condizionamenti e i dogmi del passato, dandoci la possibilità di sperimentare e scoprire esistenzialmente una nuova religiosità: uno stile di vita che attraverso la meditazione e la celebrazione ci accompagni lontano dalla soglia di quel suicidio collettivo verso il quale l’umanità sta inconsapevolmente, e inconfutabilmente, correndo. La guerra in Kossovo è l’immagine chiara della nostra realtà.

Osho 2000 Italia si propone di uscire alla scoperto nel mondo esterno con una serie di eventi, concerti, mostre e via dicendo, organizzati in tutta Italia durante l’anno 2000. La nostra intenzione è di coinvolgere nelle nostre iniziative tutti i personaggi famosi che si riconoscono nelle parole di Osho, nella sua visione – o che comunque lo amano – e usare la loro notorietà come cassa di risonanza nel mondo dei media. Vogliamo che la stampa e la TV parlino dei nostri eventi, e di conseguenza parlino di Osho, dando in questo modo la possibilità a quante più persone possibili di conoscerlo, leggere i suoi libri e scoprire la sua visione del mondo.

Quindi vi invito tutti quanti a fare mente locale e a segnalarci ogni possibile contatto, diretto o indiretto, che avete con personaggi famosi in ogni campo dell’arte, della musica e della letteratura. Contattateci e dateci i loro nominativi. Stabiliremo poi insieme cosa fare e come fare per organizzare un evento nella vostra città o area, senza dimenticare che ogni evento sarà prima di tutto un’occasione per incontrarci e celebrare in prima persona.

 

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LE ROSE

NON LE SPINE

 

 

Amato Osho,

qualche volta stare davanti a te è godimento puro. Tutto il mio corpo è attraversato da una strana bellissima sensazione, come un orgasmo silenzioso che non ha una precisa localizzazione. Ma più spesso mi sento così presa da dolori, sofferenze e pensieri, che non riesco a essere qui; non mi sembra di riuscire a rilassarmi in me stessa e di lasciar perdere qualsiasi cosa. Allora mi preoccupo veramente che ci sia una resistenza inconscia. Puoi dirmi se sto lottando o che sto facendo? E se sto lottando, per che cosa lotto?

 

Yoga Sudha, quello che ti succede “qualche volta”, comincerà a succederti sempre più spesso. L’enfasi, l’attenzione, dovresti metterla su quello che accade, non su quello che non accade. Devi capire una legge fondamentale: l’attenzione è nutrimento.

La tua domanda dice: “Qualche volta sedere davanti a te è puro godimento”. Perché qualche volta? – se anche per una volta sola è stato un godimento sedere davanti a me, allora riversa tutta la tua attenzione in quello che sta succedendo e che ti sta riempiendo di delizia, di pace, di rilassamento.

Una volta ogni tanto scoprirai la mente “così occupata dai miei dolori, sofferenze e pensieri, che non mi riesce di essere qua.” Vecchie abitudini, amicizie di lunga data, se ne vanno lentamente. Questi dolori e sofferenze e pensieri sono le tue vecchie abitudini.

È un miracolo che qualche volta tu esca dalla tua vecchia struttura, fuori, nel cielo aperto. Devi solo fare più attenzione a questi momenti, nutrirli, gustarli. E quando non succede, non ti preoccupare. Ricordati solo una cosa, che è una vecchia abitudine – ma non pensarci troppo, non prendertela.

È assolutamente umano.

Per secoli, per molte vite, non abbiamo conosciuto altro che infelicità, dolore, agonia. Naturalmente si sono fissati profondamente nel nostro inconscio.

Dentro di te non c’è alcuna lotta; è solo una vecchia abitudine che si impossessa di te. Dovresti dirti: “È solo un’abitudine, non devo preoccuparmene, e neppure agitarmi per questo. Non dar loro alcun peso e presto quelle vecchie abitudini cominceranno a cadere, come le foglie morte che cadono da un albero.

Sembra infatti che non ci sia alcun problema; è solo che non sei consapevole delle tue abitudini, degli accumuli inconsci.

È un bene che si mostrino perché è il solo modo per liberarsene. Non le reprimere, altrimenti continueranno a manifestarsi. E non dare loro attenzione, altrimenti continuerai a nutrire cose che dovrebbero essere fatte morire di fame.

Tutta la tua attenzione dovrebbe essere focalizzata su quei bei momenti che ti succedono, su quegli spazi orgasmici. Da’ loro tutta la tua energia, ed è assolutamente inevitabile che, piano piano, la beatitudine vinca sulla sofferenza. L’estasi l’avrà vinta sull’agonia – a meno che tu non decida di dare più attenzione all’agonia e dare l’estasi per scontata. Allora ci saranno dei problemi.

Ricordati quindi una cosa sola: riserva la tua attenzione e il tuo amore per quei momenti che ti danno beatitudine orgasmica, goditeli e sii grata per la loro esistenza. Degli altri non vale neanche la pena di parlare. Lascia che vengano… è un bene che affiorino.

Ora ci sono tre cose che puoi fare: o li reprimi – e allora non te ne libererai, torneranno – oppure puoi nutrirli, ma questo li rafforzerà e renderà i tuoi momenti orgasmici più brevi e più rari.

La terza possibilità è non reprimerli né prestar loro alcuna attenzione. Accettali e basta.

È il tuo passato, è morto, scomparirà da solo. Non devi neppure combatterli, perché lottare è lo stesso che reprimerli: è sempre un modo di prestare loro attenzione.

Sandy Mac Tavish, un giovane scozzese, andò a Londra in vacanza. Quando ritornò, il suo amico Hamish gli chiese com’era andata. “Bene” disse Sandy “ma s’incontra gente ben strana, laggiù.” “E cioè?” chiese Hamish. “Be’disse Sandy “una notte, molto tardi, saranno state le due del mattino, un uomo ha bussato forte alla mia porta. Strillava e gridava e sembrava fuori di testa – alle due di notte, capisci?” “E tu, cosa hai fatto?” chiese Hamish. “Io non ho fatto proprio niente” disse Sandy “ho solo continuato tranquillamente a suonare la mia cornamusa.

Solo un po’ di consapevolezza, e tutti i problemi si possono risolvere così facilmente!

Ma la tendenza della mente è negativa – ricordatene, Sudha, e ricordatevelo tutti: la mente tende a essere negativa, perché la mente ha un bilancio negativo molto pesante. Hai sofferto per tantissimo tempo, i tuoi dolori sono stati troppi, troppo grande la tua angoscia, innumerevoli le sconfitte.

Se tu conti gli attimi di gioia, sarai sorpresa; in tutta la sua esistenza, un uomo può non riuscire a trovare neppure dieci momenti di gioia… nemmeno sufficienti da essere contati sulle dieci dita. Ma se vuoi ascoltare le sue miserie, la storia è così lunga, è tutta la sua vita… una storia di infelicità lunga settant’anni.

E se pensi alle molte vite passate… la stessa cosa è vera anche per quelle. E così il negativo pesa troppo su di te. È un carico così enorme, è una vasta buia notte intorno a te. E quali sono i tuoi piaceri? – solo qualche lucciola, qua e là, nell’oscurità profonda.

È naturale che tendi inconsciamente, inconsapevolmente, a prestare più attenzione al negativo; non presti attenzione al positivo. Il positivo è stato così poco che non ti ha neppure scalfita.

A causa di questa abitudine negativa anche una piccola cosa diventa davvero grande, e impedisce alla tua energia di fluire verso il positivo. Voglio che tu dia tutta la tua attenzione al positivo e ignori quello che è negativo. Questo è stato il consiglio di Gautama il Buddha.

La parola che Buddha usa per dire “ignorare il negativo” è upeksha.

È una parola bellissima. La traduzione letterale di upeksha è ignorare, ma in questo manca ancora qualcosa di immenso valore, che ti dovrò spiegare. Upeksha significa più che ignorare. Quando ignori qualcosa, c’è la possibilità che, anche ignorando, tu possa prestare attenzione: sebbene tu stia ignorando lo fai di proposito.

Puoi non guardare qualcuno, ma stai evitando di guardarlo. Puoi non parlare a qualcuno, ma te lo stai vietando; è lo stesso, sia che gli parli, sia che ti trattieni.

Il significato di upeksha è come se il negativo non esistesse proprio, come se fosse solo un’ombra, che sparisce da sola… senza assolutamente alcuna attenzione. Tu non fai attenzione alla tua ombra, vero? Tutto il giorno ti segue e tu non ci pensi neppure. Questa è upeksha.

Ebenzer MacTavish era conosciuto come l’agricoltore più brontolone del vicinato. Un anno il raccolto delle mele di MacTavish era stato così eccezionale che un vicino era sicuro che non avrebbe potuto lamentarsi. “Scommetto che sei felice del tuo raccolto di mele” disse il vicino “sono tutte praticamente perfette.” “Credo che non siano male” replicò MacTavish a denti stretti, “ma adesso cosa faccio? Non ho mele guaste da dare ai porci.”

Questa è la tendenza della mente negativa. Con la mente negativa, perfino in paradiso troverai tante cose sbagliate che il paradiso non sarà più tale, diventerà un inferno.

Psicologicamente parlando, la mente negativa è l’inferno e quella positiva è il paradiso.

Vi ho già parlato di Edmund Burke, uno dei più grandi filosofi inglesi. Era molto amico dell’arcivescovo d’Inghilterra. Si erano laureati insieme e si amavano moltissimo. L’arcivescovo stava aspettando da qualche giorno che Burke andasse ad ascoltarlo. Ma Burke non arrivava mai, sebbene l’arcivescovo andasse a tutti i convegni tenuti da Edmund Burke. Era veramente molto strano.

Alla fine, lo invitò personalmente: “Questa domenica devi venire. Non mi hai sentito nemmeno una volta e io ti ho sentito tutte le volte che hai parlato.

Molto a malincuore, Edmund Burke disse: “Se tu mi inviti, verrò.” Arrivò e si sedette davanti.

L’arcivescovo aveva preparato il suo sermone al meglio, perché c’era Burke e voleva colpirlo favorevolmente. Ma più passava il tempo, più si sentiva nervoso, perché Edmund Burke stava lì, con la stessa faccia, senza mostrare nessuna emozione, senza incoraggiamento nello sguardo, né gioia nell’ascoltare quello che veniva detto.

L’arcivescovo pensò: “Strano, sta là, immobile come fosse morto – e io sto facendo del mio meglio, è il più bel sermone che abbia mai pronunciato in vita mia.

Tornando a casa insieme, ci fu un lungo silenzio. Alla fine, quando stavano per separarsi, l’arcivescovo non resistette alla tentazione e gli chiese: “Cos’hai che non va? Sei ammalato o cosa? – non ho visto una sola emozione sul tuo viso. Se il sermone non era buono, ci sarebbe dovuta essere qualche emozione; se era buono, lo stesso... Ma tu sei rimasto immobile quasi come una statua. Quando la gente rideva. tu non sorridevi neppure; quando la gente piangeva, non ho visto neppure una lacrima bagnare i tuoi occhi. Ti sei comportato stranamente, ed io avevo preparato la migliore predica della mia vita.

Edmund Burke disse: “Hai fatto affermazioni così contraddittorie, che mi sembra già molto che non ti abbia colpito là, sul momento. Mi stavo trattenendo, ecco perché sembravo una statua. Se mi fossi lasciato andare sarei venuto da te a colpirti!”

L’arcivescovo disse: “Ma cosa c’era di così cattivo da volermi picchiare?”

Edmund Burke disse: “Hai fatto due affermazioni senza renderti conto che fossero contraddittorie. Prima hai detto che quelli che credono in Gesù andranno in paradiso. Poi hai detto che quelli che conducono una vita onesta andranno in cielo.”

L’arcivescovo disse: “E qual è la contraddizione?”

Edmund Burke disse: “Hai studiato filosofia con me, ma tu non l’hai capita affatto! Cosa succede a un uomo che ha una condotta immorale, ma crede in Gesù Cristo? E a chi invece conduce una vita morale e non crede in Gesù Cristo? Ecco dov’è la contraddizione. Non era evidente a te e ai tuoi ascoltatori, ma non puoi ingannare me.

L’arcivescovo si fermò a riflettere: si trattava sicuramente di una contraddizione.

Burke disse: “Puoi rispondermi adesso. Un uomo che ha passato la vita a essere onesto, buono, ma non crede in Gesù – che cosa gli accadrà? Che cosa è successo a Socrate? Perché Gesù nacque cinquecento anni dopo, Socrate non poteva avere nessuna conoscenza di Gesù Cristo, né mai credette in nessun altro. Ma fu uno degli uomini più compassionevoli, più morali, uno degli esseri umani più grandi che mai siano venuti sulla terra.

E che mi dici di Gautama il Buddha? – che non credeva in nessun Gesù Cristo, che non credeva in nessun dio hindu, che non credeva neppure nell’esistenza di dio, ma che visse una delle più grandi vite che tu possa concepire. Non puoi trovare un solo errore nella sua vita.

Sono andati all’inferno? E se la legge del tuo dio manda i Socrate, i Gautama Buddha, i Lao Tzu all’inferno, non si può dire che il tuo dio sia giusto, né compassionevole – sembra assolutamente orribile e crudele. Tutto quello che vuole è che si creda in lui. E io conosco milioni di persone che credono in Gesù Cristo, che vengono nelle tue chiese, che credono nel tuo dio, che credono nella tua sacra bibbia, e vivono una vita immorale, brutta, commettono ogni genere di crimine, fanno peccati di ogni tipo. Qual è la tua risposta?” L’arcivescovo fu colto di sorpresa. Non aveva mai considerato queste implicazioni. Sono pochissimi quelli che ci pensano. E disse: “In questo momento non riesco a risponderti, ma domenica prossima… Dammi sette giorni per rifletterci, perché hai sollevato una questione veramente fondamentale e io mi trovo in un dilemma. Se dico di sì, un uomo onesto entrerà in paradiso, anche se non crede in Gesù, quindi nascerà la domanda:A che serve credere in Gesù?’. E se dico che un uomo che crede in Gesù andrà certamente in paradiso, la domanda sarà: ‘Se basta questo, allora perché affaticarsi ad avere una vita onesta? Perché non godersi tutti i tipi di peccati e di crimini?’. Dammi sette giorni per scoprire il modo di uscire dal dilemma.

Edmund Burke disse: “Concesso. Tornerò domenica prossima. Tieniti pronto con la risposta.”

Quei sette giorni furono per l’arcivescovo i più tormentati della sua vita.

In qualsiasi modo provasse, rimaneva sempre intrappolato nel dilemma. Terribilmente stanco, non riuscì a dormire: ci pensò tutta la notte, ma non saltava fuori nessuna risposta.

La domenica andò in chiesa ancora prima del solito, proprio per pregare Cristo in silenzio e chiedergli: “Ora aiutami. Non ce la faccio a trovare la risposta. Dammi tu la risposta”. Stanco morto – poiché non aveva dormito per sette giorni – mentre pregava si addormentò ai piedi di Gesù Cristo e fece un sogno.

Era in treno, un treno molto veloce, e chiedeva: “Dove stiamo andando?” Qualcuno disse: “Non sai dove stiamo andando? Stiamo andando in paradiso.” Si sentì molto rilassato, perché era una buona occasione per vedere se Gautama Buddha, Socrate, Chuang Tzu e persone del genere erano in cielo o no. Si sentì immensamente felice.

Quando il treno si fermò alla stazione del paradiso, guardò fuori dal finestrino e non poté credere ai suoi occhi. Non era altro che un deserto – niente verde, niente fiori, alberi morti, senza foglie – sotto quegli alberi morti, sedevano dei santi ancora più morti, senza alcuna vitalità. Li aveva ricoperti la polvere, perché erano là da secoli. Lui disse: “Mio Dio, se questo è il paradiso, cosa sarà mai l’inferno?”

Chiese a un santo, che a malapena riusciva a tenere gli occhi aperti, e che rispose: “Non abbiamo mai sentito parlare di questa gente, qui da noi.” Chiese a un altro uomo, che disse: “Gautama Buddha? Socrate? Lao Tzu? Ma dove hai sentito questi nomi? Queste persone non sono qui.” Era scioccato perché, anche se era un arcivescovo – un cristiano fanatico – mettere Gautama Buddha all’inferno gli sembrava tuttavia troppo crudele.

Corse alla stazione a informarsi. “C’è un treno che va all’inferno?” Il treno era in partenza e lui ci saltò sopra. Man mano che si avvicinavano all’inferno, stranamente, l’aria si fece più fresca, intorno era tutto bello verde, laghi bellissimi e tantissimi fiori, e tutti sembravano molto felici. Diverse persone stavano suonando strumenti musicali, alcuni danzavano.

L’arcivescovo si stupì: “Questo è l’inferno?”. Scese e andò a informarsi dal capostazione: “È sicuro che questo sia l’inferno?” Il capostazione disse: “Assolutamente sicuro. Qual è il problema?” L’arcivescovo spiegò: “Vorrei sapere se Socrate, Gautama Buddha, Lao Tzu, Chuang Tzu, tutte queste persone che non credevano in dio, che mai credettero in Gesù – sono qui?”

Il capostazione disse: “Vede tutto questo verde, tutti questi fiori e tutte queste messi, e vede tutti questi canti e balli? Iniziò quando Gautama Buddha, Socrate, Lao Tzu e gente di questo tipo cominciarono a venire all’inferno. Trasformarono completamente il suo aspetto. Adesso non c’è più nessuno qui all’inferno che voglia andare in paradiso.

Questo era ancora più sconcertante e lo shock fu tale che l’arcivescovo si svegliò. I primi membri della congregazione avevano cominciato ad arrivare. Edmund Burke era già lì. L’arcivescovo doveva essere un uomo molto sincero: quel giorno non fece nessuna predica, raccontò semplicemente tutto il suo sogno. Poi disse: “Non devo trarre nessuna conclusione, potete farlo voi stessi. Quello che ho capito ora è semplicemente che, dovunque ci siano delle brave persone, là è il paradiso. Prima credevo che il paradiso fosse in un posto preciso, ora credo che il paradiso sia una certa spiritualità, un fiorire del nostro essere. Dovunque si trovino queste persone – sia che credano in Gesù o no, sia che credano nella bibbia o no, questo è irrilevante. Li ho visti entrambi: ho visto i credenti, e il paradiso sembrava un cimitero e nient’altro; e l’inferno sembrava essere una tale oasi, che anch’io mi sono domandato cosa fare – continuare a credere in Gesù Cristo. o cominciare a vivere come un Gautama Buddha.”

Dipende tutto dal fatto che stai prestando troppa attenzione alla negatività, permettendo alla tua consapevolezza di fissarsi sul negativo. Tutti i tuoi santi sono negativi; la loro professione è condannare tutto.

Ci sono milioni di persone che non sono sensibili, ma continuamente negative. Non vedono niente di buono da nessuna parte. Se, per caso, passano vicino a qualcosa di buono, tirano dritto, con assoluta indifferenza. Non contano le rose, contano solo le spine. Sono così abituate a vedere le cose in negativo, che per loro è quasi impossibile vedere qualcosa di bello. Tutto è sbagliato. Naturalmente, una persona che pensa che tutto sia sbagliato, è destinata a vivere in un mondo tutto sbagliato, nella sofferenza, nell’infelicità, nel dolore, nell’angoscia. Un sannyasin deve cambiare la sua visione del mondo.

Cerca di trovare il positivo, il bello, e sarai circondato dal positivo, dal bello e dalla beatitudine.

Non sto dicendo che non ci sono cose sbagliate in questo mondo; non sto dicendo che non ci sono spine nel roseto. Si tratta di prestare attenzione a una cosa o all’altra. Se tu guardi le rose, entrerai in un tale stato di estasi, che non ti importa più delle spine. Ma se tu guardi solo le spine – e non solo le guardi, ma anche le conti – ti troverai certamente con le dita insanguinate, e in quel dolore ti dimenticherai delle rose. La vita è perfettamente bilanciata tra positivo e negativo. Tocca a te scegliere da che parte vuoi stare – paradiso o inferno. Dovunque tu voglia stare, cerca di trovarlo in ogni istante della tua vita. E quando trovi qualcosa di positivo, mettici tutta la tua attenzione e tutto il tuo amore. Questo lo farà crescere, lo renderà sempre più importante nella tua vita; prenderà uno spazio sempre maggiore del tuo essere.

Resta assolutamente indifferente al negativo. Non sto dicendo che non c’è; c’è, perché per alcuni è necessario. Certe persone sono così innamorate del negativo, che se non ci fosse, morirebbero d’angoscia – solo rose e niente spine? Cosa farò adesso? Tutti sembrano così belli, niente è brutto, tutto sembra essere giusto, niente è sbagliato… Perderebbero qualsiasi interesse nell’esistenza. Erano interessate solo al negativo.

Ma esistono entrambi. Nel mondo ci sono quelli che pensano positivo – specialmente in America – e che dicono: “Continua a pensare al positivo, perché il negativo non esiste. È sempre positivo; il negativo è frutto della tua immaginazione.”

Io non sono d’accordo. Il negativo non è nella tua immaginazione, e neppure il positivo. Sono tutti e due perfettamente bilanciati. Sta a te operare la scelta.

Ho sentito di un giovane che incontrò una vecchia signora. La vecchia signora apparteneva a un gruppo positivista, la Scienza Cristiana, molto conosciuto in America cinquant’anni fa. Essi credono che non ci sia il negativo, tutto è divino; non c’è niente di sbagliato, tutto è giusto. Dimenticano che non si può definire quello che è giusto se non esiste niente di sbagliato. Se non c’è niente di negativo, come fai a definire il positivo? Se non c’è oscurità, come fai a definire la luce? Ma era una filosofia molto interessante, attraente.

La vecchia disse al giovane: “Non ho visto tuo padre alle nostre riunioni settimanali. Il ragazzo rispose: “È molto malato.”

La vecchia disse: “Tutte sciocchezze! Ha forse dimenticato la nostra filosofia? La malattia è nella tua immaginazione. Va’ a casa e digli: «La malattia è nella tua immaginazione. » Non c’è nessuna malattia, nessuna morte, niente di sbagliato nel mondo. È dio che ha creato il mondo, come può esserci l’errore?” Il ragazzo disse: “Riferirò il suo messaggio.

Passarono tre settimane e ancora non si vide arrivare il vecchio padre. Di nuovo la donna incontrò il ragazzo e gli chiese: “Hai portato il mio messaggio?” “Sì!” rispose il ragazzo. E la vecchia disse: “Ma non è venuto alla riunione. “Mi dispiace di doverle dire” disse il giovane, “che ora immagina di essere morto!”

Non poteva dire che era morto, perché la donna l’avrebbe subito aggredito con tutti gli argomenti della filosofia positiva – come poteva essere morto? Così decise di dirle che ora il padre si immaginava di essere morto, cosa si poteva fare?

“Abbiamo dovuto metterlo in una tomba. È così sicuro nella sua convinzione, che non parla, non respira; crede talmente di essere morto, che il suo polso è scomparso, il cuore non batte più. Abbiamo veramente cercato di usare il nostro metodo. Gliel’ho detto, gliel’ho sussurrato nell’orecchio: «È tutta immaginazione; ricordati della tua filosofia positiva» – ma la sua immaginazione è così forte…”

Vivi in un mondo, in un’esistenza che comprende entrambi. Per pura necessità deve bilanciarsi nelle polarità opposte. Ma non hai bisogno di preoccuparti di quello che ti rende infelice.

Scegli i fiori e lascia perdere tutte le le spine.

 

tratto da:

Satyam Shivam Sundaram #15

    (ritorna al SOMMARIO) 

 

 

Le storie

di Ma Tzu

 

Un’altra volta Ho Pang disse a Ma Tzu: “L’acqua non ha ossa, ma può facilmente sostenere una nave di mille tonnellate; come succede questo?” Ma Tzu disse: “Qui non c’è acqua e non c’è nave, cosa dovrei spiegare?”.

Sta dicendo: “Non fatemi domande intellettuali o filosofiche. Io sono qui solo per portarvi esperienze esistenziali. Mi fa venire in mente una storiella.

Due amici furono portati in tribunale, erano conosciuti in tutta la città per essere grandi amici – sempre insieme – eppure, alla fine, furono presi dalla polizia durante un tremendo alterco e portati in tribunale. Il magistrato chiese: “Qual è il problema che ha provocato la lite?” I due si guardarono fra loro, dicendo: “Dillo tu. E l’altro: “No, per favore, dillo tu.” Il magistrato li invitò: “Può dirlo chiunque, ma dovete dirmelo!”

“Siamo molto imbarazzati” dissero gli amici “Siamo pronti ad accettare qualsiasi punizione, se ci permetti di non dirlo.

Il magistrato disse: “Strano davvero. Io non posso punirvi senza sapere il crimine. Per quale ragione avete litigato e creato scompiglio nella folla?”

Alla fine furono costretti a dirlo. Uno iniziò: “Ti prego di perdonarci, la cosa è molto filosofica, astratta, inconsistente. Eravamo seduti sulla riva del fiume e il mio amico mi disse che aveva intenzione di comprare un bufalo. Io gli dissi: «Non ho niente in contrario. Però ricordati che sto per comprare una grossa fattoria. Il tuo bufalo non dovrà mai entrare nella mia fattoria. Sono una persona molto severa.»

E il mio amico disse: «La tua fattoria? Nessuno può fermare il mio bufalo. Vedremo se riuscirai a fermarlo tu. Sei mio amico, dovresti accogliere il mio bufalo, e invece vuoi fermarlo. Che razza di amicizia è questa?» Io gli dissi: «L’amicizia non c’entra. Gli affari sono affari.» L’uomo che voleva comprare il bufalo disse: «Va bene. Vedremo. Compra pure la tua fattoria.’ Io tracciai col dito un quadrato sulla sabbia e dissi:Questa è la mia fattoria. Dov’è il tuo bufalo?’

L’altro entrò col dito nel mio campo e disse: «Questo è il mio bufalo. Vediamo ora che sai fare.» È così che è cominciata tutta la faccenda.

Il magistrato chiese: “Ma dove sono questa fattoria e questo bufalo?”. E i due risposero: “È proprio questo il motivo per cui eravamo così imbarazzati a raccontartelo; è una cosa molto filosofica. Non c’è un bel niente, né bufalo, né fattoria, solo aria fritta. Ma ci siamo dimenticati completamente che stavamo litigando per cose immaginarie.

Potete ridere di questa storia, ma provate a riflettere... La gente ha continuato a litigare sull’esistenza di dio – vedete qualche differenza col bufalo? La gente ha continuato ad attaccarsi sul numero degli inferni. Gli hindu credono che ci sia un solo inferno; i giainisti credono in tre inferni, perché, secondo loro, un solo inferno non può andar bene per tutti i tipi di criminali. Qualcuno ha solo rubato una gallina e qualcuno ha ucciso un uomo. Non puoi metterli tutti e due nello stesso inferno. Non sarebbe giusto. Così ne hanno tre, a seconda dei peccati. Ma Gautama il Buddha ne ha sette. Dice che in tre non puoi ordinare tutti i crimini; ce ne vogliono almeno sette. Ma sarete sorpresi, un altro filosofo, contemporaneo di Buddha e Mahavira, Ajit Keshkambal, ne aveva settantasette. Diceva: “A meno che non ci sia quel numero di inferni, sarà molto difficile creare categorie.”

Ora, nessuno sa dove sia questo inferno... e si combattevano con le unghie e coi denti! E per secoli i filosofi hanno polemizzato, cercando di spiegare la loro posizione. Per esempio, gli hindu hanno spiegato che l’inferno è uno, ma che si possono fare delle divisioni al suo interno. Si possono fare quante divisioni vuoi in un inferno – che bisogno c’è di averne settantasette? Basta fare settantasette divisioni. Ma voi non considerate questa gente degli idioti: sono grandi filosofi. Ma i loro problemi sull’esistenza di dio... Nessuno ha incontrato dio, si tratta semplicemente di un concetto.

E ci sono religioni che non credono in dio. Il giainismo non ha dio, il buddhismo non ha dio, il taoismo non ha dio. Dio non è un fenomeno essenziale per l’esistenza di una religione. Inoltre ci sono descrizioni diverse di dio. Il Vecchio Testamento dice che dio è pieno di rabbia, molto geloso e di pessimo carattere guai a disturbarlo. Lo stesso dio, secondo il Vecchio Testamento, ha detto: “Sono un dio molto geloso. E ricordatevi che sono il vostro padre, non uno zio. Non aspettatevi da me qualche regalino.” E Gesù ha detto: “Dio è amore.”

Gli Hindu dicono: “Dio è pura giustizia” – perché l’amore non può essere giusto; può amare qualcuno e perdonarlo, può non amare un altro, può non piacergli e allora lo punisce inutilmente per peccati che non ha commesso. L’amore non è affidabile. Dio deve essere giusto, un magistrato senza preferenze, senza antipatie.

Nell’aneddoto, quando Ma Tzu dice: “Qui non c’è acqua e non c’è nave – cosa dovrei spiegare?”, ci sono tutte le implicazioni che vi ho appena descritto. Per cui, non impegolatevi in concetti astratti – le polemiche e le discussioni filosofiche non finiscono mai, e nessuno è mai arrivato a una conclusione.

Il dio cristiano ha la sua piccola famiglia: il figlio unigenito, Gesù Cristo, e lo Spirito Santo – una strana famiglia senza donne, a meno che questo Spirito Santo non sia capace di funzionare anche come donna. Ma certamente lo Spirito Santo non è una donna, perché è sua la responsabilità di aver messo Maria Vergine incinta di Gesù Cristo. E, d’altra parte, i cristiani dicono che Spirito Santo e Dio sono uno solo. Allora, perché separarli, solo per evitare che dio corrompesse e abusasse di una ragazza innocente? Se sono uno, perché non dire: “Dio ha messo incinta Maria”; perché non dichiararlo apertamente? Perché dio avrebbe dovuto usare lo Spirito Santo? A volte penso che lo Spirito Santo non sia altro che l’apparato sessuale di dio. Così lui è uno, tuttavia ne resta fuori e lascia che lo Spirito Santo faccia lui tutto il lavoro.

Gli hindu dicono che il loro dio ha tre facce, tre teste su un solo corpo. Ora, nessuno ha mai visto… forse al circo, si può vedere qualche bambino malformato, uno scherzo di natura, con tre teste o quattro mani. Ma perché dio dovrebbe avere tre teste? La spiegazione che ne danno i teologi hindu è che così può guardare in tre direzioni. Se l’uomo può farcela con una testa sola… forse il collo di Dio è rigido, non può muoverlo di qua e di là. Logicamente gli serviranno tre paia di occhiali. E il peso di tre teste su un corpo che sembra esattamente uguale a quello di un uomo – sarebbe troppo. Non ce la farebbe a stare in piedi, e anche coricarsi sarebbe alquanto difficile. Pensate, come sistemerebbe tre teste su un cuscino? – a meno che queste tre teste siano solo attaccate, così che si possono svitare, mettere via per la notte e addormentarsi. Ma non credo che neppure oggi si sia arrivati a un tale livello di chirurgia… E dio esiste dall’eternità, e in nessuna scrittura si racconta di un chirurgo che si sia preso cura delle teste di dio. Le viti devono essersi arrugginite. E dove lo prende il cacciavite? State sicuri che tre teste non saranno d’accordo su niente, avranno ognuna la sua opinione. Non credo che dio potrebbe muoversi neanche di un centimetro, perché le altre due teste non sarebbero pronte a farlo. Quindi rimarrebbe fisso in una sola posizione.

Strane idee… Gli hindu sono anche dell’idea che dio abbia mille mani. Ma via… tre teste e mille mani, chi credono di prendere in giro? Se solo lo visualizzate, vi spaventate a morte. Sarebbe come un polipo, o qualcosa del genere.

Buddhismo e Giainismo, vedendo la difficoltà di visualizzare dio, l’hanno semplicemente lasciato perdere: non hanno nessun dio e sono religioni perfettamente vive.

Ma Tzu sta dicendo che lui non è interessato in niente che non sia esistenziale. Questo è lo speciale contributo dello Zen alla consapevolezza umana. Non affliggerti con concetti filosofici immaginari, occupati solamente di cose legate all’esistenza.

 

tratto da:

The Empty Mirror # 10

     (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

Una storia Zen narra di due monaci

che stavano tornando al monastero.

 

Camminando davanti all’altro, il monaco più anziano arrivò al fiume.

In piedi sulla riva c’era una bellissima fanciulla che aveva paura di attraversare da sola.

Il vecchio monaco si voltò subito dall’altra parte e si sbrigò ad attraversare il fiume.

Quando ebbe raggiunto l’altra sponda si guardò indietro e vide con orrore che il monaco più giovane stava guadando il fiume con la ragazza sulle spalle. I due monaci continuarono il viaggio fianco a fianco, in silenzio.

Quando furono sulla porta del monastero, l’anziano disse al giovane che non si era comportato bene, che aveva disobbedito alle regole, perché i monaci non possono toccare le donne.

E il giovane rispose:

“Io l’ho lasciata sulla riva del fiume, tu la stai ancora portando.

 

tratto da:

La mia Via, la Via delle Nuvole Bianche   Ed. Mediterranee

     (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

 

LE PRIME SFIDE

DI UN RIBELLE

dai sette ai quattordici anni

 

 

Un bambino simile non si trovò a proprio agio a scuola, né ci volle andare prima dei nove anni, rifiutandosi di interrompere le sue esperienze. Ma non riuscì a stabilire un contatto con quel mondo ottuso e per nulla creativo. le materie insegnate gli apparivano di qualche valore, in quanto nulla sembrava aiutare la sua ricerca interiore.

“Mi chiedevo sempre come mai si dovessero imparare a memoria stupidi nomi di persone che avevano compiuto azioni così orribili. Mi sembrava una punizione, e non capivo perché dovessimo essere puniti fino a quel punto. Per cui non ero mai presente alle lezioni di storia. studiavo lingue e letteratura: non mi hanno mai interessato. Fin dall’inizio il mio interesse è sempre stato come trascendere la mente. E la storia, la geografia, la matematica, la letteratura, non potevano essermi d’aiuto. Erano cose inutili. Tutto il mio essere si muoveva verso una direzione completamente diversa.”(1)

In quegli anni Mohan amava di più sviluppare la fantasia. Era famoso per i suoi racconti improvvisati, in particolare per l’abilità con cui costruiva racconti polizieschi. Anche i suoi dipinti, le sue poesie, e le sue fotografie, erano molto apprezzati. A dodici anni divenne editore di una rivista scritta a mano da lui (la sua calligrafia era un poema in sé): Prayas, che significa sforzo.

Nell’ambiente scolastico divenne un magnete che attirò gli altri ragazzi: tutti lo riconobbero come loro leader, e insieme formarono una banda pronta a tuffarsi in ogni tipo di esperienza. E con un capo come Mohan i rischi e l’avventura non mancarono mai.

A quei tempi nessuno avrebbe mai creduto che uno scavezzacollo simile potesse diventare un maestro illuminato, né di certo il paese apprezzava quel gruppo di ragazzi in cui si mischiavano bambini di ogni casta e religione che, con la loro stessa presenza, colpivano le rigide tradizioni di separazione che ancor oggi caratterizzano qualsiasi villaggio o cittadina indiana. Agli occhi di tutti Rajneesh era un ribelle, e i suoi scherzi colpivano quasi sempre nel segno e lasciavano le povere vittime con un palmo di naso... infatti, non si trattava mai di vere e proprie cattiverie, bensì di colpi dati all’immagine che la vittima aveva di se stessa, con astuzia e sottile intelligenza. Lo scherzo della moneta incollata per terra di fronte al negozio di qualcuno conosciuto per la sua avarizia, oppure l’organizzare un esercizio di dizione di fronte allo studio di un medico, utilizzando il lungo elenco di qualifiche appeso fuori dalla porta, sono due classici di Mohan, e illustrano l’intenzione di fondo di mettere alla berlina non tanto la persona quanto la personalità.

Anche il padre non ebbe vita facile: “Da bambino portavo i capelli lunghi, e passavo spesso per il negozio di mio padre. La casa era proprio dietro il negozio e così non potevo evitarlo. I clienti chiedevano: «Di chi è questa bambina? » perché non potevano immaginare che un ragazzo avesse capelli così lunghi. Mio padre, molto imbarazzato, doveva spiegar loro che ero un bambino. Al che rispondevano: «E allora perché tutti quei capelli?».

Un giorno – doveva essere veramente fuori di sé, non si era mai comportato in questo modo – divenne così imbarazzato e arrabbiato che mi tagliò i capelli con le sue mani, usando le forbici che usava in negozio per tagliare i tessuti. Io non dissi nulla – con sua grande sorpresa. Mi chiese: «Non hai niente da dire?».

«Mi esprimerò a modo mio» risposi.

«Che vuoi dire? ».

«Vedrai, vedrai». E andai dal mio amico oppiomane che aveva un negozio di barbiere proprio di fronte a casa mia. Io amavo quel vecchio. Era veramente una persona rara, e mi amava, passavamo ore a chiacchierare fra di noi, anche se quello che diceva erano tutte storie senza senso.

E così andai da lui e gli chiesi di rasarmi totalmente la testa. In India ci si rasa completamente la testa solo quando muore il padre.

Mi rasò tutta la testa e io tornai a casa, passando per il negozio. Mio padre mi guardò e tutti i suoi clienti mi videro. E cominciarono a chiedere: «Cosa è successo? Di chi è figlio questo ragazzo? È morto suo padre.»

Mio padre rispose: «È mio figlio e io sono vivo! Lo sapevo che ne avrebbe combinata una delle sue. Mi ha risposto veramente bene.»

Dovunque andassi mi chiedevano: «Cosa è successo? Di salute stava bene.»

Quella fu l’ultima cosa che mio padre lo fece, perché sapeva che le mie risposte sarebbero potute essere davvero pericolose!”(2)

Per gli amici aveva sempre in serbo qualcosa di sorprendente: “La notte ci portava sotto un costone che cadeva a precipizio nel fiume e ci invitava a scalarlo, per poi farci camminare in equilibrio sulla cima Noi eravamo terrorizzati a morte, e sapevamo che era sua intenzione farci sperimentare l’assenza di paura, spingendoci a essere più attenti, più consapevoli, all’erta.”

(Swami Ageha Saraswati)

In seguito egli spiegò che solo in quegli istanti di totale intensità, quando la vita di una persona è messa in gioco, è possibile avere un punto di partenza nella ricerca dell’assoluto.

“Pochissimi mi seguivano, ma tutti ebbero esperienze meravigliose. Tornando mi dicevano: «È strano, la mente si è fermata!» Poi li portavo al ponte della ferrovia perché saltassero nel fiume. Era pericoloso, era proibito! Il ponte era altissimo, e prima di toccare l’acqua passavano alcuni secondi in cui la mente all’improvviso si fermava. Quelle esperienze mi diedero le prime intuizioni sulla meditazione; fu allora che iniziai a chiedermi come fosse possibile produrre quegli spazi di vuoto senza dover scalare montagne, buttarsi nel fiume in piena, oppure tuffarsi dal ponte; come era possibile entrare in quella dimensione semplicemente chiudendo gli occhi? ”(3)

Il rischio dava lucidità e approfondiva il rapporto del giovane Mohan con la morte, provocando di conseguenza un diverso approccio alla vita.

“Nei fiumi, in particolare nella stagione delle piogge, si creano molti mulinelli, veri vortici che travolgono. Se vieni preso dentro, l’acqua ti trascina verso il fondo, e più scendi, più il vortice diventa forte. La tendenza naturale dell’ego è ovviamente di lottare, perché si ha l’impressione di morire e l’ego ha una paura folle della morte. L’ego lotta contro il vortice e in questo caso non si ha alcuna possibilità di salvezza: si è persi nella corrente. Ma il mulinello d’acqua funziona così: in superficie è molto grande, più scendi e più si restringe e acquista potenza. E sul fondo è così piccolo che puoi uscirne senza dover lottare. Ma devi aspettare di raggiungere il fondo: se lotti in superficie, non potrai salvarti. Io ho provato diversi di questi mulinelli d’acqua, e un’esperienza entusiasmante. (4)

All’approssimarsi del quattordicesimo anno i genitori si videro confermata la precedente previsione astrologica, e Mohan non li tranquillizzò affatto quando disse loro che sarebbe andato a incontrare la morte, visto che sembrava inevitabile, nel luogo che più le era congeniale: il luogo di cremazione.

Era questa un’altra meta fissa della sua ricerca: amava seguire tutti i funerali, scrutava a fondo i cadaveri prima che venissero bruciati, restava poi per ore seduto vicino alla pira funeraria.

L’interesse per la morte non nascondeva nessuna patologia, tutt’altro. Forse il ragazzo cercava una risposta alle domande che tutti ci poniamo: è vero che possiamo esistere anche quando il corpo diventa cadavere? Qual è il fondamento della vita?

Alle esequie di un uomo che tutti conoscevano come un saggio, avvenne qualcosa che dissolse i suoi dubbi: i presenti videro il ragazzo scoppiare a ridere; inorridirono per la sua insensibilità, e lo scacciarono.

Solo più tardi il ragazzo poté spiegare al padre come avesse percepito l’intensa felicità del morto – il quale era riuscito a librarsi sopra la morte fisica, libero quindi da tutto ciò che essa nasconde – Mohan ricorda di essere stato contagiato da questa risata, e la serietà e l’inutile dolore delle altre persone avevano solo sottolineato la comicità della scena.

Ovviamente fu preso per matto, in quanto nessuno credette che fosse possibile morire ridendo.

“All’età di quattordici anni di nuovo la mia famiglia si preoccupò per la mia eventuale morte. Sopravvissi, ma affrontai di nuovo la morte consciamente. Dissi loro: «Se deve arrivare la morte, così come ha detto l’astrologo, è meglio essere preparati. E perché lasciarle qualche possibilità? Perché non andare a incontrarla a metà strada? Se devo morire, meglio farlo con consapevolezza. » Chiesi un permesso di sette giorni dalla scuola. Andai dal preside e gli dissi: «Sto per morire.» Mi rispose «Che assurdità vai dicendo? Vuoi suicidarti?» Gli mostrai le previsioni degli astrologi, in cui era detto ciò che mi sarebbe successo ogni sette anni. «Per cui voglio ritirarmi per sette giorni in attesa della morte. Se verrà è meglio incontrarla consapevolmente in modo che diventi un’esperienza.»

Raggiunsi un tempio poco fuori dal villaggio, e mi accordai col prete perché non mi disturbasse. Era un tempio molto antico, isolato, in rovina. Nessuno passava mai di lì. Dissi al prete: «Resterò nel tempio per sette giorni. Mi basta che tu mi porti qualcosa da bere e da mangiare una volta al giorno, e per tutto il tempo me ne resterò sdraiato lì dentro.»

Quella settimana divenne una esperienza splendida. La morte non arrivò, ma io cercai in ogni modo di morire. Ebbi sensazioni strane, sconvolgenti, mi accaddero cose inconsuete, ma la nota fondamentale era questa: se hai la sensazione di morire, diventi assolutamente calmo e silenzioso.

Non ti preoccupa più nulla, perché tutte le preoccupazioni si riferiscono alla vita. La vita è il fondamento di ogni preoccupazione. Quando stai per morire le preoccupazioni cadono.

Un giorno, mentre ero sdraiato nel tempio, era il terzo o il quarto giorno, entrò un serpente. Lo vidi e non provai paura. Pensai: «Se la morte si sta avvicinando, potrebbe essere portata dal serpente; perché averne paura?» Aspettai. Il serpente mi passò sul corpo e se ne andò. La paura era scomparsa.

Se si accetta la morte, non vi è più paura. Se ti aggrappi alla vita, sussiste ogni sorta di paura.

In ogni momento del giorno ero circondato dalle mosche. Continuavano ad assalirmi. A volte mi irritavano e avrei voluto scacciarle, ma poi pensavo: «Perché mai? Prima o poi morirò; allora nessuno sarà più presente a proteggere il corpo. Lasciamole in pace!» Quando decisi di lasciarle in pace, l’irritazione scomparve. Mi stavano ancora addosso, ma io non me ne preoccupavo. Era come se camminassero, ronzassero, sul corpo di qualcun altro. Immediatamente mi ritrovai distaccato. Se si accetta la morte, si crea subito una distanza: la vita si allontana, con tutte le sue preoccupazioni, con le sue irritazioni, tutto si allontana. In un certo senso morii, ma riconobbi che esisteva qualcosa non soggetto alla morte. Se si accetta la morte totalmente, se ne diventa consapevoli. Ovviamente un giorno morirò, ma questa previsione astrologica mi aiutò moltissimo a diventare consapevole della morte in tenera età. Ho potuto meditare costantemente sulla sua venuta e accettarla coscientemente.”(5)

Questa comprensione determinò la direzione della ricerca del giovane Rajneesh nei sette anni successivi, durante i quali il dubbio divenne l’unico elemento di confronto col mondo.

“Sia che studiassi la Gita, il Corano, la Bibbia, o che studiassi Buddha o Mahavir, quell’istinto di dubbio mi seguiva sempre. Non accadde mai che ponessi Krishna un po’ sopra agli altri dei e uccidessi così ogni mio dubbio.

Il dubbio mi seguiva sempre, e pertanto non insorse mai in me alcun fanatismo, alcuna cecità, nessuna forma di devozione o fideismo per una religione in particolare.

E alla fine rimasi libero da qualsiasi conclusione, colmo di domande, interrogativi e dubbi. Non esisteva alcuna risposta definitiva. Tutte le risposte appartenevano agli altri, e io non riuscivo a fidarmi delle risposte di nessuno. E quelle risposte portavano come unico risultato la creazione in me di dieci nuove domande. Per la prima volta mi trovai in una situazione pericolosa, perché vivere senza uno scopo comportava una totale insicurezza. Non ero neppure certo di ciò che si trovava davanti al mio naso, perché lo potevo venire a sapere solo tramite qualcun altro. Si può essere sicuri del sentiero già percorso, ma solo attraverso gli altri si può conoscere qualcosa sulla strada che ancora ci attende. Pertanto per me non vi era nessun sentiero preciso: tutto era oscuro. Ogni passo era compiuto nell’oscurità, senza meta e senza certezza alcuna.”(6)

Rajneesh divorava intere biblioteche alla ricerca della risposta, di una risposta qualsiasi, assorbendo una cultura eclettica, dalla politica alla filosofia, dalla religione ai romanzi gialli. Leggeva fino a notte fonda, insaziabile, per poi confrontarsi durante il giorno con chiunque incontrasse: preti, insegnanti, studiosi, e tutti uscivano irritati da questi dibattiti che gettarono i semi della successiva fama di ribelle spirituale del giovane.

 

 

In questo stesso periodo studiò il sonno, andando a dormire nelle ore più strane; digiunava seguendo metodi inconsueti; meditava per ore sulle sponde del fiume, oppure sperimentava i metodi della tradizione hindu, pratiche esoteriche basate sul controllo del respiro, sulla magia e la telecinesi, trovandosi a vivere esperienze sconvolgenti. Sul piano sociale non mancò di interessarsi al socialismo e al comunismo, rivelando apertamente di essere un ateo pronto a criticare qualsiasi pratica religiosa, e riunendo intorno a sé parecchi seguaci.

“Non ho mai saputo che tutti questi eventi costituissero una ricerca spirituale. Solo più tardi riconobbi che le mie esperienze potevano essere definite conoscenza spirituale. La verità è che quanti mi hanno conosciuto durante l’infanzia non avrebbero mai creduto che io e la religione ci saremmo mai incontrati. Andava aldilà di qualsiasi loro aspettativa perché ho sempre lottato contro tutto ciò che essi definivano o conoscevano come religione. Ciò che per loro era devozione per me era una assurdità pura e semplice. Ciò che essi definivano come sannyasin per me era una persona che sfuggiva la realtà. Ciò che chiamavano testi sacri, i libri a cui si inchinavano pregando, per me erano libri comuni che potevo usare come poggiapiedi. Tutto ciò che essi asserivano essere aldilà di qualsiasi possibilità di dubbio, veniva da me trascinato nell’incertezza e nel dubbio. Il loro dio, la loro anima e la loro salvezza erano per me tutti motivi di scherzo e di divertimento.

Quando li vedevo seduti a mani giunte, scoppiavo a ridere e li disturbavo. Tutto questo mi appariva molto infantile e a loro volta quelle persone non avrebbero mai immaginato che io potessi mai diventare una persona religiosa. Non avrebbero potuto crederci perché qualsiasi cosa essi ritenevano essere religione, per me era tutto tranne che religione.

Ai loro occhi io ero un ateo, e un ateo radicale. Per tutti i miei parenti, i miei amici, i miei vicini, e le persone che mi conoscevano, io ero un grande ateo. E quindi chiunque oggi, dopo venti o venticinque anni, subirebbe il più grande shock della sua vita. E chi è diventato ateo grazie a me, o per causa mia, è imbarazzato a sua volta perché è rimasto tuttora ateo.”(7)

L’assestamento nella sfera spirituale avvenne tra il 1945 e il 1950. Un’altra esperienza di morte creò in lui un distacco dal mondo ancor più profondo: aveva sedici anni quando la sua ragazza, Shashi, morì di febbre tifoide.

In questo caso la morte della persona amata divenne motivo di introspezione e di richiamo alla trama che l’amore intesse nella dimensione del tempo. Anni dopo, infatti, parlò di questo avvenimento con parole che possono suonare assurde a una logica mente occidentale.

“Quand’ero giovane avevo una ragazza. Poi morì, ma sul letto di morte mi promise che sarebbe ritornata. Ed è tornata. La ragazza si chiamava Shashi, morì nel ‘47. Era la figlia di un medico del mio villaggio, il dottor Sharma. Ora è morto anche lui. E la ragazza è tornata come Vivek per prendersi cura di me. Vivek non se ne può ricordare. Io avevo l’abitudine di chiamare Shashi Gudiya, e ora ho iniziato a chiamare Gudiya anche Vivek, per dare una continuità. La vita è un’immensa messa in scena, un incredibile gioco che continua da una vita all’altra.”(8)

[continua nel prossimo numero]

 

NOTE

1. Be Still and Know

2. The Great Pilgrimage From Her to Here #6

3. Tao: The Golden Gate

4. The Grass Grows by Itself

5. The Book of the Secrets, vol. II

6. Dimensioni oltre il conosciuto - Ed.Mediterranee

7. Ibidem

8. The Sound of Running water

Il testo dell’articolo è liberamente tratto dal libro

Il maestro dei maestri – NSC ed.

 

     (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

 

I MISTERI DEL CUORE

 

”Dalla testa non c’è strada diretta che porti all’essere.

Prima devi entrare nel cuore, e solo allora puoi passare alla profondità dell’essere.

 

 

Amato Osho,

potresti parlarci dei misteri del cuore?

 

Prem Nivedana, questo è proprio quello che stavo dicendo: dei misteri del cuore non si può parlare. Puoi farne l’esperienza… e non c’è nessun bisogno di spiegazioni, di parole. Siamo abituati a voler comprendere tutto razionalmente. È un’abitudine vecchissima, forse di milioni di anni. Ci sentiamo un po’ a disagio se non riusciamo a capire qualcosa in maniera del tutto razionale, logica. Quello che resta di non espresso continua a perseguitarci. Tutta la scienza ha avuto origine da questo fatto. L’ignoto ci perseguita, diventa quasi un incubo. E va bene che la scienza sia incalzata dall’ignoto, perché l’ignoto può essere reso noto.

Al di fuori del tuo essere, ci sono solo due categorie – il noto e l’ignoto. Quello che è conosciuto oggi, era sconosciuto ieri, quello che non è conosciuto oggi, può diventarlo domani, così che le due categorie in realtà non sono diverse tra loro. È solo questione di tempo, ricerche, esplorazioni e forse tutto quello che è oggettivo potrà un giorno essere ridotto all’unica categoria del conosciuto.

Ma nel mondo interiore, il mondo del cuore, di cui tu parli, c’è una terza categoria, l’inconoscibile. Ecco perché la scienza non accetta che ci sia niente, dentro di te. La scienza non ti accetta per nulla, perché accettarti vuol dire ammettere un mistero inconoscibile. E la mente scientifica quasi impazzisce, perché l’inconoscibile non si può trasformare in conosciuto, tale è la sua natura.

E la mente vuole che tutto sia noto, proprio come disse Roger Bacon – una delle menti scientifiche più significative – “La conoscenza è potere” e la mente vuole il potere. E per ottenere il potere bisogna conoscere sempre di più, fino a conoscere tutto. L’ignoto è aldilà del potere della mente.

Non puoi dominare l’ignoto. Come puoi dominarlo? Tu non lo conosci. L’intero territorio è nell’oscurità. Prima devi portare il territorio alla luce, averne il controllo.

La mente è un politico e l’intera scienza è un sottoprodotto della mente. Puoi vederne la connessione: quello che la mente crea, in fondo, va a finire nelle mani dei politici. La mente è come il politico e tutta la scienza non è altro che la ricerca del potere. La politica è questo – una ricerca del potere in un’altra direzione, e, un giorno, finalmente, si incontreranno.

Un giorno, lo scienziato avrà bisogno del sostegno del politico, perché gli strumenti scientifici e i laboratori stanno diventando sempre più complicati e costosi. Nessuno scienziato se li può permettere, come ai vecchi tempi. Galileo poteva lavorare a casa sua, in un piccolo laboratorio suo – privato. Questo non è più possibile. Un impianto nucleare deve essere sostenuto da una grande nazione con una enorme quantità di danaro, e migliaia di scienziati devono essere sovvenzionati. Uno scienziato, da solo, non può lavorare… Le cose sono diventate così complicate, che tutta la ricerca scientifica, alla fine, deve essere assoggettata ai politici. E, una volta che vi trovate nelle loro mani – ridotti in schiavitù – useranno per i loro scopi personali qualsiasi cosa voi produrrete.

Voi potete anche non produrre quelle cose a scopi distruttivi. L’importante non è questo. Il fatto è che le state producendo, sotto la direzione di quei politici, con i loro soldi, con il loro potere. Voi siete solo servi. Non deciderete voi quello che si deve fare con le vostre scoperte, con le vostre invenzioni.

I politici hanno i loro scopi, ma io riesco a vedere una profonda connessione. È la stessa mente che si applica nell’ambito scientifico, una mente che ricerca il potere: conosci l’ignoto, e la mente diventa potente. Anche il politico è nella stessa situazione: cerca il dominio, il potere. E se la scienza può aiutarlo, allora il politico è disposto a metterle a disposizione tutto il danaro, tutta la mano d’opera, tutta l’intelligenza di cui la scienza ha bisogno. Ma qualsiasi cosa produrrà, sarà usato per ottenere più potere, più dominio, per un processo distruttivo di conquista del mondo.

Ma il cuore, Nivedana, non ha niente a che fare con il noto e l’ignoto. Il cuore è interessato all’inconoscibile. Puoi sperimentarlo, puoi provarlo completamente – in tutto il suo mistero, ma non chiedere di eliminare il mistero. E questo è ciò che chiediamo in continuazione: che il mistero sia spiegato, in modo logico e razionale, così che possiamo esercitare potere sul mistero.

Questa è una fantasia dell’ego. La conoscenza è una fantasia dell’ego. Il cuore è il mondo dell’amore, non della logica, e al cuore non importa niente delle fantasie dell’ego. Non sa niente dell’ego. È molto umile, molto semplice, come un bambino.

Tu mi chiedi se posso parlare dei misteri del cuore. Posso vedere di farlo, proprio come in questo momento sto in qualche modo riuscendo a farti sperimentare qualcosa del mistero, dell’inconoscibile. È intorno a te, in questo luogo.

In questo silenzio puoi averne un assaggio, puoi entrare nei misteri del cuore, ma devi scivolar giù dalla testa. Non chiedere spiegazioni. Sii semplicemente una bambina, che non chiede niente, che accetta tutto.

Ti ricordi della tua infanzia? Ti sarà di aiuto. Per la maggior parte, dimentichiamo tutto della nostra vera infanzia. Ti ricordi di quando avevi solo due anni? No, non ti ricordi. Di solito l’epoca dove cominciano i ricordi è verso i quattro anni. Quella è la fine dell’infanzia. Sei già diventato parte della società. Hai cominciato a imparare il suo alfabeto, i suoi modi di fare.

E i genitori sono molto contenti quando un bambino comincia a usare le buone maniere, comincia a parlare con gli altri imitando i modi degli adulti. I genitori si sentono immensamente felici, ma non sanno quello che hanno distrutto. Hanno distrutto un mondo misterioso – il mondo delle fate, il paese delle meraviglie. Il bambino viveva in un’innocenza che hanno completamente cancellato. Ecco perché se torni indietro, cercando di ricordare, alla fine ti ritrovi sempre verso l’età di quattro anni. Le donne, forse, possono andare un po’ più indietro, ai tre anni, perché le bambine sono più precoci di un anno, rispetto ai maschi. Maturano più in fretta. Diventano civilizzate un anno prima. Si comportano meglio.

Delle madri mi hanno detto che, secondo la loro esperienza, anche in gravidanza – dopo il terzo o quarto mese – potevano sentire se era un maschio o una femmina, perché il bambino comincia a giocare a pallone. La bambina rimane tranquilla, rilassata, il bambino, invece, comincia a scalciare a destra e a sinistra. È una cosa che l’accompagnerà per tutta la vita. Comincia a esercitarsi prima di venire fuori. Le bambine sono più calme: i maschietti non riescono a stare fermi neppure per pochi minuti; hanno bisogno di essere occupati continuamente, devono fare qualcosa. E questo se lo portano dietro per tutta la vita.

Poiché le femmine sono più centrate e più silenziose, cominciano a imparare le buone maniere meglio dei maschi. I bambini hanno molte altre occupazioni – devono fare così tante cose, sono sempre distratti. A scuola, nei college, all’università, non possono competere con le ragazze.

Le ragazze sono sempre le prime della classe, prendono sempre le medaglie d’oro. Ed è molto strano che tutte le loro medaglie d’oro servano solo a trovarsi un buon marito. Cioè, un marito ricco – un dottore, un ingegnere, qualcuno con la possibilità di avere successo professionalmente. Ma i ragazzi non possono competere con le ragazze per la semplice ragione che la loro mente segue così tante direzioni che non riescono a concentrarsi. Se torni indietro coi ricordi, ti fermerai ai quattro o ai tre anni. Ma quello che successe in quei tre o quattro anni non te lo ricordi, perché non successe niente di logico, niente di razionale, non chiedevi nessuna spiegazione. Godevi semplicemente dei bellissimi colori dei fiori, delle corse dietro alle farfalle, della raccolta delle conchiglie, delle pietre colorate. Ed eri così immensamente felice, senza alcuna ragione per esserlo. Solo per aver raccolto delle conchiglie, pensavi: “Cosa ci può essere di più meraviglioso? Alessandro il Grande poteva forse vantarsi di aver conquistato qualcosa di più bello?” Avevi il mondo nelle tue mani, perché avevi raccolto dei fiori selvatici.

Eri così felice, pieno di gioia, ma hai dimenticato completamente quell’infanzia autentica. Il mistico deve imparare di nuovo a essere bambino. Ma poiché sei già stato bambino una volta, una seconda infanzia non è difficile. È già là, profondamente sepolta nel tuo essere. Deve essere riscoperta… Non dico “scoperta”, piuttosto la chiamo “riscoperta” – perché l’hai già conosciuta.

Una volta entrato nel cerchio magico della tua infanzia, conoscerai i segreti del cuore. Ma nessuno ne può parlare. Ed è un bene che nessuno ne possa parlare, perché altrimenti non li potresti mai scoprire da solo. Ti perderesti nelle spiegazioni, nelle ideologie. Tutto preso dai tuoi ragionamenti, non affronteresti i misteri stessi. Ma la natura non lascia alternativa. O entri da solo nel cuore, oppure resti un essere umano superficiale, senza significato e senza alcuna pienezza. Torna a essere bambino.

È questa tutta la psicologia della meditazione.

Comincia a essere un po’ più poetico, comincia ad amare di più le cose del cuore – la musica, la pittura, la scultura. Organizza la tua vita non in base a ciò che ti dice la testa, ma partendo dal cuore, nell’amicizia, nell’amore, nella compassione. Invece di cercare spiegazioni, affronta esperienze, così preparerai il cammino giusto che porta al cuore. Un giorno ci sarà un esplosione di straordinaria luminosità che riempirà tutto il tuo essere di luce divina. E allora non avrai bisogno di spiegazioni. L’esperienza stessa è tua – che senso possono avere le spiegazioni? Le spiegazioni sono per quelli assolutamente poveri di esperienze. Non voglio che la mia gente sia povera. Voglio che siate ricchi il più possibile, e l’unica ricchezza è quella del cuore.

E quando sarai diventato più ricco di cuore, allora si aprirà una nuova dimensione verso l’essere. Non puoi evitare il cuore. Dalla testa non c’è strada diretta che porti all’essere. Prima devi entrare nel cuore, e solo allora puoi passare alle profondità dell’essere. E a quel punto è possibile l’ultimo balzo quantico nel cosmico, nell’estremo, nell’assoluto. Ti dissolvi, proprio come una goccia di rugiada nell’oceano.

Non stiamo rispettando i bambini. Non stiamo rispettando quelli i cui occhi sono ancora pieni di meraviglia. Abbiamo creato un mondo usando solo la testa, negando qualsiasi altra cosa, persino l’esistenza del cuore.

Se chiedi a un fisiologo, ti dirà che non c’è alcun mistero nel cuore – è solo una pompa, non c’è nessun cuore. È semplicemente la stazione di pompaggio del sangue – di quali misteri stai parlando? Una stazione di pompaggio è una stazione di pompaggio. Il fisiologo non accetterà che senti un profondo amore che cresce nel tuo cuore. Riderà. Dirà: “In una stazione di pompaggio? Cresce l’amore?” Non accetterà che per amore ti viene il mal di cuore – impossibile. Ci devono essere delle disfunzioni nel meccanismo, ma non può essere l’amore.

La scienza non può accettare l’esistenza dell’amore. E neppure può accettare l’esistenza del tuo cuore, né l’esistenza della tua anima o di qualsiasi altro mistero che sia aldilà della logica. Forse oggi è aldilà, ma è possibile che domani verrà tranquillamente spiegato.

Quello che ho da dirti è: la scienza è un approccio molto incompleto alla vita. La nostra società è molto squilibrata, perché non ha tenuto conto del mondo interiore, la cui grandezza è uguale a quella del mondo esterno. C’è un vasto universo fuori di voi e ce n’è uno altrettanto vasto dentro di voi.

Tu ti trovi esattamente in mezzo, tra due infiniti, due eternità… E trovandoti in mezzo a questi due paesi delle meraviglie, hai l’opportunità di goderteli entrambi.

Io non sono contro il mondo esterno. Sono contro l’enfasi con cui si asserisce che c’è solo l’esterno, che il mondo interiore non esiste. Quello che hai dentro è di gran lunga più importante, perché è il tuo vero essere. Se non lo conosci, se non lo sperimenti, se non lo esplori sempre più profondamente, la tua vita resterà vuota, sarà solo un lunghissimo trascinarsi… sarà noia, depressione. Niente fiorirà dentro di te, non si sentiranno canzoni nel tuo essere, non sorgerà il sole, non ci saranno boccioli, né stelle. Ed era tutto possibile, solo che non ti sei mai mosso verso l’interno.

Il sentiero verso l’interno porta al divino. Andare verso l’esterno ti porta agli oggetti, ma tu non sei un oggetto. Tu sei una profonda soggettività e questa soggettività deve essere esplorata. E questo è il mistero supremo.

 

tratto da:

Sat Chit Anand #18

     (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

 

ESSERE PRESENTI

Questa rappresentazione di Osho Gurdjieff Movements in Buddha Hall crea una fusione magica fra i lavori di due maestri illuminati. In questo servizio dell'Osho Times, oltre alle foto, trovate anche poesie e testi letti durante la performance, e le impressioni dei partecipanti, degli istruttori e dei musicisti.

 

 

STORIE E POESIE USATE NELLA RAPPRESENTAZIONE DELLE DANZE DI GURDJIEFF DEL 1998

 

Nel gennaio 1924, Gurdjieff portò i suoi allievi a New York per presentare le sue danze. C.S. Knott, che diventò suo allievo dopo aver visto la dimostrazione, scrive:

Ho preso posto nella sala. È passato molto tempo e siamo tutti impazienti. Finalmente, un uomo sale sul palcoscenico e, chiedendo di fare silenzio, dice: "La dimostrazione, questa sera, consisterà principalmente in vari movimenti del corpo umano, presi dall'arte dell'antico Oriente – esempi di esercizi ginnici sacri, danze sacre, e cerimonie religiose che ancora si tengono in certi templi del Turkestan, del Tibet, dell'Afghanistan, Kafiristan, Chitral e altri luoghi. In Oriente alcune danze non hanno perso il profondo significato che avevano nei tempi lontani. Danze sacre e serie di posizioni e movimenti sono sempre state una delle materie vitali insegnate nelle scuole misteriche dell'Oriente. Hanno un doppio scopo: trasmettere un certo tipo di conoscenza ed essere un mezzo per acquistare uno stato armonico del proprio essere; e nell'eseguire queste danze si ottiene una nuova qualità del sentire, una nuova qualità di consapevolezza." Poi, Tomai de Hartmann, allievo di Gurdjieff, pianista e coautore della musica delle danze sacre, sale sul palcoscenico, assieme a una piccola orchestra, e lì c'è un'altra lunga pausa; sono colpito dal modo in cui il De Hartmann siede tranquillo al pianoforte, durante la pausa. Mentre l'orchestra si agita e noi del pubblico, sussurriamo fra di noi, de Hartmann siede immobile, rilassato e tuttavia attento a tutto quello che succede intorno a lui. Finalmente i danzatori arrivano sul palcoscenico e formano delle file. Al comando: “Ruki v storonu”, allargano le braccia con movimento rapido; la musica comincia e loro, tenendo sempre la braccia aperte e tese, battono i piedi in ritmi complicati.

Il commento di Thomas de Hartmann sulla dimostrazione è questo: "Dopo chiesi al Sig. Gurdjieff «Come è andata?» Lui mi guardò sorridendo, ma non disse niente. Questo mi fece capire che in un lavoro di questo tipo non cerchiamo parole di lode e incoraggiamento. Dobbiamo portare a termine il compito al nostro meglio senza alcuna considerazione per il fatto di essere lodati o meno: quella è la meta. Il Sig. Gurdjieff tante volte ha detto: "Mai pensare ai risultati – fate e basta!"

Partimmo per New York, per la dimostrazione delle danze, sulla più grande nave di linea francese di quei tempi. Avevamo tutti comode cabine di seconda classe e cibo eccellente.

Il Sig. G. viaggiò in prima classe. Poiché aveva promesso di dare una dimostrazione delle danze a beneficio dell'equipaggio, il commissario di bordo permise alla nostra compagnia di usare le sale pubbliche di prima classe; ma il seguito del viaggio non fu così liscio, come l'inizio. Presto il mare divenne molto agitato e, entro le sette della prima sera, quasi tutti i passeggeri, inclusi i nostri allievi, cominciarono a stare male e non vennero a pranzo. Non ci sentivamo bene, ma poiché volevamo stare col Sig. G. lottammo per non cedere e per superare la nausea. In seguito, durante questo viaggio e anche altre volte, resistemmo molto bene al cattivo tempo. Fu una delle peggiori traversate che quella nave avesse mai fatto, perfino il grande specchio del salone si spaccò; ma il giorno prima del nostro arrivo il tempo cambiò e venne fuori il sole. Il Sig. G. ordinò a tutti di provare le Danze, perché la dimostrazione sulla nave doveva aver luogo quella sera.

Quando andai sul ponte, vidi una folla di gente che guardava qualcosa con avida curiosità: erano i nostri allievi che si esercitavano. Durante il giorno facemmo una prova completa in una delle sale e, dopo cena, indossammo i nostri costumi bianchi e demmo una dimostrazione davanti ai passeggeri. Alla fine, facemmo lo "Stop Exercise". Il Sig. Gurdjieff gridò "Stop!" Il pubblico era stupefatto nel vedere gli allievi che lo eseguivano, nonostante il rollio della nave fosse così forte, che ad un certo punto il pianoforte, lentamente, ma decisamente, iniziò a scivolare da un lato del palcoscenico all'altro, e io con lui, sul mio sgabello.

THOMAS DE HARTMANN

PIANISTA DI GURJIEFF

 

 

Proprio pochi giorni prima di morire, Gurdjieff si affannò alla Salle Pleyel, a Parigi, per dare una dimostrazione alla classe dell'ultimo movimento – concentrato interamente sul lavoro interiore. Già negli ultimi mesi aveva dato 38 nuovi movimenti, e ne aveva promessi 40 in tutto.

"Numero 40!" annunciò con voce rauca. "No, Sig. Gurdjieff," qualcuno replicò, "numero 39."

Ma lui insistette sorridendo. "No, numero 40!"

Alcuni giorni dopo, nella cappella dell'ospedale americano, il corpo imbalsamato di Gurdjieff rimase quattro giorni in una bara aperta. Al sabato sera gli allievi francesi vennero direttamente dalla classe di danza per inginocchiarsi accanto al Maestro di Danza.

Nella loro economia di movimento, nella loro attenzione vigile, nella dignità del loro dolore, qualcuno ha visto l'ultimo movimento, quello mancante.

 

 

CHI ERA GURDJIEFF?

ALCUNE IMPRESSIONI

 

"Ricordo la sua presenza imponente, la potenza serena, inquietante e allo stesso tempo rassicurante, che emanava da tutto il suo essere – il suo portamento, i suo gesti, i suoi modi. Posso ancor sentire la sua voce che risuona dentro di me.

Soprattutto, mi ritrovo in piedi davanti a lui, i suoi occhi nei miei che mi confronto con l'esigente benevolenza del suo sguardo. Esigente, sì, e allo stesso tempo ardente e impietoso. Sembrava che indovinasse il meglio, come pure il peggio, che c'era in noi, ed essendo un esperto in materia, sorrideva. Un sorriso ironico e compassionevole, ma del tutto privo di indulgenza. Non gli sfuggiva niente. Lo sentivamo sempre pronto ad agire senza pietà verso gli oppressori del nostro proprio essere, che noi, senza saperlo, eravamo. Questo può essere veramente chiamato amore."

"Assomigliava a Bodhidharma, perché aveva l'austerità di uno che risveglia le coscienze, e anche per i suoi grandi baffi."

 

………………………………………………

 

La brezza mattutina ha molti segreti da raccontare.

Non tornare a dormire!

Devi chiederle ciò che anela il tuo cuore.

Non tornare a dormire!

Di continuo attraversiamo quella soglia dove i due mondi si incontrano.

La porta è ampia e aperta, lo sai. Non tornare a dormire!

 

RUMI

 

 

Ad ogni istante arriva la voce d'amore da destra e sinistra.

Stiamo partendo pel Cielo, chi viene, chi viene a guardare?

Già siamo stati nel cielo,

siamo stati compagni degli angeli

e là ancora torniamo, amico,

la patria nostra è quella!

 

RUMI

 

 

Inébriati d'amore, ché Amore è tutto quello che esiste,

senza la veste d'Amore

non vai alla corte dell'Amato.

Se ti chiedono: "Amore cos'è?”

rispondi: "Rinuncia al volere".

L'Amante è un Imperatore e il mondo è tutto ai suoi piedi.

L'Amore e l'Amante vivono davvero in eterno:

non attaccare il cuore a cose riflesse e prestate!

Fin quando t'abbraccerai stretto un amante già morto?

Abbraccia piuttosto la Vita, che non ha limite mai!

 

RUMI

 

 

 

COMMENTI DEI DANZATORI

 

 

QUESTO SPAZIO DI SILENZIO

Giorno dopo giorno, riuscivo a sentire come i centri fisico, emotivo e intellettuale si unificassero, sentendo la presenza dappertutto nel mio corpo. E, alla fine, per me, diventò come una droga, una dipendenza da questo spazio di silenzio e chiarezza. Riguardava anche molto l'essere sola e con gli altri, come danzare da sola, ma fondermi nel gruppo.

MA PREM NAVAZ (CANADA)

 

 

SENTIRE LA FORZA

La cosa più importante che trovo in questo lavoro è che mi ricorda il bisogno di restare nel mio centro. Se sono nella mente, allora, semplicemente, mi ricorda che devo tornare a casa, alla mia pancia, al mio vero spazio. A volte mi succede di riuscire a entrare nel flusso dei movimenti del corpo, a sentire il corpo dall'interno e a sperimentare la forza necessaria per muovermi – non di più, non di meno – cominciando dalla pancia, dal fuoco interno, e poi allargandomi lungo braccia e gambe fino alla punta delle mani e dei piedi. Se faccio un movimento particolare nel modo giusto, sento che tutto il mio braccio è impegnato in quel movimento. E come se mi sentissi più dentro me stessa. Quando fai dei movimenti perfetti, è come se diventassi conscio del tuo corpo in maniera totalmente nuova.

(MA BODHI ZIA – ITALIA)

 

 

CONSAPEVOLEZZA NEL CORPO.

Dopo il training, mi sento molto diversa. Sono molto più consapevole di ogni parte del mio corpo. Io sono un tipo piuttosto fisico, mi piace lo jogging, faccio sport, ma ora è molto diverso. Posso sentire ogni punto delle dita, delle gambe, della schiena, e posso portare energia a ogni singola parte. È nuovo, è tutto nuovo.

(SWAMI BODHI DARSHI — RUSSIA)

 

 

 

COMMENTI DEGLI ISTRUTTORI E DEI MUSICISTI

 

 

SI TRATTA DI TE

Di base, quello che io comunico è la mia comprensione della visione che Osho ha della meditazione e dell'essere centrati. Lo faccio coi movimenti, col lavoro sull'hara, sul cuore e sul corpo. Come ho imparato negli anni, quando si dice meditazione, si parla di presenza e di consapevolezza nel momento. E queste danze, di fatto, non possono essere imparate e fatte se non si è consapevoli nel momento. È un modo incredibile di vedere la mente e la personalità e di andare oltre entrambe, verso quello che chiamiamo il centro. Che è quello che realmente mi interessa.

Le danze, i movimenti stessi, sono bellissimi, stupefacenti. Ma non si tratta di imparare i movimenti perfettamente, anche se questo può succedere – e probabilmente succederà. Si tratta di quello che succede a te e alla tua meditazione per mezzo di questi movimenti.

SWAMI SUNDER JIVAN

ISTRUTTORE DEI MOVIMENTI

 

 

ENFASI SULLA FORMA INTERIORE

Non sapevo che quest'anno le danze sarebbero state così speciali. Sapevo che eravamo pronti, perché una settimana prima del saggio i movimenti esterni erano stati appresi, e così avevamo tempo per focalizzarci sull'aspetto meditativo, l'aspetto della centratura, della presenza indisturbata davanti agli occhi degli altri. E durante tutto il training, forse quest'anno più che mai, la mia enfasi era diretta a far convergere la forma interiore dei movimenti con quella esteriore, imparando ad abitare ogni movimento, ogni passaggio, ogni posizione. Osho suggerisce di insegnare al gruppo in silenzio. Per me, questo è un vero koan, perché, come si fa a insegnare in silenzio? Così ho dato ai partecipanti questo koan: "Cos'è il silenzio?".

Per noi è diventato quello che Gurdjieff descrive come domanda che fa da "centro di gravità". E, in qualche modo, la domanda ha lavorato in tutti noi, così che la sera della rappresentazione questa qualità di silenzio è arrivata agli spettatori.

MA PREM AMIYO ISTRUTTRICE DEI MOVIMENTI

 

 

UN ASSAGGIO DELLA TOTALITÀ

Gurdjieff è eclettico in tutte le cose. Nella musica, mette insieme melodie sufi e cristiane, tibetane e arabe. Alcuni pezzi sono classici, con melodie che avrebbero potuto comporre Schubert o i Romantici; altri sono più vicini all'espressionismo, alla dodecafonia, al Dada o alla musica oggettiva.

Gurdjieff trova la musica non solo negli strumenti, ma anche nel corpo umano. Dice che nel corpo ci sono tre ottave, che vibrano nei diversi centri interiori.

Non è difficile suonare la sua musica, ma i suoni contengono così tante cose che, per me, saltarci dentro è come saltare nello spazio, in qualcosa di vasto e lontano. "Completo" è veramente la parola giusta per avvicinarsi a Gurdjieff. Bastano poche note di qualcuno dei suoi pezzi a farmi sentire un senso di totalità, di completezza interiore.

MA PREM NISIMO PIANISTA

 

 

MAI PENSARE AI RISULTATI

Quando ho guardato la musica per il coro, ho pensato: "Oddio!", perché il primo brano aveva sedici battute , il secondo ne aveva due, il terzo sei, il quarto due... uno ne aveva ventotto.

Ho pensato: "Ah, sarà una cosa eccitante", perché avevamo nove giorni per provare un coro di 20 elementi di cui solo qualcuno leggeva, a stento, la musica – e la mia capacità di dare il tempo non era mai stato messa a così dura prova. Ogni sera riascoltavo la registrazione della giornata con le partiture davanti, cercando di decidere quale parte ognuno avrebbe dovuto cantare al mattino. Non avevo mai fatto prima una cosa del genere. loro avevano mai letto la musica, né io avevo mai scritto una partitura per coro!

Avevo un anticipo di due giorni, rispetto al coro. Man mano che procedevamo, scoprii quello che potevamo fare e quello che non saremmo riusciti a fare – anche se alla fine siamo riusciti a fare tutto. Ed ecco come facemmo. Tra noi si era creata un'armonia incredibile. Quando il mio conteggio andava storto, improvvisamente sentivo i soprani che si mettevano a contare forte! Contavamo reciprocamente. Una sezione imparava e tutti gli altri contavano. Ognuno, alla fine, era in grado di tenere il tempo, tutti ci rendevamo conto che non potevamo saltare una nota o perdere qualcosa, altrimenti tutto il movimento dei ballerini avrebbe perso la sincronia.

Sentii che veramente dovevo fare un passo alla volta. E tutti avevano questa stessa comprensione. Durante la rappresentazione, Dhiren ha letto un aneddoto in cui Gurdjieff dice: "Non pensate mai ai risultati - fate e basta!" Mi è piaciuto moltissimo, perché era proprio la storia del coro.

Andammo avanti con determinazione e la cosa accadde. Durante l'ultima prova, cominciai a notare gli spazi dove la musica mi portava via. Ci fu un punto in cui semplicemente mi spostai da un sol a un mi e improvvisamente mi sentii in un altro mondo. Era come essere spostati di 180 gradi. Wow!

Dopo la prova, qualcuno che era stato ad ascoltare, disse: "Mio Dio, quella musica ti può trasportare in un altro mondo!" Così avevano sentito la stessa cosa!

Credo che ascoltare la musica composta da un maestro illuminato sia un po' come guardare i dipinti di Osho – sono infinitamente misteriosi. Ed io provo questa sensazione con Gurdjieff. È divino.

MA SATYAM ISTRUTTRICE DEL CORO

 

     (ritorna al SOMMARIO)

 

 

Gli Strani Metodi di Gurdlieff

Osho parla del lavoro di Gurdjieff e dei suoi discepoli

 

 

IL PADRE DI GURDJTEFF stava per morire. Disse al figlio: "Ora dovrai badare a te stesso. Tua madre è morta, io sto morendo. Devi guadagnarti il pane. Dovrai imparare le cose da solo." Un bambino di 9 anni... ma questa divenne una grande opportunità per Gurdjieff, perché cominciò ad andare in giro con i nomadi.

Gurdjieff nacque vicino al Caucaso, in Russia - dove ancora ci sono dei nomadi, delle tribù senza fissa dimora. Quel bambino di nove anni, non avendo altro da fare, si unì a un gruppo di nomadi. Poi cominciò a muoversi da un gruppo all'altro. Imparò molte lingue e molte tecniche dei nomadi. Imparò molti esercizi che non sono più utilizzati dalla gente civilizzata, ma che sono necessari ai nomadi.

Per esempio, quando fa molto freddo e cade la neve e si vive in tenda... I nomadi conoscono degli esercizi che cambiando il ritmo della respirazione fanno aumentare la temperatura del corpo. O, quando fa troppo caldo, e stai attraversando un deserto, allora modifichi di nuovo il ritmo... il tuo corpo ha un sistema automatico di aria condizionata, interno.

Gurdjieff ricevette le sue prime lezioni di ipnosi da questi gruppi nomadi. Se marito e moglie vanno tutti e due a vendere qualcosa al mercato, come fare coi bambini? con quelli piccoli? Questi nomadi usano l'ipnosi da secoli. Disegnano semplicemente un cerchio intorno al bambino e gli dicono: "Finché non torniamo, non puoi uscire da questo cerchio."

L'hanno ripetuto per secoli. Ogni bambino, non appena comincia a capire qualcosa, se lo sente dire. Ne viene ipnotizzato. Quando sente quelle parole, quando vede che gli tracciano la linea intorno, lui si rilassa internamente: non c'è modo di uscirne, lui non può uscire.

Gurdjieff usò quella tecnica – e molte altre che aveva imparato da quella gente – in vari modi. Era solito fare un esercizio che chiamava "stop exercise" e l'ha portato in tutto il mondo.

A New York, durante la presentazione delle danze, Gurdjieff creò una situazione molto strana. Tutti i danzatori erano in piedi in fila, e, a un certo stadio della danza, quando venivano danzando in avanti allineati e il primo della fila si trovava proprio sull'orlo del palcoscenico, gridò: "Stop!" La prima persona cadde giù, la seconda cadde, la terza cadde – tutta la fila cadde, uno sull'altro. Ma il silenzio era glaciale, nessun movimento.

Uno del pubblico, al solo vedere questa scena, ebbe la sua prima esperienza di meditazione. Non stava partecipando, stava solo guardando. Ma vedere tante persone fermarsi all'improvviso e poi cadere, ma cadere come se fossero congelate, senza nessuno sforzo da parte loro per cambiare posizione o altro... Era come se improvvisamente si fossero paralizzate.

L'uomo sedeva proprio in prima fila, e, senza saperlo, anche lui si fermò, si congelò nella posizione in cui si trovava: le sue palpebre smisero di battere, il respiro si fermò. Vedendo quella scena – era venuto per vedere le danze, ma che razza di danza era questa? – improvvisamente sentì una nuova energia sorgere dentro di lui. Ci fu un silenzio così grande e si sentì così pieno di consapevolezza, che diventò un discepolo di Gurdjieff. Quella stessa notte raggiunse Gurdjieff e disse: "Non posso aspettare."

Era molto difficile essere discepolo di Gurdjieff; lui rendeva la cosa quasi impossibile. Era veramente un maestro molto duro. Quell'uomo si chiamava Nicoll.

Gurdjieff disse: "Non è così facile diventare mio discepolo."

Nicoll disse: "Anche rifiutare me non è così facile. Devo diventare tuo discepolo. Me ne starò seduto qui per tutta la vita, finché non mi accetterai come discepolo." E il caso di Nicoll è l'unico in cui Gurdjieff accettò un discepolo senza trovare da ridire; di solito era sempre molto difficile. Perfino con un uomo come P. D. Ouspensky, che lo rese famoso in tutto il mondo – perfino con lui Gurdjieff era difficile.

Ouspensky ricorda che stavano viaggiando da New York a San Francisco in treno, e Gurdjieff cominciò a fare cose strane nel mezzo della notte. Non era ubriaco, non aveva bevuto neppure acqua, ma si comportava come un ubriaco – passando da uno scompartimento all'altro, svegliando la gente e buttando all'aria le loro cose. E Ouspensky, che gli andava dietro, gli disse: "Ma cosa stai facendo?" – ma lui non ascoltava neppure.

Qualcuno azionò il freno d'emergenza: "Quest'uomo sembra matto!" – così arrivarono il controllore del treno e la guardia. Ouspensky chiese scusa e disse: "Non è pazzo e non è ubriaco, ma cosa posso fare? È molto difficile per me spiegare cosa sta facendo, perché non lo so neppure io." E, proprio davanti alla guardia e al controllore, Gurdjieff prese la valigia di qualcuno e la scagliò fuori dal finestrino. La guardia e il controllore dissero, "Questo è troppo. Tenetelo nel vostro scompartimento e noi vi daremo la chiave. Chiudetevi da dentro, altrimenti vi dovremo sbattere fuori alla prossima stazione."

Naturalmente Ouspensky si sentiva imbarazzato da una parte e arrabbiato dall'altra – quell'uomo stava provocando tanto fastidio. Pensava: "So che non è pazzo, so che non ha bevuto, ma..." Gurdjieff si stava comportando da selvaggio, gridando in russo, urlando in russo, in caucasico - sapeva tante lingue – e, non appena la porta si richiuse, si sedette in silenzio e sorrise. Poi chiese a Ouspensky: "Come stai?"

Ouspensky disse: "Chiedi a ME come sto? Li avresti costretti a mettere in galera te e anche me – perché non ti avrei lasciato da solo in quelle condizioni. Qual era lo scopo di tutto questo?"

Gurdjieff disse: "È perché tu capisca. Sto facendo tutto per te e tu mi chiedi lo scopo? Lo scopo è non reagire, non essere imbarazzato, non essere arrabbiato. Perché sentirsi imbarazzato? Che cosa ci guadagnerai? Stai solo perdendo il tuo sangue freddo senza guadagnarci alcunché."

"Ma," disse Ouspensky, "tu hai buttato una valigia dal finestrino. Allora che ne dici del proprietario della valigia?"

Gurdjieff disse: "Non ti preoccupare – era la tua valigia!"

Ouspensky guardò su e vide che mancava la sua. Cosa fare con questo maestro! Ouspensky scrive: "Mi venne voglia di scendere alla prima stazione e tornare in Europa. Perché... chissà che altro avrebbe fatto Gurdjieff!"

Gurdjieff disse "So cosa stai pensando – stai pensando di scendere alla prossima stazione. Mantieni la calma!" "Ma," disse Ouspensky, "come posso restare calmo ora che la mia valigia è andata e tutti i miei vestiti sono andati?"

Gurdjieff disse: "Non ti preoccupare – la tua valigia era vuota. Ho messo i tuoi vestiti nella mia. Ora mettiti tranquillo."

 

TRATTO DA:

From Personality to Individuality #9

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MUSICA & SILENZIO

di Sangitam

Come un Soffio delicato sulla superficie dell’acqua.

 

 

Il suono è una forma energetica estremamente potente, può avere un’eccezionale forza di guarigione. Quando il suono è spinto dall’amore, è come un fuoco, è un fuoco d’amore che entra in tutte le cellule del corpo ed entra profondamente nell’anima. Il suono può creare vita o morte. Quanto rumore c’è in circolazione oggi! E la musica? La musica nella società moderna ha un ruolo di intrattenimento, è un elemento fondamentale dello spettacolo: le radio continuano a trasmettere musica, la musica è sempre presente al cinema, in televisione, nei locali pubblici. La società dei consumi ha bisogno di musica da consumare.

Tutti coloro che seguono un percorso di ricerca interiore e spirituale, incontrano inevitabilmente, prima o poi, la domanda: “Qual è il senso della mia esistenza? Qual è il mio contributo?” E questo a un certo punto è successo anche a me... E così ho capito che il musicista che segue un percorso artistico e spirituale è chiamato ad una risposta più alta del semplice, per quanto meraviglioso fare musica per esprimere la propria anima.

Siamo in un periodo di trasformazione: la società dei consumi è ormai sommersa nei propri rifiuti; è al massimo della sua opulenza, ma non riesce più a muoversi, si prepara a morire. Un numero sempre maggiore di individui ha iniziato a costruire la propria vita su valori più autentici, su valori olistici, basati non sulla tolleranza ma sulla comprensione dell’insieme delle differenze. Non è un passaggio facile, è un passaggio durante il quale l’uomo nuovo attinge a valori antichi e universali per interpretarli alla luce della nuova era. Il musicista ricercatore attinge ai valori ancestrali della musica e si trova immerso nella sacralità, nel rito: scopre la musica come elemento propulsivo del rito. Dopo un lungo periodo di dissacrazione generalizzata, l’essere umano ha bisogno di spiritualità nuova, libera da gabbie religiose e morali; ha bisogno del rito, inteso come porta attraverso la quale entrare in uno spazio sacro, dove poter contattare la propria anima, la propria essenza profonda, lo Spirito Universale sito dentro ognuno di noi, il Divino, il Grande Spirito, Dio.

L’aiuto che la musica può dare in questa direzione è rilevante. Naturalmente qui non si parla di musica riprodotta meccanicamente o sintetica, ma si parla di musica naturale, suonata sul momento da individui padroni dell’espressione musicale e al contempo esploratori capaci del proprio mondo interiore, che si rivolgono verso gli altri mettendo a disposizione la loro esperienza, passando dall’esibizione al servizio. Questo passaggio non ha niente a che vedere con il senso del dovere. Il musicista meditatore condivide la sua esperienza meditativa con le persone in ascolto, non c’è più esibizione bensì condivisione. Io soffio nel sassofono e il sassofono emette suono, musica, per cui posso dire che io suono il sassofono, ma contemporaneamente c’è qualche cosa che suona me esattamente come io suono il sassofono. In me non c’è niente di speciale, questo accade a ogni essere vivente in ogni istante della sua vita. Attraverso un approccio meditativo al fare musica è possibile diventare consapevoli di questo. Suonando qualsiasi strumento, abbandonando qualsiasi velleità realizzativa, dimostrativa o virtuosistica si può vivere questa esperienza. È un’esperienza che conduce a un profondo silenzio. Quando io suono il sassofono con questo approccio, i suoni sono cadenzati dal respiro, non c’è intenzione, c’è abbandono e la musica accade.

Il Samadhi di Osho nella Comune di Pune è un posto speciale dove vivere questo tipo di esperienza. È uno Spazio Sacro, è uno spazio di silenzio e in quel luogo la musica si realizza a pieno nella sua relazione con il silenzio. Suonare in quel luogo è come soffiare delicatamente sulla superficie perfettamente piatta dell’acqua e renderne evidente la presenza. Proprio questo è il rapporto musica silenzio. La musica è un meraviglioso fenomeno che rende manifesto il silenzio, inteso sia come spazio fisico che ci circonda, sia come profonda realtà interiore. In questo senso la musica è uno stupendo strumento di meditazione, per il musicista e anche per l’ascoltatore – l’udito è femminile, è ricettivo, quando siamo in ascolto siamo aperti, lasciamo entrare. La musica per sua natura non comunica a livello razionale, comunica a livello di sensazioni, di emozioni. Di conseguenza ascoltare profondamente un certo tipo di musica porta a contattare parti profonde di noi stessi, anche perché rilassa gli schemi di controllo mentali, razionali. A questo punto, quando la musica cessa e tu sei completamente immerso nell’ascolto, ti trovi ad ascoltare il silenzio… ti trovi in contatto con te stesso, puoi sperimentare il silenzio o comunque puoi cadere più profondamente nel tuo mondo interiore: quando sei seduto silenzioso senza mete da raggiungere allora la meditazione può accadere.

Un aspetto fondamentale di cui è necessario tener conto è che il sedersi ad ascoltare musica è qualche cosa che si fa con piacere, in quella situazione siamo in uno stato di attenzione rilassata e curiosa ricettività, e questo soddisfa una condizione essenziale per l’accadere della meditazione: l’assenza di sforzo. Quando la musica che stiamo ascoltando è musica eseguita dal vivo, da musicisti consapevoli, per i quali fare musica è meditazione, la qualità dell’esperienza rispetto all’ascolto di un qualsiasi impianto di riproduzione sonora è senza paragoni. Quel musicista non è presente come ego, ma è presente come anima, è in uno spazio di cuore, di conseguenza la musica che fluisce attraverso quello spazio è ricevuta, è percepita, vibra nell’universo interiore di chi ascolta. Se a questo aggiungiamo l’uso di fonti sonore naturali, l’esperienza può diventare più ricca e profonda. Il suono naturale, proveniente da una fonte sonora reale e presente, ha una capacità incredibile di contattare e di entrare in vibrazione con determinati spazi interiori del nostro essere, con i chakra e con zone fisiche del nostro corpo.

L’ascolto attento, consapevole e rilassato di alcune musiche e suoni naturali eseguiti dal vivo, ci può accompagnare in un profondo viaggio interiore che naturalmente e senza sforzo può incrementare la consapevolezza di ciò che siamo. La musica è uno strumento meraviglioso che ognuno di noi ha a disposizione per rendere più leggero e piacevole il proprio percorso di ricerca interiore. Finché non abbiamo imparato ad accettarci ed amarci così come siamo, l’osservazione di noi stessi può essere dura e dolorosa.

La musica ci suggerisce di mettere più gioia e leggerezza nel nostro approccio alla vita.

 

Sw Deva Sangitam, già musicista jazz, nel 1996 ha iniziato la sua attività nell’ambito della meditazione. Ha appena terminato, insieme a Ma Deva Charika, un tour europeo di due mesi, presentando “Danza, Musica, silenzio... Meditazione”. Di recente ha pubblicato il CD “In meditation”.

 

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Tutti sappiamo come si fa a lavorare,

però…

 

Ma Sagarpriya è molto conosciuta per i gruppi di Star Sapphire e Psychic Massage che per anni ha tenuto presso l’Osho Multiversity di Pune. Da un anno circa, insieme ad altri amici terapisti, ha anche aperto un centro nelle vicinanze di Freiburg, in Germania, il cui progetto centrale viene denominato “Conscious Living”. Si tratta di una serie di gruppi il cui scopo è portare le persone a sviluppare maggiore consapevolezza sul proprio modo di lavorare, da sole e con gli altri. In questa intervista rilasciata a Chandrika e già pubblicata sull’Osho Times tedesco, Sagarpriya spiega in che modo sono strutturati questi gruppi.

 

 

Sagarpriya tu hai detto che i gruppi di Conscious Living non sono gruppi di terapia. In quale modo dunque sono diversi dagli altri gruppi?

 

Sento che ci sono due fattori che rendono questi gruppi diversi dai gruppi di terapia tradizionali.

Il primo è che le persone che vi partecipano si trovano ad affrontare il presente, in quanto gli eventi del passato, sia che siano accaduti nell’infanzia oppure solo ieri, non vengono presi in considerazione. Il lavoro consiste piuttosto nell’osservare il momento, nel guardare la situazione circostante e nel capire quale può essere il livello di soddisfazione più alto che la persona può raggiungere nelle circostanze attuali. Consiste insomma nel provare, nello sperimentare il livello di soddisfazione e nel cominciare a esaminare ciò che ci impedisce di raggiungere un alto livello di soddisfazione. E tutto ciò avviene nel presente; questo programma ci tiene nel qui e ora, non ha dunque a che fare con aspetti materiali della vita che non possano essere modificati nel momento.

Il fattore numero due è che quando fai un gruppo di terapia tu non sai se di fatto cambierà la tua vita. In un gruppo di Conscious Living invece tu alteri effettivamente delle abitudini, di fatto ti osservi mentre modifichi il modo in cui fai una certa cosa. Può essere il modo in cui prendi un libro o raccogli un maglione, prepari il letto o lavi i piatti; ti stai comunque osservando mentre fai le cose in maniera differente. La maggior parte delle persone dice che tornando a casa alla fine del gruppo, continua a fare le cose in modo diverso. C’è quindi un legame diretto tra la soddisfazione che hai nella vita e la tua esperienza nel programma.

 

Dato che è così difficile lavorare sui propri problemi in un gruppo di terapia, come è possibile che in uno di Conscious Living tu possa osservare o sperimentare qualcosa soltanto una volta e che ciò rimanga poi con te?

 

In un gruppo di Conscious Living avvengono parecchie cose. Una di queste è la meditazione. Un’altra è che vengono mostrati modelli di comportamento delle persone, sia riferiti alle relazioni che relativi alla maniera in cui svolgiamo un certo compito. Ciò facendo forniamo linee guida su ciò che funziona e su ciò che non funziona. Poi ci sono altri due aspetti: il primo è che ti trovi in un’esperienza di lavoro con dei compagni (per esempio ti ritrovi a ristrutturare gli interni di un ristorante oppure a preparare le decorazioni floreali dei tavoli), e in questo modo ti trovi dunque ad avere un’esperienza reale. Se le cose vanno storte o il tuo livello di soddisfazione è basso possiamo esaminarne le ragioni nel momento. Si crea dunque una connessione effettiva con la vita reale che non resta isolata. L’esperienza di un gruppo di terapia può essere separata dalla vita, ma in questo lavoro vengono di fatto inseriti pezzettini di vita reale per cui i partecipanti possono guardare veramente gli errori che fanno, con l’aiuto di un group leader che sa esattamente quali modelli cercare, e quali errori sono possibili.

 

Quindi il Conscious Living tratta principalmente di lavoro e di come lavorare. Ma noi non sappiamo dunque già come lavorare?

 

Tutti sanno lavorare in un modo il cui parametro di valutazione è relativo a quanto si ottiene in termini di denaro o di qualche altra ricompensa. Il lavoro viene vissuto come un peso o come qualcosa che si vuole finire al più presto in modo da poter fare ciò che realmente si desidera. Raramente sappiamo mettere in connessione il nostro lavoro con la creatività e la gioia.

Il processo di apprendimento, l’imparare cioè a fare le cose che ti piacciono in maniera creativa è un processo che si svolge in parecchie fasi.

Non è che io insegni a lavorare. Piuttosto insegno alle persone a osservare il momento e a osservare come il subire un basso livello di soddisfazione renda effettivamente impossibile la realizzazione di un’esperienza di lavoro piena di amore. In un gruppo di Conscious Living noi osserviamo in maniera molto attenta ogni momento della vita perché la vita è fatta di momenti e se riusciamo ad avere maggiore soddisfazione anche nei piccoli momenti della routine quotidiana, allora potremo farlo anche quando è veramente importante.

Ho sentito Osho ripetere spesso due frasi. La prima è “sii felice”, osserva come stanno le cose e trova il modo di essere felice nella situazione.

La seconda è “medita”, e per me in questo gruppo i due aspetti si combinano. Meditare ed essere felici sono la stessa cosa, ma noi non abbiamo mai avuto una comprensione abbastanza profonda della meditazione, per capire che il rilassamento e la gioia e il fare le cose in un modo che ci rende gioiosi, sono la stessa cosa.

 

Mi sembra che la tua visione di una vita creativa e bella non sia quella di persone che vivono da sole in una grande città, ma piuttosto che vivano e lavorino insieme, non è forse così?

 

Di fatto questo non è poi così importante. La mia visione non è che le persone debbano trovarsi in una situazione particolare; devono semplicemente conoscere l’arte di stare con se stesse mentre si trovano nell’azione. Ci sono momenti nella vita in cui è esistenzialmente necessario essere soli e isolati e ci sono altri momenti in cui si cresce di più stando in una comune. Quindi ritengo che ognuno debba seguire la propria guida interiore.

 

Tutto sembra bello in un gruppo. Ma poi ritorni indietro, al tuo lavoro, alle varie pressioni a cui sei sottoposto. A volte mi sembra che il divario fra le due cose sia troppo grande.

 

Ti faccio un esempio: una donna di Berna ha fatto il primo gruppo di Conscious Living nell’aprile scorso e ha portato nel gruppo la sua situazione di lavoro in un ufficio governativo, le sue difficoltà con il capo e alcuni processi che stavano avvenendo in quel periodo e che la facevano temere di dovere lasciare quel posto.

Nel gruppo ha imparato alcune cose su come gestire la situazione e, quando le ho parlato di recente, ho saputo che il suo capo se ne era andato e che la sua situazione era decisamente positiva. Quindi non si può mai sapere ciò che avverrà e questo lo possiamo dire con certezza.

 

Per quale tipo di persona è indicato un gruppo di Conscious Living ?

 

Chiunque può farlo. La mia esperienza mi dice che ognuno ne trae ciò che gli può arrivare nel livello di consapevolezza in cui si trova.

Abbiamo avuto nel gruppo persone che non avevano mai meditato e abbiamo avuto anche dei terapisti: ebbene a ognuno di loro è arrivato ciò che era per loro possibile e raggiungibile nel livello di consapevolezza in cui si trovavano.

Mi viene in mente un ragazzo che era con noi nell’ultimo gruppo. Aveva descritto le difficoltà che aveva incontrato lavorando con una donna. Nel gruppo ha avuto modo di fare un’esperienza di lavoro con una donna, e tutti abbiamo potuto osservare quanto spesso egli si mettesse in una situazione di subordinazione rispetto a questa donna, cioè quanto spesso le chiedesse cosa fare e come farlo, cercando insomma di farla diventare una specie di autorità rispetto alle proprie azioni. Lui non riusciva a vedersi, ma ogni partecipante poteva vederlo chiaramente. Probabilmente se lui avesse potuto vedersi con altrettanta chiarezza non sarebbe caduto negli stessi meccanismi per sei o sette volte di seguito. Per tutto il gruppo è stato importante osservare questa ripetizione.

Quindi molto dipende dal tuo livello di consapevolezza. A volte puoi osservare qualcun altro e trarne qualcosa, a volte puoi osservare te stesso.

Molte persone hanno iniziato questo lavoro di sviluppo della consapevolezza nel gruppo introduttivo “cherishing the unknown”. Molte di loro non avevano mai meditato e magari si trovavano in situazioni di grande cambiamento nella propria vita: stavano lasciando il marito o la moglie o il lavoro e non sapevano assolutamente cosa fare della propria vita.

Nel contesto del gruppo queste persone hanno trovato una chiave di comprensione (quella relativa al proprio livello di consapevolezza), per capire come utilizzare la propria situazione, ma non hanno certamente potuto ricevere tutto quello che il gruppo era in grado di offrire. È per questo che le persone che meditano ottengono risultati più importanti.

 

     (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

UN TIPO DI QUELLI

CHE NON PERDONO

MAI LA CALMA

di Ma Prem Tarana

 

Ma Prem Tarana, madre di tre bambini, dopo aver letto attentamente la storia del Monaco Zen Hakuin, conclude che dal suo comportamento si può imparare qualche cosa.

 

 

In un villaggio in cui viveva il grande Maestro Zen Hakuin, una ragazza rimase incinta. Suo padre la costrinse a rivelare il nome dell'amante, e alla fine, per sfuggire alla punizione, la ragazza disse che il responsabile era Hakuin. Il padre non volle sapere altro, ma quando nacque il bambino, lo portò immediatamente da Hakuin e lo gettò ai suoi piedi: "Pare che questo figlio sia tuo," disse coprendolo di insulti e imprecando per quella storia di ignominia. Il Maestro Zen disse solo: "Ah, è così?" e prese il bambino tra le braccia. Da quel momento in poi, ovunque andasse, portava il bambino con sé, avvolto nella manica della sua veste stracciata. Anche nei giorni di pioggia e nelle notti di tempesta, Hakuin andava in giro a chiedere un po' di latte, nelle case dei vicini. Molti dei suoi discepoli, considerandolo caduto in fallo, si rivoltarono contro di lui e lo abbandonarono. E Hakuin non diceva una parola.

Nel frattempo, la madre si rese conto di non poter sopportare il dolore della separazione dal suo bambino, per cui confessò il nome del vero amante, e suo padre si precipitò da Hakuin e si prostrò davanti a lui, implorando più volte il suo perdono. Hakuin disse solo: "Ah, è così?" e gli restituì il bambino.

Questa è accettazione. Questo è tathata. Qualsiasi cosa porti la vita, va benissimo, è perfetta. Questa è la qualità riflettente di uno specchio: nulla è buono, nulla è cattivo, tutto è divino. Accetta la vita così com’è.

Accettandola, spariscono i desideri, scompaiono le tensioni, sparisce l'insoddisfazione. Accettando la vita così com'è, ci si sente felici senza un motivo particolare. Quando la gioia ha un motivo, non dura a lungo. Quando la gioia non ha motivo, permane per sempre.

 

 

Non è meraviglioso questo “Ah, è così?”? In un primo momento verrebbe da dire che è un tipo proprio imperturbabile! Invece poi le parole penetrano più in profondità e traspare qualcosa di completamente diverso: l’accettazione totale del momento presente. Hakuin non discute, per lui il punto non è ottenere giustizia; dice semplicemente “Ah, è così?”. Poi si prende cura del bambino, perchè gli è stato affidato. Non importa chi è il vero padre. Hakuin non indugia, semplicemente agisce.

Dopo un anno, in cui lui ha accudito il bambino e probabilmente l’ha accolto nel suo cuore, non protesta, quando vengono a riprenderselo. Anche in questa situazione ritroviamo ancora solo “Ah, è così?”. Un’accettazione totale di ciò che gli offre il presente. Pazzesco!

Cos’è che mi ha toccato così profondamente di questa storia? Cos’è che mi ha completamente ributtata a me stessa? Naturalmente la figura di Hakuin mi ha colpita profondamente. Ma penso, che questo “concentrato di consapevolezza” contenesse qualcosa di molto più nascosto, e profondo: la solitudine di quest’uomo e la beatitudine del suo essere.

Provo a immaginarmi seduta nel mio appartamento, il campanello suona e un gruppo di persone, che non ho mai visto in vita mia, mi si parano improvvisamente davanti con un’aria alquanto incazzata: hanno in braccio un neonato che strilla in modo insopportabile e loro urlano nella mia direzione. La situazione non è proprio del tipo che rende felice un bambino: queste voci isteriche, questo tumulto, questa aggressività più o meno trattenuta, questo atrio buio attraversato da una corrente fredda che gli congela il nasino. In queste condizioni piangerei anch’io.

Allora mi sono vista in questa situazione e naturalmente a un certo punto è sorta la domanda: cosa fare?

Logicamente il bambino ha bisogno di una madre. Va bene, sono assolutamente in grado di farlo. Fermi, un attimo, la mia testa va in confusione: “Che cosa vuoi? Adottare il bambino? Non hai niente di meglio da fare? E cosa penserà la gente?! Il bambino è uno sbaglio, il risultato di una notte soltanto – sei diventata completamente pazza? Oppure hai perso il senso della realtà? No! Tu non adotti questo bambino. Pensa a te stessa, alla tua felicità ! Manda via queste persone! Sono sicura che qualcun altro si prenderà cura di lui…” Ah! Ho il cuore in gola: “Cosa vuoi? Mandare via la gente? Ma guarda bene questo bambino: guarda come piange, come si agita, perché vuole evitare questa confusione… – prendilo fra le braccia, chiudi la porta e tutto andrà bene. Questo fagottino adesso ha bisogno di te!”

È così che la mente e il cuore si sono ritrovati a lottare. Ora non c’è tempo per fare la kundalini. Devo fare qualcosa subito. Prendo il bambino. Le persone se ne vanno, ancora incazzate, però ovviamente sollevate.

Io non mi sono limitata a dire “Ah, è così?” Non sono riuscita a rilassarmi nel qui e ora. Mille preoccupazioni, mille dubbi mi hanno lacerato il cuore e la mente.

Ma allora cosa c’è di così interessante in questa storia? Sento proprio che sono poco autonoma. Dipendo da tutto e da tutti. Non ho chiesto a me stessa, cosa voglio io, cos’è veramente importante per me. Tutti i pensieri, tutti i pro e i contro non appartenevano a me, li avevo presi dagli altri. Quello che pensiamo io o gli altri non è completamente insignificante, quando l’universo mi dà la responsabilità di proteggere questo neonato? In questo caso cos’altro dire se non “Ah, è così?”.

E quando dopo un anno torneranno a chiedermi indietro il bambino – anche in questo caso non mi rimane che dire “Ah, è cosi?” Porteranno via il bambino, ma non il tempo che abbiamo passato insieme. Non possono portare via la beatitudine, che mi ha dato lo stare con questo bambino. Questa esperienza non me la può togliere nessuno.

Per me questa storia Zen è stata un’occasione di risveglio. Mi ha fatto comprendere quanto la mia vita sia egocentrica. Ho potuto vedere come il mio senso dell’autonomia sia poco maturo, questa autonomia a cui tengo così tanto che quando qualcuno interferisce con il mio spazio vitale lo proteggo con forza. La vera indipendenza non ha niente a che vedere con la paura di coinvolgersi.

Una cosa mi ha affascinato di questa storia: come quest’uomo Hakuin nella sua solitudine, nel suo essere solo può sentire e vivere così tanto la beatitudine. Bellissimo! – Ma la strada da percorrere è lunga.

 

testo tratto dall’Osho Times Tedesco

 

Quando l’accettazione è totale, tutte le ferite guariscono.

Si raggiunge la calma di Buddha, l’innocenza di Gesù o la suprema perfezione di Lao Tzu uomini comuni e allo stesso tempo straordinari.

Si ama la stessa vita di prima e tuttavia non è affatto la stessa vita…

OSHO

 

     (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

GIOIA INCONTENIBILE

di Ma Prem Maneesha

 

NEL SILENZIO E DURANTE IL GIBBERISH SI POSSONO AVERE LE PIÙ STRANE SENSAZIONI. QUI MANEESHA CI PARLA DELLE SUE ESPERIENZE E DI COSA LE RISPOSE OSHO AL RIGUARDO.

 

 

Nell’arco di circa tre anni, mi sono successe diverse esperienze curiose durante il discorso di Osho, talvolta la percezione che avevo del mio corpo è diventata molto strana. Il corpo sembrava scomparire, oppure potevo sentirne soltanto una parte – per esempio soltanto le mani incrociate in grembo, o soltanto i piedi. Altre volte mi sono sentita come un dipinto di Picasso: entrambe le mie braccia sembravano essere dallo stesso lato del corpo, oppure sentivo l’orecchio dove di solito c’è il naso, e così via. Poi ho iniziato ad avvertire qualcosa di ancora più strano. Era così strano che feci una domanda a Osho al riguardo: “È possibile” scrissi nella domanda, “udire attraverso gli occhi e vedere attraverso le orecchie?”.

Osho rispose: “Quando si è assolutamente silenziosi, sì. Si può vedere attraverso le orecchie e udire attraverso gli occhi. Allora non ci sono più distinzioni tra i sensi, si diventa semplicemente una sensibilità unica. Occhi, naso e orecchie si dissolvono tutti in un’unica sensibilità. Tu vedi, percepisci attraverso di essa, senti attraverso di essa, e continui a rimanere silenzioso. Tutto questo conoscere dalle orecchie, e tutto questo udire dagli occhi non disturba il tuo silenzio.

Sì, Maneesha, questo è ciò che ho tentato per anni: creare per te questa situazione – e mi sento immensamente felice del fatto che tu abbia risposto con grande gioia. Tu sei diventata parte di questo silenzio cosmico. Questa è la tua vera realtà, in questa realtà tu non sei più.

(Osho: Live Zen)

Durante alcuni discorsi ho percepito qualcosa come un fiore crescere dal mio ombelico e ogniqualvolta ne aspiravo il profumo – a parte il fatto che nessun altro poteva percepirlo – ne rimanevo inebriata! Oppure mi ricordavo delle arance in miniatura chiamate kumquats che mia madre era solita raccogliere dall’albero che avevamo in giardino e conservare sotto zucchero e brandy per sei mesi. Le piaceva molto la bevanda che ne risultava, il liquore di kumquat; mentre a me piacevano – ed ero solita andare in dispensa a rubarli – i kumquats stessi, ora tutti belli inzuppati di zucchero e brandy. Durante il discorso incominciai a sentirmi come uno di quei frutti, carica di dolcezza e satura, in ogni poro, dell’inebriante sapore del momento.

Ogni sera, quasi senza eccezioni, dopo il discorso barcollavo letteralmente verso la mia stanza: mi sentivo ubriaca, ma non per questo meno consapevole, come di solito accade quando si è in uno stato di ordinaria ubriachezza, anzi lo ero di più del solito. Come si può essere ubriachi con consapevolezza? Era un miscuglio così strano!

Non avevo mai sentito Osho parlare di questo ed ero veramente curiosa di sentire la sua risposta quando gli presentai al riguardo una domanda per il discorso. Mi ricordo che lui disse: “Maneesha, consapevolezza ed ebbrezza divina sono in contraddizione soltanto nel linguaggio, ma non nell’esperienza. Per l’esperienza sono sinonimi. Ma l’ebbrezza divina non è per niente simile all’ubriachezza ordinaria. Non è inconsapevolezza – è troppa consapevolezza. Tu diventi così piccolo, e tutto quanto l’oceano di consapevolezza… incominci ad annegarci… Soprattutto all’inizio ti senti come se ti stessi ubriacando… ed è così improvviso, all’inizio, e così grande, che quasi ti senti senza alcun controllo su te stesso... ma non è un’illusione, non è per niente un’allucinazione. È perfettamente meraviglioso. È assolutamente esistenziale…” (Osho: The Invitation)

Durante i primi mesi del 1988 Osho incominciò a parlare dei maestri Zen. Fin dall’inizio di quella che sarebbe poi diventata una serie della durata di nove mesi, questi discorsi ebbero una fragranza particolare: sembrava che Osho ci stesse portando a un livello dell’essere completamente nuovo.

Adesso, riascoltando questi discorsi durante la White Robe Brotherhood, anni dopo averli ascoltati per la prima volta, mi assale ancora il ricordo di come mi sentivo allora, al tempo in cui Osho li stava tenendo. Se li ascolti, ti accorgerai di come Osho parlasse molto, molto lentamente; gli intervalli tra le parole sembrano durare interi minuti. Seduta alla sua presenza, mi accorgevo che la mia mente riusciva inizialmente a seguire, senza difficoltà, la frase che Osho stava pronunciando – finché lui non faceva una pausa. La mente a quel punto iniziava a esitare, confusa e titubante, per poi precipitare dal margine dell’ultima parola, piombando a testa in giù nel silenzio.

Non appena Osho riprendeva a parlare, e la mia mente realizzava che una nuova parola era stata pronunciata, allora si rimetteva in piedi come un vecchio ubriacone decrepito – e ricominciava, questa volta però un po’ meno sicura di se stessa, a seguire le parole di Osho. Ma invariabilmente, dopo qualche altro capitombolo, la mia mente si dava per vinta e io rimanevo fluttuante, priva di mente, in uno spazio di silenzio ascoltando, ma non con la mente, mi sembrava… piuttosto come se tutto quanto il mio corpo fosse diventato un grande orecchio. Ero semplicemente un orecchio.

Verso la fine del discorso c’è lo spazio che Osho definisce il nostro “momento di preghiera” – durante il quale ci racconta alcune barzellette come preludio all’ultima fase della nostra meditazione.

Sull’onda della nostra risata, a un comando di Osho, si ode un forte colpo di tamburo proveniente dai musicisti, che è per noi il segnale per l’inizio del gibberish. L’intera hall era ridotta a un bailamme di gente che discute, perora, si lamenta, esclama, o si lancia in tirate polemiche indirizzate a nessuno in particolare, in una qualsiasi lingua puramente inventata sul momento; e nel contempo gesticola, fa smorfie e, generalmente parlando, si comporta come un branco di matti. Durante tutto questo tempo, Osho rimaneva seduto, con gli occhi chiusi, imperturbabile di fronte alla nostra pazzia collettiva, sollevando di tanto in tanto le braccia come per incoraggiarci – sebbene io fossi così presa dalla mia pazzia da non aprire mai gli occhi per dare un’occhiata.

Poi, improvvisamente, lui diceva “Stop” – seguito da un secondo colpo di tamburo – e noi diventavamo assolutamente immobili. Osho poteva dire: “Tenete dentro tutta l’energia!” e io mi immobilizzavo come una statua. Questa fase mi faceva venire in mente quando, da bambina, giocavo a nascondino e, nel mio nascondiglio, non avevo il coraggio di muovermi e persino respiravo a stento, tutto per paura di essere scoperta: era una questione di vita o di morte! E ora, con Osho, al massimo della mia immobilità, sentivo l’energia risalire in me – luce, delizia – una piena, vaporosa sensazione che saliva e saliva, finché mi sentivo come sul punto di scoppiare.

Rumi doveva aver conosciuto esattamente questa mia sensazione, quando, diverse centinaia di anni prima, aveva scritto: “Sulla scia di tutti questi schiamazzi, noi stiamo fermi e cresciamo in leggerezza. Impossibile esprimere ciò che accade, neppure se ognuno di noi intingesse la penna nell’inchiostro cento milioni di volte.

Nel momento esatto in cui raggiungevo il punto di esplosione, Osho dava il segnale per il colpo di tamburo e io crollavo sul pavimento in mezzo a migliaia di busti e innumerevoli arti, nella fase dell’ “essere come morti”. Nella delizia di quel silenzio non desideravo nulla – era lo spazio più estatico che si potesse immaginare. Nel silenzio tutto sembra possibile; o meglio, non c’è nulla che si desideri che diventi possibile, perché ciò che esiste già è più che sufficiente. Talvolta, stando sdraiata, ho sentito onde d’energia scuotermi dalla punta dei piedi fino alla cima della testa, così che sul mio volto appariva un sorriso ebete e io udivo me stessa gemere sommessamente per la dolcezza della sensazione.

Ogni sera mi rimaneva una sensazione come d’essere stata passata in una lavatrice spirituale. Sera dopo sera, dopo sera, Osho ci sollevava in tali voli di gioia da lasciarmi incantata nel silenzio o singhiozzante per l’incontenibile gioia.

 

     (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

MOSCHE & BUDDHA

Dove ci sono esseri umani troverai mosche e buddha.

Issa

 

La storia riporta molti casi di persone che, al ristorante, hanno trovato mosche galleggianti nella minestra.

Il Professor Dingleberry, un’autorità mondiale in materia, ha studiato i vari casi da un punto di vista di etnologia comparata, ecco i suoi interessanti risultati.

In America, se uno che cena fuori trova una mosca nella minestra, disgustato manda subito indietro il piatto e si lamenta con lo chef.

Nei ristoranti inglesi, la mosca è scrupolosamente tolta dal piatto – tenendola fra indice e pollice – messa sul tavolo ed educatamente ignorata per il resto del pasto.

In Francia chi trova una mosca mangia ugualmente la minestra, continuando però col cucchiaio a spingere la mosca verso il bordo del piatto.

In Scozia la mosca viene tirata subito fuori dal piatto, strizzata fino a recuperare l’ultima goccia di minestra e poi lasciata cadere sul pavimento e spinta in fretta sotto il tappeto con la punta della scarpa.

Il cinese prima mangia la mosca e poi la manda giù con la minestra.

Nei ristoranti ebraici, soprattutto in quelli di New York, il cliente chiama immediatamente lo chef e inizia a protestare: “Tutto qui? Un’intera porzione di minestra e un’unica, misera mosca??!!

 

Rilassati… lasciati andare. Osserva e basta.

C’è il corpo, c’è la mente, ma tu non sei né il corpo né la mente. Tu sei semplicemente il testimone. Questo testimone è il buddha.

Ricorda, ventiquattr’ore al giorno, che stai portando un buddha dentro di te.

Comportati di conseguenza, agisci di conseguenza. Questo semplice ricordarsi del buddha dentro di te ti trasformerà in un essere totalmente nuovo: radioso e pieno di gioia, grato all’universo, profondamente umile, pieno di pace e amore.

Questo è il momento in cui Tozan può dire: “L’insegnamento della realtà è stato segretamente comunicato da tutti i buddha. Adesso che lo avete, vedete di conservarlo bene.

Nivedano… [colpo di tamburo]

Torna indietro… ma non uguale a prima. Ritorna come un buddha, senza alcuna esitazione, silenziosamente, in pace, pieno di grazia.

Rimani seduto per qualche momento, semplicemente ricordandoti che sei un buddha. Continua a ricordartelo per tutta la giornata, senza interruzioni, e vedrai come dentro e fuori di te ci sarà un grandissimo cambiamento. Ogni tua azione diventerà una poesia, ogni tuo movimento diventerà una danza, il tuo stesso respiro sarà una musica, il tuo cuore batterà all’unisono con l’universo. Non sarai separato, sarai unito alla consapevolezza oceanica che ci circonda tutti quanti.

Okay, Maneesha?

Sì, amato Maestro.

Possiamo celebrare i diecimila buddha?

Sì, amato Maestro.

 

tratto da: The Language of Existence

 

 

 

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