2 I CENTRI DI OSHO IN ITALIA
Tutti i centri divisi per
regione
5 IL MAESTRO
Osho
commenta un haiku giapponese
8 LE NOTIZIE
10 IL CUORE
È possibile
crescere in una relazione?
16 OSHO MULTIVERSITY
Il programma da agosto a ottobre
18 IL CORPO
Il coraggio
e la forza della meditazione vincono una tragedia del corpo: come Ma Pravahi
incontra Osho e il Katsugen-Undo.
22 IL MAESTRO
Osho parla
della poesia come stato dell'essere e dell'ultima possibilità che abbiamo di
ribellarci.
32 IL MAESTRO
Osho dice
che il problema reale si pone tra la testa e il cuore e non, come viene
chiesto, tra l'uomo e la donna.
36 LA MENTE
Uno scambio
inconsueto di domande e risposte di Osho tirate come una carta di tarocchi dal
computer.
40 IL MAESTRO
La storia
d'amore tra Osho e un albero.
42 IL CUORE
Prendendo
spunto da un articolo apparso sul Corriere della Sera, Sarjano riporta ciò che
Osho gli ha risposto sull'utopia.
46 IL MONDO
Buon
segno... i preti hanno paura
New Age e
fede cristiana: in risposta a un articolo su Famiglia Cristiana, una messa a
punto della visione di Osho.
48 IL MONDO
Illuminazione
a qualunque costo
Recensione
del libro di Ma Anand Nirgun sulla sua vita con il Maestro.
50 TUTTE LE STELLE
Il tuo oroscopo di giugno.
52 LA VETRINA
Tutti i libri di Osho in italiano, i video di
Osho, le musiche per la meditazione e il rilassamento.
60 IL CORPO
. . . . . . . . .
. . . . . . . . .
OSHOTIMES
INTERNATIONAL Edizione Italiana

silenziosa luna
Un poeta Zen:
Compagna del turbinio del vento
nel cielo
solitaria luna
Questi haiku sono quadri in forma di
parole. Stando seduto in silenzio, un meditatore apre gli occhi e vede la
compagna del turbinio del vento nel cielo: la luna solitaria. Ma la luna non si
muove, non trema a causa del soffiare del vento.
Se riesci a trovare te stesso al
centro del ciclone, hai trovato la luna - nessun vento turbinoso, nessun
pensiero, nessuna emozione, nulla può disturbarti.
Sei imperturbabile.
Un haiku di Issa:
Persa tra i bambù,
ma quando splende la luna -
casa mia.
Sono solo frammenti di esperienza.
Nessuno li definirebbe grandi poesie, non sono della stessa categoria. Sono una
categoria a parte. Ciò che sta dicendo è: “Nel silenzio della meditazione, ho
visto… persa tra i bambù, ma quando splende la luna - casa mia.” È solo una immagine…
e uno diventa uno specchio. Questo haiku è solo uno specchio di una casa,
nascosta tra un fitto boschetto di bambù, e sorge la luna, e all’improvviso la
casa che era nascosta nell’oscurità diventa luminosa.
Un haiku di Basho:
Una nuvola,
cerca di catturare i raggi della luna,
uno scroscio di pioggia
Godi di ogni cosa - la luna, la
nuvola, la pioggia - perché tutto per il meditatore diventa così divino da
rappresentare un’espressione e manifestazione della stessa sorgente originale.
Osho
Dogen: The Zen
Master
NOTIZIE
DENTRO
E FUORI
LA
COMUNE
Nuova
palestra
Il Club Meditation ha una nuova
palestra nella zona di Basho per tutti gli appassionati. I nuovi attrezzi per
gli esercizi: macchine isodinamiche d'avanguardia che usano cilindri idraulici
a doppia pressione, macchine per sollevamento pesi e cyclette. La palestra
offre delle tessere giornaliere, settimanali e mensili, che includono anche la
sauna e la jacuzzi.
Un
assaggio di Zen a Napoli
"Mente tra Zen e
costruttivismo"è il tema di una conferenza organizzata dall'Università
Popolare in un liceo classico e presso il Goethe Institute a Napoli. Il tema
trattato, sviluppato dallo psichiatra Maurizio Mottola (Swami Satyam Atul)
vuole dimostrare che la mente è un'interfaccia tra cervello (individuo) e
ambiente circostante, ciò che è in contrasto con la comune convinzione che la
realtà sia circoscrivibile nei nostri limitati schemi mentali. Al termine del
vivace dibattito, quindici minuti di "humming" in gruppo hanno fatto
sperimentare al numeroso pubblico presente un'esperienza di meditazione.
Master
Qiu
Uno dei maggiori calligrafi cinesi,
Master Qiu, è tornato alla Comune per presentare una mostra intitolata
"Brush Song, Ink Dance" e condurre uno stage di questa particolare forma
d'arte. La cerimonia d'inaugurazione della mostra – presieduta dal popolare
giornalista Pritish Nandy — ha avuto luogo nell'Osho Dojo. Musica e danza hanno
accompagnato Master Qiu che, indossando il tradizionale abito cinese, ha
cantato la sua canzone con inchiostro e pennello, creando una nuova opera
davanti agli occhi incantati dei visitatori.
A 48 anni, Qiu è l'unico calligrafo
vivente di Shangai le cui opere sono esposte nella collezione permanente della
Great Hall of People di Beijing. Questo è il più alto onore conferito a un
artista cinese. Il suo insegnamento e la sua presenza ispirano i suoi allievi.
Osho ha detto che il suo lavoro è "molto, molto buono" e ha scelto
per la sua ultima serie di discorsi The Zen Manifesto una calligrafia che Qiu
ha dipinto nel suo giardino. Qiu stimola gioia e fiducia nella propria
creatività. Lo Zen dà molta importanza alla calligrafia, pittura, poesia e al
giardinaggio, espressioni che giungono come un'onda dallo spazio più recondito
del tuo essere per raggiungere l'esterno.
Buddha
Rap
L'Osho Commune ha trovato un modo per
promuovere e vendere i 12 volumi in cui sono raccolti i commenti di Osho al
Dhammapada. Dodici canzoni composte per l'occasione, ognuna delle quali
relativa al contenuto di un volume, sono state presentate durante una serata in
libreria. Si è andati dall'imitazione di Elvis Presley al coro di canti
celtici, ma la stella della serata è stata Ma Prem Maneesha, accompagnata da
"King Farukh e Sufi Man", che con un irrestitibile ritmo rap ha
cantato: "Non andrai in paradiso, sarà lui a venire da te, quando scopri
la tua buddhità lo sarai per l'eternità!"
Fioritura
speciale
Ma Yoga Mukta, che cura i giardini di
Osho, mostra qualcosa di speciale: una pianta che si trova da anni nei giardini
della Comune è fiorita all'improvviso, per la prima volta da che qualcuno se ne
ricorda. Al tramonto tutti i fiori si aprono e diffondono un profumo incredibilmente
intenso.
Regali
di qualità
Swami Yogendra Manu ha avuto una bella
idea: creare un negozietto nella Comune in cui offrire una vasta gamma di
prodotti di qualità (abiti, gioielli e altri articoli da regalo). Ci sarà
presto anche una linea esclusiva di articoli da design con un logo speciale.
Manu pensa anche di proporre tali articoli al mercato internazionale.
Osho
e La Sapienza
Manuel Olivares, 26 anni, laureando in
sociologia della religione a La Sapienza di Roma, ha chiesto e ottenuto di
presentare una tesi di laurea su Osho Rajneesh e i neo-sannyasin. Incoraggiato
a leggere libri di Osho dal suo maestro di arti marziali, vede delle foto di
Puna in casa di amici; seguono poi delle visite all'OMC Kivani di Roma e a
Miasto, organizzate dalla Facoltà, dove può incontrare dei sannyasin. Fa la
Mystic Rose e a marzo è a Puna. "Il primo impatto è stato duro – racconta
– ma dopo i primi dieci giorni mi sono ambientato. Ora sono rilassato, non sono
mai stato così bene e faccio sogni normali, cosa per me rara." Di matrice
culturale anarchica, come lui stesso si definisce, riceve il suo nuovo nome
Swami Bodhi Mukto, consapevolezza e libertà, "che riflette le motivazioni
che mi hanno spinto al sannyas. Me l'aspettavo che il nome me l'avrebbero
azzeccato" commenta con piacere! "Rispetto alla tesi, – che darò a
novembre di quest'anno – è stato fondamentale venire qui, capisco molto di più
di Osho e dei sannyasin, nel bene e nel male..."
Mai...
cosa?
Si sa che il
giornalismo non è una professione che ama la precisione! E per questo che
si può perdonare a Willy Germund del Basler Zeitung di aver fatto un errore
nei due articoli sull'Osho Commune International destinati ai lettori svizzeri.
Nella descrizione del samadhi di Osho in Lao Tzu House, Germund ha letto la
scritta così: "Mai nato, mai vissuto ." Oops! Willy, non vuoi tornare
qui a leggere la scritta come si deve?
La
danza delle Rune in Italia
Ma Prem Letizia ha da poco pubblicato
il suo ultimo libro sulle rune: La danza delle Rune Zen, introducendo la nuova
idea di danzare questi antichi simboli celtici... e commentarli alla luce della
saggezza Zen. Di recente Letizia ha anche firmato un contratto per la
pubblicazione del suo libro in giapponese. Il libro in italiano è distribuito
dall'Oshoba e Letizia sarà in Italia a maggio e giugno per presentare il suo
libro e... per danzare le Rune... prima del primo training di danza delle Rune
Zen, che si terrà in Sicilia.
CD
RISK
Quando Ma Deva Niravi partecipò a un
training multimedia in Danimarca per imparare come fare un CD-ROM, capì quale
sarebbe stato il suo tema: il suo Centro di Meditazione preferito, Osho RISK.
Quando i laureati presentarono il loro lavoro al termine del corso, Niravi fu
scelta per un'intervista con la locale stazione TV e la prima pagina del suo CD
– con una foto di Osho – fu trasmessa al pubblico danese. 11 CD di Niravi è
disponibile per chiunque voglia saperne di più sul Centro RISK. Il suo
indirizzo email: woodwind@pip.dkner.d.
Vinod
in politica
Vinod Khanna, famosa star di film
indiani e discepolo di Osho da lungo tempo, è entrato nel partito BJP e si è
presentato alle elezioni nazionali indiane nel collegio elettorale del Punjab
ed è stato eletto. Quando gli fu chiesto, prima delle elezioni, se l'eroe
d'azione avrebbe trattato i suoi avversari politici (una donna) nello stesso
modo in cui tratta i "cattivi" dei suoi film, Vinod ha risposto che è
sempre molto gentile con le signore. Di Osho ha detto: "Sono più che mai
suo discepolo."
Vivere
con l'arte
Sei mesi dopo aver finito la scuola di
Belle Arti di Amsterdam Swami Dhyan Anutoshen, 27 anni, guadagna abbastanza
soldi col suo lavoro come artista professionista per vivere negli agi e trovare
il tempo di venire a Puna. Anutoshen prende il sannyas nel 1991 e subito dopo
partecipa a un dinamico gruppo di pittura con Ma Anand Meera "Caos e
Beatitudine". Il gruppo suscita il suo entusiasmo e lo spinge alla scuola
di Belle Arti, dove lo scopre il proprietario di una galleria locale. Espone a
Tokyo, Venezia, Utrecht e Amsterdam. I suoi temi preferiti? "Virilità e
responsabilità."
SPECCHIO MAGICO
Ritratto di relazione
dall’interno
Sw.
Dhyan NIKAS e Ma Veet NISARG, terapisti di Osho e creatori del nuovo Osho
Institute for Healthy Relating, conducono separatamente gruppi a Puna, mentre
in Italia presentano insieme dei gruppi che hanno come base il vissuto della loro
relazione. Ma Amrita Suha dell’Osho Times ha voluto intervistarli.
Un giorno NIKAS viene in ufficio e mi
porge timidamente un plico di fogli: “Se vuoi leggere, Suha, questi sono gli
appunti di un’intervista che Subhuti ha fatto lo scorso anno sui gruppi che io
e NISARG presentiamo in Italia, se vuoi farne qualcosa… non è mai stata
utilizzata!” Alla fine della lettura mi accorgo che voglio saperne di più, di
loro e del loro lavoro.
Decidiamo d’incontrarci: mi preparo a
questa intervista con lo zelo e la determinazione di una novellina che sa di
possedere uno strumento importante per mettere a fuoco un argomento scottante.
Il soggetto della “relazione” è così vasto, come faccio a trovare il bandolo
della matassa?
Devo riempire pagine di domande senza
senso prima di tirar fuori quello che voglio veramente sapere. Scegliamo un
angolo tranquillo in giardino e il momento in cui il nastro inizia a srotolarsi
il tempo si ferma, trattiene il respiro, per ascoltare quelle parole che
vengono da lontano: determinate, scapigliate, brucianti, chiare, timide,
sommesse, quei lunghi silenzi, quelle risate a crepapelle, quei puntini di
sospensione, quei sospiri profondi… quelle ammiccate dell’anima che fanno
presagire l’incontro dei cuori.
Vedo ogni giorno persone che si
mettono insieme, che si separano, che vanno con un altro partner… Prima di
tutto: cosa vi ha messo insieme e cosa vi tiene insieme?
Pongo la domanda tutta
d’un fiato, a bassa voce, per paura che mi manchi il coraggio di finirla e,
mentre le parole si snocciolano una dopo l’altra dalla mia bocca, l’impatto
immediato della loro risonanza si incide nella nostra carne.
Null’altro esiste, solo
la domanda che, come una lancia, trova subito il cammino dei loro cuori,
aperti, disponibili a mostrarsi nella loro verità. Dopo un lungo silenzio NIKAS
e NISARG si guardano negli occhi: “Io ci sono, tu dove sei?” Basta un battito
di ciglia: “Ci sono anch’io, vai pure tu…”
Le voci di NIKAS prima e
di NISARG poi hanno un tono palpitante, come un battito d’ali che viene da
lontano. Sembra che parlino ad alta voce a se stessi e mentre parlano si
ascoltano, per osservare che sia tutto vero quello che dicono. E io mi lascio
calare in questo spazio magico…
NIKAS: … Non perdi
certo tempo, Suha! Ciò che mi ha messo insieme a NISARG è la mia determinazione
a imparare cos’è l’amore e a conoscere me stesso attraverso di lei. Penso che
sia la strada più veloce che mi porta diritta alla mia intensità. Vedo anche il
nostro amore come l’impegno di due anime a scoprire chi sono e ad aiutarsi in
questo cammino. Quando attraversavo momenti difficili con NISARG, quando tutto
in me gridava: “Non ce la faccio più, è troppo difficile” ebbene in quegli
stessi momenti una vocina più profonda mi diceva: “NIKAS, non scappare, vai
avanti!” E, tutto sommato, mi sono accorto che rimanendo nella situazione di
fatto potevo crescere.
NISARG: Per me è
qualcosa di simile, un impegno rispetto a me stessa, alla mia ricerca, alla mia
verità.
Ho sempre cercato me stessa nell’altro
e ho avuto molte relazioni che mi hanno rimandato una particolare immagine di
me. Essere con NIKAS mi ha fatto toccare degli spazi più profondi dentro di me
che non credevo di avere o che pensavo fossero di gran lunga superati, spazi
che avevo paura di vedere, sentire e riconoscere come miei: parlo soprattutto
di quelle problematiche sulle quali avevo già lavorato, credendo di averle
trascese: intendo dire gelosia, ambizione, avidità, bisogno, dipendenza. Ero
anche consapevole che non avrei potuto incontrare NIKAS prima, perché non ero
pronta a vivere e ad accettare questo genere di sfida.
C’è una bellissima storia di Osho che
mi ha colpita e che ricordo spesso.
Un imperatore cinese aveva costruito
un tempio con un labirinto di giochi di specchi: le persone si divertivano a
osservare le proprie immagini deformate, riflesse negli specchi distorti. Una
notte però un cane vi rimase chiuso dentro e la mattina, quando le guardie
aprirono il cancello, lo trovarono morto.
Il cane, nel vedere tanti altri cani
riflessi negli specchi, era letteralmente impazzito e aveva cominciato a
lottare con loro, a cercare di prenderli; naturalmente non poteva che ferirsi e
uccidersi. Pensava di essere circondato da milioni di cani mentre era lui
l’unico cane presente. Questa è una storia chiave per me: voglio vedere se Osho
ha ragione quando dice di diventare consapevole che l’altro è uno specchio e
non è separato da me.
Se guardo NIKAS vedo NISARG, una parte
di NISARG. Ci sono cose di lui che mi piacciono e altre che non mi piacciono
per nulla. Poi mi accorgo che proprio quelle che non mi piacciono sono le più
gustose e interessanti da fare mie se voglio diventare completa. Se respingo
qualcosa di lui, rifiuto qualcosa di me stessa, per cui come faccio a dirgli di
andare al diavolo? Non posso proprio! Non serve allontanare lo specchio, perché
lo specchio sono io!
NIKAS: Ci hai
chiesto come ci siamo incontrati: è stata la gioia che ci ha messo insieme:
come due bimbi abbiamo scoperto l’attrazione l’uno per l’altra.
I primi sei mesi sono stati i più
belli in assoluto della mia vita, la luna di miele non è nulla al confronto:
non una sola difficoltà, non una sola litigata, niente di niente. Abbiamo
scoperto, dopo, che questa bellezza non era soltanto un puro godimento, ma era
il terreno adatto per prepararci a scoprire ciò che portiamo dentro di noi, le
ferite, le difficoltà, i condizionamenti.
una relazione
è sempre
un problema,
perché l’altro
diventa uno
specchio
e la presenza
dello specchio
ti aiuta
in molti modi
a vedere
il tuo vero
volto.
Osho
Che cosa vi fa dire, per esempio:
“Avevo paura di affrontare.” Oppure: “Questa è la persona con la quale posso
osare esplorare me stesso.” È qualcosa di misterioso, oppure se ne può parlare?
Penso a tante persone che vorrebbero trovare un partner, però non succede.
NIKAS: Per me,
Suha, ogni relazione rappresenta un processo di crescita. Stare con NISARG, in
questo momento arricchisce la mia vita. Ma tutte le persone che ho incontrato
mi hanno dato qualcosa, persino il puntello di una sera. Se penso invece a una
relazione più profonda, ebbene non ho una risposta, fa parte del mistero:
perché è NISARG e non un’altra donna? Per quello che so delle nostre vite
passate, già siamo stati insieme in molte vite: in alcune Scuole Esoteriche,
nel Medioevo in Italia. È qualcosa di molto forte…
NISARG: È una
connessione karmica che deve essere completata. C’era in me un riconoscimento
inconscio che stare con NIKAS era per me vitale. Devo dire che vengo da vite
passate in cui avevo rifiutato tutto ciò che era materiale, fisico, oscuro. Ma
ora so che anche questo fa parte della vita, come la mia gelosia, il mio
bisogno, e che tutto ciò va bene nel momento in cui accade. Non devo andare
oltre, ma abbracciare questi momenti. Tutte le volte che mi sono esposta in
simili momenti non sono mai stata rifiutata. Quindi dire di sì a NIKAS era dire
di sì a una parte di me che non rivendicavo e che voleva essere completata. Da
qui nasce l’attrazione, ma anche la paura. Per me è stata una cosa nuova e un
vero festino, ad esempio, amare la concretezza del suo corpo, scoprire la sua
fisicità, entrare con lui nel mondo della materia…
E per te, NIKAS, com’è stato?
NIKAS: Per me non
si tratta solo di un aspetto, ma piuttosto di diverse dimensioni. La prima è
quella della vulnerabilità, mostrare e condividere i miei sentimenti, quelli
che nascono dal cuore e dalla pancia. NISARG è molto vulnerabile ed esprime
sempre le sue emozioni e sensazioni, anche se io l’ho spesso giudicata per
questo. Così anch’io, attraverso di lei, ho toccato la mia vulnerabilità a un
livello più profondo, cosa che prima non ero in grado di fare e che ora scopro
essere uno spazio bellissimo. Anche se molte volte è doloroso per un uomo
rimuovere le protezioni, le barriere che gli impediscono di sentirsi
vulnerabile! Devo anche aggiungere che NISARG mi ha reso consapevole delle
belle qualità che non riconoscevo in me stesso: essere centrato, appassionato,
vivo, avere i piedi per terra. Io davo queste qualità per scontate e andavo
mendicando qualità che vedevo in altri, senza riconoscere i miei talenti. Ah,
il miracolo dell’amore! L’altra dimensione di cui avevo bisogno è che mi è
stato possibile essere in relazione con una donna a diversi livelli energetici.
Faccio un esempio: grazie a degli scambi reciproci di sessioni di lettura
psichica, di chakra o di channeling, abbiamo modo di accedere non solo al
livello umano della nostra relazione, ma anche a quello superiore.
Con NISARG ho dovuto aprirmi per poter
dire di sì a una donna – non solo dire di sì a come vedo io la donna, e quindi
in modo limitante – ma a com’è lei. Talvolta aspetti di lei sono difficili da
accettare, quando è fuori di sé o quando si pone con forza. È stata per me una
grossa sfida. Molte volte ho reagito: “No, deve essere come voglio io.” Ma ora
no. Se la voglio, devo prenderla così com’è.
Non vi volete più cambiare?
NIKAS: No, ho perso
la voglia di cambiarla, anche perché so che è impossibile! (risate) E poi
qualcosa in me è maturato e se posso cambiare io, non voglio più che l’altro
cambi.
NISARG: All’inizio
mi sarebbe piaciuto cambiare NIKAS perché non potevo capire e accettare certe
parti di lui, ma mi sono spaccata la testa contro il muro, mi sono ritrovata
piena di frustrazioni e ho capito che così non poteva funzionare. Mi sono
allora ritrovata ancora una volta confrontata con me stessa, ho dovuto
accettarmi ed essere io a cambiare. Come per magia anche intorno a me le cose
sono cominciate a cambiare.
Perché questo è possibile con NIKAS e
non con qualcun altro… c’è un fatto da tener presente: NIKAS era pronto a
guardarsi, come lo ero io. Avrebbe potuto essere un’altra persona, forse, ma
che fosse altrettanto pronta: questa è la chiave. Se una persona non è disposta
a guardarsi, diventa tutto molto difficile.
Comunque una cosa è certa: non volete
buttarvi addosso la vostra spazzatura!
NIKAS: No, no, che
si tenga la sua! (risate) Abbiamo capito che ognuno deve guardarsi la propria,
perché l’altro è soltanto uno specchio. Ma quante volte ci siamo persi e ci
siamo accusati reciprocamente!
NISARG: Abbiamo
dovuto passare attraverso tutte queste cose. Non puoi immaginarti, ci siamo
quasi uccisi, ma se non scappiamo da questa esperienza possiamo svegliarci nel
bel mezzo scoprendo: “Wow, non è proprio come pensavo!”
Pensate che solo la meditazione può
darvi il coraggio di usare la relazione con l’altro per la vostra crescita?
NIKAS: Qui entriamo
ancora nel mistero, perché non è una cosa che viene dalla mia volontà: “Adesso
la faccio.”
È piuttosto come un fiore che è pronto
a sbocciare, ma non può fiorire se il giardino non è stato curato prima, se non
gli è stata data la giusta dose d’acqua, il giusto fertilizzante, senza che il
sole sia stato troppo forte, senza che l’inverno sia stato troppo freddo… è un
insieme di circostanze che fanno sì che, al momento giusto, il fiore possa
fiorire. Certo che la meditazione è fondamentale.
Non penso che senza la meditazione le
persone possano andare in profondità e possano affrontare le sfide che porta
con sé ogni relazione o che possano semplicemente andare avanti a stare
insieme.
NISARG: Per me la
meditazione non è sedermi a occhi chiusi, ma avere il coraggio di tuffarmi
nella vita e nel momento per svegliarmi: “Coraggio, NISARG, vivi la vita in
tutta la sua pienezza e allora sì che la meditazione accadrà!”
Per questo le persone hanno paura di
aprirsi all’altro.
L’amore è
essenziale per
la
crescita
spirituale.
oltretutto,
l’amorefunziona come
uno specchio.
ti è molto
difficile
conoscere te
stesso,
a meno di
vedere il tuo
volto riflesso
negli
occhi di
qualcuno
che t’ama.
OSHO
Che cosa impedisce alle persone di
aprirsi all’altro?
NIKAS: Per me è
chiaro. Le persone sono sature di condizionamenti, di ideali, di illusioni.
C’è, è vero, un’urgenza sessuale che spinge al rapporto con una donna o con un
uomo, ma ci sono così tanti bisogni che fin dall’infanzia sono rimasti
insoddisfatti.
Le persone entrano in relazione senza
consapevolezza, senza sapere che cos’è l’amore, cosa sono le proiezioni.
Cos’hanno come riferimento? Dei sogni sdolcinati da romanzo, dei versi di poeti
sognatori, delle inverosimili storie d’amore di persone famose. E poi soffrono
perché non sanno perché è finita una storia d’amore e vanno avanti a vivere nel
solito tran tran, ma per farlo devono disconnettersi dai propri sentimenti, da
tutti i risentimenti. È come in un film dell’orrore, devono diventare
insensibili… Adesso comincio a capire che l’amore è qualcosa di diverso da
quello che immaginavo.
La verità, Suha, è che nessuno insegna
cos’è l’amore, nessuno insegna come comportarsi con l’altro, nessuno insegna
come funziona un uomo, come funziona una donna! Per questo abbiamo creato
questo gruppo che si chiama Pianeta Uomo e Pianeta Donna, per esplorare cosa
vuole dire essere uomo, cosa vuole dire essere donna. Nel gruppo, quando gli
uomini espongono se stessi, le donne sono presenti per osservare o assorbire, e
lo stesso accade con le donne. Il vero desiderio dell’anima è di relazionarsi
con l’altro, di essere nutrito, di entrare in intimità, ma succede così di
rado, senza parlare poi dei tradimenti, delle paure, dei rifiuti. Ancora una
volta ti sei fatto male e dici: “Oh mio dio, l’amore è doloroso, meglio
chiudersi all’amore.” Nel mondo ci sono veramente poche persone aperte ad
amare.
NISARG: Infatti la
paura è la paura di aprirsi e farsi del male, di vedere i propri sogni
infrangersi e la paura di perdere la propria identità. C’è paura perché se osi
addentrarti in una relazione, devi essere pronto a morire – in un certo senso –
e questo è inevitabile. Quando la luna di miele sarà finita e vorrai continuare,
in quel preciso momento tutte le ferite della tua infanzia riemergeranno, ti
renderai conto di quante illusioni hai sull’amore… È un processo doloroso,
perché siamo identificati con le nostre illusioni. Quest’anno, in alcune
sessioni di Childhood Deconditioning, ho scoperto come il relazionarsi va a
toccare le ferite più profonde della nostra infanzia.
NIKAS: Per me,
Suha, accogliere l’intimità tocca tutte le mie paure, le paure di un uomo,
tutte le protezioni che mi ero costruito, tutto uno stile di vita. I problemi
più grossi che ho scoperto sono il tradimento, l’invasione e lo shock. Tradito
da mia madre, invaso dalla mia famiglia, non ho avuto la possibilità di sentire
quello che provavo. Quando mi apro, rivivo tutti questi momenti. Per questo c’è
così tanto dolore, così tanta paura nel rivivere la mia infanzia, perché questa
paura è entrata nel mio corpo. Tutti i miei muscoli mi diranno: “No, non voglio
l’intimità.” Per fortuna c’è la consapevolezza, la meditazione che mi ricorda:
“Ehi, tutto ciò è successo nell’infanzia, non sei più la stessa persona e
questa donna non è tua madre!”
Comunque è un processo di morte e
rinascita.
NISARG: Hai chiesto
qual è la paura che non ti fa aprire all’altro. Nel lavoro che facciamo in
Italia e anche qui, la posso vedere soprattutto nelle donne che vorrebbero
avere una relazione, ma questa non succede. Arrivo persino a chiedermi: “Come
mai io ce l’ho e molte altre donne no?” E le donne ci soffrono, si lamentano, e
la desiderano. Quando però lavoro – in gruppi o in sessioni individuali – con
quelle stesse donne che sono sole, mi accorgo che questo loro desiderio è solo
superficiale, come un bel sogno. Mi accorgo che non sono consapevoli che c’è
un’altra parte in loro, sotto sotto, che dice: “No, non voglio nessuna
relazione. Odio gli uomini. Voglio stare da sola. Non voglio che nessuno mi si
avvicini.”
A questo punto potrebbero diventarne
consapevoli, aprirsi e riconoscere questa parte di rifiuto; solo così sarebbe
possibile accedere a una zona più profonda dove esiste la possibilità di
unione. Se invece si fermano alla superficie senza essere consapevoli del loro
grosso rifiuto, non potranno capire cosa sta loro succedendo e perché. La
rabbia che esiste a livello inconscio nella donna verso l’uomo, la sfiducia, il
dolore e le ferite hanno bisogno di essere espresse, per poterle riconoscere ed
esporre. Allora è possibile andare più a fondo, in uno spazio dove può accadere
la condivisione con l’altro.
Ho osservato che è l’odio per l’altro
che ti spinge a possederlo, a volerlo ridurre a un oggetto.
NISARG: Questo fa
parte del lavoro, rendere le persone consapevoli di questo odio e accettarlo,
perché va bene così com’è. Ciò che mi aiuta, Suha, è capire che tutto ciò è
anche in me. Ho posseduto molti uomini, ne ho usati molti, prima di diventare
consapevole di ciò che stavo facendo! Eppure avevo bisogno di farlo, dovevo
avere il coraggio di farlo, così come tanti altri errori. Ne avevo bisogno per
capire, per svegliarmi… (sospiro profondo, con tanti puntini di sospensione).
NIKAS: I sentimenti
di cui parla NISARG devono essere vissuti, espressi, ma non nella vita reale –
perché nessuno vuole essere posseduto – ma nei gruppi, nelle meditazioni, con
la meditazione Dinamica…
Dicevi prima che nessuno sa come
funziona un uomo, come funziona una donna e come relazionarsi nella vita in
comune. Nei vostri gruppi date la possibilità di imparare questi principi di
base?
NIKAS: Nei gruppi
questo succede, e non siamo noi che spieghiamo o insegnamo. Creiamo invece la
possibilità – con una situazione specifica – di capire. Questa è una chiave che
usiamo nei nostri gruppi: portare comprensione e chiarezza su tutto ciò che
avviene.
Il problema della comunicazione
influenza la relazione?
NIKAS: Mi accorgo
sempre di più che tutto quello che riguarda il relazionarsi ha a che fare con
la comunicazione. La maggior parte di noi, vedo, non sa come dire le cose, non
sa come comunicare, specialmente fra i due sessi. Diamo per scontato che la
donna sia, di fondo, una copia dell’uomo, il che invece non è vero. E non penso
che valga soltanto per il mio condizionamento italiano… il vedere gli altri
comunque come un mio riflesso. E il modo in cui mi rapporto con me stesso, ho
la tendenza ad applicarlo anche all’altro.
Ciò vuol dire che presupponi che NISARG
capisca quello che dici e che ti sorprende non poco quando non è così?
NIKAS:
Assolutamente. Molte incomprensioni o dispute sono causate dal fatto che non
riesco veramente a passarle la mia verità. È come parlare in italiano a un
cinese e aspettarsi che capisca.
NISARG: Abbiamo
ancora molto da imparare su questo argomento. Molto spesso le difficoltà
nascono da incomprensioni nella comunicazione. L’attrazione tra di noi è
fortissima, ma siamo come due poli opposti che si incontrano. Il polo nord e il
polo sud che cercano di incontrarsi e cercano di capirsi. Non c’è nulla di
simile nella nostra formazione, nei nostri condizionamenti e nelle nostre
personalità. Sappiamo anche che abbiamo degli angoli da smussare. E ancor’oggi
mi occorre consapevolezza per rendermi conto dello spazio dal quale sto
parlando…
NIKAS: A volte
dobbiamo anche essere onesti e avere il coraggio di dire: “Senti, questo non è
il momento né per parlarsi né per capirsi, e non vogliamo creare casini o
conflitti. Lasciamo perdere e incontriamoci più tardi!” Questo stiamo imparando
a farlo, perché da un lato è importante essere aperti all’altro e dall’altro
però è anche importante rispettarsi. Quando abbiamo invece delle sedute di
lavoro, cominciamo sempre con una meditazione di dieci minuti, mani nelle mani,
e non dimentichiamo la musica, l’incenso, il silenzio. Più la meditazione è
profonda, meno probabilità ci sono di non capirsi.
NISARG: È vero, la
meditazione è veramente la chiave. Credo che per un uomo e una donna, se non
meditano, sia impossibile stare insieme, perché non ci sono le fondamenta. Una
storia d’amore richiede molta consapevolezza. E più entro nella mia storia
d’amore, meno so che cos’è l’amore. Cos’è? Veramente non so, anche se ho avuto
molte esperienze diverse. A volte, quando sentivo Osho dire che non sappiamo
cosa vuol dire amare, pensavo tra me e me: “Ma cosa dici? Certo che io lo so!”
In altri momenti devo ammettere umilmente: “È vero, non lo so.” Questa è la mia
strada, la mia ricerca. Ogni volta che mi accorgo che… ah, questo non è amore,
allora sì, fa male… (Lungo silenzio dal quale faccio fatica a emergere per
continuare con le mie domande.)
È vero che la crescita non ha fine, ma
sono certa che nel momento in cui non è più possibile crescere insieme, la
relazione è finita. È l’impegno a crescere che vi fa rimanere insieme?
NISARG: Sì, è
l’impegno. Siamo entrambi ricercatori, siamo con Osho e la cosa più importante
è arrivare a svegliarci un giorno o l’altro.
NIKAS: È il nostro
impegno, è vero. Ma allo stesso tempo non voglio dare l’immagine di questo
impegno come di qualcosa di arido, come andare a lavorare tutti i giorni.
C’è anche molto calore, molta
attenzione, molta comprensione, molto rispetto e anche questa voglia di
crescere, di imparare. Ma senza un impegno consapevole, non penso che andremmo
molto lontano. Come quando c’è una casa, possiamo metterci i fiori, ma una casa
che non ha delle fondamenta solide ma tanti bei fiori, crollerà.
L’impegno a crescere fa gustare il
succo della vita, fa sentire più vivi, sempre più giovani!
NIKAS: È per
questo, Suha, che abbiamo creato un gruppo di dieci giorni che si chiama
Running Free, Correre liberi, che ha indirettamente a che fare con il
relazionarsi. Il contenuto di questo processo – perché più che un gruppo è un
processo molto forte e gioioso – è molto semplice: “Cosa vuol dire vivere per
dieci giorni mettendo da parte la paura, i condizionamenti, i sogni e ritornare
in quello spazio dell’infanzia per riviverla selvaggiamente con la stessa
innocenza, lo stesso fuoco e la stessa gioia?” Abbiamo scoperto che possiamo
riandare in quello spazio senza dover lavorare sui condizionamenti o sulle
paure, cosa che di per sé richiederebbe anni e anni.
Usiamo molte tecniche tra le quali il
teatro, l’improvvisazione, la creatività, l’ipnosi e ci occupiamo anche delle
difficoltà che potrebbero emergere, ma l’energia è rivolta a vivere il meglio
della vita, a lasciar perdere tutto ciò che potrebbe impedirlo e a creare
un’atmosfera che nutra questo approccio.
L’altro lavoro che facciamo in altri
gruppi è vedere l’energia dei singoli chakra e in che modo questa energia può
influenzare il relazionarsi o viceversa, il che vuol dire quali sono le
possibilità, le aperture, le paure, le difficoltà, la gioia. Praticamente tutto
il lavoro della stagione è diviso in tre parti: Running Free, Correre Liberi,
il lavoro sui chakra e Pianeta Uomo e Pianeta Donna, di cui ho già parlato e
che facciamo quest’anno in maggio e settembre.
NISARG: Il nostro
approccio consiste nel non mettere tanto a fuoco tutti i problemi per cercare
di trovarvi una soluzione, ma concentrarci direttamente su quello che già
esiste ancora intatto nelle persone, la loro essenza, la loro linfa vitale e
come trovare il modo di stuzzicarla e creare uno spazio per aiutarla a
esprimersi.
NIKAS: Quante volte
ci accorgiamo che le persone non sanno qual è il loro dono, qual è la loro
ricchezza. Questi doni rimangono intatti dentro, ma non riescono a tirarli
fuori perché sono piene di problemi, di difficoltà, sono stressate dal lavoro
ecc. e non possono arrivare alla loro fonte di vita. C’è un solo modo per
arrivarci: con la meditazione e la celebrazione. Diamo perciò spazio a questo
nuovo esperimento e ci accorgiamo che anche la vita di relazione delle persone
viene arricchita.
C’è chi partecipa al gruppo col
proprio partner, ma ci sono anche persone sole. Mi accorgo di aver bisogno di
questo gruppo perché ci mettiamo in gioco anche noi; non siamo lì come
terapisti distaccati, ma come persone che vogliono andare oltre i propri limiti
e rivivere la magia dell’infanzia.
Il nostro modo di condurre i gruppi è
di incoraggiare le persone, guidarle, creare una struttura in cui questo
processo possa avvenire, ma di fondo non siamo separati. Ogni giorno facciamo
la meditazione Dinamica, la Kundalini, siamo con loro anche alla White Robe, e
in questo lungo gruppo, Running Free, mangiamo insieme e creiamo una reale
vicinanza, nel divertirsi e nell’essere creativi. Ma neppure per un solo
istante ci dimentichiamo che siamo lì per loro.
Come devi
guardarti allo
specchio per
vedere il
tuo volto
fisico, nello
stesso modo
devi
guardare nello
specchio
dell’amore per
vedere il
tuo volto
spirituale.
l’amore è uno
specchio
spirituale.
ti nutre, ti
integra, ti
prepara al tuo
viaggio
interiore, ti
rimanda
al tuo volto
originale.
OSHO
Mi pare che stiate creando un nuovo
modo di condurre i gruppi. Non ci potete far nulla, non potete continuare a
crescere senza condividere con gli altri ciò che state vivendo voi! Per questo
avete bisogno degli altri! E vi colgo ora con le mani nel sacco: non state
forse espandendovi a partire dalla vostra intimità, per farla gustare anche ad
altri?
NISARG: Sì, infatti
non vogliamo creare una separazione con gli altri. Certo che è più facile
essere un terapista nel senso tradizionale, fare le proprie cose tenendosi un
poco a distanza, ma per noi questo modo non funziona. Per me anche il lavoro è
una storia d’amore, la mia relazione, tutto, la vita stessa è una storia
d’amore. Se mi tengo in disparte sono la prima io a soffrirne. Quando emerge la
paura di lasciarmi andare, posso vederla, accettarla e imparare a diventare più
aperta.
NIKAS: Avevi
ragione Suha nel dire che ne abbiamo bisogno, altrimenti il nostro amore
sarebbe limitato. Mi è sempre piaciuto lavorare con la donna che amo; l’ho
fatto anche con la mia ex-moglie, ma con NISARG lo facciamo in grande pienezza.
A volte è persino troppa e abbiamo bisogno di prendere ciascuno il proprio
spazio. Ma amo viaggiare con lei, amo preparare, organizzare, stare con le
persone, dare sessioni. Anche questo, ad esempio: spesso insieme diamo delle
sessioni di bilanciamento di energia, di lettura energetica o sessioni aperte.
Che completezza vedere i due principi, maschile e femminile, lavorare su una
stessa persona!
NISARG: Questo è
veramente un aspetto di rara complementarità del nostro lavoro, perché non è
comune trovare un uomo e una donna che stanno insieme e lavorano anche insieme.
È anche un grande regalo e una ricchezza ricevere una sessione da un uomo e una
donna contemporaneamente. E devo dire anche per noi, poiché si crea un cerchio
di energia.
NIKAS: Più mi
addentro nell’amore, più l’amore mi riporta a me stesso, alla mia solitudine. È
un’esperienza molto forte che si sta chiarendo in questi ultimi mesi.
NISARG: Per me è la
stessa cosa. Mi fa essere con me stessa… (sussurro) mi fa essere con me stessa.
NIKAS: C’è forza
nell’essere solo, ma anche insicurezza. La solitudine sta alla base del nostro
essere insieme. Non possiamo fare diversamente, che lo vogliamo o no. Penso
alle increspature sull’acqua quando getti un sasso, che si espandono… si
espandono… si espandono!
Ci siamo, Suha… abbiamo finito!
L’intervista è finita e mi sento
ancora avvolta in un’atmosfera magica. So di essere stata nutrita, ubriacata da
quest’energia così generosamente e riccamente donata… Ciò che ho vissuto, al di
là delle parole di NIKAS e NISARG, è la misteriosa eppure tangibile presenza di questo “spazio”
d’amore che rende ogni cosa sacra e ogni momento degno di essere vissuto.
DELL’AMORE
E DELLA SPADA
COS’È
il Katsugen-Undo?
Il Katsugen-Undo era
conosciuto in Giappone fin dai tempi antichi, benché non avesse denominazione
alcuna. Era un insieme di antiche conoscenze tramandate per via orale, relative
al concetto di ordine, spontaneità e naturalezza del corpo. ‘Katsugen’ sta a
indicare la fonte della vitalità. ‘Undo’ significa movimento, in relazione al
corpo umano. Il Katsugen-Undo è una tecnica - ma sarà meglio chiamarlo sentiero
- che permette il naturale fluire dell’energia attraverso alcuni movimenti
spontanei del corpo. In questa intervista, Pravahi nomina Haruchika Noguchi, un
individuo straordinario e purtroppo semisconosciutto in Occidente, che circa
sessant’anni fa ha cominciato a sistematizzare l’antica conoscenza del
Katsugen-Undo, per renderla più accessibile all’uomo moderno. La sua
esposizione è descritta nel libro Order, Spontaneity and the Body, un libricino
di infinita saggezza e smisurato amore. La sua idea di offrire il Katsugen-Undo
all’individuo contemporaneo è nata a seguito del disastroso terremoto che aveva
devastato Tokyo verso la fine degli anni quaranta. Noguchi, già conosciuto come
guaritore eccezionale, si rese conto che non erano molte le persone che poteva
guarire con la sola applicazione delle mani. Da qui l’esigenza di dare vita a
questo sentiero accessibile a tutti.
di Swami Sarjano
Le
parole di Pravahi sono state tradotte da Ma Prem Gulestan
Ho amato Pravahi fin dalla prima volta
che l’ho vista… Non è così che si esprimono gli innamorati? Potrei dire che fu
amore al primo sguardo. Be’, forse non riuscirò a esprimerlo, però mi ricordo
benissimo cosa ho provato quel giorno di otto anni fa, quando ho visto per la
prima volta Pravahi varcare i cancelli dell’ashram.
“Mi viene in mente una bellissima
statua del Buddha, che un amico mi mandò dal Giappone. In una mano aveva una
torcia accesa, e nell’altra una spada sguainata. E la bellezza, e la
singolarità della statua era che metà del suo volto era illuminato dalla torcia
– sereno, silente, in pace, mentre l’altra parte aveva la stessa acuta
intensità della spada che teneva in mano. Il silenzio può essere anche un
canto. L’amore può essere anche una spada…”
Queste parole, che ho sentito un
giorno da Osho, descrivono esattamente ciò che ho provato vedendo questa
piccola donna sprizzante coraggio, dolcezza, determinazione e vulnerabilità. Il
tutto a creare un’immagine così intensa della “donna giapponese” che sono quasi
caduto ai suoi piedi. Lei si è accorta subito di questo pazzo italiano che la
fissava, si è fermata e lo ha guardato a lungo negli occhi, finché, quasi
contemporaneamente, ci siamo gettati l’uno nelle braccia dell’altra! E tutto
senza dire una parola. È ancora così, un amore senza parole, perché lei non sa
una parola d’inglese e lui non una di giapponese.
Per fortuna questo reporter ha una
girlfriend giapponese (…via, come si fa a dire fidanzata?) che, come lui, si è
innamorata di Pravahi a prima vista e ha potuto tradurre per entrambi. È così
che questa conversazione è diventata possibile. Durante la sua ultima visita
alla Comune Pravahi ha dato vita a un incontro mattutino di Katsugen-Undo che
ha subito riscosso uno straordinario successo. Per questo motivo l’abbiamo
intervistata. Ma questo, come in ogni storia, è solo il motivo visibile, o
pratico…
Il vero motivo, celato tra le pieghe
dell’esistenza, si è svelato il giorno in cui il vostro reporter si è recato a
vedere la mostra dei quadri di Osho. Per giorni ha visitato la mostra, quasi un
pellegrinaggio... godendo dei colori e del silenzio e degli estatici commenti
degli amici davanti alle creazioni di Osho. Poi un giorno ha scorto davanti a
sé Pravahi. Era mattino presto e non c’era ancora nessuno. Non ci furono
parole, ma solo lacrime di gratitudine e di estasi che scorrevano interminabili:
lacrime di gioia, e nient’altro.
OTI: Puoi dirci qualcosa su di te e
sui tuoi primi incontri con il Katsugen-Undo e la meditazione?
Pravahi: Ho scoperto
il Katsugen-Undo dopo aver sperimentato tutto il possibile per guarire il mio
corpo. A vent’anni, appena dopo aver messo al mondo il mio unico figlio, venni
colpita da una grave forma di reumatismo alle ginocchia. Tentai di tutto per
guarire, ma niente sembrava funzionare. A quel tempo in Giappone facevano la
loro prima comparsa gli steroidi, che arrivavano dalla Germania, in via ancora
sperimentale, e un dottore mi suggerì di provarli. Tutti i miei dolori
sparirono, ma il dottore mi avvertì che avrei dovuto prendermi molta cura di me
stessa, perché una eventuale ricaduta avrebbe potuto indebolire cuore, cervello
e altre parti del corpo. Per attenermi alle sue istruzioni, cominciai a portare
guanti e maglioni di lana perfino d’estate… Ma un anno dopo ebbi un attacco di
cuore, e fui portata d’urgenza in ospedale, dove mi dissero che le mie giunture
si stavano “sciogliendo” Così mi misero una specie di gabbia d’acciaio attorno
al corpo, per sostenermi. Ma il corpo non guariva, e nonostante tutte le cure
più diverse, continuava ad andare a pezzi. Le articolazioni sembravano non
funzionare più, il mio corpo sembrava una statua di creta. Non sentivo più
nulla. Solo il ricordo mi aiutava a far funzionare il corpo più o meno
normalmente. Se tentavo di mettermi in piedi, cadevo a terra. Volevo fare
qualcosa, ma gli oggetti mi cadevano di mano. Alla fine non potevo nemmeno
tenere in mano una penna per scrivere. Ogni giorno facevo una serie di visite
all’ospedale. Quando tornavo a casa avevo la sporta piena di medicine di ogni
tipo, e ciononostante la mia vita era sempre più un inferno. Ero ridotta a
vivere una vita deprivata di ogni senso fisico.
Che malattia avevi, in sostanza? Qual
era la diagnosi dei medici?
Tutto cominciò con quella forma
reumatica alle ginocchia, ma dopo le massicce quantità di cortisone che ho
preso, i dottori non riuscivano più a diagnosticare le mie condizioni. Di fatto
fu scoperto, molti anni dopo, che tutti quei sintomi erano il risultato di una
reazione chimica proprio al cortisone. I dolori che provo da quando l’ho preso
- e che ancora continuano - sono peggio, ma molto peggio di quelli che provavo
prima di prenderlo.
Cominciai dunque a concentrarmi sulla
mia consapevolezza, che era l’unica cosa che mi rimaneva, ma vedevo che il mio
corpo peggiorava ogni giorno e non dava alcun segno di ripresa. Ho provato la
medicina cinese, la chiropratica, l’agopuntura, vari tipi di massaggi, il
digiuno… tutto quello che era disponibile. Ma tutti i guaritori a cui mi sono
rivolta non sapevano, alla fine, spiegarsi i miei sintomi. E in più,
l’antidolorifico che prendevo, dopo un paio d’anni smise di fare effetto.
Fu in quei giorni che venni a sapere
del Katsugen-Undo, e poco prima vi fu l’incontro con Osho, attraverso un libro.
Questo accadeva vent’anni fa, ed io avevo quarant’anni.
Puoi dirci qualcosa sul tuo primo
incontro con Osho?
In un momento in cui mi sentivo
disperata, un amico mi mandò il libro Tantra : La Comprensione Suprema.
Leggendo questo libro, ho capito di essere sempre stata una outsider, un
individuo non integrato in questa società.
Ho letto molti libri, in quegli anni,
tutti i grandi pensatori moderni, e ogni volta c’era un “sì” dentro di me, ma
anche un “no” altrettanto grande. Leggendo Osho, per la prima volta non ho
trovato alcun “no”. Avrei voluto andare a incontrare Osho immediatamente, ma il
mio corpo non era in grado di viaggiare. A quel punto, anche leggere due righe
mi costava uno sforzo immenso: leggevo alcune parole, poi chiudevo gli occhi,
riposavo un po’, poi altre due righe, poi chiudevo gli occhi… Il corpo mi
doleva se lo tenevo nella stessa posizione più di alcuni minuti. E tutto quello
che volevo, era poter vedere Osho. Leggendo questo libro mi imbattei in una
nuova parola, che peraltro non capivo: meditazione.
Avevo creduto che pensare fosse il
modo per risolvere le difficoltà della vita. Non facevo altro che pensare tutto
il giorno, per cercare di capire ciò che mi sfuggiva. Non riuscivo a dormire,
continuavo a pensare, fino a raggiungere i limiti della mia mente. Attraverso
il pensiero, per esempio, vidi la mia parte non-naturale all’interno di una
relazione. Una volta trovato ciò che cercavo, mi arresi completamente, anche se
avrei potuto trovare mille scuse per non accettare ciò che avevo compreso. Così
venni a scoprire che cambiare l’altro non è il modo in cui voglio mettermi in
una relazione.
E giunsi finalmente a percepire che la
via è l’osservare, anche se non sapevo niente della meditazione. Ma ora lo so:
quando sei in meditazione, consapevole, la comprensione accade da sola, senza
alcuno sforzo. Accade in un traboccare d’energia. E tutte queste cose sulla meditazione,
le ho comprese pian piano attraverso il Katsugen-Undo.
Puoi raccontarci in che modo il
Katsugen-Undo è entrato nella tua vita?
Un amico mi mandò un libro sul
Katsugen-Undo, scritto da un certo Haruchika Noguchi. Leggendolo ne rimasi
folgorata. In sostanza questo libro dice che è tutto dentro di te. Fino a quel
momento avevo cercato all’esterno di me stessa, non avevo mai realizzato che
ciascuno di noi ha dentro di sé la capacità di vivere e guarire la propria
vita, il corpo, la mente. Cominciai così a praticare il Katsugen-Undo in
solitudine, giorno e notte, leggendo e rileggendo il libro di Noguchi. Avevo
sentito dire però che la gente che aveva preso steroidi, non dovrebbe
praticarlo.
Poiché non sapevo quale fondamento
avessero queste dicerie, non dissi nulla e cominciai a partecipare alle
attività dell’Istituto Katsugen-Undo di Tokyo. Alcuni anni dopo sarei venuta a
sapere che il Katsugen-Undo poteva provocare degli shock mortali a chi aveva
assunto steroidi. All’inizio ebbi una reazione violentissima, il mio corpo non
riusciva nemmeno a muoversi di un centimetro, tanto era il dolore. Poi pian
piano ripresi a praticare, il mio corpo riacquistò il suo movimento e
ricominciò a funzionare, anche se con intensi dolori. Alla fine, la mia routine
quotidiana consisteva in alcune ore di pratica, poi a letto per il resto del
giorno, a riprendermi. Dopo dieci anni di esperienza, sono giunta alla
conclusione che il Katsugen-Undo può essere di grande aiuto per recuperare il
naturale fluire dell’energia nei nostri corpi. Ho potuto farla finita con
medici, cure e farmaci, e ho cominciato ad aver fiducia nel fatto che il mio
corpo sa prendersi cura di se stesso. Ed eccomi qua a Puna.
Come sei giunta alla conclusione che
Katsugen-Undo e meditazione possono lavorare assieme?
Ho cominciato praticando il
Katsugen-Undo, e più ci andavo a fondo, più diventavo consapevole della mente,
delle emozioni, di tutto ciò che avveniva in questo corpo, che non era il mio
vero sé. Adesso capisco che attraverso il Katsugen-Undo avevo scoperto il
testimone, colui che osserva senza giudizio. Un giorno decisi di fare il mio
primo gruppo, al Centro Osho di Tokyo. Era un gruppo sul respiro, con Kamal.
Saltai sul treno senza esitazioni, incurante della fragilità del mio corpo e
durante il gruppo ebbi la mia prima esperienza di meditazione. Vidi che lo
stato di non-mente che accade durante il Katsugen-Undo, aveva creato la base
affinché la meditazione potesse accadere in quel momento. È proprio come nel
momento in cui il Katsugen-Undo accade: vedo la mia mente, torno al mio corpo,
osservo l’attimo in cui sopravviene la non-mente, poi la mente che ritorna, io
che ritorno al mio corpo. È come guardare un film… Per me il Katsugen-Undo è la
base della meditazione. È la vita stessa.
Com’è stata la tua prima visita a
Puna?
Avevo sentito molte storie e racconti
da persone che erano state qui, e quando sono arrivata, nel 1990, mi sono
sentita subito e naturalmente a casa mia, con un gran senso di rilassamento.
Hai preso il sannyas qui?
No, per posta. E ho ricevuto il nome
di Dhyan Pravahi, che vuol dire ‘lo scorrere della meditazione’.
Ci piacerebbe sentirti dire
qualcos’altro su come il Katsugen-Undo può essere
di aiuto alla meditazione.
Ho scoperto che Osho ha creato le
meditazioni proprio con l’intento di aiutare l’energia a muoversi da sola,
senza costrizioni. Di solito, all’inizio, il Katsugen-Undo è un fenomeno che
accade e si manifesta alla superficie del corpo, poi man mano che cresce, ti
guida alle profondità del tuo corpo… Se durante la Mystic Rose oppure la
No-Mind lasci accadere il Katsugen-Undo, sarà molto più facile pervenire al
livello della meditazione. Le sue possibilità sono infinite.
P.S. Su invito di Sarjano e
Gulestan (i curatori di questa intervista), Pravahi si è detta disposta a
venire per un breve periodo in Italia. Se qualche Centro fosse disposto a ospitarla
e a fornirle lo spazio per condividere il Katsugen-Undo, lei ne sarebbe felice.
Ne saremmo tutti felici. Basterà, per questo, contattare l’Oshoba.
arreso all’esistenza
Chi
vive senza ego vive la poesia come stato dell’essere.

Amato
Osho, tempo fa, una notte, mentre dormivo, ho sognato di essere al discorso.
La
mattina seguente non riuscivo a ricordare nulla di quello che avevi detto,
tranne la frase: “La poesia è arrendersi.”
Da
allora mi sto chiedendo cosa c’entra la poesia con l’arrendersi, e viceversa, e
come la poesia possa essere un sentiero come l’amore, la preghiera, la
meditazione.
Deva Richa, la poesia contiene tutto:
contiene l’amore, contiene la preghiera, contiene la meditazione e molto di
più. Nella poesia è contenuto tutto ciò che è divino, tutto ciò che è bello,
tutto ciò che può portarti al trascendente.
La poesia non è solo poesia: è la
religione essenziale. Poesia significa uno stato dell’essere dove la mente non
interferisce più fra te e l’esistenza; dove esiste una comunione fra te e
l’esistenza – diretta, immediata; quando sei improvvisamente posseduto dal
Tutto, e tu sparisci in quanto entità separata e il Tutto comincia a parlare
attraverso di te, comincia a danzare attraverso di te; diventi un bambù cavo e
il Tutto ti trasforma in un flauto.
La poesia è il Tutto che discende
nella parte, l’oceano che scompare nella goccia di rugiada. La poesia è un
miracolo.
E quando uso la parola poesia, le mie
dita non stanno indicando i vari Shakespeare o Kalidas; essi sono solo
parzialmente dei poeti. Certo, hanno conosciuto alcuni momenti di poesia, ma
non sono poeti. Hanno avuto alcune intuizioni quando le porte dell’ignoto erano
a loro aperte, hanno avuto accesso alla sorgente più profonda della vita, ma
quei momenti erano semplici regali dell’ignoto. Non sapevano come raggiungerli,
non sapevano come il Tutto è arrivato a loro. Era quasi uno stato di
inconsapevolezza. È accaduto in un sogno, proprio come è accaduto a te in
sogno. Erano dei sognatori.
Tutti i cosiddetti grandi poeti del
mondo, i grandi pittori, i musicisti, gli scultori, erano dei sognatori. Certo,
ebbero qualche intuizione nei loro sogni: qualcosa penetrò, qui e là un raggio
di luce riuscì a passare fra la barriera del sogno, e persino quel singolo
raggio fu abbastanza per creare uno Shakespeare o un Kalidas. Ma questo non è
ciò che io sto indicando.
Quando dico poesia, intendo ciò che
emanò dai buddha. Quella è vera poesia: Buddha non è un sognatore, Atisha non è
un sognatore; se sono qualcosa, sono persone risvegliate. I sogni sono spariti,
evaporati. Non è più solo un bagliore di verità che arriva a loro
inconsapevoli, li possiede e poi li lascia vuoti, esauriti, esausti…
Il poeta normale, fa solo dei piccoli
balzi; per un momento è sollevato da terra, ma solo per un momento, e poi è di
nuovo a terra. Un buddha ha le ali – non saltella. Sa come arrivare fino alla
stella più lontana. Conosce il sentiero per avvicinare l’ignoto, possiede la
chiave per aprire le porte del mistero. È un maestro. Quindi, qualcosa comincia
a fluire attraverso di lui che non gli appartiene. Egli è solo un medium: è
posseduto. Quindi qualsiasi cosa egli dica è poesia; oppure, se sta in
silenzio, il suo silenzio è poesia. Il suo silenzio possiede in sé
un’incredibile musica; che parli o meno non ha importanza. Parlando, dice
poesia; non parlando, egli resta poesia. È circondato dalla poesia: cammina
nella poesia, dorme nella poesia, la poesia è la sua vera anima, il suo essere
essenziale.
Come accade questa poesia? Accade
arrendendosi, accade quando la parte trova abbastanza coraggio per arrendersi
al Tutto, quando la goccia di rugiada scivola nell’oceano e diventa l’oceano.
Arrendersi è uno stato estremamente paradossale:
da una parte scompari, dall’altra parte appari per la prima volta nella tua
gloria infinita, nel tuo splendore multidimensionale. Certo, la goccia di
rugiada è sparita, sparita per sempre; non esiste un modo per riprenderla, per
riaverla. La goccia di rugiada è morta in quanto goccia, ma in realtà è
diventata l’oceano, è diventata oceanica. Esiste ancora, non è più un’entità
finita, ma qualcosa di infinito, senza sponde, senza confini.
Questo è il significato del mito della
fenice. Muore, viene bruciata completamente, ridotta in cenere, e poi
all’improvviso rinasce dalle ceneri – la risurrezione. La fenice rappresenta
Cristo: crocefissione e risurrezione. La fenice rappresenta Buddha: morte in
quanto ego e nascita in quanto assenza di ego. Rappresenta tutti coloro che
hanno conosciuto; conoscere significa essere una fenice. Muori per ciò che sei,
in modo da poter essere ciò che veramente sei! Muori alla tua inautenticità,
falsità, separazione dall’esistenza. Continuiamo a credere di essere separati.
Non lo siamo, nemmeno per un singolo istante. Malgrado ciò che credi, sei
un’unità con il Tutto. Ma ciò che credi può crearti degli incubi; è inevitabile che li crei. Credere “Io
sono separato”, significa creare paura.
Se sei separato dal Tutto, non puoi
mai liberarti dalla paura, perché il Tutto è così vasto e tu sei talmente
piccolo, così piccino, piccolo come un atomo… devi costantemente combattere col
Tutto in modo che non ti assorba. Devi essere costantemente vigile, sulla
difensiva, così che l’oceano non ti travolga. Devi proteggere te stesso dietro
mille mura. E questo sforzo non è nient’altro che paura. In questo caso sei
costantemente consapevole che la morte ti sta raggiungendo e che distruggerà la
tua separazione.
Ecco cos’è di fatto la morte: la morte è il Tutto che reclama la parte. E hai paura che la morte sopraggiungerà e tu morirai. Come vivere più a lungo? Come arrivare a una sorta di assenza di morte? L’uomo ci prova in diverse maniere. Avere figli è un modo, ecco il perché della continua spinta ad avere dei figli. Le radici del desiderio di avere figli non hanno nulla a che fare con in bambini, hanno qualcosa a che fare con la morte.
Sai che non sarai in grado di essere qui per sempre; in qualsiasi modo ci provi, fallirai e tu lo sai, perché milioni hanno fallito, nessuno ha mai avuto successo. Stai sperando malgrado ogni speranza. Così cerchi un’altra via. Una delle vie più semplici, la più antica, è avere bambini: tu non sarai qui, ma qualcosa di te, una particella di te, una cellula di te, continuerà a vivere. Questa è una maniera di diventare immortali, delegando.
La scienza sta scoprendo modi più
sofisticati – perché tuo figlio potrebbe assomigliarti un po’, ma potrebbe
anche non assomigliarti per niente, e sarà comunque solo un po’ simile a te;
non ha una reale necessità di apparire esattamente uguale a te. Quindi ora la
scienza ha trovato il modo per duplicarti. Alcune delle tue cellule possono
essere conservate, e quando muori, da queste cellule si può creare un
duplicato. E il duplicato sarà esattamente come te; nemmeno due gemelli possono
essere così uguali. Se incontri il tuo duplicato sarai sorpreso: sarà
esattamente come te, assolutamente come te.
Ora dicono che per essere più sicuri,
un duplicato può essere creato mentre sei ancora vivo, e può essere ibernato,
in modo che se ti accade un incidente, se muori in un incidente d’auto, puoi
essere immediatamente rimpiazzato. Tua moglie non se ne accorgerà mai, i tuoi
bambini non sapranno mai che il loro papà è semplicemente un’imitazione, perché
egli sarà esattamente come te.
L’uomo ha provato anche in tanti altri
modi, molto più sofisticati di questi. Scrivere libri, dipingere quadri,
comporre grandi sinfonie: tu non ci sarai più ma la musica resterà; tu sarai
scomparso, ma la tua firma esisterà sul libro; tu sarai andato, ma la scultura
che hai creato esisterà. Ti ricorderà alla gente, continuerai a esistere nella
loro memoria. Non ti sarà possibile camminare sulla terra, ma ti sarà possibile
camminare nella memoria della gente. Meglio che niente. Diventa famoso, lascia
qualche impronta nei libri di storia – naturalmente saranno solo note a pié di
pagina, comunque è sempre meglio di niente.
Nel corso dei secoli l’uomo ha cercato
in un modo o nell’altro di raggiungere una sorta di immortalità. La paura della
morte è talmente grande che ti perseguita per tutta la vita. Nel momento in cui
abbandoni l’idea della separazione, la paura della morte scompare. Per questo
chiamo lo stato di arrendevolezza, il più paradossale. Muori di tua spontanea
volontà, e non potrai morire in assoluto, perché il Tutto non muore mai, solo
le sue parti vengono rimpiazzate. Ma se tu diventi uno con il Tutto, vivrai per
sempre: andrai al di là della nascita e della morte.
Questa è la ricerca del nirvana, dell’illuminazione,
di moksha, di Dio – lo stato di assenza della morte. Ma la condizione che deve
essere soddisfatta suscita molta paura. La condizione è: devi prima morire in
quanto entità separata. Ecco cos’è arrendersi: morire in quanto entità
separata, morire in quanto ego. E di fatto, non c’è nulla di cui preoccuparsi,
perché tu non sei separato, è solo ciò che credi. Quindi muore solo ciò che
credi, non tu. È soltanto una nozione, un’idea.
È come se avessi visto una fune nel
buio della notte e ti fossi convinto che sia un serpente… stai fuggendo dal
serpente in preda a una paura estrema, tremando, sudando. Poi qualcuno ti
raggiunge e dice: “Non preoccuparti. L’ho visto alla luce del giorno e so
perfettamente che è solo una fune. Se non hai fiducia in me, “ihi passiko”, vieni con me! Ti farò
vedere che è soltanto una corda!”
E questo è ciò che hanno fatto i
buddha nel corso dei secoli: “ihi passiko”,
vieni con me! Vieni a vedere!” Prendono in mano la fune e ti mostrano che è
soltanto una corda, in verità il serpente non è mai esistito. Tutta la paura
scompare e tu cominci a ridere, cominci a ridere di te stesso, di quanto sei
stato stupido. Sei scappato da qualcosa che non esisteva affatto! Ma che
esistesse o meno, quelle gocce di sudore erano vere; la paura, il tremore, il
cuore che batteva veloce, la pressione sanguigna – tutte queste cose erano
vere.
Delle cose irreali possono mettere in
moto cose reali, ricordalo. Se pensi che siano vere, per te funzionano come una
realtà – solo per te. È una realtà da sogno, ma può avere effetto su di te, può
influenzare tutta la tua vita, il tuo intero stile di vita.
L’ego non esiste; nel momento in cui
diventi un po’ più attento, consapevole, conscio, non troverai l’ego da nessuna
parte; sarà una fune che erroneamente hai scambiato per un serpente; non
troverai il serpente da nessuna parte.

La morte non esiste, la morte è
irreale. Ma puoi crearla: puoi crearla creando la separazione. Arrendersi
significa abbandonare l’idea di separazione: la morte scompare automaticamente,
la paura non esiste più e l’intera fragranza della tua vita cambia. Allora ogni
momento è di una tale cristallina purezza, purezza di delizia, gioia,
beatitudine. Allora ogni momento è eternità. E vivere così è poesia, vivere
momento per momento senza ego è poesia. Vivere senza ego è grazia, è musica;
vivere senza ego è vivere, vivere veramente. Io chiamo quella vita poesia: la
vita di uno che si è arreso all’esistenza.
E ricorda, lasciamelo ripetere di
nuovo: quando ti arrendi all’esistenza, non stai rinunciando a qualcosa di
reale. Stai semplicemente rinunciando a una falsa nozione, semplicemente
rinunci a un’illusione, a maya. Stai rinunciando soprattutto a qualcosa che non
hai mai avuto, e abbandonando ciò che non hai, arrivi a possedere ciò che hai.
Sapere “sono a casa, vi sono sempre
stato e sempre vi sarò,” è un momento di grande rilassamento. Sapere “non sono
un estraneo, non sono escluso, non sono sradicato; appartengo all’esistenza e
l’esistenza appartiene a me,” fa sì che tutto diventi calmo, quieto e immobile.
Questa immobilità è arrendersi.
La parola arrendersi ti dà un’idea
totalmente sbagliata, come se tu stessi abbandonando qualcosa. Non stai
abbandonando nulla; stai semplicemente abbandonando un sogno, stai
semplicemente abbandonando qualcosa di arbitrario che la società ha creato.
L’ego è necessario, ha determinate
funzioni da assolvere nella società. Persino quando ci si arrende a Dio, si
continua a usare la parola “io” – ma ora è solo una cosa utilitaristica, non
esistenziale. Quella persona sa di non essere; usa quella parola perché non
usarla creerebbe sicuramente dei problemi inutili per gli altri, renderebbe la
comunicazione impossibile. È già impossibile! Diventerebbe molto più difficile
comunicare con la gente. Per cui è semplicemente un accorgimento arbitrario. Se
sai che è un accorgimento arbitrario, utilitaristico, utile ma non
esistenziale, allora non ti crea nessun problema.
Richa, il tuo sogno ti ha dato
un’intuizione, il tuo sogno ti ha permesso di vedere qualcosa, qualcosa che tu
non permettevi mentre eri sveglia. Qualche volta accade. La mente conscia è più
egoista, ovviamente. L’ego non penetra mai nell’inconscio. La società può
insegnare solo al conscio; la società non può insegnare all’inconscio, per lo
meno non ancora – ci stanno provando in tutti i modi.
In Russia in particolare, stanno
cercando in tutti i modi di insegnare all’inconscio e sfortunatamente ci stanno
riuscendo. Insegnano alle persone mentre sono addormentate. Quando dormi, il
tuo conscio non funziona più; il tuo inconscio funziona. Ora, soprattutto in
Russia, stanno facendo degli esperimenti importanti in cui insegnano alla gente
mentre dorme. Si può fare, lo stanno già facendo.
Questo è uno dei pericoli maggiori che
le generazioni future dovranno affrontare. Se gli uomini politici hanno in loro
possesso degli strumenti con i quali indottrinare le persone mentre dormono,
allora non esisterà nessuna possibilità di ribellione.
Mentre dorme, puoi far diventare
quella persona un comunista, un cattolico, un hindu, un buddhista, un
cristiano, un maomettano, e siccome questo accadrà nel suo inconscio, sarà
totalmente incapace di uscirne. Non sarà capace di liberarsene, perché
l’inconscio è nove volte più potente del conscio. Il conscio è solo la cima di
un iceberg: un decimo della tua mente è conscia, nove decimi sono inconsci. Se
l’uomo politico riuscirà a raggiungere l’inconscio, allora l’umanità è
condannata. Allora i bambini verranno indottrinati mentre dormono. Persino il
sonno non sarà più tuo e privato. Non sarà più una cosa personale, ma sarà di
proprietà dello Stato. Non ti sarà permesso sognare dei sogni privati, lo Stato
deciderà quali sogni puoi fare – perché potresti fare dei sogni contro lo
Stato, e lo Stato non può permetterselo. I tuoi sogni possono essere
manipolati, il tuo inconscio può essere manipolato… ma fortunatamente non è
ancora successo.
Voi potreste essere l’ultima
generazione che ha la possibilità di ribellarsi. E se non vi ribellate,
potrebbero non esserci più opportunità; l’umanità può essere ridotta a
un’esistenza da automi. Per cui ribellatevi finché potete! Non credo sia
rimasto molto tempo, forse solo quest’ultima parte del secolo, questi venti o
venticinque anni a venire. Se l’umanità potrà ribellarsi nei prossimi
venticinque anni, sarà l’ultima opportunità; poi la gente non potrà più farlo,
il loro inconscio li dominerà. Finora la società è stata capace di inquinare
solo la mente conscia – tramite l’educazione, tramite la chiesa, tramite la
propaganda – ma solo la tua mente conscia; il tuo inconscio è ancora libero.
Accade più spesso di essere più vicino
alla verità, più vicino alla realtà, quando sei profondamente addormentato. È
molto strano, non dovrebbe essere così; dovresti essere più vicino alla realtà
quando sei sveglio. Ma il tuo stato di veglia non ti appartiene più; è hindu, è
cristiano, è maomettano, non è più tuo. La società ha già invaso quel campo, vi
ha interferito, l’ha distorto. Ma l’inconscio è ancora tuo.
Ecco perché la psicoanalisi è così
interessata ai tuoi sogni, perché nei tuoi sogni sei più vero. Nei tuoi sogni
sei meno falso, nei tuoi sogni tutte le censure della società spariscono. Nei
tuoi sogni dici le cose come stanno, vedi le cose come sono, vedi te stesso per
quello che sei. Nel momento in cui ti svegli, cominci a fingere. Il tuo stato
di veglia è una lunga, lunga finzione.
Ecco perché il sonno è così
rilassante, perché essere continuamente sulla difensiva e dire le cose che si
presuppone si debbano dire, e fare le cose che la società vuole che tu faccia, è
molto faticoso. È necessario ogni giorno cadere in un sonno profondo di otto
ore per liberarsi da tutto ciò, per tornare di nuovo naturali, per dimenticare
la società e l’incubo e l’inferno che essa ha creato.
Più diventi sveglia, più diventi
attenta, più ti liberi dalla schiavitù della società e dalle sue grinfie,
allora solo il tuo corpo avrà bisogno di dormire, e perfino nel sonno ci sarà
una continua corrente sotterranea di consapevolezza.
La tua mente non avrà bisogno di
dormire; non c’è in essa un bisogno reale di andare a dormire, è una necessità
indotta.
Quando la mente è limpida, libera da
pastoie, libera, avrai sempre meno bisogno che vada a dormire. Allora accade il
miracolo: se puoi rimanere vigile persino mentre il tuo corpo dorme, saprai per
la prima volta di essere separata dal corpo. Il corpo è addormentato e tu sei
sveglia: come potete entrambi essere la stessa cosa, come potete entrambi
essere uno? Vedrai la differenza: è immensa.
Il corpo appartiene alla terra, tu
appartieni al cielo. Il corpo appartiene alla materia, tu appartieni a dio. Il
corpo è grossolano, tu non lo sei. Il corpo ha dei limiti, è nato e morirà; tu
non sei mai nato e non morirai mai. E questa diventerà una tua esperienza
diretta, non un credo.
Un credo è basato sulla paura. Ti
piacerebbe credere di essere immortale, ma un credo è solo un credo, qualcosa
di finto, dipinto solo esteriormente. L’esperienza è qualcosa di totalmente
diverso: sorge dal tuo interno, è solo tua. E nel momento in cui conosci,
niente può scuotere la tua conoscenza, niente può distruggere il tuo conoscere.
Il mondo intero potrebbe essere contro di te, ma ancora saprai di essere
separata. L’intero mondo potrebbe dire che non esiste l’anima, ma tu sai che
esiste. L’intero mondo potrebbe dire che non esiste Dio, ma tu sorriderai –
perché l’esperienza convalida sé stessa, diventa ovvia in sé stessa.
Richa, il tuo sogno può essere molto
significativo. Ciò che non hai permesso nella tua consapevolezza durante la
veglia, è venuto a galla nella tua consapevolezza durante il sonno. Un raggio
di luce è entrato in te.
In Occidente, prima di Freud, la
consapevolezza durante la veglia era considerata l’unica possibile; ma non così
in Oriente. Persino dopo Freud, sebbene la consapevolezza durante il sonno sia
stata accettata come importante, una cosa ancora non è successa: il sonno privo
di sogni viene ancora ignorato.
Ma non in Oriente. L’Oriente ha sempre
accettato la consapevolezza durante la veglia come la più superficiale, la
consapevolezza durante il sogno come molto più profonda e più significativa, e
la consapevolezza durante il sonno come ancora più profonda, persino più
significativa della consapevolezza durante il sogno. L’Occidente ha ancora
bisogno di un altro Freud che introduca il sonno come la parte più
significativa.
Ma l’Oriente conosce anche qualcosa di
più. Esiste un punto, il quarto stato di consapevolezza. Viene chiamato turiya, semplicemente “il quarto”; non
possiede un altro nome. Turiya
significa il quarto.
Quando lo stato di veglia, di sogno e
di sonno scompaiono, si rimane semplici testimoni. Non puoi chiamarlo veglia,
perché questo testimone non dorme mai; non puoi chiamarlo sogno, perché per
questo testimone nessun sogno appare mai; non puoi chiamarlo sonno perché
questo testimone non dorme mai. È
consapevolezza eterna. Questo è il bodhicitta
di Atisha, questa è la consapevolezza di Cristo, questo è buddhità,
illuminazione.
Per cui sii sempre attento. Sii più
attento nei tuoi sogni che nella tua veglia, e ancora sii più attento al tuo sonno
senza sogni che al tuo sognare. E ricorda che devi cercare il quarto, perché
solo il quarto è l’Assoluto, con il quarto sei arrivato a casa, ora non c’è
nessun altro posto dove andare.
Richa, dici di aver dimenticato tutto
riguardo il sogno, ma ti sei ricordata solo una frase: “La poesia è
arrendersi.” Questa è la vera essenza del mio insegnamento. La cosa
fondamentale per ciò che riguarda il mio messaggio al mondo è: “La poesia è
arrendersi” – e viceversa:“Arrendersi è poesia.”
Mi piacerebbe che i miei sannyasin,
tutti i miei sannyasin, fossero creativi – poeti, musicisti, pittori, scultori,
e così via. Nel passato, i sannyasin di tutte le altre religioni hanno vissuto
una vita estremamente priva di creatività. Venivano rispettati per la loro
mancanza di creatività; e perciò non hanno donato nessuna bellezza al mondo.
Sono stati un peso; non hanno portato qualcosa del paradiso sulla terra. Al
contrario sono stati distruttivi – perché o sei creativo, o sei inevitabilmente
distruttivo. Non puoi restare neutrale; o dovrai affermare la vita con tutte le
sue gioie, oppure comincerai a condannarla.
Il passato è stato un lungo,
estenuante incubo di attitudini distruttive, un approccio negativo verso la
vita. Io vi insegno l’affermazione della vita!
Io vi insegno la reverenza per la
vita. Io non vi insegno a rinunciare, ma a gioire.
Diventate poeti! E quando dico
diventate poeti, non intendo dire che dovete diventare tutti degli Shakespeare,
dei Milton e dei Tennyson. Se mi capitasse di incontrare Shakespeare, Milton e
Tennyson, anche a loro direi: per favore diventate dei poeti – perché stanno
solo sognando la poesia.
La vera poesia accade nel quarto stato
di consapevolezza. Tutti i cosiddetti grandi poeti sono stati solo dei
sognatori; erano confinati al secondo stato di consapevolezza. La prosa resta
confinata al primo – alla consapevolezza nello stato di veglia, e la tua poesia
è confinata al secondo.
La poesia della quale io sto parlando
è possibile solo nel quarto. Quando sei diventato completamente vigile,
limpido, quando non c’è più mente, quando qualsiasi cosa farai sarà poesia,
qualsiasi cosa farai sarà musica. E anche se non farai nulla, la poesia ti
circonderà, sarà la tua fragranza, sarà la tua stessa presenza.
Richa, mi chiedi: “Da allora mi sto chiedendo
cosa c’entra la poesia con l’arrendersi, e viceversa, e come la poesia possa
essere un sentiero come l’amore, la preghiera, la meditazione.”
L’amore è un sentiero, la preghiera è
un sentiero, la meditazione è un sentiero, sono sentieri che conducono alla
poesia. Qualsiasi cosa conduca a dio, è destinata a condurti alla poesia.
L’uomo di dio non può essere
nient’altro che un poeta. Canterà una canzone, che naturalmente non sarà più la
sua: canterà la canzone di dio. Egli darà espressione al silenzio di dio, sarà
il portavoce del Tutto.
Io ti insegno la meditazione, la
preghiera, l’amore, solo perché ti conducono al centro. E il centro è poesia.
Sono tutti sentieri che conducono alla poesia.
Dissolverti nella poesia è dissolverti
in dio – e di sicuro questo non è possibile senza arrendersi. Se tu resti
eccessivamente presente, dio non può accadere. Tu devi essere assente affinché
egli possa diventare una presenza in te.
Muori, in modo da poter essere.
tratto da Il Libro della Saggezza - Edizioni del Cigno
L’INTERROGATIVO
REALE
non
riguarda l’uomo … e neppure la donna.

Puoi
dire qualcosa sul mistero delle donne?
È uno degli interrogativi che
risalgono alla notte dei tempi. L’uomo si è sempre interrogato sulle donne, e
l’interrogativo reale non è l’uomo e neppure la donna. Portando la questione su
un piano pratico, a livello esistenziale, il problema si pone tra la testa e il
cuore.
La testa non è in grado di capire il
mistero del cuore. La testa è logica, razionale, matematica, scientifica; il
cuore non conosce nulla della ragione, né della logica. Il cuore funziona in
modo completamente diverso. E il suo modo di operare crea nella testa l’idea
del mistero. La donna non c’entra, l’interrogativo sorge perché la donna
funziona tramite il cuore e l’uomo attraverso la testa. Avete mai sentito una
donna chiedere: “Qual è il mistero dell’uomo?” Lo conosce e basta! Il problema
sorge a causa del ragionamento logico. È un fenomeno assolutamente
superficiale. Funziona con gli oggetti, con le cose morte: con esse funziona a
perfezione, in quanto una cosa morta non ha un’essenza interiore, non possiede
un essere interiore, non ha vita. Lo scienziato ha ragione per ciò che concerne
gli oggetti, ma nel momento in cui arriva a pensare alla soggettività – alla
sfera interiore – resta frustrato, perché in quella dimensione la ragione non
funziona.
Il cuore conosce senza un processo di
pensiero, senza sillogismi, senza discutere. Come sai che una rosa è bella? È
una conclusione razionale? Se metti in causa la ragione, non riuscirai più a
dimostrare che la rosa è bella, perché la ragione non è in grado di percepire
il fenomeno della bellezza.
Quando affermi che la rosa è bella,
stai funzionando dal cuore. Quando dici che una notte stellata ti travolge, non
fai un’affermazione razionale; se vieni costretto a dimostrarlo razionalmente,
non saprai che dire. A quel punto, all’improvviso, diverrai consapevole che è
stato il tuo cuore a parlare, e che la testa è assolutamente incapace di
discernere come il cuore funziona.
Viceversa, il cuore non si trova nella
stessa difficoltà per ciò che concerne la testa, perché la testa è superficiale
e il cuore opera in profondità dentro di te: ciò che è inferiore non è in grado
di comprendere la sfera superiore. La sfera superiore è semplicemente in grado
di comprendere la sfera inferiore, non ha bisogno di ragionamenti. Il tuo cuore
è al tempo stesso superiore e più profondo della tua testa. La donna può essere
una poetessa, ma non può essere un matematico. La matematica è solo un gioco
della mente. La poesia è un fenomeno totalmente diverso.
Marito e moglie non sono in grado di
capirsi. È naturale che si fraintendano. L’uomo dice qualcosa, subito la donna
capisce qualcos’altro. L’uomo stenta a crederci, non capisce come possa essere
arrivata a quella conclusione, e per la donna quella conclusione è una cosa
ovvia, lampante! Per cui, qualsiasi cosa dica, l’uomo non sa cosa ribattere.
Gli psicologi hanno iniziato a
definire le coppie “nemici intimi”. Lo sono… perché non si capiscono tra di
loro. Ma questo non dipende né dalla donna né dall’uomo. Il motivo è molto più
profondo: si tratta della testa e del cuore.
Per cui vorrei sottolineare che fin
dall’inizio l’interrogativo è stato formulato nella maniera sbagliata. Non si
tratta del mistero della donna, ma del mistero del cuore, mistero che la testa
è incapace di risolvere.
Il cuore non ha problemi per ciò che
concerne la testa; è un livello più basso, più superficiale, e il cuore lo
comprende. Per cui, quando gli uomini dicono che le donne sono un mistero, le
donne tra di loro ne ridono: guarda quegli sciocchi! Avete mai sentito una
donna dire che le donne sono misteri? Tra loro si conoscono benissimo. Non
esiste mistero.
Sarebbe meglio capire l’intero
fenomeno in una dimensione diversa. Scordati dell’uomo e della donna; pensa
solo alla tua testa e al tuo cuore: hanno una comunione? Sono in grado di
capirsi tra loro? (...)
L’amore sorge dal cuore, non può
essere un frutto della testa. Persino i più grandi scienziati, una volta ogni
tanto, si allontanano dalla testa: un tramonto stupendo… e si viene travolti!
Ci si scorda di essere uno scienziato, a cui non è concesso fare cose simili,
cose da donne. Lui, una mente maschile! E ogni scienziato si innamora di una
donna senza mai pensare cosa sia l’amore. È un mistero… perfino il tuo stesso
cuore, per te è un mistero.
Mahavira agli inizi negò alle donne
l’iniziazione al sannyas, e così pure Buddha e tutte le altre religioni: tutte
hanno messo le donne in secondo piano. A mio avviso, questo è successo perché
tutte le nostre religioni hanno un orientamento mentale… sono troppo mentali.
Il loro dio non è amore, è un’idea. Dio è un’ipotesi. Essi crearono un sistema
– razionale, logico, perfetto – ma era un frutto della loro mente. Non era una
scoperta: non svelava il mistero dell’esistenza.
E come mai tutte queste religioni
hanno avuto paura delle donne? I motivi sono diversi, quello fondamentale è che
tutti i fondatori sono stati maschi, e le loro teologie erano frutto della
testa. Dare spazio alle donne, in quanto compagne di viaggio, avrebbe
significato creare guai inutili, perché esse parlano una lingua diversa,
comprendono lingue diverse. Provengono da uno spazio diverso. Al massimo, è
possibile tollerarsi a vicenda.
È ciò che accade tra ogni moglie e
ogni marito: ci si limita a tollerarsi. Non sembra esistere la minima
possibilità di avere una conversazione ragionevole. Ogni conversazione diventa
immediatamente baruffa, e la donna inizia a comportarsi, dal punto di vista
dell’uomo, come una pazza… lancia oggetti, rompe tutto.
L’uomo non riesce a capire: che
argomenti sono questi? Ma la donna sa benissimo che quello è il solo argomento
che risolverà ogni cosa: ed è decisivo! L’uomo si limita a essere d’accordo:
“Hai ragione, ma non distruggere più nulla!” In ogni discussione, la donna esce
vincitrice, sebbene non conosca nessuna dialettica.
Il giorno in cui iniziò la prima donna
al sannyas, Gautama il Buddha disse: “La mia religione sarebbe durata per lo
meno cinquemila anni. Ora non durerà che cinquecento”… Non mi sembra un gran
“benvenuto” per la donna, poveretta! Interrogato su come mai avesse detto una
cosa simile, disse: “È impossibile includere sia gli uomini che le donne senza
che tra loro sorgano conflitti. La religione si distruggerà dall’interno. Se
fosse rimasta confinata ai soli maschi avrebbe avuto una possibilità di
evolversi per almeno cinquemila anni, perché tra di loro si possono capire.”
Dovete stare molto attenti… io sono il
primo uomo che non fa differenze e che dà l’iniziazione sia agli uomini che
alle donne, e la mia sensazione è questa: se dovessi rispondere a Gautama il
Buddha, direi: “Se ci fossero solo maschi, durerebbe solo cinquemila anni. Ora
ci sono uomini e donne e insieme potranno durare in eterno!”
Quando il cuore e la testa camminano
insieme, tu sei più completo e più integro. Il cuore è una parte, e così pure
la testa, ma insieme… se è possibile una comunione, la tua forza non è solo
duplicata, ma è moltiplicata.
Come possono congiungersi la testa e
il cuore? È una domanda multidimensionale: si pone tra la donna e l’uomo, tra
il cuore e la testa, tra Oriente e Occidente.
Rudyard Kipling ha scritto due versi
che divennero più famosi di qualsiasi altra cosa abbia scritto: “L’Oriente è
Oriente e l’Occidente è Occidente, ed essi non si incontreranno mai.” Nessuno
l’ha mai messo in discussione… ma io sono in profondo disaccordo, perché
ovunque tu ti trovi essi si incontrano... Ovunque sei, non puoi dire di essere
in Oriente o in Occidente. Si tratta di termini relativi, non di territori
fissi. Ovunque sei, in ogni uomo, in ogni albero, in ogni uccello, Oriente e
Occidente si incontrano.
Rudyard Kipling ha detto un’assurdità!
Ma nella sua affermazione qualcosa di sensato esiste: l’Occidente è focalizzato
nella testa, l’Oriente nel cuore. La domanda è la stessa: come possono
incontrarsi? Come possono esistere amore e intimità tra la testa e il cuore, e
non un’intima inimicizia? Si tratta di una contraddizione in termini.
Testa e cuore si incontrano nella
meditazione, perché nella meditazione la testa si svuota e il cuore si svuota:
la testa è vuota di pensieri e il cuore è vuoto di sentimenti. E allorché si
hanno due vuoti, è impossibile tenerli separati: non esiste nulla che li tenga
separati. Due zero diventano uno solo, due nulla non possono esistere separati;
è inevitabile che diventino uno. Tra loro non esiste neppure uno steccato...
Ed è in meditazione che la testa e il
cuore si perdono l’una nell’altro, si fondono l’una nell’altro. È in
meditazione che l’uomo e la donna si fondono l’uno nell’altra.
Ogni uomo e ogni donna è entrambi, in
quanto ogni bambino nasce da un padre e da una madre. Per cui in lui è presente
qualcosa del padre e qualcosa della madre, sia che nasca un maschio o una
femmina. La sola differenza può essere che l’uomo è un po’ più uomo, forse lo è
al cinquantun per cento, mentre è donna al quarantanove per cento, e viceversa.
Ma non si tratta di una grossa differenza.
Ecco perché è diventato
scientificamente possibile cambiare sesso: l’altro sesso è già presente, si
deve solo cambiare la percentuale di ormoni…
Ma persino dentro di te, sei a
disagio. Esiste un conflitto, un conflitto costante tra la testa e il cuore,
tra l’uomo e la donna. Questo conflitto può essere dissolto solo se la testa
abbandona il suo pensare e il cuore abbandona il suo sentire ed entrambi
diventano solo spazi vuoti e puri. In quel vuoto esiste un profondo incontro e
un profondo comprendere.
Io non vedo nessuna donna come
mistero. Ho scrutato a fondo, e forse non esiste un altro uomo al mondo che
abbia incontrato tanti uomini e tante donne. Ma né gli uomini né le donne mi
sembrano un mistero, perché dentro di me la testa e il cuore si sono fusi l’uno
nell’altra, e questo mi ha fornito una nuova prospettiva e ha mutato l’intera
visione che mi circonda.
Se vuoi veramente comprendere il
mistero delle donne dovrai comprendere l’arte di fondere la tua testa col tuo
cuore. E questo non solo ti aiuterà a capire il mistero delle donne, ti aiuterà
anche a conoscere il mistero degli uomini. Non solo, ti aiuterà anche a
conoscere il mistero dell’intera esistenza. Esiste un mistero, ma non si limita
alle sole donne. L’esistenza intera è misteriosa. Questa pioggia meravigliosa
che canta, cadendo… e la gioia degli alberi. Non pensi sia un profondo mistero?
Se osservi, ogni fiore è un mistero. Da dove spuntano tutti quei colori? Ogni
arcobaleno è un mistero, ogni istante della vita è un mistero. Il semplice
esistere… non è un mistero il fatto che vi troviate qui e non altrove? Quando i
tuoi occhi saranno limpidi e la testa ed il cuore non saranno più in conflitto,
tutto inizierà a essere misterioso. E allora non vorrai più demistificarlo,
questa è una cosa orribile, è un crimine! Il mistero dell’esistenza deve essere
accolto così com’è. Sezionarlo, demistificarlo, è una violazione,
un’aggressione, una violenza.
Un uomo che medita si limita a gioire
dei fiori, degli uccelli, degli alberi, del sole, della luna, della gente. È un
bene che noi tutti si sia immersi in una totalità misteriosa. Se tutti i misteri
fossero stati svelati, la vita sarebbe pura noia. Lo sforzo della scienza tende
continuamente a demistificare l’esistenza. La poesia e l’arte si preoccupano di
gioire, di accogliere il mistero dell’esistenza. E il mistico, l’uomo
religioso, vive il mistero, non dall’esterno come un poeta, vive all’interno
del mistero stesso. Lui stesso diventa il mistero.
Esiste una storia magnifica.
Sfortunatamente non può essere vera. Mi piacerebbe che lo fosse…! In Oriente
sono esistiti molti amanti, amanti famosi – Heer e Ranjha, Sheeri e Farhad – ma
la coppia più famosa sono Laila e Majnu.
In nessuna di queste tre coppie gli
amanti riuscirono mai a incontrarsi: questa fu la loro grande fortuna, per
questo rimasero amanti per tutta la vita!
Nel caso di Majnu, lui era povero e
Laila era molto ricca, una ragazza ricchissima, e i genitori non volevano
affatto concedergli la mano della loro unica figlia, Majnu non era nessuno, era
un mendicante. Per evitarlo, e per evitare qualsiasi maldicenza, i genitori
cambiarono città: avevano affari e case in molte città…
Il giorno in cui partirono, Majnu si
trovava fuori dalla città, di fianco a un albero, nascosto tra il fogliame:
voleva vedere la sua amata Laila che se ne andava. Vide Laila sul suo cammello,
vide passare l’intera carovana, e continuò a guardare, guardò fin dove il suo
sguardo poté arrivare, e in un deserto puoi guardare lontanissimo, non c’è
nulla che ostruisca il tuo sguardo.
Alla fine la carovana scomparve
all’orizzonte… ma Majnu continuò a guardare. Ed è qui che la storia diventa un
mito, di estremo valore: non lasciò mai quel luogo. Si fidò del suo amore,
sperò che un giorno Laila tornasse per quella stessa strada. Non ne esistevano
altre…
E dodici anni dopo Laila tornò. Il
padre era morto e ora finalmente lei era libera. Non sposò mai nessun altro;
disse sempre che il solo uomo che avrebbe mai sposato era Majnu. E il padre le
rispose: “Se questa è la tua decisione, vorrà dire che non ti sposerai!” Ma
quando il padre morì, Laila tornò. Dodici anni sono un periodo di tempo molto
lungo. In quei dodici anni Majnu era rimasto di fianco all’albero. Il fogliame
era cresciuto rigoglioso: lui non aveva mai mangiato, mai bevuto, e pian piano
si era unito all’albero. Dodici anni fermo lì, ritto in piedi, sono lunghissimi…
pian piano, divenne parte dell’albero.
Laila tornò e chiese notizie di Majnu
in città. La gente disse: “È una storia molto triste. È venuto a dirti addio e
non è mai più tornato. Solo ogni tanto nei profondi silenzi della notte, un
albero emette un suono che evoca il tuo nome: “Laila, Laila… è troppo… quando
tornerai?” E la gente ha iniziato a temere quell’albero, sembra visitato dai
fantasmi. Nessuno gli si avvicina più.”
Laila andò a quell’albero. Udì la
voce, udì il gioioso benvenuto, ma non riuscì a vedere dove Majnu si
nascondesse. Si addentrò tra il fogliame, e con grande difficoltà riuscì a
intravedere che Majnu era diventato parte dell’albero.
Non può essere un fatto vero… ma il
mistico diventa parte del mistero dell’esistenza. E la storia di Majnu e Laila
è un racconto Sufi. Forse simboleggia l’unione suprema con l’esistenza.
Questa è la sola comprensione: non
cercare di demistificare il mistero, ma diventane parte tu stesso. Il mistero
rimarrà tale, ma diventando tu stesso un mistero, lo comprenderai. Quella è la
sola vera comprensione. Ogni altro capire è solo sapere preso in prestito dagli
altri.
tratto da La Donna una Nuova Visione NSC Edizioni
AMATO
OSHO …
Uno
scambio inconsueto di domande e risposte
Ma Veet Maria, sannyasin e
psicoterapista italiana, stava raccogliendo, per una rivista di psicologia, una
serie di citazioni di Osho sulla psicoterapia e la meditazione tratte dal CD
ROM.
Una sera, ascoltando un discorso
in cui Osho dice di non essere un computer, si sente toccata. Quando poi Osho
aggiunge che le domande sono vuote se non aiutano la tua crescita, si accorge
che le sue erano solo intellettuali. L’invito di Osho era chiaramente a
esporsi. Maria aveva fatto alcuni mesi prima il gruppo “Who is in?” e decide di
rivelare quello che le era accaduto in quel processo. Questo articolo è il
risultato delle sue domande, a cui Osho risponde attraverso il computer. Nasce
in questo modo una nuova forma di “dialogo” mai tentata prima.
Amato OSHO,
Ieri sera, durante la
White Robe Brotherhood, hai detto: “Se non conosco colui che chiede, non posso
rispondere.”
Non ho risposte già pronte. Quando
ascolto la tua domanda devo andare in profondità nella domanda per trovare
innanzi tutto te. Non sono un libro sacro, né un computer che tu puoi interrogare
e che risponde indipendentemente da te. Qualunque cosa tu chieda rivela il tuo
inconscio, io devo esplorare il tuo inconscio per rispondere in modo
significativo.
La mia risposta non è accademica, è
intima: è una risposta che nasce dall’amore e dalla compassione, non dalla
conoscenza o da una saggezza cristallizzata. [The Great Pilgrimage # 20]
Ma tu non sei più nel
corpo… io posso rivolgermi solo al computer… non riceverò mai una risposta che
scaturisca dal tuo amore e dalla tua compassione?
Voglio ricordarti che anche se non
sono più nel corpo non intendo lasciarti: entrerò nei tuoi sogni, ti tormenterò
quanto più potrò… [Satyam, Shivam, Sunderam
# 17]
Costringerti a esporti è la base del
mio lavoro. Ovunque tu sia, ti troverò e ti costringerò a esporti alla luce.
Qualche volta potrò provocare uno shock, potrò ferirti, offenderti. Dovrai
essere paziente: si tratterà di un’operazione chirurgica e sarà doloroso. [Philosophia Perennis Vol. 1 # 4]
Molte cose senza significato sono
nell’aria: ci sono state per secoli e hanno creato molte domande in te. Ma
ricordati questo: ogni domanda che non riguarda la tua crescita non ha
significato. Scegli le domande e poi esponiti, non aspettare un singolo
istante, non esitare, non sentirti imbarazzata. [Beyond Enlightenment # 5]
Cinque mesi fa ho
partecipato al gruppo “Who is in?” (Chi c’è dentro?). So che consigli a tutti
di attraversare più volte questa esperienza. Potrei rifare il gruppo ed
espormi, rivelando tutto quanto mi accade. Ma è un gruppo così duro…Tre giorni
di ritiro: poche ore di sonno e dalle cinque e mezzo del mattino sino alla sera
tardi ogni quaranta minuti faccia a faccia con una persona diversa a cui
chiedere “Who is in?”, ascoltare la risposta, per poi rispondere alla domanda
“Who is in?”, ogni volta cercando di scoprire chi c’è dentro nel qui e ora e
comunicarlo al partner, guardandoci sempre negli occhi, seduti con la schiena
dritta. I primi due giorni sono stati spossanti per il corpo, per la mente…
udivo senza tregua le voci dei miei genitori, dei miei parenti, dei miei
insegnanti, dei miei amanti… queste voci mi facevano sentire perseguitata e
colpevole.
Ma se vuoi davvero liberarti dai sensi
di colpa, dovrai liberarti dalle voci che hai dentro di te, dai tuoi condizionamenti.
[Zen The Path Of Paradox # 8]
Se non sei in grado di uccidere tutte
queste voci… È necessario un grande coraggio. Il sannyasin, secondo la mia
definizione, è una persona che è pronta a liberarsi da ogni autorità, ad andare
verso un mondo sconosciuto senza alcuna mappa, da sola. Una persona che è
pronta a rischiare. [Zen, The Path Of
Paradox Vol. 2 # 6]
Il terzo giorno,
l’ultimo giorno, non potevo più pensare, ricordare: la mia mente sembrava come
morta e, sparite tutte le voci, ho scoperto dapprima un mondo di sensazioni,
poi il vuoto dentro di me – le sensazioni erano così dolci… respirare era così
facile. Forse non è necessario che partecipi di nuovo a questo gruppo, non ho
già raggiunto l’obiettivo?
Mmm… fallo di nuovo e questa volta
cerca di essere totale. È un metodo zen e aiuta incredibilmente. Per le persone
che hanno partecipato a gruppi di terapia – gestalt, encounter, psicodramma, o
ad altri gruppi del genere – è un gruppo difficile, è un osso duro. Quei gruppi
sono di moda e sono adatti alla mente occidentale, perché sono gruppi in cui ci
si relaziona, in cui ci si esprime, si fa catarsi. Invece in questo gruppo si
utilizza un metodo che implica un percorso verso l’interno piuttosto che verso
l’esterno. Il gruppo non è catartico, non ha niente a che fare con il
relazionarsi, non è espressivo: dovrai sentirti sola, sempre più sola, dovrai
cercare dentro di te uno spazio mai esplorato prima. Nessuno potrà entrarvi, e
tu ci riuscirai solo se andrai oltre certe barriere: qualcosa entrerà, ma l’io
resterà fuori dalla porta. Entrerai come energia, senza nome, senza forma,
perderai la tua identità. Entrerai quando non saprai più chi sei. Vorrei che tu
facessi questa esperienza di nuovo lavorando il più intensamente possibile. [Darshan Diaries: Beloved Of My Heart # 19]
Nessuno può dire chi sei, solo tu. E
tu puoi farlo solo quando entri profondamente in te stessa, e vai al di là di
tutte le etichette che sono appiccicate sulla superficie del tuo essere: “sono
un dottore”, “sono un cattolico”, “sono italiano”… Queste etichette formano
strati su strati sovrapposti. L’uomo è diventato simile a una cipolla – devi
pelarla strato dopo strato, e solo così, un giorno, raggiungerai il centro. Il
centro è il nulla. I sufi lo chiamano Fana
: sparisce tutto, tutto ciò in cui hai creduto, tutto ciò di cui ti sei
fidato, tutte quelle etichette se ne vanno. Non sei più né questo né quello.
Non sei nemmeno un uomo o una donna perché la consapevolezza non può essere né
uomo né donna. Non sei nemmeno bianco o nero. Non sei nemmeno il corpo. Perché?
Perché puoi essere consapevole del tuo corpo e colui che osserva è separato da
ciò che è osservato. Puoi osservare i tuoi pensieri, dunque non sei i tuoi
pensieri. Puoi osservare le tue emozioni, dunque non sei nemmeno le tue
emozioni.
Vai avanti, continua… e arriverà il
momento in cui ti sentirai una non-cosa. Il nulla significa questo. Il nulla
non è uno stato di vuoto. Il nulla significa semplicemente non essere un
oggetto. Tu sei consapevolezza, non una cosa e la consapevolezza non può essere
ridotta a un oggetto, rimarrà sempre la tua soggettività. [The Secret
# 7]
Sono di nuovo nel
gruppo “Who is in?”. Le voci non si fanno più sentire. Percepisco invece la presenza
di due personaggi silenziosi: una bambina emozionata, debole, piena di paura e
un uomo autoritario, forte, crudele. Riconosco nei due personaggi i simboli
della paura e del giudizio. Sto conoscendo un nuovo strato del mio essere
interiore?
Il significato della meditazione è
proprio questo: divenire straordinariamente consapevoli, non lasciarsi
ingannare dalle apparenze – le foglie e i rami – scoprire, nascosto in un
problema, un problema più profondo, e andare sempre avanti, come quando si
sbuccia una cipolla. E ci sono strati su strati, e se vai sempre più in
profondità sarai sorpreso, non ci sono rocce, ma una sola roccia, un unico
problema. Alla fine scoprirai che l’unico problema è riconnettersi con ciò che
Buddha definisce “vera completezza della mente” e Gurdjieff “ricordarsi di sé”
e Krishnamurti “consapevolezza”. L’unico problema è come divenire luminosi nel
centro del nostro essere, luminosi e consapevoli. Essere lì senza sonnolenza,
raggianti. L’inconsapevolezza è la radice. Taglia la radice e tu sarai libera.
E per tagliare la radice non hai bisogno di prepararti. Non ti prepari
tagliando rami e foglie. Potresti andare avanti così per milioni di anni e
restare nella stessa condizione.
Taglia la radice direttamente. La
parola “direttamente” è molto importante. Se pensi lo farò domani, la tua sventatezza
e la tua inconsapevolezza esisteranno per altre ventiquattro ore, mentre la
radice diverrà ancora più forte. Se riesci a vedere qual è il punto, taglia,
non rimandare, non porre del tempo in mezzo. Ci sono due tipi di tempo: uno è
il tempo scandito dall’orologio – non sto parlando di questo tempo – sto
parlando del tempo psicologico. Che cos’è il tempo psicologico? È il divario
tra come sei e come vorresti essere. Gli ideali creano il tempo psicologico.
L’uomo è intrappolato nel tempo psicologico. [The Sun Rises In The Evening # 3]
Ora non percepisco voci
o presenze, ma un dolore acuto, conosciuto e sconosciuto nello stesso tempo.
Non riesco a liberarmene, a reagire, è come sprofondare in una palude.
Questo gruppo è duro, lo so, ma aiuta
immensamente. Vale la pena di affrontare il dolore. Il dolore purifica, mentre
il piacere rende le persone superficiali.
Il dolore raggiunge il cuore come una
freccia, apre una breccia, penetra in profondità. E una volta che la freccia è
penetrata, si diviene consapevoli di un nuovo livello di profondità. Ma ogni
livello è raggiunto attraverso la morte e la morte è dolorosa. Attraversa il
dolore e ne uscirai così fresca, così giovane, ne uscirai come da un bagno
spirituale. [Darshan Diaries:
Believing The Impossible Before Breakfast # 21]
Il dolore è una spada
affilata e penetrante, la stanza è una prigione buia, i miei partner sono tutti
nemici, catene invisibili mi costringono all’immobilità, ferendo le mie gambe,
le mie spalle… voglio liberarmene e prendo a pugni un cuscino… ma il sollievo è
momentaneo.
Come scappar via da
questo inferno?
…Siediti e osserva… tu conosci solo
due modi: reagire con rabbia, con aggressività, oppure reprimere. Non conosci
un terzo modo e il terzo modo è il modo del Buddha: non assecondare, non
reprimere, osserva. Indulgere crea l’abitudine: se ti arrabbi oggi e domani e
dopodomani, ti stai condizionando a essere sempre più arrabbiata. Io ti devo
condurre all’osservare. Ora sarà più facile osservare. [The Dhammapada,
The Way Of The Buddha # 5]
Ma osservare il dolore
lo rende insopportabile! La spada divide in due il mio corpo (o la mia anima?)
lentamente. A ogni “Who is in?” precipito nella paura e dalla paura nascono
parole orribili: ‘morte’, ‘separazione’ ‘niente da fare.’ Non voglio più
saperne di chi c’è dentro.
Se vai avanti così rimarrai nel buio,
nell’ignoranza. La tua presenza è “l’oscura notte dell’anima”. Dove ti trovi
ora, sei separata dall’esistenza. Il buio significa vedere il vuoto tra te e il
tutto. Sei disperata perché stai pensando: “Sono così sola, così piccola, e
presto o tardi la morte verrà e mi distruggerà e non posso proteggermi in
nessun modo dalla morte”. Così stai tremando dalla paura.
Ma sei tu, sentendoti separata
dall’esistenza, a creare il tremito e la paura. Nel momento in cui potrai
vedere che non sei separata, che sei parte intrinseca del tutto, che sei nel
tutto e il tutto è in te, il problema sarà per sempre risolto.
Sparirà l’angoscia e l’energia
imprigionata dalla paura sarà libera per divenire la celebrazione dell’anima. [The Secret of
Secrets Vol. 2, # 9]
Ti guardo in una
fotografia appesa al muro, non c’è paura nei tuoi occhi. Vorrei fossero in
contatto, in armonia, il mio sguardo e il tuo sguardo. Mi sento un po’ in
imbarazzo… ma per un attimo piena di amore, anche se sono molto, molto triste.
Allora, voglio tu abbia ben chiaro
che, ovunque tu sia, in silenzio e dentro di te, mi puoi trovare. E una volta
che accade questa esperienza, il problema della separazione scompare. Nemmeno
la morte può separarci, perché l’amore non appartiene al corpo. L’attaccamento,
la sessualità biologica appartengono al corpo… Impara i segreti dell’amore.
Perditi nella poesia dell’amore, nella musica dell’amore, centrati nella
consapevolezza dell’amore e quella paura di perdere qualcosa sparirà. [Sermones In Stones # 23]
Sale un grido dalle
profondità del mio essere: “NO, NO, NO…”, “NO” all’amore.
Capisco, è qualcosa che ha a che fare
con le tue vite passate. Nelle tue vite passate hai sofferto molto per amore e
il “no” si è radicato profondamente nell’inconscio. Ma deve essere infranto,
altrimenti continuerai a essere controllata dalle tue vite passate. Hai
sofferto, lo so, hai sofferto moltissimo e quando si soffre il no si radica.
Ci portiamo dietro le nostre
esperienze da una vita all’altra, in particolare quelle che sono profondamente
radicate. Quelle superficiali le dimentichiamo nel momento della morte, ma
quelle essenziali e ben radicate, e l’amore è una delle più essenziali, ce le
portiamo dietro. Il “no” deve essere infranto e va bene che tu ne sia
consapevole. Hai incontrato una roccia, non preoccuparti, continua a
martellare. Non forzare un “sì” perché sarebbe falso. Continua a martellare la
roccia del “no” e un giorno la roccia cederà e allora nascerà il sì,
l’autentico sì. Non ti dico di far finta di dire sì quando non ti viene. Se non
viene non c’è da preoccuparsi. Continua a martellare la roccia. Non accettare
il no, non si può vivere nel no. Non puoi dire di no al cibo, non puoi dire di
no all’acqua, non puoi dire di no a dio. Nessuno può vivere nel no… puoi solo
soffrire nel no e creare sempre più infelicità. Il no è l’inferno. Solo il sì
ci avvicina al paradiso. E quando nasce il vero sì dalla totalità del tuo
essere, in questo sì non lasci dietro nulla. In questo sì diventi uno e tutta
la tua energia si muoverà verso l’alto dicendo: sì, sì, sì!
Il no è come una roccia che blocca la
corrente dell’acqua e quella corrente sei tu. Il no ti paralizza. [Darshan Diaries: Above All Don’t Wobble
# 20]
Devi solo lasciare accadere, rimanere
passiva, aperta, ricettiva e le cose accadranno. Per esempio, il sole sta
sorgendo fuori e tu puoi chiudere le porte. Se le porte sono chiuse, puoi
lasciarle chiuse. Il sole con i suoi raggi sarà fuori ma tu puoi rimanere al
buio. Lo sforzo al negativo significa che tu devi aprire le porte, non devi
fare altro. Il sole sorgerà ed entrerà la luce. Non puoi portare dentro i raggi
del sole, farne un mazzo e portarli dentro. Il sole entrerà se la porta è
aperta. Se tu sarai passiva, aperta, ricettiva come un utero, niente potrà impedire
alla luce di entrare. [Vedanta, Seven Steps To Samadhi
# 14]
Sta succedendo qualcosa
di strano, mi gira un po’ la testa e mi sembra di sprofondare nella confusione,
nella vaghezza. E gli alberi fuori sono più verdi. E scopro la gioia negli
occhi del mio partner, così sorridiamo insieme, con gli occhi. Ma sono
preoccupata per questa vaghezza…
È molto bello ed è molto vago, certo.
Quando esplori un nuovo territorio e contatti una nuova energia muovendoti
senza alcuna mappa, ti senti così.
Quando entri nel mondo interiore
accade questo, e da un certo punto in poi la ragione deve essere abbandonata,
altrimenti non potrai andare oltre. Non analizzarti e non preoccuparti.
Non devi etichettare né definire ciò
che ti accade, non è necessario averne un’immagine chiara. [Darshan Diaries: God
Is Not For Sale # 25]
È il terzo giorno e ho
sonno. Non so cosa rispondere agli implacabili “Who is in”, dentro c’è SOLO la
voglia di dormire! All’improvviso davanti ai miei occhi si susseguono
incantevoli visioni, sto sognando?… No, è il nuovo partner che me le
suggerisce, è un poeta. Anch’io voglio fare il poeta… forse mi fa bene la
poesia… “Who is in?”: un fiume bianco e scintillante nella notte… un piccolo
pianeta e tuttol’universo… il buio senza paura… un lago che riflette il cielo…
la musica del silenzio… e potrei andare avanti, avanti. E non sono in
imbarazzo, anzi questo gioco sciocco e senza importanza mi aiuta ad affrontare
la paura. Basta con la paura.
Tutti hanno più o meno paura, a causa
della realtà della morte. La paura richiama questa realtà. Ma la tua paura si
sta attenuando piano piano e sarai piena di pace. Sarai più umile, più
disponibile alla preghiera. Sarai più consapevole dei limiti della vita, più
indulgente: quando vedrai qualcuno sconvolto dalla paura, non lo condannerai,
proverai simpatia, comprensione.
Una volta compresa la tua paura, hai
compreso la condizione della mente umana. Qualunque cosa comprenderai in te, la
comprenderai anche negli altri. E ciò ti renderà umana, aperta, umile. L’arte
di vivere significa questo, usare qualunque cosa la vita ti offra: paura, odio,
rabbia; in qualunque cosa troverai un tesoro nascosto. Esplora e troverai il
tesoro. [Darshan Diaries: Above All,
don’t Wobble # 27]
E ricorda, se cominci a pensare in
termini di importanza e non importanza, perderai la tua vita. Cosa c’è
d’importante nell’amore? Cosa c’è d’importante in una rosa? O cosa c’è
d’importante in una notte di luna piena? Niente d’importante. La vita è senza
significato. E tutto ciò che è bello è senza significato. L’amore e la
meditazione non sono utili. Le cose sono utili, la vita no. I valori sono in un
certo senso senza valore. Hanno un valore intrinseco, ma il valore intrinseco
non significa niente. Accogli qualunque cosa incontri con gioia. [Darshan Diaries: The Great Nothing # 6]
Ora mi piace osservare
le mie sensazioni, sono sensazioni indefinite… ma le sensazioni non sono
emozioni: non mi sento arrabbiata, né triste, né felice… vorrei trattenerle.
Mmmm... sta andando molto bene! È una
bella energia che non ha niente a che vedere con la rabbia, niente a che vedere
con la tristezza. Ma potrebbe sembrare rabbia perché è vitale come la rabbia, e
potrebbe sembrare tristezza perche è fragile come la tristezza. È pura energia
che si sta liberando. E questo è un momento bellissimo, dovresti stare in
questa energia.
E se questa energia vuole esprimersi,
lascia che si esprima con grazia, sorridi, danza con grazia, non con impeto,
altrimenti la dissiperai. Se sarai dolce e silenziosa, anche esprimendola, non
si dissolverà ma raggiungerà ogni cellula del tuo corpo. [Darshan Diaries: The
Further Shore # 25]
Mi sento vuota… non
proprio vuota… l’aria che entra nel mio corpo diventa… me stessa, non ci sono
più confini tra interno ed esterno… dove sono? Sto osservando…
Il centro di ogni individuo non è
altro che… dio… l’esperienza della totalità. Anche se i molti strati lo rendono
inaccessibile, il tesoro rimane intatto. Iniziamo a penetrare negli strati e un
giorno, improvvisamente, troviamo il centro.
Questo vuol dire libertà, beatitudine,
vuol dire essere veramente vivi.
Sannyas vuol dire ricerca
nell’individuale, al di là della personalità. L’individuale è universale. [Darshan Diaries:
Nothing To 00 # 21]
Ma sono sempre corpo,
cervello, mente… e penso di non essere pronta a realizzare niente di molto
profondo. Mi sembra di capire sempre più cose, ma poi arriva la mente e rovina
tutto!
Devi capire che il “capire” non è
qualcosa di statico, ma energia, dinamismo. La gente pensa alla conoscenza come
a qualcosa che, una volta acquisita, resta acquisita per sempre. Non è così.
La conoscenza è un fiume che scorre,
non è che, una volta acquisita, resta là e tu la puoi usare quando ti serve.
Deve essere conquistata momento per momento. È come il respiro. Non è che se
respiri una volta sola non avrai più bisogno di respirare. È un processo
vitale, un processo, non una cosa. La conoscenza non può essere posseduta. Devi
ricrearla ogni momento. È un processo creativo. Quando ti trovi in un gruppo
sei felice di avere capito, ma poi vai nel mondo e perdi quella consapevolezza
e di nuovo ti senti infelice. Ricreala ogni momento, altrimenti diventerà una
cosa morta. [Darshan Diaries: Nothing To
Lose But Your Head # 21]
Il mio viaggio è finito.
Sono commossa, piena di gratitudine, dolcemente inondata dalle tue parole, ma
mi chiedo: non è forse una contraddizione cercare di ricordare ed esprimere
attraverso il linguaggio un’esperienza verso la non mente? Sono anche
preoccupata… ho osato troppo?
La logica e il linguaggio sono
efficaci per quanto riguarda l’espressione, ma non sono creativi. La verità è
la cosa più importante. Se è la verità che deve essere espressa, allora le
parole sono utili. [Philosophia Perennis
Vol. 1 # 6]
E non pensare che devi essermi grata.
Non preoccuparti mai. Da me puoi ricevere tutto quello che vuoi, tutto quello
di cui hai bisogno, tutto quello che osi chiedere. Io sono uno strumento, un
canale, un’apertura. Quando un sannyasin mi dice grazie, sono a disagio… non c’è
nessuno a ricevere quel grazie. [Take Is Easy Vol. 1 # 10]
i mistici parlano agli alberi

I mistici sono sempre stati
consapevoli del fatto che ogni cosa che cresce è viva, e che ogni cosa viva
deve avere un sua sensibilità.
Prova a diventare amico di un albero –
ogni giorno vai a parlare con l’albero, siedigli accanto, toccalo nel modo in
cui tocchi la persona amata – nel giro di qualche giorno noterai una
trasformazione incredibile.
Nel momento in cui arrivi, anche se
non c’è vento, l’albero inizierà a danzare. Quando ti vede arrivare l’albero
emanerà il suo profumo per te. Quando lo tocchi, sentirai che non c’è più la
stessa sensazione di freddezza; è caldo, ti dà il benvenuto.
Io ho vissuto con gli alberi e, per
quanto possa sembrare strano, essi hanno una sensibilità acutissima.
Quando insegnavo all’università, c’era
una lunga fila di alberi il cui nome è gulmohar.
Hanno fiori rossi e, soprattutto in
estate, i fiori sono così tanti che è impossibile vedere le foglie. Tutto è
rosso, come se l’intero albero fosse in fiamme.
C’era una lunga fila, c’erano almeno
venti alberi su ogni lato della strada che conduceva al college. Avevo scelto
un albero, quello che aveva l’ombra più grande - e forse era il più vecchio -
ed era lì che parcheggiavo la mia auto. Non dimenticavo mai di toccare l’albero
e salutarlo, di dargli il buongiorno.
Tutti pensavano: “Quell’uomo è pazzo.
Dà sempre il buongiorno all’albero e non si prende mai la briga di dare il
buongiorno al vicerettore.”
Avendo la stanza molto vicina
all’albero, ogni volta che sentiva la mia auto avvicinarsi all’albero, il
vicerettore se ne stava là a guardarmi sorridendo e dicendo tra sé e sé:
“Quell’uomo è pazzo. Mi chiedo cosa mai insegnerà agli studenti. Saluta sempre
l’albero, dà il buongiorno all’albero, e poi quando lo incrocio lungo il
corridoio sono io che lo devo salutare, altrimenti mi passerebbe accanto senza
dire nulla.”
Ma accadde uno strano fenomeno… su
venti alberi, diciannove morirono a causa di una malattia. L’unico a
sopravvivere fu il mio albero. Persino il vicerettore cominciò a pensarci
sopra… tutti gli alberi erano morti, erano privi di foglie e di fiori,
rinsecchiti, come mai solo quel particolare albero continuava a fiorire, a
crescere, ad avere fiori?
Un giorno mi disse: “Io non ci credo,
ma mia moglie mi dice che è perché l’albero ha un amico. E proprio come l’uomo
non può vivere senza amore, così nessun albero può vivere senza amore.”
E aggiunse: “Io non ci credo. Sono
tutte sciocchezze, è solo una coincidenza. Tu cosa ne pensi?”
Io dissi: “Non posso dire nulla al
riguardo. È un segreto tra me e l’albero.”
Quando diedi le dimissioni, la mia
auto non si sarebbe più fermata all’università, così andai a salutare l’albero
per l’ultima volta.
Un anno dopo, trovandomi nella stessa
città, volli andare a trovare l’albero… vedere come stava. Quando arrivai,
l’albero era morto.
E quando il vicerettore sentì la mia
auto, non riusciva a credere che dopo un anno… perché ero andato là?
Andai direttamente dal mio albero. Gli
dissi ciao. Gli diedi il buongiorno, ma non c’era nessuno a sentirmi, nessuno
ad ascoltare. Toccai l’albero e non sentii alcuna vibrazione, alcun calore.
Il vicerettore guardava dalla
finestra. Uscì di casa, venne al mio fianco accanto all’albero e disse:
“Perdonami, ti prego. Non ho mai creduto – e ancora ho qualche sospetto – ma la
realtà è che quando sei partito l’albero ha cominciato a morire.
“Non riusciamo a capire come abbia
fatto a sopravvivere per nove anni quando gli altri alberi erano morti, e poi
non sia riuscito a sopravvivere neppure un anno.
“Forse sono solo un uomo sospettoso,
ma c’è sotto qualcosa. Ho dovuto convenire, osservando l’albero morire
lentamente… mi sono ricordato di te, e se qualcuno poteva salvare l’albero,
quello eri tu. Ma tu non eri in città.”
Per un anno intero avevo viaggiato per
tutto il paese.
Io dissi: “Anch’io sono molto triste.
Se avessi saputo che quell’albero sarebbe morto, non avrei dato le dimissioni.
Solo per amore di quell’albero, sarei rimasto all’università, ma non pensavo
che sarebbe morto.”
I mistici sono stati derisi. Ma
ricorda, a poco a poco la scienza si sta avvicinando al misticismo – e gli
ultimi a ridere saranno i mistici.
Tratto da The Messiah, Vol.2 #21
E se rivalutassimo l’Utopia?
Bel
titolo, per un patetico articolo su Il Corriere della Sera:
la
recensione del libro L’utopia. Rifondazione di un’idea e di una storia.
Peccato
che l’utopia non sia un’idea, né tanto meno una storia.
L’utopia, diciamolo chiaramente, è una
malattia infantile. Ma non come la scarlattina o la rosolia, che vengono da
piccoli, o te le attaccano gli amichetti.
No, con l’utopia uno ci nasce, come
con l’innocenza e con l’ignoranza.
Poi, di solito, ci pensano i genitori
a curare il pargolo da questa mostruosa malattia.
Oppure i nonni.
Oppure l’asilo o la scuola.
è una malattia che - contrariamente
all’AIDS - viene debellata al suo primo apparire. Il vaccino che viene
iniettato ai bambini, per uccidere questo morbo asociale, è chiamato
“politica”.
Quasi sempre funziona. Le sue
possibilità di rigetto non superano di solito l’uno per diecimila; e stiamo
parlando di un vaccino polivalente, che attacca in profondità anche l’innocenza
e l’ignoranza, le altre due malattie infantili che affliggono il bambino.
Vi confesserò un segreto, il segreto
vergognoso della mia famiglia, in cui vigeva una premonizione, e cioè che prima
della fine del millennio un membro della stessa avrebbe portato questa malattia
fino alla morte.
A nulla sarebbero valsi i più
sofisticati vaccini: cultura, scienza, arte, ideologia…
Egli sarebbe stato incurabile.
E per tutta la vita avrebbe portato il
fardello di questo male e di questa vergogna.
Così diceva l’oracolo del villaggio, e
voi che siete furbi, un po’ maliziosi, e ce l’avete con me, avete già capito
che lo sfigato della famiglia, quello che s’è beccato il male incurabile, sono
io.
E questo è solo il primo dei segreti
vergognosi…
Adesso che ho aperto la porta ai
segreti, vedrete, un po’ alla volta, che cateratta di roba.
Per tornare all’utopia infantile
(quella che viene uccisa con ogni mezzo e con i ritrovati più moderni), io ce
l’avevo proprio brutta.
Stavo così male che non riuscivo
nemmeno ad andare a scuola.
Mi sembrava (a causa della mia
malattia) una tale stronzata alzarsi all’alba, uscire al freddo, per andare in
quell’orribile edificio, poi star seduti sul legno quattro ore a sentire
discorsi che non mi interessavano minimamente.
E il maestro poi!
Pochi capelli. Tanta forfora.
Grosse lenti.
Una putenza d’ignuranza (come sfiga ulteriore io provengo pure dal
profondo sud).
Non sapeva un accidente.
Apriva un libro, leggeva qualcosa,
cercava di spiegarlo.
Faceva domande sceme.
Così io preferivo andare per i campi,
la mattina, magari portandomi un buon libro.
A sei anni? – dirà qualcuno.
Ebbene sì, perché una parte
consistente della mia utopia riguardava il sogno di leggere tutti i libri del
mondo, e sapere tutto.
Così avevo imparato a leggere (con
l’aiuto di Tex, Topolino, Nembo Kid) alla tenera età di quattro anni,
abbandonato a me stesso, e a queste terribili letture.
Mi attiravano tuttavia di più le
farfalle.
Se c’erano farfalle, non c’era più
alcun libro che potesse tenere la mia attenzione.
E anche se c’erano bisce o
serpentelli.
Le farfalle a scuola non le potevo
portare.
Vive sarebbe stato bello.
Ma a portarle in giro morivano.
Le serpi invece no.
Bastava metterle in tasca.
O anche sotto la maglietta. Ma poi
strisciavano e si vedevano, e c’era sempre qualcuno che veniva a curiosare, poi
gridava e il maestro se ne accorgeva.
E s’incazzava sempre con me.
Cinque bacchettate sulle mani.
Dieci bacchettate sulle mani.
E le canne per fare questo lavoro
gliele portavo io.
Lui mi diceva: “Tanto lo so che vai
nei campi, quando non vieni a scuola. La prossima volta portami un paio di
canne, di quelle flessibili, grosse un dito.”
Io ero così innocente che mai mi sarei
immaginato cosa ne avrebbe fatto.
Per fortuna la mia utopia mi diceva
che non avrei mai potuto imparare niente da un uomo così.
Però mi vergognavo.
E nemmeno poco.
Ormai avevo cominciato a capire che,
al contrario degli altri ragazzini, io ero ancora malato.
All’inizio credevo che la malattia ce
l’avessero tutti, proprio come me, poi invece scoprivo che quello non ce
l’aveva, quell’altro non ce l’aveva, e piano piano mi sono dovuto convincere
che ce l’avevo solo io, almeno in tutto il quartiere.
Ma un giorno sarei andato fuori dal
quartiere, per vedere se c’era qualcun altro con la mia stessa malattia.
Qualcuno con cui poterne parlare
liberamente.
E se non fosse bastato andare in un
altro quartiere, sarei andato in un’altra città, in un altro continente.
Anche in un altro mondo.
A quei tempi invece, l’unico mondo che
mi aspettava era quello militare. Eh sì, mi era arrivata la cartolina di leva. “Non
a me” pensavo, “non a me: io non posso fare il servizio militare!”
Provai a dirlo.
Non mi ascoltò nessuno.
Appena arrivati al C.A.R. mi
abbandonai morto sulla mia branda. Ero morto: nulla in me si muoveva.
Non un muscolo, un pensiero, una
parola, un gesto.
Dopo alcune ore cominciarono a
spaventarsi.
Mi portarono in infermeria.
Mi portarono anche del cibo. Vedendo
che non mi muovevo, si apprestarono a nutrirmi con una flebo e con due cannucce
su per il naso.
“Meglio i maccheroni!” dissi io.
E questo, da un certo punto di vista,
mi fregò, perché rendeva chiaro che ero vivo e presente.
Così il giorno dopo fui condotto al
cospetto del Gran Generale, che bonariamente voleva convincermi a farlo, questo
benedetto servizio militare. “Se tutti facessero come te, chi ci difenderebbe
dal nemico?’
“Se tutti facessero come me, chi
sarebbe il nemico?”
Commedia tragicomica in due sole
battute.
Non c’era più niente da dire.
Io avevo capito che lui era scemo.
Lui aveva capito che io ero pazzo.
Mentre scriveva il suo rapporto, per
farmi internare in un istituto psichiatrico (si chiamavano manicomi), gli dissi
che se avessi potuto fargli questo piacere, glielo avrei fatto proprio di
cuore, ma che se solo avessi provato a indossare una divisa, sarei morto sul
colpo.
Se volete capire cosa sono il
militarismo, l’ordine, la burocrazia, la società che si antepone all’individuo,
in una parola, tutto quello che si erge come un muro invalicabile davanti
all’utopia, scrivete queste parole in neretto tra i vostri ricordi, così come
le ho ascoltate quel giorno - le ultime parole del generale: “Se tu stessi
morendo, e io dico che stai bene… TU STAI BENE!”
Così mi feci quasi due mesi di
manicomio, per poi essere inviato a casa col famigerato art. 31.
Una buona dose di utopia mi salvò
anche in quella occasione. Nella mia gentilezza d’animo, pensavo che tutte
quelle persone (i cosiddetti matti) fossero tutti individui normali, appena un
po’ sfasati in rapporto al “tempo della produzione”. Gente praticamente
inutile, a sentire gli adoratori della merce.
Invece c’era gente proprio in gamba.
Ho imparato molto in quei due mesi.
Compreso il fatto che noi vedevamo quelli fuori dai cancelli come matti.
Mia madre aveva pure cercato di
mettermi la testa a posto, ma non c’era stato niente da fare - la mia testa non
voleva muoversi da dov’era.
La povera donna (letteralmente) mi
aveva lasciato scorrazzare libero tra prati, boschivi, bisce, pesci gatto,
fossati e lucertole, per dieci anni.
Poi s’era ricordata che avrebbe dovuto
insegnarmi un po’ di educazione.
Esempio: stiamo mangiano la nostra
solita ciotola di minestra per pranzo.
Giunge improvviso un cliente con del
lavoro urgente (mamma fa la sarta).
Lei dice cerimoniosamente: “Non vada
via così, si accomodi. Vuole favorire?”
“No, grazie!” risponde il tipo,
altrettanto cerimoniosamente.
Io continuo a mangiare in silenzio,
senza nemmeno curare la scena di uno sguardo.
Quando il cliente se ne va, mia madre
attacca a rampognarmi: “Ma che razza di educazione è questa? Quando stai
mangiando e arriva qualcuno devi dire ‘prego, vuole favorire?’”
“Starai scherzando, spero. C’ho solo
‘sta tazza di minestra da mangiare, e la offro a quello lì, che manco lo
conosco.
E poi magari mi risponde pure «sì,
grazie!» e poi che faccio?”
“Ma no, che non si dice «sì, grazie» -
sarebbe maleducazione. Si sa che lui dirà «no grazie, ho già mangiato». Si dice
così, per educazione.”
“E allora, se lo sappiamo già cosa
risponde, che glielo chiedo a fare?”
Però mia madre ci provava sempre, la
buonanima.
Peccato che avesse cominciato un po’
tardi.
Troppo tardi.
Se avesse potuto studiare un po’ di
più, avrebbe saputo che i bambini bisogna incaprettarli prima dei sei anni.
Dopo non funziona più tanto bene, perché hanno avuto il tempo di crearsi,
liberi, una loro individuale integrazione.
Ci hanno provato in tanti, a farmi
chiudere il pugno, e a soffocare l’utopia del mio cuore.
Come Diogene, ho cercato l’Uomo,
qualcuno che mi dicesse che l’Utopia esiste, che mi dicesse che non sono pazzo
- dopo tutti questi anni, a crederci ancora.
Io lo sapevo, ma se avessi potuto
incontrare almeno una persona, che me lo confermasse, che accettasse
completamente il mio cuore…
Ho dovuto aspettare trent’anni, prima
di incontrarlo. Prima di incontrare qualcuno che, non solo non mi ha fatto
vergognare di essere un utopista, ma mi ha invitato a non tradire mai i miei
sogni.
Per quasi dieci anni ho coltivato
questa domanda nel mio cuore.
Poi un giorno essa si è liberata.
“Amato Maestro, a volte provo con beatitudine la straordinaria
sensazione che la nostra comune stia diventando armoniosamente un corpo unico,
un unico organismo, un solo battito del cuore. Sto forse sognando? Sono ancora
una volta il solito utopista? Oh, amore, ti prego, dimmi che non è un sogno.”
“Sarjano, è un sogno che sta diventando
realtà, e tuttavia è un sogno. Non è solo il tuo sogno, bensì il sogno di tutti
quelli che sono qui.
È impossibile trovare qualcuno che non
porti dentro di sé il sogno dell’utopia, il sogno di un mondo migliore, più
umano, più bello, più amorevole. Il sogno di un mondo senza conflitti, senza
guerre, senza discriminazioni. Il sogno di un mondo più sensibile, dove regnino
comprensione e compassione. è un sogno che tutti gli esseri umani portano con
sé, in qualche angolo della coscienza, e non si tratta di un fenomeno nuovo.
Questo sogno è presente fin dagli albori dell’umanità, e molti hanno tentato di
tramutarlo in realtà.
Quasi tutti i tentativi sono falliti,
ma non per qualche difficoltà intrinseca, bensì per colpa del vasto mondo che
ci circonda. I tuoi sogni non si armonizzano con gli interessi costituiti della
società, e loro hanno molto più potere, detengono un potere immenso. Il
sognatore invece è molto delicato, fragile, proprio come il suo sogno.
Qui è in atto una comunione di
sognatori.
Sarjano, quel che sta succedendo qui,
ancora una volta, è che il sogno sta diventando realtà.
E la distruzione della comune in
America ci ha insegnato molto, non è stata una cattiva esperienza. Imparare fa
sempre bene, e si impara soprattutto dai fallimenti…
Qui cercheremo di evitare ogni
possibilità di essere distrutti. è meglio continuare a sognare un’umanità
migliore, che adagiarsi nella tristezza e nel pessimismo. Il progetto sta
ricominciando a prendere forma, la gente sta tornando, e con molta più esperienza.
Sanno, per esempio che non dovranno
creare una struttura rigida, perché essa è vulnerabile. Stanno quindi creando
qualcosa di totalmente nuovo, un corpo organico, non un regime dittatoriale.
Non c’è più nessun obbligo a lavorare
dieci-dodici ore al giorno, ma è subentrato un canto gioioso di creatività,
volta ad affermare la vita.
Ognuno lavora secondo i suoi bisogni,
e in armonia con le sue scelte. Stiamo facendo tutto il possibile per non
intralciare l’individualità di nessuno, e per non sacrificare l’individuo alla
comune.
Stiamo cercando, al contrario, di
rendere ogni individuo più forte possibile, perché la somma di queste
individualità formerà la forza della comune… e i semi stanno cominciando a
germogliare.
Sei nel giusto, Sarjano, quando dici:
“A volte provo con beatitudine la straordinaria sensazione che la nostra comune
stia diventando armoniosamente un corpo unico, un unico organismo, un solo
battito di cuore. Sto forse sognando?”
No, è una realtà che si sta
manifestando.
“Sono ancora una volta il solito
utopista?”
Stiamo facendo di tutto per
trasformare il significato della parola «utopia».
Il significato del termine utopia è
qualcosa che non può succedere, ma noi siamo decisi a cambiare totalmente il
suo significato. Ci siamo impegnati a far sì che ‘«utopia» diventi qualcosa che
può succedere. La vecchia definizione deve cambiare completamente. L’utopia è
il cuore stesso dell’essere umano.
Un uomo che non sogna un’umanità
migliore non è un uomo, è un deserto.
“Oh amore, ti prego, dimmi che non è un sogno.” (vedere e sentire Osho
che dice “Oh amore” in italiano, è qualcosa di simile a una benedizione.)
Sarjano, è entrambe le cose: non è un
sogno perché sta diventando realtà, e tuttavia è ancora un sogno, perché c’è
ancora molto da fare. Non dovresti accontentarti di dove siamo giunti. Questo è
un sogno che continua a svilupparsi, con nuove possibilità, con altre
dimensioni. Ma siamo determinati a vederne la creazione, a trasformarlo in
realtà. Questa è la nostra religione. Non ci interessa andare in paradiso,
vogliamo fare in modo che il paradiso venga qui da noi. E tutto dipende dal
nostro amore, dal nostro silenzio, dalla nostra pace, dalla nostra meditazione,
dal nostro essere consapevoli, e attenti a non ricadere in alcuna trappola degli
interessi costituiti. Non tradire il tuo sogno. Il tuo sogno è la tua stessa
anima…
L’utopia è il sogno che ogni cuore
porta dentro di sé, specialmente le giovani generazioni, perché diventando
vecchio cominci a fare compromessi con la società. Non tradire il tuo sogno.
Non tradire la tua utopia. Sii chiaro nella tua visione, sii consapevole nei
tuoi tentativi. Il sogno sta mettendo radici, e spero che presto si vedano i
primi fiori, poiché non sono lontani.”
Con
amore, Sarjano
buon segno …
i preti hanno paura
di Ma Anand Priyatama

Dal dentista mi capita fra le mani un
numero di Famiglia Cristiana, il settimanale più diffuso in Italia. Lo scorro
svogliatamente, per ammazzare l’attesa.
D’un tratto mi risveglio su una foto a
tutta pagina di madre Teresa. La didascalia annuncia un video in cui la santa
del 2000 parla contro l’eutanasia e l’aborto, infischiandosene delle sofferenze
inutili che la testardaggine cattolica diffonde nel mondo in tante persone
innocenti che credono al peccato e alle frottole dei preti.
La foto dell’angelo di Calcutta
sprizza ipocrisia, gli occhi guardano lontano in una luce soffusa di martirio.
Perbacco, mi dico, non hanno proprio
più nulla da vendere se si attaccano a questa bertuccia per esaltare le virtù
cristiane alle soglie del 2000!
L’attesa continua e l’occhio mi cade
sul titolo a fronte “Perché il New Age contrasta radicalmente con il
cristianesimo.” La parola è a un gesuita.
Perbacco… perbacco, mi metto a
leggere... sono perfettamente sveglia… speriamo che non sia il mio turno!
Sia come sia ci vuole sempre un po’ di
teologia. Fa rima e rido… i miei compagni di attesa mi guardano con facce da
lettori di Famiglia Cristiana. Che fare? Riprendo la faccia seria e mi rimetto
a leggere.
La prima chicca è subito in apertura,
in cui si legge che “È difficile definire la New Age”.
Perché è così difficile? Ecco la
risposta: “… non ha un fondatore o un capo carismatico o una serie di verità
cui devono attenersi i suoi aderenti.”
È interessante… questi sono gli
ingredienti-base della chiesa cattolica… un fondatore, un capo carismatico e
delle verità cui il gregge “deve attenersi”.
Un buon cattolico deve considerare
diabolico tutto ciò che non è l’esatta immagine della santa madre chiesa
cattolica. Il senso spirituale della vita che si sta diffondendo nel pianeta
deve essere considerato diabolico dal gregge cattolico, perché non ha verità
precise da inculcare a colpi di peccati mortali. Parola di teologo gesuita,
pena il peccato mortale e chissà fra un po’ magari anche la scomunica!
Mi faccio coraggio e vado avanti. Ecco
l’interpretazione gesuita della Nuova Era: pur di mantenere le pecorelle nel
pregiudizio e nell’ignoranza ironizza fra virgolette persino su Jung e su
Maslow e sulle nuove esperienze terapeutiche che farebbero uso di droghe e
stimolazioni elettriche del cervello come strada alla pace interiore.
Appiattisce nella formula “religioni
orientali” - che sarebbero prive di intenzioni morali e quindi più facilmente
assimilabili dalla corrente New Age - la straordinaria saggezza del buddhismo e
delle tradizioni religiose indiane, facendo di tutta l’erba un fascio. Che
presunzione ostentata quella gesuita!
Ridicolizza senza vergogna sulle più
recenti scoperte della fisica sulla natura dell’universo, pur di mantenere il
gregge nella fede cattolica.
Che gliene importa al gesuita di
raccontare frottole?
I lettori di Famiglia Cristiana non
sono forse il frutto di secoli di dogmi, persecuzioni e ignoranza?
Che altro meritano se non essere
mantenuti nell’oscurità come nel Medio Evo? Diffidate, diffidate, diffidate… è
il messaggio sotterraneo… il teologo sa e lo dice per il vostro bene….
naturalmente!
Navigo fra svariate altre idiozie,
distorsioni in mala fede e mistificazioni fra virgolette e non… per arrivare al
succo del nocciolo del discorso.
Dove sta il contrasto?
Il contrasto della nuova era con il
cristianesimo sta nella negazione di verità cristiane essenziali, i cosiddetti
dogmi.
Prima di tutto va detto che un dogma è
un qualcosa che non si discute, un qualcosa che non si può discutere, né
mettere in dubbio… Così come la santa madre chiesa cattolica lo ha formulato
deve essere creduto ciecamente dai “fedeli”, pena la scomunica.
Ma quali sono i dogmi con cui la New
Age contrasta radicalmente e per cui i lettori di Famiglia Cristiana debbono
diffidarne e starsene alla larga?
Innanzitutto il dogma della
personalità e della trascendenza di dio, cioè di un dio-persona, distinto dal
mondo e il creatore del mondo stesso.
Dove risieda questo dio-persona non ci
viene detto, anche se pare ovvio, continui - anche ai giorni nostri - a vivere
su una nuvoletta, e a guardare giù di tanto in tanto alla sua opera, questo
mondo, e a grattarsi la barba con paterna compiacenza.
L’altra verità, l’altro dogma è la
libertà dell’uomo e l’esistenza del peccato!
La nuova era, con la scienza olistica,
con una rinnovata spiritualità ha riavvicinato il corpo, la mente e lo spirito.
E questo deve essere l’aspetto che crea maggior paura nei preti. Con la libertà
di sentire e vivere secondo natura, la gente si è sottratta all’autorità dei
preti e al ricatto del peccato.
E senza peccato niente inferno, niente
chiesa, niente preti. Perbacco, che liberazione!
Da ultimo arriva il dogma
dell’incarnazione del Figlio di dio nella persona storica di Gesù di Nazaret e
la sua redenzione con la morte e la resurrezione.
La formula è da mal di denti. Siamo
dal dentista!
Povero Gesù ridotto a dogma.
Dove, dove l’amore? Il dogma si
trasforma in infernale cantilena che i “fedeli” debbono ripetere senza pensiero
e senza dubbio… dall’insieme sale un odore di tonache unte e bisunte, di
peccati nascosti e perversi, di muffa e di cadaveri.
La buona notizia che trasuda da tutto
monito gesuita in Famiglia Cristiana è che i preti hanno paura di perdere il
loro potere sul gregge e sono costretti a tirare fuori la faccia grinzosa dei
dogmi.
Ma siamo alle soglie del 2000 e non
del 1000. Sbandierare un dio-persona e il peccato come identità cattolica è una
strategia perdente, e lo sanno. Per questo hanno ancora più paura .
Ingombra molto quest’immagine arcaica
di un dio con barba e capelli che controlla i peccati del mondo attraverso i
suoi rappresentanti in terra, i preti. Io ho perso il senso comune stando con
Osho, ma non credo proprio che le nuove generazioni possano bersi simili
frottole senza battere ciglio e per paura, come in passato.
Per ora è chiaro che i preti hanno
paura e tirano fuori i dogmi e Madre Teresa di Calcutta.
Restiamo in attesa dell’annunciata
enciclica del Papa sulla nuova spiritualità e la nuova scienza. Io sono pronta
per il trapano a cuor leggero, rinfrancata dal dogma del dio-persona
onnipresente e onnisciente Nell’ora del dolore sarà pur vicino anche a me!
La religiosità
è una
questione
individuale.
È un messaggio
d’amore tra te
e il cosmo intero.
Le religioni,
invece,
sono state dei
parassiti che
hanno
sfruttato
l’umanità,
l’hanno
ridotta
in schiavitù,
l’hanno
costretta a
credere,
e tutti i
credo sono
contro
l’intelligenza.
OSHO
HELLBENT
FOR ENLIGHTENMENT
“Illuminazione
a qualunque costo” è il titolo di questo affascinante racconto di vita
personale con Osho
Ma Anand Nirgun, una sannyasin canadese che per
anni ha cucinato per Osho, ha scritto un libro molto piacevole, scorrevole e
allo stesso tempo piccante sulla sua vita con il Maestro, dal titolo Hellbent
for Enlightenment (Illuminazione a
qualunque costo è la traduzione letterale del titolo in italiano.)
Il sottotitolo del libro contiene parole forti:
sesso, potere e morte.
Di sicuro Nirgun non tace nulla riguardo a questi
aspetti fondamentali della vita dei sannyasin di Osho e ai passaggi burrascosi
verificatisi nella loro storia.
Nel tessuto narrativo spiccano le intuizioni di
Nirgun relative a Osho, soprattutto al suo modo di incoraggiare l’intelligenza
dei discepoli.
Gli aneddoti di Nirgun sono una parte essenziale
dell’intreccio e hanno il sapore inconfondibile della verità acquisita con
l’esperienza.
Anche episodi apparentemente ‘insignificanti’,
alla presenza di Osho diventano affascinanti.
Un esempio: il racconto di una corsa a folle
velocità nella Rolls Royce di Osho, nel New Jersey, in un giorno di pioggia,
che la riporta all’infanzia e alle discese in canoa lungo il fiume in piena,
l’unica via di comunicazione con la civiltà per la famiglia in cui era nata
Nirgun di pionieri residenti nel Canada settentrionale.
Di ritorno a casa dopo la corsa in macchina, Osho
dice a Vivek, la sannyasin che si prende cura di lui – che era in macchina con
loro – che Nirgun era la sola persona che fosse riuscita a rimanere”‘presente”
durante il viaggio.
Ecco un brano tratto dal libro di Nirgun.
Siamo nel 1974, è appena arrivata in India e sta
per incontrare Osho, – allora conosciuto come “Bhagwan”– per la prima volta:
Rimango in attesa insieme ad altre dieci persone
fuori dal cancello di ferro battuto di Lao Tzu, la grande villa in cui vive
Bhagwan. Le mura sono ricoperte da un fitto intrico d’edera, e il viale è
fiancheggiato da alberi tropicali a me sconosciuti, molti dei quali in piena
fioritura, i rami pervasi da un filo di umidità serotina. Mi sento avvolgere da
un senso di sacralità. Il Monte Olimpo, casa degli dei.
Due donne, una su ogni lato, sono in attesa al
cancello. Potrebbero essere due modelle. Eseguono scrupolosamente il loro
compito: individuare qualsiasi profumo che possa disturbare la salute di
Bhagwan. Dobbiamo chinare il collo passando, e la mia mente viene attraversata
da un pensiero: forse questo cerimoniale è un simbolo del mio arrendermi?
Seguendo il viale lastricato di pietra, arriviamo
alla casa. Proseguiamo lungo corridoi dai soffitti altissimi in cui regna un
silenzio così profondo che una sola parola suonerebbe come sacrilega. I piedi
nudi non fanno rumore sul pavimento di lucido granito. La sensazione di quel
contatto è incisa nella mia memoria cellulare: infinitamente liscio, fresco,
morbido.
All’improvviso si arriva su un vasto terrazzo, che
sembra galleggiare in un mare di verde. Gli enormi alberi del giardino – alcuni
con un tenero fogliame, altri con grandi foglie rilucenti – si sono spinti fin
lì con i loro rami, creando l’immagine di una radura in una foresta tropicale.
I lontani gracidii di migliaia di rane e il
mormorio degli uccelli non fanno che rendere più denso il silenzio.
Bhagwan è già seduto su una poltrona dallo
schienale diritto. Indossa una tunica bianca semplicissima, così bianca da
sembrare luminosa, che fa risaltare i lunghi capelli neri e la barba nera che
gli arriva al petto.
Ci sediamo a semicerchio sul pavimento di fronte a
lui. Laxmi mi fa un cenno e mi trovo seduta ai suoi piedi, così vicina che
quasi posso toccarlo. Se ne sta seduto, completamente immobile, le gambe
accavallate. Le mani, con lunghe dita affusolate, riposano immobili sul suo
grembo. La sua immobilità mi raggiunge e mi tocca.
Il silenzio di quei momenti magici sull’aereo che
mi ha portata qui risorge da dentro – il silenzio dei vasti spazi selvaggi
della mia infanzia.
Mi guarda, ha grandi occhi, quasi neri,
profondissimi. Mi guarda, mi vede dentro. Mi sento riconosciuta.
Una sensazione di benessere mi scorre tra le vene
e va a riempire angoli sconosciuti, aridi, brulli; un fiume di appagamento.
Non un’estasi travolgente, ma semplice
contentezza, la sensazione, così rilassante, di essere a casa. Le lacrime
cadono copiose e bagnano la mia nuova tunica arancione.
Egli scrive lentamente, consapevolmente, su un
foglio di carta color crema. Laxmi gli porge un mala. Lo tiene tra le mani per
un momento, poi me lo mette attorno al collo, il medaglione mi cade sul cuore.
Solido, tangibile, il mala: un legame, una corda. Sono legata a una guida di
cui mi fido con tutto il mio cuore e la mia anima, senza alcun motivo.
Mi porge il foglio di carta.
Questo sarà il tuo nuovo nome: Ma Anand Nirgun, mi
dice. Anand significa beatitudine. Ma dimentica l’Anand, ricorda solo Nirgun.
Nirgun significa privo di forma.
“Il mondo intero nasce da ciò che non ha forma. La
sorgente originale è priva di forma e dà vita a milioni di forme.
Tutto ciò che può essere percepito dai sensi è una
forma che nasce da ciò che non ha forma. La sorgente originale è priva di
forma, non viene vista, è sconosciuta. E inconoscibile. Devi lasciare andare
tutto, diventare assolutamente vuota, solo allora la potrai conoscere.
Ciò che è privo di forma!
Memorie sepolte del passato, ricordi di una
dimensione in cui ero priva di forma, fuori dal corpo, affiorano ora in una
strana sequenza…
Sono una bambina. Il laghetto è profondo. Mio
fratello, non tanto più vecchio di me, ha ricavato una canoa da un tronco, mi
ci ha messa dentro e mi ha dato una spinta. Lo vedo accucciarsi sulla riva,
vedo il suo volto rosso e ridente, vedo le rane sulle foglie di loto. Come
dall’alto vedo il mio vestitino bianco arricciato, il corpicino di bimba seduto
immobile in quella rozza imbarcazione. Consapevole del pericolo.
Ritorno alla stanza silenziosa, tutti i sensi tesi
a percepire il coro di rane gracidanti, il vento che sussurra tra le foglie, il
biancore luminoso della tunica di Bhagwan, i volti sorridenti attorno a me.
Bhagwan si appoggia allo schienale con un largo
sorriso. Ora festeggerai questo giorno come il tuo compleanno, mi dice. I
compleanni del corpo in realtà ricordano la morte. Li festeggiamo per
dimenticare che un altro anno è passato e non è ancora accaduto nulla.
Le sue parole mi toccano profondamente. Ora
capisco perché non ho mai festeggiato il mio compleanno.
Laxmi mi ricorda che avevo una domanda. Chiedo a
Bhagwan: Va bene se rimango in silenzio?
Ci pensa su per quella che mi sembra un’eternità,
guardandosi le mani, ora aperte e appoggiate in grembo: È insolito, dice alla
fine. Ma se senti che va bene per te, non ti farà male. Non per un periodo
fisso, ma solo finché senti che va bene. E verrai al darshan ogni settimana per
parlare con me, mmm?
Scivolo di nuovo al mio posto sul pavimento,
travolgenti ondate di contentezza mi salgono dalla pancia, riesco a contenerle
a fatica.
Alla fine Bhagwan si alza, lentamente, prestando
totale attenzione a ogni movimento. Ci saluta con le mani giunte, il tipico
gesto di saluto che in India chiamano namaste. Poi si avvia verso l’uscita con
passi brevi e molto cauti, come se stesse camminando su una fune.
Mi sento scuotere dalle risate, mentre lo guardo
andar via. Il mio Maestro! Che burla, che ilarità!
I miei occhi lo seguono finché non scompare. Poi
mi abbandono alla freschezza del pavimento di pietra, sciogliendomi in una
pozza di assurda contentezza.
Il giorno dopo straccio il mio biglietto di ritorno
per il Canada. ![]()
Consigli
vegetariani
di Swami Vett Gagan
PER CHI SI ATTIENE strettamente a una dieta vegetariana,
il dover ricorrere alle verdure del mercato, spesso insipide e sempre cariche
di pesticidi, rappresenta un grosso problema.
Le verdure biologiche, che da qualche anno hanno
fatto la loro comparsa, sono senz'altro una soluzione, ma il loro costo è
spesso troppo elevato; esiste invece una strada che permette di risolvere
gratis il problema, godendo allo stesso tempo di una piacevole passeggiata in
campagna: la raccolta di erbe selvatiche, che offre, a chi l'intraprenda,
grandi soddisfazioni e sapori succulenti.
Per questa pratica, il Dott. Mauro Damiani,
esponente della scuola igienista americana e Presidente dell'Associazione per
la Scienza della Salute, consiglia di munirsi di un buon manuale o di seguire
gli insegnamenti di un amico esperto, perché è possibile andare incontro a
sorprese spiacevoli; a poco a poco si imparerà da soli a riconoscere le erbe
commestibili della propria regione e a evitare quelle velenose, astenendosi al
minimo dubbio.
Un tempo l'uomo aveva conoscenze botaniche molto
più vaste di oggi, e sapeva procurarsi ogni giorno la sua insalata; pare che i
soldati romani ricevessero ogni sera solo una piccola quantità di frumento, e
che dovessero cercarsi nei dintorni dell'accampamento le erbe e la frutta del
loro pasto. Oggigiorno pochissimi possono permettersi questo sano piacere.
Per queste erbe vale la regola che, quando sono
giovani e tenere, possono essere usate come componenti del-l'insalata (gli
esperti consigliano non più di quattro componenti per volta), mentre le meno
tenere vanno bollite in poca acqua: acqua che non va buttata ma che è ottima
per bollire il riso o la pasta arricchendone il sapore.
Le principali erbe commestibili sono:
ORTICA: tutti la sanno riconoscere; è ottima, ma
vanno usati i guanti per raccoglierla; si raccolgono le ultime due o quattro
foglie della sommità evitando le piante in piena fioritura, si consumano cotte
(3 o 4 minuti in acqua bollente) con poco condimento.
BORRAGINE: pianta ottima come ripieno dei ravioli
o come condimento di riso e pasta. Si raccoglie in inverno o in primavera
quando appaiono i bellissimi fiorellini azzurri.
CARDO: richiede molto lavoro ma il sapore è
eccezionale; si raccolgono durante l'inverno le piante giovani prima dello
sviluppo dello stelo floreale, usando guanti robusti e un grosso coltello, poi
a casa vanno rimosse con pazienza la parti foliari che portano le spine, usando
le sole nervature centrali della foglia che, bollite per pochi minuti in poca
acqua, vanno poi stufate in padella con coperchio e con olio e aglio.
PAPAVERO: la pianta intera prima della fioritura è
un ottimo condimento per riso o pasta.
RAMOLACCIO: è una sorta di rapa selvatica; durante
l'inverno è sempre utilizzabile, a primavera sono ottimi i teneri steli
floreali.
CRESPIGNO: se giovane è ottimo componente di insalate,
adulto e prima della fioritura va bollito e condito con olio e limone.
TASSARACO e CICORIA: come per il crespigno.
Si raccomanda infine di non cogliere queste piante
in zone troppo prossime alla città o lungo strade trafficate, ma di cercarle in
zone il più possibile incontaminate, godendo così anche del piacere di una
bella passeggiata.