SOMMARIO

 

2 CENTRI DI OSHO IN ITALIA

Tutti i Centri di Osho divisi per regione

 

6 LE NOTIZIE

Fuori e dentro la Comune

Più le notizie lampo dell'ultimo minuto.

 

8 IL CUORE

Arrendersi al Maestro

Ma Dharm Jyoti ci racconta la sua esperienza a fianco di due donne illuminate.

 

14 IL MAESTRO

Dio non è pari al mio maestro

Un commento stimolante a un sutra che esprime tutta la diversità tra il mondo femminile e quello maschile.

 

22 IL MAESTRO

In ogni fiore, in ogni sguardo...

Una domanda piena d'amore.

 

23 IL MAESTRO

Non è necessario che una donna diventi un maestro

L'amore non si può insegnare, solo vivere.

 

25 IL MONDO

Creare un ponte

Come portare l'esperienza della meditazione nel mondo del lavoro.

 

27 IL MAESTRO

Dietro la parola amore...

...si nascondono altre cose, come i bisogni, i desideri e le aspettative.

 

28

Quando l'oriente incontra l'occidente

È possibile un incontro d'amore tra mondi così diversi? In questa intervista alcune coppie parlano della loro esperienza.

 

34 IL MAESTRO

Essere l'amore

L'amore che conosciamo è solo il riflesso di qualche cosa di infinitamente più

 

40 IL CUORE

Tre storie d'amore

L'amore ha molti volti, tre storie per raccontarli.

 

44 IL MONDO

Osho e l'editoria mondiale

Un nuovo modo di far conoscere i libri e le meditazioni di Osho.

 

50 TUTTE LE STELLE

Il tuo oroscopo di gennaio.

 

52 LA VETRINA

Tutti i libri di Osho in italiano, i video di Osho, le musiche per la meditazione e il rilassamento.

 

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OSHOTIMES INTERNATIONAL

 

 

 

NOTIZIE

                        DENTRO E FUORI LA COMUNE

 

 

Osho Misfit per il 1998

 

Il Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton è stato nominato Misfit dell'anno per il 1998 dal comitato direttivo di questi premi, che vengono assegnati annualmente a figure pubbliche che non si adeguano all'ipocrisia corrente. Swami Satya Vedant ha letto la motivazione della cerimonia condotta nell'Osho Commune International di Pune: "A Bill Clinton per non aver ceduto alla moralità ipocrita tipica della vita pubblica e per non aver

permesso ai suoi critici di farlo sentir colpevole di aver esercitato il suo diritto costituzionale alla ricerca della felicità nella maniera che preferiva." Un premio di gruppo è stato assegnato collettivamente all'elettorato americano per non essersi fatto influenzare dai predicatori televisivi e dai commentatori politici riguardo alle dimissioni o all'inpeachment di Clinton.

Anche a Deepa Mehta, la regista di Fire, il controverso film indiano su una relazione omosessuale fra due giovani cognate, trascurate dai rispettivi mariti, un premio per: "Aver coraggiosamente parLato di un argomento finora tabù e aver così rischiato le reazioni di una società indiana profondamente conservatrice." Il film ha ottenuto un discreto successo all'estero, mentre in India la reazione dei conservatori (due cinema dati alle fiamme, innumerevoli proiezioni sospese con la forza) ha portato ad un acceso dibattito sulla libertà d'espressione e sulle manovre populiste della destra.

Telmina Durrani, la scrittrice pachistana, riceve un premio per il suo libro Blasphemy, un romanzo dove denuncia la corruzione e la perversione del clero nel suo paese natale: "Questo libro, insieme al precedente My Feudal Lord – dedicato al marito – dimostra il grande coraggio della Durrani nel rivelare la verità nascosta dietro alla facciata delle convenzioni sociali." I premi Osho Misfit sono assegnati annualmente seguendo l'indicazione del mistico illuminato Osho: "La società ha davvero bisogno di alcune persone che non si adeguino. Non c'è nulla di sbagliato in questo. Sono loro quelli che tengono accesa la fiamma della libertà una generazione dopo l'altra."

 

 

 

L'Osho Times ti porta a Pune!

 

Diciamo sempre che l'Osho Times ti porta a casa la fragranza di Pune, ma per Ma Prém Harshada ha fatto anche di più: ha portato lei a Pune. È arrivata nella Comune in questi giorni la raggiante vincitrice della lotteria internazionale della Multiversity: un anno fa, poco dopo aver preso il sannyas, ha trovato nella sua copia dell'Osho Times italiano la cartolina per partecipare al concorso. "Non ho mai partecipato a nessun concorso o lotteria, neppure mai giocato al Lotto o al Totocalcio," ci dice Harshada, "Ma per una volta ho voluto provare... e mi è andata bene!" Infatti qualche mese dopo ha ricevuto una lettera da Pune che la informava della vincita del terzo premio: 6 settimane gratuite di gruppi, workshop e training. "Il vincere quel premio è stata la spinta per venire fin qui a Pune, altrimenti non l'avrei mai fatto... da sola in India, così lontano da casa, senza neppure saper l'inglese!" Adesso sta già facendo i piani per vedere quando potrà tornare – per passare qui un paio di mesi ha dovuto unire le ferie del '98 e del '99 – forse per l'Osho Tribute del 2000. Nel frattempo si è prenotata workshop di danza e di tarocchi, il famoso gruppo "Who is In" e per finire un training di massaggio olistico; ma soprattutto si gode la Comune. Ci ha detto: "I primi due giorni mi sembravano tutti un po' strani, poi ho capito che qui le persone si comportano davvero a seconda di come si sentono sul momento, al di fuori degli schemi fissi, e questo mi piace davvero."

 

 

 

Osho a Wall Street

 

Osho sorride ai lettori dalle pagine del Wall Street Journal. La prestigiosa pubblicazione della Dow Jones presenta un lungo articolo sul potenziale economico del Tantra e cita Osho come un precursore, in quanto già nel 1974 diceva: "I giorni del Tantra stanno arrivando. Prima o poi esploderà a livello di massa, perché per la prima volta i tempi sono maturi – maturi per considerare il sesso qualcosa di naturale." Dopo aver parlato della competenza di Margot Anand (che tiene gruppi anche a Pune) di fronte alle dubbie qualifiche di altri operatori del settore, l'articolo prosegue ricordando il lancio sul mercato americano della nuova edizione di The Book of Secrets, dove Osho commenta appunto i sutra del Vigyan Bhairav Tantra.

 

 

 

Un regista sannyasin  hOLLYWOOD

 

Swami Marcus, cioè Marcus Nispel, un regista di videoclip 35enne di origine tedesca, è apparso sulla copertina della rivista tedesca Die Zeit perché si stava preparando a un importante futuro a Hollywood: era stato scelto da Arnold Schwarzenegger per dirigere il suo prossimo film, dal titolo End of Days un thriller da 100 milioni di dollari, pieno di azione ed effetti speciali.

Nella sua lunga esperienza di regista di video musicali e commerciali ha vinto la maggior parte dei premi del settore, lavorando per clienti quali Pepsi Cola, Kodak, Mercedes, Nike, Philips, Epson e, nel campo musicale, per cantanti o gruppi come George Michael, Mariah Carey, Gipsy Kings e le famossime Spice Girls. Dopo una grossa delusione – lui la definisce una prematura crisi di mezza età – perché il progetto del film precedente, ormai a buon punto, era stato cancellato, è ritornato in contatto con Osho e la meditazione. Come ha dichiarato nell'intervista: "Conoscevo già Osho da teenager, ma in seguito la vita e il lavoro mi hanno allontanato; quando è fallito questo progetto a cui tenevo tantissimo, qualcosa è scattato dentro di me e ho compreso che fare cinema per me è una meditazione."

Le ultime notizie dicono che i produttori di Schwarzenegger hanno cambiato idea all'ultimo momento; Swami Markus però non se la prende: dopo tutto è la sua meditazione!

 

 

 

Notizie flash dall'Osho Commue di Pune

 

Le Osho Gurdjeff Sacred Dances, rappresentate dal training guidato da Ma Amiyo e Sw. Jivan il 12 dicembre in Buddha Hall, sono state a detta di tutti il clou degli spettacoli serali durante il Festival per il compleanno di Osho. La serata è iniziata con la lettura di storie su Gurdjeff e di poesie di Rumi che hanno aperto una metaforica finestra sul mondo nel quale Gurdjeff stesso svolse il suo lavoro. A creare una cornice di meditazione hanno contribuito poi le musiche suonate al piano da Ma Nisimo e Ma Anuprada.

Il compleanno di Osho ha segnato anche la conclusione dei 21 giorni di Osho Kundalini Meditation in tutto il mondo, la partecipazione è stata fantastica, ha davvero scosso tutto il mondo. Al punto che anche Time, la più importante rivista americana, ha informato i suoi lettori dell'avvenimento e della possibilità di trovare musica e istruzioni per la meditazione Kundalini su Internet. La meditazione sta perdendo ogni connotato "alternativo" o "new age", man mano che sempre più persone si accorgono dei suoi benefici effetti proprio nella vita di tutti i giorni. E così anche il maggior quotidiano australiano The West Australian celebra il compleanno di Osho con un bellissimo articolo su di lui e sulla locale comunità sannyasin. Nivedano è tornato a Pune dopo anni spesi in Brasile e Giappone per organizzare e per finanziare una grossa comune sannyasin in un territorio ancora ecologicamente intatto nel mezzo del Brasile. "Il Brasile è meraviglioso, ma è qui che il mio spirito viene nutrito", dice Nivedano e aggiunge che nel giro di sei mesi sarà possibile iniziare a costruire nel rispetto della natura.

 

 (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

arrendersi al maestro

Ma Dharm Jyoti, discepola di Osho dal 1970, parla dell’esperienza vissuta accanto a due donne illuminate, Mataji e Sita Ma, facendoci capire com’è il rapporto di una donna col proprio maestro, con la Comune e con l’illuminazione.

Intervista di Ma Amrita Suha

 

OTI: Osho ha mai parlato, in particolare, dell’illuminazione delle donne?

 

Jyoti: Sì, ne ha parlato moltissimo.

Le donne sono orientate soprattutto verso il cuore, e quando dico donne intendo coloro che abbiano non solo un corpo, ma anche una mente femminile, delle qualità femminili. Ci sono delle eccezioni: individui con un corpo femminile che hanno una mente maschile. Esistono donne così, ma, in generale, le donne hanno queste qualità: l’amore, il cuore, l’arrendevolezza e la fiducia. Osho distingue sempre tra il sentiero della meditazione e quello dell’amore, e spiega chiaramente che l’amore e l’arrendevolezza sono molto facili per le donne. Ha anche parlato di alcune donne illuminate, come Meera, Sahajo, Rabiya. Recentemente è stato pubblicato in inglese “Showering without Clouds”, la traduzione dei suoi discorsi in hindi che commentano i versi di Sahajo, una mistica indiana che raggiunse l’illuminazione solo attraverso l’amore e l’arrendevolezza. Dissolvere il proprio ego, arrendersi totalmente al maestro...

È molto facile per una donna fondersi col maestro. Nella nostra Comune sono stata molto vicina alla madre di Osho, Mataji, perché mi prendevo cura di lei, e lei aveva questa qualità: tanta fiducia nel suo maestro, Osho. Io credo che osservandola... anche Osho ha dichiarato che era illuminata – e per quello che ho visto posso dire che lei non se ne rendeva conto, aveva un cuore veramente semplice e non si è mai proclamata illuminata.

Viveva una vita naturale e spontanea, che a me sembra la qualità principale di un essere illuminato... loro vivono così semplicemente. Era molto autentica: quando era arrabbiata, era arrabbiata. Proprio come un bambino; un momento dopo aveva già dimenticato tutto e ti parlava di nuovo con amore.

Era davvero naturale, quando aveva fame diceva: “Ho molta fame e voglio mangiare adesso”. E, una volta soddisfatta, era sazia e dimenticava subito il cibo.

Era nata a Kadowarha, un piccolissimo villaggio, dove le donne portano sempre il sari e si coprono la faccia tirandone giù un lembo – quello che loro chiamano ghunghatt: il gesto tipico della tradizione che vuole che una donna non mostri la faccia ad altri uomini. Ma nella Comune, quando Osho volle che noi portassimo le tuniche, lei accettò immediatamente senza neanche un ripensamento, anche se ciò era totalmente contrario alle sue abitudini.

La Comune è veramente internazionale, vista la gente di culture diverse che arrivano da tutto il mondo, ed era sorprendente vedere come Mataji, già in età avanzata, riuscisse ad affrontare tutte queste differenze. Ma lei era disposta ad accettare tutto.

Alcune sannyasin arrivavano alla Comune con un boyfriend nuovo e lei vedeva semplicemente che erano innamorati e scherzava: “Ah, è il tuo boyfriend”, e così via.

 

D: Un bel salto per una persona cresciuta in una società dove i matrimoni sono ancora organizzati dalle famiglie, spesso senza che i futuri sposi si siano mai incontrati prima. Doveva veramente avere una fiducia assoluta in Osho.

R: Certo, quella fiducia – di cui Osho parla sempre – era una sua dote naturale: “Non c’è bisogno di usare la mente, d’interpretare”, come fanno gli intellettuali che prima lo ascoltano, poi ci pensano su ed elaborano. Lei si era semplicemente, totalmente arresa.

Era solita fare la meditazione Kundalini, che le piaceva molto. Un giorno Osho le mandò a dire che non avrebbe dovuto più farla. Lei smise immediatamente. “Lui dice che non devo farla, e io non la faccio.” Un tale semplice potere del cuore, un siddhi. In questo modo credo lei abbia raggiunto… cosa poi? potremmo dire che si è realizzata.

 

D: Credi che il fatto di aver avuto tanti figli l’abbia aiutata a essere più femminile? Credi che la maternità l’abbia aiutata?

 

R: Beh, non si può dire, non credo proprio che la maternità sia essenziale per illuminarsi. Meera non ebbe figli, e lasciò il marito. Ognuno è un individuo unico. La cosa principale è l’interiorità e l’arrendersi al maestro.

 

D: Come poteva Osho dire che era illuminata e che lo ignorava? Come è possibile che uno si illumini senza saperlo? Non riesco proprio a capire: gli uomini si illuminano e lo dicono… e le donne possono illuminarsi persino senza saperlo? Non riesco a spiegarmelo.

 

R: Un cuore tanto semplice, diceva Osho, che non sa di essere illuminata. Prima di lasciare il corpo, proprio il giorno prima, parlando con me accennò all’illuminazione, usando parole diverse che tuttavia lasciavano comprendere la sua realizzazione. A volte si possono incontrare donne di questo tipo, che non vogliono essere riconosciute ma che scelgono di vivere semplicemente.

Osho dice inoltre che ci sono molte donne illuminate, che tuttavia non sono maestre. Questa è tutta un’altra storia: sono così contente di dissolversi e fondersi col maestro, che non sono interessate a essere maestre loro stesse. Essere un maestro richiede qualità diverse. Molti diventano illuminati, ma fra mille, forse soltanto uno diventerà un maestro.

Esprimere la propria esperienza è una cosa completamente diversa, che solo raramente un essere umano può fare… guidare gli altri.

Perciò il fatto che si sappia solo di poche donne illuminate non vuol dire che non ce ne siano. Solo poche donne illuminate sono diventate famose, come Meera quando cominciò a cantare le sue canzoni e a parlare.

Ma possono esistere altre illuminate che non parlano della propria esperienza e continuano a vivere la loro vita di tutti i giorni. Nessuno saprà mai quando si sono illuminate e che cosa sia veramente accaduto loro.

 

D: Ci potrebbero essere delle donne illuminate, nella nostra Comune…

 

R: Certamente.

 

D: Possiamo accorgercene dalla qualità della loro meditazione in Ashram?

 

R: Per riconoscere un illuminato, devi essere nel suo stesso stato. Se è così, puoi riconoscerlo, ma è molto difficile rendertene conto osservando dall’esterno.

Abbiamo sentito talmente tante cose sull’illuminazione, che in qualche modo ci siamo fatti un’idea di che cos’è. E se qualcuno corrisponde alla nostra idea, allora pensiamo: “Ah, questo è un illuminato.” Ma l’illuminazione è un fenomeno così straordinario da contenere tutto. Io posso avere l’idea che un essere illuminato non debba arrabbiarsi e così se vedo qualcuno che si arrabbia, immediatamente ne deduco che non è illuminato. Ma questa è solo la mia idea sull’illuminazione, senza che io abbia realmente compreso il fenomeno. Così se giudichiamo azioni e comportamenti dall’esterno è molto difficile riconoscere l’individuo per quello che è, comprendere dove realmente si trovi, a meno che non siamo veramente molto intimi e pieni d’amore l’uno per l’altro, a meno che non ci sia una profonda conoscenza che vada oltre il comportamento esteriore. Io credo che anche questo sia un modo per poter riconoscere un illuminato.

 

D: Tu sei stata anche in contatto con Sita Ma…?

 

R: Anche lei era illuminata, aveva le stesse qualità di Mataji. Erano buone amiche, totalmente arrese a Osho. Queste sono state le uniche donne della Comune per le quali Osho ha voluto che fosse costruito un Samadhi.

“Se Osho dice di fare qualcosa, deve essere fatto, l’ha detto il maestro”. A loro non importava delle conseguenze. Questa fiducia totale... questo affidarsi completamente a qualcuno…

 

D: Ora che Osho non è più nel corpo, cosa ne è di questo seguire totalmente quello che lui ha detto? Ora che il dialogo non è più possibile, come si fa? Quelli che non hanno mai incontrato Osho nel corpo, come possono sapere…?

 

R: Osho non è più nel corpo, questo è un fatto, ma quelli che continuano ad avere fiducia e il cuore in sintonia con lui, possono ancora ricevere la sua ispirazione, totalmente, come prima. Essi possono ancora capire, non attraverso le parole, ma quando sono in meditazione e la mente è silenziosa – possono comprendere il messaggio. Quando noi diciamo Osho… che significa Osho? Non più un individuo vivo, ma una presenza, una pura consapevolezza che ci circonda. Questa esistenza è Osho. E l’esistenza dà messaggi in molti modi diversi, attraverso persone diverse. Se siamo più consapevoli e aperti, lo possiamo comprendere.

 

 

Quando un maestro non è più

nel corpo, la sua consapevolezza

può lavorare attraverso

moltissimi mezzi,

attraverso strumenti che sono intorno a noi.

E così, se un individuo è ricettivo può ancora ricevere il suo messaggio. Questo è come la vedo io.

 

D: Questo è vero per tutti coloro, uomini e donne, che si affidano totalmente al maestro, attraverso l’amore, amore inteso nella sua manifestazione più alta…

Carissima Jyoti, tu conosci il momento o la data, in cui Mataji e Sita Ma divennero illuminate?

R: Nessuno sa in quale momento è accaduto, perché loro non ne hanno mai parlato. Ma dal loro modo di vivere, così diverso, noi possiamo soltanto dedurre che qualcosa era avvenuto.

 

D: Si sentiva dalla loro energia?

 

R: Sì. Specialmente quando avevano dei dolori fisici, si vedeva dal modo in cui affrontavano la sofferenza. Con l’amore, la fiducia e la capacità di essere presenti, tutte qualità inseparabili l’una dall’altra, la consapevolezza aumenta. Ho visto Mataji mentre lasciava il corpo. Come era consapevole! Non era entrata in coma – o qualcosa di simile – e i dottori erano stupiti di come fosse rimasta cosciente fino all’ultimo momento. La pressione sanguigna era così bassa, il corpo così freddo, che normalmente chiunque sarebbe scivolato nel coma. Ma lei mantenne la sua consapevolezza fino alla fine. Sapendo che stava per morire, accettò semplicemente ciò che stava per succedere.

 

D: Mi ricordo che una volta, parlando di lei, hai detto che, per tutta la vita, fece soltanto quello che voleva fare.

 

R: Sì, come un bambino piccolo – di quelli testardi – che quando si mette in testa di fare una cosa, non lo tieni più. Un giorno disse a suo figlio: “Voglio andare in America, portami in America.” Quando lui cercò di dirle quanto sarebbe stato difficile per lei affrontare un viaggio così lungo e tutto il resto, lei, come un bambino piccolo, iniziò a insistere che lui le organizzasse il viaggio, continuando a chiederglielo ripetutamente…

 

D: Deve essere veramente una cosa molto delicata trattare con queste persone, perché, come dici tu, sono come bambini. Le richieste di un bambino, la sua caparbietà…

 

R: E non vuol certo dire che siano idioti! Sono invece molto acuti e intelligenti.

 

D: Parlavano a chi era loro vicino?

 

R: Parlavano e condividevano. Sì… (Lungo silenzio) Si potrebbe dire che durante gli ultimi giorni, prima di lasciare il corpo, Sita Ma e Mataji stessero celebrando le piccole cose della vita, mangiare, parlare, camminare…

 

D: Per te com’era essere così vicina a loro, prendertene cura?

 

R: Vedi, io ho imparato moltissimo da loro. Una volta sono stata per molto tempo nella casa di Sita Ma, quando c’era poco spazio nella Comune...  Sono andata là e sono rimasta con lei per due mesi. Lei si prendeva cura di me, per esempio, mi svegliava al mattino: “È ora di prendere il tè” – mi diceva. E io la guardavo per tutta la giornata e vedevo quanto era attiva e creativa. Lavorava ai ferri in continuazione, ma faceva anche altre cose. Faceva berretti e li regalava a molti sannyasin. Anche a me ne ha regalato uno. Nei suoi ultimi giorni fece una veste a maglia per la White Robe e mi disse: “Quando morirò , mettimi questa.” Era una tunica bellissima! Faceva anche delle cose un po’ pazze. Una volta Osho le diede una sua veste. Ed un giorno lei fece testamento: poiché aveva poche cose da dare, voleva che la tunica di Osho fosse data alla moglie di un suo figlio, una sannyasin che tiene un centro a New York.

Più tardi cambiò idea e disse: “Mettetemi la veste di Osho, quando lascerò il corpo. Questa veste verrà con me.” Non volle lasciare quella veste a nessuno. E il suo volere fu rispettato, prima di portare il suo corpo al ghat per la cremazione le mettemmo la veste di Osho. Era una donna fatta così. Fu veramente una fortuna che entrambe fossero in contatto con la Comune e che la Comune potesse prendersi buona cura di loro.

 

D: Persone simili hanno bisogno che qualcuno si prenda cura di loro?

 

R: Sono donne giovani, oppure potrei dire che sono donne vecchie col cuore giovane, traboccante di energia. Per esempio Mataji, fino ai suoi ultimi giorni, continuò a lavarsi le sue cose nella lavanderia, e non voleva assolutamente che lo facessi io. “No, finché posso lo faccio io!” Avresti dovuto vederla portare bottiglie, andarle a riempire di acqua potabile. Io avrei dovuto prendermi cura di lei, in qualche modo, ma non ci riuscivo quasi mai. Faceva tutto da sola. A meno che non fossi proprio necessaria, si occupava delle pulizie, si faceva il letto, tutto da sola…

 

D: Di che cosa parlavate? Le facevi compagnia?

 

R: In effetti non parlavamo tanto. Poiché io ero occupata col mio lavoro nella Comune, ci salutavamo soltanto: “Ciao, come stai? Hai bisogno di qualcosa?” e così via. A volte aveva bisogno di qualcosa per le pulizie, oppure mi diceva: “Portami al reparto dei vestiti, ho bisogno di comprarmi una tunica.” E poi: “Fammela accorciare, è troppo lunga...” Cose così, piccole cose. Se aveva bisogno di comprare qualcosa fuori, lo diceva a me.

 

D: Non so chi me l’abbia detto, o se ricordo esattamente, ma mi pare di aver sentito che l’illuminazione per le donne avviene più gradualmente che per gli uomini. Che una donna può anche non accorgersene.

 

R: Non so (ridendo). Osho dice così?

 

D: Sì, credo di sì.

 

 

non è che l’illuminazione

mi preoccupi particolarmente, io sono

felice così col mio maestro, nella Comune

godendo di ogni cosa.

 

 

R: Mi ricordo di aver sentito Osho dire che la preparazione all’esperienza è graduale, ma che l’illuminazione in sé è un fenomeno improvviso. Come quando stai dormendo e improvvisamente ti svegli. Ti sarai preparato gradualmente per quel momento, ma quando avviene, è un attimo. Questo è quello che gli ho sentito dire. In effetti, non so come funzioni. Non è che l’illuminazione mi preoccupi particolarmente.

 

D: (insistendo) Osho dice che è più graduale nelle donne.

 

R: (ride di nuovo) A me non interessa. Io sono felice così, col mio maestro, nella sua comune, godendo di ogni cosa. A me sembra che in questa vita, aver incontrato questo maestro sia abbastanza e che non ci sia bisogno di nient’altro. Di cos’altro dovresti aver bisogno? Hai trovato il tuo maestro! A me non importa se sono illuminata o non illuminata. Io sto semplicemente osservando, sperimentando. Questo è il più grande regalo della vita, un avvenimento molto raro, incontrare il tuo maestro. Non sempre i maestri arrivano! Osho è entrato nel suo corpo 25 secoli dopo Gautama il Buddha. Un maestro come lui! Naturalmente ci sono molti insegnanti, ma un maestro come Osho è un fenomeno molto raro nell’esistenza. E noi siamo molto fortunati a vivere in questo tempo, con lui che ancora ci inonda del suo amore e ci guida. E in un’epoca come questa, con una tecnologia così avanzata che ci permette di avere i suoi discorsi registrati, i suoi video. Il video durante la meditazione della White Robe… durante la White Robe lui è veramente lì! È un’esperienza molto forte ascoltare direttamente la sua voce e guardarlo in questi video.

D: Prima parlavi dell’arrendersi e della disponibilità di Osho per ogni discepolo che sia veramente in uno stato di silenzio… e poi ci sono anche tutti gli altri, qui nella Comune, ed è una cosa preziosa vedere in loro molte delle nostre stesse resistenze e condizionamenti…

La domanda precisa è: arrendersi al Maestro è la stessa cosa che arrendersi a ogni situazione in cui ci possiamo trovare?

 

R: No, no. In questa Comune, creata da Osho, ci sono molti individui, e ognuno è un individuo distinto, una forte personalità. Il mondo esterno è pieno di compromessi, ma qui sono tutti molto schietti. Un ricercatore spirituale, lungo il suo cammino verso la verità, continua a scoprire che i suoi valori stanno cambiando – o sono cambiati per mezzo della meditazione e dell’energia di Osho – diventando così consapevole di quali cose hanno veramente valore per lui. Se io do valore alla meditazione, ogni altra cosa diventa secondaria. Allora non è essenziale quale tipo di lavoro stia facendo, è importante il farlo con consapevolezza: è importante che io sia consapevole in ogni lavoro che faccio. E ogni persona qui è una sfida per la nostra crescita. Per esempio, se tu sei il mio coordinatore e sei arrabbiato con me perché ho fatto uno sbaglio, allora, se sono veramente inconsapevole e centrato nel mio ego, reagirò immediatamente, magari dicendoti che vuoi solo far pesare la tua posizione di potere… e così via. Uno scontro di questo tipo può sempre accadere. Ma se io sono consapevole – anche solo un po’ – e il mio interesse principale è la meditazione, allora mi guarderò dentro, vedrò che tu hai ragione e che non ha senso discutere; o se invece tu hai torto, e io sento che la cosa dovrebbe essere come dico io, allora potrò semplicemente esprimerlo. Qui tutti stiamo imparando, tutti facciamo errori e qualche volta siamo inconsapevoli, e anche questo viene accettato…

Io ho inteso la tua domanda come se riguardasse l’arrendersi alla Comune, giusto? Quando diciamo Comune, non parliamo degli edifici, ma stiamo parlando di noi stessi. Preferisco dire che il modo per vivere qui in armonia è comprendersi l’uno con l’altro e rispettare la libertà altrui, accettare ogni persona per quello che è. E comunque la vita è piena di alti e bassi, c’è di tutto e qui tutto viene accettato. Basta un po’ più di consapevolezza e qui uno può veramente godere di tutto quello che succede.

Ma se continuiamo a vivere nella mente, decidendo quello che è giusto e quello che è sbagliato, pensando: “Lui non dovrebbe fare questo… lei sbaglia a comportarsi così” – non osservando noi stessi, ma guardando gli altri, allora nasceranno dei problemi. Se abbiamo abbastanza consapevolezza da capire che siamo qui per il nostro maestro e per la nostra meditazione e che siamo tutti connessi attraverso l’amore per Osho, allora ci rispetteremo e ci ameremo l’un l’altro; e attraverso questa accettazione, arriverà anche la libertà.

Per me la Comune è un paradiso che Osho ha creato per noi, perché ci aiutassimo a vicenda nella nostra crescita. Naturalmente ci sono sempre sfide da affrontare e occasioni per guardarci dentro.

 

D: Questa Comune è una bellissima preparazione al risveglio interiore!

 

R: Giusto, giusto! Qui nessuno riesce ad addormentarsi. Ci prendiamo in giro fra di noi, e così ci manteniamo svegli il più possibile.

 

D: Ci teniamo coi piedi per terra!

 

R: Certo, è un ottimo modo per tenerci coi piedi per terra.

Se abbiamo un’attitudine positiva, ringrazieremo la persona che ha creato la situazione che ci fa arrabbiare! Questo è il modo infatti di accorgersi che la nostra rabbia è ancora presente e che, pensando di essere molto meditativi, ci stiamo ingannando da soli. Queste sono le situazioni che si creano nella Comune, nelle quali possiamo vedere la nostra vera faccia, capire veramente a che punto siamo. È molto facile rilassarci e meditare se tutto funziona come vogliamo noi. Ma se qualcosa va storto… arrivi in ufficio al mattino e qualcuno ha preso la tua sedia (ridono entrambi), ti guardi intorno e non la vedi da nessuna parte. Ecco che si è creata la situazione giusta – puoi anche prenderla con calma: “Ok! Qualcuno ne aveva bisogno e l’avrà presa per uno scopo preciso, meglio che vada a vedere di che si tratta… Ok!”.

Ma se c’è rabbia dentro di te, verrà sicuramente a galla. Perciò dopotutto è un bene che si creino situazioni di questo tipo, così quello che è dentro di te può affiorare. Questo è un luogo per imparare a conoscersi, si potrebbe dire una scuola di misteri.

 

D: Allora , riguardo a questo, non c’è differenza fra uomini e donne.

 

R: No, no, siamo tutti ricercatori sul cammino spirituale

 

D: Ci sono lezioni da imparare per tutti, e nella Comune c’è gente di ogni tipo. Se fossi nella mia città, frequenterei solo le persone che mi piacciono, qui invece mi trovo ad avvicinare anche chi proprio non mi va giù. A volte sono già scocciata solo a vedere la faccia di qualcuno. Sono delle vere e proprie sfide…

 

R: È un bene per la nostra crescita. Meditare ed ascoltare i discorsi di Osho può essere considerato come frequentare le lezioni… poi arriva l’esame, e la prova è soprattutto affrontare gli altri.

 

D: E com’era con Sita Ma e Mataji, quando dovevano affrontare gli altri? Avevano a che fare solo con membri della famiglia?

 

R: No. Loro stavano nella Comune, si occupavano di molte cose e lo facevano in un bellissimo modo, avevano rapporti con molte persone.

 

D: Quindi ritieni che qui nella Comune, dove ci si può prender cura l’uno dell’altro, si possa trovare il terreno preparatorio per avvicinarsi all’illuminazione?

 

R: Ho sentito dire da Osho che la gente dovrebbe andare nel mondo esterno, poi venire qui nella Comune, e poi tornare là di nuovo. Questo per bilanciare l’interno e l’esterno. Andare ad affrontare le sfide e poi tornare, meditare, rilassarsi…

Quando Osho cominciò a iniziare al sannyas, la differenza tra la vecchia concezione di sannyas e la sua era che il primo chiedeva di rinunciare a tutto e di andare a vivere nella solitudine dei monasteri; Osho invece voleva che i suoi sannyasin vivessero nel mondo e lavorassero. Questa Comune, fra l’altro, è essa stessa un mondo e il lavoro qui è una forma di meditazione. I sannyasin tradizionali non lavorano, ma Osho era molto contrario al fatto che qualcun altro dovesse lavorare per te: è importante guadagnare i propri soldi, stare in piedi sulle proprie gambe e non dipendere da nessuno, neppure finanziariamente. Ci ha sempre portato l’esempio dei monaci Giainisti per i quali è la società a provvedere tutto, tanto che diventano schiavi dei loro seguaci. Osho diceva che molti monaci volevano venire a incontrarlo, ma che i loro seguaci non lo permettevano. Alla fine si arriva a una totale schiavitù, ma Osho vuole che la sua gente sia libera. Anche l’essere finanziariamente indipendenti ti dà libertà. Questa è la sua nuova intuizione per il sannyas: le persone devono essere libere sotto tutti gli aspetti.

 

D: In questo Ashram c’è sempre molta attività. L’essere attivi ci serve per approfondire meglio la nostra esperienza di meditazione... giusto?

 

R: Direi che Osho è totalmente a favore della creatività. L’energia ha bisogno di muoversi, altrimenti si diventa come cadaveri. E invece più ti muovi, più ci sarà energia: non sedertici sopra, falla muovere, falla muovere. Dovremmo essere sempre coinvolti in una qualche attività creativa. Per questo qui vedi tanta vitalità. Guarda gli altri Ashram, sono morti, la gente prega… dorme… mangia. Qui si celebra la religione con la danza, la musica, le risate… sempre festival, continue celebrazioni. Questo vuol dire accettare la vita: non rinunciare, ma gioire di ogni cosa.

 

D: Il mondo è pieno di attività, ma ti trovi diviso in due, perché la tua attività è principalmente finalizzata al denaro. Qui invece puoi fare una cosa solo perché la ami, perché ti piace farla. Così non c’è divisione, puoi veramente crescere e godere di qualsiasi cosa incontri nel tuo percorso. Il dire: “Continua a muovere l’energia” significa proprio questo, non c’è divisione fra tempo pubblico e tempo privato, non è che o lavori o sei a casa a riposarti, a svagarti. All’inizio è stato difficile per me, ma una volta compreso il segreto, che noi tutti stiamo muovendo energia, lo scopo privato è scomparso. Secondo me, è questa la cosa necessaria per vivere nella Comune. Vedere la Comune semplicemente come una palestra, una scuola; usarla per venire in contatto con la tua stessa energia: avere a disposizione così tante attività ti rende possibile scoprire che cosa vuoi fare realmente. Una scultrice italiana di 72 anni, per esempio, ha scoperto proprio poche settimane fa che la cosa che amava veramente era fare teatro. Lei è un’ottima attrice, ma non aveva mai recitato in vita sua. Questo cambiamento di energia l’ha fatta star bene, e si vedeva! Anche in questo caso, qui si ha l’opportunità di scoprire quello che va bene per te, quello che ti dà più gioia, più vitalità. Perché qui tutto è pieno di vita.

 

R: (facendo eco) Sì, è davvero tutto pieno di vita!

 

D: (continua) Ora per me è più facile capire questa immagine: “Quando sei pieno di vita, traboccante di energia, sei sulla strada giusta”.

 

R: Sì, quando ti diverti e balli felice, sei sulla strada giusta. Quando sei infelice e soffri, di sicuro ti sei persa e dovresti chiederti che cosa non ha funzionato.

 

D: Sì, questo lo possiamo vedere ora, ma l’illuminazione è così lontana…

 

R: L’illuminazione è l’illuminazione… Quando sei felice, e stai danzando piena di gioia, l’ego cade da solo. Quando sei infelice, sei più egoista. L’ego è la causa principale dell’infelicità.

 (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

DIO non è pari al mio MAESTRO

Osho introduce il sutra di Sahajo, mistica illuminata del 1700, e commenta i diversi modi in cui uomini e donne esprimono la loro illuminazione.

Questo sutra è l’espressione suprema di una devota sul sentiero dell’amore.

 

Posso abbandonare dio, ma non lascerei mai il mio maestro.

Dio non è pari al mio maestro.

 

Dio mi ha fatta nascere in questo mondo.

Il mio maestro mi ha liberata dal ciclo della nascita e della morte.

 

Dio mi ha dato i cinque ladri.(sensi)

Il mio maestro me ne ha liberato quando ero senza speranza.

 

Dio mi ha gettata nella rete della famiglia.

Il mio maestro ha tranciato le catene dell’attaccamento.

 

Dio mi ha intrappolata nel desiderio e nella malattia.

Il mio maestro mi ha liberato da tutto questo con l’iniziazione.

 

Dio mi ha fatta vagare fra le illusioni dell’agire.

Il mio maestro mi ha mostrato il mio essere.

 

Dio si è tenuto nascosto da me.

Il mio maestro mi ha dato una lampada per illuminarlo.

 

Soprattutto, dio ha creato questa dualità di schiavitù e libertà.

Il mio maestro ha distrutto tutte queste illusioni.

 

Io offro me stessa, corpo, mente e anima.

Ai piedi del mio maestro, Charandas.

 

Posso abbandonare dio,

ma non posso abbandonare, mai, il mio maestro.

 

 

Questa serie di discorsi, che ho chiamato Showering without clouds  sarà un percorso completamente nuovo. Fino a oggi ho parlato di uomini illuminati; ora, per la prima volta, parlerò di una donna illuminata. Per me era facile parlare di uomini illuminati – io li posso capire, siamo dello stesso tipo. Sarà un po’ difficile parlare di una donna illuminata. Un percorso che non mi è tanto familiare.

Nella loro essenza più profonda uomini e donne sono tutt’uno, ma si esprimono in modi totalmente diversi. Il loro modo di essere, di guardare le cose, di pensare, le loro affermazioni, non sono solo diverse, ma opposte. Finora non ho mai parlato di donne illuminate. Ma se voi capite qualcosa degli uomini illuminati, se avete avuto un piccolo assaggio d’illuminazione, forse sarà ora più facile per voi capire anche una donna illuminata.

Per esempio, un raggio di sole è bianco, ma se passa attraverso un prisma, si divide in sette colori. Verde non è rosso e rosso non è verde – sebbene entrambi provengano dalla divisione dello stesso raggio. Ed alla fine si incontreranno e diventeranno di nuovo un solo raggio.

Prima della divisione erano uno, e di nuovo, dopo essere emersi dal prisma, diventeranno uno.

Ma nel frattempo c’è una grande differenza e questa differenza è molto dolce. C’è una grande diversità fra loro e questa diversità non dovrebbe essere distrutta. La distinzione dovrebbe essere sempre mantenuta, perché proprio in quella differenza c’è il succo della vita. Lasciamo che il rosso sia rosso e il verde sia verde. È per questo che i fiori rossi sbocciano sugli alberi verdi. Fiori verdi su alberi verdi non sarebbero altrettanto belli, e fiori rossi su alberi rossi non sembrerebbero neppure fiori.

L’uomo è una tonalità, la donna una tonalità diversa; non solo sono diversi, ma io dico che sono opposti. Ecco perché c’è tanta attrazione fra loro. Sono diversi l’uno dall’altro, da qui viene l’intenso desiderio di conoscersi, di scoprire, di esplorare il loro mistero reciproco.

Molte qualità femminili sbocciano in un uomo, quando si sta avvicinando all’illuminazione. E quando una donna si trova vicino all’illuminazione, fioriscono in lei qualità maschili.

Nello stadio finale, non sarai né uomo, né donna. Al centro entrambi scompaiono. Là sarai di un solo colore: bianco radioso. Non sarai rosso, non sarai verde; al centro, l’arcobaleno dei colori si dissolverà.

Quando scomparirà l’arcobaleno, anche il mondo svanirà. Allora rimarrà solo l’uno.

Quell’uno, non lo chiamiamo neppure uno, perché basta dire uno e compare l’idea del due. L’abbiamo chiamato advait, non-dualità, abbiamo solo potuto dire che è non-due... A quel punto non c’è donna, non c’è uomo.

Ma questo evento – quando ci si libera di entrambi – avviene proprio alla fine, quando il raggio di luce solare torna a essere tale. L’arcobaleno è venuto e andato, il mondo si è manifestato e si è dissolto; tu sei tornato alla radice, hai raggiunto la sorgente.

Ci sono alcune cose della mente femminile che dovete capire e, dopo, comprenderete facilmente le parole di Sahajo.

La mente femminile non si esprime nella meditazione, ma nell’amore. La donna arriva alla meditazione attraverso l’amore. Ha conosciuto la meditazione solo per mezzo dell’amore. È imbevuta d’amore. Per lei, il nome della meditazione è amore, preghiera.

L’affermazione di Sahajo sembra molto atea:

Posso abbandonare dio, ma non lascerei mai il mio maestro.

“Posso lasciare dio – non ho difficoltà ad abbandonare dio – ma lasciare il maestro è impossibile”. Un uomo esiterebbe un po’ a dire una cosa del genere. Dirà che per conoscere il divino, alla fine, si deve lasciar andare il maestro: un giorno dovrai abbandonare il maestro e incontrerai dio. Una donna invece dirà: “Se dio vuole incontrarmi, allora che venga nella forma del mio maestro – non è assolutamente possibile per me lasciare il mio maestro. Non è lasciando il maestro che incontrerò dio, lo devo incontrare attraverso il maestro.”

La donna dice: “Dio è degno di fiducia solo se ha una forma.” Possiamo credere solo quando dio ha una forma – perché la donna vuole amare, non meditare.

Cercate di capire questa differenza. Se voi meditate su qualcosa, andrà bene anche se è una cosa senza forma. In effetti il fatto di avere una forma è d’intralcio alla meditazione. Ma se volete amare, come potete amare uno che non abbia forma? Come lo abbracciate? Come lo tenete stretto sul vostro cuore? È senza forma. “Senza forma” sono soltanto parole vuote che non susciteranno in voi né amore, né devozione. È così grande, che non è possibile comprenderlo. Potete affogarci dentro, ma come potete amarlo? Potete sparirci, morirci dentro, ma come potete viverlo?

La persona devota dirà: “No, dio è dotato di attributi. Tutti gli attributi sono compresi in lui.” La persona devota dirà: “Dio ha una forma – tutte le forme sono sue forme. È dio che ha preso la forma dei fiori, delle foglie, delle montagne, delle cascate.” La mente femminile non sceglie di andare oltre la forma – e non ce n’è neppure bisogno. La mente maschile si sente imprigionata dalla forma.

Cercate di capire questo: l’uomo sente legami persino nell’amore, la donna si sente liberata nell’amore. L’uomo, anche se si innamora, pensa: “Perché mi sto mettendo in questa schiavitù?”. Una donna che s’innamora dice: “Queste catene sono belle, perché loro mi libereranno.” Ora, questo linguaggio… questi due linguaggi appartengono a due mondi diversi: per la donna l’amore è la liberazione, per l’uomo la schiavitù.

Posso abbandonare dio, ma non lascerei mai il mio maestro.

Questa è un’affermazione di grande coraggio. Solo una donna riesce a farla. Perfino Farid sarebbe titubante, lo stesso Kabir esiterebbe. Essi direbbero: “Rinunciare a dio…?”.  No, non pronuncerebbero nemmeno queste parole, non le direbbero direttamente,  ma in maniera indiretta. La donna è più schietta. Non resta invischiata in lunghe frasi, in affermazioni contorte. Dice le cose direttamente; non c’è una struttura logica. È una diretta espressione del cuore; che poi a dio sia gradita o meno, non è un suo problema.

Posso abbandonare dio, ma non lascerei mai il mio maestro.

Dio non è pari al mio maestro.

“No, non posso considerare dio alla pari del mio maestro…” È una dichiarazione veramente potente. Sahajo sta dicendo: “Non sarei capace di mettere dio sullo stesso piano del mio maestro, non posso farli sedere sullo stesso trono. Dio sarà buono, sarà meraviglioso, avrà persino creato il mondo – mi va bene – ma non posso metterlo così in alto come il mio maestro. Il maestro è al di sopra di dio.”

Dio non è pari al mio maestro.

“No, posso adorarti, ma non posso metterti alla stessa altezza del mio maestro. Non posso metterti sullo stesso trono, dove metto lui.” Dovunque una donna veda l’amore, là è dio. Quindi non può mettere nessun dio al di sopra di quello, è impossibile, perché niente può essere posto al di sopra dell’amore. Sahajo ne spiega i motivi e sono motivi bellissimi.

Dio mi ha fatta nascere in questo mondo

Dio l’ha mandata in questo mondo, ma questa non è una buona ragione per ringraziarlo.

Il mio maestro mi ha liberata dal ciclo della nascita e della morte.

Sahajo dice: “Il mio maestro mi ha liberata dal mondo. Ora chi dovrei ringraziare, dio o il mio maestro? Che cosa ha fatto dio per me? Mi ha mandata, tutta sola, su questo sentiero pieno di oscurità, mi ha scagliata su questo cammino sconosciuto e difficile – questo è quello che dio ha fatto. E cosa ha fatto il mio maestro? Mi ha riportata sul sentiero della luce. Mi ha sostenuta, tenendomi per mano. Non mi ha abbandonata, quando mi sono persa. Dio mi ha lasciata sola nella foresta; il mio maestro mi ha riportata sulla via. Con che diritto dio pensa che dovrei metterlo al di sopra del mio maestro?” No, posso abbandonare dio, ma non lascerei mai il mio maestro. Dio non è pari al mio maestro. Dio mi ha fatta nascere in questo mondo. “Va bene, accetto che lui è il creatore, ma che cosa ci ho guadagnato con questa nascita? Che cosa ho guadagnato in questa vita? Non ho ricevuto niente in questa vita, tranne il tormento, il dolore, l’angoscia. Devo ringraziare dio per questo carico di sofferenze?

Il mio maestro mi ha liberata dal ciclo della nascita e della morte.

La donna è chiara, l’uomo ci gira intorno.

Dio mi ha dato i cinque ladri (sensi)

Il mio maestro me ne ha liberata…

Lei dice: “Tu mi hai messa insieme a cinque ladri – se questa si può chiamare una benedizione. Tu mi hai dato i cinque sensi che mi danno la caccia. Mi hai dato una rete di desideri; mi era difficile liberarmi di tale rete. Tu mi hai posta in schiavitù, tu non mi hai liberata. E mi hai lasciata come un’orfana, senza speranza. Sei scomparso in qualche luogo lontano, ed io non avevo neppure un indizio per sapere chi fosse il mio maestro – ho creduto che i sensi fossero la mia guida e ho cominciato a seguirli. Mi hai lasciata in questo miraggio. Mi hai lasciata vagare in tanti deserti. Perché, dio, credi che dovrei metterti al di sopra del mio maestro? Il maestro mi ha resa libera – libera dal mio stato senza speranza, e continua a offrirmi un riparo.”

Dio mi ha gettata nella rete della famiglia.

Il mio maestro ha tranciato le catene dell’attaccamento.

“Tu mi hai gettato nella rete,” lei dice. È un modo molto amorevole di lamentarsi! È un parlare a dio in maniera molto schietta, non ci sono strategie. La difficoltà è proprio questa: ogni volta che un uomo e una donna parlano fra loro, non può esserci un vero dialogo, perché l’uomo usa strategie e la donna parla in maniera diretta. Non ci può essere comunicazione, perché l’uomo non riesce a capire come una cosa possa essere detta in modo così diretto e la donna non può capire la ragione di tutti quei giri di parole – “E dì quello che devi dire!”

Quello che una donna vuole dire è conciso, esatto. L’uomo nasconde in mille modi quello che ha in mente e riesce a mascherare qualunque cosa non voglia dire.

Il sutra di Sahajo non è grande poesia. Quella di Kabir è davvero grande poesia. I canti di Farid, sono veri canti. Ma non c’è grande poesia nelle affermazioni di Sahajo, sono parole che arrivano dritte allo scopo. Non sono molto articolate, non c’è arte, sono solo affermazioni precise – le affermazioni di una donna col cuore semplice e chiaro.

Dio mi ha gettata nella rete della famiglia. 

“Tu hai creato la rete della famiglia, tu mi hai inserita in una famiglia, e così mi hai messa al mondo. E tu mi hai fatta annegare in questo mondo, io ci soffrivo. Non c’era riparo da nessuna parte. Non c’era ombra, solo il calore insopportabile del sole, solo sofferenza.”

Il mio maestro ha tranciato le catene dell’attaccamento. Sarà bene capire questo attaccamento. È qui che, molto lentamente, comincerete a capire le differenze fra uomini e donne.

Un uomo, anche se prega dio, dirà: “Liberami dall’ego” – perché, per un uomo, l’ego è sofferenza.

Una donna dirà: “Liberami dall’attaccamento.” L’ego non è una sofferenza per la donna, la sua sofferenza è l’attaccamento – mio figlio, mio marito, la mia casa, i miei vestiti, i miei gioielli – la possessività. Per un uomo è io, per una donna è mio.

Se si toglie il mio da una donna, il suo ego cadrà; se un uomo perde il suo Io, anche il suo mio scomparirà. Così fino a che un uomo non si libera dell’ego, non potrà essere libero dall’attaccamento. E finché una donna non lascia andare il suo attaccamento, non potrà liberarsi dell’ego. Quello che dice Sahajo è chiaro e semplice: “Il mio maestro ha tranciato le catene dell’attaccamento.” Il maestro l’ha aiutata a capire un po’ alla volta. Lentamente ha risvegliato in lei la consapevolezza che nessuno è mio.

Mio è un concetto sbagliato, è un sogno, mio non è una realtà, si tratta solo di onde, che si producono nella mente. Noi nasciamo soli – non c’è nessun mio che ci accompagna. E moriamo soli – nessun mio ci accompagnerà. Proprio questa idea di mio è l’illusione del mondo.

Dio mi ha intrappolata nel desiderio e nella malattia. Il mio maestro, con l’iniziazione, mi ha liberata da tutto questo.

Dovete capire tre parole: roga, malattia, bhoga, desiderio, e yoga, unione col divino. Roga, il soffrire, indica, in senso spirituale, lo stato di una persona che manca completamente di ogni contatto col divino. Ecco perché roga è anche detta aswasthya, essere  fuori dal proprio centro. Se tu capisci bene la parola aswasthya, il significato di roga, malattia, ti diverrà chiaro. Aswasthya si riferisce a quando non sei centrato in te stesso.

Essere in buona salute, swasthya,  significa essere ben centrato in te stesso, nella tua vera natura. Nel momento in cui ti allontani dalla tua vera natura, sei nella malattia.

Questo malessere, aswasthya, è roga, la malattia. Roga è la massima distanza dal divino.

Queste tre parole indicano l’entità della distanza: roga, distanza infinita dal divino e yoga, nessuna distanza – unione col divino. Bhoga, il desiderio, si trova a metà fra le due.

Il viaggio dallo stato di malattia all’unione col divino è un viaggio attraverso il desiderio.

Qualche volta, per un attimo, ti puoi trovare di fronte al divino – un breve incontro e poi, per anni, la separazione. Questo è quello che viene chiamato bhoga, il desiderio.

Bhoga vuol dire: mangi del cibo, per esempio, per un attimo hai un indizio del suo sapore, un sapore che ti da un grande appagamento: in quel momento di beatitudine ti sei avvicinato alla tua natura. In quello spazio ti sei avvicinato al divino.

Il Tantra dice: il sesso è vicino al samadhi, a una consapevolezza suprema. Le scritture tantriche dicono: vishayanand brahmanand sahodar – l’appagamento del sesso e la beatitudine di dio sono fratelli.

Il sesso fisico è il fratello della beatitudine divina; sono nati entrambi dallo stesso grembo. In alcuni stati sessuali di profondo orgasmo, nel momento in cui sei libero da tutti i pensieri, hai perso ogni controllo – quando sei nelle mani del divino e ti agiti, ti scuoti in queste mani, proprio come fanno le foglie di un albero durante l’uragano; quando non sei più il  padrone, né chi controlla, né chi agisce; quando sei annegato, perso in quell’attimo: una frazione di secondo di sesso – in quell’istante il sentimento di beatitudine del sesso è il fratello della beatitudine divina. Ma questo avviene solo per un momento, poi di nuovo, per molti giorni, ci sarà la distanza. Così, qualche volta, il desiderio arriva vicino all’unione col divino e poi di nuovo, scivola via nella malattia.

Bhoga – il desiderio – può portarti m omentaneamente a yoga – l’unione – e poi stabilmente a roga – la malattia.

Sahajo dice: “Dio mi ha intrappolata nel desiderio e nella malattia. 

Tu mi hai dato la malattia, o al massimo mi hai dato il desiderio.

Non posso dire che tu mi abbia dato qualcosa d’altro. Sì, ogni tanto mi hai dato un barlume. Ma anche con quel bagliore non ho trovato la pace, anzi la mia sofferenza è diventata ancora più acuta. Ho sperimentato la pace per un momento e poi – per molti, molti momenti – non c’è stato altro che sofferenza. Tu mi hai dato il desiderio, tu mi hai dato la malattia – questi non sono grandi doni.

Il mio maestro, con l’iniziazione mi ha liberata da tutto questo. Il mio maestro mi ha dato yoga, l’unione – mi ha dato la libertà dal desiderio e dalla malattia.”

Quando sperimenti l’unione col divino, i desideri del corpo scompaiono da soli dalla tua mente: quando si raggiunge qualcosa di più alto, chi vuole mai restare attaccato al più basso? Quando si trovano diamanti e gioielli, chi vorrà più pietre e sassi? Quando vivi l’unione col divino, il desiderio si dissolve. E quando il desiderio è scomparso, non potrai più in alcun modo allontanarti dal divino. Quella era la sola via che ti portava alla malattia: il desiderio era il mezzo che ti conduceva alla malattia – mentale e fisica. Quando scompare il desiderio, anche la malattia se ne va.

Questo non vuol dire che un saggio, un illuminato non si ammala mai. La malattia colpisce anche gli illuminati, ma loro non sono mai malati. Ramakrishna morì di cancro. Questa contraddizione colpisce l’attenzione di molti… anche Ramana Maharshi morì di cancro. La morte di Mahavira fu causata da una malattia dell’apparato digerente, la dissenteria. Buddha morì di avvelenamento da cibo. Mahavira ebbe la dissenteria per sei mesi, prima di morire.

La domanda è, la malattia colpisce anche quelli che hanno conosciuto l’unione col divino? Non colpisce loro, ma il loro corpo – è una cosa diversa. Mahavira è separato dal suo corpo, il corpo è separato da Mahavira. Voi siete totalmente identificati col vostro corpo. Mahavira è separato sia dal corpo che dalla malattia, perché la relazione col corpo avviene attraverso il desiderio. Il giorno in cui sperimentò l’unione col divino, yoga, anche quella relazione finì.

Ora il corpo era separato, l’anima era separata – tutti i ponti che li collegavano erano scomparsi.

E qualche volta, i corpi di quelli che hanno raggiunto yoga, a causa della sparizione di questi ponti, diventano anche più malati dei corpi di chi vive nella ricerca del piacere. Questo avviene perché l’energia vitale non si focalizza più sul corpo. Il sostegno dell’energia vitale non arriva più ed il corpo ne è disturbato. Così spesso i maestri soffrono di malattie serie. Ma questo è quello che voi  vedete – che stanno soffrendo di certe malattie. Loro non la vedono così. Dal loro punto di vista, sono totalmente liberi da malattie.

Quando la dualità è scomparsa ed è apparsa la non-dualità, non può esserci la malattia – il malessere interiore. Le malattie del corpo sono ancora molto probabili. In effetti sono un po’ più probabili di prima, perché il corpo è rimasto senza sostegno. La brama di vivere è finita. Non c’è più desiderio di vivere o di morire.

Uno yogi è indifferente alla vita: vive perché è vivo. Vive fino a quando è vivo. Nel momento in cui il respiro si ferma, lui è pronto. Da parte sua ha smesso di respirare, ora se dio vuole respirare attraverso di lui, che lo faccia pure. Ora il corpo non è altro che una macchina. Tutte le cose che sostenevano il corpo sono finite e, all’interno, si verifica una specie di disinteresse, una sorta di indifferenza: si crea un vuoto – l’attaccamento si è spezzato. Così, qualche volta, le malattie fisiche colpiscono queste persone, ma le malattie interiori non sono possibili. Il malessere interiore è possibile solo se c’è desiderio. La malattia è l’ombra del desiderio, è un sottoprodotto del desiderio, arriva nascondendosi dietro al desiderio. Sahajo dice: Dio mi ha fatta vagare fra le illusioni dell’agire... Il mio maestro mi ha mostrato il mio vero essere.

“Tu mi hai dato i sogni; mi hai dato l’illusione di essere una che agisce. Mi hai dato la passione del fare, la follia di essere chi fa.

Per innumerevoli vite mi hai fatto perdere la strada fra infinite illusioni.

Il mio maestro mi ha svegliata e mi ha detto: ‘Tu non sei il fare, tu non sei chi fa, tu sei pura esistenza.’ Il mio maestro mi ha fatto scoprire chi veramente sono. Tu mi hai riempita di desideri per le cose – a volte il danaro, a volte il potere o il prestigio. Mi hai fatto inseguire tante mete, ma il mio maestro ha cancellato tutti i bersagli e ha rivolto la freccia verso il mio interno. Il mio maestro disse: ‘Svegliati e conosci te stessa. Il mio maestro mi ha mostrato il mio essere.” Così Sahajo dice: “Dio non è pari al mio maestro. Posso abbandonare dio, ma non lascerei il mio maestro. Dio si è tenuto nascosto da me. Il mio maestro mi ha dato una lampada per illuminarlo.

“E poi hai veramente esagerato, dio! – non solo mi hai fatta vagare in questo mondo, ma ti sei anche nascosto.

Il mio maestro mi ha dato la lampada della meditazione, della preghiera, del samadhi. Il mio maestro ha eliminato la barriera tra di noi.” Quello che Sahajo dice è: “Tu ti nascondevi nell’oscurità e lui mi ha dato la luce. Il maestro ti ha rivelato a me; attraverso il maestro ho potuto incontrare te.”

Soprattutto, dio ha creato questa dualità di schiavitù e libertà.

“Tu hai creato nel mondo la dualità di desideri mondani e di libertà. Tu hai dato inizio a tutto questo dolore; tu hai dato la vita e la morte.”

Il mio maestro ha distrutto tutte queste illusioni.

Questa è un’affermazione veramente rivoluzionaria. Cercate di capire profondamente. La gente di solito pensa che quando la schiavitù del desiderio è finita, l’uomo diventa libero. Ma quando finisce la schiavitù del desiderio, allora, in realtà, finisce anche la libertà – perché questa libertà fa parte della schiavitù. Quando si dissolvono le catene del desiderio, anche la libertà svanisce. L’idea di libertà sorge solo a causa della schiavitù.

Un uomo che si trova in prigione pensa: “Quando mai sarò libero?”. Tu ti trovi fuori della prigione, ma hai mai pensato di ringraziare dio per la tua libertà? Tu non ci pensi mai, alla libertà; solo un carcerato pensa a quando sarà libero.

 

 

Il maestro

mi ha liberata

non solo dal

mondo, ma mi ha

anche liberata

dall’idea

di liberazione.

Lui mi ha dato

la liberazione

estrema: ora

perfino l’idea di

liberazione

non c’è più.

 

 

Quando non era in prigione, certo non pensava alla fortuna di essere libero. È la schiavitù che crea il desiderio di libertà, così che schiavitù e libertà sono i due lati della stessa medaglia. Soprattutto, dio creò questa dualità di schiavitù e di libertà.

Sahajo dice a dio: “Hai creato sia la schiavitù che la libertà.”

Il mio maestro ha distrutto tutte queste illusioni. “Il maestro, non solo ha tagliato tutte le catene, ma ha tagliato anche l’idea di libertà. Anche quella era un’illusione. Il maestro mi ha liberata non solo dal mondo, ma mi ha anche liberata dall’idea di liberazione. Lui mi ha dato la liberazione estrema: ora perfino l’idea di liberazione non c’è più.”

Offro me stessa, corpo, mente e anima ai piedi del mio maestro, Charandas.

Sahajo era una devota di Charandas, un grande mistico; parleremo di lui un’altra volta.

Posso abbandonare dio, ma non posso abbandonare – mai – il mio maestro. Ai piedi del suo maestro ha già trovato dio. Offro me stessa, corpo, mente e anima, ai piedi del mio maestro, Charandas. 

Ogni cosa è consegnata a lui. Posso abbandonare dio, ma non posso abbandonare – mai – il mio maestro… Per Sahajo il divino, nella sua totalità, si è manifestato in Charandas. E fino a quando, anche per voi, dio non si sarà totalmente manifestato nel maestro, non potrete considerarvi ancora dei discepoli. Fino a quel momento non sarete in grado di vedere realmente il maestro. Se non potete vedere dio nel vostro maestro, vuol dire che mancate di fiducia. Ma è impossibile… è quasi impossibile per un uomo riuscire a vedere questo; ci riuscirà solo  con un grandissimo sforzo spirituale. Per una donna è molto facile.

Ecco perché, nella storia dell’umanità, i più grandi maestri sono stati uomini e le più grandi discepole sono state donne. È difficile trovare tra le donne maestri come Mahavira, Buddha, Charandas, Farid o Kabir. Ed è difficile trovare fra gli uomini discepoli come Sahajo, Meera, Daya, Rabiya, Teresa…

Molte volte mi chiedono, “Ci sono stati tanti maestri nel mondo, perché nessuno di questi famosi maestri è una donna? Tanti uomini sono diventati fondatori di religioni, ma nessuna donna ha mai fondato una religione. Ci sono tanti libri sacri – il Corano, la Bibbia, la Gita – e tutti sono opera di uomini, nessuna donna ha mai pronunciato qualcosa del genere.” La domanda è pertinente: uno si domanda perché sia andata così. Ma visto che è proprio andata così, ci deve essere una ragione profonda.

Un uomo può diventare facilmente un maestro, ma per lui è difficile essere discepolo, perché un discepolo deve essere umile. Per lui è una grande fatica essere umile. Può meditare, ma gli è difficile pregare. Lui continua a meditare, a meditare, ma nella meditazione non sottomette il suo ego, lo distrugge

Cogliete questa differenza: per un uomo è difficile abbandonare il suo ego, ma non gli è difficile ucciderlo. Un uomo dice: “Ucciderò l’ego.” Ecco perché l’uomo dice: “Morirò, ma non mi sottometterò – posso spezzarmi, ma non piegarmi.” Egli uccide l’ego. Accende il fuoco della meditazione e brucia il suo ego, ma non andrà mai, umilmente, ai piedi di qualcuno.

Un Mahavira e un Buddha, essi uccidono l’ego, lo distruggono col fuoco, e in questo modo diventano senza ego.

Così si può arrivare a essere senza ego in due modi: in uno si brucia l’ego – e questa è la mancanza d’ego di Buddha, di Mahavira, la mancanza d’ego di un uomo; nell’altro si sottomette l’ego – la mancanza d’ego di Sahajo, di Daya, di Meera.

E ricordate, la mancanza d’ego di un uomo è un vuoto totale; quella di una donna è molto piena. L’interno di un uomo sarà vuoto, quando si libererà dell’ego; quello di una donna sarà pieno fino all’orlo, perché lei non ha distrutto niente. Lei ha usato l’ego, per lei l’ego è stato un mezzo.

Una donna è a suo agio nell’arrendersi: questo è il motivo per cui ci sono state grandi donne discepole, grandi donne devote. Le donne raggiungono il massimo come discepole, ma per loro non è possibile raggiungere grandi altezze come maestri. Il che è dimostrato dal fatto che dei quarantamila sannyasin di Mahavira, trentamila erano donne. E la proporzione è stata sempre questa. Su quattro persone che vengono da me, tre sono donne e uno è un uomo. Sempre la stessa proporzione. Quando le donne vengono da me, entrano subito in rapporto con me, immediatamente.

Gli uomini invece, hanno bisogno di tempo per entrare in rapporto con me. Prima che ci sia armonia fra di noi, deve passare un po’ di tempo. C’è un certo tira e molla: lui cerca per un po’ di non arrendersi, mantiene il suo orgoglio, non apre il suo cuore interamente – cerca di proteggere il suo ego.

 

 

La mente

femminile non

si esprime nella

meditazione,

ma nell’amore.

La donna arriva

alla meditazione

attraverso l’amore.

ha conosciuto

la meditazione

solo per mezzo

dell’amore.

È imbevuta d’amore.

 

 

Gli uomini che vengono da me, anche se hanno una domanda personale, dicono: “Ho un amico la cui mente è tesa e irrequieta, che non riesce a dormire la notte. C’è qualche cura?”.

E io gli dico: “Dovresti mandare il tuo amico, così potrebbe dire che ha un amico che si sente teso e irrequieto e non riesce a dormire la notte – in questo modo sarebbe più vero.”

Gli uomini temono perfino di ammettere la loro malattia, perché essere umili – dire che non si riesce a dormire, che si è venuti qui per imparare qualcosa da me – perfino questo è troppo difficile da accettare per loro.

Quando vengono le donne, non dicono neppure che hanno un problema, un disagio; le lacrime si mettono semplicemente a scorrere dai loro occhi, cominciano a tremare in tutto il corpo. Non hanno bisogno di dire che stanno soffrendo, si vede chiaramente.

La donna vede – un’onda sorge dal suo cuore, un’onda che l’attraversa tutta – quell’onda le basta per credere. Quell’onda è l’unica prova di cui ha bisogno.

Offro me stessa, corpo, mente e anima. Ai piedi del mio maestro, Charandas. Ora non c’è altro dio per Sahajo. Lei dice: “Ora che ho incontrato un maestro, sacrificherò tutto per lui.” Posso abbandonare dio, ma non abbandonerò, mai, il mio maestro. “Posso lasciare dio, ma non posso lasciare il mio maestro.”

Le donne possono diventare discepole e devote di altissimo livello, è facile per loro. Non pensate che gli uomini abbiano delle qualità speciali e che possano per questo diventare maestri. Essere un discepolo è una cosa  altrettanto grande che essere un maestro. Essere discepolo in maniera totale, vuol dire raggiungere gli stessi picchi che uno raggiunge quando diventa totalmente maestro.

Quelli che arrivano attraverso la meditazione, possono diventare maestri; quelli che viaggiano sul sentiero dell’amore possono diventare discepoli, devoti. Il maestro è chi sa indicare la via agli altri, sa insegnare il percorso.

C’è una cosa da capire: l’amore non può essere insegnato, la meditazione sì. Così chi ha raggiunto la verità attraverso la meditazione può indicare agli altri quale sia la via: liberatevi dell’ego in questo o quest’altro modo – in questa maniera – l’ego scomparirà a poco a poco e voi sarete liberi. Si può  scrivere un testo di meditazione: la meditazione è una tecnica. Ma non ci può essere nessun testo di amore, perché l’amore non è una tecnica.

Se l’amore arriva, arriva – se non arriva, non arriva. Che cosa si può ottenere a cercare di amare?

E allora, se nel vostro cuore spunta un raggio d’amore, non soffocatelo. In quel momento non avete bisogno di nessuna meditazione, sarà l’amore a prendersi cura di tutto. Se invece il raggio di amore non arriva e voi siete in un arido deserto dove i semi d’amore non germogliano – dove niente può germogliare – allora scegliete la meditazione; in quel caso non c’è proprio nessun altro modo per liberarvi che la meditazione.

Quelli che sono passati attraverso la meditazione, possono diventare maestri; chi è passato invece attraverso l’amore, ha già raggiunto tutto proprio nell’essere discepolo. E quelli che si sono realizzati attraverso l’amore non possono insegnare agli altri. Non si tratta di saper insegnare o no – è solo che la cosa non può essere insegnata. L’amore non è un’arte, l’amore è la più intima fragranza della vita. I più coraggiosi ci arrivano in un attimo, perché non si tratta di imparare, si tratta di annegare.

È come andare a nuotare in un fiume: nuotare è una cosa che può essere insegnata – ma puoi mai insegnare a qualcuno ad annegare? Che bisogno c’è di insegnarlo? Se uno vuole annegare, può farlo immediatamente. Diresti forse che prima, per un anno, devi imparare ad affogare, e poi affoghi? Se per un anno cerchi di imparare ad annegare, allora non lo farai mai, perché mentre impari come si fa ad annegare, avrai imparato a nuotare. L’affogare può succedere proprio in questo momento, ma puoi aver bisogno di un anno per imparare a nuotare.

La meditazione è come il nuoto – si deve imparare. L’amore è come affogare. Ci vuole del tempo per eliminare l’ego. Per abbandonare il tuo ego – puoi farlo adesso, subito. L’ego è là: si tratta solo di lasciarlo andare.

La mente femminile si arrende facilmente. Le donne sono come i rampicanti che salgono sugli alberi: per loro la flessibilità è semplice e naturale. Per un albero è difficile piegarsi, a un rampicante cosa importa?

Allora, cercate di capire con attenzione il primo sutra di Sahajo. È un sutra d’amore. E non pensate che stia parlando contro dio; sarebbe un errore, sarebbe un grosso sbaglio.

Sahajo parla con grande amore e dice: “In fondo, che cosa mi hai dato? Ora non metterti su un trono più alto” – questo è un rimprovero molto amorevole – “ora devi sederti su un trono un po’ più basso di quello del mio maestro” – questa affermazione è fatta con grande amore.

Nella mente di Kabir ci sarebbe stato un certo timore se dire o no una cosa del genere. Ma l’amore non conosce paure. Ecco perché Sahajo può dire coraggiosamente, posso abbandonare dio, ma non potrò abbandonare il mio maestro, dio non è pari al mio maestro. Ma non pensate che sia un’atea. Sarebbe difficile trovare una donna più religiosa di Sahajo.

Solo una persona religiosa può dire una cosa simile. Un ateo non potrebbe assolutamente dirlo; da dove prenderebbe un tale coraggio?

Solo una persona che, dal profondo del suo cuore, sa che nel trovare il maestro ha trovato il divino – solo quella persona può dire una cosa simile. Solo una persona che ha già raggiunto la suprema verità può parlare così dolcemente e rimproverare con tanto amore.

Questo è un gioco fra una devota e il divino. Lei dice: “Smettila, non fingere. Tu non mi hai dato niente che meriti qualcosa. Mi ha dato il mondo, la schiavitù, i desideri; mi hai resa disperata, mi hai gettata nell’oscurità. Il mio maestro mi ha tirata su.

Ora non posso metterti al di sopra di lui. Per favore mettiti su un sedile più basso.”

E ho l’idea che se dio dovesse trovarsi di fronte a Sahajo, la rispetterebbe e si metterebbe in un posto più basso del suo maestro. Non perché egli sia più basso, ma perché sa che non può assolutamente essere più basso; non perché sia arrabbiato, ma perché sa che tutto è stato detto con grande amore – è un rimprovero d’amore, una lamentela fatta con amore. E Sahajo non gli sta chiedendo veramente di sedersi più in basso.

Provate a pensarci – come può lei metterlo più in basso? È possibile che una che non può mettere il suo maestro più in basso di dio, possa poi mettere dio più in basso del maestro? È impossibile! Ma non giudicate con la logica i discorsi degli amanti. Gli amanti dicono una cosa quando vogliono dirne un’altra.

Gli amanti possono dire una cosa e voler dire qualcosa di completamente diverso. I discorsi degli amanti sono molto sottili.

Se vogliamo riassumere questo sutra, Sahajo sta dicendo a dio: “Tu già vivi nel mio maestro; non è possibile per me vederti separato dal mio maestro. Per me, o il maestro è diventato dio, oppure dio è diventato il maestro.”

 

tratto da:

Showering Without Clouds #1

Copyright © Osho International

Foundation 1998

 (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

 

In ogni fiore,

in ogni sguardo,

in ogni stella…

 

Una domanda piena d’amore

 

Amato Maestro,

A volte nei tuoi discorsi dici proprio delle sciocchezze. Come puoi consigliarci di andare a cercare un maestro vivente, se tu muori? Sai molto bene che siamo sposati per l’eternità. Se stai tentando di sfuggire a questo matrimonio, sei messo male: non c’è divorzio per gli dei! Sta’ sicuro che continueremo a darti la caccia dappertutto, in ogni pietra, in ogni fiore, in ogni sguardo, in ogni stella…

 

Il fatto è che sono sicuro, ecco perché posso giocare – ecco perché posso dire: “Cercatevi un maestro vivente.” Sono così sicuro di voi. La mia fiducia in voi è assoluta, è per questo che posso dire: “Quando sarò morto non vi preoccupate di me, cercatevi un maestro vivente.” Ma se mi avete amato, resterò vivo per voi, per sempre. Vivrò nel vostro amore. Se mi avete amato, il mio corpo scomparirà, ma per voi non sarò morto. Sì, posso dire tante sciocchezze perché conosco il vostro amore: mi fido del vostro amore.

Quando un maestro dice: “Non andate da nessuno, restate attaccati a me. Anche quando sarò andato, continuate a restare con me. Non andate da nessuna parte.” – questo significa solo che non si fida di voi. Ha paura, ha dei dubbi – sa che, una volta andato lui, anche voi ve ne andrete. Anzi, sa benissimo che ve ne andrete persino mentre lui è ancora in vita. Si protegge, dice: “Non andate da nessun altro. Io sono l’unico.” Un accaparratore. È così dubbioso, che il suo matrimonio coi discepoli è una specie di monogamia. Ha paura. Ha paura perché è possibile un divorzio – lo teme e vuole proteggersi in ogni modo, perché non succeda. Lui dirà: “Non adorate mai nessuno, non amate, non riverite, non ascoltate nessuno, non andate da nessun altro – guardate solo me e dimenticate il resto del mondo. Amate solo ed esclusivamente me.” Io non vi dico questo. Io so che mi cercherete anche quando me ne sarò andato. Sì, posso fidarmi che mi cercherete in ogni pietra, in ogni fiore, in ogni sguardo e in ogni stella. E io posso promettervi una cosa: se mi darete la caccia, mi troverete… in ogni stella e in ogni sguardo… perché, se avete realmente amato il maestro, vi sarete mossi con lui nell’eternità. È un rapporto che va oltre il tempo, è senza tempo. Non ci sarà alcuna morte.

Il mio corpo scomparirà, il vostro corpo scomparirà – e questo non porterà alcun cambiamento. Se qualcosa cambia con la scomparsa del corpo, allora vuol dire che non c’era stato amore.

L’amore è qualcosa che va oltre il corpo. I corpi vanno e vengono, l’amore rimane. L’amore contiene l’eternità – senza tempo, senza morte.

Ecco perché, Sita Ma – la domanda l’ha fatta Sita Ma – ecco perché qualche volta posso dire sciocchezze.

So che voi riuscite a trovare un senso, persino nelle mie sciocchezze. So che capirete, che non sarò frainteso – ecco perché.

 

tratto da:

The Divine Melody #10

Copyright © Osho International 1978

 (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

 

non è necessario

che una donna

diventi un maestro

La consapevolezza è la via dell’uomo, l’amore è la via della donna.

 

Amato Osho,

perché nessuna donna illuminata si è realizzata come maestro?

 

Una donna non può essere un maestro: non è possibile. Quando una donna raggiunge l’illuminazione diventa un’amante. La realizzazione di una donna è amore, il fluire di una donna è amore. Una mente femminile non si da come meta l’essere maestro: le donne non diventano maestri, diventano amanti. Essere maestro è di per sé un obbiettivo maschile.

La consapevolezza è la via dell’uomo, l’amore è la via della donna. Sulla via della consapevolezza è possibile insegnare l’amore? Puoi fiorire, puoi splendere nell’amore, ma come puoi insegnarlo? Sì, se qualcuno lo vuole apprendere da te, lo apprenderà, ma non per questo sarai un maestro. E donne simili sono esistite: Rabiya, Meera, Mallibai, Maddalena, Teresa. Donne simili sono esistite: Sahajo, Daya, Laila. Molte le donne illuminate, ma nessuna divenne un maestro. Erano così arrese a dio da diventare amanti. Meera dice: “Sono la tua amante, o mio signore”, un’amante di Krishna, dio stesso. Ella canta la canzone della gloria al suo signore, danza. Chiunque può prendere da lei, trabocca, ma lei non può essere un maestro. È arresa, la sua arrendevolezza è assoluta. Sì, se le sei vicino, imparerai cosa vuol dire arrendersi... ma sarai tu ad apprendere, non lei a insegnare: una donna non può essere un maestro.

Per insegnare, occorre un tipo diverso di energia. Lasciatemelo dire in questo modo, questa è la mia esperienza: è molto difficile per un uomo diventare un discepolo, molto difficile per un uomo diventare un discepolo; anche se lo diventa, lo diventa con riluttanza: arrendersi è difficile. Come può arrendersi la volontà? Anche se si arrende, si arrende solo alla condizione di poter diventare un giorno un maestro. Diventa un discepolo per diventare un maestro. Per un uomo è difficile arrendersi, mentre per una donna è molto semplice. Per una donna è molto semplice diventare un discepolo, per una donna è molto difficile diventare maestro: anche dopo aver raggiunto l’illuminazione rimane arrendevole. E l’uomo non si arrenderà fino in fondo, anche se non si è ancora illuminato. In superficie dimostrerà arrendevolezza, ma da qualche parte in profondità l’ego persiste.

Un uomo può diventare un ottimo maestro. Una donna può diventare un ottimo discepolo, perché diventare un discepolo significa diventare ricettivo, diventare un recipiente, diventare un ventre. Diventare un maestro significa diventare un donatore.

È lo stesso fenomeno… così come esiste a livello biologico, continua anche a livello spirituale. Dal punto di vista biologico una donna è pronta a ricevere il seme dell’uomo che ama. Un uomo non può diventare una madre, può solo diventare un padre – può solo far scattare il fenomeno. La donna diventerà la madre, porterà il bimbo nel suo ventre per nove mesi, nutrirà il bambino col suo sangue e il suo essere, questa è la gravidanza – anche a livello spirituale succede la stessa cosa.

Quando una donna viene da un maestro è immediatamente pronta ad arrendersi. Se qualche volta succede altrimenti – a volte esistono donne molto riluttanti ad arrendersi – questo dimostra solo che esse hanno perso il contatto con la loro femminilità. Non sanno chi sono, si sono distratte dal loro centro. Non sanno come arrendersi perché non sanno come essere donne.

Se sapete come essere donne, se siete donne, arrendersi è molto semplice, viene con assoluta facilità.

Tutti i grandi discepoli nel mondo furono donne. Buddha ebbe migliaia di discepoli, ma la proporzione è sempre stata la stessa: tre donne, un uomo. La stessa proporzione si ebbe con Mahavira, aveva più di quarantamila sannyasin: diecimila uomini e trentamila donne. Lo stesso fu il caso di Gesù. I seguaci veramente devoti intorno a lui non furono gli uomini, ma le donne.

Quando fu crocifisso, tutti gli uomini scapparono, non un solo uomo era presente – tutti i cosiddetti apostoli erano scomparsi – ma le donne rimasero. Tre donne erano presenti. Non ebbero paura, erano pronte a sacrificare se stesse. Quando Gesù fu deposto dalla croce non si vide neppure un uomo, i discepoli erano fuggiti. Uno o due erano presenti ma si nascondevano tra la folla: le donne deposero il corpo – ed è molto significativo che quando tre giorni dopo Gesù riapparve, risorto, apparve prima a Maria Maddalena e non a un uomo. Questo è molto significativo. Perché? Che ne era stato dei dodici apostoli? Perché a Maria Maddalena? E lei lo riconobbe immediatamente e corse verso di lui e disse: “E così mio signore, sei ancora vivo”. E quando Gesù apparve ai suoi discepoli maschi, essi non lo riconobbero. Pensarono: “Sembra uno scherzo. Come può essere tornato quest’uomo?”.

Si dice che quando apparve davanti ai suoi discepoli, discepoli maschi, camminò per ore con loro ed essi non lo vollero riconoscere. Continuarono a parlare di Gesù, e Gesù camminava al loro fianco. Erano un po’ imbarazzati per la somiglianza di quest’uomo – assomigliava a Gesù, ma come poteva esserlo? Solo apparenza? Non ci si deve fare ingannare dalle apparenze. Per due ore camminarono insieme: quando entrarono in una locanda, tutti e tre sedettero a mangiare, e quando Gesù spezzò il pane essi lo riconobbero. Menti molto materialiste, perché videro all’improvviso... perché ogni atto di Gesù – ogni suo gesto – era suo, autenticamente suo. Ma essi lo riconobbero perché stava spezzando il pane nel suo solito modo: avevano visto Gesù spezzare il pane per anni – allora lo riconobbero, ma per due ore la sua presenza non era stata riconosciuta.

Maddalena lo riconobbe immediatamente. Quando andò a dire ai discepoli maschi che Gesù era risorto, essi risero. Dissero: “Donna, hai le allucinazioni”. Risero e dissero: “Le donne sono sempre così: immaginarie, sognatrici e romantiche. Guardate questa pazza. Gesù è morto! Lo abbiamo visto morire sulla croce con i nostri occhi”.

Lei piangeva e diceva: “Ascoltatemi, l’ho visto!” Ma essi non la vollero ascoltare.

Una donna può essere un discepolo perfetto, e così dovrebbe essere.

Una donna è ricettiva, disponibile, un ventre. Esse non sono mai state maestri – nel senso in cui gli uomini sono stati maestri – come Mahavira, Buddha, Zarathustra, Lao Tzu. No, non sono mai stati maestri in questo modo. Ma non ci sono mai stati discepoli simili alle donne: nessun uomo è mai stato simile a loro per quanto concerne l’essere un discepolo.

E lasciate che vi dica questo: per quanto riguarda questa divisione di maschile e femminile, la mente femminile è più beata, perché la cosa essenziale è ricevere la verità, non darla – darla è secondario.

Una donna è sempre più totale di un uomo. Ogni volta che riceve la verità, diventa luminosa; tutto il suo corpo, tutto il suo essere lo rivela: emana un’aura.

Non avete mai visto una donna incinta? Come diventa splendida, il suo volto risplende. Porta dentro di sé una nuova vita, e questo non è nulla in confronto a una donna che diventa un vero discepolo! Essa trasporta dio dentro di sé. La sua gloria è infinita.

Quindi non preoccupatevi del perché le donne non diventano maestri.

Non è necessario. Se potete diventare discepoli, questo è naturale e in questo modo rimarrete in armonia con la vostra natura.

 

tratto da:

Tao: The pathless path Vol.1 #10

Copyright © Osho International 1979

 (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

 

CREARE UN PONTE

 

Ma Prem Maneesha ci racconta come, dopo tanti anni nella Comune di Pune, è riuscita a portare la sua esperienza della meditazione nel mondo del lavoro.

 

 

Sarà forse perché il mio sannyas e il mio compleanno cadono tutti e due sotto il segno della Bilancia, che mi è sempre piaciuto tentare di “comunicare con l’altro”. Ma è stato solo durante i miei anni con Osho che ho avuto tante occasioni di esplorare l’arte della comunicazione.

Questo processo di costruzione del ponte – come lo chiamo io – cominciò nel 1975, quando Osho mi suggerì di tenere i diari dei darshan (la registrazione dei suoi discorsi con sannyasin e altri ricercatori). Un compito che mi richiedeva di essere totalmente presente e vigile durante tutti i discorsi della serata, osservando lui, la persona a cui si rivolgeva e il gruppo nel suo insieme – tutto nei minimi particolari.

Gli oltre 60 libri ai quali ho lavorato sono stati una fatica d’amore.

Poi nel 1988, per nove mesi, mi è stata affidata la responsabilità di formulare le domande per le serie di discorsi sullo Zen. Questa fu una sfida ulteriore alla mia capacità di osservazione – osservazione di me stessa e della mia comprensione di quello che Osho ci stava dando in quel suo modo unico di trasmetterci qualcosa. Altre occasioni per sviluppare le mie abilità di consapevolezza e di chiarezza furono i colloqui con la stampa – nella Comune di Pune – e lo scrivere dei libri: la trilogia, o come la chiamava Osho “la documentazione storica” sull’evoluzione del suo lavoro, e il mio quarto libro “My Peak Moments with Osho, the Unsurpassable Man”. Scrivere questo libro è stata, fino a ora, la situazione più stimolante che possa ricordare, poiché cercavo di descrivere i particolari dei miei più intimi processi interiori in modo che potessero essere comprensibili anche agli altri.

Quando lasciai la Comune, tanti anni fa, per farmi strada nel mondo, scoprii un’altra dimensione in questo mio processo di apprendimento: comunicare le mie esperienze e la mia comprensione della meditazione. All’inizio lavoravo soprattutto con i sannyasin, conducevo gruppi e parlavo in molti centri in Giappone, in America, e anche in Italia e in altre parti d’Europa. Ma all’inizio del ‘97, mi fu data l’opportunità di rivolgermi a professionisti occidentali, molti dei quali avevano già udito la parola meditazione, ma questa era tutta la conoscenza che avevano del mio campo di lavoro specifico.

Nel marzo scorso sono andata in Nuova Zelanda per parlare della meditazione nell’ambiente di lavoro. Fui invitata a parlare a un gruppo di donne lavoratrici in proprio, il WISE – Women in Self-Emploiment. La prima conferenza, a un gruppo di circa 50 donne, era in una filiale di campagna. Erano persone molto diverse: una aveva una piccola casa editrice, un’altra conduceva una pensione per cani, una terza era un’estetista. Un’altra ancora era un’imprenditrice agricola – un donnone dalla carnagione rossa – che da sola conduceva una fattoria con più di cento mucche da latte!

Nella prima parte del mio discorso – usando il Modello della Consapevolezza Umana di Ma Karuna, (direttrice del Osho for Consciousness in Organization) specializzata in workshop per manager – esposi i temi comuni a chiunque lavori in Occidente. Poi mostrai, argomento per argomento, come la meditazione possa risolvere, eliminare o trasformare tali situazioni prima individuando e cancellando il condizionamento e poi nutrendo i semi della consapevolezza che sono dentro di noi.

Durante un intervallo, la coordinatrice mi venne vicino, con gli occhi che le brillavano. Io sapevo che era stata un po’ titubante nell’invitare “un tipo New Age” – come certamente mi viveva – a tenere una conferenza a questo gruppo di donne piuttosto tradizionale. “Maneesha,” esclamò, “le hai in pugno.”

Dopo l’intervallo proposi di provare una breve meditazione alla fine della serata: “Lo gradivano?”. E tutte gridarono con entusiasmo: “Sì!” le loro facce luminose come quelle di bambini dell’asilo a cui è stato offerto il gelato. Così le guidai in una breve meditazione, portandole a stare nel momento, incoraggiandole a essere sensibili a tutto quello che succedeva, dentro e fuori di loro.

Furono così contente che mi chiesero di ritornare, cosa che feci la settimana dopo, proponendo loro la meditazione Kundalini. Non mi fu possibile tornare una terza volta, perché ero in partenza dalla Nuova Zelanda, ma gli presentai due sannyasin del posto che accettarono di tenere una serie di meditazioni.

Il mio secondo discorso fu più formale, lo tenni per circa 70 donne, dopo una cena a inviti. Se fosse stato per me non avrei scelto di mangiare chiacchierando educatamente, per poi alzarmi e tenere una conferenza. Ma era stato organizzato così, e allora mi dissi che sarebbe stata una sfida interessante e accettai.

A parte Jivan Mary, che era venuta a darmi un sostegno morale, ero l’unica sannyasin presente; là in piedi, davanti a un folto gruppo di donne d’affari, capaci ed eleganti, che sorseggiavano il caffè. A poco a poco il brusio delle loro voci si smorzò, mentre loro mi guardavano, piene di aspettativa.

Seguendo il modello del mio primo discorso, mostrai loro come i vari metodi di meditazione e una comprensione meditativa potevano fornire possibili soluzioni ai problemi concernenti il lavoro. Mentre parlavo, mi guardavo intorno: molte facce esprimevano un caldo interessamento alle mie parole. Mi stavo mettendo in contatto. Era eccitante osservare il ponte mentre veniva costruito. Raccontai un aneddoto divertente e loro risero. Poi continuai dicendo qualcosa che chiaramente trovava risonanza in loro, perché sembravano commosse; potevo capirlo da come stavano sedute, dalle loro facce, dal silenzio che si sentiva nella stanza.

Ogni tanto osservavo dentro di me: “Maneesha, stai parlando a queste donne della visione di Osho, sebbene loro non se ne rendano conto! Ma è ovvio che è proprio quello che vogliono sentire”.

Più tardi, tornando in macchina con Mary, mi sentivo euforica. Era stata una cosa notevole stare là, davanti a loro, a cercare di dimostrare la connessione tra il mondo della meditazione – nel quale ero stata immersa per 15 anni, vivendo in India alla presenza di un mistico illuminato – e la loro realtà lavorativa – condurre affari nella ricca, moderna città di Auckland, in Nuova Zelanda.

Ma era una sfida che mi piaceva terribilmente.

Una settimana dopo, fui invitata a parlare in un talk-show, una volta alla settimana, per quattro settimane. Era una situazione che mi spaventava un po’, perché avevo solo dieci minuti per condensare tutto quello che volevo dire sulla meditazione e sul suo ruolo nel mondo del lavoro. Questa volta non potevo leggere il linguaggio del corpo dei miei ascoltatori per accertarmi che il ponte li stava raggiungendo, non potevo neppure sapere se c’erano degli ascoltatori. Seduta in un minuscolo ufficio, con le cuffie alle orecchie e un microfono davanti, sarei stata a parlare nel vuoto.

“Cari ascoltatori, sono le 11.05 e stamattina abbiamo Maneesha con noi...” l’intervistatrice cominciò, con la sua voce forte e vivace e, nel giro di pochi secondi, puntava l’indice verso di me: “Sei in linea!” ed io cominciai a parlare. La stanza dove mi trovavo, una scatola praticamente, era stracolma di carte e documenti, tazze sporche di caffè e posacenere traboccanti. Era carica di tensione e tutto accadeva a ritmi febbrili. “Come diavolo fa questa donna a sopravvivere in questo ambiente?” diceva una parte del mio cervello, mentre parlavo nel microfono.

A un certo punto, mentre rispondevo a una domanda della mia intervistatrice, qualcuno entrò silenziosamente e cominciò a parlare con lei. Io fui lasciata lì a parlare alla sua schiena e – speravo – a migliaia di ascoltatori senza volto, da qualche parte nei sobborghi di Auckland! L’intero esercizio era così potenzialmente sconcertante, che improvvisamente mi resi conto di trovarmi in presenza di un perfetto strumento gurdjeffiano!

Era chiaro: o io andavo fuori di testa, perdevo la rotta e venivo travolta dalla tensione, oppure potevo usare la situazione per trovare dentro di me uno spazio dove essere del tutto indifferente a quello che mi succedeva intorno.

Miracolosamente, fu proprio quello che accadde. Il “centro del ciclone” di cui avevo così spesso sentito parlare da Osho, era proprio là, proprio nel momento in cui mi serviva.

Pochi minuti più tardi, uscivo dagli edifici della stazione radio, veleggiando radiosa… Che conferma fantastica di tutto quello che sto imparando come ricercatrice! Che emozione poter cogliere il frutto di tutti gli anni vissuti nella Comune sotto la guida amorevole di Osho!

Spero di essere riuscita a raggiungere dei cuori aperti – probabilmente non lo saprò mai.

 

 (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

DIETRO LA PAROLA AMORE

… si nascondono altre cose, come i bisogni, i desideri e le aspettative.

 

Amato Osho,

mi accorgo sempre di più che nelle relazioni la cosa essenziale per me, e anche il mio desiderio più forte, è di essere amata e accettata completamente, proprio così come sono. È questo un altro modo di essere bisognosa e pretenziosa? Vorresti fare un po’ di luce in questa confusione in cui mi trovo?

 

Tamar, tu hai messo tutto sottosopra. Io ti ho detto di accettare ognuno per quello che è. Non pretendere che l’altro soddisfi una visione ideale che viene dai tuoi condizionamenti, che sia come la tua fantasia se lo immagina. Questa non è la via dell’amore e neppure un modo di comportarsi umanamente.

L’amore accetta la persona, così com’è. Certo, essere accettata totalmente la fa cambiare moltissimo. Ma tali cambiamenti non sono stati richiesti, avvengono da soli. Tu hai messo le cose in modo completamente sbagliato. Invece di accettare gli altri così come sono, vuoi essere accettata tu, così come sei.

La tua domanda è veramente buffa e mostra come tu continui ad ascoltarmi, e poi a inventarti quello che non ho mai detto. In tutta la mia vita non ho mai detto una cosa simile. Ho detto esattamente il contrario.

Tu dici: “Mi accorgo sempre di più che nelle relazioni la cosa essenziale per me, e anche il mio desiderio più forte, è di essere amata e accettata completamente, proprio così come sono. È questo un altro modo di essere bisognosa e pretenziosa?” È semplicemente il modo di essere stupida.

Ho sentito di un uomo che rimase celibe fino al suo ultimo respiro. Mentre stava morendo – ed era molto vecchio, novant’anni – e non era neppure religioso… perché fosse rimasto celibe era un mistero. Molte volte gli era stato chiesto il perché, ma lui sorrideva senza mai rispondere. Adesso gli amici si erano riuniti intorno a lui e gli chiesero: “Almeno ora, prima di lasciare il corpo, svelaci questo mistero; altrimenti continuerà a torturare le nostre menti, ci rimarrà la curiosità e nessuno sarà in grado di trovare la risposta. Solo tu puoi dirci perché sei rimasto celibe.”

L’uomo rispose: “Adesso posso dirvelo. Sono rimasto celibe perché cercavo una donna perfetta.” Gli amici, stupiti, gli chiesero: “Hai cercato per tutta una vita, per novant’anni, e non sei riuscito a trovare una donna perfetta?”.

“Questa è la cosa più triste,” disse l’uomo. “Una volta incontrai una donna perfetta, ma lei stava cercando un uomo perfetto.”

Ora, non è in mano tua, non è in tuo potere che l’altro ti accetti così come sei e che tu venga amata e accettata completamente. Non puoi costringere nessuno ad avere questo tipo di idee. Sì, tu puoi amare qualcuno, così com’è, senza fargli richieste. Ma tu hai ribaltato tutto. Tu, piuttosto di diventare una persona che accetta gli altri,  hai sviluppato una nuova idea – un’idea alquanto originale: che devi essere tu a essere accettata così come sei, e amata totalmente proprio come vuoi. In questo modo non sarai mai amata e non sarai mai accettata. Resterai sempre vuota, ti mancherà sempre qualcosa e vivrai nella disperazione.

Hai messo il carro davanti ai buoi, in questo modo non c’è possibilità di movimento. Usa un po’ d’intelligenza e accorgiti di quello che stai facendo. È una cosa impossibile. E non chiedere mai l’impossibile, a meno che tu non sia disposta ad accettare una grossa frustrazione.

 

Una mattina una donna stava guardando i suoi vicini che si abbracciavano davanti alla loro porta d’entrata… “Quella è la coppia più affiatata che abbia mai conosciuto.” Disse rivolta al marito. “Ogni volta che lui esce, le da un lungo bacio. Perché non lo fai anche tu?”.

“E perché dovrei?” Borbottò il marito, senza alzare gli occhi dal giornale.” La conosco a malapena.”

Quando vi parlo, per favore, cercate di capire quello che sto dicendo. Non continuate a leggere il giornale.

 

tratto da: The New Dawn, # 32

Copyright © Osho International Foundation 1989

 (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

 

QUANDO L’ORIENTE

INCONTRA L’OCCIDENTE

 

È possibile l’incontro tra mondi così diversi?

In questa intervista ci vengono raccontate la bellezza e le difficoltà di queste storie d’amore.

 

 

Sw. Shemesh (59 anni, svizzero) e Medhavi (32 anni, di Taiwan)

 

D: Come si sta con un uomo che viene da una cultura completamente diversa? Che cosa rende la relazione così attraente, così affascinante?

Medhavi: Per me si tratta di una grossa sfida. Come dici tu, sono molto diversi sia la cultura che il background, che le abitudini.

D: Hai detto una grande sfida, ma in che senso?

R: Devo sperimentare qualcosa che sapevo già, ma che non avevo il coraggio di affrontare. Io sono di Taiwan, e ora mi trovo a esplorare qualcosa che avevo represso per molto tempo.

D: Cosa per esempio?

R: Forse il sesso, e anche l’amicizia. Specialmente nella Comune.

D: E cosa hai scoperto?

R: Per me è un decondizionarmi da certe abitudini, come il cibo, il modo di comportarsi, la cultura. A Taiwan, di solito, quando abbiamo un partner non frequentiamo molto gli altri, diamo un sacco di energia al nostro compagno. Stando con lui ho cominciato a imparare come si fa a condividere l’energia anche con altre persone. E questo è piuttosto scioccante per me. Per quanto riguarda la personalità – per me era sempre stato un guardarmi dentro, non mi aprivo tanto con gli altri, non parlavo tanto. All’inizio non avevo una vera vita sociale. Ora questo è cambiato, mi sto aprendo. Ma per me esprimere me stessa e i miei sentimenti è veramente difficile.

D: Stai imparando a comunicare i tuoi sentimenti… ci sono talvolta problemi di comunicazione tra di voi?

R: Sì. Innanzitutto la lingua è un grosso problema. E sento che anche la mente disturba moltissimo. A volte sono io troppo nella mente, a volte è lui. In quei momenti la comunicazione diventa quasi impossibile. Ma se ci troviamo in uno spazio meditativo, allora ci capiamo anche senza parole. In effetti siamo molto connessi a livello interiore, ma, a causa della mente credo… dobbiamo proprio venire qui (ride).

D: Potresti dirmi brevemente cosa rende così attraente, così speciale stare con un occidentale?

R: Lui è il mio specchio. Quando sono con gli orientali, con persone della stessa cultura, di solito non riesco a vedere molto. Ma con lui vedo un’altra parte, una parte diversa, e devo accettarla. All’inizio mi facevo delle fantasie sugli occidentali. Sognavo. Vedevo i film che mostravano una vita completamente diversa, romantica (ride).

D: Riguardo al suo essere occidentale, c’è qualcos’altro di importante per te? Qualcosa di diverso?

R: Sì. Io credo che il modo di comunicare sia diverso. Gli occidentali hanno più rispetto per tutto. Il loro modo di parlare è più gentile…

D: Ti senti più rispettata con un uomo occidentale?

R: Sì. Ma quando parlo io, lui crede sempre che stia gridando… È un grosso problema. Anche se è cambiato un po’ ultimamente, lo stesso… E in me c’è un sacco di rabbia e di gelosia, qualche volta l’inconscio viene fuori e allora parlo in tono diverso. Per me è difficile dare molte spiegazioni o dire: ‘tesoro, amore mio”. Io sono sempre molto diretta.

D: Cosa rende così attraente e interessante stare con una donna orientale? In che cosa è speciale?

Shemesh: Beh, per me una donna è una donna, ed è proprio questa la cosa misteriosa, da dovunque provenga. Per me, quello che rende così affascinante la situazione con questa donna di Taiwan, è la scoperta che – nonostante tutta questa distanza fra Est e Ovest – lei è molto simile a me, nella sua essenza, nel suo essere. Lei è uno specchio, per me, perché reagisce alle cose proprio come faccio io. Lei riesce a essere così simile a me, per come si rapporta all’esoterico, alla meditazione, ai soldi, agli amici, a tutto, perfino all’amore fisico – lei è proprio come me! È quello che dice Osho – non c’è differenza tra Est ed Ovest – giù, nel profondo. Io posso realmente vedere la verità di queste parole. Se c’è un ostacolo, è la lingua. Però, d’altra parte, questo ti spinge a essere più sintonizzati nelle energie, a essere sensibili, a comunicare superando le sole parole… e questo è bello, è un’esperienza diversa.

D: Allora la vostra provenienza da mondi così diversi non costituisce un ostacolo? Tu non trovi che esista una polarità, degli opposti, da superare?

R: No. Nel profondo, no. Certo, in superficie, ci sono delle cose, come il linguaggio, per esempio, e un’educazione diversa. Loro non conoscono cose che noi diamo assolutamente per scontate. Questo impedisce la comunicazione in certe aree, ma ti rendi conto che non ce n’è bisogno, che non c’è niente di veramente importante in quelle aree. E così vieni ricondotto all’essenziale.

D: E tu non lo senti come un limite?

R: No, questo non è affatto un limite, perché si tratta di cose essenziali. A volte, il fatto che lei non sappia delle cose note nella nostra cultura può provocare una certa impazienza, è vero, ma è anche un altro modo per stare all’erta. Ti trovi a dover comunicare e spiegare qualcosa che tu credi sia importante e che importante non è…

D: Questa relazione con una donna orientale ti ha portato a scoprire cose di te che prima non vedevi? Ti dà delle nuove intuizioni?

R: Non particolarmente, non più che in qualsiasi altra relazione. La sfida è stare con una donna, tutte le donne fanno impazzire gli uomini. Forse con uno stile diverso. Ma ognuna è unica… sì, posso dire che è un’esperienza diversa, ma non perché lei è orientale.

D: Mi pare di capire, allora, che questa differenza fra Est e Ovest sia molto in superficie.

R: Dipende da quanta comprensione ci metti. Penso che per qualcuno sia insuperabile e per altri no. Se fosse veramente insuperabile, allora sarebbe meglio lasciar perdere. Comunque non è sempre così facile, a volte anche quelle piccole cose superficiali hanno un peso.

D: In che senso?

R: La lingua, per esempio. A volte, per me, la cosa difficile è proprio spiegarmi. Allora devo aver pazienza e insegnarle l’inglese.

 

 

 

Sw. Anand Riten (47 anni, tedesco)  e Anju (37 anni, giapponese)

 

D: Cosa rende così attraente stare con una donna con un background culturale diverso?

Riten: Penso che non si possa dire in una frase. Ci sono molte cose da considerare. Una è che tu hai sempre conosciuto donne occidentali, hai avuto molte relazioni e dopo un po’ non hai più bisogno di essere così tanto consapevole. Con una donna asiatica invece devi essere attento in ogni istante: cosa vuole? cosa sta dicendo? La sua mente funziona in tutt’altro modo. E questa è una sfida, ti spinge sempre a essere consapevole. Perché gli schemi di comportamento sono diversi.

D: Così vieni sfidato in ogni momento?

R: Sì, la sfida è continua. Perché non puoi aspettarti il comportamento abituale in Occidente: a questa domanda risponderà così, a questo gesto reagirà in questa maniera… Quando dice no, può voler dire sì. Dicono no per essere educati… e così via, riuscire a capirlo è veramente una sfida.

D: Quali sono le difficoltà in una relazione con un’orientale? E cosa la rende così attraente?

R: La cosa attraente, quando escludi la mente, è che trovi qualcosa di molto aperto, naturale e umano, perché loro guardano a se stessi in maniera completamente diversa, proprio senza essere troppo nella mente.

Se usi la mente e cerchi di interpretare questa relazione, ti troverai nel caos : “Io non ti capisco!” “Che cosa vuoi dire?” “Ma perché fai così questa cosa?” eccetera, eccetera. Io ho il mio condizionamento e il suo è completamente diverso. Ci vuole uno sforzo costante per capire quello che c’è dietro, dietro le cose che la mente occidentale proprio non riesce a capire. “Ma cosa vuole? Che sta facendo? Perché sta facendo così?”

D: Allora la sfida, per te, è quella di lasciar perdere la mente?

R: Sì, è proprio questo che mi fa toccare il limite. Probabilmente avrei lasciato perdere tutto un sacco di volte, se non fosse per il fatto che la mente, a un certo punto, non ha più niente da dire, è finita. A quel punto tutto è di nuovo possibile. E ci sono tante cose in più, quando non c’è la mente.

D: Cosa c’è di attraente per te nello stare con un uomo occidentale? Che cosa rende questo rapporto così diverso da quello con un uomo della tua stessa cultura? Ci sono difficoltà?

Anju: Sì, anche le difficoltà… Abbiamo punti di vista molto diversi, particolarmente se si tratta del corpo, della salute. Se ci succede qualcosa, abbiamo opinioni completamente opposte.

D: Rispetto a che cosa, per esempio?

R: Proprio rispetto alla salute del corpo. Per esempio, quando andiamo a letto, noi giapponesi, mettiamo il pigiama. Questa è la nostra cultura, il nostro corpo è abituato così. Secondo lui, invece, è una fatica per il corpo, ne indebolisce le funzioni. Ma io ho vissuto trent’anni coll’abitudine di metter su qualcosa, non posso cambiarla adesso perché il suo condizionamento è un altro. Ma lui ha le sue idee sulla salute. Per lui è difficile accettare la mia opinione.

D: Riuscite a parlarne? C’è comunicazione fra di voi in queste occasioni?

R: Sì, certo, ne parliamo: lunghe discussioni – un’ora, due ore. E se io non dico nulla la sua mente non capisce cosa mi stia succedendo e questo lo preoccupa allora vuole condividere la sua ansia con me e mi continua a chiedere: “Cosa succede? Cosa sta succedendo?”

D: E tu non ti senti di parlare?

R: No. Perché io non mi sento così sicura su tutte le cose. Sento che c’è qualcosa di molto sottile… mi è difficile esprimere i sentimenti con le parole. E lui continua a chiedermi, a chiedermi… e io dopo un po’ non ne posso più. Quando invece dico qualcosa, lui si sente bene. La sua energia cambia.

D: E dopo una discussione così, le cose ritornano a essere più chiare fra di voi? Vi serve per crescere?

R: Ah, non credo proprio (ride). È solo per parlare. È solo un cambiamento di energia che avviene attraverso la discussione.

D: Ma ci deve essere una grossa attrazione che vi fa stare insieme, non credi? Puoi parlarmene? Perché se fosse solo per litigare…

R: Io credo che tutto questo discutere venga esclusivamente dalla mente. La mente vuole sempre vincere: “Ho ragione io!” o qualcosa di simile. Io amo di più il suo essere, il suo cuore, qualcos’altro. Naturalmente questo include anche la sua mente, perché la sua è una buona mente, adatta a costruire. Gli occidentali sono particolarmente portati a costruire, a organizzare.

D: Specialmente i tedeschi…

R: Certo! (ride) Abbiamo energie diverse, personalità diverse. Ed io apprezzo quel tipo di energia. Ma non solo quella, anche il suo cuore. Sento che c’è un’intesa.

D: Allora, cosa stai imparando da questa relazione con un uomo occidentale?

R: Posso vedere e comprendere i meccanismi della mente.

D: E quanto è differente il funzionamento delle vostre menti?

R: Non tanto differente, perché la mia mente è un po’ simile alla sua. Ecco perché riesco a vederlo più chiaramente. La mente è molto forte. La mente non arriva mai a nessuna soluzione.

D: E allora, cosa stai imparando?

R: Imparo a esprimermi a seconda della mia energia. Di solito io mi ritiro in me stessa e taglio fuori gli altri. Resto nel mio spazio. Prima pensavo che questo volesse dire essere meditativa. In effetti mi stavo solo separando dagli altri, mi stavo proteggendo. Con lui ho imparato a uscire da questa chiusura. Sì, sto diventando più aperta.

 

 

 

Ma Krishna Radha (44 anni, italiana)  e Satgyan (43 anni, giapponese)

 

D: Cosa rende così attraente e interessante stare con un’uomo orientale? Che cosa lo rende così speciale?

Radha: Una delle cose, è che mi piacciono le sfide. Perché è proprio una sfida. Ma io credo che la parte più attraente per me sia il mistero. Il mistero, il silenzio, la sensazione di non conoscere, quello spazio dove fondamentalmente finisci o con l’essere nel qui ed ora o in un grosso rompicapo. Ogni volta che tento di svelare il mistero, mi trovo di solito in una confusione terribile. Così, in un certo senso, vengo continuamente rimandata alla meditazione, al mistero.

D: Quindi, a livello mentale, dovete confrontarvi con delle difficoltà?

R: Sì, per me le difficoltà riguardano sempre la comunicazione. Io credo che, in generale, un giapponese comunichi molto con le vibrazioni, con gli stati d’animo, o con dei silenzi pesanti, che a volte sono molto significativi, o anche con silenzi pieni d’amore. E non importa di che tipo siano, tu devi comunque imparare a capire questi silenzi o questi stati d’animo.

Io invece ho bisogno di comunicare le emozioni, proprio per comprendere di cosa si tratta. Quindi, se ci sono difficoltà sono sempre in quest’area.

D: È come due persone che parlano lingue diverse…

R: Sì. O meglio, una persona parla una lingua e l’altra resta per lo più in silenzio. Io cerco sempre di farlo uscire dal suo riserbo, di farlo parlare di quello che prova, soprattutto perché voglio capire. Ma tutto questo per lui è qualcosa di minaccioso, è come un’invasione.

D: Questo porta talvolta a delle complicazioni, o avete trovato un modo per affrontare il problema?

R: Tutte e due le cose. Il modo per risolvere il problema è spesso semplicemente aspettare, starmene da sola e rincontrarlo quando tutto va bene. Questo è un sistema che posso adottare quando sono in uno spazio di illuminazione. L’altra maniera è che continuo ad affrontare la situazione direttamente. Voglio parlare, voglio condividere e, qualche volta, voglio scaricarmi.

D: Dipende cioè dalla gravità del problema…

R: Certo, è così, a volte ci sono delle difficoltà e a volte imparo a girarci intorno, alle difficoltà, e a non andarmele a cercare… cosa che è un’altra specialità italiana. Sempre alla ricerca di qualche problema…

D: Allora praticamente è questo che hai imparato? A fermarti e ad aspettare. Questo almeno mi sembra di capire da quanto dici…

R: Sì, proprio così. Non sono sicura di esserci riuscita. Ma sicuramente ho imparato qualcosa di importante, proprio nello stare con le mie emozioni, aspettare e vedere. E un’altra cosa che ho scoperto è che, per Satgyan, tutto avviene molto nel momento, e l’attenzione è focalizzata su piccole cose. Per esempio, se stiamo discutendo su un certo argomento, per lui, l’importante è solo parlare di quella cosa. Io invece prendo sempre in considerazione tutta la relazione.

Quando cominciamo a condividere, per me è sempre: “Ah, per come noi due ci rapportiamo…bla bla bla.” Per lui invece è: “Ehi, sai, quello che sta succedendo proprio adesso è che tu sei un po’ suscettibile e io invece mi sento…” Così io vengo sempre riportata a qualcosa di molto più semplice. L’aspetto positivo è che, in un certo senso, siamo molto nel qui e ora. Quello negativo è che mi sento un po’ stretta.

Per me, considerare solo la piccola cosa che è successa nel momento è troppo riduttivo, io ho bisogno di vederla all’interno del contesto.

D: Cosa rende così attraente e interessante stare con una donna che proviene da una cultura così diversa dalla tua?

Satgyan: Se devo indicare una ragione, per cui è così attraente, allora è il vedere qualcosa di sconosciuto. È sempre attraente vedere qualcosa di sconosciuto.

D: E cos’è questo “sconosciuto”?

R: Ancora non so che altro verrà fuori, dopo quattro anni. Continuano a venir fuori molte cose, che prima non sapevo.

D: A livello di comunicazione?

R: Sì, riguarda molto la comunicazione. Io credo che, alla base ci sia il fatto che in Oriente ci insegnano a non esprimere tutto. Questa è la nostra bellezza: non dire tutto. In Occidente è  quasi l’opposto. Dovete esprimervi sempre, dovete sempre dire tutto.

D: Questo vi mette in conflitto?

R: A livello di comunicazione, sì. Ogni tanto abbiamo questo problema, se problema si può chiamare.

D: Ma per te va bene cosi? Non senti il bisogno di esprimerti, di condividere? Pensi che le cose si risolvano da sole?

R: Vuoi dire, senza condividere? Beh, alcune sì, altre no. In qualche modo finiamo col parlare. Qualche volta sento che va bene. All’inizio avevo una specie di resistenza a parlare.

D: Ma poi l’hai superata…

R: Di solito parliamo e alla fine ci sentiamo bene. Qualche volta è facile cominciare a parlare, qualche volta, invece, provo una certa resistenza. Quando io decido di non parlare, lei ci sta male, allora mi chiede di farlo e in quel caso mi ci vuole tempo per accontentarla.

D: Così questo è stato un cambiamento per te: abbandonare il tuo background, la tua cultura. È stato un grande passo da parte tua cominciare a parlare di queste cose.

R: La cosa principale è proprio il verbalizzare. Per me è questo. Quando vado in Giappone incontro i miei vecchi amici e comincio a vedere la differenza. Allora comincio a dirmi: “Wow, come sono cambiato! Quanto sono diventato diverso da loro!” Credo sia un effetto sia di questa relazione che dello stare a lungo nel mondo sannyasin.

 

 (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

ESSERE L’AMORE

 

L’amore che conosciamo è solo il riflesso di qualche cosa di infinitamente più prezioso.

Il suo valore è quello di continuare a indicarci che questo amore reale esiste veramente.

 

Amato Osho,

c’è l’amore fra uomo e donna – attivo, sensuale e giocoso – e l’amore fra maestro e discepolo – passivo, calmo e silente. C’è anche la possibilità di essere solo l’amore, in ogni momento. L’amore è qualcosa che cambia continuamente, che viene e va, prendendo ogni volta sapori e colori diversi, o l’amore è semplicemente tutto ciò che esiste e ogni momento che c’è?

 

Anand Sadhyo, l’amore che viene e va è soltanto un riflesso dell’amore reale. La luna piena riflessa nel lago appare esattamente uguale alla luna, ma il riflesso può essere disturbato molto facilmente da un vento leggero che lo infrange in mille pezzi d’argento sparsi su tutto il lago e poi, quando il lago si ricompone, eccolo riapparire come luna.

Ma la vera luna, nel cielo, non viene disturbata dai venti, o dalle stagioni, o da qualsiasi cosa. Resta là perfino durante il giorno, anche se non puoi vederla perché la luce del sole è troppo forte

L’amore è esattamente nella stessa situazione. L’amore reale è proprio essere l’amore, non è una relazione, è lo stato del tuo essere. Non ha niente a che fare con nessuno, tu sei semplicemente pieno d’amore. Molti possono condividerlo, quelli che sono assetati possono spegnere la loro sete.

Questo stato di essere l’amore è il più alto picco della consapevolezza. Viene chiamato lo stato del risveglio o lo stato di illuminazione, lo stato di un Gautama il Buddha. Egli non ama – egli è l’amore. Da parte sua non fa niente – è la sua presenza che irradia amore. Questo amore non è indirizzato a nessuno in particolare, proprio come i raggi del sole non sono indirizzati a nessun fiore in particolare, a nessun albero. Il sole raggiunge tutti quelli che sono lì a riceverlo. L’amore, come stato dell’essere, è a tua disposizione. Ne puoi prendere tanto quanto riesci a tenerne dentro di te, perché è abbondante, trabocca. Un uomo in questo stato, anche se siede da solo, continua a irradiare amore. Questo amore si riflette in molti tipi di amore, ma quelli sono solo dei riflessi.

“L’amore fra uomo e donna – attivo, sensuale e giocoso, – e l’amore fra maestro e discepolo – passivo, calmo e silente”, l’amore fra amici: l’amore può avere molte manifestazioni, ma queste cambiano continuamente. Devono cambiare, perché sono solo riflessi, ombre, e nella loro scia portano molta infelicità.

Quando la luna si riflette nel lago, c’è gioia, c’è bellezza; e quando è dispersa dal vento o anche solo da un piccolo sasso scagliato nel lago, tutto scompare, va in frantumi. E tu sai, per la tua stessa esperienza, che le vostre relazioni d’amore, con gli amici, coi mariti, con le mogli, coi maestri, sono tutte molto fragili. Basta una piccola cosa e tutto l’amore scompare. Non solo scompare, ma si trasforma nel suo opposto. Gli amici diventano nemici; marito e moglie non c’è neppure bisogno che diventino nemici, sono già nemici; i discepoli tradiscono i maestri. Ci sono sempre dei Giuda che possono vendere il loro maestro.

Noi conosciamo tutti questi amori: essi sono tutti condizionati. Persino l’amore dei genitori per i figli è condizionato: se obbedisci, se non sei un ribelle, se diventerai quello che loro desiderano, sei amato; ma se tu segui la tua strada… i genitori arrivano anche ad abbandonarti, a diseredarti.

Questi riflessi, però, indicano che ci deve essere una realtà che viene riflessa. Senza qualcosa di reale, non ci può essere nessun riflesso. Nell’uomo illuminato, l’amore diventa la sua stessa natura, il suo stesso respiro, lo stesso battito del suo cuore. Dovunque sia, egli continua a emanare amore. È amore incondizionato, non pretende niente da te, e per questo non può essere disturbato. Finché non conosci questo amore, sei stato solo a sognare dell’amore. Tutti quei riflessi non sono altro che sogni, sogni che portano grande infelicità, ansia, angoscia. Per qualche attimo, all’interno di quei sogni, puoi provare anche gioia – quegli attimi non sono altro che consolazioni.

L’amore autentico è un enorme appagamento dentro di te, è l’assestarsi delle tue energie nel centro del tuo essere. Questa centratura porta un cambiamento nell’alchimia delle tue energie. Dopo, dovunque tu sia – con gli alberi, con l’oceano, con le montagne, con le stelle, con le persone, con gli animali, con gli uccelli – senza che tu possa fare niente, l’amore irradia da te, così, semplicemente. È la tua stessa vita. Non puoi evitarlo. Evitarlo significherebbe suicidarsi.

Dalle tue cosiddette storie d’amore, impara soltanto una cosa: dentro c’è sicuramente qualcosa di autentico, di reale, di eterno che viene poi riflesso negli specchi delle tue relazioni. A meno che tu non conosca quell’amore, avrai molto da soffrire e non otterrai nulla. E invece tu puoi conoscerlo, perché ne hai l’intrinseca capacità; tu sei nato con quel seme. Devi solo prendertene un po’ cura e vedrai che crescerà. Presto sarai pieno di fiori – è arrivata la primavera. Una volta arrivata, non se ne andrà più. Rimarrà fino all’ultimo momento.

Si racconta una bella storia di Gautama il Buddha: aveva informato i suoi discepoli che in un certo giorno, alla prossima notte di luna piena, sarebbe morto. Allo scomparire della luna piena dal cielo, sarebbe scomparso anche lui. Per una rara coincidenza, Gautama il Buddha era nato in una notte di luna piena, si era illuminato in una notte di luna piena e morì anche in una notte di luna piena.

Migliaia dei suoi discepoli si affrettarono ad arrivare da ogni parte, solo per vederlo per l’ultima volta. C’era grande tristezza, ma tutti trattenevano le lacrime per non rendere difficile la sua dipartita. E Buddha chiese loro: “Se avete delle domande – perché domani non sarò più qui – se nel vostro cuore c’è qualche domanda che non avete ancora posto, fatemela. Prima di andarmene voglio che tutti i miei discepoli siano completamente vigili, senza più domande. Voglio che i miei discepoli diventino risposte, non domande.”

Nessuno parlò, solo Ananda disse: “Tu hai risposto alle nostre domande per quarantadue anni, continuamente, giorno dopo giorno – non abbiamo più domande. Siamo venuti solo per esserti vicino quando ti dissolverai nella consapevolezza universale. Abbiamo sentito, da racconti antichi, che quando un illuminato muore, mentre lascia il corpo, la sua consapevolezza si diffonde in tutto l’universo. Vogliamo restare vicino a te per avere un piccolo assaggio della tua consapevolezza.”

A quel punto Buddha disse: “Va bene, allora vi saluto. Morirò in quattro momenti. Prima lascerò il corpo, poi lascerò la mente, poi il cuore e nel quarto, la turiya, mi dissolverò nell’oceano dell’esistenza.”

Chiuse gli occhi e proprio in quel momento arrivò correndo un uomo che disse: “Devo chiedere una cosa. Ho rimandato per trent’anni. Buddha è venuto molte volte nella mia città, in questi trent’anni, ed io ho sempre pensato: questa volta andrò e gli farò la mia domanda. Ma succedeva sempre qualcosa e – ho continuato a rimandare. Solo per stupidità – era arrivato un ospite, ero impegnato con dei clienti, c’era un matrimonio al quale dovevo andare. Così ho continuato a rimandare, pensando che non c’era fretta, quando sarebbe venuto la prossima volta, allora gliel’avrei chiesto. Ma qualche volta mia moglie era malata, qualche altra volta ero io a essere malato – e questi trent’anni sono passati. Proprio ora ho saputo che Buddha stava morendo, ora non posso più rimandare. Niente può impedirmi di fare la mia domanda.”

Ma Ananda disse: “Sei arrivato un po’ tardi. Il suo viaggio interiore è già cominciato, ha già fatto i primi due passi: possiamo vedere che il suo corpo si è fatto completamente silente e, per quello che concerne il lasciar andare la mente… è una mente così vuota, deve averla già abbandonata. Gli ci vorrà un po’ di tempo per lasciar andare il cuore, perché è quello stesso cuore che ha usato continuamente per irradiare il suo amore, la sua gioia, il suo silenzio. Non è giusto disturbarlo in questo momento. Ha continuato a parlare per quarantadue anni, ora è colpa tua se per trent’anni non sei riuscito a trovare il tempo – è la tua domanda.”

Ma Buddha ritornò. Il suo respiro, che era scomparso, ritornò, il cuore ricominciò a battere. Aprì gli occhi e disse: “Ananda, vuoi che le generazioni future ricordino che l’amore di Buddha era così scarso da non permettergli di tornare indietro di due passi, quando un uomo assetato era arrivato da lui? E io sono ancora vivo, sarei biasimato per sempre. Non impedirglielo, lascia che ponga la sua domanda.”

L’uomo vedeva Buddha per la prima volta e in una situazione molto strana: migliaia di persone sedevano in silenzio e con gli occhi pieni di lacrime. Inoltre Buddha era quasi mezzo morto: aveva già fatto due passi verso il suo centro interiore, ancora due passi e sarebbe diventato parte della consapevolezza oceanica.

Ma un uomo che è amore, irradierà amore anche in una situazione come questa. Ananda e tutti gli altri discepoli non potevano credere che per un uomo qualsiasi, che non era neppure un discepolo, che aveva rimandato per trent’anni… Ma l’amore e la compassione di Buddha sono infiniti – egli chiese all’uomo di fargli la sua domanda… ma l’uomo era così sconvolto dalla situazione, che l’aveva dimenticata.

Egli disse: “Mi sento soddisfatto. Il tuo amore ha risposto a tutte le mie domande. Tu eri mezzo morto e tuttavia sei tornato indietro, solo per rispondere a un uomo ordinario come me, che ti aveva evitato per trent’anni, cercando sempre mille scuse diverse.” Egli toccò i piedi di Buddha e disse: “Lascia che io sia il tuo ultimo discepolo, dammi l’iniziazione. Ero venuto per fare una domanda, ma ora non c’è più nessuna domanda – davanti al tuo amore tutte le domande scompaiono. E non voglio perdere quest’occasione di essere iniziato da te.”

Buddha iniziò l’uomo e chiese ancora: “C’è qualcuno di voi che ha ancora dentro di sé qualcosa da domandare? Perché sarebbe molto difficile per me – se passo il terzo stadio, se ho già lasciato il cuore e sono passato nella pura consapevolezza, il quarto stadio – sarebbe difficile tornare anche se lo volessi. Quindi, vi prego, non siate timidi, se avete delle domande, fatele.”

I discepoli risposero: “Siamo già tristi e dolenti perché quest’uomo ti ha disturbato, senza che ce ne fosse bisogno. Questo non è più tempo di disturbarti, ma di restare in silenzio – un tale silenzio, che quando dissolverai la tua consapevolezza, qualcosa di essa diventa anche parte di noi.” Allora Buddha salutò nuovamente ed entrò nel quarto stato.

È un racconto molto simbolico… e fin qui assolutamente storico. Ma in Oriente è tradizione che quello che non può essere detto nei soliti modi, può essere raccontato con parabole, con storie. La storia dice: mentre Buddha stava morendo, gli alberi che pure stavano morendo, le cui foglie erano impallidite, improvvisamente tornarono verdi; fuori stagione arbusti, piante e alberi si riempirono di colpo di fiori. Ci fu un impatto terribile alla sua morte – gente che era stata con lui per decenni senza illuminarsi, in quel momento raggiunse l’illuminazione. Non appena lasciò il corpo e la sua consapevolezza si liberò, questa si sparse su tutto il mondo. Chiunque fosse ricettivo, a seconda del suo grado di ricettività, venne appagato. Perfino gli alberi ne furono consapevoli. Mentre lui moriva, gli uccelli tacquero e al momento della sua morte ripresero a cantare la loro gioia. Ogni volta che un illuminato muore, tutto il mondo si sente inondato da una pioggia d’amore, di consapevolezza, di beatitudine, di pace.

quindi non perdete il vostro tempo con dei semplici  riflessi. Quei riflessi sono utili come dita che indicano la luna. Fatene uso per trovare il reale che è riflesso, e voi sarete finalmente a casa, non in questa strana terra abitata da pazzi.

 

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Amato Osho,

nel Simposio di Platone, Socrate dice che: “Un uomo che pratica i misteri dell’amore, sarà in contatto non con un riflesso, ma con la verità stessa. Per conoscere questa gioia della natura umana, non c’è niente che possa aiutare più dell’amore.” Puoi commentare, per favore?

 

Milarepa, per tutta la mia vita ho parlato dell’amore, in mille modi diversi. Ma il messaggio è sempre lo stesso. Bisogna ricordare una cosa di fondamentale importanza e cioè che l’amore di cui si parla non è quello che tu credi. Né Socrate né io stiamo parlando di quel tipo di amore. L’amore che conosci non è altro che una necessità biologica legata alla chimica del tuo corpo, ai tuoi ormoni. È qualcosa che si può cambiare facilmente, basta una piccola modifica nella tua chimica e l’amore che credevi la verità assoluta svanirà del tutto.

Tu hai sempre chiamato amore il desiderio sessuale. Bisogna aver presente questa distinzione. Socrate dice: “Un uomo che pratica i misteri dell’amore…”. Il desiderio sessuale non ha misteri, è semplicemente un meccanismo biologico. Ogni animale ogni uccello, ogni albero ne sa qualcosa. Di certo l’amore che ha questi misteri sarà totalmente differente dall’amore che conosci già. Socrate dice: “Un uomo che pratica i misteri dell’amore, sarà in contatto non con un riflesso, ma con la verità stessa.”

Questo amore che può diventare un contatto con la verità, nasce solo dalla tua consapevolezza: non dal tuo corpo, ma dal tuo essere profondo. Il desiderio nasce dal tuo corpo. L’amore nasce solo dalla tua consapevolezza. Ma la gente non sa nulla della propria consapevolezza e la confusione così continua, si crede amore ciò che è desiderio fisico. Sono veramente pochi quelli che hanno conosciuto l’amore: persone diventate così silenziose, così piene di pace… e proprio da quel silenzio, da quella pace sono entrate in contatto con il loro essere profondo, con la loro anima. E quando sei in contatto con la tua anima, il tuo amore non è solo una relazione, ma diventa proprio la tua ombra. Dovunque tu vada, con chiunque tu sia, tu ami: tu sei in amore. In questo momento, quello che tu chiami amore è rivolto a qualcuno – è limitato a qualcuno – e l’amore non è un fenomeno che si possa limitare. Puoi averlo nelle tue mani aperte, ma non puoi tenerlo nei pugni chiusi. Nel momento in cui le tue mani si chiudono… diventano vuote. Le apri… e l’intera esistenza  è a tua disposizione.

Socrate ha ragione: chi conosce l’amore conosce anche la verità, perché sono solo due nomi per la stessa esperienza.

E ricordati che se non hai conosciuto la verità, non hai conosciuto neanche l’amore. “Per conoscere questa gioia della natura umana, non c’è migliore aiuto dell’amore”.

C’è solo una cosa che vorrei dire di Socrate: tutto il suo approccio è logico e dialettico. Il suo metodo è conosciuto come il dialogo socratico. È un processo molto lento, come la psicoanalisi. Nel corso di una lunghissima discussione egli distrugge tutte le tue false argomentazioni e le tue false idee. La sua tesi, che contiene una certa verità, è che, quando tutte le false idee sono state demolite, quello che rimane – e di cui non si può discutere – è il tuo vero essere. E da quell’essere nasce la fragranza dell’amore. Ma Socrate non sapeva niente della meditazione. Arrivò a conoscere la verità attraverso la lunga e non necessaria strada del dibattito. Al mondo non c’è stato nessuno più forte di lui nel dibattere, nessuno che possa paragonarsi a Socrate. Ma ciò che lui faceva attraverso la discussione, non può diventare un metodo universale: è una via troppo lunga e tale lunghezza non è necessaria. Se siedi in silenzio, ogni volta che hai tempo, e semplicemente osservi i tuoi pensieri, vedrai che il falso scompare. Non c’è bisogno di discussioni, non c’è bisogno di polemiche, non è necessario spingere i tuoi pensieri lontano, basta osservarli, come se stessi guardando qualcosa alla televisione.

L’Oriente ha conosciuto un miracolo più grande di Socrate. Socrate non aveva alcuna conoscenza dell’Oriente. E l’ovvia ragione è che aveva trovato l’amore, aveva trovato la verità – non pensava neppure lontanamente che potesse esserci una scorciatoia. Il suo processo è tortuoso. Se leggi i dialoghi di Socrate, ti rendi conto di quanto lungo sia il suo procedere e di come ogni argomentazione crei nuovi problemi – e questi nuovi problemi creano altre argomentazioni… è un combattere con le ombre.

Ma Socrate non ne aveva colpa. Ai suoi tempi Atene era una delle città più sofisticate ed intellettuali del mondo. Egli non poteva sapere che esattamente in quello stesso tempo Buddha stava insegnando meditazione in India, Lao Tzu stava insegnando meditazione in Cina e anche Mahavira stava insegnando meditazione… Era esattamente la stessa epoca, venticinque secoli fa.

Socrate aveva imparato la logica dai suoi antenati: la Grecia era piena di sofisti. I Sofisti erano gente strana, la loro filosofia era che non c’è verità o non-verità, tutto dipende da chi ha l’argomento migliore. Se tu riesci a portare un’argomentazione migliore di quella del tuo avversario, hai ragione tu. E se per caso incontri una persona con argomentazioni migliori delle tue, allora hai torto.

Così ciò che ereditò Socrate, non fu altro che la tecnica del dibattito. Fu lui a cambiare l’intero procedimento: il Sofismo diventò filosofia. La parola filo vuol dire amore, e sofia vuol dire saggezza. Il Sofismo era semplicemente l’arte del dibattere. Socrate fece un enorme lavoro, ma come succede quasi sempre, quelli contro i quali ti stai battendo – anche se alla fine vinci tu – lasciano sempre una grossa impronta su di te.

Proprio per combatterli, sei costretto a usare i loro stessi metodi, altrimenti non puoi batterti. Se una nazione sta accumulando armi nucleari, quelli che vogliono combatterla devono accumulare armi nucleari anche loro. A causa del continuo combattere di Socrate contro i sofisti… egli voleva distruggere questa idea che l’argomento migliore è tutto, che non esiste verità o non-verità – e riuscì a farlo. Egli si pone come una interruzione col passato. Ma aveva dovuto usare delle argomentazioni contro tutti quelli che combatteva… e così, anche se i Sofisti finirono sconfitti, il metodo del dibattito continuò con lo stesso Socrate.

Lo usò meglio, lo usò per scoprire la verità. Ma era del tutto all’oscuro del fatto che in un’altra parte del mondo – in Oriente, in Cina, in India – la gente aveva un’altra tradizione: da circa diecimila anni sedeva silenziosamente in meditazione, senza fare assolutamente nulla.

E mentre il silenzio discende su di te, quando i pensieri cominciano a lasciarti e ogni fastidio scompare, ed il lago della tua coscienza diventa quasi uno specchio – allora

tu sai di essere la verità,

tu sai di essere l’amore,

tu sai di essere divino.

Basta un solo passo – dalla mente alla non-mente – e tutti i tesori, tutti i misteri dell’amore, della vita, della verità, della beatitudine aprono le loro porte. Non c’è bisogno di avere argomenti contro il falso.

La mia opinione è: anche argomentare contro il falso significa dare al falso una certa credibilità. Questa è stata la tesi dell’Oriente da migliaia di anni. Non si discute con la propria ombra: “Oggi non seguirmi, non mi piaci, perché continui a seguirmi quando non ti voglio?”. Tu non puoi fuggire dalla tua ombra… perché l’ombra fuggirà con te.

Dice un racconto Sufi: “Un uomo aveva paura della sua ombra, perché aveva letto in un libro che la morte era quasi come un’ombra – che quando arriva, arriva come un’ombra. Ed era diventata una tale ossessione nella sua mente, che aveva ormai paura anche di un’ombra qualsiasi.

Correva, faceva di tutto per sfuggirle, tentava di combatterla – ed era un guerriero! Ma neppure la tua spada può fare qualche danno contro un’ombra – l’ombra non esiste. Alla fine era così stanco che chiese a un mistico: “Cosa posso fare con l’ombra? Ho fatto tutto il possibile, ma non succede nulla. Ho rotto la mia spada – e ho corso così tanto per evitarla che i miei piedi sanguinano.”

Il mistico si mise a ridere e gli disse: “Fa una cosa, va sotto quell’albero, siediti per terra e poi dimmi, dov’è la tua ombra?” Sotto l’albero c’era già ombra e per fare ombra hai bisogno del sole, della luce. Così quando l’uomo andò a sedersi sotto l’albero e si guardò intorno, non vide la sua ombra da nessuna parte. Allora disse: “Tu hai fatto un grande miracolo! Non ti sei neppure mosso dal tuo posto e la mia ombra se n’è andata.” Il mistico disse: “Quello che facevi non era necessario. Combattere il falso vuole dire dargli credibilità. Nella tua lotta hai riconosciuto anche al falso una sua realtà.”

L’Oriente non ha mai combattuto contro la mente. Ha trovato un metodo completamente diverso: diventa un osservatore sulla collina. Lascia che tutto passi. Non giudicare, non condannare, non valutare. Tu sei solo uno specchio, queste non sono le tue funzioni. Devi solo rispecchiare – e tutte le cose passeranno. Se non dai loro alcun peso, se riesci a ignorarle, la smetteranno di arrivare, non vogliono essere ospiti indesiderati. Può darsi che a causa di vecchie abitudini, per alcuni giorni continueranno a venire; ma vedrai che il traffico rallenterà sempre di più, mentre prima era sempre ora di punta.

una volta che la mente è diventata silenziosa, vuota, spaziosa, tu hai trovato la chiave d’oro, la  chiave principale, quella CHE apre tutte le porte, tutti I MISTERI dell’amore, DELLA VERITÀ, della vita eterna.

L’idea di Socrate era fondamentalmente giusta, è sul metodo che non sono d’accordo. Il suo metodo non era necessario. Se stai tornando a casa, perché correre lontano per miglia per poi tornare indietro? Sei già arrivato. Basta che tu chiuda gli occhi, che resti in silenzio e ti rilassi. Ma la conclusione di Socrate era giusta: “Un uomo che pratica i misteri dell’amore, sarà in contatto non con un riflesso, ma con la verità stessa. Per conoscere questa gioia della natura umana, non c’è niente che possa aiutare più dell’amore.”

Allora potresti cominciare a far crescere il tuo amore, a espanderlo… ma dove espanderlo? La mente ti circonda come una muraglia cinese. La prima cosa da fare è far scomparire la muraglia… e questa è la funzione essenziale della meditazione.

Socrate avrebbe potuto essere il Buddha dell’Occidente e l’intera storia dell’Occidente sarebbe stata diversa. E invece ha creato il metodo principale per la mente occidentale: la discussione. E la discussione, il dibattito, un po’ alla volta, invece di scoprire l’amore, ha scoperto la bomba atomica, le armi nucleari, la scienza, la tecnologia.

L’Oriente non è riuscito a scoprire queste cose, perché non ha mai creduto nella discussione, nel ragionamento. Tutto il suo interesse si è concentrato nell’espansione della coscienza… per darle spazio, ha dovuto liberarsi della mente. Una volta che non c’è più la mente, non ci sono più confini, neppure l’immensità del cielo è più un confine. Tu ti espandi dappertutto.

Questo sentimento di totale espansione è l’amore; e il sapere che emana dal più profondo centro del tuo essere è la verità. Ma, Milarepa, Socrate non sta parlando in California! Non sta parlando ai cosiddetti amanti in tutto il mondo. Socrate parla a pochi discepoli che stanno cercando la verità. Ne può aiutare solo pochi, per la semplice ragione che il processo è troppo lungo.

Ma l’Oriente è stato fortunato a scoprire un pellegrinaggio che consiste in un solo passo: dalla mente alla non-mente… e sei arrivato a casa. Sei sempre stato lì. Non ti sei mai allontanato, neppure per un momento! Solo la tua mente è andata vagabondando in giro per il mondo, ma tu, tu non sei mai stato in nessun altro luogo.

Tu sei esattamente dove devi essere. Se il girovagare della mente si ferma, improvvisamente… la rivelazione.

 

i brani di osho sono tratti da:

Osho The Rebellious Spirit, #26,

Osho The Rebellious Spirit #30

Copyright © Osho International Foundation 1987

All rights reserved

 (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

 

TRE STORIE D’ AMORE

L’amore ha molti volti, e non tutti conosciuti. Questo almeno è ciò che pensa Sarjano, che qui ci racconta tre storie…

 

 

L’uomo che vide sia l’inferno che il Paradiso.

 

Una volta un uomo vinse alla lotteria. Ma era una lotteria un po’ speciale con un premio altrettanto speciale. Il premio consisteva in un viaggio. Tutto Organizzato – direbbero oggi. Solo che le destinazioni erano il Paradiso e l’Inferno. Chi vinceva alla lotteria aveva diritto a una visita (con ritorno) sia del Paradiso che dell’Inferno. E ora quest’uomo aveva vinto, e voleva visitare per primo l’Inferno.

Sembrerà incredibile, ma l’Inferno aveva un parco, e anche molto bello. Al centro vi si ergeva una villa immensa, con alte colonne sulla facciata e ampie finestre in stile gotico (ovviamente).

“E questo sarebbe l’Inferno...” cominciava a mormorare incredulo il visitatore. Dopo esser passati per lunghi corridoi arabescati, che facevano intravedere magnifici saloni da entrambi i lati, giunsero alla sala più grande del palazzo – un immenso salone con statue, fontanelle e piante disseminate dappertutto. Al centro si ergeva un’enorme tavola di marmo, lunga almeno trenta metri, imbandita con ogni ben di dio, a cui sedevano i commensali, che avrebbero dovuto essere i penitenti eterni dell’Inferno...” Ma siamo sicuri che questo è l’Inferno? Chiese ancora più incredulo il visitatore.

“Certo che lo è. Avvicinati un po’ e lo capirai...”.

L’uomo si avvicinò alla tavola imbandita, e il suo stupore aumentò ancora: c’era tutto, su quella tavola, qualunque leccornia o prelibatezza un uomo potesse desiderare, lì c’era. E tutti i vini migliori. E la frutta più bella. E i dolci. Una fantasmagoria di colori, di odori, di sapori. C’era purtroppo qualcosa di strano, osservò dopo aver guardato la scena a lungo. Nessuno dei commensali, che pure avevano forchetta e coltello in mano, si muoveva verso il cibo.

C’era qualcosa di congelato e mostruoso, in questa scena, e già l’uomo cominciava ad avvertire una sensazione di freddo lungo la schiena. “Ma... ma... che fanno? Perché... perché non mangiano?”

“Soffrono di una incurabile forma di paralisi alle braccia, per cui non possono tenderle e prendere nulla di quello che c’è sul tavolo. Nulla. Possono solo guardarlo, per l’eternità e non toccarlo. Mai.”

“Mio dio, mio dio, questo è dunque l’Inferno! Ma è terribile! Peggio delle fiamme che uno s’immaginava... Ma è orribile! Avere davanti a sé tutto il ben di dio immaginabile e non poterlo nemmeno toccare! E per l’eternità! E questo è l’Inferno!” Corse subito fuori a gambe levate e chiese di essere portato in Paradiso.

Il viaggio non fu molto lungo. Soltanto il tempo di una notte. All’alba arrivarono a un parco bellissimo, che gli sembrò di avere già visto. Al centro vi si ergeva una villa immensa, che gli risultò stranamente familiare. Ma quando cominciò a percorrerne i saloni e i corridoi, fu preso da un tremito non appena si accorse che era sì in Paradiso (o così gli avevano detto) ma tutto quanto, fino a questo momento, era maledettamente simile all’Inferno. Finalmente giunsero al salone centrale, che non solo era esattamente simile all’Inferno, ma aveva persino la stessa, enorme, tavola apparecchiata nel centro, con cibi e vini e gente attorno. La sensazione di sgomento cominciava a farsi insopportabile. Il visitatore era ormai lì che boccheggiava e mormorava incredulo tra sé e sé, “Ma allora Inferno e Paradiso sono la stessa cosa. Ma allora è tutta una truffa... Ma allora niente ha un senso...” Si avvicinò di più ai commensali e lì scoprì con un orrore e una disperazione che mai avrebbe immaginato, che anche gli abitanti del Paradiso soffrivano della stessa paralisi al gomito di cui soffrivano i residenti dell’Inferno. Il suo urlo raggiunse le stelle più lontane, ma il suo accompagnatore gli sussurrò con calma, “Avvicinati ancora un po’. Non sono uguali. C’è una piccola differenza. Ma è quello che fa TUTTA la differenza.”

L’uomo si avvicinò ancora. La piccola differenza che notò era che queste persone non potevano portare il cibo alla bocca, ma avevano capito che potevano imboccare la persona accanto. E lo stavano facendo. E lo avrebbero fatto per sempre.

Perché amore è “caring & sharing” – come diceva quell’angelo. Ed è solo una piccola differenza. Ma che fa tutta la differenza.

 

 

 

 

TUTTO QUELLO DI CUI ABBIAMO BISOGNO

 

 

Ibn El Shah, Gran Mullah della Congrega dei Mevlana di Tabriz, aveva deciso di attraversare il deserto, con tutti i suoi discepoli, per recarsi in visita all’Iman Fharouk El Mouhaddin, della confraternita dei Dervisci Rotanti di Alì El Kalak. Il gruppo si fece incontro al deserto a piedi scalzi, coperti solo dal mantello di lana, caratteristica ormai nota del popolo sufi. Il deserto era famoso, oltre per le sue mille e misteriose insidie, per il terribile sbalzo termico che avveniva tra il giorno e la notte. Mentre la temperatura del giorno poteva arrivare vicino ai cinquanta gradi centigradi, e il sole diventare una spada di fiamma infernale, la notte poteva portare un gelo sotto lo zero, e una completa paralisi degli arti dovuta a congelamento. Attraversare questo deserto era diventato, negli anni, una specie di iniziazione. “Il Rito della Fiducia e dell’Avventura” – come veniva chiamato in molte tribù. “La Grande Prova del Fuoco e del Gelo” – come veniva definito in altre.

I nostri sufi erano avvezzi al percorso, perché conoscevano il deserto da anni, ne erano diventati amici e si erano fatti svelare i suoi tesori e i suoi segreti. Ne conoscevano infatti ogni polla, le piccole oasi sperdute, il posto dei lombrichi giganti – che non sarà stato come il posto delle fragole – ma quando non c’è nient’altro da mangiare per una settimana, sembra quasi una leccornia. E conoscevano l’ombra segreta e inenarrabile di qualche vecchia pianta grassa, che si ergeva spinosa, minacciosa, ma in fondo rincuoratrice, perché si poteva sempre trovare un po’ d’ombra e un po’ di liquido amaro ma forte, per umettare le labbra arse dalla calura.

Camminarono e avanzarono per tutto il giorno, senza sostare un attimo. Volevano fermarsi soltanto al tramonto, vicino al Triangolo Segreto dei Tre Cavalieri, che erano semplicemente tre grandi piante, sorte così, nel deserto, e che potevano offrire un naturale riparo, soprattutto se con i mantelli si organizzava una specie di copertura fatta a tendaggio, in cui raccogliere i respiri e il calore dei corpi, sì da poter sopportare tranquillamente i rigori della notte. Ma le prime ombre del buio stavano già arrivando e le legioni purpuree del tramonto venivano ricacciate in un buio sempre più fitto. E dei Tre Cavalieri non c’era più traccia. I grandi alberi sembravano svaniti nel nulla. Il freddo si faceva sempre più insopportabile, e non c’era nessuna possibilità di fermarsi e riposare, poiché sarebbe stata la morte certa, per assideramento. Dovettero così camminare fino all’alba senza bere, senza sosta, senza parole, senza fiato, senza conforto alcuno, chiedendosi, ciascuno a modo suo, dove erano andati a finire i tre grandi alberi, e com’era duro il cammino...

Solo ai primi raggi d’un tiepido sole, poterono fermarsi, e lasciarsi crollare esausti sulla sabbia. Ma, ahimè, il riposo era appena iniziato, e le membra cominciavano appena ad avvertire un ristoro, che i raggi del sole divenivano già infuocati, e li costringevano a levarsi e a riprendere il cammino. Li rincuorava il fatto che prima di sera, e forse molto prima del tramonto, sarebbero giunti dalle parti dell’oasi di El Harun, dove oltre la frescura avrebbero trovato i datteri del deserto, acqua a volontà, legna da ardere per fare un fuoco, e forse dei viandanti che spartivano il cibo con le confraternite di passaggio...

Il sole si faceva intanto infuocato da togliere il respiro. I polmoni sembravano bruciare, la testa scoppiava in fiamme e la gola era così secca da non permettere nemmeno un lamento. Le ore passavano, i passi si trascinavano sempre di più, e attorno non si vedeva ombra alcuna aldifuori di quelle degli stremati viandanti. Il rosso della sera cominciava a tingere il cielo, ma dell’oasi nessuna traccia. Ormai i confratelli cominciavano a temere di essere vittima di allucinazioni… o forse avevano sbagliato strada, oppure erano vittime di una maledizione – e come poteva essere sparita un’oasi intera, con palme e tutto? E dov’erano andati a finire i viandanti? Perché non avevano incontrato nessuno? Che gioco stava giocando il cielo? Sarebbero mai arrivati da nessuna parte? Con queste domande che rimbombavano nei loro crani arsi, i confratelli si apprestarono ad affrontare la notte. Non v’era cibo. Le scorte di acqua erano finite da un pezzo, e la notte gelata stava già incombendo. Scavarono una buca nella sabbia, con le loro mani sfiduciate e stanche. Si ricoprirono prima di sabbia, poi con i mantelli, cercando di stare il più vicini possibile. Ma la notte fu ugualmente gelida, e popolata di incubi, di incertezze – forse di maledizioni.

Tre giorni durò il calvario dei sufi erranti. finché la sera del terzo giorno oltrepassarono le ultime lingue di deserto e giunsero tra il verde e i silenzi della Confraternita El Mouhaddin. L’Imam Farouk si fece incontro ai viandanti, andandosi a prostrare subito ai piedi di Ibn El Shah, Il Prediletto, colui che passava la vita attraversando deserti e tuttavia riusciva a non inaridirsi mai. Poi furono offerti giacigli, acqua, datteri e noci di cocco.

“Come è stato il viaggio” – chiese l’Iman al Prediletto. “È stato bellissimo e intenso, come il cammino della vita” – rispose il pellegrino mostrando le palme delle mani rinsecchite.

“Avete trovato tutto quello di cui avevate bisogno per il cammino?”

“Sì, abbiamo trovato tutto quello di cui avevamo bisogno...” asserì con calma Ibn il Prediletto. I suoi discepoli viaggianti erano perplessi. Ahimè, questa affermazione sembrava troppo grande anche per loro, così il più timido si fece coraggio, ed espresse la domanda ch’era nella testa di tutti, “Non ci siamo lamentati, o Divino Maestro. Non una parola contro il Creatore da parte nostra, o Prediletto tra le stelle. Abbiamo sopportato il viaggio con fierezza e dignità da veri sufi, o Mevlana del Deserto... ma da qui a dire che abbiamo trovato tutto quello di cui avevamo bisogno... visto che non abbiamo trovato cibo, né un solo riparo, né un albero solitario a farci ombra, né acqua, né riparo per la notte, né fuoco... Perdonaci o Maestro, ma non riusciamo più a capirti. Il calore del sole brucia ancora le nostre teste. I nostri piedi sono un lamento bluastro e purulento, e tu affermi che abbiamo trovato tutto quello di cui avevamo bisogno.”

“Lo dico ancora. E lo dirò per sempre. Abbiamo trovato tutto quello di cui avevamo bisogno! Potete ringraziare il Dio degli scorpioni e di tutte le cose, miei Amati Confratelli”, disse il Prediletto.

 

 

 

 

IL SANNYASIN E IL BAMBINO

 

 

Aveva lasciato la vecchia casa e ora andava a vivere in una casa nuova. Nel senso che era nuova davvero: appena costruita, e non ci aveva ancora abitato nessuno. Un posto nuovo, senza vibrazioni passate, senza ricordi né graffiti. Come se non bastasse, era la prima volta che andava a vivere in un appartamento – per tutta la vita aveva vissuto in comunità, o in qualche “tipo” di comune, perlomeno.

Anche i guardiani della palazzina erano nuovi. Era una coppia giunta fresca dalle vicine campagne, giovanissimi, curiosi, appena sposati, e con una grande pancia. Era lei che aveva una grande pancia, ovviamente. Lui era magro e azzimato, però indossava sempre delle immacolate canottiere, che mettevano in mostra delle belle fasce muscolari, il tutto su dei pantaloni sempre eleganti e stirati.

Come “guardiano”, Uttam – tale era il suo nome – si prendeva straordinariamente alla lettera. Infatti, si limitava a guardare, e basta. Non faceva mai un cazzo, però guardava tutto. Compreso la pancia della sua giovane moglie, ed il fiore che ne sbocciò. Il fiore era un maschietto, e fu chiamato Satchin. Era semplicemente bellissimo, e aveva qualcosa di magico.

Lo vedeva crescere giorno per giorno, con una fortuna più sfacciata della sua bellezza. I guardiani, ossia suo padre e sua madre, cosa guardavano? Guardavano lui. E siccome nel compito della coppia c’era di fare anche i guardiani notturni, essi lo guardavano continuamente anche di notte. Satchin era il bambino più accudito e più amato che avesse mai visto. Non è che gli altri genitori non amino i loro bambini, sia chiaro, ma questi due c’erano, e c’erano a ogni istante del giorno e della notte. Venendo dalla campagna forse – e ci sono buone probabilità che sia davvero così – i guardiani non avevano mai visto delle scale, né tantomeno una palazzina  con tutte queste scale. Come potevano quindi immaginarsi che queste scale andavano pulite, ogni tanto? Per questo motivo lui sorrideva sempre ai guardiani, anche se non scopavano l’androne, né potavano il giardino, né facevano un cazzo di niente, se non giocare con il loro bellissimo bambino.

La madre aveva dei denti straordinariamente protesi verso l’esterno, il che la faceva sembrare una specie di scoiattolo indiano, però era bellissima, quando massaggiava il suo piccolo, tenendolo in grembo e oliandolo dalla testa ai piedi. Se qualcuno ha presente il bellissimo libro di Lebuoyer, Shantala, saprà esattamente di ciò che parlo. La madre e il bambino sembravano delle illustrazioni del libro. Il padre invece, non avendo – probabilmente – i soldi per portare il pupo alle giostre, faceva la giostra lui stesso, e si scorrazzava il pargolo di qua e di là ad ogni ora del giorno e della notte. Praticamente per ogni minuto in cui fosse libero dalle braccia materne. Per questo, pensava che quel bambino aveva, (come si dice in certi ambienti) veramente sculato! E per lo stesso motivo, erano diventati amici.

Ormai il bambino aveva più di tre anni, ma parlava solo il Marathi, cioè la lingua corrente in questa parte dell’India. Così non avevano mai scambiato alcuna parola. C’erano voluti mesi, perché i suoi inviti, i suoi sorrisi, i suoi gesti, fossero accettati dal bambino, che era estremamente timido nei confronti di ogni straniero. Finché un giorno il bambino indiano aveva riconosciuto l’altro bambino nell’adulto che gli tendeva la mano, così, senza una parola, ci aveva infilato dentro la sua manina, e l’aveva seguito.

Da quel giorno, sia che avesse voglia di fare un giro in moto – per combattere la calura con un po’ di vento – sia che volesse fare una passeggiata nella sera, bastava che allungasse la mano verso Satchin, che lui la prendeva al volo e lo seguiva in silenzio.

C’era una mezza luna, su nel cielo, che cominciava a giocare a nascondino con le nuvole del monsone incombente. Sul ciglio del sentiero un cane morto, su cui alcuni corvi banchettavano, scegliendo accuratamente le interiora. Pensava che il bambino non avrebbe dovuto vedere una scena del genere – magari aveva perfino conosciuto il cane da vivo – e cercò quindi di indirizzare l’attenzione di Satchin verso l’altra parte della strada. Il bambino invece passò proprio davanti al cane e ai corvi banchettanti, guardando semplicemente, senza mutare espressione.

Nemmeno l’intensa puzza di carogna riuscì a deviare la sua attenzione, o alterare il suo pensiero e la sua osservazione priva di giudizio. Vide ancora una volta che la morte, la brutalità, la puzza, la violenza, perfino l’orrore, erano tutti concetti mentali, e che un bambino privo di cultura, di tradizioni e di linguaggio, non li vedeva nemmeno. Semplicemente, per lui non esistevano. Non partecipava al gioco. Nulla di quanto aveva visto o sentito – nemmeno il rumore del becco dei corvi che entravano nelle budella del cane aveva scosso il bambino, che proseguiva pacifico e rilassato come un buddha, la sua passeggiata nella sera.

Arrivava il buio, e il vento si faceva più forte. Teneva la mano del bambino. Se allentava un po’ la presa, il bambino stringeva la sua mano più forte. Se era lui a stringere la presa, il bambino lasciava andare un po’ la mano. Sembrava voler essere tenuto per mano sì, ma senza essere stretto. O posseduto. O guidato. Al tempo stesso non voleva essere abbandonato. Voleva soltanto stare “insieme”. C’era una tale chiarezza, una tale bellezza, una tale innocenza, nella semplicità del suo messaggio, che si ritrovò a pensare per un istante che qualunque fidanzato, marito, moglie, amante, avrebbe potuto imparare qualcosa, dal modo di stare insieme suggerito dal bambino...

Le mani, e i loro proprietari, erano così abbandonati l’uno nell’altro, che dopo un po’ divennero una cosa sola. Lui poteva sentire la vita, fresca, giovane, innocente, meravigliosa, fluire nella mano del bambino. Confondersi con la sua. Seppe – forse per la prima volta – che c’era una sola energia di vita. Seppe che questa energia sarebbe sopravvissuta al suo corpo. Seppe che la vita non era “questo corpo”. E che lui era la vita, non questo corpo.

Guardò il bambino che camminava leggero incontro al buio. Si ricordò che non lo aveva mai sentito dire “grazie”. Aveva (lo ripeto) dei genitori così innocenti, che non gli avevano mai insegnato a ripetere quell’orrore di “dì grazie al signore!”

Si fermò un istante, lo guardò negli occhi, e gli prese l’altra mano, ponendoselo difronte.

Per un lungo momento tenne entrambi le mani del bambino tra le sue. Il cerchio d’energia possedeva quella perfezione che ogni amante ricerca nella sua vita. Quindi il sannyasin giunse lentamente le mani nel segno del namastè, poi si inchinò leggermente al bambino, così, con lo stesso spirito con cui s’era inchinato a Osho (ed ormai lo sapeva – all’esistenza tutta) mille e mille volte. Guardò il bambino negli occhi, quasi a coglierne la silenziosa benedizione, poi disse soltanto, “grazie”.

 

Sw. Sarjano

 

 (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

O I N Y

Osho International New York

 

… nuovo ufficio a Manhattan di Osho International New York, situato in un magnifico edificio Art Decò costruito nel 1921, lo stesso anno dell’Empire State Building. L’ufficio occupa tutto il 46° piano e ha recentemente avuto un importante riconoscimento per l’ottimo design.

 

QUESTI SPAZI HANNO VINTO UN PREMIO.

 

Gli uffici di New York dell’Osho International sono fra gli otto vincitori del premio per il miglior design assegnato da Business Week / Architectural Record e sponsorizzato dall’A.I.A., il corrispettivo americano dell’ordine degli architetti. Il premio è stato istituito per “dare un riconoscimento agli architetti e ai loro clienti istituzionali e aziendali, che stanno creando insieme gli ambienti più innovativi e di successo in tutto il mondo.”

Gli altri vincitori includono il New York Times e la catena internazionale d’abbigliamento Gap Inc.

La giuria comprendeva, oltre a famosi architetti, anche importanti uomini d’affari quali l’amministratore delegato della Mercedes Benz-Nord America e il presidente della Nokia.

 

 

Portare Osho nel cuore dell’editoria mondiale.

 

È ormai chiaro che raggiungere il mondo intero con i libri di Osho non è qualcosa che si possa fare partendo dall’India, è troppo complicato. L’idea di avere un quartier generale internazionale arriva dallo stesso Osho, e la scelta di New York era naturale – essendo ormai la capitale mondiale dell’editoria e dei media.

L’interesse per i libri di Osho sta aumentando con una velocità incredibile: il numero di libri e cassette di Osho venduti adesso è sette volte superiore a quello di quando lui era in vita, (e questo senza considerare le vendite via Internet, gli audio libri, i CD e così via). Praticamente ogni giorno, da qualche parte su questo pianeta, si stampa un nuovo libro di Osho. E al giorno d’oggi, la produzione di libri e cassette da parte di editori ‘normali’, è cinque volte quella di editori sannyasin.

Nell’87 in India sono state vendute 600.000 audiocassette (prodotte anche da due delle maggiori case editrici musicali indiane) con discorsi di Osho; conoscendo la realtà indiana questo vuol dire che si può parlare di circa cinque milioni di ascoltatori. Cose simili accadono anche nel campo dei libri: Meditation first and Last Freedom (trad. it.: Meditazione prima e ultima libertà – ed. Mediterranee) era edito fin dall’88 dalla Rebel Press (una casa editrice sannyasin), negli Stati Uniti era uno dei best sellers fra i libri di Osho, ma questo voleva dire 800 copie all’anno; l’edizione della St. Martin, uscita sul mercato alla fine del dicembre 1996, a marzo aveva già venduto 10.000 copie!

Sicuramente nessuno si aspetta di trovare una casa editrice americana che pubblichi tutti i trecento titoli di Osho; il ruolo degli editori ‘normali’ è quello di portare sugli scaffali del più gran numero di librerie, dei libri “ponte”, così da far conoscere Osho alle persone. Il compito di rendere disponibili tutti i titoli, rimane all’editoria sannyasin, e alla distribuzione attraverso Internet, gli ordini postali e la rete dei Centri.

C’è in corso un progetto per mettere su Internet il testo dei libri di Osho le cui edizioni sono ormai esaurite; con uno speciale software saranno disponibili sia per la lettura sul proprio computer, o addirittura per la stampa con caratteri e typesetting uguali a quelli di un buon libro.

 

(Liberamente tratto da un’intervista di Sw. Deva Pramod di Osho International New York apparsa su Viha Connection)

 

 (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

OSHO PRESENTE IN LIBRERIA

 

Un modo nuovo di portare i libri e le meditazioni di Osho nel mondo

Presentato da Ma Deva Sarito e Swami Prem Amrito

 

 

Negli Stati Uniti, dove iniziano (nel bene e nel male) le tendenze che si diffondono poi in tutto il mondo, le librerie hanno qualche problema.

I piccoli librai di quartiere sono perlopiù un ricordo del passato – solo pochi sono sopravvissuti alla concorrenza delle grosse catene nazionali di librerie che si sono imposte negli ultimi anni.

Nel frattempo amazon.com – che vende libri su Internet – ha rivoluzionato la maniera nella quale le persone colte e benestanti comprano i libri.

 

Al giorno d’oggi con un computer, un motore di ricerca, una carta di credito e premendo pochi tasti, puoi trovare praticamente tutti i libri (in inglese) che cerchi e farteli consegnare a domicilio. È una facilitazione che diventa ancora più attraente se si pensa che nelle grosse catene di librerie è sempre più difficile che qualcuno ti aiuti o consigli quando ne hai bisogno e spesso il personale non è di grande aiuto neppure quando lo trovi. Non ti lasciano nemmeno usare i loro computer per vedere se hanno o meno un libro! Volendo attirare sempre più persone nei loro negozi, queste grandi librerie stanno cominciando a imitare i piccoli librari di quartiere che le hanno precedute, cercando il modo per fornire un ambiente amichevole e accogliente per quei lettori che amano dare un occhiata ai libri e curiosare fra gli scaffali.

 

Le nuove grosse librerie spesso hanno un bar in un angolo e sedie o divani sparsi, dove è comodo sedersi a sfogliare libri e riviste. C’è anche una collaborazione con le grosse case editrici per promuovere libri specifici. Si organizzano particolari esposizioni dei libri in questione all’interno della libreria, viene inviata pubblicità via posta ai clienti abituali e si organizza quello che si chiama un “tour dell’autore” – dove l’autore del libro viaggia nelle località di tutto il paese, leggendo brani durante incontri col pubblico, apparendo come ospite in talk show alla radio o televisione locale, cercando in generale di creare interesse e curiosità fra il pubblico dei lettori.

Siccome gli scrittori, per la maggior parte, tendono a essere dei tipi introversi più che gente che ama stare in pubblico, un tour d’autore che copra l’intera nazione è un fenomeno relativamente raro. Poche cose poi, sono più penose da vedere che un imbarazzato scrittore mentre regge con mani tremanti il suo ultimo capolavoro e recita in pubblico – con voce a malapena udibile – la famosa scena di sesso spinto dal terzo capitolo.

 

Nelle settimane percedenti al lancio, da parte della St. Martin Press, della nuova edizione del “The Book of Secrets” in Nord America, i collaboratori della sede Osho International di New York programmarono un incontro con i responsabili della St. Martin per mettere a punto la promozione del libro.

Un compito ovvio era quello di preparare, prendendolo dal libro, materiale che potesse essere usato sulle riviste. Ce ne sono così tante e molte sono contente di ricevere materiale da pubblicare. Un altro punto della discussione furono gli “incontri con l’autore” nelle varie librerie.

 

All’inizio vi fu dello scetticismo su come potessero esserci degli “incontri con l’autore” senza l’autore! Ma Osho International aveva alcuni vantaggi da offrire. In tutto il paese c’erano persone preparate e entusiaste, che potevano condurre questi incontri nelle zone dove abitavano, e così non ci sarebbero state spese di viaggio e soggiorno. La maggior parte dei “presentatori” era abbastanza flessibile in termini di tempo, e così non c’erano problemi a organizzare – in due settimane – una dozzina di eventi in tutto il paese. Inoltre erano tutte persone con una lunga esperienza di lavoro con la gente. E soprattutto, potevano offrire non solo delle noiose letture, ma un assaggio della meditazione – sperimentare un qualcosa che le persone del pubblico potevano provare sul momento e usare nella vita di tutti i giorni.

I responsabili della St. Martin furono abbastanza interessati da decidere di provarci – e appena iniziarono ad arrivare i rapporti dai primi eventi, furono entusiasti dei risultati. Infatti ogni volta i presentatori furono invitati dalle librerie a tornare e condurre un altro evento.

“È una maniera davvero buona non solo per promuovere i libri di Osho, ma anche per far conoscere alle persone il suo approccio unico alla meditazione” dice Sw. Pramod, che ha lavorato insieme ai responsabili della St. Martin per organizzare i vari eventi e ha poi raccolto i resoconti dei vari presentatori. “Abbiamo voluto condividere quello che abbiamo imparato con le altre persone coinvolte coi libri di Osho nel resto del mondo, così che possano considerare se organizzare eventi simili nei loro paesi.”

Ciò che segue è stato tratto dai resoconti degli stessi presentatori degli eventi…

 

 

Chicago – Satya Vedant

La libreria Transitions di Chicago è la più conosciuta e fornita della città nel campo della medicina olistica, tematiche “New Age”, libri e cassette alternative in genere. È anche un centro dove vengono tenuti workshop e seminari. Satya Vedant (professore universitario) e la sua collega Chaitanyo Bahar si erano preparati ben in anticipo inviando inviti speciali ai mezzi d’informazione alternativi, oltre che naturalmente ai giornali e alle stazioni radio locali. La direttrice dello Yoga Chicago Magazine, che è anche un’insegnante di yoga, accettò l’invito e fu così entusiasta della serata che decise di fare un servizio sulle meditazioni di Osho in uno dei prossimi numeri della rivista. Inoltre ha già iniziato a usare meditazioni dal “The Book of Secrets” (Il Libro dei Segreti) nei suoi corsi di yoga.

 

La libreria pubblicizzò l’evento con manifesti all’interno del negozio e mettendo ben in evidenza i libri e le cassette di Osho. Invitò inoltre Sw. Vedant a tenere un workshop nel loro centro, dove egli presentò alcune meditazioni tratte dal libro e terminò con una intera meditazione Kundalini. Bahar dice: “Uno dei proprietari della libreria mi ha raccontato che aveva consigliato a una sua amica – una manager sempre molto occupata – di partecipare al workshop; l’amica le aveva detto in seguito di aver apprezzato molto le meditazioni di Osho e di essersi sentita totalmente rilassata alla fine della presentazione. Gayle (la proprietaria) ha aggiunto che molti partecipanti le hanno detto che la presentazione del libro era veramente interessante e che l’aver inoltre potuto provare le meditazioni di Osho li aveva veramente convinti.”

 

Burlington, Vermont – Jina e Anima

Poco più di una dozzina di persone, un numero relativamente ristretto, ha partecipato all’evento in Burlington, ma tutto si è svolto in maniera meravigliosa con Jina e Anima che hanno presentato il libro, parlato un po’ delle meditazioni attive di Osho e guidato infine il pubblico in due delle meditazioni tratte dal Libro dei Segreti – “Al centro dei suoni” e “Il tocco di una piuma.” Jina ci scrive: “Le persone si sono veramente coinvolte nel silenzio alla fine della meditazione… e poi ne è nata una discussione che si è protratta molto a lungo. Devo dire che tutto è andato veramente bene. La parte più bella è stata quando il rappresentante della Barnes & Noble (libreria dove si svolgeva l’evento) ha partecipato all’intero evento, ha letto il libro e ha deciso di farlo diventare “libro del mese”, esponendolo ben in evidenza in vetrina.

 

San Franciso – Pragito

La prima presentazione di Pragito alla libreria Barnes & Noble di San Francisco ha avuto un successo tale da innescare tutta una serie di ulteriori presentazioni nell’area della baia di San Francisco che sta tuttora continuando. Pragito ha lavorato a stretto contatto con la responsabile della libreria per creare uno spazio adeguato in locali molto grandi e sempre pieni di gente, arrivando anche a trovare dei tendaggi verde scuro per nascondere la vista di una scala mobile proprio dietro a dove doveva sedere Pragito. Che ci racconta: “Ho iniziato con «Al centro dei suoni» perché avevamo nelle vicinanze una scala mobile, un bar a meno di 50 metri con suoni fra i più diversi – compreso il macinacaffè – e il negozio era veramente pieno di gente con anche molti bambini. Mentre le persone che partecipavano tenevano gli occhi chiusi, ho letto loro le istruzioni di Osho per questa meditazione, che ho usato per far loro vedere come ogni situazione può essere trasformata in un’occasione per la meditazione. È piaciuta molto a tutti quanti e in seguito ne abbiamo parlato per un po’. Poi ho proposto la meditazione dello Stop!, trasformata in una specie di ballo della scopa. Ci siamo divertiti tutti moltissimo. A questo punto erano già le 20:30, ma tutti erano così interessati che vollero ancora un’altra meditazione e così abbiamo provato «Il tocco di una piuma». Anche durante questa io leggevo le indicazioni di Osho. Ai presenti è veramente piaciuta ed erano contenti di aver fatto in precedenza la meditazione sui suoni, così da poterli includere anche all’interno di questa.”

La responsabile della libreria fu così entusiasta della serata che si preoccupò di tenersi in contatto con Pragito e di aiutarla a organizzare eventi anche nelle altre librerie Barnes & Noble dell’area di San Francisco. Anche una libreria indipendente Stacy’s ha ospitato un evento di gran successo e al momento Pragito continua a contattare librerie e ha serate già programmate fin nei primi mesi del 1999.

 

Austin Texas – Navaneet (Bill Rose)

Austin è una pigra città universitaria e anche la capitale del Texas. Book People è una libreria grande e famosa situata proprio in centro. Navaneet, che fa consulenze e conduce training col suo nome legale di Bill Rose, è un uomo con molto senso dell’umorismo… ecco i suoi resoconti di “prima e dopo” l’avvenimento: “Siamo proprio pronti a partire, qui ad Austin Texas. Book People ha esposto ben in evidenza il nuovo libro in tre diversi punti della libreria: all’inizio del settore spirituale, insieme alle altre novità proprio all’entrata del negozio e in uno speciale scaffale ad altezza d’occhio direttamente dietro il banco all’uscita. Qui c’è anche un avviso molto evidente che annuncia la serata di presentazione – due o tre giorni prima verrà allestita anche una speciale esposizione proprio all’ingresso con un manifesto che pubblicizza l’evento. Oggi sono state spedite – anche a indirizzi forniti da me – cartoline di invito stampate appositamente per l’occasione. Altri libri di Osho sono già disponibili in libreria o ordinati per arrivare prima dell’evento. E il negozio mi lascia usare una loro copia dell’audiolibro ‘Book of Secrets’ (Audio Renaissance) per far ascoltare una piccola citazione durante la serata.”

“Suoneremo musica di Milarepa e Joshua nell’attesa di iniziare, avremo alcuni altri libri di Osho, i Tarocchi Zen e CD di meditazioni (Dinamica, Kundalini etc.) in bella mostra durante l’evento. Distribuiremo inoltre volantini sul Tour «Bravo America» e altri sull’Osho Kaifi Meditation Center qui di Austin… abbiamo anche fatto stampare segnalibri con l’indirizzo del sito di Osho su Internet e gli orari delle meditazioni nel centro locale – questi verranno inseriti in ogni copia del Libro dei Segreti.

Pronti a portare Osho sul mercato e pregustando il gran divertimento che avremo a farlo…”

 

Nella serata di presentazione anche Navaneet usò la meditazione “Al centro del suoni” all’inizio: “Usammo tutti i numerosi suoni del negozio per la prima meditazione, compreso l’annuncio all’altoparlante “Tutti i cassieri disponibili vengano per favore…”. Alla prima pausa nelle meditazioni lo imitai con un “tutti i meditatori disponibili si avvicinino per favore”. Ho usato dei cimbali tibetani per indicare la fine della meditazione, e l’unico altro materiale che ho usato sono state delle palline ‘antistress’ e un cervello di plastica – con stampata la pubblicità di un tranquillante – che ho perché lavoro anche con psichiatri e case farmaceutiche, presentando la meditazione come una importante ed efficace alternativa a questi metodi”.

Un consiglio di Navaneet ad altri che vogliono presentare libri di Osho nelle librerie?

“Divertitevi il più possibile. È utile ricordarsi come Osho possa essere divertente e per nulla serio. Vedere 50 persone sedute nel mezzo di una libreria con i pollici nelle orecchie e le altre dita che toccano gli occhi “leggere come piume”, e senza la minima preoccupazione su cosa penseranno gli altri… È stato divertente, e un bel modo per presentare nel mondo le meditazioni di Osho a nuove persone.”

 

New York – Niyama e Prachant

Gli abitanti di New York sono famosi per essere duri e cinici, ciononostante non è stato loro difficile rilassassi nell’affollata libreria Barnes & Noble in Astor Place. Anche il viceresponsabile si è divertito molto e, come ci racconta Niyama: “Alla fine disse a Prachant che questo era stato il miglior evento che aveva mai visto a Barnes & Noble, e che era molto interessato ad aiutarci a organizzarne degli altri. Inoltre vedrà se è possibile allestire nel negozio un tavolo speciale solo per «Il Libro dei Segreti»”. Due altri eventi sono già programmati nello stesso negozio per i prossimi mesi.

 

Florida – Unmani e Dharma

Unmani e Dharma portarono con loro una piccola parte del tour Bravo America quando andarono alla libreria Borders di Aventura, Florida. Vatayana dalla Comune di Pune e Paritosho da Austin, Texas si unirono a loro nel rispondere alle domande del pubblico, formando così una “commissione di esperti” particolarmente ricca e gioiosa.

 

Dharma e Unmani iniziarono col parlare della loro esperienza nell’avvicinarsi alla meditazione e guidarono poi i presenti in due meditazioni tratte dal Libro dei Segreti. Dopo aver risposto alle numerose domande, fecero ascoltare “Musica dal mondo si Osho” guidando una meditazione per ascoltare la musica con il cuore. “Fu la maniera perfetta per raggiungere uno spazio di cuore,” dice Unmani. “Alla fine della meditazione l’energia nella stanza si era veramente trasformata e il silenzio poi è durato veramente a lungo… Osho era lì, incredibile! Inoltre subito dopo l’evento furono vendute 16 copie del libro – che io sappia – e persino il responsabile della libreria era sorpreso da come le vendite fossero decollate così velocemente. Aggiunse anche che gli era davvero piaciuta la meravigliosa energia che si era creata quella sera nella libreria…”

 

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IL TOCCO DI UNA PIUMA

Toccando i bulbi oculari come una piuma, la leggerezza tra di loro si apre nel cuore e lì permea il cosmo.

 

Usa entrambi i palmi delle mani, appoggiali sugli occhi e lascia che tocchino i bulbi, come una piuma, senza pressione alcuna. Dovrai fare dei tentativi, perché all’inizio di certo farai pressione, e se c’è pressione la tecnica non funzionerà.

Se premi ci sarà lotta con la mano, col palmo, perché l’energia che scorre attraverso gli occhi opporrà resistenza. Quando toccherai senza premere, l’energia inizierà a muoversi all’interno. La porta verso l’esterno è chiusa e l’energia ricade all’indietro: sentirai una leggerezza che avvolgerà il volto, la testa. Questa energia che si muove all’indietro colpisce il terzo occhio; l’occhio della saggezza che si trova esattamente tra i due, e per questo ti sentirai leggero, come se non esistesse più la forza di gravità. Da lì, l’energia ricade nel cuore. Si tratta di un processo fisico: goccia a goccia, essa cade nel cuore e sentirai quella sensazione di leggerezza entrare nel cuore. I battiti cardiaci rallenteranno, il respiro rallenterà, tutto il corpo si sentirà molto rilassato.

Se anche non scenderai in meditazione profonda, questa tecnica ti aiuterà fisicamente. In qualsiasi momento del giorno, rilassati seduto su una sedia, chiudi gli occhi, distendi tutto il corpo e poi metti entrambi i palmi delle mani sugli occhi. Ricordati però di non premere: dev’essere il semplice tocco di una piuma.

Se vuoi farne una meditazione, fallo almeno per quaranta minuti: sii consapevole di non premere, in quaranta minuti te ne scorderai facilmente. Alla fine la tua mente sarà completamente all’erta e l’energia continuerà a scorrere; nel giro di pochi mesi sentirai che è diventata simile a un fiume; nel giro di un anno sarà una vera e propria alluvione… questo ti trascinerà via completamente. Non sentirai più di esistere, sentirai che è il cosmo a esistere.

 

Le meditazioni:

“Il tocco di una piuma” e “Al centro dei suoni”

si trovano rispettivamente in:

“Il Sentiero dell’Essere” e “Il Sentiero del Reale” Ed. Lo Scarabeo.

“Il Libro dei Segreti” il primo volume, è edito in Italia da

Bompiani, il secondo volume è in fase di stampa.

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ATTENTO AL GATTO!

di Swami Anand Subhuti

 

Osho ha un aneddoto per quasi ogni dimensione della vita spirituale di un ricercatore. Per ogni trabocchetto o incrocio che potresti incontrare sul tuo cammino spirituale, è pronta una storia e non c’è cosa – o forse dovrei dire “coda” – più salutare della storia. “Attento al gatto!…”

Questa storia di Osho riguarda un mistico, il quale, in punto di morte, improvvisamente si tirò su a sedere nel letto, lanciò uno sguardo feroce al suo discepolo e disse: “Attento al gatto!”, quindi ricadde giù e spirò. Il discepolo rimase perplesso, finché un amico del mistico gli raccontò tutta la storia. Per molti anni il mistico aveva vissuto in una piccola capanna nella foresta, dove era costantemente disturbato dai ratti che gli mangiavano le vesti. Per affrontare il problema, gli abitanti del villaggio lo persuasero che gli serviva un gatto. Però il gatto aveva bisogno di latte, e così gli dettero una mucca. Però la mucca doveva essere munta e nutrita, e così gli dettero una moglie. Però la moglie ebbe dei figli... E Osho commenta: “Puoi lasciare il mondo… e sarai lo stesso. Creerai di nuovo lo stesso mondo, perchè ti porti quel progetto nella mente. Non è questione di lasciare il mondo, si tratta di cambiare la mente, di rinunciare alla mente. In questo consiste la meditazione e in questo consiste il sannyas...”

Sono ormai molti anni che la presenza di gatti, all’interno della Osho Commune International di Pune, ha preso un andazzo… beh, non è proprio un problema, ma certamente, di tanto in tanto, è causa di attenzione. In generale, i gatti, in Europa e negli Stati Uniti, fanno una bella vita, viziati e amati dai loro proprietari. Ma a Pune, no.

Qui una popolazione fluttuante di gatti di periferia, semi-selvaggi e semi-domestici, si ritagliano una sopravvivenza in una concorrenza di fuoco con cani, umani e tutta una varietà di altre creature viventi.

In questo ambiente, i giardini tranquilli e le cantine ben fornite della Comune di Osho sono come una calamita per questi gatti, non fosse altro che per il fatto che non vengono subito presi a calci o a sassate o comunque cacciati via.

Però si comincia a delineare una situazione non diversa da quella del racconto del mistico: troppi gatti, troppi problemi di igiene. Che fare? L’approccio diretto di spedirli in un lungo viaggio senza ritorno è una soluzione che dura poco. Non appena altri randagi di periferia si accorgono che il territorio è libero, subito provvedono avidamente a riempire il vuoto.

E non funziona neanche se si lasciano stare in pace. Molto presto compaiono intere colonie di gattini, riflettendo appropriatamente il problema cronico per eccellenza di questo sub-continente: la sovrappopolazione. Poiché ero uno di quelli che per molti anni hanno tentato di ignorare la situazione, sperando che si sarebbe dissolta, ho dovuto eliminare il mio condizionamento tradizionale inglese di amante dei gatti. In fondo sono qui per meditare, non per occuparmi di animali fastidiosi… ma un tale atteggiamento non poteva durare a lungo e quando un mio vecchio amico, Niket, un veterinario inglese, è arrivato a Pune, non mi sono lasciato sfuggire l’occasione…

Cosa ne pensi, gli ho chiesto, se sterilizzassimo tutti i gatti che sono attualmente nella Comune? In questo modo, potrebbero difendere il territorio da nuovi arrivi, senza aggiungere alla popolazione i loro piccoli. Fu subito d’accordo e così, con mia grande sorpresa e piacere, si arrivò alla soluzione di un problema che aveva tormentato chiunque aveva tentato di occuparsene in questi anni.

Fu allestito un piccolo ambulatorio veterinario  che fu presto attraversato da una folta processione di gatti…

La saga non è ancora finita. Resta da vedere cosa porterà il futuro. Quanto a me, mi sento cautamente ottimista di poter evitare il fato del mistico della storia: queste creature sterilizzate saranno più o meno autonome, non avranno bisogno della mucca per il latte e così via.

In tono più filosofico, questa esperienza si è rivelata un’ottima opportunità per me, per poter vedere che l’attaccamento non può essere tenuto a bada facilmente. Se la mia mente vuole trovare qualcosa a cui aggrapparsi, lo farà… e i gatti possono fornire un’appropriata preoccupazione mondana, permettendo alla mente di dire: “Ah, ma questo è importante! Questo è un vero problema e, guarda, che bravo cittadino socialmente responsabile sono stato a risolverlo!”

Guardando la cosa da un’altra prospettiva, è chiaro che Osho ha ragione: non puoi rinunciare al mondo. Ignorare i gatti crea un problema ancora più grande, ed è proprio precisamente questa attitudine a cercare di ignorare il mondo, che ha creato gli enormi problemi che oggi assillano l’India.

Forse è per questo motivo che Osho in un discorso in cui racconta la storia di “Attento al gatto!”, subito dopo racconta un aneddoto personale che si rifà al tempo in cui viaggiava nell’Himalaia con degli amici. Avendo trovato una bella grotta, decisero di passarvi la notte. Al mattino, un monaco, che si supponeva avesse rinunciato al mondo e a tutti i suoi possedimenti, li scoprì là dentro e, arrabbiatissimo, gridò: “Fuori da qui! Questa è la MIA grotta!…”

Come dice Osho, non è il mondo quello a cui dobbiamo rinunciare. È il mondo che ci portiamo nelle nostre menti – gli attaccamenti della stessa mente.

 

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