2 CENTRI DI OSHO IN ITALIA
Tutti i Centri di Osho divisi per regione
Fuori e
dentro
Più le
notizie lampo dell'ultimo minuto.
8 IL CUORE
Arrendersi
al Maestro
Ma Dharm
Jyoti ci racconta la sua esperienza a fianco di due donne illuminate.
14 IL MAESTRO
Dio non è
pari al mio maestro
Un commento
stimolante a un sutra che esprime tutta la diversità tra il mondo femminile e
quello maschile.
22 IL MAESTRO
In ogni
fiore, in ogni sguardo...
Una domanda
piena d'amore.
23 IL MAESTRO
Non è
necessario che una donna diventi un maestro
L'amore non
si può insegnare, solo vivere.
25 IL MONDO
Creare un
ponte
Come portare l'esperienza della meditazione nel
mondo del lavoro.
27 IL MAESTRO
Dietro la
parola amore...
...si
nascondono altre cose, come i bisogni, i desideri e le aspettative.
28
Quando l'oriente
incontra l'occidente
È possibile
un incontro d'amore tra mondi così diversi? In questa intervista alcune coppie
parlano della loro esperienza.
34 IL MAESTRO
Essere
l'amore
L'amore che
conosciamo è solo il riflesso di qualche cosa di infinitamente più
40 IL CUORE
Tre storie
d'amore
L'amore ha
molti volti, tre storie per raccontarli.
44 IL MONDO
Osho e
l'editoria mondiale
Un nuovo modo
di far conoscere i libri e le meditazioni di Osho.
50 TUTTE LE STELLE
Il tuo oroscopo
di gennaio.
52
Tutti i libri
di Osho in italiano, i video di Osho, le musiche per la meditazione e il rilassamento.
. . . . . . . . . . . . .
. . . . .
OSHOTIMES
INTERNATIONAL
Osho Misfit
per il 1998
Il Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton è stato nominato Misfit
dell'anno per il 1998 dal comitato direttivo di questi premi, che vengono
assegnati annualmente a figure pubbliche che non si adeguano all'ipocrisia
corrente. Swami Satya Vedant ha letto la motivazione della cerimonia condotta
nell'Osho Commune International di Pune: "A Bill Clinton per non aver
ceduto alla moralità ipocrita tipica della vita pubblica e per non aver
permesso ai suoi critici di farlo sentir colpevole
di aver esercitato il suo diritto costituzionale alla ricerca della felicità
nella maniera che preferiva." Un premio di gruppo è stato assegnato
collettivamente all'elettorato americano per non essersi fatto influenzare dai
predicatori televisivi e dai commentatori politici riguardo alle dimissioni o
all'inpeachment di Clinton.
Anche a Deepa
Mehta, la regista di Fire, il controverso film indiano su una relazione
omosessuale fra due giovani cognate, trascurate dai rispettivi mariti, un
premio per: "Aver coraggiosamente parLato di un argomento finora tabù e aver
così rischiato le reazioni di una società indiana profondamente
conservatrice." Il film ha ottenuto un discreto successo all'estero,
mentre in India la reazione dei conservatori (due cinema dati alle fiamme,
innumerevoli proiezioni sospese con la forza) ha portato ad un acceso dibattito
sulla libertà d'espressione e sulle manovre populiste della destra.
Telmina
Durrani,
la scrittrice pachistana, riceve un premio per il suo libro Blasphemy, un
romanzo dove denuncia la corruzione e la perversione del clero nel suo paese
natale: "Questo libro, insieme al precedente My Feudal Lord – dedicato al
marito – dimostra il grande coraggio della Durrani nel rivelare la verità
nascosta dietro alla facciata delle convenzioni sociali." I premi Osho
Misfit sono assegnati annualmente seguendo l'indicazione del mistico illuminato
Osho: "La società ha davvero
bisogno di alcune persone che non si adeguino. Non c'è nulla di sbagliato in
questo. Sono loro quelli che tengono accesa la fiamma della libertà una
generazione dopo l'altra."
L'Osho Times
ti porta a Pune!
Diciamo sempre che l'Osho Times ti porta a casa la
fragranza di Pune, ma per Ma Prém Harshada ha fatto anche di più: ha portato
lei a Pune. È arrivata nella Comune in questi giorni la raggiante vincitrice
della lotteria internazionale della Multiversity: un anno fa, poco dopo aver
preso il sannyas, ha trovato nella sua copia dell'Osho Times italiano la
cartolina per partecipare al concorso. "Non ho mai partecipato a nessun
concorso o lotteria, neppure mai giocato al Lotto o al Totocalcio," ci
dice Harshada, "Ma per una volta ho voluto provare... e mi è andata
bene!" Infatti qualche mese dopo ha ricevuto una lettera da Pune che la
informava della vincita del terzo premio: 6 settimane gratuite di gruppi,
workshop e training. "Il vincere quel premio è stata la spinta per venire
fin qui a Pune, altrimenti non l'avrei mai fatto... da sola in India, così
lontano da casa, senza neppure saper l'inglese!" Adesso sta già facendo i
piani per vedere quando potrà tornare – per passare qui un paio di mesi ha
dovuto unire le ferie del '98 e del '99 – forse per l'Osho Tribute del 2000.
Nel frattempo si è prenotata workshop di danza e di tarocchi, il famoso gruppo
"Who is In" e per finire un training di massaggio olistico; ma
soprattutto si gode
Osho a Wall
Street
Osho sorride ai lettori dalle pagine del Wall
Street Journal. La prestigiosa pubblicazione della Dow Jones presenta un lungo
articolo sul potenziale economico del Tantra e cita Osho come un precursore, in
quanto già nel 1974 diceva: "I giorni del Tantra stanno arrivando. Prima o
poi esploderà a livello di massa, perché per la prima volta i tempi sono maturi
– maturi per considerare il sesso qualcosa di naturale." Dopo aver parlato
della competenza di Margot Anand (che tiene gruppi anche a Pune) di fronte alle
dubbie qualifiche di altri operatori del settore, l'articolo prosegue
ricordando il lancio sul mercato americano della nuova edizione di The Book of
Secrets, dove Osho commenta appunto i sutra del Vigyan Bhairav Tantra.
Un regista
sannyasin hOLLYWOOD
Swami Marcus, cioè Marcus Nispel, un regista di
videoclip 35enne di origine tedesca, è apparso sulla copertina della rivista
tedesca Die Zeit perché si stava preparando a un importante futuro a Hollywood:
era stato scelto da Arnold Schwarzenegger per dirigere il suo prossimo film,
dal titolo End of Days un thriller da 100 milioni di dollari, pieno di azione
ed effetti speciali.
Nella sua lunga esperienza di regista di video
musicali e commerciali ha vinto la maggior parte dei premi del settore,
lavorando per clienti quali Pepsi Cola, Kodak, Mercedes, Nike, Philips, Epson
e, nel campo musicale, per cantanti o gruppi come George Michael, Mariah Carey,
Gipsy Kings e le famossime Spice Girls. Dopo una grossa delusione – lui la
definisce una prematura crisi di mezza età – perché il progetto del film
precedente, ormai a buon punto, era stato cancellato, è ritornato in contatto
con Osho e la meditazione. Come ha dichiarato nell'intervista: "Conoscevo
già Osho da teenager, ma in seguito la vita e il lavoro mi hanno allontanato;
quando è fallito questo progetto a cui tenevo tantissimo, qualcosa è scattato
dentro di me e ho compreso che fare cinema per me è una meditazione."
Le ultime notizie dicono che i produttori di
Schwarzenegger hanno cambiato idea all'ultimo momento; Swami Markus però non se
la prende: dopo tutto è la sua meditazione!
Notizie
flash dall'Osho Commue di Pune
Le Osho Gurdjeff Sacred Dances, rappresentate dal
training guidato da Ma Amiyo e Sw. Jivan il 12 dicembre in Buddha Hall, sono
state a detta di tutti il clou degli spettacoli serali durante il Festival per
il compleanno di Osho. La serata è iniziata con la lettura di storie su
Gurdjeff e di poesie di Rumi che hanno aperto una metaforica finestra sul mondo
nel quale Gurdjeff stesso svolse il suo lavoro. A creare una cornice di
meditazione hanno contribuito poi le musiche suonate al piano da Ma Nisimo e Ma
Anuprada.
Il compleanno di Osho ha segnato anche la
conclusione dei 21 giorni di Osho Kundalini Meditation in tutto il mondo, la
partecipazione è stata fantastica, ha davvero scosso tutto il mondo. Al punto
che anche Time, la più importante rivista americana, ha informato i suoi lettori
dell'avvenimento e della possibilità di trovare musica e istruzioni per la
meditazione Kundalini su Internet. La meditazione sta perdendo ogni connotato
"alternativo" o "new age", man mano che sempre più persone
si accorgono dei suoi benefici effetti proprio nella vita di tutti i giorni. E
così anche il maggior quotidiano australiano The West Australian celebra il
compleanno di Osho con un bellissimo articolo su di lui e sulla locale comunità
sannyasin. Nivedano è tornato a Pune dopo anni spesi in Brasile e Giappone per
organizzare e per finanziare una grossa comune sannyasin in un territorio ancora
ecologicamente intatto nel mezzo del Brasile. "Il Brasile è meraviglioso,
ma è qui che il mio spirito viene nutrito", dice Nivedano e aggiunge che
nel giro di sei mesi sarà possibile iniziare a costruire nel rispetto della
natura.
Ma Dharm
Jyoti, discepola di Osho dal 1970, parla dell’esperienza vissuta accanto a due
donne illuminate, Mataji e Sita Ma, facendoci capire com’è il rapporto di una
donna col proprio maestro, con
Intervista
di Ma Amrita Suha
OTI: Osho ha mai parlato, in particolare,
dell’illuminazione delle donne?
Jyoti: Sì, ne ha parlato moltissimo.
Le donne sono orientate soprattutto verso il
cuore, e quando dico donne intendo coloro che abbiano non solo un corpo, ma
anche una mente femminile, delle qualità femminili. Ci sono delle eccezioni:
individui con un corpo femminile che hanno una mente maschile. Esistono donne
così, ma, in generale, le donne hanno queste qualità: l’amore, il cuore,
l’arrendevolezza e la fiducia. Osho distingue sempre tra il sentiero della
meditazione e quello dell’amore, e spiega chiaramente che l’amore e
l’arrendevolezza sono molto facili per le donne. Ha anche parlato di alcune
donne illuminate, come Meera, Sahajo, Rabiya. Recentemente è stato pubblicato
in inglese “Showering without Clouds”, la traduzione dei suoi discorsi in hindi
che commentano i versi di Sahajo, una mistica indiana che raggiunse
l’illuminazione solo attraverso l’amore e l’arrendevolezza. Dissolvere il
proprio ego, arrendersi totalmente al maestro...
È molto facile per una donna fondersi col maestro.
Nella nostra Comune sono stata molto vicina alla madre di Osho, Mataji, perché
mi prendevo cura di lei, e lei aveva questa qualità: tanta fiducia nel suo
maestro, Osho. Io credo che osservandola... anche Osho ha dichiarato che era
illuminata – e per quello che ho visto posso dire che lei non se ne rendeva
conto, aveva un cuore veramente semplice e non si è mai proclamata illuminata.
Viveva una vita naturale e spontanea, che a me
sembra la qualità principale di un essere illuminato... loro vivono così
semplicemente. Era molto autentica: quando era arrabbiata, era arrabbiata.
Proprio come un bambino; un momento dopo aveva già dimenticato tutto e ti
parlava di nuovo con amore.
Era davvero naturale, quando aveva fame diceva:
“Ho molta fame e voglio mangiare adesso”. E, una volta soddisfatta, era sazia e
dimenticava subito il cibo.
Era nata a Kadowarha, un piccolissimo villaggio,
dove le donne portano sempre il sari e si coprono la faccia tirandone giù un
lembo – quello che loro chiamano ghunghatt: il gesto tipico della tradizione
che vuole che una donna non mostri la faccia ad altri uomini. Ma nella Comune,
quando Osho volle che noi portassimo le tuniche, lei accettò immediatamente
senza neanche un ripensamento, anche se ciò era totalmente contrario alle sue
abitudini.
Alcune sannyasin arrivavano alla Comune con un
boyfriend nuovo e lei vedeva semplicemente che erano innamorati e scherzava:
“Ah, è il tuo boyfriend”, e così via.
D: Un bel salto per una persona cresciuta in una
società dove i matrimoni sono ancora organizzati dalle famiglie, spesso senza
che i futuri sposi si siano mai incontrati prima. Doveva veramente avere una
fiducia assoluta in Osho.
R: Certo, quella fiducia – di cui Osho parla sempre
– era una sua dote naturale: “Non c’è bisogno di usare la mente, d’interpretare”,
come fanno gli intellettuali che prima lo ascoltano, poi ci pensano su ed
elaborano. Lei si era semplicemente, totalmente arresa.
Era solita fare la meditazione Kundalini, che le
piaceva molto. Un giorno Osho le mandò a dire che non avrebbe dovuto più farla.
Lei smise immediatamente. “Lui dice che non devo farla, e io non la faccio.” Un
tale semplice potere del cuore, un siddhi. In questo modo credo lei abbia
raggiunto… cosa poi? potremmo dire che si è realizzata.
D: Credi che il fatto di aver avuto tanti figli
l’abbia aiutata a essere più femminile? Credi che la maternità l’abbia aiutata?
R: Beh, non si può dire, non credo proprio che la
maternità sia essenziale per illuminarsi. Meera non ebbe figli, e lasciò il
marito. Ognuno è un individuo unico. La cosa principale è l’interiorità e
l’arrendersi al maestro.
D: Come poteva Osho dire che era illuminata e che
lo ignorava? Come è possibile che uno si illumini senza saperlo? Non riesco
proprio a capire: gli uomini si illuminano e lo dicono… e le donne possono
illuminarsi persino senza saperlo? Non riesco a spiegarmelo.
R: Un cuore tanto semplice, diceva Osho, che non
sa di essere illuminata. Prima di lasciare il corpo, proprio il giorno prima,
parlando con me accennò all’illuminazione, usando parole diverse che tuttavia
lasciavano comprendere la sua realizzazione. A volte si possono incontrare
donne di questo tipo, che non vogliono essere riconosciute ma che scelgono di vivere
semplicemente.
Osho dice inoltre che ci sono molte donne
illuminate, che tuttavia non sono maestre. Questa è tutta un’altra storia: sono
così contente di dissolversi e fondersi col maestro, che non sono interessate a
essere maestre loro stesse. Essere un maestro richiede qualità diverse. Molti
diventano illuminati, ma fra mille, forse soltanto uno diventerà un maestro.
Esprimere la propria esperienza è una cosa
completamente diversa, che solo raramente un essere umano può fare… guidare gli
altri.
Perciò il fatto che si sappia solo di poche donne
illuminate non vuol dire che non ce ne siano. Solo poche donne illuminate sono
diventate famose, come Meera quando cominciò a cantare le sue canzoni e a
parlare.
Ma possono esistere altre illuminate che non parlano
della propria esperienza e continuano a vivere la loro vita di tutti i giorni.
Nessuno saprà mai quando si sono illuminate e che cosa sia veramente accaduto
loro.
D: Ci potrebbero essere delle donne illuminate,
nella nostra Comune…
R: Certamente.
D: Possiamo accorgercene dalla qualità della loro
meditazione in Ashram?
R: Per riconoscere un illuminato, devi essere nel
suo stesso stato. Se è così, puoi riconoscerlo, ma è molto difficile rendertene
conto osservando dall’esterno.
Abbiamo sentito talmente tante cose
sull’illuminazione, che in qualche modo ci siamo fatti un’idea di che cos’è. E
se qualcuno corrisponde alla nostra idea, allora pensiamo: “Ah, questo è un
illuminato.” Ma l’illuminazione è un fenomeno così straordinario da contenere
tutto. Io posso avere l’idea che un essere illuminato non debba arrabbiarsi e
così se vedo qualcuno che si arrabbia, immediatamente ne deduco che non è
illuminato. Ma questa è solo la mia idea sull’illuminazione, senza che io abbia
realmente compreso il fenomeno. Così se giudichiamo azioni e comportamenti
dall’esterno è molto difficile riconoscere l’individuo per quello che è,
comprendere dove realmente si trovi, a meno che non siamo veramente molto
intimi e pieni d’amore l’uno per l’altro, a meno che non ci sia una profonda
conoscenza che vada oltre il comportamento esteriore. Io credo che anche questo
sia un modo per poter riconoscere un illuminato.
D: Tu sei stata anche in contatto con Sita Ma…?
R: Anche lei era illuminata, aveva le stesse
qualità di Mataji. Erano buone amiche, totalmente arrese a Osho. Queste sono
state le uniche donne della Comune per le quali Osho ha voluto che fosse
costruito un Samadhi.
“Se Osho dice di fare qualcosa, deve essere fatto,
l’ha detto il maestro”. A loro non importava delle conseguenze. Questa fiducia
totale... questo affidarsi completamente a qualcuno…
D: Ora che Osho non è più nel corpo, cosa ne è di
questo seguire totalmente quello che lui ha detto? Ora che il dialogo non è più
possibile, come si fa? Quelli che non hanno mai incontrato Osho nel corpo, come
possono sapere…?
R: Osho non è più nel corpo, questo è un fatto, ma
quelli che continuano ad avere fiducia e il cuore in sintonia con lui, possono
ancora ricevere la sua ispirazione, totalmente, come prima. Essi possono ancora
capire, non attraverso le parole, ma quando sono in meditazione e la mente è
silenziosa – possono comprendere il messaggio. Quando noi diciamo Osho… che
significa Osho? Non più un individuo vivo, ma una presenza, una pura
consapevolezza che ci circonda. Questa esistenza è Osho. E l’esistenza dà
messaggi in molti modi diversi, attraverso persone diverse. Se siamo più
consapevoli e aperti, lo possiamo comprendere.
Quando
un maestro non è più
nel
corpo, la sua consapevolezza
può
lavorare attraverso
moltissimi
mezzi,
attraverso strumenti che sono intorno a noi.
E così, se un individuo è ricettivo può ancora
ricevere il suo messaggio. Questo è come la vedo io.
D: Questo è vero per tutti coloro, uomini e donne,
che si affidano totalmente al maestro, attraverso l’amore, amore inteso nella
sua manifestazione più alta…
Carissima Jyoti, tu conosci il momento o la data,
in cui Mataji e Sita Ma divennero illuminate?
R: Nessuno sa in quale momento è accaduto, perché
loro non ne hanno mai parlato. Ma dal loro modo di vivere, così diverso, noi
possiamo soltanto dedurre che qualcosa era avvenuto.
D: Si sentiva dalla loro energia?
R: Sì. Specialmente quando avevano dei dolori
fisici, si vedeva dal modo in cui affrontavano la sofferenza. Con l’amore, la
fiducia e la capacità di essere presenti, tutte qualità inseparabili l’una
dall’altra, la consapevolezza aumenta. Ho visto Mataji mentre lasciava il
corpo. Come era consapevole! Non era entrata in coma – o qualcosa di simile – e
i dottori erano stupiti di come fosse rimasta cosciente fino all’ultimo
momento. La pressione sanguigna era così bassa, il corpo così freddo, che
normalmente chiunque sarebbe scivolato nel coma. Ma lei mantenne la sua
consapevolezza fino alla fine. Sapendo che stava per morire, accettò semplicemente
ciò che stava per succedere.
D: Mi ricordo che una volta, parlando di lei, hai
detto che, per tutta la vita, fece soltanto quello che voleva fare.
R: Sì, come un bambino piccolo – di quelli
testardi – che quando si mette in testa di fare una cosa, non lo tieni più. Un
giorno disse a suo figlio: “Voglio andare in America, portami in America.”
Quando lui cercò di dirle quanto sarebbe stato difficile per lei affrontare un
viaggio così lungo e tutto il resto, lei, come un bambino piccolo, iniziò a insistere
che lui le organizzasse il viaggio, continuando a chiederglielo ripetutamente…
D: Deve essere veramente una cosa molto delicata
trattare con queste persone, perché, come dici tu, sono come bambini. Le
richieste di un bambino, la sua caparbietà…
R: E non vuol certo dire che siano idioti! Sono
invece molto acuti e intelligenti.
D: Parlavano a chi era loro vicino?
R: Parlavano e condividevano. Sì… (Lungo silenzio)
Si potrebbe dire che durante gli ultimi giorni, prima di lasciare il corpo,
Sita Ma e Mataji stessero celebrando le piccole cose della vita, mangiare,
parlare, camminare…
D: Per te com’era essere così vicina a loro,
prendertene cura?
R: Vedi, io ho imparato moltissimo da loro. Una
volta sono stata per molto tempo nella casa di Sita Ma, quando c’era poco
spazio nella Comune... Sono andata là e
sono rimasta con lei per due mesi. Lei si prendeva cura di me, per esempio, mi
svegliava al mattino: “È ora di prendere il tè” – mi diceva. E io la guardavo per
tutta la giornata e vedevo quanto era attiva e creativa. Lavorava ai ferri in
continuazione, ma faceva anche altre cose. Faceva berretti e li regalava a
molti sannyasin. Anche a me ne ha regalato uno. Nei suoi ultimi giorni fece una
veste a maglia per
Più tardi cambiò idea e disse: “Mettetemi la veste
di Osho, quando lascerò il corpo. Questa veste verrà con me.” Non volle
lasciare quella veste a nessuno. E il suo volere fu rispettato, prima di
portare il suo corpo al ghat per la cremazione le mettemmo la veste di Osho.
Era una donna fatta così. Fu veramente una fortuna che entrambe fossero in
contatto con
D: Persone simili hanno bisogno che qualcuno si
prenda cura di loro?
R: Sono donne giovani, oppure potrei dire che sono
donne vecchie col cuore giovane, traboccante di energia. Per esempio Mataji,
fino ai suoi ultimi giorni, continuò a lavarsi le sue cose nella lavanderia, e
non voleva assolutamente che lo facessi io. “No, finché posso lo faccio io!”
Avresti dovuto vederla portare bottiglie, andarle a riempire di acqua potabile.
Io avrei dovuto prendermi cura di lei, in qualche modo, ma non ci riuscivo
quasi mai. Faceva tutto da sola. A meno che non fossi proprio necessaria, si
occupava delle pulizie, si faceva il letto, tutto da sola…
D: Di che cosa parlavate? Le facevi compagnia?
R: In effetti non parlavamo tanto. Poiché io ero
occupata col mio lavoro nella Comune, ci salutavamo soltanto: “Ciao, come stai?
Hai bisogno di qualcosa?” e così via. A volte aveva bisogno di qualcosa per le
pulizie, oppure mi diceva: “Portami al reparto dei vestiti, ho bisogno di
comprarmi una tunica.” E poi: “Fammela accorciare, è troppo lunga...” Cose
così, piccole cose. Se aveva bisogno di comprare qualcosa fuori, lo diceva a
me.
D: Non so chi me l’abbia detto, o se ricordo
esattamente, ma mi pare di aver sentito che l’illuminazione per le donne
avviene più gradualmente che per gli uomini. Che una donna può anche non
accorgersene.
R: Non so (ridendo). Osho dice così?
D: Sì, credo di sì.
non è
che l’illuminazione
mi
preoccupi particolarmente, io sono
felice
così col mio maestro, nella Comune
godendo
di ogni cosa.
R: Mi ricordo di aver sentito Osho dire che la
preparazione all’esperienza è graduale, ma che l’illuminazione in sé è un
fenomeno improvviso. Come quando stai dormendo e improvvisamente ti svegli. Ti
sarai preparato gradualmente per quel momento, ma quando avviene, è un attimo.
Questo è quello che gli ho sentito dire. In effetti, non so come funzioni. Non
è che l’illuminazione mi preoccupi particolarmente.
D: (insistendo) Osho dice che è più graduale nelle
donne.
R: (ride di nuovo) A me non interessa. Io sono
felice così, col mio maestro, nella sua comune, godendo di ogni cosa. A me
sembra che in questa vita, aver incontrato questo maestro sia abbastanza e che
non ci sia bisogno di nient’altro. Di cos’altro dovresti aver bisogno? Hai
trovato il tuo maestro! A me non importa se sono illuminata o non illuminata.
Io sto semplicemente osservando, sperimentando. Questo è il più grande regalo
della vita, un avvenimento molto raro, incontrare il tuo maestro. Non sempre i
maestri arrivano! Osho è entrato nel suo corpo 25 secoli dopo Gautama il
Buddha. Un maestro come lui! Naturalmente ci sono molti insegnanti, ma un
maestro come Osho è un fenomeno molto raro nell’esistenza. E noi siamo molto
fortunati a vivere in questo tempo, con lui che ancora ci inonda del suo amore
e ci guida. E in un’epoca come questa, con una tecnologia così avanzata che ci
permette di avere i suoi discorsi registrati, i suoi video. Il video durante la
meditazione della White Robe… durante
D: Prima parlavi dell’arrendersi e della
disponibilità di Osho per ogni discepolo che sia veramente in uno stato di
silenzio… e poi ci sono anche tutti gli altri, qui nella Comune, ed è una cosa
preziosa vedere in loro molte delle nostre stesse resistenze e condizionamenti…
La domanda precisa è: arrendersi al Maestro è la
stessa cosa che arrendersi a ogni situazione in cui ci possiamo trovare?
R: No, no. In questa Comune, creata da Osho, ci
sono molti individui, e ognuno è un individuo distinto, una forte personalità.
Il mondo esterno è pieno di compromessi, ma qui sono tutti molto schietti. Un
ricercatore spirituale, lungo il suo cammino verso la verità, continua a
scoprire che i suoi valori stanno cambiando – o sono cambiati per mezzo della
meditazione e dell’energia di Osho – diventando così consapevole di quali cose
hanno veramente valore per lui. Se io do valore alla meditazione, ogni altra
cosa diventa secondaria. Allora non è essenziale quale tipo di lavoro stia
facendo, è importante il farlo con consapevolezza: è importante che io sia
consapevole in ogni lavoro che faccio. E ogni persona qui è una sfida per la
nostra crescita. Per esempio, se tu sei il mio coordinatore e sei arrabbiato
con me perché ho fatto uno sbaglio, allora, se sono veramente inconsapevole e
centrato nel mio ego, reagirò immediatamente, magari dicendoti che vuoi solo
far pesare la tua posizione di potere… e così via. Uno scontro di questo tipo
può sempre accadere. Ma se io sono consapevole – anche solo un po’ – e il mio
interesse principale è la meditazione, allora mi guarderò dentro, vedrò che tu
hai ragione e che non ha senso discutere; o se invece tu hai torto, e io sento
che la cosa dovrebbe essere come dico io, allora potrò semplicemente esprimerlo.
Qui tutti stiamo imparando, tutti facciamo errori e qualche volta siamo
inconsapevoli, e anche questo viene accettato…
Io ho inteso la tua domanda come se riguardasse
l’arrendersi alla Comune, giusto? Quando diciamo Comune, non parliamo degli
edifici, ma stiamo parlando di noi stessi. Preferisco dire che il modo per
vivere qui in armonia è comprendersi l’uno con l’altro e rispettare la libertà
altrui, accettare ogni persona per quello che è. E comunque la vita è piena di
alti e bassi, c’è di tutto e qui tutto viene accettato. Basta un po’ più di
consapevolezza e qui uno può veramente godere di tutto quello che succede.
Ma se continuiamo a vivere nella mente, decidendo
quello che è giusto e quello che è sbagliato, pensando: “Lui non dovrebbe fare
questo… lei sbaglia a comportarsi così” – non osservando noi stessi, ma
guardando gli altri, allora nasceranno dei problemi. Se abbiamo abbastanza
consapevolezza da capire che siamo qui per il nostro maestro e per la nostra
meditazione e che siamo tutti connessi attraverso l’amore per Osho, allora ci
rispetteremo e ci ameremo l’un l’altro; e attraverso questa accettazione,
arriverà anche la libertà.
Per me
D: Questa Comune è una bellissima preparazione al
risveglio interiore!
R: Giusto, giusto! Qui nessuno riesce ad
addormentarsi. Ci prendiamo in giro fra di noi, e così ci manteniamo svegli il
più possibile.
D: Ci teniamo coi piedi per terra!
R: Certo, è un ottimo modo per tenerci coi piedi
per terra.
Se abbiamo un’attitudine positiva, ringrazieremo
la persona che ha creato la situazione che ci fa arrabbiare! Questo è il modo
infatti di accorgersi che la nostra rabbia è ancora presente e che, pensando di
essere molto meditativi, ci stiamo ingannando da soli. Queste sono le
situazioni che si creano nella Comune, nelle quali possiamo vedere la nostra
vera faccia, capire veramente a che punto siamo. È molto facile rilassarci e
meditare se tutto funziona come vogliamo noi. Ma se qualcosa va storto… arrivi
in ufficio al mattino e qualcuno ha preso la tua sedia (ridono entrambi), ti
guardi intorno e non la vedi da nessuna parte. Ecco che si è creata la
situazione giusta – puoi anche prenderla con calma: “Ok! Qualcuno ne aveva
bisogno e l’avrà presa per uno scopo preciso, meglio che vada a vedere di che
si tratta… Ok!”.
Ma se c’è rabbia dentro di te, verrà sicuramente a
galla. Perciò dopotutto è un bene che si creino situazioni di questo tipo, così
quello che è dentro di te può affiorare. Questo è un luogo per imparare a
conoscersi, si potrebbe dire una scuola di misteri.
D: Allora , riguardo a questo, non c’è differenza
fra uomini e donne.
R: No, no, siamo tutti ricercatori sul cammino
spirituale
D: Ci sono lezioni da imparare per tutti, e nella
Comune c’è gente di ogni tipo. Se fossi nella mia città, frequenterei solo le
persone che mi piacciono, qui invece mi trovo ad avvicinare anche chi proprio
non mi va giù. A volte sono già scocciata solo a vedere la faccia di qualcuno.
Sono delle vere e proprie sfide…
R: È un bene per la nostra crescita. Meditare ed
ascoltare i discorsi di Osho può essere considerato come frequentare le
lezioni… poi arriva l’esame, e la prova è soprattutto affrontare gli altri.
D: E com’era con Sita Ma e Mataji, quando dovevano
affrontare gli altri? Avevano a che fare solo con membri della famiglia?
R: No. Loro stavano nella Comune, si occupavano di
molte cose e lo facevano in un bellissimo modo, avevano rapporti con molte
persone.
D: Quindi ritieni che qui nella Comune, dove ci si
può prender cura l’uno dell’altro, si possa trovare il terreno preparatorio per
avvicinarsi all’illuminazione?
R: Ho sentito dire da Osho che la gente dovrebbe
andare nel mondo esterno, poi venire qui nella Comune, e poi tornare là di
nuovo. Questo per bilanciare l’interno e l’esterno. Andare ad affrontare le
sfide e poi tornare, meditare, rilassarsi…
Quando Osho cominciò a iniziare al sannyas, la
differenza tra la vecchia concezione di sannyas e la sua era che il primo
chiedeva di rinunciare a tutto e di andare a vivere nella solitudine dei
monasteri; Osho invece voleva che i suoi sannyasin vivessero nel mondo e
lavorassero. Questa Comune, fra l’altro, è essa stessa un mondo e il lavoro qui
è una forma di meditazione. I sannyasin tradizionali non lavorano, ma Osho era
molto contrario al fatto che qualcun altro dovesse lavorare per te: è
importante guadagnare i propri soldi, stare in piedi sulle proprie gambe e non
dipendere da nessuno, neppure finanziariamente. Ci ha sempre portato l’esempio
dei monaci Giainisti per i quali è la società a provvedere tutto, tanto che
diventano schiavi dei loro seguaci. Osho diceva che molti monaci volevano
venire a incontrarlo, ma che i loro seguaci non lo permettevano. Alla fine si
arriva a una totale schiavitù, ma Osho vuole che la sua gente sia libera. Anche
l’essere finanziariamente indipendenti ti dà libertà. Questa è la sua nuova
intuizione per il sannyas: le persone devono essere libere sotto tutti gli
aspetti.
D: In questo Ashram c’è sempre molta attività.
L’essere attivi ci serve per approfondire meglio la nostra esperienza di
meditazione... giusto?
R: Direi che Osho è totalmente a favore della creatività.
L’energia ha bisogno di muoversi, altrimenti si diventa come cadaveri. E invece
più ti muovi, più ci sarà energia: non sedertici sopra, falla muovere, falla
muovere. Dovremmo essere sempre coinvolti in una qualche attività creativa. Per
questo qui vedi tanta vitalità. Guarda gli altri Ashram, sono morti, la gente
prega… dorme… mangia. Qui si celebra la religione con la danza, la musica, le
risate… sempre festival, continue celebrazioni. Questo vuol dire accettare la
vita: non rinunciare, ma gioire di ogni cosa.
D: Il mondo è pieno di attività, ma ti trovi
diviso in due, perché la tua attività è principalmente finalizzata al denaro.
Qui invece puoi fare una cosa solo perché la ami, perché ti piace farla. Così
non c’è divisione, puoi veramente crescere e godere di qualsiasi cosa incontri
nel tuo percorso. Il dire: “Continua a muovere l’energia” significa proprio
questo, non c’è divisione fra tempo pubblico e tempo privato, non è che o
lavori o sei a casa a riposarti, a svagarti. All’inizio è stato difficile per
me, ma una volta compreso il segreto, che noi tutti stiamo muovendo energia, lo
scopo privato è scomparso. Secondo me, è questa la cosa necessaria per vivere
nella Comune. Vedere
R: (facendo eco) Sì, è davvero tutto pieno di
vita!
D: (continua) Ora per me è più facile capire
questa immagine: “Quando sei pieno di vita, traboccante di energia, sei sulla
strada giusta”.
R: Sì, quando ti diverti e balli felice, sei sulla
strada giusta. Quando sei infelice e soffri, di sicuro ti sei persa e dovresti
chiederti che cosa non ha funzionato.
D: Sì, questo lo possiamo vedere ora, ma
l’illuminazione è così lontana…
R: L’illuminazione è l’illuminazione… Quando sei
felice, e stai danzando piena di gioia, l’ego cade da solo. Quando sei infelice,
sei più egoista. L’ego è la causa principale dell’infelicità.
Osho
introduce il sutra di Sahajo, mistica illuminata del 1700, e commenta i diversi
modi in cui uomini e donne esprimono la loro illuminazione.
Questo sutra
è l’espressione suprema di una devota sul sentiero dell’amore.
Posso abbandonare dio, ma non lascerei mai il mio maestro.
Dio non è pari al mio maestro.
Dio mi ha fatta nascere in questo mondo.
Il mio maestro mi ha liberata dal ciclo della nascita e della
morte.
Dio mi ha dato i cinque ladri.(sensi)
Il mio maestro me ne ha liberato quando ero senza speranza.
Dio mi ha gettata nella rete della famiglia.
Il mio maestro ha tranciato le catene dell’attaccamento.
Dio mi ha intrappolata nel desiderio e nella malattia.
Il mio maestro mi ha liberato da tutto questo con
l’iniziazione.
Dio mi ha fatta vagare fra le illusioni dell’agire.
Il mio maestro mi ha mostrato il mio essere.
Dio si è tenuto nascosto da me.
Il mio maestro mi ha dato una lampada per illuminarlo.
Soprattutto, dio ha creato questa dualità di schiavitù e
libertà.
Il mio maestro ha distrutto tutte queste illusioni.
Io offro me stessa, corpo, mente e anima.
Ai piedi del mio maestro, Charandas.
Posso abbandonare dio,
ma non posso abbandonare, mai, il mio maestro.
Questa
serie di discorsi,
che ho chiamato Showering without clouds
sarà un percorso completamente nuovo. Fino a oggi ho parlato di uomini
illuminati; ora, per la prima volta, parlerò di una donna illuminata. Per me
era facile parlare di uomini illuminati – io li posso capire, siamo dello
stesso tipo. Sarà un po’ difficile parlare di una donna illuminata. Un percorso
che non mi è tanto familiare.
Nella loro essenza più profonda uomini e donne
sono tutt’uno, ma si esprimono in modi totalmente diversi. Il loro modo di
essere, di guardare le cose, di pensare, le loro affermazioni, non sono solo
diverse, ma opposte. Finora non ho mai parlato di donne illuminate. Ma se voi
capite qualcosa degli uomini illuminati, se avete avuto un piccolo assaggio
d’illuminazione, forse sarà ora più facile per voi capire anche una donna
illuminata.
Per esempio, un raggio di sole è bianco, ma se
passa attraverso un prisma, si divide in sette colori. Verde non è rosso e
rosso non è verde – sebbene entrambi provengano dalla divisione dello stesso
raggio. Ed alla fine si incontreranno e diventeranno di nuovo un solo raggio.
Prima della divisione erano uno, e di nuovo, dopo
essere emersi dal prisma, diventeranno uno.
Ma nel frattempo c’è una grande differenza e
questa differenza è molto dolce. C’è una grande diversità fra loro e questa
diversità non dovrebbe essere distrutta. La distinzione dovrebbe essere sempre
mantenuta, perché proprio in quella differenza c’è il succo della vita.
Lasciamo che il rosso sia rosso e il verde sia verde. È per questo che i fiori
rossi sbocciano sugli alberi verdi. Fiori verdi su alberi verdi non sarebbero
altrettanto belli, e fiori rossi su alberi rossi non sembrerebbero neppure
fiori.
L’uomo è una tonalità, la donna una tonalità
diversa; non solo sono diversi, ma io dico che sono opposti. Ecco perché c’è
tanta attrazione fra loro. Sono diversi l’uno dall’altro, da qui viene
l’intenso desiderio di conoscersi, di scoprire, di esplorare il loro mistero
reciproco.
Molte qualità femminili sbocciano in un uomo,
quando si sta avvicinando all’illuminazione. E quando una donna si trova vicino
all’illuminazione, fioriscono in lei qualità maschili.
Nello stadio finale, non sarai né uomo, né donna.
Al centro entrambi scompaiono. Là sarai di un solo colore: bianco radioso. Non
sarai rosso, non sarai verde; al centro, l’arcobaleno dei colori si dissolverà.
Quando scomparirà l’arcobaleno, anche il mondo
svanirà. Allora rimarrà solo l’uno.
Quell’uno,
non lo chiamiamo neppure uno, perché basta dire uno e compare l’idea del due.
L’abbiamo chiamato advait,
non-dualità, abbiamo solo potuto dire che è non-due...
A quel punto non c’è donna, non c’è uomo.
Ma questo evento – quando ci si libera di entrambi
– avviene proprio alla fine, quando il raggio di luce solare torna a essere
tale. L’arcobaleno è venuto e andato, il mondo si è manifestato e si è
dissolto; tu sei tornato alla radice, hai raggiunto la sorgente.
Ci sono alcune cose della mente femminile che
dovete capire e, dopo, comprenderete facilmente le parole di Sahajo.
La mente femminile non si esprime nella
meditazione, ma nell’amore. La donna arriva alla meditazione attraverso l’amore.
Ha conosciuto la meditazione solo per mezzo dell’amore. È imbevuta d’amore. Per
lei, il nome della meditazione è amore, preghiera.
L’affermazione di Sahajo sembra molto atea:
Posso
abbandonare dio, ma non lascerei mai il mio maestro.
“Posso lasciare dio – non ho difficoltà ad
abbandonare dio – ma lasciare il maestro è impossibile”. Un uomo esiterebbe un
po’ a dire una cosa del genere. Dirà che per conoscere il divino, alla fine, si
deve lasciar andare il maestro: un giorno dovrai abbandonare il maestro e
incontrerai dio. Una donna invece dirà: “Se dio vuole incontrarmi, allora che
venga nella forma del mio maestro – non è assolutamente possibile per me
lasciare il mio maestro. Non è lasciando il maestro che incontrerò dio, lo devo
incontrare attraverso il maestro.”
La donna dice: “Dio è degno di fiducia solo se ha
una forma.” Possiamo credere solo quando dio ha una forma – perché la donna
vuole amare, non meditare.
Cercate di capire questa differenza. Se voi
meditate su qualcosa, andrà bene anche se è una cosa senza forma. In effetti il
fatto di avere una forma è d’intralcio alla meditazione. Ma se volete amare,
come potete amare uno che non abbia forma? Come lo abbracciate? Come lo tenete
stretto sul vostro cuore? È senza forma. “Senza forma” sono soltanto parole
vuote che non susciteranno in voi né amore, né devozione. È così grande, che
non è possibile comprenderlo. Potete affogarci dentro, ma come potete amarlo?
Potete sparirci, morirci dentro, ma come potete viverlo?
La persona devota dirà: “No, dio è dotato di
attributi. Tutti gli attributi sono compresi in lui.” La persona devota dirà:
“Dio ha una forma – tutte le forme sono sue forme. È dio che ha preso la forma
dei fiori, delle foglie, delle montagne, delle cascate.” La mente femminile non
sceglie di andare oltre la forma – e non ce n’è neppure bisogno. La mente
maschile si sente imprigionata dalla forma.
Cercate di capire questo: l’uomo sente legami
persino nell’amore, la donna si sente liberata nell’amore. L’uomo, anche se si
innamora, pensa: “Perché mi sto mettendo in questa schiavitù?”. Una donna che
s’innamora dice: “Queste catene sono belle, perché loro mi libereranno.” Ora,
questo linguaggio… questi due linguaggi appartengono a due mondi diversi: per
la donna l’amore è la liberazione, per l’uomo la schiavitù.
Posso
abbandonare dio, ma non lascerei mai il mio maestro.
Questa è un’affermazione di grande coraggio. Solo
una donna riesce a farla. Perfino Farid sarebbe titubante, lo stesso Kabir
esiterebbe. Essi direbbero: “Rinunciare a dio…?”. No, non pronuncerebbero nemmeno queste
parole, non le direbbero direttamente,
ma in maniera indiretta. La donna è più schietta. Non resta invischiata
in lunghe frasi, in affermazioni contorte. Dice le cose direttamente; non c’è
una struttura logica. È una diretta espressione del cuore; che poi a dio sia
gradita o meno, non è un suo problema.
Posso
abbandonare dio, ma non lascerei mai il mio maestro.
Dio non è
pari al mio maestro.
“No, non posso considerare dio alla pari del mio
maestro…” È una dichiarazione veramente potente. Sahajo sta dicendo: “Non sarei
capace di mettere dio sullo stesso piano del mio maestro, non posso farli
sedere sullo stesso trono. Dio sarà buono, sarà meraviglioso, avrà persino
creato il mondo – mi va bene – ma non posso metterlo così in alto come il mio
maestro. Il maestro è al di sopra di dio.”
Dio non è
pari al mio maestro.
“No, posso adorarti, ma non posso metterti alla
stessa altezza del mio maestro. Non posso metterti sullo stesso trono, dove
metto lui.” Dovunque una donna veda l’amore, là è dio. Quindi non può mettere
nessun dio al di sopra di quello, è impossibile, perché niente può essere posto
al di sopra dell’amore. Sahajo ne spiega i motivi e sono motivi bellissimi.
Dio mi ha
fatta nascere in questo mondo
Dio l’ha mandata in questo mondo, ma questa non è
una buona ragione per ringraziarlo.
Il mio
maestro mi ha liberata dal ciclo della nascita e della morte.
Sahajo dice: “Il mio maestro mi ha liberata dal
mondo. Ora chi dovrei ringraziare, dio o il mio maestro? Che cosa ha fatto dio
per me? Mi ha mandata, tutta sola, su questo sentiero pieno di oscurità, mi ha
scagliata su questo cammino sconosciuto e difficile – questo è quello che dio
ha fatto. E cosa ha fatto il mio maestro? Mi ha riportata sul sentiero della
luce. Mi ha sostenuta, tenendomi per mano. Non mi ha abbandonata, quando mi
sono persa. Dio mi ha lasciata sola nella foresta; il mio maestro mi ha
riportata sulla via. Con che diritto dio pensa che dovrei metterlo al di sopra
del mio maestro?” No, posso abbandonare dio, ma non lascerei mai il mio
maestro. Dio non è pari al mio maestro. Dio mi ha fatta nascere in questo
mondo. “Va bene, accetto che lui è il creatore, ma che cosa ci ho guadagnato
con questa nascita? Che cosa ho guadagnato in questa vita? Non ho ricevuto niente
in questa vita, tranne il tormento, il dolore, l’angoscia. Devo ringraziare dio
per questo carico di sofferenze?
Il mio
maestro mi ha liberata dal ciclo della nascita e della morte.
La donna è chiara, l’uomo ci gira intorno.
Dio mi ha
dato i cinque ladri (sensi)
Il mio
maestro me ne ha liberata…
Lei dice: “Tu mi hai messa insieme a cinque ladri
– se questa si può chiamare una benedizione. Tu mi hai dato i cinque sensi che
mi danno la caccia. Mi hai dato una rete di desideri; mi era difficile
liberarmi di tale rete. Tu mi hai posta in schiavitù, tu non mi hai liberata. E
mi hai lasciata come un’orfana, senza speranza. Sei scomparso in qualche luogo
lontano, ed io non avevo neppure un indizio per sapere chi fosse il mio maestro
– ho creduto che i sensi fossero la mia guida e ho cominciato a seguirli. Mi
hai lasciata in questo miraggio. Mi hai lasciata vagare in tanti deserti.
Perché, dio, credi che dovrei metterti al di sopra del mio maestro? Il maestro
mi ha resa libera – libera dal mio stato senza speranza, e continua a offrirmi
un riparo.”
Dio mi ha
gettata nella rete della famiglia.
Il mio
maestro ha tranciato le catene dell’attaccamento.
“Tu mi hai gettato nella rete,” lei dice. È un
modo molto amorevole di lamentarsi! È un parlare a dio in maniera molto
schietta, non ci sono strategie. La difficoltà è proprio questa: ogni volta che
un uomo e una donna parlano fra loro, non può esserci un vero dialogo, perché
l’uomo usa strategie e la donna parla in maniera diretta. Non ci può essere
comunicazione, perché l’uomo non riesce a capire come una cosa possa essere
detta in modo così diretto e la donna non può capire la ragione di tutti quei
giri di parole – “E dì quello che devi dire!”
Quello che una donna vuole dire è conciso, esatto.
L’uomo nasconde in mille modi quello che ha in mente e riesce a mascherare
qualunque cosa non voglia dire.
Il sutra di Sahajo non è grande poesia. Quella di
Kabir è davvero grande poesia. I canti di Farid, sono veri canti. Ma non c’è
grande poesia nelle affermazioni di Sahajo, sono parole che arrivano dritte
allo scopo. Non sono molto articolate, non c’è arte, sono solo affermazioni
precise – le affermazioni di una donna col cuore semplice e chiaro.
Dio mi ha
gettata nella rete della famiglia.
“Tu hai creato la rete della famiglia, tu mi hai
inserita in una famiglia, e così mi hai messa al mondo. E tu mi hai fatta
annegare in questo mondo, io ci soffrivo. Non c’era riparo da nessuna parte.
Non c’era ombra, solo il calore insopportabile del sole, solo sofferenza.”
Il mio
maestro ha tranciato le catene dell’attaccamento. Sarà bene capire questo
attaccamento. È qui che, molto lentamente, comincerete a capire le differenze
fra uomini e donne.
Un uomo, anche se prega dio, dirà: “Liberami
dall’ego” – perché, per un uomo, l’ego è sofferenza.
Una donna dirà: “Liberami dall’attaccamento.”
L’ego non è una sofferenza per la donna, la sua sofferenza è l’attaccamento – mio figlio, mio marito, la mia casa,
i miei vestiti, i miei gioielli – la
possessività. Per un uomo è io, per
una donna è mio.
Se si toglie il mio da una donna, il suo ego
cadrà; se un uomo perde il suo Io,
anche il suo mio scomparirà. Così
fino a che un uomo non si libera dell’ego, non potrà essere libero
dall’attaccamento. E finché una donna non lascia andare il suo attaccamento,
non potrà liberarsi dell’ego. Quello che dice Sahajo è chiaro e semplice: “Il mio maestro ha tranciato le catene
dell’attaccamento.” Il maestro l’ha aiutata a capire un po’ alla volta.
Lentamente ha risvegliato in lei la consapevolezza che nessuno è mio.
Mio è un concetto sbagliato,
è un sogno, mio non è una realtà, si
tratta solo di onde, che si producono nella mente. Noi nasciamo soli – non c’è
nessun mio che ci accompagna. E moriamo soli – nessun mio ci accompagnerà.
Proprio questa idea di mio è l’illusione
del mondo.
Dio mi ha
intrappolata nel desiderio e nella malattia. Il mio maestro, con l’iniziazione,
mi ha liberata da tutto questo.
Dovete capire tre parole: roga, malattia, bhoga,
desiderio, e yoga, unione col divino.
Roga, il soffrire, indica, in senso spirituale, lo stato di una persona che
manca completamente di ogni contatto col divino. Ecco perché roga è anche detta
aswasthya, essere fuori dal proprio
centro. Se tu capisci bene la parola aswasthya, il significato di roga,
malattia, ti diverrà chiaro. Aswasthya
si riferisce a quando non sei centrato in te stesso.
Essere in buona salute, swasthya, significa essere
ben centrato in te stesso, nella tua vera natura. Nel momento in cui ti
allontani dalla tua vera natura, sei nella malattia.
Questo malessere, aswasthya, è roga, la malattia.
Roga è la massima distanza dal divino.
Queste tre parole indicano l’entità della
distanza: roga, distanza infinita dal divino e yoga, nessuna distanza – unione
col divino. Bhoga, il desiderio, si trova a metà fra le due.
Il viaggio dallo stato di malattia all’unione col
divino è un viaggio attraverso il desiderio.
Qualche volta, per un attimo, ti puoi trovare di
fronte al divino – un breve incontro e poi, per anni, la separazione. Questo è
quello che viene chiamato bhoga, il desiderio.
Bhoga vuol dire: mangi del cibo, per esempio, per
un attimo hai un indizio del suo sapore, un sapore che ti da un grande
appagamento: in quel momento di beatitudine ti sei avvicinato alla tua natura.
In quello spazio ti sei avvicinato al divino.
Il Tantra dice: il sesso è vicino al samadhi, a
una consapevolezza suprema. Le scritture tantriche dicono: vishayanand brahmanand sahodar – l’appagamento del sesso e la
beatitudine di dio sono fratelli.
Il sesso fisico è il fratello della beatitudine
divina; sono nati entrambi dallo stesso grembo. In alcuni stati sessuali di
profondo orgasmo, nel momento in cui sei libero da tutti i pensieri, hai perso
ogni controllo – quando sei nelle mani del divino e ti agiti, ti scuoti in
queste mani, proprio come fanno le foglie di un albero durante l’uragano;
quando non sei più il padrone, né chi
controlla, né chi agisce; quando sei annegato, perso in quell’attimo: una
frazione di secondo di sesso – in quell’istante il sentimento di beatitudine
del sesso è il fratello della beatitudine divina. Ma questo avviene solo per un
momento, poi di nuovo, per molti giorni, ci sarà la distanza. Così, qualche
volta, il desiderio arriva vicino all’unione col divino e poi di nuovo, scivola
via nella malattia.
Bhoga – il desiderio – può portarti m
omentaneamente a yoga – l’unione – e poi stabilmente a roga – la malattia.
Sahajo dice: “Dio
mi ha intrappolata nel desiderio e nella malattia.”
Tu mi hai dato la malattia, o al massimo mi hai
dato il desiderio.
Non posso dire che tu mi abbia dato qualcosa
d’altro. Sì, ogni tanto mi hai dato un barlume. Ma anche con quel bagliore non
ho trovato la pace, anzi la mia sofferenza è diventata ancora più acuta. Ho
sperimentato la pace per un momento e poi – per molti, molti momenti – non c’è
stato altro che sofferenza. Tu mi hai dato il desiderio, tu mi hai dato la
malattia – questi non sono grandi doni.
Il mio maestro, con l’iniziazione mi ha liberata
da tutto questo. Il mio maestro mi ha dato yoga, l’unione – mi ha dato la libertà
dal desiderio e dalla malattia.”
Quando sperimenti l’unione col divino, i desideri
del corpo scompaiono da soli dalla tua mente: quando si raggiunge qualcosa di
più alto, chi vuole mai restare attaccato al più basso? Quando si trovano
diamanti e gioielli, chi vorrà più pietre e sassi? Quando vivi l’unione col
divino, il desiderio si dissolve. E quando il desiderio è scomparso, non potrai
più in alcun modo allontanarti dal divino. Quella era la sola via che ti
portava alla malattia: il desiderio era il mezzo che ti conduceva alla malattia
– mentale e fisica. Quando scompare il desiderio, anche la malattia se ne va.
Questo non vuol dire che un saggio, un illuminato
non si ammala mai. La malattia colpisce anche gli illuminati, ma loro non sono
mai malati. Ramakrishna morì di cancro. Questa contraddizione colpisce
l’attenzione di molti… anche Ramana Maharshi morì di cancro. La morte di
Mahavira fu causata da una malattia dell’apparato digerente, la dissenteria.
Buddha morì di avvelenamento da cibo. Mahavira ebbe la dissenteria per sei
mesi, prima di morire.
La domanda è, la malattia colpisce anche quelli
che hanno conosciuto l’unione col divino? Non colpisce loro, ma il loro corpo –
è una cosa diversa. Mahavira è separato dal suo corpo, il corpo è separato da
Mahavira. Voi siete totalmente identificati col vostro corpo. Mahavira è
separato sia dal corpo che dalla malattia, perché la relazione col corpo
avviene attraverso il desiderio. Il giorno in cui sperimentò l’unione col
divino, yoga, anche quella relazione finì.
Ora il corpo era separato, l’anima era separata –
tutti i ponti che li collegavano erano scomparsi.
E qualche volta, i corpi di quelli che hanno
raggiunto yoga, a causa della sparizione di questi ponti, diventano anche più
malati dei corpi di chi vive nella ricerca del piacere. Questo avviene perché
l’energia vitale non si focalizza più sul corpo. Il sostegno dell’energia
vitale non arriva più ed il corpo ne è disturbato. Così spesso i maestri
soffrono di malattie serie. Ma questo è quello che voi vedete – che stanno soffrendo di certe
malattie. Loro non la vedono così. Dal loro punto di vista, sono totalmente
liberi da malattie.
Quando la dualità è scomparsa ed è apparsa la
non-dualità, non può esserci la malattia – il malessere interiore. Le malattie
del corpo sono ancora molto probabili. In effetti sono un po’ più probabili di
prima, perché il corpo è rimasto senza sostegno. La brama di vivere è finita.
Non c’è più desiderio di vivere o di morire.
Uno yogi è indifferente alla vita: vive perché è
vivo. Vive fino a quando è vivo. Nel momento in cui il respiro si ferma, lui è
pronto. Da parte sua ha smesso di respirare, ora se dio vuole respirare
attraverso di lui, che lo faccia pure. Ora il corpo non è altro che una
macchina. Tutte le cose che sostenevano il corpo sono finite e, all’interno, si
verifica una specie di disinteresse, una sorta di indifferenza: si crea un
vuoto – l’attaccamento si è spezzato. Così, qualche volta, le malattie fisiche
colpiscono queste persone, ma le malattie interiori non sono possibili. Il
malessere interiore è possibile solo se c’è desiderio. La malattia è l’ombra
del desiderio, è un sottoprodotto del desiderio, arriva nascondendosi dietro al
desiderio. Sahajo dice: Dio mi ha fatta
vagare fra le illusioni dell’agire... Il mio maestro mi ha mostrato il mio vero
essere.
“Tu mi hai dato i sogni; mi hai dato l’illusione
di essere una che agisce. Mi hai dato la passione del fare, la follia di essere
chi fa.
Per innumerevoli vite mi hai fatto perdere la
strada fra infinite illusioni.
Il mio maestro mi ha svegliata e mi ha detto: ‘Tu
non sei il fare, tu non sei chi fa, tu sei pura esistenza.’ Il mio maestro mi
ha fatto scoprire chi veramente sono. Tu mi hai riempita di desideri per le
cose – a volte il danaro, a volte il potere o il prestigio. Mi hai fatto
inseguire tante mete, ma il mio maestro ha cancellato tutti i bersagli e ha
rivolto la freccia verso il mio interno. Il mio maestro disse: ‘Svegliati e
conosci te stessa. Il mio maestro mi ha mostrato il mio essere.” Così Sahajo
dice: “Dio non è pari al mio maestro.
Posso abbandonare dio, ma non lascerei il mio maestro. Dio si è tenuto nascosto
da me. Il mio maestro mi ha dato una lampada per illuminarlo.
“E poi hai veramente esagerato, dio! – non solo mi
hai fatta vagare in questo mondo, ma ti sei anche nascosto.
Il mio maestro mi ha dato la lampada della
meditazione, della preghiera, del samadhi.
Il mio maestro ha eliminato la barriera tra di noi.” Quello che Sahajo dice è:
“Tu ti nascondevi nell’oscurità e lui mi ha dato la luce. Il maestro ti ha
rivelato a me; attraverso il maestro ho potuto incontrare te.”
Soprattutto,
dio ha creato questa dualità di schiavitù e libertà.
“Tu hai creato nel mondo la dualità di desideri
mondani e di libertà. Tu hai dato inizio a tutto questo dolore; tu hai dato la
vita e la morte.”
Il mio
maestro ha distrutto tutte queste illusioni.
Questa è un’affermazione veramente rivoluzionaria.
Cercate di capire profondamente. La gente di solito pensa che quando la
schiavitù del desiderio è finita, l’uomo diventa libero. Ma quando finisce la
schiavitù del desiderio, allora, in realtà, finisce anche la libertà – perché
questa libertà fa parte della schiavitù. Quando si dissolvono le catene del
desiderio, anche la libertà svanisce. L’idea di libertà sorge solo a causa
della schiavitù.
Un uomo che si trova in prigione pensa: “Quando
mai sarò libero?”. Tu ti trovi fuori della prigione, ma hai mai pensato di
ringraziare dio per la tua libertà? Tu non ci pensi mai, alla libertà; solo un
carcerato pensa a quando sarà libero.
Il maestro
mi ha liberata
non solo dal
mondo, ma mi ha
anche liberata
dall’idea
di liberazione.
Lui mi ha dato
la liberazione
estrema: ora
perfino l’idea di
liberazione
non c’è più.
Quando non era in prigione, certo non pensava alla
fortuna di essere libero. È la schiavitù che crea il desiderio di libertà, così
che schiavitù e libertà sono i due lati della stessa medaglia. Soprattutto, dio creò questa dualità di
schiavitù e di libertà.
Sahajo dice a dio: “Hai creato sia la schiavitù
che la libertà.”
Il mio
maestro ha distrutto tutte queste illusioni. “Il maestro, non solo ha tagliato tutte le
catene, ma ha tagliato anche l’idea di libertà. Anche quella era un’illusione.
Il maestro mi ha liberata non solo dal mondo, ma mi ha anche liberata dall’idea
di liberazione. Lui mi ha dato la liberazione estrema: ora perfino l’idea di
liberazione non c’è più.”
Offro me
stessa, corpo, mente e anima ai piedi del mio maestro, Charandas.
Sahajo era una devota di Charandas, un grande
mistico; parleremo di lui un’altra volta.
Posso
abbandonare dio, ma non posso abbandonare – mai – il mio maestro. Ai piedi del suo maestro
ha già trovato dio. Offro me stessa,
corpo, mente e anima, ai piedi del mio maestro, Charandas.
Ogni cosa è consegnata a lui. Posso abbandonare dio, ma non posso abbandonare – mai – il mio maestro…
Per Sahajo il divino, nella sua totalità, si è manifestato in Charandas. E fino
a quando, anche per voi, dio non si sarà totalmente manifestato nel maestro,
non potrete considerarvi ancora dei discepoli. Fino a quel momento non sarete
in grado di vedere realmente il maestro. Se non potete vedere dio nel vostro
maestro, vuol dire che mancate di fiducia. Ma è impossibile… è quasi
impossibile per un uomo riuscire a vedere questo; ci riuscirà solo con un grandissimo sforzo spirituale. Per una
donna è molto facile.
Ecco perché, nella storia dell’umanità, i più
grandi maestri sono stati uomini e le più grandi discepole sono state donne. È
difficile trovare tra le donne maestri come Mahavira, Buddha, Charandas, Farid
o Kabir. Ed è difficile trovare fra gli uomini discepoli come Sahajo, Meera,
Daya, Rabiya, Teresa…
Molte volte mi chiedono, “Ci sono stati tanti
maestri nel mondo, perché nessuno di questi famosi maestri è una donna? Tanti
uomini sono diventati fondatori di religioni, ma nessuna donna ha mai fondato
una religione. Ci sono tanti libri sacri – il Corano,
Un uomo può diventare facilmente un maestro, ma
per lui è difficile essere discepolo, perché un discepolo deve essere umile.
Per lui è una grande fatica essere umile. Può meditare, ma gli è difficile
pregare. Lui continua a meditare, a meditare, ma nella meditazione non sottomette il suo ego, lo distrugge…
Cogliete questa differenza: per un uomo è
difficile abbandonare il suo ego, ma non gli è difficile ucciderlo. Un uomo
dice: “Ucciderò l’ego.” Ecco perché l’uomo dice: “Morirò, ma non mi
sottometterò – posso spezzarmi, ma non piegarmi.” Egli uccide l’ego. Accende il
fuoco della meditazione e brucia il suo ego, ma non andrà mai, umilmente, ai
piedi di qualcuno.
Un Mahavira e un Buddha, essi uccidono l’ego, lo
distruggono col fuoco, e in questo modo diventano senza ego.
Così si può arrivare a essere senza ego in due
modi: in uno si brucia l’ego – e questa è la mancanza d’ego di Buddha, di
Mahavira, la mancanza d’ego di un uomo; nell’altro si sottomette l’ego – la
mancanza d’ego di Sahajo, di Daya, di Meera.
E ricordate, la mancanza d’ego di un uomo è un
vuoto totale; quella di una donna è molto piena. L’interno di un uomo sarà
vuoto, quando si libererà dell’ego; quello di una donna sarà pieno fino
all’orlo, perché lei non ha distrutto niente. Lei ha usato l’ego, per lei l’ego
è stato un mezzo.
Una donna è a suo agio nell’arrendersi: questo è
il motivo per cui ci sono state grandi donne discepole, grandi donne devote. Le
donne raggiungono il massimo come discepole, ma per loro non è possibile
raggiungere grandi altezze come maestri. Il che è dimostrato dal fatto che dei
quarantamila sannyasin di Mahavira, trentamila erano donne. E la proporzione è
stata sempre questa. Su quattro persone che vengono da me, tre sono donne e uno
è un uomo. Sempre la stessa proporzione. Quando le donne vengono da me, entrano
subito in rapporto con me, immediatamente.
Gli uomini invece, hanno bisogno di tempo per
entrare in rapporto con me. Prima che ci sia armonia fra di noi, deve passare
un po’ di tempo. C’è un certo tira e molla: lui cerca per un po’ di non
arrendersi, mantiene il suo orgoglio, non apre il suo cuore interamente – cerca
di proteggere il suo ego.
La mente
femminile non
si esprime nella
meditazione,
ma nell’amore.
La donna arriva
alla meditazione
attraverso
l’amore.
ha conosciuto
la meditazione
solo per mezzo
dell’amore.
È imbevuta
d’amore.
Gli uomini che vengono da me, anche se hanno una
domanda personale, dicono: “Ho un amico la cui mente è tesa e irrequieta, che
non riesce a dormire la notte. C’è qualche cura?”.
E io gli dico: “Dovresti mandare il tuo amico,
così potrebbe dire che ha un amico che si sente teso e irrequieto e non riesce
a dormire la notte – in questo modo sarebbe più vero.”
Gli uomini temono perfino di ammettere la loro
malattia, perché essere umili – dire che non si riesce a dormire, che si è
venuti qui per imparare qualcosa da me – perfino questo è troppo difficile da
accettare per loro.
Quando vengono le donne, non dicono neppure che
hanno un problema, un disagio; le lacrime si mettono semplicemente a scorrere
dai loro occhi, cominciano a tremare in tutto il corpo. Non hanno bisogno di
dire che stanno soffrendo, si vede chiaramente.
La donna vede – un’onda sorge dal suo cuore,
un’onda che l’attraversa tutta – quell’onda le basta per credere. Quell’onda è
l’unica prova di cui ha bisogno.
Offro me
stessa, corpo, mente e anima. Ai piedi del mio maestro, Charandas. Ora non c’è altro dio per
Sahajo. Lei dice: “Ora che ho incontrato un maestro, sacrificherò tutto per
lui.” Posso abbandonare dio, ma non
abbandonerò, mai, il mio maestro. “Posso lasciare dio, ma non posso
lasciare il mio maestro.”
Le donne possono diventare discepole e devote di
altissimo livello, è facile per loro. Non pensate che gli uomini abbiano delle
qualità speciali e che possano per questo diventare maestri. Essere un
discepolo è una cosa altrettanto grande
che essere un maestro. Essere discepolo in maniera totale, vuol dire raggiungere
gli stessi picchi che uno raggiunge quando diventa totalmente maestro.
Quelli che arrivano attraverso la meditazione,
possono diventare maestri; quelli che viaggiano sul sentiero dell’amore possono
diventare discepoli, devoti. Il maestro è chi sa indicare la via agli altri, sa
insegnare il percorso.
C’è una cosa da capire: l’amore non può essere
insegnato, la meditazione sì. Così chi ha raggiunto la verità attraverso la
meditazione può indicare agli altri quale sia la via: liberatevi dell’ego in
questo o quest’altro modo – in questa maniera – l’ego scomparirà a poco a poco
e voi sarete liberi. Si può scrivere un
testo di meditazione: la meditazione è una tecnica. Ma non ci può essere nessun
testo di amore, perché l’amore non è una tecnica.
Se l’amore arriva, arriva – se non arriva, non
arriva. Che cosa si può ottenere a cercare di amare?
E allora, se nel vostro cuore spunta un raggio
d’amore, non soffocatelo. In quel momento non avete bisogno di nessuna
meditazione, sarà l’amore a prendersi cura di tutto. Se invece il raggio di
amore non arriva e voi siete in un arido deserto dove i semi d’amore non
germogliano – dove niente può germogliare – allora scegliete la meditazione; in
quel caso non c’è proprio nessun altro modo per liberarvi che la meditazione.
Quelli che sono passati attraverso la meditazione,
possono diventare maestri; chi è passato invece attraverso l’amore, ha già
raggiunto tutto proprio nell’essere discepolo. E quelli che si sono realizzati
attraverso l’amore non possono insegnare agli altri. Non si tratta di saper
insegnare o no – è solo che la cosa non può essere insegnata. L’amore non è
un’arte, l’amore è la più intima fragranza della vita. I più coraggiosi ci
arrivano in un attimo, perché non si tratta di imparare, si tratta di annegare.
È come andare a nuotare in un fiume: nuotare è una
cosa che può essere insegnata – ma puoi mai insegnare a qualcuno ad annegare?
Che bisogno c’è di insegnarlo? Se uno vuole annegare, può farlo immediatamente.
Diresti forse che prima, per un anno, devi imparare ad affogare, e poi affoghi?
Se per un anno cerchi di imparare ad annegare, allora non lo farai mai, perché
mentre impari come si fa ad annegare, avrai imparato a nuotare. L’affogare può
succedere proprio in questo momento, ma puoi aver bisogno di un anno per
imparare a nuotare.
La meditazione è come il nuoto – si deve imparare.
L’amore è come affogare. Ci vuole del tempo per eliminare l’ego. Per
abbandonare il tuo ego – puoi farlo adesso, subito. L’ego è là: si tratta solo
di lasciarlo andare.
La mente femminile si arrende facilmente. Le donne
sono come i rampicanti che salgono sugli alberi: per loro la flessibilità è
semplice e naturale. Per un albero è difficile piegarsi, a un rampicante cosa
importa?
Allora, cercate di capire con attenzione il primo
sutra di Sahajo. È un sutra d’amore. E non pensate che stia parlando contro
dio; sarebbe un errore, sarebbe un grosso sbaglio.
Sahajo parla con grande amore e dice: “In fondo,
che cosa mi hai dato? Ora non metterti su un trono più alto” – questo è un
rimprovero molto amorevole – “ora devi sederti su un trono un po’ più basso di
quello del mio maestro” – questa affermazione è fatta con grande amore.
Nella mente di Kabir ci sarebbe stato un certo
timore se dire o no una cosa del genere. Ma l’amore non conosce paure. Ecco
perché Sahajo può dire coraggiosamente, posso
abbandonare dio, ma non potrò abbandonare il mio maestro, dio non è pari al mio
maestro. Ma non pensate che sia un’atea. Sarebbe difficile trovare una
donna più religiosa di Sahajo.
Solo una persona religiosa può dire una cosa
simile. Un ateo non potrebbe assolutamente dirlo; da dove prenderebbe un tale
coraggio?
Solo una persona che, dal profondo del suo cuore,
sa che nel trovare il maestro ha trovato il divino – solo quella persona può
dire una cosa simile. Solo una persona che ha già raggiunto la suprema verità
può parlare così dolcemente e rimproverare con tanto amore.
Questo è un gioco fra una devota e il divino. Lei
dice: “Smettila, non fingere. Tu non mi hai dato niente che meriti qualcosa. Mi
ha dato il mondo, la schiavitù, i desideri; mi hai resa disperata, mi hai
gettata nell’oscurità. Il mio maestro mi ha tirata su.
Ora non posso metterti al di sopra di lui. Per
favore mettiti su un sedile più basso.”
E ho l’idea che se dio dovesse trovarsi di fronte
a Sahajo, la rispetterebbe e si metterebbe in un posto più basso del suo
maestro. Non perché egli sia più basso, ma perché sa che non può assolutamente
essere più basso; non perché sia arrabbiato, ma perché sa che tutto è stato
detto con grande amore – è un rimprovero d’amore, una lamentela fatta con
amore. E Sahajo non gli sta chiedendo veramente di sedersi più in basso.
Provate a pensarci – come può lei metterlo più in
basso? È possibile che una che non può mettere il suo maestro più in basso di
dio, possa poi mettere dio più in basso del maestro? È impossibile! Ma non
giudicate con la logica i discorsi degli amanti. Gli amanti dicono una cosa
quando vogliono dirne un’altra.
Gli amanti possono dire una cosa e voler dire
qualcosa di completamente diverso. I discorsi degli amanti sono molto sottili.
Se vogliamo riassumere questo sutra, Sahajo sta
dicendo a dio: “Tu già vivi nel mio maestro; non è possibile per me vederti
separato dal mio maestro. Per me, o il maestro è diventato dio, oppure dio è
diventato il maestro.”
tratto da:
Showering Without Clouds #1
Copyright © Osho International
Foundation 1998
in ogni
sguardo,
in ogni
stella…
Una domanda
piena d’amore
Amato
Maestro,
A
volte nei tuoi discorsi dici proprio delle sciocchezze. Come puoi consigliarci
di andare a cercare un maestro vivente, se tu muori? Sai molto bene che siamo
sposati per l’eternità. Se stai tentando di sfuggire a questo matrimonio, sei
messo male: non c’è divorzio per gli dei! Sta’ sicuro che continueremo a darti
la caccia dappertutto, in ogni pietra, in ogni fiore, in ogni sguardo, in ogni
stella…
Il
fatto è che sono sicuro, ecco perché posso giocare – ecco perché posso dire:
“Cercatevi un maestro vivente.” Sono così sicuro di voi. La mia fiducia in voi
è assoluta, è per questo che posso dire: “Quando sarò morto non vi preoccupate
di me, cercatevi un maestro vivente.” Ma se mi avete amato, resterò vivo per
voi, per sempre. Vivrò nel vostro amore. Se mi avete amato, il mio corpo
scomparirà, ma per voi non sarò morto. Sì, posso dire tante sciocchezze perché
conosco il vostro amore: mi fido del vostro amore.
Quando un maestro dice: “Non andate da nessuno,
restate attaccati a me. Anche quando sarò andato, continuate a restare con me.
Non andate da nessuna parte.” – questo significa solo che non si fida di voi.
Ha paura, ha dei dubbi – sa che, una volta andato lui, anche voi ve ne andrete.
Anzi, sa benissimo che ve ne andrete persino mentre lui è ancora in vita. Si
protegge, dice: “Non andate da nessun altro. Io sono l’unico.” Un
accaparratore. È così dubbioso, che il suo matrimonio coi discepoli è una
specie di monogamia. Ha paura. Ha paura perché è possibile un divorzio – lo
teme e vuole proteggersi in ogni modo, perché non succeda. Lui dirà: “Non
adorate mai nessuno, non amate, non riverite, non ascoltate nessuno, non andate
da nessun altro – guardate solo me e dimenticate il resto del mondo. Amate solo
ed esclusivamente me.” Io non vi dico questo. Io so che mi cercherete anche
quando me ne sarò andato. Sì, posso fidarmi che mi cercherete in ogni pietra,
in ogni fiore, in ogni sguardo e in ogni stella. E io posso promettervi una
cosa: se mi darete la caccia, mi troverete… in ogni stella e in ogni sguardo…
perché, se avete realmente amato il maestro, vi sarete mossi con lui
nell’eternità. È un rapporto che va oltre il tempo, è senza tempo. Non ci sarà
alcuna morte.
Il mio corpo scomparirà, il vostro corpo
scomparirà – e questo non porterà alcun cambiamento. Se qualcosa cambia con la
scomparsa del corpo, allora vuol dire che non c’era stato amore.
L’amore è qualcosa che va oltre il corpo. I corpi
vanno e vengono, l’amore rimane. L’amore contiene l’eternità – senza tempo,
senza morte.
Ecco perché, Sita Ma – la domanda l’ha fatta Sita
Ma – ecco perché qualche volta posso dire sciocchezze.
So che voi riuscite a trovare un senso, persino
nelle mie sciocchezze. So che capirete, che non sarò frainteso – ecco perché.
tratto da:
The Divine Melody #10
Copyright © Osho
International 1978
che una
donna
diventi un
maestro
La
consapevolezza è la via dell’uomo, l’amore è la via della donna.
Amato Osho,
perché nessuna donna illuminata si è
realizzata come maestro?
Una
donna non
può essere un maestro: non è possibile. Quando una
donna raggiunge l’illuminazione diventa un’amante. La realizzazione di una
donna è amore, il fluire di una donna è amore. Una mente femminile non si da
come meta l’essere maestro: le donne non diventano maestri, diventano amanti.
Essere maestro è di per sé un obbiettivo maschile.
La consapevolezza è la via dell’uomo, l’amore è la
via della donna. Sulla via della consapevolezza è possibile insegnare l’amore?
Puoi fiorire, puoi splendere nell’amore, ma come puoi insegnarlo? Sì, se
qualcuno lo vuole apprendere da te, lo apprenderà, ma non per questo sarai un
maestro. E donne simili sono esistite: Rabiya, Meera, Mallibai, Maddalena,
Teresa. Donne simili sono esistite: Sahajo, Daya, Laila. Molte le donne
illuminate, ma nessuna divenne un maestro. Erano così arrese a dio da diventare
amanti. Meera dice: “Sono la tua amante, o mio signore”, un’amante di Krishna,
dio stesso. Ella canta la canzone della gloria al suo signore, danza. Chiunque
può prendere da lei, trabocca, ma lei non può essere un maestro. È arresa, la
sua arrendevolezza è assoluta. Sì, se le sei vicino, imparerai cosa vuol dire
arrendersi... ma sarai tu ad apprendere, non lei a insegnare: una donna non può
essere un maestro.
Per insegnare, occorre un tipo diverso di energia.
Lasciatemelo dire in questo modo, questa è la mia esperienza: è molto difficile
per un uomo diventare un discepolo, molto difficile per un uomo diventare un
discepolo; anche se lo diventa, lo diventa con riluttanza: arrendersi è
difficile. Come può arrendersi la volontà? Anche se si arrende, si arrende solo
alla condizione di poter diventare un giorno un maestro. Diventa un discepolo
per diventare un maestro. Per un uomo è difficile arrendersi, mentre per una
donna è molto semplice. Per una donna è molto semplice diventare un discepolo,
per una donna è molto difficile diventare maestro: anche dopo aver raggiunto
l’illuminazione rimane arrendevole. E l’uomo non si arrenderà fino in fondo,
anche se non si è ancora illuminato. In superficie dimostrerà arrendevolezza,
ma da qualche parte in profondità l’ego persiste.
Un uomo può diventare un ottimo maestro. Una donna
può diventare un ottimo discepolo, perché diventare un discepolo significa
diventare ricettivo, diventare un recipiente, diventare un ventre. Diventare un
maestro significa diventare un donatore.
È lo stesso fenomeno… così come esiste a livello
biologico, continua anche a livello spirituale. Dal punto di vista biologico
una donna è pronta a ricevere il seme dell’uomo che ama. Un uomo non può
diventare una madre, può solo diventare un padre – può solo far scattare il
fenomeno. La donna diventerà la madre, porterà il bimbo nel suo ventre per nove
mesi, nutrirà il bambino col suo sangue e il suo essere, questa è la gravidanza
– anche a livello spirituale succede la stessa cosa.
Quando una donna viene da un maestro è
immediatamente pronta ad arrendersi. Se qualche volta succede altrimenti – a
volte esistono donne molto riluttanti ad arrendersi – questo dimostra solo che
esse hanno perso il contatto con la loro femminilità. Non sanno chi sono, si
sono distratte dal loro centro. Non sanno come arrendersi perché non sanno come
essere donne.
Se sapete come essere donne, se siete donne,
arrendersi è molto semplice, viene con assoluta facilità.
Tutti i grandi discepoli nel mondo furono donne.
Buddha ebbe migliaia di discepoli, ma la proporzione è sempre stata la stessa:
tre donne, un uomo. La stessa proporzione si ebbe con Mahavira, aveva più di
quarantamila sannyasin: diecimila uomini e trentamila donne. Lo stesso fu il
caso di Gesù. I seguaci veramente devoti intorno a lui non furono gli uomini,
ma le donne.
Quando fu crocifisso, tutti gli uomini scapparono,
non un solo uomo era presente – tutti i cosiddetti apostoli erano scomparsi –
ma le donne rimasero. Tre donne erano presenti. Non ebbero paura, erano pronte
a sacrificare se stesse. Quando Gesù fu deposto dalla croce non si vide neppure
un uomo, i discepoli erano fuggiti. Uno o due erano presenti ma si nascondevano
tra la folla: le donne deposero il corpo – ed è molto significativo che quando tre
giorni dopo Gesù riapparve, risorto, apparve prima a Maria Maddalena e non a un
uomo. Questo è molto significativo. Perché? Che ne era stato dei dodici
apostoli? Perché a Maria Maddalena? E lei lo riconobbe immediatamente e corse
verso di lui e disse: “E così mio signore, sei ancora vivo”. E quando Gesù
apparve ai suoi discepoli maschi, essi non lo riconobbero. Pensarono: “Sembra
uno scherzo. Come può essere tornato quest’uomo?”.
Si dice che quando apparve davanti ai suoi
discepoli, discepoli maschi, camminò per ore con loro ed essi non lo vollero
riconoscere. Continuarono a parlare di Gesù, e Gesù camminava al loro fianco.
Erano un po’ imbarazzati per la somiglianza di quest’uomo – assomigliava a
Gesù, ma come poteva esserlo? Solo apparenza? Non ci si deve fare ingannare
dalle apparenze. Per due ore camminarono insieme: quando entrarono in una
locanda, tutti e tre sedettero a mangiare, e quando Gesù spezzò il pane essi lo
riconobbero. Menti molto materialiste, perché videro all’improvviso... perché
ogni atto di Gesù – ogni suo gesto – era suo, autenticamente suo. Ma essi lo
riconobbero perché stava spezzando il pane nel suo solito modo: avevano visto
Gesù spezzare il pane per anni – allora lo riconobbero, ma per due ore la sua
presenza non era stata riconosciuta.
Maddalena lo riconobbe immediatamente. Quando andò
a dire ai discepoli maschi che Gesù era risorto, essi risero. Dissero: “Donna,
hai le allucinazioni”. Risero e dissero: “Le donne sono sempre così:
immaginarie, sognatrici e romantiche. Guardate questa pazza. Gesù è morto! Lo
abbiamo visto morire sulla croce con i nostri occhi”.
Lei piangeva e diceva: “Ascoltatemi, l’ho visto!”
Ma essi non la vollero ascoltare.
Una donna può essere un discepolo perfetto, e così
dovrebbe essere.
Una donna è ricettiva, disponibile, un ventre.
Esse non sono mai state maestri – nel senso in cui gli uomini sono stati
maestri – come Mahavira, Buddha, Zarathustra, Lao Tzu. No, non sono mai stati
maestri in questo modo. Ma non ci sono mai stati discepoli simili alle donne: nessun
uomo è mai stato simile a loro per quanto concerne l’essere un discepolo.
E lasciate che vi dica questo: per quanto riguarda
questa divisione di maschile e femminile, la mente femminile è più beata,
perché la cosa essenziale è ricevere la verità, non darla – darla è secondario.
Una donna è sempre più totale di un uomo. Ogni
volta che riceve la verità, diventa luminosa; tutto il suo corpo, tutto il suo
essere lo rivela: emana un’aura.
Non avete mai visto una donna incinta? Come
diventa splendida, il suo volto risplende. Porta dentro di sé una nuova vita, e
questo non è nulla in confronto a una donna che diventa un vero discepolo! Essa
trasporta dio dentro di sé. La sua gloria è infinita.
Quindi non preoccupatevi del perché le donne non
diventano maestri.
Non è necessario. Se potete diventare discepoli,
questo è naturale e in questo modo rimarrete in armonia con la vostra natura.
tratto da:
Tao: The pathless path Vol.1 #10
Copyright © Osho International 1979
Ma Prem Maneesha ci racconta come, dopo tanti anni
nella Comune di Pune, è riuscita a portare la sua esperienza della meditazione
nel mondo del lavoro.
Sarà forse perché il mio sannyas e il mio
compleanno cadono tutti e due sotto il segno della Bilancia, che mi è sempre
piaciuto tentare di “comunicare con l’altro”. Ma è stato solo durante i miei
anni con Osho che ho avuto tante occasioni di esplorare l’arte della
comunicazione.
Questo processo di costruzione del ponte – come lo
chiamo io – cominciò nel 1975, quando Osho mi suggerì di tenere i diari dei
darshan (la registrazione dei suoi discorsi con sannyasin e altri ricercatori).
Un compito che mi richiedeva di essere totalmente presente e vigile durante
tutti i discorsi della serata, osservando lui, la persona a cui si rivolgeva e
il gruppo nel suo insieme – tutto nei minimi particolari.
Gli oltre 60 libri ai quali ho lavorato sono stati
una fatica d’amore.
Poi nel 1988, per nove mesi, mi è stata affidata
la responsabilità di formulare le domande per le serie di discorsi sullo Zen.
Questa fu una sfida ulteriore alla mia capacità di osservazione – osservazione
di me stessa e della mia comprensione di quello che Osho ci stava dando in quel
suo modo unico di trasmetterci qualcosa. Altre occasioni per sviluppare le mie
abilità di consapevolezza e di chiarezza furono i colloqui con la stampa –
nella Comune di Pune – e lo scrivere dei libri: la trilogia, o come la chiamava
Osho “la documentazione storica” sull’evoluzione del suo lavoro, e il mio
quarto libro “My Peak Moments with Osho,
the Unsurpassable Man”. Scrivere questo libro è stata, fino a ora, la
situazione più stimolante che possa ricordare, poiché cercavo di descrivere i
particolari dei miei più intimi processi interiori in modo che potessero essere
comprensibili anche agli altri.
Quando lasciai
Nel marzo scorso sono andata in Nuova Zelanda per
parlare della meditazione nell’ambiente di lavoro. Fui invitata a parlare a un
gruppo di donne lavoratrici in proprio, il WISE – Women in Self-Emploiment. La prima conferenza, a un gruppo di circa
50 donne, era in una filiale di campagna. Erano persone molto diverse: una
aveva una piccola casa editrice, un’altra conduceva una pensione per cani, una
terza era un’estetista. Un’altra ancora era un’imprenditrice agricola – un
donnone dalla carnagione rossa – che da sola conduceva una fattoria con più di
cento mucche da latte!
Nella prima parte del mio discorso – usando il
Modello della Consapevolezza Umana di Ma Karuna, (direttrice del Osho for Consciousness in Organization)
specializzata in workshop per manager – esposi i temi comuni a chiunque lavori
in Occidente. Poi mostrai, argomento per argomento, come la meditazione possa
risolvere, eliminare o trasformare tali situazioni prima individuando e
cancellando il condizionamento e poi nutrendo i semi della consapevolezza che
sono dentro di noi.
Durante un intervallo, la coordinatrice mi venne
vicino, con gli occhi che le brillavano. Io sapevo che era stata un po’ titubante
nell’invitare “un tipo New Age” – come certamente mi viveva – a tenere una
conferenza a questo gruppo di donne piuttosto tradizionale. “Maneesha,”
esclamò, “le hai in pugno.”
Dopo l’intervallo proposi di provare una breve
meditazione alla fine della serata: “Lo gradivano?”. E tutte gridarono con
entusiasmo: “Sì!” le loro facce luminose come quelle di bambini dell’asilo a
cui è stato offerto il gelato. Così le guidai in una breve meditazione,
portandole a stare nel momento, incoraggiandole a essere sensibili a tutto
quello che succedeva, dentro e fuori di loro.
Furono così contente che mi chiesero di ritornare,
cosa che feci la settimana dopo, proponendo loro la meditazione Kundalini. Non
mi fu possibile tornare una terza volta, perché ero in partenza dalla Nuova
Zelanda, ma gli presentai due sannyasin del posto che accettarono di tenere una
serie di meditazioni.
Il mio secondo discorso fu più formale, lo tenni
per circa 70 donne, dopo una cena a inviti. Se fosse stato per me non avrei
scelto di mangiare chiacchierando educatamente, per poi alzarmi e tenere una
conferenza. Ma era stato organizzato così, e allora mi dissi che sarebbe stata
una sfida interessante e accettai.
A parte Jivan Mary, che era venuta a darmi un
sostegno morale, ero l’unica sannyasin presente; là in piedi, davanti a un
folto gruppo di donne d’affari, capaci ed eleganti, che sorseggiavano il caffè.
A poco a poco il brusio delle loro voci si smorzò, mentre loro mi guardavano,
piene di aspettativa.
Seguendo il modello del mio primo discorso,
mostrai loro come i vari metodi di meditazione e una comprensione meditativa
potevano fornire possibili soluzioni ai problemi concernenti il lavoro. Mentre
parlavo, mi guardavo intorno: molte facce esprimevano un caldo interessamento
alle mie parole. Mi stavo mettendo in contatto. Era eccitante osservare il
ponte mentre veniva costruito. Raccontai un aneddoto divertente e loro risero.
Poi continuai dicendo qualcosa che chiaramente trovava risonanza in loro,
perché sembravano commosse; potevo capirlo da come stavano sedute, dalle loro
facce, dal silenzio che si sentiva nella stanza.
Ogni tanto osservavo dentro di me: “Maneesha, stai
parlando a queste donne della visione di Osho, sebbene loro non se ne rendano
conto! Ma è ovvio che è proprio quello che vogliono sentire”.
Più tardi, tornando in macchina con Mary, mi
sentivo euforica. Era stata una cosa notevole stare là, davanti a loro, a
cercare di dimostrare la connessione tra il mondo della meditazione – nel quale
ero stata immersa per 15 anni, vivendo in India alla presenza di un mistico
illuminato – e la loro realtà lavorativa – condurre affari nella ricca, moderna
città di Auckland, in Nuova Zelanda.
Ma era una sfida che mi piaceva terribilmente.
Una settimana dopo, fui invitata a parlare in un talk-show,
una volta alla settimana, per quattro settimane. Era una situazione che mi
spaventava un po’, perché avevo solo dieci minuti per condensare tutto quello
che volevo dire sulla meditazione e sul suo ruolo nel mondo del lavoro. Questa
volta non potevo leggere il linguaggio del
corpo dei miei ascoltatori per accertarmi che il ponte li stava raggiungendo, non potevo neppure
sapere se c’erano degli ascoltatori.
Seduta in un minuscolo ufficio, con le cuffie alle orecchie e un microfono
davanti, sarei stata a parlare nel vuoto.
“Cari ascoltatori, sono le 11.05 e stamattina
abbiamo Maneesha con noi...” l’intervistatrice cominciò, con la sua voce forte
e vivace e, nel giro di pochi secondi, puntava l’indice verso di me: “Sei in
linea!” ed io cominciai a parlare. La stanza dove mi trovavo, una scatola
praticamente, era stracolma di carte e documenti, tazze sporche di caffè e
posacenere traboccanti. Era carica di tensione e tutto accadeva a ritmi
febbrili. “Come diavolo fa questa donna a sopravvivere in questo ambiente?”
diceva una parte del mio cervello, mentre parlavo nel microfono.
A un certo punto, mentre rispondevo a una domanda
della mia intervistatrice, qualcuno entrò silenziosamente e cominciò a parlare
con lei. Io fui lasciata lì a parlare alla sua schiena e – speravo – a migliaia
di ascoltatori senza volto, da qualche parte nei sobborghi di Auckland!
L’intero esercizio era così potenzialmente sconcertante, che improvvisamente mi
resi conto di trovarmi in presenza di un perfetto strumento gurdjeffiano!
Era chiaro: o io andavo fuori di testa, perdevo la
rotta e venivo travolta dalla tensione, oppure potevo usare la situazione per
trovare dentro di me uno spazio dove essere del tutto indifferente a quello che
mi succedeva intorno.
Miracolosamente, fu proprio quello che accadde. Il
“centro del ciclone” di cui avevo così spesso sentito parlare da Osho, era
proprio là, proprio nel momento in cui mi serviva.
Pochi minuti più tardi, uscivo dagli edifici della
stazione radio, veleggiando radiosa… Che conferma fantastica di tutto quello
che sto imparando come ricercatrice! Che emozione poter cogliere il frutto di
tutti gli anni vissuti nella Comune sotto la guida amorevole di Osho!
Spero di essere riuscita a raggiungere dei cuori
aperti – probabilmente non lo saprò mai.
… si
nascondono altre cose, come i bisogni, i desideri e le aspettative.
Amato Osho,
mi accorgo sempre di più che nelle
relazioni la cosa essenziale per me, e anche il mio desiderio più forte, è di
essere amata e accettata completamente, proprio così come sono. È questo un
altro modo di essere bisognosa e pretenziosa? Vorresti fare un po’ di luce in
questa confusione in cui mi trovo?
Tamar,
tu hai messo tutto
sottosopra. Io ti ho detto di accettare ognuno per quello che è. Non pretendere
che l’altro soddisfi una visione ideale che viene dai tuoi condizionamenti, che
sia come la tua fantasia se lo immagina. Questa non è la via dell’amore e
neppure un modo di comportarsi umanamente.
L’amore accetta la persona, così com’è. Certo,
essere accettata totalmente la fa cambiare moltissimo. Ma tali cambiamenti non
sono stati richiesti, avvengono da soli. Tu hai messo le cose in modo
completamente sbagliato. Invece di accettare gli altri così come sono, vuoi
essere accettata tu, così come sei.
La tua domanda è veramente buffa e mostra come tu
continui ad ascoltarmi, e poi a inventarti quello che non ho mai detto. In
tutta la mia vita non ho mai detto una cosa simile. Ho detto esattamente il
contrario.
Tu dici: “Mi accorgo sempre di più che nelle
relazioni la cosa essenziale per me, e anche il mio desiderio più forte, è di
essere amata e accettata completamente, proprio così come sono. È questo un
altro modo di essere bisognosa e pretenziosa?” È semplicemente il modo di
essere stupida.
Ho sentito di un uomo che rimase celibe fino al
suo ultimo respiro. Mentre stava morendo – ed era molto vecchio, novant’anni –
e non era neppure religioso… perché fosse rimasto celibe era un mistero. Molte
volte gli era stato chiesto il perché, ma lui sorrideva senza mai rispondere.
Adesso gli amici si erano riuniti intorno a lui e gli chiesero: “Almeno ora,
prima di lasciare il corpo, svelaci questo mistero; altrimenti continuerà a
torturare le nostre menti, ci rimarrà la curiosità e nessuno sarà in grado di
trovare la risposta. Solo tu puoi dirci perché sei rimasto celibe.”
L’uomo rispose: “Adesso posso dirvelo. Sono
rimasto celibe perché cercavo una donna perfetta.” Gli amici, stupiti, gli
chiesero: “Hai cercato per tutta una vita, per novant’anni, e non sei riuscito
a trovare una donna perfetta?”.
“Questa è la cosa più triste,” disse l’uomo. “Una
volta incontrai una donna perfetta, ma lei stava cercando un uomo perfetto.”
Ora, non è in mano tua, non è in tuo potere che
l’altro ti accetti così come sei e che tu venga amata e accettata
completamente. Non puoi costringere nessuno ad avere questo tipo di idee. Sì,
tu puoi amare qualcuno, così com’è, senza fargli richieste. Ma tu hai ribaltato
tutto. Tu, piuttosto di diventare una persona che accetta gli altri, hai sviluppato una nuova idea – un’idea
alquanto originale: che devi essere tu a essere accettata così come sei, e
amata totalmente proprio come vuoi. In questo modo non sarai mai amata e non
sarai mai accettata. Resterai sempre vuota, ti mancherà sempre qualcosa e
vivrai nella disperazione.
Hai messo il carro davanti ai buoi, in questo modo
non c’è possibilità di movimento. Usa un po’ d’intelligenza e accorgiti di
quello che stai facendo. È una cosa impossibile. E non chiedere mai
l’impossibile, a meno che tu non sia disposta ad accettare una grossa
frustrazione.
Una mattina una donna stava guardando i suoi
vicini che si abbracciavano davanti alla loro porta d’entrata… “Quella è la
coppia più affiatata che abbia mai conosciuto.” Disse rivolta al marito. “Ogni
volta che lui esce, le da un lungo bacio. Perché non lo fai anche tu?”.
“E perché dovrei?” Borbottò il marito, senza
alzare gli occhi dal giornale.” La conosco a malapena.”
Quando vi parlo, per favore, cercate di capire
quello che sto dicendo. Non continuate a leggere il giornale.
tratto da: The New Dawn, # 32
Copyright © Osho International Foundation
1989
INCONTRA
L’OCCIDENTE
È possibile
l’incontro tra mondi così diversi?
In questa
intervista ci vengono raccontate la bellezza e le difficoltà di queste storie
d’amore.
Sw. Shemesh
(59 anni, svizzero) e Medhavi (32 anni, di Taiwan)
D: Come si sta con un uomo che viene da una cultura completamente diversa?
Che cosa rende la relazione così attraente, così affascinante?
Medhavi: Per me si tratta di una
grossa sfida. Come dici tu, sono molto diversi sia la cultura che il
background, che le abitudini.
D: Hai detto una grande sfida, ma in che senso?
R: Devo sperimentare
qualcosa che sapevo già, ma che non avevo il coraggio di affrontare. Io sono di
Taiwan, e ora mi trovo a esplorare qualcosa che avevo represso per molto tempo.
D: Cosa per esempio?
R: Forse il sesso, e anche
l’amicizia. Specialmente nella Comune.
D: E cosa hai scoperto?
R: Per me è un
decondizionarmi da certe abitudini, come il cibo, il modo di comportarsi, la
cultura. A Taiwan, di solito, quando abbiamo un partner non frequentiamo molto
gli altri, diamo un sacco di energia al nostro compagno. Stando con lui ho
cominciato a imparare come si fa a condividere l’energia anche con altre
persone. E questo è piuttosto scioccante per me. Per quanto riguarda la
personalità – per me era sempre stato un guardarmi dentro, non mi aprivo tanto
con gli altri, non parlavo tanto. All’inizio non avevo una vera vita sociale. Ora
questo è cambiato, mi sto aprendo. Ma per me esprimere me stessa e i miei
sentimenti è veramente difficile.
D: Stai imparando a comunicare i tuoi sentimenti… ci sono
talvolta problemi di comunicazione tra di voi?
R: Sì. Innanzitutto la
lingua è un grosso problema. E sento che anche la mente disturba moltissimo. A
volte sono io troppo nella mente, a volte è lui. In quei momenti la
comunicazione diventa quasi impossibile. Ma se ci troviamo in uno spazio
meditativo, allora ci capiamo anche senza parole. In effetti siamo molto
connessi a livello interiore, ma, a causa della mente credo… dobbiamo proprio
venire qui (ride).
D: Potresti dirmi brevemente cosa rende così attraente, così speciale
stare con un occidentale?
R: Lui è il mio specchio.
Quando sono con gli orientali, con persone della stessa cultura, di solito non
riesco a vedere molto. Ma con lui vedo un’altra parte, una parte diversa, e
devo accettarla. All’inizio mi facevo delle fantasie sugli occidentali.
Sognavo. Vedevo i film che mostravano una vita completamente diversa, romantica
(ride).
D: Riguardo al suo essere occidentale, c’è qualcos’altro di
importante per te? Qualcosa di diverso?
R: Sì. Io credo che il modo
di comunicare sia diverso. Gli occidentali hanno più rispetto per tutto. Il
loro modo di parlare è più gentile…
D: Ti senti più rispettata con un uomo occidentale?
R: Sì. Ma quando parlo io,
lui crede sempre che stia gridando… È un grosso problema. Anche se è cambiato
un po’ ultimamente, lo stesso… E in me c’è un sacco di rabbia e di gelosia,
qualche volta l’inconscio viene fuori e allora parlo in tono diverso. Per me è
difficile dare molte spiegazioni o dire: ‘tesoro, amore mio”. Io sono sempre
molto diretta.
D: Cosa rende così attraente e interessante stare con una donna
orientale? In che cosa è speciale?
Shemesh: Beh, per me una donna è
una donna, ed è proprio questa la cosa misteriosa, da dovunque provenga. Per
me, quello che rende così affascinante la situazione con questa donna di
Taiwan, è la scoperta che – nonostante tutta questa distanza fra Est e Ovest –
lei è molto simile a me, nella sua essenza, nel suo essere. Lei è uno specchio,
per me, perché reagisce alle cose proprio come faccio io. Lei riesce a essere
così simile a me, per come si rapporta all’esoterico, alla meditazione, ai soldi,
agli amici, a tutto, perfino all’amore fisico – lei è proprio come me! È quello
che dice Osho – non c’è differenza tra Est ed Ovest – giù, nel profondo. Io
posso realmente vedere la verità di queste parole. Se c’è un ostacolo, è la
lingua. Però, d’altra parte, questo ti spinge a essere più sintonizzati nelle
energie, a essere sensibili, a comunicare superando le sole parole… e questo è
bello, è un’esperienza diversa.
D: Allora la vostra provenienza da mondi così diversi non
costituisce un ostacolo? Tu non trovi che esista una polarità, degli opposti,
da superare?
R: No. Nel profondo, no.
Certo, in superficie, ci sono delle cose, come il linguaggio, per esempio, e
un’educazione diversa. Loro non conoscono cose che noi diamo assolutamente per
scontate. Questo impedisce la comunicazione in certe aree, ma ti rendi conto
che non ce n’è bisogno, che non c’è niente di veramente importante in quelle
aree. E così vieni ricondotto all’essenziale.
D: E tu non lo senti come un limite?
R: No, questo non è affatto
un limite, perché si tratta di cose essenziali. A volte, il fatto che lei non
sappia delle cose note nella nostra cultura può provocare una certa impazienza,
è vero, ma è anche un altro modo per stare all’erta. Ti trovi a dover
comunicare e spiegare qualcosa che tu credi sia importante e che importante non
è…
D: Questa relazione con una donna orientale ti ha portato a
scoprire cose di te che prima non vedevi? Ti dà delle nuove intuizioni?
R: Non particolarmente, non
più che in qualsiasi altra relazione. La sfida è stare con una donna, tutte le
donne fanno impazzire gli uomini. Forse con uno stile diverso. Ma ognuna è
unica… sì, posso dire che è un’esperienza diversa, ma non perché lei è
orientale.
D: Mi pare di capire, allora, che questa differenza fra Est e Ovest
sia molto in superficie.
R: Dipende da quanta
comprensione ci metti. Penso che per qualcuno sia insuperabile e per altri no.
Se fosse veramente insuperabile, allora sarebbe meglio lasciar perdere.
Comunque non è sempre così facile, a volte anche quelle piccole cose
superficiali hanno un peso.
D: In che senso?
R: La lingua, per esempio. A
volte, per me, la cosa difficile è proprio spiegarmi. Allora devo aver pazienza
e insegnarle l’inglese.
Sw. Anand
Riten (47 anni, tedesco) e Anju (37
anni, giapponese)
D: Cosa rende così attraente stare con una donna con un
background culturale diverso?
Riten: Penso che non si possa
dire in una frase. Ci sono molte cose da considerare. Una è che tu hai sempre
conosciuto donne occidentali, hai avuto molte relazioni e dopo un po’ non hai
più bisogno di essere così tanto consapevole. Con una donna asiatica invece
devi essere attento in ogni istante: cosa vuole? cosa sta dicendo? La sua mente
funziona in tutt’altro modo. E questa è una sfida, ti spinge sempre a essere consapevole.
Perché gli schemi di comportamento sono diversi.
D: Così vieni sfidato in ogni momento?
R: Sì, la sfida è continua.
Perché non puoi aspettarti il comportamento abituale in Occidente: a questa
domanda risponderà così, a questo gesto reagirà in questa maniera… Quando dice
no, può voler dire sì. Dicono no per essere educati… e così via, riuscire a
capirlo è veramente una sfida.
D: Quali sono le difficoltà in una relazione con un’orientale? E
cosa la rende così attraente?
R: La cosa attraente, quando
escludi la mente, è che trovi qualcosa di molto aperto, naturale e umano,
perché loro guardano a se stessi in maniera completamente diversa, proprio
senza essere troppo nella mente.
Se usi la mente e cerchi di interpretare questa
relazione, ti troverai nel caos : “Io non ti capisco!” “Che cosa vuoi dire?”
“Ma perché fai così questa cosa?” eccetera, eccetera. Io ho il mio
condizionamento e il suo è completamente diverso. Ci vuole uno sforzo costante
per capire quello che c’è dietro, dietro le cose che la mente occidentale
proprio non riesce a capire. “Ma cosa vuole? Che sta facendo? Perché sta
facendo così?”
D: Allora la sfida, per te, è quella di lasciar perdere la
mente?
R: Sì, è proprio questo che
mi fa toccare il limite. Probabilmente avrei lasciato perdere tutto un sacco di
volte, se non fosse per il fatto che la mente, a un certo punto, non ha più
niente da dire, è finita. A quel punto tutto è di nuovo possibile. E ci sono
tante cose in più, quando non c’è la mente.
D: Cosa c’è di attraente per te nello stare con un uomo
occidentale? Che cosa rende questo rapporto così diverso da quello con un uomo
della tua stessa cultura? Ci sono difficoltà?
Anju: Sì, anche le difficoltà…
Abbiamo punti di vista molto diversi, particolarmente se si tratta del corpo, della
salute. Se ci succede qualcosa, abbiamo opinioni completamente opposte.
D: Rispetto a che cosa, per esempio?
R: Proprio rispetto alla
salute del corpo. Per esempio, quando andiamo a letto, noi giapponesi, mettiamo
il pigiama. Questa è la nostra cultura, il nostro corpo è abituato così.
Secondo lui, invece, è una fatica per il corpo, ne indebolisce le funzioni. Ma
io ho vissuto trent’anni coll’abitudine di metter su qualcosa, non posso
cambiarla adesso perché il suo condizionamento è un altro. Ma lui ha le sue
idee sulla salute. Per lui è difficile accettare la mia opinione.
D: Riuscite a parlarne? C’è comunicazione fra di voi in queste
occasioni?
R: Sì, certo, ne parliamo:
lunghe discussioni – un’ora, due ore. E se io non dico nulla la sua mente non capisce
cosa mi stia succedendo e questo lo preoccupa allora vuole condividere la sua
ansia con me e mi continua a chiedere: “Cosa succede? Cosa sta succedendo?”
D: E tu non ti senti di parlare?
R: No. Perché io non mi
sento così sicura su tutte le cose. Sento che c’è qualcosa di molto sottile… mi
è difficile esprimere i sentimenti con le parole. E lui continua a chiedermi, a
chiedermi… e io dopo un po’ non ne posso più. Quando invece dico qualcosa, lui
si sente bene. La sua energia cambia.
D: E dopo una discussione così, le cose ritornano a essere più
chiare fra di voi? Vi serve per crescere?
R: Ah, non credo proprio
(ride). È solo per parlare. È solo un cambiamento di energia che avviene
attraverso la discussione.
D: Ma ci deve essere una grossa attrazione che vi fa stare
insieme, non credi? Puoi parlarmene? Perché se fosse solo per litigare…
R: Io credo che tutto questo
discutere venga esclusivamente dalla mente. La mente vuole sempre vincere: “Ho
ragione io!” o qualcosa di simile. Io amo di più il suo essere, il suo cuore,
qualcos’altro. Naturalmente questo include anche la sua mente, perché la sua è
una buona mente, adatta a costruire. Gli occidentali sono particolarmente
portati a costruire, a organizzare.
D: Specialmente i tedeschi…
R: Certo! (ride) Abbiamo
energie diverse, personalità diverse. Ed io apprezzo quel tipo di energia. Ma
non solo quella, anche il suo cuore. Sento che c’è un’intesa.
D: Allora, cosa stai imparando da questa relazione con un uomo
occidentale?
R: Posso vedere e
comprendere i meccanismi della mente.
D: E quanto è differente il funzionamento delle vostre menti?
R: Non tanto differente,
perché la mia mente è un po’ simile alla sua. Ecco perché riesco a vederlo più
chiaramente. La mente è molto forte. La mente non arriva mai a nessuna
soluzione.
D: E allora, cosa stai imparando?
R: Imparo a esprimermi a
seconda della mia energia. Di solito io mi ritiro in me stessa e taglio fuori
gli altri. Resto nel mio spazio. Prima pensavo che questo volesse dire essere
meditativa. In effetti mi stavo solo separando dagli altri, mi stavo
proteggendo. Con lui ho imparato a uscire da questa chiusura. Sì, sto
diventando più aperta.
Ma Krishna
Radha (44 anni, italiana) e Satgyan (43
anni, giapponese)
D: Cosa rende così attraente e interessante stare con un’uomo orientale?
Che cosa lo rende così speciale?
Radha: Una delle cose, è che mi
piacciono le sfide. Perché è proprio una sfida. Ma io credo che la parte più
attraente per me sia il mistero. Il mistero, il silenzio, la sensazione di non
conoscere, quello spazio dove fondamentalmente finisci o con l’essere nel qui
ed ora o in un grosso rompicapo. Ogni volta che tento di svelare il mistero, mi
trovo di solito in una confusione terribile. Così, in un certo senso, vengo
continuamente rimandata alla meditazione, al mistero.
D: Quindi, a livello mentale, dovete confrontarvi con delle
difficoltà?
R: Sì, per me le difficoltà
riguardano sempre la comunicazione. Io credo che, in generale, un giapponese
comunichi molto con le vibrazioni, con gli stati d’animo, o con dei silenzi
pesanti, che a volte sono molto significativi, o anche con silenzi pieni
d’amore. E non importa di che tipo siano, tu devi comunque imparare a capire
questi silenzi o questi stati d’animo.
Io invece ho bisogno di comunicare le emozioni,
proprio per comprendere di cosa si tratta. Quindi, se ci sono difficoltà sono
sempre in quest’area.
D: È come due persone che parlano lingue diverse…
R: Sì. O meglio, una persona
parla una lingua e l’altra resta per lo più in silenzio. Io cerco sempre di
farlo uscire dal suo riserbo, di farlo parlare di quello che prova, soprattutto
perché voglio capire. Ma tutto questo per lui è qualcosa di minaccioso, è come
un’invasione.
D: Questo porta talvolta a delle complicazioni, o avete trovato
un modo per affrontare il problema?
R: Tutte e due le cose. Il
modo per risolvere il problema è spesso semplicemente aspettare, starmene da
sola e rincontrarlo quando tutto va bene. Questo è un sistema che posso
adottare quando sono in uno spazio di illuminazione. L’altra maniera è che
continuo ad affrontare la situazione direttamente. Voglio parlare, voglio
condividere e, qualche volta, voglio scaricarmi.
D: Dipende cioè dalla gravità del problema…
R: Certo, è così, a volte ci
sono delle difficoltà e a volte imparo a girarci intorno, alle difficoltà, e a
non andarmele a cercare… cosa che è un’altra specialità italiana. Sempre alla
ricerca di qualche problema…
D: Allora praticamente è questo che hai imparato? A fermarti e
ad aspettare. Questo almeno mi sembra di capire da quanto dici…
R: Sì, proprio così. Non
sono sicura di esserci riuscita. Ma sicuramente ho imparato qualcosa di
importante, proprio nello stare con le mie emozioni, aspettare e vedere. E
un’altra cosa che ho scoperto è che, per Satgyan, tutto avviene molto nel
momento, e l’attenzione è focalizzata su piccole cose. Per esempio, se stiamo
discutendo su un certo argomento, per lui, l’importante è solo parlare di
quella cosa. Io invece prendo sempre in considerazione tutta la relazione.
Quando cominciamo a condividere, per me è sempre:
“Ah, per come noi due ci rapportiamo…bla bla bla.” Per lui invece è: “Ehi, sai,
quello che sta succedendo proprio adesso è che tu sei un po’ suscettibile e io
invece mi sento…” Così io vengo sempre riportata a qualcosa di molto più semplice.
L’aspetto positivo è che, in un certo senso, siamo molto nel qui e ora. Quello
negativo è che mi sento un po’ stretta.
Per me, considerare solo la piccola cosa che è
successa nel momento è troppo riduttivo, io ho bisogno di vederla all’interno del
contesto.
D: Cosa rende così attraente e interessante stare con una donna
che proviene da una cultura così diversa dalla tua?
Satgyan: Se devo indicare una
ragione, per cui è così attraente, allora è il vedere qualcosa di sconosciuto.
È sempre attraente vedere qualcosa di sconosciuto.
D: E cos’è questo “sconosciuto”?
R: Ancora non so che altro
verrà fuori, dopo quattro anni. Continuano a venir fuori molte cose, che prima
non sapevo.
D: A livello di comunicazione?
R: Sì, riguarda molto la
comunicazione. Io credo che, alla base ci sia il fatto che in Oriente ci
insegnano a non esprimere tutto. Questa è la nostra bellezza: non dire tutto.
In Occidente è quasi l’opposto. Dovete
esprimervi sempre, dovete sempre dire tutto.
D: Questo vi mette in conflitto?
R: A livello di
comunicazione, sì. Ogni tanto abbiamo questo problema, se problema si può
chiamare.
D: Ma per te va bene cosi? Non senti il bisogno di esprimerti,
di condividere? Pensi che le cose si risolvano da sole?
R: Vuoi dire, senza
condividere? Beh, alcune sì, altre no. In qualche modo finiamo col parlare.
Qualche volta sento che va bene. All’inizio avevo una specie di resistenza a
parlare.
D: Ma poi l’hai superata…
R: Di solito parliamo e alla
fine ci sentiamo bene. Qualche volta è facile cominciare a parlare, qualche
volta, invece, provo una certa resistenza. Quando io decido di non parlare, lei
ci sta male, allora mi chiede di farlo e in quel caso mi ci vuole tempo per
accontentarla.
D: Così questo è stato un cambiamento per te: abbandonare il tuo
background, la tua cultura. È stato un grande passo da parte tua cominciare a
parlare di queste cose.
R: La cosa principale è
proprio il verbalizzare. Per me è questo. Quando vado in Giappone incontro i
miei vecchi amici e comincio a vedere la differenza. Allora comincio a dirmi:
“Wow, come sono cambiato! Quanto sono diventato diverso da loro!” Credo sia un
effetto sia di questa relazione che dello stare a lungo nel mondo sannyasin.
L’amore che
conosciamo è solo il riflesso di qualche cosa di infinitamente più prezioso.
Il suo
valore è quello di continuare a indicarci che questo amore reale esiste
veramente.
Amato Osho,
c’è l’amore fra uomo e donna – attivo,
sensuale e giocoso – e l’amore fra maestro e discepolo – passivo, calmo e silente.
C’è anche la possibilità di essere solo l’amore, in ogni momento. L’amore è
qualcosa che cambia continuamente, che viene e va, prendendo ogni volta sapori
e colori diversi, o l’amore è semplicemente tutto ciò che esiste e ogni momento
che c’è?
Anand
Sadhyo, l’amore che viene e va è soltanto un riflesso dell’amore reale. La luna piena
riflessa nel lago appare esattamente uguale alla luna, ma il riflesso può
essere disturbato molto facilmente da un vento leggero che lo infrange in mille
pezzi d’argento sparsi su tutto il lago e poi, quando il lago si ricompone,
eccolo riapparire come luna.
Ma la vera luna, nel cielo, non viene disturbata
dai venti, o dalle stagioni, o da qualsiasi cosa. Resta là perfino durante il
giorno, anche se non puoi vederla perché la luce del sole è troppo forte
L’amore è esattamente nella stessa situazione.
L’amore reale è proprio essere l’amore, non è una relazione, è lo stato del tuo
essere. Non ha niente a che fare con nessuno, tu sei semplicemente pieno
d’amore. Molti possono condividerlo, quelli che sono assetati possono spegnere
la loro sete.
Questo stato di essere l’amore è il più alto picco
della consapevolezza. Viene chiamato lo stato del risveglio o lo stato di
illuminazione, lo stato di un Gautama il Buddha. Egli non ama – egli è l’amore.
Da parte sua non fa niente – è la sua presenza che irradia amore. Questo amore
non è indirizzato a nessuno in particolare, proprio come i raggi del sole non
sono indirizzati a nessun fiore in particolare, a nessun albero. Il sole raggiunge
tutti quelli che sono lì a riceverlo. L’amore, come stato dell’essere, è a tua
disposizione. Ne puoi prendere tanto quanto riesci a tenerne dentro di te,
perché è abbondante, trabocca. Un uomo in questo stato, anche se siede da solo,
continua a irradiare amore. Questo amore si riflette in molti tipi di amore, ma
quelli sono solo dei riflessi.
“L’amore fra uomo e donna – attivo, sensuale e
giocoso, – e l’amore fra maestro e discepolo – passivo, calmo e silente”,
l’amore fra amici: l’amore può avere molte manifestazioni, ma queste cambiano
continuamente. Devono cambiare, perché sono solo riflessi, ombre, e nella loro
scia portano molta infelicità.
Quando la luna si riflette nel lago, c’è gioia,
c’è bellezza; e quando è dispersa dal vento o anche solo da un piccolo sasso
scagliato nel lago, tutto scompare, va in frantumi. E tu sai, per la tua stessa
esperienza, che le vostre relazioni d’amore, con gli amici, coi mariti, con le
mogli, coi maestri, sono tutte molto fragili. Basta una piccola cosa e tutto l’amore
scompare. Non solo scompare, ma si trasforma nel suo opposto. Gli amici
diventano nemici; marito e moglie non c’è neppure bisogno che diventino nemici,
sono già nemici; i discepoli tradiscono i maestri. Ci sono sempre dei Giuda che
possono vendere il loro maestro.
Noi conosciamo tutti questi amori: essi sono tutti
condizionati. Persino l’amore dei genitori per i figli è condizionato: se
obbedisci, se non sei un ribelle, se diventerai quello che loro desiderano, sei
amato; ma se tu segui la tua strada… i genitori arrivano anche ad abbandonarti,
a diseredarti.
Questi riflessi, però, indicano che ci deve essere
una realtà che viene riflessa. Senza qualcosa di reale, non ci può essere
nessun riflesso. Nell’uomo illuminato, l’amore diventa la sua stessa natura, il
suo stesso respiro, lo stesso battito del suo cuore. Dovunque sia, egli
continua a emanare amore. È amore incondizionato, non pretende niente da te, e
per questo non può essere disturbato. Finché non conosci questo amore, sei
stato solo a sognare dell’amore. Tutti quei riflessi non sono altro che sogni,
sogni che portano grande infelicità, ansia, angoscia. Per qualche attimo,
all’interno di quei sogni, puoi provare anche gioia – quegli attimi non sono
altro che consolazioni.
L’amore autentico è un enorme appagamento dentro
di te, è l’assestarsi delle tue energie nel centro del tuo essere. Questa
centratura porta un cambiamento nell’alchimia delle tue energie. Dopo, dovunque
tu sia – con gli alberi, con l’oceano, con le montagne, con le stelle, con le
persone, con gli animali, con gli uccelli – senza che tu possa fare niente,
l’amore irradia da te, così, semplicemente. È la tua stessa vita. Non puoi
evitarlo. Evitarlo significherebbe suicidarsi.
Dalle tue cosiddette storie d’amore, impara
soltanto una cosa: dentro c’è sicuramente qualcosa di autentico, di reale, di
eterno che viene poi riflesso negli specchi delle tue relazioni. A meno che tu
non conosca quell’amore, avrai molto da soffrire e non otterrai nulla. E invece
tu puoi conoscerlo, perché ne hai l’intrinseca capacità; tu sei nato con quel
seme. Devi solo prendertene un po’ cura e vedrai che crescerà. Presto sarai
pieno di fiori – è arrivata la primavera. Una volta arrivata, non se ne andrà
più. Rimarrà fino all’ultimo momento.
Si racconta una bella storia di Gautama il Buddha:
aveva informato i suoi discepoli che in un certo giorno, alla prossima notte di
luna piena, sarebbe morto. Allo scomparire della luna piena dal cielo, sarebbe
scomparso anche lui. Per una rara coincidenza, Gautama il Buddha era nato in
una notte di luna piena, si era illuminato in una notte di luna piena e morì
anche in una notte di luna piena.
Migliaia dei suoi discepoli si affrettarono ad
arrivare da ogni parte, solo per vederlo per l’ultima volta. C’era grande
tristezza, ma tutti trattenevano le lacrime per non rendere difficile la sua
dipartita. E Buddha chiese loro: “Se avete delle domande – perché domani non
sarò più qui – se nel vostro cuore c’è qualche domanda che non avete ancora
posto, fatemela. Prima di andarmene voglio che tutti i miei discepoli siano
completamente vigili, senza più domande. Voglio che i miei discepoli diventino
risposte, non domande.”
Nessuno parlò, solo Ananda disse: “Tu hai risposto
alle nostre domande per quarantadue anni, continuamente, giorno dopo giorno –
non abbiamo più domande. Siamo venuti solo per esserti vicino quando ti
dissolverai nella consapevolezza universale. Abbiamo sentito, da racconti
antichi, che quando un illuminato muore, mentre lascia il corpo, la sua
consapevolezza si diffonde in tutto l’universo. Vogliamo restare vicino a te
per avere un piccolo assaggio della tua consapevolezza.”
A quel punto Buddha disse: “Va bene, allora vi
saluto. Morirò in quattro momenti. Prima lascerò il corpo, poi lascerò la
mente, poi il cuore e nel quarto, la turiya, mi dissolverò nell’oceano
dell’esistenza.”
Chiuse gli occhi e proprio in quel momento arrivò
correndo un uomo che disse: “Devo chiedere una cosa. Ho rimandato per
trent’anni. Buddha è venuto molte volte nella mia città, in questi trent’anni,
ed io ho sempre pensato: questa volta andrò e gli farò la mia domanda. Ma
succedeva sempre qualcosa e – ho continuato a rimandare. Solo per stupidità –
era arrivato un ospite, ero impegnato con dei clienti, c’era un matrimonio al
quale dovevo andare. Così ho continuato a rimandare, pensando che non c’era
fretta, quando sarebbe venuto la prossima volta, allora gliel’avrei chiesto. Ma
qualche volta mia moglie era malata, qualche altra volta ero io a essere malato
– e questi trent’anni sono passati. Proprio ora ho saputo che Buddha stava
morendo, ora non posso più rimandare. Niente può impedirmi di fare la mia
domanda.”
Ma Ananda disse: “Sei arrivato un po’ tardi. Il
suo viaggio interiore è già cominciato, ha già fatto i primi due passi:
possiamo vedere che il suo corpo si è fatto completamente silente e, per quello
che concerne il lasciar andare la mente… è una mente così vuota, deve averla
già abbandonata. Gli ci vorrà un po’ di tempo per lasciar andare il cuore,
perché è quello stesso cuore che ha usato continuamente per irradiare il suo
amore, la sua gioia, il suo silenzio. Non è giusto disturbarlo in questo
momento. Ha continuato a parlare per quarantadue anni, ora è colpa tua se per
trent’anni non sei riuscito a trovare il tempo – è la tua domanda.”
Ma Buddha ritornò. Il suo respiro, che era
scomparso, ritornò, il cuore ricominciò a battere. Aprì gli occhi e disse:
“Ananda, vuoi che le generazioni future ricordino che l’amore di Buddha era
così scarso da non permettergli di tornare indietro di due passi, quando un
uomo assetato era arrivato da lui? E io sono ancora vivo, sarei biasimato per
sempre. Non impedirglielo, lascia che ponga la sua domanda.”
L’uomo vedeva Buddha per la prima volta e in una
situazione molto strana: migliaia di persone sedevano in silenzio e con gli
occhi pieni di lacrime. Inoltre Buddha era quasi mezzo morto: aveva già fatto
due passi verso il suo centro interiore, ancora due passi e sarebbe diventato
parte della consapevolezza oceanica.
Ma un uomo che è amore, irradierà amore anche in
una situazione come questa. Ananda e tutti gli altri discepoli non potevano
credere che per un uomo qualsiasi, che non era neppure un discepolo, che aveva
rimandato per trent’anni… Ma l’amore e la compassione di Buddha sono infiniti –
egli chiese all’uomo di fargli la sua domanda… ma l’uomo era così sconvolto
dalla situazione, che l’aveva dimenticata.
Egli disse: “Mi sento soddisfatto. Il tuo amore ha
risposto a tutte le mie domande. Tu eri mezzo morto e tuttavia sei tornato
indietro, solo per rispondere a un uomo ordinario come me, che ti aveva evitato
per trent’anni, cercando sempre mille scuse diverse.” Egli toccò i piedi di
Buddha e disse: “Lascia che io sia il tuo ultimo discepolo, dammi
l’iniziazione. Ero venuto per fare una domanda, ma ora non c’è più nessuna
domanda – davanti al tuo amore tutte le domande scompaiono. E non voglio
perdere quest’occasione di essere iniziato da te.”
Buddha iniziò l’uomo e chiese ancora: “C’è
qualcuno di voi che ha ancora dentro di sé qualcosa da domandare? Perché
sarebbe molto difficile per me – se passo il terzo stadio, se ho già lasciato
il cuore e sono passato nella pura consapevolezza, il quarto stadio – sarebbe
difficile tornare anche se lo volessi. Quindi, vi prego, non siate timidi, se
avete delle domande, fatele.”
I discepoli risposero: “Siamo già tristi e dolenti
perché quest’uomo ti ha disturbato, senza che ce ne fosse bisogno. Questo non è
più tempo di disturbarti, ma di restare in silenzio – un tale silenzio, che
quando dissolverai la tua consapevolezza, qualcosa di essa diventa anche parte
di noi.” Allora Buddha salutò nuovamente ed entrò nel quarto stato.
È un racconto molto simbolico… e fin qui
assolutamente storico. Ma in Oriente è tradizione che quello che non può essere
detto nei soliti modi, può essere raccontato con parabole, con storie. La
storia dice: mentre Buddha stava morendo, gli alberi che pure stavano morendo,
le cui foglie erano impallidite, improvvisamente tornarono verdi; fuori
stagione arbusti, piante e alberi si riempirono di colpo di fiori. Ci fu un
impatto terribile alla sua morte – gente che era stata con lui per decenni
senza illuminarsi, in quel momento raggiunse l’illuminazione. Non appena lasciò
il corpo e la sua consapevolezza si liberò, questa si sparse su tutto il mondo.
Chiunque fosse ricettivo, a seconda del suo grado di ricettività, venne
appagato. Perfino gli alberi ne furono consapevoli. Mentre lui moriva, gli
uccelli tacquero e al momento della sua morte ripresero a cantare la loro
gioia. Ogni volta che un illuminato muore, tutto il mondo si sente inondato da
una pioggia d’amore, di consapevolezza, di beatitudine, di pace.
quindi non perdete
il vostro tempo con dei semplici riflessi.
Quei riflessi sono utili come dita che indicano la luna. Fatene uso per trovare
il reale che è riflesso, e voi sarete finalmente a casa, non in questa strana
terra abitata da pazzi.
^ ^ ^ ^ ^
Amato Osho,
nel Simposio di Platone, Socrate dice che:
“Un uomo che pratica i misteri dell’amore, sarà in contatto non con un
riflesso, ma con la verità stessa. Per conoscere questa gioia della natura
umana, non c’è niente che possa aiutare più dell’amore.” Puoi commentare, per
favore?
Milarepa, per tutta la mia vita ho parlato
dell’amore, in mille modi diversi. Ma il messaggio è sempre lo stesso. Bisogna
ricordare una cosa di fondamentale importanza e cioè che l’amore di cui si
parla non è quello che tu credi. Né Socrate né io stiamo parlando di quel tipo
di amore. L’amore che conosci non è altro che una necessità biologica legata
alla chimica del tuo corpo, ai tuoi ormoni. È qualcosa che si può cambiare
facilmente, basta una piccola modifica nella tua chimica e l’amore che credevi
la verità assoluta svanirà del tutto.
Tu hai sempre chiamato amore il desiderio
sessuale. Bisogna aver presente questa distinzione. Socrate dice: “Un uomo che
pratica i misteri dell’amore…”. Il desiderio sessuale non ha misteri, è
semplicemente un meccanismo biologico. Ogni animale ogni uccello, ogni albero
ne sa qualcosa. Di certo l’amore che ha questi misteri sarà totalmente
differente dall’amore che conosci già. Socrate dice: “Un uomo che pratica i
misteri dell’amore, sarà in contatto non con un riflesso, ma con la verità
stessa.”
Questo amore che può diventare un contatto con la
verità, nasce solo dalla tua consapevolezza: non dal tuo corpo, ma dal tuo
essere profondo. Il desiderio nasce dal tuo corpo. L’amore nasce solo dalla tua
consapevolezza. Ma la gente non sa nulla della propria consapevolezza e la
confusione così continua, si crede amore ciò che è desiderio fisico. Sono
veramente pochi quelli che hanno conosciuto l’amore: persone diventate così
silenziose, così piene di pace… e proprio da quel silenzio, da quella pace sono
entrate in contatto con il loro essere profondo, con la loro anima. E quando
sei in contatto con la tua anima, il tuo amore non è solo una relazione, ma
diventa proprio la tua ombra. Dovunque tu vada, con chiunque tu sia, tu ami: tu
sei in amore. In questo momento, quello che tu chiami amore è rivolto a
qualcuno – è limitato a qualcuno – e l’amore non è un fenomeno che si possa
limitare. Puoi averlo nelle tue mani aperte, ma non puoi tenerlo nei pugni
chiusi. Nel momento in cui le tue mani si chiudono… diventano vuote. Le apri… e
l’intera esistenza è a tua disposizione.
Socrate ha ragione: chi conosce l’amore conosce
anche la verità, perché sono solo due nomi per la stessa esperienza.
E ricordati che se non hai conosciuto la verità,
non hai conosciuto neanche l’amore. “Per conoscere questa gioia della natura
umana, non c’è migliore aiuto dell’amore”.
C’è solo una cosa che vorrei dire di Socrate:
tutto il suo approccio è logico e dialettico. Il suo metodo è conosciuto come
il dialogo socratico. È un processo molto lento, come la psicoanalisi. Nel
corso di una lunghissima discussione egli distrugge tutte le tue false
argomentazioni e le tue false idee. La sua tesi, che contiene una certa verità,
è che, quando tutte le false idee sono state demolite, quello che rimane – e di
cui non si può discutere – è il tuo vero essere. E da quell’essere nasce la fragranza
dell’amore. Ma Socrate non sapeva niente della meditazione. Arrivò a conoscere
la verità attraverso la lunga e non necessaria strada del dibattito. Al mondo
non c’è stato nessuno più forte di lui nel dibattere, nessuno che possa
paragonarsi a Socrate. Ma ciò che lui faceva attraverso la discussione, non può
diventare un metodo universale: è una via troppo lunga e tale lunghezza non è
necessaria. Se siedi in silenzio, ogni volta che hai tempo, e semplicemente
osservi i tuoi pensieri, vedrai che il falso scompare. Non c’è bisogno di
discussioni, non c’è bisogno di polemiche, non è necessario spingere i tuoi
pensieri lontano, basta osservarli, come se stessi guardando qualcosa alla
televisione.
L’Oriente ha conosciuto un miracolo più grande di
Socrate. Socrate non aveva alcuna conoscenza dell’Oriente. E l’ovvia ragione è
che aveva trovato l’amore, aveva trovato la verità – non pensava neppure
lontanamente che potesse esserci una scorciatoia. Il suo processo è tortuoso.
Se leggi i dialoghi di Socrate, ti rendi conto di quanto lungo sia il suo
procedere e di come ogni argomentazione crei nuovi problemi – e questi nuovi
problemi creano altre argomentazioni… è un combattere con le ombre.
Ma Socrate non ne aveva colpa. Ai suoi tempi Atene
era una delle città più sofisticate ed intellettuali del mondo. Egli non poteva
sapere che esattamente in quello stesso tempo Buddha stava insegnando
meditazione in India, Lao Tzu stava insegnando meditazione in Cina e anche
Mahavira stava insegnando meditazione… Era esattamente la stessa epoca,
venticinque secoli fa.
Socrate aveva imparato la logica dai suoi
antenati:
Così ciò che ereditò Socrate, non fu altro che la
tecnica del dibattito. Fu lui a cambiare l’intero procedimento: il Sofismo
diventò filosofia. La parola filo vuol dire amore, e sofia vuol dire saggezza.
Il Sofismo era semplicemente l’arte del dibattere. Socrate fece un enorme
lavoro, ma come succede quasi sempre, quelli contro i quali ti stai battendo –
anche se alla fine vinci tu – lasciano sempre una grossa impronta su di te.
Proprio per combatterli, sei costretto a usare i
loro stessi metodi, altrimenti non puoi batterti. Se una nazione sta
accumulando armi nucleari, quelli che vogliono combatterla devono accumulare
armi nucleari anche loro. A causa del continuo combattere di Socrate contro i
sofisti… egli voleva distruggere questa idea che l’argomento migliore è tutto,
che non esiste verità o non-verità – e riuscì a farlo. Egli si pone come una
interruzione col passato. Ma aveva dovuto usare delle argomentazioni contro
tutti quelli che combatteva… e così, anche se i Sofisti finirono sconfitti, il
metodo del dibattito continuò con lo stesso Socrate.
Lo usò meglio, lo usò per scoprire la verità. Ma
era del tutto all’oscuro del fatto che in un’altra parte del mondo – in
Oriente, in Cina, in India – la gente aveva un’altra tradizione: da circa
diecimila anni sedeva silenziosamente in meditazione, senza fare assolutamente
nulla.
E mentre il silenzio discende su di te, quando i
pensieri cominciano a lasciarti e ogni fastidio scompare, ed il lago della tua
coscienza diventa quasi uno specchio – allora
tu sai di essere la
verità,
tu sai di essere l’amore,
tu sai di essere divino.
Basta un solo passo – dalla mente alla non-mente –
e tutti i tesori, tutti i misteri dell’amore, della vita, della verità, della
beatitudine aprono le loro porte. Non c’è bisogno di avere argomenti contro il
falso.
La mia opinione è: anche argomentare contro il
falso significa dare al falso una certa credibilità. Questa è stata la tesi
dell’Oriente da migliaia di anni. Non si discute con la propria ombra: “Oggi
non seguirmi, non mi piaci, perché continui a seguirmi quando non ti voglio?”.
Tu non puoi fuggire dalla tua ombra… perché l’ombra fuggirà con te.
Dice un racconto Sufi: “Un uomo aveva paura della
sua ombra, perché aveva letto in un libro che la morte era quasi come un’ombra
– che quando arriva, arriva come un’ombra. Ed era diventata una tale ossessione
nella sua mente, che aveva ormai paura anche di un’ombra qualsiasi.
Correva, faceva di tutto per sfuggirle, tentava di
combatterla – ed era un guerriero! Ma neppure la tua spada può fare qualche
danno contro un’ombra – l’ombra non esiste. Alla fine era così stanco che
chiese a un mistico: “Cosa posso fare con l’ombra? Ho fatto tutto il possibile,
ma non succede nulla. Ho rotto la mia spada – e ho corso così tanto per
evitarla che i miei piedi sanguinano.”
Il mistico si mise a ridere e gli disse: “Fa una cosa,
va sotto quell’albero, siediti per terra e poi dimmi, dov’è la tua ombra?”
Sotto l’albero c’era già ombra e per fare ombra hai bisogno del sole, della
luce. Così quando l’uomo andò a sedersi sotto l’albero e si guardò intorno, non
vide la sua ombra da nessuna parte. Allora disse: “Tu hai fatto un grande
miracolo! Non ti sei neppure mosso dal tuo posto e la mia ombra se n’è andata.”
Il mistico disse: “Quello che facevi non era necessario. Combattere il falso
vuole dire dargli credibilità. Nella tua lotta hai riconosciuto anche al falso
una sua realtà.”
L’Oriente non ha mai combattuto contro la mente.
Ha trovato un metodo completamente diverso: diventa un osservatore sulla
collina. Lascia che tutto passi. Non giudicare, non condannare, non valutare.
Tu sei solo uno specchio, queste non sono le tue funzioni. Devi solo
rispecchiare – e tutte le cose passeranno. Se non dai loro alcun peso, se
riesci a ignorarle, la smetteranno di arrivare, non vogliono essere ospiti
indesiderati. Può darsi che a causa di vecchie abitudini, per alcuni giorni
continueranno a venire; ma vedrai che il traffico rallenterà sempre di più,
mentre prima era sempre ora di punta.
una volta che la
mente è diventata silenziosa, vuota, spaziosa, tu hai trovato la chiave d’oro, la
chiave principale, quella CHE apre tutte
le porte, tutti I MISTERI dell’amore, DELLA VERITÀ, della vita eterna.
L’idea di Socrate era fondamentalmente giusta, è
sul metodo che non sono d’accordo. Il suo metodo non era necessario. Se stai
tornando a casa, perché correre lontano per miglia per poi tornare indietro?
Sei già arrivato. Basta che tu chiuda gli occhi, che resti in silenzio e ti
rilassi. Ma la conclusione di Socrate era giusta: “Un uomo che pratica i
misteri dell’amore, sarà in contatto non con un riflesso, ma con la verità
stessa. Per conoscere questa gioia della natura umana, non c’è niente che possa
aiutare più dell’amore.”
Allora potresti cominciare a far crescere il tuo
amore, a espanderlo… ma dove espanderlo? La mente ti circonda come una muraglia
cinese. La prima cosa da fare è far scomparire la muraglia… e questa è la
funzione essenziale della meditazione.
Socrate avrebbe potuto essere il Buddha
dell’Occidente e l’intera storia dell’Occidente sarebbe stata diversa. E invece
ha creato il metodo principale per la mente occidentale: la discussione. E la
discussione, il dibattito, un po’ alla volta, invece di scoprire l’amore, ha
scoperto la bomba atomica, le armi nucleari, la scienza, la tecnologia.
L’Oriente non è riuscito a scoprire queste cose,
perché non ha mai creduto nella discussione, nel ragionamento. Tutto il suo
interesse si è concentrato nell’espansione della coscienza… per darle spazio,
ha dovuto liberarsi della mente. Una volta che non c’è più la mente, non ci
sono più confini, neppure l’immensità del cielo è più un confine. Tu ti espandi
dappertutto.
Questo sentimento di totale espansione è l’amore;
e il sapere che emana dal più profondo centro del tuo essere è la verità. Ma,
Milarepa, Socrate non sta parlando in California! Non sta parlando ai
cosiddetti amanti in tutto il mondo. Socrate parla a pochi discepoli che stanno
cercando la verità. Ne può aiutare solo pochi, per la semplice ragione che il
processo è troppo lungo.
Ma l’Oriente è stato fortunato a scoprire un
pellegrinaggio che consiste in un solo passo: dalla mente alla non-mente… e sei
arrivato a casa. Sei sempre stato lì. Non ti sei mai allontanato, neppure per
un momento! Solo la tua mente è andata vagabondando in giro per il mondo, ma
tu, tu non sei mai stato in nessun altro luogo.
Tu sei esattamente dove devi essere. Se il
girovagare della mente si ferma, improvvisamente… la rivelazione.
i brani di osho sono tratti da:
Osho The Rebellious Spirit, #26,
Osho The Rebellious Spirit #30
Copyright © Osho
International Foundation 1987
All rights reserved
L’amore ha
molti volti, e non tutti conosciuti. Questo almeno è ciò che pensa Sarjano, che
qui ci racconta tre storie…
L’uomo che
vide sia l’inferno che il Paradiso.
Una volta un uomo vinse alla lotteria. Ma era una
lotteria un po’ speciale con un premio altrettanto speciale. Il premio
consisteva in un viaggio. Tutto Organizzato – direbbero oggi. Solo che le destinazioni
erano il Paradiso e l’Inferno. Chi vinceva alla lotteria aveva diritto a una
visita (con ritorno) sia del Paradiso che dell’Inferno. E ora quest’uomo aveva
vinto, e voleva visitare per primo l’Inferno.
Sembrerà incredibile, ma l’Inferno aveva un parco,
e anche molto bello. Al centro vi si ergeva una villa immensa, con alte colonne
sulla facciata e ampie finestre in stile gotico (ovviamente).
“E questo sarebbe l’Inferno...” cominciava a
mormorare incredulo il visitatore. Dopo esser passati per lunghi corridoi
arabescati, che facevano intravedere magnifici saloni da entrambi i lati,
giunsero alla sala più grande del palazzo – un immenso salone con statue,
fontanelle e piante disseminate dappertutto. Al centro si ergeva un’enorme
tavola di marmo, lunga almeno trenta metri, imbandita con ogni ben di dio, a
cui sedevano i commensali, che avrebbero dovuto essere i penitenti eterni
dell’Inferno...” Ma siamo sicuri che questo è l’Inferno? Chiese ancora più
incredulo il visitatore.
“Certo che lo è. Avvicinati un po’ e lo
capirai...”.
L’uomo si avvicinò alla tavola imbandita, e il suo
stupore aumentò ancora: c’era tutto, su quella tavola, qualunque leccornia o
prelibatezza un uomo potesse desiderare, lì c’era. E tutti i vini migliori. E
la frutta più bella. E i dolci. Una fantasmagoria di colori, di odori, di
sapori. C’era purtroppo qualcosa di strano, osservò dopo aver guardato la scena
a lungo. Nessuno dei commensali, che pure avevano forchetta e coltello in mano,
si muoveva verso il cibo.
C’era qualcosa di congelato e mostruoso, in questa
scena, e già l’uomo cominciava ad avvertire una sensazione di freddo lungo la
schiena. “Ma... ma... che fanno? Perché... perché non mangiano?”
“Soffrono di una incurabile forma di paralisi alle
braccia, per cui non possono tenderle e prendere nulla di quello che c’è sul
tavolo. Nulla. Possono solo guardarlo, per l’eternità e non toccarlo. Mai.”
“Mio dio, mio dio, questo è dunque l’Inferno! Ma è
terribile! Peggio delle fiamme che uno s’immaginava... Ma è orribile! Avere
davanti a sé tutto il ben di dio immaginabile e non poterlo nemmeno toccare! E
per l’eternità! E questo è l’Inferno!” Corse subito fuori a gambe levate e
chiese di essere portato in Paradiso.
Il viaggio non fu molto lungo. Soltanto il tempo
di una notte. All’alba arrivarono a un parco bellissimo, che gli sembrò di
avere già visto. Al centro vi si ergeva una villa immensa, che gli risultò
stranamente familiare. Ma quando cominciò a percorrerne i saloni e i corridoi,
fu preso da un tremito non appena si accorse che era sì in Paradiso (o così gli
avevano detto) ma tutto quanto, fino a questo momento, era maledettamente
simile all’Inferno. Finalmente giunsero al salone centrale, che non solo era
esattamente simile all’Inferno, ma aveva persino la stessa, enorme, tavola
apparecchiata nel centro, con cibi e vini e gente attorno. La sensazione di
sgomento cominciava a farsi insopportabile. Il visitatore era ormai lì che
boccheggiava e mormorava incredulo tra sé e sé, “Ma allora Inferno e Paradiso
sono la stessa cosa. Ma allora è tutta una truffa... Ma allora niente ha un
senso...” Si avvicinò di più ai commensali e lì scoprì con un orrore e una
disperazione che mai avrebbe immaginato, che anche gli abitanti del Paradiso
soffrivano della stessa paralisi al gomito di cui soffrivano i residenti
dell’Inferno. Il suo urlo raggiunse le stelle più lontane, ma il suo accompagnatore
gli sussurrò con calma, “Avvicinati ancora un po’. Non sono uguali. C’è una
piccola differenza. Ma è quello che fa TUTTA la differenza.”
L’uomo si avvicinò ancora. La piccola differenza
che notò era che queste persone non potevano portare il cibo alla bocca, ma
avevano capito che potevano imboccare la persona accanto. E lo stavano facendo.
E lo avrebbero fatto per sempre.
Perché amore è “caring & sharing” – come
diceva quell’angelo. Ed è solo una piccola differenza. Ma che fa tutta la
differenza.
TUTTO QUELLO
DI CUI ABBIAMO BISOGNO
Ibn El Shah, Gran Mullah della Congrega dei
Mevlana di Tabriz, aveva deciso di attraversare il deserto, con tutti i suoi
discepoli, per recarsi in visita all’Iman Fharouk El Mouhaddin, della
confraternita dei Dervisci Rotanti di Alì El Kalak. Il gruppo si fece incontro
al deserto a piedi scalzi, coperti solo dal mantello di lana, caratteristica
ormai nota del popolo sufi. Il deserto era famoso, oltre per le sue mille e
misteriose insidie, per il terribile sbalzo termico che avveniva tra il giorno
e la notte. Mentre la temperatura del giorno poteva arrivare vicino ai
cinquanta gradi centigradi, e il sole diventare una spada di fiamma infernale,
la notte poteva portare un gelo sotto lo zero, e una completa paralisi degli
arti dovuta a congelamento. Attraversare questo deserto era diventato, negli
anni, una specie di iniziazione. “Il Rito della Fiducia e dell’Avventura” –
come veniva chiamato in molte tribù. “
I nostri sufi erano avvezzi al percorso, perché
conoscevano il deserto da anni, ne erano diventati amici e si erano fatti
svelare i suoi tesori e i suoi segreti. Ne conoscevano infatti ogni polla, le
piccole oasi sperdute, il posto dei lombrichi giganti – che non sarà stato come
il posto delle fragole – ma quando non c’è nient’altro da mangiare per una
settimana, sembra quasi una leccornia. E conoscevano l’ombra segreta e
inenarrabile di qualche vecchia pianta grassa, che si ergeva spinosa, minacciosa,
ma in fondo rincuoratrice, perché si poteva sempre trovare un po’ d’ombra e un
po’ di liquido amaro ma forte, per umettare le labbra arse dalla calura.
Camminarono e avanzarono per tutto il giorno,
senza sostare un attimo. Volevano fermarsi soltanto al tramonto, vicino al
Triangolo Segreto dei Tre Cavalieri, che erano semplicemente tre grandi piante,
sorte così, nel deserto, e che potevano offrire un naturale riparo, soprattutto
se con i mantelli si organizzava una specie di copertura fatta a tendaggio, in
cui raccogliere i respiri e il calore dei corpi, sì da poter sopportare
tranquillamente i rigori della notte. Ma le prime ombre del buio stavano già
arrivando e le legioni purpuree del tramonto venivano ricacciate in un buio
sempre più fitto. E dei Tre Cavalieri non c’era più traccia. I grandi alberi
sembravano svaniti nel nulla. Il freddo si faceva sempre più insopportabile, e
non c’era nessuna possibilità di fermarsi e riposare, poiché sarebbe stata la
morte certa, per assideramento. Dovettero così camminare fino all’alba senza
bere, senza sosta, senza parole, senza fiato, senza conforto alcuno,
chiedendosi, ciascuno a modo suo, dove erano andati a finire i tre grandi
alberi, e com’era duro il cammino...
Solo ai primi raggi d’un tiepido sole, poterono
fermarsi, e lasciarsi crollare esausti sulla sabbia. Ma, ahimè, il riposo era
appena iniziato, e le membra cominciavano appena ad avvertire un ristoro, che i
raggi del sole divenivano già infuocati, e li costringevano a levarsi e a
riprendere il cammino. Li rincuorava il fatto che prima di sera, e forse molto
prima del tramonto, sarebbero giunti dalle parti dell’oasi di El Harun, dove
oltre la frescura avrebbero trovato i datteri del deserto, acqua a volontà,
legna da ardere per fare un fuoco, e forse dei viandanti che spartivano il cibo
con le confraternite di passaggio...
Il sole si faceva intanto infuocato da togliere il
respiro. I polmoni sembravano bruciare, la testa scoppiava in fiamme e la gola
era così secca da non permettere nemmeno un lamento. Le ore passavano, i passi
si trascinavano sempre di più, e attorno non si vedeva ombra alcuna aldifuori
di quelle degli stremati viandanti. Il rosso della sera cominciava a tingere il
cielo, ma dell’oasi nessuna traccia. Ormai i confratelli cominciavano a temere
di essere vittima di allucinazioni… o forse avevano sbagliato strada, oppure
erano vittime di una maledizione – e come poteva essere sparita un’oasi intera,
con palme e tutto? E dov’erano andati a finire i viandanti? Perché non avevano
incontrato nessuno? Che gioco stava giocando il cielo? Sarebbero mai arrivati
da nessuna parte? Con queste domande che rimbombavano nei loro crani arsi, i
confratelli si apprestarono ad affrontare la notte. Non v’era cibo. Le scorte
di acqua erano finite da un pezzo, e la notte gelata stava già incombendo.
Scavarono una buca nella sabbia, con le loro mani sfiduciate e stanche. Si
ricoprirono prima di sabbia, poi con i mantelli, cercando di stare il più
vicini possibile. Ma la notte fu ugualmente gelida, e popolata di incubi, di
incertezze – forse di maledizioni.
Tre giorni durò il calvario dei sufi erranti.
finché la sera del terzo giorno oltrepassarono le ultime lingue di deserto e
giunsero tra il verde e i silenzi della Confraternita El Mouhaddin. L’Imam
Farouk si fece incontro ai viandanti, andandosi a prostrare subito ai piedi di
Ibn El Shah, Il Prediletto, colui che passava la vita attraversando deserti e
tuttavia riusciva a non inaridirsi mai. Poi furono offerti giacigli, acqua,
datteri e noci di cocco.
“Come è stato il viaggio” – chiese l’Iman al
Prediletto. “È stato bellissimo e intenso, come il cammino della vita” –
rispose il pellegrino mostrando le palme delle mani rinsecchite.
“Avete trovato tutto quello di cui avevate bisogno
per il cammino?”
“Sì, abbiamo trovato tutto quello di cui avevamo
bisogno...” asserì con calma Ibn il Prediletto. I suoi discepoli viaggianti
erano perplessi. Ahimè, questa affermazione sembrava troppo grande anche per
loro, così il più timido si fece coraggio, ed espresse la domanda ch’era nella
testa di tutti, “Non ci siamo lamentati, o Divino Maestro. Non una parola
contro il Creatore da parte nostra, o Prediletto tra le stelle. Abbiamo
sopportato il viaggio con fierezza e dignità da veri sufi, o Mevlana del
Deserto... ma da qui a dire che abbiamo trovato tutto quello di cui avevamo
bisogno... visto che non abbiamo trovato cibo, né un solo riparo, né un albero
solitario a farci ombra, né acqua, né riparo per la notte, né fuoco...
Perdonaci o Maestro, ma non riusciamo più a capirti. Il calore del sole brucia
ancora le nostre teste. I nostri piedi sono un lamento bluastro e purulento, e
tu affermi che abbiamo trovato tutto quello di cui avevamo bisogno.”
“Lo dico ancora. E lo dirò per sempre. Abbiamo
trovato tutto quello di cui avevamo bisogno! Potete ringraziare il Dio degli
scorpioni e di tutte le cose, miei Amati Confratelli”, disse il Prediletto.
IL SANNYASIN
E IL BAMBINO
Aveva lasciato la vecchia casa e ora andava a
vivere in una casa nuova. Nel senso che era nuova davvero: appena costruita, e
non ci aveva ancora abitato nessuno. Un posto nuovo, senza vibrazioni passate,
senza ricordi né graffiti. Come se non bastasse, era la prima volta che andava
a vivere in un appartamento – per tutta la vita aveva vissuto in comunità, o in
qualche “tipo” di comune, perlomeno.
Anche i guardiani della palazzina erano nuovi. Era
una coppia giunta fresca dalle vicine campagne, giovanissimi, curiosi, appena
sposati, e con una grande pancia. Era lei che aveva una grande pancia,
ovviamente. Lui era magro e azzimato, però indossava sempre delle immacolate
canottiere, che mettevano in mostra delle belle fasce muscolari, il tutto su
dei pantaloni sempre eleganti e stirati.
Come “guardiano”, Uttam – tale era il suo nome –
si prendeva straordinariamente alla lettera. Infatti, si limitava a guardare, e
basta. Non faceva mai un cazzo, però guardava tutto. Compreso la pancia della
sua giovane moglie, ed il fiore che ne sbocciò. Il fiore era un maschietto, e
fu chiamato Satchin. Era semplicemente bellissimo, e aveva qualcosa di magico.
Lo vedeva crescere giorno per giorno, con una
fortuna più sfacciata della sua bellezza. I guardiani, ossia suo padre e sua
madre, cosa guardavano? Guardavano lui. E siccome nel compito della coppia
c’era di fare anche i guardiani notturni, essi lo guardavano continuamente
anche di notte. Satchin era il bambino più accudito e più amato che avesse mai
visto. Non è che gli altri genitori non amino i loro bambini, sia chiaro, ma
questi due c’erano, e c’erano a ogni istante del giorno e della notte. Venendo
dalla campagna forse – e ci sono buone probabilità che sia davvero così – i
guardiani non avevano mai visto delle scale, né tantomeno una palazzina con tutte queste scale. Come potevano quindi
immaginarsi che queste scale andavano pulite, ogni tanto? Per questo motivo lui
sorrideva sempre ai guardiani, anche se non scopavano l’androne, né potavano il
giardino, né facevano un cazzo di niente, se non giocare con il loro bellissimo
bambino.
La madre aveva dei denti straordinariamente protesi
verso l’esterno, il che la faceva sembrare una specie di scoiattolo indiano,
però era bellissima, quando massaggiava il suo piccolo, tenendolo in grembo e
oliandolo dalla testa ai piedi. Se qualcuno ha presente il bellissimo libro di
Lebuoyer, Shantala, saprà esattamente di ciò che parlo. La madre e il bambino
sembravano delle illustrazioni del libro. Il padre invece, non avendo –
probabilmente – i soldi per portare il pupo alle giostre, faceva la giostra lui
stesso, e si scorrazzava il pargolo di qua e di là ad ogni ora del giorno e
della notte. Praticamente per ogni minuto in cui fosse libero dalle braccia
materne. Per questo, pensava che quel bambino aveva, (come si dice in certi
ambienti) veramente sculato! E per lo stesso motivo, erano diventati amici.
Ormai il bambino aveva più di tre anni, ma parlava
solo il Marathi, cioè la lingua corrente in questa parte dell’India. Così non
avevano mai scambiato alcuna parola. C’erano voluti mesi, perché i suoi inviti,
i suoi sorrisi, i suoi gesti, fossero accettati dal bambino, che era
estremamente timido nei confronti di ogni straniero. Finché un giorno il
bambino indiano aveva riconosciuto l’altro bambino nell’adulto che gli tendeva
la mano, così, senza una parola, ci aveva infilato dentro la sua manina, e l’aveva
seguito.
Da quel giorno, sia che avesse voglia di fare un
giro in moto – per combattere la calura con un po’ di vento – sia che volesse
fare una passeggiata nella sera, bastava che allungasse la mano verso Satchin,
che lui la prendeva al volo e lo seguiva in silenzio.
C’era una mezza luna, su nel cielo, che cominciava
a giocare a nascondino con le nuvole del monsone incombente. Sul ciglio del
sentiero un cane morto, su cui alcuni corvi banchettavano, scegliendo
accuratamente le interiora. Pensava che il bambino non avrebbe dovuto vedere
una scena del genere – magari aveva perfino conosciuto il cane da vivo – e
cercò quindi di indirizzare l’attenzione di Satchin verso l’altra parte della
strada. Il bambino invece passò proprio davanti al cane e ai corvi banchettanti,
guardando semplicemente, senza mutare espressione.
Nemmeno l’intensa puzza di carogna riuscì a
deviare la sua attenzione, o alterare il suo pensiero e la sua osservazione
priva di giudizio. Vide ancora una volta che la morte, la brutalità, la puzza,
la violenza, perfino l’orrore, erano tutti concetti mentali, e che un bambino
privo di cultura, di tradizioni e di linguaggio, non li vedeva nemmeno.
Semplicemente, per lui non esistevano. Non partecipava al gioco. Nulla di
quanto aveva visto o sentito – nemmeno il rumore del becco dei corvi che
entravano nelle budella del cane aveva scosso il bambino, che proseguiva
pacifico e rilassato come un buddha, la sua passeggiata nella sera.
Arrivava il buio, e il vento si faceva più forte.
Teneva la mano del bambino. Se allentava un po’ la presa, il bambino stringeva
la sua mano più forte. Se era lui a stringere la presa, il bambino lasciava
andare un po’ la mano. Sembrava voler essere tenuto per mano sì, ma senza
essere stretto. O posseduto. O guidato. Al tempo stesso non voleva essere
abbandonato. Voleva soltanto stare “insieme”. C’era una tale chiarezza, una
tale bellezza, una tale innocenza, nella semplicità del suo messaggio, che si
ritrovò a pensare per un istante che qualunque fidanzato, marito, moglie,
amante, avrebbe potuto imparare qualcosa, dal modo di stare insieme suggerito
dal bambino...
Le mani, e i loro proprietari, erano così
abbandonati l’uno nell’altro, che dopo un po’ divennero una cosa sola. Lui
poteva sentire la vita, fresca, giovane, innocente, meravigliosa, fluire nella
mano del bambino. Confondersi con la sua. Seppe – forse per la prima volta –
che c’era una sola energia di vita. Seppe che questa energia sarebbe
sopravvissuta al suo corpo. Seppe che la vita non era “questo corpo”. E che lui
era la vita, non questo corpo.
Guardò il bambino che camminava leggero incontro
al buio. Si ricordò che non lo aveva mai sentito dire “grazie”. Aveva (lo
ripeto) dei genitori così innocenti, che non gli avevano mai insegnato a
ripetere quell’orrore di “dì grazie al signore!”
Si fermò un istante, lo guardò negli occhi, e gli
prese l’altra mano, ponendoselo difronte.
Per un lungo momento tenne entrambi le mani del
bambino tra le sue. Il cerchio d’energia possedeva quella perfezione che ogni
amante ricerca nella sua vita. Quindi il sannyasin giunse lentamente le mani
nel segno del namastè, poi si inchinò leggermente al bambino, così, con lo
stesso spirito con cui s’era inchinato a Osho (ed ormai lo sapeva –
all’esistenza tutta) mille e mille volte. Guardò il bambino negli occhi, quasi
a coglierne la silenziosa benedizione, poi disse soltanto, “grazie”.
Sw. Sarjano
Osho
International New York
… nuovo
ufficio a Manhattan di Osho International New York, situato in un magnifico
edificio Art Decò costruito nel 1921, lo stesso anno dell’Empire State
Building. L’ufficio occupa tutto il 46° piano e ha recentemente avuto un
importante riconoscimento per l’ottimo design.
QUESTI SPAZI
HANNO VINTO UN PREMIO.
Gli
uffici di New York
dell’Osho International sono fra gli otto vincitori del premio per il miglior
design assegnato da Business Week / Architectural Record e sponsorizzato
dall’A.I.A., il corrispettivo americano dell’ordine degli architetti. Il premio
è stato istituito per “dare un riconoscimento agli architetti e ai loro clienti
istituzionali e aziendali, che stanno creando insieme gli ambienti più
innovativi e di successo in tutto il mondo.”
Gli altri vincitori includono il New York Times e
la catena internazionale d’abbigliamento Gap Inc.
La giuria comprendeva, oltre a famosi architetti,
anche importanti uomini d’affari quali l’amministratore delegato della Mercedes
Benz-Nord America e il presidente della Nokia.
Portare Osho
nel cuore dell’editoria mondiale.
È
ormai chiaro che raggiungere il mondo intero con i libri di Osho non è
qualcosa che si possa fare partendo dall’India, è troppo complicato. L’idea di
avere un quartier generale internazionale arriva dallo stesso Osho, e la scelta
di New York era naturale – essendo ormai la capitale mondiale dell’editoria e
dei media.
L’interesse per i libri di Osho sta aumentando con
una velocità incredibile: il numero di libri e cassette di Osho venduti adesso
è sette volte superiore a quello di quando lui era in vita, (e questo senza
considerare le vendite via Internet, gli audio libri, i CD e così via).
Praticamente ogni giorno, da qualche parte su questo pianeta, si stampa un
nuovo libro di Osho. E al giorno d’oggi, la produzione di libri e cassette da
parte di editori ‘normali’, è cinque volte quella di editori sannyasin.
Nell’87 in India sono state vendute 600.000
audiocassette (prodotte anche da due delle maggiori case editrici musicali
indiane) con discorsi di Osho; conoscendo la realtà indiana questo vuol dire
che si può parlare di circa cinque milioni di ascoltatori. Cose simili accadono
anche nel campo dei libri: Meditation
first and Last Freedom (trad. it.: Meditazione prima e ultima libertà – ed.
Mediterranee) era edito fin dall’88 dalla Rebel Press (una casa editrice
sannyasin), negli Stati Uniti era uno dei best sellers fra i libri di Osho, ma
questo voleva dire 800 copie all’anno; l’edizione della St. Martin, uscita sul
mercato alla fine del dicembre
Sicuramente nessuno si aspetta di trovare una casa
editrice americana che pubblichi tutti i trecento titoli di Osho; il ruolo
degli editori ‘normali’ è quello di portare sugli scaffali del più gran numero
di librerie, dei libri “ponte”, così da far conoscere Osho alle persone. Il
compito di rendere disponibili tutti i titoli, rimane all’editoria sannyasin, e
alla distribuzione attraverso Internet, gli ordini postali e la rete dei
Centri.
C’è in corso un progetto per mettere su Internet
il testo dei libri di Osho le cui edizioni sono ormai esaurite; con uno
speciale software saranno disponibili sia per la lettura sul proprio computer,
o addirittura per la stampa con caratteri e typesetting uguali a quelli di un
buon libro.
(Liberamente
tratto da un’intervista di Sw. Deva Pramod di Osho International New York
apparsa su Viha Connection)
Un modo
nuovo di portare i libri e le meditazioni di Osho nel mondo
Presentato
da Ma Deva Sarito e Swami Prem Amrito
Negli
Stati Uniti,
dove iniziano (nel bene e nel male) le tendenze che si diffondono poi in tutto
il mondo, le librerie hanno qualche problema.
I piccoli librai di quartiere sono perlopiù un
ricordo del passato – solo pochi sono sopravvissuti alla concorrenza delle
grosse catene nazionali di librerie che si sono imposte negli ultimi anni.
Nel frattempo amazon.com
– che vende libri su Internet – ha rivoluzionato la maniera nella quale le
persone colte e benestanti comprano i libri.
Al giorno d’oggi con un computer, un motore di
ricerca, una carta di credito e premendo pochi tasti, puoi trovare praticamente
tutti i libri (in inglese) che cerchi e farteli consegnare a domicilio. È una
facilitazione che diventa ancora più attraente se si pensa che nelle grosse
catene di librerie è sempre più difficile che qualcuno ti aiuti o consigli
quando ne hai bisogno e spesso il personale non è di grande aiuto neppure
quando lo trovi. Non ti lasciano nemmeno usare i loro computer per vedere se
hanno o meno un libro! Volendo attirare sempre più persone nei loro negozi,
queste grandi librerie stanno cominciando a imitare i piccoli librari di
quartiere che le hanno precedute, cercando il modo per fornire un ambiente
amichevole e accogliente per quei lettori che amano dare un occhiata ai libri e
curiosare fra gli scaffali.
Le nuove grosse librerie spesso hanno un bar in un
angolo e sedie o divani sparsi, dove è comodo sedersi a sfogliare libri e
riviste. C’è anche una collaborazione con le grosse case editrici per
promuovere libri specifici. Si organizzano particolari esposizioni dei libri in
questione all’interno della libreria, viene inviata pubblicità via posta ai
clienti abituali e si organizza quello che si chiama un “tour dell’autore” –
dove l’autore del libro viaggia nelle località di tutto il paese, leggendo
brani durante incontri col pubblico, apparendo come ospite in talk show alla
radio o televisione locale, cercando in generale di creare interesse e
curiosità fra il pubblico dei lettori.
Siccome gli scrittori, per la maggior parte,
tendono a essere dei tipi introversi più che gente che ama stare in pubblico,
un tour d’autore che copra l’intera nazione è un fenomeno relativamente raro.
Poche cose poi, sono più penose da vedere che un imbarazzato scrittore mentre
regge con mani tremanti il suo ultimo capolavoro e recita in pubblico – con
voce a malapena udibile – la famosa scena di sesso spinto dal terzo capitolo.
Nelle settimane percedenti al lancio, da parte
della St. Martin Press, della nuova edizione del “The Book of Secrets” in Nord
America, i collaboratori della sede Osho International di New York
programmarono un incontro con i responsabili della St. Martin per mettere a
punto la promozione del libro.
Un compito ovvio era quello di preparare,
prendendolo dal libro, materiale che potesse essere usato sulle riviste. Ce ne
sono così tante e molte sono contente di ricevere materiale da pubblicare. Un
altro punto della discussione furono gli “incontri con l’autore” nelle varie
librerie.
All’inizio vi fu dello scetticismo su come
potessero esserci degli “incontri con l’autore” senza l’autore! Ma Osho
International aveva alcuni vantaggi da offrire. In tutto il paese c’erano
persone preparate e entusiaste, che potevano condurre questi incontri nelle
zone dove abitavano, e così non ci sarebbero state spese di viaggio e
soggiorno. La maggior parte dei “presentatori” era abbastanza flessibile in
termini di tempo, e così non c’erano problemi a organizzare – in due settimane
– una dozzina di eventi in tutto il paese. Inoltre erano tutte persone con una
lunga esperienza di lavoro con la gente. E soprattutto, potevano offrire non
solo delle noiose letture, ma un assaggio della meditazione – sperimentare un
qualcosa che le persone del pubblico potevano provare sul momento e usare nella
vita di tutti i giorni.
I responsabili della St. Martin furono abbastanza
interessati da decidere di provarci – e appena iniziarono ad arrivare i
rapporti dai primi eventi, furono entusiasti dei risultati. Infatti ogni volta
i presentatori furono invitati dalle librerie a tornare e condurre un altro
evento.
“È una maniera davvero buona non solo per
promuovere i libri di Osho, ma anche per far conoscere alle persone il suo
approccio unico alla meditazione” dice Sw. Pramod, che ha lavorato insieme ai
responsabili della St. Martin per organizzare i vari eventi e ha poi raccolto i
resoconti dei vari presentatori. “Abbiamo voluto condividere quello che abbiamo
imparato con le altre persone coinvolte coi libri di Osho nel resto del mondo,
così che possano considerare se organizzare eventi simili nei loro paesi.”
Ciò che segue è stato tratto dai resoconti degli
stessi presentatori degli eventi…
Chicago –
Satya Vedant
La libreria Transitions di Chicago è la più
conosciuta e fornita della città nel campo della medicina olistica, tematiche
“New Age”, libri e cassette alternative in genere. È anche un centro dove
vengono tenuti workshop e seminari. Satya Vedant (professore universitario) e
la sua collega Chaitanyo Bahar si erano preparati ben in anticipo inviando
inviti speciali ai mezzi d’informazione alternativi, oltre che naturalmente ai
giornali e alle stazioni radio locali. La direttrice dello Yoga Chicago
Magazine, che è anche un’insegnante di yoga, accettò l’invito e fu così
entusiasta della serata che decise di fare un servizio sulle meditazioni di
Osho in uno dei prossimi numeri della rivista. Inoltre ha già iniziato a usare
meditazioni dal “The Book of Secrets” (Il Libro dei Segreti) nei suoi corsi di
yoga.
La libreria pubblicizzò l’evento con manifesti
all’interno del negozio e mettendo ben in evidenza i libri e le cassette di
Osho. Invitò inoltre Sw. Vedant a tenere un workshop nel loro centro, dove egli
presentò alcune meditazioni tratte dal libro e terminò con una intera
meditazione Kundalini. Bahar dice: “Uno dei proprietari della libreria mi ha
raccontato che aveva consigliato a una sua amica – una manager sempre molto
occupata – di partecipare al workshop; l’amica le aveva detto in seguito di
aver apprezzato molto le meditazioni di Osho e di essersi sentita totalmente
rilassata alla fine della presentazione. Gayle (la proprietaria) ha aggiunto
che molti partecipanti le hanno detto che la presentazione del libro era
veramente interessante e che l’aver inoltre potuto provare le meditazioni di
Osho li aveva veramente convinti.”
Burlington,
Vermont – Jina e Anima
Poco più di una dozzina di persone, un numero
relativamente ristretto, ha partecipato all’evento in Burlington, ma tutto si è
svolto in maniera meravigliosa con Jina e Anima che hanno presentato il libro,
parlato un po’ delle meditazioni attive di Osho e guidato infine il pubblico in
due delle meditazioni tratte dal Libro dei Segreti – “Al centro dei suoni” e
“Il tocco di una piuma.” Jina ci scrive: “Le persone si sono veramente
coinvolte nel silenzio alla fine della meditazione… e poi ne è nata una discussione
che si è protratta molto a lungo. Devo dire che tutto è andato veramente bene.
La parte più bella è stata quando il rappresentante della Barnes & Noble
(libreria dove si svolgeva l’evento) ha partecipato all’intero evento, ha letto
il libro e ha deciso di farlo diventare “libro del mese”, esponendolo ben in
evidenza in vetrina.
San Franciso
– Pragito
La prima presentazione di Pragito alla libreria
Barnes & Noble di San Francisco ha avuto un successo tale da innescare
tutta una serie di ulteriori presentazioni nell’area della baia di San
Francisco che sta tuttora continuando. Pragito ha lavorato a stretto contatto
con la responsabile della libreria per creare uno spazio adeguato in locali
molto grandi e sempre pieni di gente, arrivando anche a trovare dei tendaggi
verde scuro per nascondere la vista di una scala mobile proprio dietro a dove
doveva sedere Pragito. Che ci racconta: “Ho iniziato con «Al centro dei suoni»
perché avevamo nelle vicinanze una scala mobile, un bar a meno di
La responsabile della libreria fu così entusiasta
della serata che si preoccupò di tenersi in contatto con Pragito e di aiutarla
a organizzare eventi anche nelle altre librerie Barnes & Noble dell’area di
San Francisco. Anche una libreria indipendente Stacy’s ha ospitato un evento di
gran successo e al momento Pragito continua a contattare librerie e ha serate
già programmate fin nei primi mesi del 1999.
Austin Texas – Navaneet (Bill Rose)
Austin è una pigra città universitaria e anche la
capitale del Texas. Book People è una libreria grande e famosa situata proprio
in centro. Navaneet, che fa consulenze e conduce training col suo nome legale
di Bill Rose, è un uomo con molto senso dell’umorismo… ecco i suoi resoconti di
“prima e dopo” l’avvenimento: “Siamo proprio pronti a partire, qui ad Austin
Texas. Book People ha esposto ben in evidenza il nuovo libro in tre diversi
punti della libreria: all’inizio del settore spirituale, insieme alle altre
novità proprio all’entrata del negozio e in uno speciale scaffale ad altezza
d’occhio direttamente dietro il banco all’uscita. Qui c’è anche un avviso molto
evidente che annuncia la serata di presentazione – due o tre giorni prima verrà
allestita anche una speciale esposizione proprio all’ingresso con un manifesto
che pubblicizza l’evento. Oggi sono state spedite – anche a indirizzi forniti
da me – cartoline di invito stampate appositamente per l’occasione. Altri libri
di Osho sono già disponibili in libreria o ordinati per arrivare prima
dell’evento. E il negozio mi lascia usare una loro copia dell’audiolibro ‘Book
of Secrets’ (Audio Renaissance) per far ascoltare una piccola citazione durante
la serata.”
“Suoneremo musica di Milarepa e Joshua nell’attesa
di iniziare, avremo alcuni altri libri di Osho, i Tarocchi Zen e CD di
meditazioni (Dinamica, Kundalini etc.) in bella mostra durante l’evento.
Distribuiremo inoltre volantini sul Tour «Bravo America» e altri sull’Osho
Kaifi Meditation Center qui di Austin… abbiamo anche fatto stampare segnalibri
con l’indirizzo del sito di Osho su Internet e gli orari delle meditazioni nel
centro locale – questi verranno inseriti in ogni copia del Libro dei Segreti.
Pronti a portare Osho sul mercato e pregustando il
gran divertimento che avremo a farlo…”
Nella serata di presentazione anche Navaneet usò
la meditazione “Al centro del suoni” all’inizio: “Usammo tutti i numerosi suoni
del negozio per la prima meditazione, compreso l’annuncio all’altoparlante
“Tutti i cassieri disponibili vengano per favore…”. Alla prima pausa nelle
meditazioni lo imitai con un “tutti i meditatori disponibili si avvicinino per
favore”. Ho usato dei cimbali tibetani per indicare la fine della meditazione,
e l’unico altro materiale che ho usato sono state delle palline ‘antistress’ e
un cervello di plastica – con stampata la pubblicità di un tranquillante – che
ho perché lavoro anche con psichiatri e case farmaceutiche, presentando la
meditazione come una importante ed efficace alternativa a questi metodi”.
Un consiglio di Navaneet ad altri che vogliono
presentare libri di Osho nelle librerie?
“Divertitevi il più possibile. È utile ricordarsi
come Osho possa essere divertente e per nulla serio. Vedere 50 persone sedute
nel mezzo di una libreria con i pollici nelle orecchie e le altre dita che
toccano gli occhi “leggere come piume”, e senza la minima preoccupazione su
cosa penseranno gli altri… È stato divertente, e un bel modo per presentare nel
mondo le meditazioni di Osho a nuove persone.”
New York –
Niyama e Prachant
Gli abitanti di New York sono famosi per essere
duri e cinici, ciononostante non è stato loro difficile rilassassi
nell’affollata libreria Barnes & Noble in Astor Place. Anche il
viceresponsabile si è divertito molto e, come ci racconta Niyama: “Alla fine
disse a Prachant che questo era stato il miglior evento che aveva mai visto a
Barnes & Noble, e che era molto interessato ad aiutarci a organizzarne
degli altri. Inoltre vedrà se è possibile allestire nel negozio un tavolo
speciale solo per «Il Libro dei Segreti»”. Due altri eventi sono già
programmati nello stesso negozio per i prossimi mesi.
Florida –
Unmani e Dharma
Unmani e Dharma portarono con loro una piccola
parte del tour Bravo America quando andarono alla libreria Borders di Aventura,
Florida. Vatayana dalla Comune di Pune e Paritosho da Austin, Texas si unirono
a loro nel rispondere alle domande del pubblico, formando così una “commissione
di esperti” particolarmente ricca e gioiosa.
Dharma e Unmani iniziarono col parlare della loro
esperienza nell’avvicinarsi alla meditazione e guidarono poi i presenti in due
meditazioni tratte dal Libro dei Segreti. Dopo aver risposto alle numerose
domande, fecero ascoltare “Musica dal mondo si Osho” guidando una meditazione
per ascoltare la musica con il cuore. “Fu la maniera perfetta per raggiungere
uno spazio di cuore,” dice Unmani. “Alla fine della meditazione l’energia nella
stanza si era veramente trasformata e il silenzio poi è durato veramente a
lungo… Osho era lì, incredibile! Inoltre subito dopo l’evento furono vendute 16
copie del libro – che io sappia – e persino il responsabile della libreria era
sorpreso da come le vendite fossero decollate così velocemente. Aggiunse anche
che gli era davvero piaciuta la meravigliosa energia che si era creata quella
sera nella libreria…”
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IL TOCCO DI UNA PIUMA
Toccando i
bulbi oculari come una piuma, la leggerezza tra di loro si apre nel cuore e lì
permea il cosmo.
Usa entrambi i palmi delle mani, appoggiali sugli
occhi e lascia che tocchino i bulbi, come una piuma, senza pressione alcuna.
Dovrai fare dei tentativi, perché all’inizio di certo farai pressione, e se c’è
pressione la tecnica non funzionerà.
Se premi ci sarà lotta con la mano, col palmo,
perché l’energia che scorre attraverso gli occhi opporrà resistenza. Quando
toccherai senza premere, l’energia inizierà a muoversi all’interno. La porta
verso l’esterno è chiusa e l’energia ricade all’indietro: sentirai una
leggerezza che avvolgerà il volto, la testa. Questa energia che si muove
all’indietro colpisce il terzo occhio; l’occhio della saggezza che si trova
esattamente tra i due, e per questo ti sentirai leggero, come se non esistesse
più la forza di gravità. Da lì, l’energia ricade nel cuore. Si tratta di un
processo fisico: goccia a goccia, essa cade nel cuore e sentirai quella
sensazione di leggerezza entrare nel cuore. I battiti cardiaci rallenteranno,
il respiro rallenterà, tutto il corpo si sentirà molto rilassato.
Se anche non scenderai in meditazione profonda,
questa tecnica ti aiuterà fisicamente. In qualsiasi momento del giorno,
rilassati seduto su una sedia, chiudi gli occhi, distendi tutto il corpo e poi
metti entrambi i palmi delle mani sugli occhi. Ricordati però di non premere:
dev’essere il semplice tocco di una piuma.
Se vuoi farne una meditazione, fallo almeno per
quaranta minuti: sii consapevole di non premere, in quaranta minuti te ne
scorderai facilmente. Alla fine la tua mente sarà completamente all’erta e
l’energia continuerà a scorrere; nel giro di pochi mesi sentirai che è
diventata simile a un fiume; nel giro di un anno sarà una vera e propria
alluvione… questo ti trascinerà via completamente. Non sentirai più di
esistere, sentirai che è il cosmo a esistere.
Le meditazioni:
“Il tocco di una piuma” e “Al centro dei
suoni”
si trovano rispettivamente in:
“Il Sentiero dell’Essere” e “Il
Sentiero del Reale” Ed. Lo Scarabeo.
“Il Libro dei Segreti” il primo volume, è edito in Italia da
Bompiani, il secondo volume è in fase di
stampa.
di Swami Anand Subhuti
Osho ha un aneddoto per quasi ogni dimensione
della vita spirituale di un ricercatore. Per ogni trabocchetto o incrocio che
potresti incontrare sul tuo cammino spirituale, è pronta una storia e non c’è
cosa – o forse dovrei dire “coda” – più salutare della storia. “Attento al
gatto!…”
Questa storia di Osho riguarda un mistico, il
quale, in punto di morte, improvvisamente si tirò su a sedere nel letto, lanciò
uno sguardo feroce al suo discepolo e disse: “Attento al gatto!”, quindi
ricadde giù e spirò. Il discepolo rimase perplesso, finché un amico del mistico
gli raccontò tutta la storia. Per molti anni il mistico aveva vissuto in una
piccola capanna nella foresta, dove era costantemente disturbato dai ratti che
gli mangiavano le vesti. Per affrontare il problema, gli abitanti del villaggio
lo persuasero che gli serviva un gatto. Però il gatto aveva bisogno di latte, e
così gli dettero una mucca. Però la mucca doveva essere munta e nutrita, e così
gli dettero una moglie. Però la moglie ebbe dei figli... E Osho commenta: “Puoi
lasciare il mondo… e sarai lo stesso. Creerai di nuovo lo stesso mondo, perchè
ti porti quel progetto nella mente. Non è questione di lasciare il mondo, si
tratta di cambiare la mente, di rinunciare alla mente. In questo consiste la
meditazione e in questo consiste il sannyas...”
Sono ormai molti anni che la presenza di gatti,
all’interno della Osho Commune International di Pune, ha preso un andazzo… beh,
non è proprio un problema, ma certamente, di tanto in tanto, è causa di
attenzione. In generale, i gatti, in Europa e negli Stati Uniti, fanno una
bella vita, viziati e amati dai loro proprietari. Ma a Pune, no.
Qui una popolazione fluttuante di gatti di
periferia, semi-selvaggi e semi-domestici, si ritagliano una sopravvivenza in
una concorrenza di fuoco con cani, umani e tutta una varietà di altre creature
viventi.
In questo ambiente, i giardini tranquilli e le cantine
ben fornite della Comune di Osho sono come una calamita per questi gatti, non
fosse altro che per il fatto che non vengono subito presi a calci o a sassate o
comunque cacciati via.
Però si comincia a delineare una situazione non
diversa da quella del racconto del mistico: troppi gatti, troppi problemi di
igiene. Che fare? L’approccio diretto di spedirli in un lungo viaggio senza
ritorno è una soluzione che dura poco. Non appena altri randagi di periferia si
accorgono che il territorio è libero, subito provvedono avidamente a riempire
il vuoto.
E non funziona neanche se si lasciano stare in
pace. Molto presto compaiono intere colonie di gattini, riflettendo
appropriatamente il problema cronico per eccellenza di questo sub-continente:
la sovrappopolazione. Poiché ero uno di quelli che per molti anni hanno tentato
di ignorare la situazione, sperando che si sarebbe dissolta, ho dovuto
eliminare il mio condizionamento tradizionale inglese di amante dei gatti. In
fondo sono qui per meditare, non per occuparmi di animali fastidiosi… ma un
tale atteggiamento non poteva durare a lungo e quando un mio vecchio amico,
Niket, un veterinario inglese, è arrivato a Pune, non mi sono lasciato sfuggire
l’occasione…
Cosa ne pensi, gli ho chiesto, se sterilizzassimo
tutti i gatti che sono attualmente nella Comune? In questo modo, potrebbero
difendere il territorio da nuovi arrivi, senza aggiungere alla popolazione i
loro piccoli. Fu subito d’accordo e così, con mia grande sorpresa e piacere, si
arrivò alla soluzione di un problema che aveva tormentato chiunque aveva
tentato di occuparsene in questi anni.
Fu allestito un piccolo ambulatorio
veterinario che fu presto attraversato
da una folta processione di gatti…
La saga non è ancora finita. Resta da vedere cosa
porterà il futuro. Quanto a me, mi sento cautamente ottimista di poter evitare
il fato del mistico della storia: queste creature sterilizzate saranno più o
meno autonome, non avranno bisogno della mucca per il latte e così via.
In tono più filosofico, questa esperienza si è
rivelata un’ottima opportunità per me, per poter vedere che l’attaccamento non
può essere tenuto a bada facilmente. Se la mia mente vuole trovare qualcosa a
cui aggrapparsi, lo farà… e i gatti possono fornire un’appropriata
preoccupazione mondana, permettendo alla mente di dire: “Ah, ma questo è
importante! Questo è un vero problema e, guarda, che bravo cittadino
socialmente responsabile sono stato a risolverlo!”
Guardando la cosa da un’altra prospettiva, è
chiaro che Osho ha ragione: non puoi rinunciare al mondo. Ignorare i gatti crea
un problema ancora più grande, ed è proprio precisamente questa attitudine a
cercare di ignorare il mondo, che ha creato gli enormi problemi che oggi
assillano l’India.
Forse è per questo motivo che Osho in un discorso in
cui racconta la storia di “Attento al gatto!”, subito dopo racconta un aneddoto
personale che si rifà al tempo in cui viaggiava nell’Himalaia con degli amici.
Avendo trovato una bella grotta, decisero di passarvi la notte. Al mattino, un
monaco, che si supponeva avesse rinunciato al mondo e a tutti i suoi
possedimenti, li scoprì là dentro e, arrabbiatissimo, gridò: “Fuori da qui!
Questa è
Come dice Osho, non è il mondo quello a cui
dobbiamo rinunciare. È il mondo che ci portiamo nelle nostre menti – gli
attaccamenti della stessa mente.