SOMMARIO

 

2 CENTRI DI OSHO IN ITALIA

Tutti i Centri di Osho divisi per regione

 

6 LE NOTIZIE

Fuori e dentro la Comune

 

8 IL CUORE

Dei ricordi e dell'amore

I ricordi sono quelli che ci impediscono di vivere con gratitudine il presente.

 

12 IL MAESTRO

Déjà vu

Un piccolo frammento di vite passate.

 

16 IL MAESTRO

Rimuovi le preoccupazioni

Sono le preoccupazioni che ti impediscono di ricevere i doni dell'esistenza.

 

20 IL MAESTRO

Consapevolezza senza scelte

Qual è il regalo che puoi fare al tuo Maestro?

 

22 IL MAESTRO

La tua vera natura

Vivi nel momento, per scoprire la tua vera natura, la natura del Buddha.

 

24 IL MAESTRO

Oltre l'errore

Jivan Mary racconta come una risposta a una sua domanda fatta a Osho, le abbia cambiato profondamente la vita.

 

27 IL MONDO

Jumping

Cosa si prova a saltare nel vuoto da una piattaforma alta 70 metri?

 

28 IL MAESTRO

Dogen un uomo non comune alla ricerca dello Zen

Swami Prem Marco ci racconta del Maestro Zen Dogen.

 

30 IL MAESTRO

Questo e il momento giusto

Osho commenta un sutra del Maestro Zen Dogen, e ci ricorda che l'illuminazione è il nostro stato naturale.

 

40 IL MAESTRO

Un passo ancora

Quello che stai cercando da molte vite, non è lontano, è nascosto proprio dentro di te.

 

42 IL MONDO

Il mio Tibet

Un reportage fotografico e il racconto del viaggio di una sannyasin.

 

 

48 IL MONDO

Una dolce turbolenza che arriva dall'Himalaya

Considerazioni sulla visita del Dalai Lama in Germania.

 

50 TUTTE LE STELLE

Il tuo oroscopo di gennaio.

 

52 LA VETRINA

Tutti i libri di Osho in italiano, i video di Osho, le musiche per la meditazione e il rilassamento.

 

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NOTIZIE

DENTRO E FUORI LA COMUNE

 

 

Ed ecco a voi... i Dolphins!

 

Certo non sono le Spice Girls, ma questo non diminuisce affatto l'entusiasmo del loro pubblico. Dopo il debutto all'Osho Meditation Center "I Delfini" (e dove sennò!) di Roma, hanno già inciso un promo e si preparano a una tourné estiva in vari centri di Osho. Il loro nome intero è "Dolphins Dream Boyz", se li volete prenotateli in tempo: la sera del debutto un terzo del pubblico non ha potuto entrare in sala.

 

 

Osho entra nel mercato di massa

 

In un mercato librario in cui non si sa più che cosa leggere e quindi cosa pubblicare, Osho si presenta quest'anno come una delle punte di diamante di diverse case editrici. Paradossalmente, in una situazione da coltello alla gola per conquistare spazi nelle librerie e agli occhi dei lettori, Osho si trova previlegiato da una sinergia trasversale che vede impegnate 16 case editrici, che nel corso dell'anno faranno uscire 10 libri nuovi e 30 ristampe. Il progetto più grande, e quello più impegnativo, è della Rizzoli che in questo mese esce con un package contenente un CD con una nuova meditazione sui sensi, tratto dalle tecniche illustrate da Osho nel Libro dei Segreti, e il libro "Tantra: la comprensione suprema", al prezzo incredibile di 14.900 lire. Prodotto in 25.000 copie, questo "Viaggio verso l'Estasi", sarà disponibile nelle edicole di tutta Italia. Mondadori, è uscito a gennaio con L'Immortalità dell'anima, 208 pagine – lire 18.000. Si tratta della prima parte dei discorsi raccolti in And Now and here, che uscirà in 3 volumi distinti. Alcune parole per introdurlo: "Si diventa liberi da ciò che si è conosciuto. E si trionfa su ciò che abbiamo conosciuto. La paura della morte ha creato la società, la nazione, la famiglia e gli amici...

La gente crede nell'immortalità dell'anima per semplice paura della morte; non sa, ma crede. Noi tutti facciamo la stessa cosa: volgiamo le spalle alla morte e ne scappiamo lontano."

In questo mese un'altra novità editoriale stampata dalla casa editrice News Services Corporation, Meditazione Passo dopo Passo, 256 pagine – Lire 26.000 bellissimo libro ricco di spunti pratici da sperimentare e vivere per scoprire la meditazione, un vero invito a muovere i primi passi verso il mondo interiore.

A pagina 19 di questo numero viene dedicato più spazio a questo nuovo libro. Ma le novità non sono ancora esaurite, sempre per questo mese è prevista l'uscita del: Il libro dell'alchimia interiore, Edizioni del Cigno, pagine 248 – Lire 20.000. Questa è la seconda parte, la prima parte è uscita l'anno scorso con il titolo: Il libro della saggezza. In questa opera viene presentata la seconda parte della pratica, detta "addestramento mentale in sette punti", una tecnica che aiuta la trasformazione sia della mente che del cuore.

Le istruzioni che il mistico indiano Atisha diede quasi mille anni fa, acquistano paradossalmente una squisita attualità, in quanto egli insegna semplicemente a rispondere alle sollecitazioni della vita radicandosi, più intimamente e più profondamente, in se stessi.

Per finire sarà presto sul mercato il libro edito da Mediterranee: Iniziazione alla Meditazione, pagine 160 – Lire 15.000. "Esiste un'unica realtà: la materia è la sua forma visibile e lo spirito è la sua forma invisibile." Queste sono parole di Osho. In questo libro vedrai come ricomporre la dissociazione tra anima e corpo, come trovare un senso e uno scopo nella meditazione. Scoprire come si può essere totalmente presenti, eppure assolutamente assenti. Vuoti di pensieri e totalmente ricolmi di Essere. La via della meditazione è la via della pienezza. Lasciamo dunque che Osho ci introduca a questa nuova dimensione... e scopriamo il piacere di esplorarla!

Tutti questi libri li potete ordinare o prenotare presso Oshoba.

 

 

È nato un nuovo centro

 

È nato un nuovo centro: Ma Deva Anila, la coordinatrice, ci racconta la sua esperienza. "L'Osho Archan Meditation Center è davvero un sogno dell'anima che si è finalmente realizzato. I sogni dell'anima non sono personali, e per questo ci fa piacere poterlo ora condividere con tutti voi. Adesso che è finito quasi non ci credo!

E passato un anno e mezzo dal giorno in cui trovammo la casa e due e mezzo da quando verificammo la comunione dei nostri cuori. Da allora tutto è accaduto passo dopo passo, senza sforzi e con leggerezza: le difficoltà ci sono state, certo, ma nulla di straordinario, e la voglia di stare insieme, divertirci e crescere attraverso una così grande opportunità è stato il carburante che ha fatto muovere questo progetto. In tutto questo tempo abbiamo potuto incontrare le nostre paure e i nostri attaccamenti, ma anche il nostro coraggio e la nostra volontà. L'unione profonda fra di noi, nell'energia di Osho, ci ha sempre guidati. Per ristrutturare la casa abbiamo passato i weekends a lavorare di martello, pennello, sega e così via, facendo noi i lavori piccoli e divertendoci un sacco. Durante la settimana una schiera di muratori, idraulici, elettricisti e falegnami eseguiva i lavori grossi insieme a Kamran, che ha lasciato il lavoro per restare a tempo pieno sul cantiere, e ad Ameed, che di sera faceva il cuoco e di giorno spalleggiava Kamran. In verità ognuno si è dato da fare: lavorando, cercando, chiedendo, trovando o inventandosi soluzioni, possibilità e nuove idee. Un vero laboratorio di creatività che dimostra quanta ricchezza e abbondanza si creano nel mettere in comune le diverse potenzialità e capacità, e nel condividere gli stessi intenti, lo stesso entusiasmo e la stessa dedizione. E stato molto intenso e anche faticoso, ma come dire la gioia nel vedere la casa prendere forma e trasformarsi ogni giorno, e nel sentire che noi ci trasformavamo insieme a lei? Quando l'abbiamo comprata era una vecchia cascina bergamasca e ora è qualcosa di totalmente nuovo. Si trova in mezzo al verde, un piccolo angolo di paradiso lambito da un torrente con anche una piccola cascata. Siamo uno spazio aperto per chiunque voglia celebrare se stesso nella danza, nel silenzio, nella meditazione, nell'amore e nella gioia."

Per informazioni vedi spazio centri.

 

 

Meeting per tutti i Centri di Osho italiani

 

Il 18 e il 19 marzo si terrà a Varazze un meeting per tutti i responsabili dei Centri di Meditazione e per tutti gli Information Center, Comunità e Istituti di Osho in Italia. Se qualcuno fosse interessato ad aprire un centro di Osho può chiamare la segreteria del convegno e chiedere di partecipare chiarendone il motivo. Si tratterà di un incontro per condividere tutto ciò che sta fiorendo e prendendo forma nel buddhafield italiano. L'incontro avverrà presso l'Hotel Royal di Varazze a 200mt dal mare. Ci sarà a disposizione una sala conferenze attrezzata con impianto musica, voce e video per la White Robe. L'inizio è previsto per le ore 10 di giovedì 18.

L'intenzione principale è di mettere a fuoco alcuni temi pratici, che coinvolgono un po' tutte le realtà dei centri:

Si parlerà di Osho Tribute per il 2000, proposte da Pune e dal centro di Miasto – Presentazione del progetto Osho Meditation Resort con la presenza di Ma Anando da Pune – I libri di Osho entrano nel mercato di massa, con Swami Anand Videha di Milano – Swami Nirodh del centro di Varazze presenterà la proposta di un'Associazione Nazionale "OshoAmici" che si occuperebbe di assicurare e tutelare legalmente i centri che vogliono avere una situazione legale che li aiuti in una concreta operatività nel sociale – Verranno passate tutte le informazioni riguardo il Salivax-test kit – Verrà illustrato il sito net di Osho da Swami DevadattaSwami Veetchitta responsabile dell'Oshotour presenterà varie opportunità e facilitazioni per un viaggio e soggiorno a Pune.

Questi sono alcuni dei principali argomenti che verranno toccati; eventuali altri temi all'ordine del giorno verranno inseriti nella presentazione.

È importante, per organizzare meglio l'accoglienza e il pernottamento nell'Hotel, ricevere le prenotazioni con anticipo. La sera del giovedì alle ore 21.30 nella sala delle conferenze dell'Hotel, Ma Shanti Yuki terrà un concerto per pianoforte accompagnato da una proiezione di diapositive dal titolo "L'intimità del suono".

 

 (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

Dei ricordi e dell’amore

 

Sono belli i ricordi. I ricordi ci fanno compagnia. I ricordi portano nostalgia... per Sarjano i ricordi sono la nostra zavorra.

Sono quelli che ci impediscono di vivere con gratitudine il presente.

 

 

Noi coltiviamo i nostri ricordi. Noi li accarezziamo. Noi li nutriamo teneramente, quasi fossero le nostre creature. Noi, talvolta, ci perdiamo in essi, con una consumata tristezza. Ingentiliamo i ricordi più belli.

Ed esageriamo quelli più brutti. Così da poter provare rancore, rabbia, e risentimento ancora una volta. Magari dopo vent’anni…

I nostri ricordi ci regalano tante di quelle sensazioni, da farci rivivere il nostro passato un’infinità di volte. I nostri ricordi (così dicono) sono parte di noi. Vi è una celebrata poetica, che esalta l’arte e il languore dei ricordi, “Silvia rimembri ancor quel tempo…” Vi sono tante poesie sui ricordi. Un numero pari almeno alle poesie sulla speranza. Poi vi è un’ampia letteratura, sui ricordi. Almeno Proust ce lo ricordiamo. Perché ci fa ricordare i nostri amori passati. La nostra infanzia dorata. Era probabilmente uno schifo, questa infanzia. Una specie di prigione da cui speravamo di scappare quanto prima.

Ma i ricordi rendono tutto dolciastro. Anche episodi che mai vorremmo rivivere.

Si gestiscono ricordi come si proiettano vecchi film. E con le nuove tecnologie mentali, è possibile ora il ralenty, la zoomata sul particolare caro, oppure aberrante... È possibile sopratutto inserire una lente flou, che fa diventare tutto soffice e ovattato. Come potremmo vivere, senza i nostri ricordi? E chi saremmo mai, senza i nostri ricordi?

Me lo sto chiedendo da alcuni anni. Da quando mi sono accorto che i miei ricordi mi stanno abbandonando. Non è che io abbia fatto qualcosa in proposito, figuriamoci! Non mi sono sottoposto ad alcuna terapia in materia. Non ho praticato nessuna tecnica di meditazione specifica. Non ho fatto assolutamente nulla. Forse, ho smesso di nutrirli. Ma non l’ho fatto apposta, lo giuro! Forse ero troppo preso da quello che stavo facendo. Forse mi ero perso nell’attimo fuggente. Forse la vita mi è sembrata, per un istante, troppo bella per non essere vissuta. O per essere sacrificata, sì – anche un solo istante – ai ricordi. Io ero bravo in questo, una volta. Ero un poeta, sapete, e avevo una speciale abilità nell’addolcire i ricordi. E nel ripropormeli ogni volta che la vita era un po’ amara.

Adesso non ci riesco più. E mi dispiace un bel po’. Sto cominciando perfino a preoccuparmi un tantino. Anche se provo ad acchiappare un ricordo, lo trovo subito scialbo e noioso, come dire – inanimato. Privo di corpo, di carne e coscienza. Privo di odore, privo di sapore. Sì, ci riprovo a pomparne dentro un pochettino, ma la patacca dopo un po’ s’ammoscia.

È un fenomeno preoccupante, credetemi. Perché i miei ricordi si sono talmente scocciati di essere trattati così, che hanno smesso pian piano di visitarmi. Fino a sparire quasi del tutto. Mi hanno lasciato solo, capite! Così solo che a volte non mi ricordo più chi sono. E sopratutto chi sono stato. C’era una poesia di Ungaretti, credo – forse qualcuno la ricorda meglio di me – parlava dei cimiteri e dei luoghi straziati dal dolore, per finire “è il mio cuore il paese più straziato.” È vero. I poeti sanno, con una intuizione, ciò che scienziati, studiosi, o intellettuali scopriranno solo dopo molti anni.

Era il mio cuore il paese più straziato. Così tante croci, così tanti ricordi. S’era in compagnia, però! Si stava bene – c’era sempre qualcuno con cui parlare. Perché noi ci parliamo con i nostri ricordi non è vero? Adesso che sono passati, possiamo modificarli un pochettino, immaginare come sarebbe andata se invece… Avremmo potuto dire quella certa parola. O fare quel determinato gesto, a quel punto della storia… “Se gli avessi detto che non avevo paura, ma era lui che invece...” Forse tutto sarebbe andato diversamente: oltre a ricordare, noi smontiamo la sequenza degli avvenimenti, proviamo a cambiare le battute, i tempi. I sentimenti – “se fossi stato un po’ più deciso quella volta.” Sembriamo delle iene: in fondo ci nutriamo di cadaveri. Spesso in stato di avanzata putrefazione.

Così da un po’ di tempo, tutta questa gente, tutti questi ricordi, tutta questa folla di sensazioni-fantasma, ha smesso di venire a trovarmi. E la cosa mi spaventa. Perché quando lasci andare i ricordi, se ne vanno proprio tutti! Non è che se ne vanno solo quelli brutti, quelli orrendi. E magari si portano dietro quelli tristi, quelli noiosi, quelli imbarazzanti, quelli pesanti. No. Ti abbandonano tutti. Ma proprio tutti. Anche i più belli. Anche i più dolci. Anche i più cari. Perfino quelli legati (sembrava indissolubilmente) alle nostre Grandi Storie d’Amore. Solo pochi anni fa m’ero regalato ancora una volta l’illusione di avere trovato la mia “soul mate”, come dicono da queste parti. Il che banalmente starebbe per “l’anima gemella”, la donna della mia vita, oppure, come dicono i più esoterici, “la mia donna interiore”. Insomma è stato bello: l’incontro, la magia, la fusione, l’intimità, l’addio… Per causa di forza maggiore. Frase che sottintende un tornare dal marito, oppure tornare a scuola o in famiglia o altre “necessità” – quelle sì indissolubili. L’addio lasciò un vuoto e un’assenza che sembravano incolmabili.

Una tristezza. Uno spossato languore. Un film triste: Lui ascoltava la musica che aveva accompagnato i loro gesti d’amore, e piangeva. Un giorno scaraventò il nastro dalla finestra. Lei aveva lasciato la sua tazza di tè, verde, in casa sua. Lui a volte la prendeva inavvertitamente in mano, per servirsi del tè. Che veniva, inevitabilmente, servito con delle lacrime. Silenziose.

Un giorno scaraventò anche la tazza verde, fuori dalla finestra. In un certo qual modo, fu come aver scaraventato fuori tutti i ricordi legati a quell’amore lontano. Questo lasciò spazio ad un’immensa gratitudine. Sì, aveva incontrato la donna dei suoi sogni. Sì, lei lo aveva amato più di quanto nessuna donna lo avesse mai amato. Sì, lei aveva accettato in tutto la sua follia (che era tanta), e non lo aveva mai giudicato. E poi se n’era andata – senza alcuna ragione che lui potesse riconoscere – dopo un’eternità che era durata appena due mesi.

Privato del ricordo, gli rimaneva soltanto un’immensa gratitudine per questa eternità. Per questo amore che almeno aveva conosciuto, una volta nella sua vita. Prima non sapeva che era possibile amare così tanto. Prima non sapeva come qualcuno potesse amarlo così tanto. Prima non sapeva quanto amore potesse scaturire da un uomo e da una donna che si accettano fino a quel punto... Ora lo sapeva. E ne era grato.

La mente, il tempo, l’avidità e tutte le altre similitudini, gli dicevano in coro che lei era partita troppo presto. E questa canzone veniva ripetuta, fino al dolore, da tutti i suoi ricordi.

I suoi ricordi (come tutti i ricordi), non nascevano dalla saggezza. Nascevano dall’avidità. Nascevano dall’insoddisfazione per il presente. Nascevano come un lamento. Ecco perché decise di smettere di nutrirli. E ora tutti questi ricordi lo avevano abbandonato. Non bussavano più alla sua porta, come venditori ambulanti di pozioni magiche.

Egli cercava (almeno) di invitare i ricordi del suo Maestro. Certo, i suoi ricordi più cari. Certo, i suoi ricordi più elevati. Certo, i suoi ricordi più spirituali... Ma essi non venivano. Non ci sono crumiri, tra i ricordi. Una volta che vanno in sciopero, si può star certi che la manifestazione sarà compatta – come si diceva al tempo dei ricordi!

Sfogliando con diligenza tra le pagine polverose della sua memoria, poteva estrarre dei grandi ricordi, con tutti i particolari annessi. Ma erano, inevitabilmente, privi di emozioni, spenti, come dire – dei cadaveri. La cosa gli faceva male. Sopratutto quando leggeva tra le pagine dei ricordi... “Quando era tornato in Italia la prima volta da Pune, nel settembre del ‘78, Osho come commiato gli disse di non coltivare ideali su te stesso, ma di accettarsi come era. Completamente. Poi disse – “E la prossima volta che non ti accetti, mettiti questo, e ti sentirai come un Buddha” – e con entrambe le mani, dicendo questo, gli donava una delle sue tuniche bianche, l’abito che egli indossava in quei giorni...” Questo preciso ricordo lo faceva sempre piangere fino alle lacrime. Un tempo. Nel tempo in cui i ricordi, belli&brutti, lo visitavano ad ogni ora del giorno e della notte. Al tempo in cui li nutriva e accarezzava. Ora anche questo era un ricordo di polvere. Ricordi di nebbie. Come il ricordo di una vita passata.

Guardava, talvolta, la foto che lui stesso aveva fatto al suo Maestro. Un tempo, tutti i più piccoli ricordi legati a quell’evento, gli sarebbero balzati addosso in un istante... Osho che gli chiedeva della sua salute... Osho che ammirava la sua camicia... Osho che faceva notare che lui era più bello con la barba... Osho che dimostrava – più di mille parole – cos’è un essere ordinario. Questi ricordi lo straziavano, un tempo. A volte doveva distogliere lo sguardo, da quella foto. Osho era morto, e lui non lo avrebbe fotografato mai più. Ma sopratutto non lo avrebbe più visto sorridere. Lui sperava soltanto che Osho vivesse abbastanza... o quel tanto che bastava affinché tutti i suoi discepoli potessero avere l’occasione, nella loro vita, di vederlo così – ordinario nella sua ordinarietà. A lui era capitato molte volte. Si era sempre sentito fortunato e privilegiato, per questo. E tuttavia i ricordi degli ultimi anni gli provocavano più tristezza, che gratitudine. Anche in questo caso, quando i ricordi lo abbandonarono, si aprì lo spazio ad una immensa gratitudine. I ricordi, forse, avevano portato via il volto del suo Maestro. Ma avevano lasciato dietro di sé (o forse al posto loro) un oceano di gratitudine. Senza volto. Senza memoria. Senza eccitazioni. Senza parole. Le ultime, appena udibili, in lontananza – un attimo prima di svanire del tutto, ricordavano... “Un giorno la mia mano sarà la tua mano... Ogni volta che due sannyasin si incontreranno, sarà possibile avvertire la fragranza di Osho. Perché il sapore dell’oceano è lo stesso. Dovunque lo assaggi...”

 

…e dell’amore

 

E questo ci porta inevitabilmente, a ciò che noi chiamiamo “amore”. Se ne parlava, come sempre, anche alcuni giorni fa. La donna fu felice di poterne parlare con me. Disse che leggeva tutti i miei articoli, e che avrebbe sempre voluto conoscermi... (esperienza di solito agghiacciante). Disse che sarebbe ripartita per l’Italia dopo un’ora. Durante quell’ora mi confessò tra le lacrime quant’era preoccupata, dispiaciuta, e anche un po’ arrabbiata con se stessa, “PERCHÉ NON AMAVA PIÙ OSHO COME UNA VOLTA!” – una dichiarazione del tipo – “mi dia due quintali di sensi di colpa!” Le ho chiesto chi era che piangeva in questo momento. Da dove venivano le lacrime, se non dall’amore? Avrei voluto dirle che sarebbe atroce amare qualcuno allo stesso modo dopo ventanni – e meno male che non lo ama più come una volta! Avrei voluto dirle molte cose, ma non ce n’era il tempo. L’ho abbracciata promettendole che le avrei scritto sulle pagine dell’Osho Times. Perché mi ha fatto ricordare, improvvisamente, che anch’io m’ero fatto lo stesso problema. E dev’essere un problema che ci facciamo in tanti... Come si diceva poc’anzi, il nostro amore è spesso un ricordo.

L’amore d’un tempo è andato – così com’era venuto. In silenzio. Misteriosamente. Come miracolo. Ma c’è il ricordo, di questo amore. E il ricordo è spesso così struggente, da farsi scambiare per amore!

Sono i ricordi, che ci fregano sempre!

Anch’io, quando mi pascevo di ricordi, notavo con tristezza e senso di colpa che non amavo più Osho come una volta, ossia come mi suggerivano i ricordi. I miei ricordi riguardavano un giovane uomo arrabbiato, di origine italiana, che aveva girato il mondo per tutta la sua vita – gridando la sua disperazione con le note di un poeta – e cercando cercando aveva un giorno udito il richiamo.

Quando era approdato ai piedi del Maestro non sapeva ancora che il nulla potesse avere una forma. Potesse avere un sorriso. Fu una scoperta e una rivelazione. Qualcosa esplose dentro il suo cuore, dentro la sua pancia, dentro il suo essere. Realizzò in un istante che tutta la sua ricerca si era conclusa. Avvertì, lenito da un fiume di lacrime, che anni e vite di passi l’avevano finalmente portato a casa. Il suo amore lo rese pazzo... fino al punto di essere riconoscente all’esistenza tutta. Il suo innamoramento lo rese così folle... da contare i minuti e le ore che lo separavano da lui. Gli ispirò poesie, canzoni, un Incanto d’Arancio, decine di domande e centinaia di lettere appassionate.

Penso che sia stato così per tutti – che l’abbiano espresso o meno – poi come tutti gli innamorati, anche quello verso il Maestro, si è dissolto come tutti i fenomeni temporali. Ma è rimasto l’amore. La gratitudine. Che, quando son veri, scelgono prevalentemente il silenzio, quale modo di esprimersi.

Così in molti, proprio come questa donna, ci siamo preoccupati del fatto che non amiamo più Osho come una volta!

Se lasciamo andare i nostri ricordi, anche in questa dimensione – cioè la nostra relazione con il Maestro – scopriremo che il nostro amore non è più lo stesso perché è cresciuto. Perché è sceso in profondità silenziose, dove nemmeno la canzone e la poesia possono giungere. Nemmeno l’invocazione e la preghiera.

“All’inizio mi avete incontrato attraverso le parole. Un giorno mi incontrerete nel silenzio... E quello sarà il vero incontro. Poiché solo nel silenzio la dualità scompare, e Maestro e discepolo saranno una sola cosa. Una sola energia...”

Swami Sarjano

 (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

Déjà vu

un piccolo frammento di vite passate

 

Amato Osho,

di tanto in tanto vengo preso da una forte sensazione, cioè mi sembra che la precisa situazione in cui mi trovo in quel momento, si sia già verificata. Anche altri mi dicono di aver vissuto questa esperienza e che il fenomeno è chiamato déjà vu. Mi sono sempre chiesto cosa fosse e quali connessioni potesse avere con la meditazione. Puoi aiutarmi a capirlo?

 

Anand Somen, l’esperienza chiamata déjà vu ha una sua propria realtà, perché questa non è la prima volta che vivi; hai già visto molte vite e molte morti. E, naturalmente, in migliaia di vite, è praticamente impossibile non tornare negli stessi luoghi, non incontrare le stesse facce… vedi un certo albero e senti che l’hai già visto prima, esattamente lo stesso albero. La sensazione è assolutamente chiara, non c’è alcun dubbio, non lo stai immaginando: tu hai già visto prima una certa persona, o ti sei già trovato un’altra volta in quella situazione, identica nei minimi particolari.

È una sensazione veramente strana, ti fa girare la testa. Ma dimostra che tutte le religioni nate fuori dall’India sono veramente incomplete; non possono spiegare l’esperienza del déjà vu, A meno che tu non abbia l’idea della reincarnazione, non ti è possibile spiegarlo. Arrivi in una città e, improvvisamente, senti che ci sei già stato prima. Sai che se vai a destra, arrivi al fiume e, se vai a sinistra, arrivi alla stazione – fai la prova e scopri che là c’è veramente il fiume o la stazione. Riconosci anche gli alberi che incontri, riconosci il fiume; come se lo avessi visto in un film, o forse in un sogno.

Ma non l’hai visto in un film e neppure in un sogno. L’hai visto in un’altra vita.

Tu sei pieno di ricordi che vengono da vite passate. Per fortuna l’esistenza ha pietà e continua a chiudere capitolo dopo capitolo: al momento della morte, i ricordi di quella vita diventano un capitolo chiuso. Una vita è già abbastanza per farti impazzire. Se si potessero ricordare molte vite, non si troverebbe un solo uomo che non sia impazzito – perché, nella vita passata, la donna che ora è tua moglie, era tua madre, o tua figlia, oppure, la donna di cui sei innamorato era un uomo che ti aveva assassinato in una vita precedente e ora ti sta intrappolando di nuovo, ma in modo diverso. E se tu ricordassi tutte le tue vite, le cose si farebbero veramente complicate.

Mi è successo una volta: passavo per un posto, Katni, e mi portarono una bambina – doveva avere circa nove anni. Per mesi aveva continuato a dire che ricordava perfettamente la sua vita passata; si ricordava che nella vita passata era in una certa famiglia di Jabalpur, dove io insegnavo all’università. Non era molto lontano, dovevano esserci cento miglia al massimo, tra Katni e Jabalpur, e, per caso, conoscevo la famiglia Pathak. Avevano un’officina e una pompa di benzina, proprio a quattro isolati da casa mia e io dovevo andarci quasi ogni giorno per far benzina o per piccole cose come controllare la pressione delle gomme. Così li conoscevo molto bene. Chiesi ai genitori della bambina se era mai stata a Jabalpur. “No,” mi risposero. “E vorremmo che in qualche modo lei dimenticasse tutta la faccenda. Disturba i suoi studi, disturba la nostra vita; lei insiste che vuole andare a trovare la sua vecchia famiglia. Noi non sappiamo chi siano queste persone, come possiamo imporci a loro e dire: “Questo è un membro della vostra famiglia!”

Io dissi: “Conosco queste persone e almeno una cosa è certa; la bambina descrive esattamente sia la loro casa che la loro professione. Dice che aveva tre fratelli – e lì ci sono tre fratelli. Dice anche che lei era la sorella maggiore che morì vedova e quello che io so è che avevano una sorella vedova che morì circa otto, nove anni fa. E vostra figlia ha nove anni.” Poi chiesi alla bambina: “Mi sai dire i nomi dei tuoi fratelli?” E lei li disse immediatamente. Allora dissi alla famiglia: “Venite con me; potete stare a casa mia. Parlerò io ai fratelli Pathak e li porterò a casa mia con altre dieci, dodici persone. Vedremo se li riconosce o no.”

Quando lo dissi ai fratelli Pathak, ne furono interessati ed eccitati al massimo. Anche un po’ impauriti, ma disponibilissimi a partecipare, comunque, all’esperimento; raccolsero tutti i loro servi e alcuni amici, e arrivarono così a casa mia almeno in venticinque. La bambina immediatamente corse a prendere la mano di uno dei fratelli e disse: “Non ti ricordi di me?” E poi si guardò in giro e abbracciò tutti e tre i fratelli – “È strano, non mi riconoscete? Sono vostra sorella e poiché rimasi vedova a soli tredici anni e nostra madre era morta, sono stata quasi una madre per voi tutti. Vi ho tirati su e voi mi avete dimenticata!”

Chiesi a loro: “E’ vero quello che dice? È veramente morta vostra madre?

E loro dissero: “Non ci ricordiamo di nostra madre… ed è vero che siamo stati allevati da nostra sorella. Era quasi una madre per noi e non si risposò per amor nostro: per potersi prendere cura di noi – altrimenti chi li avrebbe seguiti quei bambini? Sacrificò tutta la sua vita.”

Tutti e tre si chinarono a toccare i piedi della bambina e dissero: “Vorremmo portarla a casa con noi.” E questo divenne il problema: la bambina si trovò in un complesso dilemma. Una parte voleva restare con la sua vecchia famiglia – l’attaccamento era profondo, veniva da molte, molte vite – e l’altra parte voleva stare con la nuova famiglia. Ma per quest’ultima l’attaccamento non era così forte, erano solo nove anni.

Proposi che stesse per sei mesi con una famiglia e sei con l’altra… ma aggiunsi che tutta la sua crescita ne sarebbe stata disturbata e, in più, presto si sarebbe sposata, formando così una terza famiglia; e questo era troppo, l’avrebbe fatta impazzire. Suggerii allora ai genitori ed ai fratelli Pathak che la cosa migliore era di sottoporla a qualche seduta di ipnosi, per farle dimenticare la sua vita precedente.

È assolutamente casuale, succede di rado. Per uno scherzo della natura, qualche piccola fessura rimane aperta e i ricordi della vita passata invadono la mente attuale. Dovetti darle nove sessioni, insistendo sempre sulla stessa cosa: dimenticare tutto del passato.

Dimenticò ogni cosa della vita passata e cominciò a chiedere al padre e alla madre: “Che facciamo qui? Dovremmo andarcene a casa.” Ma essi chiesero: “E che ne dici dei fratelli Pathak?” E lei disse: “Ma chi sono?” L’accompagnai all’officina e alla casa dei fratelli Pathak, ma lei non dette nessun segno di riconoscere qualcuno.

Il déjà vu è un piccolo frammento che viene dal passato e che, in qualche modo, entra nel tuo presente. È una realtà. E questi sono fatti: déjà vu, ricordi di vite passate confermati moltissime volte, rendono la teoria della reincarnazione non una teoria religiosa, ma un fatto scientifico. Un giorno, quando la scienza sarà di vedute un po’ più larghe…

Il problema è che tutto il progresso scientifico avviene in Occidente, dove è accettato il concetto di una vita sola, così che tutti si portano dentro il pregiudizio di un’unica vita. Ma il mondo diventa ogni giorno più piccolo. Prima o poi la scienza dovrà occuparsi del fenomeno, perché è così essenziale per la crescita umana, per la meditazione, per la trasformazione della consapevolezza – perché se hai il ricordo delle vite passate, questo diventa una prova che c’è un futuro anche dopo la morte. Il ricordo delle vite passate prova anche che, dopo la morte, sarai ancora qui in forma diversa, con un altro nome.

Inoltre, se diventa un fatto scientificamente provato – e non ho alcun dubbio che lo diverrà, non appena la scienza comincerà a muoversi in questa direzione e lascerà perdere l’idea che ci sia una sola vita, l’idea cioè che hanno i cristiani, o gli ebrei, o i maomettani… Un’idea stupida, perché, nell’esistenza niente muore; tutto continua, cambia solo forma. Perché dovrebbe essere diverso per quello che riguarda la vita?

Se le persone si rendono conto di aver vissuto lo stesso tipo di vita migliaia di volte… e questo è come è stata utilizzata la teoria della reincarnazione – per creare una grande noia, un’insofferenza, perché tutte queste cose erano già state fatte prima. E tu non hai imparato proprio niente, continui di nuovo… per migliaia di anni hai rincorso il potere, il danaro, e lo stai ancora facendo. Sembra che l’esperienza di ogni vita sia stata cancellata e tu cominci di nuovo dall’ABC.

Se questo concetto venisse sostenuto dalla scienza, avresti maggiore difficoltà a ripetere continuamente lo stesso stupido gioco. Hai giocato abbastanza – è tempo di cambiare, è ora di elevare la tua consapevolezza; è tempo di andare oltre il circolo vizioso del passaggio da una vita all’altra, ancora e ancora, come una ruota.

La parola hindi per indicare il mondo è samsar, che letteralmente vuol dire “la ruota che gira in continuazione”. Questo è quello che intendevo quando parlavo di difficoltà di comunicazione. Quelli che hanno dato al mondo il nome di samsar avevano in mente qualcosa: volevano ricordarvi di non continuare a girare in tondo meccanicamente come su una ruota. E quando hanno detto, “rinuncia al samsar”, non stavano dicendo di rinunciare al mondo, ma di rinunciare a questo continuo girare in tondo.

Ma non è stato capito, è stato interpretato male e la gente ha cominciato a rinunciare al mondo e ad andare sulle montagne, nelle grotte, nei monasteri. E magari anche nelle vite passate erano andati nei monasteri! È sempre parte del samsar – quei monasteri, quelle montagne, la piazza del mercato. Sia che vivi con tua moglie o che rinunci a lei – sono tutte cose che fanno parte della stessa ruota.

Rinunciare alla ruota è un fenomeno completamente diverso. Vuole dire che tutto quello che avete fatto finora, l’avete fatto nell’inconsapevolezza. Ora è tempo di essere maturi e di cominciare a fare le cose con consapevolezza. Agite con gli occhi aperti; avete agito abbastanza sotto l’influenza dell’inconsapevolezza.

La ruota della reincarnazione è dovuta all’inconsapevolezza. Non appena diventi consapevole, ti accorgi che non c’è alcun senso: hai raggiunto il successo molte volte, ma che senso ha avuto? Viene la morte e cancella tutto. È quasi come costruire castelli di sabbia – arriva il vento e il castello non c’è più. E tu cominci a fare un altro castello… e ancora, in continuazione, succederà sempre la stessa cosa.

È di capitale importanza che la scienza non ignori questo fatto che è l’esperienza di milioni di persone in Oriente. Non è una superstizione. È uno di quei misteri della vita di cui restiamo ignari. Una volta che la scienza comincia a scoprire i modi… troverai che il tuo atteggiamento verso le cose è molto cambiato, anche il tuo principale interesse cambierà; il tuo interesse si concentrerà sul modo per uscire dalla ruota. La ruota è la tua schiavitù. Affrancarsi da questa schiavitù è stato l’unico desiderio dei ricercatori di verità e di libertà.

Una volta che hai realizzato che il tuo essere può rimanere nell’universo senza corpo, senza forma – può essere senza forma eppure essere là, permeando tutta l’esistenza – allora tutti i tuoi sforzi saranno concentrati su come fare per ottenere questa grande libertà. In Oriente abbiamo chiamato l’esperienza finale di queste persone, moksha, che vuol dire libertà assoluta. Libertà dal corpo, libertà dalla mente, libertà da ogni tipo di catene che ti avviluppano, libertà dalla forma – soltanto pura consapevolezza. E che tuttavia mantiene una sua individualità, un centro invisibile che sa, “Io sono”. Cioè, “Per la prima volta io sono nella mia vera essenza”.

Anand Somen, il déjà vu è un esperienza autentica, ma è soltanto un frammento di un fenomeno di gran lunga più vasto – la reincarnazione.

 

Il piccolo Hymie fu portato da sua madre a una seduta spiritica. La medium gli chiese con chi voleva parlare. “Con mio nonno,” disse il piccolo Hymie. La medium cadde immediatamente in trance e subito si sentì nella stanza oscurata una voce spettrale: “Ciao, Hymie, sono il nonno. Che cosa mi vuoi chiedere?”

“Che ci fai in cielo?” – chiese il piccolo Hymie – “Non sei neppure morto!”

 

Il povero bambino stava chiedendo una verità – “Qui tutti pensano che sei morto, e tu non sei morto ancora. Cosa stai facendo?” Ma nessuno muore mai. La morte è il più grande falso che l’uomo abbia mai creato. La morte non esiste, è solo apparenza.

 

Paddy, dopo aver ignorato un semaforo rosso ed essersi schiantato contro un’auto, si precipita verso l’altra vettura, e scopre che il conducente è un prete. “Buon Dio, amico,” dice il prete, molto scosso, “mi hai quasi ammazzato!”

“Mi dispiace veramente,” dice Paddy, prendendo una bottiglia dalla tasca e offrendola al prete: “Bevi un sorso di questo whisky per calmarti i nervi.”

Il prete accetta volentieri e butta giù un po’ di whisky, ma poi ricomincia a gridare, “Ma cosa credevi di fare? Sono fortunato a essere ancora vivo!”

“Oh, Padre, mi dispiace,” dice Paddy, “ma vi sentirete molto meglio se ne berrete ancora un po’” e gli offre di nuovo la bottiglia.

Il prete butta giù un paio di altri generosi sorsi di whisky e poi gli chiede, “Perché non ne bevi un po’ anche tu?”

“Grazie Padre, ma io non bevo,” risponde Paddy “mi siedo solo qui ad aspettare che arrivi la polizia.”

 

Questa è la differenza fra un uomo consapevole ed uno inconsapevole. Ora lui si trova in una buona posizione: la polizia prenderà il prete, perché guidava in stato di ubriachezza!

Tu puoi esistere come un essere inconscio – e così hai fatto fin dall’inizio – oppure come un essere conscio. Come essere conscio tutte le tue azioni sicuramente cambieranno. La tua vita avrà un aroma diverso. Le tue azioni saranno indirizzate ad altre mete. E, mettendo tutte queste cose insieme, tu avrai una sola preoccupazione: come fare a liberarti delle azioni inconsce, delle prigioni inconsce; come essere pienamente consapevole e svincolarti da tutte le catene.

La meditazione allora non sarà nient’altro che una metodologia che prepara il terreno per farti spiccare il salto dall’inconsapevolezza alla consapevolezza. E questo è il più grande balzo quantico.

Buddha non è morto; e neppure Gesù, o Zarathustra, o Lao Tzu, o Nanak. Chiunque abbia vissuto nella piena consapevolezza, continua a vivere senza forma. Poiché non c’è forma, non c’è malattia; poiché non c’è forma, non c’è la morte; poiché non c’è forma, non c’è vecchiaia. Una consapevolezza senza forma è sempre fresca, giovane, libera, e ha l’intero universo a disposizione. Il suo impero è grande.

Una volta chiesero a Gautama il Buddha: “Tu continui a ripetere che se diventiamo assolutamente consci non rinasceremo di nuovo nel corpo e il nostro impero sarà l’intera esistenza. Ma cosa ci dici di tutte quelle persone che si illuminano, che sono già illuminate? Come posso io essere l’unico padrone di tutto l’impero?”. La domanda sembra essere logica, ma non è esistenziale. E Gautama il Buddha rise – Buddha ha riso molto raramente, non più di tre o quattro volte in tutta la sua vita. E poi disse: “Posso capire la logica della tua domanda, ma ti dirò una cosa… non voglio contraddirti, voglio solo darti un esempio. In una casa buia puoi accendere una candela e tutta la casa sarà piena di luce. Puoi accendere un’altra candela – credi che fra le luci delle due candele ci sarà conflitto? Anche la seconda candela riempirà della sua luce tutta la casa. Puoi accendere una terza candela; puoi continuare ad accendere quante candele vuoi. Esse rimarranno fiamme individuali, ma per quello che riguarda la luce che irradiano, saranno in possesso di tutta la stanza. Non ci sarà divisione. Non è che questo è il mio territorio e quello il tuo. E la luce non è una cosa, così migliaia di candele possono riempire con la loro luce tutta la casa, senza nessun conflitto.”

Aveva ragione. Non c’era un modo per controbattere alla logica di quella domanda, ma il suo esempio era perfetto. La situazione è esattamente quella.

Una volta che ti sei liberato della forma, ti espanderai in tutto l’universo. Milioni di altri illuminati stanno riempiendo l’intero universo della loro luce, della loro consapevolezza; ognuno ha al suo centro la propria fiamma individuale, ma il suo splendore non ha confini.

Le luci non entrano in conflitto, non sono cose. Lo stesso spazio può essere occupato da molte luci, senza lotte, senza discussioni. E la consapevolezza è una luce.

 

Tratto da: The New Dawn #10

Copyright © 1989

 (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

 

Rimuovi le preoccupazioni

 

 

Sono le preoccupazioni che impediscono ai più grandi doni dell’esistenza di raggiungerti. Una mente preoccupata continua a proiettare la sua preoccupazione su qualsiasi cosa.

 

 

Non puoi aprirti forzatamente. Ma puoi osservare con attenzione e vedere perché a volte sei pronto e aperto, e a volte sei chiuso. Così quando ti accorgi di una qualsiasi cosa che ti fa chiudere, puoi eliminarla.

È una cosa che i più grandi medici del mondo conoscono: le loro medicine non sono in grado di ridarti la salute. La capacità di guarire è dentro di te. Tutto quello che loro possono fare è rimuovere gli ostacoli, così che la forza guaritrice inizi a fluire. Non è in tuo potere far scorrere questa capacità di guarire, ma certamente puoi spianarle la strada – sgombrare il sentiero, togliere i sassi.

E poi aspetta, e aspetta con fiducia, perché è successo anche senza far prima tutto quel lavoro di rimozione.

Per cui non c’è ragione che non accada ancora. L’unica cosa che può essere d’ostacolo – non sono molte le cose che dovrai rimuovere – l’unica cosa è una mente preoccupata. Se sei troppo preoccupato – non importa per cosa – non puoi essere aperto. Se non sei preoccupato, allora non c’è niente che ti impedisce di aprirti. Ma quasi tutti sono preoccupati, anche solo per delle banalità. Se osservi attentamente queste preoccupazioni, ti metterai a ridere di te stesso, di che razza di sciocchezze si agitano dentro di te e creano tremendi ostacoli. E così ti basta guardare quali sono le tue preoccupazioni e lasciarle perdere.

Non fare direttamente degli sforzi per ottenere qualcosa, perché le cose importanti non ti arrivano in questo modo. Queste arrivano sempre quando è assente la parte di te che vuole agire, e anche la mente che si preoccupa è un’azione volontaria. È possibile svuotare la mente. Tu l’hai riempita, puoi anche svuotarla. Ma ciò che è al di là di te stesso, ciò che è di gran lunga più grande – questo non lo puoi controllare. Puoi solo permettere a te stesso di esserne sopraffatto, di esserne inondato. Ma una cosa di sicuro puoi farla, eliminare le preoccupazioni.

Cosa sono le nostre preoccupazioni? Cosa è che continuiamo a pensare e perché non la smettiamo di alimentare così tanto i nostri pensieri? Che cosa ha prodotto tutto questo nella lunga vita che hai vissuto fino a oggi? Non è che una semplice perdita di tempo?

E tutte le preoccupazioni rimangono piazzate lì, quasi come la Grande Muraglia Cinese.

Tutte le religioni, tutte le filosofie, tutte le culture, tutte le civilizzazioni ti hanno aiutato a rimanere preoccupato in continuazione. Vi hanno trasformati tutti in sordi; non vogliono che siate persone che capiscono. Hanno paura della vostra comprensione, perché, alla luce della vostra intelligenza, tutte le loro invenzioni scomparirebbero e loro vivono come parassiti su quelle fantasie. Quello che vogliono è che quelle finzioni rimangano nella vostra mente come delle realtà.

Per esempio, tutte le religioni hanno insistito nel reprimere il sesso. Nel momento in cui reprimi un istinto naturale, quello diventa la tua preoccupazione. L’energia repressa continua a girare nella tua mente. Il sesso diventa cerebrale; ti metti a pensare al sesso.

 

Un vecchio era andato dal dottore. Si sentiva molto debole e sembrava quasi che la vita stesse per lasciarlo. Il dottore disse: “Non posso fare molto per te, posso solo darti un consiglio: dimezza la tua attività sessuale.”

Il vecchio disse: “Va bene, e quale metà elimino… pensarci o parlarne?”

 

Il sesso reale era scomparso molto tempo prima; ora si trattava solo di pensarci e parlarne.

Tutte le religioni hanno fatto sì che la tua energia sessuale si trasformasse in pensieri e parole – e così è diventata la tua preoccupazione. Ti sto dando solo un esempio – uno dei più importanti. E ce ne sono molti. Qualsiasi cosa che sia stata proibita, inibita, qualsiasi cosa che sia stata condannata, assume un’attrazione incredibile e quella attrazione diventa una preoccupazione. Potresti fare qualcosa, ma invece ti preoccupi.

Ho visto gente nei templi – perché nei templi si devono lasciare le scarpe fuori – con le mani giunte verso la statua del dio, ma che guardavano la porta dove avevano lasciato le scarpe. Credono di pregare dio, ma tutti possono accorgersi che stanno pregando le scarpe. La loro mente è preoccupata che qualcuno possa prendersi le loro scarpe. I maomettani hanno trovato un modo per evitare questo inconveniente: si portano dietro le scarpe nella moschea. Hanno inventato una tradizione – mettono le scarpe suola contro suola e poi si siedono sopra, così eliminano la paura che qualcuno possa… altrimenti il pensiero delle scarpe occupa così tanto la mente, che è quasi un insulto a dio.

Devi osservare quali sono le preoccupazioni che ti ostacolano. Rimuovere quella barriera non è difficile; il solo osservare la sua futilità è sufficiente a farla scomparire.

 

Sidney va dallo psichiatra. “Bene, Sidney,” dice lo psichiatra, “cos’è questo?” E gli mostra un triangolo.

“È un buco della serratura,” dice Sidney, “e chissà che sta succedendo dietro!”

Allora lo psichiatra gli mostra un rettangolo e chiede: “E questo che cos’è?”

“La finestra di un motel,” risponde Sidney, “e indovina cosa sta succedendo là dentro!”

Lo psichiatra gli mostra un cerchio e gli chiede. “E cos’è questo?”

“Un oblò,” replica Sidney, “oddio ragazzi, che cosa sta succedendo là dentro!”

“Bene,” dice lo psichiatra, “certamente hai una fissazione sessuale.”

“Io ho un problema sessuale?” Esclama Sidney, “E allora tu… che mi mostri tutte quelle foto pornografiche?”

 

Una mente preoccupata continua a proiettare la sua preoccupazione su qualsiasi cosa.

Quando capisci che c’è qualcosa che sta per succedere, tutto ciò che puoi fare è in termini negativi. Cioè, semplicemente, rimuovi gli ostacoli, gli impedimenti che non permettono alla cosa di accadere, che le impediscono di raggiungerti spontaneamente, che non lasciano il tuo cuore libero di aprirsi. E ricordati che non c’è nessuna tecnica capace di far accadere quel qualcosa.

La cosa che accade è al di là di te stesso – arriva come una brezza. Tutto quello che puoi fare è mantenere porte e finestre aperte – è questo l’agire in termini negativi. Aprire le finestre non vuol dire che la brezza arriva proprio immediatamente. La brezza non sta aspettando vicino alla finestra, così che tu apri e lei entra… ma una finestra aperta è un invito.

Una finestra aperta dice alla brezza: “Sono pronto: se vieni sarai la benvenuta, non sarai respinta. Sono disponibile.” Perciò, fai solo questa parte negativa e aspetta. Piano piano la trasformazione va così in profondità che per la mente diventa impossibile preoccuparsi.

Quando ti riesce di procurarti dei diamanti, perdi naturalmente ogni interesse per i sassi. Quando puoi avere rose fresche in qualsiasi momento, le rose di plastica non ti interessano più.

Non c’è bisogno di fare niente: è semplicemente la maniera in cui vanno le cose. Basta entrare in contatto con qualcosa di superiore, e ciò che è inferiore scompare da sé. E per entrare in contatto con l’eccelso, basta solo aprirgli una strada attraverso la quale possa raggiungerti.

L’esistenza sta cercando di raggiungerti da ogni parte, ma tu sei chiuso. Non c’è una sola finestra aperta, e neanche una porta. Dalla paura hai chiuso anche le fessure più piccole, tanto per essere sicuro del tutto. Ma questa non è sicurezza, è un suicidio.

Apri tutte le porte, apri tutte le finestre. Lascia entrare il sole, lascia entrare il vento, lascia entrare la pioggia. Lascia che l’esistenza entri nel tuo essere e ti porti una vita fresca, nuova in ogni momento. Puoi provare una tale gioia, un’estasi così immensa, e questo senza torturarti per diventare un santo, senza scomodarti per assumere tutte quelle posizioni yoga, che non sono altro che contorsioni del corpo. Puoi rimanere a tuo agio, restare comodo.

Non c’è bisogno di digiunare, non c’è bisogno di distendersi su un letto di spine, non c’è bisogno di rinunciare al mondo – queste sono tutte stupidaggini. Se vuoi diventare santo, allora sì che sono necessarie – l’idiozia è il fondamento di quello che tu chiami santità. Ma se vuoi essere un uomo di profonda comprensione, allora non avrai bisogno di nessuna di tutte queste cose. Tutto quello che ti serve è rimuovere gli ostacoli.

Sono capaci tutti di farlo, ma hanno preso tutti l’abitudine di essere preoccupati, perché la massa è preoccupata. E, sfortunatamente, tu sei stato cresciuto da questo tipo di gente. Il problema di base è proprio il fatto che sei stato tirato su da gente sbagliata, e pare non ci sia alternativa. […]

 

L’età in cui il sesso matura è verso i quattordici anni. E con la maturità sessuale, la biologia ferma l’evoluzione. Così quei quattordici anni sono i più importanti per l’apprendimento. Qualsiasi cosa possiate imparare, lo farete in quei quattordici anni. È possibile che un uomo di ottant’anni conosca molte più cose, ma sarà solo una questione di quantità, la qualità sarà sempre quella di quando era quattordicenne.

È là che la biologia ha fermato l’evoluzione – a meno che uno non si occupi personalmente della propria evoluzione. E, secondo me, è proprio questo l’impegno della religione: dove finisce la biologia, comincia la religione.

Dopo la seconda guerra mondiale, milioni di soldati in tutto il mondo furono sottoposti a test psicologici per indagare la loro età mentale, e il risultato piuttosto sorprendente fu che erano tutti al di sotto dei quattordici anni, per quanto riguarda l’età mentale appunto.

Qualcuno di loro aveva trent’anni, qualcuno trentacinque, qualcuno quaranta o cinquanta – non faceva nessuna differenza, la loro età mentale era di quattordici anni.

Nei primi quattordici anni di vita la natura ti porta fino a un certo punto, oltre il quale il lavoro della natura finisce. Se ti assumi tu il compito di continuare quel lavoro, allora la tua età mentale può cominciare a crescere; altrimenti solo il tuo corpo cresce e diventa vecchio, mentre la mente rimane ritardata.

Sfortunatamente per ora non c’è alcuna possibilità di crescere i bambini in modo che fin dall’inizio la meditazione diventi una loro parte intrinseca, che il silenzio diventi la loro normale esperienza e che l’aprirsi all’esistenza sia per loro semplicemente naturale. È così che concepisco un nuovo uomo – uno che sia allevato, fin dai primissimi momenti della sua vita, per essere in comunione con la natura e con l’esistenza. Non sarà per nulla inibito, non sarà represso in niente, perché tutte le inibizioni e le repressioni creano preoccupazione – e questa è la cosa più pericolosa per la meditazione.

Nel momento in cui cominci a sederti e prepararti per la meditazione, improvvisamente, con tuo stupore, una miriade di pensieri ti attaccano da tutte le parti. Tutta la tua mente diventa come un vortice. Di solito non è così agitata, è più silenziosa. Ma non appena hai intenzione di meditare, la mente la considera subito come una sfida, perché la meditazione è come la morte per la mente. Allora la mente ti disturba in tutti i modi per evitare la meditazione. Ma noi siamo abbastanza intelligenti, sebbene la nostra educazione sia stata sbagliata, da rimuovere gli ostacoli. Non reprimere nessun istinto naturale.

Non andare contro la natura. Qualsiasi cosa ti piaccia fare, falla, anche se tutto il mondo è contrario. Sii qualsiasi cosa ti piaccia essere, senza pensare alle conseguenze, e così non sarai preoccupato – avrai estirpato proprio le radici della preoccupazione. […]

 

La gente continua a seguire i consigli degli altri. Vivi seguendo solo la tua luce, in questo modo, qualsiasi cosa avvenga, troverai pace, appagamento, soddisfazione. Forse non avrai gran successo nel mondo, forse non sarai molto famoso, ma sarai te stesso.

E una persona che è se stessa, è spontaneamente meditativa, autenticamente silenziosa; non ha preoccupazioni, perché non ha tralasciato di fare niente di quello che voleva fare; non ha mai lasciato incompiuto niente di quello che voleva fare; non ha mai represso un desiderio, un istinto, un qualsiasi bisogno naturale. Non ha niente di cui preoccuparsi.

Così, elimina tutte le tue preoccupazioni – questo è il lavoro negativo – e dopo, la meditazione, il silenzio, l’apertura saranno i premi che ti arriveranno da soli.

 

Tratto da:

The New Dawn # 8

Copyright © Osho International Foundation 1989

 (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

 

Un libro da VIVERE

 

Meditazione

passo dopo passo

New Service Corporation

Pagine 256 Lire 26.000

 

SEMPLICE, naturale, spontaneo... ma al tempo stesso profondo e concreto. Reale e immediato, impegnativo, ma non serio. Esigente, eppure senza pretese. Questo e altro ancora, è l’invito di Osho a introdurre la meditazione nella propria vita. In queste pagine, questo invito è presentato nei minimi dettagli, partendo dai primi passi: nulla è tralasciato in questa introduzione alla meditazione fatta da Osho stesso a uno dei primi Campi di Meditazione da lui guidati agli inizi degli anni sessanta.

 

COME INIZIA: “Anime mie dilette, prima di tutto vorrei darvi il benvenuto, poiché avete il vivo desiderio del divino, poiché desiderate trascendere la vita quotidiana a favore di una vita di ricerca del Vero e poiché, nonostante i vostri desideri terreni, avete sete di verità. Vorrei dire che non è importante giungere alla verità. Ciò che è importante è averne il desiderio, fare ogni sforzo per sperimentarla, lavorare sodo per questo, averne l’anelito, essere determinati e fare il possibile per conseguire questo obbiettivo.”

 

IL PRIMO PASSO: “È necessario che ognuno di voi guardi dentro di sé, per vedere se ha un’autentica aspirazione al divino. Ognuno di voi dovrebbe chiedersi: Aspiro alla Verità? Lasciate che sia molto chiaro se la vostra sete del divino è autentica, se bramate la verità, il silenzio, la felicità. Se non è così, rendetevi conto che qualsiasi cosa facciate qui non avrà alcun significato; sarà del tutto inutile, senza scopo. Quindi per iniziare, è necessario che cerchiate dentro di voi un autentico ricercatore del vero. E siate chiari: ricercate davvero qualcosa? Se è così, allora esiste un modo per trovarlo.”

 

PURIFICARE IL CORPO: “Le fondamenta della meditazione riguardano solo la vostra periferia, e la periferia della vostra personalità è il vostro corpo; perciò la periferia della meditazione riguarda solo il vostro corpo. Pertanto i primi passi verso la meditazione iniziano dal corpo. Il corpo è solo uno strumento, sia nel mondo materiale sia in quello spirituale. Pertanto in meditazione è necessario iniziare con l’attenzione al corpo, perché non potete procedere senza prima mettere in ordine questo strumento.”

 

Purificare La Mente: “Ho parlato del corpo, ora consideriamo i pensieri. Quali sono le impurità della mente? I pensieri sono molto bizzarri. E anch’essi lasciano un’impronta sulla mente, buona o cattiva. Le cose che una persona pensa influenzeranno la sua personalità. A cosa pensate in continuazione? Gran parte di noi pensa al denaro, al sesso o al potere.

 

PURIFICARE LE EMOZIONI: “Abbiamo parlato di due fasi legate al viaggio spirituale: la purezza del corpo e la purezza della mente. La purezza delle emozioni è la qualità più importante. Nel viaggio spirituale e nella meditazione, la purezza delle emozioni è più utile di quella del corpo e della mente, in quanto l’uomo non vive in base ai propri pensieri, bensì secondo le proprie emozioni.”

 

IL CUORE DELLA MEDITAZIONE. “Il fondamento alla base della meditazione è purificare il corpo, la mente, le emozioni e sperimentarne la loro vera natura. Se anche accade solo questo, la vostra vita diventerà felice.”

 

NON RIMANDATE A DOMANI…. “Questa è una delle chiavi della vita: fermatevi e rinviate quando state per fare qualcosa di cattivo, ma non fermatevi e non rinviate quando state per fare qualcosa di buono. Pertanto non rimandate a domani.”

 

COME FINISCE. “Io non vi chiedo di scappare da qualsiasi luogo in cui siate. Vi chiedo solo di cambiare ciò che siete. Diventate consapevoli dello stato della vostra mente e iniziate a provare a cambiarlo. Quindi fate un passo. E poi un altro passo. Dovete sempre fare solo un passo. Pertanto io vi invito a fare quel singolo passo.”

 

 (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

Consapevolezza senza scelte

L’illuminazione è l’unico modo di ricambiare tutto l’amore che ti è stato dato dal maestro, l’unico regalo che puoi fargli.

 

 

Amato Osho,

se io penso alla mia morte o alla tua, credo che ci sarebbe una sola cosa che non potrei perdonarmi mai: l’averti perso. Una volta pensavo: se la vita ha uno scopo, questo sei tu – e se c’è un destino, tu sei il mio destino. Ora vedo le cose in modo un po’ diverso, il più bel dono che la mia vita possa farti, non è adorarti o aiutare il tuo lavoro su questa terra. Non è neppure amarti. Nella tua compassione, per come la capisco io, il più bel regalo che la mia vita possa fare a te è la mia illuminazione.

Per favore, Osho, dammi una tecnica per preparare la mia meditazione.

 

 

Raso, la tua comprensione è cresciuta in maniera perfetta e nella direzione giusta. L’unica cosa a cui puoi pensare è l’illuminazione. Sì, questo è il solo regalo che puoi farmi: la tua illuminazione. Qualsiasi altra cosa sarebbe una banalità. Quindi la tua conclusione ha la mia più assoluta e categorica approvazione.

Una volta che ti sei impegnata, che hai deciso con tutto il cuore che l’illuminazione è l’unico scopo per cui siamo al mondo, per cui siamo vivi, allora comincia a nascere in te un’unica acuta consapevolezza – proprio come una freccia che si muove verso il suo bersaglio.

Tu mi chiedi la giusta meditazione. Meditazione è una bellissima parola, dietro la quale si nasconde una realtà molto pericolosa. Il pericolo consiste nel fatto che se vuoi essere profondamente in meditazione, devi passare attraverso una specie di morte – la morte delle vecchie cose, la morte di tutto quello che eri prima, una discontinuità col passato – e una rinascita.

Il luogo dove la meditazione discenderà è quello occupato dalla tua mente e dal tuo passato. Così che il primo e più importante lavoro da fare è ripulire il tuo essere interiore da tutti i pensieri. Non si tratta di scegliere i pensieri buoni da tenere e quelli cattivi da buttare. Per un meditatore tutti i pensieri sono spazzatura; non è questione di buoni o cattivi. Tutti occupano in egual modo lo spazio dentro di te, e, a causa di questo ingombro, il tuo spazio interiore non può riempirsi completamente di silenzio. Così i pensieri buoni sono altrettanto cattivi di quelli cattivi; non discriminare. Butta pure il bambino insieme all’acqua sporca!

La meditazione ha bisogno di quiete assoluta, un silenzio così profondo che niente si agita dentro di te. Una volta che hai capito esattamente cosa vuol dire meditazione, raggiungerla non è difficile. È un nostro diritto dalla nascita; siamo perfettamente in grado di arrivarci. Ma non puoi avere entrambe: la mente e la meditazione. La mente è un disturbo. La mente non è altro che ordinaria follia.

Devi andare oltre la mente, in uno spazio dove non è mai entrato nessun pensiero, dove l’immaginazione non funziona, dove non nascono sogni, dove tu esisti e basta – e non sei nessuno.

È una comprensione piuttosto che una disciplina. Non devi fare molto; al contrario, non devi fare niente, tranne capire chiaramente che cosa è la meditazione. Proprio questa comprensione fermerà il funzionamento della mente. Questa comprensione è quasi simile a un padrone, davanti al quale i servi smettono di litigare fra di loro, o anche solo di parlare fra loro. Il padrone entra all’improvviso nella casa, e c’è silenzio: tutti i servi cominciano a darsi da fare – o almeno ad apparire indaffarati; solo un attimo prima stavano tutti litigando, battagliando e discutendo, e nessuno stava lavorando.

Capire quello che è la meditazione significa invitare il padrone a entrare. La mente è un servo. Nel momento in cui il padrone entra, con tutto il suo silenzio, con tutta la sua gioia, improvvisamente la mente sprofonda in un silenzio assoluto.

Una volta che hai raggiunto uno spazio meditativo, l’illuminazione è solo questione di tempo. Non puoi forzarla. Deve solo diventare un’attesa, un’attesa intensa, un grande anelito – quasi come una sete, una fame, non c’è parola… È come l’esperienza di quelli che si sono persi nel deserto. All’inizio sete è solo una parola nella loro mente: “Sono assetato e sto cercando acqua.” Ma poi, col passar del tempo: non c’è nessuna oasi in vista – e per quanto si guardi, non si vede alcuna possibilità di trovare acqua – allora la sete comincia a diffondersi in tutto il corpo. Dalla mente, da una semplice parola, sete, questa comincia a propagarsi in ogni cellula, in ogni fibra. Ormai non è più una parola, è una vera e propria esperienza. Ogni tua cellula ha sete – e ci sono sette milioni di cellule nel corpo umano. Quelle cellule non conoscono le parole, non conoscono il linguaggio, ma sanno di aver bisogno di acqua; altrimenti finirà la vita.

Nella meditazione, questo struggente desiderio diventa proprio sete di illuminazione, e paziente attesa, perché tu sei così piccolo di fronte a un fenomeno così immenso. Le tue mani non possono raggiungerla; non è alla tua portata. Verrà e ne sarai sopraffatto, ma non puoi fare nulla per farla venire da te. Sei troppo piccolo, le tue energie sono troppo deboli. Ma quando sarai veramente in attesa, con pazienza, con desiderio, con passione, allora arriverà. Al momento giusto, arriva. È sempre arrivata.

Mi chiedi quale meditazione ti sarà d’aiuto. Raso, tutte le meditazioni, sono disponibili centinaia di tecniche, ma l’essenza di tutte quelle tecniche è la stessa, cambiano solo le forme. E questa essenza è contenuta nella Vipassana.

Raso, direi che la tecnica per te è la Vipassana. La Vipassana può essere fatta in tre modi – puoi scegliere quello che ti va meglio.

Il primo è: consapevolezza delle tue azioni, del tuo corpo, della tua mente, del tuo cuore. Cammini e dovresti farlo consapevolmente. Muovi una mano e lo fai con consapevolezza, sapendo perfettamente che stai muovendo la mano. La puoi muovere senza accorgertene, come una cosa meccanica. Stai facendo una passeggiata di mattina; puoi andare avanti a camminare, senza neppure accorgerti dei tuoi piedi. Sii consapevole dei movimenti del tuo corpo.

Mentre mangi, presta attenzione ai movimenti che sono necessari per mangiare. Quando ti fai la doccia, accorgiti della freschezza che provi, dall’acqua che scorre su di te, dell’enorme gioia che questo ti dà… basta che tu ne sia consapevole. Non dovrebbe continuare ad accadere in uno stato di inconsapevolezza. E lo stesso con la mente: qualsiasi pensiero passi sullo schermo della tua mente, osservalo e basta. Qualsiasi emozione passi sullo schermo del tuo cuore, rimani un semplice testimone – non lasciarti coinvolgere, non identificarti, non valutare quello che è bene e quello che è male; quello non è parte della tua meditazione. La tua meditazione deve essere consapevolezza senza scelte.

Un giorno riuscirai anche ad accorgerti di umori molto sottili: per esempio, come la tristezza si insedia dentro di te, proprio come fa la notte che a poco a poco si avvolge intorno al mondo, e come all’improvviso una piccola cosa ti rende gioioso.

Osserva soltanto. Non pensare: “Sono triste.” Sappi semplicemente che c’è tristezza intorno a te, che c’è gioia intorno a te. Che ti stai confrontando con certe emozioni, con certi stati d’animo. Ma tu ne sei sempre molto lontano: un osservatore sulla collina, mentre tutto il resto succede nella valle. Questo è uno dei modi in cui si può fare la Vipassana. E sento che per una donna questa è la maniera più facile, perché una donna è attenta al suo corpo, più di quanto non lo sia un uomo. È la sua natura. È più consapevole del suo aspetto, di come si muove, di come sta seduta; è sempre attenta a essere aggraziata. E non è solo un condizionamento; è qualcosa di naturale e di biologico. Ricorda: se è facile, è giusto.

Quando sarai entrata nella tua meditazione e la mente si sarà fatta silente, l’ego scomparirà. Tu sarai là, ma non ci sarà alcun “Io”. Le porte saranno aperte. Devi solo aspettare in un anelito pieno d’amore, con nel cuore un grande benvenuto a quel momento, il momento più grande nella vita di chiunque – l’illuminazione.

E arriva… arriva sicuramente. Non ha mai tardato di un solo minuto. Non appena tu sei nella sintonia giusta, improvvisamente ti esplode dentro, trasformandoti. Il vecchio uomo è morto ed è arrivato l’uomo nuovo.

 

Grande Capo Toro Seduto è stato costipato per molte lune, così manda la sua squaw preferita a chiedere aiuto allo stregone. Lo stregone dà alla squaw tre pillole, le dice di darle al capo e di tornare la mattina dopo a dirgli com’è andata. Il giorno dopo la squaw torna col messaggio: “Grande Capo niente cacca.” Allora lo stregone le dice di raddoppiare la dose.

La mattina dopo, ritorna con lo stesso messaggio: “Grande Capo niente cacca.” E di nuovo lo stregone le dice di raddoppiare la dose. Ma di nuovo lei torna con lo stesso messaggio. E così per una settimana, finché lo stregone dice alla squaw di dare a Toro Seduto tutta la scatola. La mattina dopo lei torna, tutta triste. “Cosa c’è, bambina mia?”– chiede lo stregone. La piccola squaw lo guarda con le lacrime agli occhi e dice:”Grande Cacca, niente capo!”

 

Un giorno succederà a te, e quello sarà un grande momento. Quello che io chiamo il momento giusto.

 

tratto da:

The New Dawn #16

Copyright © Osho International Foundation 1989

 (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

 

La tua vera natura

 

Non prendere in considerazione il passato, non curarti del futuro, vivi totalmente, intensamente nel momento. Questa è la tua vera natura, la natura del buddha.

 

 

Amato Osho,

ti ho sentito dire che siamo tutti illuminati e che l’abbiamo semplicemente dimenticato, tutti quanti. L’abbiamo dimenticato in un momento preciso? Se è così, perché ?

 

Prembodhi, l’abbiamo dimenticato in un momento preciso, e ti dirò il perché.

Cerca di ricordare il passato – quanto puoi tornare indietro nel tempo? Quando avevi quattro anni o al massimo quando ne avevi tre. Oltre quel limite c’è il buio assoluto – nessuna memoria, nessun ricordo.

Una cosa è certa, in quei tre anni devono essere accadute molte cose. Devi avere pianto, devi essere stato amato, devi essere stato lasciato solo, devi avere avuto paura del buio nella notte – devi aver avuto mille e una esperienza. Puoi essere caduto, puoi esserti fatto male, puoi essere stato ammalato seriamente… ma non riesci a ricordarti nulla. È come se in quei tre anni la tua memoria non abbia registrato niente.

Quello è il momento esatto in cui hai dimenticato la tua vera natura. Diciamolo in un altro modo: il momento preciso in cui hai dimenticato la tua illuminazione e il suo linguaggio, è lo stesso in cui hai cominciato a ricordare il mondo e le sue mille cose. Quando hai cominciato a ricordare gli altri, hai dimenticato te stesso. Ora, se hai cinquant’anni, per quarantasette anni ti sei ricordato di tutto un mondo di cose, persone ed eventi, così da costruire uno spesso muro di memorie. Dietro questo spesso muro di memorie – che continua a crescere ogni giorno, sempre più grande – è nascosto quel breve momento, all’inizio della tua vita, dove eri completamente innocente. Perfino la memoria non era costituita – vivevi ogni momento e morivi in quel momento per poi rinascere di nuovo.

In quei tre anni la tua vita era vissuta momento per momento. Non prendevi in considerazione il passato, non ti curavi del futuro; eri così coinvolto, così totalmente e intensamente nel momento, raccogliendo conchiglie sulla spiaggia, o correndo dietro alle farfalle nel giardino, o cogliendo fiori selvatici nel bosco – come se quel momento fosse tutto. Niente passato, niente futuro; hai vissuto il presente per quei tre anni. E quelli sono stati i tuoi giorni di gloria, quelli sono stati i giorni della tua dorata esperienza.

Quindi posso dire che dipende da ognuno; può essere sia a tre che a quattro anni. Per le ragazze sarà tre anni e per i ragazzi quattro. Le ragazze sono avanti di un anno, maturano prima. Sessualmente maturano un anno prima dei ragazzi; anche mentalmente maturano prima dei ragazzi. Così le ragazze possono tornare con la memoria all’età di tre anni e i ragazzi generalmente saranno capaci di tornare indietro all’età di quattro. Lì è dove hai perso il tuo tesoro.

E tu mi chiedi il perché. È perché ti sei interessato al vasto mondo intorno a te. E hai continuato a interessartene sempre di più; sei diventato così curioso riguardo a tutto, volevi sapere tutto. Prova ad ascoltare i bambini piccoli – continuano a fare domande di ogni tipo, sono instancabili. Tu ti stanchi, ma loro sono così eccitati – sono appena entrati in un nuovo mondo.

Per nove mesi sono stati nel grembo materno, nel buio completo – nessuna eccitazione, nessun problema, nessuna responsabilità, nessuna compagnia, solo totale silenzio e rilassamento. Poi quei tre anni, quando la loro memoria iniziava a costituirsi, l’intelletto cominciava dall’ABC… e all’età di tre o quattro anni, finalmente in grado, con una memoria funzionante e una mente intelligente e curiosa, di indagare questo vasto mondo – milioni di cose da sapere, pascoli infiniti da scoprire. Naturalmente, in tutta questa eccitazione, si sono dimenticati una cosa: il loro proprio essere. Sono andati sempre di più verso l’esterno, in continuazione, ritrovandosi lontano, sempre più lontano da casa.

Hanno raggiunto le stelle, e ora la casa è così lontana che si sono perfino dimenticati la strada che hanno percorso. E non sanno esattamente cosa è successo in quei tre anni… solo nelle profondità dell’inconscio è rimasta come un ombra qualche sensazione: che era bello, che era pieno di pace, che era magnifico, miracoloso, misterioso, che tutto era una meraviglia, che ogni momento portava nuove gioie ed esperienze. Solo vaghi echi lontani… non puoi neppure dire se sono veri, se li stai immaginando o se stai ricordando dei sogni. È quasi diventato un sogno. Il perché è molto semplice: il mondo era davvero intrigante, molto interessante da indagare e scoprire.

Questo è naturale. Non sto dicendo che non avresti dovuto farlo. Non saresti stato capace di evitarlo, e non sarebbe stato bene evitarlo. È bene che tu sia andato così lontano. Ora che hai conosciuto il mondo e sperimentato tutto il bene e il male, il dolce e l’amaro, il bello e il brutto, che hai visto il piacere e hai visto il dolore, sei di nuovo interessato a scoprire il tuo vero essere. Il tuo vero essere è l’illuminazione.

Stavo leggendo una storia, che è significativa in un contesto completamente differente – che non doveva fare parte della storia. Non penso che chiunque abbia inventato la storia ci abbia pensato. Ecco la storia:

Un giorno un uomo di colore si presentò davanti alla porta del paradiso per incontrare San Pietro. “Vorrei essere ammesso in paradiso,” disse il nero. “Va bene,” rispose Pietro, “ma prima dimmi che cosa hai fatto di recente che ti permetta di essere ammesso.”

“Bene,” disse l’uomo di colore “ho partecipato a una marcia per i diritti civili.”

“Sono stati in molti a farlo,” disse San Pietro. “C’è forse dell’altro?”

“Sì,” disse il nero. “Mi sono sposato a mezzogiorno preciso.” “E cosa c’è d’insolito in questo?” chiese San Pietro. “Ho sposato una donna bianca,” disse il nero. “Quando?” chiese San Pietro. “Beh, circa due minuti fa,” disse l’uomo di colore.

Mentre leggevo questo, mi sono ricordato di un calcolo scientifico. Dicono che se pensiamo che l’esistenza duri un giorno, come se l’intera esistenza fosse di sole ventiquattrore – ridotta ai minimi termini – così che a mezzanotte tutto incominciò, si formarono le stelle, nacque il sistema solare… E hanno precisato l’ora esatta quando – per esempio, alle quattro di mattina o alle sei di mattina – nacque il nostro sistema solare. Poi la nostra terra si separò dal sole, alle otto di mattina; poi la luna si separò dalla terra, verso le undici di mattina. La terra vide per la prima volta la vita esattamente a mezzogiorno, e l’essere umano cominciò a esistere solamente due minuti dopo, cioè due minuti dopo le dodici.

Se misuriamo l’esistenza nei termini delle ventiquattrore, siamo venuti al mondo solo due minuti fa.

Leggendo la storia dell’uomo di colore che dice: “Be’, circa due minuti fa.” mi sono ricordato del calcolo degli scienziati. Quel povero negro ha sposato una donna a mezzogiorno, e gli devono aver sparato due minuti più tardi quando stava uscendo dalla chiesa, perché i bianchi non possono permettere a un uomo di colore di sposare una donna bianca. Per cui è rimasto sposato per soli due minuti.

Se entriamo nei dettagli – cioè che due minuti fa è venuto al mondo l’essere umano – allora Gautama il Buddha nasceva solamente quindici secondi fa.

Quindi l’illuminazione e tutta l’idea di illuminazione non hanno più di quindici secondi.

E a noi rimangono ancora dodici ore in più, se Ronald Reagan permette. Ronald Reagan è solamente un rappresentante di tutti i politici pazzi di questo mondo. Se loro lo permettono, allora noi abbiamo ancora dodici ore di tempo per evolverci. Se in quindici secondi Gautama Buddha, Pitagora, Lao Tzu, Mahavira, Gesù, Ramakrishna, Raman Maharishi, J. Krishnamurti, Gurdjieff – se tutte queste persone sono potute venire al mondo in soli quindici secondi, allora nelle prossime dodici ore, se l’essere umano rimane sulla terra... non è possibile immaginare quanto fruttuosi potranno essere i giorni a venire.

Che potenziale immenso è davanti a noi! E siamo stati sulla terra solo per due minuti. Questi politici pazzi stanno cercando il suicidio in un periodo in cui dovremmo evolverci velocemente, quanto più rapidamente è possibile, perché la metà del tempo dell’esistenza è già finito – solo l’altra metà è a disposizione.

In questo tempo rimasto l’intera umanità deve raggiungere l’illuminazione. Se riusciamo a evitare questa guerra imminente, allora sarà l’alba di un nuovo giorno, con una consapevolezza completamente nuova, con una vita completamente fresca e nuova, con una fragranza mai prima conosciuta. È nelle vostre mani.

 

Tratto da: The New Dawn #13

Copyright © 1989

Osho Internationl Foundation

 (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

 

Oltre l’Errore

In tutti gli anni in cui ha dato discorsi e darshan, Osho ha ascoltato migliaia di domande di sannyasin e altri ricercatori, su una molteplicità di argomenti. Durante tutti i primi anni di Pune, il mio incarico particolare mi portava al darshan ogni sera e mi impegnava inoltre a mettere a punto le domande, sia mie che di altri sannyasin, da fare al discorso mattutino. Così mi trovavo a essere testimone della straordinaria intuizione e dell’amore senza fine che Osho metteva nel rispondere alle nostre domande, sperimentando spesso cosa vuol dire essere la persona alla quale lui sta rispondendo. Qui di seguito c’è la prima di una serie di interviste con sannyasin che ritengono che la loro vita sia stata profondamente cambiata dalla risposta di Osho a una o più domande che gli avevano rivolto.

 

 

Jivan Mary, originaria dell’Inghilterra, sposata con quattro figli, otto volte nonna e regista teatrale in Nuova Zelanda per trentasette anni, era sannyasin da due anni o poco più, quando scrisse la sua prima domanda a Osho.

All’inizio era molto esitante…

“Poi, un giorno, gli ho scritto e gli ho detto che mi sentivo come una bollicina d’aria in fondo a una cascata, che se la ride mentre va verso l’oceano. Mi dette una risposta così bella, che, all’improvviso mi sentii finalmente libera, compresi che gli potevo parlare di quello che mi portavo nel cuore e di cui non avevo mai potuto parlare con nessuno – mi avrebbero creduta pazza, se l’avessi fatto!”

Nella sua domanda Mary descriveva a Osho due esperienze in cui aveva visto una luce bianca scintillante. Lei diceva di “sapere” che la prima volta si trattava della luce dell’illuminazione di Osho e che la seconda esperienza l’avrebbe portata a Osho.

La risposta di Osho fu lunga e dettagliata, confermò le esperienze di Mary, dicendo che lei aveva sperimentato l’illuminazione di Osho e il suo trascenderla. Poi disse a Mary: “Tu sei vecchia, ma solo nel corpo. Il tuo cuore è più giovane dei cosiddetti teen-ager. Tu non sei solo invecchiata, tu sei cresciuta, sei diventata matura… È molto difficile preannunciare che qualcuno si illuminerà: ci sono state persone che hanno fallito proprio all’ultimo gradino – erano già sulla soglia del tempio e sono tornate indietro… Ma io affermo che Jivan Mary raggiungerà l’illuminazione in questa vita. Le sue esperienze mostrano la purezza del suo cuore. Non è una donna intellettuale. La sua purezza è andata sempre crescendo. E la morte non può essere così crudele: può illuminarsi in qualsiasi momento… ma certamente prima della morte…” (The Osho Upanishad)

Della risposta di Osho, Mary mi dice: “Mi sono completamente dimenticata della faccenda dell’illuminazione, non era importante. La cosa straordinaria era che lui mi aveva presa in considerazione. Nella mia vita ero stata spesso respinta: mi aspettavo sempre di essere rifiutata, e così era proprio quello che succedeva. Sentivo sempre che non sarei mai stata capace di far bene le cose.

Quello che Osho disse segnò una svolta decisiva nella mia vita, perché mi aiutò ad accettarmi, e non appena accettai me stessa, improvvisamente mi sentii adeguata ad ogni situazione. Era così meraviglioso che per un po’ volevo quasi nascondermi.

Dopo di allora successero molte cose, riguardo alla mia crescita – e tutte nascevano dall’auto accettazione. Per esempio, poiché adesso riesco ad accettarmi di più, sono più autentica con gli altri, senza preoccuparmi delle loro aspettative su di me. E inoltre, poiché sono più sincera con me stessa, succede poi che gli altri mi accettano di più. Così, in questi giorni, anche se so che qualcuno mi giudica strana, o eccentrica, o melodrammatica – etichette che una volta odiavo – non mi difendo troppo, riesco a riderne, perché accetto quell’aspetto della mia personalità, e mi diverto.

Qui, nella Comune, tendiamo a non giudicarci così tanto come succede fuori, diventa quindi più facile non fingere di essere quello che non siamo. Quando tornai in Nuova Zelanda e mi trovai di nuovo fra la gente di laggiù, nel mio vecchio ambiente, potei rendermi conto meglio di quanto fossi cambiata.”

Dopo la risposta di Osho, Mary si sentì incoraggiata nel suo desiderio di immergersi nel lavoro del Maestro – il che voleva dire, secondo lei, stargli vicino fisicamente. C’era bisogno di qualcuno che battesse a macchina le domande per il discorso, e Mary era proprio quello che ci voleva. Si sentì elettrizzata all’idea che Osho avrebbe letto proprio i fogli scritti a macchina da lei: “Le sue mani entreranno in contatto con le mie mani!”

Un giorno Mary fece un errore di battitura, in una domanda di una sannyasin, confondendo i nomi di due sannyasin. Rispondendo a un’altra domanda, Osho fece cenno alla confusione che era derivata dall’errore di Mary. Il fatto è che quest’ultima domanda l’aveva fatta Milarepa (noto musicista e rubacuori) e già questo aveva provocato un sacco di risate, l’errore di Mary non fece altro che aumentare l’ilarità. Ma Mary si sentì di scrivere quella che, secondo lei, era una lettera di scuse a Osho. Si rese conto solo più tardi, comunque, di averla formulata in tono umoristico e in modo tale da non mettersi troppo in cattiva luce. Il giorno dopo Osho lesse la lettera durante il discorso. “Arrivò come una doccia fredda,” si ricorda Mary, “perché la cosa divertente era già successa il giorno prima, e ora nessuno rideva più. Ma Osho l’aveva fatto apposta: dovevo sentire la mia domanda senza le risate.”

Osho disse, come parte della sua risposta: “Jivan Mary, è possibile non ripetere lo stesso errore. Ma tu non avrai solo bisogno di stare più attenta quando scrivi a macchina, dovrai essere più consapevole in tutta la tua vita – in ogni momento – dovrai essere più meditativa. In questo modo diventa difficile anche commettere un errore solo una volta… Puoi fare un errore una volta, questo è permesso. Due volte no… Con una mano facciamo qualcosa, e con l’altra lo distruggiamo. C’è bisogno di una enorme rivoluzione nella tua consapevolezza.” (Sat Chit Anand)

“Mi ricordo ancora esattamente dove ero seduta – in terza fila, alla sua destra – e mi sentii gelare, colpita, proprio colpita! Quello che pensai fu solo “ho sbagliato di nuovo”, perché questa è la mia solita vecchia storia. Non ricordo di aver provato nient’altro, ero solo assolutamente gelata. Naturalmente avevo bisogno di tranquillità per accorgermi delle emozioni che provavo, e più tardi, distesa sull’erba, guardando il cielo, sentii che le mie ali erano state scottate, che non stavo volando, che ero giù, sulla terra. Scrissi a Osho dicendogli che mi sentivo proprio così, ma che ero anche piena di gratitudine.”

Dico a Jivan Mary che parte della bellezza di Osho sta proprio nel fatto che riesce a dirci queste cose di noi, senza farci sentire minimamente giudicati. A differenza di chi – genitori, insegnanti e amici – ci ha influenzato quando eravamo bambini, Osho ha un senso tale del proprio valore che non ha bisogno di buttar giù gli altri per sentirsi più importante. E non ci nega il suo amore perché abbiamo fatto o detto qualcosa di sbagliato.

“È vero” ha aggiunto Mary. “Se quella storia si fosse verificata nel mondo dove vivevo prima di diventare sannyasin, ne sarei stata devastata. Qui invece reagii prima in base al mio vecchio condizionamento, io avevo sbagliato, ma in seguito compresi il fatto in una nuova maniera: quello che avevo fatto mi era stato segnalato in modo così amorevole, e quando Osho lasciò la sala, mi lanciò un tale sguardo e un sorriso…!

Le sue parole mi lasciarono con la consapevolezza che va benissimo fare errori, devi solo rendertene conto, vederli, imparare da ogni errore che fai. Ho capito che Osho non mi identifica con i miei errori; io devo guardare oltre gli errori a quello che sono realmente. E non diventerò pienamente consapevole a meno che – come ha detto lui – non mediti di più; perché nella meditazione si può vedere chiaramente che tutte queste cose non siamo né tu o né io.

Lui ci dà l’opportunità di svegliarci e vedere il nostro vero essere.”

 

Intervista di Ma Prem Maneesha

  (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

 

 

“Avvicinarsi al Maestro

é un modo per diventare un Maestro.

Cos’altro può esistere di più gioioso,

cos’altro al mondo può dare felicità maggiore?

Se sei venuto da me per espandere la tua consapevolezza,

per rendere il tuo essere più integro,

allora non sei venuto qui per sapere di più,

ma per rinascere.

Sei venuto a me per riottenere la purezza,

la fragranza, la bellezza della tua innocenza.

Io non sono un insegnante

e con me il sapere non ha importanza alcuna.

Io sono una semplice presenza

che ispira in te ciò che è addormentato,

in modo che tu possa riconoscere te stesso,

il tuo essere, la tua vera realtà.

Io non sono qui per importi religioni di nessun tipo.

Sono qui per liberarti da ogni peso,

dal peso delle religioni e delle ideologie tutte,

sono qui per renderti un semplice silenzio abissale,

una serenità

una profondità

una vetta che tocca le stelle.”

 

tratto da: IL SIGNIFICATO DELL’ESISTENZA edizioni IDM

 (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

 

Jumping

di Ma Prem Radhika

 

 

A guardar giù dalla piccola piattaforma dove mi trovo, gli esseri umani sembrano minuscoli come formiche. C’è una robusta corda elastica annodata al mio piede sinistro e nei prossimi dieci minuti avrò l’opportunità di saltare. Saltar giù verso un lago che da qui vedo come una lontana macchia blu, a settanta metri sotto di me.

Proprio in quel momento mi succede qualcosa – comprendo con tutto il mio essere che questa esistenza è sempre piena di amore, nient’altro che amore. Comprendo che io faccio parte di essa, come ho sempre fatto e sempre farò, una parte inseparabile e quindi nutrita e amata. Vengo sopraffatta dalla gratitudine e dalla beatitudine, mentre mi porto più vicina al bordo della piattaforma, curiosa di come mi sentirò a sperimentare qualcosa di completamente sconosciuto.

Mi rendo conto che non potrò saltare nel vero senso della parola – sarà più un totale lasciarmi andare – e così, mentre incomincio a piegarmi in avanti, permetto alla terra di tirarmi verso di sé, all’inizio lentamente, poi improvvisamente a un certo punto la forza di gravità mi prende e mi ritrovo col corpo che cade verso il terreno a una velocità spaventosa; l’aria calda dell’estate fischia intorno a me, mentre la terra mi corre incontro sempre più forte, la macchia blu si allarga, diventa lago, diventa acqua, e proprio mentre sto arrivando, senza fiato, ormai vicinissima alle piccole increspature sul blu, un’altra forza mi tira verso l’alto, ma questa volta più gentilmente.

Dov’è il cielo estivo, dove sono l’acqua e la terra? Esseri umani che diventano piccoli, e poi più grandi, cose che cambiano di continuo posizione. O sono io a cambiare? No, dentro di me c’è tranquillità assoluta, silenzio – nessun movimento, non c’è mai stato né mai ci sarà. Tornando su, scendendo di nuovo, gentilmente, scherzosamente, la corda elastica si diverte con me e io rido di gioia per questo nuovo gioco in cui mi trovo. Troppo presto rimango semplicemente a penzolare nell’aria, a testa in giù, il verde sopra l’azzurro del cielo, mentre la gru alla quale è attaccata la fune mi sposta verso la riva del lago. Vengo slegata e mi trovo di nuovo coi piedi per terra, così che io e la forza di gravità ritorniamo nel nostro solito rapporto. Sono come ubriaca dopo questa esperienza di totale abbandono, dopo aver affrontato la forza di gravità da un nuovo punto di vista, dopo aver visto per un attimo le qualità fondamentali dell’esistenza: che al mondo non esiste nulla se non amore, che dentro di me c’è solo silenzio – ne sia consapevole o meno.

 

 (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

DOGEN

UN UOMO NON COMUNE

ALLA RICERCA DELLO ZEN

di Swami Prem Marco

 

 

Arrivo a Pune il giorno stesso in cui in Buddha Hall viene riproposta la serie di discorsi dedicati da Osho, nel luglio ‘88 a Eihei Dogen, il maestro zen. Con me ho portato a Pune due libri: uno di Dogen e uno che ne parla a lungo. Scherzo del destino, coincidenza o altro, in qualche modo sento di dovermi occupare di lui. Chi era? A chi apparteneva la presenza che Osho evoca tutte le sere prima di lanciarci nell’abisso di gibberish, let go e zazen e trasformarci, per pochi preziosi attimi, in immagini viventi del Buddha?

È il 1200, il secolo di Dante, di San Francesco, l’epoca del Medioevo mistico e religioso. Anche dall’altra parte del mondo, in Giappone, il momento spirituale è magico, carico di attesa e di cambiamento. Lo zen, che già è in piena fioritura in Cina, sta per arrivare e niente sarà più come prima, il buddismo esoterico che già da 500 anni fa riecheggiare il suono dei suoi mantra e delle sue benedizioni non basta più a soddisfare la sete di verità di monaci e gente comune.

All’alba del secolo un uomo non comune nasce, figlio di Kuga Micicika, uomo potente e temuto, appartenente alla più alta nobiltà ed ex reggente dell’impero. Kuga morirà, assassinato dai suoi nemici di corte, quando il piccolo Eihei ha solo due anni, non saprà mai di aver messo al mondo un futuro illuminato. Eihei è un tipo speciale e lo si vede fin da piccolo: a circa 4 anni legge il cinese, una lingua impossibile, poesia soprattutto e dopo un po’ si mette a tradurre in giapponese la versione cinese dell’Abhidharma, una monumentale scrittura buddista. Osho mormora, leggendo la sua biografia, “un altro Mozart”, un piccolo genio, insomma, un predestinato. Eihei non si risparmia ma anche la vita non gli risparmia nulla. A nove anni, nel pieno di studi furiosi, gli muore pure la madre e la vita del giovane Dogen si decide: pianta la famiglia, interrompe gli studi, decide di diventare un monaco, un sannyasin. Ha solo 13 anni quando l’ordine Tendai lo accoglie formalmente e comincia, per Dogen, una vita di pellegrinaggi alla ricerca della verità. Vaga da un monastero all’altro, abbandona presto i preti della Tendai, preoccupati più di tirare avanti con i loro riti che della meditazione, si rivolge all’allora detto “nuovo buddismo”, lo zen. Ma non è facile trovare un vero maestro, soprattutto uno all’altezza di tale discepolo.

Dogen è insoddisfatto, si chiede qual è lo scopo di zazen, della meditazione, un adolescente geniale e inquieto, che mette in crisi i suoi insegnanti con le sue domande, la sua sete di verità. Arriva al monastero principale della Rinzai, la scuola zen, appena fondata da Eisei e diventa discepolo del successore di questi, Myozen. Ma un discepolo come il giovane Eihei non è facile per nessuno.

Il povero Myozen, già anziano, dopo pochi anni ammette di non essere in grado di fargli da maestro e decide, anzi, di essere lui a seguirlo in un viaggio in Cina alla ricerca di un vero illuminato.

Vagabondano in Cina per un po’, fino alla morte di Myozen, infine Dogen approda al monastero di Ju ching, la cui fama di illuminato cominciava ad espandersi.

Ju ching è il maestro per Dogen, l’uomo il cui silenzio, il cui zazen, contengono le risposte che cerca. Tre anni con Ju ching e Dogen torna in Giappone, da illuminato, a portarvi il vero zazen. Esigente con se stesso, coi suoi maestri, Dogen è tosto anche coi discepoli, naturalmente. Gli chiedono dello zazen, perché farlo, perché abbandonare le tranquille pratiche e riti del buddismo tradizionale; Dogen risponde ironico, lampi di pura intelligenza, a volte spazientito: “Anche se parlare ad una persona che fa domande così sciocche è inutile come dare a un boscaiolo un remo come strumento per il suo lavoro, proviamo di nuovo…” – “Questa domanda è completamente insensata, priva di contenuto…” Inventa koan per i discepoli, fonda la scuola Soto, la maggiore con la Rinzai, scrive lo “Shobogenzo”, la maggiore opera del buddismo zen, ma soprattutto insiste con lo zazen. Per anni e anni questo sarà il suo unico insegnamento, diverrà nel tempo la caratteristica della sua scuola rispetto alle altre (la Rinzai, più intellettuale, utilizza maggiormente i koan), resterà come la sua eredità, il suo messaggio.

Ecco cosa ne dice lui stesso: “Il fondamento dell’insegnamento di Sakyamuni consiste nel fatto che il fare zazen ed il risultato del farlo, il suo effetto, sono un’indivisibile unità. Questo zazen è la riscoperta che io già vivo pienamente la vita del sé originario, è questa la base su cui lo si pratica...”

Dogen lascia il corpo il 28 agosto 1253, in quella Kyoto che lo vide solo nascere e morire dopo una vita di viaggi e scoperte, l’itinerario di un’intelligenza geniale e tumultuosa fiorita nel silenzio e nella meditazione.

GibberishDogen… lo zazen… Osho ce li fa rivivere, solleva il velo del tempo e Dogen è lì davanti a noi, il sorriso ironico e la profonda compassione…

Be silentclose your eyes… il dono del silenzio, il messaggio del Buddha oltre il tempo e la storia, attraverso Ju ching, Dogen, fino al mio Maestro…

Let go… as if you have died…

Come back... lo zazen è qui, ora tra i ten thousand buddhas intorno a Osho… but come back as buddhas.

Just sit down… basta sedere, in silenzio, …Dogen… Osho…

Okay, mi metto seduto anche oggi, …non si sa mai…

 

 (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

Questo è il momento giusto

 

 

Amato Maestro,

Dogen ha scritto: Quando raggiungiamo l’illuminazione è come la luna che si riflette sull’acqua. La luna non si bagna, né l’acqua si sciupa. Il chiaro di luna, per quanto vasto, si riflette in una piccola quantità d’acqua. Tutta la luna e il cielo intero, entrambi si riflettono persino in una goccia di rugiada sull’erba o in una goccia d’acqua. Così come la luna non sciupa mai l’acqua, l’illuminazione non distrugge mai l’uomo. E come la rugiada non impedisce mai il riflesso della luna, così l’uomo non impedisce mai l’arrivo dell’illuminazione. Più profondamente la luna si riflette nell’acqua, più alta è nel cielo. Dovremmo renderci conto che la lunghezza e la brevità del tempo sono praticamente la stessa cosa della grande e piccola quantità dell’acqua, e della larghezza e sottigliezza della luna.

 

Maneesha, Dogen sta affermando qualcosa di molto specifico, che merita grande attenzione e interesse: sta dicendo che nessuno impedisce la tua illuminazione. Allora, perché non sei illuminata? Nessuno al mondo ha intenzione di ostacolarti. C’è da capire qualcosa di capitale importanza.

Mentre andiamo avanti col sutra, vorrei proprio chiarirti la vera natura dell’ostacolo. Certamente non sei tu. E l’esistenza è felice se tu t’illumini, ne gode. In ogni uomo che s’illumina danza l’intero universo: una sua parte, che vagava brancolando nel buio, è finalmente tornata a casa, nella pienezza della sua gloria. Tutta l’esistenza lo accoglie con una pioggia di fiori. Dunque, non si tratta di un ostacolo dell’esistenza, e non ci sono neppure ostacoli da parte tua. Ma allora chi è a impedire l’illuminazione? Perché sicuramente ci devono essere degli ostacoli, altrimenti non ci sarebbe bisogno di diventare illuminato – lo saresti già. Non ci sarebbe bisogno di nessun maestro che ti spieghi tutto questo. È una cosa un po’ complicata, ma non tanto da impedirti di capirla e superarla. Dogen dice: Quando raggiungiamo l’illuminazione, è proprio come la luna che si riflette sull’acqua…

Quanta pace, quanto silenzio. La luna si riflette sulla superficie dell’acqua. In effetti non sta succedendo niente. La luna è al suo posto, non si è avvicinata all’acqua neppure di un millimetro; né l’acqua è stata minimamente disturbata.

Ma su di un lago tranquillo il riflesso della luna diventa anche più bello della luna stessa, perché il lago aggiunge anche la sua bellezza. La rende più viva e più fragile.

L’illuminazione – secondo Dogen, io sono perfettamente d’accordo – è proprio come la luna che si riflette sull’acqua. Non c’è sforzo da parte dell’acqua, perché la luna si rifletta. Non ci sono comandamenti da seguire, né dottrine da praticare, o particolari posizioni yoga… perché la luna possa riflettersi nell’acqua. Non c’è nemmeno desiderio, non c’è attesa ansiosa… neppure una piccolissima parvenza d’attesa. Ed è la stessa situazione anche da parte della luna – la luna non ha alcun desiderio di essere riflessa. Sono entrambe prive di desideri, ma il riflesso avviene lo stesso, da solo. È così anche per l’illuminazione: il tuo essere buddha improvvisamente si riflette in una consapevolezza tranquilla e silenziosa.

Ma il lago deve essere immobile. Se ci sono troppe increspature o troppe onde, il riflesso si può infrangere. Si divide in mille parti e non riesci più a vedere la luna, solo una linea argentata che si sparge su tutto il lago. Non sarà un vero riflesso, non rappresenterà la luna. Se il lago è fermo e silente, se non fa niente… neppure delle piccole onde… allora la luna si riflette.

 

La tua consapevolezza ha un suo proprio modo di provocare onde, increspature. Che altro sono i tuoi pensieri se non increspature su un lago? Che cosa sono le tue emozioni, i tuoi stati d’animo, i tuoi sentimenti? Che cosa è tutta la tua mente? Solo un turbinio. E a causa di questo scompiglio non riesci a vedere la tua vera natura. Continui a sfuggire a te stesso. Incontri tanta gente nel mondo e non incontri mai te stesso.

La luna non si bagnerà.

Naturalmente non è possibile che la luna si bagni perché si riflette nel lago.

…né l’acqua viene infranta – dalla luna. La luna non è un sasso che può essere scagliato nell’acqua, è solo un riflesso. Quando stai davanti a uno specchio, non lo disturbi. Tu entri ed esci; lo specchio resta immobile e indisturbato nella sua esatta posizione.

Il chiaro di luna, per quanto vasto, si riflette in una piccola quantità di acqua. Tutta la luna e il cielo intero, entrambi si riflettono perfino in una goccia di rugiada sull’erba, o in una goccia d’acqua. Come la luna non spacca mai l’acqua, così l’illuminazione non distrugge mai l’uomo.

Questa è un’affermazione davvero eccezionale. L’illuminazione non distrugge l’uomo, ma distrugge l’ombra dell’uomo, con la quale sei identificato. Porta via tutto ciò che è falso e lascia solo il reale, l’autentico, l’onesto.

Come la rugiada non impedisce mai il riflesso della luna, così un uomo non impedisce mai l’arrivo dell’illuminazione. Più profondamente la luna si riflette nell’acqua, più è alta nel cielo. Dovremmo renderci conto che la lunghezza e la brevità del tempo sono praticamente la stessa cosa della grande e piccola quantità dell’acqua, e della larghezza e sottigliezza della luna.

Qual è l’ombra che ostacola la tua realtà? Devi capire perfettamente che cos’è la tua ombra: è la tua personalità. È quello che ti hanno destinato a essere, quello per cui ti hanno educato. È fatta di tutte quelle voci: tua madre, tuo padre, i tuoi insegnanti. Sono loro che hanno creato la tua personalità, che hanno costruito intorno a te questa pseudo-essenza. Tutte le tue conoscenze… nessuno ha mai chiesto se erano proprio tue.

Sono stato espulso da molti college. Ogni volta il direttore mi chiamava e mi diceva: “Non può tormentare così un mio professore.” E io rispondevo: “Il suo professore ha fatto delle affermazioni e io gli ho semplicemente chiesto se era una sua esperienza personale. Questo lo chiama tormentare? Vuole espellere me o non sarebbe meglio piuttosto espellere un uomo che insegna qualcosa di cui non ha alcuna esperienza diretta?”

E continuavo: “Chiami l’insegnante che ha fatto rapporto contro di me. Deve confrontarsi con me. A me non importa né degli esami, né del diploma, e non mi importa neppure del suo college. Ma le cose devono essere chiarite.”

Perfino il direttore mi diceva: “Lei ha ragione, ma non capisce il nostro problema. Noi tutti siamo portatori di conoscenze prese in prestito. Non sappiamo esattamente quale sia la verità, ma continuiamo a parlarne. Lei costituisce un disturbo, una seccatura. Nessun altro fa domande del genere. Ora, questo professore – che ha perfino minacciato di dare le dimissioni se lei non viene immediatamente espulso dal college – è un uomo anziano, uno dei professori più vecchi, vicino alla pensione, e non è mai stato violento o arrabbiato. Durante i suoi vent’anni d’insegnamento in questo college non c’è mai stato niente contro di lui. E improvvisamente lei lo ha fatto quasi impazzire. Sono tre giorni che non si presenta al lavoro, ha chiuso la porta, non vuol parlare con nessuno che venga dal college e non risponde neppure al telefono. Ha solo scritto un biglietto dicendo che non tornerà al college se prima quello studente, e cioè lei, non verrà espulso.”

E io gli dissi: “Non c’è problema. Può espellere tutto il suo college, non deve preoccuparsi per questo. Ma io seguirò quell’uomo – college o non college. So dove abita. Anche se non sono più uno studente del suo college, questo non vuol dire… Andrò a casa sua, busserò alla sua porta. O lui riconosce il fatto che la sua conoscenza è presa in prestito, oppure deve parlare onestamente di quanto ha sperimentato in maniera diretta. Io voglio solo provocarlo.”

Per me era sorprendente scoprire come dei grandi professori… perché io sono stato in molti college, la considero una grande opportunità: di solito si finisce col frequentare un solo college, io sono stato espulso da un college dopo l’altro, e, più tardi, anche da un’università all’altra. La seconda università mi accettò a condizione che non disturbassi i professori.

Io dissi: “Ma che meschinità è questa? Se non sapete rispondere, potete semplicemente dire, ‘Non lo so.’ Ma questo fa soffrire il vostro ego.”

Mi chiesero di mettere per iscritto che mi accettavano a condizione che io non frequentassi nessuna lezione. Strano! Non credo che una cosa simile sia mai successa a qualcun altro nel mondo intero. “Se non devo frequentare le lezioni, allora perché mi accettate? E come me la caverò con la percentuale di presenze necessarie per essere ammesso agli esami?”

Il vice-rettore disse: “Mi occuperò io delle sue presenze. Lei sarà presente – al cento per cento! Questo glielo prometto. Ma la prego di non andare a nessuna lezione, perché ho sentito tali cose di lei, da altri professori e presidi. L’altro vice-rettore che l’ha espulsa, mi ha telefonato: ‘Sta in guardia con questo ragazzo!’ Io sono disposto ad ammetterla perché mi rendo conto che il suo punto di vista non è sbagliato: è tutto il nostro sistema che non va. La sua sola colpa è di mettere il dito nella piaga. Io la posso capire, ecco perché le sto offrendo l’ammissione.”

“Ma i professori non potranno capire. Lei è così accurato nel colpire i punti più deboli, che questi poveri professori… dopo tutto è solo gente che lavora per i soldi; non si cura della verità, o del bene, o del bello. Non sono cose che li riguardano: quello che interessa loro è lo stipendio, quello che interessa loro è la carriera. Si tratta di politica: il lettore vuole essere assistente, l’assistente vuole essere professore, il professore vuole essere direttore del dipartimento, il direttore del dipartimento preside della facoltà e diventare poi vice-rettore – nessuno è interessato alle sue domande. Così la sua presenza ha creato delle paure.”

Dovevo accettarlo, ma mentre firmavo l’accordo e lui firmava la mia ammissione, gli dissi: “Perlomeno posso incontrare i professori per strada, o andare a casa loro. La promessa riguarda solo le lezioni. Posso anche andare in biblioteca – queste cose non sono incluse nell’accordo.” E lui disse: “Questo è difficile.” Facevo proprio così di solito – bussavo alla porta dei professori, che invariabilmente mi dicevano: “Ci lasci in pace! Siamo stanchi. Le domande che lei fa non hanno risposta. Noi non sappiamo rispondere, non siamo ricercatori spirituali, siamo solo educatori. Abbiamo imparato da altri che, a loro volta, avevano imparato da altri. Non conosciamo quello che insegniamo, non sappiamo se è vero o se stiamo solo ripetendo delle superstizioni.” A volte riuscivo ad acchiapparli in biblioteca. Il vice-rettore mi disse, “Guardi, lei ferma i professori per strada, mentre vengono a lezione e chiede: ‘Per favore risponda a questa domanda prima di entrare in aula, perché non posso entrare in classe.’ Questo non fa parte del nostro accordo, quindi non posso insistere, però non li infastidisca.”

Io dissi: “Potrei restare fuori dall’aula e gridare la mia domanda dalla finestra. Mi pare sia meglio sistemare qui la questione. Io non entrerò mai in aula, ma il resto non fa parte dell’accordo…” Il vice-rettore aveva dimenticato che ogni aula aveva una finestra. “Posso restare fuori all’aria fresca, invece che nell’aria viziata dell’aula, e chiedere quello che voglio. E dovrebbe esserle chiaro, che se io faccio una domanda e non ottengo risposta dal professore, tutta la classe farà la stessa domanda. Quello che lei mi chiede non fa parte del nostro accordo.”

Distribuivo la mia domanda a tutta la classe, “Se non risponde a me, voi, uno alla volta, vi alzate e gli fate la stessa domanda… fino a quando non sarà distrutto!”

Ma chi impedisce a tutta questa gente piena di cultura di vedere che proprio la loro cultura è l’ostacolo?

Dogen ha ragione, l’illuminazione è il tuo stato naturale, naturale come la luna che si riflette su un lago silente. Non c’è sforzo da nessuna delle due parti, non c’è desiderio… succede così. Ma a te non è stato concesso di restare come un lago, limpido e silenzioso. Ti hanno buttato addosso tanta immondizia – in nome della religione, della politica, della società – ed è quella la barriera. E la povera luna non si può riflettere su di te. Devi distruggere interamente questa barriera che ti impedisce di vedere le cose come sono – non come ti hanno detto che sono. Devi liberarti da tutte le ideologie che ti hanno trasmesso, da tutti i tuoi condizionamenti.

Ho visto persone, anche molto intelligenti, comportarsi in modo così superstizioso – da non credere. Ci sono paesi dove il numero tredici è considerato un numero pericoloso. Forse nel passato qualcuno è morto o si è ammazzato il giorno tredici; forse qualcuno si è buttato dal tredicesimo piano di un albergo e ora la gente è sicura che porti sfortuna. Ci sono alberghi che non hanno neppure la stanza numero tredici: dopo la numero dodici, si salta alla quattordici. Non hanno un tredicesimo piano: dopo il dodicesimo, viene il quattordicesimo. In realtà è il tredicesimo, ma l’albergo non vuole ammetterlo.

La gente non si sposa il giorno tredici, per paura che poi la vita sia infelice; e non si guarda intorno per vedere che il matrimonio è comunque destinato a portare infelicità, sia che ci si sposi il tredici, il quattordici, o il quindici. Non prendetevela con le date, non date la colpa ai giorni. Il matrimonio stesso è il desiderio di essere infelici, un desiderio molto profondo… uniti nell’infelicità.

“Sei così bella” significa, “Sembri così infelice. Anch’io sono molto infelice… mettiamoci insieme” – come se, stando insieme si riuscisse a eliminare l’infelicità. Ma l’infelicità non scompare, e neppure si raddoppia: diventa molto di più della somma delle due infelicità.

È una cosa risaputa in tutto il mondo, eppure noi continuiamo coi nostri condizionamenti. Se non sei sposato, tutte le persone sposate che conosci saranno dispiaciute per te, “Poverino, è rimasto scapolo; non conosce le gioie dell’infelicità.”

Quando tornai a casa dopo l’università, i miei genitori desideravano che mi sposassi. Ma temevano anche solo di parlarmene, perché sapevano che se avessi detto no, sarebbe stato definitivo. Non ci sarebbe stato più alcun modo per farmi dire di sì. Mi conoscevano molto bene, sapevano che sarebbe stato altamente improbabile che acconsentissi. E quindi il loro problema era proprio come chiedermelo.

Io dissi loro: “Mi sembra che tutti abbiano qualcosa da chiedermi ed io sono pronto a rispondere. Perché non me lo chiedete, allora? Invece di bisbigliare fra di voi.”

Alla fine mio padre trovò un amico, un magistrato della Corte Suprema, un uomo di grande successo professionale. E gli disse: “Per come stanno le cose non ci sentiamo neppure di chiederglielo, cerca di fare qualcosa tu.”

E lui li rassicurò: “Non vi preoccupate. Tutto il paese sa che quando mi occupo di un caso…”

Mio padre disse: “Guarda che qui non siamo alla Corte Suprema, e questo non è un caso qualsiasi. Ti avverto, se ti trovi nei guai, io non ne voglio sapere nulla.” E l’avvocato disse: “Quali guai? Vengo questo fine settimana e parlerò a tuo figlio, me ne occupo io. Si tratta di avere una buona dialettica.” Mio padre disse: “Tu non lo conosci, ma vieni lo stesso, ne saremo tutti felici.”

Così erano tutti pronti e lui venne. Mi chinai a toccargli i piedi, perché era un amico di mio padre, e io ero rispettoso, come al solito. Subito gli dissi: “Prima che inizi il dibattito…” Lui mi interruppe: “Quale dibattito?” E io dissi: “Tu sai quale, anch’io so quale e tutti i presenti lo sanno. Ma prima che cominci, voglio che tu onestamente risponda a una domanda: sei soddisfatto del tuo matrimonio? Guarda che ho avvertito tua moglie, e se dici qualcosa di inesatto… lei sul momento si trova nell’altra stanza.”

“Come?” – disse lui – “Mia moglie è qui? Dio mio, non voglio farmi intrappolare in questa faccenda.” E io dissi: “Non è neanche cominciata.” E lui: “Rinuncio al caso!”

“Qui non siamo in tribunale” – dissi io – “Sei arrivato che sembravi una montagna e improvvisamente sei diventato un topolino. Mi dovrò lavare le mani… ti ho toccato i piedi.”

Non avevo chiamato davvero sua moglie, era solo una mia invenzione, ma sapevo che sua moglie lo picchiava. Lui si giustificò: “Tuo padre mi aveva chiesto di venire.” E io dissi: “Va bene, sono pronto. Se riesci a convincermi che il matrimonio è la cosa giusta da fare nella vita, mi sposerò. Ma se non ce la fai a convincermi, allora tu dovrai divorziare.”

 “Mio Dio” – disse lui – “Tuo padre aveva ragione a dire che sarebbe stato un caso difficile. Non mi resta che ritirarmi! Non voglio pronunciare una sola parola. Devo pensarci. Verrò la settimana prossima.”

Non venne mai più. Ma ogni settimana andavo a casa sua e sua moglie mi chiedeva: “Ma cosa succede? Ogni volta che tu arrivi, lui si nasconde in bagno. Busso alla porta e lui dice, “No, non posso uscire adesso. Digli di lasciarmi in pace. Sono diventato così timoroso d’incontrarlo, che non posso neppure andare al mercato, perché, chissà, potrebbe fermarmi per la strada e cominciare a discutere. E io non posso permettermelo...” Così la moglie mi chiese: “Ma di che si tratta? Perché ha tanta paura?” E io gridai all’avvocato: “O vieni fuori, o racconto tutto a tua moglie.”

Uscì immediatamente. “Perdonami, ti prego. Per amor di dio,” disse “lascia perdere. Non parlerò mai più di questa faccenda, né con te, né con nessun altro…”

La moglie disse: “Ma qual è questa cosa che ti spaventa tanto? Stai sudando e c’è l’aria condizionata. Ti nascondi e mi chiedi di mentire, di dire che non sei in casa. E lui è così cocciuto, continua a venire.”

Io dissi: “Il problema è questo, tu devi fare da giudice. Quest’uomo, tuo marito, vuole che io mi sposi. Qual è la tua opinione?”

Lei disse: “Sposarti? Se vuoi essere infelice, sposati. Guarda quest’uomo. Ho continuato a modificarlo fin dal giorno delle nozze. L’ho quasi distrutto. Combatte alla Corte Suprema come un leone e a casa non è altro che una pecora. Se ne accorgono perfino i bambini. Anche loro lo ricattano: «Dacci cinque rupie, altrimenti lo diciamo alla mamma.» E lui non riesce neppure a chiedere che cosa hanno da dire alla mamma, ma è sufficiente che l’abbiano visto fare lo svenevole parlando con la moglie del vicino.”

Perché in quei casi la moglie diventava veramente pericolosa, lo malmenava. Ora il poveretto è morto.

Così dissi ai miei genitori e alla mia famiglia: “Non fate venire inutilmente qualcun altro, perché io sono assolutamente contro il matrimonio. Che io mi sposi, non se ne parla neppure. Il matrimonio è per me un concetto fondamentalmente sbagliato.”

Due persone possono essere innamorate e vivere insieme e, nel momento in cui l’amore svanisce – perché tutto svanisce in questo mondo – i due dovrebbero separarsi con reciproca gratitudine, con amicizia, con i piacevoli ricordi dei giorni passati. Il matrimonio è assolutamente innaturale. Ecco perché non vedete mai animali al manicomio. Non li vedete neanche sul lettino dello psicoanalista, gli animali non impazziscono. All’uomo sono stati sovrapposti così tanti strati di falsità rispetto a tutte le cose, ed egli crede che questi pensieri siano i suoi. Visto che sei un ricercatore spirituale devi distinguere molto attentamente quello che è tuo da quello che ti è stato imposto. E quando comincerai a fare ordine, ti stupirai di scoprire che non c’è niente di tuo. Tu sei solo un lago silenzioso. Da quel lago sorge la tua buddità. Questa è la tua natura, nella sua purezza, nel suo splendore, nella sua beatitudine.

E nessuno sta cercando di impedirti di diventare illuminato.

Quelle persone – gli insegnanti, i genitori – non erano consapevoli, erano inconsapevoli proprio come… Anche loro erano vittime dei loro genitori, dei loro insegnanti, dei loro rabbini e dei loro pundit, dei loro shankaracharya e dei loro papi. Erano vittime e ti hanno lasciato in eredità tutta la loro sofferenza e la loro infelicità. Ora tu devi mettere da parte tutto questo fardello. La tua vera natura è quella di un buddha. Basta che metti da parte tutto quello che non nasce dal tuo intimo, che non fiorisce dentro di te.

All’inizio, in un certo senso, ti sentirai povero. Tutte le tue conoscenze se ne sono andate, tutte le tue superstizioni, le tue religioni, le tue ideologie politiche, se ne sono tutte andate – ti sentirai molto povero. Ma questa povertà ha un valore immenso, perché è solo qui che può nascere la tua ricchezza naturale, possono nascere i tuoi fiori, le tue estasi naturali.

L’uomo naturale non viene distrutto dall’illuminazione. Ma tu non sei naturale, tu sei inquinato.

E tutti fanno del male a tutti, proprio creando queste condizioni. In una società migliore non si insegnerà ai bambini la religione, la politica. Si insegnerà loro a pensare con la propria testa, a dubitare, non a credere. Si insegnerà a essere più intelligenti, più riflessivi. E tutto il mondo sarà pieno di illuminati.

L’illuminazione è semplicemente il tuo stato naturale. Questo è il grande contributo dello zen. Tutte le altre religioni ti chiedono principalmente di credere. Lo zen no. Tutte le altre religioni ti chiederanno di credere in dio, nel paradiso, nell’inferno. In tutte le altre religioni dovrai credere a un numero infinito di cose. Nello zen non ti verrà richiesto.

Tutto il suo sforzo è di scoprire il tuo sé naturale, che ora è coperto dalla polvere di ogni sorta di buone intenzioni, di bei pensieri, di profonde convinzioni. Tutta quella polvere deve essere spazzata via. E allora ti troverai da solo nel tuo stato naturale. Un haiku di Hoitsu dice:

Buddha: Fiori di ciliegio al chiaro di luna.”

Così semplice, così bello.

Buddha: fiori di ciliegio al chiaro di luna.”

Ryota ha scritto:

“Un chiaro di luna così brillante: se mai nascerò di nuovo – un pino in cima alla collina.”

Dice che, se deve nascere ancora, gli piacerebbe essere un pino sulla collina. Una luna così bella, proprio sopra al pino… Questi non sono comuni poeti. Quello che loro esprimono è un grande, autentico desiderio di essere naturali, immersi nella pace, nel silenzio…

Un pino sulla collina!

…perché l’uomo sembra così alienato. Un altro poeta zen dice:

Una notte, la ricerca di lui mi tolse ogni forza, piegai il mio dito teso a indicare – mai più una luna così!

Questi sono poeti naturali. Hanno abbandonato tutte le ideologie. Hanno cominciato a essere in sintonia con i pini, con le nuvole, con i lampi; con le colline, con i fiumi, con l’oceano. Si sono ritirati dal mondo umano, che è assolutamente falso, e si sono riappropriati delle loro radici nella natura.

Per me questa è l’unica religione al mondo degna di essere chiamata tale. Tutte le altre religioni non fanno altro che sfruttare l’uomo e la sua ricerca di sé. Sono deviazioni, distrazioni. Ti allontanano da te stesso, non ti portano a casa.

Maneesha ha chiesto: Nostro amato maestro, mi sembra che Dogen dica che l’illuminazione è tanto più potente, quanto più profondamente tocca l’essere di chi la raggiunge. È vero che non ci sono vari gradi di illuminazione – che o si è illuminati o non lo si è – ma che l’illuminazione, come il vino, maturando migliora?

Maneesha, la tua comprensione è corretta. Non ci sono gradi di illuminazione – o sei illuminato o non lo sei. Ma, certamente, man mano che l’illuminazione si approfondisce, matura, raggiunge le tue radici autentiche… E il simbolo è proprio giusto: come il vino, migliora col tempo. Ci sono collezionisti di vini… Puoi trovare un vino vecchio di cinquant’anni, uno di cento anni – sono tutti vini. Anche il vino fresco, appena prodotto dalla tua vigna, è vino. Ma quello che ha cento anni è diventato così intenso, così acuto – qualità che non trovi nei vini nuovi. Ci sono esperti a cui basta assaggiare un sorso di un vino per dire esattamente di che anno è.

Una volta, in un locale, un uomo disse al barista: “Ecco cento dollari. Se ti va di scommettere con me, assaggerò qualsiasi vino che mi proporrai e ti dirò esattamente di che anno è.” Sembrava incredibile, perché conoscere i vini è un’arte molto sottile. E così il barman accettò l’offerta di pagare cento dollari ogni volta che l’uomo indovinava l’età del vino che assaggiava.

E in effetti lui continuò ad assaggiare e a dire l’anno esatto di ogni vino.

Era strabiliante, tutti i bevitori e gli ubriachi che erano seduti in giro si avvicinarono e fecero cerchio intorno ai due; perfino quelli completamente sbronzi si risvegliarono: “Che succede?” Quell’uomo era fantastico. Poi, improvvisamente, un uomo dal fondo del bar disse: “Voglio partecipare anch’io alla scommessa, perché ho un vino. Se mi dici…” e portò un bicchiere pieno. L’uomo l’assaggiò, lo sputò fuori e disse: “Idiota. Questa è urina umana!” Ma l’uomo disse: “E di chi è? Lo so che si tratta di urina – ma di chi? Se non me lo sai dire, non sei un grande assaggiatore.”

Certamente l’illuminazione non ha gradi, ma, col passare del tempo, diventa più profonda, più acuta, più matura, diventa sempre più ricca.

Prima di entrare nella nostra meditazione quotidiana… I bambù sono così silenziosi, aspettano solo la vostra risata. E tenetevi bene in mente questo: innanzitutto, quando ridete, non fatelo perché bisogna ridere.

E inoltre, quando ridete, fatelo totalmente, senza alcuna riflessione. Non trattenete niente. Imparate a ridere da Sardar Gurudayal Singh, che è lui stesso una risata, una barzelletta vivente.

È l’unico uomo al mondo che io conosca che ride prima della barzelletta. Ci sono quelli che ridono a metà barzelletta, perché improvvisamente capiscono quello che sta per succedere. Ma proprio all’inizio, quando non ho neppure cominciato… quello è il vero, l’autentico homo ridens. E ho saputo… che ha i suoi discepoli. È un rispettabilissimo vecchio sannyasin. La gente si raccoglie intorno a lui solo per farsi una bella risata.

 

Il vecchio Zeb, contadino delle campagne più sperdute della Virginia, per anni ha scopato il suo maiale favorito. Improvvisamente Zeb viene assalito dai sensi di colpa, la coscienza lo tortura a tal punto da farlo decidere di andare dal prete a confessarsi. Padre Fungo ne resta scioccato e non sa come cavarsela. “Bene” – dice il prete al vecchio Zeb – “e dimmi, il maiale è maschio o femmina?”

“È femmina, naturalmente” – sbuffa Zeb – “Cosa crede che io sia… una specie di pervertito?”

 

Il papa polacco è seduto, in treno, vicino a Ronald Reagan, provengono da Killjews in Alabama e stanno tornando a Washington. Il papa attacca a discutere con Rufus e Leroy, due grossi negri che si trovano nello stesso scompartimento. “Salve, signori” – dice il papa – “Dove siete diretti?” “D.C.” – dice Rufus. “Cosa ha detto?” – chiede il presidente, che è un po’ sordo. “Dice che stanno andando a Washington D.C. – proprio come noi” – dice il papa.

“Ditemi” – continua il polacco – che cosa vi spinge a fare tutta questa strada, fino a Washington?” “Abbiamo saputo che lassù c’è una pollastrella veramente fantastica.” – sogghigna Leroy. “Che ha detto?” – chiede Ronnie, duro d’orecchio. “Dice che ha un’amica lassù” – il papa risponde gridando al presidente. E poi, rivolgendosi ai negri, il papa polacco dice: “Deve essere proprio una ragazza eccezionale, se fate tutta questa strada per vederla.” “Ci puoi scommettere, amico” – dice Rufus sorridendo. “Certo” aggiunge Leroy. “È veramente una tipa tosta, porta stivali neri con gli speroni, ha una frusta e si concede a qualsiasi piacere che un uomo possa volere!” “Cosa ha detto?” – grida il presidente sordo.

Il papa polacco si volta esausto verso Ronnie e urla: “Dice che conoscono Nancy!”

 

 

LA CONSAPEVOLEZZA

È IL TUO TESORO

 

L’uomo è un buddha per diritto di nascita – ogni uomo, non importa se buono o cattivo, giusto o sbagliato, santo o peccatore. Perché la tua natura di buddha non viene cambiata da quello che fai, da come ti comporti. Essendo questo il caso, nasce il problema che se ognuno è buddha, perché ci sono tutti questi sforzi, questi tentativi, questo continuo cercare di raggiungere la natura del buddha?

 

Questa domanda fu fatta non solo a Dogen, ma anche allo stesso Gautama il Buddha, che è solo uno della lunga serie di buddha che sono esistiti prima e dopo di lui; ma forse il più importante il più riconosciuto. Per soddisfare chi gli chiedeva, Buddha rispondeva: “Succederà a suo tempo” proprio come i fiori sbocciano al tempo giusto, e le nuvole arrivano quando è tempo e il sole sorge quando è ora. Nell’esistenza c’è una continuità dei tempi. Non è che oggi la luna sarà un po’ in ritardo o il sole splenderà un po’ più a lungo. In natura c’è l’assoluta certezza che ogni cosa succede quando arriva il momento giusto, così il momento giusto significa semplicemente la giusta opportunità, il clima giusto, la giusta sollecitudine, ricettività. E quindi non hai alcun bisogno di preoccuparti della buddità, perché ce l’hai già. Quello che manca è il tuo riconoscerlo. Ti sei dimenticato il tuo nome, ecco quello che manca. Forse c’è bisogno di una situazione nella quale il tuo nome ti venga ricordato...

Se vuoi capire il vero significato della natura del buddha, dovresti correttamente capire le sue manifestazioni del momento.

Tutti voi siete delle sue manifestazioni momentanee. Tutto ciò che esiste nel mondo è una sua manifestazione momentanea. In qualche posto la natura è sbocciata in una rosa, da qualche parte è diventata un uccello che vola nel cielo, in qualche luogo è un pino che si alza verso le stelle e in qualche altro posto è un essere umano. Sono tutte manifestazioni momentanee della stessa natura.

La parola buddha deriva dalla radice sanscrita buddh. Buddh significa consapevolezza. Puoi diventare consapevole in qualsiasi forma. Ma la forma umana è quella più facile dalla quale diventare consapevoli. Se perdi questa opportunità, perdi qualcosa che magari riuscirai a ritrovare solo dopo milioni di anni di ricerca. Essere un pino o la roccia di una montagna – queste sono tutte manifestazioni. Ma nessuna montagna è mai diventata un buddha, nessun pino, pur nella sua straordinaria bellezza, si è mai illuminato. Nessun animale, nessun uccello, nessun albero, né il sole, né la luna, in tutta la loro bellezza… sono tutte manifestazioni della stessa natura, ma solo l’uomo è capace di diventare consapevole di questa natura del sé. Questa doppia consapevolezza – consapevolezza della consapevolezza – è la grandezza dell’uomo. È il suo tesoro. In tutta l’esistenza solo l’uomo ne è capace, e se tu perdi questa possibilità non sai cosa hai perso. Hai perso la più grande beatitudine possibile, la più grande pace, quiete e comprensione, la più grande libertà e mancanza di paura. Ciò che Buddha dice significa che tutto, quando lo capisci nella maniera giusta, è solo una manifestazione momentanea della stessa natura. Un buddha è il riconoscimento di questa vita intima che pulsa in tutte le cose – nell’erba, nell’acqua, nelle nubi, negli esseri umani.

Dovunque c’è vita, è il divino che si manifesta in qualche sua forma. Questa è una grande dichiarazione.

Buddha dice,

Quando arriva il momento giusto, la natura del buddha si manifesterà.

C’è stata una lunga, tradizionale controversia fra i seguaci di Buddha su cosa lui avesse voluto dire con il momento giusto.

Può creare un malinteso, come dice Dogen. Può esserci il fraintendimento che se succederà al momento giusto, tanto vale andare a farsi un giro in bicicletta, non c’è bisogno di sprecare inutilmente del tempo. Trovati un ragazzo, o una ragazza, o magari un amico col quale andare al cinema. Fai pure qualsiasi stupida cosa tu voglia, perché al momento giusto la buddità arriva – non importa cosa hai fatto nel frattempo.

La gente ha usato queste parole del Buddha per fare quello che voleva – scommettere, accumulare proprietà, diventare ricca e potente – perché non c’era bisogno di nessun impegno specifico: al momento giusto la natura del buddha si sarebbe manifestata di per sé. Questo è un tipo di equivoco.

Parlando del momento giusto Buddha non vuol dire che devi posporre questo momento, che quando arriva il momento giusto… Non arriva mai. È sempre lo stesso momento. E non è qualcosa che succede dall’esterno, è qualcosa che fiorisce dentro di te. Qual è allora il significato del momento giusto? Un tipo di equivoco è che tu continui semplicemente a fare le solite cose di questo mondo. L’altro tipo di equivoco è quello di voler far arrivare prima il momento giusto attraverso una vita di rinunce, digiunando, pregando, frequentando la chiesa o il tempio, stando in equilibrio sulla testa, assumendo vari tipi di posizioni contorte, torturandoti senza alcuna necessità – tutto questo per far avvicinare il momento giusto. Questa è un’altra interpretazione sbagliata delle parole del Buddha. Cos’è il momento giusto? Dogen dice:

“Molti monaci, sia del passato che dei giorni nostri, hanno creduto che la frase “quando arriva il momento giusto”, significa aspettare che la natura del buddha si manifesti nel futuro. Pensano che se continueranno nelle pratiche del sentiero spirituale, la natura del buddha si manifesterà naturalmente da sé al momento giusto. Fino a che non arriverà quel momento, concludono erroneamente costoro, la natura del buddha non si manifesterà, persino se andassero da un maestro per ricevere il suo insegnamento o meditare diligentemente.”

Non c’è bisogno di andare da un maestro secondo questa erronea interpretazione. Ma tutto l’equivoco si basa sul momento giusto, su cos’è il momento giusto. Ogni momento è il momento giusto. Hai solo bisogno di un po’ di coraggio per rischiare tutto ciò che credi di conoscere, per rischiare il tuo ego, per rischiare tutto ciò che pensi abbia un valore. Cerca dentro di te l’unica cosa che non puoi farti prestare da nessuno, e che non puoi neanche dare a nessuno. Quella è la tua natura. E quella natura è sempre nel presente. Quindi è il presente il momento giusto. Né ieri, né domani – oggi! Proprio in questo momento puoi diventare un buddha.

Basandosi su questa falsa conclusione, ritornano senza alcuno scopo nel mondo di tutti i giorni, e aspettano invano l’arrivo del momento giusto.

Il momento giusto non deve arrivare. È sempre stato qui. Dogen dice,

Le parole “quando arriva il momento giusto” significano che il momento giusto è già arrivato.

In realtà non arriva mai, e non se ne va mai. È sempre qui. L’oceano continua a esistere, il pesce nasce e un giorno poi scompare. Proprio come un’onda – un po’ più solido, ma proprio come un’onda. Il cielo continua a esistere; ogni tanto è nuvoloso, ma quelle nuvole vengono e vanno, lasciando il cielo senza neppure un graffio.

Parlare della nostra buddità è parlare della nostra natura più intima, proprio del nostro cielo. I pensieri sono come nuvole, vengono e vanno. Le emozioni sono come fili di fumo… effimeri. Tutto è momentaneo. La nostra fanciullezza se ne va, la nostra giovinezza se ne va, la nostra vecchiaia se ne va… se ne va anche la nostra vita. In tutto questo solo una cosa rimane la stessa, e questa è la consapevolezza di questo preciso momento. Proprio per questo Dogen sta dicendo che il momento giusto è già qui. Non c’è bisogno di aspettarlo.

Non ci può essere alcun dubbio su questo, anche se sorgessero dei dubbi non sarebbero altro che la manifestazione della natura del buddha dentro di noi.

Questi sono i magnifici contributi a questo mondo di coloro che esplorano i misteri. Anche i dubbi sono la nostra natura, e quindi non sono cose da condannare. Se sorge un dubbio è come una nube che appare nel cielo, ma il cielo non sarà danneggiato dalla nube. La nube sparirà, se ne andrà così come è arrivata. E comunque, tutto quello che succede nel mondo è parte dell’universo. È veramente importante capire che persino i dubbi fanno parte della nostra buddità.

Se il momento giusto fosse qualcosa che è arrivato, la natura del buddha non arriverebbe mai.

Perché se è una questione di arrivare e andarsene, come le stagioni… arriva la pioggia e poi se ne va, arriva l’inverno e poi se ne va, la primavera arriva e poi se ne va. Se la natura del buddha fosse dipendente dal tempo, allora così come è arrivata potrebbe andarsene. Non può dipendere da nessuna causa, non può essere legato a un tempo particolare. Il fatto è che è già lì, devi essere solo abbastanza sveglio da accorgertene. Il momento giusto è proprio questo momento, adesso.

 

tratto da: Dogen, the Zen Master:

A Search and Fulfillment # 5 e 6

Copyright © 1989

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UN PASSO ANCORA

UN PASSO ANCORA E RIUSCIRAI A RAGGIUNGERE QUELLO SPAZIO DOVE NULLA SI MUOVE; DA DOVE PUOI VEDERE TUTTO CIÒ CHE CAMBIA INTORNO E DENTRO DI TE. È UN PASSO CHE SOLO TU PUOI FARE PER DIVENTARE, FINALMENTE, TE STESSO.

 

 

Rispetto alla comprensione della realtà, Occidente e Oriente hanno un approccio diametralmente opposto. L’Occidente crede nel corpo, nel mondo esterno, nella materia. Quindi la scienza si è sviluppata molto e in tutte le sue branchie: fisica, chimica, medicina. Ma di base l’Occidente nega l’interiorità dell’uomo.

L’Oriente invece si è impegnato totalmente e incondizionatamente nella ricerca interiore: “Chi c’è dentro di me?” Il corpo è sempre stato considerato come una casa o come un indumento da indossare. Tu non sei i tuoi indumenti, non sei il tuo corpo, non sei neppure la tua mente. Che cosa rimane? Un silenzio assoluto. In questo silenzio si sono sviluppati i picchi di consapevolezza che Gautama il Buddha ha raggiunto, e queste altezze sono alla portata anche di altri. Sono disponibili per te e per chiunque altro, per chi è pronto a fare una piccola inversione: dall’esterno all’interno. Questi aneddoti sono legati proprio a questo punto di inversione.

Un giorno Ungo Doyo andò nella hall e citò il vecchio Tozan, dicendo: “L’inferno non è realmente tremendo, il portare questa veste e non riuscire a comprendere il grande problema – questa mancanza è molto più penosa.”

Ora devi capire il simbolismo e l’uso di metafore nello Zen. L’inferno non è realmente tremendo, proprio perché non esiste altro inferno che quello di essere fuori di te e non c’è altro paradiso che quello di essere dentro di te. Inferno e paradiso sono solo delle metafore del tutto astratte.

Tutte le religioni ne hanno fatto un gran parlare. La loro capacità di sfruttare l’uomo dipende da due cose: paura dell’inferno e desiderio del paradiso. È proprio una contraddizione il fatto che tutte queste religioni vogliano insegnare a essere contro la paura e l’avidità, mentre poi si basano totalmente sulla paura dell’inferno. Se non sei virtuoso, se non sei credente, andrai all’inferno per l’eternità, sarai torturato in eterno. Se sei un credente, un fedele, virtuoso e rispettabile, allora le porte del paradiso sono aperte per te.

Non è altro che una contraddizione, perché l’inferno è soltanto una metafora per mettere paura e il paradiso un’altra metafora per stimolare l’avidità e la bramosia. Lo Zen li considera del tutto insignificanti. Per questo Tozan dice: “L’inferno non è realmente tremendo.” Non ti preoccupare dell’inferno. La vera sofferenza è che tu indossi l’abito di un monaco, di un sannyasin, dici di essere un ricercatore della verità, ma ancora non riesci a entrare dentro di te, ancora non hai trovato la via. E il tuo mondo interiore non è molto lontano. Questa inversione di direzione è il “grande problema”. “Il portare questa veste e non riuscire a comprendere il grande problema…”

Secondo Tozan, questa è la cosa più dolorosa: il tuo paradiso è così vicino e tu continui a non trovarlo. Ti basterebbe aprire gli occhi per trovare la tua buddità. Se riuscissi a essere un poco più all’erta, più consapevole, potresti entrare nella realtà senza tempo dell’esistenza. Il suo splendore è grande e non ha né principio né fine.

Il dolore maggiore di chi ha realizzato il proprio essere è proprio quello di poter vedere milioni di persone che soffrono. Che cosa c’è nel mondo oltre la sofferenza, oltre l’infelicità, oltre il dolore? Ogni piacere volge al dolore e tutta la tua gioia è così superficiale, così epidermica. La profondità della tua gioia è così poca che basta una sola parola detta contro di te per disturbarla.

Rivolgendosi ai suoi monaci, Doyo disse: “Siete ormai dentro questa tradizione. Il cento per cento non è così distante dal novanta per cento.”

Tu sei già un buddha al novanta per cento e il cento per cento non è molto lontano. Ma ricordati una cosa: anche il novantanove per cento non è abbastanza. Anche il novantanove virgola nove per cento continua a essere lontano. Devi essere al cento per cento qui e ora nel tuo centro e improvvisamente affiora dentro di te una consapevolezza nuova, fresca ed eterna che non sa nulla del dolore e della morte, dell’inizio e della fine. Il tuo potenziale è sbocciato in un fiore di loto.

Doyo disse: “Se non avete ancora affrontato il grande problema, per ora dovete procedere sulla strada misteriosa.”

Naturalmente la strada è misteriosa, perché non è all’esterno, come un’autostrada; è un piccolo sentiero assolutamente privato verso il tuo intimo, dove nessuno si è mai avventurato. Lo crei dentro di te mentre lo percorri; non è già pronto perché nessuno oltre a te può entrare nel tuo spazio interiore, solo tu puoi farlo. Ma è solo questione di un unico passo – il viaggio non è lungo. Nel momento in cui chiudi gli occhi e guardi dentro di te, improvvisamente ti rendi conto che questa è esattamente la cosa che hai cercato per molte vite, nascosta proprio dentro di te. La strada è misteriosa ma non è lunga – basta fare un passo.

Un monaco chiese: “A cosa dà importanza un asceta?” Doyo disse: “Là dove non arriva la consapevolezza della mente.”

Devi avere già sentito la definizione di asceta. Lo Zen non li accetta, ma per altre religioni l’asceta è uno che si tortura e si sacrifica per ricevere la benedizione divina, è un agnello sacrificale. Ha fame e continua a digiunare, percuote il proprio corpo, sta nudo inverno e estate. Un asceta è colui che sacrifica il corpo e i piaceri del corpo alla ricerca di Dio.

Lo Zen ha un approccio del tutto diverso, perché questo tipo di asceta non è altro che un malato mentale; non ha niente a che fare con la religione. Anche se ci fosse, come potrebbe gioire Dio del tuo essere affamato? Torturandoti dimostri soltanto di essere un masochista, di gioire nel farti del male.

Tutte le religioni hanno insegnato alla gente a comportarsi in maniera malata. Lo Zen è del tutto estraneo a qualunque malattia psicologica. Non sfrutta le tue malattie – tende anzi a condividere la gioia e a portarti nella tua totalità e nel tuo benessere. Definisce persino la parola “ascetico” come “Là dove non arriva la consapevolezza della mente.” – quello che va oltre la mente, dove non possono arrivare i pensieri, dove tutto è puro silenzio e serenità. In questo silenzio, in questo stato meditativo raggiungi il tuo tesoro interiore.

Un altro monaco chiese: “Quali sono i gradi dei buddha e dei patriarchi?”

La nostra mente pensa sempre in termini di gradi, di gerarchie, di burocrazie, di chi sta più in alto e chi più in basso. Ma nel momento in cui trascendi la mente, trascendi anche questa tendenza a usare le gerarchie. Allora puoi chiamare colui che è andato oltre “il buddha” o “l’illuminato” o “il risvegliato”… o puoi chiamare “il maestro” o “il patriarca” ma non c’è alcuna diversità nella loro consapevolezza. Tutti hanno fatto una sola cosa, hanno lasciato indietro il corpo e la mente e hanno centrato il loro intero essere nella stabilità dello spazio interiore. Questa è la massima beatitudine che un uomo può raggiungere. In questo momento tu diventi un buddha, un dio, te stesso. Ricordati della differenza: le altre religioni cercano di pregare dio; lo Zen mette il suo impegno nella ricerca di dio in te. Non c’è altro dio se non la tua pura consapevolezza – che non è neppure tua, è semplicemente consapevolezza. Essa abbraccia ogni altra consapevolezza e si unisce alla consapevolezza universale. Tu svanisci come una goccia di rugiada… solo l’oceano rimane. Ma questo scomparire nell’oceano è un tale dono, l’unica vera benedizione.

Un terzo monaco chiese: “Qual’è il significato della venuta di Bodhidharma dall’ovest?”

Queste sono le domande della tradizione Zen.

Doyo disse: “Per non incontrare nessuno sull’antica strada.”

Maestri diversi hanno risposto a queste piccole domande migliaia di volte e in modi diversi, ricavandone sempre nuovi insegnamenti. Doyo propone una nuova e straordinaria intuizione: Bodhidharma era venuto dall’India in Cina, ma non voleva incontrare nessuno; voleva incontrare qualcuno il cui ego era già morto, qualcuno che non aveva più una personalità ed era diventato una semplice presenza, una fragranza. Questo significa Per non incontrare nessuno sull’antica strada. Tutti i buddha si sono messi alla ricerca di quelli che erano pronti a scomparire nell’oceano. Qui stiamo facendo la stessa cosa: tentiamo in tutti i modi di fare a meno della mente che la società ci ha dato, di recuperare la nostra innocenza – un regalo della natura – e scomparire nel silenzio del cielo e degli alberi.

 

Tratto da: Zen: The Diamond Thunderbolt #6

Copyright © Osho International 1988

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Il   mio   Tibet

Ma Puja Mohani per tanti anni ha fatto la traduttrice per l’Osho Times tedesco e viaggia non solo nel mondo interiore ma anche in quello esteriore. Se non la trovi a Pune a lavorare alle “Healing Arts”, sta accompagnando gruppi di trekking attraverso l’Himalaya.

Ecco qui il racconto del suo primo viaggio in Tibet.

 

 

Tibet – un paese che mi affascina da molto tempo, un paese che da centinaia di anni attrae ricercatori spirituali di ogni tipo e tantissimi pellegrini. Il paese dei miei sogni, e dei miei incubi, non riuscivo neppure a immaginare che un giorno avrei potuto andarci.

C’è un libro di Alexandra David Neel, la leggendaria viaggiatrice inglese, che all’inizio del secolo ha attraversato il paese in un modo davvero avventuroso. È stata la prima donna europea a viaggiare attraverso il Tibet. Il titolo del suo libro è Il mio viaggio fra il paradiso e l’inferno.

Per quanto mi riguarda, da allora il Tibet non ha perso niente del suo fascino, talvolta feroce. Anche per me è stato un paradiso e un inferno e le esperienze che ho vissuto lì sono state veramente intense: così istruttive, così insolite, così diverse e così lontane dalla mia vita normale che faccio fatica a capire o a comunicare cosa mi accade quando sono lassù.

È proprio per questo che ne vorrei scrivere. Perché credo che scrivendo riuscirò ad avere più chiaro anche dentro di me il senso di questa esperienza. Il modo in cui vivo Tibet risente anche dell’influenza del mio lavoro di accompagnatrice turistica. Questo naturalmente cambia la mia posizione: devo occuparmi di un gruppo di partecipanti, del loro benessere e fare in modo che siano tutti soddisfatti…

La mia agenzia di viaggio, che da tanti anni organizza viaggi e trekking nell’Himalaya – specialmente nelle regioni dove vivono i profughi tibetani – mi ha affidato la direzione di un viaggio in Tibet, benché io stessa non fossi mai stata in quel paese. Gli accompagnatori dei viaggi precedenti mi hanno dato tantissime informazioni e le loro note di viaggio.

I mesi prima del viaggio sono dedicati alla preparazione, alla lettura di tutto quello che trovo riguardo il Tibet: guide, racconti, libri d’arte e di storia, diari di viaggio e tantissime spiegazioni sul buddismo tibetano. La letteratura che riguarda il Tibet è molto estesa, credo proprio che non esista un altro paese sul quale sia stata condotta una così vasta ricerca.

Più leggo, più si avvicina la data della partenza, più mi sento confusa e mi sembra di non sapere niente. La paura di fallire si fa sempre più forte. Desidero ardentemente che venga con me qualcuno che conosco, che in qualche modo mi possa aiutare e tenere per mano quando saremo lassù... Naturalmente deve essere un sannyasin – deve solamente avere soldi a sufficienza per poter affrontare le spese di viaggio.

E come è con tutti i desideri, prima o poi si realizzano. A Pune, un mese prima della partenza, un sannyasin che conosco superficialmente da tanti anni, un tipo alto e biondo di Düsseldorf, mi chiede informazioni sul viaggio: lui vorrebbe viaggiare in Tibet e può anche pagarsi il viaggio. C’è ancora un posto libero – lui prenota e io mi sento davvero sollevata. Gli parlo delle mie paure, di come mi sento, della paura di fallire in questo viaggio, e lui mi tranquillizza dicendomi che andrà tutto bene…

Finalmente ci siamo: comincia tutto un mese di Tibet intensivo!

Vado a incontrare il mio gruppo all’aeroporto di Katmandu - sono persone simpatiche. Il nostro viaggio comincia con un volo per Lhasa: la capitale del Tibet dove esiste uno dei più meravigliosi edifici del mondo, il Potala, in passato la residenza del Dalai Lama.

Venendo dall’aeroporto ci avviciniamo alla città di Lhasa, ed ecco, in lontananza si staglia il meraviglioso palazzo del Potala, e immediatamente gli occhi mi si riempiono di lacrime. Quante volte ho guardato con desiderio l’immagine del Potala! Sono felice ed eccitata nello stesso tempo! Naturalmente, come sempre, sono anche un po’ preoccupata che qualcuno del mio gruppo soffra per l’altitudine, perché Lhasa si trova a 3700 metri. Nella continuazione del viaggio ci troveremo ad affrontare altezze superiori. Mi chiedo in continuazione se tutto andrà bene con le jeep che abbiamo affittato, e se il camion che ci consegnerà la benzina sarà lì ad aspettarci. Ma per ora i prossimi tre giorni li trascorreremo a visitare Lhasa e i suoi dintorni. Ogni cosa mi appare strana, ma nello stesso tempo tutto mi sembra così familiare. Mi aggrego anch’io alle centinaia di pellegrini che visitano Lhasa e giriamo in meditazione – in senso orario – attorno al Potala. I pellegrini sono per la maggioranza persone anziane che mi si avvicinano amichevolmente, come succede nella zona dell’Himalaya con tutte le persone di origine tibetana.

In mezzo ai tibetani mi sento all’improvviso molto innocente, allegra e persino un po’ superstiziosa. Questo anche se il mio maestro mi spiega da 15 anni, con amore e pazienza, come le pratiche religiose e la superstizione legata alla fede ci tengono in uno spazio di inconsapevolezza e irresponsabilità. In questa atmosfera mi ritrovo a pregare che tutto vada per il meglio.

Il viaggio ci porterà attraverso città e numerosi monasteri del Tibet centrale, poi ci sposteremo con le jeep in un lungo e avventuroso percorso attraverso tutto il Tibet da est a ovest, dove visiteremo i fantastici templi di Tolin e Tsaparang che si trovano all’interno di caverne.

Il culmine del viaggio sarà durante il lungo giro fino al sacro monte Kailash, tappa che aspetto con ansia e con molte aspettative; finalmente poi scenderemo con le nostre jeep verso il confine nepalese, e da lì torneremo indietro a Katmandu.

Appena ci troviamo per strada con le nostre jeep, il viaggio diventa una corsa a ostacoli. Le mie illusione, le mie aspettative, e i miei desideri vengono tutti completamente distrutti in un attimo; e crolla anche l’immagine idealizzata che mi ero fatta dei tibetani perché sia gli autisti che la guida tibetana cercano di impedire che il viaggio prosegua così come è programmato. Vogliono a tutti i costi seguire un percorso che non era stato deciso in precedenza, affermano che non si può raggiungere il monte Kailash perché il grande fiume Tsangpo é in piena e non c’è nessun traghetto. Il tempo è brutto, piove e le strade sono quasi impraticabili; le jeep o sono impantanate nel fango o hanno problemi con il motore, ci vogliono ore solo per trainare fuori dal fango o per ripararle. Così perdiamo molto tempo, siamo in ritardo sulla tabella di marcia e io comincio a sentire la pressione dei giorni che passano, perché devo riportare i partecipanti a Katmandu per il volo di rientro.

Molte volte non so più niente, non so più cosa fare e come proseguire... Oltre a tutto questo il famoso sannyasin che mi doveva aiutare e sostenere si rivela invece una persona molto difficile e capricciosa. Ha assunto all’interno del gruppo una posizione molto antagonista nei miei confronti e davanti a tutti dice che come accompagnatrice sono proprio un disastro perché non sono in grado di impormi agli aiutanti tibetani. Quasi ogni giorno mi tratta male dandomi dell’incapace. Mi sento abbandonata, sola, e qualche volta succede che di notte, nel mio sacco a pelo, mi trovo a piangere silenziosamente: maledicendomi per aver accettato questo lavoro e per aver insistito che il sannyasin partecipasse a questo viaggio – non capisco più come mi sia venuta questa idea assurda di venire in Tibet.

Ci sono invece tantissimi momenti nei quali poi dimentico completamente tutto questo e rimango semplicemente sconvolta... dal paesaggio meraviglioso, dal cielo immenso! Il cielo sopra il Tibet è veramente unico, così come non l’ho mai visto in nessun’altra parte del mondo: così ampio, così vicino, così limpido. I suoi colori sono quasi psichedelici, è uno spettacolo incredibile e molte volte non posso credere ai miei occhi. Nella notte la luce delle stelle è così luminosa che ne rimango quasi abbagliata. Sul tetto del mondo sei molto vicina alle stelle. I colori delle montagne intorno mi fanno impazzire: riflettono strane combinazioni di luce e creano tipi diversi di colori di cui neanche sapevo l’esistenza. Sono toccata profondamente dalla semplice e selvaggia bellezza dei nomadi che incontriamo fuori dalle città. Vivono in tende nere fatte di pelle di yak, sono timidi, selvaggi, ridono e si stupiscono quando ci vedono, come noi del resto ci stupiamo di loro.

Assomigliano un po’ agli Indiani d’America, gli uomini spesso portano i capelli lunghi acconciati con delle trecce e sono vestiti di colori vivaci Quando mi ritrovo a guardarli in volto, molto spesso mi dimentico di tutto quello che mi circonda – così tanta naturale bellezza.

Miracolosamente il viaggio, con tutto il suo programma, alla fine si realizza: anche se ci sono tante difficoltà e ostacoli da superare raggiungiamo il monte Kailash, da migliaia di anni il luogo sacro più importante per i pellegrini di quattro religioni. Sto sviluppando una specie di relazione intima con questo monte, nonostante non possa vederlo molto chiaramente perché il tempo é nuvoloso. Posso parlare con lui, ho la sensazione che mi stia dando un’energia molto tangibile, mi sento piena di gioia e spesso mi vengono le lacrime agli occhi, ma soprattutto mi ritrovo nell’eterna presenza del qui e ora. Non sono sicura se é il monte che fa questo effetto oppure l’atmosfera che lo circonda, colma della gioia innocente di così tanti pellegrini. Ma può anche essere che la consapevolezza di essere arrivata finalmente al culmine del nostro viaggio mi metta in questo bellissimo stato di euforia. Cominciamo a girare nelle vicinanze del monte sacro; questo senza la giovane guida tibetana, che con strane scuse e una faccia innocente, inventa una storia assurda per non partecipare all’escursione e fermarsi invece a bere birra con gli amici.

Il secondo giorno campeggiamo sotto la parete nord del monte Kailash, una formazione gigante costituita di ghiaccio e roccia sul quale gli indù vedono il volto di Shiva, i buddisti il volto di Buddha... e se proprio vuoi puoi anche vedere il volto di Osho. Ho con me tantissimi pezzi di stoffa che serviranno a fare le bandiere tibetane della preghiera. Le innalzo in onore dei miei amici tibetani sul Dolma-la che è il punto più alto e più sacro del monte Kailash. Durante una faticosa salita per raggiungere il passo, che è a 5700 metri, attraversiamo il cimitero di Vajrayogini dove tradizionalmente si abbandona la vecchia personalità e si lascia morire l’ego lasciando simbolicamente sul posto qualche cosa a cui si è veramente attaccati. Lascio lì diverse cose per conto degli amici e, da parte mia, abbandono una maglietta a cui io ero particolarmente legata.

Per un bel po’ di strada cammino a fianco di una vecchia tibetana con cui sussurro il mantra che serve per invocare Tara e Dolma, che sono i guardiani del passo.

Tutti questi rituali mi piacciono molto. Proprio a me, che ho sempre odiato i riti cristiani e i rituali di ogni genere... Devo forse recuperare o bilanciare qualche cosa nella mia vita? Davanti a questa montagna mi prostro perfino nei punti previsti. Di certo non prendo troppo sul serio tutto questo – anche i tibetani ridono e sghignazzano mentre si prostrano – però devo dire che tutto ciò mi fa sentire piena di rispetto e riverenza.

Anche nel ritorno verso Katmandu incontriamo non pochi ostacoli: una macchina rimane impantanata vicino a un fiume e deve essere tirata fuori a traino, la strada verso il Nepal è danneggiata da diverse frane. Ma alla fine, dopo un viaggio avventuroso, arriviamo, sporchi ma felici e contenti, a Katmandu. Tutti sono sollevati e raggianti, tranne il sannyasin, che però in seguito, per tre settimane, racconta in continuazione come sia stato bello il viaggio. Quando mi ritrovo a casa, c’è una cosa che so con sicurezza: voglio ritornare in Tibet. Così parto anche l’anno successivo e il viaggio è ancora una volta pieno di imprevisti e faticoso, i partecipanti sono più difficili dell’anno precedente e gli ostacoli ancora tantissimi… ma i momenti di bellezza e di meraviglia, la pace e la vastità della terra, la preghiera e la devozione che si sentono sul monte Kailash compensano tutto. E ogni volta che torno a casa mi sento rinnovata, ripulita come dopo un gruppo intensivo di meditazione, sebbene in Tibet non abbia un solo attimo per praticare una qualsiasi tecnica di meditazione. Questa terra misteriosa mi regala l’opportunità di essere totale e nel momento.

Cosa voglio di più?

 

Testo tratto dall’osho times ed. tedesca

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Una dolce turbolenza che arriva dall’Himalaya

di Swami Satyananda

 

Questo articolo è stato scritto in occasione della recente visita del Dalai Lama in Germania.

Lo riprendiamo dall’Osho Times edizione Tedesca, perché contiene alcune considerazioni interessanti e originali, su un argomento trattato solitamente in modo banale.

 

Le sue apparizioni hanno un commovente tocco esotico. I monaci nelle loro tuniche rosse lo venerano come un dio e si prostrano ai suoi piedi. Ma il dio che si tocca, come il 14° Dalai Lama è stato ribattezzato dalla stampa tedesca, si presenta moderno e al passo coi tempi.

Le sue apparizioni sono dirette in modo geniale da esperti PR. Ovunque si presenti, tutti i media sono lì pronti a parlare di lui e a ricordare la tragedia del suo popolo – di grande pietà religiosa e scarsa consistenza numerica – violato e costretto quasi all’estinzione da un feroce e potente vicino. Praticamente tutto il mondo odia la Cina e ama il Tibet, e sono tutti entusiasti di quest’uomo che usa il suo messaggio religioso di sollecitudine e empatia verso tutti gli esseri, come un’arma nella lotta per la liberazione del suo popolo. La sua azione è sottile ed elegante come un fioretto, ma il governo cinese lo teme quasi quanto i missili americani a lunga gittata piazzati da qualche parte e puntati su obiettivi cinesi.

Il Dalai Lama è un maestro nell’arte di mettere insieme misticismo e politica. Tra i suoi numerosi meriti forse il più importante è che ricorda ancora una volta agli uomini l’immensa potenzialità dei valori dello spirito; questo in un mondo che a dispetto di tutte le sue frontiere è stato colpito da un’epidemia di inarrestabile materialismo, un mondo che ha messo da parte quei valori, come se non esistessero più.

Se da un lato il dio che si tocca gioca un ruolo di secondo piano, dall’altro catalizza nella mente e nel cuore di milioni di persone un processo di consapevolezza che potrebbe introdurre un’epoca post-materialistica, un’epoca in cui ai beni materiali e alla meditazione riesca di convivere in un’armoniosa simbiosi.

Il Dalai Lama ha promesso che, se i cinesi gli permetteranno di ritornare in patria, il Tibet diventerà un moderno stato democratico. Anche se Pechino dovesse essere d’accordo, il Dalai Lama arriverebbe comunque in ritardo, perché nel frattempo il Tibet è già stato completamente colonizzato dai cinesi. Nella loro stessa terra i tibetani rappresentano ormai un’esigua minoranza, la cui eredità culturale è stata annientata. La nuova generazione non ha più alcun legame con la tradizione religiosa del buddismo tantrico e tra i tibetani in esilio esistono conflitti di potere e rivalità politiche. Il Tibet non esiste più come campo energetico, ma come metafora ha tutt’ora un significato di estrema importanza, è come una benefica pioggia che va a bagnare i deserti spirituali di un consumismo che è ormai contro la vita. Soprattutto dà nuova energia alla preziosa fioritura di una rinascita spirituale. Rispetto alla metafora Tibet si riaccendono fantasie ecumeniche, nostalgie e impegni di persone che sono alla ricerca di un significato nella vita. Nella sua terribile caduta il Tibet ha acquisito un’importanza a livello spirituale per tutto il pianeta, importanza che non avrebbe mai potuto sviluppare come paese del dio vivente se fosse rimasto intatto nella sua immobilità: in questo stanno la tragedia e il trionfo di questo popolo.

La recente apparizione del Dalai Lama in Germania a Lüneburg ha risvegliato ovviamente le contraddizioni degli attivisti a favore del Tibet. Si è vista un’etica sensazionalista da talk-show, che insieme all’esoticità di questo dio-uomo ha portato alle stelle gli indici d’ascolto delle televisioni. C’erano le ipocrite obiezioni di credenti sospettosi, che mettono in guardia l’occidente cattolico da un suo affossamento nei meandri di una indistinta religiosità. C’era poi l’ipocrisia dei politici, che hanno ovviamente stretto la mano al Dalai Lama per motivi propagandistici, ma che si guardano bene dal riconoscerlo come rappresentante politico del popolo tibetano. E c’era anche la glaciale riservatezza degli esponenti delle multinazionali, che considerano assolutamente disdicevole rischiare di rovinare, con tutto questo chiasso, i redditizi scambi commerciali con la Repubblica Popolare Cinese. In questo variegato panorama il Dalai Lama, ha disarmato tutti con la sua gentilezza semplice e cordiale; egli non ha alcun interesse a crearsi dei nemici, dato che la sua forza come rappresentante politico del popolo tibetano si basa su un indiscusso consenso. È un brillante psicologo e un fine diplomatico, che ha tranquillizzato i sospettosi dignitari della chiesa, esortando i credenti tedeschi a conservare la loro fede cristiana. E con molta convinzione ha detto di non essere nemico dei cinesi. Con questi modi gentili raggiungerà sicuramente il suo obiettivo. Ha detto di essere d’accordo su un’egemonia politica cinese, se Pechino assicurerà al popolo tibetano l’autonomia culturale, rassicurando in questo modo non solo il governo cinese, ma anche i fautori della “Realpolitik” di tutto il mondo. Nessuno può rimproverare a questo dio di perseguire obiettivi non realistici o di avere pretese di rivincita. È quasi impossibile essere contro il Dalai Lama: le critiche che gli sono state rivolte dalle alte sfere dell’economia sono apparse davvero politicamente scorrette. Sul piano politico il Dalai Lama è inattaccabile. Ed è importante rendersi conto che quest’uomo ha un ruolo di manipolatore politico sul piano mondano: questa sua scelta, alla quale in parte è stato costretto, interferisce apertamente con la sua azione di rinnovatore spirituale. Su questo le migliaia di persone che a Lüneburger Heidi si sono sedute ai suoi piedi sono evidentemente in forte disaccordo: per loro resta soprattutto un saggio verso il quale sentono un grande trasporto spirituale.

È probabile che molte persone che si fanno guidare da lui nel praticare il buddismo tantrico, non abbiano capito che con la sua presenza ha cercato di agire soprattutto sul piano politico. Ha reso loro le cose facili, senza mettere nulla in discussione, non ha chiesto nessun sacrificio e nessun rischio. Al contrario chi era al Lüneburger Heide per rendere omaggio al Dalai Lama, si sarà sentito davvero al passo coi tempi. Tantra e Zen sono diventati di moda, il Buddismo è “in”, è diventato una cosa degna di rispetto. Dichiarandosi un simpatizzante del Dalai Lama, uno si sente più interessante. Nessun parroco, anche se è contro le sette, si sognerebbe mai di denunciarlo.

Molti considerano le ricercatezze del rituale religioso del buddismo tibetano come il marchio di una religiosità “rispettabile”. In una cultura fortemente impregnata dalla liturgia cristiana, gli ornamenti dorati, il velluto rosso, il profumo degli incensi, il mormorio dei mantra, il suono delle campanelle e i gesti di ossequio davanti al dio vivente diventano qualcosa di rassicurante.

Chi passa dalla cristianità al buddismo e rende onore al Dalai Lama, non deve temere che i suoi amici lo considerino pazzo e i suoi colleghi “psicolabile”. Non deve abbandonare le solide basi di una religione tradizionale, non deve far altro che passare da una religione conosciuta a livello mondiale a un’altra altrettanto collaudata.

L’avventura di un viaggio con un maestro spirituale non può essere sperimentata fintanto che il Dalai Lama persegue obiettivi politici attraverso un’azione diplomatica. Non può essere un maestro a tutti gli effetti, un maestro che scuote nel sonno i suoi contemporanei, li fa uscire dalla solita routine, distrugge tradizioni e sistemi di fede, sfida l’establishment, smaschera falsi profeti e pretende dalle persone che vogliono stare con lui una totale disponibilità al rischio.

La grandezza del Dalai Lama invece, sta nel trasformare la simpatia che milioni di persone sentono per il Tibet in dinamica spirituale. Forse sta preparando il terreno per una religiosità come quella che ci ha insegnato Osho: libera cioè da tradizioni, credenze e rituali… una religiosità per il ventunesimo secolo.

 

 

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