2 CENTRI DI OSHO IN ITALIA
Tutti
i Centri di Osho divisi per regione
Fuori
e dentro la Comune
Esponi
il creatore
Ognuno
di noi porta dentro di sé bellezza, creatività e armonia ma tende a nasconderle
al mondo, ecco un invito a condividere la propria creatività.
Sicurezze
e insicurezze
La
vita è priva di sicurezze. L'insicurezza significa che tu sei costretto a
essere vigile e all'erta in ogni momento.
Tecnologie
La
necessità di una maggiore consapevolezza per poter vivere in armonia con il
pianeta.
L'anima
passionale della ragione scientifica
Emilio
Del Giudice, fisico teorico, condivide la sua opinione sulla scienza moderna e
la creatività dello scienziato.
I
nuovi arrivati
1.
Sono arrivato troppo tardi?
3.
Un'avventura interiore per giovani spiriti.
Fortunatamente...
Momenti
sì, momenti no. Non c'è bisogno di prendersela troppo.
Scienza
e Religione
"La
scienza è la ricerca del mondo esteriore, la religione è la ricerca del mondo
interiore. Entrambe indagano sulla stessa verità."
Bilanciamento
craniosacrale
Un
approccio terapeutico a un lavoro integrato con l'intero essere umano. Storia
della terapia Craniosacrale.
L'Immortalità
dell'anima
Ultima
novità editoriale.
Passione
insoddisfatta
Un
racconto scritto da Osho quando aveva solo 21 anni e collaborava con il Nav Bharat, quotidiano in Hindi di Jabalpur.
50 TUTTE LE STELLE
Il
tuo oroscopo di aprile.
52 LA VETRINA
Tutti
i libri di Osho in italiano, i video di Osho, le musiche per la meditazione e
il rilassamento.
. . . . . . . . . . . . .
. . . . .
DENTRO E FUORI LA COMUNE
Qualcosa
di veramente serio!
È uscito il libro dove Sw. Anand Vimal
ha raccolto le migliori barzellette raccontate da Osho durante le migliaia di
discorsi da lui tenuti. Vimal, che faceva parte del
team di sannyasin che si occupava di raccogliere
barzellette e anche di crearne di nuove, aveva ricevuto l'incarico e il titolo
della raccolta da Osho stesso. Il libro, dal titolo Take it Really Seriously, è per il momento disponibile in inglese a Pune.
Y2K...
la Comune si prepara
Mancano solo 9 mesi all'arrivo del
nuovo millennio e nessuno veramente sa quali e quanti danni potrà fare la
cosiddetta
BOMBA DEL MILLENNIO — Il fatto cioè
che un gran numero di sistemi computerizzati, programmati per leggere nelle
date solo le ultime due cifre dell'anno, non saprà cosa farsene di quel doppio 00
e potrà creare problemi. Le informazioni disponibili sono del solito tipo: si
può scegliere fra gli scenari da Apocalisse descritti, senza alcun fondamento,
da alcuni mezzi di informazione: computer russi impazziti che mandano missili
atomici verso gli USA o carri armati nelle strade di Londra; e i rapporti
ufficiali degli organi politici – come quello del Senato degli USA che parla di
niente di più che "una buca sulla strada" – che tentano di
tranquillizzare il più possibile il loro elettorato, visto che uno dei maggiori
pericoli potrebbe essere veramente un'ondata collettiva di panico (con
insensati accumuli di scorte alimentari, prelievi di contanti tali da mettere
in crisi le piccole banche e in generale una psicosi da fine del mondo, negli
Usa hanno già coniato l'apposito acronimo TEOTWAWKI e cioè le iniziali in
inglese della frase "la fine del mondo così come lo conosciamo").
Giustamente distante da questi estremi
anche la Comune di Osho a Pune si sta preparando, un
team comprendente esperti in informatica e logistica ha analizzato quali
potrebbero essere gli inconvenienti – in una situazione quale quella indiana
molto meno computerizzata dell'occidente – ha individuato eventuali aree a
rischio e sta indicando, anche con l'aiuto di consulenti esterni, le misure da
prendere per rendere la Comune ancora più autosufficiente, così che i
visitatori possano godere del clima di meditazione e celebrazione senza
preoccuparsi troppo di questioni pratiche.
Maestro
Zhang a Pune
Il Maestro Yuanming
Zhang, esponente della scuola tradizionale cinese di
medicina e arti marziali, ha visitato recentemente la Comune e condotto gruppi
di T'ai Chi e Qigong.
Il Maestro Zhang
vive nelle montagne di Chengdu – provincia di Sichuan – una delle poche zone della Cina dove continuano
le antiche pratiche esoteriche e ha abbandonato le tradizioni di eremitaggio
dei suoi maestri per portare i suoi insegnamenti in Occidente.
In questa sua prima visita a Pune si è anche esibito di sera in Buddha
Hall in una dimostrazione di arti marziali, e ha inoltre mostrato di apprezzare
la cucina cinese dell'Osho Cafe.
“Ballè! Ballè!”
Il re del pop indiano – qui si chiama bhangra – Daler Mehndi, famoso per il suo
slogan "Ballè! Ballè!"
(hurrà! hurrà!) ha recentemente visitato la Comune. Dopo il giro turistico, il
cantante ha spiegato che legge i libri di Osho da molti anni e che ascolta
spesso la serie di discorsi Ek Omkar
Satnam. Prima di lasciare la Comune ha detto alla
sua guida, Ma Yoga Neelam, che amerebbe rendere
omaggio a Osho con una performance in Buddha Hall
durante un festival: "Io sono un fan di Osho." ha spiegato.
Koan
Zen: "The Zero Experience
Amiyo, scrittrice e
designer che si è occupata anche della pubblicazione dei libri di Osho, ha
recentemente creato "The Zero Experience",
un set di 48 carte che illustrano i Zen Koan,
accompagnato da un manuale su come usarle. Per il momento è disponibile solo in
inglese (New Leaf) e tedesco (Urania) e può essere
ordinato anche su Internet (Amazon.com ).
"Usando questi koan puoi condensare tutto quello che ti stai chiedendo in
una singola domanda e vivere la risposta a un livello che va più in profondità
della semplice conoscenza intellettuale." Dice Amiyo.
"Puoi usare questa tecnica per ogni tuo problema."
Club
Med... non solo a Pune
Sw. Bodhi Dhanya, sannyasin
dal '95, è riuscito a portare sul posto di lavoro il suo amore per la
meditazione e a scoprire un nuovo modo di entrare in relazione con le persone.
Ce lo racconta: "Quattro anni fa mi trovai per la prima volta a Pune non sapevo chi ero, ma di una cosa ero sicuro, non mi
conoscevo affatto ed ero ossessionato dal problema di entrare in relazione con
le persone e la società.
Ho meditato per diversi mesi e
partecipato a gruppi di terapia, poi arrivò il momento di ritornare in Italia e
mi domandavo cosa avrei potuto fare come lavoro, se sarei stato capace di avere
un impiego fisso, che impatto avrei avuto con la società.
Al mio rientro ovviamente ci ho messo
un po' a integrarmi nel quotidiano, e nonostante questo mi sentivo vitale e
nuovo. Per diversi mesi ho fatto un'infinità di lavori diversi: ho raccolto le
mele, ho fatto il giardiniere, l'imbianchino, l'idraulico, il facchino e il
padroncino; fino a che mi sono reso conto che era arrivato il momento di
mettermi veramente in gioco. E così quando mi venne proposto di andare a
lavorare in un villaggio turistico come animatore accettai subito: avevo la
possibilità di esprimere qualcosa di me stesso agli altri.
Partii per l'Egitto e raggiunsi il
villaggio sul Mar Rosso dove avrei dovuto curare tutte le attività sportive.
Tutte le mattine alle ore 9 incominciavo a far fare ginnastica ai clienti,
finché un giorno uno mi chiese che cos'era la collana che portavo al collo e io
risposi che era un dono fattomi da un maestro indiano, un dono che mi ricordava
di amare e prendermi cura di me stesso. A questa risposta i clienti reagirono
abbastanza meravigliati e, il giorno dopo volevano che proponessi loro qualche
esercizio di yoga. Io non conoscevo lo yoga ma dissi che avremmo potuto fare
degli esercizi di autoguarigione: e fu così che dopo
la ginnastica, iniziammo con il Divine Healing.
Finalmente capii una cosa molto importante: potevo comunicare con la gente,
potevo comunicare la mia esperienza e farla diventare la loro. Dopo altre due
stagioni sul Mar Rosso divenni responsabile delle attività sportive in un
villaggio turistico a Capo Verde e fu proprio lì che decisi di sperimentare le
meditazioni di Osho, in particolare la Kundalini e la
Chakra Sounds (ribattezzata
per l'occasione la meditazione dei sette suoni). Questa esperienza per me è
stata fantastica, mi ha reso consapevole che la maggior parte delle persone non
trova il tempo per meditare, ma dopo aver provato sono tutti molto interessati:
molti mi hanno chiesto dove potessero praticarla in Italia."
di Ma Nirava
“La religione è arte,” ha detto William Blake “la religione è arte, non denaro”. Questa è una
affermazione piena di significato e solo un uomo come William Blake avrebbe potuto farla. Lui è un poeta mistico.
Cos’è l’arte? Blake dice
“Arte è una maniera di fare qualcosa”. Pittura, poesia, danza, scultura,
musica, ceramica, tessitura. “Arte è una maniera di fare qualcosa”. Egli non
dice nulla sul creare se stessi, ma questo è esattamente ciò che è la
religione. Non è dipingere, non è scrivere poesie, non è scultura, non è
musica, ma è qualcosa dello stesso genere, qualcosa che ne va al di là – creare
se stessi.
Anche la religione è un modo di fare qualcosa –
vivendo, amando, vedendo, essendo. Tutta l’arte è un fare, è aiutare dio a
creare. Questo è il motivo per cui io chiamo quell’uomo
che chiese a dio: “Posso aiutare?” l’uomo religioso.
Se vuoi conoscere il creatore dovrai diventare
anche tu un creatore in qualche modo. La poesia può non essere proprio
religione ma indica la direzione giusta. Quando un poeta è veramente in uno
spazio creativo, conosce qualcosa della religione – come una musica che si
sente in lontananza, perché quando è in uno spazio creativo, non è più se
stesso. Egli partecipa – anche se in piccola misura, egli partecipa in dio.
Una piccola goccia di divinità entra in lui.
Questo è il motivo per cui i grandi poeti hanno sempre detto: “Quando scriviamo
poesia, non ne siamo noi i creatori. Veniamo come posseduti. Un’energia sconosciuta
ci pervade… canta, danza dentro di noi. Non sappiamo cosa sia”. Quando un
pittore è immerso nel suo dipinto, è completamente perso nel suo dipinto, il
suo ego scompare. Forse solo per pochi attimi, ma in quei momenti senza ego,
dio dipinge attraverso di lui.
Se diventi parte di dio, dio è parte di te. L’arte
è una forma inconscia di religione. La religione è arte consapevole. L’arte è
come se tu fossi religioso in un sogno, ma ti sta indicando la direzione
giusta. L’artista è il più vicino all’uomo religioso, ma questo non è compreso.
Tu non consideri un poeta come un religioso o un pittore come un religioso, al
contrario se qualcuno digiuna, tortura il suo corpo, rende brutto il suo
essere, inizi a pensare che lui sia religioso. Invece è solo violento con se
stesso. È solo suicida, è nevrotico, e tu pensi che sia religioso. […]
Si dice che Lenin abbia affermato: “L’etica sarà
l’estetica del futuro.” Io dico di no, proprio il contrario: l’estetica sarà
l’etica del futuro. La bellezza sarà la verità del futuro, perché la bellezza
può essere creata. E una persona bella, che ama la bellezza, che vive la
bellezza, che crea bellezza, è morale – e senza nessuno sforzo. La sua moralità
non è una moralità coltivata, è semplicemente il suo senso estetico che lo
rende morale. Non può uccidere perché non riesce a considerare l’uccisione
qualcosa di bello. Non può ingannare, non può essere disonesto perché tutte
queste cose lo fanno sentire brutto. Il suo criterio è la bellezza.
Osho,
Tratto da: The Secret of Secret vol. 1 #9
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Sono anni che, senza continuità, mi ritrovo con pennello
in mano e colori accanto, a interferire con il foglio bianco, generalmente di
grandi dimensioni, che metto di fronte a me. In tempi diversi, diversi stati
d’animo, diversi stati di consapevolezza.
A volte è una festa e un lasciarsi trasportare. A
volte è un girare attorno e attorno con la sensazione che la forma e i colori
che mi sono di fronte non sono proprio quello che dovrebbero essere, senza sapere
bene cosa sia quello. A volte è dover riconoscere di non essere nel presente e
che il dipinto riflette qualcosa di meccanico e senza anima.
Ma sempre arriva il momento in cui il dipinto è
finito.
Non è sempre facile incontrare questo momento e
molto spesso è più un abbandonare la cosa a metà non avendo più nessuna
certezza su come continuare. Raramente dopo molto tempo, arriva come un lampo
la comprensione di cosa manca, ma spesso rimane la sensazione a me un po’
scomoda di incompiutezza, come a dirmi che se avessi avuto il coraggio di
andare un po’ più in profondità avrei scoperto nuovi regali dai quali sono
rimasta esclusa.
E quel momento è per me come la fine di una
relazione dove improvvisamente, qualcuno con cui hai condiviso le parti più
intime di te ritorna a essere un perfetto estraneo.
Qui è il dipinto, con la possibilità di
ammucchiarlo insieme agli altri dietro la scrivania, di incorniciarlo e
appenderlo sopra il divano o forse di regalarlo a un amico. E lì tutto è finito
fino al prossimo incontro con pennelli e colori, fino alla prossima storia
d’amore…
Un giorno a Rajneeshpuram,
Osho rispondeva a una domanda sul giornalismo e a un certo punto ho inteso e mi
ha colpito una sua osservazione. Parlava di come tutto il mondo giornalistico
non si fa nessuno scrupolo di mostrare continuamente tutta la bruttezza, la
distruttività e la violenza, mentre invece chi ha con sé bellezza, creatività e
armonia, tende a nasconderla agli occhi del mondo, e come questo, pure essendo
comprensibile, ha bisogno della nostra attenzione e volontà perché non rimanga
la realtà che ci circonda. Perché sia Satyam Shivam Sundram, la verità,
bontà e bellezza, a circondarci e a sostenere il fiorire del nostro essere buddha.
E che il mio maestro ci aiuti a comprendere l’importanza
della bellezza, insieme al nostro risveglio spirituale, mi sembra un regalo di
estrema abbondanza, così come quando davanti a un prato di maggio la mente non
può veramente trovare nessuna spiegazione logica di così tante varietà di fiori
e di profumi offerte senza nessun motivo.
Nel suo invito affinché la positività venga
espressa, condivisa e mostrata, mi sono venuti in mente i dipinti ammucchiati
dietro la scrivania. E i dipinti, le sculture, le espressioni artistiche di
tanti amici che, tramite il loro incontro con Osho e la meditazione, con occhi
puliti hanno incontrato la bellezza dentro e fuori e hanno dato un’espressione
al loro silenzio e alla loro celebrazione.
Nella mia comprensione questa è l’arte oggettiva
di cui parla Gurdjieff, non più una catarsi della
nostra personalità, ma il collegamento con una realtà ben più vasta, misteriosa
e silenziosa allo stesso tempo, alla quale tutti gli esseri possono collegarsi
nel proprio centro; e da quello spazio l’espressione individuale che vi si mescola,
così come i colori quando ci aggiungi l’acqua della vita.
Forse la relazione ha una possibilità di
continuare a vivere e diventare sempre più profonda, espandendosi non più con
un nostro agire ma con il nostro condividere, facendo uscire all’aperto i
dipinti, le sculture, le diverse espressioni di vita e di silenzio e offrendoli
come specchi; unici, multicolori e multiformi, a chiunque voglia fermarsi a
riceverli attraverso i propri occhi e il proprio silenzio, condividendo
qualcosa che appartiene alla vita, ancora di più che all’autore.
Vivendo vicino a Osho Miasto,
quando ho saputo che in estate, per tutto il mese di agosto, ci sarà un grande
festival con eventi, danze e concerti, non ho potuto non immaginare che tra gli
alberi di quella campagna così dolce e varia, nell’atmosfera particolare di una
comune di Osho, fossero appesi i dipinti, poggiate le sculture, o
occhieggiassero le foto di chiunque riconosca se stesso e le proprie
espressioni creative all’interno della danza di vita e di mistero che ci
circonda. Poi sperimentando l’arte di come portare sulla terra e unire alle
foglie le ali delle nostre visioni, un piccolo gruppo sta lavorando su come
organizzare gli aspetti pratici di questa esposizione che si terrà a Miasto in Toscana dal 28 Luglio al 5 Settembre 1999.
Amato Osho,
per dodici anni,
come sannyasin, ho corso molti rischi vivendo oltre i
miei limiti economici, e non solo sono riuscito a sopravvivere, ma a volte ho
goduto di immense benedizioni. Ma da quando mi sono reinserito nella società
cinese e ho raggiunto l’età di quarantotto anni, sono diventato più sensibile e
mi preoccupo dell’assistenza sanitaria e di un reddito sicuro. Cosa significa
per un sannyasin vivere nella società senza cadere
nelle trappole mentali della stabilità, e senza smettere di sviluppare la sua
fiducia nell’esistenza, che è possibile in uno stato di insicurezza?
Anand Alok,
la prima cosa che un sannyasin deve capire è che la
vita è priva di sicurezze. Non esiste assicurazione contro la morte e quanto
più tu provi a rendere la vita sicura e certa, tanto più essa diventa arida e
deserta.
Insicurezza significa che tu sei costretto a
rimanere vigile e all’erta nei confronti dei pericoli. La vita è sempre sulla
lama di un rasoio. L’idea di essere salvo e al sicuro è molto pericolosa perché
così credi di non aver bisogno di essere vigile e consapevole. E difatti cerchi
sicurezze e certezze proprio per evitare di essere vigile e consapevole.
Vivi momento per momento con tutte le insicurezze
che questo comporta. Gli alberi stanno vivendo, gli uccelli stanno vivendo, gli
animali stanno vivendo e non sanno nulla delle assicurazioni, non sanno nulla
della sicurezza. Non sono preoccupati – per questo possono cantare ogni
mattina.
Tu non riesci a cantare ogni mattina, forse non
hai mai cantato in nessuna mattina della tua vita. Le tue notti sono popolate
di incubi pieni delle insicurezze, dei pericoli e dei rischi che si nascondono
intorno a te. La mattina il tuo risveglio non è gioioso: ti svegli per
fronteggiare ancora una volta le insicurezze della giornata, i problemi, le
ansie.
Ma ascolta gli uccelli. Non credo che abbiano
perso qualche cosa. Guarda come sono belli e agili i cervi, guarda gli alberi –
che qualcuno può tagliare in ogni momento. Ma non se ne preoccupano, sono
interessati a questo momento, non al prossimo: questo momento pieno di gioia e
di pace. Tutto è verde e pieno di vita.
Posso capire che per te gli anni passano. E con
l’aumentare degli anni... egli sta dicendo in altre parole che la morte è più
vicina. Ma non c’è modo di evitarla. E se non puoi evitarla – nessuno è mai
stato capace di evitare la morte – allora è meglio non farla diventare una
preoccupazione. Ciò che deve accadere accadrà, perché distruggere il momento
presente per qualche cosa che non è ancora successo? Prima lascia che accada, a
quel punto potrai preoccupartene. Prima lascia che la morte arrivi e poi nella
tomba avrai tutta l’eternità per preoccuparti di essere al sicuro, di essere
salvo – non avrai niente altro da fare.
Per ventiquattro ore al giorno potrai agitarti e
rotolarti nella tua tomba, che è totalmente privata e sicura – non puoi neppure
uscirne. Nessuno potrà mai entrare nella tua tomba. Soltanto chi è nella tomba
è assolutamente sicuro che non può accadergli nulla.
Quanto più sei vivo, tanto più amerai
l’insicurezza, e l’insicurezza renderà la tua intelligenza più sottile, la tua
prontezza sarà più acuta e la tua consapevolezza crescerà continuamente. Hai
notato che i grandi scienziati non vengono mai da famiglie ricche? E neppure i
grandi poeti ed i grandi mistici. Le famiglie ricche non hanno dato un grande
contributo allo sviluppo della consapevolezza o alla crescita dell’uomo. Per
quale ragione? Perché un bambino che è nato con la camicia non ha bisogno di
preoccuparsi di sicurezze e certezze, ogni cosa per lui è sicura e certa.
Naturalmente questo intorpidisce la sua mente. Egli non ha stimoli, è
continuamente circondato da domestici, da tutte le comodità, dal lusso. Non ha
tempo per pensare anche alla consapevolezza, ad essere vigile, alla
meditazione.
Ho sentito dire... in California una Rolls Royce si fermò di fronte ad
un hotel e una donna seduta nella macchina disse al guardiano, “Chiama quattro
facchini, il mio bambino deve essere portato in camera”. Il guardiano non
poteva crederci, ma sentì una grande pietà per quel povero bambino – forse non
poteva camminare. Ma il bambino sembrava perfettamente sano. Certamente troppo
grasso, ma doveva esserci di sicuro qualche cosa che non andava: era la prima
volta che qualcuno doveva essere trasportato e il bambino non poteva avere più
di dieci anni. Così furono chiamati quattro facchini. Trasportarono il bambino,
e anche loro non capivano. Gli chiesero: “Non puoi camminare? C’è qualche
problema?”. Il bambino rispose: “Non ci sono difficoltà, non c’è problema.
Posso camminare ma non ne ho bisogno – posso permettermi il lusso di farmi
portare. Soltanto i poveri camminano. Dal momento che posso permettermi di
farmi portare in camera, perché dovrei comportarmi come un povero?”.
Essi dissero alla madre: “Questo non va bene.” Lei
rispose: “Non sono affari vostri. Ogni volta che il bambino deve andare da
qualche parte trasportatelo fino alla macchina e quando torna riportatelo in
camera. È mio figlio, il mio unico figlio e gli devo dare tutti i lussi e le
comodità possibili. E non preoccupatevi, perché ce lo possiamo permettere:
qualunque sia il vostro compenso, possiamo pagarlo.”
Questo ragazzino potrà mai pensare di diventare
meditativo, consapevole, vigile? Potrà mai nascere in lui l’idea di cercare la
verità? No, egli rimarrà semplicemente un vegetale.
Avete visto, sino a pochi anni fa il mondo era
pieno di hippies ed essi erano tutti sotto i trent’anni. E stava accadendo uno strano fenomeno di cui nessuno
si è accorto… superati i trent’anni, dove sono finiti
questi hippies? Superati i trent’anni
hanno cominciato a preoccuparsi della loro tranquillità e della loro sicurezza.
Metà della vita se ne è andata ed essi ne hanno gioito al massimo, ma ora la vecchiaia
incombe e con essa la morte. Hanno dimenticato completamente la filosofia hippie – improvvisamente sono diventati dei conformisti!
Ho saputo dai miei amici che quegli hippies che non si facevano il bagno, che non si radevano
la barba, che non si lavavano i denti, sono ora diventati perfettamente normali
– fanno il bagno, si radono, si lavano i denti. Ora lavorano e molto, negli
uffici, nelle fabbriche, ma sono tutti scomparsi.
Appena una persona comincia ad invecchiare lo
spettro della morte comincia ad incombere su di lei e questo crea la paura. Ma
per quanto riguarda un sannyasin, la morte non
esiste.
Se hai paura della morte e dei pericoli che puoi
trovarti di fronte, ciò significa che la tua meditazione non è profonda, che
per te la meditazione non è stata altro che una moda. É il momento per te di
entrare nella meditazione in maniera autentica e sincera, perché quello è il
solo spazio in cui puoi essere libero da tutte le paure: della morte, della
vecchiaia, delle malattie.
Ti rende consapevole del fatto che tu non sei il
corpo, che tu non sei la mente e che non sei soltanto questa vita, ma sei la
vita eterna. La morte è arrivata molte volte e tu sei ancora vivo, e la morte
arriverà molte volte ancora e tu sarai ancora vivo.
La conclusione finale della meditazione è quella
di vivere il momento nella sua totalità, intensamente, con gioia, perché non
c’è nulla di cui avere paura – perché anche la morte è una finzione. Non c’è
bisogno né di certezze né di sicurezze.
Vivi nel momento e abbi fiducia nell’intera
esistenza, così come gli uccelli ne hanno fiducia e gli alberi ne hanno
fiducia. Non separarti dall’esistenza, diventane parte e l’esistenza si
prenderà cura di te. Si sta già prendendo cura di te.
Un commesso viaggiatore, avendo completato il suo
giro di affari in anticipo, mandò un telegramma a sua moglie, “Torno a casa
venerdì.” Arrivato a casa trovò sua moglie a letto con un altro uomo. Essendo
una persona non violenta, andò a lamentarsi dal suocero, che gli rispose: “Sono
sicuro che c’è una spiegazione.”
Il giorno dopo il suocero era tutto sorridente,
“C’era una spiegazione: non ha ricevuto il tuo telegramma.”
Questo è come funziona la mente. Se guardi in
profondità, la mente è semplicemente stupida – tutte le menti. E la mente
continua a creare ogni genere di preoccupazioni e turbamenti. Il mio messaggio
è che tu non sei la mente. Non hai bisogno di nessuna spiegazione, hai bisogno
di un’esperienza e quell’esperienza manca e da qui è
sorto il problema.
Un passeggero di un aereo, mentre gli veniva
servito un drink, esclamò: “Ehi, guarda che novità – un cubetto di ghiaccio con
un buco in mezzo!”
“Che novità è mai questa?” rispose l’uomo seduto
al suo fianco, “Io ne ho sposato uno!”
Non devi dare troppa importanza a ciò che la mente
dice e pensa, ridi di queste cose.
Evita i giochi della mente. Vai oltre la mente,
dove domina il silenzio – nessuna incertezza, nessun dubbio sulle sicurezze. In
quel silenzio tutto è sicuro. Tu sei parte di questa esistenza.
Il tuo preoccuparti è come se una foglia su un
albero si preoccupasse di essere al sicuro. L’albero si prende cura di tutto,
fornendo la linfa necessaria alla foglia, portando l’acqua contro la forza di
gravità – molto in alto, fino a trenta, magari sessanta metri – ma la foglia
non è preoccupata.
La foglia non è consapevole di essere soltanto una
parte di un grande albero. Tu sei parte di una vasta esistenza. Non pensare a
te stesso come separato da essa e subito tutti i problemi scompariranno. In
altre parole, il tuo ego è il solo problema. “Io sono” – questo è l’unico
problema. “Io non sono, l’esistenza è.” Questa è l’unica soluzione.
L’insicurezza è il tessuto stesso della vita. Se non comprendi
l’insicurezza non potrai mai comprendere la vita. Cambieranno le stagioni,
cambierà il clima, arriverà l’autunno, arriverà la primavera. Tutto cambierà,
niente si può dare per certo: questa è l’insicurezza. Tu vuoi che tutto sia
sicuro, permanente. Ma non hai mai pensato a cosa succederebbe se tutto fosse
sempre lo stesso? Mangi lo stesso cibo ogni giorno, dici le stesse cose ogni
giorno, e ogni giorno ascolti le stesse cose. E non c’è neppure la morte a
demolire questa vita tragica – vivi in un incubo.
L’insicurezza mantiene le persone fresche, vitali,
avventurose – consapevoli che le cose possono essere cambiate. E anche se loro
non le cambiano, le cose stanno comunque cambiando di per sé. E così sussiste
una grande opportunità di cambiamenti, di trasformazione.
Un antico motto dice: “L’uomo autentico è colui
che l’aurora non troverà mai nello stesso luogo dove lo ha lasciato il
tramonto”; oppure “il tramonto non lo troverà mai dove lo ha lasciato
l’aurora”. È sempre in movimento, è un fluire... non è acqua sporca, stagnante
che non va da nessuna parte. Ma a causa del nostro condizionamento mentale
l’insicurezza ci spaventa, e per tutta la vita cerchiamo la sicurezza.
Economicamente, politicamente, religiosamente –
vogliamo essere sicuri da tutti i punti di vista. Ma la sicurezza vuol dire
morte, una morte vivente. Vuol dire che il domani sarà semplicemente una
ripetizione di oggi, e oggi è una ripetizioni di ieri.
Stai vivendo davvero? C’è danza nella tua vita?
Stai muovendoti, crescendo, rischiando, stai accettando le sfide di un cammino
rischioso? Nell’affrontare il pericolo, nell’accettare che qualsiasi cosa può
accadere in qualsiasi momento, la vita arriva al suo meglio, arriva alla sua
pienezza.
Milioni di persone hanno deciso di vivere al
minimo del loro potenziale, semplicemente perché hanno paura che dal punto più
alto si possa cadere. È più sicuro vivere al minimo, più sicuro ancora è non
vivere affatto. Nessuno ha mai sentito dire che i morti abbiano problemi di
insicurezza, il cimitero è il luogo più sicuro. Una volta entrati nella tomba,
non c’è più paura: persino la morte non ti può fare niente – non si può morire
due volte.
L’uomo ha tentato di creare dei supporti
artificiali per la propria sicurezza, sapendo perfettamente che tutti prima o
poi cadono, ma continua ad ammassare sostegni intorno a lui. Al tempo non
importa nulla dei tuoi puntelli, e neppure alla vita. In effetti è generoso da
parte della natura far sì che, qualsiasi cosa tu faccia, tu rimanga
nell’insicurezza. Puoi avere un conto in banca, puoi avere una grossa
assicurazione – ma queste sono solo strategie per ingannare te stesso. Che
assicurazione può esserci contro la morte? Che assicurazione può esserci contro
i continui cambiamenti nel flusso della vita? Tu non puoi ostacolarli: è un
fiume di montagna che scorre velocemente, che dalle alte cime precipita in
cascate, irrompe nelle valli andando verso l’oceano dove sparirà completamente.
Il concetto di sicurezza ha creato l’idea di
accumulare conoscenze – niente deve rimanere sconosciuto perché ciò che non si
conosce provoca insicurezza. Se lo conosci, ti sentirai al sicuro. La
situazione degli intellettuali è questa: hanno paura del fatto che non
conoscono; e continuano ad accumulare scritti su ciò che non conoscono,
ricoprendolo di spessi strati di erudizione. Ma sotto sotto
rimangono ignoranti come sempre.
L’ignoranza non deve essere nascosta, ma
trasformata in innocenza. L’ignoranza non deve diventare erudizione,
l’ignoranza deve trasformarsi in un sentimento per il mistero e il miracolo
dell’esistenza. Così fa l’uomo religioso. Un erudito non è mai religioso, non può esserlo.
Il tuo approccio è interamente e categoricamente
sbagliato – non in parte ma in assoluto. Devi capire che questa insicurezza è
la vera natura della vita: non c’è modo di evitarla. E quando non c’è modo di
evitarla, l’unica cosa saggia da fare è gioirne. Se è impossibile evitarla,
perché continuare a battere la testa contro il muro? È meglio trasformare
l’insicurezza in una bella esperienza. E in effetti lo è.
L’uomo non potrà mai svelare tutti i segreti
dell’esistenza, non potrà mai divenire onnisciente. Il desiderio di conoscere
proprio tutto è pericoloso. Con l’ambizione di divenire onnisciente, così da
sentirti sicuro, avrai la possibilità di raccogliere molte informazioni. E
raccogliendo tutte queste informazioni ti dimenticherai una cosa basilare: che
tu devi andare attraverso una trasformazione. L’informazione non ti aiuterà per
niente – tu hai bisogno di una trasformazione della coscienza. Mediante la
trasformazione, non diventerai un erudito, diventerai sempre di più un mistico.
Qualsiasi cosa nella vita, dal più piccolo filo
d’erba alla stella più grande… tutto è mistero. Né le sacre scritture, né la
scienza hanno delle risposte, sebbene entrambe continuano a proporre delle
ipotesi. La religione tenta di proporre l’ipotesi di dio: un dio che ha creato
il mondo. E ciò è davvero meschino: non ha nulla a che fare con una autentica
religiosità, è solo un tentativo infantile di dimenticare la vostra ignoranza.
Nessuno è stato testimone di un qualsiasi dio che creasse il mondo. Ma il fatto
essenziale è che nessuno ne avrebbe potuto essere testimone; altrimenti il
mondo avrebbe dovuto già esistere, e qualcuno essere lì a guardare.
La stupidità dell’uomo non ha limiti. Il
cristianesimo crede che dio ha creato il mondo… ma questo non basta: devono
sapere anche esattamente l’anno, la data, il giorno – nei dettagli. E hanno
calcolato – nessuno sa come sono arrivati a questo risultato perché non hanno
rivelato il procedimento – che dio creò il mondo quattromila e quattro anni
prima della nascita di Cristo. Doveva ovviamente essere un lunedì, e il primo
di gennaio, perché dio non avrebbe potuto cominciare a metà anno. In effetti,
in qualsiasi luogo e in qualsiasi tempo dio iniziò, quel giorno era il primo di
gennaio. Come poteva esistere il calendario senza il mondo?
E sorgono così mille e una domanda alle quali i
teologi cristiani non hanno mai saputo rispondere – nemmeno a una singola
domanda. Cosa stava facendo dio durante l’eternità? E perché ha creato il mondo
esattamente quattromila e quattro anni prima della nascita di Cristo? Quale è
il segreto di tutto ciò? E dove era questo tizio prima? E la domanda basilare:
da dove è arrivato dio? Chi lo ha fabbricato? È forse un orfano senza padre né
madre? Chi lo ha creato? Se il mondo ha bisogno di un creatore, allora anche
dio ha bisogno di un creatore.
Questa ipotesi può soddisfare solo menti molto
infantili, e può dare loro sicurezza.
Ma milioni di persone si trovano in questa
situazione. Nei templi, nelle sinagoghe, nelle moschee, pregano un dio che è
solamente un’ipotesi.
Un giorno quando l’uomo diventerà finalmente
adulto, diventerà maturo, riderà di noi: “Di che
razza di idioti è piena la storia? Hanno creato un’ipotesi, e poi adorano
questa ipotesi.”
Ma neppure la scienza si trova in una posizione
migliore. Dicono che a un certo punto, circa quattro miliardi di anni fa... I
loro calcoli hanno poco fondamento, proprio come i calcoli dei religiosi:
quattromila e quattro anni, o quattro milioni di anni, o quattro miliardi di
anni. Come arrivano a questa conclusione? Si tratta di qualcosa di bizzarro.
Dicono che il mondo ha iniziato a esistere in seguito a un’esplosione.
Esplosione di cosa? Hanno rimosso dio: adesso
invece di dio si parla di un’esplosione di energia. Ma ciò significa che c’era
energia. E se l’energia c’era già, c’era anche l’esistenza. Gautama
il Buddha sembra essere più logico, Mahavira sembra essere più logico, loro non credono affatto
alla creazione. Hanno negato semplicemente che il mondo sia mai stato creato:
c’è sempre stato e sempre ci sarà, continuando a mutare di forma.
Non si può concepire un momento in cui il mondo
non esisteva, per poi improvvisamente apparire. Questa non è logica, è magia:
un momento prima non c’era niente, un momento dopo c’è tutto. Dio sembra essere
un mago ambulante! Ma il mago ambulante conosce solo trucchi. Estrae uccelli da
un cappello vuoto – ma gli uccelli erano già nascosti in quel cappello. Il mago
crea l’illusione che il cappello sia vuoto, ma non è vuoto.
Gautama il Buddha
ha ragione quando dice: “La stessa idea della creazione del mondo è stupida.
Porta a domande e risposte ancora più stupide.” Ma perché la gente vuol sapere
queste cose? Ci deve essere un bisogno psicologico, un bisogno psicologico
universale. E il bisogno è questo: sicurezza. Sapendo che dio ha creato il
mondo, ti senti a tuo agio.
Strano, il fatto che dio avesse o no creato il
mondo non mi ha mai fatto sentire a disagio. Cosa me ne importa? In che modo
sono collegato a quella creazione? In un modo o in un altro cosa cambia per me?
Sono pronto ad accettare il mistero della vita, e sono contro tutte quelle
persone – teologi o ricercatori scientifici – che cercano di consolare la tua
paura dell’insicurezza con delle mere ipotesi.
Anche la scienza non ha potuto resistere a questa
tentazione e accettare il mistero dell’esistenza, accettare che non sappiamo.
Nemmeno uno scienziato è stato così coraggioso da affermare: “Noi non
sappiamo.” In effetti, l’intero progetto della scienza è tale per cui piano,
piano l’area della conoscenza si estende, e l’area dell’ignoranza si riduce.
Logicamente si può dedurre che un giorno, in un futuro – ci potrebbero volere
milioni di anni – verrà il momento in cui si saprà tutto. La conoscenza coprirà
l’intera area, e non ci sarà più nulla da conoscere.
Io non sono d’accordo. Sì, la scienza cerca di
conoscere le cose, ma non è in grado di svelarne il mistero. Lo spinge
semplicemente un po’ più indietro. Dividi l’atomo – presto saremo in grado di
dividere anche lo spermatozoo – e poi affermi che l’atomo è formato da elettroni,
protoni e neutroni, e pensi che hai incrementato la conoscenza. Ma il problema
è: perché l’atomo consiste di elettroni, protoni e neutroni? Il mistero non è
stato svelato, è divenuto solo più sottile.
L’uomo che comprende veramente le cose,
accetta che l’insicurezza è la struttura reale della vita, e che la non
conoscenza è la controparte del miracolo e del mistero dell’esistenza. Noi non
sappiamo nulla.
Tutto ciò che sappiamo è molto superficiale, e tutto quello che sappiamo
continua a cambiare. Ciò che sembra sicuro oggi diverrà incerto domani.
Avete notato che da almeno trent’anni,
non si scrivono più grossi trattati scientifici? Solo pubblicazioni periodiche,
mensili... E la gente non scrive grossi libri per la semplice ragione che nel
momento in cui il libro è finito, è già superato – così grande è l’esplosione
della ricerca. Tutte le vecchie teorie si rivelano false e ne vengono proposte
di nuove. Tutte le vecchie ipotesi muoiono; e le nuove teorie sorgono, come
l’araba fenice, dalle ceneri delle vecchie ipotesi. E si sa benissimo che anche
le nuove teorie crolleranno.
Se stai tentando di scrivere una storia completa
di qualcosa di scientifico, stai perdendo il tuo tempo. Così gli scienziati
scrivono solo articoli su riviste, non libri, leggono riviste, non libri,
perché un articolo può essere presentato in ambito universitario o in una
conferenza scientifica. Almeno è vero e reale in quel momento; nessuno sa cosa
succederà domani. La gente pensava che Albert Einstein non sarebbe stato mai confutato. È stato
confutato, non è più il gigante che era prima. Pezzo per pezzo, tutta la sua
teoria della relatività è stata criticata, e vengono alla luce proposte
migliori.
Ma ora una cosa è certa – perché trecento anni di
esperienza scientifica evidenziano che nessuna teoria può diventare una
conoscenza autentica ma è solo un’ipotesi temporanea. Qualcuno con
un’intelligenza migliore, con più acume logico, con una superiore attrezzatura
scientifica, potrà demolirla.
Charles Darwin non è più
accettato. L’idea che l’uomo provenga dalle scimmie è molto affascinante:
guardando l’uomo, non c’è poi bisogno di alcuna dimostrazione! Ma per milioni
di anni, le scimmie sono rimaste scimmie e l’uomo è rimasto uomo.
E neppure vediamo uomini regredire allo stato di
scimmie – salire sugli alberi, saltando, con la coda che cresce – o una scimmia
moderna scendere dagli alberi eretta sui suoi piedi, e dichiarare: “Ora sono un
essere umano.”
Non c’è mai stata una sola teoria scientifica che
rimanesse valida nel tempo. Tutto è cambiato, e tutto sta cambiando così
velocemente che forse in futuro non sarà più possibile nemmeno leggere le
riviste.
La scienza è uno sforzo per svelare i misteri
dell’esistenza in ogni possibile modo. Questo è quello che faceva la teologia
prima dell’avvento della scienza – tentava di svelare tutti i misteri. Dio ha
creato il mondo – questo ti da sicurezza. Dio è il padre – questo ti fa sentire
sicuro: lui si prenderà cura di te. Qualsiasi cosa è decisa da dio:
naturalmente non può essere contro di te. Dio è compassionevole... I maomettani
dicono: “Rahman Rahim” –
egli è la bontà stessa e la compassione stessa. Allora non preoccuparti
affatto. Anche tutti i tuoi peccati saranno dimenticati perché la sua
compassione è molto più grande della tua capacità di peccare.
Quanti peccati puoi commettere in una breve vita
di settant’anni? Se continui a peccare notte e
giorno, senza neppure fermarti per mangiare, dormire o lavarti – solo peccati,
peccati e peccati, di continuo, dalla culla alla tomba – anche in questo caso
non riuscirai a commettere un numero di peccati che trascenda la compassione di
dio. Sarai perdonato – ciò dà un meraviglioso senso di sicurezza, un grande
conforto – solo credendo in dio.
La teologia ha cercato di creare la salvezza, il
conforto, la sicurezza. E ora la scienza ha preso il posto della teologia, su
basi più pragmatiche, e sta facendo proprio la stessa cosa: ti dà l’idea falsa
che tu non devi preoccuparti, che la scienza sa tutto. La stessa parola
“scienza” significa conoscenza. Ma voglio insistere ancora e ancora con te: né
la teologia, né la scienza, né la filosofia – nessuno sforzo umano può svelare
il mistero dell’esistenza. Devi avere il coraggio di accettare l’insicurezza –
non solo accettarla, ma gioirne. Devi esultare nel mistero dell’esistenza: gli
alberi, gli oceani, le montagne, le stelle… ogni cosa è misteriosa. Dal più
piccolo sasso sulla spiaggia all’intero universo, ogni cosa è così misteriosa
che non c’è possibilità di conoscerla.
La non conoscenza è la via del mistico. L’insicurezza
è la via del mistico Ed essere un sannyasin significa
essere sul sentiero del mistico.
Se cambi il tuo punto di vista – che è sbagliato,
completamente sbagliato – allora il problema sparirà interamente. Allora sarai
in grado di danzare nella totale insicurezza; sarai in grado di amare e ridere
nella totale non conoscenza.
La non conoscenza non è altro che innocenza, e
l’insicurezza non è altro che un panorama che cambia di continuo, sempre nuovo
e fresco. Niente si ripete nell’esistenza.
Tu devi aver già sentito il detto: “La storia si
ripete”. La storia si ripete perché la storia è stata fatta fino a oggi da
esseri umani stupidi. L’esistenza è così intelligente da non ripetersi mai: non
creerà mai più un altro Gesù, un altro Mosè, un altro
Buddha, un altro Chuang Tzu, un altro Socrate. Semplicemente non si ripete mai. La
sua creatività è incredibile, inesauribile.
Sì, la storia dell’uomo ripete se stessa, perché
la vita dell’uomo è una routine. Se guardi la tua vita... continui a ripeterti.
Piano, piano questa ripetizione diventa la tua efficienza: diventi quasi un
robot, perdi consapevolezza.
La consapevolezza è necessaria solo se ogni
momento è nuovo, perché devi rispondere a una nuova situazione. Le vecchie
risposte non funzionano più.
È un grande dono del cielo che la vita sia
insicura, che l’amore sia insicuro, che fondamentalmente ci troviamo in uno
stato di non conoscenza. Possiamo essere come bambini, rincorrere le farfalle,
raccogliere conchiglie sulla spiaggia – o sassi colorati, quasi fossero
diamanti – e gioire di tutte queste cose.
Quando ero bambino, volevo sempre il più gran
numero di tasche possibili. Il mio sarto si arrabbiava sempre con me: “Mi
rovini la reputazione: nessuno vorrà più venire da me per farsi fare questo
tipo di vestiti. Che razza di vestito è questo? – con quattro tasche davanti,
tasche perfino nelle maniche, tasche nei pantaloni... e non solo due, quattro.”
Diceva: “Sei pazzo, e mi stai facendo impazzire.”
Io rispondevo: “Ho bisogno di tutte queste tasche
perché mi piace andare al fiume, e trovo così tante belle pietre che tutte
queste tasche non sono mai abbastanza.”
Quando tornavo a casa, sempre con le tasche piene
di pietre, e volevo persino andare a dormire con tutte quelle pietre, si
arrabbiavano tutti : “Cosa credi che siano tutte queste pietre? Diamanti,
smeraldi, rubini?”.
Dicevo: “Non lo so, ma sono immensamente belle; e
non posso dormire senza il mio tesoro, mi sento bene se sono vicine a me.”
La non conoscenza non è altro che innocenza.
Queste due cose sono davvero fondamentali: l’insicurezza e la non conoscenza.
Se riesci ad accettarle, in maniera rilassata, sei un saggio, sei un
risvegliato. Se vai contro queste due cose, stai andando contro la tua propria
illuminazione, contro la tua possibilità di diventare saggio.
Tratto da:
The New Dawn #26 - #6
Copyright © 1989
Osho International
Foundation
Non
è tornando al "buon tempo antico" che risolviamo i danni creati dalla
tecnologia moderna. Serve invece una maggiore e più ampia consapevolezza che ci
porti a vivere in un equilibrio armonico con l'intero pianeta.
AMATO OSHO,
HO LA SENSAZIONE CHE, USANDO LA TECNOLOGIA MODERNA, STIAMO
DANNEGGIANDO QUESTO MONDO COSÌ PIENO DI VITA CON RIFIUTI PLASTICI, SCORIE
RADIOATTIVE, INQUINAMENTO ATMOSFERICO E COSÌ VIA. PER FAVORE PUOI COMMENTARE?
DHYAN TARA, QUESTO è uno dei
problemi più complicati.... È vero che: "usando la tecnologia moderna
stiamo danneggiando questo mondo così pieno di vita con rifiuti plastici,
scorie radioattive, inquinamento atmosferico e così via."
Questo problema ha due possibili
soluzioni. Una è quella del Mahatma Gandhi: tornare
indietro... fino al punto di eliminare ogni tecnologia moderna — e questa
superficialmente può sembrare la risposta giusta. Se la tecnologia moderna ha
creato una crisi ecologica nel mondo, turbando gli equilibri naturali,
eliminarla e tornare indietro è una soluzione molto semplicistica. Devi capire
che al tempo di Gautama il Buddha,
venticinque secoli fa, in questo paese vivevano soltanto venti milioni di
persone. La terra era in grado di nutrirli. Oggi soltanto questo paese conta
novecento milioni di abitanti. Se vuoi tornare ai tempi di Gautama
il Buddha devi eliminare o lasciare morire la maggior
parte della popolazione. E quando saranno rimasti solo venti milioni di persone
e il resto dei novecento milioni giacerà morto tutt'intorno
— pensi che questi venti milioni riusciranno a sopravvivere?
E la popolazione continua a
crescere... per la fine del secolo la popolazione dell'India potrebbe essere
aumentata del cinquanta per cento e ciò significa che ci saranno un miliardo e
trecento milioni di persone — da quasi novecento milioni a milletrecento
milioni.
Questo è il motivo per cui sono in
totale disaccordo con il Mahatma Gandhi. Lui parla di
non violenza — questa non è non violenza; niente può essere più violento di
questo. Nessuna guerra ha eliminato tante persone quante ne verrebbero
eliminare senza fare nessuna guerra. È impossibile vivere circondati da pile di
cadaveri. Non ci sarebbe nessuno a fargli il funerale e portarli al cimitero.
Così tanti morti e così in fretta porterebbero alla morte anche i venti milioni
superstiti. I cadaveri in putrefazione provocherebbero innumerevoli malattie ed
infezioni.
Il Mahatma Gandhi
pensava che avremmo potuto fermare la tecnologia al tempo del filatoio a mano.
Esso è stato inventato circa diecimila anni fa o forse prima. La popolazione
era così ridotta e la terra così grande... la terra dava così tanto che la
popolazione non era in grado di consumare tutto quanto e molto andava sprecato.
E così questa è una soluzione, che è
arrivata al Mahatma Gandhi da Leo Tolstoy
— anche lui era contro la tecnologia moderna. Ma io non sono assolutamente
d'accordo, perché questo significa niente ferrovie, niente ospedali, niente
chirurghi, niente medicine, niente uffici postali, niente telecomunicazioni,
niente elettricità; e tutto ormai questo fa parte della vostra vita. Riesci a
pensare di fare a meno dell'elettricità?
C'è stata una semplice interruzione
dell'energia elettrica in America. Per tre giorni la popolazione è stata nel
panico perché gli ascensori non funzionavano e utilizzare le scale dei
grattacieli — cento piani magari, o forse centoventi — solo il salire e lo
scendere bastano a sfinire chiunque. Per la prima volta la gente si è resa
conto, in quei tre giorni a New York, che ora non si può più rinunciare alla
tecnologia.
Io ho un'alternativa. Lo sbaglio non è
della tecnologia moderna, l'errore è che non siamo chiari su cosa volere e cosa
non volere da questa tecnologia. Gli scienziati lavorano quasi alla cieca e le
scoperte fatte vengono subito utilizzate — senza preoccuparsi di tutti i
possibili effetti.
Tornare indietro è impossibile e
idiota, l'unica strada è andare avanti. Abbiamo bisogno di una tecnologia
migliore — migliore di quella moderna — che possa evitare l'accumulo di residui
plastici e non provochi danni all'ecologia. Lo scienziato deve essere veramente
consapevole del fatto che quello che producono diventa parte di un tutto
organico; la tecnologia non deve andare contro il tutto. E questo è possibile,
perché non è la tecnologia che ti porta in una direzione precisa, sei tu che
continui a fare scoperte alla cieca.
Anche adesso che è chiaro che la
maggior parte di ciò che è stato scoperto sino a ora disturba l'armonia — e
alla fine distruggerà la vita sulla terra – gli scienziati continuano ad
accumulare ordigni nucleari. Non hanno il coraggio di dire ai politici:
"Ora basta! Non siamo degli schiavi. Non possiamo creare cose che
distruggeranno la vita ."
Tutti gli scienziati del mondo devono
venire a un accordo: devono creare una accademia mondiale delle scienze che
decida quali ricerche devono essere portate avanti e quali no. Tutte le
scoperte che si rivelano sbagliate dovranno essere abbandonate.
Abbiamo bisogno di una tecnologia
superiore, una tecnologia più illuminata. È qui dove sono in disaccordo con
Mahatma Gandhi, che vuole tornare indietro – là dove
non c'è che morte. Io vado avanti. La tecnologia è nelle nostre mani. Non siamo
noi a essere nelle mani della tecnologia. Possiamo eliminare tutto ciò che è
pericoloso e dannoso, possiamo trovare valide alternative che favoriscono
l'ecologia, che migliorano la vita dell'uomo, che valorizzano il suo ambiente e
la sua ricchezza interiore, portandoci ad un mondo più equilibrato.
Ma in tutto il mondo non riesco a
trovare nessuno che sostenga una tecnologia più sofisticata e illuminata. Ogni
tanto mi chiedo: milioni di persone, migliaia di scienziati – sono tutti
ciechi? Non vedono che quello che fanno è come tagliare le loro stesse radici?
E se la tecnologia riesce a fare miracoli – e sinora c'è riuscita, ma solo per
distruggere l'ambiente – potrà farli anche in una direzione positiva e
creativa.
Tutte le scoperte che disturbano gli
equilibri naturali devono essere eliminate. Ma non mi sembra che l'elettricità
sia dannosa per la natura e che le ferrovie e gli aeroplani siano dannosi per
l'ecologia; non credo che innocenti telegrammi e uffici postali debbano essere
distrutti. Sarebbe solo andare all'estremo opposto.
E così che lavora la mente: si muove
come un pendolo andando da un estremo all'altro, senza mai riuscire a fermarsi
al centro. Voglio che la consapevolezza umana si fermi proprio nel mezzo, in
modo che possa valutare entrambi i lati. Certamente non si può essere a favore
di ciò che ci sta distruggendo, e l'energia utilizzata per creare cose dannose
deve essere trasformata in creatività. Ma la via indicata dal Mahatma Gandhi non è quella giusta. La sua ideologia provocherebbe
danni maggiori di quelli creati sino ad ora dalla tecnologia moderna. Per
distruggere tutto la tecnologia moderna potrebbe aver bisogno ancora di
centinaia di anni. Se seguiamo il Mahatma Gandhi in
un sol giorno distruggeremmo tutto quello che abbiamo raggiunto in migliaia di
anni.
Non potresti avere acqua calda e fredda
nel bagno – perché questo dipende dalla tecnologia moderna. È vero che ha
portato inquinamento atmosferico, ma l'errore è nostro, non della tecnologia
moderna. Se avessimo richiesto che il petrolio venisse raffinato sino a non
dare problemi di inquinamento e che le auto fossero dotate di dispositivi
antinquinamento per ovviare ai danni del petrolio – ma questo, in qualche modo,
è naturale: ci si rende conto delle cose solo dopo che sono accadute.
Nessuno si era reso conto che andare
sulla luna avrebbe creato dei dannosi buchi allo schermo protettivo che
circonda la terra. Esiste all'altezza di venti miglia intorno alla terra un
sottile e invisibile strato di ozono che ha una funzione protettiva. Esso non
permette il passaggio di tutte le radiazioni del sole e lascia passare solo
quelle utili per la vita, per gli alberi e per gli uomini – le radiazioni
dannose vengono respinte. Ma nessuno lo sapeva e quindi nessuno può essere
incolpato.
Quando i primi razzi hanno superato
l'altezza delle venti miglia, hanno provocato dei buchi nello strato di ozono,
buchi privi dello strato protettivo. Ora tutte le radiazioni solari passano
attraverso questi buchi e hanno provocato malattie che prima erano sconosciute.
Ma ora possiamo trovare altre
soluzioni se vogliamo andare sulla luna. In primo luogo è una cosa da lunatici:
solo gente un po' matta può pensare di andare sulla luna. Per quale motivo poi?
– Non c'è acqua, né verde, né aria da respirare. Qual'è
lo scopo allora? Probabilmente gli unici interessati alla conquista della luna
sono i militari – perché potrebbero costruire una base sulla luna da cui
lanciare armi nucleari contro l'Unione Sovietica, se l'America riesce a
impossessarsi della luna. O se l'Unione Sovietica riesce a entrane in possesso,
diventa un loro territorio.
Ma anche se qualcuno volesse andare
sulla luna, dovrebbe provvedere a evitare la formazione di questi buchi e se li
creasse, dovrebbe trovare subito il modo di eliminarli, in modo da evitare che
le radiazioni dannose raggiungano la terra.
C'è da ricordarsi una cosa, Tara:
l'uomo può andare solo avanti, non si può tornare indietro. E non c'è neppure
motivo di farlo. È solo un'illusione dell'uomo quella di ritenere che nel
passato, quando non esisteva la tecnologia moderna, tutto era bello e buono. È
del tutto sbagliato. Farò qualche esempio.
Gli indù si vantano molto del fatto
che ai tempi d'oro, nel passato, la gente era talmente ricca che non usava
mettere lucchetti alle porte. E infatti è riportato nei vecchi testi che i
lucchetti non erano usati. Ma non c'è scritto che i lucchetti non venivano
usati perché la gente era ricca e non c'erano furti. La mia conclusione è
proprio l'opposto: i lucchetti non erano stati ancora inventati, come avrebbero
potuto usarli? Inoltre la gente era molto povera e non aveva nulla da mettere
sotto chiave.
Se poi qualcuno dice che la gente era
ricca e che non c'erano lucchetti e che non avvenivano furti, è il caso che
vada a rileggersi meglio le scritture del passato. Gautama
il Buddha continuò a insegnare ogni giorno, per
quarantadue anni di seguito, che il furto è male. Mi chiedo proprio a chi
insegnasse. Se non avvenivano furti – e non servivano nemmeno i lucchetti –
allora doveva essere proprio matto a dire queste cose a persone che non avevano
mai rubato, e che non ci pensavano neppure visto che erano così ricche. E
allora perché continuava tutti i giorni? E non solo Gautama
il Buddha, anche Mahavira
faceva la stessa cosa; e altre scritture, altri maestri del passato hanno
sostenuto che il furto è peccato. Questo basta a provare che esistevano un
mucchio di ladri. Quindi la mia è l'unica spiegazione possibile del fatto che
non esistevano i lucchetti: non erario stati ancora inventati.
Anche i lucchetti sono frutto della
tecnologia. Gli aborigeni che vivono nelle foreste non usano lucchetti perché
non sono in grado di costruirli e non hanno le possibilità economiche per
procurarseli nelle città. E per quale motivo poi dovrebbero usarli? Non c'è
niente nelle loro case! Se riescono a mangiare una volta al giorno, è già una
grande benedizione divina. Molti di loro non riescono neanche ad avere un pasto
regolare tutti i giorni.
La tecnologia non va guardata solo dal
lato negativo. In India, prima di questo secolo, morivano nove bambini su
dieci. Oggi la situazione è rovesciata: solo un neonato su dieci muore e questo
grazie allo sviluppo della medicina. Gli indumenti che indossi – presto sarà
impossibile produrre indumenti di cotone per tutti – e non è neppure una
necessità: stoffe migliori possono essere prodotti usando la tecnologia. Come
simbolo della mia filosofia, non ho voluto mai usare niente di cotone. I miei
indumenti sono puri prodotti della tecnologia – cento per cento poliestere.
La tecnologia può produrre case
migliori, più leggere e più belle, senza dovere usare materiali pesanti e
costosi. La tecnologia produrrà cibi migliori e più equilibrati, fornendoti
allo stesso tempo tutte le vitamine di cui hai bisogno e un gusto migliore –
attualmente le piante non sono poi così scientifiche. Il cibo può avere
qualsiasi tipo di sapore Non c'è bisogno di mangiare la carne per gustarne il
sapore, perché ogni cibo potrà avere il sapore della carne.
La tecnologia ha anche il lato buono;
ma eliminando tutta la tecnologia moderna si cadrà in tempi oscuri; sarà un
grave atto di violenza contro questa terra, sostenuto da chi pensava che la sua
filosofia fosse non violenta.
Ma qualche cosa va fatta. Sino ad oggi
la tecnologia si è mossa a tentoni. Ora possiamo darle una direzione, e
possiamo eliminare tutto ciò che danneggia l'ecologia, l'armonia, la natura, la
vita. Io sono totalmente a favore della tecnologia – ma per una tecnologia
migliore, una tecnologia più umana.
AMATO OSHO,
TI HO SENTITO PARLARE DI SCIENZIATI CHE SCELGONO CHI DOVRÀ NASCERE
ATTRAVERSO L'ANALISI GENETICA DEGLI SPERMATOZOI. NON HO ALCUNA FIDUCIA NEGLI
SCIENZIATI, NEI DOTTORI O COMUNQUE IN CHI CONOSCE SOLAMENTE ATTRAVERSO LA MENTE.
SENTO INTUITIVAMENTE CHE LA GENETICA GIOCA SOLO UN PICCOLO RUOLO NEL
DETERMINARE IL FUTURO DI UNA PERSONA. UN GIARDINIERE AVREBBE POTUTO ANCHE
DIVENTARE UN MUSICISTA; UN SOLDATO PUÒ AVERE IL POTENZIALE PER DIVENTARE UNO
SCIENZIATO. SICURAMENTE CIÒ CHE UN UOMO È NON SI PUÒ PARAGONARE A CIÒ CHE
AVREBBE POTUTO ESSERE IN CIRCOSTANZE DIVERSE. AMATO MAESTRO, CHI AVREBBE POTUTO
PREVEDERE UN OSHO NELL'OVULO E NELLO SPERMATOZOO DI TUA MADRE E DI TUO PADRE?
PER FAVORE PARLACI PIÙ A LUNGO DELL'AVVEDUTEZZA DELLE TUE PROPOSTE – IO NON
RIESCO A VEDERLA A CAUSA DELLA MIA PAURA DEI REGIMI TOTALITARI.
DEVAGEET, POSSO CAPIRE le tue
preoccupazioni, sono anche le mie. Ma ci sono molte cose da capire. La prima è:
mai farsi guidare dalla paura. Se l'uomo si fosse fatto guidare dalle sue
paure, non ci sarebbe stato nessun progresso.
Ad esempio, la gente che inventò le
biciclette... riesci a pensare a qualche pericolo? Non si riescono proprio ad
immaginare pericoli connessi con l'invenzione della bicicletta. Ma poi i
fratelli Wright usarono parti di biciclette per
costruire la prima macchina volante. E tutto il mondo festeggiò — perché
nessuno poteva prevedere che gli aeroplani sarebbero stati usati per
distruggere città, e milioni di persone, nella prima guerra mondiale. Ma adesso
gli stessi aeroplani trasportano milioni di persone in giro per il mondo. Hanno
reso piccolo il mondo, hanno reso possibile chiamarlo un villaggio globale.
Hanno creato legami fra le persone, hanno avvicinato persone di razze,
religioni e lingue diverse, in una maniera che nessun'altra
invenzione ha ancora superato. E così la prima cosa da ricordare è di non
lasciarsi guidare dalla paura.
Agisci con cautela, con
consapevolezza, avendo presenti le varie possibilità e i vari pericoli, e
creando la situazione per prevenire questi pericoli. E che cosa può essere più
pericoloso di armi nucleari nelle mani dei politici? Abbiamo messo nelle loro
mani la cosa più pericolosa.
Comunque non c'è bisogno di aver
paura, persino le armi nucleari possono essere usate in maniera creativa. E io
ho una gran fiducia nell'esistenza, nel fatto che saranno usate creativamente.
La vita non si farà distruggere così facilmente, opporrà una strenua
resistenza. In quella resistenza si cela la nascita di un nuovo uomo, una nuova
alba, una nuova struttura per la vita e l'esistenza nel loro complesso.
Secondo me le armi nucleari hanno reso
impossibile una grande guerra. Gautama il Buddha non c'è riuscito, Gesù Cristo non c'è riuscito.
Tutti i santi di questo mondo messi insieme non ci sono riusciti, anche se
hanno continuato a predicare contro la violenza, contro la guerra. Ma il loro
obbiettivo è stato raggiunto dalle armi nucleari.
Vedendo che i pericoli sono così
grandi, tutti i politici hanno in fondo paura che se si inizia una terza guerra
mondiale tutta la vita verrà distrutta — loro compresi. Non c'è alcuna
possibilità che loro si salvino. Nulla riuscirà a salvarsi. Questa è una grande
occasione per chiunque ami l'esistenza. In questo momento c'è l'opportunità di
cambiare la direzione della scienza e indirizzarla verso la creatività.
Ricordati sempre che la scienza è
neutrale. Ti dà semplicemente potere. Come poi viene usata dipende da te,
dipende dall'intera umanità e dalla sua intelligenza. La scienza ci dà maggiori
possibilità di creare una vita migliore, una maniera di vivere più agevole,
esseri umani più sani — piuttosto di ostacolarla... solo per paura che un
qualche potere dittatoriale possa usarla a suo vantaggio.
Tutte le cose possono essere usate
male. E lo stesso Devageet è un medico, lui stesso
appartiene alla categoria degli scienziati. Dovrebbe capire che tutto ciò che
può provocare danni può anche essere di grande aiuto. Non bisogna respingere
nulla, serve invece aumentare la consapevolezza degli esseri umani. Altrimenti
si cade nello stesso errore fatto da Mahatma Gandhi.
Se cominci ad agire spinto dalla
paura, fino a che punto arriverai prima di fermarti? Mahatma Gandhi seguiva la stessa logica e si fermò solamente alla
ruota per filare – meccanismo che fu inventato almeno ventimila anni fa; ed
egli non volle progredire oltre: voleva che tutto quello che era stato inventato
dopo la ruota per filare venisse distrutto. Era contro le ferrovie, perché in
India furono usate per tenere tutto il paese sottomesso. Queste ferrovie in
India non furono create per la comodità della gente – al suo servizio. Furono
create per trasportare le truppe, così che potessero spostarsi da una parte
all'altra del paese in termini di ore. Il territorio è molto vasto, ci sono
località che possono essere raggiunte, anche usando il treno, solo in sei
giorni. È praticamente un subcontinente, e per poter controllare tutto il paese
dovettero costruire una vasta rete ferroviaria. Lo scopo era essenzialmente
militare: la mobilità delle truppe.
Ma questo non fu sufficiente a farci
decidere per la distruzione delle ferrovie. Avrebbe significato pregiudicare la
possibilità di muoversi delle persone, ci avrebbe fatto tornare al Medio Evo.
Il Mahatma Gandhi era contrario anche a cose
innocenti quali i telegrammi, il telegrafo, l'ufficio postale, perché erano
servizi usati, all'inizio, per controllare il paese. A poco a poco diventarono
sevizi pubblici. Qualsiasi invenzione è stata usata all'inizio a scopo
militare, dai guerrafondai, e solo in seguito la gente comune ha avuto la
possibilità di goderne.
Ma l'esigenza non è tanto di tornare
indietro – distruggendo così l'intera umanità – quanto di andare avanti e
imparare qualche lezione dal passato, in modo che lo sviluppo della tecnologia
scientifica avvenga simultaneamente allo sviluppo della consapevolezza umana. E
questo ci proteggerà da un uso della tecnologia che possa danneggiare
l'umanità.
Ecco perché, fondamentalmente, non
sono d'accordo con Mahatma Gandhi: lui vuole far
tornare indietro l'umanità.
All'inizio i cavalli erano usati dai
soldati. E per questo non si dovrebbero più usare i cavalli? A guardar bene
ogni veicolo è stato usato all'inizio per portare la morte.
Non bisogna farsi guidare dalla paura,
meglio considerare ogni cosa in una prospettiva più ampia. Se c'è paura questa
non arriva di sicuro dalla scienza, arriva dall'inconsapevolezza umana. Senza
consapevolezza ogni cosa diventa pericolosa, dannosa.
Bisogna cambiare l'uomo, non fermare
il progresso della scienza. Ad esempio quello che vi avevo raccontato erano le
ultime scoperte degli scienziati che si occupano di genetica. Fino ad ora abbiamo
vissuto accidentalmente, in balia di una biologia cieca. Non sai come sarà il
bambino che hai generato – cieco, ritardato, storpio, e di questo lui soffrirà
per la vita intera. E inconsciamente tu ne sei responsabile, perché non ti sei
mai curato di trovare una maniera di far nascere solo bambini sani – non
ciechi, non sordi, non muti, non ritardati, non pazzi. Ora, a meno di non ascoltare
i genetisti, non c'è maniera di prevenire queste cose. Forse Devageet non sa che la genetica è in grado di prevedere
esattamente alcune cose: ad esempio se il bambino nato da una certa
combinazione di energia maschile e femminile sarà sano o no.
I genetisti non possono dire in
dettaglio se questo uomo diventerà un dottore, un ingegnere o un giardiniere,
ma possono stabilire alcune cose in maniera definitiva, e alcune altre come possibilità.
Sulla salute possono essere molto chiari, e dire che tipo di malattie il
bambino potrà avere in futuro. Così che si possano prendere delle precauzioni
ed evitargliele. Possono predire sicuramente e definitivamente quanto a lungo
vivrà il bambino. Così che si possano prendere delle misure per prolungare la
sua vita.
Riguardo alle possibilità possono dire
che questo bambino ha, la potenzialità per diventare un musicista, Questo non
vuol dire che non possa diventare un dottore; significa semplicemente che
avendone l'opportunità diventerà un musicista piuttosto che un dottore. E se
non diventa un musicista e diventa un dottore, profondamente non si sentirà mai
soddisfatto. Nel suo intimo gli mancherà sempre qualcosa.
E così se i genetisti possono dire
quali sono le possibilità del bambino, la società, i genitori, la comune gli
possono fornire le giuste opportunità. Adesso come adesso, non abbiamo alcuna
idea di quale sia il potenziale. Dobbiamo prendere delle decisioni; i genitori
si trovano in un dilemma: se mandare il figlio ad imparare ingegneria,
medicina, falegnameria o a fare il meccanico d'auto. Dove mandarlo, e come
decidere? Le loro decisioni si basano su considerazioni puramente economiche.
Questo è l'unico criterio delle loro
decisioni – in quale modo il figlio potrà avere successo economicamente, potrà
diventare ricco, prestigioso. E quello può non essere il suo potenziale, ma i
genitori non ne hanno la minima idea.
I genetisti possono spiegarti quali
siano le possibilità. Non dicono che sono delle certezze, che qualunque cosa
succeda il bambino diventerà un musicista. Non lo dicono perché le doti
naturali possono essere deviate durante l'educazione. Se togli a un giovane
tutte le possibilità di diventare un musicista e lo forzi a diventare un
medico, diventerà un medico, ma farà il medico per tutta la vita senza voglia,
senza gioia.
L'educazione è importante, ma se
conosciamo esattamente quali sono le possibilità, possiamo aiutare il bambino
con un'educazione adeguata. Così natura ed educazione possono funzionare
insieme armoniosamente e creare un essere umano migliore, più contento di sé
stesso, più gioioso, e creare un mondo più bello intorno a lui.
Solo su un punto hai ragione: la
genetica riesce a scoprire i potenziali per tutto tranne che per
l'illuminazione, perché l'illuminazione non è parte di un programma biologico. È qualcosa al
di là della biologia.
E così la genetica non può
prevedere in alcun modo se una persona si illuminerà. Al massimo
potrà dire che questa persona ha una spiccata tendenza verso la spiritualità,
il misticismo, l'ignoto; conoscendo però questa predisposizione gli si può
fornire un'educazione adeguata. E il mondo avrà più illuminati di quanto sia
mai stato possibile prima d'ora.
La paura che ha Devageet
è che se la genetica cade nelle mani di governi totalitari, essi cominceranno a
scegliere bambini che obbediranno allo status quo, che non diventeranno
rivoluzionari, che non si ribelleranno mai, che saranno sempre pronti a essere
degli schiavi senza mai resistere
La paura esiste, certo, ma si può
evitare. Perché dare il potere a regimi dittatoriali? Io vi fornisco un
programma complessivo per la società.
La mia prima idea è che le nazioni
debbano sparire. Ci dovrebbe essere un governo mondiale, cosa molto, molto più
funzionale. E non c'è il problema di aver paura di rivoluzioni, perché il
governo sarà al servizio del popolo. I funzionari del governo mondiale
cambieranno ogni anno, nessuno di loro starà in una posizione di potere per più
di un anno, nessuno sarà mai più riammesso in una posizione di potere dentro al
governo. Una volta sola, per un anno, che male riuscirà mai a fare? E il suo
potere non è dittatoriale. Le persone che l'hanno scelto, hanno il diritto di
revocarlo in ogni momento. Basta che il cinquantun per cento di chi ha votato
per lui firmi una dichiarazione al governo per la sua revoca – perché va contro
gli interessi del popolo – e la persona perde ogni potere. Non gli vengono dati
poteri illimitati per cinque anni. Alla fine dell'anno comunque uscirà di
scena, per non tornare mai più al potere, e così sarà spinto a fare del suo
meglio per essere ricordato per sempre. E se tenta di fare qualche danno, c'è
la possibilità di revocarlo. Basta che il cinquantun per cento dei votanti
firmi una petizione e la persona perde la sua carica.
Il mio piano è completo, per tutta la
società, non è frammentario. Le grandi città, a poco a poco, dovranno sparire,
e piccole comunità prendere il loro posto. Le famiglie dovranno sparire, così
che non ci siano obblighi verso la famiglia, obblighi verso la nazione. I
bambini verranno cresciuti dalla comune, non dai genitori. Ed è la comune a
decidere di quanti bambini c'è bisogno, perché man mano che la durata della
vita allunga, ci sarà bisogno di sempre meno bambini. Se i vecchi vivono più a
lungo non c'è posto per nuovi ospiti. In passato era possibile – continuare a
fare bambini, quanto più poteva. Ogni donna era praticamente sempre incinta
fino a quando smetteva di essere fertile. Continuava produrre quasi fosse una
fabbrica perché la durata della vita era molto corta.
Cinquemila anni fa nessuno viveva per
più di quarant'anni. Di quel periodo non è stato
trovato in tutto il mondo uno solo scheletro di un persona con più di quarant'anni.
Quando una persona moriva non aveva
mai più di quarant'anni – e questo era probabilmente
il limite, non l'età media. E quando la gente moriva a trentacinque o quarant'anni, i giovani avevano naturalmente molto spazio
per crescere e prendere il loro posto.
Ma i genetisti ci dicono anche che
chiunque ha la possibilità di vivere naturalmente fino a un'età di almeno
trecento anni – e rimanere giovane. La vecchiaia può essere abolita. E sarà una
grande rivoluzione, perché se un Albert Einstein può continuare a lavorare per trecento anni, se un
Gautama il Buddha può
continuare a insegnare per trecento anni, se tutti i grandi poeti e i mistici e
gli scienziati e i pittori possono continuare a lavorare, migliorando i loro
metodi, raffinando il loro linguaggio, la loro poesia, perfezionando le loro
tecniche, la tecnologia... il mondo ne trarrà immense ricchezze.
Ora come ora c'è un grandissimo spreco.
Quando un uomo diventa veramente maturo, la morte comincia a bussare alla sua
porta. E molto strano – così si coinvolgono nuove persone che non ne sanno
proprio nulla. Ora li fai crescere, li educhi, li addestri, li perfezioni, e
nel momento in cui sono veramente maturi, li mandi in pensione. Quando sono
veramente capaci di fare qualcosa, arriva il momento di smettere di lavorare. E
dopo la pensione nessuno vive più di dieci, quindici anni, perché quando smette
di lavorare, uno diventa assolutamente inutile, lui stesso inizia a sentirsi un
peso nei confronti dei giovani, della società. Perde ogni rispettabilità,
prestigio, potere. Diventa un escluso, un ospite poco gradito che aspetta,
riluttante, di morire. Forse non sapete che l'incomunicabilità fra le
generazioni non è mai esistita nel passato. E un fenomeno nuovo che ha iniziato
a esserci ora che la gente vive più a lungo. Considera una persona di novant'anni... ci sono tre altre generazioni dopo di lui.
Suo figlio avrà settant'anni, suo nipote avrà cinquant'anni e suo pronipote ne avrà trenta. La distanza
ora è così grande che il pronipote non avrà alcuna connessione con lui:
"Chi è mai questo vecchio, e cosa sta facendo da queste parti? Una
seccatura di cui si può fare a meno, e sempre irritato, sempre rabbioso, sempre
pronto a infuriarsi. A cosa serve tutto ciò?".
Nel passato la gente non vedeva mai
quattro o cinque generazioni insieme, e quindi non esisteva distacco fra le
generazioni. Io neppure conosco il nome del mio bisnonno. Lo chiesi a mio
padre, mi rispose: "Neanche io ne so nulla. I nomi che conosco sono gli
stessi che sai tu. Non so nulla di più." Adesso nel Caucaso, dove ci sono
alcune persone di cento ottant'anni, cosa pensate che
succeda? Nella loro casa ci saranno bambini della settima, ottava generazione e
loro neppure li riconosceranno. Questa gente avrebbe dovuto essere nella tomba
già da tempo – una volta succedeva così. E così dei perfetti sconosciuti vivono
nella stessa casa, dentro una sola casa. Non parlano l'uno il linguaggio
dell'altro, perché i tempi sono cambiati. Non capiscono le abitudini
dell'altro, la musica che l'altro ascolta, la religione che segue. Non hanno
più nulla in comune.
Se continuiamo a vivere in questa maniera,
all'improvviso, la situazione diventerà persino peggiore.
È meglio che la società adotti formule
nuove, un programma totalmente nuovo. Il vecchio sistema è fallito. La
comune è la nuova unità di base della società. Niente più famiglia, niente più
nazione – comuni e un'umanità internazionale.
La comune è decisiva nel creare ciò di
cui c'è bisogno, perché adesso come adesso succede che c'è bisogno di medici,
ma i medici non ci sono. Ci sono ingegneri disoccupati perché ne esistono
troppi, oppure c'è bisogno di ingegneri ma non ce n'è abbastanza. Non c'è
nessuna pianificazione, si procede prima in una direzione e poi nell'altra, a
caso. Ecco perché ci sono così tanti disoccupati; non ci dovrebbe essere un
singolo disoccupato, non ce n'è bisogno. Non dovremmo procreare più persone di
quante potranno poi avere un lavoro.
Man mano che le macchine diventano
sempre più capaci di fare il lavoro degli uomini, in maniera più efficiente,
senza chiedere aumenti, senza scioperare, senza aver bisogno di turni –
producono per ventiquattro ore al giorno, una singola macchina fa il lavoro di
mille persone – sempre più persone si troveranno disoccupate.
È meglio pianificare così da
ritrovarsi solo con le persone di cui c'è bisogno. E perché non scegliere i
migliori? Perché non smetterla con tutta questa folla che si aggira sulla
terra. Questa folla è quanto di più pericoloso esista, perché viene manovrata
facilmente da qualsiasi astuto politicante. La folla non ha una mente sua, non
ha una sua propria intelligenza. Si possono creare individui di grande
intelligenza, di grande personalità, e ogni generazione sarà migliore di quella
precedente. L'evoluzione in questo modo sarà velocissima; altrimenti rimaniamo
bloccati. Siamo bloccati da migliaia di anni, il progresso è stato solo
materiale auto migliori, aeroplani migliori, bombe migliori... ma non esseri
umani migliori. Se l'uomo è bloccato e tutto il resto continua a progredire, la
situazione è pericolosa. L'uomo sarà sopraffatto dal suo stesso progresso,
dalla sua tecnologia, dalla sua scienza. Anche l'uomo deve progredire, l'uomo
dovrebbe sempre rimanere in testa allo sviluppo.
Capisco la preoccupazione di Devageet, ma non la condivido. Io vedo sempre, anche nella
notte più buia, un raggio di luce. E per quanto la notte sia buia, è sempre
possibile che l'alba sia molto vicina.
Io sono a favore di ogni progresso
nella scienza, ma lo sviluppo deve essere nelle mani di persone creative: il
progresso non deve rimanere nelle mani dei guerrafondai.
TRATTO DA: The New Dawn #21
Copyright ©
1989
Il discorso
completo è disponibile sul video:
"SCIENZA
E COSCIENZA"
L’anima
passionale della ragione scientifica
Emilio
Del Giudice, nato a Napoli nel 1940, è fisico teorico presso l’istituto
nazionale di fisica nucleare nella sede di Milano. È interessato ora e da
sempre a porsi e a trovare la risposta alle questioni nodali rispetto alla
fisica del vivente. Crede nel futuro avvento di un mondo in cui il valore della
specie umana abbia piena possibilità di realizzarsi e che questa rivoluzione
possa avvenire anche attraverso la scienza. Fa parte di quella minoranza di
scienziati che ha colto l’enorme portata della scoperta della fusione fredda,
della memoria dell’acqua e dei fenomeni coerenti di molti atomi, che
costituiscono la chiave per una visione del mondo fisico fondata sulla
unitarietà del reale. È piccolo e grasso.
Ma
Anand Hira
Una diffusa opinione dipinge la scienza come un’attività
fredda, si oserebbe dire noiosa, e gli scienziati come gente anaffettiva, distaccata, che può essere smossa soltanto da
controversie infantili sul merito, sul riconoscimento, su fissazioni da
primadonna e che, quando trascinata lontano dai propri computer, indulge a
improbabili hobby. È vero che questa orribile visione si applica a molti membri
della “comunità scientifica” di oggi, desiderosi di trovare nella scienza un
rifugio contro il pericolo di coinvolgimenti emotivi e di cadute nell’amore e
nella passione. Tuttavia, come i preti spesso trasformano l’aspirazione al
divino in noiosa teologia, così gli scienziati rendono spesso lo stesso
servizio alla radice passionale della loro attività, diventando essi stessi i
macellai dei sogni che erano stati all’origine della scelta della loro vita.
Come l’arte, la scienza è uno dei canali di
risonanza tra gli esseri umani e l’universo. Quando è in amore con l’universo,
uno non percepisce più il mondo come un ostacolo, un nemico, un pericolo, ma
come la sorgente del mio moto interno; il mio cervello comincia a muoversi in
accordo con il moto interno della natura; il moto di ognuno dei partecipanti
diventa simultaneamente causa e conseguenza del moto dell’altro. Di qui il
piacere; proprio come nella relazione orgiastica di corpi che si amano.
Keplero, dopo aver decifrato il
moto di Marte, si rese conto con commozione che l’orbita era proprio una delle
sezioni coniche inventate molti secoli prima dal matematico Apollodoro
di Perga; come era stato possibile che una creazione
della pura mente umana, una curva geometrica simmetrica, potesse essere proprio
la traiettoria di un corpo pietroso nello spazio? Questo fatto, il fatto che la
natura risponda alle domande poste da un essere umano curioso, e perciò amante,
rende possibile un amore orgiastico tra gli esseri umani e la natura. La
creatività degli scienziati può allora sorgere dalla capacità delle loro anime,
e quindi delle loro menti, di oscillare all’unisono con la natura; proprio come
la creatività dei poeti.
Sfortunatamente la società di oggi, organizzata
dalla guerra di ognuno contro ogni altro attorno alla ricchezza, spegne tutte
le passioni d’amore rendendo ognuno pauroso di perdere non solo il pane e il
burro, ma anche la posizione nella vita. Nella moderna organizzazione della
ricerca, ad uno scienziato è permesso essere un membro della comunità soltanto
se è un esperto di qualcosa.
Supponiamo che capiti un qualche sviluppo che
renda questo qualcosa obsoleto; per esempio, se qualcuno dovesse trovare un rimedio
efficace contro il cancro, quale pensate che sarà la reazione del medio
ricercatore di oncologia, destinato alla disoccupazione poiché il suo ramo
particolare si è rivelato inutile? Egli negherà con tutta la possibile veemenza
la verità, l’efficacia della nuova scoperta e attaccherà lo sfortunato
scopritore come fraudolento ciarlatano, imbroglione. È questa l’attitudine
della medicina convenzionale contro le medicine alternative, della fisica
nucleare convenzionale contro la “fusione fredda” e così via.
Uno scienziato ancora appassionato, che sia
restato in contatto con la natura e attraverso questo intercorso abbia ricevuto
il dono di discernere un barlume dei suoi aspetti nascosti, diventa esposto
all’odio, all’ostilità, al rifiuto della “comunità scientifica” profondamente
timorosa di perdere il suo “status”, i suoi posti, i suoi finanziamenti per
colpa della nuova visione. Allora la passione originale dello scienziato si
trasforma, all’interno della moderna organizzazione della ricerca, in paura, sfiducia,
odio per la novità, invidia, diffamazione e tutti questi cattivi sentimenti
sono alimentati dalla stessa energia alla base della pulsione originariamente
rivolta verso la natura ed ora riflessa all’indietro dalla paura
dell’espulsione.
Così la società di oggi si erige, estranea e
nemica, contro i valori umani. A dispetto di questi ostacoli, l’anima umana è
una sorgente inesauribile di pulsioni verso il mondo esterno: pulsioni di
amore, anche di quel particolare tipo di amore che è la conoscenza. Quando la
passione per la natura riesce a perforare il muro spesso eretto dalla rete
degli interessi costituiti nella società, allora si genera una grande felicità,
una beatitudine come quella nell’incontro tra amanti.
Certamente un prossimo passo nell’evoluzione umana
si avrà quando questa felicità, inizialmente “proprietà privata” di pochi,
potrà essere condivisa da molti.
Questo è
il 1° di una serie di tre articoli
che danno voce ai
nuovi arrivati
Sono
arrivato troppo tardi?
Un discepolo
di lunga data, Sw. Purohit,
riflette su una domanda che è stata ripetuta per più di vent’anni
dalle persone che vengono a Pune.
Ormai difficilmente porto il mala. Ho uno di
quei vecchi mala ovali con due foto in metallo; di solito si aprivano dopo un
certo tempo e perciò si dovevano incorniciare – il mio è incorniciato in
palissandro. Bene, come ho detto, lo porto raramente perché, ogni volta che lo
faccio, qualcuno immancabilmente mi guarda intimidito e mi dice: “Sei stato
così a lungo con Osho ed io l’ho visto solo nei video!” E c’è nell’aria questo
senso di “aver perso un’occasione”, “ora è troppo tardi” e “non c’è più niente
da fare”.
Ed era proprio così che mi sentivo, nel lontano
1974, quando sedevo con Swami Yoga Prem al Caffè Bund,
in Boat Club Road – un vecchio ritrovo dove i sannyasin
facevano colazione e che ormai non c’è più da tanto tempo – e lui mi diceva di
come, durante i discorsi ai tempi di Bombay, prima che Osho si trasferisse a Pune, lui avesse l’abitudine di accoccolarsi sotto la
poltrona di Osho.
E mi spiegava che allora era normale andare
semplicemente nell’appartamento di Osho, a Woodlands,
e chiedere a Laxmi se potevi vedere “Bhagwan”. Lei ti faceva entrare e lui era là, pronto a
parlare con te. Qualcuno si sedeva perfino sulle sue ginocchia!
Effettivamente non conosco nessuno che non abbia
avuto questa sensazione di aver perso qualcosa, di essere arrivato troppo
tardi. Per me si manifestava come uno sgradevole senso di incompetenza,
d’impotenza, di essere lasciato fuori, separato. In qualche modo mi
prosciugava, non mi dava nessun aiuto, dovetti solo liberarmene per godermi le
storie e continuare col mio percorso.
Quando arrivai, la prima volta, nel 1974, il darshan (incontro col maestro) della sera era tenuto sugli
scalini del portico di Lao Tzu House, dove oggi la
gente passa per andare al Samadhi. Osho era già
seduto là, con Laxmi inginocchiata accanto a lui,
quando 10 o 12 di noi arrivavano da dietro l’angolo e ci sedevamo davanti a
lui; e lui parlava a tutti... “E tu cosa mi dici?” e “Hai qualcosa da
chiedere?”
Tutto questo cambiò molto velocemente. I darshan furono spostati all’auditorio Chuang
Tzu, l’attuale Samadhi, e
noi dovevamo prenotare con alcuni giorni di anticipo e precisare il motivo:
perchè si era appena arrivati, prima della partenza, per fargli una domanda
oppure semplicemente un darshan in silenzio o quello
che c’era alla fine di ogni gruppo.
Il mio disappunto per questo senso di sempre
maggiore indisponibilità di Osho si trasformò velocemente in sorpresa: ora, nel
darshan silenzioso, potevo avere la stessa forte
esperienza di lui che avevo quando gli parlavo. E poi venne l’epoca degli “energy darshan”. Durante l’ultima
parte venivano spente le luci in tutta la Comune e una selvaggia, estatica,
pazza energia si spandeva sopra ogni cosa. Fu più o meno in quel tempo che quel
sentimento di essere arrivato troppo tardi cominciò, una volta per tutte, a
sparire. Man mano che Osho diventava fisicamente meno avvicinabile, la sua
disponibilità spirituale cresceva – e crebbe in maniera sproporzionata.
Ne fummo tutti così impregnati, che da allora in
poi non mi riuscì più di prendere seriamente qualsiasi sentimento di
competizione con altri sannyasin, riguardo alla sua
vicinanza. Se queste fortune capitavano a me, ne ero felice; se capitavano a
qualcun altro, ero felice per lui.
Il colpo successivo al mio attaccamento alla
presenza fisica di Osho arrivò quando smise di dare i darshan.
Al suo posto venne un sannyasin chiamato Teertha che dava il sannyas e l’energy darshan. Mi ricordo di aver
deciso alla fine che dovevo vedere di cosa si trattava. E comunque, chi si
credeva di essere questo Teertha?
Mi sedetti dietro, nell’auditorio Chuang Tzu, a osservare
scetticamente mentre avveniva l’energy darshan, e non sentii niente. Chiusi gli occhi e vidi
chiaramente che c’era Osho là. Li riaprii di nuovo e vidi Teertha
che faceva le sue cose. Li chiusi un’altra volta e di nuovo c’era Osho. Devo
aver ripetuto quest’operazione almeno otto volte. Non
volevo assolutamente crederci. Fu proprio una lezione per me sulla capacità
della mia mente di manipolare la mia esperienza – e da allora sono diventato
più prudente coi giudizi.
La vera prova della mia connessione con Osho
arrivò, ovviamente, quando Osho lasciò il corpo. C’era una possibilità di
andare a Pune nell’autunno 1989, ma c’erano soldi
solo per una persona, o io o il mio amico Hari, non
per tutti e due – e poiché era il momento giusto per Hari,
andò lui.
Il 19 gennaio 1990 mi trovavo a Los Angeles con
amici. Mi svegliai verso le 3 del mattino, perché qualcuno gridava forte, quasi
istericamente, al piano di sopra. Andai su e mi dissero che Osho aveva lasciato
il corpo da un paio di ore. Seppi immediatamente che non era una chiacchiera
dei sannyasin, perché sentii dentro uno strappo
fortissimo. Il mio primo pensiero fu: “Sono contento che Hari
sia lì”. Il secondo: “Ora siamo seduti tutti in prima fila, non importa dove ci
troviamo!” e ridacchiai di questa cosa. Poi mi fu molto chiaro che dovevo
passare la notizia ai pochi amici che sapevo avrebbero continuato a
diffonderla. Fatto questo, mi concessi di sedermi da qualche parte a seguire
quello strappo che sentivo dentro. Entrai ‘dentro’ molto più facilmente di
quanto non mi fosse mai successo prima.
Mi ricordo di essermi chiesto con una certa
apprensione se questa facilità sarebbe rimasta, o se avrei finito col sentirmi
abbandonato. Bene, per me, Osho è rimasto disponibile dall’interno. È come se,
dopo la sua dipartita, il Tutto – l’Esistenza, il Divino, comunque vogliate
chiamarlo – si fosse avvicinato a me di un bel passo. Da allora, tutto quello
che mi resta da fare è allargare la porta e lasciare che la sua presenza entri
di più nella mia vita quotidiana e nel mio lavoro.
Avere Osho con noi, poterlo guardare, ascoltare,
sentirlo là, fisicamente presente, è stato, per un verso, un grande aiuto per
renderci conto che potevamo incontrarlo solo dall’interno e che l’incontro
esterno non era la cosa importante. D’altra parte, tutto questo apriva la
trappola dell’attaccamento fisico – la sua bellezza e i nostri sentimenti per
lui – e ci faceva perdere di vista la cosa reale. Secondo me, più eravamo
vicini a lui fisicamente, più quella trappola era pericolosa tali erano la sua
bellezza e spontaneità. Non era una lezione facile da imparare e se ripenso
agli ultimi anni con lui, mi sento riempire il cuore di gratitudine per il modo
gentile e amorevole con cui ci aveva svezzati.
Per i ricercatori che cercano oggi di connettersi
con la sua presenza, la sua assenza fisica è un ovvio dato di fatto. Piuttosto,
per loro, il problema è come connettersi, senza il corpo a fare da ponte, come
superare una mente cinica o supercritica che ha paura di perdere il controllo.
O, d’altra parte, come non fantasticare una connessione, ma restare con quello
che realmente accade. E Osho sta realmente ‘accadendo’. Quando chiudo gli
occhi, durante il discorso, lui sta accadendo. Quando qualcuno prende il sannyas sembra che il cielo si apra e piovano fiori, e il
mistero di quel momento, dell’inizio di un nuovo viaggio, non si è mai fatto
sentire così forte dentro di me, come in questo periodo.
Devi solo avvicinarti, restare immobile e lo
saprai. Tutto è disponibile come è sempre stato, non hai perso niente. E,
naturalmente, importantissimo nella mia vita, incontrare gli altri a cuore aperto,
e la sua presenza sarà immediatamente là.
Da quando Osho non ha più un corpo, credo che per
mostrarsi debba usare noi, i suoi sannyasin – il
nostro lavoro, i nostri giochi, le nostre storie.
Forse, dopo tutto, porterò il mio vecchio mala un
po’ più spesso.
Questo è
il 2° di una serie
di tre articoli che danno voce ai
nuovi arrivati
Un giglio da
New York
Una newyorkese di 22 anni ricorda gli anni selvaggi della sua
adolescenza, che la portarono al viaggio alla scoperta di se stessa.
Sono cresciuta in una piccola cittadina, a Long Island, vicino New York. Da adolescente ero molto ribelle.
A scuola venivo spesso sbattuta fuori dalla classe, mentre a casa ero in lotta
continua con i miei genitori. Non mi sentivo amata ed ero arrabbiata con loro,
ero chiassosa e odiosa per cercare di ferirli, urlavo e litigavo per attirare
la loro attenzione.
A 17 anni, quando cominciai a frequentare la
scuola d’arte a Manhattan, i contatti con i miei
divennero piuttosto scarsi. Si limitavano a mandarmi cento dollari alla
settimana ed erano felici che non fossi a casa.
Non si resero conto che stavo entrando nelle
droghe pesanti e che usavo i loro soldi per procurarmele. Dopo non molto fui
sbattuta fuori dalla scuola d’arte per aver gettato roba fuori dalla finestra –
quello fu proprio un fattaccio. Nei due mesi seguenti persi circa 13 chili, a
causa della droga, e questo mi spaventò. Spesso mi sentivo depressa e temevo un
overdose, per cui decisi di tornare dai miei a Long Island.
Mi lasciai andare e, piangendo, raccontai tutta la storia – perché avevo
bisogno di stare a casa. Ne furono scioccati, ma mi ripresero con loro.
Trovai lavoro e cominciai ad andare al college
locale. Non ero completamente fuori dalla droga.
Fumavo solamente spinelli ogni giorno e questo mi
aiutava a uscire dalle droghe pesanti.
Nel secondo semestre il mio insegnante d’inglese
mi chiese di leggere in classe un saggio che avevo scritto su un’esperienza che
avevo avuto a Manhattan, quando avevo visto uno che
saltava verso la morte dalla finestra del diciottesimo piano.
A metà della lettura del saggio, cominciai a
piangere istericamente davanti a tutta la classe. Ero terrorizzata di quello
che l’insegnante potesse pensare di me, ma, quando incontrai i suoi occhi, lo
vidi tranquillo che sedeva lì, ascoltando e guardandomi con grande compassione
e amore.
Non avevo mai sperimentato una cosa del genere.
Nessuno mi aveva mai veramente ascoltata. Perfino quando ero chiassosa e
urlante, nessuno mi ascoltava. Ma lui era veramente là. Quando nel passato avevo
pianto, la gente pensava che lo facessi per ottenere qualcosa, lui invece mi
lasciava semplicemente piangere. È stato molto bello.
Mi affezionai molto a questo insegnante e andavo
alle sue lezioni ogni giorno. Quando fummo all’ultimo giorno del semestre,
piansi pensando: “Non posso lasciare ora quest’uomo!”
Così gli comprai una piccola edizione tascabile di un libro intitolato; “Gli
insegnamenti del Buddha” e in cambio lui mi diede il
suo numero telefonico.
Pensai “Wau, è
innamorato di me!” – avevo 19 anni.
Gli telefonai e lui mi invitò a casa sua. Quando
arrivai, trovai un sacco di persone sedute in cerchio. Ci scambiammo notizie su
di noi, sulle nostre vite. C’era amore e apertura. Mi sentivo come quando avevo
letto quel saggio in classe – semplice accettazione di qualsiasi cosa dicessi.
Non si trattava di una storia d’amore, ma cominciai ad andare a questi gruppi
una volta al mese e qualche volta facevamo danze selvagge, o ci lasciavamo
andare a movimenti liberi, senza controllo – come nella parte catartica della
Meditazione Dinamica di Osho, o anche facevamo gibberish.
La cosa continuò per circa un anno e mezzo fino a
quando arrivai a un punto che passavo tutto il mese ad aspettare il momento
della riunione.
Dopo un po’, Gene, il mio insegnante d’inglese, mi
suggerì di provare a non fumare spinelli per almeno quattro giorni prima del
gruppo, perché questo mi avrebbe aiutata molto. Così provai. La prima volta, ce
la feci per due giorni. La volta dopo, quattro. Mi accorsi che veramente mi
aiutava. Piano, piano, allungai l’intervallo – due settimane prima, poi tutto
un mese, e poi mi trovai libera dalla droga, niente spinelli e niente alcol.
Questo fu un grande aiuto per far venir fuori i
miei veri sentimenti negli incontri di gruppo, e cominciai a entrarci sempre
più profondamente, tanto che la scuola cominciò a essere una distrazione. Tutta
la mia attenzione era ora focalizzata a fare chiarezza e pulizia dentro di me,
ad avere sempre pensieri positivi su di me, così come avveniva dopo questi
gruppi.
Una volta sentii Gene che diceva di essere stato
in India. Mi sembrò una cosa misteriosa e attraente. Volevo scoprire come
faceva quest’uomo a essere così… be’
buono e sincero. E pensai che io dovevo andare immediatamente in India, perché
forse era là che lui era diventato così. Una notte non riuscii a dormire,
perché quest’idea mi ossessionava: “Devo andare in
India, devo andare.…” Così alle sei del mattino mi alzai e andai al computer a
scrivere ai miei genitori una specie di proposta, che avevo bisogno di lasciare
la scuola per sei mesi, perché dovevo fare questo viaggio, perché non riuscivo
a concentrarmi sullo studio e che qualsiasi cosa facessi, la facevo a metà…
Dissi loro che se mio padre non avesse avuto
l’opportunità di andare in Francia – mia madre è francese – io non sarei nata!
Questo li aiutò a convincersi a lasciarmi andare in India. Mia madre lavora
all’Air France, così mi fece avere un biglietto
gratis – questo era proprio quello che ci voleva e poi mi finanziarono, dollaro
su dollaro. Così venni in India.
La notte prima della partenza, ancora non sapevo
dove sarei andata. Avevo solo una carta geografica. La mia idea era di arrivare
a Bombay e poi partire da lì. Ma un mio insegnante dell’università mi telefonò
quella notte dicendomi che non potevo andare in India così, con una carta
geografica e basta, che mi sarei ritrovata in una camera d’albergo, senza
sapere dove andare. Gli risposi che ero stata un po’ in giro, che chiunque
sopravviva a Manhattan… Comunque questo tipo mi
disse: “Guarda, c’è questo ashram di Ramana Maharshi nel sud
dell’India. È probabile che puoi trovare posto e stare lì. Prenditi
l’indirizzo.”
Mi ficcai in tasca l’indirizzo e lasciai New York.
Arrivata a Madras ero così spaventata, che non riuscivo nemmeno a uscire dall’albergo.
Tutto mi sembrava terribilmente strano. Così cercai subito l’indirizzo, presi
un autobus e andai dritta all’ashram. Avevo
intenzione di fermarmi un paio di settimane e finii col restarci due mesi.
Andavo all’ashram ogni
giorno, passavo tutto il mio tempo là. Sedevo ferma e in silenzio ogni giorno,
le gambe mi facevano male per la posizione del loto a cui non ero abituata, ma
io pensavo che si dovesse fare così. Oppure andavo scalza in giro per il Monte Arunachala – i piedi mi facevano veramente male, capisci!
(ride)
Poi il caldo divenne veramente pesante e una donna
mi disse: “Dovresti venire a incontrare quest’uomo
che conosco a Mahabaleshwar. È un discepolo di Osho”.
Così andai con lei a Mahabaleshwar e sedetti in
silenzio con quell’uomo per due settimane, e intorno
a me tutti parlavano continuamente di Osho e poi qualcuno mi dette un libro di
Osho,”The Path of Meditation”
(trad. it. Meditazione
Passo dopo passo).
Molto presto mi ci trovai totalmente immersa.
Leggendo dei metodi catartici tornavo col pensiero a Gene. Pensai: Deve essere
questo! Deve essere questo!
Così venni a visitare la comune di Osho a Pune. Anche qui la mia intenzione era di fermarmi due
settimane e poi ci rimasi quattro mesi. Una delle prime cose che feci qui fu il
gruppo “Born again”, dove
si possono fare tutte quelle cose che non ti venivano permesse, quando eri
piccola. Mi portò in un’altra dimensione, in un altro mio livello interno.
Mi sentii diventare così libera… tutto il mio
corpo era talmente rilassato… ero stupefatta. Diventai molto sensibile
fisicamente. Il solo fatto di stare in quella stanza con tutte quelle persone
che si comportavano come bambini, concedendosi quello spazio, era bellissimo! E
poi il silenzio meditativo che venne dopo… dicevano che durava un’ora, ma non
riuscivo a crederci. A me sembravano cinque, dieci minuti – massimo quindici.
Mi ha insegnato molte cose. Mi ha mostrato come io
mi costruisca i problemi da sola, ma che il vento è ancora là e così le piume
con cui giocare, tutto è sempre là – è solo che io non lo sento, non mi
permetto di essere sensibile.
Ora, quando mi sento andar fuori di testa, o
scalpito d’impazienza o mi precipito affannosamente per andare da qualche
parte, dico a me stessa: “Hey, aspetta un momento.
Se, facendo Born Again hai
potuto sentire il vento e gli alberi, cosa ti succede adesso? Guarda che sono
ancora là, sei solo tu che non te lo permetti.”
È qualcosa che continua ad accompagnarmi. Ho preso
il sannyas, e mi è stato dato il nome di: Ma Prem Suparni. ‘Prem’ vuol dire ‘amore’ e ‘Suparni’
vuol dire ‘giglio’ – giglio d’amore.
Alla fine arrivò il tempo di tornare a New York.
Volevo rinnovare il visto e trovare i miei amici, e, naturalmente i miei
volevano sapere se stavo veramente bene, perché avevano sentito parlare di questo
posto a Pune.
Quando mi videro, i miei genitori furono contenti.
Potevano rendersi conto che ero cambiata in modo significativo. Ero molto più
tranquilla, non andavo in giro a disegnare sui loro muri, niente feste, niente
droga... Erano veramente felici.
Avevo voglia di rivedere Gene. Mi svegliai alle
sei, quel mattino e mi feci venticinque chilometri in bici, fino a casa sua. Mi
accolse con calore e ballammo un girotondo in cucina, tenendoci per mano. Poi
mi disse il suo nome sannyasin, Swami
Anand Vimoksha – perché
naturalmente era un sannyasin di Osho.
Prima di allora non mi aveva mai parlato di Osho,
o della comune di Pune. Deve aver pensato che avevo
bisogno di farmene un’esperienza diretta e per questo gli sono grata, infatti
se me ne avesse parlato due anni prima, avrei avuto un rifiuto totale.
Io ero un tale “No!” in quei giorni – un “No!” a
qualsiasi cosa – che, per aiutarmi a venirne fuori, lui mi aveva dato una
speciale tecnica meditativa, cioè, per alcuni giorni, dovevo dire “Sì!” a ogni
passo che facevo. Mi fece un sacco di domande su Pune,
sull’India. Mi mostrò alcuni vecchi Diari di Darshan,
dove c’era anche lui. E poi me ne andai. Non l’ho più visto da allora.
Trovai quattro lavori a New York e guadagnai tutti
i soldi che potevo, così da essere in grado di tornare a Pune
al più presto. A Pune, a chi mi chiedeva che tipo di
lavoro volessi, rispondevo: “Uno qualsiasi, purché non si tratti di coordinare
o di aver a che fare con il cibo.” Poi andai all’ufficio che si occupa di
assegnare i lavori e loro mi dissero: “Senti, abbiamo bisogno di un
coordinatore per il ristorante Mariam.”
E io dissi, “Sì!” e cominciai a lavorare a Mariam. È buffo, perché a volte proprio le cose che meno
vorresti ti portano l’esperienza più bella. Non l’avrei mai scelto, neppure
considerato, eppure ora lo amo. È proprio una situazione di altissima energia:
quattro pasti al giorno, tutto deve essere pronto in tempo, centinaia di
persone che aspettano di mangiare…
È una sfida continua. A volte penso di non essere
abbastanza capace… di aver bisogno di un sostituto, di non farcela da sola.
Altre volte sento diversamente: “Hey, sono la
coordinatrice di Mariam; se riesco a farcela qui,
posso farcela in qualsiasi posto!”.
Ero così ribelle da adolescente. Ero l’incubo di
qualsiasi figura investita di autorità, che avesse a che fare con me, ma ora
l’autorità sono io! Allora, come faccio ad essere sensibile con le persone con
cui lavoro? Quando mi chiedono come si fa una cosa, a volte mi verrebbe da
dire: “Falla e basta, non chiedere a me!” – come per non assumere quel ruolo di
autorità.
Ma poi le cose cominciano a scombinarsi, tutto si
confonde ed io mi trovo a scattare e dire: “Bene, questo è quello che c’è da
fare adesso, velocemente! Tu fai questo e tu fai quello…” e tutti rimangono
colpiti dal mio improvviso cambiamento. Il difficile sta nel bilanciare questi
due aspetti. Devo imparare a essere più equilibrata. E questa è una buona
meditazione. Infatti, considerando gli ultimi anni, mi sembra che la mia vita
sia stata proprio questo: davvero una meditazione.
Questo è
il 3° di una serie
di tre articoli che danno voce ai
nuovi arrivati
Un’avventura
interiore per Giovani Spiriti
Chissà cosa succederà domani? Siete giovani, siete
forti – ora è il momento. É ora di muoversi. Non rimandate.
Osho
Kavi, co-leader
di un nuovo gruppo per giovani, lavora da tempo in Europa con gli adolescenti,
così, quando un’amica gli propose di creare un gruppo che si chiamava Un’avventura interiore per giovani spiriti,
il suo entusiasmo fu immediato.
“L’idea venne a Disha,”
ha spiegato Kavi. “Essendo cresciuta, da bambina e
poi da adolescente, come sannyasin si era resa conto
che nella Comune, per i giovani, c’era qualcosa che mancava – che il loro
soggiorno qui poteva essere molto più stimolante – e mi chiese di aiutarla. Fui
subito entusiasta dell’idea.”
“Il processo di creare il gruppo durò due anni e
fu molto interessante e suggestivo. Entrambi mettemmo nel progetto tutto il
nostro cuore, la creatività e l’esperienza che avevamo, e tutto si è legato
meravigliosamente insieme.”
La descrizione del gruppo offriva ai partecipanti
“l’opportunità di incontrarsi in maniera autentica e con amore, di scoprire la
nostra creatività attraverso la recitazione, la danza e la musica, condividendo
con onestà l’uno con l’altro. Giocando, possiamo avere una comprensione più
profonda di come la competizione, la separazione, l’appartenenza, la
cooperazione e l’individualità siano lati diversi del Grande Gioco della vita
quotidiana e vedere che parte vi abbiamo noi.”
Il nuovo gruppo, residenziale, è durato cinque
giorni e ha attratto giovani dai sedici ai ventiquattro anni.
“La bellezza dei giovani è che stanno ricercando,”
Disha ha commentato alla fine “stanno cercando, ma
non hanno nessun concetto precostituito di una meta spirituale, come
l’illuminazione. C’è una tale innocenza nella loro ricerca. Per esempio, è così
bello quando fanno la Dinamica per la prima volta… hanno una tale freschezza e
sincerità.”
Inka, un partecipante del
gruppo, ci scrive: “Kavi mi parla con voce gentile e
profonda: ‘Chiudi gli occhi e corri. Noi ti prenderemo prima che tu vada a
scontrarti col muro.’
Io sono in piedi fra due file di persone. Il mio
cuore batte forte, le gambe tremano. Perché ho paura? Devo solo correre per
dieci metri con gli occhi chiusi. Dall’altra parte ci sono tre aiutanti e so
che mi fermeranno. Ma è lo stesso come saltare dalla cima di una montagna.
Posso fidarmi di loro? Non andrò a fracassarmi nel
muro?
Venti persone mi stanno guardando. Mi incoraggiano
con gli occhi, col sorriso, col cuore. Lasciati andare! Chiudo gli occhi e
improvvisamente sento una profonda fiducia, un profondo amore. Abbiamo passato
solo pochi giorni insieme, ma abbiamo condiviso tanto. Sappiamo della nostra
infanzia, dei nostri sentimenti e dei nostri desideri; abbiamo fatto esperienza
di cosa vuol dire essere un uomo o una donna, e abbiamo trovato il divino
dentro di noi.
So che mi posso fidare di loro. Mi butto. Comincio
a correre, prima piano, poi più veloce. Mi sembra di volare. Cado nelle loro
braccia. Posso lasciare andare il passato e la paura di non essere abbastanza
bravo.
Mentre sono giù sul pavimento, gli altri
cominciano un humming. Sono ancora ansante, ma ora mi
sento protetto e guarito dall’amore di queste persone. Tutto il gruppo era
così: è stata un’avventura e un viaggio. Non sapevo mai cosa sarebbe successo
un momento dopo, ma, con la fiducia di avere tanti compagni di viaggio che mi
volevano bene, non provavo paura, ma amore.”
Picchi e
vallate, momenti sì, momenti no. Quasi sempre, sappiamo solo lamentarci; quando
le cose non vanno per il verso giusto perdendo così una preziosa occasione per
meditare.
Amato
Osho,
a
volte mi sento così piena di energia che penso veramente di poter esplodere. Questa
energia si materializza in forme diverse: per un attimo è pura eccitazione e
gioia frenetica e subito dopo è una totale, paralizzante sofferenza. Sono così
condizionata all’azione e al dramma che all’ora di pranzo sono già
completamente esaurita. Come posso incanalare questa energia così strana, in
modo da poterne gioire e non esserne usata?
Premdipa, c’era una
volta un uomo
che fece un viaggio in aereo e sfortunatamente cascò fuori. Fortunatamente egli
indossava il paracadute ma sfortunatamente questo era stato ripiegato male e
non si aprì. Fortunatamente c’era un covone di fieno nel campo sottostante, ma
sfortunatamente c’era un aguzzo forcone piantato proprio in cima al mucchio di
fieno. Fortunatamente l’uomo riuscì a scansare il forcone ma sfortunatamente
mancò anche il mucchio di fieno!
Così è la vita. Non c’è bisogno di prendersela
troppo. Gioisci della tua energia. A volte sei fortunata e a volte non sei
fortunata, devi accettare entrambe le possibilità. Tu chiedi troppo se pretendi
che l’energia sia sempre a tuo favore, ciò non è possibile in questo mondo che
cambia in continuazione.
Tutto hai in continuazione i suoi alti e bassi.
Così, quando sei su gioisci, e quando sei giù riposati e aspetta, che presto
potrai tornare in alto. I periodi in cui sei giù dovrebbero essere momenti di
riposo e quelli in cui sei su momenti per danzare. E tutto ciò è perfettamente
naturale, altrimenti la vita sarebbe troppo monotona. Questa rappresentazione
tragicomica – un momento tragedia e un altro commedia – rende la vita più
succosa, più piccante. Così io non vedo, Premdipa,
dove sia il problema.
Tu dici: “A volte mi sento così piena di energia
che penso veramente di poter esplodere.” Tu lo pensi solamente. Io conosco
persone che realmente esplodono, e poi si ricompongono. Sfortunatamente
esplodono, e poi fortunatamente si ricompongono. Tu lo pensi solamente e
ciononostante credi di avere grosse difficoltà.
“Questa energia si materializza in forme diverse.”
Ottimo!
“Per un attimo è pura eccitazione e gioia frenetica
e subito dopo è totale, paralizzante sofferenza.” Benissimo!
“Sono così condizionata all’azione e al dramma che
all’ora di pranzo sono già completamente esaurita.” Grande!
“Come posso incanalare questa energia così strana
in modo da poterne gioire e non esserne usata?”. Ogni volta che cambia, basta
dire: “Benissimo!” e tu potrai gioire di lei piuttosto che sentirti usata. È un
semplice segreto: ogni volta che cambia devi dire: “Grande”.
E non ti preoccupare che gli altri ti possano
sentire perché essi non sanno cosa sta accadendo dentro di te. Ma questa comune
è di gente folle, sanno benissimo che qui c’è ogni tipo di matto… “A questa
donna starà accadendo qualche esperienza interiore veramente grande. Non riesce
a contenere la sua gioia e grida forte, Grande!” E inizierai a creare un
movimento. Troverai altri che pensano, “Questo è davvero importante! Perché
restarne fuori?”
E presto vedrai le persone andare in giro gridando
“Grande!”
Non c’è bisogno di preoccuparsi di nessuno. Qui
tutti capiscono tutti – il fatto è che sono tutti pazzi e gioiscono gli uni
degli altri. Nessuno ti condannerà. E se qualcuno ti condanna, dimmelo. Cosa ci
sto a fare io qui?
Tratto da: The New Dawn # 9
Copyright © Osho International Foundation 1989
SCIENZA
E RELIGIONE
La scienza è
la ricerca nel mondo esteriore, la religione è la ricerca nel mondo interiore.
Entrambe indagano sulla stessa verità, perché la stessa verità esiste sia fuori
di noi che dentro di noi.
Amato Osho,
non è necessaria una sintesi tra scienza e religione?
L’ideologia corrente non solo accetta il fatto che
religione e scienza siano separate ma anche che siano in opposizione. A meno
che non ci sia un’antitesi non è il caso di parlare di sintesi.
Per me scienza e religione sono le facce della
stessa medaglia. La scienza guarda all’esterno e la religione guarda
all’interno, ma entrambe praticano lo stesso tipo di osservazione, lo stesso
tipo di ricerca. I nomi possono essere diversi – ma non ha alcuna importanza.
La scienza parla di osservazione, la religione
parla di consapevolezza. La scienza parla di esperimento, la religione parla di
esperienza.
Usano parole diverse semplicemente perché si
muovono in dimensioni diverse.
La scienza si pone come obiettivo, e ricordati
anche i significati del verbo “obiettare”: ostacolare e prevenire.
La religione si focalizza sul soggetto. Senza
soggetto non c’è oggetto e senza oggetto non c’è soggetto.
La soggettività della consapevolezza dell’uomo e
l’obiettività dell’esistenza sono totalmente interdipendenti. Ma questa idea
idiota di trovare una sintesi tra religione e scienza ha una lunga storia,
lunga come quella dell’assurdità e della stupidità – farina dello stesso sacco.
Proprio ora, Sir Alistair Hardy, un inglese
ottantanovenne studioso dell’ambiente marino, è stato insignito della più
prestigiosa onorificenza inglese, la Templeton. Questa onorificenza viene conferita a chi cerca
di trovare una sintesi tra scienza e religione. Proprio per questo motivo verrà
data a un mucchio di idioti – anche Madre Teresa l’ha avuta.
Adesso anche quest’altro
stupido, Sir Alistair Hardy, l’ha ricevuta… Deve essere realmente rimbambito… le
cose per le quali ha ricevuto l’onorificenza e le cose che va dicendo
richiedono un’analisi approfondita. Dice di essere un seguace di Charles Darwin e crede fermamente nella teoria
evoluzionistica – e crede anche nella religione. Per tutta la vita ha tentato
di creare una sintesi tra scienza e religione, ha tentato di avvicinarle.
Afferma di non credere nell’ascesa di Gesù Cristo
in paradiso. Per questo lo definisco un idiota. Perché non puoi credere
nell’ascesa di Gesù Cristo in paradiso? Se riesci a credere che dio ha creato
il mondo intero, allora l’ascensione in paradiso è una piccola cosa. Se dio può
creare tutta questa confusione, se ha creato te, Sir Alistair Hardy, allora che
problema c’è nell’ascensione di Gesù Cristo?
Ma notate che mente stupida che ha: il mondo è
stato creato da dio e lui ancora crede nella teoria dell’evoluzione. Questo è
un miracolo assai più grande dell’ascensione di Gesù Cristo. Creazione ed
evoluzione sono totalmente opposte tra loro, non puoi credere in entrambe. La
creazione semplicemente nega ogni possibilità di evoluzione. Questo è il
significato della creazione: dio ha creato l’uomo così com’è.
Secondo Charles Darwin,
dio non ha mai creato l’uomo. Ha creato le scimmie, l’uomo è il prodotto
dell’evoluzione. Non dobbiamo a dio la creazione dell’uomo. Dio deve avere
avuto in mente qualcosa d’altro quando ha creato le scimmie, altrimenti avrebbe
creato l’uomo stesso. Perché seguire una via così indiretta – prima creare
scimmie di tutti i tipi e poi alcune scimmie si evolvono fino a diventare
uomini?
La teoria di Charles
Darwin è solo un’ipotesi. E Alistair Hardy è certamente un vecchio ottantanovenne: io penso che
per almeno cinquant’anni non abbia neppure dato
un’occhiata a tutte le ricerche che hanno completamente demolito la teoria
evoluzionistica. Attualmente nessun scienziato importante crede nella teoria
evoluzionistica, esistono troppe prove contrarie.
Un semplice fatto: perché solo un certo tipo di
scimmia si è evoluto? Ci sono milioni di scimmie che stanno ancora aspettando
di evolversi. L’uomo in quanto tale esiste da migliaia di anni, e in queste
migliaia di anni nessun’altra scimmia è saltata giù dagli
alberi dichiarando: “Eccomi, non sono più una scimmia – sono un uomo!”. Per
tutte queste migliaia di anni nessuna scimmia si è evoluta fino a essere un
uomo. L’intero concetto sembra essere artificioso.
E perché poi solo le scimmie si sono evolute in uomini?
Ci sono gli elefanti, che non si sono evoluti; ci sono i coccodrilli, che non
si sono evoluti; ci sono le tigri, che non si sono evolute – e sono molto più
intelligenti delle scimmie. L’elefante è molto saggio… E ora sappiamo che
esistono animali marini che forse hanno una mente migliore di quella umana,
molto più sensibile, molto più acuta. Essi non si sono evoluti. Se ti guardi
intorno, ti accorgi che esistono milioni di specie di animali, uccelli,
insetti; nessuna si è evoluta. Gli elefanti sono rimasti elefanti come sempre
sono stati. I cammelli sono rimasti cammelli come sempre sono stati. È successo
solo a poche scimmie – di diventare uomini? Se l’evoluzione è vera allora tutto
ciò che esiste deve evolversi: gli elefanti dovrebbero diventare qualche cosa
di meglio, anche le tigri dovrebbero evolversi in esseri migliori, magari
trasformandosi da non-vegetariane a vegetariane, i cammelli potrebbero
diventare cristiani.
Evoluzione – perché solo per poche scimmie? Se
l’evoluzione è un fatto, una realtà, allora dovrebbe succedere da tutte le
parti. Gli alberi potrebbero staccarsi dalla terra e cominciare a camminare, a
parlare. Sono rimasti lì da milioni di anni nessuna evoluzione, nessun segno di
evoluzione, sempre lo stesso ciclo che si riproduce. Gli Indù lo chiamano la
ruota della vita e della morte. Lo stesso raggio prima sale, poi scende, poi
sale, poi scende. L’elefante crea, riproduce altri elefanti; e li fa proprio
nella stessa maniera in cui lui è stato fatto. Anche i suoi figli faranno elefanti.
La teoria di Charles
Darwin è rimasta soltanto un’ipotesi.
Dare un premio a Alistair
Hardy è assolutamente sbagliato, in primo luogo
perché negli ultimi cinquanta anni la teoria ha perso continuamente
credibilità. Esistono moltissimi anti darwiniani, sono molti di più dei darwiniani
proprio perché i fatti e le evidenze non supportano Darwin. In secondo luogo,
egli non ha assolutamente capito che creazione significa una volta sola e per
sempre. Questo è quello che credono i cristiani: in sei giorni dio ha
completato la creazione. Darwin cerca di dire che dio non l’ha completata.
Esistevano possibilità di evoluzione che dio aveva soltanto avviato, ma che non
aveva mai portato alla fine. Che aveva lasciato incompiute. Ma di questo non si
parla da nessuna parte, né nella Bibbia dei cristiani né in nessun altro testo
sacro del mondo. Dovunque si crede in un dio creatore, egli ha creato
completamente, interamente. Ed egli è onnisciente, onnipotente, onnipresente:
egli sa quali cose sono le migliori e le ha create.
Evoluzione significa che si può migliorare quello
che ha fatto dio – che la sua creazione è una cosa primitiva e che tu,
evolvendoti, l’hai perfezionata.
Definisco queste persone degli idioti per una
semplice ragione: perché non riescono a vedere delle banali contraddizioni.
Creazione ed evoluzione non vanno d’accordo. Comunque il Sig.
Hardy ci provi, non può riuscire a conciliarle. Esse
semplicemente si antagonizzano.
Evoluzione significa che nulla è completato e
nulla sarà mai completato, ogni cosa segue il processo evolutivo. L’esistenza è
qualche cosa di dinamico. Non è che il lunedì dio ha cominciato e sabato
pomeriggio ha controllato quello che aveva fatto e ha detto “bene” – proprio
come lo dico io, lo dico anche quando non ce n’è bisogno. E almeno a quel
tempo, quando dio lo disse, non c’era nessun bisogno perché non c’era nessuno
ad ascoltarlo. Le scimmie, gli elefanti, le tigri non potevano capire e l’uomo
ancora non esisteva se è vero quello che dice Charles
Darwin. Infatti anche se l’uomo fosse stato lì… tutte le religioni credono che
dio abbia creato l’uomo, l’uomo non è un animale che si è evoluto, dio lo ha
creato – non solo lo ha creato, ma lo ha creato a sua immagine e somiglianza.
Forse pensi che la scimmia sia l’immagine di dio?
Che egli abbia creato la scimmia a sua immagine e somiglianza?
Anche Charles Darwin era
un cristiano molto ortodosso, ma non ci aveva mai pensato – che magari dio
aveva creato le scimmie e poi detto: “Vi creo a mia immagine e somiglianza.” E
poi si era ringraziato da solo dicendo: “Bene”. E si rallegrava nel vederle e
diceva “Sono riuscito a ricreare me stesso”. Charles
Darwin non si preoccupò di questo e neppure Alistar Hardy. Continuano a rimanere cristiani e continuano a
credere nella teoria evoluzionistica. Non puoi essere cristiano e credere nella
teoria evoluzionistica.
Qualunque cosa dio abbia creato deve essere stata
completamente diversa. In tutti questi milioni di anni deve essere cambiato
tutto, se è vero che il processo evolutivo esiste.
Ma loro non si accorgono di questa semplice
contraddizione.
L’evoluzione nega dio.
Fatemelo chiarire fino in fondo.
L’evoluzione nega dio perché l’evoluzione nega la
creazione. E se non c’è creazione non c’è bisogno di un creatore.
Queste sono semplici conseguenze. Dio è un’ipotesi
che sostiene un’altra ipotesi: la creazione. Senza creazione non c’è dio, perché
le fondamenta della sua esistenza vengono completamente demolite. Se
l’evoluzione è realtà, allora ci si deve chiedere se dio si evolve o no. Se le
scimmie sono diventate uomini, a dio cosa è successo?
A volte questi problemi mi infastidiscono molto;
perché questi idioti non si chiedono: “Che cosa è accaduto a dio?”. Charles Darwin non se lo è mai chiesto. Se si sono evolute
persino le scimmie, anche dio avrebbe dovuto evolversi. Ma non si sa più nulla
di quel tipo da quel famoso sabato. Domenica naturalmente era un giorno
festivo, egli si riposò. Poi è arrivato di nuovo lunedì ma lui aveva già finito
la sua creazione. Aveva messo la parola “fine” sul suo film il sabato
precedente. Ora il lunedì per dio non può venire, o se arriva sarà molto vuoto
perché non c’è più niente da fare. Il calendario continuerà – lunedì, martedì –
per l’eternità. Che ne è di dio? Le religioni crearono l’idea di dio e si
dimenticano del fatto che qualcuno un giorno chiederà cosa gli è successo, se è
morto o si è perso da qualche parte… le religioni non hanno alcuna risposta
riguardo a quello che gli è successo. Di sicuro lui non si è evoluto, perché
nessuna religione può accettare l’idea di un dio che evolve; dio significa
perfezione, perfezione assoluta. Egli è l’entità ultima, la prima e l’ultima,
sia alfa che omega. Non c’è modo di andare oltre l’omega. Ma se dio non si
evolve c’è una grossa discrepanza. Quello che lui ha creato si evolve e dio è
rimasto fermo a quel sabato di quattromila e quattro anni prima di Gesù Cristo.
Doveva esserci il primo di gennaio, lunedì, immagino, a meno che non fosse il
primo aprile, ma questa è un’altra storia. Il creato si evolve e dio è rimasto
bloccato dov’era, è rimasto un primitivo, un aborigeno. Voi lo avete lasciato
molto indietro. E lo potete verificare nei libri sacri ebraici nel Talmud dio dice: “Io sono un dio molto
arrabbiato, sono un dio molto geloso. Non sono gentile. Non sono di sicuro
vostro zio.” Usa il tipico linguaggio ebraico: “Io non sono vostro zio”. Questo
dio è veramente primitivo – un dio arrabbiato?
Buddha sembra molto più evoluto,
anche se non è un dio ma solo un essere umano. Ma sembra molto più evoluto
perché non è arrabbiato, è sicuramente più evoluto perché non è geloso. Ed è di
sicuro molto gentile. Ovviamente è molto meglio di qualsiasi zio.
Dio è fermo lì – e la sua creazione continua ad
evolvere. Charles Darwin non si è mai preoccupato di
questo.
Questa persona, Alistair
Hardy, ha avuto il premio Templeton – ma tutti questi
riconoscimenti sono politici! Un grosso premio, centosessantamila sterline, e
centosessantamila sterline sono una bella cifra. Perché sono state date a una
persona che non ha assolutamente nessuna esperienza di religione? Questo premio
dovrebbe essere riservato a chi avvicina scienza e religione.
Sir Hardy
non ha nessuna esperienza riguardo alla religione e rispetto alla scienza è
rimasto indietro di cinquant’anni, non si può più
considerarlo uno scienziato. Forse mezzo secolo fa lo era, ma nel corso di
questi ultimi cinquant’anni è rimasto fermo, proprio
come il suo dio.
La teoria dell’evoluzione è praticamente finita
nelle immondizie. Nessuno scienziato degno di questo nome la appoggia, per la
semplice ragione che l’esistenza certamente è in continuo movimento, piena di
cambiamenti, ma non nel senso evolutivo, altrimenti dopo migliaia di anni
qualche uomo si sarebbe già trasformato in superuomo.
L’idea del superuomo è una conseguenza della
teoria evolutiva: se alcune scimmie sono diventate uomini, qualche uomo
dovrebbe diventare superuomo. Chi sono questi superuomini? Adolf
Hitler? Benito Mussolini? Joseph Stalin? Chi è questo superuomo?
Per quel che posso vedere l’esistenza rimane
sempre la stessa. La consapevolezza si evolve, non i corpi.
La consapevolezza si muove verso picchi sempre più
alti, i corpi non fanno altro che il loro solito lavoro. La consapevolezza non
è in nessun modo legata al corpo e ai suoi schemi. La consapevolezza è qualche
cosa di profondamente libero dentro di voi. Quindi per me non c’è nessuna
contraddizione. L’esistenza è quella che è sempre stata per quel che riguarda
l’aspetto fisico – mentre la consapevolezza si è evoluta immensamente. Ma
Darwin non si è preoccupato della consapevolezza, neppure Alistair
Hardy è interessato alla consapevolezza.
La consapevolezza è una dimensione totalmente
diversa. Come vi ho detto è soggettiva. Gli oggetti rimangono gli stessi, ma il
soggetto, l’osservatore che è in voi, colui che guarda, il testimone che è in
voi, può raggiungere livelli altissimi; può continuare a salire andare sempre
più in alto.
Anche nel caso di un buddha
il corpo non è diverso dal vostro. Il suo corpo segue gli stessi programmi
biologici del vostro corpo. Tutte le religioni hanno cercato di dimostrare che
i corpi dei loro profeti, messia, incarnazioni di dio, non seguono le solite
regole biologiche. Questo è solo un tentativo di dimostrare che i loro corpi si
sono evoluti. Questo è il motivo per cui i cristiani parlano di “ascensione in
cielo di Gesù Cristo”. Egli non muore come voi , o come me. Semplicemente sale
in paradiso, con tutto il corpo.
Il suo corpo non è stato lasciato indietro, lo ha
portato con se. Maometto ha fatto persino di meglio: si è portato in paradiso
anche il cavallo! Proprio in groppa al suo cavallo – e naturalmente anche quel
cavallo si sarà evoluto. Allora, perché Alistair Hardy è cosi turbato dall’ascesa di Gesù Cristo? Gesù
Cristo non ha fatto proprio nulla di grandioso, persino il cavallo di Maometto
ha fatto la stessa cosa, non è affatto qualcosa di speciale. Però Hardy non ha mai detto niente rispetto alla nascita di Gesù
da una vergine.
Queste persone che cercano di trovare una sintesi
tra scienza e religione evitano accuratamente di affrontare questioni che
possano creare dei conflitti. Riesce molto difficile provare dal punto di vista
scientifico la nascita da una vergine, con l’aiuto dello spirito santo. Non ne
parla proprio. Ma se non accetti questo non puoi essere un cristiano. Queste
sono le convinzioni fondamentali dei Cristiani, questi sono i test che provano
che sei un uomo di fede o uno che ha dubbi.
Se hai dei dubbi rispetto alla nascita di Gesù
Cristo da una vergine non sei un uomo religioso. Io conosco questo Hardy: se non crede nell’ascensione del corpo di Gesù
Cristo come può credere che lo spirito santo è disceso e ha stuprato una povera
ragazza? Questo è solo un caso di stupro e ancora continuate a chiamarlo lo
spirito santo. Vi sembra che lo stupro possa essere santo? Almeno dopo lo stupro
avrebbero dovuto chiamarlo lo spirito per niente santo. Prima dello stupro
poteva anche essere lo spirito santo, ma questa è stata la prova che non era un
santo. Ma Hardy non affronta il problema; deve avere
troppa paura: ad affrontarlo poi non potrebbe mettere più insieme religione e
scienza. Chiunque prova a metterle insieme si trova in grande difficoltà.
È ora un fatto accettato che la terra sia rotonda,
che sia un globo, che non sia piatta. O la Bibbia è sbagliata, o la scienza è
sbagliata. Hardy non ha il coraggio di dire che la
Bibbia è sbagliata, né ha il coraggio di dire che la scienza è sbagliata.
Così queste persone continuano a giocare con le
parole: “Noi vogliamo creare una sintesi.” – ma come creare una sintesi? E
quando parlano di religione dimenticano del tutto che ci sono trecento
religioni diverse nel mondo. Prima realizzate la sintesi fra queste trecento
religioni, è così da poter avere qualcosa che si chiama religione.
Solo ciò che io chiamo religiosità può essere
parte intrinseca della scienza. Ma non si tratta di una sintesi perché non c’è
antitesi. Per me la religione è realmente un aspetto della scienza.
La scienza ha due mani. Ora, nessuno tenterebbe di
fare una sintesi fra la mia mano destra e quella sinistra. Esse sono già riunite
in una sintesi, e lo sono ininterrottamente senza che alcuno faccia una
sintesi. Esse sono sempre in armonia. Forse che fai una sintesi fra gamba
destra e gamba sinistra mentre cammini, facendo attenzione a non sbagliare?
Scienza e religione sono per me come le mie due
mani, danzanti in armonia, in sincronicità. Non è questione di sintesi, non ci
potrà mai essere una sintesi. Ci potrà essere solo unità. E ricorda, unità e
sintesi non sono la stessa cosa.
La sintesi è una ben misera cosa, in qualche modo
è un arrangiarsi, un tentare faticosamente, uno smussare gli spigoli dando loro
una forma un po’ più arrotondata… Una sintesi non è possibile, e non è neppure
necessaria.
In primo luogo, perché non possiamo ammettere
dimensioni diverse, ognuna con la propria unicità? Oggi si sintetizza scienza e
religione, domani si sintetizzerà scienza, religione e musica, e poi arte e
danza – ma perché? Si farà solo una gran confusione.
Ora, creando una sintesi fra musica e matematica,
si distruggeranno entrambe. I matematici danzeranno e i ballerini si
dedicheranno all’aritmetica. Ma che bisogno c’è? Vanno benissimo così come
sono, ognuno che fa il suo lavoro nella sua propria dimensione. Bisogna capire
solamente una cosa – la vita è multidimensionale.
Un pittore non ha bisogno di collegarsi in una
sintesi con la scienza, o con la religione, o con la musica. Tutto quello che
deve fare è essere un artista impegnato e totalmente coinvolto, un vero
pittore, cosi che mentre dipinge il pittore in sé sparisce e rimane solo l’atto
del dipingere.
Lasciate che ripeta: quando un vero pittore sta
dipingendo, esiste solo il processo di dipingere, non c’è più il pittore, non
c’è più qualcuno che agisce. Sta semplicemente succedendo. Sì, dall’esterno si
può vedere un uomo che lavora con il pennello e con i colori e con la tela. Si
tratta di uno sguardo dall’esterno. Ma per quanto riguarda l’interiorità del
pittore, non c’è nessuno. Vi è solo una visione del quadro, e questa visione si
trasferisce sulla tela. Tutto ciò che deve fare il pittore è non interferire,
non ostacolare questo trasferimento.
Quando un ballerino danza non c’è alcun ballerino,
c’è solo la danza.
Tutte queste diverse dimensioni si incontrano in
un punto, che io chiamo religiosità.
Non è necessario mischiare fra di loro tutte
queste dimensioni. Altrimenti si finisce a sforzarsi di essere amichevoli e
adattabili, di non ferire i sentimenti di nessuno: il matematico dovrebbe
vedere se il musicista è felice con la sua matematica o no, il chimico dovrebbe
preoccuparsi per il fisico. Ne risulterebbe un manicomio – non ce n’è bisogno.
Tutto ciò che serve è che il fisico sparisca
mentre fa il suo lavoro, che il musicista sparisca mentre fa il suo lavoro.
Questo sparire è la religiosità.
Non posso usare un nome da poco come sintesi.
Questa è l’unità.
È proprio come la rosa che sboccia con tutti i
suoi petali – tutti i petali sono separati fra loro, ma uniti al centro,
prendono energia da un’unica sorgente. Ogni scienziato, ogni artista, ogni
mistico – sono tutti petali della stessa rosa, nutriti dalle stesse radici, ma
sono totalmente unici in se stessi, totalmente separati dagli altri.
Non cercare di sintetizzare. E in ogni caso non
riuscirai a farcela.
Alistair Hardy,
cerca di essere un po’ religioso, e nel tuo essere religioso comprenderai che
qualsiasi dimensione della vita non ha bisogno di trovare all’esterno una
alleanza, una sintesi, una cooperazione; no, sono già collegate nel centro.
Io dichiaro che sono già una cosa sola.
E tu cerchi di collegare in una sintesi queste
persone? No, non puoi unire in una sintesi trecento religioni. È impossibile.
Scoprirai che differiscono su tutti i punti. E poi sorgerà il problema di
sintetizzare religione e scienza.
Ogni scrittura religiosa è piena di fatti non
scientifici. O dovrai rifiutare queste superstizioni – e i religiosi non lo
permetteranno – oppure dovrai trovare dei compromessi, dovrai dire che la terra
è sia piatta che tonda. Per poter fare una sintesi non si può dire altro che
qualche volta è piatta e qualche volta è tonda. Oppure che quando viene vista
da una persona religiosa, allora è piatta, quando è vista da uno scienziato
diventa un globo. Devi trovare un compromesso in qualche modo. Ma io non penso
che sia possibile e neppure che sia necessario.
Lascia che la religione si sviluppi nel modo che
le è proprio. Lascia che la scienza si sviluppi a suo modo. E ogniqualvolta la
religione sarà autentica… Le religioni del passato sono state raramente
autentiche; di quando in quando un individuo autentico appare – ma mai delle
collettività.
E ogniqualvolta appare un’autentica persona
religiosa, non la troverai mai in conflitto con la scienza, con la musica, con
la danza. Non la troverai in conflitto per la semplice ragione che avrà una
percezione così vasta, una sensibilità così straordinaria, un’introspezione
così profonda, che nella sua visione tutte le dimensioni si fonderanno. Potrà
vedere la fonte originale di tutte le diverse dimensioni della ricerca umana. E
va bene che rimangano diverse; va bene che rimangano fedeli a se stesse. Ed è
difficile trovare un uomo simile...
Tutte le scienze si sono così allontanate le une
dalle altre che non esiste una sola persona che possa riuscire a conoscerle
tutte. Di conseguenza usare la parola scienza è sbagliato quanto usare la
parola religione. Ci sono trecento religioni; forse ci sarà un numero maggiore
di scienze. Se non ci sono ancora, ci saranno. Tutto questo sforzo di sintesi
diventerà senza alcun significato. Ciò che è importante è molto semplice: la
scienza è la ricerca nel mondo esteriore e la religione è la ricerca nel mondo
interiore.
Entrambe sono ricerche, indagano sulla stessa
verità, perché la stessa verità esiste sia fuori di noi che dentro di noi.
Interno ed esterno non sono cose diverse, così da qualsiasi parte tu arrivi
alla verità, arrivi alla stessa verità.
Non c’è bisogno di confrontare tra loro i piccoli
dettagli. Tu potresti aver seguito una strada diversa, e sulla tua strada
potrebbero non esserci stati alberi, potresti essere arrivato da un deserto, e
io magari sono arrivato dopo avere attraversato la giungla, dove si trovano
vecchi, enormi alberi, ma siamo arrivati entrambi nello stesso posto… E così io
sostengo che si può arrivare qui solo attraverso una giungla di grossi, vecchi
alberi, e tu continui a dire che non è possibile arrivare se non attraverso il
deserto. Ma entrambi siamo arrivati, e questa è una prova sufficiente.
Così quello che suggerisco è che una semplice
qualità meditativa diventi parte di tutte le scienze, di tutte le religioni, di
tutte le arti, di tutti i settori dell’umana ricerca – quella semplice essenza
meditativa che ti porta al silenzio, a un silenzioso non pensare.
In questo silenzio avviene l’esperienza
dell’unità.
E la mia intuizione è che religione e scienza sono
solo due nomi di un unico fenomeno.
Tratto da: From Darkness to Light #11
Copyright © Osho International Foundation 1988
Un approccio
terapeutico a un lavoro integrato con l’intero essere umano.
Di Ma Nirava Bhadrena (C. Tschumi) e Sw. Kavi Rahasya (A. Gemin)
“L’anima non vuol più soffrire,
il nostro scopo è guarire.
Il corpo già sa come fare
e lo spirito si può innalzare”
Questa mattina, sulla lavagna nella
stanza del training, c’era scritta questa poesia: “L’anima non vuol più soffrire, il nostro scopo è guarire. Il corpo già
sa come fare e lo spirito si può innalzare.” Una partecipante aveva voluto
condividere in questo modo la sua esperienza del training di Craniosacral Balancing®.
Mostra accuratamente quanto questo approccio sia multidimensionale, e a quanti differenti livelli possa
toccare una persona, sia durante una sessione che all’interno di un training.
Il Craniosacral Balancing è un lavoro sul corpo, che attraverso il contatto
delle mani, raggiunge in maniera profonda e sottile, livelli fisici,
emozionali, mentali e spirituali, portando così consapevolezza e guarigione.
Chi riceve il trattamento è steso sul tavolo da
massaggio. Il tocco leggero e gentile permette di raggiungere uno spazio
interiore e di connettersi con un sistema fondamentale del corpo umano, il
Sistema Craniosacrale.
Anatomicamente questo Sistema Craniosacrale
(SCS) può essere descritto come il sistema che connette la testa (cranio)
all’osso sacro attraverso la spina dorsale. Consiste in queste ossa e nelle
membrane al loro interno che come una sottile pelle flessibile contengono il
Fluido Cerebrospinale (FCS). È con questo liquido che si connette chi pratica
il trattamento, con il suo ritmo sottile, con le sue qualità, col fluire della
sua energia, aiutando i movimenti ad essere sani, integri e sciolti. È infatti
possibile avvertire i movimenti delle singole ossa del cranio e armonizzarli
tra loro.
Ma pensare che il Craniosacrale
sia solamente lavorare con il cranio e l’osso sacro è limitante. Vengono
coinvolti tutto il corpo e tutto l’essere.
Il Dr. Sutherland scoprì
all’inizio del secolo che il Sistema Craniosacrale si
esprime attraverso diversi ritmi che influiscono su ossa e fasce muscolari nel
resto del corpo. Ribattezzò luce liquida il Fluido Cerebrospinale, – definì le
sue capacità di guarigione come il più alto potenziale del corpo umano – il
luogo dove corpo e mente si incontrano, il respiro della vita.
Nella nostra ventennale esperienza di lavoro con
le persone, abbiamo sperimentato che il tocco rispettoso e gentile quando
lavoriamo con SCS, il Ritmo Craniosacrale, e la
capacità di mettersi in sintonia con le sottili variazioni e modificazioni del
corpo e la profondità di una persona, ha vari effetti: dalla cessazione del
dolore fisico e superamento di traumi, al rilassamento e raggiungimento di uno
spazio meditativo, dove diventa possibile un processo di trasformazione e
crescita interiore. Noi consideriamo un trattamento come un viaggio... Un
viaggio nel mondo interiore dove entriamo in contatto col subconscio. Un
trattamento può portare consapevolezza di ciò che prima era nascosto nel
subconscio, e il solo fatto di portare alla luce un problema ne aiuta il
superamento. La guarigione avviene a vari livelli.
L’incidente sullo scooter.
Due ragazze stanno viaggiando su uno scooter. A
uno stop la guidatrice perde il controllo e le ragazze cadono sotto lo scooter.
Per fortuna non è successo nulla di grave. Una delle due ha il viso che si sta
gonfiando e presenta numerosi lividi. La guidatrice si è slogata la caviglia e
il ginocchio, con delle escoriazioni e bruciature. Dopo l’incidente tutte e due
hanno ricevuto qualche trattamento di Craniosacrale e
ci hanno raccontato le loro esperienze. A livello fisico è stata simile per
entrambe la sensazione di profonda liberazione dallo shock: il corpo che prima
si scuote e trema tutto, per poi lasciarsi andare nel rilassamento. A livello
emotivo ci sono state delle differenze.
La guidatrice si sentiva molto in colpa per aver
provocato la caduta, ed è dovuta passare attraverso crisi di pianto per
accedere a memorie dell’infanzia, in cui le era successo di perdere degli
amici, per poter finalmente tornare in pace con se stessa.
L’altra ragazza era in crisi, l’incidente è
avvenuto in un momento in cui per la prima volta in vita sua si era sentita
veramente bella e adesso aveva la sensazione di essersi come sabotata da sola.
Si sentiva davvero sfigurata dal gonfiore al volto e dai lividi.
Durante il trattamento ha riscoperto l’origine del
suo sentirsi sempre inadeguata, ha potuto vedere le connessioni profonde, e
iniziare così un processo di guarigione.
Ambedue hanno avuto la sensazione che il corpo si
stesse ristabilendo in maniera insolitamente veloce: il gonfiore che si
riduceva, la gamba che non faceva più male. Attribuivano la veloce guarigione e
la comprensione più approfondita dei loro processi interiori ai trattamenti di Craniosacrale che avevano ricevuto.
L’inizio di un lungo viaggio
Durante il primo trattamento di Craniosacrale che ricevetti provai un’esperienza straordinaria.
Da mesi avevo un forte dolore al nervo sciatico e sebbene avessi ricevuto
diversi trattamenti di massaggio e fisioterapia, nessuno sembrava capire a cosa
quel dolore fosse dovuto. Alla fine venne classificato come una disfunzione
psicosomatica.
Durante il trattamento l’operatore, posizionando
le mani ai miei piedi, poté riconoscere immediatamente che qualcosa di fisico
stava accadendo all’altezza della giuntura sacro iliaca. Attraverso quel tocco
gentile riuscì a riequilibrare la posizione della pelvi e il dolore sparì quasi
completamente.
Il sintomo della sciatica fu riconosciuto come
qualcosa di reale e non frutto della mia immaginazione, e la sensazione di
sollievo dal dolore fu amplificata dal sentirmi ascoltata e accettata. Il
secondo trattamento mi portò a un’espansione del mio spazio interiore, una
sensazione di pace e dolcezza, a uno spazio di meditazione.
Ne fui subito presa e immediatamente cercai il
modo di imparare questo nuovo approccio.
A quei tempi l’Istituto Upledger
era l’unica scuola che insegnava Craniosacrale a
massaggiatori qualificati. In precedenza la possibilità di apprenderlo era
limitata ai soli medici osteopati. Per diversi anni
dedicai tutto il mio tempo e le mie energie a imparare e capire questo sistema,
senza poter immaginare che il Craniosacral Balancing si sarebbe diffuso in tutto il mondo e si sarebbe
fatto una fama come approccio terapeutico di alta qualità.
Mentre continuavo a imparare l’arte del tocco Craniosacrale, attraverso training e durante i trattamenti
che davo e ricevevo, entravo in contatto sempre più profondo coi misteri
dell’essere, che ancora oggi mi riempiono di meraviglia.
Imparai a lavorare con bambini che presentavano
sindrome di Down, spasticismo, idrocefalia, iperattività, disordini dell’apprendimento, difficoltà di
comportamento. Lavorai con adulti con problemi di stress, sindrome temporo-mandibolare, dolore cronico, tinnitus,
emicranie ricorrenti, sinusiti, sindromi post-traumatiche.
Vidi come il bilanciare e ristabilire il ritmo Craniosacrale aiutava a recuperare salute e vitalità.
Scoprii come l’essenza di una persona torna a fluire di nuovo attraverso questo
gentile lavoro sul cranio e sul corpo. Fui testimone di come un approccio
medico per ristabilire la salute del corpo riesca a raggiungere gli spazi
inesplorati dello spirito e dell’essere.
Presto fui invitata a venire a Pune,
per insegnare questo tipo di approccio nella Comune di Osho. E proprio qui in
questo campo di consapevolezza, il tutto fiorì in una forma di terapia
incredibilmente potente e solida, il Craniosacral Balancing. Molte persone di paesi diversi con disparate
formazioni professionali alle spalle vollero imparare questo metodo e così io
stessa ebbi l’occasione di imparare da persone così diverse, da ogni cliente o
partecipante al training.
È meraviglioso e commovente, vedere con quale
profondità di intuizione, guarigione, apprendimento, chiarezza interiore e
fiducia, le persone affrontano questo approccio terapeutico nell’atmosfera
meditativa di Pune, luogo dove vengono alla ricerca
di una crescita spirituale e di una maggiore consapevolezza.
Preparati per l’impossibile.
Una giovane madre mi portò il figlio di 16 mesi Tylor per un trattamento. Il bambino era caduto ferendosi
la testa, con una impressionante emorragia esterna che aveva spaventato le
persone che avevano assistito alla scena. Due settimane dopo la ferita era
praticamente guarita. Durante il trattamento fu possibile lavorare in tutte le
parti del suo corpo, il bambino dava persino segno di divertirsi, ma appena ci
si avvicinava alla testa cominciava ad agitarsi, lamentarsi e allontanare le
mani della terapista. Era impossibile avvicinarsi alla parte della testa che
ancora portava i segni del trauma.
Il trattamento era ormai alla fine quando Tylor all’improvviso prese le mani della terapista e le
allontanò dalla propria testa per portarle sulla testa della madre, nel punto
corrispondente a quello dove lui si era ferito. Si sedette quieto in grembo
alla madre mentre la terapista continuava a lavorare sulla testa di lei; chiedendole
di immaginare la possibilità di aprirsi e lasciare andare le memorie del
trauma, restando in contatto con i movimenti dell’osso frontale e favorendoli. Tylor nel frattempo se ne stava quieto con lo sguardo che
faceva pensare a una profonda introspezione; quando l’osso frontale della madre
finalmente entrò in sintonia con i movimenti del resto della testa, Tylor fece un grosso sospiro, sorrise e scese dal grembo
della madre per dirigersi verso i suoi giocattoli. Non possiamo mai sapere in
che maniera può arrivare la guarigione, questo ci insegna a rimanere flessibili
e ad aver fiducia in cose che possono anche sembrare impossibili.
Il Craniosacral Balancing è di molto aiuto per donne in gravidanza, durante
il parto e per i neonati. Lavorando coi bambini piccoli possiamo accorgerci di
come questi si liberino dai traumi del parto e di come si relazionino poi in
maniera amichevole col nuovo ambiente sconosciuto. La forma di approccio più
semplice sul cranio dei neonati è chiamato rimodellamento
della testa. La compressione del cranio durante il parto può aver lasciato
delle irregolarità di forma, che a loro volta possono influenzare lo sviluppo
del sistema nervoso centrale. È possibile aiutare la testa a trovare una forma
equilibrata, una configurazione priva di stress che aiuta a superare molte
difficoltà di questo periodo quali coliche, indigestioni, problemi respiratori
e otiti. Trattamenti precoci possono prevenire molte sofferenze per il bambino
e la famiglia.
Prevenzione.
È un po’ difficile parlare di prevenzione nei
neonati poiché non è possibile definire e comprovare cosa sarebbe successo se…
Sappiamo che bambini che hanno spesso coliche riescono ad addormentarsi dopo
una sessione, che il pianto continuo rallenta e si interrompe per periodi di
riposo, che la digestione migliora.
La nostra esperienza in generale è che anche il
sistema immunitario viene stimolato durante i trattamenti di Craniosacrale. Il sistema nervoso si equilibra e
disfunzioni che hanno a che fare con un sistema nervoso squilibrato o iperteso,
trovano una maniera di guarire. Si può aiutare il funzionamento del sistema
endocrino rendendo sopportabili periodi di transizione quali a esempio la
menopausa.
Un percorso che guarisce
Il Craniosacral Balancing non solo è un eccellente strumento di
apprendimento per il cliente, ma richiede anche un altro livello di
consapevolezza e una notevole capacità di cooperazione da parte del terapista.
Come esempio è il caso di menzionare uno speciale programma chiamato Craniosacral Healing Journey che viene offerto saltuariamente qui all’Osho Commune di Pune. Il notevole
rapporto cliente-terapista di 1:4 (durante le sessioni quattro terapisti
lavorano contemporaneamente con lo stesso cliente) è solo uno degli aspetti di
questa esperienza. Un altro importante elemento è che i terapisti sono ben
consapevoli di essere anche loro dei partecipanti: non c’è nessuno che
rivendica l’autorità di decidere cosa fare e cosa non fare.
“Ho partecipato a molti gruppi” dice Adina “ma
questo è stato il primo che mi ha fatto accorgere che mi muovevo sulle mie
gambe. Da sola ho trovato la strada e mi sono impegnata a camminare da sola.
Questo mi ha dato molta fiducia nelle mie possibilità. Sentivo sicuramente di
essere amata, accettata e aiutata, ma nessuno mi diceva cosa fare e dove
andare. E questo mi è veramente piaciuto.”
Uno dei terapisti dichiara: “Per me non c’era
differenza fra terapista e cliente – partecipavamo tutti allo stesso processo
di esplorare noi stessi e di crescere.”
Samma, un’insegnante
australiana che aveva lavorato a lungo con gli aborigeni prima di venire a Pune, era fra quelli che uscirono dal gruppo in uno stato
di grazia. “Quando mi ero iscritta non avevo alcuna aspettativa.” Disse. Dopo
aver consultato per sette anni ogni tipo di dottore e di terapista e aver
sperimentato tutti i metodi conosciuti di guarigione, e anche molti di quelli
sconosciuti, aveva ormai perso ogni speranza di liberarsi da un dolore cronico
al collo.
“A questo punto non volevo neanche più affrontare,
durante il gruppo, questo mio problema al collo, e lo consideravo solo uno
spreco di tempo.”
Ma i terapisti avevano presente il problema e
conoscevano anche la sua storia: sette anni prima Samma
era stata coinvolta in un grave incidente d’auto che la portò sul punto di
morte. “Fu strano” ricorda “stavo guidando e improvvisamente un’altra auto
svolta senza alcun preavviso, non mi fu possibile evitare lo scontro. Mi
accorsi che probabilmente stavo per morire e invocai aiuto. Udii una risposta:
«Se stai per morire, fallo consapevolmente!». E così lasciai perdere i freni e
il volante, uscii dal corpo e diventai un semplice osservatore. Vidi tutto
dall’alto: come il corpo fu proiettato in avanti e la testa sottoposta a un
tremendo colpo di frusta. Dopo lo scontro ebbi questa incredibile esperienza di
procedere attraverso un tunnel oscuro. All’uscita del tunnel c’erano luce,
beatitudine e amore – sapevo di essere arrivata a casa. Ma in qualche modo
tornai nel mio corpo, che era in un totale stato di shock. Per tre mesi non
riuscii a credere di essere ancora viva.”
Da allora il dolore al collo non la lasciò più.
“Traumi dei tessuti” spiega lei “Ai raggi X non si vede nulla, e nessuno sa
veramente cosa fare.”
Prima della fine del gruppo, durante una riunione
dello staff, si parlò del fatto che Samma non aveva
ancora lavorato sul suo dolore al collo. Era tempo di occuparsi del suo trauma.
Le venne suggerito di iniziare il trattamento sedendo sul tavolo come se fosse
stata seduta nell’auto, e di vedere poi come il corpo avrebbe reagito.
L’idea era di aiutarla a rivivere nuovamente,
passo dopo passo, l’esperienza dell’incidente fino al punto in cui era successo
quel colpo di frusta. Forse il ripercorrere consapevolmente l’esperienza
traumatica l’avrebbe aiutata a liberarsi dallo shock e dalle emozioni a esso
connesse, permettendo a quell’energia che sembrava
essere alla radice del suo dolore di dissiparsi.
I quattro terapisti lavorarono in sincronia con Samma e le suggerirono di rivivere nei minimi dettagli la
situazione di quando il suo corpo fu proiettato in avanti e la testa sottoposta
al colpo di frusta, e allo stesso tempo di sentirsi in un contesto di totale
sicurezza nel momento e nel luogo del trattamento. Il suo corpo ripercorse al
rallentatore l’intero processo dell’incidente. Ogni volta che Samma aveva la tendenza a proiettarsi fuori dal corpo come
quando era successo nell’incidente, veniva incoraggiata a rimanere presente. In
questi momenti il suo corpo assumeva l’esatta posizione di quando si era fatta
male. Il ritmo craniosacrale si fermava
improvvisamente e l’energia che era rimasta trattenuta lasciava il corpo. In
questo modo Samma fu aiutata a ripetere questo
cruciale movimento del colpo di frusta in maniera lentissima e millimetro per
millimetro.
Nel frattempo si manifestarono emozioni a lungo
trattenute e lei iniziò a piangere. Poi il corpo si rilassò. Lei si distese e
improvvisamente si ritrovò come se fosse appena nata, così piccola fragile e
sensibile. Samma ricorda: “Fu la prima volta in sette
anni che non sentivo dolore. Piansi per tutto il giorno. E continuai a
ringraziare l’esistenza per avermi restituito la vita. Questo silenzio, questa
pace che avevo sempre desiderato.”
Il Sistema Craniosacrale
La formazione del Sistema Craniosacrale
avviene nelle prime settimane di vita intrauterina e
le sue funzioni continuano fino alla morte. È un sistema primario in quanto è
alla base di tutte le funzioni fisiologiche dell’organismo. Comincia prima del
battito del cuore e prima del respiro e quando il Sistema Craniosacrale
cessa di funzionare la vita finisce.
Il sistema include le ossa del cranio, la colonna
vertebrale ed il sacro. Un sistema di membrane fodera la superficie interna
delle ossa della testa, scorre all’interno del canale vertebrale e di nuovo si
attacca all’osso sacro. Il sistema di membrane (dura madre) riveste il cervello
e il midollo spinale e contiene un liquido semitrasparente, il fluido
cerebrospinale, che sommerge, protegge e nutre l’intero sistema nervoso
centrale.
Le suddette membrane formano una fodera impermeabile
che impedisce al fluido che è all’interno di fuoriuscire, creando un sistema
semi-idraulico che connette il cranio con il sacro (da qui il nome). Il
movimento del fluido nel quale sono immersi il cervello e il midollo spinale
produce un flusso, il Ritmo Craniosacrale; questo è
stato recentemente accettato dalla scienza medica come un ritmo fisico continuo
che, insieme al ritmo del respiro e a quello cardiocircolatorio, promuove e
mantiene la vita. Qualsiasi restrizione che interferisce con la capacità delle
membrane di assecondare il ritmico fluttuare della pressione e del volume del
fluido può essere la causa potenziale di svariati problemi.
La lenta e sottile pulsazione prodotta dal ritmico
movimento del fluido può essere percepita in diverse parti del corpo ed è
usata, durante il trattamento, come base per la diagnosi e il trattamento.
Mobilizzando e liberando gentilmente le ossa del cranio, le membrane e il
tessuto connettivo, si possono sciogliere tensioni e disequilibri.
La qualità non intrusiva di questa arte del tocco
ci permette di lavorare direttamente con il sistema nervoso centrale e con il
fluido cerebrospinale che nutre le cellule nervose. La consapevolezza, il
rilassamento e il senso di benessere che ne derivano vanno molto in profondità.
Gli autori di questo articolo, Ma Nirava Bhadrena (C. Tschumi) e Sw. Kavi Rahasya (A. Gemin) guidano insieme i training di Craniosacral
Balancing® all’Osho Commune
di Pune e in altre parti del mondo.
In Italia per informazioni rivolgersi a Osho Miasto: tel. 0577-960124 fax 0577-960213.
Per approfondimenti e informazioni generali (in
inglese): e-mail: craniosacralinstitut@t-online.de
Internet web page: http://www.interscript.com/cranio.htm
Storia della terapia Craniosacrale
L’approccio Craniosacrale
di lavoro sul corpo nasce dagli esperimenti e dall’esperienza del Dr. Wiilliam Garner Sutherland, un osteopata
americano della prima metà del secolo. Ancora da giovane studente, mentre
osservava un osso temporale rimosso dal cranio fu colpito dall’incredibile
somiglianza tra quell’osso del cranio e le branchie
dei pesci, questa considerazione fece nascere in lui l’intuizione di un
possibile movimento respiratorio nella struttura cranica. Quell’idea
all’apparenza così bizzarra fu la chiave per le sperimentazioni e gli studi di
tutta una vita e che portarono il Dr. Sutherland alla
scoperta di un ritmo vitale primario del corpo, il Ritmo Craniosacrale,
e allo sviluppo di un metodo di trattamento rivoluzionario e profondo.
Con il suo lavoro sulle ossa del cranio, sulle
membrane intracraniche e sulla fluttuazione del
fluido cerebrospinale era in grado di trattare con successo pazienti con
disfunzioni di ogni tipo, persone che spesso erano state considerate casi senza
speranza.
A quei tempi si insegnava che le ossa del cranio,
nell’adulto, sono immobili e saldate fra loro; e così gli studi fatti dal Dr. Sutherland e le sue conclusioni che le suture della testa
possiedono una certa mobilità non ricevettero la dovuta considerazione. Furono
i suoi studenti che portarono l’osteopatia craniosacrale
a un maggior riconoscimento. Tra questi il Dr. Magoun
che scrisse il primo libro specializzato sull’argomento.
Negli anni ’70 e ’80 il Dr. John
Upledger e il Dr. Zvi Karni continuarono gli studi sul sistema craniosacrale utilizzando strumenti scientifici aggiornati.
Poterono così verificare l’effettivo movimento delle ossa del cranio in
relazione al ritmo del fluido cerebrospinale. Nei loro studi documentarono
l’efficacia di questo approccio nel trattamento di bambini iperattivi,
autistici e con difficoltà dell’apprendimento. Su
queste basi il Dr. Upledger iniziò a insegnare
semplici tecniche a insegnanti e genitori per alleviare in quei bambini parte
dello stress e delle tensioni. Nello stesso periodo cominciò a insegnare anche
a fisioterapisti, massaggiatori, psicologi, assistenti sociali, dentisti e
chiunque fosse interessato. Il suo scopo era portare i benefici dalla terapia Craniosacrale al maggior numero di persone possibili. Col
tempo si sono fatte nuove scoperte.
Ma Nirava Bhadrena (C.Tschumi) ha ricevuto
l’insegnamento in terapia craniosacrale direttamente
da Upledger e McDonald,
dopo anni di formazione ed esperienza in campi diversi come il lavoro sul
corpo, psicologia e terapia della Gestalt; e
soprattutto come ricercatrice spirituale sotto la guida del maestro illuminato
Osho.
Il Craniosacal Balancing® nasce dalla fusione dei diversi approcci
scientifici con uno spazio di silenzio e meditazione. Nella nostra esperienza
con Craniosacral Balancing
abbiamo verificato l’importanza di un approccio olistico.
L’enfasi di Craniosacral Balancing
non è solo sul corpo e sulla sua storia medica, ma include la totalità
dell’essere: il corpo, la mente, l’anima, il cuore, lo spirito, l’essenza...
L’obbiettivo è, piuttosto che aggiustare puramente
la meccanica, aiutare a ogni livello il raggiungimento di nuovi equilibri,
invitare il rilassamento e l’autoguarigione,
lavorando sul piano sia fisico che emotivo, psicologico e spirituale; offrendo
spazio e supporto.
L’accettazione e il profondo rispetto verso
l’essere umano sono alla base del Craniosacral Balancing.
La guarigione può accadere esclusivamente in
un’atmosfera di cura, amore e compassione. Scienza, sensibilità e consapevolezza
si fondono in questo approccio per il riequilibrio e rilassamento del corpo,
permettendoci di scoprire un rispetto nuovo e un senso di meraviglia per il
mistero dell’energia vitale.
L’immortalità
dell’anima
Mondadori
Pagine 207 Lire 18.000
COME INIZIA: “Si diventa liberi da ciò
che si è conosciuto. E si trionfa su ciò che abbiamo conosciuto. Sconfitte e
fallimenti sono dovuti solo all’ignoranza e all’oscurità. Con la chiarezza, la
sconfitta sarebbe impossibile, perché la chiarezza porta la vittoria.”
MORTE: “La prima cosa che
vorrei dirti sulla morte è questa: non esiste bugia più grande, anche se sembra
vera. Non solo: sembra la verità fondamentale della vita, quasi la circondasse
da ogni lato. Anche se ce ne dimentichiamo, o la ignoriamo, la morte ci resta
comunque accanto; è perfino più prossima della nostra ombra. Addirittura siamo
giunti a fondare la nostra vita sulla paura della morte. Se tremiamo di paura,
a causa della morte, non potremo mai vivere. Solo coloro per i quali la paura della
morte si è dissolta per sempre possono vivere.”
TEMPLI: “I templi e le preghiere
creati per paura della morte non sono rivolti a dio. Solo chi è ricolmo della
gioia di vivere raggiunge il tempio di dio. Il regno di dio è colmo di gioia e
bellezza, ma le campane del suo tempio suonano per coloro che sono liberi da
ogni tipo di paura. Questo sembra difficile, perché a noi piace vivere nella
paura.”
IMMORTALITÀ: “La gente crede
nell’immortalità dell’anima per semplice paura della morte: non sa, ma crede.
Tutte le mattine, seduto al tempio o nella moschea, c’è chi ripete: “Nessuno
muore e l’anima è immortale”. Si sbaglia a credere che con questa semplice
ripetizione l’anima diventi immortale. Quelle persone sono vittime di
un’illusione, credono che ripetendo: “L’anima è immortale”, la morte scompaia.
La morte non si annulla ripetendo queste cose, ma conoscendola. Niente diventa
vero con la semplice ripetizione di un’idea. La morte non si può cancellare
ripetendo che non esiste. Dovrà essere conosciuta, incontrata, vissuta; dovrà
diventare qualcosa di familiare. Ma noi continuiamo a fuggirne via.”
SAMADHI: “Quando qualcuno muore,
costruiamo una tomba che chiamiamo samadhi. Ma questo
è un samadhi costruito dagli altri. Se riuscissimo a
creare il nostro stesso samadhi, prima che gli altri
lo facciano, avremmo creato quel fenomeno di cui siamo alla ricerca. Gli altri
avranno di certo l’occasione di costruire la nostra tomba, ma noi potremmo
anche perdere l’opportunità di creare il nostro samadhi.
Se riuscissimo a crearlo, allora morirebbe solo il corpo ma non la
consapevolezza. Noi non siamo mai morti, né potremo mai morire; nessuno è mai
morto, né potrà mai esserlo. Per comprenderlo però dovremo discendere tutti i
gradini della morte.”
VITE
PASSATE:
“Jati-smaran è un metodo per rievocare le vite
passate, è una forma di meditazione, un’applicazione specifica della
meditazione… Vi fornirò adesso due o tre spunti sul modo di canalizzare la
meditazione verso il ricordo delle vite passate, vi darò solo due o tre suggerimenti
che, ovviamente, non vi permetteranno di avere esperienze con le vite passate,
ma ve ne daranno un’idea.”
LIBERARSI: “Liberarsi dal ciclo di
nascita e morte non vuol dire non rinascere più. Vuol dire che ora non c’è più
né venire né andare, né in qualche luogo, né in alcuna dimensione. A quel punto
rimani radicato dove sei. Il giorno in cui ciò accadrà, sorgenti di felicità
sgorgheranno copiose tutt’intorno a te. Non possiamo
sperimentare la gioia se ci troviamo in un luogo immaginario, possiamo trovarla
solo se siamo là dove esistiamo realmente.”
COME
FINISCE.
“Il guru è un ladro, il discepolo è un ladro, l’insegnate è un ladro. Tutte le
loro risposte sulla vita sono rubate. Non si possono trovare pace e felicità
nelle risposte rubate. La felicità si ottiene attraversando lo stesso processo
grazie al quale i fiori sbocciano da soli. Non vengono presi a prestito da
qualche parte.”
Una storia scritta da Osho quando
aveva 21 anni.
Questo racconto fu pubblicato per la prima volta
(in Hindi) sul Nav Bharat un quotidiano di Jabalpur,
il 28 novembre 1953 con una prefazione dell’editore che riportiamo qui di
seguito:
“Adhoori Vasana
(passione insoddisfatta) è la romantica storia dell’autore. Nella filosofia
indiana alla base della reincarnazione ci sono le passioni lasciate incomplete
e non finite nel corso di questa vita. L’autore del racconto ha scritto in
un’altra occasione: “Le passioni sono del corpo ma non esistono a causa del
corpo. Piuttosto è lo stesso corpo a esistere a causa loro.” Le passioni
insoddisfatte ti accompagnano oltre questa vita e in un nuovo corpo. Il ciclo
della nascita e della morte è il gioco di queste passioni insoddisfatte. Questo
è il tema centrale che l’autore dà a questo racconto.”
Nav Bharat
ha pubblicato di nuovo questo racconto nel suo numero del 23 agosto 1984 con la
seguente nota editoriale:
“Acharya Rajneesh, che da Rajneesh Kumar è diventato Acharya Rajneesh, e in seguito Bhagwan Rajneesh (e poi Osho) ha
avuto un rapporto profondo con Jabalpur. Shree Rajneesh, famoso non solo
in India ma anche nel mondo per le sue concezioni e la sua visione, ci mandò
questo racconto romantico circa 31 anni fa. Lo ripubblichiamo qui insieme
all’originale introduzione presa da Nav Bharat del 28 novembre 1953.”
Ero solo sul sentiero, solo con il mio canto,
mentre un chiaro di luna sonnolento si spandeva in lontananza sui sentieri
della montagna. Le notti cominciavano a essere fredde ed era iniziato a
nevicare sulle montagne più alte. Tempo un mese anche qui sarebbero caduti
grossi fiocchi di neve, i fiumi avrebbero gelato e si sarebbero trasformati in
fiabeschi percorsi d’argento, e la neve avrebbe ornato le cime delle scure
montagne intorno, quasi come ghirlande di fiori di gelsomino fra i capelli di giovani
donne.
Io continuavo ad andare avanti, camminando quasi
perso nei miei pensieri. A tratti un uccello mi volava vicino, rompendo il
silenzio della notte e riempiendo le valli solitarie col suono del battito
delle sue ali. E poi il silenzio gelido della notte si ricomponeva, così come i
cerchi nell’acqua si confondono tremolanti l’uno con l’altro e tutto torna
uguale, dopo un po’ che una pietra vi è stata gettata.
La giovane luna di mezzanotte splendeva con una
solitaria nuvoletta bianca al suo fianco. Il pensiero si formò subito: “La luna
ha qualcuno che le fa compagnia, ma io sono solo.” Alzai gli occhi e guardai
alle valli desolate che andavano in tutte le direzioni. E all’improvviso mi
sembrò di guardare ai venticinque anni della mia vita, che nel momento mi
apparivano solo come una lunga, desolata, scura valle. Questo mi intristì il
cuore e cominciai di nuovo a canticchiare la mia canzone, quella che poco prima
avevo abbandonato nel mezzo. La piccola nuvola bianca continuava intanto a
muoversi fedelmente intorno alla luna, e alla fine arrivò a coprirla. Così per
un momento scese sul mio cammino una trasparente oscurità, a mischiarsi con la
chiara bellezza della luce lunare.
Il mio percorso si avvicinava ora a una
diramazione. Prima scendeva per un breve tratto e poi iniziava a salire in
distanza, passando in mezzo a un gruppo di pioppi e arrampicandosi, tornante
dopo tornante, fino a raggiungere la cima della montagna. Alla fine della
salita c’era il mio villaggio, dove la mia vecchia madre aspettava il mio
arrivo. Iniziai lentamente a scendere il declivio. Al di là della valle che
avevo di fronte, il largo corso del fiume Sahil
brillava nello splendore del chiaro di luna. Lontano, sul fiume, una casa
galleggiante sembrava una minuscola macchia bianca, e da essa mi raggiungevano
le dolci note di un flauto, che echeggiavano la loro danza elegante fra le
montagne circostanti. Interruppi il mio canto e mi misi ad ascoltare il flauto.
Lo spirito desolato della valle era pieno dei suoi toni sinuosi. Un lento
inebriante torpore iniziò a impossessarsi delle mie palpebre, e la notte sulla
montagna si trasformò in un dolce sogno.
La parte in discesa del percorso era quasi
terminata, e potevo vedere in distanza, con tutte le sue curve, il sentiero che
conduceva al mio villaggio: risplendeva dorato come la sinuosa traccia di un
serpente. Le note del flauto si erano fatte più intense e la barca avanzava
lentamente verso la riva. La luna baciava le onde e si era lasciata indietro, a
una certa distanza, il piccolo frammento di nuvola bianca, come impigliato
nelle cime degli alberi che fiancheggiavano il fiume. Quasi perso in un sogno,
iniziai a scendere per il sentiero di ciottoli. La mia strada iniziava a
salire, ma le corde del mio cuore mi portavano verso il basso. Sentivo come se
qualcuno mi stesse tirando verso il fiume e io ero incapace di non seguire i
miei piedi. Le note del flauto diventavano sempre più intense, il fiume sempre
più vicino, e io continuavo a scendere fra gli alti alberi che lo
fiancheggiavano. Il sentiero era diventato più sabbioso e la riva dello Shail non era ormai molto lontana. I venti freddi che
increspavano le sue acque mi raggiunsero, facendo volare gli angoli del mio
scialle, anche l’aria che respiravo si fece improvvisamente più fredda. Sembrava
che con ogni respiro, fragili fili di ghiaccio scendessero fin nel mio intimo.
Quando finalmente arrivai alla sabbia il sentiero
sparì. Ero ormai sceso del tutto dalla montagna.
Con le vele che si muovevano al vento come ali di
un grande airone bianco, la barca stava per toccare riva. La luna splendeva
alta nel cielo e la mia ombra, lunga fino a poco prima, giaceva intorno ai miei
piedi, accorciata e confusa.
Il flauto adesso suonava in modo ancora più dolce,
le sue note si alzavano e si abbassavano col ritmo stesso del mio respiro.
Avvolto dalla loro dolcezza continuai a camminare e arrivato alla riva mi
fermai. Piccole onde mi accolsero, dandomi il benvenuto, e un uccello che si
riposava lì vicino, prese il volo verso l’altra sponda.
La barca che si avvicinava mi si fermò accanto. Le
onde, scosse dal suo arrivo, si frammischiarono ora l’una con l’altra. Le note
del flauto salirono ad un crescendo e poi smisero all’improvviso, come se
qualcosa di delicato si fosse improvvisamente rotto. La loro eco continuò fra
le montagne. Poi qualcuno nella barca iniziò a ridere, una risata dolce, forte.
In questa risata c’era una melodia ancora più
dolce che nelle note del flauto.
Tutto il mio essere ne fu incantato, e quel suono
argentino si intrecciava coi battiti del mio cuore, come fiori diversi in una
ghirlanda di benvenuto.
Due attimi furono di assoluto silenzio e in questo
tempo riuscii distintamente a sentire come batteva il mio cuore. Poi qualcuno
uscì dalla barca e il chiaro di luna divenne all’improvviso due volte più
splendente. La guardavo con occhi fissi. Ricominciò a ridere e il loto del mio
cuore tremò. Chi era mai? Non lo sapevo, ma sentivo che eravamo già intimi, che
ci conoscevamo da molto, molto tempo – che la magia che governava i miei sogni si
trovava ora di fronte a me. La luna si rifletteva nei suoi occhi, neri come
ebano. Un ricciolo dei suoi capelli giocava sulla guancia, chiara come la luce
lunare. Mi guardò quieta per un momento e poi mi disse con voce serena: “Sali
sulla barca.” La sua voce aveva la fragranza dei fiori e la freschezza del
mattino. Esitai solo per un momento, e poi, preso da una forza sconosciuta,
salii sulla barca come in trance.
La barca iniziò a dondolare, come un bocciolo
fresco nella brezza del mattino. Le onde si fecero più forti e l’immagine della
luna che dormiva quieta sulle acque dello Sahil si
sparse in mille riflessi.
Lei indossava un sari blu cielo che risaltava
sulla pelle chiara del suo corpo, e aveva lasciato sciolti i lunghi capelli
neri. La bellezza delle sue forme filtrava attraverso il sari sottile, come
raggi di luna appena nascosti al di là di un fragile velo. Continuavo a
guardarla, a guardarla, incapace di fare nient’altro. Si voltò e sollevando la
tenda mi disse con voce dolcissima: “Vieni dentro.”
Non avevo più la forza di dire di no al suo
invito. E così entrai, subito dopo di lei, sollevando la tenda. Prese la mia
mano nelle sue, soffici e delicate, e si voltò, iniziando a guardarmi negli
occhi. I suoi seni pieni toccavano il mio petto. Ogni fibra del mio corpo
iniziò a tremare e improvvisamente si fece il vuoto di fronte ai miei occhi. Mi
prese dolcemente fra le braccia e posò sulle mie labbra, le sue labbra di
miele.
Il mio essere più intimo fu colmato di infinite
carezze al tocco del battito del suo cuore, e nell’ebbrezza del suo amplesso la
mia consapevolezza si sciolse, fino a fondersi nel tutto.
Ritornai in me la mattina seguente. Ero disteso
sulla sabbia fredda e il sole del mattino sorgeva lentamente al di là delle
montagne. Mi guardai intorno. Nessuno in vista. Solo in lontananza una capanna
di pescatori si ergeva in orgoglioso isolamento, con il tetto ben alto fra
l’erba, come un filosofo solitario assorto nei suoi pensieri.
Mi alzai e iniziai a camminare verso la capanna,
il corpo reso pesante dalla profonda rilassatezza e con le memorie di ciò che
era successo la notte precedente che sfilavano davanti ai miei occhi.
Raccontai gli eventi di quella notte al vecchio
pescatore. Lui si fece serio e disse: “Sei fortunato a essere ancora vivo. Lascia
questa valle il più presto che puoi. Colei fra le cui braccia hai passato la
notte non è un essere vivente, ma lo spirito di una cortigiana morta, le cui
passioni ancora sono rimaste insoddisfatte.”
di Ma Prem Maneesha
Continuando
l’articolo del numero precedente, dove ho intervistato Jivan
Mary sull’impatto che hanno avuto su di lei le risposte di Osho a due sue
domande, analizzo qui come una risposta di Osho a una mia domanda, ha influito sulla mia crescita e
sulla mia comprensione.
Nei diversi anni in cui sono stata una sannyasin di Osho, l’ho percepito in molte maniere diverse.
È come se avessi provato su di lui i diversi tipi di relazione che in passato
avevo avuto con le persone – proprio come provare diversi costumi – nel
tentativo di trovarne uno che più degli altri corrispondesse esattamente a
quello che Osho è per me.
Una volta gli ho scritto una domanda che
riassumeva tutto questo, dicendogli: “Tu sei stato il mio zio prediletto e mio
padre; la mia ostetrica, un bambino che ride; il mio migliore amico, e un
vecchio saggio, il mio cantastorie preferito, e il mio maestro... il mio primo
pensiero al risveglio e l’ultimo nella notte. Tu sei stato caldi occhi marroni,
una mano delicata, piedi su cui posare il mio capo, un fremito nel corpo...
qualche volta silenzio, qualche volta un canto. Sei stato un colpo messo a
segno, uno sguardo, una presenza, un’assenza; il giorno e la notte, estate e
inverno – un uomo per tutte le stagioni; una promessa di appagamento, l’unica
speranza, la distruzione definitiva di tutti i sogni; il solo rifugio e colui
che ho cercato, per poi sfuggire; un mago e un uomo semplicemente comune.
Tu sei stato un enigma, tu sei stato me stessa.
Sei stato la luna, le stelle, e tutto ciò che intorno a loro si muove. Sei
stato il verde e il marrone, il blu e l’oro della mia terra. Sei stato tutto… e
niente. Ma sempre, sei stato amore.”
E anche questo non diceva assolutamente tutto! In
quella specie di domanda chiedevo a Osho di parlare della relazione
maestro-discepolo. Rispose dicendo che niente può essere paragonato alla
relazione che esiste tra maestro e discepolo. Tutte le altre relazioni sono
soggette a condizioni, persino l’amore accampa dei diritti. In realtà quello
che esiste tra maestro e discepolo avrebbe bisogno, per essere descritto, di
una parola particolare.
“Il
discepolo non chiede niente, e il maestro non promette niente; tuttavia nel
discepolo c’è la sete e nel maestro una promessa… Così come sta cercando il
discepolo, anche il maestro sta cercando. Il discepolo sta cercando uno spazio
dove potersi aprire senza alcuna paura, senza nessuna resistenza, senza
trattenere nulla – totalmente. E anche il maestro è in cerca, di un essere
umano tale da poter ricevere il mistero, pronto a essere fecondato dal mistero,
pronto a rinascere…”
Osho proseguiva dicendo che tutto quello che fa un
maestro è creare fiducia – poi da questa fiducia scaturisce tutto il resto.
Ricordo che disse che il maestro crea come una nascita della consapevolezza;
che non ha conoscenza da condividere, ma solo essenza. Il maestro è un veicolo
delle forze universali: se il discepolo è disponibile, in lui si può
risvegliare così la coscienza universale.
E poi diceva ancora:
“Il maestro
va verso il discepolo, il discepolo va verso il maestro. Prima o poi si
incontreranno. Questo incontro non riguarda il corpo, e nemmeno la mente,
l’incontro è proprio dell’anima – come se improvvisamente tu mettessi due
candele molto vicine l’una all’altra. Le candele rimarranno separate, ma le
loro fiamme diventeranno una fiamma sola. Fra due corpi, quando l’anima è una
sola, è molto difficile dire che ciò che esiste è una relazione. Non lo è, ma
non c’è nessun altra parola per dirlo. È un essere all’unisono.”
(Osho: Beyond Enlightment)
Ero affascinata dalle diverse persone che Osho
sembrava essere e ho realizzato poi che non era nessuna di queste. Lui diceva
che la domanda basilare del ricercatore è: “Chi sono io?”. Ma questa non è mai
stata la mia domanda, sono sempre stata più interessata invece a scoprire chi
era lui. Spesso quando entrava in Buddha Hall per il
discorso, le sue mani unite nel saluto (namaste), lo
fissavo pensando: “Ma tu chi sei?”. In qualche modo credevo che se avessi
saputo chi era Osho avrei scoperto qualcosa di molto più vasto di una semplice
definizione.
Ricordo di avergli inviato delle domande almeno
quattro volte durante quegli anni, chiedendo ad Osho fondamentalmente sempre la
stessa cosa.
In un’occasione ho chiesto: “Nessun dei maestri i
cui discorsi abbiamo ascoltato qui (nella serie Zen) è paragonabile a te. Non è
solo perché tu sei veramente grande – come c’è da aspettarsi dopo tutto questo
tempo – e sono sicura che non è solo perché sei il mio maestro. Tu rappresenti
un enorme balzo in avanti rispetto a tutti i maestri che ci sono mai stati.
Sembra che non sia solo per fortuna che uno come te sia arrivato ora che il
mondo è in uno stato di confusione inimmaginabile. Amato Maestro, chi sei tu
esattamente?”.
“Maneesha, non lo so.” rispose Osho “Ti racconterò qualche barzelletta. Forse potrai scoprire qualcosa di
me. Un sorriso, una risata, l’ombra dei bambù, la luna riflessa nel fiume... ma
senza lasciare alcuna traccia.”(Osho :The Miracle)
Due mesi più tardi ho tentato di farlo ancora
parlare sullo stesso argomento, chiedendogli: “Non sei tu forse il più grande e
coraggioso iconoclasta di tutti i tempi?”.
“Sfortunatamente,
Maneesha, lo sono.” Ha confermato Osho. Tutto lì. (Osho: Rinzai, Master of the
Irrational)
Un’altra volta scrissi: “Ieri sera dopo averti
sentito parlare così lucidamente, così bene su delle complicate enunciazioni di
Hyakujo, ho avuto la sensazione che tu non solo
stessi lavorando sui tuoi discepoli, ma che trasformassi anche i maestri del
passato. Riconosco che il mio compito qui è di scoprire chi sono io. Ma in
momenti come ieri sera diventa spontaneo domandare chi sia questo essere che
conosciamo come il nostro amato maestro. Ti ho già fatto questa domanda, tu hai
risposto, ma la domanda è rimasta.”
Questa volta Osho si dilungò:
“Maneesha, la domanda rimarrà sino a che non conoscerai te
stessa. Nessuna risposta ti potrà soddisfare, ma nel momento in cui conoscerai
te stessa, conoscerai anche me. Conoscere se stessi significa conoscere tutti i
buddha – non solo me, tutti i buddha
del passato, del presente, del futuro. E conoscendo te stessa conoscerai anche
i buddha che stanno ancora dormendo. Allora la tua
chiarezza interiore, la tua percezione saranno totali.”
(Osho.
Hyokujo:The Everest of Zen)
Ricordo questa risposta perché non sono riuscita a
capirla. Volevo qualche precisa definizione di Osho – non essere rigettata
verso me stessa. Sentivo inoltre che ci sarebbero voluti secoli per conoscere
me stessa; mi chiedevo se nel frattempo non avrebbe potuto darmi qualcosa di
più per andare avanti.
Il cambiamento in Osho del suo nome ha reso il
mistero ancora più grande. Osho non è nemmeno un nome, ma un appellativo: e per
me poi è ancora meno di un appellativo, è semplicemente un bel suono senza
alcun significato… come il suono delle onde che si infrangono sulla spiaggia, o
del vento fra gli alberi in una fragrante sera estiva.
Dopo quella enigmatica risposta mi sono rassegnata
in qualche modo al fatto che, stando con un maestro simile, io sto con qualcuno
che non posso conoscere e che forse non potrò mai conoscere, che è addirittura inconoscibile. E questo mi fece vedere qualcosa di me
stessa.
Capii che adottavo definizioni di me stessa –
definizioni create a partire dai miei ideali o assimilate dalle persone intorno
a me. Costruendo e accettando quelle definizioni, ottenevo un’immagine di me
stessa, e avendo questa immagine mi sentivo sicura. Tuttavia ad un altro
livello rifiutavo questo processo definitorio che
avevo messo in atto, perché quest’altro livello,
quella parte in me più profonda, desiderava ardentemente essere libera – e
tutte le cose che mi definiscono necessariamente mi confinano.
Cominciavo a capire che, vivendo nel contesto
creato da una persona che non ha i confini della personalità, permettendo alla
sua presenza di essere il perno su cui ruotavano le mie ventiquattro ore
giornaliere, qualcosa era cambiato in me. Negli anni ho cominciato ad avere la
sensazione della mia stessa espansione e della mia propria inconoscibilità.
Sebbene al tempo non fossi affatto consapevole di
quello che mi aspettava, questo processo era probabilmente iniziato quando
avevo preso il sannyas. Indossare vestiti particolari
e adottare un nuovo nome, voleva dire abbandonare la personalità creata da me
stessa e dalla società nella quale avevo vissuto. Prendere un nome nuovo – che
per me non aveva significato – era un invito aperto, senza condizioni, un
invito ad un modo di vivere completamente nuovo. Il sannyas
significava perdere ciò che mi inchiodava dentro una certa struttura. Era
l’inizio di una serie di cambiamenti senza fine, in me e nella percezione di me
stessa.
Ho cominciato a sentire – un sentimento che con il
tempo si è intensificato – che non sono stata fatta, una volta per tutte, in un
certo modo che andando avanti sarebbe potuto diventare solo più stabile. Per
cui penso si possa dire che per me stare con Osho si è rivelato un processo in
cui ho lasciato cadere tutte le modalità di relazione che avevo sperimentato
nel passato, tutte le modalità usate per conoscere me stessa e gli altri – una
specie di striptease spirituale – fino al punto di non avere più costumi o
vestiti o definizioni di qualsiasi genere ed essere così come sono, nella mia
totale nudità.