SOMMARIO

 

2 CENTRI DI OSHO IN ITALIA

Tutti i Centri di Osho divisi per regione

 

6 LE NOTIZIE

Fuori e dentro la Comune

 

8 IL CUORE

Crescere con Osho

Il racconto di due giovani donne che hanno preso il sannyas da bambine negli anni '70.

 

14 IL MAESTRO

La scelta di essere felice

In ogni momento della nostra vita, ci troviamo di fronte alla scelta tra felicità e infelicità. Dipende solo da noi.

 

18 L'UOMO NUOVO

Osho Ko Hsuan

Le riflessioni di un insegnate che ha trascorso l'ultimo anno presso la Osho Ko Hsuan Scool.

 

20 BIOGRAFIA

Mai nato mai morto ù

Primi appunti per una biografia impossibile. La realtà, il mito e un'inesprimibile verità.

 

24 IL MAESTRO

Non sono figli vostri

Commento a uno dei brani dell'opera "Il Profeta" di Kahil Gibran.

 

32 IL MAESTRO

Anime Gemelle

Dalla luna di miele al ritrovarsi nemici intimi il passo è breve.

Figli e Genitori

Un rapporto fra i più difficili che senza la consapevolezza continua a ricrearsi.

 

37 UN LIBRO DA VIVERE

Il Libro dell'Alchimia Interiore

L'ultima novità editoriale.

 

38 BENESSERE

Osho Neo-Reiki

Ma Anand Himani che da molti anni si dedica al Reiki, ci racconta la sua

esperienza.

 

42 LA COMUNE

Y2K & 02K

La Comune si sta organizzando fin d'ora ad accogliere i partecipanti al festival di Osho 2000, in questa ottica si sta preparando alle eventualità dovute al rischio dei computer.

 

44 IL MAESTRO

L'uomo ordinario e la sua pazzia

Osho ricorda un episodio della sua infanzia che ci illustra la fragilità della mente umana.

 

48 BENESSERE

Il Massaggio Psichico

Un metodo innovativo per contattare direttamente la saggezza del corpo.

 

50 TUTTE LE STELLE

Il tuo oroscopo di gennaio.

 

52 LA VETRINA

Tutti i libri di Osho in italiano, i video di Osho, le musiche per la meditazione e il rilassamento.

 

60 IL MAESTRO

Lo scopo nella vita

Lo scopo nella vita, è sapere chi sei.

 

 

 

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NOTIZIE

DENTRO E FUORI LA COMUNE

 

 

Novità novità !!!

 

Per riuscire a farti avere il tuo Osho Times puntuale a inizio mese abbiamo deciso di anticipare la data di spedizione. E così a Giugno ci sarà un numero doppio e si passerà poi al numero di Agosto. Gli abbonamenti saranno aggiornati.

 

 

... e poi in Italia

 

Durante il recente incontro dei centri italiani, tenuto a Varazze il 18-19 marzo scorsi è nato Osho 2000 Italia.

Ma Bodhisu di Osho Miasto e Sw Veetchitta dell'OshoTour sono le persone di riferimento. "Scopo del nostro lavoro è quello di dare un seguito e portare in Italia l'energia di celebrazione e di consapevolezza che avremo sperimentato durante il Festival Osho2000 a Pune.

Vorremmo creare un filo conduttore comune alle tante manifestazioni, concerti ed eventi che verranno organizzati in tutta Italia dai vari centri di Osho," ci dice Veetchitta.

"Al momento stiamo stilando l'elenco dei personaggi del mondo della cultura e dello spettacolo che amano Osho, anche se non sono sannyasin" racconta Bodhisu.

"Vogliamo creare una sorta di festival itinerante che toccherà diverse città italiane, e vogliamo invitare questi personaggi ai nostri eventi in modo che la gente e la stampa sappiano quanto Osho è presente nella nostra vita quotidiana, quanto è fonte d'ispirazione e di gratitudine per tanti, nel mondo dello spettacolo, dell'arte e della cultura".

Il lavoro è solo all'inizio e chiunque abbia idee, contatti o suggerimenti è invitato a unirsi a questa carovana.

Un'altra indicazione del meeting è stata quella a rimanere più in contatto fra i vari centri usando Internet e le sue svariate possibilità.

 

 

Il cuore non conosce separazione

 

Ma Dhyan Pragita, "canzone, danza di meditazione", discepola di Osho dal 1980, ha lasciato il corpo a 35 anni a Milano, dopo due mesi di ospedale. Sieropositiva da molti anni, il suo sistema immunitario era fragile. Il corpo ha ceduto a una polmonite seguita da emoraggia cerebrale. Lo spirito aveva finito il suo compito qui.

Ha lasciato scritto: il mio bisogno più grande è sentire che la mia morte non sia inutile e che la morte sia vissuta in un modo diverso.

Se ne è andata in luce e silenzio, con tanto amore, grazia e tenerezza.

Il suo funerale è stato una bellissima celebrazione, l'abbiamo salutata in tantissimi, con fiori e canzoni.

La cremazione è avvenuta il 17 febbraio. Ma Dhyan Ghee, la mamma-compagna di viaggio, ha scritto e letto per lei questa poesia:

 

OCCHI DI LUCE

Come deve essere grande, come deve farsi grande il cuore per accogliere i tuoi occhi, Pragita.

Mi sveglio e mi trovo davanti l'immagine di te, Pragita,

con gli occhi grandissimi e le mani giunte che chiedi aiuto per la sofferenza, il dolore, il terrore

e si presentano la disperazione, la colpa, la rabbia di non aver saputo risparmiarti da questo.

È un attimo: posso credere a tutto ciò e rendere inutile la tua morte.

E il cuore si fa grande, grande, grande: grandissimo – e nel vuoto e nell'immensità del cuore, del mio cuore, del tuo cuore, del nostro cuore.

Nel Cuore si scioglie tutto il rancore del mondo, e la violenza si fa miele, la disperazione si fa gioia, la colpa è innocenza.

E tu... I tuoi occhi di pace sono laghi della consapevolezza.

Grazie, cara gioia, per tutto il tempo del nostro amore che ora è dilatato all'infinito. Grazie.

Ho visto i tuoi occhi che lasciavano andare la sofferenza, la paura, e tu improvvisamente silenziosa mi guardavi.

E ci siamo guardate, guardate per così tanto tempo.

La notte piano piano scorreva e verso mattina hai cominciato un po' a chiudere i tuoi occhi di pace.

Ho potuto accompagnarti, tenerti per mano, l'altra l'aveva la Mariopi, come la chiamavi tu. E tu sei passata dall'altra parte, semplicemente, con un movimento molto piccolo.

Il diaframma tra la vita e la morte l'ho visto. Sottilissimo, trasparente, luminoso, colorato. Come la parete di una bolla di sapone.

L'hai passato, per un attimo il passaggio è stato aperto e poi si è richiuso.

E nel Cuore Grande c'è tutto: il di qui e il di là – la vita e l'altra vita – non c'è neppure senso di dire l' "altra vita". Il cuore non sa, non conosce separazione.

 

 

L’Italia vince la Coppa Davis

 

Questa notizia la potete leggere solo sull'Osho Times – dopo 23 anni – grazie ad Agam, il maestro di tennis del Club Med che ha organizzato "Beyond Davis Cup" un torneo a squadre nazionali – partecipavano Italia, Svezia, India, Danimarca, Germania e Nord America – che ha visto in finale Italia contro Svezia e si è concluso, grazie alla bravura di Sw Agam e di Sw. Purana, con un risultato opposto a quello di quest'anno a Milano. Il team italiano, contrapposto a Sw Smaran e Sw Satyam, è partito in svantaggio (0-1) per riportarsi poi subito alla pari e finire a 3-1 – l'ultimo singolo non è stato giocato perché Purana si era stirato un muscolo fin dall'inizio del doppio che con molto coraggio e abilità gli italiani avevano vinto 6-1.

Ecco forse perché in campo si vedevano quattro che giocavano, ma uno solo che correva, il giovane e bravissimo Satyam che nell'ultimo singolo giocato contro Agam lo ha tirato fino a un soffertissimo 6-3. Ma poteva anche essere il caldo: giocare fino a mezzogiorno in India a metà marzo può non essere l'ideale!

La carenza di tabelloni segnapunti aiutava molto la socializzazione fra il pubblico – "Chi gioca?" "A quanto stanno?" – che tifava in modo meditativo per l'uno o l'altro team e si univa ai giocatori nei 30 secondi ogni due giochi di "silenziosa osservazione di se stessi"... tanto per non dimenticare che si stava giocando a ZENNIS.

Ottima l'organizzazione di Lalit e Smaran che hanno non solo procurato una copia perfetta della Coppa Davis, che verrà incisa col nome della nazione vincente e rimessa in palio l'anno prossimo, ma anche delle deliziose micro-coppe alte pochissimi centimetri per ogni partecipante – e inoltre delle fantastiche caramelle al caffè per tutti... Che ci sia uno sponsor in vista?!?

 

   (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

Crescere con OSHO

Due giovani donne che hanno preso il sannyas da bambine, negli anni ‘70, ci raccontano la loro storia e le loro diverse esperienze.

 

 

Ritorno a casa

di Ma Anand Disha

 

Ho sempre pensato che avremmo dovuto scrivere un libro sul crescere a Pune e nel Ranch. Proprio leggendo gli articoli che hanno scritto gli altri ‘ragazzi’ mi sono tornati in mente tanti ricordi che non sapevo di aver dimenticato e che sono troppo preziosi per andar perduti. Spero che questa serie dia a tutti noi lo stimolo a mettere insieme le nostre storie, così che possano restare vive.

Credete sia possibile trovare un modo per raccontare tutto – le cose pazze, quelle miracolose, le parti selvagge, le cose per le quali noi eravamo ritenuti troppo giovani, le esperienze spirituali, e le bugie sfacciate che la Comune disse per prendersi gioco del mondo – in modo tale che tutti possano comprendere l’enormità della nostra beatitudine?

Riusciremo a sorprenderli e sconvolgerli senza nutrire l’atteggiamento scandalistico verso la “setta degli arancioni”?

La mia storia d’amore con Osho cominciò in prima elementare. La mia migliore amica a scuola si chiamava Puja e portava un mala e dei vestiti dell’arancione brillante che si usava nel settantacinque. Non appena vidi il suo medaglione, seppi che ne volevo uno anch’io. Ancora oggi mi domando se in me ci sia stata una premonizione che veniva da lontano e che mi diceva che, se dovevo trovare l’illuminazione in questa vita, quello era il mio uomo e non avevo tempo da perdere. O forse pensavo semplicemente che fosse favoloso essere diversi: guardavo Puja e volevo essere come lei.

Mia madre era dell’idea che bisognasse vivere in una comune e leggere Marx ed Engels. Fumava roba e partecipava alle dimostrazioni, così, quando conobbe la mamma di Puja, divennero amiche e cominciò a leggere Osho avidamente. Andammo insieme al Centro di Monaco per provare la Kundalini e la Dinamica. Io avevo sette anni. Tormentai la mamma perché si sbrigasse a comprare i biglietti per l’India e, finalmente, nelle vacanze estive del ‘77, partimmo.

Allora parlavo solo tedesco. Dopo il primo discorso del mattino, chiesi alla mamma come era possibile che lui avesse tanto da dire sul burro. E lei dovette spiegarmi che Buddha era un altro Maestro e non burro come si dice in tedesco!

Volli prendere immediatamente il sannyas. Mia madre voleva prima ascoltare i discorsi di Osho per un po’, per capire meglio i suoi sentimenti verso di lui, e magari fare delle meditazioni e qualche gruppo e poi decidere. Mi sembrava che così ci volesse troppo tempo e allora andai a trovare Arup nell’ufficio principale. Lei parlava tedesco e disse che sì, potevo vedere “Bhagwan” per prendere il sannyas la sera dopo. Fortunatamente era prima che cominciassero a richiedere i moduli e il consenso dei genitori.

Mamma mi trovò nella doccia che mi strofinavo i capelli col limone. Le spiegai, ma lei aveva l’aria di non poterci credere, che quest’operazione faceva parte delle istruzioni che mi avevano dato per essere senza profumo al darshan con “Bhagwan” quella sera. Lei corse all’ashram a litigare con Arup, finché questa non accettò di farla venire al darshan anche senza appuntamento.

Quando fui chiamata di fronte a Osho (col traduttore tedesco accanto), lui mi chiese: “Dov’è tua madre?” Io gli dissi che era seduta dietro e lui fece venire davanti anche lei e, dopo di averla guardata per molto tempo, ci disse di chiudere gli occhi tutte due. Mi ricordo di un misto di eccitamento nella pancia e di calma naturale, con la sensazione di sapere che da sempre il mio posto era lì. Non mi fermai a pensarci tanto, ma ricordo di aver sentito un grande amore per Osho, non appena lo guardai negli occhi. Poi lui chiese alla mamma: “Sei pronta anche tu a prendere il sannyas?”. Lo era, senza nessuna esitazione. Il mio nome era Anand Disha – la direzione verso la beatitudine – e il suo Deva Nandan – gioia divina. Lui non disse altro, tranne chiedermi di dire il mio nome, per vedere se lo pronunciavo bene.

Quando penso al tempo che passai con Osho, a quell’età, sento qualcosa di strano, perché so che non avevo ancora una mente. Vivevo nel qui e ora. Potevo sedermi e guardarlo, se questo era quello che sentivo di fare, e non un pensiero attraversava la mia mente. In effetti, ancora per alcuni anni, fui perfettamente silenziosa nella testa (a differenza di adesso!) e ingenerale tutto ciò che diceva Osho. Non sapevo cosa fosse la meditazione, e il concetto che la gente lì era alla ricerca di qualcosa era troppo difficile da capire per me. Stavo lì semplicemente perché mi piaceva stare vicino a Osho e l’ashram era un paradiso per i bambini. Eravamo trattati con molto rispetto e io avevo tanti amici, giovani e vecchi. Avevamo il permesso di essere totalmente noi stessi.

Qualche anno dopo, verso i dieci anni, cominciai a capire Osho un po’ di più e ogni tanto rimanevo sveglia durante il discorso per ascoltarlo. Mi ricordo che mi chiedevo perché la gente ci tenesse tanto a raggiungere l’illuminazione, specialmente per il fatto che in quel modo questa sarebbe stata la loro ultima vita. Dentro di me provavo un tale piacere, misto a stupore, al solo pensiero di essere viva, che non potevo immaginare di non volere di più o di non desiderare di continuare a vivere.

A volte mi sento veramente colma di gratitudine per aver avuto l’opportunità di essere stata qui quando c’era lui e di essere stata tanto vicina al divino – al mio vero essere – senza i filtri della personalità che, dopo di allora, ho imparato a depositarci sopra. Altre volte provo invidia per coloro che potevano stare intorno a Osho e fargli domande personali sulla loro ricerca, sulla loro confusione, sull’inquietudine delle loro menti: quella perdita di speranza che viene a volte quando sai che stai cercando qualcosa e non sai se sei sul sentiero giusto… È successo a me, qualche volta, in questi ultimi anni; mi sono sentita triste perché Osho non era più qui, ora che posso veramente rendermi conto della mia insoddisfazione spirituale.

Ho visto tanti “ragazzi” sannyasin passare attraverso la fase dell’odio per il sannyas, rinunciare al loro nome, ribellarsi contro i genitori cercando di diventare il più possibile “normali”, dando la colpa a Osho e alla mancanza di disciplina nella loro infanzia se ora erano infelici e magari si drogavano. Anche se può sembrare strano non sono mai passata per una fase del genere. Sono una dei pochi “ragazzi” sannyasin che ha sempre tenuto duro, che è rimasta al suo posto, in tutte le differenti comuni, fino a che Osho ha lasciato il corpo, e anche adesso continua a passare un sacco di tempo a Pune. Mi domando se è così perché ho scelto io di venire qui, invece di arrivare a essere sannyasin perché lo erano i miei genitori, che mi piacesse o no.

Questo non vuol dire che io non abbia attraversato momenti difficili…

Uno dei momenti più duri fu dopo la fine del Ranch, dai sedici ai diciotto anni, quando scoprii che non avrei vissuto per sempre felice nel qui e ora. Tutti i miei anni da sannyasin mi avevano condizionata a credere che sarei stata diversa. Credevo che, poiché da bambina avevo ricevuto libertà e amore incondizionato invece di biasimo e soprusi, non avrei dovuto affrontare l’odio per me stessa o dubbi su di me, come succedeva alla maggior parte delle altre persone. Che poiché avevo sentito Osho parlare dell’amore e della libertà, in contrapposizione al matrimonio e alla possessività, avrei avuto degli amori meravigliosi, senza gelosia e dolore. E che, per aver provato il gusto della pace interiore e dell’estasi, non mi sarei trovata a prendere droghe o a dibattermi nel desiderio spasmodico di sigarette o alcol per stordirmi. Credevo che poiché avevo una mamma eccezionalmente amorevole e tante relazioni d’amore con adulti felici di farmi da genitori, non avrei avuto bisogno di nessuna terapia o decondizionamento dall’infanzia. E infine, che poiché ero arrivata da Osho così giovane, ero automaticamente sul sentiero dell’illuminazione, senza bisogno di fare alcuno sforzo per meditare o per guardarmi dentro. Ero convinta che il big bang sarebbe accaduto allo scadere dei 21 anni, oppure, se tutto andava male, al momento della morte di Osho.

Quando scoprii che quello che credevo non era realistico, la delusione fu grande e dolorosa. Odiai Osho e i sannyasin per aver proiettato tante aspettative su di me. Mi sentii piena di sfiducia in tutto quello in cui avevo creduto e vergognosa della mia arroganza che mi aveva fatto ritenere di essere così speciale.

Ora che ho accettato di essere altrettanto persa e non-illuminata come chiunque altro, posso anche vedere la bellezza e l’amore per me che ho ricevuto attraverso quello che mi è stato dato da bambina. Ma avevo bisogno di scavare veramente dentro di me e scoprire qual era veramente la mia esperienza e cosa invece fosse solo condizionamento infantile, per quanto ricevuto in versione più spirituale e sottile. Quando partecipai al gruppo Anti-Fischer-Hoffman, a Pune, molti sannyasin mi dissero: “Perché mai dovresti averne bisogno?”. E mi faceva incazzare oltre ogni limite il loro continuare a ripetermi quanto fossi straordinaria a fare una cosa del genere a soli 19 anni, mentre io lo facevo proprio per distruggere quella dannata immagine di eccezionalità dovuta al fatto che ero sannyasin fin da bambina. Quattro anni fa, col Miracle of Love, feci un grosso passo in avanti nel liberarmi di tutto questo. Cominciai con un mucchio enorme di giudizi sui testimoni di Geova, sui discepoli di Somendra o di Muktananda, sugli autisti di autobus del Tennesee, sulle casalinghe di tutto il mondo e sulle svampite ragazzine New Age della California. Pensavo di essere molto più avanzata nel mio cammino spirituale, perché avevo cominciato così presto e perché il mio Maestro era senza dubbio il Maestro dei Maestri, a differenza di certi ciarlatani che queste altre persone seguivano. Ma dopo molta ricerca profonda e l’esposizione di quello che succedeva dentro il mio cuore e nella mia mente – e dopo aver visto tutti gli altri partecipanti di quel gruppo intensivo fare la stessa cosa – quello che trovai, con grande umiltà, fu amore e apprezzamento per la sincerità del desiderio di ricerca che è in ogni anima, non importa poi che aspetto prenda il viaggio esteriore. Sì, sono stata molto fortunata e benedetta in questa vita, ed è anche vero che ho un grosso potenziale, grazie alle opportunità che il divino non smette mai di pormi davanti. Ma utilizzare queste cose per aumentare il mio ego, sentirmi arrogante e speciale a questo proposito, è proprio una maniera sicura per mancare l’obiettivo.

Un altro grande momento di svolta della mia vita fu nel 1992, quando mio padre si suicidò. Non era un sannyasin e, sebbene non ci vedessimo molto, eravamo molto uniti. Quando arrivò ai cinquant’anni, ebbe una crisi di mezza età. Si combinarono insieme diversi elementi – la perdita di grosse somme di danaro, una relazione infelice e il troppo alcol – che lo portarono a una crisi psicotica e a una schizofrenia paranoide. Per due volte lo raggiunsi a Monaco da Pune, per stare un po’ con lui, per amarlo, per condividere con lui quello che avevo capito della meditazione e aiutarlo a vedere che lui non era la sua mente. Feci del mio meglio per mostrargli il mio amore e la mia gratitudine per la vita, per dirgli che la vita serve a crescere e che il suicidio non è una scappatoia, perché poi ci troveremo di nuovo con le stesse sfide da affrontare in un’altra vita. Cercai anche di portarlo da medici per fargli prescrivere medicine. Pensando adesso, in retrospettiva, a quell’esperienza, posso dire che mi ha dato molto e che sono grata di essere stata là a fare tutto quello che potevo per aiutarlo. Ma la lezione straziante che mi ha dato fu il vedere proprio la mia impotenza ad aiutarlo. Io non potevo dargli le esperienze della mia vita, non potevo fargli desiderare di vivere, e non potevo salvarlo, evitandogli di uccidersi.

Questo fatto mi distrusse. Mi fece vedere le parti di me che non sono in effetti delle radicate verità spirituali, ma semplicemente cose che ho imparato a dire perché ho ascoltato Osho. La verità è che io non ho mai dovuto affrontare quel tipo di sconforto, paura, disperazione e dolore con i quali mio padre e molti altri in questo mondo hanno dovuto convivere.

Dopo la sua morte – avevo 23 anni – sentii che ero cresciuta, che avevo superato il mio innocente, ma ingenuo approccio alla vita. Vidi che, anche se in minor quantità, avevo anch’io le stesse qualità di autodistruzione, di disperazione rispetto al mio potenziale spirituale, così come le stesse tendenze alla dipendenza, le paure irrazionali e la sfiducia verso la gente e il mondo. E capii che se le circostanze della mia infanzia fossero state piene di violenza, povertà e abbandono, come erano state le sue, e fossi cresciuta senza permettermi mai di piangere, sarei potuta diventare molto simile a lui. Il rendermi conto di questo creò una profondità che prima mancava alla mia parte gioiosa e positiva.

Da allora la mia ricerca della verità è diventata molto cosciente. Il mio sogno è soddisfare questo impossibile desiderio che mi porto nel cuore di trovare la libertà, di sapere che ho fatto tutto quello che mi era possibile, così che quando verrà il momento della mia morte non sarà un momento di grande amarezza e delusione, ma di appagamento e di gratitudine.

Dopo aver fatto il Miracle of Love, ho portato a Pune la mia passione per quel gruppo e per la mia strada. Ho aiutato Rafia e Turiya e una squadra di altri a costruire The Path of Love, un lavoro simile, ma basato su Osho. Il mio lavoro, piuttosto impegnativo, consiste nel sostenere i partecipanti e va ad attingere da tutto quello che ho imparato nella mia vita con Osho. Non che io abbia fatto dei training di terapia, ma è proprio questo che lo rende così speciale per me – devo fidarmi del fatto che ho qualcosa da condividere. E l’aver fiducia in questa cosa, esporla, parlarne, viverla, mi ha fatto apprezzare Osho più che mai.

Proprio di recente mi chiedevo se potevo organizzare qui un gruppo per adolescenti. Quegli anni sono un tempo così prezioso, e io spero che Pune dia più sostegno e ispirazione ai giovani ricercatori, come succedeva quando ero adolescente io... non tanto tempo fa. Quello che ho scoperto è che non solo sono una ricercatrice intensa, ma che sono e sono sempre stata una devota... mi piace questa parola. Una devota di Osho, una devota di dio. Mi ricordo che persino quando avevo otto anni, la cosa che mi piaceva di più era cantare canzoni d’amore per Osho durante il Music Group. E quando avevo 14 anni, mi piaceva fare il Gachchami inchinandomi al mio Maestro e al divino.

Non lo avrei mai ammesso, perché allora non era trendy. Ora quella parte per me è molto preziosa e ho sempre di più fiducia che le sua mano tiene stretta la mia, e io sono in cammino verso casa.

 

 

 

Una storia d’amore non di questo mondo

di Ma Deva Priya

 

La mia storia d’amore con Osho è cominciata quando ero bambina. Sento davvero che non fu un puro caso se nacqui in una casa dove Osho era tanto amato. Sono sicura che scelsi i miei genitori. Il giorno in cui mia madre, Neelam, seppe di essere incinta, fu lo stesso giorno in cui incontrò Osho per la prima volta. Entrambi i miei genitori si innamorarono di lui. Mamma cominciò a meditare mentre ero nel suo grembo

Osho mi vide per la prima volta quando avevo quattro mesi. Non me lo ricordo, ma ho sentito dalla mamma che mi ha guardata e le ha detto: “È la mia bambina. Mi prenderò cura di lei.” Mi chiamò Priya, che, lui spiegò, vuol dire “l’amata”. Ho dei vaghi ricordi di essermi seduta in braccio a lui, a giocare con la sua barba e tirargli i peli del petto. In quella posizione ricordo di essermi sentita molto sicura e calda. A quell’epoca un gruppo di persone – un kirtan mandali – viaggiava con lui quando teneva i campi di meditazione in giro per l’India. Avevo quattro anni, quando questo gruppo venne a stare a casa mia, ed era la prima volta che mi trovavo fra abiti arancioni e mala.

Quando cantavamo e ballavamo il kirtan per strada, sembravano veramente divini, come se fossero posseduti dall’ignoto. I loro volti splendevano di libertà, devozione, beatitudine ed estasi. Radiavano una tale luce… qualcosa di cui mi innamorai pazzamente. Con questo gruppo sviluppai un profondo legame, che ancora continua.

Studiavo nella scuola di un convento cristiano, a quei tempi la scuola migliore della mia città. A casa era esattamente l’opposto. Ho dei bellissimi ricordi della mia casa: era una casa piena d’amore, di senso estetico e di meditazione, dove si potevano sentire continuamente i discorsi di Osho. Guardavo la foto di Osho e sentivo una profonda nostalgia dentro di me. Era come se questo desiderio fosse non solo di questa vita, ma avesse radici in altre vite precedenti. Non ho mai saputo dare un nome a questo sentimento o spiegarlo a nessuno dei miei amici di scuola. Lo tenevo per me. Il contrasto fra scuola e casa continuò ad aumentare man mano che crescevo.

Durante le vacanze andavo a Pune. Ricordo il mio primo darshan con Osho. Avevo sei anni. Toccò il mio terzo occhio con forza e molto a lungo. Non disse neppure una parola. Fu una forte trasmissione di energia che non aveva espressione verbale.

Prima di ogni periodo di vacanza, mamma mi chiedeva: “Andiamo a Pune anche questa volta, o andiamo da qualche altra parte, tanto per cambiare?” La mia risposta era sempre: “Pune”. Contavo i giorni che mancavano per essere di nuovo davanti a lui. A sette anni presi il sannyas. Fu una cosa molto spontanea e naturale. Mi trovavo all’energy darshan della sera, con mia madre e mio padre, Amarjeet, proprio vicino a me. Osho stava parlando con qualcun altro, quando all’improvviso mi alzai e dissi: “Bhagwan, voglio prendere il sannyas.” I guardiani corsero verso di me, perché avevo disturbato tutti. I miei genitori erano scioccati. Avevo dimenticato tutte le mie buone maniere. Osho mi chiamò e disse: “E così, ora la mia piccola Priya vuole prendere il sannyas.” Io gridai forte: “Sì!” Poiché non ero nella lista di quelli che prendevano il sannyas, Laxmi dovette affrettarsi ad andare a prendere un mala per me (era così lungo che me lo dovetti girare due volte intorno al collo). Osho mi disse: “Mi piace il tuo nome, Priya, così, da ora in poi ti chiamerai Ma Deva Priya, che vuol dire l’amata del divino.” Mi diede una bella scatoletta di legno – che sapevo contenere qualche suo capello – e disse: “La notte, dormi con questa scatoletta sul tuo cuore. Sarò sempre lì con te.” Mi sentii così vicina a lui. Fu allora che cominciò il mio viaggio di sannyasin.

A scuola le cose andavano sempre peggio per me. Potevo vedere la gelosia, la competizione e il costante confronto fra compagni. Potevo vedere cose che nessuno della mia età sarebbe mai riuscito a capire. Cominciai a sentirmi molto infelice. Mi sentivo completamente disadattata nel mondo.

E poi venne il Ranch, che considero il più bel periodo della mia vita. Allora avevo dodici anni. Sentivo che là mi espandevo. Imparai tantissimo, cose che non avrei mai potuto imparare in nessuna scuola. A mio padre non piaceva il Ranch; voleva andarsene, il che voleva dire che i miei si sarebbero separati, Osho aveva immaginato che sarei andata con mio padre, a cui ero molto attaccata. E fu molto sorpreso della mia decisione di restare al Ranch – anche se la mamma avesse deciso di partire. Fui molto chiara nell’esprimere questa mia decisione. Credo di aver colpito anche Osho, visto che raccontò il fatto, tre anni dopo, in un discorso.

Il primo anno Osho veramente si prese cura di me. Spesso durante il drive-by (il giro che faceva tutti i giorni per la comune fra ali di sannyasin che celebravano) fermava la macchina per darmi dei regali. Una volta mi ha dato un assortimento di spazzolini da denti che facevano una musichetta mentre ti lavavi i denti. Un’altra volta mi ha dato un orologio Omega d’oro. La terza volta ebbi un giocattolino e quel drive-by fu ripreso per il video “The Way of the Heart”. E io quel giorno non ero neppure nella lista di quelli che dovevano ricevere regali. Mi ero messa nella fila di persone che aspettavano lì, perché avevo visto che c’era la mamma. Mentre lui dava regali in giro, sentii una vocina dentro di me, che diceva: “Bhagwan, e io? Mi vedi che sono qui?”. Allora vidi il suo dito che mi indicava, facendomi segno di avvicinarmi. Fui così commossa e sorpresa di come lui potesse leggermi nel pensiero! Mi attaccai moltissimo al Ranch – credevo che sarebbe stata la mia casa per sempre. Purtroppo, invece, anche quello doveva finire. Nel mezzo della notte mi comunicarono che ero una di quelli che partivano con Osho il mattino dopo per ritornare in India. Mi ricordo che quella notte guardai il Ranch con occhi diversi. Ero felice perché sarei stata con Osho, ma triste di lasciare i miei amici e il bellissimo Ranch.

E tornammo in India a Kulu Manali. Avevo sedici anni, la più giovane di tutti. Là eravamo pochissimi a prenderci cura di Osho. Spesso ero attorniata dalla stampa e dai fotografi. Furono giorni speciali per me: la situazione era di grande intimità. Ero solita fare a lui le domande sulle confusioni che avevo a quell’età. Lui aveva cominciato a tenere i discorsi di mattina presto. Per alcuni giorni non ci andai: dormivo. Arrivò il messaggio: “Dite a Priya di non essere così pigra. Deve venire al discorso tutte le mattine.” Era dura riuscire a sfuggirgli.

Osho volle che tornassi da mio padre e che cominciassi a studiare. Ci andai e tornai dopo una settimana, in lacrime. Mio padre si era risposato e la matrigna non era ben disposta verso di me. La mia casa non era più la stessa. Sfogai tutti i miei malumori con Osho, ma non ottenni nulla. Lui sorrideva e diceva, “Priya, se tutto va secondo i tuoi desideri, non imparerai mai niente. Qualche volta, nella vita, devi fare cose che non desideri fare. Solo allora cresci.” Piansi, ma capii. Era doloroso essere separata da lui. Lui andò a fare il suo giro del mondo e io tornai a studiare, vivendo in un ostello vicino a dove abitava mio padre. A volte mi sentivo tradita da Osho, tanta era la confusione in cui mi trovavo. E, d’altra parte, sapevo che non poteva portarmi con lui. Lui stesso non aveva una casa.

Quando era in Grecia, mandò un messaggio a mio padre, chiedendo: “Come sta Priya? Dovrebbe studiare e fare esattamente quello che suo padre vuole che faccia.” Fui felice che avesse pensato a me, mentre era in Grecia, ma non mi piacque che dicesse che dovevo fare esattamente quello che mio padre voleva che facessi. Lo capii, molti anni dopo, quando lo spiegò alla mamma: “Volevo che Priya si riavvicinasse al padre. Lui poteva soddisfare tutti i desideri di quell’età. È bene che lei abbia una sana relazione col padre, perché altrimenti l’avrebbe cercata per tutta la vita nei suoi amori. E inoltre suo padre aveva una profonda ferita, per avervi lasciate entrambe. Chi guarirà la sua ferita? Lei sarà un ponte che gli permetterà di raggiungermi di nuovo.” La mia mente immatura non avrebbe mai potuto capirlo.

Quando Osho venne a Bombay, scappai da scuola e venni a trovarlo. Avevo perso l’orologio d’oro che mi aveva regalato al Ranch. Mi sentivo molto abbandonata e persa nel mondo. Volevo essergli vicina fisicamente. Così, ancora una volta sfogai con lui tutti i miei malumori. Piansi e me la presi con lui. Lui sorrise e chiese a uno dei sannyasin di Bombay di comprarmi il più bell’orologio che ci fosse. Il giorno dopo mi dette quell’orologio e disse: “Priya, torna indietro. Io sono sempre con te.” Col cuore a pezzi, ma almeno con un orologio nuovo, partii.

Quando Osho venne a Pune e la Comune ricominciò, sapevo che ora non lo avrei lasciato. Anche se me l’avesse chiesto, non lo avrei ascoltato. Questo mi era molto chiaro. Incaricai la mamma di dargli il mio messaggio. Prima che lei potesse aprir bocca, Osho disse: “Adesso Priya può stare qui. Studierà a Pune e vivrà nell’ashram. Dalle una stanza nell’ashram, a partire da oggi. Sono io che la invito. Priya ha imparato quello che volevo che imparasse. Aveva perso di vista il mondo molto presto. Volevo che conoscesse le miserie del mondo e che dopo venisse qua per arricchirsi della sua esperienza.”

Scelse lui il college e tutti i miei corsi. Con mia sorpresa riuscii molto bene: ero la prima dell’università. Gli mandai il libretto coi voti perché ero molto orgogliosa di me. Osho lo guardò e disse a mia madre: “Neelam, te l’avevo detto, è la mia bambina. Mi prenderò cura di lei. Vorrei che vedesse entrambi i mondi insieme. Dovrebbe prendere tutte le lauree del mondo e nello stesso tempo mantenere la qualità della meditazione. È questo l’uomo nuovo di cui parlo – ricco in ogni dimensione.”

Avevo 21 anni quando Osho lasciò il corpo. I miei anni con Osho non sono stati solo una vita qualsiasi. Sento di aver vissuto molte vite in questi 21 anni. Ora ne ho 28 e continuo a far parte della Comune, come prima. Qualche volta mi manca Osho, ma, per me, lui è sempre stato più una presenza che una persona. La mia storia d’amore con lui continua a crescere. Non ha fine.

Non è una storia di questo mondo.

 

Liberamente tratto da Viha Connection 97/98

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La scelta di essere felice

Fin da bambini se manifestiamo la nostra gioia, nessuno si cura di noi, o addirittura provochiamo reazioni di fastidio. Quando siamo infelici invece riceviamo molte attenzioni. Ecco perché l’infelicità è diventata un’abitudine.

 

 

Amato Osho,

ci hai raccontato una volta la storia di un vecchio che aveva più di cent’anni. Un giorno era il suo compleanno, gli domandarono perché era sempre felice. Il vecchio rispose: “Ogni mattina quando mi sveglio posso scegliere di essere felice o infelice, e scelgo sempre di essere felice.”

Com’è che di solito scegliamo l’infelicità? Come mai non siamo consapevoli di poter scegliere?

 

È uno dei problemi umani più complessi e va considerato attentamente. E non è affatto un problema teorico – è una cosa che ti riguarda direttamente.

È così che si comportano tutti – fanno sempre la scelta sbagliata. Scelgono sempre la tristezza, la depressione, l’infelicità. Ci devono essere ragioni profonde – e ce ne sono.

Innanzitutto il modo in cui alleviamo i bambini gioca un ruolo importante. Se sei infelice ci guadagni qualcosa, ci guadagni sempre qualcosa. Se invece sei felice, ci perdi sempre. Fin dall’inizio un bambino intelligente comincia ad avvertire questa distinzione. Ogni volta che è infelice tutti si prendono cura di lui, tutti gli vogliono bene, gli danno amore e non solo: ogni volta che è infelice diventano tutti premurosi e gli prestano attenzione. L’attenzione è cibo per l’ego, uno stimolante molto alcolico. Ti dà energia: senti di essere qualcuno. Di qui il desiderio, il grande bisogno di attenzione. Se tutti ti guardano, ti senti importante, ma se nessuno ti guarda, senti di non esistere, non sei più, sei diventato un non essere. Il fatto che la gente ti guardi, che si prenda cura di te, ti dà grande energia.

L’ego esiste in relazione agli altri. Più gente ti presta attenzione più hai ego. Se non ti guarda nessuno l’ego sparisce. Se si dimenticano di te come fa l’ego a esistere? Come fai ad accorgerti che ci sei? Di qui il bisogno di società, di associazioni, di club... Il Rotary, il Lions, le logge massoniche esistono solo per dare attenzione alla gente che altrimenti non ne riceverebbe.

È difficile diventare presidente della repubblica, è difficile diventare il sindaco di una città. È più facile diventare presidente del Lions Club, in modo da ricevere delle attenzioni. Si diventa molto importanti senza nessuna fatica. E tutti i presidenti del Lions Club e del Rotary Club, si sentono importanti pur non facendo nulla. E la presidenza continua a ruotare – un anno a me, un anno a te: in questo modo vengono considerati tutti quanti! È un contratto, così che tutti possano sentirsi veramente importanti.

Fin dall’inizio il bambino impara a fare politica. E la politica è questa: fa una faccia infelice e tutti ti prestano attenzione, ti danno simpatia. Ammalati e improvvisamente diventi importante. Un bambino malato è un dittatore: tutta la famiglia deve starlo a sentire – il suo volere è legge. Quando è felice nessuno lo sta a sentire, quando è sano nessuno si prende cura di lui, quando sta perfettamente nessuno gli presta attenzione. Così fin dall’inizio scegliamo di essere infelici, tristi, pessimisti... il lato più oscuro della vita. Questo come prima cosa.

La seconda è che se ti senti beato, pieno di gioia, in estasi, sono tutti gelosi di te. Ti sono tutti contro, nessuno ti è amico in quel momento, sono tutti nemici – e così hai imparato a non essere mai contento, a nascondere la tua beatitudine, a non ridere mai, in modo che la gente non ti diventi nemica.

Guardate la gente quando ride: ridono in modo estremamente calcolato. Non è una risata di pancia, non viene dalle profondità del loro essere. Prima ti osservano bene, ti giudicano... e solo allora ridono. Ma ridono solo fino a un certo punto – fino al punto che puoi tollerare, fino al momento in cui cominci a offenderti, fino a quando non diventi geloso. Perfino i nostri sorrisi sono politici. E il riso è sparito, la beatitudine è diventata una cosa sconosciuta. Essere in estasi è diventato quasi impossibile, non è permesso. Se sei infelice nessuno penserà che sei matto. Ma se sei in estasi e balli dalla gioia, penseranno tutti che sei impazzito. Si rifiuta la danza, cantare non va bene: se un uomo è felice pensiamo che qualcosa in lui non vada bene.

Ma che società è mai questa? Se si è infelici tutto va per il meglio: è normale perché siamo tutti infelici, appartiene alla società, è uno dei nostri. Ma se qualcuno va in estasi pensiamo che sia matto – è impazzito. Non è più come noi e ne diventiamo gelosi: è la nostra gelosia che lo condanna. Per questo cerchiamo in tutti i modi di riportarlo all’infelicità di sempre. Quella che chiamiamo “normalità”. E così interverranno gli psicanalisti, gli psichiatri per riportarlo alla normale infelicità.

La società non può permettere l’estasi. L’estasi è la più grande rivoluzione possibile.

Lo ripeto: l’estasi è la più grande rivoluzione possibile. Se la gente diventa estatica l’intera società dovrà cambiare – perché questa società si fonda sull’infelicità. Se la gente è felice non la potete mandare in guerra – in Vietnam, in Israele, in Egitto. È impossibile. La persona felice si farà una risata e dirà: “No! Questo è assurdo.” Se la gente è felice non si farà ossessionare dai soldi.

Ogni mattina ci troviamo di fronte a una scelta. E non solo ogni mattina – in realtà ogni momento si può scegliere fra felicità e infelicità. E tu scegli sempre di essere infelice – poiché è diventato un investimento. Scegli sempre di essere infelice: è diventata un’abitudine, un riflesso condizionato. Hai sempre fatto così. Sei diventato molto efficiente; l’infelicità è diventata il tuo percorso obbligato. Nel momento in cui la mente deve scegliere, sceglie sempre l’infelicità.

Sembra che l’infelicità sia in discesa e l’estasi in salita. L’estasi sembra difficile da raggiungere, ma non lo è. La realtà è proprio il contrario: l’estasi è in discesa e la miseria in salita. L’infelicità è difficile da ottenere ma voi ci siete riusciti, siete riusciti nell’impossibile – perché l’infelicità è contro natura.

Nessuno vuol essere infelice e tutti lo sono.

La società ha fatto un buon lavoro. L’istruzione, la cultura, le istituzioni, i genitori, i maestri – hanno fatto davvero un bel lavoro: hanno trasformato in miserevoli creature degli esseri estatici. Ogni bambino nasce in estasi. Ogni bambino quando nasce è un dio – e ogni uomo che muore, muore pazzo.

Se non guarisci, se non recuperi la tua infanzia, non riuscirai a diventare la nuvola bianca di cui sto parlando. Questo è il tuo sadhana, il tuo lavoro – recuperare l’infanzia, riconquistarla. Se puoi essere di nuovo come un bambino... solo allora non ci sarà più infelicità.

E non voglio dire che per un bambino non ci sono momenti di infelicità – ce ne sono. E tuttavia non c’è infelicità. Cerca di capire.

Un bambino può essere infelice, intensamente infelice in un momento, ma è così totale nella sua infelicità che non c’è divisione, non c’è separazione tra lui e l’infelicità. Il bambino non guarda la sua infelicità e si sente separato, diviso: il bambino è infelicità. È coinvolto con tutto se stesso. E quando ti immergi totalmente nell’infelicità, questa si trasforma … se sei davvero totale anche l’infelicità ha una sua bellezza.

Guardate i bambini quando sono ancora autentici. Quando il bambino è arrabbiato tutta la sua energia diventa rabbia, non trattiene niente, dentro di sé: è diventato la rabbia. Non c’è nessuno in lui che cerca di esercitare controllo. Non c’è mente, il bambino è diventato la sua rabbia. Guardate con quale bellezza questa rabbia fiorisce. E i bambini non sono mai brutti – anche da arrabbiati sono bellissimi; sono solo più intensi, più vitali, più vivi, un vulcano che sta per scoppiare. Un bambino così piccolo, un’energia così grande... un essere così atomico – con un intero universo da esplorare.

E dopo la rabbia il bambino sarà silenzioso; dopo la rabbia il bambino sarà pieno di pace; dopo la rabbia il bambino si sentirà rilassato. A voi potrà sembrare terribile provare tanta rabbia, ma per il bambino non è affatto terribile – il bambino gode della sua espressione di rabbia, si diverte.

Se diventi uno con l’esistenza diventi beato. Ma se te ne separi rimarrai infelice anche di fronte alla felicità.

Questa è comunque la chiave: la separazione dell’ego è il fondamento di ogni infelicità. Unirsi a tutto ciò che porta la vita, lasciarsi trasportare e scorrere così intensamente, così totalmente che non sei più: ti perdi... e allora c’è soltanto felicità.

La scelta è vostra, ma voi ne siete diventati inconsapevoli. Avete fatto sempre la scelta sbagliata ed è diventata un’abitudine così meccanica che la fate automaticamente. Oramai non avete altra scelta.

Diventa consapevole di quello che fai. Ogni momento, quando scegli di essere infelice ricordati: è per tua scelta. Tenere questo a mente ti sarà di grande aiuto – la consapevolezza che è per mia scelta e che sono io il responsabile e questo è quello che sto facendo a me stesso e che sono io che lo sto facendo, ti farà avvertire immediatamente una differenza: la qualità della mente verrà a cambiare, e ti diventerà sempre più facile muoverti verso la felicità.

E una volta che sai che è una tua scelta, allora tutta la faccenda diventa un gioco. Allora se ti piace essere infelice sii pure infelice, se vuoi star male stai male. Ma ricordati: l’hai scelto tu. E non lamentarti, perché nessun altro ne è responsabile: è la tua commedia, sei tu l’autore dei testi. Se è così che ti piace vivere, se ti piace una vita miserabile, se vuoi passare la tua vita a star male, va bene, hai diritto di scegliere, il gioco è tuo. Lo stai giocando – giocalo bene! Ma allora smettila di domandare alla gente come si fa a non star male – perché questo è assurdo. Allora smettila di andare dai maestri e dai guru a chiedere come si fa a essere felici. I cosiddetti guru esistono a causa della tua stupidità. Sei tu a creare l’infelicità e poi vai a domandare agli altri come si fa a non crearla. E continuerai sempre a crearla, perché non sei consapevole che sei tu stesso a produrla.

Da questo preciso momento cerca di essere felice e beato.

Vi voglio parlare di una delle più profonde leggi dell’esistenza, perché può darsi benissimo che non ci abbiate mai pensato. Avrete sentito parlare – tutta la scienza ne viene a dipendere – della legge di causa ed effetto. Voi create la causa, e l’effetto segue da solo. La vita è un nesso causale. Lasciate che il seme cada nella terra arata, e germoglierà. Se esiste la causa allora l’albero seguirà. C’è una fiamma accesa – ci metti sopra la mano e ti bruci: alla causa è seguito l’effetto. Prendi del veleno e muori. Produci la causa e l’effetto non può che seguire. Questa è una delle leggi scientifiche più importanti, causa/effetto è il nesso più profondo di tutti i processi vitali. Ma la religione conosce un’altra legge, una seconda legge che è ancora più profonda. Questa seconda legge è tale che se non la pratichi e non la sperimenti ti sembrerà assurda.

La religione dice: produci l’effetto e la causa deve seguire. Questo è assolutamente assurdo in termini scientifici. La scienza dice: se è presente una causa, l’effetto seguirà. La religione dice: è vero anche il contrario - crea l’effetto e sta a vedere... la causa seguirà.

Sei in una situazione che ti rende felice. È venuto a trovarti un amico, ti ha chiamato qualcuno che ami; la situazione è la causa – e tu sei felice. La felicità è l’effetto, la causa è l’arrivo dell’amante. La religione dice: sii felice e l’amato arriva. Crea l’effetto e la causa deve seguire. E questa è la mia stessa esperienza, che la seconda legge è molto più importante della prima. L’ho usata e l’ho vista funzionare. Sii felice e l’amante arriva. Sii felice e vengono gli amici. Sii felice e tutto succede come conseguenza.

E non è solo che tu semini e l’albero cresce – perché una volta che c’è l’albero vi sono milioni di semi. Se la causa è seguita dall’effetto, l’effetto è seguito a sua volta dalla causa. È questa la catena. E allora diventa un circolo, puoi cominciare da dove vuoi – creare la causa o l’effetto...

E io vi dico: è più facile creare l’effetto – perché l’effetto dipende soltanto da voi, mentre la causa può non dipendere da voi. Se dico che sono contento solo in compagnia di un amico, la mia felicità dipende dall’amico... se lui c’è o non c’è. Se dico che non posso essere felice finché non ho un sacco di soldi, la mia felicità dipende da situazioni esterne – che possono anche non verificarsi, per cui io non posso più essere felice.

La causa è aldilà di me, l’effetto è dentro di me, la causa è in quello che mi circonda, nelle situazioni – la causa è fuori. L’effetto sono io stesso! Se posso creare l’effetto, la causa seguirà. Scegli la felicità – questo significa scegliere l’effetto – e poi sta a vedere quello che succede... Scegli l’estasi e sta a vedere... scegli la beatitudine e sta a vedere… La tua vita viene immediatamente a cambiare – cominciano ad accadere miracoli. Perché ora hai creato l’effetto e le cause dovranno seguire.

Sembrerà una magia: puoi anche chiamarla “legge della magia” se ti piace. La prima è la legge della scienza e la seconda quella della magia.

La religione è magia – e tu puoi essere un mago. E questo vi insegno: a essere maghi, e conoscere i segreti della magia. Provaci! Hai sperimentato l’altra possibilità per tutta la vita – e non solo in questa vita, ma anche in tante altre. Adesso stammi a sentire! Prova questa formula magica, questo mantra: crea l’effetto e sta a vedere... le cause seguono immediatamente, ti circondano. E non stare ad aspettare le cause, hai aspettato abbastanza. Scegli la felicità e sarai felice.

Che problema c’è? Com’è che non potete scegliere? Com’è che non sapete far funzionare questa legge? Perché la vostra mente, tutta la mente, condizionata com’è dal pensiero scientifico, dice che se non siete felici, e provate a esserlo sarà una felicità artificiale; che se non siete felici, e cercate di esse felici sarà solo una recita, non sarà un’esperienza reale. Questo è ciò che dice la scienza: che non sarà reale, sarà solo una recita.

Ma tu non sai... L’energia della vita ha le sue vie segrete: se sai recitare totalmente, la recita diventa realtà. L’unico requisito è che l’attore sparisca, sii totale così che non ci sia più differenza. Se reciti a metà, tutto rimarrà artificiale. Se ti dico di danzare, cantare ed essere estatico e tu ci provi solo a metà, solo per vedere quello che succede e nel profondo te ne stai a guardare e continui a pensare: “È tutto artificiale, ci sto provando ma la cosa non succede, non mi sento spontaneo”, allora sarà solo una recita, una perdita di tempo. Se ci provi, prova con tutta la tua intensità, con tutto il cuore. Non rimanere lì a guardare, entraci dentro, diventa la recita. Dissolvi l’attore nella rappresentazione e sta a vedere: la recita diventa reale. E allora sentirai che è un fatto spontaneo: non l’hai creata tu, è qualcosa che è semplicemente successo. Ma se non sei totale non succede; crea l’effetto, immedesimati totalmente e osserva i risultati.

Non ti sto parlando di una teoria o di una dottrina. Sii felice e in quel culmine di felicità vedrai che tutto il mondo è felice con te.

C’è un vecchio detto: piangi, e piangerai da solo, ridi e tutto il mondo riderà con te. Anche gli alberi, i sassi, la sabbia, le nubi, se sai creare l’effetto ed essere estatico, danzeranno con te. E allora l’intera esistenza sarà danza e celebrazione. Ma dipende da te – se sai creare l’effetto. E io ti dico che lo puoi creare. È la cosa più facile del mondo. Sembra difficile solo perché non ci hai ancora provato. Provaci!

 

Tratto da:

La Mia Via, la Via delle Nuvole Bianche #3

Edizioni Mediterranee

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Ko Hsuan

Riflessioni di un insegnante dell’Osho Ko Hsuan school

 

 

Circa dieci anni fa ho lavorato per un po’ in una scuola speciale del Kent, in Inghilterra. Mi occupavo principalmente di bambini provenienti da situazioni socio-familiari particolarmente difficili – bambini di famiglie separate, orfani, questo genere di cose.

Dopo un po’ la situazione mi parve senza speranza, quello che facevo io non aveva praticamente alcuna importanza, vedevo chiaramente come la società produceva tutti quei bambini disadattati, quasi come in una fabbrica.

Noi dovevamo cercare di contenerli in qualche modo, di impedir loro di autodistruggersi, finché non raggiungevano un’età tale che il sistema non ne fosse più responsabile. A quel punto venivano buttati fuori nel mondo, dove la metà di loro finiva in prigione. Era un’esperienza piuttosto deprimente.

In quel periodo vidi che anche le scuole normali, in modo più subdolo, assolvono lo stesso compito – sono solo che fabbriche per produrre robot. L’unica differenza è che dalle scuole normali ci si aspetta una produzione di robot utilizzabili, mentre le scuole speciali si occupano dei modelli difettosi.

Dopo essere diventato sannyasin, scoprii che mi interessava molto la visione di Osho sull’educazione dei bambini, volevo esplorarla e scoprirne le particolarità.

La prima cosa che salta agli occhi è che alla scuola Ko Hsuan, i ragazzi sono liberi. Non si trovano qua, perché devono starci – ci sono, perché lo vogliono loro. Può darsi che non gli piaccia tutto della scuola, ma, in generale, è una loro scelta. E questo crea una grande differenza. Questi ragazzi hanno anche scelto di vivere lontano da casa, di vivere con altri ragazzi, così che possono crescere nella loro individualità e non essere così ostacolati o limitati come se vivessero da soli coi loro genitori, in una piccola casa da qualche parte. Questo fatto dà loro una libertà enorme.

In una scuola normale, le regole sono fissate dall’autorità adulta, e gli allievi non hanno diritto di dire niente in proposito.

A Ko Hsuan gli adulti decidono quello che si deve fare, ma dopo si devono convincere i ragazzi, così che comprendano veramente la necessità di quella certa cosa. E se non si trova un accordo, se i ragazzi non l’approvano, allora vuol dire che non va bene e la proposta viene lasciata cadere. Ovviamente ci sono delle esigenze legali che vanno comunque rispettate.  In questo caso non c’è possibilità di scelta, né per gli adulti, né per i ragazzi. Ma, a parte questo, cerchiamo un accordo coi ragazzi su tutto... come per l’ora in cui andare a letto, frequentare le lezioni, fare dei lavori al mattino, aiutare nel preparare la cena e molto altro ancora. Loro capiscono che queste cose sono necessarie per la nostra vita insieme e per il funzionamento generale.

Capiscono anche che se queste cose non succedessero, allora la scuola si sfascerebbe, non ci sarebbe da mangiare, niente abiti puliti, e così via.

Una volta è capitato che non ci fossero vestiti puliti per i ragazzi, perché loro non volevano portare la roba sporca alla lavanderia all’ora giusta. Ma neppure ai bambini piace andare in giro troppo a lungo con i vestiti sporchi! Fino a quel momento non avevano realmente capito quanto fosse importante, era qualcosa che avevano dato per scontato: in qualche modo la loro roba veniva lavata.

Così fu necessario sederci insieme e spiegare che se loro non lo facevano, non si poteva lavare niente. In questo modo la motivazione proviene da loro, viene dalla loro comprensione e non c’è bisogno di fare delle prediche.

Un altro esempio: se vogliono uscire la sera, devono tornare a una certa ora. Ai ragazzi più grandi viene permesso di uscire, ma devono essere di ritorno per le 11 e non possono andare troppo lontano senza farci sapere dove sono. Spesso questo a loro non piace – tipico, in realtà, degli adolescenti – con la differenza, però, che loro lo capiscono. Cioè, capiscono che questo fa parte del nostro prenderci cura di loro. Capiscono altrettanto bene che quello che abbiamo qui a Ko Hsuan è molto prezioso e delicato, e che vale la pena fare qualcosa per conservarlo. Abbiamo la nostra piccola isola di Osho, ma dobbiamo funzionare nel mondo normale e avere a che fare con quella realtà. Dal punto di vista del profitto scolastico, agli esami abbiamo voti molto alti. Non ho dati aggiornati, ma l’ultima volta che ho controllato eravamo fra le dieci migliori scuole d’Inghilterra, per i nostri risultati agli esami. Per me la cosa più sorprendente è che questi ragazzi non si attaccano mai a niente. Si muovono velocemente fra le situazioni e gli stati d’animo e questa è una cosa molto piacevole, che ristora. È come se fossero continuamente in movimento e per noi adulti qualche volta è difficile la gestione del posto, perché non può esserci un sistema fisso. Per me può diventare molto stressante, ma è una gioia vedere come questi ragazzi abbiano pochissimi condizionamenti sociali. Con loro posso vedere che quello che dice Osho si sta effettivamente avverando, e questa è la cosa più bella. Così ho bisogno di ritrovare anche in me quella stessa parte, anche se allo stesso tempo cerco di gestire le cose ed essere un adulto. Devo restare in contatto coi ragazzi, con questo modo di essere liberi, selvaggi, spontanei e non seri. Per esempio, una volta avevo un sacco di lavoro da fare in ufficio e i ragazzi volevano che li aiutassi con i compiti di matematica. Non era ora di lezione, ma loro volevano che li aiutassi e io mi sentivo veramente stressato; insomma, non so con quale stratagemma mi convinsero a restare con loro. Quando però finii di aiutarli a fare i compiti, mi scoprii totalmente rilassato, perché avevo dovuto dimenticare tutti i problemi dell’ufficio che prima mi giravano per la testa. Ero stato trascinato nella loro energia e questo mi aveva totalmente rilassato – era bastato stare con loro.

Avevano reso molto divertente tutto quello che stavano studiando. Sebbene fosse matematica, l’avevano fatta diventare piacevolissima e, con mio grande stupore, la cosa mi aveva ritemprato. Tornai così in ufficio a occuparmi del lavoro amministrativo col quale avevo combattuto fino a poco prima, trovandolo, in fondo, molto semplice.

Ma è una continua sfida cercare di stare in sintonia con quel modo di fare e non ritornare alle vecchie abitudini da adulto di voler controllare e gestire.

Credo che la paura della maggior parte degli insegnanti, se si trovano in una situazione come quella, sia di non riuscire a controllarla. Si appoggiano a regole e strutture per mantenere il controllo. Ma nella nostra scuola, se gli insegnanti non riescono ad abbandonare i loro ruoli fissi, di solito non durano a lungo.

Quando arrivai alla scuola, all’inizio mi vedevo come un ‘insegnante’ che doveva “insegnare” a questi ragazzi... con la responsabilità della loro ‘istruzione’. Era una tale costrizione e io ero così teso, che i ragazzi non facevano altro che polemizzare e litigare con me, perché ero troppo serio. Finché non mollai questo atteggiamento, non riuscii a mettermi effettivamente in contatto con loro. E loro non mi accettarono, finché, appunto, io non lasciai perdere le mie remore.

Prima dovetti connettermi con loro e creare veramente un’amicizia fra noi, un contatto di cuore. Da quel punto in poi, l’insegnamento avvenne spontaneamente.

 

Swami Vimal Riktam

 

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MAI NATO

MAI MORTO

 

“Così tante persone mi hanno chiesto di scrivere la mia autobiografia. È molto difficile, perché la persona della quale dovrei scrivere non sono io. Qualsiasi cosa io sia adesso non ha storia. Non c’è storia dopo quella esplosione di consapevolezza, non ci sono più eventi. Tutti gli eventi erano prima dell’esplosione. Dopo c’è solo il vuoto. Qualunque cosa esistesse prima non sono io, non mi appartiene più.”

Osho

 

 

I fatti e la verità.

Scrivere la biografia di un maestro è come voler raccogliere una sequenza di immagini tratte dalle forme delle nuvole e volerne raccontare una storia.

Tra le decine di migliaia di persone che hanno incontrato Osho, è quasi impossibile trovarne due sole che siano d’accordo su chi egli sia e che cosa rappresenti.

Tutti ne hanno data un’interpretazione totalmente diversa, sicuri di aver notato cose che altri non hanno visto, e di riportare fedelmente ciò che avevano provato in sua presenza. Inoltre, tutti coloro che l’hanno conosciuto, leggendo ciò che altri hanno scritto di lui, avvertono sempre che il bersaglio è stato mancato.

E forse l’unica certezza, in questa difficoltà a comprendere come egli percepisca e viva il tempo e lo spazio, è data dal suo continuo presentarsi al di là di fatti ed eventi cronologici, e di qualsiasi elemento generalmente usato per stendere una biografia.

 

“I fatti rappresentano la verità letta con inconsapevolezza. È verità vista con cecità, con gli occhi chiusi, senza intelligenza, in maniera non meditativa. In questo caso la verità si trasforma in fatti. Vi faccio un esempio: incontri un buddha. Se lo guardi con inconsapevolezza, è un fatto, un fatto storico. È nato in un giorno ben preciso, e un giorno morirà. È il corpo che sei in grado di vedere, è una persona con una determinata personalità. La storia ne può prendere atto; ma se lo guardi non in modo inconsapevole, ma con profonda consapevolezza, con attenzione, con immensa lucidità, in silenzio allora il fatto si dissolve, e appare la verità.

In questo caso il buddha non è più qualcuno nato in un determinato giorno, il buddha è qualcuno che non è mai nato e che mai morirà. In questo caso il buddha non è più il corpo; il corpo diventa un semplice involucro. Il buddha non è più l’essere limitato che ti appare, buddha rappresenta la totalità, il tutto; in questo caso è un raggio dell’infinito, un dono dell’aldilà fatto alla terra. In questo caso, improvvisamente il fatto è scomparso, ora è presente la verità. Ma la storia non ne può prendere atto, perché la storia è composta di fatti.

In India abbiamo due metodi ben distinti. Il primo viene chiamato storia: prende nota dei fatti. L’altro è detto purana, è mitologia: prende nota della verità. Non abbiamo una storia che parli di Buddha, Mahavir, Krishna: sarebbe infangare qualcosa di meraviglioso, trascinandolo nella torbida inconsapevolezza dell’umanità. Di queste persone tramandiamo mitologie scritte.

Cos’è la mitologia? È una parabola, che si limita a indicare la luna, è un segno, una freccia, che non dice nulla. E la mitologia sarà inevitabilmente poetica, perché solo la poesia può offrire intuizioni dell’ignoto.

Si tramanda che ovunque, al passaggio di Buddha, gli alberi fiorivano fuori stagione. Questa è poesia, poesia pura. Non è mai accaduto come fatto storico. Ma dimostra qualcosa, e non vi è altro modo per parlarne.

Si dice che quando Maometto viaggiava sotto il sole ardente del deserto, una nuvoletta, una nuvola bianca, lo seguiva e lo proteggeva dall’arsura, come un ombrello. Questa è poesia, splendida, ma non è certamente un fatto storico. Un uomo come Maometto è protetto dall’esistenza. Un uomo come Maometto è protetto dall’esistenza fin nei minimi particolari. Chiunque si è arreso all’esistenza, sarà inevitabilmente protetto dall’esistenza stessa. Chi ha una fiducia totale non può non essere preso sotto la protezione dell’esistenza. Per esporre questa verità è stata creata la metafora della nuvola che segue Maometto ovunque vada.

Gesù morì sulla croce, e dopo tre giorni risorse. Questa è poesia, non è storia. Non è un fatto, è la verità. Si afferma semplicemente che chiunque muoia in contatto con l’esistenza consegue la vita eterna. Chiunque sia pronto a morire risorge a un altro livello esistenziale. Questi esseri perdono il corpo fisico, ma conseguono il corpo luminoso. Non sono più parte della terra, ma sono parte del cielo. Scompaiono dalla dimensione del tempo e compaiono nella sfera dell’eternità.

Questi non sono fatti. Sono verità simboliche.

Qualsiasi cosa vedi intorno a te, è un fatto. Vedi un albero, carico di fiori e di foglie: è un fatto. Ma se mediti, e un giorno all’improvviso i tuoi occhi si aprono, si aprono sul reale, allora l’albero non sarà più un semplice albero e il verde sarà solo il manifestarsi di dio in quanto verde, e la linfa che scorre nel tronco, fino alle foglie, sarà un fenomeno spirituale. Se un giorno riuscirai a vedere l’essere dell’albero, la divinità dell’albero, esso diventerà solo una manifestazione del divino, e tu ne avrai vista la verità.

Per percepire la verità occorrono occhi meditativi. Se non li hai, l’intera vita è grigia, spenta, composta solo di fatti morti, privi di relazione tra di loro, accidentali, privi di significato, un fenomeno prodotto dal caso. Se invece vedi la verità, tutto ha un senso, tutto si unisce in una armonia, tutto inizia ad avere significato. Ricordalo sempre: il significato è l’ombra della verità, e quanti vivono solo coi fatti, vivono una vita assolutamente insignificante”. (1)

Raramente Osho ha parlato di sé, dei fatti che compongono la sua vita, ma a un certo punto lui stesso dovette costruire una mitologia, delineare una visione esoterica, che in seguito egli stesso smitizzò.

A quanti ancora non conoscono i metodi di questo maestro così misterioso, anche se mai troppo serio, ricordiamo pertanto che questa biografia è una leggenda, un mito.

Ogni episodio deve essere sperimentato come una complessa interrelazione tra verità e fatti e, speriamo, possa essere un ponte tra la realtà sconosciuta del maestro e la realtà in cui viviamo.

 

I primi sette anni.

Rajneesh Chandra Mohan nacque l’11 dicembre 1931 a Kuchwada, un villaggio del Madhya Pradesh (India), dove vivevano i suoi nonni; primogenito in una famiglia diventata poi numerosa - sei fratelli e cinque sorelle.

La famiglia era di tradizione giainista, una comunità austera ma ricca. Il padre aveva un negozio di stoffe e vestiti nella vicina città di Gadarwara, un vivace centro commerciale per tutta la regione.

 

La sua nascita rivelò subito segni insoliti, che più tardi vennero messi a fuoco da Osho stesso.

Come ricorda la madre, Saraswati: “Per tre giorni non prese il latte. Io ero preoccupatissima, ma non sapevo cosa fare. Mia madre mi era vicina e si prese cura del piccolo. Lo nutrì con acqua, e mi disse di non preoccuparmi. Il quarto giorno, dopo che mia madre gli fece un bel bagno, il piccolo iniziò a lasciarsi allattare. In quei tre giorni non mostrò alcun segno di denutrizione, rimase sempre sano e quieto.”

Fu Osho a spiegare il segreto di questa circostanza insolita, e a spingere molti suoi discepoli a chiedersi quante volte in passato l’avessero conosciuto, quante volte avesse già toccato le loro vite, e in che modo avesse già modellato i loro destini. Non ci si può chiedere perché quest’uomo, nei secoli, amò viaggiare su molti sentieri di conoscenza, senza mai fissarsi su uno in particolare, ma appare chiaro che per molte volte si avvicinò al termine del suo viaggio, solo per voltare le spalle e ributtarsi a capofitto nella ricerca di altri antichi sentieri o di nuove vie appena tracciate.

 

Qualcosa di più preciso si conosce sull’incarnazione che precedette questa: si dice che fosse nato tra alte montagne e che creò una scuola mistica di discepoli, venuti a lui da diverse tradizioni, dopo aver viaggiato su molti sentieri, salendo fino a lui dalle epoche e dai tempi che egli aveva attraversato. Insieme lavorarono come una famiglia e il maestro rimase con loro fino all’età di centosei anni, anno in cui morì.

“Settecento anni fa, nella mia vita precedente, esisteva una pratica spirituale che durava ventun giorni, e che doveva essere compiuta prima della morte. Io avrei dovuto lasciare il corpo dopo un digiuno completo di ventun giorni. Ma non riuscii a completare quei ventun giorni, perché tre giorni prima venni ucciso, e quella pratica di digiuno dovette essere completata in questa incarnazione. Quell’uccisione si rivelò utilissima. Nel momento in cui morii rimanevano ancora tre giorni per la mia realizzazione finale. E i miei sforzi per raggiungere l’illuminazione in quella vita hanno avuto successo solo in questa: ho realizzato dopo ventun anni ciò che sarebbe stato possibile realizzare in quegli ultimi tre giorni. Per ognuno dei tre giorni di quella vita, sono dovuti passare sette anni di questa. Se quel velo si fosse sollevato, mi sarei potuto reincarnare una sola volta. Invece così posso rinascere ancora una volta. Ma questo avverrà solo se avrò la sensazione che sia di qualche utilità. Nel corso di questa vita mi sforzerò di scoprire se un’ulteriore rinascita possa risultare utile, in caso contrario il gioco è finito. In ogni modo quell’omicidio si è rivelato molto utile e prezioso”. (2)

Dopo settecento anni, e dopo aver ultimato il suo viaggio, egli ha preso a richiamare a sé la sua gente, come un pescatore che ritiri le reti a sera. Essi hanno risposto da ogni parte del mondo alla sua chiamata, attratti verso il centro che li rende uniti, per fondersi nella comunità che si stava formando. È la storia del Buddhafield nato intorno a Osho.

Ma per una volta ancora vogliamo poter diluire i fatti in pagine fitte, e lo vogliamo fare prima che lui possa intervenire e spiegare che, nell’oceano, le avventure di una goccia d’acqua diventano insignificanti, lontane, nulle:

“Ora l’intero oceano è mio, non sono più una persona ma una presenza. Il risveglio di un’anima è un cataclisma così sconvolgente che dopo il suo passaggio, quando si riaprono gli occhi, si scopre che tutto è andato perduto.”(3)

 

Osho fin da bambino mostrò una profonda sete di verità; in particolare fu sempre attratto dal mistero della morte. E la morte sembrò un punto fermo nella sua vita.

“L’astrologo doveva fare la mia kundali, la mia carta natale, la studiò e disse che l’avrebbe fatta solo dopo sette anni, in quanto sembrava impossibile che io potessi sopravvivere oltre quel periodo, e così era assolutamente inutile scrivere il kundali ora.” (4)

Anche altri dissero che sarebbe morto all’età di sette anni, o che comunque ogni sette anni avrebbe incontrato la morte, in forme drammatiche e sconvolgenti, e che all’età di ventun anni sarebbe inevitabilmente morto.

Le previsioni, che ovviamente preoccuparono molto i genitori, furono riconosciute esatte da Osho stesso, anche se lui le interpretò in un senso diverso da quello comune.

A sette anni, morì per lui il mondo degli affetti, raccolti idealmente dal bambino nella figura del nonno, da lui amato con l’intero essere:

All’età di sette anni ebbi una profonda esperienza della morte. Non mia, ma di mio nonno. Il mio attaccamento a lui era così profondo che sembrò essere la mia stessa morte. La lenta agonia, e poi la morte, si impressero profondamente nella mia memoria. Era la persona che amavo di più al mondo. Era il mio unico oggetto d’amore, ed è forse a causa della sua morte che da allora non sono più riuscito ad attaccarmi così profondamente a nessun altro.

Da allora sono rimasto sempre solo. La solitudine divenne la mia natura. La morte del nonno mi liberò per sempre da ogni relazione. La sua morte divenne per me la morte di ogni attaccamento. Ogni volta che cominciavo ad attaccarmi a qualcuno, sentivo che questa persona prima o poi sarebbe morta. Quando una persona diventa chiaramente consapevole dell’ineluttabilità della morte, la possibilità di attaccarsi a qualcosa diminuisce: in altre parole, i nostri attaccamenti si basano sulla dimenticanza della morte.

Per me l’amore si associò invariabilmente alla morte. Ciò significa che non riuscivo ad amare senza diventare immediatamente consapevole della morte. Poteva esserci amicizia, poteva esserci compassione, ma non riuscivo più a infatuarmi di qualcosa. Di conseguenza non mi sono mai fatto coinvolgere dalla follia della vita. La morte mi mostrò i suoi occhi prima che entrassi con forza nella vita.

Da quel giorno la consapevolezza che la vita è inseparabile dalla morte mi ha accompagnato passo passo, senza abbandonarmi un istante. Da allora vivo con gli altri, ma sia che mi trovi in mezzo a una folla o nella società, con un amico o con un parente, sono sempre solo. Niente mi tocca più, rimango sempre impassibile, imperturbato.”(5)

Quella solitudine allontanò l’altro come punto di riferimento, e spinse il piccolo Mohan a cercare un incontro con se stesso: “La causa dell’infelicità risiede nel nostro attaccarci agli altri, nelle aspettative che abbiamo nei loro confronti, nella speranza che siano gli altri a darci la felicità. Di fatto nessuno ti ha mai reso felice, tuttavia questa speranza persiste, non muore mai. La mia prima esperienza dell'altro fu una tale delusione che mi fece passare la voglia di riprovarci. E da allora non fui più infelice. Cominciai ad avvertire un nuovo tipo di felicità, che non proviene affatto dagli altri. La felicità non può mai arrivare dagli altri, quello che si crea è solo la speranza di una felicità futura, solo l’ombra della felicità. Succede esattamente il contrario quando incontriamo noi stessi per la prima volta. Quando incontriamo il nostro essere, all’inizio c’è un senso di infelicità, ma man mano che il processo continua ci si trova in uno stato di autentica felicità. Nell’incontrare gli altri invece c’è felicità all’inizio, ma si finisce con l’essere infelici. E così, per me, l’essere improvvisamente lasciati da soli, abbandonati è l’inizio della ricerca spirituale. Le circostanze non fanno alcuna differenza. La vita ci fornisce molte occasioni di ritornare a focalizzarci su noi stessi. Ma più siamo abili, più diventiamo veloci a “salvarci” da una simile opportunità. In quei momenti fuggiamo da noi stessi. Se muore mia moglie, mi metto subito a cercare un’altra donna da sposare. Se perdo un amico, me ne cerco un altro. Non posso lasciare alcun vuoto. Riempiendo quel vuoto, l’opportunità che avevo di ritornare a me stesso è persa in un attimo, insieme al suo immenso potenziale.

Se mi fossi interessato all’altro, avrei perso l’opportunità di questo viaggio verso la mia essenza. Per gli altri divenni una specie di straniero. Di solito è a questa tenera età che cominciamo ad avere relazioni con gli altri. Questa è l’età in cui siamo introdotti, per così dire, nella società che ci vuole assorbire. Ma io non fui mai iniziato alla società. Non poteva proprio accadere. Ogni volta che mi sono avvicinato alla società, l’ho fatto in quanto individuo, rimanendone separato e avulso.”(6)

[continua nel prossimo numero]

 

NOTE

1-4. The Sound of Running Water Fuori stampa

2-3-5-6. Dimensioni oltre il conosciuto edizioni Mediterranee

 

Il testo dell’articolo è liberamente tratto dal libro Il maestro dei maestri - NSC ed.

 

   (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

NON

SONO FIGLI VOSTRI

Osho commenta uno dei brani contenuti nell’opera scritta dal poeta Kahlil Gibran “Il Profeta”.

 

 

E una donna che reggeva un bambino al seno disse: Parlaci dei Figli.

 

E lui disse:

I vostri figli non sono figli vostri.

 

Sono figli e figlie della sete che la vita ha di se stessa.

 

Essi vengono attraverso di voi, ma non da voi, e benché vivano con voi non vi appartengono.

 

Potete donar loro l’amore ma non i vostri pensieri, poiché essi hanno i loro pensieri.

 

Potete offrire rifugio ai loro corpi ma non alle loro anime, poiché esse abitano la casa del domani, che a voi non sarà concesso di visitare neppure in sogno.

 

Potete tentare di essere simili a loro, ma non farli simili a voi: la vita procede e non s’attarda sul passato. Voi siete gli archi da cui i figli, come frecce vive, vengono scoccati in avanti.

 

L’arciere vede il bersaglio sul sentiero dell’infinito, e vi tende con forza affinché le sue frecce vadano rapide e lontane.

 

Affidatevi con gioia alla mano dell’arciere; poiché come ama il volo della freccia, così ama la fermezza dell’arco.

 

 

È praticamente impossibile trovare un libro paragonabile al “Profeta” di Kahlil Gibran, per il semplice motivo che ha un’incredibile consistenza interiore: come prima cosa Almustafà parla dell’amore, poi del matrimonio e ora dei figli. È così che scorre il fiume della vita: dall’amore al matrimonio ai figli.

 

E una donna che reggeva un bambino al seno disse: Parlaci dei Figli.

Prima che inizi le mie meditazioni su Gibran vorrei osservaste una cosa: le prime tre domande sono state tutte poste da donne. Anche gli uomini fanno domande, ma sono sempre astratte... fanno domande su dio, ma chi diavolo è questo personaggio? Non è altro che un’invenzione della mente dell’uomo, e non ha neppure una gran consistenza: questa domanda non è autentica. Gli uomini interrogano sul paradiso e sull’inferno e su mille altre cose, ma sono tutti interrogativi astratti che non toccano minimamente la vostra vita: potete vivere benissimo senza un dio. Di fatto, vivete benissimo senza: che esista oppure no, per voi non fa differenza alcuna.

Ho visto i teisti e ho visto gli atei. Se parlate con loro, avrete la sensazione che le loro idee siano diametralmente opposte, ma se osservate le loro vite, vedrete che le loro idee coincidono. Se volete scoprire i loro problemi reali, dovrete osservare le loro vite: i loro problemi riguardano l’amore, il matrimonio e i figli. Ma nei loro libri, nelle loro filosofie, essi parlano di cose assolutamente irrilevanti. Vedete la differenza? La donna è più realista, più pragmatica, più legata alla terra. Ha radici: le sue domande non sono semplici giochi verbali, puzzle, parole vuote. E per secoli alla donna non è stato neppure concesso fare domande, questo perché le menti della gente sono piene di ogni sorta di pattume e le loro vite sono vuote: non sanno nulla dei problemi reali con cui ci si deve confrontare a ogni istante, dalla culla alla tomba.

Uno dei più grandi filosofi indiani, un contemporaneo, il Dr. Ranade... era l’uomo più rispettato nel mondo accademico, insegnava all’Università di Allahabad e il suo istituto di filosofia era considerato il primo delle mille università indiane.

Andai a trovare il Dr. Ranade pochi giorni prima che morisse. Era ormai in pensione, ma la gente andava da lui, e molti arrivavano da tutto il mondo, per fargli delle domande. Anche a me chiese cosa volessi sapere.

Gli risposi: “Non lo so”.

“Allora perché sei venuto da me?”

Dissi: “Solo per vedere te e la gente che continuamente viene da te”, e osservai lui e quelle persone per circa sei ore. Tutti facevano domande astratte: “Dio esiste? L’anima è reale? Esiste una vita dopo la morte?” E lui rispondeva.

Alla sesta ora gli dissi: “Tu sei vecchio e io sono troppo giovane, non mi sembra giusto dire qualcosa, ma forse non ci rincontreremo più; se ti ferisco ti prego di perdonarmi: hai sprecato tutta la tua vita. In queste sei ore ho capito come l’hai sprecata. Non ho sentito una sola domanda né un sola risposta che si riferisse realmente alla vita. Questa gente è venuta da molto lontano, e tu hai vissuto decenni, ma per ciò che mi riguarda... non pensare che voglia mancarti di rispetto, ti parlo così perché provo rispetto per te. Per quanto breve sia il tempo che ti rimane, non sprecarlo. Perlomeno al tramonto della tua vita, indaga su qualcosa che sia autentico”.

Era sconvolto, perché nessuno gli aveva mai detto qualcosa di simile. Ma era un uomo onesto. Disse: “Io sono vecchio e tu sei giovane, ma hai ragione”. L’interrogativo reale non è sapere se la vita esiste dopo la morte. La vera domanda è chiedersi se si è vivi prima di morire!

La vera domanda non è sapere se dio è amore, se è giusto, onesto, compassionevole. La vera domanda è questa: sai cos’è l’amore? Sai cos’è la giustizia? Sai cos’è la compassione? Hai vissuto e assaporato davvero tutti questi tesori dell’esistenza?

La vera domanda non è sapere se l’anima esiste oppure no. La vera domanda è questa: sei entrato dentro di te, almeno una volta, per vedere se esiste una qualsiasi realtà interiore, oppure sei un semplice contenitore privo di qualsiasi contenuto?

Kahlil Gibran non è un filosofo dell’astratto. Le persone che si interessano tanto alla realtà astratta di fatto scappano dai problemi reali della vita. Sono codardi, non filosofi. Ma questi codardi dominano l’intero mondo del pensiero.

Tutte le domande fatte ad Almustafà sono poste da donne. Ed era presente una gran folla, c’erano persone colte, preti e sacerdoti. Ma quando essi interrogarono Almustafà, egli non rispose. Se chi pone la domanda è un idiota, non significa che si debba necessariamente rispondere alle sue idiozie.

Solo nel momento in cui Almitra uscì dal tempio, Almustafà iniziò a rispondere, e in un modo in cui forse mai nessuno rispose.

Se chiedete qualcosa sui bambini a Martin Heidegger, Jean Paul Sartre o Emmanuel Kant, rideranno. Diranno: “Noi siamo filosofi e non ci interessano le banalità. I bambini? Vi sembra un interrogativo filosofico? Il matrimonio? Vi sembra una domanda filosofica?” Guardate l’indice dei più grandi trattati di filosofia del mondo e non troverete una parola sull’amore, il matrimonio, i figli.

Ebbene, io vi dico che tutti quei trattati non sono altro che fughe dalla realtà della vita. A Emmanuel Kant interessa l’esistenza di dio, ma è incapace di amare chiunque. Non era amico di nessuno... ve lo ripeto: queste persone sono codarde.

Una donna chiese a Emmanuel Kant... aveva atteso a lungo, perché non è previsto nel cuore della donna che sia lei a prendere l’iniziativa, è una cosa poco aggraziata. Ma la vita è breve, non si può aspettare troppo a lungo. E la gioventù è ancor più breve, e la bellezza è solo un fiore che sboccia al mattino e la sera sfuma. Così, alla fine, quella donna – andando contro la sua natura femminile, contro se stessa – chiese a Emmanuel Kant: “Ti amo. Mi ami? Basta che tu mi dica un piccolo sì, e io aspetterò per tutta la vita”.

Kant non riuscì a dire sì. Disse: “Prima ci devo pensare”. E ci mise tre anni: consultò tutti i testi del passato, delle diverse tradizioni, delle diverse razze, per raccogliere elementi riguardanti il matrimonio, a favore e contro. E rimase perplesso perché si bilanciavano.

Fu il servo, che aveva osservato quel gran daffare, a dirgli: “Ascoltami: non sono un filosofo, sono solo un povero servitore, e non sono affari miei, ma a tutto c’è un limite: fino a oggi ho represso in me la tentazione di dire qualcosa, ma ora... quando sei andato all’università ho dato uno sguardo alle tue ricerche. È vero, le tesi a favore del matrimonio bilanciano quelle contro. Ma vorrei dirti una cosa: tu non hai sperimentato l’amore... queste argomentazioni sono assolutamente impotenti, non potranno darti alcuna esperienza. Il mio umile consiglio, dunque, visto che entrambe le parti hanno lo stesso peso ed è difficile prendere una decisione, decidi sempre per il sì, perché ti apre una porta all’esperienza. Dire di no, chiuderebbe quella porta”. Kant non poté credere che un simile pensiero non fosse mai affiorato in lui... corse a bussare alla casa della ragazza. Gli aprì un vecchio e quando Kant gli si presentò e gli spiegò che era andato per dire di sì, il vecchio disse: “È troppo tardi. È già sposata e ha due bambini. Vai a bussare a qualche altra porta”. Ma Kant era un vero codardo: non riuscì più a raccogliere il coraggio per avvicinare un’altra donna. Tutta la sua grande filosofia... e la stessa cosa vale per tutti gli altri grandi filosofi. Eppure, nessuno ha mai osservato questa realtà psicologica: come mai queste persone si interessano a problemi assurdi e privi di significato, e non ai problemi reali della vita? I problemi reali richiedono coraggio.

Il mondo non ha conosciuto una sola donna che fosse un grande filosofo. Come potrebbe? La donna vuol sapere questo: parlaci dei figli... del matrimonio, dell’amore.

Una donna ha una sua autenticità, per il semplice motivo che tutti i suoi interessi sono rivolti alle piccole cose della vita, alle questioni più intime della vita... questioni con cui la donna si deve confrontare a ogni istante.

Ahimè, è stata una gran perdita: il mondo è pieno di stupide filosofie, che hanno radici nella paura e nella codardia. Se si ascoltasse la donna, l’umanità ne trarrebbe un immenso giovamento; se le domande della donna fossero rispettate e venisse data loro una risposta, e non con la testa ma con il cuore... Le domande dell’uomo non hanno bisogno del cuore. In che modo dio è legato al tuo cuore? In che modo lo è la vita oltre la morte? Questi sono solo pensieri della mente.

Ricordate: “Il Profeta” di Kahlil Gibran apre alla filosofia una dimensione completamente nuova che dà credito e rispetto alle piccole cose della vita, perché la vita è fatta di piccole cose e se non si riesce a risolverle, ci si può dimenticare dei grandi problemi: come potrete mai risolverli? Vi limitate a porre quelle domande perché non volete essere neppure consapevoli dei problemi reali della vita, della pragmaticità dell’esistenza.

 

E lui disse... ascoltate con attenzione, perché nell’intera letteratura del mondo esistono pochissime affermazioni che abbiano altrettanta bellezza, verità e sincerità:

 

I vostri figli non sono figli vostri.

Un bambino non è un oggetto. Non lo potete possedere.

Dire: “Questo è mio figlio”, vuol dire mettere in luce la propria ignoranza.

La vita non può mai essere posseduta. Puoi averla se tieni le mani aperte, ma nel momento in cui la stringi in un pugno, la vita sfugge via. Praticamente tutti i genitori del mondo hanno distrutto i loro figli perché ne hanno rivendicata la proprietà: possedere un bambino? Non siete in grado di creare la vita, come potete possederla? La vita è un dono frutto della ricchezza dell’esistenza. Siate riconoscenti per essere stati scelti come tramiti.

Il bambino è venuto al mondo attraverso di voi, ma questo non vuol dire che vi appartiene: voi siete stati un semplice passaggio. Se i genitori avessero ricordato questa piccola verità elementare, il mondo sarebbe stato un luogo completamente diverso.

 

Sono figli e figlie della sete che la vita ha di se stessa.

È la vita eterna che scorre attraverso le montagne, le foreste, le pianure: il bambino venuto al mondo attraverso di te è nato tramite molte altre persone, in passato: ha l’eternità alle spalle e ha l’eternità di fronte a sé. È stato in molte case, in molte città, in molti luoghi strani: tu non sei che uno di quei milioni di tramiti, sii umile e rispettoso nei confronti del bambino. Finora, nessuna società del mondo è mai stata rispettosa dei bambini. Tutto il rispetto va agli adulti, agli anziani, a persone praticamente morte: si rispettano le tombe, nessuno rispetta le culle.

E il bambino è vita allo stato puro, libera da qualsiasi contaminazione.

Almustafà ha ragione quando dice: Sono figli e figlie della sete che la vita ha di se stessa. Essi vengono attraverso di voi, ma non da voi... essi provengono dal principio primo dell’esistenza.

E benché vivano con voi non vi appartengono.

Queste brevi affermazioni hanno implicazioni di grandissima portata, se capite che il bambino è la sete che la vita ha di se stessa.

Da questo punto di vista il bambino è più vicino alla fonte della vita del vecchio. Il vecchio è più vicino alla morte... ma, cosa strana, la morte è stata venerata, rispettata, mentre la vita è stata schiacciata, distrutta, in tutti i modi.

Se riconoscete che i bambini vengono attraverso di voi, ma non vi appartengono, nessun genitore imporrà mai al proprio figlio innocente la sua religione, la sua politica, le sue idee: è nato come una tabula rasa – su cui non è scritto assolutamente nulla – ma i genitori hanno una fretta folle di fare di lui un cristiano, un hindu, un buddhista.

 

Ricordo la mia infanzia. Naturalmente, i miei genitori volevano che andassi con loro quando andavano al tempio della religione a cui appartenevano, ma fin dall’inizio io sono stato un po’ pazzo. Dissi loro: “Questa è la vostra religione, è il vostro tempio. Dovete avere un po’ più di pazienza, datemi tempo: troverò la mia religione, il mio tempio”.

E loro replicarono: “Che assurdità dici? Ogni bambino appartiene alla religione in cui è nato!”

E io: “Qualsiasi altro bambino potrà appartenervi, oppure no, questi sono fatti loro. Per ciò che mi riguarda, io non appartengo a nessuna religione. Non ho neppure fatto una simile ricerca. Lasciatemi stare sui miei piedi, e aiutatemi a farlo. Non storpiatemi, non distruggetemi. Se esiste la verità, la troverò, ma la verità non può essere presa in prestito; voi non me la potete dare”.

Ovviamente la cosa non li rese felici. Ma io non ho mai specificato il nome della mia religione, non ho mai firmato col nome che la mia religione mi aveva dato.

Fu un bene che entrassi a scuola un po’ più tardi degli altri ragazzi... accadde perché il padre di mia madre aveva una sola figlia, mia madre, e viveva in un villaggio molto lontano in cui non erano ancora arrivati il treno, l’autobus, l’automobile, perché non esistevano strade.

Egli disse a mio padre: “Da quando hai preso mia figlia in sposa mi sento molto solo. Lascia che il tuo primo bambino stia con noi. Ci sentiamo completamente vuoti, dalla nostra vita è scomparsa ogni gioia”. E mia madre aveva solo sette anni quando fu sposata... questa era la tradizione in India, e lo è ancora nei villaggi.

Quei due vecchi insistettero: “Nostra figlia era la nostra felicità, il nostro canto, la nostra vita... ed è così giovane. Potrebbe non riuscire a prendersi cura del bambino nel modo giusto. Lasciate che cresca con noi, ovviamente quando sarà cresciuto lo potrete riavere... e voi potete avere molti altri figli”.

Per me fu un’assoluta benedizione... infatti la madre di mio padre morì quando lui si sposò, e aveva solo dieci anni. Quando nacqui doveva avere vent’anni e mia madre diciassette. In verità non sapevano affatto come allevare un bambino, per cui presero al volo quell’occasione e io fui allevato dai miei nonni materni.

Ma nel villaggio non c’era una scuola – in tutta la mia vita sono sempre stato molto fortunato! – e non c’era un tempio, né alcun prete, così crebbi praticamente selvaggio, e rimasi sempre un ragazzo selvaggio.

Quando avevo sette anni mio nonno morì. Ero cresciuto a sufficienza per avere idee mie, per cui, quando tornai a vivere con i miei genitori, ci ritrovammo estranei. Non avevo mai conosciuto mia madre come tale, avevo conosciuto mia nonna in quel ruolo. I primi sette anni di vita sono i più importanti perché diventano le fondamenta dell’intera esistenza... così, quando mio padre mi portò a scuola e compilò la scheda di iscrizione, alla domanda: «a quale religione appartiene il bambino» lo fermai.

Gli dissi: “Scrivi così «fino a questo momento non appartiene ad alcuna religione. Cercherà e vedrà di trovarla».” Mio padre disse: “Ma sembrerà una cosa strana”.

Dissi: “Niente affatto: la verità, per quanto strana, non lo è mai così tanto. Mentre una bugia, per quanto ci sia familiare, non lo è mai così tanto: non esiste affatto”.

Ma quello rimase sempre un problema nella mia vita, man mano che mi spostavo da una scuola all’altra, dal college all’università: si dà per scontato che tutti siano nati in una religione, mentre è un’assoluta idiozia. Come può qualcuno nascere in una religione?

Se sei nato da un padre che fa il dottore, non vuol dire che sei un dottore per nascita. Le cose non cambierebbero neppure se tuo padre e tua madre facessero entrambi i dottori. Se vuoi fare il dottore, dovrai fare degli studi, sostenere degli esami, solo così potrai diventare un dottore.

Per le cose comuni, voi tutti sapete benissimo ciò che si deve fare: un bambino non nasce dottore, non nasce professore, non nasce scienziato. Come può nascere mistico? Compilare quelle schede di iscrizione fu sempre un problema. L’impiegato diceva: “La scheda deve essere compilata in ogni sua parte. Ne hai tralasciata una...”

E io dicevo: “Devo lasciarla in bianco, perché ancora non conosco la mia religione”. Venivo continuamente spedito dal preside: “Cosa dobbiamo fare con questo ragazzo? Dice che ancora non ha trovato la propria religione, ma la regola è che la domanda sia completata in ogni sua parte...”

Insistevo: “Potete rifiutare la mia iscrizione al vostro istituto, ma io non posso mentire: non ho una religione”.

Cercavano di persuadermi, con voce amorevole mi dicevano: “È solo una scheda di iscrizione... tuo padre deve avere una religione”.

E io: “Questa scheda riguarda me, non mio padre. Ho indicato la religione di mio padre vicino al suo nome... ma io non ho una religione”. Alla fine dovevano accettarmi, e io concludevo: “In realtà, dovreste annullare questo tipo di formulari in cui si richiede una religione...”

Perfino quando mi laureai... conoscevo il ministro dell’educazione perché era stato rettore di un’università dove avevo partecipato molte volte ai dibattiti pubblici tra allievi, che si tenevano ogni anno.

Lui si ricordava di me perché ero sempre uscito vincitore... così, quando mi laureai, andai direttamente da lui e gli dissi: “Ho superato tutti gli esami di specializzazione, sono risultato il primo in tutta l’università, per cui voglio essere subito ammesso a un ruolo accademico in una qualsiasi università di tua scelta”.

Mi spiegò che non era una cosa automatica: “Come prima cosa devi riempire la domanda di ammissione”. E di nuovo sorse lo stesso problema: “Qual è la tua religione?”

Dissi: “Cos’ha a che vedere la religione con le mie qualifiche di insegnante? Non ho una religione. E se mi rifiuti il posto mi vedrò costretto a tenere la mia prima conferenza stampa”.

Disse: “Non farlo! Scrivi una cosa qualsiasi, qualsiasi religione andrà bene. Scrivilo in modo che nessuno riesca a leggerlo. Ma questa scheda deve essere compilata in ogni sua parte”. Dissi che non lo potevo fare... fin dal primo giorno in cui entrai a scuola, sulle mie schede di iscrizione quella riga è sempre rimasta in bianco, ed è ancor oggi vuota: ho trovato la religiosità, ma non ho trovato alcuna religione. E sono infinitamente felice che nessuno abbia cercato di impormi la sua idea, il suo dio, il suo concetto dell’esistenza.

Ogni bambino ha il diritto, un diritto acquisito con la nascita, di non essere torturato e condizionato dai suoi genitori, perché ogni essere umano ha il diritto fondamentale e inalienabile di ricercare, di indagare, di compiere un pellegrinaggio.

E benché vivano con voi non vi appartengono.

Potete donar loro l’amore ma non i vostri pensieri... eppure viene fatto l’esatto opposto.

Ricordate i vostri genitori? Avevano un interesse nel darvi il loro amore incondizionatamente? Oppure il loro interesse era usare il loro amore per contaminare le vostre menti con la loro religione, la loro ideologia politica, la loro nazionalità? Se così non fosse, come mai l’umanità è così divisa? Chi è il criminale dietro tutto questo? Perché dovrebbero esistere tante nazioni? Perché mai dovrebbero esistere tante religioni? L’umanità è una sola, la verità è una. Alla gente non è stato permesso di ricercare il proprio volto originale: sono state date loro delle maschere, dietro le quali le persone vivono la propria vita, credendo che si tratti del proprio vero volto.

Come fai a sapere di essere un cristiano? Non sei mai stato con Cristo. Non ti è mai stata data la possibilità di scegliere, né l’opportunità di scegliere se preferissi Cristo, Gautama il Buddha, Mahavira, Lao Tzu o Zarathustra.

La vostra religione è la vostra schiavitù. È la vostra prigione, il vostro limite, il vostro confine. Il vostro cristianesimo, il vostro induismo, il vostro islamismo, il vostro giainismo, non sono altro che catene a voi invisibili, perché non legano il vostro corpo, ma la vostra anima.

Qualsiasi uomo abbia accettato ideologie altrui, ha venduto se stesso. È uno schiavo, anche se da ogni pulpito di ogni paese del mondo viene annunciato a gran voce che la schiavitù è scomparsa.

Io vi dico che non è vero. Certo, la schiavitù ha cambiato forma, ed è diventata più pericolosa. Se mi mettete le manette, il mio spirito resta sempre libero; se mi mettete le catene ai piedi, il mio spirito resta sempre libero. Potete distruggere il mio corpo, ma il mio spirito resterà sempre libero. Viceversa, inquinare la mente delle persone con l’induismo, il buddhismo, l’islamismo, il cristianesimo, significa stringere catene invisibili che riducono in schiavitù lo spirito stesso. Questo è il vero crimine... e fino a oggi, tutti i genitori, nel mondo intero, l’hanno commesso e se ne sono fatti responsabili.

 

Potete donar loro l’amore ma non i vostri pensieri, poiché essi hanno i loro pensieri.

I loro pensieri non sono ancora giunti a maturazione, esistono ancora in forma di seme. Sono ancora solo delle potenzialità, ma se vengono dati loro libertà e amore, diventeranno realtà, si realizzeranno. E quando i vostri stessi pensieri diventano realtà, il vostro essere è allietato da una gioia senza confronti, da un appagamento e da una beatitudine che mai avete neppure sognato. Non potete averne alcuna idea perché concepire quella dimensione, va ben oltre le capacità della vostra mente: essa matura nel vostro cuore, ed è lì che fiorisce.

 

Potete offrire rifugio ai loro corpi ma non alle loro anime... con le migliori intenzioni, tutti i genitori sono assassini dei propri figli: in tutto il mondo vedete camminare solo dei cadaveri, persone che hanno perso la propria anima prima ancora di avere una qualsiasi idea di cosa essa sia.

 

Poiché esse abitano la casa del domani, che a voi non sarà concesso di visitare neppure in sogno.

Voi appartenete al passato, i vostri giorni sono ormai finiti. I genitori non sono in grado di concepire il futuro... mentre i figli non potranno mai vivere nel passato, quindi non è il caso di appesantirli con le vostre scritture ormai morte. Essi avranno i loro testi sacri, i loro santi. Essi avranno i loro Buddha, i loro Cristo. perché mai dovrebbero camminare piegati dal peso del passato? Hanno davanti a sé un futuro aperto. Se amate i vostri figli, non dovreste impicciarvi: aiutateli a essere forti, ad avere la capacità di ricercare l’ignoto, ma non date loro le vostre idee: per loro sono del tutto inutili. E a causa delle vostre idee, i vostri figli mancheranno il loro destino, ne verranno distratti. Osservate un bambino e notate la chiarezza della sua visione.

Mi hanno raccontato... in una scuola, un prete cristiano sta insegnando ai bambini che Dio ha creato tutte le cose, l’intero universo, in sei giorni, e il settimo giorno si riposò.

Uno dei bambini si alza e chiede: “E i treni?” Il prete si sente perduto.... non c’è il minimo accenno né nel Nuovo, né nell’Antico Testamento a dio che crea i treni... a quel punto un altro bambino alza la mano. Il prete chiede: “Anche tu hai una domanda?” E il bambino: “No, voglio rispondere”. Il prete non crede alle sue orecchie... ma non trovando altra soluzione invita il secondo bambino a rispondere, e questi dice: “È scritto che dio ha creato tutte le cose che strisciano per terra, questo include anche i treni!”

I bambini hanno una loro intuizione e una loro chiarezza. Invecchiando, raccogli polvere... e tutti ti danno consigli: i consigli sono l’unica cosa al mondo che tutti danno e nessuno prende, ma questo corrompe le menti dei bambini che sono dipendenti dai grandi.

Almustafà ha ragione: Potete offrire rifugio ai loro corpi ma non alle loro anime, poiché esse abitano la casa del domani, che a voi non sarà concesso di visitare neppure in sogno.

Voi appartenete al passato, loro al domani: date loro tutto l’amore di cui siete capaci... il presente è un punto di incontro ma è anche il punto in cui ci si separa. Dal presente, in cui vi incontrate, vi separerete. Ogni giorno, la distanza tra voi e i vostri figli diventerà sempre più grande. Si parla di gap generazionale: è una delle cose più belle che siano accadute in questo secolo... fate ogni sforzo per ingrandirlo, rendetelo praticamente incolmabile... altrimenti vi porterete dietro dei cadaveri per tutta la vita.

Gautama il Buddha morì venticinque secoli fa. Gesù morì duemila anni fa... l’uomo è forse pazzo? Perché ci si dovrebbe portar dietro dei cadaveri? Voi vivete venticinque secoli in avanti... l’evoluzione non si è fermata a Buddha, egli è arretrato di venticinque secoli... Ma poiché voi vivete appesantiti da cadaveri, non potete creare i vostri Buddha. Se vi libererete completamente dal passato scoprirete vette di consapevolezza ancora più elevate di quelle mai raggiunte da un qualsiasi Cristo o da un qualsiasi Buddha. L’umanità non cade all’indietro: le nostre consapevolezze stanno raggiungendo le stelle, ma è difficilissimo comprendere una verità tanto ovvia.

Il passato è il più grande ostacolo nella vostra vita.

Ma il potere istituzionale non vuole che io critichi alcuna religione. Cosa significa? Vuol dire che non dovrei criticare il passato... e quel passato è stato così disgustoso, così abnorme che deve essere criticato nei minimi dettagli, in modo tale che venga sradicato dalle vostre menti: solo così esse saranno aperte al futuro.

Voi siete gravidi di una infinità di Buddha e di Cristo. Perché dovreste regredire? Ma poiché le vostre vite sono già soffocate dal passato, io lo devo criticare... e accetto anche la libertà di chiunque di criticarmi.

Ciò nonostante, non avrei mai pensato di dovermi confrontare con un’umanità così impotente. Chiedermi, con la protezione della legge, di non criticare alcuna religione, non è altro che una prova di impotenza.

I mussulmani hanno quattro mogli. Se li critichi, critichi la loro religione, perché nel Corano Maometto permette di sposare quattro donne.

La donna è trattata come un oggetto per soddisfare la vostra brama sessuale, e volete che io non lo critichi? Non lo avrei fatto se Maometto avesse lasciato alle donne lo stesso diritto, in tal caso sarebbe stato equanime. Visto che non l’ha fatto, si rivela un maschio sciovinista. E questa è una delle cause che ha generato perversioni sessuali nel mondo, perché la natura crea un numero uguale di uomini e di donne... per fortuna non sa nulla dell’islamismo e del Corano!

Perché dico “per fortuna”? Perché una donna è sufficiente a finirti! Quattro donne per ogni uomo... in questo caso vedreste in ogni casa un Cristo appeso a una croce.

Ho sentito raccontare di un ladro: fu preso con le mani nel sacco mentre rubava in una casa.

In tribunale il giudice gli chiese: “A che ora sei entrato in quella casa?”

E il ladro: “Verso le dieci!” Il giudice rimase stupito: “Cos’hai fatto tutta la notte? Sei stato preso alle sei del mattino... e per giunta sembra che tu non abbia rubato nulla!”

E il ladro: “È una storia lunga e triste. Prima di raccontarvela vorrei dirle che accetto qualsiasi punizione, perfino la crocefissione, ma non mi dica che devo sposare due donne!”

Il giudice era allibito ma lo tranquillizzò: “Non esiste una simile punizione, non preoccuparti... ma raccontami tutta la tua storia!”

Il ladro raccontò: “Quando entrai nella casa vidi che quell’uomo aveva due mogli. La prima occupava il pianterreno, la seconda il primo piano. Entrambe volevano che l’uomo stesse con loro, per cui la prima donna lo tirava per un braccio perché voleva farlo salire al piano di sopra, ma a quel punto interveniva la seconda donna che lo strattonava per l’altro braccio, verso la sua camera... la cosa mi colpì, e mi dimenticai dei miei affari; d’altro canto, come potevo rubare? Quell’uomo si disperava e le donne urlavano... dunque, la prego, mi eviti questa punizione!”

La natura produce un numero uguale di uomini e di donne. L’idea dei mussulmani è contro natura: nessuno potrà impedirmi di condannarla e di criticarla. Certo, tutti hanno il diritto di rispondere alle mie critiche... ma queste persone sono impotenti: poiché non sono in grado di rispondere, tentano di impedire ogni critica con la forza della legge, con le armi!

Vorrei farvi notare che io non critico alcuna religione: se mi date una qualsiasi risposta, io sono pronto a prestarvi tutta la mia attenzione. E se riuscite a convincermi che questo tipo di comportamento è religioso, morale, degno di persone religiose, lo accetterò. Ma come prima cosa dovete dimostrarmi queste cose... ed è proprio perché non siete in grado di dimostrarlo, per nascondere la vostra impotenza che cercate di ostacolarmi, dicendo che non dovrei criticare alcuna religione.

L’intero passato dell’umanità è anche il mio passato, è anche una mia eredità, e io ho tutto il diritto di criticare il mio passato, ciò che ho ereditato. Ovunque vedo qualcosa di abnorme, di inumano, di barbaro, devo criticarlo con la maggior intensità possibile. E quanti non vogliono veder criticate le loro religioni, dovrebbero abbandonarle perché non ne sono degni.

Ricordate: in tutta la mia vita non ho mai detto che ciò che dico non debba essere criticato. Di fatto, io stesso ho stimolato e invitato a criticarmi, perché so che quanto dico ha un fondo di verità... ma se mi è impedito di criticare il passato – questo passato abnorme, disgustoso e putrido – come potremo mai creare un futuro migliore?

Avrete sentito il proverbio: la storia si ripete. Si ripete a causa di persone come i politici, come i poliziotti, come i giudici. Se il passato viene criticato, non si ripeterà di nuovo, ma se in nome della religione vengono continuamente commesse le peggiori assurdità...

Ad esempio, nella Bibbia sono contenute cinquecento pagine di oscenità, eppure viene ancora chiamata “Sacra Bibbia”; non troverete un libro meno sacro, nel mondo intero.

Un mio amico ha raccolto quelle pagine, e ne ha fatto un libro: nessun governo lascerà mai che quel libro circoli liberamente nel proprio paese: verrà bandito. Ma, cosa strana, se quelle pagine si trovano nella Bibbia, perché non bandire la Bibbia stessa? Ovunque esiste un doppio parametro...

No, i genitori non dovrebbero dare i loro pensieri ai propri figli, perché sono già obsoleti: i loro bambini avranno i propri pensieri.

Perfino gli alberi sanno queste cose. Ogni autunno le vecchie foglie cadono e scompaiono nel terreno, per lasciar posto ai nuovi virgulti: più verdi, più giovani, più vivi. Se gli alberi continuassero ad aggrapparsi alle loro vecchie foglie, non ci sarebbe spazio alcuno, nessuna possibilità per le nuove foglie di venire al mondo.

Non vi siete mai chiesti come mai nel mondo contemporaneo non nascano più persone come Buddha, Lao Tzu, Chuang Tzu, Basho, Kabir, Gesù, Zarathustra? Cos’è successo? L’umanità è una forza che si è consumata? Niente affatto, l’umanità è ancor più potente, ha più energia che mai. Purtroppo il passato diviene sempre più grande. Ovviamente, ogni giorno, si aggiunge un giorno in più alla lunga fila di ieri: oggigiorno il passato è come un Himalaya che grava sul fragile torace degli esseri umani.

Ecco perché non avete tra voi esseri così squisiti. E se ogni tanto un essere umano si eleva sopra la massa, sembra così estraneo, un outsider in senso assoluto che nessuno lo può tollerare: voi avete dimenticato che sapore aveva il mondo quando vivevano insieme migliaia di Illuminati. Nessuno si sentiva infastidito; la gente si sentiva colma di gratitudine.

Oggi la situazione è completamente diversa: tutto quel peso mentale vi impedisce di vedere il nuovo. E il nuovo dirà al passato, a ciò che è morto, di scomparire, è inevitabile.

Ho guardato in tutte le scritture di tutte le religioni, sono tutte oscene, eppure nessun governo le ha mai messe al bando... d’altro canto, si chiede alla mia gente di non comportarsi in modo osceno!

Come prima cosa dovreste prendervi cura della vostra casa. Come prima cosa la gente dovrebbe ripulire la propria mente, e se non ci riesce, io sono qui ed è qui la mia gente: venite qui, noi facciamo un lavaggio del cervello a secco! È richiesta solo una cosa: dovete portare con voi il vostro cervello, perché ho sentito raccontare...

Un politico decide di farsi operare al cervello... in realtà ogni politico dovrebbe farsi operare. Questo aveva superato ogni limite, per cui decise di compiere quel passo fatidico. Gli fu aperta la scatola cranica e il chirurgo disse: “Mio Dio! Questo sembra proprio il cervello di un politico... è tutto sottosopra!”

Così gli tolsero il cervello per pulirlo. Lo portarono in un’altra stanza perché ci volevano almeno sei ore per fare un lavoro ben fatto.

 Mentre era in corso l’operazione di pulizia, qualcuno corse nella stanza in cui si trovava il politico, e lo scosse con foga. Il politico aprì gli occhi e quell’uomo gli disse: “Cosa fai qui? Sei stato eletto primo ministro!”Il politico balzò in piedi e corse via. Quando i medici tornarono in sala operatoria, con il cervello rimesso a nuovo, non lo trovarono più. Non era mai successo. Si chiesero: “Dove può essere andato... e senza cervello?”

Lo cercarono e qualcuno disse di averlo visto avviarsi verso la casa del primo ministro. Il chirurgo si fece ricevere e gli disse: “Hai dimenticato il tuo cervello nella sala chirurgica!” E lui disse: “Non preoccupatevi, tenetelo al sicuro. Finché sono primo ministro non ho affatto bisogno del cervello”.

No, non date il vostro passato ormai putrido in eredità ai vostri figli. Essi hanno il loro futuro. Lasciate che crescano in base al proprio potenziale.

 

Potete tentare di essere simili a loro... questo è il punto in cui Kahlil Gibran supera la propria intuizione: Potete tentare di essere simili a loro, ma non farli simili a voi.

Ma cosa dice la Bibbia? “Dio fece l’uomo a sua immagine e somiglianza”. E da allora ogni padre tenta di fare il figlio a propria immagine.

Almustafà dice l’esatto opposto: Potete tentare di essere simili a loro... poiché essi appartengono al futuro e sono innocenti. Sono più vicini di voi all’esistenza. Per voi la sola cosa che accadrà sarà la morte, per loro invece accadranno milioni di cose: l’amore, la meditazione, la riconoscenza. Per favore, resistete alla tentazione di pretendere che vostro figlio sia una vostra esatta copia. Potrete riuscirci, ma così facendo lo avrete ucciso.

Ed è ciò che sto dicendo: tutti i genitori uccidono i propri figli per ridurli a delle copie di se stessi. Mentre il bambino ha il potenziale di essere il proprio volto originale.

Il volto originale ha una bellezza, possiede in sé qualcosa del divino, ha un carisma, una copia non ha nulla di nulla.

 

La vita procede e non s’attarda sul passato.

Voi siete gli archi da cui i figli, come frecce vive, vengono scoccati in avanti.... verso l’ignoto e verso l’inconoscibile. Non mettete loro dei freni. Date loro forza e amore in modo che possano raggiungere la stella più lontana.

Voi siete gli archi da cui i figli, come frecce vive, vengono scoccati in avanti.

L’arciere vede il bersaglio sul sentiero dell’infinito, e vi tende con forza affinché le sue frecce vadano rapide e lontane.

L’esistenza vuole che vi pieghiate come un arco di fronte ai vostri figli, poiché essi dovranno viaggiare lontano e voi dovete dar loro la forza per farlo.

Affidatevi con gioia alla mano dell’arciere... siate felici quando il bambino inizia ad allontanarsi da voi, quando inizia a diventare un individuo per proprio diritto.

Sentitevi benedetti per il fatto che non è un idiota che ubbidisce. Ad eccezione degli idioti, nessuno è ubbidiente.

L’intelligenza è ribellione. Sentitevi benedetti e benedite il vostro bambino per aver dato vita a uno spirito ribelle. Questo dovrebbe essere il vostro orgoglio, purtroppo questa diventa l’ansia della gente.

 

Affidatevi con gioia alla mano dell’arciere; poiché come ama il volo della freccia, così ama la fermezza dell’arco.

L’esistenza vi ama entrambi: anche voi siete i figli della stessa esistenza. Semplicemente, il vostro tempo è finito: lasciate il posto alle frecce e alla loro freschezza, e beneditele.

 

 

tratto da:

I silenzi dell’anima

(commenti a “Il Profeta” di Kahlil Gibran)

NEWS SERVICES CORPORATION ED.

   (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

 

Dalla luna di miele al ritrovarsi ‘nemici intimi’ il passo è breve. È inutile cercare nuovi modelli o creare nuovi concetti per le relazioni amorose, quando non esistono consapevolezza, compassione e comprensione della fragilità umana.

 

 

Amato Osho,

il concetto di anime gemelle è più utile del matrimonio?

 

Prem Pragyan, una delle cose più significative nella vita di un uomo è il rapporto d’amore. La nascita non sta a te deciderla, e neppure la morte, e queste sono le uniche grandi cose della vita: nascita, amore e morte. Solo l’amore è nelle tue mani, solo l’amore ti dà la libertà e la dignità di essere un uomo; altrimenti, nascita e morte avvengono proprio come per qualsiasi altro animale o qualsiasi albero. L’amore dovrebbe essere tenuto il più puro e incontaminato possibile.

Tu mi chiedi: “Il concetto di anime gemelle è più utile del matrimonio?”. I concetti non hanno importanza. L’importante è la tua comprensione. Puoi cambiare la parola matrimonio con le parole anime gemelle, ma tu resti lo stesso. Con le anime gemelle tu riuscirai a produrre lo stesso inferno che hai costruito col matrimonio – non è cambiato niente, solo le parole, solo l’etichetta. Non ti fidare troppo delle etichette. Perché è fallito il matrimonio? Innanzitutto lo abbiamo innalzato a livelli innaturali. Abbiamo cercato di farne qualcosa di permanente, di sacro, senza conoscere neppure l’ABC della sacralità, senza sapere niente dell’eterno. Le nostre intenzioni erano buone, ma la nostra comprensione era limitata, praticamente inesistente. Così il matrimonio, invece di diventare un paradiso, è diventato un inferno. Invece di diventare sacro, è caduto più in basso del profano. E questa è stata la stupidità dell’uomo – stupidità antichissima: ogni volta che l’uomo si trova in difficoltà, cambia le parole. Puoi cambiare la parola matrimonio con le parole anime gemelle, ma in questo modo non cambi te stesso. E il problema sei tu, non le parole; qualsiasi parola va bene. Una rosa è una rosa è una rosa… puoi darle qualsiasi nome. E tu stai chiedendo di cambiare il concetto, non di cambiare te stesso.

Il matrimonio è fallito, perché tu non riuscivi a elevarti allo standard che ti aspettavi dal matrimonio, dal concetto di matrimonio. Tu eri brutale, barbaro, pieno di gelosie, pieno di lussuria; tu non avevi mai conosciuto cosa è veramente l’amore. Nel nome dell’amore, hai tentato tutto quello che è proprio l’opposto dell’amore; possessività, dominio, potere.

Il matrimonio è diventato un campo di battaglia, dove due persone lottano per la supremazia. Naturalmente l’uomo ha i suoi modi: grossolani e più primitivi. La donna ha i suoi: femminili, più delicati, un po’ più civili, più pacati. Ma la situazione è la stessa. Ora gli psicologi parlano del matrimonio come di un’inimicizia intima. Ed è proprio così. Due nemici che vivono insieme facendo finta di essere innamorati; con uno che aspetta che sia l’altro a dare amore – e la stessa cosa si aspetta anche l’altro. Nessuno è pronto a dare – nessuno ha qualcosa da dare. Come puoi dare amore se non ce l’hai?

E quando senti che non ti sta arrivando amore… e tutti e due sentite la stessa cosa: una grande frustrazione, cioè, e l’idea, il sospetto che forse l’altro ti ha ingannato. Prima del matrimonio entrambi usavate belle parole, dolci e senza significato; tutti e due vi presentavate al meglio, per attrarre l’altro, per catturarlo. E una volta sposati – la legge è entrata a far parte della storia, la società vi ha concesso la libertà di vivere insieme – presto la luna di miele finisce. Finisce anche prima di tornare dal viaggio di nozze… è finito tutto perché vi siete conosciuti completamente nella vostra totalità, che è brutta.

La facciata, la maschera, che portavate prima del matrimonio, è scivolata via. Non potete portarla per ventiquattro ore. Quando vivi con qualcuno, devi abbandonare le ipocrisie ed essere quello che sei – sapendo che non sei chi fingi di essere. La stessa cosa è vera anche per l’altro. E allora diventa una lotta per possedere la donna, per possedere l’uomo.

L’unico sintomo significativo dell’amore è che non vuole mai possedere: al contrario, dà libertà. È contento della felicità dell’altro. Non implora; non è un mendicante. È un imperatore. Dà e dà incondizionatamente.

Ma nella vita reale, ciò che facciamo da secoli è chiedere all’altro di dare; e anche l’altro chiede a noi. E siamo entrambi dei mendicanti, le nostre ciotole sono vuote; non abbiamo niente da dare. Diventa una lotta, una guerra.

Puoi cambiare il concetto di matrimonio con quello di anime gemelle, ma a te cosa succede? Cosa avviene a quelli che diventano anime gemelle? Se sono le stesse persone che sarebbero diventate una coppia nel matrimonio, non cambia niente.

Il mio suggerimento è che non c’è bisogno né di matrimonio, né di anime gemelle – la semplice amicizia è sufficiente. Non sai proprio nulla dell’anima, come puoi diventare un’anima gemella?

Se soltanto riusciste a comportarvi reciprocamente da amici, questo sarebbe più di quanto ci si possa aspettare dall’uomo attuale. Se poteste capire l’uno le fragilità dell’altro, le debolezze dell’altro, anche questo sarebbe più di quanto ci si aspetta. Se poteste lasciar perdere le vecchie superstizioni: che una volta che un uomo – o una donna – ti ama, deve amarti per sempre... L’amore è molto fragile. È proprio come un fiore; bello, ma molto delicato. Al mattino sboccia, entro sera è appassito, i suoi petali ormai caduti. Quello che al mattino era bellezza, alla sera è diventato una tomba. La vita è un fenomeno che cambia, cambia continuamente. Quando dico che è necessaria una grande comprensione, significa che deve essere abbandonata la vecchia idea della relazione permanente, con qualunque concetto la si esprima. Dovete vivere momento per momento, dovete vivere ogni momento come se fosse l’ultimo. Così non sprecatelo in polemiche, continui rimproveri o litigi. Forse il prossimo momento non arriverà, neppure per chiedere scusa. Sarmad, un mistico, diceva ogni sera ai suoi discepoli: “Dormiremo per l’ultima volta. Vi prego perdonatemi. Come maestro posso essere stato duro con voi. Ho dovuto farlo, perché vi amavo e volevo che avvenisse la vostra trasformazione. Poiché non so se mi sveglierò domani mattina, allora vi chiedo perdono.” Ogni sera andava a letto come se fosse l’ultima notte – e un giorno sarà vero, una notte sarà l’ultima e non vi sveglierete mai più.

E ogni mattina si svegliava come se fosse un nuovo inizio; aveva accettato la morte la sera prima e ora questa era una rinascita. Ne era profondamente grato all’esistenza: un giorno in più di vita, un giorno in più di sole, di vento, di alberi, di uccelli, un giorno in più di amici, un giorno in più di amore. Ma non più di tanto.

La sola idea di avere una relazione permanente, per tutta la vita, ti aiuta a posporre quello che è essenziale e a continuare a fare cose che, non solo sono non essenziali, ma sono anche idiote. Le persone litigano per cose così infime, che loro stesse, nei momenti di maggiore sanità, ne ridono. Ho sentito di una coppia che si stava sposando nell’ufficio governativo dell’Ufficiale di Stato Civile. L’uomo firmò – la donna aveva firmato prima di lui. Non appena vide la firma dell’uomo, immediatamente disse all’impiegato: “Voglio divorziare.” L’impiegato chiese: “Che succede? Vi state sposando, hai appena firmato i documenti del matrimonio.” E lei disse: “Sì, ho firmato, ma le cose iniziano già ad andare storte. Basta che guardi il documento: io ho firmato in caratteri piccoli e lui ha firmato in caratteri enormi, proprio per farmi vedere chi è lui. Questo è l’inizio di problemi grossi – non voglio affrontarli.” La scrittura in lettere più grandi già dichiarava la supremazia, la superiorità dell’uomo.

Tu vuoi cambiare le parole – io vorrei cambiare la tua consapevolezza.

L’idea di una relazione permanente era sbagliata, ma vi è stata imposta dai poeti, dai preti, da tutti. E io non sto dicendo che due persone non possono vivere in profonda amicizia per tutta la vita. Possono farlo, ma non dovrebbe essere un condizionamento, ma un semplice fiorire dell’amicizia, libero. In qualsiasi momento uno dei partner può dire: “Sono grato per tutti i bei momenti che mi hai dato, ma ora i nostri sentieri si dividono. Con tristezza… ma ti ricorderò sempre. Non voglio che la vita con te diventi un inferno. Così si distruggerebbe tutto ciò che è stato bello, ne distruggeremmo perfino il ricordo. Una semplice amicizia sarà sufficiente.”[…]

Non c’è nessun bisogno di chiamarlo matrimonio, anime gemelle o chissà quali paroloni… solo aria fritta!

Usa parole semplici. Ti senti amichevole con una persona e provi gioia a essere con lei. La cosa funziona, finché ti dà gioia. Quando cominciano i problemi, vi potete separare. Il matrimonio ha creato così tante brutture nel mondo che neppure vi potete immaginare.

Primo, ha causato una riproduzione puramente casuale, non basata sulla comprensione o su un approccio scientifico; ma proprio come gli animali, spinti dalla forza, dalla cieca forza della biologia; potremmo avere altrimenti così tante belle persone intorno a noi. E il mondo non si basa solo sulla bellezza della luna e delle stelle: un essere umano bello – fisicamente, mentalmente, spiritualmente – è la sua bellezza più grande.

Le conseguenze del matrimonio sono state le più strane. Tutte le religioni sono contro la prostituzione, ma questa è una conseguenza del matrimonio. Infatti le prostitute sono una misura di sicurezza per la sopravvivenza del matrimonio, perché, per natura, né l’uomo, né la donna sono monogami. La monogamia è una specie di schiavitù, di prigione. Perché dovresti essere così unidimensionale, quando la vita ti ha dato tutte le opportunità della multidimensionalità? Nessuno può dire se domani incontrerai una donna e te ne innamorerai.

La società, in modo subdolo, approva le prostitute. È un sistema per gli uomini, quando si stancano delle loro mogli. E anche le mogli, nei secoli, hanno accettato l’esistenza delle prostitute, perché sanno che la prostituta è solo una comodità, non è una rivale. Il marito può andare là per un giorno, questo è tutto. È più preoccupante quando il marito si innamora di una donna; allora c’è competizione. Con la prostituta la competizione non c’è.

Una volta le prostitute andavano nelle case dei ricchi, per danzare e dare piacere ai signori, ed era accettato. La moglie non ne era affatto disturbata – perché la prostituta è una donna comprata, domani andrà via. Non sarà per lei un problema costante, Ma la donna era completamente confinata nella monogamia. È solo ora, a causa del movimento di liberazione della donna in Europa e in America, che si sono resi disponibili dei prostituti maschi. Ora le donne possono avere le stesse opportunità delle quali gli uomini hanno goduto per migliaia di anni. È strano e brutto, ma poiché stiamo andando contro natura, dobbiamo trovare qualche modo per soddisfare la natura.

La poligamia è la natura, sia dell’uomo che della donna, perché la poligamia è multidimensionale, è una libertà. Se oggi amo qualcuno e domani incontro chi mi va meglio, perché me lo dovrei proibire? Se domani incontro chi è più armonia con me, perché me lo dovrei impedire e restare in schiavitù? E, naturalmente, in questa schiavitù soffrirò e sarà una tortura, e mi vendicherò sulla povera donna, che non mi ha fatto niente.

Allora, per prima cosa bisogna abbandonare la vecchia superstizione che l’amore è monogamo – non è vero. Ci sono tutte le prove del contrario. In secondo luogo, il vecchio pregiudizio che l’amore deve essere eterno, che solo allora è vero amore, è assolutamente sbagliato. Se una rosa non dura per sempre, dite forse che per questo è meno reale? E se siete tanto interessati alla durata… allora usate fiori di plastica, non vere rose. Quei fiori di plastica non muoiono mai perché non hanno alcuna vita, perché sono già morti. L’amore è un fenomeno molto vivo. Infatti la vita raggiunge il suo massimo nell’amore.

Per cui è molto probabile che quello che oggi dà infinita beatitudine, domani non ci sia più. È una brezza che viene e che va. Dobbiamo accettare la natura così com’è. Creare delle cose innaturali vuol dire solo creare delle perversioni.

 

tratto da: The New Dawn #20

   (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

 

Un rapporto difficile, che tende a ripetersi se non interviene un salto di consapevolezza.

 

 

Gurdjieff soleva dire ai suoi discepoli che un uomo diventa religioso solo quando riesce a perdonare i suoi genitori.

Perdonare? Sì, è così. È molto difficile. Nel momento in cui ne diventi consapevole, è molto difficile, quasi impossibile perdonare i tuoi genitori, perché ti hanno fatto tante cose – senza saperlo, naturalmente, inconsci nel loro comportamento, naturalmente, e tuttavia le hanno fatte.

Hanno distrutto il tuo amore e ti hanno fornito una logica morta.

Hanno distrutto la tua intelligenza e ti hanno dato in cambio l’intelletto. Hanno distrutto la tua vita e la tua vitalità, e ti hanno fornito uno schema fisso di vita, un piano secondo cui vivere.

Ti hanno sviato dalla tua direzione e ti hanno dato una destinazione.

Hanno distrutto la tua capacità di celebrare e ti hanno trasformato in un prodotto da vendere sul mercato. È molto difficile perdonarli, e per questo tutte le vecchie tradizioni dicono di rispettare i genitori.

È difficile perdonarli, ed è molto, molto difficile rispettarli. Ma se tu capisci, potrai perdonarli. Dirai quello che disse Gesù sulla croce: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno”. Sì, queste sono le esatte parole. E sono tutti sulla croce – e la croce non è preparata dai tuoi nemici, ma dai tuoi genitori, dalla tua società... e tutti sono crocifissi.

La testa è diventata così dominante, che non permette nessuna spontaneità. È diventata dittatoriale... Non permette al cuore di pronunciare neppure una parola; ha costretto il cuore a rimanere assolutamente in silenzio. Dovrai ascoltare di nuovo il cuore. Dovrai cominciare a lasciar perdere la logica, per un po’. Dovrai correre dei rischi. Vivere pericolosamente. Andare verso l’ignoto, e dovrai amare le persone, non le cose. Dovrai essere pronto a non possedere nessuno, perché, nel momento in cui possiedi una persona, lei non è più lì. Solo le cose possono essere possedute. Cerca di comprenderlo il più profondamente possibile: nel momento in cui ti innamori di qualcuno, immediatamente tutti i tuoi condizionamenti cominciano a cercare di possederlo. Resisti alla tentazione; è il diavolo che ti sta tentando – il diavolo della società, della civiltà e della chiesa. Il diavolo è vestito di paramenti molto religiosi e continua a citare le sacre scritture. Fa’ attenzione!

Ogniqualvolta cominci a possedere, stai uccidendo l’amore. Così tu puoi o possedere una persona, o amarla; le due cose insieme non sono possibili.

 

tratto da: The Beloved Vol 1 #4

 

 

NON CHIEDERE CHE L’AMORE SIA RICAMBIATO

 

Una sannyasyn dice che è preoccupata per il suo rapporto col figlio tredicenne. Sente che lui non si fida di lei, perché passa la maggior parte del suo tempo in viaggi, mentre lui vive con suo padre.

Bhagwan la rassicura, dicendole che, al suo ritorno in Germania, avrebbe trovato che la relazione è cambiata, perché lei stessa è cambiata...

Non cercare di trattenere, di possedere un bambino. Da’ semplicemente il tuo amore, e non chiedere che sia ricambiato – particolarmente con un figlio o una figlia. Non è come il rapporto fra marito e moglie o fra amanti.

Quando un bambino viene al mondo, la madre lo ama incondizionatamente. Non puoi aspettarti che un bambino ti ami, perché lui non sa cos’è l’amore, non sa chi sei tu. Lui è solo vuoto. Se tu lo ami, attraverso il tuo amore imparerà cosa è l’amore. Per mezzo del tuo amore imparerà cos’è una madre. Ma imparerà anche un’altra cosa – che quando l’amore è dato dalla madre, non c’è bisogno di ricambiarlo.

Il bambino non può farci nulla, non ha niente da restituire. Questo diventa il fattore di base fra madre e figlio. Il figlio continua ad aspettarsi cose da te, ma se tu ti aspetti qualcosa da lui, lui si arrabbia. Quindi non aspettarti mai niente. Dai soltanto. Se lui ricambia l’amore, bene. Se non lo fa – bene lo stesso.

E questa volta le cose andranno diversamente…

 

tratto da:

Nothing to lose but your head (Darshan Diary)

   (ritorna al SOMMARIO) 

 

 

 

 

 

 

Il libro

dell’alchimia interiore

Edizioni del Cigno

Pagine 246 Lire 20.000

 

INTRODUZIONE: Fermarsi, tornare a se stessi, riprendere contatto con un significato interiore che confermi il nostro essere vivi, che lo giustifichi e lo concretizzi… e poi di nuovo camminare, vivere, agire… e di nuovo perdersi, sentire ora di essere persi, averne consapevolezza, piena e dolorosa consapevolezza… e accettarlo, per poi ricordarsi di se stessi, di quel centro intuito in un attimo di serenità, e così rinfrancati riprendere il cammino, vivere… imparare a vivere, e a essere.

 

PRIMO SUTRA: Afferra il principale dei due testimoni. “È uno dei sutra più importanti: uno dei fondamenti, il cardine dell’alchimia interiore. Lascia che sedimenti in profondità nel tuo cuore. Può trasformarti, può darti una nuova nascita, una nuova visione, un nuovo universo.”

 

ULTIMO SUTRA: Abbandona qualsiasi speranza di risultati. “L’ego è finalizzato ai risultati, la mente brama sempre spasmodicamente un risultato. La mente non è mai interessata all’azione in quanto tale, il suo interesse sono i risultati: ‘Cosa ci guadagnerò?’ Se la mente riesce a guadagnare qualcosa, senza fare alcunché, sceglierà questa scorciatoia.”

 

MERAVIGLIA: “Godi la tua meraviglia, godi quella meraviglia che è la vita, godi quella meraviglia che è l’esistenza, godi quella meraviglia che è il sole e il suo riverbero e gli alberi bagnati da quei raggi dorati. Se vuoi che un giorno ti accada l’illuminazione, rimani ignorante. Rimani innocente come un bambino, se vuoi che un giorno ti accada una comunione con l’esistenza e con la realtà. Conserva in te la meraviglia, se vuoi che i misteri si svelino a te.”

 

IL PASSATO: “Guarda avanti. La strada che hai percorso, l’hai già percorsa; è finita, non portare più in te il suo peso. Non caricarti inutilmente del peso del passato. Avanza chiudendo i capitoli che hai già letto, non devi rileggerti continuamente. E non giudicare mai qualcosa del tuo passato con la nuova prospettiva del presente, perché ciò che è nuovo è nuovo, incomparabilmente nuovo. Il vecchio era giusto nel suo contesto, e il nuovo è giusto nel suo contesto, e sono entrambi incomparabili.”

 

INTERDIPENDENZA: “Accade assai raramente, ma ogni volta che accade una parte di paradiso cade sulla terra. Accade tra due persone – né dipendenti, né indipendenti – ma in profonda sincronia tra loro, come se respirassero uno per l’altra, un’anima in due corpi: ogni volta che accade, accade l’amore. Solo in questo caso, è amore.”

 

INTENSITÀ: “Vorrei insegnarvi il modo per mangiare con intensità, totalmente; per amare intensamente e totalmente, per fare le cose più piccole con un’estasi totale, così da non lasciare traccia alcuna. Se ridete, lasciate che la risata scuota le radici stesse del vostro essere. Se piangete, diventate le lacrime stesse, lasciate che il vostro cuore si sciolga in lacrime. Se abbracciate qualcuno, diventate l’abbraccio stesso. Se baciate qualcuno, diventate le labbra stesse, diventate il bacio stesso.”

 

IL DESIDERIO: “Il desiderio è la sorgente stessa di tutto ciò che vedi. Il desiderio non rivolto a un oggetto, il desiderio non orientato verso una meta, il desiderio non motivato, il desiderio puro è dio. L’energia chiamata desiderio è la stessa energia di dio. Non bisogna distruggere il desiderio, bisogna purificarlo. Non bisogna lasciar cadere il desiderio, bisogna trasformarlo. Il desiderio è creatività.”

 

COME FINISCE: “Qui e ora. Non lasciare che il momento presente scivoli via senza averlo usato, senza averlo vissuto e senza averlo penetrato: spremi da esso tutto ciò che puoi. Vivi il momento presente appassionatamente e intensamente così non dovrai pentirti in futuro per esserti lasciato sfuggire la tua vita. Questo è il fatto più importante. Ciò che conta è qui e ora!”

 

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Osho Neo-Reiki: una porta verso l’interno

Ma Anand Himani si dedica al Reiki da molti anni e dal 1989 è Neo-Reiki Master. In questa intervista ci parla del suo lavoro in rapporto alla sua connessione con Osho.

 

 

Non posso parlare del Reiki, senza parlare di me, e del mio stare con Osho. Per me, il Reiki è una porta verso Osho, verso il divino, ed è una porta verso tutto quello che Osho vuole darmi e rivelarmi.

In altri termini è la mia tecnica preferita, che uso fin da quando ho cominciato a stare con lui.

L’attuale tecnica del Reiki consiste semplicemente nell’appoggiare le mani e nel lasciar scorrere l’energia attraverso di esse. Se fossimo stati allevati in maniera naturale, questo flusso di energia sarebbe a nostra disposizione. Ma poiché siamo stati condizionati dalla società, molti di noi hanno bloccato l’energia. Abbiamo bisogno del rituale dell’iniziazione Reiki per ritornare al nostro fluire naturale.

Così è come lo capisco io. Qualcosa di molto, molto naturale, che abbiamo dimenticato. E i rituali, le sintonizzazioni di energia, sono come una scorciatoia per farlo tornare indietro velocemente e ricominciare a far fluire l’energia – le mani sono di nuovo aperte.

Questa apertura vuol dire che c’è più energia nelle mani, e ogniqualvolta tocchi qualcosa o qualcuno può essere avvertita come amore o forse come consapevolezza. Dipende dove ti trovi, sul sentiero dell’amore o della consapevolezza. Per me è più consapevolezza, che entra nella mia vita quotidiana, in cose semplici quali pulire un tavolo o lavare il pavimento. È qualcosa di molto naturale in tutte le situazioni.

Quando tocco il corpo di un altro essere, quel corpo, quel sistema di energia, può attirare o bere energia attraverso le mie mani. E prima l’energia scorre attraverso il mio sistema, così nutre sia me che l’altra persona.

Non è la mia energia che sto dando. È molto una situazione di non-fare, metto le mie mani sul corpo o sull’oggetto e il flusso accade. Il Reiki è energia cosmica, che può essere sentita come fuoco, o fresca e silenziosa, a seconda di quale punto l’energia sta attivando nel sistema dell’individuo.

Le persone che vengono da me per le sessioni di Reiki pensano soprattutto alla loro crescita spirituale. Raramente vengono per sintomi fisici o malattie, questo non è il mio campo.

Il mio punto di partenza è che chiunque viene da me è in cammino per incontrare la natura interiore del buddha, l’essenza, il vuoto interiore - comunque lo volete chiamare.

Più profondamente riesco ad andare dentro me stessa, attraverso la mia connessione con Osho e le sue tecniche di meditazione, più mi è facile connettermi con l’altra persona. Toccare l’essere interiore dell’altro è qualcosa di molto sottile e, qualsiasi cosa accade in quel momento, è al di là del mio “fare”. Qualcosa accade e c’è un incontro reale... sì... e anche un mistero. Per dire la stessa cosa in maniera più pratica: le persone di solito vengono da me perché sentono un blocco di energia da qualche parte nel corpo. Allora, controllo il loro sistema di energia e tocco tutti i centri, per vedere come vuole muoversi l’energia. È come se facessi una foto con la sensibilità delle mie mani. Posso sentire tutti i particolari e vedere dove l’energia è poca o grigia. Questo “vedere” è qualcosa di nuovo, per me – mi sta succedendo sempre più spesso.

Per darvi un esempio di come lavoro: ho lavorato molto sul tema del grounding – il sentirsi connessi con la terra – che è un altro modo per sentirsi radicati in se stessi.

Il grounding dipende molto dalle ginocchia, se queste, cioè, permettono all’energia di fluire attraverso di loro. C’è un certo flusso di energia, nella parte superiore delle gambe, che si muove naturalmente in giù, verso la terra. Ma, nel ginocchio, spesso questo flusso viene interrotto o deviato, e, come risultato, non c’è più molta energia che fluisce nella parte inferiore della gamba, giù, fino al piede e nella terra.

Così, quando prendo un ginocchio tra le mani, ricevo il senso di come l’energia vuole muoversi. Ogni volta è diverso. Alcune persone non sono assolutamente connesse con la terra. Con altre il flusso scompare nel ginocchio, in un punto e poi riappare all’esterno in qualche altro posto… Le ginocchia sono così uniche, quasi come le facce.

Dopo una sessione le persone si sentono più rilassate, nutrite, leggere – come se avessero perso peso – e, il più delle volte, dicono di sentirsi più radicate, più “in sé”.

Il Reiki tradizionale è strutturato e limitato a un certo sistema di posizioni. Io sono andata oltre questa struttura e questo è stato il mio cammino – interno ed esterno – dal Reiki all’Osho Neo-Reiki: è un fenomeno più ampio.

Inoltre, nel Reiki tradizionale l’attenzione è focalizzata sul guarire l’altro, così dimentichi te stesso. Con Osho, con l’Osho Neo-Reiki, l’attenzione è più su te stesso – non tanto sull’altro. L’altro ne trae beneficio, naturalmente, ma dalla sovrabbondanza di ciò che sta succedendo dentro di te.

È integrato con la meditazione. Infatti, per me, è una porta per la meditazione: sedere là, non fare niente altro che mettere le mani sul corpo di qualcun altro. Per me è una porta per entrare dentro; e so di molte persone che hanno avuto la stessa esperienza: il loro contatto con il Reiki è una porta per andare dentro ed avere un’esperienza di qualcosa di più profondo dentro se stesse.

 

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Y2K  O2K

&

Siamo pronti a celebrare il nuovo millennio

 

 

  Dall’11 dicembre del 1999 al 19 gennaio del 2000 la Comune ospiterà il Festival Osho Tribute 2000, con migliaia di persone a celebrare l’entrata nel nuovo millennio, un festival che unisce amici nuovi e di vecchia data, che combina le profondità della meditazione con le vette della celebrazione.

Nello stesso periodo nei computer di tutto il mondo potrebbe manifestarsi un difetto, conosciuto anche come “la bomba del millennio” o Y2K – la forma abbreviata di anno 2000 in inglese. I media ne parlano molto, facendo le ipotesi più disparate, anche se nessuno – visto che è una situazione mai presentatasi prima – sa veramente cosa succederà.

Chi medita avrà l’interessante possibilità di trovarsi di fronte all’inconoscibile e osservare come la mente continui a sforzarsi invano di trovare sicurezze e conoscenze certe.

  Anche se le ipotesi più negative sono sbagliate, la Comune si sta comunque preparando per assicurare a tutti i visitatori igiene e sicurezza, e usa anche questa opportunità per creare un’atmosfera più intensa quando ci incontreremo per partecipare al Festival Osho Tribute 2000. Ecco quindi, per chi verrà – o anche solo per chi vuol tenersi informato – un breve quadro della situazione e di come verrà affrontata nella Comune di Pune. Ci sarà presto anche un’apposita sezione nel sito di Osho su Internet: http://www.osho.org/y2k.

 

  Tempo fa, quando i computer erano veramente costosi, i programmatori scoprirono che si risparmiavano tempo e capacità di memoria se nelle date si consideravano solo le ultime due cifre dall’anno; dato che le prime due 1 e 9 erano sempre le stesse. Presto però, leggendo la data 2000 come 00, molti computer non sapranno cosa fare, certi la prenderanno per il 1900, altri potrebbero anche smettere di funzionare. E qui si parla di quei computer che magari controllano la distribuzione dell’energia elettrica, seguono i movimenti dei nostri conti bancari, che sovrintendono allo svolgersi della complessa vita d’oggi.

  Risolvere questo problema virtualmente implica il controllo di ogni riga di codice software in ogni programma esistente – un compito mastodontico e praticamente impossibile. E così molti programmi potranno non essere stati controllati e non funzionare.

  E non saranno solo i programmi a poter dare problemi. Molti apparecchi, per uso sia industriale che domestico, contengono al loro interno dei “piccolissimi computer” conosciuti come microprocessori programmabili. Per esempio i forni elettrici di Zorba – le cucine della Comune – ne hanno uno che controlla tempi, temperature e modalità di cottura: se, mettiamo, è programmato per rimanere spento per 10 minuti e ripartire poi con una diversa modalità e ‘leggesse’ che si è spento alle 23:55 del 31 dicembre 1999 e adesso sono le 00:05 del 1 gennaio del 1900, potrebbe anche non riaccendersi più… e così niente panini per la primissima colazione nel millennio!

  A parte i panini… il problema generale sta nel fatto che questi aggeggini li trovi dappertutto, dagli impianti nucleari agli aeroplani alle reti telefoniche, e che i programmi di software sono quelli che fanno funzionare le banche, il controllo del traffico aereo e così via. Non sappiamo cosa potrebbe non funzionare – una grande opportunità di vivere un momento nel quale non possiamo contare su nulla di ciò che di solito diamo per scontato. E val la pena di notare che gli essere umani, quando si trovano di fronte a crisi serie, tendono spesso a entrare maggiormente in relazione fra loro: durante i terremoti di San Francisco e Kobe, per esempio, le persone svilupparono davvero una creatività e un senso di cooperazione incredibili.

 

Y2K nella Comune.

Il team della Comune si sta preparando per le situazioni più diverse. La situazione indiana è unica, e migliore, da un certo punto di vista, che nella maggior parte degli altri paesi. Ci sono meno computer che in Occidente e così molte cose non creeranno problemi. Inoltre esiste già l’abitudine a improvvise interruzioni di corrente, o a attrezzature e servizi che non funzionano per le ragioni più disparate. Alcuni sistemi sono comunque già computerizzati – telefoni, elettricità e aeroporti – e l’India non ha le risorse tecniche per riparazioni immediate, a differenza della maggior parte dei paesi occidentali. In India sono frequenti delle brevi interruzioni di corrente, ma raramente ne accadono di lunghe. Comunque quando tre anni fa la rete elettrica nazionale non funzionò per tre giorni, in qualche maniera la gente si arrangiò… senza affrontare molti più disagi del solito. L’acqua arrivava in camion cisterna, e si trovava sempre qualcuno disposto a portarla “a mano” anche ai piani più alti dei palazzi… e nessuno soffrì la sete. Per la Comune, il settore più delicato – sempre nell’ottica di ciò che potrebbe succedere – è quello elettrico. Già ora comunque si ovvia alle interruzioni di corrente elettrica con potenti generatori autonomi. Prioritari sono quindi sia le scorte di combustibile, sia la riprogrammazione dei generatori per renderli immuni alla “bomba del millennio”.

Se la mancanza di elettricità durasse davvero a lungo è gia stato studiato un livello minimo di uso di corrente: niente aria condizionata, niente acqua calda, ma si assicurano luce, acqua corrente, trattamenti igienici, cucina, musica nelle stanze dei gruppi e comunicazioni di base quali i telefoni. Nell’evenienza di un lungo black out locale si prevede anche di anticipare le attività di 2-3 ore, così che le persone possano tornare alle loro abitazioni quando c’è ancora la luce del giorno. In progetto anche un servizio navetta per ovviare alle carenze di carburante. Comunque non si prevede un lungo periodo di mancanza totale di elettricità quanto piuttosto interruzioni intermittenti.

Abbiamo inoltre già scoperto che il sistema fognario di Pune non dipende affatto dall’elettricità – e questa è veramente una buona notizia per quanto riguarda la salute di tutti.

Nella gran parte delle case non ci sono generatori, e così si prevede che più persone potranno aver bisogno delle docce della comune; oltre a poter aver bisogno di mangiare nella Comune perché non possono – o non vogliono – utilizzare i ristoranti esterni. Unendo a tutto questo un aumento di visitatori dovuto al Festival si vede come ci aspetti una Comune veramente indaffarata.

Sappiamo che è necessaria una accurata pianificazione. Un team di persone sta già affrontando il problema da ogni punto di vista – il software in uso qui, le attrezzature, i macchinari, le scorte, e come tutto questo si connetta con il mondo esterno. Si impiegano consulenti esterni quando necessario, e alcune delle persone che hanno costruito i vari sistemi della Comune stanno ricevendo speciali inviti a essere qui durante il grande evento.

Nel frattempo ci stiamo organizzando per avere sufficienti scorte di cibo nel caso ci siano problemi con le consegne, così che nessuno sarà costretto a mangiare solo il famoso “riso e dhal”.

La Comune è anche in contatto con l’amministrazione locale e altri enti pubblici per considerare la possibilità di organizzare speciali sistemazioni per le numerose persone che giungeranno in quel periodo.

 

Viaggi aerei

C’è qualche incertezza riguardo ai trasporti aerei. Gli aeroporti di Delhi e Mumbai (Bombay) hanno recentemente installato i sistemi più moderni per il controllo del traffico aereo (forniti dalla Raytheon, USA) che sono o già preparati per Y2K o facilmente aggiornabili. Ci sono comunque altri fattori in questo ambito che, senza influire sulla sicurezza di volo, potrebbero creare problemi logistici: potrebbero esserci cioè un numero ridotto di servizi o difficoltà a cambiare prenotazioni già fatte. In tutti i modi è consigliabile avere biglietti aerei flessibili che permettano di cambiare, se necessario, i programmi di viaggio.

 

Bene, vi aspettiamo per la migliore festa di Capodanno (e di nuovo millennio) di tutta la terra, in cui si festeggerà anche il più bizzarro problema che l’umanità sia mai riuscita a crearsi con le proprie mani. Arrivederci a presto.

 

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L’uomo ordinario

e la sua pazzia

 

Io andai semplicemente dal negoziante e mi piazzai di fronte a lui. Lui mi guardò, aspettando che io comprassi qualcosa, ma io rimasi in silenzio. Lui si innervosì leggermente. E disse: “C’è qualcosa che non va?” Io risposi: “Non c’è niente che non va.” “Cosa vuoi?”. Io dissi:” Niente.” Lui replicò: “Allora perché te ne stai lì?” Io dissi: “Strano, questa è una strada – non posso stare qui? È forse di tua proprietà?”

Lui disse: “Strano davvero. Ti ho visto passare di qua molte volte – poiché si trovava proprio a metà strada tra casa mia e la scuola e quindi io passavo di lì quattro volte al giorno – ma non hai mai fatto una cosa del genere.”Io risposi: “Adesso lo farò tutti i giorni.”

 

Osho ricorda due episodi della sua infanzia che illustrano la fragilità della salute mentale dell’uomo comune.

 

 

Nel momento in cui la persona si ritira dalla mente, la mente non ha più energia per continuare la vecchia routine. È la tua identificazione con la mente che le dà potere. Quando ti riprendi la tua identità, quando non nutri più la mente, lei allora inizia a morire. E più te ne allontani, sempre più la tua mente muore. E raggiungere uno stato di non mente, è ciò che io chiamo salute. Quella è la meta della meditazione. Allora il tuo spirito è guarito, sei diventato completo.

E se il tuo spirito è intero, allora la tua mente non potrà mai impazzire, perché non hai alcuna mente. Hai un cervello, hai una struttura per la memoria, ma tu sei separato. Puoi usarlo, ma non puoi esserne usato.

L’uomo ordinario è stato usato dalla propria mente. Quando diventa eccessivo, quando la mente inizia a usarti completamente in modo totalitario, allora chiamiamo questo pazzia.

Nel mio villaggio, di fronte a casa mia, viveva un orefice – un tantino eccentrico. Io ero solito sedere davanti a casa mia a leggere e lo osservavo e potevo vedere quale era il suo problema. Quando usciva per andare al mercato, chiudeva il negozio, controllava due o tre volte la chiusura del lucchetto, si allontanava di qualche passo, tornava indietro un’altra volta e ricontrollava la chiusura.

Qualche volta lo incontravo al mercato e gli chiedevo: “Hai controllato il lucchetto?” E lui rispondeva: “Mio Dio! Devo tornare indietro!” E correva via. Doveva controllare il suo lucchetto prima di tutto. Quando faceva il bagno al fiume, nel bel mezzo io gli chiedevo: “Ma che stai facendo? Hai controllato se hai chiuso bene il lucchetto?” Il suo bagno non è finito, ma lui prende i vestiti e corre via.

Una volta lo vidi alla stazione che stava andando da qualche parte. Aveva appena comprato il biglietto e stava per andarsi a sedere sul treno, quando gli dissi: “Cosa stai facendo? Hai controllato il lucchetto?” Lui rispose:” Mio Dio, sai che sei tremendo! Dovunque io vada ti trovo. Adesso non posso neanche più andare a questo matrimonio. Stavo per andarci, ma ora non posso più.” Restituì il biglietto, e tornò indietro a controllare il lucchetto – e nel frattempo il treno era partito.

Si arrabbiò tantissimo con me, perché, dovunque lo vedessi gli domandavo soltanto una cosa:” Hai controllato il lucchetto?” Via via anche le altre persone e gli altri bambini notarono che era un po’ strano. Bastava dirgli: ”Hai controllato il lucchetto?” Perché corresse indietro verso casa senza rispondere. Strano...!

La sua vita divenne alquanto problematica perché tutta la città lo prendeva di mira. Dovunque andasse… magari stava comprando degli ortaggi e bastava che il venditore gli domandasse se aveva controllato il lucchetto per fargli dimenticare del tutto i suoi acquisti: prima doveva correre al suo negozio – quasi un chilometro – e controllare il lucchetto!

Un giorno venne da mio padre a lamentarsi: “È tuo figlio ad aver combinato tutto questo, è stato lui che ha incominciato”. Ma mio padre gli disse: “Non dare retta a tutta questa gente. Se ti chiedono se hai controllato il lucchetto, tu rispondi semplicemente che l’hai controllato di sicuro.”

Lui replicò: “Ma è proprio questo il problema – perché mi sorge il sospetto: può darsi... forse l’ho controllato, forse non l’ho controllato. Chissà? Vorrei poter rispondere che l’ho controllato sicuramente. Ma come posso dirlo col dubbio che mi sorge dentro...” Mio padre replicò: “Allora cosa posso farci? Il mio ragazzo è lì; puoi fargli quello che vuoi.”

Io dissi: “Ma io non ti ho mai fatto niente di male. Ti ho semplicemente ricordato qualcosa nel caso te ne fossi dimenticato. Dovresti essermi grato, ringraziarmi. E io mi sono fatto carico di un tale problema. Ti seguo al fiume, alla stazione, al mercato. Perdo tanto di quel tempo solo per ricordarti se hai controllato il lucchetto. E tu ti lamenti di me! E io faccio tutto questo per compassione.” Lui rispose: “Compassione! Ora tutta quanta la città lo sta facendo – per compassione – e la mia vita è diventata un incubo perché tutta questa gente non mi lascia fare più nulla. Sto mungendo la mucca e qualcuno è lì in piedi: ‘Hai controllato il lucchetto?’ Così devo smettere di mungere e correre a controllare il lucchetto.” In quest’uomo non c’era nessun altro tipo di follia. Se io non avessi messo in risalto quest’aspetto, sarebbe stato considerato perfettamente normale. Ma ora tutto il villaggio sapeva che era un po’ matto.

Osservando chiunque puoi trovare il suo punto debole. Non che si debba trovare qualcosa di speciale.

Uno dei miei insegnanti era molto benevolo verso di me e io gli stavo raccontando di questo orefice. E lì dove ci trovavamo, esattamente di fronte, c’era un piccolo negoziante che vendeva ogni sorta di cose. Lui disse: “Riesci a trovare qualcosa in quell’uomo?”

Io risposi: “Non lo conosco, e lui vive così lontano da me che mi sarà difficile. Ma aspetta qui e proverò a vedere cosa posso fare.” Andai semplicemente dal negoziante e mi piazzai di fronte a lui. Lui mi guardò, aspettando che comprassi qualcosa, ma io rimasi in silenzio. Lui si innervosì leggermente. E disse: “C’è qualcosa che non va?” Io risposi: “Non c’è niente che non va.” “Cosa vuoi?”. Io dissi: “Niente.” Lui replicò: “Allora perché te ne stai lì?” Io dissi: “Strano, questa è una strada – non posso stare qui? È forse di tua proprietà?”.

L’uomo iniziò a darsi un’aria affaccendata solo per dimenticarmi, ma io rimasi là in piedi. Potevo vedere che tutto ciò che faceva non era di alcuna utilità: spostava una scatola qui, una scatola là, e nel frattempo mi guardava. Alla fine chiese di nuovo: “Cosa vuoi?”. Io risposi: “Te l’ho già detto che non voglio proprio niente.” “Ma, perché te ne stai lì in piedi?”. Io dissi: “Potresti darmi una sedia, così mi posso sedere. Ma questa è una strada, allora gli altri incominceranno a chiedermi: ‘Come mai stai seduto su una sedia in mezzo alla strada?’ Dunque è meglio che stia in piedi. Tu occupati semplicemente del tuo lavoro.”

Lui disse: “Strano davvero. Ti ho visto passare di qua molte volte – poiché si trovava proprio a metà strada tra casa mia e la scuola e quindi passavo di lì quattro volte al giorno – ma non hai mai fatto una cosa del genere.” Io risposi: “Adesso lo farò tutti i giorni.” Lui disse: “Cosa?!”. “Sì. E non posso escludere che anche altri comincino a farlo.”

Si spaventò così tanto che senza dir nulla chiuse il negozio e si ritirò dentro. Tornai dal mio insegnante, che stava aspettando, e gli dissi: “Trovato! Fai soltanto una cosa: domani, quando apre, mettiti semplicemente in piedi lì fuori. Non muoverti. Lui ti chiederà cosa vuoi. Tu rispondi che non vuoi nulla. Lui cercherà di affaccendarsi, lascia che si affaccendi. Ti chiederà un’altra volta: ‘Perché te ne stai lì?’ Tu dì soltanto che questa è una strada...”

L’insegnante disse: “Ma, lui ha chiuso il negozio!” Io dissi: “Vedi? Questa non è l’ora di chiudere il negozio, però lui l’ha chiuso.”

Il giorno seguente l’insegnante era là, mentre io aspettavo da una parte dove il negoziante non mi potesse vedere. Seguì la consueta conversazione, con lo stesso risultato: lui chiuse i battenti e andò dentro al negozio. E allora il fatto divenne noto in tutta la scuola. Mille studenti – mattina, pomeriggio, giorno e notte, a qualsiasi ora: “Tu ti metti semplicemente là.”

Il mio insegnante disse: “Strano. Quest’uomo è sempre stato assolutamente sano di mente – tu l’hai fatto diventare matto.” Io dissi: “Ma non ho fatto nulla tranne stare là in piedi. Deve esserci stato qualcosa di latente in quest’uomo – qualche paura, qualche paranoia; altrimenti che bisogno c’era? Sarei potuto rimanere là in piedi. Avrebbe potuto aspettare, me ne sarei andato – quanto a lungo sarei potuto rimanere là? E adesso lui sarà costantemente nei pasticci.” Nel giro di dieci giorni era all’ospedale, ricoverato per il suo comportamento folle: chiudeva il negozio venti, trenta volte al giorno. Gli altri negozianti riferirono: “Quest’uomo è impazzito. Apre il negozio, lo chiude immediatamente, lo apre, lo richiude.” Persino coi suoi clienti, appena si avvicinavano... lui chiudeva il negozio. Non riusciva nemmeno più a capire che quelli erano i suoi clienti. Andai a trovarlo in ospedale. Me ne stavo in piedi di fianco al suo letto. Lui aprì gli occhi e esclamò: “Dio mio! Verrai anche qui?”

Io dissi: “Dovunque andrai mi troverai. Mi dovrai dire qual è la tua paura. Ti ho fatto qualcosa di male?”.

Lui rispose: “Male? Hai distrutto tutta quanta la mia vita. La mia attività è chiusa, sono rovinato. Nessuno viene più al mio negozio – pensano che io sia pazzo. E ogni genere di teppisti si ferma di fronte al mio negozio e fa di me uno zimbello.”

Ma io dissi: “Prima di tutto, spiegami perché ti sei spaventato. Ti voglio aiutare davvero. Perché sono io ad aver iniziato tutto questo. Abbi fiducia in me non voglio farti impazzire di più, lo sei già abbastanza. Qual era la tua paura?”.

E lui rispose: “Forse posso dirlo. Dovrei dirlo, è ora. Se non lo dico, non so che cosa mi potrebbe succedere.”

Mi raccontò: “Mio padre era un uomo molto collerico e mi obbligava a rimanere dove ti mettevi tu – per ore, a volte per l’intera giornata – senza cibo, senz’acqua. Bastava un piccola mancanza da parte mia e la punizione era stare là in piedi. Il giorno in cui ti sei messo là, mi hai fatto venire in mente la mia infanzia e ho iniziato ad avere tanta paura, quanta ero solito avere di mio padre. Sapevo benissimo che tu non eri mio padre e che sono un uomo adulto e che non c’è nessun problema, ma qualcosa dentro di me ha iniziato a tremare. Sentivo che stavo per crollare. Per paura ho chiuso il negozio. E poi è diventata una routine quotidiana, ogni cinque, dieci minuti dovevo chiudere il negozio. Come potevo fare affari? Chiudere, aprire, chiudere, aprire. Persino i miei clienti incominciarono a ridere, i miei vicini incominciarono a ridere, mia moglie incominciò a ridere, anche i miei figli iniziarono a starsene in piedi là fuori. Adesso sono in ospedale, e non so cosa mi succederà in futuro.”

Io dissi: “Il futuro non sarà nulla di speciale. È solo che il mio insegnante – abita dietro casa tua – noi stavamo discutendo sul fatto che ogni uomo ha qualche tratto del carattere, qualche possibilità di diventare pazzo. E lui disse: “Prova con questo, perché lui è perfettamente normale.” E io non avevo idea di cosa fare, così semplicemente rimasi là in piedi. E quando vidi che ti stavi spaventando, capii di aver fatto centro. E quando tu ti spaventasti tantissimo e chiudesti i battenti, capii che c’era qualcosa nella tua psicologia collegato a quella situazione e, a meno di non portarlo in superficie, avresti sempre potuto essere spaventato in questo modo.

Quindi perdonami, ma non c’è nessun bisogno di spaventarsi. Tu ritorna indietro, io starò in piedi al solito posto; semplicemente rimani un testimone, come se non ti importasse. Se io decido di stare là è un mio problema. Se ce la farai supererai questa situazione; altrimenti tutta la città ti rovinerà. Io ho dato inizio a questa faccenda e la voglio concludere.”

Lui mi guardò, sentì la mia sincerità. Ritornò a casa; io mi misi in piedi in quel punto – ed entrambi ridemmo. Non mi domandò né perché stavo lì, né perché ridevo; né io gli chiesi perché ridesse. Ma con quella risata qualcosa scomparve da quell’uomo.

E allora quelli che avevano preso l’abitudine di prendersi gioco di lui stando lì in piedi, cominciarono ad apparire stupidi, insulsi, perché lui semplicemente sorrideva e li guardava senza domandare nulla. Quelli rimanevano là qualche minuto e poi se ne andavano. Un giorno gli dissi: “Fai una cosa. Quando qualcuno se ne sta andando, domandagli: ‘Perché te ne vai? Stai qui ancora un po’!” Perché dobbiamo farla finita con questa storia. Se tu inizi a dire così, quella persona non si fermerà mai più.” Lui seguì il consiglio e presto, nell’arco di quindici giorni, facemmo piazza pulita di tutta quanta la folla; nessuno si fermava più.

E lui mi fu davvero riconoscente. Ogni volta che passavo dalla stazione – anni dopo, quando presi a viaggiare attraverso il paese – lui era solito venire con un pacchetto di dolci o qualcosa da regalarmi. Io gli dissi: “Perché ti disturbi così tanto, venendo fino alla stazione che dista due miglia?”

Lui rispose: “Mi hai aiutato così tanto. Da quel giorno la mia paura è finita, ho chiuso con mio padre. Ora posso perdonarlo. Prima volevo sempre ucciderlo; ora quest’idea non mi si presenta più.” Ogni uomo viene allevato in una società nella quale è impossibile preservare l’integrità mentale, la salute. Per questo la psicologia e le altre terapie devono fare qualcosa per ciascun individuo. Non è soltanto questione di curare i pazienti; il paziente è tutta quanta la società.

La mia idea è che si curi il paziente, ma inoltre che ogni Università, ogni liceo, ogni scuola che tenga lezioni, corsi, corsi di tre mesi aperti a tutti, non specifici per malati, ma per tutti, per diventare più sani, per diventare più integri. E alla base di questo dovrebbe esserci la meditazione.

Noi possiamo creare una società che sia fondamentalmente sana.

Allora tutti questi malati di mente spariranno. Essi rappresentano solo i casi estremi del comune essere umano. Ma io non vedo ancora nessuna psicologia andare nella direzione della meditazione.

 

tratto da:

The Last Testament, Vol. 3

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Massaggio Psichico

UN INCONTRO PROFONDO ATTRAVERSO IL CUORE E LE MANI

 

Nel 1975 Roberta DeLong Miller (Ma Sagarpriya) con il suo libro ‘Il Massaggio Psichico’ introduceva nella psicoterapia un concetto innovativo. Attraverso questo metodo il terapista può ricevere intuitivamente messaggi dal corpo sulle abitudini, le credenze, le esperienze passate, che impediscono al cliente di sentirsi a proprio agio con se stesso.

Durante gli ultimi vent’anni questo metodo è stato perfezionato e sviluppato e queste nuove esperienze sono state raccolte in un secondo libro “Il Tocco del Maestro” (di Ma Sagarpriya).

Da anni ormai Sagarpriya e Swami Dhyan Svagito, insegnano questo metodo in tutto il mondo.

Entrambi hanno condotto numerosi training di Massaggio Psichico, soprattutto presso la Osho Commune di Pune e in vari istituti in Europa. Centinaia di persone provenienti da tutto il mondo hanno imparato a dare sessioni individuali di Massaggio Psichico. Qui di seguito Svagito descrive la sequenza di una sessione di Massaggio Psichico individuale e alcuni dei suoi concetti base.

 

 

Negli ultimi decenni sono state sviluppate molte tecniche di lavoro sul corpo e si è giunti sempre di più a comprendere che corpo e mente sono un tutt’uno.

Se tu tocchi una persona, non solo la aiuti a raggiungere il benessere fisico ma anche a entrare in contatto con le sue sensazioni, le attitudini di vita, l’intero sistema ‘corpo-mente’.

 

Risonanza

Il concetto base del Massaggio Psichico è che la salute spirituale e psicologica di una persona dipende da quanto la persona è in contatto con il proprio essere, il nucleo essenziale. Nel Massaggio Psichico questo aspetto viene chiamato “risonanza”, una definizione presa a prestito dalla musica, una parola che descrive l’esperienza di unità che il terapista prova nel momento in cui contatta il nucleo essenziale dell’altra persona.

Ognuno di noi possiede questo spazio interiore, ma esso può venire coperto da tratti della personalità, atteggiamenti inconsapevoli ed esperienze del passato. Facendo emergere questi strati al livello della consapevolezza, l’identificazione della persona con le sensazioni, le idee, le esperienze del passato si attenua, ed essa inizia a ricordare chi è veramente. In un certo qual modo, dare un Massaggio Psichico significa creare uno spazio in cui la persona può vedere chi è in realtà e da lì iniziare a crescere e a espandersi. La trasformazione e la crescita interiore sono un evento naturale e spontaneo allorché gli ostacoli sono stati rimossi.

Una sessione di Massaggio Psichico normalmente inizia con un breve colloquio che aiuta a capire la situazione personale del cliente. Spesso il cliente espone problemi o esperienze di disagio relative ad aspetti fisici, lavorativi, di crescita spirituale o di relazione.

Dopo questo colloquio il cliente si stende sul lettino ed il terapista effettua un “check” della risonanza e una lettura dell’energia su tutti i chakra o centri energetici del corpo.

Il concetto di “risonanza”, così come viene utilizzato nel massaggio psichico, descrive la sensazione di unità che si verifica quando due persone si incontrano nella meditazione. Quando il terapista riposa nella meditazione e si connette con l’energia del cliente egli avverte questa sensazione di unità solamente quando tocca alcune parti del corpo, non altre. Qualcosa dentro di lui cresce, diventa più pieno, la sensazione di riposo diventa più intensa. Allora diciamo che questa parte nel corpo del cliente è “risonante” intendendo che in questa parte egli è connesso con se stesso, disponibile, aperto a ciò che l’esistenza offre, mentre altre parti del corpo possono essere ancora in uno stato di aspettativa, richiesta o desiderio che non può venire soddisfatto.

 

Meditazione

Naturalmente la risonanza è connessa con l’esperienza meditativa; essa è composta da una “sostanza” chiamata accettazione. La meditazione in questo caso non è una tecnica di rilassamento, è semplicemente la capacità di essere presenti nel “qui e ora”, senza bisogno di cambiare le cose nel modo in cui le vogliamo.

Secondo Osho ci sono solo due dimensioni nelle quali una persona può vivere. In una di queste noi passiamo la maggior parte del nostro tempo, cercando di ottenere quello che desideriamo e di raggiungere un qualche obiettivo, sia materiale che spirituale. La meditazione si connette a un’altra dimensione della vita, Osho la chiama “essere un testimone”. In questo spazio incontriamo le cose esattamente come sono, senza cercare di sistemarle o di migliorarle. È uno stato di rilassamento.

Quindi il “miglioramento”, la crescita, accadono naturalmente, senza bisogno di fare alcunché.

 

Lettura dell’energia

Tutte le nostre esperienze, provenienti anche da vite passate, formano la nostra personalità, che è null’altro che un modo predefinito di rispondere a eventi esterni. Queste qualità della personalità sono accessibili attraverso il corpo. Proprio come una persona può avvertire tensione nel corpo, può anche avvertire se esso porta emozioni come la rabbia o la tristezza, può addirittura “vedere” interi episodi della propria infanzia o di vite passate.

Man mano che il massaggio progredisce, il terapista, attraverso la propria capacità di leggere le energie e la risonanza, lentamente acquista una comprensione più profonda formandosi un’ idea generale di come vive questa persona. La risonanza è come il lato “interiore” di fatti o energie “esterni”, e ci dice come la consapevolezza della persona è collegata a queste energie.

Al termine del massaggio, ma a volte anche a metà dello stesso, il terapista parla delle proprie impressioni in un modo che possa essere utile al cliente.

 

Polarità maschile-femminile

Un aspetto chiave del processo è l’interazione fra le polarità maschile e femminile nel corpo.

Carl Gustav Jung è stato il primo psicologo a sviluppare il concetto dei lati ombra della personalità. Se tu sei una donna allora l’aspetto ombra è maschile e viceversa. Jung ha chiamato queste polarità animus e anima o “uomo interiore” e “donna interiore”.

Nel Massaggio Psichico questi due aspetti possono essere contattati direttamente. Tenendo in mano il piede destro di un persona ci si può formare un ritratto simbolico dell’energia maschile mentre il piede sinistro ci può presentare il ritratto dell’energia femminile. Normalmente uno dei due lati è dominante, mentre l’altro si ritira, causando una sensazione di disagio, di insoddisfazione o tensione. A volte il lato che si ritira è quello più sviluppato e la persona ha quindi un’idea totalmente sbagliata della sua forza reale.

Il terapista aiuta quindi il cliente a portare più consapevolezza in queste sub-personalità.

In questo modo il cliente può arrivare a intravedere un modo di relazionarsi con un compagno del sesso opposto, il proprio lavoro e la creatività che si fonda su gioia e rilassamento piuttosto che sullo sforzo e la tensione; e trovare risposte a domande sul benessere fisico o sul cammino della trasformazione interiore.

 

Imparare il Massaggio Psichico

Il Massaggio Psichico si rivolge a persone che vogliono conoscersi più profondamente ed esplorare il proprio mondo interiore. Le persone che studiano il Massaggio Psichico imparano movimenti di massaggio che non richiedono alcuno sforzo o alcun “fare” nel senso effettivo. Gli aspetti tecnici del massaggio non vengono insegnati nei corsi di Massaggio Psichico.

Una persona che dà un Massaggio Psichico non cerca di modificare qualcosa nel cliente ma di facilitare, con la sua presenza, un’atmosfera nella quale il cliente possa rilassarsi in una profonda auto-accettazione.

Presenza tuttavia non significa inattività. È come il koan zen: fare e non fare nello stesso tempo.

Spesso le persone attratte dal Massaggio Psichico sono persone che sono stanche del proprio lavoro di terapia senza sapere esattamente il perché, che non amano l’eccesso di tecnica e che vogliono incontrare l’essere interiore di un’altra persona.

Il Massaggio Psichico insegna come rispondere a uno stato di crescita interiore sostenendolo, così che il viaggio possa essere gioioso e il più possibile pieno di celebrazione.

 

Il training di Massaggio Psichico si tiene una volta all’anno

presso la Osho Multiversity a Pune (India) e in Europa.

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Lo Scopo nella Vita

 

Amato Osho,

i Sufi dicono che ogni persona ha uno scopo nella vita e che ognuno dovrebbe scoprire quale sia il proprio. Questa questione mi si affaccia di continuo nella mente ora che non sono più in una comune. Quando ero là non era importante: ciò che contava era stare con te. Ha importanza quale lavoro svolgo? Per favore potresti parlare di questo?

 

Eva, ciò che dicono i Sufi non è quello che hai capito tu. Certamente dicono che ogni persona ha uno scopo nella vita, ma quello che intendono è che ogni persona ha un’individualità unica, una funzione unica, un posto unico nell’esistenza, che non può essere rimpiazzato. E loro dicono che tu devi scoprire quale sia questo scopo. Ma l’enfasi non è esattamente sul trovare quale sia quello scopo, l’enfasi è sul trovare innanzitutto chi sei tu.

Nel momento in cui comprenderai te stessa, comprenderai anche, senza alcun sforzo, quale sia il tuo scopo.

Comprendere che la tua individualità è unica ti darà l’intuizione di quale sia il tuo scopo nella vita, ma non potrai comprenderlo direttamente senza prima aver trovato te stessa. Lo scopo è secondario, tu sei fondamentale. Per questo io non ti dico mai di trovare quale sia lo scopo, io ti dico: “Conosci te stesso. Sii te stesso”.

Queste due frasi sono sufficienti per tutta quanta la filosofia della tua vita. Tutto il resto seguirà per conto proprio.

Tu mi chiedi: “Questa questione mi si affaccia di continuo nella mente ora che non sono più in una comune. Quando ero là non era importante: ciò che contava era stare con te. Ha importanza quale lavoro svolgo?”.

Ti stai di nuovo confondendo. Lo scopo della tua vita non è il lavoro che fai; puoi fare qualsiasi cosa. Quando dico scopo non intendo il tuo lavoro. Tu puoi essere un calzolaio, puoi essere un falegname, puoi essere una ballerina, puoi essere un musicista – questo non ha importanza. Qualsiasi cosa ti dia gioia, qualsiasi cosa ti dia pace, qualsiasi cosa ti porti più consapevolezza, qualsiasi cosa che renda la tua vita una vita di gratitudine… qualsiasi lavoro andrà bene.

Il lavoro non ha importanza, il punto cruciale è quello che accade dentro di te mentre fai un dato lavoro. Se porta luce dentro al tuo essere, se ti dà un profondo appagamento, se ti rende più piena d’amore e di gioia, allora è assolutamente irrilevante quello che stai facendo; fallo e fallo in maniera totale. Più totalmente lo fai, più intelligenza impieghi nel farlo, più la tua individualità diventerà autentica, più il tuo potenziale diventerà realizzato, più ti accorgerai che ti stai avvicinando al tuo destino, che stai tornando a casa.

L’undicenne Lucy camminava per le strade del villaggio conducendo una mucca legata a una fune. Incontrò il vicario che le chiese: “Piccolina, cosa stai facendo con quella mucca?”

“Prego reverendo,” rispose Lucy, “è la mucca di mio padre e io la sto portando dal toro.”

“Disgustoso” commentò il parroco, “non poteva farlo tuo padre?” “No” rispose Lucy, “dev’essere il toro.”

Ognuno ha il proprio scopo, è vero, ma trovare quale sia il tuo è impossibile se non hai trovato prima te stessa. E nel momento in cui troverai te stessa, troverai simultaneamente anche il tuo scopo. Quindi non c’è bisogno di preoccuparsi dello scopo. Tutta quanta l’attenzione dovrebbe essere focalizzata sul conoscere te stessa, e il modo per conoscere te stessa è la meditazione.

 

tratto da:

The New Dawn #8

 

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