2
I CENTRI IN ITALIA
8 IL MONDO
La macchina messa in moto
per il 2006
9 IL MONDO
Una donna su come
trasformare il mora
10 IL MONDO
Una sannyasin guida
turistica in India
12 IL MAESTRO
Una delle parabole
preferite di Osho
14 IL MAESTRO
Una guida per liberarsi
dallo stress
16 IL MAESTRO
Come la sicurezza
esteriore può solo privarci della nostra forza interiore
18 IL CUORE
Ritratto di una
globetrotter
21 LA MENTE
Una preziosa occasione per
svegliarsi
22 IL MAESTRO
Non cercare una casa Cerca te stesso
29
Gli animali nella Comune
34 IL MAESTRO
La seconda metà della vita
è ancora più bella della prima
40 IL MONDO
Danza, celebrazione,
risate e meditazione
41 LA COMUNE
Il racconto di un ritorno
a Puna
42 IL MONDO
Qual è il meccanismo che
la scatena?
44 IL CUORE
Il percorso di un
musicista sannyasin
46 IL MONDO
Seconda parte. Un metodo
semplice e naturale per imparare l'inglese usando la meditazione
Tutto quello che avreste
voluto sapere, a puntate, dall'A alla Z
50
TUTTE LE STELLE
Il tuo oroscopo di luglio
52
LA VETRINA
Tutti i libri di Osho in
italiano, i video di Osho, le musiche per la meditazione e il rilassamento
60
OSHO GIOCO
Parole crociate per
aguzzare l'ingegno
Tutte le fotografie e le
parole di Osho sono coperte da Copyright © 1972 – 1990
OSHO INTERNAYIONAL
FOUNDATION
DENTRO E
FUORI LA COMUNE
A come Ayurveda, scienza
della vita
Ma
Veet Charya e Swami Satgyano, entrambi medici che praticano e approfondiscono
da anni la secolare medicina ayurvedica indiana, dopo avere aperto all'inizio
dell'anno un Centro Ayurvedico in Germania, per trattamento, training in
massaggio e seminari per medici, hanno creato il loro sito in internet:
http://Ayurveda.home.pages.de
Sotto
la voce Diet & Health Education, consigliano le meditazioni di Osho e
rimandano direttamente al sitoosho.org per chi volesse saperne di più.
Zennis, tennis come
meditazione
Il
tennis come meditazione, la meditazione come tennis... Swami Prem Niket, alias
Peter Spang, ha pubblicato un libro allettante che invita sia i giocatori
dilettanti che professionisti a immergersi un po' di più nel gioco. Niket, un
ex giocatore professionista e allenatore, offre alcune intuizioni affascinanti
sulle partite di tennis del Grande Slam e sulla psicologia di giocatori come
Boris Becker, Pete Sampras e Steffi Graf.
Il
libro è edito da Perigee Books, New York.
Pronto soccorso ad Acteal
Ma
Dyan Chandani, una terapista che lavora con una tecnica particolare per
sciogliere i traumi, ha passato ventun giorni ad Acteal, in Messico. Lo scopo
della visita era aiutare i sopravvissuti del massacro di Chiapas, dove un
gruppo di indigeni Zapatista non armati era stato ucciso dai militari
governativi.
Chandani
ha convinto le autorità locali dell'aiuto che la sua Terapia dello Stress
Post-Traumatico poteva apportare ai sopravvissuti e, dopo essere stata sottoposta
a rigorosi controlli di sicurezza, è riuscita ad arrivare al villaggio di
Acteal.
Visto
che il medico locale era stato ucciso, Chandani ha passato la sua prima
settimana a svolgere la funzione di medico, poi è riuscita a introdurre le
sessioni di terapia usando una sua tecnica speciale.
Saluto a un'amica
Il
giorno 12 aprile ha lasciato il corpo Ma Antar Sampatti di Torino, amica di
molti in Italia, a Puna e nel mondo.
Ad
una cara amica, compagna, bimba di questo ed altri Mondi... un canto,
di
Ma Prem Sharno:
Sampatti
sei una
luce che vola
un
silenzio innocente
che
entra nel cuore … nel cuore.
Sei un
uccellino curioso
un
respiro che indugia
nell’eterno
respiro
della
vita.
Sei
saltata nel lago
con gli
occhi
della
sorpresa,
e ora
assapori la gioia.
Osho! Osho! Osho!
Swami
Prem Ashish, responsabile della sicurezza alle entrate della Comune, ci
racconta una bellissima storia sulla morte di sua madre. Appena Ashish
ricevette il messaggio che sua madre era molto grave, rientrò immediatamente a
casa, nel Haryana, per passare con lei gli ultimi giorni di vita.
Sua
madre, anche lei sannyasin, – Ma Anand Buddha – accettava totalmente la morte
imminente e passarono molto tempo insieme ogni giorno in comunione da cuore a
cuore. L'ultima notte, mentre Ashish la aiutava a sedersi reggendole la
schiena, gli uscirono improvvisamente, con sua grande sorpresa, tre grosse
esclamazioni: "Osho!"
"All'ultimo
grido – Ashish racconta – la sua testa è caduta sulla mia spalla e ho potuto
sentire mia madre che lasciava il corpo. Posso semplicemente dire che è stata
una bellissima sensazione di gioia e celebrazione.
Osho
l'ha proprio aiutata a lasciare il corpo in pace e gioia."
… persino in Germania!
Ma
Deva Pyari, originaria del Brasile, vive in Germania dal 1982 ed è quindi
perfettamente qualificata per scrivere un libro che aveva come titolo originale
"Come essere soddisfatti persino in Germania."
Sfortunatamente
per lei, gli editori tedeschi che volevano cavalcare l'onda della moda dei
libri di tantra, le hanno fatto cambiare il titolo in: "Tantrisches
Leben," ma – nonostante questo – il libro trasmette sempre la vitalità, la
saggezza e il senso di gioia di Pyari, con in più vari esercizi e due
meditazioni di danza. Il libro è edito dalla casa editrice tedesca Heyne.
Bravo America 1998
Milarepa,
Joshua e altri musicisti di Puna daranno l'avvio a Cleveland, in Ohio, il 4
settembre, al loro Bravo America Tour 1998 che dovrà portarli in giro per tutti
gli Stati Uniti. Il gruppo suonerà le sue famose canzoni di Osho in almeno 12
città: Cleveland, Chicago, St. Louis, Austin, Boulder, Seattle, Talent
(Oregon), Laguna Beach, Sedona, Cape Canaveral, Tampa e New York.
Ma
Vatayana e Ma Leela accompagneranno il gruppo e terranno eventi di meditazione
durante i weekend.
Ralph e Charly
Non
capita spesso di incontrare un attore con una laurea in psicologia, ma Ralph
Schicha, quarantasettenne, si è dato allo spettacolo solo dopo aver studiato a
Friburgo, Monaco e Stanford. Per ben dieci anni ha girato film di produzione
estera, ma solo recentemente ha raggiunto l'apice del successo nella Germania
natale con la produzione di una serie televisiva ZDF "Il nostro
Charly."
Il
ruolo di Ralph è quello di un medico veterinario la cui famiglia adotta un
piccolo schimpanzé di nome Charly. "La produzione di questa serie sta
andando avanti da due anni; sono ora in preparazione gli ultimi episodi e, una
volta terminati, sarò libero," ha spiegato. Della sua terza visita alla
Comune ha detto: "È un'occasione meravigliosa per immergermi nell'energia
e nell'atmosfera di questo ashram, per rilassarmi e meditare, per vivere
momento per momento."
India My Love in olandese
Ma
Deva Nayano, quarantaduenne, non vede l'ora di veder pubblicata la versione
olandese di India My Love, un libro
che rappresenta il tributo di Osho all'India.
Il
libro uscirà in contemporanea in Belgio e in Olanda. Nayano ha tradotto il
libro la scorsa estate su richiesta di Ralph Bakker, direttore del Metavision
Growth Center di Amsterdam ed editore.
"È
stato un lavoro molto interessante e gratificante," ha confessato
soddisfatta Nayano.
Un sannyasin freelance
Gitta
Magnell, di Stoccolma, venne per la prima volta a Puna nel 1994, inviata
speciale del più importante quotidiano svedese, Dagens Nyheter, per scrivere un
articolo sull'Osho Commune International. Tre anni dopo è tornata per farsi
iniziare al sannyas e per partecipare al gruppo Women's Liberation. Gitta
lavora ora come giornalista freelance. "Ho una mente critica di cui non mi
sono stufata e ho preso il sannyas per allegria. Ho lavorato 20 anni come
giornalista, ma non sono cinica e sono grata a Osho per questo – mi sento
ancora una bambina."
Mystic Rose per il Pianeta
Blu
Ma
Anand Taruna, conosciuta anche come Barbara Riitting, famosa attrice tedesca, è
diventata una fan dell'Osho Mystic Rose Meditation. Ha di recente assistito Ma
Prem Leela nella Mystic Rose di Colonia e ha parlato con i giornalisti del Bild
am Sonmtag. Taruna ha pubblicato un libro intitolato "Ricette per il
Pianeta Blu," che comprende una vasta gamma di materie relative
all'ambiente: alimentazione, oggetti casalinghi, energia solare, riciclaggio,
organizzazioni per la pace e, naturalmente Osho.
La festa Maestro-Discepolo
della luna piena
Mentre
andiamo in stampa, nella Comune è in corso il festival del Gurupurnima. Oggi al
satsang del mattino abbiamo sentito Osho dire: "Il cuore non sa nessuna
lingua – sa come amare, sa come essere grato, sa come restare aperto, sa come
andare così vicino al maestro da venire consumato proprio nel silenzio del
maestro. Il suo silenzio diventa il tuo silenzio. La sua verità diventa la tua
verità. Questo è il mistero che accade tra il maestro e il discepolo, ma che
non accade mai tra l'insegnante e lo studente."
Meditazione per i bambini,
un’interessante esperienza
sul Monte Amiata
Nell'inverno
97/98 Ma Madhu di Chianciano teneva un corso di tecniche di meditazione in un
paesino nella zona del Monte Amiata. Ecco cosa ci racconta: "Il corso era
per lo più frequentato da insegnanti delle scuole elementari e medie e nacque
così l'idea di sperimentare in una classe "difficile" di prima media
la meditazione che Osho suggerisce per bambini dai cinque ai dodici anni:
gibberish, risata, silenzio. All'inizio i bambini, come mi dissero
"dopo", pensarono che fossi matta; non riuscivano a capire il perché
della risata senza una ragione, ma una volta superato questo scoglio, non solo
risero e si divertirono, ma mostrarono anche tutto il loro senso dell'umorismo.
Del gibberish comunque si stancarono presto, e allora si passò alla catarsi e alle
parolacce che li facevano sentire molto liberi, come mi dissero durante la
condivisione che facevamo sempre alla fine dei nostri incontri, che avevo
chiamato "esercizi" per non allarmare i genitori con la parola
meditazione. Comunque si stancarano presto anche della catarsi, e allora fu la
volta di tutte le altre meditazioni fatte in tempi ridotti. Le più amate furono
la Kundalini e la Nataraj; i bambini amano ballare, quando arrivavo la prima
cosa che mi chiedevano era se avevo portato la musica.
Lo
stadio del silenzio finale era un po' difficile da mantenere, così cominciai a
raccontare storie, favole e visualizzazioni che ebbero un gran successo e non
ci fu più nessun problema a mantenere il silenzio.
Entrare
nel mondo dei bambini è stata per me un'esperienza molto interessante per
l'intensità dei nostri incontri, dove io partecipavo con tutta la mia energia e
nello stesso tempo dovevo far rispettare una certa struttura: per esempio, non
toccarsi gli uni con gli altri, non farsi male, senza per questo diventare
repressiva. Inoltre dovevo essere pronta a inventare sempre nuovi modi di fare
le meditazioni, per esempio, fare un grande cerchio, oppure gli uni di fronte
agli altri, insomma cercavo di cambiare ogni volta perché i bambini si annoiano
in fretta. Ho anche visto tutta la competizione che c'è nella scuola,
soprattutto all'inizio i bambini non riuscivano a capire come mai nei nostri
"esercizi" non ci fosse il più bravo, ma invece ognuno di loro avesse
il proprio unico e individuale modo di essere bravo. I risultati dei nostri
incontri furono visibili dall'inizio. Secondo l'insegnante i bambini erano più
tranquilli e rilassati durante le ore di lezione. Visto il successo
dell'esperimento è molto probabile che si farà anche l'anno prossimo e anche in
altre scuole."
Grazie
Madhu per questa condivisione!
UN OCCHIO AL
GIUBILEO
Per
cominciare un po’ di storia. Il primo a introdurre il termine e concetto di
Jubileaus, nella tradizione cristiano-latina fu Girolamo traducendo
dall’ebraico “yobel” che significava: “l’anno della liberazione da servitù e
debiti e della restituzione delle terre espropriate” – quindi una gran festa!
Col tempo si trasformò in “l’anno della remissione dei peccati” – prima si
ruba, si fa sesso, si ammazza, poi ci si pente, poi ci si fa perdonare i
peccati…
Il
primo Giubileo del 1300 lo gestì Bonifacio VIII, gran furbacchione che aveva la
necessità, per stornare le voci su di lui, di ribadire che il papa era la vera
potenza temporale e spirituale (questo simboleggia lo stemma papalino con le
due chiavi) e che il Vaticano in Roma era Caput Mundi, non in capo al mondo ma
al centro del mondo conosciuto.
Come
fare in modo di portare tutte le genti a Roma se non promettendo una grande
assoluzione collettiva? Quale miglior gadget a costo zero per il Vaticano? E
così in una città di 40.000 abitanti dentro le mura arrivarono in un anno a
piedi 200.000 peccatori pellegrini. Fu un grande successo!
Si
studiò subito di ripeterlo, invece che dopo 100 anni come avevano stabilito
inizialmente, ogni 50. Il ceto emergente dei banchieri e dei mercanti fece un
sodalizio con il Vaticano per rilanciare l’economia e restaurare la signoria
pontificia, finanziando l’attività della Curia e controllando il traffico dei
pellegrini: ora il potere papale è davvero assoluto. È superfluo aggiungere che
con i secoli a venire i tempi tra un anno santo e l’altro si ridussero con le
scuse più banali fino a 25 anni, rendendo il dominio per mezzo della paura
dell’eresia e della scomunica sempre più forte.
Ed
eccoci al Giubileo del 2000 dove tutti sperano di accaparrare quattrini sui
pellegrini in arrivo rimettendo in sesto una città con un centro storico
vastissimo lungo il quale si estende il percorso detto “delle 7 chiese”
indispensabile da percorrere per ottenere la remissione. Capito la furbizia? e
lungo questo percorso che cosa ci trovi? negozi di gadget, ristoranti, hotel,
visite guidate, banche, tutte cogestite non certo dallo Spirito Santo. È da
ricordare che nei secoli scorsi lungo il percorso dei pellegrini sorgevano case
di tolleranza dove donne di malaffare inducevano al peccato, tanto poi alla
fine del pellegrinaggio sarebbero stati tutti redenti!
L’Agenzia
per il Giubileo ha fatto un’indagine secondo cui ogni giorno arriveranno a Roma
6.300 auto, 12 treni speciali, 220 pullman, 18 aerei, e il 62% dei pellegrini
si sposterà con i mezzi pubblici. Sarà come quando nevica: il caos totale.
Oggi
nell’era informatica è la pubblicità la chiave di volta, il prendi 3 e paghi 2.
Così stanno investendo miliardi per un recupero di credibilità. Finora sono 390
le varie pubblicazioni sul Giubileo con le preghiere del papa polacco spedite
in tutto il mondo, in testa l’America Latina e il Brasile, mentre in Iraq e
Siria sono state curate edizioni in arabo. Musicassette e video per gli
analfabeti con inni allo Spirito Santo e la favoletta di Gesù, sono state
create in lingua urdu e distribuite in Pakistan, altre in Cina e via con il
resto del mondo.
A
tutti gli effetti stiamo assistendo a qualcosa di storico: la Chiesa si sta organizzando
per restare al passo coi tempi; tutta la macchina pubblicitaria è in pieno
movimento con il consenso dello stato, a cui incombe quasi tutto l’enorme
sforzo economico dell’operazione.
Sta
nascendo anche una rete televisiva della Chiesa: Sat 2000 che potrà attingere
dai fondi dell’8 per mille e avrà un ruolo guida nel nostro paese.
Sembra
proprio che l’ultima battaglia della cristianità sia cominciata. La posta in
gioco è alta, non è solo la supremazia, ma la sopravvivenza stessa di questa
vetusta religione anche nel nuovo millennio ormai alle porte.
Ma
detto tra noi: c’è qualcuno che piangerebbe per la sua scomparsa?
Power &
Sex
La visione
di una donna su come transformare il mondo
Scilla
Elworthy è la fondatrice dell’Oxford Research Group, un gruppo di ricerca
internazionale creato 16 anni fa, il cui scopo è salvaguardare il mondo dalle
armi nucleari. Nominata due volte per il Premio Nobel per la Pace, Scilla ha
ottenuto un notevole successo riuscendo a mettere insieme progettisti di armi,
militari e diplomatici americani, russi, cinesi ed europei.
È
stato dopo uno di questi incontri che ha deciso che era il momento di prendersi
una vacanza, ed è venuta all’Osho Commune International di Puna. “Mi ci sono
voluti 54 anni per scoprire che è solo se conosco me stessa, o almeno comincio
a conoscere me stessa, che il mio lavoro nel mondo può essere efficace,” ha
spiegato.
“Tutto
dipende dalla trasformazione personale ed è per questo che una persona come me
se ne sta seduta qui, nei giardini di questa bellissima Comune. Perché se non
conosco me stessa, non posso fare a meno di proiettare le mie ansie e paure su
qualcun altro. Il caos presente all’interno del movimento per la pace, del
movimento per i diritti umani e altri movimenti ecologici ha origine da qui.
“In
questi movimenti ci sono molti contrasti e molto stress, perché è la rabbia che
muove le persone. Ciò non è necessariamente un male, la rabbia è un carburante
eccezionale che tira fuori le persone dal letargo e le mette in azione. Però è
meglio essere centrati, essere consapevoli di ciò che si fa. Questo è un
requisito per un lavoro efficace nel mondo.”
Scilla
ha di recente scritto un libro, dal titolo provocatorio “Power and Sex” (Potere
e sesso) che, tradotto in quattro o cinque lingue, sta vendendo bene. In esso
esamina la differenza tra il potere come forza per dominare gli altri e quello
che Scilla definisce “il potere del cuore.” E trova anche un legame tra i due
tipi di potere e il sesso.
“Ogni
vota che si parla di potere, il sesso non è molto lontano,” spiega. “Nelle
relazioni, sesso e potere sono praticamente indistinguibili. È un gioco che si
consuma nella camera da letto. Uomini e donne si controllano a vicenda
attraverso l’attrazione sessuale. Per esempio, quando una donna sa che un uomo
è attirato sessualmente da lei, sa anche di avere il potere di manipolarlo.
La
sensazione è che nelle relazioni con gli altri in realtà stiamo cercando
un’integrazione delle nostre parti maschile e femminile. Stiamo cercando di
scoprire l’amante interiore. Quando ci muoviamo in questa integrazione, il
potere interiore comincia a fiorire.”
Scilla
ci ha fatto l’esempio di due leader mondiali che, secondo lei, manifestano
questo tipo di potere: Nelson Mandela, che ha salvato milioni di vite durante
il periodo di transizione tra governo bianco e nero in Sud Africa, e Aung San
Suu Khi, la principale avversaria della dittatura militare in Burma. “Lo chiamo
anche potere dell’hara, perché viene dal centro dentro di noi,” ha detto
Scilla. “L’ultima parte del libro è dedicata alla presentazione dei vari modi
di usare questo potere in situazioni che incontriamo quotidianamente: nelle
relazioni, nella società, nella politica nazionale e internazionale.”
Scilla
ha sentito parlare di Osho partecipando a un workshop in Inghilterra con altri
sannyasin e ha letto numerosi libri di Osho. Dopo aver organizzato alcuni
incontri con le persone che si occupano di decisioni nucleari in una località
segreta asiatica, si è sentita esaurita e aveva bisogno di un posto in cui
potersi riprendere.
“Sapevo
che dovevo venire qui, e avevo ragione,” ha detto. “Quello che desideravo era…
ciò che stiamo guardando ora, questa bellezza, non solo nei giardini, ma anche
nelle persone. La calma delle persone che sono qui e questa bellezza fisica: mi
nutrono.
“Ogni
volta che parlo con un progettista di armi di Los Alamos, o di un altro posto,
ed esprimo la mia avversità al cosiddetto «realismo» che giustifica la fabbricazione
di armi nucleari – «e Hiltler, e Saddam Hussein, come facciamo a proteggerci?»
– e faccio del mio meglio per trovare una risposta, avverto un grande bisogno
di nutrimento. E quando si ha sete, bisogna andare al pozzo.”
Meditare on the road
Ma Alok Atmo fa la guida
turistica professionista in India da dodici anni e qui ci parla di due modi di
essere in India: come guida turistica e come sannyasin.
Amo
l’India dal più profondo del cuore. L’ho amata sin dal primo momento in cui
sono arrivata qui, diciassette anni fa. Per tre giorni di seguito non ho potuto
impedirmi di piangere dalla gioia. Qui mi sento proprio a casa.
E
quando mi è stato proposto di lavorare come guida turistica, ho detto subito
“sì” con slancio. Tutto successe nel 1986, dopo essere stata da Osho a Juhu
Beach, fuori Bombay. Per tutta la durata del viaggio aereo di ritorno in
Germania non ho fatto che parlare del mio amore per l’India con il mio vicino
che, prima di giungere a destinazione, mi ha offerto il lavoro di guida
turistica. Ma c’era una condizione: dovevo iniziare la settimana seguente. È
così che è cominciato il tutto.
Il
mio lavoro inizia quando vado ad accogliere all’aeroporto di Delhi o Bombay dei
passeggeri anziani e di mezza età che atterrano con un charter. Li accompagno
in albergo e parlo loro dell’India in generale. Per i 7 o i 14 giorni che
seguono, sono io a governare le loro vite e a loro questo sembra piacere. Dà
loro un senso di sicurezza, sapere che qualcuno si prende cura.
Un
tipico giro turistico ci porta da Delhi ad Agra – per vedere il Taj Mahal – e
poi a Jaipur, Udaipur, con un’ ultima fermata a Bombay. Un tour invece più
lungo include anche Khajuraho e Varanasi. Faccio questo lavoro per circa 12-15
settimane l’anno nel periodo da novembre ad aprile.
Questi
sono i dati di fatto di una vita “on the road” che trovo sia allo stesso tempo
frustrante e soddisfacente. Ad esempio, la mia può essere una vita molto
solitaria, per il fatto che stiamo solo una giornata in ogni città e perché
all’inizio non avevo nessun amico in quei posti. I direttori e il personale
d’albergo indiani cercano in ogni modo di comportarsi all’ “occidentale” e
cercano quindi di essere “indifferenti”.
Tuttavia,
dopo parecchie visite, qualcosa è cambiato. Oggi sanno tutti che sono una
sannyasin ed è bello vedere la loro curiosità.
Sento
che gioco una carta speciale quando dico “Vengo da Puna.” In quel momento non
sono solo una guida turistica, o semplicemente una turista: c’è come
un’apertura, anche perché molti di loro hanno visitato la Comune.
Essere
meditativi durante un giro turistico è una vera e propria sfida. Sebbene possa
sempre ritirarmi nella mia camera d’albergo la sera, trovo difficile meditare
in quelle scatole quadrate di cemento che sono le moderne stanze d’albergo. Ma
ho però sviluppato un metodo unico per riuscire a meditare sul pullman – con
gli occhi aperti.
Come
guida, non sono autorizzata a chiudere gli occhi. Devo essere attenta che
l’autista non faccia qualche sciocchezza, come ad esempio prendere la direzione
sbagliata, ciò che accade spesso, o se ci sono avvoltoi che mangiano un cammello
morto sul percorso, o se c’è una carovana di cammelli, o gente del Rajastan nei
loro costumi colorati… In questi casi fermo il pullman perché i turisti possano
fare delle foto.
Oltre
a tutto, se dovessi chiudere gli occhi per meditare, i passeggeri tedeschi non
sarebbero contenti: penserebbero che sto dormendo e quindi che non sto facendo
il mio lavoro. Loro sì che possono dormire. Infatti si addormentano spesso
mentre parlo – ma io devo assolutamente restare sveglia.
Per
questo ho sviluppato la mia tecnica. Già il semplice fatto di entrare nel
pullman e sedermi al mio posto, mi rilassa. So che, per le prossime quattro
ore, ho più o meno del tempo libero. Mi metto a mio agio, sia dentro che fuori.
Partiamo
e quando i paesaggi cominciano a sfilare, resto semplicemente seduta con gli
occhi aperti e lascio che tutto passi attraverso di me, come su un grande
schermo cinematografico. A poco a poco la mia mente si acquieta e qualcosa si
rilassa molto profondamente. C’è come un punto fermo nella mia pancia. Non devo
fare nulla. Devo solo stare seduta dove sono. E allora un senso di gratitudine
emerge… e una grande consapevolezza.
Essere
sannyasin mi aiuta a creare alcuni momenti molto interessanti, nel senso che mi
dà il coraggio di essere spontanea e autentica. Mi ricordo qualcosa che è
successo recentemente: eravamo in viaggio in pullman da 16 ore – a causa di un
volo annullato – e ci eravamo fermati a un chiosco lungo la strada, dove alcuni
turisti volevano comprare le sigarette.
Tutto
sembrava assolutamente normale. Passare sedici ore in un pullman con 25 persone
non è da poco, da un punto di vista energetico, ma i tedeschi sono duri e
l’atmosfera nel pullman mi sembrava buona. Improvvisamente si alza un turista
da un sedile posteriore e comincia a urlare con tutte le sue forze: “Questo è
troppo…! Perché siamo fermi qui…? Quando arriveremo…?” e via di questo passo.
In
genere sento quando qualcuno si sta arrabbiando e in questo modo vuole
proteggersi, ma quest’uomo mi ha colta totalmente alla sprovvista. Mi sono
immediatamente messa a piangere di fronte a tutti i turisti.
Gli
ho detto: “Ha ragione, non avrei dovuto farvi aspettare, ma questa è la
situazione.”
Qualcun
altro è intervenuto per difendermi: “Lei è una guida così brava, fa per noi
tutto quello che è umanamente possibile, non ha nulla a che fare con quest’uomo
– non ci faccia proprio caso.” Sempre in lacrime ho risposto: “Sì, questo è ciò
che succede ora, questo è reale, questa sono io. Preferisco piangere che
ingoiare. E il signore ha ragione. Che fare?” Quando siamo scesi dal pullman a
Varanasi, sono venuti tutti ad abbracciarmi, dico… tutti quei turisti tedeschi
di mezza età!
Mi
sono accorta che va bene essere me stessa. Infatti, non avrei potuto fare
diversamente. E gli altri si sono molto commossi. Erano un po’ perplessi
perché, essendo una professionista, pensavano che fossi abituata a scene del
genere, ma non è così, sono molto rare.
L’India
in se stessa e la mia presenza fa succedere qualcosa. Durante gli ultimi cinque
anni, alla fine di ogni viaggio, quando ci diciamo addio all’aeroporto, quasi
tutti (più dell’80 percento) mi danno un lungo, caldo abbraccio… Sono tedeschi,
proprio tedeschi, mi viene da dire! È molto insolito.
Le
persone spesso chiedono: “Lei è così calma, ha qualcosa che non ho mai
incontrato, fa dello yoga?” Quando visitiamo dei vecchi siti Buddhisti, parlo
di Gautama il Buddha e della spiritualità orientale. Questo è uno dei preziosi
regali di questo lavoro: l’enorme attenzione che mi danno quando parlo di
esoterismo, di cose spirituali.
È
una cosa delicata. Sono una guida turistica ufficiale. Queste persone non hanno
mai visitato un ashram, né hanno mai meditato. Sono venute per un giro
turistico. Vogliono fare delle foto da mostrare a casa agli amici. Poi
incontrano qualcuno come me e si lasciano commuovere.
Quando
sono di fronte a una statua di Buddha, nessuno può fermarmi. In un certo senso,
mi perdo. Divento una sannyasin e dimentico che queste sono persone normali.
A
volte parlo per 45 minuti. Chiedo due o tre volte: “È troppo?” e loro
rispondono: “No, continui pure,” e allora parlo dei chakra, dell’aura, della
meditazione, del sorriso di Buddha e loro sono tutti orecchie.
Alcune
volte l’ingenuità sull’India è spassosa. Alcuni anni fa, dopo un giro di due
settimane che terminava a Bombay, mentre in pullman stavamo dirigendoci verso
mezzanotte al nostro albergo attraverso le strade della città, ho sentito una
signora dietro a me dire al marito: “Guarda fuori, caro, tutta questa gente che
dorme per le strade. Perché non se ne vanno a casa?”
Con
pazienza il marito cercò di spiegarle che non avevano una casa dove andare!
Tornare
a Puna dopo un giro turistico significa proprio cambiare marcia – anche se sono
stata via solo una settimana – perché il fatto è che quando vado sono veramente
via, in un mondo totalmente diverso. E collegare i due mondi è proprio una
forzatura.
Più
spesso vado a fare i tour, più difficile diventa la partenza e più difficile è
l’arrivo.
Si
potrebbe pensare che dovrebbe essere l’inverso, cioè che le cose diventano più
facili col tempo e l’abitudine – ma non è così. Questo divario, la differenza
fra i due mondi, diventa sempre più evidente. Sento che questo lavoro sta
arrivando alla fine.
Mi
ero data una missione – la chiamo così – quella di fare da ponte tra l’Oriente
e l’Occidente, per aiutare i turisti occidentali a capire l’India e per aiutare
l’India a digerire i turisti con dignità. Missione compiuta!
Ma
sono stanca di essere schizofrenica. È il momento di qualcosa di nuovo. Sono
stata – con successo – la rappresentante di un’agenzia turistica tedesca e ora
voglio essere una rappresentante di Osho.
Una delle
parabole preferite di Osho
IL GraNDE MAESTRO
Mi
viene in mente una storia famosa…
Un
cane si era illuminato. Ora nessuno può impedirlo… chiunque può illuminarsi.
Non ci sono leggi che lo impediscono, diventare illuminati non è un crimine.
E
il cane era un ottimo oratore molto articolato, e andava in giro per la
capitale dicendo a ogni cane: “Il tuo solo problema è che continui ad abbaiare
per niente. Questa malattia ti impedisce di illuminarti. Guarda me, non abbaio
mai.”
Dalla
mattina alla sera tardi continuava a ripeterlo a ogni cane, finché tutti
accettarono che era illuminato, e non c’erano dubbi al riguardo. Tutti si
vergognavano, ma cosa potevano fare? – un cane è un cane! Quando un cane vede
un’uniforme non riesce a non abbaiare.
I
cani sono molto contrari alle uniformi: postini, poliziotti, sannyasin… Il
cane, non appena vede un’uniforme, diviene immediatamente ostile. Dev’essere un
grande amante della libertà, e l’uniforme rappresenta la schiavitù. Nella mente
dei cani dev’esserci una certa filosofia, perché si prendano un tale fastidio…
abbaiare stanca.
Poiché
non riuscivano a smettere di abbaiare, dovevano riconoscere che il cane che non
abbaiava era illuminato. Era il Gautama il buddha dei cani, aveva raggiunto
picchi mai toccati prima: “Siamo orgogliosi che tu sia nato tra noi, ti
adoreremo. Ti ricorderemo, parleremo ai nostri figli dei giorni d’oro in cui tu
eri vivo. Ma perdonaci, noi ce la mettiamo tutta. Più cerchiamo di non
abbaiare, più forte è l’impulso ad abbaiare.”
Una
notte di luna piena… e i cani ce l’hanno anche con la luna; nessuno sa perché.
In realtà in tutte le lingue ci sono termini per definire i matti.
In
inglese ‘lunatic’ è sinonimo di matto, di pazzo. Ma in origine “lunatic”
significa stregato dalla luna. In hindi è la stessa cosa: il matto viene
chiamato chaandramara, ucciso dalla luna. La luna fa impazzire la gente, fa
impazzire anche l’oceano.
I
poeti ne subiscono l’effetto, i pittori ne subiscono l’effetto. La maggior
parte dei suicidi viene compiuta nelle notti di luna piena, un maggior numero
di persone impazzisce nelle notti di luna piena.
Quindi
se i cani abbaiano per tutta la notte, nessuno può condannarli – hanno qualcosa
del poeta, qualcosa del pazzo, hanno un senso estetico, sentono l’oceano. Ma
non riescono proprio a tollerare la luna piena, e poiché non riusciamo a capire
la loro lingua, la chiamiamo abbaiare.
Chi
lo sa, forse stanno recitando poesie dedicate alla luna… forse abbaiare è il
loro modo di pregare…
Una
notte di luna piena tutti i cani decisero che bisognava porre un limite alla
loro continua condanna. “Quel cane illuminato è troppo. Non appena abbai,
eccolo che arriva. Si nasconde di qui e di là e osserva i cani. Questa notte
dobbiamo impegnarci: anche a costo di morire, non abbaieremo. E non apriremo
gli occhi, così non vedremo la luna piena.”
Decisero:
“Sono anni che ci prova. Concediamogli almeno una notte, se la merita. Lasciamo
che si goda questa notte: ogni cane deve nascondersi in un posto diverso, e
mettercela tutta – si tratta solo di una notte. La mattina potremo abbaiare
quanto vogliamo. Solo per una notte…”
C’era
un silenzio che mai si era sentito. Il Gautama il Buddha se ne andò in giro per
la città – e non incontrò neppure un cane. Tutti i cani erano scomparsi…
cos’era successo? – e una notte di luna piena era l’occasione migliore per
predicare.
Ma
i cani erano scomparsi in angoli bui dietro le case, si nascondevano. Temevano
che, vedendo la luna, alla faccia di tutti i proponimenti, non sarebbero
riusciti a resistere. Sapevano…! Erano consapevoli della loro debolezza e
fragilità, quindi era meglio che se ne stessero tranquilli al buio, dietro le
case.
Ma
Gautama il Buddha era preoccupato: “Cos’è successo? Che siano tutti morti?”
La
luna cominciò a sorgere. E per la prima volta – visto che prima era sempre
occupato a insegnare agli altri cani, non aveva tempo di guardare il cielo –
vide la luna.
Nel
mezzo della notte, quando la luna era alta nel cielo, il cane maestro cominciò
a sentire un forte pizzicore in gola. E disse: “Mio dio, non mi sono mai
sentito così!” Prima non ce n’era stata l’occasione. Era sempre impegnato a
insegnare, quindi tutto il pizzicore finiva nell’insegnamento.
Era
la prima volta nella sua vita che era rimasto senza parlare per ore. Il
pizzicore divenne tale che alla fine si mise in un angolo e cominciò ad
abbaiare. Nel momento in cui cominciò ad abbaiare, all’improvviso l’intera
città… perché tutti i cani pensarono che uno di loro avesse tradito.
Si
erano trattenuti, cercando di fare i santi. Ora che uno aveva tradito, non
c’era più bisogno, l’accordo era rotto. Quindi tutti i cani cominciarono ad
abbaiare.
Fu
come se cascasse il cielo. Era tutto un abbaiare – i cani uscivano da ogni
angolino.
Quel
giorno egli comprese che non aveva tempo di abbaiare poiché continuava a
predicare. E non si possono fare le due cose insieme: abbaiare e parlare. Si
vergognava a morte… caduto da tali altezze. Tutti i cani lo circondarono
chiedendogli: “Cos’è successo?”
La
storia è molto significativa. Solo se hai conosciuto il silenzio, puoi dire
agli altri di stare in silenzio. Solo se hai risolto i tuoi problemi, puoi
essere in grado di aiutare gli altri a capire in che modo venir fuori dal
groviglio che hanno combinato con le loro vite.
tratto da
Om Shantih Shantih Shantih # 2
Copyright© 1989
OSHO INTERNATIONAL FOUNDATION
LE VIE DEL
RILASSAMENTO
Osho offre
una guida passo per passo per liberarsi dallo stress.
Il
rilassamento totale è il massimo. È il momento in cui si diventa un buddha. È
il momento in cui ci si realizza, ci si illumina, si consegue la consapevolezza
cristica. Adesso non puoi essere totalmente rilassato. Nell’essenza più intima
del tuo essere, persisterà una tensione.
Tuttavia,
inizia a rilassarti. Parti dalla circonferenza – noi siamo lì, e possiamo
iniziare solo dal punto in cui siamo. Rilassa la circonferenza del tuo essere,
rilassa il corpo, rilassa i modi di fare, rilassa le azioni. Cammina in maniera
rilassata, mangia in maniera rilassata, parla in maniera rilassata.
Rallenta
ogni processo. Non aver fretta. Muoviti come se l’intera eternità fosse a tua
disposizione – di fatto è a tua disposizione. Noi siamo qui dall’inizio e
saremo qui fino alla fine… e non esiste un inizio, né esiste una fine. In
realtà, non esistono né inizio, né fine. Siamo sempre stati qui, e saremo
sempre qui. Le forme continuano a cambiare, ma non la sostanza; gli ornamenti
continuano a cambiare, ma non l’anima.
Tensione
significa fretta, paura, dubbio. La tensione implica un continuo sforzo per
difendersi, per mettersi al sicuro, per sentirsi protetti. Tensione vuol dire
prepararsi oggi per il domani, o per una vita dopo la morte!… timorosi che
domani non si sarà in grado di confrontarsi con la realtà, pertanto ci si
prepara. Tensione vuol dire che il passato non è stato veramente vissuto, ma in
qualche modo scavalcato; pertanto ti è rimasto appiccicato, è un residuo, ti
circonda.
Ricorda
una cosa fondamentale della vita: qualsiasi esperienza non sia stata vissuta,
ti rimarrà appiccicata addosso, persisterà: “Finiscimi! Vivimi! Completami!”
Ogni esperienza ha una qualità intrinseca: tende, desidera essere finita,
completata. Una volta compiuta, evapora; incompleta, persiste, ti tortura, ti
perseguita, attira la tua attenzione. Dice: “Cosa ne farai di me? Sono ancora
incompleta… completami!”
Tutto
il tuo passato ti ruota intorno, senza che nulla sia totalmente compiuto; e
questo perché nulla è stato veramente vissuto, tutto è stato in qualche modo
scavalcato, vissuto parzialmente, solo così così, in maniera tiepida. Non c’è
stata alcuna intensità, alcuna passione. Ti sei mosso come un sonnambulo, hai
camminato nel sonno. Pertanto il passato resta in sospeso, e il futuro crea
paura. E schiacciato tra il passato e il futuro c’è il tuo presente, la tua
sola realtà.
Dovrai
iniziare a rilassarti partendo dalla circonferenza. Il primo passo è rilassare
il corpo. Ricordati il più possibile di guardare il corpo, osserva se c’è
qualche tensione: nel collo, nella testa, nelle gambe. Rilassale
consapevolmente. Vai semplicemente in quella parte del corpo, e persuadila,
dille con amore: “Rilassati!”
E
ti stupirà, ma se ti avvicini così a una parte del corpo, esso ti ascolta, ti
segue: è il tuo corpo! A occhi chiusi, entra nel corpo dalle dita dei piedi
alla testa, e cerca dove si annida una tensione. Poi, parla a quella parte come
se parlassi a un amico; lascia che esista un dialogo tra te e il tuo corpo.
Digli di rilassarsi, e digli: “Non c’è nulla da temere. Non aver paura. Io sono
qui per prendermi cura di te; ti puoi rilassare”. Pian piano, imparerai questo
trucco, e a quel punto il corpo si rilasserà.
Allora
puoi fare un altro passo, un po’ più profondo: dì alla mente di rilassarsi. E
se il corpo ascolta, anche la mente ascolta, ma non puoi partire dalla mente;
devi partire dal punto iniziale. Non puoi partire da un punto intermedio. Molte
persone iniziano dalla mente e falliscono; falliscono perché iniziano da un
punto sbagliato. Ogni cosa deve essere fatta nel giusto ordine.
Se
riesci a rilassare il corpo volontariamente, sarai in grado di aiutare la tua
mente a rilassarsi volontariamente. La mente è un fenomeno più complesso. Una
volta che avrai acquistato confidenza, quando saprai che il corpo ti ascolta,
avrai una fiducia nuova in te stesso. Ora, perfino la mente ti può ascoltare.
Con la mente ci vorrà un po’ di più, ma accade.
Quando
la mente è rilassata, inizia a rilassare il tuo cuore, il mondo delle
sensazioni e delle emozioni… si tratta di un fenomeno ancor più complesso,
ancor più sottile. Ma ora ti starai muovendo con grande fiducia, avrai una
profonda fiducia in te stesso. Ora saprai che è possibile. Se è possibile col
corpo e se è possibile con la mente, è possibile anche col cuore. E solo
allora, solo quando hai superato questi tre passi, puoi fare il quarto. Ora
puoi entrare nell’essenza più intima del tuo essere, che si trova oltre il
corpo, la mente e il cuore: il centro stesso della tua esistenza. E potrai
rilassare anche quella.
Quel
rilassamento di certo ti dona la gioia più grande che esista, l’estasi per
eccellenza, l’accettazione. Sarai colmo di beatitudine e gioia.
La
tua vita avrà in sé la qualità della danza.
Ad
eccezione dell’uomo, l’intera esistenza sta danzando. L’intera esistenza vive
in un ritmo estremamente rilassato: certo, esiste il movimento, ma è
estremamente rilassato. Gli alberi crescono e gli uccelli cantano e i fiumi
scorrono e le stelle danzano nel cielo: tutto si muove in maniera estremamente rilassata.
Nessuna fretta, nessuna furia, nessuna preoccupazione e nessuno spreco… ad
eccezione dell’uomo. L’uomo è caduto vittima della sua mente.
L’uomo
può elevarsi al di sopra degli dèi e cadere al di sotto degli animali. L’uomo
possiede un ampio spettro: dal più basso al più alto, l’uomo è una scala.
Parti
dal corpo, e poi, piano piano, scendi sempre più in profondità. E non iniziare
con null’altro, a meno che il primo livello, quello primario, sia stato
risolto. Se il tuo corpo è teso, non iniziare con la mente. Aspetta. Lavora sul
corpo. E le semplici e piccole cose sono di immenso aiuto.
Ognuno
di noi cammina con una particolare andatura, è diventata un’abitudine, una cosa
automatica. Ora cerca di camminare lentamente. Buddha ripeteva sempre ai suoi discepoli:
“Camminate molto lentamente, e fate ogni passo in piena consapevolezza”. Se fai
ogni passo con estrema consapevolezza, inevitabilmente camminerai con estrema
lentezza. Se corri, se vai di fretta, ti dimenticherai di ricordare. Per questo
Buddha cammina molto lentamente.
Cerca
di camminare con estrema lentezza, e rimarrai sorpreso… nel tuo corpo si
sprigionerà una qualità di consapevolezza nuova. Mangia lentamente e rimarrai
sorpreso… insorgerà un profondo rilassamento. Fai ogni cosa molto lentamente…
fallo, semplicemente per cambiare vecchi schemi, solo per uscire da vecchie
abitudini.
Come
prima cosa, il corpo deve rilassarsi completamente, come quello di un bambino,
solo allora inizia con la mente. Muoviti in maniera scientifica: prima ciò che
è più semplice, poi ciò che è complesso, e poi ciò che è più complesso ancora.
E solo allora potrai rilassarti nella tua essenza più intima.
Tu
mi chiedi: “Diresti qualcosa di più sul rilassamento? Sono consapevole di una
tensione profonda e sospetto di non essermi mai sentito completamente
rilassato.”
È
la situazione in cui si trova ogni essere umano. È un bene che tu ne sia
consapevole – milioni di persone non ne sono consapevoli. Sei benedetto, per il
semplice fatto che ne sei consapevole, perché in questo caso si può fare
qualcosa. Se non ne fossi consapevole, non si potrebbe fare nulla. La
consapevolezza è l’inizio della trasformazione.
Inoltre,
dici: “Quando l’altro giorno hai detto che rilassarsi è uno dei fenomeni più
complessi che esistano, ho visualizzato un arazzo preziosissimo, in cui i fili
del rilassamento e dell’abbandono erano profondamente intessuti con la fiducia,
e a quel punto affiorava l’amore, e l’accettazione, e il seguire il flusso, e
l’unione e l’estasi…”
Certo,
il rilassamento è uno dei fenomeni più complessi: è estremamente ricco,
multidimensionale. Tutte queste cose ne fanno parte: lasciarsi andare, aver
fiducia, arrendersi, amare, accettare, seguire il flusso, unione con
l’esistenza, assenza di ego, estasi. Tutte queste cose ne fanno parte, e tutte
iniziano ad accadere se apprendi le vie del rilassamento.
tratto da La
mente che mente Edizioni del Cigno
Titolo originale The Dhammapada: The Way of the Buddha, Vol.1
Copyright© 1982 OSHO INTERNATIONAL
FOUNDATION
VIVERE SENZA
SICUREZZE
È la fermezza interiore
che ci rende più forti, la sicurezza esterna invece può solo privarci della
nostra forza interiore.
La
protezione del sannyasin, il suo unico riparo è questo: la sua fermezza in ogni
circostanza. Le difficoltà nella vita sono inevitabili – sono sempre in aumento
e l’uomo mondano cerca di proteggersi in tutti i modi. Si compra una
cassaforte, si fa un conto in banca, una casa, degli amici, parenti e
conoscenze – molti tipi di sicurezze.
Il
sannyasin non cerca di avere niente di tutto ciò: non possiede niente. A parte
la fermezza interiore, non ha altra protezione.
Quando
sopraggiungono delle difficoltà l’uomo mondano cerca di risolverle con degli
accorgimenti esteriori; il sannyasin ha solo la volontà interiore, il potere
interiore. Di fronte alle difficoltà attinge alle proprie risorse interiori,
non c’è altro modo.
Il
sannyasin è colui che è solo.
È
interessante notare che quando usi la tua determinazione per affrontare le
difficoltà esterne, col tempo diventi più forte. Arriva un giorno in cui le
difficoltà non sono più delle difficoltà: diventano delle “facilità”.
È
tutto relativo. Quando diventi fermo e determinato come un pilastro, le
difficoltà esteriori non ti possono più toccare. Di conseguenza succede
un’altra cosa interessante. L’uomo mondano continua a creare espedienti per
proteggersi contro le difficoltà, ma le difficoltà continuano a crescere perché
la sua forza interiore va indebolendosi. La sua capacità di sopportazione
diventa sempre più piccola.
Se
non ti siedi mai sotto il sole cocente, ma rimani sempre all’ombra, piano piano
la tua capacità di sopportare il calore del sole si ridurrà e anche i raggi più
deboli diventeranno un problema. Ma un uomo che scava sotto il sole non ha il
tempo di sedersi all’ombra e per quanto possa fare questo lavoro per ore, alla
fine il caldo del sole non lo farà star male.
Perché?
– perché diventa resistente al sole.
Ecco
perché, da quando l’umanità dispone di un numero sempre maggiore di medicine,
nascono sempre più malattie. Le resistenze dell’uomo stanno crollando. Più
comodità si crea e più scomodo si sente. Più agi si crea e più difficoltà si
trova a fronteggiare – perché le protezioni possono solo essere esteriori e non
sente quindi il bisogno di costruire una forza interiore; questa opportunità
viene a cadere. Quando la forza interiore non viene usata, col tempo scompare
del tutto.
Il
mistico Sufi Bayazid era solito viaggiare nudo nel deserto. La gente lo vedeva
camminare nudo sotto il sole. E di notte il deserto diventa molto freddo,
gelido. Gli chiesero il segreto della sua capacità di rimanere nudo e senza
protezione in quelle condizioni così estreme. E lui rispose, “Chiedilo al tuo
viso. Il tuo viso ha la stessa pelle delle mani, dei piedi o del petto – ma non
si trova mai in grosse difficoltà, sia col freddo che col caldo. E questo
semplicemente perché è sempre esposto e quindi ha una resistenza migliore. Così
io ho esposto tutto il corpo proprio nello stesso modo del viso. Da allora non
soffro più né il caldo né il freddo.”
Quando
il sannyasin non crea alcuna protezione esteriore, la sua forza interiore piano
piano aumenta.
A
questo riguardo bisogna capire anche un’altra cosa, e cioè che esiste una
differenza fondamentale tra l’Oriente e l’Occidente.
L’Occidente
ha creato molte protezioni nei confronti dell’esterno, così l’Occidente è
diventato interiormente molto debole e impotente. L’Occidente ha creato delle
protezioni molto apprezzabili – puoi avere l’aria condizionata anche nel
deserto. Se scoppia un’epidemia si possono inviare urgentemente medicine sul
posto nel giro di ore e fermare la malattia. Se il corpo viene attaccato da un
batterio, si possono prendere antibiotici che lo combattono. L’Occidente ha
messo in piedi tutto questo, ma la sua forza interiore si va riducendo, diventa
ogni giorno più debole.
L’Oriente
ha tentato un esperimento diverso: non dipendere dall’aiuto esteriore, ma usare
la forza interiore. Questo ha avuto il vantaggio di rendere l’Oriente
interiormente potente, ma col difetto che diventa sempre più povero e pigro
all’esterno. La povertà esteriore è visibile, ma la ricchezza interiore non lo
è. Quando qualcuno arriva dall’Occidente vede la povertà e dice che l’Oriente è
infelice – perché quello che c’è dentro non si può vedere.
L’Oriente
si è concentrato sul rendere più forte e sveglia la consapevolezza, in modo che
in qualunque situazione si possa essere abbastanza forti da affrontare tutte le
difficoltà. Invece l’Occidente ha controllato l’esterno in modo che l’individuo
non debba mai lottare; ma chi non lotta, lentamente perde la capacità di
affrontare le avversità.
Se
vuoi conservare la tua forza, dovrai affrontare la lotta. Tutto dipende da
quale tipo di potere stai cercando di coltivare. Se vuoi nutrire il tuo potere
interiore, allora quello che dice il saggio è giusto: devi avere fermezza in
qualunque circostanza. Affrontare tutte le difficoltà nell’insicurezza, senza
un piano o preparativi, aumenta la tua forza interiore al punto che le
difficoltà diventano impotenti quando la consapevolezza si eleva al di sopra di
esse.
Il
pericolo è la dimora del sannyasin… Se riesci a capirlo, sarà un’ottima cosa.
Lottare, combattere gli altri, è violento, ma esiste un attrito interiore che
non è violento. Esiste un tipo di lotta in cui tu cerchi di dominare gli altri,
e il dominare non è religioso. Ma esiste un altro tipo di lotta in cui diventi
così centrato che niente al mondo ti può far spostare dal tuo centro – questo è
essere religiosi.
Il
saggio dice: il sannyasin vive nell’insicurezza e nel contrasto interiore
ventiquattr’ore al giorno, ma non è un contrasto con gli altri. Vive
nell’insicurezza, non fa nessun piano. Entra nel futuro ignoto senza alcun
piano.
Quando
si sveglia al mattino non sa cosa gli porterà la giornata, la vive e basta.
Quando viene la notte non sa che cosa ha in serbo per lui, ma vive anche
questo. Egli vive momento per momento. Naturalmente se uno vive momento per
momento è inevitabile che ci sia insicurezza.
Tu
vivi facendo preparativi per il futuro. Pianifichi in modo da sentirti meno
insicuro. Se pianifichi quello che farai domani e come lo dovrai fare, la tua
insicurezza domani sarà naturalmente molto minore.
Cosa
ti succederebbe se domani dovessi penetrare nell’ignoto? Cosa succederebbe se
dovessi entrare nel mare le cui profondità ti sono ignote? Se dovessi andare
sul mare le cui tempeste non sono state previste in anticipo, chi sa cosa
potrebbe succedere?
Il
sannyasin vive così la sia vita – senza alcuna preparazione. Perché? A che
scopo tutta questa insicurezza? Il sannyasin sa che questo costante attrito, un
momento dopo l’altro, è un processo di affinamento, di perfezionamento. Grazie
a questo sforzo avviene un perfezionamento della tua individualità e un
affinamento della tua intelligenza. E questo attrito è con te stesso, e nessun
altro; è l’attrito con le tue abitudini inconsce. Ecco perché nell’attrito
interiore non c’è infelicità, non c’è sofferenza.
Il
sannyasin non evita il pericolo, vive con la consapevolezza del pericolo. Il
pericolo è il suo rifugio, il suo luogo di riposo. Chiamare “dimora” il
pericolo sembra un’affermazione molto contraddittoria. Dire che il pericolo è
il rifugio del sannyasin, il suo letto, il suo luogo di riposo, significa che
egli non ha alcun senso di rifiuto nei suoi confronti, che non lo evita. Con
questo atteggiamento, il pericolo cessa di essere il pericolo, ma diventa
semplicemente una parte del naturale fluire della vita.
tratto da Behind a Thousand Names
tradotto dai discorsi in
hindi sulle Nirvana Upanishad
Copyright© 1996 OSHO INTERNATIONAL
FOUNDATION
E PER CASA
SOLO IL CIELO
di
Ma Prem Leela
I sannyasin sono famosi
per il loro stile di vita non convenzionale. Anche a sessant’anni vivono come
se ne avessero venti, senza essersi sistemati come la maggior parte dei loro coetanei.
Dai primi anni settanta, quando nacque la prima Comune di Osho a Puna, per
molti di loro è normale passare parte dell’anno in India e parte in diversi
angoli del mondo, lasciando bagagli sparsi nei quattro continenti. Ma Prem
Leela, una di questi globetrotter, ci offre un piacevole ritratto della sua
vita “on the road”.
Sono
nata in Sud Africa. Ma fin da piccola ho cambiato spesso casa. Mia madre mi ha
parlato di molti posti in cui abbiamo vissuto, ma io non ho ricordi precedenti
all’età di tre anni.
A
quell’epoca mia madre e mio padre erano divorziati e noi vivevamo con la nonna
nella città di Durban. Non penso che rimanemmo a lungo con lei, perché mia
madre poco dopo sposò un ufficiale della marina olandese e partimmo per
l’Olanda. Arrivammo in quel paese devastato dalla guerra nel 1946, io avevo
cinque anni. Ricordo che ovunque, dove una volta c’erano degli edifici, ora
rimanevano solo pile di mattoni. Compravamo il cibo con le tessere e per poter
fare un bagno caldo dovevamo andare in un bagno pubblico centrale. I miei
ricordi più vividi di quel periodo sono la neve, le pattinate sui canali
ghiacciati e l’incredibile varietà di colori dei tulipani.
Dopo
diciotto mesi in Olanda ritornai in Sud Africa con mia madre. Il mio olandese
era allora perfetto. Tra mia madre e suo marito erano sorte parecchie
difficoltà e così lei se n’era andata. Di nuovo dalla nonna!
Dopo
un po’ anche il mio patrigno venne in Sud Africa e da allora continuammo a
spostarci regolarmente. Mia madre era molto inquieta e ogni volta che si
sentiva frustrata potevi star certo che presto avremmo traslocato. Il risultato
di tutti quegli spostamenti per me fu che non riuscii mai ad avere amicizie
durature, né ebbi mai la sensazione di avere radici da qualche parte.
Frequentai
sei scuole diverse, scuole religiose e statali e una piccola scuola di campagna
dove trascorsi il periodo più felice. I bambini venivano a scuola a cavallo o
sui carretti del latte dei loro genitori o camminavano a piedi nudi per circa
tre chilometri. Un periodo molto terreno, che mi ha lasciato molti bei ricordi.
L’ultima
scuola che frequentai era l’esatto opposto: una scuola cattolica molto
esclusiva per ragazze ricche e di buona famiglia in un elegante sobborgo di
Johannesburg.
Da
un estremo all’altro. Anche questi forti contrasti sono stati un’ottima
preparazione alla vita di vagabonda che mi attendeva.
Una
volta chiuso con la tragedia della scuola, sentii che ora potevo decidere della
mia vita. Ma in realtà ero la donna media bianca sudafricana e non vedevo molto
al di là del mio naso.
Trascorsi
alcuni anni di libertà, cominciai a lavorare, vissi varie storie d’amore ecc.,
e poi matrimonio e figli. La mamma, moglie, lavoratrice e il tran tran
quotidiano senza un grano di consapevolezza. Avevo una bella famiglia, ma ero
completamente identificata con il modello sociale. Un po’ più eccentrica e
libera rispetto alla famiglia media sudafricana, ma solo un pochino.
Poi
incontrai una donna che doveva cambiarmi la vita. Era una donna che amava
viaggiare e aveva passato molti anni in Oriente meditando nei monasteri Zen.
Aveva con sé un libricino con i detti di Buddha.
Io
non avevo alcuna idea riguardo alla meditazione o a chi fosse Buddha, ma mi
lasciai letteralmente risucchiare da questo libro per ore. Era come se nel mio
cuore si fosse scatenata una tempesta. Non avevo mai sperimentato una risposta
così profonda e un’attrazione così forte per un libro. Ero come un lupo
affamato attorno alla mia amica e non riuscivo a smettere di fare domande sulla
sua vita e i suoi viaggi.
Ora
capisco che quella donna stimolò la mia sete. Fu come una luce lungo la via.
Rappresentava qualcuno venuto dal grande mondo là fuori, qualcosa che superava
la prospettiva ristretta della mia vita in Sud Africa. Mi sembrava molto
centrata e possedeva una qualità che mi toccava molto profondamente.
Da
quel momento qualcosa cambiò in me e il mio desiderio più grande fu di lasciare
il Sud Africa e vedere di più il mondo e la vita di altre culture e civiltà.
E
scoprire di più su quella cosa chiamata meditazione. Il divino scontento si era
manifestato. Ci sarebbero voluti altri cinque anni prima che mi trasferissi a
Londra con la mia famiglia. Fu lì che il mio viaggio interiore (e non solo)
cominciò. Pochi mesi dopo essere arrivata a Londra entrai in contatto con Osho.
Era il 1973.
Nel
1975 andai a trovare il mio Maestro in India per la prima volta. Ero già
sannyasin da due anni e avevo atteso a lungo questo viaggio.
Arrivando
a Bombay di notte, il che, ora capisco, fu un’ottima cosa, non potei vedere
quanto fosse terribile. Ciò che mi colpì nel momento in cui uscii dall’aereo fu
l’odore, il calore di una calda e umida notte di settembre e le parole “Sono a
casa!”’ Uscire dall’aeroporto e districarsi tra quelli che mi sembravano
centinaia di indiani che cercavano di afferrare la mia valigia e persuadermi a
salire sul loro taxi non fu facile. Ora, pensando a come mi sentii sopraffatta,
mi viene da ridere. Poi il viaggio memorabile da Bombay a Puna. Mio dio, che
viaggio!
Ero
molto ingenua e inesperta e tutti mi avevano avvertita di non fidarmi dei
tassisti indiani, perché cercano sempre di fregarti, di non mangiare lungo la
strada, di non bere l’acqua. Avevo la testa piena di raccomandazioni. Durante
il viaggio, per cinque ore, rimasi seduta sull’orlo del sedile con gli occhi
ben spalancati. Smrati, l’amica con cui viaggiavo, dormì profondamente per
tutto il viaggio. Come faceva a essere così rilassata e fiduciosa con questo
autista così pazzo che suonava continuamente il clacson per nulla! Doveva trattarsi
di un riflesso condizionato, perché anche nel bel mezzo della strada deserta
suonava il clacson. Ci fermammo a metà strada per bere un tè e fare pipì. Anche
questa è un’esperienza da raccontare. Era la prima volta che entravo in un
gabinetto pubblico indiano. Quelli tra voi che sono stati in India, soprattutto
quindici o venti anni fa, sanno cosa intendo.
Per
tutte le sei settimane che rimasi in India, per paura di bere acqua
contaminata, bevetti solo Limca, una bibita gassata, e così facendo mi rovinai
i reni. Ora, essendo una viaggiatrice molto più esperta, so che una delle cose
più importanti da avere con sé in viaggio è l’acqua.
Da
allora in poi continuai a viaggiare. Ma negli ultimi cinque anni non ho neppure
una base e vivo semplicemente dove mi capita. Vado di posto in posto conducendo
gruppi, training e meditazioni. Non ho un posto che posso chiamare casa. Spesso
mi chiedono se non sono stanca di viaggiare, o se non sento il bisogno di una
base. A volte, quando mi sento stanca, dopo un intenso periodo di viaggi, avere
un posto in cui depositare le valigie e fermarmi per un periodo più lungo mi
sembra una buona idea. Ogni anno la prendo in seria considerazione, ma finora
non è accaduto nulla.
Nel
rispondere a una domanda che gli posi nel 1987, Osho disse: “Ma tu non devi far
parte di quel vecchio mondo ipocrita. Voglio che abbandoni tutte le sicurezze,
i comfort, i ripari. Fai del cielo la tua casa, fai la vagabonda, la
pellegrina, conosci tutti i misteri e i segreti della vita. E fai in modo che la
tua vita non sia un fenomeno serio e miserabile. Trasformala in una risata di
gioia e di giocosità. Allora ogni momento diventerà così prezioso che non
canterai la canzone della libertà, ma la vivrai. Non adorerai dio, lo troverai
dovunque ci sia vita – in tutta l’esistenza.”
Con
queste parole che mi risuonavano nel cuore cominciai ad abbandonare la routine
che mi ero creata. Smisi di lavorare dalle 9 alle 5, come facevo da quando
avevo 17 anni, e cominciai a fare a meno delle strutture solide e sicure che andavano
a soddisfare il mio senso di insicurezza. Poco dopo lasciai il mio appartamento
a Puna e da allora non ho più avuto una “casa”.
Essere una
viaggiatrice, o come dice Osho,
una
vagabonda e pellegrina,
mi ha
aiutato in molti modi
a diventare
più integra
ed a
sentirmi a casa con me stessa
Sono
arrivata ad avere sempre maggiore esperienza di me stessa “nel momento”. Alcuni
anni fa stavo viaggiando in Australia e durante questo viaggio particolare ho
avuto la sensazione molto forte che, sebbene continuassi a cambiare posto, e
attraversassi molti paesi e culture diverse, dentro c’era qualcosa che non si
era mosso di un passo. Ho continuato a guardare questo centro immobile – eppure
il mondo esterno ha continuato a cambiare. Si è trattato di una profonda comprensione.
Non importa quanto cambi la parte esterna della ruota, questo, il centro, è
immobile e fisso. Io, in realtà, non vado mai da nessuna parte. Dopo questa
comprensione mi sono rilassata ancora di più con il mio continuo viaggiare e ho
usato quell’esperienza come meditazione ogni volta che mi sono vista troppo
identificata con le attività esterne piuttosto che con l’essere nel centro,
l’asse immobile attorno al quale gira la ruota.
Un
altro cambiamento fondamentale per me è stata l’impossibilità di accumulare
cose, semplicemente perché non ho quattro mura in cui lasciarle – una casa. Un
paio di scatoloni qui e là al massimo. Quello che posso portare con me, è
quello che ho. La mia valigiona, che chiamo Elefante, la mia borsa a mano che
mi lego in vita è il Cane, e infine il mio laptop, conosciuto anche come
Schellpptop, o la Scimmia. Leela e il suo zoo ambulante!
Viaggiare
nel Buddhafield di Osho esteso in tutto il mondo rende, ovviamente, la vita del
pellegrino molto più facile. Grazie alla vasta rete di amici in tutti i paesi,
c’è sempre un posto caldo e pieno d’amore da visitare o in cui lavorare. Ma in
generale a me piace viaggiare e incontrare persone diverse, esplorare e
assaggiare culture diverse e andarmene in giro libera in quello spazio privo di
identità che solo il viaggiare può darti. Molte persone amano andare in giro
con me quando esploro una città, o giro in macchina per la campagna, perché il
mio entusiasmo le aiuta a vedere con occhi nuovi qualcosa che per loro è
diventato un po’ monotono, o viene semplicemente dato per scontato.
Il
lato meno piacevole del viaggiare è la lotta con le valigie. Soprattutto quando
si viaggia in treno. Dover cambiare treno e binario trascinandosi dietro un
bagaglio pesante può essere traumatico. Su e giù per le scale senza ascensore.
Allora me ne rimango in piedi con le mie valige e aspetto che qualche eroe
forte e volonteroso passi di lì e si offra di aiutarmi, il che accade spesso.
Nelle poche occasioni in cui non è successo ho dovuto trascinare da sola le mie
valigie e di solito mi sono ritrovata con un gran mal di schiena o il
torcicollo. A volte mi sembra che le mie braccia si siano allungate di mezzo
metro a causa del peso e dello sforzo per portarmi le valigie. Quindi, per
darmi una mano, a un certo punto ho deciso di viaggiare il più leggera
possibile e liberarmi di tutto ciò di cui non ho assoluto bisogno. E poco dopo
aver preso questa decisione, quasi per miracolo in tutte le stazioni tedesche
sono apparsi i facchini, fatti apposta per aiutare le persone bisognose come
me.
Vivere
nell’insicurezza è anche vivere in libertà. Mi piace la flessibilità e la
mancanza di rigidità e, ancor di più, la vulnerabilità in cui spesso mi
ritrovo. Non ho la minima idea di dove tutto questo mi condurrà in un immaginario
futuro, ma per ora sono ancora una donna in viaggio!
CRISI DELLA
MEZZA ETÀ
Una preziosa
occasione per svegliarsi
di
Swami Satyananda
Improvvisamente
tutto diventa un problema – per la prima volta nella vita inizi a sospettare di
essere mortale, a notare che fare jogging ti spossa, fare l’amore non è più
così bello, il lavoro è una grigia routine e il successo una noia, tua moglie
non è più attraente e tuo marito è un tirchio borioso. Odi i tuoi capi e non
sopporti i tuoi subordinati. Diventi cinico. Sogni il divorzio e una vita
semplice, ma avventurosa – alle Fiji, sull’Himalaya o nella giungla africana –
con un giovane amore al tuo fianco. Vuoi darti alla fuga. Vuoi dare un
significato alla tua vita. Vuoi essere giovane.
Sei
arrivato alla Crisi della Mezza Età.
Le
vittime, nella loro infelicità, si sentono forse speciali; ma come la maggior
parte dei problemi esistenziali, la crisi della mezza età è terribilmente
banale.
I
sintomi sono gli stessi praticamente per tutti. Ma quando si tratta di
fronteggiare la crisi tu, che in questo momento stai leggendo l’Osho Times in
maniera meditativa, non sei nella stessa barca della grande maggioranza di
ultraquarantenni in crisi.
Sei
in grado di tenere viva la consapevolezza, il testimone, l’osservatore, mentre
i lettori attenti di Spiegel, Time o Panorama non hanno la minima idea di cosa
sia il testimone. E osservare senza giudizio e identificazione il traffico
caotico di pensieri ed emozioni è l’unico modo per far fronte alla crisi.
Il
giorno del mio quarantaduesimo compleanno mi trovavo su un Jumbo diretto da
Parigi a Kinshasa, in Africa, e appartenevo alla maggioranza dei
non-meditatori. Ero nel pieno della crisi, anche se non mi rendevo conto di
cosa fosse.
Dieci
anni dopo lo capii: la crisi della mezza età è la bastonata zen suprema, una
sveglia, un doloroso invito ad andare dentro e scoprire chi sei. Se la tua
energia non si sposta dall’esterno all’interno, la crisi segnerà la tua morte
psicologica.
Ma
all’epoca ero lontanissimo dal buttarmi in un’avventura di scoperta interiore.
Ero un giornalista, un sobrio, pratico, distaccato osservatore e analista dei
cosiddetti eventi mondiali – conflitti economici e politici, rivolte sociali,
eventi culturali.
Non
ero un osservatore di ciò che accade dentro di me, ma uno spettatore di quello
che c’è fuori, nel mondo.
Quando
entrai nella crisi della mezza età attribuii la colpa della mia infelicità al
sistema politico-industriale.
Loro
(chiunque essi fossero) avevano ridotto il mondo a quello stato di caos che mi
rendeva così infelice. Nella mia disperazione, decisi di cambiare stile di
vita. Regalai alla Croce Rossa i miei 24 completi fatti su misura, cominciai a
lasciarmi crescere i capelli, a indossare jeans e a darmi da fare in giro alla
ricerca dell’anima gemella. Ma lei se ne rimase ben nascosta da qualche parte.
Non
avevo neppure il tempo di mantenere i contatti con quelli che lottavano per un
mondo migliore. Ero sempre in viaggio da un angolo all’altro del mondo, a
raccontare eventi e far soldi per poter mantenere la famiglia che avevo
spezzato con il divorzio. Ero bloccato nella mia infelicità. Per non sentirlo
iniziai a fumare marijuana. Questi furono i miei due espedienti per far fronte
alla crisi: mi annegavo nel fumo e nel lavoro e in qualche modo riuscivo a
tirare avanti, finché non riuscii ad abituarmi all’idea che la parte migliore
della mia vita era finita. Tutti quelli che conoscevo facevano così.
Però
c’era questa petulante Voce Interiore che continuava a ripetere: “Stai perdendo
tempo. La morte si avvicina sempre di più e tu continui a mancare
l’essenziale…” Divenni sempre più inquieto.
La
Ricerca era iniziata.
Quando
il discepolo è pronto, il maestro lo chiama. Ho sentito Osho dirlo molto
spesso. Io ero pronto, ma non lo sapevo.
Ero
ancora convinto che lasciare il lavoro, stabilirmi in campagna, trovare una
donna affettuosa e intelligente, prendere un cane, coltivare il mio orto
biologico e iniziare una nuova carriera di scrittore sarebbe bastato a dare un
nuovo significato alla mia vita.
Poi
andai a Puna per un reportage sull’Ashram di un maestro spirituale: Osho.
Quando andai al darshan e chiamarono il mio nome, Osho mi sorrise e disse: “Sei
arrivato, finalmente. Ti stavo aspettando!”
Be’,
così è finita la mia crisi della mezza età.
NON CERCARE
UNA CASA CERCA TE STESSO
E quando trovi
te stesso, improvvisamente,
come per
miracolo, l’intera esistenza diventa la tua casa.
Amato Maestro,
in questi tempi incerti, sembra che in quelli che ti
sono vicini stiano affiorando sia la parte migliore che la peggiore. potresti
parlarne ?
Non
ci sono “tempi incerti”, perché tutto è incerto, sempre. Questa è la difficoltà
che incontra la mente: vuole certezza, e la vita è sempre incerta.
Per
cui, quando per coincidenza la mente trova un piccolo spazio di certezza, si
sente a suo agio: si circonda di un senso di sicurezza illusoria.
Tende
a dimenticare la natura reale dell’esistenza e della vita, comincia a vivere in
un mondo di sogni; comincia a confondere apparenza e realtà. E così sta bene,
perché ciò di cui ha più paura è il cambiamento; la ragione è molto semplice:
non sa se il cambiamento porterà cose buone o cose cattive.
Una
cosa è certa, ogni cambiamento distrugge il tuo mondo di illusioni,
aspettative, sogni.
La
mente è proprio come un bambino che gioca sulla spiaggia e costruisce castelli
di sabbia. Per un momento sembra che il castello sia solido, ma è fatto di
sabbia e basta una leggera brezza per distruggerlo.
Noi
però cominciamo a vivere in quel castello. Cominciamo a sentire di aver trovato
qualcosa che rimarrà sempre con noi.
Ma
il tempo continua a disturbare la mente. Può sembrare che l’esistenza sia dura
con te, ma in realtà è grazie alla sua compassione che essa continua a rimanere
con te.
Non
ti permette di confondere le apparenze con la realtà. Non ti dà la possibilità
di accettare le maschere come se fossero il tuo vero volto, quello originale.
Per
cui ogni volta che il tempo distrugge una delle tue amate illusioni, sembra che
faccia affiorare la parte migliore e la parte peggiore delle persone.
Ma
sta semplicemente facendo affiorare ciò che era nascosto dietro alla tua falsa
sicurezza, dietro al sogno che credevi fosse realtà. Distrugge semplicemente la
tua maschera. Non ha niente a che vedere con giudizi del tipo buono o cattivo,
migliore o peggiore, distrugge semplicemente le maschere.
Ti
espone, ti obbliga a incontrare te stesso, per cui tutto ciò che avevi represso
comincia ad affiorare. Può essere la parte peggiore, o la migliore.
Il
tempo non ha niente a che vedere con queste categorie. Lascia semplicemente
affiorare ciò che avevi represso, ti riporta a te stesso.
La
maggior parte delle persone nasconde la parte peggiore. È molto raro trovare
una persona che nasconda la propria parte migliore, perché dovrebbe nasconderla?
Tutti
fingono di continuo e si mostrano sotto la luce migliore, perché dovrebbero
nascondere la parte migliore? Nascondono la parte peggiore, perché la trovano
brutta. Basta un cambiamento e la tua maschera cade. Un cambiamento… e per un
istante sei nudo, perdi i tuoi vestiti e la realtà diventa uno specchio: la tua
nudità è riflessa da ogni punto.
Sì,
molto raramente, eccezionalmente, succede che affiori la parte migliore.
Ma
questo solo per le persone che non hanno una maschera, che sono già nude, e che
hanno già accettato la loro nudità come qualcosa di bello e naturale. Per cui
un cambiamento non può distruggere nulla in loro. Al contrario, arricchirà la
loro parte migliore. Porterà alla luce qualcosa che forse hanno dimenticato,
qualcosa che forse anche altri hanno dimenticato. Tendiamo sempre a dare le
cose per scontate.
Ciò
accade solo in casi eccezionali, quando una persona ha vissuto innocentemente,
senza alcuna ipocrisia, quando una persona vive sapendo perfettamente che non
c’è niente di certo, e che niente è permanente… e che aspettarsi queste cose
significa crearsi delle frustrazioni per il futuro; significa piantare il seme
della disperazione, dell’angoscia, dell’ansietà.
Se
accetti che il mutamento è la natura della realtà, e che tutto cambierà; se in
ogni istante hai ben presente che l’attimo futuro potrebbe portare qualcosa di
totalmente nuovo, e che ciò che è reale in questo momento svanirà come la
nuvola che poco fa era qui e ora non c’è più… Se c’è questa consapevolezza,
allora nessun cambiamento sarà difficile, allora qualsiasi cambiamento sarà
accettabile. Non gli resisterai, non lo vorrai diverso.
Persino
se ti porta via con tutti i tuoi bei sogni, i tuoi amati desideri, i tuoi
castelli in aria, non ti sentirai frustrato, perché fin dall’inizio hai
accettato che questo sarebbe potuto succedere. Per cui non ci sarà conflitto,
non ci sarà frustrazione. Sarai a tuo agio.
Per
questo dico che non ci sono tempi difficili, non ci sono tempi incerti.
Il
tempo è cambiamento, continua a cambiare, siamo noi che continuiamo a creare
cose permanenti. Andando contro il tempo saremo sempre dei perdenti, e in
torto.
E
quando realizziamo la nostra sconfitta ci sentiamo arrabbiati e frustrati con
l’esistenza stessa. Perdiamo fiducia. Sembra che tutto sia contro di noi e
cominciamo a vivere nella paranoia, nella paura, un certa ansia penetra nel
nostro essere.
Ma
questo succede perché ci aspettavamo qualcosa che non fa parte della realtà.
L’esistenza non ha l’obbligo di soddisfare le nostre aspettative.
E
di solito è la parte peggiore che emerge, perché è ciò che nascondevamo dietro
all’idea di stabilità. Vivevamo con l’idea che una certa cosa sarebbe durata
per sempre; che non c’era più bisogno di cambiare. E poi, di colpo, la terra
scompare da sotto i nostri piedi e, naturalmente, la parte peggiore affiora. È
anche possibile che affiori la parte migliore, ma è possibile solo se vivi in
armonia con la vita, con l’esistenza, senza chiedere favori. Ma di solito
continuiamo a chiedere favori.
Senza
queste continue richieste non ci sarebbero rabbia e frustrazione.
Per
esempio, molti tra quelli che sono stati con me si sono sentiti molto frustrati
nei confronti della vita perché hanno lavorato duramente, hanno messo tutta la
loro energia nella creazione di un sogno meraviglioso, e quando era quasi
realizzato, mancavano solo i tocchi finali, tutto è scomparso. Si sentono pieni
di rabbia e disgusto nei confronti dell’esistenza, ma è tutto frutto delle
nostre azioni.
Io
non mi sento frustrato, non mi sono mai guardato indietro. Sono stati anni
bellissimi, abbiamo vissuto in un modo splendido.
Ed
è la natura dell’esistenza: le cose cambiano. Cosa fare? Adesso stiamo cercando
di creare qualcos’altro, ma anche questo cambierà. Qui non c’è niente di
permanente. Tranne il cambiamento, tutto cambia.
Per
cui non ho niente di cui lamentarmi. Non ho sentito nemmeno per un istante che
qualcosa è andato male…perché anche se tutto è andato male, per me nulla in
realtà è andato male.
Abbiamo
semplicemente cercato di costruire castelli con delle belle carte da gioco, e
proprio quando erano quasi finiti è arrivato il vento. Non sapeva che stavamo
costruendo castelli con le carte, e li ha mandati all’aria.
Forse,
tranne me, tutti si sono sentiti frustrati. E per di più si sono arrabbiati con
me, perché io non mi sento frustrato, non sono con loro. Ciò li rende ancora
più arrabbiati. Se anch’io fossi frustrato e mi lamentassi, e fossi turbato, si
sentirebbero consolati. Ma non lo sono.
Ci
siamo goduti quello che stavamo facendo, e ci godremo qualsiasi cosa faremo, ma
le cose cambieranno sempre. Se questa considerazione sarà sempre presente, come
un faro, allora i tempi difficili non faranno mai affiorare la parte peggiore,
perché fin dall’inizio non avrai piantato quel seme.
Questa
è la ragione per cui sono tra di voi, ma una parte di me rimane straniera,
estranea. Per la semplice ragione che io considero le cose in un modo molto
diverso; per me tutto è accettabile.
Ora
sarà difficile realizzare un altro sogno, perché molti di quelli che avevano
lavorato per realizzare quel sogno sono sfiduciati. Si sentono sconfitti.
Sentono che la realtà o l’esistenza non si è curata di persone innocenti che
non facevano male a nessuno, che stavano semplicemente cercando di creare
qualcosa di bello. Persino nei loro confronti l’esistenza segue la stessa
regola, non fa eccezioni.
Molti
sannyasin si sentiranno sfiduciati, e troveranno molto difficile provare di
nuovo. Penseranno: “Che senso ha? Investiremo la nostra energia, le nostre
aspettative, le nostre speranze, e chi lo sa? Domani una cosa da nulla potrebbe
distruggere tutto.” Sentiranno che è meglio non sperare, che è meglio non
sognare.
È
meglio perdersi in una vita mediocre, dove non si sogna, dove non si spera,
dove non si crea, dove ci si trascina stancamente giorno dopo giorno.
In
quel tipo di vita non si incontrano frustrazioni. Le frustrazioni affiorano
solo quando si cerca di raggiungere la luna. E quando sei quasi arrivato,
all’improvviso la luna sparisce e ti ritrovi più lontano che mai, ancora più
lontano che all’inizio del viaggio.
Capisco
che sia doloroso, ma siamo noi i responsabili del nostro dolore.
Ci
sembra che la vita non sia giusta, perché ci ha portato via un giocattolo dalle
mani. Ma non dovresti avere troppa fretta di trarre conclusioni così drastiche.
Aspetta ancora un po’. Può darsi che tutti questi cambiamenti siano per il
meglio.
Devi
solo avere pazienza e lasciare che la vita faccia il suo corso.
Ricordati
sempre che la gioia non deriva dal completamento di qualcosa, la gioia sta
nell’avere desiderato qualcosa con totale intensità; e mentre la realizzavi hai
dimenticato il mondo intero. Era diventata il punto focale del tuo essere. In
questo sta la gioia e l’appagamento, non nel completamento di qualcosa, né nella
sua permanenza.
In
questo mutevole flusso dell’esistenza dobbiamo trovare il nostro appagamento in
ciascun istante.
Qualsiasi
cosa stessimo facendo, abbiamo fatto del nostro meglio, non siamo stati
parziali; non abbiamo risparmiato alcuna energia: ci siamo dedicati totalmente
al nostro sogno. Ed è questo che rende felici.
Questo
è ciò che succede ai sogni… sono veramente sogni, e realizzarli è una grande
sfida. Ma non bisogna mai dimenticare che dopotutto sono sogni. Farli diventare
realtà è una gioia, ma non dimenticare che rimangono sogni, e prima o poi
svaniscono.
Se
conservi questa consapevolezza, scoprirai che dopo ciascun cambiamento nella
tua vita sarai più acuto, più intelligente, più maturo; sarai diventato più
attento alle sfumature delicate dell’esistenza, e accetterai sempre più tutto
ciò che succede.
Nella
mia vita ho visto scomparire molte cose. Ho avuto più amici di chiunque altro.
Ma
qualcuno può essere un amico oggi e domani potrebbe non esserlo più. Potrebbe
aver trovato un’altra strada e ci si separa. Ma ho sempre dato per scontato che
eravamo solo compagni di viaggio.
Non
puoi mai sapere per quanto tempo qualcuno sarà con te. Ma mentre è con te dagli
tutto l’amore possibile, condividi con lui tutto quello che puoi. Forse domani
dovrai dirgli addio.
Nella
mia vita mi sono sempre trasferito da un posto all’altro, perché qualcosa era
fallito. Ma io non avevo fallito. Migliaia di sogni possono fallire, ma ciò non
rende me un fallimento. Al contrario, ciascun sogno che scompare mi rende più
vittorioso, perché non mi disturba, non mi tocca nemmeno. La sua scomparsa è un
vantaggio, è un’opportunità per imparare a essere maturo.
In
questo caso affiorerà la parte migliore. E qualsiasi cosa succeda non farà
alcuna differenza, la parte migliore continuerà a crescere, raggiungerà le
vette più alte.
Ma
non cercare mai di avere successo andando contro il tempo, contro la vita,
contro l’esistenza.
Rimani
sempre in un let-go. Allora non sarai
mai sconfitto, non fallirai mai. E non avrai nulla da nascondere, perché non
c’è attaccamento a qualcosa che cerchi di rendere permanente: nessuna
relazione, nessuna amicizia, nessuna attività, niente. Non c’è alcun desiderio
di attaccarsi alle cose belle che ti accadono. Ti apri, permettendo al nettare
di quei momenti di riempire il tuo essere e quando quei momenti se ne sono
andati sei riconoscente, non hai nulla di cui lamentarti.
Se
la scomparsa di un sogno ti lascia pieno di gratitudine, allora la tua parte
migliore crescerà.
Io
non mi sono mai guardato indietro. Proprio l’altro ieri, al darshan serale,
c’erano alcune persone molto felici ed entusiaste che mi hanno detto: “Osho,
siamo venuti da Jabalpur.” E l’unica cosa che mi è venuta in mente è stata che
i miei giorni a Jabalpur erano così lontani, che non me ne rimaneva neppure il
ricordo. Sì, anche là ho vissuto un sogno, e proprio come tutti i sogni
falliscono, anche quello fallì.
Ho
fatto così per tutta la vita… E continuo a farlo. Continuerò a farlo fino al
mio ultimo respiro, instancabilmente. Trovo che questa assoluta mancanza di
frustrazione sia la vera vittoria. Con questa assoluta mancanza di
frustrazione, ogni volta che crei qualcosa e il tempo la cambia, la vita
comincia a fluire in una direzione diversa e cominciano a succedere cose che
non ti aspettavi…
L’ignoto
entra continuamente nel tuo mondo noto e lo disturba. Ma lo disturba solo
perché tu non lo accogli con gioia. Se riuscissi ad accogliere l’ignoto, e ad
abbandonare il noto… È sempre il noto che viene disturbato dal tempo, non è
l’ignoto Esso non può essere disturbato, né dal tempo, né da qualunque altra
cosa.
Se
sei pronto a dare il benvenuto a ciò che non conosci, hai scoperto il segreto
per sentirti invulnerabile di fronte a tutte le sconfitte, a tutti i
fallimenti.
I
sogni non hanno alcuna importanza. Ciò che importa è il modo in cui vivi la
distruzione di questi sogni, di queste enormi aspettative che sono evaporate
nell’aria, e non hanno lasciato neppure una labile impronta.
Come
ne sei venuto fuori?
Se
ne sei uscito intatto, allora hai scoperto un grande segreto, hai trovato una
soluzione. Allora niente può più sconfiggerti, niente può disturbarti, niente
può farti arrabbiare o spaventarti.
Continui
a camminare verso l’ignoto, in cerca di nuove sfide. E di fronte a tutte queste
nuove situazioni la tua parte migliore si affinerà sempre di più.
Amato Maestro, che cos’è “casa mia”?
La
“casa” non esiste, esistono solo edifici. Noi cerchiamo di trasformare questi
edifici in “case”, ma in realtà la “casa” è una proiezione - c’è solo un edificio,
e ci sembra molto freddo.
Sentiamo
il bisogno di una “casa”: vogliamo qualcosa di intimo, qualcosa che ci
appartenga, qualcosa a cui appartenere. Qualcosa che sia un’estensione del
nostro essere, che possiamo rendere totalmente nostro; qualcosa che non sia
solo un posto in cui vivere, ma che prenda vita grazie a noi. Un edificio è una
cosa morta; una “casa” è qualcosa di vivo, ma è una proiezione.
Perciò
coloro che cercano una “casa” si sentiranno sempre frustrati, perché tutte le
volte scopriranno che questa “casa” diventa un edificio. La “casa” era solo una
loro idea. Era un’illusione, un’allucinazione. Era una poesia, un romanzo.
Avevano filato e tessuto un velo invisibile per coprire il freddo edificio, e
nessun altro poteva vederlo, solo loro potevano vederlo.
Ma
è solo un trucco della mente.
L’uomo
è nato senza casa, e rimane così per tutta la vita. Sì, egli trasformerà molti
edifici in “case”, ma si sentirà sempre frustrato. E l’uomo muore senza casa.
Accettare
questa verità comporta un’enorme trasformazione. Allora non cercherai più una
casa, perché essa è sempre là, lontana, separata da te. Tutti cercano una casa.
Ma quando scopri la sua natura illusoria, allora, invece di cercare una casa,
comincerai a cercare l’essere che è nato senza casa, il cui destino è di
restare senza casa.
E
impossibile creare una casa. E il miracolo è che nel momento in cui capisci che
non è possibile creare una casa, allora l’intera esistenza diventa la tua casa.
Allora, ovunque tu sia, ti sentirai a casa; perché ora la possibilità di creare
un’illusione è scomparsa. Hai accettato la tua realtà di senza casa, senza
rimpianti o resistenze, ma con gioia, perché è bello essere nati senza casa,
ogni casa sarebbe una prigione.
Pensaci
un momento, se fossimo nati con una casa, saremmo nati prigionieri. Essere
senza casa significa essere liberi. Ti dà libertà. Significa non avere
attaccamenti, né ossessioni verso qualcosa che sta fuori di te, significa che
non hai bisogno di cercare un posticino caldo all’esterno, ma che questo calore
è dentro di te. La sorgente del calore è dentro di te; non hai bisogno di
qualcosa all’esterno. Perciò, dovunque tu sia, senza alcuna dimora, ti sentirai
stranamente a casa.
Quelli
che cercano una casa, cadono sempre in disperazione, e alla fine pensano: “Sono
stato imbrogliato, la vita mi ha ingannato. Mi ha dato il desiderio di trovare
una casa - e non c’è proprio nessuna casa, non esiste una casa.”
Ci
proviamo in tutti i modi: qualcuno trova un marito, o una moglie, genera dei
figli… Cerca di creare una famiglia - che è una dimora psicologica. Costruisce
una casa, non un edificio, e cerca di trasformarla in un’entità vivente. Cerca
di adattare la casa ai propri sogni - la casa gli darà il calore di cui sente
il bisogno, perché in questo mondo così freddo…
È
così vasta, la freddezza dell’esistenza.
L’intero
universo è così freddo e indifferente, che ti sorge il desiderio di creare un
piccolo rifugio in cui puoi sentirti accudito, protetto… Esso ti appartiene -
possiedi qualcosa, non sei un vagabondo senza casa.
Ma
in realtà questo atteggiamento ti porterà solo infelicità, perché un giorno
scoprirai che il marito con il quale hai vissuto, la moglie con la quale hai
vissuto - sono degli estranei. Anche dopo aver vissuto insieme per cinquant’anni,
questo senso di estraneità non è scomparso; al contrario, è diventato più
profondo. Il giorno del vostro primo incontro vi sentivate meno estranei l’uno
all’altra.
I
tuoi figli - pensavi che fossero i tuoi figli - e un giorno scopri che non sono
i tuoi figli. Sei stato solo la porta attraverso la quale sono passati. Hanno
la loro vita - sono degli estranei assoluti. Non ti appartengono. Troveranno la
loro strada e faranno la loro vita.
Chi
rimane con te? Nessuno ha qualcuno con sé. Sei sempre in mezzo alla folla, ma
sei solo. Che tu sia solo o in mezzo alla folla, non c’è alcuna differenza: che
tu abbia una casa o sia un vagabondo senza alcuna dimora, non fa alcuna
differenza.
Io
non ho mai avuto una casa. Quando lasciai la casa di mio padre per l’ultima volta,
gli dissi: “Non ritornerò più, perché era solo un impegno che mi ero preso con
la nonna. Le avevo promesso che sarei tornato quando fosse stata sul punto di
morire. Ho mantenuto la mia promessa, e sono venuto. Ora non ho più alcun
impegno.”
Mio
padre mi disse: “Tu dici sempre strane cose, questa è la tua casa!”
Io
gli risposi: “Ecco in che cosa siamo diversi. Questa non è né casa mia, né casa
tua. Ma tu continui a vivere in un’illusione e un giorno capirai che questa non
è la tua dimora.” E gli raccontai un’antica storia Sufi che ho già raccontato
molte volte.
Una
notte un re sentì un rumore di passi, come se qualcuno stesse camminando sul
tetto del suo palazzo. Non riusciva a crederci. Il palazzo era così ben
custodito… com’era possibile che qualcuno fosse riuscito ad arrivare in cima al
palazzo?
Si
mise a gridare: “Chi è là?”
E
l’uomo sul tetto rispose: “Prima di tutto dovresti chiedere a te stesso: ‘Chi
sono io?’”
Il
re si precipitò fuori e ordinò alle guardie di catturare l’uomo, ma nessuno
riuscì a trovarlo. Il giorno successivo uno straniero si presentò a palazzo. Il
re riconobbe la voce - era lo stesso uomo. E lo strano comportamento della
notte precedente… aveva camminato sul tetto e fatto strane affermazioni,
dicendo al re: “Prima di tutto dovresti chiederti chi sei tu. Non sai nemmeno
chi sei e ti preoccupi di sapere chi sono io! Pensa a te stesso, e io penserò
per me.”
L’uomo
stava litigando con la guardia all’entrata del palazzo e diceva: “Voglio
rimanere in questo caravanserraglio per alcuni giorni.”
La
guardia continuava a ripetergli: “Sei un perfetto idiota; questo non è un
caravanserraglio! Questo è il palazzo del re, la sua dimora!”
E
l’uomo rispose: “Allora mi piacerebbe incontrare l’uomo che vive in questa
illusione.”
Il
re stava ascoltando: aveva riconosciuto la voce. Chiamò la guardia e disse:
“Fate entrare quell’uomo.” Poi gli chiese: “Sei lo stesso uomo che camminava
sul tetto la notte scorsa?”
L’uomo
rispose: “Sì.”
“E
che cosa ci facevi là?”
Lo
sconosciuto disse: “Avevo perso il mio cammello, e lo stavo cercando.”
Il
re commentò: “Devi essere proprio matto! Avevi perso il cammello sul mio tetto?
Nessuno ha mai sentito dire che si possono perdere i cammelli sui tetti delle
case. E poco fa stavi discutendo con la mia guardia dicendo che il mio palazzo
è un caravanserraglio! Questo è molto offensivo per me: io sono il re, e questa
è casa mia, e tu devi imparare a comportarti come si deve!”
L’uomo
cominciò a ridere e disse: “Strano! Tu mi stai dicendo di imparare a
comportarmi come si deve, e non hai la minima idea di cosa sia il comportamento
giusto! Io sono già stato qui, ma c’era un altro uomo al tuo posto. Anch’egli
mi disse che questa era la sua dimora. E prima di lui c’era un altro uomo che
sosteneva che questa era la sua dimora. E ora tu stai dicendo che questa è casa
tua!”
Il
re disse: “Quell’uomo era mio padre, che ora è morto. E la prima volta devi
aver parlato con mio nonno.”
Lo
straniero disse: “Questo è ciò che volevo spiegarti, essi consideravano loro
questa casa, e poi l’hanno dovuta lasciare. Non l’hanno potuta portare con sé:
è un caravanserraglio. Questa è una realtà che puoi comprendere, molte persone
sono state qui e hanno pensato che questa fosse casa loro, ma poi se ne sono
andate. Anche tu te ne andrai! Se così tante persone stanno qui, vanno e
vengono, vuol dire che questo è un caravanserraglio!”
“Anch’io
volevo rimanere qui solo alcuni giorni. Che male c’è? Tu starai qui solo pochi
giorni, tuo padre rimase qui pochi giorni, suo padre rimase qui pochi giorni, e
le cose sono andate avanti così per secoli. Ma io non mi faccio illusioni: per
me questo è un caravanserraglio.”
Alla
fine dissi a mio padre: “Un giorno anche tu capirai che questa non è casa tua,
perché siamo nati in questo mondo e cominciamo a morire il giorno stesso in cui
nasciamo. Solo la tomba può essere considerata una dimora fissa, ma non è una
casa, perché nella tomba tu sei morto, non puoi viverci!”
E
da allora ho abitato in molte case diverse e la gente pensava che fossero la
mia fissa dimora, ma io dicevo loro che non era così, non c’era alcuna
possibilità che lo potesse essere.
Dobbiamo
capire che siamo dei vagabondi, degli zingari - cerchiamo qualcosa,
sicuramente. Ma questa ricerca può essere rivolta verso una casa ... che
significa sicurezza, calore, intimità, amore che ti arriva dall’esterno, da
qualcun altro - e questa è la strada sbagliata. Questa è la via dell’uomo
mondano - e finisce sempre con l’infelicità.
Fondamentalmente
un sannyasin riconosce il fatto che non sta cercando una casa, sta cercando di
scoprire chi è questo essere - che è nato senza una casa e rimarrà sempre senza
casa.
Non
cercare una casa, perché non esiste. Cerca te stesso, questo esiste! E quando
lo trovi, improvvisamente, come per miracolo, l’intera esistenza diventa la tua
casa. Tu non la crei, non la progetti, non la fai.
È
una rivelazione improvvisa. Non riesci a capire come hai potuto evitare di
vederla fino ad ora. La tua dimora è sempre stata con te.
I
gitani hanno un nome più bello nella lingua indiana. I gitani provengono quasi
tutti dal Rajputana, in India. Vennero chiamati “gitani”, perché passarono
dall’India all’Egitto e dall’Egitto all’Europa. Il termine gitano significa
venuto dall’Egitto. Ma in realtà essi provengono dall’India, e in India vengono
chiamati “Khanabadosh”.
È
un nome bellissimo. Significa colui che si porta la casa sulle spalle; che
dovunque vada è sempre a casa. Il termine khanabadosh ha un profondo
significato: Khana significa “casa”, badosh significa “sulle proprie spalle”.
Non
è una casa visibile, ma è lì. E può gustarla solo chi riesce a scoprire chi è
questo vagabondo, chi è questo ricercatore. Invece di indagare sull’oggetto
della ricerca, indaga sul soggetto, il ricercatore. E quando l’avrai trovato,
l’intera esistenza improvvisamente sarà casa tua; dovunque sarai, ti sentirai a
casa, anche in un albergo. In realtà ogni casa è un albergo e ogni luogo è un
caravanserraglio.
Tutto
dipende da come guardi le cose.
Quando
ero in India, mi sentivo a casa, quando ero in America, mi sentivo a casa. Ora
sono in Nepal, e mi sento a casa. E domani… non so dove la vita mi porterà, ma
ovunque mi porterà, mi sentirò sempre a casa. Nessuno può privarmi di questo,
per il semplice motivo che io non faccio alcuna proiezione che mi possa essere
tolta.
Nel
momento in cui trovi te stesso, scopri che l’intera esistenza è casa tua. Non
so dove mi condurrà la vita, ma dovunque sarò, mi sentirò a casa mia. Nessuno
me la può portare via.
tratto da
Light on the Path, #8
Copyright© 1988
OSHO INTERNATIONAL FOUNDATION
All rights reserved
GLI ANIMALI
DELL’ASHRAM DI PUNA
Intervista
di Ma Amrita Suha
Swami Deva Sumiran – oggi
quarantenne – è di una cosa grato all’esistenza: di aver perso per tre giorni
di seguito l’autobus che da Roma lo doveva riportare a Velletri.
Sono
bastati quei tre giorni per cambiargli la vita. E siccome faceva sempre le cose
intensamente, con intensità si mise anche in quell’avventura.
Dice
di sé di essere sempre stato un sannyasin, ancor prima di essere iniziato a
Puna nel 1996 e di essere sempre stato un ribelle: “Litigavo con i miei
insegnanti e volevo fare tutte le cose che mi passavano per la testa.” E così
passa, dopo un diploma di Maestro d’Arte in architettura d’interni, (grazie al
quale impara a riconoscere ritmi e forme) e cinque anni intensi di ginnastica
artistica (dove acquisisce una buona conoscenza del funzionamento del corpo
umano, ma che lascia perché ci voleva un corpo d’acciaio), a sette anni di
musica (suonava la batteria) e trova anche il tempo di leggere di tutto, dallo
Yoga a Gurdjieff e di fare mandala indiani con un filo d’ottone, che andava poi
a vendere ai turisti, tra l’altro, a Porta Portese.
Ed
è proprio a Porta Portese, in un bel mattino d’autunno, che comincia a perdere
il primo autobus che, ironia della sorte, senza portarlo da nessuna parte, lo
doveva portare in ben altra direzione. A Porta Portese uno si deve trovare un
posto alla selvaggia e, guarda caso, l’unico libero lo trova proprio vicino a
quello di una sannyasin, Ma Bodhi Preyas, che voleva vendere tutti quei suoi
vestiti che non aveva potuto tingere d’arancione.
Eravamo
nel 1982 e Swami Sumiran aveva allora 24 anni. Fu tutto un incontro da ridere,
come lui stesso dice: “Non abbiamo venduto nulla tutta la giornata, ma non
abbiamo mai smesso di ridere.” Viene poi l’ora di pranzo: “Perché non passi a
sciacquettarti le mani a casa?” chiede lei e lui, entrando nel vestibolo, vede
una grande foto di Osho. In cucina c’è una tavola imbandita con tanta gente
intorno, tutti sannyasin. L’incantesimo di quella casa dura tre giorni, perché
per tre giorni non riesce a schiodarsi da lì, come preso da un vortice
energetico che lo porta dove lui neppure sa. Per due sere successive è invitato
a un incontro con altri sannyasin, e a una sannyas celebration e quelle due sere
perde ancora l’ultimo autobus delle 0.40 per Velletri. La mattina successiva è
ormai deciso a partire, costi quel che costi, ma all’improvviso si scatena un
potente acquazzone da scoraggiare anche i meglio intenzionati. Preyas,
rientrando dal lavoro inzuppata fino all’osso, gli chiede: “Ma cosa fai ancora
qui?” e poi aggiunge: “Capiti proprio al momento giusto,” e gli affitta per sei
mesi una stanza che si rendeva libera in quello stesso istante
nell’appartamento.
Per
sei mesi di fila prova tutti i tipi di meditazione e in quel periodo fa un
gruppo con Prapatti. Durante il gruppo fa un sogno rivelatore: stava mangiando
in un ristorante con altre persone quando, a un certo punto, si alza e fa una
figuraccia perché si accorge che sotto la sua sedia c’è un cumulo di scarti,
immondizia, detriti, rifiuti e chi più ne ha più ne metta. Quando racconta il
suo sogno nel gruppo, gli dicono che ha buttato in questo modo un sacco di
merda del passato e Prapatti gli dice: “Tu sei già un sannyasin.”
Inizia
poi un periodo di viaggi che lo porta in tutta Europa, e nel 1986 si stabilisce
a Berlino dove vive tuttora. “Ho scelto la Germania perché sento che mi mancava
quella componente di organizzazione, quella disciplina e lì ho fatto il salto
finale, ho aggiunto un tocco che mi mancava.”
E
siccome Sumiran è un uomo da favola, dovunque sia, la vita gli si intreccia
intorno come in una favola: “Ho sempre lavorato con sannyasin, sempre vicino,
come per magia, a qualche centro sannyasin e ho sempre seguito Osho. I libri di
Osho che sono stampati nel mio cuore sono “Il seme della ribellione” e”Il Libro
dei Segreti.” Forte della sua formazione di Maestro d’arte, durante i primi
cinque anni in Germania, dipinge nei ristoranti e nelle disco, copia i paesaggi
dalle cartoline e fa dei trompe-l’oeil. Il suo spirito eclettico e l’amore per
una ballerina tedesca lo portano alla danza, ma è soltanto nel 1991 che inizia
con la fotografia, “imparando dalle riviste, dagli amici fotografi e mettendoci
un po’ d’amore.”
Ci
racconta: “Ho sempre amato la natura, la gente, i bambini… e vedo la fotografia
come meditazione: mi piace aspettare il momento per cogliere l’attimo
fuggente…”
La
prima volta che fotografa per l’ashram è durante la prova generale dello
spettacolo che sarà presentato poi in Buddha Hall, “Il Piccolo Principe” il 24
febbraio 1996, giorno del suo compleanno e giorno in cui prende il sannyas;
questa coincidenza poteva capitare solo a lui!
Perché
gli è venuto in mente di fare un servizio fotografico sugli animali
dell’ashram?
“Nessuno
ci aveva mai pensato prima, c’erano – è vero – i pavoni e i cigni, ma le altre
miriadi di esseri che popolano questo luogo, nessuno mai era andato a scovarli
nel loro ambiente e loro sono qui da sempre e accompagnano la nostra vita di
tutti i giorni. Volevo fotografare proprio quegli animaletti che si vedono e
anche quelli che non si vedono. Per scovarli, gli animali, ho dovuto aspettare
un casino di tempo. Mi capitava spesso che, aspettando, mi dimenticavo della
macchina fotografica e del perché mi trovassi a quell’ora, in quel posto…!
“Mi
sono accorto che il moto nell’esistenza non ha mai fine, nulla è statico; in
tutto l’universo non c’è mai nulla che sta fermo: tutto va avanti o va
indietro. È un aspetto che mi aiuta a vedermi così come sono, senza accessori,
nudo e crudo e so che questo mi può portare verso la conoscenza del tutto.
Nella
fotografia ho a che fare con degli attimi, anch’io non sono mai fermo, mi
muovo, i pensieri, le emozioni in me, tutto in me si muove. Però l’attimo in
cui fotografo devo come trattenere il fiato, essere totalmente immobile.
“Ho
scoperto anche che il ritmo della vita, nel suo insieme, sembra così caotico,
ma invece ha in sè una profonda armonia. Il movimento degli uccelli, ad
esempio, è schizzante, ma mai si scontrano, mai si disturbano, l’uccello spicca
il volo mentre la libellula sembra incrociarlo… È tutto uno zig-zag a una
velocità a cui è difficile star dietro, ma alla fine mi sono sentito parte
integrante di questo caos generale sempre in perfetto equilibrio. Mentre la
natura vive in uno stato perennemente e profondamente estatico e gli animali
non si avvelenano l’un l’altro (ma fanno solo delle guerre di territorio),
l’uomo è diventato un fabbricante di monnezza!”
Scopre
che gli animali, più sono piccini più sono sensibili. Cosa non inventa per
farli restare un attimo più a lungo di fronte all’obiettivo: conficca delle
molliche di pane nelle cortecce degli alberi, perché ci mettano più tempo a
prenderle, prima di scappar via… Incontra un vecchissimo sannyasin indiano che
tutti chiamano Babuji e che va ogni mattina al Nalla Park a dar da mangiare
agli uccelli e di cui gli uccelli non hanno paura. Questo vecchietto gli dice:
“Ti faccio conoscere un metodo per fotografare: spalanca le braccia mentre
cammini, perché se sei aperto nel cuore gli animali hanno più fiducia.” Forse è
per questo che la notte comincia a incontrare gufi, pipistrelli, salamandre
giganti sul suo cammino, ma i birichini compaiono soltanto quando non ha con sè
il teleobiettivo.
“Gli
animali sono esseri indipendenti, si mostrano quando vogliono, non puoi
cercarli, devi aspettarli nei posti dove vanno di solito. Non sono riuscito a
fotografare la salamandra, il gufo, il pipistrello, il granchio, l’aquilotto,
le formiche piccolissime e i formiconi, le formiche rosse, le farfalle…” E c’è
un rammarico reale nella sua voce.
Sumiran
è alto, con una figura imponente, eppure quando lo intravedevi in un posto in
attesa di un animale, riusciva a mimetizzarsi con facilità.
“Ho
avuto degli attimi estatici di fusione con la natura facendo questo servizio.
Il tentativo del fotografo è quello di cercare un attimo di fusione tra il
soggetto e l’oggetto… e di fissare questa pausa in un sospiro d’eternità. E in
alcuni momenti è proprio quello che mi è successo.
“La
foto è un ricordo, il mio nome sannyasin «Deva Sumiran» significa rimembranza
divina e trovo che ha un nesso con la fotografia, ricordo di un attimo divino.”
L'ARTE DI
DIVENTARE GRANDI
La seconda metà della vita
è anora più bella della prima, la prima è soltanto una preparazione alla
seconda. E la seconda è la preparazione all’eternità
Niente
ha fine
UN
VECCHIO ALBERO DI FIANCO alla mia casa stava danzando sotto la pioggia,
stamane, e le sue vecchie foglie cadevano con grazia ed eleganza. Non era solo
l'albero a danzare al ritmo della pioggia e del vento, danzavano anche quelle
foglie vecchie. Era una celebrazione.
Nell'intera
esistenza nessuno soffre a causa della vecchiaia, ad eccezione dell'uomo. In
realtà l'esistenza non sa nulla della vecchiaia. Conosce la fioritura, conosce
la maturazione, sa che c'è un tempo per danzare, per vivere il più intensamente
e totalmente possibile, e che c'è un tempo per riposare.
Quelle
vecchie foglie di mandorlo, proprio di fianco alla mia casa, non stanno morendo;
stanno semplicemente andando a riposare, si fondono e si dissolvono nella
stessa terra da cui sono spuntate. Non c'è tristezza, nessun lamento, bensì una
pace infinita mentre precipitano nel riposo eterno. Forse un altro giorno, in
un'altra epoca, potrebbero tornare a spuntare in qualche altra forma, su
qualche altro albero. Di nuovo danzeranno, di nuovo canteranno; gioiranno di
nuovo nel momento presente.
L'esistenza
conosce solo un mutamento circolare: dalla nascita alla morte, dalla morte alla
nascita, e si tratta dì un processo eterno. Ogni nascita implica la morte e
ogni morte implica la nascita. Ogni nascita è preceduta da una morte e ogni
morte è seguita da una nascita. Quindi l'esistenza non ha paura.
Non
esiste un luogo in cui ci sia paura, ad eccezione della mente dell'uomo.
L'uomo
sembra essere l'unica specie malata nell'intero cosmo. Come mai tanta malattia?
In realtà dovrebbe essere altrimenti.
L'uomo
dovrebbe godersi di più l'esistenza, vivere di più ogni istante, che si tratti
di infanzia o di gioventù o di vecchiaia, che si tratti di nascita o di morte –
non ha importanza. Tu trascendi tutti questi piccoli episodi.
Ti
sono accadute migliaia di nascite e migliaia di morti, e coloro che sono in
grado di vedere con chiarezza, lo comprendono in maniera ancora più profonda,
quasi accadesse a ogni istante. In ogni momento qualcosa in te muore e qualcosa
nasce nuovamente. La vita e la morte non sono così separate, non sono separate
da settant'anni. La vita e la morte sono esattamente simili alle due ali di un
uccello, accadono simultaneamente; né la vita può esistere senza la morte, né
la morte può esistere senza la vita.
Ovviamente
non sono opposti, è evidente che siano complementari. Per esistere hanno
bisogno l'una dell'altra, sono interdipendenti; sono parte di un unico tutto
cosmico.
Ma
l'uomo è così inconsapevole, così addormentato da non riuscire a vedere un
fatto tanto semplice e ovvio. Basta un po' di consapevolezza, non molta, per
vedere che cambi a ogni istante; e il cambiamento significa questo: qualcosa
sta morendo, qualcosa sta nascendo. In questo caso la nascita e la morte
diventano un'unico fenomeno; in questo caso l'infanzia e la sua innocenza si
fondono con la vecchiaia e la sua innocenza. Esiste una differenza, eppure non
esiste opposizione alcuna.
L'innocenza
del bambino è povera perché è praticamente sinonimo di ignoranza. Il vecchio,
maturato in età, che ha attraversato tutte le esperienze di oscurità e luce, di
amore e odio, di gioia e infelicità, che grazie alla vita e alle diverse
situazioni vissute è giunto a maturità, ha raggiunto il punto in cui non si è
più partecipi di alcuna esperienza. Viene l'infelicità, egli osserva; viene la
felicità, ed egli osserva. È diventato un osservatore sulla collina. Tutto
scorre nelle valli oscure, ma egli rimane immobile sul picco luminoso della
montagna e osserva semplicemente, in assoluto silenzio.
L'innocenza
della vecchiaia è ricca. È ricca di esperienza; è ricca di fallimenti e di
successi; è ricca di azioni giuste e sbagliate; è ricca di tutti i successi e
gli insuccessi; è ricca a livello multidimensionale. La sua innocenza non può
essere sinonimo di ignoranza; può solo essere sinonimo di saggezza.
Sia
il bambino che il vecchio sono innocenti. Ma la qualità della loro innocenza è
diversa. Il bambino è innocente perché ancora non è entrato nella buia notte
dell'anima. Il vecchio è innocente perché è uscito dal tunnel. Uno sta per
affrontare un'atroce sofferenza; l'altro ha già sofferto abbastanza. Il primo
non è in grado di evitare l'inferno che si para davanti a lui; l'altro si è
lasciato l'inferno alle spalle.
Nell'esistenza
nulla inizia e nulla finisce. Guardati semplicemente intorno... la sera non è
la fine, né il mattino è l'inizio. Il mattino è in cammino verso la sera, e la
sera è in viaggio verso il mattino. Tutto si sposta semplicemente in forme
diverse. Non c'è principio e non c'è fine.
Perché
dovrebbe essere altrimenti per l'uomo? L'uomo non è un'eccezione. Con questa
idea di essere eccezionale, di essere speciale, diverso dagli altri animali e
dagli alberi e dagli uccelli, l'uomo ha dato vita al proprio inferno, alla
propria paranoia.
L'idea
di essere eccezionali, di essere umani, ha creato una spaccatura tra voi e
l'esistenza. Quella spaccatura genera tutte le vostre paure e le vostre
miserie, genera un'inutile angoscia e un'ansia interiore.
E
tutti i tuoi presunti leader, religiosi, politici e sociali, hanno messo
l'accento su quella frattura, l'hanno allargata. Non è esistito un solo sforzo
in tutta la storia dell'umanità per colmare quella frattura, per riportare
l'uomo alla terra; per ricondurlo agli animali e agli uccelli e agli alberi, e
per dichiarare un'assoluta unità con l'esistenza.
Quella è la verità del nostro essere. Quando l'hai
compresa non ti preoccupi più né della vecchiaia, né della morte ... perché
guardandoti intorno puoi essere assolutamente appagato dal fatto che nulla ha
mai inizio – è sempre esistito – e nulla mai finisce, rimarrà sempre lì.
L'idea
di essere vecchio ti riempie di un'ansia profonda. Significa che ora i tuoi
giorni di vita, d'amore, di gioia, di festa, sono conclusi; che ora esisti solo
di nome. Per te non ci sarà più gioia, solo un trascinarti verso la tomba.
Ovviamente
non puoi rallegrarti all'idea di essere solo un peso sulle spalle dell'esistenza,
vivi semplicemente in una lunga fila che a ogni istante si muove verso il
cimitero.
Non
essere riuscite a dare ai vecchi una vita significativa e creativa, è uno dei
maggiori fallimenti di tutte le culture e di tutte le civiltà.
E
non sono riuscite a dare bellezza ed eleganza, non solo alla vecchiaia, ma
neppure alla morte stessa.
Non
preoccuparti della vecchiaia. È la tua maturità, hai semplicemente vissuto
tutte le esperienze. Sei cresciuto grazie a tante esperienze per cui ora non
hai più bisogno di tornare a ripeterle in continuazione.
Questa
è trascendenza.
Dovresti
gioire, e io vorrei che il mondo intero comprendesse questa gioia: è un nostro
diritto di nascita accettare con profonda gratitudine la vecchiaia e il suo
consumarsi finale nella morte. Se non vivi tutto questo con grazia, se non
riesci a riderne, se non riesci a scomparire nell'eterno lasciandoti alle
spalle una risata, non hai vissuto nel modo giusto. Sei stato dominato e
governato dalle persone sbagliate. Saranno anche stati i tuoi profeti, i tuoi
messia, i tuoi salvatori, i tuoi tirthankara, le tue incarnazioni di dio, ma di
fatto sono stati criminali in tutti i sensi, poiché ti hanno privato della vita
e hanno colmato di paura il tuo cuore.
Il
mio sforzo è colmare il tuo cuore con la risata. Ogni fibra del tuo essere
dovrebbe amare e provare piacere a danzare in tutte le situazioni, di giorno e
di notte, nell'euforia e nella depressione. Qualunque sia la situazione,
dovrebbe esserci sempre una corrente sotterranea di gioia: questa per me è
autentica religiosità.
Alcuni
sutra su cui meditare:
Un
vecchio è un uomo che a letto indossa gli occhiali in modo da vedere meglio le
ragazze di cui sogna.
Un
vecchio è un uomo che amoreggia con le ragazze solo ai party, in modo da permettere
alla moglie di portarlo a casa alla fine.
La
bellezza della vecchiaia è questa: poiché sei troppo vecchio per dare un
cattivo esempio, puoi iniziare a dare buoni consigli.
Solo
un uomo veramente vecchio, profondo conoscitore della saggezza della vita, può
affermare: "L'amore in gioventù è veramente divertente, ma pochissimi
uomini si rendono conto che è solo l'inizio di una vita da cani."
LA
VERA SAGGEZZA
IL
TEMPO DA SOLO NON GENERA SAGGEZZA. Sì, porta molte esperienze, ma le esperienze
da sole non creano saggezza.
La
saggezza è un fenomeno totalmente diverso. Non sorge attraverso le esperienze
del mondo esterno...
Accade
quando ti centri nel tuo essere, quando diventi radicato nel tuo essere, quando
diventi integro, quando non sei più una folla e diventi un'anima
cristallizzata.
COGLI
L'ATTIMO FUGGENTE
LE
COSE CAMBIANO, ED È BENE che cambino, altrimenti si morirebbe. Il cambiamento
ti tiene vivo.
E
tu cambi di continuo. Ricordi il giorno in cui sei passato dall'infanzia alla
giovinezza, o dalla giovinezza alla vecchiaia? Non ti è possibile tracciare una
linea di separazione netta tra infanzia, adolescenza, giovinezza, mezza età e
vecchiaia. Riesci a tracciarla? No, tu cambi ogni momento. È un processo
continuo.
Ha
avuto inizio al momento del concepimento. In quei nove mesi trascorsi nel
grembo di tua madre sei cambiato moltissimo; neppure in novant'anni di vita
riusciresti a cambiare tanto.
Se
ti mostrassero le tue fotografie dei nove mesi passati nel grembo materno, non
riusciresti a dire che quello sei tu. O pensi che ci riusciresti? Sei cambiato
completamente, e cambi a ogni istante - e non solo tu, tutto intorno a te
cambia.
Tute
le stelle si muovono e mutano. Ogni giorno una stella muore e scompare - magari
è vissuta per milioni di anni - e ne nasce una nuova. Accade ogni giorno.
La
vita è un flusso, un movimento, un continuum. E non c'è nulla di sbagliato.
Gusta
il momento che viene e se ne va. Assorbilo più che puoi, cogli l'attimo
fuggente - e non sprecare il tempo a pensare. Non pensare neppure che l'attimo
è fuggente! Non curarti di ciò che accadrà domani, se questa cosa sarà ancora
con te o no, e non pensare al passato.
Finché
dura, spremine il succo, bevilo fino alla fine. Dopodiché, a chi importa se
resta o se ne va? Se si allontana, va bene, berrai il succo di un altro
momento.
Perché
dovresti insistere affinché questo momento sia permanente? Come fai a sapere
che non ci saranno momenti migliori? Fino a un attimo fa non avevi neppure
pensato a questo momento. E chi lo sa - mentre questo momento se ne va, ne sta
arrivando un altro migliore. Anzi, sta arrivando senz'altro, perché se ti sei
annullato totalmente in questo momento, hai imparato qualcosa di immensamente
importante.
E
lo userai per il prossimo momento. La tua saggezza cresce momento per momento.
NATURALE
È BELLO
PROPRIO
OGGI MI È STATO DETTO che solo in America si spendono miliardi di dollari in
chirurgia plastica. Circa mezzo milione di persone ogni anno si sottopongono a
operazioni di chirurgia plastica. All'inizio il gruppo sociale che si
sottoponeva a chirurgia plastica era rappresentato da donne – e si trattava
solo di donne – che iniziavano a sentirsi invecchiare. Erano solite ricorrervi
per rimanere giovani, per essere ancora attraenti per qualche giorno in più.
Ma
di recente si è avuto uno sviluppo: le persone che in America ricorrono alla
chirurgia plastica sono per la maggior parte uomini, non donne, perché adesso
sono loro a voler restare giovani un po' più a lungo. In profondità essi
invecchieranno, ma a livello epidermico mostreranno il fisico di un giovane. E
la cosa che più sorprende in quell'articolo è questa: perfino un giovane di
ventitrè anni si è sottoposto a chirurgia plastica per sembrare più giovane!
L'America è sicuramente la patria dei pazzi... se un uomo di ventitrè anni
pensa dì aver bisogno di sembrare più giovane...
E
veramente brutto andare contro natura. È bellissimo essere in sintonia con la
natura e con qualsiasi dono essa porti: infanzia o gioventù o vecchiaia. Se lo
accetti, se il tuo cuore è aperto e pronto ad accoglierlo, tutto ciò che la
natura porta ha una propria bellezza.
A
mio avviso – e tutti i veggenti dell'Oriente mi sostengono e mi sono favorevoli
– l'uomo diventa veramente bello e colmo di grazia quando tocca l'età più
avanzata, quando tutte le follie della gioventù se ne sono andate; quando tutta
l'ignoranza infantile è scomparsa; quando si è trasceso il mondo delle
esperienze secolari e si è toccato il punto in cui si può essere un testimone
sulla cima di una collina – mentre il mondo intero si muove là in basso, nelle
oscure e tristi valli, brancolando alla cieca.
Anche
l'idea di restare continuamente giovani è orribile. Il mondo intero dovrebbe
essere reso consapevole che, se ci si impone a forza di essere giovani, si
diventa semplicemente ansiosi. Non si riuscirà mai a rilassarsi.
E
se la chirurgia plastica avrà successo, visto che sta diventando una delle
professioni più preminenti nel mondo, allora si vedrà verificarsi una cosa
strana: tutte le persone inizieranno ad assomigliarsi. Tutti avranno il naso
della stessa dimensione, che verrà stabilita dai computer; tutti avranno lo
stesso volto, le stesse fattezze. Non sarà un mondo bello; perderà la sua
varietà, perderà tutte le sue bellissime differenze.
Le
persone diventeranno praticamente simili a macchine, tutte identiche, uscite
dalla stessa catena di montaggio: macchine Ford, una dopo l'altra. Si dice che
ogni minuto una macchina esca dalla fabbrica Ford, del tutto identica a quella
che la precede — in un'ora, sessanta macchine. E la fabbrica lavora
ventiquattro ore su ventiquattro; gli operai si alternano in turni continui,
mentre la catena di montaggio continua a produrre la stessa macchina.
Volete
che anche l'umanità sia ridotta in questo modo, che venga assemblata in fabbrica?
Uomini e donne esattamente simili, in modo da incontrare dappertutto una Sofia
Loren? Sarebbe noioso.
Tutti
vogliono vivere a lungo, ma nessuno vuole invecchiare. Perché? A causa del
passo successivo.
In
verità nessuno ha paura della vecchiaia, ma dopo la vecchiaia esiste solo e
unicamente la morte.
Quindi
tutti vorrebbero vivere il più a lungo possibile, mai invecchiare, perché
questo significa entrare nel dominio della morte.
In
profondità la paura di invecchiare è una paura della morte, e solo coloro che
non sanno come vivere hanno paura di morire.
La
gioventù è una malattia dalla quale si guarisce un poco ogni giorno. La
vecchiaia è la cura. Hai attraversato la prova del fuoco della vita, e sei
giunto al punto in cui puoi essere assolutamente distaccato, indifferente,
distante.
Ma
l'Occidente non ha mai compreso la bellezza della vecchiaia. Posso capirlo, ma
non posso essere d'accordo. L'Occidente pensa che il guaio nella vita è che ci
siano così tante donne belle... e pochissimo tempo.
Ecco
perché nessuno vuole invecchiare, ma solo allungare un po' di più il tempo. Ma
io vi dico: il guaio sarebbe ancor peggiore se ci fosse moltissimo tempo e le
donne belle fossero pochissime!
Così
com'è, questo mondo è perfetto.
TRATTO DA: La Mezza Età: un nuovo inizio edizioni del Cigno
Titoli originali:
The Great Pilgrimage from Here to Here
Copyright© 1988
OSHO INTERNATIONAL FOUNDATION
The Dhammapada Vol. 8
Copyright© 1991
OSHO INTERNATIONAL FOUNDATION
From Ignorance to Innocence #5
Copyright© 1985
OSHO INTERNATIONAL FOUNDATION
All rights reserved
SULLE
COLLINE IESINE
A
TRENTACINQUE CHILOMETRI da Ancona sulle colline iesine, dove il sole accarezza
lunghe distese di vigneti da cui poi nascerà il delizioso verdicchio, da un
paio d'anni fiorisce un centro di meditazione di Osho: l'Osho Institute
Neo-reiki and Meditation.
Responsabile
del centro è una piccola grande donna, Ma Panth Megha. La sua storia. Nel 1990,
giunta a una svolta radicale di vita, incontra Osho e i suoi sannyasin, e
prende il sannyas. Nel 1995 decide di venire a Puna per un training di danza.
Avendo viaggiato in lungo e in largo in Oriente, il viaggio in India non la
spaventa per niente. Ma poco dopo il suo arrivo ecco accadere un incidente: si
rompe un piede. La vita le impone di fermarsi. Il mese di immobilità forzata la
conduce più direttamente nella meditazione e i successivi cinque mesi trascorsi
all'Osho Commune sono un approfondimento di questa esperienza di silenzio,
arricchita dalla partecipazione a corsi di Aurasoma e Reiki.
Con
questo ricco bagaglio Megha torna ad Ancona, dove da anni vive e lavora, con il
grande desiderio di condividere questa ricchezza e la chiarezza che dopo tanti
anni trascorsi in città le occorre anche un cambiamento.
Decide
di trasferirsi in campagna. Un suo paziente, che dopo un trattamento di Reiki
di tre mesi ha risolto i suoi problemi di artrosi, le offre in affitto una
vecchia casa colonica isolata in mezzo a querceti e uliveti a Santa Maria
Nuova. Il centro nasce così.
Le
attività principali del centro sono i gruppi di Reiki e le meditazioni di Osho.
Kundalini e meditazione della risata sono le due trainanti. Ma l'estate è la
stagione più ricca di eventi: meditazione dinamica all'aperto, Danze Sufi e
Osho White Robe Brotherhood a cui partecipano una decina di persone. Tante se
si pensa a un paesino sperduto in campagna.
Un
evento davvero speciale sono i Full Moon Party estivi, da giugno a settembre,
serate di musica e danza alla luce della luna piena nella radura del bosco.
Sono molti i giovani della zona che vi partecipano e che ritornano anche per le
meditazioni. Un'esperienza particolarmente importante è il Reiki con i bambini.
Commenta Megha: "Con i bambini è tutto così facile e gioioso. L'abbandono
all'energia universale avviene naturalmente."
Una
bellissima caratteristica dei centri marchigiani è la collaborazione reciproca.
Lo scambio è particolarmente vivo con l'Osho Arpana Meditation Center di Ancona
città, ma anche con altri sannyasin che operano nella zona: Swami Vimal
Kailash, per esempio, con le sue sessioni di Channeling Music, Alima di Pesaro
con i suoi corsi e sessioni di Rebirthing.
Danza,
celebrazione, risate, buon vino e meditazione. Riuscite a pensare a qualcosa di
meglio?
...VENT'ANNI DOPO
Swami Deva Nirodh,
dell'Osho Arihant Meditation Center di Varazze ci propone il piacevole racconto
del suo ritorno a Puna...
ECCOMI
QUI DAVANTI all'entrata, è passato molto tempo, quasi 20 anni, da quando con la
mia compagna Ushma lo varcai per la prima volta.
L'ingresso
è lo stesso, la compagna è la stessa, ma attorno tutto è cambiato. Anche
l'India è cambiata, purtroppo mi sembra in peggio, soprattutto per
l'inquinamento.
Superate
le pratiche al Welcome Center, eccomi a vagare all'interno dell'ashram. Sento
una fragranza di accoglienza ovunque. È una gioia vedere le tuniche svolazzanti
e anche silenti che scivolano attorno a me e sentirmi anch'io parte
dell'accadimento.
L'incontro
con gli amici vecchi e nuovi ha il sapore della riscoperta... eh sì, molta
acqua è passata nel fiume della meditazione, molte esperienze, che hanno
portato a ciò che sta accadendo qui adesso e la presenza di Osho la si può
sentire ovunque: basta fermarsi ad ascoltarla.
Dal
punto di vista pratico e organizzativo la Comune è migliorata. Tutto avviene in
modo molto disteso ed armonico e chiunque lo desideri può offrire la propria
collaborazione.
Io
ho fatto la guardia a una delle entrate ed è stata una bellissima esperienza di
silenzio e incontro, dove gli sguardi sostituiscono le parole.
Ho
partecipato in silenzio alla sofferenza dei partecipanti di qualche gruppo e
gioito nei giorni seguenti nel vedere i loro occhi che si aprivano verso spazi
di serenità. La loro liberazione era un po' anche la mia.
Avevo
l'impressione di trovarmi in un grande campus universitario dedicato alla
crescita umana in un senso più totale, che non riguarda solo la mente, ma che
va anche oltre, nella meditazione.
Per
me lo spazio più importante dell'ashram è il samadhi di Osho: qui si percepisce
il silenzio della pienezza o vacuità da cui tutto parte, qui tutti sono
chiamati a pulsare vicini al Maestro, in solitudine e ascolto.
Certo,
al ricordo dei discorsi mattutini di Osho dal vivo, mi è capitato spesso di
fare confronti e alla fine mi sono ritrovato a piangere immerso nella
carrellata di ricordi, pianto che poi diventava sempre più sorriso e gioia
nella celebrazione del presente.
La
Comune è anche un grande mercato di vita dove si passa dalla meditazione ai
pettegolezzi in un baleno. Ci si ritrova a vivere in un concentrato variopinto
e divertente del mondo, dove debolezze e virtù si mescolano ad arte. Era un
vero divertimento sentire notizie che, partendo dalla mensa di Mariam in un
certo modo, arrivavano all'Osho Cafè completamente stravolte.
La
realtà e la fantasia si fondevano in modo strabiliante dando vita a qualcosa
che faceva ridere per i contenuti surrealisti.
In
fondo, credo di aver capito che la risata è molto vicina alla meditazione e
così, superato l'imbarazzo iniziale, ho iniziato a ridere... anche di me
stesso.
Insomma,
sono diventato piccolo abbastanza da poter partecipare al grande gioco della
Comune.
CHE NOIA
MORTALE!
di
Swami Sangit Samarpan
Tutti la conosciamo prima
o poi, e tutti la vogliamo evitare. Ma qual è il meccanismo che la scatena? Ecco
un'interessante analisi di questo illustre conosciuto: la noia.
Sono annoiato a morte. Non
ho niente da fare. La mia ragazza è via da due settimane e tutti i miei amici
sono lontani o hanno da fare. Il paesino in cui vivo è come una prigione – è
così piccolo che non c'è neanche un cinema. Oh sì, c'è un bar, ma frequentato
solo da vecchi. Andrei in città, ma il viaggio costa troppo e non ho un posto
in cui stare. Sono stufo di guardare la televisione e giocare con il computer e
l'unico libro in casa che non ho ancora letto è di Shakespeare; leggerlo
sarebbe più un lavoro che un rilassamento. Ma poi, chi vuole rilassarsi? Voglio
qualcosa di eccitante! Voglio che succeda qualcosa di nuovo! Ma dove vivo non
succede niente. E un mortorio. Penso che aprirò una bottiglia di vino e mi
guarderò un video – l'ho già visto, ma è un buon film. Magari domani farò
qualcosa di diverso.
LA
NOIA. CAPITA A TUTTI OGNI TANTO. Ad alcuni quasi sempre. Ma è davvero un caso?
E che cos'è in fin dei conti? La noia è quando vuoi fare qualcosa e sembra che
non ci sia proprio niente da fare! La noia è dunque strettamente legata al
fare. E perché la gente fa delle cose?
Nella
zona in cui vivo ci sono molti cavalli che se ne stanno lì tranquilli tutto il
giorno. Ogni tanto mangiano, ogni tanto trottano in giro, e a volte si sdraiano
anche, ma per la maggior parte del tempo se ne stanno lì sulle quatto zampe.
Sono annoiati? Difficile dirlo. Se si trattasse di me, se fossi uno di loro,
sarei annoiato di sicuro.
Ma
le persone non sono come i cavalli, non in quel senso, perlomeno. Riesci a
immaginare che un giorno arrivi nella piazza del paese e tutti sono lì immobili
sui due piedi, e ti guardano? Io non ci riesco, sarebbe davvero strano!
No,
le persone si muovono e fanno delle cose. Che tipo di cose? Be', fondamentalmente
vanno a lavorare. Poi fanno le cose necessarie a tale attività: si occupano
della macchina che le porta al lavoro, e del posto in cui dormono tra un giorno
di lavoro e l'altro; comprano e cucinano il cibo di cui hanno bisogno per
rimanere vive e lavorare. E poi fanno le cose che le aiutano a rilassarsi per
poter essere di nuovo in forma per il lavoro.
E
anche quando non vogliono fare nulla guardano altri che fanno delle cose – alla
televisione.
Se
ci si tiene abbastanza occupati non si ha il tempo di annoiarsi. A meno che non
ci si annoi nel ripetere sempre le stesse cose che, in origine, si erano fatte
proprio per evitare la noia.
Quando
si annoiano, le persone si sentono a disagio. Si sentono a disagio persino
quando altri sembrano annoiarsi. Ricordo che una volta mia cognata vide il
figlio seduto da solo al buio senza far nulla e ne rimase così turbata che finì
col picchiarlo. Ricordo che anch'io, da piccolo, mi sentivo sempre dire da mia
madre: "Non startene lì seduto – fai qualcosa!"
Per
qualche motivo, quando uno non fa niente, gli altri si sentono disturbati.
Conosci l'espressione "Una mente vuota è l'officina del diavolo'? Forse il
motivo è questo. Se vedono che non stai facendo niente, significa che forse
stai tramando qualcosa – qualcosa che a loro non piace, che li può danneggiare!
Penso
che questa si chiami paranoia. Forse viene dai tempi antichi. Se il tuo vicino
stava arando e lavorando nei campi, potevi rilassarti. Se così non era, allora
forse stava facendo piani per rubarti il raccolto. Forse il fatto che
diffidiamo di quelli che non fanno niente è genetico. Pochissimi hanno imparato
a non far nulla, perché tutti attorno erano troppo ansiosi che facessero
qualcosa. E così adesso, quando non abbiamo niente da fare, è naturale che ci sentiamo
ansiosi.
Ci
sono due cose riguardo la noia. La prima è che forse non stai facendo quello
che vuoi davvero fare nella vita.
Le
persone che si annoiano usano spesso le parole "sì, ma... “Sì, mollerei
questo lavoro così stupido, ma poi che faccio per guadagnarmi da vivere? Sì, mi
piacerebbe porre fine a questa relazione malata, ma poi magari non trovo nessun
altro. Sì, mi piacerebbe viaggiare, ma devo aspettare la pensione.” Tutto
questo significa: “Farei quello che desidero davvero fare se pensassi che sia
possibile. Se avessi abbastanza soldi. Se avessi tempo. Se fossi una persona
davvero creativa.”
La
seconda cosa è che non sei capace di non far niente. Le prime volte in cui sono
riuscito a non far niente, senza sentirmi teso o in colpa, risalgono ai tempi
dell'università, quando conobbi le droghe. Non durò a lungo, perché molto
presto imparai a sentirmi teso, paranoide anche, qualunque prodotto chimico
avessi ingerito. Ma era abbastanza sapere che questo stato esiste, questo
rilassamento nel non far nulla, senza sensi di colpa.
Cominciai
a cercare. Cominciai a leggere. Ma le informazioni che trovai erano piuttosto
scarse. Alla fine rinunciai. E divenni parte di quelle orde di persone
irrequiete che devono sempre avere qualcosa da fare. Molti anni dopo, temendo
di non avere abbastanza da fare, decisi di iscrivermi a legge. Allora sì che
sarei stato davvero indaffarato. Allora sì che avrei avuto abbastanza da fare.
E anche se così non fosse stato, non avrei avuto il tempo di pensarci.
Poi
l'inaspettato accadde. Un giorno con la posta mi arrivò un libro – un libro
sulla meditazione di un mistico illuminato, Osho, allora conosciuto come
Rajneesh. Il titolo era Il seme della
ribellione. Le prime tre pagine furono sufficienti. Lasciai perdere
l'università e andai in India, nell'Ashram di Osho. Con la meditazione,
cominciai a imparare l'arte del non far nulla. Rimanere seduto in silenzio e
senza far nulla insieme a centinaia di altre persone era un'esperienza
incredibile. Non era noioso. Non mi sentivo in colpa, né inquieto. Al
contrario, era la cosa più bella che avessi mai fatto.
Dopo
qualche anno ho incontrato qualcuno che mi ha insegnato l'arte di creare, di
vivere nel modo in cui davvero desidero – in un modo per cui la vita non
diventa una scelta di routine determinata dal mio condiziona-mento, ma qualcosa
che sono libero di inventare.
Poi
ho studiato improvvisazione teatrale, imparando a rispettare e seguire i miei
impulsi, a vedere che ogni momento esiste indipendentemente da ogni altro.
Grazie
a tutto questo la noia non è più qualcosa da cui fuggire, ma qualcosa che mi
ricorda di andare dentro o di esprimermi.
La
noia giace tra questi due punti: non essere capaci di andare dentro, come nella
meditazione, o non essere capaci di esprimersi, attraverso la creatività.
Da
bambino, quando uscivo di casa, avevo l'abitudine di aprire la porta e fermarmi
per dire qualcosa a mia madre. Questo la faceva diventare matta e ogni volta mi
urlava: "Non stare fermo sulla porta, che fai entrare le mosche! Vai
dentro o vai fuori!'
Questo
probabilmente è il consiglio migliore che mi abbia mai dato. E te lo passo
volentieri: non fare entrare le mosche!
AMORE MUSICA
E
MEDITAZIONE
di
Ma Prem Ahina
La musica è meditazione: meditazione
cristallizzata in una particolare dimensione.
La meditazione è musica:
musica che si dissolve nell'assenza di dimensione.
Ami la musica perché
intorno a essa senti accadere la meditazione. Ne sei assorbito, inebriato.
Qualcosa dell'ignoto inizia a discendere in te... Dio inizia a bisbigliare. Il
tuo cuore batte a un ritmo diverso: sei in sintonia con l'universo.
OSHO
PER
CHI HA IL DONO di suonare e di comporre musica queste parole, tratte da Musica Meditazione & Silenzio, un
testo di Osho pubblicato in italiano nel gennaio di quest'anno, sono
profondamente vere.
E
Swami Vedant Anando, che ha la fortuna di possedere questo dono, lo può
confermare: "Soprattutto quella sensazione di esserti lavato, di essere
rinfrescato e pulito dalla musica: è proprio quello che sento quando
suono."
Lo
dice con la serenità e la calma di chi ha elaborato questa esperienza nel
profondo e riesce a trasmetterla con dolcezza, il volto illuminato dal suo
sorriso di ragazzo. Un "ragazzo" che ha appena compiuto 40 anni.
Anando
ha cominciato a suonare la chitarra a 15 anni, da autodidatta, a orecchio:
"Suonavamo con gli amici, un po' di tutto. Musica brasiliana, Toquinho,
Vinicius de Moraes, e poi Neil Young, Cat Stevens, Claudio Rocchi, De Gregori.
Dai 15 ai 20-22 anni, di fatto non sapevo dove sbattere la testa e non avevo
idea di cosa fare della mia vita, tra disperazione, un po' di politica e gli
studi di agraria cominciati e piantati lì. Alcuni amici della mia età erano
andati a Puna e mi parlavano di un maestro, ma non riuscivo a capire. Tanto che
nell'unico viaggio fatto a 20 anni, ho finito col ritrovarmi a Puno sul lago
Titicaca, in Perù..."
La
svolta arriva nel 1981: prima un gruppo dal quale esce rinfrancato e pieno di
carica, poi un video di Osho e infine l'incontro con una sannyasin che gli dà
l'ultima spinta. Chiede il sannyas e il 19 novembre 1981 riceve il nome di
Vedant Anando, "Beatitudine al di là delle parole". "Da allora è
cominciato il cambiamento, con mesi di dinamiche e gruppi. Mi sono liberato
dalla depressione e dall'autodistruzione."
Nel
luglio dell'82 Anando va in Oregon e vede Osho per la prima volta, poi fa
alcune esperienze in comunità in Germania e in Italia, torna in Oregon più
volte per periodi più o meno lunghi e dall'87 va a Puna tutti gli anni, per 2-3
mesi.
“Dopo
il sannyas avevo abbandonato la musica e mi ero messo a fare l'imbianchino;
lavoravo molto e guadagnavo bene. Finché nel 1987, grazie a un channelling, ho seguito il consiglio di
ricominciare a suonare. Ho ripreso in mano la chitarra, poi ho comperato un
piccolo registratore e ho composto qualche canzone. Ho prodotto le mie prime
cassette, distribuite all'interno del mondo di Osho a partire dal '91: Whispering, poi Beatitude ed Etnia.”
Anando
vive all'Osho Surjan Meditation Center di Milano dal '95 e vi suona ormai da
parecchi anni in occasione delle White Robe e dei satsang; poi suona anche in
altri centri in Italia e in Svizzera e a Puna, sia in singolo che in gruppo, ma
preferibilmente da solo.
"Il
salto di qualità è arrivato con il CD Adina.
Volevo fare qualcosa di meglio, meno artigianale e l'ho registrato in uno
studio, insieme a una decina di musicisti amici. Musiche e arrangiamenti sono
tutti miei e non si tratta di un unico tipo di musica: c'è un po' di tutto, sia
canzoni d'amore, di cui una cantata in brasiliano, sia brani musicali con cui
si può anche ballare."
Adina,
frutto di tre mesi di lavoro, è uscito nel novembre scorso e ha subito avuto
successo: è stato scelto e distribuito anche in Giappone. "All'inizio non
ci credevo, mi sembrava impossibile che piacesse veramente, mi sono persino
ammalato. Da un lato sentivo il bisogno di espormi di più, di esprimere
pienamente quello che potevo creare, ma avevo anche paura.
Mi
sono reso conto che in realtà fino a quel momento non avevo dedicato tutte le
mie energie alla musica, ed era come con l'amore. Ora invece mi sono rafforzato
e tutto è diventato più intenso e totale, sia nella musica sia nelle relazioni.
Il
cambiamento si è manifestato soprattutto durante un gruppo con Prashantam, in
febbraio. "Prashantam è stato importantissimo. Quando all'inizio del
gruppo ha chiesto a tutti noi cosa facevamo e io ho risposto "Sono
musicista", lui ha osservato: "Hai notato il tono in cui lo dici? si
sente che una parte di te non ci crede". Il giorno dopo ha fatto ascoltare
durante il gruppo alcuni brani tratti da Adina e mi ha addirittura ringraziato
per la mia musica e io ho pianto come un bambino. "La tua musica è molto
bella," mi ha detto ancora "hai un bell'equilibrio". Mi ha
colpito profondamente, mi ha dato tantissima energia."
Una nuova
brezza
scorre in
te,
spazzando
via
la polvere
di secoli.
Hai la
sensazione
di esserti
lavato,
è un bagno
spirituale;
sei stato
sotto una
doccia
e ne sei
uscito rinfrescato,
pulito,
vergine.
La musica è
meditazione;
la
meditazione è musica.
Si tratta di
due soglie
per
avvicinare
lo stesso
fenomeno.
OSHO
L'ultimo
lavoro di Anando è Meditazione del cuore
di Atisha, una cassetta prodotta dall'Osho Surjan Meditation Center, e c'è
già in progetto un nuovo CD, sempre prodotto dal centro, Chakra Loop Breathing Meditation.
"Ormai
non suono solo la chitarra ma anche strumenti nuovi: in Atisha ci sono
percussioni, flauti di bambù, swarmandal, setar, tampura." A casa di
Anando infatti troneggiano diverse chitarre e vari strumenti, tra i quali uno
strano tamburo piatto, con un bel disegno di aquila sulla cassa. “È un tamburo
sciamanico del Nord America, che ho chiamato zebo, con il quale mi sto esercitando. Sto cercando di dare più
valore alla voce e sperimento altre possibilità espressive, dato che mi piace
usare diversi ritmi: la musica brasiliana va bene soprattutto all'inizio dei
concerti, perché è giocosa, dà un senso di leggerezza che mette a proprio agio;
quella gipsy perché è passionale, energetica; quella indiana perché è
d'atmosfera; quella rituale con flauti e tamburi per andare più dentro, per
avvicinarsi alla meditazione."
E
infatti, chi ha ascoltato Anando la sera del 21 marzo, quando ha suonato al
centro in occasione dell'anniversario dell'illuminazione di Osho, ha potuto
conoscere la "voce" del suo tamburo zebo e quanto profondamente faccia vibrare...
Oggi
che la musica per Anando è diventata il suo unico lavoro (oltre a fare concerti
dà sessioni e giornate di workshop su voce e musica), egli si trova totalmente
in questo spazio e ne è felice.
"Sì,
la mia meditazione è la musica. Ha ragione Osho, nel dire che suonare rende
puliti, lavati. La musica nasce così, dall'improvvisazione, non so neanche
spiegare come: da alcuni accordi che mi piacciono, che si legano bene insieme,
nasce una melodia. E quando suono, ogni volta è come se fosse una musica nuova,
come se si creasse uno spazio energetico nuovo. Soprattutto con strumenti tipo
flauti e tamburi, sento che divento un canale, come se la musica, con il suo
potere magico, portasse in uno spazio "vuoto" che offre tantissimi
tesori nascosti. E rimango sempre stupito quando accade, negli incontri con la
gente che condivide con me questa meravigliosa esperienza."
L'INGLESE...
SENZA SFORZO
Perché
imparare qualcosa che ci interessa è semplice e naturale
Seconda parte
Ma Nirava ha creato l'
“Inglese senza sforzo" dopo anni di esperienza, “traducendo per italiani
nei gruppi di terapia, lavorando come insegnante di lingua in California e alla
Ko Hsuan School in Inghilterra. Discepola di Osho dal 1981, la meditazione e la
terapia sono state elementi fondamentali nella sua formazione.
ALLE RADICI DELLA TENSIONE
SE
IMPARARE L'INGLESE è senz'altro semplice, comprendere la natura dello sforzo e
lasciarlo cadere è un percorso articolato.
L'assenza
di sforzo è possibile quando ci muoviamo olisticamente, sapendo dove il nostro
cuore desidera andare.
Qualsiasi
situazione che coinvolge solo la sfera mentale non può che creare tensione e
quindi sforzo.
Non
siamo abituati a ricordare che l'apprendimento richiede la nostra totalità, ma
se fosse sufficiente conoscere un insieme di nozioni, gli innumerevoli corsi
disponibili avrebbero già fornito tutto ciò che è necessario.
Allargare
la nostra attenzione anche alle emozioni può portarci a comprendere di noi
stessi molte cose che non sono direttamente collegate con il parlare inglese.
Osservare
e comprendere le emozioni coinvolte nella comunicazione, quando parliamo e
ascoltiamo, insieme alla consapevolezza di quello che significa per noi
imparare ORA, è il percorso dell'Inglese senza sforzo.
I DUE ASPETTI DELLA
COMUNICAZIONE
Se
hai sperimentato l'esercizio consigliato a pagina 46 nell'articolo precedente,
forse avrai notato se per te è più facile comprendere mentre ascolti ed è
invece più difficile parlare usando le parole che conosci, oppure se riesci a
comunicare, ma ti è più difficile comprendere quando qualcuno ti parla.
Questa
differenza a volte è molto spiccata e rivela qualcosa di te su cui puoi ora
portare la tua attenzione.
Se
ti è stato più facile comprendere che parlare, probabilmente conosci molto più
inglese di quello che credi, ed è importante per te trovare situazioni in cui
puoi farlo "uscire".
Parlalo,
anche da solo/a, cantalo, leggilo ad alta voce, abituando le tue orecchie e la
tua consapevolezza al suono della TUA voce che parla questa lingua.
Se
invece ti è stato più facile parlarlo, è necessario portare la tua attenzione
sul tuo "ascoltare".
Spesso
abbiamo avuto le nostre ragioni per non ascoltare ed è possibile che
continuiamo a usare delle difese anche quando non sono più necessarie.
Inizia
a guarire la tua capacità di ascolto, prendendoti un po' di tempo per
"ascoltare soltanto" la musica, i suoni della natura, o qualsiasi
altro suono che trovi piacevole, senza essere coinvolto in nessun'altra
attività.
Quando
questo spazio di "solo ascolto" ti è più familiare, puoi iniziare a
fare l'esercizio, "solo ascoltando" qualcuno che ti parla.
Ti
aiuterà ricordarti del silenzio che c'è al tuo centro, mentre ascolti.
LE RAGIONI DEL CUORE
Entusiasmo,
espansione e gioia sono connessi all'apprendimento di qualcosa che amiamo.
Senza il coinvolgimento del nostro cuore imparare è solo dovere e sforzo.
Per
molti di noi l'imparare è stato appesantito da esperienze dolorose e negative,
cariche di costrizioni e di "dovere".
Da
bambini, appena siamo stati certi che le esigenze di sopravvivenza (cibo,
protezione, calore...) ci erano assicurate, la nostra attenzione e il nostro
interesse si sono diretti con totalità verso l'apprendimento.
Ogni
bambino, fin da molto piccolo, inizia con apertura ed entusiasmo il suo
percorso di conoscenza, lasciandosi portare dal suo interesse verso un campo
molto ampio, muovendosi in diverse direzioni e allo stesso tempo delineando
anche percorsi individuali verso i quali è particolarmente attratto.
Sentire
interesse verso un aspetto, anziché un altro, di questa vita multidimensionale
indica in un certo qual modo la nostra direzione, il potenziale che è dentro
ognuno di noi e che desidera essere espresso, condiviso e vissuto.
APPRENDIMENTO INTERESSE E
TOTALITÀ
Viviamo
in una società inconsapevole, dove molto spesso è la paura che determina scelte
e percorsi.
A
livello collettivo, gli adulti hanno deciso che l'unica cosa importante e
necessaria da imparare, è come sopravvivere, come assicurarsi la capacità di
produrre danaro e quindi sopravvivenza.
Ben
presto negli anni, ogni interesse che non rientra in questa ristrettissima
scelta di nozioni che si "devono" imparare, non ha ricevuto alcun
sostegno e spesso è stato ostacolato e ridicolizzato come una cosa
completamente inutile, sulla quale non era il caso di perdere tempo.
Già
all'età di sei anni viene deciso in quale direzione è necessario incanalare la
nostra capacità di apprendimento, riducendo in maniera drastica e spesso
spiacevole il vasto spettro di interessi verso le manifestazioni del mondo
attorno a noi e inserendo una nuova componente fino ad allora sconosciuta: il
dover imparare.
Per
i più fortunati, i cui interessi rientravano in quelli "scelti" dalla
scuola, l'esperienza scolastica è stata più accettabile. Per tutti coloro con
interessi che si dirigeva-no in un'altra direzione, è stato uno sforzo e una
fatica.
Una
delle qualità del nostro interesse è di cambiare ed evolversi nel tempo,
insieme alle esperienze e situazioni in cui viviamo. Interessi diversi arrivano
per ognuno in tempi diversi.
Chiaramente
il nostro sistema di educazione non si è potuto permettere di rispettare i
diversi tempi dei bambini e a ognuno è stato imposto il tempo in cui era
necessario imparare un determinato soggetto.
È
necessario accorgersi di quanto ORA siamo in grado di scegliere quando e cosa
desideriamo imparare, perché lo spazio di avventura, espansione e crescita che
è presente ogni volta che "impariamo", possa esprimersi.
Insieme
alla nostra apertura e all'accettazione di "non sapere", l'interesse
è ciò che rende l'imparare una delle esperienze spirituali di maggior valore.
Puoi
scrivere in un quaderno cosa è stato per te imparare e che spazio ha ora nella
tua vita.
Partendo
da te, fai una lista di ciò che vorresti imparare in questo momento della tua
vita.
ESERCIZIO
PRATICO
L'esercizio
che puoi fare adesso consiste nel ripetere quello descritto nel numero
precedente, parlando e ascoltando alternativamente in inglese, ma ora inserisci
un nuovo aspetto, cioè la tua intenzione di comprendere ciò che ti viene detto.
Puoi
quindi interrompere chi ti sta parlando:
•
per chiedergli in inglese se può parlare più lentamente o ripetere quello che
ha detto, parlarti con parole più semplici ecc.
•
Se non sai come dire queste frasi, puoi preparartele prima di iniziare
l'esercizio.
•
Quando capisci ciò che stai ascoltando, rimani semplicemente ad ascoltare senza
interferire.
Osserva
cosa cambia nella comunicazione quando diventi disponibile e derminato/a a
comprendere.
La
possibilità di riscoprire il nostro interesse e amore collegato
all'apprendimento dell'inglese, passa attraverso il desiderio di incontrarci e
comunicare con qualsiasi abitante del pianeta.
Potrai
leggere riguardo all'apertura nei confronti degli "stranieri" nel
prossimo articolo.
OGNI PERSONA DOVREBBE
CONOSCERE DUE LINGUE:
LA LINGUA MADRE E LA
LINGUA INTERNAZIONALE.
FINCHÉ NON ESISTERÀ UNA
LINGUA INTERNAZIONALE,
NON SARÀ POSSIBILE CREARE
UN MONDO SENZA CONFINI.
IO SONO PER UNA LINGUA
INTERNAZIONALE E LA
LINGUA CHE SCELGO È
L'INGLESE, PER LA SEMPLICE
RAGIONE CHE GIÀ ESISTE IN
OGNI PARTE DEL MONDO.
OSHO
IL
DIZIONARIO DI OSHO
Ci sono parole che nei dizionari
hanno un significato, ma nella vita ne hanno un altro. Ecco un secondo assaggio
del dizionario esistenziale di Osho.
Carità/condivisione
Io
non parlo di carità. È un termine orribile. Parlo di condivisione. Se hai,
condividi. Non perché condividendo aiuterai gli altri, no, condividendo tu
crescerai. Più condividi, più cresci...
Nella
parola "carità" c'è qualcosa di brutto: sembra che tu sia superiore e
l'altro sia inferiore, un mendicante; tu aiuti l'altro perché è bisognoso. Non
è bello. Considerare l'altro inferiore – perché tu hai e lui no – non va bene,
è inumano... Quando fai la carità ti aspetti che l'altro ti ringrazi. Quando
condividi, sei tu a ringraziare l'altro che ti ha dato l'opportunità di far
scorrere la tua energia – che stava diventando troppa, e ti appesantiva. E ti
senti grato. La condivisione nasce dalla tua abbondanza. La carità dalla
povertà altrui.
Dibattito/dialogo
Qual
è la differenza tra dibattito e dialogo? In un dibattito non sei disponibile ad
ascoltare l'altro; anche se ascolti, il tuo ascolto è falso. Non stai
ascoltando davvero, stai solo preparando la tua risposta. Mentre l'altro parla;
aspetti semplicemente la tua occasione per ribattere. In te c'è già un
pregiudizio, hai una tua teoria. Non stai cercando, non sei ignorante, non sei
innocente; sei già pieno; la tua barca non è vuota. Ti porti dietro delle teorie
e cerchi di dimostrarne la verità.
Un
ricercatore della verità non ha alcuna teoria. E sempre aperto, vulnerabile. È
capace di ascoltare.
Distacco
Se
sei distaccato, diventerai sempre più sensibile. La sensibilità non è
attaccamento, la sensibilità è consapevolezza. Solo una persona consapevole può
essere sensibile. Se non sei consapevole, sarai insensibile. Quando sei
inconsapevole, sei totalmente insensibile – maggiore la consapevolezza,
maggiore la sensibilità. Un Buddha è totalmente sensibile, la sua sensibilità è
al massimo, perché sente ed è consapevole totalmente. Ma quando sei sensibile e
consapevole, non sarai attaccato. Sarai distaccato, perché il fenomeno stesso
della consapevolezza spezza il ponte, distrugge il ponte tra te e le cose, tra
te e le persone, tra te e il mondo. L'inconsapevolezza, la mancanza di
consapevolezza è la causa dell'attaccamento. Se sei sveglio, il ponte scompare
all'improvviso. Quando sei sveglio non c'è nulla che ti tiene legato al mondo.
Il mondo è lì, tu sei lì, ma il ponte tra i due è scomparso.
Dovere/responsabilità
Dovere
e responsabilità sono sinonimi nei dizionari, ma non nella vita. Nella vita non
sono solo diversi, sono diametralmente opposti. Il dovere è orientato verso
l'altro, la responsabilità verso se stessi. Quando dici: "Devo
farlo," è un dovere. "Perché mia madre è malata, devo andare
all'ospedale e sedermi al suo fianco," o "Devo portare dei fiori
all'ospedale. Devo farlo, è mia madre." Il dovere è orientato verso l'altro.
Stai obbedendo a una regola sociale — poiché è tua madre, non perché le vuoi
bene.
Per
questo dico che "dovere" è una parolaccia. Se ami tua madre non dirai
"È il mio dovere." Se ami tua madre, andrai all'ospedale, le porterai
dei fiori, la accudirai, le massaggerai i piedi, ti occuperai di lei, ma non
sarà un dovere, sarà responsabilità. Sarà una risposta del tuo cuore.
Responsabilità significa capacità di rispondere. Il tuo cuore vibra, hai
compassione di lei, le vuoi bene; non perché è tua madre — questo è irrilevante
— tu ami questa donna, la ami in quanto persona. È amore che fluisce dal tuo
cuore. La responsabilità ha una dimensione totalmente differente: tu ami, vuoi
bene, senti.
È
qualcosa che nasce dal tuo sentire.
Eterno/permanente
Ordinariamente,
nei dizionari, troverai "permanente" come sinonimo di
"eterno". Non lo è. L'eterno è sempre momentaneo. Guarda la rosa. La
mattina è lì, e ora della sera se ne è andata. Era momentanea. Ma verrà di
nuovo — domani mattina ci sarà un altro fiore. C'è sempre stato.
L'eterno
sbircia attraverso il momentaneo, l'eterno si manifesta attraverso il
momentaneo. Una rosa se ne va, e un'altra arriva; quella va, e un'altra arriva;
in realtà se ne va solo per far posto all'altra. La bellezza è eterna.
Fede/fiducia
La
fede è per i ciechi; la fiducia per qualcuno che ha assaporato qualcosa della
realtà suprema. I fedeli sono dei seguaci. Non voglio nessuno qui che sia un
credente o un fedele. Voglio che tu abbia fiducia in te stesso, fiducia che se
Gautama il Buddha è potuto diventare un Everest di consapevolezza, ha
dimostrato che ogni consapevolezza umana ha il medesimo potenziale. Abbi
fiducia in questo. Abbi fiducia in te stesso.
La
distinzione deve essere ricordata. La fede è sempre nell'ideologia di qualcun
altro, nella personalità di qualcun altro. La fiducia è nel tuo stesso
potenziale.