SOMMARIO

 

 

2 I CENTRI DI OSHO IN ITALIA

Tutti i centri divisi per regione

 

5 IL MAESTRO

Silenziosa luna

Osho commenta un haiku giapponese

 

8 LE NOTIZIE

Fuori e dentro la Comune

 

10 IL CUORE

Specchio Magico

È possibile crescere in una relazione?

 

16 OSHO MULTIVERSITY

Il programma da agosto a ottobre

 

18 IL CORPO

Dell'amore e della spada

Il coraggio e la forza della meditazione vincono una tragedia del corpo: come Ma Pravahi incontra Osho e il Katsugen-Undo.

 

22 IL MAESTRO

Arreso all'esistenza

Osho parla della poesia come stato dell'essere e dell'ultima possibilità che abbiamo di ribellarci.

 

32 IL MAESTRO

L'interrogativo reale

Osho dice che il problema reale si pone tra la testa e il cuore e non, come viene chiesto, tra l'uomo e la donna.

 

36 LA MENTE

Amato Osho

Uno scambio inconsueto di domande e risposte di Osho tirate come una carta di tarocchi dal computer.

 

40 IL MAESTRO

I mistici parlano agli alberi

La storia d'amore tra Osho e un albero.

 

42 IL CUORE

E se rivalutassimo l'utopia?

Prendendo spunto da un articolo apparso sul Corriere della Sera, Sarjano riporta ciò che Osho gli ha risposto sull'utopia.

 

 

46 IL MONDO

Buon segno... i preti hanno paura

New Age e fede cristiana: in risposta a un articolo su Famiglia Cristiana, una messa a punto della visione di Osho.

 

48 IL MONDO

Illuminazione a qualunque costo

Recensione del libro di Ma Anand Nirgun sulla sua vita con il Maestro.

 

50 TUTTE LE STELLE

Il tuo oroscopo di giugno.

 

52 LA VETRINA

Tutti i libri di Osho in italiano, i video di Osho, le musiche per la meditazione e il rilassamento.

 

60 IL CORPO

Consigli vegetariani

 

 

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OSHOTIMES INTERNATIONAL Edizione Italiana

 

 


 

silenziosa luna

 

 

Un poeta Zen:

 

Compagna del turbinio del vento

nel cielo

solitaria luna

 

Questi haiku sono quadri in forma di parole. Stando seduto in silenzio, un meditatore apre gli occhi e vede la compagna del turbinio del vento nel cielo: la luna solitaria. Ma la luna non si muove, non trema a causa del soffiare del vento.

Se riesci a trovare te stesso al centro del ciclone, hai trovato la luna - nessun vento turbinoso, nessun pensiero, nessuna emozione, nulla può disturbarti.

Sei imperturbabile.

 

Un haiku di Issa:

 

Persa tra i bambù,

ma quando splende la luna -

casa mia.

 

Sono solo frammenti di esperienza. Nessuno li definirebbe grandi poesie, non sono della stessa categoria. Sono una categoria a parte. Ciò che sta dicendo è: “Nel silenzio della meditazione, ho visto… persa tra i bambù, ma quando splende la luna - casa mia.” È solo una immagine… e uno diventa uno specchio. Questo haiku è solo uno specchio di una casa, nascosta tra un fitto boschetto di bambù, e sorge la luna, e all’improvviso la casa che era nascosta nell’oscurità diventa luminosa.

 

Un haiku di Basho:

 

Una nuvola,

cerca di catturare i raggi della luna,

uno scroscio di pioggia

 

Godi di ogni cosa - la luna, la nuvola, la pioggia - perché tutto per il meditatore diventa così divino da rappresentare un’espressione e manifestazione della stessa sorgente originale.

 

Osho

Dogen: The Zen Master

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NOTIZIE

DENTRO E FUORI

LA COMUNE

 

 

Nuova palestra

Il Club Meditation ha una nuova palestra nella zona di Basho per tutti gli appassionati. I nuovi attrezzi per gli esercizi: macchine isodinamiche d'avanguardia che usano cilindri idraulici a doppia pressione, macchine per sollevamento pesi e cyclette. La palestra offre delle tessere giornaliere, settimanali e mensili, che includono anche la sauna e la jacuzzi.

 

 

Un assaggio di Zen a Napoli

"Mente tra Zen e costruttivismo"è il tema di una conferenza organizzata dall'Università Popolare in un liceo classico e presso il Goethe Institute a Napoli. Il tema trattato, sviluppato dallo psichiatra Maurizio Mottola (Swami Satyam Atul) vuole dimostrare che la mente è un'interfaccia tra cervello (individuo) e ambiente circostante, ciò che è in contrasto con la comune convinzione che la realtà sia circoscrivibile nei nostri limitati schemi mentali. Al termine del vivace dibattito, quindici minuti di "humming" in gruppo hanno fatto sperimentare al numeroso pubblico presente un'esperienza di meditazione.

 

 

Master Qiu

Uno dei maggiori calligrafi cinesi, Master Qiu, è tornato alla Comune per presentare una mostra intitolata "Brush Song, Ink Dance" e condurre uno stage di questa particolare forma d'arte. La cerimonia d'inaugurazione della mostra – presieduta dal popolare giornalista Pritish Nandy — ha avuto luogo nell'Osho Dojo. Musica e danza hanno accompagnato Master Qiu che, indossando il tradizionale abito cinese, ha cantato la sua canzone con inchiostro e pennello, creando una nuova opera davanti agli occhi incantati dei visitatori.

A 48 anni, Qiu è l'unico calligrafo vivente di Shangai le cui opere sono esposte nella collezione permanente della Great Hall of People di Beijing. Questo è il più alto onore conferito a un artista cinese. Il suo insegnamento e la sua presenza ispirano i suoi allievi. Osho ha detto che il suo lavoro è "molto, molto buono" e ha scelto per la sua ultima serie di discorsi The Zen Manifesto una calligrafia che Qiu ha dipinto nel suo giardino. Qiu stimola gioia e fiducia nella propria creatività. Lo Zen dà molta importanza alla calligrafia, pittura, poesia e al giardinaggio, espressioni che giungono come un'onda dallo spazio più recondito del tuo essere per raggiungere l'esterno.

 

 

Buddha Rap

L'Osho Commune ha trovato un modo per promuovere e vendere i 12 volumi in cui sono raccolti i commenti di Osho al Dhammapada. Dodici canzoni composte per l'occasione, ognuna delle quali relativa al contenuto di un volume, sono state presentate durante una serata in libreria. Si è andati dall'imitazione di Elvis Presley al coro di canti celtici, ma la stella della serata è stata Ma Prem Maneesha, accompagnata da "King Farukh e Sufi Man", che con un irrestitibile ritmo rap ha cantato: "Non andrai in paradiso, sarà lui a venire da te, quando scopri la tua buddhità lo sarai per l'eternità!"

 

 

Fioritura speciale

Ma Yoga Mukta, che cura i giardini di Osho, mostra qualcosa di speciale: una pianta che si trova da anni nei giardini della Comune è fiorita all'improvviso, per la prima volta da che qualcuno se ne ricorda. Al tramonto tutti i fiori si aprono e diffondono un profumo incredibilmente intenso.

 

 

Regali di qualità

Swami Yogendra Manu ha avuto una bella idea: creare un negozietto nella Comune in cui offrire una vasta gamma di prodotti di qualità (abiti, gioielli e altri articoli da regalo). Ci sarà presto anche una linea esclusiva di articoli da design con un logo speciale. Manu pensa anche di proporre tali articoli al mercato internazionale.

 

 

Osho e La Sapienza

Manuel Olivares, 26 anni, laureando in sociologia della religione a La Sapienza di Roma, ha chiesto e ottenuto di presentare una tesi di laurea su Osho Rajneesh e i neo-sannyasin. Incoraggiato a leggere libri di Osho dal suo maestro di arti marziali, vede delle foto di Puna in casa di amici; seguono poi delle visite all'OMC Kivani di Roma e a Miasto, organizzate dalla Facoltà, dove può incontrare dei sannyasin. Fa la Mystic Rose e a marzo è a Puna. "Il primo impatto è stato duro – racconta – ma dopo i primi dieci giorni mi sono ambientato. Ora sono rilassato, non sono mai stato così bene e faccio sogni normali, cosa per me rara." Di matrice culturale anarchica, come lui stesso si definisce, riceve il suo nuovo nome Swami Bodhi Mukto, consapevolezza e libertà, "che riflette le motivazioni che mi hanno spinto al sannyas. Me l'aspettavo che il nome me l'avrebbero azzeccato" commenta con piacere! "Rispetto alla tesi, – che darò a novembre di quest'anno – è stato fondamentale venire qui, capisco molto di più di Osho e dei sannyasin, nel bene e nel male..."

 

 

Mai... cosa?

Si sa che il giornalismo non è una professione che ama la precisione! E per questo che si può perdonare a Willy Germund del Basler Zeitung di aver fatto un errore nei due articoli sull'Osho Commune International destinati ai lettori svizzeri. Nella descrizione del samadhi di Osho in Lao Tzu House, Germund ha letto la scritta così: "Mai nato, mai vissuto ." Oops! Willy, non vuoi tornare qui a leggere la scritta come si deve?

 

 

La danza delle Rune in Italia

Ma Prem Letizia ha da poco pubblicato il suo ultimo libro sulle rune: La danza delle Rune Zen, introducendo la nuova idea di danzare questi antichi simboli celtici... e commentarli alla luce della saggezza Zen. Di recente Letizia ha anche firmato un contratto per la pubblicazione del suo libro in giapponese. Il libro in italiano è distribuito dall'Oshoba e Letizia sarà in Italia a maggio e giugno per presentare il suo libro e... per danzare le Rune... prima del primo training di danza delle Rune Zen, che si terrà in Sicilia.

 

 

CD RISK

Quando Ma Deva Niravi partecipò a un training multimedia in Danimarca per imparare come fare un CD-ROM, capì quale sarebbe stato il suo tema: il suo Centro di Meditazione preferito, Osho RISK. Quando i laureati presentarono il loro lavoro al termine del corso, Niravi fu scelta per un'intervista con la locale stazione TV e la prima pagina del suo CD – con una foto di Osho – fu trasmessa al pubblico danese. 11 CD di Niravi è disponibile per chiunque voglia saperne di più sul Centro RISK. Il suo indirizzo email: woodwind@pip.dkner.d.

 

 

Vinod in politica

Vinod Khanna, famosa star di film indiani e discepolo di Osho da lungo tempo, è entrato nel partito BJP e si è presentato alle elezioni nazionali indiane nel collegio elettorale del Punjab ed è stato eletto. Quando gli fu chiesto, prima delle elezioni, se l'eroe d'azione avrebbe trattato i suoi avversari politici (una donna) nello stesso modo in cui tratta i "cattivi" dei suoi film, Vinod ha risposto che è sempre molto gentile con le signore. Di Osho ha detto: "Sono più che mai suo discepolo."

 

Vivere con l'arte

Sei mesi dopo aver finito la scuola di Belle Arti di Amsterdam Swami Dhyan Anutoshen, 27 anni, guadagna abbastanza soldi col suo lavoro come artista professionista per vivere negli agi e trovare il tempo di venire a Puna. Anutoshen prende il sannyas nel 1991 e subito dopo partecipa a un dinamico gruppo di pittura con Ma Anand Meera "Caos e Beatitudine". Il gruppo suscita il suo entusiasmo e lo spinge alla scuola di Belle Arti, dove lo scopre il proprietario di una galleria locale. Espone a Tokyo, Venezia, Utrecht e Amsterdam. I suoi temi preferiti? "Virilità e responsabilità."

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SPECCHIO MAGICO

Ritratto di relazione dall’interno

 

Sw. Dhyan NIKAS e Ma Veet NISARG, terapisti di Osho e creatori del nuovo Osho Institute for Healthy Relating, conducono separatamente gruppi a Puna, mentre in Italia presentano insieme dei gruppi che hanno come base il vissuto della loro relazione. Ma Amrita Suha dell’Osho Times ha voluto intervistarli.

 

 

Un giorno NIKAS viene in ufficio e mi porge timidamente un plico di fogli: “Se vuoi leggere, Suha, questi sono gli appunti di un’intervista che Subhuti ha fatto lo scorso anno sui gruppi che io e NISARG presentiamo in Italia, se vuoi farne qualcosa… non è mai stata utilizzata!” Alla fine della lettura mi accorgo che voglio saperne di più, di loro e del loro lavoro.

Decidiamo d’incontrarci: mi preparo a questa intervista con lo zelo e la determinazione di una novellina che sa di possedere uno strumento importante per mettere a fuoco un argomento scottante. Il soggetto della “relazione” è così vasto, come faccio a trovare il bandolo della matassa?

Devo riempire pagine di domande senza senso prima di tirar fuori quello che voglio veramente sapere. Scegliamo un angolo tranquillo in giardino e il momento in cui il nastro inizia a srotolarsi il tempo si ferma, trattiene il respiro, per ascoltare quelle parole che vengono da lontano: determinate, scapigliate, brucianti, chiare, timide, sommesse, quei lunghi silenzi, quelle risate a crepapelle, quei puntini di sospensione, quei sospiri profondi… quelle ammiccate dell’anima che fanno presagire l’incontro dei cuori.

 

Vedo ogni giorno persone che si mettono insieme, che si separano, che vanno con un altro partner… Prima di tutto: cosa vi ha messo insieme e cosa vi tiene insieme?

Pongo la domanda tutta d’un fiato, a bassa voce, per paura che mi manchi il coraggio di finirla e, mentre le parole si snocciolano una dopo l’altra dalla mia bocca, l’impatto immediato della loro risonanza si incide nella nostra carne.

Null’altro esiste, solo la domanda che, come una lancia, trova subito il cammino dei loro cuori, aperti, disponibili a mostrarsi nella loro verità. Dopo un lungo silenzio NIKAS e NISARG si guardano negli occhi: “Io ci sono, tu dove sei?” Basta un battito di ciglia: “Ci sono anch’io, vai pure tu…”

Le voci di NIKAS prima e di NISARG poi hanno un tono palpitante, come un battito d’ali che viene da lontano. Sembra che parlino ad alta voce a se stessi e mentre parlano si ascoltano, per osservare che sia tutto vero quello che dicono. E io mi lascio calare in questo spazio magico…

 

NIKAS: … Non perdi certo tempo, Suha! Ciò che mi ha messo insieme a NISARG è la mia determinazione a imparare cos’è l’amore e a conoscere me stesso attraverso di lei. Penso che sia la strada più veloce che mi porta diritta alla mia intensità. Vedo anche il nostro amore come l’impegno di due anime a scoprire chi sono e ad aiutarsi in questo cammino. Quando attraversavo momenti difficili con NISARG, quando tutto in me gridava: “Non ce la faccio più, è troppo difficile” ebbene in quegli stessi momenti una vocina più profonda mi diceva: “NIKAS, non scappare, vai avanti!” E, tutto sommato, mi sono accorto che rimanendo nella situazione di fatto potevo crescere.

 

NISARG: Per me è qualcosa di simile, un impegno rispetto a me stessa, alla mia ricerca, alla mia verità.

Ho sempre cercato me stessa nell’altro e ho avuto molte relazioni che mi hanno rimandato una particolare immagine di me. Essere con NIKAS mi ha fatto toccare degli spazi più profondi dentro di me che non credevo di avere o che pensavo fossero di gran lunga superati, spazi che avevo paura di vedere, sentire e riconoscere come miei: parlo soprattutto di quelle problematiche sulle quali avevo già lavorato, credendo di averle trascese: intendo dire gelosia, ambizione, avidità, bisogno, dipendenza. Ero anche consapevole che non avrei potuto incontrare NIKAS prima, perché non ero pronta a vivere e ad accettare questo genere di sfida.

C’è una bellissima storia di Osho che mi ha colpita e che ricordo spesso.

Un imperatore cinese aveva costruito un tempio con un labirinto di giochi di specchi: le persone si divertivano a osservare le proprie immagini deformate, riflesse negli specchi distorti. Una notte però un cane vi rimase chiuso dentro e la mattina, quando le guardie aprirono il cancello, lo trovarono morto.

Il cane, nel vedere tanti altri cani riflessi negli specchi, era letteralmente impazzito e aveva cominciato a lottare con loro, a cercare di prenderli; naturalmente non poteva che ferirsi e uccidersi. Pensava di essere circondato da milioni di cani mentre era lui l’unico cane presente. Questa è una storia chiave per me: voglio vedere se Osho ha ragione quando dice di diventare consapevole che l’altro è uno specchio e non è separato da me.

Se guardo NIKAS vedo NISARG, una parte di NISARG. Ci sono cose di lui che mi piacciono e altre che non mi piacciono per nulla. Poi mi accorgo che proprio quelle che non mi piacciono sono le più gustose e interessanti da fare mie se voglio diventare completa. Se respingo qualcosa di lui, rifiuto qualcosa di me stessa, per cui come faccio a dirgli di andare al diavolo? Non posso proprio! Non serve allontanare lo specchio, perché lo specchio sono io!

 

NIKAS: Ci hai chiesto come ci siamo incontrati: è stata la gioia che ci ha messo insieme: come due bimbi abbiamo scoperto l’attrazione l’uno per l’altra.

I primi sei mesi sono stati i più belli in assoluto della mia vita, la luna di miele non è nulla al confronto: non una sola difficoltà, non una sola litigata, niente di niente. Abbiamo scoperto, dopo, che questa bellezza non era soltanto un puro godimento, ma era il terreno adatto per prepararci a scoprire ciò che portiamo dentro di noi, le ferite, le difficoltà, i condizionamenti.

 

 

 

una relazione

è sempre

un problema,

perché l’altro

diventa uno specchio

e la presenza

dello specchio ti aiuta

in molti modi

a vedere

il tuo vero

volto.

Osho

 

 

 

Che cosa vi fa dire, per esempio: “Avevo paura di affrontare.” Oppure: “Questa è la persona con la quale posso osare esplorare me stesso.” È qualcosa di misterioso, oppure se ne può parlare? Penso a tante persone che vorrebbero trovare un partner, però non succede.

NIKAS: Per me, Suha, ogni relazione rappresenta un processo di crescita. Stare con NISARG, in questo momento arricchisce la mia vita. Ma tutte le persone che ho incontrato mi hanno dato qualcosa, persino il puntello di una sera. Se penso invece a una relazione più profonda, ebbene non ho una risposta, fa parte del mistero: perché è NISARG e non un’altra donna? Per quello che so delle nostre vite passate, già siamo stati insieme in molte vite: in alcune Scuole Esoteriche, nel Medioevo in Italia. È qualcosa di molto forte…

 

NISARG: È una connessione karmica che deve essere completata. C’era in me un riconoscimento inconscio che stare con NIKAS era per me vitale. Devo dire che vengo da vite passate in cui avevo rifiutato tutto ciò che era materiale, fisico, oscuro. Ma ora so che anche questo fa parte della vita, come la mia gelosia, il mio bisogno, e che tutto ciò va bene nel momento in cui accade. Non devo andare oltre, ma abbracciare questi momenti. Tutte le volte che mi sono esposta in simili momenti non sono mai stata rifiutata. Quindi dire di sì a NIKAS era dire di sì a una parte di me che non rivendicavo e che voleva essere completata. Da qui nasce l’attrazione, ma anche la paura. Per me è stata una cosa nuova e un vero festino, ad esempio, amare la concretezza del suo corpo, scoprire la sua fisicità, entrare con lui nel mondo della materia…

 

E per te, NIKAS, com’è stato?

NIKAS: Per me non si tratta solo di un aspetto, ma piuttosto di diverse dimensioni. La prima è quella della vulnerabilità, mostrare e condividere i miei sentimenti, quelli che nascono dal cuore e dalla pancia. NISARG è molto vulnerabile ed esprime sempre le sue emozioni e sensazioni, anche se io l’ho spesso giudicata per questo. Così anch’io, attraverso di lei, ho toccato la mia vulnerabilità a un livello più profondo, cosa che prima non ero in grado di fare e che ora scopro essere uno spazio bellissimo. Anche se molte volte è doloroso per un uomo rimuovere le protezioni, le barriere che gli impediscono di sentirsi vulnerabile! Devo anche aggiungere che NISARG mi ha reso consapevole delle belle qualità che non riconoscevo in me stesso: essere centrato, appassionato, vivo, avere i piedi per terra. Io davo queste qualità per scontate e andavo mendicando qualità che vedevo in altri, senza riconoscere i miei talenti. Ah, il miracolo dell’amore! L’altra dimensione di cui avevo bisogno è che mi è stato possibile essere in relazione con una donna a diversi livelli energetici. Faccio un esempio: grazie a degli scambi reciproci di sessioni di lettura psichica, di chakra o di channeling, abbiamo modo di accedere non solo al livello umano della nostra relazione, ma anche a quello superiore.

Con NISARG ho dovuto aprirmi per poter dire di sì a una donna – non solo dire di sì a come vedo io la donna, e quindi in modo limitante – ma a com’è lei. Talvolta aspetti di lei sono difficili da accettare, quando è fuori di sé o quando si pone con forza. È stata per me una grossa sfida. Molte volte ho reagito: “No, deve essere come voglio io.” Ma ora no. Se la voglio, devo prenderla così com’è.

 

Non vi volete più cambiare?

NIKAS: No, ho perso la voglia di cambiarla, anche perché so che è impossibile! (risate) E poi qualcosa in me è maturato e se posso cambiare io, non voglio più che l’altro cambi.

 

NISARG: All’inizio mi sarebbe piaciuto cambiare NIKAS perché non potevo capire e accettare certe parti di lui, ma mi sono spaccata la testa contro il muro, mi sono ritrovata piena di frustrazioni e ho capito che così non poteva funzionare. Mi sono allora ritrovata ancora una volta confrontata con me stessa, ho dovuto accettarmi ed essere io a cambiare. Come per magia anche intorno a me le cose sono cominciate a cambiare.

Perché questo è possibile con NIKAS e non con qualcun altro… c’è un fatto da tener presente: NIKAS era pronto a guardarsi, come lo ero io. Avrebbe potuto essere un’altra persona, forse, ma che fosse altrettanto pronta: questa è la chiave. Se una persona non è disposta a guardarsi, diventa tutto molto difficile.

 

Comunque una cosa è certa: non volete buttarvi addosso la vostra spazzatura!

NIKAS: No, no, che si tenga la sua! (risate) Abbiamo capito che ognuno deve guardarsi la propria, perché l’altro è soltanto uno specchio. Ma quante volte ci siamo persi e ci siamo accusati reciprocamente!

 

NISARG: Abbiamo dovuto passare attraverso tutte queste cose. Non puoi immaginarti, ci siamo quasi uccisi, ma se non scappiamo da questa esperienza possiamo svegliarci nel bel mezzo scoprendo: “Wow, non è proprio come pensavo!”

 

Pensate che solo la meditazione può darvi il coraggio di usare la relazione con l’altro per la vostra crescita?

NIKAS: Qui entriamo ancora nel mistero, perché non è una cosa che viene dalla mia volontà: “Adesso la faccio.”

È piuttosto come un fiore che è pronto a sbocciare, ma non può fiorire se il giardino non è stato curato prima, se non gli è stata data la giusta dose d’acqua, il giusto fertilizzante, senza che il sole sia stato troppo forte, senza che l’inverno sia stato troppo freddo… è un insieme di circostanze che fanno sì che, al momento giusto, il fiore possa fiorire. Certo che la meditazione è fondamentale.

Non penso che senza la meditazione le persone possano andare in profondità e possano affrontare le sfide che porta con sé ogni relazione o che possano semplicemente andare avanti a stare insieme.

 

NISARG: Per me la meditazione non è sedermi a occhi chiusi, ma avere il coraggio di tuffarmi nella vita e nel momento per svegliarmi: “Coraggio, NISARG, vivi la vita in tutta la sua pienezza e allora sì che la meditazione accadrà!”

Per questo le persone hanno paura di aprirsi all’altro.

 

 

L’amore è

essenziale per la

crescita spirituale.

oltretutto, l’amorefunziona come

uno specchio.

ti è molto difficile

conoscere te stesso,

a meno di vedere il tuo

volto riflesso negli

occhi di qualcuno

che t’ama.

OSHO

 

 

Che cosa impedisce alle persone di aprirsi all’altro?

NIKAS: Per me è chiaro. Le persone sono sature di condizionamenti, di ideali, di illusioni. C’è, è vero, un’urgenza sessuale che spinge al rapporto con una donna o con un uomo, ma ci sono così tanti bisogni che fin dall’infanzia sono rimasti insoddisfatti.

Le persone entrano in relazione senza consapevolezza, senza sapere che cos’è l’amore, cosa sono le proiezioni. Cos’hanno come riferimento? Dei sogni sdolcinati da romanzo, dei versi di poeti sognatori, delle inverosimili storie d’amore di persone famose. E poi soffrono perché non sanno perché è finita una storia d’amore e vanno avanti a vivere nel solito tran tran, ma per farlo devono disconnettersi dai propri sentimenti, da tutti i risentimenti. È come in un film dell’orrore, devono diventare insensibili… Adesso comincio a capire che l’amore è qualcosa di diverso da quello che immaginavo.

La verità, Suha, è che nessuno insegna cos’è l’amore, nessuno insegna come comportarsi con l’altro, nessuno insegna come funziona un uomo, come funziona una donna! Per questo abbiamo creato questo gruppo che si chiama Pianeta Uomo e Pianeta Donna, per esplorare cosa vuole dire essere uomo, cosa vuole dire essere donna. Nel gruppo, quando gli uomini espongono se stessi, le donne sono presenti per osservare o assorbire, e lo stesso accade con le donne. Il vero desiderio dell’anima è di relazionarsi con l’altro, di essere nutrito, di entrare in intimità, ma succede così di rado, senza parlare poi dei tradimenti, delle paure, dei rifiuti. Ancora una volta ti sei fatto male e dici: “Oh mio dio, l’amore è doloroso, meglio chiudersi all’amore.” Nel mondo ci sono veramente poche persone aperte ad amare.

 

NISARG: Infatti la paura è la paura di aprirsi e farsi del male, di vedere i propri sogni infrangersi e la paura di perdere la propria identità. C’è paura perché se osi addentrarti in una relazione, devi essere pronto a morire – in un certo senso – e questo è inevitabile. Quando la luna di miele sarà finita e vorrai continuare, in quel preciso momento tutte le ferite della tua infanzia riemergeranno, ti renderai conto di quante illusioni hai sull’amore… È un processo doloroso, perché siamo identificati con le nostre illusioni. Quest’anno, in alcune sessioni di Childhood Deconditioning, ho scoperto come il relazionarsi va a toccare le ferite più profonde della nostra infanzia.

 

NIKAS: Per me, Suha, accogliere l’intimità tocca tutte le mie paure, le paure di un uomo, tutte le protezioni che mi ero costruito, tutto uno stile di vita. I problemi più grossi che ho scoperto sono il tradimento, l’invasione e lo shock. Tradito da mia madre, invaso dalla mia famiglia, non ho avuto la possibilità di sentire quello che provavo. Quando mi apro, rivivo tutti questi momenti. Per questo c’è così tanto dolore, così tanta paura nel rivivere la mia infanzia, perché questa paura è entrata nel mio corpo. Tutti i miei muscoli mi diranno: “No, non voglio l’intimità.” Per fortuna c’è la consapevolezza, la meditazione che mi ricorda: “Ehi, tutto ciò è successo nell’infanzia, non sei più la stessa persona e questa donna non è tua madre!”

Comunque è un processo di morte e rinascita.

 

NISARG: Hai chiesto qual è la paura che non ti fa aprire all’altro. Nel lavoro che facciamo in Italia e anche qui, la posso vedere soprattutto nelle donne che vorrebbero avere una relazione, ma questa non succede. Arrivo persino a chiedermi: “Come mai io ce l’ho e molte altre donne no?” E le donne ci soffrono, si lamentano, e la desiderano. Quando però lavoro – in gruppi o in sessioni individuali – con quelle stesse donne che sono sole, mi accorgo che questo loro desiderio è solo superficiale, come un bel sogno. Mi accorgo che non sono consapevoli che c’è un’altra parte in loro, sotto sotto, che dice: “No, non voglio nessuna relazione. Odio gli uomini. Voglio stare da sola. Non voglio che nessuno mi si avvicini.”

A questo punto potrebbero diventarne consapevoli, aprirsi e riconoscere questa parte di rifiuto; solo così sarebbe possibile accedere a una zona più profonda dove esiste la possibilità di unione. Se invece si fermano alla superficie senza essere consapevoli del loro grosso rifiuto, non potranno capire cosa sta loro succedendo e perché. La rabbia che esiste a livello inconscio nella donna verso l’uomo, la sfiducia, il dolore e le ferite hanno bisogno di essere espresse, per poterle riconoscere ed esporre. Allora è possibile andare più a fondo, in uno spazio dove può accadere la condivisione con l’altro.

 

Ho osservato che è l’odio per l’altro che ti spinge a possederlo, a volerlo ridurre a un oggetto.

NISARG: Questo fa parte del lavoro, rendere le persone consapevoli di questo odio e accettarlo, perché va bene così com’è. Ciò che mi aiuta, Suha, è capire che tutto ciò è anche in me. Ho posseduto molti uomini, ne ho usati molti, prima di diventare consapevole di ciò che stavo facendo! Eppure avevo bisogno di farlo, dovevo avere il coraggio di farlo, così come tanti altri errori. Ne avevo bisogno per capire, per svegliarmi… (sospiro profondo, con tanti puntini di sospensione).

 

NIKAS: I sentimenti di cui parla NISARG devono essere vissuti, espressi, ma non nella vita reale – perché nessuno vuole essere posseduto – ma nei gruppi, nelle meditazioni, con la meditazione Dinamica…

 

Dicevi prima che nessuno sa come funziona un uomo, come funziona una donna e come relazionarsi nella vita in comune. Nei vostri gruppi date la possibilità di imparare questi principi di base?

NIKAS: Nei gruppi questo succede, e non siamo noi che spieghiamo o insegnamo. Creiamo invece la possibilità – con una situazione specifica – di capire. Questa è una chiave che usiamo nei nostri gruppi: portare comprensione e chiarezza su tutto ciò che avviene.

 

Il problema della comunicazione influenza la relazione?

NIKAS: Mi accorgo sempre di più che tutto quello che riguarda il relazionarsi ha a che fare con la comunicazione. La maggior parte di noi, vedo, non sa come dire le cose, non sa come comunicare, specialmente fra i due sessi. Diamo per scontato che la donna sia, di fondo, una copia dell’uomo, il che invece non è vero. E non penso che valga soltanto per il mio condizionamento italiano… il vedere gli altri comunque come un mio riflesso. E il modo in cui mi rapporto con me stesso, ho la tendenza ad applicarlo anche all’altro.

 

Ciò vuol dire che presupponi che NISARG capisca quello che dici e che ti sorprende non poco quando non è così?

NIKAS: Assolutamente. Molte incomprensioni o dispute sono causate dal fatto che non riesco veramente a passarle la mia verità. È come parlare in italiano a un cinese e aspettarsi che capisca.

 

NISARG: Abbiamo ancora molto da imparare su questo argomento. Molto spesso le difficoltà nascono da incomprensioni nella comunicazione. L’attrazione tra di noi è fortissima, ma siamo come due poli opposti che si incontrano. Il polo nord e il polo sud che cercano di incontrarsi e cercano di capirsi. Non c’è nulla di simile nella nostra formazione, nei nostri condizionamenti e nelle nostre personalità. Sappiamo anche che abbiamo degli angoli da smussare. E ancor’oggi mi occorre consapevolezza per rendermi conto dello spazio dal quale sto parlando…

 

NIKAS: A volte dobbiamo anche essere onesti e avere il coraggio di dire: “Senti, questo non è il momento né per parlarsi né per capirsi, e non vogliamo creare casini o conflitti. Lasciamo perdere e incontriamoci più tardi!” Questo stiamo imparando a farlo, perché da un lato è importante essere aperti all’altro e dall’altro però è anche importante rispettarsi. Quando abbiamo invece delle sedute di lavoro, cominciamo sempre con una meditazione di dieci minuti, mani nelle mani, e non dimentichiamo la musica, l’incenso, il silenzio. Più la meditazione è profonda, meno probabilità ci sono di non capirsi.

 

NISARG: È vero, la meditazione è veramente la chiave. Credo che per un uomo e una donna, se non meditano, sia impossibile stare insieme, perché non ci sono le fondamenta. Una storia d’amore richiede molta consapevolezza. E più entro nella mia storia d’amore, meno so che cos’è l’amore. Cos’è? Veramente non so, anche se ho avuto molte esperienze diverse. A volte, quando sentivo Osho dire che non sappiamo cosa vuol dire amare, pensavo tra me e me: “Ma cosa dici? Certo che io lo so!” In altri momenti devo ammettere umilmente: “È vero, non lo so.” Questa è la mia strada, la mia ricerca. Ogni volta che mi accorgo che… ah, questo non è amore, allora sì, fa male… (Lungo silenzio dal quale faccio fatica a emergere per continuare con le mie domande.)

 

È vero che la crescita non ha fine, ma sono certa che nel momento in cui non è più possibile crescere insieme, la relazione è finita. È l’impegno a crescere che vi fa rimanere insieme?

NISARG: Sì, è l’impegno. Siamo entrambi ricercatori, siamo con Osho e la cosa più importante è arrivare a svegliarci un giorno o l’altro.

 

NIKAS: È il nostro impegno, è vero. Ma allo stesso tempo non voglio dare l’immagine di questo impegno come di qualcosa di arido, come andare a lavorare tutti i giorni.

C’è anche molto calore, molta attenzione, molta comprensione, molto rispetto e anche questa voglia di crescere, di imparare. Ma senza un impegno consapevole, non penso che andremmo molto lontano. Come quando c’è una casa, possiamo metterci i fiori, ma una casa che non ha delle fondamenta solide ma tanti bei fiori, crollerà.

 

L’impegno a crescere fa gustare il succo della vita, fa sentire più vivi, sempre più giovani!

NIKAS: È per questo, Suha, che abbiamo creato un gruppo di dieci giorni che si chiama Running Free, Correre liberi, che ha indirettamente a che fare con il relazionarsi. Il contenuto di questo processo – perché più che un gruppo è un processo molto forte e gioioso – è molto semplice: “Cosa vuol dire vivere per dieci giorni mettendo da parte la paura, i condizionamenti, i sogni e ritornare in quello spazio dell’infanzia per riviverla selvaggiamente con la stessa innocenza, lo stesso fuoco e la stessa gioia?” Abbiamo scoperto che possiamo riandare in quello spazio senza dover lavorare sui condizionamenti o sulle paure, cosa che di per sé richiederebbe anni e anni.

Usiamo molte tecniche tra le quali il teatro, l’improvvisazione, la creatività, l’ipnosi e ci occupiamo anche delle difficoltà che potrebbero emergere, ma l’energia è rivolta a vivere il meglio della vita, a lasciar perdere tutto ciò che potrebbe impedirlo e a creare un’atmosfera che nutra questo approccio.

L’altro lavoro che facciamo in altri gruppi è vedere l’energia dei singoli chakra e in che modo questa energia può influenzare il relazionarsi o viceversa, il che vuol dire quali sono le possibilità, le aperture, le paure, le difficoltà, la gioia. Praticamente tutto il lavoro della stagione è diviso in tre parti: Running Free, Correre Liberi, il lavoro sui chakra e Pianeta Uomo e Pianeta Donna, di cui ho già parlato e che facciamo quest’anno in maggio e settembre.

 

NISARG: Il nostro approccio consiste nel non mettere tanto a fuoco tutti i problemi per cercare di trovarvi una soluzione, ma concentrarci direttamente su quello che già esiste ancora intatto nelle persone, la loro essenza, la loro linfa vitale e come trovare il modo di stuzzicarla e creare uno spazio per aiutarla a esprimersi.

 

NIKAS: Quante volte ci accorgiamo che le persone non sanno qual è il loro dono, qual è la loro ricchezza. Questi doni rimangono intatti dentro, ma non riescono a tirarli fuori perché sono piene di problemi, di difficoltà, sono stressate dal lavoro ecc. e non possono arrivare alla loro fonte di vita. C’è un solo modo per arrivarci: con la meditazione e la celebrazione. Diamo perciò spazio a questo nuovo esperimento e ci accorgiamo che anche la vita di relazione delle persone viene arricchita.

C’è chi partecipa al gruppo col proprio partner, ma ci sono anche persone sole. Mi accorgo di aver bisogno di questo gruppo perché ci mettiamo in gioco anche noi; non siamo lì come terapisti distaccati, ma come persone che vogliono andare oltre i propri limiti e rivivere la magia dell’infanzia.

Il nostro modo di condurre i gruppi è di incoraggiare le persone, guidarle, creare una struttura in cui questo processo possa avvenire, ma di fondo non siamo separati. Ogni giorno facciamo la meditazione Dinamica, la Kundalini, siamo con loro anche alla White Robe, e in questo lungo gruppo, Running Free, mangiamo insieme e creiamo una reale vicinanza, nel divertirsi e nell’essere creativi. Ma neppure per un solo istante ci dimentichiamo che siamo lì per loro.

 

 

Come devi

guardarti allo

specchio per vedere il

tuo volto fisico, nello

stesso modo devi

guardare nello specchio

dell’amore per vedere il

tuo volto spirituale.

l’amore è uno

specchio spirituale.

ti nutre, ti integra, ti

prepara al tuo viaggio

interiore, ti rimanda

al tuo volto originale.

OSHO

 

 

Mi pare che stiate creando un nuovo modo di condurre i gruppi. Non ci potete far nulla, non potete continuare a crescere senza condividere con gli altri ciò che state vivendo voi! Per questo avete bisogno degli altri! E vi colgo ora con le mani nel sacco: non state forse espandendovi a partire dalla vostra intimità, per farla gustare anche ad altri?

NISARG: Sì, infatti non vogliamo creare una separazione con gli altri. Certo che è più facile essere un terapista nel senso tradizionale, fare le proprie cose tenendosi un poco a distanza, ma per noi questo modo non funziona. Per me anche il lavoro è una storia d’amore, la mia relazione, tutto, la vita stessa è una storia d’amore. Se mi tengo in disparte sono la prima io a soffrirne. Quando emerge la paura di lasciarmi andare, posso vederla, accettarla e imparare a diventare più aperta.

 

NIKAS: Avevi ragione Suha nel dire che ne abbiamo bisogno, altrimenti il nostro amore sarebbe limitato. Mi è sempre piaciuto lavorare con la donna che amo; l’ho fatto anche con la mia ex-moglie, ma con NISARG lo facciamo in grande pienezza. A volte è persino troppa e abbiamo bisogno di prendere ciascuno il proprio spazio. Ma amo viaggiare con lei, amo preparare, organizzare, stare con le persone, dare sessioni. Anche questo, ad esempio: spesso insieme diamo delle sessioni di bilanciamento di energia, di lettura energetica o sessioni aperte. Che completezza vedere i due principi, maschile e femminile, lavorare su una stessa persona!

 

NISARG: Questo è veramente un aspetto di rara complementarità del nostro lavoro, perché non è comune trovare un uomo e una donna che stanno insieme e lavorano anche insieme. È anche un grande regalo e una ricchezza ricevere una sessione da un uomo e una donna contemporaneamente. E devo dire anche per noi, poiché si crea un cerchio di energia.

 

NIKAS: Più mi addentro nell’amore, più l’amore mi riporta a me stesso, alla mia solitudine. È un’esperienza molto forte che si sta chiarendo in questi ultimi mesi.

 

NISARG: Per me è la stessa cosa. Mi fa essere con me stessa… (sussurro) mi fa essere con me stessa.

 

NIKAS: C’è forza nell’essere solo, ma anche insicurezza. La solitudine sta alla base del nostro essere insieme. Non possiamo fare diversamente, che lo vogliamo o no. Penso alle increspature sull’acqua quando getti un sasso, che si espandono… si espandono… si espandono!

Ci siamo, Suha… abbiamo finito!

 

L’intervista è finita e mi sento ancora avvolta in un’atmosfera magica. So di essere stata nutrita, ubriacata da quest’energia così generosamente e riccamente donata… Ciò che ho vissuto, al di là delle parole di NIKAS e NISARG, è la misteriosa eppure tangibile presenza di questo “spazio” d’amore che rende ogni cosa sacra e ogni momento degno di essere vissuto.

 

     (ritorna al SOMMARIO

 

 

 

 

DELL’AMORE E DELLA SPADA

 

 

COS’È il Katsugen-Undo?

Il Katsugen-Undo era conosciuto in Giappone fin dai tempi antichi, benché non avesse denominazione alcuna. Era un insieme di antiche conoscenze tramandate per via orale, relative al concetto di ordine, spontaneità e naturalezza del corpo. ‘Katsugen’ sta a indicare la fonte della vitalità. ‘Undo’ significa movimento, in relazione al corpo umano. Il Katsugen-Undo è una tecnica - ma sarà meglio chiamarlo sentiero - che permette il naturale fluire dell’energia attraverso alcuni movimenti spontanei del corpo. In questa intervista, Pravahi nomina Haruchika Noguchi, un individuo straordinario e purtroppo semisconosciutto in Occidente, che circa sessant’anni fa ha cominciato a sistematizzare l’antica conoscenza del Katsugen-Undo, per renderla più accessibile all’uomo moderno. La sua esposizione è descritta nel libro Order, Spontaneity and the Body, un libricino di infinita saggezza e smisurato amore. La sua idea di offrire il Katsugen-Undo all’individuo contemporaneo è nata a seguito del disastroso terremoto che aveva devastato Tokyo verso la fine degli anni quaranta. Noguchi, già conosciuto come guaritore eccezionale, si rese conto che non erano molte le persone che poteva guarire con la sola applicazione delle mani. Da qui l’esigenza di dare vita a questo sentiero accessibile a tutti.

 

di Swami Sarjano

Le parole di Pravahi sono state tradotte da Ma Prem Gulestan

 

 

Ho amato Pravahi fin dalla prima volta che l’ho vista… Non è così che si esprimono gli innamorati? Potrei dire che fu amore al primo sguardo. Be’, forse non riuscirò a esprimerlo, però mi ricordo benissimo cosa ho provato quel giorno di otto anni fa, quando ho visto per la prima volta Pravahi varcare i cancelli dell’ashram.

 

“Mi viene in mente una bellissima statua del Buddha, che un amico mi mandò dal Giappone. In una mano aveva una torcia accesa, e nell’altra una spada sguainata. E la bellezza, e la singolarità della statua era che metà del suo volto era illuminato dalla torcia – sereno, silente, in pace, mentre l’altra parte aveva la stessa acuta intensità della spada che teneva in mano. Il silenzio può essere anche un canto. L’amore può essere anche una spada…”

Queste parole, che ho sentito un giorno da Osho, descrivono esattamente ciò che ho provato vedendo questa piccola donna sprizzante coraggio, dolcezza, determinazione e vulnerabilità. Il tutto a creare un’immagine così intensa della “donna giapponese” che sono quasi caduto ai suoi piedi. Lei si è accorta subito di questo pazzo italiano che la fissava, si è fermata e lo ha guardato a lungo negli occhi, finché, quasi contemporaneamente, ci siamo gettati l’uno nelle braccia dell’altra! E tutto senza dire una parola. È ancora così, un amore senza parole, perché lei non sa una parola d’inglese e lui non una di giapponese.

Per fortuna questo reporter ha una girlfriend giapponese (…via, come si fa a dire fidanzata?) che, come lui, si è innamorata di Pravahi a prima vista e ha potuto tradurre per entrambi. È così che questa conversazione è diventata possibile. Durante la sua ultima visita alla Comune Pravahi ha dato vita a un incontro mattutino di Katsugen-Undo che ha subito riscosso uno straordinario successo. Per questo motivo l’abbiamo intervistata. Ma questo, come in ogni storia, è solo il motivo visibile, o pratico…

Il vero motivo, celato tra le pieghe dell’esistenza, si è svelato il giorno in cui il vostro reporter si è recato a vedere la mostra dei quadri di Osho. Per giorni ha visitato la mostra, quasi un pellegrinaggio... godendo dei colori e del silenzio e degli estatici commenti degli amici davanti alle creazioni di Osho. Poi un giorno ha scorto davanti a sé Pravahi. Era mattino presto e non c’era ancora nessuno. Non ci furono parole, ma solo lacrime di gratitudine e di estasi che scorrevano interminabili: lacrime di gioia, e nient’altro.

 

OTI: Puoi dirci qualcosa su di te e sui tuoi primi incontri con il Katsugen-Undo e la meditazione?

Pravahi: Ho scoperto il Katsugen-Undo dopo aver sperimentato tutto il possibile per guarire il mio corpo. A vent’anni, appena dopo aver messo al mondo il mio unico figlio, venni colpita da una grave forma di reumatismo alle ginocchia. Tentai di tutto per guarire, ma niente sembrava funzionare. A quel tempo in Giappone facevano la loro prima comparsa gli steroidi, che arrivavano dalla Germania, in via ancora sperimentale, e un dottore mi suggerì di provarli. Tutti i miei dolori sparirono, ma il dottore mi avvertì che avrei dovuto prendermi molta cura di me stessa, perché una eventuale ricaduta avrebbe potuto indebolire cuore, cervello e altre parti del corpo. Per attenermi alle sue istruzioni, cominciai a portare guanti e maglioni di lana perfino d’estate… Ma un anno dopo ebbi un attacco di cuore, e fui portata d’urgenza in ospedale, dove mi dissero che le mie giunture si stavano “sciogliendo” Così mi misero una specie di gabbia d’acciaio attorno al corpo, per sostenermi. Ma il corpo non guariva, e nonostante tutte le cure più diverse, continuava ad andare a pezzi. Le articolazioni sembravano non funzionare più, il mio corpo sembrava una statua di creta. Non sentivo più nulla. Solo il ricordo mi aiutava a far funzionare il corpo più o meno normalmente. Se tentavo di mettermi in piedi, cadevo a terra. Volevo fare qualcosa, ma gli oggetti mi cadevano di mano. Alla fine non potevo nemmeno tenere in mano una penna per scrivere. Ogni giorno facevo una serie di visite all’ospedale. Quando tornavo a casa avevo la sporta piena di medicine di ogni tipo, e ciononostante la mia vita era sempre più un inferno. Ero ridotta a vivere una vita deprivata di ogni senso fisico.

 

Che malattia avevi, in sostanza? Qual era la diagnosi dei medici?

Tutto cominciò con quella forma reumatica alle ginocchia, ma dopo le massicce quantità di cortisone che ho preso, i dottori non riuscivano più a diagnosticare le mie condizioni. Di fatto fu scoperto, molti anni dopo, che tutti quei sintomi erano il risultato di una reazione chimica proprio al cortisone. I dolori che provo da quando l’ho preso - e che ancora continuano - sono peggio, ma molto peggio di quelli che provavo prima di prenderlo.

Cominciai dunque a concentrarmi sulla mia consapevolezza, che era l’unica cosa che mi rimaneva, ma vedevo che il mio corpo peggiorava ogni giorno e non dava alcun segno di ripresa. Ho provato la medicina cinese, la chiropratica, l’agopuntura, vari tipi di massaggi, il digiuno… tutto quello che era disponibile. Ma tutti i guaritori a cui mi sono rivolta non sapevano, alla fine, spiegarsi i miei sintomi. E in più, l’antidolorifico che prendevo, dopo un paio d’anni smise di fare effetto.

Fu in quei giorni che venni a sapere del Katsugen-Undo, e poco prima vi fu l’incontro con Osho, attraverso un libro. Questo accadeva vent’anni fa, ed io avevo quarant’anni.

 

Puoi dirci qualcosa sul tuo primo incontro con Osho?

In un momento in cui mi sentivo disperata, un amico mi mandò il libro Tantra : La Comprensione Suprema. Leggendo questo libro, ho capito di essere sempre stata una outsider, un individuo non integrato in questa società.

Ho letto molti libri, in quegli anni, tutti i grandi pensatori moderni, e ogni volta c’era un “sì” dentro di me, ma anche un “no” altrettanto grande. Leggendo Osho, per la prima volta non ho trovato alcun “no”. Avrei voluto andare a incontrare Osho immediatamente, ma il mio corpo non era in grado di viaggiare. A quel punto, anche leggere due righe mi costava uno sforzo immenso: leggevo alcune parole, poi chiudevo gli occhi, riposavo un po’, poi altre due righe, poi chiudevo gli occhi… Il corpo mi doleva se lo tenevo nella stessa posizione più di alcuni minuti. E tutto quello che volevo, era poter vedere Osho. Leggendo questo libro mi imbattei in una nuova parola, che peraltro non capivo: meditazione.

Avevo creduto che pensare fosse il modo per risolvere le difficoltà della vita. Non facevo altro che pensare tutto il giorno, per cercare di capire ciò che mi sfuggiva. Non riuscivo a dormire, continuavo a pensare, fino a raggiungere i limiti della mia mente. Attraverso il pensiero, per esempio, vidi la mia parte non-naturale all’interno di una relazione. Una volta trovato ciò che cercavo, mi arresi completamente, anche se avrei potuto trovare mille scuse per non accettare ciò che avevo compreso. Così venni a scoprire che cambiare l’altro non è il modo in cui voglio mettermi in una relazione.

E giunsi finalmente a percepire che la via è l’osservare, anche se non sapevo niente della meditazione. Ma ora lo so: quando sei in meditazione, consapevole, la comprensione accade da sola, senza alcuno sforzo. Accade in un traboccare d’energia. E tutte queste cose sulla meditazione, le ho comprese pian piano attraverso il Katsugen-Undo.

 

Puoi raccontarci in che modo il Katsugen-Undo è entrato nella tua vita?

Un amico mi mandò un libro sul Katsugen-Undo, scritto da un certo Haruchika Noguchi. Leggendolo ne rimasi folgorata. In sostanza questo libro dice che è tutto dentro di te. Fino a quel momento avevo cercato all’esterno di me stessa, non avevo mai realizzato che ciascuno di noi ha dentro di sé la capacità di vivere e guarire la propria vita, il corpo, la mente. Cominciai così a praticare il Katsugen-Undo in solitudine, giorno e notte, leggendo e rileggendo il libro di Noguchi. Avevo sentito dire però che la gente che aveva preso steroidi, non dovrebbe praticarlo.

Poiché non sapevo quale fondamento avessero queste dicerie, non dissi nulla e cominciai a partecipare alle attività dell’Istituto Katsugen-Undo di Tokyo. Alcuni anni dopo sarei venuta a sapere che il Katsugen-Undo poteva provocare degli shock mortali a chi aveva assunto steroidi. All’inizio ebbi una reazione violentissima, il mio corpo non riusciva nemmeno a muoversi di un centimetro, tanto era il dolore. Poi pian piano ripresi a praticare, il mio corpo riacquistò il suo movimento e ricominciò a funzionare, anche se con intensi dolori. Alla fine, la mia routine quotidiana consisteva in alcune ore di pratica, poi a letto per il resto del giorno, a riprendermi. Dopo dieci anni di esperienza, sono giunta alla conclusione che il Katsugen-Undo può essere di grande aiuto per recuperare il naturale fluire dell’energia nei nostri corpi. Ho potuto farla finita con medici, cure e farmaci, e ho cominciato ad aver fiducia nel fatto che il mio corpo sa prendersi cura di se stesso. Ed eccomi qua a Puna.

 

Come sei giunta alla conclusione che Katsugen-Undo e meditazione possono lavorare assieme?

Ho cominciato praticando il Katsugen-Undo, e più ci andavo a fondo, più diventavo consapevole della mente, delle emozioni, di tutto ciò che avveniva in questo corpo, che non era il mio vero sé. Adesso capisco che attraverso il Katsugen-Undo avevo scoperto il testimone, colui che osserva senza giudizio. Un giorno decisi di fare il mio primo gruppo, al Centro Osho di Tokyo. Era un gruppo sul respiro, con Kamal. Saltai sul treno senza esitazioni, incurante della fragilità del mio corpo e durante il gruppo ebbi la mia prima esperienza di meditazione. Vidi che lo stato di non-mente che accade durante il Katsugen-Undo, aveva creato la base affinché la meditazione potesse accadere in quel momento. È proprio come nel momento in cui il Katsugen-Undo accade: vedo la mia mente, torno al mio corpo, osservo l’attimo in cui sopravviene la non-mente, poi la mente che ritorna, io che ritorno al mio corpo. È come guardare un film… Per me il Katsugen-Undo è la base della meditazione. È la vita stessa.

 

Com’è stata la tua prima visita a Puna?

Avevo sentito molte storie e racconti da persone che erano state qui, e quando sono arrivata, nel 1990, mi sono sentita subito e naturalmente a casa mia, con un gran senso di rilassamento.

 

Hai preso il sannyas qui?

No, per posta. E ho ricevuto il nome di Dhyan Pravahi, che vuol dire ‘lo scorrere della meditazione’.

 

Ci piacerebbe sentirti dire qualcos’altro su come il Katsugen-Undo può essere di aiuto alla meditazione.

Ho scoperto che Osho ha creato le meditazioni proprio con l’intento di aiutare l’energia a muoversi da sola, senza costrizioni. Di solito, all’inizio, il Katsugen-Undo è un fenomeno che accade e si manifesta alla superficie del corpo, poi man mano che cresce, ti guida alle profondità del tuo corpo… Se durante la Mystic Rose oppure la No-Mind lasci accadere il Katsugen-Undo, sarà molto più facile pervenire al livello della meditazione. Le sue possibilità sono infinite.

 

 

P.S. Su invito di Sarjano e Gulestan (i curatori di questa intervista), Pravahi si è detta disposta a venire per un breve periodo in Italia. Se qualche Centro fosse disposto a ospitarla e a fornirle lo spazio per condividere il Katsugen-Undo, lei ne sarebbe felice. Ne saremmo tutti felici. Basterà, per questo, contattare l’Oshoba.

      (ritorna al SOMMARIO

 

 

arreso all’esistenza

Chi vive senza ego vive la poesia come stato dell’essere.

 


Amato Osho, tempo fa, una notte, mentre dormivo, ho sognato di essere al discorso.

La mattina seguente non riuscivo a ricordare nulla di quello che avevi detto, tranne la frase: “La poesia è arrendersi.”

Da allora mi sto chiedendo cosa c’entra la poesia con l’arrendersi, e viceversa, e come la poesia possa essere un sentiero come l’amore, la preghiera, la meditazione.

 

 

Deva Richa, la poesia contiene tutto: contiene l’amore, contiene la preghiera, contiene la meditazione e molto di più. Nella poesia è contenuto tutto ciò che è divino, tutto ciò che è bello, tutto ciò che può portarti al trascendente.

La poesia non è solo poesia: è la religione essenziale. Poesia significa uno stato dell’essere dove la mente non interferisce più fra te e l’esistenza; dove esiste una comunione fra te e l’esistenza – diretta, immediata; quando sei improvvisamente posseduto dal Tutto, e tu sparisci in quanto entità separata e il Tutto comincia a parlare attraverso di te, comincia a danzare attraverso di te; diventi un bambù cavo e il Tutto ti trasforma in un flauto.

La poesia è il Tutto che discende nella parte, l’oceano che scompare nella goccia di rugiada. La poesia è un miracolo.

E quando uso la parola poesia, le mie dita non stanno indicando i vari Shakespeare o Kalidas; essi sono solo parzialmente dei poeti. Certo, hanno conosciuto alcuni momenti di poesia, ma non sono poeti. Hanno avuto alcune intuizioni quando le porte dell’ignoto erano a loro aperte, hanno avuto accesso alla sorgente più profonda della vita, ma quei momenti erano semplici regali dell’ignoto. Non sapevano come raggiungerli, non sapevano come il Tutto è arrivato a loro. Era quasi uno stato di inconsapevolezza. È accaduto in un sogno, proprio come è accaduto a te in sogno. Erano dei sognatori.

Tutti i cosiddetti grandi poeti del mondo, i grandi pittori, i musicisti, gli scultori, erano dei sognatori. Certo, ebbero qualche intuizione nei loro sogni: qualcosa penetrò, qui e là un raggio di luce riuscì a passare fra la barriera del sogno, e persino quel singolo raggio fu abbastanza per creare uno Shakespeare o un Kalidas. Ma questo non è ciò che io sto indicando.

Quando dico poesia, intendo ciò che emanò dai buddha. Quella è vera poesia: Buddha non è un sognatore, Atisha non è un sognatore; se sono qualcosa, sono persone risvegliate. I sogni sono spariti, evaporati. Non è più solo un bagliore di verità che arriva a loro inconsapevoli, li possiede e poi li lascia vuoti, esauriti, esausti…

Il poeta normale, fa solo dei piccoli balzi; per un momento è sollevato da terra, ma solo per un momento, e poi è di nuovo a terra. Un buddha ha le ali – non saltella. Sa come arrivare fino alla stella più lontana. Conosce il sentiero per avvicinare l’ignoto, possiede la chiave per aprire le porte del mistero. È un maestro. Quindi, qualcosa comincia a fluire attraverso di lui che non gli appartiene. Egli è solo un medium: è posseduto. Quindi qualsiasi cosa egli dica è poesia; oppure, se sta in silenzio, il suo silenzio è poesia. Il suo silenzio possiede in sé un’incredibile musica; che parli o meno non ha importanza. Parlando, dice poesia; non parlando, egli resta poesia. È circondato dalla poesia: cammina nella poesia, dorme nella poesia, la poesia è la sua vera anima, il suo essere essenziale.

Come accade questa poesia? Accade arrendendosi, accade quando la parte trova abbastanza coraggio per arrendersi al Tutto, quando la goccia di rugiada scivola nell’oceano e diventa l’oceano.

Arrendersi è uno stato estremamente paradossale: da una parte scompari, dall’altra parte appari per la prima volta nella tua gloria infinita, nel tuo splendore multidimensionale. Certo, la goccia di rugiada è sparita, sparita per sempre; non esiste un modo per riprenderla, per riaverla. La goccia di rugiada è morta in quanto goccia, ma in realtà è diventata l’oceano, è diventata oceanica. Esiste ancora, non è più un’entità finita, ma qualcosa di infinito, senza sponde, senza confini.

Questo è il significato del mito della fenice. Muore, viene bruciata completamente, ridotta in cenere, e poi all’improvviso rinasce dalle ceneri – la risurrezione. La fenice rappresenta Cristo: crocefissione e risurrezione. La fenice rappresenta Buddha: morte in quanto ego e nascita in quanto assenza di ego. Rappresenta tutti coloro che hanno conosciuto; conoscere significa essere una fenice. Muori per ciò che sei, in modo da poter essere ciò che veramente sei! Muori alla tua inautenticità, falsità, separazione dall’esistenza. Continuiamo a credere di essere separati. Non lo siamo, nemmeno per un singolo istante. Malgrado ciò che credi, sei un’unità con il Tutto. Ma ciò che credi può crearti degli incubi; è inevitabile che li crei. Credere “Io sono separato”, significa creare paura.

Se sei separato dal Tutto, non puoi mai liberarti dalla paura, perché il Tutto è così vasto e tu sei talmente piccolo, così piccino, piccolo come un atomo… devi costantemente combattere col Tutto in modo che non ti assorba. Devi essere costantemente vigile, sulla difensiva, così che l’oceano non ti travolga. Devi proteggere te stesso dietro mille mura. E questo sforzo non è nient’altro che paura. In questo caso sei costantemente consapevole che la morte ti sta raggiungendo e che distruggerà la tua separazione.

Ecco cos’è di fatto la morte: la morte è il Tutto che reclama la parte. E hai paura che la morte sopraggiungerà e tu morirai. Come vivere più a lungo? Come arrivare a una sorta di assenza di morte? L’uomo ci prova in diverse maniere. Avere figli è un modo, ecco il perché della continua spinta ad avere dei figli. Le radici del desiderio di avere figli non hanno nulla a che fare con in bambini, hanno qualcosa a che fare con la morte.

 

 

Sai che non sarai in grado di essere qui per sempre; in qualsiasi modo ci provi, fallirai e tu lo sai, perché milioni hanno fallito, nessuno ha mai avuto successo. Stai sperando malgrado ogni speranza. Così cerchi un’altra via. Una delle vie più semplici, la più antica, è avere bambini: tu non sarai qui, ma qualcosa di te, una particella di te, una cellula di te, continuerà a vivere. Questa è una maniera di diventare immortali, delegando.

La scienza sta scoprendo modi più sofisticati – perché tuo figlio potrebbe assomigliarti un po’, ma potrebbe anche non assomigliarti per niente, e sarà comunque solo un po’ simile a te; non ha una reale necessità di apparire esattamente uguale a te. Quindi ora la scienza ha trovato il modo per duplicarti. Alcune delle tue cellule possono essere conservate, e quando muori, da queste cellule si può creare un duplicato. E il duplicato sarà esattamente come te; nemmeno due gemelli possono essere così uguali. Se incontri il tuo duplicato sarai sorpreso: sarà esattamente come te, assolutamente come te.

Ora dicono che per essere più sicuri, un duplicato può essere creato mentre sei ancora vivo, e può essere ibernato, in modo che se ti accade un incidente, se muori in un incidente d’auto, puoi essere immediatamente rimpiazzato. Tua moglie non se ne accorgerà mai, i tuoi bambini non sapranno mai che il loro papà è semplicemente un’imitazione, perché egli sarà esattamente come te.

L’uomo ha provato anche in tanti altri modi, molto più sofisticati di questi. Scrivere libri, dipingere quadri, comporre grandi sinfonie: tu non ci sarai più ma la musica resterà; tu sarai scomparso, ma la tua firma esisterà sul libro; tu sarai andato, ma la scultura che hai creato esisterà. Ti ricorderà alla gente, continuerai a esistere nella loro memoria. Non ti sarà possibile camminare sulla terra, ma ti sarà possibile camminare nella memoria della gente. Meglio che niente. Diventa famoso, lascia qualche impronta nei libri di storia – naturalmente saranno solo note a pié di pagina, comunque è sempre meglio di niente.

Nel corso dei secoli l’uomo ha cercato in un modo o nell’altro di raggiungere una sorta di immortalità. La paura della morte è talmente grande che ti perseguita per tutta la vita. Nel momento in cui abbandoni l’idea della separazione, la paura della morte scompare. Per questo chiamo lo stato di arrendevolezza, il più paradossale. Muori di tua spontanea volontà, e non potrai morire in assoluto, perché il Tutto non muore mai, solo le sue parti vengono rimpiazzate. Ma se tu diventi uno con il Tutto, vivrai per sempre: andrai al di là della nascita e della morte.

Questa è la ricerca del nirvana, dell’illuminazione, di moksha, di Dio – lo stato di assenza della morte. Ma la condizione che deve essere soddisfatta suscita molta paura. La condizione è: devi prima morire in quanto entità separata. Ecco cos’è arrendersi: morire in quanto entità separata, morire in quanto ego. E di fatto, non c’è nulla di cui preoccuparsi, perché tu non sei separato, è solo ciò che credi. Quindi muore solo ciò che credi, non tu. È soltanto una nozione, un’idea.

È come se avessi visto una fune nel buio della notte e ti fossi convinto che sia un serpente… stai fuggendo dal serpente in preda a una paura estrema, tremando, sudando. Poi qualcuno ti raggiunge e dice: “Non preoccuparti. L’ho visto alla luce del giorno e so perfettamente che è solo una fune. Se non hai fiducia in me, “ihi passiko”, vieni con me! Ti farò vedere che è soltanto una corda!”

E questo è ciò che hanno fatto i buddha nel corso dei secoli: “ihi passiko”, vieni con me! Vieni a vedere!” Prendono in mano la fune e ti mostrano che è soltanto una corda, in verità il serpente non è mai esistito. Tutta la paura scompare e tu cominci a ridere, cominci a ridere di te stesso, di quanto sei stato stupido. Sei scappato da qualcosa che non esisteva affatto! Ma che esistesse o meno, quelle gocce di sudore erano vere; la paura, il tremore, il cuore che batteva veloce, la pressione sanguigna – tutte queste cose erano vere.

Delle cose irreali possono mettere in moto cose reali, ricordalo. Se pensi che siano vere, per te funzionano come una realtà – solo per te. È una realtà da sogno, ma può avere effetto su di te, può influenzare tutta la tua vita, il tuo intero stile di vita.

L’ego non esiste; nel momento in cui diventi un po’ più attento, consapevole, conscio, non troverai l’ego da nessuna parte; sarà una fune che erroneamente hai scambiato per un serpente; non troverai il serpente da nessuna parte.

 


La morte non esiste, la morte è irreale. Ma puoi crearla: puoi crearla creando la separazione. Arrendersi significa abbandonare l’idea di separazione: la morte scompare automaticamente, la paura non esiste più e l’intera fragranza della tua vita cambia. Allora ogni momento è di una tale cristallina purezza, purezza di delizia, gioia, beatitudine. Allora ogni momento è eternità. E vivere così è poesia, vivere momento per momento senza ego è poesia. Vivere senza ego è grazia, è musica; vivere senza ego è vivere, vivere veramente. Io chiamo quella vita poesia: la vita di uno che si è arreso all’esistenza.

E ricorda, lasciamelo ripetere di nuovo: quando ti arrendi all’esistenza, non stai rinunciando a qualcosa di reale. Stai semplicemente rinunciando a una falsa nozione, semplicemente rinunci a un’illusione, a maya. Stai rinunciando soprattutto a qualcosa che non hai mai avuto, e abbandonando ciò che non hai, arrivi a possedere ciò che hai.

Sapere “sono a casa, vi sono sempre stato e sempre vi sarò,” è un momento di grande rilassamento. Sapere “non sono un estraneo, non sono escluso, non sono sradicato; appartengo all’esistenza e l’esistenza appartiene a me,” fa sì che tutto diventi calmo, quieto e immobile. Questa immobilità è arrendersi.

La parola arrendersi ti dà un’idea totalmente sbagliata, come se tu stessi abbandonando qualcosa. Non stai abbandonando nulla; stai semplicemente abbandonando un sogno, stai semplicemente abbandonando qualcosa di arbitrario che la società ha creato.

L’ego è necessario, ha determinate funzioni da assolvere nella società. Persino quando ci si arrende a Dio, si continua a usare la parola “io” – ma ora è solo una cosa utilitaristica, non esistenziale. Quella persona sa di non essere; usa quella parola perché non usarla creerebbe sicuramente dei problemi inutili per gli altri, renderebbe la comunicazione impossibile. È già impossibile! Diventerebbe molto più difficile comunicare con la gente. Per cui è semplicemente un accorgimento arbitrario. Se sai che è un accorgimento arbitrario, utilitaristico, utile ma non esistenziale, allora non ti crea nessun problema.

 

Richa, il tuo sogno ti ha dato un’intuizione, il tuo sogno ti ha permesso di vedere qualcosa, qualcosa che tu non permettevi mentre eri sveglia. Qualche volta accade. La mente conscia è più egoista, ovviamente. L’ego non penetra mai nell’inconscio. La società può insegnare solo al conscio; la società non può insegnare all’inconscio, per lo meno non ancora – ci stanno provando in tutti i modi.

In Russia in particolare, stanno cercando in tutti i modi di insegnare all’inconscio e sfortunatamente ci stanno riuscendo. Insegnano alle persone mentre sono addormentate. Quando dormi, il tuo conscio non funziona più; il tuo inconscio funziona. Ora, soprattutto in Russia, stanno facendo degli esperimenti importanti in cui insegnano alla gente mentre dorme. Si può fare, lo stanno già facendo.

Questo è uno dei pericoli maggiori che le generazioni future dovranno affrontare. Se gli uomini politici hanno in loro possesso degli strumenti con i quali indottrinare le persone mentre dormono, allora non esisterà nessuna possibilità di ribellione.

Mentre dorme, puoi far diventare quella persona un comunista, un cattolico, un hindu, un buddhista, un cristiano, un maomettano, e siccome questo accadrà nel suo inconscio, sarà totalmente incapace di uscirne. Non sarà capace di liberarsene, perché l’inconscio è nove volte più potente del conscio. Il conscio è solo la cima di un iceberg: un decimo della tua mente è conscia, nove decimi sono inconsci. Se l’uomo politico riuscirà a raggiungere l’inconscio, allora l’umanità è condannata. Allora i bambini verranno indottrinati mentre dormono. Persino il sonno non sarà più tuo e privato. Non sarà più una cosa personale, ma sarà di proprietà dello Stato. Non ti sarà permesso sognare dei sogni privati, lo Stato deciderà quali sogni puoi fare – perché potresti fare dei sogni contro lo Stato, e lo Stato non può permetterselo. I tuoi sogni possono essere manipolati, il tuo inconscio può essere manipolato… ma fortunatamente non è ancora successo.

Voi potreste essere l’ultima generazione che ha la possibilità di ribellarsi. E se non vi ribellate, potrebbero non esserci più opportunità; l’umanità può essere ridotta a un’esistenza da automi. Per cui ribellatevi finché potete! Non credo sia rimasto molto tempo, forse solo quest’ultima parte del secolo, questi venti o venticinque anni a venire. Se l’umanità potrà ribellarsi nei prossimi venticinque anni, sarà l’ultima opportunità; poi la gente non potrà più farlo, il loro inconscio li dominerà. Finora la società è stata capace di inquinare solo la mente conscia – tramite l’educazione, tramite la chiesa, tramite la propaganda – ma solo la tua mente conscia; il tuo inconscio è ancora libero.

Accade più spesso di essere più vicino alla verità, più vicino alla realtà, quando sei profondamente addormentato. È molto strano, non dovrebbe essere così; dovresti essere più vicino alla realtà quando sei sveglio. Ma il tuo stato di veglia non ti appartiene più; è hindu, è cristiano, è maomettano, non è più tuo. La società ha già invaso quel campo, vi ha interferito, l’ha distorto. Ma l’inconscio è ancora tuo.

Ecco perché la psicoanalisi è così interessata ai tuoi sogni, perché nei tuoi sogni sei più vero. Nei tuoi sogni sei meno falso, nei tuoi sogni tutte le censure della società spariscono. Nei tuoi sogni dici le cose come stanno, vedi le cose come sono, vedi te stesso per quello che sei. Nel momento in cui ti svegli, cominci a fingere. Il tuo stato di veglia è una lunga, lunga finzione.

Ecco perché il sonno è così rilassante, perché essere continuamente sulla difensiva e dire le cose che si presuppone si debbano dire, e fare le cose che la società vuole che tu faccia, è molto faticoso. È necessario ogni giorno cadere in un sonno profondo di otto ore per liberarsi da tutto ciò, per tornare di nuovo naturali, per dimenticare la società e l’incubo e l’inferno che essa ha creato.

Più diventi sveglia, più diventi attenta, più ti liberi dalla schiavitù della società e dalle sue grinfie, allora solo il tuo corpo avrà bisogno di dormire, e perfino nel sonno ci sarà una continua corrente sotterranea di consapevolezza.

La tua mente non avrà bisogno di dormire; non c’è in essa un bisogno reale di andare a dormire, è una necessità indotta.

Quando la mente è limpida, libera da pastoie, libera, avrai sempre meno bisogno che vada a dormire. Allora accade il miracolo: se puoi rimanere vigile persino mentre il tuo corpo dorme, saprai per la prima volta di essere separata dal corpo. Il corpo è addormentato e tu sei sveglia: come potete entrambi essere la stessa cosa, come potete entrambi essere uno? Vedrai la differenza: è immensa.

Il corpo appartiene alla terra, tu appartieni al cielo. Il corpo appartiene alla materia, tu appartieni a dio. Il corpo è grossolano, tu non lo sei. Il corpo ha dei limiti, è nato e morirà; tu non sei mai nato e non morirai mai. E questa diventerà una tua esperienza diretta, non un credo.

Un credo è basato sulla paura. Ti piacerebbe credere di essere immortale, ma un credo è solo un credo, qualcosa di finto, dipinto solo esteriormente. L’esperienza è qualcosa di totalmente diverso: sorge dal tuo interno, è solo tua. E nel momento in cui conosci, niente può scuotere la tua conoscenza, niente può distruggere il tuo conoscere. Il mondo intero potrebbe essere contro di te, ma ancora saprai di essere separata. L’intero mondo potrebbe dire che non esiste l’anima, ma tu sai che esiste. L’intero mondo potrebbe dire che non esiste Dio, ma tu sorriderai – perché l’esperienza convalida sé stessa, diventa ovvia in sé stessa.

 

Richa, il tuo sogno può essere molto significativo. Ciò che non hai permesso nella tua consapevolezza durante la veglia, è venuto a galla nella tua consapevolezza durante il sonno. Un raggio di luce è entrato in te.

In Occidente, prima di Freud, la consapevolezza durante la veglia era considerata l’unica possibile; ma non così in Oriente. Persino dopo Freud, sebbene la consapevolezza durante il sonno sia stata accettata come importante, una cosa ancora non è successa: il sonno privo di sogni viene ancora ignorato.

Ma non in Oriente. L’Oriente ha sempre accettato la consapevolezza durante la veglia come la più superficiale, la consapevolezza durante il sogno come molto più profonda e più significativa, e la consapevolezza durante il sonno come ancora più profonda, persino più significativa della consapevolezza durante il sogno. L’Occidente ha ancora bisogno di un altro Freud che introduca il sonno come la parte più significativa.

Ma l’Oriente conosce anche qualcosa di più. Esiste un punto, il quarto stato di consapevolezza. Viene chiamato turiya, semplicemente “il quarto”; non possiede un altro nome. Turiya significa il quarto.

Quando lo stato di veglia, di sogno e di sonno scompaiono, si rimane semplici testimoni. Non puoi chiamarlo veglia, perché questo testimone non dorme mai; non puoi chiamarlo sogno, perché per questo testimone nessun sogno appare mai; non puoi chiamarlo sonno perché questo testimone non dorme mai. È consapevolezza eterna. Questo è il bodhicitta di Atisha, questa è la consapevolezza di Cristo, questo è buddhità, illuminazione.

Per cui sii sempre attento. Sii più attento nei tuoi sogni che nella tua veglia, e ancora sii più attento al tuo sonno senza sogni che al tuo sognare. E ricorda che devi cercare il quarto, perché solo il quarto è l’Assoluto, con il quarto sei arrivato a casa, ora non c’è nessun altro posto dove andare.

Richa, dici di aver dimenticato tutto riguardo il sogno, ma ti sei ricordata solo una frase: “La poesia è arrendersi.” Questa è la vera essenza del mio insegnamento. La cosa fondamentale per ciò che riguarda il mio messaggio al mondo è: “La poesia è arrendersi” – e viceversa:“Arrendersi è poesia.”

Mi piacerebbe che i miei sannyasin, tutti i miei sannyasin, fossero creativi – poeti, musicisti, pittori, scultori, e così via. Nel passato, i sannyasin di tutte le altre religioni hanno vissuto una vita estremamente priva di creatività. Venivano rispettati per la loro mancanza di creatività; e perciò non hanno donato nessuna bellezza al mondo. Sono stati un peso; non hanno portato qualcosa del paradiso sulla terra. Al contrario sono stati distruttivi – perché o sei creativo, o sei inevitabilmente distruttivo. Non puoi restare neutrale; o dovrai affermare la vita con tutte le sue gioie, oppure comincerai a condannarla.

Il passato è stato un lungo, estenuante incubo di attitudini distruttive, un approccio negativo verso la vita. Io vi insegno l’affermazione della vita!

Io vi insegno la reverenza per la vita. Io non vi insegno a rinunciare, ma a gioire.

Diventate poeti! E quando dico diventate poeti, non intendo dire che dovete diventare tutti degli Shakespeare, dei Milton e dei Tennyson. Se mi capitasse di incontrare Shakespeare, Milton e Tennyson, anche a loro direi: per favore diventate dei poeti – perché stanno solo sognando la poesia.

La vera poesia accade nel quarto stato di consapevolezza. Tutti i cosiddetti grandi poeti sono stati solo dei sognatori; erano confinati al secondo stato di consapevolezza. La prosa resta confinata al primo – alla consapevolezza nello stato di veglia, e la tua poesia è confinata al secondo.

La poesia della quale io sto parlando è possibile solo nel quarto. Quando sei diventato completamente vigile, limpido, quando non c’è più mente, quando qualsiasi cosa farai sarà poesia, qualsiasi cosa farai sarà musica. E anche se non farai nulla, la poesia ti circonderà, sarà la tua fragranza, sarà la tua stessa presenza.

 

Richa, mi chiedi: “Da allora mi sto chiedendo cosa c’entra la poesia con l’arrendersi, e viceversa, e come la poesia possa essere un sentiero come l’amore, la preghiera, la meditazione.”

L’amore è un sentiero, la preghiera è un sentiero, la meditazione è un sentiero, sono sentieri che conducono alla poesia. Qualsiasi cosa conduca a dio, è destinata a condurti alla poesia.

L’uomo di dio non può essere nient’altro che un poeta. Canterà una canzone, che naturalmente non sarà più la sua: canterà la canzone di dio. Egli darà espressione al silenzio di dio, sarà il portavoce del Tutto.

Io ti insegno la meditazione, la preghiera, l’amore, solo perché ti conducono al centro. E il centro è poesia. Sono tutti sentieri che conducono alla poesia.

Dissolverti nella poesia è dissolverti in dio – e di sicuro questo non è possibile senza arrendersi. Se tu resti eccessivamente presente, dio non può accadere. Tu devi essere assente affinché egli possa diventare una presenza in te.

Muori, in modo da poter essere.

 

tratto da Il Libro della Saggezza - Edizioni del Cigno

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L’INTERROGATIVO REALE

non riguarda l’uomo … e neppure la donna.

 


 

Puoi dire qualcosa sul mistero delle donne?

 

È uno degli interrogativi che risalgono alla notte dei tempi. L’uomo si è sempre interrogato sulle donne, e l’interrogativo reale non è l’uomo e neppure la donna. Portando la questione su un piano pratico, a livello esistenziale, il problema si pone tra la testa e il cuore.

La testa non è in grado di capire il mistero del cuore. La testa è logica, razionale, matematica, scientifica; il cuore non conosce nulla della ragione, né della logica. Il cuore funziona in modo completamente diverso. E il suo modo di operare crea nella testa l’idea del mistero. La donna non c’entra, l’interrogativo sorge perché la donna funziona tramite il cuore e l’uomo attraverso la testa. Avete mai sentito una donna chiedere: “Qual è il mistero dell’uomo?” Lo conosce e basta! Il problema sorge a causa del ragionamento logico. È un fenomeno assolutamente superficiale. Funziona con gli oggetti, con le cose morte: con esse funziona a perfezione, in quanto una cosa morta non ha un’essenza interiore, non possiede un essere interiore, non ha vita. Lo scienziato ha ragione per ciò che concerne gli oggetti, ma nel momento in cui arriva a pensare alla soggettività – alla sfera interiore – resta frustrato, perché in quella dimensione la ragione non funziona.

Il cuore conosce senza un processo di pensiero, senza sillogismi, senza discutere. Come sai che una rosa è bella? È una conclusione razionale? Se metti in causa la ragione, non riuscirai più a dimostrare che la rosa è bella, perché la ragione non è in grado di percepire il fenomeno della bellezza.

Quando affermi che la rosa è bella, stai funzionando dal cuore. Quando dici che una notte stellata ti travolge, non fai un’affermazione razionale; se vieni costretto a dimostrarlo razionalmente, non saprai che dire. A quel punto, all’improvviso, diverrai consapevole che è stato il tuo cuore a parlare, e che la testa è assolutamente incapace di discernere come il cuore funziona.

Viceversa, il cuore non si trova nella stessa difficoltà per ciò che concerne la testa, perché la testa è superficiale e il cuore opera in profondità dentro di te: ciò che è inferiore non è in grado di comprendere la sfera superiore. La sfera superiore è semplicemente in grado di comprendere la sfera inferiore, non ha bisogno di ragionamenti. Il tuo cuore è al tempo stesso superiore e più profondo della tua testa. La donna può essere una poetessa, ma non può essere un matematico. La matematica è solo un gioco della mente. La poesia è un fenomeno totalmente diverso.

Marito e moglie non sono in grado di capirsi. È naturale che si fraintendano. L’uomo dice qualcosa, subito la donna capisce qualcos’altro. L’uomo stenta a crederci, non capisce come possa essere arrivata a quella conclusione, e per la donna quella conclusione è una cosa ovvia, lampante! Per cui, qualsiasi cosa dica, l’uomo non sa cosa ribattere.

Gli psicologi hanno iniziato a definire le coppie “nemici intimi”. Lo sono… perché non si capiscono tra di loro. Ma questo non dipende né dalla donna né dall’uomo. Il motivo è molto più profondo: si tratta della testa e del cuore.

Per cui vorrei sottolineare che fin dall’inizio l’interrogativo è stato formulato nella maniera sbagliata. Non si tratta del mistero della donna, ma del mistero del cuore, mistero che la testa è incapace di risolvere.

Il cuore non ha problemi per ciò che concerne la testa; è un livello più basso, più superficiale, e il cuore lo comprende. Per cui, quando gli uomini dicono che le donne sono un mistero, le donne tra di loro ne ridono: guarda quegli sciocchi! Avete mai sentito una donna dire che le donne sono misteri? Tra loro si conoscono benissimo. Non esiste mistero.

Sarebbe meglio capire l’intero fenomeno in una dimensione diversa. Scordati dell’uomo e della donna; pensa solo alla tua testa e al tuo cuore: hanno una comunione? Sono in grado di capirsi tra loro? (...)

L’amore sorge dal cuore, non può essere un frutto della testa. Persino i più grandi scienziati, una volta ogni tanto, si allontanano dalla testa: un tramonto stupendo… e si viene travolti! Ci si scorda di essere uno scienziato, a cui non è concesso fare cose simili, cose da donne. Lui, una mente maschile! E ogni scienziato si innamora di una donna senza mai pensare cosa sia l’amore. È un mistero… perfino il tuo stesso cuore, per te è un mistero.

Mahavira agli inizi negò alle donne l’iniziazione al sannyas, e così pure Buddha e tutte le altre religioni: tutte hanno messo le donne in secondo piano. A mio avviso, questo è successo perché tutte le nostre religioni hanno un orientamento mentale… sono troppo mentali. Il loro dio non è amore, è un’idea. Dio è un’ipotesi. Essi crearono un sistema – razionale, logico, perfetto – ma era un frutto della loro mente. Non era una scoperta: non svelava il mistero dell’esistenza.

E come mai tutte queste religioni hanno avuto paura delle donne? I motivi sono diversi, quello fondamentale è che tutti i fondatori sono stati maschi, e le loro teologie erano frutto della testa. Dare spazio alle donne, in quanto compagne di viaggio, avrebbe significato creare guai inutili, perché esse parlano una lingua diversa, comprendono lingue diverse. Provengono da uno spazio diverso. Al massimo, è possibile tollerarsi a vicenda.

È ciò che accade tra ogni moglie e ogni marito: ci si limita a tollerarsi. Non sembra esistere la minima possibilità di avere una conversazione ragionevole. Ogni conversazione diventa immediatamente baruffa, e la donna inizia a comportarsi, dal punto di vista dell’uomo, come una pazza… lancia oggetti, rompe tutto.

L’uomo non riesce a capire: che argomenti sono questi? Ma la donna sa benissimo che quello è il solo argomento che risolverà ogni cosa: ed è decisivo! L’uomo si limita a essere d’accordo: “Hai ragione, ma non distruggere più nulla!” In ogni discussione, la donna esce vincitrice, sebbene non conosca nessuna dialettica.

Il giorno in cui iniziò la prima donna al sannyas, Gautama il Buddha disse: “La mia religione sarebbe durata per lo meno cinquemila anni. Ora non durerà che cinquecento”… Non mi sembra un gran “benvenuto” per la donna, poveretta! Interrogato su come mai avesse detto una cosa simile, disse: “È impossibile includere sia gli uomini che le donne senza che tra loro sorgano conflitti. La religione si distruggerà dall’interno. Se fosse rimasta confinata ai soli maschi avrebbe avuto una possibilità di evolversi per almeno cinquemila anni, perché tra di loro si possono capire.”

Dovete stare molto attenti… io sono il primo uomo che non fa differenze e che dà l’iniziazione sia agli uomini che alle donne, e la mia sensazione è questa: se dovessi rispondere a Gautama il Buddha, direi: “Se ci fossero solo maschi, durerebbe solo cinquemila anni. Ora ci sono uomini e donne e insieme potranno durare in eterno!”

Quando il cuore e la testa camminano insieme, tu sei più completo e più integro. Il cuore è una parte, e così pure la testa, ma insieme… se è possibile una comunione, la tua forza non è solo duplicata, ma è moltiplicata.

Come possono congiungersi la testa e il cuore? È una domanda multidimensionale: si pone tra la donna e l’uomo, tra il cuore e la testa, tra Oriente e Occidente.

Rudyard Kipling ha scritto due versi che divennero più famosi di qualsiasi altra cosa abbia scritto: “L’Oriente è Oriente e l’Occidente è Occidente, ed essi non si incontreranno mai.” Nessuno l’ha mai messo in discussione… ma io sono in profondo disaccordo, perché ovunque tu ti trovi essi si incontrano... Ovunque sei, non puoi dire di essere in Oriente o in Occidente. Si tratta di termini relativi, non di territori fissi. Ovunque sei, in ogni uomo, in ogni albero, in ogni uccello, Oriente e Occidente si incontrano.

Rudyard Kipling ha detto un’assurdità! Ma nella sua affermazione qualcosa di sensato esiste: l’Occidente è focalizzato nella testa, l’Oriente nel cuore. La domanda è la stessa: come possono incontrarsi? Come possono esistere amore e intimità tra la testa e il cuore, e non un’intima inimicizia? Si tratta di una contraddizione in termini.

Testa e cuore si incontrano nella meditazione, perché nella meditazione la testa si svuota e il cuore si svuota: la testa è vuota di pensieri e il cuore è vuoto di sentimenti. E allorché si hanno due vuoti, è impossibile tenerli separati: non esiste nulla che li tenga separati. Due zero diventano uno solo, due nulla non possono esistere separati; è inevitabile che diventino uno. Tra loro non esiste neppure uno steccato...

Ed è in meditazione che la testa e il cuore si perdono l’una nell’altro, si fondono l’una nell’altro. È in meditazione che l’uomo e la donna si fondono l’uno nell’altra.

Ogni uomo e ogni donna è entrambi, in quanto ogni bambino nasce da un padre e da una madre. Per cui in lui è presente qualcosa del padre e qualcosa della madre, sia che nasca un maschio o una femmina. La sola differenza può essere che l’uomo è un po’ più uomo, forse lo è al cinquantun per cento, mentre è donna al quarantanove per cento, e viceversa. Ma non si tratta di una grossa differenza.

Ecco perché è diventato scientificamente possibile cambiare sesso: l’altro sesso è già presente, si deve solo cambiare la percentuale di ormoni…

Ma persino dentro di te, sei a disagio. Esiste un conflitto, un conflitto costante tra la testa e il cuore, tra l’uomo e la donna. Questo conflitto può essere dissolto solo se la testa abbandona il suo pensare e il cuore abbandona il suo sentire ed entrambi diventano solo spazi vuoti e puri. In quel vuoto esiste un profondo incontro e un profondo comprendere.

Io non vedo nessuna donna come mistero. Ho scrutato a fondo, e forse non esiste un altro uomo al mondo che abbia incontrato tanti uomini e tante donne. Ma né gli uomini né le donne mi sembrano un mistero, perché dentro di me la testa e il cuore si sono fusi l’uno nell’altra, e questo mi ha fornito una nuova prospettiva e ha mutato l’intera visione che mi circonda.

Se vuoi veramente comprendere il mistero delle donne dovrai comprendere l’arte di fondere la tua testa col tuo cuore. E questo non solo ti aiuterà a capire il mistero delle donne, ti aiuterà anche a conoscere il mistero degli uomini. Non solo, ti aiuterà anche a conoscere il mistero dell’intera esistenza. Esiste un mistero, ma non si limita alle sole donne. L’esistenza intera è misteriosa. Questa pioggia meravigliosa che canta, cadendo… e la gioia degli alberi. Non pensi sia un profondo mistero? Se osservi, ogni fiore è un mistero. Da dove spuntano tutti quei colori? Ogni arcobaleno è un mistero, ogni istante della vita è un mistero. Il semplice esistere… non è un mistero il fatto che vi troviate qui e non altrove? Quando i tuoi occhi saranno limpidi e la testa ed il cuore non saranno più in conflitto, tutto inizierà a essere misterioso. E allora non vorrai più demistificarlo, questa è una cosa orribile, è un crimine! Il mistero dell’esistenza deve essere accolto così com’è. Sezionarlo, demistificarlo, è una violazione, un’aggressione, una violenza.

Un uomo che medita si limita a gioire dei fiori, degli uccelli, degli alberi, del sole, della luna, della gente. È un bene che noi tutti si sia immersi in una totalità misteriosa. Se tutti i misteri fossero stati svelati, la vita sarebbe pura noia. Lo sforzo della scienza tende continuamente a demistificare l’esistenza. La poesia e l’arte si preoccupano di gioire, di accogliere il mistero dell’esistenza. E il mistico, l’uomo religioso, vive il mistero, non dall’esterno come un poeta, vive all’interno del mistero stesso. Lui stesso diventa il mistero.

Esiste una storia magnifica. Sfortunatamente non può essere vera. Mi piacerebbe che lo fosse…! In Oriente sono esistiti molti amanti, amanti famosi – Heer e Ranjha, Sheeri e Farhad – ma la coppia più famosa sono Laila e Majnu.

In nessuna di queste tre coppie gli amanti riuscirono mai a incontrarsi: questa fu la loro grande fortuna, per questo rimasero amanti per tutta la vita!

Nel caso di Majnu, lui era povero e Laila era molto ricca, una ragazza ricchissima, e i genitori non volevano affatto concedergli la mano della loro unica figlia, Majnu non era nessuno, era un mendicante. Per evitarlo, e per evitare qualsiasi maldicenza, i genitori cambiarono città: avevano affari e case in molte città…

Il giorno in cui partirono, Majnu si trovava fuori dalla città, di fianco a un albero, nascosto tra il fogliame: voleva vedere la sua amata Laila che se ne andava. Vide Laila sul suo cammello, vide passare l’intera carovana, e continuò a guardare, guardò fin dove il suo sguardo poté arrivare, e in un deserto puoi guardare lontanissimo, non c’è nulla che ostruisca il tuo sguardo.

Alla fine la carovana scomparve all’orizzonte… ma Majnu continuò a guardare. Ed è qui che la storia diventa un mito, di estremo valore: non lasciò mai quel luogo. Si fidò del suo amore, sperò che un giorno Laila tornasse per quella stessa strada. Non ne esistevano altre…

E dodici anni dopo Laila tornò. Il padre era morto e ora finalmente lei era libera. Non sposò mai nessun altro; disse sempre che il solo uomo che avrebbe mai sposato era Majnu. E il padre le rispose: “Se questa è la tua decisione, vorrà dire che non ti sposerai!” Ma quando il padre morì, Laila tornò. Dodici anni sono un periodo di tempo molto lungo. In quei dodici anni Majnu era rimasto di fianco all’albero. Il fogliame era cresciuto rigoglioso: lui non aveva mai mangiato, mai bevuto, e pian piano si era unito all’albero. Dodici anni fermo lì, ritto in piedi, sono lunghissimi… pian piano, divenne parte dell’albero.

Laila tornò e chiese notizie di Majnu in città. La gente disse: “È una storia molto triste. È venuto a dirti addio e non è mai più tornato. Solo ogni tanto nei profondi silenzi della notte, un albero emette un suono che evoca il tuo nome: “Laila, Laila… è troppo… quando tornerai?” E la gente ha iniziato a temere quell’albero, sembra visitato dai fantasmi. Nessuno gli si avvicina più.”

Laila andò a quell’albero. Udì la voce, udì il gioioso benvenuto, ma non riuscì a vedere dove Majnu si nascondesse. Si addentrò tra il fogliame, e con grande difficoltà riuscì a intravedere che Majnu era diventato parte dell’albero.

Non può essere un fatto vero… ma il mistico diventa parte del mistero dell’esistenza. E la storia di Majnu e Laila è un racconto Sufi. Forse simboleggia l’unione suprema con l’esistenza.

Questa è la sola comprensione: non cercare di demistificare il mistero, ma diventane parte tu stesso. Il mistero rimarrà tale, ma diventando tu stesso un mistero, lo comprenderai. Quella è la sola vera comprensione. Ogni altro capire è solo sapere preso in prestito dagli altri.

 

tratto da La Donna una Nuova Visione NSC Edizioni

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AMATO OSHO …

Uno scambio inconsueto di domande e risposte

 

Ma Veet Maria, sannyasin e psicoterapista italiana, stava raccogliendo, per una rivista di psicologia, una serie di citazioni di Osho sulla psicoterapia e la meditazione tratte dal CD ROM.

Una sera, ascoltando un discorso in cui Osho dice di non essere un computer, si sente toccata. Quando poi Osho aggiunge che le domande sono vuote se non aiutano la tua crescita, si accorge che le sue erano solo intellettuali. L’invito di Osho era chiaramente a esporsi. Maria aveva fatto alcuni mesi prima il gruppo “Who is in?” e decide di rivelare quello che le era accaduto in quel processo. Questo articolo è il risultato delle sue domande, a cui Osho risponde attraverso il computer. Nasce in questo modo una nuova forma di “dialogo” mai tentata prima.

 

 

Amato OSHO,

Ieri sera, durante la White Robe Brotherhood, hai detto: “Se non conosco colui che chiede, non posso rispondere.”

 

Non ho risposte già pronte. Quando ascolto la tua domanda devo andare in profondità nella domanda per trovare innanzi tutto te. Non sono un libro sacro, né un computer che tu puoi interrogare e che risponde indipendentemente da te. Qualunque cosa tu chieda rivela il tuo inconscio, io devo esplorare il tuo inconscio per rispondere in modo significativo.

La mia risposta non è accademica, è intima: è una risposta che nasce dall’amore e dalla compassione, non dalla conoscenza o da una saggezza cristallizzata. [The Great Pilgrimage # 20]

 

 

Ma tu non sei più nel corpo… io posso rivolgermi solo al computer… non riceverò mai una risposta che scaturisca dal tuo amore e dalla tua compassione?

 

Voglio ricordarti che anche se non sono più nel corpo non intendo lasciarti: entrerò nei tuoi sogni, ti tormenterò quanto più potrò… [Satyam, Shivam, Sunderam # 17]

Costringerti a esporti è la base del mio lavoro. Ovunque tu sia, ti troverò e ti costringerò a esporti alla luce. Qualche volta potrò provocare uno shock, potrò ferirti, offenderti. Dovrai essere paziente: si tratterà di un’operazione chirurgica e sarà doloroso. [Philosophia Perennis Vol. 1 # 4]

Molte cose senza significato sono nell’aria: ci sono state per secoli e hanno creato molte domande in te. Ma ricordati questo: ogni domanda che non riguarda la tua crescita non ha significato. Scegli le domande e poi esponiti, non aspettare un singolo istante, non esitare, non sentirti imbarazzata. [Beyond Enlightenment # 5]

 

 

Cinque mesi fa ho partecipato al gruppo “Who is in?” (Chi c’è dentro?). So che consigli a tutti di attraversare più volte questa esperienza. Potrei rifare il gruppo ed espormi, rivelando tutto quanto mi accade. Ma è un gruppo così duro…Tre giorni di ritiro: poche ore di sonno e dalle cinque e mezzo del mattino sino alla sera tardi ogni quaranta minuti faccia a faccia con una persona diversa a cui chiedere “Who is in?”, ascoltare la risposta, per poi rispondere alla domanda “Who is in?”, ogni volta cercando di scoprire chi c’è dentro nel qui e ora e comunicarlo al partner, guardandoci sempre negli occhi, seduti con la schiena dritta. I primi due giorni sono stati spossanti per il corpo, per la mente… udivo senza tregua le voci dei miei genitori, dei miei parenti, dei miei insegnanti, dei miei amanti… queste voci mi facevano sentire perseguitata e colpevole.

 

Ma se vuoi davvero liberarti dai sensi di colpa, dovrai liberarti dalle voci che hai dentro di te, dai tuoi condizionamenti. [Zen The Path Of Paradox # 8]

Se non sei in grado di uccidere tutte queste voci… È necessario un grande coraggio. Il sannyasin, secondo la mia definizione, è una persona che è pronta a liberarsi da ogni autorità, ad andare verso un mondo sconosciuto senza alcuna mappa, da sola. Una persona che è pronta a rischiare. [Zen, The Path Of Paradox Vol. 2 # 6]

 

 

Il terzo giorno, l’ultimo giorno, non potevo più pensare, ricordare: la mia mente sembrava come morta e, sparite tutte le voci, ho scoperto dapprima un mondo di sensazioni, poi il vuoto dentro di me – le sensazioni erano così dolci… respirare era così facile. Forse non è necessario che partecipi di nuovo a questo gruppo, non ho già raggiunto l’obiettivo?

 

Mmm… fallo di nuovo e questa volta cerca di essere totale. È un metodo zen e aiuta incredibilmente. Per le persone che hanno partecipato a gruppi di terapia – gestalt, encounter, psicodramma, o ad altri gruppi del genere – è un gruppo difficile, è un osso duro. Quei gruppi sono di moda e sono adatti alla mente occidentale, perché sono gruppi in cui ci si relaziona, in cui ci si esprime, si fa catarsi. Invece in questo gruppo si utilizza un metodo che implica un percorso verso l’interno piuttosto che verso l’esterno. Il gruppo non è catartico, non ha niente a che fare con il relazionarsi, non è espressivo: dovrai sentirti sola, sempre più sola, dovrai cercare dentro di te uno spazio mai esplorato prima. Nessuno potrà entrarvi, e tu ci riuscirai solo se andrai oltre certe barriere: qualcosa entrerà, ma l’io resterà fuori dalla porta. Entrerai come energia, senza nome, senza forma, perderai la tua identità. Entrerai quando non saprai più chi sei. Vorrei che tu facessi questa esperienza di nuovo lavorando il più intensamente possibile. [Darshan Diaries: Beloved Of My Heart # 19]

Nessuno può dire chi sei, solo tu. E tu puoi farlo solo quando entri profondamente in te stessa, e vai al di là di tutte le etichette che sono appiccicate sulla superficie del tuo essere: “sono un dottore”, “sono un cattolico”, “sono italiano”… Queste etichette formano strati su strati sovrapposti. L’uomo è diventato simile a una cipolla – devi pelarla strato dopo strato, e solo così, un giorno, raggiungerai il centro. Il centro è il nulla. I sufi lo chiamano Fana : sparisce tutto, tutto ciò in cui hai creduto, tutto ciò di cui ti sei fidato, tutte quelle etichette se ne vanno. Non sei più né questo né quello. Non sei nemmeno un uomo o una donna perché la consapevolezza non può essere né uomo né donna. Non sei nemmeno bianco o nero. Non sei nemmeno il corpo. Perché? Perché puoi essere consapevole del tuo corpo e colui che osserva è separato da ciò che è osservato. Puoi osservare i tuoi pensieri, dunque non sei i tuoi pensieri. Puoi osservare le tue emozioni, dunque non sei nemmeno le tue emozioni.

Vai avanti, continua… e arriverà il momento in cui ti sentirai una non-cosa. Il nulla significa questo. Il nulla non è uno stato di vuoto. Il nulla significa semplicemente non essere un oggetto. Tu sei consapevolezza, non una cosa e la consapevolezza non può essere ridotta a un oggetto, rimarrà sempre la tua soggettività. [The Secret # 7]

 

 

Sono di nuovo nel gruppo “Who is in?”. Le voci non si fanno più sentire. Percepisco invece la presenza di due personaggi silenziosi: una bambina emozionata, debole, piena di paura e un uomo autoritario, forte, crudele. Riconosco nei due personaggi i simboli della paura e del giudizio. Sto conoscendo un nuovo strato del mio essere interiore?

 

Il significato della meditazione è proprio questo: divenire straordinariamente consapevoli, non lasciarsi ingannare dalle apparenze – le foglie e i rami – scoprire, nascosto in un problema, un problema più profondo, e andare sempre avanti, come quando si sbuccia una cipolla. E ci sono strati su strati, e se vai sempre più in profondità sarai sorpreso, non ci sono rocce, ma una sola roccia, un unico problema. Alla fine scoprirai che l’unico problema è riconnettersi con ciò che Buddha definisce “vera completezza della mente” e Gurdjieff “ricordarsi di sé” e Krishnamurti “consapevolezza”. L’unico problema è come divenire luminosi nel centro del nostro essere, luminosi e consapevoli. Essere lì senza sonnolenza, raggianti. L’inconsapevolezza è la radice. Taglia la radice e tu sarai libera. E per tagliare la radice non hai bisogno di prepararti. Non ti prepari tagliando rami e foglie. Potresti andare avanti così per milioni di anni e restare nella stessa condizione.

Taglia la radice direttamente. La parola “direttamente” è molto importante. Se pensi lo farò domani, la tua sventatezza e la tua inconsapevolezza esisteranno per altre ventiquattro ore, mentre la radice diverrà ancora più forte. Se riesci a vedere qual è il punto, taglia, non rimandare, non porre del tempo in mezzo. Ci sono due tipi di tempo: uno è il tempo scandito dall’orologio – non sto parlando di questo tempo – sto parlando del tempo psicologico. Che cos’è il tempo psicologico? È il divario tra come sei e come vorresti essere. Gli ideali creano il tempo psicologico. L’uomo è intrappolato nel tempo psicologico. [The Sun Rises In The Evening # 3]

 

 

Ora non percepisco voci o presenze, ma un dolore acuto, conosciuto e sconosciuto nello stesso tempo. Non riesco a liberarmene, a reagire, è come sprofondare in una palude.

 

Questo gruppo è duro, lo so, ma aiuta immensamente. Vale la pena di affrontare il dolore. Il dolore purifica, mentre il piacere rende le persone superficiali.

Il dolore raggiunge il cuore come una freccia, apre una breccia, penetra in profondità. E una volta che la freccia è penetrata, si diviene consapevoli di un nuovo livello di profondità. Ma ogni livello è raggiunto attraverso la morte e la morte è dolorosa. Attraversa il dolore e ne uscirai così fresca, così giovane, ne uscirai come da un bagno spirituale. [Darshan Diaries: Believing The Impossible Before Breakfast # 21]

 

 

Il dolore è una spada affilata e penetrante, la stanza è una prigione buia, i miei partner sono tutti nemici, catene invisibili mi costringono all’immobilità, ferendo le mie gambe, le mie spalle… voglio liberarmene e prendo a pugni un cuscino… ma il sollievo è momentaneo.

Come scappar via da questo inferno?

 

…Siediti e osserva… tu conosci solo due modi: reagire con rabbia, con aggressività, oppure reprimere. Non conosci un terzo modo e il terzo modo è il modo del Buddha: non assecondare, non reprimere, osserva. Indulgere crea l’abitudine: se ti arrabbi oggi e domani e dopodomani, ti stai condizionando a essere sempre più arrabbiata. Io ti devo condurre all’osservare. Ora sarà più facile osservare. [The Dhammapada, The Way Of The Buddha # 5]

 

 

Ma osservare il dolore lo rende insopportabile! La spada divide in due il mio corpo (o la mia anima?) lentamente. A ogni “Who is in?” precipito nella paura e dalla paura nascono parole orribili: ‘morte’, ‘separazione’ ‘niente da fare.’ Non voglio più saperne di chi c’è dentro.

 

Se vai avanti così rimarrai nel buio, nell’ignoranza. La tua presenza è “l’oscura notte dell’anima”. Dove ti trovi ora, sei separata dall’esistenza. Il buio significa vedere il vuoto tra te e il tutto. Sei disperata perché stai pensando: “Sono così sola, così piccola, e presto o tardi la morte verrà e mi distruggerà e non posso proteggermi in nessun modo dalla morte”. Così stai tremando dalla paura.

Ma sei tu, sentendoti separata dall’esistenza, a creare il tremito e la paura. Nel momento in cui potrai vedere che non sei separata, che sei parte intrinseca del tutto, che sei nel tutto e il tutto è in te, il problema sarà per sempre risolto.

Sparirà l’angoscia e l’energia imprigionata dalla paura sarà libera per divenire la celebrazione dell’anima. [The Secret of Secrets Vol. 2, # 9]

 

 

Ti guardo in una fotografia appesa al muro, non c’è paura nei tuoi occhi. Vorrei fossero in contatto, in armonia, il mio sguardo e il tuo sguardo. Mi sento un po’ in imbarazzo… ma per un attimo piena di amore, anche se sono molto, molto triste.

 

Allora, voglio tu abbia ben chiaro che, ovunque tu sia, in silenzio e dentro di te, mi puoi trovare. E una volta che accade questa esperienza, il problema della separazione scompare. Nemmeno la morte può separarci, perché l’amore non appartiene al corpo. L’attaccamento, la sessualità biologica appartengono al corpo… Impara i segreti dell’amore. Perditi nella poesia dell’amore, nella musica dell’amore, centrati nella consapevolezza dell’amore e quella paura di perdere qualcosa sparirà. [Sermones In Stones # 23]

 

 

Sale un grido dalle profondità del mio essere: “NO, NO, NO…”, “NO” all’amore.

 

Capisco, è qualcosa che ha a che fare con le tue vite passate. Nelle tue vite passate hai sofferto molto per amore e il “no” si è radicato profondamente nell’inconscio. Ma deve essere infranto, altrimenti continuerai a essere controllata dalle tue vite passate. Hai sofferto, lo so, hai sofferto moltissimo e quando si soffre il no si radica.

Ci portiamo dietro le nostre esperienze da una vita all’altra, in particolare quelle che sono profondamente radicate. Quelle superficiali le dimentichiamo nel momento della morte, ma quelle essenziali e ben radicate, e l’amore è una delle più essenziali, ce le portiamo dietro. Il “no” deve essere infranto e va bene che tu ne sia consapevole. Hai incontrato una roccia, non preoccuparti, continua a martellare. Non forzare un “sì” perché sarebbe falso. Continua a martellare la roccia del “no” e un giorno la roccia cederà e allora nascerà il sì, l’autentico sì. Non ti dico di far finta di dire sì quando non ti viene. Se non viene non c’è da preoccuparsi. Continua a martellare la roccia. Non accettare il no, non si può vivere nel no. Non puoi dire di no al cibo, non puoi dire di no all’acqua, non puoi dire di no a dio. Nessuno può vivere nel no… puoi solo soffrire nel no e creare sempre più infelicità. Il no è l’inferno. Solo il sì ci avvicina al paradiso. E quando nasce il vero sì dalla totalità del tuo essere, in questo sì non lasci dietro nulla. In questo sì diventi uno e tutta la tua energia si muoverà verso l’alto dicendo: sì, sì, sì!

Il no è come una roccia che blocca la corrente dell’acqua e quella corrente sei tu. Il no ti paralizza. [Darshan Diaries: Above All Don’t Wobble # 20]

Devi solo lasciare accadere, rimanere passiva, aperta, ricettiva e le cose accadranno. Per esempio, il sole sta sorgendo fuori e tu puoi chiudere le porte. Se le porte sono chiuse, puoi lasciarle chiuse. Il sole con i suoi raggi sarà fuori ma tu puoi rimanere al buio. Lo sforzo al negativo significa che tu devi aprire le porte, non devi fare altro. Il sole sorgerà ed entrerà la luce. Non puoi portare dentro i raggi del sole, farne un mazzo e portarli dentro. Il sole entrerà se la porta è aperta. Se tu sarai passiva, aperta, ricettiva come un utero, niente potrà impedire alla luce di entrare. [Vedanta, Seven Steps To Samadhi # 14]

 

 

Sta succedendo qualcosa di strano, mi gira un po’ la testa e mi sembra di sprofondare nella confusione, nella vaghezza. E gli alberi fuori sono più verdi. E scopro la gioia negli occhi del mio partner, così sorridiamo insieme, con gli occhi. Ma sono preoccupata per questa vaghezza…

 

È molto bello ed è molto vago, certo. Quando esplori un nuovo territorio e contatti una nuova energia muovendoti senza alcuna mappa, ti senti così.

Quando entri nel mondo interiore accade questo, e da un certo punto in poi la ragione deve essere abbandonata, altrimenti non potrai andare oltre. Non analizzarti e non preoccuparti.

Non devi etichettare né definire ciò che ti accade, non è necessario averne un’immagine chiara. [Darshan Diaries: God Is Not For Sale # 25]

 

 

È il terzo giorno e ho sonno. Non so cosa rispondere agli implacabili “Who is in”, dentro c’è SOLO la voglia di dormire! All’improvviso davanti ai miei occhi si susseguono incantevoli visioni, sto sognando?… No, è il nuovo partner che me le suggerisce, è un poeta. Anch’io voglio fare il poeta… forse mi fa bene la poesia… “Who is in?”: un fiume bianco e scintillante nella notte… un piccolo pianeta e tuttol’universo… il buio senza paura… un lago che riflette il cielo… la musica del silenzio… e potrei andare avanti, avanti. E non sono in imbarazzo, anzi questo gioco sciocco e senza importanza mi aiuta ad affrontare la paura. Basta con la paura.

 

Tutti hanno più o meno paura, a causa della realtà della morte. La paura richiama questa realtà. Ma la tua paura si sta attenuando piano piano e sarai piena di pace. Sarai più umile, più disponibile alla preghiera. Sarai più consapevole dei limiti della vita, più indulgente: quando vedrai qualcuno sconvolto dalla paura, non lo condannerai, proverai simpatia, comprensione.

Una volta compresa la tua paura, hai compreso la condizione della mente umana. Qualunque cosa comprenderai in te, la comprenderai anche negli altri. E ciò ti renderà umana, aperta, umile. L’arte di vivere significa questo, usare qualunque cosa la vita ti offra: paura, odio, rabbia; in qualunque cosa troverai un tesoro nascosto. Esplora e troverai il tesoro. [Darshan Diaries: Above All, don’t Wobble # 27]

E ricorda, se cominci a pensare in termini di importanza e non importanza, perderai la tua vita. Cosa c’è d’importante nell’amore? Cosa c’è d’importante in una rosa? O cosa c’è d’importante in una notte di luna piena? Niente d’importante. La vita è senza significato. E tutto ciò che è bello è senza significato. L’amore e la meditazione non sono utili. Le cose sono utili, la vita no. I valori sono in un certo senso senza valore. Hanno un valore intrinseco, ma il valore intrinseco non significa niente. Accogli qualunque cosa incontri con gioia. [Darshan Diaries: The Great Nothing # 6]

 

 

Ora mi piace osservare le mie sensazioni, sono sensazioni indefinite… ma le sensazioni non sono emozioni: non mi sento arrabbiata, né triste, né felice… vorrei trattenerle.

 

Mmmm... sta andando molto bene! È una bella energia che non ha niente a che vedere con la rabbia, niente a che vedere con la tristezza. Ma potrebbe sembrare rabbia perché è vitale come la rabbia, e potrebbe sembrare tristezza perche è fragile come la tristezza. È pura energia che si sta liberando. E questo è un momento bellissimo, dovresti stare in questa energia.

E se questa energia vuole esprimersi, lascia che si esprima con grazia, sorridi, danza con grazia, non con impeto, altrimenti la dissiperai. Se sarai dolce e silenziosa, anche esprimendola, non si dissolverà ma raggiungerà ogni cellula del tuo corpo. [Darshan Diaries: The Further Shore # 25]

 

 

Mi sento vuota… non proprio vuota… l’aria che entra nel mio corpo diventa… me stessa, non ci sono più confini tra interno ed esterno… dove sono? Sto osservando…

 

Il centro di ogni individuo non è altro che… dio… l’esperienza della totalità. Anche se i molti strati lo rendono inaccessibile, il tesoro rimane intatto. Iniziamo a penetrare negli strati e un giorno, improvvisamente, troviamo il centro.

Questo vuol dire libertà, beatitudine, vuol dire essere veramente vivi.

Sannyas vuol dire ricerca nell’individuale, al di là della personalità. L’individuale è universale. [Darshan Diaries: Nothing To 00 # 21]

 

 

Ma sono sempre corpo, cervello, mente… e penso di non essere pronta a realizzare niente di molto profondo. Mi sembra di capire sempre più cose, ma poi arriva la mente e rovina tutto!

 

Devi capire che il “capire” non è qualcosa di statico, ma energia, dinamismo. La gente pensa alla conoscenza come a qualcosa che, una volta acquisita, resta acquisita per sempre. Non è così.

La conoscenza è un fiume che scorre, non è che, una volta acquisita, resta là e tu la puoi usare quando ti serve. Deve essere conquistata momento per momento. È come il respiro. Non è che se respiri una volta sola non avrai più bisogno di respirare. È un processo vitale, un processo, non una cosa. La conoscenza non può essere posseduta. Devi ricrearla ogni momento. È un processo creativo. Quando ti trovi in un gruppo sei felice di avere capito, ma poi vai nel mondo e perdi quella consapevolezza e di nuovo ti senti infelice. Ricreala ogni momento, altrimenti diventerà una cosa morta. [Darshan Diaries: Nothing To Lose But Your Head # 21]

 

 

Il mio viaggio è finito. Sono commossa, piena di gratitudine, dolcemente inondata dalle tue parole, ma mi chiedo: non è forse una contraddizione cercare di ricordare ed esprimere attraverso il linguaggio un’esperienza verso la non mente? Sono anche preoccupata… ho osato troppo?

 

La logica e il linguaggio sono efficaci per quanto riguarda l’espressione, ma non sono creativi. La verità è la cosa più importante. Se è la verità che deve essere espressa, allora le parole sono utili. [Philosophia Perennis Vol. 1 # 6]

E non pensare che devi essermi grata. Non preoccuparti mai. Da me puoi ricevere tutto quello che vuoi, tutto quello di cui hai bisogno, tutto quello che osi chiedere. Io sono uno strumento, un canale, un’apertura. Quando un sannyasin mi dice grazie, sono a disagio… non c’è nessuno a ricevere quel grazie. [Take Is Easy Vol. 1 # 10]

 

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i mistici parlano agli alberi

 

 


 

I mistici sono sempre stati consapevoli del fatto che ogni cosa che cresce è viva, e che ogni cosa viva deve avere un sua sensibilità.

Prova a diventare amico di un albero – ogni giorno vai a parlare con l’albero, siedigli accanto, toccalo nel modo in cui tocchi la persona amata – nel giro di qualche giorno noterai una trasformazione incredibile.

Nel momento in cui arrivi, anche se non c’è vento, l’albero inizierà a danzare. Quando ti vede arrivare l’albero emanerà il suo profumo per te. Quando lo tocchi, sentirai che non c’è più la stessa sensazione di freddezza; è caldo, ti dà il benvenuto.

Io ho vissuto con gli alberi e, per quanto possa sembrare strano, essi hanno una sensibilità acutissima.

Quando insegnavo all’università, c’era una lunga fila di alberi il cui nome è gulmohar.

Hanno fiori rossi e, soprattutto in estate, i fiori sono così tanti che è impossibile vedere le foglie. Tutto è rosso, come se l’intero albero fosse in fiamme.

C’era una lunga fila, c’erano almeno venti alberi su ogni lato della strada che conduceva al college. Avevo scelto un albero, quello che aveva l’ombra più grande - e forse era il più vecchio - ed era lì che parcheggiavo la mia auto. Non dimenticavo mai di toccare l’albero e salutarlo, di dargli il buongiorno.

Tutti pensavano: “Quell’uomo è pazzo. Dà sempre il buongiorno all’albero e non si prende mai la briga di dare il buongiorno al vicerettore.”

Avendo la stanza molto vicina all’albero, ogni volta che sentiva la mia auto avvicinarsi all’albero, il vicerettore se ne stava là a guardarmi sorridendo e dicendo tra sé e sé: “Quell’uomo è pazzo. Mi chiedo cosa mai insegnerà agli studenti. Saluta sempre l’albero, dà il buongiorno all’albero, e poi quando lo incrocio lungo il corridoio sono io che lo devo salutare, altrimenti mi passerebbe accanto senza dire nulla.”

Ma accadde uno strano fenomeno… su venti alberi, diciannove morirono a causa di una malattia. L’unico a sopravvivere fu il mio albero. Persino il vicerettore cominciò a pensarci sopra… tutti gli alberi erano morti, erano privi di foglie e di fiori, rinsecchiti, come mai solo quel particolare albero continuava a fiorire, a crescere, ad avere fiori?

Un giorno mi disse: “Io non ci credo, ma mia moglie mi dice che è perché l’albero ha un amico. E proprio come l’uomo non può vivere senza amore, così nessun albero può vivere senza amore.”

E aggiunse: “Io non ci credo. Sono tutte sciocchezze, è solo una coincidenza. Tu cosa ne pensi?”

Io dissi: “Non posso dire nulla al riguardo. È un segreto tra me e l’albero.”

Quando diedi le dimissioni, la mia auto non si sarebbe più fermata all’università, così andai a salutare l’albero per l’ultima volta.

Un anno dopo, trovandomi nella stessa città, volli andare a trovare l’albero… vedere come stava. Quando arrivai, l’albero era morto.

E quando il vicerettore sentì la mia auto, non riusciva a credere che dopo un anno… perché ero andato là?

Andai direttamente dal mio albero. Gli dissi ciao. Gli diedi il buongiorno, ma non c’era nessuno a sentirmi, nessuno ad ascoltare. Toccai l’albero e non sentii alcuna vibrazione, alcun calore.

Il vicerettore guardava dalla finestra. Uscì di casa, venne al mio fianco accanto all’albero e disse: “Perdonami, ti prego. Non ho mai creduto – e ancora ho qualche sospetto – ma la realtà è che quando sei partito l’albero ha cominciato a morire.

“Non riusciamo a capire come abbia fatto a sopravvivere per nove anni quando gli altri alberi erano morti, e poi non sia riuscito a sopravvivere neppure un anno.

“Forse sono solo un uomo sospettoso, ma c’è sotto qualcosa. Ho dovuto convenire, osservando l’albero morire lentamente… mi sono ricordato di te, e se qualcuno poteva salvare l’albero, quello eri tu. Ma tu non eri in città.”

Per un anno intero avevo viaggiato per tutto il paese.

Io dissi: “Anch’io sono molto triste. Se avessi saputo che quell’albero sarebbe morto, non avrei dato le dimissioni. Solo per amore di quell’albero, sarei rimasto all’università, ma non pensavo che sarebbe morto.”

I mistici sono stati derisi. Ma ricorda, a poco a poco la scienza si sta avvicinando al misticismo – e gli ultimi a ridere saranno i mistici.

 

Tratto da The Messiah, Vol.2 #21

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E se rivalutassimo l’Utopia?

 

Bel titolo, per un patetico articolo su Il Corriere della Sera:

la recensione del libro L’utopia. Rifondazione di un’idea e di una storia.

Peccato che l’utopia non sia un’idea, né tanto meno una storia.

 

 

 

L’utopia, diciamolo chiaramente, è una malattia infantile. Ma non come la scarlattina o la rosolia, che vengono da piccoli, o te le attaccano gli amichetti.

No, con l’utopia uno ci nasce, come con l’innocenza e con l’ignoranza.

Poi, di solito, ci pensano i genitori a curare il pargolo da questa mostruosa malattia.

Oppure i nonni.

Oppure l’asilo o la scuola.

è una malattia che - contrariamente all’AIDS - viene debellata al suo primo apparire. Il vaccino che viene iniettato ai bambini, per uccidere questo morbo asociale, è chiamato “politica”.

Quasi sempre funziona. Le sue possibilità di rigetto non superano di solito l’uno per diecimila; e stiamo parlando di un vaccino polivalente, che attacca in profondità anche l’innocenza e l’ignoranza, le altre due malattie infantili che affliggono il bambino.

Vi confesserò un segreto, il segreto vergognoso della mia famiglia, in cui vigeva una premonizione, e cioè che prima della fine del millennio un membro della stessa avrebbe portato questa malattia fino alla morte.

A nulla sarebbero valsi i più sofisticati vaccini: cultura, scienza, arte, ideologia…

Egli sarebbe stato incurabile.

E per tutta la vita avrebbe portato il fardello di questo male e di questa vergogna.

Così diceva l’oracolo del villaggio, e voi che siete furbi, un po’ maliziosi, e ce l’avete con me, avete già capito che lo sfigato della famiglia, quello che s’è beccato il male incurabile, sono io.

E questo è solo il primo dei segreti vergognosi…

Adesso che ho aperto la porta ai segreti, vedrete, un po’ alla volta, che cateratta di roba.

Per tornare all’utopia infantile (quella che viene uccisa con ogni mezzo e con i ritrovati più moderni), io ce l’avevo proprio brutta.

Stavo così male che non riuscivo nemmeno ad andare a scuola.

Mi sembrava (a causa della mia malattia) una tale stronzata alzarsi all’alba, uscire al freddo, per andare in quell’orribile edificio, poi star seduti sul legno quattro ore a sentire discorsi che non mi interessavano minimamente.

E il maestro poi!

Pochi capelli. Tanta forfora.

Grosse lenti.

Una putenza d’ignuranza (come sfiga ulteriore io provengo pure dal profondo sud).

Non sapeva un accidente.

Apriva un libro, leggeva qualcosa, cercava di spiegarlo.

Faceva domande sceme.

Così io preferivo andare per i campi, la mattina, magari portandomi un buon libro.

A sei anni? – dirà qualcuno.

Ebbene sì, perché una parte consistente della mia utopia riguardava il sogno di leggere tutti i libri del mondo, e sapere tutto.

Così avevo imparato a leggere (con l’aiuto di Tex, Topolino, Nembo Kid) alla tenera età di quattro anni, abbandonato a me stesso, e a queste terribili letture.

Mi attiravano tuttavia di più le farfalle.

Se c’erano farfalle, non c’era più alcun libro che potesse tenere la mia attenzione.

E anche se c’erano bisce o serpentelli.

Le farfalle a scuola non le potevo portare.

Vive sarebbe stato bello.

Ma a portarle in giro morivano.

Le serpi invece no.

Bastava metterle in tasca.

O anche sotto la maglietta. Ma poi strisciavano e si vedevano, e c’era sempre qualcuno che veniva a curiosare, poi gridava e il maestro se ne accorgeva.

E s’incazzava sempre con me.

Cinque bacchettate sulle mani.

Dieci bacchettate sulle mani.

E le canne per fare questo lavoro gliele portavo io.

Lui mi diceva: “Tanto lo so che vai nei campi, quando non vieni a scuola. La prossima volta portami un paio di canne, di quelle flessibili, grosse un dito.”

Io ero così innocente che mai mi sarei immaginato cosa ne avrebbe fatto.

Per fortuna la mia utopia mi diceva che non avrei mai potuto imparare niente da un uomo così.

Però mi vergognavo.

E nemmeno poco.

Ormai avevo cominciato a capire che, al contrario degli altri ragazzini, io ero ancora malato.

All’inizio credevo che la malattia ce l’avessero tutti, proprio come me, poi invece scoprivo che quello non ce l’aveva, quell’altro non ce l’aveva, e piano piano mi sono dovuto convincere che ce l’avevo solo io, almeno in tutto il quartiere.

Ma un giorno sarei andato fuori dal quartiere, per vedere se c’era qualcun altro con la mia stessa malattia.

Qualcuno con cui poterne parlare liberamente.

E se non fosse bastato andare in un altro quartiere, sarei andato in un’altra città, in un altro continente.

Anche in un altro mondo.

A quei tempi invece, l’unico mondo che mi aspettava era quello militare. Eh sì, mi era arrivata la cartolina di leva. “Non a me” pensavo, “non a me: io non posso fare il servizio militare!”

Provai a dirlo.

Non mi ascoltò nessuno.

Appena arrivati al C.A.R. mi abbandonai morto sulla mia branda. Ero morto: nulla in me si muoveva.

Non un muscolo, un pensiero, una parola, un gesto.

Dopo alcune ore cominciarono a spaventarsi.

Mi portarono in infermeria.

Mi portarono anche del cibo. Vedendo che non mi muovevo, si apprestarono a nutrirmi con una flebo e con due cannucce su per il naso.

“Meglio i maccheroni!” dissi io.

E questo, da un certo punto di vista, mi fregò, perché rendeva chiaro che ero vivo e presente.

Così il giorno dopo fui condotto al cospetto del Gran Generale, che bonariamente voleva convincermi a farlo, questo benedetto servizio militare. “Se tutti facessero come te, chi ci difenderebbe dal nemico?’

“Se tutti facessero come me, chi sarebbe il nemico?”

Commedia tragicomica in due sole battute.

Non c’era più niente da dire.

Io avevo capito che lui era scemo.

Lui aveva capito che io ero pazzo.

Mentre scriveva il suo rapporto, per farmi internare in un istituto psichiatrico (si chiamavano manicomi), gli dissi che se avessi potuto fargli questo piacere, glielo avrei fatto proprio di cuore, ma che se solo avessi provato a indossare una divisa, sarei morto sul colpo.

Se volete capire cosa sono il militarismo, l’ordine, la burocrazia, la società che si antepone all’individuo, in una parola, tutto quello che si erge come un muro invalicabile davanti all’utopia, scrivete queste parole in neretto tra i vostri ricordi, così come le ho ascoltate quel giorno - le ultime parole del generale: “Se tu stessi morendo, e io dico che stai bene… TU STAI BENE!”

Così mi feci quasi due mesi di manicomio, per poi essere inviato a casa col famigerato art. 31.

Una buona dose di utopia mi salvò anche in quella occasione. Nella mia gentilezza d’animo, pensavo che tutte quelle persone (i cosiddetti matti) fossero tutti individui normali, appena un po’ sfasati in rapporto al “tempo della produzione”. Gente praticamente inutile, a sentire gli adoratori della merce.

Invece c’era gente proprio in gamba.

Ho imparato molto in quei due mesi. Compreso il fatto che noi vedevamo quelli fuori dai cancelli come matti.

Mia madre aveva pure cercato di mettermi la testa a posto, ma non c’era stato niente da fare - la mia testa non voleva muoversi da dov’era.

La povera donna (letteralmente) mi aveva lasciato scorrazzare libero tra prati, boschivi, bisce, pesci gatto, fossati e lucertole, per dieci anni.

Poi s’era ricordata che avrebbe dovuto insegnarmi un po’ di educazione.

Esempio: stiamo mangiano la nostra solita ciotola di minestra per pranzo.

Giunge improvviso un cliente con del lavoro urgente (mamma fa la sarta).

Lei dice cerimoniosamente: “Non vada via così, si accomodi. Vuole favorire?”

“No, grazie!” risponde il tipo, altrettanto cerimoniosamente.

Io continuo a mangiare in silenzio, senza nemmeno curare la scena di uno sguardo.

Quando il cliente se ne va, mia madre attacca a rampognarmi: “Ma che razza di educazione è questa? Quando stai mangiando e arriva qualcuno devi dire ‘prego, vuole favorire?’”

“Starai scherzando, spero. C’ho solo ‘sta tazza di minestra da mangiare, e la offro a quello lì, che manco lo conosco.

E poi magari mi risponde pure «sì, grazie!» e poi che faccio?”

“Ma no, che non si dice «sì, grazie» - sarebbe maleducazione. Si sa che lui dirà «no grazie, ho già mangiato». Si dice così, per educazione.”

“E allora, se lo sappiamo già cosa risponde, che glielo chiedo a fare?”

Però mia madre ci provava sempre, la buonanima.

Peccato che avesse cominciato un po’ tardi.

Troppo tardi.

Se avesse potuto studiare un po’ di più, avrebbe saputo che i bambini bisogna incaprettarli prima dei sei anni. Dopo non funziona più tanto bene, perché hanno avuto il tempo di crearsi, liberi, una loro individuale integrazione.

Ci hanno provato in tanti, a farmi chiudere il pugno, e a soffocare l’utopia del mio cuore.

Come Diogene, ho cercato l’Uomo, qualcuno che mi dicesse che l’Utopia esiste, che mi dicesse che non sono pazzo - dopo tutti questi anni, a crederci ancora.

Io lo sapevo, ma se avessi potuto incontrare almeno una persona, che me lo confermasse, che accettasse completamente il mio cuore…

Ho dovuto aspettare trent’anni, prima di incontrarlo. Prima di incontrare qualcuno che, non solo non mi ha fatto vergognare di essere un utopista, ma mi ha invitato a non tradire mai i miei sogni.

Per quasi dieci anni ho coltivato questa domanda nel mio cuore.

Poi un giorno essa si è liberata.

 

 

 

“Amato Maestro, a volte provo con beatitudine la straordinaria sensazione che la nostra comune stia diventando armoniosamente un corpo unico, un unico organismo, un solo battito del cuore. Sto forse sognando? Sono ancora una volta il solito utopista? Oh, amore, ti prego, dimmi che non è un sogno.”

 

“Sarjano, è un sogno che sta diventando realtà, e tuttavia è un sogno. Non è solo il tuo sogno, bensì il sogno di tutti quelli che sono qui.

È impossibile trovare qualcuno che non porti dentro di sé il sogno dell’utopia, il sogno di un mondo migliore, più umano, più bello, più amorevole. Il sogno di un mondo senza conflitti, senza guerre, senza discriminazioni. Il sogno di un mondo più sensibile, dove regnino comprensione e compassione. è un sogno che tutti gli esseri umani portano con sé, in qualche angolo della coscienza, e non si tratta di un fenomeno nuovo. Questo sogno è presente fin dagli albori dell’umanità, e molti hanno tentato di tramutarlo in realtà.

Quasi tutti i tentativi sono falliti, ma non per qualche difficoltà intrinseca, bensì per colpa del vasto mondo che ci circonda. I tuoi sogni non si armonizzano con gli interessi costituiti della società, e loro hanno molto più potere, detengono un potere immenso. Il sognatore invece è molto delicato, fragile, proprio come il suo sogno.

Qui è in atto una comunione di sognatori.

Sarjano, quel che sta succedendo qui, ancora una volta, è che il sogno sta diventando realtà.

E la distruzione della comune in America ci ha insegnato molto, non è stata una cattiva esperienza. Imparare fa sempre bene, e si impara soprattutto dai fallimenti…

Qui cercheremo di evitare ogni possibilità di essere distrutti. è meglio continuare a sognare un’umanità migliore, che adagiarsi nella tristezza e nel pessimismo. Il progetto sta ricominciando a prendere forma, la gente sta tornando, e con molta più esperienza.

Sanno, per esempio che non dovranno creare una struttura rigida, perché essa è vulnerabile. Stanno quindi creando qualcosa di totalmente nuovo, un corpo organico, non un regime dittatoriale.

Non c’è più nessun obbligo a lavorare dieci-dodici ore al giorno, ma è subentrato un canto gioioso di creatività, volta ad affermare la vita.

Ognuno lavora secondo i suoi bisogni, e in armonia con le sue scelte. Stiamo facendo tutto il possibile per non intralciare l’individualità di nessuno, e per non sacrificare l’individuo alla comune.

Stiamo cercando, al contrario, di rendere ogni individuo più forte possibile, perché la somma di queste individualità formerà la forza della comune… e i semi stanno cominciando a germogliare.

Sei nel giusto, Sarjano, quando dici: “A volte provo con beatitudine la straordinaria sensazione che la nostra comune stia diventando armoniosamente un corpo unico, un unico organismo, un solo battito di cuore. Sto forse sognando?”

No, è una realtà che si sta manifestando.

“Sono ancora una volta il solito utopista?”

Stiamo facendo di tutto per trasformare il significato della parola «utopia».

Il significato del termine utopia è qualcosa che non può succedere, ma noi siamo decisi a cambiare totalmente il suo significato. Ci siamo impegnati a far sì che ‘«utopia» diventi qualcosa che può succedere. La vecchia definizione deve cambiare completamente. L’utopia è il cuore stesso dell’essere umano.

Un uomo che non sogna un’umanità migliore non è un uomo, è un deserto.

“Oh amore, ti prego, dimmi che non è un sogno.” (vedere e sentire Osho che dice “Oh amore” in italiano, è qualcosa di simile a una benedizione.)

Sarjano, è entrambe le cose: non è un sogno perché sta diventando realtà, e tuttavia è ancora un sogno, perché c’è ancora molto da fare. Non dovresti accontentarti di dove siamo giunti. Questo è un sogno che continua a svilupparsi, con nuove possibilità, con altre dimensioni. Ma siamo determinati a vederne la creazione, a trasformarlo in realtà. Questa è la nostra religione. Non ci interessa andare in paradiso, vogliamo fare in modo che il paradiso venga qui da noi. E tutto dipende dal nostro amore, dal nostro silenzio, dalla nostra pace, dalla nostra meditazione, dal nostro essere consapevoli, e attenti a non ricadere in alcuna trappola degli interessi costituiti. Non tradire il tuo sogno. Il tuo sogno è la tua stessa anima…

L’utopia è il sogno che ogni cuore porta dentro di sé, specialmente le giovani generazioni, perché diventando vecchio cominci a fare compromessi con la società. Non tradire il tuo sogno. Non tradire la tua utopia. Sii chiaro nella tua visione, sii consapevole nei tuoi tentativi. Il sogno sta mettendo radici, e spero che presto si vedano i primi fiori, poiché non sono lontani.”

 

Con amore, Sarjano

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buon segno …

i preti hanno paura

di Ma Anand Priyatama

 

 

Dal dentista mi capita fra le mani un numero di Famiglia Cristiana, il settimanale più diffuso in Italia. Lo scorro svogliatamente, per ammazzare l’attesa.

D’un tratto mi risveglio su una foto a tutta pagina di madre Teresa. La didascalia annuncia un video in cui la santa del 2000 parla contro l’eutanasia e l’aborto, infischiandosene delle sofferenze inutili che la testardaggine cattolica diffonde nel mondo in tante persone innocenti che credono al peccato e alle frottole dei preti.

La foto dell’angelo di Calcutta sprizza ipocrisia, gli occhi guardano lontano in una luce soffusa di martirio.

Perbacco, mi dico, non hanno proprio più nulla da vendere se si attaccano a questa bertuccia per esaltare le virtù cristiane alle soglie del 2000!

L’attesa continua e l’occhio mi cade sul titolo a fronte “Perché il New Age contrasta radicalmente con il cristianesimo.” La parola è a un gesuita.

Perbacco… perbacco, mi metto a leggere... sono perfettamente sveglia… speriamo che non sia il mio turno!

Sia come sia ci vuole sempre un po’ di teologia. Fa rima e rido… i miei compagni di attesa mi guardano con facce da lettori di Famiglia Cristiana. Che fare? Riprendo la faccia seria e mi rimetto a leggere.

La prima chicca è subito in apertura, in cui si legge che “È difficile definire la New Age”.

Perché è così difficile? Ecco la risposta: “… non ha un fondatore o un capo carismatico o una serie di verità cui devono attenersi i suoi aderenti.”

È interessante… questi sono gli ingredienti-base della chiesa cattolica… un fondatore, un capo carismatico e delle verità cui il gregge “deve attenersi”.

Un buon cattolico deve considerare diabolico tutto ciò che non è l’esatta immagine della santa madre chiesa cattolica. Il senso spirituale della vita che si sta diffondendo nel pianeta deve essere considerato diabolico dal gregge cattolico, perché non ha verità precise da inculcare a colpi di peccati mortali. Parola di teologo gesuita, pena il peccato mortale e chissà fra un po’ magari anche la scomunica!

Mi faccio coraggio e vado avanti. Ecco l’interpretazione gesuita della Nuova Era: pur di mantenere le pecorelle nel pregiudizio e nell’ignoranza ironizza fra virgolette persino su Jung e su Maslow e sulle nuove esperienze terapeutiche che farebbero uso di droghe e stimolazioni elettriche del cervello come strada alla pace interiore.

Appiattisce nella formula “religioni orientali” - che sarebbero prive di intenzioni morali e quindi più facilmente assimilabili dalla corrente New Age - la straordinaria saggezza del buddhismo e delle tradizioni religiose indiane, facendo di tutta l’erba un fascio. Che presunzione ostentata quella gesuita!

Ridicolizza senza vergogna sulle più recenti scoperte della fisica sulla natura dell’universo, pur di mantenere il gregge nella fede cattolica.

Che gliene importa al gesuita di raccontare frottole?

I lettori di Famiglia Cristiana non sono forse il frutto di secoli di dogmi, persecuzioni e ignoranza?

Che altro meritano se non essere mantenuti nell’oscurità come nel Medio Evo? Diffidate, diffidate, diffidate… è il messaggio sotterraneo… il teologo sa e lo dice per il vostro bene…. naturalmente!

Navigo fra svariate altre idiozie, distorsioni in mala fede e mistificazioni fra virgolette e non… per arrivare al succo del nocciolo del discorso.

Dove sta il contrasto?

Il contrasto della nuova era con il cristianesimo sta nella negazione di verità cristiane essenziali, i cosiddetti dogmi.

Prima di tutto va detto che un dogma è un qualcosa che non si discute, un qualcosa che non si può discutere, né mettere in dubbio… Così come la santa madre chiesa cattolica lo ha formulato deve essere creduto ciecamente dai “fedeli”, pena la scomunica.

Ma quali sono i dogmi con cui la New Age contrasta radicalmente e per cui i lettori di Famiglia Cristiana debbono diffidarne e starsene alla larga?

Innanzitutto il dogma della personalità e della trascendenza di dio, cioè di un dio-persona, distinto dal mondo e il creatore del mondo stesso.

Dove risieda questo dio-persona non ci viene detto, anche se pare ovvio, continui - anche ai giorni nostri - a vivere su una nuvoletta, e a guardare giù di tanto in tanto alla sua opera, questo mondo, e a grattarsi la barba con paterna compiacenza.

L’altra verità, l’altro dogma è la libertà dell’uomo e l’esistenza del peccato!

La nuova era, con la scienza olistica, con una rinnovata spiritualità ha riavvicinato il corpo, la mente e lo spirito. E questo deve essere l’aspetto che crea maggior paura nei preti. Con la libertà di sentire e vivere secondo natura, la gente si è sottratta all’autorità dei preti e al ricatto del peccato.

E senza peccato niente inferno, niente chiesa, niente preti. Perbacco, che liberazione!

Da ultimo arriva il dogma dell’incarnazione del Figlio di dio nella persona storica di Gesù di Nazaret e la sua redenzione con la morte e la resurrezione.

La formula è da mal di denti. Siamo dal dentista!

Povero Gesù ridotto a dogma.

Dove, dove l’amore? Il dogma si trasforma in infernale cantilena che i “fedeli” debbono ripetere senza pensiero e senza dubbio… dall’insieme sale un odore di tonache unte e bisunte, di peccati nascosti e perversi, di muffa e di cadaveri.

La buona notizia che trasuda da tutto monito gesuita in Famiglia Cristiana è che i preti hanno paura di perdere il loro potere sul gregge e sono costretti a tirare fuori la faccia grinzosa dei dogmi.

Ma siamo alle soglie del 2000 e non del 1000. Sbandierare un dio-persona e il peccato come identità cattolica è una strategia perdente, e lo sanno. Per questo hanno ancora più paura .

Ingombra molto quest’immagine arcaica di un dio con barba e capelli che controlla i peccati del mondo attraverso i suoi rappresentanti in terra, i preti. Io ho perso il senso comune stando con Osho, ma non credo proprio che le nuove generazioni possano bersi simili frottole senza battere ciglio e per paura, come in passato.

Per ora è chiaro che i preti hanno paura e tirano fuori i dogmi e Madre Teresa di Calcutta.

Restiamo in attesa dell’annunciata enciclica del Papa sulla nuova spiritualità e la nuova scienza. Io sono pronta per il trapano a cuor leggero, rinfrancata dal dogma del dio-persona onnipresente e onnisciente Nell’ora del dolore sarà pur vicino anche a me!

 

 

La religiosità è una

questione individuale.

È un messaggio

d’amore tra te

e il cosmo intero.

Le religioni, invece,

sono state dei

parassiti che hanno

sfruttato l’umanità,

l’hanno ridotta

in schiavitù, l’hanno

costretta a credere,

e tutti i credo sono

contro l’intelligenza.

OSHO

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HELLBENT FOR ENLIGHTENMENT

“Illuminazione a qualunque costo” è il titolo di questo affascinante racconto di vita personale con Osho

 

 

 

Ma Anand Nirgun, una sannyasin canadese che per anni ha cucinato per Osho, ha scritto un libro molto piacevole, scorrevole e allo stesso tempo piccante sulla sua vita con il Maestro, dal titolo Hellbent for Enlightenment (Illuminazione a qualunque costo è la traduzione letterale del titolo in italiano.)

Il sottotitolo del libro contiene parole forti: sesso, potere e morte.

Di sicuro Nirgun non tace nulla riguardo a questi aspetti fondamentali della vita dei sannyasin di Osho e ai passaggi burrascosi verificatisi nella loro storia.

Nel tessuto narrativo spiccano le intuizioni di Nirgun relative a Osho, soprattutto al suo modo di incoraggiare l’intelligenza dei discepoli.

Gli aneddoti di Nirgun sono una parte essenziale dell’intreccio e hanno il sapore inconfondibile della verità acquisita con l’esperienza.

Anche episodi apparentemente ‘insignificanti’, alla presenza di Osho diventano affascinanti.

Un esempio: il racconto di una corsa a folle velocità nella Rolls Royce di Osho, nel New Jersey, in un giorno di pioggia, che la riporta all’infanzia e alle discese in canoa lungo il fiume in piena, l’unica via di comunicazione con la civiltà per la famiglia in cui era nata Nirgun di pionieri residenti nel Canada settentrionale.

Di ritorno a casa dopo la corsa in macchina, Osho dice a Vivek, la sannyasin che si prende cura di lui – che era in macchina con loro – che Nirgun era la sola persona che fosse riuscita a rimanere”‘presente” durante il viaggio.

Ecco un brano tratto dal libro di Nirgun.

Siamo nel 1974, è appena arrivata in India e sta per incontrare Osho, – allora conosciuto come “Bhagwan”– per la prima volta:

Rimango in attesa insieme ad altre dieci persone fuori dal cancello di ferro battuto di Lao Tzu, la grande villa in cui vive Bhagwan. Le mura sono ricoperte da un fitto intrico d’edera, e il viale è fiancheggiato da alberi tropicali a me sconosciuti, molti dei quali in piena fioritura, i rami pervasi da un filo di umidità serotina. Mi sento avvolgere da un senso di sacralità. Il Monte Olimpo, casa degli dei.

Due donne, una su ogni lato, sono in attesa al cancello. Potrebbero essere due modelle. Eseguono scrupolosamente il loro compito: individuare qualsiasi profumo che possa disturbare la salute di Bhagwan. Dobbiamo chinare il collo passando, e la mia mente viene attraversata da un pensiero: forse questo cerimoniale è un simbolo del mio arrendermi?

Seguendo il viale lastricato di pietra, arriviamo alla casa. Proseguiamo lungo corridoi dai soffitti altissimi in cui regna un silenzio così profondo che una sola parola suonerebbe come sacrilega. I piedi nudi non fanno rumore sul pavimento di lucido granito. La sensazione di quel contatto è incisa nella mia memoria cellulare: infinitamente liscio, fresco, morbido.

All’improvviso si arriva su un vasto terrazzo, che sembra galleggiare in un mare di verde. Gli enormi alberi del giardino – alcuni con un tenero fogliame, altri con grandi foglie rilucenti – si sono spinti fin lì con i loro rami, creando l’immagine di una radura in una foresta tropicale.

I lontani gracidii di migliaia di rane e il mormorio degli uccelli non fanno che rendere più denso il silenzio.

Bhagwan è già seduto su una poltrona dallo schienale diritto. Indossa una tunica bianca semplicissima, così bianca da sembrare luminosa, che fa risaltare i lunghi capelli neri e la barba nera che gli arriva al petto.

Ci sediamo a semicerchio sul pavimento di fronte a lui. Laxmi mi fa un cenno e mi trovo seduta ai suoi piedi, così vicina che quasi posso toccarlo. Se ne sta seduto, completamente immobile, le gambe accavallate. Le mani, con lunghe dita affusolate, riposano immobili sul suo grembo. La sua immobilità mi raggiunge e mi tocca.

Il silenzio di quei momenti magici sull’aereo che mi ha portata qui risorge da dentro – il silenzio dei vasti spazi selvaggi della mia infanzia.

Mi guarda, ha grandi occhi, quasi neri, profondissimi. Mi guarda, mi vede dentro. Mi sento riconosciuta.

Una sensazione di benessere mi scorre tra le vene e va a riempire angoli sconosciuti, aridi, brulli; un fiume di appagamento.

Non un’estasi travolgente, ma semplice contentezza, la sensazione, così rilassante, di essere a casa. Le lacrime cadono copiose e bagnano la mia nuova tunica arancione.

Egli scrive lentamente, consapevolmente, su un foglio di carta color crema. Laxmi gli porge un mala. Lo tiene tra le mani per un momento, poi me lo mette attorno al collo, il medaglione mi cade sul cuore. Solido, tangibile, il mala: un legame, una corda. Sono legata a una guida di cui mi fido con tutto il mio cuore e la mia anima, senza alcun motivo.

Mi porge il foglio di carta.

Questo sarà il tuo nuovo nome: Ma Anand Nirgun, mi dice. Anand significa beatitudine. Ma dimentica l’Anand, ricorda solo Nirgun. Nirgun significa privo di forma.

“Il mondo intero nasce da ciò che non ha forma. La sorgente originale è priva di forma e dà vita a milioni di forme.

Tutto ciò che può essere percepito dai sensi è una forma che nasce da ciò che non ha forma. La sorgente originale è priva di forma, non viene vista, è sconosciuta. E inconoscibile. Devi lasciare andare tutto, diventare assolutamente vuota, solo allora la potrai conoscere.

Ciò che è privo di forma!

Memorie sepolte del passato, ricordi di una dimensione in cui ero priva di forma, fuori dal corpo, affiorano ora in una strana sequenza…

 

Sono una bambina. Il laghetto è profondo. Mio fratello, non tanto più vecchio di me, ha ricavato una canoa da un tronco, mi ci ha messa dentro e mi ha dato una spinta. Lo vedo accucciarsi sulla riva, vedo il suo volto rosso e ridente, vedo le rane sulle foglie di loto. Come dall’alto vedo il mio vestitino bianco arricciato, il corpicino di bimba seduto immobile in quella rozza imbarcazione. Consapevole del pericolo.

 

Ritorno alla stanza silenziosa, tutti i sensi tesi a percepire il coro di rane gracidanti, il vento che sussurra tra le foglie, il biancore luminoso della tunica di Bhagwan, i volti sorridenti attorno a me.

Bhagwan si appoggia allo schienale con un largo sorriso. Ora festeggerai questo giorno come il tuo compleanno, mi dice. I compleanni del corpo in realtà ricordano la morte. Li festeggiamo per dimenticare che un altro anno è passato e non è ancora accaduto nulla.

Le sue parole mi toccano profondamente. Ora capisco perché non ho mai festeggiato il mio compleanno.

Laxmi mi ricorda che avevo una domanda. Chiedo a Bhagwan: Va bene se rimango in silenzio?

Ci pensa su per quella che mi sembra un’eternità, guardandosi le mani, ora aperte e appoggiate in grembo: È insolito, dice alla fine. Ma se senti che va bene per te, non ti farà male. Non per un periodo fisso, ma solo finché senti che va bene. E verrai al darshan ogni settimana per parlare con me, mmm?

Scivolo di nuovo al mio posto sul pavimento, travolgenti ondate di contentezza mi salgono dalla pancia, riesco a contenerle a fatica.

Alla fine Bhagwan si alza, lentamente, prestando totale attenzione a ogni movimento. Ci saluta con le mani giunte, il tipico gesto di saluto che in India chiamano namaste. Poi si avvia verso l’uscita con passi brevi e molto cauti, come se stesse camminando su una fune.

Mi sento scuotere dalle risate, mentre lo guardo andar via. Il mio Maestro! Che burla, che ilarità!

I miei occhi lo seguono finché non scompare. Poi mi abbandono alla freschezza del pavimento di pietra, sciogliendomi in una pozza di assurda contentezza.

Il giorno dopo straccio il mio biglietto di ritorno per il Canada.

 

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Consigli vegetariani

di Swami Vett Gagan

 

 

PER CHI SI ATTIENE strettamente a una dieta vegetariana, il dover ricorrere alle verdure del mercato, spesso insipide e sempre cariche di pesticidi, rappresenta un grosso problema.

Le verdure biologiche, che da qualche anno hanno fatto la loro comparsa, sono senz'altro una soluzione, ma il loro costo è spesso troppo elevato; esiste invece una strada che permette di risolvere gratis il problema, godendo allo stesso tempo di una piacevole passeggiata in campagna: la raccolta di erbe selvatiche, che offre, a chi l'intraprenda, grandi soddisfazioni e sapori succulenti.

Per questa pratica, il Dott. Mauro Damiani, esponente della scuola igienista americana e Presidente dell'Associazione per la Scienza della Salute, consiglia di munirsi di un buon manuale o di seguire gli insegnamenti di un amico esperto, perché è possibile andare incontro a sorprese spiacevoli; a poco a poco si imparerà da soli a riconoscere le erbe commestibili della propria regione e a evitare quelle velenose, astenendosi al minimo dubbio.

Un tempo l'uomo aveva conoscenze botaniche molto più vaste di oggi, e sapeva procurarsi ogni giorno la sua insalata; pare che i soldati romani ricevessero ogni sera solo una piccola quantità di frumento, e che dovessero cercarsi nei dintorni dell'accampamento le erbe e la frutta del loro pasto. Oggigiorno pochissimi possono permettersi questo sano piacere.

Per queste erbe vale la regola che, quando sono giovani e tenere, possono essere usate come componenti del-l'insalata (gli esperti consigliano non più di quattro componenti per volta), mentre le meno tenere vanno bollite in poca acqua: acqua che non va buttata ma che è ottima per bollire il riso o la pasta arricchendone il sapore.

 

Le principali erbe commestibili sono:

ORTICA: tutti la sanno riconoscere; è ottima, ma vanno usati i guanti per raccoglierla; si raccolgono le ultime due o quattro foglie della sommità evitando le piante in piena fioritura, si consumano cotte (3 o 4 minuti in acqua bollente) con poco condimento.

BORRAGINE: pianta ottima come ripieno dei ravioli o come condimento di riso e pasta. Si raccoglie in inverno o in primavera quando appaiono i bellissimi fiorellini azzurri.

CARDO: richiede molto lavoro ma il sapore è eccezionale; si raccolgono durante l'inverno le piante giovani prima dello sviluppo dello stelo floreale, usando guanti robusti e un grosso coltello, poi a casa vanno rimosse con pazienza la parti foliari che portano le spine, usando le sole nervature centrali della foglia che, bollite per pochi minuti in poca acqua, vanno poi stufate in padella con coperchio e con olio e aglio.

PAPAVERO: la pianta intera prima della fioritura è un ottimo condimento per riso o pasta.

RAMOLACCIO: è una sorta di rapa selvatica; durante l'inverno è sempre utilizzabile, a primavera sono ottimi i teneri steli floreali.

CRESPIGNO: se giovane è ottimo componente di insalate, adulto e prima della fioritura va bollito e condito con olio e limone.

TASSARACO e CICORIA: come per il crespigno.

Si raccomanda infine di non cogliere queste piante in zone troppo prossime alla città o lungo strade trafficate, ma di cercarle in zone il più possibile incontaminate, godendo così anche del piacere di una bella passeggiata.

 

 

 

 

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