SOMMARIO

 

2 CENTRI DI OSHO IN ITALIA

Tutti i Centri di Osho divisi per regione

 

6 LE NOTIZIE

Fuori e dentro la Comune

 

8 IL CUORE

Esponi il creatore

Ognuno di noi porta dentro di sé bellezza, creatività e armonia ma tende a nasconderle al mondo, ecco un invito a condividere la propria creatività.

 

10 IL MAESTRO

Sicurezze e insicurezze

La vita è priva di sicurezze. L'insicurezza significa che tu sei costretto a essere vigile e all'erta in ogni momento.

 

16 IL MAESTRO

Tecnologie

La necessità di una maggiore consapevolezza per poter vivere in armonia con il pianeta.

 

 

23 IL MONDO

L'anima passionale della ragione scientifica

Emilio Del Giudice, fisico teorico, condivide la sua opinione sulla scienza moderna e la creatività dello scienziato.

 

24 LA COMUNE

I nuovi arrivati

1. Sono arrivato troppo tardi?

2. Un giglio da New York.

3. Un'avventura interiore per giovani spiriti.

 

31 IL MAESTRO

Fortunatamente...

Momenti sì, momenti no. Non c'è bisogno di prendersela troppo.

 

32 IL MAESTRO

Scienza e Religione

"La scienza è la ricerca del mondo esteriore, la religione è la ricerca del mondo interiore. Entrambe indagano sulla stessa verità."

 

38 IL CORPO

Bilanciamento craniosacrale

Un approccio terapeutico a un lavoro integrato con l'intero essere umano. Storia della terapia Craniosacrale.

 

43 UN LIBRO DA VIVERE

L'Immortalità dell'anima

Ultima novità editoriale.

 

44 IL MAESTRO

Passione insoddisfatta

Un racconto scritto da Osho quando aveva solo 21 anni e collaborava con il Nav Bharat, quotidiano in Hindi di Jabalpur.

 

50 TUTTE LE STELLE

Il tuo oroscopo di aprile.

 

52 LA VETRINA

Tutti i libri di Osho in italiano, i video di Osho, le musiche per la meditazione e il rilassamento.

 

 

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NOTIZIE

DENTRO E FUORI LA COMUNE

 

 

Qualcosa di veramente serio!

 

È uscito il libro dove Sw. Anand Vimal ha raccolto le migliori barzellette raccontate da Osho durante le migliaia di discorsi da lui tenuti. Vimal, che faceva parte del team di sannyasin che si occupava di raccogliere barzellette e anche di crearne di nuove, aveva ricevuto l'incarico e il titolo della raccolta da Osho stesso. Il libro, dal titolo Take it Really Seriously, è per il momento disponibile in inglese a Pune.

 

 

Y2K... la Comune si prepara

 

Mancano solo 9 mesi all'arrivo del nuovo millennio e nessuno veramente sa quali e quanti danni potrà fare la cosiddetta

BOMBA DEL MILLENNIO — Il fatto cioè che un gran numero di sistemi computerizzati, programmati per leggere nelle date solo le ultime due cifre dell'anno, non saprà cosa farsene di quel doppio 00 e potrà creare problemi. Le informazioni disponibili sono del solito tipo: si può scegliere fra gli scenari da Apocalisse descritti, senza alcun fondamento, da alcuni mezzi di informazione: computer russi impazziti che mandano missili atomici verso gli USA o carri armati nelle strade di Londra; e i rapporti ufficiali degli organi politici – come quello del Senato degli USA che parla di niente di più che "una buca sulla strada" – che tentano di tranquillizzare il più possibile il loro elettorato, visto che uno dei maggiori pericoli potrebbe essere veramente un'ondata collettiva di panico (con insensati accumuli di scorte alimentari, prelievi di contanti tali da mettere in crisi le piccole banche e in generale una psicosi da fine del mondo, negli Usa hanno già coniato l'apposito acronimo TEOTWAWKI e cioè le iniziali in inglese della frase "la fine del mondo così come lo conosciamo").

Giustamente distante da questi estremi anche la Comune di Osho a Pune si sta preparando, un team comprendente esperti in informatica e logistica ha analizzato quali potrebbero essere gli inconvenienti – in una situazione quale quella indiana molto meno computerizzata dell'occidente – ha individuato eventuali aree a rischio e sta indicando, anche con l'aiuto di consulenti esterni, le misure da prendere per rendere la Comune ancora più autosufficiente, così che i visitatori possano godere del clima di meditazione e celebrazione senza preoccuparsi troppo di questioni pratiche.

 

 

Maestro Zhang a Pune

 

Il Maestro Yuanming Zhang, esponente della scuola tradizionale cinese di medicina e arti marziali, ha visitato recentemente la Comune e condotto gruppi di T'ai Chi e Qigong.

Il Maestro Zhang vive nelle montagne di Chengdu – provincia di Sichuan – una delle poche zone della Cina dove continuano le antiche pratiche esoteriche e ha abbandonato le tradizioni di eremitaggio dei suoi maestri per portare i suoi insegnamenti in Occidente.

In questa sua prima visita a Pune si è anche esibito di sera in Buddha Hall in una dimostrazione di arti marziali, e ha inoltre mostrato di apprezzare la cucina cinese dell'Osho Cafe.

 

 

Ballè! Ballè!”

 

Il re del pop indiano – qui si chiama bhangraDaler Mehndi, famoso per il suo slogan "Ballè! Ballè!" (hurrà! hurrà!) ha recentemente visitato la Comune. Dopo il giro turistico, il cantante ha spiegato che legge i libri di Osho da molti anni e che ascolta spesso la serie di discorsi Ek Omkar Satnam. Prima di lasciare la Comune ha detto alla sua guida, Ma Yoga Neelam, che amerebbe rendere omaggio a Osho con una performance in Buddha Hall durante un festival: "Io sono un fan di Osho." ha spiegato.

 

 

Koan Zen: "The Zero Experience

 

Amiyo, scrittrice e designer che si è occupata anche della pubblicazione dei libri di Osho, ha recentemente creato "The Zero Experience", un set di 48 carte che illustrano i Zen Koan, accompagnato da un manuale su come usarle. Per il momento è disponibile solo in inglese (New Leaf) e tedesco (Urania) e può essere ordinato anche su Internet (Amazon.com ).

"Usando questi koan puoi condensare tutto quello che ti stai chiedendo in una singola domanda e vivere la risposta a un livello che va più in profondità della semplice conoscenza intellettuale." Dice Amiyo. "Puoi usare questa tecnica per ogni tuo problema."

 

 

Club Med... non solo a Pune

 

Sw. Bodhi Dhanya, sannyasin dal '95, è riuscito a portare sul posto di lavoro il suo amore per la meditazione e a scoprire un nuovo modo di entrare in relazione con le persone. Ce lo racconta: "Quattro anni fa mi trovai per la prima volta a Pune non sapevo chi ero, ma di una cosa ero sicuro, non mi conoscevo affatto ed ero ossessionato dal problema di entrare in relazione con le persone e la società.

Ho meditato per diversi mesi e partecipato a gruppi di terapia, poi arrivò il momento di ritornare in Italia e mi domandavo cosa avrei potuto fare come lavoro, se sarei stato capace di avere un impiego fisso, che impatto avrei avuto con la società.

Al mio rientro ovviamente ci ho messo un po' a integrarmi nel quotidiano, e nonostante questo mi sentivo vitale e nuovo. Per diversi mesi ho fatto un'infinità di lavori diversi: ho raccolto le mele, ho fatto il giardiniere, l'imbianchino, l'idraulico, il facchino e il padroncino; fino a che mi sono reso conto che era arrivato il momento di mettermi veramente in gioco. E così quando mi venne proposto di andare a lavorare in un villaggio turistico come animatore accettai subito: avevo la possibilità di esprimere qualcosa di me stesso agli altri.

Partii per l'Egitto e raggiunsi il villaggio sul Mar Rosso dove avrei dovuto curare tutte le attività sportive. Tutte le mattine alle ore 9 incominciavo a far fare ginnastica ai clienti, finché un giorno uno mi chiese che cos'era la collana che portavo al collo e io risposi che era un dono fattomi da un maestro indiano, un dono che mi ricordava di amare e prendermi cura di me stesso. A questa risposta i clienti reagirono abbastanza meravigliati e, il giorno dopo volevano che proponessi loro qualche esercizio di yoga. Io non conoscevo lo yoga ma dissi che avremmo potuto fare degli esercizi di autoguarigione: e fu così che dopo la ginnastica, iniziammo con il Divine Healing. Finalmente capii una cosa molto importante: potevo comunicare con la gente, potevo comunicare la mia esperienza e farla diventare la loro. Dopo altre due stagioni sul Mar Rosso divenni responsabile delle attività sportive in un villaggio turistico a Capo Verde e fu proprio lì che decisi di sperimentare le meditazioni di Osho, in particolare la Kundalini e la Chakra Sounds (ribattezzata per l'occasione la meditazione dei sette suoni). Questa esperienza per me è stata fantastica, mi ha reso consapevole che la maggior parte delle persone non trova il tempo per meditare, ma dopo aver provato sono tutti molto interessati: molti mi hanno chiesto dove potessero praticarla in Italia."

 

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ESPONI IL CREATORE

di Ma Nirava

 

 

“La religione è arte,” ha detto William Blake “la religione è arte, non denaro”. Questa è una affermazione piena di significato e solo un uomo come William Blake avrebbe potuto farla. Lui è un poeta mistico.

Cos’è l’arte? Blake dice “Arte è una maniera di fare qualcosa”. Pittura, poesia, danza, scultura, musica, ceramica, tessitura. “Arte è una maniera di fare qualcosa”. Egli non dice nulla sul creare se stessi, ma questo è esattamente ciò che è la religione. Non è dipingere, non è scrivere poesie, non è scultura, non è musica, ma è qualcosa dello stesso genere, qualcosa che ne va al di là – creare se stessi.

Anche la religione è un modo di fare qualcosa – vivendo, amando, vedendo, essendo. Tutta l’arte è un fare, è aiutare dio a creare. Questo è il motivo per cui io chiamo quell’uomo che chiese a dio: “Posso aiutare?” l’uomo religioso.

Se vuoi conoscere il creatore dovrai diventare anche tu un creatore in qualche modo. La poesia può non essere proprio religione ma indica la direzione giusta. Quando un poeta è veramente in uno spazio creativo, conosce qualcosa della religione – come una musica che si sente in lontananza, perché quando è in uno spazio creativo, non è più se stesso. Egli partecipa – anche se in piccola misura, egli partecipa in dio.

Una piccola goccia di divinità entra in lui. Questo è il motivo per cui i grandi poeti hanno sempre detto: “Quando scriviamo poesia, non ne siamo noi i creatori. Veniamo come posseduti. Un’energia sconosciuta ci pervade… canta, danza dentro di noi. Non sappiamo cosa sia”. Quando un pittore è immerso nel suo dipinto, è completamente perso nel suo dipinto, il suo ego scompare. Forse solo per pochi attimi, ma in quei momenti senza ego, dio dipinge attraverso di lui.

Se diventi parte di dio, dio è parte di te. L’arte è una forma inconscia di religione. La religione è arte consapevole. L’arte è come se tu fossi religioso in un sogno, ma ti sta indicando la direzione giusta. L’artista è il più vicino all’uomo religioso, ma questo non è compreso. Tu non consideri un poeta come un religioso o un pittore come un religioso, al contrario se qualcuno digiuna, tortura il suo corpo, rende brutto il suo essere, inizi a pensare che lui sia religioso. Invece è solo violento con se stesso. È solo suicida, è nevrotico, e tu pensi che sia religioso. […]

Si dice che Lenin abbia affermato: “L’etica sarà l’estetica del futuro.” Io dico di no, proprio il contrario: l’estetica sarà l’etica del futuro. La bellezza sarà la verità del futuro, perché la bellezza può essere creata. E una persona bella, che ama la bellezza, che vive la bellezza, che crea bellezza, è morale – e senza nessuno sforzo. La sua moralità non è una moralità coltivata, è semplicemente il suo senso estetico che lo rende morale. Non può uccidere perché non riesce a considerare l’uccisione qualcosa di bello. Non può ingannare, non può essere disonesto perché tutte queste cose lo fanno sentire brutto. Il suo criterio è la bellezza.

 

Osho, Tratto da: The Secret of Secret vol. 1 #9

 

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Sono anni che, senza continuità, mi ritrovo con pennello in mano e colori accanto, a interferire con il foglio bianco, generalmente di grandi dimensioni, che metto di fronte a me. In tempi diversi, diversi stati d’animo, diversi stati di consapevolezza.

A volte è una festa e un lasciarsi trasportare. A volte è un girare attorno e attorno con la sensazione che la forma e i colori che mi sono di fronte non sono proprio quello che dovrebbero essere, senza sapere bene cosa sia quello. A volte è dover riconoscere di non essere nel presente e che il dipinto riflette qualcosa di meccanico e senza anima.

Ma sempre arriva il momento in cui il dipinto è finito.

Non è sempre facile incontrare questo momento e molto spesso è più un abbandonare la cosa a metà non avendo più nessuna certezza su come continuare. Raramente dopo molto tempo, arriva come un lampo la comprensione di cosa manca, ma spesso rimane la sensazione a me un po’ scomoda di incompiutezza, come a dirmi che se avessi avuto il coraggio di andare un po’ più in profondità avrei scoperto nuovi regali dai quali sono rimasta esclusa.

E quel momento è per me come la fine di una relazione dove improvvisamente, qualcuno con cui hai condiviso le parti più intime di te ritorna a essere un perfetto estraneo.

Qui è il dipinto, con la possibilità di ammucchiarlo insieme agli altri dietro la scrivania, di incorniciarlo e appenderlo sopra il divano o forse di regalarlo a un amico. E lì tutto è finito fino al prossimo incontro con pennelli e colori, fino alla prossima storia d’amore…

Un giorno a Rajneeshpuram, Osho rispondeva a una domanda sul giornalismo e a un certo punto ho inteso e mi ha colpito una sua osservazione. Parlava di come tutto il mondo giornalistico non si fa nessuno scrupolo di mostrare continuamente tutta la bruttezza, la distruttività e la violenza, mentre invece chi ha con sé bellezza, creatività e armonia, tende a nasconderla agli occhi del mondo, e come questo, pure essendo comprensibile, ha bisogno della nostra attenzione e volontà perché non rimanga la realtà che ci circonda. Perché sia Satyam Shivam Sundram, la verità, bontà e bellezza, a circondarci e a sostenere il fiorire del nostro essere buddha.

E che il mio maestro ci aiuti a comprendere l’importanza della bellezza, insieme al nostro risveglio spirituale, mi sembra un regalo di estrema abbondanza, così come quando davanti a un prato di maggio la mente non può veramente trovare nessuna spiegazione logica di così tante varietà di fiori e di profumi offerte senza nessun motivo.

Nel suo invito affinché la positività venga espressa, condivisa e mostrata, mi sono venuti in mente i dipinti ammucchiati dietro la scrivania. E i dipinti, le sculture, le espressioni artistiche di tanti amici che, tramite il loro incontro con Osho e la meditazione, con occhi puliti hanno incontrato la bellezza dentro e fuori e hanno dato un’espressione al loro silenzio e alla loro celebrazione.

Nella mia comprensione questa è l’arte oggettiva di cui parla Gurdjieff, non più una catarsi della nostra personalità, ma il collegamento con una realtà ben più vasta, misteriosa e silenziosa allo stesso tempo, alla quale tutti gli esseri possono collegarsi nel proprio centro; e da quello spazio l’espressione individuale che vi si mescola, così come i colori quando ci aggiungi l’acqua della vita.

Forse la relazione ha una possibilità di continuare a vivere e diventare sempre più profonda, espandendosi non più con un nostro agire ma con il nostro condividere, facendo uscire all’aperto i dipinti, le sculture, le diverse espressioni di vita e di silenzio e offrendoli come specchi; unici, multicolori e multiformi, a chiunque voglia fermarsi a riceverli attraverso i propri occhi e il proprio silenzio, condividendo qualcosa che appartiene alla vita, ancora di più che all’autore.

Vivendo vicino a Osho Miasto, quando ho saputo che in estate, per tutto il mese di agosto, ci sarà un grande festival con eventi, danze e concerti, non ho potuto non immaginare che tra gli alberi di quella campagna così dolce e varia, nell’atmosfera particolare di una comune di Osho, fossero appesi i dipinti, poggiate le sculture, o occhieggiassero le foto di chiunque riconosca se stesso e le proprie espressioni creative all’interno della danza di vita e di mistero che ci circonda. Poi sperimentando l’arte di come portare sulla terra e unire alle foglie le ali delle nostre visioni, un piccolo gruppo sta lavorando su come organizzare gli aspetti pratici di questa esposizione che si terrà a Miasto in Toscana dal 28 Luglio al 5 Settembre 1999.

 

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SICUREZZE E INSICUREZZE

 

 

Amato Osho,

per dodici anni, come sannyasin, ho corso molti rischi vivendo oltre i miei limiti economici, e non solo sono riuscito a sopravvivere, ma a volte ho goduto di immense benedizioni. Ma da quando mi sono reinserito nella società cinese e ho raggiunto l’età di quarantotto anni, sono diventato più sensibile e mi preoccupo dell’assistenza sanitaria e di un reddito sicuro. Cosa significa per un sannyasin vivere nella società senza cadere nelle trappole mentali della stabilità, e senza smettere di sviluppare la sua fiducia nell’esistenza, che è possibile in uno stato di insicurezza?

 

Anand Alok, la prima cosa che un sannyasin deve capire è che la vita è priva di sicurezze. Non esiste assicurazione contro la morte e quanto più tu provi a rendere la vita sicura e certa, tanto più essa diventa arida e deserta.

Insicurezza significa che tu sei costretto a rimanere vigile e all’erta nei confronti dei pericoli. La vita è sempre sulla lama di un rasoio. L’idea di essere salvo e al sicuro è molto pericolosa perché così credi di non aver bisogno di essere vigile e consapevole. E difatti cerchi sicurezze e certezze proprio per evitare di essere vigile e consapevole.

Vivi momento per momento con tutte le insicurezze che questo comporta. Gli alberi stanno vivendo, gli uccelli stanno vivendo, gli animali stanno vivendo e non sanno nulla delle assicurazioni, non sanno nulla della sicurezza. Non sono preoccupati – per questo possono cantare ogni mattina.

Tu non riesci a cantare ogni mattina, forse non hai mai cantato in nessuna mattina della tua vita. Le tue notti sono popolate di incubi pieni delle insicurezze, dei pericoli e dei rischi che si nascondono intorno a te. La mattina il tuo risveglio non è gioioso: ti svegli per fronteggiare ancora una volta le insicurezze della giornata, i problemi, le ansie.

Ma ascolta gli uccelli. Non credo che abbiano perso qualche cosa. Guarda come sono belli e agili i cervi, guarda gli alberi – che qualcuno può tagliare in ogni momento. Ma non se ne preoccupano, sono interessati a questo momento, non al prossimo: questo momento pieno di gioia e di pace. Tutto è verde e pieno di vita.

Posso capire che per te gli anni passano. E con l’aumentare degli anni... egli sta dicendo in altre parole che la morte è più vicina. Ma non c’è modo di evitarla. E se non puoi evitarla – nessuno è mai stato capace di evitare la morte – allora è meglio non farla diventare una preoccupazione. Ciò che deve accadere accadrà, perché distruggere il momento presente per qualche cosa che non è ancora successo? Prima lascia che accada, a quel punto potrai preoccupartene. Prima lascia che la morte arrivi e poi nella tomba avrai tutta l’eternità per preoccuparti di essere al sicuro, di essere salvo – non avrai niente altro da fare.

Per ventiquattro ore al giorno potrai agitarti e rotolarti nella tua tomba, che è totalmente privata e sicura – non puoi neppure uscirne. Nessuno potrà mai entrare nella tua tomba. Soltanto chi è nella tomba è assolutamente sicuro che non può accadergli nulla.

Quanto più sei vivo, tanto più amerai l’insicurezza, e l’insicurezza renderà la tua intelligenza più sottile, la tua prontezza sarà più acuta e la tua consapevolezza crescerà continuamente. Hai notato che i grandi scienziati non vengono mai da famiglie ricche? E neppure i grandi poeti ed i grandi mistici. Le famiglie ricche non hanno dato un grande contributo allo sviluppo della consapevolezza o alla crescita dell’uomo. Per quale ragione? Perché un bambino che è nato con la camicia non ha bisogno di preoccuparsi di sicurezze e certezze, ogni cosa per lui è sicura e certa. Naturalmente questo intorpidisce la sua mente. Egli non ha stimoli, è continuamente circondato da domestici, da tutte le comodità, dal lusso. Non ha tempo per pensare anche alla consapevolezza, ad essere vigile, alla meditazione.

Ho sentito dire... in California una Rolls Royce si fermò di fronte ad un hotel e una donna seduta nella macchina disse al guardiano, “Chiama quattro facchini, il mio bambino deve essere portato in camera”. Il guardiano non poteva crederci, ma sentì una grande pietà per quel povero bambino – forse non poteva camminare. Ma il bambino sembrava perfettamente sano. Certamente troppo grasso, ma doveva esserci di sicuro qualche cosa che non andava: era la prima volta che qualcuno doveva essere trasportato e il bambino non poteva avere più di dieci anni. Così furono chiamati quattro facchini. Trasportarono il bambino, e anche loro non capivano. Gli chiesero: “Non puoi camminare? C’è qualche problema?”. Il bambino rispose: “Non ci sono difficoltà, non c’è problema. Posso camminare ma non ne ho bisogno – posso permettermi il lusso di farmi portare. Soltanto i poveri camminano. Dal momento che posso permettermi di farmi portare in camera, perché dovrei comportarmi come un povero?”.

Essi dissero alla madre: “Questo non va bene.” Lei rispose: “Non sono affari vostri. Ogni volta che il bambino deve andare da qualche parte trasportatelo fino alla macchina e quando torna riportatelo in camera. È mio figlio, il mio unico figlio e gli devo dare tutti i lussi e le comodità possibili. E non preoccupatevi, perché ce lo possiamo permettere: qualunque sia il vostro compenso, possiamo pagarlo.”

Questo ragazzino potrà mai pensare di diventare meditativo, consapevole, vigile? Potrà mai nascere in lui l’idea di cercare la verità? No, egli rimarrà semplicemente un vegetale.

Avete visto, sino a pochi anni fa il mondo era pieno di hippies ed essi erano tutti sotto i trent’anni. E stava accadendo uno strano fenomeno di cui nessuno si è accorto… superati i trent’anni, dove sono finiti questi hippies? Superati i trent’anni hanno cominciato a preoccuparsi della loro tranquillità e della loro sicurezza. Metà della vita se ne è andata ed essi ne hanno gioito al massimo, ma ora la vecchiaia incombe e con essa la morte. Hanno dimenticato completamente la filosofia hippie – improvvisamente sono diventati dei conformisti!

Ho saputo dai miei amici che quegli hippies che non si facevano il bagno, che non si radevano la barba, che non si lavavano i denti, sono ora diventati perfettamente normali – fanno il bagno, si radono, si lavano i denti. Ora lavorano e molto, negli uffici, nelle fabbriche, ma sono tutti scomparsi.

Appena una persona comincia ad invecchiare lo spettro della morte comincia ad incombere su di lei e questo crea la paura. Ma per quanto riguarda un sannyasin, la morte non esiste.

Se hai paura della morte e dei pericoli che puoi trovarti di fronte, ciò significa che la tua meditazione non è profonda, che per te la meditazione non è stata altro che una moda. É il momento per te di entrare nella meditazione in maniera autentica e sincera, perché quello è il solo spazio in cui puoi essere libero da tutte le paure: della morte, della vecchiaia, delle malattie.

Ti rende consapevole del fatto che tu non sei il corpo, che tu non sei la mente e che non sei soltanto questa vita, ma sei la vita eterna. La morte è arrivata molte volte e tu sei ancora vivo, e la morte arriverà molte volte ancora e tu sarai ancora vivo.

La conclusione finale della meditazione è quella di vivere il momento nella sua totalità, intensamente, con gioia, perché non c’è nulla di cui avere paura – perché anche la morte è una finzione. Non c’è bisogno né di certezze né di sicurezze.

Vivi nel momento e abbi fiducia nell’intera esistenza, così come gli uccelli ne hanno fiducia e gli alberi ne hanno fiducia. Non separarti dall’esistenza, diventane parte e l’esistenza si prenderà cura di te. Si sta già prendendo cura di te.

Un commesso viaggiatore, avendo completato il suo giro di affari in anticipo, mandò un telegramma a sua moglie, “Torno a casa venerdì.” Arrivato a casa trovò sua moglie a letto con un altro uomo. Essendo una persona non violenta, andò a lamentarsi dal suocero, che gli rispose: “Sono sicuro che c’è una spiegazione.”

Il giorno dopo il suocero era tutto sorridente, “C’era una spiegazione: non ha ricevuto il tuo telegramma.”

 

Questo è come funziona la mente. Se guardi in profondità, la mente è semplicemente stupida – tutte le menti. E la mente continua a creare ogni genere di preoccupazioni e turbamenti. Il mio messaggio è che tu non sei la mente. Non hai bisogno di nessuna spiegazione, hai bisogno di un’esperienza e quell’esperienza manca e da qui è sorto il problema.

Un passeggero di un aereo, mentre gli veniva servito un drink, esclamò: “Ehi, guarda che novità – un cubetto di ghiaccio con un buco in mezzo!”

“Che novità è mai questa?” rispose l’uomo seduto al suo fianco, “Io ne ho sposato uno!”

 

Non devi dare troppa importanza a ciò che la mente dice e pensa, ridi di queste cose.

Evita i giochi della mente. Vai oltre la mente, dove domina il silenzio – nessuna incertezza, nessun dubbio sulle sicurezze. In quel silenzio tutto è sicuro. Tu sei parte di questa esistenza.

Il tuo preoccuparti è come se una foglia su un albero si preoccupasse di essere al sicuro. L’albero si prende cura di tutto, fornendo la linfa necessaria alla foglia, portando l’acqua contro la forza di gravità – molto in alto, fino a trenta, magari sessanta metri – ma la foglia non è preoccupata.

La foglia non è consapevole di essere soltanto una parte di un grande albero. Tu sei parte di una vasta esistenza. Non pensare a te stesso come separato da essa e subito tutti i problemi scompariranno. In altre parole, il tuo ego è il solo problema. “Io sono” – questo è l’unico problema. “Io non sono, l’esistenza è.” Questa è l’unica soluzione.

 

L’insicurezza è il tessuto stesso della vita. Se non comprendi l’insicurezza non potrai mai comprendere la vita. Cambieranno le stagioni, cambierà il clima, arriverà l’autunno, arriverà la primavera. Tutto cambierà, niente si può dare per certo: questa è l’insicurezza. Tu vuoi che tutto sia sicuro, permanente. Ma non hai mai pensato a cosa succederebbe se tutto fosse sempre lo stesso? Mangi lo stesso cibo ogni giorno, dici le stesse cose ogni giorno, e ogni giorno ascolti le stesse cose. E non c’è neppure la morte a demolire questa vita tragica – vivi in un incubo.

L’insicurezza mantiene le persone fresche, vitali, avventurose – consapevoli che le cose possono essere cambiate. E anche se loro non le cambiano, le cose stanno comunque cambiando di per sé. E così sussiste una grande opportunità di cambiamenti, di trasformazione.

Un antico motto dice: “L’uomo autentico è colui che l’aurora non troverà mai nello stesso luogo dove lo ha lasciato il tramonto”; oppure “il tramonto non lo troverà mai dove lo ha lasciato l’aurora”. È sempre in movimento, è un fluire... non è acqua sporca, stagnante che non va da nessuna parte. Ma a causa del nostro condizionamento mentale l’insicurezza ci spaventa, e per tutta la vita cerchiamo la sicurezza.

Economicamente, politicamente, religiosamente – vogliamo essere sicuri da tutti i punti di vista. Ma la sicurezza vuol dire morte, una morte vivente. Vuol dire che il domani sarà semplicemente una ripetizione di oggi, e oggi è una ripetizioni di ieri.

Stai vivendo davvero? C’è danza nella tua vita? Stai muovendoti, crescendo, rischiando, stai accettando le sfide di un cammino rischioso? Nell’affrontare il pericolo, nell’accettare che qualsiasi cosa può accadere in qualsiasi momento, la vita arriva al suo meglio, arriva alla sua pienezza.

Milioni di persone hanno deciso di vivere al minimo del loro potenziale, semplicemente perché hanno paura che dal punto più alto si possa cadere. È più sicuro vivere al minimo, più sicuro ancora è non vivere affatto. Nessuno ha mai sentito dire che i morti abbiano problemi di insicurezza, il cimitero è il luogo più sicuro. Una volta entrati nella tomba, non c’è più paura: persino la morte non ti può fare niente – non si può morire due volte.

L’uomo ha tentato di creare dei supporti artificiali per la propria sicurezza, sapendo perfettamente che tutti prima o poi cadono, ma continua ad ammassare sostegni intorno a lui. Al tempo non importa nulla dei tuoi puntelli, e neppure alla vita. In effetti è generoso da parte della natura far sì che, qualsiasi cosa tu faccia, tu rimanga nell’insicurezza. Puoi avere un conto in banca, puoi avere una grossa assicurazione – ma queste sono solo strategie per ingannare te stesso. Che assicurazione può esserci contro la morte? Che assicurazione può esserci contro i continui cambiamenti nel flusso della vita? Tu non puoi ostacolarli: è un fiume di montagna che scorre velocemente, che dalle alte cime precipita in cascate, irrompe nelle valli andando verso l’oceano dove sparirà completamente.

Il concetto di sicurezza ha creato l’idea di accumulare conoscenze – niente deve rimanere sconosciuto perché ciò che non si conosce provoca insicurezza. Se lo conosci, ti sentirai al sicuro. La situazione degli intellettuali è questa: hanno paura del fatto che non conoscono; e continuano ad accumulare scritti su ciò che non conoscono, ricoprendolo di spessi strati di erudizione. Ma sotto sotto rimangono ignoranti come sempre.

L’ignoranza non deve essere nascosta, ma trasformata in innocenza. L’ignoranza non deve diventare erudizione, l’ignoranza deve trasformarsi in un sentimento per il mistero e il miracolo dell’esistenza. Così fa l’uomo religioso. Un erudito non è mai religioso, non può esserlo.

Il tuo approccio è interamente e categoricamente sbagliato – non in parte ma in assoluto. Devi capire che questa insicurezza è la vera natura della vita: non c’è modo di evitarla. E quando non c’è modo di evitarla, l’unica cosa saggia da fare è gioirne. Se è impossibile evitarla, perché continuare a battere la testa contro il muro? È meglio trasformare l’insicurezza in una bella esperienza. E in effetti lo è.

L’uomo non potrà mai svelare tutti i segreti dell’esistenza, non potrà mai divenire onnisciente. Il desiderio di conoscere proprio tutto è pericoloso. Con l’ambizione di divenire onnisciente, così da sentirti sicuro, avrai la possibilità di raccogliere molte informazioni. E raccogliendo tutte queste informazioni ti dimenticherai una cosa basilare: che tu devi andare attraverso una trasformazione. L’informazione non ti aiuterà per niente – tu hai bisogno di una trasformazione della coscienza. Mediante la trasformazione, non diventerai un erudito, diventerai sempre di più un mistico.

Qualsiasi cosa nella vita, dal più piccolo filo d’erba alla stella più grande… tutto è mistero. Né le sacre scritture, né la scienza hanno delle risposte, sebbene entrambe continuano a proporre delle ipotesi. La religione tenta di proporre l’ipotesi di dio: un dio che ha creato il mondo. E ciò è davvero meschino: non ha nulla a che fare con una autentica religiosità, è solo un tentativo infantile di dimenticare la vostra ignoranza. Nessuno è stato testimone di un qualsiasi dio che creasse il mondo. Ma il fatto essenziale è che nessuno ne avrebbe potuto essere testimone; altrimenti il mondo avrebbe dovuto già esistere, e qualcuno essere lì a guardare.

La stupidità dell’uomo non ha limiti. Il cristianesimo crede che dio ha creato il mondo… ma questo non basta: devono sapere anche esattamente l’anno, la data, il giorno – nei dettagli. E hanno calcolato – nessuno sa come sono arrivati a questo risultato perché non hanno rivelato il procedimento – che dio creò il mondo quattromila e quattro anni prima della nascita di Cristo. Doveva ovviamente essere un lunedì, e il primo di gennaio, perché dio non avrebbe potuto cominciare a metà anno. In effetti, in qualsiasi luogo e in qualsiasi tempo dio iniziò, quel giorno era il primo di gennaio. Come poteva esistere il calendario senza il mondo?

E sorgono così mille e una domanda alle quali i teologi cristiani non hanno mai saputo rispondere – nemmeno a una singola domanda. Cosa stava facendo dio durante l’eternità? E perché ha creato il mondo esattamente quattromila e quattro anni prima della nascita di Cristo? Quale è il segreto di tutto ciò? E dove era questo tizio prima? E la domanda basilare: da dove è arrivato dio? Chi lo ha fabbricato? È forse un orfano senza padre né madre? Chi lo ha creato? Se il mondo ha bisogno di un creatore, allora anche dio ha bisogno di un creatore.

Questa ipotesi può soddisfare solo menti molto infantili, e può dare loro sicurezza.

Ma milioni di persone si trovano in questa situazione. Nei templi, nelle sinagoghe, nelle moschee, pregano un dio che è solamente un’ipotesi.

Un giorno quando l’uomo diventerà finalmente adulto, diventerà maturo, riderà di noi: “Di che razza di idioti è piena la storia? Hanno creato un’ipotesi, e poi adorano questa ipotesi.”

Ma neppure la scienza si trova in una posizione migliore. Dicono che a un certo punto, circa quattro miliardi di anni fa... I loro calcoli hanno poco fondamento, proprio come i calcoli dei religiosi: quattromila e quattro anni, o quattro milioni di anni, o quattro miliardi di anni. Come arrivano a questa conclusione? Si tratta di qualcosa di bizzarro. Dicono che il mondo ha iniziato a esistere in seguito a un’esplosione.

Esplosione di cosa? Hanno rimosso dio: adesso invece di dio si parla di un’esplosione di energia. Ma ciò significa che c’era energia. E se l’energia c’era già, c’era anche l’esistenza. Gautama il Buddha sembra essere più logico, Mahavira sembra essere più logico, loro non credono affatto alla creazione. Hanno negato semplicemente che il mondo sia mai stato creato: c’è sempre stato e sempre ci sarà, continuando a mutare di forma.

Non si può concepire un momento in cui il mondo non esisteva, per poi improvvisamente apparire. Questa non è logica, è magia: un momento prima non c’era niente, un momento dopo c’è tutto. Dio sembra essere un mago ambulante! Ma il mago ambulante conosce solo trucchi. Estrae uccelli da un cappello vuoto – ma gli uccelli erano già nascosti in quel cappello. Il mago crea l’illusione che il cappello sia vuoto, ma non è vuoto.

Gautama il Buddha ha ragione quando dice: “La stessa idea della creazione del mondo è stupida. Porta a domande e risposte ancora più stupide.” Ma perché la gente vuol sapere queste cose? Ci deve essere un bisogno psicologico, un bisogno psicologico universale. E il bisogno è questo: sicurezza. Sapendo che dio ha creato il mondo, ti senti a tuo agio.

Strano, il fatto che dio avesse o no creato il mondo non mi ha mai fatto sentire a disagio. Cosa me ne importa? In che modo sono collegato a quella creazione? In un modo o in un altro cosa cambia per me? Sono pronto ad accettare il mistero della vita, e sono contro tutte quelle persone – teologi o ricercatori scientifici – che cercano di consolare la tua paura dell’insicurezza con delle mere ipotesi.

Anche la scienza non ha potuto resistere a questa tentazione e accettare il mistero dell’esistenza, accettare che non sappiamo. Nemmeno uno scienziato è stato così coraggioso da affermare: “Noi non sappiamo.” In effetti, l’intero progetto della scienza è tale per cui piano, piano l’area della conoscenza si estende, e l’area dell’ignoranza si riduce. Logicamente si può dedurre che un giorno, in un futuro – ci potrebbero volere milioni di anni – verrà il momento in cui si saprà tutto. La conoscenza coprirà l’intera area, e non ci sarà più nulla da conoscere.

Io non sono d’accordo. Sì, la scienza cerca di conoscere le cose, ma non è in grado di svelarne il mistero. Lo spinge semplicemente un po’ più indietro. Dividi l’atomo – presto saremo in grado di dividere anche lo spermatozoo – e poi affermi che l’atomo è formato da elettroni, protoni e neutroni, e pensi che hai incrementato la conoscenza. Ma il problema è: perché l’atomo consiste di elettroni, protoni e neutroni? Il mistero non è stato svelato, è divenuto solo più sottile.

L’uomo che comprende veramente le cose, accetta che l’insicurezza è la struttura reale della vita, e che la non conoscenza è la controparte del miracolo e del mistero dell’esistenza. Noi non sappiamo nulla. Tutto ciò che sappiamo è molto superficiale, e tutto quello che sappiamo continua a cambiare. Ciò che sembra sicuro oggi diverrà incerto domani.

Avete notato che da almeno trent’anni, non si scrivono più grossi trattati scientifici? Solo pubblicazioni periodiche, mensili... E la gente non scrive grossi libri per la semplice ragione che nel momento in cui il libro è finito, è già superato – così grande è l’esplosione della ricerca. Tutte le vecchie teorie si rivelano false e ne vengono proposte di nuove. Tutte le vecchie ipotesi muoiono; e le nuove teorie sorgono, come l’araba fenice, dalle ceneri delle vecchie ipotesi. E si sa benissimo che anche le nuove teorie crolleranno.

Se stai tentando di scrivere una storia completa di qualcosa di scientifico, stai perdendo il tuo tempo. Così gli scienziati scrivono solo articoli su riviste, non libri, leggono riviste, non libri, perché un articolo può essere presentato in ambito universitario o in una conferenza scientifica. Almeno è vero e reale in quel momento; nessuno sa cosa succederà domani. La gente pensava che Albert Einstein non sarebbe stato mai confutato. È stato confutato, non è più il gigante che era prima. Pezzo per pezzo, tutta la sua teoria della relatività è stata criticata, e vengono alla luce proposte migliori.

Ma ora una cosa è certa – perché trecento anni di esperienza scientifica evidenziano che nessuna teoria può diventare una conoscenza autentica ma è solo un’ipotesi temporanea. Qualcuno con un’intelligenza migliore, con più acume logico, con una superiore attrezzatura scientifica, potrà demolirla.

Charles Darwin non è più accettato. L’idea che l’uomo provenga dalle scimmie è molto affascinante: guardando l’uomo, non c’è poi bisogno di alcuna dimostrazione! Ma per milioni di anni, le scimmie sono rimaste scimmie e l’uomo è rimasto uomo.

E neppure vediamo uomini regredire allo stato di scimmie – salire sugli alberi, saltando, con la coda che cresce – o una scimmia moderna scendere dagli alberi eretta sui suoi piedi, e dichiarare: “Ora sono un essere umano.”

Non c’è mai stata una sola teoria scientifica che rimanesse valida nel tempo. Tutto è cambiato, e tutto sta cambiando così velocemente che forse in futuro non sarà più possibile nemmeno leggere le riviste.

La scienza è uno sforzo per svelare i misteri dell’esistenza in ogni possibile modo. Questo è quello che faceva la teologia prima dell’avvento della scienza – tentava di svelare tutti i misteri. Dio ha creato il mondo – questo ti da sicurezza. Dio è il padre – questo ti fa sentire sicuro: lui si prenderà cura di te. Qualsiasi cosa è decisa da dio: naturalmente non può essere contro di te. Dio è compassionevole... I maomettani dicono: “Rahman Rahim” – egli è la bontà stessa e la compassione stessa. Allora non preoccuparti affatto. Anche tutti i tuoi peccati saranno dimenticati perché la sua compassione è molto più grande della tua capacità di peccare.

Quanti peccati puoi commettere in una breve vita di settant’anni? Se continui a peccare notte e giorno, senza neppure fermarti per mangiare, dormire o lavarti – solo peccati, peccati e peccati, di continuo, dalla culla alla tomba – anche in questo caso non riuscirai a commettere un numero di peccati che trascenda la compassione di dio. Sarai perdonato – ciò dà un meraviglioso senso di sicurezza, un grande conforto – solo credendo in dio.

La teologia ha cercato di creare la salvezza, il conforto, la sicurezza. E ora la scienza ha preso il posto della teologia, su basi più pragmatiche, e sta facendo proprio la stessa cosa: ti dà l’idea falsa che tu non devi preoccuparti, che la scienza sa tutto. La stessa parola “scienza” significa conoscenza. Ma voglio insistere ancora e ancora con te: né la teologia, né la scienza, né la filosofia – nessuno sforzo umano può svelare il mistero dell’esistenza. Devi avere il coraggio di accettare l’insicurezza – non solo accettarla, ma gioirne. Devi esultare nel mistero dell’esistenza: gli alberi, gli oceani, le montagne, le stelle… ogni cosa è misteriosa. Dal più piccolo sasso sulla spiaggia all’intero universo, ogni cosa è così misteriosa che non c’è possibilità di conoscerla.

La non conoscenza è la via del mistico. L’insicurezza è la via del mistico Ed essere un sannyasin significa essere sul sentiero del mistico.

Se cambi il tuo punto di vista – che è sbagliato, completamente sbagliato – allora il problema sparirà interamente. Allora sarai in grado di danzare nella totale insicurezza; sarai in grado di amare e ridere nella totale non conoscenza.

La non conoscenza non è altro che innocenza, e l’insicurezza non è altro che un panorama che cambia di continuo, sempre nuovo e fresco. Niente si ripete nell’esistenza.

Tu devi aver già sentito il detto: “La storia si ripete”. La storia si ripete perché la storia è stata fatta fino a oggi da esseri umani stupidi. L’esistenza è così intelligente da non ripetersi mai: non creerà mai più un altro Gesù, un altro Mosè, un altro Buddha, un altro Chuang Tzu, un altro Socrate. Semplicemente non si ripete mai. La sua creatività è incredibile, inesauribile.

Sì, la storia dell’uomo ripete se stessa, perché la vita dell’uomo è una routine. Se guardi la tua vita... continui a ripeterti. Piano, piano questa ripetizione diventa la tua efficienza: diventi quasi un robot, perdi consapevolezza.

La consapevolezza è necessaria solo se ogni momento è nuovo, perché devi rispondere a una nuova situazione. Le vecchie risposte non funzionano più.

È un grande dono del cielo che la vita sia insicura, che l’amore sia insicuro, che fondamentalmente ci troviamo in uno stato di non conoscenza. Possiamo essere come bambini, rincorrere le farfalle, raccogliere conchiglie sulla spiaggia – o sassi colorati, quasi fossero diamanti – e gioire di tutte queste cose.

Quando ero bambino, volevo sempre il più gran numero di tasche possibili. Il mio sarto si arrabbiava sempre con me: “Mi rovini la reputazione: nessuno vorrà più venire da me per farsi fare questo tipo di vestiti. Che razza di vestito è questo? – con quattro tasche davanti, tasche perfino nelle maniche, tasche nei pantaloni... e non solo due, quattro.” Diceva: “Sei pazzo, e mi stai facendo impazzire.”

Io rispondevo: “Ho bisogno di tutte queste tasche perché mi piace andare al fiume, e trovo così tante belle pietre che tutte queste tasche non sono mai abbastanza.”

Quando tornavo a casa, sempre con le tasche piene di pietre, e volevo persino andare a dormire con tutte quelle pietre, si arrabbiavano tutti : “Cosa credi che siano tutte queste pietre? Diamanti, smeraldi, rubini?”.

Dicevo: “Non lo so, ma sono immensamente belle; e non posso dormire senza il mio tesoro, mi sento bene se sono vicine a me.”

La non conoscenza non è altro che innocenza. Queste due cose sono davvero fondamentali: l’insicurezza e la non conoscenza. Se riesci ad accettarle, in maniera rilassata, sei un saggio, sei un risvegliato. Se vai contro queste due cose, stai andando contro la tua propria illuminazione, contro la tua possibilità di diventare saggio.

 

Tratto da:

The New Dawn #26 - #6

Copyright © 1989

Osho International Foundation

   (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

 

TECN LOGIE

Non è tornando al "buon tempo antico" che risolviamo i danni creati dalla tecnologia moderna. Serve invece una maggiore e più ampia consapevolezza che ci porti a vivere in un equilibrio armonico con l'intero pianeta.

 

 

AMATO OSHO,

HO LA SENSAZIONE CHE, USANDO LA TECNOLOGIA MODERNA, STIAMO DANNEGGIANDO QUESTO MONDO COSÌ PIENO DI VITA CON RIFIUTI PLASTICI, SCORIE RADIOATTIVE, INQUINAMENTO ATMOSFERICO E COSÌ VIA. PER FAVORE PUOI COMMENTARE?

 

DHYAN TARA, QUESTO è uno dei problemi più complicati.... È vero che: "usando la tecnologia moderna stiamo danneggiando questo mondo così pieno di vita con rifiuti plastici, scorie radioattive, inquinamento atmosferico e così via."

Questo problema ha due possibili soluzioni. Una è quella del Mahatma Gandhi: tornare indietro... fino al punto di eliminare ogni tecnologia moderna — e questa superficialmente può sembrare la risposta giusta. Se la tecnologia moderna ha creato una crisi ecologica nel mondo, turbando gli equilibri naturali, eliminarla e tornare indietro è una soluzione molto semplicistica. Devi capire che al tempo di Gautama il Buddha, venticinque secoli fa, in questo paese vivevano soltanto venti milioni di persone. La terra era in grado di nutrirli. Oggi soltanto questo paese conta novecento milioni di abitanti. Se vuoi tornare ai tempi di Gautama il Buddha devi eliminare o lasciare morire la maggior parte della popolazione. E quando saranno rimasti solo venti milioni di persone e il resto dei novecento milioni giacerà morto tutt'intorno — pensi che questi venti milioni riusciranno a sopravvivere?

E la popolazione continua a crescere... per la fine del secolo la popolazione dell'India potrebbe essere aumentata del cinquanta per cento e ciò significa che ci saranno un miliardo e trecento milioni di persone — da quasi novecento milioni a milletrecento milioni.

Questo è il motivo per cui sono in totale disaccordo con il Mahatma Gandhi. Lui parla di non violenza — questa non è non violenza; niente può essere più violento di questo. Nessuna guerra ha eliminato tante persone quante ne verrebbero eliminare senza fare nessuna guerra. È impossibile vivere circondati da pile di cadaveri. Non ci sarebbe nessuno a fargli il funerale e portarli al cimitero. Così tanti morti e così in fretta porterebbero alla morte anche i venti milioni superstiti. I cadaveri in putrefazione provocherebbero innumerevoli malattie ed infezioni.

Il Mahatma Gandhi pensava che avremmo potuto fermare la tecnologia al tempo del filatoio a mano. Esso è stato inventato circa diecimila anni fa o forse prima. La popolazione era così ridotta e la terra così grande... la terra dava così tanto che la popolazione non era in grado di consumare tutto quanto e molto andava sprecato.

E così questa è una soluzione, che è arrivata al Mahatma Gandhi da Leo Tolstoy — anche lui era contro la tecnologia moderna. Ma io non sono assolutamente d'accordo, perché questo significa niente ferrovie, niente ospedali, niente chirurghi, niente medicine, niente uffici postali, niente telecomunicazioni, niente elettricità; e tutto ormai questo fa parte della vostra vita. Riesci a pensare di fare a meno dell'elettricità?

C'è stata una semplice interruzione dell'energia elettrica in America. Per tre giorni la popolazione è stata nel panico perché gli ascensori non funzionavano e utilizzare le scale dei grattacieli — cento piani magari, o forse centoventi — solo il salire e lo scendere bastano a sfinire chiunque. Per la prima volta la gente si è resa conto, in quei tre giorni a New York, che ora non si può più rinunciare alla tecnologia.

Io ho un'alternativa. Lo sbaglio non è della tecnologia moderna, l'errore è che non siamo chiari su cosa volere e cosa non volere da questa tecnologia. Gli scienziati lavorano quasi alla cieca e le scoperte fatte vengono subito utilizzate — senza preoccuparsi di tutti i possibili effetti.

Tornare indietro è impossibile e idiota, l'unica strada è andare avanti. Abbiamo bisogno di una tecnologia migliore — migliore di quella moderna — che possa evitare l'accumulo di residui plastici e non provochi danni all'ecologia. Lo scienziato deve essere veramente consapevole del fatto che quello che producono diventa parte di un tutto organico; la tecnologia non deve andare contro il tutto. E questo è possibile, perché non è la tecnologia che ti porta in una direzione precisa, sei tu che continui a fare scoperte alla cieca.

Anche adesso che è chiaro che la maggior parte di ciò che è stato scoperto sino a ora disturba l'armonia — e alla fine distruggerà la vita sulla terra – gli scienziati continuano ad accumulare ordigni nucleari. Non hanno il coraggio di dire ai politici: "Ora basta! Non siamo degli schiavi. Non possiamo creare cose che distruggeranno la vita ."

Tutti gli scienziati del mondo devono venire a un accordo: devono creare una accademia mondiale delle scienze che decida quali ricerche devono essere portate avanti e quali no. Tutte le scoperte che si rivelano sbagliate dovranno essere abbandonate.

Abbiamo bisogno di una tecnologia superiore, una tecnologia più illuminata. È qui dove sono in disaccordo con Mahatma Gandhi, che vuole tornare indietro – là dove non c'è che morte. Io vado avanti. La tecnologia è nelle nostre mani. Non siamo noi a essere nelle mani della tecnologia. Possiamo eliminare tutto ciò che è pericoloso e dannoso, possiamo trovare valide alternative che favoriscono l'ecologia, che migliorano la vita dell'uomo, che valorizzano il suo ambiente e la sua ricchezza interiore, portandoci ad un mondo più equilibrato.

Ma in tutto il mondo non riesco a trovare nessuno che sostenga una tecnologia più sofisticata e illuminata. Ogni tanto mi chiedo: milioni di persone, migliaia di scienziati – sono tutti ciechi? Non vedono che quello che fanno è come tagliare le loro stesse radici? E se la tecnologia riesce a fare miracoli – e sinora c'è riuscita, ma solo per distruggere l'ambiente – potrà farli anche in una direzione positiva e creativa.

Tutte le scoperte che disturbano gli equilibri naturali devono essere eliminate. Ma non mi sembra che l'elettricità sia dannosa per la natura e che le ferrovie e gli aeroplani siano dannosi per l'ecologia; non credo che innocenti telegrammi e uffici postali debbano essere distrutti. Sarebbe solo andare all'estremo opposto.

E così che lavora la mente: si muove come un pendolo andando da un estremo all'altro, senza mai riuscire a fermarsi al centro. Voglio che la consapevolezza umana si fermi proprio nel mezzo, in modo che possa valutare entrambi i lati. Certamente non si può essere a favore di ciò che ci sta distruggendo, e l'energia utilizzata per creare cose dannose deve essere trasformata in creatività. Ma la via indicata dal Mahatma Gandhi non è quella giusta. La sua ideologia provocherebbe danni maggiori di quelli creati sino ad ora dalla tecnologia moderna. Per distruggere tutto la tecnologia moderna potrebbe aver bisogno ancora di centinaia di anni. Se seguiamo il Mahatma Gandhi in un sol giorno distruggeremmo tutto quello che abbiamo raggiunto in migliaia di anni.

Non potresti avere acqua calda e fredda nel bagno – perché questo dipende dalla tecnologia moderna. È vero che ha portato inquinamento atmosferico, ma l'errore è nostro, non della tecnologia moderna. Se avessimo richiesto che il petrolio venisse raffinato sino a non dare problemi di inquinamento e che le auto fossero dotate di dispositivi antinquinamento per ovviare ai danni del petrolio – ma questo, in qualche modo, è naturale: ci si rende conto delle cose solo dopo che sono accadute.

Nessuno si era reso conto che andare sulla luna avrebbe creato dei dannosi buchi allo schermo protettivo che circonda la terra. Esiste all'altezza di venti miglia intorno alla terra un sottile e invisibile strato di ozono che ha una funzione protettiva. Esso non permette il passaggio di tutte le radiazioni del sole e lascia passare solo quelle utili per la vita, per gli alberi e per gli uomini – le radiazioni dannose vengono respinte. Ma nessuno lo sapeva e quindi nessuno può essere incolpato.

Quando i primi razzi hanno superato l'altezza delle venti miglia, hanno provocato dei buchi nello strato di ozono, buchi privi dello strato protettivo. Ora tutte le radiazioni solari passano attraverso questi buchi e hanno provocato malattie che prima erano sconosciute.

Ma ora possiamo trovare altre soluzioni se vogliamo andare sulla luna. In primo luogo è una cosa da lunatici: solo gente un po' matta può pensare di andare sulla luna. Per quale motivo poi? – Non c'è acqua, né verde, né aria da respirare. Qual'è lo scopo allora? Probabilmente gli unici interessati alla conquista della luna sono i militari – perché potrebbero costruire una base sulla luna da cui lanciare armi nucleari contro l'Unione Sovietica, se l'America riesce a impossessarsi della luna. O se l'Unione Sovietica riesce a entrane in possesso, diventa un loro territorio.

Ma anche se qualcuno volesse andare sulla luna, dovrebbe provvedere a evitare la formazione di questi buchi e se li creasse, dovrebbe trovare subito il modo di eliminarli, in modo da evitare che le radiazioni dannose raggiungano la terra.

C'è da ricordarsi una cosa, Tara: l'uomo può andare solo avanti, non si può tornare indietro. E non c'è neppure motivo di farlo. È solo un'illusione dell'uomo quella di ritenere che nel passato, quando non esisteva la tecnologia moderna, tutto era bello e buono. È del tutto sbagliato. Farò qualche esempio.

Gli indù si vantano molto del fatto che ai tempi d'oro, nel passato, la gente era talmente ricca che non usava mettere lucchetti alle porte. E infatti è riportato nei vecchi testi che i lucchetti non erano usati. Ma non c'è scritto che i lucchetti non venivano usati perché la gente era ricca e non c'erano furti. La mia conclusione è proprio l'opposto: i lucchetti non erano stati ancora inventati, come avrebbero potuto usarli? Inoltre la gente era molto povera e non aveva nulla da mettere sotto chiave.

Se poi qualcuno dice che la gente era ricca e che non c'erano lucchetti e che non avvenivano furti, è il caso che vada a rileggersi meglio le scritture del passato. Gautama il Buddha continuò a insegnare ogni giorno, per quarantadue anni di seguito, che il furto è male. Mi chiedo proprio a chi insegnasse. Se non avvenivano furti – e non servivano nemmeno i lucchetti – allora doveva essere proprio matto a dire queste cose a persone che non avevano mai rubato, e che non ci pensavano neppure visto che erano così ricche. E allora perché continuava tutti i giorni? E non solo Gautama il Buddha, anche Mahavira faceva la stessa cosa; e altre scritture, altri maestri del passato hanno sostenuto che il furto è peccato. Questo basta a provare che esistevano un mucchio di ladri. Quindi la mia è l'unica spiegazione possibile del fatto che non esistevano i lucchetti: non erario stati ancora inventati.

Anche i lucchetti sono frutto della tecnologia. Gli aborigeni che vivono nelle foreste non usano lucchetti perché non sono in grado di costruirli e non hanno le possibilità economiche per procurarseli nelle città. E per quale motivo poi dovrebbero usarli? Non c'è niente nelle loro case! Se riescono a mangiare una volta al giorno, è già una grande benedizione divina. Molti di loro non riescono neanche ad avere un pasto regolare tutti i giorni.

La tecnologia non va guardata solo dal lato negativo. In India, prima di questo secolo, morivano nove bambini su dieci. Oggi la situazione è rovesciata: solo un neonato su dieci muore e questo grazie allo sviluppo della medicina. Gli indumenti che indossi – presto sarà impossibile produrre indumenti di cotone per tutti – e non è neppure una necessità: stoffe migliori possono essere prodotti usando la tecnologia. Come simbolo della mia filosofia, non ho voluto mai usare niente di cotone. I miei indumenti sono puri prodotti della tecnologia – cento per cento poliestere.

La tecnologia può produrre case migliori, più leggere e più belle, senza dovere usare materiali pesanti e costosi. La tecnologia produrrà cibi migliori e più equilibrati, fornendoti allo stesso tempo tutte le vitamine di cui hai bisogno e un gusto migliore – attualmente le piante non sono poi così scientifiche. Il cibo può avere qualsiasi tipo di sapore Non c'è bisogno di mangiare la carne per gustarne il sapore, perché ogni cibo potrà avere il sapore della carne.

La tecnologia ha anche il lato buono; ma eliminando tutta la tecnologia moderna si cadrà in tempi oscuri; sarà un grave atto di violenza contro questa terra, sostenuto da chi pensava che la sua filosofia fosse non violenta.

Ma qualche cosa va fatta. Sino ad oggi la tecnologia si è mossa a tentoni. Ora possiamo darle una direzione, e possiamo eliminare tutto ciò che danneggia l'ecologia, l'armonia, la natura, la vita. Io sono totalmente a favore della tecnologia – ma per una tecnologia migliore, una tecnologia più umana.

 

 

 

AMATO OSHO,

TI HO SENTITO PARLARE DI SCIENZIATI CHE SCELGONO CHI DOVRÀ NASCERE ATTRAVERSO L'ANALISI GENETICA DEGLI SPERMATOZOI. NON HO ALCUNA FIDUCIA NEGLI SCIENZIATI, NEI DOTTORI O COMUNQUE IN CHI CONOSCE SOLAMENTE ATTRAVERSO LA MENTE. SENTO INTUITIVAMENTE CHE LA GENETICA GIOCA SOLO UN PICCOLO RUOLO NEL DETERMINARE IL FUTURO DI UNA PERSONA. UN GIARDINIERE AVREBBE POTUTO ANCHE DIVENTARE UN MUSICISTA; UN SOLDATO PUÒ AVERE IL POTENZIALE PER DIVENTARE UNO SCIENZIATO. SICURAMENTE CIÒ CHE UN UOMO È NON SI PUÒ PARAGONARE A CIÒ CHE AVREBBE POTUTO ESSERE IN CIRCOSTANZE DIVERSE. AMATO MAESTRO, CHI AVREBBE POTUTO PREVEDERE UN OSHO NELL'OVULO E NELLO SPERMATOZOO DI TUA MADRE E DI TUO PADRE? PER FAVORE PARLACI PIÙ A LUNGO DELL'AVVEDUTEZZA DELLE TUE PROPOSTE – IO NON RIESCO A VEDERLA A CAUSA DELLA MIA PAURA DEI REGIMI TOTALITARI.

 

DEVAGEET, POSSO CAPIRE le tue preoccupazioni, sono anche le mie. Ma ci sono molte cose da capire. La prima è: mai farsi guidare dalla paura. Se l'uomo si fosse fatto guidare dalle sue paure, non ci sarebbe stato nessun progresso.

Ad esempio, la gente che inventò le biciclette... riesci a pensare a qualche pericolo? Non si riescono proprio ad immaginare pericoli connessi con l'invenzione della bicicletta. Ma poi i fratelli Wright usarono parti di biciclette per costruire la prima macchina volante. E tutto il mondo festeggiò — perché nessuno poteva prevedere che gli aeroplani sarebbero stati usati per distruggere città, e milioni di persone, nella prima guerra mondiale. Ma adesso gli stessi aeroplani trasportano milioni di persone in giro per il mondo. Hanno reso piccolo il mondo, hanno reso possibile chiamarlo un villaggio globale. Hanno creato legami fra le persone, hanno avvicinato persone di razze, religioni e lingue diverse, in una maniera che nessun'altra invenzione ha ancora superato. E così la prima cosa da ricordare è di non lasciarsi guidare dalla paura.

Agisci con cautela, con consapevolezza, avendo presenti le varie possibilità e i vari pericoli, e creando la situazione per prevenire questi pericoli. E che cosa può essere più pericoloso di armi nucleari nelle mani dei politici? Abbiamo messo nelle loro mani la cosa più pericolosa.

Comunque non c'è bisogno di aver paura, persino le armi nucleari possono essere usate in maniera creativa. E io ho una gran fiducia nell'esistenza, nel fatto che saranno usate creativamente. La vita non si farà distruggere così facilmente, opporrà una strenua resistenza. In quella resistenza si cela la nascita di un nuovo uomo, una nuova alba, una nuova struttura per la vita e l'esistenza nel loro complesso.

Secondo me le armi nucleari hanno reso impossibile una grande guerra. Gautama il Buddha non c'è riuscito, Gesù Cristo non c'è riuscito. Tutti i santi di questo mondo messi insieme non ci sono riusciti, anche se hanno continuato a predicare contro la violenza, contro la guerra. Ma il loro obbiettivo è stato raggiunto dalle armi nucleari.

Vedendo che i pericoli sono così grandi, tutti i politici hanno in fondo paura che se si inizia una terza guerra mondiale tutta la vita verrà distrutta — loro compresi. Non c'è alcuna possibilità che loro si salvino. Nulla riuscirà a salvarsi. Questa è una grande occasione per chiunque ami l'esistenza. In questo momento c'è l'opportunità di cambiare la direzione della scienza e indirizzarla verso la creatività.

Ricordati sempre che la scienza è neutrale. Ti dà semplicemente potere. Come poi viene usata dipende da te, dipende dall'intera umanità e dalla sua intelligenza. La scienza ci dà maggiori possibilità di creare una vita migliore, una maniera di vivere più agevole, esseri umani più sani — piuttosto di ostacolarla... solo per paura che un qualche potere dittatoriale possa usarla a suo vantaggio.

Tutte le cose possono essere usate male. E lo stesso Devageet è un medico, lui stesso appartiene alla categoria degli scienziati. Dovrebbe capire che tutto ciò che può provocare danni può anche essere di grande aiuto. Non bisogna respingere nulla, serve invece aumentare la consapevolezza degli esseri umani. Altrimenti si cade nello stesso errore fatto da Mahatma Gandhi.

Se cominci ad agire spinto dalla paura, fino a che punto arriverai prima di fermarti? Mahatma Gandhi seguiva la stessa logica e si fermò solamente alla ruota per filare – meccanismo che fu inventato almeno ventimila anni fa; ed egli non volle progredire oltre: voleva che tutto quello che era stato inventato dopo la ruota per filare venisse distrutto. Era contro le ferrovie, perché in India furono usate per tenere tutto il paese sottomesso. Queste ferrovie in India non furono create per la comodità della gente – al suo servizio. Furono create per trasportare le truppe, così che potessero spostarsi da una parte all'altra del paese in termini di ore. Il territorio è molto vasto, ci sono località che possono essere raggiunte, anche usando il treno, solo in sei giorni. È praticamente un subcontinente, e per poter controllare tutto il paese dovettero costruire una vasta rete ferroviaria. Lo scopo era essenzialmente militare: la mobilità delle truppe.

Ma questo non fu sufficiente a farci decidere per la distruzione delle ferrovie. Avrebbe significato pregiudicare la possibilità di muoversi delle persone, ci avrebbe fatto tornare al Medio Evo. Il Mahatma Gandhi era contrario anche a cose innocenti quali i telegrammi, il telegrafo, l'ufficio postale, perché erano servizi usati, all'inizio, per controllare il paese. A poco a poco diventarono sevizi pubblici. Qualsiasi invenzione è stata usata all'inizio a scopo militare, dai guerrafondai, e solo in seguito la gente comune ha avuto la possibilità di goderne.

Ma l'esigenza non è tanto di tornare indietro – distruggendo così l'intera umanità – quanto di andare avanti e imparare qualche lezione dal passato, in modo che lo sviluppo della tecnologia scientifica avvenga simultaneamente allo sviluppo della consapevolezza umana. E questo ci proteggerà da un uso della tecnologia che possa danneggiare l'umanità.

Ecco perché, fondamentalmente, non sono d'accordo con Mahatma Gandhi: lui vuole far tornare indietro l'umanità.

All'inizio i cavalli erano usati dai soldati. E per questo non si dovrebbero più usare i cavalli? A guardar bene ogni veicolo è stato usato all'inizio per portare la morte.

Non bisogna farsi guidare dalla paura, meglio considerare ogni cosa in una prospettiva più ampia. Se c'è paura questa non arriva di sicuro dalla scienza, arriva dall'inconsapevolezza umana. Senza consapevolezza ogni cosa diventa pericolosa, dannosa.

Bisogna cambiare l'uomo, non fermare il progresso della scienza. Ad esempio quello che vi avevo raccontato erano le ultime scoperte degli scienziati che si occupano di genetica. Fino ad ora abbiamo vissuto accidentalmente, in balia di una biologia cieca. Non sai come sarà il bambino che hai generato – cieco, ritardato, storpio, e di questo lui soffrirà per la vita intera. E inconsciamente tu ne sei responsabile, perché non ti sei mai curato di trovare una maniera di far nascere solo bambini sani – non ciechi, non sordi, non muti, non ritardati, non pazzi. Ora, a meno di non ascoltare i genetisti, non c'è maniera di prevenire queste cose. Forse Devageet non sa che la genetica è in grado di prevedere esattamente alcune cose: ad esempio se il bambino nato da una certa combinazione di energia maschile e femminile sarà sano o no.

I genetisti non possono dire in dettaglio se questo uomo diventerà un dottore, un ingegnere o un giardiniere, ma possono stabilire alcune cose in maniera definitiva, e alcune altre come possibilità. Sulla salute possono essere molto chiari, e dire che tipo di malattie il bambino potrà avere in futuro. Così che si possano prendere delle precauzioni ed evitargliele. Possono predire sicuramente e definitivamente quanto a lungo vivrà il bambino. Così che si possano prendere delle misure per prolungare la sua vita.

Riguardo alle possibilità possono dire che questo bambino ha, la potenzialità per diventare un musicista, Questo non vuol dire che non possa diventare un dottore; significa semplicemente che avendone l'opportunità diventerà un musicista piuttosto che un dottore. E se non diventa un musicista e diventa un dottore, profondamente non si sentirà mai soddisfatto. Nel suo intimo gli mancherà sempre qualcosa.

E così se i genetisti possono dire quali sono le possibilità del bambino, la società, i genitori, la comune gli possono fornire le giuste opportunità. Adesso come adesso, non abbiamo alcuna idea di quale sia il potenziale. Dobbiamo prendere delle decisioni; i genitori si trovano in un dilemma: se mandare il figlio ad imparare ingegneria, medicina, falegnameria o a fare il meccanico d'auto. Dove mandarlo, e come decidere? Le loro decisioni si basano su considerazioni puramente economiche.

Questo è l'unico criterio delle loro decisioni – in quale modo il figlio potrà avere successo economicamente, potrà diventare ricco, prestigioso. E quello può non essere il suo potenziale, ma i genitori non ne hanno la minima idea.

I genetisti possono spiegarti quali siano le possibilità. Non dicono che sono delle certezze, che qualunque cosa succeda il bambino diventerà un musicista. Non lo dicono perché le doti naturali possono essere deviate durante l'educazione. Se togli a un giovane tutte le possibilità di diventare un musicista e lo forzi a diventare un medico, diventerà un medico, ma farà il medico per tutta la vita senza voglia, senza gioia.

L'educazione è importante, ma se conosciamo esattamente quali sono le possibilità, possiamo aiutare il bambino con un'educazione adeguata. Così natura ed educazione possono funzionare insieme armoniosamente e creare un essere umano migliore, più contento di sé stesso, più gioioso, e creare un mondo più bello intorno a lui.

Solo su un punto hai ragione: la genetica riesce a scoprire i potenziali per tutto tranne che per l'illuminazione, perché l'illuminazione non è parte di un programma biologico. È qualcosa al di là della biologia.

E così la genetica non può prevedere in alcun modo se una persona si illuminerà. Al massimo potrà dire che questa persona ha una spiccata tendenza verso la spiritualità, il misticismo, l'ignoto; conoscendo però questa predisposizione gli si può fornire un'educazione adeguata. E il mondo avrà più illuminati di quanto sia mai stato possibile prima d'ora.

La paura che ha Devageet è che se la genetica cade nelle mani di governi totalitari, essi cominceranno a scegliere bambini che obbediranno allo status quo, che non diventeranno rivoluzionari, che non si ribelleranno mai, che saranno sempre pronti a essere degli schiavi senza mai resistere

La paura esiste, certo, ma si può evitare. Perché dare il potere a regimi dittatoriali? Io vi fornisco un programma complessivo per la società.

La mia prima idea è che le nazioni debbano sparire. Ci dovrebbe essere un governo mondiale, cosa molto, molto più funzionale. E non c'è il problema di aver paura di rivoluzioni, perché il governo sarà al servizio del popolo. I funzionari del governo mondiale cambieranno ogni anno, nessuno di loro starà in una posizione di potere per più di un anno, nessuno sarà mai più riammesso in una posizione di potere dentro al governo. Una volta sola, per un anno, che male riuscirà mai a fare? E il suo potere non è dittatoriale. Le persone che l'hanno scelto, hanno il diritto di revocarlo in ogni momento. Basta che il cinquantun per cento di chi ha votato per lui firmi una dichiarazione al governo per la sua revoca – perché va contro gli interessi del popolo – e la persona perde ogni potere. Non gli vengono dati poteri illimitati per cinque anni. Alla fine dell'anno comunque uscirà di scena, per non tornare mai più al potere, e così sarà spinto a fare del suo meglio per essere ricordato per sempre. E se tenta di fare qualche danno, c'è la possibilità di revocarlo. Basta che il cinquantun per cento dei votanti firmi una petizione e la persona perde la sua carica.

Il mio piano è completo, per tutta la società, non è frammentario. Le grandi città, a poco a poco, dovranno sparire, e piccole comunità prendere il loro posto. Le famiglie dovranno sparire, così che non ci siano obblighi verso la famiglia, obblighi verso la nazione. I bambini verranno cresciuti dalla comune, non dai genitori. Ed è la comune a decidere di quanti bambini c'è bisogno, perché man mano che la durata della vita allunga, ci sarà bisogno di sempre meno bambini. Se i vecchi vivono più a lungo non c'è posto per nuovi ospiti. In passato era possibile – continuare a fare bambini, quanto più poteva. Ogni donna era praticamente sempre incinta fino a quando smetteva di essere fertile. Continuava produrre quasi fosse una fabbrica perché la durata della vita era molto corta.

Cinquemila anni fa nessuno viveva per più di quarant'anni. Di quel periodo non è stato trovato in tutto il mondo uno solo scheletro di un persona con più di quarant'anni.

Quando una persona moriva non aveva mai più di quarant'anni – e questo era probabilmente il limite, non l'età media. E quando la gente moriva a trentacinque o quarant'anni, i giovani avevano naturalmente molto spazio per crescere e prendere il loro posto.

Ma i genetisti ci dicono anche che chiunque ha la possibilità di vivere naturalmente fino a un'età di almeno trecento anni – e rimanere giovane. La vecchiaia può essere abolita. E sarà una grande rivoluzione, perché se un Albert Einstein può continuare a lavorare per trecento anni, se un Gautama il Buddha può continuare a insegnare per trecento anni, se tutti i grandi poeti e i mistici e gli scienziati e i pittori possono continuare a lavorare, migliorando i loro metodi, raffinando il loro linguaggio, la loro poesia, perfezionando le loro tecniche, la tecnologia... il mondo ne trarrà immense ricchezze.

Ora come ora c'è un grandissimo spreco. Quando un uomo diventa veramente maturo, la morte comincia a bussare alla sua porta. E molto strano – così si coinvolgono nuove persone che non ne sanno proprio nulla. Ora li fai crescere, li educhi, li addestri, li perfezioni, e nel momento in cui sono veramente maturi, li mandi in pensione. Quando sono veramente capaci di fare qualcosa, arriva il momento di smettere di lavorare. E dopo la pensione nessuno vive più di dieci, quindici anni, perché quando smette di lavorare, uno diventa assolutamente inutile, lui stesso inizia a sentirsi un peso nei confronti dei giovani, della società. Perde ogni rispettabilità, prestigio, potere. Diventa un escluso, un ospite poco gradito che aspetta, riluttante, di morire. Forse non sapete che l'incomunicabilità fra le generazioni non è mai esistita nel passato. E un fenomeno nuovo che ha iniziato a esserci ora che la gente vive più a lungo. Considera una persona di novant'anni... ci sono tre altre generazioni dopo di lui. Suo figlio avrà settant'anni, suo nipote avrà cinquant'anni e suo pronipote ne avrà trenta. La distanza ora è così grande che il pronipote non avrà alcuna connessione con lui: "Chi è mai questo vecchio, e cosa sta facendo da queste parti? Una seccatura di cui si può fare a meno, e sempre irritato, sempre rabbioso, sempre pronto a infuriarsi. A cosa serve tutto ciò?".

Nel passato la gente non vedeva mai quattro o cinque generazioni insieme, e quindi non esisteva distacco fra le generazioni. Io neppure conosco il nome del mio bisnonno. Lo chiesi a mio padre, mi rispose: "Neanche io ne so nulla. I nomi che conosco sono gli stessi che sai tu. Non so nulla di più." Adesso nel Caucaso, dove ci sono alcune persone di cento ottant'anni, cosa pensate che succeda? Nella loro casa ci saranno bambini della settima, ottava generazione e loro neppure li riconosceranno. Questa gente avrebbe dovuto essere nella tomba già da tempo – una volta succedeva così. E così dei perfetti sconosciuti vivono nella stessa casa, dentro una sola casa. Non parlano l'uno il linguaggio dell'altro, perché i tempi sono cambiati. Non capiscono le abitudini dell'altro, la musica che l'altro ascolta, la religione che segue. Non hanno più nulla in comune.

Se continuiamo a vivere in questa maniera, all'improvviso, la situazione diventerà persino peggiore.

È meglio che la società adotti formule nuove, un programma totalmente nuovo. Il vecchio sistema è fallito. La comune è la nuova unità di base della società. Niente più famiglia, niente più nazione – comuni e un'umanità internazionale.

La comune è decisiva nel creare ciò di cui c'è bisogno, perché adesso come adesso succede che c'è bisogno di medici, ma i medici non ci sono. Ci sono ingegneri disoccupati perché ne esistono troppi, oppure c'è bisogno di ingegneri ma non ce n'è abbastanza. Non c'è nessuna pianificazione, si procede prima in una direzione e poi nell'altra, a caso. Ecco perché ci sono così tanti disoccupati; non ci dovrebbe essere un singolo disoccupato, non ce n'è bisogno. Non dovremmo procreare più persone di quante potranno poi avere un lavoro.

Man mano che le macchine diventano sempre più capaci di fare il lavoro degli uomini, in maniera più efficiente, senza chiedere aumenti, senza scioperare, senza aver bisogno di turni – producono per ventiquattro ore al giorno, una singola macchina fa il lavoro di mille persone – sempre più persone si troveranno disoccupate.

È meglio pianificare così da ritrovarsi solo con le persone di cui c'è bisogno. E perché non scegliere i migliori? Perché non smetterla con tutta questa folla che si aggira sulla terra. Questa folla è quanto di più pericoloso esista, perché viene manovrata facilmente da qualsiasi astuto politicante. La folla non ha una mente sua, non ha una sua propria intelligenza. Si possono creare individui di grande intelligenza, di grande personalità, e ogni generazione sarà migliore di quella precedente. L'evoluzione in questo modo sarà velocissima; altrimenti rimaniamo bloccati. Siamo bloccati da migliaia di anni, il progresso è stato solo materiale auto migliori, aeroplani migliori, bombe migliori... ma non esseri umani migliori. Se l'uomo è bloccato e tutto il resto continua a progredire, la situazione è pericolosa. L'uomo sarà sopraffatto dal suo stesso progresso, dalla sua tecnologia, dalla sua scienza. Anche l'uomo deve progredire, l'uomo dovrebbe sempre rimanere in testa allo sviluppo.

Capisco la preoccupazione di Devageet, ma non la condivido. Io vedo sempre, anche nella notte più buia, un raggio di luce. E per quanto la notte sia buia, è sempre possibile che l'alba sia molto vicina.

Io sono a favore di ogni progresso nella scienza, ma lo sviluppo deve essere nelle mani di persone creative: il progresso non deve rimanere nelle mani dei guerrafondai.

TRATTO DA: The New Dawn #21

Copyright © 1989

Il discorso completo è disponibile sul video:

"SCIENZA E COSCIENZA"

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L’anima passionale della ragione scientifica

 

Emilio Del Giudice, nato a Napoli nel 1940, è fisico teorico presso l’istituto nazionale di fisica nucleare nella sede di Milano. È interessato ora e da sempre a porsi e a trovare la risposta alle questioni nodali rispetto alla fisica del vivente. Crede nel futuro avvento di un mondo in cui il valore della specie umana abbia piena possibilità di realizzarsi e che questa rivoluzione possa avvenire anche attraverso la scienza. Fa parte di quella minoranza di scienziati che ha colto l’enorme portata della scoperta della fusione fredda, della memoria dell’acqua e dei fenomeni coerenti di molti atomi, che costituiscono la chiave per una visione del mondo fisico fondata sulla unitarietà del reale. È piccolo e grasso.

Ma Anand Hira

 

 

Una diffusa opinione dipinge la scienza come un’attività fredda, si oserebbe dire noiosa, e gli scienziati come gente anaffettiva, distaccata, che può essere smossa soltanto da controversie infantili sul merito, sul riconoscimento, su fissazioni da primadonna e che, quando trascinata lontano dai propri computer, indulge a improbabili hobby. È vero che questa orribile visione si applica a molti membri della “comunità scientifica” di oggi, desiderosi di trovare nella scienza un rifugio contro il pericolo di coinvolgimenti emotivi e di cadute nell’amore e nella passione. Tuttavia, come i preti spesso trasformano l’aspirazione al divino in noiosa teologia, così gli scienziati rendono spesso lo stesso servizio alla radice passionale della loro attività, diventando essi stessi i macellai dei sogni che erano stati all’origine della scelta della loro vita.

Come l’arte, la scienza è uno dei canali di risonanza tra gli esseri umani e l’universo. Quando è in amore con l’universo, uno non percepisce più il mondo come un ostacolo, un nemico, un pericolo, ma come la sorgente del mio moto interno; il mio cervello comincia a muoversi in accordo con il moto interno della natura; il moto di ognuno dei partecipanti diventa simultaneamente causa e conseguenza del moto dell’altro. Di qui il piacere; proprio come nella relazione orgiastica di corpi che si amano.

Keplero, dopo aver decifrato il moto di Marte, si rese conto con commozione che l’orbita era proprio una delle sezioni coniche inventate molti secoli prima dal matematico Apollodoro di Perga; come era stato possibile che una creazione della pura mente umana, una curva geometrica simmetrica, potesse essere proprio la traiettoria di un corpo pietroso nello spazio? Questo fatto, il fatto che la natura risponda alle domande poste da un essere umano curioso, e perciò amante, rende possibile un amore orgiastico tra gli esseri umani e la natura. La creatività degli scienziati può allora sorgere dalla capacità delle loro anime, e quindi delle loro menti, di oscillare all’unisono con la natura; proprio come la creatività dei poeti.

Sfortunatamente la società di oggi, organizzata dalla guerra di ognuno contro ogni altro attorno alla ricchezza, spegne tutte le passioni d’amore rendendo ognuno pauroso di perdere non solo il pane e il burro, ma anche la posizione nella vita. Nella moderna organizzazione della ricerca, ad uno scienziato è permesso essere un membro della comunità soltanto se è un esperto di qualcosa.

Supponiamo che capiti un qualche sviluppo che renda questo qualcosa obsoleto; per esempio, se qualcuno dovesse trovare un rimedio efficace contro il cancro, quale pensate che sarà la reazione del medio ricercatore di oncologia, destinato alla disoccupazione poiché il suo ramo particolare si è rivelato inutile? Egli negherà con tutta la possibile veemenza la verità, l’efficacia della nuova scoperta e attaccherà lo sfortunato scopritore come fraudolento ciarlatano, imbroglione. È questa l’attitudine della medicina convenzionale contro le medicine alternative, della fisica nucleare convenzionale contro la “fusione fredda” e così via.

Uno scienziato ancora appassionato, che sia restato in contatto con la natura e attraverso questo intercorso abbia ricevuto il dono di discernere un barlume dei suoi aspetti nascosti, diventa esposto all’odio, all’ostilità, al rifiuto della “comunità scientifica” profondamente timorosa di perdere il suo “status”, i suoi posti, i suoi finanziamenti per colpa della nuova visione. Allora la passione originale dello scienziato si trasforma, all’interno della moderna organizzazione della ricerca, in paura, sfiducia, odio per la novità, invidia, diffamazione e tutti questi cattivi sentimenti sono alimentati dalla stessa energia alla base della pulsione originariamente rivolta verso la natura ed ora riflessa all’indietro dalla paura dell’espulsione.

Così la società di oggi si erige, estranea e nemica, contro i valori umani. A dispetto di questi ostacoli, l’anima umana è una sorgente inesauribile di pulsioni verso il mondo esterno: pulsioni di amore, anche di quel particolare tipo di amore che è la conoscenza. Quando la passione per la natura riesce a perforare il muro spesso eretto dalla rete degli interessi costituiti nella società, allora si genera una grande felicità, una beatitudine come quella nell’incontro tra amanti.

Certamente un prossimo passo nell’evoluzione umana si avrà quando questa felicità, inizialmente “proprietà privata” di pochi, potrà essere condivisa da molti.

 

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Questo è il di una serie di tre articoli che danno voce ai

nuovi arrivati

Sono arrivato troppo tardi?

 

Un discepolo di lunga data, Sw. Purohit, riflette su una domanda che è stata ripetuta per più di vent’anni dalle persone che vengono a Pune.

 

 

Ormai difficilmente porto il mala. Ho uno di quei vecchi mala ovali con due foto in metallo; di solito si aprivano dopo un certo tempo e perciò si dovevano incorniciare – il mio è incorniciato in palissandro. Bene, come ho detto, lo porto raramente perché, ogni volta che lo faccio, qualcuno immancabilmente mi guarda intimidito e mi dice: “Sei stato così a lungo con Osho ed io l’ho visto solo nei video!” E c’è nell’aria questo senso di “aver perso un’occasione”, “ora è troppo tardi” e “non c’è più niente da fare”.

Ed era proprio così che mi sentivo, nel lontano 1974, quando sedevo con Swami Yoga Prem al Caffè Bund, in Boat Club Road – un vecchio ritrovo dove i sannyasin facevano colazione e che ormai non c’è più da tanto tempo – e lui mi diceva di come, durante i discorsi ai tempi di Bombay, prima che Osho si trasferisse a Pune, lui avesse l’abitudine di accoccolarsi sotto la poltrona di Osho.

E mi spiegava che allora era normale andare semplicemente nell’appartamento di Osho, a Woodlands, e chiedere a Laxmi se potevi vedere “Bhagwan”. Lei ti faceva entrare e lui era là, pronto a parlare con te. Qualcuno si sedeva perfino sulle sue ginocchia!

Effettivamente non conosco nessuno che non abbia avuto questa sensazione di aver perso qualcosa, di essere arrivato troppo tardi. Per me si manifestava come uno sgradevole senso di incompetenza, d’impotenza, di essere lasciato fuori, separato. In qualche modo mi prosciugava, non mi dava nessun aiuto, dovetti solo liberarmene per godermi le storie e continuare col mio percorso.

Quando arrivai, la prima volta, nel 1974, il darshan (incontro col maestro) della sera era tenuto sugli scalini del portico di Lao Tzu House, dove oggi la gente passa per andare al Samadhi. Osho era già seduto là, con Laxmi inginocchiata accanto a lui, quando 10 o 12 di noi arrivavano da dietro l’angolo e ci sedevamo davanti a lui; e lui parlava a tutti... “E tu cosa mi dici?” e “Hai qualcosa da chiedere?”

Tutto questo cambiò molto velocemente. I darshan furono spostati all’auditorio Chuang Tzu, l’attuale Samadhi, e noi dovevamo prenotare con alcuni giorni di anticipo e precisare il motivo: perchè si era appena arrivati, prima della partenza, per fargli una domanda oppure semplicemente un darshan in silenzio o quello che c’era alla fine di ogni gruppo.

Il mio disappunto per questo senso di sempre maggiore indisponibilità di Osho si trasformò velocemente in sorpresa: ora, nel darshan silenzioso, potevo avere la stessa forte esperienza di lui che avevo quando gli parlavo. E poi venne l’epoca degli “energy darshan”. Durante l’ultima parte venivano spente le luci in tutta la Comune e una selvaggia, estatica, pazza energia si spandeva sopra ogni cosa. Fu più o meno in quel tempo che quel sentimento di essere arrivato troppo tardi cominciò, una volta per tutte, a sparire. Man mano che Osho diventava fisicamente meno avvicinabile, la sua disponibilità spirituale cresceva – e crebbe in maniera sproporzionata.

Ne fummo tutti così impregnati, che da allora in poi non mi riuscì più di prendere seriamente qualsiasi sentimento di competizione con altri sannyasin, riguardo alla sua vicinanza. Se queste fortune capitavano a me, ne ero felice; se capitavano a qualcun altro, ero felice per lui.

Il colpo successivo al mio attaccamento alla presenza fisica di Osho arrivò quando smise di dare i darshan. Al suo posto venne un sannyasin chiamato Teertha che dava il sannyas e l’energy darshan. Mi ricordo di aver deciso alla fine che dovevo vedere di cosa si trattava. E comunque, chi si credeva di essere questo Teertha?

Mi sedetti dietro, nell’auditorio Chuang Tzu, a osservare scetticamente mentre avveniva l’energy darshan, e non sentii niente. Chiusi gli occhi e vidi chiaramente che c’era Osho là. Li riaprii di nuovo e vidi Teertha che faceva le sue cose. Li chiusi un’altra volta e di nuovo c’era Osho. Devo aver ripetuto quest’operazione almeno otto volte. Non volevo assolutamente crederci. Fu proprio una lezione per me sulla capacità della mia mente di manipolare la mia esperienza – e da allora sono diventato più prudente coi giudizi.

La vera prova della mia connessione con Osho arrivò, ovviamente, quando Osho lasciò il corpo. C’era una possibilità di andare a Pune nell’autunno 1989, ma c’erano soldi solo per una persona, o io o il mio amico Hari, non per tutti e due – e poiché era il momento giusto per Hari, andò lui.

Il 19 gennaio 1990 mi trovavo a Los Angeles con amici. Mi svegliai verso le 3 del mattino, perché qualcuno gridava forte, quasi istericamente, al piano di sopra. Andai su e mi dissero che Osho aveva lasciato il corpo da un paio di ore. Seppi immediatamente che non era una chiacchiera dei sannyasin, perché sentii dentro uno strappo fortissimo. Il mio primo pensiero fu: “Sono contento che Hari sia lì”. Il secondo: “Ora siamo seduti tutti in prima fila, non importa dove ci troviamo!” e ridacchiai di questa cosa. Poi mi fu molto chiaro che dovevo passare la notizia ai pochi amici che sapevo avrebbero continuato a diffonderla. Fatto questo, mi concessi di sedermi da qualche parte a seguire quello strappo che sentivo dentro. Entrai ‘dentro’ molto più facilmente di quanto non mi fosse mai successo prima.

Mi ricordo di essermi chiesto con una certa apprensione se questa facilità sarebbe rimasta, o se avrei finito col sentirmi abbandonato. Bene, per me, Osho è rimasto disponibile dall’interno. È come se, dopo la sua dipartita, il Tutto – l’Esistenza, il Divino, comunque vogliate chiamarlo – si fosse avvicinato a me di un bel passo. Da allora, tutto quello che mi resta da fare è allargare la porta e lasciare che la sua presenza entri di più nella mia vita quotidiana e nel mio lavoro.

Avere Osho con noi, poterlo guardare, ascoltare, sentirlo là, fisicamente presente, è stato, per un verso, un grande aiuto per renderci conto che potevamo incontrarlo solo dall’interno e che l’incontro esterno non era la cosa importante. D’altra parte, tutto questo apriva la trappola dell’attaccamento fisico – la sua bellezza e i nostri sentimenti per lui – e ci faceva perdere di vista la cosa reale. Secondo me, più eravamo vicini a lui fisicamente, più quella trappola era pericolosa tali erano la sua bellezza e spontaneità. Non era una lezione facile da imparare e se ripenso agli ultimi anni con lui, mi sento riempire il cuore di gratitudine per il modo gentile e amorevole con cui ci aveva svezzati.

Per i ricercatori che cercano oggi di connettersi con la sua presenza, la sua assenza fisica è un ovvio dato di fatto. Piuttosto, per loro, il problema è come connettersi, senza il corpo a fare da ponte, come superare una mente cinica o supercritica che ha paura di perdere il controllo. O, d’altra parte, come non fantasticare una connessione, ma restare con quello che realmente accade. E Osho sta realmente ‘accadendo’. Quando chiudo gli occhi, durante il discorso, lui sta accadendo. Quando qualcuno prende il sannyas sembra che il cielo si apra e piovano fiori, e il mistero di quel momento, dell’inizio di un nuovo viaggio, non si è mai fatto sentire così forte dentro di me, come in questo periodo.

Devi solo avvicinarti, restare immobile e lo saprai. Tutto è disponibile come è sempre stato, non hai perso niente. E, naturalmente, importantissimo nella mia vita, incontrare gli altri a cuore aperto, e la sua presenza sarà immediatamente là.

Da quando Osho non ha più un corpo, credo che per mostrarsi debba usare noi, i suoi sannyasin – il nostro lavoro, i nostri giochi, le nostre storie.

Forse, dopo tutto, porterò il mio vecchio mala un po’ più spesso.

 

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nuovi arrivati

Un giglio da New York

Una newyorkese di 22 anni ricorda gli anni selvaggi della sua adolescenza, che la portarono al viaggio alla scoperta di se stessa.

 

 

Sono cresciuta in una piccola cittadina, a Long Island, vicino New York. Da adolescente ero molto ribelle. A scuola venivo spesso sbattuta fuori dalla classe, mentre a casa ero in lotta continua con i miei genitori. Non mi sentivo amata ed ero arrabbiata con loro, ero chiassosa e odiosa per cercare di ferirli, urlavo e litigavo per attirare la loro attenzione.

A 17 anni, quando cominciai a frequentare la scuola d’arte a Manhattan, i contatti con i miei divennero piuttosto scarsi. Si limitavano a mandarmi cento dollari alla settimana ed erano felici che non fossi a casa.

Non si resero conto che stavo entrando nelle droghe pesanti e che usavo i loro soldi per procurarmele. Dopo non molto fui sbattuta fuori dalla scuola d’arte per aver gettato roba fuori dalla finestra – quello fu proprio un fattaccio. Nei due mesi seguenti persi circa 13 chili, a causa della droga, e questo mi spaventò. Spesso mi sentivo depressa e temevo un overdose, per cui decisi di tornare dai miei a Long Island. Mi lasciai andare e, piangendo, raccontai tutta la storia – perché avevo bisogno di stare a casa. Ne furono scioccati, ma mi ripresero con loro.

Trovai lavoro e cominciai ad andare al college locale. Non ero completamente fuori dalla droga.

Fumavo solamente spinelli ogni giorno e questo mi aiutava a uscire dalle droghe pesanti.

Nel secondo semestre il mio insegnante d’inglese mi chiese di leggere in classe un saggio che avevo scritto su un’esperienza che avevo avuto a Manhattan, quando avevo visto uno che saltava verso la morte dalla finestra del diciottesimo piano.

A metà della lettura del saggio, cominciai a piangere istericamente davanti a tutta la classe. Ero terrorizzata di quello che l’insegnante potesse pensare di me, ma, quando incontrai i suoi occhi, lo vidi tranquillo che sedeva lì, ascoltando e guardandomi con grande compassione e amore.

Non avevo mai sperimentato una cosa del genere. Nessuno mi aveva mai veramente ascoltata. Perfino quando ero chiassosa e urlante, nessuno mi ascoltava. Ma lui era veramente là. Quando nel passato avevo pianto, la gente pensava che lo facessi per ottenere qualcosa, lui invece mi lasciava semplicemente piangere. È stato molto bello.

Mi affezionai molto a questo insegnante e andavo alle sue lezioni ogni giorno. Quando fummo all’ultimo giorno del semestre, piansi pensando: “Non posso lasciare ora quest’uomo!” Così gli comprai una piccola edizione tascabile di un libro intitolato; “Gli insegnamenti del Buddha” e in cambio lui mi diede il suo numero telefonico.

Pensai “Wau, è innamorato di me!” – avevo 19 anni.

 

Gli telefonai e lui mi invitò a casa sua. Quando arrivai, trovai un sacco di persone sedute in cerchio. Ci scambiammo notizie su di noi, sulle nostre vite. C’era amore e apertura. Mi sentivo come quando avevo letto quel saggio in classe – semplice accettazione di qualsiasi cosa dicessi. Non si trattava di una storia d’amore, ma cominciai ad andare a questi gruppi una volta al mese e qualche volta facevamo danze selvagge, o ci lasciavamo andare a movimenti liberi, senza controllo – come nella parte catartica della Meditazione Dinamica di Osho, o anche facevamo gibberish.

La cosa continuò per circa un anno e mezzo fino a quando arrivai a un punto che passavo tutto il mese ad aspettare il momento della riunione.

Dopo un po’, Gene, il mio insegnante d’inglese, mi suggerì di provare a non fumare spinelli per almeno quattro giorni prima del gruppo, perché questo mi avrebbe aiutata molto. Così provai. La prima volta, ce la feci per due giorni. La volta dopo, quattro. Mi accorsi che veramente mi aiutava. Piano, piano, allungai l’intervallo – due settimane prima, poi tutto un mese, e poi mi trovai libera dalla droga, niente spinelli e niente alcol.

Questo fu un grande aiuto per far venir fuori i miei veri sentimenti negli incontri di gruppo, e cominciai a entrarci sempre più profondamente, tanto che la scuola cominciò a essere una distrazione. Tutta la mia attenzione era ora focalizzata a fare chiarezza e pulizia dentro di me, ad avere sempre pensieri positivi su di me, così come avveniva dopo questi gruppi.

 

Una volta sentii Gene che diceva di essere stato in India. Mi sembrò una cosa misteriosa e attraente. Volevo scoprire come faceva quest’uomo a essere così… be’ buono e sincero. E pensai che io dovevo andare immediatamente in India, perché forse era là che lui era diventato così. Una notte non riuscii a dormire, perché quest’idea mi ossessionava: “Devo andare in India, devo andare.…” Così alle sei del mattino mi alzai e andai al computer a scrivere ai miei genitori una specie di proposta, che avevo bisogno di lasciare la scuola per sei mesi, perché dovevo fare questo viaggio, perché non riuscivo a concentrarmi sullo studio e che qualsiasi cosa facessi, la facevo a metà…

Dissi loro che se mio padre non avesse avuto l’opportunità di andare in Francia – mia madre è francese – io non sarei nata! Questo li aiutò a convincersi a lasciarmi andare in India. Mia madre lavora all’Air France, così mi fece avere un biglietto gratis – questo era proprio quello che ci voleva e poi mi finanziarono, dollaro su dollaro. Così venni in India.

 

La notte prima della partenza, ancora non sapevo dove sarei andata. Avevo solo una carta geografica. La mia idea era di arrivare a Bombay e poi partire da lì. Ma un mio insegnante dell’università mi telefonò quella notte dicendomi che non potevo andare in India così, con una carta geografica e basta, che mi sarei ritrovata in una camera d’albergo, senza sapere dove andare. Gli risposi che ero stata un po’ in giro, che chiunque sopravviva a Manhattan… Comunque questo tipo mi disse: “Guarda, c’è questo ashram di Ramana Maharshi nel sud dell’India. È probabile che puoi trovare posto e stare lì. Prenditi l’indirizzo.”

Mi ficcai in tasca l’indirizzo e lasciai New York. Arrivata a Madras ero così spaventata, che non riuscivo nemmeno a uscire dall’albergo. Tutto mi sembrava terribilmente strano. Così cercai subito l’indirizzo, presi un autobus e andai dritta all’ashram. Avevo intenzione di fermarmi un paio di settimane e finii col restarci due mesi.

Andavo all’ashram ogni giorno, passavo tutto il mio tempo là. Sedevo ferma e in silenzio ogni giorno, le gambe mi facevano male per la posizione del loto a cui non ero abituata, ma io pensavo che si dovesse fare così. Oppure andavo scalza in giro per il Monte Arunachala – i piedi mi facevano veramente male, capisci! (ride)

Poi il caldo divenne veramente pesante e una donna mi disse: “Dovresti venire a incontrare quest’uomo che conosco a Mahabaleshwar. È un discepolo di Osho”. Così andai con lei a Mahabaleshwar e sedetti in silenzio con quell’uomo per due settimane, e intorno a me tutti parlavano continuamente di Osho e poi qualcuno mi dette un libro di Osho,”The Path of Meditation” (trad. it. Meditazione Passo dopo passo).

Molto presto mi ci trovai totalmente immersa. Leggendo dei metodi catartici tornavo col pensiero a Gene. Pensai: Deve essere questo! Deve essere questo!

 

Così venni a visitare la comune di Osho a Pune. Anche qui la mia intenzione era di fermarmi due settimane e poi ci rimasi quattro mesi. Una delle prime cose che feci qui fu il gruppo “Born again”, dove si possono fare tutte quelle cose che non ti venivano permesse, quando eri piccola. Mi portò in un’altra dimensione, in un altro mio livello interno.

Mi sentii diventare così libera… tutto il mio corpo era talmente rilassato… ero stupefatta. Diventai molto sensibile fisicamente. Il solo fatto di stare in quella stanza con tutte quelle persone che si comportavano come bambini, concedendosi quello spazio, era bellissimo! E poi il silenzio meditativo che venne dopo… dicevano che durava un’ora, ma non riuscivo a crederci. A me sembravano cinque, dieci minuti – massimo quindici.

Mi ha insegnato molte cose. Mi ha mostrato come io mi costruisca i problemi da sola, ma che il vento è ancora là e così le piume con cui giocare, tutto è sempre là – è solo che io non lo sento, non mi permetto di essere sensibile.

Ora, quando mi sento andar fuori di testa, o scalpito d’impazienza o mi precipito affannosamente per andare da qualche parte, dico a me stessa: “Hey, aspetta un momento. Se, facendo Born Again hai potuto sentire il vento e gli alberi, cosa ti succede adesso? Guarda che sono ancora là, sei solo tu che non te lo permetti.”

È qualcosa che continua ad accompagnarmi. Ho preso il sannyas, e mi è stato dato il nome di: Ma Prem Suparni. ‘Prem’ vuol dire ‘amore’ e ‘Suparni’ vuol dire ‘giglio’ – giglio d’amore.

 

Alla fine arrivò il tempo di tornare a New York. Volevo rinnovare il visto e trovare i miei amici, e, naturalmente i miei volevano sapere se stavo veramente bene, perché avevano sentito parlare di questo posto a Pune.

Quando mi videro, i miei genitori furono contenti. Potevano rendersi conto che ero cambiata in modo significativo. Ero molto più tranquilla, non andavo in giro a disegnare sui loro muri, niente feste, niente droga... Erano veramente felici.

Avevo voglia di rivedere Gene. Mi svegliai alle sei, quel mattino e mi feci venticinque chilometri in bici, fino a casa sua. Mi accolse con calore e ballammo un girotondo in cucina, tenendoci per mano. Poi mi disse il suo nome sannyasin, Swami Anand Vimoksha – perché naturalmente era un sannyasin di Osho.

Prima di allora non mi aveva mai parlato di Osho, o della comune di Pune. Deve aver pensato che avevo bisogno di farmene un’esperienza diretta e per questo gli sono grata, infatti se me ne avesse parlato due anni prima, avrei avuto un rifiuto totale.

Io ero un tale “No!” in quei giorni – un “No!” a qualsiasi cosa – che, per aiutarmi a venirne fuori, lui mi aveva dato una speciale tecnica meditativa, cioè, per alcuni giorni, dovevo dire “Sì!” a ogni passo che facevo. Mi fece un sacco di domande su Pune, sull’India. Mi mostrò alcuni vecchi Diari di Darshan, dove c’era anche lui. E poi me ne andai. Non l’ho più visto da allora.

 

Trovai quattro lavori a New York e guadagnai tutti i soldi che potevo, così da essere in grado di tornare a Pune al più presto. A Pune, a chi mi chiedeva che tipo di lavoro volessi, rispondevo: “Uno qualsiasi, purché non si tratti di coordinare o di aver a che fare con il cibo.” Poi andai all’ufficio che si occupa di assegnare i lavori e loro mi dissero: “Senti, abbiamo bisogno di un coordinatore per il ristorante Mariam.”

E io dissi, “Sì!” e cominciai a lavorare a Mariam. È buffo, perché a volte proprio le cose che meno vorresti ti portano l’esperienza più bella. Non l’avrei mai scelto, neppure considerato, eppure ora lo amo. È proprio una situazione di altissima energia: quattro pasti al giorno, tutto deve essere pronto in tempo, centinaia di persone che aspettano di mangiare…

È una sfida continua. A volte penso di non essere abbastanza capace… di aver bisogno di un sostituto, di non farcela da sola. Altre volte sento diversamente: “Hey, sono la coordinatrice di Mariam; se riesco a farcela qui, posso farcela in qualsiasi posto!”.

Ero così ribelle da adolescente. Ero l’incubo di qualsiasi figura investita di autorità, che avesse a che fare con me, ma ora l’autorità sono io! Allora, come faccio ad essere sensibile con le persone con cui lavoro? Quando mi chiedono come si fa una cosa, a volte mi verrebbe da dire: “Falla e basta, non chiedere a me!” – come per non assumere quel ruolo di autorità.

Ma poi le cose cominciano a scombinarsi, tutto si confonde ed io mi trovo a scattare e dire: “Bene, questo è quello che c’è da fare adesso, velocemente! Tu fai questo e tu fai quello…” e tutti rimangono colpiti dal mio improvviso cambiamento. Il difficile sta nel bilanciare questi due aspetti. Devo imparare a essere più equilibrata. E questa è una buona meditazione. Infatti, considerando gli ultimi anni, mi sembra che la mia vita sia stata proprio questo: davvero una meditazione.

 

   (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

Questo è il   di una serie di tre articoli che danno voce ai

nuovi arrivati

Un’avventura interiore per Giovani Spiriti

 

Chissà cosa succederà domani? Siete giovani, siete forti – ora è il momento. É ora di muoversi. Non rimandate.

Osho

 

 

Kavi, co-leader di un nuovo gruppo per giovani, lavora da tempo in Europa con gli adolescenti, così, quando un’amica gli propose di creare un gruppo che si chiamava Un’avventura interiore per giovani spiriti, il suo entusiasmo fu immediato.

“L’idea venne a Disha,” ha spiegato Kavi. “Essendo cresciuta, da bambina e poi da adolescente, come sannyasin si era resa conto che nella Comune, per i giovani, c’era qualcosa che mancava – che il loro soggiorno qui poteva essere molto più stimolante – e mi chiese di aiutarla. Fui subito entusiasta dell’idea.”

“Il processo di creare il gruppo durò due anni e fu molto interessante e suggestivo. Entrambi mettemmo nel progetto tutto il nostro cuore, la creatività e l’esperienza che avevamo, e tutto si è legato meravigliosamente insieme.”

La descrizione del gruppo offriva ai partecipanti “l’opportunità di incontrarsi in maniera autentica e con amore, di scoprire la nostra creatività attraverso la recitazione, la danza e la musica, condividendo con onestà l’uno con l’altro. Giocando, possiamo avere una comprensione più profonda di come la competizione, la separazione, l’appartenenza, la cooperazione e l’individualità siano lati diversi del Grande Gioco della vita quotidiana e vedere che parte vi abbiamo noi.”

Il nuovo gruppo, residenziale, è durato cinque giorni e ha attratto giovani dai sedici ai ventiquattro anni.

“La bellezza dei giovani è che stanno ricercando,” Disha ha commentato alla fine “stanno cercando, ma non hanno nessun concetto precostituito di una meta spirituale, come l’illuminazione. C’è una tale innocenza nella loro ricerca. Per esempio, è così bello quando fanno la Dinamica per la prima volta… hanno una tale freschezza e sincerità.”

Inka, un partecipante del gruppo, ci scrive: “Kavi mi parla con voce gentile e profonda: ‘Chiudi gli occhi e corri. Noi ti prenderemo prima che tu vada a scontrarti col muro.’

Io sono in piedi fra due file di persone. Il mio cuore batte forte, le gambe tremano. Perché ho paura? Devo solo correre per dieci metri con gli occhi chiusi. Dall’altra parte ci sono tre aiutanti e so che mi fermeranno. Ma è lo stesso come saltare dalla cima di una montagna.

Posso fidarmi di loro? Non andrò a fracassarmi nel muro?

Venti persone mi stanno guardando. Mi incoraggiano con gli occhi, col sorriso, col cuore. Lasciati andare! Chiudo gli occhi e improvvisamente sento una profonda fiducia, un profondo amore. Abbiamo passato solo pochi giorni insieme, ma abbiamo condiviso tanto. Sappiamo della nostra infanzia, dei nostri sentimenti e dei nostri desideri; abbiamo fatto esperienza di cosa vuol dire essere un uomo o una donna, e abbiamo trovato il divino dentro di noi.

So che mi posso fidare di loro. Mi butto. Comincio a correre, prima piano, poi più veloce. Mi sembra di volare. Cado nelle loro braccia. Posso lasciare andare il passato e la paura di non essere abbastanza bravo.

Mentre sono giù sul pavimento, gli altri cominciano un humming. Sono ancora ansante, ma ora mi sento protetto e guarito dall’amore di queste persone. Tutto il gruppo era così: è stata un’avventura e un viaggio. Non sapevo mai cosa sarebbe successo un momento dopo, ma, con la fiducia di avere tanti compagni di viaggio che mi volevano bene, non provavo paura, ma amore.”

 

   (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

FORTUNATAMENTE...

 

Picchi e vallate, momenti sì, momenti no. Quasi sempre, sappiamo solo lamentarci; quando le cose non vanno per il verso giusto perdendo così una preziosa occasione per meditare.

 

 

Amato Osho,

a volte mi sento così piena di energia che penso veramente di poter esplodere. Questa energia si materializza in forme diverse: per un attimo è pura eccitazione e gioia frenetica e subito dopo è una totale, paralizzante sofferenza. Sono così condizionata all’azione e al dramma che all’ora di pranzo sono già completamente esaurita. Come posso incanalare questa energia così strana, in modo da poterne gioire e non esserne usata?

 

Premdipa, c’era una volta un uomo che fece un viaggio in aereo e sfortunatamente cascò fuori. Fortunatamente egli indossava il paracadute ma sfortunatamente questo era stato ripiegato male e non si aprì. Fortunatamente c’era un covone di fieno nel campo sottostante, ma sfortunatamente c’era un aguzzo forcone piantato proprio in cima al mucchio di fieno. Fortunatamente l’uomo riuscì a scansare il forcone ma sfortunatamente mancò anche il mucchio di fieno!

Così è la vita. Non c’è bisogno di prendersela troppo. Gioisci della tua energia. A volte sei fortunata e a volte non sei fortunata, devi accettare entrambe le possibilità. Tu chiedi troppo se pretendi che l’energia sia sempre a tuo favore, ciò non è possibile in questo mondo che cambia in continuazione.

Tutto hai in continuazione i suoi alti e bassi. Così, quando sei su gioisci, e quando sei giù riposati e aspetta, che presto potrai tornare in alto. I periodi in cui sei giù dovrebbero essere momenti di riposo e quelli in cui sei su momenti per danzare. E tutto ciò è perfettamente naturale, altrimenti la vita sarebbe troppo monotona. Questa rappresentazione tragicomica – un momento tragedia e un altro commedia – rende la vita più succosa, più piccante. Così io non vedo, Premdipa, dove sia il problema.

Tu dici: “A volte mi sento così piena di energia che penso veramente di poter esplodere.” Tu lo pensi solamente. Io conosco persone che realmente esplodono, e poi si ricompongono. Sfortunatamente esplodono, e poi fortunatamente si ricompongono. Tu lo pensi solamente e ciononostante credi di avere grosse difficoltà.

“Questa energia si materializza in forme diverse.” Ottimo!

“Per un attimo è pura eccitazione e gioia frenetica e subito dopo è totale, paralizzante sofferenza.” Benissimo!

“Sono così condizionata all’azione e al dramma che all’ora di pranzo sono già completamente esaurita.” Grande!

“Come posso incanalare questa energia così strana in modo da poterne gioire e non esserne usata?”. Ogni volta che cambia, basta dire: “Benissimo!” e tu potrai gioire di lei piuttosto che sentirti usata. È un semplice segreto: ogni volta che cambia devi dire: “Grande”.

E non ti preoccupare che gli altri ti possano sentire perché essi non sanno cosa sta accadendo dentro di te. Ma questa comune è di gente folle, sanno benissimo che qui c’è ogni tipo di matto… “A questa donna starà accadendo qualche esperienza interiore veramente grande. Non riesce a contenere la sua gioia e grida forte, Grande!” E inizierai a creare un movimento. Troverai altri che pensano, “Questo è davvero importante! Perché restarne fuori?”

E presto vedrai le persone andare in giro gridando “Grande!”

Non c’è bisogno di preoccuparsi di nessuno. Qui tutti capiscono tutti – il fatto è che sono tutti pazzi e gioiscono gli uni degli altri. Nessuno ti condannerà. E se qualcuno ti condanna, dimmelo. Cosa ci sto a fare io qui?

 

Tratto da: The New Dawn # 9

Copyright © Osho International Foundation 1989

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SCIENZA E RELIGIONE

 

La scienza è la ricerca nel mondo esteriore, la religione è la ricerca nel mondo interiore. Entrambe indagano sulla stessa verità, perché la stessa verità esiste sia fuori di noi che dentro di noi.

 

 

Amato Osho,

non è necessaria una sintesi tra scienza e religione?

 

L’ideologia corrente non solo accetta il fatto che religione e scienza siano separate ma anche che siano in opposizione. A meno che non ci sia un’antitesi non è il caso di parlare di sintesi.

Per me scienza e religione sono le facce della stessa medaglia. La scienza guarda all’esterno e la religione guarda all’interno, ma entrambe praticano lo stesso tipo di osservazione, lo stesso tipo di ricerca. I nomi possono essere diversi – ma non ha alcuna importanza.

La scienza parla di osservazione, la religione parla di consapevolezza. La scienza parla di esperimento, la religione parla di esperienza.

Usano parole diverse semplicemente perché si muovono in dimensioni diverse.

La scienza si pone come obiettivo, e ricordati anche i significati del verbo “obiettare”: ostacolare e prevenire.

La religione si focalizza sul soggetto. Senza soggetto non c’è oggetto e senza oggetto non c’è soggetto.

La soggettività della consapevolezza dell’uomo e l’obiettività dell’esistenza sono totalmente interdipendenti. Ma questa idea idiota di trovare una sintesi tra religione e scienza ha una lunga storia, lunga come quella dell’assurdità e della stupidità – farina dello stesso sacco.

Proprio ora, Sir Alistair Hardy, un inglese ottantanovenne studioso dell’ambiente marino, è stato insignito della più prestigiosa onorificenza inglese, la Templeton. Questa onorificenza viene conferita a chi cerca di trovare una sintesi tra scienza e religione. Proprio per questo motivo verrà data a un mucchio di idioti – anche Madre Teresa l’ha avuta.

Adesso anche quest’altro stupido, Sir Alistair Hardy, l’ha ricevuta… Deve essere realmente rimbambito… le cose per le quali ha ricevuto l’onorificenza e le cose che va dicendo richiedono un’analisi approfondita. Dice di essere un seguace di Charles Darwin e crede fermamente nella teoria evoluzionistica – e crede anche nella religione. Per tutta la vita ha tentato di creare una sintesi tra scienza e religione, ha tentato di avvicinarle.

Afferma di non credere nell’ascesa di Gesù Cristo in paradiso. Per questo lo definisco un idiota. Perché non puoi credere nell’ascesa di Gesù Cristo in paradiso? Se riesci a credere che dio ha creato il mondo intero, allora l’ascensione in paradiso è una piccola cosa. Se dio può creare tutta questa confusione, se ha creato te, Sir Alistair Hardy, allora che problema c’è nell’ascensione di Gesù Cristo?

Ma notate che mente stupida che ha: il mondo è stato creato da dio e lui ancora crede nella teoria dell’evoluzione. Questo è un miracolo assai più grande dell’ascensione di Gesù Cristo. Creazione ed evoluzione sono totalmente opposte tra loro, non puoi credere in entrambe. La creazione semplicemente nega ogni possibilità di evoluzione. Questo è il significato della creazione: dio ha creato l’uomo così com’è.

Secondo Charles Darwin, dio non ha mai creato l’uomo. Ha creato le scimmie, l’uomo è il prodotto dell’evoluzione. Non dobbiamo a dio la creazione dell’uomo. Dio deve avere avuto in mente qualcosa d’altro quando ha creato le scimmie, altrimenti avrebbe creato l’uomo stesso. Perché seguire una via così indiretta – prima creare scimmie di tutti i tipi e poi alcune scimmie si evolvono fino a diventare uomini?

La teoria di Charles Darwin è solo un’ipotesi. E Alistair Hardy è certamente un vecchio ottantanovenne: io penso che per almeno cinquant’anni non abbia neppure dato un’occhiata a tutte le ricerche che hanno completamente demolito la teoria evoluzionistica. Attualmente nessun scienziato importante crede nella teoria evoluzionistica, esistono troppe prove contrarie.

Un semplice fatto: perché solo un certo tipo di scimmia si è evoluto? Ci sono milioni di scimmie che stanno ancora aspettando di evolversi. L’uomo in quanto tale esiste da migliaia di anni, e in queste migliaia di anni nessun’altra scimmia è saltata giù dagli alberi dichiarando: “Eccomi, non sono più una scimmia – sono un uomo!”. Per tutte queste migliaia di anni nessuna scimmia si è evoluta fino a essere un uomo. L’intero concetto sembra essere artificioso.

E perché poi solo le scimmie si sono evolute in uomini? Ci sono gli elefanti, che non si sono evoluti; ci sono i coccodrilli, che non si sono evoluti; ci sono le tigri, che non si sono evolute – e sono molto più intelligenti delle scimmie. L’elefante è molto saggio… E ora sappiamo che esistono animali marini che forse hanno una mente migliore di quella umana, molto più sensibile, molto più acuta. Essi non si sono evoluti. Se ti guardi intorno, ti accorgi che esistono milioni di specie di animali, uccelli, insetti; nessuna si è evoluta. Gli elefanti sono rimasti elefanti come sempre sono stati. I cammelli sono rimasti cammelli come sempre sono stati. È successo solo a poche scimmie – di diventare uomini? Se l’evoluzione è vera allora tutto ciò che esiste deve evolversi: gli elefanti dovrebbero diventare qualche cosa di meglio, anche le tigri dovrebbero evolversi in esseri migliori, magari trasformandosi da non-vegetariane a vegetariane, i cammelli potrebbero diventare cristiani.

Evoluzione – perché solo per poche scimmie? Se l’evoluzione è un fatto, una realtà, allora dovrebbe succedere da tutte le parti. Gli alberi potrebbero staccarsi dalla terra e cominciare a camminare, a parlare. Sono rimasti lì da milioni di anni nessuna evoluzione, nessun segno di evoluzione, sempre lo stesso ciclo che si riproduce. Gli Indù lo chiamano la ruota della vita e della morte. Lo stesso raggio prima sale, poi scende, poi sale, poi scende. L’elefante crea, riproduce altri elefanti; e li fa proprio nella stessa maniera in cui lui è stato fatto. Anche i suoi figli faranno elefanti.

La teoria di Charles Darwin è rimasta soltanto un’ipotesi.

Dare un premio a Alistair Hardy è assolutamente sbagliato, in primo luogo perché negli ultimi cinquanta anni la teoria ha perso continuamente credibilità. Esistono moltissimi anti darwiniani, sono molti di più dei darwiniani proprio perché i fatti e le evidenze non supportano Darwin. In secondo luogo, egli non ha assolutamente capito che creazione significa una volta sola e per sempre. Questo è quello che credono i cristiani: in sei giorni dio ha completato la creazione. Darwin cerca di dire che dio non l’ha completata. Esistevano possibilità di evoluzione che dio aveva soltanto avviato, ma che non aveva mai portato alla fine. Che aveva lasciato incompiute. Ma di questo non si parla da nessuna parte, né nella Bibbia dei cristiani né in nessun altro testo sacro del mondo. Dovunque si crede in un dio creatore, egli ha creato completamente, interamente. Ed egli è onnisciente, onnipotente, onnipresente: egli sa quali cose sono le migliori e le ha create.

Evoluzione significa che si può migliorare quello che ha fatto dio – che la sua creazione è una cosa primitiva e che tu, evolvendoti, l’hai perfezionata.

Definisco queste persone degli idioti per una semplice ragione: perché non riescono a vedere delle banali contraddizioni. Creazione ed evoluzione non vanno d’accordo. Comunque il Sig. Hardy ci provi, non può riuscire a conciliarle. Esse semplicemente si antagonizzano.

Evoluzione significa che nulla è completato e nulla sarà mai completato, ogni cosa segue il processo evolutivo. L’esistenza è qualche cosa di dinamico. Non è che il lunedì dio ha cominciato e sabato pomeriggio ha controllato quello che aveva fatto e ha detto “bene” – proprio come lo dico io, lo dico anche quando non ce n’è bisogno. E almeno a quel tempo, quando dio lo disse, non c’era nessun bisogno perché non c’era nessuno ad ascoltarlo. Le scimmie, gli elefanti, le tigri non potevano capire e l’uomo ancora non esisteva se è vero quello che dice Charles Darwin. Infatti anche se l’uomo fosse stato lì… tutte le religioni credono che dio abbia creato l’uomo, l’uomo non è un animale che si è evoluto, dio lo ha creato – non solo lo ha creato, ma lo ha creato a sua immagine e somiglianza.

Forse pensi che la scimmia sia l’immagine di dio? Che egli abbia creato la scimmia a sua immagine e somiglianza?

Anche Charles Darwin era un cristiano molto ortodosso, ma non ci aveva mai pensato – che magari dio aveva creato le scimmie e poi detto: “Vi creo a mia immagine e somiglianza.” E poi si era ringraziato da solo dicendo: “Bene”. E si rallegrava nel vederle e diceva “Sono riuscito a ricreare me stesso”. Charles Darwin non si preoccupò di questo e neppure Alistar Hardy. Continuano a rimanere cristiani e continuano a credere nella teoria evoluzionistica. Non puoi essere cristiano e credere nella teoria evoluzionistica.

Qualunque cosa dio abbia creato deve essere stata completamente diversa. In tutti questi milioni di anni deve essere cambiato tutto, se è vero che il processo evolutivo esiste.

Ma loro non si accorgono di questa semplice contraddizione.

L’evoluzione nega dio.

Fatemelo chiarire fino in fondo.

L’evoluzione nega dio perché l’evoluzione nega la creazione. E se non c’è creazione non c’è bisogno di un creatore.

Queste sono semplici conseguenze. Dio è un’ipotesi che sostiene un’altra ipotesi: la creazione. Senza creazione non c’è dio, perché le fondamenta della sua esistenza vengono completamente demolite. Se l’evoluzione è realtà, allora ci si deve chiedere se dio si evolve o no. Se le scimmie sono diventate uomini, a dio cosa è successo?

A volte questi problemi mi infastidiscono molto; perché questi idioti non si chiedono: “Che cosa è accaduto a dio?”. Charles Darwin non se lo è mai chiesto. Se si sono evolute persino le scimmie, anche dio avrebbe dovuto evolversi. Ma non si sa più nulla di quel tipo da quel famoso sabato. Domenica naturalmente era un giorno festivo, egli si riposò. Poi è arrivato di nuovo lunedì ma lui aveva già finito la sua creazione. Aveva messo la parola “fine” sul suo film il sabato precedente. Ora il lunedì per dio non può venire, o se arriva sarà molto vuoto perché non c’è più niente da fare. Il calendario continuerà – lunedì, martedì – per l’eternità. Che ne è di dio? Le religioni crearono l’idea di dio e si dimenticano del fatto che qualcuno un giorno chiederà cosa gli è successo, se è morto o si è perso da qualche parte… le religioni non hanno alcuna risposta riguardo a quello che gli è successo. Di sicuro lui non si è evoluto, perché nessuna religione può accettare l’idea di un dio che evolve; dio significa perfezione, perfezione assoluta. Egli è l’entità ultima, la prima e l’ultima, sia alfa che omega. Non c’è modo di andare oltre l’omega. Ma se dio non si evolve c’è una grossa discrepanza. Quello che lui ha creato si evolve e dio è rimasto fermo a quel sabato di quattromila e quattro anni prima di Gesù Cristo. Doveva esserci il primo di gennaio, lunedì, immagino, a meno che non fosse il primo aprile, ma questa è un’altra storia. Il creato si evolve e dio è rimasto bloccato dov’era, è rimasto un primitivo, un aborigeno. Voi lo avete lasciato molto indietro. E lo potete verificare nei libri sacri ebraici nel Talmud dio dice: “Io sono un dio molto arrabbiato, sono un dio molto geloso. Non sono gentile. Non sono di sicuro vostro zio.” Usa il tipico linguaggio ebraico: “Io non sono vostro zio”. Questo dio è veramente primitivo – un dio arrabbiato?

Buddha sembra molto più evoluto, anche se non è un dio ma solo un essere umano. Ma sembra molto più evoluto perché non è arrabbiato, è sicuramente più evoluto perché non è geloso. Ed è di sicuro molto gentile. Ovviamente è molto meglio di qualsiasi zio.

Dio è fermo lì – e la sua creazione continua ad evolvere. Charles Darwin non si è mai preoccupato di questo.

Questa persona, Alistair Hardy, ha avuto il premio Templeton – ma tutti questi riconoscimenti sono politici! Un grosso premio, centosessantamila sterline, e centosessantamila sterline sono una bella cifra. Perché sono state date a una persona che non ha assolutamente nessuna esperienza di religione? Questo premio dovrebbe essere riservato a chi avvicina scienza e religione.

Sir Hardy non ha nessuna esperienza riguardo alla religione e rispetto alla scienza è rimasto indietro di cinquant’anni, non si può più considerarlo uno scienziato. Forse mezzo secolo fa lo era, ma nel corso di questi ultimi cinquant’anni è rimasto fermo, proprio come il suo dio.

La teoria dell’evoluzione è praticamente finita nelle immondizie. Nessuno scienziato degno di questo nome la appoggia, per la semplice ragione che l’esistenza certamente è in continuo movimento, piena di cambiamenti, ma non nel senso evolutivo, altrimenti dopo migliaia di anni qualche uomo si sarebbe già trasformato in superuomo.

L’idea del superuomo è una conseguenza della teoria evolutiva: se alcune scimmie sono diventate uomini, qualche uomo dovrebbe diventare superuomo. Chi sono questi superuomini? Adolf Hitler? Benito Mussolini? Joseph Stalin? Chi è questo superuomo?

Per quel che posso vedere l’esistenza rimane sempre la stessa. La consapevolezza si evolve, non i corpi.

La consapevolezza si muove verso picchi sempre più alti, i corpi non fanno altro che il loro solito lavoro. La consapevolezza non è in nessun modo legata al corpo e ai suoi schemi. La consapevolezza è qualche cosa di profondamente libero dentro di voi. Quindi per me non c’è nessuna contraddizione. L’esistenza è quella che è sempre stata per quel che riguarda l’aspetto fisico – mentre la consapevolezza si è evoluta immensamente. Ma Darwin non si è preoccupato della consapevolezza, neppure Alistair Hardy è interessato alla consapevolezza.

La consapevolezza è una dimensione totalmente diversa. Come vi ho detto è soggettiva. Gli oggetti rimangono gli stessi, ma il soggetto, l’osservatore che è in voi, colui che guarda, il testimone che è in voi, può raggiungere livelli altissimi; può continuare a salire andare sempre più in alto.

Anche nel caso di un buddha il corpo non è diverso dal vostro. Il suo corpo segue gli stessi programmi biologici del vostro corpo. Tutte le religioni hanno cercato di dimostrare che i corpi dei loro profeti, messia, incarnazioni di dio, non seguono le solite regole biologiche. Questo è solo un tentativo di dimostrare che i loro corpi si sono evoluti. Questo è il motivo per cui i cristiani parlano di “ascensione in cielo di Gesù Cristo”. Egli non muore come voi , o come me. Semplicemente sale in paradiso, con tutto il corpo.

Il suo corpo non è stato lasciato indietro, lo ha portato con se. Maometto ha fatto persino di meglio: si è portato in paradiso anche il cavallo! Proprio in groppa al suo cavallo – e naturalmente anche quel cavallo si sarà evoluto. Allora, perché Alistair Hardy è cosi turbato dall’ascesa di Gesù Cristo? Gesù Cristo non ha fatto proprio nulla di grandioso, persino il cavallo di Maometto ha fatto la stessa cosa, non è affatto qualcosa di speciale. Però Hardy non ha mai detto niente rispetto alla nascita di Gesù da una vergine.

Queste persone che cercano di trovare una sintesi tra scienza e religione evitano accuratamente di affrontare questioni che possano creare dei conflitti. Riesce molto difficile provare dal punto di vista scientifico la nascita da una vergine, con l’aiuto dello spirito santo. Non ne parla proprio. Ma se non accetti questo non puoi essere un cristiano. Queste sono le convinzioni fondamentali dei Cristiani, questi sono i test che provano che sei un uomo di fede o uno che ha dubbi.

Se hai dei dubbi rispetto alla nascita di Gesù Cristo da una vergine non sei un uomo religioso. Io conosco questo Hardy: se non crede nell’ascensione del corpo di Gesù Cristo come può credere che lo spirito santo è disceso e ha stuprato una povera ragazza? Questo è solo un caso di stupro e ancora continuate a chiamarlo lo spirito santo. Vi sembra che lo stupro possa essere santo? Almeno dopo lo stupro avrebbero dovuto chiamarlo lo spirito per niente santo. Prima dello stupro poteva anche essere lo spirito santo, ma questa è stata la prova che non era un santo. Ma Hardy non affronta il problema; deve avere troppa paura: ad affrontarlo poi non potrebbe mettere più insieme religione e scienza. Chiunque prova a metterle insieme si trova in grande difficoltà.

È ora un fatto accettato che la terra sia rotonda, che sia un globo, che non sia piatta. O la Bibbia è sbagliata, o la scienza è sbagliata. Hardy non ha il coraggio di dire che la Bibbia è sbagliata, né ha il coraggio di dire che la scienza è sbagliata.

Così queste persone continuano a giocare con le parole: “Noi vogliamo creare una sintesi.” – ma come creare una sintesi? E quando parlano di religione dimenticano del tutto che ci sono trecento religioni diverse nel mondo. Prima realizzate la sintesi fra queste trecento religioni, è così da poter avere qualcosa che si chiama religione.

Solo ciò che io chiamo religiosità può essere parte intrinseca della scienza. Ma non si tratta di una sintesi perché non c’è antitesi. Per me la religione è realmente un aspetto della scienza.

La scienza ha due mani. Ora, nessuno tenterebbe di fare una sintesi fra la mia mano destra e quella sinistra. Esse sono già riunite in una sintesi, e lo sono ininterrottamente senza che alcuno faccia una sintesi. Esse sono sempre in armonia. Forse che fai una sintesi fra gamba destra e gamba sinistra mentre cammini, facendo attenzione a non sbagliare?

Scienza e religione sono per me come le mie due mani, danzanti in armonia, in sincronicità. Non è questione di sintesi, non ci potrà mai essere una sintesi. Ci potrà essere solo unità. E ricorda, unità e sintesi non sono la stessa cosa.

La sintesi è una ben misera cosa, in qualche modo è un arrangiarsi, un tentare faticosamente, uno smussare gli spigoli dando loro una forma un po’ più arrotondata… Una sintesi non è possibile, e non è neppure necessaria.

In primo luogo, perché non possiamo ammettere dimensioni diverse, ognuna con la propria unicità? Oggi si sintetizza scienza e religione, domani si sintetizzerà scienza, religione e musica, e poi arte e danza – ma perché? Si farà solo una gran confusione.

Ora, creando una sintesi fra musica e matematica, si distruggeranno entrambe. I matematici danzeranno e i ballerini si dedicheranno all’aritmetica. Ma che bisogno c’è? Vanno benissimo così come sono, ognuno che fa il suo lavoro nella sua propria dimensione. Bisogna capire solamente una cosa – la vita è multidimensionale.

Un pittore non ha bisogno di collegarsi in una sintesi con la scienza, o con la religione, o con la musica. Tutto quello che deve fare è essere un artista impegnato e totalmente coinvolto, un vero pittore, cosi che mentre dipinge il pittore in sé sparisce e rimane solo l’atto del dipingere.

Lasciate che ripeta: quando un vero pittore sta dipingendo, esiste solo il processo di dipingere, non c’è più il pittore, non c’è più qualcuno che agisce. Sta semplicemente succedendo. Sì, dall’esterno si può vedere un uomo che lavora con il pennello e con i colori e con la tela. Si tratta di uno sguardo dall’esterno. Ma per quanto riguarda l’interiorità del pittore, non c’è nessuno. Vi è solo una visione del quadro, e questa visione si trasferisce sulla tela. Tutto ciò che deve fare il pittore è non interferire, non ostacolare questo trasferimento.

Quando un ballerino danza non c’è alcun ballerino, c’è solo la danza.

Tutte queste diverse dimensioni si incontrano in un punto, che io chiamo religiosità.

Non è necessario mischiare fra di loro tutte queste dimensioni. Altrimenti si finisce a sforzarsi di essere amichevoli e adattabili, di non ferire i sentimenti di nessuno: il matematico dovrebbe vedere se il musicista è felice con la sua matematica o no, il chimico dovrebbe preoccuparsi per il fisico. Ne risulterebbe un manicomio – non ce n’è bisogno.

Tutto ciò che serve è che il fisico sparisca mentre fa il suo lavoro, che il musicista sparisca mentre fa il suo lavoro.

Questo sparire è la religiosità.

Non posso usare un nome da poco come sintesi.

Questa è l’unità.

È proprio come la rosa che sboccia con tutti i suoi petali – tutti i petali sono separati fra loro, ma uniti al centro, prendono energia da un’unica sorgente. Ogni scienziato, ogni artista, ogni mistico – sono tutti petali della stessa rosa, nutriti dalle stesse radici, ma sono totalmente unici in se stessi, totalmente separati dagli altri.

Non cercare di sintetizzare. E in ogni caso non riuscirai a farcela.

Alistair Hardy, cerca di essere un po’ religioso, e nel tuo essere religioso comprenderai che qualsiasi dimensione della vita non ha bisogno di trovare all’esterno una alleanza, una sintesi, una cooperazione; no, sono già collegate nel centro.

Io dichiaro che sono già una cosa sola.

E tu cerchi di collegare in una sintesi queste persone? No, non puoi unire in una sintesi trecento religioni. È impossibile. Scoprirai che differiscono su tutti i punti. E poi sorgerà il problema di sintetizzare religione e scienza.

Ogni scrittura religiosa è piena di fatti non scientifici. O dovrai rifiutare queste superstizioni – e i religiosi non lo permetteranno – oppure dovrai trovare dei compromessi, dovrai dire che la terra è sia piatta che tonda. Per poter fare una sintesi non si può dire altro che qualche volta è piatta e qualche volta è tonda. Oppure che quando viene vista da una persona religiosa, allora è piatta, quando è vista da uno scienziato diventa un globo. Devi trovare un compromesso in qualche modo. Ma io non penso che sia possibile e neppure che sia necessario.

Lascia che la religione si sviluppi nel modo che le è proprio. Lascia che la scienza si sviluppi a suo modo. E ogniqualvolta la religione sarà autentica… Le religioni del passato sono state raramente autentiche; di quando in quando un individuo autentico appare – ma mai delle collettività.

E ogniqualvolta appare un’autentica persona religiosa, non la troverai mai in conflitto con la scienza, con la musica, con la danza. Non la troverai in conflitto per la semplice ragione che avrà una percezione così vasta, una sensibilità così straordinaria, un’introspezione così profonda, che nella sua visione tutte le dimensioni si fonderanno. Potrà vedere la fonte originale di tutte le diverse dimensioni della ricerca umana. E va bene che rimangano diverse; va bene che rimangano fedeli a se stesse. Ed è difficile trovare un uomo simile...

Tutte le scienze si sono così allontanate le une dalle altre che non esiste una sola persona che possa riuscire a conoscerle tutte. Di conseguenza usare la parola scienza è sbagliato quanto usare la parola religione. Ci sono trecento religioni; forse ci sarà un numero maggiore di scienze. Se non ci sono ancora, ci saranno. Tutto questo sforzo di sintesi diventerà senza alcun significato. Ciò che è importante è molto semplice: la scienza è la ricerca nel mondo esteriore e la religione è la ricerca nel mondo interiore.

Entrambe sono ricerche, indagano sulla stessa verità, perché la stessa verità esiste sia fuori di noi che dentro di noi. Interno ed esterno non sono cose diverse, così da qualsiasi parte tu arrivi alla verità, arrivi alla stessa verità.

Non c’è bisogno di confrontare tra loro i piccoli dettagli. Tu potresti aver seguito una strada diversa, e sulla tua strada potrebbero non esserci stati alberi, potresti essere arrivato da un deserto, e io magari sono arrivato dopo avere attraversato la giungla, dove si trovano vecchi, enormi alberi, ma siamo arrivati entrambi nello stesso posto… E così io sostengo che si può arrivare qui solo attraverso una giungla di grossi, vecchi alberi, e tu continui a dire che non è possibile arrivare se non attraverso il deserto. Ma entrambi siamo arrivati, e questa è una prova sufficiente.

Così quello che suggerisco è che una semplice qualità meditativa diventi parte di tutte le scienze, di tutte le religioni, di tutte le arti, di tutti i settori dell’umana ricerca – quella semplice essenza meditativa che ti porta al silenzio, a un silenzioso non pensare.

In questo silenzio avviene l’esperienza dell’unità.

E la mia intuizione è che religione e scienza sono solo due nomi di un unico fenomeno.

 

Tratto da: From Darkness to Light #11

Copyright © Osho International Foundation 1988

 

   (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

Bilanciamento Craniosacrale

 

Un approccio terapeutico a un lavoro integrato con l’intero essere umano.

Di Ma Nirava Bhadrena (C. Tschumi) e Sw. Kavi Rahasya (A. Gemin)

 

“L’anima non vuol più soffrire,

il nostro scopo è guarire.

Il corpo già sa come fare

e lo spirito si può innalzare”

 

 

Questa mattina, sulla lavagna nella stanza del training, c’era scritta questa poesia: “L’anima non vuol più soffrire, il nostro scopo è guarire. Il corpo già sa come fare e lo spirito si può innalzare.” Una partecipante aveva voluto condividere in questo modo la sua esperienza del training di Craniosacral Balancing®.

Mostra accuratamente quanto questo approccio sia multidimensionale, e a quanti differenti livelli possa toccare una persona, sia durante una sessione che all’interno di un training.

Il Craniosacral Balancing è un lavoro sul corpo, che attraverso il contatto delle mani, raggiunge in maniera profonda e sottile, livelli fisici, emozionali, mentali e spirituali, portando così consapevolezza e guarigione.

Chi riceve il trattamento è steso sul tavolo da massaggio. Il tocco leggero e gentile permette di raggiungere uno spazio interiore e di connettersi con un sistema fondamentale del corpo umano, il Sistema Craniosacrale.

Anatomicamente questo Sistema Craniosacrale (SCS) può essere descritto come il sistema che connette la testa (cranio) all’osso sacro attraverso la spina dorsale. Consiste in queste ossa e nelle membrane al loro interno che come una sottile pelle flessibile contengono il Fluido Cerebrospinale (FCS). È con questo liquido che si connette chi pratica il trattamento, con il suo ritmo sottile, con le sue qualità, col fluire della sua energia, aiutando i movimenti ad essere sani, integri e sciolti. È infatti possibile avvertire i movimenti delle singole ossa del cranio e armonizzarli tra loro.

Ma pensare che il Craniosacrale sia solamente lavorare con il cranio e l’osso sacro è limitante. Vengono coinvolti tutto il corpo e tutto l’essere.

Il Dr. Sutherland scoprì all’inizio del secolo che il Sistema Craniosacrale si esprime attraverso diversi ritmi che influiscono su ossa e fasce muscolari nel resto del corpo. Ribattezzò luce liquida il Fluido Cerebrospinale, – definì le sue capacità di guarigione come il più alto potenziale del corpo umano – il luogo dove corpo e mente si incontrano, il respiro della vita.

Nella nostra ventennale esperienza di lavoro con le persone, abbiamo sperimentato che il tocco rispettoso e gentile quando lavoriamo con SCS, il Ritmo Craniosacrale, e la capacità di mettersi in sintonia con le sottili variazioni e modificazioni del corpo e la profondità di una persona, ha vari effetti: dalla cessazione del dolore fisico e superamento di traumi, al rilassamento e raggiungimento di uno spazio meditativo, dove diventa possibile un processo di trasformazione e crescita interiore. Noi consideriamo un trattamento come un viaggio... Un viaggio nel mondo interiore dove entriamo in contatto col subconscio. Un trattamento può portare consapevolezza di ciò che prima era nascosto nel subconscio, e il solo fatto di portare alla luce un problema ne aiuta il superamento. La guarigione avviene a vari livelli.

 

L’incidente sullo scooter.

Due ragazze stanno viaggiando su uno scooter. A uno stop la guidatrice perde il controllo e le ragazze cadono sotto lo scooter. Per fortuna non è successo nulla di grave. Una delle due ha il viso che si sta gonfiando e presenta numerosi lividi. La guidatrice si è slogata la caviglia e il ginocchio, con delle escoriazioni e bruciature. Dopo l’incidente tutte e due hanno ricevuto qualche trattamento di Craniosacrale e ci hanno raccontato le loro esperienze. A livello fisico è stata simile per entrambe la sensazione di profonda liberazione dallo shock: il corpo che prima si scuote e trema tutto, per poi lasciarsi andare nel rilassamento. A livello emotivo ci sono state delle differenze.

La guidatrice si sentiva molto in colpa per aver provocato la caduta, ed è dovuta passare attraverso crisi di pianto per accedere a memorie dell’infanzia, in cui le era successo di perdere degli amici, per poter finalmente tornare in pace con se stessa.

L’altra ragazza era in crisi, l’incidente è avvenuto in un momento in cui per la prima volta in vita sua si era sentita veramente bella e adesso aveva la sensazione di essersi come sabotata da sola. Si sentiva davvero sfigurata dal gonfiore al volto e dai lividi.

Durante il trattamento ha riscoperto l’origine del suo sentirsi sempre inadeguata, ha potuto vedere le connessioni profonde, e iniziare così un processo di guarigione.

Ambedue hanno avuto la sensazione che il corpo si stesse ristabilendo in maniera insolitamente veloce: il gonfiore che si riduceva, la gamba che non faceva più male. Attribuivano la veloce guarigione e la comprensione più approfondita dei loro processi interiori ai trattamenti di Craniosacrale che avevano ricevuto.

 

L’inizio di un lungo viaggio

Durante il primo trattamento di Craniosacrale che ricevetti provai un’esperienza straordinaria. Da mesi avevo un forte dolore al nervo sciatico e sebbene avessi ricevuto diversi trattamenti di massaggio e fisioterapia, nessuno sembrava capire a cosa quel dolore fosse dovuto. Alla fine venne classificato come una disfunzione psicosomatica.

Durante il trattamento l’operatore, posizionando le mani ai miei piedi, poté riconoscere immediatamente che qualcosa di fisico stava accadendo all’altezza della giuntura sacro iliaca. Attraverso quel tocco gentile riuscì a riequilibrare la posizione della pelvi e il dolore sparì quasi completamente.

Il sintomo della sciatica fu riconosciuto come qualcosa di reale e non frutto della mia immaginazione, e la sensazione di sollievo dal dolore fu amplificata dal sentirmi ascoltata e accettata. Il secondo trattamento mi portò a un’espansione del mio spazio interiore, una sensazione di pace e dolcezza, a uno spazio di meditazione.

Ne fui subito presa e immediatamente cercai il modo di imparare questo nuovo approccio.

A quei tempi l’Istituto Upledger era l’unica scuola che insegnava Craniosacrale a massaggiatori qualificati. In precedenza la possibilità di apprenderlo era limitata ai soli medici osteopati. Per diversi anni dedicai tutto il mio tempo e le mie energie a imparare e capire questo sistema, senza poter immaginare che il Craniosacral Balancing si sarebbe diffuso in tutto il mondo e si sarebbe fatto una fama come approccio terapeutico di alta qualità.

Mentre continuavo a imparare l’arte del tocco Craniosacrale, attraverso training e durante i trattamenti che davo e ricevevo, entravo in contatto sempre più profondo coi misteri dell’essere, che ancora oggi mi riempiono di meraviglia.

Imparai a lavorare con bambini che presentavano sindrome di Down, spasticismo, idrocefalia, iperattività, disordini dell’apprendimento, difficoltà di comportamento. Lavorai con adulti con problemi di stress, sindrome temporo-mandibolare, dolore cronico, tinnitus, emicranie ricorrenti, sinusiti, sindromi post-traumatiche.

Vidi come il bilanciare e ristabilire il ritmo Craniosacrale aiutava a recuperare salute e vitalità. Scoprii come l’essenza di una persona torna a fluire di nuovo attraverso questo gentile lavoro sul cranio e sul corpo. Fui testimone di come un approccio medico per ristabilire la salute del corpo riesca a raggiungere gli spazi inesplorati dello spirito e dell’essere.

Presto fui invitata a venire a Pune, per insegnare questo tipo di approccio nella Comune di Osho. E proprio qui in questo campo di consapevolezza, il tutto fiorì in una forma di terapia incredibilmente potente e solida, il Craniosacral Balancing. Molte persone di paesi diversi con disparate formazioni professionali alle spalle vollero imparare questo metodo e così io stessa ebbi l’occasione di imparare da persone così diverse, da ogni cliente o partecipante al training.

È meraviglioso e commovente, vedere con quale profondità di intuizione, guarigione, apprendimento, chiarezza interiore e fiducia, le persone affrontano questo approccio terapeutico nell’atmosfera meditativa di Pune, luogo dove vengono alla ricerca di una crescita spirituale e di una maggiore consapevolezza.

 

Preparati per l’impossibile.

Una giovane madre mi portò il figlio di 16 mesi Tylor per un trattamento. Il bambino era caduto ferendosi la testa, con una impressionante emorragia esterna che aveva spaventato le persone che avevano assistito alla scena. Due settimane dopo la ferita era praticamente guarita. Durante il trattamento fu possibile lavorare in tutte le parti del suo corpo, il bambino dava persino segno di divertirsi, ma appena ci si avvicinava alla testa cominciava ad agitarsi, lamentarsi e allontanare le mani della terapista. Era impossibile avvicinarsi alla parte della testa che ancora portava i segni del trauma.

Il trattamento era ormai alla fine quando Tylor all’improvviso prese le mani della terapista e le allontanò dalla propria testa per portarle sulla testa della madre, nel punto corrispondente a quello dove lui si era ferito. Si sedette quieto in grembo alla madre mentre la terapista continuava a lavorare sulla testa di lei; chiedendole di immaginare la possibilità di aprirsi e lasciare andare le memorie del trauma, restando in contatto con i movimenti dell’osso frontale e favorendoli. Tylor nel frattempo se ne stava quieto con lo sguardo che faceva pensare a una profonda introspezione; quando l’osso frontale della madre finalmente entrò in sintonia con i movimenti del resto della testa, Tylor fece un grosso sospiro, sorrise e scese dal grembo della madre per dirigersi verso i suoi giocattoli. Non possiamo mai sapere in che maniera può arrivare la guarigione, questo ci insegna a rimanere flessibili e ad aver fiducia in cose che possono anche sembrare impossibili.

Il Craniosacral Balancing è di molto aiuto per donne in gravidanza, durante il parto e per i neonati. Lavorando coi bambini piccoli possiamo accorgerci di come questi si liberino dai traumi del parto e di come si relazionino poi in maniera amichevole col nuovo ambiente sconosciuto. La forma di approccio più semplice sul cranio dei neonati è chiamato rimodellamento della testa. La compressione del cranio durante il parto può aver lasciato delle irregolarità di forma, che a loro volta possono influenzare lo sviluppo del sistema nervoso centrale. È possibile aiutare la testa a trovare una forma equilibrata, una configurazione priva di stress che aiuta a superare molte difficoltà di questo periodo quali coliche, indigestioni, problemi respiratori e otiti. Trattamenti precoci possono prevenire molte sofferenze per il bambino e la famiglia.

 

Prevenzione.

È un po’ difficile parlare di prevenzione nei neonati poiché non è possibile definire e comprovare cosa sarebbe successo se… Sappiamo che bambini che hanno spesso coliche riescono ad addormentarsi dopo una sessione, che il pianto continuo rallenta e si interrompe per periodi di riposo, che la digestione migliora.

La nostra esperienza in generale è che anche il sistema immunitario viene stimolato durante i trattamenti di Craniosacrale. Il sistema nervoso si equilibra e disfunzioni che hanno a che fare con un sistema nervoso squilibrato o iperteso, trovano una maniera di guarire. Si può aiutare il funzionamento del sistema endocrino rendendo sopportabili periodi di transizione quali a esempio la menopausa.

 

Un percorso che guarisce

Il Craniosacral Balancing non solo è un eccellente strumento di apprendimento per il cliente, ma richiede anche un altro livello di consapevolezza e una notevole capacità di cooperazione da parte del terapista. Come esempio è il caso di menzionare uno speciale programma chiamato Craniosacral Healing Journey che viene offerto saltuariamente qui all’Osho Commune di Pune. Il notevole rapporto cliente-terapista di 1:4 (durante le sessioni quattro terapisti lavorano contemporaneamente con lo stesso cliente) è solo uno degli aspetti di questa esperienza. Un altro importante elemento è che i terapisti sono ben consapevoli di essere anche loro dei partecipanti: non c’è nessuno che rivendica l’autorità di decidere cosa fare e cosa non fare.

“Ho partecipato a molti gruppi” dice Adina “ma questo è stato il primo che mi ha fatto accorgere che mi muovevo sulle mie gambe. Da sola ho trovato la strada e mi sono impegnata a camminare da sola. Questo mi ha dato molta fiducia nelle mie possibilità. Sentivo sicuramente di essere amata, accettata e aiutata, ma nessuno mi diceva cosa fare e dove andare. E questo mi è veramente piaciuto.”

Uno dei terapisti dichiara: “Per me non c’era differenza fra terapista e cliente – partecipavamo tutti allo stesso processo di esplorare noi stessi e di crescere.”

Samma, un’insegnante australiana che aveva lavorato a lungo con gli aborigeni prima di venire a Pune, era fra quelli che uscirono dal gruppo in uno stato di grazia. “Quando mi ero iscritta non avevo alcuna aspettativa.” Disse. Dopo aver consultato per sette anni ogni tipo di dottore e di terapista e aver sperimentato tutti i metodi conosciuti di guarigione, e anche molti di quelli sconosciuti, aveva ormai perso ogni speranza di liberarsi da un dolore cronico al collo.

“A questo punto non volevo neanche più affrontare, durante il gruppo, questo mio problema al collo, e lo consideravo solo uno spreco di tempo.”

Ma i terapisti avevano presente il problema e conoscevano anche la sua storia: sette anni prima Samma era stata coinvolta in un grave incidente d’auto che la portò sul punto di morte. “Fu strano” ricorda “stavo guidando e improvvisamente un’altra auto svolta senza alcun preavviso, non mi fu possibile evitare lo scontro. Mi accorsi che probabilmente stavo per morire e invocai aiuto. Udii una risposta: «Se stai per morire, fallo consapevolmente!». E così lasciai perdere i freni e il volante, uscii dal corpo e diventai un semplice osservatore. Vidi tutto dall’alto: come il corpo fu proiettato in avanti e la testa sottoposta a un tremendo colpo di frusta. Dopo lo scontro ebbi questa incredibile esperienza di procedere attraverso un tunnel oscuro. All’uscita del tunnel c’erano luce, beatitudine e amore – sapevo di essere arrivata a casa. Ma in qualche modo tornai nel mio corpo, che era in un totale stato di shock. Per tre mesi non riuscii a credere di essere ancora viva.”

Da allora il dolore al collo non la lasciò più. “Traumi dei tessuti” spiega lei “Ai raggi X non si vede nulla, e nessuno sa veramente cosa fare.”

Prima della fine del gruppo, durante una riunione dello staff, si parlò del fatto che Samma non aveva ancora lavorato sul suo dolore al collo. Era tempo di occuparsi del suo trauma. Le venne suggerito di iniziare il trattamento sedendo sul tavolo come se fosse stata seduta nell’auto, e di vedere poi come il corpo avrebbe reagito.

L’idea era di aiutarla a rivivere nuovamente, passo dopo passo, l’esperienza dell’incidente fino al punto in cui era successo quel colpo di frusta. Forse il ripercorrere consapevolmente l’esperienza traumatica l’avrebbe aiutata a liberarsi dallo shock e dalle emozioni a esso connesse, permettendo a quell’energia che sembrava essere alla radice del suo dolore di dissiparsi.

I quattro terapisti lavorarono in sincronia con Samma e le suggerirono di rivivere nei minimi dettagli la situazione di quando il suo corpo fu proiettato in avanti e la testa sottoposta al colpo di frusta, e allo stesso tempo di sentirsi in un contesto di totale sicurezza nel momento e nel luogo del trattamento. Il suo corpo ripercorse al rallentatore l’intero processo dell’incidente. Ogni volta che Samma aveva la tendenza a proiettarsi fuori dal corpo come quando era successo nell’incidente, veniva incoraggiata a rimanere presente. In questi momenti il suo corpo assumeva l’esatta posizione di quando si era fatta male. Il ritmo craniosacrale si fermava improvvisamente e l’energia che era rimasta trattenuta lasciava il corpo. In questo modo Samma fu aiutata a ripetere questo cruciale movimento del colpo di frusta in maniera lentissima e millimetro per millimetro.

Nel frattempo si manifestarono emozioni a lungo trattenute e lei iniziò a piangere. Poi il corpo si rilassò. Lei si distese e improvvisamente si ritrovò come se fosse appena nata, così piccola fragile e sensibile. Samma ricorda: “Fu la prima volta in sette anni che non sentivo dolore. Piansi per tutto il giorno. E continuai a ringraziare l’esistenza per avermi restituito la vita. Questo silenzio, questa pace che avevo sempre desiderato.”

 

Il Sistema Craniosacrale

La formazione del Sistema Craniosacrale avviene nelle prime settimane di vita intrauterina e le sue funzioni continuano fino alla morte. È un sistema primario in quanto è alla base di tutte le funzioni fisiologiche dell’organismo. Comincia prima del battito del cuore e prima del respiro e quando il Sistema Craniosacrale cessa di funzionare la vita finisce.

Il sistema include le ossa del cranio, la colonna vertebrale ed il sacro. Un sistema di membrane fodera la superficie interna delle ossa della testa, scorre all’interno del canale vertebrale e di nuovo si attacca all’osso sacro. Il sistema di membrane (dura madre) riveste il cervello e il midollo spinale e contiene un liquido semitrasparente, il fluido cerebrospinale, che sommerge, protegge e nutre l’intero sistema nervoso centrale.

Le suddette membrane formano una fodera impermeabile che impedisce al fluido che è all’interno di fuoriuscire, creando un sistema semi-idraulico che connette il cranio con il sacro (da qui il nome). Il movimento del fluido nel quale sono immersi il cervello e il midollo spinale produce un flusso, il Ritmo Craniosacrale; questo è stato recentemente accettato dalla scienza medica come un ritmo fisico continuo che, insieme al ritmo del respiro e a quello cardiocircolatorio, promuove e mantiene la vita. Qualsiasi restrizione che interferisce con la capacità delle membrane di assecondare il ritmico fluttuare della pressione e del volume del fluido può essere la causa potenziale di svariati problemi.

La lenta e sottile pulsazione prodotta dal ritmico movimento del fluido può essere percepita in diverse parti del corpo ed è usata, durante il trattamento, come base per la diagnosi e il trattamento. Mobilizzando e liberando gentilmente le ossa del cranio, le membrane e il tessuto connettivo, si possono sciogliere tensioni e disequilibri.

La qualità non intrusiva di questa arte del tocco ci permette di lavorare direttamente con il sistema nervoso centrale e con il fluido cerebrospinale che nutre le cellule nervose. La consapevolezza, il rilassamento e il senso di benessere che ne derivano vanno molto in profondità.

 

Gli autori di questo articolo, Ma Nirava Bhadrena (C. Tschumi) e Sw. Kavi Rahasya (A. Gemin) guidano insieme i training di Craniosacral Balancing® all’Osho Commune di Pune e in altre parti del mondo.

In Italia per informazioni rivolgersi a Osho Miasto: tel. 0577-960124 fax 0577-960213.

Per approfondimenti e informazioni generali (in inglese): e-mail: craniosacralinstitut@t-online.de

Internet web page: http://www.interscript.com/cranio.htm

 

 

 

Storia della terapia Craniosacrale

L’approccio Craniosacrale di lavoro sul corpo nasce dagli esperimenti e dall’esperienza del Dr. Wiilliam Garner Sutherland, un osteopata americano della prima metà del secolo. Ancora da giovane studente, mentre osservava un osso temporale rimosso dal cranio fu colpito dall’incredibile somiglianza tra quell’osso del cranio e le branchie dei pesci, questa considerazione fece nascere in lui l’intuizione di un possibile movimento respiratorio nella struttura cranica. Quell’idea all’apparenza così bizzarra fu la chiave per le sperimentazioni e gli studi di tutta una vita e che portarono il Dr. Sutherland alla scoperta di un ritmo vitale primario del corpo, il Ritmo Craniosacrale, e allo sviluppo di un metodo di trattamento rivoluzionario e profondo.

Con il suo lavoro sulle ossa del cranio, sulle membrane intracraniche e sulla fluttuazione del fluido cerebrospinale era in grado di trattare con successo pazienti con disfunzioni di ogni tipo, persone che spesso erano state considerate casi senza speranza.

A quei tempi si insegnava che le ossa del cranio, nell’adulto, sono immobili e saldate fra loro; e così gli studi fatti dal Dr. Sutherland e le sue conclusioni che le suture della testa possiedono una certa mobilità non ricevettero la dovuta considerazione. Furono i suoi studenti che portarono l’osteopatia craniosacrale a un maggior riconoscimento. Tra questi il Dr. Magoun che scrisse il primo libro specializzato sull’argomento.

Negli anni ’70 e ’80 il Dr. John Upledger e il Dr. Zvi Karni continuarono gli studi sul sistema craniosacrale utilizzando strumenti scientifici aggiornati. Poterono così verificare l’effettivo movimento delle ossa del cranio in relazione al ritmo del fluido cerebrospinale. Nei loro studi documentarono l’efficacia di questo approccio nel trattamento di bambini iperattivi, autistici e con difficoltà dell’apprendimento. Su queste basi il Dr. Upledger iniziò a insegnare semplici tecniche a insegnanti e genitori per alleviare in quei bambini parte dello stress e delle tensioni. Nello stesso periodo cominciò a insegnare anche a fisioterapisti, massaggiatori, psicologi, assistenti sociali, dentisti e chiunque fosse interessato. Il suo scopo era portare i benefici dalla terapia Craniosacrale al maggior numero di persone possibili. Col tempo si sono fatte nuove scoperte.

Ma Nirava Bhadrena (C.Tschumi) ha ricevuto l’insegnamento in terapia craniosacrale direttamente da Upledger e McDonald, dopo anni di formazione ed esperienza in campi diversi come il lavoro sul corpo, psicologia e terapia della Gestalt; e soprattutto come ricercatrice spirituale sotto la guida del maestro illuminato Osho.

Il Craniosacal Balancing® nasce dalla fusione dei diversi approcci scientifici con uno spazio di silenzio e meditazione. Nella nostra esperienza con Craniosacral Balancing abbiamo verificato l’importanza di un approccio olistico. L’enfasi di Craniosacral Balancing non è solo sul corpo e sulla sua storia medica, ma include la totalità dell’essere: il corpo, la mente, l’anima, il cuore, lo spirito, l’essenza...

L’obbiettivo è, piuttosto che aggiustare puramente la meccanica, aiutare a ogni livello il raggiungimento di nuovi equilibri, invitare il rilassamento e l’autoguarigione, lavorando sul piano sia fisico che emotivo, psicologico e spirituale; offrendo spazio e supporto.

L’accettazione e il profondo rispetto verso l’essere umano sono alla base del Craniosacral Balancing.

La guarigione può accadere esclusivamente in un’atmosfera di cura, amore e compassione. Scienza, sensibilità e consapevolezza si fondono in questo approccio per il riequilibrio e rilassamento del corpo, permettendoci di scoprire un rispetto nuovo e un senso di meraviglia per il mistero dell’energia vitale.

 

   (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

 

L’immortalità dell’anima

Mondadori

Pagine 207 Lire 18.000

 

COME INIZIA: “Si diventa liberi da ciò che si è conosciuto. E si trionfa su ciò che abbiamo conosciuto. Sconfitte e fallimenti sono dovuti solo all’ignoranza e all’oscurità. Con la chiarezza, la sconfitta sarebbe impossibile, perché la chiarezza porta la vittoria.”

 

MORTE: “La prima cosa che vorrei dirti sulla morte è questa: non esiste bugia più grande, anche se sembra vera. Non solo: sembra la verità fondamentale della vita, quasi la circondasse da ogni lato. Anche se ce ne dimentichiamo, o la ignoriamo, la morte ci resta comunque accanto; è perfino più prossima della nostra ombra. Addirittura siamo giunti a fondare la nostra vita sulla paura della morte. Se tremiamo di paura, a causa della morte, non potremo mai vivere. Solo coloro per i quali la paura della morte si è dissolta per sempre possono vivere.”

 

TEMPLI: “I templi e le preghiere creati per paura della morte non sono rivolti a dio. Solo chi è ricolmo della gioia di vivere raggiunge il tempio di dio. Il regno di dio è colmo di gioia e bellezza, ma le campane del suo tempio suonano per coloro che sono liberi da ogni tipo di paura. Questo sembra difficile, perché a noi piace vivere nella paura.”

 

IMMORTALITÀ: “La gente crede nell’immortalità dell’anima per semplice paura della morte: non sa, ma crede. Tutte le mattine, seduto al tempio o nella moschea, c’è chi ripete: “Nessuno muore e l’anima è immortale”. Si sbaglia a credere che con questa semplice ripetizione l’anima diventi immortale. Quelle persone sono vittime di un’illusione, credono che ripetendo: “L’anima è immortale”, la morte scompaia. La morte non si annulla ripetendo queste cose, ma conoscendola. Niente diventa vero con la semplice ripetizione di un’idea. La morte non si può cancellare ripetendo che non esiste. Dovrà essere conosciuta, incontrata, vissuta; dovrà diventare qualcosa di familiare. Ma noi continuiamo a fuggirne via.”

 

SAMADHI: “Quando qualcuno muore, costruiamo una tomba che chiamiamo samadhi. Ma questo è un samadhi costruito dagli altri. Se riuscissimo a creare il nostro stesso samadhi, prima che gli altri lo facciano, avremmo creato quel fenomeno di cui siamo alla ricerca. Gli altri avranno di certo l’occasione di costruire la nostra tomba, ma noi potremmo anche perdere l’opportunità di creare il nostro samadhi. Se riuscissimo a crearlo, allora morirebbe solo il corpo ma non la consapevolezza. Noi non siamo mai morti, né potremo mai morire; nessuno è mai morto, né potrà mai esserlo. Per comprenderlo però dovremo discendere tutti i gradini della morte.”

 

VITE PASSATE:Jati-smaran è un metodo per rievocare le vite passate, è una forma di meditazione, un’applicazione specifica della meditazione… Vi fornirò adesso due o tre spunti sul modo di canalizzare la meditazione verso il ricordo delle vite passate, vi darò solo due o tre suggerimenti che, ovviamente, non vi permetteranno di avere esperienze con le vite passate, ma ve ne daranno un’idea.”

 

LIBERARSI: “Liberarsi dal ciclo di nascita e morte non vuol dire non rinascere più. Vuol dire che ora non c’è più né venire né andare, né in qualche luogo, né in alcuna dimensione. A quel punto rimani radicato dove sei. Il giorno in cui ciò accadrà, sorgenti di felicità sgorgheranno copiose tutt’intorno a te. Non possiamo sperimentare la gioia se ci troviamo in un luogo immaginario, possiamo trovarla solo se siamo là dove esistiamo realmente.”

 

COME FINISCE. “Il guru è un ladro, il discepolo è un ladro, l’insegnate è un ladro. Tutte le loro risposte sulla vita sono rubate. Non si possono trovare pace e felicità nelle risposte rubate. La felicità si ottiene attraversando lo stesso processo grazie al quale i fiori sbocciano da soli. Non vengono presi a prestito da qualche parte.”

 

   (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

Passione Insoddisfatta

Una storia scritta da Osho quando aveva 21 anni.

 

 

Questo racconto fu pubblicato per la prima volta (in Hindi) sul Nav Bharat un quotidiano di Jabalpur, il 28 novembre 1953 con una prefazione dell’editore che riportiamo qui di seguito:

Adhoori Vasana (passione insoddisfatta) è la romantica storia dell’autore. Nella filosofia indiana alla base della reincarnazione ci sono le passioni lasciate incomplete e non finite nel corso di questa vita. L’autore del racconto ha scritto in un’altra occasione: “Le passioni sono del corpo ma non esistono a causa del corpo. Piuttosto è lo stesso corpo a esistere a causa loro.” Le passioni insoddisfatte ti accompagnano oltre questa vita e in un nuovo corpo. Il ciclo della nascita e della morte è il gioco di queste passioni insoddisfatte. Questo è il tema centrale che l’autore dà a questo racconto.”

 

Nav Bharat ha pubblicato di nuovo questo racconto nel suo numero del 23 agosto 1984 con la seguente nota editoriale:

Acharya Rajneesh, che da Rajneesh Kumar è diventato Acharya Rajneesh, e in seguito Bhagwan Rajneesh (e poi Osho) ha avuto un rapporto profondo con Jabalpur. Shree Rajneesh, famoso non solo in India ma anche nel mondo per le sue concezioni e la sua visione, ci mandò questo racconto romantico circa 31 anni fa. Lo ripubblichiamo qui insieme all’originale introduzione presa da Nav Bharat del 28 novembre 1953.”

 

Ero solo sul sentiero, solo con il mio canto, mentre un chiaro di luna sonnolento si spandeva in lontananza sui sentieri della montagna. Le notti cominciavano a essere fredde ed era iniziato a nevicare sulle montagne più alte. Tempo un mese anche qui sarebbero caduti grossi fiocchi di neve, i fiumi avrebbero gelato e si sarebbero trasformati in fiabeschi percorsi d’argento, e la neve avrebbe ornato le cime delle scure montagne intorno, quasi come ghirlande di fiori di gelsomino fra i capelli di giovani donne.

Io continuavo ad andare avanti, camminando quasi perso nei miei pensieri. A tratti un uccello mi volava vicino, rompendo il silenzio della notte e riempiendo le valli solitarie col suono del battito delle sue ali. E poi il silenzio gelido della notte si ricomponeva, così come i cerchi nell’acqua si confondono tremolanti l’uno con l’altro e tutto torna uguale, dopo un po’ che una pietra vi è stata gettata.

La giovane luna di mezzanotte splendeva con una solitaria nuvoletta bianca al suo fianco. Il pensiero si formò subito: “La luna ha qualcuno che le fa compagnia, ma io sono solo.” Alzai gli occhi e guardai alle valli desolate che andavano in tutte le direzioni. E all’improvviso mi sembrò di guardare ai venticinque anni della mia vita, che nel momento mi apparivano solo come una lunga, desolata, scura valle. Questo mi intristì il cuore e cominciai di nuovo a canticchiare la mia canzone, quella che poco prima avevo abbandonato nel mezzo. La piccola nuvola bianca continuava intanto a muoversi fedelmente intorno alla luna, e alla fine arrivò a coprirla. Così per un momento scese sul mio cammino una trasparente oscurità, a mischiarsi con la chiara bellezza della luce lunare.

Il mio percorso si avvicinava ora a una diramazione. Prima scendeva per un breve tratto e poi iniziava a salire in distanza, passando in mezzo a un gruppo di pioppi e arrampicandosi, tornante dopo tornante, fino a raggiungere la cima della montagna. Alla fine della salita c’era il mio villaggio, dove la mia vecchia madre aspettava il mio arrivo. Iniziai lentamente a scendere il declivio. Al di là della valle che avevo di fronte, il largo corso del fiume Sahil brillava nello splendore del chiaro di luna. Lontano, sul fiume, una casa galleggiante sembrava una minuscola macchia bianca, e da essa mi raggiungevano le dolci note di un flauto, che echeggiavano la loro danza elegante fra le montagne circostanti. Interruppi il mio canto e mi misi ad ascoltare il flauto. Lo spirito desolato della valle era pieno dei suoi toni sinuosi. Un lento inebriante torpore iniziò a impossessarsi delle mie palpebre, e la notte sulla montagna si trasformò in un dolce sogno.

La parte in discesa del percorso era quasi terminata, e potevo vedere in distanza, con tutte le sue curve, il sentiero che conduceva al mio villaggio: risplendeva dorato come la sinuosa traccia di un serpente. Le note del flauto si erano fatte più intense e la barca avanzava lentamente verso la riva. La luna baciava le onde e si era lasciata indietro, a una certa distanza, il piccolo frammento di nuvola bianca, come impigliato nelle cime degli alberi che fiancheggiavano il fiume. Quasi perso in un sogno, iniziai a scendere per il sentiero di ciottoli. La mia strada iniziava a salire, ma le corde del mio cuore mi portavano verso il basso. Sentivo come se qualcuno mi stesse tirando verso il fiume e io ero incapace di non seguire i miei piedi. Le note del flauto diventavano sempre più intense, il fiume sempre più vicino, e io continuavo a scendere fra gli alti alberi che lo fiancheggiavano. Il sentiero era diventato più sabbioso e la riva dello Shail non era ormai molto lontana. I venti freddi che increspavano le sue acque mi raggiunsero, facendo volare gli angoli del mio scialle, anche l’aria che respiravo si fece improvvisamente più fredda. Sembrava che con ogni respiro, fragili fili di ghiaccio scendessero fin nel mio intimo.

Quando finalmente arrivai alla sabbia il sentiero sparì. Ero ormai sceso del tutto dalla montagna.

Con le vele che si muovevano al vento come ali di un grande airone bianco, la barca stava per toccare riva. La luna splendeva alta nel cielo e la mia ombra, lunga fino a poco prima, giaceva intorno ai miei piedi, accorciata e confusa.

Il flauto adesso suonava in modo ancora più dolce, le sue note si alzavano e si abbassavano col ritmo stesso del mio respiro. Avvolto dalla loro dolcezza continuai a camminare e arrivato alla riva mi fermai. Piccole onde mi accolsero, dandomi il benvenuto, e un uccello che si riposava lì vicino, prese il volo verso l’altra sponda.

La barca che si avvicinava mi si fermò accanto. Le onde, scosse dal suo arrivo, si frammischiarono ora l’una con l’altra. Le note del flauto salirono ad un crescendo e poi smisero all’improvviso, come se qualcosa di delicato si fosse improvvisamente rotto. La loro eco continuò fra le montagne. Poi qualcuno nella barca iniziò a ridere, una risata dolce, forte.

In questa risata c’era una melodia ancora più dolce che nelle note del flauto.

Tutto il mio essere ne fu incantato, e quel suono argentino si intrecciava coi battiti del mio cuore, come fiori diversi in una ghirlanda di benvenuto.

Due attimi furono di assoluto silenzio e in questo tempo riuscii distintamente a sentire come batteva il mio cuore. Poi qualcuno uscì dalla barca e il chiaro di luna divenne all’improvviso due volte più splendente. La guardavo con occhi fissi. Ricominciò a ridere e il loto del mio cuore tremò. Chi era mai? Non lo sapevo, ma sentivo che eravamo già intimi, che ci conoscevamo da molto, molto tempo – che la magia che governava i miei sogni si trovava ora di fronte a me. La luna si rifletteva nei suoi occhi, neri come ebano. Un ricciolo dei suoi capelli giocava sulla guancia, chiara come la luce lunare. Mi guardò quieta per un momento e poi mi disse con voce serena: “Sali sulla barca.” La sua voce aveva la fragranza dei fiori e la freschezza del mattino. Esitai solo per un momento, e poi, preso da una forza sconosciuta, salii sulla barca come in trance.

La barca iniziò a dondolare, come un bocciolo fresco nella brezza del mattino. Le onde si fecero più forti e l’immagine della luna che dormiva quieta sulle acque dello Sahil si sparse in mille riflessi.

Lei indossava un sari blu cielo che risaltava sulla pelle chiara del suo corpo, e aveva lasciato sciolti i lunghi capelli neri. La bellezza delle sue forme filtrava attraverso il sari sottile, come raggi di luna appena nascosti al di là di un fragile velo. Continuavo a guardarla, a guardarla, incapace di fare nient’altro. Si voltò e sollevando la tenda mi disse con voce dolcissima: “Vieni dentro.”

Non avevo più la forza di dire di no al suo invito. E così entrai, subito dopo di lei, sollevando la tenda. Prese la mia mano nelle sue, soffici e delicate, e si voltò, iniziando a guardarmi negli occhi. I suoi seni pieni toccavano il mio petto. Ogni fibra del mio corpo iniziò a tremare e improvvisamente si fece il vuoto di fronte ai miei occhi. Mi prese dolcemente fra le braccia e posò sulle mie labbra, le sue labbra di miele.

Il mio essere più intimo fu colmato di infinite carezze al tocco del battito del suo cuore, e nell’ebbrezza del suo amplesso la mia consapevolezza si sciolse, fino a fondersi nel tutto.

Ritornai in me la mattina seguente. Ero disteso sulla sabbia fredda e il sole del mattino sorgeva lentamente al di là delle montagne. Mi guardai intorno. Nessuno in vista. Solo in lontananza una capanna di pescatori si ergeva in orgoglioso isolamento, con il tetto ben alto fra l’erba, come un filosofo solitario assorto nei suoi pensieri.

Mi alzai e iniziai a camminare verso la capanna, il corpo reso pesante dalla profonda rilassatezza e con le memorie di ciò che era successo la notte precedente che sfilavano davanti ai miei occhi.

Raccontai gli eventi di quella notte al vecchio pescatore. Lui si fece serio e disse: “Sei fortunato a essere ancora vivo. Lascia questa valle il più presto che puoi. Colei fra le cui braccia hai passato la notte non è un essere vivente, ma lo spirito di una cortigiana morta, le cui passioni ancora sono rimaste insoddisfatte.”

 

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LA SETE E L’APPAGAMENTO

di Ma Prem Maneesha

 

Continuando l’articolo del numero precedente, dove ho intervistato Jivan Mary sull’impatto che hanno avuto su di lei le risposte di Osho a due sue domande, analizzo qui come una risposta di Osho a una mia domanda, ha influito sulla mia crescita e sulla mia comprensione.

 

 

Nei diversi anni in cui sono stata una sannyasin di Osho, l’ho percepito in molte maniere diverse. È come se avessi provato su di lui i diversi tipi di relazione che in passato avevo avuto con le persone – proprio come provare diversi costumi – nel tentativo di trovarne uno che più degli altri corrispondesse esattamente a quello che Osho è per me.

Una volta gli ho scritto una domanda che riassumeva tutto questo, dicendogli: “Tu sei stato il mio zio prediletto e mio padre; la mia ostetrica, un bambino che ride; il mio migliore amico, e un vecchio saggio, il mio cantastorie preferito, e il mio maestro... il mio primo pensiero al risveglio e l’ultimo nella notte. Tu sei stato caldi occhi marroni, una mano delicata, piedi su cui posare il mio capo, un fremito nel corpo... qualche volta silenzio, qualche volta un canto. Sei stato un colpo messo a segno, uno sguardo, una presenza, un’assenza; il giorno e la notte, estate e inverno – un uomo per tutte le stagioni; una promessa di appagamento, l’unica speranza, la distruzione definitiva di tutti i sogni; il solo rifugio e colui che ho cercato, per poi sfuggire; un mago e un uomo semplicemente comune.

Tu sei stato un enigma, tu sei stato me stessa. Sei stato la luna, le stelle, e tutto ciò che intorno a loro si muove. Sei stato il verde e il marrone, il blu e l’oro della mia terra. Sei stato tutto… e niente. Ma sempre, sei stato amore.”

E anche questo non diceva assolutamente tutto! In quella specie di domanda chiedevo a Osho di parlare della relazione maestro-discepolo. Rispose dicendo che niente può essere paragonato alla relazione che esiste tra maestro e discepolo. Tutte le altre relazioni sono soggette a condizioni, persino l’amore accampa dei diritti. In realtà quello che esiste tra maestro e discepolo avrebbe bisogno, per essere descritto, di una parola particolare.

“Il discepolo non chiede niente, e il maestro non promette niente; tuttavia nel discepolo c’è la sete e nel maestro una promessa… Così come sta cercando il discepolo, anche il maestro sta cercando. Il discepolo sta cercando uno spazio dove potersi aprire senza alcuna paura, senza nessuna resistenza, senza trattenere nulla – totalmente. E anche il maestro è in cerca, di un essere umano tale da poter ricevere il mistero, pronto a essere fecondato dal mistero, pronto a rinascere…”

Osho proseguiva dicendo che tutto quello che fa un maestro è creare fiducia – poi da questa fiducia scaturisce tutto il resto. Ricordo che disse che il maestro crea come una nascita della consapevolezza; che non ha conoscenza da condividere, ma solo essenza. Il maestro è un veicolo delle forze universali: se il discepolo è disponibile, in lui si può risvegliare così la coscienza universale.

E poi diceva ancora:

“Il maestro va verso il discepolo, il discepolo va verso il maestro. Prima o poi si incontreranno. Questo incontro non riguarda il corpo, e nemmeno la mente, l’incontro è proprio dell’anima – come se improvvisamente tu mettessi due candele molto vicine l’una all’altra. Le candele rimarranno separate, ma le loro fiamme diventeranno una fiamma sola. Fra due corpi, quando l’anima è una sola, è molto difficile dire che ciò che esiste è una relazione. Non lo è, ma non c’è nessun altra parola per dirlo. È un essere all’unisono.”

(Osho: Beyond Enlightment)

Ero affascinata dalle diverse persone che Osho sembrava essere e ho realizzato poi che non era nessuna di queste. Lui diceva che la domanda basilare del ricercatore è: “Chi sono io?”. Ma questa non è mai stata la mia domanda, sono sempre stata più interessata invece a scoprire chi era lui. Spesso quando entrava in Buddha Hall per il discorso, le sue mani unite nel saluto (namaste), lo fissavo pensando: “Ma tu chi sei?”. In qualche modo credevo che se avessi saputo chi era Osho avrei scoperto qualcosa di molto più vasto di una semplice definizione.

Ricordo di avergli inviato delle domande almeno quattro volte durante quegli anni, chiedendo ad Osho fondamentalmente sempre la stessa cosa.

In un’occasione ho chiesto: “Nessun dei maestri i cui discorsi abbiamo ascoltato qui (nella serie Zen) è paragonabile a te. Non è solo perché tu sei veramente grande – come c’è da aspettarsi dopo tutto questo tempo – e sono sicura che non è solo perché sei il mio maestro. Tu rappresenti un enorme balzo in avanti rispetto a tutti i maestri che ci sono mai stati. Sembra che non sia solo per fortuna che uno come te sia arrivato ora che il mondo è in uno stato di confusione inimmaginabile. Amato Maestro, chi sei tu esattamente?”.

Maneesha, non lo so.” rispose Osho “Ti racconterò qualche barzelletta. Forse potrai scoprire qualcosa di me. Un sorriso, una risata, l’ombra dei bambù, la luna riflessa nel fiume... ma senza lasciare alcuna traccia.”(Osho :The Miracle)

Due mesi più tardi ho tentato di farlo ancora parlare sullo stesso argomento, chiedendogli: “Non sei tu forse il più grande e coraggioso iconoclasta di tutti i tempi?”.

“Sfortunatamente, Maneesha, lo sono.” Ha confermato Osho. Tutto . (Osho: Rinzai, Master of the Irrational)

Un’altra volta scrissi: “Ieri sera dopo averti sentito parlare così lucidamente, così bene su delle complicate enunciazioni di Hyakujo, ho avuto la sensazione che tu non solo stessi lavorando sui tuoi discepoli, ma che trasformassi anche i maestri del passato. Riconosco che il mio compito qui è di scoprire chi sono io. Ma in momenti come ieri sera diventa spontaneo domandare chi sia questo essere che conosciamo come il nostro amato maestro. Ti ho già fatto questa domanda, tu hai risposto, ma la domanda è rimasta.”

Questa volta Osho si dilungò:

Maneesha, la domanda rimarrà sino a che non conoscerai te stessa. Nessuna risposta ti potrà soddisfare, ma nel momento in cui conoscerai te stessa, conoscerai anche me. Conoscere se stessi significa conoscere tutti i buddha – non solo me, tutti i buddha del passato, del presente, del futuro. E conoscendo te stessa conoscerai anche i buddha che stanno ancora dormendo. Allora la tua chiarezza interiore, la tua percezione saranno totali.”

(Osho. Hyokujo:The Everest of Zen)

Ricordo questa risposta perché non sono riuscita a capirla. Volevo qualche precisa definizione di Osho – non essere rigettata verso me stessa. Sentivo inoltre che ci sarebbero voluti secoli per conoscere me stessa; mi chiedevo se nel frattempo non avrebbe potuto darmi qualcosa di più per andare avanti.

Il cambiamento in Osho del suo nome ha reso il mistero ancora più grande. Osho non è nemmeno un nome, ma un appellativo: e per me poi è ancora meno di un appellativo, è semplicemente un bel suono senza alcun significato… come il suono delle onde che si infrangono sulla spiaggia, o del vento fra gli alberi in una fragrante sera estiva.

Dopo quella enigmatica risposta mi sono rassegnata in qualche modo al fatto che, stando con un maestro simile, io sto con qualcuno che non posso conoscere e che forse non potrò mai conoscere, che è addirittura inconoscibile. E questo mi fece vedere qualcosa di me stessa.

Capii che adottavo definizioni di me stessa – definizioni create a partire dai miei ideali o assimilate dalle persone intorno a me. Costruendo e accettando quelle definizioni, ottenevo un’immagine di me stessa, e avendo questa immagine mi sentivo sicura. Tuttavia ad un altro livello rifiutavo questo processo definitorio che avevo messo in atto, perché quest’altro livello, quella parte in me più profonda, desiderava ardentemente essere libera – e tutte le cose che mi definiscono necessariamente mi confinano.

Cominciavo a capire che, vivendo nel contesto creato da una persona che non ha i confini della personalità, permettendo alla sua presenza di essere il perno su cui ruotavano le mie ventiquattro ore giornaliere, qualcosa era cambiato in me. Negli anni ho cominciato ad avere la sensazione della mia stessa espansione e della mia propria inconoscibilità.

Sebbene al tempo non fossi affatto consapevole di quello che mi aspettava, questo processo era probabilmente iniziato quando avevo preso il sannyas. Indossare vestiti particolari e adottare un nuovo nome, voleva dire abbandonare la personalità creata da me stessa e dalla società nella quale avevo vissuto. Prendere un nome nuovo – che per me non aveva significato – era un invito aperto, senza condizioni, un invito ad un modo di vivere completamente nuovo. Il sannyas significava perdere ciò che mi inchiodava dentro una certa struttura. Era l’inizio di una serie di cambiamenti senza fine, in me e nella percezione di me stessa.

Ho cominciato a sentire – un sentimento che con il tempo si è intensificato – che non sono stata fatta, una volta per tutte, in un certo modo che andando avanti sarebbe potuto diventare solo più stabile. Per cui penso si possa dire che per me stare con Osho si è rivelato un processo in cui ho lasciato cadere tutte le modalità di relazione che avevo sperimentato nel passato, tutte le modalità usate per conoscere me stessa e gli altri – una specie di striptease spirituale – fino al punto di non avere più costumi o vestiti o definizioni di qualsiasi genere ed essere così come sono, nella mia totale nudità.

 

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