2 CENTRI DI OSHO IN
ITALIA
Tutti i Centri di Osho
divisi per regione
Fuori e
dentro
8 IL CUORE
Crescere con
Osho
Il racconto
di due giovani donne che hanno preso il sannyas da
bambine negli anni '70.
14 IL MAESTRO
La scelta di
essere felice
In ogni
momento della nostra vita, ci troviamo di fronte alla scelta tra felicità e
infelicità. Dipende solo da noi.
Osho Ko Hsuan
Le
riflessioni di un insegnate che ha trascorso l'ultimo anno presso
20 BIOGRAFIA
Mai nato mai
morto ù
Primi
appunti per una biografia impossibile. La realtà, il mito e un'inesprimibile
verità.
24 IL MAESTRO
Non sono
figli vostri
Commento a
uno dei brani dell'opera "Il Profeta" di Kahil
Gibran.
32 IL MAESTRO
Dalla luna
di miele al ritrovarsi nemici intimi il passo è breve.
Un rapporto
fra i più difficili che senza la consapevolezza continua a ricrearsi.
Il Libro
dell'Alchimia Interiore
L'ultima novità
editoriale.
38 BENESSERE
Osho Neo-Reiki
Ma Anand Himani che da molti anni si
dedica al Reiki, ci racconta la sua
esperienza.
42
Y2K &
02K
44 IL MAESTRO
L'uomo
ordinario e la sua pazzia
Osho ricorda
un episodio della sua infanzia che ci illustra la fragilità della mente umana.
48 BENESSERE
Il Massaggio
Psichico
Un metodo
innovativo per contattare direttamente la saggezza del corpo.
50 TUTTE LE STELLE
Il tuo oroscopo di gennaio.
52
Tutti i libri di Osho in italiano, i video di
Osho, le musiche per la meditazione e il rilassamento.
60 IL MAESTRO
Lo scopo
nella vita
Lo scopo
nella vita, è sapere chi sei.
. . . . . . . . .
. . . . . . . . .
DENTRO E FUORI
Novità novità !!!
Per riuscire a farti avere il tuo Osho Times puntuale a inizio mese abbiamo deciso di anticipare
la data di spedizione. E così a Giugno ci sarà un numero doppio e si passerà
poi al numero di Agosto. Gli abbonamenti saranno aggiornati.
... e poi in
Italia
Durante il recente incontro dei centri italiani,
tenuto a Varazze il 18-19 marzo scorsi è nato Osho 2000
Italia.
Ma Bodhisu di Osho Miasto e Sw Veetchitta
dell'OshoTour sono le persone di riferimento.
"Scopo del nostro lavoro è quello di dare un seguito e portare in Italia
l'energia di celebrazione e di consapevolezza che avremo sperimentato durante
il Festival Osho2000 a Pune.
Vorremmo creare un filo conduttore comune alle
tante manifestazioni, concerti ed eventi che verranno organizzati in tutta
Italia dai vari centri di Osho," ci dice Veetchitta.
"Al momento stiamo stilando l'elenco dei
personaggi del mondo della cultura e dello spettacolo che amano Osho, anche se
non sono sannyasin" racconta Bodhisu.
"Vogliamo creare una sorta di festival
itinerante che toccherà diverse città italiane, e vogliamo invitare questi
personaggi ai nostri eventi in modo che la gente e la stampa sappiano quanto
Osho è presente nella nostra vita quotidiana, quanto è fonte d'ispirazione e di
gratitudine per tanti, nel mondo dello spettacolo, dell'arte e della
cultura".
Il lavoro è solo all'inizio e chiunque abbia idee,
contatti o suggerimenti è invitato a unirsi a questa carovana.
Un'altra indicazione del meeting è stata quella a
rimanere più in contatto fra i vari centri usando Internet e le sue svariate
possibilità.
Il cuore non
conosce separazione
Ma Dhyan Pragita, "canzone, danza di meditazione",
discepola di Osho dal
Ha lasciato scritto: il mio bisogno più grande è
sentire che la mia morte non sia inutile e che la morte sia vissuta in un modo
diverso.
Se ne è andata in luce e silenzio, con tanto
amore, grazia e tenerezza.
Il suo funerale è stato una bellissima
celebrazione, l'abbiamo salutata in tantissimi, con fiori e canzoni.
La cremazione è avvenuta il 17 febbraio. Ma Dhyan Ghee, la mamma-compagna di
viaggio, ha scritto e letto per lei questa poesia:
OCCHI DI LUCE
Come deve essere grande, come deve farsi grande il
cuore per accogliere i tuoi occhi, Pragita.
Mi sveglio e mi trovo davanti l'immagine di te, Pragita,
con gli occhi grandissimi e le mani giunte che
chiedi aiuto per la sofferenza, il dolore, il terrore
e si presentano la disperazione, la colpa, la
rabbia di non aver saputo risparmiarti da questo.
È un attimo: posso credere a tutto ciò e rendere
inutile la tua morte.
E il cuore si fa grande, grande, grande:
grandissimo – e nel vuoto e nell'immensità del cuore, del mio cuore, del tuo
cuore, del nostro cuore.
Nel Cuore si scioglie tutto il rancore del mondo,
e la violenza si fa miele, la disperazione si fa gioia, la colpa è innocenza.
E tu... I tuoi occhi di pace sono laghi della
consapevolezza.
Grazie, cara gioia, per tutto il tempo del nostro
amore che ora è dilatato all'infinito. Grazie.
Ho visto i tuoi occhi che lasciavano andare la
sofferenza, la paura, e tu improvvisamente silenziosa mi guardavi.
E ci siamo guardate, guardate per così tanto
tempo.
La notte piano piano
scorreva e verso mattina hai cominciato un po' a chiudere i tuoi occhi di pace.
Ho potuto accompagnarti, tenerti per mano, l'altra
l'aveva
Il diaframma tra la vita e la morte l'ho visto.
Sottilissimo, trasparente, luminoso, colorato. Come la parete di una bolla di
sapone.
L'hai passato, per un attimo il passaggio è stato
aperto e poi si è richiuso.
E nel Cuore Grande c'è tutto: il di qui e il di là
– la vita e l'altra vita – non c'è neppure senso di dire l' "altra
vita". Il cuore non sa, non conosce separazione.
L’Italia
vince
Questa notizia la potete leggere solo sull'Osho Times – dopo 23 anni – grazie ad Agam,
il maestro di tennis del Club Med che ha organizzato
"Beyond Davis Cup" un torneo a squadre nazionali – partecipavano
Italia, Svezia, India, Danimarca, Germania e Nord America – che ha visto in
finale Italia contro Svezia e si è concluso, grazie alla bravura di Sw Agam e di Sw.
Purana, con un risultato opposto a quello di quest'anno a Milano. Il team italiano, contrapposto a Sw Smaran e Sw
Satyam, è partito in svantaggio (0-1) per riportarsi
poi subito alla pari e finire a 3-1 – l'ultimo singolo non è stato giocato perché
Purana si era stirato un muscolo fin dall'inizio del
doppio che con molto coraggio e abilità gli italiani avevano vinto 6-1.
Ecco forse perché in campo si vedevano quattro che
giocavano, ma uno solo che correva, il giovane e bravissimo Satyam
che nell'ultimo singolo giocato contro Agam lo ha
tirato fino a un soffertissimo 6-3. Ma poteva anche
essere il caldo: giocare fino a mezzogiorno in India a metà marzo può non
essere l'ideale!
La carenza di tabelloni segnapunti aiutava molto
la socializzazione fra il pubblico – "Chi gioca?" "A quanto
stanno?" – che tifava in modo meditativo per l'uno o l'altro team e si
univa ai giocatori nei 30 secondi ogni due giochi di "silenziosa
osservazione di se stessi"... tanto per non dimenticare che si stava
giocando a ZENNIS.
Ottima l'organizzazione di Lalit
e Smaran che hanno non solo procurato una copia
perfetta della Coppa Davis, che verrà incisa col nome
della nazione vincente e rimessa in palio l'anno prossimo, ma anche delle
deliziose micro-coppe alte pochissimi centimetri per
ogni partecipante – e inoltre delle fantastiche caramelle al caffè per tutti... Che ci sia uno sponsor in vista?!?
Due giovani
donne che hanno preso il sannyas da bambine, negli
anni ‘70, ci raccontano la loro storia e le loro diverse esperienze.
Ritorno a
casa
di Ma Anand Disha
Ho
sempre pensato che avremmo dovuto
scrivere un libro sul crescere a Pune e nel Ranch.
Proprio leggendo gli articoli che hanno scritto gli altri ‘ragazzi’ mi sono
tornati in mente tanti ricordi che non sapevo di aver dimenticato e che sono
troppo preziosi per andar perduti. Spero che questa serie dia a tutti noi lo
stimolo a mettere insieme le nostre storie, così che possano restare vive.
Credete sia
possibile trovare un modo per raccontare tutto – le cose pazze, quelle
miracolose, le parti selvagge, le cose per le quali noi eravamo ritenuti troppo
giovani, le esperienze spirituali, e le bugie sfacciate che
Riusciremo a
sorprenderli e sconvolgerli senza nutrire l’atteggiamento scandalistico verso
la “setta degli arancioni”?
La mia storia d’amore con Osho cominciò in prima
elementare. La mia migliore amica a scuola si chiamava Puja
e portava un mala e dei vestiti dell’arancione brillante che si usava nel
settantacinque. Non appena vidi il suo medaglione, seppi che ne volevo uno
anch’io. Ancora oggi mi domando se in me ci sia stata una premonizione che
veniva da lontano e che mi diceva che, se dovevo trovare l’illuminazione in
questa vita, quello era il mio uomo e non avevo tempo da perdere. O forse
pensavo semplicemente che fosse favoloso essere diversi: guardavo Puja e volevo essere come lei.
Mia madre era dell’idea che bisognasse vivere in
una comune e leggere Marx ed Engels. Fumava roba e partecipava alle
dimostrazioni, così, quando conobbe la mamma di Puja,
divennero amiche e cominciò a leggere Osho avidamente. Andammo insieme al
Centro di Monaco per provare
Allora parlavo solo tedesco. Dopo il primo
discorso del mattino, chiesi alla mamma come era possibile che lui avesse tanto
da dire sul burro. E lei dovette spiegarmi che Buddha
era un altro Maestro e non burro come si dice in tedesco!
Volli prendere immediatamente il sannyas. Mia madre voleva prima ascoltare i discorsi di
Osho per un po’, per capire meglio i suoi sentimenti verso di lui, e magari
fare delle meditazioni e qualche gruppo e poi decidere. Mi sembrava che così ci
volesse troppo tempo e allora andai a trovare Arup
nell’ufficio principale. Lei parlava tedesco e disse che sì, potevo vedere “Bhagwan” per prendere il sannyas
la sera dopo. Fortunatamente era prima che cominciassero a richiedere i moduli
e il consenso dei genitori.
Mamma mi trovò nella doccia che mi strofinavo i
capelli col limone. Le spiegai, ma lei aveva l’aria di non poterci credere, che
quest’operazione faceva parte delle istruzioni che mi
avevano dato per essere senza profumo al darshan con “Bhagwan” quella sera. Lei corse all’ashram
a litigare con Arup, finché questa non accettò di
farla venire al darshan anche senza appuntamento.
Quando fui chiamata di fronte a Osho (col
traduttore tedesco accanto), lui mi chiese: “Dov’è tua madre?” Io gli dissi che
era seduta dietro e lui fece venire davanti anche lei e, dopo di averla
guardata per molto tempo, ci disse di chiudere gli occhi tutte due. Mi ricordo
di un misto di eccitamento nella pancia e di calma naturale, con la sensazione
di sapere che da sempre il mio posto era lì. Non mi fermai a pensarci tanto, ma
ricordo di aver sentito un grande amore per Osho, non appena lo guardai negli
occhi. Poi lui chiese alla mamma: “Sei pronta anche tu a prendere il sannyas?”. Lo era, senza nessuna esitazione. Il mio nome
era Anand Disha – la
direzione verso la beatitudine – e il suo Deva Nandan
– gioia divina. Lui non disse altro, tranne chiedermi di dire il mio nome, per
vedere se lo pronunciavo bene.
Quando penso al tempo che passai con Osho, a quell’età, sento qualcosa di strano, perché so che non
avevo ancora una mente. Vivevo nel qui e ora. Potevo sedermi e guardarlo, se
questo era quello che sentivo di fare, e non un pensiero attraversava la mia
mente. In effetti, ancora per alcuni anni, fui perfettamente silenziosa nella
testa (a differenza di adesso!) e ingenerale tutto ciò che diceva Osho. Non
sapevo cosa fosse la meditazione, e il concetto che la gente lì era alla
ricerca di qualcosa era troppo difficile da capire per me. Stavo lì
semplicemente perché mi piaceva stare vicino a Osho e l’ashram
era un paradiso per i bambini. Eravamo trattati con molto rispetto e io avevo
tanti amici, giovani e vecchi. Avevamo il permesso di essere totalmente noi
stessi.
Qualche anno dopo, verso i dieci anni, cominciai a
capire Osho un po’ di più e ogni tanto rimanevo sveglia durante il discorso per
ascoltarlo. Mi ricordo che mi chiedevo perché la gente ci tenesse tanto a
raggiungere l’illuminazione, specialmente per il fatto che in quel modo questa
sarebbe stata la loro ultima vita. Dentro di me provavo un tale piacere, misto
a stupore, al solo pensiero di essere viva, che non potevo immaginare di non
volere di più o di non desiderare di continuare a vivere.
A volte mi sento veramente colma di gratitudine
per aver avuto l’opportunità di essere stata qui quando c’era lui e di essere
stata tanto vicina al divino – al mio vero essere – senza i filtri della
personalità che, dopo di allora, ho imparato a depositarci sopra. Altre volte
provo invidia per coloro che potevano stare intorno a Osho e fargli domande
personali sulla loro ricerca, sulla loro confusione, sull’inquietudine delle
loro menti: quella perdita di speranza che viene a volte quando sai che stai
cercando qualcosa e non sai se sei sul sentiero giusto… È successo a me,
qualche volta, in questi ultimi anni; mi sono sentita triste perché Osho non
era più qui, ora che posso veramente rendermi conto della mia insoddisfazione
spirituale.
Ho visto tanti “ragazzi” sannyasin
passare attraverso la fase dell’odio per il sannyas,
rinunciare al loro nome, ribellarsi contro i genitori cercando di diventare il
più possibile “normali”, dando la colpa a Osho e alla mancanza di disciplina
nella loro infanzia se ora erano infelici e magari si drogavano. Anche se può
sembrare strano non sono mai passata per una fase del genere. Sono una dei
pochi “ragazzi” sannyasin che ha sempre tenuto duro,
che è rimasta al suo posto, in tutte le differenti comuni, fino a che Osho ha
lasciato il corpo, e anche adesso continua a passare un sacco di tempo a Pune. Mi domando se è così perché ho scelto io di venire
qui, invece di arrivare a essere sannyasin perché lo
erano i miei genitori, che mi piacesse o no.
Questo non vuol dire che io non abbia attraversato
momenti difficili…
Uno dei momenti più duri fu dopo la fine del
Ranch, dai sedici ai diciotto anni, quando scoprii che non avrei vissuto per
sempre felice nel qui e ora. Tutti i miei anni da sannyasin
mi avevano condizionata a credere che sarei stata diversa. Credevo che, poiché
da bambina avevo ricevuto libertà e amore incondizionato invece di biasimo e
soprusi, non avrei dovuto affrontare l’odio per me stessa o dubbi su di me,
come succedeva alla maggior parte delle altre persone. Che poiché avevo sentito
Osho parlare dell’amore e della libertà, in contrapposizione al matrimonio e
alla possessività, avrei avuto degli amori
meravigliosi, senza gelosia e dolore. E che, per aver provato il gusto della
pace interiore e dell’estasi, non mi sarei trovata a prendere droghe o a
dibattermi nel desiderio spasmodico di sigarette o alcol per stordirmi. Credevo
che poiché avevo una mamma eccezionalmente amorevole e tante relazioni d’amore con
adulti felici di farmi da genitori, non avrei avuto bisogno di nessuna terapia
o decondizionamento dall’infanzia. E infine, che
poiché ero arrivata da Osho così giovane, ero automaticamente sul sentiero
dell’illuminazione, senza bisogno di fare alcuno sforzo per meditare o per
guardarmi dentro. Ero convinta che il big bang sarebbe accaduto allo scadere
dei 21 anni, oppure, se tutto andava male, al momento della morte di Osho.
Quando scoprii che quello che credevo non era
realistico, la delusione fu grande e dolorosa. Odiai Osho e i sannyasin per aver proiettato tante aspettative su di me.
Mi sentii piena di sfiducia in tutto quello in cui avevo creduto e vergognosa
della mia arroganza che mi aveva fatto ritenere di essere così speciale.
Ora che ho accettato di essere altrettanto persa e
non-illuminata come chiunque altro, posso anche vedere la bellezza e l’amore
per me che ho ricevuto attraverso quello che mi è stato dato da bambina. Ma
avevo bisogno di scavare veramente dentro di me e scoprire qual era veramente
la mia esperienza e cosa invece fosse solo condizionamento infantile, per
quanto ricevuto in versione più spirituale e sottile. Quando partecipai al
gruppo Anti-Fischer-Hoffman, a Pune,
molti sannyasin mi dissero: “Perché mai dovresti
averne bisogno?”. E mi faceva incazzare oltre ogni
limite il loro continuare a ripetermi quanto fossi straordinaria a fare una
cosa del genere a soli 19 anni, mentre io lo facevo proprio per distruggere
quella dannata immagine di eccezionalità dovuta al fatto che ero sannyasin fin da bambina. Quattro anni fa, col Miracle of Love, feci un grosso passo in avanti
nel liberarmi di tutto questo. Cominciai con un mucchio enorme di giudizi sui
testimoni di Geova, sui discepoli di Somendra o di Muktananda, sugli
autisti di autobus del Tennesee, sulle casalinghe di
tutto il mondo e sulle svampite ragazzine New Age
della California. Pensavo di essere molto più avanzata nel mio cammino
spirituale, perché avevo cominciato così presto e perché il mio Maestro era
senza dubbio il Maestro dei Maestri, a differenza di certi ciarlatani che
queste altre persone seguivano. Ma dopo molta ricerca profonda e l’esposizione
di quello che succedeva dentro il mio cuore e nella mia mente – e dopo aver
visto tutti gli altri partecipanti di quel gruppo intensivo fare la stessa cosa
– quello che trovai, con grande umiltà, fu amore e apprezzamento per la
sincerità del desiderio di ricerca che è in ogni anima, non importa poi che
aspetto prenda il viaggio esteriore. Sì, sono stata molto fortunata e benedetta
in questa vita, ed è anche vero che ho un grosso potenziale, grazie alle
opportunità che il divino non smette mai di pormi davanti. Ma utilizzare queste
cose per aumentare il mio ego, sentirmi arrogante e speciale a questo
proposito, è proprio una maniera sicura per mancare l’obiettivo.
Un altro grande momento di svolta della mia vita
fu nel 1992, quando mio padre si suicidò. Non era un sannyasin
e, sebbene non ci vedessimo molto, eravamo molto uniti. Quando arrivò ai cinquant’anni, ebbe una crisi di mezza età. Si combinarono
insieme diversi elementi – la perdita di grosse somme di danaro, una relazione
infelice e il troppo alcol – che lo portarono a una crisi psicotica e a una
schizofrenia paranoide. Per due volte lo raggiunsi a
Monaco da Pune, per stare un po’ con lui, per amarlo,
per condividere con lui quello che avevo capito della meditazione e aiutarlo a
vedere che lui non era la sua mente. Feci del mio meglio per mostrargli il mio
amore e la mia gratitudine per la vita, per dirgli che la vita serve a crescere
e che il suicidio non è una scappatoia, perché poi ci troveremo di nuovo con le
stesse sfide da affrontare in un’altra vita. Cercai anche di portarlo da medici
per fargli prescrivere medicine. Pensando adesso, in retrospettiva, a quell’esperienza, posso dire che mi ha dato molto e che
sono grata di essere stata là a fare tutto quello che potevo per aiutarlo. Ma
la lezione straziante che mi ha dato fu il vedere proprio la mia impotenza ad
aiutarlo. Io non potevo dargli le esperienze della mia vita, non potevo fargli
desiderare di vivere, e non potevo salvarlo, evitandogli di uccidersi.
Questo fatto mi distrusse. Mi fece vedere le parti
di me che non sono in effetti delle radicate verità spirituali, ma
semplicemente cose che ho imparato a dire perché ho ascoltato Osho. La verità è
che io non ho mai dovuto affrontare quel tipo di sconforto, paura, disperazione
e dolore con i quali mio padre e molti altri in questo mondo hanno dovuto
convivere.
Dopo la sua morte – avevo 23 anni – sentii che ero
cresciuta, che avevo superato il mio innocente, ma ingenuo approccio alla vita.
Vidi che, anche se in minor quantità, avevo anch’io le stesse qualità di
autodistruzione, di disperazione rispetto al mio potenziale spirituale, così
come le stesse tendenze alla dipendenza, le paure irrazionali e la sfiducia
verso la gente e il mondo. E capii che se le circostanze della mia infanzia
fossero state piene di violenza, povertà e abbandono, come erano state le sue,
e fossi cresciuta senza permettermi mai di piangere, sarei potuta diventare
molto simile a lui. Il rendermi conto di questo creò una profondità che prima
mancava alla mia parte gioiosa e positiva.
Da allora la mia ricerca della verità è diventata
molto cosciente. Il mio sogno è soddisfare questo impossibile desiderio che mi
porto nel cuore di trovare la libertà, di sapere che ho fatto tutto quello che
mi era possibile, così che quando verrà il momento della mia morte non sarà un
momento di grande amarezza e delusione, ma di appagamento e di gratitudine.
Dopo aver fatto il Miracle
of Love, ho portato a Pune la mia passione per quel
gruppo e per la mia strada. Ho aiutato Rafia e Turiya
e una squadra di altri a costruire The Path of Love,
un lavoro simile, ma basato su Osho. Il mio lavoro, piuttosto impegnativo, consiste
nel sostenere i partecipanti e va ad attingere da tutto quello che ho imparato
nella mia vita con Osho. Non che io abbia fatto dei training di terapia, ma è
proprio questo che lo rende così speciale per me – devo fidarmi del fatto che
ho qualcosa da condividere. E l’aver fiducia in questa cosa, esporla, parlarne,
viverla, mi ha fatto apprezzare Osho più che mai.
Proprio di recente mi chiedevo se potevo
organizzare qui un gruppo per adolescenti. Quegli anni sono un tempo così
prezioso, e io spero che Pune dia più sostegno e
ispirazione ai giovani ricercatori, come succedeva quando ero adolescente io...
non tanto tempo fa. Quello che ho scoperto è che non solo sono una ricercatrice
intensa, ma che sono e sono sempre stata una devota... mi piace questa parola.
Una devota di Osho, una devota di dio. Mi ricordo che persino quando avevo otto
anni, la cosa che mi piaceva di più era cantare canzoni d’amore per Osho
durante il Music Group. E quando avevo 14 anni, mi
piaceva fare il Gachchami inchinandomi al mio Maestro
e al divino.
Non lo avrei mai ammesso, perché allora non era trendy. Ora quella parte per me è molto preziosa e ho
sempre di più fiducia che le sua mano tiene stretta la mia, e io sono in
cammino verso casa.
Una storia
d’amore non di questo mondo
di Ma Deva Priya
La mia storia d’amore con Osho è cominciata
quando ero bambina. Sento davvero che non fu un puro caso se nacqui in una casa
dove Osho era tanto amato. Sono sicura che scelsi i miei genitori. Il giorno in
cui mia madre, Neelam, seppe di essere incinta, fu lo
stesso giorno in cui incontrò Osho per la prima volta. Entrambi i miei genitori
si innamorarono di lui. Mamma cominciò a meditare mentre ero nel suo grembo
Osho mi vide per la prima volta quando avevo
quattro mesi. Non me lo ricordo, ma ho sentito dalla mamma che mi ha guardata e
le ha detto: “È la mia bambina. Mi prenderò cura di lei.” Mi chiamò Priya, che, lui spiegò, vuol dire “l’amata”. Ho dei vaghi
ricordi di essermi seduta in braccio a lui, a giocare con la sua barba e tirargli
i peli del petto. In quella posizione ricordo di essermi sentita molto sicura e
calda. A quell’epoca un gruppo di persone – un kirtan mandali – viaggiava con lui quando
teneva i campi di meditazione in giro per l’India. Avevo quattro anni, quando
questo gruppo venne a stare a casa mia, ed era la prima volta che mi trovavo
fra abiti arancioni e mala.
Quando cantavamo e ballavamo il kirtan per
strada, sembravano veramente divini, come se fossero posseduti dall’ignoto. I
loro volti splendevano di libertà, devozione, beatitudine ed estasi. Radiavano
una tale luce… qualcosa di cui mi innamorai pazzamente. Con questo gruppo
sviluppai un profondo legame, che ancora continua.
Studiavo nella scuola di un convento cristiano, a
quei tempi la scuola migliore della mia città. A casa era esattamente
l’opposto. Ho dei bellissimi ricordi della mia casa: era una casa piena
d’amore, di senso estetico e di meditazione, dove si potevano sentire
continuamente i discorsi di Osho. Guardavo la foto di Osho e sentivo una
profonda nostalgia dentro di me. Era come se questo desiderio fosse non solo di
questa vita, ma avesse radici in altre vite precedenti. Non ho mai saputo dare
un nome a questo sentimento o spiegarlo a nessuno dei miei amici di scuola. Lo
tenevo per me. Il contrasto fra scuola e casa continuò ad aumentare man mano
che crescevo.
Durante le vacanze andavo a Pune.
Ricordo il mio primo darshan con Osho. Avevo sei
anni. Toccò il mio terzo occhio con forza e molto a lungo. Non disse neppure
una parola. Fu una forte trasmissione di energia che non aveva espressione
verbale.
Prima di ogni periodo di vacanza, mamma mi
chiedeva: “Andiamo a Pune anche questa volta, o
andiamo da qualche altra parte, tanto per cambiare?” La mia risposta era
sempre: “Pune”. Contavo i giorni che mancavano per
essere di nuovo davanti a lui. A sette anni presi il sannyas.
Fu una cosa molto spontanea e naturale. Mi trovavo all’energy darshan della sera, con mia madre e mio
padre, Amarjeet, proprio vicino a me. Osho stava
parlando con qualcun altro, quando all’improvviso mi alzai e dissi: “Bhagwan, voglio prendere il sannyas.”
I guardiani corsero verso di me, perché avevo disturbato tutti. I miei genitori
erano scioccati. Avevo dimenticato tutte le mie buone maniere. Osho mi chiamò e
disse: “E così, ora la mia piccola Priya vuole
prendere il sannyas.” Io gridai forte: “Sì!” Poiché
non ero nella lista di quelli che prendevano il sannyas,
Laxmi dovette affrettarsi ad andare a prendere un
mala per me (era così lungo che me lo dovetti girare due volte intorno al
collo). Osho mi disse: “Mi piace il tuo nome, Priya,
così, da ora in poi ti chiamerai Ma Deva Priya, che
vuol dire l’amata del divino.” Mi
diede una bella scatoletta di legno – che sapevo contenere qualche suo capello
– e disse: “La notte, dormi con questa scatoletta sul tuo cuore. Sarò sempre lì
con te.” Mi sentii così vicina a lui. Fu allora che cominciò il mio viaggio di sannyasin.
A scuola le cose andavano sempre peggio per me.
Potevo vedere la gelosia, la competizione e il costante confronto fra compagni.
Potevo vedere cose che nessuno della mia età sarebbe mai riuscito a capire.
Cominciai a sentirmi molto infelice. Mi sentivo completamente disadattata nel
mondo.
E poi venne il Ranch, che considero il più bel
periodo della mia vita. Allora avevo dodici anni. Sentivo che là mi espandevo.
Imparai tantissimo, cose che non avrei mai potuto imparare in nessuna scuola. A
mio padre non piaceva il Ranch; voleva andarsene, il che voleva dire che i miei
si sarebbero separati, Osho aveva immaginato che sarei andata con mio padre, a
cui ero molto attaccata. E fu molto sorpreso della mia decisione di restare al
Ranch – anche se la mamma avesse deciso di partire. Fui molto chiara
nell’esprimere questa mia decisione. Credo di aver colpito anche Osho, visto
che raccontò il fatto, tre anni dopo, in un discorso.
Il primo anno Osho veramente si prese cura di me.
Spesso durante il drive-by (il giro
che faceva tutti i giorni per la comune fra ali di sannyasin
che celebravano) fermava la macchina per darmi dei regali. Una volta mi ha dato
un assortimento di spazzolini da denti che facevano una musichetta mentre ti
lavavi i denti. Un’altra volta mi ha dato un orologio Omega d’oro. La terza
volta ebbi un giocattolino e quel drive-by fu ripreso
per il video “The Way of the Heart”. E io quel giorno
non ero neppure nella lista di quelli che dovevano ricevere regali. Mi ero
messa nella fila di persone che aspettavano lì, perché avevo visto che c’era la
mamma. Mentre lui dava regali in giro, sentii una vocina dentro di me, che diceva:
“Bhagwan, e io? Mi vedi che sono qui?”. Allora vidi
il suo dito che mi indicava, facendomi segno di avvicinarmi. Fui così commossa
e sorpresa di come lui potesse leggermi nel pensiero! Mi attaccai moltissimo al
Ranch – credevo che sarebbe stata la mia casa per sempre. Purtroppo, invece,
anche quello doveva finire. Nel mezzo della notte mi comunicarono che ero una
di quelli che partivano con Osho il mattino dopo per ritornare in India. Mi
ricordo che quella notte guardai il Ranch con occhi diversi. Ero felice perché
sarei stata con Osho, ma triste di lasciare i miei amici e il bellissimo Ranch.
E tornammo in India a Kulu
Manali. Avevo sedici anni, la più giovane di tutti. Là eravamo pochissimi a
prenderci cura di Osho. Spesso ero attorniata dalla stampa e dai fotografi.
Furono giorni speciali per me: la situazione era di grande intimità. Ero solita
fare a lui le domande sulle confusioni che avevo a quell’età.
Lui aveva cominciato a tenere i discorsi di mattina presto. Per alcuni giorni
non ci andai: dormivo. Arrivò il messaggio: “Dite a Priya
di non essere così pigra. Deve venire al discorso tutte le mattine.” Era dura
riuscire a sfuggirgli.
Osho volle che tornassi da mio padre e che
cominciassi a studiare. Ci andai e tornai dopo una settimana, in lacrime. Mio
padre si era risposato e la matrigna non era ben disposta verso di me. La mia
casa non era più la stessa. Sfogai tutti i miei malumori con Osho, ma non
ottenni nulla. Lui sorrideva e diceva, “Priya, se
tutto va secondo i tuoi desideri, non imparerai mai niente. Qualche volta,
nella vita, devi fare cose che non desideri fare. Solo allora cresci.” Piansi,
ma capii. Era doloroso essere separata da lui. Lui andò a fare il suo giro del
mondo e io tornai a studiare, vivendo in un ostello vicino a dove abitava mio
padre. A volte mi sentivo tradita da Osho, tanta era la confusione in cui mi
trovavo. E, d’altra parte, sapevo che non poteva portarmi con lui. Lui stesso
non aveva una casa.
Quando era in Grecia, mandò un messaggio a mio
padre, chiedendo: “Come sta Priya? Dovrebbe studiare
e fare esattamente quello che suo padre vuole che faccia.” Fui felice che
avesse pensato a me, mentre era in Grecia, ma non mi piacque che dicesse che
dovevo fare esattamente quello che mio padre voleva che facessi. Lo capii,
molti anni dopo, quando lo spiegò alla mamma: “Volevo che Priya
si riavvicinasse al padre. Lui poteva soddisfare tutti i desideri di quell’età. È bene che lei abbia una sana relazione col
padre, perché altrimenti l’avrebbe cercata per tutta la vita nei suoi amori. E
inoltre suo padre aveva una profonda ferita, per avervi lasciate entrambe. Chi
guarirà la sua ferita? Lei sarà un ponte che gli permetterà di raggiungermi di
nuovo.” La mia mente immatura non avrebbe mai potuto capirlo.
Quando Osho venne a Bombay, scappai da scuola e
venni a trovarlo. Avevo perso l’orologio d’oro che mi aveva regalato al Ranch.
Mi sentivo molto abbandonata e persa nel mondo. Volevo essergli vicina
fisicamente. Così, ancora una volta sfogai con lui tutti i miei malumori.
Piansi e me la presi con lui. Lui sorrise e chiese a uno dei sannyasin di Bombay di comprarmi il più bell’orologio
che ci fosse. Il giorno dopo mi dette quell’orologio
e disse: “Priya, torna indietro. Io sono sempre con
te.” Col cuore a pezzi, ma almeno con un orologio nuovo, partii.
Quando Osho venne a Pune
e
Scelse lui il college e tutti i miei corsi. Con
mia sorpresa riuscii molto bene: ero la prima dell’università. Gli mandai il
libretto coi voti perché ero molto orgogliosa di me. Osho lo guardò e disse a
mia madre: “Neelam, te l’avevo detto, è la mia
bambina. Mi prenderò cura di lei. Vorrei che vedesse entrambi i mondi insieme.
Dovrebbe prendere tutte le lauree del mondo e nello stesso tempo mantenere la
qualità della meditazione. È questo l’uomo nuovo di cui parlo – ricco in ogni
dimensione.”
Avevo 21 anni quando Osho lasciò il corpo. I miei
anni con Osho non sono stati solo una vita qualsiasi. Sento di aver vissuto
molte vite in questi 21 anni. Ora ne ho 28 e continuo a far parte della Comune,
come prima. Qualche volta mi manca Osho, ma, per me, lui è sempre stato più una
presenza che una persona. La mia storia d’amore con lui continua a crescere.
Non ha fine.
Non è una storia di questo mondo.
Liberamente tratto da Viha
Connection 97/98
Fin da
bambini se manifestiamo la nostra gioia, nessuno si cura di noi, o addirittura
provochiamo reazioni di fastidio. Quando siamo infelici invece riceviamo molte
attenzioni. Ecco perché l’infelicità è diventata un’abitudine.
Amato
Osho,
ci
hai raccontato una volta la storia di un vecchio che aveva più di cent’anni. Un giorno era il suo compleanno, gli domandarono
perché era sempre felice. Il vecchio rispose: “Ogni mattina quando mi sveglio
posso scegliere di essere felice o infelice, e scelgo sempre di essere felice.”
Com’è
che di solito scegliamo l’infelicità? Come mai non siamo consapevoli di poter
scegliere?
È uno dei problemi umani più complessi e va
considerato attentamente. E non è affatto un problema teorico – è una cosa che
ti riguarda direttamente.
È così che si comportano tutti – fanno sempre la
scelta sbagliata. Scelgono sempre la tristezza, la depressione, l’infelicità.
Ci devono essere ragioni profonde – e ce ne sono.
Innanzitutto il modo in cui alleviamo i bambini
gioca un ruolo importante. Se sei infelice ci guadagni qualcosa, ci guadagni
sempre qualcosa. Se invece sei felice, ci perdi sempre. Fin dall’inizio un
bambino intelligente comincia ad avvertire questa distinzione. Ogni volta che è
infelice tutti si prendono cura di lui, tutti gli vogliono bene, gli danno
amore e non solo: ogni volta che è infelice diventano tutti premurosi e gli
prestano attenzione. L’attenzione è cibo per l’ego, uno stimolante molto
alcolico. Ti dà energia: senti di essere qualcuno. Di qui il desiderio, il
grande bisogno di attenzione. Se tutti ti guardano, ti senti importante, ma se
nessuno ti guarda, senti di non esistere, non sei più, sei diventato un non
essere. Il fatto che la gente ti guardi, che si prenda cura di te, ti dà grande
energia.
L’ego esiste in relazione agli altri. Più gente ti
presta attenzione più hai ego. Se non ti guarda nessuno l’ego sparisce. Se si
dimenticano di te come fa l’ego a esistere? Come fai ad accorgerti che ci sei?
Di qui il bisogno di società, di associazioni, di club... Il Rotary, il Lions, le logge
massoniche esistono solo per dare attenzione alla gente che altrimenti non ne
riceverebbe.
È difficile diventare presidente della repubblica,
è difficile diventare il sindaco di una città. È più facile diventare
presidente del Lions Club, in modo da ricevere delle
attenzioni. Si diventa molto importanti senza nessuna fatica. E tutti i
presidenti del Lions Club e del Rotary
Club, si sentono importanti pur non facendo nulla. E la presidenza continua a
ruotare – un anno a me, un anno a te: in questo modo vengono considerati tutti
quanti! È un contratto, così che tutti possano sentirsi veramente importanti.
Fin dall’inizio il bambino impara a fare politica.
E la politica è questa: fa una faccia infelice e tutti ti prestano attenzione,
ti danno simpatia. Ammalati e improvvisamente diventi importante. Un bambino
malato è un dittatore: tutta la famiglia deve starlo a sentire – il suo volere
è legge. Quando è felice nessuno lo sta a sentire, quando è sano nessuno si
prende cura di lui, quando sta perfettamente nessuno gli presta attenzione.
Così fin dall’inizio scegliamo di essere infelici, tristi, pessimisti... il
lato più oscuro della vita. Questo come prima cosa.
La seconda è che se ti senti beato, pieno di
gioia, in estasi, sono tutti gelosi di te. Ti sono tutti contro, nessuno ti è
amico in quel momento, sono tutti nemici – e così hai imparato a non essere mai
contento, a nascondere la tua beatitudine, a non ridere mai, in modo che la
gente non ti diventi nemica.
Guardate la gente quando ride: ridono in modo
estremamente calcolato. Non è una risata di pancia, non viene dalle profondità
del loro essere. Prima ti osservano bene, ti giudicano... e solo allora ridono.
Ma ridono solo fino a un certo punto – fino al punto che puoi tollerare, fino
al momento in cui cominci a offenderti, fino a quando non diventi geloso.
Perfino i nostri sorrisi sono politici. E il riso è sparito, la beatitudine è
diventata una cosa sconosciuta. Essere in estasi è diventato quasi impossibile,
non è permesso. Se sei infelice nessuno penserà che sei matto. Ma se sei in
estasi e balli dalla gioia, penseranno tutti che sei impazzito. Si rifiuta la
danza, cantare non va bene: se un uomo è felice pensiamo che qualcosa in lui
non vada bene.
Ma che società è mai questa? Se si è infelici
tutto va per il meglio: è normale perché siamo tutti infelici, appartiene alla
società, è uno dei nostri. Ma se qualcuno va in estasi pensiamo che sia matto –
è impazzito. Non è più come noi e ne diventiamo gelosi: è la nostra gelosia che
lo condanna. Per questo cerchiamo in tutti i modi di riportarlo all’infelicità
di sempre. Quella che chiamiamo “normalità”. E così interverranno gli
psicanalisti, gli psichiatri per riportarlo alla normale infelicità.
La società non può permettere l’estasi. L’estasi è
la più grande rivoluzione possibile.
Lo ripeto: l’estasi è la più grande rivoluzione
possibile. Se la gente diventa estatica l’intera società dovrà cambiare –
perché questa società si fonda sull’infelicità. Se la gente è felice non la
potete mandare in guerra – in Vietnam, in Israele, in Egitto. È impossibile. La
persona felice si farà una risata e dirà: “No! Questo è assurdo.” Se la gente è
felice non si farà ossessionare dai soldi.
Ogni mattina ci troviamo di fronte a una scelta. E
non solo ogni mattina – in realtà ogni momento si può scegliere fra felicità e
infelicità.
E tu scegli sempre di essere infelice – poiché è diventato un investimento.
Scegli sempre di essere infelice: è diventata un’abitudine, un riflesso
condizionato. Hai sempre fatto così. Sei diventato molto efficiente;
l’infelicità è diventata il tuo percorso obbligato. Nel momento in cui la mente
deve scegliere, sceglie sempre l’infelicità.
Sembra che l’infelicità sia in discesa e l’estasi
in salita. L’estasi sembra difficile da raggiungere, ma non lo è. La realtà è
proprio il contrario: l’estasi è in discesa e la miseria in salita.
L’infelicità è difficile da ottenere ma voi ci siete riusciti, siete riusciti
nell’impossibile – perché l’infelicità è contro natura.
Nessuno vuol essere infelice e tutti lo sono.
La società ha fatto un buon lavoro. L’istruzione,
la cultura, le istituzioni, i genitori, i maestri – hanno fatto davvero un bel
lavoro: hanno trasformato in miserevoli creature degli esseri estatici. Ogni
bambino nasce in estasi. Ogni bambino quando nasce è un dio – e ogni uomo che
muore, muore pazzo.
Se non guarisci, se non recuperi la tua infanzia,
non riuscirai a diventare la nuvola bianca di cui sto parlando. Questo è il tuo
sadhana, il tuo lavoro – recuperare l’infanzia,
riconquistarla. Se puoi essere di nuovo come un bambino... solo allora non ci
sarà più infelicità.
E non voglio dire che per un bambino non ci sono
momenti di infelicità – ce ne sono. E tuttavia non c’è infelicità. Cerca di
capire.
Un bambino può essere infelice, intensamente
infelice in un momento, ma è così totale nella sua infelicità che non c’è
divisione, non c’è separazione tra lui e l’infelicità. Il bambino non guarda la
sua infelicità e si sente separato, diviso: il bambino è infelicità. È
coinvolto con tutto se stesso. E quando ti immergi totalmente nell’infelicità,
questa si trasforma … se sei davvero totale anche l’infelicità ha una sua
bellezza.
Guardate i bambini quando sono ancora autentici.
Quando il bambino è arrabbiato tutta la sua energia diventa rabbia, non
trattiene niente, dentro di sé: è diventato la rabbia. Non c’è nessuno in lui
che cerca di esercitare controllo. Non c’è mente, il bambino è diventato la sua
rabbia. Guardate con quale bellezza questa rabbia fiorisce. E i bambini non
sono mai brutti – anche da arrabbiati sono bellissimi; sono solo più intensi,
più vitali, più vivi, un vulcano che sta per scoppiare. Un bambino così
piccolo, un’energia così grande... un essere così atomico – con un intero
universo da esplorare.
E dopo la rabbia il bambino sarà silenzioso; dopo
la rabbia il bambino sarà pieno di pace; dopo la rabbia il bambino si sentirà
rilassato. A voi potrà sembrare terribile provare tanta rabbia, ma per il bambino
non è affatto terribile – il bambino gode della sua espressione di rabbia, si
diverte.
Se diventi uno con l’esistenza diventi beato. Ma
se te ne separi rimarrai infelice anche di fronte alla felicità.
Questa è comunque la chiave: la separazione
dell’ego è il fondamento di ogni infelicità. Unirsi a tutto ciò che porta la
vita, lasciarsi trasportare e scorrere così intensamente, così totalmente che
non sei più: ti perdi... e allora c’è soltanto felicità.
La scelta è vostra, ma voi ne siete diventati
inconsapevoli. Avete fatto sempre la scelta sbagliata ed è diventata
un’abitudine così meccanica che la fate automaticamente. Oramai non avete altra
scelta.
Diventa consapevole di quello che fai. Ogni
momento, quando scegli di essere infelice ricordati: è per tua scelta. Tenere
questo a mente ti sarà di grande aiuto – la consapevolezza che è per mia scelta
e che sono io il responsabile e questo è quello che sto facendo a me stesso e
che sono io che lo sto facendo, ti farà avvertire immediatamente una differenza:
la qualità della mente verrà a cambiare, e ti diventerà sempre più facile
muoverti verso la felicità.
E una volta che sai che è una tua scelta, allora
tutta la faccenda diventa un gioco. Allora se ti piace essere infelice sii pure
infelice, se vuoi star male stai male. Ma ricordati: l’hai scelto tu. E non
lamentarti, perché nessun altro ne è responsabile: è la tua commedia, sei tu
l’autore dei testi. Se è così che ti piace vivere, se ti piace una vita
miserabile, se vuoi passare la tua vita a star male, va bene, hai diritto di
scegliere, il gioco è tuo. Lo stai giocando – giocalo bene! Ma allora smettila
di domandare alla gente come si fa a non star male – perché questo è assurdo.
Allora smettila di andare dai maestri e dai guru a chiedere come si fa a essere
felici. I cosiddetti guru esistono a causa della tua stupidità. Sei tu a creare
l’infelicità e poi vai a domandare agli altri come si fa a non crearla. E
continuerai sempre a crearla, perché non sei consapevole che sei tu stesso a
produrla.
Da questo preciso momento cerca di essere felice e
beato.
Vi voglio parlare di una delle più profonde leggi
dell’esistenza, perché può darsi benissimo che non ci abbiate mai pensato.
Avrete sentito parlare – tutta la scienza ne viene a dipendere – della legge di
causa ed effetto. Voi create la causa, e l’effetto segue da solo. La vita è un
nesso causale. Lasciate che il seme cada nella terra arata, e germoglierà. Se
esiste la causa allora l’albero seguirà. C’è una fiamma accesa – ci metti sopra
la mano e ti bruci: alla causa è seguito l’effetto. Prendi del veleno e muori.
Produci la causa e l’effetto non può che seguire. Questa è una delle leggi
scientifiche più importanti, causa/effetto è il nesso più profondo di tutti i
processi vitali. Ma la religione conosce un’altra legge, una seconda legge che
è ancora più profonda. Questa seconda legge è tale che se non la pratichi e non
la sperimenti ti sembrerà assurda.
La religione dice: produci l’effetto e la causa
deve seguire. Questo è assolutamente assurdo in termini scientifici. La scienza
dice: se è presente una causa, l’effetto seguirà. La religione dice: è vero
anche il contrario - crea l’effetto e sta a vedere... la causa seguirà.
Sei in una situazione che ti rende felice. È
venuto a trovarti un amico, ti ha chiamato qualcuno che ami; la situazione è la
causa – e tu sei felice. La felicità è l’effetto, la causa è l’arrivo
dell’amante. La religione dice: sii felice e l’amato arriva. Crea l’effetto e
la causa deve seguire. E questa è la mia stessa esperienza, che la seconda
legge è molto più importante della prima. L’ho usata e l’ho vista funzionare.
Sii felice e l’amante arriva. Sii felice e vengono gli amici. Sii felice e
tutto succede come conseguenza.
E non è solo che tu semini e l’albero cresce –
perché una volta che c’è l’albero vi sono milioni di semi. Se la causa è
seguita dall’effetto, l’effetto è seguito a sua volta dalla causa. È questa la
catena. E allora diventa un circolo, puoi cominciare da dove vuoi – creare la
causa o l’effetto...
E io vi dico: è più facile creare l’effetto –
perché l’effetto dipende soltanto da voi, mentre la causa può non dipendere da
voi. Se dico che sono contento solo in compagnia di un amico, la mia felicità
dipende dall’amico... se lui c’è o non c’è. Se dico che non posso essere felice
finché non ho un sacco di soldi, la mia felicità dipende da situazioni esterne
– che possono anche non verificarsi, per cui io non posso più essere felice.
La causa è aldilà di me, l’effetto è dentro di me,
la causa è in quello che mi circonda, nelle situazioni – la causa è fuori.
L’effetto sono io stesso! Se posso creare l’effetto, la causa seguirà. Scegli
la felicità – questo significa scegliere l’effetto – e poi sta a vedere quello
che succede... Scegli l’estasi e sta a vedere... scegli la beatitudine e sta a
vedere… La tua vita viene immediatamente a cambiare – cominciano ad accadere
miracoli. Perché ora hai creato l’effetto e le cause dovranno seguire.
Sembrerà una magia: puoi anche chiamarla “legge
della magia” se ti piace. La prima è la legge della scienza e la seconda quella
della magia.
La religione è magia – e tu puoi essere un mago. E
questo vi insegno: a essere maghi, e conoscere i segreti della magia. Provaci!
Hai sperimentato l’altra possibilità per tutta la vita – e non solo in questa
vita, ma anche in tante altre. Adesso stammi a sentire! Prova questa formula
magica, questo mantra: crea l’effetto e sta a
vedere... le cause seguono immediatamente, ti circondano. E non stare ad
aspettare le cause, hai aspettato abbastanza. Scegli la felicità e sarai
felice.
Che problema c’è? Com’è che non potete scegliere?
Com’è che non sapete far funzionare questa legge? Perché la vostra mente, tutta
la mente, condizionata com’è dal pensiero scientifico, dice che se non siete
felici, e provate a esserlo sarà una felicità artificiale; che se non siete
felici, e cercate di esse felici sarà solo una recita, non sarà un’esperienza
reale. Questo è ciò che dice la scienza: che non sarà reale, sarà solo una
recita.
Ma tu non sai... L’energia della vita ha le sue
vie segrete: se sai recitare totalmente, la recita diventa realtà. L’unico
requisito è che l’attore sparisca, sii totale così che non ci sia più
differenza. Se reciti a metà, tutto rimarrà artificiale. Se ti dico di danzare,
cantare ed essere estatico e tu ci provi solo a metà, solo per vedere quello
che succede e nel profondo te ne stai a guardare e continui a pensare: “È tutto
artificiale, ci sto provando ma la cosa non succede, non mi sento spontaneo”,
allora sarà solo una recita, una perdita di tempo. Se ci provi, prova con tutta
la tua intensità, con tutto il cuore. Non rimanere lì a guardare, entraci dentro, diventa la recita. Dissolvi l’attore nella
rappresentazione e sta a vedere: la recita diventa reale. E allora sentirai che
è un fatto spontaneo: non l’hai creata tu, è qualcosa che è semplicemente
successo. Ma se non sei totale non succede; crea l’effetto, immedesimati
totalmente e osserva i risultati.
Non ti sto parlando di una teoria o di una
dottrina. Sii felice e in quel culmine di felicità vedrai che tutto il mondo è
felice con te.
C’è un vecchio detto: piangi, e piangerai da solo,
ridi e tutto il mondo riderà
con te. Anche gli alberi, i sassi, la sabbia, le nubi, se sai creare l’effetto
ed essere estatico, danzeranno con te. E allora l’intera esistenza sarà danza e
celebrazione. Ma dipende da te – se sai creare l’effetto. E io ti dico che lo
puoi creare. È la cosa più facile del mondo. Sembra difficile solo perché non
ci hai ancora provato. Provaci!
Tratto da:
Edizioni Mediterranee
Riflessioni
di un insegnante dell’Osho Ko Hsuan
school
Circa dieci anni fa ho lavorato per un po’
in una scuola speciale del Kent, in Inghilterra. Mi
occupavo principalmente di bambini provenienti da situazioni socio-familiari
particolarmente difficili – bambini di famiglie separate, orfani, questo genere
di cose.
Dopo un po’ la situazione mi parve senza speranza,
quello che facevo io non aveva praticamente alcuna importanza, vedevo
chiaramente come la società produceva tutti quei bambini disadattati, quasi
come in una fabbrica.
Noi dovevamo cercare di contenerli in qualche
modo, di impedir loro di autodistruggersi, finché non
raggiungevano un’età tale che il sistema non ne fosse più responsabile. A quel
punto venivano buttati fuori nel mondo, dove la metà di loro finiva in
prigione. Era un’esperienza piuttosto deprimente.
In quel periodo vidi che anche le scuole normali,
in modo più subdolo, assolvono lo stesso compito – sono solo che fabbriche per
produrre robot. L’unica differenza è che dalle scuole normali ci si aspetta una
produzione di robot utilizzabili, mentre le scuole speciali si occupano dei
modelli difettosi.
Dopo essere diventato sannyasin,
scoprii che mi interessava molto la visione di Osho sull’educazione dei
bambini, volevo esplorarla e scoprirne le particolarità.
La prima cosa che salta agli occhi è che alla
scuola Ko Hsuan, i ragazzi
sono liberi. Non si trovano qua, perché devono starci – ci sono, perché lo
vogliono loro. Può darsi che non gli piaccia tutto della scuola, ma, in
generale, è una loro scelta. E questo crea una grande differenza. Questi
ragazzi hanno anche scelto di vivere lontano da casa, di vivere con altri
ragazzi, così che possono crescere nella loro individualità e non essere così ostacolati
o limitati come se vivessero da soli coi loro genitori, in una piccola casa da
qualche parte. Questo fatto dà loro una libertà enorme.
In una scuola normale, le regole sono fissate
dall’autorità adulta, e gli allievi non hanno diritto di dire niente in
proposito.
A Ko Hsuan
gli adulti decidono quello che si deve fare, ma dopo si devono convincere i
ragazzi, così che comprendano veramente la necessità di quella certa cosa. E se
non si trova un accordo, se i ragazzi non l’approvano, allora vuol dire che non
va bene e la proposta viene lasciata cadere. Ovviamente ci sono delle esigenze
legali che vanno comunque rispettate. In
questo caso non c’è possibilità di scelta, né per gli adulti, né per i ragazzi.
Ma, a parte questo, cerchiamo un accordo coi ragazzi su tutto... come per l’ora
in cui andare a letto, frequentare le lezioni, fare dei lavori al mattino,
aiutare nel preparare la cena e molto altro ancora. Loro capiscono che queste
cose sono necessarie per la nostra vita insieme e per il funzionamento
generale.
Capiscono anche che se queste cose non
succedessero, allora la scuola si sfascerebbe, non ci sarebbe da mangiare,
niente abiti puliti, e così via.
Una volta è capitato che non ci fossero vestiti
puliti per i ragazzi, perché loro non volevano portare la roba sporca alla
lavanderia all’ora giusta. Ma neppure ai bambini piace andare in giro troppo a
lungo con i vestiti sporchi! Fino a quel momento non avevano realmente capito
quanto fosse importante, era qualcosa che avevano dato per scontato: in qualche
modo la loro roba veniva lavata.
Così fu necessario sederci insieme e spiegare che
se loro non lo facevano, non si poteva lavare niente. In questo modo la
motivazione proviene da loro, viene dalla loro comprensione e non c’è bisogno
di fare delle prediche.
Un altro esempio: se vogliono uscire la sera,
devono tornare a una certa ora. Ai ragazzi più grandi viene permesso di uscire,
ma devono essere di ritorno per le 11 e non possono andare troppo lontano senza
farci sapere dove sono. Spesso questo a loro non piace – tipico, in realtà,
degli adolescenti – con la differenza, però, che loro lo capiscono. Cioè,
capiscono che questo fa parte del nostro prenderci cura di loro. Capiscono
altrettanto bene che quello che abbiamo qui a Ko Hsuan è molto prezioso e delicato, e che vale la pena fare
qualcosa per conservarlo. Abbiamo la nostra piccola isola di Osho, ma dobbiamo
funzionare nel mondo normale e avere a che fare con quella realtà. Dal punto di
vista del profitto scolastico, agli esami abbiamo voti molto alti. Non ho dati
aggiornati, ma l’ultima volta che ho controllato eravamo fra le dieci migliori
scuole d’Inghilterra, per i nostri risultati agli esami. Per me la cosa più
sorprendente è che questi ragazzi non si attaccano mai a niente. Si muovono
velocemente fra le situazioni e gli stati d’animo e questa è una cosa molto
piacevole, che ristora. È come se fossero continuamente in movimento e per noi
adulti qualche volta è difficile la gestione del posto, perché non può esserci
un sistema fisso. Per me può diventare molto stressante, ma è una gioia vedere
come questi ragazzi abbiano pochissimi condizionamenti sociali. Con loro posso
vedere che quello che dice Osho si sta effettivamente avverando, e questa è la
cosa più bella. Così ho bisogno di ritrovare anche in me quella stessa parte,
anche se allo stesso tempo cerco di gestire le cose ed essere un adulto. Devo
restare in contatto coi ragazzi, con questo modo di essere liberi, selvaggi,
spontanei e non seri. Per esempio, una volta avevo un sacco di lavoro da fare
in ufficio e i ragazzi volevano che li aiutassi con i compiti di matematica.
Non era ora di lezione, ma loro volevano che li aiutassi e io mi sentivo
veramente stressato; insomma, non so con quale stratagemma mi convinsero a
restare con loro. Quando però finii di aiutarli a fare i compiti, mi scoprii
totalmente rilassato, perché avevo dovuto dimenticare tutti i problemi
dell’ufficio che prima mi giravano per la testa. Ero stato trascinato nella
loro energia e questo mi aveva totalmente rilassato – era bastato stare con
loro.
Avevano reso molto divertente tutto quello che
stavano studiando. Sebbene fosse matematica, l’avevano fatta diventare
piacevolissima e, con mio grande stupore, la cosa mi aveva ritemprato. Tornai
così in ufficio a occuparmi del lavoro amministrativo col quale avevo
combattuto fino a poco prima, trovandolo, in fondo, molto semplice.
Ma è una continua sfida cercare di stare in
sintonia con quel modo di fare e non ritornare alle vecchie abitudini da adulto
di voler controllare e gestire.
Credo che la paura della maggior parte degli
insegnanti, se si trovano in una situazione come quella, sia di non riuscire a
controllarla. Si appoggiano a regole e strutture per mantenere il controllo. Ma
nella nostra scuola, se gli insegnanti non riescono ad abbandonare i loro ruoli
fissi, di solito non durano a lungo.
Quando arrivai alla scuola, all’inizio mi vedevo
come un ‘insegnante’ che doveva “insegnare” a questi ragazzi... con la
responsabilità della loro ‘istruzione’. Era una tale costrizione e io ero così
teso, che i ragazzi non facevano altro che polemizzare e litigare con me,
perché ero troppo serio. Finché non mollai questo atteggiamento, non riuscii a
mettermi effettivamente in contatto con loro. E loro non mi accettarono,
finché, appunto, io non lasciai perdere le mie remore.
Prima dovetti connettermi con loro e creare
veramente un’amicizia fra noi, un contatto di cuore. Da quel punto in poi,
l’insegnamento avvenne spontaneamente.
Swami Vimal Riktam
MAI MORTO
“Così tante
persone mi hanno chiesto di scrivere la mia autobiografia. È molto difficile,
perché la persona della quale dovrei scrivere non sono io. Qualsiasi cosa io
sia adesso non ha storia. Non c’è storia dopo quella esplosione di
consapevolezza, non ci sono più eventi. Tutti gli eventi erano prima
dell’esplosione. Dopo c’è solo il vuoto. Qualunque cosa esistesse prima non
sono io, non mi appartiene più.”
Osho
I
fatti e la verità.
Scrivere la biografia di un maestro è come
voler raccogliere una sequenza di immagini tratte dalle forme delle nuvole e
volerne raccontare una storia.
Tra le decine di migliaia di persone che hanno
incontrato Osho, è quasi impossibile trovarne due sole che siano d’accordo su
chi egli sia e che cosa rappresenti.
Tutti ne hanno data un’interpretazione totalmente
diversa, sicuri di aver notato cose che altri non hanno visto, e di riportare
fedelmente ciò che avevano provato in sua presenza. Inoltre, tutti coloro che
l’hanno conosciuto, leggendo ciò che altri hanno scritto di lui, avvertono sempre
che il bersaglio è stato mancato.
E forse l’unica certezza, in questa difficoltà a
comprendere come egli percepisca e viva il tempo e lo spazio, è data dal suo
continuo presentarsi al di là di fatti ed eventi cronologici, e di qualsiasi
elemento generalmente usato per stendere una biografia.
“I fatti rappresentano la verità letta con
inconsapevolezza. È verità vista con cecità, con gli occhi chiusi, senza
intelligenza, in maniera non meditativa. In questo caso la verità si trasforma
in fatti. Vi faccio un esempio: incontri un buddha.
Se lo guardi con inconsapevolezza, è un fatto, un fatto storico. È nato in un
giorno ben preciso, e un giorno morirà. È il corpo che sei in grado di vedere,
è una persona con una determinata personalità. La storia ne può prendere atto;
ma se lo guardi non in modo inconsapevole, ma con profonda consapevolezza, con
attenzione, con immensa lucidità, in silenzio allora il fatto si dissolve, e
appare la verità.
In questo caso il buddha
non è più qualcuno nato in un determinato giorno, il buddha
è qualcuno che non è mai nato e che mai morirà. In questo caso il buddha non è più il corpo; il corpo diventa un semplice
involucro. Il buddha non è più l’essere limitato che
ti appare, buddha rappresenta la totalità, il tutto;
in questo caso è un raggio dell’infinito, un dono dell’aldilà fatto alla terra.
In questo caso, improvvisamente il fatto è scomparso, ora è presente la verità.
Ma la storia non ne può prendere atto, perché la storia è composta di fatti.
In India abbiamo due metodi ben distinti. Il primo
viene chiamato storia: prende nota dei fatti. L’altro è detto purana, è
mitologia: prende nota della verità. Non abbiamo una storia che parli di Buddha, Mahavir, Krishna: sarebbe infangare qualcosa di meraviglioso,
trascinandolo nella torbida inconsapevolezza dell’umanità. Di queste persone
tramandiamo mitologie scritte.
Cos’è la mitologia? È una parabola, che si limita
a indicare la luna, è un segno, una freccia, che non dice nulla. E la mitologia
sarà inevitabilmente poetica, perché solo la poesia può offrire intuizioni
dell’ignoto.
Si tramanda che ovunque, al passaggio di Buddha, gli alberi fiorivano fuori stagione. Questa è
poesia, poesia pura. Non è mai accaduto come fatto storico. Ma dimostra
qualcosa, e non vi è altro modo per parlarne.
Si dice che quando Maometto viaggiava sotto il
sole ardente del deserto, una nuvoletta, una nuvola bianca, lo seguiva e lo
proteggeva dall’arsura, come un ombrello. Questa è poesia, splendida, ma non è
certamente un fatto storico. Un uomo come Maometto è protetto dall’esistenza.
Un uomo come Maometto è protetto dall’esistenza fin nei minimi particolari.
Chiunque si è arreso all’esistenza, sarà inevitabilmente protetto
dall’esistenza stessa. Chi ha una fiducia totale non può non essere preso sotto
la protezione dell’esistenza. Per esporre questa verità è stata creata la
metafora della nuvola che segue Maometto ovunque vada.
Gesù morì sulla croce, e dopo tre giorni risorse.
Questa è poesia, non è storia. Non è un fatto, è la verità. Si afferma semplicemente
che chiunque muoia in contatto con l’esistenza consegue la vita eterna.
Chiunque sia pronto a morire risorge a un altro livello esistenziale. Questi
esseri perdono il corpo fisico, ma conseguono il corpo luminoso. Non sono più
parte della terra, ma sono parte del cielo. Scompaiono dalla dimensione del
tempo e compaiono nella sfera dell’eternità.
Questi non sono fatti. Sono verità simboliche.
Qualsiasi cosa vedi intorno a te, è un fatto. Vedi
un albero, carico di fiori e di foglie: è un fatto. Ma se mediti, e un giorno
all’improvviso i tuoi occhi si aprono, si aprono sul reale, allora l’albero non
sarà più un semplice albero e il verde sarà solo il manifestarsi di dio in
quanto verde, e la linfa che scorre nel tronco, fino alle foglie, sarà un fenomeno
spirituale. Se un giorno riuscirai a vedere l’essere dell’albero, la divinità
dell’albero, esso diventerà solo una manifestazione del divino, e tu ne avrai
vista la verità.
Per percepire la verità occorrono occhi
meditativi. Se non li hai, l’intera vita è grigia, spenta, composta solo di
fatti morti, privi di relazione tra di loro, accidentali, privi di significato,
un fenomeno prodotto dal caso. Se invece vedi la verità, tutto ha un senso,
tutto si unisce in una armonia, tutto inizia ad avere significato. Ricordalo
sempre: il significato è l’ombra della verità, e quanti vivono solo coi fatti,
vivono una vita assolutamente insignificante”. (1)
Raramente Osho ha parlato di sé, dei fatti che
compongono la sua vita, ma a un certo punto lui stesso dovette costruire una
mitologia, delineare una visione esoterica, che in seguito egli stesso
smitizzò.
A quanti ancora non conoscono i metodi di questo
maestro così misterioso, anche se mai troppo serio, ricordiamo pertanto che
questa biografia è una leggenda, un mito.
Ogni episodio deve essere sperimentato come una
complessa interrelazione tra verità e fatti e, speriamo, possa essere un ponte
tra la realtà sconosciuta del maestro e la realtà in cui viviamo.
I
primi sette anni.
Rajneesh Chandra Mohan nacque l’11 dicembre
La famiglia era di tradizione giainista,
una comunità austera ma ricca. Il padre aveva un negozio di stoffe e vestiti
nella vicina città di Gadarwara, un vivace centro
commerciale per tutta la regione.
La sua nascita rivelò subito segni insoliti, che
più tardi vennero messi a fuoco da Osho stesso.
Come ricorda la madre, Saraswati:
“Per tre giorni non prese il latte. Io ero preoccupatissima,
ma non sapevo cosa fare. Mia madre mi era vicina e si prese cura del piccolo.
Lo nutrì con acqua, e mi disse di non preoccuparmi. Il quarto giorno, dopo che
mia madre gli fece un bel bagno, il piccolo iniziò a lasciarsi allattare. In
quei tre giorni non mostrò alcun segno di denutrizione, rimase sempre sano e
quieto.”
Fu Osho a spiegare il segreto di questa
circostanza insolita, e a spingere molti suoi discepoli a chiedersi quante
volte in passato l’avessero conosciuto, quante volte avesse già toccato le loro
vite, e in che modo avesse già modellato i loro destini. Non ci si può chiedere
perché quest’uomo, nei secoli, amò viaggiare su molti
sentieri di conoscenza, senza mai fissarsi su uno in particolare, ma appare
chiaro che per molte volte si avvicinò al termine del suo viaggio, solo per
voltare le spalle e ributtarsi a capofitto nella ricerca di altri antichi
sentieri o di nuove vie appena tracciate.
Qualcosa di più preciso si conosce sull’incarnazione
che precedette questa: si dice che fosse nato tra alte montagne e che creò una
scuola mistica di discepoli, venuti a lui da diverse tradizioni, dopo aver
viaggiato su molti sentieri, salendo fino a lui dalle epoche e dai tempi che
egli aveva attraversato. Insieme lavorarono come una famiglia e il maestro
rimase con loro fino all’età di centosei anni, anno in cui morì.
“Settecento anni fa, nella mia vita precedente,
esisteva una pratica spirituale che durava ventun
giorni, e che doveva essere compiuta prima della morte. Io avrei dovuto
lasciare il corpo dopo un digiuno completo di ventun
giorni. Ma non riuscii a completare quei ventun
giorni, perché tre giorni prima venni ucciso, e quella pratica di digiuno
dovette essere completata in questa incarnazione. Quell’uccisione
si rivelò utilissima. Nel momento in cui morii rimanevano ancora tre giorni per
la mia realizzazione finale. E i miei sforzi per raggiungere l’illuminazione in
quella vita hanno avuto successo solo in questa: ho realizzato dopo ventun anni ciò che sarebbe stato possibile realizzare in
quegli ultimi tre giorni. Per ognuno dei tre giorni di quella vita, sono dovuti
passare sette anni di questa. Se quel velo si fosse sollevato, mi sarei potuto
reincarnare una sola volta. Invece così posso rinascere ancora una volta. Ma
questo avverrà solo se avrò la sensazione che sia di qualche utilità. Nel corso
di questa vita mi sforzerò di scoprire se un’ulteriore rinascita possa
risultare utile, in caso contrario il gioco è finito. In ogni modo quell’omicidio si è rivelato molto utile e prezioso”. (2)
Dopo settecento anni, e dopo aver ultimato il suo
viaggio, egli ha preso a richiamare a sé la sua gente, come un pescatore che
ritiri le reti a sera. Essi hanno risposto da ogni parte del mondo alla sua chiamata,
attratti verso il centro che li rende uniti, per fondersi nella comunità che si
stava formando. È la storia del Buddhafield nato
intorno a Osho.
Ma per una volta ancora vogliamo poter diluire i
fatti in pagine fitte, e lo vogliamo fare prima che lui possa intervenire e
spiegare che, nell’oceano, le avventure di una goccia d’acqua diventano
insignificanti, lontane, nulle:
“Ora l’intero oceano è mio, non sono più una
persona ma una presenza. Il risveglio di un’anima è un cataclisma così
sconvolgente che dopo il suo passaggio, quando si riaprono gli occhi, si scopre
che tutto è andato perduto.”(3)
Osho fin da bambino mostrò una profonda sete di
verità; in particolare fu sempre attratto dal mistero della morte. E la morte
sembrò un punto fermo nella sua vita.
“L’astrologo doveva fare la mia kundali, la mia
carta natale, la studiò e disse che l’avrebbe fatta solo dopo sette anni, in
quanto sembrava impossibile che io potessi sopravvivere oltre quel periodo, e
così era assolutamente inutile scrivere il kundali
ora.” (4)
Anche altri dissero che sarebbe morto all’età di
sette anni, o che comunque ogni sette anni avrebbe incontrato la morte, in
forme drammatiche e sconvolgenti, e che all’età di ventun
anni sarebbe inevitabilmente morto.
Le previsioni, che ovviamente preoccuparono molto
i genitori, furono riconosciute esatte da Osho stesso, anche se lui le
interpretò in un senso diverso da quello comune.
A sette anni, morì per lui il mondo degli affetti,
raccolti idealmente dal bambino nella figura del nonno, da lui amato con
l’intero essere:
“All’età di sette anni ebbi una
profonda esperienza della morte. Non mia, ma di mio nonno. Il mio attaccamento
a lui era così profondo che sembrò essere la mia stessa morte. La lenta agonia, e poi la
morte, si impressero profondamente nella mia memoria. Era la persona che amavo di più al mondo. Era il mio unico oggetto
d’amore, ed è forse a causa della sua morte che da allora
non sono più riuscito ad attaccarmi così profondamente a nessun altro.
Da allora sono rimasto sempre solo. La solitudine
divenne la mia natura. La morte del nonno mi liberò per sempre da ogni
relazione. La sua morte divenne per me la morte di ogni attaccamento. Ogni
volta che cominciavo ad attaccarmi a qualcuno, sentivo che questa persona prima
o poi sarebbe morta. Quando una persona diventa chiaramente consapevole
dell’ineluttabilità della morte, la possibilità di attaccarsi a qualcosa
diminuisce: in altre parole, i nostri attaccamenti si basano sulla dimenticanza
della morte.
Per me l’amore si associò invariabilmente alla
morte. Ciò significa che non riuscivo ad amare senza diventare immediatamente
consapevole della morte. Poteva esserci amicizia, poteva esserci compassione,
ma non riuscivo più a infatuarmi di qualcosa. Di conseguenza non mi sono mai
fatto coinvolgere dalla follia della vita. La morte mi mostrò i suoi occhi
prima che entrassi con forza nella vita.
Da quel giorno la consapevolezza che la vita è
inseparabile dalla morte mi ha accompagnato passo passo,
senza abbandonarmi un istante. Da allora vivo con gli altri, ma sia che mi
trovi in mezzo a una folla o nella società, con un amico o con un parente, sono
sempre solo. Niente mi tocca più, rimango sempre impassibile, imperturbato.”(5)
Quella solitudine allontanò l’altro come punto di
riferimento, e spinse il piccolo Mohan a cercare un
incontro con se stesso: “La causa dell’infelicità risiede nel nostro attaccarci
agli altri, nelle aspettative che abbiamo nei loro confronti, nella speranza
che siano gli altri a darci la felicità. Di fatto nessuno ti ha mai reso
felice, tuttavia questa speranza persiste, non muore mai. La mia prima
esperienza dell'altro fu una tale delusione che mi fece passare la voglia di
riprovarci. E da allora non fui più infelice. Cominciai ad avvertire un nuovo
tipo di felicità, che non proviene affatto dagli altri. La felicità non può mai
arrivare dagli altri, quello che si crea è solo la speranza di una felicità
futura, solo l’ombra della felicità. Succede esattamente il contrario quando
incontriamo noi stessi per la prima volta. Quando incontriamo il nostro essere,
all’inizio c’è un senso di infelicità, ma man mano che il processo continua ci
si trova in uno stato di autentica felicità. Nell’incontrare gli altri invece
c’è felicità all’inizio, ma si finisce con l’essere infelici. E così, per me,
l’essere improvvisamente lasciati da soli, abbandonati è l’inizio della ricerca
spirituale. Le circostanze non fanno alcuna differenza. La vita ci fornisce
molte occasioni di ritornare a focalizzarci su noi stessi. Ma più siamo abili,
più diventiamo veloci a “salvarci” da una simile opportunità. In quei momenti
fuggiamo da noi stessi. Se muore mia moglie, mi metto subito a cercare un’altra
donna da sposare. Se perdo un amico, me ne cerco un altro. Non posso lasciare
alcun vuoto. Riempiendo quel vuoto, l’opportunità che avevo di ritornare a me
stesso è persa in un attimo, insieme al suo immenso potenziale.
Se mi fossi interessato all’altro, avrei perso
l’opportunità di questo viaggio verso la mia essenza. Per gli altri divenni una
specie di straniero. Di solito è a questa tenera età che cominciamo ad avere
relazioni con gli altri. Questa è l’età in cui siamo introdotti, per così dire,
nella società che ci vuole assorbire. Ma io non fui mai iniziato alla società.
Non poteva proprio accadere. Ogni volta che mi sono avvicinato alla società,
l’ho fatto in quanto individuo, rimanendone separato e avulso.”(6)
[continua nel prossimo numero]
NOTE
1-4.
The Sound of Running
Water Fuori stampa
2-3-5-6.
Dimensioni oltre il conosciuto
edizioni Mediterranee
Il
testo dell’articolo è liberamente tratto dal libro Il maestro dei maestri - NSC ed.
SONO FIGLI
VOSTRI
Osho
commenta uno dei brani contenuti nell’opera scritta dal poeta Kahlil Gibran “Il Profeta”.
E una donna
che reggeva un bambino al seno disse: Parlaci dei Figli.
E lui disse:
I vostri
figli non sono figli vostri.
Sono figli e
figlie della sete che la vita ha di se stessa.
Essi vengono
attraverso di voi, ma non da voi, e benché vivano con voi non vi appartengono.
Potete donar
loro l’amore ma non i vostri pensieri, poiché essi hanno i loro pensieri.
Potete
offrire rifugio ai loro corpi ma non alle loro anime, poiché esse abitano la
casa del domani, che a voi non sarà concesso di visitare neppure in sogno.
Potete
tentare di essere simili a loro, ma non farli simili a voi: la vita procede e
non s’attarda sul passato. Voi siete gli archi da cui i figli, come frecce
vive, vengono scoccati in avanti.
L’arciere
vede il bersaglio sul sentiero dell’infinito, e vi tende con forza affinché le
sue frecce vadano rapide e lontane.
Affidatevi
con gioia alla mano dell’arciere; poiché come ama il volo della freccia, così
ama la fermezza dell’arco.
È praticamente impossibile trovare un
libro paragonabile al “Profeta” di Kahlil Gibran, per il semplice motivo che ha un’incredibile
consistenza interiore: come prima cosa Almustafà
parla dell’amore, poi del matrimonio e ora dei figli. È così che scorre il
fiume della vita: dall’amore al matrimonio ai figli.
E una donna
che reggeva un bambino al seno disse: Parlaci dei Figli.
Prima che inizi le mie meditazioni su Gibran vorrei osservaste una cosa: le prime tre domande
sono state tutte poste da donne. Anche gli uomini fanno domande, ma sono sempre
astratte... fanno domande su dio, ma chi diavolo è questo personaggio? Non è
altro che un’invenzione della mente dell’uomo, e non ha neppure una gran
consistenza: questa domanda non è autentica. Gli uomini interrogano sul
paradiso e sull’inferno e su mille altre cose, ma sono tutti interrogativi astratti
che non toccano minimamente la vostra vita: potete vivere benissimo senza un
dio. Di fatto, vivete benissimo senza: che esista oppure no, per voi non fa
differenza alcuna.
Ho visto i teisti e ho visto gli atei. Se parlate
con loro, avrete la sensazione che le loro idee siano diametralmente opposte,
ma se osservate le loro vite, vedrete che le loro idee coincidono. Se volete
scoprire i loro problemi reali, dovrete osservare le loro vite: i loro problemi
riguardano l’amore, il matrimonio e i figli. Ma nei loro libri, nelle loro
filosofie, essi parlano di cose assolutamente irrilevanti. Vedete la
differenza? La donna è più realista, più pragmatica, più legata alla terra. Ha
radici: le sue domande non sono semplici giochi verbali, puzzle, parole vuote.
E per secoli alla donna non è stato neppure concesso fare domande, questo
perché le menti della gente sono piene di ogni sorta di pattume e le loro vite
sono vuote: non sanno nulla dei problemi reali con cui ci si deve confrontare a
ogni istante, dalla culla alla tomba.
Uno dei più grandi filosofi indiani, un
contemporaneo, il Dr. Ranade... era l’uomo più
rispettato nel mondo accademico, insegnava all’Università di Allahabad e il suo istituto di filosofia era considerato il
primo delle mille università indiane.
Andai a trovare il Dr. Ranade
pochi giorni prima che morisse. Era ormai in pensione, ma la gente andava da
lui, e molti arrivavano da tutto il mondo, per fargli delle domande. Anche a me
chiese cosa volessi sapere.
Gli risposi: “Non lo so”.
“Allora perché sei venuto da me?”
Dissi: “Solo per vedere te e la gente che
continuamente viene da te”, e osservai lui e quelle persone per circa sei ore.
Tutti facevano domande astratte: “Dio esiste? L’anima è reale? Esiste una vita
dopo la morte?” E lui rispondeva.
Alla sesta ora gli dissi: “Tu sei vecchio e io
sono troppo giovane, non mi sembra giusto dire qualcosa, ma forse non ci
rincontreremo più; se ti ferisco ti prego di perdonarmi: hai sprecato tutta la
tua vita. In queste sei ore ho capito come l’hai sprecata. Non ho sentito una
sola domanda né un sola risposta che si riferisse realmente alla vita. Questa
gente è venuta da molto lontano, e tu hai vissuto decenni, ma per ciò che mi
riguarda... non pensare che voglia mancarti di rispetto, ti parlo così perché
provo rispetto per te. Per quanto breve sia il tempo che ti rimane, non
sprecarlo. Perlomeno al tramonto della tua vita, indaga su qualcosa che sia
autentico”.
Era sconvolto, perché nessuno gli aveva mai detto
qualcosa di simile. Ma era un uomo onesto. Disse: “Io sono vecchio e tu sei
giovane, ma hai ragione”. L’interrogativo reale non è sapere se la vita esiste
dopo la morte. La vera domanda è chiedersi se si è vivi prima di morire!
La vera domanda non è sapere se dio è amore, se è
giusto, onesto, compassionevole. La vera domanda è questa: sai cos’è l’amore?
Sai cos’è la giustizia? Sai cos’è la compassione? Hai vissuto e assaporato
davvero tutti questi tesori dell’esistenza?
La vera domanda non è sapere se l’anima esiste
oppure no. La vera domanda è questa: sei entrato dentro di te, almeno una
volta, per vedere se esiste una qualsiasi realtà interiore, oppure sei un
semplice contenitore privo di qualsiasi contenuto?
Kahlil Gibran
non è un filosofo dell’astratto. Le persone che si interessano tanto alla
realtà astratta di fatto scappano dai problemi reali della vita. Sono codardi,
non filosofi. Ma questi codardi dominano l’intero mondo del pensiero.
Tutte le domande fatte ad Almustafà
sono poste da donne. Ed era presente una gran folla, c’erano persone colte,
preti e sacerdoti. Ma quando essi interrogarono Almustafà,
egli non rispose. Se chi pone la domanda è un idiota, non significa che si
debba necessariamente rispondere alle sue idiozie.
Solo nel momento in cui Almitra
uscì dal tempio, Almustafà iniziò a rispondere, e in
un modo in cui forse mai nessuno rispose.
Se chiedete qualcosa sui bambini a Martin Heidegger, Jean Paul Sartre
o Emmanuel Kant, rideranno.
Diranno: “Noi siamo filosofi e non ci interessano le banalità. I bambini? Vi
sembra un interrogativo filosofico? Il matrimonio? Vi sembra una domanda
filosofica?” Guardate l’indice dei più grandi trattati di filosofia del mondo e
non troverete una parola sull’amore, il matrimonio, i figli.
Ebbene, io vi dico che tutti quei trattati non
sono altro che fughe dalla realtà della vita. A Emmanuel Kant
interessa l’esistenza di dio, ma è incapace di amare chiunque. Non era amico di
nessuno... ve lo ripeto: queste persone sono codarde.
Una donna chiese a Emmanuel Kant...
aveva atteso a lungo, perché non è previsto nel cuore della donna che sia lei a
prendere l’iniziativa, è una cosa poco aggraziata. Ma la vita è breve, non si
può aspettare troppo a lungo. E la gioventù è ancor più breve, e la bellezza è
solo un fiore che sboccia al mattino e la sera sfuma. Così, alla fine, quella
donna – andando contro la sua natura femminile, contro se stessa – chiese a
Emmanuel Kant: “Ti amo. Mi ami? Basta che tu mi dica
un piccolo sì, e io aspetterò per tutta la vita”.
Kant non riuscì a dire sì.
Disse: “Prima ci devo pensare”. E ci mise tre anni: consultò tutti i testi del
passato, delle diverse tradizioni, delle diverse razze, per raccogliere
elementi riguardanti il matrimonio, a favore e contro. E rimase perplesso
perché si bilanciavano.
Fu il servo, che aveva osservato quel gran daffare,
a dirgli: “Ascoltami: non sono un filosofo, sono solo un povero servitore, e
non sono affari miei, ma a tutto c’è un limite: fino a oggi ho represso in me
la tentazione di dire qualcosa, ma ora... quando sei andato all’università ho
dato uno sguardo alle tue ricerche. È vero, le tesi a favore del matrimonio
bilanciano quelle contro. Ma vorrei dirti una cosa: tu non hai sperimentato
l’amore... queste argomentazioni sono assolutamente impotenti, non potranno
darti alcuna esperienza. Il mio umile consiglio, dunque, visto che entrambe le
parti hanno lo stesso peso ed è difficile prendere una decisione, decidi sempre
per il sì, perché ti apre una porta all’esperienza. Dire di no, chiuderebbe
quella porta”. Kant non poté credere che un simile
pensiero non fosse mai affiorato in lui... corse a bussare alla casa della
ragazza. Gli aprì un vecchio e quando Kant gli si
presentò e gli spiegò che era andato per dire di sì, il vecchio disse: “È
troppo tardi. È già sposata e ha due bambini. Vai a bussare a qualche altra
porta”. Ma Kant era un vero codardo: non riuscì più a
raccogliere il coraggio per avvicinare un’altra donna. Tutta la sua grande
filosofia... e la stessa cosa vale per tutti gli altri grandi filosofi. Eppure,
nessuno ha mai osservato questa realtà psicologica: come mai queste persone si
interessano a problemi assurdi e privi di significato, e non ai problemi reali
della vita? I problemi reali richiedono coraggio.
Il mondo non ha conosciuto una sola donna che
fosse un grande filosofo. Come potrebbe? La donna vuol sapere questo: parlaci dei figli... del matrimonio,
dell’amore.
Una donna ha una sua autenticità, per il semplice
motivo che tutti i suoi interessi sono rivolti alle piccole cose della vita,
alle questioni più intime della vita... questioni con cui la donna si deve
confrontare a ogni istante.
Ahimè, è stata una gran
perdita: il mondo è pieno di stupide filosofie, che hanno radici nella paura e
nella codardia. Se si ascoltasse la donna, l’umanità ne trarrebbe un immenso
giovamento; se le domande della donna fossero rispettate e venisse data loro
una risposta, e non con la testa ma con il cuore... Le domande dell’uomo non
hanno bisogno del cuore. In che modo dio è legato al tuo cuore? In che modo lo
è la vita oltre la morte? Questi sono solo pensieri della mente.
Ricordate: “Il Profeta” di Kahlil
Gibran apre alla filosofia una dimensione
completamente nuova che dà credito e rispetto alle piccole cose della vita,
perché la vita è fatta di piccole cose e se non si riesce a risolverle, ci si
può dimenticare dei grandi problemi: come potrete mai risolverli? Vi limitate a
porre quelle domande perché non volete essere neppure consapevoli dei problemi
reali della vita, della pragmaticità dell’esistenza.
E lui
disse...
ascoltate con attenzione, perché nell’intera letteratura del mondo esistono
pochissime affermazioni che abbiano altrettanta bellezza, verità e sincerità:
I vostri
figli non sono figli vostri.
Un bambino non è un oggetto. Non lo potete
possedere.
Dire: “Questo è mio figlio”, vuol dire mettere in luce la propria ignoranza.
La vita non può mai essere posseduta. Puoi averla
se tieni le mani aperte, ma nel momento in cui la stringi in un pugno, la vita
sfugge via. Praticamente tutti i genitori del mondo hanno distrutto i loro
figli perché ne hanno rivendicata la proprietà: possedere un bambino? Non siete
in grado di creare la vita, come potete possederla? La vita è un dono frutto
della ricchezza dell’esistenza. Siate riconoscenti per essere stati scelti come
tramiti.
Il bambino è venuto
al mondo attraverso di voi, ma questo non vuol dire che vi appartiene: voi
siete stati un semplice passaggio. Se i genitori avessero ricordato questa piccola
verità elementare, il mondo sarebbe stato un luogo completamente diverso.
Sono figli e
figlie della sete che la vita ha di se stessa.
È la vita eterna che scorre attraverso le
montagne, le foreste, le pianure: il bambino venuto al mondo attraverso di te è
nato tramite molte altre persone, in passato: ha l’eternità alle spalle e ha
l’eternità di fronte a sé. È stato in molte case, in molte città, in molti
luoghi strani: tu non sei che uno di quei milioni di tramiti, sii umile e
rispettoso nei confronti del bambino. Finora, nessuna società del mondo è mai
stata rispettosa dei bambini. Tutto il rispetto va agli adulti, agli anziani, a
persone praticamente morte: si rispettano le tombe, nessuno rispetta le culle.
E il bambino è vita allo stato puro, libera da
qualsiasi contaminazione.
Almustafà ha ragione quando dice: Sono figli e figlie della sete che la vita
ha di se stessa. Essi vengono attraverso di voi, ma non da voi... essi
provengono dal principio primo dell’esistenza.
E benché
vivano con voi non vi appartengono.
Queste brevi affermazioni hanno implicazioni di
grandissima portata, se capite che il bambino è la sete che la vita ha di se stessa.
Da questo punto di vista il bambino è più vicino
alla fonte della vita del vecchio. Il vecchio è più vicino alla morte... ma,
cosa strana, la morte è stata venerata, rispettata, mentre la vita è stata
schiacciata, distrutta, in tutti i modi.
Se riconoscete che i bambini vengono attraverso di
voi, ma non vi appartengono, nessun genitore imporrà mai al proprio figlio
innocente la sua religione, la sua politica, le sue idee: è nato come una
tabula rasa – su cui non è scritto assolutamente nulla – ma i genitori hanno
una fretta folle di fare di lui un cristiano, un hindu,
un buddhista.
Ricordo la mia infanzia. Naturalmente, i miei
genitori volevano che andassi con loro quando andavano al tempio della
religione a cui appartenevano, ma fin dall’inizio io sono stato un po’ pazzo.
Dissi loro: “Questa è la vostra religione, è il vostro tempio. Dovete avere un
po’ più di pazienza, datemi tempo: troverò la mia religione, il mio tempio”.
E loro replicarono: “Che assurdità dici? Ogni
bambino appartiene alla religione in cui è nato!”
E io: “Qualsiasi altro bambino potrà appartenervi,
oppure no, questi sono fatti loro. Per ciò che mi riguarda, io non appartengo a
nessuna religione. Non ho neppure fatto una simile ricerca. Lasciatemi stare
sui miei piedi, e aiutatemi a farlo. Non storpiatemi, non distruggetemi. Se
esiste la verità, la troverò, ma la verità non può essere presa in prestito;
voi non me la potete dare”.
Ovviamente la cosa non li rese felici. Ma io non
ho mai specificato il nome della mia religione, non ho mai firmato col nome che
la mia religione mi aveva dato.
Fu un bene che entrassi a scuola un po’ più tardi
degli altri ragazzi... accadde perché il padre di mia madre aveva una sola
figlia, mia madre, e viveva in un villaggio molto lontano in cui non erano
ancora arrivati il treno, l’autobus, l’automobile, perché non esistevano
strade.
Egli disse a mio padre: “Da quando hai preso mia
figlia in sposa mi sento molto solo. Lascia che il tuo primo bambino stia con
noi. Ci sentiamo completamente vuoti, dalla nostra vita è scomparsa ogni
gioia”. E mia madre aveva solo sette anni quando fu sposata... questa era la
tradizione in India, e lo è ancora nei villaggi.
Quei due vecchi insistettero: “Nostra figlia era
la nostra felicità, il nostro canto, la nostra vita... ed è così giovane.
Potrebbe non riuscire a prendersi cura del bambino nel modo giusto. Lasciate
che cresca con noi, ovviamente quando sarà cresciuto lo potrete riavere... e
voi potete avere molti altri figli”.
Per me fu un’assoluta benedizione... infatti la
madre di mio padre morì quando lui si sposò, e aveva solo dieci anni. Quando
nacqui doveva avere vent’anni e mia madre
diciassette. In verità non sapevano affatto come allevare un bambino, per cui
presero al volo quell’occasione e io fui allevato dai
miei nonni materni.
Ma nel villaggio non c’era una scuola – in tutta
la mia vita sono sempre stato molto fortunato! – e non c’era un tempio, né
alcun prete, così crebbi praticamente selvaggio, e rimasi sempre un ragazzo
selvaggio.
Quando avevo sette anni mio nonno morì. Ero
cresciuto a sufficienza per avere idee mie, per cui, quando tornai a vivere con
i miei genitori, ci ritrovammo estranei. Non avevo mai conosciuto mia madre
come tale, avevo conosciuto mia nonna in quel ruolo. I primi sette anni di vita
sono i più importanti perché diventano le fondamenta dell’intera esistenza...
così, quando mio padre mi portò a scuola e compilò la scheda di iscrizione,
alla domanda: «a quale religione appartiene il bambino» lo fermai.
Gli dissi: “Scrivi così «fino a questo momento non
appartiene ad alcuna religione. Cercherà e vedrà di trovarla».” Mio padre
disse: “Ma sembrerà una cosa strana”.
Dissi: “Niente affatto: la verità, per quanto
strana, non lo è mai così tanto. Mentre una bugia, per quanto ci sia familiare,
non lo è mai così tanto: non esiste affatto”.
Ma quello rimase sempre un problema nella mia
vita, man mano che mi spostavo da una scuola all’altra, dal college
all’università: si dà per scontato che tutti siano nati in una religione,
mentre è un’assoluta idiozia. Come può qualcuno nascere in una religione?
Se sei nato da un padre che fa il dottore, non
vuol dire che sei un dottore per nascita. Le cose non cambierebbero neppure se
tuo padre e tua madre facessero entrambi i dottori. Se vuoi fare il dottore,
dovrai fare degli studi, sostenere degli esami, solo così potrai diventare un
dottore.
Per le cose comuni, voi tutti sapete benissimo ciò
che si deve fare: un bambino non nasce dottore, non nasce professore, non nasce
scienziato. Come può nascere mistico? Compilare quelle schede di iscrizione fu
sempre un problema. L’impiegato diceva: “La scheda deve essere compilata in
ogni sua parte. Ne hai tralasciata una...”
E io dicevo: “Devo lasciarla in bianco, perché
ancora non conosco la mia religione”. Venivo continuamente spedito dal preside:
“Cosa dobbiamo fare con questo ragazzo? Dice che ancora non ha trovato la
propria religione, ma la regola è che la domanda sia completata in ogni sua
parte...”
Insistevo: “Potete rifiutare la mia iscrizione al vostro
istituto, ma io non posso mentire: non ho una religione”.
Cercavano di persuadermi, con voce amorevole mi
dicevano: “È solo una scheda di iscrizione... tuo padre deve avere una
religione”.
E io: “Questa scheda riguarda me, non mio padre.
Ho indicato la religione di mio padre vicino al suo nome... ma io non ho una
religione”. Alla fine dovevano accettarmi, e io concludevo: “In realtà,
dovreste annullare questo tipo di formulari in cui si richiede una
religione...”
Perfino quando mi laureai... conoscevo il ministro
dell’educazione perché era stato rettore di un’università dove avevo
partecipato molte volte ai dibattiti pubblici tra allievi, che si tenevano ogni
anno.
Lui si ricordava di me perché ero sempre uscito
vincitore... così, quando mi laureai, andai direttamente da lui e gli dissi:
“Ho superato tutti gli esami di specializzazione, sono risultato il primo in
tutta l’università, per cui voglio essere subito ammesso a un ruolo accademico
in una qualsiasi università di tua scelta”.
Mi spiegò che non era una cosa automatica: “Come
prima cosa devi riempire la domanda di ammissione”. E di nuovo sorse lo stesso
problema: “Qual è la tua religione?”
Dissi: “Cos’ha a che vedere la religione con le
mie qualifiche di insegnante? Non ho una religione. E se mi rifiuti il posto mi
vedrò costretto a tenere la mia prima conferenza stampa”.
Disse: “Non farlo! Scrivi una cosa qualsiasi,
qualsiasi religione andrà bene. Scrivilo in modo che nessuno riesca a leggerlo.
Ma questa scheda deve essere compilata in ogni sua parte”. Dissi che non lo
potevo fare... fin dal primo giorno in cui entrai a scuola, sulle mie schede di
iscrizione quella riga è sempre rimasta in bianco, ed è ancor oggi vuota: ho
trovato la religiosità, ma non ho trovato alcuna religione. E sono infinitamente
felice che nessuno abbia cercato di impormi la sua idea, il suo dio, il suo
concetto dell’esistenza.
Ogni bambino ha il diritto, un diritto acquisito
con la nascita, di non essere torturato e condizionato dai suoi genitori,
perché ogni essere umano ha il diritto fondamentale e inalienabile di
ricercare, di indagare, di compiere un pellegrinaggio.
E benché
vivano con voi non vi appartengono.
Potete donar
loro l’amore ma non i vostri pensieri... eppure viene fatto l’esatto opposto.
Ricordate i vostri genitori? Avevano un interesse
nel darvi il loro amore incondizionatamente? Oppure il loro interesse era usare
il loro amore per contaminare le vostre menti con la loro religione, la loro
ideologia politica, la loro nazionalità? Se così non fosse, come mai l’umanità
è così divisa? Chi è il criminale dietro tutto questo? Perché dovrebbero
esistere tante nazioni? Perché mai dovrebbero esistere tante religioni?
L’umanità è una sola, la verità è una. Alla gente non è stato permesso di
ricercare il proprio volto originale: sono state date loro delle maschere,
dietro le quali le persone vivono la propria vita, credendo che si tratti del
proprio vero volto.
Come fai a sapere di essere un cristiano? Non sei
mai stato con Cristo. Non ti è mai stata data la possibilità di scegliere, né
l’opportunità di scegliere se preferissi Cristo, Gautama
il Buddha, Mahavira, Lao Tzu o Zarathustra.
La vostra religione è la vostra schiavitù. È la
vostra prigione, il vostro limite, il vostro confine. Il vostro cristianesimo,
il vostro induismo, il vostro islamismo, il vostro giainismo, non sono altro che catene a voi invisibili,
perché non legano il vostro corpo, ma la vostra anima.
Qualsiasi uomo abbia accettato ideologie altrui,
ha venduto se stesso. È uno schiavo, anche se da ogni pulpito di ogni paese del
mondo viene annunciato a gran voce che la schiavitù è scomparsa.
Io vi dico che non è vero. Certo, la schiavitù ha
cambiato forma, ed è diventata più pericolosa. Se mi mettete le manette, il mio
spirito resta sempre libero; se mi mettete le catene ai piedi, il mio spirito
resta sempre libero. Potete distruggere il mio corpo, ma il mio spirito resterà
sempre libero. Viceversa, inquinare la mente delle persone con l’induismo, il buddhismo,
l’islamismo, il cristianesimo, significa stringere catene invisibili che
riducono in schiavitù lo spirito stesso. Questo è il vero crimine... e fino a
oggi, tutti i genitori, nel mondo intero, l’hanno commesso e se ne sono fatti
responsabili.
Potete donar
loro l’amore ma non i vostri pensieri, poiché essi hanno i loro pensieri.
I loro pensieri non sono ancora giunti a
maturazione, esistono ancora in forma di seme. Sono ancora solo delle
potenzialità, ma se vengono dati loro libertà e amore, diventeranno realtà, si
realizzeranno. E quando i vostri stessi pensieri diventano realtà, il vostro
essere è allietato da una gioia senza confronti, da un appagamento e da una
beatitudine che mai avete neppure sognato. Non potete averne alcuna idea perché
concepire quella dimensione, va ben oltre le capacità della vostra mente: essa
matura nel vostro cuore, ed è lì che fiorisce.
Potete
offrire rifugio ai loro corpi ma non alle loro anime... con le migliori
intenzioni, tutti i genitori sono assassini dei propri figli: in tutto il mondo
vedete camminare solo dei cadaveri, persone che hanno perso la propria anima
prima ancora di avere una qualsiasi idea di cosa essa sia.
Poiché esse
abitano la casa del domani, che a voi non sarà concesso di visitare neppure in
sogno.
Voi appartenete al passato, i vostri giorni sono
ormai finiti. I genitori non sono in grado di concepire il futuro... mentre i
figli non potranno mai vivere nel passato, quindi non è il caso di appesantirli
con le vostre scritture ormai morte. Essi avranno i loro testi sacri, i loro
santi. Essi avranno i loro Buddha, i loro Cristo.
perché mai dovrebbero camminare piegati dal peso del passato? Hanno davanti a
sé un futuro aperto. Se amate i vostri figli, non dovreste impicciarvi:
aiutateli a essere forti, ad avere la capacità di ricercare l’ignoto, ma non
date loro le vostre idee: per loro sono del tutto inutili. E a causa delle
vostre idee, i vostri figli mancheranno il loro destino, ne verranno distratti.
Osservate un bambino e notate la chiarezza della sua visione.
Mi hanno raccontato... in una scuola, un prete
cristiano sta insegnando ai bambini che Dio ha creato tutte le cose, l’intero
universo, in sei giorni, e il settimo giorno si riposò.
Uno dei bambini si alza e chiede: “E i treni?” Il
prete si sente perduto.... non c’è il minimo accenno né nel Nuovo, né
nell’Antico Testamento a dio che crea i treni... a quel punto un altro bambino
alza la mano. Il prete chiede: “Anche tu hai una domanda?” E il bambino: “No,
voglio rispondere”. Il prete non crede alle sue orecchie... ma non trovando
altra soluzione invita il secondo bambino a rispondere, e questi dice: “È
scritto che dio ha creato tutte le cose che strisciano per terra, questo
include anche i treni!”
I bambini hanno una loro intuizione e una loro
chiarezza. Invecchiando, raccogli polvere... e tutti ti danno consigli: i
consigli sono l’unica cosa al mondo che tutti danno e nessuno prende, ma questo
corrompe le menti dei bambini che sono dipendenti dai grandi.
Almustafà ha ragione: Potete offrire rifugio ai loro corpi ma non
alle loro anime, poiché esse abitano la casa del domani, che a voi non sarà
concesso di visitare neppure in sogno.
Voi appartenete al passato, loro al domani: date
loro tutto l’amore di cui siete capaci... il presente è un punto di incontro ma
è anche il punto in cui ci si separa. Dal presente, in cui vi incontrate, vi
separerete. Ogni giorno, la distanza tra voi e i vostri figli diventerà sempre
più grande. Si parla di gap generazionale: è una delle cose più belle che siano
accadute in questo secolo... fate ogni sforzo per ingrandirlo, rendetelo
praticamente incolmabile... altrimenti vi porterete dietro dei cadaveri per
tutta la vita.
Gautama il Buddha
morì venticinque secoli fa. Gesù morì duemila anni fa... l’uomo è forse pazzo?
Perché ci si dovrebbe portar dietro dei cadaveri? Voi vivete venticinque secoli
in avanti... l’evoluzione non si è fermata a Buddha,
egli è arretrato di venticinque secoli... Ma poiché voi vivete appesantiti da
cadaveri, non potete creare i vostri Buddha. Se vi
libererete completamente dal passato scoprirete vette di consapevolezza ancora
più elevate di quelle mai raggiunte da un qualsiasi Cristo o da un qualsiasi Buddha. L’umanità non cade all’indietro: le nostre
consapevolezze stanno raggiungendo le stelle, ma è difficilissimo comprendere
una verità tanto ovvia.
Il passato è il più grande ostacolo nella vostra
vita.
Ma il potere istituzionale non vuole che io
critichi alcuna religione. Cosa significa? Vuol dire che non dovrei criticare
il passato... e quel passato è stato così disgustoso, così abnorme che deve
essere criticato nei minimi dettagli, in modo tale che venga sradicato dalle
vostre menti: solo così esse saranno aperte al futuro.
Voi siete gravidi di una infinità di Buddha e di Cristo. Perché dovreste regredire? Ma poiché le
vostre vite sono già soffocate dal passato, io lo devo criticare... e accetto
anche la libertà di chiunque di criticarmi.
Ciò nonostante, non avrei mai pensato di dovermi
confrontare con un’umanità così impotente. Chiedermi, con la protezione della
legge, di non criticare alcuna religione, non è altro che una prova di
impotenza.
I mussulmani hanno quattro mogli. Se li critichi,
critichi la loro religione, perché nel Corano Maometto permette di sposare
quattro donne.
La donna è trattata come un oggetto per soddisfare
la vostra brama sessuale, e volete che io non lo critichi? Non lo avrei fatto
se Maometto avesse lasciato alle donne lo stesso diritto, in tal caso sarebbe
stato equanime. Visto che non l’ha fatto, si rivela un maschio sciovinista. E
questa è una delle cause che ha generato perversioni sessuali nel mondo, perché
la natura crea un numero uguale di uomini e di donne... per fortuna non sa
nulla dell’islamismo e del Corano!
Perché dico “per fortuna”? Perché una donna è
sufficiente a finirti! Quattro donne per ogni uomo... in questo caso vedreste
in ogni casa un Cristo appeso a una croce.
Ho sentito raccontare di un ladro: fu preso con le
mani nel sacco mentre rubava in una casa.
In tribunale il giudice gli chiese: “A che ora sei
entrato in quella casa?”
E il ladro: “Verso le dieci!” Il giudice rimase
stupito: “Cos’hai fatto tutta la notte? Sei stato preso alle sei del mattino...
e per giunta sembra che tu non abbia rubato nulla!”
E il ladro: “È una storia lunga e triste. Prima di
raccontarvela vorrei dirle che accetto qualsiasi punizione, perfino la crocefissione, ma non mi dica che devo sposare due donne!”
Il giudice era allibito ma lo tranquillizzò: “Non
esiste una simile punizione, non preoccuparti... ma raccontami tutta la tua
storia!”
Il ladro raccontò: “Quando entrai nella casa vidi
che quell’uomo aveva due mogli. La prima occupava il
pianterreno, la seconda il primo piano. Entrambe volevano che l’uomo stesse con
loro, per cui la prima donna lo tirava per un braccio perché voleva farlo
salire al piano di sopra, ma a quel punto interveniva la seconda donna che lo
strattonava per l’altro braccio, verso la sua camera... la cosa mi colpì, e mi
dimenticai dei miei affari; d’altro canto, come potevo rubare? Quell’uomo si disperava e le donne urlavano... dunque, la
prego, mi eviti questa punizione!”
La natura produce un numero uguale di uomini e di
donne. L’idea dei mussulmani è contro natura: nessuno potrà impedirmi di
condannarla e di criticarla. Certo, tutti hanno il diritto di rispondere alle
mie critiche... ma queste persone sono impotenti: poiché non sono in grado di
rispondere, tentano di impedire ogni critica con la forza della legge, con le
armi!
Vorrei farvi notare che io non critico alcuna
religione: se mi date una qualsiasi risposta, io sono pronto a prestarvi tutta
la mia attenzione. E se riuscite a convincermi che questo tipo di comportamento
è religioso, morale, degno di persone religiose, lo accetterò. Ma come prima
cosa dovete dimostrarmi queste cose... ed è proprio perché non siete in grado
di dimostrarlo, per nascondere la vostra impotenza che cercate di ostacolarmi,
dicendo che non dovrei criticare alcuna religione.
L’intero passato dell’umanità è anche il mio
passato, è anche una mia eredità, e io ho tutto il diritto di criticare il mio
passato, ciò che ho ereditato. Ovunque vedo qualcosa di abnorme, di inumano, di
barbaro, devo criticarlo con la maggior intensità possibile. E quanti non
vogliono veder criticate le loro religioni, dovrebbero abbandonarle perché non
ne sono degni.
Ricordate: in tutta la mia vita non ho mai detto
che ciò che dico non debba essere criticato. Di fatto, io stesso ho stimolato e
invitato a criticarmi, perché so che quanto dico ha un fondo di verità... ma se
mi è impedito di criticare il passato – questo passato abnorme, disgustoso e
putrido – come potremo mai creare un futuro migliore?
Avrete sentito il proverbio: la storia si ripete.
Si ripete a causa di persone come i politici, come i poliziotti, come i
giudici. Se il passato viene criticato, non si ripeterà di nuovo, ma se in nome
della religione vengono continuamente commesse le peggiori assurdità...
Ad esempio, nella Bibbia sono contenute
cinquecento pagine di oscenità, eppure viene ancora chiamata “Sacra Bibbia”;
non troverete un libro meno sacro, nel mondo intero.
Un mio amico ha raccolto quelle pagine, e ne ha
fatto un libro: nessun governo lascerà mai che quel libro circoli liberamente
nel proprio paese: verrà bandito. Ma, cosa strana, se quelle pagine si trovano
nella Bibbia, perché non bandire
No, i genitori non dovrebbero dare i loro pensieri
ai propri figli, perché sono già obsoleti: i loro bambini avranno i propri
pensieri.
Perfino gli alberi sanno queste cose. Ogni autunno
le vecchie foglie cadono e scompaiono nel terreno, per lasciar posto ai nuovi
virgulti: più verdi, più giovani, più vivi. Se gli alberi continuassero ad
aggrapparsi alle loro vecchie foglie, non ci sarebbe spazio alcuno, nessuna
possibilità per le nuove foglie di venire al mondo.
Non vi siete mai chiesti come mai nel mondo
contemporaneo non nascano più persone come Buddha,
Lao Tzu, Chuang Tzu, Basho, Kabir,
Gesù, Zarathustra? Cos’è successo? L’umanità è una
forza che si è consumata? Niente affatto, l’umanità è ancor più potente, ha più
energia che mai. Purtroppo il passato diviene sempre più grande. Ovviamente,
ogni giorno, si aggiunge un giorno in più alla lunga fila di ieri: oggigiorno
il passato è come un Himalaya che grava sul fragile
torace degli esseri umani.
Ecco perché non avete tra voi esseri così squisiti.
E se ogni tanto un essere umano si eleva sopra la massa, sembra così estraneo,
un outsider in senso assoluto che nessuno lo può tollerare: voi avete
dimenticato che sapore aveva il mondo quando vivevano insieme migliaia di
Illuminati. Nessuno si sentiva infastidito; la gente si sentiva colma di
gratitudine.
Oggi la situazione è completamente diversa: tutto
quel peso mentale vi impedisce di vedere il nuovo. E il nuovo dirà al passato,
a ciò che è morto, di scomparire, è inevitabile.
Ho guardato in tutte le scritture di tutte le
religioni, sono tutte oscene, eppure nessun governo le ha mai messe al bando...
d’altro canto, si chiede alla mia gente di non comportarsi in modo osceno!
Come prima cosa dovreste prendervi cura della
vostra casa. Come prima cosa la gente dovrebbe ripulire la propria mente, e se
non ci riesce, io sono qui ed è qui la mia gente: venite qui, noi facciamo un
lavaggio del cervello a secco! È richiesta solo una cosa: dovete portare con
voi il vostro cervello, perché ho sentito raccontare...
Un politico decide di farsi operare al cervello...
in realtà ogni politico dovrebbe farsi operare. Questo aveva superato ogni
limite, per cui decise di compiere quel passo fatidico. Gli fu aperta la
scatola cranica e il chirurgo disse: “Mio Dio! Questo sembra proprio il
cervello di un politico... è tutto sottosopra!”
Così gli tolsero il cervello per pulirlo. Lo
portarono in un’altra stanza perché ci volevano almeno sei ore per fare un
lavoro ben fatto.
Mentre era
in corso l’operazione di pulizia, qualcuno corse nella stanza in cui si trovava
il politico, e lo scosse con foga. Il politico aprì gli occhi e quell’uomo gli disse: “Cosa fai qui? Sei stato eletto primo
ministro!”Il politico balzò in piedi e corse via. Quando i medici tornarono in
sala operatoria, con il cervello rimesso a nuovo, non lo trovarono più. Non era
mai successo. Si chiesero: “Dove può essere andato... e senza cervello?”
Lo cercarono e qualcuno disse di averlo visto
avviarsi verso la casa del primo ministro. Il chirurgo si fece ricevere e gli
disse: “Hai dimenticato il tuo cervello nella sala chirurgica!” E lui disse:
“Non preoccupatevi, tenetelo al sicuro. Finché sono primo ministro non ho
affatto bisogno del cervello”.
No, non date il vostro passato ormai putrido in
eredità ai vostri figli. Essi hanno il loro futuro. Lasciate che crescano in
base al proprio potenziale.
Potete
tentare di essere simili a loro... questo è il punto in cui Kahlil
Gibran supera la propria intuizione: Potete tentare di essere simili a loro, ma
non farli simili a voi.
Ma cosa dice
Almustafà dice l’esatto opposto: Potete tentare di essere simili a loro...
poiché essi appartengono al futuro e sono innocenti. Sono più vicini di voi
all’esistenza. Per voi la sola cosa che accadrà sarà la morte, per loro invece
accadranno milioni di cose: l’amore, la meditazione, la riconoscenza. Per
favore, resistete alla tentazione di pretendere che vostro figlio sia una
vostra esatta copia. Potrete riuscirci, ma così facendo lo avrete ucciso.
Ed è ciò che sto dicendo: tutti i genitori
uccidono i propri figli per ridurli a delle copie di se stessi. Mentre il
bambino ha il potenziale di essere il proprio volto originale.
Il volto originale ha una bellezza, possiede in sé
qualcosa del divino, ha un carisma, una copia non ha nulla di nulla.
La vita
procede e non s’attarda sul passato.
Voi siete
gli archi da cui i figli, come frecce vive, vengono scoccati in avanti.... verso l’ignoto e verso l’inconoscibile. Non mettete loro dei freni. Date loro forza
e amore in modo che possano raggiungere la stella più lontana.
Voi siete
gli archi da cui i figli, come frecce vive, vengono scoccati in avanti.
L’arciere
vede il bersaglio sul sentiero dell’infinito, e vi tende con forza affinché le
sue frecce vadano rapide e lontane.
L’esistenza vuole che vi pieghiate come un arco di
fronte ai vostri figli, poiché essi dovranno viaggiare lontano e voi dovete dar
loro la forza per farlo.
Affidatevi
con gioia alla mano dell’arciere... siate felici quando il bambino inizia ad
allontanarsi da voi, quando inizia a diventare un individuo per proprio
diritto.
Sentitevi benedetti per il fatto che non è un
idiota che ubbidisce. Ad eccezione degli idioti, nessuno è ubbidiente.
L’intelligenza è
ribellione. Sentitevi benedetti e benedite il vostro bambino per aver dato vita
a uno spirito ribelle. Questo dovrebbe essere il vostro orgoglio, purtroppo questa diventa
l’ansia della gente.
Affidatevi
con gioia alla mano dell’arciere; poiché come ama il volo della freccia, così
ama la fermezza dell’arco.
L’esistenza vi ama entrambi: anche voi siete i
figli della stessa esistenza. Semplicemente, il vostro tempo è finito: lasciate
il posto alle frecce e alla loro freschezza, e beneditele.
tratto da:
I silenzi dell’anima
(commenti a “Il Profeta” di Kahlil Gibran)
NEWS SERVICES CORPORATION ED.
Dalla luna
di miele al ritrovarsi ‘nemici intimi’ il passo è
breve. È inutile cercare nuovi modelli o creare nuovi concetti per le relazioni
amorose, quando non esistono consapevolezza, compassione e comprensione della
fragilità umana.
Amato Osho,
il concetto di anime
gemelle è più utile del matrimonio?
Prem Pragyan, una delle cose più significative nella vita di un uomo è il
rapporto d’amore. La nascita non sta a te deciderla, e neppure la morte, e
queste sono le uniche grandi cose della vita: nascita, amore e morte. Solo
l’amore è nelle tue mani, solo l’amore ti dà la libertà e la dignità di essere
un uomo; altrimenti, nascita e morte avvengono proprio come per qualsiasi altro
animale o qualsiasi albero. L’amore dovrebbe essere tenuto il più puro e
incontaminato possibile.
Tu mi chiedi: “Il concetto di anime gemelle è più
utile del matrimonio?”. I concetti non hanno importanza. L’importante è la tua
comprensione. Puoi cambiare la parola matrimonio con le parole anime gemelle,
ma tu resti lo stesso. Con le anime gemelle tu riuscirai a produrre lo stesso
inferno che hai costruito col matrimonio – non è cambiato niente, solo le
parole, solo l’etichetta. Non ti fidare troppo delle etichette. Perché è
fallito il matrimonio? Innanzitutto lo abbiamo innalzato a livelli innaturali.
Abbiamo cercato di farne qualcosa di permanente, di sacro, senza conoscere neppure
l’ABC della sacralità, senza sapere niente dell’eterno. Le nostre intenzioni
erano buone, ma la nostra comprensione era limitata, praticamente inesistente.
Così il matrimonio, invece di diventare un paradiso, è diventato un inferno.
Invece di diventare sacro, è caduto più in basso del profano. E questa è stata
la stupidità dell’uomo – stupidità antichissima: ogni volta che l’uomo si trova
in difficoltà, cambia le parole. Puoi cambiare la parola matrimonio con le
parole anime gemelle, ma in questo modo non cambi te stesso. E il problema sei
tu, non le parole; qualsiasi parola va bene. Una rosa è una rosa è una rosa…
puoi darle qualsiasi nome. E tu stai chiedendo di cambiare il concetto, non di
cambiare te stesso.
Il matrimonio è fallito, perché tu non riuscivi a
elevarti allo standard che ti aspettavi dal matrimonio, dal concetto di
matrimonio. Tu eri brutale, barbaro, pieno di gelosie, pieno di lussuria; tu
non avevi mai conosciuto cosa è veramente l’amore. Nel nome dell’amore, hai
tentato tutto quello che è proprio l’opposto dell’amore; possessività,
dominio, potere.
Il matrimonio è diventato un campo di battaglia,
dove due persone lottano per la supremazia. Naturalmente l’uomo ha i suoi modi:
grossolani e più primitivi. La donna ha i suoi: femminili, più delicati, un po’
più civili, più pacati. Ma la situazione è la stessa. Ora gli psicologi parlano
del matrimonio come di un’inimicizia intima. Ed è proprio così. Due nemici che
vivono insieme facendo finta di essere innamorati; con uno che aspetta che sia
l’altro a dare amore – e la stessa cosa si aspetta anche l’altro. Nessuno è
pronto a dare – nessuno ha qualcosa da dare. Come puoi dare amore se non ce
l’hai?
E quando senti che non ti sta arrivando amore… e
tutti e due sentite la stessa cosa: una grande frustrazione, cioè, e l’idea, il
sospetto che forse l’altro ti ha ingannato. Prima del matrimonio entrambi
usavate belle parole, dolci e senza significato; tutti e due vi presentavate al
meglio, per attrarre l’altro, per catturarlo. E una volta sposati – la legge è
entrata a far parte della storia, la società vi ha concesso la libertà di
vivere insieme – presto la luna di miele finisce. Finisce anche prima di
tornare dal viaggio di nozze… è finito tutto perché vi siete conosciuti
completamente nella vostra totalità, che è brutta.
La facciata, la maschera, che portavate prima del
matrimonio, è scivolata via. Non potete portarla per ventiquattro ore. Quando
vivi con qualcuno, devi abbandonare le ipocrisie ed essere quello che sei –
sapendo che non sei chi fingi di essere. La stessa cosa è vera anche per
l’altro. E allora diventa una lotta per possedere la donna, per possedere
l’uomo.
L’unico sintomo significativo dell’amore è che non
vuole mai possedere: al contrario, dà libertà. È contento della felicità
dell’altro. Non implora; non è un mendicante. È un imperatore. Dà e dà
incondizionatamente.
Ma nella vita reale, ciò che facciamo da secoli è
chiedere all’altro di dare; e anche l’altro chiede a noi. E siamo entrambi dei
mendicanti, le nostre ciotole sono vuote; non abbiamo niente da dare. Diventa
una lotta, una guerra.
Puoi cambiare il concetto di matrimonio con quello
di anime gemelle, ma a te cosa succede? Cosa avviene a quelli che diventano
anime gemelle? Se sono le stesse persone che sarebbero diventate una coppia nel
matrimonio, non cambia niente.
Il mio suggerimento è che non c’è bisogno né di
matrimonio, né di anime gemelle – la semplice amicizia è sufficiente. Non sai
proprio nulla dell’anima, come puoi diventare un’anima gemella?
Se soltanto riusciste a comportarvi reciprocamente
da amici, questo sarebbe più di quanto ci si possa aspettare dall’uomo attuale.
Se poteste capire l’uno le fragilità dell’altro, le debolezze dell’altro, anche
questo sarebbe più di quanto ci si aspetta. Se poteste lasciar perdere le
vecchie superstizioni: che una volta che un uomo – o una donna – ti ama, deve
amarti per sempre... L’amore è molto fragile. È proprio come un fiore; bello,
ma molto delicato. Al mattino sboccia, entro sera è appassito, i suoi petali
ormai caduti. Quello che al mattino era bellezza, alla sera è diventato una
tomba. La vita è un fenomeno che cambia, cambia continuamente. Quando dico che
è necessaria una grande comprensione, significa che deve essere abbandonata la
vecchia idea della relazione permanente, con qualunque concetto la si esprima.
Dovete vivere momento per momento, dovete vivere ogni momento come se fosse
l’ultimo. Così non sprecatelo in polemiche, continui rimproveri o litigi. Forse
il prossimo momento non arriverà, neppure per chiedere scusa. Sarmad, un mistico, diceva ogni sera ai suoi discepoli:
“Dormiremo per l’ultima volta. Vi prego perdonatemi. Come maestro posso essere
stato duro con voi. Ho dovuto farlo, perché vi amavo e volevo che avvenisse la
vostra trasformazione. Poiché non so se mi sveglierò domani mattina, allora vi
chiedo perdono.” Ogni sera andava a letto come se fosse l’ultima notte – e un
giorno sarà vero, una notte sarà l’ultima e non vi sveglierete mai più.
E ogni mattina si svegliava come se fosse un nuovo
inizio; aveva accettato la morte la sera prima e ora questa era una rinascita.
Ne era profondamente grato all’esistenza: un giorno in più di vita, un giorno
in più di sole, di vento, di alberi, di uccelli, un giorno in più di amici, un
giorno in più di amore. Ma non più di tanto.
La sola idea di avere una relazione permanente,
per tutta la vita, ti aiuta a posporre quello che è essenziale e a continuare a
fare cose che, non solo sono non essenziali, ma sono anche idiote. Le persone
litigano per cose così infime, che loro stesse, nei momenti di maggiore sanità,
ne ridono. Ho sentito di una coppia che si stava sposando nell’ufficio
governativo dell’Ufficiale di Stato Civile. L’uomo firmò – la donna aveva
firmato prima di lui. Non appena vide la firma dell’uomo, immediatamente disse
all’impiegato: “Voglio divorziare.” L’impiegato chiese: “Che succede? Vi state
sposando, hai appena firmato i documenti del matrimonio.” E lei disse: “Sì, ho
firmato, ma le cose iniziano già ad andare storte. Basta che guardi il
documento: io ho firmato in caratteri piccoli e lui ha firmato in caratteri
enormi, proprio per farmi vedere chi è lui. Questo è l’inizio di problemi
grossi – non voglio affrontarli.” La scrittura in lettere più grandi già
dichiarava la supremazia, la superiorità dell’uomo.
Tu vuoi cambiare le parole – io vorrei cambiare la
tua consapevolezza.
L’idea di una relazione permanente era sbagliata,
ma vi è stata imposta dai poeti, dai preti, da tutti. E io non sto dicendo che
due persone non possono vivere in profonda amicizia per tutta la vita. Possono
farlo, ma non dovrebbe essere un condizionamento, ma un semplice fiorire
dell’amicizia, libero. In qualsiasi momento uno dei partner può dire: “Sono
grato per tutti i bei momenti che mi hai dato, ma ora i nostri sentieri si
dividono. Con tristezza… ma ti ricorderò sempre. Non voglio che la vita con te
diventi un inferno. Così si distruggerebbe tutto ciò che è stato bello, ne
distruggeremmo perfino il ricordo. Una semplice amicizia sarà sufficiente.”[…]
Non c’è nessun bisogno di chiamarlo matrimonio,
anime gemelle o chissà quali paroloni… solo aria fritta!
Usa parole semplici. Ti senti amichevole con una
persona e provi gioia a essere con lei. La cosa funziona, finché ti dà gioia.
Quando cominciano i problemi, vi potete separare. Il matrimonio ha creato così
tante brutture nel mondo che neppure vi potete immaginare.
Primo, ha causato una riproduzione puramente casuale,
non basata sulla comprensione o su un approccio scientifico; ma proprio come
gli animali, spinti dalla forza, dalla cieca forza della biologia; potremmo
avere altrimenti così tante belle persone intorno a noi. E il mondo non si basa
solo sulla bellezza della luna e delle stelle: un essere umano bello –
fisicamente, mentalmente, spiritualmente – è la sua bellezza più grande.
Le conseguenze del matrimonio sono state le più
strane. Tutte le religioni sono contro la prostituzione, ma questa è una
conseguenza del matrimonio. Infatti le prostitute sono una misura di sicurezza
per la sopravvivenza del matrimonio, perché, per natura, né l’uomo, né la donna
sono monogami. La monogamia è una specie di schiavitù, di prigione. Perché
dovresti essere così unidimensionale, quando la vita
ti ha dato tutte le opportunità della multidimensionalità? Nessuno può dire se
domani incontrerai una donna e te ne innamorerai.
La società, in modo subdolo, approva le
prostitute. È un sistema per gli uomini, quando si stancano delle loro mogli. E
anche le mogli, nei secoli, hanno accettato l’esistenza delle prostitute,
perché sanno che la prostituta è solo una comodità, non è una rivale. Il marito
può andare là per un giorno, questo è tutto. È più preoccupante quando il
marito si innamora di una donna; allora c’è competizione. Con la prostituta la
competizione non c’è.
Una volta le prostitute andavano nelle case dei
ricchi, per danzare e dare piacere ai signori, ed era accettato. La moglie non
ne era affatto disturbata – perché la prostituta è una donna comprata, domani
andrà via. Non sarà per lei un problema costante, Ma la donna era completamente
confinata nella monogamia. È solo ora, a causa del movimento di liberazione
della donna in Europa e in America, che si sono resi disponibili dei prostituti maschi. Ora le donne possono avere le stesse
opportunità delle quali gli uomini hanno goduto per migliaia di anni. È strano
e brutto, ma poiché stiamo andando contro natura, dobbiamo trovare qualche modo
per soddisfare la natura.
La poligamia è la natura, sia dell’uomo che della
donna, perché la poligamia è multidimensionale, è una
libertà. Se oggi amo qualcuno e domani incontro chi mi va meglio, perché me lo
dovrei proibire? Se domani incontro chi è più armonia con me, perché me lo
dovrei impedire e restare in schiavitù? E, naturalmente, in questa schiavitù
soffrirò e sarà una tortura, e mi vendicherò sulla povera donna, che non mi ha
fatto niente.
Allora, per prima cosa bisogna abbandonare la
vecchia superstizione che l’amore è monogamo – non è vero. Ci sono tutte le
prove del contrario. In secondo luogo, il vecchio pregiudizio che l’amore deve
essere eterno, che solo allora è vero amore, è assolutamente sbagliato. Se una
rosa non dura per sempre, dite forse che per questo è meno reale? E se siete
tanto interessati alla durata… allora usate fiori di plastica, non vere rose.
Quei fiori di plastica non muoiono mai perché non hanno alcuna vita, perché
sono già morti. L’amore è un fenomeno molto vivo. Infatti la vita raggiunge il
suo massimo nell’amore.
Per cui è molto probabile che quello che oggi dà
infinita beatitudine, domani non ci sia più. È una brezza che viene e che va. Dobbiamo accettare la natura così com’è. Creare delle
cose innaturali vuol dire solo creare delle perversioni.
tratto da: The New Dawn #20
Un rapporto
difficile, che tende a ripetersi se non interviene un salto di consapevolezza.
Gurdjieff soleva dire ai
suoi discepoli
che un uomo diventa religioso solo quando riesce a perdonare i suoi genitori.
Perdonare? Sì, è così. È molto difficile. Nel
momento in cui ne diventi consapevole, è molto difficile, quasi impossibile
perdonare i tuoi genitori, perché ti hanno fatto tante cose – senza saperlo,
naturalmente, inconsci nel loro comportamento, naturalmente, e tuttavia le
hanno fatte.
Hanno distrutto il tuo amore e ti hanno fornito
una logica morta.
Hanno distrutto la tua intelligenza e ti hanno
dato in cambio l’intelletto. Hanno distrutto la tua vita e la tua vitalità, e
ti hanno fornito uno schema fisso di vita, un piano secondo cui vivere.
Ti hanno sviato dalla tua direzione e ti hanno
dato una destinazione.
Hanno distrutto la tua capacità di celebrare e ti
hanno trasformato in un prodotto da vendere sul mercato. È molto difficile
perdonarli, e per questo tutte le vecchie tradizioni dicono di rispettare i
genitori.
È difficile perdonarli, ed è molto, molto
difficile rispettarli. Ma se tu capisci, potrai perdonarli. Dirai quello che
disse Gesù sulla croce: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che
fanno”. Sì, queste sono le esatte parole. E sono tutti sulla croce – e la croce
non è preparata dai tuoi nemici, ma dai tuoi genitori, dalla tua società... e
tutti sono crocifissi.
La testa è diventata così dominante, che non
permette nessuna spontaneità. È diventata dittatoriale... Non permette al cuore
di pronunciare neppure una parola; ha costretto il cuore a rimanere
assolutamente in silenzio. Dovrai ascoltare di nuovo il cuore. Dovrai
cominciare a lasciar perdere la logica, per un po’. Dovrai correre dei rischi.
Vivere pericolosamente. Andare verso l’ignoto, e dovrai amare le persone, non
le cose. Dovrai essere pronto a non possedere nessuno, perché, nel momento in
cui possiedi una persona, lei non è più lì. Solo le cose possono essere
possedute. Cerca di comprenderlo il più profondamente possibile: nel momento in
cui ti innamori di qualcuno, immediatamente tutti i tuoi condizionamenti cominciano
a cercare di possederlo. Resisti alla tentazione; è il diavolo che ti sta
tentando – il diavolo della società, della civiltà e della chiesa. Il diavolo è
vestito di paramenti molto religiosi e continua a citare le sacre scritture.
Fa’ attenzione!
Ogniqualvolta cominci a possedere, stai uccidendo
l’amore. Così tu puoi o possedere una persona, o amarla; le due cose insieme
non sono possibili.
tratto da: The Beloved Vol 1
#4
NON CHIEDERE CHE L’AMORE
SIA RICAMBIATO
Una
sannyasyn dice che è
preoccupata per il suo rapporto col figlio tredicenne. Sente che lui non si
fida di lei, perché passa la maggior parte del suo tempo in viaggi, mentre lui
vive con suo padre.
Bhagwan la rassicura, dicendole
che, al suo ritorno in Germania, avrebbe trovato che la relazione è cambiata,
perché lei stessa è cambiata...
Non cercare di trattenere, di possedere un
bambino. Da’ semplicemente il tuo amore, e non chiedere che sia ricambiato –
particolarmente con un figlio o una figlia. Non è come il rapporto fra marito e
moglie o fra amanti.
Quando un bambino viene al mondo, la madre lo ama
incondizionatamente. Non puoi aspettarti che un bambino ti ami, perché lui non
sa cos’è l’amore, non sa chi sei tu. Lui è solo vuoto. Se tu lo ami, attraverso
il tuo amore imparerà cosa è l’amore. Per mezzo del tuo amore imparerà cos’è
una madre. Ma imparerà anche un’altra cosa – che quando l’amore è dato dalla
madre, non c’è bisogno di ricambiarlo.
Il bambino non può farci nulla, non ha niente da
restituire. Questo diventa il fattore di base fra madre e figlio. Il figlio
continua ad aspettarsi cose da te, ma se tu ti aspetti qualcosa da lui, lui si
arrabbia. Quindi non aspettarti mai niente. Dai soltanto. Se lui ricambia
l’amore, bene. Se non lo fa – bene lo stesso.
E questa volta le cose andranno diversamente…
tratto da:
Nothing to lose but your head (Darshan Diary)
Il libro
dell’alchimia
interiore
Edizioni del Cigno
Pagine 246 Lire 20.000
INTRODUZIONE: Fermarsi, tornare a se
stessi, riprendere contatto con un significato interiore che confermi il nostro
essere vivi, che lo giustifichi e lo concretizzi… e poi di nuovo camminare,
vivere, agire… e di nuovo perdersi, sentire ora di essere persi, averne
consapevolezza, piena e dolorosa consapevolezza… e accettarlo, per poi ricordarsi
di se stessi, di quel centro intuito in un attimo di serenità, e così
rinfrancati riprendere il cammino, vivere… imparare a vivere, e a essere.
PRIMO SUTRA: Afferra il principale dei due testimoni. “È uno dei sutra più importanti: uno dei fondamenti, il cardine
dell’alchimia interiore. Lascia che sedimenti in profondità nel tuo cuore. Può
trasformarti, può darti una nuova nascita, una nuova visione, un nuovo
universo.”
ULTIMO
SUTRA:
Abbandona qualsiasi speranza di risultati. “L’ego è finalizzato ai risultati,
la mente brama sempre spasmodicamente un risultato. La mente non è mai
interessata all’azione in quanto tale, il suo interesse sono i risultati: ‘Cosa
ci guadagnerò?’ Se la mente riesce a guadagnare qualcosa, senza fare alcunché,
sceglierà questa scorciatoia.”
MERAVIGLIA: “Godi la tua meraviglia,
godi quella meraviglia che è la vita, godi quella meraviglia che è l’esistenza,
godi quella meraviglia che è il sole e il suo riverbero e gli alberi bagnati da
quei raggi dorati. Se vuoi che un giorno ti accada l’illuminazione, rimani
ignorante. Rimani innocente come un bambino, se vuoi che un giorno ti accada
una comunione con l’esistenza e con la realtà. Conserva in te la meraviglia, se
vuoi che i misteri si svelino a te.”
IL PASSATO: “Guarda avanti. La strada
che hai percorso, l’hai già percorsa; è finita, non portare più in te il suo
peso. Non caricarti inutilmente del peso del passato. Avanza chiudendo i
capitoli che hai già letto, non devi rileggerti continuamente. E non giudicare
mai qualcosa del tuo passato con la nuova prospettiva del presente, perché ciò
che è nuovo è nuovo, incomparabilmente nuovo. Il vecchio era giusto nel suo
contesto, e il nuovo è giusto nel suo contesto, e sono entrambi incomparabili.”
INTERDIPENDENZA: “Accade assai raramente,
ma ogni volta che accade una parte di paradiso cade sulla terra. Accade tra due
persone – né dipendenti, né indipendenti – ma in profonda sincronia tra loro,
come se respirassero uno per l’altra, un’anima in due corpi: ogni volta che
accade, accade l’amore. Solo in questo caso, è amore.”
INTENSITÀ: “Vorrei insegnarvi il
modo per mangiare con intensità, totalmente; per amare intensamente e
totalmente, per fare le cose più piccole con un’estasi totale, così da non
lasciare traccia alcuna. Se ridete, lasciate che la risata scuota le radici
stesse del vostro essere. Se piangete, diventate le lacrime stesse, lasciate
che il vostro cuore si sciolga in lacrime. Se abbracciate qualcuno, diventate
l’abbraccio stesso. Se baciate qualcuno, diventate le labbra stesse, diventate
il bacio stesso.”
IL
DESIDERIO:
“Il desiderio è la sorgente stessa di tutto ciò che vedi. Il desiderio non
rivolto a un oggetto, il desiderio non orientato verso una meta, il desiderio
non motivato, il desiderio puro è dio. L’energia chiamata desiderio è la stessa
energia di dio. Non bisogna distruggere il desiderio, bisogna purificarlo. Non
bisogna lasciar cadere il desiderio, bisogna trasformarlo. Il desiderio è
creatività.”
COME
FINISCE: “Qui
e ora. Non lasciare che il momento presente scivoli via senza averlo usato,
senza averlo vissuto e senza averlo penetrato: spremi da esso tutto ciò che
puoi. Vivi il momento presente appassionatamente e intensamente così non dovrai
pentirti in futuro per esserti lasciato sfuggire la tua vita. Questo è il fatto
più importante. Ciò che conta è qui e ora!”
Osho
Neo-Reiki: una porta verso l’interno
Ma Anand Himani si dedica al Reiki da molti anni e dal 1989 è Neo-Reiki
Master. In questa intervista ci parla del suo lavoro in rapporto alla sua connessione
con Osho.
Non posso parlare del Reiki,
senza parlare di me, e del mio stare con Osho. Per me, il Reiki
è una porta verso Osho, verso il divino, ed è una porta verso tutto quello che
Osho vuole darmi e rivelarmi.
In altri termini è la mia tecnica preferita, che
uso fin da quando ho cominciato a stare con lui.
L’attuale tecnica del Reiki
consiste semplicemente nell’appoggiare le mani e nel lasciar scorrere l’energia
attraverso di esse. Se fossimo stati allevati in maniera naturale, questo
flusso di energia sarebbe a nostra disposizione. Ma poiché siamo stati
condizionati dalla società, molti di noi hanno bloccato l’energia. Abbiamo
bisogno del rituale dell’iniziazione Reiki per
ritornare al nostro fluire naturale.
Così è come lo capisco io. Qualcosa di molto,
molto naturale, che abbiamo dimenticato. E i rituali, le sintonizzazioni di
energia, sono come una scorciatoia per farlo tornare indietro velocemente e
ricominciare a far fluire l’energia – le mani sono di nuovo aperte.
Questa apertura vuol dire che c’è più energia
nelle mani, e ogniqualvolta tocchi qualcosa o qualcuno può essere avvertita
come amore o forse come consapevolezza. Dipende dove ti trovi, sul sentiero
dell’amore o della consapevolezza. Per me è più consapevolezza, che entra nella
mia vita quotidiana, in cose semplici quali pulire un tavolo o lavare il
pavimento. È qualcosa di molto naturale in tutte le situazioni.
Quando tocco il corpo di un altro essere, quel
corpo, quel sistema di energia, può attirare o bere energia attraverso le mie
mani. E prima l’energia scorre attraverso il mio sistema, così nutre sia me che
l’altra persona.
Non è la mia energia che sto dando. È molto una
situazione di non-fare, metto le mie mani sul corpo o sull’oggetto e il flusso
accade. Il Reiki è energia cosmica, che può essere
sentita come fuoco, o fresca e silenziosa, a seconda di quale punto l’energia
sta attivando nel sistema dell’individuo.
Le persone che vengono da me per le sessioni di Reiki pensano soprattutto alla loro crescita spirituale.
Raramente vengono per sintomi fisici o malattie, questo non è il mio campo.
Il mio punto di partenza è che chiunque viene da
me è in cammino per incontrare la natura interiore del buddha,
l’essenza, il vuoto interiore - comunque lo volete chiamare.
Più profondamente riesco ad andare dentro me
stessa, attraverso la mia connessione con Osho e le sue tecniche di
meditazione, più mi è facile connettermi con l’altra persona. Toccare l’essere
interiore dell’altro è qualcosa di molto sottile e, qualsiasi cosa accade in quel
momento, è al di là del mio “fare”. Qualcosa accade e c’è un incontro reale... sì...
e anche un mistero. Per dire la stessa cosa in maniera più pratica: le persone
di solito vengono da me perché sentono un blocco di energia da qualche parte
nel corpo. Allora, controllo il loro sistema di energia e tocco tutti i centri,
per vedere come vuole muoversi l’energia. È come se facessi una foto con la
sensibilità delle mie mani. Posso sentire tutti i particolari e vedere dove
l’energia è poca o grigia. Questo “vedere” è qualcosa di nuovo, per me – mi sta
succedendo sempre più spesso.
Per darvi un esempio di come lavoro: ho lavorato
molto sul tema del grounding – il sentirsi connessi
con la terra – che è un altro modo per sentirsi radicati in se stessi.
Il grounding dipende
molto dalle ginocchia, se queste, cioè, permettono all’energia di fluire
attraverso di loro. C’è un certo flusso di energia, nella parte superiore delle
gambe, che si muove naturalmente in giù, verso la terra. Ma, nel ginocchio,
spesso questo flusso viene interrotto o deviato, e, come risultato, non c’è più
molta energia che fluisce nella parte inferiore della gamba, giù, fino al piede
e nella terra.
Così, quando prendo un ginocchio tra le mani,
ricevo il senso di come l’energia vuole muoversi. Ogni volta è diverso. Alcune
persone non sono assolutamente connesse con la terra. Con altre il flusso
scompare nel ginocchio, in un punto e poi riappare all’esterno in qualche altro
posto… Le ginocchia sono così uniche, quasi come le facce.
Dopo una sessione le persone si sentono più
rilassate, nutrite, leggere – come se avessero perso peso – e, il più delle
volte, dicono di sentirsi più radicate, più “in sé”.
Il Reiki tradizionale è
strutturato e limitato a un certo sistema di posizioni. Io sono andata oltre
questa struttura e questo è stato il mio cammino – interno ed esterno – dal Reiki all’Osho Neo-Reiki: è un
fenomeno più ampio.
Inoltre, nel Reiki
tradizionale l’attenzione è focalizzata sul guarire l’altro, così dimentichi te
stesso. Con Osho, con l’Osho Neo-Reiki, l’attenzione
è più su te stesso – non tanto sull’altro. L’altro ne trae beneficio,
naturalmente, ma dalla sovrabbondanza di ciò che sta succedendo dentro di te.
È integrato con la meditazione. Infatti, per me, è
una porta per la meditazione: sedere là, non fare niente altro che mettere le
mani sul corpo di qualcun altro. Per me è una porta per entrare dentro; e so di
molte persone che hanno avuto la stessa esperienza: il loro contatto con il Reiki è una porta per andare dentro ed avere un’esperienza
di qualcosa di più profondo dentro se stesse.
Y2K
O2K
&
Siamo pronti a celebrare
il nuovo millennio
Dall’11
dicembre del 1999
al 19 gennaio del 2000
Nello stesso periodo nei computer di tutto il
mondo potrebbe manifestarsi un difetto, conosciuto anche come “la bomba del
millennio” o Y2K – la forma abbreviata di anno
Chi medita avrà l’interessante possibilità di
trovarsi di fronte all’inconoscibile e osservare come
la mente continui a sforzarsi invano di trovare sicurezze e conoscenze certe.
Anche se le ipotesi più negative sono
sbagliate,
Tempo fa, quando i computer erano veramente
costosi, i programmatori scoprirono che si risparmiavano tempo e capacità di
memoria se nelle date si consideravano solo le ultime due cifre dall’anno; dato
che le prime due 1 e 9 erano sempre le stesse. Presto però, leggendo la data
2000 come 00, molti computer non sapranno cosa fare, certi la prenderanno per
il 1900, altri potrebbero anche smettere di funzionare. E qui si parla di quei
computer che magari controllano la distribuzione dell’energia elettrica,
seguono i movimenti dei nostri conti bancari, che sovrintendono allo svolgersi
della complessa vita d’oggi.
Risolvere questo problema virtualmente implica
il controllo di ogni riga di codice software in ogni programma esistente – un
compito mastodontico e praticamente impossibile. E così molti programmi
potranno non essere stati controllati e non funzionare.
E non
saranno solo i programmi a poter dare problemi. Molti apparecchi, per uso sia
industriale che domestico, contengono al loro interno dei “piccolissimi
computer” conosciuti come microprocessori programmabili. Per esempio i forni
elettrici di Zorba – le cucine della Comune – ne
hanno uno che controlla tempi, temperature e modalità di cottura: se, mettiamo,
è programmato per rimanere spento per 10 minuti e ripartire poi con una diversa
modalità e ‘leggesse’ che si è spento alle 23:55 del 31 dicembre 1999 e adesso
sono le 00:05 del 1 gennaio del 1900, potrebbe anche non riaccendersi più… e
così niente panini per la primissima colazione nel millennio!
A parte i
panini… il problema generale sta nel fatto che questi aggeggini
li trovi dappertutto, dagli impianti nucleari agli aeroplani alle reti
telefoniche, e che i programmi di software sono quelli che fanno funzionare le
banche, il controllo del traffico aereo e così via. Non sappiamo cosa potrebbe
non funzionare – una grande opportunità di vivere un momento nel quale non
possiamo contare su nulla di ciò che di solito diamo per scontato. E val la pena di notare che gli essere umani, quando si
trovano di fronte a crisi serie, tendono spesso a entrare maggiormente in
relazione fra loro: durante i terremoti di San Francisco e Kobe,
per esempio, le persone svilupparono davvero una creatività e un senso di
cooperazione incredibili.
Y2K nella
Comune.
Il team della Comune si sta preparando per le
situazioni più diverse. La situazione indiana è unica, e migliore, da un certo
punto di vista, che nella maggior parte degli altri paesi. Ci sono meno
computer che in Occidente e così molte cose non creeranno problemi. Inoltre
esiste già l’abitudine a improvvise interruzioni di corrente, o a attrezzature
e servizi che non funzionano per le ragioni più disparate. Alcuni sistemi sono
comunque già computerizzati – telefoni, elettricità e aeroporti – e l’India non
ha le risorse tecniche per riparazioni immediate, a differenza della maggior
parte dei paesi occidentali. In India sono frequenti delle brevi interruzioni
di corrente, ma raramente ne accadono di lunghe. Comunque quando tre anni fa la
rete elettrica nazionale non funzionò per tre giorni, in qualche maniera la
gente si arrangiò… senza affrontare molti più disagi del solito. L’acqua
arrivava in camion cisterna, e si trovava sempre qualcuno disposto a portarla “a
mano” anche ai piani più alti dei palazzi… e nessuno soffrì la sete. Per
Se la mancanza di elettricità durasse davvero a
lungo è gia stato studiato un livello minimo di uso di corrente: niente aria
condizionata, niente acqua calda, ma si assicurano luce, acqua corrente,
trattamenti igienici, cucina, musica nelle stanze dei gruppi e comunicazioni di
base quali i telefoni. Nell’evenienza di un lungo black out locale si prevede
anche di anticipare le attività di 2-3 ore, così che le persone possano tornare
alle loro abitazioni quando c’è ancora la luce del giorno. In progetto anche un
servizio navetta per ovviare alle carenze di carburante. Comunque non si
prevede un lungo periodo di mancanza totale di elettricità quanto piuttosto
interruzioni intermittenti.
Abbiamo inoltre già scoperto che il sistema
fognario di Pune non dipende affatto dall’elettricità
– e questa è veramente una buona notizia per quanto riguarda la salute di
tutti.
Nella gran parte delle case non ci sono
generatori, e così si prevede che più persone potranno aver bisogno delle docce
della comune; oltre a poter aver bisogno di mangiare nella Comune perché non
possono – o non vogliono – utilizzare i ristoranti esterni. Unendo a tutto
questo un aumento di visitatori dovuto al Festival si vede come ci aspetti una
Comune veramente indaffarata.
Sappiamo che è necessaria una accurata
pianificazione. Un team di persone sta già affrontando il problema da ogni
punto di vista – il software in uso qui, le attrezzature, i macchinari, le
scorte, e come tutto questo si connetta con il mondo esterno. Si impiegano
consulenti esterni quando necessario, e alcune delle persone che hanno
costruito i vari sistemi della Comune stanno ricevendo speciali inviti a essere
qui durante il grande evento.
Nel frattempo ci stiamo organizzando per avere
sufficienti scorte di cibo nel caso ci siano problemi con le consegne, così che
nessuno sarà costretto a mangiare solo il famoso “riso e dhal”.
Viaggi aerei
C’è qualche incertezza riguardo ai trasporti
aerei. Gli aeroporti di Delhi e Mumbai (Bombay) hanno
recentemente installato i sistemi più moderni per il controllo del traffico
aereo (forniti dalla Raytheon, USA) che sono o già
preparati per Y2K o facilmente aggiornabili. Ci sono comunque altri fattori in
questo ambito che, senza influire sulla sicurezza di volo, potrebbero creare
problemi logistici: potrebbero esserci cioè un numero ridotto di servizi o
difficoltà a cambiare prenotazioni già fatte. In tutti i modi è consigliabile
avere biglietti aerei flessibili che permettano di cambiare, se necessario, i
programmi di viaggio.
Bene, vi aspettiamo per la migliore festa di
Capodanno (e di nuovo millennio) di tutta la terra, in cui si festeggerà anche
il più bizzarro problema che l’umanità sia mai riuscita a crearsi con le
proprie mani. Arrivederci a presto.
e la sua
pazzia
Io andai
semplicemente dal negoziante e mi piazzai di fronte a lui. Lui mi guardò,
aspettando che io comprassi qualcosa, ma io rimasi in silenzio. Lui si
innervosì leggermente. E disse: “C’è qualcosa che non va?” Io risposi: “Non c’è
niente che non va.” “Cosa vuoi?”. Io dissi:” Niente.” Lui replicò: “Allora
perché te ne stai lì?” Io dissi: “Strano, questa è una strada – non posso stare
qui? È forse di tua proprietà?”
Lui disse: “Strano davvero. Ti ho visto passare
di qua molte volte – poiché si trovava proprio a metà strada tra casa mia e la
scuola e quindi io passavo di lì quattro volte al giorno – ma non hai mai fatto
una cosa del genere.”Io risposi: “Adesso lo farò tutti i giorni.”
Osho ricorda
due episodi della sua infanzia che illustrano la fragilità della salute mentale
dell’uomo comune.
Nel momento in cui la persona si ritira dalla
mente, la mente non ha più energia per continuare la vecchia routine. È la tua
identificazione con la mente che le dà potere. Quando ti riprendi la tua
identità, quando non nutri più la mente, lei allora inizia a morire. E più te
ne allontani, sempre più la tua mente muore. E raggiungere uno stato di non
mente, è ciò che io chiamo salute. Quella è la meta della meditazione. Allora
il tuo spirito è guarito, sei diventato completo.
E se il tuo spirito è intero, allora la tua mente
non potrà mai impazzire, perché non hai alcuna mente. Hai un cervello, hai una
struttura per la memoria, ma tu sei separato. Puoi usarlo, ma non puoi esserne
usato.
L’uomo ordinario è stato usato dalla propria
mente. Quando diventa eccessivo, quando la mente inizia a usarti completamente
in modo totalitario, allora chiamiamo questo pazzia.
Nel mio villaggio, di fronte a casa mia, viveva un
orefice – un tantino eccentrico. Io ero solito sedere davanti a casa mia a
leggere e lo osservavo e potevo vedere quale era il suo problema. Quando usciva
per andare al mercato, chiudeva il negozio, controllava due o tre volte la
chiusura del lucchetto, si allontanava di qualche passo, tornava indietro
un’altra volta e ricontrollava la chiusura.
Qualche volta lo incontravo al mercato e gli
chiedevo: “Hai controllato il lucchetto?” E lui rispondeva: “Mio Dio! Devo
tornare indietro!” E correva via. Doveva controllare il suo lucchetto prima di
tutto. Quando faceva il bagno al fiume, nel bel mezzo io gli chiedevo: “Ma che
stai facendo? Hai controllato se hai chiuso bene il lucchetto?” Il suo bagno
non è finito, ma lui prende i vestiti e corre via.
Una volta lo vidi alla stazione che stava andando
da qualche parte. Aveva appena comprato il biglietto e stava per andarsi a
sedere sul treno, quando gli dissi: “Cosa stai facendo? Hai controllato il
lucchetto?” Lui rispose:” Mio Dio, sai che sei tremendo! Dovunque io vada ti
trovo. Adesso non posso neanche più andare a questo matrimonio. Stavo per
andarci, ma ora non posso più.” Restituì il biglietto, e tornò indietro a
controllare il lucchetto – e nel frattempo il treno era partito.
Si arrabbiò tantissimo con me, perché, dovunque lo
vedessi gli domandavo soltanto una cosa:” Hai controllato il lucchetto?” Via via anche le altre persone e gli altri bambini notarono che
era un po’ strano. Bastava dirgli: ”Hai controllato il lucchetto?” Perché
corresse indietro verso casa senza rispondere. Strano...!
La sua vita divenne alquanto problematica perché
tutta la città lo prendeva di mira. Dovunque andasse… magari stava comprando
degli ortaggi e bastava che il venditore gli domandasse se aveva controllato il
lucchetto per fargli dimenticare del tutto i suoi acquisti: prima doveva
correre al suo negozio – quasi un chilometro – e controllare il lucchetto!
Un giorno venne da mio padre a lamentarsi: “È tuo
figlio ad aver combinato tutto questo, è stato lui che ha incominciato”. Ma mio
padre gli disse: “Non dare retta a tutta questa gente. Se ti chiedono se hai
controllato il lucchetto, tu rispondi semplicemente che l’hai controllato di
sicuro.”
Lui replicò: “Ma è proprio questo il problema –
perché mi sorge il sospetto: può darsi... forse l’ho controllato, forse non
l’ho controllato. Chissà? Vorrei poter rispondere che l’ho controllato
sicuramente. Ma come posso dirlo col dubbio che mi sorge dentro...” Mio padre
replicò: “Allora cosa posso farci? Il mio ragazzo è lì; puoi fargli quello che
vuoi.”
Io dissi: “Ma io non ti ho mai fatto niente di male.
Ti ho semplicemente ricordato qualcosa nel caso te ne fossi dimenticato.
Dovresti essermi grato, ringraziarmi. E io mi sono fatto carico di un tale
problema. Ti seguo al fiume, alla stazione, al mercato. Perdo tanto di quel
tempo solo per ricordarti se hai controllato il lucchetto. E tu ti lamenti di
me! E io faccio tutto questo per compassione.” Lui rispose: “Compassione! Ora
tutta quanta la città lo sta facendo – per compassione – e la mia vita è
diventata un incubo perché tutta questa gente non mi lascia fare più nulla. Sto
mungendo la mucca e qualcuno è lì in piedi: ‘Hai controllato il lucchetto?’
Così devo smettere di mungere e correre a controllare il lucchetto.” In quest’uomo non c’era nessun altro tipo di follia. Se io non
avessi messo in risalto quest’aspetto, sarebbe stato
considerato perfettamente normale. Ma ora tutto il villaggio sapeva che era un
po’ matto.
Osservando chiunque puoi trovare il suo punto
debole. Non che si debba trovare qualcosa di speciale.
Uno dei miei insegnanti era molto benevolo verso
di me e io gli stavo raccontando di questo orefice. E lì dove ci trovavamo,
esattamente di fronte, c’era un piccolo negoziante che vendeva ogni sorta di
cose. Lui disse: “Riesci a trovare qualcosa in quell’uomo?”
Io risposi: “Non lo conosco, e lui vive così
lontano da me che mi sarà difficile. Ma aspetta qui e proverò a vedere cosa
posso fare.” Andai semplicemente dal negoziante e mi piazzai di fronte a lui.
Lui mi guardò, aspettando che comprassi qualcosa, ma io rimasi in silenzio. Lui
si innervosì leggermente. E disse: “C’è qualcosa che non va?” Io risposi: “Non
c’è niente che non va.” “Cosa vuoi?”. Io dissi: “Niente.” Lui replicò: “Allora
perché te ne stai lì?” Io dissi: “Strano, questa è una strada – non posso stare
qui? È forse di tua proprietà?”.
L’uomo iniziò a darsi un’aria affaccendata solo
per dimenticarmi, ma io rimasi là in piedi. Potevo vedere che tutto ciò che
faceva non era di alcuna utilità: spostava una scatola qui, una scatola là, e
nel frattempo mi guardava. Alla fine chiese di nuovo: “Cosa vuoi?”. Io risposi:
“Te l’ho già detto che non voglio proprio niente.” “Ma, perché te ne stai lì in
piedi?”. Io dissi: “Potresti darmi una sedia, così mi posso sedere. Ma questa è
una strada, allora gli altri incominceranno a chiedermi: ‘Come mai stai seduto
su una sedia in mezzo alla strada?’ Dunque è meglio che stia in piedi. Tu
occupati semplicemente del tuo lavoro.”
Lui disse: “Strano davvero. Ti ho visto passare di
qua molte volte – poiché si trovava proprio a metà strada tra casa mia e la
scuola e quindi passavo di lì quattro volte al giorno – ma non hai mai fatto
una cosa del genere.” Io risposi: “Adesso lo farò tutti i giorni.” Lui disse:
“Cosa?!”. “Sì. E non posso escludere che anche altri comincino a farlo.”
Si spaventò così tanto che senza dir nulla chiuse
il negozio e si ritirò dentro. Tornai dal mio insegnante, che stava aspettando,
e gli dissi: “Trovato! Fai soltanto una cosa: domani, quando apre, mettiti
semplicemente in piedi lì fuori. Non muoverti. Lui ti chiederà cosa vuoi. Tu rispondi
che non vuoi nulla. Lui cercherà di affaccendarsi, lascia che si affaccendi. Ti
chiederà un’altra volta: ‘Perché te ne stai lì?’ Tu dì soltanto che questa è
una strada...”
L’insegnante disse: “Ma, lui ha chiuso il
negozio!” Io dissi: “Vedi? Questa non è l’ora di chiudere il negozio, però lui
l’ha chiuso.”
Il giorno seguente l’insegnante era là, mentre io
aspettavo da una parte dove il negoziante non mi potesse vedere. Seguì la
consueta conversazione, con lo stesso risultato: lui chiuse i battenti e andò
dentro al negozio. E allora il fatto divenne noto in tutta la scuola. Mille
studenti – mattina, pomeriggio, giorno e notte, a qualsiasi ora: “Tu ti metti
semplicemente là.”
Il mio insegnante disse: “Strano. Quest’uomo è sempre stato assolutamente sano di mente – tu
l’hai fatto diventare matto.” Io dissi: “Ma non ho fatto nulla tranne stare là
in piedi. Deve esserci stato qualcosa di latente in quest’uomo
– qualche paura, qualche paranoia; altrimenti che bisogno c’era? Sarei potuto
rimanere là in piedi. Avrebbe potuto aspettare, me ne sarei andato – quanto a
lungo sarei potuto rimanere là? E adesso lui sarà costantemente nei pasticci.”
Nel giro di dieci giorni era all’ospedale, ricoverato per il suo comportamento
folle: chiudeva il negozio venti, trenta volte al giorno. Gli altri negozianti
riferirono: “Quest’uomo è impazzito. Apre il negozio,
lo chiude immediatamente, lo apre, lo richiude.” Persino coi suoi clienti,
appena si avvicinavano... lui chiudeva il negozio. Non riusciva nemmeno più a
capire che quelli erano i suoi clienti. Andai a trovarlo in ospedale. Me ne
stavo in piedi di fianco al suo letto. Lui aprì gli occhi e esclamò: “Dio mio!
Verrai anche qui?”
Io dissi: “Dovunque andrai mi troverai. Mi dovrai
dire qual è la tua paura. Ti ho fatto qualcosa di male?”.
Lui rispose: “Male? Hai distrutto tutta quanta la
mia vita. La mia attività è chiusa, sono rovinato. Nessuno viene più al mio
negozio – pensano che io sia pazzo. E ogni genere di teppisti si ferma di
fronte al mio negozio e fa di me uno zimbello.”
Ma io dissi: “Prima di tutto, spiegami perché ti
sei spaventato. Ti voglio aiutare davvero. Perché sono io ad aver iniziato
tutto questo. Abbi fiducia in me non voglio farti impazzire di più, lo sei già
abbastanza. Qual era la tua paura?”.
E lui rispose: “Forse posso dirlo. Dovrei dirlo, è
ora. Se non lo dico, non so che cosa mi potrebbe succedere.”
Mi raccontò: “Mio padre era un uomo molto
collerico e mi obbligava a rimanere dove ti mettevi tu – per ore, a volte per
l’intera giornata – senza cibo, senz’acqua. Bastava un piccola mancanza da
parte mia e la punizione era stare là in piedi. Il giorno in cui ti sei messo
là, mi hai fatto venire in mente la mia infanzia e ho iniziato ad avere tanta
paura, quanta ero solito avere di mio padre. Sapevo benissimo che tu non eri
mio padre e che sono un uomo adulto e che non c’è nessun problema, ma qualcosa
dentro di me ha iniziato a tremare. Sentivo che stavo per crollare. Per paura
ho chiuso il negozio. E poi è diventata una routine quotidiana, ogni cinque, dieci
minuti dovevo chiudere il negozio. Come potevo fare affari? Chiudere, aprire,
chiudere, aprire. Persino i miei clienti incominciarono a ridere, i miei vicini
incominciarono a ridere, mia moglie incominciò a ridere, anche i miei figli
iniziarono a starsene in piedi là fuori. Adesso sono in ospedale, e non so cosa
mi succederà in futuro.”
Io dissi: “Il futuro non sarà nulla di speciale. È
solo che il mio insegnante – abita dietro casa tua – noi stavamo discutendo sul
fatto che ogni uomo ha qualche tratto del carattere, qualche possibilità di
diventare pazzo. E lui disse: “Prova con questo, perché lui è perfettamente
normale.” E io non avevo idea di cosa fare, così semplicemente rimasi là in
piedi. E quando vidi che ti stavi spaventando, capii di aver fatto centro. E
quando tu ti spaventasti tantissimo e chiudesti i battenti, capii che c’era
qualcosa nella tua psicologia collegato a quella situazione e, a meno di non
portarlo in superficie, avresti sempre potuto essere spaventato in questo modo.
Quindi perdonami, ma non c’è nessun bisogno di
spaventarsi. Tu ritorna indietro, io starò in piedi al solito posto;
semplicemente rimani un testimone, come se non ti importasse. Se io decido di
stare là è un mio problema. Se ce la farai supererai questa situazione; altrimenti
tutta la città ti rovinerà. Io ho dato inizio a questa faccenda e la voglio
concludere.”
Lui mi guardò, sentì la mia sincerità. Ritornò a
casa; io mi misi in piedi in quel punto – ed entrambi ridemmo. Non mi domandò
né perché stavo lì, né perché ridevo; né io gli chiesi perché ridesse. Ma con
quella risata qualcosa scomparve da quell’uomo.
E allora quelli che avevano preso l’abitudine di
prendersi gioco di lui stando lì in piedi, cominciarono ad apparire stupidi,
insulsi, perché lui semplicemente sorrideva e li guardava senza domandare
nulla. Quelli rimanevano là qualche minuto e poi se ne andavano. Un giorno gli
dissi: “Fai una cosa. Quando qualcuno se ne sta andando, domandagli: ‘Perché te
ne vai? Stai qui ancora un po’!” Perché dobbiamo farla finita con questa
storia. Se tu inizi a dire così, quella persona non si fermerà mai più.” Lui
seguì il consiglio e presto, nell’arco di quindici giorni, facemmo piazza
pulita di tutta quanta la folla; nessuno si fermava più.
E lui mi fu davvero riconoscente. Ogni volta che
passavo dalla stazione – anni dopo, quando presi a viaggiare attraverso il
paese – lui era solito venire con un pacchetto di dolci o qualcosa da
regalarmi. Io gli dissi: “Perché ti disturbi così tanto, venendo fino alla
stazione che dista due miglia?”
Lui rispose: “Mi hai aiutato così tanto. Da quel
giorno la mia paura è finita, ho chiuso con mio padre. Ora posso perdonarlo.
Prima volevo sempre ucciderlo; ora quest’idea non mi
si presenta più.” Ogni uomo viene allevato in una società nella quale è
impossibile preservare l’integrità mentale, la salute. Per questo la psicologia
e le altre terapie devono fare qualcosa per ciascun individuo. Non è soltanto
questione di curare i pazienti; il paziente è tutta quanta la società.
La mia idea è che si curi il paziente, ma inoltre
che ogni Università, ogni liceo, ogni scuola che tenga lezioni, corsi, corsi di
tre mesi aperti a tutti, non specifici per malati, ma per tutti, per diventare
più sani, per diventare più integri. E alla base di questo dovrebbe esserci la
meditazione.
Noi possiamo creare una società che sia
fondamentalmente sana.
Allora tutti questi malati di mente spariranno.
Essi rappresentano solo i casi estremi del comune essere umano. Ma io non vedo
ancora nessuna psicologia andare nella direzione della meditazione.
tratto da:
The Last
Testament, Vol. 3
UN INCONTRO PROFONDO ATTRAVERSO IL CUORE
E LE MANI
Nel 1975 Roberta DeLong Miller (Ma Sagarpriya) con il suo
libro ‘Il Massaggio Psichico’ introduceva nella psicoterapia
un concetto innovativo. Attraverso questo metodo il terapista può ricevere
intuitivamente messaggi dal corpo sulle abitudini, le credenze, le esperienze
passate, che impediscono al cliente di sentirsi a proprio agio con se stesso.
Durante gli ultimi vent’anni
questo metodo è stato perfezionato e sviluppato e queste nuove esperienze sono
state raccolte in un secondo libro “Il Tocco del Maestro” (di Ma Sagarpriya).
Da anni ormai Sagarpriya e Swami Dhyan Svagito,
insegnano questo metodo in tutto il mondo.
Entrambi hanno condotto numerosi training di Massaggio
Psichico, soprattutto presso
Negli ultimi decenni sono state sviluppate
molte tecniche di lavoro sul corpo e si è giunti sempre di più a comprendere
che corpo e mente sono un tutt’uno.
Se tu tocchi una persona, non solo la aiuti a
raggiungere il benessere fisico ma anche a entrare in contatto con le sue
sensazioni, le attitudini di vita, l’intero sistema ‘corpo-mente’.
Risonanza
Il concetto base del Massaggio Psichico è che la
salute spirituale e psicologica di una persona dipende da quanto la persona è
in contatto con il proprio essere, il nucleo essenziale. Nel Massaggio Psichico
questo aspetto viene chiamato “risonanza”, una definizione presa a prestito
dalla musica, una parola che descrive l’esperienza di unità che il terapista
prova nel momento in cui contatta il nucleo essenziale dell’altra persona.
Ognuno di noi possiede questo spazio interiore, ma
esso può venire coperto da tratti della personalità, atteggiamenti
inconsapevoli ed esperienze del passato. Facendo emergere questi strati al
livello della consapevolezza, l’identificazione della persona con le
sensazioni, le idee, le esperienze del passato si attenua, ed essa inizia a
ricordare chi è veramente. In un certo qual modo, dare un Massaggio Psichico
significa creare uno spazio in cui la persona può vedere chi è in realtà e da
lì iniziare a crescere e a espandersi. La trasformazione e la crescita
interiore sono un evento naturale e spontaneo allorché gli ostacoli sono stati
rimossi.
Una sessione di Massaggio Psichico normalmente
inizia con un breve colloquio che aiuta a capire la situazione personale del
cliente. Spesso il cliente espone problemi o esperienze di disagio relative ad
aspetti fisici, lavorativi, di crescita spirituale o di relazione.
Dopo questo colloquio il cliente si stende sul
lettino ed il terapista effettua un “check” della
risonanza e una lettura dell’energia su tutti i chakra
o centri energetici del corpo.
Il concetto di “risonanza”, così come viene
utilizzato nel massaggio psichico, descrive la sensazione di unità che si
verifica quando due persone si incontrano nella meditazione. Quando il
terapista riposa nella meditazione e si connette con l’energia del cliente egli
avverte questa sensazione di unità solamente quando tocca alcune parti del
corpo, non altre. Qualcosa dentro di lui cresce, diventa più pieno, la
sensazione di riposo diventa più intensa. Allora diciamo che questa parte nel
corpo del cliente è “risonante” intendendo che in questa parte egli è connesso
con se stesso, disponibile, aperto a ciò che l’esistenza offre, mentre altre
parti del corpo possono essere ancora in uno stato di aspettativa, richiesta o
desiderio che non può venire soddisfatto.
Meditazione
Naturalmente la risonanza è connessa con
l’esperienza meditativa; essa è composta da una “sostanza” chiamata
accettazione. La meditazione in questo caso non è una tecnica di rilassamento,
è semplicemente la capacità di essere presenti nel “qui e ora”, senza bisogno
di cambiare le cose nel modo in cui le vogliamo.
Secondo Osho ci sono solo due dimensioni nelle
quali una persona può vivere. In una di queste noi passiamo la maggior parte
del nostro tempo, cercando di ottenere quello che desideriamo e di raggiungere
un qualche obiettivo, sia materiale che spirituale. La meditazione si connette
a un’altra dimensione della vita, Osho la chiama “essere un testimone”. In
questo spazio incontriamo le cose esattamente come sono, senza cercare di
sistemarle o di migliorarle. È uno stato di rilassamento.
Quindi il “miglioramento”, la crescita, accadono
naturalmente, senza bisogno di fare alcunché.
Lettura dell’energia
Tutte le nostre esperienze, provenienti anche da
vite passate, formano la nostra personalità, che è null’altro che un modo
predefinito di rispondere a eventi esterni. Queste qualità della personalità
sono accessibili attraverso il corpo. Proprio come una persona può avvertire
tensione nel corpo, può anche avvertire se esso porta emozioni come la rabbia o
la tristezza, può addirittura “vedere” interi episodi della propria infanzia o
di vite passate.
Man mano che il massaggio progredisce, il
terapista, attraverso la propria capacità di leggere le energie e la risonanza,
lentamente acquista una comprensione più profonda formandosi un’ idea generale
di come vive questa persona. La risonanza è come il lato “interiore” di fatti o
energie “esterni”, e ci dice come la consapevolezza della persona è collegata a
queste energie.
Al termine del massaggio, ma a volte anche a metà
dello stesso, il terapista parla delle proprie impressioni in un modo che possa
essere utile al cliente.
Polarità maschile-femminile
Un aspetto chiave del processo è l’interazione fra
le polarità maschile e femminile nel corpo.
Carl Gustav
Jung è stato il primo psicologo a sviluppare il
concetto dei lati ombra della personalità. Se tu sei una donna allora l’aspetto
ombra è maschile e viceversa. Jung ha chiamato queste
polarità animus e anima o “uomo interiore” e “donna interiore”.
Nel Massaggio Psichico questi due aspetti possono
essere contattati direttamente. Tenendo in mano il piede destro di un persona
ci si può formare un ritratto simbolico dell’energia maschile mentre il piede
sinistro ci può presentare il ritratto dell’energia femminile. Normalmente uno
dei due lati è dominante, mentre l’altro si ritira, causando una sensazione di
disagio, di insoddisfazione o tensione. A volte il lato che si ritira è quello
più sviluppato e la persona ha quindi un’idea totalmente sbagliata della sua
forza reale.
Il terapista aiuta quindi il cliente a portare più
consapevolezza in queste sub-personalità.
In questo modo il cliente può arrivare a
intravedere un modo di relazionarsi con un compagno del sesso opposto, il
proprio lavoro e la creatività che si fonda su gioia e rilassamento piuttosto
che sullo sforzo e la tensione; e trovare risposte a domande sul benessere
fisico o sul cammino della trasformazione interiore.
Imparare il
Massaggio Psichico
Il Massaggio Psichico si rivolge a persone che
vogliono conoscersi più profondamente ed esplorare il proprio mondo interiore.
Le persone che studiano il Massaggio Psichico imparano movimenti di massaggio
che non richiedono alcuno sforzo o alcun “fare” nel senso effettivo. Gli
aspetti tecnici del massaggio non vengono insegnati nei corsi di Massaggio
Psichico.
Una persona che dà un Massaggio Psichico non cerca
di modificare qualcosa nel cliente ma di facilitare, con la sua presenza,
un’atmosfera nella quale il cliente possa rilassarsi in una profonda auto-accettazione.
Presenza tuttavia non significa inattività. È come
il koan zen: fare e non fare nello stesso tempo.
Spesso le persone attratte dal Massaggio Psichico
sono persone che sono stanche del proprio lavoro di terapia senza sapere
esattamente il perché, che non amano l’eccesso di tecnica e che vogliono
incontrare l’essere interiore di un’altra persona.
Il Massaggio Psichico insegna come rispondere a
uno stato di crescita interiore sostenendolo, così che il viaggio possa essere
gioioso e il più possibile pieno di celebrazione.
Il training di Massaggio Psichico si
tiene una volta all’anno
presso
Amato Osho,
i Sufi dicono che ogni persona ha uno scopo nella vita e che
ognuno dovrebbe scoprire quale sia il proprio. Questa questione mi si affaccia
di continuo nella mente ora che non sono più in una comune. Quando ero là non
era importante: ciò che contava era stare con te. Ha importanza quale lavoro
svolgo? Per favore potresti parlare di questo?
Eva, ciò che dicono i Sufi
non è quello che hai capito tu. Certamente dicono che ogni persona ha uno scopo
nella vita, ma quello che intendono è che ogni persona ha un’individualità
unica, una funzione unica, un posto unico nell’esistenza, che non può essere
rimpiazzato. E loro dicono che tu devi scoprire quale sia questo scopo. Ma
l’enfasi non è esattamente sul trovare quale sia quello scopo, l’enfasi è sul
trovare innanzitutto chi sei tu.
Nel momento in cui comprenderai te stessa,
comprenderai anche, senza alcun sforzo, quale sia il tuo scopo.
Comprendere che la tua individualità è unica ti
darà l’intuizione di quale sia il tuo scopo nella vita, ma non potrai
comprenderlo direttamente senza prima aver trovato te stessa. Lo scopo è
secondario, tu sei fondamentale. Per questo io non ti dico mai di trovare quale
sia lo scopo, io ti dico: “Conosci te stesso. Sii te stesso”.
Queste due frasi sono sufficienti per tutta quanta
la filosofia della tua vita. Tutto il resto seguirà per conto proprio.
Tu mi chiedi: “Questa questione mi si affaccia di
continuo nella mente ora che non sono più in una comune. Quando ero là non era
importante: ciò che contava era stare con te. Ha importanza quale lavoro
svolgo?”.
Ti stai di nuovo confondendo. Lo scopo della tua
vita non è il lavoro che fai; puoi fare qualsiasi cosa. Quando dico scopo non
intendo il tuo lavoro. Tu puoi essere un calzolaio, puoi essere un falegname,
puoi essere una ballerina, puoi essere un musicista – questo non ha importanza.
Qualsiasi cosa ti dia gioia, qualsiasi cosa ti dia pace, qualsiasi cosa ti
porti più consapevolezza, qualsiasi cosa che renda la tua vita una vita di
gratitudine… qualsiasi lavoro andrà bene.
Il lavoro non ha importanza, il punto cruciale è
quello che accade dentro di te mentre fai un dato lavoro. Se porta luce dentro
al tuo essere, se ti dà un profondo appagamento, se ti rende più piena d’amore
e di gioia, allora è assolutamente irrilevante quello che stai facendo; fallo e
fallo in maniera totale. Più totalmente lo fai, più intelligenza impieghi nel
farlo, più la tua individualità diventerà autentica, più il tuo potenziale
diventerà realizzato, più ti accorgerai che ti stai avvicinando al tuo destino,
che stai tornando a casa.
L’undicenne Lucy camminava per le strade del
villaggio conducendo una mucca legata a una fune. Incontrò il vicario che le
chiese: “Piccolina, cosa stai facendo con quella mucca?”
“Prego reverendo,” rispose Lucy, “è la mucca di
mio padre e io la sto portando dal toro.”
“Disgustoso” commentò il parroco, “non poteva
farlo tuo padre?” “No” rispose Lucy, “dev’essere il
toro.”
Ognuno ha il proprio scopo, è vero, ma trovare
quale sia il tuo è impossibile se non hai trovato prima te stessa. E nel
momento in cui troverai te stessa, troverai simultaneamente anche il tuo scopo.
Quindi non c’è bisogno di preoccuparsi dello scopo. Tutta quanta l’attenzione
dovrebbe essere focalizzata sul conoscere te stessa, e il modo per conoscere te
stessa è la meditazione.
tratto da:
The New Dawn #8