2 I CENTRI IN ITALIA
5 IL MAESTRO
Osho
commenta un aihu giapponese
8 IL MONDO
I test
nucleari in India visti da due sannyasin indiani
10 OSHO MULTIVERSITY
II programma da agosto a ottobre
12 LA COMUNE
L'assassinio
di un giornalista dell'Osho Times
I
miei momenti di luce con Shunyo
Momenti preziosi
in un'intervista inedita
19 LA COMUNE
Tutti in
pista... per un giro di boa
20 IL MAESTRO
Osho si scatena
contro la religioni organizzate che hanno inventato dio per consolarci.
28
Un duetto
speciale a colori danzato da una pittrice e da un poeta
34 IL MAESTRO
Sentirsi
fragili e indifesi è una cosa naturale
Osho
ribadisce ancora una volta che essere soli è veramente la nostra natura
40 LA MEDITAZIONE
La
Mystic Rose di Osho ha 10 anni
Un'intervista
con Ma Prem Leela su questa tecnica rivoluzionaria
43 LA COMUNE
Un
training di trasformazione speciale
Il programma
di un nuovo training che ti trasformerà l'esistenza
44 IL MONDO
Un metodo
semplice e naturale per imparare l'inglese usando la meditazione
47
IL CORPO
Testimonianze
di un cammino
Tutto quello
che avreste voluto sapere, a puntate dall'A alla Z
50 TUTTE LE STELLE
Il tuo oroscopo di luglio
52 LA VETRINA
Tutti i libri di Osho in italiano, i video di
Osho, le musiche per la meditazione e il rilassamento
Un pizzico
di follia e di buonumore
. . . . . . . . .
. . . . . . . . .
OSHOTIMES
INTERNATIONAL Edizione Italiana
vette innevate
Kanzan ha scritto:
La gente mi chiede la via
per la gelida montagna.
Gelida montagna?
Non c’è sentiero che l’attraversi.
Persino in estate
il ghiaccio non si scioglie.
E anche se c’è il sole,
la nebbia confonde la vista.
Come puoi sperare di arrivarvi
imitandomi come uno sciocco?
Il mio cuore e il tuo non si assomigliano.
Se il tuo cuore fosse uguale al mio,
potresti viaggiare fino al centro stesso!
Kanzan sta dicendo che non c’è bisogno di seguire
nessuno. Il seguire è una specie di scimmiottamento, non è umano.
Ma esiste un modo diverso per essere con un maestro e consiste nel portare il tuo
cuore a uno stato di sintonia con il suo cuore. Allora i due possono
proseguire, come compagni di viaggio verso il centro stesso dell’esistenza.
Usa questo come criterio: se qualcuno cerca di
essere il tuo maestro, in un modo molto sottile sta cercando di importi una
schiavitù.
Il maestro autentico è maestro di se stesso. Non
vuole seguaci, vuole amici, compagni di viaggio, che sono pronti a essere in
sintonia con il suo cuore, in sintonia con il suo vuoto.
Osho
The Buddha: The Emptiness
of The Heart
buddha sorride ANCORA?
Ovvero cosa si dice all’Osho Commune International
sui test nucleari indiani
Abbiamo
voluto sapere da alcuni sannyasin indiani come vedono l’intera faccenda. Per
questo vi proponiamo i commenti di Sw. Chaitanya Keerti, direttore responsabile
dell’Osho Times e di Sw. Yoga Pratap Bharati, sannyasin di lunga data e
traduttore di Osho dall’hindi in inglese.
L’11 maggio, anniversario della nascita di Buddha,
è anche stato il giorno in cui il governo indiano ha effettuato con successo il
test nucleare e l’India è dunque entrata nell’esaltato club nucleare forzando
il cancello! Nessuno degli stati che posseggono armi nucleari aveva sentore
delle imminenti esplosioni e sono rimasti quindi molto sconcertati e confusi.
Nessuno di loro ha accettato la presa di posizione dell’India e la sua entrata
in quello che considerano il loro club privilegiato.
Quando dei furfanti creano il proprio club, non
lasciano mai le porte aperte, per paura che possa entrare qualche persona
onesta. Gli Stati Uniti, la Russia, la Cina, la Francia e l’Inghilterra avevano
l’impressione che l’India fosse un paese pacifico e gentile.
Ma l’India ha deluso le loro aspettative
procurando loro un grosso shock. Per proteggere il loro territorio
privilegiato, hanno minacciato l’India imponendo sanzioni.
BUDDHA SORRIDE! è stato il messaggio dato al mondo
dall’India nella fausta giornata della nascita di Buddha. È stata così ripresa
la vecchia tradizione, ormai in via di estinzione, di dare messaggi al mondo.
Buddha nacque 2500 anni fa e i suoi messaggeri
andarono in seguito in Cina, Giappone ed Estremo Oriente, paesi dove il
Buddhismo brillò come un sole. Con questo nuovo messaggio “Buddha sorride!”
mandato al mondo, è stata ripresa quella tradizione, e gli indiani ne sono
fieri. Venite tutti! Seguiteci! Buddha, con Lao-Tzu, stava già sorridendo in
Cina da un po’ di tempo, ma la situazione non era la stessa nel resto
dell’Asia. L’India adesso diventa una fonte di ispirazione per tutti gli altri
paesi asiatici.
Sapete qual è il significato di “Buddha sorride”?
Ha una precisa connotazione politica: vuol dire esplosioni nucleari.
L’India ha recentemente compiuto alcuni passi per
rafforzare la propria dignità. All’incirca 30 o 40 anni fa, i discorsi di Osho
intitolati “Argomenti scottanti dell’India” (Dall’uccello d’oro a una terra di
mendicanti) avevano scosso l’India dal suo sonno. Questo scossone intendeva
darle più fiducia in se stessa e più forza, per renderla ricca sia
interiormente che esteriormente.
All’inizio degli anni ’90 gli Stati Uniti accettarono
di fornire potenti calcolatori all’India, per poi in seguito tirarsi indietro.
Questo fu un duro colpo per la dignità dell’India, che reagì fabbricando nel 1998
i suoi potenti calcolatori “PARAM”’.
Ora l’America ha rifiutato all’India un miliardo di
dollari di aiuto allo sviluppo. Ci mettono in guardia perché sanno che stendere
la mano è una vecchia abitudine indiana e si sa che le vecchie abitudini fanno
fatica a morire. In questo contesto, non c’è molta differenza tra l’India e il
Pakistan. Entrambi bramano gli aiuti occidentali.
L’America ha bombe a migliaia ed è in assoluto la
nazione più ricca, per cui la sua politica è quella di offrire dollari da una
parte e fare forti pressioni per imporre le sue scelte dall’altra. E l’India ha
spesso sofferto a causa di questa situazione difficile. Perciò questo discorso
sulla dignità e sull’indipendenza in materia di sicurezza è solo superficiale;
si può diventare indipendenti solo quando si è economicamente forti.
L’India ha costruito una bomba nucleare, ma questo
è un uso distruttivo della tecnologia. È aggressivo, non creativo. È diretto a
uccidere altri o, nel migliore dei casi, all’autodifesa. Ma una capacità reale
consiste nello sviluppare, parallelamente ai bisogni imposti dalla sicurezza,
un’economia che ispiri fiducia, un’economia diretta ad aiutare e proteggere la
popolazione. Che l’India possa farlo, è stato ampiamente dimostrato dalla sua
abilità a sviluppare dei potente calcolatori. La terra di Buddha può produrre
potenti calcolatori e bombe nucleari.
Perciò, se l’India vuole mandare il messaggio al
mondo dell’uomo totale, l’Uomo Nuovo di Osho, ha bisogno di svilupparsi
economicamente, di diventare Zorba, e poi potrà inviare in tutto il mondo i
suoi messaggeri con la meditazione.
In una situazione del genere il sorriso di Buddha
acquisterebbe una qualità e una dimensione nuove.
Lo splendore di un tale sorriso potrebbe
infiammare il mondo intero.
SWAMI CHAITANYA KEERTI
Questo dipinto ad olio del
Primo Ministro Indiano Atal Biharti Vajpayee è apparso sulla rivista American
Time con questa didascalia:
“Il Primo Ministro Indiano
nel ruolo di Lord Shiva, il dio distruttore della mitologia indiana.”
Da un’intervista fatta a Osho più di una trentina
di anni fa: “Ora l’India ha le possibilità e la potenzialità per produrre la
bomba nucleare.”
Osho: L’India ha bisogno di
tecnologia, una tecnologia migliore. Non è una questione di bomba nucleare.
L’India dovrebbe essere tecnologicamente superiore. La bomba atomica è la punta
più avanzata della tecnologia. Dovreste farla. Non è necessario andare in
guerra, ma dovreste esplorare la tecnologia dell’energia atomica, dovreste
svilupparla perché domani potrebbe essere un handicap per le generazioni
future, per i vostri figli. Io sono per la tecnologia. La questione non è la
bomba atomica.
CHI HA PAURA
DELL’INDIA?
“Non ritengo l’India responsabile di quello che ha
fatto,” dice Swami Yoga Pratap Bharati, “almeno non interamente. È soltanto una
vittima: vittima di una scaltra strategia politica le cui basi furono gettate
dai dirigenti coloniali, poco prima di darle l’indipendenza. Quella strategia è
consistita nel dividere il paese in due: India e Pakistan, aizzandoli l’uno
contro l’altro. Ciò ha inoltre contribuito a non farli prosperare.
“Le superpotenze occidentali hanno sempre favorito
il Pakistan e persino la Cina, ignorando sfacciatamente gli interessi
dell’India e relegandola, a poco a poco, in un cantuccio sempre più delimitato.
L’India non aveva altra scelta se non affermarsi, e affermarsi ad alta voce.
Questo è il significato delle recenti esplosioni nucleari.
“Ironicamente le superpotenze hanno sempre
diffidato e avuto paura dell’India. Da come lo vedo io, salta all’occhio una
ragione profonda. È la paura dell’aggressività di un’energia non aggressiva,
dell’energia superiore di ciò che è delicato e gentile. È la paura di ciò che è
materiale verso ciò che è spirituale. Vedono l’India come un simbolo di tutte
le delicate qualità femminili e di una vera pace. Riconoscere l’India
significherebbe riconoscere tali qualità e tali valori. Cosa accadrebbe allora
a un mondo costruito su qualità maschiliste? Ecco la paura.
“Osho non ama le persone o le energie insipide,
impotenti, titubanti e fossilizzate. E questo è esattamente ciò che una certa
razza di politici in India è riuscita a fare della psiche e dell’energia di
questo paese durante l’ultimo decennio.
“Il paese è vissuto senza una direzione, senza una
spinta ideale, senza una politica e, negli ultimi tre o quattro anni,
letteralmente senza un governo. Il paese è caduto in un vuoto, in una specie di
limbo, da dove osservava inerme corruzione e criminalizzazione della più bassa
specie e l’aumento fino all’eccesso del terrorismo esterno nel paese.
“Per l’India e il suo popolo, queste esplosioni
mostrano che alcuni uomini arditi e coraggiosi, capaci di agire e avere delle
politiche chiare, sono ora al potere. Ciò ha immesso nuovo sangue nelle vene e
nella psiche di questo paese. Tutto ciò non è male. In questo contesto, le
esplosioni nucleari dell’India sono state così drastiche e improvvise da
contenere in sé il potenziale per provocare cambiamenti maggiori e, in una
visione globale, migliori. Cambiamenti che possono far nascere, nel mondo, una
politica meno politica, il che non può che essere un auspicato passo nella
giusta direzione.”
QUADRO STORICO
Per migliaia di anni,
mentre era impegnata nella ricerca spirituale e nell’autorealizzazione, l’India
è stata attaccata dai barbari. Non si è mai preoccupata della sicurezza
nazionale, condizione necessaria alla creazione di un’atmosfera adatta alla
spiritualità.
L’India ha ottenuto
l’indipendenza 50 anni fa, ma anche dopo ha dovuto combattere con la Cina e il
Pakistan. La ragione di questi attacchi sta nel fatto che l’India è conosciuta
come un paese debole e non-violento. Essere non violenti è un grande valore, ma
ciò implica anche che non bisognerebbe permettere ad altri di usare violenza su
di noi. Bisogna almeno avere uno scudo resistente per proteggersi contro la
spada altrui. Considerate in questo contesto, le esplosioni indiane possono
allora avere un significato.
Solo così questo paese può
essere in pace e procedere sul cammino d’oro dei Buddha. Quando delle persone
deboli e povere parlano di dignità, le loro parole suonano vuote e prive di
fondamento. Le persone deboli sono obbligate ad ascoltare i sermoni degli
altri, come quello di Clinton che ha detto: “Voi siete un grande paese, non
avete bisogno di esplosioni nucleari per provare la vostra grandezza.” Ora,
questa affermazione viene dal presidente del paese più potente del mondo, che
ha condotto in assoluto il maggior numero di esperimenti nucleari. Gli Stati
Uniti si permettono quindi di fare prediche al mondo intero e, insieme a loro,
tutti i mass media occidentali proclamano che l’India ha sbagliato. Certamente
l’India ha commesso un errore, ma le ragioni di questo errore sono da
attribuire ai membri del Consiglio di Sicurezza, che si sono sempre resi
complici della Cina per proteggere i loro interessi commerciali.
Un esempio evidente di
questa politica è il caso del Tibet che era un grande paese spirituale e non
violento. La Cina lo ha divorato e nessun Consiglio di Sicurezza dell’ONU è
accorso in suo aiuto. Nessuno lo ha protetto dall’invasione cinese e il suo
leader e capo spirituale Dalai Lama ha dovuto rifugiarsi in India. Volete che
l’India sia obbligata a rifugiarsi in qualche altro paese?
sull’essere uccisi
di Swami Anand Subhuti
Se uccidere l’ego fosse facile come il venire
assassinati, l’Era dell’Illuminazione sarebbe già iniziata da tempo.
Eccoci qua, a girare in esterni, sulla scena del
crimine. È mezzanotte passata; riflettori nascosti illuminano un vicolo stretto
e sporco che serpeggia tra gli alberi, dandogli un aspetto sinistro e romantico
nello stesso tempo. È una strada su cui potrebbe accadere di tutto.
In lontananza, una vecchia carrozza tirata da due
cavalli. Il passeggero? Io. Questo sarà il mio ultimo viaggio; sto per essere
ucciso. E, a dir la verità, me lo merito.
Sto interpretando Rand, un ufficiale del governo
inglese che, durante l’epidemia di peste scoppiata a Puna verso la fine del
secolo scorso, prese la decisione di separare i sani dai malati – un
provvedimento efficace e necessario – ma lo fece in modo così brutale che i
militanti del movimento di liberazione indiana decisero di vendicarsi.
E lo fecero grazie al supporto di Lokmanya Tilak,
uno dei grandi nomi della lotta per l’indipendenza indiana, personaggio sul
quale la TV indiana ha girato uno sceneggiato, La storia di Tilak, in cui la
morte di Rand costituisce un capitolo insignificante.
Decine di sannyasin occidentali di Osho recitano
in questo filmato; e non interpretano solo i “cattivi”. Ci sono anche molti
“buoni”: i difensori inglesi di Tilak, interpretati da Prashtan e Siddhai; la
leggendaria Annie Besant interpretata da Jivan Mary, e molti altri.
Ma torniamo alla scena del crimine: è l’1.45 di
notte. Sono in carrozza con mia moglie, interpretata da Savita. Con noi,
rannicchiati sul sedile di fronte, il regista e il cameraman. Sulla strada
viene dato il segnale ‘si gira’ ed eccomi partire per il mio ultimo viaggio.
Sto chiacchierando con mia moglie della serata che ci attende al club per soli
bianchi, quando un indipendentista indiano salta sulla carrozza, si affaccia al
finestrino e mi spara alla schiena.
Sento un leggero ‘pop’ dietro l’orecchio. È il
segnale per me: stringendomi la spalla destra e storcendo il viso per il dolore
cado in avanti e poi mi accascio tra le braccia di mia moglie.
Mentre rantolo nella carrozza, il critico dentro
di me dice che la mia non è stata granché come interpretazione: Rand non
avrebbe avuto il tempo di toccarsi la spalla, sarebbe caduto subito in avanti
sotto il potente impatto del proiettile.
Ma Dhumale, il regista, è soddisfatto. Mi
ripulisco il sangue finto, mi cambio e insieme a un gruppetto di altri
sannyasin salto sul pulmino dello studio diretto a Koregaon Park. Alle 3.30
sono a letto.
Questo lavoro per lo sceneggiato su Tilak è stato
una delle sorprese che il soggiorno di sei mesi a Puna mi ha riservato. Ho avuto
la fortuna di vedere un mio lavoro teatrale messo in scena nella Comune, ho
collaborato alla nuova edizione dell’Osho Times International, ho vissuto una
deliziosa storia d’amore e mi sono sentito a casa e a mio agio con me stesso
come non mai.
Tutte queste cose mi hanno aiutato a vedere con
insolita intensità il mio stato di consapevolezza – o inconsapevolezza, a
seconda di come la si guarda. Osho, come sempre, mi stava davanti
costantemente, invitandomi ad affilare la mia consapevolezza a ogni svolta, a
ogni respiro.
A volte non è stato piacevole, ma dopotutto è per
questo che sono qui: per guardare nello specchio del Maestro con un’intensità
che non è raggiungibile in nessun altro posto sul pianeta.
Durante la mia permanenza mi sono reso conto di un
altro fenomeno: un crescente scontento tra alcuni “vecchi sannyasin” – persone
che sono con Osho dai tempi di Puna Uno o del Ranch in Oregon – che esprimono
disagio nei confronti dei cambiamenti in corso nella Comune e dicono di avere
difficoltà a trovare un proprio ruolo.
Questa problematica presenta diversi aspetti. Di
sicuro non riuscirò a delinearli tutti, ma una cosa so per esperienza: qui, se
ci si sente esclusi, è semplicemente perché non si partecipa alla vita della
Comune.
Non sto dicendo che tale partecipazione debba
sempre essere conforme alle proprie preferenze. Non si può sempre essere il
terapista che tiene il gruppo più richiesto, né il chitarrista che dirige il
Music Group o il direttore teatrale il cui spettacolo viene sempre messo in
scena a Meera Barn. Si possono preferire alcune cose ovviamente – tutti lo
fanno – ma in questo posto bisogna anche essere disponibili a non scegliere.
Ho sentito Osho dire: “L’uomo dello Zen non fa
scelte, ha solo preferenze – e ti sia ben chiara la differenza tra scelta e
preferenza. Scelta significa: ‘Vorrei vivere in questo modo, e non vorrei
affatto vivere in altro modo. È così che si deve vivere, l’altro modo è
assolutamente privo di valore.’ Preferenza significa semplicemente ‘Questa cosa
mi piace, ma se non accade, allora anche l’altra va bene.’”
In questa Comune ci sono centinaia di modi
possibili per partecipare: pulire la piscina al Club Meditation, ideare le
pagine web per il sito osho.org, cucinare una deliziosa cena italiana, fare il
deejay nella disco. E se niente sembra interessante, esiste sempre la
possibilità di creare qualcosa di nuovo che soddisfi un bisogno o una funzione
che da poco si sono resi evidenti.
Un motivo che ho sentito, per spiegare il
disimpegno, è che un particolare coordinatore in un particolare dipartimento si
sta facendo un trip di potere e rende difficile la vita ai collaboratori. Be’…
non è nulla di nuovo. Non è forse normale che le funzioni amministrative
attraggano persone che devono lavorare sul potere? E come farebbero queste
persone ad avere maggiore chiarezza sui propri schemi di comportamento, se
quelli che potrebbero aiutarle a vedersi se ne stanno seduti a brontolare in
qualche bar, su una spiaggia a centinaia di chilometri di distanza?
Quelli di noi che sono passati attraverso intensi
processi di crescita con dittatrici leggendarie come Deeksha o Sheela lo hanno
fatto a proprio esclusivo beneficio o hanno qualcosa da insegnare? Ma come
farlo, se alla prima difficoltà scappano sull’Himalaya e si sforzano di
raggiungere il Grande Zero ritirandosi in meditazione e isolamento, con le
montagne mute come sole interlocutrici?
I sannyasin di Osho dovrebbero essere fatti di una
fibra ben più resistente – questo almeno è come sento io. Qualunque sfida può
essere affrontata in modo creativo. In realtà molti ostacoli, in retrospettiva,
si sono spesso rivelati delle preziose opportunità per lasciare andare il
passato, fare una svolta, intraprendere qualcosa di nuovo.
Non solo, ma in base alla mia esperienza posso
dire che spesso quelle che noi definiamo manie di potere in realtà sono
fraintendimenti generati da una mancanza di comunicazione. Quando mi concedo di
sedermi a parlare con un altro partecipante della Comune di qualcosa che mi
rende la vita difficile, la separazione tra “noi” e “loro” di solito svanisce.
E, come ha osservato Ma Prem Garimo, da molti anni
nell’amministrazione della Comune, queste sono occasioni per vedere se tra noi
ci trattiamo con lo stesso amore e rispetto che abbiamo ricevuto così
abbondantemente da Osho, considerando l’altro come un essere umano, un compagno
di viaggio che sta facendo del proprio meglio.
“Sento che questo errore può essere fatto da
chiunque, da qualunque parte dell’apparato amministrativo si trovi,” spiega
Garimo. “Quando raccolgo le lamentele di qualcuno, la lamentela in quanto tale
non ha sostanza per me, però dal punto di vista energetico rivela che la
persona non si sente amata, apprezzata e rispettata. Penso che ognuno di noi se
ne debba assumere la responsabilità.”
In realtà, ciò che mi sorprende maggiormente in
questa Comune è l’assenza di grossi trip di potere. Se penso al casino che di
solito si verifica tra i discepoli dopo che il Maestro ha lasciato il corpo –
tipo le 36 scuole diverse create dai discepoli di Buddha, o la creazione di una
catena di papi vicari di Cristo – concludo che noi ce la stiamo cavando
piuttosto bene.
E poi tutti stiamo diventando vecchi e questo
forse ci spinge a cercare più sicurezza rimanendo in Occidente. Ma, come Osho
ha fatto notare ad Anand Alok, un sannyasin che viveva con lui da anni: “La
vita è insicurezza. Non c’è assicurazione contro la morte. E più rendi solida e
sicura la tua vita, più diventa arida come un deserto.”
Comunque, a già 52 anni è un po’ tardi per
cominciare a fare versamenti per la pensione o reinserirmi nel mondo del
lavoro. E poi, più invecchio e meno ne sento il bisogno. La verità è che mi
sono spinto troppo al largo sulla nave di Osho per pensare di poter tornare in
porto.
“Sì, ma cosa farai quando sarai vecchio o
malato?”, mi sento chiedere a volte quando condivido il mio punto di vista. E
allora mi rendo conto che non ho alcuna assicurazione sanitaria, né un
programma pensionistico, né un gruzzoletto da parte, non ho una casa, né
un’automobile, non ho niente, tranne quelle poche cose che posso ficcare
tranquillamente in due bauli. La mia risposta è: “Non lo so, quello che posso
dire è: per ora va tutto bene.”
Poi ci sono quelli che si siedono ai piedi di
altri insegnanti spirituali e nuovi illuminati.
Riesco a capire chi, non avendo mai incontrato un
illuminato, si sente attratto da queste persone. In fondo il suo desiderio
riflette il mio di tanti anni fa: c’è da qualche parte su questo pianeta un
buddha in carne e ossa? Riuscirò a incontrarlo e a parlare con lui?
Mi sembra invece strano che persone che hanno
amato Osho quando era nel corpo si sentano attirate da qualcun altro. Nel caso
di uno o due amici, ho notato un risultato positivo, ma a me, personalmente, la
cosa non suscita alcun interesse. È come entrare a far parte della squadra di
calcio locale quando si può giocare con Pelé nella squadra brasiliana… non si
può fare a meno di notare la mancanza di stile e di talento artistico.
In particolare, non mi piacciono quelli che si
autoproclamano nuovi maestri e poi si stabiliscono a Puna, danno satsang, si
mettono accanto una foto di Osho e inducono le persone ad abbandonare la
Comune. Per me sono codardi e ipocriti. Se sei davvero un maestro, abbi almeno
il coraggio di dar vita a un tuo campo energetico di meditazione, senza venire
a succhiare ai margini di questo bellissimo buddhafield.
Alcuni vecchi sannyasin parlano di “gap” – il
vuoto creato dall’assenza fisica di Osho – ma questo è qualcosa che non ho mai
conosciuto. Anzi, sebbene mi manchino la bellezza e la grazia di Osho, gli sono
grato per aver lasciato il corpo, perché solo dopo che il suo corpo ha finito
di bruciare al crematorio mi sono reso conto di quanto avessi delegato a lui la
responsabilità della mia evoluzione spirituale.
Ma questo non significa che la sua funzione di
Maestro sia esaurita. “Osho adesso è una stella così remota…” mi ha confidato
malinconicamente un vecchio sannyasin. Io non ho potuto fare a meno di mettermi
a ridere dicendo: “Non posso dirti nulla, perché il mio problema è esattamente
l’opposto – è come se l’avessi sempre davanti. Non mi lascia mai in pace!” Può
sembrare un paradosso, ma è vero. In realtà il Maestro è tanto vicino o lontano
quanto noi lo desideriamo. Si tratta solo di decidere quanto aprirci a lui.
Un altro fattore importante in questo quadro
generale è la situazione di fragilità dell’India in quanto tale. Siamo in un
paese carico di problemi, ognuno dei quali potrebbe presto renderlo
inabitabile: siccità, fame, peste, malattia, sovrappopolazione, collasso
economico, caos politico, conflitti razziali o religiosi…
In questo contesto, la Comune è come una magica
goccia di rugiada sulla foglia di un albero che si affaccia pericolosamente su
un abisso. In qualunque momento la goccia potrebbe scivolare giù, l’albero
potrebbe spezzarsi, il terreno potrebbe cedere… è così che vedo questo posto e
per questo apprezzo tutto quello che mi sta dando.
Il solo emergere dalla Buddha Hall in una sera di
luna piena, camminando lentamente su un vialetto di marmo circondato dal verde
e inondato dalla luce argentea della luna, con tante figure in tunica bianca
che scivolano leggere e silenziose al mio fianco… è ciò che per me più si
avvicina al paradiso. In realtà, al suo confronto, la prospettiva del paradiso
mi appare decisamente scialba.
Non conosco alcun altro posto al mondo in cui
persone provenienti da tanti paesi diversi, con stili di vita e background
culturali differenti, possono ritrovarsi a meditare tutte insieme. E ciò che
ricevono è Osho, puro oro 24 carati. Nelle meditazioni, nei videodiscorsi,
negli occhi degli altri sannyasin, nel samadhi… non puoi fare a meno di
incontrare il Maestro, così com’è, con tutto il suo humour e il suo spirito
ribelle.
E considerato tutto questo, a chi importa se di
tanto in tanto si deve affrontare qualche stupido trip o comportamento
inconsapevole? Non contribuisce forse a dare quel pizzico di sapore in più a
tutto quanto?
È strano, ma non sono affatto preoccupato per le
migliaia di persone nuove che ogni anno arrivano alla Comune. Mi sembra che se
la cavino benissimo e trovino quello che stanno cercando. Ma a volte sono
triste per i vecchi sannyasin che scompaiono. Perché non penso che da un’altra
parte troveranno qualcosa di meglio, o di più fedele alla visione di Osho.
In fin dei conti, qui si tratta di uccidere l’ego,
non di creare una confortevole casa per anziani.
E questa forma particolare di assassinio non
avviene in una carrozza dopo mezzanotte, o tra le montagne o su una spiaggia.
Accade nella sala operatoria del Maestro.
Tutti di sicuro ricordiamo le parole di Osho –
prese da Gautama il Buddha – “quando incontri il Maestro lungo il cammino,
uccidilo immediatamente.” È una metafora che abbiamo sentito centinaia di
volte.
Ma se accogli il consiglio di Osho, allora
assicurati anche che tu, il discepolo, sparisca nel momento stesso in cui
uccidi il Maestro. Altrimenti cosa ti rimane? Il solito ego, grosso e noioso, che conosci da molte vite.
Tutti soffriamo per quello che Buddha,
minimizzando un po’, ha definito come “la tendenza dell’ego a voler continuare
a esistere.” Ucciderlo non è così facile.
Se riesci a farlo da solo, ti auguro buona
fortuna. Per me, la presenza del Maestro – e della sua Comune – è un’enorme
benedizione.
I MIEI MOMENTI di luce CON SHUNYO
“Adesso Shunyo è
una canna di bambù vuota.
Ora è pronta.
Ora il tutto può cantare
ogni canzone
attraverso di lei...”
Osho
Ogni scusa è
buona per intervistare Ma Prem Shunyo. Swami Sarjano l’ha colta al volo in
questi giorni, prima che partisse per il suo tour in Italia.
La scusa era
la pubblicazione in tedesco del suo libro “I miei giorni di luce con Osho”, già edito in italiano nel 1996 dalle
Edizioni del Cigno e pubblicato anche in altri paesi.
Oh, mio dio! Solo un mese fa vi avevo presentato
Ma Pravahi, quella piccola e grande donna giapponese che era a Puna a insegnare
il Katsugen-Undo, e dichiaravo al mondo intero: “L’ho amata fin dalla prima
volta che l’ho vista…” E adesso provo la stessa, esatta sensazione nel
presentarvi Ma Prem Shunyo. Vorrei dire che fu amore a prima vista, ma poi, con
la reputazione che mi ritrovo… la gente comincerà a pensare che io amo tutte le
donne!
Ed è così, è vero: amo tutte le donne (ma,
guardiamoci in faccia, è difficile, al giorno d’oggi, incontrare una vera
donna, o un vero uomo, se è per questo).
Specialmente di questa fatta, voglio dire
dell’innocenza e dell’ingenuità di Shunyo. Sembra che questo tipo di persone
non siano più in produzione…
E se non ci credete, potete chiederlo a Shunyo
personalmente – dovrebbe essere in Italia in questi giorni. Chiedetele se il
mio eterno lamento non suona forse così: “Oh dio, perché non crei più donne
così?”
Shunyo venne a Puna la prima volta nel 1975.
Arrivava da Londra, dove aveva letto un libro di Osho, aveva provato le
meditazioni nel Centro di Chalk Farm, si era innamorata della Dinamica e dopo
qualche settimana era già pronta al gran salto.
Alcuni mesi sotto le stelle dell’Empress Garden,
una dolcissima zona verde in Koregaon Park, qualche piccolo lavoretto nel
giardino dell’Ashram, finché un bel giorno il “dhoby”di Osho (colui che si
occupava della sua lavanderia) andò in vacanza, e a Shunyo fu chiesto se le
sarebbe piaciuto continuare quel lavoro.
Immaginate un po’, lavare gli indumenti del
Maestro! Quale donna avrebbe detto di no? Nemmeno io lo avrei detto, a esser
sinceri, che donna non sono. Con questa nuova occupazione, Shunyo si spostò a
vivere in Lao Tzu, nella casa del Maestro, dove ha curato il suo guardaroba
fino al suo ultimo calzino…
“Tutto il
lavoro di Shunyo consiste nel lavare i miei vestiti, questa è la sua
meditazione. Non esce mai, nemmeno per andare a mangiare nella mensa
dell’Ashram. Si porta il cibo in camera… come se non fosse assolutamente
interessata a niente e a nessuno. Se riesci a gioire di questa solitudine,
allora la tua via è quella della meditazione…” Osho
In tutti questi anni, Osho ha contribuito
enormemente a creare la leggenda di Shunyo… A volte penso che doveva essersi
stufato di tutte le storie e le leggende sui discepoli di Buddha, tipo
Sariputta, o Subhuti, o Manjusri e tutta quella banda…
Ma ci rendiamo conto che stiamo citando questa
bella gente da venticinque secoli, o giù di lì?
Così amo pensare che Osho, stufo da morire, un
giorno abbia deciso di creare le sue personali leggende, i personaggi del suo
circo magico.
Chi non li conosce, ormai… Niskrija
testa-di-pietra, Milarepa e la sua chitarra, Radha la chiacchierona italiana,
il tamburo di Nivedano bum bum, e l’innocenza e la
credulità di Shunyo…
Lei non lo ha mai tradito, né ha tradito la
leggenda che Osho ha creato attorno a questa innocenza… non si è mai fatta
furba, intendo dire!
Anche nelle situazioni più assurde, o difficili, o
grossolane, o impervie, lei rimane così candidamente innocente e ingenua che a
volte mi cadono proprio le braccia a terra, e al tempo stesso sento le stesse
mie braccia levarsi al cielo in adorazione dello stesso fenomeno che ho davanti
agli occhi: un’innocenza che (ahimé) non è di questa terra, o non più.
Un’innocenza che ha provocato in me imbarazzo e
adorazione, in identica proporzione.
È imbarazzante, perché questo tipo di innocenza
possiede un potere tremendo: non puoi reagire ad essa, non puoi violarla, non
puoi approfittartene, perché è così ‘disarmante’ (letteralmente), così chiara e
pura, così infantile, che uno non sa più cosa fare e finisce col rimanere
sconcertato.
È possibile sconfiggere o sopraffare qualcuno che
è più intelligente e più furbo di te, ma non si può sconfiggere qualcuno che è
innocente fino a questo punto. Non c’è nessuno lì, da sconfiggere. Al massimo
(se sei attento) puoi sentire la gioiosa e scoppiettante risata di questa
bellissima e indistruttibile bambina…
“I ricordi non riescono a
riportarmi il tuo viso
Così l’amore arriva, senza
volto
Ignota è la parte di me
che ti ama
Essa non ha nome, e va e
viene
E quando se n’è andata
Asciugo il mio viso rigato
di lacrime
Affinché rimanga un
segreto…”
Da una domanda
di Shunyo a Osho.
È difficile intervistare una persona così. Da
qualche parte mi sembrerebbe di farle violenza, o perlomeno di perpetrare
un’intrusione nella sua quiete.
Così abbiamo chiuso gli occhi, semplicemente.
Siamo rimasti in silenzio per un lungo momento.
Poi abbiamo lasciato che le parole scorressero
leggere.
Com’è nato il libro, questo libro?
Un giorno, Osho stava sbrigando del lavoro con
Anando, e io ero seduta lì vicino. E lo sai, negli ultimi anni Osho si occupava
di gran parte del suo lavoro proprio mentre mangiava…
Puoi specificare cosa intendi quando parli del
lavoro di Osho?
Anando gli portava le lettere che arrivavano,
oltre a un sacco di piccole informazioni su cosa succedeva nella Comune, e Osho
rispondeva a queste lettere e poi dava delle indicazioni sui quesiti che lei
gli sottoponeva.
E passava sempre meno tempo in piedi, fuori dal
letto, così svolgeva ciò che noi chiamavamo “il suo lavoro” durante il pranzo o
la cena.
Stavo dunque seduta sul pavimento e anche Anando
stava seduta lì e parlava con Osho dei libri da pubblicare, e all’improvviso
lui si volta verso di me e dice: “Oh! Chetana può scrivere un libro!”
Questo accadeva in che anno?
Dev’essere stato nel 1988. Continuava a chiamarmi
“Chetana”, come faceva sempre, a meno che si trattasse di una domanda per il
discorso – in quel caso mi chiamava Shunyo, ma non sempre.
Ti chiamava Chetana benché tu avessi cambiato nome
da tempo? Puoi spiegarci un po’ meglio?
Quando eravamo in Uruguay, nel 1986, feci una
domanda a Osho a proposito di una esperienza che avevo avuto giorni prima.
Lo guardavo, seduto nella sua sedia mentre
parlava, e vedevo una sedia vuota. Non mi era piaciuta molto, come esperienza,
e gli dicevo che ero rimasta turbata… Osho offrì una bellissima risposta,
illustrando il fenomeno dell’essere illuminato e il fatto che egli è
un’assenza.
Usò come metafora il cielo…
“Il cielo sembra solo che ci sia… ma non esiste.
Se vai alla ricerca del cielo, non lo troverai da nessuna parte, poiché è solo
un’apparenza.”
Disse che ero entrata in sintonia con lui –
malgrado me stessa.
Qualche tempo dopo, Osho cambiò il mio nome in
Prem Shunyo – amore del vuoto…
Eravamo lì sedute nella sua stanza. A quel punto
Osho disse: “Chetana può scrivere un libro!” e ci diede perfino il titolo.
Prima disse: “I miei giorni d’oro con Osho”, poi soggiunse: “No, no, questo
titolo è già stato usato in precedenza. Lo chiameremo: “My diamond days with
Osho.”
Poi il titolo in italiano è stato cambiato, perché
poco traducibile. Quindi Osho disse: “Dategli, come sottotitolo ‘Il nuovo sutra
del diamante.’
…E questo mi ha paralizzata nello scrivere per due
anni…
Come ti sei sentita? Un compito del genere per una
donna non molto istruita!
(Ridendo
come una bambina)
In quel momento era okay, andava bene
così … perché qualunque cosa Osho dicesse, tipo “Fai questo”, oppure “Prendi
quello” era sempre una specie di avventura, in un certo senso. Non avevo mai il
minimo dubbio…
Va bene, ma quando hai cominciato a renderti conto
della complessità di questo compito, cosa è successo?
Non ho mai pensato per un solo momento alla
complessità del compito, altrimenti non avrei nemmeno cominciato. Sapevo
soltanto che Osho aveva detto che potevo scrivere un libro, così ho risposto
‘Okay’, posso scrivere un libro e ho iniziato quando lui era ancora nel corpo.
L’unica volta che mi sono recata da Osho riguardo
al libro, fu quando gli dissi: “Ho cominciato a scrivere il libro, ma ogni
volta che inizio a scrivere, mi metto a piangere.” E lui non disse niente! Così
non tornai mai più da lui a parlargli del libro.
Finché un giorno fu Osho a invitarmi nella sua
stanza, proprio nel mezzo della notte, per dirmi: “Prendi questi appunti per il
tuo libro.” E fu quando mi consegnò la composizione del circolo di persone che
avrebbe poi guidato la Comune. Mi consegnò una lista con dodici nomi e al
centro scrisse il suo.
Quanto ci hai messo, in pratica, a scrivere il tuo
libro?
Avevo cominciato quando Osho era ancora nel corpo,
ma mi limitavo a prendere appunti o a raccogliere materiale, tutte quelle cose
che – come mi aveva detto Osho – erano dei diamanti per me. Poi, dopo che Osho
ha lasciato il corpo, mi sono seduta nella mia stanza per sei mesi, finché non
ho finito il libro.
Dove hai sentito di tracciare un limite, tra il
condividere questa incredibile intimità, di cui tu hai gioito nella casa del
Maestro, e il bisogno di rispettare la sua privacy?
Il titolo “Diamond days” mi forniva una struttura
molto chiara, un’indicazione costante, per cui tutto ciò che per me era un
diamante, lo raccoglievo e lo inserivo nel libro. A volte i diamanti erano
molto duri per me, a volte erano bellissimi, pieni di luce, luminosi… ma
qualunque diamante incontrassi nel cammino, lo raccoglievo e lo mettevo da
parte.
Ma soprattutto raccoglievo quei diamanti che
potevano essere condivisi con altri. Ci sono delle cose che non si possono
raccontare, non si possono condividere con tutti, perché se le togli dal loro
contesto… oppure se non hai l’abilità di tradurle in parole… è meglio tacere.
Per me questi racconti sono infinitamente
preziosi, per come ci rendi partecipi di questa intimità nella vita di Osho e
ci fai vedere la sua parte umana, la sua vita di tutti i giorni… perché abbiamo
tutti un po’ questa tendenza a divinizzarlo, e continuiamo a dimenticarci che
Osho è un essere umano del tutto ordinario e normale. Tuttavia, ti chiedo di
raccontarci ancora una storia. Dai, raccontaci di qualche diamante nascosto,
qualcosa che avevi dimenticato di scrivere a suo tempo…
Una volta, mi ricordo, tornavo dal discorso e mi
sentivo particolarmente eccitata, ma di un’eccitazione un po’ traboccante… e
devi sapere che molto, molto raramente io rivolgevo la parola a Osho, se non
era lui a farlo per primo.
Ma in quel momento avevo deciso di essere onesta
con me stessa, così di punto in bianco gli chiesi: “Sei illuminato perché sei
così bello, o sei così bello perché sei illuminato?”
E lui si girò verso di me molto, molto lentamente
e disse: “Me la sono guadagnata, la mia illuminazione.”
E quella fu l’unica volta – o almeno così ricordo
– in cui sono stata un po’ frivola con lui, e Osho non me l’ ha fatta passare!
In ogni caso, fa molto bene ricordarsi che la propria illuminazione bisogna
guadagnarsela.
Visto che il libro è stato un gran successo ed è
stato tradotto in molte lingue, hai mai pensato di scriverne un altro?
Ancora prima che questo fosse completamente
terminato, avevo già scritto il primo capitolo del libro seguente… ma questo
succedeva più di sei anni fa.
Vale la pena di aspettare, per dei nuovi diamanti.
Aspetteremo. Grazie, Shunyo.
… E il tuo amore entra
nel mondo della preghiera.
Osho
VUOI UNIRTI ALLA DANZA?
Ciao a tutti da questo sorprendente e impagabile
luogo. Una cosa, di questo posto, che è molto preziosa e cara al mio cuore sono
le infinite possibilità che uno ha di ballare. Dalla Dinamica alla Kundalini,
dai corsi mattutini alla disco serale in Meera Barn, dalle prove generali di danza
alle rappresentazioni, dai gruppi di danza alla danza dei delfini, uno può
praticamente ballare tutto il giorno.
Mi piace anche perché, quando vado da Zorba, dopo
aver finito di cucinare, a Mariam (l’altro posto dove lavoro), posso danzare
per strada al ritmo della musica che viene da Buddha Hall. Alcuni passanti,
diretti a una sessione o altri ancora
che tornano al lavoro dopo la pausa-caffè o altri ancora, quelli del GIGI ad
esempio, sorridono. E alcuni si mettono a ballare.
Per inciso, per alcuni il GIGI è sicuramente uno
degli avvenimenti più recenti. Implica, ad esempio, passare molto tempo in
piscina, fare forse un salto a qualche meditazione in Buddha Hall, partecipare
a qualsiasi cosa succeda nell’Uovo (luogo di ritrovo in marmo, con ventilatori,
di fronte alla Libreria) ed essere in testa alla fila d’attesa davanti al
Cappuccino Bar.
Se non l’avete ancora indovinato, GIGI sta per
“Gira In Giro Intensivo.” Da quello che ho sentito dire, è un processo
intensissimo. Oltre a tutto, uno deve anche confrontarsi col proprio senso di
colpa per il fatto che non lavora.
Ma, per tornare al tema della danza, durante il
week-end del campo di meditazione, quando c’è la Nataraj alle 12 in Buddha Hall
con musica dal vivo, uno può sentire che sta succedendo “qualcosa”. C’è
un’eccitazione e, malgrado il lavoro che incombe e il caldo torrido, la Buddha
Hall è strapiena. Lo stesso capita durante la sannyas celebration. Non trovo
mai nessuno di cui ho bisogno “per motivi di lavoro” un sabato mattina che
caschi durante un campo di meditazione. Ci vuole un po’, ma poi mi viene in
mente, “Oh, c’è la sannyas celebration. Non c’è da stupirsi se Dharma non
risponde al bip.” È questione di un attimo e poi mi dico: “Forse è meglio che
vada anch’io a vedere.” Senza porre tempo in mezzo lascio le cipolle a friggere
da sole a fuoco lento (ma, detto tra noi, anche se bruciassero, darebbero un
profumo allo stufato) e vado a fare una (o due… o tre) danze in Buddha Hall.
Chiunque sia stato a una sannyas celebration sa
cosa vuol dire. Immaginate un posto dove gioia, celebrazione, lacrime, risate,
danza, intimità, gioco e energia alle stelle si esprimano contemporaneamente.
E, se non lo sapete, vi posso dire un segreto: gli abbracci che dai e che
ricevi dopo esserti scatenato nella danza, sono i migliori del mondo. Nulla
regge al loro confronto. E più tardi, quando torno alle mie cipolle, sempre,
miracolosamente, trovo che si sono rosolate al punto giusto.
Recentemente un’altra dance meditation è molto molto popolare: “Dancing with the Master”. È stata
introdotta da Ma Navanita e consiste nel lasciare il corpo muoversi al ritmo
della bellissima musica che mette e ogni tanto dice: “Stop! Go in!” Un modo per
ricordarci di entrare dentro di noi e di lasciare che la danza avvenga da
quello spazio. È uno sballo smettere di preoccuparsi “come sono quando ballo?”
perché la cosa più importante è come mi sento quando ballo.
Seguo quello che il mio corpo vuol fare, non come
penso che dovrebbe muoversi.
Devo dire che molti ‘click’ di stupore e comprensione
avvengono in me attraverso la danza, come oggi, ad esempio:
“E per
quelli che seguono la via dell’amore, la danza andrà perfettamente bene.” Osho
Questa era l’ultima frase della citazione messa da
Navanita dopo la danza africana in Buddha Hall. Mi chiedo se funziona anche
nell’altro verso. Per quelli che amano ballare, la via è quella dell’amore.
Osho parla spesso di queste due vie: quella della meditazione e quella
dell’amore. E il fatto è che non sono ancora riuscita a capire quale sia la
mia. Mentre ascoltavo questa citazione, qualcosa in me si è rilassato, penso
che sia perché ho ottenuto una “licenza di amare.” O piuttosto una licenza per
permettermi d’amare, senza giudicarla una cosa “sentimentale”.
Un’altra grossa scoperta sono per me i corsi di
danza di Viram. Non posso veramente dire cosa succede, ma pare che gli esercizi
cinesi che ci fa fare nel suo corso stimolino tutte le cellule del corpo alla
danza. E la danza che ne segue è intensa, autentica e selvaggia. O ogni cellula
diventa viva. Fa così bene sentirmi cinque volte più vitale di quello che sono
normalmente. Dopo il corso vado sempre in Buddha Hall per ascoltare la fine del
discorso mattutino. La voce di Osho penetra nel profondo, e io la seguo. Amo
questo ritmo che è fatto di espressione, tirar fuori, lasciarmi andare
intensamente e poi fermarmi per entrare dentro di me e ricevere!
Vi mando un pacco d’amore e un grande abbraccio
(come quelli che si danno dopo aver ballato). Abbiate cura di voi. Con amore
Devapria
L’OPPIO DEI POPOLI
Ogni religione organizzata uccide la verità
Amici,
un sannyasin mi ha posto una domanda.
Se
la verità è una sola, perché tutti i maestri,
tutti
gli illuminati, parlano in modi così diversi?
A
volte sembrano addirittura contraddirsi.
La verità è certamente una sola, ma ha una realtà
multidimensionale, e ogni maestro deve scegliere una dimensione specifica. Non
può parlare di tutte le dimensioni contemporaneamente.
Ogni maestro ha il proprio stile, il proprio modo
di parlare, il proprio modo di esprimersi. Più elevata è la consapevolezza e
più diventi unico, più diventi un individuo.
Lascia che ti spieghi: individualità non significa
personalità. La personalità ti viene data dalla società. L’individualità è la
tua natura intrinseca. La personalità è fittizia, falsa. L’individualità è il
tuo buddha interiore, la tua illuminazione interiore, la soglia interiore che
conduce al divino.
Ma ogni maestro avrà inevitabilmente un modo di
esprimersi del tutto unico. Tutti dicono la stessa cosa, tutti indicano la
stessa luna, ma le dita sono diverse. Non possono non esserlo. Il dito di
Buddha, il dito di Lao Tzu, il dito di Chuang Tzu, sono necessariamente
diversi. Se si presta troppa attenzione al dito, è inevitabile dimenticare
l’oggetto. L’oggetto non era il dito, era la luna.
Solo le dita, le espressioni, sono differenti.
L’esperienza della verità è una, ma per tradurla in parole ogni maestro deve
trovare il proprio strumento. Ecco perché persino gli illuminati sembrano dire
cose diverse, contraddittorie addirittura; perché l’esistenza non ha fonti
unidimensionali, è multidimensionale. Accoglie tutte le contraddizioni. Nel
cosmo, tutte le contraddizioni si sciolgono.
Ebbene, è impossibile ricondurre l’intero cosmo a
un’affermazione, qualunque essa sia. Tutte le filosofie falliscono, tutte le
lingue sembrano inadeguate. Le teologie riescono a esprimere una verità molto
parziale. E ricorda, una verità parziale non è verità. La verità non può essere
divisa in parti. È una, organicamente, non meccanicamente.
Un’automobile può essere smontata e rimontata di
nuovo, ma la stessa cosa non può essere fatta con un organismo vivente. Un uomo
non può essere ridotto in pezzi e poi riassemblato. Lo puoi fare, ma l’uomo non
ci sarà più. Avrai solo un cadavere tra le mani.
Questo è uno dei problemi più difficili che gli
illuminati si sono trovati ad affrontare: come trasmettere la verità? E hanno
escogitato stratagemmi, metodi, meditazioni. Hanno creato aperture attraverso
le quali tu possa vedere la verità con i tuoi occhi. Naturalmente ogni maestro
avrà le sue. L’esistenza può essere avvicinata in milioni di modi, e quando un
maestro realizza la verità, ci arriva da una via particolare.
Ovviamente, parlerà della via che ha condotto lui
alla verità. La verità è una, ma le vie sono molte. E finché non lo
comprendiamo, nelle menti dei ricercatori ci saranno sempre conflitti e
fraintendimenti.
Mi torna alla mente uno dei più grandi poeti urdu,
Ghalib. Sono passati trecento anni, ma negli ultimi trecento anni non è nato
alcun poeta urdu di tale grandezza. L’urdu è una lingua molto poetica, non
penso ci sia al mondo una lingua altrettanto poetica. Le lingue moderne sono
necessariamente non poetiche, devono essere scientifiche, esatte. La poesia è
flessibile, la poesia non dice nulla direttamente, si limita ad accennare.
Questo grande poeta, Mirza Ghalib, ha detto una
cosa bellissima. Vorrei recitarla nella sua lingua… poi la tradurrò.
Hain aur bhi duniyan men sukhanbar bahuyt achchhhe
Kahte hain Ghalib ka hai andaje bayan aur.
Hain… duniyan men sukhanbar bahuyt achchhhe…
Al mondo ci sono molti grandi poeti, ma si dice
che la lirica di Ghalib, il suo stile, le sue sfumature, siano assolutamente
unici.
Ogni maestro è unico, simile a un Everest che si
erge maestoso, fino a toccare le stelle; completamente solo.
Non paragonare mai due maestri. Il confronto non è
l’atteggiamento adeguato nel mondo dei maestri. Il confronto è mentale, è
intellettuale, e la realizzazione del maestro è al di là della mente, è
spirituale. Nel mondo dello spirito, nel mondo del sublime, il confronto non
esiste.
Ognuno è unico, ma arreso, devoto alla stessa
verità, da prospettive diverse.
Occorre una straordinaria capacità di
comprensione, e tale comprensione non deve nascere dalla mente, deve nascere
dalla meditazione.
La mente è in grado di comprendere tutto ciò che è
altro da sé. Il mondo oggettivo è accessibile alla mente: scienza, tecnologia,
filosofia e teologia; sono tutte mentali.
Ma la tua interiorità si trova dietro la mente, al
di là di essa. E si rivela nella meditazione, quando inizi a lasciar cadere i
pensieri e ti rilassi sempre più profondamente, quando rimane solo il
testimone. Il corpo è remoto, tu non sei più il corpo, la mente è solo un’eco
nelle valli, tu non sei più la mente. Nel centro più intimo del tuo essere non
c’è un solo pensiero, una sola nuvola, tutto è silenzio.
In quel silenzio, sorge una comprensione
autentica.
In quel silenzio, sei in contatto con il divino.
Quel silenzio è una via, un ponte, un sentiero, un
collegamento con la realtà suprema.
E dopo aver conosciuto la realtà suprema, sorge il
problema: come trasmetterla? La spinta a trasmetterla è fortissima, perché
milioni di persone vivono nell’oscurità, nella cecità, brancolano nel buio
senza trovare una via d’uscita. Milioni di persone nascono nell’oscurità della
notte, e muoiono in quella stessa oscurità, senza aver mai visto l’alba.
Quando un individuo vede l’alba, quando un
individuo vede la luce del sole e il suo intero essere si colma di luce, di
bellezza e di beatitudine, desidera condividere.
Questo desiderio nasce spontaneamente.
Ma in che modo comunicare ciò che va al di là
delle parole? Tutti i maestri hanno fatto ogni sforzo possibile per trovare un
modo di comunicare, di condividere. Ecco perché si trovano differenze nelle
loro affermazioni. Invece di rimuginare sulle loro affermazioni, sarebbe meglio
andare dentro noi stessi e trovare la verità.
Nessuno ti può aiutare.
I maestri possono solo mostrarti la via: tu la
devi percorrere. Nessuno può entrare dentro di te. Questa è la dignità
dell’uomo, il suo immenso privilegio: nessuno può interferire con la tua vita
interiore.
Là sei solo, sei il sovrano assoluto.
Ma le persone si sono trovate nei guai, perché
hanno iniziato a imitare. Puoi imitare un buddha, indossare gli stessi abiti,
camminare allo stesso modo, mangiare lo stesso tipo di cibo; lo puoi fare.
E puoi anche seguire tutte le regole morali, ma
resterai pur sempre un attore, non sarai un buddha.
Un tempo, nascosti tra i monti, c’erano tre
monasteri, appartenenti a tre diverse sette cristiane.
Un giorno, per caso, accadde che i tre abati,
durante la passeggiata mattutina, si incontrassero e si mettessero a parlare
dei loro monasteri e di altri problemi.
Alla fine, uno di loro disse: “Devo proprio dirvi
che per quanto concerne l’erudizione, il mio monastero è molto più avanzato dei
vostri”.
Il secondo disse: “È vero. Per quanto concerne
l’erudizione voi siete i migliori. Non dimenticare però che, per quanto
riguarda la disciplina, il mio monastero è molto meglio del tuo. E ricorda
anche che l’erudizione non serve a nulla. Certo, saprai più cose, ma non per
questo diventerai saggio. Devi imboccare la via della disciplina, solo allora
diverrai un saggio”.
Il terzo, che era rimasto in silenzio fino a quel
momento, scoppiò a ridere e disse: “Avete ragione entrambi. Ma per quanto
concerne l’umiltà, noi siamo i migliori!”.
Umiltà… e il desiderio di essere i migliori.
Puoi essere umile, puoi obbligarti a essere umile,
puoi reprimere l’ego; ma quell’umiltà non sarà autentica. Sarà solo ego
rovesciato, represso.
Una volta un uomo si chinò a toccarmi i piedi.
Io gli dissi: “Non ce n’è bisogno…”.
Lui rispose: “Non preoccuparti. Io sono solo
polvere sotto i tuoi piedi”.
Per provocarlo gli dissi: “È vero”.
Immediatamente si adirò e disse: “Tu vieni a dirmi
che sono polvere sotto i tuoi piedi?”.
Gli risposi: “Io non ho detto nulla. Sei stato tu
a dirlo, io mi sono limitato a concordare”. L’umiltà, o qualunque altra qualità
che ti renda religioso, se è solo una pratica esteriore, ti trasforma in un
attore. Se sorge dall’interno, dalla tua esperienza dell’intelligenza
dell’esistenza, allora ha un sapore diverso, un profumo diverso: il profumo di
una rosa appena sbocciata.
Allora non sei né egoista, né umile, perché modestia
ed ego sono i due lati di uno stesso fenomeno. Tu semplicemente sei. Questo
stato, del semplice essere, ti rende illuminato, ti dà nuove intuizioni
rispetto a ogni cosa.
In America, in occasione della celebrazione
dell’anniversario della nascita di Lincoln, venne cercato in tutto il paese un
uomo che gli assomigliasse. Alla fine trovarono un uomo che sembrava proprio
Abraham Lincoln, e per questo venne scelto e preparato.
Lincoln balbettava un po’, e l’uomo dovette
imparare a balbettare. Lincoln era leggermente zoppo, e così l’uomo imparò a
zoppicare. Si allenò per un anno intero… e l’anno successivo in tutta l’America
si sarebbe celebrata la nascita di Lincoln. Dopo un anno di pratica costante, e
un secondo anno di viaggi da un luogo all’altro, da una città all’altra,
recitando il ruolo di Lincoln, l’uomo divenne ossessionato dall’idea di essere
Lincoln a tal punto che, quando ritornò a casa, continuò a balbettare e a
zoppicare.
All’inizio i familiari pensarono che stesse
scherzando. Le celebrazioni erano finite. E gli dissero: “Ora non devi più fare
tutto questo”.
L’uomo disse: “Cosa intendete dire? Io sono
Abraham Lincoln”. Quei due anni gli avevano dato alla testa.
I familiari pensarono che si sarebbe calmato, ma
così non fu. Quei due anni erano stati troppo pesanti e intensi. L’uomo ora era
calmo e impassibile, e assolutamente convinto di essere Abraham Lincoln.
Venne portato da uno psichiatra. Lo psichiatra le
provò tutte, ma senza alcun successo.
L’uomo si sentiva torturato da tutti, concittadini,
amici, familiari. E ora anche psichiatri e psicanalisti avevano cominciato a
torturarlo.
Alla fine, lo psicanalista che lo aveva in cura
gli fece il test con la macchina della verità. Se avesse mentito, la macchina
l’avrebbe rivelato. L’uomo era stanco di essere torturato e pensò: “Non ne vale
la pena!”. Per cui, quando lo psicanalista gli chiese: “Lei è Abraham
Lincoln?”, lui rispose: “No”. Ma la macchina della verità rivelò che stava
mentendo, che lui era Abraham Lincoln!
La finzione può spingersi così in profondità
nell’inconscio che diventa inaccessibile alla coscienza. Tu hai solo uno strato
molto sottile di consapevolezza, in confronto la mente inconscia è nove volte
maggiore.
Se qualcosa penetra nel tuo inconscio, puoi
iniziare ad agire come Gesù, o come Maometto. Ma sarà solo un’imitazione, nulla
di più, e l’imitazione non è una trasformazione dell’essere.
Io sono contrario a qualunque disciplina imposta
dall’esterno, in base all’autorità di altri. Sono favorevole, assolutamente e
categoricamente favorevole, a uno stile di vita che nasca dalla tua
interiorità.
Moralità e disciplina seguiranno il tuo risveglio
come un’ombra. Il mondo è sommerso dal dolore a causa dei cosiddetti moralisti
e puritani, che impongono da sempre qualcosa dall’esterno.
Quelle cose penetrano nell’inconscio, e
l’individuo inizia a comportarsi in un certo modo; ma è come un robot.
Finché il potenziale che hai portato con te, che
ti porti dietro dall’eternità… finché quel potenziale, quel seme, non germoglia
e mette nuove foglie, e porta nuovi fiori nel tuo essere, la moralità rimarrà
una questione minore.
Non devi ascoltare Mosè e i suoi dieci
comandamenti, troverai i tuoi comandamenti.
Finché non sarai in contatto diretto con l’essenza
divina dell’esistenza, non farai che creare una persona, una personalità,
falsa, fittizia, ipocrita.
Ho sentito dire che dopo avere creato il mondo,
dio se ne andò in giro con i suoi dieci comandamenti. Arrivò dai babilonesi e
chiese loro: “Vi piacerebbe avere un comandamento?”.
Essi risposero: “Quale?” Naturalmente prima
volevano sapere di che comandamento si trattasse.
Dio disse: “Non commettere adulterio”.
I Babilonesi risposero: “Non se ne parla nemmeno.
Cosa ci resterebbe da fare? La vita è senza senso, l’adulterio è il nostro
unico divertimento. Sparisci!”.
Dio si infuriò, ma cosa poteva fare? Se non lo
volevano… Allora andò dagli Egiziani, e da altri popoli, ma tutti dicevano:
“Prima vogliamo sapere di quale comandamento si tratta”.
E tutti lo rifiutarono, dicendo: “Non vogliamo
nessuno che ci dica cosa dobbiamo fare. Vogliamo trovare nella nostra
interiorità cosa è giusto o sbagliato”.
Alla fine dio incrociò Mosè, che da quarant’anni
vagava per i deserti dell’Arabia Saudita alla continua ricerca della Terra
Promessa, Israele.
Quasi i due terzi di quelli che erano fuggiti con
lui dall’Egitto erano morti lungo la via.
Quando raggiunse Israele era vecchio, e
mortalmente stanco. Si era creato un conflitto generazionale, perché i vecchi
amici con cui era partito erano tutti morti e Mosè aveva di fronte una nuova
generazione.
In realtà stava crescendo una terza generazione,
che non nutriva alcun rispetto per Mosè.
Non lo conoscevano: “Chi è quest’uomo che continua
a dirci di far questo e quello?”.
Ma non era colpa sua. Era stato dio che, incontrando
Mosè, e non sapendo com’erano gli Ebrei, gli aveva chiesto: “Ti piacerebbe
avere un comandamento?”.
Lo fece con una certa titubanza, perché ovunque
l’avevano respinto.
Ma Mosè fece una domanda totalmente diversa. Non
chiese: “Di che comandamento si tratta?”, disseinvece: “Quanto costa?” Era un
vero ebreo…
Dio rispose: “È gratis”.
Al che Mosè disse: “Allora ne prendo dieci. Se
sono gratis, perché prenderne solo uno?”.
Ma qualunque comandamento preso da qualcun altro –
anche se si tratta di dio – non creerà alcuna rivoluzione nel tuo essere. Si
limiterà a creare un attore, un simulatore, un ipocrita, una persona repressa,
inibita, afflitta dai sensi di colpa. Qualunque cosa faccia, andrà contro i
comandamenti.
Ma dieci comandamenti non sono nulla in confronto
a Gautama il Buddha, con le sue trentatremila regole che ogni monaco buddhista
deve seguire. Non si riesce neppure a ricordarle. Trentatremila…? Ogni minimo
gesto della tua vita è controllato dall’esterno.
L’idea stessa di essere controllato dall’esterno è
abominevole, la odio. Io amo la fioritura del tuo essere. Ne sono assolutamente
sicuro; perché, quando il tuo potenziale sboccia, il problema della scelta tra
ciò che è giusto e ciò che è sbagliato non si pone neppure. Senza scegliere,
scegli il giusto. Non c’è scelta, è l’unica alternativa.
Per un uomo che ha chiarezza, che ha una
percezione assoluta, per un uomo ricolmo della luce che va oltre la mente, la
vita diventa un fenomeno privo di scelte.
Tu semplicemente fai la cosa giusta. Non la fai
perché pensi che sia giusta. Con me, la definizione di giusto e sbagliato,
buono e cattivo, peccato e virtù, cambia totalmente. Tutto ciò che fa un
illuminato è giusto. Tutto ciò che un illuminato non fa è sbagliato.
Perciò non ti insegno alcuna disciplina, alcuna
etica. Ti insegno solo a essere sveglio. Consapevolmente non puoi far nulla di
sbagliato. Non puoi ferire nessuno, non puoi usurpare la libertà di qualcuno,
non puoi violarne il territorio. In te sorgono un immenso rispetto per la vita,
una riverenza per la vita, che non hanno nulla a che fare con la tua religione,
non hanno nulla a che fare con un sistema fideistico, con una professione di
fede.
Un uomo di consapevolezza non appartiene ad alcuna
religione organizzata. La religione organizzata va contro la religiosità. Ogni
religione organizzata uccide la verità.
Si tramanda una vecchia storia:
Un uomo aveva trovato la verità. Un giovane
diavolo corse subito dal vecchio diavolo e gli disse: “Vieni, corri, presto…
!”. Il vecchio diavolo stava fumando una sigaretta. E disse: “Calmati,
figliolo. Cosa c’è?”.
Il diavoletto disse: “Tu te ne stai qui seduto,
quando un uomo ha trovato la verità! Il nostro dominio è in pericolo!”.
Il vecchio diavolo rispose: “Siediti qui e fumati
una sigaretta. I miei emissari sono già sul posto”.
Il diavoletto sbottò: “Ma io arrivo da là e non ho
visto neanche l’ombra di un diavolo!”.
Il vecchio diavolo spiegò: “I diavoli non servono.
I miei emissari laggiù sono i preti, i rabbini, i papi, gli shankaracharya, gli
imam. Sono tutti là. Organizzeranno la verità, e una volta organizzata, la
verità morirà!
Circonderanno quell’uomo, non lo lasceranno
avvicinare. Interpreteranno il suo messaggio, e con la loro interpretazione la
verità andrà perduta”.
L’ultimo comandamento del papa è stato… è riuscito
a trovare un nuovo peccato, si tratta di una scoperta grandiosa. Le persone
continuavano a peccare alla vecchia maniera, era diventata una routine. Il papa
dovrebbe essere annoverato tra i grandi pionieri. Non si può comunicare direttamente
con dio, questo è il nuovo peccato; con dio si deve comunicare solo attraverso
il prete.
Secondo me è questo che intendeva il vecchio
diavolo, dicendo: “Ci sono là i preti, sono loro i miei emissari, lavorano per
me”. Parlano di dio, ma parlare di dio, far credere in dio, non genera alcuna
trasformazione.
Credere non serve a nulla. È necessario conoscere.
Ogni credo nasconde l’ignoranza, non provoca alcuna ribellione nel tuo essere.
I dogmi della fede ti distraggono dalla ricerca
della bellezza, della magnificenza, dello splendore, della divinità
dell’esistenza. Ed è quello che fanno tutte le religioni e i preti del mondo:
programmano le persone a credere in certe cose – dio, paradiso, inferno,
giusto, sbagliato, virtù e peccato.
Vorrei che tutti comprendeste il significato
esatto della parola peccato. Non ha
il significato attribuitole dai cristiani, significa dimenticanza. In origine significava dimenticanza del proprio
essere.
Esiste dunque un solo peccato: dimenticare il
proprio essere. Ed esiste una sola virtù: ricordarsi di sé. Nel momento in cui
ti ricordi di te, quest’intera esistenza diventa un luogo totalmente diverso.
Senti la presenza di un amore immenso e immensa compassione. Non li avrai
sviluppati, ma semplicemente scoperti, proprio come un fiore che si schiude al
sole del mattino e, per la prima volta, scopre il proprio profumo. Incredibile!
In lui era nascosto questo mistero, questo splendore… e danza nel vento, nella
pioggia, nel sole, per la semplice e pura gioia di aver scoperto la propria
squisita fragranza.
Per ricordare te stesso non hai bisogno di
appartenere ad alcuna religione organizzata. Sei in comunicazione diretta con
l’esistenza. Non hai bisogno di teorie, di prove, lo sai. Le prove sono
necessarie solo quando non sai. Hai forse bisogno di farti convincere
dell’esistenza del sole, della luna, di una notte stellata? Hai bisogno di
dimostrazioni per le cose che conosci? Per l’inferno invece ne hai bisogno, per
provare l’esistenza del paradiso hai bisogno di dimostrazioni e di complessi
sistemi teologici.
È strano come tutte le religioni si occupino
dell’inferno, del paradiso e di dio. Nessuna religione sembra occuparsi di te.
Tutte si interessano al passato, tutte si interessano al futuro. Nessuna
religione sembra interessarsi al presente.
Tutte le religioni sono contro la vita, negano la
vita; e negare la vita significa negare dio. Questa è la sola negazione.
Chiunque neghi la vita e insegni a rinunciare alla vita è ateo, nega la
divinità dell’esistenza. Ma se ti viene insegnato a vivere la vita totalmente,
ad affermare la vita, a gioire, cantare e danzare… allora, in questo stesso
istante, l’intera esistenza diventa divina.
Nella tua danza diventa divina. Nella tua gioia
diventa divina. Nella tua beatitudine diventa divina. Nella tua estasi
raggiungi la vetta più alta della natura divina.
Finché non riconosci la tua natura divina, non
puoi riconoscere la divinità dell’esistenza. Questo è solo l’inizio, conoscere
la tua divinità costituisce il primo passo per conoscere la divinità
dell’esistenza intera.
L’esistenza non è mai stata creata. È una teoria
assolutamente errata. Tutte le religioni pensano che ogni cosa sia stata
creata, da dove verrebbe altrimenti?
Ma non si chiedono: “Da dove viene dio?” Se dio ha
creato il mondo, da dove arriva lui? Chi l’ha creato? E se dio non è stato
creato, a cosa serve fare un’ipotesi inutile?
Questo è il principio fondamentale di ogni
indagine scientifica: non creare ipotesi inutili. Lavorare con il minimo numero
possibile di ipotesi.
Se si dice che dio è stato creato da un dio più
grande, si finisce nell’assurdo, in quello che i logici definiscono regressum infinitum. Puoi retrocedere
all’infinito, ma non troverai la risposta. La domanda finale sarà esattamente
la stessa da cui sei partito: chi ha creato l’ultimo dio?
L’esistenza basta a se stessa.
Per questo io non parlo di dio, ma di essenza
divina.
Dio è un’invenzione dei preti. Dio è un’illusione
per consolarti, per farti paura, per farti sentire in colpa. Tutte le religioni
dipendono dal tuo senso di colpa, dalla tua paura; ma questa non è religiosità
autentica.
La religiosità autentica ti renderebbe privo di
paura, impavido; non uno schiavo, un burattino nelle mani di un dio ignoto e
illusorio. In base alla mia esperienza, l’esistenza di dio va contro la libertà
dell’uomo. Se dio ti ha creato, perché mai l’ha fatto?
Secondo il Cristianesimo, dio ha creato il mondo
solo quattromila anni prima di Cristo. Dio avrebbe creato il mondo solo seimila
anni fa. Che cosa ha fatto per il resto dell’eternità? E perché mai,
all’improvviso, ha deciso di creare il mondo? E se dio ha creato il mondo per
un improvviso, insensato capriccio… Ha dormito profondamente per l’eternità, e
seimila anni fa, all’improvviso, si è svegliato. Doveva essere gennaio, il
primo di gennaio, e sicuramente un lunedì, perché ha lavorato per sei giorni e
la domenica se ne è andato in vacanza, per l’eternità. Da allora non se ne è
saputo più nulla.
Uno dei miei sarti, un uomo molto vecchio, mi
disse una cosa davvero bella. Dovendo partire, gli avevo detto: “Hai solo sei
giorni per preparare i miei vestiti. Verrò a prenderli sabato sera. E io sono
un perfezionista… per cui metti da parte tutti gli altri lavori”.
Mi disse: “D’accordo, ma hai dato un’occhiata al
mondo, hai visto in che stato si trova?”.
Gli chiesi: “Cosa vuoi dire?”.
Rispose: “Dio ha creato il mondo in sei giorni. E
non vedi che caos? Io posso farti i vestiti in sei giorni, ma saranno malfatti.
Vedi un po’ tu”.
Conclusi: “Hai ragione, se si guarda il mondo”.
In tremila anni ci sono state cinquemila guerre.
Chi ha bisogno di un disastro peggiore?
Tutte le nazioni sono impegnate a procurarsi armi
nucleari. Questo paese così povero, l’India, possiede armi nucleari. Metà della
popolazione muore di fame, ma ai politici non interessano i cinquecento milioni
di persone che moriranno nei prossimi dieci anni.
L’intero paese diverrà un cimitero. Metà della
popolazione morirà. Un cittadino su due morirà, e non ci saranno persone
sufficienti a trasportare i cadaveri sulle pire funerarie o nei cimiteri.
Sarete circondati da cadaveri. Vivere diverrà impossibile. L’intero paese
puzzerà di morte!
Ma ai nostri politici non interessa. A loro
interessa procurarsi le armi nucleari, anzi, lo hanno già fatto.
Il mondo sembra essere nel caos assoluto. Questo
dimostra che non è stato creato, che si evolve casualmente. Tocca all’uomo, non
a dio, rimetterlo a posto. Ma l’uomo potrà rimetterlo a posto solo se prima
rimette a posto se stesso.
È molto difficile convincere le masse
inconsapevoli che il mondo si sta avviando al suicidio globale.
Forse, entro la fine del secolo, l’unico pianeta
dell’universo che ha creato individui come Buddha, Gesù, Lao Tzu e Rinzai,
scomparirà.
Nell’intera esistenza, ci sono milioni di stelle e
milioni di galassie assolutamente prive di vita. È un miracolo che questa
piccola Terra… È davvero piccola, tu non puoi capire quanto. Il sole è seimila
volte più grande della terra, e il nostro sole è una stella di dimensioni
modeste, nell’universo ci sono altri soli molto, ma molto più grandi. La nostra
è una piccola galassia, non conta molto.
Ma la terra è casa nostra. Se non riaggiustiamo
noi stessi, non potremo riaggiustare l’umanità, e neppure fare in modo che si
possa vivere bene su questa terra. Non abbiamo bisogno delle nazioni, non
abbiamo bisogno delle religioni, non abbiamo bisogno delle razze.
La terra è una, il mondo è uno, la verità è una,
la divinità dell’esistenza è una.
Ma come prima cosa occorre ricercare nel proprio
essere. Aiutare qualcuno nella ricerca interiore, farlo incamminare nella
dimensione interiore, in un’esplorazione spirituale, è uno dei compiti più
ardui.
E questo è il mio lavoro.
La mia unica preoccupazione è rendervi consapevoli
del vostro centro più intimo… poi, ogni cosa nascerà da sola, spontaneamente.
tratto da Cristianesimo
e Zen Cap.1 q.1 di prossima pubblicazione
FIORITURA
IN GIAPPONE STA USCENDO UN BELLISSIMO LIBRO CHE
PRESENTA I DIPINTI DI MA ANAND MEERA E I POEMI DI SWAMI SATYAM ANAND. ECCO
UN'ANTEPRIMA DELLA LORO CREAZIONE.
IL
CESPUGLIO CHE PRENDE IL VOLO
NELLA LUCE E
NEL VENTO E NEI FIORI
Osservare il vento
Toccare il vento
Quanto lo amo, il vento!
iL vento che si scompiglia
Che si avvicina e si allontana
Vortice che mi avvolge
Essere visto dal vento
Quanto sei lontana eternità senza fine?
Da forma pura divenni natura
Guardando il cielo così com'è
Quel sorriso
Nulla vien detto, fiume traboccante
La superficie dell'acqua non dubita
Semplicemente scorre
Cosa ti rattrista?
Non rattristarti di nulla
Sono sazia dei piaceri della vita
Sono il vento stesso
Sempre con te,
Quale un grande albero che danza
Lei è vento che danza nella fragranza dei fiori
La parola di nome libertà si perde
Nel giorno della celebrazione
Lei è scomparsa per diventare lacrime, per
diventare dolcezza
Ma non è una consolazione
E soltanto il vento
Che esiste e non esiste, sempre
Che non crea vita, che non muore mai
Che soffia solo sulle onde dell'oceano,
galleggiando
Vento che sventola
Nella luce
Col vento
Nello spazio del vento
E
Un sorriso che respira
(dedicata alla sorella di Meera, Taeko, morta di
cancro)
IL SENTIERO
Attraverso un raggio di luce filtrato dal sole
Insieme con il suono di
Vorticoso volteggio
Luce vibrante
Ogni soffio ha un suono
Traboccante
Il sentiero che non conosce fine
GIBILMANNA (PARTICOLARE)
CIELO CHE
DIVENTA VENTO
Nella rugiada mattutina
La canzone dell'uccello galleggia sospesa a mezzo
cielo
Sedotto dalla fragranza di una sola rosa
Il sentimento di te è subito qui
Fuori dal tempo
Tu sei subito qui
Come una bianca nuvola sorridente
Scompari nel sorriso
Come una luna bianca
Qui e ora
Nessuno può farne parola
Tu eri me, io ero te
Insieme giocavamo come un solo cuore
INVITO
PROPRIO COME
UN SOGNO
In un fruscio, l'erba diventa verde
In un soffio, il vento diviene canzone
Scorrendo, il fiume diventa suono
Una nuvola se ne va
Seduta sul vento
Placida luna piena
La luna nuova e silenziosa
Proprio come un sogno
HYDRANGEA
MUSICA
La pioggia scende La pioggia scende
La pioggia
Senza tregua scende e colma
Pioggia
Pioggia
Dissolvi ogni cosa in suono
Avviluppi particole nell'aria
Energia di rami e foglie rimbalza sulla terra
Con un suono di pioggia
sentirsi fragili e indifesi
è una cosa naturale
In questo
consiste la nostra follia: non sappiamo rimanere in piedi da soli e non
accettiamo che essere soli è la nostra natura.
Amato Osho,
da un po’ di tempo mi sento indifeso,
inerme. È un sentimento che ho sempre temuto e che in passato ho sempre cercato
di evitare.,
Eppure, man mano che mi pervade,
porta con sé un mucchio di energia e un senso di libertà che ho sperimentato
molto raramente, se non mai.
Amato maestro, questo sentirmi
indifeso ha qualcosa a che fare con quello che chiami “lasciarsi andare”?
Anand Rakesh, l’uomo è indifeso. Questo suo essere
indifeso è esistenziale. Ha cercato di nasconderlo in migliaia di modi –
creando un dio che lo proteggesse, andando a pregare qualche entità fittizia in
templi, moschee e chiese, pur di non sentirsi inerme… “C’è qualcuno lassù che
si prenderà cura.” L’uomo ha cercato di far parte di diverse masse, induiste,
musulmane, cristiane, solo per evitare e fuggire la sua solitudine.
Ma qualunque cosa tu faccia, presto o tardi
comprenderai di essere solo. Tua moglie non ti appartiene e nemmeno tuo marito;
è solo un espediente arbitrario per aiutarsi a vicenda a non sentirsi indifesi.
Non esiste alcun amico che ti possa aiutare, non
c’è alcuna ideologia politica che ti possa aiutare, alcuna teologia, alcuna
religione.
Quello che sto cercando di dire è che dobbiamo
accettare la verità che noi siamo soli e che tutti i nostri sforzi per
dimenticarlo sono inutili. Secondo, che noi siamo indifesi, non c’è modo di
evitare questo fatto. Ogni tentativo è un sogno o un’illusione.
Solo per evitare questo senso di impotenza, uno
adotta molte strategie… comincia a darsi all’alcol, a fare uso di droghe, in
modo da dimenticare che è così totalmente indifeso in questo enorme universo
vuoto, che è completamente solo in questo infinito.
Ci sono persone che si arrabbiano con me per il
semplice motivo che io voglio renderle consapevoli di questo fatto, affinché
non vivano nelle illusioni. Non esiste nessun dio da cui puoi dipendere nei
momenti difficili, quando la notte è buia. Non c’è nessuno che ascolti le tue
preghiere. Quando dico queste cose, nelle persone si genera antagonismo nei
miei confronti.
Sto portando via i loro orsacchiotti.
Prova a portar via l’orsacchiotto a un bambino e
vedrai che tragedie. L’orsacchiotto è la sua consolazione, il suo compagno, il
suo dio, il suo amico; è tutto per lui. Facci caso, sulle banchine delle
stazioni ferroviarie, negli aeroporti, nelle sale d’attesa, vedrai bambini
tirarsi dietro i loro orsacchiotti. Sporchi, unti, proprio come gli italiani,
ma il portaseli dietro dà un senso di profondo sollievo… non sono soli, c’è
l’orsacchiotto. Dovesse succedere qualche disgrazia, l’orsacchiotto li aiuterà.
Ma almeno i poveri orsacchiotti sono reali. Il tuo
dio non è reale nemmeno quanto loro.
Quando vedo qualcuno alzare gli occhi al cielo e
pregare, mi viene da piangere. Quest’uomo vive nei sogni. Non c’è nessuno lassù
sopra le nubi, ma la sua preghiera gli dà un certo sollievo, una consolazione.
Nessuna preghiera è mai stata ascoltata, tranne
una volta: potete vedere che Maneesha è qui.
Questa è la preghiera di Vimal – ha pregato per
ventiquattr’ore ogni tipo di dio, hindu, musulmano, cristiano, dei di ogni
tipo: “Venite ad aiutare a far passare l’emicrania a Maneesha” – perché adesso
incominciava lui ad avere l’emicrania! Veniva martellato tutti i giorni – “Sei
stato tu, è a causa tua che alla povera Maneesha è venuta l’emicrania. E tu te
la stai godendo!”
Ha cominciato a sentirsi in colpa e a vacillare.
In questo momento lui è felice, la sua preghiera è stata ascoltata. Ora nessuno
gli può puntare il dito contro.
Già un’altra volta una preghiera è stata
ascoltata. Un uomo profondamente disperato, non trovando alcun modo per
recuperare una piccola somma di denaro e comprare le medicine o chiamare un
medico per la moglie morente, pregò dio: “Non voglio il paradiso, e non voglio
diventare un grande santo. Sono un piccolo uomo, molto ordinario e terreno –
perdonami per aver pregato per una questione così terrena, ma sono disperato:
ho bisogno di cinquanta dollari. Mandameli subito! Non è una domanda
metafisica, mia moglie sta morendo e se la preghiera non viene ascoltata, per
quanto mi riguarda, anche tu sarai morto. Non pregherò mai più.”
Ma era un uomo scaltro, e anche un po’ istruito.
Pensò, “Dio è così lontano che anche se mi metto a gridare dal tetto di casa
mia non vedo nessuna possibilità di essere sentito, perché non riesco a vederlo
da nessuna parte. È meglio scrivere una lettera, è più affidabile.”
Scrisse una lettera con la sua preghiera e la
imbustò, ma quando cominciò a scrivere l’indirizzo andò in tilt: non conosceva
l’indirizzo di dio. Nessuno conosce il suo indirizzo. Naturalmente pensò che il
direttore generale delle poste dovesse saperlo, quindi scrisse: “Dio Padre,
presso il Direttore Generale delle poste.” E con sua sorpresa, il giorno dopo
gli arrivò un vaglia. Ma non era di cinquanta dollari, era di soli
quarantacinque dollari. L’uomo si arrabbiò molto e tornò a gridare dal tetto di
casa sua: “A quanto pare questo Direttore Generale si è trattenuto una
percentuale! Ne avevo chiesti cinquanta, mancano cinque dollari!”
E cos’era successo? Quando la lettera era arrivata
all’ufficio postale, la avevano aperta e avevano capito che l’uomo doveva
proprio essere in una situazione disperata. Altrimenti nessuno scrive delle
lettere a dio; non si è mai sentito di nessuno che abbia scritto delle lettere
a dio.
Nessuno in realtà conosce il suo indirizzo –
nessuno di fatto sa con certezza se esiste o meno. “Sarà bene che facciamo una
colletta in ufficio, bastano pochi dollari ciascuno, e così il poveraccio
riceverà una bella sorpresa: dio l’ha ascoltato.”
Ma riuscirono a raccogliere solo quarantacinque
dollari. Dissero: “È meglio di niente. Mandiamoli subito, perché sua moglie è
malata e se aspettiamo altri cinque dollari, potrebbe non riuscire a far venire
il medico e comprare le medicine.” Così mandarono subito a quell’uomo un vaglia
telegrafico di quarantacinque dollari.
Tranne queste due volte, nessuna preghiera è mai
stata ascoltata. E in realtà, in entrambi i casi si è trattato solo di
un’illusione. Erano gli impiegati dell’ufficio postale che avevano raccolto i
soldi, non era stato dio. E non è dio che ha fatto passare l’emicrania alla
povera Maneesha. Le viene tutti i mesi. Cambiare la cosa non è nelle mani di
nessun dio – altrimenti nessuna donna avrebbe i suoi disturbi periodici: mal di
pancia, mal di testa, emicrania. Vimal non è stato ascoltato da nessun dio, è
solo la semplice coincidenza che era l’ultimo giorno del mestruo di Maneesha.
Quindi non sentirti troppo orgoglioso, ma sii
umile. Non credere di avere un rapporto diretto con dio, che le tue preghiere
comincino ad essere ascoltate. Non c’è alcun dio, ma le persone si sentono così
inermi.
Non concordo su alcun punto della filosofia di
Karl Marx, ad eccezione di un solo punto, dove dice che la religione è l’oppio
dei poveri. Lui dice che dio, la religione e tutti i suoi dogmi sono fatti per
tenere calmi i poveri, per aiutare i poveri a credere: “Anche la vostra povertà
ha un senso. Sarete gli unici a venire accolti nel paradiso di dio, con tutte le
gioie e i piaceri di cui godono i ricchi.”
E le parole di Gesù sono molto significative
quando dice: “Un cammello potrà passare dalla cruna di un ago, ma un ricco non
potrà mai passare dalla porta del paradiso.”
E per quello che ne so io solo i ricchi possono
entrare dappertutto! Addirittura anche il cammello, se è ricco, potrà passare
per la cruna di un ago – può costruire un ago molto grande. Il punto è: hai
soldi? Anche San Pietro, che è lì in attesa davanti alle porte del paradiso,
prima di tutto chiederà : “Hai qualche regalo per me? Se no vai pure all’altra
porta.” Questo suona molto più logico, più esistenziale, basato sulla pura
esperienza.
Ma ai poveri per migliaia d’anni è stato detto:
“La vostra povertà è la prova del fuoco della vostra fede.”
Questa è una grande truffa. I preti e i papi sono
stati i più grandi imbroglioni.
A causa loro il mondo è rimasto povero; a causa
loro le persone non imparano a stare in piedi sulle proprie gambe; a causa loro
le persone non imparano a godere della libertà che ti dà un mondo senza dio. Un
mondo con un dio significa semplicemente un Adolf Hitler con un fucile in mano
– o un Ronald Reagan – i nomi non hanno importanza, ma c’è lì qualcuno con in
mano un fucile che ti obbliga a fare cose che non vuoi fare, e a non fare cose
che hai sempre voluto fare.
Cos’hanno fatto le chiese e le scritture e le
religioni, se non forzare le persone a fare cose che non hanno nessun desiderio
di fare? E obbligarle a smettere di fare le cose più naturali quando vogliono
muoversi in quella direzione con tutto il cuore.
Tutte le religioni sono contro la natura.
È molto strano. Dio ha creato il mondo, secondo
queste religioni, e tutte queste religioni sono contro la natura. E dio ha
creato la natura – la conclusione è chiara: tutte le religioni sono contro dio.
Ma perché le persone le accettano? Le accettano
perché essendo parte di una grande moltitudine, seicento milioni di cattolici,
sentono che così tante persone non possono essersi sbagliate. Se rimanessi
solo, cominceresti a preoccuparti. Non c’è modo di scoprire se hai ragione o
torto – dove stai andando? È la strada giusta?
Ma quando vedi che ci sono seicento milioni di
cattolici, la tua mente si sente profondamente sollevata: seicento milioni di
cattolici guidati dal rappresentante di Gesù Cristo, l’unigenito figlio di dio,
non si possono sbagliare. È meglio entrare a far parte della massa. Ti aiuta a
lasciar andare la preoccupazione di sapere se stai vivendo veramente nel modo
giusto o nel modo sbagliato; se ciò che stai facendo è un peccato o una virtù.
Tutta la responsabilità viene presa dalle masse e dai leader delle masse e sono
loro a decidere che cosa è giusto.
È certamente vero che quando la responsabilità
viene presa da qualcun altro, tu senti un certo sollievo. Quando il dottore ti
dice: “Non preoccuparti, tua moglie se la caverà”… Questo non vuol dire che tua
moglie non morirà. Questo non vuol dire che il dottore sa che tua moglie non
morirà. Il dottore non lo sa nemmeno di se stesso, ma siccome ha una posizione
autorevole e tutti i certificati, ti aiuta. Si prende la responsabilità. E tu
ti senti sollevato.
Ma dimentichi una cosa: che insieme alla
responsabilità, se n’è andata anche la libertà.
Le due cose esistono insieme.
Se dio è responsabile di aver creato il mondo,
allora noi non potremo essere liberi, mai. Allora saremo degli schiavi nelle
mani di un estrano, uno sconosciuto che non abbiamo mai incontrato, che non
manda nemmeno un telegramma all’ultimo dell’anno, che non sembra preoccuparsi
della nostra esistenza. Sembra che quello che ci succede non gli importi
proprio.
Ma noi veniamo schiavizzati dai preti in nome di
un’artificiosa entità sconosciuta.
Proprio pochi mesi fa, il papa ha creato un
peccato nuovo. Tutti i peccati vengono creati dai papi e dai preti – questo è
l’ultimo: il confessarsi direttamente a dio, è un peccato. Ti devi confessare
usando il giusto canale, l’intermediario, il prete.
Naturalmente è una questione d’affari. Se
cominciassi a parlare direttamente con dio, chi si preoccuperebbe più del papa?
Chi pagherebbe i suoi conti? Milioni di dollari – ogni viaggio sei milioni,
otto milioni di dollari. Chi pagherà ogni anno tre viaggi, per motivi
assolutamente inutili? Baciare la terra, che puoi baciare dappertutto. C’è una
piccola differenza: il sapore. In India assaporerai merda di mucca: quello sarà
il tuo assaggio dell’Induismo. Ma avresti potuto farlo anche in Vaticano. Le
mucche le hai, non c’è problema. Per quegli otto milioni di dollari, quante
inutili scocciature per te e per gli altri.
Se ognuno cominciasse a parlare a dio
direttamente, allora i preti sarebbero disoccupati.
Quando ti confessi al prete, ti dice: “Metti dieci
dollari nella cassetta delle offerte e i tuoi peccati saranno perdonati. Io
pregherò per te.”
Tutto ha un prezzo. Fai un peccato e vai a
confessarlo a un prete cattolico e saprai quanto costa.[…]
Queste persone stanno facendo i loro affari, ma in
un certo senso sono a buon mercato. Adesso sono arrivati gli psicologi, che
fanno lo stesso tipo di affari; solo la strategia è diversa. Ma le loro
parcelle sono molto care, sono i professionisti più pagati del mondo.
Di fatto in paesi come l’America è diventata una
moda di cui parlano le ricche signore: “Chi è il tuo psicanalista?”, perché
avere uno psicanalista molto caro è esattamente come avere il Kohinoor. Chi ti
puoi permettere? Sigmund Freud in persona!
E in realtà la sola cosa che fa lo psicanalista è
non fare assolutamente niente. Se ne sta
semplicemente seduto. Ha cambiato la strategia; invece di fare un
confessionale, ha fatto un divanetto più confortevole per il paziente. Lui si
siede dietro così il paziente non può vedere se lo psicanalista lo sta
ascoltando, se è lì o meno. E il paziente continua a parlare e deve raccontare
tutti i suoi sogni. Sempre più spesso ci sono quattro o cinque divani e un solo
psicanalista a gestirli tutti! Un po’ qua, un po’ là… deve solo dar loro la sensazione che “io sono qui”.
E tutto il suo lavoro consiste nell’ascoltarti,
così che tu ti possa alleggerire. Gli basta ascoltarti – questa è la vecchia
idea cattolica – gli basta stare a sentire tutto quello che hai da raccontare…
tu non ti stai più reprimendo. Stai buttando fuori, vomitando tutto. Ti fa
sentir bene. Che la persona ti ascolti o meno non importa. Infatti gli
psicanalisti esperti non ascoltano mai, perché se continuassero ad ascoltare
diventerebbero pazzi, tutto il giorno ad ascoltare idioti di ogni genere.
Ma perché le persone cercano sempre di trovare
aiuto da qualche parte? Nel profondo si sentono indifese.
Lo psicanalista è un grande uomo, dal vasto
sapere, conosce l’inconscio, l’inconscio collettivo. La sua presenza al tuo
fianco due volte la settimana è sufficiente per farti andare avanti; sapendo
perfettamente che hai il più grande psicanalista del mondo, di cosa hai paura?
Non c’è nessuna paura: un qualunque problema e tu ne puoi parlare allo
psicanalista. E lo psicanalista non ti deve rispondere, deve solo
ascoltarti.[…]
Rakesh, mi dici: “Da un po’ di tempo mi sento
indifeso, inerme.”
Sei fortunato. Ci sono milioni di persone che
invece non lo vedono. È lì, sei nato così. Non reprimerlo, perché questo è
quello che fanno tutti. I modi in cui lo fanno possono essere diversi, ma di
base tutti lo reprimono immediatamente. Immediatamente accendono la
televisione, immediatamente prendono una sigaretta dalla tasca, cominciano a
fumare. Cos’è successo? Come mai si mettono a fumare improvvisamente? Il fumo
li tiene occupati, così possono dimenticare quella sensazione di impotenza che
cominciavano a sentire; invece di lasciar salire questo sentirsi inermi, fanno
salire il fumo! E fanno anelli di fumo e si crogiolano nell’idea di star
facendo qualcosa di artistico. E il mondo è pieno di idioti come questi.
Se senti nascere la sensazione di essere indifeso,
è un buon segno. Vuol dire che ti stai avvicinando alla realtà del tuo essere.
Considerala una benedizione, non una disgrazia.
Dici: “È un sentimento che ho sempre temuto.”
Tutti lo temono, nessuno vuole essere indifeso, ma
non è questione di volerlo o non volerlo. La realtà, semplicemente, è che tu
sei indifeso. Ora sta a te averne paura, o intonare una canzone, o fare
qualunque cosa – o non fare niente. Puoi metterti semplicemente a sedere e
guardare questo sentirti inermi che è il tuo essere.
Qual è il problema, che paura c’è? Il sentirsi
indifesi non ti può distruggere.
L’essere indifeso ti rende certo consapevole e
all’erta sul fatto che sei circondato da ogni genere di pericoli e che, a meno
che tu non sia all’erta e consapevole, finirai prima o poi col cascare in
qualche fosso. Questo fosso o quello non ha importanza. Che nome gli dai, anche
questo non ha importanza. Cadi in un fosso e dici: “Mi sono innamorato.” Ed era
solo un fosso!
E a volte ti annoi a star sempre nello stesso
fosso – per quanto puoi resistere? Così cominci a strisciare fuori solo per
trovare un altro fosso, perché questi fossi sono dappertutto! E ti abitui
sempre di più a cadere: il momento in cui vedi un fosso, cominci immediatamente
a muoverti in quella direzione. Non è il fosso che viene da te, sei tu che vai
verso il fosso.
Mulla Nasruddin diceva sempre ad amici e
conoscenti che sua moglie era come una trappola per topi; naturalmente non
davanti alla moglie.
Ma un giorno lei lo sentì. In salotto lui stava
dicendo, “Mia moglie è come una trappola per topi.”
La moglie entrò e disse: “Sì, io sono una trappola
per topi, ma tu chi sei? E perché sei entrato? Le trappole non inseguono il
topo, sono i topi stessi a entrare nelle trappole! Per cui ricordati, se
affermi ancora«‘mia moglie è una trappla per topi», ricordati chi sei tu. Io
non ti ho invitato, sei tu che mi hai seguito. Ricordati di tutti quei gelati e
di tutte quelle rose. Io non ti ho chiesto nulla, anzi, in realtà ero molto
riluttante.”
È vero: non c’è nessun fosso che ti segue. E il
fosso non ti dà nemmeno il benvenuto. Ma tutti continuano a cascarci, e
naturalmente quando cadono in un fosso si trovano nei pasticci: la libertà se
n’è andata, l’intero firmamento è scomparso, sono in trappola.
E quando sei in trappola diventi un topo, perdi
tutta la tua dignità di essere umano.
Va tutto benissimo – non c’è motivo di aver paura.
Se hai paura cadrai immediatamente in qualcosa in cui troverai la schiavitù.
Ci sono solo due possibilità: una è stare in piedi
da solo, distaccato, indifeso, e l’altra è cadere in qualche schiavitù, in
qualche trappola.
Questo di darà un po’ di sollievo, ma ti toglierà
tutta la tua dignità, tutta la tua grandezza, tutto il tuo splendore, tutta la
tua bellezza. Avrai vergogna di te stesso.
Tu dici, Rakesh: “È un sentimento che ho sempre
temuto e che in passato ho sempre cercato di evitare. Eppure, man mano che mi
pervade, porta con sé un mucchio di energia e un senso di libertà che ho
sperimentato molto raramente, se non mai.
“Amato maestro, questo sentirmi indifeso ha qualcosa
a che fare con quello che chiami ‘lasciarsi andare’?”
Sì. Di fatto è un altro modo per dire ‘lasciarsi
andare’.
Accettando totalmente la realtà per quella che è.
Se si tratta di sentirsi indifesi, dov’è il
problema?
Se si tratta della morte, dov’è il problema?
Se si tratta della solitudine, dov’è il problema?
Una volta che accetti tutte queste cose che fanno
paura… e la paura crea schiavitù di diverso tipo. L’accettazione è in se stessa
un lasciar andare tutte le schiavitù. Dopo di che rimani in piedi da solo come
un cedro del Libano, proteso verso il cielo.
La bellezza di una vetta come l’Everest – che
s’innalza da sola nel cielo infinito, senza un amico, senza un compagno – è la
stessa esperienza di una persona che sta in piedi da sola, radicata nel proprio
essere.
Sapendo perfettamente bene di essere indifesa e
che non c’è niente che possa fare – il problema di combatterci contro non si
pone nemmeno.
Sarebbe una lotta contro l’esistenza. È meglio e
più saggio rilassarsi e semplicemente essere.
Improvvisamente sentirai sorgere una grande
energia. La stessa energia prima diventava paura, la stessa energia ti faceva
sentire inerme, la stessa energia ti portava a centinaia di schiavitù.
Adesso che hai lasciato cadere tutto, hai a tua
disposizione l’intera energia.
Allora tu sei solo pura energia, pura
consapevolezza: satchitanand. Allora
sei verità, allora sei consapevolezza, e allora sei beatitudine.
E questo stato di verità, consapevolezza e
beatitudine è immortale; non conosce la morte. Non ha nessun inizio e nessuna
fine.
Una volta che una persona ne ha anche solo un
piccolo barlume, la sua vita intera è trasformata.
Sì, Rakesh, questo è quello che io chiamo “lasciarsi
andare”.
tratto
da Yaa-hoo! The Mystic
Rose, # 16
10 anni
con la Mystic Rose
Anni con la
Mystic Rose
Quest’anno
in tutto il mondo sannyasin si celebra il decimo anniversario di questa
conosciutissima terapia meditativa di Osho. Ma Prem Leela racconta all’Osho
Times International come è nato il suo legame con questa terapia meditativa
rivoluzionaria.
Leela, conduci ormai da dieci anni l programmi
della Mystic Rose. Come ha avuto inizio per te?
Eravamo nell’aprile del 1988 ed ero responsabile
del dipartimento dei gruppi dell’Osho Commune. Un giorno Anando, la segretaria personale
di Osho, mi telefonò chiedendomi di andare al cancello di Lao Tzu – la casa
dove viveva Osho – a prendere una cosa che aveva per me. Lo disse con un tono
così misterioso che mi chiesi cosa diavolo nascondesse.
Quando ci incontrammo mi porse due fogli di carta
dicendomi: “Leggi questo.” Rimasi in piedi a leggere quelle che sarebbero poi
diventate le istruzioni per la Meditazione Mystic Rose. Mi ricordo di aver
guardato Anando chiedendole: “Che roba è questa?”, e lei rispose: “Quello che
c’è scritto lì.” Alla fine della descrizione, Osho mi suggeriva di condurre la
meditazione. Rimasi secca dallo stupore…
Tornai in ufficio, con un netto sentimento di
confusione e lessi con calma ancora una volta le parole di Osho: “Ridere per
sette giorni, tre ore al giorno, piangere per sette giorni, tre ore al giorno.”
Che razza di gruppo di meditazione è mai questo? Ma nello stesso istante
cominciai a ridere, pensando quanto potesse essere bello questo processo. Lo
lessi ai miei amici in ufficio e quasi immediatamente cominciammo a piegarci in
due dal ridere, mettendoci quasi magicamente in sintonia con questa nuova
tecnica.
Come ti sei sentita poi?
Bene, naturalmente. Siccome non avevo la minima
idea che come la cosa avrebbe funzionato, decisi di fare un giro di prove.
Invitai circa una trentina di amici a venire a fare “una ripetizione” per due
sere, dopo il discorso di Osho. Ci incontrammo in una stanza per un paio d’ore
per sperimentare la fase della risata. Impensabile davvero, fu come se qualcuno
avesse tolto il coperchio perché ognuno semplicemente scoppiò a ridere – era
molto selvaggio e divertente fino all’isteria.
C’era anche molta interazione, teatro, diventò
praticamente un’esplosione di energia. Osservavo stupita come ognuno diventasse
disinibito e vivo nello splendore del proprio spontaneo processo creativo.
Tuttavia, non ero sicura di tutte quelle
interazioni e così scrissi a Osho alcune domande e, dalla sua risposta, fu
chiaro che meno interazioni permettevano di andare più a fondo nella propria
risata – all’inizio si trattò di un processo piuttosto lento, dovevo scoprire
ciò che funzionava e ciò che invece non funzionava.
Alcune sere dopo, Osho presentò la Mystic Rose
Meditation al discorso serale, descrivendone le varie fasi e disse che voleva
che tutti i suoi sannyasin la facessero. Disse inoltre che questa sarebbe
diventata la sua meditazione più importante. Già dal giorno successivo
l’ufficio era letteralmente invaso da una valanga di persone che volevano
partecipare. Ognuno aveva una ragione particolarmente impellente per far parte
del primo gruppo!
Offrimmo dunque un gruppo la mattina presto per i
lavoratori e uno durante la giornata per i visitatori. Fu per me un’esperienza
gurdjieffiana sui diversi livelli di energia, se si pensa che conducevo una
Mystic Rose alle 6 di mattina per i lavoratori e un’altra alle 10 per gli
altri. Provate a immaginarci: alle 5.30 del mattino, con gli occhi annebbiati
dal sonno, sorseggiavamo un caffè per svegliarci e poi, barcollando, andavamo a
ridere o a piangere. Sei ore di questa intensità mi lasciavano completamente
vuota, davvero non sapevo dove mi avrebbe condotta!
Come furono quei primi esperimenti rispetto agli
sviluppi ulteriori?
La prima Mystic Rose consisteva in una settimana
di risate e una settimana di pianto, ma divenne evidente che le persone avevano
bisogno di meditare dopo una tale intensità emotiva. Osho ha aggiunto allora la
fase dell’ “Osservatore sulla collina”, che consiste semplicemente nel sedersi
a occhi chiusi, in meditazione, con alcune pause in cui ci si alza e si danza.
In questo modo la Mystic Rose divenne presto un
processo di tre settimane.
Mi rendo conto ora che, per i primi due anni,
abbiamo continuato a esplorare la tecnica. La comprensione richiede tempo per
crescere – per imparare come lavorare in questo modo particolare con l’energia
individuale e con l’energia di gruppo.
In questo senso posso dire che la Mystic Rose è
oggi un processo potente di trasformazione, semplicemente perché la nostra
comprensione di come funziona si è molto approfondita.
Hai chiesto consiglio a Osho su come il processo
avrebbe dovuto svilupparsi o l’hai lasciato crescere per conto suo?
All’inizio, quando ne sentivo la necessità,
scrivevo domande a Osho su certe cose che erano venute fuori nel gruppo. Cominciavo
anche a sentir nascere una profonda fiducia, perché le risposte di Osho
sembravano confermare che ero sulla strada giusta. Devo anche aggiungere che mi
sento a mio agio nelle risa e nel pianto ed era quindi molto naturale per me
fare questo lavoro. In aggiunta, misi molta energia nel leggere tutto quello
che Osho dice sulla risata e sul pianto e infatti usiamo molto le sue parole
registrate su cassette durante la Mystic Rose e questo mi dà la sensazione che
sia Osho a condurla.
Un tempo la Mystic Rose si teneva nell’auditorio
di Lao Tzu, che Osho usò per un breve tempo come camera da letto e che poi
divenne il suo Samadhi. Come successe?
Ah, allora, lì… fu qualcosa di veramente speciale!
Dopo che Osho si trasferì nella sua vecchia camera, disse che tutte le tre
Terapie Meditative – Mystic Rose, No
Mind e Born Again – avrebbero dovuto aver luogo in quel bellissimo spazio.
Dapprima ci sentimmo intimiditi, ma una volta
entrati fu fantastico. Prima di iniziare la fase della risata gridavamo “Ya Huu!”
con tutto il fiato, per far sapere a Osho che la sua meditazione era iniziata.
Osho viveva in una stanza vicinissima. La delizia
di farla così vicina a lui amplificava l’energia e la faceva amare a tutti. È
stato un grosso regalo il poter usare quello spazio bellissimo, proprio nella
sua casa. Quando Osho lasciò il corpo, quella stanza divenne il suo Samadhi e
da allora continuammo a usare le stanze per i gruppi. Quest’anno, per la prima
volta, abbiamo usato il Samadhi per la terza fase della meditazione e del
training, “L’osservatore sulla collina.”
Tu fai regolarmente training durante i quali
prepari le persone a condurre la Mystic Rose. Come ci sei arrivata?
Torniamo al 1988. A quel tempo chiunque avesse
partecipato alla Mystic Rose poteva tornare nel mondo e condurla. Ma alcune
persone non avevano l’esperienza o non erano preparate a facilitare la
meditazione e – di conseguenza – Osho mi chiese di creare un training per tutte
le persone che volevano condurre le sue terapie meditative nel mondo.
C’era anche un’altra ragione: molti cominciarono a
offrire versioni più corte di questo processo di tre settimane, alcuni per
esempio proponevano tre giorni per ogni fase, altri ancora un’ora al giorno
invece di tre ore.
Ne scrissi a Osho, chiedendogli consiglio. La sua
risposta fu forte e diretta: “Di’ alla mia gente di non dare le mie meditazioni
per scontate!” E chiarì una volta per tutte che la Mystic Rose deve essere di
tre settimane, tre ore al giorno e non un minuto di meno.
Sei soddisfatta della qualità attuale dei
training?
Sì. All’inizio non sapevo assolutamente come fare,
ma poi mi sono lanciata nell’elaborazione del nuovo processo, e abbiamo
imparato condividendo le nostre esperienze.
I training sono letteralmente fioriti e migliorano
d’anno in anno. Ogni anno ci sono due training all’Osho Commune International
di Puna: uno in gennaio e uno in luglio. Abbiamo preparato persone di tutto il
mondo e molte conducono la Mystic Rose di Osho nei loro paesi con grande
comprensione e professionalità…
Quando Osho ha creato la Mystic Rose, disse che
“si sarebbe senza alcun dubbio estesa al mondo intero” e questo l’abbiamo visto
succedere sotto i nostri stessi occhi. La Mystic Rose viene oggi condotta in
quasi tutti i paesi del mondo – nei centri, in palestre, nelle case, nelle
ditte e così via. Molte persone che conducono queste meditazioni ci scrivono
per dirci come sono andati i loro ultimi gruppi.
Com’è stato per te, a livello personale, condurre
questa meditazione?
È stata un’esperienza travolgente. Avere ricevuto
questo dono è stato non solo una sfida, ma ha anche voluto dire dieci anni di
lavoro su di me – sulla mia trasformazione interiore. Proteggere e coltivare
questo tesoro è stata una benedizione. Quando penso alle migliaia di persone
che hanno partecipato a questo processo, non riesco a immaginare un lavoro più
bello ed essenziale.
Per me, la Mystic Rose è una storia d’amore. Ogni
volta che la conduco, mi sento molto unita a Osho. La mia sola preoccupazione è
di non interferire – di attenermi alle sue istruzioni originali e facilitare
ciò che “succede” con tutto il mio amore, con tutta la mia attenzione e
comprensione.
L’altro aspetto, in quanto facilitatore, è quello
di permettermi di penetrare in profondità nel miracolo e nel mistero della
risata. Ci sono così tanti livelli: dal ridere per una barzelletta stupida alla
più profonda risata che viene dalla pancia e che ti conduce alla soglia dell’ “al
di là”.
La risata profonda viene da uno spazio di
non-mente e ci conduce direttamente alla fonte della nostra energia. È
un’esperienza spirituale.
Non mi sorprende che molti, quando si sono
illuminati, come prima cosa si siano messi a ridere. La risata ha certamente la
proprietà di portarti fuori dal mondano in una vasta dimensione spirituale.
Essere con le persone durante la settimana del
pianto è un’esperienza molto intima e commovente. Aiutare le persone nella loro
agonia, pena, tristezza e paura mi ha aperto le porte alla compassione e mi ha
condotta a un livello di comprensione molto maggiore.
Sono piena di meraviglia di fronte a questo
processo che Osho ha creato. E poi, alla fine, sedere insieme nella terza
settimana è un’esperienza profondamente rilassante, dopo aver scavato e buttato
fuori così tante cose.
Durante la settimana del pianto usi la musica di
sottofondo. Com’è nata la cosa?
Il suggerimento di suonare di tanto in tanto della
musica triste durante il secondo stadio, per aiutare le persone a piangere, è
venuto da Osho.
La musica che fa piangere è molto particolare:
troppo sdolcinata e va giù l’energia, troppo sostenuta e le persone perdono il
contatto con la sofferenza. Per i primi anni eravamo a caccia del tipo giusto
di musica – voglio dire, la gente non compra abitualmente musica per piangere!
Mi sono ritrovata ad ascoltare centinaia di
cassette e di CD per trovare la musica giusta. Ci sono molti livelli diversi
nel pianto. così adesso abbiamo musica classica, sentimentale, appassionata,
dolce e gentile, struggenti suoni medio orientali e così via. Abbiamo una
grande selezione di musica, perché ogni facilitatore ha le sue preferenze.
Cosa succederà quest’anno nel mondo, per la
celebrazione del decimo anniversario della Mystic Rose?
Stiamo mandando un invito a tutti coloro che amano
le terapie meditative di Osho e sono preparati a facilitarle: questa è una
grande occasione per condividere l’amore e la comprensione di Osho con il
maggior numero possibile di persone.
È come innescare un entusiasmo collettivo per
questo processo.
Quest’anno ho in progetto di scrivere un libro
sulla Mystic Rose e per questo mi piacerebbe raccogliere storie interessanti
tratte dalle esperienze dei partecipanti e dei facilitatori.
Di fondo è un modo di dare energia, sostegno e di
ricordarci di continuare a condividere in questo modo il nostro amore e la luce
di Osho. Questo mondo così serio – con tutte le sue guerre e i suoi problemi –
non può che essere avvantaggiato dalla risata, dal pianto e dalla meditazione.
Grazie, Leela.
UN TRAINING DI TRASFORMAZIONE
MOLTO SPECIALE
Il Center
for Transformation dell'Osho Multiversity presenta "Light on the
Path," un training di sei mesi che si terra a Puna il prossimo inverno.
SE STAI CERCANDO UN PROPELLENTE nucleare che ti
aiuti a rompere definitivamente con il passato e a trovare una nuova direzione
per la tua vita, il Center for Transformation dell'Osho Multiversity di Puna ha
forse la cosa giusta per te: un training di sei mesi che ti riassesterà la
psiche, ti ripulirà le emozioni e scioglierà qualunque blocco energetico. Così
potrai gustarti il semplice stato di rilassamento interiore.
E non finisce qui. Anche la tua vita di relazione
migliorerà e incontrerai molti nuovi amici. Troppo bello per essere vero? No, è
proprio quello che accadrà partecipando a "Light on The Path".
"All'Osho Commune arrivano persone
provenienti da ogni parte del mondo che, dopo aver fatto molti soldi e aver
avuto una carriera di successo, scoprono di non aver ottenuto ciò che cercavano
e sono dunque alla ricerca di un modo per cambiare radicalmente vita," ci
spiega Devapath, direttore del Center for Transformation.
"Abbiamo anche notato che sta aumentando
l'interesse per training più lunghi," aggiunge Devapath. "Lo scorso
inverno, molti sono stati coloro che hanno partecipato a due o tre training a
lungo termine presso la Multiversity, quindi l'offerta di questo pacchetto di
training ci è parsa come un'evoluzione naturale di tale tendenza."
Un gruppo di terapisti con vasta esperienza, tra i
quali Devapath, Dwari, Moumina, Svagito, Madita, Prabodhi e Premananda,
coordinerà il training di sei mesi che inizierà a metà ottobre con l'Osho
Counselor Training.
"In questa prima parte si impara a lavorare
con le persone in un contesto di terapia," spiega Devapath. "Si
impara a comunicare, a individuare i problemi reali, a condividere le proprie
esperienze, a esporsi con onestà. Ci si fa un'idea di come interagire con una
persona durante una sessione individuale, di come aiutarla a lasciar cadere la
maschera della personalità, per poter scoprire la propria autentica
individualità."
Il Counselor Training dura quattro settimane,
seguito da un Relationship Counselor Training di dieci giorni, uno studio più
approfondito delle dinamiche di coppia. "Grazie a questi due programmi, i
partecipanti avranno l'opportunità di combinare il lavoro sulle problematiche
personali con l'apprendimento di un intenso lavoro terapeutico sugli
altri," precisa Devapath.
Successivamente si passerà a un lavoro profondo
basato su respiro, energia e dinamiche corporee con Pulsation, un corso di
quattro settimane che utilizza tecniche neoreichiane. Al quale seguirà
l'l'Hypnosis Trance Training di tre settimane che, attraverso gli insegnamenti
di base relativi a ipnosi, comunicazione e PNL, insegna a vedere come mente
conscia e mente inconscia possono lavorare insieme. Seguirà il Break Emergi
Training, di sei settimane, per imparare le diverse dimensioni della terapia
del respiro.
"Per Osho il ruolo della terapia è fare da
ponte verso la meditazione, quindi alla fine dell'intero processo diamo spazio
alla meditazione, offrendo un training sulle diverse tecniche di
meditazione," dice Devapath.
Ogni singolo blocco viene offerto anche
separatamente, quindi i partecipanti del training completo si troveranno a
lavorare con gruppi di persone sempre nuove. " È una grande opportunità per
conoscersi. Lungo gli anni abbiamo visto nascere in questo modo molte amicizie
profonde e durature," dice Devapak.
"E una volta concluso il semestre, a chiunque
desiderasse approfondire, si aprono nuove opportunità. Molte direzioni diverse
sono disponibili presso la Multiversity: Tantra, lavoro di Primal, terapie
meditative...
"Un altro aspetto unico di questo training è
la conbinazione di terapia individuale, terapia di gruppo e terapia di
comunità. Sono l'una il prodotto dell'altra. Osho sottolinea spesso
l'importanza del passaggio dalla terapia di gruppo alla terapia di comunità.
"E questa è la direzione che intendiamo
prendere.
L’ INGLESE… SENZA SFORZO
Perché imparare qualcosa che ci interessa è semplice e
naturale
di Ma Nirava
Ma Nirava ha
creato l’“Inglese senza sforzo” dopo anni di esperienza, traducendo per
italiani nei gruppi di terapia, lavorando come insegnante di lingua in
California e alla Ko Hsuan School in Inghilterra. Discepola di Osho dal 1981,
la meditazione e la terapia sono state elementi fondamentali alla sua
formazione.
“L’Inglese senza sforzo” è nato tre anni fa, con
lo scopo di sostenere chiunque sia interessato a incontrarsi e a comunicare
oltre i confini della lingua italiana.
Un gruppo intensivo, dove la visione di Osho, la
consapevolezza, le tecniche di rilassamento e di meditazione fanno parte
integrante del metodo di apprendimento.
Osho ci dà la possibilità di sperimentare nella
sua Comune internazionale l’enorme potenziale di arricchimento e crescita che è
a nostra disposizione quando ci incontriamo con persone provenienti da diverse
parti del mondo.
Gli italiani all’estero hanno creato spesso delle
“Little Italy”, ma anche se questo far parte della “famiglia” può essere
rassicurante, è un’attitudine dalla quale è necessario distaccarsi, se vogliamo
espanderci come individui, per essere finalmente cittadini del mondo. Chiunque
sia interessato ad avere a disposizione una lingua internazionale con la quale
comunicare con il resto del pianeta, si incontrerà prima o poi, con la lingua
inglese.
La scelta della lingua inglese come lingua
internazionale, così come dice Osho in uno dei suoi discorsi, è semplicemente
una conseguenza del fatto che è ormai diffusa in ogni parte del mondo.
La visione dell’ “Inglese senza sforzo” è quindi
quella dell’apprendimento di una lingua da non usare unicamente in Inghilterra
e con gli inglesi, ma ugualmente utile per parlare con giapponesi, olandesi,
tedeschi, indiani ecc.
Lo scopo principale di una lingua è quello di
essere parlata, di permettere di incontrare un essere umano ed essere in grado
di comprenderlo e di farci comprendere.
Ricordare che questa è la nostra meta è
indispensabile, se vogliamo imparare una lingua in maniera naturale.
Parliamo ora di qualcosa che già conosciamo, ma
probabilmente abbiamo dimenticato, e cioè il modo naturale di imparare una
lingua.
E per modo naturale, non intendiamo il modo in cui
‘qualcuno’ ha imparato una lingua, ma la maniera in cui tutti noi abbiamo
imparato a parlare.
È la stessa per tutti gli esseri umani in
qualunque parte del pianeta.
Se siamo stati vicini a un bambino nei suoi primi
anni di vita, potremo riconoscere i seguenti passaggi o livelli di
comunicazione.
il primo livello è quello della comprensione.
Gli adulti parlano al bambino, il quale non è in
grado di rispondere, ma dà chiari segni di avere compreso il senso di una
comunicazione semplice e diretta, come ad esempio: ‘“va bene”, “non farlo”, o
anche “vieni dalla mamma”’ ecc.
il secondo passaggio.
Segue abbastanza da vicino il precedente, e
consiste nell’ iniziare a parlare usando singole parole.
Se il bambino ha sete non aspetterà di poter dire
“mamma puoi darmi un bicchiere d’acqua per piacere?”, dirà: “acqua!” magari con
una pronuncia imperfetta, ma otterrà ugualmente il risultato di avere un
bicchiere d’acqua.
Se evitiamo completamente di parlare in inglese
perché non siamo in grado di formulare delle frasi articolate e corrette,
dovremmo ricordare che non è questo quello che abbiamo fatto quando abbiamo
imparato l’italiano.
Iniziando a comunicare usando parole semplici, gli
stimoli di conversazione aumentano.
Se in qualche modo riesciamo a farti capire da
qualcuno, abbiamo maggiori opportunità di ascoltare nuove parole e frasi.
e questo infatti è il passaggio seguente:
iniziare a comunicare usando frasi semplici.
Da bambini ci siamo avvicinati alla lingua scritta
solo quando eravamo in grado di comunicare in maniera semplice, ma articolata.
E per rendere la nostra comunicazione più
perfetta, siamo infine arrivati a studiare la grammatica!
Se avete studiato l’inglese a scuola, magari non
in tempi recenti, molto probabilmente avrete anche voi sperimentato gli effetti
del ribaltamento completo della maniera naturale di imparare una lingua.
Ci è stato insegnato che è indispensabile
conoscere la grammatica di una lingua prima di poterla parlare correttamente.
La conseguenza per molti è stata di avere passato
anni scolastici a studiare la grammatica inglese, per poi ritrovarsi nella
necessità di comunicare e incontrare grosse difficoltà per riuscire a chiedere
il famoso bicchiere d’acqua. In maniera più o meno consapevole, la conclusione
che ne abbiamo tratto è che, se dopo anni di studio non si è in grado di
chiedere un bicchiere d’acqua, questa lingua deve essere molto difficile e
quasi impossibile da imparare.
Ricordare la maniera naturale di imparare una
lingua può aiutarci a individuare a quale livello siamo in questo momento e
quale può essere il nostro prossimo passaggio.
Chiaramente da adulti possiamo avvalerci della nostra
capacità di scrivere e leggere, ma è importante non dimenticare di parlare la
lingua che vogliamo imparare.
La disponibilità a guardarsi dentro, l’attenzione
ai propri pensieri ed emozioni è basilare per poter imparare l’inglese senza
sforzo.
Parlare una lingua che ancora non conosciamo bene,
ci mette di fronte ad aspetti di noi stessi che non hanno molto a che fare con
l’inglese, ma spesso, se non ne siamo consapevoli, possiamo preferire pensare
che le difficoltà che incontriamo derivino dalla complessità della lingua.
Il primo
“ostacolo” sarà il mostrare a qualcuno che facciamo errori o che “non
sappiamo”.
Situazione inevitabile quando iniziamo a
comunicare con una lingua che ancora non ci è familiare.
Molte persone, per evitare questo ostacolo, si
sforzano di studiare sempre più vocaboli e grammatica senza mai parlare,
pensando che, quando la loro conoscenza sarà perfetta, allora sì inizieranno a
comunicare.
La maniera
naturale per imparare una lingua è quella di iniziare a parlare appena abbiamo
a disposizione qualche frase e qualche parola.
Il fare errori, il non sapere, hanno una
connessione negativa e dolorosa per la maggior parte di noi.
A scuola principalmente, non sapere è stato
sinonimo di punizione (il brutto voto) e in molte situazioni è equivalso a
essere considerati un po’ stupidi, non molto svegli e, comunque assolutamente
non all’altezza della situazione.
non è possibile imparare quello che già si sa.
Il non sapere è una condizione indispensabile per
imparare. Si è arrivati alla vergogna e all’imbarazzo del non sapere. Le
pseudo-soluzioni che generalmente troviamo per aggirare questo ostacolo è
fingere di capire anche quando così non è, o affermare che, comunque, non ci
interessa imparare quello che non sappiamo.
La via d’uscita che abbiamo di fronte è
riprenderci il coraggio e la dignità di imparare e quindi di non sapere e
riconoscerne il valore vitale, attitudine che contraddistingue un individuo che
continua a crescere.
Se siamo consapevoli e orgogliosi di stare
imparando, di essere aperti a lasciare entrare qualcosa di nuovo, allora il non
sapere diventa una parte naturale del processo.
Esercizio Pratico
Il primo esercizio che
potete sperimentare
in coppia è della durata
di 30 minuti.
Sedetevi uno di fronte
all’altro per
il vostro esercizio di
conversazione.
In turni di cinque minuti
ciascuno,
un partner ascolta e
l’altro parla in inglese.
Questo esercizio può essere fatto da chiunque,
anche da chi é convinto di non sapere nulla.
Non è necessario formare delle frasi, potete
ripetere anche parole già dette e magari usare quelle parole inglesi che fanno
comunque parte del nostro linguaggio: week-end computer star marketing car
hot-dog music love good-night...
È un gibberish in inglese, continuate a parlare
per cinque minuti.
Abbiamo tutti ascoltato una quantità infinita di
parole inglesi, arrivate dalle canzoni, dai giornali, da Osho...
Questo esercizio inizia a farle uscire. Non è
importante che il livello di conoscenza della lingua sia lo stesso per entrambi
i partner.
Due regole da non dimenticare:
Primo - Per la durata dell’esercizio non esiste più
l’italiano. Potete usare i gesti, la mimica oltre alle parole che conoscete, ma
dimenticatevi dell’italiano.
Secondo - Mantenete il contatto
con gli occhi.
Per chi ascolta, è importante rimanere presente,
dando la propria attenzione senza interferire in nessun modo con la
conversazione del partner.
Semplicemente ascoltando, senza rispondere,
incoraggiare, commentare, chiedere spiegazioni...
Lasciando lo spazio a chi sta parlando.
Al termine dei cinque minuti chi ascolta dà il
segnale di STOP.
A questo segnale entrambi i partner chiudono gli
occhi.
È il momento di rivolgere l’attenzione alle
proprie emozioni e sensazioni, riconoscendo cosa cambia quando si parla o quando
si ascolta e anche cosa cambia ripetendo l’esercizio.
Dopo qualche minuto a occhi chiusi, riprendere la
conversazione scambiando i ruoli.
È importante evitare di parlare o fare commenti
tra voi durante l’esercizio, mantenete tutta l’attenzione rivolta a voi stessi.
Al termine dei 30 minuti prendetevi un po’ di
tempo per fermarvi e scrivere su un quaderno le sensazioni, le comprensioni e i
commenti che possono essere sorti.
Potete ripetere questo esercizio più volte, vi
renderà anche più chiaro quali sono le parole che vorreste sapere. Iniziate un
po’ alla volta a ricercarne l’equivalente in inglese.
Probabilmente diverrete consapevoli di diversi
aspetti della vostra comunicazione.
È più facile capire o parlare?
Scopri se esiste una differenza tra la difficoltà
nella comprensione o nell’espressione.
Approfondiremo questo aspetto e altri nel prossimo
articolo.
Dopo quello di aprile, questo è il nostro secondo
appuntamento con l'OshoTM Rebalancing, che volevamo seguire nel suo sviluppo,
di "blocco in blocco", come vengono definite le diverse fasi di
apprendimento.
Avevamo già potuto renderci conto che il Training
non insegna, per così dire, solo un mestiere, ma conduce i partecipanti in un
viaggio alla scoperta di se stessi. E questo percorso interiore che vogliono
condividere con noi i partecipanti intervistati da Shunyam.
SHUNYAM: "In questo terzo blocco abbiamo
lavorato su due sessioni della serie del Rebalancing, la terza e la quarta. Il
lavoro sui fianchi, bacino e spalle (nella terza) per aprirci agli altri e di
nuovo intorno al bacino e all'interno delle cosce per iniziare un lavoro di
esplorazione della nostra sessualità (nella quarta).
Il lavoro di questi 10 giorni ci ha permesso di
scioglierci l'uno nell'altro; lo spazio di amore che si è creato fra noi ci ha
spesso unito nelle lacrime e nelle risate."
LAVANYA: sannyasin da 17 anni, vive a Livorno:
"Ho realizzato che ogni sessione è sempre più profonda della precedente,
così come il lavoro su di me A un certo punto ho avvertito che, sia i punti che
tocco con il massaggio, sia i miei spazi interiori, sono molto sensibili e un
approccio troppo immediato sarebbe solo invadente e doloroso.
Ho così capito che il mio modo di andare in
profondità è stare nel piacere. E attraverso il rispetto, la cura, la presenza
e la dedizione; la grazia nel toccare un corpo ha risvegliato dentro di me
dolcezza e questa sensazione sta attualmente rivoluzionando la mia vita, sto
convivendo con qualcosa che solo ora comincia a esprimersi, qualcosa di nuovo,
meraviglioso e soprattutto piacevole. Sono contenta perché mi sembra di aver
trovato il mio modo di toccare: ho la sensazione che Osho sia arrivato nelle
mie mani.
"Per cinque anni mi sono divertita a essere
totale nel mondo, spesso perdendomi. Il Training mi ha riportato in uno spazio
di meditazione e, quando sono in questo spazio, i problemi si dissolvono. Mi
sono accorta che dare un massaggio, oltre che piacermi, mi fa star bene. È una
meditazione che succede da sé. Spero quindi di massaggiare sempre di più e
alimentare così il mio piacere e non i miei problemi."
CHAITANYA è un giovane sannyasin di Ravenna:
"Ho scoperto che dentro di me c'è un grande spazio, dove sono riuscito a
entrare proprio col lavoro di queste due ultime sessioni. In particolare la
terza mi ha permesso di sentire, allentando le mie resistenze, la forza che c'è
in me e di restare centrato ascoltando l'altro, sia nel ricevere che nel dare,
maturando la consapevolezza di ciò che è in me a livello emozionale: paura,
rabbia, tristezza, gioia e dolore, tutto in una atmosfera di intimità e di
grande fiducia, che mi ha dato forza e benessere. Tornando a casa, dopo ogni
blocco del Training, vedo che i problemi si ridimensionano; sento più libertà
nel prendere decisioni e fare scelte. Non accantono più i problemi e vedo che
anzi si stanno trasformando in un'energia interiore che lavora su se stessa e
cresce, facendomi sentire più onesto, creativo e spontaneo."
AMRITA, insegnante di Napoli: "Il Training
sta diventando un viaggio dentro di me sempre più profondo. Nella terza e
quarta sessione ho dovuto decidere fra il controllo e la resa. Ho scelto di
arrendermi. Da troppo controllavo la mia energia e non aveva più senso. Ho
lasciato che il corpo facesse il suo lavoro. Il mio corpo sta acquisendo
qualcosa, sta riappropriandosi di se stesso. Io lascio che accada, accetto, non
interferisco con giudizi. Fino in fondo l'ho percepito come amico. È una
sensazione di freschezza, di innocenza, di gioia. Ho scoperto una vasta gamma
di espressioni, mi sento più aperta alle emozioni e più salda in me stessa.
Lasciando salire ciò che succede, osservo divertita e lo accetto. Ho scoperto
che darmi qualcosa di cui ho bisogno non è fare qualcosa contro gli altri.
Tornare a casa, dopo, è stato molto bello. Nessuna separazione fra prima e
dopo. Un'emozione fortissima nel rivedere le persone che amo, i luoghi della
vita ordinaria. Ho ancora tanta energia, la esprimo, è contagiosa. Mi sento
felice e lo dimostro, sento di non aver paura di me stessa. Sono passati molti
giorni dalla fine del blocco e non mi sono "riadattata". Gli altri mi
chiedono com'è che sto ringiovanendo. Io rido. A scuola sto insegnando agli
alunni danze popolari e mi sto divertendo da morire. Mangio poco e bevo molto.
Faccio molte sessioni di massaggio (è un compito a casa...) e con la
meditazione mi riconnetto con la parte più profonda di me.
I piccoli problemi quotidiani sono cose di cui mi
occupo e non mi preoccupo. Sento di più gli altri, li capisco... e la musica di
Zucchero va..., lascio tutto e mi metro a ballare; è così divertente impazzire!
IL DIZIONARIO DI OSHO
Ci sono
parole che nei dizionari hanno un significato, ma nella vita ne hanno un altro.
Ecco un assaggio del dizionario esistenziale di Osho.
Adulterio
Il significato ordinario della parola
"adulterio" è fare l'amore con una donna con cui non sei sposato. Ma
il significato esistenziale di adulterio è fare l'amore quando non sei
innamorato. Può anche trattarsi di tua moglie, ma se non ne sei innamorato,
fare l'amore con lei è adulterio.
L'uomo è un fenomeno molto complesso: oggi puoi
essere innamorato di tua moglie; certo, persino di tua moglie... so che e
difficile, è duro, ed è anche molto raro. Ma succede. Oggi puoi essere
innamorato di tua moglie, e allora fare l'amore con lei è preghiera, è
adorazione: è comunione con dio.
Tuttavia, questa comunione può accadere anche con
un'altra donna, che non è quella con cui sei sposato. Ebbene, se c'è amore, non
c'è adulterio. Se non c'è amore, persino con la donna che hai sposato, qualsiasi
cosa stia facendo, è adulterio.
Altruismo/egoismo
Io ti insegno a essere davvero egoista in modo da
poter essere altruista. Non c'è contraddizione tra l'essere egoista e l'essere
altruista: essere egoista e la fonte stessa dell'essere altruista.
Ma finora ti è stato detto l'esatto contrario: che
se vuoi essere altruista, se vuoi amare gli altri, non devi amare te stesso –
anzi, devi odiare te stesso.
Se vuoi rispettare gli altri, non rispettare te
stesso. Umiliati in ogni modo possibile, condannati in ogni modo possibile.
E qual è stato il prodotto di questo insegnamento?
Che nessuno ama nessuno. La persona che condanna se stessa non può amare
nessuno. (...)
Cerca di capire, per favore, cosa intendo con l'essere
egoisti. Prima devi amare te stesso, conoscere te stesso, essere te stesso.
Allora comincerai a irradiare amore, conprensione, tenerezza, cura per gli
altri.
La vera compassione nasce dalla meditazione.
Ma la meditazione è un fenomeno egoistico.
Meditazione significa semplicemente godere di se stessi e della propria
solitudine, dimenticare il mondo intero e godere di se stessi. E un fenomeno
egoistico, ma da questo egoismo sorge un grande altruismo.
Anelito/desiderio
Il desiderio si rivolge a qualcosa che è fuori di
te. Il desiderio è oggettivo. L'anelito è rivolto a ciò che vuol esplodere in
te. È interiore, è soggettivo.
Se una rosa vuole diventare un fior di loto,
quello è un desiderio. Ma se una rosa aspira a diventare una rosa, è un
anelito. Se il seme vuole germogliare e diventare un albero, si tratta di un
anelito! E perfettamente al suo posto. È come dovrebbe essere. Ma se un seme
vuole diventare una farfalla, questo è un desiderio.
Il desiderio è assurdo; l'anelito è esistenziale.
L'anelito è assolutamente stupendo; il desiderio è pericoloso. La distinzione è
davvero delicata, e si deve stare attentissimi. L'anelito è un'apertura
dell'intimo; il desiderio è un accumulazione all'esterno. Si desidera denaro;
si anela alla meditazione. Si desidera potere; si anela alla purezza. Si desidera
conoscenza; si anela alla consapevolezza. Si desidera il mondo; si anela a dio.
Amicizia/amichevolezza
L'amicizia è una relazione. Puoi avere questa
relazione con poche persone. L'amichevolezza, la cordialità, è una qualità, non
una relazione. Non coinvolge nessun altro; fondamentalmente è una qualità
interiore.
Puoi essere amichevole anche quando sei solo. Non
puoi essere in amicizia quando sei solo... ti è necessaria la presenza di un
altro. L'amichevolezza è una fragranza. Un fiore si schiude nella giungla,
nessuno passa di lì, eppure il fiore emana la sua fragranza. Non importa se
qualcuno verrà a sapere di lui, quella fragranza è la sua qualità. E anche se
nessuno venisse a sapere della sua esistenza, non importerebbe: il fiore
celebra la vita.
L'amicizia può esistere solo tra un uomo e un
altro uomo, oppure, al limite, fra un uomo e un animale: un cavallo, un cane...
l'amichevolezza invece può esistere persino con una roccia, un fiume, una
montagna, una nuvola, una stella lontana. L'amichevolezza non ha limiti, perché
non dipende dall'altro: è semplicemente la tua stessa fioritura. Ricorda: un
sannyasin deve essere amichevole, semplicemente amichevole, con tutto ciò che
esiste.
Con un atteggiamento amichevole troverai tutto ciò
che merita di essere trovato.
UNA STORIA D’AMORE
Questa
storia di Ma Antar Rajanila ha vinto il premio radiofonico Natale 1996 per un
soggetto di film, da condensare in 35 righe!
UN UOMO, UN GIUDICE, con una giusta espressione,
una giusta famiglia, un' automobile giusta e una supergiusta vita, si alza un
mattino con un lieve mal di testa. Senza nemmeno accorgersene si reca in
Tribunale, dove, per una fatale fatalità, commette il più clamoroso errore
giudiziario del secolo, condannando 12 innocenti in un colpo solo. Quando il
pasticcio è scoperto, il giudice (che si chiamava Pietro) vede crollare il suo
mondo, la sua rispettabilità e soprattutto l'immagine che ha di se stesso.
Dubbi atroci lo assalgono e così, confuso e
avvilito, lascia la sua casa, la sua famiglia e inizia una vita di vagabondaggio-barbonaggio,
per giunta bevendo. Ha la barba lunga e un'espressione interrogativa sul volto.
Trascorre lunghe ore sul molo del porto, fissando
il mare. Qui incontra un vecchio pescatore di nome Paolo, un uomo rude e di
poche parole che sogna di entrare nel guinness dei primati attraversando il
Pacifico col suo peschereccio. I due ci pensano alcuni giorni e poi decidono di
partire, il giudice sperando in un naufragio che ponesse fine alla sua vita
sbandata.
Infatti il naufragio non si fa attendere a lungo
ed è perfetto: il peschereccio finisce nel vortice d'un ciclone (i due non
capiscono più dove sono) e si sfracella sulle secche di fronte ad un'isola. I
due naufraghi, avvinghiati a dei pezzi di legno, sono sbattuti dalle onde sulla
spiaggia dell'isola, dove vengono avvistati, annusati e tenuti sotto
osservazione dagli indigeni, uomini d'aspetto formidabile, poco rassicurante e
soprattutto strano.
L'isola è paradisiaca, il mare d'un colore
innocente e infinito che non si era mai visto prima. Il cielo e pulito e non è
mai noioso, perché sempre azzurro, con mobili nuvole, sole, stelle e luna,
tutto insieme.
Con molta semplicità, come se niente fosse, gli
indigeni si prendono cura dei due. Le loro ferite vengono lavate con acqua di mare,
esposte al sole e trattate con erbe e sputi.
Di notte, attorno al fuoco, alcuni di loro suonano
lunghe trombe primitive (le trombe del perdono) sul cuore di Pietro e danzano
intorno a lui al ritmo di sfrenati tam-tam (i tamburi del battito universale);
infatti sull'isola c'è tempo per tutto questo e altro.
Di notte, o l'isola s'innalza verso il cielo, o
questo scende più vicino, ma le stelle sono così grandi e basse e suonano una
musica, una musica ineffabile. Gli indigeni non parlano mai di sesso, fanno
l'amore con le loro donne e i bambini che nascono sono accolti come profeti.
Inoltre si dice (e infatti è vero e si vede anche
nel film) che questa gente comunichi con i pesci, nuotando sott'acqua con loro
e che i pesci siano i loro maestri.
A Pietro viene dato il nome di Ape (colui che è
giunto da molto lontano seguendo la fragranza dei fiori), a Paolo il nome di
Vita Miracolosa (perché i pesci dissero che avrebbe dovuto morire appena nato e
invece aveva ora 98 anni). Ape inizia a sentirsi una leggerezza, una leggerezza
che lo fa ridere e danzare; Vita Miracolosa si sente ritornato a casa. Sono
sbarcati in Paradiso? No, l'isola si chiama infatti Terra degli Esseri Viventi.
Il finale?
I due ritornano verso casa, imbarcati su di un
mercantile di passaggio, che si allontana nel mare blu, seguito dai delfini;
sono due uomini nuovi, col cuore colmo di sogni e promesse e, soprattutto,
vivi.