2 CENTRI DI OSHO IN ITALIA
Tutti i Centri di Osho divisi per regione
Fuori e
dentro
8 IL CUORE
Dei ricordi e dell'amore
I ricordi
sono quelli che ci impediscono di vivere con gratitudine il presente.
12 IL MAESTRO
Déjà vu
Un piccolo
frammento di vite passate.
16 IL MAESTRO
Rimuovi le preoccupazioni
Sono le
preoccupazioni che ti impediscono di ricevere i doni dell'esistenza.
20 IL MAESTRO
Consapevolezza
senza scelte
Qual è il
regalo che puoi fare al tuo Maestro?
22 IL MAESTRO
La tua vera
natura
Vivi nel
momento, per scoprire la tua vera natura, la natura del Buddha.
24 IL MAESTRO
Oltre
l'errore
Jivan Mary racconta come una
risposta a una sua domanda fatta a Osho, le abbia cambiato profondamente la
vita.
27 IL MONDO
Jumping
Cosa si
prova a saltare nel vuoto da una piattaforma alta
28 IL MAESTRO
Dogen un uomo non comune alla
ricerca dello Zen
Swami Prem
Marco ci racconta del Maestro Zen Dogen.
30 IL MAESTRO
Questo e il
momento giusto
Osho
commenta un sutra del Maestro Zen Dogen,
e ci ricorda che l'illuminazione è il nostro stato naturale.
40 IL MAESTRO
Un passo ancora
Quello che
stai cercando da molte vite, non è lontano, è nascosto proprio dentro di te.
42 IL MONDO
Il mio Tibet
Un reportage
fotografico e il racconto del viaggio di una sannyasin.
48 IL MONDO
Una dolce
turbolenza che arriva dall'Himalaya
Considerazioni
sulla visita del Dalai Lama in Germania.
50 TUTTE LE STELLE
Il tuo oroscopo di gennaio.
52
Tutti i libri di Osho in italiano, i video di
Osho, le musiche per la meditazione e il rilassamento.
. . . . . . . . . . . . .
. . . . .
DENTRO E FUORI
Ed ecco a
voi... i Dolphins!
Certo non sono le Spice Girls, ma questo non diminuisce affatto l'entusiasmo del
loro pubblico. Dopo il debutto all'Osho Meditation
Center "I Delfini" (e dove sennò!) di Roma, hanno già inciso un promo e si preparano a una tourné
estiva in vari centri di Osho. Il loro nome intero è "Dolphins
Dream Boyz", se li volete prenotateli in tempo:
la sera del debutto un terzo del pubblico non ha potuto entrare in sala.
Osho entra
nel mercato di massa
In un mercato librario in cui non si sa più che
cosa leggere e quindi cosa pubblicare, Osho si presenta quest'anno
come una delle punte di diamante di diverse case editrici. Paradossalmente, in
una situazione da coltello alla gola per conquistare spazi nelle librerie e
agli occhi dei lettori, Osho si trova previlegiato da
una sinergia trasversale che vede impegnate 16 case editrici, che nel corso
dell'anno faranno uscire 10 libri nuovi e 30 ristampe. Il progetto più grande,
e quello più impegnativo, è della Rizzoli che in
questo mese esce con un package contenente un CD con una nuova meditazione sui
sensi, tratto dalle tecniche illustrate da Osho nel Libro dei Segreti, e il
libro "Tantra: la comprensione suprema", al
prezzo incredibile di 14.900 lire. Prodotto in 25.000 copie, questo "Viaggio verso l'Estasi", sarà
disponibile nelle edicole di tutta Italia. Mondadori, è uscito a gennaio con L'Immortalità dell'anima, 208 pagine – lire
18.000. Si tratta della prima parte dei discorsi raccolti in And Now and here, che uscirà in 3 volumi distinti. Alcune parole
per introdurlo: "Si diventa liberi da ciò che si è conosciuto. E si
trionfa su ciò che abbiamo conosciuto. La paura della morte ha creato la
società, la nazione, la famiglia e gli amici...
La gente crede nell'immortalità dell'anima per
semplice paura della morte; non sa, ma crede. Noi tutti facciamo la stessa
cosa: volgiamo le spalle alla morte e ne scappiamo lontano."
In questo mese un'altra novità editoriale stampata
dalla casa editrice News Services Corporation,
Meditazione Passo dopo Passo, 256
pagine – Lire 26.000 bellissimo libro ricco di spunti pratici da sperimentare e
vivere per scoprire la meditazione, un vero invito a muovere i primi passi
verso il mondo interiore.
A pagina 19 di questo numero viene dedicato più
spazio a questo nuovo libro. Ma le novità non sono ancora esaurite, sempre per
questo mese è prevista l'uscita del: Il
libro dell'alchimia interiore, Edizioni del Cigno, pagine 248 – Lire
20.000. Questa è la seconda parte, la prima parte è uscita l'anno scorso con il
titolo: Il libro della saggezza. In
questa opera viene presentata la seconda parte della pratica, detta
"addestramento mentale in sette punti", una tecnica che aiuta la
trasformazione sia della mente che del cuore.
Le istruzioni che il mistico indiano Atisha diede quasi mille anni fa, acquistano
paradossalmente una squisita attualità, in quanto egli insegna semplicemente a
rispondere alle sollecitazioni della vita radicandosi, più intimamente e più
profondamente, in se stessi.
Per finire sarà presto sul mercato il libro edito
da Mediterranee: Iniziazione alla
Meditazione, pagine 160 – Lire 15.000. "Esiste un'unica realtà: la
materia è la sua forma visibile e lo spirito è la sua forma invisibile."
Queste sono parole di Osho. In questo libro vedrai come ricomporre la
dissociazione tra anima e corpo, come trovare un senso e uno scopo nella
meditazione. Scoprire come si può essere totalmente presenti, eppure
assolutamente assenti. Vuoti di pensieri e totalmente ricolmi di Essere. La via
della meditazione è la via della pienezza. Lasciamo dunque che Osho ci
introduca a questa nuova dimensione... e scopriamo il piacere di esplorarla!
Tutti questi libri li potete ordinare o prenotare
presso Oshoba.
È nato un
nuovo centro
È nato un nuovo centro: Ma Deva Anila, la coordinatrice, ci racconta la sua esperienza.
"L'Osho Archan Meditation
Center è davvero un sogno dell'anima che si è finalmente realizzato. I sogni
dell'anima non sono personali, e per questo ci fa piacere poterlo ora
condividere con tutti voi. Adesso che è finito quasi non ci credo!
E passato un anno e mezzo dal giorno in cui
trovammo la casa e due e mezzo da quando verificammo la comunione dei nostri
cuori. Da allora tutto è accaduto passo dopo passo, senza sforzi e con
leggerezza: le difficoltà ci sono state, certo, ma nulla di straordinario, e la
voglia di stare insieme, divertirci e crescere attraverso una così grande
opportunità è stato il carburante che ha fatto muovere questo progetto. In
tutto questo tempo abbiamo potuto incontrare le nostre paure e i nostri
attaccamenti, ma anche il nostro coraggio e la nostra volontà. L'unione
profonda fra di noi, nell'energia di Osho, ci ha sempre guidati. Per
ristrutturare la casa abbiamo passato i weekends a
lavorare di martello, pennello, sega e così via, facendo noi i lavori piccoli e
divertendoci un sacco. Durante la settimana una schiera di muratori, idraulici,
elettricisti e falegnami eseguiva i lavori grossi insieme a Kamran,
che ha lasciato il lavoro per restare a tempo pieno sul cantiere, e ad Ameed, che di sera faceva il cuoco e di giorno spalleggiava
Kamran. In verità ognuno si è dato da fare:
lavorando, cercando, chiedendo, trovando o inventandosi soluzioni, possibilità
e nuove idee. Un vero laboratorio di creatività che dimostra quanta ricchezza e
abbondanza si creano nel mettere in comune le diverse potenzialità e capacità,
e nel condividere gli stessi intenti, lo stesso entusiasmo e la stessa
dedizione. E stato molto intenso e anche faticoso, ma come dire la gioia nel
vedere la casa prendere forma e trasformarsi ogni giorno, e nel sentire che noi
ci trasformavamo insieme a lei? Quando l'abbiamo comprata era una vecchia
cascina bergamasca e ora è qualcosa di totalmente
nuovo. Si trova in mezzo al verde, un piccolo angolo di paradiso lambito da un
torrente con anche una piccola cascata. Siamo uno spazio aperto per chiunque
voglia celebrare se stesso nella danza, nel silenzio, nella meditazione,
nell'amore e nella gioia."
Per informazioni vedi spazio centri.
Meeting per
tutti i Centri di Osho italiani
Il 18 e il 19 marzo si terrà a Varazze
un meeting per tutti i responsabili dei Centri di Meditazione e per tutti gli Information Center, Comunità e Istituti di Osho in Italia.
Se qualcuno fosse interessato ad aprire un centro di Osho può chiamare la
segreteria del convegno e chiedere di partecipare chiarendone il motivo. Si
tratterà di un incontro per condividere tutto ciò che sta fiorendo e prendendo
forma nel buddhafield italiano. L'incontro avverrà
presso l'Hotel Royal di Varazze
a 200mt dal mare. Ci sarà a disposizione una sala conferenze attrezzata con
impianto musica, voce e video per
L'intenzione principale è di mettere a fuoco
alcuni temi pratici, che coinvolgono un po' tutte le realtà dei centri:
Si parlerà di Osho Tribute
per il 2000, proposte da Pune e dal centro di Miasto – Presentazione del progetto Osho Meditation Resort con la presenza
di Ma Anando da Pune – I
libri di Osho entrano nel mercato di massa, con Swami
Anand Videha di Milano – Swami Nirodh del centro di Varazze presenterà la proposta di un'Associazione Nazionale
"OshoAmici" che si occuperebbe di
assicurare e tutelare legalmente i centri che vogliono avere una situazione
legale che li aiuti in una concreta operatività nel sociale – Verranno passate
tutte le informazioni riguardo il Salivax-test kit –
Verrà illustrato il sito net di Osho da Swami Devadatta – Swami Veetchitta responsabile dell'Oshotour
presenterà varie opportunità e facilitazioni per un viaggio e soggiorno a Pune.
Questi sono alcuni dei principali argomenti che
verranno toccati; eventuali altri temi all'ordine del giorno verranno inseriti
nella presentazione.
È importante, per organizzare meglio l'accoglienza
e il pernottamento nell'Hotel, ricevere le prenotazioni con anticipo. La sera
del giovedì alle ore 21.30 nella sala delle conferenze dell'Hotel, Ma Shanti Yuki terrà un concerto per
pianoforte accompagnato da una proiezione di diapositive dal titolo
"L'intimità del suono".
Sono belli i
ricordi. I ricordi ci fanno compagnia. I ricordi portano nostalgia... per Sarjano i ricordi sono la nostra zavorra.
Sono quelli
che ci impediscono di vivere con gratitudine il presente.
Noi coltiviamo i nostri ricordi. Noi li accarezziamo. Noi
li nutriamo teneramente, quasi fossero le nostre creature. Noi, talvolta, ci
perdiamo in essi, con una consumata tristezza. Ingentiliamo i ricordi più
belli.
Ed esageriamo quelli più brutti. Così da poter
provare rancore, rabbia, e risentimento ancora una volta. Magari dopo vent’anni…
I nostri ricordi ci regalano tante di quelle
sensazioni, da farci rivivere il nostro passato un’infinità di volte. I nostri
ricordi (così dicono) sono parte di noi. Vi è una celebrata poetica, che esalta
l’arte e il languore dei ricordi, “Silvia rimembri ancor quel tempo…” Vi sono
tante poesie sui ricordi. Un numero pari almeno alle poesie sulla speranza. Poi
vi è un’ampia letteratura, sui ricordi. Almeno Proust
ce lo ricordiamo. Perché ci fa ricordare i nostri amori passati. La nostra
infanzia dorata. Era probabilmente uno schifo, questa infanzia. Una specie di
prigione da cui speravamo di scappare quanto prima.
Ma i ricordi rendono tutto dolciastro. Anche
episodi che mai vorremmo rivivere.
Si gestiscono ricordi come si proiettano vecchi
film. E con le nuove tecnologie mentali, è possibile ora il ralenty, la zoomata sul particolare caro, oppure aberrante... È possibile
sopratutto inserire una lente flou,
che fa diventare tutto soffice e ovattato. Come potremmo vivere, senza i nostri
ricordi? E chi saremmo mai, senza i nostri ricordi?
Me lo sto chiedendo da alcuni anni. Da quando mi
sono accorto che i miei ricordi mi stanno abbandonando. Non è che io abbia
fatto qualcosa in proposito, figuriamoci! Non mi sono sottoposto ad alcuna
terapia in materia. Non ho praticato nessuna tecnica di meditazione specifica.
Non ho fatto assolutamente nulla. Forse, ho smesso di nutrirli. Ma non l’ho
fatto apposta, lo giuro! Forse ero troppo preso da quello che stavo facendo.
Forse mi ero perso nell’attimo fuggente. Forse la vita mi è sembrata, per un istante,
troppo bella per non essere vissuta. O per essere sacrificata, sì – anche un
solo istante – ai ricordi. Io ero bravo in questo, una volta. Ero un poeta,
sapete, e avevo una speciale abilità nell’addolcire i ricordi. E nel
ripropormeli ogni volta che la vita era un po’ amara.
Adesso non ci riesco più. E mi dispiace un bel
po’. Sto cominciando perfino a preoccuparmi un tantino. Anche se provo ad
acchiappare un ricordo, lo trovo subito scialbo e noioso, come dire –
inanimato. Privo di corpo, di carne e coscienza. Privo di odore, privo di
sapore. Sì, ci riprovo a pomparne dentro un pochettino,
ma la patacca dopo un po’ s’ammoscia.
È un fenomeno preoccupante, credetemi. Perché i
miei ricordi si sono talmente scocciati di essere trattati così, che hanno
smesso pian piano di visitarmi. Fino a sparire quasi del tutto. Mi hanno
lasciato solo, capite! Così solo che a volte non mi ricordo più chi sono. E
sopratutto chi sono stato. C’era una poesia di Ungaretti,
credo – forse qualcuno la ricorda meglio di me – parlava dei cimiteri e dei
luoghi straziati dal dolore, per finire “è
il mio cuore il paese più straziato.” È vero. I poeti sanno, con una
intuizione, ciò che scienziati, studiosi, o intellettuali scopriranno solo dopo
molti anni.
Era il mio cuore il paese più straziato. Così
tante croci, così tanti ricordi. S’era in compagnia, però! Si stava bene –
c’era sempre qualcuno con cui parlare. Perché noi ci parliamo con i nostri
ricordi non è vero? Adesso che sono passati, possiamo modificarli un pochettino, immaginare come sarebbe andata se invece…
Avremmo potuto dire quella certa parola. O fare quel determinato gesto, a quel
punto della storia… “Se gli avessi detto che non avevo paura, ma era lui che
invece...” Forse tutto sarebbe andato diversamente: oltre a ricordare, noi
smontiamo la sequenza degli avvenimenti, proviamo a cambiare le battute, i
tempi. I sentimenti – “se fossi stato un po’ più deciso quella volta.”
Sembriamo delle iene: in fondo ci nutriamo di cadaveri. Spesso in stato di
avanzata putrefazione.
Così da un po’ di tempo, tutta questa gente, tutti
questi ricordi, tutta questa folla di sensazioni-fantasma, ha smesso di venire
a trovarmi. E la cosa mi spaventa. Perché quando lasci andare i ricordi, se ne
vanno proprio tutti! Non è che se ne vanno solo quelli brutti, quelli orrendi.
E magari si portano dietro quelli tristi, quelli noiosi, quelli imbarazzanti,
quelli pesanti. No. Ti abbandonano tutti. Ma proprio tutti. Anche i più belli.
Anche i più dolci. Anche i più cari. Perfino quelli legati (sembrava
indissolubilmente) alle nostre Grandi Storie d’Amore. Solo pochi anni fa m’ero
regalato ancora una volta l’illusione di avere trovato la mia “soul mate”, come dicono da queste parti. Il che banalmente
starebbe per “l’anima gemella”, la donna della mia vita, oppure, come dicono i
più esoterici, “la mia donna interiore”. Insomma è stato bello: l’incontro, la
magia, la fusione, l’intimità, l’addio… Per causa di forza maggiore. Frase che
sottintende un tornare dal marito, oppure tornare a scuola o in famiglia o
altre “necessità” – quelle sì indissolubili. L’addio lasciò un vuoto e
un’assenza che sembravano incolmabili.
Una tristezza. Uno spossato languore. Un film
triste: Lui ascoltava la musica che aveva accompagnato i loro gesti d’amore, e
piangeva. Un giorno scaraventò il nastro dalla finestra. Lei aveva lasciato la
sua tazza di tè, verde, in casa sua. Lui a volte la prendeva inavvertitamente
in mano, per servirsi del tè. Che veniva, inevitabilmente, servito con delle
lacrime. Silenziose.
Un giorno scaraventò anche la tazza verde, fuori
dalla finestra. In un certo qual modo, fu come aver scaraventato fuori tutti i
ricordi legati a quell’amore lontano. Questo lasciò
spazio ad un’immensa gratitudine. Sì, aveva incontrato la donna dei suoi sogni.
Sì, lei lo aveva amato più di quanto nessuna donna lo avesse mai amato. Sì, lei
aveva accettato in tutto la sua follia (che era tanta), e non lo aveva mai
giudicato. E poi se n’era andata – senza alcuna ragione che lui potesse
riconoscere – dopo un’eternità che era durata appena due mesi.
Privato del ricordo, gli rimaneva soltanto
un’immensa gratitudine per questa eternità. Per questo amore che almeno aveva
conosciuto, una volta nella sua vita. Prima non sapeva che era possibile amare
così tanto. Prima non sapeva come qualcuno potesse amarlo così tanto. Prima non
sapeva quanto amore potesse scaturire da un uomo e da una donna che si
accettano fino a quel punto... Ora lo sapeva. E ne era grato.
La mente, il tempo, l’avidità e tutte le altre
similitudini, gli dicevano in coro che lei era partita troppo presto. E questa canzone veniva ripetuta, fino al dolore, da
tutti i suoi ricordi.
I suoi ricordi (come tutti i ricordi), non
nascevano dalla saggezza. Nascevano dall’avidità. Nascevano
dall’insoddisfazione per il presente. Nascevano come un lamento. Ecco perché
decise di smettere di nutrirli. E ora tutti questi ricordi lo avevano
abbandonato. Non bussavano più alla sua porta, come venditori ambulanti di
pozioni magiche.
Egli cercava (almeno) di invitare i ricordi del
suo Maestro. Certo, i suoi ricordi più cari. Certo, i suoi ricordi più elevati.
Certo, i suoi ricordi più spirituali... Ma essi non venivano. Non ci sono
crumiri, tra i ricordi. Una volta che vanno in sciopero, si può star certi che
la manifestazione sarà compatta – come si diceva al tempo dei ricordi!
Sfogliando con diligenza tra le pagine polverose
della sua memoria, poteva estrarre dei grandi ricordi, con tutti i particolari
annessi. Ma erano, inevitabilmente, privi di emozioni, spenti, come dire – dei
cadaveri. La cosa gli faceva male. Sopratutto quando leggeva tra le pagine dei
ricordi... “Quando era tornato in Italia la prima volta da Pune,
nel settembre del ‘78, Osho come commiato gli disse di non coltivare ideali su
te stesso, ma di accettarsi come era. Completamente. Poi disse – “E la prossima
volta che non ti accetti, mettiti questo, e ti sentirai come un Buddha” – e con entrambe le mani, dicendo questo, gli
donava una delle sue tuniche bianche, l’abito che egli indossava in quei
giorni...” Questo preciso ricordo lo faceva sempre piangere fino alle lacrime.
Un tempo. Nel tempo in cui i ricordi, belli&brutti,
lo visitavano ad ogni ora del giorno e della notte. Al tempo in cui li nutriva
e accarezzava. Ora anche questo era un ricordo di polvere. Ricordi di nebbie.
Come il ricordo di una vita passata.
Guardava, talvolta, la foto che lui stesso aveva
fatto al suo Maestro. Un tempo, tutti i più piccoli ricordi legati a quell’evento, gli sarebbero balzati addosso in un
istante... Osho che gli chiedeva della sua salute... Osho che ammirava la sua
camicia... Osho che faceva notare che lui era più bello con la barba... Osho
che dimostrava – più di mille parole – cos’è un essere ordinario. Questi
ricordi lo straziavano, un tempo. A volte doveva distogliere lo sguardo, da
quella foto. Osho era morto, e lui non lo avrebbe fotografato mai più. Ma
sopratutto non lo avrebbe più visto sorridere. Lui sperava soltanto che Osho
vivesse abbastanza... o quel tanto che bastava affinché tutti i suoi discepoli
potessero avere l’occasione, nella loro vita, di vederlo così – ordinario nella
sua ordinarietà. A lui era capitato molte volte. Si
era sempre sentito fortunato e privilegiato, per questo. E tuttavia i ricordi
degli ultimi anni gli provocavano più tristezza, che gratitudine. Anche in
questo caso, quando i ricordi lo abbandonarono, si aprì lo spazio ad una
immensa gratitudine. I ricordi, forse, avevano portato via il volto del suo
Maestro. Ma avevano lasciato dietro di sé (o forse al posto loro) un oceano di
gratitudine. Senza volto. Senza memoria. Senza eccitazioni. Senza parole. Le ultime,
appena udibili, in lontananza – un attimo prima di svanire del tutto,
ricordavano... “Un giorno la mia mano sarà la tua mano... Ogni volta che due sannyasin si incontreranno, sarà possibile avvertire la
fragranza di Osho. Perché il sapore dell’oceano è lo stesso. Dovunque lo
assaggi...”
…e dell’amore
E questo ci porta inevitabilmente, a ciò che noi
chiamiamo “amore”. Se ne parlava, come sempre, anche alcuni giorni fa. La donna
fu felice di poterne parlare con me. Disse che leggeva tutti i miei articoli, e
che avrebbe sempre voluto conoscermi... (esperienza di solito agghiacciante).
Disse che sarebbe ripartita per l’Italia dopo un’ora. Durante quell’ora mi confessò tra le lacrime quant’era
preoccupata, dispiaciuta, e anche un po’ arrabbiata con se stessa, “PERCHÉ NON
AMAVA PIÙ OSHO COME UNA VOLTA!” – una dichiarazione del tipo – “mi dia due
quintali di sensi di colpa!” Le ho chiesto chi
era che piangeva in questo momento. Da dove venivano le lacrime, se non
dall’amore? Avrei voluto dirle che sarebbe atroce amare qualcuno allo stesso
modo dopo ventanni – e meno male che non lo ama più
come una volta! Avrei voluto dirle molte cose, ma non ce n’era il tempo. L’ho
abbracciata promettendole che le avrei scritto sulle pagine dell’Osho Times. Perché mi ha fatto ricordare, improvvisamente, che
anch’io m’ero fatto lo stesso problema. E dev’essere
un problema che ci facciamo in tanti... Come si diceva poc’anzi,
il nostro amore è spesso un ricordo.
L’amore d’un tempo è andato – così com’era venuto.
In silenzio. Misteriosamente. Come miracolo. Ma c’è il ricordo, di questo
amore. E il ricordo è spesso così struggente, da farsi scambiare per amore!
Sono i ricordi, che ci fregano sempre!
Anch’io, quando mi pascevo di ricordi, notavo con
tristezza e senso di colpa che non amavo più Osho come una volta, ossia come mi
suggerivano i ricordi. I miei ricordi riguardavano un giovane uomo arrabbiato,
di origine italiana, che aveva girato il mondo per tutta la sua vita – gridando
la sua disperazione con le note di un poeta – e cercando cercando
aveva un giorno udito il richiamo.
Quando era approdato ai piedi del Maestro non
sapeva ancora che il nulla potesse
avere una forma. Potesse avere un sorriso. Fu una scoperta e una rivelazione.
Qualcosa esplose dentro il suo cuore, dentro la sua pancia, dentro il suo
essere. Realizzò in un istante che tutta la sua ricerca si era conclusa.
Avvertì, lenito da un fiume di lacrime, che anni e vite di passi l’avevano
finalmente portato a casa. Il suo amore lo rese pazzo... fino al punto di essere
riconoscente all’esistenza tutta. Il suo innamoramento lo rese così folle... da
contare i minuti e le ore che lo separavano da lui. Gli ispirò poesie, canzoni,
un Incanto d’Arancio, decine di
domande e centinaia di lettere appassionate.
Penso che sia stato così per tutti – che l’abbiano
espresso o meno – poi come tutti gli innamorati, anche quello verso il Maestro,
si è dissolto come tutti i fenomeni temporali. Ma è rimasto l’amore. La
gratitudine. Che, quando son veri, scelgono
prevalentemente il silenzio, quale modo di esprimersi.
Così in molti, proprio come questa donna, ci siamo
preoccupati del fatto che non amiamo più
Osho come una volta!
Se lasciamo andare i nostri ricordi, anche in
questa dimensione – cioè la nostra relazione con il Maestro – scopriremo che il
nostro amore non è più lo stesso perché è cresciuto. Perché è sceso in
profondità silenziose, dove nemmeno la canzone e la poesia possono giungere.
Nemmeno l’invocazione e la preghiera.
“All’inizio
mi avete incontrato attraverso le parole. Un giorno mi incontrerete nel
silenzio... E quello sarà il vero incontro. Poiché solo nel silenzio la dualità
scompare, e Maestro e discepolo saranno una sola cosa. Una sola energia...”
Swami Sarjano
un piccolo
frammento di vite passate
Amato Osho,
di tanto in tanto vengo preso da una forte sensazione,
cioè mi sembra che la precisa situazione in cui mi trovo in quel momento, si
sia già verificata. Anche altri mi dicono di aver vissuto questa esperienza e
che il fenomeno è chiamato déjà vu. Mi sono sempre chiesto cosa fosse e quali
connessioni potesse avere con la meditazione. Puoi aiutarmi a capirlo?
Anand Somen,
l’esperienza chiamata déjà vu ha una sua propria realtà, perché questa non è la
prima volta che vivi; hai già visto molte vite e molte morti. E, naturalmente,
in migliaia di vite, è praticamente impossibile non tornare negli stessi
luoghi, non incontrare le stesse facce… vedi un certo albero e senti che l’hai
già visto prima, esattamente lo stesso albero. La sensazione è assolutamente
chiara, non c’è alcun dubbio, non lo stai immaginando: tu hai già visto prima
una certa persona, o ti sei già trovato un’altra volta in quella situazione,
identica nei minimi particolari.
È una sensazione veramente strana, ti fa girare la
testa. Ma dimostra che tutte le religioni nate fuori dall’India sono veramente
incomplete; non possono spiegare l’esperienza del déjà vu, A meno che tu non
abbia l’idea della reincarnazione, non ti è possibile spiegarlo. Arrivi in una
città e, improvvisamente, senti che ci sei già stato prima. Sai che se vai a
destra, arrivi al fiume e, se vai a sinistra, arrivi alla stazione – fai la
prova e scopri che là c’è veramente il fiume o la stazione. Riconosci anche gli
alberi che incontri, riconosci il fiume; come se lo avessi visto in un film, o
forse in un sogno.
Ma non l’hai visto in un film e neppure in un
sogno. L’hai visto in un’altra vita.
Tu sei pieno di ricordi che vengono da vite
passate. Per fortuna l’esistenza ha pietà e continua a chiudere capitolo dopo
capitolo: al momento della morte, i ricordi di quella vita diventano un
capitolo chiuso. Una vita è già abbastanza per farti impazzire. Se si potessero
ricordare molte vite, non si troverebbe un solo uomo che non sia impazzito –
perché, nella vita passata, la donna che ora è tua moglie, era tua madre, o tua
figlia, oppure, la donna di cui sei innamorato era un uomo che ti aveva
assassinato in una vita precedente e ora ti sta intrappolando di nuovo, ma in
modo diverso. E se tu ricordassi tutte le tue vite, le cose si farebbero
veramente complicate.
Mi è successo una volta: passavo per un posto, Katni, e mi portarono una bambina – doveva avere circa nove
anni. Per mesi aveva continuato a dire che ricordava perfettamente la sua vita
passata; si ricordava che nella vita passata era in una certa famiglia di Jabalpur, dove io insegnavo all’università. Non era molto
lontano, dovevano esserci cento miglia al massimo, tra Katni
e Jabalpur, e, per caso, conoscevo la famiglia Pathak. Avevano un’officina e una pompa di benzina, proprio
a quattro isolati da casa mia e io dovevo andarci quasi ogni giorno per far
benzina o per piccole cose come controllare la pressione delle gomme. Così li
conoscevo molto bene. Chiesi ai genitori della bambina se era mai stata a Jabalpur. “No,” mi risposero. “E vorremmo che in qualche
modo lei dimenticasse tutta la faccenda. Disturba i suoi studi, disturba la
nostra vita; lei insiste che vuole andare a trovare la sua vecchia famiglia.
Noi non sappiamo chi siano queste persone, come possiamo imporci a loro e dire:
“Questo è un membro della vostra famiglia!”
Io dissi: “Conosco queste persone e almeno una
cosa è certa; la bambina descrive esattamente sia la loro casa che la loro
professione. Dice che aveva tre fratelli – e lì ci sono tre fratelli. Dice
anche che lei era la sorella maggiore che morì vedova e quello che io so è che
avevano una sorella vedova che morì circa otto, nove anni fa. E vostra figlia
ha nove anni.” Poi chiesi alla bambina: “Mi sai dire i nomi dei tuoi fratelli?”
E lei li disse immediatamente. Allora dissi alla famiglia: “Venite con me;
potete stare a casa mia. Parlerò io ai fratelli Pathak
e li porterò a casa mia con altre dieci, dodici persone. Vedremo se li
riconosce o no.”
Quando lo dissi ai fratelli Pathak,
ne furono interessati ed eccitati al massimo. Anche un po’ impauriti, ma
disponibilissimi a partecipare, comunque, all’esperimento; raccolsero tutti i
loro servi e alcuni amici, e arrivarono così a casa mia almeno in venticinque.
La bambina immediatamente corse a prendere la mano di uno dei fratelli e disse:
“Non ti ricordi di me?” E poi si guardò in giro e abbracciò tutti e tre i
fratelli – “È strano, non mi riconoscete? Sono vostra sorella e poiché rimasi
vedova a soli tredici anni e nostra madre era morta, sono stata quasi una madre
per voi tutti. Vi ho tirati su e voi mi avete dimenticata!”
Chiesi a loro: “E’ vero quello che dice? È
veramente morta vostra madre?
E loro dissero: “Non ci ricordiamo di nostra
madre… ed è vero che siamo stati allevati da nostra sorella. Era quasi una madre
per noi e non si risposò per amor nostro: per potersi prendere cura di noi –
altrimenti chi li avrebbe seguiti quei bambini? Sacrificò tutta la sua vita.”
Tutti e tre si chinarono a toccare i piedi della
bambina e dissero: “Vorremmo portarla a casa con noi.” E questo divenne il
problema: la bambina si trovò in un complesso dilemma. Una parte voleva restare
con la sua vecchia famiglia – l’attaccamento era profondo, veniva da molte,
molte vite – e l’altra parte voleva stare con la nuova famiglia. Ma per quest’ultima l’attaccamento non era così forte, erano solo
nove anni.
Proposi che stesse per sei mesi con una famiglia e
sei con l’altra… ma aggiunsi che tutta la sua crescita ne sarebbe stata
disturbata e, in più, presto si sarebbe sposata, formando così una terza
famiglia; e questo era troppo, l’avrebbe fatta impazzire. Suggerii allora ai
genitori ed ai fratelli Pathak che la cosa migliore
era di sottoporla a qualche seduta di ipnosi, per farle dimenticare la sua vita
precedente.
È assolutamente casuale, succede di rado. Per uno
scherzo della natura, qualche piccola fessura rimane aperta e i ricordi della
vita passata invadono la mente attuale. Dovetti darle nove sessioni, insistendo
sempre sulla stessa cosa: dimenticare tutto del passato.
Dimenticò ogni cosa della vita passata e cominciò
a chiedere al padre e alla madre: “Che facciamo qui? Dovremmo andarcene a
casa.” Ma essi chiesero: “E che ne dici dei fratelli Pathak?”
E lei disse: “Ma chi sono?” L’accompagnai all’officina e alla casa dei fratelli
Pathak, ma lei non dette nessun segno di riconoscere
qualcuno.
Il déjà vu è un piccolo frammento che
viene dal passato e che, in qualche modo, entra nel tuo presente. È una realtà. E questi sono fatti: déjà
vu, ricordi di vite passate confermati moltissime volte, rendono la teoria
della reincarnazione non una teoria religiosa, ma un fatto scientifico. Un
giorno, quando la scienza sarà di vedute un po’ più larghe…
Il problema è che tutto il progresso scientifico
avviene in Occidente, dove è accettato il concetto di una vita sola, così che
tutti si portano dentro il pregiudizio di un’unica vita. Ma il mondo diventa
ogni giorno più piccolo. Prima o poi la scienza dovrà occuparsi del fenomeno,
perché è così essenziale per la crescita umana, per la meditazione, per la
trasformazione della consapevolezza – perché se hai il ricordo delle vite
passate, questo diventa una prova che c’è un futuro anche dopo la morte. Il
ricordo delle vite passate prova anche che, dopo la morte, sarai ancora qui in
forma diversa, con un altro nome.
Inoltre, se diventa un fatto scientificamente
provato – e non ho alcun dubbio che lo diverrà, non appena la scienza comincerà
a muoversi in questa direzione e lascerà perdere l’idea che ci sia una sola
vita, l’idea cioè che hanno i cristiani, o gli ebrei, o i maomettani… Un’idea
stupida, perché, nell’esistenza niente muore; tutto continua, cambia solo
forma. Perché dovrebbe essere diverso per quello che riguarda la vita?
Se le persone si rendono conto di aver
vissuto lo stesso tipo di vita migliaia di volte… e questo è come è stata utilizzata la
teoria della reincarnazione – per creare una grande noia, un’insofferenza,
perché tutte queste cose erano già state fatte prima. E tu non hai imparato
proprio niente, continui di nuovo… per migliaia di anni hai rincorso il potere,
il danaro, e lo stai ancora facendo. Sembra che l’esperienza di ogni vita sia
stata cancellata e tu cominci di nuovo dall’ABC.
Se questo concetto venisse sostenuto dalla
scienza, avresti maggiore difficoltà a ripetere continuamente lo stesso stupido
gioco. Hai giocato abbastanza – è tempo di cambiare, è ora di elevare la tua
consapevolezza; è tempo di andare oltre il circolo vizioso del passaggio da una
vita all’altra, ancora e ancora, come una ruota.
La parola hindi per
indicare il mondo è samsar, che letteralmente vuol
dire “la ruota che gira in continuazione”. Questo è quello che intendevo quando
parlavo di difficoltà di comunicazione. Quelli che hanno dato al mondo il nome
di samsar avevano in mente qualcosa: volevano
ricordarvi di non continuare a girare in tondo meccanicamente come su una
ruota. E quando hanno detto, “rinuncia al samsar”,
non stavano dicendo di rinunciare al mondo, ma di rinunciare a questo continuo
girare in tondo.
Ma non è stato capito, è stato interpretato male e
la gente ha cominciato a rinunciare al mondo e ad andare sulle montagne, nelle
grotte, nei monasteri. E magari anche nelle vite passate erano andati nei
monasteri! È sempre parte del samsar – quei
monasteri, quelle montagne, la piazza del mercato. Sia che vivi con tua moglie
o che rinunci a lei – sono tutte cose che fanno parte della stessa ruota.
Rinunciare alla ruota è un fenomeno completamente
diverso. Vuole dire che tutto quello che avete fatto finora, l’avete fatto
nell’inconsapevolezza. Ora è tempo di essere maturi e di cominciare a fare le
cose con consapevolezza. Agite con gli occhi aperti; avete agito abbastanza
sotto l’influenza dell’inconsapevolezza.
La ruota della reincarnazione è dovuta
all’inconsapevolezza. Non appena diventi consapevole, ti accorgi che non c’è
alcun senso: hai raggiunto il successo molte volte, ma che senso ha avuto?
Viene la morte e cancella tutto. È quasi come costruire castelli di sabbia –
arriva il vento e il castello non c’è più. E tu cominci a fare un altro
castello… e ancora, in continuazione, succederà sempre la stessa cosa.
È di capitale importanza che la scienza non ignori
questo fatto che è l’esperienza di milioni di persone in Oriente. Non è una
superstizione. È uno di quei misteri della vita di cui restiamo ignari. Una
volta che la scienza comincia a scoprire i modi… troverai che il tuo
atteggiamento verso le cose è molto cambiato, anche il tuo principale interesse
cambierà; il tuo interesse si concentrerà sul modo per uscire dalla ruota. La
ruota è la tua schiavitù. Affrancarsi da questa schiavitù è stato l’unico
desiderio dei ricercatori di verità e di libertà.
Una volta che hai realizzato che il tuo essere può
rimanere nell’universo senza corpo, senza forma – può essere senza forma eppure
essere là, permeando tutta l’esistenza – allora tutti i tuoi sforzi saranno
concentrati su come fare per ottenere questa grande libertà. In Oriente abbiamo
chiamato l’esperienza finale di queste persone, moksha,
che vuol dire libertà assoluta. Libertà dal corpo, libertà dalla mente, libertà da ogni tipo di
catene che ti avviluppano, libertà dalla forma – soltanto pura consapevolezza. E che tuttavia mantiene
una sua individualità, un centro invisibile che sa, “Io sono”. Cioè, “Per la
prima volta io sono nella mia vera essenza”.
Anand Somen,
il déjà vu è un esperienza autentica, ma è soltanto un frammento di un fenomeno
di gran lunga più vasto – la reincarnazione.
Il piccolo Hymie fu
portato da sua madre a una seduta spiritica. La medium gli chiese con chi
voleva parlare. “Con mio nonno,” disse il piccolo Hymie.
La medium cadde immediatamente in trance e subito si sentì nella stanza
oscurata una voce spettrale: “Ciao, Hymie, sono il
nonno. Che cosa mi vuoi chiedere?”
“Che ci fai in cielo?” – chiese il piccolo Hymie – “Non sei neppure morto!”
Il povero bambino stava chiedendo una verità –
“Qui tutti pensano che sei morto, e tu non sei morto ancora. Cosa stai
facendo?” Ma nessuno muore mai. La morte è il più grande falso che l’uomo abbia
mai creato. La morte non esiste, è solo apparenza.
Paddy, dopo aver ignorato un
semaforo rosso ed essersi schiantato contro un’auto, si precipita verso l’altra
vettura, e scopre che il conducente è un prete. “Buon Dio, amico,” dice il
prete, molto scosso, “mi hai quasi ammazzato!”
“Mi dispiace veramente,” dice Paddy,
prendendo una bottiglia dalla tasca e offrendola al prete: “Bevi un sorso di
questo whisky per calmarti i nervi.”
Il prete accetta volentieri e butta giù un po’ di
whisky, ma poi ricomincia a gridare, “Ma cosa credevi di fare? Sono fortunato a
essere ancora vivo!”
“Oh, Padre, mi dispiace,” dice Paddy,
“ma vi sentirete molto meglio se ne berrete ancora un po’” e gli offre di nuovo
la bottiglia.
Il prete butta giù un paio di altri generosi sorsi
di whisky e poi gli chiede, “Perché non ne bevi un po’ anche tu?”
“Grazie Padre, ma io non bevo,” risponde Paddy “mi siedo solo qui ad aspettare che arrivi la
polizia.”
Questa è la differenza fra un uomo consapevole ed
uno inconsapevole. Ora lui si trova in una buona posizione: la polizia prenderà
il prete, perché guidava in stato di ubriachezza!
Tu puoi esistere come un essere inconscio – e così
hai fatto fin dall’inizio – oppure come un essere conscio. Come essere conscio
tutte le tue azioni sicuramente cambieranno. La tua vita avrà un aroma diverso.
Le tue azioni saranno indirizzate ad altre mete. E, mettendo tutte queste cose
insieme, tu avrai una sola preoccupazione: come fare a liberarti delle azioni
inconsce, delle prigioni inconsce; come essere pienamente consapevole e
svincolarti da tutte le catene.
La meditazione allora non sarà nient’altro che una
metodologia che prepara il terreno per farti spiccare il salto
dall’inconsapevolezza alla consapevolezza. E questo è il più grande balzo
quantico.
Buddha non è morto; e neppure
Gesù, o Zarathustra, o Lao Tzu,
o Nanak. Chiunque abbia vissuto nella piena
consapevolezza, continua a vivere senza forma. Poiché non c’è forma, non c’è
malattia; poiché non c’è forma, non c’è la morte; poiché non c’è forma, non c’è
vecchiaia. Una consapevolezza senza forma è sempre fresca, giovane, libera, e
ha l’intero universo a disposizione. Il suo impero è grande.
Una volta chiesero a Gautama
il Buddha: “Tu continui a ripetere che se diventiamo
assolutamente consci non rinasceremo di nuovo nel corpo e il nostro impero sarà
l’intera esistenza. Ma cosa ci dici di tutte quelle persone che si illuminano,
che sono già illuminate? Come posso io essere l’unico padrone di tutto
l’impero?”. La domanda sembra essere logica, ma non è esistenziale. E Gautama il Buddha rise – Buddha ha riso molto raramente, non più di tre o quattro
volte in tutta la sua vita. E poi disse: “Posso capire la logica della tua
domanda, ma ti dirò una cosa… non voglio contraddirti, voglio solo darti un
esempio. In una casa buia puoi accendere una candela e tutta la casa sarà piena
di luce. Puoi accendere un’altra candela – credi che fra le luci delle due
candele ci sarà conflitto? Anche la seconda candela riempirà della sua luce
tutta la casa. Puoi accendere una terza candela; puoi continuare ad accendere
quante candele vuoi. Esse rimarranno fiamme individuali, ma per quello che
riguarda la luce che irradiano, saranno in possesso di tutta la stanza. Non ci
sarà divisione. Non è che questo è il mio territorio e quello il tuo. E la luce
non è una cosa, così migliaia di candele possono riempire con la loro luce
tutta la casa, senza nessun conflitto.”
Aveva ragione. Non c’era un modo per controbattere
alla logica di quella domanda, ma il suo esempio era perfetto. La situazione è
esattamente quella.
Una volta che ti sei liberato della forma, ti
espanderai in tutto l’universo. Milioni di altri illuminati stanno riempiendo
l’intero universo della loro luce, della loro consapevolezza; ognuno ha al suo
centro la propria fiamma individuale, ma il suo splendore non ha confini.
Le luci non entrano in conflitto, non sono cose.
Lo stesso spazio può essere occupato da molte luci, senza lotte, senza
discussioni. E la consapevolezza è una luce.
Tratto da: The New Dawn #10
Copyright © 1989
Sono le
preoccupazioni che impediscono ai più grandi doni dell’esistenza di
raggiungerti. Una mente preoccupata continua a proiettare la sua preoccupazione
su qualsiasi cosa.
Non puoi aprirti forzatamente. Ma puoi osservare
con attenzione e vedere perché a volte sei pronto e aperto, e a volte sei
chiuso. Così quando ti accorgi di una qualsiasi cosa che ti fa chiudere, puoi
eliminarla.
È una cosa che i più grandi medici del mondo
conoscono: le loro medicine non sono in grado di ridarti la salute. La capacità
di guarire è dentro di te. Tutto quello che loro possono fare è rimuovere gli
ostacoli, così che la forza guaritrice inizi a fluire. Non è in tuo potere far
scorrere questa capacità di guarire, ma certamente puoi spianarle la strada –
sgombrare il sentiero, togliere i sassi.
E poi aspetta, e aspetta con fiducia, perché è
successo anche senza far prima tutto quel lavoro di rimozione.
Per cui non c’è ragione che non accada ancora.
L’unica cosa che può essere d’ostacolo – non sono molte le cose che dovrai
rimuovere – l’unica cosa è una mente preoccupata. Se sei troppo preoccupato –
non importa per cosa – non puoi essere aperto. Se non sei preoccupato, allora non
c’è niente che ti impedisce di aprirti. Ma quasi tutti sono preoccupati, anche
solo per delle banalità.
Se osservi attentamente queste preoccupazioni, ti metterai a ridere di te
stesso, di che razza di sciocchezze si agitano dentro di te e creano tremendi
ostacoli. E così ti basta guardare quali sono le tue preoccupazioni e lasciarle
perdere.
Non fare direttamente degli sforzi per ottenere
qualcosa, perché le cose importanti non ti arrivano in questo modo. Queste
arrivano sempre quando è assente la parte di te che vuole agire, e anche la
mente che si preoccupa è un’azione volontaria. È possibile svuotare la mente.
Tu l’hai riempita, puoi anche svuotarla. Ma ciò che è al di là di te stesso,
ciò che è di gran lunga più grande – questo non lo puoi controllare. Puoi solo
permettere a te stesso di esserne sopraffatto, di esserne inondato. Ma una cosa
di sicuro puoi farla, eliminare le preoccupazioni.
Cosa sono le nostre preoccupazioni? Cosa è che
continuiamo a pensare e perché non la smettiamo di alimentare così tanto i
nostri pensieri? Che cosa ha prodotto tutto questo nella lunga vita che hai
vissuto fino a oggi? Non è che una semplice perdita di tempo?
E tutte le preoccupazioni rimangono piazzate lì,
quasi come
Tutte le religioni, tutte le filosofie, tutte le
culture, tutte le civilizzazioni ti hanno aiutato a rimanere preoccupato in
continuazione. Vi hanno trasformati tutti in sordi; non vogliono che siate
persone che capiscono. Hanno paura della vostra comprensione, perché, alla luce
della vostra intelligenza, tutte le loro invenzioni scomparirebbero e loro
vivono come parassiti su quelle fantasie. Quello che vogliono è che quelle
finzioni rimangano nella vostra mente come delle realtà.
Per esempio, tutte le religioni hanno insistito
nel reprimere il sesso. Nel momento in cui reprimi un istinto naturale, quello
diventa la tua preoccupazione. L’energia repressa continua a girare nella tua
mente. Il sesso diventa cerebrale; ti metti a pensare al sesso.
Un vecchio era andato dal dottore. Si sentiva
molto debole e sembrava quasi che la vita stesse per lasciarlo. Il dottore
disse: “Non posso fare molto per te, posso solo darti un consiglio: dimezza la
tua attività sessuale.”
Il vecchio disse: “Va bene, e quale metà elimino…
pensarci o parlarne?”
Il sesso reale era scomparso molto tempo prima;
ora si trattava solo di pensarci e parlarne.
Tutte le religioni hanno fatto sì che la tua
energia sessuale si trasformasse in pensieri e parole – e così è diventata la
tua preoccupazione. Ti sto dando solo un esempio – uno dei più importanti. E ce
ne sono molti. Qualsiasi cosa che sia stata proibita, inibita, qualsiasi cosa
che sia stata condannata, assume un’attrazione incredibile e quella attrazione
diventa una preoccupazione. Potresti fare qualcosa, ma invece ti preoccupi.
Ho visto gente nei templi – perché nei templi si
devono lasciare le scarpe fuori – con le mani giunte verso la statua del dio,
ma che guardavano la porta dove avevano lasciato le scarpe. Credono di pregare
dio, ma tutti possono accorgersi che stanno pregando le scarpe. La loro mente è
preoccupata che qualcuno possa prendersi le loro scarpe. I maomettani hanno
trovato un modo per evitare questo inconveniente: si portano dietro le scarpe
nella moschea. Hanno inventato una tradizione – mettono le scarpe suola contro
suola e poi si siedono sopra, così eliminano la paura che qualcuno possa…
altrimenti il pensiero delle scarpe occupa così tanto la mente, che è quasi un
insulto a dio.
Devi osservare quali sono le preoccupazioni che ti
ostacolano. Rimuovere quella barriera non è difficile; il solo osservare la sua
futilità è sufficiente a farla scomparire.
Sidney va dallo psichiatra. “Bene, Sidney,” dice
lo psichiatra, “cos’è questo?” E gli mostra un triangolo.
“È un buco della serratura,” dice Sidney, “e
chissà che sta succedendo dietro!”
Allora lo psichiatra gli mostra un rettangolo e
chiede: “E questo che cos’è?”
“La finestra di un motel,” risponde Sidney, “e
indovina cosa sta succedendo là dentro!”
Lo psichiatra gli mostra un cerchio e gli chiede.
“E cos’è questo?”
“Un oblò,” replica Sidney, “oddio ragazzi, che
cosa sta succedendo là dentro!”
“Bene,” dice lo psichiatra, “certamente hai una
fissazione sessuale.”
“Io ho un problema sessuale?” Esclama Sidney, “E
allora tu… che mi mostri tutte quelle foto pornografiche?”
Una mente preoccupata continua a proiettare la sua
preoccupazione su qualsiasi cosa.
Quando capisci che c’è qualcosa che sta per
succedere, tutto ciò che puoi fare è in termini negativi. Cioè, semplicemente,
rimuovi gli ostacoli, gli impedimenti che non permettono alla cosa di accadere,
che le impediscono di raggiungerti spontaneamente, che non lasciano il tuo
cuore libero di aprirsi. E ricordati che non c’è nessuna tecnica capace di far
accadere quel qualcosa.
La cosa che accade è al di là di te stesso –
arriva come una brezza. Tutto quello che puoi fare è mantenere porte e finestre
aperte – è questo l’agire in termini negativi. Aprire le finestre non vuol dire
che la brezza arriva proprio immediatamente. La brezza non sta aspettando
vicino alla finestra, così che tu apri e lei entra… ma una finestra aperta è un
invito.
Una finestra aperta dice alla brezza: “Sono
pronto: se vieni sarai la benvenuta, non sarai respinta. Sono disponibile.”
Perciò, fai solo questa parte negativa e aspetta. Piano piano
la trasformazione va così in profondità che per la mente diventa impossibile
preoccuparsi.
Quando ti riesce di procurarti dei diamanti, perdi
naturalmente ogni interesse per i sassi. Quando puoi avere rose fresche in
qualsiasi momento, le rose di plastica non ti interessano più.
Non c’è bisogno di fare niente: è semplicemente la
maniera in cui vanno le cose. Basta entrare in contatto con qualcosa di
superiore, e ciò che è inferiore scompare da sé. E per entrare in contatto con
l’eccelso, basta solo aprirgli una strada attraverso la quale possa
raggiungerti.
L’esistenza sta cercando di raggiungerti da ogni
parte, ma tu sei chiuso. Non c’è una sola finestra aperta, e neanche una porta.
Dalla paura hai chiuso anche le fessure più piccole, tanto per essere sicuro
del tutto. Ma questa non è sicurezza, è un suicidio.
Apri tutte le porte, apri tutte le finestre.
Lascia entrare il sole, lascia entrare il vento, lascia entrare la pioggia.
Lascia che l’esistenza entri nel tuo essere e ti porti una vita fresca, nuova
in ogni momento. Puoi provare una tale gioia, un’estasi così immensa, e questo
senza torturarti per diventare un santo, senza scomodarti per assumere tutte
quelle posizioni yoga, che non sono altro che contorsioni del corpo. Puoi
rimanere a tuo agio, restare comodo.
Non c’è bisogno di digiunare, non c’è bisogno di
distendersi su un letto di spine, non c’è bisogno di rinunciare al mondo –
queste sono tutte stupidaggini. Se vuoi diventare santo, allora sì che sono
necessarie – l’idiozia è il fondamento di quello che tu chiami santità. Ma se
vuoi essere un uomo di profonda comprensione, allora non avrai bisogno di
nessuna di tutte queste cose. Tutto quello che ti serve è rimuovere gli
ostacoli.
Sono capaci tutti di farlo, ma hanno preso tutti
l’abitudine di essere preoccupati, perché la massa è preoccupata. E,
sfortunatamente, tu sei stato cresciuto da questo tipo di gente. Il problema di
base è proprio il fatto che sei stato tirato su da gente sbagliata, e pare non
ci sia alternativa. […]
L’età in cui il sesso matura è verso i quattordici
anni. E con la maturità sessuale, la biologia ferma l’evoluzione. Così quei
quattordici anni sono i più importanti per l’apprendimento. Qualsiasi cosa
possiate imparare, lo farete in quei quattordici anni. È possibile che un uomo
di ottant’anni conosca molte più cose, ma sarà solo
una questione di quantità, la qualità sarà sempre quella di quando era
quattordicenne.
È là che la biologia ha fermato l’evoluzione – a
meno che uno non si occupi personalmente della propria evoluzione. E, secondo
me, è proprio questo l’impegno della religione: dove finisce la biologia,
comincia la religione.
Dopo la seconda guerra mondiale, milioni di
soldati in tutto il mondo furono sottoposti a test psicologici per indagare la
loro età mentale, e il risultato piuttosto sorprendente fu che erano tutti al
di sotto dei quattordici anni, per quanto riguarda l’età mentale appunto.
Qualcuno di loro aveva trent’anni,
qualcuno trentacinque, qualcuno quaranta o cinquanta – non faceva nessuna
differenza, la loro età mentale era di quattordici anni.
Nei primi quattordici anni di vita la natura ti
porta fino a un certo punto, oltre il quale il lavoro della natura finisce. Se
ti assumi tu il compito di continuare quel lavoro, allora la tua età mentale
può cominciare a crescere; altrimenti solo il tuo corpo cresce e diventa
vecchio, mentre la mente rimane ritardata.
Sfortunatamente per ora non c’è alcuna possibilità
di crescere i bambini in modo che fin dall’inizio la meditazione diventi una
loro parte intrinseca, che il silenzio diventi la loro normale esperienza e che
l’aprirsi all’esistenza sia per loro semplicemente naturale. È così che
concepisco un nuovo uomo – uno che sia allevato, fin dai primissimi momenti
della sua vita, per essere in comunione con la natura e con l’esistenza. Non
sarà per nulla inibito, non sarà represso in niente, perché tutte le inibizioni
e le repressioni creano preoccupazione – e questa è la cosa più pericolosa per
la meditazione.
Nel momento in cui cominci a sederti e prepararti
per la meditazione, improvvisamente, con tuo stupore, una miriade di pensieri
ti attaccano da tutte le parti. Tutta la tua mente diventa come un vortice. Di
solito non è così agitata, è più silenziosa. Ma non appena hai intenzione di
meditare, la mente la considera subito come una sfida, perché la meditazione è
come la morte per la mente. Allora la mente ti disturba in tutti i modi per evitare la
meditazione. Ma noi siamo abbastanza intelligenti, sebbene la nostra educazione
sia stata sbagliata, da rimuovere gli ostacoli. Non reprimere nessun istinto
naturale.
Non andare contro la natura. Qualsiasi cosa ti
piaccia fare, falla, anche se tutto il mondo è contrario. Sii qualsiasi cosa ti
piaccia essere, senza pensare alle conseguenze, e così non sarai preoccupato –
avrai estirpato proprio le radici della preoccupazione. […]
La gente continua a seguire i consigli degli
altri. Vivi seguendo solo la tua luce, in questo modo, qualsiasi cosa avvenga,
troverai pace, appagamento, soddisfazione. Forse non avrai gran successo nel
mondo, forse non sarai molto famoso, ma sarai te stesso.
E una persona che è se stessa, è spontaneamente
meditativa, autenticamente silenziosa; non ha preoccupazioni, perché non ha
tralasciato di fare niente di quello che voleva fare; non ha mai lasciato
incompiuto niente di quello che voleva fare; non ha mai represso un desiderio,
un istinto, un qualsiasi bisogno naturale. Non ha niente di cui preoccuparsi.
Così, elimina tutte le tue preoccupazioni – questo
è il lavoro negativo – e dopo, la meditazione, il silenzio, l’apertura saranno
i premi che ti arriveranno da soli.
Tratto da:
The New Dawn # 8
Copyright © Osho International
Foundation 1989
Meditazione
passo dopo
passo
New Service Corporation
Pagine 256 Lire 26.000
SEMPLICE, naturale, spontaneo...
ma al tempo stesso profondo e concreto. Reale e immediato, impegnativo, ma non
serio. Esigente, eppure senza pretese. Questo e altro ancora, è l’invito di
Osho a introdurre la meditazione nella propria vita. In queste pagine, questo
invito è presentato nei minimi dettagli, partendo dai primi passi: nulla è
tralasciato in questa introduzione alla meditazione fatta da Osho stesso a uno
dei primi Campi di Meditazione da lui guidati agli inizi degli anni sessanta.
COME INIZIA: “Anime mie dilette, prima
di tutto vorrei darvi il benvenuto, poiché avete il vivo desiderio del divino,
poiché desiderate trascendere la vita quotidiana a favore di una vita di
ricerca del Vero e poiché, nonostante i vostri desideri terreni, avete sete di
verità. Vorrei dire che non è importante giungere alla verità. Ciò che è importante
è averne il desiderio, fare ogni sforzo per sperimentarla, lavorare sodo per
questo, averne l’anelito, essere determinati e fare il possibile per conseguire
questo obbiettivo.”
IL PRIMO
PASSO: “È
necessario che ognuno di voi guardi dentro di sé, per vedere se ha un’autentica
aspirazione al divino. Ognuno di voi dovrebbe chiedersi: Aspiro alla Verità?
Lasciate che sia molto chiaro se la vostra sete del divino è autentica, se
bramate la verità, il silenzio, la felicità. Se non è così, rendetevi conto che
qualsiasi cosa facciate qui non avrà alcun significato; sarà del tutto inutile,
senza scopo. Quindi per iniziare, è necessario che cerchiate dentro di voi un
autentico ricercatore del vero. E siate chiari: ricercate davvero qualcosa? Se
è così, allora esiste un modo per trovarlo.”
PURIFICARE
IL CORPO:
“Le fondamenta della meditazione riguardano solo la vostra periferia, e la
periferia della vostra personalità è il vostro corpo; perciò la periferia della
meditazione riguarda solo il vostro corpo. Pertanto i primi passi verso la
meditazione iniziano dal corpo. Il corpo è solo uno strumento, sia nel mondo
materiale sia in quello spirituale. Pertanto in meditazione è necessario
iniziare con l’attenzione al corpo, perché non potete procedere senza prima mettere
in ordine questo strumento.”
Purificare
PURIFICARE
LE EMOZIONI:
“Abbiamo parlato di due fasi legate al viaggio spirituale: la purezza del corpo
e la purezza della mente. La purezza delle emozioni è la qualità più
importante. Nel viaggio spirituale e nella meditazione, la purezza delle
emozioni è più utile di quella del corpo e della mente, in quanto l’uomo non
vive in base ai propri pensieri, bensì secondo le proprie emozioni.”
IL CUORE
DELLA MEDITAZIONE. “Il
fondamento alla base della meditazione è purificare il corpo, la mente, le
emozioni e sperimentarne la loro vera natura. Se anche accade solo questo, la
vostra vita diventerà felice.”
NON
RIMANDATE A DOMANI….
“Questa è una delle chiavi della vita: fermatevi e rinviate quando state per
fare qualcosa di cattivo, ma non fermatevi e non rinviate quando state per fare
qualcosa di buono. Pertanto non rimandate a domani.”
COME FINISCE. “Io non vi chiedo di scappare
da qualsiasi luogo in cui siate. Vi chiedo solo di cambiare ciò che siete.
Diventate consapevoli dello stato della vostra mente e iniziate a provare a
cambiarlo. Quindi fate un passo. E poi un altro passo. Dovete sempre fare solo
un passo. Pertanto io vi invito a fare quel singolo passo.”
L’illuminazione
è l’unico modo di ricambiare tutto l’amore che ti è stato dato dal maestro,
l’unico regalo che puoi fargli.
Amato
Osho,
se
io penso alla mia morte o alla tua, credo che ci sarebbe una sola cosa che non
potrei perdonarmi mai: l’averti perso. Una volta pensavo: se la vita ha uno
scopo, questo sei tu – e se c’è un destino, tu sei il mio destino. Ora vedo le
cose in modo un po’ diverso, il più bel dono che la mia vita possa farti, non è
adorarti o aiutare il tuo lavoro su questa terra. Non è neppure amarti. Nella
tua compassione, per come la capisco io, il più bel regalo che la mia vita
possa fare a te è la mia illuminazione.
Per
favore, Osho, dammi una tecnica per preparare la mia meditazione.
Raso, la tua comprensione è cresciuta in maniera perfetta e
nella direzione giusta. L’unica cosa a cui puoi pensare è l’illuminazione. Sì,
questo è il solo regalo che puoi farmi: la tua illuminazione. Qualsiasi altra
cosa sarebbe una banalità. Quindi la tua conclusione ha la mia più assoluta e
categorica approvazione.
Una volta che ti sei impegnata, che hai deciso con
tutto il cuore che l’illuminazione è l’unico scopo per cui siamo al mondo, per
cui siamo vivi, allora comincia a nascere in te un’unica acuta consapevolezza –
proprio come una freccia che si muove verso il suo bersaglio.
Tu mi chiedi la giusta meditazione. Meditazione è
una bellissima parola, dietro la quale si nasconde una realtà molto pericolosa.
Il pericolo consiste nel fatto che se vuoi essere profondamente in meditazione,
devi passare attraverso una specie di morte – la morte delle vecchie cose, la
morte di tutto quello che eri prima, una discontinuità col passato – e una
rinascita.
Il luogo dove la meditazione discenderà è quello
occupato dalla tua mente e dal tuo passato. Così che il primo e più importante
lavoro da fare è ripulire il tuo essere interiore da tutti i pensieri. Non si
tratta di scegliere i pensieri buoni da tenere e quelli cattivi da buttare. Per
un meditatore tutti i pensieri sono spazzatura; non è questione di buoni o
cattivi. Tutti occupano in egual modo lo spazio
dentro di te, e, a causa di questo ingombro, il tuo spazio interiore non può
riempirsi completamente di silenzio. Così i pensieri buoni sono altrettanto
cattivi di quelli cattivi; non discriminare. Butta pure il bambino insieme
all’acqua sporca!
La meditazione ha bisogno di quiete assoluta, un
silenzio così profondo che niente si agita dentro di te. Una volta che hai
capito esattamente cosa vuol dire meditazione, raggiungerla non è difficile. È
un nostro diritto dalla nascita; siamo perfettamente in grado di arrivarci. Ma
non puoi avere entrambe: la mente e la meditazione. La mente è un disturbo. La
mente non è altro che ordinaria follia.
Devi andare oltre la mente, in uno spazio dove non
è mai entrato nessun pensiero, dove l’immaginazione non funziona, dove non
nascono sogni, dove tu esisti e basta – e non sei nessuno.
È una comprensione piuttosto che una disciplina.
Non devi fare molto; al contrario, non devi fare niente, tranne capire
chiaramente che cosa è la meditazione. Proprio questa comprensione fermerà il
funzionamento della mente. Questa comprensione è quasi simile a un padrone,
davanti al quale i servi smettono di litigare fra di loro, o anche solo di
parlare fra loro. Il padrone entra all’improvviso nella casa, e c’è silenzio:
tutti i servi cominciano a darsi da fare – o almeno ad apparire indaffarati;
solo un attimo prima stavano tutti litigando, battagliando e discutendo, e nessuno
stava lavorando.
Capire quello che è la meditazione significa
invitare il padrone a entrare. La mente è un servo. Nel momento in cui il
padrone entra, con tutto il suo silenzio, con tutta la sua gioia,
improvvisamente la mente sprofonda in un silenzio assoluto.
Una volta che hai raggiunto uno spazio meditativo,
l’illuminazione è solo questione di tempo. Non puoi forzarla. Deve solo
diventare un’attesa, un’attesa intensa, un grande anelito – quasi come una
sete, una fame, non c’è parola… È come l’esperienza di quelli che si sono persi
nel deserto. All’inizio sete è solo una parola nella loro mente: “Sono assetato
e sto cercando acqua.” Ma poi, col passar del tempo: non c’è nessuna oasi in
vista – e per quanto si guardi, non si vede alcuna possibilità di trovare acqua
– allora la sete comincia a diffondersi in tutto il corpo. Dalla mente, da una
semplice parola, sete, questa comincia a propagarsi in ogni cellula, in ogni
fibra. Ormai non è più una parola, è una vera e propria esperienza. Ogni tua
cellula ha sete – e ci sono sette milioni di cellule nel corpo umano. Quelle
cellule non conoscono le parole, non conoscono il linguaggio, ma sanno di aver
bisogno di acqua; altrimenti finirà la vita.
Nella meditazione, questo struggente desiderio
diventa proprio sete di illuminazione, e paziente attesa, perché tu sei così
piccolo di fronte a un fenomeno così immenso. Le tue mani non possono
raggiungerla; non è alla tua portata. Verrà e ne sarai sopraffatto, ma non puoi
fare nulla per farla venire da te. Sei troppo piccolo, le tue energie sono
troppo deboli. Ma quando sarai veramente in attesa, con pazienza, con
desiderio, con passione, allora arriverà. Al momento giusto, arriva. È sempre
arrivata.
Mi chiedi quale meditazione ti sarà d’aiuto. Raso,
tutte le meditazioni, sono disponibili centinaia di tecniche, ma l’essenza di
tutte quelle tecniche è la stessa, cambiano solo le forme. E questa essenza è
contenuta nella Vipassana.
Raso, direi che la tecnica per te è
Il primo è: consapevolezza delle tue azioni, del
tuo corpo, della tua mente, del tuo cuore. Cammini e dovresti farlo
consapevolmente. Muovi una mano e lo fai con consapevolezza, sapendo
perfettamente che stai muovendo la mano. La puoi muovere senza accorgertene,
come una cosa meccanica. Stai facendo una passeggiata di mattina; puoi andare
avanti a camminare, senza neppure accorgerti dei tuoi piedi. Sii consapevole
dei movimenti del tuo corpo.
Mentre mangi, presta attenzione ai movimenti che
sono necessari per mangiare. Quando ti fai la doccia, accorgiti della
freschezza che provi, dall’acqua che scorre su di te, dell’enorme gioia che
questo ti dà… basta che tu ne sia consapevole. Non dovrebbe continuare ad accadere
in uno stato di inconsapevolezza. E lo stesso con la mente: qualsiasi pensiero
passi sullo schermo della tua mente, osservalo e basta. Qualsiasi emozione
passi sullo schermo del tuo cuore, rimani un semplice testimone – non lasciarti
coinvolgere, non identificarti, non valutare quello che è bene e quello che è
male; quello non è parte della tua meditazione. La tua meditazione deve essere
consapevolezza senza scelte.
Un giorno riuscirai anche ad accorgerti di umori
molto sottili: per esempio, come la tristezza si insedia dentro di te, proprio
come fa la notte che a poco a poco si avvolge intorno al mondo, e come
all’improvviso una piccola cosa ti rende gioioso.
Osserva soltanto. Non pensare: “Sono triste.”
Sappi semplicemente che c’è tristezza intorno a te, che c’è gioia intorno a te.
Che ti stai confrontando con certe emozioni, con certi stati d’animo. Ma tu ne
sei sempre molto lontano: un osservatore sulla collina, mentre tutto il resto
succede nella valle. Questo è uno dei modi in cui si può fare
Quando sarai entrata nella tua meditazione e la
mente si sarà fatta silente, l’ego scomparirà. Tu sarai là, ma non ci sarà
alcun “Io”. Le porte saranno aperte. Devi solo aspettare in un anelito pieno
d’amore, con nel cuore un grande benvenuto a quel momento, il momento più
grande nella vita di chiunque – l’illuminazione.
E arriva… arriva sicuramente. Non ha mai tardato
di un solo minuto. Non appena tu sei nella sintonia giusta, improvvisamente ti
esplode dentro, trasformandoti. Il vecchio uomo è morto ed è arrivato l’uomo
nuovo.
Grande Capo Toro Seduto è stato costipato per
molte lune, così manda la sua squaw preferita a chiedere aiuto allo stregone.
Lo stregone dà alla squaw tre pillole, le dice di darle al capo e di tornare la
mattina dopo a dirgli com’è andata. Il giorno dopo la squaw torna col
messaggio: “Grande Capo niente cacca.” Allora lo stregone le dice di
raddoppiare la dose.
La mattina dopo, ritorna con lo stesso messaggio:
“Grande Capo niente cacca.” E di nuovo lo stregone le dice di raddoppiare la
dose. Ma di nuovo lei torna con lo stesso messaggio. E così per una settimana,
finché lo stregone dice alla squaw di dare a Toro Seduto tutta la scatola. La
mattina dopo lei torna, tutta triste. “Cosa c’è, bambina mia?”– chiede lo
stregone. La piccola squaw lo guarda con le lacrime agli occhi e dice:”Grande
Cacca, niente capo!”
Un giorno succederà a te, e quello sarà un grande
momento. Quello che io chiamo il momento giusto.
tratto da:
The New Dawn #16
Copyright © Osho International
Foundation 1989
Non prendere
in considerazione il passato, non curarti del futuro, vivi totalmente,
intensamente nel momento. Questa è la tua vera natura, la natura del buddha.
Amato
Osho,
ti
ho sentito dire che siamo tutti illuminati e che l’abbiamo semplicemente
dimenticato, tutti quanti. L’abbiamo dimenticato in un momento preciso? Se è
così, perché ?
Sì Prembodhi, l’abbiamo dimenticato in un momento preciso, e
ti dirò il perché.
Cerca di ricordare il passato – quanto puoi
tornare indietro nel tempo? Quando avevi quattro anni o al massimo quando ne
avevi tre. Oltre quel limite c’è il buio assoluto – nessuna memoria, nessun
ricordo.
Una cosa è certa, in quei tre anni devono essere
accadute molte cose. Devi avere pianto, devi essere stato amato, devi essere
stato lasciato solo, devi avere avuto paura del buio nella notte – devi aver
avuto mille e una esperienza. Puoi essere caduto, puoi esserti fatto male, puoi
essere stato ammalato seriamente… ma non riesci a ricordarti nulla. È come se
in quei tre anni la tua memoria non abbia registrato niente.
Quello è il momento esatto in cui hai dimenticato
la tua vera natura. Diciamolo in un altro modo: il
momento preciso in cui hai dimenticato la tua illuminazione e il suo
linguaggio, è lo stesso in cui hai cominciato a ricordare il mondo e le sue
mille cose.
Quando hai cominciato a ricordare gli altri, hai dimenticato te stesso. Ora, se
hai cinquant’anni, per quarantasette anni ti sei
ricordato di tutto un mondo di cose, persone ed eventi, così da costruire uno
spesso muro di memorie. Dietro questo spesso muro di memorie – che continua a
crescere ogni giorno, sempre più grande – è nascosto quel breve momento,
all’inizio della tua vita, dove eri completamente innocente. Perfino la memoria
non era costituita – vivevi ogni momento e morivi in quel momento per poi
rinascere di nuovo.
In quei tre anni la tua vita era vissuta momento
per momento. Non prendevi in considerazione il passato, non ti curavi del
futuro; eri così coinvolto, così totalmente e intensamente nel momento,
raccogliendo conchiglie sulla spiaggia, o correndo dietro alle farfalle nel
giardino, o cogliendo fiori selvatici nel bosco – come se quel momento fosse
tutto. Niente passato, niente futuro; hai vissuto il presente per quei tre
anni. E quelli sono stati i tuoi giorni di gloria, quelli sono stati i giorni
della tua dorata esperienza.
Quindi posso dire che dipende da ognuno; può essere
sia a tre che a quattro anni. Per le ragazze sarà tre anni e per i ragazzi
quattro. Le ragazze sono avanti di un anno, maturano prima. Sessualmente
maturano un anno prima dei ragazzi; anche mentalmente maturano prima dei
ragazzi. Così le ragazze possono tornare con la memoria all’età di tre anni e i
ragazzi generalmente saranno capaci di tornare indietro all’età di quattro. Lì
è dove hai perso il tuo tesoro.
E tu mi chiedi il perché. È perché ti sei
interessato al vasto mondo intorno a te. E hai continuato a interessartene
sempre di più; sei diventato così curioso riguardo a tutto, volevi sapere
tutto. Prova ad ascoltare i bambini piccoli – continuano a fare domande di ogni
tipo, sono instancabili. Tu ti stanchi, ma loro sono così eccitati – sono appena
entrati in un nuovo mondo.
Per nove mesi sono stati nel grembo materno, nel
buio completo – nessuna eccitazione, nessun problema, nessuna responsabilità,
nessuna compagnia, solo totale silenzio e rilassamento. Poi quei tre anni,
quando la loro memoria iniziava a costituirsi, l’intelletto cominciava
dall’ABC… e all’età di tre o quattro anni, finalmente in grado, con una memoria
funzionante e una mente intelligente e curiosa, di indagare questo vasto mondo
– milioni di cose da sapere, pascoli infiniti da scoprire. Naturalmente, in
tutta questa eccitazione, si sono dimenticati una cosa: il loro proprio essere.
Sono andati sempre di più verso l’esterno, in continuazione, ritrovandosi
lontano, sempre più lontano da casa.
Hanno raggiunto le stelle, e ora la casa è così
lontana che si sono perfino dimenticati la strada che hanno percorso. E non
sanno esattamente cosa è successo in quei tre anni… solo nelle profondità
dell’inconscio è rimasta come un ombra qualche sensazione: che era bello, che
era pieno di pace, che era magnifico, miracoloso, misterioso, che tutto era una
meraviglia, che ogni momento portava nuove gioie ed esperienze. Solo vaghi echi
lontani… non puoi neppure dire se sono veri, se li stai immaginando o se stai
ricordando dei sogni. È quasi diventato un sogno. Il perché è molto semplice:
il mondo era davvero intrigante, molto interessante da indagare e scoprire.
Questo è naturale. Non sto dicendo che non avresti
dovuto farlo. Non saresti stato capace di evitarlo, e non sarebbe stato bene
evitarlo. È bene che tu sia andato così lontano. Ora che hai conosciuto il
mondo e sperimentato tutto il bene e il male, il dolce e l’amaro, il bello e il
brutto, che hai visto il piacere e hai visto il dolore, sei di nuovo
interessato a scoprire il tuo vero essere. Il tuo vero essere è
l’illuminazione.
Stavo leggendo una storia, che è significativa in
un contesto completamente differente – che non doveva fare parte della storia.
Non penso che chiunque abbia inventato la storia ci abbia pensato. Ecco la
storia:
Un giorno un uomo di colore si presentò davanti
alla porta del paradiso per incontrare San Pietro. “Vorrei essere ammesso in
paradiso,” disse il nero. “Va bene,” rispose Pietro, “ma prima dimmi che cosa
hai fatto di recente che ti permetta di essere ammesso.”
“Bene,” disse l’uomo di colore “ho partecipato a
una marcia per i diritti civili.”
“Sono stati in molti a farlo,” disse San Pietro.
“C’è forse dell’altro?”
“Sì,” disse il nero. “Mi sono sposato a
mezzogiorno preciso.” “E cosa c’è d’insolito in questo?” chiese San Pietro. “Ho
sposato una donna bianca,” disse il nero. “Quando?” chiese San Pietro. “Beh,
circa due minuti fa,” disse l’uomo di colore.
Mentre leggevo questo, mi sono ricordato di un
calcolo scientifico. Dicono che se pensiamo che l’esistenza duri un giorno,
come se l’intera esistenza fosse di sole ventiquattrore – ridotta ai minimi
termini – così che a mezzanotte tutto incominciò, si formarono le stelle,
nacque il sistema solare… E hanno precisato l’ora esatta quando – per esempio,
alle quattro di mattina o alle sei di mattina – nacque il nostro sistema
solare. Poi la nostra terra si separò dal sole, alle otto di mattina; poi la
luna si separò dalla terra, verso le undici di mattina. La terra vide per la
prima volta la vita esattamente a mezzogiorno, e l’essere umano cominciò a
esistere solamente due minuti dopo, cioè due minuti dopo le dodici.
Se misuriamo l’esistenza nei termini delle
ventiquattrore, siamo venuti al mondo solo due minuti fa.
Leggendo la storia dell’uomo di colore che dice: “Be’, circa due minuti fa.” mi sono ricordato del calcolo
degli scienziati. Quel povero negro ha sposato una donna a mezzogiorno, e gli
devono aver sparato due minuti più tardi quando stava uscendo dalla chiesa,
perché i bianchi non possono permettere a un uomo di colore di sposare una
donna bianca. Per cui è rimasto sposato per soli due minuti.
Se entriamo nei dettagli – cioè che due minuti fa
è venuto al mondo l’essere umano – allora Gautama il Buddha nasceva solamente quindici secondi fa.
Quindi l’illuminazione e tutta l’idea di
illuminazione non hanno più di quindici secondi.
E a noi rimangono ancora dodici ore in più, se Ronald Reagan permette. Ronald Reagan è solamente un
rappresentante di tutti i politici pazzi di questo mondo. Se loro lo
permettono, allora noi abbiamo ancora dodici ore di tempo per evolverci. Se in
quindici secondi Gautama Buddha,
Pitagora, Lao Tzu, Mahavira,
Gesù, Ramakrishna, Raman Maharishi, J. Krishnamurti, Gurdjieff – se tutte queste persone sono potute venire al
mondo in soli quindici secondi, allora nelle prossime dodici ore, se l’essere
umano rimane sulla terra... non è possibile immaginare quanto fruttuosi
potranno essere i giorni a venire.
Che potenziale immenso è davanti a noi! E siamo
stati sulla terra solo per due minuti. Questi politici pazzi stanno cercando il
suicidio in un periodo in cui dovremmo evolverci velocemente, quanto più
rapidamente è possibile, perché la metà del tempo dell’esistenza è già finito –
solo l’altra metà è a disposizione.
In questo tempo rimasto l’intera umanità deve
raggiungere l’illuminazione. Se riusciamo a evitare questa guerra imminente,
allora sarà l’alba di un nuovo giorno, con una consapevolezza completamente
nuova, con una vita completamente fresca e nuova, con una fragranza mai prima
conosciuta. È nelle vostre mani.
Tratto da: The New Dawn #13
Copyright © 1989
Osho Internationl
Foundation
In tutti gli anni in cui ha dato discorsi e darshan, Osho ha ascoltato migliaia di domande di sannyasin e altri ricercatori, su una molteplicità di
argomenti. Durante tutti i primi anni di Pune, il mio
incarico particolare mi portava al darshan ogni sera
e mi impegnava inoltre a mettere a punto le domande, sia mie che di altri sannyasin, da fare al discorso mattutino. Così mi trovavo a
essere testimone della straordinaria intuizione e dell’amore senza fine che
Osho metteva nel rispondere alle nostre domande, sperimentando spesso cosa vuol
dire essere la persona alla quale lui sta rispondendo. Qui di seguito c’è la
prima di una serie di interviste con sannyasin che
ritengono che la loro vita sia stata profondamente cambiata dalla risposta di
Osho a una o più domande che gli avevano rivolto.
Jivan Mary, originaria
dell’Inghilterra, sposata con quattro figli, otto volte nonna e regista
teatrale in Nuova Zelanda per trentasette anni, era sannyasin
da due anni o poco più, quando scrisse la sua prima domanda a Osho.
All’inizio era molto esitante…
“Poi, un giorno, gli ho scritto e gli ho detto che
mi sentivo come una bollicina d’aria in fondo a una cascata, che se la ride
mentre va verso l’oceano. Mi dette una risposta così bella, che, all’improvviso
mi sentii finalmente libera, compresi che gli potevo parlare di quello che mi
portavo nel cuore e di cui non avevo mai potuto parlare con nessuno – mi avrebbero
creduta pazza, se l’avessi fatto!”
Nella sua domanda Mary descriveva a Osho due
esperienze in cui aveva visto una luce bianca scintillante. Lei diceva di
“sapere” che la prima volta si trattava della luce dell’illuminazione di Osho e
che la seconda esperienza l’avrebbe portata a Osho.
La risposta di Osho fu lunga e dettagliata,
confermò le esperienze di Mary, dicendo che lei aveva sperimentato
l’illuminazione di Osho e il suo trascenderla. Poi disse a Mary: “Tu sei
vecchia, ma solo nel corpo. Il tuo cuore è più giovane dei cosiddetti
teen-ager. Tu non sei solo invecchiata, tu sei cresciuta, sei diventata matura…
È molto difficile preannunciare che qualcuno si illuminerà: ci sono state
persone che hanno fallito proprio all’ultimo gradino – erano già sulla soglia
del tempio e sono tornate indietro… Ma io affermo che Jivan
Mary raggiungerà l’illuminazione in questa vita. Le sue esperienze mostrano la
purezza del suo cuore. Non è una donna intellettuale. La sua purezza è andata
sempre crescendo. E la morte non può essere così crudele: può illuminarsi in
qualsiasi momento… ma certamente prima della morte…” (The Osho Upanishad)
Della risposta di Osho, Mary mi dice: “Mi sono
completamente dimenticata della faccenda dell’illuminazione, non era
importante. La cosa straordinaria era che lui mi aveva presa in considerazione.
Nella mia vita ero stata spesso respinta: mi aspettavo sempre di essere
rifiutata, e così era proprio quello che succedeva. Sentivo sempre che non
sarei mai stata capace di far bene le cose.
Quello che Osho disse segnò una svolta decisiva
nella mia vita, perché mi aiutò ad accettarmi, e non appena accettai me stessa,
improvvisamente mi sentii adeguata ad ogni situazione. Era così meraviglioso
che per un po’ volevo quasi nascondermi.
Dopo di allora successero molte cose, riguardo
alla mia crescita – e tutte nascevano dall’auto accettazione. Per esempio,
poiché adesso riesco ad accettarmi di più, sono più autentica con gli altri,
senza preoccuparmi delle loro aspettative su di me. E inoltre, poiché sono più
sincera con me stessa, succede poi che gli altri mi accettano di più. Così, in
questi giorni, anche se so che qualcuno mi giudica strana, o eccentrica, o
melodrammatica – etichette che una volta odiavo – non mi difendo troppo, riesco
a riderne, perché accetto quell’aspetto della mia
personalità, e mi diverto.
Qui, nella Comune, tendiamo a non giudicarci così
tanto come succede fuori, diventa quindi più facile non fingere di essere
quello che non siamo. Quando tornai in Nuova Zelanda e mi trovai di nuovo fra
la gente di laggiù, nel mio vecchio ambiente, potei rendermi conto meglio di
quanto fossi cambiata.”
Dopo la risposta di Osho, Mary si sentì
incoraggiata nel suo desiderio di immergersi nel lavoro del Maestro – il che
voleva dire, secondo lei, stargli vicino fisicamente. C’era bisogno di qualcuno
che battesse a macchina le domande per il discorso, e Mary era proprio quello
che ci voleva. Si sentì elettrizzata all’idea che Osho avrebbe letto proprio i
fogli scritti a macchina da lei: “Le sue mani entreranno in contatto con le mie
mani!”
Un giorno Mary fece un errore di battitura, in una
domanda di una sannyasin, confondendo i nomi di due sannyasin. Rispondendo a un’altra domanda, Osho fece cenno
alla confusione che era derivata dall’errore di Mary. Il fatto è che quest’ultima domanda l’aveva fatta Milarepa
(noto musicista e rubacuori) e già questo aveva provocato un sacco di risate,
l’errore di Mary non fece altro che aumentare l’ilarità. Ma Mary si sentì di
scrivere quella che, secondo lei, era una lettera di scuse a Osho. Si rese
conto solo più tardi, comunque, di averla formulata in tono umoristico e in
modo tale da non mettersi troppo in cattiva luce. Il giorno dopo Osho lesse la
lettera durante il discorso. “Arrivò come una doccia fredda,” si ricorda Mary,
“perché la cosa divertente era già successa il giorno prima, e ora nessuno
rideva più. Ma Osho l’aveva fatto apposta: dovevo sentire la mia domanda senza
le risate.”
Osho disse, come parte della sua risposta: “Jivan Mary, è possibile non ripetere lo stesso errore. Ma
tu non avrai solo bisogno di stare più attenta quando scrivi a macchina, dovrai
essere più consapevole in tutta la tua vita – in ogni momento – dovrai essere
più meditativa. In questo modo diventa difficile anche commettere un errore
solo una volta… Puoi fare un errore una volta, questo è permesso. Due volte no…
Con una mano facciamo qualcosa, e con l’altra lo distruggiamo. C’è bisogno di
una enorme rivoluzione nella tua consapevolezza.” (Sat Chit Anand)
“Mi ricordo ancora esattamente dove ero seduta –
in terza fila, alla sua destra – e mi sentii gelare, colpita, proprio colpita!
Quello che pensai fu solo “ho sbagliato di nuovo”, perché questa è la mia
solita vecchia storia. Non ricordo di aver provato nient’altro, ero solo
assolutamente gelata. Naturalmente avevo bisogno di tranquillità per accorgermi
delle emozioni che provavo, e più tardi, distesa sull’erba, guardando il cielo,
sentii che le mie ali erano state scottate, che non stavo volando, che ero giù,
sulla terra. Scrissi a Osho dicendogli che mi sentivo proprio così, ma che ero
anche piena di gratitudine.”
Dico a Jivan Mary che
parte della bellezza di Osho sta proprio nel fatto che riesce a dirci queste
cose di noi, senza farci sentire minimamente giudicati. A differenza di chi –
genitori, insegnanti e amici – ci ha influenzato quando eravamo bambini, Osho
ha un senso tale del proprio valore che non ha bisogno di buttar giù gli altri
per sentirsi più importante. E non ci nega il suo amore perché abbiamo fatto o
detto qualcosa di sbagliato.
“È vero” ha aggiunto Mary. “Se quella storia si
fosse verificata nel mondo dove vivevo prima di diventare sannyasin,
ne sarei stata devastata. Qui invece reagii prima in base al mio vecchio
condizionamento, io avevo sbagliato, ma in seguito compresi il fatto in una
nuova maniera: quello che avevo fatto mi era stato segnalato in modo così
amorevole, e quando Osho lasciò la sala, mi lanciò un tale sguardo e un
sorriso…!
Le sue parole mi lasciarono con la consapevolezza
che va benissimo fare errori, devi solo rendertene conto, vederli, imparare da
ogni errore che fai. Ho capito che Osho non mi identifica con i miei errori; io
devo guardare oltre gli errori a quello che sono realmente. E non diventerò
pienamente consapevole a meno che – come ha detto lui – non mediti di più;
perché nella meditazione si può vedere chiaramente che tutte queste cose non
siamo né tu o né io.
Lui ci dà l’opportunità di svegliarci e vedere il
nostro vero essere.”
Intervista di Ma Prem
Maneesha
“Avvicinarsi al Maestro
é un modo
per diventare un Maestro.
Cos’altro
può esistere di più gioioso,
cos’altro al
mondo può dare felicità maggiore?
Se sei
venuto da me per espandere la tua consapevolezza,
per rendere
il tuo essere più integro,
allora non
sei venuto qui per sapere di più,
ma per
rinascere.
Sei venuto a
me per riottenere la purezza,
la
fragranza, la bellezza della tua innocenza.
Io non sono
un insegnante
e con me il
sapere non ha importanza alcuna.
Io sono una
semplice presenza
che ispira
in te ciò che è addormentato,
in modo che
tu possa riconoscere te stesso,
il tuo
essere, la tua vera realtà.
Io non sono
qui per importi religioni di nessun tipo.
Sono qui per
liberarti da ogni peso,
dal peso
delle religioni e delle ideologie tutte,
sono qui per
renderti un semplice silenzio abissale,
una serenità
una
profondità
una vetta
che tocca le stelle.”
tratto da: IL SIGNIFICATO DELL’ESISTENZA edizioni IDM
di
Ma Prem Radhika
A guardar giù dalla piccola piattaforma dove mi trovo, gli esseri
umani sembrano minuscoli come formiche. C’è una robusta corda elastica annodata
al mio piede sinistro e nei prossimi dieci minuti avrò l’opportunità di
saltare. Saltar giù verso un lago che da qui vedo come una lontana macchia blu,
a settanta metri sotto di me.
Proprio in quel momento mi succede qualcosa –
comprendo con tutto il mio essere che questa esistenza è sempre piena di amore,
nient’altro che amore. Comprendo che io faccio parte di essa, come ho sempre
fatto e sempre farò, una parte inseparabile e quindi nutrita e amata. Vengo
sopraffatta dalla gratitudine e dalla beatitudine, mentre mi porto più vicina
al bordo della piattaforma, curiosa di come mi sentirò a sperimentare qualcosa
di completamente sconosciuto.
Mi rendo conto che non potrò saltare nel vero senso
della parola – sarà più un totale lasciarmi andare – e così, mentre incomincio
a piegarmi in avanti, permetto alla terra di tirarmi verso di sé, all’inizio
lentamente, poi improvvisamente a un certo punto la forza di gravità mi prende
e mi ritrovo col corpo che cade verso il terreno a una velocità spaventosa;
l’aria calda dell’estate fischia intorno a me, mentre la terra mi corre
incontro sempre più forte, la macchia blu si allarga, diventa lago, diventa
acqua, e proprio mentre sto arrivando, senza fiato, ormai vicinissima alle
piccole increspature sul blu, un’altra forza mi tira verso l’alto, ma questa
volta più gentilmente.
Dov’è il cielo estivo, dove sono l’acqua e la
terra? Esseri umani che diventano piccoli, e poi più grandi, cose che cambiano
di continuo posizione. O sono io a cambiare? No, dentro di me c’è tranquillità
assoluta, silenzio – nessun movimento, non c’è mai stato né mai ci sarà.
Tornando su, scendendo di nuovo, gentilmente, scherzosamente, la corda elastica
si diverte con me e io rido di gioia per questo nuovo
gioco in cui mi trovo. Troppo presto rimango semplicemente a penzolare
nell’aria, a testa in giù, il verde sopra l’azzurro del cielo, mentre la gru
alla quale è attaccata la fune mi sposta verso la riva del lago. Vengo slegata
e mi trovo di nuovo coi piedi per terra, così che io e la forza di gravità
ritorniamo nel nostro solito rapporto. Sono come ubriaca dopo questa esperienza
di totale abbandono, dopo aver affrontato la forza di gravità da un nuovo punto
di vista, dopo aver visto per un attimo le qualità fondamentali dell’esistenza:
che al mondo non esiste nulla se non amore, che dentro di me c’è solo silenzio
– ne sia consapevole o meno.
UN UOMO NON
COMUNE
ALLA RICERCA
DELLO ZEN
di Swami
Prem Marco
Arrivo a Pune il giorno
stesso in cui in Buddha Hall viene riproposta la
serie di discorsi dedicati da Osho, nel luglio ‘88 a Eihei
Dogen, il maestro zen. Con me ho portato a Pune due libri: uno di Dogen e
uno che ne parla a lungo. Scherzo del destino, coincidenza o altro, in qualche
modo sento di dovermi occupare di lui. Chi era? A chi apparteneva la presenza
che Osho evoca tutte le sere prima di lanciarci nell’abisso di gibberish, let go e zazen e trasformarci, per pochi preziosi attimi, in
immagini viventi del Buddha?
È il 1200, il secolo di Dante, di San Francesco,
l’epoca del Medioevo mistico e religioso. Anche dall’altra parte del mondo, in
Giappone, il momento spirituale è magico, carico di attesa e di cambiamento. Lo
zen, che già è in piena fioritura in Cina, sta per arrivare e niente sarà più
come prima, il buddismo esoterico che già da 500 anni fa riecheggiare il suono
dei suoi mantra e delle sue benedizioni non basta più
a soddisfare la sete di verità di monaci e gente comune.
All’alba del secolo un uomo non comune nasce,
figlio di Kuga Micicika,
uomo potente e temuto, appartenente alla più alta nobiltà ed ex reggente
dell’impero. Kuga morirà, assassinato dai suoi nemici
di corte, quando il piccolo Eihei ha solo due anni,
non saprà mai di aver messo al mondo un futuro illuminato. Eihei
è un tipo speciale e lo si vede fin da piccolo: a circa 4 anni legge il cinese,
una lingua impossibile, poesia soprattutto e dopo un po’ si mette a tradurre in
giapponese la versione cinese dell’Abhidharma, una
monumentale scrittura buddista. Osho mormora, leggendo la sua biografia, “un
altro Mozart”, un piccolo genio, insomma, un
predestinato. Eihei non si risparmia ma anche la vita
non gli risparmia nulla. A nove anni, nel pieno di studi furiosi, gli muore
pure la madre e la vita del giovane Dogen si decide:
pianta la famiglia, interrompe gli studi, decide di diventare un monaco, un sannyasin. Ha solo 13 anni quando l’ordine Tendai lo accoglie formalmente e comincia, per Dogen, una vita di pellegrinaggi alla ricerca della verità.
Vaga da un monastero all’altro, abbandona presto i preti della Tendai, preoccupati più di tirare avanti con i loro riti
che della meditazione, si rivolge all’allora detto “nuovo buddismo”, lo zen. Ma
non è facile trovare un vero maestro, soprattutto uno all’altezza di tale
discepolo.
Dogen è insoddisfatto, si
chiede qual è lo scopo di zazen, della meditazione,
un adolescente geniale e inquieto, che mette in crisi i suoi insegnanti con le
sue domande, la sua sete di verità. Arriva al monastero principale della Rinzai, la scuola zen, appena fondata da Eisei e diventa discepolo del successore di questi, Myozen. Ma un discepolo come il giovane Eihei
non è facile per nessuno.
Il povero Myozen, già
anziano, dopo pochi anni ammette di non essere in grado di fargli da maestro e
decide, anzi, di essere lui a seguirlo in un viaggio in Cina alla ricerca di un
vero illuminato.
Vagabondano in Cina per un po’, fino alla morte di
Myozen, infine Dogen
approda al monastero di Ju ching,
la cui fama di illuminato cominciava ad espandersi.
Ju ching
è il maestro per Dogen, l’uomo il cui silenzio, il
cui zazen, contengono le risposte che cerca. Tre anni
con Ju ching e Dogen torna in Giappone, da illuminato, a portarvi il vero zazen. Esigente con se stesso, coi suoi maestri, Dogen è tosto anche coi discepoli, naturalmente. Gli
chiedono dello zazen, perché farlo, perché
abbandonare le tranquille pratiche e riti del buddismo tradizionale; Dogen risponde ironico, lampi di pura intelligenza, a volte
spazientito: “Anche se parlare ad una persona che fa domande così sciocche è
inutile come dare a un boscaiolo un remo come strumento per il suo lavoro,
proviamo di nuovo…” – “Questa domanda è completamente insensata, priva di
contenuto…” Inventa koan per i discepoli, fonda la
scuola Soto, la maggiore con
Ecco cosa ne dice lui stesso: “Il fondamento
dell’insegnamento di Sakyamuni consiste nel fatto che
il fare zazen ed il risultato del farlo, il suo
effetto, sono un’indivisibile unità. Questo zazen è
la riscoperta che io già vivo pienamente la vita del sé originario, è questa la
base su cui lo si pratica...”
Dogen lascia il corpo il 28
agosto
Gibberish… Dogen…
lo zazen… Osho ce li fa rivivere, solleva il velo del
tempo e Dogen è lì davanti a noi, il sorriso ironico
e la profonda compassione…
Be silent…
close your eyes… il dono del silenzio, il messaggio del Buddha oltre il tempo e la storia, attraverso Ju ching, Dogen,
fino al mio Maestro…
Let
go… as if you have died…
Come
back... lo zazen è qui, ora
tra i ten thousand buddhas intorno
a Osho… but come back as buddhas.
Just sit down… basta
sedere, in silenzio, …Dogen… Osho…
Okay, mi metto seduto anche oggi, …non si sa mai…
Amato Maestro,
Dogen ha scritto: Quando raggiungiamo l’illuminazione è
come la luna che si riflette sull’acqua. La luna non si bagna, né l’acqua si
sciupa. Il chiaro di luna, per quanto vasto, si riflette in una piccola
quantità d’acqua. Tutta la luna e il cielo intero, entrambi si riflettono
persino in una goccia di rugiada sull’erba o in una goccia d’acqua. Così come
la luna non sciupa mai l’acqua, l’illuminazione non distrugge mai l’uomo. E
come la rugiada non impedisce mai il riflesso della luna, così l’uomo non
impedisce mai l’arrivo dell’illuminazione. Più profondamente la luna si
riflette nell’acqua, più alta è nel cielo. Dovremmo renderci conto che la
lunghezza e la brevità del tempo sono praticamente la stessa cosa della grande
e piccola quantità dell’acqua, e della larghezza e sottigliezza della luna.
Maneesha, Dogen sta affermando qualcosa di molto specifico, che merita grande
attenzione e interesse: sta dicendo che nessuno impedisce la tua illuminazione.
Allora, perché non sei illuminata? Nessuno al mondo ha intenzione di
ostacolarti. C’è da capire qualcosa di capitale importanza.
Mentre andiamo avanti col sutra,
vorrei proprio chiarirti la vera natura dell’ostacolo. Certamente non sei tu. E
l’esistenza è felice se tu t’illumini, ne gode. In ogni uomo che s’illumina
danza l’intero universo: una sua parte, che vagava brancolando nel buio, è
finalmente tornata a casa, nella pienezza della sua gloria. Tutta l’esistenza
lo accoglie con una pioggia di fiori. Dunque, non si tratta di un ostacolo
dell’esistenza, e non ci sono neppure ostacoli da parte tua. Ma allora chi è a
impedire l’illuminazione? Perché sicuramente ci devono essere degli ostacoli,
altrimenti non ci sarebbe bisogno di diventare illuminato – lo saresti già. Non
ci sarebbe bisogno di nessun maestro che ti spieghi tutto questo. È una cosa un
po’ complicata, ma non tanto da impedirti di capirla e superarla. Dogen dice: Quando
raggiungiamo l’illuminazione, è proprio come la luna che si riflette
sull’acqua…
Quanta pace, quanto silenzio. La luna si riflette
sulla superficie dell’acqua. In effetti non sta succedendo niente. La luna è al
suo posto, non si è avvicinata all’acqua neppure di un millimetro; né l’acqua è
stata minimamente disturbata.
Ma su di un lago tranquillo il riflesso della luna
diventa anche più bello della luna stessa, perché il lago aggiunge anche la sua
bellezza. La rende più viva e più fragile.
L’illuminazione – secondo Dogen,
io sono perfettamente d’accordo – è proprio come la luna che si riflette
sull’acqua. Non c’è sforzo da parte dell’acqua, perché la luna si rifletta. Non
ci sono comandamenti da seguire, né dottrine da praticare, o particolari
posizioni yoga… perché la luna possa riflettersi nell’acqua. Non c’è nemmeno
desiderio, non c’è attesa ansiosa… neppure una piccolissima parvenza d’attesa.
Ed è la stessa situazione anche da parte della luna – la luna non ha alcun
desiderio di essere riflessa. Sono entrambe prive di desideri, ma il riflesso
avviene lo stesso, da solo. È così anche per l’illuminazione: il tuo essere buddha improvvisamente si riflette in una consapevolezza
tranquilla e silenziosa.
Ma il lago deve essere immobile. Se ci sono troppe
increspature o troppe onde, il riflesso si può infrangere. Si divide in mille
parti e non riesci più a vedere la luna, solo una linea argentata che si sparge
su tutto il lago. Non sarà un vero riflesso, non rappresenterà la luna. Se il
lago è fermo e silente, se non fa niente… neppure delle piccole onde… allora la
luna si riflette.
La tua consapevolezza ha un suo proprio modo di
provocare onde, increspature. Che altro sono i tuoi pensieri se non
increspature su un lago? Che cosa sono le tue emozioni, i tuoi stati d’animo, i
tuoi sentimenti? Che cosa è tutta la tua mente? Solo un turbinio. E a causa di
questo scompiglio non riesci a vedere la tua vera natura. Continui a sfuggire a
te stesso. Incontri tanta gente nel mondo e non incontri mai te stesso.
La luna non
si bagnerà.
Naturalmente non è possibile che la luna si bagni
perché si riflette nel lago.
…né l’acqua
viene infranta
– dalla luna. La luna non è un sasso che può essere scagliato nell’acqua, è
solo un riflesso. Quando stai davanti a uno specchio, non lo disturbi. Tu entri
ed esci; lo specchio resta immobile e indisturbato nella sua esatta posizione.
Il chiaro di
luna, per quanto vasto, si riflette in una piccola quantità di acqua. Tutta la
luna e il cielo intero, entrambi si riflettono perfino in una goccia di rugiada
sull’erba, o in una goccia d’acqua. Come la luna non spacca mai l’acqua, così
l’illuminazione non distrugge mai l’uomo.
Questa è un’affermazione davvero eccezionale. L’illuminazione non distrugge l’uomo, ma distrugge
l’ombra dell’uomo, con la quale sei identificato. Porta via tutto ciò che è
falso e lascia solo il reale, l’autentico, l’onesto.
Come la
rugiada non impedisce mai il riflesso della luna, così un uomo non impedisce
mai l’arrivo dell’illuminazione. Più profondamente la luna si riflette
nell’acqua, più è alta nel cielo. Dovremmo renderci conto che la lunghezza e la
brevità del tempo sono praticamente la stessa cosa della grande e piccola
quantità dell’acqua, e della larghezza e sottigliezza della luna.
Qual è l’ombra che ostacola la tua realtà? Devi
capire perfettamente che cos’è la tua ombra: è la tua personalità. È quello che
ti hanno destinato a essere, quello per cui ti hanno educato. È fatta di tutte
quelle voci: tua madre, tuo padre, i tuoi insegnanti. Sono loro che hanno
creato la tua personalità, che hanno costruito intorno a te questa pseudo-essenza. Tutte le tue conoscenze… nessuno ha mai
chiesto se erano proprio tue.
Sono stato espulso da molti college. Ogni volta il
direttore mi chiamava e mi diceva: “Non può tormentare così un mio professore.”
E io rispondevo: “Il suo professore ha fatto delle affermazioni e io gli ho
semplicemente chiesto se era una sua esperienza personale. Questo lo chiama
tormentare? Vuole espellere me o non sarebbe meglio piuttosto espellere un uomo
che insegna qualcosa di cui non ha alcuna esperienza diretta?”
E continuavo: “Chiami l’insegnante che ha fatto
rapporto contro di me. Deve confrontarsi con me. A me non importa né degli
esami, né del diploma, e non mi importa neppure del suo college. Ma le cose
devono essere chiarite.”
Perfino il direttore mi diceva: “Lei ha ragione,
ma non capisce il nostro problema. Noi tutti siamo portatori di conoscenze
prese in prestito. Non sappiamo esattamente quale sia la verità, ma continuiamo
a parlarne. Lei costituisce un disturbo, una seccatura. Nessun altro fa domande
del genere. Ora, questo professore – che ha perfino minacciato di dare le
dimissioni se lei non viene immediatamente espulso dal college – è un uomo
anziano, uno dei professori più vecchi, vicino alla pensione, e non è mai stato
violento o arrabbiato. Durante i suoi vent’anni
d’insegnamento in questo college non c’è mai stato niente contro di lui. E
improvvisamente lei lo ha fatto quasi impazzire. Sono tre giorni che non si
presenta al lavoro, ha chiuso la porta, non vuol parlare con nessuno che venga
dal college e non risponde neppure al telefono. Ha solo scritto un biglietto
dicendo che non tornerà al college se prima quello studente, e cioè lei, non
verrà espulso.”
E io gli dissi: “Non c’è problema. Può espellere
tutto il suo college, non deve preoccuparsi per questo. Ma io seguirò quell’uomo – college o non college. So dove abita. Anche se
non sono più uno studente del suo college, questo non vuol dire… Andrò a casa
sua, busserò alla sua porta. O lui riconosce il fatto che la sua conoscenza è
presa in prestito, oppure deve parlare onestamente di quanto ha sperimentato in
maniera diretta. Io voglio solo provocarlo.”
Per me era sorprendente scoprire come dei grandi
professori… perché io sono stato in molti college, la considero una grande
opportunità: di solito si finisce col frequentare un solo college, io sono
stato espulso da un college dopo l’altro, e, più tardi, anche da un’università
all’altra. La seconda università mi accettò a condizione che non disturbassi i
professori.
Io dissi: “Ma che meschinità è questa? Se non
sapete rispondere, potete semplicemente dire, ‘Non lo so.’ Ma questo fa
soffrire il vostro ego.”
Mi chiesero di mettere per iscritto che mi
accettavano a condizione che io non frequentassi nessuna lezione. Strano! Non
credo che una cosa simile sia mai successa a qualcun altro nel mondo intero.
“Se non devo frequentare le lezioni, allora perché mi accettate? E come me la
caverò con la percentuale di presenze necessarie per essere ammesso agli
esami?”
Il vice-rettore disse: “Mi occuperò io delle sue
presenze. Lei sarà presente – al cento per cento! Questo glielo prometto. Ma la
prego di non andare a nessuna lezione, perché ho sentito tali cose di lei, da
altri professori e presidi. L’altro vice-rettore che l’ha espulsa, mi ha
telefonato: ‘Sta in guardia con questo ragazzo!’ Io sono disposto ad ammetterla
perché mi rendo conto che il suo punto di vista non è sbagliato: è tutto il
nostro sistema che non va. La sua sola colpa è di
mettere il dito nella piaga. Io la posso capire, ecco perché le sto offrendo
l’ammissione.”
“Ma i professori non potranno capire. Lei è così
accurato nel colpire i punti più deboli, che questi poveri professori… dopo
tutto è solo gente che lavora per i soldi; non si cura della verità, o del
bene, o del bello. Non sono cose che li riguardano: quello che interessa loro è
lo stipendio, quello che interessa loro è la carriera. Si tratta di politica:
il lettore vuole essere assistente, l’assistente vuole essere professore, il
professore vuole essere direttore del dipartimento, il direttore del
dipartimento preside della facoltà e diventare poi vice-rettore – nessuno è
interessato alle sue domande. Così la sua presenza ha creato delle paure.”
Dovevo accettarlo, ma mentre firmavo l’accordo e
lui firmava la mia ammissione, gli dissi: “Perlomeno posso incontrare i
professori per strada, o andare a casa loro. La promessa riguarda solo le
lezioni. Posso anche andare in biblioteca – queste cose non sono incluse
nell’accordo.” E lui disse: “Questo è difficile.” Facevo proprio così di solito
– bussavo alla porta dei professori, che invariabilmente mi dicevano: “Ci lasci
in pace! Siamo stanchi. Le domande che lei fa non hanno risposta. Noi non
sappiamo rispondere, non siamo ricercatori spirituali, siamo solo educatori.
Abbiamo imparato da altri che, a loro volta, avevano imparato da altri. Non
conosciamo quello che insegniamo, non sappiamo se è vero o se stiamo solo
ripetendo delle superstizioni.” A volte riuscivo ad acchiapparli in biblioteca.
Il vice-rettore mi disse, “Guardi, lei ferma i professori per strada, mentre
vengono a lezione e chiede: ‘Per favore risponda a questa domanda prima di
entrare in aula, perché non posso entrare in classe.’ Questo non fa parte del
nostro accordo, quindi non posso insistere, però non li infastidisca.”
Io dissi: “Potrei restare fuori dall’aula e
gridare la mia domanda dalla finestra. Mi pare sia meglio sistemare qui la
questione. Io non entrerò mai in aula, ma il resto non fa parte dell’accordo…”
Il vice-rettore aveva dimenticato che ogni aula aveva una finestra. “Posso
restare fuori all’aria fresca, invece che nell’aria viziata dell’aula, e
chiedere quello che voglio. E dovrebbe esserle chiaro, che se io faccio una
domanda e non ottengo risposta dal professore, tutta la classe farà la stessa
domanda. Quello che lei mi chiede non fa parte del nostro accordo.”
Distribuivo la mia domanda a tutta la classe, “Se
non risponde a me, voi, uno alla volta, vi alzate e gli fate la stessa domanda…
fino a quando non sarà distrutto!”
Ma chi impedisce a tutta questa gente piena di
cultura di vedere che proprio la loro cultura è l’ostacolo?
Dogen ha
ragione, l’illuminazione è il tuo stato naturale, naturale come la luna che si
riflette su un lago silente. Non c’è sforzo da nessuna delle due parti, non c’è
desiderio… succede così. Ma a te non è stato concesso di restare come un lago, limpido
e silenzioso. Ti hanno buttato addosso tanta immondizia – in nome della
religione, della politica, della società – ed è quella la barriera. E la povera
luna non si può riflettere su di te. Devi distruggere interamente questa
barriera che ti impedisce di vedere le cose come sono – non come ti hanno detto
che sono. Devi liberarti da tutte le ideologie che ti hanno trasmesso, da tutti
i tuoi condizionamenti.
Ho visto persone, anche molto intelligenti,
comportarsi in modo così superstizioso – da non credere. Ci sono paesi dove il
numero tredici è considerato un numero pericoloso. Forse nel passato qualcuno è
morto o si è ammazzato il giorno tredici; forse qualcuno si è buttato dal
tredicesimo piano di un albergo e ora la gente è sicura che porti sfortuna. Ci
sono alberghi che non hanno neppure la stanza numero tredici: dopo la numero
dodici, si salta alla quattordici. Non hanno un tredicesimo piano: dopo il
dodicesimo, viene il quattordicesimo. In realtà è il tredicesimo, ma l’albergo
non vuole ammetterlo.
La gente non si sposa il giorno tredici, per paura
che poi la vita sia infelice; e non si guarda intorno per vedere che il
matrimonio è comunque destinato a portare infelicità, sia che ci si sposi il
tredici, il quattordici, o il quindici. Non prendetevela con le date, non date
la colpa ai giorni. Il matrimonio stesso è il desiderio di essere infelici, un
desiderio molto profondo… uniti nell’infelicità.
“Sei così bella” significa, “Sembri così infelice.
Anch’io sono molto infelice… mettiamoci insieme” – come se, stando insieme si
riuscisse a eliminare l’infelicità. Ma l’infelicità non scompare, e neppure si
raddoppia: diventa molto di più della somma delle due infelicità.
È una cosa risaputa in tutto il mondo, eppure noi
continuiamo coi nostri condizionamenti. Se non sei sposato, tutte le persone
sposate che conosci saranno dispiaciute per te, “Poverino, è rimasto scapolo;
non conosce le gioie dell’infelicità.”
Quando tornai a casa dopo l’università, i miei
genitori desideravano che mi sposassi. Ma temevano anche solo di parlarmene,
perché sapevano che se avessi detto no, sarebbe stato definitivo. Non ci
sarebbe stato più alcun modo per farmi dire di sì. Mi conoscevano molto bene,
sapevano che sarebbe stato altamente improbabile che acconsentissi. E quindi il
loro problema era proprio come chiedermelo.
Io dissi loro: “Mi sembra che tutti abbiano
qualcosa da chiedermi ed io sono pronto a rispondere. Perché non me lo
chiedete, allora? Invece di bisbigliare fra di voi.”
Alla fine mio padre trovò un amico, un magistrato
della Corte Suprema, un uomo di grande successo professionale. E gli disse:
“Per come stanno le cose non ci sentiamo neppure di chiederglielo, cerca di
fare qualcosa tu.”
E lui li rassicurò: “Non vi preoccupate. Tutto il
paese sa che quando mi occupo di un caso…”
Mio padre disse: “Guarda che qui non siamo alla Corte
Suprema, e questo non è un caso qualsiasi. Ti avverto, se ti trovi nei guai, io
non ne voglio sapere nulla.” E l’avvocato disse: “Quali guai? Vengo questo fine
settimana e parlerò a tuo figlio, me ne occupo io. Si tratta di avere una buona
dialettica.” Mio padre disse: “Tu non lo conosci, ma vieni lo stesso, ne saremo
tutti felici.”
Così erano tutti pronti e lui venne. Mi chinai a
toccargli i piedi, perché era un amico di mio padre, e io ero rispettoso, come
al solito. Subito gli dissi: “Prima che inizi il dibattito…” Lui mi interruppe:
“Quale dibattito?” E io dissi: “Tu sai quale, anch’io so quale e tutti i
presenti lo sanno. Ma prima che cominci, voglio che tu onestamente risponda a
una domanda: sei soddisfatto del tuo matrimonio? Guarda che ho avvertito tua
moglie, e se dici qualcosa di inesatto… lei sul momento si trova nell’altra
stanza.”
“Come?” – disse lui – “Mia moglie è qui? Dio mio,
non voglio farmi intrappolare in questa faccenda.” E io dissi: “Non è neanche
cominciata.” E lui: “Rinuncio al caso!”
“Qui non siamo in tribunale” – dissi io – “Sei
arrivato che sembravi una montagna e improvvisamente sei diventato un topolino.
Mi dovrò lavare le mani… ti ho toccato i piedi.”
Non avevo chiamato davvero sua moglie, era solo
una mia invenzione, ma sapevo che sua moglie lo picchiava. Lui si giustificò:
“Tuo padre mi aveva chiesto di venire.” E io dissi: “Va bene, sono pronto. Se
riesci a convincermi che il matrimonio è la cosa giusta da fare nella vita, mi
sposerò. Ma se non ce la fai a convincermi, allora tu dovrai divorziare.”
“Mio Dio” –
disse lui – “Tuo padre aveva ragione a dire che sarebbe stato un caso
difficile. Non mi resta che ritirarmi! Non voglio pronunciare una sola parola.
Devo pensarci. Verrò la settimana prossima.”
Non venne mai più. Ma ogni settimana andavo a casa
sua e sua moglie mi chiedeva: “Ma cosa succede? Ogni volta che tu arrivi, lui
si nasconde in bagno. Busso alla porta e lui dice, “No, non posso uscire
adesso. Digli di lasciarmi in pace. Sono diventato così timoroso d’incontrarlo,
che non posso neppure andare al mercato, perché, chissà, potrebbe fermarmi per
la strada e cominciare a discutere. E io non posso permettermelo...” Così la
moglie mi chiese: “Ma di che si tratta? Perché ha tanta paura?” E io gridai
all’avvocato: “O vieni fuori, o racconto tutto a tua moglie.”
Uscì immediatamente. “Perdonami, ti prego. Per
amor di dio,” disse “lascia perdere. Non parlerò mai più di questa faccenda, né
con te, né con nessun altro…”
La moglie disse: “Ma qual è questa cosa che ti
spaventa tanto? Stai sudando e c’è l’aria condizionata. Ti nascondi e mi chiedi
di mentire, di dire che non sei in casa. E lui è così cocciuto, continua a
venire.”
Io dissi: “Il problema è questo, tu devi fare da
giudice. Quest’uomo, tuo marito, vuole che io mi sposi.
Qual è la tua opinione?”
Lei disse: “Sposarti? Se vuoi essere infelice,
sposati. Guarda quest’uomo. Ho continuato a
modificarlo fin dal giorno delle nozze. L’ho quasi distrutto. Combatte alla
Corte Suprema come un leone e a casa non è altro che una pecora. Se ne
accorgono perfino i bambini. Anche loro lo ricattano: «Dacci cinque rupie,
altrimenti lo diciamo alla mamma.» E lui non riesce neppure a chiedere che cosa
hanno da dire alla mamma, ma è sufficiente che l’abbiano visto fare lo
svenevole parlando con la moglie del vicino.”
Perché in quei casi la moglie diventava veramente
pericolosa, lo malmenava. Ora il poveretto è morto.
Così dissi ai miei genitori e alla mia famiglia:
“Non fate venire inutilmente qualcun altro, perché io sono assolutamente contro
il matrimonio. Che io mi sposi, non se ne parla neppure. Il matrimonio è per me
un concetto fondamentalmente sbagliato.”
Due persone possono essere innamorate e vivere
insieme e, nel momento in cui l’amore svanisce – perché tutto svanisce in
questo mondo – i due dovrebbero separarsi con reciproca gratitudine, con
amicizia, con i piacevoli ricordi dei giorni passati. Il matrimonio è
assolutamente innaturale. Ecco perché non vedete mai animali al manicomio. Non
li vedete neanche sul lettino dello psicoanalista, gli animali non
impazziscono. All’uomo sono stati sovrapposti così tanti strati di falsità
rispetto a tutte le cose, ed egli crede che questi pensieri siano i suoi. Visto
che sei un ricercatore spirituale devi distinguere molto attentamente quello che
è tuo da quello che ti è stato imposto. E quando comincerai a fare ordine, ti
stupirai di scoprire che non c’è niente di tuo. Tu sei solo un lago silenzioso.
Da quel lago sorge la tua buddità. Questa è la tua
natura, nella sua purezza, nel suo splendore, nella sua beatitudine.
E nessuno sta cercando di impedirti di diventare
illuminato.
Quelle persone – gli insegnanti, i genitori – non
erano consapevoli, erano inconsapevoli proprio come… Anche loro erano vittime
dei loro genitori, dei loro insegnanti, dei loro rabbini e dei loro pundit, dei loro shankaracharya e
dei loro papi. Erano vittime e ti hanno lasciato in eredità tutta la loro
sofferenza e la loro infelicità. Ora tu devi mettere da parte tutto questo
fardello. La tua vera natura è quella di un buddha.
Basta che metti da parte tutto quello che non nasce dal tuo intimo, che non
fiorisce dentro di te.
All’inizio, in un certo senso, ti sentirai povero.
Tutte le tue conoscenze se ne sono andate, tutte le tue superstizioni, le tue
religioni, le tue ideologie politiche, se ne sono tutte andate – ti sentirai
molto povero. Ma questa povertà ha un valore immenso, perché è solo qui che può
nascere la tua ricchezza naturale, possono nascere i tuoi fiori, le tue estasi
naturali.
L’uomo naturale non viene distrutto
dall’illuminazione. Ma tu non sei naturale, tu sei inquinato.
E tutti fanno del male a tutti, proprio creando
queste condizioni. In una società migliore non si insegnerà ai bambini la
religione, la politica. Si insegnerà loro a pensare con la propria testa, a
dubitare, non a credere. Si insegnerà a essere più intelligenti, più
riflessivi. E tutto il mondo sarà pieno di illuminati.
L’illuminazione è semplicemente il tuo stato
naturale. Questo è il grande contributo dello zen. Tutte le altre
religioni ti chiedono principalmente di credere. Lo zen no. Tutte le altre
religioni ti chiederanno di credere in dio, nel paradiso, nell’inferno. In tutte le altre
religioni dovrai credere a un numero infinito di cose. Nello zen non ti verrà
richiesto.
Tutto il suo sforzo è di scoprire il tuo sé
naturale, che ora è coperto dalla polvere di ogni sorta di buone intenzioni, di
bei pensieri, di profonde convinzioni. Tutta quella polvere deve essere
spazzata via. E allora ti troverai da solo nel tuo stato naturale. Un haiku di Hoitsu dice:
“Buddha: Fiori di ciliegio al chiaro di luna.”
Così semplice, così bello.
“Buddha: fiori di ciliegio al chiaro di luna.”
Ryota ha scritto:
“Un chiaro
di luna così brillante: se mai nascerò di nuovo – un pino in cima alla
collina.”
Dice che, se deve nascere ancora, gli piacerebbe
essere un pino sulla collina. Una luna così bella, proprio sopra al pino…
Questi non sono comuni poeti. Quello che loro esprimono è un grande, autentico
desiderio di essere naturali, immersi nella pace, nel silenzio…
Un pino
sulla collina!
…perché l’uomo sembra così alienato. Un altro
poeta zen dice:
Una notte,
la ricerca di lui mi tolse ogni forza, piegai il mio dito teso a indicare – mai
più una luna così!
Questi sono poeti naturali. Hanno abbandonato
tutte le ideologie. Hanno cominciato a essere in sintonia con i pini, con le
nuvole, con i lampi; con le colline, con i fiumi, con l’oceano. Si sono
ritirati dal mondo umano, che è assolutamente falso, e si sono riappropriati
delle loro radici nella natura.
Per me questa è l’unica religione al mondo degna
di essere chiamata tale. Tutte le altre religioni non fanno altro che sfruttare
l’uomo e la sua ricerca di sé. Sono deviazioni, distrazioni. Ti allontanano da
te stesso, non ti portano a casa.
Maneesha ha chiesto: Nostro amato
maestro, mi sembra che Dogen dica che l’illuminazione
è tanto più potente, quanto più profondamente tocca l’essere di chi la
raggiunge. È vero che non ci sono vari gradi di illuminazione – che o si è
illuminati o non lo si è – ma che l’illuminazione, come il vino, maturando
migliora?
Maneesha, la tua comprensione è
corretta. Non ci sono gradi di illuminazione – o sei illuminato o non lo sei.
Ma, certamente, man mano che l’illuminazione si approfondisce, matura,
raggiunge le tue radici autentiche… E il simbolo è proprio giusto: come il
vino, migliora col tempo. Ci sono collezionisti di vini… Puoi trovare un vino
vecchio di cinquant’anni, uno di cento anni – sono
tutti vini. Anche il vino fresco, appena prodotto dalla tua vigna, è vino. Ma
quello che ha cento anni è diventato così intenso, così acuto – qualità che non
trovi nei vini nuovi. Ci sono esperti a cui basta assaggiare un sorso di un
vino per dire esattamente di che anno è.
Una volta, in un locale, un uomo disse al barista:
“Ecco cento dollari. Se ti va di scommettere con me, assaggerò qualsiasi vino
che mi proporrai e ti dirò esattamente di che anno è.” Sembrava incredibile,
perché conoscere i vini è un’arte molto sottile. E così il barman accettò
l’offerta di pagare cento dollari ogni volta che l’uomo indovinava l’età del
vino che assaggiava.
E in effetti lui continuò ad assaggiare e a dire
l’anno esatto di ogni vino.
Era strabiliante, tutti i bevitori e gli ubriachi
che erano seduti in giro si avvicinarono e fecero cerchio intorno ai due; perfino
quelli completamente sbronzi si risvegliarono: “Che succede?” Quell’uomo era fantastico. Poi, improvvisamente, un uomo
dal fondo del bar disse: “Voglio partecipare anch’io alla scommessa, perché ho
un vino. Se mi dici…” e portò un bicchiere pieno. L’uomo l’assaggiò, lo sputò
fuori e disse: “Idiota. Questa è urina umana!” Ma l’uomo disse: “E di chi è? Lo
so che si tratta di urina – ma di chi? Se non me lo sai dire, non sei un grande
assaggiatore.”
Certamente l’illuminazione non ha gradi, ma, col
passare del tempo, diventa più profonda, più acuta, più matura, diventa sempre
più ricca.
Prima di entrare nella nostra meditazione
quotidiana… I bambù sono così silenziosi, aspettano solo la vostra risata. E
tenetevi bene in mente questo: innanzitutto, quando ridete, non fatelo perché
bisogna ridere.
E inoltre, quando ridete, fatelo totalmente, senza
alcuna riflessione. Non trattenete niente. Imparate a ridere da Sardar Gurudayal Singh, che è lui stesso una risata, una barzelletta
vivente.
È l’unico uomo al mondo che io conosca che ride
prima della barzelletta. Ci sono quelli che ridono a metà barzelletta, perché
improvvisamente capiscono quello che sta per succedere. Ma proprio all’inizio,
quando non ho neppure cominciato… quello è il vero, l’autentico homo ridens. E ho saputo… che ha i suoi discepoli. È un
rispettabilissimo vecchio sannyasin. La gente si
raccoglie intorno a lui solo per farsi una bella risata.
Il vecchio Zeb,
contadino delle campagne più sperdute della Virginia, per anni ha scopato il
suo maiale favorito. Improvvisamente Zeb viene
assalito dai sensi di colpa, la coscienza lo tortura a tal punto da farlo
decidere di andare dal prete a confessarsi. Padre Fungo ne resta scioccato e
non sa come cavarsela. “Bene” – dice il prete al vecchio Zeb
– “e dimmi, il maiale è maschio o femmina?”
“È femmina, naturalmente” – sbuffa Zeb – “Cosa crede che io sia… una specie di pervertito?”
Il papa polacco è seduto, in treno, vicino a Ronald Reagan, provengono da Killjews in Alabama e stanno tornando a Washington. Il papa
attacca a discutere con Rufus e Leroy,
due grossi negri che si trovano nello stesso scompartimento. “Salve, signori” –
dice il papa – “Dove siete diretti?” “D.C.” – dice Rufus. “Cosa ha detto?” – chiede il presidente, che è un
po’ sordo. “Dice che stanno andando a Washington D.C. – proprio come noi” –
dice il papa.
“Ditemi” – continua il polacco – che cosa vi
spinge a fare tutta questa strada, fino a Washington?” “Abbiamo saputo che
lassù c’è una pollastrella veramente fantastica.” – sogghigna Leroy. “Che ha detto?” – chiede Ronnie,
duro d’orecchio. “Dice che ha un’amica lassù” – il papa risponde gridando al
presidente. E poi, rivolgendosi ai negri, il papa polacco dice: “Deve essere
proprio una ragazza eccezionale, se fate tutta questa strada per vederla.” “Ci
puoi scommettere, amico” – dice Rufus sorridendo.
“Certo” aggiunge Leroy. “È veramente una tipa tosta,
porta stivali neri con gli speroni, ha una frusta e si concede a qualsiasi
piacere che un uomo possa volere!” “Cosa ha detto?” – grida il presidente
sordo.
Il papa polacco si volta esausto verso Ronnie e urla: “Dice che conoscono Nancy!”
È IL TUO
TESORO
L’uomo è un buddha per diritto di nascita – ogni uomo, non importa se
buono o cattivo, giusto o sbagliato, santo o peccatore. Perché la tua natura di
buddha non viene cambiata da quello che fai, da come
ti comporti. Essendo questo il caso, nasce il problema che se ognuno è buddha, perché ci sono tutti questi sforzi, questi
tentativi, questo continuo cercare di raggiungere la natura del buddha?
Questa domanda fu fatta non solo a Dogen, ma anche allo stesso Gautama
il Buddha, che è solo uno della lunga serie di buddha che sono esistiti prima e dopo di lui; ma forse il
più importante il più riconosciuto. Per soddisfare chi gli chiedeva, Buddha rispondeva: “Succederà a suo tempo” proprio come i
fiori sbocciano al tempo giusto, e le nuvole arrivano quando è tempo e il sole
sorge quando è ora. Nell’esistenza c’è una continuità dei tempi. Non è che oggi
la luna sarà un po’ in ritardo o il sole splenderà un po’ più a lungo. In
natura c’è l’assoluta certezza che ogni cosa succede quando arriva il momento
giusto, così il momento giusto significa semplicemente la giusta opportunità,
il clima giusto, la giusta sollecitudine, ricettività. E quindi non hai alcun
bisogno di preoccuparti della buddità, perché ce
l’hai già. Quello che manca è il tuo riconoscerlo. Ti sei dimenticato il tuo
nome, ecco quello che manca. Forse c’è bisogno di una situazione nella quale il
tuo nome ti venga ricordato...
Se vuoi
capire il vero significato della natura del buddha,
dovresti correttamente capire le sue manifestazioni del momento.
Tutti voi siete delle sue manifestazioni
momentanee. Tutto ciò che esiste nel mondo è una sua manifestazione momentanea.
In qualche posto la natura è sbocciata in una rosa, da qualche parte è
diventata un uccello che vola nel cielo, in qualche luogo è un pino che si alza
verso le stelle e in qualche altro posto è un essere umano. Sono tutte
manifestazioni momentanee della stessa natura.
La parola buddha deriva
dalla radice sanscrita buddh.
Buddh significa consapevolezza. Puoi diventare
consapevole in qualsiasi forma. Ma la forma umana è quella più facile dalla
quale diventare consapevoli. Se perdi questa opportunità, perdi qualcosa che
magari riuscirai a ritrovare solo dopo milioni di anni di ricerca. Essere un
pino o la roccia di una montagna – queste sono tutte manifestazioni. Ma nessuna
montagna è mai diventata un buddha, nessun pino, pur
nella sua straordinaria bellezza, si è mai illuminato. Nessun animale, nessun
uccello, nessun albero, né il sole, né la luna, in tutta la loro bellezza… sono
tutte manifestazioni della stessa natura, ma solo l’uomo è capace di diventare
consapevole di questa natura del sé. Questa doppia consapevolezza –
consapevolezza della consapevolezza – è la grandezza dell’uomo. È il suo
tesoro. In tutta l’esistenza solo l’uomo ne è capace, e se tu perdi questa
possibilità non sai cosa hai perso. Hai perso la più grande beatitudine
possibile, la più grande pace, quiete e comprensione, la più grande libertà e
mancanza di paura. Ciò che Buddha dice significa che
tutto, quando lo capisci nella maniera giusta, è solo una manifestazione
momentanea della stessa natura. Un buddha è il
riconoscimento di questa vita intima che pulsa in tutte le cose – nell’erba,
nell’acqua, nelle nubi, negli esseri umani.
Dovunque c’è vita, è il divino che si manifesta in
qualche sua forma. Questa è una grande dichiarazione.
Buddha dice,
Quando
arriva il momento giusto, la natura del buddha si
manifesterà.
C’è stata una lunga, tradizionale controversia fra
i seguaci di Buddha su cosa lui avesse voluto dire
con il momento giusto.
Può creare un malinteso, come dice Dogen. Può esserci il fraintendimento che se succederà al
momento giusto, tanto vale andare a farsi un giro in bicicletta, non c’è
bisogno di sprecare inutilmente del tempo. Trovati un ragazzo, o una ragazza, o
magari un amico col quale andare al cinema. Fai pure qualsiasi stupida cosa tu
voglia, perché al momento giusto la buddità arriva –
non importa cosa hai fatto nel frattempo.
La gente ha usato queste parole del Buddha per fare quello che voleva – scommettere, accumulare
proprietà, diventare ricca e potente – perché non c’era bisogno di nessun
impegno specifico: al momento giusto la natura del buddha
si sarebbe manifestata di per sé. Questo è un tipo di equivoco.
Parlando del momento giusto Buddha
non vuol dire che devi posporre questo momento, che quando arriva il momento
giusto… Non arriva mai. È sempre lo stesso momento. E non è qualcosa che
succede dall’esterno, è qualcosa che fiorisce dentro di te. Qual è allora il
significato del momento giusto? Un tipo di equivoco è che tu continui
semplicemente a fare le solite cose di questo mondo. L’altro tipo di equivoco è
quello di voler far arrivare prima il momento giusto attraverso una vita di
rinunce, digiunando, pregando, frequentando la chiesa o il tempio, stando in
equilibrio sulla testa, assumendo vari tipi di posizioni contorte, torturandoti
senza alcuna necessità – tutto questo per far avvicinare il momento giusto.
Questa è un’altra interpretazione sbagliata delle parole del Buddha. Cos’è il momento giusto? Dogen
dice:
“Molti
monaci, sia del passato che dei giorni nostri, hanno creduto che la frase
“quando arriva il momento giusto”, significa aspettare che la natura del buddha si manifesti nel futuro. Pensano che se
continueranno nelle pratiche del sentiero spirituale, la natura del buddha si manifesterà naturalmente da sé al momento giusto.
Fino a che non arriverà quel momento, concludono erroneamente costoro, la
natura del buddha non si manifesterà, persino se
andassero da un maestro per ricevere il suo insegnamento o meditare
diligentemente.”
Non c’è bisogno di andare da un maestro secondo
questa erronea interpretazione. Ma tutto l’equivoco si basa sul momento giusto,
su cos’è il momento giusto. Ogni momento è il momento giusto. Hai solo bisogno
di un po’ di coraggio per rischiare tutto ciò che credi di conoscere, per rischiare
il tuo ego, per rischiare tutto ciò che pensi abbia un valore. Cerca dentro di
te l’unica cosa che non puoi farti prestare da nessuno, e che non puoi neanche
dare a nessuno.
Quella è la tua natura. E quella natura è sempre nel presente. Quindi è il
presente il momento giusto. Né ieri, né domani – oggi! Proprio in questo
momento puoi diventare un buddha.
Basandosi su
questa falsa conclusione, ritornano senza alcuno scopo nel mondo di tutti i
giorni, e aspettano invano l’arrivo del momento giusto.
Il momento giusto non deve arrivare. È sempre
stato qui. Dogen dice,
Le parole
“quando arriva il momento giusto” significano che il momento giusto è già
arrivato.
In realtà non arriva mai, e non se ne va mai. È
sempre qui. L’oceano continua a esistere, il pesce nasce e un giorno poi
scompare. Proprio come un’onda – un po’ più solido, ma proprio come un’onda. Il
cielo continua a esistere; ogni tanto è nuvoloso, ma quelle nuvole vengono e
vanno, lasciando il cielo senza neppure un graffio.
Parlare della nostra buddità
è parlare della nostra natura più intima, proprio del nostro cielo. I pensieri
sono come nuvole, vengono e vanno. Le emozioni sono come fili di fumo…
effimeri. Tutto è momentaneo. La nostra fanciullezza se ne va, la nostra
giovinezza se ne va, la nostra vecchiaia se ne va… se ne va anche la nostra vita.
In tutto questo solo una cosa rimane la stessa, e questa è la consapevolezza di
questo preciso momento. Proprio per questo Dogen sta
dicendo che il momento giusto è già qui. Non c’è bisogno di aspettarlo.
Non ci può
essere alcun dubbio su questo, anche se sorgessero dei dubbi non sarebbero
altro che la manifestazione della natura del buddha
dentro di noi.
Questi sono i magnifici contributi a questo mondo
di coloro che esplorano i misteri. Anche i dubbi sono la nostra natura, e
quindi non sono cose da condannare. Se sorge un dubbio è come una nube che
appare nel cielo, ma il cielo non sarà danneggiato dalla nube. La nube sparirà,
se ne andrà così come è arrivata. E comunque, tutto quello che succede nel
mondo è parte dell’universo. È veramente importante capire che persino i dubbi
fanno parte della nostra buddità.
Se il
momento giusto fosse qualcosa che è arrivato, la natura del buddha
non arriverebbe mai.
Perché se è una questione di arrivare e andarsene,
come le stagioni… arriva la pioggia e poi se ne va, arriva l’inverno e poi se
ne va, la primavera arriva e poi se ne va. Se la
natura del buddha fosse dipendente dal tempo, allora
così come è arrivata potrebbe andarsene. Non può dipendere da nessuna causa,
non può essere legato a un tempo particolare. Il fatto è che è già lì, devi
essere solo abbastanza sveglio da accorgertene. Il momento giusto è proprio
questo momento, adesso.
tratto da: Dogen,
the Zen Master:
A Search and Fulfillment # 5 e 6
Copyright © 1989
UN PASSO ANCORA E RIUSCIRAI A RAGGIUNGERE QUELLO
SPAZIO DOVE NULLA SI MUOVE; DA DOVE PUOI VEDERE TUTTO CIÒ CHE CAMBIA INTORNO E
DENTRO DI TE. È UN PASSO CHE SOLO TU PUOI FARE PER DIVENTARE, FINALMENTE, TE
STESSO.
Rispetto alla comprensione della realtà, Occidente e
Oriente hanno un approccio diametralmente opposto. L’Occidente crede nel corpo,
nel mondo esterno, nella materia. Quindi la scienza si è sviluppata molto e in
tutte le sue branchie: fisica, chimica, medicina. Ma di base l’Occidente nega
l’interiorità dell’uomo.
L’Oriente invece si è impegnato totalmente e
incondizionatamente nella ricerca interiore: “Chi c’è dentro di me?” Il corpo è
sempre stato considerato come una casa o come un indumento da indossare. Tu non
sei i tuoi indumenti, non sei il tuo corpo, non sei neppure la tua mente. Che
cosa rimane? Un silenzio assoluto. In questo silenzio si sono sviluppati i
picchi di consapevolezza che Gautama il Buddha ha raggiunto, e queste altezze sono alla portata
anche di altri. Sono disponibili per te e per chiunque altro, per chi è pronto
a fare una piccola inversione: dall’esterno all’interno. Questi aneddoti sono
legati proprio a questo punto di inversione.
Un giorno
Ungo Doyo andò nella hall e citò il vecchio Tozan, dicendo: “L’inferno non è realmente tremendo, il
portare questa veste e non riuscire a comprendere il grande problema – questa
mancanza è molto più penosa.”
Ora devi capire il simbolismo e l’uso di metafore
nello Zen. L’inferno non è realmente
tremendo, proprio perché non esiste altro inferno che quello di essere
fuori di te e non c’è altro paradiso che quello di essere dentro di te. Inferno
e paradiso sono solo delle metafore del tutto astratte.
Tutte le religioni ne hanno fatto un gran parlare.
La loro capacità di sfruttare l’uomo dipende da due cose: paura dell’inferno e
desiderio del paradiso. È proprio una contraddizione il fatto che tutte queste
religioni vogliano insegnare a essere contro la paura e l’avidità, mentre poi
si basano totalmente sulla paura dell’inferno. Se non sei virtuoso, se non sei
credente, andrai all’inferno per l’eternità, sarai torturato in eterno. Se sei
un credente, un fedele, virtuoso e rispettabile, allora le porte del paradiso
sono aperte per te.
Non è altro che una contraddizione, perché
l’inferno è soltanto una metafora per mettere paura e il paradiso un’altra
metafora per stimolare l’avidità e la bramosia. Lo Zen li considera del tutto
insignificanti. Per questo Tozan dice: “L’inferno non è realmente tremendo.”
Non ti preoccupare dell’inferno. La vera sofferenza è che tu indossi l’abito di
un monaco, di un sannyasin, dici di essere un
ricercatore della verità, ma ancora non riesci a entrare dentro di te, ancora
non hai trovato la via. E il tuo mondo interiore non è molto lontano. Questa
inversione di direzione è il “grande problema”. “Il portare questa veste e non riuscire a comprendere il grande
problema…”
Secondo Tozan, questa è
la cosa più dolorosa: il tuo paradiso è così vicino e tu continui a non
trovarlo. Ti basterebbe aprire gli occhi per trovare la tua buddità.
Se riuscissi a essere un poco più all’erta, più consapevole, potresti entrare
nella realtà senza tempo dell’esistenza. Il suo splendore è grande e non ha né
principio né fine.
Il dolore maggiore di chi ha realizzato il proprio
essere è proprio quello di poter vedere milioni di persone che soffrono. Che
cosa c’è nel mondo oltre la sofferenza, oltre l’infelicità, oltre il dolore?
Ogni piacere volge al dolore e tutta la tua gioia è così superficiale, così
epidermica. La profondità della tua gioia è così poca che basta una sola parola
detta contro di te per disturbarla.
Rivolgendosi
ai suoi monaci, Doyo disse: “Siete ormai dentro
questa tradizione. Il cento per cento non è così distante dal novanta per
cento.”
Tu sei già un buddha al
novanta per cento e il cento per cento non è molto lontano. Ma ricordati una
cosa: anche il novantanove per cento non è abbastanza. Anche il novantanove
virgola nove per cento continua a essere lontano. Devi essere al cento per
cento qui e ora nel tuo centro e improvvisamente affiora dentro di te una
consapevolezza nuova, fresca ed eterna che non sa nulla del dolore e della
morte, dell’inizio e della fine. Il tuo potenziale è sbocciato in un fiore di
loto.
Doyo disse: “Se non avete
ancora affrontato il grande problema, per ora dovete procedere sulla strada
misteriosa.”
Naturalmente la strada è misteriosa, perché non è
all’esterno, come un’autostrada; è un piccolo sentiero assolutamente privato
verso il tuo intimo, dove nessuno si è mai avventurato. Lo crei dentro di te
mentre lo percorri; non è già pronto perché nessuno oltre a te può entrare nel
tuo spazio interiore, solo tu puoi farlo. Ma è solo questione di un unico passo
– il viaggio non è lungo. Nel momento in cui
chiudi gli occhi e guardi dentro di te, improvvisamente ti rendi conto che questa
è esattamente la cosa che hai cercato per molte vite, nascosta proprio dentro
di te. La
strada è misteriosa ma non è lunga – basta fare un passo.
Un monaco
chiese: “A cosa dà importanza un asceta?” Doyo disse:
“Là dove non arriva la consapevolezza della mente.”
Devi avere già sentito la definizione di asceta.
Lo Zen non li accetta, ma per altre religioni l’asceta è uno che si tortura e
si sacrifica per ricevere la benedizione divina, è un agnello sacrificale. Ha
fame e continua a digiunare, percuote il proprio corpo, sta nudo inverno e
estate. Un asceta è colui che sacrifica il corpo e i piaceri del corpo alla
ricerca di Dio.
Lo Zen ha un approccio del tutto diverso, perché
questo tipo di asceta non è altro che un malato mentale; non ha niente a che fare
con la religione. Anche se ci fosse, come potrebbe gioire Dio del tuo essere
affamato? Torturandoti dimostri soltanto di essere un masochista, di gioire nel
farti del male.
Tutte le religioni hanno insegnato alla gente a
comportarsi in maniera malata. Lo Zen è del tutto estraneo a qualunque malattia
psicologica. Non sfrutta le tue malattie – tende anzi a condividere la gioia e
a portarti nella tua totalità e nel tuo benessere. Definisce persino la parola
“ascetico” come “Là dove non arriva la
consapevolezza della mente.” – quello che va oltre la mente, dove non
possono arrivare i pensieri, dove tutto è puro silenzio e serenità. In questo
silenzio, in questo stato meditativo raggiungi il tuo tesoro interiore.
Un altro
monaco chiese: “Quali sono i gradi dei buddha e dei
patriarchi?”
La nostra mente pensa sempre in termini di gradi,
di gerarchie, di burocrazie, di chi sta più in alto e chi più in basso. Ma nel
momento in cui trascendi la mente, trascendi anche questa tendenza a usare le
gerarchie. Allora puoi chiamare colui che è andato oltre “il buddha” o “l’illuminato” o “il risvegliato”… o puoi
chiamare “il maestro” o “il patriarca” ma non c’è alcuna diversità nella loro
consapevolezza. Tutti hanno fatto una sola cosa, hanno lasciato indietro il
corpo e la mente e hanno centrato il loro intero essere nella stabilità dello
spazio interiore. Questa è la massima beatitudine che un uomo può raggiungere.
In questo momento tu diventi un buddha, un dio, te
stesso. Ricordati della differenza: le altre religioni cercano di pregare dio;
lo Zen mette il suo impegno nella ricerca di dio in te. Non c’è altro dio se
non la tua pura consapevolezza – che non è neppure tua, è semplicemente
consapevolezza. Essa abbraccia ogni altra consapevolezza e si unisce alla
consapevolezza universale. Tu svanisci come una goccia di rugiada… solo
l’oceano rimane. Ma questo scomparire nell’oceano è un tale dono, l’unica vera
benedizione.
Un terzo
monaco chiese: “Qual’è il significato della venuta di
Bodhidharma dall’ovest?”
Queste sono le domande della tradizione Zen.
Doyo disse: “Per non
incontrare nessuno sull’antica strada.”
Maestri diversi hanno risposto a queste piccole
domande migliaia di volte e in modi diversi, ricavandone sempre nuovi
insegnamenti. Doyo propone una nuova e straordinaria
intuizione: Bodhidharma era venuto dall’India in
Cina, ma non voleva incontrare nessuno; voleva incontrare qualcuno il cui ego
era già morto, qualcuno che non aveva più una personalità ed era diventato una
semplice presenza, una fragranza. Questo significa Per non incontrare nessuno sull’antica strada. Tutti i buddha si sono messi alla ricerca di quelli che erano
pronti a scomparire nell’oceano. Qui stiamo facendo la stessa cosa: tentiamo in
tutti i modi di fare a meno della mente che la società ci ha dato, di
recuperare la nostra innocenza – un regalo della natura – e scomparire nel
silenzio del cielo e degli alberi.
Tratto da: Zen: The Diamond
Thunderbolt #6
Copyright © Osho
International 1988
Ma Puja Mohani per tanti anni ha
fatto la traduttrice per l’Osho Times tedesco e
viaggia non solo nel mondo interiore ma anche in quello esteriore. Se non la
trovi a Pune a lavorare alle “Healing
Arts”, sta accompagnando gruppi di trekking
attraverso l’Himalaya.
Ecco qui il
racconto del suo primo viaggio in Tibet.
Tibet – un paese che mi affascina da molto tempo, un paese che da
centinaia di anni attrae ricercatori spirituali di ogni tipo e tantissimi
pellegrini. Il paese dei miei sogni, e dei miei incubi, non riuscivo neppure a
immaginare che un giorno avrei potuto andarci.
C’è un libro di Alexandra
David Neel, la leggendaria viaggiatrice inglese, che
all’inizio del secolo ha attraversato il paese in un modo davvero avventuroso.
È stata la prima donna europea a viaggiare attraverso il Tibet. Il titolo del
suo libro è Il mio viaggio fra il
paradiso e l’inferno.
Per quanto mi riguarda, da allora il Tibet non ha
perso niente del suo fascino, talvolta feroce. Anche per me è stato un paradiso
e un inferno e le esperienze che ho vissuto lì sono state veramente intense:
così istruttive, così insolite, così diverse e così lontane dalla mia vita
normale che faccio fatica a capire o a comunicare cosa mi accade quando sono
lassù.
È proprio per questo che ne vorrei scrivere.
Perché credo che scrivendo riuscirò ad avere più chiaro anche dentro di me il
senso di questa esperienza. Il modo in cui vivo Tibet risente anche
dell’influenza del mio lavoro di accompagnatrice turistica. Questo naturalmente
cambia la mia posizione: devo occuparmi di un gruppo di partecipanti, del loro
benessere e fare in modo che siano tutti soddisfatti…
La mia agenzia di viaggio, che da tanti anni
organizza viaggi e trekking nell’Himalaya –
specialmente nelle regioni dove vivono i profughi tibetani
– mi ha affidato la direzione di un viaggio in Tibet, benché io stessa non
fossi mai stata in quel paese. Gli accompagnatori dei viaggi precedenti mi
hanno dato tantissime informazioni e le loro note di viaggio.
I mesi prima del viaggio sono dedicati alla
preparazione, alla lettura di tutto quello che trovo riguardo il Tibet: guide,
racconti, libri d’arte e di storia, diari di viaggio e tantissime spiegazioni
sul buddismo tibetano. La letteratura che riguarda il
Tibet è molto estesa, credo proprio che non esista un altro paese sul quale sia
stata condotta una così vasta ricerca.
Più leggo, più si avvicina la data della partenza,
più mi sento confusa e mi sembra di non sapere niente. La paura di fallire si
fa sempre più forte. Desidero ardentemente che venga con me qualcuno che
conosco, che in qualche modo mi possa aiutare e tenere per mano quando saremo
lassù... Naturalmente deve essere un sannyasin – deve
solamente avere soldi a sufficienza per poter affrontare le spese di viaggio.
E come è con tutti i desideri, prima o poi si
realizzano. A Pune, un mese prima della partenza, un sannyasin che conosco superficialmente da tanti anni, un
tipo alto e biondo di Düsseldorf, mi chiede
informazioni sul viaggio: lui vorrebbe viaggiare in Tibet e può anche pagarsi
il viaggio. C’è ancora un posto libero – lui prenota e io mi sento davvero
sollevata. Gli parlo delle mie paure, di come mi sento, della paura di fallire
in questo viaggio, e lui mi tranquillizza dicendomi che andrà tutto bene…
Finalmente ci siamo: comincia tutto un mese di
Tibet intensivo!
Vado a incontrare il mio gruppo all’aeroporto di
Katmandu - sono persone simpatiche. Il nostro viaggio comincia con un volo per
Lhasa: la capitale del Tibet dove esiste uno dei più meravigliosi edifici del
mondo, il Potala, in passato la residenza del Dalai
Lama.
Venendo dall’aeroporto ci avviciniamo alla città
di Lhasa, ed ecco, in lontananza si staglia il meraviglioso palazzo del Potala,
e immediatamente gli occhi mi si riempiono di lacrime. Quante volte ho guardato
con desiderio l’immagine del Potala! Sono felice ed eccitata nello stesso
tempo! Naturalmente, come sempre, sono anche un po’ preoccupata che qualcuno
del mio gruppo soffra per l’altitudine, perché Lhasa si trova a
In mezzo ai tibetani mi
sento all’improvviso molto innocente, allegra e persino un po’ superstiziosa.
Questo anche se il mio maestro mi spiega da 15 anni, con amore e pazienza, come
le pratiche religiose e la superstizione legata alla fede ci tengono in uno
spazio di inconsapevolezza e irresponsabilità. In questa atmosfera mi ritrovo a
pregare che tutto vada per il meglio.
Il viaggio ci porterà attraverso città e numerosi
monasteri del Tibet centrale, poi ci sposteremo con le jeep in un lungo e
avventuroso percorso attraverso tutto il Tibet da est a ovest, dove visiteremo
i fantastici templi di Tolin e Tsaparang
che si trovano all’interno di caverne.
Il culmine del viaggio sarà durante il lungo giro
fino al sacro monte Kailash, tappa che aspetto con
ansia e con molte aspettative; finalmente poi scenderemo con le nostre jeep
verso il confine nepalese, e da lì torneremo indietro a Katmandu.
Appena ci troviamo per strada con le nostre jeep,
il viaggio diventa una corsa a ostacoli. Le mie illusione, le mie aspettative,
e i miei desideri vengono tutti completamente distrutti in un attimo; e crolla
anche l’immagine idealizzata che mi ero fatta dei tibetani
perché sia gli autisti che la guida tibetana cercano
di impedire che il viaggio prosegua così come è programmato. Vogliono a tutti i
costi seguire un percorso che non era stato deciso in precedenza, affermano che
non si può raggiungere il monte Kailash perché il
grande fiume Tsangpo é in piena e non c’è nessun
traghetto. Il tempo è brutto, piove e le strade sono quasi impraticabili; le
jeep o sono impantanate nel fango o hanno problemi con il motore, ci vogliono
ore solo per trainare fuori dal fango o per ripararle. Così perdiamo molto
tempo, siamo in ritardo sulla tabella di marcia e io comincio a sentire la
pressione dei giorni che passano, perché devo riportare i partecipanti a
Katmandu per il volo di rientro.
Molte volte non so più niente, non so più cosa
fare e come proseguire... Oltre a tutto questo il famoso sannyasin
che mi doveva aiutare e sostenere si rivela invece una persona molto difficile
e capricciosa. Ha assunto all’interno del gruppo una posizione molto
antagonista nei miei confronti e davanti a tutti dice che come accompagnatrice
sono proprio un disastro perché non sono in grado di impormi agli aiutanti tibetani. Quasi ogni giorno mi tratta male dandomi
dell’incapace. Mi sento abbandonata, sola, e qualche volta succede che di notte,
nel mio sacco a pelo, mi trovo a piangere silenziosamente: maledicendomi per
aver accettato questo lavoro e per aver insistito che il sannyasin
partecipasse a questo viaggio – non capisco più come mi sia venuta questa idea
assurda di venire in Tibet.
Ci sono invece tantissimi momenti nei quali poi
dimentico completamente tutto questo e rimango semplicemente sconvolta... dal
paesaggio meraviglioso, dal cielo immenso! Il cielo sopra il Tibet è veramente
unico, così come non l’ho mai visto in nessun’altra
parte del mondo: così ampio, così vicino, così limpido. I suoi colori sono
quasi psichedelici, è uno spettacolo incredibile e molte volte non posso
credere ai miei occhi. Nella notte la luce delle stelle è così luminosa che ne
rimango quasi abbagliata. Sul tetto del mondo sei molto vicina alle stelle. I
colori delle montagne intorno mi fanno impazzire: riflettono strane
combinazioni di luce e creano tipi diversi di colori di cui neanche sapevo
l’esistenza. Sono toccata profondamente dalla semplice e selvaggia bellezza dei
nomadi che incontriamo fuori dalle città. Vivono in tende nere fatte di pelle
di yak, sono timidi, selvaggi, ridono e si stupiscono quando ci vedono, come
noi del resto ci stupiamo di loro.
Assomigliano un po’ agli Indiani d’America, gli
uomini spesso portano i capelli lunghi acconciati con delle trecce e sono
vestiti di colori vivaci Quando mi ritrovo a guardarli in volto, molto spesso
mi dimentico di tutto quello che mi circonda – così tanta naturale bellezza.
Miracolosamente il viaggio, con tutto il suo
programma, alla fine si realizza: anche se ci sono tante difficoltà e ostacoli
da superare raggiungiamo il monte Kailash, da
migliaia di anni il luogo sacro più importante per i pellegrini di quattro
religioni. Sto sviluppando una specie di relazione intima con questo monte,
nonostante non possa vederlo molto chiaramente perché il tempo é nuvoloso.
Posso parlare con lui, ho la sensazione che mi stia dando un’energia molto
tangibile, mi sento piena di gioia e spesso mi vengono le lacrime agli occhi,
ma soprattutto mi ritrovo nell’eterna presenza del qui e ora. Non sono sicura
se é il monte che fa questo effetto oppure l’atmosfera che lo circonda, colma
della gioia innocente di così tanti pellegrini. Ma può anche essere che la
consapevolezza di essere arrivata finalmente al culmine del nostro viaggio mi
metta in questo bellissimo stato di euforia. Cominciamo a girare nelle
vicinanze del monte sacro; questo senza la giovane guida tibetana,
che con strane scuse e una faccia innocente, inventa una storia assurda per non
partecipare all’escursione e fermarsi invece a bere birra con gli amici.
Il secondo giorno campeggiamo sotto la parete nord
del monte Kailash, una formazione gigante costituita
di ghiaccio e roccia sul quale gli indù vedono il volto di Shiva,
i buddisti il volto di Buddha... e se proprio vuoi
puoi anche vedere il volto di Osho. Ho con me tantissimi pezzi di stoffa che
serviranno a fare le bandiere tibetane della
preghiera. Le innalzo in onore dei miei amici tibetani
sul Dolma-la
che è il punto più alto e più sacro del monte Kailash.
Durante una faticosa salita per raggiungere il passo, che è a
Per un bel po’ di strada cammino a fianco di una
vecchia tibetana con cui sussurro il mantra che serve per invocare Tara e Dolma,
che sono i guardiani del passo.
Tutti questi rituali mi piacciono molto. Proprio a
me, che ho sempre odiato i riti cristiani e i rituali di ogni genere... Devo
forse recuperare o bilanciare qualche cosa nella mia vita? Davanti a questa
montagna mi prostro perfino nei punti previsti. Di certo non prendo troppo sul
serio tutto questo – anche i tibetani ridono e
sghignazzano mentre si prostrano – però devo dire che tutto ciò mi fa sentire
piena di rispetto e riverenza.
Anche nel ritorno verso Katmandu incontriamo non
pochi ostacoli: una macchina rimane impantanata vicino a un fiume e deve essere
tirata fuori a traino, la strada verso il Nepal è danneggiata da diverse frane.
Ma alla fine, dopo un viaggio avventuroso, arriviamo, sporchi ma felici e
contenti, a Katmandu. Tutti sono sollevati e raggianti, tranne il sannyasin, che però in seguito, per tre settimane, racconta
in continuazione come sia stato bello il viaggio. Quando mi ritrovo a casa, c’è
una cosa che so con sicurezza: voglio ritornare in Tibet. Così parto anche
l’anno successivo e il viaggio è ancora una volta pieno di imprevisti e
faticoso, i partecipanti sono più difficili dell’anno precedente e gli ostacoli
ancora tantissimi… ma i momenti di bellezza e di meraviglia, la pace e la
vastità della terra, la preghiera e la devozione che si sentono sul monte Kailash compensano tutto. E ogni volta che torno a casa mi
sento rinnovata, ripulita come dopo un gruppo intensivo di meditazione, sebbene
in Tibet non abbia un solo attimo per praticare una qualsiasi tecnica di
meditazione. Questa terra misteriosa mi regala l’opportunità di essere totale e
nel momento.
Cosa voglio di più?
Testo tratto dall’osho times ed. tedesca
Una
dolce turbolenza che arriva dall’Himalaya
di
Swami Satyananda
Questo articolo è stato scritto in occasione della
recente visita del Dalai Lama in Germania.
Lo riprendiamo dall’Osho Times
edizione Tedesca, perché contiene alcune considerazioni interessanti e originali,
su un argomento trattato solitamente in modo banale.
Le sue apparizioni hanno un commovente tocco
esotico. I monaci nelle loro tuniche rosse lo venerano come un dio e si
prostrano ai suoi piedi. Ma il dio che si
tocca, come il 14° Dalai Lama è stato
ribattezzato dalla stampa tedesca, si presenta moderno e al passo coi tempi.
Le sue apparizioni sono dirette in modo geniale da
esperti PR. Ovunque si presenti, tutti i media sono
lì pronti a parlare di lui e a ricordare la tragedia del suo popolo – di grande
pietà religiosa e scarsa consistenza numerica – violato e costretto quasi
all’estinzione da un feroce e potente vicino. Praticamente tutto il mondo odia
Il Dalai Lama è un
maestro nell’arte di mettere insieme misticismo e politica. Tra i suoi numerosi
meriti forse il più importante è che ricorda ancora una volta agli uomini
l’immensa potenzialità dei valori dello spirito; questo in un mondo che a
dispetto di tutte le sue frontiere è stato colpito da un’epidemia di
inarrestabile materialismo, un mondo che ha messo da parte quei valori, come se
non esistessero più.
Se da un lato il
dio che si tocca gioca un ruolo di secondo piano, dall’altro catalizza
nella mente e nel cuore di milioni di persone un processo di consapevolezza che
potrebbe introdurre un’epoca post-materialistica, un’epoca in cui ai beni
materiali e alla meditazione riesca di convivere in un’armoniosa simbiosi.
Il Dalai Lama ha
promesso che, se i cinesi gli permetteranno di ritornare in patria, il Tibet
diventerà un moderno stato democratico. Anche se Pechino dovesse essere
d’accordo, il Dalai Lama arriverebbe comunque in
ritardo, perché nel frattempo il Tibet è già stato completamente colonizzato
dai cinesi. Nella loro stessa terra i tibetani
rappresentano ormai un’esigua minoranza, la cui eredità culturale è stata
annientata. La nuova generazione non ha più alcun legame con la tradizione
religiosa del buddismo tantrico e tra i tibetani in esilio esistono conflitti di potere e rivalità
politiche. Il Tibet non esiste più come campo energetico, ma come metafora ha tutt’ora un significato di estrema importanza, è come una benefica
pioggia che va a bagnare i deserti spirituali di un consumismo che è ormai
contro la vita. Soprattutto dà nuova energia alla preziosa fioritura di una
rinascita spirituale. Rispetto alla metafora Tibet si riaccendono fantasie
ecumeniche, nostalgie e impegni di persone che sono alla ricerca di un
significato nella vita. Nella sua terribile caduta il Tibet ha acquisito
un’importanza a livello spirituale per tutto il pianeta, importanza che non
avrebbe mai potuto sviluppare come paese
del dio vivente se fosse rimasto intatto nella sua immobilità: in questo
stanno la tragedia e il trionfo di questo popolo.
La recente apparizione del Dalai
Lama in Germania a Lüneburg ha risvegliato ovviamente
le contraddizioni degli attivisti a favore del Tibet. Si è vista un’etica
sensazionalista da talk-show, che insieme all’esoticità
di questo dio-uomo ha portato alle stelle gli indici d’ascolto delle
televisioni. C’erano le ipocrite obiezioni di credenti sospettosi, che mettono
in guardia l’occidente cattolico da un suo affossamento nei meandri di una
indistinta religiosità. C’era poi l’ipocrisia dei politici, che hanno
ovviamente stretto la mano al Dalai Lama per motivi
propagandistici, ma che si guardano bene dal riconoscerlo come rappresentante
politico del popolo tibetano. E c’era anche la
glaciale riservatezza degli esponenti delle multinazionali, che considerano
assolutamente disdicevole rischiare di rovinare, con tutto questo chiasso, i
redditizi scambi commerciali con
È probabile che molte persone che si fanno guidare
da lui nel praticare il buddismo tantrico, non
abbiano capito che con la sua presenza ha cercato di agire soprattutto sul
piano politico. Ha reso loro le cose facili, senza mettere nulla in
discussione, non ha chiesto nessun sacrificio e nessun rischio. Al contrario
chi era al Lüneburger Heide
per rendere omaggio al Dalai Lama, si sarà sentito
davvero al passo coi tempi. Tantra e Zen sono
diventati di moda, il Buddismo è “in”, è diventato una cosa degna di rispetto.
Dichiarandosi un simpatizzante del Dalai Lama, uno si
sente più interessante. Nessun parroco, anche se è contro le sette, si
sognerebbe mai di denunciarlo.
Molti considerano le ricercatezze del rituale
religioso del buddismo tibetano come il marchio di
una religiosità “rispettabile”. In una cultura fortemente impregnata dalla
liturgia cristiana, gli ornamenti dorati, il velluto rosso, il profumo degli
incensi, il mormorio dei mantra, il suono delle
campanelle e i gesti di ossequio davanti al dio vivente diventano qualcosa di
rassicurante.
Chi passa dalla cristianità al buddismo e rende
onore al Dalai Lama, non deve temere che i suoi amici
lo considerino pazzo e i suoi colleghi “psicolabile”. Non deve abbandonare le
solide basi di una religione tradizionale, non deve far altro che passare da
una religione conosciuta a livello mondiale a un’altra altrettanto collaudata.
L’avventura di un viaggio con un maestro
spirituale non può essere sperimentata fintanto che il Dalai
Lama persegue obiettivi politici attraverso un’azione diplomatica. Non può
essere un maestro a tutti gli effetti, un maestro che scuote nel sonno i suoi
contemporanei, li fa uscire dalla solita routine, distrugge tradizioni e
sistemi di fede, sfida l’establishment, smaschera falsi profeti e pretende
dalle persone che vogliono stare con lui una totale disponibilità al rischio.
La grandezza del Dalai
Lama invece, sta nel trasformare la simpatia che milioni di persone sentono per
il Tibet in dinamica spirituale. Forse sta preparando il terreno per una
religiosità come quella che ci ha insegnato Osho: libera cioè da tradizioni,
credenze e rituali… una religiosità per il ventunesimo secolo.