SOMMARIO

 

 

2 I CENTRI IN ITALIA

 

6 LE NOTIZIE

 

8 IL MONDO

Un occhio al Giubileo

La macchina messa in moto per il 2006

 

9 IL MONDO

Power & Sex

Una donna su come trasformare il mora

 

10 IL MONDO

Meditare on the road

Una sannyasin guida turistica in India

 

12 IL MAESTRO

Il grande maestro

Una delle parabole preferite di Osho

 

14 IL MAESTRO

Le vie del rilassamento

Una guida per liberarsi dallo stress

 

16 IL MAESTRO

Vivere senza sicurezze

Come la sicurezza esteriore può solo privarci della nostra forza interiore

 

18 IL CUORE

E per casa solo il cielo

Ritratto di una globetrotter

 

21 LA MENTE

Crisi della mezza età

Una preziosa occasione per svegliarsi

 

22 IL MAESTRO

Non cercare una casa Cerca te stesso

Osho ci spinge a vivere l'intera esistenza come la nostra casa

 

29

Servizio fotografico

Gli animali nella Comune

 

34 IL MAESTRO

L'arte di diventare grandi

La seconda metà della vita è ancora più bella della prima

 

40 IL MONDO

Sulle colline iesine

Danza, celebrazione, risate e meditazione

 

41 LA COMUNE

...Vent'anni dopo

Il racconto di un ritorno a Puna

 

42 IL MONDO

Che noia mortale!

Qual è il meccanismo che la scatena?

 

44 IL CUORE

Amore musica e meditazione

Il percorso di un musicista sannyasin

 

46 IL MONDO

L'inglese... senza sforzo

Seconda parte. Un metodo semplice e naturale per imparare l'inglese usando la meditazione

 

48 IL DIZIONARIO DI OSHO

Tutto quello che avreste voluto sapere, a puntate, dall'A alla Z

 

50 TUTTE LE STELLE

Il tuo oroscopo di luglio

 

52 LA VETRINA

Tutti i libri di Osho in italiano, i video di Osho, le musiche per la meditazione e il rilassamento

 

60 OSHO GIOCO

Parole crociate per aguzzare l'ingegno

 

 

 

Tutte le fotografie e le parole di Osho sono coperte da Copyright © 1972 – 1990

OSHO INTERNAYIONAL FOUNDATION

 

 

 

 

 

 

 

 

 

DENTRO E FUORI LA COMUNE

 

 

A come Ayurveda, scienza della vita

Ma Veet Charya e Swami Satgyano, entrambi medici che praticano e approfondiscono da anni la secolare medicina ayurvedica indiana, dopo avere aperto all'inizio dell'anno un Centro Ayurvedico in Germania, per trattamento, training in massaggio e seminari per medici, hanno creato il loro sito in internet: http://Ayurveda.home.pages.de

Sotto la voce Diet & Health Education, consigliano le meditazioni di Osho e rimandano direttamente al sitoosho.org per chi volesse saperne di più.

 

 

Zennis, tennis come meditazione

Il tennis come meditazione, la meditazione come tennis... Swami Prem Niket, alias Peter Spang, ha pubblicato un libro allettante che invita sia i giocatori dilettanti che professionisti a immergersi un po' di più nel gioco. Niket, un ex giocatore professionista e allenatore, offre alcune intuizioni affascinanti sulle partite di tennis del Grande Slam e sulla psicologia di giocatori come Boris Becker, Pete Sampras e Steffi Graf.

Il libro è edito da Perigee Books, New York.

 

 

Pronto soccorso ad Acteal

Ma Dyan Chandani, una terapista che lavora con una tecnica particolare per sciogliere i traumi, ha passato ventun giorni ad Acteal, in Messico. Lo scopo della visita era aiutare i sopravvissuti del massacro di Chiapas, dove un gruppo di indigeni Zapatista non armati era stato ucciso dai militari governativi.

Chandani ha convinto le autorità locali dell'aiuto che la sua Terapia dello Stress Post-Traumatico poteva apportare ai sopravvissuti e, dopo essere stata sottoposta a rigorosi controlli di sicurezza, è riuscita ad arrivare al villaggio di Acteal.

Visto che il medico locale era stato ucciso, Chandani ha passato la sua prima settimana a svolgere la funzione di medico, poi è riuscita a introdurre le sessioni di terapia usando una sua tecnica speciale.

 

 

Saluto a un'amica

Il giorno 12 aprile ha lasciato il corpo Ma Antar Sampatti di Torino, amica di molti in Italia, a Puna e nel mondo.

Ad una cara amica, compagna, bimba di questo ed altri Mondi... un canto,

di Ma Prem Sharno:

Sampatti

sei una luce che vola

un silenzio innocente

che entra nel cuore … nel cuore.

 

Sei un uccellino curioso

un respiro che indugia

nell’eterno respiro

della vita.

 

Sei saltata nel lago

con gli occhi

della sorpresa,

e ora assapori la gioia.

 

 

Osho! Osho! Osho!

Swami Prem Ashish, responsabile della sicurezza alle entrate della Comune, ci racconta una bellissima storia sulla morte di sua madre. Appena Ashish ricevette il messaggio che sua madre era molto grave, rientrò immediatamente a casa, nel Haryana, per passare con lei gli ultimi giorni di vita.

Sua madre, anche lei sannyasin, – Ma Anand Buddha – accettava totalmente la morte imminente e passarono molto tempo insieme ogni giorno in comunione da cuore a cuore. L'ultima notte, mentre Ashish la aiutava a sedersi reggendole la schiena, gli uscirono improvvisamente, con sua grande sorpresa, tre grosse esclamazioni: "Osho!"

"All'ultimo grido – Ashish racconta – la sua testa è caduta sulla mia spalla e ho potuto sentire mia madre che lasciava il corpo. Posso semplicemente dire che è stata una bellissima sensazione di gioia e celebrazione.

Osho l'ha proprio aiutata a lasciare il corpo in pace e gioia."

 

 

… persino in Germania!

Ma Deva Pyari, originaria del Brasile, vive in Germania dal 1982 ed è quindi perfettamente qualificata per scrivere un libro che aveva come titolo originale "Come essere soddisfatti persino in Germania."

Sfortunatamente per lei, gli editori tedeschi che volevano cavalcare l'onda della moda dei libri di tantra, le hanno fatto cambiare il titolo in: "Tantrisches Leben," ma – nonostante questo – il libro trasmette sempre la vitalità, la saggezza e il senso di gioia di Pyari, con in più vari esercizi e due meditazioni di danza. Il libro è edito dalla casa editrice tedesca Heyne.

 

 

Bravo America 1998

Milarepa, Joshua e altri musicisti di Puna daranno l'avvio a Cleveland, in Ohio, il 4 settembre, al loro Bravo America Tour 1998 che dovrà portarli in giro per tutti gli Stati Uniti. Il gruppo suonerà le sue famose canzoni di Osho in almeno 12 città: Cleveland, Chicago, St. Louis, Austin, Boulder, Seattle, Talent (Oregon), Laguna Beach, Sedona, Cape Canaveral, Tampa e New York.

Ma Vatayana e Ma Leela accompagneranno il gruppo e terranno eventi di meditazione durante i weekend.

 

 

Ralph e Charly

Non capita spesso di incontrare un attore con una laurea in psicologia, ma Ralph Schicha, quarantasettenne, si è dato allo spettacolo solo dopo aver studiato a Friburgo, Monaco e Stanford. Per ben dieci anni ha girato film di produzione estera, ma solo recentemente ha raggiunto l'apice del successo nella Germania natale con la produzione di una serie televisiva ZDF "Il nostro Charly."

Il ruolo di Ralph è quello di un medico veterinario la cui famiglia adotta un piccolo schimpanzé di nome Charly. "La produzione di questa serie sta andando avanti da due anni; sono ora in preparazione gli ultimi episodi e, una volta terminati, sarò libero," ha spiegato. Della sua terza visita alla Comune ha detto: "È un'occasione meravigliosa per immergermi nell'energia e nell'atmosfera di questo ashram, per rilassarmi e meditare, per vivere momento per momento."

 

 

India My Love in olandese

Ma Deva Nayano, quarantaduenne, non vede l'ora di veder pubblicata la versione olandese di India My Love, un libro che rappresenta il tributo di Osho all'India.

Il libro uscirà in contemporanea in Belgio e in Olanda. Nayano ha tradotto il libro la scorsa estate su richiesta di Ralph Bakker, direttore del Metavision Growth Center di Amsterdam ed editore.

"È stato un lavoro molto interessante e gratificante," ha confessato soddisfatta Nayano.

 

 

Un sannyasin freelance

Gitta Magnell, di Stoccolma, venne per la prima volta a Puna nel 1994, inviata speciale del più importante quotidiano svedese, Dagens Nyheter, per scrivere un articolo sull'Osho Commune International. Tre anni dopo è tornata per farsi iniziare al sannyas e per partecipare al gruppo Women's Liberation. Gitta lavora ora come giornalista freelance. "Ho una mente critica di cui non mi sono stufata e ho preso il sannyas per allegria. Ho lavorato 20 anni come giornalista, ma non sono cinica e sono grata a Osho per questo – mi sento ancora una bambina."

 

 

Mystic Rose per il Pianeta Blu

Ma Anand Taruna, conosciuta anche come Barbara Riitting, famosa attrice tedesca, è diventata una fan dell'Osho Mystic Rose Meditation. Ha di recente assistito Ma Prem Leela nella Mystic Rose di Colonia e ha parlato con i giornalisti del Bild am Sonmtag. Taruna ha pubblicato un libro intitolato "Ricette per il Pianeta Blu," che comprende una vasta gamma di materie relative all'ambiente: alimentazione, oggetti casalinghi, energia solare, riciclaggio, organizzazioni per la pace e, naturalmente Osho.

 

 

La festa Maestro-Discepolo della luna piena

Mentre andiamo in stampa, nella Comune è in corso il festival del Gurupurnima. Oggi al satsang del mattino abbiamo sentito Osho dire: "Il cuore non sa nessuna lingua – sa come amare, sa come essere grato, sa come restare aperto, sa come andare così vicino al maestro da venire consumato proprio nel silenzio del maestro. Il suo silenzio diventa il tuo silenzio. La sua verità diventa la tua verità. Questo è il mistero che accade tra il maestro e il discepolo, ma che non accade mai tra l'insegnante e lo studente."

 

 

Meditazione per i bambini,

un’interessante esperienza sul Monte Amiata

Nell'inverno 97/98 Ma Madhu di Chianciano teneva un corso di tecniche di meditazione in un paesino nella zona del Monte Amiata. Ecco cosa ci racconta: "Il corso era per lo più frequentato da insegnanti delle scuole elementari e medie e nacque così l'idea di sperimentare in una classe "difficile" di prima media la meditazione che Osho suggerisce per bambini dai cinque ai dodici anni: gibberish, risata, silenzio. All'inizio i bambini, come mi dissero "dopo", pensarono che fossi matta; non riuscivano a capire il perché della risata senza una ragione, ma una volta superato questo scoglio, non solo risero e si divertirono, ma mostrarono anche tutto il loro senso dell'umorismo. Del gibberish comunque si stancarono presto, e allora si passò alla catarsi e alle parolacce che li facevano sentire molto liberi, come mi dissero durante la condivisione che facevamo sempre alla fine dei nostri incontri, che avevo chiamato "esercizi" per non allarmare i genitori con la parola meditazione. Comunque si stancarano presto anche della catarsi, e allora fu la volta di tutte le altre meditazioni fatte in tempi ridotti. Le più amate furono la Kundalini e la Nataraj; i bambini amano ballare, quando arrivavo la prima cosa che mi chiedevano era se avevo portato la musica.

Lo stadio del silenzio finale era un po' difficile da mantenere, così cominciai a raccontare storie, favole e visualizzazioni che ebbero un gran successo e non ci fu più nessun problema a mantenere il silenzio.

Entrare nel mondo dei bambini è stata per me un'esperienza molto interessante per l'intensità dei nostri incontri, dove io partecipavo con tutta la mia energia e nello stesso tempo dovevo far rispettare una certa struttura: per esempio, non toccarsi gli uni con gli altri, non farsi male, senza per questo diventare repressiva. Inoltre dovevo essere pronta a inventare sempre nuovi modi di fare le meditazioni, per esempio, fare un grande cerchio, oppure gli uni di fronte agli altri, insomma cercavo di cambiare ogni volta perché i bambini si annoiano in fretta. Ho anche visto tutta la competizione che c'è nella scuola, soprattutto all'inizio i bambini non riuscivano a capire come mai nei nostri "esercizi" non ci fosse il più bravo, ma invece ognuno di loro avesse il proprio unico e individuale modo di essere bravo. I risultati dei nostri incontri furono visibili dall'inizio. Secondo l'insegnante i bambini erano più tranquilli e rilassati durante le ore di lezione. Visto il successo dell'esperimento è molto probabile che si farà anche l'anno prossimo e anche in altre scuole."

Grazie Madhu per questa condivisione!

 

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UN OCCHIO AL GIUBILEO

 

 

Per cominciare un po’ di storia. Il primo a introdurre il termine e concetto di Jubileaus, nella tradizione cristiano-latina fu Girolamo traducendo dall’ebraico “yobel” che significava: “l’anno della liberazione da servitù e debiti e della restituzione delle terre espropriate” – quindi una gran festa! Col tempo si trasformò in “l’anno della remissione dei peccati” – prima si ruba, si fa sesso, si ammazza, poi ci si pente, poi ci si fa perdonare i peccati…

Il primo Giubileo del 1300 lo gestì Bonifacio VIII, gran furbacchione che aveva la necessità, per stornare le voci su di lui, di ribadire che il papa era la vera potenza temporale e spirituale (questo simboleggia lo stemma papalino con le due chiavi) e che il Vaticano in Roma era Caput Mundi, non in capo al mondo ma al centro del mondo conosciuto.

Come fare in modo di portare tutte le genti a Roma se non promettendo una grande assoluzione collettiva? Quale miglior gadget a costo zero per il Vaticano? E così in una città di 40.000 abitanti dentro le mura arrivarono in un anno a piedi 200.000 peccatori pellegrini. Fu un grande successo!

Si studiò subito di ripeterlo, invece che dopo 100 anni come avevano stabilito inizialmente, ogni 50. Il ceto emergente dei banchieri e dei mercanti fece un sodalizio con il Vaticano per rilanciare l’economia e restaurare la signoria pontificia, finanziando l’attività della Curia e controllando il traffico dei pellegrini: ora il potere papale è davvero assoluto. È superfluo aggiungere che con i secoli a venire i tempi tra un anno santo e l’altro si ridussero con le scuse più banali fino a 25 anni, rendendo il dominio per mezzo della paura dell’eresia e della scomunica sempre più forte.

Ed eccoci al Giubileo del 2000 dove tutti sperano di accaparrare quattrini sui pellegrini in arrivo rimettendo in sesto una città con un centro storico vastissimo lungo il quale si estende il percorso detto “delle 7 chiese” indispensabile da percorrere per ottenere la remissione. Capito la furbizia? e lungo questo percorso che cosa ci trovi? negozi di gadget, ristoranti, hotel, visite guidate, banche, tutte cogestite non certo dallo Spirito Santo. È da ricordare che nei secoli scorsi lungo il percorso dei pellegrini sorgevano case di tolleranza dove donne di malaffare inducevano al peccato, tanto poi alla fine del pellegrinaggio sarebbero stati tutti redenti!

L’Agenzia per il Giubileo ha fatto un’indagine secondo cui ogni giorno arriveranno a Roma 6.300 auto, 12 treni speciali, 220 pullman, 18 aerei, e il 62% dei pellegrini si sposterà con i mezzi pubblici. Sarà come quando nevica: il caos totale.

Oggi nell’era informatica è la pubblicità la chiave di volta, il prendi 3 e paghi 2. Così stanno investendo miliardi per un recupero di credibilità. Finora sono 390 le varie pubblicazioni sul Giubileo con le preghiere del papa polacco spedite in tutto il mondo, in testa l’America Latina e il Brasile, mentre in Iraq e Siria sono state curate edizioni in arabo. Musicassette e video per gli analfabeti con inni allo Spirito Santo e la favoletta di Gesù, sono state create in lingua urdu e distribuite in Pakistan, altre in Cina e via con il resto del mondo.

A tutti gli effetti stiamo assistendo a qualcosa di storico: la Chiesa si sta organizzando per restare al passo coi tempi; tutta la macchina pubblicitaria è in pieno movimento con il consenso dello stato, a cui incombe quasi tutto l’enorme sforzo economico dell’operazione.

Sta nascendo anche una rete televisiva della Chiesa: Sat 2000 che potrà attingere dai fondi dell’8 per mille e avrà un ruolo guida nel nostro paese.

Sembra proprio che l’ultima battaglia della cristianità sia cominciata. La posta in gioco è alta, non è solo la supremazia, ma la sopravvivenza stessa di questa vetusta religione anche nel nuovo millennio ormai alle porte.

Ma detto tra noi: c’è qualcuno che piangerebbe per la sua scomparsa?

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Power  &  Sex

La visione di una donna su come transformare il mondo

 

Scilla Elworthy è la fondatrice dell’Oxford Research Group, un gruppo di ricerca internazionale creato 16 anni fa, il cui scopo è salvaguardare il mondo dalle armi nucleari. Nominata due volte per il Premio Nobel per la Pace, Scilla ha ottenuto un notevole successo riuscendo a mettere insieme progettisti di armi, militari e diplomatici americani, russi, cinesi ed europei.

È stato dopo uno di questi incontri che ha deciso che era il momento di prendersi una vacanza, ed è venuta all’Osho Commune International di Puna. “Mi ci sono voluti 54 anni per scoprire che è solo se conosco me stessa, o almeno comincio a conoscere me stessa, che il mio lavoro nel mondo può essere efficace,” ha spiegato.

“Tutto dipende dalla trasformazione personale ed è per questo che una persona come me se ne sta seduta qui, nei giardini di questa bellissima Comune. Perché se non conosco me stessa, non posso fare a meno di proiettare le mie ansie e paure su qualcun altro. Il caos presente all’interno del movimento per la pace, del movimento per i diritti umani e altri movimenti ecologici ha origine da qui.

“In questi movimenti ci sono molti contrasti e molto stress, perché è la rabbia che muove le persone. Ciò non è necessariamente un male, la rabbia è un carburante eccezionale che tira fuori le persone dal letargo e le mette in azione. Però è meglio essere centrati, essere consapevoli di ciò che si fa. Questo è un requisito per un lavoro efficace nel mondo.”

Scilla ha di recente scritto un libro, dal titolo provocatorio “Power and Sex” (Potere e sesso) che, tradotto in quattro o cinque lingue, sta vendendo bene. In esso esamina la differenza tra il potere come forza per dominare gli altri e quello che Scilla definisce “il potere del cuore.” E trova anche un legame tra i due tipi di potere e il sesso.

“Ogni vota che si parla di potere, il sesso non è molto lontano,” spiega. “Nelle relazioni, sesso e potere sono praticamente indistinguibili. È un gioco che si consuma nella camera da letto. Uomini e donne si controllano a vicenda attraverso l’attrazione sessuale. Per esempio, quando una donna sa che un uomo è attirato sessualmente da lei, sa anche di avere il potere di manipolarlo.

La sensazione è che nelle relazioni con gli altri in realtà stiamo cercando un’integrazione delle nostre parti maschile e femminile. Stiamo cercando di scoprire l’amante interiore. Quando ci muoviamo in questa integrazione, il potere interiore comincia a fiorire.”

Scilla ci ha fatto l’esempio di due leader mondiali che, secondo lei, manifestano questo tipo di potere: Nelson Mandela, che ha salvato milioni di vite durante il periodo di transizione tra governo bianco e nero in Sud Africa, e Aung San Suu Khi, la principale avversaria della dittatura militare in Burma. “Lo chiamo anche potere dell’hara, perché viene dal centro dentro di noi,” ha detto Scilla. “L’ultima parte del libro è dedicata alla presentazione dei vari modi di usare questo potere in situazioni che incontriamo quotidianamente: nelle relazioni, nella società, nella politica nazionale e internazionale.”

Scilla ha sentito parlare di Osho partecipando a un workshop in Inghilterra con altri sannyasin e ha letto numerosi libri di Osho. Dopo aver organizzato alcuni incontri con le persone che si occupano di decisioni nucleari in una località segreta asiatica, si è sentita esaurita e aveva bisogno di un posto in cui potersi riprendere.

“Sapevo che dovevo venire qui, e avevo ragione,” ha detto. “Quello che desideravo era… ciò che stiamo guardando ora, questa bellezza, non solo nei giardini, ma anche nelle persone. La calma delle persone che sono qui e questa bellezza fisica: mi nutrono.

“Ogni volta che parlo con un progettista di armi di Los Alamos, o di un altro posto, ed esprimo la mia avversità al cosiddetto «realismo» che giustifica la fabbricazione di armi nucleari – «e Hiltler, e Saddam Hussein, come facciamo a proteggerci?» – e faccio del mio meglio per trovare una risposta, avverto un grande bisogno di nutrimento. E quando si ha sete, bisogna andare al pozzo.”

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Meditare on the road

Ma Alok Atmo fa la guida turistica professionista in India da dodici anni e qui ci parla di due modi di essere in India: come guida turistica e come sannyasin.

Amo l’India dal più profondo del cuore. L’ho amata sin dal primo momento in cui sono arrivata qui, diciassette anni fa. Per tre giorni di seguito non ho potuto impedirmi di piangere dalla gioia. Qui mi sento proprio a casa.

E quando mi è stato proposto di lavorare come guida turistica, ho detto subito “sì” con slancio. Tutto successe nel 1986, dopo essere stata da Osho a Juhu Beach, fuori Bombay. Per tutta la durata del viaggio aereo di ritorno in Germania non ho fatto che parlare del mio amore per l’India con il mio vicino che, prima di giungere a destinazione, mi ha offerto il lavoro di guida turistica. Ma c’era una condizione: dovevo iniziare la settimana seguente. È così che è cominciato il tutto.

Il mio lavoro inizia quando vado ad accogliere all’aeroporto di Delhi o Bombay dei passeggeri anziani e di mezza età che atterrano con un charter. Li accompagno in albergo e parlo loro dell’India in generale. Per i 7 o i 14 giorni che seguono, sono io a governare le loro vite e a loro questo sembra piacere. Dà loro un senso di sicurezza, sapere che qualcuno si prende cura.

Un tipico giro turistico ci porta da Delhi ad Agra – per vedere il Taj Mahal – e poi a Jaipur, Udaipur, con un’ ultima fermata a Bombay. Un tour invece più lungo include anche Khajuraho e Varanasi. Faccio questo lavoro per circa 12-15 settimane l’anno nel periodo da novembre ad aprile.

Questi sono i dati di fatto di una vita “on the road” che trovo sia allo stesso tempo frustrante e soddisfacente. Ad esempio, la mia può essere una vita molto solitaria, per il fatto che stiamo solo una giornata in ogni città e perché all’inizio non avevo nessun amico in quei posti. I direttori e il personale d’albergo indiani cercano in ogni modo di comportarsi all’ “occidentale” e cercano quindi di essere “indifferenti”.

Tuttavia, dopo parecchie visite, qualcosa è cambiato. Oggi sanno tutti che sono una sannyasin ed è bello vedere la loro curiosità.

Sento che gioco una carta speciale quando dico “Vengo da Puna.” In quel momento non sono solo una guida turistica, o semplicemente una turista: c’è come un’apertura, anche perché molti di loro hanno visitato la Comune.

Essere meditativi durante un giro turistico è una vera e propria sfida. Sebbene possa sempre ritirarmi nella mia camera d’albergo la sera, trovo difficile meditare in quelle scatole quadrate di cemento che sono le moderne stanze d’albergo. Ma ho però sviluppato un metodo unico per riuscire a meditare sul pullman – con gli occhi aperti.

Come guida, non sono autorizzata a chiudere gli occhi. Devo essere attenta che l’autista non faccia qualche sciocchezza, come ad esempio prendere la direzione sbagliata, ciò che accade spesso, o se ci sono avvoltoi che mangiano un cammello morto sul percorso, o se c’è una carovana di cammelli, o gente del Rajastan nei loro costumi colorati… In questi casi fermo il pullman perché i turisti possano fare delle foto.

Oltre a tutto, se dovessi chiudere gli occhi per meditare, i passeggeri tedeschi non sarebbero contenti: penserebbero che sto dormendo e quindi che non sto facendo il mio lavoro. Loro sì che possono dormire. Infatti si addormentano spesso mentre parlo – ma io devo assolutamente restare sveglia.

Per questo ho sviluppato la mia tecnica. Già il semplice fatto di entrare nel pullman e sedermi al mio posto, mi rilassa. So che, per le prossime quattro ore, ho più o meno del tempo libero. Mi metto a mio agio, sia dentro che fuori.

Partiamo e quando i paesaggi cominciano a sfilare, resto semplicemente seduta con gli occhi aperti e lascio che tutto passi attraverso di me, come su un grande schermo cinematografico. A poco a poco la mia mente si acquieta e qualcosa si rilassa molto profondamente. C’è come un punto fermo nella mia pancia. Non devo fare nulla. Devo solo stare seduta dove sono. E allora un senso di gratitudine emerge… e una grande consapevolezza.

Essere sannyasin mi aiuta a creare alcuni momenti molto interessanti, nel senso che mi dà il coraggio di essere spontanea e autentica. Mi ricordo qualcosa che è successo recentemente: eravamo in viaggio in pullman da 16 ore – a causa di un volo annullato – e ci eravamo fermati a un chiosco lungo la strada, dove alcuni turisti volevano comprare le sigarette.

Tutto sembrava assolutamente normale. Passare sedici ore in un pullman con 25 persone non è da poco, da un punto di vista energetico, ma i tedeschi sono duri e l’atmosfera nel pullman mi sembrava buona. Improvvisamente si alza un turista da un sedile posteriore e comincia a urlare con tutte le sue forze: “Questo è troppo…! Perché siamo fermi qui…? Quando arriveremo…?” e via di questo passo.

In genere sento quando qualcuno si sta arrabbiando e in questo modo vuole proteggersi, ma quest’uomo mi ha colta totalmente alla sprovvista. Mi sono immediatamente messa a piangere di fronte a tutti i turisti.

Gli ho detto: “Ha ragione, non avrei dovuto farvi aspettare, ma questa è la situazione.”

Qualcun altro è intervenuto per difendermi: “Lei è una guida così brava, fa per noi tutto quello che è umanamente possibile, non ha nulla a che fare con quest’uomo – non ci faccia proprio caso.” Sempre in lacrime ho risposto: “Sì, questo è ciò che succede ora, questo è reale, questa sono io. Preferisco piangere che ingoiare. E il signore ha ragione. Che fare?” Quando siamo scesi dal pullman a Varanasi, sono venuti tutti ad abbracciarmi, dico… tutti quei turisti tedeschi di mezza età!

Mi sono accorta che va bene essere me stessa. Infatti, non avrei potuto fare diversamente. E gli altri si sono molto commossi. Erano un po’ perplessi perché, essendo una professionista, pensavano che fossi abituata a scene del genere, ma non è così, sono molto rare.

L’India in se stessa e la mia presenza fa succedere qualcosa. Durante gli ultimi cinque anni, alla fine di ogni viaggio, quando ci diciamo addio all’aeroporto, quasi tutti (più dell’80 percento) mi danno un lungo, caldo abbraccio… Sono tedeschi, proprio tedeschi, mi viene da dire! È molto insolito.

Le persone spesso chiedono: “Lei è così calma, ha qualcosa che non ho mai incontrato, fa dello yoga?” Quando visitiamo dei vecchi siti Buddhisti, parlo di Gautama il Buddha e della spiritualità orientale. Questo è uno dei preziosi regali di questo lavoro: l’enorme attenzione che mi danno quando parlo di esoterismo, di cose spirituali.

È una cosa delicata. Sono una guida turistica ufficiale. Queste persone non hanno mai visitato un ashram, né hanno mai meditato. Sono venute per un giro turistico. Vogliono fare delle foto da mostrare a casa agli amici. Poi incontrano qualcuno come me e si lasciano commuovere.

Quando sono di fronte a una statua di Buddha, nessuno può fermarmi. In un certo senso, mi perdo. Divento una sannyasin e dimentico che queste sono persone normali.

A volte parlo per 45 minuti. Chiedo due o tre volte: “È troppo?” e loro rispondono: “No, continui pure,” e allora parlo dei chakra, dell’aura, della meditazione, del sorriso di Buddha e loro sono tutti orecchie.

Alcune volte l’ingenuità sull’India è spassosa. Alcuni anni fa, dopo un giro di due settimane che terminava a Bombay, mentre in pullman stavamo dirigendoci verso mezzanotte al nostro albergo attraverso le strade della città, ho sentito una signora dietro a me dire al marito: “Guarda fuori, caro, tutta questa gente che dorme per le strade. Perché non se ne vanno a casa?”

Con pazienza il marito cercò di spiegarle che non avevano una casa dove andare!

Tornare a Puna dopo un giro turistico significa proprio cambiare marcia – anche se sono stata via solo una settimana – perché il fatto è che quando vado sono veramente via, in un mondo totalmente diverso. E collegare i due mondi è proprio una forzatura.

Più spesso vado a fare i tour, più difficile diventa la partenza e più difficile è l’arrivo.

Si potrebbe pensare che dovrebbe essere l’inverso, cioè che le cose diventano più facili col tempo e l’abitudine – ma non è così. Questo divario, la differenza fra i due mondi, diventa sempre più evidente. Sento che questo lavoro sta arrivando alla fine.

Mi ero data una missione – la chiamo così – quella di fare da ponte tra l’Oriente e l’Occidente, per aiutare i turisti occidentali a capire l’India e per aiutare l’India a digerire i turisti con dignità. Missione compiuta!

Ma sono stanca di essere schizofrenica. È il momento di qualcosa di nuovo. Sono stata – con successo – la rappresentante di un’agenzia turistica tedesca e ora voglio essere una rappresentante di Osho.

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Una delle parabole preferite di Osho

IL GraNDE MAESTRO

 

Mi viene in mente una storia famosa…

Un cane si era illuminato. Ora nessuno può impedirlo… chiunque può illuminarsi. Non ci sono leggi che lo impediscono, diventare illuminati non è un crimine.

E il cane era un ottimo oratore molto articolato, e andava in giro per la capitale dicendo a ogni cane: “Il tuo solo problema è che continui ad abbaiare per niente. Questa malattia ti impedisce di illuminarti. Guarda me, non abbaio mai.”

Dalla mattina alla sera tardi continuava a ripeterlo a ogni cane, finché tutti accettarono che era illuminato, e non c’erano dubbi al riguardo. Tutti si vergognavano, ma cosa potevano fare? – un cane è un cane! Quando un cane vede un’uniforme non riesce a non abbaiare.

I cani sono molto contrari alle uniformi: postini, poliziotti, sannyasin… Il cane, non appena vede un’uniforme, diviene immediatamente ostile. Dev’essere un grande amante della libertà, e l’uniforme rappresenta la schiavitù. Nella mente dei cani dev’esserci una certa filosofia, perché si prendano un tale fastidio… abbaiare stanca.

Poiché non riuscivano a smettere di abbaiare, dovevano riconoscere che il cane che non abbaiava era illuminato. Era il Gautama il buddha dei cani, aveva raggiunto picchi mai toccati prima: “Siamo orgogliosi che tu sia nato tra noi, ti adoreremo. Ti ricorderemo, parleremo ai nostri figli dei giorni d’oro in cui tu eri vivo. Ma perdonaci, noi ce la mettiamo tutta. Più cerchiamo di non abbaiare, più forte è l’impulso ad abbaiare.”

Una notte di luna piena… e i cani ce l’hanno anche con la luna; nessuno sa perché. In realtà in tutte le lingue ci sono termini per definire i matti.

In inglese ‘lunatic’ è sinonimo di matto, di pazzo. Ma in origine “lunatic” significa stregato dalla luna. In hindi è la stessa cosa: il matto viene chiamato chaandramara, ucciso dalla luna. La luna fa impazzire la gente, fa impazzire anche l’oceano.

I poeti ne subiscono l’effetto, i pittori ne subiscono l’effetto. La maggior parte dei suicidi viene compiuta nelle notti di luna piena, un maggior numero di persone impazzisce nelle notti di luna piena.

Quindi se i cani abbaiano per tutta la notte, nessuno può condannarli – hanno qualcosa del poeta, qualcosa del pazzo, hanno un senso estetico, sentono l’oceano. Ma non riescono proprio a tollerare la luna piena, e poiché non riusciamo a capire la loro lingua, la chiamiamo abbaiare.

Chi lo sa, forse stanno recitando poesie dedicate alla luna… forse abbaiare è il loro modo di pregare…

Una notte di luna piena tutti i cani decisero che bisognava porre un limite alla loro continua condanna. “Quel cane illuminato è troppo. Non appena abbai, eccolo che arriva. Si nasconde di qui e di là e osserva i cani. Questa notte dobbiamo impegnarci: anche a costo di morire, non abbaieremo. E non apriremo gli occhi, così non vedremo la luna piena.”

Decisero: “Sono anni che ci prova. Concediamogli almeno una notte, se la merita. Lasciamo che si goda questa notte: ogni cane deve nascondersi in un posto diverso, e mettercela tutta – si tratta solo di una notte. La mattina potremo abbaiare quanto vogliamo. Solo per una notte…”

C’era un silenzio che mai si era sentito. Il Gautama il Buddha se ne andò in giro per la città – e non incontrò neppure un cane. Tutti i cani erano scomparsi… cos’era successo? – e una notte di luna piena era l’occasione migliore per predicare.

Ma i cani erano scomparsi in angoli bui dietro le case, si nascondevano. Temevano che, vedendo la luna, alla faccia di tutti i proponimenti, non sarebbero riusciti a resistere. Sapevano…! Erano consapevoli della loro debolezza e fragilità, quindi era meglio che se ne stessero tranquilli al buio, dietro le case.

Ma Gautama il Buddha era preoccupato: “Cos’è successo? Che siano tutti morti?”

La luna cominciò a sorgere. E per la prima volta – visto che prima era sempre occupato a insegnare agli altri cani, non aveva tempo di guardare il cielo – vide la luna.

Nel mezzo della notte, quando la luna era alta nel cielo, il cane maestro cominciò a sentire un forte pizzicore in gola. E disse: “Mio dio, non mi sono mai sentito così!” Prima non ce n’era stata l’occasione. Era sempre impegnato a insegnare, quindi tutto il pizzicore finiva nell’insegnamento.

Era la prima volta nella sua vita che era rimasto senza parlare per ore. Il pizzicore divenne tale che alla fine si mise in un angolo e cominciò ad abbaiare. Nel momento in cui cominciò ad abbaiare, all’improvviso l’intera città… perché tutti i cani pensarono che uno di loro avesse tradito.

Si erano trattenuti, cercando di fare i santi. Ora che uno aveva tradito, non c’era più bisogno, l’accordo era rotto. Quindi tutti i cani cominciarono ad abbaiare.

Fu come se cascasse il cielo. Era tutto un abbaiare – i cani uscivano da ogni angolino.

Quel giorno egli comprese che non aveva tempo di abbaiare poiché continuava a predicare. E non si possono fare le due cose insieme: abbaiare e parlare. Si vergognava a morte… caduto da tali altezze. Tutti i cani lo circondarono chiedendogli: “Cos’è successo?”

La storia è molto significativa. Solo se hai conosciuto il silenzio, puoi dire agli altri di stare in silenzio. Solo se hai risolto i tuoi problemi, puoi essere in grado di aiutare gli altri a capire in che modo venir fuori dal groviglio che hanno combinato con le loro vite.

tratto da Om Shantih Shantih Shantih # 2

Copyright© 1989 OSHO INTERNATIONAL FOUNDATION

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LE VIE DEL RILASSAMENTO

Osho offre una guida passo per passo per liberarsi dallo stress.

 

Il rilassamento totale è il massimo. È il momento in cui si diventa un buddha. È il momento in cui ci si realizza, ci si illumina, si consegue la consapevolezza cristica. Adesso non puoi essere totalmente rilassato. Nell’essenza più intima del tuo essere, persisterà una tensione.

Tuttavia, inizia a rilassarti. Parti dalla circonferenza – noi siamo lì, e possiamo iniziare solo dal punto in cui siamo. Rilassa la circonferenza del tuo essere, rilassa il corpo, rilassa i modi di fare, rilassa le azioni. Cammina in maniera rilassata, mangia in maniera rilassata, parla in maniera rilassata.

Rallenta ogni processo. Non aver fretta. Muoviti come se l’intera eternità fosse a tua disposizione – di fatto è a tua disposizione. Noi siamo qui dall’inizio e saremo qui fino alla fine… e non esiste un inizio, né esiste una fine. In realtà, non esistono né inizio, né fine. Siamo sempre stati qui, e saremo sempre qui. Le forme continuano a cambiare, ma non la sostanza; gli ornamenti continuano a cambiare, ma non l’anima.

Tensione significa fretta, paura, dubbio. La tensione implica un continuo sforzo per difendersi, per mettersi al sicuro, per sentirsi protetti. Tensione vuol dire prepararsi oggi per il domani, o per una vita dopo la morte!… timorosi che domani non si sarà in grado di confrontarsi con la realtà, pertanto ci si prepara. Tensione vuol dire che il passato non è stato veramente vissuto, ma in qualche modo scavalcato; pertanto ti è rimasto appiccicato, è un residuo, ti circonda.

Ricorda una cosa fondamentale della vita: qualsiasi esperienza non sia stata vissuta, ti rimarrà appiccicata addosso, persisterà: “Finiscimi! Vivimi! Completami!” Ogni esperienza ha una qualità intrinseca: tende, desidera essere finita, completata. Una volta compiuta, evapora; incompleta, persiste, ti tortura, ti perseguita, attira la tua attenzione. Dice: “Cosa ne farai di me? Sono ancora incompleta… completami!”

Tutto il tuo passato ti ruota intorno, senza che nulla sia totalmente compiuto; e questo perché nulla è stato veramente vissuto, tutto è stato in qualche modo scavalcato, vissuto parzialmente, solo così così, in maniera tiepida. Non c’è stata alcuna intensità, alcuna passione. Ti sei mosso come un sonnambulo, hai camminato nel sonno. Pertanto il passato resta in sospeso, e il futuro crea paura. E schiacciato tra il passato e il futuro c’è il tuo presente, la tua sola realtà.

 

Dovrai iniziare a rilassarti partendo dalla circonferenza. Il primo passo è rilassare il corpo. Ricordati il più possibile di guardare il corpo, osserva se c’è qualche tensione: nel collo, nella testa, nelle gambe. Rilassale consapevolmente. Vai semplicemente in quella parte del corpo, e persuadila, dille con amore: “Rilassati!”

E ti stupirà, ma se ti avvicini così a una parte del corpo, esso ti ascolta, ti segue: è il tuo corpo! A occhi chiusi, entra nel corpo dalle dita dei piedi alla testa, e cerca dove si annida una tensione. Poi, parla a quella parte come se parlassi a un amico; lascia che esista un dialogo tra te e il tuo corpo. Digli di rilassarsi, e digli: “Non c’è nulla da temere. Non aver paura. Io sono qui per prendermi cura di te; ti puoi rilassare”. Pian piano, imparerai questo trucco, e a quel punto il corpo si rilasserà.

Allora puoi fare un altro passo, un po’ più profondo: dì alla mente di rilassarsi. E se il corpo ascolta, anche la mente ascolta, ma non puoi partire dalla mente; devi partire dal punto iniziale. Non puoi partire da un punto intermedio. Molte persone iniziano dalla mente e falliscono; falliscono perché iniziano da un punto sbagliato. Ogni cosa deve essere fatta nel giusto ordine.

Se riesci a rilassare il corpo volontariamente, sarai in grado di aiutare la tua mente a rilassarsi volontariamente. La mente è un fenomeno più complesso. Una volta che avrai acquistato confidenza, quando saprai che il corpo ti ascolta, avrai una fiducia nuova in te stesso. Ora, perfino la mente ti può ascoltare. Con la mente ci vorrà un po’ di più, ma accade.

Quando la mente è rilassata, inizia a rilassare il tuo cuore, il mondo delle sensazioni e delle emozioni… si tratta di un fenomeno ancor più complesso, ancor più sottile. Ma ora ti starai muovendo con grande fiducia, avrai una profonda fiducia in te stesso. Ora saprai che è possibile. Se è possibile col corpo e se è possibile con la mente, è possibile anche col cuore. E solo allora, solo quando hai superato questi tre passi, puoi fare il quarto. Ora puoi entrare nell’essenza più intima del tuo essere, che si trova oltre il corpo, la mente e il cuore: il centro stesso della tua esistenza. E potrai rilassare anche quella.

Quel rilassamento di certo ti dona la gioia più grande che esista, l’estasi per eccellenza, l’accettazione. Sarai colmo di beatitudine e gioia.

La tua vita avrà in sé la qualità della danza.

Ad eccezione dell’uomo, l’intera esistenza sta danzando. L’intera esistenza vive in un ritmo estremamente rilassato: certo, esiste il movimento, ma è estremamente rilassato. Gli alberi crescono e gli uccelli cantano e i fiumi scorrono e le stelle danzano nel cielo: tutto si muove in maniera estremamente rilassata. Nessuna fretta, nessuna furia, nessuna preoccupazione e nessuno spreco… ad eccezione dell’uomo. L’uomo è caduto vittima della sua mente.

L’uomo può elevarsi al di sopra degli dèi e cadere al di sotto degli animali. L’uomo possiede un ampio spettro: dal più basso al più alto, l’uomo è una scala.

Parti dal corpo, e poi, piano piano, scendi sempre più in profondità. E non iniziare con null’altro, a meno che il primo livello, quello primario, sia stato risolto. Se il tuo corpo è teso, non iniziare con la mente. Aspetta. Lavora sul corpo. E le semplici e piccole cose sono di immenso aiuto.

Ognuno di noi cammina con una particolare andatura, è diventata un’abitudine, una cosa automatica. Ora cerca di camminare lentamente. Buddha ripeteva sempre ai suoi discepoli: “Camminate molto lentamente, e fate ogni passo in piena consapevolezza”. Se fai ogni passo con estrema consapevolezza, inevitabilmente camminerai con estrema lentezza. Se corri, se vai di fretta, ti dimenticherai di ricordare. Per questo Buddha cammina molto lentamente.

Cerca di camminare con estrema lentezza, e rimarrai sorpreso… nel tuo corpo si sprigionerà una qualità di consapevolezza nuova. Mangia lentamente e rimarrai sorpreso… insorgerà un profondo rilassamento. Fai ogni cosa molto lentamente… fallo, semplicemente per cambiare vecchi schemi, solo per uscire da vecchie abitudini.

Come prima cosa, il corpo deve rilassarsi completamente, come quello di un bambino, solo allora inizia con la mente. Muoviti in maniera scientifica: prima ciò che è più semplice, poi ciò che è complesso, e poi ciò che è più complesso ancora. E solo allora potrai rilassarti nella tua essenza più intima.

Tu mi chiedi: “Diresti qualcosa di più sul rilassamento? Sono consapevole di una tensione profonda e sospetto di non essermi mai sentito completamente rilassato.”

È la situazione in cui si trova ogni essere umano. È un bene che tu ne sia consapevole – milioni di persone non ne sono consapevoli. Sei benedetto, per il semplice fatto che ne sei consapevole, perché in questo caso si può fare qualcosa. Se non ne fossi consapevole, non si potrebbe fare nulla. La consapevolezza è l’inizio della trasformazione.

Inoltre, dici: “Quando l’altro giorno hai detto che rilassarsi è uno dei fenomeni più complessi che esistano, ho visualizzato un arazzo preziosissimo, in cui i fili del rilassamento e dell’abbandono erano profondamente intessuti con la fiducia, e a quel punto affiorava l’amore, e l’accettazione, e il seguire il flusso, e l’unione e l’estasi…”

Certo, il rilassamento è uno dei fenomeni più complessi: è estremamente ricco, multidimensionale. Tutte queste cose ne fanno parte: lasciarsi andare, aver fiducia, arrendersi, amare, accettare, seguire il flusso, unione con l’esistenza, assenza di ego, estasi. Tutte queste cose ne fanno parte, e tutte iniziano ad accadere se apprendi le vie del rilassamento.

tratto da La mente che mente Edizioni del Cigno

Titolo originale The Dhammapada: The Way of the Buddha, Vol.1

Copyright© 1982 OSHO INTERNATIONAL FOUNDATION

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VIVERE SENZA SICUREZZE

È la fermezza interiore che ci rende più forti, la sicurezza esterna invece può solo privarci della nostra forza interiore.

La protezione del sannyasin, il suo unico riparo è questo: la sua fermezza in ogni circostanza. Le difficoltà nella vita sono inevitabili – sono sempre in aumento e l’uomo mondano cerca di proteggersi in tutti i modi. Si compra una cassaforte, si fa un conto in banca, una casa, degli amici, parenti e conoscenze – molti tipi di sicurezze.

Il sannyasin non cerca di avere niente di tutto ciò: non possiede niente. A parte la fermezza interiore, non ha altra protezione.

Quando sopraggiungono delle difficoltà l’uomo mondano cerca di risolverle con degli accorgimenti esteriori; il sannyasin ha solo la volontà interiore, il potere interiore. Di fronte alle difficoltà attinge alle proprie risorse interiori, non c’è altro modo.

Il sannyasin è colui che è solo.

È interessante notare che quando usi la tua determinazione per affrontare le difficoltà esterne, col tempo diventi più forte. Arriva un giorno in cui le difficoltà non sono più delle difficoltà: diventano delle “facilità”.

È tutto relativo. Quando diventi fermo e determinato come un pilastro, le difficoltà esteriori non ti possono più toccare. Di conseguenza succede un’altra cosa interessante. L’uomo mondano continua a creare espedienti per proteggersi contro le difficoltà, ma le difficoltà continuano a crescere perché la sua forza interiore va indebolendosi. La sua capacità di sopportazione diventa sempre più piccola.

Se non ti siedi mai sotto il sole cocente, ma rimani sempre all’ombra, piano piano la tua capacità di sopportare il calore del sole si ridurrà e anche i raggi più deboli diventeranno un problema. Ma un uomo che scava sotto il sole non ha il tempo di sedersi all’ombra e per quanto possa fare questo lavoro per ore, alla fine il caldo del sole non lo farà star male.

Perché? – perché diventa resistente al sole.

Ecco perché, da quando l’umanità dispone di un numero sempre maggiore di medicine, nascono sempre più malattie. Le resistenze dell’uomo stanno crollando. Più comodità si crea e più scomodo si sente. Più agi si crea e più difficoltà si trova a fronteggiare – perché le protezioni possono solo essere esteriori e non sente quindi il bisogno di costruire una forza interiore; questa opportunità viene a cadere. Quando la forza interiore non viene usata, col tempo scompare del tutto.

Il mistico Sufi Bayazid era solito viaggiare nudo nel deserto. La gente lo vedeva camminare nudo sotto il sole. E di notte il deserto diventa molto freddo, gelido. Gli chiesero il segreto della sua capacità di rimanere nudo e senza protezione in quelle condizioni così estreme. E lui rispose, “Chiedilo al tuo viso. Il tuo viso ha la stessa pelle delle mani, dei piedi o del petto – ma non si trova mai in grosse difficoltà, sia col freddo che col caldo. E questo semplicemente perché è sempre esposto e quindi ha una resistenza migliore. Così io ho esposto tutto il corpo proprio nello stesso modo del viso. Da allora non soffro più né il caldo né il freddo.”

Quando il sannyasin non crea alcuna protezione esteriore, la sua forza interiore piano piano aumenta.

A questo riguardo bisogna capire anche un’altra cosa, e cioè che esiste una differenza fondamentale tra l’Oriente e l’Occidente.

L’Occidente ha creato molte protezioni nei confronti dell’esterno, così l’Occidente è diventato interiormente molto debole e impotente. L’Occidente ha creato delle protezioni molto apprezzabili – puoi avere l’aria condizionata anche nel deserto. Se scoppia un’epidemia si possono inviare urgentemente medicine sul posto nel giro di ore e fermare la malattia. Se il corpo viene attaccato da un batterio, si possono prendere antibiotici che lo combattono. L’Occidente ha messo in piedi tutto questo, ma la sua forza interiore si va riducendo, diventa ogni giorno più debole.

L’Oriente ha tentato un esperimento diverso: non dipendere dall’aiuto esteriore, ma usare la forza interiore. Questo ha avuto il vantaggio di rendere l’Oriente interiormente potente, ma col difetto che diventa sempre più povero e pigro all’esterno. La povertà esteriore è visibile, ma la ricchezza interiore non lo è. Quando qualcuno arriva dall’Occidente vede la povertà e dice che l’Oriente è infelice – perché quello che c’è dentro non si può vedere.

L’Oriente si è concentrato sul rendere più forte e sveglia la consapevolezza, in modo che in qualunque situazione si possa essere abbastanza forti da affrontare tutte le difficoltà. Invece l’Occidente ha controllato l’esterno in modo che l’individuo non debba mai lottare; ma chi non lotta, lentamente perde la capacità di affrontare le avversità.

Se vuoi conservare la tua forza, dovrai affrontare la lotta. Tutto dipende da quale tipo di potere stai cercando di coltivare. Se vuoi nutrire il tuo potere interiore, allora quello che dice il saggio è giusto: devi avere fermezza in qualunque circostanza. Affrontare tutte le difficoltà nell’insicurezza, senza un piano o preparativi, aumenta la tua forza interiore al punto che le difficoltà diventano impotenti quando la consapevolezza si eleva al di sopra di esse.

Il pericolo è la dimora del sannyasin… Se riesci a capirlo, sarà un’ottima cosa. Lottare, combattere gli altri, è violento, ma esiste un attrito interiore che non è violento. Esiste un tipo di lotta in cui tu cerchi di dominare gli altri, e il dominare non è religioso. Ma esiste un altro tipo di lotta in cui diventi così centrato che niente al mondo ti può far spostare dal tuo centro – questo è essere religiosi.

Il saggio dice: il sannyasin vive nell’insicurezza e nel contrasto interiore ventiquattr’ore al giorno, ma non è un contrasto con gli altri. Vive nell’insicurezza, non fa nessun piano. Entra nel futuro ignoto senza alcun piano.

Quando si sveglia al mattino non sa cosa gli porterà la giornata, la vive e basta. Quando viene la notte non sa che cosa ha in serbo per lui, ma vive anche questo. Egli vive momento per momento. Naturalmente se uno vive momento per momento è inevitabile che ci sia insicurezza.

Tu vivi facendo preparativi per il futuro. Pianifichi in modo da sentirti meno insicuro. Se pianifichi quello che farai domani e come lo dovrai fare, la tua insicurezza domani sarà naturalmente molto minore.

Cosa ti succederebbe se domani dovessi penetrare nell’ignoto? Cosa succederebbe se dovessi entrare nel mare le cui profondità ti sono ignote? Se dovessi andare sul mare le cui tempeste non sono state previste in anticipo, chi sa cosa potrebbe succedere?

Il sannyasin vive così la sia vita – senza alcuna preparazione. Perché? A che scopo tutta questa insicurezza? Il sannyasin sa che questo costante attrito, un momento dopo l’altro, è un processo di affinamento, di perfezionamento. Grazie a questo sforzo avviene un perfezionamento della tua individualità e un affinamento della tua intelligenza. E questo attrito è con te stesso, e nessun altro; è l’attrito con le tue abitudini inconsce. Ecco perché nell’attrito interiore non c’è infelicità, non c’è sofferenza.

Il sannyasin non evita il pericolo, vive con la consapevolezza del pericolo. Il pericolo è il suo rifugio, il suo luogo di riposo. Chiamare “dimora” il pericolo sembra un’affermazione molto contraddittoria. Dire che il pericolo è il rifugio del sannyasin, il suo letto, il suo luogo di riposo, significa che egli non ha alcun senso di rifiuto nei suoi confronti, che non lo evita. Con questo atteggiamento, il pericolo cessa di essere il pericolo, ma diventa semplicemente una parte del naturale fluire della vita.

 

tratto da Behind a Thousand Names

tradotto dai discorsi in hindi sulle Nirvana Upanishad

Copyright© 1996 OSHO INTERNATIONAL FOUNDATION

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E PER CASA SOLO IL CIELO

di Ma Prem Leela

I sannyasin sono famosi per il loro stile di vita non convenzionale. Anche a sessant’anni vivono come se ne avessero venti, senza essersi sistemati come la maggior parte dei loro coetanei. Dai primi anni settanta, quando nacque la prima Comune di Osho a Puna, per molti di loro è normale passare parte dell’anno in India e parte in diversi angoli del mondo, lasciando bagagli sparsi nei quattro continenti. Ma Prem Leela, una di questi globetrotter, ci offre un piacevole ritratto della sua vita “on the road”.

Sono nata in Sud Africa. Ma fin da piccola ho cambiato spesso casa. Mia madre mi ha parlato di molti posti in cui abbiamo vissuto, ma io non ho ricordi precedenti all’età di tre anni.

A quell’epoca mia madre e mio padre erano divorziati e noi vivevamo con la nonna nella città di Durban. Non penso che rimanemmo a lungo con lei, perché mia madre poco dopo sposò un ufficiale della marina olandese e partimmo per l’Olanda. Arrivammo in quel paese devastato dalla guerra nel 1946, io avevo cinque anni. Ricordo che ovunque, dove una volta c’erano degli edifici, ora rimanevano solo pile di mattoni. Compravamo il cibo con le tessere e per poter fare un bagno caldo dovevamo andare in un bagno pubblico centrale. I miei ricordi più vividi di quel periodo sono la neve, le pattinate sui canali ghiacciati e l’incredibile varietà di colori dei tulipani.

Dopo diciotto mesi in Olanda ritornai in Sud Africa con mia madre. Il mio olandese era allora perfetto. Tra mia madre e suo marito erano sorte parecchie difficoltà e così lei se n’era andata. Di nuovo dalla nonna!

Dopo un po’ anche il mio patrigno venne in Sud Africa e da allora continuammo a spostarci regolarmente. Mia madre era molto inquieta e ogni volta che si sentiva frustrata potevi star certo che presto avremmo traslocato. Il risultato di tutti quegli spostamenti per me fu che non riuscii mai ad avere amicizie durature, né ebbi mai la sensazione di avere radici da qualche parte.

Frequentai sei scuole diverse, scuole religiose e statali e una piccola scuola di campagna dove trascorsi il periodo più felice. I bambini venivano a scuola a cavallo o sui carretti del latte dei loro genitori o camminavano a piedi nudi per circa tre chilometri. Un periodo molto terreno, che mi ha lasciato molti bei ricordi.

L’ultima scuola che frequentai era l’esatto opposto: una scuola cattolica molto esclusiva per ragazze ricche e di buona famiglia in un elegante sobborgo di Johannesburg.

Da un estremo all’altro. Anche questi forti contrasti sono stati un’ottima preparazione alla vita di vagabonda che mi attendeva.

Una volta chiuso con la tragedia della scuola, sentii che ora potevo decidere della mia vita. Ma in realtà ero la donna media bianca sudafricana e non vedevo molto al di là del mio naso.

Trascorsi alcuni anni di libertà, cominciai a lavorare, vissi varie storie d’amore ecc., e poi matrimonio e figli. La mamma, moglie, lavoratrice e il tran tran quotidiano senza un grano di consapevolezza. Avevo una bella famiglia, ma ero completamente identificata con il modello sociale. Un po’ più eccentrica e libera rispetto alla famiglia media sudafricana, ma solo un pochino.

Poi incontrai una donna che doveva cambiarmi la vita. Era una donna che amava viaggiare e aveva passato molti anni in Oriente meditando nei monasteri Zen. Aveva con sé un libricino con i detti di Buddha.

Io non avevo alcuna idea riguardo alla meditazione o a chi fosse Buddha, ma mi lasciai letteralmente risucchiare da questo libro per ore. Era come se nel mio cuore si fosse scatenata una tempesta. Non avevo mai sperimentato una risposta così profonda e un’attrazione così forte per un libro. Ero come un lupo affamato attorno alla mia amica e non riuscivo a smettere di fare domande sulla sua vita e i suoi viaggi.

Ora capisco che quella donna stimolò la mia sete. Fu come una luce lungo la via. Rappresentava qualcuno venuto dal grande mondo là fuori, qualcosa che superava la prospettiva ristretta della mia vita in Sud Africa. Mi sembrava molto centrata e possedeva una qualità che mi toccava molto profondamente.

Da quel momento qualcosa cambiò in me e il mio desiderio più grande fu di lasciare il Sud Africa e vedere di più il mondo e la vita di altre culture e civiltà.

E scoprire di più su quella cosa chiamata meditazione. Il divino scontento si era manifestato. Ci sarebbero voluti altri cinque anni prima che mi trasferissi a Londra con la mia famiglia. Fu lì che il mio viaggio interiore (e non solo) cominciò. Pochi mesi dopo essere arrivata a Londra entrai in contatto con Osho. Era il 1973.

Nel 1975 andai a trovare il mio Maestro in India per la prima volta. Ero già sannyasin da due anni e avevo atteso a lungo questo viaggio.

Arrivando a Bombay di notte, il che, ora capisco, fu un’ottima cosa, non potei vedere quanto fosse terribile. Ciò che mi colpì nel momento in cui uscii dall’aereo fu l’odore, il calore di una calda e umida notte di settembre e le parole “Sono a casa!”’ Uscire dall’aeroporto e districarsi tra quelli che mi sembravano centinaia di indiani che cercavano di afferrare la mia valigia e persuadermi a salire sul loro taxi non fu facile. Ora, pensando a come mi sentii sopraffatta, mi viene da ridere. Poi il viaggio memorabile da Bombay a Puna. Mio dio, che viaggio!

Ero molto ingenua e inesperta e tutti mi avevano avvertita di non fidarmi dei tassisti indiani, perché cercano sempre di fregarti, di non mangiare lungo la strada, di non bere l’acqua. Avevo la testa piena di raccomandazioni. Durante il viaggio, per cinque ore, rimasi seduta sull’orlo del sedile con gli occhi ben spalancati. Smrati, l’amica con cui viaggiavo, dormì profondamente per tutto il viaggio. Come faceva a essere così rilassata e fiduciosa con questo autista così pazzo che suonava continuamente il clacson per nulla! Doveva trattarsi di un riflesso condizionato, perché anche nel bel mezzo della strada deserta suonava il clacson. Ci fermammo a metà strada per bere un tè e fare pipì. Anche questa è un’esperienza da raccontare. Era la prima volta che entravo in un gabinetto pubblico indiano. Quelli tra voi che sono stati in India, soprattutto quindici o venti anni fa, sanno cosa intendo.

Per tutte le sei settimane che rimasi in India, per paura di bere acqua contaminata, bevetti solo Limca, una bibita gassata, e così facendo mi rovinai i reni. Ora, essendo una viaggiatrice molto più esperta, so che una delle cose più importanti da avere con sé in viaggio è l’acqua.

Da allora in poi continuai a viaggiare. Ma negli ultimi cinque anni non ho neppure una base e vivo semplicemente dove mi capita. Vado di posto in posto conducendo gruppi, training e meditazioni. Non ho un posto che posso chiamare casa. Spesso mi chiedono se non sono stanca di viaggiare, o se non sento il bisogno di una base. A volte, quando mi sento stanca, dopo un intenso periodo di viaggi, avere un posto in cui depositare le valigie e fermarmi per un periodo più lungo mi sembra una buona idea. Ogni anno la prendo in seria considerazione, ma finora non è accaduto nulla.

Nel rispondere a una domanda che gli posi nel 1987, Osho disse: “Ma tu non devi far parte di quel vecchio mondo ipocrita. Voglio che abbandoni tutte le sicurezze, i comfort, i ripari. Fai del cielo la tua casa, fai la vagabonda, la pellegrina, conosci tutti i misteri e i segreti della vita. E fai in modo che la tua vita non sia un fenomeno serio e miserabile. Trasformala in una risata di gioia e di giocosità. Allora ogni momento diventerà così prezioso che non canterai la canzone della libertà, ma la vivrai. Non adorerai dio, lo troverai dovunque ci sia vita – in tutta l’esistenza.”

Con queste parole che mi risuonavano nel cuore cominciai ad abbandonare la routine che mi ero creata. Smisi di lavorare dalle 9 alle 5, come facevo da quando avevo 17 anni, e cominciai a fare a meno delle strutture solide e sicure che andavano a soddisfare il mio senso di insicurezza. Poco dopo lasciai il mio appartamento a Puna e da allora non ho più avuto una “casa”.

 

Essere una viaggiatrice, o come dice Osho,

una vagabonda e pellegrina,

mi ha aiutato in molti modi

a diventare più integra

ed a sentirmi a casa con me stessa

 

Sono arrivata ad avere sempre maggiore esperienza di me stessa “nel momento”. Alcuni anni fa stavo viaggiando in Australia e durante questo viaggio particolare ho avuto la sensazione molto forte che, sebbene continuassi a cambiare posto, e attraversassi molti paesi e culture diverse, dentro c’era qualcosa che non si era mosso di un passo. Ho continuato a guardare questo centro immobile – eppure il mondo esterno ha continuato a cambiare. Si è trattato di una profonda comprensione. Non importa quanto cambi la parte esterna della ruota, questo, il centro, è immobile e fisso. Io, in realtà, non vado mai da nessuna parte. Dopo questa comprensione mi sono rilassata ancora di più con il mio continuo viaggiare e ho usato quell’esperienza come meditazione ogni volta che mi sono vista troppo identificata con le attività esterne piuttosto che con l’essere nel centro, l’asse immobile attorno al quale gira la ruota.

Un altro cambiamento fondamentale per me è stata l’impossibilità di accumulare cose, semplicemente perché non ho quattro mura in cui lasciarle – una casa. Un paio di scatoloni qui e là al massimo. Quello che posso portare con me, è quello che ho. La mia valigiona, che chiamo Elefante, la mia borsa a mano che mi lego in vita è il Cane, e infine il mio laptop, conosciuto anche come Schellpptop, o la Scimmia. Leela e il suo zoo ambulante!

Viaggiare nel Buddhafield di Osho esteso in tutto il mondo rende, ovviamente, la vita del pellegrino molto più facile. Grazie alla vasta rete di amici in tutti i paesi, c’è sempre un posto caldo e pieno d’amore da visitare o in cui lavorare. Ma in generale a me piace viaggiare e incontrare persone diverse, esplorare e assaggiare culture diverse e andarmene in giro libera in quello spazio privo di identità che solo il viaggiare può darti. Molte persone amano andare in giro con me quando esploro una città, o giro in macchina per la campagna, perché il mio entusiasmo le aiuta a vedere con occhi nuovi qualcosa che per loro è diventato un po’ monotono, o viene semplicemente dato per scontato.

Il lato meno piacevole del viaggiare è la lotta con le valigie. Soprattutto quando si viaggia in treno. Dover cambiare treno e binario trascinandosi dietro un bagaglio pesante può essere traumatico. Su e giù per le scale senza ascensore. Allora me ne rimango in piedi con le mie valige e aspetto che qualche eroe forte e volonteroso passi di lì e si offra di aiutarmi, il che accade spesso. Nelle poche occasioni in cui non è successo ho dovuto trascinare da sola le mie valigie e di solito mi sono ritrovata con un gran mal di schiena o il torcicollo. A volte mi sembra che le mie braccia si siano allungate di mezzo metro a causa del peso e dello sforzo per portarmi le valigie. Quindi, per darmi una mano, a un certo punto ho deciso di viaggiare il più leggera possibile e liberarmi di tutto ciò di cui non ho assoluto bisogno. E poco dopo aver preso questa decisione, quasi per miracolo in tutte le stazioni tedesche sono apparsi i facchini, fatti apposta per aiutare le persone bisognose come me.

Vivere nell’insicurezza è anche vivere in libertà. Mi piace la flessibilità e la mancanza di rigidità e, ancor di più, la vulnerabilità in cui spesso mi ritrovo. Non ho la minima idea di dove tutto questo mi condurrà in un immaginario futuro, ma per ora sono ancora una donna in viaggio!

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CRISI DELLA MEZZA ETÀ

Una preziosa occasione per svegliarsi

di Swami Satyananda

Improvvisamente tutto diventa un problema – per la prima volta nella vita inizi a sospettare di essere mortale, a notare che fare jogging ti spossa, fare l’amore non è più così bello, il lavoro è una grigia routine e il successo una noia, tua moglie non è più attraente e tuo marito è un tirchio borioso. Odi i tuoi capi e non sopporti i tuoi subordinati. Diventi cinico. Sogni il divorzio e una vita semplice, ma avventurosa – alle Fiji, sull’Himalaya o nella giungla africana – con un giovane amore al tuo fianco. Vuoi darti alla fuga. Vuoi dare un significato alla tua vita. Vuoi essere giovane.

Sei arrivato alla Crisi della Mezza Età.

Le vittime, nella loro infelicità, si sentono forse speciali; ma come la maggior parte dei problemi esistenziali, la crisi della mezza età è terribilmente banale.

I sintomi sono gli stessi praticamente per tutti. Ma quando si tratta di fronteggiare la crisi tu, che in questo momento stai leggendo l’Osho Times in maniera meditativa, non sei nella stessa barca della grande maggioranza di ultraquarantenni in crisi.

Sei in grado di tenere viva la consapevolezza, il testimone, l’osservatore, mentre i lettori attenti di Spiegel, Time o Panorama non hanno la minima idea di cosa sia il testimone. E osservare senza giudizio e identificazione il traffico caotico di pensieri ed emozioni è l’unico modo per far fronte alla crisi.

Il giorno del mio quarantaduesimo compleanno mi trovavo su un Jumbo diretto da Parigi a Kinshasa, in Africa, e appartenevo alla maggioranza dei non-meditatori. Ero nel pieno della crisi, anche se non mi rendevo conto di cosa fosse.

Dieci anni dopo lo capii: la crisi della mezza età è la bastonata zen suprema, una sveglia, un doloroso invito ad andare dentro e scoprire chi sei. Se la tua energia non si sposta dall’esterno all’interno, la crisi segnerà la tua morte psicologica.

Ma all’epoca ero lontanissimo dal buttarmi in un’avventura di scoperta interiore. Ero un giornalista, un sobrio, pratico, distaccato osservatore e analista dei cosiddetti eventi mondiali – conflitti economici e politici, rivolte sociali, eventi culturali.

Non ero un osservatore di ciò che accade dentro di me, ma uno spettatore di quello che c’è fuori, nel mondo.

Quando entrai nella crisi della mezza età attribuii la colpa della mia infelicità al sistema politico-industriale.

Loro (chiunque essi fossero) avevano ridotto il mondo a quello stato di caos che mi rendeva così infelice. Nella mia disperazione, decisi di cambiare stile di vita. Regalai alla Croce Rossa i miei 24 completi fatti su misura, cominciai a lasciarmi crescere i capelli, a indossare jeans e a darmi da fare in giro alla ricerca dell’anima gemella. Ma lei se ne rimase ben nascosta da qualche parte.

Non avevo neppure il tempo di mantenere i contatti con quelli che lottavano per un mondo migliore. Ero sempre in viaggio da un angolo all’altro del mondo, a raccontare eventi e far soldi per poter mantenere la famiglia che avevo spezzato con il divorzio. Ero bloccato nella mia infelicità. Per non sentirlo iniziai a fumare marijuana. Questi furono i miei due espedienti per far fronte alla crisi: mi annegavo nel fumo e nel lavoro e in qualche modo riuscivo a tirare avanti, finché non riuscii ad abituarmi all’idea che la parte migliore della mia vita era finita. Tutti quelli che conoscevo facevano così.

Però c’era questa petulante Voce Interiore che continuava a ripetere: “Stai perdendo tempo. La morte si avvicina sempre di più e tu continui a mancare l’essenziale…” Divenni sempre più inquieto.

La Ricerca era iniziata.

Quando il discepolo è pronto, il maestro lo chiama. Ho sentito Osho dirlo molto spesso. Io ero pronto, ma non lo sapevo.

Ero ancora convinto che lasciare il lavoro, stabilirmi in campagna, trovare una donna affettuosa e intelligente, prendere un cane, coltivare il mio orto biologico e iniziare una nuova carriera di scrittore sarebbe bastato a dare un nuovo significato alla mia vita.

Poi andai a Puna per un reportage sull’Ashram di un maestro spirituale: Osho. Quando andai al darshan e chiamarono il mio nome, Osho mi sorrise e disse: “Sei arrivato, finalmente. Ti stavo aspettando!”

Be’, così è finita la mia crisi della mezza età.

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NON CERCARE UNA CASA CERCA TE STESSO

E quando trovi te stesso, improvvisamente,

come per miracolo, l’intera esistenza diventa la tua casa.

 

Amato Maestro,

in questi tempi incerti, sembra che in quelli che ti sono vicini stiano affiorando sia la parte migliore che la peggiore. potresti parlarne ?

Non ci sono “tempi incerti”, perché tutto è incerto, sempre. Questa è la difficoltà che incontra la mente: vuole certezza, e la vita è sempre incerta.

Per cui, quando per coincidenza la mente trova un piccolo spazio di certezza, si sente a suo agio: si circonda di un senso di sicurezza illusoria.

Tende a dimenticare la natura reale dell’esistenza e della vita, comincia a vivere in un mondo di sogni; comincia a confondere apparenza e realtà. E così sta bene, perché ciò di cui ha più paura è il cambiamento; la ragione è molto semplice: non sa se il cambiamento porterà cose buone o cose cattive.

Una cosa è certa, ogni cambiamento distrugge il tuo mondo di illusioni, aspettative, sogni.

La mente è proprio come un bambino che gioca sulla spiaggia e costruisce castelli di sabbia. Per un momento sembra che il castello sia solido, ma è fatto di sabbia e basta una leggera brezza per distruggerlo.

Noi però cominciamo a vivere in quel castello. Cominciamo a sentire di aver trovato qualcosa che rimarrà sempre con noi.

Ma il tempo continua a disturbare la mente. Può sembrare che l’esistenza sia dura con te, ma in realtà è grazie alla sua compassione che essa continua a rimanere con te.

Non ti permette di confondere le apparenze con la realtà. Non ti dà la possibilità di accettare le maschere come se fossero il tuo vero volto, quello originale.

Per cui ogni volta che il tempo distrugge una delle tue amate illusioni, sembra che faccia affiorare la parte migliore e la parte peggiore delle persone.

Ma sta semplicemente facendo affiorare ciò che era nascosto dietro alla tua falsa sicurezza, dietro al sogno che credevi fosse realtà. Distrugge semplicemente la tua maschera. Non ha niente a che vedere con giudizi del tipo buono o cattivo, migliore o peggiore, distrugge semplicemente le maschere.

Ti espone, ti obbliga a incontrare te stesso, per cui tutto ciò che avevi represso comincia ad affiorare. Può essere la parte peggiore, o la migliore.

Il tempo non ha niente a che vedere con queste categorie. Lascia semplicemente affiorare ciò che avevi represso, ti riporta a te stesso.

La maggior parte delle persone nasconde la parte peggiore. È molto raro trovare una persona che nasconda la propria parte migliore, perché dovrebbe nasconderla?

Tutti fingono di continuo e si mostrano sotto la luce migliore, perché dovrebbero nascondere la parte migliore? Nascondono la parte peggiore, perché la trovano brutta. Basta un cambiamento e la tua maschera cade. Un cambiamento… e per un istante sei nudo, perdi i tuoi vestiti e la realtà diventa uno specchio: la tua nudità è riflessa da ogni punto.

Sì, molto raramente, eccezionalmente, succede che affiori la parte migliore.

Ma questo solo per le persone che non hanno una maschera, che sono già nude, e che hanno già accettato la loro nudità come qualcosa di bello e naturale. Per cui un cambiamento non può distruggere nulla in loro. Al contrario, arricchirà la loro parte migliore. Porterà alla luce qualcosa che forse hanno dimenticato, qualcosa che forse anche altri hanno dimenticato. Tendiamo sempre a dare le cose per scontate.

Ciò accade solo in casi eccezionali, quando una persona ha vissuto innocentemente, senza alcuna ipocrisia, quando una persona vive sapendo perfettamente che non c’è niente di certo, e che niente è permanente… e che aspettarsi queste cose significa crearsi delle frustrazioni per il futuro; significa piantare il seme della disperazione, dell’angoscia, dell’ansietà.

Se accetti che il mutamento è la natura della realtà, e che tutto cambierà; se in ogni istante hai ben presente che l’attimo futuro potrebbe portare qualcosa di totalmente nuovo, e che ciò che è reale in questo momento svanirà come la nuvola che poco fa era qui e ora non c’è più… Se c’è questa consapevolezza, allora nessun cambiamento sarà difficile, allora qualsiasi cambiamento sarà accettabile. Non gli resisterai, non lo vorrai diverso.

Persino se ti porta via con tutti i tuoi bei sogni, i tuoi amati desideri, i tuoi castelli in aria, non ti sentirai frustrato, perché fin dall’inizio hai accettato che questo sarebbe potuto succedere. Per cui non ci sarà conflitto, non ci sarà frustrazione. Sarai a tuo agio.

Per questo dico che non ci sono tempi difficili, non ci sono tempi incerti.

Il tempo è cambiamento, continua a cambiare, siamo noi che continuiamo a creare cose permanenti. Andando contro il tempo saremo sempre dei perdenti, e in torto.

E quando realizziamo la nostra sconfitta ci sentiamo arrabbiati e frustrati con l’esistenza stessa. Perdiamo fiducia. Sembra che tutto sia contro di noi e cominciamo a vivere nella paranoia, nella paura, un certa ansia penetra nel nostro essere.

Ma questo succede perché ci aspettavamo qualcosa che non fa parte della realtà. L’esistenza non ha l’obbligo di soddisfare le nostre aspettative.

E di solito è la parte peggiore che emerge, perché è ciò che nascondevamo dietro all’idea di stabilità. Vivevamo con l’idea che una certa cosa sarebbe durata per sempre; che non c’era più bisogno di cambiare. E poi, di colpo, la terra scompare da sotto i nostri piedi e, naturalmente, la parte peggiore affiora. È anche possibile che affiori la parte migliore, ma è possibile solo se vivi in armonia con la vita, con l’esistenza, senza chiedere favori. Ma di solito continuiamo a chiedere favori.

Senza queste continue richieste non ci sarebbero rabbia e frustrazione.

Per esempio, molti tra quelli che sono stati con me si sono sentiti molto frustrati nei confronti della vita perché hanno lavorato duramente, hanno messo tutta la loro energia nella creazione di un sogno meraviglioso, e quando era quasi realizzato, mancavano solo i tocchi finali, tutto è scomparso. Si sentono pieni di rabbia e disgusto nei confronti dell’esistenza, ma è tutto frutto delle nostre azioni.

Io non mi sento frustrato, non mi sono mai guardato indietro. Sono stati anni bellissimi, abbiamo vissuto in un modo splendido.

Ed è la natura dell’esistenza: le cose cambiano. Cosa fare? Adesso stiamo cercando di creare qualcos’altro, ma anche questo cambierà. Qui non c’è niente di permanente. Tranne il cambiamento, tutto cambia.

Per cui non ho niente di cui lamentarmi. Non ho sentito nemmeno per un istante che qualcosa è andato male…perché anche se tutto è andato male, per me nulla in realtà è andato male.

Abbiamo semplicemente cercato di costruire castelli con delle belle carte da gioco, e proprio quando erano quasi finiti è arrivato il vento. Non sapeva che stavamo costruendo castelli con le carte, e li ha mandati all’aria.

Forse, tranne me, tutti si sono sentiti frustrati. E per di più si sono arrabbiati con me, perché io non mi sento frustrato, non sono con loro. Ciò li rende ancora più arrabbiati. Se anch’io fossi frustrato e mi lamentassi, e fossi turbato, si sentirebbero consolati. Ma non lo sono.

Ci siamo goduti quello che stavamo facendo, e ci godremo qualsiasi cosa faremo, ma le cose cambieranno sempre. Se questa considerazione sarà sempre presente, come un faro, allora i tempi difficili non faranno mai affiorare la parte peggiore, perché fin dall’inizio non avrai piantato quel seme.

Questa è la ragione per cui sono tra di voi, ma una parte di me rimane straniera, estranea. Per la semplice ragione che io considero le cose in un modo molto diverso; per me tutto è accettabile.

Ora sarà difficile realizzare un altro sogno, perché molti di quelli che avevano lavorato per realizzare quel sogno sono sfiduciati. Si sentono sconfitti. Sentono che la realtà o l’esistenza non si è curata di persone innocenti che non facevano male a nessuno, che stavano semplicemente cercando di creare qualcosa di bello. Persino nei loro confronti l’esistenza segue la stessa regola, non fa eccezioni.

Molti sannyasin si sentiranno sfiduciati, e troveranno molto difficile provare di nuovo. Penseranno: “Che senso ha? Investiremo la nostra energia, le nostre aspettative, le nostre speranze, e chi lo sa? Domani una cosa da nulla potrebbe distruggere tutto.” Sentiranno che è meglio non sperare, che è meglio non sognare.

È meglio perdersi in una vita mediocre, dove non si sogna, dove non si spera, dove non si crea, dove ci si trascina stancamente giorno dopo giorno.

In quel tipo di vita non si incontrano frustrazioni. Le frustrazioni affiorano solo quando si cerca di raggiungere la luna. E quando sei quasi arrivato, all’improvviso la luna sparisce e ti ritrovi più lontano che mai, ancora più lontano che all’inizio del viaggio.

Capisco che sia doloroso, ma siamo noi i responsabili del nostro dolore.

Ci sembra che la vita non sia giusta, perché ci ha portato via un giocattolo dalle mani. Ma non dovresti avere troppa fretta di trarre conclusioni così drastiche. Aspetta ancora un po’. Può darsi che tutti questi cambiamenti siano per il meglio.

Devi solo avere pazienza e lasciare che la vita faccia il suo corso.

Ricordati sempre che la gioia non deriva dal completamento di qualcosa, la gioia sta nell’avere desiderato qualcosa con totale intensità; e mentre la realizzavi hai dimenticato il mondo intero. Era diventata il punto focale del tuo essere. In questo sta la gioia e l’appagamento, non nel completamento di qualcosa, né nella sua permanenza.

In questo mutevole flusso dell’esistenza dobbiamo trovare il nostro appagamento in ciascun istante.

Qualsiasi cosa stessimo facendo, abbiamo fatto del nostro meglio, non siamo stati parziali; non abbiamo risparmiato alcuna energia: ci siamo dedicati totalmente al nostro sogno. Ed è questo che rende felici.

Questo è ciò che succede ai sogni… sono veramente sogni, e realizzarli è una grande sfida. Ma non bisogna mai dimenticare che dopotutto sono sogni. Farli diventare realtà è una gioia, ma non dimenticare che rimangono sogni, e prima o poi svaniscono.

Se conservi questa consapevolezza, scoprirai che dopo ciascun cambiamento nella tua vita sarai più acuto, più intelligente, più maturo; sarai diventato più attento alle sfumature delicate dell’esistenza, e accetterai sempre più tutto ciò che succede.

Nella mia vita ho visto scomparire molte cose. Ho avuto più amici di chiunque altro.

Ma qualcuno può essere un amico oggi e domani potrebbe non esserlo più. Potrebbe aver trovato un’altra strada e ci si separa. Ma ho sempre dato per scontato che eravamo solo compagni di viaggio.

Non puoi mai sapere per quanto tempo qualcuno sarà con te. Ma mentre è con te dagli tutto l’amore possibile, condividi con lui tutto quello che puoi. Forse domani dovrai dirgli addio.

Nella mia vita mi sono sempre trasferito da un posto all’altro, perché qualcosa era fallito. Ma io non avevo fallito. Migliaia di sogni possono fallire, ma ciò non rende me un fallimento. Al contrario, ciascun sogno che scompare mi rende più vittorioso, perché non mi disturba, non mi tocca nemmeno. La sua scomparsa è un vantaggio, è un’opportunità per imparare a essere maturo.

In questo caso affiorerà la parte migliore. E qualsiasi cosa succeda non farà alcuna differenza, la parte migliore continuerà a crescere, raggiungerà le vette più alte.

Ma non cercare mai di avere successo andando contro il tempo, contro la vita, contro l’esistenza.

Rimani sempre in un let-go. Allora non sarai mai sconfitto, non fallirai mai. E non avrai nulla da nascondere, perché non c’è attaccamento a qualcosa che cerchi di rendere permanente: nessuna relazione, nessuna amicizia, nessuna attività, niente. Non c’è alcun desiderio di attaccarsi alle cose belle che ti accadono. Ti apri, permettendo al nettare di quei momenti di riempire il tuo essere e quando quei momenti se ne sono andati sei riconoscente, non hai nulla di cui lamentarti.

Se la scomparsa di un sogno ti lascia pieno di gratitudine, allora la tua parte migliore crescerà.

Io non mi sono mai guardato indietro. Proprio l’altro ieri, al darshan serale, c’erano alcune persone molto felici ed entusiaste che mi hanno detto: “Osho, siamo venuti da Jabalpur.” E l’unica cosa che mi è venuta in mente è stata che i miei giorni a Jabalpur erano così lontani, che non me ne rimaneva neppure il ricordo. Sì, anche là ho vissuto un sogno, e proprio come tutti i sogni falliscono, anche quello fallì.

Ho fatto così per tutta la vita… E continuo a farlo. Continuerò a farlo fino al mio ultimo respiro, instancabilmente. Trovo che questa assoluta mancanza di frustrazione sia la vera vittoria. Con questa assoluta mancanza di frustrazione, ogni volta che crei qualcosa e il tempo la cambia, la vita comincia a fluire in una direzione diversa e cominciano a succedere cose che non ti aspettavi…

L’ignoto entra continuamente nel tuo mondo noto e lo disturba. Ma lo disturba solo perché tu non lo accogli con gioia. Se riuscissi ad accogliere l’ignoto, e ad abbandonare il noto… È sempre il noto che viene disturbato dal tempo, non è l’ignoto Esso non può essere disturbato, né dal tempo, né da qualunque altra cosa.

Se sei pronto a dare il benvenuto a ciò che non conosci, hai scoperto il segreto per sentirti invulnerabile di fronte a tutte le sconfitte, a tutti i fallimenti.

I sogni non hanno alcuna importanza. Ciò che importa è il modo in cui vivi la distruzione di questi sogni, di queste enormi aspettative che sono evaporate nell’aria, e non hanno lasciato neppure una labile impronta.

Come ne sei venuto fuori?

Se ne sei uscito intatto, allora hai scoperto un grande segreto, hai trovato una soluzione. Allora niente può più sconfiggerti, niente può disturbarti, niente può farti arrabbiare o spaventarti.

Continui a camminare verso l’ignoto, in cerca di nuove sfide. E di fronte a tutte queste nuove situazioni la tua parte migliore si affinerà sempre di più.

 

Amato Maestro, che cos’è “casa mia”?

La “casa” non esiste, esistono solo edifici. Noi cerchiamo di trasformare questi edifici in “case”, ma in realtà la “casa” è una proiezione - c’è solo un edificio, e ci sembra molto freddo.

Sentiamo il bisogno di una “casa”: vogliamo qualcosa di intimo, qualcosa che ci appartenga, qualcosa a cui appartenere. Qualcosa che sia un’estensione del nostro essere, che possiamo rendere totalmente nostro; qualcosa che non sia solo un posto in cui vivere, ma che prenda vita grazie a noi. Un edificio è una cosa morta; una “casa” è qualcosa di vivo, ma è una proiezione.

Perciò coloro che cercano una “casa” si sentiranno sempre frustrati, perché tutte le volte scopriranno che questa “casa” diventa un edificio. La “casa” era solo una loro idea. Era un’illusione, un’allucinazione. Era una poesia, un romanzo. Avevano filato e tessuto un velo invisibile per coprire il freddo edificio, e nessun altro poteva vederlo, solo loro potevano vederlo.

Ma è solo un trucco della mente.

L’uomo è nato senza casa, e rimane così per tutta la vita. Sì, egli trasformerà molti edifici in “case”, ma si sentirà sempre frustrato. E l’uomo muore senza casa.

Accettare questa verità comporta un’enorme trasformazione. Allora non cercherai più una casa, perché essa è sempre là, lontana, separata da te. Tutti cercano una casa. Ma quando scopri la sua natura illusoria, allora, invece di cercare una casa, comincerai a cercare l’essere che è nato senza casa, il cui destino è di restare senza casa.

E impossibile creare una casa. E il miracolo è che nel momento in cui capisci che non è possibile creare una casa, allora l’intera esistenza diventa la tua casa. Allora, ovunque tu sia, ti sentirai a casa; perché ora la possibilità di creare un’illusione è scomparsa. Hai accettato la tua realtà di senza casa, senza rimpianti o resistenze, ma con gioia, perché è bello essere nati senza casa, ogni casa sarebbe una prigione.

Pensaci un momento, se fossimo nati con una casa, saremmo nati prigionieri. Essere senza casa significa essere liberi. Ti dà libertà. Significa non avere attaccamenti, né ossessioni verso qualcosa che sta fuori di te, significa che non hai bisogno di cercare un posticino caldo all’esterno, ma che questo calore è dentro di te. La sorgente del calore è dentro di te; non hai bisogno di qualcosa all’esterno. Perciò, dovunque tu sia, senza alcuna dimora, ti sentirai stranamente a casa.

Quelli che cercano una casa, cadono sempre in disperazione, e alla fine pensano: “Sono stato imbrogliato, la vita mi ha ingannato. Mi ha dato il desiderio di trovare una casa - e non c’è proprio nessuna casa, non esiste una casa.”

Ci proviamo in tutti i modi: qualcuno trova un marito, o una moglie, genera dei figli… Cerca di creare una famiglia - che è una dimora psicologica. Costruisce una casa, non un edificio, e cerca di trasformarla in un’entità vivente. Cerca di adattare la casa ai propri sogni - la casa gli darà il calore di cui sente il bisogno, perché in questo mondo così freddo…

È così vasta, la freddezza dell’esistenza.

L’intero universo è così freddo e indifferente, che ti sorge il desiderio di creare un piccolo rifugio in cui puoi sentirti accudito, protetto… Esso ti appartiene - possiedi qualcosa, non sei un vagabondo senza casa.

Ma in realtà questo atteggiamento ti porterà solo infelicità, perché un giorno scoprirai che il marito con il quale hai vissuto, la moglie con la quale hai vissuto - sono degli estranei. Anche dopo aver vissuto insieme per cinquant’anni, questo senso di estraneità non è scomparso; al contrario, è diventato più profondo. Il giorno del vostro primo incontro vi sentivate meno estranei l’uno all’altra.

I tuoi figli - pensavi che fossero i tuoi figli - e un giorno scopri che non sono i tuoi figli. Sei stato solo la porta attraverso la quale sono passati. Hanno la loro vita - sono degli estranei assoluti. Non ti appartengono. Troveranno la loro strada e faranno la loro vita.

Chi rimane con te? Nessuno ha qualcuno con sé. Sei sempre in mezzo alla folla, ma sei solo. Che tu sia solo o in mezzo alla folla, non c’è alcuna differenza: che tu abbia una casa o sia un vagabondo senza alcuna dimora, non fa alcuna differenza.

Io non ho mai avuto una casa. Quando lasciai la casa di mio padre per l’ultima volta, gli dissi: “Non ritornerò più, perché era solo un impegno che mi ero preso con la nonna. Le avevo promesso che sarei tornato quando fosse stata sul punto di morire. Ho mantenuto la mia promessa, e sono venuto. Ora non ho più alcun impegno.”

Mio padre mi disse: “Tu dici sempre strane cose, questa è la tua casa!”

Io gli risposi: “Ecco in che cosa siamo diversi. Questa non è né casa mia, né casa tua. Ma tu continui a vivere in un’illusione e un giorno capirai che questa non è la tua dimora.” E gli raccontai un’antica storia Sufi che ho già raccontato molte volte.

Una notte un re sentì un rumore di passi, come se qualcuno stesse camminando sul tetto del suo palazzo. Non riusciva a crederci. Il palazzo era così ben custodito… com’era possibile che qualcuno fosse riuscito ad arrivare in cima al palazzo?

Si mise a gridare: “Chi è là?”

E l’uomo sul tetto rispose: “Prima di tutto dovresti chiedere a te stesso: ‘Chi sono io?’”

Il re si precipitò fuori e ordinò alle guardie di catturare l’uomo, ma nessuno riuscì a trovarlo. Il giorno successivo uno straniero si presentò a palazzo. Il re riconobbe la voce - era lo stesso uomo. E lo strano comportamento della notte precedente… aveva camminato sul tetto e fatto strane affermazioni, dicendo al re: “Prima di tutto dovresti chiederti chi sei tu. Non sai nemmeno chi sei e ti preoccupi di sapere chi sono io! Pensa a te stesso, e io penserò per me.”

L’uomo stava litigando con la guardia all’entrata del palazzo e diceva: “Voglio rimanere in questo caravanserraglio per alcuni giorni.”

La guardia continuava a ripetergli: “Sei un perfetto idiota; questo non è un caravanserraglio! Questo è il palazzo del re, la sua dimora!”

E l’uomo rispose: “Allora mi piacerebbe incontrare l’uomo che vive in questa illusione.”

Il re stava ascoltando: aveva riconosciuto la voce. Chiamò la guardia e disse: “Fate entrare quell’uomo.” Poi gli chiese: “Sei lo stesso uomo che camminava sul tetto la notte scorsa?”

L’uomo rispose: “Sì.”

“E che cosa ci facevi là?”

Lo sconosciuto disse: “Avevo perso il mio cammello, e lo stavo cercando.”

Il re commentò: “Devi essere proprio matto! Avevi perso il cammello sul mio tetto? Nessuno ha mai sentito dire che si possono perdere i cammelli sui tetti delle case. E poco fa stavi discutendo con la mia guardia dicendo che il mio palazzo è un caravanserraglio! Questo è molto offensivo per me: io sono il re, e questa è casa mia, e tu devi imparare a comportarti come si deve!”

L’uomo cominciò a ridere e disse: “Strano! Tu mi stai dicendo di imparare a comportarmi come si deve, e non hai la minima idea di cosa sia il comportamento giusto! Io sono già stato qui, ma c’era un altro uomo al tuo posto. Anch’egli mi disse che questa era la sua dimora. E prima di lui c’era un altro uomo che sosteneva che questa era la sua dimora. E ora tu stai dicendo che questa è casa tua!”

Il re disse: “Quell’uomo era mio padre, che ora è morto. E la prima volta devi aver parlato con mio nonno.”

Lo straniero disse: “Questo è ciò che volevo spiegarti, essi consideravano loro questa casa, e poi l’hanno dovuta lasciare. Non l’hanno potuta portare con sé: è un caravanserraglio. Questa è una realtà che puoi comprendere, molte persone sono state qui e hanno pensato che questa fosse casa loro, ma poi se ne sono andate. Anche tu te ne andrai! Se così tante persone stanno qui, vanno e vengono, vuol dire che questo è un caravanserraglio!”

“Anch’io volevo rimanere qui solo alcuni giorni. Che male c’è? Tu starai qui solo pochi giorni, tuo padre rimase qui pochi giorni, suo padre rimase qui pochi giorni, e le cose sono andate avanti così per secoli. Ma io non mi faccio illusioni: per me questo è un caravanserraglio.”

Alla fine dissi a mio padre: “Un giorno anche tu capirai che questa non è casa tua, perché siamo nati in questo mondo e cominciamo a morire il giorno stesso in cui nasciamo. Solo la tomba può essere considerata una dimora fissa, ma non è una casa, perché nella tomba tu sei morto, non puoi viverci!”

E da allora ho abitato in molte case diverse e la gente pensava che fossero la mia fissa dimora, ma io dicevo loro che non era così, non c’era alcuna possibilità che lo potesse essere.

Dobbiamo capire che siamo dei vagabondi, degli zingari - cerchiamo qualcosa, sicuramente. Ma questa ricerca può essere rivolta verso una casa ... che significa sicurezza, calore, intimità, amore che ti arriva dall’esterno, da qualcun altro - e questa è la strada sbagliata. Questa è la via dell’uomo mondano - e finisce sempre con l’infelicità.

Fondamentalmente un sannyasin riconosce il fatto che non sta cercando una casa, sta cercando di scoprire chi è questo essere - che è nato senza una casa e rimarrà sempre senza casa.

Non cercare una casa, perché non esiste. Cerca te stesso, questo esiste! E quando lo trovi, improvvisamente, come per miracolo, l’intera esistenza diventa la tua casa. Tu non la crei, non la progetti, non la fai.

È una rivelazione improvvisa. Non riesci a capire come hai potuto evitare di vederla fino ad ora. La tua dimora è sempre stata con te.

I gitani hanno un nome più bello nella lingua indiana. I gitani provengono quasi tutti dal Rajputana, in India. Vennero chiamati “gitani”, perché passarono dall’India all’Egitto e dall’Egitto all’Europa. Il termine gitano significa venuto dall’Egitto. Ma in realtà essi provengono dall’India, e in India vengono chiamati “Khanabadosh”.

È un nome bellissimo. Significa colui che si porta la casa sulle spalle; che dovunque vada è sempre a casa. Il termine khanabadosh ha un profondo significato: Khana significa “casa”, badosh significa “sulle proprie spalle”.

Non è una casa visibile, ma è lì. E può gustarla solo chi riesce a scoprire chi è questo vagabondo, chi è questo ricercatore. Invece di indagare sull’oggetto della ricerca, indaga sul soggetto, il ricercatore. E quando l’avrai trovato, l’intera esistenza improvvisamente sarà casa tua; dovunque sarai, ti sentirai a casa, anche in un albergo. In realtà ogni casa è un albergo e ogni luogo è un caravanserraglio.

Tutto dipende da come guardi le cose.

Quando ero in India, mi sentivo a casa, quando ero in America, mi sentivo a casa. Ora sono in Nepal, e mi sento a casa. E domani… non so dove la vita mi porterà, ma ovunque mi porterà, mi sentirò sempre a casa. Nessuno può privarmi di questo, per il semplice motivo che io non faccio alcuna proiezione che mi possa essere tolta.

Nel momento in cui trovi te stesso, scopri che l’intera esistenza è casa tua. Non so dove mi condurrà la vita, ma dovunque sarò, mi sentirò a casa mia. Nessuno me la può portare via.

 

tratto da Light on the Path, #8

Copyright© 1988 OSHO INTERNATIONAL FOUNDATION

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GLI ANIMALI DELL’ASHRAM DI PUNA

Intervista di Ma Amrita Suha

 

 

Swami Deva Sumiran – oggi quarantenne – è di una cosa grato all’esistenza: di aver perso per tre giorni di seguito l’autobus che da Roma lo doveva riportare a Velletri.

Sono bastati quei tre giorni per cambiargli la vita. E siccome faceva sempre le cose intensamente, con intensità si mise anche in quell’avventura.

Dice di sé di essere sempre stato un sannyasin, ancor prima di essere iniziato a Puna nel 1996 e di essere sempre stato un ribelle: “Litigavo con i miei insegnanti e volevo fare tutte le cose che mi passavano per la testa.” E così passa, dopo un diploma di Maestro d’Arte in architettura d’interni, (grazie al quale impara a riconoscere ritmi e forme) e cinque anni intensi di ginnastica artistica (dove acquisisce una buona conoscenza del funzionamento del corpo umano, ma che lascia perché ci voleva un corpo d’acciaio), a sette anni di musica (suonava la batteria) e trova anche il tempo di leggere di tutto, dallo Yoga a Gurdjieff e di fare mandala indiani con un filo d’ottone, che andava poi a vendere ai turisti, tra l’altro, a Porta Portese.

Ed è proprio a Porta Portese, in un bel mattino d’autunno, che comincia a perdere il primo autobus che, ironia della sorte, senza portarlo da nessuna parte, lo doveva portare in ben altra direzione. A Porta Portese uno si deve trovare un posto alla selvaggia e, guarda caso, l’unico libero lo trova proprio vicino a quello di una sannyasin, Ma Bodhi Preyas, che voleva vendere tutti quei suoi vestiti che non aveva potuto tingere d’arancione.

Eravamo nel 1982 e Swami Sumiran aveva allora 24 anni. Fu tutto un incontro da ridere, come lui stesso dice: “Non abbiamo venduto nulla tutta la giornata, ma non abbiamo mai smesso di ridere.” Viene poi l’ora di pranzo: “Perché non passi a sciacquettarti le mani a casa?” chiede lei e lui, entrando nel vestibolo, vede una grande foto di Osho. In cucina c’è una tavola imbandita con tanta gente intorno, tutti sannyasin. L’incantesimo di quella casa dura tre giorni, perché per tre giorni non riesce a schiodarsi da lì, come preso da un vortice energetico che lo porta dove lui neppure sa. Per due sere successive è invitato a un incontro con altri sannyasin, e a una sannyas celebration e quelle due sere perde ancora l’ultimo autobus delle 0.40 per Velletri. La mattina successiva è ormai deciso a partire, costi quel che costi, ma all’improvviso si scatena un potente acquazzone da scoraggiare anche i meglio intenzionati. Preyas, rientrando dal lavoro inzuppata fino all’osso, gli chiede: “Ma cosa fai ancora qui?” e poi aggiunge: “Capiti proprio al momento giusto,” e gli affitta per sei mesi una stanza che si rendeva libera in quello stesso istante nell’appartamento.

Per sei mesi di fila prova tutti i tipi di meditazione e in quel periodo fa un gruppo con Prapatti. Durante il gruppo fa un sogno rivelatore: stava mangiando in un ristorante con altre persone quando, a un certo punto, si alza e fa una figuraccia perché si accorge che sotto la sua sedia c’è un cumulo di scarti, immondizia, detriti, rifiuti e chi più ne ha più ne metta. Quando racconta il suo sogno nel gruppo, gli dicono che ha buttato in questo modo un sacco di merda del passato e Prapatti gli dice: “Tu sei già un sannyasin.”

Inizia poi un periodo di viaggi che lo porta in tutta Europa, e nel 1986 si stabilisce a Berlino dove vive tuttora. “Ho scelto la Germania perché sento che mi mancava quella componente di organizzazione, quella disciplina e lì ho fatto il salto finale, ho aggiunto un tocco che mi mancava.”

E siccome Sumiran è un uomo da favola, dovunque sia, la vita gli si intreccia intorno come in una favola: “Ho sempre lavorato con sannyasin, sempre vicino, come per magia, a qualche centro sannyasin e ho sempre seguito Osho. I libri di Osho che sono stampati nel mio cuore sono “Il seme della ribellione” e”Il Libro dei Segreti.” Forte della sua formazione di Maestro d’arte, durante i primi cinque anni in Germania, dipinge nei ristoranti e nelle disco, copia i paesaggi dalle cartoline e fa dei trompe-l’oeil. Il suo spirito eclettico e l’amore per una ballerina tedesca lo portano alla danza, ma è soltanto nel 1991 che inizia con la fotografia, “imparando dalle riviste, dagli amici fotografi e mettendoci un po’ d’amore.”

Ci racconta: “Ho sempre amato la natura, la gente, i bambini… e vedo la fotografia come meditazione: mi piace aspettare il momento per cogliere l’attimo fuggente…”

La prima volta che fotografa per l’ashram è durante la prova generale dello spettacolo che sarà presentato poi in Buddha Hall, “Il Piccolo Principe” il 24 febbraio 1996, giorno del suo compleanno e giorno in cui prende il sannyas; questa coincidenza poteva capitare solo a lui!

Perché gli è venuto in mente di fare un servizio fotografico sugli animali dell’ashram?

“Nessuno ci aveva mai pensato prima, c’erano – è vero – i pavoni e i cigni, ma le altre miriadi di esseri che popolano questo luogo, nessuno mai era andato a scovarli nel loro ambiente e loro sono qui da sempre e accompagnano la nostra vita di tutti i giorni. Volevo fotografare proprio quegli animaletti che si vedono e anche quelli che non si vedono. Per scovarli, gli animali, ho dovuto aspettare un casino di tempo. Mi capitava spesso che, aspettando, mi dimenticavo della macchina fotografica e del perché mi trovassi a quell’ora, in quel posto…!

“Mi sono accorto che il moto nell’esistenza non ha mai fine, nulla è statico; in tutto l’universo non c’è mai nulla che sta fermo: tutto va avanti o va indietro. È un aspetto che mi aiuta a vedermi così come sono, senza accessori, nudo e crudo e so che questo mi può portare verso la conoscenza del tutto.

Nella fotografia ho a che fare con degli attimi, anch’io non sono mai fermo, mi muovo, i pensieri, le emozioni in me, tutto in me si muove. Però l’attimo in cui fotografo devo come trattenere il fiato, essere totalmente immobile.

“Ho scoperto anche che il ritmo della vita, nel suo insieme, sembra così caotico, ma invece ha in sè una profonda armonia. Il movimento degli uccelli, ad esempio, è schizzante, ma mai si scontrano, mai si disturbano, l’uccello spicca il volo mentre la libellula sembra incrociarlo… È tutto uno zig-zag a una velocità a cui è difficile star dietro, ma alla fine mi sono sentito parte integrante di questo caos generale sempre in perfetto equilibrio. Mentre la natura vive in uno stato perennemente e profondamente estatico e gli animali non si avvelenano l’un l’altro (ma fanno solo delle guerre di territorio), l’uomo è diventato un fabbricante di monnezza!”

Scopre che gli animali, più sono piccini più sono sensibili. Cosa non inventa per farli restare un attimo più a lungo di fronte all’obiettivo: conficca delle molliche di pane nelle cortecce degli alberi, perché ci mettano più tempo a prenderle, prima di scappar via… Incontra un vecchissimo sannyasin indiano che tutti chiamano Babuji e che va ogni mattina al Nalla Park a dar da mangiare agli uccelli e di cui gli uccelli non hanno paura. Questo vecchietto gli dice: “Ti faccio conoscere un metodo per fotografare: spalanca le braccia mentre cammini, perché se sei aperto nel cuore gli animali hanno più fiducia.” Forse è per questo che la notte comincia a incontrare gufi, pipistrelli, salamandre giganti sul suo cammino, ma i birichini compaiono soltanto quando non ha con sè il teleobiettivo.

“Gli animali sono esseri indipendenti, si mostrano quando vogliono, non puoi cercarli, devi aspettarli nei posti dove vanno di solito. Non sono riuscito a fotografare la salamandra, il gufo, il pipistrello, il granchio, l’aquilotto, le formiche piccolissime e i formiconi, le formiche rosse, le farfalle…” E c’è un rammarico reale nella sua voce.

Sumiran è alto, con una figura imponente, eppure quando lo intravedevi in un posto in attesa di un animale, riusciva a mimetizzarsi con facilità.

“Ho avuto degli attimi estatici di fusione con la natura facendo questo servizio. Il tentativo del fotografo è quello di cercare un attimo di fusione tra il soggetto e l’oggetto… e di fissare questa pausa in un sospiro d’eternità. E in alcuni momenti è proprio quello che mi è successo.

“La foto è un ricordo, il mio nome sannyasin «Deva Sumiran» significa rimembranza divina e trovo che ha un nesso con la fotografia, ricordo di un attimo divino.”

 

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L'ARTE DI DIVENTARE GRANDI

La seconda metà della vita è anora più bella della prima, la prima è soltanto una preparazione alla seconda. E la seconda è la preparazione all’eternità

 

 

 

 

Niente ha fine

 

UN VECCHIO ALBERO DI FIANCO alla mia casa stava danzando sotto la pioggia, stamane, e le sue vecchie foglie cadevano con grazia ed eleganza. Non era solo l'albero a danzare al ritmo della pioggia e del vento, danzavano anche quelle foglie vecchie. Era una celebrazione.

Nell'intera esistenza nessuno soffre a causa della vecchiaia, ad eccezione dell'uomo. In realtà l'esistenza non sa nulla della vecchiaia. Conosce la fioritura, conosce la maturazione, sa che c'è un tempo per danzare, per vivere il più intensamente e totalmente possibile, e che c'è un tempo per riposare.

Quelle vecchie foglie di mandorlo, proprio di fianco alla mia casa, non stanno morendo; stanno semplicemente andando a riposare, si fondono e si dissolvono nella stessa terra da cui sono spuntate. Non c'è tristezza, nessun lamento, bensì una pace infinita mentre precipitano nel riposo eterno. Forse un altro giorno, in un'altra epoca, potrebbero tornare a spuntare in qualche altra forma, su qualche altro albero. Di nuovo danzeranno, di nuovo canteranno; gioiranno di nuovo nel momento presente.

L'esistenza conosce solo un mutamento circolare: dalla nascita alla morte, dalla morte alla nascita, e si tratta dì un processo eterno. Ogni nascita implica la morte e ogni morte implica la nascita. Ogni nascita è preceduta da una morte e ogni morte è seguita da una nascita. Quindi l'esistenza non ha paura.

Non esiste un luogo in cui ci sia paura, ad eccezione della mente dell'uomo.

L'uomo sembra essere l'unica specie malata nell'intero cosmo. Come mai tanta malattia? In realtà dovrebbe essere altrimenti.

L'uomo dovrebbe godersi di più l'esistenza, vivere di più ogni istante, che si tratti di infanzia o di gioventù o di vecchiaia, che si tratti di nascita o di morte – non ha importanza. Tu trascendi tutti questi piccoli episodi.

Ti sono accadute migliaia di nascite e migliaia di morti, e coloro che sono in grado di vedere con chiarezza, lo comprendono in maniera ancora più profonda, quasi accadesse a ogni istante. In ogni momento qualcosa in te muore e qualcosa nasce nuovamente. La vita e la morte non sono così separate, non sono separate da settant'anni. La vita e la morte sono esattamente simili alle due ali di un uccello, accadono simultaneamente; né la vita può esistere senza la morte, né la morte può esistere senza la vita.

Ovviamente non sono opposti, è evidente che siano complementari. Per esistere hanno bisogno l'una dell'altra, sono interdipendenti; sono parte di un unico tutto cosmico.

Ma l'uomo è così inconsapevole, così addormentato da non riuscire a vedere un fatto tanto semplice e ovvio. Basta un po' di consapevolezza, non molta, per vedere che cambi a ogni istante; e il cambiamento significa questo: qualcosa sta morendo, qualcosa sta nascendo. In questo caso la nascita e la morte diventano un'unico fenomeno; in questo caso l'infanzia e la sua innocenza si fondono con la vecchiaia e la sua innocenza. Esiste una differenza, eppure non esiste opposizione alcuna.

L'innocenza del bambino è povera perché è praticamente sinonimo di ignoranza. Il vecchio, maturato in età, che ha attraversato tutte le esperienze di oscurità e luce, di amore e odio, di gioia e infelicità, che grazie alla vita e alle diverse situazioni vissute è giunto a maturità, ha raggiunto il punto in cui non si è più partecipi di alcuna esperienza. Viene l'infelicità, egli osserva; viene la felicità, ed egli osserva. È diventato un osservatore sulla collina. Tutto scorre nelle valli oscure, ma egli rimane immobile sul picco luminoso della montagna e osserva semplicemente, in assoluto silenzio.

L'innocenza della vecchiaia è ricca. È ricca di esperienza; è ricca di fallimenti e di successi; è ricca di azioni giuste e sbagliate; è ricca di tutti i successi e gli insuccessi; è ricca a livello multidimensionale. La sua innocenza non può essere sinonimo di ignoranza; può solo essere sinonimo di saggezza.

Sia il bambino che il vecchio sono innocenti. Ma la qualità della loro innocenza è diversa. Il bambino è innocente perché ancora non è entrato nella buia notte dell'anima. Il vecchio è innocente perché è uscito dal tunnel. Uno sta per affrontare un'atroce sofferenza; l'altro ha già sofferto abbastanza. Il primo non è in grado di evitare l'inferno che si para davanti a lui; l'altro si è lasciato l'inferno alle spalle.

Nell'esistenza nulla inizia e nulla finisce. Guardati semplicemente intorno... la sera non è la fine, né il mattino è l'inizio. Il mattino è in cammino verso la sera, e la sera è in viaggio verso il mattino. Tutto si sposta semplicemente in forme diverse. Non c'è principio e non c'è fine.

Perché dovrebbe essere altrimenti per l'uomo? L'uomo non è un'eccezione. Con questa idea di essere eccezionale, di essere speciale, diverso dagli altri animali e dagli alberi e dagli uccelli, l'uomo ha dato vita al proprio inferno, alla propria paranoia.

L'idea di essere eccezionali, di essere umani, ha creato una spaccatura tra voi e l'esistenza. Quella spaccatura genera tutte le vostre paure e le vostre miserie, genera un'inutile angoscia e un'ansia interiore.

E tutti i tuoi presunti leader, religiosi, politici e sociali, hanno messo l'accento su quella frattura, l'hanno allargata. Non è esistito un solo sforzo in tutta la storia dell'umanità per colmare quella frattura, per riportare l'uomo alla terra; per ricondurlo agli animali e agli uccelli e agli alberi, e per dichiarare un'assoluta unità con l'esistenza.

Quella è la verità del nostro essere. Quando l'hai compresa non ti preoccupi più né della vecchiaia, né della morte ... perché guardandoti intorno puoi essere assolutamente appagato dal fatto che nulla ha mai inizio – è sempre esistito – e nulla mai finisce, rimarrà sempre lì.

 

L'idea di essere vecchio ti riempie di un'ansia profonda. Significa che ora i tuoi giorni di vita, d'amore, di gioia, di festa, sono conclusi; che ora esisti solo di nome. Per te non ci sarà più gioia, solo un trascinarti verso la tomba.

Ovviamente non puoi rallegrarti all'idea di essere solo un peso sulle spalle dell'esistenza, vivi semplicemente in una lunga fila che a ogni istante si muove verso il cimitero.

Non essere riuscite a dare ai vecchi una vita significativa e creativa, è uno dei maggiori fallimenti di tutte le culture e di tutte le civiltà.

E non sono riuscite a dare bellezza ed eleganza, non solo alla vecchiaia, ma neppure alla morte stessa.

Non preoccuparti della vecchiaia. È la tua maturità, hai semplicemente vissuto tutte le esperienze. Sei cresciuto grazie a tante esperienze per cui ora non hai più bisogno di tornare a ripeterle in continuazione.

Questa è trascendenza.

Dovresti gioire, e io vorrei che il mondo intero comprendesse questa gioia: è un nostro diritto di nascita accettare con profonda gratitudine la vecchiaia e il suo consumarsi finale nella morte. Se non vivi tutto questo con grazia, se non riesci a riderne, se non riesci a scomparire nell'eterno lasciandoti alle spalle una risata, non hai vissuto nel modo giusto. Sei stato dominato e governato dalle persone sbagliate. Saranno anche stati i tuoi profeti, i tuoi messia, i tuoi salvatori, i tuoi tirthankara, le tue incarnazioni di dio, ma di fatto sono stati criminali in tutti i sensi, poiché ti hanno privato della vita e hanno colmato di paura il tuo cuore.

Il mio sforzo è colmare il tuo cuore con la risata. Ogni fibra del tuo essere dovrebbe amare e provare piacere a danzare in tutte le situazioni, di giorno e di notte, nell'euforia e nella depressione. Qualunque sia la situazione, dovrebbe esserci sempre una corrente sotterranea di gioia: questa per me è autentica religiosità.

 

Alcuni sutra su cui meditare:

Un vecchio è un uomo che a letto indossa gli occhiali in modo da vedere meglio le ragazze di cui sogna.

 

Un vecchio è un uomo che amoreggia con le ragazze solo ai party, in modo da permettere alla moglie di portarlo a casa alla fine.

 

La bellezza della vecchiaia è questa: poiché sei troppo vecchio per dare un cattivo esempio, puoi iniziare a dare buoni consigli.

 

Solo un uomo veramente vecchio, profondo conoscitore della saggezza della vita, può affermare: "L'amore in gioventù è veramente divertente, ma pochissimi uomini si rendono conto che è solo l'inizio di una vita da cani."

 

 

LA VERA SAGGEZZA

 

IL TEMPO DA SOLO NON GENERA SAGGEZZA. Sì, porta molte esperienze, ma le esperienze da sole non creano saggezza.

La saggezza è un fenomeno totalmente diverso. Non sorge attraverso le esperienze del mondo esterno...

Accade quando ti centri nel tuo essere, quando diventi radicato nel tuo essere, quando diventi integro, quando non sei più una folla e diventi un'anima cristallizzata.

 

 

COGLI L'ATTIMO FUGGENTE

 

LE COSE CAMBIANO, ED È BENE che cambino, altrimenti si morirebbe. Il cambiamento ti tiene vivo.

E tu cambi di continuo. Ricordi il giorno in cui sei passato dall'infanzia alla giovinezza, o dalla giovinezza alla vecchiaia? Non ti è possibile tracciare una linea di separazione netta tra infanzia, adolescenza, giovinezza, mezza età e vecchiaia. Riesci a tracciarla? No, tu cambi ogni momento. È un processo continuo.

Ha avuto inizio al momento del concepimento. In quei nove mesi trascorsi nel grembo di tua madre sei cambiato moltissimo; neppure in novant'anni di vita riusciresti a cambiare tanto.

Se ti mostrassero le tue fotografie dei nove mesi passati nel grembo materno, non riusciresti a dire che quello sei tu. O pensi che ci riusciresti? Sei cambiato completamente, e cambi a ogni istante - e non solo tu, tutto intorno a te cambia.

Tute le stelle si muovono e mutano. Ogni giorno una stella muore e scompare - magari è vissuta per milioni di anni - e ne nasce una nuova. Accade ogni giorno.

La vita è un flusso, un movimento, un continuum. E non c'è nulla di sbagliato.

Gusta il momento che viene e se ne va. Assorbilo più che puoi, cogli l'attimo fuggente - e non sprecare il tempo a pensare. Non pensare neppure che l'attimo è fuggente! Non curarti di ciò che accadrà domani, se questa cosa sarà ancora con te o no, e non pensare al passato.

Finché dura, spremine il succo, bevilo fino alla fine. Dopodiché, a chi importa se resta o se ne va? Se si allontana, va bene, berrai il succo di un altro momento.

Perché dovresti insistere affinché questo momento sia permanente? Come fai a sapere che non ci saranno momenti migliori? Fino a un attimo fa non avevi neppure pensato a questo momento. E chi lo sa - mentre questo momento se ne va, ne sta arrivando un altro migliore. Anzi, sta arrivando senz'altro, perché se ti sei annullato totalmente in questo momento, hai imparato qualcosa di immensamente importante.

 

E lo userai per il prossimo momento. La tua saggezza cresce momento per momento.

 

 

 

NATURALE È BELLO

 

PROPRIO OGGI MI È STATO DETTO che solo in America si spendono miliardi di dollari in chirurgia plastica. Circa mezzo milione di persone ogni anno si sottopongono a operazioni di chirurgia plastica. All'inizio il gruppo sociale che si sottoponeva a chirurgia plastica era rappresentato da donne – e si trattava solo di donne – che iniziavano a sentirsi invecchiare. Erano solite ricorrervi per rimanere giovani, per essere ancora attraenti per qualche giorno in più.

Ma di recente si è avuto uno sviluppo: le persone che in America ricorrono alla chirurgia plastica sono per la maggior parte uomini, non donne, perché adesso sono loro a voler restare giovani un po' più a lungo. In profondità essi invecchieranno, ma a livello epidermico mostreranno il fisico di un giovane. E la cosa che più sorprende in quell'articolo è questa: perfino un giovane di ventitrè anni si è sottoposto a chirurgia plastica per sembrare più giovane! L'America è sicuramente la patria dei pazzi... se un uomo di ventitrè anni pensa dì aver bisogno di sembrare più giovane...

E veramente brutto andare contro natura. È bellissimo essere in sintonia con la natura e con qualsiasi dono essa porti: infanzia o gioventù o vecchiaia. Se lo accetti, se il tuo cuore è aperto e pronto ad accoglierlo, tutto ciò che la natura porta ha una propria bellezza.

A mio avviso – e tutti i veggenti dell'Oriente mi sostengono e mi sono favorevoli – l'uomo diventa veramente bello e colmo di grazia quando tocca l'età più avanzata, quando tutte le follie della gioventù se ne sono andate; quando tutta l'ignoranza infantile è scomparsa; quando si è trasceso il mondo delle esperienze secolari e si è toccato il punto in cui si può essere un testimone sulla cima di una collina – mentre il mondo intero si muove là in basso, nelle oscure e tristi valli, brancolando alla cieca.

Anche l'idea di restare continuamente giovani è orribile. Il mondo intero dovrebbe essere reso consapevole che, se ci si impone a forza di essere giovani, si diventa semplicemente ansiosi. Non si riuscirà mai a rilassarsi.

E se la chirurgia plastica avrà successo, visto che sta diventando una delle professioni più preminenti nel mondo, allora si vedrà verificarsi una cosa strana: tutte le persone inizieranno ad assomigliarsi. Tutti avranno il naso della stessa dimensione, che verrà stabilita dai computer; tutti avranno lo stesso volto, le stesse fattezze. Non sarà un mondo bello; perderà la sua varietà, perderà tutte le sue bellissime differenze.

Le persone diventeranno praticamente simili a macchine, tutte identiche, uscite dalla stessa catena di montaggio: macchine Ford, una dopo l'altra. Si dice che ogni minuto una macchina esca dalla fabbrica Ford, del tutto identica a quella che la precede — in un'ora, sessanta macchine. E la fabbrica lavora ventiquattro ore su ventiquattro; gli operai si alternano in turni continui, mentre la catena di montaggio continua a produrre la stessa macchina.

Volete che anche l'umanità sia ridotta in questo modo, che venga assemblata in fabbrica? Uomini e donne esattamente simili, in modo da incontrare dappertutto una Sofia Loren? Sarebbe noioso.

Tutti vogliono vivere a lungo, ma nessuno vuole invecchiare. Perché? A causa del passo successivo.

In verità nessuno ha paura della vecchiaia, ma dopo la vecchiaia esiste solo e unicamente la morte.

Quindi tutti vorrebbero vivere il più a lungo possibile, mai invecchiare, perché questo significa entrare nel dominio della morte.

In profondità la paura di invecchiare è una paura della morte, e solo coloro che non sanno come vivere hanno paura di morire.

La gioventù è una malattia dalla quale si guarisce un poco ogni giorno. La vecchiaia è la cura. Hai attraversato la prova del fuoco della vita, e sei giunto al punto in cui puoi essere assolutamente distaccato, indifferente, distante.

Ma l'Occidente non ha mai compreso la bellezza della vecchiaia. Posso capirlo, ma non posso essere d'accordo. L'Occidente pensa che il guaio nella vita è che ci siano così tante donne belle... e pochissimo tempo.

Ecco perché nessuno vuole invecchiare, ma solo allungare un po' di più il tempo. Ma io vi dico: il guaio sarebbe ancor peggiore se ci fosse moltissimo tempo e le donne belle fossero pochissime!

Così com'è, questo mondo è perfetto.

 

TRATTO DA: La Mezza Età: un nuovo inizio edizioni del Cigno

 

Titoli originali:

The Great Pilgrimage from Here to Here

Copyright© 1988 OSHO INTERNATIONAL FOUNDATION

The Dhammapada Vol. 8

Copyright© 1991 OSHO INTERNATIONAL FOUNDATION

From Ignorance to Innocence #5

Copyright© 1985 OSHO INTERNATIONAL FOUNDATION

All rights reserved

 

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SULLE COLLINE IESINE

 

 

A TRENTACINQUE CHILOMETRI da Ancona sulle colline iesine, dove il sole accarezza lunghe distese di vigneti da cui poi nascerà il delizioso verdicchio, da un paio d'anni fiorisce un centro di meditazione di Osho: l'Osho Institute Neo-reiki and Meditation.

Responsabile del centro è una piccola grande donna, Ma Panth Megha. La sua storia. Nel 1990, giunta a una svolta radicale di vita, incontra Osho e i suoi sannyasin, e prende il sannyas. Nel 1995 decide di venire a Puna per un training di danza. Avendo viaggiato in lungo e in largo in Oriente, il viaggio in India non la spaventa per niente. Ma poco dopo il suo arrivo ecco accadere un incidente: si rompe un piede. La vita le impone di fermarsi. Il mese di immobilità forzata la conduce più direttamente nella meditazione e i successivi cinque mesi trascorsi all'Osho Commune sono un approfondimento di questa esperienza di silenzio, arricchita dalla partecipazione a corsi di Aurasoma e Reiki.

Con questo ricco bagaglio Megha torna ad Ancona, dove da anni vive e lavora, con il grande desiderio di condividere questa ricchezza e la chiarezza che dopo tanti anni trascorsi in città le occorre anche un cambiamento.

Decide di trasferirsi in campagna. Un suo paziente, che dopo un trattamento di Reiki di tre mesi ha risolto i suoi problemi di artrosi, le offre in affitto una vecchia casa colonica isolata in mezzo a querceti e uliveti a Santa Maria Nuova. Il centro nasce così.

Le attività principali del centro sono i gruppi di Reiki e le meditazioni di Osho. Kundalini e meditazione della risata sono le due trainanti. Ma l'estate è la stagione più ricca di eventi: meditazione dinamica all'aperto, Danze Sufi e Osho White Robe Brotherhood a cui partecipano una decina di persone. Tante se si pensa a un paesino sperduto in campagna.

Un evento davvero speciale sono i Full Moon Party estivi, da giugno a settembre, serate di musica e danza alla luce della luna piena nella radura del bosco. Sono molti i giovani della zona che vi partecipano e che ritornano anche per le meditazioni. Un'esperienza particolarmente importante è il Reiki con i bambini. Commenta Megha: "Con i bambini è tutto così facile e gioioso. L'abbandono all'energia universale avviene naturalmente."

Una bellissima caratteristica dei centri marchigiani è la collaborazione reciproca. Lo scambio è particolarmente vivo con l'Osho Arpana Meditation Center di Ancona città, ma anche con altri sannyasin che operano nella zona: Swami Vimal Kailash, per esempio, con le sue sessioni di Channeling Music, Alima di Pesaro con i suoi corsi e sessioni di Rebirthing.

Danza, celebrazione, risate, buon vino e meditazione. Riuscite a pensare a qualcosa di meglio?

 

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 ...VENT'ANNI DOPO

Swami Deva Nirodh, dell'Osho Arihant Meditation Center di Varazze ci propone il piacevole racconto del suo ritorno a Puna...

 

 

ECCOMI QUI DAVANTI all'entrata, è passato molto tempo, quasi 20 anni, da quando con la mia compagna Ushma lo varcai per la prima volta.

L'ingresso è lo stesso, la compagna è la stessa, ma attorno tutto è cambiato. Anche l'India è cambiata, purtroppo mi sembra in peggio, soprattutto per l'inquinamento.

Superate le pratiche al Welcome Center, eccomi a vagare all'interno dell'ashram. Sento una fragranza di accoglienza ovunque. È una gioia vedere le tuniche svolazzanti e anche silenti che scivolano attorno a me e sentirmi anch'io parte dell'accadimento.

L'incontro con gli amici vecchi e nuovi ha il sapore della riscoperta... eh sì, molta acqua è passata nel fiume della meditazione, molte esperienze, che hanno portato a ciò che sta accadendo qui adesso e la presenza di Osho la si può sentire ovunque: basta fermarsi ad ascoltarla.

Dal punto di vista pratico e organizzativo la Comune è migliorata. Tutto avviene in modo molto disteso ed armonico e chiunque lo desideri può offrire la propria collaborazione.

Io ho fatto la guardia a una delle entrate ed è stata una bellissima esperienza di silenzio e incontro, dove gli sguardi sostituiscono le parole.

Ho partecipato in silenzio alla sofferenza dei partecipanti di qualche gruppo e gioito nei giorni seguenti nel vedere i loro occhi che si aprivano verso spazi di serenità. La loro liberazione era un po' anche la mia.

 

 

Avevo l'impressione di trovarmi in un grande campus universitario dedicato alla crescita umana in un senso più totale, che non riguarda solo la mente, ma che va anche oltre, nella meditazione.

Per me lo spazio più importante dell'ashram è il samadhi di Osho: qui si percepisce il silenzio della pienezza o vacuità da cui tutto parte, qui tutti sono chiamati a pulsare vicini al Maestro, in solitudine e ascolto.

Certo, al ricordo dei discorsi mattutini di Osho dal vivo, mi è capitato spesso di fare confronti e alla fine mi sono ritrovato a piangere immerso nella carrellata di ricordi, pianto che poi diventava sempre più sorriso e gioia nella celebrazione del presente.

La Comune è anche un grande mercato di vita dove si passa dalla meditazione ai pettegolezzi in un baleno. Ci si ritrova a vivere in un concentrato variopinto e divertente del mondo, dove debolezze e virtù si mescolano ad arte. Era un vero divertimento sentire notizie che, partendo dalla mensa di Mariam in un certo modo, arrivavano all'Osho Cafè completamente stravolte.

La realtà e la fantasia si fondevano in modo strabiliante dando vita a qualcosa che faceva ridere per i contenuti surrealisti.

In fondo, credo di aver capito che la risata è molto vicina alla meditazione e così, superato l'imbarazzo iniziale, ho iniziato a ridere... anche di me stesso.

Insomma, sono diventato piccolo abbastanza da poter partecipare al grande gioco della Comune.

 

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CHE NOIA MORTALE!

di Swami Sangit Samarpan

 

Tutti la conosciamo prima o poi, e tutti la vogliamo evitare. Ma qual è il meccanismo che la scatena? Ecco un'interessante analisi di questo illustre conosciuto: la noia.

 

 

Sono annoiato a morte. Non ho niente da fare. La mia ragazza è via da due settimane e tutti i miei amici sono lontani o hanno da fare. Il paesino in cui vivo è come una prigione – è così piccolo che non c'è neanche un cinema. Oh sì, c'è un bar, ma frequentato solo da vecchi. Andrei in città, ma il viaggio costa troppo e non ho un posto in cui stare. Sono stufo di guardare la televisione e giocare con il computer e l'unico libro in casa che non ho ancora letto è di Shakespeare; leggerlo sarebbe più un lavoro che un rilassamento. Ma poi, chi vuole rilassarsi? Voglio qualcosa di eccitante! Voglio che succeda qualcosa di nuovo! Ma dove vivo non succede niente. E un mortorio. Penso che aprirò una bottiglia di vino e mi guarderò un video – l'ho già visto, ma è un buon film. Magari domani farò qualcosa di diverso.

 

LA NOIA. CAPITA A TUTTI OGNI TANTO. Ad alcuni quasi sempre. Ma è davvero un caso? E che cos'è in fin dei conti? La noia è quando vuoi fare qualcosa e sembra che non ci sia proprio niente da fare! La noia è dunque strettamente legata al fare. E perché la gente fa delle cose?

Nella zona in cui vivo ci sono molti cavalli che se ne stanno lì tranquilli tutto il giorno. Ogni tanto mangiano, ogni tanto trottano in giro, e a volte si sdraiano anche, ma per la maggior parte del tempo se ne stanno lì sulle quatto zampe. Sono annoiati? Difficile dirlo. Se si trattasse di me, se fossi uno di loro, sarei annoiato di sicuro.

Ma le persone non sono come i cavalli, non in quel senso, perlomeno. Riesci a immaginare che un giorno arrivi nella piazza del paese e tutti sono lì immobili sui due piedi, e ti guardano? Io non ci riesco, sarebbe davvero strano!

No, le persone si muovono e fanno delle cose. Che tipo di cose? Be', fondamentalmente vanno a lavorare. Poi fanno le cose necessarie a tale attività: si occupano della macchina che le porta al lavoro, e del posto in cui dormono tra un giorno di lavoro e l'altro; comprano e cucinano il cibo di cui hanno bisogno per rimanere vive e lavorare. E poi fanno le cose che le aiutano a rilassarsi per poter essere di nuovo in forma per il lavoro.

E anche quando non vogliono fare nulla guardano altri che fanno delle cose – alla televisione.

Se ci si tiene abbastanza occupati non si ha il tempo di annoiarsi. A meno che non ci si annoi nel ripetere sempre le stesse cose che, in origine, si erano fatte proprio per evitare la noia.

Quando si annoiano, le persone si sentono a disagio. Si sentono a disagio persino quando altri sembrano annoiarsi. Ricordo che una volta mia cognata vide il figlio seduto da solo al buio senza far nulla e ne rimase così turbata che finì col picchiarlo. Ricordo che anch'io, da piccolo, mi sentivo sempre dire da mia madre: "Non startene lì seduto – fai qualcosa!"

Per qualche motivo, quando uno non fa niente, gli altri si sentono disturbati. Conosci l'espressione "Una mente vuota è l'officina del diavolo'? Forse il motivo è questo. Se vedono che non stai facendo niente, significa che forse stai tramando qualcosa – qualcosa che a loro non piace, che li può danneggiare!

Penso che questa si chiami paranoia. Forse viene dai tempi antichi. Se il tuo vicino stava arando e lavorando nei campi, potevi rilassarti. Se così non era, allora forse stava facendo piani per rubarti il raccolto. Forse il fatto che diffidiamo di quelli che non fanno niente è genetico. Pochissimi hanno imparato a non far nulla, perché tutti attorno erano troppo ansiosi che facessero qualcosa. E così adesso, quando non abbiamo niente da fare, è naturale che ci sentiamo ansiosi.

Ci sono due cose riguardo la noia. La prima è che forse non stai facendo quello che vuoi davvero fare nella vita.

Le persone che si annoiano usano spesso le parole "sì, ma... “Sì, mollerei questo lavoro così stupido, ma poi che faccio per guadagnarmi da vivere? Sì, mi piacerebbe porre fine a questa relazione malata, ma poi magari non trovo nessun altro. Sì, mi piacerebbe viaggiare, ma devo aspettare la pensione.” Tutto questo significa: “Farei quello che desidero davvero fare se pensassi che sia possibile. Se avessi abbastanza soldi. Se avessi tempo. Se fossi una persona davvero creativa.”

La seconda cosa è che non sei capace di non far niente. Le prime volte in cui sono riuscito a non far niente, senza sentirmi teso o in colpa, risalgono ai tempi dell'università, quando conobbi le droghe. Non durò a lungo, perché molto presto imparai a sentirmi teso, paranoide anche, qualunque prodotto chimico avessi ingerito. Ma era abbastanza sapere che questo stato esiste, questo rilassamento nel non far nulla, senza sensi di colpa.

Cominciai a cercare. Cominciai a leggere. Ma le informazioni che trovai erano piuttosto scarse. Alla fine rinunciai. E divenni parte di quelle orde di persone irrequiete che devono sempre avere qualcosa da fare. Molti anni dopo, temendo di non avere abbastanza da fare, decisi di iscrivermi a legge. Allora sì che sarei stato davvero indaffarato. Allora sì che avrei avuto abbastanza da fare. E anche se così non fosse stato, non avrei avuto il tempo di pensarci.

Poi l'inaspettato accadde. Un giorno con la posta mi arrivò un libro – un libro sulla meditazione di un mistico illuminato, Osho, allora conosciuto come Rajneesh. Il titolo era Il seme della ribellione. Le prime tre pagine furono sufficienti. Lasciai perdere l'università e andai in India, nell'Ashram di Osho. Con la meditazione, cominciai a imparare l'arte del non far nulla. Rimanere seduto in silenzio e senza far nulla insieme a centinaia di altre persone era un'esperienza incredibile. Non era noioso. Non mi sentivo in colpa, né inquieto. Al contrario, era la cosa più bella che avessi mai fatto.

Dopo qualche anno ho incontrato qualcuno che mi ha insegnato l'arte di creare, di vivere nel modo in cui davvero desidero – in un modo per cui la vita non diventa una scelta di routine determinata dal mio condiziona-mento, ma qualcosa che sono libero di inventare.

Poi ho studiato improvvisazione teatrale, imparando a rispettare e seguire i miei impulsi, a vedere che ogni momento esiste indipendentemente da ogni altro.

Grazie a tutto questo la noia non è più qualcosa da cui fuggire, ma qualcosa che mi ricorda di andare dentro o di esprimermi.

La noia giace tra questi due punti: non essere capaci di andare dentro, come nella meditazione, o non essere capaci di esprimersi, attraverso la creatività.

Da bambino, quando uscivo di casa, avevo l'abitudine di aprire la porta e fermarmi per dire qualcosa a mia madre. Questo la faceva diventare matta e ogni volta mi urlava: "Non stare fermo sulla porta, che fai entrare le mosche! Vai dentro o vai fuori!'

Questo probabilmente è il consiglio migliore che mi abbia mai dato. E te lo passo volentieri: non fare entrare le mosche!

 

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AMORE MUSICA

E MEDITAZIONE

di Ma Prem Ahina

 

La musica è meditazione: meditazione cristallizzata in una particolare dimensione.

La meditazione è musica: musica che si dissolve nell'assenza di dimensione.

Ami la musica perché intorno a essa senti accadere la meditazione. Ne sei assorbito, inebriato. Qualcosa dell'ignoto inizia a discendere in te... Dio inizia a bisbigliare. Il tuo cuore batte a un ritmo diverso: sei in sintonia con l'universo.

OSHO

 

 

PER CHI HA IL DONO di suonare e di comporre musica queste parole, tratte da Musica Meditazione & Silenzio, un testo di Osho pubblicato in italiano nel gennaio di quest'anno, sono profondamente vere.

E Swami Vedant Anando, che ha la fortuna di possedere questo dono, lo può confermare: "Soprattutto quella sensazione di esserti lavato, di essere rinfrescato e pulito dalla musica: è proprio quello che sento quando suono."

Lo dice con la serenità e la calma di chi ha elaborato questa esperienza nel profondo e riesce a trasmetterla con dolcezza, il volto illuminato dal suo sorriso di ragazzo. Un "ragazzo" che ha appena compiuto 40 anni.

Anando ha cominciato a suonare la chitarra a 15 anni, da autodidatta, a orecchio: "Suonavamo con gli amici, un po' di tutto. Musica brasiliana, Toquinho, Vinicius de Moraes, e poi Neil Young, Cat Stevens, Claudio Rocchi, De Gregori. Dai 15 ai 20-22 anni, di fatto non sapevo dove sbattere la testa e non avevo idea di cosa fare della mia vita, tra disperazione, un po' di politica e gli studi di agraria cominciati e piantati lì. Alcuni amici della mia età erano andati a Puna e mi parlavano di un maestro, ma non riuscivo a capire. Tanto che nell'unico viaggio fatto a 20 anni, ho finito col ritrovarmi a Puno sul lago Titicaca, in Perù..."

La svolta arriva nel 1981: prima un gruppo dal quale esce rinfrancato e pieno di carica, poi un video di Osho e infine l'incontro con una sannyasin che gli dà l'ultima spinta. Chiede il sannyas e il 19 novembre 1981 riceve il nome di Vedant Anando, "Beatitudine al di là delle parole". "Da allora è cominciato il cambiamento, con mesi di dinamiche e gruppi. Mi sono liberato dalla depressione e dall'autodistruzione."

Nel luglio dell'82 Anando va in Oregon e vede Osho per la prima volta, poi fa alcune esperienze in comunità in Germania e in Italia, torna in Oregon più volte per periodi più o meno lunghi e dall'87 va a Puna tutti gli anni, per 2-3 mesi.

“Dopo il sannyas avevo abbandonato la musica e mi ero messo a fare l'imbianchino; lavoravo molto e guadagnavo bene. Finché nel 1987, grazie a un channelling, ho seguito il consiglio di ricominciare a suonare. Ho ripreso in mano la chitarra, poi ho comperato un piccolo registratore e ho composto qualche canzone. Ho prodotto le mie prime cassette, distribuite all'interno del mondo di Osho a partire dal '91: Whispering, poi Beatitude ed Etnia.”

Anando vive all'Osho Surjan Meditation Center di Milano dal '95 e vi suona ormai da parecchi anni in occasione delle White Robe e dei satsang; poi suona anche in altri centri in Italia e in Svizzera e a Puna, sia in singolo che in gruppo, ma preferibilmente da solo.

"Il salto di qualità è arrivato con il CD Adina. Volevo fare qualcosa di meglio, meno artigianale e l'ho registrato in uno studio, insieme a una decina di musicisti amici. Musiche e arrangiamenti sono tutti miei e non si tratta di un unico tipo di musica: c'è un po' di tutto, sia canzoni d'amore, di cui una cantata in brasiliano, sia brani musicali con cui si può anche ballare."

Adina, frutto di tre mesi di lavoro, è uscito nel novembre scorso e ha subito avuto successo: è stato scelto e distribuito anche in Giappone. "All'inizio non ci credevo, mi sembrava impossibile che piacesse veramente, mi sono persino ammalato. Da un lato sentivo il bisogno di espormi di più, di esprimere pienamente quello che potevo creare, ma avevo anche paura.

Mi sono reso conto che in realtà fino a quel momento non avevo dedicato tutte le mie energie alla musica, ed era come con l'amore. Ora invece mi sono rafforzato e tutto è diventato più intenso e totale, sia nella musica sia nelle relazioni.

Il cambiamento si è manifestato soprattutto durante un gruppo con Prashantam, in febbraio. "Prashantam è stato importantissimo. Quando all'inizio del gruppo ha chiesto a tutti noi cosa facevamo e io ho risposto "Sono musicista", lui ha osservato: "Hai notato il tono in cui lo dici? si sente che una parte di te non ci crede". Il giorno dopo ha fatto ascoltare durante il gruppo alcuni brani tratti da Adina e mi ha addirittura ringraziato per la mia musica e io ho pianto come un bambino. "La tua musica è molto bella," mi ha detto ancora "hai un bell'equilibrio". Mi ha colpito profondamente, mi ha dato tantissima energia."

 

 

Una nuova brezza

scorre in te,

spazzando via

la polvere di secoli.

Hai la sensazione

di esserti lavato,

è un bagno spirituale;

sei stato

sotto una doccia

e ne sei uscito rinfrescato,

pulito, vergine.

La musica è meditazione;

la meditazione è musica.

Si tratta di due soglie

per avvicinare

lo stesso fenomeno.

OSHO

 

L'ultimo lavoro di Anando è Meditazione del cuore di Atisha, una cassetta prodotta dall'Osho Surjan Meditation Center, e c'è già in progetto un nuovo CD, sempre prodotto dal centro, Chakra Loop Breathing Meditation.

"Ormai non suono solo la chitarra ma anche strumenti nuovi: in Atisha ci sono percussioni, flauti di bambù, swarmandal, setar, tampura." A casa di Anando infatti troneggiano diverse chitarre e vari strumenti, tra i quali uno strano tamburo piatto, con un bel disegno di aquila sulla cassa. “È un tamburo sciamanico del Nord America, che ho chiamato zebo, con il quale mi sto esercitando. Sto cercando di dare più valore alla voce e sperimento altre possibilità espressive, dato che mi piace usare diversi ritmi: la musica brasiliana va bene soprattutto all'inizio dei concerti, perché è giocosa, dà un senso di leggerezza che mette a proprio agio; quella gipsy perché è passionale, energetica; quella indiana perché è d'atmosfera; quella rituale con flauti e tamburi per andare più dentro, per avvicinarsi alla meditazione."

E infatti, chi ha ascoltato Anando la sera del 21 marzo, quando ha suonato al centro in occasione dell'anniversario dell'illuminazione di Osho, ha potuto conoscere la "voce" del suo tamburo zebo e quanto profondamente faccia vibrare...

Oggi che la musica per Anando è diventata il suo unico lavoro (oltre a fare concerti dà sessioni e giornate di workshop su voce e musica), egli si trova totalmente in questo spazio e ne è felice.

"Sì, la mia meditazione è la musica. Ha ragione Osho, nel dire che suonare rende puliti, lavati. La musica nasce così, dall'improvvisazione, non so neanche spiegare come: da alcuni accordi che mi piacciono, che si legano bene insieme, nasce una melodia. E quando suono, ogni volta è come se fosse una musica nuova, come se si creasse uno spazio energetico nuovo. Soprattutto con strumenti tipo flauti e tamburi, sento che divento un canale, come se la musica, con il suo potere magico, portasse in uno spazio "vuoto" che offre tantissimi tesori nascosti. E rimango sempre stupito quando accade, negli incontri con la gente che condivide con me questa meravigliosa esperienza."

 

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L'INGLESE... SENZA SFORZO

Perché imparare qualcosa che ci interessa è semplice e naturale

Seconda parte

 

Ma Nirava ha creato l' “Inglese senza sforzo" dopo anni di esperienza, “traducendo per italiani nei gruppi di terapia, lavorando come insegnante di lingua in California e alla Ko Hsuan School in Inghilterra. Discepola di Osho dal 1981, la meditazione e la terapia sono state elementi fondamentali nella sua formazione.

 

 

ALLE RADICI DELLA TENSIONE

SE IMPARARE L'INGLESE è senz'altro semplice, comprendere la natura dello sforzo e lasciarlo cadere è un percorso articolato.

L'assenza di sforzo è possibile quando ci muoviamo olisticamente, sapendo dove il nostro cuore desidera andare.

Qualsiasi situazione che coinvolge solo la sfera mentale non può che creare tensione e quindi sforzo.

Non siamo abituati a ricordare che l'apprendimento richiede la nostra totalità, ma se fosse sufficiente conoscere un insieme di nozioni, gli innumerevoli corsi disponibili avrebbero già fornito tutto ciò che è necessario.

Allargare la nostra attenzione anche alle emozioni può portarci a comprendere di noi stessi molte cose che non sono direttamente collegate con il parlare inglese.

Osservare e comprendere le emozioni coinvolte nella comunicazione, quando parliamo e ascoltiamo, insieme alla consapevolezza di quello che significa per noi imparare ORA, è il percorso dell'Inglese senza sforzo.

 

I DUE ASPETTI DELLA COMUNICAZIONE

Se hai sperimentato l'esercizio consigliato a pagina 46 nell'articolo precedente, forse avrai notato se per te è più facile comprendere mentre ascolti ed è invece più difficile parlare usando le parole che conosci, oppure se riesci a comunicare, ma ti è più difficile comprendere quando qualcuno ti parla.

Questa differenza a volte è molto spiccata e rivela qualcosa di te su cui puoi ora portare la tua attenzione.

Se ti è stato più facile comprendere che parlare, probabilmente conosci molto più inglese di quello che credi, ed è importante per te trovare situazioni in cui puoi farlo "uscire".

Parlalo, anche da solo/a, cantalo, leggilo ad alta voce, abituando le tue orecchie e la tua consapevolezza al suono della TUA voce che parla questa lingua.

Se invece ti è stato più facile parlarlo, è necessario portare la tua attenzione sul tuo "ascoltare".

Spesso abbiamo avuto le nostre ragioni per non ascoltare ed è possibile che continuiamo a usare delle difese anche quando non sono più necessarie.

Inizia a guarire la tua capacità di ascolto, prendendoti un po' di tempo per "ascoltare soltanto" la musica, i suoni della natura, o qualsiasi altro suono che trovi piacevole, senza essere coinvolto in nessun'altra attività.

Quando questo spazio di "solo ascolto" ti è più familiare, puoi iniziare a fare l'esercizio, "solo ascoltando" qualcuno che ti parla.

Ti aiuterà ricordarti del silenzio che c'è al tuo centro, mentre ascolti.

 

LE RAGIONI DEL CUORE

Entusiasmo, espansione e gioia sono connessi all'apprendimento di qualcosa che amiamo. Senza il coinvolgimento del nostro cuore imparare è solo dovere e sforzo.

Per molti di noi l'imparare è stato appesantito da esperienze dolorose e negative, cariche di costrizioni e di "dovere".

Da bambini, appena siamo stati certi che le esigenze di sopravvivenza (cibo, protezione, calore...) ci erano assicurate, la nostra attenzione e il nostro interesse si sono diretti con totalità verso l'apprendimento.

Ogni bambino, fin da molto piccolo, inizia con apertura ed entusiasmo il suo percorso di conoscenza, lasciandosi portare dal suo interesse verso un campo molto ampio, muovendosi in diverse direzioni e allo stesso tempo delineando anche percorsi individuali verso i quali è particolarmente attratto.

Sentire interesse verso un aspetto, anziché un altro, di questa vita multidimensionale indica in un certo qual modo la nostra direzione, il potenziale che è dentro ognuno di noi e che desidera essere espresso, condiviso e vissuto.

 

 

 

APPRENDIMENTO INTERESSE E TOTALITÀ

Viviamo in una società inconsapevole, dove molto spesso è la paura che determina scelte e percorsi.

A livello collettivo, gli adulti hanno deciso che l'unica cosa importante e necessaria da imparare, è come sopravvivere, come assicurarsi la capacità di produrre danaro e quindi sopravvivenza.

Ben presto negli anni, ogni interesse che non rientra in questa ristrettissima scelta di nozioni che si "devono" imparare, non ha ricevuto alcun sostegno e spesso è stato ostacolato e ridicolizzato come una cosa completamente inutile, sulla quale non era il caso di perdere tempo.

Già all'età di sei anni viene deciso in quale direzione è necessario incanalare la nostra capacità di apprendimento, riducendo in maniera drastica e spesso spiacevole il vasto spettro di interessi verso le manifestazioni del mondo attorno a noi e inserendo una nuova componente fino ad allora sconosciuta: il dover imparare.

Per i più fortunati, i cui interessi rientravano in quelli "scelti" dalla scuola, l'esperienza scolastica è stata più accettabile. Per tutti coloro con interessi che si dirigeva-no in un'altra direzione, è stato uno sforzo e una fatica.

Una delle qualità del nostro interesse è di cambiare ed evolversi nel tempo, insieme alle esperienze e situazioni in cui viviamo. Interessi diversi arrivano per ognuno in tempi diversi.

Chiaramente il nostro sistema di educazione non si è potuto permettere di rispettare i diversi tempi dei bambini e a ognuno è stato imposto il tempo in cui era necessario imparare un determinato soggetto.

È necessario accorgersi di quanto ORA siamo in grado di scegliere quando e cosa desideriamo imparare, perché lo spazio di avventura, espansione e crescita che è presente ogni volta che "impariamo", possa esprimersi.

Insieme alla nostra apertura e all'accettazione di "non sapere", l'interesse è ciò che rende l'imparare una delle esperienze spirituali di maggior valore.

Puoi scrivere in un quaderno cosa è stato per te imparare e che spazio ha ora nella tua vita.

Partendo da te, fai una lista di ciò che vorresti imparare in questo momento della tua vita.

 

 

ESERCIZIO PRATICO

L'esercizio che puoi fare adesso consiste nel ripetere quello descritto nel numero precedente, parlando e ascoltando alternativamente in inglese, ma ora inserisci un nuovo aspetto, cioè la tua intenzione di comprendere ciò che ti viene detto.

Puoi quindi interrompere chi ti sta parlando:

• per chiedergli in inglese se può parlare più lentamente o ripetere quello che ha detto, parlarti con parole più semplici ecc.

• Se non sai come dire queste frasi, puoi preparartele prima di iniziare l'esercizio.

• Quando capisci ciò che stai ascoltando, rimani semplicemente ad ascoltare senza interferire.

Osserva cosa cambia nella comunicazione quando diventi disponibile e derminato/a a comprendere.

La possibilità di riscoprire il nostro interesse e amore collegato all'apprendimento dell'inglese, passa attraverso il desiderio di incontrarci e comunicare con qualsiasi abitante del pianeta.

Potrai leggere riguardo all'apertura nei confronti degli "stranieri" nel prossimo articolo.

 

 

OGNI PERSONA DOVREBBE CONOSCERE DUE LINGUE:

LA LINGUA MADRE E LA LINGUA INTERNAZIONALE.

FINCHÉ NON ESISTERÀ UNA LINGUA INTERNAZIONALE,

NON SARÀ POSSIBILE CREARE UN MONDO SENZA CONFINI.

IO SONO PER UNA LINGUA INTERNAZIONALE E LA

LINGUA CHE SCELGO È L'INGLESE, PER LA SEMPLICE

RAGIONE CHE GIÀ ESISTE IN OGNI PARTE DEL MONDO.

 

OSHO

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IL DIZIONARIO DI OSHO

Ci sono parole che nei dizionari hanno un significato, ma nella vita ne hanno un altro. Ecco un secondo assaggio del dizionario esistenziale di Osho.

 

 

Carità/condivisione

Io non parlo di carità. È un termine orribile. Parlo di condivisione. Se hai, condividi. Non perché condividendo aiuterai gli altri, no, condividendo tu crescerai. Più condividi, più cresci...

Nella parola "carità" c'è qualcosa di brutto: sembra che tu sia superiore e l'altro sia inferiore, un mendicante; tu aiuti l'altro perché è bisognoso. Non è bello. Considerare l'altro inferiore – perché tu hai e lui no – non va bene, è inumano... Quando fai la carità ti aspetti che l'altro ti ringrazi. Quando condividi, sei tu a ringraziare l'altro che ti ha dato l'opportunità di far scorrere la tua energia – che stava diventando troppa, e ti appesantiva. E ti senti grato. La condivisione nasce dalla tua abbondanza. La carità dalla povertà altrui.

 

Dibattito/dialogo

Qual è la differenza tra dibattito e dialogo? In un dibattito non sei disponibile ad ascoltare l'altro; anche se ascolti, il tuo ascolto è falso. Non stai ascoltando davvero, stai solo preparando la tua risposta. Mentre l'altro parla; aspetti semplicemente la tua occasione per ribattere. In te c'è già un pregiudizio, hai una tua teoria. Non stai cercando, non sei ignorante, non sei innocente; sei già pieno; la tua barca non è vuota. Ti porti dietro delle teorie e cerchi di dimostrarne la verità.

Un ricercatore della verità non ha alcuna teoria. E sempre aperto, vulnerabile. È capace di ascoltare.

 

Distacco

Se sei distaccato, diventerai sempre più sensibile. La sensibilità non è attaccamento, la sensibilità è consapevolezza. Solo una persona consapevole può essere sensibile. Se non sei consapevole, sarai insensibile. Quando sei inconsapevole, sei totalmente insensibile – maggiore la consapevolezza, maggiore la sensibilità. Un Buddha è totalmente sensibile, la sua sensibilità è al massimo, perché sente ed è consapevole totalmente. Ma quando sei sensibile e consapevole, non sarai attaccato. Sarai distaccato, perché il fenomeno stesso della consapevolezza spezza il ponte, distrugge il ponte tra te e le cose, tra te e le persone, tra te e il mondo. L'inconsapevolezza, la mancanza di consapevolezza è la causa dell'attaccamento. Se sei sveglio, il ponte scompare all'improvviso. Quando sei sveglio non c'è nulla che ti tiene legato al mondo. Il mondo è lì, tu sei lì, ma il ponte tra i due è scomparso.

 

Dovere/responsabilità

Dovere e responsabilità sono sinonimi nei dizionari, ma non nella vita. Nella vita non sono solo diversi, sono diametralmente opposti. Il dovere è orientato verso l'altro, la responsabilità verso se stessi. Quando dici: "Devo farlo," è un dovere. "Perché mia madre è malata, devo andare all'ospedale e sedermi al suo fianco," o "Devo portare dei fiori all'ospedale. Devo farlo, è mia madre." Il dovere è orientato verso l'altro. Stai obbedendo a una regola sociale — poiché è tua madre, non perché le vuoi bene.

Per questo dico che "dovere" è una parolaccia. Se ami tua madre non dirai "È il mio dovere." Se ami tua madre, andrai all'ospedale, le porterai dei fiori, la accudirai, le massaggerai i piedi, ti occuperai di lei, ma non sarà un dovere, sarà responsabilità. Sarà una risposta del tuo cuore. Responsabilità significa capacità di rispondere. Il tuo cuore vibra, hai compassione di lei, le vuoi bene; non perché è tua madre — questo è irrilevante — tu ami questa donna, la ami in quanto persona. È amore che fluisce dal tuo cuore. La responsabilità ha una dimensione totalmente differente: tu ami, vuoi bene, senti.

È qualcosa che nasce dal tuo sentire.

 

Eterno/permanente

Ordinariamente, nei dizionari, troverai "permanente" come sinonimo di "eterno". Non lo è. L'eterno è sempre momentaneo. Guarda la rosa. La mattina è lì, e ora della sera se ne è andata. Era momentanea. Ma verrà di nuovo — domani mattina ci sarà un altro fiore. C'è sempre stato.

L'eterno sbircia attraverso il momentaneo, l'eterno si manifesta attraverso il momentaneo. Una rosa se ne va, e un'altra arriva; quella va, e un'altra arriva; in realtà se ne va solo per far posto all'altra. La bellezza è eterna.

 

Fede/fiducia

La fede è per i ciechi; la fiducia per qualcuno che ha assaporato qualcosa della realtà suprema. I fedeli sono dei seguaci. Non voglio nessuno qui che sia un credente o un fedele. Voglio che tu abbia fiducia in te stesso, fiducia che se Gautama il Buddha è potuto diventare un Everest di consapevolezza, ha dimostrato che ogni consapevolezza umana ha il medesimo potenziale. Abbi fiducia in questo. Abbi fiducia in te stesso.

La distinzione deve essere ricordata. La fede è sempre nell'ideologia di qualcun altro, nella personalità di qualcun altro. La fiducia è nel tuo stesso potenziale.

 

 

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